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-The Project Gutenberg EBook of La Vita Italiana nel Settecento, by Various
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
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-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of
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-
-Title: La Vita Italiana nel Settecento
- Conferenze tenute a Firenze nel 1895
-
-Author: Various
-
-Release Date: September 6, 2019 [EBook #60249]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA NEL SETTECENTO ***
-
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-
-Produced by Barbara Magni and the Online Distributed
-Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was
-produced from images made available by the HathiTrust
-Digital Library)
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- LA
- VITA ITALIANA
- NEL
- SETTECENTO
-
- _Conferenze tenute a Firenze nel 1895_
-
-
- DA
-
- Romualdo Bonfadini, Isidoro Del Lungo, Ernesto Masi, Vittorio Pica,
- Guido Mazzoni, Ferdinando Martini, Matilde Serao, Enrico Panzacchi,
- Giovanni Bovio, Alberto Eccher, Antonio Fradeletto.
-
-
-
- MILANO
- FRATELLI TREVES, EDITORI
-
- Quinto migliaio.
-
-
-
-
- PROPRIETÀ LETTERARIA
-
- _I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati
- per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda._
-
- Tip. Fratelli Treves. — 1908.
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-DA ACQUISGRANA A CAMPOFORMIO
-
-(1748-1797)
-
-
-CONFERENZA DI
-
-ROMUALDO BONFADINI.
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-Uno dei fenomeni che colpiscono maggiormente i lettori di storia —
-quando riflettono — sta nella costante accelerazione degli svolgimenti
-sintetici d'ogni natura, a misura che ci allontaniamo dalle epoche
-primigenie; sta nella sempre maggior brevità di quei periodi
-ricostruttori o elaboratori di cose nuove, che un tempo duravano
-più secoli e suggerivano al poeta latino il pensoso: _mortalis ævi
-spatium_....
-
-Chiamatelo, secondo le leggi morali, progresso; chiamatelo, secondo
-le leggi statiche, moto uniformemente accelerato; certo è che quelle
-mutazioni generali di pensieri, di abitudini, di legislazioni, di
-vita civile, a cui nell'evo antico appena bastavano dieci generazioni
-d'uomini, si sono compiute più tardi nello spazio di un secolo, e,
-venendo più presso a noi, in cinquant'anni od in trenta.
-
-Uomini ed eventi esercitavano, nelle prime epoche dell'umanità,
-un'azione così passeggiera e così lenta che quasi non s'avvertiva. Le
-grandi monarchie orientali impiegarono più di un millennio e mezzo
-a sorgere, a brillare, a distruggersi, senza che il mondo antico
-apparisse, dopo così grandi catastrofi, notevolmente mutato. Roma era
-vecchia di oltre cinque secoli, quando cominciò a far avvertire la sua
-presenza fuori de' suoi confini. Sesostri, Ciro, Cambise, Alessandro il
-Macedone, malgrado il loro genio e le loro conquiste, non lasciarono
-negli ordinamenti del mondo maggior traccia di quella che lascia una
-frana di monte, rotolatasi nell'Oceano. L'umanità doveva giungere fino
-al Pescatore di Galilea, per sentirsi tratta a mutare in sè e di sè
-tanta parte di pensieri e di scopi. Eppure ci vollero quasi mille anni
-perchè il Cristianesimo vincesse, soltanto in Europa, tutti gli antichi
-Iddii. E i quattrocento anni dell'Impero romano occidentale dimostrano
-che, dopo la scossa data alle vecchie compagini sociali da Cesare e
-da Augusto, il mondo s'era ricantucciato nella schiavitù nuova e non
-accennava a riscuotersi più.
-
-Colla discesa dei barbari nell'Europa, divenuta ormai l'unico fattore
-di trasformazioni sociali, la storia comincia a pigliare avviamenti
-più rapidi. Attila rinnova il mondo colla forza, Giustiniano col
-diritto. Nel medio evo, i periodi elaboratori diventano anche più
-frequenti e più intensi. Carlo Magno, gli Ottoni, la casa di Svevia
-danno gli ultimi colpi alla marmorea e millennaria tradizione romana.
-Da un secolo all'altro, le condizioni della società umana cominciano
-ad assumere aspetti diversi; ora sotto l'influenza delle Crociate,
-ora sotto quella del risveglio artistico e letterario, ora sotto gli
-influssi economici allargatisi per la scoperta d'America. Le plebi
-cominciano a rialzarsi; l'aristocrazia da feudale diventa cittadina;
-le necessità dei commerci danno varietà alle legislazioni civili; gli
-Stati si costituiscono; sorgono le questioni nuove dell'equilibrio
-politico.
-
-È così che, avvicinandosi ai tempi nostri, la mutazione organica
-delle cose appare più evidente e quasi continua; sicchè, mentre nel
-tempo antico un uomo di pensiero doveva spingere lo sguardo a due
-o tre secoli addietro per cogliere i sintomi di un movimento nella
-compagine umana, potè più tardi limitarsi ad esaminare il corso della
-propria vita, per trovarvi elementi di novità intellettuali, politiche,
-sociali, talvolta tanto più meravigliose nell'ultimo effetto loro
-quanto meno s'era avvertito il loro sorgere e il loro concatenarsi.
-
- *
-
-Uno di questi periodi storici, a rapide evoluzioni e a multiformi
-sorprese, ci presenta la seconda metà del secolo decimottavo, al quale
-finalmente sono giunte queste conferenze sulla vita italiana, dopo
-avere cominciato a frugare per entro i secoli oscuri e dopo avere
-illustrato i secoli gloriosi.
-
-Uscivamo da un lunghissimo periodo di decadenza intellettuale e
-morale. Da dugent'anni avevamo perduto ogni elaterio di vita pubblica,
-ogni diritto ed ogni virtù d'iniziativa paesana. In un secolo e
-mezzo, soltanto il Galileo ci aveva dato l'orgoglio dell'antica
-grandezza intellettuale italiana. Ma, letterariamente, eravamo
-passati dall'Ariosto e dal Machiavelli a Gregorio Leti e al cavalier
-Marino; artisticamente, imbrattavamo di calce gli affreschi dei
-quattrocentisti, per ridipingere su quelle preziose pareti le fiamme
-dei dannati o le colossali effigie di San Cristoforo; giuridicamente,
-eravamo ritornati alle più fitte ignoranze del medio evo, mediante
-i grotteschi processi contro le streghe e contro gli untori.
-Politicamente poi, nulla era più tristo e più umiliante dei vari
-regimi italici; ballottato tra Francesi, Spagnoli, Tedeschi, l'elemento
-indigeno s'era piegato a tutte le tirannie, a tutte le pompe di quei
-governi violenti o ridicoli. I pochi principi di famiglie nazionali,
-come i Medici e i Gonzaga, s'affondavano nel lezzo dei cattivi costumi.
-Nessuna resistenza di moltitudini, nessuna protesta di pensatori
-fermava i governanti sullo sdrucciolo delle prepotenze e delle pazzie.
-Nobili e popolani s'erano acconciati a servitù, e l'uniforme gallonato
-d'un cortigiano spagnolo o francese trovava curve le schiene e verbosa
-l'ammirazione degli eredi di Piero Capponi e di Gerolamo Morone.
-
-Questo insieme di ordinamenti politici e di fenomeni sociali
-sembrava assodato e ribadito nel 1748 dalla pace di Acquisgrana; che,
-sostituendo l'Austria alla Spagna nella preponderanza sull'Alta Italia,
-ed aggiungendo al Borbone di Napoli un Borbone di Parma, otteneva
-l'intento di stringere il nostro paese fra le due famiglie dinastiche
-ritenute più ostili ad ogni allargarsi di attività nazionali.
-
-Or bene, un uomo che fosse nato, per esempio nel 1730 e si fosse
-spento, dopo settant'anni, nel 1800, sarebbe invece passato per tali
-e tante vicende, da non poter più riconoscere nella sua vecchiaia il
-mondo che gli era stato famigliare nella giovinezza; avrebbe assistito
-a così larghi mutamenti, a così profonde evoluzioni di costumi, di
-discipline, di pensieri, di ordinamenti politici, da dover dubitare se
-veramente non fosse stato almeno doppio il tempo della sua esistenza.
-
-Quest'uomo, per esempio, avrebbe visto, con Giuseppe Parini,
-sostituirsi all'Arcadia la letteratura civile; avrebbe visto
-distruggersi la scolastica, spuntare con G. B. Vico la filosofia;
-avrebbe visto sparire i cronisti e sorgere, col Muratori, la critica
-storica; avrebbe visto rinnovarsi ab ovo la giurisprudenza, col
-Filangieri e col Beccaria; avrebbe visto le scienze fisiche far passi
-da gigante col Volta, col Piazzi, collo Spallanzani; avrebbe visto
-sgominati i cortigiani politici e risorti gli uomini di Stato, col
-Tanucci, col Verri, col Bogino, col Fossombroni. Avrebbe visto di più;
-avrebbe visto una triade d'innovatori fondare un teatro drammatico
-italiano, col Metastasio, col Goldoni e coll'Alfieri; avrebbe visto
-uscire dai deliri del barocco due ingegni severi, che riconducevano
-l'arte al culto delle linee e del pensiero, Appiani e Canova.
-
-Poi, rivolgendo lo sguardo alle abitudini della vita, quell'uomo
-si sarebbe accorto di altri fenomeni; avrebbe veduto illuminarsi
-e lastricarsi le vie cittadine, rimaste per tanti secoli in balìa
-del fango e dei ladri; avrebbe veduto nella locomozione elegante
-sostituirsi le carrozze alle lettighe, nell'alimentazione delle
-infime classi sostituirsi la salubre patata ai grani infraciditi.
-Avrebbe poi visto una rivoluzione nella salute pubblica, mediante
-l'innesto del vaiuolo; una rivoluzione nella pubblica educazione,
-mediante l'espulsione dei gesuiti da tutto il territorio italiano; una
-rivoluzione nei contatti sociali, mediante la fondazione dei giornali e
-lo spesseggiare dei ritrovi nelle botteghe da caffè.
-
-Finalmente, quell'uomo avrebbe visto, nei costumi italiani, un
-rivolgimento inatteso e anche più consolante; avrebbe riudito un
-linguaggio, a cui da due secoli l'Italia s'era disusata: il linguaggio
-dell'uomo libero dinanzi al potente, si chiamasse principe o plebe.
-
-Così avrebbe udito, per esempio, Carlo Emanuele III chiedere al
-Muratori in qual modo pensava di trattarlo ne' suoi _Annali_, e il
-Muratori rispondere: “come Vostra Maestà tratterà la mia patria„.
-Avrebbe udito un Commissario francese invitare Ennio Quirino Visconti
-a pubblicare un editto ingiurioso per l'onor cittadino, e il Visconti
-rispondere: “che cercasse altrove i carnefici del suo paese„. Avrebbe
-udito la bordaglia milanese chiedere al Parini che gridasse “morte agli
-aristocratici„ e il Parini rispondere: “viva la repubblica, morte a
-nessuno„. E finalmente avrebbe veduto, nell'ultimo anno della sua vita,
-una pleiade di alti ingegni e di robusti caratteri sfidare impavida i
-carnefici del re di Napoli e salire serenamente il patibolo, preparato
-loro da una regina corrotta e da un ammiraglio fedifrago.
-
-Questi fenomeni di risveglio intellettuale e morale dominano tutto
-il periodo che va dalla pace d'Acquisgrana alla fine del secolo; e
-bastano a segnare i caratteri generali di un'epoca ricostruttrice e
-innovatrice; come sogliono bastare a chiarire le epoche di decadenza
-quei tristi fenomeni che si riassumono nelle opinioni fiacche, nella
-paura dei molti, nella frenesia del mutare, nella voluttà del servire.
-
-D'onde poi sia uscito, come sia stato preparato questo rapido
-rivolgimento nella coltura pubblica e nel carattere nazionale degli
-Italiani, non par facile congetturare.
-
-Certo, non dovette essere piccola sui nostri settecentisti l'influenza
-del seicentismo francese, altrettanto glorioso quanto era stato
-ignobile il nostro. Non si può negare l'analogia che v'è tra il
-Metastasio e il Racine, tra l'Alfieri e il Corneille, tra il Goldoni
-e Molière. Nè può credersi rimasta inefficace sullo spirito del
-Filangeri la grande opera giuridica del Montesquieu. Nè, sugli scritti
-di Mario Pagano e di Melchiorre Gioja, minore azione esercitarono
-gli enciclopedisti francesi. Pure, originale è certamente nel Vico
-il metodo nuovo d'intendere la storia e la filosofia. Non imitò,
-ma precorse Francesi e Tedeschi col suo classico libriccino,
-Cesare Beccaria. La profonda concezione istorica da cui nacque la
-pubblicazione dei _Rerum Italicarum scriptores_ precedette, nel
-pensiero e nel tempo, le consimili pubblicazioni dei Benedettini
-francesi e del Pertz. E tutto indigeno fu quel moto di rinnovazione
-poetica, che, impernandosi sul culto dell'Alighieri, partì da Alfonso
-Varano per giungere al Cesarotti, al Foscolo, al Monti. E non s'inspirò
-a nessun modello forestiero, se non forse all'italico Orazio, quella
-novità di una satira civile e didascalica che, partendo da Gaspare
-Gozzi, arrivò presto alla sublime ironia del Parini.
-
-Forse, anche la mutazione avvenuta nei regimi politici della penisola
-potè aiutare il benefico movimento. Le dinastie secolari, quando
-cessano di rinnovarsi nelle abitudini e nelle idee al contatto dei
-nuovi indirizzi assunti dallo spirito umano, determinano intorno
-a sè cristallizzazioni di forme, attraverso le quali è difficile
-che il pensiero possa trovare la forza di penetrare. Questo era
-avvenuto alle vecchie famiglie medievali dei Farnesi, dei Medici,
-dei Gonzaga, rese inette dall'abitudine del fasto e dei godimenti a
-comprendere le necessità di governo secondo i concetti più austeri che
-cominciavano a farsi largo. Questo era avvenuto anche più alla boriosa
-dinastia spagnola, coll'aggravante che, non potendo neanche governare
-direttamente i suoi dominî italiani di Milano e di Napoli, aveva dovuto
-lasciare quelle popolazioni sotto l'arbitrio di governatori, più nobili
-che intelligenti, e sopratutto più intesi a far denari che a promovere
-giustizia e civiltà.
-
-I mutamenti dinastici avvenuti in Italia dopo la guerra per la
-successione di Spagna, e ratificati nel trattato di Acquisgrana,
-rompono in parte, e un po' dappertutto, meno a Venezia, queste
-cristallizzazioni. La casa d'Austria, insediatasi in Lombardia, vi
-porta uno spirito più moderno, v'incoraggia un maggiore studio delle
-questioni amministrative, abitudini più laboriose, più virili, più
-parsimoniose. I Borboni, installati a Napoli e a Parma, sentono il
-bisogno di iniziare il loro regime con qualche innovazione che procuri
-loro il favore dei governati, e secondano le savie riforme di Bernardo
-Tanucci e del marchese Du Tillot. La Toscana, passata dai Medici
-ai Lorena, trova nei principi di quella casa uomini d'indole mite,
-volonterosi di bene, purchè largito a piccole dosi e non disciplinato
-da logica di principî; insomma il vero tipo di quel dispotismo
-intelligente, che appariva allora un progresso, dopo tanti despotismi
-ignobili e crudeli, ma che costituisce oggidì il maggiore pericolo
-delle società liberali e la più fatale illusione degli spiriti fiacchi
-e spensierati.
-
-Non è dunque fuor di proposito il supporre che anche da siffatti
-avvenimenti politici sia venuta, diretta o involontaria, una spinta
-a quella ricostituzione intellettuale e morale, a cui evidentemente
-gli spiriti italiani s'erano lentamente preparati nel tempo, e che
-aspettava soltanto un'occasione per uscire dai sotterranei alla luce.
-
-E, del resto, toccherebbe a troppo alti orgogli l'ingegno umano, se
-potesse afferrare, anche soltanto nel passato, una sicura sintesi
-delle cagioni. Quegli stessi ostacoli, o somiglianti, che fermano
-al problema delle origini le più audaci indagini dello scienziato,
-trattengono intorno al problema delle leggi evolutive il moralista o il
-filosofo della storia. Quegli intervalli, quelle soste, quei salti che
-turbano, senza impedirlo, il lento avanzarsi delle razze umane verso il
-miglioramento indefinito dell'avvenire, possono bensì precisarsi nei
-fatti, ma non si riesce a sottoporli a discipline di pensiero; come
-si constata, ma non si spiega, se non con altre ipotesi, l'alternarsi
-degli strati nella storia geologica.
-
-Iddio determina, nel corso secolare dell'esistenza, i periodi
-demolitori e i periodi ricostruttori, le epoche, in cui l'uomo
-precipita verso gli abissi e quelle in cui si slancia verso l'Empireo.
-Supporre che nell'avvenire queste alternative debbano cessare e i
-periodi storici non segnino più che nobili gare verso sempre maggiori
-svolgimenti di bene, può essere una speranza, non è una legge che abbia
-stabilito i suoi termini. Il che non impedisce che nell'uomo rimangano
-però immutabili i termini del dovere morale, che consiste nell'opporre
-ogni resistenza alle ragioni del male, anche quando un concorso di
-forze irresponsabili sembri impedire o allontanare il trionfo del bene.
-
- *
-
-Ma tornando all'argomento storico, dopo questa scappata, forse
-inopportuna, nelle regioni dell'etica, è bene avvertire come, anche in
-questo mezzo secolo fervido di tante mutazioni, le forze innovatrici
-siano state di due sorta, ed assai diverse così nella rapidità
-come nella intensità degli effetti raggiunti. Dal 1748 al 1795 è un
-cammino calmo, costante, non audace, pacifico; dal 1795 alla fine del
-secolo, è un correre vertiginoso, spensierato, fatale, una distruzione
-implacabile, una ricostruzione tumultuosa. Nel primo periodo di 47
-anni, l'impulso è dato da elementi nazionali, da pensatori, da principi
-o da ministri di principi; nel secondo periodo di soli cinque anni,
-è dato da invasioni straniere, da prepotenza d'armi, da subitaneità
-d'interessi, da esigenze di turbe, chiamate in ventiquattr'ore a
-dominio irresponsabile dopo secoli di servitù. Il primo periodo si
-suole chiamare delle riforme, il secondo, della rivoluzione.
-
-Ora, s'è molto disputato fra gli studiosi di storia patria, se il moto
-rivoluzionario esotico abbia affrettato o ritardato, ne' suoi ultimi
-effetti di civiltà e di progresso, il moto riformatore indigeno.
-Forse anzi è questa la tesi storica del secolo decimottavo, intorno
-a cui si siano più affatioate le menti e le ipotesi dei polemisti. È
-inutile aggiungere che, dopo questi sforzi d'ingegno, la situazione è
-rimasta quella di prima. Nè gli adoratori della Rivoluzione francese
-riescono a persuadere i liberali riformatori della bontà intrinseca
-del metodo giacobino; nè questi possono presumere di vaticinare che
-cosa sarebbe stato il mondo senza il lavacro uscito dagli ardori
-del 1789. Certo, i progressi economici e civili raggiunti in Toscana
-sotto l'amministrazione leopoldina non furono superati da quelli a cui
-posero mano i commissari francesi o la principessa Elisa Bonaparte. E
-quando, nel 1790, il conte Pietro Verri propose ai notabili milanesi,
-contro l'opinione del Visconti e del Botta, di chiedere all'imperatore
-Leopoldo una Costituzione, l'opinione pubblica lombarda doveva già
-trovarsi, su per giù, nello stato in cui trovossi, cinquantasette anni
-dopo, l'opinione pubblica piemontese, quando il conte di Cavour propose
-ai notabili torinesi, contro l'opinione del Sineo e del Valerio, di
-chiedere a Carlo Alberto la pubblicazione dello Statuto.
-
-Del resto — ripeto — siffatta disputa non può servire oggimai a
-nessuno scopo scientifico, quando non sia quello d'un'acuta ginnastica
-intellettuale. Potrebbe chiudersi tutt'al più con quella vigorosa frase
-sintetica, colla quale a Sant'Elena l'imperatore Napoleone chiuse una
-polemica quasi simile intorno a Gian Giacomo Rousseau: “forse il mondo
-sarebbe stato più felice se io e lui non fossimo nati.„
-
-Il periodo rivoluzionario colpiva impreparate le masse, ma era stato
-preveduto, in parte favorito dagli uomini di pensiero.
-
-Già fin dal 1784 l'uragano incipiente non era sfuggito alla sagacia del
-ministro piemontese, conte Bogino, il quale, guardando alla Francia,
-era morto esclamando: “povera Italia! povera Europa!„ Viaggiando in
-Francia, al seguito di una dama lombarda, illustre per bellezza e per
-intelletto, la marchesa Paola Castiglioni, Alessandro Verri, Francesco
-Melzi, Cesare Beccaria s'erano mescolati a tutti i gruppi novatori
-della società parigina e riportavano in patria l'impressione che il
-periodo delle riforme stava per chiudersi. Un abate napoletano, pozzo
-di spirito e di scienza, Ferdinando Galiani, era entrato in grande
-dimestichezza con Diderot e d'Holbach, e scriveva da Parigi ai suoi
-compatrioti, informandoli di tutte le agitazioni e le preparazioni che
-bollivano nella pericolosa città. E più dei pensatori s'affaccendavano
-gli avventurieri, razza che non manca mai di entrare in iscena alla
-vigilia delle grosse crisi, e a cui di solito vien meno la moralità,
-non mai l'ingegno o l'audacia.
-
-Un veneziano, Giacomo Casanova, fuggito con mirabile ardire dalla
-prigione dei Piombi, aveva percorso l'Europa, rompendo tutte le
-discipline sociali; imponendosi con astuzie di finanza al conte di
-Choiseul, a Federico II, a Caterina II, a Maria Teresa; bisticciandosi
-col conte di San Germano e con Voltaire; scandalizzando tutti i paesi
-per le pubblicità della sua vita, pel lusso, pei giuochi, pei duelli,
-per gli amori, pei debiti.
-
-Un siciliano, Giuseppe Balsamo, era penetrato più addentro negli
-organismi delle vecchie sette europee; le aveva dominate coi misteri
-nuovi del mesmerismo; e imbrancandosi col finto nome di Cagliostro
-nell'aristocrazia europea, corrompeva principi, aizzava plebi,
-abbarbagliava ignoranti, spargeva dappertutto i semi della miscredenza
-e della rivolta.
-
-Un milanese, il conte Giuseppe Gorani, innamoratosi delle più spinte
-dottrine demagogiche, s'era volontariamente sbandito dalla patria ai
-primi sintomi della commozione francese; s'era fatto intimo dei più
-scamiciati giacobini dell'epoca; aveva accettato missioni segrete di
-agitatore in Isvizzera ed in Italia; sicchè, per decreto dell'arciduca
-Ferdinando, era stato radiato dall'albo della nobiltà milanese e, coi
-procedimenti giudiziari ancora in uso, gli erano state confiscate le
-proprietà.
-
-Era sotto queste impressioni e sotto queste influenze, dirette o
-indirette, che cominciava a suscitarsi un'opinione pubblica, favorevole
-alle dottrine umaniste, quantunque risolutamente contraria alle
-applicazioni inumane dei rivoluzionari francesi.
-
-Frutto di questo duplice indirizzo degli spiriti, sopratutto nella
-regione lombarda, la più indicata a ricevere il primo urto delle idee e
-dei fatti della Rivoluzione, era stata una dimostrazione ostile, fatta,
-sin dal 1789, nel teatro della Scala al conte d'Artois, e nel tempo
-stesso l'avversione acuta, universale ond'erano circondati i violenti
-energumeni che del Comitato di Salute Pubblica parigino s'erano fatti
-fra noi apologisti e plagiari, come il prete Lattuada, Gio. Antonio
-Ranza e Carlo Salvador.
-
-Nondimeno, come avviene sotto il sole, sempre e senza rimedio, gli
-esagerati si organizzavano e i moderati si rassegnavano; sicchè i primi
-e non i secondi si trovarono pronti a cogliere i vantaggi ed esercitare
-le influenze che la procella politica stava per sostituire ai vecchi
-ordinamenti sociali.
-
-Questi resistettero, come meglio seppero, in Piemonte e in Lombardia,
-finchè le minaccie partirono soltanto da elementi indigeni e da
-cospirazioni paesane; si frantumarono, come statue di gesso, a cui
-venisse tolto il sostegno, appena furono visti dalle Alpi scender
-armati, e, come ai tempi del Filicaja,
-
- Bever l'onda del Po gallici armenti.
-
-Per dire il vero, quegli armati non scendevano “a torrenti„ come il
-Filicaja narra del tempo suo. Erano anzi pochi, mal vestiti e peggio
-nutriti; ma li guidava un'idea fatale e un giovane anche più fatale
-dell'idea.
-
-Era un generale in capo di ventisette anni, non alto di statura,
-gracile di complessione, pallido di colorito, coi capelli spioventi
-sulla fronte e sulla nuca, dalla fisonomia pensosa, dallo sguardo
-d'aquila, dal parlar breve, rotto, energico, implacabile. Il suo paese
-lo aveva veduto sedare in dodici ore una formidabile insurrezione per
-le vie di Parigi, rioccupare Tolone a colpi di cannone, e strisciare
-come un sollecitatore nelle anticamere del disonesto Barras,
-dispensatore di titoli e di gradi. Il nostro paese era destinato a
-vederlo fulmineo vincitor di battaglie, distruttore di regni e di
-repubbliche, improvvisatore di governi e di costituzioni politiche,
-saccheggiatore di codici e di opere d'arte, nemico formidabile di
-despotismi e di libertà, detronizzatore di principi e di pontefici,
-restauratore di ordine, di studî e di religione, imperioso con
-generali, con popoli, con regnanti, schiavo umile e innamorato di una
-sposa bella, frivola e traditrice.
-
-L'ora che corre segna in tutta Europa una specie di ripresa della
-leggenda napoleonica. Non si sa se sia ammirazione della fortuna, delle
-virtù o dei delitti che a quella leggenda appartengono. Non si sa se
-il mondo discopra quel tumulo per cercarvi una volontà potente, una
-direzione sicura, un ingegno a nessuna esigenza inferiore, o se frughi
-fra quelle ossa per trovarvi i residui del dispotismo illimitato e
-spensierato, a cui anelino di prostrarsi società frolle e scettiche,
-stanche di pensare e di combattere por idealità da cui non aspettano
-nessun vantaggio.
-
-Ad ogni modo, nessuna preoccupazione di questa natura agitava i
-contemporanei, quando il generale Bonaparte, con una rapidità di mosse
-a cui non erano preparati i suoi avversarî, gira e supera nel tempo
-stesso la catena dell'Appennino ligure, si ficca come un cuneo fra
-le colonne austriache e le piemontesi, batte le prime a Montenotte
-e a Dego, le seconde a Millesimo, forza ad un armistizio il governo
-sardo, scende difilato lungo la corrente del Po, lo varca a Piacenza
-mentre Beaulieu lo aspettava a Valenza, si getta su Lodi, vi sbaraglia
-l'esercito austriaco ed occupa Milano, entrandovi dal lato orientale,
-mentre tutte le difese gli si erano opposte dal lato occidentale.
-
-Qui comincia quell'ultimo e breve periodo rivoluzionario che ci conduce
-sino alla fine del secolo ed è per l'Italia così fertile di sorprese,
-di mutamenti, di lutti. Periodo fra i più lamentosi di tutta la
-nostra storia, nel quale le campagne furono tormentate dalla guerra,
-le città dalle rivoluzioni e dalle reazioni, gli ordini di governo
-dall'anarchia. Preoccupato dalle cure militari, che non gli lasciavano
-tregua, il generale Bonaparte era impotente a reprimere le tirannie
-dei demagoghi, o scesi dalle Alpi con lui, o innalzatisi, sotto il suo
-patrocinio, dagli ambienti locali più volgari e più avidi. Per più di
-tre anni, un popolo avvezzo ai Verri, ai Tanucci, ai Bogino, a Pietro
-Leopoldo, a Clemente XIV, si vide dominato o da commissarî francesi
-inetti ad ogni opera che non fosse di spogliazione, o da istrioni
-politici, cresciuti fra la taverna e il tumulto, che quando non
-riuscivano a governare, impedivano ogni governo di altri. Questa era
-stata la conseguenza del dilagarsi delle truppe repubblicane per tutto
-il territorio italiano; le quali, abbattendo per necessità di difesa i
-governi indigeni, dovevano compensare la scarsezza del loro numero coi
-metodi del terrore e coll'appoggio dato alle classi più indisciplinate
-della popolazione. Senonchè questi metodi preparavano, come sempre,
-reazioni egualmente torbide.
-
-E lo si vide, allorchè, pochi mesi dopo, uscito Bonaparte dall'Europa,
-e rifattasi la coalizione contro la Francia, gli anarchici neri
-susseguirono agli anarchici rossi. Allora si predicò l'ordine
-collo stesso furore con cui s'era prima predicata la democrazia.
-Il cardinal Ruffo e Fra Diavolo saccheggiarono in nome del Re di
-Napoli, il maresciallo Suwaroff saccheggiò in nome degli Imperatori,
-il generale Lahoz saccheggiò in nome del Papa, Branda Lucioni
-saccheggiò in nome del Re di Sardegna; e la Toscana fu saccheggiata
-dalle bande che gridavano: _viva Maria;_ a capo delle quali entrò in
-Firenze, precorritrice storica di Luisa Michel, una virago a cavallo,
-Alessandrina Mari di Montevarchi.
-
-Prima che il secolo decimottavo seguisse i suoi predecessori nel
-vortice della storia, anche queste anarchie potevano dirsi in gran
-parte cessate. Ma se, fra tante procelle, s'erano, a intervalli,
-mantenute nei loro dominî le dinastie del centro e del mezzogiorno
-d'Italia, più profondi e durevoli mutamenti di Stato avevano avuto
-luogo nella regione settentrionale, dove due fra i più antichi e
-gloriosi governi della penisola erano stati violentemente soppressi,
-per tradimento, o, se la parola pare eccessiva, per insidia delle nuove
-diplomazie.
-
-È inutile dire che alludo alla monarchia di Savoja e alla repubblica di
-Venezia. Delle ipocrisie che hanno avviluppato la prima fu sopratutti
-responsabile il Direttorio francese; di quelle a cui soccombette la
-seconda, spetta al generale Bonaparte l'iniziativa e la responsabilità.
-
- *
-
-Dopo le prime battaglie di Montenotte e di Millesimo, il governo sardo,
-vistosi impotente a continuare le ostilità, s'era piegato ai consigli
-pacifici del cardinale Costa, arcivescovo di Torino, stipulando a
-Cherasco un armistizio, che fu poi convertito a Parigi in un formale
-trattato di pace.
-
-Pareva che di quegli accordi il Direttorio dovesse essere soddisfatto,
-poichè a nessuna condizione onerosa il Piemonte s'era negato. Concedeva
-libero il passo agli eserciti francesi, cedeva la Savoia e Nizza,
-lasciava occupare le fortezze di Ceva, Cuneo, Tortona e Alessandria,
-distruggeva i forti alpini di Exilles, di Brunetta e di Susa, chiudeva
-i suoi porti alle navi delle potenze ostili alla Francia, riduceva
-l'esercito al piede di pace.
-
-Malgrado ciò, non cessavano le pretese. Tardava alla Francia
-l'assorbimento del regno. Sicchè, dai confini della Lombardia, divenuta
-Repubblica Cisalpina, entravano spesso elementi di rivolta, che si
-aggiungevano alle cospirazioni paesane. Viceversa, quando il governo
-sardo reprimeva o puniva, era sempre dall'ambasciatore francese
-che partiva la domanda o l'ingiunzione di grazia. Così riusciva
-difficile il governare. Meno di due anni dopo il trattato di Parigi,
-il Direttorio volle un nuovo trattato, che chiamò d'alleanza, e pel
-quale — s'intende — il Piemonte doveva fornire uomini ed armi contro
-i nemici della Francia, quali si fossero. Neanche questo bastò. Verso
-la primavera del 1798 divenne evidente che il Direttorio francese
-accampava contro il Piemonte le stesse ragioni che, nella favola
-famosa, il lupo accampava contro l'agnello.
-
-Due letterati di primo ordine si fecero complici in questa turpe
-commedia: il Ginguené, ambasciatore della Repubblica francese,
-e Leopoldo Cicognara, inviato della Repubblica cisalpina. Non vi
-fu sopruso, non vi fu inganno che fosse risparmiato da questi due
-rappresentanti d'una sleale politica. Carlo Emanuele IV cercava invano,
-abbondando nelle concessioni, di stornare dal suo capo una sorte
-immutabilmente decisa. I due ambasciatori chiesero dapprima la consegna
-della cittadella e l'ottennero; poi domandarono si congedassero i
-ministri, e il Re non volle; poi esigettero che si armassero dieci mila
-uomini per combattere il re di Napoli, e furono accordati; finalmente
-intimarono di consegnar l'arsenale; e a sostegno di questa domanda le
-truppe della Repubblica Ligure invadevano il territorio dall'Apennino,
-mentre il generale Joubert lo invadeva dal Ticino, e dalle alture di
-Superga minacciava Torino.
-
-Carlo Emanuele IV non seppe rassegnarsi a maggiori umiliazioni e con un
-manifesto del 9 dicembre 1798 abdicava nelle mani del generale, futuro
-maresciallo, Clauzel. A questa risoluzione, per la dignità del trono,
-lo aveva consigliato anche il suo ambasciatore a Parigi, Prospero
-Balbo; il quale, conscio che una delle condizioni dell'abdicazione
-doveva essere la sua prigionia, andò spontaneamente a costituirsi nelle
-mani delle autorità parigine. Le dinastie che hanno secoli di fiera
-esistenza trovano qualche volta, piuttosto nei periodi della sventura
-che in quelli della fortuna, consiglieri di così alta devozione e di
-così antica virtù.
-
- *
-
-Mentre queste cose accadevano intorno alle alture dove comincia il
-Po, altre non meno dolorose avevano luogo intorno alle lagune, dove
-finisce.
-
-La Repubblica di Venezia era certamente quello fra gli Stati italiani
-dove s'erano meno pronunciate le alternative dello spirito pubblico.
-Quasi democratiche fino al 1297, le istituzioni del governo veneto
-erano divenute interamente aristocratiche dopo la famosa riforma
-elettorale del doge Gradenigo. La durata secolare di questo regime
-aveva probabilmente sottratta la Repubblica all'influenza di quelle
-cause che determinavano, nel resto d'Italia, la decadenza intellettuale
-e politica; ma le aveva anche impedito quel ritorno di energie che in
-ogni regione del pensiero aveva segnalato il settecento italiano. Un
-po' spossata dalle guerre del cinquecento e dalla politica spendereccia
-e megalomane del doge Francesco Foscari, Venezia s'era rannicchiata
-ne' suoi commerci, limitandosi ad accentuare, ogni secolo, le proprie
-tradizioni, mediante le imprese marittime di Francesco Morosini o di
-Angelo Emo. Nel complesso, l'antico suo genio si veniva estinguendo, e
-l'immobilità sua non le permetteva più di mantenere influenza su popoli
-e su regimi, tutti affaccendati a muoversi, a mutarsi, a perfezionarsi.
-Il patriziato aveva conservato una certa attitudine ai grandi affari
-politici; ma per reprimere novità ostili al suo prestigio, non aveva
-cercato mai di educare il popolo a vigorosi sentimenti, accontentandosi
-di lasciargli ogni libertà nelle feste. Venezia era diventata una
-grande oasi di gioia, a cui tutti potevano accorrere e attingere. Però,
-su ogni cosa che riguardasse affari e politica, posava la diffidenza
-e il sospetto. Non se ne occupavano — e in segreto — che i patrizi
-del Maggior Consiglio, ai quali pareva che gli interessi conservatori
-stessero unicamente nel chiudere sempre le loro fila e i loro
-ordinamenti ad ogni alito di migliorìe. Tanto che, nel 1780, avevano
-mandato a domicilio coatto Giorgio Pisani, perchè fattosi iniziatore di
-riforme nelle leggi costituzionali della Repubblica.
-
-Era in questa situazione morale e politica che Venezia vedeva
-avvicinarsi alle sue contrade la bufera rivoluzionaria scatenatasi
-dalla Francia.
-
-La questione non tardò ad imporsi alle deliberazioni del Senato, nel
-quale, al principio del 1793, ventilaronsi due partiti. Francesco
-Pesaro, procuratore di San Marco, sostenne vigorosamente la necessità
-di armarsi, pur proclamando la neutralità. “Se Venezia non s'arma„
-esclamò egli con vivo presentimento dell'avvenire “Venezia è
-perduta.... credete voi di poter evitare la guerra, perchè ne avrete
-trascurati i preparativi?... la perfidia non ha mai cercato invano
-dei pretesti.... circondati d'armi da tutte le parti, la spada sola
-può tracciarsi un cammino verso la pace.„ Gli rispose un membro del
-Consiglio dei Savj, Zaccaria Vallaresso, e il suo discorso persuase
-fatalmente i patrizi ad accogliere la politica della neutralità
-disarmata.
-
-Quel discorso era un tessuto di ipotesi, cucito con abili frasi. La
-Francia aveva appena invaso il territorio di Nizza e della Savoja.
-Si sarebbe trovata di fronte a due potenze militari, il Piemonte
-e l'Austria, che le avrebbero certamente impedito di avanzarsi.
-D'altronde, lo stato interno della Francia era troppo violento perchè
-potesse durare; una reazione in senso monarchico era imminente. Una
-volta armata, Venezia avrebbe reso più intensi gli sforzi delle potenze
-belligeranti, per avvincerla a sè; non avrebbe potuto sottrarsi alla
-seduzione di stare cogli uni o cogli altri; sarebbe troppo deplorabile
-la condizione umana se, quando la guerra scoppia sopra un punto del
-globo, il mondo intero dovesse correre alle armi.... si deve qualche
-cosa all'umanità, all'innocenza, alla giustizia.... e via dicendo.
-
-Sofismi; ma sofismi atti a far breccia in animi fiacchi; ed era fiacca
-pur troppo l'assemblea innanzi a cui venivano pronunciati; era fiacco
-l'ambiente in mezzo a cui quell'assemblea deliberava; era fiacco il
-principe, a cui dovevano metter capo quelle responsabilità, l'ultimo
-Doge eletto nel 1789, Lodovico Manin.
-
-Così s'erano disegnati in Venezia i tre capi delle frazioni politiche,
-destinate a seppellire, colle loro discordie, la secolare Repubblica:
-Giorgio Pisani, vessillifero delle idee popolari e riformatrici;
-Francesco Pesaro, interprete dell'antica energia conservatrice e
-previdente; Zaccaria Vallaresso, oratore dei retori, dei gaudenti,
-degli spensierati.
-
-Era appena presa questa infausta decisione che i sintomi del pericolo
-romoreggiavano sul capo della Repubblica.
-
-Il Querini da Parigi e il Grimani da Vienna avvertivano delle proposte
-già fatte dal Direttorio francese al governo austriaco, per la cessione
-a quest'ultimo di alcune provincie venete di terra ferma. L'agnello
-offriva il suo collo; diventava facile sgozzarlo, o almeno tosarlo.
-Cominciata la campagna del 1796, il Senato veneto lasciò sfuggirsi
-un'altra occasione di riparare alla sua colpevole imprevidenza. E
-l'occasione — singolare presagio dei tempi — gli veniva proprio da
-quella potenza che, settant'anni dopo, vincendo a Sadowa, avrebbe rotto
-per Venezia il fatale destino di Campoformio. Il barone di Hardenberg,
-primo ministro del re di Prussia, faceva dire all'ambasciatore
-veneziano in Parigi che se Venezia avesse voluto allearsi colla
-Prussia, colla quale nessun conflitto d'interessi era possibile,
-“la Prussia si sarebbe opposta con efficacia agli ambiziosi disegni
-dell'Austria ed avrebbe garantita l'integrità del territorio veneto.„
-
-La fatalità trascinava il Governo repubblicano, ostinato a cercare la
-salute in quell'isolamento che non era indipendenza.
-
-E intanto erano avvenute le prime battaglie del 1796, e la guerra
-s'avvicinava, indietreggiando, alle provincie di terra ferma. Il
-generale Bonaparte, più esigente del suo Direttorio, credette scorgere
-nel contegno della Repubblica una diffidenza verso il genio della
-vittoria ch'egli personificava, e fermò nella profonda mente il disegno
-di sopprimerne la secolare esistenza. Non lo nascose uno de' suoi
-intimi, il colonnello Beaupoil, il quale diceva, fin da Verona, che
-“quatorze siècles d'existence devaient suffire à la république„.
-
-I pretesti cominciarono per la presenza sul territorio veneto del conte
-di Lilla, chè tal nome aveva preso nell'emigrazione il pretendente
-al trono di Francia, il futuro Luigi XVIII. In onta alle sue antiche
-tradizioni d'asilo, Venezia dovette sacrificare l'esule ai reclami del
-Direttorio e alle intimazioni del suo generale.
-
-Poi, sopravvennero subito le difficoltà pratiche della neutralità
-disarmata. Impotente a respingere così i vinti come i vincitori,
-la Repubblica non potè negare il passaggio alle truppe austriache,
-nella loro ritirata verso il Tirolo. Bonaparte, irritato, fece subito
-occupare Brescia, poi Bergamo; il generale austriaco, per rappresaglia,
-pose guarnigione a Peschiera; Bonaparte rispose, impadronendosi di
-Verona. Il Senato veneto strepitava, il Querini reclamava a Parigi, il
-provveditor Foscarini si presentava al quartier generale dell'esercito
-francese. Ma ormai tutta la guerra si faceva sul territorio veneto, ne
-ed era possibile deviarla; Bonaparte rispondeva al Foscarini in tono
-altezzoso e coll'offerta ironica di mandare le sue truppe a difendere
-la libertà di Venezia; il Direttorio faceva offrire al Doge un trattato
-d'alleanza che, in tali condizioni, assumeva l'aspetto d'un trattato
-di servitù; e negli intimi colloqui il patrizio Querini si sentiva
-proporre dagli affaristi del Direttorio, che con cinque milioni dati
-per le spese di guerra e settecento mila lire sborsate al direttore
-Barras, si sarebbero potuti ottenere dal governo francese dei dispacci
-che fermassero il generale Bonaparte ne' suoi disegni di distruzione.
-
-Le tratte per settecento mila lire furono effettivamente consegnate;
-e il Barras non ebbe pudore a presentarle per lo sconto al banco
-Pallavicini di Genova. Ma il generale Bonaparte s'era già posto
-colle sue vittorie in una situazione personale, che gli permetteva di
-non ricevere ordini da nessuno. Il suo proposito circa Venezia era
-implacabile; egli voleva finire una guerra, dalla quale ormai aveva
-tratto tutta la gloria che gli occorreva; coi territori di quella
-Repubblica avrebbe ammansato l'Austria, non mai esausta di forze e
-di eserciti. Per giungere allo scopo suo, non esitò ad entrare per
-le vie sdrucciole dell'insidia e della ipocrisia. I suoi emissari
-politici fecero lega coi più torbidi elementi del partito popolare,
-che in Venezia metteva capo al Pisani, in Brescia ai fratelli Lechi.
-Ben presto una sorda agitazione invade le popolazioni delle città e
-delle campagne appartenenti alla Repubblica. Brescia, Bergamo, Crema
-insorgono contro il dominio veneto e sono manifestamente appoggiate
-dai comandanti francesi. Questo primo successo incoraggia a proseguire
-nella via, e tutti gli sforzi s'acuiscono intorno a Verona, la città
-principale dei dominii di terraferma.
-
-Qui tutto diventa odioso, sleale e tragico. Era capo dell'ufficio
-militare francese d'informazioni un Landrieux, colonnello degli ussari.
-Uomo senza scrupoli e deciso a servire occultamente tutti i partiti
-dell'epoca, uno dopo l'altro e gli uni contro gli altri, s'accontò
-con un vecchio stromento della demagogia parigina, Carlo Salvador,
-milanese rinnegato e disonorato, di cui Bonaparte si serviva per ogni
-mandato. Insieme complottarono un documento falso, e fu un proclama
-del provveditore Battaglia, nel quale, annunciandosi immaginarie
-sconfitte dei Francesi nel Friuli e nel Tirolo, s'eccitavano i fedeli
-sudditi della Repubblica, e sopratutto le classi rurali, a reprimere
-l'insolenza dei rivoltosi, scacciandoli da Bergamo e da Brescia, dove
-s'erano annidati.
-
-Fu questa, in mezzo alla tensione naturale degli animi, la causa prima
-delle famose _Pasque veronesi_, e poco mancò non tornasse a danno
-irreparabile dei provocatori. Invano protestò il Battaglia contro
-l'apocrifa pubblicazione e protestarono i governanti veneti, presso
-il Direttorio e presso il Quartier generale. L'impulsione era data;
-le smentite sono in ogni tempo meno autorevoli delle calunnie; la
-provocazione alla guerra civile ottenne l'effetto suo.
-
-Il 17 aprile 1797 Verona fu piena d'armi, d'odii e di stragi. Ad una
-rissa fra militari veneziani e militari francesi, il generale Balland
-credette opportuno por fine, cannoneggiando dai forti. La popolazione
-si credette assalita e reagì. Dove si trovò in minor numero, fu
-sopraffatta dalle milizie; dove prevalse, non risparmiò nè vivi, nè
-ammalati, nè donne. Non bastava la morte, vi si aggiunsero i tormenti.
-Per cinque giorni durarono le stragi per parte dei popolani e dei
-contadini, le bombe e l'incendio per parte dei francesi, agglomerati
-nei forti. Al sesto, venuta meno quasi la materia prima ai furori,
-poterono pronunciarsi parole di pace. Parecchi patrizi veronesi, il
-conte Nogarola fra gli altri, avevano raccolto e nascosto in casa
-loro cittadini ed ufficiali francesi, cercati a morte. I provveditori
-veneti, Giustiniani, Erizzo e Giovanelli, che da un pezzo avevano
-richiamata l'attenzione sullo stato degli animi e sulle mene dei
-cospiratori franco-italiani, si raccolsero a consiglio coi generali
-francesi; ma ebbero presto ad accorgersi che in questi nessuna idea di
-temperanza poteva penetrare. Il linguaggio era brutale, le esigenze
-innumerevoli, evidente il desiderio di trarre dal dramma veronese
-pretesto a maggiori complicazioni. Verona dovette arrendersi a
-discrezione, e i provveditori furono rimandati a Venezia.
-
-Ma su Venezia intanto scoppiava l'ira del Giove tonante.
-
-Le sorti della guerra avevano portato il generale Bonaparte sulle
-alture del Semmering, d'onde l'istinto audace gli faceva già
-intravedere l'occupazione di Vienna.
-
-Però tra l'audacia e il successo, nel cervello del futuro Cesare v'era
-ancor posto pel ragionamento. Anzi, pei ragionamenti; poichè, nel
-momento attuale, erano due e combaciavano fra loro. Vincere un'altra
-battaglia pareva ancora possibile, forse era facile; ma non era esclusa
-la possibilità di perderla, e la perdita, in quelle condizioni, bastava
-ad annullare tutta la gloria e tutti i vantaggi ottenuti. A misura che
-si allungava su Vienna, l'esercito francese, così lontano dalle sue
-basi, naturalmente s'indeboliva; mentre intorno alla gran capitale,
-l'arciduca Carlo avrebbe trovato forze e mezzi di resistenza e di
-attacco sempre maggiori. Non si poteva giurare che una sola vittoria
-avrebbe ancora stesa l'Austria ai piedi del vincitore; si poteva
-giurare che una sola sconfitta avrebbe costretto il generale Bonaparte
-a rifare in fuga precipitosa quel cammino fino allora seminato di così
-rapide audacie.
-
-D'altra parte, obbligando l'arciduca Carlo, non timido avversario, a
-concentrare tutte le forze militari del suo paese per difendere da un
-colpo di mano la capitale della monarchia, Bonaparte avrebbe resa più
-facile una ripresa offensiva dell'esercito del Reno, che il generale
-Moreau guidava con minore impeto, ma con eguale tenacia, contro i
-nemici della Francia repubblicana. V'era a prevedere il caso che
-i due eserciti entrassero contemporaneamente in Vienna e che i due
-generali ne avessero eguale onore. Ora, ciò non secondava i disegni
-del generale Bonaparte, che già si sentiva il primo nel suo paese e non
-avrebbe voluto dividere con nessuno, meno che mai — e lo provarono gli
-eventi successivi — col generale Moreau, la dittatura che già volgeva
-nell'animo.
-
-Sicchè la pace — una pace gloriosa, dopo una guerra che non l'era
-meno — avrebbe posto fine alle due preoccupazioni che lo agitavano,
-e avrebbe mantenuta intorno al solo suo capo la doppia aureola del
-vincitore e del pacificatore dell'Europa.
-
-Fu per queste considerazioni, tradite già dai documenti dell'epoca,
-e ormai riconosciute da tutti gli storici, che il generale Bonaparte
-si decise a scrivere all'arciduca Carlo una lettera famosa per la sua
-moderazione pacifica e a trattare nel tempo stesso Venezia con modi
-altrettanto famosi per la loro esagerata violenza. Dopo i fatti di
-Bergamo, di Brescia e di Salò, aveva mandato a Venezia il generale
-Junot, minacciando il Doge e gli ottimati di aperta guerra; dopo i
-fatti di Verona, accolse burbero gli inviati del Senato, e scrisse a
-Pesaro: “io sarò un Attila per Venezia.„
-
-E Attila fu; non nel senso della devastazione materiale, ma nel senso
-della distruzione politica.
-
-Invano riceveva istruzioni dal Direttorio, e dal suo ministro degli
-Affari Esteri, Talleyrand, di non permettere dominio austriaco sopra
-nessuna parte di territorio italiano. Egli era già abbastanza forte
-da fare una politica che non fosse quella del suo governo, e voleva
-stupire il mondo col suo amor della pace, dopo averlo meravigliato
-colla sua rapidità nella guerra.
-
-Così si venne ai preliminari di Leoben, che cominciavano a sbranare la
-Repubblica di Venezia, dando all'Austria tre quarti delle sue provincie
-di terraferma. Era però serbata ad un piccolo villaggio posto fra Udine
-e Passeriano, questa gloria d'Erostrato, di consumare il sacrificio
-del più antico Stato indipendente che esistesse in Europa. Da Leoben a
-Campoformio le trattative furono ancora molte, ma l'implacabile disegno
-di Bonaparte trionfò d'ogni esitazione; e poichè i plenipotenziarii
-austriaci stavano sul tirato, egli ruppe loro sul viso un candelabro,
-per dimostrare la superiorità della sua diplomazia.
-
-Convinti da questo argomento, i plenipotenziari firmarono il trattato
-di Campoformio, mediante il quale l'Austria acconsentiva a lasciare
-estendersi la Cisalpina fino alla riva dell'Adige, e otteneva in cambio
-il cadavere vivo della Repubblica di Venezia.
-
-È doloroso dover dire che nessuna grande inspirazione di virtù o di
-valore eruppe allora dagli ultimi consigli della morente Repubblica.
-Il Vallaresso e i suoi colleghi si ostinarono fino all'ultimo giorno
-nella loro politica di rassegnazione agli eventi; il generale Condulmer
-affermava l'impossibilità di difendere la laguna; Lodovico Manin
-si rammaricava di non poter neanche dormire la notte nel proprio
-letto. Tanto era diverso da un successivo Manin l'animo e l'ingegno
-dell'ultimo Doge della Repubblica!
-
-Il 16 maggio 1797 il Senato faceva annunciare che il Governo
-cedeva i suoi poteri al Municipio. E il giorno dopo, il generale
-Baraguay-d'Hilliers occupava con quattromila francesi la piazza di
-San Marco. Erano i primi soldati stranieri che da quattordici secoli
-Venezia avesse veduti!
-
-Questa fu l'opera del generale Bonaparte; che iniziava così quella
-politica di disprezzo delle nazioni e di mercato di popoli, a cui
-ubbidì in tutto il corso della sua meravigliosa dominazione.
-
-So che la leggenda napoleonica trova degli evocatori anche in Italia,
-e degli evocatori dominati da simpatia. A questi io non posso unirmi.
-Ammiro il genio dell'uomo, come si ammira un vulcano in eruzione. Ma
-non posso avere nessuna simpatia pel despota, che, avendo nelle sue
-mani l'Italia, ha venduto la Repubblica di Venezia e ha fatto di Roma
-un dipartimento francese.
-
-Non sempre dalle pagine storiche si possono trarre delle formole
-educative. Questa volta, penso, si può.
-
-Il secolo nostro vedeva, al suo cominciare, radiati dalla carta
-politica dell'Italia due Stati, una repubblica e un principato.
-Settant'anni dopo, quella repubblica appariva, negli animi, più morta
-che mai; quel principato era divenuto, per affetto di popoli e per
-virtù di casi, il regno d'Italia.
-
-Vuol dire, se non erro, che dalle catastrofi difficilmente risorgono
-i governi, quando ubbidiscono soltanto ad un programma cieco ed
-egoista di conservazione, come quello che prevaleva negli ultimi tempi
-della Repubblica di Venezia. Vuol dire che, malgrado le catastrofi,
-hanno avvenire splendido e sicuro quegli Stati, quei governi, quelle
-dinastie, che fondano il loro diritto di conservazione sopra un ideale,
-sia di completamenti nazionali, sia di progressi morali.
-
-
-
-
-I MEDICI GRANDUCHI
-
-
-CONFERENZA DI
-
-ISIDORO DEL LUNGO.
-
-
-I.
-
-Il pugnale di Lorenzino de' Medici, il cui sinistro bagliore rompeva la
-penombra lusingatrice all'ultima fra le turpi notti del ducale cugino
-Alessandro, non poteva rendere la libertà a Firenze. Quel giovinastro
-malinconico e motteggiatore sognava, così almeno lasciò scritto in
-pagine di frase eloquente, e come del resto gli altri regicidi di
-quella età paganeggiante, sognava Bruto e l'opera sua: ma la voce di
-Bruto è ascoltata ed efficace, quando si leva presso al cadavere d'una
-sposa intemerata, non voluta sopravvivere a sè medesima, frementi
-attorno cittadini che nella violazione del sacrario domestico sentono
-offesa la santità della convivenza civile; si disperde e muore sulla
-pianura scellerata di Filippi, quando, divenuta nome vano la virtù,
-il grido di libertà non è più l'eco della coscienza cittadina, e
-l'amor della patria non arma che il braccio d'un gruppo di congiurati.
-E poi, Lorenzino non era un Bruto autentico. Rampollato da uno de'
-minori rami Medicei, del quale accoglieva in sè l'ultimo fiato e le
-mancate ambizioni, aveva rimuginati nell'animo culto e pervertito quei
-medesimi elementi del classico Rinascimento, in mezzo alla cui acre
-fermentazione si era trasformata la Firenze repubblicana; e come pel
-ramo dominante, si venne in Cosimo vecchio, nel magnifico Lorenzo,
-in Lorenzo duca d'Urbino, elaborando il Cesare liberticida, così in
-questo diseredato, alle fattezze sue vere, che erano di un Medici
-inviso a Medici e invidente, si era sovrapposta la larva, non altro
-che la larva, di Bruto. Quando poi, spinta da cotesto uomo, giunse
-l'ora, Firenze, che non aveva più popolo dal giorno in cui l'Impero e
-la Chiesa le ebber dato un Senato, Firenze, da quei senatori — uno de'
-quali si chiamava pur troppo Francesco Guicciardini, il Tacito mancato
-alla storia della destinata servitù — avea docilmente ricevuto in un
-giovinetto di diciotto anni il suo Cesare.
-
-Cesare, il duca Cosimo, per modo di dire; ma veramente, un proconsolo
-del vero Cesare ispano-austriaco, alle cui mani diventava cosa l'utopia
-romana medievale del Santo Impero. All'ombra di questo, i Signori
-insediatisi per vario modo sulle rovine del Comune, esercitavano,
-vicarî coronati, un principato, che, illegittimo d'origine, perchè
-nato di violenza o di frode contro le libertà popolari, riceveva degna
-sanzione nella investitura segnata dalla mano di un monarca, che di
-romano e d'italico non aveva se non il nome, poichè nel fatto era il
-continuatore della oppressione barbarica sul gentil sangue latino.
-
-Se non che i principati paesani, qualunque essi si fossero, ebbero
-questo di buono: che salvarono le rispettive regioni italiche dal
-giogo obbrobrioso dei Vicerè, sotto il quale Milano e Napoli, Sicilia
-e Sardegna, patirono sulla viva carne il solco profondo e sanguinoso
-della servitù straniera. Chiamiamoli pure proconsolati; ma codesta
-loro condizione ne assicurava l'esistenza, ai termini di quel diritto
-pubblico imperiale, che, dalla Dieta di Roncaglia per la bolla d'oro
-di Carlo IV sino alla prammatica sanzione di Carlo VI, sovrastò, senza
-del resto poterlo dominare, allo svolgimento politico di quasi sei
-secoli della vita civile italiana; mentre nell'esercizio effettivo
-della sovranità, nelle relazioni coi cittadini divenuti suo popolo,
-il principe poteva, se volesse, e tanto quanto volesse, rimanere
-cittadino. Il che ai Medici era fatto poi quasi naturale dalle
-tradizioni del tutto cittadinesche della loro ambizione e grandezza:
-originata dal lavoro dei commerci fortunati; e solidatasi genialmente
-col favore e la cooperazione alle manifestazioni dell'ingegno; sempre,
-dunque, in termini di civile convivenza, o, come con bella parola nel
-Quattro e Cinquecento dicevasi, di civiltà; che la fortuna del triregno
-(con Leone e Clemente) aveva non altro che amplificati. Ben diversi dai
-Gonzaga o dagli Este, venuti su di sangue feudale, e mediante l'abuso
-violento, mercanteggiato con l'Impero, dei magistrati municipali;
-ben diversi dai Farnesi, creature papali avventizie; i Medici, se
-la usurpazione, sia violenta, sia artificiosa, della comune libertà,
-potesse essere legittimata mai, avrebbero avuto al principato titoli
-legittimi; ne avevano certamente di gloriosi.
-
-
-II.
-
-Tale eredità raccoglieva Cosimo duca: bensì non come successione
-pacifica; non come il magnifico Lorenzo potè sognare, se la vita gli
-fosse bastata, di trasmettere quella sua indefinita, non però meno
-effettiva, autorità ai suoi discendenti; invece, una successione
-viziata di tante eccezioni, quante venivano ad essere inchiuse in
-quest'ordine di fatti: la cacciata del 1494 e successivi diciotto anni
-di governo popolare, la restaurazione del 1512 violenta, la cacciata
-ultima del 27, l'assedio, la permanente ribellione dei fuorusciti,
-fra' quali ora riparava festeggiato l'uccisore del tiranno. Ma questo
-Cosimo giovinetto aveva avuto per padre Giovanni, il prode capitano
-delle Bande Nere, che la milizia italiana rimpiangeva tuttora; e per
-madre ed educatrice quella valente Maria Salviati, che accoglieva
-nell'animo, congiunti in salda tempera, gli spiriti di una popolana
-baldanzosa e d'una imperiosa matrona; degna e caratteristica madre di
-quello fra i Medici, sul capo del quale la popolare supremazia della
-predestinata famiglia doveva divenire principato e fregiarsi della
-corona granducale.
-
-I sette coronati che per due secoli appunto, dal 1537 al 1737, ressero
-la signoria di Firenze e del dominio; — presto, alle mani del duca
-Cosimo, accresciutosi di Siena ultima ròcca di libertà popolare; —
-formano, nella storia dei principati italiani, un gruppo che ha suoi
-peculiari caratteri e degni di nota. Non è una dinastia, che impostasi
-o imposta a un paese, lo governa o sgoverna, lo prospera o lo sfrutta,
-rimanendo essa una cosa (buona che si voglia chiamare o cattiva), e
-quel paese, pel quale essa passa, essendone un'altra. E nemmeno si
-può poi dire, che a fare essere i Fiorentini e i Toscani ciò che in
-codesti due secoli furono, quei sette granduchi operassero neanche la
-metà di quello che a dirizzare pel loro proprio verso la Firenze del
-secolo XV operarono il vecchio Cosimo ed il magnifico Lorenzo. No; la
-dinastia granducale Medicea è una cooperatrice familiare e compagnevole
-della cittadinanza fiorentina e toscana, ormai tranquillata e ferma
-nella servitù; signoria assoluta, dispotica anzi, ma non propriamente
-tirannica, la quale, senza nè spingere nè trattenere, procede di
-conserva con la società nuova che si è formata intorno a lei, e che
-tanto è diversa da quella che fu popolo, quanto cotesti granduchi
-dai loro avi, che in quel popolo furono tutto fuori che principi.
-Solamente può dirsi, e si deve, che la signoria assoluta nella quale
-si è trasformata la supremazia medicea, come impedisce le feconde
-iniziative fuori del chiuso campo nel quale uno solo è il padrone, come
-soffoca le reazioni generose contro l'arbitrio di lui, come ammortisce
-l'espansione dei sentimenti e delle volontà, che opererebbero chi sa
-su quale altra linea, verso quali altri obietti; come aduggia delle
-ombre sue, siano pur protettrici, la pianta della scienza sperimentale,
-che, maturata dai tempi, fiorisce ormai e vigoreggia sul buon terreno
-fiorentino; così con più maligna efficacia, che non potesse mai
-sugli animi de' liberi cittadini la politica liberticida de' Medici
-avanti il principato, influisce nel carattere dei sudditi i vizi o
-le deficienze che accompagnano e affrettano il logoramento fatale di
-quella stirpe. In tal modo il secolo XVIII riceverà, per le nuove sorti
-che la politica europea ha ordito alle regioni italiche, una Firenze
-e una Toscana, sulle quali alita sì la grande tradizione del pensiero
-e dell'arte da Dante al Machiavelli, da Michelangelo a Galileo; e
-sorvola alle effimere corruzioni, spirito immortale e verbo di nazione,
-la lingua; ma nel carattere e nel sentimento, nell'abito del vivere
-e nelle istituzioni, han filtrato e si son diffuse, la debolezza o
-l'insufficienza di Cosimo II e di Ferdinando II, la bigotteria testarda
-di Cosimo III, la scettica dissolutezza di Gian Gastone. L'età virile
-del granducato Mediceo, durata settantadue anni in Cosimo I e nei
-suoi due figliuoli, Francesco erede dei vizi paterni e Ferdinando I
-delle virtù; età, nel cui corso alcun che della Firenze repubblicana
-sopravviveva se non altro nella memoria di chi ci aveva vissuto; quella
-età è ormai consumata ne' suoi effetti, e moralmente quasi prescritta,
-lungo i centoventott'anni degli altri quattro principati.
-
-
-III.
-
-Cosimo I assume giovinetto il potere, calcando le superstiti resistenze
-repubblicane, e l'ambizione, a quelle alleata, della ultima famiglia di
-emuli contro la supremazia medicea, gli Strozzi. Legato di necessità
-alla fortuna di Spagna, vuole e sa avere, pur sotto quegli auspicî,
-una politica propria, che gli consente i vantaggi della protezione
-imperiale, riserbandogli sufficiente libertà di atti, rispetto agli
-altri Stati d'Italia, alla Francia, alla Chiesa. Vendicata in Lorenzino
-la strage del duca Alessandro, e in Filippo Strozzi (comunque e'
-finisse) la resistenza armata al proprio insediamento, volge attorno,
-con sicurezza di vecchio signore, di sovrano nato, lo sguardo: e mentre
-prosegue (con tutti i mezzi, nessuno eccettuato, leggi, forca, pugnale)
-la depressione e la dispersione de' ribelli, che, sotto quel flagello
-incessante, non si raccozzeranno mai più; mentre difende la novella
-sua porpora ducale dalle gelosie delle antiche prosapie principesche
-d'Italia, e contro l'ardito generoso tentativo dell'ultimo, nell'Italia
-medievale, idealista di libertà Francesco Burlamacchi; Cosimo ha, fin
-da principio, chiaro dinanzi a sè il suo intento, e verso quello mira
-con perseverante sagacia, risolutezza e, quand'occorra, violenza: e
-l'intento suo è la formazione d'uno stato che abbracci tutta intera
-la Toscana. Da Montemurlo a Scannagallo, questa tenace sua volontà
-trionfa col soggiogamento della vigorosa Repubblica sopravvissuta
-alla fiorentina, pel quale gli è consentito di scrivere sul granito
-della colonna di Santa Trinita “Cosimo de' Medici duca di Firenze e
-di Siena„: la volontà di Cosimo, prima e dopo di quella vittoria, si
-afferma, a benefizio del paese e afforzamento del principato, mediante
-i provvedimenti agrari migliorativi specialmente del Valdarno pisano
-e della Valdichiana; si afferma con la difesa del litorale infestato
-dai Barbareschi, contro i quali la istituzione della milizia di Santo
-Stefano durerà non senza gloria della nazione; con gli stessi forzati
-pazientamenti, si afferma, verso la Spagna. Lo stato spagnuolo dei
-Presidî, nella Maremma senese, è limitato, per ventura d'Italia,
-dall'assodata potenza (che la Corsica, destinata a disitalianarsi per
-colpa d'una italiana repubblica, invoca quasi presaga) dalla potenza
-di questo duca italiano. Non molto dissimile che con l'Impero, fu
-l'atteggiamento suo con la Chiesa: della quale secondava le gagliarde
-resistenze alla libertà religiosa, accettando in Firenze i Gesuiti;
-favorendovi l'Inquisizione, e vilmente gratificandola del capo di Piero
-Carnesecchi; sovvenendo le sanguinarie guerre di religione in Francia,
-anche per destreggiarsi con Caterina che sul trono cristianissimo
-aveva portato i rancori suoi di Medici, ultima del maggior ramo, contro
-lui Cosimo sopravvenuto e sormontato del ramo cadetto: — ma tuttociò,
-senza ch'egli disertasse la difesa delle civili giurisdizioni contro
-le usurpatrici improntitudini del fòro ecclesiastico, e conservando
-quella indipendenza statuale ch'era stata pe' secoli tradizione della
-guelfa repubblica. Fu vittoria di questa sua politica, audace a un
-tempo e prudente, il serto di granduca di Toscana che a cinquantun
-anno, soli quattro prima che morisse, coronò per mano del Papa, con
-mala contentezza dell'Impero e dei principi italiani, le ambizioni di
-questo che solo fra essi tutti, in quanto fondatori di nuovo stato,
-poteva vantarsi di aver saputo applicare, sebbene per fini del tutto
-personali e dinastici, le sinistre teorie, a ben più alta meta rivolte,
-di Niccolò Machiavelli.
-
-Coerentemente a questa sua azione verso il di fuori, l'amministrazione
-dello Stato fece egli servire al concetto di afforzarlo anche
-internamente e guarentirlo da pericoli di turbamento. Perciò represse
-i maleficî con fiere leggi; aiutò i commerci nei quali egli stesso
-continuò, da buon Medici, a trafficare con somme ingenti; ordinò,
-quanto meglio consentivano i tempi, l'economia pubblica, non senza
-aiutarne i provvedimenti con le ispirazioni della carità. Nel favorire
-gli studî, non pure rinnovò l'antica liberalità medicea, ma consentì
-libertà di pensieri e di giudizi maggiore assai che non avrebbe
-tollerata nei fatti. L'Accademia Fiorentina, che, quasi rinfocolando
-i platonici entusiasmi del Rinascimento, denominò sacra; l'Accademia
-del Disegno, il cui sorgere s'irradiò degli splendori del divino
-Michelangelo; la biblioteca Medicea Laurenziana; lo Studio di Pisa;
-sentirono il benefizio dell'opera sua. Palazzi, ville, loggie, colonne,
-statue, il fabbricato degli Ufizi superbo di greca toscanità, furono
-sotto gli occhi del popolo il duraturo ricordo e l'auspicio della
-signoria novella. Ma di questa signoria il monumento più solenne,
-e pieno di ammonitrice severità e di epica grandezza, addivenne il
-palagio che d'allora in poi, cessatagli la perpetua giovinezza della
-libertà, s'incominciò a chiamare il Palazzo Vecchio; il palagio, che
-da sede del magistrato popolare artigiano, diventava il Palazzo del
-Duca, e i suoi veroni giardino pensile della duchessa spagnuola, e
-calate dalla torre le campane che avevano per secoli risonata la voce
-del popolo, e le pareti del salone memore di fra Girolamo istoriate
-delle guerre asservitrici di Pisa e di Siena, e ai lati della porta
-fiammeggiante nel nome di Cristo re profanate le virili idealità
-del David michelangiolesco con l'appaiarle all'eroismo brutale del
-grosso iddio Ercole. Poco appresso, sulla verde pendice che sovrasta
-all'oltrarno, sorgeva, vagheggiata dalla duchessa, sorgeva nel
-palagio di altri emuli vinti già da tempo, e si distendeva pei viali
-ariosteschi di Boboli, la vera e propria reggia fiorentina, che Cosimo
-mediante l'aereo corridoio da Pitti agli Ufizi congiungeva col Palazzo
-del Duca; nel modo stesso che altrove un despota feudale avrebbe, con
-qualche via sotterranea irta di orridi agguati, comunicato il proprio
-covo con la ròcca delle sue masnade: ma in Firenze quel corridoio
-valicante l'Arno, finiva, in volger breve di tempo e per quando duchi
-e granduchi sarebber trapassati alla storia, con l'aver congiunte due
-reggie dell'arte, e fatto un solo tesoro della più splendida galleria
-che vanti il mondo civile.
-
-Nella vita privata e domestica, unì Cosimo quella che ormai pel secolo
-cortigiano era repubblicana rozzezza, con le qualità buone o tristi di
-principe assoluto. Armatore e carezzatore di sicarî, non si tenne dal
-farsi omicida egli stesso. E invero, la vita degli uomini, o strumenti
-o vittime ch'e' se li assegnasse, fu a lui meno che nulla: nel che pur
-troppo quella rozzezza di medio evo agevolmente si conciliava con la
-ferocia, più o meno dissimulata, che l'istinto della conservazione e
-i clericali sofismi del diritto divino connaturavano alle tirannidi
-dinastiche. Dalla Eleonora di Toledo che, data a lui dalla Spagna,
-molto conferì a improntare di spagnuolo la novella corte, ebbe
-figliolanza, salvo uno, Ferdinando granduca, tutti, quanti essi furono,
-di tragiche sorti: Maria, morta giovinetta non si sa se d'amore o di
-veleno; Isabella Orsini e Lucrezia d'Este, la prima certamente uccisa
-dal marito; Garzia e Giovanni, mancati di precipitosa morte insieme con
-essa la madre; Pietro, perdutissimo uomo, più scherano che principe,
-assassino dell'altra Eleonora di Toledo che fu moglie sua sciagurata;
-Francesco successore, mal vissuto e finito in turpe abbandono di sè
-a grossolani abusi: per non dire degli altri due figliuoli che Cosimo
-ebbe, Giovanni (uomo di venturosa vita) da una Albizzi, e Virginia (che
-andò sposa, e vittima a un altro Estense) dal secondo senile matrimonio
-con una Martelli.
-
-La figura di Cosimo esce da que' suoi trentasette anni di regno,
-luminosa di carattere, di genio politico, d'una forte, profonda,
-imperturbata coscienza di quanto egli principe doveva a sè e al paese
-ch'egli in sè impersonava: tenebrosa di propositi inflessibili, di
-bieche violente passioni, il cui impeto pure gli concedeva una feroce
-apatia al bene ed al male. Uomo terribile al fare; e a ciò che di
-fare si prefiggeva, e quasi si decretava, subordinatore di tutti
-i sentimenti, di tutti i principî, di tutti i doveri. “Ho fiducia
-(diceva) in Dio e nelle mie mani„: nella quale specie di complicità fra
-coteste mani ducali e quelle sante di Domeneddio si potrebbe, anche
-essendo teologi molto indulgenti, osservare qualche cosa. Forse ne'
-tempi da lui vissuti, per riuscire a quel ch'egli riuscì, non si poteva
-essere diversi da quel ch'egli fu.
-
-
-IV.
-
-Se diremo, che pel capo di Francesco la corona della Toscana trapassò
-da Cosimo al successore suo vero Ferdinando, avremo giudicato, in
-confronto del padre e del fratello, quel secondo granduca, degno
-allievo di corte iberica, duro ad ogni buona cosa, ad ogni cattiva
-mollissimo, il dammeno di tutto il principato mediceo, e che quasi
-in tutti gli atti della sua vita si mostrò men che principe e men
-che uomo: cosicchè ne' suoi tredici anni di regno, dal 1574 all'87,
-anche quello di buono, a che pose mano, gli si sviava nel male. Il che
-addimostrò egli nel resistere, ma con effetti disordinati e manchevoli,
-alle pretese giurisdizionali della Curia di Roma; e nel curare la
-prosperità economica dello Stato, ma con leggi proibitive, tanto più
-condannabili in quanto poi vantaggiavano nel suo privato i commerci da
-lui esercitati con avidità più che di mercatante; e nel favorire le
-arti, che si adornarono delle opere del Buontalenti, dell'Ammannato,
-di Gianbologna, del Bronzino, del Poccetti, spesso però con intenti
-subordinati al vacuo fasto cortigianesco; e nel mostrarsi non alieno
-dalle lettere, ma alla protezione verso la Crusca frammettendo il
-favore per le censure o piuttosto fiorentine vendette del cavaliere
-Salviati in odio a Torquato Tasso; e appassionandosi per le scienze
-naturali, ma col perdersi dietro alle vanità, e alle stolte cupidigie
-dell'alchimia. L'atto suo più efficacemente regio fu forse l'aver
-proseguito, come poi anche il successore Ferdinando, l'incremento del
-porto e città di Livorno: e l'atto più sciagurato, la tresca, mescolata
-a bestiali stravizî e saldata dall'assassinio del marito, la tresca con
-Bianca Cappello; per la quale fu intronato il malcostume e lo scandalo
-che serpeggiavano per entro tutta la famiglia, e quasi, a maniera
-mussulmana, convertita la reggia in alcova, finchè nel simultaneo
-disfarsi d'ambedue i turpi coniugi si adempiè, a distanza di poche ore
-dell'uno dall'altro, la giustizia vendicatrice dello strazio indegno
-sofferto dalla granduchessa legittima la virtuosa Giovanna d'Austria.
-Si può dubitare se sia giusto il paragone che si fa di Cosimo con
-Tiberio, e vedere invece maggior convenienza a lui nelle virtù e nei
-vizi d'Augusto: ma egli è poi certo che in Francesco ebbe Firenze il
-suo Claudio.
-
-Ed altresì certo, che Ferdinando I possa, fatta ragione dei termini di
-così diseguali proporzioni, essere avvicinato fra quei romani Cesari
-ai più equabilmente temperati. Se, a dinastia finita, Firenze avesse
-dovuto decretare pubblica onoranza monumentale ai veramente insigni fra
-i granduchi medicei, sarebbero egualmente le statue di soli due, Cosimo
-I sulla piazza della Signoria e Ferdinando I su quella dell'Annunziata,
-che ci sorgerebbero oggi, come ci stanno infatti e in Firenze e in
-Pisa, dinanzi: nè dello avere Ferdinando “coi metalli rapiti al fero
-Trace„, com'egli scrisse in quel bronzo, monumentato non tanto, del
-resto, sè stesso, quanto le sue vittorie sui barbareschi, gli faremo
-noi carico, se pensiamo che decretate più tardi, quelle due statue le
-avremmo avute da ben altre mani che da quelle di Gianbologna.
-
-Salito al trono in veste tuttora da Cardinale, Ferdinando portò con sè
-come un'aura di pacifica dignità, che rompendo le atroci tradizioni
-domestiche, molto valse a ricomporre e ricondurre verso il Principe
-gli animi dal duro imperio di Cosimo sbigottiti, dalle brutalità di
-Francesco nauseati. La politica indipendente con la quale si svincolò
-dalla soggezione spagnuola, ebbe, fra il 1589 e il 1600, suggello
-in due matrimonî francesi: il suo proprio, conciliato dalla vecchia
-regina Caterina, con Cristina di Lorena, che gli fu degna compagna di
-vita e di governo, e quello, non altrettanto felice, di Maria, nipote
-di lui col re Enrico IV, riamicato ch'e' l'ebbe alla Chiesa. Nè per
-questo potè dirsi aver egli non altro che mutata servitù: perchè e
-verso la Francia e verso la Spagna mantenne il proprio diritto, e
-l'amicizia sua fece desiderabile e ricercata all'una e all'altra delle
-due potenze che si maneggiavan l'Italia; e fra l'una e l'altra seppe
-esercitare autorità non infruttuosa pel trattato di Vervins che lo
-pacificò: — e la sua bandiera sul castello d'Iff nel mar di Marsiglia;
-e le pratiche per l'acquisto del marchesato di Saluzzo a bilanciare le
-ambizioni italiche di Carlo Emanuele nostro; e la partecipazione alle
-guerre imperiali contro il Turco; e le fortunate imprese delle sue
-galere Stefaniane contro i pirati africani; furono altrettanti atti
-del governo sagace, vigoroso e prudente, per i quali la Toscana, nella
-malcongegnata macchina di quella Italia del secolo XVII, si acquistò
-e conservò un'autorità, che la postura sua al centro della penisola
-rendeva doppiamente salutare e onorevole, non pure all'interesse
-dinastico del granducato, ma altresì al nome, fosse pure mero nome,
-d'Italia.
-
-Mite, ma non dimesso d'animo; accorto, preveggente, operoso; dalle
-relazioni col padre e con Francesco e con l'altro fratello Pietro,
-aspre e difficili, ammaestrato per tempo a far suo pro de' loro
-trascorsi e a curare negli altri ed in sè le magagne della propria
-stirpe; e nella vita cardinalizia romana dirottosi a prendere pel loro
-verso uomini e cose; egli portò nel suo governo tutto il beneficio
-di quelle qualità sue morali, e di questa non lieta e paziente
-esperienza. Splendidamente riassunse, sì da cardinale e sì da granduca,
-la tradizione domestica di mecenate. Dei tesori d'antica arte che da
-Roma più tardi immigrarono in Firenze, molto (e basti ricordare la
-_Venere_, la _Niobe_, i _Lottatori_, l'_Arrotino_) si deve a lui, che
-ne avea adornato da Cardinale villa Medici. Splendido fregio d'arte
-nuova alle pompe cortigiane, in cui si adagiavano ormai domi cuori
-ed ingegni, furono il melodramma nascente, il commesso in pietre
-dure, l'ambizione del principe d'aver cortigiani che si chiamavano
-Chiabrera o Guarini; e il Chiabrera ne ispirava quella sua ingegnosa
-poesia di riflesso, a favoleggiare epicamente sulla Firenze de' tempi
-barbarici, o a pindareggiare sulle palestre della Firenze granducale,
-o sulle imprese cristiane del naviglio toscano. E ben potevano coteste
-avventure marittime atteggiarsi a piccole crociate, se è vero che
-e Ferdinando e poi il figliuolo Cosimo II, ambedue eroi del poeta
-savonese, vagheggiassero l'idea cavalleresca d'una rivendicazione,
-anzi trafugamento, del Santo Sepolcro; e che a ciò fosse destinata la
-nuova cappella Laurenziana, lussureggiante di marmi, che fu invece
-e rimase la Cappella dei Principi e loro sepolcreto. Da cosiffatti
-pensieri, i quali forse in animo di principe italico erano l'estremo
-guizzo del sentimento cristiano che pure in quel secolo produsse alla
-civiltà Lepanto e la _Gerusalemme_, non diremo alieno l'adoperarsi di
-Ferdinando per una stamperia orientale, fruttuosa agli studi fin ne'
-giorni nostri medesimi. Nè ciò gl'impedì le cure dei traffici (e fu
-lui l'ultimo mercatante mediceo) alimentatori d'una ricchezza più che
-regia, e per i quali il vincitor de' pirati dicesi non isdegnasse,
-talvolta anche a loro cooperazione, l'industria dei contrabbandi
-marittimi; ma del cui frutto, a ogni modo, si vantaggiavano i
-bonificamenti aretini e di altre parti del dominio, che dalla mano
-di Ferdinando ricevè insomma quella coesione economica e politica di
-granducato toscano, la quale perdurò fin che una Toscana politica ha
-conservata ragione di essere.
-
-
-V.
-
-I due successivi granducati, che occupano dal 1609 al 1670 la
-maggior parte del secolo; con la breve signoria di Cosimo II fino al
-1621, con la reggenza della madre sua Cristina e della moglie Maria
-Maddalena d'Austria, e con la signoria, dal 27 in poi, lunga d'oltre
-quarant'anni, di Ferdinando II; segnano sollecitamente l'indebolirsi,
-se non ancora della dinastia, ma certo del governo così negli ordini
-amministrativi come nei politici. Nell'interno, dove l'opera de'
-ministri prevale troppo spesso a quella del Principe, languiscono
-lentamente i commerci e le industrie, deperisce l'agricoltura, i
-vincoli giurisdizionali sopraffanno l'economia pubblica e domestica,
-si snerva la famiglia e si gonfia il convento, l'antico vigore del
-braccio e dell'animo si strania in servigio d'altri paesi; scarsa
-e mal nutrita è la fioritura delle lettere e delle arti, faticosa e
-contrastata quella della scienza che per virtù e martirio di pochi si
-afferma. Dal Cinque al Seicento, in Toscana, non è solamente cambiata
-la forma del reggimento civile; si è mutata la razza. Nelle relazioni
-esteriori, solidata ormai, per necessità di cose e per salutare
-effetto delle altrui gelosie reciproche, la esistenza del granducato,
-non però è altrettanto scevra d'impedimenti la morale indipendenza
-del Principe: la tradizione politica di Ferdinando I, tenuta in
-piedi alla meglio fra l'imperversare delle ambizioni e delle guerre
-dinastiche, non vale ad assicurare a' suoi successori la libertà delle
-loro amicizie o alleanze. E quando, cessati all'Impero i pericoli
-sovrastanti da Enrico IV, s'imbastiscono, con quelle del doppio ducato
-di Monferrato e Mantova, le prime guerre di successione; e Carlo
-Emanuele I sospinge animosamente i destini di Casa Savoia; e la guerra
-dei Trent'anni sconvolge o sospende tutta l'Europa; la politica medicea
-è, senz'arbitrio di scelta, vincolata più o meno strettamente a Spagna
-e Austria, e due fratelli di Ferdinando combattono in quella guerra ed
-uno vi muore. Il che non guadagnò del resto a Ferdinando II il ricambio
-dell'alleanza, allorchè egli ebbe a contrastare anche con le armi,
-e non senza onore, alle oltracotanze nepotistiche di papa Barberini;
-riserbandosi egli bensì, a sua volta, di starsene a suo agio, quando
-Spagna e Francia si accapigliarono sulla costa maremmana per la vecchia
-questione dello Stato dei Presidii. Tutto insieme, non mancarono a
-Ferdinando II qualità di governo; ma inadeguate alla straordinaria e
-troppo vasta complicanza dei fatti contemporanei. Ed è altresì vero
-che alcune deficienze, delle quali in quel periodo casa Medici peccò
-verso sè stessa, non sono imputabili nè a lui nè al padre suo, ma
-alle Reggenti; come fu del non aver fatto a tempo valere il conchiuso
-matrimonio di lui con Vittoria, ultima Della Rovere, per attirare
-alla corona granducale il ducato d'Urbino; che sarebbe stato più
-vantaggioso, e troppo più bello, acquisto che non gli altri, i quali
-Ferdinando non trascurò, di Pontremoli e di Santa Fiora.
-
-La bontà, accompagnata in Cosimo da umore anche troppo proclive ai
-sollazzi e alle scurrilità delle corti d'allora, fu in ambedue questi
-principi naturata conformemente: e Ferdinando ebbe nella orribile
-pestilenza del 1630 occasione di esercitarla con provvedimenti ed
-atti, piuttosto di padre che di sovrano. E come a Cosimo questa bontà
-ingenita addolcì l'austerità, del resto affettuosa, della madre e della
-moglie, e lo fece rassegnato nelle infermità della vita breve; così
-a Ferdinando dette la virtù di sopportare quella tribolazione lunga,
-che gli furono in casa le donne. Il carattere della moglie, altero,
-ombroso e dispettoso, si atteggiò fin da principio ad aperto contrasto
-con quello di lui effusivo, benevolo e gaio: donde avvenne, che e'
-trascorresse, sebbene senza rumore di scandali (che fra i potenti
-del secolo finivano spesso, e per lo più impunemente, nel tragico),
-a cercarsi allegria dove non avrebbe dovuto; ed altre conseguenze
-derivarono, fatali alla dinastia, delle quali assai dice la distanza di
-anni diciotto fra il primo figliuolo, che fu, a tutta imagine materna,
-quel bel fiore di Cosimo III, e il secondo, prima cardinale sguaiato,
-e poi, per comodo, marito sconcio e inutile d'una Gonzaga. Eppure la
-Vittoria Della Rovere dovette a quel pover'uomo parere un angiolo,
-appetto a quel vero demonio di nuora, la bella Luisa d'Orléans,
-ch'egli andò a scovare sino in Francia pel suo figliuolo e successore.
-E con cotesti matrimonii a cattiva luna, l'urbinate, l'orleanese, il
-mantovano, e poi i due tedeschi de' figliuoli di Cosimo III, si svolse
-rapidamente la distruzione della famiglia, il disfarsi, potremmo dire
-con Dante, ma questa volta non men precipitoso che irreparabile, il
-“disfarsi della schiatta„.
-
-Che poi a que' due granducati di Cosimo II e di Ferdinando II, e a
-quella femminile reggenza, si congiunga con vicende così dolorose la
-storia del pensiero e dell'opera magnanima di Galileo; e che il nome
-di Cosimo a' satelliti di Giove, e quello di Cristina in fronte alla
-lettera per la libertà dell'indagine scientifica, non facciano se non
-aggravare la colpa dell'acquiescenza di Ferdinando al martirio e alla
-curiale persecuzione, fin oltre tomba, del divino filosofo; in ciò
-è forse la più grave condanna di tutto quel periodo mediceo: perchè,
-dinanzi alle tarde ma immanchevoli giustizie della umana coscienza, i
-meriti maggiori o i demeriti dei sovrani della terra, sono quelli che
-essi si abbiano acquistati verso i sovrani del pensiero. Avrebbe forse
-ammendate le vergogne di quella colpa la instaurazione, che, sotto
-i granducali auspicii fraterni, il dotto e buon principe Leopoldo sì
-validamente imprese, dell'Accademia del Cimento: e i nove anni, fino
-al 1667, che ella così onoratamente visse e operò, quasi raccogliendo
-sotto le sue insegne la combattuta scuola galileiana, riconducono
-invero sulla casa Medicea un raggio di quella gloria d'umani studi
-che Cosimo il vecchio, il magnifico Lorenzo e Leone pontefice avevano
-trasmesso in splendido legato ai loro discendenti; e in quel novennio,
-del secolo che la trionfale cultura francese segna del nome di Luigi
-XIV, si accoglie senza dubbio l'ultima collettiva energia intellettuale
-che da questo nostro angolo privilegiato di patria manda, a benefizio
-della civiltà, il genio d'Italia. Ma quando, mentre d'ogni intorno
-garrule e vaniloquenti sbucan fuori e prosperano Accademie d'ogni
-sorta e figura; e di lì a soli vent'anni, per frondeggiare su tutta
-la penisola, si matura l'Arcadia; quando invece vediamo il Cimento,
-questa sola Accademia scientifica, eletto e numerato drappello di non
-pregiudicati ricercatori del vero, inciampare sui primi passi; — e
-quel buon principe Leopoldo, col diventare il Cardinale necessario
-in famiglia, lo vediamo ritrarre la mano, come da alcun che di non
-più addicevole, da quella pur nobilissima opera sua, e col ritrarsi
-di quella mano l'Accademia del Cimento finire; finire, con pia
-sodisfazione del nipote Cosimo, che sta per essere granduca, e della
-nera congrega che lo circonda; — ci si addimostra ben chiaro, come
-anche di questa cosa buona il granducato mediceo non ebbe la forza, e
-che sulle pagine della sua storia, con la lode di quel che s'accinse a
-fare, rimane l'accusa e il biasimo di quel che avrebbe dovuto e potuto
-perseverare a fare, e non fece.
-
-
-VI.
-
-Ma e da quel che fece e da quel che non fece, pesa egual carico di
-biasimo sul penultimo dei sette granduchi, Cosimo III, che nella più
-lunga pur troppo di quelle signorie, lunga di oltre mezzo secolo dal
-1670 al 1723, accompagnò e di propria mano sospinse il discendere in
-basso di tutto e di tutti; — politicamente, rinchiudendosi, dinanzi
-alle guerre prima di Austria e Luigi XIV, poi per la successione
-spagnuola, in una neutralità passiva e non patteggiata, che esponeva
-lui al discredito, e la misera sua Toscana a pagare le spese di
-quel rincantucciamento fuor dell'orbita degli interessi europei; —
-amministrativamente e moralmente, con l'avere eretto in sistema di
-governo il più goffo e irragionevole pietismo che mai abbia adulterate
-e disonestate le alte e feconde ispirazioni del principio religioso,
-e riducendo così tutta la vita civile ad una mostruosa parodia di
-convivenza monastica, sbanditone ogni libertà non che d'azione, non
-che di pensiero (pena, dal detto al fatto, la frusta, la berlina,
-la forca), ma pur di sentimenti e d'affetti e d'abitudini; sino al
-regolare, a norma d'editti e con pratiche inquisitorie, sanzionate
-spesso da violenze crudeli, non solamente la dieta ecclesiastica del
-magro e del grasso, ma le conversazioni, i matrimoni, l'uso della
-parrucca, il servizio dei domestici, il fare all'amore: nobilissime
-cure di governo, ch'egli alternava con la propaganda religiosa a
-quattrini contanti, pagando conversioni e battezzamenti, che, con
-meritata profanazione, erano spesso presi in burla da venturieri di
-questa novissima industria santimoniale messa al mondo da lui. Dai
-viaggi per molte regioni d'Europa, sebbene fatti in compagnia di
-valentuomini come Filippo Corsini o Lorenzo Magalotti, poco più altro
-ritrasse che il venirgli a noia la scienza, e il contrarne la fastosa
-burbanza di gran monarca; alla cui maestà l'aver potuto aggiungere, a
-competenza di Casa Savoia, il titolo d'Altezza Reale, fu una delle sue
-più segnalate imprese, insieme con l'altra di esser tornato dall'anno
-santo di Roma con la dignità di Canonico di San Pietro. Di quel non
-molto in che favorì alcune parti dell'umano sapere e i loro cultori,
-mal ci apporremmo a derivare la ispirazione da liberale moto d'animo
-culto, anzichè rintracciarne i motivi in considerazioni di personale
-interesse o sodisfazione; come nella familiarità col Magliabechi,
-che al servizio del principe metteva non la maravigliosa dottrina
-soltanto, ma la coscienza altresì; o col padre Segneri, del quale non
-so quanto, senza la tonaca del gesuita, avrebbe pregiato il signorile
-possesso dell'artificio oratorio e dell'idioma italiano; o col Redi,
-che gli tutelava lo stomaco e glielo afforzava per la vecchiaia; o col
-Micheli, la cui sapienza botanica impreziosiva i granducali giardini
-e gli arrubinava i fiaschi degli squisiti doni di Bacco che il medico
-poeta cantava; i fiaschi di buon Chianti, che esso Cosimo mandava a
-regalare ai coronati d'Europa, in una stessa spedizione col vocabolario
-della Crusca, per la terza volta rinnovato da una delle più valenti
-generazioni di quelli accademici. La qual paesana mescolanza di vino e
-di lingua, sangue l'uno e l'altro de' rispettivi organismi, il corpo
-e la nazione, sarebbe stata di buon augurio, se le vigne granducali
-non avesser prosperato, com'una cultura di stufa, in mezzo a regione
-squallida e depauperata; e se alla lingua di Dante e del popolo
-non fosse stato il nostro Vocabolario, per tutto un secolo dipoi,
-piuttosto deposito e tomba che riproduttivo vivaio; se la parola,
-più che lucida forma di pensiero e virtù alata d'affetto, non avesse
-finito quasi interamente con l'essere inerte materia frammentaria al
-congegno meccanico della frase; cosicchè quando dalle labbra d'uno
-di quei cruscanti cortigiani, che la natura avea fatto poeta, balza
-quasi inconsapevolmente il santo nome d'Italia, e da quel cuore buono
-scoppia il rimpiante della “funesta bellezza„ di lei, e delle cupidigie
-ladre straniere, e del fato indegno che la condanna “a servir sempre
-o vincitrice o vinta„, noi restiamo incerti se quella voce di Vincenzo
-Filicaia è l'eco di tempi anteriori, o il grido fatidico d'un lontano
-avvenire.
-
-Dal matrimonio che dette alla Toscana l'ultimo granduca, ho accennato
-quali consolazioni avesse Cosimo: consolazioni le quali, anche
-dopo la o espulsione, che s'abbia a dire, o fuga, della moglie,
-gli continuarono nelle affannose sollecitudini dell'assicurare la
-successione con l'ammogliare il fratello e i due figliuoli (nè a lui
-affezionati nè egli a loro, perchè ambedue, come la madre, alieni
-dall'umor tenebroso paterno), e col maritare, sola a lui ben accetta,
-la figlia. E tutti e quattro senza buon resultato: a vuoto il fratello,
-scardinalatosi, Francesco Maria con la Gonzaga; — a vuoto, e premorto
-al padre, lo scapestrato e vizioso Ferdinando con la buona e infelice
-Violante di Baviera; — e pur finiti senza prole, dalla sua brutta e
-salvatica moglie di seconde nozze boema il successore Giangastone,
-e l'Anna che vedova dell'Elettor Palatino tornò poi a veder qui
-consumarsi ed esser trasferito nei Lorenesi il granducato mediceo: —
-in quei Lorenesi, del cui ducato, invece, se non era la pusillanimità
-di Cosimo III (che il Magalotti suo diplomatico sdegnosamente
-proverbiava), i patti di Nimega avrebber potuto incoronare un Medici;
-uno de' figliuoli datigli così di mala voglia da quella Orleanese,
-la cui madre era de' Lorena, e il cui primo amore, ossia il solo, era
-stato con un Lorena. Chi volesse in una rappresentazione scespiriana,
-intinta di tragico e di comico, drammatizzare la catastrofe di casa
-Medici, ne avrebbe, dalla venuta, regalmente festeggiata in Firenze,
-di Luisa d'Orléans fiorente di gioventù, di bellezza, di gaiezza
-francese, al suo ritorno in Parigi per esser rinchiusa nel convento
-di Montmartre moglie furibonda d'odio e di disprezzo, ne avrebbe il
-primo atto del dramma; — nel cui atto ultimo, il figliuolo di lei
-Giangastone si vedrebbe per le sale di palazzo Pitti, circondato da
-cortigiani innominabili; fra le brigate, salariate per l'orgia a un
-ruspo la settimana, de' suoi Ruspanti; in vedovanza volontaria, anzi
-entusiastica, della sua grossa castalda di Reichstat; trascinare
-incurante l'agonia del gran nome che pesa su quel corpo disfatto, su
-quell'anima, del resto non volgare, come brillante e acuto l'ingegno,
-alla quale mancò fino dai primi anni l'alito salubre della virtù
-domestica. Ma incurante, non è giusta parola. Un pensiero, un alto
-pensiero, ebbe Giangastone; lo ebbe lo stesso Cosimo III: e fu, lo
-credereste? la libertà fiorentina. Il pensiero che angustiava il lutto
-paterno del vecchio Cosimo _pater patriæ_, quando aggirandosi per le
-sale deserte del superbo suo palagio cittadino di via Larga, esclamava:
-“Questa è troppo gran casa a sì poca famiglia„; quel pensiero, ne'
-cuori, tanto l'un dall'altro diversi, de' due ultimi granduchi, si
-atteggiò al rammarico, forse al rimorso, che questa cittadinanza, ormai
-da tre secoli addivenuta d'una in altra forma l'appannaggio domestico
-d'un Medici, fosse destinata irreparabilmente a passare ad altre mani,
-chi sa quali! E allorchè i tentativi di rifar razza si videro l'uno
-dietro l'altro soggiacere alla sentenza inesorabile di tale destino;
-e che i vigilanti speculatori del mercato europeo dei popoli furono
-pronti ad evocare sul capo della nobile vittima di papa Clemente e
-di Carlo V la trista parola “feudo dell'Impero„; i diritti, dinanzi
-a Dio non prescritti, della libertà fiorentina, ebbero difensori, per
-vie diplomatiche e giuridiche, i due ultimi granduchi medicei. In quel
-dramma, che dicevo possibile, degli ultimi Medici, la scena di queste
-proteste non mancherebbe di tragica dignità: ma il cosiddetto Senato
-fiorentino che lamentosamente le accompagna, intonando la propria
-alla voce senile del principato morituro, farebbe le parti d'un coro
-piuttosto di Aristofane che d'Eschilo.
-
-Del resto, la gaia reazione che i quattordici anni di regno di
-Giangastone, dal 1723 suo cinquantaduesimo, portarono nella vita
-fiorentina, fu, più che altro (salvo qualche utile rivendicamento della
-potestà civile), una mutazione di scena. Dall'acre bigotteria di Cosimo
-III al dissoluto cinismo del figliuolo, Firenze compì tranquillamente
-in sè stessa la distruzione d'ogni morale energia, preparando docile
-materia alle riforme legislative che poi formarono il vanto de'
-primi sovrani lorenesi. Dal 1718 al 1735, pe' trattati di Londra, di
-Cambray, di Siviglia, dell'Aia, la Toscana di Cosimo e di Giangastone
-fu maneggiata e rimaneggiata secondo gl'interessi di Spagna, d'Austria,
-di Francia; passò in anticipazione dalle mani dell'infante Carlo a
-quelle di Francesco duca di Lorena; ricevè guarnigioni spagnuole,
-per cambiarle poi con tedesche; e nelle mani di questi, alla morte di
-Giangastone il 9 luglio 1737, rimase. Ombra medicea accanto al nuovo
-trono lorenese, restò ancora per sei anni la figliuola di Cosimo, la
-vedova Elettrice Palatina. E poi tutta la prima dinastia de' Granduchi
-di Toscana fu adagiata nei sotterranei di San Lorenzo.
-
-
-VII.
-
-Nel settembre del 1857, Sua Altezza Imperiale e Reale Leopoldo II,
-Principe imperiale d'Austria, Principe reale d'Ungheria e di Boemia,
-Arciduca d'Austria, e, per grazia di Dio e volontà d'Italia, ultimo
-granduca di Toscana, passava in rassegna quei serenissimi morti. Non
-era al certo un presentimento che quel dabben principe avesse dello
-sfratto imminente, che gli consigliava una cosiffatta funziono funerea;
-perchè, a differenza del mediceo, il principato lorenese si disfece,
-e ci lavorò anche di propria mano, con la più evangelica osservanza
-del non pensare al dimani. Ma alle benigne ironie della storia è
-invero arguto soggetto questo granduca che, poco prima d'andarsene
-egli e i suoi, verifica le mummie della dinastia precedente, e le
-rimette al posto. Le aveva levate di posto, insieme con tante altre
-cose di vivi e di morti, la procellosa fin di secolo, che dal 1789
-al 1815 aggirò nei suoi vortici popoli e troni. Nel 1791, regnando
-Ferdinando III, si erano rimossi dalla vecchia e dalla nuova sagrestia
-i depositi che in muratura ed in legno, circondati da cancellatine di
-ferro, facevano ingombro non bello; e raccolti nel sotterraneo della
-Cappella dei Principi, erano stati affidati in temporanea custodia al
-reverendo Capitolo della Imperiale e Reale Basilica. La custodia fu
-tanto temporanea, che durò sessantasei anni, scordatisi di quei poveri
-morti tutti i governi che s'incalzarono durante la bufera, e poi lo
-stesso reduce Ferdinando; e fu tanto scrupolosa, che quasi la metà di
-quelle casse si trovarono violate e derubate degli oggetti preziosi.
-Era pertanto umano e degno pensiero quello di assegnare a cotesti
-depositi una stabile e decorosa tumulazione; prima di procedere alla
-quale, volle il Sovrano che di ciascun d'essi, cassa per cassa, fosse
-fatta dinanzi ad ufficiali dello Stato e a persone competenti, con
-l'assistenza d'un notaio, regolare recognizione. E questa ebbe effetto
-nei giorni dal 18 al 25 settembre dell'anno che ho detto.
-
-S'incominciò dai genitori di Cosimo I: ed ecco ricomparire Giovanni
-delle Bande Nere (trasportato da Mantova in Firenze a' tempi di Cosimo
-III), con la gamba tagliata, le altre ossa scompaginate, l'armatura
-in pezzi, salvo l'elmo dentro il quale è intatto il capo; mancante
-la spada; ed ecco la sua valente donna, Maria Salviati, assai ben
-conservata, vestita monacalmente. Cosimo e l'Eleonora di Toledo,
-co' figliuoli giovinetti, sfoggiano lugubremente gli avanzi de' loro
-vestimenti spagnuoli; i capelli della duchessa sono biondicci e attorti
-da una cordicella d'oro, come nel ritratto fattole dal Bronzino.
-Francesco e Giovanna d'Austria sono tuttavia in assai buon arnese di
-corpo e d'abiti; ricchissimi quelli della povera Austriaca, dalle cui
-orecchie brillano sinistramente fra quel putridume due bottoncini
-d'oro. Presso ai genitori l'unico figlio Filippo, che fu creduto
-vittima di veleno della druda Cappello; e poi il supposto rampollo
-maschile di questa, don Antonio: ma il corpo della sciagurata figlia
-di San Marco, gettato, com'è noto, nel carnaio o sepoltura popolare,
-è meritamente disperso. Ferdinando I giace ravvolto nella sua cappa
-magna di gran maestro dell'Ordine di Santo Stefano: e il simbolico
-re delle api, col motto “pur con la maestà„, lo ha dalla base della
-statua equestre seguitato fin colaggiù, sopr'una delle medaglie che
-gli posano sul petto. La moglie Cristina di Lorena ha essa pure sul
-petto una medaglia col ritratto di lui: e coi genitori sono adagiate
-Eleonora, morta a ventisei anni in accorata aspettativa di regie
-desiderate nozze con Filippo III di Spagna; e Maria Maddalena, essa
-pure mancata giovane, a trentatrè anni, monaca fra le domenicane della
-Crocetta. D'un altro loro figliuolo, il principe Lorenzo, la memoria
-latina, scolpitagli in una lamina di piombo, piamente epigrammeggia:
-“O tu che di qui a molti anni leggerai, difficile che tu sia quel che
-costui già fu; quel che è ora, facilissimo.„ Ma più austero ammonimento
-dà quest'altro piombo, sepolto con un di quei molti figliuoli naturali
-di principi della casa, Pietro del tristo Don Pietro di Cosimo:
-“Chiunque apra questa tomba, legga: ci guadagnerà. Nato in Spagna,
-accolto amorevolmente in Firenze da Ferdinando I, da Cosimo II, da
-Ferdinando II, cavaliere di Malta, soldato in Germania, governatore
-di Livorno: da vecchio, cieco e sfinito. Tutto tempo perduto. Ecco,
-a te che leggi, il guadagno che ti ho promesso„. E un altro morto,
-della medesima categoria di figliuoli, figliuolo di Don Antonio
-e dell'Artemisia Tozzi, ossia un nipote della Cappello: “Senti, o
-leggitore di qui a molti secoli, ciò che le ossa mie dicono.„ (E qui
-egli racconta la vita sua militare). “T'ho detto chi fui: chi sii tu,
-non lo so; che cosa sarai, l'ho per esperienza, polvere e ombra. Ti
-pagherò l'indugio. Sprezza l'oro e gli onori, fuggi i piaceri, sementa
-di travagli, d'affanni e di pentimento. Paolo de' Medici.„ E un altro
-bastardo fratello di lui (singolari, sia permesso il notarlo, queste
-allocuzioni morali di sotto terra, per l'appunto dai generati in quella
-maniera), Antonfrancesco Maria, vestitosi in morte da cappuccino:
-“Udite la voce che grida nel deserto di questo feretro: meglio un sol
-giorno con questo cilizio fra i poverelli di Dio, che lungamente nella
-reggia fra l'oro e le gemme.„ Cosimo II, morto appena a trent'anni,
-ha presso di sè, trasferita da Padova, dove mancò in viaggio, la sua
-vedova Maria Maddalena: le rispettive medaglie dicono, quella di lui:
-“Premio di virtù„; di lei, “Al cielo„. Ferdinando II, nella solita
-cappa stefaniana e con le sue medaglie, è iperboleggiato così: “Tu
-che fra questi avanzi mortali vedi il principe che fu, ripensa l'eroe:
-piangi? stupisci?„ Di che cosa? — verrebbe voglia di domandare — e dove
-l'eroe? Ma la sua Vittoria della Rovere mostra ancora le trine bianche
-e nere dell'abito; e nel rovescio della sua medaglia, Galatea solleva
-dalle acque la perla simboleggiante il candore della virtù. Seguono
-il principe soldato Mattias, e cardinali della casa, Carlo, Giancarlo
-(poco o male memorabili), e ben diverso il buon Leopoldo in vesti
-pontificali, sul petto degnamente la croce, intatti i lunghi capelli:
-la iscrizione plumbea ricorda il suo amore per le scienze; ma dovrebbe,
-espressamente, il Cimento. Ultimi Cosimo III e Giangastone, sicuri
-qui finalmente dalle rispettive consorti; e la Elettrice Palatina;
-in lenzuoli di seta nera, con grandi medaglie, e lunghe diciture
-epigrafiche.
-
-Ma storia pietosa (la tomba, che tante ne raccoglie e conchiude, ne
-ha qui svolta una essa stessa) storia pietosa è quella di due fra
-questi depositi: commovente epilogo d'uno di quei malaccoppiamenti,
-lungo i quali la razza granducale medicea si logorò e si spense.
-Ferdinando che avrebbe dovuto essere terzo mediceo, e granduca
-invece del minor fratello Giangastone, ha, depositatogli a' piedi,
-in un vasetto di maiolica coperto d'un drappo nero, il cuore della
-principessa datagli in moglie Violante Beatrice di Baviera, morta,
-diciassett'anni dopo lui, nel 1731: virtuosa moglie, affettuosa,
-non bella, di marito libertino che mai non l'amò, mentr'essa (lo
-dice l'iscrizione, questa volta verace pur troppo) essa “coniuge
-amantissima, impose per testamento, che il cuor suo, donatogli nelle
-nozze, gli fosse ricongiunto in morte e collocato nel sepolcro stesso
-di lui„: con lui il cuore; e il corpo, così pure ella ingiungeva,
-riposasse nella chiesa delle monache di Santa Teresa in Borgo la Croce.
-E vi riposò fino al 1810, quando, dissacrata la chiesa, il Governo
-francese curò il trasporto di quelle ossa travagliate alla basilica
-Laurenziana. Restituita, in quella recognizione del 1857, al luogo
-da lei decretatosi, e che era ritornato ad essere sacro, colà rimane
-tuttora; non senza però aver corso pericolo, dopo la soppressione
-ultima e l'adattamento dell'antico monastero a penitenziario, di
-trovarsi novamente in terreno dissacrato, e a dover tornare per la
-seconda volta ai sepolcri di quella famiglia nella cui reggia non le
-fu felice l'ingresso. La chiesa di Santa Teresa è divenuta oratorio
-delle prigioni: e il corpo di “Violante Beatrice Gran Principessa di
-Toscana„ (come dice il titolo sovrapposto) rimane tuttavia all'ombra
-del santuario: ma senza le preci, rimane, là in quell'angolo lasciato a
-Dio nella trista casa del male, senza le preci delle sorelle in Cristo,
-che la povera bavarese volle e sperò risonassero perpetue sul suo
-capo infelice; mentre nel sotterraneo mediceo finirà di disfarsi quel
-ch'ella in vita ebbe dato a un Medici con auspicî sì tristi: il suo
-cuore buono di donna!
-
-
-VIII.
-
-Ed ora torniamo, Signore gentili, fuori del buio dei sepolcri, alla
-luce e alla vita.
-
-Dal Comune artigiano alla supremazia medicea, dai Medici cittadini ai
-Medici granduchi, da questi ai Lorenesi, Firenze nostra, la Firenze del
-sentimento e del pensiero, della scienza e dell'arte, tenne quasi in
-grembo una non piccola porzione delle sorti d'Italia; come nel tesoro
-della lingua ella custodiva il suggello del nostro esser nazione. Que'
-due principati, fatta pur ragione dei meriti o demeriti rispettivi
-di quelli undici granduchi, furono nella storia della nostra regione
-fenomeno passeggero: non era in essi Firenze, non la Toscana. E quando
-sulla torre di Palazzo Vecchio si spiegò al sole dei nuovi tempi, fra
-i tre sospirati colori, la Croce della sola monarchia nostra naturale
-e legittima, non fu soltanto l'unità d'Italia che si affermava su
-quella bandiera, ma anche il diritto rivendicato della nostra gloriosa
-Repubblica. E rivendicato il diritto, Firenze ha saputo nobilmente
-adempire il dovere.
-
-
-
-
-GLI AVVENTURIERI
-
-
-CONFERENZA DI
-
-ERNESTO MASI.
-
-
-I.
-
-A forza di sentirmelo dire io m'ero persuaso d'avere oggi alle
-mani con questi _Avventurieri italiani del secolo XVIII_ il più bel
-tema possibile di conferenza, caratteristico cioè di quel secolo in
-sommo grado, e per sè stesso romanzesco, agitato, riboccante di tipi
-bizzarri, di singolari accidenti, di aneddoti piccanti, di scenette
-ora allegre (anche troppo), ora sentimentali, ora fantastiche, ora
-anche tragiche, se volete, su uno sfondo di paesaggio continuamente
-cangiante, il paesaggio di chi non si ferma mai in alcun luogo, e
-quindi non solo uno spettacolo sempre diverso di città, nazioni,
-pianure, monti, mari, foreste, deserti; ma, poichè trattasi di
-personaggi che, vivendo a casaccio e trasfigurandosi sotto mille
-aspetti, si ficcano dappertutto e coll'audacia, o coll'inganno, o
-colla violenza, o coll'ingegno sfruttano in mille modi la società
-del loro tempo, uno spettacolo più limitato bensì e in pari tempo
-più vario, pel quale si passa anche più rapidamente dal tugurio al
-palazzo, dalla bisca al palcoscenico, da una prigione a una sala di
-ballo, da una reggia a una soffitta, da un accampamento a un monastero,
-da un'accademia a una loggia massonica, e ci s'imbatte in tutti i
-tipi storici contemporanei più notevoli: papi, enciclopedisti, dame
-galanti, mesmeristi, illuministi, framassoni, gesuiti veri, ex-gesuiti
-volterriani, giramondo diplomatici e letterari, monache ribellate,
-abati erotici, poetesse estemporanee, altre estemporanee senz'essere
-poetesse, eroine di teatro, monarchi filosofi, arcadi, filantropi,
-cicisbei e via dicendo.
-
-
-II.
-
-Guardando all'ingrosso e, per così dire, in astratto, che cosa si può
-immaginare di più seducente e di più promettente d'un tema simile?
-Perocchè io non lo esagero punto per arte rettorica d'accaparrarmi
-la vostra attenzione e di solleticare la vostra curiosità. Il tema
-è così; il tema, dico meglio, sarebbe proprio così, chi sapesse e
-potesse acciuffarlo per il suo verso ed esporlo nel suo complesso,
-non sbriciolandolo cioè in minuzie biografiche, spesso oziose, perchè
-troppo spesso somigliantissime le une alle altre, ma cogliendolo in
-pieno, nel suo insieme di grande quadro di costume della società del
-secolo XVIII, a penetrare nell'intimo della quale nulla val meglio (in
-apparenza almeno) del porsi dietro alle traccie di questi cosiddetti
-_avventurieri_, personaggi in accordo e in pari tempo in lotta con
-tale società, derivazione naturale di essa e in pari tempo incarnazione
-demoniaca di tutti i principii dissolventi, che la faranno terminare in
-un'immensa catastrofe.
-
-Questa società, si direbbe, non può aver segreti per loro, deliberati
-come sono, d'approfittare di tutte le sue debolezze e falsità, di
-tutti i suoi errori, di tutte le sue colpe, di tutti i suoi deliri;
-deliberati, come sono, di farla in barba a tutti i suoi sussieghi e a
-tutti i suoi formalismi, di romperla con tutte le sue convenienze e con
-tutti i suoi divieti tirannici.
-
-Per celare la sua leggerezza essa ha un bel rialzare le teste colle
-parrucche; per nascondere le sue magagne ha un bel ricoprirsi di
-fronzoli, di gale, faldiglie, giubboni a fiorami, _andriennes_
-svolazzanti, guardinfanti solenni; per occultare il vuoto de' suoi
-sentimenti e il disordine de' suoi pensieri ha un bell'inferraiuolarsi
-in una letteratura, la quale pare che dica molto e non dice niente
-e, salvo le opere di pochi sommi, svapora quasi tutta nella menzogna
-stereotipa dell'_Elogio_, nella vacuità della chiacchierata accademica,
-nelle ritmiche cadenze d'una poesia ricantante a sazietà spettacoli
-campestri, che nessuno ha mai visti, spasimi d'amori, che nessuno ha
-mai provati, resistenze inespugnabili di ninfe, che da ninfe incivilite
-non se le sono mai sognate neppure.
-
-Ma a che pro tanta artificiosità, tante lustre, tanta prudenza
-di ciarle vuote, come crisalidi di cicale scoppiate, se, sbucando
-di sotterra, la masnada degli avventurieri, non astretta a nessun
-obbligo, a nessun dovere, a nessuna decenza, scompiglierà, ridendo
-sgangheratamente, tutta quella compassata galanteria, svelerà tutto
-senza ritegno, dirà senza regola e senza pudore tutto quello che si
-voleva tacere?
-
-Sono essi dunque, che più degli autori comici, i quali debbono
-fare i conti col pubblico e non disgustarselo, più dei satirici,
-i quali alla realtà contrappongono sempre idealità soggettive, più
-degli stessi epistolari settecentisti, còmpito di scuola, palleggio
-per lo più di frasi e di complimenti insignificanti, sono essi
-dunque, gli avventurieri, che coi documenti della loro vita e colle
-_Autobiografie_, lasciateci dai principali di loro, ci daranno la
-chiave di quell'enorme cabala, che fu il gran _secolo dei lumi_, il
-secolo XVIII; ci spiegheranno veramente il perchè i quarant'anni
-di pace dal 1749 al 1789, consolati da tanta giocondità di vita,
-illuminati da tante speranze di riforme e di progressi, cullati da
-tante rosee promesse d'una filosofia così arguta, così orgogliosa
-delle sue conquiste, e in pari tempo così facile, così accomodante,
-così penetrante in tutti i meandri sociali, finiscono in un'orgia
-satanica d'incendii, di vendette e di sangue; ci spiegheranno perchè,
-mentre i Giacobini di Francia hanno inalzato altari alla Dea Ragione,
-mentre il Condorcet s'è avvelenato per sfuggire alla ghigliottina,
-ma pur credendo sempre nella sua teoria della perfettibilità umana
-e del progresso indefinito, la plebe italiana insorge invece negli
-ultimi del secolo coi preti alla testa e il grido di _Viva Maria_; ci
-spiegheranno perchè tanti di coloro appunto, che con più fede s'erano
-abbandonati al dolce sogno d'una rigenerazione universale, si mostrano
-all'ultimo i più disillusi e i più disperati, perchè Vittorio Alfieri
-indietreggia spaventato e sdegnoso, perchè Federico Schiller grida:
-“_il secolo è morto fra le tempeste e il nuovo s'apre cogli eccidi; la
-libertà è un sogno; non v'ha posto nel mondo neppur per dieci felici;_„
-perchè Saverio Bettinelli chiama infausto il secolo XVIII che muore,
-lo condanna all'obblio e profetizza il finimondo; perchè Carlo Roncalli
-finalmente fa dire al secolo stesso:
-
- Io che più per godere
- Che per pensar fui fatto,
- Volli troppo pensare e muoio matto.
-
-Sì, lo credo, ci spiegheranno, ci dovrebbero spiegare tutto questo, ma
-bisogna saperli interrogare e soprattutto bisogna potersi fidare delle
-loro risposte. Visto all'ingrosso e a distanza, il tema è in realtà
-quale ho cercato a larghi tratti di delinearvelo, ma avvicinandosi ad
-esso, spuntano le dubbiezze, le difficoltà, le incertezze. Meno male
-che forse esse pure servono ad illustrarlo.
-
-
-III.
-
-E in primo luogo chi sono questi avventurieri? quali sono? hanno
-caratteri proprii da non poterli confondere con altri, o basta qualche
-singolarità di vita e di vicende per gratificare di questo titolo
-un qualunque personaggio, come oggi si direbbe, un po' eccentrico?
-come si distingue l'avventuriere da quello che si suole chiamare uno
-strambo, un cervello balzano, un _originale?_ e cotesti avventurieri
-appartengono in proprio al Settecento, o possono appartenere a
-qualunque tempo? hanno sempre la stessa indole e la stessa apparenza
-esteriore, o modificano questa e quella e l'adattano a tempi diversi?
-
-A me pare che non si possa andar oltre, senza cercare di rispondere, se
-non a tutte, a qualcuna almeno di tali domande. Diciamo quindi subito
-quali sono i tipi, che nell'Italia del Settecento mostrano carattere
-d'avventuriere così spiccato e lineamenti e contorni così precisi da
-non poter cader dubbio che sono ben dessi e non altri. Alcuni dei loro
-nomi rivengono immediatamente alla memoria di tutti, Giacomo Casanova
-di Seingalt, Giuseppe Balsamo, o, com'egli si faceva chiamare, il
-Conte di Cagliostro, ed altri men noti sono il Da Ponte, il Gorani, il
-Piattoli, il Mazzei, fra i quali nomi però abbiamo già (notate bene)
-molte varietà della specie e non più soltanto il tipo così schietto,
-com'è nel Casanova e nel Cagliostro.
-
-Le varietà poi si moltiplicano, se consideriamo che nel Settecento un
-qualche sprazzo dell'indole di costoro si avverte in moltissimi uomini
-d'ingegno alle prese colla fortuna, o vagheggiatori di novità, o per un
-caso, per una vicenda qualunque sbalzati fuori d'improvviso dall'umile
-e consueto solco, pel quale forse senza quel caso o quella vicenda
-si sarebbero rassegnati a mettere con tutta regolarità un piede dopo
-l'altro, durante l'intiera lor vita, senza mai affrettarsi, o prendere
-una scorciatoia di traverso, o provarsi di rovesciare quelli che erano
-davanti a loro.
-
-A tale stregua, e fatta una prima distinzione importantissima fra
-l'avventuriere canaglia, l'avventuriere galantuomo e quello così così,
-si possono classificare fra gli avventurieri anche il Goldoni, per
-esempio (il quale del resto s'è titolato da per sè l'_Avventuriere
-Onorato_), il Baretti, l'Algarotti, il Galiani, il Gamerra, il
-Calsabigi, il Lalli, il Coltellini, il Cicognara e tanti altri,
-che sarebbe lungo ed inutile di nominare, ma che ci forniscono
-l'opportunità di fare una seconda distinzione fra l'avventuriere
-letterato e il letterato avventuriere ed enciclopedista alla francese,
-tipi non nuovissimi neppur essi, perchè nulla è mai nuovo del tutto
-sotto il sole, ma che il Settecento ha certamente perfezionati o per lo
-meno foggiati ad immagine e similitudine sua.
-
-V'ha dunque, sì, fra tutte queste gradazioni d'avventurieri, che son
-venuto ricordando, molti lineamenti comuni e prettamente Settecentisti,
-e tali lineamenti li troveremmo non negli Italiani soltanto, ma nei
-numerosi avventurieri d'ogni nazione, che nel Settecento erravano in
-lungo e in largo per l'Europa coi pochi mezzi di locomozione allora
-conosciuti e spesso spesso colle proprie gambe, perchè quella specie
-di continua irrequietezza e di continua ribellione individuale, che
-essi rappresentano, scorre come un fluido magnetico per tutt'Europa
-ed eccita ovunque vibrazioni isolate, finchè condensandosi a un tratto
-determinerà poi lo scoppio finale.
-
-
-IV.
-
-In Italia l'avventuriere del secolo XVIII ha precedenti storici
-non pochi. Vanno a finire in lui gli Umanisti del secolo XV, che
-la rinnovata coltura del Rinascimento avea messi in gran voga, che
-erano cercati dappertutto come arbitri, dispensatori di fama e di
-celebrità, e riempivano corti, palazzi, università, finchè l'Umanismo
-tramontò, e la più parte di essi, resi turpi e insolenti dalla troppo
-facile fortuna, scomparve nel disprezzo e nell'abbandono. Vanno a
-finire in lui i politici cortigiani, che nei secoli XVI e XVII si
-addestrano ai segreti della politica stretta, violenta, proditoria di
-tutti i piccoli tirannelli italiani, e talvolta, quasi a vendicare
-l'Italia dell'oppressione straniera, sotto la quale è schiacciata
-dalla fine del secolo XV in poi, salgono altrove ai primi onori, come
-l'Alberoni in Spagna, il Mazzarino in Francia, nei quali la porpora
-cardinalizia mal nasconde lo sdruscito farsetto dell'avventuriere.
-Vanno a finire in lui gli artisti girovaghi, i grandi comici dell'arte,
-alcuni dei quali, il Costantini, il Fiorilli, sotto le maschere di
-_Mezzettino_ e _Scaramuccia_, hanno vite tali da disgradarne i più
-bei romanzi d'avventure, ed il più celebre degli avventurieri del
-secolo XVIII, Giacomo Casanova, è figlio di due comici. Vanno a finire
-nell'avventuriere del secolo XVIII gli astrologi, gli indovini, i
-distillatori di profumi o di miscele mortifere o miracolose, per lo
-più Italiani, dei secoli anteriori; vanno a finire in lui i soldati
-vagabondi, ed anzi più svanisce ogni vecchio ideale cavalleresco, più
-si diffondono, come una moda, il razionalismo e la miscredenza, mercè
-i progressi delle scienze fisiche e le demolizioni della filosofia
-enciclopedista, e più diviene frequente questo tipo caratteristico
-dell'avventuriere, enciclopedista esso pure nelle sue mille attività
-e trasformazioni, uom di moda e di progresso, cavaliere non di virtù
-e cortesia, ma d'industria, come lo definisce il Goldoni in quei versi
-d'un suo melodramma:
-
- Eh, figlia mia, di cavalieri erranti
- Anche a' dì d'oggi ve ne son, ma questi
- Si rendono famosi
- Più per l'industria lor, che pel valore.
-
-La derivazione storica dell'avventuriere del secolo XVIII, per quanto
-frammentaria, mostra dunque che esso pure è _evoluzione_ e _selezione_
-(adoperiamo anche noi le grandi parole scientifiche) di tipi varii, e
-insieme congeneri per qualche lato, e mostra di più colla sua tenace
-vitalità che questa interessante famiglia d'animali è destinata a
-perpetuarsi anche al di là del secolo XVIII, tant'è vero che dopo
-un'interruzione, cagionata forse da un'età organica di rivoluzioni
-politiche, nella quale il tipo si confonde e si nobilita nell'esule,
-nel cospiratore patriotta, nel _guerrigliero_, nel dilettante
-diplomatico, questa nostra fine di secolo lo vede ricomparire fresco
-come una rosa nel politicante e può offrirne esemplari bellissimi, i
-quali, inalberando la vecchia divisa del Casanova e del Cagliostro:
-_mundus vult decipi_ (la gente vuol essere canzonata), sbucano
-come quelli dai sotterranei massonici, o tentano le vie nuove del
-giornalismo irresponsabile, della banca senza scrupoli e persino (chi
-lo crederebbe?) della burocrazia intraprendente, ed hanno dinanzi a
-loro tanto più facile e spianata la via, in quanto non si tratta più,
-come per quei poveri diavoli del Casanova e del Cagliostro, d'aver a
-canzonare il mondo intiero, ma basta saper canzonare quattro imbecilli
-d'elettori, perchè non ci sia più concupiscenza o ambizione, che non si
-possa soddisfare, o alla mèta, a cui non si possa arrampicare.
-
-Sempre diverso adunque, eppure perpetuo e trasformantesi e adattantesi
-ai tempi è il tipo dell'avventuriere, nè l'avventuriere del secolo
-XVIII sì sottrae a questa legge. Se non che esso si adatta al tempo,
-perchè mira a sfruttarlo, e per la stessa ragione lo contrasta e
-gli si ribella, perchè questo suo proposito di sfruttarlo essendo
-fondamentalmente illegittimo, l'avventuriere deve calpestare tutte le
-regole e rompere tutti i freni, che nessuna società, per quanto leggera
-e corretta, ha mai soppressi del tutto.
-
-Ciò posto, ecco i tratti anche più caratteristici dell'avventuriere del
-secolo XVIII quali possiamo studiarli, in Giacomo Casanova di Seingalt
-e nel conte di Cagliostro, che sono certamente fra gli avventurieri
-italiani del secolo XVIII i maggiori di tutti.
-
-
-V.
-
-In primo luogo l'avventuriere è solo. Non ha tradizione di famiglia,
-nè vincoli di attinenze sociali, anche se si conosce il nome de' suoi
-genitori e il luogo dov'è nato. È solo, non ha nulla, e vuol tutto.
-Questo è il punto di partenza, e movendo di qui esso è sempre l'autore
-unico della propria fortuna o della propria disgrazia. L'uomo, che
-piega o no al proprio destino, che si rassegna o lotta vigorosamente,
-ma che insomma è preda o giuoco d'alcunchè d'estraneo a lui e alla
-sua volontà, può bensì incontrare avventure d'ogni fatta, ma non è
-l'avventuriere. L'uomo, che ama l'ignoto e vi si arrischia, che si
-compiace del pericolo e lo sfida, che vagheggia un alto ideale e vi
-si sacrifica, il viaggiatore, il soldato, il missionario, può bensì
-incontrare avventure d'ogni fatta, ma non è l'avventuriere. Avete in
-quelli la forza del carattere, la fede in Dio, l'amore della scienza e
-della verità, il bisogno d'azione, l'impulso potente della fantasia e
-del coraggio.
-
-Nell'avventuriere invece avete la mancanza d'ogni base e d'ogni ideale
-inspiratore, ed un'unica convinzione, quella cioè che la maggioranza
-del genere umano è di sciocchi, dei quali l'uomo di spirito deve
-sapersi approfittare. Sono le testuali parole del Casanova, al quale si
-vuol tener conto almeno della sincerità.
-
-Tant'è che quasi tutti questi avventurieri del secolo XVIII, poichè
-quella società leggiera ed elegante, nello scadimento dell'antica fede
-religiosa e nel fanatismo nuovo pei grandi progressi delle scienze
-fisiche e naturali, inclina, come sempre accade, alla parte fantastica
-e superstiziosa delle scienze medesime, nè contenta alle vere scoperte,
-vuole addirittura il miracolo, quasi tutti, dico, questi avventurieri
-del secolo XVIII, e in prima linea il Casanova e il Cagliostro,
-tornano ai misteriosi deliri delle arti occulte, della necromanzia
-e della magia; intingono negli arcani dell'illuminismo germanico,
-della Massoneria e del mesmerismo, sempre collo specioso pretesto
-del progresso indefinito della libertà umana e della scienza. Vi
-ricorderete come il Monti nel 1784 inneggiava alle continue conquiste
-della scienza:
-
- Che più ti resta? Infrangere
- Anche alla morte il telo
- E della vita il nettare
- Libar con Giove in cielo!
-
-Ebbene, ciò che nel Monti è uno dei soliti suoi felici impeti lirici,
-nel Casanova e nel Cagliostro è il gran segreto, che promettono agli
-imbecilli contemporanei di rivelare.
-
-In Venezia il Casanova vive e sciala per lungo tempo alle spalle di
-tre onorati e creduli gentiluomini, Bragadin, Dandolo e Barbaro, i
-quali sono persuasi ch'egli sia in possesso d'una cabala profetica
-e in comunicazione con spiriti celesti, che, oltre a far conoscere
-il futuro, devono apprender loro anche l'arte di non morire. In
-Parigi, con maggior apparato di prestigi negromantici, spilla tesori
-ad una vecchia pazza, madama d'Urfé, cui ha promesse le gioie del
-ringiovinire, le rinnovantesi estasi dell'amore e l'immortalità.
-
-Con eguale impudenza il Cagliostro sfrutta coi credenzoni di
-mezz'Europa i fenomeni del magnetismo animale e del sonno catalettico
-per rievocare i trapassati, leggere negli arcani dell'avvenire; e in
-Roma, nella primavera del 1789, la fila dei cocchi, che recano alle sue
-conferenze di Villa Malta presso Porta Pinciana la più alta società
-indigena e forestiera, è ben più fitta, che non sia ora in Firenze
-quella delle più frequentate conferenze del palazzo Ginori. Se non che
-là si trattava di risvegliare i morti; qui, tutt'al più, d'addormentare
-i vivi, ed il proposito più innocente giustifica la minore curiosità.
-
-Negromante, cabalista, mesmerico, spiritista, l'avventuriere ha
-su altri gran dottori di scienze occulte la superiorità d'essere
-sempre in perfetta malafede. Ciò può tenersi per indubitato del
-Casanova, Veneziano, e che del Veneziano ha tutta l'arguzia e la
-lucidità della mente; meno certo del Cagliostro, che ha la cupezza
-fanatica, gli sbalzi selvaggi del plebeo Siciliano, e in cui talvolta
-par di discernere quel fervore e quell'accecamento di spirito, pei
-quali, colla lunga abitudine del darla ad intendere, del vantarsi
-e dell'attribuirsi poteri straordinari, un uomo finisce in parte
-a credere a ciò che fa e a ciò che dice. Ad ogni modo anche nel
-Cagliostro il ciarlatano prevale.
-
-
-VI.
-
-Troveremo noi maggiore sincerità negli amori dell'avventuriere? Neppure
-in questi, quantunque, sino a che la gioventù gli dura, le donne siano
-il fondamento principale e l'istrumento maggiore della sua fortuna. Se
-non che nel Cagliostro questo argomento non ha nè grande importanza,
-nè alcuna estetica vaghezza. Il suo matrimonio con la bella Lorenza
-Feliciani, figlia di un tintore romano, è la più turpe di tutte le
-sue speculazioni, e gli altri amori sono episodi senza alcun intimo
-legame col misterioso laberinto della sua esistenza. Nel Casanova
-invece gli amori sono il pernio centrale della sua vita e di fronte
-ad essi è episodico tutto il resto. I suoi amori riempiono quasi gli
-otto volumi delle sue _Memorie_ e si può credere s'egli ha avuto e s'è
-dato agio di variare questa dolce musica su tutti i toni possibili,
-dal più carnalmente e giovenilmente boccaccesco fino ad un sentimento
-così passionato e così raffinato della pura bellezza plastica, che
-il Sainte-Beuve, buon giudice, scambia addirittura il Casanova per un
-artista greco, e che un raggio di estetica idealità scende, si voglia
-o no, da qualche angolo di cielo pagano e traversa ed illumina tutta
-questa, starei per dire, nuda oscenità di racconti.
-
-Non per questo si può affermare che passione vera s'incontri mai nelle
-sue infinite variazioni dell'eterno tema dell'amore, e sarebbe del
-resto assai strano incontrarla in un uomo, pel quale l'amore non è
-altro, com'esso dice, che “_una curiosità più o meno viva, dominata
-dalla gran legge di natura, che assicura la perpetuità della specie_.„
-
-Il Casanova non prova quindi la passione, nè la inspira. Fra le tante
-donne amate da lui o che lo hanno amato, per lo più donne libere
-e ragazze (notevole singolarità nell'età dei _Cavalieri Serventi_)
-egli non s'imbatte mai in quelle amanti indiavolate, che l'infedeltà
-o l'abbandono mutano in Menadi scapigliate e furibonde, o in
-vittime deboli e desolate, che si struggono in lagrime e, per colmo
-d'imbarazzo, sono anche capaci d'ammalarsi e morire. No. Le donne
-del Casanova, queste gioconde e sorridenti figurine del secolo XVIII,
-nè minacciano, nè s'ammalano, nè muoiono. Non dimenticano bensì, nè
-si consolano subito, che sarebbe troppo, ma al momento del distacco
-promettono di vivere ancora e di cercare nel mondo qualche altra
-consolazione. Così l'amore non procura mai a questo gaudente girovago
-nè uggie, nè soste, nè rimorsi; l'amore per lui è mezzo, non fine, e
-quindi egli sta in guardia contro sè stesso per non abbandonarsi mai
-del tutto a nessuna ebbrezza d'amore che gli tolga la libertà delle
-sue determinazioni e dei suoi movimenti. Direi ch'egli tratta l'amore,
-come il vino. Quando s'accorge, che gliene salgono i fumi al cervello,
-egli lo anacqua o cessa di bere, nè fra i tanti eccessi di questa vera
-rincarnazione Settecentista del vecchio mito di Don Giovanni Tenorio vi
-avverrà mai di vederlo ubbriaco, cioè senza più coscienza esatta di sè
-e in balia degli altri.
-
-Tuttavia una presa di matto c'è nel Casanova ed è ciò che qualche volta
-lo può rendere anche simpatico e gli ha fatto trovare più difensori che
-non merita; ma siamo savi noi, e non ci lasciamo ingarbugliare.
-
-Anche quando giuoca tutto il suo denaro o giuoca la vita con tanta
-spensieratezza, in fondo in fondo il calcolo c'è sempre. Quanto al
-danaro, più la fortuna lo abbandona oggi e più lo compenserà domani;
-non lo compensasse, ed egli, messo alle strette, non esiterebbe a
-correggerla.
-
-Questa suprema necessità è anzi sempre la difesa, ch'egli invoca,
-ogniqualvolta le sue azioni non stanno entro il circolo chiuso della
-morale, e neppure nei dintorni della morale.
-
-Quanto a giuocar la vita, ammetto ch'egli è coraggioso, anzi audace,
-ma consideratelo, ad esempio, nel famoso duello col conte Braniki a
-Varsavia e v'accorgerete che il battersi a morte con un grande del
-regno e favorito del Re Stanislao Augusto Poniatowski, a proposito
-d'una qualunque ballerina Veneziana, di cui al Casanova non importa
-nulla, è per lui un'occasione di mantenersi prestigio e posizione,
-anche cavallerescamente onorata, in una corte e in una società, che è
-tutta d'avventurieri, a cominciare dal re, e non se la lascia scappare.
-Se n'esce bene, il Casanova ne approfitterà, ed in che modo! Se gli va
-male?... Ma a questo il Casanova non pensa neppure. Ed ecco anzi il
-vero punto psicologico dell'avventuriere. Se ci pensasse, sarebbe un
-altr'uomo!!
-
-
-VII.
-
-A una cosa sola pensa l'avventuriere, di cui stiamo studiando il tipo
-nel Casanova, pensa a riuscire e a godere. Far fortuna è tutta la sua
-moralità. Per questo la politica dei giorni nostri, aperta a tutti, è
-diventata così grande sbocco di questa merce. Nel Settecento invece la
-politica era alcunchè d'inaccessibile; l'avventuriere, se mai, non vi
-giungeva che di straforo, per caso e di passaggio (come il Casanova
-in quella dell'abate di Bernis e della Pompadour) e spesso spesso
-v'incappava nello sfratto o nella prigione.
-
-La vita sociale, con classi così profondamente divise, era chiusa
-da tutte le parti; i più s'adattavano a vivacchiare pacifici in
-queste acque morte; ma certe individualità, che da natura aveano
-sortita l'indisciplinatezza, l'audacia, la febbre della cupidigia e
-dell'ambizione, sentivano invece la necessità d'uscirne, di vivere
-d'un'altra vita, respirare un'altr'aria, muoversi, agitarsi, farsi
-valere ad ogni costo, anche a costo di rischiare a tal giuoco vita ed
-onore.
-
-È per questo che il perfetto avventuriere è una figura rara bensì
-(quelli che ne hanno solo qualche tratto o incompiuto o transitorio
-sono invece ben più numerosi) è una figura rara bensì, ma che si
-stacca con tanta originalità e così caratteristica sul fondo storico
-della società del secolo scorso; è per questo che la più colossale e
-complicata figura d'avventuriere, cioè il Casanova, spunta a Venezia,
-dove un carnevale perpetuo, che attrae i gaudenti di mezz'Europa,
-eccita tutti gli istinti viziosi, e dove in pari tempo un'oligarchia
-aristocratica, che ha tradizioni di giustizia e di rettitudine, ma
-tradizioni altresì di governo chiuso ed inesorabile, comprime tutto
-inesorabilmente e non lascia altra libertà che di far all'amore
-in bautta o alla scoperta, giuocarsi i patrimoni al _Ridotto_ e
-parteggiare per le commedie del Chiari o del Goldoni.
-
-Queste poche licenze non bastano ad un temperamento come quello del
-Casanova. Il giuoco e le cabale sono la sua base finanziaria. Gli
-amori sono il suo spasso prediletto e già essi soli lo introducono in
-molte intimità sociali, alle quali per altre vie non perverrebbe. Ma ha
-bisogno di qualche cosa di più e si caccia nei segretumi delle Loggie
-Massoniche, incominciate a diffondersi anche in Venezia, e allora la
-invisibile mano degli Inquisitori di Stato gli si posa misteriosamente
-sopra una spalla e dopo averlo, a modo di correzione, tappato una prima
-volta nel forte di Sant'Andrea, lo tappa di nuovo _ai Piombi_ e questa
-volta con cinque annetti di condanna. Il Casanova riesce a fuggire, e
-la sua fuga, prodigiosa d'astuzia e d'audacia, la sua fuga, ammirata,
-derisa, non creduta, negata per impossibile fino ai giorni nostri,
-ed oggimai, dopo lo studio del D'Ancona, indiscutibile, la sua fuga
-diviene una delle fughe celebri del secolo ed egli sfrutterà a lungo
-tale celebrità. Ma eccolo ribelle e fuoruscito per forza e continuando
-sempre e dovunque lo stesso tenore di vita, ecco aprirglisi dinanzi non
-più Venezia e l'Italia soltanto, ma l'Europa intiera, sicchè la scena
-delle sue _Memorie_, dopo di aver rappresentata la vita Veneziana e
-Italiana contemporanea, in alto, in basso, ma sempre nella sua parte
-più torbida, si slarga ora e si estende via via all'Europa intiera e le
-sue _Memorie_ divengono così un caleidoscopio immenso, dove sorpreso
-in mille atteggiamenti e nei più intimi, nei più riposti, nei più
-inaspettati, s'agita e si divincola tutto un mondo di gente, da quella
-che è posta in cima della scala sociale allo _snob_ più basso, più
-vile e strisciante nei più infimi strati, donde s'arrampica a pigliar
-d'assalto il tremendo problema della vita con gli spedienti più loschi
-e le professioni più innominabili.
-
-
-VIII.
-
-Parvero così straordinarî i racconti delle _Memorie_ del Casanova, che
-s'incominciò dal dubitare dell'esistenza di lui, poi dell'autenticità
-delle sue _Memorie_ (che Paolo Lacroix pretese addirittura scritte
-dallo Stendhal) e ne uscì fuori una questione critica grossissima,
-ch'io mi guarderò bene dall'esporvi, tanto più che non è chiusa ancora,
-ma le cui conclusioni più sicure infino ad ora son queste. Non parlo
-dell'esistenza del Casanova. Troppe testimonianze contemporanee la
-provano da poterne sul serio dubitare. Ancora è provata l'autenticità
-delle sue _Memorie_. Sappiamo però con altrettanta certezza che il
-testo da noi posseduto non è in tutto il testo vero, quantunque sembri
-che i ritocchi e le mutilazioni praticatevi dal signor Lafargue non
-siano state poi così grandi, come sembrarono al nostro bravo Ademollo,
-che in parecchie occasioni se ne mostrò affannatissimo, o per lo meno
-non alterarono gran che l'impronta personale d'uno scrittore, che
-sarebbe molto difficile di contraffare, senza rifondere compiutamente
-il suo libro. Resta la veridicità dei fatti. Di molti i riscontri
-sicuri si sono trovati; di altri è forse impossibile trovarli; ma i già
-trovati son tali da testimoniare in favore del rimanente, e gli errori
-di memoria o gli abbellimenti di fantasia non tolgono alla realità
-totale del quadro, quantunque, come scrittore, il Casanova sia nelle
-sue _Memorie_ artista potente, e veramente creatore, oltre ad essere
-pensatore e osservatore attento e coltissimo. Altri suoi scritti pure
-lo dimostrano tale, l'_Isocaméron_, ad esempio, libro meraviglioso e di
-cui i romanzi recenti di Giulio Verne parvero un plagio.
-
-L'uomo, lo scrittore sono dunque nel Casanova una realtà. La sua vita
-pare un romanzo, ma è un romanzo che fu vissuto; l'uomo somiglia a
-Gil Blas, ma a un Gil Blas in carne ed ossa, e non a un'invenzione
-d'un qualunque ignoto Le Sage. Questo tristo rappresentatore, questo
-impudente rivelatore della più segreta storia del secolo XVIII
-ci ha lasciato dunque documenti di sè e del suo tempo, che vanno
-bensì accolti con riserva e adoperati con prudenza, ma che pur
-sono incontrastabilmente documenti d'una parte almeno della vita
-sociale del Settecento nella Venezia degli ultimi Dogi, nella Roma
-di papa Lambertini e di papa Rezzonico, nella Napoli del Tanucci,
-e principalmente nella Francia di Madama di Pompadour, nella Spagna
-dell'Aranda, nel Portogallo del Pombal, nell'Inghilterra dei tre ultimi
-Giorgi, nella Russia di Caterina II, nella Prussia di Federigo il
-Grande, nella Polonia del bel Stanislao dalle chiome corvine. Una parte
-almeno, ripeto, di tutta questa immensa prospettiva Europea, quella
-in ispecie che meno salta agli occhi nelle storie, è nelle _Memorie_
-del Casanova sorpresa in atto, colta sul vivo, e descritta da grande
-artista.
-
-
-IX.
-
-Anche questo tanto di realtà, che troviamo nel Casanova, ci sfugge
-invece nel Cagliostro. Costui, se qualche volta s'è pur tanto
-infervorato nella commedia che recitava da scambiarla colla realtà,
-costui è veramente la menzogna in persona. Quando crediamo d'averlo
-afferrato e di poterlo costringere a dirci finalmente chi è e che
-cos'è, egli ci è già sguizzato via, come un anguilla, e ci troviamo a
-mani vuote. Il Casanova lo ha incontrato più volte ne' suoi viaggi, la
-prima volta ad Aix, ed il Cagliostro e la moglie, in abito di romei,
-tornavano allora stanchi, estenuati e senza un soldo dall'aver visitato
-a piedi Sant'Jacopo di Compostella e Nostra Donna del Pilar; un'ultima
-volta a Venezia, sotto il nome di marchese Pellegrini, e allora il
-Casanova riconoscendolo per un _fieffè fripon_ gli profetizzò che
-sarebbe finito in galera, una delle profezie, delle quali il Casanova
-può più giustamente vantarsi.
-
-Questa strana figura del Cagliostro, che spunta originariamente dalla
-_Mafia_ Siciliana, eccitò potentemente col suo continuo nascondersi e
-trasmutarsi le fantasie dei contemporanei e dei posteri, ma molte parti
-di essa restano anche oggi un mistero. Dal Goethe e dallo Schiller ad
-Alessandro Dumas ed al Carlyle, artisti sommi, senza contare i critici,
-gli storici, i psichiatri, i medici, i moralisti, hanno sentito il
-bisogno d'affrontarsi con questa sfinge; pel Goethe e per lo Schiller
-era divenuta una specie di fissazione, da cui non poterono liberarsi,
-che dandole sfogo, lo Schiller in un romanzo, il Goethe in una
-commedia, l'uno e l'altra però parto di fantasia, non rivelazione del
-mistero, alla cui provocante tentazione i due grandi poeti non avevano
-potuto resistere.
-
-Eppure il Goethe non s'era contentato di fantasticare sul Cagliostro
-come sulla leggenda del dottor Faust, ma durante il suo viaggio in
-Sicilia avea voluto assicurarsi se un filo qualunque ricongiungeva
-alla realtà della vita quel fantastico essere, che da anni correva
-l'Europa riempiendola della sua fama ed avendo sempre alle calcagna
-un esercito di fanatici e di persecutori, di birri che lo vogliono
-carcerare, e di discepoli che vogliono metterlo sugli altari. Chi ha
-ragione, chi ha torto, i birri o i discepoli? E fa meraviglia vedere
-con che timida curiosità il gran poeta Tedesco entra in quella povera
-casuccia di popolani Siciliani e interroga quella vecchia madre, quei
-nipoti, quei compagni d'infanzia del Cagliostro, e che turbamento
-gli arreca quell'_interno_ così squallido, così onesto, così triste,
-paragonato alla rumorosa fama od infamia del gran negromante, di
-cui tutta Europa si occupa. Uscendone, il Goethe ne sa più e ne sa
-meno di prima. Sa, per esempio, che il nome di Cagliostro, in cui
-s'era trasmutato Giuseppe Balsamo, non è tutta un'usurpazione, bensì
-un nome di famiglia anch'esso, finito già in una donna, e ch'egli
-avea assunto, aggiungendovi di suo la contea e cambiando il nome di
-battesimo di Giuseppe in Alessandro. Certo, come minuzia biografica,
-questa notizia ha la sua importanza. Ma che lume dà a tutto il resto?
-Anche il Casanova affibbia al suo nome di famiglia un _di Seingalt_ di
-sua invenzione. Ma, più franco almeno, al Borgomastro di Norimberga,
-che gli domanda: “donde traete voi il diritto di portare questo
-secondo nome?„ il Casanova risponde: “dall'alfabeto, che è di tutti
-e di nessuno!„ E sui titoli d'accatto, quando l'imperatore Giuseppe
-II gli dice: “è ridicolo chi compra un titolo di nobiltà„ il Casanova
-risponde: “sì, Maestà, ma non più di chi lo vende!„
-
-Anche fra queste lustre ciarlatanesche siamo dunque sempre col Casanova
-nella realtà comica d'uno sfruttatore spiritoso della scioccheria
-umana. Ma col Cagliostro è altra cosa. Tutto è falso o dubbio in
-lui, lo spirito, l'ingegno, la scienza, l'audacia, la nobiltà, la
-ricchezza, il nome, l'età, il presente, il passato. Pare a momenti,
-direbbe il Carlyle, che di vero e di reale non ci sia se non quel
-carrozzone pitturato e coll'imperiale rigonfia di bagagli, che tirato
-da quattro cavalli passa di galoppo fra un nembo di polvere e un rumore
-assordante di fruste e di sonagliere a traverso l'Europa, preceduto
-e seguito da sei poderosi lacchè, che cavalcando lo annunziano e lo
-scortano onorevolmente. Entro quella spettacolosa e pesante macchina
-siede un uomo tarchiato, di aspetto volgare e zotico, ed al suo fianco
-una donnetta di trista fama, chiamata, secondo i casi, Lorenza o
-Serafina. Ora come va, si domanda il Carlyle, che dopo brevi riposi
-quel carrozzone può sempre ripigliare il suo cammino e non gli accade
-mai di arrestarsi di botto, come una locomotiva senza vapore, o di
-sfracellarsi silenzioso in fondo a un fossato? Quell'uomo tarchiato,
-che siede nel carrozzone pitturato, è un truffatore e falsario,
-scappato da Palermo, di vent'anni circa più giovine del Casanova.
-
-
-X.
-
-E da quella prima sua fuga piglia le mosse anche la sua grande
-leggenda, incominciata con una scomparsa totale, che dura qualche anno;
-e fin qui il perchè si capisce. Ma dov'è stato in questo tempo? Nessuno
-lo sa; egli non lo dice, nè lo dirà mai, o, meglio, a chi gliene chiede
-risponde con tante diverse versioni, che la nuvola tenebrosa, in cui ad
-arte si ravvolge, a nessuno riescirà mai più di squarciare del tutto,
-nè ai truffati, che si risentono, nè agli illusi, che gli credono,
-nè agli Inquisitori di Stato di Venezia, nè ai tribunali di Francia,
-di Spagna, di Portogallo e d'Inghilterra e neppure al Sant'Uffizio di
-Roma, il quale senza approfondire più che tanto, n'esce per un rotto
-di cuffia, che appartiene in proprio al Sant'Uffizio soltanto, e il 7
-aprile 1791, quando già da quindici anni in America e nell'anno stesso
-in Francia erano stati proclamati i _Diritti dell'uomo_, lo condanna
-per eretico, mago e framassone, certo le sue pecche minori, e per le
-quali una condanna capitale, commutata in galera a vita al forte di San
-Leo, dove il Cagliostro morì, non può non parere oggi pena eccessiva.
-Donde consegue che anche fra i più recenti scrittori, che hanno parlato
-del Cagliostro, ad alcuni il Cagliostro sembra un problema psicologico
-d'incerta soluzione ed altri non esitano a darlo per un vero precursore
-ed un vero martire di libertà. Dove s'è vista mai, signore mie, una
-canzonatura d'avventuriere meglio riescita di questa? una canzonatura,
-i cui effetti durano quasi cent'anni, dopo la morte del canzonatore? Di
-questa morte il primo centenario ricorre anzi appunto in quest'anno.
-Che vi stupireste di molto a veder comparire uno di questi giorni un
-proclama, in cui si dicesse che, anche il Cagliostro ha fatto l'Italia?
-Già, a molti segni, ci sarebbe quasi da crederlo!! Ma non si tratta ora
-di ciò. Quello che mi preme di dire è che il mistero del Cagliostro non
-istà tanto nell'esser riescito, quanto nell'assurdità, nella volgarità
-dei mezzi, mercè i quali è riescito. Ma che si burla? Il Cagliostro
-una volta si dà per figlio dello Sceriffo della Mecca, un'altra per
-discendente dell'ultimo principe di Trebisonda, una terza (e questa
-l'ha sentita il Grimm in casa della contessa di Brienne) per nato non
-si sa da chi su una nave, che traversava il Mar Rosso, deposto fra le
-rovine d'una piramide Egiziana, ed ivi trovato da un vecchio sapiente
-di nome Althotas, che gli rivela tutti i segreti della natura e della
-vita; una quarta si contenta di dire come Cristo: _ego sum qui sum_
-e di delineare a vista un serpente trapassato da una freccia e con
-un pomo in bocca; una quinta millanta la sua discendenza da Carlo
-Martello, quel figliuolo di Carlo il Zoppo, re di Puglia, che fu amico
-di Dante; una sesta finalmente si dà per Apollonio Tianéo in persona,
-rigenerato dalla metempsicosi.
-
-E questo è niente. Quanti anni ha? Lui stesso, o dice di non saperlo,
-o lascia vagamente credere d'esser più che centenario. A Parigi però
-dinanzi a un quadro della _Deposizione di Croce_ comincia a piangere
-dirottamente e interrogato che cos'ha:
-
-— Ahimè! — risponde, — piango la morte di quel grand'uomo, tanto buono
-e affettuoso ed a cui debbo tanti dolci momenti! Abbiamo pranzato
-insieme alle nozze di Canaan e in casa di Ponzio Pilato!
-
-— Ma di chi parlate di grazia?... — lo interruppe il signor di
-Richelieu stupefatto.
-
-— Eh per bacco! Di Gesù Cristo! Oh l'ho conosciuto moltissimo!...
-
-Nei suoi viaggi in Oriente col savio Althotas ha visto cose
-meravigliose: in Asia il paradiso terrestre, l'albero secco del bene e
-del male, gli avanzi dell'arca di Noè, quelli della torre di Babele, un
-lago, che passa pel centro della terra e a traverso il quale, guardando
-come dentro a un canocchiale, si toccano quasi cogli occhi la luna e le
-stelle, che splendono sugli antipodi; in Africa, le quarantamila mummie
-persiane dell'esercito di Cambise, e in cima a una piramide ha avuta
-la visione d'una donna bellissima, quella stessa Lorenza Feliciani,
-che poi a Roma sposerà. Più meravigliose cose ha fatte o gli hanno
-insegnate: è stato zitto per dieci anni a studiare in un collegio
-fondato dalla regina Saba, il qual collegio era diretto dal Gran
-Cofto d'Oriente, che l'ha iniziato ai misteri del rito egiziano e l'ha
-consacrato suo vicario in Occidente; ha imparato l'arte di spiegare i
-sogni sul libro dei Sette Dormienti e su un altro di Giuseppe Ebreo;
-ha imparato a mutar la canapa in seta, ogni materia più vile in oro, a
-ingrossare i diamanti, a fare il _lapis philosophorum_, l'elixir della
-vita, il magnetismo prima di Mesmer, a far apparire un mondo in un
-bicchier d'acqua e mercè il sonno ipnotico d'un ragazzo a leggere nel
-futuro e scoprire e guarir tutti i mali.
-
-Ora per quanto voi vogliate immaginarvi nevrotica, visionaria,
-delirante, epilettica e già in preda insomma alle allucinazioni degli
-agonizzanti la società del secolo XVIII; com'è possibile ch'essa
-abbia accettato e creduta una simile _olla potrida_ di goffaggini e
-di ciurmerie? Eppure il Cagliostro ha percorso in lungo e in largo
-l'Europa, sciorinando ovunque le medesime goffaggini e le medesime
-ciurmerie; e se non le avesse intramezzate di furfanterie anche
-peggiori, probabilmente sarebbe riescito a trarsi sempre d'imbroglio.
-Ma finchè il Cagliostro non trovò altra fonte di lucro, le sue
-ricchezze provenivano da fonti assai torbide, come lo dimostra il fatto
-del trovarsi esso mescolato in Francia al famoso processo del _collier
-de la reine_ nel 1786, che gli fece assaggiare nove mesi di Bastiglia e
-donde uscì per quella stessa invereconda indulgenza, per cui fu assolto
-il turpe cardinale di Rohan, unicamente a fine di far onta a Maria
-Antonietta.
-
-Dopo questo fatto il Cagliostro scampò a Londra, ove la Massoneria lo
-accolse e glorificò come una vittima, ingenuità, di cui essa ebbe a
-pentirsi, quando il furbo mariuolo, divenuto strumento dei Rosa-Croce
-e degli Illuministi tedeschi del Weishaupt, i quali professavano un
-misto di deliri mistici e di odierno anarchismo e volevano, mercè
-il Cagliostro, accaparrarsi la già enorme espansione e potenza delle
-Logge Massoniche, si fece capo d'una riforma massonica, che intitolò
-_Egiziana_, e d'allora in poi visse e scialò da nababbo alle spalle de'
-suoi nuovi padroni, forse canzonandoli ancor essi. È la fase magnifica
-del Cagliostro, in cui s'atteggia a taumaturgo umanitario e solleva
-gli entusiasmi popolari di Lione, di Varsavia, di Strasburgo e di Roma,
-finchè dà dentro nelle reti del Sant'Uffizio e vi rimane accalappiato.
-È la fase più positiva altresì di questa strana esistenza, ma neppur
-essa lo spiega compiutamente. Da un lato si può conceder molto alle
-condizioni intellettuali del tempo, dall'altro alla potenza individuale
-di questo enorme imbroglione, ma alcunchè di misterioso rimane e
-l'unica conclusione possibile è quella a cui s'attiene in questi casi
-la fantasia popolare, è contentarsi di credere che questi fenomeni
-mostruosi, sì nell'ordine fisico, come nell'ordine morale, preludono a
-cataclismi imminenti.
-
-Si obbietterà: “Ma in sostanza il Casanova e il Cagliostro sono due
-eccezioni e l'eccezione in casi simili che cosa vale? Il primo è
-l'espressione d'un libertinaggio sfrenato, il secondo di una congenita
-ribalderia, la quale finisce come ha cominciato, e due tipi come questi
-ogni tempo può darli.„
-
-_L'argomento prova troppo, dunque non prova niente_, come diceva un
-mio vecchio professore di filosofia. Di fatto, non ogni tempo vi darà
-il pubblico immenso, che il Casanova ed il Cagliostro hanno sfruttato;
-non ogni tempo vi offrirà al pari della seconda metà del secolo XVIII
-una folla di tipi, i quali senza assorgere alle gigantesche proporzioni
-di quei due, abbiano con essi comuni tante disposizioni psicologiche
-e tante forme di vita. Muovere non si sa donde, indirizzarsi non si
-sa dove, tentare mille espedienti, mille professioni, correre mille
-avventure, sempre in balìa del caso, pur di non rassegnarsi alla realtà
-che vi circonda, tutto ciò è talmente, direi, nell'aria respirabile
-della seconda metà del Settecento, che la letteratura stessa, se
-nei romanzi deve immaginare un protagonista (si chiami esso Tom
-Jones, Faublas, Figaro, Gil Blas, Lovelace o De Grieux) non se lo sa
-immaginare che così.
-
-
-XI.
-
-E vedete quanti, non nel romanzo, ma nella realtà, cominciano, se non
-altro, come avventurieri, dato anche che poi non finiscano come tali.
-Potrei dimostrarlo a lungo, ma me ne manca il tempo e mi contento di
-finire, ricordando alcuni dei nomi, che ho accennati in principio.
-Non è una vita d'avventuriere quella del Da Ponte, che da romanzetti
-erotici di gondola e di _Ridotto_ in Venezia passa a sfoggiare teorie
-alla Rousseau in un seminario di Treviso, scrive versi incendiari,
-è bandito, capita a Vienna alla morte del Metastasio, rivaleggia
-col Casti, scrive il bellissimo melodramma del _Don Giovanni_ pel
-Mozart, cade in disgrazia per amore d'una cantante, erra per un
-pezzo fra l'Olanda, il Belgio, la Francia e l'Inghilterra, fallisce
-come impresario di teatro a Londra, si mette a fare il libraio, e
-finalmente va a cercar fortuna in America cogli abiti che ha indosso e
-possedendo per tutto viatico una cassetta di corde da violino? Non sono
-vite d'avventurieri quelle del Piattoli e del Mazzei, semiaffaristi,
-semipoliticanti e appartenenti entrambi a quel gruppetto di piccoli
-e grossi avventurieri italiani, che si stringe intorno a Stanislao
-Augusto re di Polonia, salito anch'esso dall'alcova di Caterina di
-Russia al trono dei Batory e dei Wasa? Il Piattoli è fiorentino, e
-della sua vita finora poco si sa. Ma certo è che di abate e maestro
-un po' enciclopedico a Modena, lo si trova poi a Varsavia mescolato
-ai grandi imbrogli diplomatici pei successivi sbrani della Polonia,
-pare l'autore della costituzione Polacca del 1791; ed il Thiers, che
-nella sua storia lo indica per uno di quegli ingegnosi avventurieri
-recanti nel Nord _l'esprit et le savoir du Midi_, pretende che entrato
-poi nelle grazie di Alessandro I abbia occultamente suggerite non
-poche delle idee, che prevalsero nei trattati di Vienna del 1815. Una
-Krüdener uomo!!
-
-Fiorentino è pure il Mazzei, che di apprendista nello spedale di Santa
-Maria Nova va chirurgo a Costantinopoli e a Smirne, commerciante di
-vino e di letteratura toscana a Londra, colonizzatore nel Kentuky in
-America, dove porta contadini Lucchesi, contrae amicizia e coopera
-cogli uomini più eminenti dell'indipendenza Americana, torna loro
-agente segreto in Europa, e quindi entrato così nella diplomazia,
-diviene agente segreto del re di Polonia, e in tale qualità assiste
-alle prime grandi scene della rivoluzione francese, fonda con altri in
-opposizione al _club_ dei forsennati Giacobini un _club_ di moderati,
-che _naturalmente_ non fece nè caldo nè freddo, dopo di che ritornato
-in Toscana a vita privata, scrive senz'arte alcuna, ma con una certa
-ingenuità non ispiacevole i ricordi delle sue peregrinazioni.
-
-Non è una vita d'avventuriere quella del Gorani, Milanese, il quale
-dopo aver militato in Germania aspira al trono di Corsica, senza
-scoraggiarsi della trista fine di quell'altro grande avventuriere
-tedesco, che era stato Teodoro di Neuhof, gira mezzo mondo in cerca
-d'aderenti al suo progetto, non li trova, si contenta d'essere dal
-Pombal nominato generale in Portogallo e guastatosi con lui corre
-sotto la bandiera dei filosofi enciclopedisti a Parigi, scrive di
-tutto, si getta nella rivoluzione, se ne disgusta e finisce a Ginevra,
-scrivendo i ricordi d'una vita, a cui non erano mancati i prestigi alla
-Cagliostro e gli amori alla Casanova?
-
-Non è una vita d'avventuriere quella del Goldoni, fino a che nel 1762
-si posa finalmente a Parigi e vi dimora fino alla morte, accaduta, chi
-sa tra che squallore e che angosce, durante l'interregno del _Terrore_.
-
-
-XII.
-
-Tutti hanno primordi e vicende pressochè eguali anche gli altri che ho
-nominati e che formano il gruppo dei letterati avventurieri (siccome
-avventurieri letterati sono il Casanova e il Gorani) vale a dire:
-il Baretti, che coll'Alfieri divide la gloria d'essere uno dei primi
-introduttori del Piemonte nella vita letteraria italiana, e acerrimo
-nemico d'Arcadia e degli arcadeggianti si tira addosso persecuzioni
-così straordinarie per parte degli Inquisitori di Stato di Venezia e
-dei preti di Roma da far parere la sua non una ribellione letteraria
-ma una ribellione politica, sicchè, dopo aver errato per mezz'Europa,
-non trova riparo se non all'ombra delle libertà inglesi, in questo, e
-forse per altre parti ancora, precursore del Foscolo e del Mazzini;
-l'Algarotti, che, scrittore enciclopedico, viaggiatore perpetuo,
-amico intimo di tutte le celebrità, a cominciare dal Voltaire e da
-Federico il Grande, divulgatore galante di scienza _ad uso delle
-dame_, gran dilettante di cose d'arte, raggiunge al suo tempo una
-notorietà e una gloria, di cui ai giorni nostri ci rendono più ragione
-le testimonianze dei contemporanei ed il suo epistolario, che non le
-sue opere, scritte bensì con disinvoltura d'uomo mondano, ma in quel
-gergo gallicizzante, allora di moda, ed oggi più che stucchevole; il
-Galiani, che, Napoletano, ed uomo e scrittore di vario e molto ingegno
-(tanto da poter passare agevolmente dalla collaborazione ad un libretto
-d'_opera buffa_ a trattati d'economia politica) tiene a Parigi nelle
-riunioni più battagliere della filosofia demolitrice lo scettro dello
-spirito, si fa intitolare dall'amabilità francese: _anima di Platone
-e Machiavelli nel corpo d'Arlecchino_, e tutti lo festeggiano a gara
-e le dame se lo strappano, ed i filosofi dittatori si lasciano dire
-da lui, mentre egli incrocia le gambe su una poltrona e giuoca a
-palla colla propria parrucca: “voi sragionate per lo meno quanto i
-teologi;„ il Gamerra, che di abate livornese si trasforma in ufficiale
-austriaco, in poeta lirico, epico, drammatico, si posa a Vienna
-continuatore del Metastasio e rivale del Casti, precorre in Italia col
-dramma lagrimoso gli eccessi del romanticismo più scapigliato, scrive
-un poema di novantatrè mila dugento trentadue versi sulle infedeltà
-coniugali (il tema è vasto, ma anche i versi son molti), dissotterra
-nottetempo il cadavere dell'amante e se lo tiene per anni imbalsamato
-nello scrittoio; il Calsabigi, che, letterato, viaggiatore, affarista,
-uomo di Stato, autore d'un _Alceste_, in cui entrano Morte, Inferno,
-Paradiso, “tutti i _novissimi_, come diceva il Metastasio, tranne il
-_Giudizio_„ introduce in Francia (di balla col Casanova) il _giuoco
-del lotto_; il Coltellini, che, figlio d'un bargello, e prima tipografo
-a Livorno, poi anch'esso poeta melodrammatico a Vienna, gran protetto
-del principe di Kaunitz, cacciato da Vienna per aver osato scrivere una
-satira contro Maria Teresa, si rifugia a Pietroburgo e, non rinsavito
-per la trista esperienza, è ivi autore d'un'altra satira contro
-Caterina II, di cui, secondo alcuni, avrebbe pagato il fio colla vita,
-dopo però d'aver procreato, oltre ai melodrammi e alle satire, una
-dinastia di commedianti, che, per via di donna, finirà nient'altro che
-in Carlotta Marchionni: e come questi, ai quali ho in breve accennato,
-così tanti e tanti altri letterati avventurieri e tipi complicati
-e originali, dei quali sarebbe lungo profilare anche solo con pochi
-tratti la fisonomia e le strane vicende.
-
-V'ha diversità grandi fra tutti questi uomini, ma tutti più o meno
-appartengono alla stessa famiglia. Non v'è fra i tanti nomi, che
-ho ricordati, se non un solo nome veramente grande, il Goldoni. Ma
-negli altri l'instabilità della mente, la precarietà dell'esistenza,
-la variabilità dei gusti, e insieme l'eccitabilità, la febbre, la
-sensibilità indisciplinata del temperamento sciupano, consumano la
-miglior parte della loro energia intellettuale e morale, ed essi non
-danno forse tutto quello che avrebbero potuto. Ciò non ostante, se voi
-considerate solo quel tanto che gli avventurieri o semi avventurieri
-italiani del secolo XVIII fanno o tentano, per esempio, nei maneggi
-politici o negli spettacoli teatrali di tutte le capitali d'Europa,
-vedrete che essi riassumono tutto quel po' d'influenza, sia pur umile
-e indiretta, che l'ingegno italiano potè ancora esercitare fuori
-d'Italia, in un tempo che l'interna vita della nazione era quasi
-spenta del tutto. Poco o molto che sia, di alcuni almeno questo di
-bene si può dire. Gli altri, anzichè ammirazione e simpatia, destano
-piuttosto pietà. Cronologicamente (se avete osservato) sono quasi tutti
-a cavaliere dei due secoli, fra la fine della frolla e tarlata società
-del secolo XVIII e la Rivoluzione Francese, da cui bene o male uscirà
-la società odierna, e sono perciò tipi storici, rappresentativi d'una
-transizione violenta e dolorosa; sono insomma le povere foglie secche,
-agitate, sbalestrate già qua e là dal vento impetuoso, che annunzia
-l'uragano vicino a scoppiare.
-
-
-
-
-L'ABATE GALIANI
-
-(1728-1787)
-
-
-CONFERENZA DI
-
-VITTORIO PICA.
-
-
-Nei parecchi volumi della corrispondenza di Federico-Melchiorre Grimm
-e di quella di Dionigi Diderot con madamigella Voland, nei quali
-così bene rispecchiasi la fisonomia originalissima di quella società
-parigina della fine del Settecento, in seno a cui andavasi maturando
-uno dei maggiori rivolgimenti della storia dell'umanità, il nome di un
-Italiano viene assai di sovente ripetuto ed esso è sempre accompagnato
-dalle più lusinghiere espressioni di simpatia e dalle più enfatiche
-frasi laudative; e questo nome lo si ritrova non meno magnificato in
-alcune lettere di Caterina di Russia ed in varie pagine di Voltaire,
-di Marmontel, dell'abate Morellet e di altri illustri scrittori della
-medesima epoca.
-
-Chi era mai quest'uomo eccezionale per aver saputo accaparrarsi tante
-autorevoli simpatie in un centro così altamente intellettuale quale
-ci appare, nel secolo scorso, Parigi, verso cui rivolgevansi le menti
-dell'Europa intera; chi mai era quest'uomo, che, nei salotti parigini,
-i quali con le brillanti ed insieme profonde conversazioni sur ogni
-argomento politico, letterario, morale, contribuivano forse molto più
-di ogni libro al grande movimento filosofico e sociale, era riuscito
-ad occupare uno dei posti più importanti, tanto che, siccome afferma
-il Marmontel, tutti tacevano per starlo ad ascoltare durante ore
-intere; chi era mai quest'uomo, che con gli acuti ed originali suoi
-apprezzamenti sulle più svariate questioni sapeva tenere sempre desta
-la perspicace attenzione degli Enciclopedisti e, nell'istesso tempo,
-sapeva, con le inesauribili sue barzellette, coi suoi amenissimi
-aneddoti, con la sua esilarante mimica meridionale, affascinare le
-dame, e che, nella capitale dello spirito, faceva sfoggio di tanta
-arguzia, e di tale instancabile brio da fare esclamare alla leggiadra
-ed intelligente Duchessa de Choiseul: “In Francia lo spirito trovasi in
-moneta spicciola, in Italia in verghe d'oro„?
-
-Egli era un abate napoletano, poco più che trentenne, ed aveva nome
-Ferdinando Galiani. A Parigi l'aveva mandato, nell'anno 1759, quel
-sapiente conoscitore d'uomini che fu il celebre ministro Bernardo
-Tanucci, come segretario d'ambasciata presso il conte de Cantillana,
-un gentiluomo spagnuolo borioso e d'intelligenza meno che mediocre, a
-cui era affidato l'incarico di rappresentare il Re di Napoli presso la
-Corte di Francia.
-
-La prima impressione prodotta dal Galiani a Parigi era stata affatto
-grottesca: egli era alto poco più d'un metro, sicchè, quando il
-conte de Cantillana lo presentò, nella grande sala delle udienze di
-Versailles, a Luigi XV, i cortigiani, al veder la sua personcina
-di pigmeo vestita da abate, non potettero trattenersi dal ridere
-ed il monarca istesso non seppe nascondere un sorriso; ma l'abatino
-napoletano, senza punto turbarsi e con la maggiore serietà, fatto il
-profondo inchino di rito, disse: “_Sire, vous ne voyez à present que
-l'échantillon du sécretaire, le sécretaire vient après._„ Tale arguta
-prontezza sorprese e piacque immensamente e può dirsi che fin da quel
-momento il Galiani conquistasse quella preziosa riputazione di persona
-di spirito, che doveva raffermarsi ed accrescersi sempre più durante i
-dieci anni di sua dimora a Parigi.
-
-La suscettibilità del suo amor proprio era però fin d'allora eccessiva
-e quasi morbosa, sicchè egli, per quell'incidente, da cui pure
-era uscito vittorioso, prese in odio la Francia e mandò lettere su
-lettere al Tanucci, supplicandolo di richiamarlo a Napoli. “Io mi sono
-disingannato„ — egli gli scriveva — “e riconosco di non essere punto
-fatto per Parigi. Il mio abito, la mia figura, il mio modo di pensare
-e tutti i miei difetti naturali mi renderanno qui insopportabile sempre
-ai Francesi ed a me stesso.„
-
-Il Tanucci, a cui premeva molto di avere un fido amico ed un
-intelligente collaboratore della sua opera politica a Parigi, non gli
-dette ascolto e, ben presto, l'abate napoletano, stretta amicizia col
-Grimm e col barone Gleichen e presentato da costoro nei salotti della
-signora Geoffrin, della duchessa de Choiseul, della signora d'Épinay,
-del barone d'Holbach, cangiò in tal modo d'opinione che il dover
-lasciare Parigi, di lì a parecchi anni, fu forse il maggior dolore
-della sua vita.
-
-Per potersi spiegare la primitiva impressione ostile così acutamente
-risentita in Francia dal troppo suscettibile abate, non bisogna
-dimenticare che egli, trovatosi d'un tratto balzato in mezzo ad una
-società, per cui non era che uno sconosciuto dall'apparenza abbastanza
-comica, godeva invece, malgrado l'ancora giovanile età, non soltanto
-a Napoli, ma in tutta l'Italia, di una non comune celebrità e come
-erudito, e come economista, e come letterato.
-
-Nato a Chieti nel decembre 1728 da un magistrato e gentiluomo foggiano,
-Ferdinando Galiani erasi recato, ancor fanciullo, a Napoli e vi era
-stato educato ed istruito, insieme col fratello maggiore Bernardo,
-da un savio e colto prelato, lo zio suo Celestino Galiani, che, per
-varii anni, coprì l'onorifica carica di Prefetto dell'Università degli
-Studii.
-
-Fin da ragazzo, il Galiani fece mostra d'ingegno pronto e vivacissimo,
-che andò sempre più ringagliardendosi nella compagnia degli illustri
-uomini, quali G. B. Vico, Jacopo Martorelli, Cerillo, Intieri e
-Rinuccini, che frequentavano la casa del Prefetto dell'Università
-e che, interessati dalla precoce intelligenza dei due suoi nipoti,
-assai volentieri intrattenevansi a conversare ed a discutere con loro.
-Spinto verso le discipline economiche dalla particolare benevolenza
-addimostratagli dai dotti toscani marchese Rinuccini e Bartolommeo
-Intieri, il giovane Ferdinando aveva già tradotto dall'inglese due
-trattati del Locke ed aveva intrapresa un'opera sull'antichissima
-storia delle navigazioni nel Mediterraneo, allorchè un curioso episodio
-lo persuase a scrivere un opuscolo satirico, che doveva richiamare su
-lui l'attenzione del pubblico napoletano.
-
-Da una delle tante accademie, che in quel tempo gareggiavano in
-Napoli di enfasi retorica e di vaniloquenza, era stato dato incarico
-a Bernardo Galiani di comporre un'orazione in lode dell'Immacolata;
-ma, essendosi egli dovuto recare, per affari di famiglia, a Chieti,
-commise di scrivere e di recitare l'orazione al fratello Ferdinando,
-il quale, avendo accettato molto volentieri, vi lavorò attorno con
-grande amore alcuni giorni ed alcune notti e, la mattina fissata,
-si recò all'accademia, col suo scartafaccio in tasca. Ma quando
-egli, fra orgoglioso e trepidante, presentossi al presidente, certo
-avvocato Giannantonio Sergio, costui veggendolo così mingherlino, così
-sbarbatello e di così minuscola persona, burbanzosamente si rifiutò,
-pel decoro dell'accademia, di fargli leggere l'elaborata orazione ed
-invece lesse egli medesimo un pomposo discorso, che teneva già pronto.
-
-Indicibili furono la mortificazione e la rabbia del Galiani per un
-simile affronto, ed egli, nel segreto dell'anima, decise di farne
-aspra vendetta. E l'occasione di burlarsi dei componenti dell'Accademia
-presieduta dall'abborrito Sergio gliela porse di lì a poco l'improvvisa
-morte del boia della città. Costumanza assai frequente delle accademie,
-che allora infierivano in tutta l'Italia, era di pubblicare raccolte di
-scritti in morte di personaggi più o meno illustri; or bene il nostro
-Ferdinando compose, in collaborazione col suo intimo amico Pasquale
-Carcani, tutta una serie di poesie e di prose secondo lo stile gonfio
-ed artefatto dei varii accademici e li raccolse in un volumino che
-portava il titolo di “_Componimenti varj — per la morte di Domenico
-Jannacone — carnefice della G. C. della Vicaria — Raccolti e dati in
-luce da Giannantonio Sergio — avvocato napoletano_„ e che era preceduto
-da una dedica di un Pastore Arcade al Tirapiede, aiutante del defunto
-Boia.
-
-La parodia — la quale doveva venir imitata, dieci anni dopo, da
-Federigo il Grande col suo panegirico di un calzolaio, che fingevasi
-scritto da un diacono della cattedrale, — anche oggi, a distanza di un
-secolo e mezzo, appare assai graziosa.
-
-Del resto a darvene un'idea approssimativa varrà la seguente nota
-apposta a piè di un sonetto: “Della giustezza di questi versi nessuno
-può dubitare essendo tutti misurati collo spago„, e quest'altro
-sonetto, in cui un arcade, che aveva incominciata una sua lirica sulla
-Concezione così:
-
- _Se mai non fosse Iddio Santo in Natura,_
- _E sia per mera ipotesi ciò detto_, ecc....
-
-viene messo argutamente in burletta:
-
- S'io fossi mai un asino in Natura
- (E sia per mera ipotesi ciò detto),
- Quantunque irrazionale creatura
- Ragghiando loderei quest'uom perfetto.
-
- Anzi, se tutto il mondo per ventura
- Di trovar dato avesse un vero e schietto
- Ministro di Giustizia a me la cura,
- L'avrei per Boia universale eletto.
-
- Poichè con arte tal, con tal destrezza
- Domenico il suo officio far sapea
- Che il morir per sua mano era dolcezza.
-
- Onde talor tra me dicea: se il fato
- Mi riducesse a dover questa rea
- Morte soffrire, io morirei beato.
-
-Il volumetto satirico ebbe un successo clamoroso e per varie settimane
-in tutti i salotti, in tutti i caffè di Napoli e per fino a Corte si
-rise sulle spalle del povero avvocato Giannantonio Sergio e dei suoi
-accademici, tanto che costoro, adiratissimi, ricorsero al Re. Allora il
-Galiani ed il Carcani, temendo di venire scoverti, nulla trovarono di
-meglio da fare che di presentarsi al Tanucci e di confessarglisi autori
-del libriccino incriminato, ed il buon ministro, che aveva anche lui
-riso alla lettura della gustosa parodia e che di lì a qualche anno dei
-due mordaci giovanotti doveva fare due dei più fidi coadiutori della
-sua politica, si accontentò di imporre loro, per tutta punizione, dieci
-giorni di esercizii spirituali, da farsi in non so più quale monastero.
-
-Compiuta questa vendettuccia letteraria, il Galiani ritornò subito
-agli studi serii e l'anno seguente pubblicava, senza nome di autore,
-un trattato in cinque libri “_Della moneta_„, il quale levò a rumore il
-mondo dei dotti e degli statisti e per la novità e per l'importanza e,
-sopratutto, per l'attualità del tema prescelto. In quel tempo, difatti,
-la straordinaria affluenza dei forestieri in Napoli ed il denaro in
-oro ed in argento mandatovi in gran copia dalla Spagna avevano prodotto
-eccesso e deprezzamento del numerario ed in conseguenza carezza delle
-derrate, del che il Governo impensierito aveva proposto varii rimedi
-l'uno più inefficace dell'altro. Quest'opera del Galiani, composta con
-mirabile lucidità d'idee, con superiore larghezza e novità di criterii
-e con prezioso senso pratico, è diventata classica nell'economia
-politica e varie delle sue definizioni hanno avuto l'onore di venire
-accolte perfino da Carlo Marx, il poderoso apostolo del moderno
-socialismo. Ed è davvero da stupire che sia stata concepita e scritta
-da un giovane poco più che ventenne, anche ammettendo ch'egli si
-sia giovato non poco delle conversazioni avute sull'argomento con
-l'Intieri, con Antonio Genovesi e con gli altri valorosi economisti che
-frequentavano la casa di suo zio.
-
-Il trattato della moneta levò dunque rumore grandissimo e venne
-entusiasticamente encomiato non soltanto a Napoli, ma eziandio nel
-resto d'Italia; vivo era quindi in tutti il desiderio di sapere chi
-ne fosse l'autore, giacchè il Galiani non si svelò che quando fu ben
-sicuro dello schietto successo dell'opera sua. Anzi, a tal proposito,
-il diligente suo biografo, Luigi Diodati, racconta che avendo
-Ferdinando dovuto farne lettura a monsignore Galiani, come soleva
-degli altri libri nuovi nelle ore di riposo, costui ogni tanto, preso
-da ammirazione, lo rimproverava dolcemente: “Ecco ciò che significa
-lavorare con serietà; ecco l'esempio da seguire, invece di sprecare
-il tempo scribacchiando satire e poesiole!„ Lascio immaginare a voi
-la gioia provata dal buon vecchio quando seppe che l'autore del tanto
-ammirato e lodato volume era proprio il nipote.
-
-Da quel momento Ferdinando Galiani, tenuto in alta stima da tutti gli
-studiosi d'Italia, acquistò tale celebrità che, allorquando l'anno
-seguente, lo zio lo indusse a fare un viaggio attraverso la nostra
-penisola, egli fu dovunque festeggiatissimo e colmato d'onori. A Roma,
-Papa Lambertini lo riceve e gli parla con la maggiore benevolenza e
-simpatia, mostrando di aver letto così il suo opuscoletto satirico come
-il suo trattato economico; a Firenze vien nominato socio dell'Accademia
-della Crusca; a Padova è accolto a braccia aperte dal Morgagni; a
-Torino, Carlo Emanuele III e suo figlio Vittorio Amedeo intrattengonsi
-a lungo con lui a discutere sulla questione della moneta.
-
-Di ritorno a Napoli, il Galiani scrisse alcuni altri opuscoli, quali
-serii, quali giocosi, ma su di essi credo invero superfluo soffermarmi,
-accontentandomi di osservare che essi contribuirono a confermare sempre
-più la sua fama di uomo dotto e di persona di spirito ed a procurargli
-la protezione ed i preziosi favori di principi e ministri dentro e
-fuori del regno di Napoli.
-
-Voglio soltanto ricordare che avendo egli, pel primo, raccolto 141
-differenti specie di pietre vesuviane, le spedì, accompagnate da una
-elegante dissertazione, a Benedetto XIV, in sei cassette, sulla prima
-delle quali scrisse a grossi caratteri le seguenti parole del Vangelo:
-“_Beatissime Pater, fac ut lapides isti panes fiant._„ Il Pontefice
-ammirò molto la collezione, di cui fece dono al Museo di Bologna, e,
-per mostrare di aver compreso il suggestivo latino galianesco, conferì
-al giovine ed accorto abatino napoletano il beneficio della Canonica
-di Amalfi, che dava la rendita di 400 ducati all'anno, favore di cui
-tre anni dopo il Galiani disobbligavasi scrivendo per la morte del suo
-protettore un'eloquente ed affettuosa orazione funebre.
-
-Dopo tali soddisfazioni di amor proprio, dopo tali trionfi di
-scrittore, dopo tali lusinghiere acclamazioni al precoce suo ingegno,
-comprendesi di leggieri che il Galiani dovesse sentirsi a disagio in un
-paese nuovo, dove la sua fama non era ancor giunta e dove sembravagli
-sempre di scorgere un sorrisetto scherzoso sulle labbra di tutti coloro
-che, per la prima volta, contemplavano la sua persona ridicolmente
-piccina ed alquanto deforme; ma, appena il suo spirito brillante,
-la colorita sua loquela, le sue riflessioni impreviste, profonde e
-paradossali gli ebbero procurato nei salotti parigini tutta una fitta
-schiera di ammiratori e di ammiratrici, egli comprese che la sua vera
-patria intellettuale era Parigi. La sua intelligenza, al contatto
-con quelle di Grimm, di Marmontel, dell'abate Raynal, di Diderot,
-del barone d'Holbach, di D'Alembert, di Helvetius e degli altri
-Enciclopedisti, si ampliava e si rinvigoriva sempre più, senza nulla
-perdere della propria originalità, e, d'altra parte, il suo spirito,
-in mezzo alle quotidiane giostre di frizzi con tante gentili ed argute
-dame, spogliavasi delle primitive scorie grossolane e diventava sempre
-più acuto, più vario, più squisito, pur nulla perdendo della sua
-spontaneità e della sua arditezza.
-
-Rileggendo ciò che di lui scrivevano gli ammaliati suoi contemporanei,
-tutta una scena si ricostruisce nella nostra mente, e ci par di vedere
-entrare il lillipuziano abate napoletano, _ce charmant abbé_, siccome
-carezzosamente solevano chiamarlo le numerose sue amiche francesi,
-nell'immensa sala bianco ed oro, illuminata da non meno di 72 candele,
-in cui il duca e la duchessa de Choiseul ricevevano, in cinque sui
-sette giorni della settimana, uno scelto stuolo d'invitati; ci pare di
-vederlo avanzare a piccoli passi, col nero tricorno sotto il braccio,
-fra i tavolini di giuoco, dispensando a destra ed a sinistra sorrisi
-ed inchini, salutare la padrona di casa, che lo accoglie sorridendo,
-e poi, circondato da una briosa schiera di dame e di damigelle,
-addossarsi ad uno dei maestosi camini marmorei, che dispensavano il
-calore alla sala, accettar subito il soggetto che gli viene proposto
-e ricamarvi attorno una di quelle maravigliose improvvisazioni,
-che tenevano tutti sospesi alle sue labbra e durante le quali, con
-l'esilarante mimica del suo volto mobilissimo e dell'intera personcina,
-entusiasmava il suo pubblico, e, dopo averlo fatto ridere sino alle
-lagrime con prodigiose lepidezze, lo faceva lungamente meditare,
-perchè, quasi sempre, sotto la frase giocosa e dietro l'aneddoto
-comico, ascondevasi un pensiero profondo ed ardito.
-
-Altre volte è invece nel salotto della casa di campagna al Grand-Val
-del barone d'Holbach od in quello, in cui la società era anche
-più intima e cordialmente simpatica, del villino alla Chevrette
-della signora d'Épinay che ci pare di rivedere il Galiani: il sole
-tramonta e le ombre della sera già invadono la camera; gl'invitati,
-poichè la melanconia dell'ora fa languire ogni conversazione, si
-raccolgono intorno all'abate, che, seduto sur una poltrona, con le
-gambe incrocicchiate alla turca, secondo la sua abitudine, e con la
-parrucca di traverso, racconta loro, senza farsi molto pregare, mille
-follie, accende uno di quei fuochi di fila di lazzi, di bizzarrie, di
-novellucce gioconde, a cui nessuna tristezza resiste.
-
-“L'abate Galiani entrò„ — scrive Diderot in una sua lettera — “e col
-gentile abate entrarono la gaiezza, l'immaginazione, lo spirito, la
-follia, lo scherzo, tutto ciò che fa dimenticare i fastidii della
-vita.„ E subito dopo aggiunge: “L'abate è inesauribile in fatto di
-motti di spirito, di frasi argute; è un vero tesoro nelle giornate
-piovose: se si fabbricassero degli abati Galiani presso gli ebanisti,
-tutti ne vorrebbero possedere uno in villeggiatura.„ E Marmontel dice:
-“L'abate Galiani era come fattezze il più grazioso piccolo Arlecchino
-che abbia prodotto l'Italia, ma sulle spalle di quest'Arlecchino
-vi era la testa di Machiavelli. Epicureo nella sua filosofia, era,
-pur possedendo un'anima melanconica, abituato a contemplar tutto
-dal lato ridicolo. Non v'era nulla, nè in politica, nè in morale, a
-proposito di cui non avesse qualche piacevole racconto da narrare,
-e questi racconti avevano sempre il senso giusto dell'opportunità
-ed il sale d'un'allusione imprevista ed ingegnosa.„ Infine il Grimm
-scriveva: “Questo piccolo essere, nato alle falde del Vesuvio, è un
-vero fenomeno. Egli unisce ad un colpo d'occhio lucido e profondo una
-vasta e solida erudizione, alla chiaroveggenza d'un uomo di genio la
-piacevolezza ed il brio d'un uomo che altro non cerca che divertire e
-piacere. Egli è Platone con la vivacità ed i gesti d'Arlecchino.„
-
-Il piccolo e spiritoso abate Galiani era, come evidentemente appare da
-queste e da varie altre simili autorevoli testimonianze, il ricercato
-beniamino della società parigina: i suoi aneddoti, le sue risposte
-maliziose, le sue riflessioni originali, i suoi sarcastici motti di
-spirito, appena pronunciati, facevano il giro della città, passando di
-bocca in bocca, e poi, mercè i carteggi dei letterati, giungevano ai
-più importanti centri intellettuali d'Europa.
-
-Di questi fortunati motti galianeschi, parecchi sono giunti fino a noi.
-
-Un giorno, una scimmia, che il Galiani aveva portato con sè e
-che amava moltissimo, essendosi sospesa alla catena di ferro che
-reggeva la lampada destinata ad illuminare lo scalone del palazzo
-dell'ambasciata, la fece dondolare così a lungo ed in siffatto modo
-che tutto l'olio ne cadde sull'abito di gala del conte di Cantillana,
-mentre costui preparavasi ad uscire per recarsi ad un pranzo a cui era
-stato invitato. L'ambasciatore furibondo ordinò che la bestia venisse
-subito uccisa. “Guardatevene bene, Eccellenza, — esclamò freddo freddo
-l'abate, — l'anima di Leibnitz alberga nel suo corpo ed essa cerca
-risolvere il problema dell'oscillazione del pendolo.„
-
-Un altro giorno, ad un pranzo, un ufficiale, indispettito da un frizzo
-del Galiani gli disse, facendo la voce grossa: “Signor abate, voi siete
-un insolente; e se vi fossi vicino vi darei uno schiaffo, anzi potete
-far conto di averlo già ricevuto.„ Ed il Galiani di rimando: “Se io
-vi fossi vicino, poichè il mio stato non mi permette di cingere spada,
-caverei fuori quella di chi mi siede a lato e vi trapasserei da parte
-a parte; anzi fate conto di aver già ricevuto il colpo e consideratevi
-come morto.„ Tutti risero e l'ufficiale rimase assai male.
-
-Un'altra volta, egli si era recato da un ministro di Stato, famoso
-per la sua pigrizia e da cui si aspettava già da tempo non so quale
-atto che non riusciva mai a venire alla luce; il ministro, accortosi
-che l'abate portava sotto il braccio un cappello abbastanza vecchio,
-pensò di punzecchiarlo dicendogli: “Parmi che sia tempo di riformare
-il vostro cappello.„ Ed egli di botto: “Aspetto il disegno di Sua
-Eccellenza.„
-
-Appassionato per la musica di Pergolese e di Paisiello, il nostro abate
-giudicava troppo fragorosa quella francese, sicchè, avendo qualcuno
-osservato dinanzi a lui che la nuova sala delle Tuileries, nella quale
-era stato trasportato il teatro di musica, in seguito all'incendio del
-Palazzo Reale, era sorda, egli esclamò con un sospiro: “Felice lei!„
-
-Non bisogna però credere che, durante i dieci anni circa che il
-Galiani rimase in Francia, ad altro egli non pensasse che a menare vita
-brillante e che sperperasse il ricco capitale della sua intelligenza
-spendendolo tutto nella picciola moneta della conversazione. No,
-egli, oltre ad avere incominciato un originale commento delle Odi di
-Orazio, di cui alcuni brani assai caratteristici furono pubblicati
-dall'abate Arnaud sulla sua _Gazette littéraire d'Europe_, ed aver
-scritto un libro di economia politica, che suscitò furiose polemiche
-e di cui vi parlerò di qui a poco, si mostrò abile diplomatico e
-fedele rappresentante dell'accorta e patriottica politica del marchese
-Tanucci.
-
-Il carteggio, pubblicato alcuni anni fa dall'_Archivio Storico per le
-provincie Napoletane_, dimostra l'alta stima che l'illustre ministro
-di Ferdinando I nutriva pel Galiani, a cui scriveva settimanalmente
-di affari di stato, a cui a volta chiedeva anche consiglio e che
-considerava come il suo uomo di fiducia a Parigi; e ciò è tanto vero
-che, non soltanto gli affidò varie delicate missioni, ma, allorquando
-nel 1760 l'ambasciatore De Cantillana prese una licenza dì sei mesi, lo
-nominò incaricato d'affari con la paga mensile di 300 ducati.
-
-Però Ferdinando Galiani dovette alla sua lingua, a cui pure è da
-attribuirsi lo straordinario suo successo parigino, quell'inatteso
-richiamo dalla Francia, che così profondamente lo addolorò.
-
-L'Inghilterra, in quell'epoca, impensierita dal famoso _patto di
-famiglia_ tra la Francia e la Spagna, erasi alleata con la Russia e
-con la Danimarca, e quindi una lotta diplomatica s'ingaggiò fra i due
-gruppi di alleati, una lotta, che prendeva le mosse dalle contese dei
-due partiti svedesi soprannominati dei _Cappelli_ e dei _Berretti_,
-dei quali l'uno era fautore delle regie prerogative e dell'alleanza
-francese e l'altro del governo oligarchico e degli Anglo-Russi. Avendo
-i _Cappelli_ alla perfine ottenuta la prevalenza, l'Inghilterra
-riuscì a persuadere la Danimarca ad armare una flotta in favore
-dei _Berretti_; ma, saputolo il ministro francese Choiseul, costui
-protestò con grande energia contro tale armamento, e poco mancò che non
-iscoppiasse una guerra, la quale, secondo le parole dell'ambasciatore
-di Napoli in Ispagna, “si poteva sapere dove cominciava, ma non
-prevedere dove andrebbe a finire.„
-
-Ora, mentre maggiormente ferveva il lavorìo diplomatico, il nostro
-abate commise la leggerezza di rivelare al barone Gleichen, ministro
-di Danimarca a Parigi, il secreto pensiero del Tanucci, il quale,
-non soltanto non approvava _il patto di famiglia_, ma, pur non
-negando l'utilità di un accordo fra la Spagna e Napoli, non credeva
-si dovessero accomunare in tutto e per tutto gl'interessi dei due
-paesi. L'imprudente discorso venne riferito al duca di Choiseul, che
-già da qualche tempo non vedeva di buon occhio il troppo linguacciuto
-segretario d'ambasciata napoletano, e, in seguito ad un carteggio
-fra la Corte di Francia e quella di Spagna e di Napoli, il Tanucci,
-convintosi di non poter salvare il suo favorito, scrisse la seguente
-laconica missiva, che piombò sul povero abate come un fulmine a ciel
-sereno: “È volontà del Re che V. S. Illustrissima fra quattro giorni da
-questo dispaccio esca da Parigi per ritornare in Napoli al suo destino
-di Consigliere del Magistrato di Commercio. Glielo prevengo nel Real
-nome perchè così eseguisca.„
-
-Prima di partire, il Galiani lasciò al Diderot il manoscritto di un
-libro intorno a cui già da qualche tempo lavorava e di cui il suo
-fido amico curò la stampa, facendolo pubblicare, l'anno seguente
-alla partenza di lui, con la data di Londra, senza nome di autore e
-col titolo di _“Dialogues sur le commerce des bleds.„_ Questo lavoro
-del Galiani, che suscitò uno straordinario brusìo nel campo degli
-Economisti, che vi erano vivacissimamente attaccati e che della loro
-difesa e della confutazione incaricarono l'abate Morellet, discuteva,
-in forma dialogica e con un brio affatto insolito in tali trattazioni,
-di una delle più importanti questioni del momento.
-
-In seguito ad una carestia che aveva generati gravi tumulti popolari,
-Luigi XV, persuaso di giovare all'agricoltura, aveva nel 1764 emanato
-un editto, col quale permettevasi a tutte le province del regno la
-libera esportazione dei grani. Sopravvenne un'annata sterile, ed
-i mali ai quali erasi coll'editto inteso di porre rimedio, nonchè
-cessare, si aggravarono sempre più. Il Galiani prese da ciò occasione
-per combattere l'opportunità della libera esportazione, intendendo
-dimostrare che in fatto di commercio di grani ogni sistema assoluto
-riesce nocivo e che variando le circostanze degli Stati conviene
-variare eziandio le norme di tale commercio. A provare il suo assunto
-egli immaginò una serie di conversazioni prima e dopo il pranzo fra
-un motteggiatore cavalier Zanobi, in cui incarnò sè stesso, ed un
-marchese di Roquemaure, che sostiene la tesi opposta, ma che si lascia
-trascinare a tali concessioni ed a tali confessioni su materie che,
-in apparenza, non hanno coi grani alcun rapporto, da rimanere poi
-stupefatto di aver dato egli medesimo, con le sue parole, le armi
-all'avversario per incalzarlo e debellarlo.
-
-Questi dialoghi erano così brillanti e così ameni che vennero letti
-con vivo piacere perfino dal pubblico femminile e che il Voltaire
-ne scriveva con enfatico entusiasmo al Diderot. “Sembra che Platone
-e Molière si siano uniti insieme per comporre tale opera„ e nel suo
-dizionario enciclopedico, alla parola _blé_, ne dava il seguente
-lusinghiero giudizio: “Il signor abate Galiani, napoletano, rallegrò la
-nazione francese sulla questione dell'esportazione; giacchè egli trovò
-il segreto di fare, anche in lingua francese, dei dialoghi divertenti
-quanto i migliori nostri romanzi, ed istruttivi quanto i migliori
-nostri libri serii. Se quest'opera non fece diminuire il prezzo del
-pane, procurò molto diletto alla nazione, ciò che per essa vale assai
-meglio.„
-
-Ho detto che questo volume venne pubblicato senza nome di autore e
-l'istesso ho detto antecedentemente del trattato della moneta e si
-potrebbe dire della maggior parte delle opere del Galiani. Ora l'abate
-napoletano non faceva certo ciò per modestia, perchè la modestia non fu
-mai tra le sue virtù; quale dunque ne era il motivo? Ecco la graziosa
-ragione che egli medesimo ne dà in uno degli ultimi suoi opuscoli:
-“Un abbominevole abuso invalso fa che tutti vogliono avere i libri in
-dono dal loro autore. Chi dona un libro lo perde, chi lo nega perde
-un amico, quindi per salvare i libri e gli amici li stampavo senza il
-mio nome. Così potevo anche dallo spaccio inferire in qualche modo il
-merito del libro, essendo certissimo che quell'edizione che si sarà
-tutta venduta si avrebbe potuto tutta donarla, mentre non è sicuro del
-pari che quella che si è donata si avrebbe potuto venderla tutta.„
-Il vero motivo però era che il Galiani sapeva di possedere, così in
-Italia come in Francia, molti amici, ma anche molti nemici, e che,
-soltanto col celare il proprio nome egli sperava di poter ottenere il
-suo intento. E non ingannavasi, giacchè, siccome afferma uno scrittore
-del principio del secolo, l'Ugoni, fintanto che le opere di lui
-furono giudicate secondo il valore intrinseco la fama ne fu grande,
-ma non appena fu squarciato il velo dell'anonimo cominciò la fama ad
-intorbidarsene: non potendosi negare il merito dell'opera, si negò
-che fosse o che ne fosse egli solo l'autore, diceria del resto non
-risparmiata nè a Beccaria, nè a Filangieri.
-
-Fu proprio col cuore trafitto che l'abate Galiani abbandonò quella
-Parigi, in cui egli menava una così gioconda esistenza e dove
-aveva tanti cari amici e tante soavi amiche; quella Parigi, in cui
-aveva ritrovato l'ambiente elevatamente spirituale adatto alla sua
-intelligenza; quella Parigi che lo aveva così bene apprezzato e che
-egli con immagine felice, aveva definita _le café de l'Europe._
-
-A dimostrarlo, più di ogni mia parola, varrà il biglietto sconsolato,
-che egli scrisse al D'Alembert nel momento della partenza: “Vi fo,
-mio caro D'Alembert, i miei addii; non ho il coraggio di congedarmi da
-voi, sono questi istanti terribili per un cuore sensibile, quando ci
-si deve separare per sempre dagli amici e dalle persone che si amano e
-si stimano e si onorano e che hanno formato la felicità della mia vita
-durante la mia dimora in questo paese. Addio, mio caro amico, io vi
-scriverò, e spero che voi mi darete qualche volta notizie della vostra
-salute, e così potrò credere ancora di non essere uscito dal mondo.„
-
-Dopo aver lasciato Parigi, egli si fermò alcuni mesi a Genova, sperando
-forse che il suo richiamo non fosse definitivo, ma dovette pure
-decidersi alla fine a ritornare a Napoli, dove dalla benevolenza del
-Tanucci, nonchè da quella dei Sovrani, gli furono attribuiti i più
-onorifici e lucrosi incarichi, senza però che egli mai si consolasse
-e senza che mai nel suo cuore si cicatrizzasse la nostalgica ferita
-per l'obbligatorio abbandono di Parigi, dove, malgrado l'ardente suo
-desiderio, non doveva mai più ritornare.
-
-Nelle lettere da lui scritte dopo il non desiderato ritorno in patria,
-si trovano di continuo rimpianti per la dolce terra di Francia e, al
-contrario, disdegni e sarcasmi contro la città di provincia, in cui
-era costretto a vivere. Alla signora Necker egli scrive: “Ma è proprio
-vero che io sia partito? È possibile che io abbia potuto uscire da
-Parigi? Per dove, come, per quale barriera, in qual modo è accaduto? Io
-non ci capisco nulla. No, non è possibile.„ Ed alla signora d'Épinay:
-“Parigi è la mia patria; per quanto si faccia per esiliarmi da essa io
-vi ricadrò.„ E poi: “Vedete come sono allegro: non ne credete niente.
-Io sono triste ed infelice e mi rincresce molto di farvelo sapere.
-Cerco di distrarmi e cado in eccessi di pazza allegria. Qui diverto
-tutti, fuorchè me medesimo. Se ritorno un momento sull'idea di Parigi
-e dei miei amici, eccomi perduto. Io non ci sono e voi ci siete, ecco
-i due punti della mia melanconica e desolante meditazione.„ Ed ancora:
-“Sapete che oggi è l'anniversario del giorno della mia partenza da
-Parigi? Posso essere allegro con siffatto ricordo?„ Ed infine alla
-signora Geoffrin scrive: “Eccolo dunque, come sempre, l'abate, il
-vostro piccolo abate, _votre petite chose_. Io sono seduto sur una
-soffice poltrona, ed agito piedi e mani come un energumeno, colla
-parrucca di traverso, parlando molto e dicendo cose che erano giudicate
-sublimi e che mi venivano attribuite. Ah! signora quale errore! non
-ero io che dicevo di così belle cose. Le vostre poltrone sono tripodi
-apollinei ed io era la Sibilla. Siate pur sicura che, sulle seggiole di
-paglia napoletane, non dico che sciocchezze.„
-
-Napoli, al povero abate così festeggiato nei brillanti salotti
-parigini, non appare semplicemente come una città di provincia, poco
-colta e molto pettegola, ma quale un crudele esilio, in cui non trova
-chi sappia comprenderlo ed apprezzarlo come a Parigi. E le lamentanze
-ed i rimpianti riempiono le sue lettere e si esprimono nelle forme
-più colorite, più liriche e più graziosamente satiriche. “Qui non ho
-nulla che mi tormenti, tranne che non ho nè divertimenti, nè piaceri,
-nè amici, nè discepoli, nè pranzi, nè cene, nè denaro, nè salute, nè
-allegria, nè affari giocondi, nè amore; ma, viceversa ho l'amicizia
-del ministro, la rabbia degli invidiosi, il pericolo delle calunnie,
-seccatori a non finire, i processi, il Tribunale, la Corte, le
-zampogne per le vie ed i calli ai piedi.„ — “In quanto a me mi annoio
-mortalmente qui; non veggo nessun'altro che due o tre francesi che sono
-qui. Parmi d'essere Gulliver, ritornato dal paese degli Huyhuhums, il
-quale non ricerca altra società che quella dei due suoi cavalli. Vado
-a fare visite di dovere alle mogli dei due ministri di Stato e delle
-Finanze e poi dormo o sogno. Quale vita! nulla qui mi diverte. La vita
-vi è di un'uniformità mortale. Non vi si disputa di niente, neppure di
-religione. Ah, mia cara Parigi, quanto ti rimpiango!„ Ed allorquando,
-per una salute deteriorata anzitempo, perde gran parte dei denti,
-egli prima se ne lamenta; “Se non avessi perduto che il piacere di
-mangiare, non lo rimpiangerei troppo; ma è assai peggio. Io non parlo
-più; ecco ciò che è spaventevole. Balbetto nel voler parlare, sovra
-tutto in italiano: tra i miei denti formasi una specie di zufolio molto
-sgradevole e di cui mi accorgo io stesso e subito taccio per tema di
-annoiare gli altri. Ora immaginate cosa sia l'abate Galiani muto. No,
-non vi ha nulla di più crudele e di più lamentevole; credete pure che
-non esagero„; e poi trova una consolazione assai più triste del male:
-“I miei denti mi hanno lasciato; ma non ho più bisogno di parlare; qui
-nessuno m'intende e nessuno ha la tentazione di ascoltarmi.„
-
-Ma quasi a vendicarsi dei suoi concittadini, la sua vena satirica si
-risveglia ed egli scrive tutta una serie di opuscoli epigrammatici,
-che poi pubblica sotto il nome di don Onofrio Galeota, un bizzarro
-tipo di grafomane e di _bohèmien_, che viveva in Napoli ai suoi tempi
-e vi era popolarissimo. Fra questi opuscoli giocosi, in cui il Galiani
-piacevolmente imita lo stile pomposo, spropositato e tutto intessuto
-di grossolani napoletanismi di don Onofrio, il più caratteristico è,
-senza dubbio alcuno, quello pubblicato in occasione di un'eruzione del
-Vesuvio e che porta per titolo: “_Spaventosissima descrizione — dello
-spaventoso spavento — che ci spaventò tutti coll'eruzione del Vesuvio
-la sera degli otto d'agosto 1779, ma (per grazia di Dio) durò poco — di
-D. Onofrio Galeota — poeta e filosofo all'impronta._„ A dare un'idea di
-questa parodia piena di spirito basterà che io ve ne legga una mezza
-pagina; udite: “La prima meraviglia fu vedere quella gran colonna di
-lava infocata, che usciva dalla bocca e andava tanto alta. Veramente
-alzava assai; ma non tanto poi quanto hanno detto. Mi è stato avvisato
-che, quando fu l'eruzione del 1631, li libri d'allora, stampati tutti
-con licenza dei superiori, hanno detto che la colonna di fuoco s'alzò
-diciassette miglia. Ora, io dico, una delle due, o l'eruzioni che
-si facevano in quelli tempi erano più grandi di quelle che si fanno
-adesso, o li spropositi, che si dicevano allora, erano più grandi di
-quelli che si dicono adesso. Veramente diciassette miglia sono miglia.
-Adesso hanno detto che s'alzò tre miglia, e io manco lo credo, e dico
-che fu meno assai, e forse non fu nemmeno mezzo miglio; però mi rimetto
-a chi l'ha misurata, perchè io non ci voglio rimettere di coscienza,
-e queste cose di pesi e misure sono materie delicate, e per la mezza
-canna, o quanti vanno all'inferno, che il Signore ce ne liberi!„
-
-Qualche anno prima della pubblicazione di questo opuscolo era stato
-rappresentato il famoso “_Socrate immaginario_„, ad ascoltare il quale,
-a quanto almeno afferma il Ranieri, tanto dilettavasi Giacomo Leopardi
-e di cui lo Scherillo ha potuto dire, non interamente a torto, che
-esso onora la letteratura drammatica italiana quanto la migliore delle
-commedie di Goldoni.
-
-Molto si è disputato per sapere chi fosse il vero autore di questo
-capolavoro del teatro napoletano, ma ora sembra assodato che l'idea
-prima l'abbia avuta il Galiani, che egli n'abbia dato il canovaccio
-a G. B. Lorenzi, noto autore di molti libretti di opere buffe
-napoletane, e che inoltre, dopo che costui l'ebbe verseggiato, vi abbia
-aggiunto parecchi sali, e qualche scena più delle altre originale. La
-musica poi ne fu scritta dal Paisiello. Eccone l'argomento, secondo
-vien raccontato dal Galiani medesimo in una delle sue lettere: “È
-un'imitazione del _Don Chisciotte_. S'immagina un buon borghese di
-provincia, che si è fitto in capo di ristabilire l'antica filosofia,
-l'antica musica, la ginnastica, ecc. Egli si crede Socrate. Ha preso
-il suo barbiere e ne ha fatto Platone (è il Sancio-Panza). Sua moglie
-è bisbetica, e continuamente lo bastona: così è una Santippe. Va nel
-suo giardino a consultare il suo demone, alla fine gli si fa bere
-un sonnifero dandogli a credere che sia la cicuta, e, mercè l'oppio,
-allorquando risvegliasi, si trova guarito della sua follia„.
-
-Rappresentata nell'ottobre del 1775, la giocondissima commedia del
-Galiani e del Lorenzi ottenne uno strepitoso successo d'ilarità, ma,
-essendosi scoverto che sotto i panni del protagonista si nascondeva
-una caricatura di don Saverio Mattei, professore di lingue orientali
-nell'Università di Napoli, poeta metastasiano, cultore fervente
-di musica, appassionato della letteratura e della filosofia greca
-e pazientissimo nel sopportare gli scoppii di gelosia e l'umore
-irascibile della sua consorte, donna Giulia Capece-Piscicelli, si
-ricorse dagli interessati al Re, che, ad evitare un più lungo scandalo,
-proibì ogni ulteriore rappresentazione del “_Socrate immaginario_„,
-veto che non doveva venir tolto che cinque anni dopo.
-
-Ma diciamolo pure, il buon don Saverio, non aveva avuto tutti i torti
-di adirarsi, giacchè la satira era davvero spietata.
-
-Alla moglie che gli chiede:
-
- Ma dimmi, arcipazzissimo,
- Tu come insegni ad altri
- Filosofia, se appena sai di leggere?
-
-don Tammaro, il protagonista della commedia galianesca, risponde:
-
- Appunto perchè sono
- Una bestia solenne, io son filosofo.
- Chi fu Socrate? un asino
- E te lo proverò. Mai non parlava
- Costui da sè, ma domandava sempre,
- Chiaro segno evidente
- Ch'era una bestia e non sapeva niente....
- Ed io maggior mi stimo
- Filosofo di lui, per la ragione
- Che, ogni qual volta vogliolo imitare,
- Nemmeno so che cosa domandare!
-
-Ed ecco come egli narra la trasformazione fatta subire al suo barbiere:
-
- Sta sottoterra ascoso
- Il tartufo odoroso: il porco immondo
- Lo scava col suo grugno, e quello poi
- Si fa cibo di dame e di alti eroi.
- Stava così sepolto
- Mastro Antonio Tartufo:
- Il porco io fui, che lo scavai. Lo tenni
- Alla mia scuola, e in men di sette giorni
- Filosofo divenne Mastro Antonio;
- Gittò ranno e sapone,
- Vestì la toga e diventò Platone.
-
-Ed infine don Tammaro riassume il programma della sua nuova esistenza
-così:
-
- In casa mia
- Voglio che tutto sia grecismo e voglio
- che sin' il can, che ho meco,
- Dimeni la sua coda all'uso greco.
-
-Il nostro abate non impiegava però tutte le ore di libertà che
-gli lasciava l'importante sua carica ad architettare tali lepidi
-componimenti, giacchè egli, ritornato a Napoli, compose eziandio varie
-opere affatto serie e di molta dottrina. Basterà che io rammenti
-l'importante memoria: “_Dei doveri de' Principi neutrali verso i
-Principi guerreggianti, e di questi verso i neutrali_„, in cui, con
-grande efficacia, sostenne una tesi, che, dopo circa mezzo secolo,
-doveva venire accolta, in seguito a lunga discussione, dalla Camera
-legislativa francese; basterà che rammenti la monografia sul “_Dialetto
-napoletano_„, che suscitò assai vivaci polemiche, e quella “_Vita
-di Orazio cavata dalle sue poesie_„ e quel volume “_Degl'istinti e
-delle abitudini dell'uomo, o sia Principii del diritto di Natura e
-delle genti, tratti da Orazio_„, che sono rimasti sempre inediti,
-perchè rinchiusi, insieme a varii altri manoscritti galianeschi ed a
-parecchi carteggi coi più illustri uomini d'Italia e di Francia, nei
-dieci cassoni, lasciati dall'abate napoletano al suo amico e parente
-don Francesco Azzariti e da costui alla famiglia Niccolini e poi
-alla famiglia Santamaria, senza che a nessuno mai venisse concesso di
-gettarvi uno sguardo, a gran dispetto del povero Ademollo, uno dei più
-pazienti e scrupolosi studiosi dell'opera galianesca, che non riusciva
-a darsene pace.
-
-Io, per conto mio, vi confesso, che me ne consolo, leggendo e
-rileggendo quell'epistolario del Galiani, da cui la figura dell'arguto
-abate balza fuori così completa e seducente.
-
-A me pare di vederlo il minuscolo abate nel momento che si prepara a
-scrivere una di quelle sue brillanti lettere alla signora d'Épinay che,
-appena giunta a Parigi, verrà da lei letta ai suoi fidi, per passare
-dopo da salotto a salotto e per finire qualche volta in mano di un
-principe straniero od anche di un nunzio del papa.
-
-Il vasto appartamento, presso la chiesa di Sant'Anna di Palazzo, dove
-Ferdinando Galiani abitava, è immerso nel notturno silenzio, giacchè
-da più ore le tre nipoti, rinchiuse nelle loro camere e coricate nei
-loro letti, sognano dei fidanzati che il buon zio ha saputo procurar
-loro, e dormono o sonosi ritirati nelle loro case il maggiordomo e gli
-altri otto domestici; l'abate, che è ritornato or ora dal teatro, dove
-ha assistito ad un'opera nuova dell'adorato Piccinni, entra nella sua
-stanza da studio, accarezza la bambagiosa gatta d'Angora, sua diletta
-compagna da che un amico gliel'ha mandata da Marsiglia e la cui morte
-improvvisa di lì a qualche giorno lo costernerà così profondamente,
-posa sur un polveroso fascio di processi, che domattina dovrà
-compulsare prima di recarsi al Tribunale di Commercio, la parrucca,
-che tanto pesa all'irrequieta sua testina, ed incomincia a scrivere sul
-largo foglio bianco.
-
-La penna dapprima corre sulla carta rapida e nervosa, poi si arresta,
-perchè l'abate deve consultare una lettera della d'Épinay o gettare uno
-sguardo fugace alla pallida miniatura, che, nella sua cornice dorata,
-gli ricorda la graziosa ed elegante sembianza dell'amica lontana. La
-penna ricomincia a correre, ma d'un tratto una sonora risata risveglia
-gli echi della stanza e fa balzare in piedi la gatta i cui rotondi
-occhi fosforescenti rilucono attoniti nella penombra: è l'abate che,
-con la penna d'oca poggiata sull'orecchio, ride di cuore di una sua
-facezia scritta or ora e che poi la rilegge compiaciuto ad alta voce,
-accompagnandola con le più grottesche boccaccie e con la più vivace
-mimica di tutta la persona, quasi che intorno a lui si affollassero
-gli amici dei quali, di lì a venti o trenta giorni, la sua lettera
-susciterà certo la più schietta ilarità. Il fatto è che, mentre
-scrive, al buon abate sembra proprio di trovarsi tuttora a Parigi nel
-salotto della signora d'Épinay od in quello del barone d'Holbach e di
-discorrervi coi suoi amici; ed è proprio ciò che dà alle sue lettere un
-incomparabile fascino, il fascino della conversazione, il fascino della
-parola parlata.
-
-Nelle sue lettere, il Galiani tratta saltuariamente i più svariati
-soggetti, dai più umili e familiari ai più dotti ed elevati. Ora parla
-di intricate questioni economiche ed un po' dopo si lagna che il suo
-editore si faccia troppo pregare per dargli quel che gli deve o che
-glielo dia a piccole somme staccate, ciò che prova che gli editori sono
-sempre gli stessi in tutti i tempi ed in tutti i paesi; ora fa profezie
-sull'avvenire politico dell'Europa per chiedere, un momento dopo, che
-gli si mandino alcune boccette d'inchiostro perchè quello che vendesi
-a Napoli è pessimo; ora fa acute osservazioni critiche sul teatro per
-poi lagnarsi che certa tela per camicie speditagli da Parigi non sia di
-buona qualità.
-
-Di tanto in tanto poi, egli comunica alla sua amica il titolo e
-l'argomento di un libro, che ha ideato forse nell'istante stesso
-che verga la lettera. Un giorno è un trattato d'educazione, in cui
-intende provare che questa è la medesima sia per gli uomini sia per le
-bestie e che essa si riduce tutta ai due seguenti punti: _Apprendere
-a sopportare l'ingiustizia, apprendere a soffrire la noia_. Un altro
-giorno, immagina un romanzo epistolare fondato sull'amicizia d'infanzia
-del celebre arlecchino Carlin con Papa Ganganelli, un romanzo che verrà
-scritto, più di mezzo secolo dopo, dal letterato francese Henry de
-Latouche. Un altro giorno concepisce un _“Sistema sull'origine delle
-montagne„_ in cui trovasi in germe la moderna teoria dell'evoluzione.
-Un altro giorno infine progetta un libriccino umoristico di cui il
-curioso titolo dovrebbe essere: _“Instructions morales et politiques
-d'une chatte à ses petits, traduit du chat en français, par M.
-d'Egratigny, interprète de la langue chatte à la Bibliothèque du Roi„_
-e di cui ecco il gustosissimo canevaccio: “La gatta inculca dapprima ai
-suoi piccini il timore del Dio-uomo. In seguito spiega loro la teologia
-ed i due principii, il Dio-uomo buono ed il Demonio-cane cattivo; poi
-detta loro la morale, la guerra cioè ai topi, ai passerotti, ecc.;
-infine parla loro della vita futura e della Rattopoli celeste, che è
-una città dalle mura di parmigiano, dai pavimenti di polmone, dalle
-colonne di anguille, ecc., e che è piena di topi destinati a loro
-divertimento. Essa ispira loro il rispetto pei gatti castrati, che
-sono chiamati a tale stato dal Dio-uomo, per essere felici in questo e
-nell'altro mondo, come lo attesta la loro pinguedine, ed è perciò che
-essi sono dispensati dal pigliare i topi. Finalmente raccomanda loro la
-più perfetta rassegnazione, nel caso che il Dio-uomo li chiami a questo
-stato di perfezione, ecc., ecc.„
-
-Nessuno di questi volumi fu scritto dal Galiani ed essi andarono
-a raggiungere nel limbo letterario l'infinita legione dei libri
-progettati e non eseguiti, incominciati e non terminati, la cui istoria
-oltremodo curiosa ed interessante rimane ancora da farsi in un volume,
-che porti per epigrafe le rivelatrici parole dei Goncourt: _“On ne
-fait pas les livres qu'on veut.„_ Che importa? Sono proprio questi i
-libri ai quali gli scrittori serbano la maggiore tenerezza ed ai quali
-ripensano sempre con simpatia, simili un po' a quelle vezzose eroine
-degli amoretti giovanili appena abbozzati e dovuti lasciare a metà,
-le cui vaghe fattezze vengono evocate con soave mestizia nelle ore
-angosciose di scoraggiamento sentimentale, in cui l'anima è annebbiata
-di tristezza ed il cuore sanguina sotto gli artigli della delusione.
-
-Gli autori amano queste loro opere embrionali perchè esse non hanno
-dato loro nessun dispiacere e perchè appaiono loro sempre illuminate
-dalla fiamma purissima e lieta della prima concezione. Ahimè! dopo
-quella prima ora di sublime gioia cerebrale, incominciano le terribili
-battaglie di tavolino per fermare sulla carta quella fulgida visione
-del libro futuro, che nell'attuazione si sforma, si contorce,
-svaporasi.
-
-Oh! gli spasmodici gridi di sofferenza che trovansi nelle lettere di
-Flaubert alla Sand, in chi di noi, per quanto modestissimo maneggiatore
-di penna, non ha trovato un'eco di dolore? Chi di noi potrà mai
-dimenticare la triste e rassegnata esclamazione di lui: _“Ah! je les
-aurai connues les affres du style?„_
-
-Sì, una grande gioia è anche quella di poter mettere la sospirata
-parola “Fine„ ad un volume, ma in tale gioia v'è anche un po' del
-grossolano sollievo per una fatica terminata; ma, dopo quel momento
-supremo, l'opera quasi più non ci appartiene e ad essa non è già più
-l'anima dell'artista o del pensatore che s'interessa, ma è la vanità
-dell'uomo, che sogna un entusiastico coro di lodi.
-
-Ecco perchè io stimo che la gioia più pura, più alta, più serena è
-quella che ci procura la ideazione di un nuovo libro, il quale, nel
-fremito giocondo di quel primo istante, ci appare bello e completo come
-giammai sarà, come giammai potrà essere; ed è naturale per conseguenza
-che il libro, che è rimasto sempre in tale primo stadio senza mai
-concretarsi, sia pure il figlio prediletto della nostra anima.
-
-Un biografo diligente e scrupoloso osservatore della verità storica
-vi direbbe che ritornato dalla Francia, il Galiani, eccetto un breve
-viaggio fino a Venezia, visse sempre in Napoli; ebbene io invece
-sostengo che egli continuò a vivere per molti anni ancora a Parigi,
-finchè la morte della sua diletta amica Luisa d'Épinay non venne a
-troncare il suo bel sogno cerebrale. Oh sì, o signori, ciò che sopra
-tutto vale è la vita dello spirito ed ognuno di noi può eleggersi una
-patria ideale, e, mentre qui appare sotto il consuetudinario aspetto
-di professore, d'impiegato, di medico, può con lo spirito viaggiare pel
-mondo, può con lo spirito vivere in Francia, in America o nell'Estremo
-Oriente.
-
-Ma io voglio pur fare qualche concessione alla gente positiva, che
-di queste nostre metafisiche da esteti compassionevolmente sorride,
-e mi accontenterò di affermare soltanto che nell'abate napoletano vi
-erano due uomini, come del resto egli stesso scriveva: “Ma ecco come
-sono, due uomini diversi impastati insieme, e che pure non riescono
-ad occupare intero il posto di un solo.„ Ebbene sì, vi era un Galiani
-severo e dotto magistrato, zio tanto premuroso che riuscì a maritare
-perfino una nipote brutta e gobba, collezionista appassionato di
-monete e di medaglie, scrittore di opuscoli eruditi o satirici, che
-viveva a Napoli, e che dal Tribunale di Commercio passava a Corte e
-dai salotti dei diplomatici esteri passava al teatro, dove eseguivansi
-le opere giocose dei musicisti napoletani o dove recitava qualche
-compagnia francese; ma v'era poi un altro Galiani, e quello continuava
-a vivere a Parigi ed a farvi la corte alle sue eleganti amiche, a
-lanciarvi epigrammi ed improperii contro gli Economisti, a discutervi
-calorosamente sui più varii soggetti cogli Enciclopedisti, a far
-ridere ed a far meditare coi suoi apologhi, coi suoi frizzi, con le
-sue capricciose fantasie, con le sue originali riflessioni, con le sue
-ardite massime, tutto un fedele pubblico di ammiratori: e non è forse
-questo il Galiani affascinante e geniale, non è forse questo il Galiani
-davvero degno di interessare noi altri posteri?
-
-Venne però un triste giorno del giugno 1783, ed in esso gli giunse
-la crudele notizia della morte della sua amica: in quel giorno il
-suo cuore si spezzò. Alla signora du Bocage, che si era offerta a
-continuare il carteggio, durato per quattordici anni con la d'Épinay
-egli scrisse: “La signora d'Épinay non è più! io ho dunque cessato di
-esistere! Voi m'avevate proposto, nell'ultima vostra, di continuare con
-voi la corrispondenza che io ebbi l'onore d'intrattenere così a lungo
-con lei; io intendo tutto il valore del sacrificio che voi vi degnate
-imporvi; ma come potrei io corrispondervi? Il mio cuore non è più tra
-i vivi, esso è tutto in una tomba. Perdonatemi, signora, se vi scrivo
-con tanta franchezza, se vi mostro tanta ingratitudine.... In questa
-età, in cui l'amicizia diviene più necessaria, ho perduto tutti i miei
-amici! io ho perduto tutto! non si sopravvive ai proprii amici!„
-
-E può ben dirsi che in quel melanconico giorno il Galiani parigino
-morisse. In quanto al Galiani napoletano, egli gli sopravvisse ancora
-quattro anni e qualche mese; coprì nuove e sempre più importanti
-cariche, in modo da raggiungere in emolumenti la rispettabile somma
-annua di 27 000 lire; ottenne altri onori; entrò sempre più nelle
-grazie dei Sovrani; si occupò sopra tutto della riedificazione
-dell'antico porto di Baja e della bonifica del lago Fusaro; e cessò di
-vivere, coi conforti religiosi, il 30 ottobre 1787 all'età di 58 anni.
-
-Alcuni giorni prima che egli morisse, la regina Maria Carolina
-scrissegli una lunga lettera per esortarlo, in vista di una prossima
-ed inevitabile fine, a fare ammenda dei suoi errori e ad implorare
-dalla misericordia divina il perdono dei suoi molti peccati. A tale
-esortazione, per lo meno strana sotto la penna di quel modello d'ogni
-virtù che fu Maria Carolina, il Galiani rispose con una lettera piena
-di rispettosa gratitudine, ma piena eziandio di nobile dignità, di
-cui ecco la chiusa caratteristica: “Non vorrei stancare la pazienza
-di Vostra Maestà sopra tutto con un movimento che potrebbesi tacciare
-d'orgoglio, ma mi è impossibile non dire che se ho da rimproverarmi
-numerosi peccati come uomo e come cristiano, non me ne posso
-rimproverare _uno solo_ nè come magistrato, nè come suddito....„
-
-Chi ha scritto queste parole e quelle più su riferite in occasione
-della morte della signora d'Épinay non può certo venir giudicato un
-cinico egoista, siccome lo hanno proclamato molti, che hanno preso
-troppo alla lettera alcune frasi del suo epistolario. Disgustato
-dall'umanitarismo enfatico e dal falso e lezioso sentimentalismo, pei
-quali, sotto l'ispirazione di quel Gian Giacomo Rousseau, che imprecava
-contro le madri che non allattano esse stesse i loro bambini, ma che
-poi mandava i suoi figliuoli alla ruota dei trovatelli, sdilinguivasi
-quella corrottissima aristocrazia francese, la quale, secondo una frase
-divenuta celebre, danzava sur un vulcano, l'abate Galiani, che teneva
-molto, ed aveva ragione, all'originalità del proprio cervello, amava
-invece di posare, anche un po' forse per spirito di contraddizione,
-a scettico e gridava che egli non credeva nulla, in nulla, su nulla,
-di nulla, e si scalmanava a persuadere tutti che egli in politica non
-ammetteva che il Machiavellismo puro, senza miscele, crudo, acerbo, in
-tutta la sua forza ed in tutta la sua asprezza.
-
-Ebbene se si esamina coscienziosamente l'esistenza oltremodo laboriosa
-di questo scettico per progetto, si scorge che egli fu buon patriotta,
-magistrato integerrimo, suddito fedele, che si mostrò amico tenero e
-premuroso, che, dopo la morte del fratello, tenne luogo di padre alle
-figlie di lui.
-
-Difetti certo n'ebbe e parecchi e gravi, ma ebbe pur la schiettezza
-di non nasconderli mai come ipocritamente fecero tanti altri grandi
-uomini: pochi, ad esempio, furono più di lui sensibili al successo
-delle proprie opere, ma nessuno ha più candidamente di lui confessato
-che non v'è alcuna vanità la cui ebbrezza sia più violenta della vanità
-letteraria.
-
-Infine quest'uomo, che sotto la fosforescenza dello spirito nascondeva
-uno straordinario acume ed un profondo e sano buon senso; quest'uomo
-che è stato non soltanto un brillante e mordace scrittore, ma anche
-un vero ed ardimentoso novatore in economia politica ed in diritto
-pubblico; quest'uomo, i cui paradossi, sparsi con opulenta prodigalità
-nelle sue stupende lettere, fanno ripensare alla definizione di un
-illustre odierno scrittore, pel quale il paradosso dell'oggi è la
-verità del dimani; quest'uomo di cui Edmondo de Goncourt, tempo fa,
-non peritavasi di proclamare che possedesse “_une cervelle autrement
-philosophique que la cervelle à la mince ironie de monsieur de
-Voltaire_„ rimane, checchè ne dica certa maniaca critica iconoclasta,
-una delle più gloriose personalità, che abbiano, nel secolo scorso,
-onorata l'Italia Meridionale.
-
-
-
-
-DAL METASTASIO A VITTORIO ALFIERI
-
-(1698-1782)
-
-
-CONFERENZA DI
-
-GUIDO MAZZONI
-
-
- _Signore e Signori_,
-
-Chi volesse immaginarsi due scrittori in contrasto tra loro, quanto
-più sia possibile, e d'aspetto e d'indole e di facoltà artistiche, non
-avrebbe a durar fatica: gli basterebbe ripensare, l'un dopo l'altro,
-Pietro Metastasio e Vittorio Alfieri.
-
-Ecco subito, a udire il nome dell'abate Metastasio, ecco subito
-risorgere in voi l'immagine di quel volto paffuto sotto i riccioloni
-della bianca parrucca: il mento doppio s'incurva dolcemente sotto
-le labbra carnose e la fronte si dilata senza rughe, con un'altra
-curva armoniosa, sopra gli occhi sereni: volto un po' troppo pieno,
-ma non senza grazia; al primo guardarlo, volto di un cuor contento;
-ma non senza finezza, a riguardarlo meglio. Tale i ritratti ci han
-fitto nella memoria la sembianza del poeta cesareo, che, piegatosi
-innanzi, quasi a salutare l'amico lettore, e le lettrici, sorride dal
-limitare delle opere sue. Oh, il conte Alfieri non ci accoglie così!
-Egli figge gli occhi acuti nell'avvenire, di là da' lettori presenti
-(alle lettrici non pensa neppure); nell'avvenire li figge, dove ben
-altri lettori si augura e spera, tra il nuovo popolo d'Italia ch'egli
-ha voluto suscitare a nuovi destini. I capelli rossi fan come da
-cornice a quel volto angoloso che s'erge sul collo nudo fieramente;
-le labbra s'increspano quasi a disdegno; la fronte è segnata di linee
-che l'attraversano quanto è ampia, e altre rughe scendono per le
-guance, secondo le contrazioni che il pensiero, nello sforzo del cercar
-l'espressione, impone alla carne ribelle. Quegli, il Metastasio, a chi
-abbia pratica de' versi suoi, potrà sembrare che si volga ancora a'
-soavi melodrammi e mormori, invidiandoli perchè vanno a Nice:
-
- Quanto ingiusto, o miei fogli, è il ciel con noi!
- Dolce è la vostra, è la mia sorte amara:
- Sol tocca a me tutto il sudore, e poi
- Tocca a voi soli ogni mercè più chiara.
-
-Questi, l'Alfieri, si direbbe che abbia gettata via dispettoso la
-penna, esclamando:
-
- L'arte ch'io scelsi è un bel mestier, per dio!
-
-e così placatosi torni ancora a meditare aspre tragedie.
-
-Il contrasto che è ne' ritratti de' due volti non fu minore nell'indole
-de' due uomini e nella vita loro: e li ebbe una stessa nazione, nello
-stesso secolo, contemporanei; li ebbe poeti drammatici entrambi. La
-storia letteraria nostra, che ha tante meraviglie, non ne ha forse una
-che sia curiosa come questa, e così importante a studiarla.
-
-
-I.
-
-Pietro Trapassi, nato nel 1698 a Roma, quando fu giunto a maturità
-parve unire in sè quella che il Boccaccio chiamò la gran dolcezza
-del sangue bolognese, che gli veniva dalla madre, con la bonaria
-compostezza romana che gli veniva dal padre: ma innanzi fu un gaio e
-spensierato ragazzo che, sebbene adottato dal Gravina per le grazie
-dell'ingegno manifestate nell'improvvisare, e già erudito da lui su'
-Greci e su' Latini negli studii severi, si affrettò a sparnazzarne la
-conspicua eredità godendosi a Napoli la vita. Una cantante, la Marianna
-Bulgarelli, la Romanina, che lo conosce per gli _Orti Esperidi_,
-lo fa suo e lo protegge, quando egli, ridotto in miseria, studiava
-l'avvocatura; un'altra Marianna, la Pignattelli D'Althann, che è
-vedova a Vienna, e può vantarsi amata da Carlo VI, lo fa chiamare
-là, e anch'ella lo fa suo e lo protegge. A questo modo il figliuolo
-del droghiere, l'abatino galante, l'avvocatino napoletano, ebbe a
-presentarsi nel 1730, per la sua qualità di nuovo poeta cesareo,
-innanzi alla Maestà dell'Imperatore del Sacro Romano Impero, “il più
-gran personaggio della terra!„ Tre reverenze, una sull'uscio, una a
-mezzo la sala, una davanti alla persona imperiale; e quest'ultima fu
-genuflessione: il Metastasio (così il Gravina l'aveva ribattezzato
-grecamente) restò lì ginocchioni finchè Carlo VI gli disse: — Alzatevi!
-alzatevi! — Ma allora, ohimè, conveniva aprir bocca, parlare: che dir
-mai? Era quello, disse, il momento che aveva sospirato fin da' primi
-anni della vita; e ora che si trovava lì, in faccia all'imperatore,
-“col glorioso carattere di suo attual servitore,„ avrebbe voluto
-divenire un Omero, dovesse costargli tutto il sangue delle vene!
-cercherebbe almeno di fare quel più che potesse, e il titolo di
-poeta cesareo gli darebbe quella virtù che non gli dava l'ingegno.
-Piacquero le parole bene artificiate e dette bene; e l'imperatore
-degnò sorridere, e gli offerse la mano a baciare: “Onde io (narrava il
-Metastasio) consolato di questa dimostrazione d'amore, strinsi con un
-trasporto di contento la mano cesarea in entrambe le mie, e le diedi
-un bacio così sonoro che potè il clementissimo padrone assai bene
-avvedersi che veniva dal cuore.„
-
-A corte, sulle prime, non si curavano di lui; ma egli vi s'insinuò e
-vi si abbarbicò presto tenacemente con la garbatezza de' modi, con la
-simpatia della persona, con l'accortezza mascherata di bonomia onde
-si regolò sempre, entro i limiti dell'onesto, a vantaggio proprio.
-E la Marianna lasciata a Napoli, la dolce Romanina? Didone è stata
-abbandonata da Enea, e Enea non vuole ch'ella lo raggiunga.... a
-Vienna! E per impedirle il viaggio intrapreso, la ferma, o fa fermare,
-a Venezia: onde la leggenda, che sarà poi registrata dal Lessing,
-ch'ella tentò uccidersi con un temperino; nel fatto, pur dolorando,
-si contentò di promesse e si rassegnò. Anzi, scrisse a un abate, che
-s'era intromesso tra lei e l'amico, raccomandandogli prendesse cura
-del marito, che aveva proseguito per conto suo fino a Vienna, e lo
-consigliasse “a non disgustare il signor Metastasio con qualche sua
-strana risoluzione; ma lo faccia (aggiungeva) con la sua buona grazia,
-che non paia mia premura.„ Sta a vedere che il marito correva le poste
-per costringere l'abate a tornare indietro, o almeno per rimbrottarlo
-dell'abbandono crudele!
-
-Difficile, perchè già tenuto da Apostolo Zeno, l'ufficio di poeta
-cesareo: lo Zeno aveva data nobiltà quasi di tragedia al melodramma,
-col divergerlo dagli enormi spettacoli eroicomici e volgerlo
-all'efficacia dell'azione dialogata con eletta serietà; e pur conveniva
-al Metastasio lavorare indefessamente per produrre quelle tante opere
-all'anno e a tempi determinati, e procurare insieme gli oratorii, le
-serenate, i complimenti, le canzonette, per uso e consumo della Corte,
-quanti ne occorressero. Uomo metodico trova le ore e le ispirazioni
-per tutto e per tutti: sta a tavolino ogni giorno a ora fissa, e
-si commuove scrivendo o rompe la commozione a volontà, pe' suoi
-melodrammi; gli c'entra continuare il greco e il latino, quasi per
-diporto, a ora fissa; serve, come dicevano, le padrone a ora fissa; e
-la savia regolarità della vita gli permette perfino di far la corte
-alla D'Althann, a ora fissa; amarla, esserne riamato, sposarla, a
-quel che pare, segretamente. Poeta, uomo di società, dotto, amico,
-sa compiere tutti i doveri, sa darsi tutti i pensieri, con facilità
-graziosa, con ingegno e destrezza impareggiabili.
-
-Muore la Romanina, e memore fin all'ultimo lascia erede lui,
-usufruttuario il marito: il Metastasio, ch'è galantuomo, rinunzia
-l'eredità, ma il Metastasio, che è un uomo che bada a' fatti suoi,
-nello scrivere al marito le condoglianze per la perdita comune,
-gli chiede che in compenso all'eredità rinunziata si occupi
-d'amministrargli le rendite in Italia e di provvedere alla famiglia,
-che è a Roma, come per tanti anni avea fatto la povera morta. Ben
-provveduto di stipendii, tenuto in onore e amore da Maria Teresa come
-già da Carlo VI, e più assai, mette da parte: la vita agiata, ma senza
-passioni, non gli costa quasi nulla: cinquantadue anni di séguito,
-vale a dire fino alla morte, rimane nella casa stessa dov'era sceso
-arrivando a Vienna; casa di napoletani che gli risparmiarono perfin
-la noia d'imparare il tedesco, casa di amici onde ebbe in una terza
-Marianna una figlia adottiva che lo consolò della morte della D'Althann
-dopo un legame di cinque lustri. Così la donna, che fu per lui rosa
-senza spine, gli profumò tutta quanta la vita. Morì nel 1782.
-
-Uomo di buon senso, presente a sè, in ogni momento, in ogni cosa; uomo
-perfettamente equilibrato, sebbene si affermasse isterico; chè quel
-suo isterismo, come non gli tolse di campare fino a ottantaquattro
-anni, e lo lasciò morire d'un raffreddore, così fu sempre domato dalla
-ragione, subito che questa mostrò al paziente il probabile danno della
-malattia. Non già ch'ei non sentisse; sentiva, anzi, vivacemente,
-volta per volta, minuto per minuto, sotto il colpo o la pressione degli
-affetti; ma poteva, quando gli sembrasse troppo, smettere di sentire nè
-voleva sentire più di quel tanto. Lavagna dove era agevole scrivere col
-gesso; donde era del pari agevole cancellare lo scritto con la cimosa.
-La fantasia vivace, eccitabile; l'animo calmo sempre; come nel mare,
-dove le onde si agitano soltanto sulla superficie sconvolta. Perciò il
-Metastasio non vide nella vita universale che l'uomo, e tutto riferì
-all'uomo, cioè, per l'uomo, a sè stesso.
-
-Nulla gli dicevano i luoghi: gli scenarii de' suoi melodrammi gli
-bastavano. Era nato a Roma, era stato a Napoli, avea vista la Calabria;
-della campagna deserta e de' ruderi gloriosi, delle candide ville e
-de' vigneti sul golfo sotto il Vesuvio che fuma, delle coste infiorate
-d'aranci e guardate dalle vette del selvoso Appennino, nulla rammentò,
-nulla fe' passare ne' versi suoi. E a Vienna e in Moravia ciò ch'egli
-osserva è quanto sia d'agio o disagio, ciò ch'è da desiderare, ciò
-ch'è da fuggire a chi ama il comodo vivere. Gran bella nevicata,
-per esempio, quella del 1749 sui boschi moravi della D'Althann! Son
-tutti coperti di neve; alberi e capanne, perduti i colori, conservano
-ingrossato il disegno e si profilano candidi nel cielo d'un grigio
-diffuso: udiamo il poeta: “Considero con sentimento di gratitudine, che
-quell'amico bosco, che mi difendeva poco anzi coll'ombra da' fervidi
-raggi del sole, or mi somministra materia onde premunirmi contro
-l'indiscretezza della fredda stagione. Insulto con diletto all'inverno,
-ch'io veggo ma non provo nella costante primavera del nostro tepido
-albergo.„ Non c'è dubbio: “al pari delle altre stagioni ha l'inverno
-ancora i suoi comodi, le sue bellezze e i suoi vantaggi„ per chi se
-ne sta innanzi ai caminetto, dimentico così della natura candidamente
-bella per la nevicata, come degli altri uomini che soffrono il gelo per
-la nevicata.
-
-Nella soffitta della casa sua sta per più anni il Haydn; ed egli,
-che scrive pel teatro e s'intende di musica, sa che virtù abbia
-quel violinista in miseria; ma nulla fa mai per lui. Un vecchio
-compatriotta, un vecchio amico, il Porpora, cade malato, ha bisogno:
-è da pensarci, è da provvedere: ecco fatto, ecco mandata una lettera
-al cantante Farinello, al gemello impareggiabile, favorito del re di
-Spagna: “Vi sarò personalmente obbligato se mi vorrete evitare il
-dolore di vedere il naufragio d'un uomo pel quale abbiamo sentito
-rispetto fin dalla prima gioventù.„ Non si tratta, dunque, tanto
-di far piacere al compatriotta e all'amico, quanto di schivare una
-dolorosa commozione e i possibili rimorsi. Dopo scrittone a Madrid, non
-c'era più ragione di stare in pensiero a Vienna. Al bene, certo, era
-naturalmente proclive; del male non ne fece mai; ma scomoda tanto fare
-il bene! Se ci ha da essere scomodo non mette conto, neppure per sè,
-di muoversi; se ci ha da essere danno, allora sì che è prudente badare
-solo a' fatti suoi! E rinunziava alla Romanina, rinunziava a rivedere
-padre, madre, fratelli, rinunziava all'Italia, soffocando le rapide
-fiammelle della fantasia e del sentimento. Oh Napoli, oh le Calabrie,
-oh Roma e il palio de' barberi! Ma, per tornare, bisognava buttar
-all'aria, preparar tutto, bisognava mettersi in via; e laggiù chi sa
-poi quante chiacchiere uggiose; e lì presso c'era la D'Althann che alla
-tale ora lo aspettava, o gli amici per la solita lettura d'Orazio. Il
-Metastasio non rivide mai nè l'Italia nè i suoi.
-
-
-II.
-
-Vittorio Alfieri, nato nel 1749, quando il Metastasio era negli
-onori massimi e già sullo sfiorire, ebbe dal forte Piemonte adusta la
-tempra del corpo e ben salde le fibre dell'animo. Il conte astigiano,
-militarmente educato a Torino, nel collegio dove gl'insegnarono più
-francese che italiano, altiero, ribelle per indole alla volontà altrui,
-si vendicò subito che potè di quella disciplina correndo l'Italia
-e l'Europa a rompicollo. Francia, Inghilterra, Olanda, Svizzera,
-Germania, Danimarca, Svezia, Russia; e poi, in un'altra corsa, Francia,
-Inghilterra, Spagna, Portogallo, dal '67 al '72 lo vedono passare e
-ripassare giovane ardente, fantastico, turbolento, che ama e disama,
-che spende e spande, che ha tragiche e comiche avventure di passioni,
-di duelli, di processi; tradito, vilipeso, pregiato, onorato; sempre
-desideroso del meglio, sempre scontento del presente, sempre scontento
-di sè. Passa e ripassa con frotte di cavalli generosi: di lì a poco
-preferirà i libri.
-
-Guarito da un amore in Olanda, incappa nel '71 nella Penelope Pitt,
-che a sedici anni è divenuta la viscontessa Ligonier; e per lei
-si batte col marito, per lei è tratto insieme con un palafreniere
-in un processo di divorzio. Un altro amore a Torino, l'anno dopo,
-indirettamente l'avvia a comporre tragedie. Poi nel '77 a Firenze
-“degno amore lo allaccia finalmente per sempre„: ama la moglie di Carlo
-Odoardo Stuart, la contessa d'Albany; e si studia di sottrarla a quello
-sbevazzatore che, dimentico della sua dignità e delle prove da lui
-fatte non senza gloria come pretendente alla corona d'Inghilterra, le
-è un “irragionevole ed ubbriaco padrone„; ordisce sottilmente la trama
-della liberazione, la compie quasi per rapimento, si assume intiera
-la responsabilità del fatto, con la donna amata convive pubblicamente,
-in faccia all'attonita aristocrazia, rivale felice d'un marito di casa
-reale.
-
-Intanto, ne' viaggi e nelle passioni e nelle amicizie varie, gli si
-era allargato il sentimento e la coltura: l'Inghilterra e la Francia
-gli avean mostrato assodate o in via d'esperimento le leggi della
-libertà: tutta l'Europa aveva corso, o da tutta l'Europa raccolto in
-sè l'odio contro il feudalismo antiquato e la bramosia delle riforme
-civili. A Ginevra s'era già comprati l'Helvetius, il Rousseau, il
-Montesquieu; poi lesse Plutarco e se n'infiammò; quattro e cinque
-volte di seguito lo lesse “con tale trasporto di grida disperate e di
-furori per anche, che chi fosse stato a sentirmi nella camera vicina
-mi avrebbe certamente tenuto per impazzito„. Con lacrime di dolore
-e di rabbia raffrontava Cesare, Bruto, Pelopida, Catone, a' piccoli
-reggitori del Piemonte: un giorno intiero, meditando l'Italia presente,
-pianse sulla tomba di Dante a Ravenna. Si rodeva, e pur seguitava
-a menar la vita dello scioperato e dello scapestrato; ma il suo era
-come il ribollimento della terra che abbia sentita la prima pioggia
-primaverile.
-
-Presentato nel '69 al re di Prussia, non ebbe altro lievito che
-d'indignazione e di rabbia: poche parole gli disse il re; egli
-l'osservò profondamente ficcandogli gli occhi negli occhi, e ringraziò
-Dio che non lo aveva fatto nascere schiavo di Federigo II. Anche dal
-re di Piemonte si volle libero; e, fatta donazione di tutto il suo,
-andò a tôrre licenza: quel re, che era il buon Vittorio Amedeo II, non
-gli parlò punto della cosa, e lo accolse affabile e cortese come era
-sempre. Onde poi il conte nella _Vita_: “Ancorchè io non ami punto
-i re in genere, e meno i più arbitrari, debbo pur dire ingenuamente
-che la razza di questi nostri principi è ottima sul totale, e massime
-paragonandola a quasi tutte l'altre presenti d'Europa. Ed io mi sentiva
-nell'intimo del cuore piuttosto affetto per essi, che non avversione;
-stante che sì questo re che il di lui predecessore sono di ottime
-intenzioni, di buona e costumata ed esemplarissima indole, e fanno al
-paese loro più bene che male. Con tutto ciò quando si pensa e vivamente
-si sente che il loro giovare o nuocere pendono dal loro assoluto
-volere, bisogna fremere, e fuggire.„ Oh il bacio, il bacio sonoro del
-Metastasio sulla mano dell'augusto padrone!
-
-Dopo che l'Alfieri ebbe baciate, in cambio di una mano imperiale, le
-rovine della Bastiglia, avidamente raccolte a memoria del fatto, gli
-toccò sentire la libertà impiccante e spogliante, come la chiamava
-pronunziando gli epigrammi feroci che, deluso nelle alte speranze,
-scagliò, fin che gli resse la vita, contro la Francia. E dalle Fiandre
-e dalla Germania, venne a Firenze, dove Ugo Foscolo lo vide passeggiar
-solo dove Arno è più deserto. Qui scrisse le commedie, volto ormai
-col pensiero all'esempio degli Inglesi, che soli gli avevan dato
-libertà e pace, e soli sembravan godere patria e libertà, e per ciò
-partigiano ormai degli ordini costituzionali ove si contemperano le
-signorie dell'Uno, de' Troppi, de' Pochi, tre veleni che commisti
-fanno l'antidoto. Qui allo Strocchi giovane che andò a visitarlo gridò
-rimbrottandolo che parteggiasse pe' Francesi: “Que' scellerati Francesi
-hanno ammazzato il loro re: i re vanno ammazzati, ma sul trono, non
-balzarneli con inganno e, appena caduti, vilmente trucidarli!„ Qui,
-disperato del tempo e degli uomini presenti, affisse sulla porta di
-casa quel biglietto che si era stampato con le proprie mani: “Vittorio
-Alfieri, non essendo persona pubblica, e supponendosi di poter essere
-almeno padrone di sè in casa sua, fa noto a chiunque cercasse di
-lui, ch'egli non riceve mai nè le persone nè ambasciate nè involti nè
-lettere di quelli che non conosce e da cui non dipende.„ E qui morì
-nel 1803, atteggiandosi a misantropo sdegnoso. Ma come caldo d'amore
-nel suo pensiero per gli uomini tutti! come ardente per gli uomini
-d'Italia, quali degni di lei nascerebbero un tempo! Quando scrisse
-la dedica del _Bruto II_, volgendosi al popolo italiano futuro, si
-direbbe che il conte Alfieri, dotato di profetici spiriti, si vedesse
-innanzi i martiri, i soldati, i diplomatici del '21, del '48, del '59:
-quando scrisse i versi sulle battaglie future tra Italia e Francia,
-fu profeta, almeno in parte, davvero. A Roma, nel '49, più d'uno de'
-volontarii (perchè non il Mameli?) avrà susurrato:
-
- ... O Vate nostro, in pravi
- Secoli nato, eppur creato hai queste
- Sublimi età che profetando andavi!
-
-Ora, il conte astigiano che, posando a Marsiglia, con le spalle
-addossate a uno scoglio, dinanzi alle due immensità del cielo e del
-mare abbellite dai raggi del sole cadente, passava ore di delizia
-fantasticando; o viaggiando nel Settentrione dalle selve, dai laghi,
-dai dirupi, si sentiva sorgere entro l'animo ruvidamente scolpite le
-immagini che poi ritrovò nell'_Ossian_; o cavalcando per le pianure
-deserte dell'Aragona piangeva dirottamente, senza sapere di che, per
-la poesia che terribile e lieta e mesta e pazza gli si affacciava alla
-mente in immagini mal distinte; questo poeta grande, questo cittadino
-grande, quest'anima, insomma, questa vita, nel 1769 toccarono per
-un momento o furono per toccare l'anima e la vita dell'abate Pietro
-Trapassi, del poeta cesareo Metastasio.
-
-Era a Vienna l'Alfieri, e il ministro sardo gli aveva proposto di
-condurlo dal Metastasio, quando un giorno nei giardini imperiali di
-Schoenbrunn lo incontrò. Da lontano lo vide “fare a Maria Teresa
-la genuflessioncella di uso, con una faccia sì servilmente lieta
-e adulatoria„ che più non volle saper di conoscerlo. “Non avrei
-consentito mai di contrarre nè amicizia nè familiarità con una Musa
-appigionata o venduta all'autorità dispotica da me sì caldamente
-abborrita.„
-
-Il Metastasio morì senza aver saputo di tale incontro: se l'avesse
-saputo, l'Alfieri gli sarebbe sembrato un matto, un bel matto da
-legare. E del matto si diede, raccontando da vecchio l'orrore suo pel
-Metastasio, l'Alfieri: ma in quella mattia era l'entusiasmo che solo
-può risuscitare la vita e la coscienza d'un popolo.
-
-
-III.
-
-Da un lato, dunque, l'alta società viennese. “Qui gli odii e gli
-amori (scriveva il Metastasio al Farinello nel '47) non tolgono mai
-il sonno: qui l'anima s'impaccia pochissimo degli affari del corpo:
-la sera siete il favorito, la mattina l'incognito. Le premure, le
-agitazioni, le sollecitudini, le picciole guerre, le frequenti paci,
-le gratitudini, le vendette, il parlar degli occhi, l'eloquenza del
-silenzio, insomma tutto ciò che può dar di piacevole o di tormentoso
-il commercio delicato delle anime, è paese non conosciuto, se non
-che come ridicolo ornamento de' romanzi. È cosa incredibile a qual
-segno arrivi l'indolenza di queste placidissime ninfe. Io dispererei
-di trovarvi una sola capace di trascurare un giuoco di _piquet_ per
-la perdita o per la morte d'un carissimo amante; ve ne troverei ben
-quante mai ne volessi di quelle che non interromperanno l'insipido
-lavoro de' lor nodetti fra gli eccessi dell'estro più misterioso. E
-voi temete per me? Tranquillatevi pure. Non si corre questo rischio.„
-E in quella società che nella sua aristocratica superiorità al volgo
-degli uomini rinunziava alle passioni degli uomini, l'abate Metastasio
-cantò le passioni non vere degli eroi melodrammatici e di sè. Sottile
-analizzatore degli affetti si dilettava incidere, come Properzia de'
-Rossi fece della Passione di Cristo, tutta quanta la storia d'una
-passione sopra un nocciolo di pesca; ma erano affetti immaginarii.
-Perfino Nice, la Nice che gl'inspirò così leggiadre canzonette, visse
-soltanto nella mente del poeta, che si raccomandava agli amici non
-restassero ingannati dai teneri versi; non gli facessero il torto di
-crederlo innamorato, non esser egli capace di tali debolezze! Invece,
-se correvan chiacchiere di certe sue avventure con una ballerina,
-raccomandava le lasciassero correre “perchè alla fine, quando ci
-andiamo avvicinando ad una certa età non ci dispiacciono tanto queste
-imposture che accreditano il nostro vigor giovanile.„ Chiuso sempre
-in quei salotti di dame e di attrici, non desideroso d'altro che
-dell'agiato vivere, lontano dalla patria e da' parenti, il Metastasio
-fermò sè, la sua vita, la lingua e l'arte sua, in una beata ed elegante
-placidità: non si curò di sapere, ignorò che facesse, che pensasse
-il popolo italiano: invecchiò supremo rappresentante d'un'età e d'una
-letteratura ormai trapassate.
-
-Dall'altro lato, tutta l'Europa che segreta fermenta. E l'Alfieri vi si
-aggira irrequieto, smanioso; suggendo dalla natura viva, e dai libri
-vivi, e dagli uomini e dalle donne vive, gli elementi delle passioni
-che l'agitano diversamente finchè non ama la D'Albany, le lettere
-classiche, l'Italia futura. Diceva che, nato libero, avrebbe amato la
-patria su tutto; nato schiavo, nulla amava più che la sua donna: amò
-invece la sua donna e la patria, come nessuno de' nostri poeti dalla
-prima metà del Cinquecento aveva più saputo amarle:
-
- Or duro, acerbo; ora pieghevol, mite:
- Irato sempre; e non maligno mai:
- La mente e il cor meco in perpetua lite.
-
-Per ciò egli è un'anima moderna; e, pur nelle forme in che la costrinse
-quasi a dispetto, l'arte sua, nell'intendimento e ne' concetti, è
-tutta moderna. Perchè gettò via lo Shakespeare, subito che si accorse
-che gli andava troppo a sangue? Mala paura lo colse d'essere indotto
-a imitarlo, e non volle. Tardi tornò a lui, e tardi lo imitò; quando
-le forze non erano più adeguate all'impresa. Perchè lo spirito
-suo non s'infuse piuttosto in liberi drammi all'inglese che nelle
-anguste tragedie alla francese? La potenza dell'Alfieri, se è lecito
-rimpiangere che chi tanto diede non abbia dato anche più, fu, a parer
-mio, anche maggiore dell'opera sua. Poeta più che artista: più artista
-che poeta, di contro a lui, il Metastasio.
-
-Dall'uno all'altro, rammentata pure la tanta disparità delle indoli,
-e i casi diversi delle vite, non intenderebbe il passaggio chi non
-ripensasse cause più generali e profonde: la critica trionfatrice,
-le riforme civili ed estetiche che ne mossero, l'esaurimento del
-melodramma, la maturità della tragedia.
-
-Al Metastasio, non si crederebbe!, fu fatto invito di collaborare
-all'_Enciclopedia_, proprio a quella del Diderot, di cui l'ultimo
-volume uscì nel 1772. Avrebbe potuto mandarle, come non disformi
-dagli intendimenti dell'impresa, certe _Osservazioni sul teatro greco_
-dove, prendendo a una a una in esame le tragedie d'Eschilo, Sofocle,
-Euripide, e le commedie d'Aristofane, le giudicò tutte secondo i gusti
-e le idee del Settecento, nè risparmiò sali mordaci a quella “aurea
-semplicità greca„ che mal pareva anche a lui sciocchezza. Tanto aveva
-potuto il secolo perfino sullo scolaro di Gianvincenzo Gravina, sul
-Trapassi che il Gravina aveva, per amor de' Greci, metastasiato.
-Dimostrato falso dal Galilei il principio dell'autorità nelle scienze,
-rimesso in onore da lui il pensiero vivo, la ragione abusava ormai
-delle forze sue, credendo poter costituire sè medesima giudice di
-tutto, del presente, del passato, dell'avvenire, non secondo le
-necessità della storia, ma secondo leggi ch'ella medesima si foggiava
-idealmente. E perchè ella era quale i tempi recavano che fosse, diversa
-da quale in altri tempi era stata, derideva nel passato tutto quello
-che non l'appagava più, voleva ridurre nel presente ogni cosa a suo
-modo, studiava di preparar l'avvenire, su norme teoriche, tale da
-imporgli poi come Faust al minuto sfuggente: “Férmati, tu se' bello!„
-
-Non prevedendo bene gli effetti, a mezzo il secolo scorso lavoravano
-tutti, l'aristocrazia e l'alto clero non meno de' borghesi, a tale
-opera di revisione, di riforma, di preparazione. Onde la critica
-sagace delle autorità mal consacrate, e insieme l'irreverenza contro
-i grandi de' tempi che furono, Omero, Dante, Shakespeare; onde utili
-mutazioni di leggi e di costumanze, e insieme abbozzi utopistici di
-legislazioni e di costituzioni per la piena, universale, sempiterna
-felicità del genere umano. Il male era pertanto misto al bene in sì
-fatto fervore di pensieri e di coscienze; ma io non sono di quelli
-che affermano essere stato il male più assai che il bene. Concordano
-tutti che le riforme, delle quali si giovò allora e pe' corpi e per le
-anime tanta parte d'Europa, furon giuste e proficue. Ma que' sogni per
-l'avvenire non apparecchiarono di là dagli orrori della Rivoluzione,
-altre riforme, giuste e proficue del pari? Così lento è il Bene nel suo
-secolare viaggio verso la meta cui gli è lecito avvicinarsi sempre più,
-sempre più, ma non raggiungerla mai, che ad affrettarlo tanto giova
-la Fantasia quanto forse la stessa Ragione. Troppo cauta è questa nel
-guidarlo. La Fantasia, ignorante degli ostacoli, fa cuore al Bene e gli
-dà così forze novelle per proseguire ancora nell'arduo, nell'infinito
-cammino.
-
-Ed ebbe alcun che di utile, sebbene ridicola spesso, e turpe qualche
-volta, la irreverenza verso il passato, il disprezzo della storia:
-perchè soltanto per quell'eccesso si compensò l'eccesso opposto, della
-cieca devozione, della superstizione pedantesca, onde in nome de'
-morti si vituperavano i vivi. Non loderemo davvero nè il Cesarotti
-contaminatore d'Omero, nè il Bettinelli spunzecchiatore di Dante, nè il
-Voltaire calunniatore dello Shakespeare; ma se de' grandi non fu inteso
-il valore, che la storia meglio studiata ci mostra oggi intiero, ebbe
-del buono quell'affermazione dover l'arte viva d'ogni età rispondere
-alla coscienza dell'età propria, sia pure prevenendola d'alquanto; nè
-ricalco sull'antico nè moda audace e rapidamente caduca; sì espressione
-estetica della civiltà sociale e della coltura intellettuale onde è
-prodotta.
-
-Tra il Metastasio e l'Alfieri passò dunque di mezzo quasi una gran
-folata di vento, che spazzò via molta polvere e molti germi sparpagliò
-da per tutto; una gran folata di vento, come d'improvviso ne dà
-l'estate, ad annunziare un temporale che avanza. Verranno la pioggia
-e la grandine e i fulmini e i tuoni: ma intanto l'afa è cessata, e si
-respira meglio.
-
-
-IV.
-
-Giuseppe Baretti e Giuseppe Parini attestano come fu rapido quel
-trapasso, e come efficace.
-
-Nato a Torino nel 1719, il Baretti è, per qualche rispetto, un Alfieri
-in piccolo: anche lui, irrequieto; anche lui, scabro e impetuoso; anche
-lui, veridico sempre; anche lui, innamorato dell'Italia. Viaggia molto
-anche lui, e trova in Inghilterra la giustizia e la libertà negategli
-in patria. Se da giovane aveva tradotto il più robusto de' tragici
-francesi, il Corneille, sente poi la potenza dello Shakespeare, e ne
-prende a viso aperto le difese contro il Voltaire. Frusta a sangue gli
-Arcadi: è uomo, sdegna gli eunuchi, vuole che gl'Italiani tutti sien
-uomini. Per ciò non più cortigianerie, non più ciance:
-
- Son franco nel parlare,
- La verità la dico molto forte:
- Pensa come starei in una Corte!
-
-La vuol far finita con le raccolte di rime in nascita, in vestizione,
-in morte, dove l'argomento suggerisce subito agli inetti, per lunga
-consuetudine e tradizione, le immaginette e le cadenze:
-
- Muore un papa, e gli occhi molli
- Per lo pianto ha già la Fede;
- Anglia ride perchè vede
- Di lui privi i Sette Colli.
- Sen fa un altro: e l'irta chioma
- Di bei fior si cinge il Tebro,
- E di gioia pazzo ed ebro
- Lo rimira tutta Roma....
- Nasce a Praga un marchesino,
- E più l'Asia alzar non osa
- Gli occhi, e trista e sospirosa
- Già bestemmia il suo destino.
- E sì pien di tema ha il petto
- Solimano un dì sì audace,
- Che a colei che più gli piace
- Più non gitta il fazzoletto....
-
-Ben altrimenti gli sembrava che fosse da cantare. Ma l'arte italiana
-non era per lui l'arte tutta; e il Baretti ebbe l'occhio ai grandi
-d'ogni luogo, d'ogni tempo. Vi piace la bellezza greca? ammiratela: la
-francese? ammiratela. Se non che, Grecia e Francia son due terre sole;
-altre terre ha il mondo, e gli uomini vi son di così maschia barba come
-i Greci e i Francesi: il Metastasio è d'italiana bellezza, e il De Vega
-e il Calderon han bellezze spagnole; lo Shakespeare ha le inglesi. E
-chi sa che al Cairo, ad Hispahan, a Pechino, non sieno bellezze d'arte
-ignote a noi? Vediamo, sentiamo almeno quelle de' vicini, quanto più si
-può. Basterebbe questa pagina a far del Baretti un critico, pe' tempi
-suoi, meraviglioso. Sia pure che lo avessero preceduto il Gravina,
-il Conti, il Martelli, egli fu il primo critico delle lettere nostre
-moderne, e rimane insigne anche oggi per molte, se non per tutte, delle
-sue ammonizioni.
-
-E a lui l'onore di volgere il Piemonte restío verso l'italianità
-nell'arte; a lui l'onore di aver voluto un'arte italiana, degna della
-Italia nuova. Piemontese, sì; da lagnarsi che, come si dice Guercino
-da Cento, Antonio da Correggio, Leonardo Aretino, Castruccio da Lucca,
-neppure un piemontese fosse detto da Torino o da Asti (provvide, di lì
-a non molto, l'Alfieri); ma italiano anche più. Odiava i Gesuiti, per
-ragioni molte; principalissima questa, che insegnavano con metodo sì
-sciocco da far costare ai ragazzi sei o sette anni il solo apprendere
-la grammatica latina! Lamento onde si conferma la modernità di quella
-mente. Li odiava, ma quando Clemente XIV li soppresse, egli se ne
-adirò: “Il Papa è un principe italiano; e che un principe italiano sia
-violentato a far a modo delle Potenze oltremontane è un boccone che
-non lo potrò mai digerire. Se la Francia e la Spagna non dipendono da
-noi, perchè abbiam noi a dipendere da esse? che diritto hanno mai di
-farci fare a modo loro?„ Italiano, voleva che la lingua comune a tutta
-la penisola fosse detta, quale è nel fatto, toscana no, italiana;
-e italiano voleva lo stile, e si avrà solo, diceva, se si segua la
-natura, esprimendosi con schiettezza e semplicità. Ma stile buono non
-può essere dove non siano pensieri: l'_intrinseco_ è quello che conta.
-Conviene smettere il vanto del primato, e imparare da chi sa più di
-noi: dire “noi fummo!„ non giova, quando gli altri rispondono “e noi
-siamo!„
-
-Educate, ammoniva, educate con diligenza, con amore; fate corpi
-vigorosi, animi vigorosi, senza tante smorfie e dolcezze e fisime.
-“Quel tuo _point d'honneur_ (scrisse a un fratello, parlandogli d'un
-nipote), che già scorgi germogliare in esso, io non so cosa sia. È un
-termine francese che non so bene come sia definito dai signori Galli.
-Il mio _point d'honneur_ consiste nel distinguermi dal volgo a forza
-di superiore notizia di cose, e a farmi giustamente reputare un uomo
-incapace di vizio per quanto porta la fragilità umana: consiste nel
-seguire tutto quello che credo mio o altrui bene, ed evitare tutto
-quello che credo mio o altrui male; consiste nel mostrar prudenza
-scompagnata da viltà, e fortezza d'animo disgiunta da un orgoglio mal
-inteso.... Giovanni mi fa ridere con quella sua promessa di rompere la
-testa ai figli suoi, se riusciranno ignoranti. Quando i figli riescono
-tali, è la testa del padre che anderebbe rotta, almeno novantanove
-volte su cento.„
-
-Il Baretti, caldo encomiatore del _Giorno_, porge anche qui la mano
-al Parini educatore. Pensionato dal re d'Inghilterra, morì a Londra
-nell'89.
-
-Il Parini è tal figura che richiederebbe un quadro a sè; non mi
-proverò nemmeno a disegnarlo. Egli è un plebeo che, più dignitosamente
-del Metastasio, si frammette all'aristocrazia; non la sfrutta, la
-studia, la rappresenta, la flagella; è un prete cristiano che della
-critica degli Enciclopedisti accetta quanto concorda col Vangelo; è
-un galantuomo che anche dell'arte si vale a far del bene; è un grande
-artista che, facendo del bene, riesce a fare capolavori. Il sacerdote
-lombardo, messo di contro all'abate romano, potrebbe dirgli in faccia:
-
- Me non nato a percuotere
- Le dure illustri porte,
- Nudo accorrà, ma libero,
- Il regno della Morte.
-
-Il pedagogo nelle case de' nobili, che ha offerto al giovinetto
-Imbonati l'ode sull'_Educazione_, potrebbe, sorridendo sarcastico,
-canticchiare al poeta cesareo:
-
- Vero forse non è, ma un giorno, è fama
- Che fûr gli uomini eguali, e ignoti nomi
- Fûr Plebe e Nobiltade!
-
-Onde i disdegni de' nobili che a lui Parini diedero perfino della
-canaglia letterata: ma si disdissero poi, quando nel Municipio di
-Milano conculcata da' Francesi lo videro talora insorgere pel buon
-dritto, e tal'altra, non valendo a rimediare, piangere.
-
-Come il Baretti aveva salutato il Parini, così il Parini salutò
-Vittorio Alfieri sorgente. Essi due principalmente apprestarono il
-dono che l'aristocrazia piemontese ne faceva all'Italia; primo dono de'
-molti nobilissimi che le fe' poi e d'intelletti e di spade. Il Baretti
-aveva con la critica sua aiutato a sgombrar via l'Arcadia e a trarre
-il Piemonte nella coltura italiana; il Parini aveva educata l'arte
-italiana a strumento di civiltà e di redenzione morale.
-
-
-V.
-
-Non resta se non vedere brevemente perché l'arte civile del Parini
-divenendo arte politica con l'Alfieri tenne il modulo della tragedia
-quale l'avevano fermato i Francesi.
-
-Quando l'Alfieri cominciò a tentare le scene, il melodramma si era
-aperto oltre la massima fioritura, e, come accade anche ne' generi
-letterarii, decadeva. “L'opera è una bella cosa (aveva scritto il
-Voltaire al Paradisi): ella è figlia della tragedia; ma la figlia ha
-svenata la madre.„ E veramente, per lo Zeno e pel Metastasio, già
-lo spettacolo musicato del Seicento aveva cedute le scene a drammi
-di ordinata e simmetrica compagine, di eletta verseggiatura, dove la
-musica e la parola e la pittura e la danza concordi gareggiavano a un
-unico intento estetico. Ma presto il modello di sì fatta fusione si
-era, da prepotente, imposto al musicista, ai cantanti, ai ballerini,
-e, più che agli altri tutti, al poeta. Tre atti, ne' quali si svolgesse
-un'azione di lieto fine; ogni scena doveva terminare in un'aria, detta
-sempre da un personaggio diverso, e sempre diversa d'intonazione sì
-che le liete si alternassero con le meste; sulla fine del primo e
-del secondo atto, le grandi _arie d'impegno_; nel secondo e terzo, un
-recitativo romoroso e un duetto o terzetto tra eroi ed eroine. Eppure
-il Metastasio, seguace sempre dello Zeno, ma seguace incomparabilmente
-più elegante, facile, corretto, aveva fatto, anche in quelle strettoie,
-miracoli di equilibrio, di virtuosità, d'arte, e perchè no? di poesia!
-Quasi maggiore di sè, a forza di sentimentalità fantastica, si era
-talvolta levato fino a scene d'un alto sentimento eroico, come nel
-dialogo tra Temistocle e Serse, e nell'addio di Regolo ai Romani. Nulla
-più, nell'antico melodramma, restava da fare dopo lui: conveniva ora,
-finchè non venisse il romanticismo innovatore, che si movesse innanzi e
-si facesse perfetto il melodramma giocoso.
-
-La tragedia, invece, la figlia svenata dalla madre, aspettava
-intanto chi la rinsanguasse. Nella forma neoclassica de' Francesi
-l'aveva tradotta fra noi Pier Jacopo Martelli anche nel metro; ai
-Greci l'aveva indotta Scipione Maffei, consacrandole l'endecasillabo
-sciolto. Fece tragedie romane, con quel tantino d'anima shakesperiana
-che era assimilabile allora traverso gli imitatori, Antonio Conti.
-Romani e Giudei rappresentò nell'orrendo assedio di Gerusalemme, pel
-suo _Giovanni di Giscala_, tragedia forte, Alfonso Varano. Quindi, i
-tragici Gesuiti pe' teatrini de' collegi loro, e i tragici che direi
-officiali ne' concorsi pubblici di Parma, avevano consolidato lo stampo
-della tragedia; sì che a romperlo occorreva ormai braccio di ferro.
-Tale la natura lo diede all'Alfieri; ma troppo tardi ei si pose a
-studiare. L'ignoranza sua, l'ignoranza di quando cominciò a scrivere
-tragedie, lo costrinse subito a quel tipo che solo conosceva pei teatri
-francesi e nostri; l'amore pe' classici glielo fe' poi rispettare.
-Lo sforzò e piegò, ma non volle infrangerlo.... e gettò da parte lo
-Shakespeare. Per l'arte fu un danno; per gli effetti immediati sul
-pubblico, forse no: delle novità il pubblico avrebbe diffidato; la
-forma consueta gli lasciava invece piena agevolezza di succhiarne gli
-spiriti nuovi che vi erano infusi. Fin dalla prima _Cleopatra_, che è
-del '74, l'Alfieri imprecava ai tiranni:
-
- Tu se' la prima fra li re superbi
- Che pieghi alla ragion l'altera fronte,
- Alla ragione, ai vostri pari ignota,
- O non ben dalla forza ancor distinta.
-
-La tragedia, ch'era stata fin a lui un sollazzo aristocratico, divenne,
-per lui aristocratico, educazione del popolo a liberi sensi. Lo dissero
-duro, oscuro, stentato; ma riusciva a far pensare, nè altro egli
-voleva.
-
-“Son duro, lo so, son duro, ma parlo a gente che ha l'anima così molle
-e flaccida che è cosa da stupirne.... Tutti imparano il Metastasio a
-mente, e se ne foderano le orecchie, il cuore, gli occhi; gli eroi li
-vogliono vedere, ma castrati; il tragico lo vogliono, ma impotente.„
-A questo modo, nel suo aspro piemontese. Sono io di ferro, chiedeva,
-o gl'Italiani son di melma? E più amaramente nella palinodia sè
-riconosceva di ferro dolce, gl'Italiani di melma rappresa. Torino, che
-intitolò del suo nome una strada nel 1797, e lo tolse via nel 1815, ve
-lo restituì quando i tempi furon maturi, quando sentì i fati novelli,
-che la traevano ad essere guida di tutta l'Italia. Oggi l'Italia tutta
-sento quanto debba a quel grande.
-
-Grande; e sebbene l'arte sua sia meno spontanea, meno elegante, meno
-ingegnosa anche, se si vuole, di quella del Metastasio, assai più
-grande del Metastasio. Perchè l'anima del conte astigiano fu assai
-più grande di quella dell'abate romano; e le opere dell'arte, come gli
-organismi tutti, non vivono tanto per la loro esterna bellezza quanto
-per la potenza della vita che le empie di sè; la potenza della vita
-che, correndovi per entro a onde piene, le agita e muove. Che più, se
-l'opera d'arte, non solo viva per sè, ma si faccia suscitatrice di
-bene, e infonda altrui l'anima sua generosa, e imponga agli inerti:
-_Surge et ambula?_
-
-Tale fu, o signori, tanto ottenne, la tragedia dell'Alfieri; opera
-grande, perchè fu opera d'una grande coscienza.
-
-
-
-
-CARLO GOLDONI
-
-(1707-1793)
-
-
-CONFERENZA DI
-
-FERDINANDO MARTINI
-
-
-I.
-
-Del secolo nel quale visse il Goldoni parecchi hanno discorso qui e
-troppo meglio che io non saprei; i propri casi egli raccontò nelle
-_Memorie_ che non possono compendiarsi, senza toglier loro quanto hanno
-di arguta gaiezza e di bonaria semplicità; a esaminare particolarmente
-l'opera sua o, peggio, a toccare, soltanto a toccare, argomenti de'
-quali alcuni non abbastanza, altri non furono fino ad oggi per nulla
-studiati, la breve ora di una conferenza non basterebbe: a ricercare,
-per esempio, le fonti popolari o letterarie di qualche sua commedia: a
-esaminare l'opera de' numerosi e pedissequi imitatori ch'egli ebbe in
-Francia verso la fine del secolo scorso,[1] quando appunto sulle nostre
-scene non rimaneva più se non l'eco, di rado destata, de' suoi lontani
-trionfi: e quei Medebac ch'egli aveva già nutriti col proprio lavoro,
-illuminati co' riflessi della propria gloria, ora, pezzenti impersuasi
-o dimentichi, in Pisa dove il Goldoni parlò la prima volta col Darbes;
-in Livorno ove col Medebac sottoscrisse il primo contratto, riaprivano
-il teatro agli sconci personaggi del vecchio repertorio, alle _Gertrudi
-martiri_, ai _Re d'Aragona_, agli _Eroi di Belgrado_.
-
-Se questo avesse ad essere il quadro, converrebbe, e di molto,
-allargare la cornice: io me ne starò dunque a raffigurare, se sia
-possibile, la immagine intellettuale e morale del Goldoni che si
-rispecchia in tutta l'opera sua; a ricercare frettolosamente i pregi
-intrinseci di quest'opera, le ragioni per le quali essa è giunta sino a
-noi, per le quali essa dura fresca, rigogliosa, immortale.
-
-
-II.
-
-La primavera del 1721 un barcone veleggiava fra Rimini e Chioggia.
-Dentro, “dodici fra attori ed attrici, un suggeritore, un macchinista,
-un guardaroba, otto servitori, quattro cameriere, due balie, ragazzi
-d'ogni età, cani, gatti, scimmie, pappagalli, piccioni, persino un
-agnello: pareva Parca di Noè.„[2] Giuochi, canti, suoni e fra tutti
-i suoni prediletto quello d'una campanella che chiamava frequente
-a refettorio i giovanili appetiti insaziabili. Fra quell'allegra
-baraonda un ragazzo di quattordici anni, scappato convalescente, col
-solo bagaglio di due camice e un berretto da notte, alle lezioni di
-filosofia di un frate illustre e noioso. A Chioggia, dove la madre
-dimora, lo aspettano forse i rimproveri e le sgridate di lei. Non ci
-pensiamo. Ci sarà tempo a pensarci, quando la servetta avrà finito
-di cantare, quando l'amorosa avrà smesso di far ridere, gemendo
-sulla morte immatura del gatto suo trastullo e delizia, precipitato
-dall'albero maestro nei gorghi adriatici. E poi.... e poi non ci
-saranno nè rimproveri, nè sgridate. Alla madre, prima, si presenterà il
-capo-comico.
-
-— Vengo da Rimini e le porto notizie del suo figliuolo.
-
-— Oh! grazie, grazie. E come sta?
-
-— Di salute, benone.
-
-— Non è contento?
-
-— Così così.... Soffre.
-
-— Oh! poverino! perchè?
-
-— Perchè è lontano da sua madre.
-
-— Oh! caro!
-
-— Eh! io gli avevo proposto di condurlo con me.
-
-— E perchè non lo ha condotto?
-
-— Ma.... e lei che cos'avrebbe detto?
-
-— Che aveva fatto benissimo.
-
-— Ma e gli studi?
-
-— Gli studi.... capisco.... ma non poteva tornare a Rimini? E non ci
-son maestri dappertutto?
-
-— Sicchè lei lo rivedrebbe volentieri?
-
-— Eh! si figuri!
-
-— E allora.... eccolo.
-
-La porta s'apre, il ragazzo entra, s'inginocchia. Piange la mamma,
-piange il figliuolo, lacrime alternate di abbracci, di sorrisi, di
-baci. Arriva una zia, altri pianti, altri baci, altri sorrisi, altri
-abbracci. Che giova a quattordici anni prevedere e paventare guai che
-forse non accadranno? Tutto va bene quanto finisce bene.
-
-
-Nel 1787 a Parigi un vecchio più che ottantenne e già celebre stava
-scrivendo l'ultimo capitolo delle proprie memorie. Da quand'egli
-si accingeva a ordinarle ed a compierle, eventi gravissimi s'erano
-succeduti, lui spettatore. Fallito per la caduta del Turgot il
-tentativo di mutare la costituzione amministrativa della Francia,
-pur serbando intatto il suo organamento politico; inappagato, per
-la caduta del Necker, il più modesto desiderio di un assetto della
-finanza, i ministri cadevano l'un dopo l'altro, l'uno sull'altro: il
-Jouy de Fleury sul D'Ormesson, il D'Ormesson sul Calonne. La miseria,
-ottenuto qualche sollievo dai portentosi raccolti dell'ottantacinque e
-e dell'ottantasei, si faceva ora più aspra: e le plebi prima accasciate
-in lamentose rassegnazioni, si drizzavano col pallore delle collere
-risolute, aiutate dai parlamenti che si negavano ad approvare i nuovi
-balzelli. Quel di Besançon portava a Versailles insieme co' propri
-registri un pezzo di pane di avena, documento dell'inopia a cui era
-ridotto il popolo delle campagne. La monarchia spendereccia tornava
-agli errori d'un tempo; chiuso da una parte l'adito agli zeffiri delle
-riforme, mugghiava dall'altra il libeccio della sedizione. Il dramma
-rivoluzionario stava oramai per incominciare: il Calonne, convocando
-in quell'anno l'assemblea de' notabili, non vi aggiunse che un prologo
-breve.
-
-Nessuno s'illudeva più oramai; nè i ministri giubilati di Luigi XV come
-il Maupeou, nè i nuovi cortigiani di Maria Antonietta come il Besenval,
-nè gli apostoli della rivoluzione come il Mirabeau, il quale scriveva
-da Berlino: i notabili son la vanguardia dell'Assemblea nazionale.
-L'ilare vecchio invece intitolando al Re la propria autobiografia: “in
-mezzo ai notabili, diceva, e in faccia all'universo, Vostra Maestà
-ha manifestato propositi che guarentiscono il bene dello Stato e il
-sollievo del popolo. Oh! quanti salutari provvedimenti! Oh! quanti
-presagi di felice avvenire!„
-
-E diceva così, non perchè adulatore d'altrui ma perchè lusingator di
-sè stesso: non corto di vista, volontariamente bendato. Che giova a
-ottanta anni prevedere e paventare sciagure che forse accadranno? A
-fasciarsi la testa c'è sempre tempo, quand'uno se la è rotta davvero.
-
-
-Tale il Goldoni a quattordici anni, tale ad ottanta. In lui una intima,
-continua letizia, una naturale proclività, aiutata dalla educazione
-e dall'indole de' suoi di famiglia, a scorgere della vita gli aspetti
-ridenti soltanto; ad aspettarsi il bene, e a sopportare il male, quando
-giungesse, con pacata filosofia.
-
-Ancor giovinotto, bisognoso di pane e perciò di lavoro, s'accomoda
-con insperata fortuna, segretario del Residente di Venezia in Milano:
-un bel giorno per certa scappata costui, credendola peggiore, lo
-redarguisce aspro; poi ricredutosi e dolente dell'aver trasmodato,
-lo richiama, si scusa. Niente. Non volevo, dice il Goldoni, aver più
-di questi disturbi. Pianta l'impiego, e parte per Modena. A Parma
-s'impiglia in un movimento degli eserciti tedesco e francese; vede la
-battaglia assai da vicino, e il giorno dopo le migliaia di cadaveri
-rimasti sul campo. “Dappertutto, scrive, gambe, braccia, crani,
-sangue. Che eccidio!„ Orribili cose: ma che ci poteva egli fare? — E
-per passare il tempo legge il suo _Belisario_ a un abate. Le strade
-rifatte libere, noleggia un calesse e parte con l'abate per Brescia: a
-un tratto, quattro malfattori mascherati assalgono il calesse, intimano
-ai viaggiatori che scendano, a lui tolgono la borsa, l'oriolo, la
-tabacchiera. Il calesse fugge al galoppo, il compagno si smarrisce, e
-lui.... Lasciamo che racconti da sè.
-
-“Trovai un viale di alberi e mi riposai tranquillamente presso un
-ruscello; col concavo della mano ne attinsi un po' d'acqua che mi parve
-deliziosa.... Più innanzi sulla via, alcuni contadini mi offrirono i
-resti della loro merenda, che nonostante il guaio toccatomi, mangiai
-con eccellente appetito. Il capo della famiglia mi avvertì che in casa
-loro non c'era da offrirmi per letto che un po' di fieno: meglio per me
-andare a Casalpusterlengo dove il curato, uomo garbatissimo, si sarebbe
-fatto un piacere di darmi ospitalità. Tutti gli altri approvarono:
-un ragazzo ebbe la compiacenza di farmi strada; ed io lo seguii
-benedicendo il cielo che se tollera da una parte i malvagi, anima
-dall'altra i cuori sensibili e virtuosi.„[3]
-
-
-III.
-
-O io m'inganno, o per questi e altri aneddoti ch'ei racconta a
-diecine, ma non importa io ripeta, spicca l'indole sua; e tale l'indole
-dell'uomo, tale l'opera dell'artista: e dico artista, sebbene vi sia
-chi non voglia adoperato questo nome in proposito del Goldoni; ma di
-ciò più tardi. Egli non sfiorò, fu scritto di lui, se non la superfice
-della vita: ed è giusto; di qui, le sue commedie stupende ma tenui,
-alle quali non è da chiedere una troppo acuta analisi dei sentimenti,
-nè una profonda occhiata dentro alle latebre del cuore umano. Di qui, i
-suoi personaggi viziosi talora non malvagi mai, e l'indulgenza ond'egli
-pare mirarli e cuoprirli. Quel Brighella rubicchia (non dico ruba,
-perchè la parola troppo cruda spiacerebbe al Goldoni) rubicchia spesso:
-quella Colombina accetta e qualche volta chiede la mancia per portare
-le ambasciate a Rosaura; il Goldoni ha l'aria guardandoli di susurrare
-tra sè e sè: debolezze umane e solo Dio senza difetti. Quell'istesso
-_Don Marzio_ che comincia col calunniare e finisce col far la spia non
-può dirsi malvagio; è spensieratamente linguacciuto, è, sì, proclive,
-all'opposto del Goldoni, a vedere il male dappertutto, per viziata
-consuetudine dello spirito; ma non sparla, non calunnia, non denunzia
-per desiderio di nuocere; fa il male ma senza proporselo: tanto è
-vero che dei molti ravvedimenti finali, con cui il Goldoni si sbriga
-spesso dello scioglimento, il suo è de' meno inverosimili; tanto è
-vero che quando il Voltaire, il quale scrivendo _La Scozzese_ ricordò
-indubbiamente la _Bottega del Caffè_, come avvertiva già il Lessing,[4]
-se volle sfogare il livore antico contro il giornalista dell'_Année
-littéraire_ e far sì che non reggesse ad ascoltare tutta intera la
-commedia in platea, dovè per mutare _Don Marzio_ in _Frélon_ dare agli
-atti di lui la maligna ponderazione dell'animo reo.
-
-Sgorga finalmente dalla gioconda natura del Goldoni, la perenne
-giocondità di cui sono impregnate le sue commedie; anche le più
-deboli, quelle la cui tela è più e troppo sottile, o nelle quali
-i caratteri sono appena sbozzati; anche le poche che il pubblico
-volle, nate appena, sepolte. Anche l'_Amante militare_, il _Poeta
-fanatico_, la stessa _Erede fortunata_ han scene rallegrate da
-quella spontanea comicità, con la quale altre più felici commedie di
-lui, cencinquant'anni dopo che furono scritte, vincono la ostentata
-musoneria di questa fine di secolo.
-
-
-IV.
-
-E questo è uno de' pregi precipui di gran parte del teatro goldoniano,
-di quella, cioè, che ancor sopravvive: in questo il Goldoni sovrasta a
-quanti furono autori comici da Aristofane in poi; nessuno dalla scena
-fece più ridere, e garbatamente ridere, con spedienti così semplici ed
-usuali.
-
-Vi fa ridere, sicuro, anche il Regnard che ha i pregi suoi ma che i
-Francesi adulano troppo, salutandolo superiore a quanti furono al mondo
-scrittori di commedie, dopo il Molière: il Voltaire, anzi, dice non
-esser degno di ammirare il Molière chi non si piace in compagnia del
-Regnard.[5] Senza osservare qui che la comicità ha anch'essa le sue
-gradazioni e maggior pregio quando proviene da' caratteri che quando
-nasce dalla situazione, come vi fa egli ridere il Regnard? Prendo
-la scena famosa del _Légataire universel_ una tra le sue più lodate
-commedie. Il vecchio e infermiccio Geronte accoglie in casa sua di
-mattina la giovinetta Isabella, ch'egli vuol sposare e la madre di lei;
-alla sposa futura discorre così:
-
- Oui madame c'est vous (pour le moins je m'en flatte)
- Qui guérirez mes maux mieux qu'un autre Hippocrate,
- Vous êtes pour mon cœur come un julep futur,
- Qui doit le nettoyer de ce qu'il a d'impur:
- Mon hymen avec vous est un sûr émétique
- Et je vous prends enfin pur mon dernier topique.
-
-E così buffonescamente continua per un bel pezzo, finchè.... Io non so
-neanche di che parole servirmi.... Proviamoci. Aspettando il giulebbe
-d'Isabella e l'emetico d'Imene, Geronte ha dovuto, intanto, ingurgitare
-altri rimedi. Ora vorrebbe rimanere vicino alla fidanzata.... ma....
-No, no, lasciamolo andare e non parliamo più nè del Regnard nè di lui.
-
-E vi fan ridere anche i Francesi modernissimi del _Palais Royal_
-e delle _Varietés_; ma, al solito, come? Introducendo sulla scena
-i personaggi più strambi, accatastando accidenti sopra accidenti,
-equivoci sopra equivoci, episodi sopra episodi, l'uno più inverosimile
-dell'altro; inzeppando il dialogo di facezie argute qualche volta,
-scempiate non di rado, e di quei doppi sensi che sono, secondo il
-Vauvenargues, _l'esprit de ceux qui n'en ont pas_. Nulla di ciò nel
-Goldoni che vi mostra invece il naturale contegno di personaggi umani,
-che rappresenta fatti non pur verosimili ma quotidiani, che di rado
-s'industria a smovere il riso con arguzie artificiosamente incastrate
-nel dialogo.
-
-
-V.
-
-Per la fecondità de' motivi comici, ripeto, il Goldoni è grandissimo:
-perchè a far piangere dalla scena anche scrittori mediocri talora
-riescono; certi fatti pietosi che narrati, per esempio, da un giornale
-non commovono nessuno, portati sul palco scenico provocano nella platea
-e ne' palchi lacrime schiette e tossi dissimulatrici. Gente che ha
-letto cento volte a occhi asciutti la storia della rivoluzione, piange
-al veder sulla scena il Santerre rapire il Delfino a Maria Antonietta.
-Di donne, di bambini lasciati in squallido abbandono da' mariti e
-da' padri incalliti nella crapula, si sente parlare ogni giorno; ma
-nessuno, pur commiserandoli, tira fuori il fazzoletto di tasca. Ma chi
-sa dirmi quante migliaia di fazzoletti si bagnarono per i simili casi
-di _Maria Giovanna_, la protagonista di un dramma, quanto all'arte
-mediocrissimo, del Dennery?
-
-Altro è quando si tratta di comico: il perchè si pianga s'intende; non
-sempre invece il perchè si rida. Che cos'è questo riso?, domandava
-Cicerone a sè stesso. In qual modo si provoca? Qual'è la natura
-sua? Perchè scoppia a un tratto senza che a noi sia possibile il
-trattenerlo? E conchiudeva così, come si può conchiudere anche oggi
-dopo che tanti — e ieri stesso il Melinand nella _Revue des deux
-mondes_, — si affaticarono a rispondergli: “Io non mi vergogno di non
-lo sapere, nè lo sanno coloro che si arrogano di spiegarmelo: _ne ipsi
-sciunt qui pollicentur_.„[6]
-
-Voi vi impietosite e a ragione dei casi di Giulietta e Romeo; vi
-intenerite per la narrazione o il ricordo dell'affetto loro e della
-tragica sorte. Or bene: se all'immaginazione vostra balenino un Romeo
-lungo, allampanato, con le braccia scendenti fino a' ginocchi, una
-Giulietta bassotta, pingue, pletorica, voi riderete. Perchè dunque
-si mutano nella mente vostra i lor connotati, scema forse l'ardore
-di quell'affetto, e quella morte è men miserevole? E se vi muovono
-alle risa gli amanti fisicamente imperfetti, perchè vi fa fremere ma
-non ridere l'amore di Quasimodo, oscenamente deforme, per Esmeralda?
-Perchè vi fan ridere allo stesso modo Falstaff con le sue sozzure e
-Don Chisciotte con le sue idealità? Ma parliamo più particolarmente
-del teatro. Perchè fa ridere lo scemo, il _Jocrisse_, che è pure un
-essere manchevole, un disgraziato il cui mancamento nella vita reale
-ci parrebbe crudeltà prendere a dileggio? Perchè, mentre a nessuno è
-mai passato per il capo di incitare al riso esponendo sul teatro uno
-storpio od un monco, il sordo, con infermità peggiore, ha servito per
-secoli a spassar le platee? Carlo Collé pose sulla scena una donna
-incinta; egli racconta che quel personaggio, rappresentato da un uomo,
-provocò risa omeriche; quando da una donna, nausea invece e disgusto.
-Perchè? Perchè fa ridere il marito ingannato, quando, ben inteso, non
-vendica l'oltraggio? Perchè fa ridere _Ludro_ quando froda con raggiri
-e con cabale i men scaltri di lui? E son fenomeni questi soltanto
-estetici: chi ride, sebben rida, è pronto a condannare il raggiratore
-e la donna infedele. E perchè, da che teatro è teatro, si ride del
-marito tradito dalla moglie, e della moglie tradita dal marito non
-s'è mai riso ch'io sappia nè riderebbe, credo, nessuno? Misteri. Io
-penso che uno scrittore di commedie, se anche non de' primi, purchè
-ingegnoso ed esperto, possa talora sicuramente dire a sè stesso: con
-questa parlata mi farò batter le mani, a questo punto, se anche non ci
-saranno lacrime, commozione nel pubblico ci sarà: non credo invece che
-alcuno, il quale sdegni di dar nel grottesco, possa con pari sicurtà,
-e quando non si tratti di barzellette, promettersi: io qui farò ridere.
-Il Goldoni unico, non sgarra mai e ci riesce ogni volta che vuole.
-
-
-VI.
-
-Unico; in ciò lo stesso Molière è a lui inferiore e di molto. Già, tra
-il Molière e il Goldoni, diciamolo subito e in fretta, non c'è mai per
-nessuna ragione raffronto possibile, se non a certificare in che l'uno
-differisca dall'altro. Il Goldoni vede tutto roseo e il Molière tutto
-nero; ma anche a prescindere dalla diversa indole e dai troppo diversi
-casi della vita, il Molière è un pensatore profondo e il Goldoni non
-è; e chi per smania di perifrasi chiama il Goldoni il Molière italiano
-cade in un errore de' più solenni, come se dicesse che il Racine è
-l'Alfieri francese. A dimostrare quale abisso per certe qualità della
-mente interceda fra loro basta un frammento delle _Memorie._
-
-Discorrendo del _Burlador de Sevilla_ di Tirso de Molina il Goldoni
-scrive: “Tutti conoscono quel cattivo dramma spagnuolo che gl'Italiani
-intitolano _Il Convitato di Pietra_ e i Francesi _Le Festin de Pierre_.
-A me ha sempre fatto orrore e non ho mai capito come una tale farsaccia
-potesse alla lunga reggersi sul teatro, e piacere a persone civili.
-I comici italiani erano di ciò maravigliati anche loro; ma o per
-burla o per ignoranza dicevano che l'autore del _Convitato di Pietra_
-s'era con un patto legato col diavolo affinchè questi glielo facesse
-applaudire. Non mi sarebbe mai venuto in mente di lavorare intorno a
-tale argomento; ma poichè il Molière e Tommaso Corneille lo trattarono,
-presi a regalare alla mia patria un dramma simile, per porre il diavolo
-in grado di mantenere la promessa con un po' più di decenza.„[7]
-
-Il _Don Giovanni_ del Molière in un mazzo con quello di Tommaso
-Corneille, e niente più. Il buon Goldoni è passato accanto alla più
-scespiariana delle commedie molieresche, a uno dei capolavori dello
-spirito umano e non se ne è neanche accorto. Intento, diciamolo con
-parola d'oggi, in quel suo _realismo_, in quella minuta osservazione
-del vero ch'era già il suo metodo e fu poi la sua gloria, ciò che dalla
-leggenda era passato sulla scena di fantastico e d'extra-naturale gli
-parve così insulsa scempiaggine, da allogare quell'argomento fra i
-buoni, tutt'al più, per una commedia a soggetto. Giudicò co' criteri,
-diciam così, teatrali: e tenne perciò, ragionevolmente, inferiore il
-_Don Giovanni_ al _Misantropo_ ed al _Tartuffo_: non soltanto; forse
-anche non degno figliuolo di chi aveva messo al mondo il _Tartuffo_
-e il _Misantropo_. Lesse sbadatamente forse, come una qualunque
-_battuta_ de' suoi comici, le parole che Sganarello profferisce
-nella prima scena: “Quale flagello un gran signore malvagio!„ parole
-a cui la commedia tutta è poi conferma e commento. Così egli non
-seppe addentrarsi nel pensiero onde è animata quella maravigliosa
-commedia, nè scorgere perciò quanto fosse di ardimento e di saggezza
-in quel pensiero medesimo; nè finalmente pregiare la profondità di una
-osservazione diversa dalla sua, in quanto era anche visione.
-
-Dopo aver nel _Tartuffo_ mostrata trionfante l'ipocrisia, ora nel _Don
-Giovanni_ il Molière, com'altri disse, mostrava l'ateismo trionfante;
-l'una innanzi agli occhi della Francia a' suoi tempi, l'altro,
-natural conseguenza, spettacolo alla Francia avvenire. Dopo il padre
-Tellier, il Reggente: fino a che negli alti ceti disonorato il bene,
-il male cinicamente ostentato, il popolo, che il Molière simboleggia
-nell'onesto mendico, piglierà il sopravvento, egli tuttavia custode
-della fede e della virtù.
-
-E il Goldoni letta la commedia del Molière, per arricchire la patria di
-qualche cosa di simile, scrive, ahimè! il _Don Giovanni Tenorio_.
-
-Ma sospirato questo “ahimè!„ manteniamo al Goldoni il suo posto: e
-ripetiamo che nella _vis comica_ il Molière non lo eguaglia; anzi egli
-non è, se m'è lecita la frase, giocondamente comico mai: o vela di
-sorrisi la melanconia, o casca nel grottesco, come nel _Pourceuagnac_ e
-nel _Malade imaginaire_.
-
-
-VII.
-
-E poichè parlo del Molière tocchiamo di un altro requisito che nel
-nostro è, secondo me, maggiore che in lui: la prontezza. Non dico già
-la prontezza nel concepire, pur nel Goldoni mirabile; gli basta un
-nonnulla, un aneddoto, una passeggiata, uno sguardo insomma intorno a
-sè, per comporre tutto quanto l'intreccio di una commedia; e comporlo,
-badiamo, non di eventi straordinari, ma di fatti consueti: chè s'io
-non vo errato ci vuol molta più fantasia a immaginare il _Ventaglio_
-(stupenda, inimitabile commedia!) che un di que' drammoni miracolosi i
-quali portano sulla scena, per dirla con un improvvisatore fiorentino,
-
- Tornei, voli, cariaggi,
- Cinquantotto personaggi,
- Trentasei divinità.
-
-Non di questa prontezza intendo: chè si potrebbe obiettarmi dover
-essere nel Molière, come la fecondità, di tanto minore di quanto erano
-più alti e gravi i concepimenti di lui; intendo della prontezza nel
-distendere le fila da intrecciare poi, e — ciò che è meraviglioso
-ancor più — nell'impostare i caratteri. Il Molière quasi sempre, in
-sul principio, procede a passi stenti ed incerti: e basti citare, che
-è vecchia osservazione, i due primi atti del _Tartuffo_. Vedete invece
-il Goldoni: leggete il primo atto della _Famiglia dell'antiquario_ e
-poi ditemi se protasi fu mai più sollecita, più svelta, più completa; e
-perchè qui le mie parole non servono, e il primo atto della _Famiglia
-dell'antiquario_ è troppo lungo, pigliamo la prima brevissima scena
-della _Locandiera_, prova anche più valida, e consentitemi ch'io ve la
-rilegga:
-
- ATTO PRIMO.
-
- SCENA PRIMA.
-
- _Il Marchese di_ FORLIMPOPOLI _e il Conte d'_ALBAFIORITA.
-
- MAR. Fra voi e me vi è qualche differenza.
-
- CONTE. Sulla locanda tanto vale il vostro denaro quanto vale il
- mio.
-
- MAR. Ma se la locandiera usa a me delle distinzioni, mi si
- convengono più che a voi.
-
- CONTE. Per qual ragione?
-
- MAR. Io sono il Marchese di Forlimpopoli.
-
- CONTE. E io sono il Conte di Albafiorita.
-
- MAR. Sì, conte. Contea comprata.
-
- CONTE. Io ho comprata la Contea quando voi avete venduto il
- Marchesato.
-
- MAR. Oh! basta: son chi sono: e mi si deve portar rispetto.
-
- CONTE. Chi ve lo perde il rispetto? Siete voi che parlando con
- troppa libertà....
-
- MAR. Io sono in questa locanda, perchè amo la locandiera. Tutti lo
- sanno e tutti devono rispettare una giovane che piace a me.
-
- CONTE. Oh! questa è bella. Voi mi vorreste impedire che io amassi
- Mirandolina? O perchè credete ch'io sia in Firenze? Perchè credete
- ch'io sia in questa locanda?
-
- MAR. Bene, bene.... non ne farete niente.
-
- CONTE. Ah! io no e voi sì eh?
-
- MAR. Io sì e voi no. Son chi sono. Mirandolina ha bisogno della mia
- protezione.
-
- CONTE. Mirandolina ha bisogno di danari e non di protezione.
-
- MAR. Danari? Eh.... non ne mancano.
-
- CONTE. Io spendo un zecchino il giorno, signor Marchese, e le fo
- continuamente regali.
-
- MAR. Ed io quello che fo non lo dico.
-
- CONTE. Voi non lo dite, ma già si sa.
-
- MAR. Non si sa tutto.
-
- CONTE. Sì, caro signor Marchese.... si sa.... I camerieri parlano.
- Tre paoletti al giorno.
-
- MAR. A proposito di camerieri, vi è quel cameriere che ha nome
- Fabrizio: mi piace poco. Parmi che la locandiera lo guardi assai di
- buon occhio.
-
- CONTE. Può essere che lo voglia sposare. Non sarebbe cosa mal
- fatta. Sono sei mesi che le è morto il padre. Una giovane sola alla
- testa di una locanda si troverà imbrogliata. Per me se si marita le
- ho promesso trecento scudi.
-
- MAR. Se si mariterà, io sono il suo protettore e farò io.... E so
- io quello che farò.
-
- CONTE. Venite qui finiamola, facciamola da buoni amici. Diamole
- trecento scudi per uno.
-
- MAR. Quel ch'io faccio lo faccio segretamente e non me ne vanto.
- Sono chi sono. Chi è di là?
-
- CONTE. (Spiantato e superbo!).
-
-Con questa scena che non dura più di tre minuti il Goldoni porta di
-lancio il pubblico _in medias res_. I due gentiluomini sono innamorati
-della locandiera e se la contendono non a buon fine, perocchè loro
-non spiaccia ch'ella si mariti: anzi il matrimonio aiuteranno quegli
-spendendo e spandendo, questi, con signorile ma parsimoniosa alterezza,
-ricoverando i coniugi sotto le ali della sua protezione; e dietro a
-loro spunta quel Fabrizio che già s'immagina entri anch'egli in lizza a
-contendere, se non palesemente accetto, certo non disprezzato. Ancora
-una scena breve altrettanto col cavaliere di Ripafratta, e il Goldoni
-avrà già steso le fila che poi aggomitolerà e scioglierà con disinvolta
-maestria.
-
-E ciò, che è pur tanto, è ancor poco. In quella scena brevissima egli
-ha disegnato e colorito due figure, così vive e vere che non vi usciran
-più dalla mente, come non usciranno per un secolo dal teatro:
-
- Il nobile guitto
- Che senza un quattrino
- Ostenta il diritto
- D'andare al Casino
-
-e l'arricchito che tuttavia acerbo alle alterigie blasoniche paga a
-furia di scudi la sodisfazione di altre albagie. — E poi vengano a
-dirci che il Goldoni non è un artista; se non è arte questa, io non so
-più arte che sia.
-
-
-VIII.
-
-E tra figure e profili, il teatro goldoniano ne contiene più che
-centocinquanta. Spiego una mia parola: profili. In Italia si va
-generalmente alla lesta nel parlar di caratteri; il ciarlone, per
-esempio, un carattere, il pedante un altro carattere. Adagio. _Il
-burbero benefico_, _Sior Todaro brontolon_, _La donna capricciosa_,
-_La putta onorata_, _Il maldicente_, _Mirandolina_, _Il bugiardo_, e
-via dicendo, io li veggo interi in piedi innanzi a me, conosco tutte
-le loro consuetudini morali e dovunque io li conduca, qualunque sia la
-condizione nella quale si trovano, indovino ciò che faranno e diranno.
-Ma il ciarlone, il pedante io non li veggo che da un lato; nè so di
-loro più di quanto essi stessi mi dicono. Così il ciarlone può essere
-un eccellente padre di famiglia e può essere un libertino: il pedante
-un galantuomo specchiatissimo e un furfante di tre cotte. Il loro
-difetto non è di quelli ne' quali tutta l'indole si foggia o che tutta
-foggiano l'indole d'un uomo. Il Goldoni li traccia maestrevolmente
-questi profili, ma essi non basterebbero soli a tener vive nè la sua
-fama nè le sue commedie.
-
-Ben altra cosa i caratteri; alcuni de' quali rivelano nel Goldoni
-non soltanto l'osservatore felice ma l'artista paziente. Perchè
-s'è troppo detto e creduto che le commedie gli fluissero sotto la
-penna.... Sì, cominciò una volta con lo scrivere “atto primo scena
-prima„ senza sapere dove andrebbe a finire; ma fu una volta sola.... e
-fece l'_Incognita_. Sì, scrisse sedici commedie in un anno, fecondità
-portentosa: ma tra le sedici ci sono anche _Il giuocatore_, _L'erede
-fortunata_, _L'adulatore_, _Il cavalier di buon gusto_. Chi ha in
-pratica il suo teatro, a quel modo che s'avvede della facilità sua
-nell'immaginare le favole, le quali nulla hanno mai di artificioso o
-di stentato, anche s'avvede della cura ch'ei pone nel tratteggiare i
-caratteri; ed è mirabile l'acutezza con cui egli scorge e tratteggia
-le gradazioni di una stessa passione, di un vizio medesimo: testimoni
-i _Rusteghi_, testimoni gli _avari_ de' quali egli ha raffigurati
-parecchi e sempre con lineamenti diversi; mirabile l'acutezza con cui
-egli scuopre e palesa le affinità di due vizi e le sfumature onde sono
-e separati e congiunti, e i fatali pendii per i quali l'uno degrada
-nell'altro. Così, per non addurre che pochi fra i moltissimi esempi,
-l'adulazione diviene abito di menzogna, la maldicenza tocca da un lato
-lo spirito di contradizione, la calunnia dall'altro, l'avarizia diviene
-cupidigia e la cupidigia conduce all'usura ed al furto.
-
-Ma io parlo di vizi; quante oneste figure di uomini, quante leggiadre
-figure di donna! Il Guerzoni scrisse che nessuna delle donne del
-Goldoni è artistica e tutte quante si posson distinguere in due
-categorie; le casareccie e le ghiribizzose col capo cioè agli spassi e
-a' pettegolezzi.[8] Anche lasciando stare la curiosa singolarità de'
-loro nomi, queste categorie non mi persuadono; in quale collocheremo
-Mirandolina che fa la ghiribizzosa per divenir casareccia, in quale
-la Giannina del _Curioso accidente_ che casareccia non è perchè scappa
-di casa, e ghiribizzosa non può essere perchè è innamorata. E in quale
-Zelinda? E in quale quella _putta onorata_, Bettina, che è de' più alti
-e forti caratteri femminili di tutti i tempi e di tutti i paesi?
-
-
-IX.
-
-Ma nè la comicità nè la umanità de' caratteri avrebbero bastato, io
-credo, a serbar sulla scena tante fra le commedie goldoniane (del
-Molière non se ne recitano più che due o tre) se non era il dialogo
-efficace, rapido, gaio, _court, vif et précis_ secondo lo giudicarono
-in Francia sin da oltre un secolo.[9] Non parlo, s'intende, delle
-commedie in dialetto; delle quali poche oggi rimangono sul teatro e
-troppe meno di quelle che lo meriterebbero. Lasciate pur che il Baretti
-si sfoghi a chiamarlo barbaro; indaghi o ricordi egli a che ne fosse
-il dialogo comico italiano quando il Goldoni incominciò a scrivere
-e quali ei potesse averne buoni modelli sott'occhio. Le commedie di
-Jacopo Nelli senese chi le conosceva? Pochi in Toscana, fuor di Toscana
-pochissimi; il Goldoni no, ma il Baretti neanche. La _Mandragora_, lo
-so: ma eran passati due secoli, mutate certe forme del dire, certi
-atteggiamenti alla nuova e più varia commedia non convenivano; ne'
-ghiacciati serbatoi di riboboli, custoditi da altri cinquecentisti,
-il Goldoni non frugò e fece bene: e sgonfiate da sè le vesciche
-del Cicognini sui cui volumi aveva palpitato da ragazzo, aspettò di
-fabbricarsi più tardi, e sempre da sè, lo strumento eccellente che
-gli servì così bene ogni volta che ne usò libero, non impastoiato
-cioè dalla rima o dal metro. Strumento il quale pare egli morendo
-spezzasse: chè dialogo comico, efficace, rapido, gaio come quello, non
-se n'è più scritto, ch'io sappia, in Italia. E forse una delle ragioni
-per le quali, dopo il Goldoni, l'Italia non ebbe e non ha teatro da
-rivaleggiare col francese è questa: che gl'italiani colti non son punto
-tra di loro in accordo su ciò che abbia ad essere il dialogo comico.
-S'è durato mezzo secolo a levare a cielo il dialogo del Nota freddo,
-artificiato, l'opposto insomma della spontaneità e della disinvoltura,
-intanto ch'era moda lamentare il Goldoni non avesse scritto un po'
-meglio; e i lamenti non cessano e alcuno rammaricava ieri che il
-Goldoni non possedesse la fiorentina spontaneità di Giovan Battista
-Fagiuoli. A' tempi del Goldoni le citazioni de' libri non letti non
-dovevano essere in uso; gli avrebbero fornite nuove fonti di comicità;
-usano bensì oggi, e coloro che del dialogo del Fagiuoli lodano la
-spontaneità, le commedie di lui non le hanno lette di certo; di ciò non
-gli accuso: minor fatica il tirare l'alzaia, ma la citazione è un di
-più.
-
-Spontaneo il dialogo del Fagiuoli sì, quando parlano in vernacolo i
-popolani: or ecco come parlano gli altri; e poco importa sapere di che
-si tratti:
-
-“La bontà che per me avete vi fa così favellare; e godo in estremo che
-Leonora che in vostra casa supposi all'improvviso eternamente defunta,
-nella mia consolata e lieta sen viva, da mentito funerale sia passata
-a vero sposalizio e che quelle faci che non ardì di accendere che per
-finzione la morte, fedele e sincero le abbia accese Imeneo.„[10]
-
-Qui, come ognun vede, non v'è di spontaneo altro che le metafore.
-
-
-X.
-
-Conchiudiamo.
-
-Nel comico impareggiato, fecondo come pochi, se pur è vero ciò che si
-narra del De Vega e del Calderon; de' più felici osservatori, de' più
-sagaci imitatori della natura, salutatelo con simpatia reverente il
-Goldoni e passate. Non gli chiedete la dipintura di affetti forti e
-profondi, non li provò nè seppe descrivere; fin gli onesti spasimi di
-Pamela lo turbano; quando la passione, rarissimamente, sbotta in alcuno
-de' suoi personaggi egli crede darle linguaggio adeguato, scontorcendo
-il periodo e mettendoci il verbo in fondo. Non gli chiedete che
-s'avventi contro al corrotto costume col flagello della satira: a
-tentare le fustigazioni pariniane nè l'animo suo fu inclinato, nè
-la cura del queto vivere gliele avrebbe, se mai, consentite. Tutti
-i personaggi della satira pariniana sfilano e più volte nelle sue
-commedie, ma indistinti, lievi come ombre. Non gli chiedete neanche
-la compiuta cronaca morale della sua Venezia: non vi trovereste tutto
-quanto ne videro il De Brosses, il Casanova, il Rousseau; se alle molte
-lodi che desiderò e meritò, una vi piaccia aggiungerne ch'e' non curò
-meritare, dite ch'ei creò nel tempo della cipria e de' guardinfanti
-una commedia democratica, e ai miseri splendori delle ultime baldorie
-del patriziato contrappose sulla scena la vita lietamente povera de'
-navalestri ruvidi e de' pescatori, delle loro donne festose ma pudiche,
-modeste ma altere. Alla casa ov'ei nacque, là tra il ponte di Nomboli
-e il ponte di Donna Onesta, sull'angolo di via Cà Cent'anni (fatidico
-nome), se vi piaccia appendere ghirlande, inframmischiate al lauro le
-rose; e il simbolo della sua gloria si congiunga col simbolo della non
-mai turbata serenità dell'animo suo, onde parte di quella gloria gli
-venne.
-
-Non corone di quercia. Questa smania innovatrice che ci travaglia e
-onde si sfigurano oggi le più limpide fisonomie, non oltre ci tenti a
-far del Goldoni un educatore morale o civile. Egli non sognò neppure le
-presunzioni didattiche della commedia; credè che all'arte bastasse il
-proporsi di ritrar la natura, come credè l'istesso Molière, non ostante
-le turpitudini del suo tempo gli strappassero dal labbro gli amari
-giudizî, e l'occhio suo divinatore scrutasse ne' decadimenti morali e
-politici dell'avvenire.
-
-“Arcadia„ dicono. O beata colonia, dove il grande arcade Polisseno
-Flegeio siede tra le commosse creature della sua fantasia. Là ancora
-Zelinda, più che centenaria oramai e tuttavia giovine della giovinezza
-perpetua degli Dei e de' capolavori, acuisce con affettuose malizie la
-gelosia di Lindoro: là ancora Lelio s'impiglia nelle proprie spiritose
-invenzioni: là il marchese di Forlimpopoli si conforta delle cresciute
-strettezze, pensando che un altro secolo crebbe la muffa agli orli
-degli aviti diplomi: là il Goldoni, fra quelle personificazioni delle
-immortali debolezze dello spirito umano, le contempla e sorride d'un
-sorriso immortale.
-
-
-
-
-CARLO GOZZI E LA FIABA
-
-(1720-1806)
-
-
-CONFERENZA DI
-
-MATILDE SERAO
-
-
-I.
-
-Il nobile e appassionato eroe, la dolce e amorosa eroina teneramente
-conversano d'amore, Truffaldino e Brighella scambiano i soliti lazzi
-sul loro famoso appetito e sulla loro famosa poltronaggine, quando
-un tremuoto scuote la scena, tuona, lampeggia e innanzi agli occhi
-stupefatti della coppia sentimentale, innanzi alle due maschere
-popolari appare un negromante, o una fata, o un genio, o una statua che
-con tono fatidico pronuncia una sentenza crudele contro la felicità
-degli innamorati, sacrandoli a un imminente avvenire di lacrime e
-di disperazione. La radice di questa sentenza è in qualche antico
-delitto commesso dal padre o dal fratello dell'eroe e che costui
-deve amaramente scontare; è in qualche misteriosa secolare pena che
-uno spirito superiore va espiando e per la cui fine è necessario il
-sacrificio e, talvolta, la morte dell'eroina; è in una contingenza
-bizzarra di fati avversi per cui, quasi senza ragione, i due fedeli
-debbono vedere ferocemente contrastato e forse ucciso il loro amore.
-Le anime dell'eroe e della eroina cercano ribellarsi subito al dolore,
-alla divisione, alla miseria: ma è una ribellione debole e breve:
-l'uomo, la donna, chinano il capo e si apprestano alla gran pruova,
-anzi alle grandi pruove, giacchè il destino, per bocca di una di queste
-statue, di queste maghe, di questi genii, chiede loro cose complicate,
-lunghe, terribili, che confinano con l'impossibile, che, spesso,
-sono impossibili. Chinano il capo: e le maschere, loro servi, loro
-confidenti, loro ministri, si abbandonano alle più meste facezie, alle
-burlette più funebri, seguendo anche essi la sorte atroce dell'eroe e
-dell'eroina.
-
-E qui il meraviglioso, cominciato con l'apparizione sorprendente di
-quel cancelliere degli spiriti, lettore di stranissime sentenze, che
-è uno stregone o una fata, questo meraviglioso si esplica, ampiamente,
-turbando la mente e la esistenza dei personaggi gozziani. Oramai tutte
-le leggi comuni della natura sono sciolte: il tempo, lo spazio non
-esistono più: i tre mondi si confondono: le belve parlano, l'acqua
-canta e suona, i morti leggono dei libri, le donne diventano uomini
-e gli uomini si mutano in istatue. Così, anche nel mondo morale degli
-affetti, tutto si sconvolge, gli amanti più folli vilipendono le amate,
-le mogli scacciano i mariti che adorano, le madri gittano nelle fornaci
-i figli. Tutto accade: tutto, cioè quello che è strano, ma anche
-quello che è impossibile, viaggi di migliaia di miglia in poche ore,
-risurrezione di morti, ringiovanimento di vegliardi, palazzi sorti in
-una notte e crollati in un minuto, battaglie combattute in un attimo
-e in meno di un attimo perdute o vinte. A traverso questi paesaggi
-stupefacenti, questi mondi disorganizzati e folli, questi prodigi
-impensati e inauditi, questi sentimenti escogitati e contradittorii,
-gli eroi e le eroine di Carlo Gozzi seguitano la loro terribile vita di
-tormenti, affrontando tutti gli ostacoli e sopportando tutte le pene,
-agonizzando di dolore o di stanchezza, invocando il cielo, imprecando
-al cielo, passando per tutti gli stadii più alti della disperazione: la
-loro esistenza non somiglia più a quella di nessuna creatura umana, ed
-essi vanno, vanno, dominati dal Fato, in lotta con esso, impari lotta
-con un potere così forte e così segreto.
-
-Ma non è mica il Fato greco, quello che combatte i principi persiani
-e le principesse chinesi di Carlo Gozzi: è in fondo un Fato molto
-mal ridotto. Giacchè le sue sentenzie, apparentemente atroci e
-inflessibili, contengono sempre una scappatoia, per cui questi
-valorosi e impetuosi signori, queste instancabili ed entusiaste donne
-possono sfuggire alla disgrazia estrema. Vi è sempre una speranza, nei
-rescritti dei maghi e delle streghe gozziane! Altrimenti la tragedia
-fiabesca si chiuderebbe alla terza o quarta scena e buona notte. Un
-piccolo lumicino brilla sempre in fondo alla foresta, come nella
-gentil fiaba puerile del _Petit Poucet_, come in tutte le istorie
-meravigliose. Questo fioco lume, vedete, è la tenue, quasi disperata
-speranza, diciamo così, che è alla fine di tutte le torture estraumane
-dei personaggi di Carlo Gozzi, è il filo intorno al quale si tesse
-tutta la trama della fiaba; e man mano, come l'intreccio si annoda
-e s'infoltisce e si distende, la poca speranza cresce, il picciolo
-lume si fa più vicino, più vicino, è un ricovero, è una casa, è la
-salvazione, l'uomo ha vinto tutte le pruove, la donna ha superato tutti
-gli ostacoli, i regni della natura rientrano nel loro ordine e l'amore
-uscito più terso e più compatto da quel crogiuolo incandescente,
-trionfa.
-
-Voi, tutto questo lo sapete, non è vero? Lo sapete anche se non
-avete letto le fiabe del drammaturgo veneziano; giacchè tutto il
-contenuto della sua opera è preso dalle tradizioni fiabesche di tutti
-i paesi, giacchè egli ha rivestito di scenario e di dialogo tutti
-i racconti che le balie, le vecchie zie, le nonne narrano ancora
-ai bimbi che non vogliono dormire. _L'amore delle tre melarance_ e
-l'_Augellin belverde_, il _Corvo_ e la _Donna serpente_, la _Zobeide_
-e il _Re Cervo_ e infine quanto costituisce il teatro delle fiabe
-gozziane, risveglia le memorie delle stanze domestiche, dei focolari
-confortevoli, delle antiche voci un po' tremolanti che il nostro cuore
-non sa dimenticare, delle ore estatiche trascorse a udire le istorie
-singolari, mentre già il sonno appesantiva le palpebre e il racconto
-diventava qual era, sogno. Io ritengo che questo sia uno dei grandi
-segreti del successo di queste fiabe, allora: e come esse potessero
-tener testa e persino, ahimè, soverchiare la novella arte goldoniana,
-presa alle sorgenti istesse della vita quotidiana e schietta. Il più
-austero uomo è stato un fanciullo e la più frivola e più spensierata
-donna è stata una bimba: i ricordi risalgono, evocati, al fior
-dell'anima, e un senso di diletto, non scevro di una velata malinconia
-viene a molcere l'austerità e a fissare la spensieratezza, mentre
-il medesimo uomo austero troverà sconveniente la rappresentazione
-dell'ordinaria esistenza e la medesima donnetta frivola s'irriterà di
-vedere dipinta così veracemente la sua leggerezza e la sua instabilità:
-e ambedue, è naturale, preferiranno Carlo Gozzi a Carlo Goldoni.
-Ognuno ha il suo _tempo di fiaba_ nell'anima, tempo di semplicità,
-d'innocenza, di credulità e di sorriso che si può rievocare, più tardi,
-in modo fittizio e fugace, è vero, ma sempre efficacemente!
-
-Accennare, qui, tutte le origini delle fiabe di Carlo Gozzi, sarebbe
-un po' lungo e un po' minuto; pure, probabilmente, abusando della
-vostra pazienza, lo farei: me ne trattiene il simpatico ingegno così
-intuitivo, la coltura, la ricerca felice ed esauriente che ha fatto,
-su Carlo Gozzi e sul suo teatro, Ernesto Masi, per cui tutti quelli che
-si affaticano nell'arte e nelle lettere umilmente come me, o altamente
-come altri, gli debbono una vivida ammirazione. _Lo Cunto de li Cunte_
-del nostro novellatore napoletano Busile, la _Posilipeata_ di Masiello
-Reppone sotto cui si nasconde l'altro napoletano Pompeo Sarnelli,
-_Le mille e una notte_, i _Mille e un giorni_, il _Gabinetto delle
-Fate_, tutte le antichissime leggende orientali hanno dato il loro
-contingente al fiabista veneziano: persuaso che come _tout le monde_
-aveva più spirito del signor di Voltaire, anche _tout le monde_ avesse
-più fantasia del conte Carlo Gozzi, egli ha interrogato tutte le fonti
-popolari. Vi è, persino, nel Sinadabbo della _Zobeide_ il tipo di Barba
-Blù, il mangiatore di mogli: Sinadabbo se ne stanca dopo cinquanta
-giorni, come Hassan, l'eroe della _Namouna_ di Alfredo de Musset se ne
-stanca dopo una settimana: vi è, persino, nel _Re Cervo_, una delle
-più forti, delle più vivaci fiabe del Gozzi, un caso di _avatar_, di
-scambio d'anime, leggenda orientale indiana che, più tardi, Thèophile
-Gautier doveva narrare curiosamente nel suo lungo racconto _Avatar_.
-È quasi un repertorio, il contenuto delle tragedie fiabesche del conte
-veneziano: un repertorio che egli ha mescolato un po' confusamente, ma
-che ha tutto espletato.
-
-E allora, qual è l'elemento personale che il Gozzi ha dato a queste
-fiabe? Ma, una cosa importantissima: la rappresentazione per mezzo
-di un intreccio di dramma, per mezzo di personaggi, di dialoghi, di
-scene: tutto un mondo vivo creato sui vecchi elementi, tutta una serie
-di opere teatrali che hanno un valore indiscusso per il loro tempo.
-Drammaturgo, il conte Carlo Gozzi era: e aveva la passione pel teatro
-penetrata sino alle sue midolla di uomo e di letterato: tutta la vita,
-malgrado i suoi sonetti, a centinaia, per nozze e per monache, malgrado
-le sue dissertazioni, egli non è mai stato nè poeta nè critico, ma
-autore drammatico, niente altro. Il materiale, dunque, fiabesco e
-la volontà di favorire la truppa Sacchi che egli proteggeva e dove,
-persino, aveva collocato i suoi amori, oltre che le sue simpatie e la
-sue amicizie, risvegliarono in lui le più belle qualità di autor comico
-e drammatico, dettero l'impulso a un ingegno che nel teatro trovava il
-migliore suo campo. Teatralmente parlando, queste fiabe sono, massime
-alcune di esse, scritte con vigore, con misura, con evidenza: in due o
-tre di esse, come la _Turandot_, come il _Corvo_, come l'_Amore delle
-tre melarancie_, vi è, persino, nella espressione dei caratteri, della
-psicologia. — Io vi prego di non sorridere! — Noi moderni ci vantiamo
-assai di essere psicologi, tutti, anche quelli che non sanno di
-lettere e di arti, anche i semplici scienziati, anche i medici, anche
-gli avvocati, anche tutti gli umani. Ma fra cento anni, quanto e come
-l'umanità sarà più psicologa di noi, mentre quelli che vissero cento
-anni prima di noi eran psicologi senza saperlo e senza pretendervi! Il
-caro conte Gozzi potea esser presuntuoso ed era, in ben altre cose: ma
-nel rendere un carattere femminile, nel fare emergere le espressioni di
-un momento drammatico, servendosi, pur troppo, della rettorica di cento
-anni fa, egli è efficacissimo e inconsciente della sua forza e della
-sua efficacia. Le fiabe, infine, sono dei veri drammi nel loro inizio
-e nel compimento: sono l'agitazione di un mondo di personaggi e di
-passioni che l'autore ci mostra, cogliendone il lato più significativo,
-dando di essi e di esse la figura più rassomigliante e il senso più
-vero.
-
-Vedete, infatti, se nella _Turandot_ che non è punto una fiaba, ma una
-bella e vera commedia a base drammatica, in questa _Turandot_ dove non
-sono nè apparizioni, nè negromanti, nè uomini che si cangiano in belve,
-nè melarancie che contengono una fanciulla, in questa _Turandot_ che
-è la commedia di una giovanetta fiera e saputella, — una seccatrice,
-diremmo noi — che non vuole sposarsi perchè odia gli uomini, vedete
-se l'autor drammatico rifulge! La vecchia istoria dei _tre enigmi_
-che il divino Shakespeare ha reso così magnificamente, con tanta onda
-di poesia, di tenerezza, di passione, nel suo _Mercante di Venezia_,
-quei tre enigmi che il presunto sposo della piccola e leggiadra
-Portia deve risolvere, è servita al Gozzi, per questa _Turandot_,
-come servì, più tardi, saran venti anni, a Giuseppe Giacosa per il
-suo _Trionfo d'amore_: vecchissima istoria che rimonta, nientemeno,
-alle _Gesta romanorum_. Il Gozzi raggiunge, in questa _Turandot_, il
-massimo delle sue qualità di autore drammatico, tanto il movimento
-vi è simpatico, umano, nobile, tanto il fatale dissidio dello spirito
-della protagonista, vinta nella pruova, che non vuole darsi per vinta
-e intanto già ama, ha una evidenza che colpisce e trascina il lettore.
-Per cui questa _Turandot_ piacque tanto allo Schiller che di drammi,
-se non isbaglio, se ne intendeva: tanto gli piacque da volerne fare
-una riduzione in tedesco. E dalla medesima _Turandot_ viene tutto il
-coro di ammirazione che il teatro gozziano ha trovato nella Germania
-dalla fine del secolo, e nomino nel coro il Lessing, i due Schlegel,
-il Tieck, tanti altri illustri. Ai tedeschi di allora, non potevano
-le fiabe di Gozzi non piacere enormemente, tanto corrispondevano,
-stranamente, al loro nordico gusto: ma è, consentitelo a una adoratrice
-della verità, nella vita e nell'arte, è un dramma di verità e di
-passione quello che rivelò ed affermò il talento di Carlo Gozzi.
-
-Ancora un elemento, curioso, portò il Gozzi in questa congerie di
-bizzarrie novelle che è il mondo fiabesco: ed è, accanto alle figure
-drammatiche le figure buffe, accanto ai cuori sentimentali, gli
-stomachi capaci, accanto ai martiri dell'amore le spalle fatte per
-le bastonate, accanto ai principi e alle principesse le maschere
-italiane, Brighella, Truffaldino, Pantalone, Tartaglia. Costantemente
-queste quattro maschere a cui si unisce, talvolta, Smeraldina, una
-maschera femminile, penetrano in tutti gli intrecci drammatici di
-Gozzi, appariscono nel fondo di ogni scena, si mescolano a ogni
-scena, e spesso non all'ultimo posto, visto che, nel _Re Cervo_,
-Tartaglia, la maschera napoletana, è quasi il protagonista. Talvolta,
-il dialogo di queste maschere è scritto per esteso, giacchè è troppo
-necessario al senso della commedia: talvolta è accennato solo, come
-trama, lasciando che le maschere v'innestino quel che vogliono, pur
-non disubbidendo alla traccia. E così, questa _Commedia dell'arte_
-onore e gloria comica italiana, diletto di gentiluomini e di popolani,
-origine di tutto quello che vi è di spontaneo e di vivo nel teatro
-popolare, si mischia indissolubilmente alla tragedia fiabesca, con
-tutti i suoi contrasti e i suoi anacronismi. Eppure! Tempo fa, sino a
-che un ordine molto civile ma poco rispettoso del pittoresco e della
-leggenda non lo proibisse nei piccoli teatri di Napoli, in due o tre
-di essi, verso la seconda quindicina di dicembre si inauguravano le
-rappresentazioni di un mistero religioso che portava per titolo:
-_La nascita del Verbo umanato_ o _il Vero lume fra le ombre_. Vi
-prendevano parte Maria, Giuseppe, gli Angeli, Belfegorre, dei pastori,
-un grosso dragone spirante fuoco e vi accadevano tutte le scene della
-Natività, descritte in versi assai strani. Fra i personaggi, vi era
-un napoletano: non il Pulcinella, giacchè l'autore non aveva osato
-di spingere l'anacronismo sino al delirio, ma un napoletano Razzullo,
-che parlava il dialetto, che esclamava, che metteva il suo buon senso
-pazzo e la sua loquacità meridionale fra le preziosità mistiche di
-quel misterio. Ebbene, quel Razzullo lì, offendeva la logica, è vero:
-ma neanche il mistero pretendeva di esser logico, ma al pubblico
-che si estasiava misticamente innanzi alla umiltà della Madonna, al
-paziente coraggio di Giuseppe, che s'irritava contro i truci progetti
-di Belfegorre, quella nota singolare di napoletanesimo piaceva, ed
-essi ridevano, gli spettatori, dopo essersi commossi! Così, certo al
-pubblico che si affollava nel piccolo teatro veneziano dove recitava
-la truppa Sacchi, l'apparizione di Truffaldino in Persia, di Pantalone
-in Cina e di Smeraldina in Tartaria, doveva parere molto bizzarra, ma
-non poteva che piacere, come chi rivede, fra gente ignota, un viso
-noto e, spesso, amato. D'altronde, quei comici che rappresentavano
-le maschere italiane, erano dei migliori, nelle loro parti: avevano
-per essi la tradizione e la lunga esperienza, avevano l'affetto degli
-spettatori. Anacronismo, sì, ma le fiabe erano anche così sorprendenti,
-per la mancanza di ogni norma umana: anacronismo, ma il meraviglioso
-regnando in tutto l'intreccio, non era neppur troppo curioso che un
-bergamasco come Brighella, un veneziano come Pantalone, un napoletano
-come Tartaglia si trovassero sbalzati ai confini del mondo, in drammi
-dove il mondo non aveva più confini! Dico ciò per difendere il Gozzi
-dalle accuse di testa folle, di commediografo squilibrato, di autor
-drammatico capace di guastare una pura opera d'arte, per compiacere
-quattro comici. Ritengo che quelle intromissioni così ripugnanti a
-chi ha l'ossequio della verità, così balzane e quindi antipatiche
-ai ragionatori posati e tranquilli, non dovessero urtare i nervi di
-nessuno: salvo di coloro che la gran voce umana di Carlo Goldoni, la
-voce di uno spirito nobile e di un cuore caldo aveva suggestionati! E,
-anche, il Gozzi, con sapienza di contrasti, ha mescolato e alternato
-l'espressione comica, usandone con moderazione, al senso drammatico:
-egli ha bene inteso che uno spettatore non ama di fremere sempre, dal
-principio alla fine di un dramma, che la emozione di dolore si stanca e
-che il soffio di una risata riposa chi ascolta. Le scene delle maschere
-non sono mai lunghe: esse non sono mai troppo volgari, giacchè il Gozzi
-schivava la volgarità e addebitava le _Baruffe chiozzotte_ come una
-laidezza, al Goldoni: esse hanno sempre, queste scene di maschere,
-uno scopo, una necessità. Data la sua abilità teatrale, Carlo Gozzi
-ha potuto tentare questa risurrezione o continuazione dell'antica
-_Commedia dell'arte_, senza far inorridire, senza seccare, divertendo.
-Quest'audacia conservativa equivale all'audacia progressiva di Carlo
-Goldoni!
-
-Certo, trasportando la questione in una sfera d'idee più ampia,
-la risurrezione della _Commedia dell'arte_, anche menomata, anche
-ridotta a brevissime manifestazioni, anche messa lì solo per bisogno
-scenico e per contrasto morale, non può non essere giudicato un atto
-di annichilimento letterario, da parte di un autore. La _Commedia
-dell'arte_ è la improvvisazione capricciosa di cervelli comici che non
-vogliono chinarsi a seguire il pensiero dell'_altro_, dell'autore: è
-il libito di chi appare sulle scene e sovra una vecchia trama sbiadita
-cerca mettere i colori di una recitazione naturale: è la sostituzione
-della coscienza personale dell'attore a quella certamente più elevata
-e più nobile dell'autore. Non un passo indietro, nella via dell'arte,
-ma cento, ma mille passi indietro! D'altronde, anche questa _Commedia
-dell'arte_, la quale poteva attirare per la sua libertà, por il suo
-impensato, per l'inatteso personale, finiva per avere le sue formole,
-le sue stereotipie: anche le scene di amor comico, di ghiottoneria,
-di spavento, avevano il loro alfabeto e il loro sillabario: e tutto
-s'immobilizzava in queste formole e la improvvisazione non era che
-apparente. Ora che un uomo come Carlo Gozzi, vissuto in Venezia, che fu
-patria, asilo, tradizione della più fulgida arte italiana, cresciuto in
-un ambiente eminentemente letterario, appartenente a una famiglia dove
-tutti facevano dei versi, dalla madre agli amici di casa, dalla cognata
-alla cameriera, abbia potuto così negare il proprio ingegno e l'arte,
-credendo che un comico qualunque potesse mettere la sua prosetta comune
-e trita accanto ai versi solenni o teneri gozziani, permettendo che
-le viete barzellette e i lazzi di Truffaldino, sempre gli stessi, si
-alternassero liberamente ai lamenti e alle fiere proteste dei suoi
-protagonisti, non si comprende! Un eterno dissidio regnerà sempre fra
-il comico e l'autore: quando, ogni tanto, un autore ha la fortuna di
-essere _inteso_ e _reso_ da un comico, bisogna dire che due fortunate
-e lontane constellazioni si siano incontrate nel cielo! E viceversa
-il signor conte Carlo Gozzi, per eccezione, amava troppo i comici:
-li amava tanto, da cedere loro innanzi, come autore. La _Commedia
-dell'arte_ riapparsa sulle scene, donde il grande e misconosciuto Carlo
-Goldoni aveva, con tanta coscienza d'artista, cercato di cacciarla,
-non solo significava il trionfo di un passato morto e cavato fuori
-dalla tomba e galvanizzato alla meglio, ma significava la negazione di
-sè stesso come scrittore e come drammaturgo, significava il proprio
-avvilimento come un uomo che pensa, che sa, che scrive. Ora se
-l'egoismo confina con la ferocia, l'altruismo confina con la codardia!
-
-
-II.
-
-Fu, dunque, il Gozzi molto letto e molto ammirato in Germania: in un
-altro paese del nord, in Inghilterra, destarono curiosità, interesse,
-diletto le sue opere. Si dice: fu il restauratore del fantastico
-nell'arte teatrale, doveva piacere a coloro che amano il fantastico,
-che si pascono di leggende, come i popoli delle regioni fredde. Il
-fantastico? È proprio la parola esatta? È, veramente, il Gozzi, un uomo
-d'immaginazione? Badiamo che _fantasia_ è una grande parola ed è una
-grande cosa. Non sarebbe meglio dire che il Gozzi fu il restauratore
-del meraviglioso, al teatro? _Meraviglioso:_ è una parola più semplice
-e più modesta. Il fantastico è così diverso! Chi si sorprende, inarca
-le ciglia e ha l'aria di uno sciocco: costui è lo spettatore delle
-cose meravigliose perchè strampalate, meravigliose perchè senza nesso
-o con un nesso così lieve che un nulla lo spezza, meravigliose perchè
-assolutamente contrarie a tutto ciò che è ordinario. Tutt'altro,
-tutt'altro il fantastico! Esso, credete, corrisponde alla vita e certe
-volte vi corrisponde con misura matematica: esso ha delle regole
-intime, profonde, per cui può apparire quel che è, fantastico, sì,
-ma logico: esso è dominato da una ragione segreta che lo nutrisce
-e gli dà sostanzia e colore: esso può essere alto, grande e puro,
-come la verità. Il fantastico non è il contrario della vita, ma
-è l'esaltazione della vita: è la linea in fuori, è l'aureola, è
-l'alone, ma la linea suppone la misura, ma l'aureola suppone la
-testa, ma l'alone suppone la luna! Il fantastico non capovolge le
-leggi dell'esistenza, ma le intravvede moltiplicate, più ricche, più
-tristi, più tetre, più grottesche: ma le considera nelle loro glorie
-e nelle loro miserie, ma le sospinge alla loro nota più vibrante e
-più acuta! Il fantastico anche descrive dei paesaggi che esistono, ma
-vi aggiunge quella soffusione di poesia lieta o lugubre che le cose
-hanno sempre e che solo gli occhi freddi ed aridi non sanno vedere:
-il fantastico anche narra delle cose accadute, ma vi scorge tutto un
-lato nascosto, qualche cosa che sfugge all'analisi del critico e che
-non sfugge alla visione del poeta. Gli è per questo che gli scrittori
-d'immaginazione scarseggiano assai, mentre gli scrittori di verità
-si chiamano oramai legione; la fantasia non comporta mediocrità, non
-comporta volgarità, non ammette mancamenti o debolezze. È fantastico
-il grande Hoffmann, di cui non una delle novelle che non parta da un
-assioma indiscutibile, di cui il fantastico ha le grazie e le seduzioni
-della vita: siete fantastico voi, voi solo, o grande Edgardo Poe, non
-abbastanza ammirato, non abbastanza amato, infelice nella morte come
-nella vita! Rammentiamo le _Novelle straordinarie:_ non una di esse che
-non possa, in tutte le sue parti, corrispondere a un'assoluta verità!
-Ma quegli uomini sentono in una forma complessa, esagerata e febbrile:
-ma quelle donne dai capelli biondi, dagli occhi glauchi, dalle forme
-tenui, dalle mani ceree sulle nere vesti, sulle bianche vesti, hanno in
-loro un fuoco che le consuma: ma quei paesaggi hanno una vita interiore
-che li trasforma e li fa tragici: ma quelle scene hanno una intensità
-crescente che afferra ai capelli il lettore, e li imperla di un sudore
-di paura! Tutto è vero, tutto può esser vero, nel grido che sale nel
-_Cuore rivelatore_, tutto è vero, tutto può esser vero nei terribili
-rumori della _Casa Usher_. Il fantastico del rimorso, il fantastico del
-terrore non vengono da spettri, non vengono da vani fantasmi, ma l'uomo
-li porta in sè, ma sono gli abitatori del suo spirito, i tetri e fieri
-abitatori! Egli non diventa marmo, come il povero Zennaro, del _Corvo_
-di Carlo Gozzi, nè marmo come la dolce e tenera Hermione nel _Racconto
-di una notte d'inverno_ di Guglielmo Shakespeare: non si muta in una
-serpe, come la dolce Cheustanì, la _Donna Serpente_ di cui Riccardo
-Wagner volle rendere l'amore, il dolore, la devozione coniugale nella
-sua opera di gioventù (_Le Fate_); ma quest'uomo di Poe ha le belve
-che gli dilaniano il cuore, porta una serpe nelle sue viscere e meglio
-sarebbe per lui se s'impietrisse! Questo è, il fantastico: la vita
-nelle sue più cocenti passioni, l'odio, l'amore, il delitto elevato
-all'ennesima potenza, la vita slanciata alle altissime temperature, —
-dove tutto vibra e tutto finisce per infrangersi!
-
-E chiamiamolo addirittura il _meraviglioso_, il portato di Carlo Gozzi
-nel teatro italiano, poichè additeremo così questo bizzarro, sì, ma
-mite e innocente materiale di arte: il meraviglioso che sconquassa,
-ma porge la speranza e porge il rimedio, che infligge le torture, ma
-ha con sè il balsamo della consolazione. Senza di esso, i protagonisti
-di Carlo Gozzi sarebbero delle creature semplici e amorose, e la loro
-istoria non potrebbe interessare gli umani: un elemento estraneo entra
-in loro e li rende vittime ed eroi, insieme, ma vittime temporanee ed
-eroi di cinque, di dieci anni: l'elemento sparisce ed essi rientrano
-nel giro normale dell'esistenza, freschi, sani e felici. Questo
-meraviglioso ha l'aspetto truce e la sostanza tenera, ha l'apparenza
-della fatalità e non è la fatalità: è lo slanciarsi, per breve ora,
-fuori dei limiti del possibile, ma è il rientrarvi subito, quietamente.
-La fantasia, nella sua essenza, nella sua possanza, dà ben altri
-crucci, e il fantastico, talvolta, uccide. Fra coloro che mi ascoltano,
-io credo, che tutti preferirebbero di essere un personaggio di Carlo
-Gozzi che un personaggio di Edgardo Poe, e tutti, infine, preferiscono
-di essere i lettori dell'una e dell'altra opera. Infine, il Gozzi
-non era realmente un uomo d'immaginazione: quello che egli ha fatto,
-non lo ha fatto per una passione salda letteraria per il sorprendente
-nell'arte, ma lo ha fatto per una passione di uomo, molto più forte,
-molto più acerba, per il suo odio contro Carlo Goldoni.
-
-Ah parliamone un poco, di questo odio per cui il cuore del conte
-veneziano si è infiammato molto più che per qualunque amore di donna:
-parliamone, giacchè esso è l'avvenimento più importante della vita di
-Carlo Gozzi, giacchè oh ironia, giusta e ingiusta insieme, del destino,
-adesso il drammaturgo di _Turandot_ è rammentato solo perchè fu nemico
-acerrimo di Goldoni! Ebbene, sì, egli lo ha odiato molto e lo ha,
-sovra tutto, disprezzato, come si conviene a un uomo che sa odiare:
-chi riconosce qualche cosa di buono e di serio, nel suo avversario,
-già non odia più! Carlo Gozzi lo disprezzava palesemente e intimamente:
-il Goldoni gli pareva il più volgare, il più triviale, il più balordo
-e il più noioso fra gli scrittori teatrali. Egli lo ha tante volte
-dichiarato ed era in perfetta buona fede. Tutto ciò che formava la
-bontà e la beltà delle creazioni goldoniane gli faceva ribrezzo: e le
-parole più basse per esprimere la più bassa cosa non gli sembravano
-sufficienti. Le sue polemiche impetuose e ardenti, la sua lotta
-teatrale, tutta una città posta a soqquadro, indicano come tutto il
-calore dell'anima di Gozzi si era riversato contro questo dispregevole
-avversario. Questa battaglia è durata molto tempo ed è stata combattuta
-su tutti i campi: è stata folgorante d'ingiurie e di vituperii: è
-stata fornita a colpi di penna e a colpi di voci calunniose: ha avuto
-sussidii e contrasti nell'amore e nella politica. Il Goldoni è stato
-insidiato nella reputazione e nella fortuna: è stato minacciato nella
-felicità e nella vita ed ha dovuto, infine, lasciare il suo paese,
-esiliarsi, non vinto, forse, nell'anima, ma vinto nei fatti, non
-sconfitto nella sua arte, ma sconfitto come uomo e come cittadino. Più
-tardi, certo, anche la fittizia fortuna delle fiabe decadde e lo stesso
-Carlo Gozzi non volle farne più nessuna: ma più tardi, ma troppo tardi,
-quando niente e nessuno poteva più medicare le ferite dell'animo di
-Carlo Goldoni, quando tutte le amarezze avevano per sempre avvelenato
-il fondo del cuore del buon commediografo di Venezia.
-
-Ebbene, io dico che quest'odio, che questo disprezzo erano sentimenti
-naturali e giustificati in Carlo Gozzi: dico che egli non poteva
-fare diversamente che detestare Goldoni e che egli ha obbedito
-a una ispirazione alta e dolorosa, combattendo quella battaglia.
-Ricordiamoci chi era e che rappresentava Goldoni, a Venezia. Egli,
-modesto e tranquillo scrittore, era stato tocco da quel colpo di
-fulmine intellettuale che non ammazza, ma sconvolge, che non atterra,
-ma trasforma violentemente, egli aveva _avuto un'idea_: egli aveva
-compreso che la vita nelle sue forme veraci e umili ha una potenza di
-fascino che sorpassa tutte le meraviglie: aveva _visto_ che l'amore
-qual è, il dolore qual è, il ridicolo qual è, e non già come la falsità
-leggiadra o pomposa di tutto il Settecento voleva rendere, possedessero
-maggior attrazione che qualunque declamazione rettorica o leziosa:
-aveva sentito quest'uomo piccolo destinato ad albergare quella grande
-cosa che è un'idea, aveva sentito l'irrompere della vita nella sua
-lealtà comica o drammatica. La gran voce delle persone e delle cose
-intorno, era giunta sino al suo spirito e lo aveva commosso: non la
-voce dei fantocci pronunzianti vuote frasi o inchinantisi ai vezzi
-frivoli di un amore che non può meritare questo nome. L'uomo nella sua
-carne e nel suo sangue, con le sue costumanze bislacche o patriarcali,
-con i suoi difetti curiosi e le sue qualità ammirabili, con i
-trasporti delle sue passioni e col giuoco delle sue astuzie, l'uomo
-vero, l'uomo uomo, era apparso a Carlo Goldoni: e costui aveva reso
-la verità, a teatro. La verità, nientemeno! La verità in quei tempi
-quando i più terribili soffii venivano dalla Francia, quando un timore
-generale faceva impallidire le vecchie dinastie, quando i filosofi e
-i carnefici si alternavano, causa ed effetto, nel centro dell'Europa!
-La verità, cioè il popolo ritratto, il popolo elevato da spettatore a
-protagonista, il popolo carezzato nelle sue buone tendenze, e spesso,
-il nobile vilipeso, come bugiardo, come poltrone, come giuocatore! La
-verità; cioè, gli antichi usi e le mode moderne dipinte magistralmente:
-cioè, i vizii di certe condizioni e di certe età, resi con indulgenza,
-è vero, ma non tanto da non vederne l'esatta riproduzione: cioè,
-le qualità più nobili ricercate anche in persone non preclare, e
-i sentimenti più alti del patriottismo, dell'onore, della dignità
-ritrovati nel mondo piccolo, borghese e popolare. La verità, in questa
-vecchia Venezia già decaduta, già sfinita, smarrite le sue ricchezze,
-il suo potere, la sua forza, e che assisteva sgomenta a queste nuove
-cose che sorgevano, a queste idee, a queste forme, a questi fatti che
-disperdevano le ultime sue parvenze di grandezza!
-
-E come poteva permettere ciò il conte Carlo Gozzi, il patrizio di
-antica stirpe dalmata, il patrizio che s'inchinava reverente a Venezia
-e alla Serenissima? Carlo Gozzi non solo era un signore, di nascita,
-ma teneva moltissimo al suo nome e alla sua razza: non solo era un
-conservatore in arte, ma era tale anche in politica: non solo era un
-patriotta, ma era un patriotta accanito e focoso. Il tremuoto che
-squassava tutte le vecchie cose lo stupiva e lo sgomentava: ma lo
-sgomento massimo era per il suo paese, per questa adorata Venezia che
-portava nel sangue e nelle ossa, come la più grande delle passioni.
-Codino, sì, venti volte codino, ma non codino di chiacchiere vacue, non
-codino di poco temibili proteste, non codino silenzioso e pauroso, ma
-codino arrabbiato e focoso, codino pugnace e implacabile. Carlo Goldoni
-non parve solamente a Carlo Gozzi un novatore del teatro: ma gli parve
-un novatore ribelle, un commediografo che volesse continuare sul teatro
-la esecranda opera della Enciclopedia e della rivoluzione francese.
-Autore drammatico egli stesso, comprendeva bene quale costante e
-invincibile propaganda potessero fare certe teorie propalate dal
-palcoscenico: e il non essere il Goldoni un teorico della verità, ma un
-dipintore esatto e geniale, il dare con forme semplici tutto un nuovo
-contingente di protagonisti presi dal popolo, il rendere con l'azione
-i vizii e la debolezza estrema della nobiltà veneziana lo rendeva anche
-più pericoloso. Carlo Gozzi odiò Goldoni come un nemico della patria, e
-l'opporsi a lui gli parve un atto di buon cittadino, di fedele suddito
-della Repubblica morente. Una rabbia profonda sorse dalle viscere
-dell'uomo contro l'uomo e il letterato tentò una difesa disperata!
-
-Disperata! Vandeano di Venezia, il conte Carlo Gozzi combatteva come
-i fedeli brettoni per Dio e per il Re: il suo Dio e il suo Re erano
-Venezia. Di fronte alla novità rigogliosa e avvincente delle commedie
-di Carlo Goldoni, portanti nel seno il germe della libertà dello
-spirito, egli volle far tornare all'antico il pubblico, e più che
-all'antico, al bambinesco. Mentre tutti tentavano di pensare, mentre
-tutti sentivano il fremito possente che sollevava la terra infeconda
-e le preparava una magnifica fioritura dove il sangue non mancava
-per la coltura, mentre tutti avevan l'anima attenta a ogni nuova
-manifestazione del pensiero e dell'opera umana, il conte Carlo Gozzi
-tentò di calmare questa inquietudine coi racconti delle fate e volle
-addormentare i cuori turbati e le menti palpitanti, come si cerca di
-far addormire un bimbo nervoso, che ha paura. Egli cullò i terrori
-segreti, egli cantò la ninnananna a coloro che vedevano crollare il
-mondo in cui avevano creduto: e al fragore delle voci e delle armi,
-egli disse, come una buona balia: _vi era una volta_...... Oh come
-si rivela bene, la disperazione interna, non del letterato che era
-troppo superbo e alla sua maniera, anche un po' indifferente, ma la
-disperazione del conservatore che chiude gli occhi per non vedere, che
-si tappa le orecchie per non udire, e che, come le vergini di Francia
-danzavano con un filo rosso al collo, per simbolo della probabile
-prossima ghigliottina, in abito da _victimée_, tenta di raccontare
-delle storielle vane per togliere il pubblico alla propaganda e alle
-paure! In pochi anni egli scrive fiabe sopra fiabe con una rapidità,
-con una facilità grande, mentre polemizza nelle fiabe e fuori, mentre
-continua la sua guerra nelle accademie, nei saloni e nei caffè:
-egli non ha posa, egli non soffre indugio: egli, con la sua ferocia
-spinge il Goldoni a scrivere anche più, a scrivere sempre: egli non
-solo oppone una resistenza instancabile, egli attacca atrocemente,
-egli appartiene alla schiera, come ho detto, dei codini belligeri,
-che sono rari, ma che sono terribili, visto che la violenza pare
-sia un appannaggio della gente nuova e ribelle. Che importa a lui,
-specialmente, la fiaba e donde essa viene, visto che egli non è un uomo
-di fantasia, ma un autore drammatico puro e semplice, che importa se
-il materiale sia il meraviglioso e sia preso dapertutto, quando egli
-non ha di mira che distrarre il pubblico dalla commedia dell'iniquo,
-dello scellerato Goldoni, figliuolo primogenito delle nuove esecrabili
-teorie? Siano i racconti delle fate, se essi servono allo scopo ambito!
-Che importa se la intromissione delle maschere, se il riportare
-sulla scena la _Commedia dell'arte_ è un colpo duro a sè stesso e
-alla propria dignità di autore? Purchè sia ferito l'avversario, non
-importano le proprie ferite. E così tutta la ragion letteraria del
-Gozzi si chiarisce e si giustifica nelle sue debolezze: e tutta la sua
-vita, anche, si riabilita nelle sue stranezze e nelle sue acredini. Si
-riabilita con quest'odio! Un odio mortale sorto da un sentimento alto
-e incrollabile, dalla devozione alle antiche cose, dall'ossequio alle
-vecchie idee, dalla reverenza profonda verso Venezia: un odio che ha
-un'essenza d'amore, come tutti gli odii. Impossibile giudicare Carlo
-Gozzi isolatamente: significherebbe menomare e travisare il suo valore
-e dare di lui un giudicio falso. Egli fu uomo del suo tempo: anzi, dirò
-meglio, fu uomo anteriore al suo tempo. Non fu uno di quei letterati
-solitarii che, con inclinazione laudabile o no, non lo so, si chiudono
-nel loro lavoro e dediti alla loro arte, servi, schiavi di essa, si
-dimenticano di vivere: e rovini tutto l'edificio sociale intorno ad
-essi, non se ne accorgono, perduti in una divina allucinazione. Carlo
-Gozzi non fece una vita di sogno, come a tanti artisti è concessa: ma
-fece una vita di realtà, una vita di uomo vivente, dirò! Impossibile,
-anche, giudicare il Gozzi, senza considerarlo nel grande torneamento
-della sua violenza, torneamento scortese e cruento, contro Carlo
-Goldoni. Questo odio è la lettera iniziale della sua vita, è la sua
-cifra fatale!
-
-E permettete a chi ammira tutte le battaglie fatte in un nome sacro,
-fatte anche in nome dell'ombra e della immobilità, fatte anche in
-nome del silenzio e del gelo, permettete che io esprima qui un senso
-di malinconica ammirazione per quel soldato del regresso che fu Carlo
-Gozzi e che lo ammiri nel suo odio, origine della sua arte e della sua
-vita. Questo odio, è vero, dette molti dolori a Carlo Goldoni: ma le
-avversità sono sempre un buono stimolo dell'ingegno che vi si tempera
-e vi si affina: ma ciò che si scrive sotto la sferza delle passioni,
-degli ostacoli, delle contrarietà vale, spesso, più dell'opera compita
-nella oscurità senza contrasto, tanto che vi è chi preferisce il
-mordace e dolente Arrigo Heine all'olimpico e maestoso Wolfango Goethe!
-Lo ammirerete anche voi, io spero, quando penserete che se la sua
-guerra ebbe effetti immediati, essi furono fallaci: quando ricorderete
-che egli vide perire prima di sè la sua effimera gloria, e fu postumo
-di sè stesso: quando noterete che il suo nome, oramai, non è rammentato
-che dirimpetto a Carlo Goldoni. Che dirimpetto? Ho detto male. Di
-lato: molto di lato: ombra, nella luce di Goldoni. Ancora palpita il
-mondo alle scene degli _Innamorati_ e ancora ride alle sue _Baruffe
-chiozzotte_: ancora la _Locandiera_ incanta gli spettatori affascinati!
-Gli spiriti che sparvero da questo nostro mondo, vivono _di là_: ma noi
-non sappiamo bene, come. Speriamo che essi non sappiano nulla del mondo
-che lasciarono: altrimenti, neppure la pace delle sfere celestiali,
-sarebbe una pace, pel conte Carlo Gozzi!
-
-
-
-
-GIUSEPPE PARINI
-
-(1729-1799)
-
-
-CONFERENZA DI
-
-GUIDO MAZZONI.
-
-
- _Signore e Signori,_
-
-Tocca a me l'onore pericoloso d'iniziare quest'anno le Letture
-fiorentine nella sala che Luca Giordano adornò tutta di fiori e che
-ora adornate voi, o signore; nella sala che udì già un tempo i discorsi
-degli accademici della Crusca e accolse poi un congresso di scienziati,
-e dove ora state ad ascoltarmi voi, o signori, che avete fama ben
-meritata di essere per un conferenziere l'uditorio ch'ei possa più
-desiderare o più temere. Ciò farebbe maggiore in me la trepidazione se
-non avessi ormai quattro volte sperimentato negli anni scorsi la vostra
-benevolenza, la vostra indulgenza. E quest'ultima chiedo ancora una
-volta per me; la benevolenza chiedo, a nome de' signori del Comitato,
-per l'istituzione loro, che, proponendosi così nobile intento, ha già
-raccolto tanto favore.
-
-Giuseppe Parini aveva nove anni quando il padre suo, umile negoziante
-di sete, volendolo tirar su per gli studii, lo recò a Milano e lo
-allogò in casa d'una zia. “Addio, monti sorgenti dalle acque!„ avrebbe
-certo sospirato allora quel ragazzo d'ingegno così promettente, se
-Alessandro Manzoni, che fu poi il massimo discepolo del Parini, già
-avesse consacrato all'arte, con l'eloquenza dell'addio di Lucia,
-monti ed acque ben poco distanti dalle colline di Bosisio e dal lago
-di Pusiano. Il ragazzo, cui aveva insegnato a leggere e scrivere il
-prete del borgo nativo, è probabile non ripensasse allora, partendo, il
-tenue passato, ma che vedesse con gli occhi della fantasia le vantate
-meraviglie della sterminata ed opulenta Milano.
-
-Erano gli ultimi del 1738, e Milano, sgombrata da Carlo Emanuele di
-Savoia “quel brutale d'Italia„, venuta in signoria di quel placido
-Carlo VI che doveva morire d'indigestione, si preparava ad accoglierne
-la figlia, Maria Teresa, sposa novella di Francesco di Lorena. E
-proprio quando il Parini arrivava, nel fervore de' preparativi,
-nello studio dell'etichetta, si facevano questioni grandi: chi doveva
-andare fin a Mantova a ossequiare i principi? chi si doveva invitare
-alle feste? le dame dovevano presentarsi a Corte con l'adrienne o
-col mantò? Le due prime questioni furono risolute presto; a Mantova
-andò il Vicario di provvisione e sei patrizi; sei altri, col titolo
-onorifico di Bastoni, ebbero a compilare l'elenco degli invitati:
-quanto all'adrienne e al mantò, bisognò indagare cautamente l'animo
-della maggiordoma maggiore dell'Arciduchessa, che indagò l'animo
-dell'Arciduchessa; e, a dispetto degli avari mariti, a gioia delle
-splendide dame, venne la risposta: il mantò!
-
-Quel povero ragazzo di campagna che cominciava a frequentare, vestito
-da abatino, le scuole de' Barnabiti, non seppe o non si curò di sì
-fatte controversie; ma era certo per le strade, in vacanza, quando il
-2 maggio '39 i principi, sorridendo al popolo dal grande carrozzone
-dorato, entrarono pomposamente in Milano; e potè forse avvicinarsi
-al corteggio e ammirarlo da presso e guardare la futura padrona, la
-fiorente Maria Teresa, perchè le milizie schierate per contenere
-la folla e presentare l'arme, sorprese da un acquazzone, si erano
-sbandate! La sera, grande illuminazione di tutta la città; e chi sa non
-fosse anche lui tra i monelli che (come narra la Gazzetta d'allora)
-“girando all'intorno con semplici rime, dettate dal naturale genio
-e piacere, come dall'affezione succhiata col latte verso la cesarea
-stirpe, invitavano i meno pronti ad esporre i lumi con abbondanza„.
-Furono le prime feste, le prime dame, che vide co' suoi grandi e
-vivacissimi occhi neri quel lungo, gracile, irrequieto abatino; e
-cominciò ad assorbire inconsapevole l'amore del lusso, delle eleganze,
-della bellezza.
-
-Mentre egli cresceva, e proseguiva a studiare, e cominciava a
-dar lezioni, i tempi si facevan più quieti; il governo imperiale,
-interrotto per pochi mesi dai Gallo-Ispani, si assodava in Lombardia
-entro quella pace di quarantotto anni che ci diè tempo d'incipriarci
-e d'imbellettarci, ma anche di guardare noi stessi allo specchio,
-vergognare di noi stessi, iniziare la conversione dell'animo nostro e
-la coscienza nazionale, che i Francesi del '96 ci aiutarono, sia pur
-brutalmente, a recuperare intiera. Milano si faceva a mano a mano più
-grande, più bella, più polita, negli agi e ne' diletti crescenti della
-civiltà; e, come accade, ogni moto di quel risveglio affrettava altri
-moti. Passava su tutti un'aria tiepida, quasi autunnale, che affrettava
-la piena fioritura, lo spampanamento de' vizii, e spargeva intanto i
-semi della primavera ventura. Quel che fino allora non era sembrato di
-ribrezzo o di schifo o di danno, lamentavano molti, e chiedevano fosse
-tolto via dalle leggi e dalle costumanze. La critica esercitava timida
-l'officio suo buono, affilava le armi per l'officio cattivo; e il
-governo le porgeva orecchio, l'aiutava, spesso incitava per preparare
-alle riforme l'animo neghittoso o restìo della moltitudine. I libri, le
-fogge, che cominciavano a venir da Parigi, anzi che da Madrid, vivaci,
-eleganti, trasformavano rapidamente le idee e le sembianze di quella
-parte della società che era allora la sola che importasse, la sola che
-si pavoneggiasse, l'aristocrazia, distinta dagli altri ordini anche per
-le vesti.
-
-E il Parini giovinetto strabilia al passare rovinoso delle carrozze
-dalle alte ruote con dinanzi i candidi lacchè impennacchiati che
-sgombrano con la mazza la via o agitano fiaccole ardenti; ammira le
-seriche e ingemmate e incipriate dame quando ne balzano giù snelle
-rifiutando la mano che offre loro il cavaliere servente; invidia forse,
-per un momento, costretto come è a faticare su' libri de' classici,
-quel giovin signore nel cui palazzo gli accade veder entrare ogni
-mattina i maestri di violino, di canto, di ballo, o ch'egli a caso ha
-ascoltato tanto facile e colto parlatore sopra ogni scienza ed ogni
-arte. Gli additano i teatri, gliene descrivono la magnificenza quando
-son tutti pieni di gentiluomini e gentildonne, e l'orchestra vi dà
-con le melodie espressione nuova alle ariette del Metastasio, e lo
-spettacolo degli scenarii, dei cori, delle comparse, fa più grandi e
-fantastiche le peripezie di que' drammi. Gl'insegnano il Ridotto, che
-è tutto strepito e luce. davanti ha carrozze e staffieri affaccendati,
-e invita per l'ampio e ornato scalone a salire: lassù, dicono, sopra i
-verdi tappeti scorre a fiotti l'oro. Certo va qualche volta al Corso;
-guarda pariglie e livree, gareggianti di lusso; chiede chi sia quella
-o questa leggiadrissima dama, chi sia quell'elegante signore; e ode
-illustri casati, che gli risvegliano memorie gloriose di avi, o forti o
-sapienti, di cui legge nelle storie le imprese e i meriti.
-
-È giovine, ha l'animo ardente, pronta la fantasia: oh quella società
-come deve sembrargli felice; come lontane da lui, e per ciò più
-desiderabili, quelle fanciulle! Rientra nella povera cameretta,
-avvilito, scorato; prende di malavoglia un libro di scuola, lo scorre
-distratto. Orazio e Virgilio, che guidarono pietosi la sua mano e gli
-si offersero consolatori, l'han presto liberato dalle vane e pericolose
-visioni; lo accendono di sè, lo inspirano: ed eccolo irrequieto
-andar su e giù per la cameretta, non più povera agli occhi suoi, ma
-raggiante: e il cuore, mentre egli tenta i primi versi, gli batte
-forte per una confusa, incerta, misteriosa idealità ch'egli vorrebbe
-determinare, esprimere, e ancora non può, ma che sente tumultuare entro
-sè, e del sentirla gioisce. Sarà poeta.
-
-
-I.
-
-Sì, ma intanto bisogna studiare per farsi prete. La zia non gli ha
-lasciato, morendo, che una materassa a sua scelta: avrà una rendita
-annua per una messa quotidiana, se continuerà da chierico gli studii e
-diverrà sacerdote.
-
-Si può esser certi che vocazione non ci fu: troppo il Parini
-carezzò poi sempre nel pensiero le pure gioie della famiglia;
-troppo, quasi a compensarsi di tanta mancanza, indulse a sè stesso
-per l'ammirazione della bellezza e per l'amore. Ne' suoi versi è
-quasi continuo il rimpianto, sia pure che la volontà lo freni dallo
-svelarsi direttamente, e la grazia delle immagini e dello stile faccia
-apparire sorriso quel che fu sospiro. Prete per vocazione chi canta i
-“baldanzosi fianchi — delle ardite villane — e il bel volto giocondo —
-fra il bruno e il rubicondo?„ Chi lo svegliarsi degli sposi la mattina
-dopo le nozze, narra con tanta dolcezza? “Quando sorge la mattina
-a destar l'aura amorosa — il bel volto della sposa — si comincia a
-vagheggiar. — Bel vederla in su le piume — riposarsi al nostro fianco,
-— l'un de' bracci nudo e bianco — distendendo sul guancial; — e il
-bel crine oltra il costume — scorrer libero e negletto, — e velarle
-il giovin petto — che va e viene all'onda egual.„ Prete per vocazione
-chi, da vecchio, per timore che gli altri non lo beffeggino, confessa
-ironico contro sè stesso il suo male, e se ne vanta insieme; mal
-d'amore per le braccia rotonde e rosee, e non per le braccia sole,
-della Cecilia Tron? o per le labbra tumide e le delicate forme “che mal
-può la dovizia — dell'ondeggiante al piè veste coprir„ della contessina
-di Castelbarco? Del resto, degli amori suoi abbiamo testimonianze
-più precise, perfino da lettere dove il cuore gli sanguinò in penosi
-contrasti e in sospetti gelosi. Ma subito aggiungo che nella corruzione
-de' tempi egli parve, anche a quelli che lo sapevano fragile, non
-macchiato da turpitudini; che dell'arte si valse, quando confessò gli
-amori senili, non a lenocinio, sì a diletto e conforto. Marito e padre
-sarebbe stato, non è dubbio, più puro; scandalo non diede mai neppur
-quando mal seppe resistere all'indole amorosa.
-
-Come un tempo aveva sognate le nozze!
-
- Era gioconda immagine
- Di nostra mente un dì fresca donzella
- Allor che, con la tenera
- Madre abbracciata o la minor sorella,
- Sopra la soglia de' paterni tetti,
- Divideva gli affetti;
- E rigando di lagrime
- Le gote che al color giugnean natio
- Bel color di modestia,
- Novo di sè facea nascer desio
- Nel troppo già per lei fervido petto
- Del caro giovinetto,
- Che con frequente tremito
- De la sua mano a lei la man premendo
- La guardava sollecito,
- Sin che poi vinta lo venia seguendo,
- Ben che volgesse ancor gli occhi dolenti
- A gli amati parenti.
-
-E qui l'ode, avviata dal Parini cinquantenne, rimase in tronco: quel
-giovine marito non era lui, quale tanti anni innanzi s'era forse veduto
-per un istante con la fantasia accesa da un primo amore? Fantasia
-che, destinato prete, cacciò, invocando l'aiuto divino per vincere il
-doloroso contrasto, le tentazioni pericolose.
-
-
-II.
-
-Fu ordinato prete nel '54; e, quando si condonino ai tempi licenziosi
-e all'indole di lui, nato piuttosto per la famiglia che per la
-chiesa, gli amori sentiti nell'animo o cantati nel verso più spesso
-che esercitati nella vita, fu prete buono. E cristiano fu sempre dal
-profondo dell'animo nell'alta, serena, cosciente, coraggiosa sua fede.
-Da vecchio, se è vera la fama, non vedendo più il crocifisso nella
-sala delle adunanze municipali, esclamò: — Dove non entra Cristo, non
-entra il cittadino Parini! — e contro la prepotenza, l'ingiustizia, il
-mal costume, si era levato sempre con ardore evangelico. Ad ogni modo,
-se fu bene o male per lui il farsi prete, nessuno oggi può dire; ma
-nessuno può dubitare non fosse ciò un bene grande all'arte ed anche
-alla morale: perchè il Parini laico non avrebbe veduto quanto vide,
-non avrebbe rappresentato quello che così vivacemente rappresentò,
-con effetti non vani su' costumi, durevoli sulla poesia, gloriosi a
-lui ed all'Italia. Quel po' di stima che tra i letterati milanesi gli
-aveva procacciato due anni innanzi il libretto delle poesie di Ripano
-Eupilino, nome arcadico allusivo al suo lago, non gli avrebbe infatti
-schiuso le porte di casa Serbelloni, se egli non fosse stato sacerdote,
-e per ciò insieme abate di casa e precettore ai duchini; nè dai
-Serbelloni sarebbe passato educatore in altre case patrizie; nè senza
-gli agi della vita che gli permisero lo studio e l'esercizio dell'arte,
-senza l'agevolezza dell'osservare i costumi signorili da presso e
-smascherati, avrebbe potuto pensare ed eseguire l'elegante e tremenda
-satira del _Giorno_.
-
-Il palazzo de' Serbelloni e la vivace e colta duchessa Vittoria Maria,
-che iniziò il giovine prete alla conoscenza della vita aristocratica,
-erano tali da mantenerlo per alcun poco nella buona stima che di
-quella vita egli si fosse fatta giudicandone da lontano per le esterne
-apparenze. I vizii del secolo e de' signori non gli erano ormai
-ignoti, non foss'altro per le chiacchiere, i pettegolezzi, le rime
-de' letterati borghesi amici suoi, per le poesie di canzonatura o
-d'improperio in che la Musa meneghina si sfogava, per gli ammonimenti
-che l'eloquenza verbosa e fiorita de' predicatori non si stancava di
-far rimbombare nelle chiese stuccate e indorate. Ma altro è udire,
-altro è vedere. Colta, letterata, scrittrice anche per le stampe
-la duchessa, e alla mano col medico e col precettore; i due cognati
-Serbelloni erano ufficiali valorosi nelle milizie imperiali; grande
-la casata, ricca, illustre. Ma il duca marito, da un lato, la duchessa
-moglie, dall'altro: onde il Parini non seppe mordersi la lingua prima
-che scossasse per quel contrasto, di cui si occupavano perfino alla
-corte di Vienna, un pungente epigramma. Valorosi i cognati, ma ozioso e
-prepotente il duca, che non si voleva veder tra i piedi quel pretonzolo
-di Bosisio cui Maria Vittoria dava troppa confidenza. Alla mano la
-duchessa, ma anche manesca. Una volta che, in villa, diede due schiaffi
-alla figliuola d'un maestro di cappella ch'era là ospite sua, soltanto
-perchè voleva tornare a Milano, il Parini non ci resse; prese la
-ragazza e l'accompagnò dove essa voleva. Onde la padrona _si disfece_
-di lui. Ed eccolo a Milano, con la vecchia madre vedova, incerto
-dell'avvenire, così povero nel presente da dover chiedere in rima e in
-prosa a un amico il prestito di pochi zecchini:
-
- Limosina di messe, Dio sa quando
- Io ne potrò toccare, e non c'è un cane
- Che mi tolga al mio stato miserando.
- La mia povera madre non ha pane
- Se non da me, ed io non ho danaro
- Da mantenerla almeno per domane.
-
-Miseria e, quel che è più crudele, miseria che doveva celarsi.
-
- Entro ad un libro voi li riponete
- Perchè nessuno se n'avvegga, e quello
- In una carta poi lo ravvolgete;
- Anzi lo assicurate col suggello
- O pur con uno spago, e dite poi
- Che consegnino a me questo fardello.
-
-Col poscritto in prosa: “Sono senza un quattrino.... Non mostrate a
-nessuno la mia miseria descritta in questo foglio.„ L'uomo e per ciò il
-poeta erano ormai compiuti: il dolore matura la coscienza e l'arte.
-
-
-III.
-
-Il Parini conosceva allora, conobbe da allora in poi sempre più,
-frequentando come maestro e come letterato le case patrizie, quali
-erano le occupazioni e gli affetti, e quali i cuori e le menti, di
-quella gente che aveva un tempo ammirata. La critica cresceva animosa,
-audace, e batteva in breccia ogni specie d'autorità; la borghesia
-studiava, lavorava, si arricchiva; e costoro che mai facevano?
-Studiavano? no; lavoravano? no; si arricchivano almeno col frutto
-delle ricchezze avite? anzi le sparnazzavano. Che facevano, dunque?
-Ah, godevano forse quanto il danaro può dar di piacere, tracannando
-la vita d'orgia in orgia, tumultuosi, ardenti, per iscagliar poi via
-brutalmente la coppa vuota? o industri, sapienti nelle raffinatezze
-del vizio, la centellinavano fin all'ultimo sorso, e se la lasciavano
-esausti cader di mano con l'ultime rose dalla pallida fronte? No. Chi
-li chiamò Sardanapali fece loro troppo di onore: quel re, in faccia
-all'invadente nemico, arse in un rogo enorme le sue donne, le sue
-ricchezze, sè stesso; e fu eroica follia. Nemmeno si può pensare a'
-Romani dell'Impero decrepito. Que' titolati lombardi altro non erano
-che le reliquie d'una razza sfibrata, dissanguata, incapace così
-dell'azione virtuosa come della passione viziosa, mediocri in tutto;
-vili insomma, e per ciò incapaci di redenzione.
-
-Ai tempi di Renzo e Lucia, v'era ancora qualche gran signore feudale,
-come l'Innominato, di passioni ardenti; prima quasi un demonio, poi
-quasi un santo, per la medesima energia volta dal male al bene: e vi
-erano molti signorotti cortigiani, molti Don Rodrighi e Don Attilii,
-che per cavarsi un gusto, per sodisfare un puntiglio, non badavano
-a far vituperii e violenze, sebbene si appiattassero dietro la forza
-dell'Innominato o l'autorità del Conte zio. Un secolo e mezzo dopo,
-la Lombardia non aveva più nessun Innominato, aveva molti nipoti dei
-Don Rodrighi e Don Attilii; quei tirannucoli, nipotini in parrucca
-e con lo spadino, buoni soltanto a menar amori illeciti, tacitamente
-consenzienti i mariti.
-
-E il Parini che prima ne ha sorpreso a caso qualche smorfia mendace,
-qualche sorriso verace, li sorveglia ora con occhio acuto, da moralista
-e da satirico, ne coglie le fattezze tipiche, penetra fino all'intimo
-la loro ignavia e stoltezza. L'han fatto aspettare più volte nelle
-anticamere, e dopo il lungo indugio finchè il giovin signore non si
-svegliasse, si è visto passare innanzi il maestro di ballo, di canto,
-di violino: da loro ha saputo che le lezioni saran brevi, perchè van
-là soltanto a ragguagliare su' discorsi che corrono ne' palcoscenici.
-È stato ammesso, e ha trovato il contino o il duchino davanti allo
-specchio, col parrucchiere affaccendato su lui alla più grande opera
-di tutta la giornata, la pettinatura; e lo ha visto mordersi i labbri
-impaziente, o furibondo talora rovesciar tutto e dire improperii
-e minacciar del bastone il lento o mal destro artista del pettine.
-Finalmente ha potuto parlargli, e ha misurata la profondità della sua
-saccente ignoranza. Oppure gli ha dovuto far tanto di cappello mentre
-passava leggiadretto e superbo per recarsi dalla dama altrui che si
-onorava di servire.
-
-Il Parini inchinato dalla natura alle dolcezze della famiglia, il
-Parini prete cristiano, il Parini artista arguto, quanto dovè pensare
-e sorridere e indignarsi, fatto spettatore di quelle strane regole di
-civiltà onde parean quasi ridicoli il marito e la moglie che fossero
-stretti di convivenza affettuosa! Durante la mattina, la moglie era
-delle cameriere, poi de' corteggiatori intorno alla toilette, poi del
-cavalier servente: la mensa, che nella vita sana di chi lavora ed ama
-è ritrovo, è riposo, è agio concesso allo scambio delle idee, sì che
-insieme con le membra l'anima vi si ciba e vi si afforza al bene, la
-mensa allontanava anche più l'un dall'altra il marito e la moglie.
-
- ......... Se a un marito alcuna
- D'anima generosa ombra rimane,
- Ad altra mensa il piè rivolga, e d'altra
- Dama al fianco si assida, il cui marito
- Pranzi altrove lontan, d'un'altra al fianco
- Che lungi abbia lo sposo; e così nuove
- Anella intrecci a la catena immensa
- Onde, alternando, Amor l'anime avvince.
-
-Durante il pranzo, l'arguto abate studiava ancora gli amori, le
-gelosie, le sfacciataggini, le ipocrisie, le stranezze degli ospiti
-e de' compagni: ascoltava il racconto che la signora faceva, con le
-lacrime agli occhi, della pedata onde il piè villano d'un servitore
-remunerò il carezzevole morso della sua Cuccia, e della giusta vendetta
-ch'ella ne prese cacciandolo; sorrideva all'ostentata scienza di
-quello, agli spropositi madornali di questo; ammirava la cecità de'
-mariti, la vanità de' cavalieri serventi, la petulanza de' parassiti,
-la sciocca corruttela di tutti costoro. E quando ora tornava al Corso,
-e guardava nelle trionfali carrozze i gentiluomini e gli arricchiti
-di fresco che tentavano immischiarsi tra loro, ben poteva esclamare in
-cuor suo: Maschere, vi conosco!
-
-
-IV.
-
-Conosceva le maschere, sapeva il loro secreto. Della superbia
-prepotente, del lusso stolto e ingiusto, del mal costume, dell'ozio,
-della mollezza, onde i fortunati e gl'illustri erano guasti, e
-guastavano per gli esempii loro il popolo, la mala radice stava nella
-“nemica — d'ogni atto egregio vanità del core.„ Quella gente vecchia,
-e la nuova che le s'imbrancava, non aveva virtù di sentimento per
-cosa alcuna; vivacchiava di giorno in giorno, paga di sè mollemente,
-morbidamente, e perdeva le ragioni della vita per l'aborrimento d'ogni
-sforzo, d'ogni disagio, che la vita impone a chi quelle ragioni cerca,
-e le trova, nell'amore e nell'opera.
-
-Non operavano, non amavano, e per ciò avvilivano e la fede e il lavoro.
-La scienza? qualche parola da farne sfoggio; l'arte? qualche diletto
-futile o qualche incitamento sensuale; la patria? qualche onore da
-vantarsene; la religione? qualche bell'apparato, qualche orazione
-fiorita, qualche comodità a ricambiare occhiate. I confessori nel dar
-la penitenza a que' peccatori eleganti offrivano confetti; in chiesa il
-cicisbeo non aveva maggior pensiero che di ben servire, con tanti occhi
-addosso, la dama, precedendola, sollevando la portiera, porgendole le
-dita bagnate dell'acqua santa. E i predicatori di que' penitenti e di
-que' devoti è naturale che cominciassero a lodar Maria Vergine a questo
-modo: “Alla terra che mi sostiene, all'aria che mi circonda, al cielo
-che mi sovrasta, protesto, nè me ne dolgo, protesto, e me ne vanto,
-protesto al cielo, all'aria, alla terra, ch'io sono innamorato. S'io
-dico la verità, lo sapete voi, voi stessa il sapete, Vergine amabile
-ed amante, la quale m'innamoraste. Voi mi vedete il cuore, e vedete
-eziandio la piaga amorosa di che me lo avete graziosamente ferito.
-Lo ferirono quelle vostre guance più vermiglie della melagrana, quel
-vostro crine più lucente dell'oro, quelle vostre labbra più dolci
-del miele, quel vostro collo più bianco dell'avorio, etc., etc.„.
-L'eloquenza sacra non fu mai più profana d'allora. Ed è naturale che
-i poeti di quella gente fossero quali erano, ampollosamente retorici,
-arcadicamente grulli, sempre pronti a inneggiare per nascite, per
-monacazioni, per nozze, a lacrimare per morti illustri.
-
-Udite il Parini, quando accenna al primogenito della dama cui serve il
-suo giovin signore:
-
- Nè le muse devote, onde gran plauso
- Venne l'altr'anno a gl'imenei felici,
- Già si tacquero al parto. Anzi, qual suole
- Là su la notte dell'ardente agosto
- Turba di grilli, e più lontano ancora
- Innumerabil popolo di rane
- Sparger d'alto frastuono i prati e i laghi
- Mentre cadon su lor fendendo il buio
- Lucide strisce e le paludi accende
- Fiamma improvvisa che lambisce e vola,
- Tal sursero i cantori a schiera a schiera;
- E tal piovve su lor foco febeo
- Che di motti ventosi alta compagine
- Fe' dividere in righe, o in simil suono
- Uscir pomposamente. Altri scoperse
- In que' vagiti Alcide, altri a Bizanzio
- Minacciò lo sterminio. A tal clamore
- Non ardì la mia musa unir sue voci:
- Ma del parto divino al molle orecchio
- Appressò non veduta; e molto in poco
- Strinse dicendo: Tu sarai simìle
- Al tuo gran genitore!..........
-
-No; il Parini non poteva essere, se non a questo modo beffardo,
-il poeta di costoro, indegni della sua lirica ch'egli serbava a
-spronare i reggitori al risanamento della città; serbava a lodare
-chi o si facesse propagatore fra noi di utili rimedî o amministrasse
-la giustizia con indulgenza sapiente; a dare eletti consigli; a
-manifestare l'ammirazione per la bellezza; a darsi il nobile vanto
-d'una vita e d'un'arte incontaminate. Ma la sua satira non è veleno
-che voglia uccidere; è caustico che vuol bruciare le pustole e salvare
-le membra. Quell'aristocrazia, ch'egli vede putrefatta, non fu sempre
-così, non v'ha ragione perchè sia sempre così; dà invece alcun segno
-di risanamento. Ecco eruditi ed economisti rompere ormai l'ozio,
-accordarsi tra loro in società proficue a tutta la cittadinanza,
-pronunziare, preparare essi medesimi tempi migliori. E il governo di
-Maria Teresa vede di buon occhio quel moto, lo incoraggia, lo affretta,
-lo seconda. Quello era il tempo di batter forte e sicuro. La satira,
-che fa sempre l'ufficio di piccone a rovinare le mura crollanti, fin
-che sia tolto di mezzo l'ingombro e il pericolo, venne dunque anche
-quella volta opportuna, sebbene alcuno di que' valenti cui dava mano
-gagliarda non si accorgesse lì per lì dell'aiuto e capisse male l'animo
-e l'intenzione del picconiere.
-
-
-V.
-
-Era di moda il poema didattico. Alla scioperataggine artistica sembrava
-gran che saper descrivere tutto, insegnare tutto, in una serie di
-sillabe numerate e regolate da accenti. La versione del poema di
-Lucrezio, condotta con tanta eleganza dal Marchetti, aveva dato a
-quel genere fallace un impulso nuovo; e di tutto lo scibile ecco fatti
-maestri i verseggiatori, dalle leggi che regolano il moto dei pianeti
-all'accortezza con la quale giova inzuccherarsi le fragole. Le dame
-e i cavalieri si erudivano così, durante la pettinatura, su libri che
-avevano le apparenze dell'arte. Già nel 1719 un patrizio pisano aveva
-messo in versi tutto quanto il _Cuoco in villa_; dove potreste imparare
-a far minestra di triglie, o burro di mandorle, o salsa di gelsomini
-sopra il pesce fritto, da ricette di endecasillabi che hanno talvolta,
-per curioso incontro del serio con l'ironico, intonazione pariniana:
-
- Or queste son le file onde si ordisce
- De' pasticcini tuoi la tela industre.
-
-Il Parini, che vuole ammaestrare, lascerà ad altri poi la cura di
-sdottoreggiare a quel modo in poemi didattici sull'educazione: egli
-fingerà, soltanto, di accettare dalla moda le forme; dentro esse forme
-infonderà lo spirito sarcastico che ha visto far mirabile prova nelle
-satire latine del Sergardi, del Lucchesini, del Cordara. Piace, per
-esempio, la _Coltivazione del riso_ in endecasillabi sciolti, leggiadra
-opera del marchese Spolverini? Vi do, par ch'egli dica, vi do anch'io
-un poema didattico, _L'educazione del gentiluomo_; e sarò anch'io un
-versiscioltaio come vuole la moda. Ma quel ch'egli dice veramente è
-questo:
-
- Spesso gli uomini scuote un acre riso,
- Ed io con ciò tentai frenar gli errori
- De' fortunati e de gl'illustri, fonte
- Onde nel popol poi discorre il vizio.
-
-Notate qui due cose, la distinzione tra i fortunati e gl'illustri, e
-l'intendimento di frenarne gli errori. Tale distinzione è in riscontro
-a quella sul principio del poema, là dove si fa la supposizione doppia,
-che il giovin signore discenda o da antica famiglia o da un padre
-arricchito in pochi anni a furia di far lo strozzino. Gl'illustri
-saran dunque i nobili, i fortunati quelli che per censo s'imbrancano
-tra loro: con cinquecento fiorini si diventava un _don_, con duemila
-cinquecento si diventava marchese. Agli uni e agli altri, non a'
-nobili soli di data antica, si volge dunque la satira del Parini. Ed
-anche a' ricchi borghesi. Tanto è vero, che nel descrivere il Corso
-non ommetterà le figurine comiche delle Naiadi e delle Napèe, ninfe
-silvestri, che vorrebbero farsi credere delle Dee maggiori. Hanno
-un bel pompeggiare costoro, dopo aver fatto indossare le livree di
-cocchiere e di staffiere al cuoco e al ragazzo di stalla, e aver forse
-chiuso a chiave, solo in casa, il vecchio padre! Anche queste maschere
-ei conosce; e di quei nobili, e de' borghesi che ostentano i vizii
-de' nobili, vuole il poeta frenare gli errori: correggerli, cioè, e
-tentare che volgano al bene il tempo, il danaro, le forze sprecate sì
-malamente.
-
-Non si correggono gli adulti; si educa meglio o peggio il fanciullo.
-Il Parini educatore disse chiare le idee sue nell'ode per la guarigione
-dell'Imbonati, nè mi è necessario rammentarle a voi, che tutti avete in
-mente i precetti di Chirone ad Achille ne' versi gloriosi. Nobiltà vera
-non è quella che si eredita dagli avi; è quella che ci acquistiamo noi
-stessi col merito delle opere nostre. A divenir nobili occorre quindi
-l'esercizio di tutte le facoltà migliori delle membra e dell'animo;
-anche delle membra, perchè senza il vigor loro non si ha virtù attiva
-ed efficace. Membra sane non valgono al bene se non son rette e mosse
-da un'idealità morale; e di tutte le idealità la più alta è la fede,
-purchè non sia nè ipocrita nè intollerante. Nobile vero e compiuto
-è quegli solo che adopera corpo ed anima, con sacrificio di sè, pel
-vantaggio degli altri.
-
-
-VI.
-
-Se il giovin signore ammaestrato nel _Giorno_ è proprio il rovescio
-dell'Achille dell'ode, il precettore che nel _Giorno_ lo ammaestra non
-è il rovescio di Chirone, nè poteva essere. Il giovin signore (che
-che altri allora ne malignasse e qualche critico abbia poi cercato
-dimostrare) non è una data persona; è un tipo imaginario, composto di
-chi sa quante persone, atteggiato in chi sa quanti modi, che il poeta
-aveva osservati e colti nel fatto. Potè per ciò riuscirgli quale lo
-voleva; perfettamente vuoto, insulso, indegno, così da non poter essere
-neppure un tipo drammatico. Ma il precettore che parla per tutto il
-poema è, in fondo, il Parini medesimo che si vale dell'ironia. Per
-maneggiarla a dovere egli usa ogni accortezza; per non romperla si
-frena quanto può: se non che, mentre scrive, due ordini di reminiscenze
-lo distraggono di continuo, tentano sviarlo: le campagne della sua
-Brianza, e gli effetti sinistri dell'egoismo di quel fantoccio cui si
-volge. Campagne lontane; effetti troppo spesso presenti.
-
-Addio, monti sorgenti dell'acque! Quanto era meglio (par che dica il
-poeta) restare tra voi, e uscir la mattina all'alba lungo le siepi
-fiorite, e scuoterne passando la rugiada che rifrange quasi gemme
-i raggi del sole nascente! vedere il contadino avviarsi al campo
-spingendosi innanzi i buoi, udir da lontano i colpi del fabbro nella
-sonante officina! Quanto era meglio ammirare d'estate il crescere della
-bufera col tuono sempre più rimbombante di monte in monte su la valle e
-su la foresta,
-
- Finchè poi scroscia la feconda pioggia
- Che gli uomini e le fere e i fiori e l'erbe
- Ravviva, riconforta, allegra e abbella!
-
-Quanto era meglio veder la luce del tramonto indugiarsi rosea su le
-cime de' colli; meditare la rotazione incessante della Terra intorno
-all'astro, scendere col pensiero, mentre l'astro pareva calasse laggiù
-dietro l'orizzonte, scendere all'altro emisfero che si affrettava a
-goderne!
-
- Già sotto il guardo de la immensa luce
- Sfugge l'un mondo; e a berne i vivi raggi
- Cuba s'affretta e il Messico e l'altrice
- Di molte perle California estrema;
- E da' maggiori colli e dall'eccelse
- Rôcche il sol manda gli ultimi saluti
- All'Italia fuggente..............
-
-Oppure uscire, di notte, fantasticando; vedere come crescono giganti
-le ombre nelle torri antiche, solcano il cielo le stelle cadenti;
-ascoltare, come farà poi il Leopardi, la turba infinita de' grilli
-sotto il gran silenzio del cielo, e la rana remota alla campagna. Que'
-pochi anni vissuti a Bosisio risorgono distinti, particolareggiati, in
-mente al Parini, mentre il precettore insegna al giovin signore, che
-gli altri tutti han da lavorare per lui, egli solo godersi il lavoro
-di tutti: i mietori sudare ne' campi, i soldati vegliar per le mura, i
-muratori arrischiarsi su' palchi, gli artigiani oprare nelle botteghe,
-i remiganti stancar le braccia pe' laghi; tutti per lui solo. Il
-sentimento della natura che sgorga e si effonde così schietto e vivace,
-subito che gli si porga un'occasione, fuori dell'insegnamento ironico,
-non è, certo, del finto precettore; è del poeta vero.
-
-E dal Parini, non dal finto precettore, rompono i gridi della coscienza
-offesa, che non sa più velarsi con l'artificio d'una figura retorica,
-quando le cose dal poeta evocate le si presentano nella cruda realtà.
-Coscienza di filantropo e di prete buono, in cui vennero a fondersi
-le dottrine degli Enciclopedisti francesi e il Vangelo di Cristo.
-Presa dalle sue proprie finzioni, la fantasia inorridisce allora
-nel rispecchiarsi entro il verso. Pranza il giovin signore? pranzi,
-s'impingui, dimentico perfino della carità tradizionale. E voi
-
- ............ Egri mortali
- Cui la miseria e la fidanza un giorno
- Sul meriggio guidaro a queste porte;
- Tumultuosa, ignuda, atroce folla
- Di tronche membra, e di squallide facce,
- E di bare e di grucce, or via da lungo
- Vi confortate; e per le aperte nari
- Del divin pranzo il nèttare beete
- Che favorevol aura a voi conduce:
- Ma non osate i limitari illustri
- Assedïar, fastidïoso orrendo
- Spettacolo di mali a chi ci regna!
-
-Del pari, nella descrizione della furia con la quale passavano per le
-vie le carrozze signorili, senza punto curarsi de' passeggeri, a onta
-dei bandi ripetuti, sì che alla fine il Governo dovè comandare ai birri
-di ficcar delle stanghe tra le rote volanti, e spezzarle, e fermarle
-così per forza, le rote, o vulgo,
-
- Che già più volte le tue membra in giro
- Avvolser seco, e del tuo impuro sangue
- Corser macchiate, e il suol di lunga striscia,
- Spettacol miserabile, segnaro.
-
-Queste voci sincere del poeta, verso la natura amata, verso i fratelli
-oppressi, possono sembrare errate soltanto a chi pregia più la retorica
-che la poesia: son esse, anzi che un errore, il pregio migliore del
-poema, perchè lasciano scorgere di tanto in tanto l'anima di chi lo
-scrisse, e, riposando dalla lunga ironia, ne rilevano l'intendimento.
-
-
-VII.
-
-Il _Giorno_, di cui pubblicò nel 1763 la prima parte (_Il Mattino_), e
-nel 1765 la seconda (_Il Meriggio_), non le odi che non raccolse mai,
-fecero celebrato il Parini da vivo; e certo nel poema, così nobile di
-pensiero, così leggiadro d'invenzioni, così elegante di stile, così
-magistralmente variato nelle intonazioni e nell'accento de' versi,
-nel poema più che nelle odi sta la ragione della sua grandezza.
-Incontentabile come era, lo lasciò incompiuto; e più copie lasciò
-corrette e ricorrette, delle parti che ne aveva date alle stampe. Anche
-per l'intenzione formale dell'arte e pel modo di lavorare il Parini
-è il maestro diretto del Foscolo, che, tutto industriandosi nella
-rappresentazione precisa e insieme estetica delle cose, amò procedere
-di quadretto in quadretto, e incontentabile anche lui non riuscì a
-finire le _Grazie_. Ma dall'altro lato il Parini, nel poema e nelle
-odi, è padre della scuola che si onorò di Alessandro Manzoni.
-
-Il poeta che si propose congiungere l'utile al vanto di lusinghevol
-canto, e che richiamò la poesia da' giuochi della mente ai moti dei
-cuori, inspiratrice di virtù, l'artista che fe' getto delle ciance
-arcadiche e lavorò un poema moderno, contemporaneo, senz'altra
-mitologia se non quella che l'argomento recava con sè per l'ingegnosa
-imitazione e parodia della moda tutta amorini, fu ben a ragione vantato
-come maestro primo de' Lombardi che dopo il 1816 affermarono nobilmente
-la nuova scuola. Fin dal 1806 tale derivazione era stata sentita dal
-giovane Manzoni, quando nei versi in morte dell'Imbonati, scolaro del
-Parini, si faceva ripetere da lui gli ammonimenti famosi: sentire
-e meditare, non tradire la verità, non contaminarsi mai, volgere
-l'arte a incremento di virtù. E scolaro vero e proprio del Parini fu
-Giovanni Torti; e antesignano de' romantici lui riconobbero anche gli
-avversarii.
-
-Ben a ragione, anche per certe qualità dell'ingegno fantastico. Chi
-si aspetterebbe da un poeta a mezzo il Settecento questo accenno alle
-Fate?
-
- Fama è così che il dì quinto le Fate
- Loro salma immortal vedean coprirsi
- Già d'orribili scaglie e, in feda serpe
- Vôlte, strisciar sul suolo, a sè facendo
- De le inarcate spire impeto e forza;
- Ma il primo Sol le rivedea più belle
- Far beati gli amanti, e a un volger d'occhi
- Mescere a voglia lor la terra e il mare.
-
-E originalissimo allora l'accenno a' signorotti e a' bravi del secolo
-XVII, e più la descrizione della gelosia medievale, quando i mariti,
-fatto preparare un funebre catafalco, offrivano alle mogli infedeli la
-scelta tra il veleno e lo stile; e quella della notte quale un tempo
-appariva su le torri “di teschi antiqui seminate al piede,„ con upupe
-e gufi svolazzanti, e fuochi fatui, e urla di fantasime, cui per entro
-al vasto buio “i cani rispondevano ululando.„ Una poesia, scritta a
-cinquant'anni sonati e rimasta a mezzo, mostra forse le origini di
-tanta romanticheria, e così efficace, del Parini. Non era uscito dalle
-fasce e già le sdentate donnicciuole del vicinato gli avevano empita la
-mente di novelle: le streghe attorno al noce di Benevento, i folletti
-maliziosi, gli spettri paurosi:
-
- Con la bocca aperta e gli occhi
- E gli orecchi intento io stava;
- Mi tremavano i ginocchi;
- Dentro il cor mi palpitava.
- Al venir de le tenèbre
- M'ascondea fra le lenzuola:
- Indi un sogno atro e funèbre
- Mi troncava la parola.
- Non di meno al novo giorno
- Obliavo i pomi e il pane;
- A le vecchie io fea ritorno
- E chiedea nuove panzane.
-
-Sembra, anche pel metro, una romanza di Arrigo Heine.
-
-
-VIII.
-
-Ma questo padre di romantici, questo romantico in potenza, come
-ha dallo studio de' classici tanto derivato di virtù e d'eleganza
-all'eloquio e al verso, che è tutto classico, e avrà discepolo il
-classico Foscolo, così ha audacie di realismo sano che tra i romantici
-nostri nessuno poi vorrà e saprà osare. In più luoghi del _Giorno_ le
-potrei additare: evidenti sono nelle odi. Se non avessimo innanzi ciò
-che il poeta seppe fare, e che è spesso un capolavoro, si direbbe che
-egli volesse vincere bizzarre scommesse: prese i metri della canzonetta
-anacreontica o dell'ode oraziana, quali gli Arcadi le avevano foggiate,
-e vi trattò delle fogne, e peggio, che impestavano Milano; trattò
-dell'innesto del vaiolo, dell'evirazione, della chinachina. Perchè, con
-le odi innanzi, non pensiamo più, neppur da lontano, alla singolarità
-di tali argomenti? Ciò accade perchè il poeta non li ha cercati e
-scelti a prova di virtuosità tecnica e d'ingegno sottile, ma essi
-son venuti spontanei a lui filantropo che pensava il pubblico bene, a
-lui artista che dentro ogni aspetto della vita, per umile che fosse,
-sentiva la vita inesausta, grande, immortale, che empie ed anima tutte
-quante le cose.
-
-Nè meno arrischiate le espressioni; e pur quanto appropriate, vive,
-efficaci! Le vaganti latrine con spalancate gole che ammorbano la
-città, il ladro per fame che mangia i rapiti pani con sanguinose
-mani, il cappello insudiciato di fango e il vano bastone che raccoglie
-dalla via e restituisce al vecchio poeta quel pietoso cittadino, sono
-immagini e frasi delle quali la poesia europea, non che l'italiana, non
-aveva da un pezzo le eguali per energia ed efficacia. Roberto Burns, lo
-schietto contadino scozzese, non nacque che nel 1759.
-
-
-IX.
-
-Ogni vita bene spesa ha il suo premio. Al Parini non furono premii
-i misurati stipendii nè le lodi officiali; ma la stima di tutta la
-patria, l'ammirazione strappata quasi a forza a chi un tempo aveva
-diffidato di lui. Si trovò insieme con Pietro Verri nella municipalità
-che i Francesi istituirono a Milano nel '96. Era naturale che, partiti
-gli Austriaci, si pensasse per gli offici pubblici a lui che, non
-mai giacobino ma filosofo filantropo e prete cristiano, aveva tanto
-cooperato alla diffusione delle nuove idee, per quel ch'era in loro
-di giustizia civile. Il buon vecchio, ormai paralitico, si faceva
-portare sulle braccia a compiere il dover suo; e a compierlo ci
-voleva, spesso, contro le prepotenze e le angarie, non poco coraggio.
-Quando il coraggio fu inutile, allora soltanto pianse. E il Verri che
-a mano a mano in quella convivenza sempre meglio lo conosceva, ne
-scriveva al fratello. Prima così: “Parini il poeta è municipalista
-mio collega. È un uomo un po' pedante, ma illuminato sui principii
-della scienza sociale, e di molta probità.„ Poi, un mese e mezzo dopo,
-così: “Figuratevi che stato è quello di un uomo probo in tale società!
-Parini, il fermo ed energico Parini, talvolta piange. Io non piango, ma
-fremo, e lo amo come uomo di somma virtù.„ Per ultimo: “La superiorità
-francese ha congedati sette municipalisti, tre dei quali erano
-veramente capaci; gli altri sono dimessi per partito, e tra questi il
-nostro Parini, uomo deciso per la giustizia e fermo contro chi vorrebbe
-imporci cose ingiuste, _civium ardor prava jubentium_. Mi duole, e mi
-rallegro con lui.„
-
-Venuti gli Austriaci, la mattina stessa del giorno in cui morì, che fu
-il 15 agosto '99, scrisse un sonetto, che non li esaltava liberatori,
-ma li ammoniva non ricadessero negli errori d'un tempo. L'ultimo
-suo pensiero, gli ultimi versi suoi, furono per la patria. Oh anima
-grande, oh anima che nella gentilezza e nella fierezza, nell'amore
-e nell'indignazione, quanto un'anima italiana del secolo scorso può
-paragonarsi ad un'anima del secolo decimoquarto, somiglia all'anima
-unica di Dante Alighieri.
-
-
-
-
-VITTORIO ALFIERI (1749-1803)
-
-
-CONFERENZA DI
-
-ENRICO PANZACCHI
-
-
-I.
-
-Vittorio Alfiori è troppo gran tema per un breve discorso; ond'è
-naturale (a tacere anche degli altri motivi) che io sia tutt'altro
-che fiducioso di me stesso intraprendendo dinanzi a voi l'odierna
-conferenza. Ma nello stesso tempo io vi dico, o signore, che il parlare
-d'Alfieri a Firenze è cosa che mi attrae e, in qualche modo, mi affida.
-
-Qui la figura del grande astigiano non ci appare subito funestata dal
-terribile pugnale “onde Melpomene Lui tra gl'itali vati unico armò„
-come lo dipinse Parini e come egli amava talvolta di rappresentare
-sè stesso. Qui la sua accigliata figura si spiana alquanto e quasi ci
-sorride con domestica benevolenza. E voi sapete il perchè, o signore.
-Firenze, fra tutte le città del mondo, fu quella ove Vittorio Alfieri
-amò meglio di vivere e ove fu contento di morire. Questo amore al bel
-paese e alla bella città si manifestò molto per tempo nella sua vita.
-Circa a ventisette anni egli intraprese il suo primo viaggio in Italia.
-Era irrequieto, scontento, malinconico. Si sentiva ignorantissimo e
-nell'animo suo si alternavano ora un desiderio disperato di sapere,
-ora un insuperabile disprezzo di ciò che non sapeva; e andava e
-passava, tra curioso e sdegnoso, per le varie città d'Italia. Milano,
-paragonata alla sua Torino, gli parve addirittura spiacevole. Quando
-gli presentarono nella biblioteca Ambrosiana alcuni codici preziosi,
-torse il viso sprezzante e disse che preferiva assai la vista d'un bel
-cavallo. Passò da Parma, Piacenza, Modena, quasi appena degnandosi
-di guardare dagli sportelli della vettura. Bologna coi suoi quadri
-non l'interessò; con le sue strade tortuose e co' suoi portici pieni
-di frati e di preti lo riempì di malumore. Ma giunge a Firenze e, a
-un tratto, ecco che tutto cangia! Firenze conquista l'Alfieri come
-una bella donna; e comincia allora in lui ad agitarsi il proposito di
-rifare la sua vita, di ricostituire la sua educazione; e determinando
-poi meglio il suo obiettivo, egli non fa che ripetere ne' suoi discorsi
-e nelle sue lettere: vivere, pensare, sognare anche, in toscano!
-Aggiungete che questa città, in mezzo alle tante traversie della vita
-burrascosa, diventò il porto tranquillo, al quale sempre agognava.
-Nel 1792 ebbe a passare in Francia gravissime molestie. Egli e la sua
-donna per poco non furono soprafatti ed uccisi dalla plebaglia dei
-sanculotti, mentre uscivano di Parigi, essendo presi per dei nobili
-francesi emigranti. Aggiungete la perdita di denari, la perdita di
-libri; e immaginate voi quale dovette essere l'umore di quell'uomo
-tanto facilmente irritabile. Il furore “misogallico„ che già gli
-bolliva dentro da un pezzo, scoppiò addirittura. Ma appena giunge
-in Toscana, appena vede le cupole e le torri di Firenze, l'animo suo
-mirabilmente si rischiara e si rasserena, e va ripetendo un suo verso
-composto fino dal 1783: “_Deh che non è tutto Toscana il mondo!_„ Narra
-egli inoltre nella sua vita “_che l'aver ritrovato questo vivo tesoro
-della favella nella voce del popolo fiorentino lo compensò nell'animo
-suo di tutto ciò che aveva perduto; i suoi libri, i suoi manoscritti,
-i suoi stessi denari confiscatigli e rubatigli dai rivoluzionari
-francesi_.„ Ricordate infine che Vittorio Alfieri condusse qui gli
-ultimi anni della sua vita abbastanza tranquillo; qui, accanto a
-Galileo e a Michelangelo, ebbe degno sepolcro erettogli dalla pietà
-della sua donna e col consenso della cittadinanza. Intorno a quel
-sepolcro veglia la pietà riverente del popolo fiorentino.
-
-
-II.
-
-Per comprendere il grande significato che ha nella letteratura e nella
-storia d'Italia Vittorio Alfieri bisogna, si capisce, riportarsi ai
-tempi.
-
-In quel periodo di lunghissima pace che ebbe l'Italia dal 1749 (l'anno
-appunto in cui l'Alfieri è nato) al 1796, sarebbe grave ingiustizia il
-dire che tutto fu ignavia, inedia e peggioramento nella penisola.
-
-I costumi seguitarono ad ammollirsi, ma bisogna pur anche riconoscere
-che l'orizzonte delle idee cominciò ad allargarsi e rischiararsi.
-Persino in quei vecchi e logori organismi dei governi d'allora si fa
-sentire una certa inquietudine di nuovo, una certa velleità di riforme.
-Nel pensiero poi il risveglio è evidentissimo. Giovan Battista Vico e
-Giannone sono morti, ma intanto l'Italia meridionale vanta il marchese
-Filangeri, Melchiorre Delfico, Mario Pagano e l'abate Galliani, il
-quale, recatosi a Parigi, prese, a confessione degli stessi francesi,
-lo scettro dell'arguzia pronta e dello spirito scintillante, caduto per
-morte dalle mani del signor di Voltaire. Nell'Italia superiore abbiamo
-i due Verri, il Beccaria, il Palmieri, il Ricci, l'Ortis, il Genovesi.
-Però, v'ho detto che il Vico e il Giannone erano morti. La pura
-tradizione del pensiero italico pare, in qualche guisa, interrotta; ma
-non è senza un grande compenso; poichè è grande e benefico il movimento
-delle idee che vengono d'oltremonte. In sostanza, o signore, non
-dobbiamo dolercene poichè l'Italia non poteva isolarsi e sequestrarsi
-da quella impetuosa corrente di rigenerazione intellettuale che agitava
-le più civili nazioni d'Europa. Possiamo anche aggiungere, a nostro
-conforto, che se la tradizione scientifica della nazione in qualche
-guisa declinò, la virtù del genio paesano ebbe campo di vigorosamente
-esprimersi e affermarsi nel campo letterario. Gli influssi francesi
-anche qui non mancano, e così quelli inglesi; nel teatro e nel romanzo
-siamo, si può dire, soffocati dalle sovrabbondanti imitazioni che
-vengono dalla Francia e dall'Inghilterra; ma intanto il Baretti
-rialza il tono della critica e fa conoscere Guglielmo Shakespeare;
-il Cesarotti scrive libri sopra la filosofia delle lingue e traduce
-l'Ossian; mentre da ogni parte, anche quegli scrittori che paiono più
-ligi alle tradizioni arcadiche e frugoniane di tanto in tanto sono
-rialzati e rianimati da un soffio di vita nuova. Fatto è che tutto
-questo apparecchio e tutto questo movimento noi vediamo metter capo
-a tre scrittori, che sono tre artisti di primo ordine: il Goldoni,
-il Parini e l'Alfieri. Il Goldoni con intuito meraviglioso riconduce
-l'arte alle fonti del naturale; Giuseppe Parini le ricompone la dignità
-morale e riprende la sua missione civile; in quest'arringo entra
-tempestando Vittorio Alfieri e vi porta un fuoco di combattimento e
-una forza di sdegni di cui non avevamo idea, forse, in Italia dopo
-che Dante Alighieri era disceso nel sepolcro. E non è uno sfolgorio
-di forze sregolate e inconsapevoli; si tratta invece di una vera e
-ordinata potenza d'apostolato civile e politico che domina lo spirito
-di Vittorio Alfieri; e per trovare qualche cosa di simile dobbiamo
-risalire a Nicolò Macchiavelli.
-
-Però io mi affretto ad affermare, o signore, che la grande potenza
-di Vittorio Alfieri è espressa nelle sue 19 tragedie. Le _Rime_, le
-_Commedie_, le _Satire_, gli _Epigrammi_, l'_Etruria liberata_, il
-_Misogallo_, il volume _Della Tirannide_, e la stessa sua _Vita_,
-quantunque sia un documento preziosissimo di sincerità umana e d'un
-animo cavalleresco, generoso e sotto la scorza un po' ruvida, inclinato
-ai sentimenti più gentili, tutte quest'opere, io dico, non avrebbero
-avuto grande presa sullo spirito del pubblico italiano, se dietro la
-figura del fiero conte astigiano la fantasia del pubblico non avesse
-visto grandeggiare la Musa della tragedia alfieriana, che ha agitato
-dintorno a noi tante ombre insanguinate e dolenti. Alla vena satirica
-dell'Alfieri mancano doni troppo necessari; manca quella bonaria
-semplicità e quella arguta spontaneità che sono gran parte della
-forza del poeta satirico. E quantunque alcuni suoi epigrammi abbiano
-continuato a circolare per tutte le classi del popolo italiano, e
-uno di essi sia rimasto come uno schema programmatico della nostra
-rivoluzione civile e politica per oltre mezzo secolo (_Vescovi e preti
-— Sien pochi e queti_, etc.) io non credo di essere irriverente verso
-la sua memoria affermando che, se altro l'Alfieri non avesse composto
-che le opere minori, poco si parlerebbe oggi di lui.
-
-E non dubito parimenti di affermare che anche sul suo teatro tragico
-il tempo ha esercitato l'opera sua di distruzione. Ma questo è un
-fatto d'un ordine molto differente. Sì, è vero: il teatro di Vittorio
-Alfieri non ha più da lunga pezza la notorietà e la popolarità che ebbe
-un tempo. Se non è il caso che qualche attore meraviglioso evochi le
-figure di Saul o di Filippo, esse non compaiono più sulle nostre scene.
-Anche il buon popolo, questo strato profondo nel quale pareva così
-durevolmente penetrato lo spirito tragico di Vittorio Alfieri, anche
-questo ultimo suo cliente domenicale dei teatri diurni, a poco a poco
-lo ha abbandonato. Oggi il popolino nostro preferisce di commuoversi
-alle peripezie di _Nanà_ e di piangere tutte le sue lagrime ai dolori
-della _Signora dalle Camelie!_ Ma questo, o signore, è fato comune.
-L'opera teatrale ha in sè stessa uno spirito d'arte che può renderla
-eterna; ma ha nello stesso tempo una ragione di caducità, che, dopo
-un breve periodo, la toglie irremissibilmente alle pubbliche scene.
-Chi pensa oggi a rappresentare i capolavori di Eschilo, di Sofocle e
-di Euripide? E del grande teatro francese non è avvenuto lo stesso?
-Se non ci fosse a Parigi un'istituzione fondata apposta per tener vive
-le rappresentazioni di certi capolavori, quante volte credete voi che
-a Parigi si rappresenterebbero il _Cid_, la _Fedra_, il _Misantropo_?
-Rimane, meravigliosa eccezione, il teatro di Guglielmo Shakespeare.
-Ma anche sul conto del sommo tragico inglese ho un'idea che voglio
-manifestarvi. Suol dirsi che lo Shakespeare non passa sulla scena
-perchè solo ne' suoi personaggi è espresso l'uomo eterno. Esagerazione!
-L'uomo eterno è anche in Filottete, in Rodrigo, in Alceste. Io credo
-che il tragico inglese stia ora beneficiando il lungo e immeritatissimo
-oblio nel quale l'Europa l'ha tenuto per più di due secoli. Ma venendo
-al fatto, quanti drammi di Shakespeare tengono ancora la scena, fra i
-tanti che ne compose? Cinque o sei a dir molto; e per giunta ridotti;
-ed è tutt'altro che improbabile che anche questi pochi col tempo
-vengano messi in disparte. Questo non toglierà naturalmente nè al _Re
-Lear_, nè all'_Amleto_, nè al _Macbeth_ di essere dei meravigliosi
-capolavori e di venire per tali ammirati da quanti con animo capace li
-leggeranno.
-
-Ma venendo un poco più presso al nostro argomento, io mi son domandato
-più volte: Le critiche fatte al teatro di Vittorio Alfieri in quale
-categoria dobbiamo noi collocarle? Hanno ragione per esempio i due
-Schlegel e Madama di Staël che lo considerano come un autore tragico
-convenzionale, freddo, fuori della vita? Ebbe ragione il Lamartine
-quando con quella sua consueta superficialità di critica lo chiamò “un
-Seneca senza Roma?„
-
-Per essere almeno fortemente dubitosi che questi signori avessero
-ragione, bisognerebbe che fossimo certi che, leggendo l'Alfieri, essi
-lo hanno ben capito. Ora, essendochè anche per noi italiani l'Alfieri è
-circondato di molta oscurità ed è anzi a ragione censurato di questo;
-e considerando che, se vi è autore drammatico che sfugga gli apparati
-esteriori e che tutto il valor suo concentri nell'intima significazione
-del soggetto per virtù dello stile è appunto l'Alfieri, e che quindi
-per arrivare fino a lui fa d'uopo possedere tutte le più sincere e
-più complete ragioni della critica, permettetemi, o signore, di non
-credermi irriverente se dubito che i due Schlegel e madame di Staël e
-il Lamartine conoscessero abbastanza l'Alfieri per poterlo sicuramente
-giudicare.
-
-
-III.
-
-Noi, per giudicare bene l'Alfieri tragico, dobbiamo anzitutto ricercare
-quale idea egli si fosse formata della tragedia prima di accingersi
-a comporne; e da quali concetti e sentimenti egli fosse accompagnato
-nello svolgere la serie delle sue composizioni tragiche. Per intendere
-questo fa d'uopo tornare alla sua vita.
-
-Abbiamo accennato come egli venne su e quanto poco studiasse
-nell'infanzia e nella adolescenza. Confessa egli stesso che “sdegnò
-ogni studio.„ Ma ferveva in lui il bisogno del sapere. Di tanto in
-tanto gli balenava il fantasma luminoso e attraente della gloria;
-talvolta anche era preso da un'indicibile vergogna della propria
-ignoranza; e allora pareva che due uomini lottassero aspramente dentro
-di lui. In sostanza la sua è una educazione letteraria che comincia
-tardi e procede malissimo; cioè confusa, interrotta, a sbalzi, per
-colpi di sorpresa e per impeti di entusiasmi subitanei e fortuiti.
-Per esempio: oggi gli capita in mano Plutarco, ed ecco che lo investe
-il desiderio di celebrare gli uomini meravigliosi dei quali ammira le
-gesta; domani legge la canzone _Alla Fortuna_ di Alessandro Guidi,
-s'esalta, s'infiamma, si dibatte sul proprio divano, tanto che è
-costretto ad interrompere la lettura; e giura che ode suonare dentro di
-sè una voce che gl'impone d'esser poeta.
-
-Così di mano in mano la sua vita passa sempre fra queste scoperte, fra
-questi subiti entusiasmi. Oggi è Sallustio che lo attrae, domani sarà
-Tito Livio, che un impiegato gl'impresta nel viaggio interrotto da
-Sarzana a Firenze; più tardi, a Siena, sarà Macchiavelli quando l'amico
-Gori gli metterà per la prima volta nelle mani un esemplare delle opere
-del segretario fiorentino.
-
-Ed ogni volta che fa di queste scoperte, ecco che si rinnovano questi
-abbandoni completi del suo animo ad un'ammirazione sconfinata, assoluta
-e del tutto libera da ogni temperamento e da ogni governo della
-critica. Così sull'ultimo limite della sua vita, a cinquant'anni,
-quando nessuno di noi oserebbe pensarci, si mette a studiare il
-greco, ed essendo riuscito colla ferrea forza del volere a superare
-anche questa volta ogni ostacolo, ne diventa tanto glorioso che
-fonda l'ordine del divino Omero e crea sè stesso primo cavaliere di
-quell'ordine.
-
-Insomma, se devo tutto rendere con un immagine, a me Vittorio Alfieri
-dà l'idea d'un eterno studente di rettorica. Per aver cominciato ad
-esserlo tardi, egli è costretto ad esserlo per tutta la vita.
-
-Questo singolare e forse unico procedimento educativo doveva avere
-ed ebbe delle conseguenze gravissime. Vittorio Alfieri — l'eterno
-studente — della tradizione e della autorità classica non dubita
-mai. Sotto questo aspetto chi guarda nell'animo suo trova una grande
-somiglianza con quei primi umanisti del nostro Rinascimento i quali
-accoglievano con una venerazione incondizionata tutto quello che veniva
-dalla sacra antichità. Infatti in Alfieri ciò che sorprende anzitutto
-è la sua assoluta mancanza di ogni senso critico tutte le volte che
-egli si trova di fronte a un classico. Questo tanto più ci meraviglia
-se pensiamo ch'egli visse in mezzo a tanta espansione e libertà di
-critica. In quell'epoca la Francia aveva il suo Diderot, la Germania
-il suo Lessing, e l'Italia il suo Baretti per tacere di tanti altri.
-In mezzo a tutti questi uomini che esaminano liberamente l'antichità,
-la discutono, la negano anche, Vittorio Alfieri non sa che adorare.
-Egli, così libero in tutto il resto, qui è sempre entusiasticamente
-devoto e sottomesso; e fa soprattutto meraviglia vedere come a lui
-manchi quel senso e quel criterio di _graduazione_, senza del quale
-è impossibile la verità dei giudizi. Egli dice indifferentemente “_il
-divino Sallustio, il divino Tacito_„ come dice “_il divino Omero, il
-divino Dante_.„ Quest'ammirazione che io direi monometrica dell'Alfieri
-ebbe certo una grande influenza sul modo che egli adoperò nel concepire
-la tragedia. Ricordiamo ancora che Vittorio Alfieri fu un conte
-democratico, odiatore di tiranni se mai ce ne furono. Ma come fu un
-patrizio democratico, così io direi che tenne molto ad essere un poeta
-patrizio. Tutto quello ch'egli aveva conceduto di buon grado, spinto
-dall'animo suo generoso e filantropico, nel campo dell'araldica, lo
-voleva riconquistare nel campo delle lettere; e fu, in sostanza, il
-poeta più rigidamente aristocratico che potesse immaginarsi.
-
-Da questa educazione e da questa indole l'Alfieri fu mosso a cercare la
-via che ad esse meglio si confaceva per riuscire originale; e vi riuscì
-spingendo all'ultimo limite, cioè alla sua più rigida espressione, il
-tipo della tragedia pseudo classica.
-
-Egli avrebbe voluto riuscire poeta più rigidamente classico dei
-classici stessi. E notate altro contrasto. Mentre nel campo della
-politica gettava via tutti i vecchi vincoli e saltava tutti i vecchi
-confini, nel campo delle lettere egli amava studiosamente tutto ciò che
-vi era di autoritario e di coercitivo. Come certi poeti lirici amano
-di moltiplicare le difficoltà del ritmo e della rima perchè il cesello
-dell'opera loro risulti più evidente e più prezioso, Vittorio Alfieri
-immaginò una tragedia ridotta alla sua più rapida e secca espressione,
-dove ciò che si intendeva per tradizione classica non era solamente
-osservato con riverenza ma anche oltrepassato con una specie di zelo
-feroce. Così, l'orgoglioso poeta, volle circoscrivere il proprio agone
-e farlo angusto e difficile per meglio mostrarsi in esso gloriosamente;
-a somiglianza di quell'atleta che volontariamente si carichi di pesi o
-si leghi un braccio nella lotta perchè meglio appaiano la sua agilità e
-la sua forza.
-
-Vedete fatto strano! Vittorio Alfieri non discute mai l'autorità
-degli antichi. Eppure quella autorità è ormai discussa da tutti.
-Perfino Pietro Metastasio, quel mansueto e mite abate che assai
-volentieri si genufletteva dinanzi a Maria Teresa, suscitando gli
-sdegni dell'astigiano, perfino il buon Metastasio paragonato a Vittorio
-Alfieri nelle concezioni letterarie diventa uno spirito indipendente,
-quasi un rivoltoso. Infatti egli, commentando la poetica d'Orazio,
-esprime idee e intendimenti evidentemente più larghi, più sciolti
-— direi con moderno vocabolo — più liberali di quelli che esprime
-l'Alfieri. Del Baretti, del Conti, del Gozzi è inutile ch'io parli.
-L'Alfieri invece mette tutta la sua compiacenza e il suo orgoglio
-nel restringere sempre più i vincoli che regolano il componimento
-tragico, e non gli garba e allontana da sè tutto quello che può avere
-l'aria di una concessione e d'un lenimento, tutto quello che può
-essere inteso come una facilitazione a conseguire l'effetto. Egli
-vuole essere solo colle proprie forze e privo d'ogni aiuto; solo a
-proseguire uno schema di tragedia nuda, inamabile, talvolta persino
-mostruosa e feroce. Raccolto e fisso in questa idea, vede quanto
-partito sapessero i tragici cavare dai cori; e bandisce i cori. — Legge
-i tragici francesi, vede quanti argomenti di facilitazione alle scene
-e di preparazione alle catastrofi essi traggono dall'intervento delle
-nutrici e dei confidenti; ed egli bandisce le nutrici e i confidenti.
-— Legge nella poetica d'Orazio che il quarto personaggio dell'azione
-non deve incaricarsi di parlare troppo; ed egli prende alla lettera il
-consiglio, lo muta in precetto, lo esagera e restringe l'azione delle
-sue tragedie quasi sempre a tre soli personaggi. — L'amore egli sa,
-egli sente, qual dilettoso e magico coefficente sia per tenere i cuori
-della folla, per esaltarli, per commuoverli; ebbene, egli bandisce
-dalle sue tragedie anche l'amore! — Le donne amanti d'Alfieri sono per
-lo più delle figure secondarie; amano sciaguratamente, e sono sempre
-vittime d'una potenza superiore che loro toglie perfino la possibilità
-del contrasto. Una fatalità ineluttabile, una politica feroce invade
-l'ambiente, ed esse, le povere e deboli vittime, o la subiscono
-inconscie o sono spazzate via come fiori dal turbine. Una sola volta
-l'Alfieri si mette di proposito a comporre una tragedia che ha per base
-un vero amore femminile. Ebbene, anche questa volta egli è sedotto
-dal suo demone; e in tanta abbondanza di soggetti va proprio a cavar
-fuori _Mirra_, documento mirabile del suo ingegno, una delle prove più
-vittoriose delle sua facoltà tragiche; ma voi ben sapete quanto poco
-lo aiutasse la scelta dell'argomento. E non basta. Nessuno ignora quale
-efficacia e quanta facilitazione all'effetto teatrale abbiano derivato
-gli altri poeti tragici dalla effusione lirica abilmente innestata
-all'azione e al dialogo serrato delle tragedie. Non la sdegnarono certo
-i greci, e basterebbe ricordare sopra tutti Euripide. Dei moderni è
-inutile parlare. Quanta parte, per esempio, non verrebbe diminuita del
-teatro tedesco e spagnuolo se si volesse sopprimere la lirica? Ebbene:
-anche di questo elemento il nostro Alfieri si mostra sdegnoso. Egli
-getta da sè, dal suo bagaglio poetico tutto quello che non è nuda e
-rigida e laconica espressione dello schema drammatico. Non si ferma mai
-a cogliere un fiore lungo i margini della sua strada; e corre austero e
-rapidissimo verso la propria meta.
-
-Tale si formò nella mente di Vittorio Alfieri l'ideale della tragedia
-e tale volle esprimerlo. Egli lo definì in un passo della sua lettera
-in risposta a quella di Ranieri Calsabigi, il quale gli aveva scritto
-una lunghissima tiritera infarcita di erudizione indigesta, sopracarica
-di lodi e mescolata anche di qualche critica non sempre infondata.
-Il fiero conte che non rispondeva quasi mai alle critiche, che gli
-giungevano da ogni parte d'Italia o in senso laudativo o in senso di
-biasimo, al Calsabigi rispose: “_Vorrei la tragedia di cinque atti,
-piena, per quanto il soggetto dà, del solo soggetto: dialogizzata dal
-solo personaggio, attore, non consultore, o spettatore: la tragedia
-di una sola tela, ordita, per quanto si può, servendo alle passioni:
-semplice per quanto l'uso d'arte il comporti: tetra e feroce per quanto
-la natura lo soffra: calda quanto era in me. Ecco la tragedia che io ho
-concepito. Per questa volli, sempre volli, fortissimamente volli_.„
-
-
-IV.
-
-Gli effetti di tanta rigidezza schematica inducente a tanta servitù
-volontaria, voglio anzitutto considerare nel loro lato negativo.
-
-È certo, per esempio, che nelle tragedie di Vittorio Alfieri voi
-sentite sempre e solo le voci degli uomini, quelle delle cose e
-dell'ambiente quasi mai. Nei teatri degli altri poeti noi non possiamo
-disgiungere questi due elementi, i quali potranno essere distribuiti in
-diversa misura, ma stanno pure fra loro in una certa utile proporzione.
-Se noi, caso per caso, tragedia per tragedia, raccogliamo dentro il
-nostro spirito l'azione complessa e concorde di questi due diversi
-coefficienti, i grandi effetti saltano agli occhi. Basterà ricordare
-l'esempio di alcune tragedie di Shakespeare ove è manifesto che
-gli animi degli spettatori rimangono sempre divisi tra l'azione dei
-singoli personaggi e quella dell'ambiente. Come, ad esempio, potreste
-spartire nella vostra mente gli effetti che vi produce l'_Amleto_,
-senza distinguere la parte dovuta a ciò che vi ha di fantasticamente
-suggestivo nella rappresentazione dei luoghi, dalla azione pura e
-semplice dei personaggi? Come non tenerne conto nella scena della
-piattaforma di Elsinora in quell'alto silenzio della notte, colla
-voce delle guardie che si rispondono, prima che appaia lo spettro di
-Amleto? Poi la vita interiore di quella corte danese, con quel teatro
-dov'è combinata dallo spirito vendicativo del giovane principe la scena
-che farà confessare al delinquente il suo delitto; e poi il cimitero
-dove echeggiano le lepidezze dei becchini; poi, mentre suona la voce
-malinconica di Amleto, i suoni della lugubre sinfonia che accompagna
-al sepolcro il corpo della povera Ofelia.... Tutta questa eloquenza de'
-luoghi e delle circostanze concorre moltissimo all'effetto dell'azione;
-toglietela e molta parte del sentimento tragico sfumerà.
-
-Invece l'Alfieri dal suo alto coturno rinunzia con gesto
-sprezzante a tutto ciò. Egli vi pianta i suoi personaggi dinanzi
-ad un freddo colonnato dorico; e lì, nello spazio di poche ore,
-debbono vivere, soffrire, morire. Egli arriva a sottilizzare, a
-spiritualizzare talmente i suoi caratteri che talora egli è costretto
-a _disumanizzarli_. Io non so trovare altra parola per esprimere
-il mio concetto. E come si compiace egli di tutto questo sfrondare,
-condensare, scheletrizzare! Si direbbe che se anche di quel piccolo
-apparato esteriore egli potesse far getto, lo farebbe tanto volentieri
-onde così richiamare e concentrare tutto lo spirito e tutta l'azione
-tragica nel mero e invisibile teatro dell'umana fantasia.
-
-Ma quando colla vigoria scultoria del verso, colla veemenza delle
-passioni, nel dialogo serrato, nella successione delle scene correnti
-verso la catastrofe, egli arriva a rapirci e a portarci in quel mero
-e invisibile teatro della umana fantasia, o signore, allora come ci
-avvediamo che Alfieri è davvero grande! E ci vengono spontanei alla
-memoria i versi che a lui volgeva il Parini:
-
- Come dal cupo, ove gli affetti han regno,
- Trai del vero e del grande accesi lampi,
- E le poste a' tuoi strali anime segno
- Pien d'inusato ardir scuoti ed avvampi!
-
-Giorgio Hegel, investigando la essenza del componimento tragico, dice
-che bisogna istituire una certa equazione estetica fra la tragedia
-e la statuaria. Leggendo questo passo del filosofo tedesco, la mente
-corre subito all'Alfieri, e la comparazione assume un carattere tanto
-individuale che pare fatta pensando a lui. Quel marmo nudo, quelle
-linee austere e semplici, senza vaghezza di fondo, senza ambiente,
-senza policromia, mute, fredde; ecco veramente la tragedia d'Alfieri!
-Questa somiglianza colla scultura non ha solo, o signore, un carattere
-figurativo e superficiale ma qualche cosa di intimo e di profondo.
-Dinanzi alle più perfette tragedie dell'Alfieri si prova un sentimento
-assai somigliante a quello che ci fanno provare alcune delle opere più
-celebrate della statuaria antica.
-
-Di lui si potrebbe dire quello che il Wielland disse di Cristoforo
-Glück, il fondatore del melodramma moderno. Anche Vittorio Alfieri
-“preferì le Muse alle Sirene.„ Peccato che più d'una volta egli siasi
-dimenticato che le Muse pretendono d'avere una voce non meno melodiosa
-e non meno piacevole di quella delle Sirene!
-
-I critici restringono i difetti dell'Alfieri principalmente alla
-durezza e all'oscurità. E notate che l'autore stesso non osava molto
-difendersi; dirò anzi che alcune volte accoglieva con compiacenza
-queste censure. Non si ricordò egli dell'aurea sentenza di Quintiliano,
-che la brevità non consiste nel dire poco, ma nel dire nè più nè
-meno di quanto occorra perchè le forme del nostro pensiero e i moti
-dell'anima siano resi evidenti e forti in chi ci legge e in chi ci
-ascolta. Vittorio Alfieri invece fece della brevità una cosa sola
-colla sostanza e col contenuto delle sue concezioni tragiche. È così
-_invasato_ (questa parola s'incontra spessissimo nella _Vita_ e nelle
-lettere) è così invasato dal furore che lo incalza verso la catastrofe,
-che accoglie con trasporto tutto quello che accorcia in qualunque modo
-la strada che ha dinanzi. E questo lo persuade a riprender sempre
-la sua materia letteraria fra le mani inquiete, e a tormentarla in
-tutti i sensi, pur di spremere sempre qualche sacrifizio di possibile
-superfluità, pur di aggiungere sempre qualche spizzico di laconismo.
-Di ciò arriva egli a compiacersi quasi puerilmente; e allora allinea
-le cifre dei versi di cui si compongono le sue tragedie, dimostrando
-con orgoglio che, per esempio, nella elaborazione di quella tale
-sua tragedia i versi erano da prima 1400, ma nella seconda prova
-diventarono 1350, nella terza scesero fino a 1320. E mostra di non
-dubitare un momento che questi 50, questi 80 versi strappati alla prima
-fattura siano sempre una legittima conquista dell'arte, un passo di più
-verso la perfezione!
-
-
-V.
-
-Ora, dovrei discorrervi delle diciannove tragedie di Alfieri; ma
-l'argomento chiederebbe per sè solo una serie di conferenze. Mi
-contenterò dunque di accennare a due sole: il _Filippo_ e il _Saul_.
-
-La prima fu composta dall'Alfieri quando il suo spirito giovanile non
-era ancora stato così rigidamente disciplinato dal rigore delle sue
-teorie e potè abbandonarsi con una certa spontaneità ai liberi impulsi
-dell'animo. Nel _Saul_, che fu invece una delle ultime, sentiamo
-uno spirito ed un soffio nuovo circolare per le scene e animare i
-personaggi. È lo spirito della Bibbia, dei Salmi, dei Profeti.
-
-Quanto al _Filippo_, è certo che con poche altre tragedie l'Alfieri
-è riuscito ad espugnare più fortemente l'animo dei suoi spettatori.
-L'orditura dell'azione e la successione abilissima delle scene, dove
-l'interesse delle passioni è sempre più vivo e l'aspettazione è sempre
-più intensa, rendono questa tragedia tipica e indimenticabile. E il
-_Filippo_ tenne per lungo tempo le scene italiane gustato e ammirato
-senza contrasti. Ma quando Andrea Maffei, elegantissimo verseggiatore
-se non traduttore sincerissimo, intorno al 1840 ebbe voltato in
-italiano il _Don Carlos_ di Schiller, parve che sul _Filippo_
-alfieriano si scatenasse una tempesta dalla quale non si sarebbe
-più rialzato. Quella tela più ampia e più varia, quella corrente di
-lirismo delizioso e geniale che il poeta tedesco gitta attraverso
-a tutta l'azione pietosa e terribile del dramma spagnuolo, doveva
-avere ed ebbe una presa fortissima nell'animo del pubblico italiano.
-Al primo confronto l'opera del nostro tragico parve spacciata. Ma al
-secondo esame, sbollito quel primo fervore, si cominciò a capire che
-la macchina della tragedia alfieriana aveva in sè tale una forza e tale
-una consistenza da sostenere senza tema il paragone col lavoro tedesco.
-
-E non dubito che voi stesse, o signore, eliminando, per quanto è
-possibile, certe impressioni estranee e quasi profane al puro elemento
-tragico, emancipandovi dalla facile sensibilità eccitata da certe
-digressioni e da certe declamazioni, muterete il vostro primo giudizio.
-Dov'è infatti che vedrete più resa e scolpita quella Spagna del secolo
-XVI, inquisitoriale, sospettosa e dispotica? E dov'è che sentirete
-meglio inteso il carattere tiberiano di quel re spagnolo, che passò
-tutta la sua vita in una cupa adorazione della sua regia maestà?
-E dov'è che trovate colorito più fortemente, più splendidamente il
-carattere cavalleresco ed amoroso del favoleggiato figlio di Filippo
-II?
-
-Anzitutto Federico Schiller, che pure aveva tanto studiato la storia di
-Spagna, si mostra meno fedele allo spirito di essa che non l'Alfieri,
-il quale non pretese che di fare opera di poeta. Io perdono volentieri
-allo Schiller parecchie infedeltà storiche; quella, per esempio, d'aver
-messo il duca d'Alba alla corte di Madrid, mentre è ben noto che in
-quell'epoca stava nelle Fiandre a domare i ribelli; ma quel Marchese di
-Posa messo lì, in pieno secolo XVI, in piena inquisizione di Spagna,
-ad esprimere le idee di Gian Giacomo Rousseau mitigate dall'ottimismo
-del Condorcet, quel Marchese di Posa, o signore, come difenderlo dalla
-taccia di artificioso, di rettorico, di falso?
-
-Quanto è più vero l'Alfieri, quanto non rispecchia più fedelmente
-l'ambiente storico con quelle sue linee semplici, austere, con quella
-sua azione dominante, incalzata da una cupa fatalità! L'amore di Don
-Carlos com'è più delicatamente e cavallerescamente reso dal poeta
-italiano! Il poeta tedesco, per esempio, non esita a rendere confidenti
-dell'amore di Don Carlos degli esseri spregevoli come Fra Domenico;
-e poi, quando il principe ha ben discusso e dissertato di altissimi
-ideali umani con l'amico Marchese, non dubita di convertirlo in un
-messaggero d'amore, e di quale amore! Il Don Carlos di Alfieri invece
-conserva come una religione nel profondo dell'animo il segreto del
-grande e infelice amor suo. L'amico suo Perez — tanto più vero anche in
-questo di quel filantropo spostato del Marchese — l'amico suo Perez,
-è egualmente devoto all'Infante e all'uomo, è pronto sempre a morire
-per lui; ma non osa mai di esprimere nemmeno un motto per cui mostri
-di sospettare anche lontanamente nel figlio del re di Spagna l'amante
-della matrigna.
-
-E Filippo? Più la storia si studia più si rimane convinti che il
-Filippo d'Alfieri è assai più vicino al vero Filippo della storia. È
-un uomo che più che colle parole parla coi cenni, colle occhiate, col
-silenzio. Al suo confidente Gomez impone di stare ben attento; nè una
-parola, nè un sguardo, nè un tremito, nulla deve sfuggirgli. E dopo
-la scena rivelatrice dell'Infante e della Regina, egli si limita a
-domandare: vedesti? udisti?... E subito tronca il dialogo con un gesto
-minaccioso. Mentre il sipario cala sul palcoscenico, l'animo nostro
-rimane perplesso e triste fantasticando le tristi cose che sapranno
-fucinare insieme quei due tetri personaggi.
-
-Il Filippo di Schiller al paragone è appena una figura da melodramma.
-Alla prima, egli sembra l'uomo più cupo, più chiuso, più impenetrabile;
-ma intanto tutti conoscono i suoi segreti! Arriva fino, in piena notte,
-mentre è assalito da delle inquietudini molto naturali in lui — che
-il poeta si arbitra d'invecchiare di quasi trent'anni — egli arriva,
-dico, a chiamare un suo servo, il fedele Lerna, e a manifestargli lo
-stato doloroso dell'animo suo. Poi gli domanda come mai egli possa
-vivere tranquillo lontano dalla sua casa coniugale! E vorrebbe che il
-suo geloso furore passasse dall'animo suo in quello del confidente. A
-questo modo la sventura, vera o supposta, di Filippo II per la corte e
-per la città è omai diventata il segreto di Pulcinella.
-
-Scusate se ho insistito su questo punto. Dopo che vennero di moda il
-teatro di Schiller e di Victor Hugo, se n'è detto tante del povero
-Alfieri, che credei mio dovere cogliere questa circostanza per
-dimostrare, con un esempio, come per confronti spassionati certe sue
-sconfitte potrebbero facilmente convertirsi in palme di vittoria.
-E, credete a me, questi luoghi nel teatro alfieriano sono assai più
-numerosi di quello che non si creda comunemente.
-
-Dell'Alfieri tragico si mettono sempre avanti la durezza e l'aridità;
-ma anche su questa durezza e su questa aridità io avrei delle grandi
-riserve a fare.
-
-È vero; tutto preoccupato del suo ideale poetico e tutto _invasato_
-dal suo furore politico, l'Alfieri faceva volontieri sacrificio, come
-dicemmo, delle cose tenere e piacevoli. Ma dalla profonda essenza
-del suo animo buono non di rado egli seppe far anche scaturire
-dei getti di passione calda, intensa, gentile che sono veramente
-irresistibili. E dacchè ho nominato il Filippo lasciatemi ricordare
-quella prima bellissima scena del primo atto fra Don Carlos e Isabella.
-La delicatezza squisita, toccante, ineffabile, con cui il giovane
-principe prende argomento dai proprii dolori, dalla propria disgraziata
-condizione di figlio per aprire l'animo suo di amante alla matrigna, la
-ricordate voi, o signore? Se una sola volta l'avete o letta o udita in
-teatro, non credo che abbiate potuto dimenticarla.
-
- ......... Ei d'esser padre
- Se pure il sa, si adira. Io d'esser figlio
- Già non oblio per ciò; ma se obliarlo
- Un dì potessi ed allentare il freno
- Ai recessi lamenti, ei non mi udrebbe
- Doler, no, mai, nè de' rapiti onori,
- Nè dell'offesa fama, e non del suo
- Snaturato, inaudito odio paterno;
- D'altro maggior mio danno io mi dorrei....
- Tutto ei m'ha tolto il dì che te mi tolse!
-
-Percorrete i teatri di tutti i paesi e difficilmente troverete una
-scena d'amore ove la confessione dell'affetto prorompa in una forma
-più veemente insieme e più nobile, più delicata. Di questi passi
-il teatro d'Alfieri ne ha non pochi; e basterebbe cercarli con
-qualche sollecitudine per trovarli. Ne trovereste nella _Virginia_,
-nell'_Oreste_, nella _Merope_, nel _Timoleone_, nel _Saul_. Nel
-_Saul_ specialmente. Ricordatevi, all'ultima scena, quando il re
-vinto, disperato, si accomiata da tutti i suoi e vuol rimanere solo,
-nella triste solitudine di Gelboè ad attendere la vendetta di Ieova.
-Pensate al modo con cui si congeda da Micol, l'amatissima figliuola,
-affidandola ad Abner. “Va' salvala!... Ma se mai cadesse nelle mani
-dei crudeli nemici, non dire che essa è figliuola di Saul. Di' ad essi
-invece che è moglie di David; e questo basterà perchè la rispettino!„
-È del patetico insieme e del sublime, o signore. Questo re orgoglioso
-e magnanimo, che nella vita sua non ha avuto che un torto micidiale:
-la sua gelosa rivalità per David; ora, arrivato al tramonto tragico
-della sua esistenza, si rassegna all'idea che la cara figliuola celi il
-suo nome, nasconda d'esser nata da lui; si rassegna all'idea che essa
-meglio sarà rispettata e salva invocando il nome glorioso di David!...
-
-Quanto a me, vi confesso che ogni volta ch'io m'imbatto in uno di
-questi tratti di tenerezza alfieriana, esso esercita sopra di me
-una potenza di commozione indicibile. È come quando ci troviamo di
-fronte a due temperamenti. Se voi sapete che un uomo è proclive alla
-sentimentalità, che ha sempre sul ciglio la lacrimetta furtiva, anche
-se lo vedete intenerirsi e piangere, poco vi commovete. Ma se invece
-v'imbattete in un uomo fiero, abitualmente chiuso e burbero, e sentite
-nella sua voce il tremito momentaneo del singhiozzo, quel tremito passa
-come un guizzo elettrico per tutte le fibre del vostro cuore, perchè vi
-rappresenta il cozzo vittorioso della tenerezza umana sopra tutte le
-difese e tutti i pudori del temperamento. E allora voi vi commovete e
-piangete con lui.
-
-
-VI.
-
-E, da ultimo, non dimentichiamo mai, o signore, che Vittorio Alfieri
-non considerò la potenza del suo teatro tragico e in genere la potenza
-dell'arte sua che come un mezzo per raggiungere una nobilissima meta:
-il rinnovamento del carattere degli italiani, il riscatto civile e
-politico d'Italia.
-
-Nel preambolo del suo _Misogallo_, egli vi dice che vivendo,
-palpitando, fantasticando, scrivendo, ebbe sempre davanti a sè tre
-Italie: quella che fu, grande e gloriosa; quella che era al suo tempo,
-abbietta e divisa; quella che sarà un giorno, indubbiamente grande e
-gloriosa come l'antica. E da queste tre Italie egli attinse tutte le
-sue ispirazioni; e al culto di queste tre Italie egli dedicò e consacrò
-tutte le forze del suo ingegno fino al sacrifizio di ogni altro
-dilettevole fine.
-
-Io so che questa missione civile e politica farebbe ridere certi
-nuovissimi poeti, i quali dicono che l'artista, se vuol essere davvero
-rispettabile, si deve chiudere dentro una “torre d'avorio,„ e là
-dentro vivere tutto nell'adorazione egoistica di sè e dell'arte sua,
-dimenticando che fuori di quella benedetta torre vi è pur sempre il
-consorzio umano col suo patrimonio di dolori grandi e di gioie scarse,
-assetato di spirituali emozioni, affamato di verità e di giustizia.
-Però, a quel tempo, non soltanto l'Alfieri ma tutti la sentivano
-in modo diverso; e nel confronto non credo che noi abbiamo molto da
-vantarci, guardando anche solo alla eccellenza artistica delle opere
-compiute.
-
-Quanto all'Alfieri, anche se il suo sacrificio fu grande, la ricompensa
-fu certo invidiabile. Ne' suoi ultimi tempi, in mezzo alla tristezza
-della vita che tramontava, in mezzo ai disinganni d'ogni genere, in
-mezzo ai crucci e agli sdegni che suscitavano in lui le condizioni
-miserrime d'Italia e la insolenza forestiera, giunto presso al momento
-d'entrare nella storia, il nostro poeta, come si legge dei guerrieri
-delle leggende, fu consolato da un superbo sogno, che potè esprimere
-in bellissimi versi. — Egli vide nel futuro gl'italiani redivivi e in
-armi contro la prepotenza straniera; e li vide (o gioia!) eccitati alle
-virtù militari e civili da due potenti stimoli: il ricordo delle virtù
-degli avi, e i versi di Vittorio Alfieri. Poi sentiva dalla Posterità
-venirgli una voce di plauso che diceva:
-
- ... O vate nostro, in pravi
- Secoli nato, eppur create hai queste
- Sublimi età che profetando andavi!
-
-Così egli raggiunse la meta più bella che un poeta, un artista possa
-mai domandare. Vide l'opera sua non limitata al puro campo delle
-lettere; vide dalla sua poesia scaturire una nobilissima corrente di
-forze redentrici in pro del suo paese; e la sua figura di poeta grande
-completarsi nella figura di grande cittadino.
-
-Con l'Alfieri, infatti, l'Italia finalmente si ricorda che le lettere
-possono e debbono avere un nobile ufficio. L'Arcadia muore davvero
-con lui; ed egli diventa come il primo aureo anello di una nobilissima
-catena della quale fanno parte tutti i più insigni e forti e generosi
-spiriti ne' quali siasi poi compiacciuta e glorificata l'Italia.
-
-Per questo il nome dell'Alfieri fu sempre invocato come un eccitamento
-e come un auspicio. Per questo i suoi versi, mentre arroventavano sotto
-il sole le plebi d'Italia, serpeggiavano nell'ombra delle congiure ed
-erano adoperati come un vino generoso a fortificare i combattenti nelle
-agonie delle prove supreme. Per questo Giuseppe Mazzini chiamò Vittorio
-Alfieri il primo italiano moderno; e Vincenzo Gioberti attestò che,
-solamente risorti a libertà e fatti virtuosi, gl'italiani sarebbero
-stati degni di sdebitarsi con la memoria di Lui.
-
-
-
-
-GIOVANNI BATTISTA VICO
-
-(1668-1743)
-
-
-CONFERENZA DI
-
-GIOVANNI BOVIO
-
-
-I.
-
-Sapete le cagioni dell'indugio a venire e non occorre scusarmene. Ogni
-uomo che studia e ricorda parla volentieri a Firenze, specialmente
-se il discorso lo allontana dalle cose presenti e lo chiama a cose
-migliori.
-
-Non sono divagazioni letterarie. L'uomo che aborre dalle memorie è
-straniero anche al suo tempo; si crede un novatore ed è un illuso; e i
-disinganni lo traggono ad una specie di pessimismo incosciente.
-
-Vico fu per Napoli quel che Dante per Firenze.
-
- Non è senza ragion l'andare al cupo,
-
-disse Dante; e Vico vi si profondò. Due grandi infelici, l'uno
-descrivendo le leggi dell'eternità, l'altro, del tempo. E l'uno
-nell'eternità descrisse i tempi; l'altro nel tempo le leggi eterne.
-L'uno e l'altro più che ai contemporanei parlarono a quelli che il loro
-tempo avrebbero chiamato antico.
-
-Dante finì col farsi parte per sè solo, Vico fu solo sempre, e la
-solitudine che all'uno parve elezione, all'altro necessità, fu destino
-per entrambi, che non maledissero mai alla Fortuna, considerandola nel
-_fatale andare_. L'epigrafe di Dante a sè è mesta, come l'autobiografia
-di Vico; ma il dolore del genio non si estende sul destino della
-specie.
-
-I padri vostri condannarono Dante, quando non era Dante ancora; Vico,
-vivente, non fu mai Vico per Napoli, per la città de' miracoli del
-genio e dell'ignoranza. Le CXIV _degnità_ innanzi alla Scienza Nuova
-sono come le terzine di Dante al sommo di una porta: parole di colore
-oscuro. Perciò Vico non esiste nè anche oggi per molti, come non
-esisteva Dante per Voltaire e Lamartine.
-
-I cerchi di Dante e di Vico sembrano limitati e si dilatano sempre, e
-ti ritrovi dentro quando credi esserne uscito _a riveder le stelle_.
-Così ai tempi nostri, in tanta luce di civiltà, ci sentiamo come
-attraverso una selva, sotto l'imminenza di un altro giudizio niente
-allegro per i potenti e pe' fiacchi che vedono anch'oggi la lupa
-ammogliarsi a molti animali. E vediamo anch'oggi Vico a un certo punto
-spezzare il circolo e ripetere: _Mundus adhuc juvenescit._
-
-Ma noi, in tema di scienza, non dobbiamo lasciarci sopraffare dalla
-fantasia. Dobbiamo rassegnatamente contenerci nel tema, e neppure in
-tutto, bensì in quella parte che può capire nel discorso.
-
-Il punto più oscuro per me nella storia del pensiero è stato sempre
-questo: come fu, come è possibile che Vico non esiste ne' tempi suoi?
-Io — dal Fedone platonico sino alle più recenti biografie su Bruno —
-non conosco e non so immaginare una tragedia del pensiero più fosca
-di quella di Vico; e m'induco a sospettare non sia stata piuttosto una
-leggenda che una tragedia.
-
-In fatti, è assai doloroso vedere ad un pensatore, ad un artista, ad
-un benemerito della civiltà destinato il carcere invece del Pritaneo,
-il patibolo invece de' primi onori. Pur si spiega. Ma vedere sotto il
-silenzio passare un uomo che reca in mano la Scienza Nuova, vederlo
-passare per la più bella e popolosa città d'Italia come in mezzo ad una
-selva ne' tempi muti, è un fenomeno non pur desolante ma inesplicabile.
-E sarebbe incredibile, se i documenti non resistessero al dubbio.
-
-Che fu dunque? Fu oscuro? Ma non più di Dante, sotto il velame de'
-versi strani, nè più di Bruno e di Spinosa, che pur meritarono l'onore
-di qualche ammaccatura. Parve stranezza più che originalità ridurre
-a scienza la storia de' fatti umani? E non parve stranezza minore
-ai contemporanei di Copernico e di Galileo far girare la terra sotto
-ai nostri piedi, e pur que' due ebbero gloria e protettori. E poi la
-stranezza che rasenta o simula l'originalità è tante volte argomento
-di fama, se non di gloria. Un uomo affatto non inteso dall'età sua
-è un anacronismo, il quale è grottesco se non è follia. Può essere
-un solitario sino a quando la sua teoria non si faccia luce nuova e
-diffusa, ma il lampo se ne vede sempre.
-
-E qui fermiamoci. Lasciamo stare gli _anacronismi_, i _miracoli_ del
-genio, e le supposizioni metafisiche che si sono fatte a spiegare
-l'oscurità di Vico tra' contemporanei. Quelle illustrazioni accrescono
-l'oscurità. Vico fu un solitario.
-
-Chiariamo.
-
-Ogni teoria, ogni autore d'una teoria vengono in proprio tempo e luogo.
-A questa storia del pensiero non poteva sottrarsi Vico che la costruì.
-Gli anacronismi non sono dunque nella storia del pensiero ma delle
-infermità umane.
-
-“_Dunque Vico fu inteso ed ebbe, nel suo tempo, seguaci i Vichisti_.„
-Così disse Poli e negò il fatto.
-
-“_Vico non fu inteso, perchè la sua storia delle idee umane
-presupponeva una metafisica della mente umana, che venne di poi_.„ Così
-disse Spaventa e negò la teoria.
-
-I vichisti contemporanei di Vico sono una favola; ed è un errore
-affermare che un sistema possa derivare da una dottrina che nascerà
-dopo. Le antecedenze di Vico non si troveranno in Germania presso Kant,
-ma si trovarono in Italia e nel terzo periodo del Rinascimento. Anche
-ad ammettere che sia venuto dopo chi lo abbia chiarito ed integrato,
-ci aveva ad essere prima chi gli aprì la via e gl'indicò la traccia.
-La famosa _proles sine matre nata_ possiamo lasciarla all'enigma del
-Macduffo shekspeariano.
-
-Insomma, raccogliendo il mio pensiero in forma chiara, vo' dire che
-Vico fu piuttosto non approvato che non inteso, perchè non la teorica
-mancò a lui ma la prova di fatto, quella appunto che più gli bisognava;
-non fu giudicato oscuro ma _incerto_; e non fu, quindi, un anacronismo,
-ma un solitario.
-
-E i solitarii non sono eccezioni, sono pensatori che entrano nella
-categoria di coloro che hanno larghe visioni e piccola prova. Vico, in
-fatti, fece correre la storia ideale eterna sopra un piano angusto —
-sul vecchio mondo greco-latino — e con poche fonti, fra le omeriche e
-le dodici tavole. Intuizione immensa e prova scarsa.
-
-La grandezza e novità dell'intuizione fu intesa da tutti; la povertà
-della prova consigliava riserbo ed aspettazione di altri fatti.
-_Aspettiamo la prova:_ ecco la solitudine intorno a Vico.
-
-Aspettiamo la prova: non si poteva dire così a Copernico e a Galileo,
-nè a Cartesio ed a Spinoza. In Vico è immediatamente visibile la
-sproporzione tra l'immensità dell'intuizione e la portata de' fatti.
-
-Se non dunque da' fatti, donde ei trasse l'intuizione che è il titolo
-unico della sua gloria?
-
-Non da Cartesio che aveva respinto — vano ingombro alla memoria — la
-storia e le lingue; nè dal primo sè stesso, che nell'_Antichissima
-Sapienza_ aveva attribuito parlari filosofici alle origini umane. Nella
-_Scienza Nuova_ dimostra invece che il cammino dell'uman genere non
-comincia da concetti filosofici, ma da grossolane immagini. Dal senso
-si comincia, si sale alla fantasia, si arriva alla ragione; ed a questi
-tre gradi della mente rispondono tre età, che egli chiama tempi divini,
-tempi eroici, tempi umani.
-
-Fermiamoci ancora. Abbiamo una successione di tempi secondo una
-graduale evoluzione psichica, la quale comincia dal senso e perviene
-alla ragione.
-
-È dunque una filosofia della storia a base di una psicologia
-naturalistica, che prende le mosse dall'evoluzione del senso. Egli dirà
-di avere avuto presente il Verulamio e di averlo voluto integrare; ma
-egli deriva dal Naturalismo italiano, che, da Telesio a Campanella,
-aveva dato quell'indirizzo alla psiche.
-
-E non è tutto. Quando le leggi della natura erano state determinate
-da Leonardo a Galileo e le leggi del pensiero da Pomponazzi a Bruno,
-la conseguenza inevitabile era determinare le leggi della storia. Vico
-doveva essere la suprema parola della rinascenza italiana.
-
-Così intesi — e lo proverò meglio in altra mia opera — l'evoluzione
-dell'essere: Natura, pensiero, storia. La natura, organandosi, si fa
-pensiero; il pensiero, consociandosi, si fa storia. Il fatto naturale
-diventa pensiero; il pensiero diventa fatto storico. Quindi la natura è
-inscienza; il pensiero è scienza; la storia è coscienza.
-
-Ne' tre periodi del Rinascimento noi troviamo intera questa evoluzione
-dell'essere, che si compie in Vico. Dopo, il nostro sapere è
-importazione.
-
-Del significato e del valore di questa importazione tratterò in altro
-discorso, nel quale dimostrerò come la scolastica sia stata europea;
-italiano il Rinascimento; e come dalle nuove correnti del pensiero
-europeo sia stato perfezionato. Ora è chiaro come Vico sia stato non un
-ignoto ma un solitario; e come abbia trovato nel Risorgimento italico
-le antecedenze.
-
-Una obiezione, prima di esaminare da un punto pratico il sistema di
-Vico: — Come può allignarsi sul tronco del Risorgimento egli che in
-ogni parte dell'opera sua introduce la _provvidenza?_
-
-Si guardi bene: quella _provvidenza_ non è influsso esteriore, è insita
-nel _senso comune umano_, che si move _usu exigenti, ut que humanis
-necessitatibus expostulantibus_.
-
-Ed ora esaminiamo il significato storico della _degnità_.
-
-
-II.
-
-Signori, un secolo e settant'anni sono passati dalla prima
-pubblicazione della Scienza Nuova, e gli uomini politici brancolano
-ancora tra gli espedienti e la casistica come se fossero ancora ne'
-Consigli di Giovanni Bottero o nella Corte di Baldassare Castiglione.
-Che sarà domani? Chi, quale partito vincerà alle urne? Il papa
-consentirà o no aiuto al Governo? Qual'è l'avvenire dell'Italia in
-Africa? L'invocazione ufficiale di Dio porta vittoria? Il programma
-vero, concreto, vittorioso, come dev'esser fatto, da chi, dove, a
-Palermo o a Roma? E quali i contraccolpi che gli potranno venire
-da Parigi, da Berlino, da Londra? I repubblicani, i socialisti, gli
-anarchici, tutte le utopie non si affacciano in nome di una felicità
-di cui i filosofi indicano la porta, e i sacerdoti custodiscono la
-chiave? Nessuno risponde: voi restate come le mummie di Ruisch dopo
-l'ora dell'anno secolare, e il libro degli eventi resta innanzi a
-voi suggellato come prima. Voi non sapete se gli accorgimenti del più
-astuto saranno meno fortunati della pietra del primo monello. Che fosse
-una povera illusione la filosofia della storia? e perciò avviene che
-chi più la studia si trova meno veggente del primo avvocato che afferra
-il timone dello Stato?
-
-La leggenda del genio incompreso è finita per sempre; ma potrebbe esser
-finita la credibilità della filosofia della storia. E questo non è
-vero: centosettant'anni sono appena l'infanzia di qualunque scienza; e
-pure il moto della filosofia della storia è stato sì rapido che da essa
-è già nata la _Sociologia_. Con questo nuovo nome voi potete — se mai —
-travestirla, non già negarla; e Comte nascerà dopo Vico, come Vico dopo
-tutto il moto del rinascimento.
-
-Se il domani vi sfugge, non per questo negherete la logica de' fatti
-umani. Di molte scienze, sulle quali sono corsi due millenarii, le
-applicazioni sono tuttora difficili; e se il cervello dello scienziato
-oscilla innanzi ai profili incerti di molti fatti, quelle scienze
-sopravvivono alle oscillazioni ed agli errori. Se voi sapeste i
-coefficienti e gli esponenti certi di molti fatti umani; se la critica
-storica — nata anch'essa dopo la filosofia della storia — potesse
-sorprendere vivi certi segreti di gabinetto, certi arcani di Corte e
-di Curia, certi motori invisibili; voi vedreste il domani come gli
-astronomi. Ed occorre altresì la qualità della mente osservatrice:
-innanzi al fatto si vuole occhio d'aquila per vedere prima e dopo:
-mentre il pedante ripete i luoghi comuni della metafisica e del
-positivismo e sdottoreggia in astratto, il fatto gli passa innanzi
-irridendolo. Il grande osservatore è sempre qualcuno che sta fuori
-della scuola, e sdegna le categorie. Come il vero pensatore non è
-mai tutto uomo di parte, così l'acuto osservatore non è uomo d'una
-scuola. Allora si pensa, allora si osserva, allora un fatto che fugge
-inosservato innanzi a cento si ferma innanzi a lui. Allora nascono
-quelle previsioni che prima fanno ridere il volgo de' dottorelli e poi
-fanno ridere del riso.
-
-Questa scienza esiste, e la logica de' fatti umani non è meno
-inesorabile della logica de' fatti naturali e della logica delle
-idee. Sono una logica sola. Voi potete negare a Vico tutti i ricorsi,
-negare che i vescovi siano aruspici, che il diritto feudale sia il
-diritto quiritario, che Calcante rinasca in Gregorio VII; negare
-questa e quella parte della sua teoria filologica e metafisica, le sue
-rivelazioni su Omero, sulle XII tavole, su' re di Roma e sugli eroi di
-Grecia; voi non negherete la logica de' fatti e Vico resta, come resta
-la legge di gravitazione, anche se sia sbagliato il calcolo delle masse
-e delle distanze.
-
-E non parlo a caso, perchè come il calcolo si è già impadronito della
-logica delle idee, così si farà padrone della logica de' fatti. A
-questo solo patto il naturalismo si farà scientifico. Vico sdegna il
-processo geometrico, se è formale ed esteriore come quello di Spinoza
-— _more geometrico_ — non è reale ed intimo come quello delle cose:
-_l'ordine delle idee dee procedere secondo l'ordine delle cose_.
-
-Questa unità dell'ordine è il presupposto di tutte le _degnità_
-vichiane. È un presupposto rispetto alla _Scienza Nuova_ ma è un
-corollario del Rinascimento sino a Bruno. Che sono le _Degnità_?
-
-
-III.
-
-Sono assiomi filosofici e filologici, onde muove la Scienza Nuova,
-entro la quale scorrono, dice Vico, come nel _corpo animato il sangue_.
-
-Filologici e filosofici sono, ma portano sempre contemperati questi
-due termini — il Vero e il Certo — dovendo i filosofi _accertare_ e i
-filologi _avverare_.
-
-Ciò che nell'ordine speculativo è integrare il _Vero_ nel _Certo_
-(_accertare, sperimentare_), nell'ordine pratico è integrare la
-_sentenza_, nel _responso_ (_avverare, indurre_).
-
-Il responso è l'espressione assoluta del diritto universale; la
-sentenza è l'espressione relativa dell'utile momentaneo; l'uno è dato
-dal giureconsulto, l'altro dal politico.
-
-La dignità che contempera il Vero col Certo, il responso con la
-sentenza, è data dal giureconsulto politico, che è filosofo della
-storia nato.
-
-La suprema espansione del responso fu data dal giureconsulto romano:
-_Libertas summis infimisque acquanda_. La suprema espressione della
-sentenza fu data dal politico per eccellenza, da Machiavelli: _Ei
-convien bene che accusandolo il fatto, l'effetto lo scusi_. La suprema
-espressione della dignità è la _comunione di tutte le civili utilità
-conformi alla natura degli uomini governati_.
-
-Queste tre nature di uomini pratici sorgono tipiche in Italia, il
-giureconsulto quando lo Stato è forte, il politico quando lo Stato è
-caduto, il giureconsulto politico quando lo Stato risorge. Ed esprimono
-il genio del tempo e de' luoghi: il giureconsulto è romano; il politico
-è fiorentino; il giureconsulto politico è napolitano. Tenete occhio ai
-tempi ed ai luoghi e vi spiegherete questi tre tipi etici.
-
-
-Signori, io vedo che dopo Vico il circolo de' ricorsi si apre nella
-retta di Herder, indicante la continuità del progresso, e poi nella
-spira di Hegel, che sale per volute sempre più larghe, a ciascuna delle
-quali Ferrari tenta sovrapporre il numero. Il medio evo mal noto a
-Vico e il mondo moderno, quasi negletto, si vendicano. Pur egli resta
-un titano in mezzo ai contemporanei, anche quando _bacia i santissimi
-piedi a Clemente XII_, mentre il Comazzi, il Radicati, il Giannone
-protestano contro le usurpazioni pontificie.
-
-Ma questi altri erano consiglieri e Vico fondava la Filosofia della
-storia, innanzi alla quale l'età de' consiglieri politici finisce.
-
-Che vuole Comazzi? — Flagella la divisione de' poteri, e torna,
-ridendo, a Machiavelli e a Campanella. Il Radicati vuole armato il
-potere civile contro le usurpazioni pontificie, delle quali Giannone
-dimostra le frodi. Illustrare la lupa dantesca era inutile, quando il
-tempo chiedeva sapere ciò che le leggi della storia potevano permettere
-sotto il destino delle date e lo svolgersi fatale delle necessità
-umane.
-
-Questo fece Vico a cui potete perdonare le convulsioni del genio contro
-la continua ribellione de' fatti mal noti a lui; perdonare, ammirando
-un uomo tanto modesto e tanto audace che, postosi contro le tradizioni
-contemporanee, osa ricomporre i fatti contro le date naturali, o
-decapitare gli eroi della storia, se contrastano al suo pensiero.
-
-Continuando l'indagine sulle leggi storiche, possiamo trarne alimento
-al carattere e alla fede civile. Molte cose ci sanno di reazione, ma
-nessuna può accennare alla possibilità di un ricorso. Alcuni possono
-tentare patti segreti o palesi con la Chiesa; ma nessuno può ritrarci
-all'età dei vescovi. Si moltiplichino pure quanti ordini cavallereschi
-possono confortare la vanità borghese, ma nessuno può ripetere la
-storia de' feudi. Potete invocare ora Dio ora la Dea Ragione, ma non
-farete nè una crociata nè una rivoluzione francese. Ripetete pure
-una _Sainte-Barthèlemy_, una _dragonnade_ contro i socialisti, non
-sopprimerete la quistione sociale, come i socialisti non sopprimeranno
-le necessità politiche. La Filosofia della storia indica la successione
-degl'ideali, integra l'antecedente nel susseguente, destina il proprio
-posto a ciascun istituto, a ciascuna forma, e non consiglia ma traccia
-il cammino ai partiti, ai Governi, ai popoli, aprendo le storie
-particolari verso la storia universale.
-
-E questo destino delle cose ci compensa de' disastri momentanei che
-avviliscono gli animi deboli o sorpassati da' fatti. Perciò Oantù
-rovesciò il cono e fece più strette le volute come più la storia si
-accostava ai tempi nostri, sostituendo l'elegia al carme secolare.
-
-No: io posso esser vinto oggi; ma se sotto la mia fronte si agita
-un'idea, le coalizioni avverse non sono più forti di me, e gli eventi
-non sono chiamati a sconfessarmi. Quest'idea mi salva dalle diverse
-congiure e malizie e mi mette sulla via per la quale dovranno passare i
-più fortunati di noi.
-
-La forza di quell'uomo non deriva dal numero o dalle clientele, e
-neppure da' partiti; ma dal posto e dal grado che la sua idea occupa
-nell'ordine delle cose. Se le ripulse esteriori respingono Vico dentro
-sè stesso, ei diverrà il Cristoforo Colombo della sua coscienza e
-scoprirà il mondo delle nazioni. Voi credete di averlo superato, e ne'
-progressi vostri ei diviene il maggiore de' vostri contemporanei.
-
-In nome delle leggi scoperte ammonisce i banditori di programmi che
-non promettano da deputati ciò che da ministri non manterranno, perchè
-l'età nostra non tollera una politica d'inganni. Agli altri dice
-che chi violento contrasta al cammino delle cose, lo affretta, e chi
-troppo lo incalza, lo stanca o devia. Il moto delle cose uniformemente
-accelerato sconcerta i circoli di Vico, l'isocronismo di Ferrari e
-la boria nazionale di Hegel; ma illustra più rapidamente le idee e,
-attraverso le gelosie degli Stati, conserta le mani delle nazioni.
-
-Con tutte queste diversioni io sono pur rimasto sul campo generale
-delle idee. Desiderate una qualche applicazione viva e pratica ai casi
-presenti, alla storia dell'ultimo triennio, al Governo, al capitale,
-alla religione, alle arti? Bisognerà più coraggio a voi a chiamarmi che
-a me a parlare.
-
-Se in questa città Machiavelli potè scrivere le più terribili
-sentenze della politica, è segno che qui si possono dire le più ardite
-espressioni della libertà.
-
-
-
-
-LA FISICA SPERIMENTALE DOPO GALILEO
-
-
-CONFERENZA DI
-
-ALBERTO ECCHER.
-
-
-Giammai pensiero salì più accetto nelle sfere dell'infinito di quello
-di Galileo nel tempio di Pisa, quando il lento oscillare della lampada,
-pur mostratosi le migliaia di volte a tanti distratti fedeli, fu per
-lui il baleno di luce con cui “l'infinita sapienza, il sommo amore„ lo
-trasse alle meravigliose scoperte, che resero attonito il mondo intero,
-e furono base incrollabile d'ogni umano progresso.
-
-E giammai il genio fu maggiormente torturato di quanto non lo fosse in
-Galileo stesso; costretto dalla perfidia degli uomini, dalle vessazioni
-dei Gesuiti, dal risentimento di un Papa a ritrattare verità, che
-luminose gli irradiavano nella mente, e svelavano agli uomini il
-mirabile assetto dei mondi, le cause ed il succedersi dei fenomeni.
-
-Il forte pennello del Barabino, troppo presto all'arte rapito, che
-fa rabbrividire con papa Bonifazio VIII e fremere col Cristoforo
-Colombo al consiglio di Salamanca, fa pensare davanti al Galileo in
-Arcetri. — Tu vedi il nobile vegliardo, quasi a sedere sul letto,
-spento lo sguardo indagator dei cieli, rassegnato, e tutto intento
-a dettare ai suoi discepoli una dimostrazione, che colla posa stessa
-delle mani ti rende evidente.... E quanto sieno interessanti le cose
-che espone, lo desumi dall'atteggiamento dei discepoli che, protesi
-verso di lui, pendono dal suo labbro. Nè l'età, nè le sofferenze, nè
-le persecuzioni hanno fiaccato quell'indomita energia.... Ma la terra,
-liberata ormai dall'immobilità cui la dannava la Bibbia, roteando negli
-spazi infiniti, invita lo spirito del Galileo a bearsi nelle superne
-sfere.... e ne reclama la spoglia.... e papa Urbano VIII s'affretta a
-mandare al sommo filosofo l'apostolica benedizione.
-
-
-La vita, il pensiero, il martirio del sublime maestro furono con
-robusta eleganza di forma, con profondo sentimento filosofico,
-tratteggiati l'anno scorso, in questa sala ospitale, dal chiarissimo
-professore Del Lungo, ed io sciuperei opera così armonica qualunque
-cosa aggiungessi; ma non potevo non prender le mosse dall'instauratore
-della scienza nuova, per ragionare dei progressi della fisica dopo la
-di lui morte.
-
-Vasto è l'argomento per poter essere condensato nel breve volger di
-un'ora; quantunque non intenda farvi una dissertazione sull'eccellenza
-del metodo sperimentale, e come esso abbia riformato dalle fondamenta e
-studio e costumi e vita.
-
-Lo che mi parrebbe altrettanto utile fatica, quanto il pretender
-d'aggiungere maestà alla splendida Cupola del Brunellesco,
-incastrandovi una modesta pietruzza. La bontà del metodo è provata dai
-progressi della scienza, che poggia, cupola meravigliosa, sul tempio
-eterno del vero; di quei progressi, che sono nel sentimento di tutti
-noi, e che ci permettono di vivere di vita intensiva, accelerata, direi
-quasi lo spazio di un secolo nel breve giro di pochi anni.
-
-Come all'affaticato spirito riesce gradito il ricordo dei primi anni,
-il rammentare le cose allora imparate, le impressioni ricevute; ed
-anzi il passato, sotto la nuova luce di lunga esperienza ricomparendo,
-torna fonte di nuove impressioni e di più larghe vedute; così a Voi,
-gentili, di cui la presenza è prova del culto che portate alla scienza,
-non riuscirà discaro ch'io rammenti i primi passi, le prime scoperte
-della fisica, fattasi ora matrona. Giacchè non va dimenticato, che
-solo con Galileo incomincia il metodo sperimentale, e che di quanto
-ci fu tramandato dagli antichi nel campo della fisica, ben poche cose
-rimangono, e si riducono a semplici osservazioni di fatti. Nessuna
-teoria che possa reggere all'analisi moderna, se ne togli il concetto
-atomistico de' Greci; e delle leggi dedotte da speculazioni dello
-spirito, ben poche ressero alla prova dei fatti. E d'altra parte, mai
-la più piccola esperienza torna invano, ogni più minuto fatto acquisito
-alla scienza, quando non sia causa diretta, come spesso avviene, di
-grandi scoperte, è un elemento importante che attende con molti altri
-la mente superiore che sappia coordinarli, e trarne qualche nuova
-teoria, ricca di deduzioni ed applicazioni.
-
-Concedete quindi, che passi in rapida rassegna le conquiste più
-salienti della scienza in Italia nell'avventurato secolo XVII, e fin
-verso l'ultimo terzo del secolo XVIII, sì scarso di risultati di fronte
-al primo.
-
-
-Sparito il divino maestro, i prediletti discepoli, custodi del suo
-pensiero, sorgono banditori del nuovo evangelio.
-
-Benedetto Castelli, nobile Bresciano, in Roma stessa, lui, frate
-di Montecassino, difende apertamente le dottrine astronomiche del
-Galileo. Ancora nel 1615 era sceso in campo contro il Della Comba ed
-il Di Grazia per sostenere le vedute del Maestro sull'idrostatica,
-e pubblicava nel 1628 la sua opera “_Dimostrazioni geometriche
-della misura delle acque correnti_„ nella quale per il primo espone
-chiaramente i principii del moto delle acque nei canali e nei fiumi;
-opera che lo rese tanto celebre da valergli da Urbano VIII la cattedra
-di matematiche in Roma e la direzione di importanti lavori idraulici,
-condotti a termine con esito felicissimo. — E come aveva aiutato
-Galileo nelle osservazioni astronomiche, in cui era espertissimo,
-ideò il metodo della proiezione per render visibili le macchie solari,
-senza offesa della vista, ed introdusse, per avere maggior chiarezza, i
-diaframmi nei cannocchiali.
-
-Preludio alle ricerche che resero celebre nel nostro secolo il modenese
-Melloni, sperimentò pel primo sul calorico raggiante, avvertendo
-come i corpi in maggiore o minor grado si riscaldino a seconda dello
-stato di lor superficie e colore. Nè va taciuta l'idea di raccogliere
-quello, che fu poi detto lo spettro magnetico, dato dal disporsi su
-d'un diaframma della limatura di ferro attirata da poli di sottoposta
-calamita; metodo al quale tutt'oggi si ricorre per mostrare le linee di
-forza, nello studio delle macchine dinamo elettriche.
-
-Fu il Castelli che spinse Bonaventura Cavalieri Bolognese, dell'Ordine
-dei Gesuati, da tempo soppresso, a dedicarsi alle matematiche, ed a
-frequentare in Pisa le lezioni del Galileo, per passar poi ad insegnare
-nell'Università stessa della sua patria.
-
-Nell'opera del Cavalieri “_Geometria indivisibilibus continuorum
-nova quâdam ratione promota_„ trovansi gettate le basi del calcolo
-infinitesimale, intraveduto già, per testimonianza dello stesso
-autore, dal Galileo. Mentre nei libri “_De speculo ustorio_„ ed
-“_Exercitationes Geometricæ_„ il Cavalieri ci dà mirabile saggio delle
-sue nozioni nel campo della fisica, trattando, come nessuno prima
-di lui, il problema della ricerca delle distanze focali nelle lenti
-concave e convesse.
-
-Soli due anni dalla morte del gran Maestro veniva a mancare, in età
-non grave, il coraggioso Castelli; e tre anni appresso, a soli 49 anni,
-anche il Cavalieri.
-
-Nè meno inesorabile scese la morte a colpire il più caro fra i
-discepoli del Galileo, Evangelista Torricelli, faentino, mancato esso
-pure nel 1647 nella verde età di 39 anni.
-
-Seguiva il Torricelli in Roma le lezioni dell'abate Castelli,
-quando nel 1638 venne alla luce il trattato del Galileo “_Discorsi
-e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze_„ sul qual
-trattato compose un'opera che presentava, sotto rinnovellata forma,
-le teorie sul moto dei gravi. Sottoposto il manoscritto dal Castelli
-al Galileo; già cieco ed aggravato dagli anni, e più dalle infermità,
-il nobile vegliardo espresse il vivo desiderio di conoscerne l'autore,
-per affidargli il cómpito di ultimare i due ultimi dialoghi del suo
-trattato; e nell'ottobre del 1641 il Torricelli venne ospite del
-Galileo in Arcetri, e più che ospite gli fu discepolo, collaboratore, e
-consolatore carissimo. Troppo breve tempo fu dato al giovane Torricelli
-di abbeverarsi a quella fonte inesauribile d'ogni umano sapere; ma
-i tre mesi che passò presso il Maestro lasciarono profonda impronta
-nell'amato discepolo.
-
-Morto il Galileo, per le premure del Granduca, accettò di trattenersi
-in Firenze in qualità di matematico della Corte, succedendogli nella
-cattedra.
-
-Fu ancora nel 1643 che ideò lo strumento pel quale, più che per
-tutte le altre opere, il nome suo passò glorioso alla posterità: _il
-Barometro_. È nota la leggenda del pozzo a Boboli, nel quale l'acqua
-aspirata per tromba non arrivava che a sole 18 braccia di altezza, e
-la risposta del Galileo al Granduca che l'aveva interpellato: che se
-nei libri di Aristotile era scritto che la natura aveva orrore del
-vuoto, e se il fatto mostrava che l'acqua non saliva più su, voleva
-dire che quest'orrore aveva per limite per l'appunto le 18 braccia
-date dall'esperienza. Certo che se Galileo dette tale risposta lo fece
-per evitare contestazioni, e possibili noje a sè stesso, prigioniero
-dell'Inquisizione, col contradire all'autorità di Aristotile. Ma
-l'aver conosciuto l'equilibrio dei liquidi in vasi comunicanti, e
-l'aver dimostrato che l'aria pesa, prova chiaramente che aveva pensato
-alla risoluzione del problema, non accontentandosi di quanto ne aveva
-scritto ne' dialoghi, ne' quali parlando della resistenza della colonna
-liquida al rompersi, ammette che, analogamente ad un filo metallico
-che tirato in alto, giunto ad una certa lunghezza pel proprio peso si
-strappa, altrettanto avvenga della colonna d'acqua al limite di braccia
-18. — La tromba era già un barometro ad acqua; non per questo fu meno
-felice l'idea del Torricelli di sostituirvi il mercurio riducendo così
-lo strumento a comode proporzioni; idea che, svelata all'amico Viviani,
-fu da questi subito tradotta in atto, ottenendo per l'appunto quanto
-l'acuto ingegno del Torricelli aveva divinato.
-
-Lo stesso Torricelli, sperimentando col suo strumento, pose in
-chiaro il variare dell'altezza della colonna barometrica col mutare
-del tempo, se pur non anche lo scendere della colonna col crescere
-dell'altitudine, benchè di tale esperienza generalmente si riconosca
-illustratore il Pascal.
-
-È questa del Barometro tale una felice intuizione, sì ricca di utili
-applicazioni, che basta da sola alla gloria di un uomo, benchè certo
-al Torricelli avran costato assai più fatica e studio le altre opere
-sue “le _Lezioni accademiche_„ ed il “_Trattato del moto dei gravi_„
-nel quale prende a studiare l'efflusso dei liquidi, determinandone
-con raro acume le leggi, che ancor oggi portano il di lui nome. E nel
-campo sperimentale s'occupò assai della costruzione dei cannocchiali,
-nell'eseguire i quali fu reputato eccellente, e del perfezionamento del
-microscopio semplice, valendosi come lente di palline di vetro soffiato
-alla lampada. Quale Accademico della Crusca lesse a quel nobile
-consesso un suo lavoro sul tema “La gloria dopo la morte è un nulla e
-non vale la pena che ci diamo per raggiungerla. Dopo la morte tutti gli
-uomini sono egualmente celebri.„
-
-Strano argomento per un Torricelli, di cui il nome resterà eterno nella
-storia dell'umano progresso.
-
-Ultimo dei discepoli che maggiormente il Galileo aveva prediletto,
-di tutti il più giovane, il Viviani non contava alla morte del sommo
-maestro che soli 20 anni. Mente acuta, animo aureo, applicatosi con
-ardore allo studio della geometria, comprese come solo Galileo fosse
-in grado d'avviarlo a forti studi e procurò di farne la conoscenza.
-Galileo, già cieco, l'accolse coll'usata benevolenza, e l'ebbe caro
-come un figlio; e Viviani non solo trasse sommo profitto dal tempo
-passato nella famigliarità del maestro, ma conservò per lui immensa
-gratitudine ed affetto, ascrivendo a suo special vanto potersi chiamare
-“l'ultimo dei discepoli del Galileo.„
-
-Morto il maestro ne trovò un secondo nel Torricelli, e più che maestro
-un amico, al quale prestò valido aiuto nell'eseguire le esperienze,
-compresa quella del Barometro da esso, secondo il concetto del
-Torricelli, condotta.
-
-Nel 1659 pubblicò la divinazione dei sette primi libri del celeberrimo
-Apollonio Pergeo sulle sezioni coniche, ritenuti perduti. Per somma
-fortuna il Borelli riuscì a rintracciare nella biblioteca di Firenze un
-manoscritto arabo, portato dall'Oriente dal gesuita Golius, contenente
-appunto i sette primi libri di Apollonio. Tradotti in latino comparvero
-nel 1661, e si trovò che il Viviani, non solo aveva indovinato il
-pensiero di Apollonio, ma aveva anzi trattato l'argomento in modo
-più generale del famoso geometra greco. Successo nel 1666 al posto
-da tempo vacante per la morte del Torricelli, fu eletto membro della
-Società Reale di Londra, fondata nel 1660, e dell'Accademia di Parigi
-costituitasi nel 1666. Anzi Luigi XIV gli accordò una pensione, che
-Viviani impiegò nell'ornare la casa sua, posta in via dell'Amorino,
-con iscrizioni, basso rilievi, ed un busto in onore del sommo maestro.
-Dobbiamo al Viviani una “Vita del Galileo„; una relazione speciale
-sull'applicazione del pendolo agli orologi, e tanti altri scritti: e fu
-membro attivissimo dell'Accademia del Cimento.
-
-Morì nel 1703 amato, stimato, venerato da tutti, e fu sepolto in
-Santa Croce; lasciando per testamento alla famiglia Nelli, erede per
-maggiorasco, l'obbligo di erigere un suntuoso monumento al suo divino
-Maestro. Ad onta di una sorda opposizione da parte dei Monaci, nel 1737
-fu inaugurato in Santa Croce il monumento, e con solennità vi furono
-composte le ossa del Maestro, e del riconoscente discepolo.
-
-Un senso di melanconica pietà, oltre i quattro principali discepoli
-del Galileo, i quattro evangelisti della scienza, mi porta a ricordare
-anche il figlio di lui Vincenzo. L'importanza d'un regolatore del
-tempo per lo studio de' fenomeni astronomici e terrestri e per la
-determinazione sopra tutto delle longitudini, era talmente compresa dal
-Galileo, che l'aveva portato ad adattare al pendolo dei leggerissimi
-congegni di ruote dentate per segnare il numero delle oscillazioni.
-Il moto alle ruote venendo impresso dal pendolo stesso, dopo un certo
-tempo questo doveva fermarsi. L'ideale era dunque che il pendolo
-non dovesse servire che a regolare il tempo, e che la forza motrice
-del congegno fosse da esso indipendente. Si trattava di applicare il
-pendolo all'orologio già esistente, anzi tanto perfezionato
-
- Che l'una parte l'altra tira ed urge
- Tin tin sonando con sì dolce nota
- Che 'l ben disposto spirto d'amor turge;
-
-E negli ultimi anni di sua vita Galileo, già cieco, col Viviani, e
-sopra tutto col figlio Vincenzo ragionando, era venuto a stabilire il
-come di tale applicazione, quale risulta anche dal disegno fattone
-da Vincenzo, il quale, come colui che assai esperto era nelle arti
-meccaniche, volle da sè costruire il congegno; per lo che richiedendosi
-assai più tempo che se ricorso fosse ad artefici, disgrazia lo incolse
-colla morte del padre prima che a termine l'avesse portato. Solo
-nell'aprile 1649 riprese Vincenzo la costruzione dell'Oriuolo, avendosi
-fatto da meccanico apprestare il materiale occorrente, e lavorando di
-propria mano ad intagliare le ruote e lo scappamento. Messo assieme
-funzionava, e fattolo vedere al Viviani con esso convenne di alcuni
-perfezionamenti da apportarvi. Ma pur volendo ultimare in ogni sua
-parte l'orologio già lavorato, vi si diede d'attorno con raddoppiata
-lena in tal modo, che colto da violentissima febbre il 16 maggio stesso
-anno moriva. Disgrazia e fatalità, che privò l'Italia nostra del vanto
-d'aver prima applicato il pendolo agli orologi, in quanto generalmente
-ne vien data lode all'Huyghens, certo preclarissimo ingegno, che
-costruì, sia pure più perfezionato, il suo orologio solo nel 1657.
-Non è qui il caso di recare argomenti, e molti ne esisterebbero, in
-favor nostro, ma è a deplorarsi, che non ci sia stata resa giustizia, e
-riconosciuta come nostra anche l'applicazione del pendolo agli orologi.
-
-
-Il fascino del metodo galileano, che sull'evidenza de' fatti innalza
-l'uomo alle più alte speculazioni, aveva tratto a sè le menti più
-elette di quell'epoca gloriosa e doveva avere solenne manifestazione
-nella “Accademia del Cimento„. Unire le forze e “Provando e Riprovando„
-leggere finalmente nel libro della natura le mirabili pagine che ci
-tien spiegate davanti.
-
-Prima fra le Accademie scientifiche, surse nel 1657, sotto la
-presidenza del Principe Leopoldo. La componevano: Giovanni Alfonso
-Borelli, Candido Del Buono, Paolo Del Buono, Lorenzo Magalotti,
-Alessandro Marsili, Antonio Oliva, Francesco Redi, Carlo Renaldini,
-Vincenzo Viviani.
-
-E, cosa mirabile, e non mai più ripetutasi presso altre accademie,
-tanto era l'ardore delle ricerche sperimentali, e tale la persuasione,
-che solo dall'attenta osservazione dei fenomeni scaturir potessero le
-leggi che li governano, che tutti gli accademici lavoravano di comune
-accordo, costituendo quasi un'unica personalità, quella dell'Accademia,
-sicuri così che ben difficilmente sarebbe sfuggita all'attenzione
-di molti qualche circostanza importante e capace di modificare i
-risultati dell'esperienza. Così è che nell'aureo libro “_Saggi di
-naturali esperienze fatte nell'Accademia del Cimento_„ (Firenze 1667),
-e compilato dal Magalotti, si descrivono magistralmente le singole
-esperienze, senza mai accennare chi ne abbia avuta la prima idea, come
-se fossero state da tutti, in comune, pensate. E degno di osservazione
-si è pure che nello stesso libro dei “_Saggi_„ è detto: non entrare
-nelle abitudini dell'Accademia il discutere sulle cause dei fenomeni.
-Fosse il dubbio di incorrere nella disapprovazione eventuale di Roma,
-o la coscienza che delle teoriche ne erano state escogitate anche
-troppe, e ciò che mancava era una raccolta di fatti inconcussi, certo
-è che gli accademici s'attennero fedelmente al loro motto “Provando
-e Riprovando„. A più di due secoli di distanza è sempre con un senso
-di ammirazione che si leggono quelle pagine dei “_Saggi_„, cardini
-della nuova scienza, e vi si impara ancor oggi a condurre con acume e
-diligenza somma le esperienze.
-
-Non riuscirà discaro che per sommi capi rammenti i principali risultati
-cui è giunta quell'accolta di preclari ingegni.
-
-Incominciano i saggi colla descrizione degli strumenti di misura, e
-loro uso. Termometro, Igrometro, Pendolo, Barometro.
-
-Il primo, inventato ancora nel 1597 dal Galileo, che pensò subito
-d'applicarlo alla medicina, per riconoscere il grado di febbre degli
-ammalati; da termoscopio che era, fu trasformato in vero termometro,
-prima riempito con acqua, poi con alcool. Portava i gradi marcati con
-piccole perline di vetro sulla canna stessa, come i migliori nostri
-termometri, invece che su tavoletta a parte, ed era con tanta arte
-costruito che, sebbene i punti di graduazione della scala fossero
-mal definiti col massimo freddo e massimo caldo di Firenze, tuttavia
-i diversi termometri, specialmente cinquantigradi, riuscivano
-perfettamente paragonabili fra loro. Nel 1830 si potè, confrontandoli
-col termometro Reaumur, ricavare dalle osservazioni meteorologiche di
-quell'epoca, come il clima della Toscana non sia venuto mutando. La
-fissazione dei punti estremi della scala coll'immergere il termometro
-nel ghiaccio che fonde, o tenerlo nel vapore che si svolge dall'acqua
-bollente, sotto pressione di una atmosfera, è posteriore all'Accademia,
-dovuta però ad uno dei suoi membri, il Rinaldini.
-
-Quanto all'Igrometro, è noto il fatto dell'architetto Fontana, che
-nel 1586 riuscì a metter ritto l'Obelisco sulla Piazza San Pietro in
-Roma bagnando le corde; e sulla contrazione appunto delle corde, però
-di minugia, inumidite, fondò Santorio il suo primo Igroscopio. Quello
-dell'Accademia del Cimento invece, chiamato _Mostra umidaria_, è un
-vero igrometro a condensazione, dove, invece di cogliere il punto
-d'appannamento, come negli strumenti recenti, si misura la quantità
-d'acqua condensatasi in un dato tempo sopra un cono vuoto di metallo,
-riempito con un miscuglio frigorifero.
-
-Segue la descrizione del Pendolo, e di un orologio a pendolo, “_su
-l'andar di quello che prima d'ogni altro immaginò il Galileo, e che
-dell'anno 1649 messe in pratica Vincenzo Galilei suo figliuolo_„;
-prova maggiore che realmente l'applicazione de' pendoli agli orologi è
-invenzione italiana.
-
-Quanto al Barometro esso servì loro, non solo per misurare le
-variazioni di pressione nell'aria; ma ben anche come apparecchio per
-eseguire un vuoto assai migliore di quello ottenibile colle macchine
-pneumatiche di quel tempo. E nel vuoto Torricelliano sperimentarono: se
-il suono si propaga; se la calamita attira; se l'ambra strofinata si
-elettrizza; come vi muoiano gli animali; se l'alzarsi dei liquidi nei
-tubi capillari è influenzato dalla presenza dell'aria, e molte altre. E
-dopo 200 anni noi siamo ritornati alla macchina pneumatica a mercurio,
-la più perfetta di tutte, che permette delle rarefazioni così forti da
-dar luogo ad una serie di nuovi fenomeni illustrati dal Crookes.
-
-Il servizio meteorologico si considera generalmente come un'istituzione
-moderna; esso, per merito sopra tutto dell'Inghilterra, fu sistemato
-ed allargato così, che i servigi che presta, anche nel campo pratico,
-sono immensi. Centinaia di bastimenti ogni anno vengono risparmiati dal
-bullettino che, volando sul filo elettrico, precede la bufera. Ma nel
-campo scientifico il poter tutti i giorni, ad ora fissa, tracciare la
-carta delle condizioni meteorologiche di gran parte del mondo, chi sa
-a quali risultati potrà portare. Frattanto non dimentichiamo, che le
-osservazioni meteorologiche sono gloria italiana. Fin dal 1654 furono
-colla massima regolarità eseguite nel Convento degli Angeli a Firenze;
-a Vallombrosa, a Cutigliano, a Bologna, a Parma, a Milano, a Varsavia,
-ad Innsbruck sotto la direzione generale del padre Luigi Antinori
-teologo del Gran Duca. Esiste fra gli altri un registro che contiene
-cinque osservazioni al giorno per lo spazio di oltre sedici anni.
-
-Sono poi descritti nei Saggi diversi areometri; la palla d'oncia, ecc.,
-ecc., strumenti che ancor oggi potrebbero prestare utili servigi alla
-scienza.
-
-Interessantissime sono le esperienze sul congelamento dell'acqua nelle
-quali pei primi gli accademici fecero uso di miscugli frigoriferi,
-quali neve con sale, o sal nitro, o spirito di vino; oppure neve e
-sale ammoniaco, ottenendo con tale combinazione il massimo freddo.
-Fecero scoppiare sfere di materie differenti riempite d'acqua facendola
-ghiacciare, e mostrarono come questa, prima di solidificarsi si dilati.
-Esperimentando col ghiaccio, ne collocarono un grosso pezzo avanti
-uno specchio ustorio, nel foco del quale un termometro segnava un
-abbassamento di temperatura; prova che il freddo, come il caldo, si
-riflettono colla ben nota legge.
-
-Per confutare la teoria dell'_antiperistasi_, della reazione cioè
-sviluppata da un corpo, che al primo riscaldarlo dovrebbe raffreddarsi,
-e viceversa, eseguirono le ben note esperienze immergendo un grosso
-termometro nell'acqua calda, e mostrando che al primo istante l'alcool
-realmente discende, ma non perchè si sia raffreddato, sibbene perchè
-maggiore è la dilatazione del recipiente, e l'opposto avvenire
-immergendo il termometro nell'acqua fredda. In questa occasione,
-volendo meglio mostrare come tutti i corpi si dilatino pel calore,
-idearono l'esperienza, più generalmente nota sotto il nome di anello
-di S' Gravesande, che dall'Accademia invece dovrebbe prendere il
-nome. Anzi, usando coni di diverse materie, che portati alla stessa
-temperatura, entravano più o meno in un anello misurato, determinarono
-il coefficiente di dilatazione dei corpi.
-
-Nè riuscendo a comprimere l'acqua nelle sfere metalliche assoggettate
-alla pressione del torchio, conclusero per l'incomprensibilità,
-come generalmente si crede; sibbene che a loro non era riuscito
-di comprimere l'acqua, che preferiva trasudare dalle pareti del
-recipiente; mettendo così in evidenza la porosità dei metalli. Anche
-l'errore della leggerezza positiva confutarono; facendo vedere che un
-pezzo di sughero, immerso nell'acqua, non sale quando gli si tolga la
-pressione del liquido dal disotto; mentre avrebbe pur dovuto salire se
-si fosse trattato di una leggerezza positiva.
-
-Nei “Saggi„ sono riportate anche le esperienze sulla velocità di
-propagazione del suono eseguite ancora nel 1656 da Viviani e Borelli.
-Non così felicemente riuscirono gli Accademici nel tentativo di
-misurare la velocità di propagazione della luce, la quale si mostrò poi
-così enorme da raggiungere 300,000 chilometri al 1". Ma è degno di nota
-che l'abbian tentato.
-
-In altro capitolo gli Accademici si occupano del cambiamento di colore
-dei liquidi, specialmente della tintura di torna-sole, che con un
-acido, succo di limone, aceto, acido solforico, arrossa, e riprende il
-colore primitivo se trattata con una base, usando essi l'oleum-tartari,
-soluzione di potassa.
-
-Rimarchevoli sono pure i fatti citati dall'Accademia in sostegno
-dell'idea emessa ancora da Galileo sulla resistenza dell'aria; che cioè
-un proiettile sparato da maggiore altezza produca minore effetto che
-da altezza minore; e ciò per il maggiore tragitto attraverso l'aria,
-come in fatti trovarono; e l'altro che nello stesso intervallo di tempo
-cadono a terra una palla sparata orizzontalmente da una certa altezza
-ed un'altra che nello stesso istante dello sparo sia lasciata libera a
-sè stessa.
-
-Per convalidare il principio di inerzia, che un corpo persevera nello
-stato di quiete o di moto in cui si trova, finchè una forza non ve lo
-tolga, adattarono sopra un carro tirato da sei cavalli un saltamartino
-con palla da una libbra, disposto verticalmente, e sopra strada piana
-e diritta facendolo velocemente correre, e sparando, trovarono che
-la palla veniva a cadere poco dietro il carro, benchè questo avesse
-percorso dallo sparo alla caduta, oltre le 70 braccia; però tanto più
-addietro rimaneva quanto maggiore era il tempo passato fra lo sparo
-ed il ricadere della medesima; e ciò per la maggior resistenza opposta
-dall'aria in più lungo tragitto.
-
-Va pure notato come gli Accademici avessero una giusta idea di
-quella che loro stessi chiamarono “capacità calorifica„. Presero due
-termometri di dimensioni perfettamente eguali e li riempirono, cosa da
-notarsi, uno di mercurio l'altro d'acqua. Immergendoli simultaneamente
-in molta acqua calda, osservarono che il termometro a mercurio
-era il primo a raggiungere l'equilibrio di temperatura, segno che
-richiedeva minor quantità di calore dell'acqua. È strano che, avendo
-già usato il mercurio in questa esperienza, non l'adottassero per
-costruire i termometri. Forse furono trattenuti dall'aver visto che
-si dilata meno dell'alcool. A conferma della prima esperienza sulla
-capacità calorifica, ne eseguirono una seconda. Versarono pesi eguali
-di diversi liquidi, portati alla stessa temperatura, sopra quantità
-eguali di ghiaccio, e trovarono che se ne fonde più o meno col variare
-del liquido. Come si vede si trovarono gli Accademici di fronte alle
-calorie di fusione, al così detto calorico latente; ed è maggiormente
-a deplorarsi l'Accademia abbia finito sì presto, perchè questo, come
-altri argomenti, sarebbero stati in modo esauriente studiati, ed
-avrebbero assicurato a noi il vanto di altre scoperte.
-
-Degli Accademici individualmente troppo lunge sarei tratto a ragionare.
-Tuttavia non posso passare sotto silenzio il napoletano Borelli,
-altrettanto profondo erudito, quanto appassionato e forse impetuoso
-carattere, finito nell'indigenza in Roma; lui, già discepolo di
-Castelli, professore a Messina, professore a Pisa, membro attivissimo
-dell'Accademia del Cimento, matematico, fisiologo, fisico, astronomo,
-filosofo ed autore di oltre 13 opere, di cui, per non citare che le
-culminanti, “_Dei moti naturali dipendenti dalla gravità_„ — “_Del
-moto degli animali_„ opera da consultarsi tutto dì sull'argomento, e
-“_Teoria delle stelle Medicee, dedotta da cause fisiche_.„
-
-In quest'opera emette per primo l'idea che i satelliti di Giove
-s'aggirino intorno al pianeta in causa di una mutua attrazione; ma
-sgraziatamente non generalizza la sua ipotesi, nè ricerca le leggi di
-questa attrazione. — E così la legge di Gravitazione, che regola il
-moto de' corpi celesti, dopo aver arriso all'Italia, si posa, aureola
-invidiata, per mano del Newton sul capo dell'Inghilterra.
-
-Degno di menzione è pure il Magalotti, gesuita, già discepolo del
-Viviani, autore delle lettere scientifiche ed erudito, conoscitore
-di molte lingue, parlatore e scrittore chiarissimo, e segretario
-dell'Accademia. I “_Saggi di naturali esperienze_„, bastano da soli a
-testimoniare della di lui valentìa.
-
-Nè va taciuto del Redi, forse più noto pel famoso ditirambo, che per
-le esperienze fisiche da esso eseguite, per quanto fosse assiduo e
-diligente accademico, medico rinomatissimo, naturalista, fisiologo.
-
-Quanto progresso di lavoro sperimentale, e quale promessa di larga
-messe per l'avvenire! Era quella del Cimento tale accademia, che si
-sarebbe detto sfidare l'avversità de' tempi; ed invece, dopo soli nove
-anni di vita, d'un tratto fu spenta. Sagrificata dal suo presidente
-alla paura ed alla prepotenza di Roma. Ahimè! _Quam parva sapientia
-regitur mundus_. Pensare che un'accademia di nove scienziati, che
-non fanno che interrogare scrupolosamente la natura e registrarne i
-responsi, dà tanta ombra da far paventare ne rimanga scossa la fede,
-ne soffra la Religione! E d'altra parte non erano i Medici da tanto
-di resistere alle pressioni di Roma; essi che tenevano il potere da
-Clemente VII soffocatore delle libertà fiorentine, e già macchiati
-dell'ignominia d'aver consegnato Galileo all'Inquisizione. Il principe
-Leopoldo s'ebbe il cappello da Cardinale e l'Accademia fu sciolta.
-
-Ma è con sentimento di profonda ammirazione e rispetto, e con orgoglio
-di italiani che noi entriamo a visitare la Tribuna di Galileo, che
-racchiude, oltre i ricordi del sommo filosofo, ampia raccolta degli
-strumenti creati ed usati dall'Accademia del Cimento. Vero santuario,
-dove il pensiero liberamente spaziando, s'ispira ai più alti ideali
-della scienza rigeneratrice.
-
-Dell'Accademia stessa facevano parte, come membri corrispondenti,
-Ricci, Cassini, Montanari, Rossetti, Falconieri, e fra gli stranieri
-Stenone, Thèvenot, Fabbri. Non trovandosi i loro lavori inseriti
-nel libro dei “_Saggi_„ che non riporta che le esperienze eseguite
-in comune dagli Accademici “_Operatori_„ darò qui un breve cenno
-dell'opera dei due principali, Cassini e Stenone; chè diversamente
-non avrei occasione di rammentarli nel seguito di questa rassegna,
-ristretta alla sola fisica.
-
-
-Gian Domenico Cassini nacque nel 1625 in Perinaldo, contea di Nizza,
-da antica famiglia del patriziato senese. A soli 25 anni succede al
-Cavalieri nella cattedra di matematiche in Bologna e nel 1653 pubblica
-le osservazioni fatte assieme al marchese Malvasia, sulle comete,
-ritenendole o come stelle, o come pianeti in formazione. Due anni
-appresso rettifica la meridiana segnata nel 1575 da Ignazio Dante in
-San Petronio. In seguito papa Alessandro VII lo sceglie arbitro nelle
-controversie fra Ferrara e Bologna, causate dalle inondazioni del
-Po, e più tardi sostiene contro il Viviani, che era per Firenze, gli
-interessi del Papa a proposito delle inondazioni della Chiana. In tale
-occasione assiste in Firenze alle tornate dell'Accademia. Nel 1665
-nelle “Lettere astronomiche„ dirette al Falconieri “_Sopra la varietà
-delle macchie osservate in Giove, e loro diurne rivoluzioni_„, spiega
-il variare di dette macchie ammettendo che Giove roti sul proprio
-asse in ore 9,56'. Nel febbraio 1666 fa la stessa osservazione per
-Marte, e calcola la rotazione avvenga in 24 ore 48', e nell'ottobre
-trova che ciò si avvera anche per Venere. In questo frattempo pubblica
-pure le osservazioni e le tavole dei satelliti di Giove. Quest'ultime
-fecero tale impressione su Picurd, che stimò fortuna per la Francia
-poter avere così insigne astronomo; e tanto insistè presso il ministro
-Colbert, da indurlo ad offrire al Cassini il posto di astronomo
-reale, e direttore dell'erigendo Osservatorio astronomico, nominandolo
-nello stesso tempo membro dell'Accademia. Declinò da prima il Cassini
-l'onorifica offerta; ma alla fine, pensando forse che il favore che
-godeva presso il papa Alessandro VII anche Galileo l'aveva goduto
-presso Urbano VIII, il che non aveva impedito, che fosse consegnato
-all'Inquisizione e condannato, a gran malincuore si decise ad
-accettare, per poter con maggior tranquillità e sicurezza continuare
-i suoi studi prediletti. Nel 1669 si portò a Parigi, dove pubblicò non
-meno di 165 memorie di astronomia, 11 di fisica, sei opere, lasciandone
-altre tre incomplete; fra l'altre una cosmografia in versi italiani.
-Come Galileo, verso la fine della sua laboriosa carriera, perdè il bene
-supremo della vista, e placidamente ad 87 anni si spense.
-
-Nella direzione dell'Osservatorio gli succede, da prima il figlio
-minore Giacomo, poi il nipote Cesare Francesco, da ultimo il pronipote
-Giacomo Domenico, che lascia nel 1793 l'Osservatorio, e muore a 97
-anni nel 1845. E così l'Italia, oltre ad altri scienziati, dà alla
-Francia quattro generazioni di astronomi, e contribuisce in tal modo
-a propagarvi il culto delle scienze che ebbe culla da noi. La Francia
-a sua volta diffonde nel '700 l'amore alle scienze in Germania, e nel
-secolo nostro la Germania evangelizza alla scienza la Russia.
-
-Dello Stenone, benchè di origine danese, dirò pure brevemente; non
-tanto perchè fu membro corrispondente dell'Accademia del Cimento,
-quanto per l'importanza degli argomenti da esso trattati, ai quali
-fornì materia la Toscana stessa, che lo accolse cittadino.
-
-Anatomo e fisiologo distinto, nel 1666 lascia Parigi, e latore di
-lettere di raccomandazione di Thèvenot per Borelli, si fissa in
-Firenze, dove s'accaparra subito, per le eminenti sue qualità, la stima
-e l'affetto di tutti gli scienziati. Da Luterano passa alla religione
-cattolica, e Ferdinando II lo prende al suo servizio e gli permette
-di continuare le ricerche anatomiche e fisiologiche nell'arcispedale
-di Santa Maria Nuova. Pubblica gli elementi di miologia, ne' quali
-spiega la natura, la struttura, l'azione dei muscoli. Come molti dei
-convertiti, diventa cattolico ardente, scrive dotte dissertazioni
-su quistioni di fede, e viene in conseguenza nominato Vescovo in
-partibus, e più tardi Vicario Apostolico del Nord. Lascia quindi lo
-studio dell'anatomia e della fisiologia, per dedicarsi interamente alla
-mineralogia ed alla geologia, scienze da lui, si può dire, fondate, e
-dà alle stampe l'opera sua più importante “_De solido intra solidum
-naturaliter contento_„. In essa rammenta le doppie piramidi del
-quarzo, i cubi della pirite, gli ottaedri del diamante, le tavolette
-esagonali del ferro oligisto..... e fa specialmente osservare che,
-se fra cristallo e cristallo della stessa materia possono apparire
-delle differenze, sopra tutto nella grandezza delle facce, resta però
-costante l'angolo che esse fanno fra di loro; gettando così le basi
-della cristallografia.
-
-E studiando la crosta terrestre trova che è costituita da strati
-paralleli sovrapposti, depositati certo dalle acque, contenendo essi
-quantità di resti organici e specialmente di conchiglie marittime,
-fossilizzati; per cui in origine detti strati dovevano essere
-orizzontali. Ma mostrandosi ora ondulati, inclinati, mischiati, devono
-aver agito potenti cause, quali eruzioni vulcaniche, avvallamenti,
-terremoti, per produrre tanto sconvolgimento. A periodi di maggiore
-attività vulcanica seguirono periodi di calma, ed il mare ricoprendo
-ogni cosa, depositò nuovi strati, che anch'essi sconvolti hanno dato
-luogo al sollevamento ed all'inabissarsi di altre montagne. Nella
-Toscana distingue non meno di sei periodi.
-
-Come fervente cattolico si sforza di mostrare che le deduzioni cui è
-giunto non sono contrarie a quanto narra la Bibbia; ma evidentemente
-non dà alle sue proposizioni lo svolgimento intravvisto dall'acuta sua
-mente. Nei limiti impostisi, sia per convinzione personale, sia per
-forza di circostanze, nessuno però ha considerata la geologia da un
-punto di vista più largo, nè ha emesso tante nuove idee, confermate in
-seguito dai fatti.
-
-Eppure l'opera sua rimase presso che ignorata, e solo nel 1831 il
-celebre geologo Elie de Beaumont, dandone un ampio estratto in una
-memoria inserita negli Annali delle scienze naturali, la rivendica ai
-dovuti onori. Più fortunato di Galileo, Stenone potè morire in pace,
-senza vedere i suoi scritti posti all'indice; chè l'opposizione di Roma
-alle vedute della geologia, e più dell'antropologia, è nota. Il che non
-arresterà il cammino della scienza, che per essere verità è religione.
-
-Negli ottant'anni del periodo galileano e dell'Accademia del Cimento
-l'Italia brilla di vivissimo splendore, e sorge maestra a tutto il
-mondo. Disciolta l'Accademia segue un'epoca di continuo decadimento.
-
-Le esperienze però descritte nei “_Saggi_„ è naturale che non
-rappresentino tutto quanto in quell'epoca fortunata fu acquisito
-alla scienza. Ma, se era doveroso rispetto rammentare i lavori
-dell'Accademia nell'ordine stesso nel quale furono eseguiti, riescirà
-forse più chiaro raggruppare le ricerche che ebbero luogo in seguito a
-seconda del tema trattato.
-
-
-Dell'esperienza sui tubi capillari eseguita dall'Accademia del Cimento
-per provare se la pressione atmosferica influisca sul fenomeno, ho
-già detto; giova notare che i fenomeni di capillarità furono per
-primo osservati dal sommo Leonardo da Vinci, e direi quasi riscoperti
-e studiati con amore dall'Aggiunti, che spiegò con essi l'ascendere
-dei liquidi nei vasi dell'organismo, il nutrirsi delle piante, il
-conservarsi dei fiori in molle, il cibarsi delle variopinte farfalle
-a mezzo della proboscide.... Fu l'Aggiunti caro oltremodo al Galileo.
-Chiamato dalla Veneta Repubblica a coprire la cattedra del gran
-filosofo in Padova, preferì restarsene professore a Pisa dove,
-rapito alla scienza, morì nel 1630 giovanissimo, correndo la sua età
-col secolo. Le osservazioni però meglio approfondite sui fenomeni
-capillari, e sulle attrazioni e ripulsioni fra corpi galleggianti, a
-seconda della forma dei menischi, sono dovute al Borelli, che le eseguì
-e pubblicò all'infuori dei lavori fatti in comune nell'Accademia del
-Cimento.
-
-Son note le lagrime Bataviche, goccioloni di vetro rapidamente
-raffreddato che vanno in briciole quando si rompa l'estremità della
-loro codetta; nè si conosce chi primo le abbia prodotte. Dall'Olanda
-entrarono nel mondo scientifico, e di lì il loro nome. Dobbiamo a
-Gemignano Montanari, nato in Modena nel 1633, uno studio su dette
-lagrime “_Speculazioni fisiche sopra gli effetti dei vetri temperati_„
-nel quale per primo dà come causa del fenomeno la forte tensione
-superficiale del vetro. Le così dette Bocce di Bologna, che si
-rompono lasciandovi cadere un pezzettino di pietra focaja, sono assai
-posteriori, e furono illustrate dal Balbi, professore di fisica a
-Bologna nel 1740.
-
-
-Una delle curiosità scientifiche del seicento, ed intorno alla quale
-tutti più o meno si affaticarono, si fu la fosforescenza. Ancora
-Aristotile e Plinio conoscevano la luce fosforescente emessa da certi
-insetti, da materie in putrefazione, dal mare. Plinio parla di pietre
-luminose “_carbunculus, selenites_„ delle quali non conosciamo la
-natura; ed Alberto il Grande sapeva come il diamante, moderatamente
-riscaldato, emetta luce all'oscuro. Era pure noto che lo zucchero, il
-quarzo e qualche altra materia, sfregati fra loro, o pestati, danno una
-leggera fosforescenza.
-
-Nel 1604 Vincenzo Cascariolo, calzolaio bolognese, occupandosi a
-tempo perso di alchimia, calcina, fra i carboni, della pietra tolta
-alle falde di monte Paterno, e s'accorge che, esposta preventivamente
-ai raggi del sole, e ritirata in luogo oscuro, si mostra luminosa. È
-il così detto fosforo di Bologna, un solfuro di Bario ottenuto dalla
-riduzione a mezzo del carbone dello spato pesante.
-
-Non è a dirsi quanto rapidamente si propagasse la scoperta, che offerse
-tema di studio allo stesso Galileo e a tant'altri suscitando una gara
-per trovare nuove materie fosforescenti. In tal modo se ne avvantaggiò
-la chimica colla conoscenza di altri corpi, quali il fosforo di
-Baudoin, il fosforo di Homberg, il vero fosforo ottenuto nel 1669 da
-Brand, il fosforo di Canton....
-
-
-E già che siamo a ragionare di ricerche che sì strettamente si
-collegano colla chimica, mi sia concesso, ad onore di un nome caro
-a noi tutti e alla scienza, degno pronipote di illustri antenati
-segnalatisi nello studio della natura, di rammentare le esperienze,
-eseguite verso il 1694, da Targioni ed Averani sulla combustione del
-diamante. Fra i molti, un bel diamante di 8 grani, esposto ai raggi
-del sole concentrati colla grossa lente da Benedetto Bregans donata
-nel 1690 al Gran Duca Cosimo, e tutt'ora esistente nella Tribuna del
-Galileo, dopo 28-1/2 minuti completamente bruciò, mostrandosi così,
-nulla più nulla meno di un pezzetto di puro carbone, ma cristallizzato.
-Anche Francesco di Lorena Granduca di Toscana all'estinzione della
-casa Medici, e che fu poi Francesco I di Alemagna, fece trattar col
-fuoco per oltre a 6000 fiorini di diamanti, nella speranza di fonderne
-diversi piccoli in uno grosso, e trovar modo così di rifornire
-l'esausta sua cassa. Ma i diamanti andarono in fumo, o per essere più
-precisi, combinandosi coll'ossigeno, svanirono nell'aria, sotto forma
-di anidride carbonica.
-
-
-Nell'agosto 1609 Galileo presenta il primo cannocchiale al Senato
-di Venezia. Nel 1617 immagina il suo “_Celatone_„, due cannocchiali
-fissati ad una specie di morione, per poter con questo binocolo
-osservare da una nave i satelliti di Giove allo scopo di determinare
-le longitudini. E già che siamo in pieno seicento, mi sia concesso
-aggiungere: e dopo aver spaziato per le vie del cielo, il binocolo ci
-serve ora ad ammirare le stelle della terra.
-
-A quello del Galileo subentra ben presto il cannocchiale astronomico,
-ideato dal Keplero.
-
-Oltre Galileo, e come abbiamo veduto il Torricelli, riuscì pure
-eccellente costruttore di cannocchiali Eustachio Divini di San
-Severino, al quale si deve anche un importante perfezionamento del
-microscopio, che rese più chiaro e di maggiore ingrandimento col
-comporre di due lenti ciascuno, tanto l'obbiettivo che l'oculare.
-
-A lui rivale nella costruzione de' cannocchiali era Giuseppe Campani,
-romano, che portò la distanza focale degli obbiettivi fino a 136
-piedi, e fornì a Luigi XIV lo strumento, con cui il celebre Cassini
-scoprì i satelliti di Saturno. Anzi, ad una speciale disposizione delle
-lenti dell'oculare, che s'usa tutt'ora, è rimasto il nome di “Oculare
-Campani„.
-
-Nè va dimenticato come il primo a sostituire alla lente obbiettivo uno
-specchio concavo fosse Niccola Zucchi di Parma, che costruì il primo
-telescopio riflettore nel 1616.
-
-Tuttavia, mentre l'Italia fornisce per lungo tempo i migliori
-cannocchiali, e l'Accademia del Cimento splende di viva per quanto
-breve luce, le osservazioni astronomiche, somma gloria del Galileo,
-colla partenza del Cassini, giacciono pressochè trascurate.
-
-Fatale influenza di Roma che schiaccia nell'Italia asservita ogni
-aspirazione alla ricerca del vero. In Francia invece sorge il grande
-Osservatorio di Parigi ultimato nel 1672; in Inghilterra quello famoso
-di Greenwich inaugurato nel 1675; in Germania quello di Berlino fondato
-nel 1700.
-
-
-L'invenzione del cannocchiale e del microscopio a prima vista sembra
-culminante, e tale da aver fatto fare alla scienza dell'ottica un
-passo gigantesco. Se noi giudichiamo dai vantaggi recatici dai due
-importantissimi strumenti, certo dobbiamo collocarli al primo posto.
-
-Col cannocchiale spazia lo sguardo nell'immensità de' cieli. Dal caos
-della Bibbia, dove la materia allo stato aeriforme riempie l'infinito,
-si vien formando nella fuga dei secoli il cielo stellato, ed ogni
-stella fissa avrà i suoi pianeti, composti di egual materia, per
-quanto vari in grandezza, temperatura, condizioni di moto. E a tutta
-l'infinita varietà de' corpi celesti presiederanno le leggi immutabili
-dell'indistruttibilità della materia, della conservazione dell'energia,
-dell'attrazione. Perchè in natura non esiste ripulsione; tutto è
-infinita sapienza, sommo amore.
-
-Attraverso l'immensità dell'etere giunge a noi, sotto forma di raggio
-luminoso, il fremito del più remoto astro; quel raggio è il saluto del
-lontano fratello alla sorella la terra. Quel raggio, rifratto da un
-prisma nel cannocchiale, è il messaggero che narra la storia del cielo.
-
-Mirabilissima potenza dell'ingegno umano! Il quale, armato del
-microscopio scende nelle infinite latebre di una goccia d'acqua, e vi
-discerne miriadi di esseri organici, come le stelle nel firmamento,
-e li distingue, li classifica, e trae argomento a combatterli, per
-risparmiare lutti e sventure. E con attento occhio osservando, spia la
-costituzione della materia cerebrale, e se gli venga fatto di scoprire
-il mistero del pensiero, di quest'atto fisico, che fa turbinare in sì
-piccolo spazio l'immensità del creato.
-
-Eppure, per l'invenzione dei due importantissimi strumenti, nota già
-essendo la rifrazione, la teoria dell'ottica non si è avvicinata di
-un passo alla spiegazione dei fenomeni luminosi; non ha che messo a
-disposizione delle scienze nuovi e potenti mezzi di ricerca.
-
-Trovare la causa del perchè un bastone tenuto obliquo nell'acqua
-sembri spezzato, lo spato islandico faccia vedere doppi gli oggetti,
-o le piume del collo d'un piccione compariscano iridescenti: ecco un
-problema assai più interessante per la teoria dell'ottica di tutti i
-microscopi e cannocchiali.
-
-E per fortuna, l'onore d'averlo risolto spetta ad un nostro italiano
-che per primo gettò le basi della teoria delle ondulazioni luminose.
-
-Francesco Maria Grimaldi, nacque nel 1618, morì nel 1663 in Bologna
-sua patria. Apparteneva all'ordine dei Gesuiti, e l'importantissima
-sua opera “_Phisico-Mathesis de lumine, coloribus et iride aliisque
-adnexis, libri duo_„ non comparve in Bologna che due anni dopo
-la di lui morte. Contenendo essa nuove teorie avrà forse dubitato
-dell'accoglienza che avrebbe potuto trovare presso i suoi superiori,
-e temuto non avesse a suscitargli contro delle persecuzioni.
-Contemporaneo del Cavalieri, entrambi coltivarono di preferenza
-l'ottica, il primo, trattandola dal lato matematico, Grimaldi da quello
-sperimentale.
-
-Facciamo entrare in una stanza oscura, attraverso un foro praticato
-nelle imposte, un fascio di raggi solari, ed interponendo una sottile
-asticina opaca raccogliamo la luce su d'uno scremaglio. Dovressimo
-osservare un'ombra contornata dalla sua penombra; invece si trova
-che l'ombra fisica è più larga di quella geometrica, e contornata da
-frange colorate e da frange oscure. Quest'è la prima esperienza del
-Grimaldi. La seconda che si potrebbe enunciare “luce aggiunta a luce dà
-tenebre„ è la seguente: pratichiamo nell'imposta due forellini vicini
-uno all'altro, e raccogliamo la luce a tale distanza, che i due fasci
-si sovrappongano in parte. Ciascuno dei forellini da solo darebbe
-un disco luminoso più chiaro nel mezzo che ai bordi; agendo insieme
-invece, dovrebbero dare due dischi luminosi, colla parte sovrapposta
-più chiara. In realtà la parte centrale è più chiara, ma comparisce
-limitata da bordi oscuri che vengono così a cadere in parti dove ogni
-disco per sè avrebbe dovuto essere luminoso.
-
-Su queste due esperienze, in apparenza così poco concludenti, si
-esercita l'ingegno del Grimaldi per trarre i fondamenti della teoria
-delle ondulazioni. Infatti solo due movimenti di ordine inverso,
-condensazione e rarefazione, fase positiva e fase negativa, possono
-elidersi, e dare mancanza di luce o bordi oscuri, e nella prima
-esperienza frange oscure. Se ciò che entra dai fori non fosse un
-movimento, ma qualche cosa di materiale, là dove cade in maggior copia,
-si dovrebbe aver sempre più luce.
-
-Grimaldi paragona il modo di propagarsi della luce a quello delle
-onde generate da un sasso sulla superficie dell'acqua, e suppone un
-fluido leggerissimo, che urtato dal corpo luminoso, trasmetta vibrando
-la luce. Anzi intravede, facendo un paragone col suono, che, come
-in acustica al maggior numero di vibrazioni corrisponde un suono più
-acuto, in ottica alle vibrazioni più o meno rapide del corpo luminoso
-corrisponda luce diversamente colorata.
-
-In altro capitolo, a maggiore conferma del suo modo di vedere, analizza
-il caso di luce bianca, che per effetto di semplice riflessione può
-comparire colorata, ciò che realizza facendo riflettere un fascio
-di luce da una lamina di metallo finemente striata, ottenendo così
-l'iride, o lo spettro, da lui stesso chiamato di diffrazione.
-
-Ed è a questo medesimo sistema che, usando gli splendidi reticoli del
-Roland, noi ricorriamo presentemente per avere lo spettro normale
-del sole; spettro nel quale leggiamo a chiare note la costituzione
-e natura del sole stesso. L'iridescenza del collo del piccione non è
-che un fenomeno dello stesso ordine, e la luce si riflette su d'una
-superficie, per la conformazione delle piume, finemente striata.
-
-Mirabilissima deduzione questa del Grimaldi, che in altra epoca avrebbe
-sollevato il plauso universale, e rimase invece affatto dimenticata,
-finchè d'oltre monte non fu rimessa in onore, ampliata, perfezionata.
-
-Degne di speciale menzione sono pure le esperienze del Grimaldi sul
-fenomeno così detto della dispersione della luce; sull'iride cioè che
-si ottiene facendo rifrangere la luce del sole in un prisma. Fu esso
-che pel primo mostrò come il fascio di raggi luminosi, attraversando il
-prisma, s'allarghi, e che considerò i colori come dipendenti dalla luce
-che illumina i corpi; che ammise una diversa velocità di propagazione
-del moto vibratorio in rapporto al numero delle vibrazioni, e
-che previde la luce propagarsi con minore velocità nei corpi più
-rifrangenti.
-
-Pochi anni dopo Grimaldi, il Newton illustrò ampiamente il fenomeno
-della colorazione della luce nei prismi, ed emise per ispiegare i
-fenomeni ottici la famosa teoria delle emanazioni, considerando la
-luce come qualche cosa di materiale che, al pari dell'odore, esali dai
-corpi.
-
-Nessuna meraviglia quindi che l'opera del Grimaldi, che riteneva la
-luce una forma di moto vibratorio, rimanesse affatto negletta di fronte
-all'immensa autorità di cui godeva il Newton. Il Göthe, nella sua
-teoria dei colori, chiama il Grimaldi versato in tutte le sottigliezze
-della dialettica, e giudica poco serio il di lui lavoro.
-
-Del resto quanto possa l'autorità di un uomo per ribadire degli errori
-ed arrestare per un certo tempo il progresso, se anche non ne avessimo
-avuto un grande esempio in Aristotile, ne avressimo uno nel Newton.
-
-Nel 1690 Huyghens dà alle stampe il suo “_Trattato sulla luce_„. In
-esso, per ispiegare il fenomeno della doppia rifrazione ricorre alla
-teoria delle ondulazioni, e tanto, e sì profondamente la svolge da
-poter render ragione colla stessa di tutti i fenomeni ottici allora
-conosciuti. Ebbene, il lavoro dell'Huyghens, per quanto profondo e
-persuasivo, rimase affatto dimenticato. Nè valse a tirarlo dall'oblio
-l'autorità dell'Euler che dal 1746-1752 prese a difendere la teoria
-delle ondulazioni. — Nel 1801, Young, facendo meglio risaltare
-il principio delle interferenze luminose, la sviluppa ancora più
-ampiamente. Ma perfino il suo lavoro rimase non curato. Solo nel 1815
-riuscì a Fresnel, sostenuto da Arago, contro Biot e Poisson, partigiani
-del Newton, di rivendicare la teoria delle ondulazioni; illustrandola
-colla famosa esperienza degli specchi, che portano il di lui nome, e
-sviluppandola al punto che, infine, fu da tutti accettata. — Quasi
-duecento anni occorsero, perchè la più bella teoria della fisica
-potesse trionfare, e con essa fosse reso il dovuto onore al Grimaldi
-suo divinatore. Anzi, se si tien conto che la teoria delle ondulazioni
-ha bandito finalmente dalla fisica i fluidi imponderabili, creati per
-mascherare la nostra ignoranza; che magnetismo, elettricità, calore,
-luce, azione attinica, non sono in grazia alla medesima che fenomeni
-della stessa natura, diversi solo per numero di vibrazioni; che tutto
-dunque giudicato alla stregua di sì splendida teoria, si unifica; trovo
-la concezione del Grimaldi altrettanto fondamentale per la fisica,
-quanto il principio di inerzia del Galileo per la meccanica, la legge
-di gravitazione del Newton per l'astronomia, la teoria atomica del
-Dalton per la chimica. — Materia e moto, indistruttibilità di quella,
-conservazione e trasformazione di questo. Unità nell'infinita varietà.
-
-
-Fra i molti problemi intorno ai quali si esercitarono maggiormente i
-fisici del 600, abbiamo visto figurare la pressione dell'aria, la sua
-dilatazione pel calore, l'ebullizione dei liquidi, la forza elastica
-del vapore. — Ed ecco come da un complesso di nozioni pian piano
-acquisite alla scienza sorge poi tale un'invenzione, che ha sconvolti
-gli usi della vita, rotte le barriere fra le nazioni, rialzato
-l'operaio dalla materialità del facchino a dignità d'uomo pensante,
-rinnovellate le industrie; — intendo parlare della macchina a vapore.
-
-Naturalmente essa non poteva uscire completa dalla mente di un solo, e
-tutte le nazioni fanno a gara per attribuirsi la lor parte di merito.
-
-Da noi non mancò qualche tentativo per adoperare il vapore come forza
-motrice. Ragionando sull'eolipila di Erone Alessandrino, il Porta,
-ancora nel 1601, si domanda in quante parti d'aria, come allora
-chiamavasi il vapore, si trasformi un dato volume d'acqua, e riesce con
-un semplicissimo apparecchio a sollevar l'acqua, per sola pressione di
-vapore. Nel 1629 Giovanni Branca, architetto della chiesa di Nostra
-Donna di Loreto, pubblica un trattato “_Delle macchine artificiose,
-tanto spirituali che animali di molto artificio per produrre effetti
-meravigliosi_„ nel quale propone che una grossa eolipila getti il
-vapore contro una ruota a palette, destinata a far muovere un piccolo
-mulino. Ma qui finiscono i titoli nostri per l'applicazione diretta del
-vapore quale forza motrice. Non va dimenticato però, che le esperienze
-e le leggi su cui la portentosa macchina posa, quasi tutte in Italia
-per primo furono eseguite o dedotte.
-
-Era in Inghilterra, dove l'attività industriale è più fiorente, che
-maggiormente si sentiva il bisogno di utilizzare le forze della natura.
-Nel 1655 il marchese di Worcester pubblica le sue cento invenzioni, ed
-ottiene un brevetto per una macchina a vapore atta a sollevar l'acqua.
-
-Nel 1681 e seguenti, l'infelice Papin, dopo aver soggiornato qualche
-tempo in Inghilterra, comprende il vero spirito delle macchine a
-vapore, inventa la pentola che porta il di lui nome, la valvola di
-sicurezza, e giunge persino a mandare un battello sul Weser, per morir
-povero e dimenticato in una soffitta, fra i rottami delle sue macchine.
-— Segue Savary nel 1698. Con Newcomen e Cowley nel 1705 ci troviamo di
-fronte a una vera macchina a vapore che aspetta il suo perfezionamento
-da Watt, per correre con Stewenson e Fulton da un capo all'altro del
-mondo.
-
-Vediamo ora l'Italia, che ha dato per prima il melodramma, costruito il
-pianoforte, perfezionato tant'altri strumenti; “la terra dei fiori, dei
-suoni, dei carmi,„ quanto abbia prodotto nel campo dell'acustica.
-
-
-Ancora nel XI secolo Guido d'Arezzo inventa le note, e le nomina colle
-prime sillabe d'ogni versetto dell'Inno di San Giovanni. — Giuseppe
-Zerlino, nato a Chioggia nel 1540, e Vincenzo, padre del Galileo,
-scrivono di musica teorica; ma la parte fisica dell'acustica incomincia
-solo con Galileo Galilei. Fu esso a dimostrare che per corde eguali
-ed egualmente tese, la durata di oscillazione è proporzionale alla
-loro lunghezza. Provò pure che l'acutezza del suono sale o scende
-col crescere o diminuire delle vibrazioni. Avvertì, che strisciando
-dolcemente con un dito bagnato il bordo d'un bicchiere, contenente
-dell'acqua, si ottiene un suono, e fin che esso dura la superficie
-dell'acqua si increspa, producendo una specie di stella. E si domanda:
-se non sarebbe possibile fissare queste figure acustiche per poterle
-con più agio studiare. Rammenta allora l'esperienza occorsagli con una
-lastra di ottone, che messa in vibrazione e cospersa di rena, questa
-si disponeva in una serie di linee distribuite con simmetria. Sono le
-belle figure illustrate poi dal Cladni, e note sotto il di lui nome; ma
-prima d'ogni altro ottenute dal Galileo.
-
-Ho già detto delle esperienze eseguite in Firenze dal Borelli e dal
-Viviani, e riportate nei “Saggi„ sulla velocità di propagazione del
-suono, che dettero per risultato un valore di ben poco differente da
-quello ammesso presentemente. Nè so comprendere come di queste nostre
-esperienze non si faccia mai cenno nei libri di fisica italiani, ne'
-quali si riportano regolarmente quelle eseguite in Francia. — Va pure
-notato che il primo a mostrare come la velocità di propagazione del
-suono aumenti col crescere della temperatura fu il medico Bianconi.
-
-I risultati delle esperienze da esso eseguite a Bologna a temperature
-di -2 a +28° R. sono riportati in un opuscolo “Della diversa velocità
-del suono„. (Venezia, 1746).
-
-Newton, che introdusse pel primo l'analisi matematica nelle quistioni
-acustiche, calcolò teoricamente la velocità di propagazione del suono;
-ma trovò che risultava solo 5/6 di quella data dalle esperienze. Per
-metter d'accordo i due risultati furono escogitate numerose ipotesi;
-ma il primo che accennò alla vera causa fu il nostro Lagrange, senza
-però svolgere completamente l'idea balenatagli. Sicchè durante tutto
-il settecento la quistione interessò in sommo grado tutti i cultori
-delle scienze, e solo nel 1816 La Place mostrò che realmente bisognava
-recare la correzione ideata dal Lagrange; perchè, mentre la temperatura
-dell'ambiente non varia col propagarsi delle onde sonore, compensandosi
-il freddo prodotto dalla rarefazione col maggior calore prodotto dalla
-compressione, questa variazione di temperatura nelle parti dell'onda
-modifica però l'elasticità dell'aria, e con ciò la velocità di
-propagazione del suono.
-
-Un altro problema della più alta importanza, che si proposero, non
-solo i cultori della fisica, ma ben anco i maestri di musica, i
-matematici, i filosofi, fu quello di trovare la ragione, perchè due
-suoni armonizzino quando fra i numeri delle loro vibrazioni esista un
-rapporto semplice, mentre in caso diverso, o se il rapporto semplice è
-appena alterato, riescono dissonanti.
-
-Fortunatamente alla risoluzione del problema contribuirono in larga
-parte due italiani.
-
-Verso la metà del seicento Marigni inventa la sua “Trombetta Marina„,
-che viceversa non era poi una trombetta, e nemmeno un istrumento
-a fiato, bensì una specie di grosso sonometro. Su d'una cassa di
-risonanza di forma piramidata era tesa una corda, che dava una nota
-stridula, somigliante a quella di una trombetta, in causa del tremito
-della staffa cui era raccomandata la corda contro la cassa stessa sulla
-quale posava leggermente.
-
-A mezzo del suo strumento mostrò, non solo che si può ottenere dalla
-corda un seguito di note i cui numeri di vibrazione crescono come
-la serie dei numeri interi; ma ben anco che queste medesime note
-accompagnano la fondamentale, e si possono percepire separatamente,
-toccando leggermente la corda in vibrazione alla sua metà, terzo,
-quarto, ecc. Sono questi i toni armonici, o meglio superiori, dai
-quali appunto, oltre il timbro musicale, dipende anche la consonanza.
-E coi medesimi, a definire l'armonia concorrono, o li suppliscono se
-mancanti, i suoni detti di Tartini.
-
-Nacque Tartini nel 1692 a Pirano d'Istria, e fu destinato al
-sacerdozio. Ma lasciò ben presto la teologia per la legge, anzi, per
-essere più precisi per la scherma, sua passione favorita. Ammogliatosi
-segretamente, appena s'accorge d'essere incorso nella collera dello
-zio, il cardinale Cornaro, abbandona la moglie, e si ritira nel
-convento di Assisi. La calma del chiostro e sopratutto la compagnia
-d'un bravo monaco, esperto in musica, risvegliano in lui una latente
-passione per quest'arte geniale, così che in due anni diventa famoso
-nel suonare il violino. Calmatosi lo sdegno dello zio, lascia il
-convento, e in un concerto a Padova rapisce talmente gli uditori, che
-la sua fama corre da un capo all'altro d'Italia.
-
-Nel 1714 avverte che quando si suonino ad un tempo due note, se ne
-percepisce una terza più bassa; per esempio: con un DO₃ ed un LA₃ si
-sente un FA₂.
-
-Chiamò questo nuovo tono, dato dalla combinazione degli altri due “il
-suo terzo suono„; e fu poi detto di Tartini.
-
-Ora questi terzi toni, quando il rapporto fra le due note che li
-generano non sia preciso, possono dar luogo ai battimenti, segnano
-quindi la disarmonia e suppliscono là dove mancano i toni superiori.
-Interessante si è il sapere che Tartini nel suo “Trattato di
-musica secondo la vera scienza dell'armonia„ (Padova 1754) e nella
-“Dissertazione dei principi dell'armonia musicale contenuta nel
-diatonico genere„ (Padova 1767), non solo parla del suo terzo suono, ma
-espone l'idea che desso concorra nel definire l'Armonia.
-
-Ed appunto sui toni armonici messi per primo in evidenza dal Marigni,
-sui battimenti illustrati dal Saveur, e sui toni di Tartini, detti poi
-di “sottrazione„ fonda Helmholtz la mirabile, e semplice sua teoria
-della consonanza.
-
-
-Nel campo del magnetismo e dell'elettricità, all'infuori delle poche
-cose tentate dall'Accademia del Cimento, scendiamo fino a Beccaria
-prima di trovare qualche lavoro d'una certa importanza. Nel 1753
-pubblica un'opera “Dell'elettricismo naturale ed artificiale„ e
-nel 1775 una seconda “Sull'elettricità atmosferica a cielo sereno„;
-preludio agli importanti lavori eseguiti poco appresso in Italia. È poi
-noto come una delle esperienze per mostrare la sede dell'elettricità
-sui buoni conduttori si faccia ancor oggi a mezzo d'un apparecchio
-chiamato “Pozzo di Beccaria„. Anche Tiberio Cavallo napoletano,
-eseguì, sopratutto in Inghilterra, molte osservazioni sull'elettricità
-atmosferica, che assaggiava a mezzo di un suo elettrometro.
-
-I progressi della fisica e dell'elettricità in ispecie nell'ultimo
-quarto del 700 si collegano troppo strettamente colle prime scoperte
-del 1800, per poter essere qui con utilità, sia pur di volo accennati.
-
-
-Quanto cammino lo svolgersi dell'umano pensiero!
-
-Alle incerte notizie d'una civiltà orientale, a quelle più sicure
-dei Caldei e degli Egiziani ecco sovrapporsi la splendida civiltà
-greca, speculativa ed artistica per eccellenza, che ci tramanderà
-con Aristotile il vangelo scientifico su cui giureranno per lunghi
-secoli le generazioni future, e con Anassagora e poi Epicuro l'idea
-Atomistica, che rifatta sulle basi dell'esperienza, sarà leva
-potentissima allo sviluppo delle scienze e della Chimica in modo
-particolare.
-
-Coll'invasione degli Arabi vediamo dispersa la famosa scuola
-Alessandrina, e tesori di sapere, sopratutto nel campo filosofico e
-matematico perduti. E mentre la più fitta tenebra della barbarie pare
-voglia stendersi per ogni dove, ecco gli Arabi stessi, che si fanno
-cultori delle scienze, danno novello impulso agli studi astronomici e
-chimici, e risvegliano, co' profughi greci, il culto alle scienze anche
-in Occidente. Ma breve è il periodo, e strana cosa, un popolo giunto
-rapidamente ad un elevato grado di civiltà, torna pressochè nomade alle
-sue terre.
-
-Per lunghi secoli nelle Università che s'erano venute formando per
-prime in Italia, dove maggiore era il bisogno d'emanciparsi dai ceppi
-d'un'istruzione, diretta solo da ecclesiastici, non si insegna che ciò
-che dagli antichi ci pervenne, non si riconosce che Aristotile. Epoca
-ingloriosa, appena marcata di quando in quando da qualche accenno a
-novità, subito represso.
-
-
-Ma l'aurora dell'Umanesimo spunta appena in Italia, che già le arti e
-la letteratura, con gigantesco progresso illuminano della luce più viva
-i secoli XIV, XV, XVI; nè la scienza può rimanere estranea a questo
-ridestarsi di ogni attività, e con Galileo getta le basi di quella
-filosofia positiva, che, caratterizzata dal motto della Accademia del
-Cimento _Provando e riprovando_ sarà base incrollabile allo svolgersi
-ulteriore dell'umano pensiero. Splendida epoca, orgoglio nostro, ed in
-modo particolare di questa terra toscana, sorriso d'Italia.
-
-Che vale l'opporsi dell'oscurantismo prepotente? Avrà i suoi martiri
-anche la scienza, e saran seme di novello progresso.
-
-E se le persecuzioni diraderanno le file dei cultori delle scienze
-in Italia, sorgeranno i Newton, gli Huyghens e tant'altri, a strappar
-nuovi segreti alla natura, chè la scienza è universale.
-
-Certo l'amore del natìo loco fa rimpiangere che al periodo glorioso
-di Galileo e dell'Accademia del Cimento, abbia fatto seguito un lungo
-volger di anni scarso, in confronto alle altre nazioni, di messe,
-benchè non privo di nobili ingegni che a quando a quando gettarono
-sprazzi di luce foriera di nuovi veri.
-
-E la sua parte nel decadimento scientifico d'Italia, specialmente nella
-prima metà del 700, va data alle condizioni politiche della penisola.
-
-La parte meridionale oppressa da un governo superstizioso e sleale,
-che si regge sull'ignoranza de' popoli, a grande stento, e scarsamente
-diradata dalle sapienti divinazioni del Vico, e dalle animose riforme
-del Tanucci.
-
-La media Italia in balìa di una corte pontificia, dove anche la geniale
-od austera personalità di pontefici come i XIV Benedetto e Clemente,
-s'infrange contro l'assolutismo del dogma e la tirannìa degli ordini
-religiosi.
-
-In Toscana fiacco il costume, fiacco lo studio, sonnolenta l'intera
-esistenza per colpa di un governo, tanto più biasimevole quanto più
-illuminato.
-
-I Ducati covo di tiranelli altrettanto impotenti quanto prepotenti.
-
-L'Austria che spadroneggia nel milanese, ed agogna ad assoggettarsi
-l'Italia intera, non mai sazia di asservire al suo ibrido governo
-quante più nazionalità le venga fatto.
-
-A Venezia una Repubblica oligarchica, intente le menti più elette a
-conservare un potere che si veniva fiaccando.
-
-E nel piccolo Piemonte, la futura speranza d'Italia.
-
-Non dissimile l'Italia dalla Germania, colla differenza che i molti
-stati che componevano quest'ultima, erano almeno retti da Principi
-tedeschi, e che la riforma di Lutero vi aveva spirato un soffio di vita
-nuova, mentre l'Italia era alla mercede dell'Austria e della potenza
-papale nemica del progresso.
-
-E così è che la Germania come l'Italia ben poco producono nel campo
-scientifico durante la prima metà del settecento; e di pari passo colla
-scienza decadono l'arte, la letteratura, la filosofia.
-
-Epoca di reazione e rilasciatezza ben triste, e tale da far dubitare se
-il nuovo metodo di indagine sperimentale potesse riuscire ad emancipare
-il pensiero, e guidar l'uomo sulla feconda via del progresso.
-
-Ma la forza del progresso è inesorabile, e come fiumana trattenuta da
-improvvisi scoscendimenti per poco ristagna, per irrompere con maggior
-impeto e più veloce alla meta; così l'umano pensiero, che attraverso
-a mille ostacoli, sulla base del positivo rifà la strada de' secoli
-passati, e dalle leggi della natura assurge alle cause supreme, non
-torturando coi dogmi; ma persuadendo coi fatti; non seminando livore,
-odio, vendette; ma brillando iride di pace a tutti i popoli.
-
-E già sorgono, precursori di nazionale risveglio, i grandi poeti, e
-nuovi veri, destinati a portare una profonda rivoluzione nella vita
-delle nazioni ed a dare al secolo nostro un'impronta per la quale andrà
-famoso ai futuri, spuntano all'orizzonte.
-
-Il lento oscillare della lampada nella cattedrale di Pisa fu _poca
-favilla_ che _gran fiamma seconda_ e con Galileo illuminò il mondo
-intero.
-
-L'inconsciente contrarsi della rana nel gabinetto del Galvani è
-scintilla che sprigiona dall'acuta mente del Volta la portentosa pila.
-
-
- _Signore e Signori,_
-
-Un filo elettrico attraversa la sala. Milioni di vibrazioni ogni
-secondo lo agitano. Trasmetteranno esse a dinamo potenti, dalle quali
-alla lor volta furono suscitate, un raggio moderno di sole, rapitogli
-dall'acqua, che nell'amplesso dell'Oceano evapora e si solleva, per
-ricadere pioggia benefica su monti, dai quali rivo, torrente, fiume,
-precipitando, confida a congegni meccanici la sua preda? Oppure un
-raggio di sole antico, che per potenza di piccolo seme immagazzinò
-nelle vetuste piante, ora fossilizzate, l'energia di tempi remoti,
-quando l'uomo non ancora calcava la terra di cui scruta ora i segreti?
-
-E quel raggio di sole trascinerà esso per erta pendice il fardello
-dell'uomo nel suo incessante affaticarsi? aiuterà, apprestandogli i
-mezzi, il lavoratore nella lotta per la vita? fornirà a popoli oppressi
-l'arma della difesa, o servirà a ribadire tormento di guerra, le loro
-catene? Per quel filo passerà la voce armoniosa dell'amicizia o quella
-stridula dell'interesse? la dolce voce del conforto, o quella rauca
-della calunnia? Detterà quel filo le burrascose vicende della politica,
-o le pacifiche conquiste della scienza?!
-
-Io vorrei che quel filo trasmettesse in questo momento a ciascuno
-di voi i miei più vivi ringraziamenti per la benevola attenzione
-prestatami, e riportasse a me l'eco del vostro gentile compatimento.
-
-
-
-
-L'ARTE NEL SETTECENTO
-
-
-CONFERENZA DI
-
-ANTONIO FRADELETTO
-
-
- _Signore e signori,_
-
-Se il principio o il termine d'un'età può mai datare dall'apparizione
-o dalla scomparsa d'un uomo, la morte di Luigi decimoquarto segna
-certo il confine morale che divide il Seicento dal Settecento. Con
-lui, infatti, col monarca superbo che si piacque di vedersi effigiato
-in clamide e parrucca, sembra adagiarsi nella tomba tutto un secolo
-impettito, prosuntuoso, prepotente, intollerante, un secolo nel
-quale l'accademismo classico non disdegnava d'accoppiarsi in fastoso
-connubio con l'enfasi barocca. Gli Stati europei, liberi finalmente
-dall'incubo d'un'ambizione che aveva pesato per tanti anni sul loro
-destino, mandano un respiro di sollievo. La Francia stira le membra
-raggranchite nel gelo delle forzate devozioni e agogna a rifarsi con
-la sfrenata libertà del costume e del pensiero. Si seguono allora due
-generazioni così spregiudicate, così epicuree, come l'ultimo periodo
-della vita del Gran Re era stato noiosamente bigotto. Godere, goder
-presto e in tutti i modi, è l'ideale cui mirano, sia inconsapevolezza
-che nasconda ai loro occhi l'abisso verso il quale sono trascinate, sia
-sprone di inconfessati presagi che le spinga ad esaurire ogni ebbrezza
-prima dell'imminente catastrofe. L'età anteriore s'era segnalata per
-una tensione suprema d'energia: energia caparbia, rovinosa, folle,
-ma, insomma, strenuamente pugnace. Essa veniva al despota — che la
-impose alla nazione — dalla coscienza, non mai scossa per accumularsi
-di sciagure, dell'alto ufficio al quale egli teneva preordinata la
-monarchia per diritto divino, incarnantesi nella sua persona. Ora,
-noi assistiamo ad una di quelle subitanee reazioni che seguono sempre
-gli sforzi soverchiamente protratti. Le antiche energie si allentano,
-le antiche convinzioni vaniscono in un sorriso. Etichetta, pompe,
-cerimonie, consuetudini officiali restano bensì immutate; ma lo spirito
-che un giorno le animava s'invola; ma le idee, i sentimenti, le fedi
-tradizionali ad ogni ora si sgretolano. L'edifizio costruito dai secoli
-si direbbe, a primo sguardo, incolume, quando invece nulla d'incolume
-n'è rimasto, fuorchè la decorazione esteriore: una decorazione
-magnifica, amplificata da mille illusioni prospettiche, ma assisa ormai
-su fondamenta così logore che noi la vedremo oscillare e crollare al
-primo urto di mano plebea.
-
-E come lo stato politico e sociale non era altrove molto dissimile,
-come l'esempio della Francia serviva di scuola all'Europa,
-l'aristocrazia ci porge quasi da per tutto (salvo le nobili eccezioni
-che non occorre rammentarvi) un'immagine conforme di vita. Veramente
-quest'aristocrazia non è che un'esigua minoranza; ma essa costituisce
-la classe dominante e tipica; essa detta la moda e crea il gusto; essa
-invade il dinanzi della scena e respinge ancora nell'ombra tutto il
-resto della nazione; essa dà pertanto alla società europea, fino allo
-scoppiare del movimento filosofico e borghese, e anche più oltre,
-un'apparenza comune di festività, di spensieratezza, di tolleranza
-amabilmente scettica, o, in breve, di estenuazione morale.
-
-Fra noi l'estenuazione aveva cause più profonde e più remote. Già
-l'Italia era uscita dalla gloriosa indisciplina del Rinascimento
-barcollante e spossata, come chi ha troppo osato, troppo creato,
-troppo compreso e troppo goduto. Poi, centocinquant'anni di blandizie
-gesuitica e di oppressione spagnuola avevano plasmato a servilità
-la mattiniera ribelle. Ingegno, cultura, spirito d'osservazione,
-fantasia, erano sempre vivi; viva era la pertinacia intellettuale del
-pensatore, dell'erudito, dell'artefice; ma era venuta meno nei più
-quella deliberata vigoria di iniziative e di resistenze che è il fiore
-dell'essere morale. E le riforme stesse che segnalarono la seconda metà
-del Settecento non ebbero tutta l'efficacia che proviene dai robusti
-consensi; esse furono reclamate da poche menti superiori e largite
-dall'alto, piuttostochè scaturire da una coscienza sociale largamente e
-virilmente operosa.
-
-I forti aspirano a conquistare il dominio della propria anima; essi
-amano appartarsi e raccogliersi, perchè trovano in sè di che popolare
-ogni solitudine. Ma agli spiriti deboli e frivoli che resta da fare,
-se non allearsi ad altre debolezze e ad altre frivolezze? Così questa
-nobiltà esausta e peritura si conforta con la vita in comune, con le
-conversazioni, coi festini, coi teatri, col giuoco, con la galanteria,
-con l'osservanza rituale dei precetti della moda, innalzati perfino
-a quistione di Stato o a controversia diplomatica. L'impero d'una
-simile società non può spettare che alla donna, e la donna viene eletta
-concordemente ad esercitarlo. Ormai ella sembra creata soltanto per
-entrare con grazia in un salotto a braccio del cicisbeo, per porgere
-la mano al bacio dei corteggiatori, per sedere ammirata in un palco,
-per danzare languidamente il minuetto, per dominare il volgo dall'alto
-d'una carrozza scintillante d'oro e di cristalli, per accennare a un
-desiderio ed essere a gara obbedita, per divenire maestra di piaceri e
-parteciparvi fino all'ultimo, come quella dama che ammalata di malattia
-inesorabile, si fa abbigliare sfarzosamente, colorire di rossetto le
-terree cavità delle guance, condurre in portantina a teatro, e che, al
-ritorno, muore.
-
-Vi sono, Signori, rappresentazioni d'arte, le quali valgono
-storicamente più degli stessi documenti storici, perchè ci tramandano
-non tanto gli sparsi pensieri del passato, quanto l'intima essenza di
-tutto il suo pensiero. Tale “_L'imbarco per l'isola di Citera_„ di
-Antonio Watteau. Ben prima che Carlo Innocenzo Frugoni cantasse fra
-noi:
-
- La bella nave è pronta:
- Ecco la sponda e il lido
- Dove nocchier Cupido,
- Belle, v'invita al mar,
-
-ben prima e con ben altra vena, il Watteau aveva dipinto la dilettosa
-allegoria, che esprime il sogno di due generazioni. Sul lido, sotto i
-grandi alberi, sorge, infiorata dai devoti, l'erma della Dea; l'onda
-purissima è in calma e i salici v'immergono le capigliature fluenti;
-uomini e donne, tenendosi a braccio, traggono alla galèa che sta
-per salpare, sotto la guida degli Amori, verso l'isola incantata.
-L'aspetto di quelle coppie è giocondo, le mosse graziose, ma pure noi
-ci sentiamo vinti da un'ineffabile malinconia. Sono forse i vapori
-autunnali e vespertini in cui l'artista ha avvolto la scena? O è quel
-presagio amaro di delusioni che si mesce per noi a tutte le immagini
-del piacere? O è il lampo d'una comparazione fra i giorni che furono
-e i giorni che noi viviamo?.... Ignoro; ma certo dinanzi a quello
-spettacolo di agognate e credute felicità, l'anima è mossa a un
-sentimento triste, che potrebbe tradursi nelle parole: _per l'ultima
-volta!_
-
- *
-
-In quelle creature voi non cercherete dunque passioni, bensì capricci
-ed emozioni mutabili: l'emozione sentimentale, l'emozione voluttuosa,
-l'emozione gioconda, l'emozione patetica, l'emozione idillica.
-Vedete il sentimento tipico: l'amore. “_On se plaît, on se prend;
-s'ennuie-t-on l'un avec l'autre, on se quitte avec aussi peu de peine
-qu'on s'est pris. Revient-on à se plaire, on se reprend avec autant de
-vivacité que si c'était la première fois qu'on s'engageât ensemble_„
-scrive in Francia Crébillon figlio. E in Italia l'abate Chiari:
-“_Dove troverete adesso quelle passioni violente e così memorabili
-che inspiravano un tempo le donne vedute soltanto attraverso un fosco
-velo e vagheggiate una volta al mese dall'altezza di una finestra?_„
-E invero l'amore è ormai divenuto un misto di volubilità sensuale e di
-consuetudine tra amichevole e cerimoniosa, che tollera filosoficamente
-le divagazioni e le compartecipazioni:
-
- Qual torto far potrebbonsi,
- Colpevoli del pari?
- Perchè perdon si nieghino
- Troppo ambedue son cari.
-
-Di quando in quando ha anch'esso, l'amore, le sue burrasche, o, come
-dicevano, le sue smanie; ma sono burrasche a fior d'acqua, subito
-placate da un abbraccio o da un giuramento in ginocchio. La separazione
-non lascia dietro a sè che un'ombra di mestizia. Nel ripercorrere i
-luoghi dov'egli visse beato con la sua donna — forse irreparabilmente
-perduta — l'amante non medita e non impreca; basta a lui effondersi in
-questo lieve sospiro:
-
- Dite almeno, amiche fronde,
- Se il mio ben più rivedrò;
- Ah! che l'eco mi risponde
- E mi par che dica no.
-
-E come l'amore, così sottoponete all'analisi tutti gli altri sentimenti
-— il dolore, la fede, la tenerezza, la pietà, la generosità —
-quali vi si mostrano negli scritti letterari ed intimi del tempo.
-Potrete scomporli in una serie di stati di coscienza ora languidi
-ora concitati, ma quasi sempre mobili, ondeggianti, effusivi, e, per
-significar tutto con una parola, melodici. Ecco perchè senza la melodìa
-poetica e senza la melodìa musicale non si comprende il Settecento;
-ecco perchè le canzonette del Rolli, i drammi del Metastasio, le
-limpide arie del Pergolesi e dello Jomelli suonano a noi come la voce
-superstite dell'anima sua!
-
-Ma una parte almeno dell'anima del Settecento si è pure espressa con
-un linguaggio visibile di forme e di colori. E questo linguaggio è il
-nuovo stile _rococò_ in cui viene a rammorbidirsi quello più gonfio
-e pesante del periodo di Luigi XIV. I contorni sinuosi, i cimieri
-asimmetrici, i festoncini, i ciuffi, le frondeggiature arricciate, vi
-annunziano chiaramente la capricciosa mobilità degli spiriti. Quelle
-colorazioni tenui — cilestrine, rosee, verdicce, lilla, giunchiglia
-pallido, tortora, foglia morta — vi sussurrano all'orecchio le
-repugnanze sottili dell'epicureismo per ogni sensazione troppo vivace.
-Quei letti dalle incurvature di bomboniera, dai guanciali digradanti,
-dalle alcove rallegrate di nudità mitologiche, vi confidano i sonni
-voluttuosi prolungati fin presso al meriggio. Quei canapè dalle braccia
-accoglienti vi evocano l'intimità dei lunghi colloqui, alternati di
-carezze e di consapevoli silenzi....
-
-Vogliamo entrare nel vestibolo di quel grande palazzo, architettura
-immaginosa del Fuga o di uno dei Bibbiena, dello Juvara o del
-Vanvitelli? L'ampia scalea balaustrata ci conduce negli appartamenti
-gentilizi, scintillanti di lumiere. Sulle mensole, sulle cantoniere,
-spiccano le tazze di Meissen o di Sèvres, le statuine galanti e
-campestri in _biscuit_, le piccole miniature in avorio; sul caminetto,
-il bronzo dorato del pomposo orologio a pendolo e dei candelabri
-dagli steli attorti. La suppellettile, lucente di lacca, è dipinta
-a figurine e fiorami; qua e là qualche mobiletto di legno esotico,
-qualche stipo a tarsie di tartaruga e metallo, qualche gruppo scolpito
-a putti ed allegorìe, che sorregge un vaso del Giappone o della Cina.
-— Siamo nel salone, un sontuoso salone tutto fregiato di stucchi, dal
-soffitto recente di affreschi, dalle pareti chiare — bianco e oro,
-rosa e oro, pistacchio e oro — che si schiudono ad assidui intervalli
-nelle chimeriche profondità degli specchi. Le dame dalle acconciature
-bizzarre, dall'ampio giro della veste di raso ornata di trine e di
-_falbalas_, siedono conversando e agitando in ritmo i ventagli; i
-cavalieri con la giubba e la sottoveste ricamate e i polpacci stretti
-nelle calze di seta, passano dall'una all'altra, tintinnando di
-ciondoli e sbattendo lo spadino incruento; qualche abatino novizio
-fa la sua corte discreta, appoggiato ad una spalliera o protetto
-dall'ala d'un parafuoco. Ma ecco un accordarsi sommesso di violini,
-un porgere ossequioso di mani, un fruscio di vesti, un disporsi
-lieve di coppie; il minuetto sospira i suoi inviti alla letizia; i
-guardinfanti si piegano come per un accenno di genuflessione; le giubbe
-ricamate s'inchinano; la danza comincia, molle, aggraziata, pacata,
-luminosamente proseguita entro le chimeriche profondità degli specchi.
-
-Gli specchi! non è questo, Signori, uno fra gli ornamenti più cari
-al secolo, e fra quelli che meglio ce ne raccontano la socievolezza
-leggiera, l'appariscenza, la vanità, la fragilità? Profusi per ogni
-dove, gli specchi paiono eletti all'ufficio di adulare la realtà,
-di suscitarle intorno un corteo di seguaci illusioni. Nei festosi
-ritrovi, essi inducono l'uomo alla ricerca dell'atteggiamento e del
-gesto, ma insieme coi vigilanti richiami lo frenano; nei convegni
-libertini sferzano i suoi sensi con le complici denudazioni del pudore;
-nell'odiosa solitudine lo confortano, porgendogli almeno la visibile
-compagnia di sè stesso!
-
-Perchè ciò che il Settecento aborre di più, ciò che gli pesa
-intollerabilmente, è la solitudine. Prima che Giangiacomo Rousseau
-imprenda il suo apostolato, nessuno sa concepire le gioie austere
-dell'anima sognante in faccia alla natura. La vita in campagna non è
-dunque — mutato scenario — dissimile da quella di città: ricevimenti,
-rinfreschi, fuochi di gioia, tavola sempre imbandita, giuochi,
-concerti, commedie da camera. E già gli stessi giardini, coi lunghi
-viali regolari, e la fiorita simmetria delle aiuole che somigliano
-tappeti a rabesco, e le siepi di bosso tosato, e gli alberi rifondati
-o squadrati a piramide e a dado, e gli emicicli a gradinate coperte
-d'erbetta rasa, che altro sono se non una specie di duplicato dei
-teatri e dei saloni? Saloni all'aria aperta, dove la gente passeggia
-con lentezza pigra, si scambia nell'incontrarsi complimenti e celie,
-riposa sui sedili rustici col garbo contegnoso con cui s'adagia
-sui canapè, si raccoglie in comitive conversanti, si disperde a
-coppie sotto le vôlte fronzute, tra il sussurrìo delle fontane e
-l'occhieggiare delle ninfe marmoree dalle pieghe svolazzanti.
-
-In molte fra le dimore ove passò sì lietamente la vita, si stende
-oggi lo squallore dell'incuria o dell'abbandono. Gli svelti ghirigori
-di stucco vanno sgretolandosi, o ingoffiscono sotto lo strato denso
-degli intonachi; la suppellettile impressa di calde abitudini umane
-non è più; dalle pareti quadri e stoffe damascate scomparvero; gli
-specchi hanno la faccia livida dell'acqua palustre e non ripetono più
-luminosamente l'immagine umana, ma la offuscano e la incadaveriscono.
-Dal cancello rugginoso, fregiato di nastri e di stemmi a cartoccio,
-intravvediamo i viali del giardino, un giorno così corretti nel loro
-tappeto di fine ghiaia e nella duplice spalliera pettinata, invasi dal
-folle scompiglio dell'erbe; la conca marmorea della fontana muta di
-voci scroscianti; i gradini che mettevano alla veranda, i gradini sui
-quali passarono, sfiorandoli appena, tanti piccoli piedi, sconnessi
-e screpolati; e qua e là, di sui piedestalli ingialliti dai licheni,
-qualche ninfa dal naso mozzo e dalla mano mutilata, che si sforza
-ancora di sorridere con la triste civetteria delle vecchiaie che non si
-rassegnano.
-
-Dinanzi a questi fantasmi deformati del mondo distrutto dalla
-catastrofe dell'ottantanove, sorge nella nostra mente una visione: un
-abisso nero, in fondo al quale gorgogliano torrenti di sangue, e sulle
-opposte sue sponde l'antitesi di due scene: di là tenui ombre graziose,
-aggirantisi, nella luce blanda del pomeriggio, per un Eliso campestre;
-di qua l'incalzare d'una gran folla irrequieta, in un'atmosfera fumosa
-e sonante di opere. — I nostri nonni e noi!
-
- *
-
-Consultiamo i ritratti, paragonandoli a quelli delle due età precedenti.
-
-Nei ritratti del Cinquecento ferve tutta la vita poderosa d'un secolo
-in cui l'uomo, affidandosi senza freno a' suoi istinti, mostrò
-di quanta genialità e di quanta perversità egli sia organicamente
-capace. Direste che gli originali non siano venuti a posare davanti
-agli artefici, ma che piuttosto gli artefici, con qualche secreto
-sortilegio, li abbiano imprigionati palpitanti entro la cornice. Sotto
-la corazza o la porpora, sotto il giustacuore o la toga, con le labbra
-schiuse al comando o serrate in uno sforzo di proponimento, con la
-pupilla fiera di risoluzione o lampeggiante di cupidità, con la mano
-che stringe un decreto, o si posa sull'elsa della spada, o si pianta
-saldamente sull'anca, o s'abbandona sur un bracciuolo nell'assorta
-fissità del pensiero, essi ci narrano la storia di quella fatale
-generazione che splendette e si estinse in una vampata prodigiosa
-d'energie e di passioni.
-
-Nel Seicento tonalità ed espressioni s'infoscano. Vi sono molte tele,
-dove, a primo sguardo, non riuscite a discernere nel campo buio che
-l'incerto biancore d'una gorgiera o di due lattughe. Solo più tardi
-spuntano dalle tenebre due occhi cavi in un viso smorto. E di quelle
-immagini, alcune, accigliatamente torbide, vi lasciano intravvedere,
-o fantasticare, un viluppo di tetre cose interiori: qualche duro
-costringimento patito, qualche vocazione violata, qualche tedio
-insanabile, qualche mistero doloroso od atroce mal sepolto nel fondo
-dell'anima. Altre, invece, sembrano degnarsi di concedervi udienza con
-quell'aria di arcigno sussiego a cui la faccia umana era forzatamente
-composta dalle quotidiane tirannie del cerimoniale. Ogni spontaneità è
-soffocata. Educato alla scuola della paura e dell'ipocrisia, l'uomo non
-si espande più; si comprime o s'atteggia.
-
-Con l'età nuova i tôni rischiarano e la tristezza dilegua. Diremo che
-sia egualmente scomparsa la pretensiosità? Tutt'altro. Voi le rivedete,
-mentre io parlo, certe patrizie del secolo che fu, rigide nell'abito
-insaldato, certi cavalieri e _virtuosi_ pettoruti, certi senatori e
-procuratori dalle parrucche colossali e dai faccioni sbarbati, cui
-la cornice fastosa glorifica come una smaccata iperbole adulatoria.
-Ma pure l'uomo e la donna sono spesso rappresentati in attitudini più
-intime: la donna sopra tutto, mentre vezzeggia una cagnolina (quanta
-parte non ha la “vergine cuccia„ nei ritratti del Settecento!) o siede
-allo specchio, o tiene in mano il bossolo dei nèi, o coglie un fiore, o
-accosta alle labbra la tazza invidiata dal poeta:
-
- Cinese tazza eserciti
- Beato il suo costume
- E il roseo labbro oscurino
- Le americane spume.
-
-E in armonia con le attitudini, muta di necessità l'espressione. Alla
-gonfiezza, al compassato ritegno, subentrano le arie frivole o ingenue,
-ghiribizzose o sentimentali.
-
-Una donna è appunto il ritrattista più celebre della prima metà del
-Settecento: Rosalba Carriera. Ella sparge de' suoi lavori l'Europa,
-ma la prodigiosa fecondità è ancora tarda alle richieste. Dinanzi a
-lei posano a gara la corte dissipata di Filippo d'Orléans, la corte
-casalinga di Rinaldo d'Este, la corte pomposa di Carlo VI. Dalle
-piccole mani, occupate in un'incessante fatica, escono le pagine più
-varie dell'iconografia contemporanea: la signora di Parabère, Law,
-Watteau, il piccolo Luigi XV, l'imperatrice Elisabetta, l'imperatrice
-Amelia, la duchessa di Holstein, la principessa di Teschen, il
-cardinale di York, Faustina Hasse, Pietro Metastasio. E da per tutto
-ella è ricercata e festeggiata; da per tutto le risuona intorno un coro
-d'ammirazione che osa pareggiarla perfino al Correggio, e in cui si
-perde, senza ottenere ascolto, ogni censura più discreta.
-
-Oggi, noi riconosciamo che il disegno di Rosalba è fiacco, ch'è assai
-dubbia (almeno in parecchi casi nei quali siamo in grado di giudicarne)
-la rassomiglianza de' suoi ritratti; — e tuttavia non ci par difficile
-comprendere le ragioni di quell'entusiasmo.
-
-Certo vi conferì la sua tecnica. Rosalba trattava anche la miniatura
-e la pittura ad olio, ma il genere da lei prediletto restò sempre il
-pastello. Ora, l'uso delle matite colorate era in gran voga nel secolo
-scorso. Vi si addestravano così le educande ne' monasteri come le belle
-mondane nei loro piccoli appartamenti. Federico di Prussia, quest'uomo
-che alle doti sovrane della volontà e del genio pareva congiungere
-tutte le piccole manie del dilettantismo, non ingannava altrimenti
-gli ozi del carcere a cui l'aveva condannato la caparbia brutalità
-del padre. E già — come notò il Sensier — con quella pittura secca,
-ma limpida e facile al ritocco, con quella gamma preparata di toni e
-semitoni leggerissimi, si credeva di aver reso la mano più franca e
-più spedito lo studio della natura. Rosalba dovette dunque apparire
-come una geniale personificazione di questa tecnica, tutt'altro che
-nuova, è vero, ma che allora trovava nel gusto del pubblico elegante
-le condizioni più propizie per espandersi, e che poco appresso sarebbe
-stata illustrata dalle grazie del Liotard e dal vigore di Maurizio La
-Tour.
-
-Ma l'altra, la maggior ragione di quel fervore d'entusiasmo, fu
-l'alito di poesia, fra ingenua e melodrammatica, che Rosalba spirava
-ne' suoi ritratti. Se pur questi erano poco fedeli, i contemporanei
-dovevano ravvisarvi un fedele riflesso dei sogni loro abituali. Come
-il pittore dell'_Imbarco per Citera_ idealizzava il costume e il
-poeta dell'_Olimpiade_ il sentimento, ella mirò, in diversa misura, a
-idealizzare le fisonomie, e vi riuscì particolarmente nelle immagini
-femminili, perchè qui i suoi avvedimenti tecnici, i suoi difetti
-medesimi, come la mollezza del tocco, s'accordavano con la natura del
-soggetto. Da ciò, forse, la singolare malìa che esercitano le donne
-dipinte da Rosalba. Quei capelli, sparsi d'una brinata impalpabile di
-cipria, si sollevano dinanzi a noi come per un esile soffio; le carni
-di latte e rosa, delicatamente venate d'azzurro, si muovono a un blando
-ritmo di vita, tra il vaporoso biancheggiar dei veli e il gaio colore
-delle vesti; gli occhi stanno assorti in una dolcezza di godimenti
-rammemorati o sperati; la persona sembra circonfondersi della sua
-essenza spirituale, come il fiore si circonfonde del suo profumo....
-Nulla, insomma, meglio della sorridente levità dell'arte di Rosalba
-poteva tramandare fino a noi l'effimera apparizione di quegli esseri
-di capriccio e di piacere, ignari della tempesta che li avrebbe indi a
-poco travolti!
-
- *
-
-Ogni età ebbe un suo proprio ideale di bellezza e amò incarnarlo nella
-Donna. Il medio evo la figura come un giglio mistico sorgente nei campi
-paradisiaci della visione; il quattrocento le dà la freschezza umana e
-le grazie contenute dell'adolescenza; ai giorni lieti del cinquecento
-noi vediamo il suo bel corpo espandersi in una luminosa palpitazione
-di vita; col seicento ella si fa agitata e triste e leva al cielo le
-pupille irrorate di pianto.
-
-Ora un ideale nuovo viene modellandosi sulle nuove consuetudini,
-e il suo tratto caratteristico è l'eleganza mondana. Alla fantasia
-dell'artista l'immagine della Donna non si presenta spontaneamente
-nella sua luce morale, non nella prestanza nativa delle sue forme,
-non nell'esaltazione dello spirito, ma in tutti i vezzi raffinati del
-suo abbigliamento. La pittura non si compiacque mai tanto di ritrarre
-la _toilette_ d'una dama o d'una dea; nè mai la poesia indulse così
-largamente alla descrizione delle acconciature e delle vesti:
-
- Col terso pettine tutta inanella
- La lunga chioma, e bianca polvere,
- Qual neve in albero, spargi su quella.
-
- Pon su 'l bell'ordine de' vaghi crini
- I ricchi nastri, le gemme tremule
- E i sottilissimi stranieri lini.
-
- Le orecchie adornati con fila d'oro,
- Onde, com'astri, brillin purissimi
- Diamanti penduli in bel lavoro.
-
- Di perle candide doppio monile
- Al collo cingi, e i polsi avvolgine
- Pur della morbida mano gentile....
-
- Dov'è la nobile pomposa vesta,
- Cui frange d'oro d'intorno ondeggiano,
- Tutta pur d'auree fila contesta?
-
-Attorno ai busti che serrano le vitine — agli alti busti coperti di
-raso o di broccato, sui quali s'indugia con voluttuosa carezza il
-pennello — vola la strofe laudatrice del poeta:
-
- Ristretto in circolo di spazio angusto,
- Affusolato su snelli ed agili
- Fianchi sollevasi tuo vago imbusto;
-
-nè la mano par mai così bella come quando tratta civettolamente il
-ventaglio:
-
- Risvegliator di zefiri
- Ventaglio avea la manca,
- Onde solea percuotere
- Lieve la gota bianca.
-
- Ne' moti or lenti or rapidi
- Arte apparìa maestra.....
-
-Quando l'occhio e l'immaginazione sono così imbevuti d'elementi
-artificiali, mal si vede la pura bellezza corporea. E, infatti, l'arte
-del tempo non riesce a rendervi sanamente ed efficacemente il nudo.
-Nella massima parte di quei dipinti il nudo o è insignificante o è
-libertino. Ora v'imbattete in forme sommarie, in carni floscie, alle
-quali fu sempre ignoto il bacio avvivatore dell'aria e del sole; ora
-avete dinanzi a voi qualche creatura meno nuda che spoglia, sulla cui
-faccia vi par quasi di ritrovare i nèi ed il rossetto, e di cui il
-vostro occhio corre istintivamente a cercare le gonne in un angolo del
-quadro.
-
-Poco atta a cogliere la pura bellezza fisica, l'arte non si mostra
-meno impotente a farsi interprete della pura spiritualità. Nulla è
-ormai così raro nelle opere di soggetto sacro come un accento sincero
-d'unzione; e chi seppe, sia pure inconsciamente, trovarlo, merita
-per ciò solo un posto a parte nella storia del secolo. Prendete, ad
-esempio, il tipo della Madonna. In due modi lo avevano reso i grandi
-artisti: o, come Giotto e frate Angelico, sublimandolo nell'estasi,
-o, come Giambellino e Raffaello, trasfondendo in esso tanta e così
-soave placidità da suggerire naturalmente l'idea d'una condizione
-senza misura superiore all'umana. Nel Settecento, per contro, il tipo
-della Madonna quando non è volgare, è manierato; quando non riproduce
-materialmente un modello purchessia, piglia un'aria affettata di
-mondanità. C'è nella chiesa degli Scalzi, a Venezia, una _Santa
-Famiglia_ dello scultore Torretti, in cui la Vergine, dalle guance
-paffutelle, dalle membra affusolate e polite al tornio, ha l'aspetto
-vezzoso d'una damina, tanto che il Gautier dinanzi a quella morbida
-pietra figurante la madre del Signore non poteva interdirsi di
-ricordare, con sacrilego pensiero, la marchesa di Pompadour.
-
-E, del resto, guardatevi d'attorno in queste chiese del Gesù e del
-Sacro Cuore, erette bensì nel Seicento, ma nel Settecento compiute e
-adornate. Da ogni cosa che vi circonda, non esce forse una suggestione
-profana? Pareti incrostate di marmi preziosi che simulano tappezzerie e
-cortinaggi, glorie di cherubini grassocci, cappelle cariche d'ori e di
-stucchi che paiono alcove, colonne che s'attorcono, quasi partecipando
-allo spasimo delle sante e dei santi trafitti dagli strali dell'amor
-divino. Non sono tempî cristiani codesti, sono santuari ambigui,
-dove il buon Dio scenderà tutt'al più come un visitatore vergognoso e
-furtivo, per arrendersi alla preghiera di qualche semplice di cuore!
-
-E se le idee e i sentimenti cristiani sono così adulterati, non può
-farvi stupore la metamorfosi che subisce il mondo mitologico. Mentre
-l'arte classica nobilitava plasticamente il Nume pur rappresentandone
-le passioni, l'arte del Settecento inclina a rimpicciolirlo coi segni
-esteriori d'una sensibilità effervescente e fugace. Marte, Apollo,
-Vulcano, Nettuno smaniano e declamano; vi sono Veneri e Diane e
-Minerve, che, in proporzioni colossali di viragini, mostrano un'anima
-di donnette svenevoli o bizzose. E già l'Olimpo eroico di Omero e
-di Virgilio cede all'Olimpo amoroso di Ovidio; Giove è spodestato
-da Cupido. Coi modelli ammirati dell'Albano sotto gli occhi, con le
-strofe d'Arcadia negli orecchi, la pittura moltiplica prodigiosamente
-l'alata famiglia, la annida fra l'erbe ed i fiori, la corica sugli
-aerei guanciali delle nuvole, la raccoglie in sciami tripudianti, la
-disperde in fughe maliziose, ne intreccia le infantili sembianze a
-tutti i momenti della vita. Vuole l'artista significarvi le brame e i
-sogni della giovinezza? Ecco due Amorini che mostrano gioielli e stoffe
-preziose ad una fanciulla addormentata, mentre un altro Amore, seduto
-sulla sponda del letto, prova col dito la punta de' suoi dardi. Vuole
-esprimervi qualche innocente dolore? Ecco, in un angolo, il piccolo
-iddio col capo basso e con gli occhi inumiditi di lagrime. — Più
-spesso, però, le immaginazioni mitiche, anzichè tradursi in allegorie
-morali, non fanno che fornire dei partiti decorativi, di cui l'artista
-usa ed abusa nelle macchinose composizioni, come ne usavano ed
-abusavano gli apparatori scenici, gli autori di balletti e di cantate.
-Leggiamo: “_Ridente e luminosa reggia d'Imeneo... Si veggono Giunone,
-Pallade, Venere, Imeneo, Mercurio, con folta schiera di genî.... tutti
-sopra bassi gruppi di nuvole diversamente situati._„ E anche: “_Sopra
-varî gruppi di nuvole.... si veggono molto innanzi Venere con Mercurio
-da un lato, Marte con Apollo dall'altro, accompagnati da numerosa
-schiera di genî loro seguaci._„ Sono le didascalie di due azioni
-teatrali del Metastasio e potrebbero essere le esatte descrizioni di
-due affreschi contemporanei!
-
-Gli è che ormai il teatro domina anche le arti del disegno; e le domina
-non solo per l'intima ragione, accennata dal Taine, ch'esso era il
-genere più appropriato all'indole di quel momento storico, ma altresì
-pel fatto materiale che molti artisti, e fra i migliori, lavoravano per
-il palcoscenico. Questa concezione teatrale della vita vi è rivelata
-dalle impostature, dalle movenze, dalle arie patetiche, dalle fogge
-capricciose e pompose; e quante volte, a certe uscite dei melodrammi
-contemporanei, la memoria non vi ripresenta da sè certi gesti
-imploranti o deprecanti che avevate notato nei quadri di Sebastiano
-Ricci, dell'Amigoni, o del Cignaroli!
-
-Nè in modo diverso dalla vita è rappresentata la morte. — Nel mausoleo
-Valier, della chiesa veneziana dei Santi Giovanni e Paolo, voi vedete
-un padiglione di marmo giallo cosparso di fiori dorati e sostenuto da
-angioletti nudi, scendere fra quattro grandi colonne di marmo nero, e,
-sul fondo di questo sontuoso sipario, allinearsi, come cantanti in un
-terzetto, le statue dei due dogi e della dogaressa, tutti in gran gala,
-lei con la capigliatura arricciata, con una mano che sporge stringendo
-i guanti e l'altra che tiene sollevata leggermente la veste. Il doge
-Silvestro Valier e sua moglie furono benefici e pii; ma gli artisti che
-innalzarono il monumento, come espressero l'anima cristiana di quei
-defunti? Col gruppo d'una prima donna in veste guerriera intitolata
-_Virtù_, che incorona un vecchio padre nobile battezzato pel _Merito_,
-e più sotto, nei bassorilievi, con una serie di figure manierate e
-levigate, che vorrebbero simboleggiare la _Mansuetudine_, la _Carità_,
-la _Costanza_, la _Pace_. Enfatica e terrifica nel seicento, la tomba
-si fa ora allettatrice e maestra di sceniche vanità!
-
-Teatrale e mondano l'uomo, teatrale e mondana l'immagine della natura.
-Non che manchi affatto ne' quadri di paese del Settecento la nota del
-vero. Affermandolo, mostrerei di dimenticare per lo meno Marco Ricci
-e il Vernet, un francese che possiamo dire quasi nostro; — ma questa
-nota è un'eccezione di fronte a due caratteri che generalmente vi
-prevalgono. Il primo è, intanto, l'abuso degli effetti pittoreschi
-conseguiti per via di antitesi scenografiche, come sarebbero (vi
-ricordo le più usuali) una statua dai contorni convulsi sorgente
-a fianco d'un vecchio olmo pacifico; una fontana che versa i suoi
-zampilli dalle fauci dei tritoni o dall'urne delle naiadi, vicino a
-un ponticello costruito di tronchi rozzamente connessi; un frontone
-classico, una torre diroccata, un'“_antica, inselvatichita rovina_„,
-che si delinea tra le piante sagacemente diradate. L'altro carattere
-è la convenzione arcadica, che trasforma la campagna in un asilo
-di felicità, popolato da gente per la quale il lavoro non è più una
-fatica, ma un placido svago. Il nostro Zuccarelli dovette la sua gran
-fama a questo raggentilimento della vita campestre, da lui significato
-non pure con gli atti graziosi delle sue contadinelle, che guidano
-le armente, o ne spremono il latte, o passano a guado un ruscello,
-o attingono l'acqua alla fonte, o si bagnano celate dall'ombra d'un
-boschetto, ma con la dolcezza e la leggiadrìa consentanea delle cose:
-un velo di luce aurea che avvolge chetamente tutto il paesaggio,
-giallori e vapori miti d'autunno, frastaglio delicato di fronde,
-soffici ravvolgimenti di nuvole nella blanda azzurrità del cielo.
-E ancora lo Zuccarelli è un realista severo a paragone della scuola
-francese, e massime delle famose _pastorali_ di Francesco Boucher!
-Qui, sì, scomparisce addirittura ogni freno di verosimiglianza; qui
-non sappiamo se sia la campagna che penetri timidamente nel teatro e
-nel _boudoir_, ovvero il _boudoir_ e il teatro che facciano irruzione
-nella campagna. Le Clori, le Filli, le Ninette, le Lisette, le Eurille
-tengono circolo sull'erba, si fanno dondolare sulle altalene dai Tirsi
-e dagli Eulibi, ne ascoltano i madrigali e le serenate, si abbandonano
-alle strette di qualche braccio avventuroso, mentre là, a pochi
-passi, le pecore e gli agnellini dalla morbida veste ricciuta fingono
-discretamente di pascolare. Carnevalata bucolica di marchesi e conti e
-abatini e cantanti e danzatrici, degna d'un tempo in cui l'idillio dava
-braccio alla galanteria e il _Pastor fido_ era tra i libri cari alla
-regal cortigiana che imponeva il gusto all'Europa.
-
- *
-
-È questo, Signori, il secolo di Giovanni Battista Tiepolo.
-
-Nato a Venezia nel 1696, morto a Madrid nel 1770, egli compie una mole
-sterminata di lavoro. Pur facendo la debita parte alla collaborazione
-del figliuolo Domenico, possiamo dire che l'opera sua basterebbe a
-colmare dieci vite d'artisti moderni. In Italia, in Germania, nella
-Spagna, egli viene suscitando su tele e pareti e vôlte una moltitudine
-senza fine di figure. Cattolicismo e mito, storia antica e medievale,
-poesia epica e romanzesca, muovono egualmente la sua vena tumultuaria
-di creazione, che trabocca nella pennellata larga, veloce, risolutiva.
-
-Leviamo un po' lo sguardo a' suoi prodigiosi soffitti.
-
-Gli angeli e i geni si disperdono nell'ampiezza soleggiata e solcata
-di nubi; le Fame alate si precipitano a capo fitto, dando fiato
-alle trombe; le divinità mitiche trascorrono sui cocchi trascinati
-da cavalli scalpitanti e sbuffanti; le madonne si librano a volo,
-recandosi tra le braccia il pargolo celeste; i santi e le sante si
-protendono in uno slancio d'implorazione; alle balaustre pensili
-s'affollano, riguardando e gesticolando, assemblee di spettatori;
-le figure violano gli scompartimenti e scavalcano i cornicioni;
-braccia e gambe si sprofondano, con temerità di scorti, entro la
-vôlta o penzolano sul nostro capo; gli edifizi pigliano un aspetto di
-sospensione oscillante che sembra la minaccia continua d'un crollo;
-i campi dello spazio sono corsi da un vento impetuoso che sferza
-l'azione, esalta il gesto, solleva e sbatte i panneggiamenti, contorce
-e lacera le nuvole in cielo.
-
-L'impressione che questo pittore desta immediatamente in noi è enorme.
-Ci chiediamo stupiti: è costui un solitario? un sopravvissuto? una
-sovrana smentita alla teoria delle affinità necessarie tra il genio
-individuale e quello collettivo?
-
-Poi intervengono la riflessione e l'analisi. — Noi riconosciamo che
-l'indole agitata dell'arte tiepolesca, tutt'altro che costituire
-una singolarità senza esempio, è anzi una nuova riconferma di
-quest'antitesi ripetutamente avvertita: che quando, cioè, la società
-è nel vigore irrequieto della giovinezza, la tecnica bambina crea
-un mondo immobile o esitante; quando, per contro, la società viene
-adagiandosi nei torpori senili, la tecnica ormai scaltrita si
-avventura a tutte le audacie del movimento. — E anche in quella
-fecondità irruenta, in quella prontezza estemporanea di esecuzione,
-non tardiamo a ravvisare una caratteristica propria di tutti i pittori
-decoratori del Sei e Settecento, da Pietro di Cortona a Luca Giordano,
-al Solimene, al Giaquinto, infaticabili “_fa presto_„, cui bastavano
-pochi giorni a riempire immense pareti. — Considerando a parte a
-parte gli elementi da cui scaturisce l'efficacia degli affreschi
-del Tiepolo, come il deliberato scompiglio della composizione,
-il modo di aggrupparsi e di sperdersi delle figure, l'arditezza
-degli scorci _dal sotto in su_, le illusioni prospettiche, l'estro
-pittorico che viola con bizzarre licenze la regolarità dei contorni
-architettonici, ci tornano alla memoria nomi di artefici oggi men
-conosciuti, cui il veneziano è manifestamente debitore, e prima di
-tutti quel padre Andrea Pozzo, sul quale il Burckhardt richiamava, con
-la sua consueta sagacia, l'attenzione degli studiosi. — Ma davanti a
-certe immaginazioni leggiadre, a certe nozze di colori, a certe arie
-di visi, a certa poesia magniloquente e sfarzosa, un altro nome ci
-corre spontaneo alle labbra: Paolo Veronese! — il che non toglie che
-accanto alle reminiscenze paolesche, qualche figura accessoria non
-ci ricordi Giambattista Piazzetta. — Osservando ancora, ci si fa qui
-pure evidentissima l'azione del teatro, e se par troppo che certe Dee
-e certe Virtù caccianti le gambe all'aria siano state gratificate col
-titolo di sgualdrine, ci sentiamo però in diritto di chiamarle, con
-benignità di eufemismo, _virtuose_.... di palcoscenico. — Procedendo
-in questa analisi, non ci pare che l'energia espressa dal Tiepolo sia
-proprio energia di muscoli; non sempre attraverso all'epidermide delle
-sue figure ci si rivela l'onda viva del sangue; sotto l'ampiezza dei
-torsi noi scopriamo, con Camillo Boito, uno strato non esiguo d'adipe;
-nella colorazione delle carni ritroviamo talora la mollezza sbiancata
-delle dame del secolo, che abusavano della cipria, e prolungavano le
-veglie fino all'alba per rifarsi col sonno fino al mezzodì. — E infine
-ci è forza confessare che neppur egli, il Tiepolo, si è sottratto
-all'impotenza de' suoi confratelli: l'impotenza a rendere la pura
-bellezza fisica. Nelle sue teste virili balena, infatti, il tipo
-caprino; nei corpi femminili le giunture sono poco delicate, i colli
-poco svelti, le gambe e le braccia hanno rotondità goffe, il seno è
-privo di pulsante freschezza....
-
-Eppure, nonostante le derivazioni e le assimilazioni, le intemperanze
-e le lacune denunciate dall'analisi, il primo sentimento d'altissima
-ammirazione non viene distrutto. Giambattista Tiepolo rimane non
-solo l'artista più originale e più vigoroso del secolo, ma una delle
-tempre più felici di pittore che abbiano mai esistito. Tutto ciò
-ch'egli potè attingere da altri, si fonde nell'attività sfavillante
-del suo genio, come i metalli diversi si compongono in lega alla
-vampa della fornace. E il suo genio, che oserei chiamare di natura
-fiabesca, è fatto essenzialmente di luce. Con l'elemento incoercibile
-e imponderabile il mago si trastulla, per evocare le mutabili scene
-del suo mondo incantato. Nessuno allora, come ben giudicò Anton
-Maria Zanetti, seppe vedere con miglior occhio “_gli accidenti più
-opportuni delle ombre e dei lumi_„; nè usare con maggior maestria
-“_l'arte dei contrapposti_„; nè, aggiungiamo noi, più sicuramente
-intuire le suggestioni di opulenza, di letizia, di drammaticità, di
-pompa rituale, che emanano spontaneamente da certi connubi di tinte.
-E se egli ha i suoi predecessori, quanti a loro volta non muovono da
-lui! Francesco Boucher, ad esempio, non è, come decoratore, che un
-riflesso femminilmente e procacemente illanguidito del Tiepolo. Quel
-senso decorativo che era una qualità organica del tempo, che rispondeva
-all'apparenza e alla struttura dello stesso edificio sociale, ma che in
-tanti altri trascorse o nel farraginoso o nel frivolo, toccò altezze
-insuperate nell'opera del pittore veneziano. Il quale rappresenta
-dunque la sua generazione ; ma la rappresenta dominandola di tanto, da
-non far meraviglia se, a primo sguardo, egli può sembrare un superstite
-di età più fortunate.
-
-E davvero c'è in lui qualche cosa di atavico. S'egli s'inspira a Paolo
-Veronese, non lo fa, credetelo, per vezzo d'imitazione, bensì per
-istinto di postuma fraternità. Come la natura si piace talvolta di
-ricreare sembianze corporee spente da secoli e tramandate fino a noi
-dalle opere d'arte, così ella può anche risuscitare, in condizioni
-diverse, qualche forma di spirito che fu. Tale il caso del Caliari e
-del Tiepolo. L'anima gaudiosa di Paolo, che s'era scaldata al sole
-fulgente della repubblica, parve reincarnarsi nell'artefice che
-illustrava di glorie supreme il suo vespero!
-
-Ma, com'è proprio dei grandi ingegni, il Tiepolo, oltrechè riaccendere
-fantasie e splendori del passato, ha pure, senza volerlo, senza
-saperlo, qualche accento vivo di precursore. La sua inconsapevolezza
-— quella magnifica inconsapevolezza che fu tanta parte della sua forza
-— gli trae dal pennello motivi inediti, che i posteri s'affretteranno
-a raccogliere. Nel _San Rocco e San Sebastiano_ del Duomo di Noventa
-vicentina, la supplice donna che ci si presenta di schiena, assisa
-sul suo carretto d'inferma, con le grucce accanto, può essere un
-modello di evidenza realistica, congiunta a una discreta intimità
-d'emozione. Nella _Santa Tecla_ del Duomo d'Este vi hanno tratti, come
-la cassa mortuaria sul dinanzi del quadro e l'episodio del bambino
-stringentesi al petto della madre esanime, che Arnoldo Böcklin forse
-non disdegnerebbe. Nella _Santa Rosa da Lima_ della chiesa dei Gesuati,
-a Venezia, il candore della veste armonizzante con la tenerezza candida
-dell'espressione pronunzia lontanamente le dolci Madonne ravvolte in
-bianca tunica di lana di Gabriel Max e del Dagnan-Bouveret.
-
-Ma l'opera che più di tutte fa del Tiepolo un artista unico è l'_Ulisse
-nell'isola di Ogigia_. In uno dei superbi affreschi della Villa
-Valmarana, fuori Vicenza, l'eroe sta appoggiato ad una colonna, in
-atteggiamento di negligenza sdegnosa, immerso in cupa meditazione,
-davanti alla distesa del mare. Trattenuto su quella sponda solitaria,
-renitente all'amore di Calipso, ripensa egli la patria lontana e si
-strugge nel desiderio accorato del ritorno, quando, ad annunciargli
-l'imminente liberazione, muovono verso di lui, rompendo a nuoto i
-flutti spumosi, due ninfe, Calipso forse, seguita da un'ancella.... Chi
-altri mai, in quell'età dai facili oblii, espresse così nobilmente le
-desolazioni nostalgiche? Chi giunse a intuire con eguale intensità, sia
-pure per un istante solo, la poesia d'Omero?
-
-Divine fortune dell'inconscio! Per l'artista tu sei come il pozzo buio
-e inesplorato delle leggende popolari, alla cui sponda s'affacciano
-repentinamente le apparizioni luminose delle fate.
-
- *
-
-Senonchè, o Signori, i temi tradizionali, religiosi, mitici, eroici,
-bucolici, non bastano al Settecento. Altri soggetti reclama il secolo,
-volubile, curioso, irrequieto, innamorato di pittoresche novità.
-
-E l'arte è sollecita ad appagarne le richieste.
-
-Essa gli evoca, intanto, una regione fino allora ignota alla tavolozza
-europea, una strana regione illeggiadrita dal prestigio della
-lontananza: la Cina! Su pareti, porte, armarî, paraventi, parafuochi,
-ventagli, compariscono le case dai tetti a campanella, le piccole torri
-di porcellana, le figurine coi capelli annodati a coda e gli occhietti
-a fior di testa, i parasoli, i palanchini, le giunche. E non pure
-troviamo in Francia i pittori esclusivi di “_chinoiseries_„ e fra noi
-i “_depentori alla Chinese_„, ma gli artisti più celebri, il Watteau,
-il Boucher, il Tiepolo stesso, cercano ispirazione all'Estremo Oriente.
-Le ragioni della moda? Il Molmenti la attribuisce al largo incremento
-preso allora dall'industria della porcellana. Sì, ma non credo che
-basti. Non dimentichiamo l'interesse vivace che destavano già da tempo
-le lettere e i racconti dei missionari e dei viaggiatori, massime le
-descrizioni minuziose e fiorite dei padri della Compagnia di Gesù.
-Non dimentichiamo neppure quel vezzo, fra arcadico e satirico, onde
-il secolo scorso si compiacque di contrapporre alla civiltà europea i
-costumi d'altri popoli remoti, mediante una specie d'apologhi sociali
-dov'era introdotto come protagonista un Persiano pieno d'acume, un
-Urone ingenuo, un savio bonzo giunto dall'India o dalla Cina. Da tutte
-queste fonti derivò, pare, la gran voga delle scene cinesi: voga non
-dissimile da quella che era riserbata più tardi alle scene pompeiane.
-Solo che in queste, opera d'artefici più o meno eruditi, la cornice
-ornamentale vuole armonizzare stilisticamente col soggetto, mentre
-quelle, dipinte in un periodo di produzione spontanea, sono spesso
-contornate e tramezzate da ricci e cartelli e conchiglie e svolazzi:
-prepotente riaffermazione dei diritti sovrani del _rococò_ anche sui
-territorî dell'impero celeste!
-
-Con nuove fantasie ancora risponde l'arte alle raffinate esigenze del
-capriccio e del lusso, e le trae da un altro mondo, che sembra, come
-quello della Cina, pendere incerto tra il vero e la fola: il mondo
-della commedia e delle maschere.
-
-La commedia a soggetto con la sua scapigliata indipendenza da ogni
-disciplina di logica, co' suoi personaggi un po' attori e un po' mimi,
-con le sue lepide allegorie delle condizioni e dei caratteri umani;
-le mascherate coi loro giocondi scompigli, con la provocante libertà
-e ambiguità dell'incognito, offrivano al pittore una duplice vena di
-motivi. Di qui i “_pulcinelli_„, composizioni bizzarre, di piccola
-o mediana misura, ricavate appunto o da episodi carnevaleschi o dal
-teatro estemporaneo. Primi, o fra i primissimi, a porsi su questa
-via, erano stati il Callot, Stefano dalla Bella e, più tardi, Claudio
-Gillot; poi venne il Watteau; poi il Tiepolo — ancora e sempre il
-Tiepolo! — di cui il contino Algarotti poteva vantarsi di possedere “_i
-più belli pulcinelli_„. Come rivive nell'opera di Antonio Watteau la
-fantastica famiglia delle Colombine, delle Cassandre, dei Tartaglia,
-dei Dottori, dei Pantaloni, degli Scaramuccia, degli Arlecchini, dei
-Pulcinella, dei Mezzetini! Con che finezza d'accento il pittore sa
-raccontarcene le feste, gli amori, le gelosie, le avventure! Come
-sa esprimere quel non so che di enigmatico, che dal loro destino
-contradditorio di esseri acclamati sul palcoscenico e spregiati per
-la via dalla loro esistenza vagabonda, sopra tutto dalla permanente
-identificazione con un simbolo, doveva discendere nei fondi delle loro
-anime:
-
- Jouant du luth, et chantant, et quasi
- Tristes sous leurs déguisements fantasques!
-
-Questo non chiederemo al Tiepolo, poichè l'arte sua par che ignori
-le sfumature sottili; ma resteremo ammaliati dall'estro signorilmente
-brioso con cui egli dipinge, a fresco, le sue mascherate; e davanti a
-quella tela deliziosa di casa Papadopoli dove Pantalone dei Bisognosi
-danza il minuetto, ripenseremo con desiderio a tante altre gemme
-d'umorismo e di fantasia, che furono profanamente disperse.
-
-Proteo inesauribile! Dopo aver corso i fulgidi Olimpi, egli scendeva
-pianamente a terra, e s'aggirava per queste viottole ombrose,
-fiancheggiate di siepi dalle strane fragranze ed echeggianti per
-letizia irrompente di trilli, che si stendevano a segnare un incerto
-confine tra il paese della Chimera, e quello della Realtà.
-
- *
-
-E alla Realtà eccoci, finalmente, coi pittori di genere e coi vedutisti.
-
-Fra i due secoli sporge la faccia arguta Giuseppe Maria Crespi,
-bolognese, il quale, dopo aver alternato e anche liberamente mescolato
-a soggetti religiosi e storici soggetti di genere, nell'ultimo periodo
-della sua vita si diede esclusivamente a questi e vi si segnalò per
-naturalezza e per brio. Il Burckhardt, giudizioso sempre, ne loda
-il sano realismo, e il Morelli, in una lettera pubblicata da Ernesto
-Masi, scriveva, a proposito di certi quadri di lui, come la _Scuola di
-fanciulle_ del Louvre, che sono piccoli capolavori.
-
-Si ricollegano al Crespi due pittori veneziani di gran lunga più noti:
-Giambattista Piazzetta e Pietro Longhi.
-
-Il primo, autore di _studi_ cui l'incisione diede addirittura
-popolarità, illustratore anche della _Gerusalemme Liberata_, aveva
-sortito un grande acume di osservazione e insieme una lentezza
-scrupolosa di mano rarissima a quel tempo. Ma, con tutti i loro
-pregi, le sue teste hanno un che di eccessivo e di forzato. È lecito
-attribuire anche questa viziatura alle tendenze teatraleggianti del
-secolo? O non deriverebbe essa, logicamente, da un naturalismo che
-volendo dare il massimo rilievo ai tratti più emergenti del vero,
-doveva finire un po' coll'alterarlo? Fatto è che il Piazzetta inclina
-a contraffare la fisonomia umana nelle smorfie della maschera o nei
-lineamenti troppo risentiti della truccatura. Un giorno l'Algarotti gli
-mostrò un quadro di Hans Holbein, e allora l'artista ebbe, come in un
-lampo, la visione del suo irrimediabile difetto. “_Questi xe visi!_ —
-egli esclamò accorato — _nu depenzemo dele mascare!_„
-
-Il Piazzetta deve al Crespi alcune qualità tecniche, come la macchia
-forte e risoluta. Pietro Longhi gli deve probabilmente qualche cosa di
-più: la coscienza della natura e dei limiti del proprio ingegno.
-
-“_Comprendendo la difficoltà di distinguersi nello Storico, posesi
-a dipingere, in certe piccole misure, civili trattenimenti, cioè
-conversazioni, riduzzioni,[11] con ischerzi d'amori e di gelosie, i
-quali tratti esattamente dal naturale fecero colpo._„ Così il figliuolo
-Alessandro. Il Longhi è dunque, come fu detto tante volte, il pittore
-della vita mondana di Venezia nel secolo scorso; egli ci fa assistere
-alla mattinata delle gentildonne, alla loro _toilette_, alla lezione
-di ballo, alle visite, al corteggiamento dei cicisbei, ai veri o
-finti deliqui; ci conduce nel Ridotto affollato di giuocatori e di
-maschere, nel parlatorio del convento frequentato da patrizi e dame,
-col castelletto dei burattini nel mezzo, e le monache, insieme con
-le educande, raccolte dietro le grate. Una leggiera vena canzonatoria
-non è talora estranea all'inspirazione del Longhi; ma più spesso egli
-consente ai soggetti frivoli che ritrae, o almeno li ritrae con allegra
-indifferenza, e resta così — sono ancora parole del figlio — l'artista
-“_amato da tutta la veneta nobiltà_„. Disgraziatamente la sua pittura
-è povera, dura, cincischiata, levigata; molti di quei visetti hanno
-l'aria attonita e melensa; molte figure sembrano fantoccini di legno,
-rimbelliti a furia di stoffe, di nastri, di nappine, di merletti.
-Fanno, è vero, singolare eccezione il _Ridotto_ e il _Parlatorio del
-Convento_, conservati nel Museo Civico di Venezia; ma quelle tele
-appartengono proprio al Longhi, o non piuttosto a Francesco Guardi?
-Il dubbio non è illegittimo, ed io l'ho sentito accennare anche da
-tale che dell'arte del Settecento s'era intimamente imbevuto, dal
-compianto Giacomo Favretto. Ben altro (nè è questo l'unico caso di
-tal genere) ben altro si mostra il Longhi ne' suoi schizzi a penna e
-a matita. Qui tutto è agilità e brio. Stentato nell'uso del pennello,
-l'artista maneggia con disinvolta padronanza un più lieve stromento;
-egli coglie sul vivo e ti fissa con pochi segni i tratti fuggevoli del
-moto, una maniera di presentarsi, un girar di persona, un'andatura,
-una sosta, un'attesa. Per tutto ciò, quegli abbozzi sono una specie di
-_istantanee_ del secolo scomparso.
-
-L'importanza maggiore, o la maggior voga, che la piccola pittura di
-genere viene così acquistando, è uno fra i caratteri che distinguono
-più palesemente il gusto del Settecento da quello del Seicento. La
-pittura di _prospettive_ invece — cui si diedero, per non ricordare
-che i principali, Giovan Paolo Pannini, romano d'elezione se non di
-nascita, Antonio Canal e Bernardo Bellotto, veneziani, — potrebbe
-riconnettersi assai meglio al periodo anteriore, sia perchè i
-secentisti trattarono con somma perizia la prospettiva e seppero
-ricavarne i partiti più efficaci, sia perchè un vedutista di molto
-valore, un olandese fatto italiano, Gaspare Vanvitelli, viene a
-congiungere le due età, sia, infine, perchè il nuovo gruppo non isdegna
-di piegarsi al gusto decorativo, o ricercando gli effetti pittoreschi
-delle _rovine_, o rappresentando costruzioni immaginarie, o, più
-spesso, accostando immaginosamente edifizi reali. Senonchè, due doti
-staccano gli artisti dei quali parliamo dai loro predecessori e li
-avvicinano a noi: il senso più schietto dell'ambiente e, almeno nei
-veneziani, la luminosità.
-
-Antonio Canal, chiamato il Canaletto, subì forse l'azione del
-Pannini, da lui conosciuto a Roma, ma la sua fisonomia di pittore
-rimane essenzialmente locale. Come l'opera del Longhi è una specie di
-monografia della vita galante di Venezia, così le tele e le incisioni
-del Canaletto sono una monografia del suo aspetto esteriore, calli,
-canali, campi, palazzi, chiese, feste civili e sacre. Talvolta egli
-è un po' angoloso, un po' geometrico; ma più spesso riesce a darci la
-fresca sensazione del paesaggio pur non dipingendo che marmi lambiti
-dall'acqua, e vi riesce col solcare quell'acqua d'un tremolìo di
-innumerevoli crespe, coi volubili aggruppamenti delle nuvole disperse
-ne' suoi cieli, sopra tutto con la chiarità e trasparenza dell'aria.
-Suo nipote, Bernardo Bellotto, che lavorò a Monaco, a Dresda, a
-Varsavia, ha un senso così fine della luce solare da essere considerato
-come un precursore delle scuole artistiche più recenti. Ma chi riesce
-su ogni altro geniale è Francesco Guardi. Egli è insieme vedutista
-e pittore di genere; egli intercede fra il Longhi e il Canaletto,
-suo maestro, perchè non disgiunge quasi mai dalla rappresentazione
-dell'ambiente naturale e architettonico quella della persona umana.
-Il suo tocco caldo, gustoso, pieno di prestigio avvivatore, risuscita
-le processioni, le incoronazioni dogali, il Bucintoro seguito dal
-suo corteo acquatile, le gaie comitive che scorrono la laguna sulle
-barche fantasticamente pavesate, le piramidi umane che sorgono in
-Piazzetta il giovedì grasso, il variopinto brulichio della folla tra
-le linee superbe dei monumenti. Francesco Guardi è meno esatto ma più
-spirituale, meno prospettista ma più poeta del Canaletto, tanto da far
-dire a un critico straniero, forse non senza un po' d'esagerazione, che
-il maestro riproduce la Venezia reale, mentre il discepolo evoca quella
-dei nostri sogni.
-
-Agli artisti che vi ho ricordato, il secolo dà un carattere comune: la
-frequente letizia dei soggetti. Quante volte non la ritroviamo nelle
-loro tele la società godereccia che li circondava! Il Pannini è il
-pittore delle feste ch'egli medesimo allestisce, come quelle magnifiche
-ordinate dal cardinale di Polignac, ambasciatore francese a Roma, per
-la nascita del figlio di Luigi XV; agli spettacoli pubblici s'inspirano
-il Canaletto e il Guardi; il Longhi è tutto giocondità e comicità
-di scene private. E chi è, in fondo, il protagonista dei quadretti
-veneziani? È ancora la maschera, la _bautta_, che proteggeva la licenza
-per sei mesi dell'anno e che i magistrati smettevano nell'anticamera
-delle aule destinate alle udienze e alle assemblee; nè mai ho sentito
-così vivamente il carnevalesco tramonto di quella grande repubblica
-come dinanzi al quadro di Francesco Guardi, in cui si vede, nella
-Sala del Collegio, il doge assiso sul trono, fra i suoi consiglieri, e
-tutt'intorno una folla festante di maschere!
-
- *
-
-Ma sotto alla classe dominatrice, di cui l'arte rallegra così gli
-ultimi giorni, sta una borghesia laboriosa, seria, frugale, onesta, ben
-diversa da quei fastosi risaliti che maneggiano ormai il danaro dello
-Stato, che si strofinano ai nobili contraendone la corruttela senza
-acquistarne la grazia, o che tra poco s'affretteranno a comperare con
-un titolo l'oblìo delle origini invise. E se noi, Signori, dal fulgido
-ozio dei grandi e di chi li lusinga o li sfrutta, volgiamo lo sguardo
-alla vita di quella piccola gente, tocchiamo con mano l'antitesi
-forse più spiccata che ci offra il costume del secolo. Altre fogge;
-non più, per le vesti virili, le stoffe delicate, le tinte languide o
-vistose che annunciano di lontano la mollezza e la gaiezza spensierata
-dell'animo, ma tessuti schietti, dai colori scuri, i colori della
-riflessione e del lavoro. L'apparenza delle botteghe si mantiene
-dimessa; in casa gli agi sono scarsi; la masserizie conserva le vecchie
-forme solide e grevi; è già molto se la curva garbata d'un cassettone
-o d'uno stipo recente, dono strappato alla parsimonia maritale e
-paterna dalle istanze ripetute della padrona e delle padroncine, reca
-un leggiero indizio di consenso alla moda. E tutto quanto ne circonda,
-la semplicità delle linee, la sobrietà delle tinte, la nudità delle
-pareti, le stampe appese all'ingiro, la ruvidezza arcigna delle
-seggiole che paiono interdire i lunghi riposi, tutto porge una comune
-testimonianza di quella vita: vita semplice e proba, le cui giornate si
-succedono con vicenda uniforme, non interrotta che da qualche vampata
-di festa nei mesi del carnevale.
-
-In Francia, questa borghesia ha fino dalla prima metà del Settecento
-il suo pittore: ed è Giambattista Simeone Chardin. Tempra robusta e
-schietta di popolano, egli la ritrae non pure con efficacia di artista,
-ma con affetto di consanguineo, e ne ottiene un ricambio d'ingenua
-simpatia. Coloro tra le cui file egli sceglie argomenti e tipi, vengono
-a contemplarsi ne' suoi quadri con un sentimento misto di riconoscenza
-e d'orgoglio. “_Non c'è donna del terzo stato_ (dice un opuscolo del
-1741, citato dai fratelli Goncourt nei loro mirabili studî sull'arte
-del secolo XVIII) _che non creda di scoprire in quelle tele un'immagine
-di sè, che non vi scorga l'andamento della sua casa, le sue maniere, le
-sue occupazioni quotidiane, la sua morale, l'umore de' suoi ragazzi,
-la sua mobilia, la sua guardaroba_„. Per quanto, però, lo Chardin ami
-i soggetti da lui presi esclusivamente a trattare, egli si mantiene un
-puro artista. Intendimenti filosofici, precetti, moniti, tesi, sono del
-tutto alieni dall'opera sua.
-
-Senonchè in Francia i tempi ingrossano. La piccola borghesia guarda in
-su, confronta, medita, conclude; essa legge gli scrittori usciti dal
-proprio seno; ne ritiene le parole argute o concitate, che cominciano
-a tradurre in formule i suoi istinti vaghi di rivendicazione. Tutto
-un moto di polemiche e di propaganda si manifesta ormai a favor suo, e
-vi partecipano assiduamente gentiluomini e dame, chi per sincerità di
-convincimento, chi per vezzo di cose nuove, chi per quello spirito di
-dilettantismo suicida che ostentano talvolta gli ordini privilegiati
-alla vigilia d'una rivoluzione. Quanto più il secolo procede, tanto più
-ci par di vedere avanzarsi la gran folla, per tanto tempo negletta o
-spregiata, come un coro che si inoltri via via dal fondo della scena
-fino a raggiungere gli attori principali. Direste anzi che questi
-attori ambiscano a confondersi col coro; direste che la piramide
-consacrata dai secoli sia già idealmente sovvertita, perchè l'interesse
-che destavano fin qui i soli potenti, si volge di preferenza verso
-gli oscuri. Fu Giangiacomo Rousseau l'artefice primo di codesto
-rivolgimento; ma a lui tornò facile promuoverlo, perchè seppe giovarsi
-d'una fra le idee più diffuse, più radicate nelle viscere del tempo,
-più care a quelli medesimi ch'egli imprendeva a combattere: l'idea
-arcadica. E in verità, che altro fece l'apostolo ginevrino, colorendo
-con la sua poderosa retorica quella gran bugia che l'uomo è per natura
-buono e felice e che la società soltanto lo rende malvagio e infelice,
-se non erigere l'Arcadia a dogma filosofico e sociale? Di qui,
-Signori, l'effusione idillica che distingue quel movimento e che viene
-rispecchiandosi perfino nelle frivolezze della moda. Nei salotti non
-si parla ormai d'altro che di virtù, di sensibilità, di filantropia,
-di stato di natura. Le dame portano le acconciature _au sentiment_,
-dove son messi in mostra ritratti e capelli di parenti ed amici. Alla
-compassata simmetria dei giardini francesi si preferisce l'irregolarità
-dei giardini inglesi, “_il disegno dei quali è stato tracciato non
-da un'arte sapiente, ma da un cuore sensibile_„. A breve distanza
-dai viali pomposi di Versailles, sta per sorgere il villaggetto dove
-la regina di Francia, la regina graziosa e infelice che lascierà sul
-patibolo la testa, verrà, intanto, in abito di percalle bianco, a
-pescare e a veder mungere il latte.[12]
-
-Comparisce allora l'estetica moraleggiante del Diderot. Dinanzi
-ai quadri di Francesco Boucher, tutti galanteria e sensibilità,
-l'appassionato scrittore si sdegna. Egli vitupera insieme l'artefice
-e l'uomo: “_Che volete che questo pittore getti sulla tela? ciò che
-ha nell'immaginazione; e che può avere nell'immaginazione costui, che
-passa la vita con le prostitute d'infimo grado?_„ Anche l'arte deve
-avere “_des moeurs_„, deve insegnare, deve correggere, deve rendere la
-virtù amabile, il vizio odioso, il ridicolo evidente. E all'estetica
-del Diderot corrisponde la pittura di Giambattista Greuze, un Hogarth
-alla francese, voglio dire amabile, mondanetto, spoglio d'ogni
-ruvidezza e d'ogni brutalità, il quale celebra gli affetti famigliari,
-premia il virtuoso, denuncia il tristo, non dimentica, naturalmente,
-le conseguenze ben diverse d'una buona e d'una cattiva educazione;
-è, insomma, il pittore un po' melodrammatico della borghesia che si
-afferma e si atteggia, come lo Chardin era stato il pittore sincero
-della borghesia che s'annunciava.
-
-E l'Italia? L'Italia non ha chi contrapporre nè all'uno nè all'altro.
-Tipi di borghesi e di popolani — più assai di questi che di quelli
-— ritroviamo nel Crespi (che illustrò con una serie d'acqueforti le
-avventure di Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno), nel Piazzetta, nel
-Longhi, nell'Olivieri, nel Tiepolo stesso, in tanti altri ancora;
-vi ritroviamo sopra tutto quelle figure che hanno, per ragion di
-professione, una tal quale fisonomia comica o pittoresca, quasi di
-maschera, come il barbiere, il sarto, lo speziale, il suonatore
-mendico, il merciaiuolo ambulante, il cerusico, il cavadenti, il
-saltimbanco; ma rappresentazione costante e consapevole, o almeno
-particolarmente preferita, delle classi subordinate, non v'ha. Nel
-Longhi, ad esempio, borghesia e popolino compaiono di sbieco, come
-personaggi accessori o di contorno; essi stanno — avverte giustamente
-Ernesto Masi — “_in attitudine di servilità verso i patrizî, in
-attitudine di mercanti e di bottegai, o in quella più frequente
-di pubblico che fa numero e che s'affolla intorno al trespolo del
-ciarlatano e del cantastorie o alla baracca del domatore di bestie
-feroci_„. Solo frequentando le botteghe degli antiquarî, o qualcuna di
-quelle famiglie, così rare ormai, dove si conserva la religione delle
-vecchie cose, possiamo essere più fortunati. In certe collezioni di
-stampe dozzinali, commentate a piè di margine da distici goffi, noi
-c'imbattiamo in una bolla d'episodî e scenette e caricature e satire
-e drammi della vita dei nostri umili avi; siamo introdotti nella loro
-giornaliera consuetudine; entriamo nel tepore della cucina e del
-tinello, nella povertà della soffitta, nell'osteria, nella chiesa,
-nella scuola; e un sentimento di umana commozione ci assale davanti
-a quelle pagine ingiallite e macchiate dall'umidità, — povere foglie
-divelto da un albero morto e galleggianti sui naufragi del tempo!
-— dove un'anonima mano inesperta tentò di raccontare le gioie e le
-sofferenze, i passatempi e i ridicoli di tante creature che passarono
-ignorate.
-
-Quest'assenza d'uno Chardin e d'un Greuze dalla storia dell'arte
-italiana ha, del resto, le sue intime ragioni. Perchè il pittore o
-lo scultore s'impadronisca d'un elemento sociale e gli dia valore
-estetico, è necessario che questo elemento abbia, a' suoi occhi, uno
-spiccato risalto. Scovare ciò che nell'ordine dei fatti è ancora
-nascosto o dissimulato, svolgere ciò che è iniziale, compiere ciò
-che è frammentario, integrare ciò che è disperso, non s'appartiene, o
-assai poco, alle arti figurative. Ora in Italia, l'elemento borghese,
-disgregato, docile, remissivo, sano ma tutt'altro che vigoroso, aveva,
-nella prima metà del Settecento, assai minore evidenza e consistenza
-sociale che non in Francia, dove costituiva in fine uno degli ordini
-officialmente riconosciuti della nazione, dove si trovava raccolto in
-uno di quei vasti focolari d'attività e di pensiero in cui le classi
-soggette acquistano più facilmente la consapevolezza del proprio
-destino, e dove non erano del tutto spente le vestigia dell'antica
-tradizione ugonotta, tradizione di austerità democratica e di virile
-fermezza. E quanto al movimento della seconda metà del secolo, esso,
-se non mancò nel paese nostro, se anzi vi fu per parecchi riguardi più
-serio e più praticamente efficace, non ebbe però quell'espansione,
-quella vivacità, quello slancio, quel clamore di pubblici consensi,
-che sono atti a sollecitare la fantasia dell'artista. Ecco perchè,
-a differenza dei nostri vicini, noi non abbiamo un pittore della
-borghesia e del popolo.
-
- *
-
-Così nell'arte del Settecento abbiamo finora ravvisato due tendenze:
-l'una che continuava a sospingerla verso le licenze decorative e il
-lavorar di pratica; l'altra che la richiamava allo studio del vero.
-Oggi ci è facile riconoscere quanti tesori d'ingegno brillassero
-nella prima e quanto avvenire fosse riserbato alla seconda; ma non
-sarebbe equo pretendere che i nostri nonni avessero pensato come
-noi, i quali giudichiamo con l'immenso beneficio della lontananza
-e dell'aver assistito allo svolgimento posteriore dei fatti. Era
-naturale, invece, ch'essi finissero col sentirsi sazî di sbrigliate
-fantasie, senza per ciò appagarsi di realismo semplice, tanto più
-che quelle davano ormai segno d'esaurimento, e questo si esercitava
-ancora in una cerchia troppo angusta di soggetti. Era naturale che,
-reagendo, essi vagheggiassero un'arte più decorosa, più alta, più
-classicamente castigata, cioè voluta e creduta tale. Del resto, fin
-dallo scorcio del secolo decimosettimo, la pittura del Maratta a
-Roma e quella del Lazzarini a Venezia avevano in certo modo tentato
-d'informarsi a questo concetto. Nell'architettura poi, non solo non ci
-avviene più d'imbatterci in quei deliranti ammassi di pietre ch'erano
-usciti dalla stramba immaginativa d'un Maderna o d'un Tremignan, ma,
-coll'avanzare del Settecento, vediamo le linee classiche aprirsi
-la strada e prevalere a poco a poco fra le persistenti bizzarrie
-dell'ornamentazione, come propositi di semplicità in un'anima che
-abbia troppo abusato di sentimenti artificiali e che peni ancora
-a spogliarsene. E avrebbe potuto la reazione contro il barocco
-essere concepita in una forma diversa, quando la tradizione, la
-cultura letteraria, le accademie si univano per dare all'artefice
-un eguale consiglio? Quando, come guida suprema, come freno a tutte
-le intemperanze, come correttivo a tutti gli errori, come unica
-via che gli promettesse una gloria non mentita, esse gli additavano
-concordemente la disciplina del pensiero antico?
-
-Ad affrettare codesto ritorno verso un ideale consacrato
-dall'ammirazione dei secoli, verso un ideale che rispunta sempre dopo
-i periodi di licenza artistica, come una dittatura dopo l'anarchia
-politica, concorsero le scoperte ercolanensi, gli scavi moltiplicati,
-le gallerie e i musei illustrati dall'incisione, e una serie di grandi
-opere archeologiche, fra le quali primeggiò quella del Winckelmann.
-Lavoratore erculeo, impasto singolare d'entusiasmo e di pedanteria,
-di minuziosità analitiche e di comprensione sintetica, di dottrina
-e di esclusivismo, di pertinacia tedesca e di genialità latina, il
-Winckelmann imprese a ricomporre, frammento per frammento, la religione
-dispersa dell'antica Bellezza; egli innalzò un inno a quei sublimi
-artefici che avevano (ripeto quasi le sue parole) concepito le loro
-creature come essenze eteree, generanti, per virtù connaturata,
-l'impeccabile venustà delle proprie forme; egli si prosternò a' piedi
-di quei simulacri superstiti di pario e di pentelico, come dinanzi
-all'incarnazione eternamente giovine dell'ideale. Il movimento (lo
-avvertì già il Carducci), era cominciato in Italia, dove l'infaticabile
-erudito trovò una schiera di collaboratori, noti ed ignoti; ma nella
-sua _Storia dell'arte nell'antichità_ egli mise di indiscutibilmente
-proprio quella vasta facoltà di coordinazione, quella fiamma di
-apostolato, quel dogmatismo solenne, quella nobiltà un po' astratta e
-metafisica di linguaggio che allora conquistarono di colpo l'Europa, e
-che anche oggi trascinano il lettore, nonostante tutte le riserve del
-gusto e tutti i dissensi dell'indagine progredita.
-
-L'altro stromento di reazione contro l'arte che aveva fin qui prevalso,
-fu l'eclettismo pittorico, propugnato da un fervido amico e seguace
-del Winckelmann, da Antonio Raffaele Mengs. Insegnava il Mengs doversi
-dare la palma a Raffaello pel disegno e per l'espressione; al Correggio
-per la grazia e pel chiaroscuro; al Tiziano pel colorito; soggiungeva
-potersi cogliere il fiore di tutti e tre, ma Raffaello sembrargli su
-ogni altro degno di studio, come colui che s'era meglio accostato alla
-serena perfezione degli antichi. — Nulla di più convenzionale, nulla
-di più contrario ad ogni concetto organico della produzione artistica,
-sentiamo dire. — D'accordo; ma anche questo principio dell'eclettismo
-aveva dietro a sè una lunga e non mai spenta tradizione; era stato
-patrocinato dai Carracci, come antidoto sicuro contro il manierismo;
-avevano talora mostrato di seguirlo, a saggio di abilità tecnica, gli
-stessi barocchi; e infine, di fronte alle esagerazioni unilaterali
-della linea e del colore, dell'espressione e del movimento, esso pareva
-promettere alla ragione un più costante equilibrio fra gli elementi
-essenziali dell'arte.
-
-Veramente tra i primi a suscitare il nuovo indirizzo era stato il
-lucchese Pompeo Girolamo Batoni, il quale, giunto giovanissimo a Roma
-e condotto dal Conca e dal Masucci, affinchè si scegliesse l'uno o
-l'altro per maestro, aveva voltato le spalle a tutti e due, per darsi
-allo studio della pittura raffaellesca e dei marmi antichi. Senonchè
-il Batoni, ingegno vivace ma poco colto, staccatosi soltanto a mezzo
-dal gusto contemporaneo ed esclusivamente pittore, non pensava a far
-propaganda; mentre l'azione esercitata dal Mengs si dovette non solo
-alla sua laboriosità ammirabile di artista, ma alla sua grande cultura,
-alla sua parola viva, alle sue lettere, agli scritti pubblicati
-dopo la sua morte, al suo spirito dottrinario, che rispondeva
-appieno all'indole dei nuovi tempi, in cui la logica alzava il capo
-orgogliosa e stava per cimentarsi alla titanica prova di ricostruire
-schematicamente tutta la società!
-
-E un po' discosto da lui collocheremo Angelica Kauffmann, cui
-l'ingegno, la bontà e una romanzesca vicenda valsero fama non inferiore
-a quella di Rosalba Carriera; quasi fosse destino che in questo
-secolo di dominazione muliebre, anche i due diversi atteggiamenti
-dell'arte s'incarnassero in due amabili figure di donna. Ho detto _un
-po' discosto_, perchè mentre il Mengs dal delizioso pastellista che
-s'ammira anche oggi nel Museo di Dresda s'era venuto trasformando
-nel dotto frescante del _Parnaso_ di Villa Albani, il temperamento
-femminile preservò la Kauffmann dalle severe costrizioni del neofitismo
-e lasciò persistere nell'opera sua — massime nei ritratti, per
-quanto avvolti nei veli dell'allegoria — un'impronta nativa di grazia
-seducente e di molle abbandono.
-
-Del resto, ove si eccettui qualche resistenza felice dell'istinto, la
-nuova produzione artistica assumeva caratteri direttamente opposti
-a quella che l'aveva preceduta. L'arte barocca era stata il frutto
-di facoltà indisciplinate; questa, invece, vuole obbedire alla
-riflessione, onde il Mengs viene lodato principalmente per essere un
-filosofo che parla ai filosofi. La prima non s'era affatto curata
-della verosimiglianza storica e locale, tanto che il Tiepolo aveva
-potuto piantare gli abeti in Egitto, cacciare la pipa fra le labbra
-d'un console romano, e vestire su per giù allo stesso modo Cleopatra
-e Beatrice di Borgogna; la seconda s'imbeve d'erudizione e non si
-stanca di consultare minuziosamente gli storici e i poeti. L'una
-amava abbandonarsi a tutte le audacie del movimento, e l'altra, per
-contro, invoca la calma, e proclama gli scorci _dal sotto in su_ uno
-stravagante capriccio. Quella mescolava con libertà senza misura il
-nobile e il plebeo, il triviale e il manierato; questa adotta una norma
-adequatrice di tutti i caratteri e di tutte le espressioni, a cui dà
-nome di “_stile eroico_„ o di “_stile sublime_„.
-
-Non equivale tutto ciò a concludere che l'arte nuova, per quanto le
-origini e le ragioni sue ci appaiano storicamente legittime, doveva
-scontare la troppa dottrina con la freddezza, e le aspirazioni al
-sublime con una mortifera uniformità?
-
-Codesto moto s'era compiuto in Roma, in quell'aria satura di atomi
-vaganti di classicità, su quel suolo fecondo di memorie, dinanzi
-ai ruderi superbi della civiltà cesarea e ai fantasmi radiosi del
-Cinquecento, fra quei rosei monsignori e porporati che smettevano le
-gioconde indifferenze del _nil admirari_, per accendersi in dispute di
-erudizione e di antiquaria. Fu la città cosmopolita, dove convenivano
-d'ogni parte pittori, scultori, incisori, architetti, poeti, dove
-ritroviamo Gavin Hamilton, il Piranesi, il Volpato, il Milizia, il
-Monti, l'Alfieri, il Tischbein, i due Visconti, il Fea, il Canova, il
-David, il Prudhon, quella che diede un impulso europeo alla corrente
-suscitata, o meglio accelerata, dall'archeologo brandeburghese e dal
-pittore boemo.
-
-Ma questa corrente doveva prendere una via nuova, doveva corrispondere
-ad uno stato effettivo degli animi, mercè un avvenimento così
-universale per la sua fulminea efficacia, come Roma pel fascino delle
-sue memorie: la rivoluzione francese!
-
-Gli uomini che fecero la rivoluzione, vi si erano preparati non
-soltanto sulle pagine degli enciclopedisti, ma su quelle dei classici.
-Leggendo Plutarco, Livio, Tacito, avevano imparato ad aborrire i
-tiranni, ad esaltarsi nell'apologia dell'austerità repubblicana e
-del delitto patriottico; sicchè, quando scoppiò la procella, nomi,
-linguaggio, consuetudini, sentimenti, tutto arieggiò all'antico, e
-il classicismo, dalla pace dei musei e dal silenzio polveroso degli
-_in-folio_, fu trabalzato fra il tumulto dei comizi e i dibattiti delle
-assemblee. Ora, come avrebbero potuto questi uomini assentire alle
-fantasie adescatrici del _rococò_? Nella loro catonica intolleranza,
-essi le odiavano dell'odio medesimo che gli animava contro il regime
-aristocratico; essi vedevano nell'autore gentile delle _Feste galanti_
-e nell'autore procace delle _Pastorali_ due esseri poco meno spregevoli
-delle cortigiane che avevano allietato gli ozi del Reggente e di Luigi
-decimoquinto. No; fra un popolo di liberi, l'arte non poteva avere che
-un ufficio solo: inspirarsi agli esempi della Grecia e di Roma, per
-temprare gli animi a civili virtù.
-
-Singolare coincidenza! Fu proprio un parente di Francesco Boucher, del
-pittore protetto dalla signora di Pompadour, colui che si fece l'araldo
-di questo classicismo militante. Quando Giacomo Luigi David espose nel
-1784 il _Giuramento degli Orazi_ e nel 1789 il _Bruto_, l'entusiasmo
-non ebbe confine. Tutta una generazione acclamò il suo interprete, e,
-con una di quelle esplosioni della moda ch'erano allora tra le maniere
-più eloquenti di manifestarsi del sentimento pubblico, modellò sui
-quadri di lui il proprio gusto. Per vero, lo stile intitolato da Luigi
-decimosesto incoronava già delle sue curve più sobrie gli emblemi
-decorativi tratti dalla vita e dal costume antico; ma ora questi
-trionfano tra le linee che si vanno facendo sempre più rigide; ora
-s'incontrano da per tutto le pettinature e le fogge alla greca e alla
-latina, le fibule, le armilie, le patere, i tripodi. Sul palcoscenico
-gli eroi romani non osano più comparire con la parrucca e le mani
-inguantate e gli stivaletti dai tacchi rossi, da che un grande attore
-ha vestito per la prima volta la toga e calzato il coturno.
-
-Io spero di avere anche qui, o Signori, insistito abbastanza sulla
-necessità storica di un tale avviamento dell'arte. Ma che poi
-l'originalità, la verità, la schiettezza, l'umanità della concezione
-dovessero scapitarne, è troppo chiaro. Vedete lo stesso David. Egli
-possedeva doti eccezionali di visione e di tavolozza, che furono
-rimesse pienamente in luce dai ritratti e dai quadri commemorativi
-esposti a Parigi nella Mostra centenaria del 1889. Ma che importa, se
-il preconcetto dello _stile eroico_ gli inspirava pure il _Ratto delle
-Sabine_, la _Morte di Socrate_, il _Leonida_, il _Belisario_, tutte
-quelle tele dure, asciutte, convenzionali, destinate a formare una
-scuola pittorica che alle creature vive sostituì i simulacri di gesso?
-
-E una discordia non dissimile di creazioni si avverte in Andrea
-Appiani e in Antonio Canova, i due più nobili rappresentanti di questo
-periodo in Italia, per quanto l'arte loro sia lontana dalla rigidezza
-del David e faccia piuttosto ripensare alle grazie del Prudhon.
-Nell'Appiani, a fianco alle figure dove lo studio della purezza cospira
-col senso del vero a produrre una impressione di placida ma vivente
-armonia, sono troppi i profili che ricalcano con fredda, letterale
-insistenza, gli antichi cammei. E quanto alla plastica canoviana, lo
-squilibrio è ancora più manifesto. Chiunque di voi, o Signori, sia
-entrato nella _Gypsotheca_ di Possagno, dove stanno raccolti tutti i
-modelli dell'insigne scultore, ne sarà rimasto profondamente colpito.
-Qua e là il vero, modellato da una mano creatrice; tutt'attorno le
-mascherature greco-romane. Il gruppo di _Icaro e Dedalo_, composto in
-gioventù, è un miracolo di ingenua freschezza, degno, oserei dirlo,
-della primavera del Rinascimento. Nell'effigie di Clemente XIII,
-genuflessa sotto la maestà delle vesti pontificali, con la bonaria
-testa senile devotamente reclinata e le mani giunte e a' suoi piedi il
-triregno, voi sentite tutta la poesia evangelica delle grandezze umane
-umiliate nella preghiera. Ma insieme vi si affaccia una famiglia di
-figure, nelle quali ogni carattere, ogni espressione, ogni vita, ogni
-movimento individuale si sono perduti entro lo stampo archeologico; vi
-si affacciano le deità dell'Olimpo, che uscite raggianti e palpitanti
-dalla fantasia dell'Ellade, intirizziscono qui nel gelo dell'imitazione
-accademica.
-
-Così l'arte, dopo aver folleggiato con la cadente società
-aristocratica, si asserviva al pensiero medesimo che aveva inspirato
-le effimere democrazie, al pensiero che avrebbe legittimato tra poco la
-dittatura guerriera.
-
-Consultiamo per l'ultima volta i ritratti.
-
-Eccoli gli uomini nuovi, con la fronte largamente scoperta sotto
-i capelli brevi, gli occhi intenti, le fedine ispide, alcuni nella
-negletta intimità della casa, altri nell'atteggiamento declamatorio
-di chi medita un'apostrofe o nell'accigliata concentrazione di chi
-sta per decidersi a un partito supremo; ecco l'implacabile tribuno,
-giacente nella vasca di pietra, col viso contratto dagli spasimi
-dell'agonia, con la mano che stringe convulsa un editto, forse una
-lista di proscrizione; ecco i commissari e i generali della repubblica,
-pallidi, gravi, con le divise dagli urtanti colori plebei; ecco la
-faccia fatale, livida e ossuta, incorniciata dai neri capelli spioventi
-e illuminata dal saettare delle pupille, che sta, come un'erma viva,
-alla frontiera tra i due mondi; ecco — dopo la sfrontata iconografia
-del Direttorio, questa Reggenza plebea della rivoluzione — le donne dal
-profilo marmoreo, dalle tuniche a larghe pieghe, dalle chiome raccolte
-alla greca, che riposano compostamente sur un letto o sedile di forma
-antica, sporgendo i piedi nudi come quelli d'una statua.
-
-Dove sono le testine imparruccate e incipriate, i tipi virili
-infemminiti dalle gale della moda, le pupille ammiccanti, le bocche
-tumidette, i nasini a gloria? Dove la sentimentalità, il languore, la
-gioia frivola, le arie sventate e trasognate del gaio tempo vano?...
-
- *
-
-Ma prima, Signori, di staccarci da questo secolo così ricco di
-vicende e di antitesi, che esordisce col minuetto e si chiude con la
-carmagnola, permettetemi di cogliere qualche estremo tratto della sua
-fisonomia artistica, di notare qualche attività ch'esso portò con sè
-nella tomba e qualche tendenza che gli è sopravvissuta.
-
-Si manifesta allora per l'ultima volta quella comunione fra l'arte
-pura e le arti decorative che aveva durato per così lungo volgere di
-tempi, generatrice di forme fraterne di bellezza, e che era destinata
-a dissolversi nel nostro. Per l'ultima volta l'Arte, qual ch'ella sia,
-apparisce come cosa organica, come pianta corsa da una sola linfa in
-ogni suo ramo e in ogni suo stelo; e il soffio medesimo che spira
-dalle tele e dalle statue si sente pur alitare dalla sagoma d'uno
-stipo e d'una seggiola, dai fregi d'un parafuoco e d'un cembalo, dalla
-cornice d'uno specchio, dall'inquadratura d'un uscio, dal contorno d'un
-orologio a pendolo e dalle rabescature d'un broccato.
-
-Certo, pe' suoi stili ornamentali, come per le sue mode e le sue
-fogge, il Settecento è francese anche in Italia, come il Cinquecento
-era stato italiano anche in Francia. Pure non ci mancarono impronte
-e iniziative originali. Andrea Brustolon, vissuto tra i due secoli,
-tratta la scultura in legno con robusta floridezza di vena; Carlo
-Briati risolleva a Venezia l'arte vetraria; gli arazzi di Firenze, di
-Torino, di Napoli, di Roma non sono in tutto eclissati dallo splendore
-dei _gobelins_; la ceramica s'allieta di leggiadrie nuove nell'Abruzzo,
-nella Liguria, nella Toscana, nel Veneto; fiorisce la tarsia nella
-Lombardia.
-
-E v'ha un'arte che meriterebbe da sola lungo studio, come quella che
-partecipa con alacrità di consenso a tutta la vita spirituale del
-tempo: l'incisione sul rame. Essa presta alle fantasie esuberanti un
-linguaggio suggestivamente sommario e sciolto da ogni rispetto alla
-realtà; popolarizza aristocraticamente la coltura estetica; introduce
-un'immagine d'arte fra le cure della famiglia; asseconda il ritorno
-all'antico, illustrando i monumenti classici e i capolavori paesani.
-E ognuno di codesti incisori trasfonde la personalità propria nella
-lastra metallica, lestamente investita dal Canaletto, imbevuta di luce
-solare nel Tiepolo, carica di chiaroscuri nel Piranesi, morbidamente
-accarezzata dal Bartolozzi, segnata con dotta evidenza dalla mano del
-Volpato e del Morghen.
-
-Ma uno dei caratteri che più distinguono l'operosità intellettuale del
-Settecento è la passione, talora si dovrebbe dire la follia, delle
-raccolte. Siamo nell'età degli amatori, i quali vengono radunando
-d'ogni parte, senza badare a dispendio, bronzi, marmi, terracotte,
-medaglie, monete, tele, disegni; l'età in cui un principe, pur
-amante della guerra, cede un reggimento di dragoni per alcuni vasi di
-porcellana, come più tardi suo figlio, durante una ritirata, penserà
-a mettere in salvo quadri e gioielli, dimenticando gli archivi. E
-non soltanto nei centri maggiori, dove se ne porge più facilmente
-l'opportunità, vengono formandosi codeste collezioni. Talora in qualche
-sonnolenta cittaduzza di provincia, quasi tagliata fuori del mondo,
-il forestiero colto scende dalla berlina per visitare il museo, il
-medagliere, la quadreria, messi insieme dal discendente di un sinistro
-gufo feudale raggentilito in cavaliere di buon gusto. Ora, come mai
-queste assidue occasioni di raffronti, questo riaccostamento di forme
-e inspirazioni diverse, non avrebbero contribuito a fecondare, ad
-allargare le intelligenze?
-
-A ciò conferisce pure l'insolita frequenza dei viaggi, che annuncia un
-bisogno irrequieto di espansione, di nuovi orizzonti, di nuove idee,
-di nuove forze. L'arte si fa anch'essa venturiera. L'Amigoni si educa
-nelle Fiandre; lo Zuccarelli e il Bartolozzi sono tra i soci fondatori
-dell'Accademia di Londra; il Rotari è chiamato da Caterina di Russia;
-Giambattista Tiepolo muore a Madrid; Bernardo Bellotto a Varsavia. Nè
-alcuni fra i letterati e i pensatori nostri sono meno nomadi degli
-artisti; essi vanno in Francia, in Inghilterra, in Germania, in
-Austria, in Polonia, persino oltre l'Atlantico, vengono ricercati e
-accarezzati dai principi, brillano nei salotti, penetrano in qualche
-gabinetto diplomatico. Dopo la lunga solitudine, l'Italia comincia a
-rientrare nelle correnti vive del pensiero europeo, e vi rientra se non
-più come guida, non sempre e non in tutto seguace.
-
-Quante volte non fu detto che l'uomo del passato posto dinanzi
-all'_Iliade_, alla _Commedia_, all'_Amleto_, a un tempio greco, a
-una cattedrale archiacuta, a un edificio del Rinascimento, avrebbe
-ripudiato qualcuna di codeste creazioni, mentre noi, moderni, le
-abbracciamo e onoriamo tutte, come portati egualmente legittimi di
-peculiari condizioni e attitudini dello spirito! Ebbene, il Settecento
-segna quasi il punto di trapasso dall'una all'altra età. I più non
-comprendono, è vero, o, peggio, disprezzano lo stile ogivale, la
-pittura primitiva, la visione dantesca, il dramma shakespeariano, ma
-v'è già chi si leva a rivendicare la nativa virtù di quelle forme;
-v'è già chi proclama la relatività del gusto e dei canoni estetici. E
-con qual sentimento di cara sorpresa, e quasi d'ammenda a sconoscenti
-durezze di giudizio, non sorprendiamo noi nelle pagine accademicamente
-grevi o gallicamente trasandate dei nostri vecchi, impressioni
-e osservazioni che saranno le nostre! Certo, le intolleranze del
-risveglio classico interruppero il più illuminato avviamento che veniva
-qua e là annunciandosi, sicchè, anche in questo campo, pare che una
-voragine divida i due secoli; ma tuttavia, chi ben guardi, non tarderà
-a riconoscere che nel Settecento spuntarono i germi della presente
-larghezza dell'intendimento estetico, a quel modo che l'erudizione
-aperse allora la via agli odierni trionfi del senso storico.
-
-E un altro senso, di cui andiamo a buon diritto orgogliosi, si desta
-allora; quello che dicono dell'_ambiente_. Non che si concepisca,
-netta, l'idea delle analogie recondite che esistono fra l'uomo e gli
-aspetti circostanti della natura, ma certo si comincia ad intuirla,
-poichè questi aspetti vengono considerati con occhio più attento e
-perspicace. Ne fa fede non pur la pittura ma la letteratura; non il
-Canaletto e il Guardi soltanto, ma il Goldoni e il Baretti. Vi sono,
-ad esempio, certe commedie goldoniane, che vi ritraggono al vivo
-la fisonomia di Venezia, le sue calli anguste, i ponti, i rii, i
-_campieli_ dove le popolane seggono lavorando e ciarlando sulla soglia
-delle case, le altane di legno su cui le famiglie salgono a cercare
-un filo d'aria negli afosi pomeriggi d'estate. E leggendo le _Baruffe
-Chiozzotte_, ci par proprio, come ha notato acutamente il Masi, di
-aspirare le acri esalazioni della marina, di vedere dinanzi a noi la
-flottiglia delle tartane e dei bragozzi cullata dall'onde.
-
-E già, Signori, quell'armonia che esisteva allora tra le forme varie
-delle arti figurative, si palesa, con evidenza eguale, fra l'arte
-e le lettere. Forse, parlandovi di quadri, mi sarà accaduto troppo
-spesso di ricorrere a citazioni di poeti; ma come evitarle, quando ci
-si presentano spontanee? quando incontriamo di qua e di là gli stessi
-tipi, gli stessi soggetti, gli stessi sfondi di paese, le stesse
-trovate di composizione, le stesse allegorie? Tutta quanta l'evoluzione
-artistica del Settecento ha pieno riscontro nella sua evoluzione
-letteraria. Così le due tendenze che si esplicano da una parte nella
-pittura drammaticamente immaginosa del Tiepolo, dall'altra nella
-pittura realistica e comica del Longhi, sono, in fondo, le medesime
-che inspirano il teatro del Metastasio e quello del Goldoni. Pietro
-Metastasio è il poeta decoratore, che colorisce liberamente la storia
-ed il mito, che li converte in un ludo scenico di passioni effusive
-e canore, destinato ad esaltare la sentimentalità fantastica; Carlo
-Goldoni è il poeta osservatore, che stando, sorridente ma vigile, in
-mezzo alla vita, ne raccoglie le immagini nel giro tranquillo dello
-sguardo. Anche le date tornano, perchè il Tiepolo nasce nel 1696 e il
-Metastasio nel 1698, il Longhi nel 1702 e il Goldoni nel 1707; solo le
-doti individuali sembrano in certa maniera scambiarsi, in quanto il
-mondo della fantasia ha nell'artista un evocatore più possente e più
-vario del poeta, e quello della realtà ha nel poeta un rappresentatore
-più largo e più efficace dell'artista. Il secolo declina e il movimento
-che avvia l'arte all'Appiani e al Canova, conduce la letteratura,
-attraverso il Parini e l'Alfieri, al Monti ed al Foscolo. E anche qui
-esso non procede senza abusi e senza sopraffazioni; tutt'insieme,
-peraltro, riesce più benefico, perchè il suo carattere era
-essenzialmente idealista, e delle idee lo strumento naturale non è già
-il colore o la linea, è la parola. Mentre, infatti, pittura e scultura
-rimangono troppo spesso agghiacciate, dalla quotidiana consuetudine
-con l'antichità, la poesia ne ritrae quel vigore di linguaggio
-e quel calore di pensiero, che dovevano accendere e rinnovare le
-coscienze. Nel Parini il classicismo, tutt'altro che adulterare la
-rappresentazione del vero, la condensa in forme sintetiche, restituisce
-i nervi allo stile, dà alla voce del poeta, ch'essa derida o ammaestri,
-un accento di energia deliberatamente pacata; nell'Alfieri esso
-esprime la tensione dell'anima, che svincolandosi dalla società
-decrepita, tutta languori e inchini e cerimonie e accondiscendenze e
-remissività, si aderge in uno sforzo di opposti proponimenti. La morte
-era venuta dalla spensierata fiacchezza; la vita doveva scaturire dalla
-riflessione e dalla volontà.
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-INDICE.
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-
- Romualdo BONFADINI Da Acquisgrana a Campoformio 1
- Isidoro DEL LUNGO I Medici granduchi 41
- Ernesto MASI Gli avventurieri 85
- Vittorio PICA L'Abate Galiani 129
- Guido MAZZONI Dal Metastasio a Vittorio
- Alfieri 173
- Ferdinando MARTINI Carlo Goldoni 209
- Matilde SERAO Carlo Gozzi e la fiaba 241
- Guido MAZZONI Giuseppe Parini 273
- Enrico PANZACCHI Vittorio Alfieri 309
- Giovanni BOVIO Giovanni Battista Vico 345
- Alberto ECCHER La fisica sperimentale dopo
- Galileo 365
- Antonio FRADELETTO L'arte nel Settecento 421
-
-
-
-
-NOTE:
-
-
-[1] Tralasciando il Diderot e l'antica questione del Fils Naturel,
-cito il Mercier, il Roger, il Saint-Just, il Desriaux, il Pelletier,
-il Neufchateau, il Cubrères, il Cailhava, il Carbon-Flins, il
-Paillardelle, il Davrigny, la Riccoboni, la Benoist, e forse ne
-dimentico qualcheduno.
-
-[2] GOLDONI. _Mem._: Parte I, cap. V.
-
-[3] GOLDONI. Op. cit. Parte I, cap. XXXI e XXXII.
-
-[4] _Drammaturgia_, N. XII.
-
-[5] _Oeuvres_. Paris Garnier 1879. Vol. XXII, pag. 444.
-
-[6] _De Oratore._ Lib. II.
-
-[7] _Memorie_. Parte I, cap. XXXIX.
-
-[8] V. _Il Teatro italiano nel secolo decimottavo_, passim.
-
-[9] COLLÉ, _Journal III._ 66, anno 1765.
-
-[10] _Gl'Inganni lodevoli._ Atto III, scena IX.
-
-[11] Ridotti, convegni.
-
-[12] Cfr. H. TAINE, _L'Ancien régime_, pag. 208 e seguenti.
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-
-
-
-
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-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA NEL SETTECENTO ***
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