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If you are not located in the United States, you'll have -to check the laws of the country where you are located before using this ebook. - -Title: La Vita Italiana nel Settecento - Conferenze tenute a Firenze nel 1895 - -Author: Various - -Release Date: September 6, 2019 [EBook #60249] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA NEL SETTECENTO *** - - - - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by the HathiTrust -Digital Library) - - - - - - - LA - VITA ITALIANA - NEL - SETTECENTO - - _Conferenze tenute a Firenze nel 1895_ - - - DA - - Romualdo Bonfadini, Isidoro Del Lungo, Ernesto Masi, Vittorio Pica, - Guido Mazzoni, Ferdinando Martini, Matilde Serao, Enrico Panzacchi, - Giovanni Bovio, Alberto Eccher, Antonio Fradeletto. - - - - MILANO - FRATELLI TREVES, EDITORI - - Quinto migliaio. - - - - - PROPRIETÀ LETTERARIA - - _I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati - per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda._ - - Tip. Fratelli Treves. — 1908. - - - - -DA ACQUISGRANA A CAMPOFORMIO - -(1748-1797) - - -CONFERENZA DI - -ROMUALDO BONFADINI. - - -Uno dei fenomeni che colpiscono maggiormente i lettori di storia — -quando riflettono — sta nella costante accelerazione degli svolgimenti -sintetici d'ogni natura, a misura che ci allontaniamo dalle epoche -primigenie; sta nella sempre maggior brevità di quei periodi -ricostruttori o elaboratori di cose nuove, che un tempo duravano -più secoli e suggerivano al poeta latino il pensoso: _mortalis ævi -spatium_.... - -Chiamatelo, secondo le leggi morali, progresso; chiamatelo, secondo -le leggi statiche, moto uniformemente accelerato; certo è che quelle -mutazioni generali di pensieri, di abitudini, di legislazioni, di -vita civile, a cui nell'evo antico appena bastavano dieci generazioni -d'uomini, si sono compiute più tardi nello spazio di un secolo, e, -venendo più presso a noi, in cinquant'anni od in trenta. - -Uomini ed eventi esercitavano, nelle prime epoche dell'umanità, -un'azione così passeggiera e così lenta che quasi non s'avvertiva. Le -grandi monarchie orientali impiegarono più di un millennio e mezzo -a sorgere, a brillare, a distruggersi, senza che il mondo antico -apparisse, dopo così grandi catastrofi, notevolmente mutato. Roma era -vecchia di oltre cinque secoli, quando cominciò a far avvertire la sua -presenza fuori de' suoi confini. Sesostri, Ciro, Cambise, Alessandro il -Macedone, malgrado il loro genio e le loro conquiste, non lasciarono -negli ordinamenti del mondo maggior traccia di quella che lascia una -frana di monte, rotolatasi nell'Oceano. L'umanità doveva giungere fino -al Pescatore di Galilea, per sentirsi tratta a mutare in sè e di sè -tanta parte di pensieri e di scopi. Eppure ci vollero quasi mille anni -perchè il Cristianesimo vincesse, soltanto in Europa, tutti gli antichi -Iddii. E i quattrocento anni dell'Impero romano occidentale dimostrano -che, dopo la scossa data alle vecchie compagini sociali da Cesare e -da Augusto, il mondo s'era ricantucciato nella schiavitù nuova e non -accennava a riscuotersi più. - -Colla discesa dei barbari nell'Europa, divenuta ormai l'unico fattore -di trasformazioni sociali, la storia comincia a pigliare avviamenti -più rapidi. Attila rinnova il mondo colla forza, Giustiniano col -diritto. Nel medio evo, i periodi elaboratori diventano anche più -frequenti e più intensi. Carlo Magno, gli Ottoni, la casa di Svevia -danno gli ultimi colpi alla marmorea e millennaria tradizione romana. -Da un secolo all'altro, le condizioni della società umana cominciano -ad assumere aspetti diversi; ora sotto l'influenza delle Crociate, -ora sotto quella del risveglio artistico e letterario, ora sotto gli -influssi economici allargatisi per la scoperta d'America. Le plebi -cominciano a rialzarsi; l'aristocrazia da feudale diventa cittadina; -le necessità dei commerci danno varietà alle legislazioni civili; gli -Stati si costituiscono; sorgono le questioni nuove dell'equilibrio -politico. - -È così che, avvicinandosi ai tempi nostri, la mutazione organica -delle cose appare più evidente e quasi continua; sicchè, mentre nel -tempo antico un uomo di pensiero doveva spingere lo sguardo a due -o tre secoli addietro per cogliere i sintomi di un movimento nella -compagine umana, potè più tardi limitarsi ad esaminare il corso della -propria vita, per trovarvi elementi di novità intellettuali, politiche, -sociali, talvolta tanto più meravigliose nell'ultimo effetto loro -quanto meno s'era avvertito il loro sorgere e il loro concatenarsi. - - * - -Uno di questi periodi storici, a rapide evoluzioni e a multiformi -sorprese, ci presenta la seconda metà del secolo decimottavo, al quale -finalmente sono giunte queste conferenze sulla vita italiana, dopo -avere cominciato a frugare per entro i secoli oscuri e dopo avere -illustrato i secoli gloriosi. - -Uscivamo da un lunghissimo periodo di decadenza intellettuale e -morale. Da dugent'anni avevamo perduto ogni elaterio di vita pubblica, -ogni diritto ed ogni virtù d'iniziativa paesana. In un secolo e -mezzo, soltanto il Galileo ci aveva dato l'orgoglio dell'antica -grandezza intellettuale italiana. Ma, letterariamente, eravamo -passati dall'Ariosto e dal Machiavelli a Gregorio Leti e al cavalier -Marino; artisticamente, imbrattavamo di calce gli affreschi dei -quattrocentisti, per ridipingere su quelle preziose pareti le fiamme -dei dannati o le colossali effigie di San Cristoforo; giuridicamente, -eravamo ritornati alle più fitte ignoranze del medio evo, mediante -i grotteschi processi contro le streghe e contro gli untori. -Politicamente poi, nulla era più tristo e più umiliante dei vari -regimi italici; ballottato tra Francesi, Spagnoli, Tedeschi, l'elemento -indigeno s'era piegato a tutte le tirannie, a tutte le pompe di quei -governi violenti o ridicoli. I pochi principi di famiglie nazionali, -come i Medici e i Gonzaga, s'affondavano nel lezzo dei cattivi costumi. -Nessuna resistenza di moltitudini, nessuna protesta di pensatori -fermava i governanti sullo sdrucciolo delle prepotenze e delle pazzie. -Nobili e popolani s'erano acconciati a servitù, e l'uniforme gallonato -d'un cortigiano spagnolo o francese trovava curve le schiene e verbosa -l'ammirazione degli eredi di Piero Capponi e di Gerolamo Morone. - -Questo insieme di ordinamenti politici e di fenomeni sociali -sembrava assodato e ribadito nel 1748 dalla pace di Acquisgrana; che, -sostituendo l'Austria alla Spagna nella preponderanza sull'Alta Italia, -ed aggiungendo al Borbone di Napoli un Borbone di Parma, otteneva -l'intento di stringere il nostro paese fra le due famiglie dinastiche -ritenute più ostili ad ogni allargarsi di attività nazionali. - -Or bene, un uomo che fosse nato, per esempio nel 1730 e si fosse -spento, dopo settant'anni, nel 1800, sarebbe invece passato per tali -e tante vicende, da non poter più riconoscere nella sua vecchiaia il -mondo che gli era stato famigliare nella giovinezza; avrebbe assistito -a così larghi mutamenti, a così profonde evoluzioni di costumi, di -discipline, di pensieri, di ordinamenti politici, da dover dubitare se -veramente non fosse stato almeno doppio il tempo della sua esistenza. - -Quest'uomo, per esempio, avrebbe visto, con Giuseppe Parini, -sostituirsi all'Arcadia la letteratura civile; avrebbe visto -distruggersi la scolastica, spuntare con G. B. Vico la filosofia; -avrebbe visto sparire i cronisti e sorgere, col Muratori, la critica -storica; avrebbe visto rinnovarsi ab ovo la giurisprudenza, col -Filangieri e col Beccaria; avrebbe visto le scienze fisiche far passi -da gigante col Volta, col Piazzi, collo Spallanzani; avrebbe visto -sgominati i cortigiani politici e risorti gli uomini di Stato, col -Tanucci, col Verri, col Bogino, col Fossombroni. Avrebbe visto di più; -avrebbe visto una triade d'innovatori fondare un teatro drammatico -italiano, col Metastasio, col Goldoni e coll'Alfieri; avrebbe visto -uscire dai deliri del barocco due ingegni severi, che riconducevano -l'arte al culto delle linee e del pensiero, Appiani e Canova. - -Poi, rivolgendo lo sguardo alle abitudini della vita, quell'uomo -si sarebbe accorto di altri fenomeni; avrebbe veduto illuminarsi -e lastricarsi le vie cittadine, rimaste per tanti secoli in balìa -del fango e dei ladri; avrebbe veduto nella locomozione elegante -sostituirsi le carrozze alle lettighe, nell'alimentazione delle -infime classi sostituirsi la salubre patata ai grani infraciditi. -Avrebbe poi visto una rivoluzione nella salute pubblica, mediante -l'innesto del vaiuolo; una rivoluzione nella pubblica educazione, -mediante l'espulsione dei gesuiti da tutto il territorio italiano; una -rivoluzione nei contatti sociali, mediante la fondazione dei giornali e -lo spesseggiare dei ritrovi nelle botteghe da caffè. - -Finalmente, quell'uomo avrebbe visto, nei costumi italiani, un -rivolgimento inatteso e anche più consolante; avrebbe riudito un -linguaggio, a cui da due secoli l'Italia s'era disusata: il linguaggio -dell'uomo libero dinanzi al potente, si chiamasse principe o plebe. - -Così avrebbe udito, per esempio, Carlo Emanuele III chiedere al -Muratori in qual modo pensava di trattarlo ne' suoi _Annali_, e il -Muratori rispondere: “come Vostra Maestà tratterà la mia patria„. -Avrebbe udito un Commissario francese invitare Ennio Quirino Visconti -a pubblicare un editto ingiurioso per l'onor cittadino, e il Visconti -rispondere: “che cercasse altrove i carnefici del suo paese„. Avrebbe -udito la bordaglia milanese chiedere al Parini che gridasse “morte agli -aristocratici„ e il Parini rispondere: “viva la repubblica, morte a -nessuno„. E finalmente avrebbe veduto, nell'ultimo anno della sua vita, -una pleiade di alti ingegni e di robusti caratteri sfidare impavida i -carnefici del re di Napoli e salire serenamente il patibolo, preparato -loro da una regina corrotta e da un ammiraglio fedifrago. - -Questi fenomeni di risveglio intellettuale e morale dominano tutto -il periodo che va dalla pace d'Acquisgrana alla fine del secolo; e -bastano a segnare i caratteri generali di un'epoca ricostruttrice e -innovatrice; come sogliono bastare a chiarire le epoche di decadenza -quei tristi fenomeni che si riassumono nelle opinioni fiacche, nella -paura dei molti, nella frenesia del mutare, nella voluttà del servire. - -D'onde poi sia uscito, come sia stato preparato questo rapido -rivolgimento nella coltura pubblica e nel carattere nazionale degli -Italiani, non par facile congetturare. - -Certo, non dovette essere piccola sui nostri settecentisti l'influenza -del seicentismo francese, altrettanto glorioso quanto era stato -ignobile il nostro. Non si può negare l'analogia che v'è tra il -Metastasio e il Racine, tra l'Alfieri e il Corneille, tra il Goldoni -e Molière. Nè può credersi rimasta inefficace sullo spirito del -Filangeri la grande opera giuridica del Montesquieu. Nè, sugli scritti -di Mario Pagano e di Melchiorre Gioja, minore azione esercitarono -gli enciclopedisti francesi. Pure, originale è certamente nel Vico -il metodo nuovo d'intendere la storia e la filosofia. Non imitò, -ma precorse Francesi e Tedeschi col suo classico libriccino, -Cesare Beccaria. La profonda concezione istorica da cui nacque la -pubblicazione dei _Rerum Italicarum scriptores_ precedette, nel -pensiero e nel tempo, le consimili pubblicazioni dei Benedettini -francesi e del Pertz. E tutto indigeno fu quel moto di rinnovazione -poetica, che, impernandosi sul culto dell'Alighieri, partì da Alfonso -Varano per giungere al Cesarotti, al Foscolo, al Monti. E non s'inspirò -a nessun modello forestiero, se non forse all'italico Orazio, quella -novità di una satira civile e didascalica che, partendo da Gaspare -Gozzi, arrivò presto alla sublime ironia del Parini. - -Forse, anche la mutazione avvenuta nei regimi politici della penisola -potè aiutare il benefico movimento. Le dinastie secolari, quando -cessano di rinnovarsi nelle abitudini e nelle idee al contatto dei -nuovi indirizzi assunti dallo spirito umano, determinano intorno -a sè cristallizzazioni di forme, attraverso le quali è difficile -che il pensiero possa trovare la forza di penetrare. Questo era -avvenuto alle vecchie famiglie medievali dei Farnesi, dei Medici, -dei Gonzaga, rese inette dall'abitudine del fasto e dei godimenti a -comprendere le necessità di governo secondo i concetti più austeri che -cominciavano a farsi largo. Questo era avvenuto anche più alla boriosa -dinastia spagnola, coll'aggravante che, non potendo neanche governare -direttamente i suoi dominî italiani di Milano e di Napoli, aveva dovuto -lasciare quelle popolazioni sotto l'arbitrio di governatori, più nobili -che intelligenti, e sopratutto più intesi a far denari che a promovere -giustizia e civiltà. - -I mutamenti dinastici avvenuti in Italia dopo la guerra per la -successione di Spagna, e ratificati nel trattato di Acquisgrana, -rompono in parte, e un po' dappertutto, meno a Venezia, queste -cristallizzazioni. La casa d'Austria, insediatasi in Lombardia, vi -porta uno spirito più moderno, v'incoraggia un maggiore studio delle -questioni amministrative, abitudini più laboriose, più virili, più -parsimoniose. I Borboni, installati a Napoli e a Parma, sentono il -bisogno di iniziare il loro regime con qualche innovazione che procuri -loro il favore dei governati, e secondano le savie riforme di Bernardo -Tanucci e del marchese Du Tillot. La Toscana, passata dai Medici -ai Lorena, trova nei principi di quella casa uomini d'indole mite, -volonterosi di bene, purchè largito a piccole dosi e non disciplinato -da logica di principî; insomma il vero tipo di quel dispotismo -intelligente, che appariva allora un progresso, dopo tanti despotismi -ignobili e crudeli, ma che costituisce oggidì il maggiore pericolo -delle società liberali e la più fatale illusione degli spiriti fiacchi -e spensierati. - -Non è dunque fuor di proposito il supporre che anche da siffatti -avvenimenti politici sia venuta, diretta o involontaria, una spinta -a quella ricostituzione intellettuale e morale, a cui evidentemente -gli spiriti italiani s'erano lentamente preparati nel tempo, e che -aspettava soltanto un'occasione per uscire dai sotterranei alla luce. - -E, del resto, toccherebbe a troppo alti orgogli l'ingegno umano, se -potesse afferrare, anche soltanto nel passato, una sicura sintesi -delle cagioni. Quegli stessi ostacoli, o somiglianti, che fermano -al problema delle origini le più audaci indagini dello scienziato, -trattengono intorno al problema delle leggi evolutive il moralista o il -filosofo della storia. Quegli intervalli, quelle soste, quei salti che -turbano, senza impedirlo, il lento avanzarsi delle razze umane verso il -miglioramento indefinito dell'avvenire, possono bensì precisarsi nei -fatti, ma non si riesce a sottoporli a discipline di pensiero; come -si constata, ma non si spiega, se non con altre ipotesi, l'alternarsi -degli strati nella storia geologica. - -Iddio determina, nel corso secolare dell'esistenza, i periodi -demolitori e i periodi ricostruttori, le epoche, in cui l'uomo -precipita verso gli abissi e quelle in cui si slancia verso l'Empireo. -Supporre che nell'avvenire queste alternative debbano cessare e i -periodi storici non segnino più che nobili gare verso sempre maggiori -svolgimenti di bene, può essere una speranza, non è una legge che abbia -stabilito i suoi termini. Il che non impedisce che nell'uomo rimangano -però immutabili i termini del dovere morale, che consiste nell'opporre -ogni resistenza alle ragioni del male, anche quando un concorso di -forze irresponsabili sembri impedire o allontanare il trionfo del bene. - - * - -Ma tornando all'argomento storico, dopo questa scappata, forse -inopportuna, nelle regioni dell'etica, è bene avvertire come, anche in -questo mezzo secolo fervido di tante mutazioni, le forze innovatrici -siano state di due sorta, ed assai diverse così nella rapidità -come nella intensità degli effetti raggiunti. Dal 1748 al 1795 è un -cammino calmo, costante, non audace, pacifico; dal 1795 alla fine del -secolo, è un correre vertiginoso, spensierato, fatale, una distruzione -implacabile, una ricostruzione tumultuosa. Nel primo periodo di 47 -anni, l'impulso è dato da elementi nazionali, da pensatori, da principi -o da ministri di principi; nel secondo periodo di soli cinque anni, -è dato da invasioni straniere, da prepotenza d'armi, da subitaneità -d'interessi, da esigenze di turbe, chiamate in ventiquattr'ore a -dominio irresponsabile dopo secoli di servitù. Il primo periodo si -suole chiamare delle riforme, il secondo, della rivoluzione. - -Ora, s'è molto disputato fra gli studiosi di storia patria, se il moto -rivoluzionario esotico abbia affrettato o ritardato, ne' suoi ultimi -effetti di civiltà e di progresso, il moto riformatore indigeno. -Forse anzi è questa la tesi storica del secolo decimottavo, intorno -a cui si siano più affatioate le menti e le ipotesi dei polemisti. È -inutile aggiungere che, dopo questi sforzi d'ingegno, la situazione è -rimasta quella di prima. Nè gli adoratori della Rivoluzione francese -riescono a persuadere i liberali riformatori della bontà intrinseca -del metodo giacobino; nè questi possono presumere di vaticinare che -cosa sarebbe stato il mondo senza il lavacro uscito dagli ardori -del 1789. Certo, i progressi economici e civili raggiunti in Toscana -sotto l'amministrazione leopoldina non furono superati da quelli a cui -posero mano i commissari francesi o la principessa Elisa Bonaparte. E -quando, nel 1790, il conte Pietro Verri propose ai notabili milanesi, -contro l'opinione del Visconti e del Botta, di chiedere all'imperatore -Leopoldo una Costituzione, l'opinione pubblica lombarda doveva già -trovarsi, su per giù, nello stato in cui trovossi, cinquantasette anni -dopo, l'opinione pubblica piemontese, quando il conte di Cavour propose -ai notabili torinesi, contro l'opinione del Sineo e del Valerio, di -chiedere a Carlo Alberto la pubblicazione dello Statuto. - -Del resto — ripeto — siffatta disputa non può servire oggimai a -nessuno scopo scientifico, quando non sia quello d'un'acuta ginnastica -intellettuale. Potrebbe chiudersi tutt'al più con quella vigorosa frase -sintetica, colla quale a Sant'Elena l'imperatore Napoleone chiuse una -polemica quasi simile intorno a Gian Giacomo Rousseau: “forse il mondo -sarebbe stato più felice se io e lui non fossimo nati.„ - -Il periodo rivoluzionario colpiva impreparate le masse, ma era stato -preveduto, in parte favorito dagli uomini di pensiero. - -Già fin dal 1784 l'uragano incipiente non era sfuggito alla sagacia del -ministro piemontese, conte Bogino, il quale, guardando alla Francia, -era morto esclamando: “povera Italia! povera Europa!„ Viaggiando in -Francia, al seguito di una dama lombarda, illustre per bellezza e per -intelletto, la marchesa Paola Castiglioni, Alessandro Verri, Francesco -Melzi, Cesare Beccaria s'erano mescolati a tutti i gruppi novatori -della società parigina e riportavano in patria l'impressione che il -periodo delle riforme stava per chiudersi. Un abate napoletano, pozzo -di spirito e di scienza, Ferdinando Galiani, era entrato in grande -dimestichezza con Diderot e d'Holbach, e scriveva da Parigi ai suoi -compatrioti, informandoli di tutte le agitazioni e le preparazioni che -bollivano nella pericolosa città. E più dei pensatori s'affaccendavano -gli avventurieri, razza che non manca mai di entrare in iscena alla -vigilia delle grosse crisi, e a cui di solito vien meno la moralità, -non mai l'ingegno o l'audacia. - -Un veneziano, Giacomo Casanova, fuggito con mirabile ardire dalla -prigione dei Piombi, aveva percorso l'Europa, rompendo tutte le -discipline sociali; imponendosi con astuzie di finanza al conte di -Choiseul, a Federico II, a Caterina II, a Maria Teresa; bisticciandosi -col conte di San Germano e con Voltaire; scandalizzando tutti i paesi -per le pubblicità della sua vita, pel lusso, pei giuochi, pei duelli, -per gli amori, pei debiti. - -Un siciliano, Giuseppe Balsamo, era penetrato più addentro negli -organismi delle vecchie sette europee; le aveva dominate coi misteri -nuovi del mesmerismo; e imbrancandosi col finto nome di Cagliostro -nell'aristocrazia europea, corrompeva principi, aizzava plebi, -abbarbagliava ignoranti, spargeva dappertutto i semi della miscredenza -e della rivolta. - -Un milanese, il conte Giuseppe Gorani, innamoratosi delle più spinte -dottrine demagogiche, s'era volontariamente sbandito dalla patria ai -primi sintomi della commozione francese; s'era fatto intimo dei più -scamiciati giacobini dell'epoca; aveva accettato missioni segrete di -agitatore in Isvizzera ed in Italia; sicchè, per decreto dell'arciduca -Ferdinando, era stato radiato dall'albo della nobiltà milanese e, coi -procedimenti giudiziari ancora in uso, gli erano state confiscate le -proprietà. - -Era sotto queste impressioni e sotto queste influenze, dirette o -indirette, che cominciava a suscitarsi un'opinione pubblica, favorevole -alle dottrine umaniste, quantunque risolutamente contraria alle -applicazioni inumane dei rivoluzionari francesi. - -Frutto di questo duplice indirizzo degli spiriti, sopratutto nella -regione lombarda, la più indicata a ricevere il primo urto delle idee e -dei fatti della Rivoluzione, era stata una dimostrazione ostile, fatta, -sin dal 1789, nel teatro della Scala al conte d'Artois, e nel tempo -stesso l'avversione acuta, universale ond'erano circondati i violenti -energumeni che del Comitato di Salute Pubblica parigino s'erano fatti -fra noi apologisti e plagiari, come il prete Lattuada, Gio. Antonio -Ranza e Carlo Salvador. - -Nondimeno, come avviene sotto il sole, sempre e senza rimedio, gli -esagerati si organizzavano e i moderati si rassegnavano; sicchè i primi -e non i secondi si trovarono pronti a cogliere i vantaggi ed esercitare -le influenze che la procella politica stava per sostituire ai vecchi -ordinamenti sociali. - -Questi resistettero, come meglio seppero, in Piemonte e in Lombardia, -finchè le minaccie partirono soltanto da elementi indigeni e da -cospirazioni paesane; si frantumarono, come statue di gesso, a cui -venisse tolto il sostegno, appena furono visti dalle Alpi scender -armati, e, come ai tempi del Filicaja, - - Bever l'onda del Po gallici armenti. - -Per dire il vero, quegli armati non scendevano “a torrenti„ come il -Filicaja narra del tempo suo. Erano anzi pochi, mal vestiti e peggio -nutriti; ma li guidava un'idea fatale e un giovane anche più fatale -dell'idea. - -Era un generale in capo di ventisette anni, non alto di statura, -gracile di complessione, pallido di colorito, coi capelli spioventi -sulla fronte e sulla nuca, dalla fisonomia pensosa, dallo sguardo -d'aquila, dal parlar breve, rotto, energico, implacabile. Il suo paese -lo aveva veduto sedare in dodici ore una formidabile insurrezione per -le vie di Parigi, rioccupare Tolone a colpi di cannone, e strisciare -come un sollecitatore nelle anticamere del disonesto Barras, -dispensatore di titoli e di gradi. Il nostro paese era destinato a -vederlo fulmineo vincitor di battaglie, distruttore di regni e di -repubbliche, improvvisatore di governi e di costituzioni politiche, -saccheggiatore di codici e di opere d'arte, nemico formidabile di -despotismi e di libertà, detronizzatore di principi e di pontefici, -restauratore di ordine, di studî e di religione, imperioso con -generali, con popoli, con regnanti, schiavo umile e innamorato di una -sposa bella, frivola e traditrice. - -L'ora che corre segna in tutta Europa una specie di ripresa della -leggenda napoleonica. Non si sa se sia ammirazione della fortuna, delle -virtù o dei delitti che a quella leggenda appartengono. Non si sa se -il mondo discopra quel tumulo per cercarvi una volontà potente, una -direzione sicura, un ingegno a nessuna esigenza inferiore, o se frughi -fra quelle ossa per trovarvi i residui del dispotismo illimitato e -spensierato, a cui anelino di prostrarsi società frolle e scettiche, -stanche di pensare e di combattere por idealità da cui non aspettano -nessun vantaggio. - -Ad ogni modo, nessuna preoccupazione di questa natura agitava i -contemporanei, quando il generale Bonaparte, con una rapidità di mosse -a cui non erano preparati i suoi avversarî, gira e supera nel tempo -stesso la catena dell'Appennino ligure, si ficca come un cuneo fra -le colonne austriache e le piemontesi, batte le prime a Montenotte -e a Dego, le seconde a Millesimo, forza ad un armistizio il governo -sardo, scende difilato lungo la corrente del Po, lo varca a Piacenza -mentre Beaulieu lo aspettava a Valenza, si getta su Lodi, vi sbaraglia -l'esercito austriaco ed occupa Milano, entrandovi dal lato orientale, -mentre tutte le difese gli si erano opposte dal lato occidentale. - -Qui comincia quell'ultimo e breve periodo rivoluzionario che ci conduce -sino alla fine del secolo ed è per l'Italia così fertile di sorprese, -di mutamenti, di lutti. Periodo fra i più lamentosi di tutta la -nostra storia, nel quale le campagne furono tormentate dalla guerra, -le città dalle rivoluzioni e dalle reazioni, gli ordini di governo -dall'anarchia. Preoccupato dalle cure militari, che non gli lasciavano -tregua, il generale Bonaparte era impotente a reprimere le tirannie -dei demagoghi, o scesi dalle Alpi con lui, o innalzatisi, sotto il suo -patrocinio, dagli ambienti locali più volgari e più avidi. Per più di -tre anni, un popolo avvezzo ai Verri, ai Tanucci, ai Bogino, a Pietro -Leopoldo, a Clemente XIV, si vide dominato o da commissarî francesi -inetti ad ogni opera che non fosse di spogliazione, o da istrioni -politici, cresciuti fra la taverna e il tumulto, che quando non -riuscivano a governare, impedivano ogni governo di altri. Questa era -stata la conseguenza del dilagarsi delle truppe repubblicane per tutto -il territorio italiano; le quali, abbattendo per necessità di difesa i -governi indigeni, dovevano compensare la scarsezza del loro numero coi -metodi del terrore e coll'appoggio dato alle classi più indisciplinate -della popolazione. Senonchè questi metodi preparavano, come sempre, -reazioni egualmente torbide. - -E lo si vide, allorchè, pochi mesi dopo, uscito Bonaparte dall'Europa, -e rifattasi la coalizione contro la Francia, gli anarchici neri -susseguirono agli anarchici rossi. Allora si predicò l'ordine -collo stesso furore con cui s'era prima predicata la democrazia. -Il cardinal Ruffo e Fra Diavolo saccheggiarono in nome del Re di -Napoli, il maresciallo Suwaroff saccheggiò in nome degli Imperatori, -il generale Lahoz saccheggiò in nome del Papa, Branda Lucioni -saccheggiò in nome del Re di Sardegna; e la Toscana fu saccheggiata -dalle bande che gridavano: _viva Maria;_ a capo delle quali entrò in -Firenze, precorritrice storica di Luisa Michel, una virago a cavallo, -Alessandrina Mari di Montevarchi. - -Prima che il secolo decimottavo seguisse i suoi predecessori nel -vortice della storia, anche queste anarchie potevano dirsi in gran -parte cessate. Ma se, fra tante procelle, s'erano, a intervalli, -mantenute nei loro dominî le dinastie del centro e del mezzogiorno -d'Italia, più profondi e durevoli mutamenti di Stato avevano avuto -luogo nella regione settentrionale, dove due fra i più antichi e -gloriosi governi della penisola erano stati violentemente soppressi, -per tradimento, o, se la parola pare eccessiva, per insidia delle nuove -diplomazie. - -È inutile dire che alludo alla monarchia di Savoja e alla repubblica di -Venezia. Delle ipocrisie che hanno avviluppato la prima fu sopratutti -responsabile il Direttorio francese; di quelle a cui soccombette la -seconda, spetta al generale Bonaparte l'iniziativa e la responsabilità. - - * - -Dopo le prime battaglie di Montenotte e di Millesimo, il governo sardo, -vistosi impotente a continuare le ostilità, s'era piegato ai consigli -pacifici del cardinale Costa, arcivescovo di Torino, stipulando a -Cherasco un armistizio, che fu poi convertito a Parigi in un formale -trattato di pace. - -Pareva che di quegli accordi il Direttorio dovesse essere soddisfatto, -poichè a nessuna condizione onerosa il Piemonte s'era negato. Concedeva -libero il passo agli eserciti francesi, cedeva la Savoia e Nizza, -lasciava occupare le fortezze di Ceva, Cuneo, Tortona e Alessandria, -distruggeva i forti alpini di Exilles, di Brunetta e di Susa, chiudeva -i suoi porti alle navi delle potenze ostili alla Francia, riduceva -l'esercito al piede di pace. - -Malgrado ciò, non cessavano le pretese. Tardava alla Francia -l'assorbimento del regno. Sicchè, dai confini della Lombardia, divenuta -Repubblica Cisalpina, entravano spesso elementi di rivolta, che si -aggiungevano alle cospirazioni paesane. Viceversa, quando il governo -sardo reprimeva o puniva, era sempre dall'ambasciatore francese -che partiva la domanda o l'ingiunzione di grazia. Così riusciva -difficile il governare. Meno di due anni dopo il trattato di Parigi, -il Direttorio volle un nuovo trattato, che chiamò d'alleanza, e pel -quale — s'intende — il Piemonte doveva fornire uomini ed armi contro -i nemici della Francia, quali si fossero. Neanche questo bastò. Verso -la primavera del 1798 divenne evidente che il Direttorio francese -accampava contro il Piemonte le stesse ragioni che, nella favola -famosa, il lupo accampava contro l'agnello. - -Due letterati di primo ordine si fecero complici in questa turpe -commedia: il Ginguené, ambasciatore della Repubblica francese, -e Leopoldo Cicognara, inviato della Repubblica cisalpina. Non vi -fu sopruso, non vi fu inganno che fosse risparmiato da questi due -rappresentanti d'una sleale politica. Carlo Emanuele IV cercava invano, -abbondando nelle concessioni, di stornare dal suo capo una sorte -immutabilmente decisa. I due ambasciatori chiesero dapprima la consegna -della cittadella e l'ottennero; poi domandarono si congedassero i -ministri, e il Re non volle; poi esigettero che si armassero dieci mila -uomini per combattere il re di Napoli, e furono accordati; finalmente -intimarono di consegnar l'arsenale; e a sostegno di questa domanda le -truppe della Repubblica Ligure invadevano il territorio dall'Apennino, -mentre il generale Joubert lo invadeva dal Ticino, e dalle alture di -Superga minacciava Torino. - -Carlo Emanuele IV non seppe rassegnarsi a maggiori umiliazioni e con un -manifesto del 9 dicembre 1798 abdicava nelle mani del generale, futuro -maresciallo, Clauzel. A questa risoluzione, per la dignità del trono, -lo aveva consigliato anche il suo ambasciatore a Parigi, Prospero -Balbo; il quale, conscio che una delle condizioni dell'abdicazione -doveva essere la sua prigionia, andò spontaneamente a costituirsi nelle -mani delle autorità parigine. Le dinastie che hanno secoli di fiera -esistenza trovano qualche volta, piuttosto nei periodi della sventura -che in quelli della fortuna, consiglieri di così alta devozione e di -così antica virtù. - - * - -Mentre queste cose accadevano intorno alle alture dove comincia il -Po, altre non meno dolorose avevano luogo intorno alle lagune, dove -finisce. - -La Repubblica di Venezia era certamente quello fra gli Stati italiani -dove s'erano meno pronunciate le alternative dello spirito pubblico. -Quasi democratiche fino al 1297, le istituzioni del governo veneto -erano divenute interamente aristocratiche dopo la famosa riforma -elettorale del doge Gradenigo. La durata secolare di questo regime -aveva probabilmente sottratta la Repubblica all'influenza di quelle -cause che determinavano, nel resto d'Italia, la decadenza intellettuale -e politica; ma le aveva anche impedito quel ritorno di energie che in -ogni regione del pensiero aveva segnalato il settecento italiano. Un -po' spossata dalle guerre del cinquecento e dalla politica spendereccia -e megalomane del doge Francesco Foscari, Venezia s'era rannicchiata -ne' suoi commerci, limitandosi ad accentuare, ogni secolo, le proprie -tradizioni, mediante le imprese marittime di Francesco Morosini o di -Angelo Emo. Nel complesso, l'antico suo genio si veniva estinguendo, e -l'immobilità sua non le permetteva più di mantenere influenza su popoli -e su regimi, tutti affaccendati a muoversi, a mutarsi, a perfezionarsi. -Il patriziato aveva conservato una certa attitudine ai grandi affari -politici; ma per reprimere novità ostili al suo prestigio, non aveva -cercato mai di educare il popolo a vigorosi sentimenti, accontentandosi -di lasciargli ogni libertà nelle feste. Venezia era diventata una -grande oasi di gioia, a cui tutti potevano accorrere e attingere. Però, -su ogni cosa che riguardasse affari e politica, posava la diffidenza -e il sospetto. Non se ne occupavano — e in segreto — che i patrizi -del Maggior Consiglio, ai quali pareva che gli interessi conservatori -stessero unicamente nel chiudere sempre le loro fila e i loro -ordinamenti ad ogni alito di migliorìe. Tanto che, nel 1780, avevano -mandato a domicilio coatto Giorgio Pisani, perchè fattosi iniziatore di -riforme nelle leggi costituzionali della Repubblica. - -Era in questa situazione morale e politica che Venezia vedeva -avvicinarsi alle sue contrade la bufera rivoluzionaria scatenatasi -dalla Francia. - -La questione non tardò ad imporsi alle deliberazioni del Senato, nel -quale, al principio del 1793, ventilaronsi due partiti. Francesco -Pesaro, procuratore di San Marco, sostenne vigorosamente la necessità -di armarsi, pur proclamando la neutralità. “Se Venezia non s'arma„ -esclamò egli con vivo presentimento dell'avvenire “Venezia è -perduta.... credete voi di poter evitare la guerra, perchè ne avrete -trascurati i preparativi?... la perfidia non ha mai cercato invano -dei pretesti.... circondati d'armi da tutte le parti, la spada sola -può tracciarsi un cammino verso la pace.„ Gli rispose un membro del -Consiglio dei Savj, Zaccaria Vallaresso, e il suo discorso persuase -fatalmente i patrizi ad accogliere la politica della neutralità -disarmata. - -Quel discorso era un tessuto di ipotesi, cucito con abili frasi. La -Francia aveva appena invaso il territorio di Nizza e della Savoja. -Si sarebbe trovata di fronte a due potenze militari, il Piemonte -e l'Austria, che le avrebbero certamente impedito di avanzarsi. -D'altronde, lo stato interno della Francia era troppo violento perchè -potesse durare; una reazione in senso monarchico era imminente. Una -volta armata, Venezia avrebbe reso più intensi gli sforzi delle potenze -belligeranti, per avvincerla a sè; non avrebbe potuto sottrarsi alla -seduzione di stare cogli uni o cogli altri; sarebbe troppo deplorabile -la condizione umana se, quando la guerra scoppia sopra un punto del -globo, il mondo intero dovesse correre alle armi.... si deve qualche -cosa all'umanità, all'innocenza, alla giustizia.... e via dicendo. - -Sofismi; ma sofismi atti a far breccia in animi fiacchi; ed era fiacca -pur troppo l'assemblea innanzi a cui venivano pronunciati; era fiacco -l'ambiente in mezzo a cui quell'assemblea deliberava; era fiacco il -principe, a cui dovevano metter capo quelle responsabilità, l'ultimo -Doge eletto nel 1789, Lodovico Manin. - -Così s'erano disegnati in Venezia i tre capi delle frazioni politiche, -destinate a seppellire, colle loro discordie, la secolare Repubblica: -Giorgio Pisani, vessillifero delle idee popolari e riformatrici; -Francesco Pesaro, interprete dell'antica energia conservatrice e -previdente; Zaccaria Vallaresso, oratore dei retori, dei gaudenti, -degli spensierati. - -Era appena presa questa infausta decisione che i sintomi del pericolo -romoreggiavano sul capo della Repubblica. - -Il Querini da Parigi e il Grimani da Vienna avvertivano delle proposte -già fatte dal Direttorio francese al governo austriaco, per la cessione -a quest'ultimo di alcune provincie venete di terra ferma. L'agnello -offriva il suo collo; diventava facile sgozzarlo, o almeno tosarlo. -Cominciata la campagna del 1796, il Senato veneto lasciò sfuggirsi -un'altra occasione di riparare alla sua colpevole imprevidenza. E -l'occasione — singolare presagio dei tempi — gli veniva proprio da -quella potenza che, settant'anni dopo, vincendo a Sadowa, avrebbe rotto -per Venezia il fatale destino di Campoformio. Il barone di Hardenberg, -primo ministro del re di Prussia, faceva dire all'ambasciatore -veneziano in Parigi che se Venezia avesse voluto allearsi colla -Prussia, colla quale nessun conflitto d'interessi era possibile, -“la Prussia si sarebbe opposta con efficacia agli ambiziosi disegni -dell'Austria ed avrebbe garantita l'integrità del territorio veneto.„ - -La fatalità trascinava il Governo repubblicano, ostinato a cercare la -salute in quell'isolamento che non era indipendenza. - -E intanto erano avvenute le prime battaglie del 1796, e la guerra -s'avvicinava, indietreggiando, alle provincie di terra ferma. Il -generale Bonaparte, più esigente del suo Direttorio, credette scorgere -nel contegno della Repubblica una diffidenza verso il genio della -vittoria ch'egli personificava, e fermò nella profonda mente il disegno -di sopprimerne la secolare esistenza. Non lo nascose uno de' suoi -intimi, il colonnello Beaupoil, il quale diceva, fin da Verona, che -“quatorze siècles d'existence devaient suffire à la république„. - -I pretesti cominciarono per la presenza sul territorio veneto del conte -di Lilla, chè tal nome aveva preso nell'emigrazione il pretendente -al trono di Francia, il futuro Luigi XVIII. In onta alle sue antiche -tradizioni d'asilo, Venezia dovette sacrificare l'esule ai reclami del -Direttorio e alle intimazioni del suo generale. - -Poi, sopravvennero subito le difficoltà pratiche della neutralità -disarmata. Impotente a respingere così i vinti come i vincitori, -la Repubblica non potè negare il passaggio alle truppe austriache, -nella loro ritirata verso il Tirolo. Bonaparte, irritato, fece subito -occupare Brescia, poi Bergamo; il generale austriaco, per rappresaglia, -pose guarnigione a Peschiera; Bonaparte rispose, impadronendosi di -Verona. Il Senato veneto strepitava, il Querini reclamava a Parigi, il -provveditor Foscarini si presentava al quartier generale dell'esercito -francese. Ma ormai tutta la guerra si faceva sul territorio veneto, ne -ed era possibile deviarla; Bonaparte rispondeva al Foscarini in tono -altezzoso e coll'offerta ironica di mandare le sue truppe a difendere -la libertà di Venezia; il Direttorio faceva offrire al Doge un trattato -d'alleanza che, in tali condizioni, assumeva l'aspetto d'un trattato -di servitù; e negli intimi colloqui il patrizio Querini si sentiva -proporre dagli affaristi del Direttorio, che con cinque milioni dati -per le spese di guerra e settecento mila lire sborsate al direttore -Barras, si sarebbero potuti ottenere dal governo francese dei dispacci -che fermassero il generale Bonaparte ne' suoi disegni di distruzione. - -Le tratte per settecento mila lire furono effettivamente consegnate; -e il Barras non ebbe pudore a presentarle per lo sconto al banco -Pallavicini di Genova. Ma il generale Bonaparte s'era già posto -colle sue vittorie in una situazione personale, che gli permetteva di -non ricevere ordini da nessuno. Il suo proposito circa Venezia era -implacabile; egli voleva finire una guerra, dalla quale ormai aveva -tratto tutta la gloria che gli occorreva; coi territori di quella -Repubblica avrebbe ammansato l'Austria, non mai esausta di forze e -di eserciti. Per giungere allo scopo suo, non esitò ad entrare per -le vie sdrucciole dell'insidia e della ipocrisia. I suoi emissari -politici fecero lega coi più torbidi elementi del partito popolare, -che in Venezia metteva capo al Pisani, in Brescia ai fratelli Lechi. -Ben presto una sorda agitazione invade le popolazioni delle città e -delle campagne appartenenti alla Repubblica. Brescia, Bergamo, Crema -insorgono contro il dominio veneto e sono manifestamente appoggiate -dai comandanti francesi. Questo primo successo incoraggia a proseguire -nella via, e tutti gli sforzi s'acuiscono intorno a Verona, la città -principale dei dominii di terraferma. - -Qui tutto diventa odioso, sleale e tragico. Era capo dell'ufficio -militare francese d'informazioni un Landrieux, colonnello degli ussari. -Uomo senza scrupoli e deciso a servire occultamente tutti i partiti -dell'epoca, uno dopo l'altro e gli uni contro gli altri, s'accontò -con un vecchio stromento della demagogia parigina, Carlo Salvador, -milanese rinnegato e disonorato, di cui Bonaparte si serviva per ogni -mandato. Insieme complottarono un documento falso, e fu un proclama -del provveditore Battaglia, nel quale, annunciandosi immaginarie -sconfitte dei Francesi nel Friuli e nel Tirolo, s'eccitavano i fedeli -sudditi della Repubblica, e sopratutto le classi rurali, a reprimere -l'insolenza dei rivoltosi, scacciandoli da Bergamo e da Brescia, dove -s'erano annidati. - -Fu questa, in mezzo alla tensione naturale degli animi, la causa prima -delle famose _Pasque veronesi_, e poco mancò non tornasse a danno -irreparabile dei provocatori. Invano protestò il Battaglia contro -l'apocrifa pubblicazione e protestarono i governanti veneti, presso -il Direttorio e presso il Quartier generale. L'impulsione era data; -le smentite sono in ogni tempo meno autorevoli delle calunnie; la -provocazione alla guerra civile ottenne l'effetto suo. - -Il 17 aprile 1797 Verona fu piena d'armi, d'odii e di stragi. Ad una -rissa fra militari veneziani e militari francesi, il generale Balland -credette opportuno por fine, cannoneggiando dai forti. La popolazione -si credette assalita e reagì. Dove si trovò in minor numero, fu -sopraffatta dalle milizie; dove prevalse, non risparmiò nè vivi, nè -ammalati, nè donne. Non bastava la morte, vi si aggiunsero i tormenti. -Per cinque giorni durarono le stragi per parte dei popolani e dei -contadini, le bombe e l'incendio per parte dei francesi, agglomerati -nei forti. Al sesto, venuta meno quasi la materia prima ai furori, -poterono pronunciarsi parole di pace. Parecchi patrizi veronesi, il -conte Nogarola fra gli altri, avevano raccolto e nascosto in casa -loro cittadini ed ufficiali francesi, cercati a morte. I provveditori -veneti, Giustiniani, Erizzo e Giovanelli, che da un pezzo avevano -richiamata l'attenzione sullo stato degli animi e sulle mene dei -cospiratori franco-italiani, si raccolsero a consiglio coi generali -francesi; ma ebbero presto ad accorgersi che in questi nessuna idea di -temperanza poteva penetrare. Il linguaggio era brutale, le esigenze -innumerevoli, evidente il desiderio di trarre dal dramma veronese -pretesto a maggiori complicazioni. Verona dovette arrendersi a -discrezione, e i provveditori furono rimandati a Venezia. - -Ma su Venezia intanto scoppiava l'ira del Giove tonante. - -Le sorti della guerra avevano portato il generale Bonaparte sulle -alture del Semmering, d'onde l'istinto audace gli faceva già -intravedere l'occupazione di Vienna. - -Però tra l'audacia e il successo, nel cervello del futuro Cesare v'era -ancor posto pel ragionamento. Anzi, pei ragionamenti; poichè, nel -momento attuale, erano due e combaciavano fra loro. Vincere un'altra -battaglia pareva ancora possibile, forse era facile; ma non era esclusa -la possibilità di perderla, e la perdita, in quelle condizioni, bastava -ad annullare tutta la gloria e tutti i vantaggi ottenuti. A misura che -si allungava su Vienna, l'esercito francese, così lontano dalle sue -basi, naturalmente s'indeboliva; mentre intorno alla gran capitale, -l'arciduca Carlo avrebbe trovato forze e mezzi di resistenza e di -attacco sempre maggiori. Non si poteva giurare che una sola vittoria -avrebbe ancora stesa l'Austria ai piedi del vincitore; si poteva -giurare che una sola sconfitta avrebbe costretto il generale Bonaparte -a rifare in fuga precipitosa quel cammino fino allora seminato di così -rapide audacie. - -D'altra parte, obbligando l'arciduca Carlo, non timido avversario, a -concentrare tutte le forze militari del suo paese per difendere da un -colpo di mano la capitale della monarchia, Bonaparte avrebbe resa più -facile una ripresa offensiva dell'esercito del Reno, che il generale -Moreau guidava con minore impeto, ma con eguale tenacia, contro i -nemici della Francia repubblicana. V'era a prevedere il caso che -i due eserciti entrassero contemporaneamente in Vienna e che i due -generali ne avessero eguale onore. Ora, ciò non secondava i disegni -del generale Bonaparte, che già si sentiva il primo nel suo paese e non -avrebbe voluto dividere con nessuno, meno che mai — e lo provarono gli -eventi successivi — col generale Moreau, la dittatura che già volgeva -nell'animo. - -Sicchè la pace — una pace gloriosa, dopo una guerra che non l'era -meno — avrebbe posto fine alle due preoccupazioni che lo agitavano, -e avrebbe mantenuta intorno al solo suo capo la doppia aureola del -vincitore e del pacificatore dell'Europa. - -Fu per queste considerazioni, tradite già dai documenti dell'epoca, -e ormai riconosciute da tutti gli storici, che il generale Bonaparte -si decise a scrivere all'arciduca Carlo una lettera famosa per la sua -moderazione pacifica e a trattare nel tempo stesso Venezia con modi -altrettanto famosi per la loro esagerata violenza. Dopo i fatti di -Bergamo, di Brescia e di Salò, aveva mandato a Venezia il generale -Junot, minacciando il Doge e gli ottimati di aperta guerra; dopo i -fatti di Verona, accolse burbero gli inviati del Senato, e scrisse a -Pesaro: “io sarò un Attila per Venezia.„ - -E Attila fu; non nel senso della devastazione materiale, ma nel senso -della distruzione politica. - -Invano riceveva istruzioni dal Direttorio, e dal suo ministro degli -Affari Esteri, Talleyrand, di non permettere dominio austriaco sopra -nessuna parte di territorio italiano. Egli era già abbastanza forte -da fare una politica che non fosse quella del suo governo, e voleva -stupire il mondo col suo amor della pace, dopo averlo meravigliato -colla sua rapidità nella guerra. - -Così si venne ai preliminari di Leoben, che cominciavano a sbranare la -Repubblica di Venezia, dando all'Austria tre quarti delle sue provincie -di terraferma. Era però serbata ad un piccolo villaggio posto fra Udine -e Passeriano, questa gloria d'Erostrato, di consumare il sacrificio -del più antico Stato indipendente che esistesse in Europa. Da Leoben a -Campoformio le trattative furono ancora molte, ma l'implacabile disegno -di Bonaparte trionfò d'ogni esitazione; e poichè i plenipotenziarii -austriaci stavano sul tirato, egli ruppe loro sul viso un candelabro, -per dimostrare la superiorità della sua diplomazia. - -Convinti da questo argomento, i plenipotenziari firmarono il trattato -di Campoformio, mediante il quale l'Austria acconsentiva a lasciare -estendersi la Cisalpina fino alla riva dell'Adige, e otteneva in cambio -il cadavere vivo della Repubblica di Venezia. - -È doloroso dover dire che nessuna grande inspirazione di virtù o di -valore eruppe allora dagli ultimi consigli della morente Repubblica. -Il Vallaresso e i suoi colleghi si ostinarono fino all'ultimo giorno -nella loro politica di rassegnazione agli eventi; il generale Condulmer -affermava l'impossibilità di difendere la laguna; Lodovico Manin -si rammaricava di non poter neanche dormire la notte nel proprio -letto. Tanto era diverso da un successivo Manin l'animo e l'ingegno -dell'ultimo Doge della Repubblica! - -Il 16 maggio 1797 il Senato faceva annunciare che il Governo -cedeva i suoi poteri al Municipio. E il giorno dopo, il generale -Baraguay-d'Hilliers occupava con quattromila francesi la piazza di -San Marco. Erano i primi soldati stranieri che da quattordici secoli -Venezia avesse veduti! - -Questa fu l'opera del generale Bonaparte; che iniziava così quella -politica di disprezzo delle nazioni e di mercato di popoli, a cui -ubbidì in tutto il corso della sua meravigliosa dominazione. - -So che la leggenda napoleonica trova degli evocatori anche in Italia, -e degli evocatori dominati da simpatia. A questi io non posso unirmi. -Ammiro il genio dell'uomo, come si ammira un vulcano in eruzione. Ma -non posso avere nessuna simpatia pel despota, che, avendo nelle sue -mani l'Italia, ha venduto la Repubblica di Venezia e ha fatto di Roma -un dipartimento francese. - -Non sempre dalle pagine storiche si possono trarre delle formole -educative. Questa volta, penso, si può. - -Il secolo nostro vedeva, al suo cominciare, radiati dalla carta -politica dell'Italia due Stati, una repubblica e un principato. -Settant'anni dopo, quella repubblica appariva, negli animi, più morta -che mai; quel principato era divenuto, per affetto di popoli e per -virtù di casi, il regno d'Italia. - -Vuol dire, se non erro, che dalle catastrofi difficilmente risorgono -i governi, quando ubbidiscono soltanto ad un programma cieco ed -egoista di conservazione, come quello che prevaleva negli ultimi tempi -della Repubblica di Venezia. Vuol dire che, malgrado le catastrofi, -hanno avvenire splendido e sicuro quegli Stati, quei governi, quelle -dinastie, che fondano il loro diritto di conservazione sopra un ideale, -sia di completamenti nazionali, sia di progressi morali. - - - - -I MEDICI GRANDUCHI - - -CONFERENZA DI - -ISIDORO DEL LUNGO. - - -I. - -Il pugnale di Lorenzino de' Medici, il cui sinistro bagliore rompeva la -penombra lusingatrice all'ultima fra le turpi notti del ducale cugino -Alessandro, non poteva rendere la libertà a Firenze. Quel giovinastro -malinconico e motteggiatore sognava, così almeno lasciò scritto in -pagine di frase eloquente, e come del resto gli altri regicidi di -quella età paganeggiante, sognava Bruto e l'opera sua: ma la voce di -Bruto è ascoltata ed efficace, quando si leva presso al cadavere d'una -sposa intemerata, non voluta sopravvivere a sè medesima, frementi -attorno cittadini che nella violazione del sacrario domestico sentono -offesa la santità della convivenza civile; si disperde e muore sulla -pianura scellerata di Filippi, quando, divenuta nome vano la virtù, -il grido di libertà non è più l'eco della coscienza cittadina, e -l'amor della patria non arma che il braccio d'un gruppo di congiurati. -E poi, Lorenzino non era un Bruto autentico. Rampollato da uno de' -minori rami Medicei, del quale accoglieva in sè l'ultimo fiato e le -mancate ambizioni, aveva rimuginati nell'animo culto e pervertito quei -medesimi elementi del classico Rinascimento, in mezzo alla cui acre -fermentazione si era trasformata la Firenze repubblicana; e come pel -ramo dominante, si venne in Cosimo vecchio, nel magnifico Lorenzo, -in Lorenzo duca d'Urbino, elaborando il Cesare liberticida, così in -questo diseredato, alle fattezze sue vere, che erano di un Medici -inviso a Medici e invidente, si era sovrapposta la larva, non altro -che la larva, di Bruto. Quando poi, spinta da cotesto uomo, giunse -l'ora, Firenze, che non aveva più popolo dal giorno in cui l'Impero e -la Chiesa le ebber dato un Senato, Firenze, da quei senatori — uno de' -quali si chiamava pur troppo Francesco Guicciardini, il Tacito mancato -alla storia della destinata servitù — avea docilmente ricevuto in un -giovinetto di diciotto anni il suo Cesare. - -Cesare, il duca Cosimo, per modo di dire; ma veramente, un proconsolo -del vero Cesare ispano-austriaco, alle cui mani diventava cosa l'utopia -romana medievale del Santo Impero. All'ombra di questo, i Signori -insediatisi per vario modo sulle rovine del Comune, esercitavano, -vicarî coronati, un principato, che, illegittimo d'origine, perchè -nato di violenza o di frode contro le libertà popolari, riceveva degna -sanzione nella investitura segnata dalla mano di un monarca, che di -romano e d'italico non aveva se non il nome, poichè nel fatto era il -continuatore della oppressione barbarica sul gentil sangue latino. - -Se non che i principati paesani, qualunque essi si fossero, ebbero -questo di buono: che salvarono le rispettive regioni italiche dal -giogo obbrobrioso dei Vicerè, sotto il quale Milano e Napoli, Sicilia -e Sardegna, patirono sulla viva carne il solco profondo e sanguinoso -della servitù straniera. Chiamiamoli pure proconsolati; ma codesta -loro condizione ne assicurava l'esistenza, ai termini di quel diritto -pubblico imperiale, che, dalla Dieta di Roncaglia per la bolla d'oro -di Carlo IV sino alla prammatica sanzione di Carlo VI, sovrastò, senza -del resto poterlo dominare, allo svolgimento politico di quasi sei -secoli della vita civile italiana; mentre nell'esercizio effettivo -della sovranità, nelle relazioni coi cittadini divenuti suo popolo, -il principe poteva, se volesse, e tanto quanto volesse, rimanere -cittadino. Il che ai Medici era fatto poi quasi naturale dalle -tradizioni del tutto cittadinesche della loro ambizione e grandezza: -originata dal lavoro dei commerci fortunati; e solidatasi genialmente -col favore e la cooperazione alle manifestazioni dell'ingegno; sempre, -dunque, in termini di civile convivenza, o, come con bella parola nel -Quattro e Cinquecento dicevasi, di civiltà; che la fortuna del triregno -(con Leone e Clemente) aveva non altro che amplificati. Ben diversi dai -Gonzaga o dagli Este, venuti su di sangue feudale, e mediante l'abuso -violento, mercanteggiato con l'Impero, dei magistrati municipali; -ben diversi dai Farnesi, creature papali avventizie; i Medici, se -la usurpazione, sia violenta, sia artificiosa, della comune libertà, -potesse essere legittimata mai, avrebbero avuto al principato titoli -legittimi; ne avevano certamente di gloriosi. - - -II. - -Tale eredità raccoglieva Cosimo duca: bensì non come successione -pacifica; non come il magnifico Lorenzo potè sognare, se la vita gli -fosse bastata, di trasmettere quella sua indefinita, non però meno -effettiva, autorità ai suoi discendenti; invece, una successione -viziata di tante eccezioni, quante venivano ad essere inchiuse in -quest'ordine di fatti: la cacciata del 1494 e successivi diciotto anni -di governo popolare, la restaurazione del 1512 violenta, la cacciata -ultima del 27, l'assedio, la permanente ribellione dei fuorusciti, -fra' quali ora riparava festeggiato l'uccisore del tiranno. Ma questo -Cosimo giovinetto aveva avuto per padre Giovanni, il prode capitano -delle Bande Nere, che la milizia italiana rimpiangeva tuttora; e per -madre ed educatrice quella valente Maria Salviati, che accoglieva -nell'animo, congiunti in salda tempera, gli spiriti di una popolana -baldanzosa e d'una imperiosa matrona; degna e caratteristica madre di -quello fra i Medici, sul capo del quale la popolare supremazia della -predestinata famiglia doveva divenire principato e fregiarsi della -corona granducale. - -I sette coronati che per due secoli appunto, dal 1537 al 1737, ressero -la signoria di Firenze e del dominio; — presto, alle mani del duca -Cosimo, accresciutosi di Siena ultima ròcca di libertà popolare; — -formano, nella storia dei principati italiani, un gruppo che ha suoi -peculiari caratteri e degni di nota. Non è una dinastia, che impostasi -o imposta a un paese, lo governa o sgoverna, lo prospera o lo sfrutta, -rimanendo essa una cosa (buona che si voglia chiamare o cattiva), e -quel paese, pel quale essa passa, essendone un'altra. E nemmeno si -può poi dire, che a fare essere i Fiorentini e i Toscani ciò che in -codesti due secoli furono, quei sette granduchi operassero neanche la -metà di quello che a dirizzare pel loro proprio verso la Firenze del -secolo XV operarono il vecchio Cosimo ed il magnifico Lorenzo. No; la -dinastia granducale Medicea è una cooperatrice familiare e compagnevole -della cittadinanza fiorentina e toscana, ormai tranquillata e ferma -nella servitù; signoria assoluta, dispotica anzi, ma non propriamente -tirannica, la quale, senza nè spingere nè trattenere, procede di -conserva con la società nuova che si è formata intorno a lei, e che -tanto è diversa da quella che fu popolo, quanto cotesti granduchi -dai loro avi, che in quel popolo furono tutto fuori che principi. -Solamente può dirsi, e si deve, che la signoria assoluta nella quale -si è trasformata la supremazia medicea, come impedisce le feconde -iniziative fuori del chiuso campo nel quale uno solo è il padrone, come -soffoca le reazioni generose contro l'arbitrio di lui, come ammortisce -l'espansione dei sentimenti e delle volontà, che opererebbero chi sa -su quale altra linea, verso quali altri obietti; come aduggia delle -ombre sue, siano pur protettrici, la pianta della scienza sperimentale, -che, maturata dai tempi, fiorisce ormai e vigoreggia sul buon terreno -fiorentino; così con più maligna efficacia, che non potesse mai -sugli animi de' liberi cittadini la politica liberticida de' Medici -avanti il principato, influisce nel carattere dei sudditi i vizi o -le deficienze che accompagnano e affrettano il logoramento fatale di -quella stirpe. In tal modo il secolo XVIII riceverà, per le nuove sorti -che la politica europea ha ordito alle regioni italiche, una Firenze -e una Toscana, sulle quali alita sì la grande tradizione del pensiero -e dell'arte da Dante al Machiavelli, da Michelangelo a Galileo; e -sorvola alle effimere corruzioni, spirito immortale e verbo di nazione, -la lingua; ma nel carattere e nel sentimento, nell'abito del vivere -e nelle istituzioni, han filtrato e si son diffuse, la debolezza o -l'insufficienza di Cosimo II e di Ferdinando II, la bigotteria testarda -di Cosimo III, la scettica dissolutezza di Gian Gastone. L'età virile -del granducato Mediceo, durata settantadue anni in Cosimo I e nei -suoi due figliuoli, Francesco erede dei vizi paterni e Ferdinando I -delle virtù; età, nel cui corso alcun che della Firenze repubblicana -sopravviveva se non altro nella memoria di chi ci aveva vissuto; quella -età è ormai consumata ne' suoi effetti, e moralmente quasi prescritta, -lungo i centoventott'anni degli altri quattro principati. - - -III. - -Cosimo I assume giovinetto il potere, calcando le superstiti resistenze -repubblicane, e l'ambizione, a quelle alleata, della ultima famiglia di -emuli contro la supremazia medicea, gli Strozzi. Legato di necessità -alla fortuna di Spagna, vuole e sa avere, pur sotto quegli auspicî, -una politica propria, che gli consente i vantaggi della protezione -imperiale, riserbandogli sufficiente libertà di atti, rispetto agli -altri Stati d'Italia, alla Francia, alla Chiesa. Vendicata in Lorenzino -la strage del duca Alessandro, e in Filippo Strozzi (comunque e' -finisse) la resistenza armata al proprio insediamento, volge attorno, -con sicurezza di vecchio signore, di sovrano nato, lo sguardo: e mentre -prosegue (con tutti i mezzi, nessuno eccettuato, leggi, forca, pugnale) -la depressione e la dispersione de' ribelli, che, sotto quel flagello -incessante, non si raccozzeranno mai più; mentre difende la novella -sua porpora ducale dalle gelosie delle antiche prosapie principesche -d'Italia, e contro l'ardito generoso tentativo dell'ultimo, nell'Italia -medievale, idealista di libertà Francesco Burlamacchi; Cosimo ha, fin -da principio, chiaro dinanzi a sè il suo intento, e verso quello mira -con perseverante sagacia, risolutezza e, quand'occorra, violenza: e -l'intento suo è la formazione d'uno stato che abbracci tutta intera -la Toscana. Da Montemurlo a Scannagallo, questa tenace sua volontà -trionfa col soggiogamento della vigorosa Repubblica sopravvissuta -alla fiorentina, pel quale gli è consentito di scrivere sul granito -della colonna di Santa Trinita “Cosimo de' Medici duca di Firenze e -di Siena„: la volontà di Cosimo, prima e dopo di quella vittoria, si -afferma, a benefizio del paese e afforzamento del principato, mediante -i provvedimenti agrari migliorativi specialmente del Valdarno pisano -e della Valdichiana; si afferma con la difesa del litorale infestato -dai Barbareschi, contro i quali la istituzione della milizia di Santo -Stefano durerà non senza gloria della nazione; con gli stessi forzati -pazientamenti, si afferma, verso la Spagna. Lo stato spagnuolo dei -Presidî, nella Maremma senese, è limitato, per ventura d'Italia, -dall'assodata potenza (che la Corsica, destinata a disitalianarsi per -colpa d'una italiana repubblica, invoca quasi presaga) dalla potenza -di questo duca italiano. Non molto dissimile che con l'Impero, fu -l'atteggiamento suo con la Chiesa: della quale secondava le gagliarde -resistenze alla libertà religiosa, accettando in Firenze i Gesuiti; -favorendovi l'Inquisizione, e vilmente gratificandola del capo di Piero -Carnesecchi; sovvenendo le sanguinarie guerre di religione in Francia, -anche per destreggiarsi con Caterina che sul trono cristianissimo -aveva portato i rancori suoi di Medici, ultima del maggior ramo, contro -lui Cosimo sopravvenuto e sormontato del ramo cadetto: — ma tuttociò, -senza ch'egli disertasse la difesa delle civili giurisdizioni contro -le usurpatrici improntitudini del fòro ecclesiastico, e conservando -quella indipendenza statuale ch'era stata pe' secoli tradizione della -guelfa repubblica. Fu vittoria di questa sua politica, audace a un -tempo e prudente, il serto di granduca di Toscana che a cinquantun -anno, soli quattro prima che morisse, coronò per mano del Papa, con -mala contentezza dell'Impero e dei principi italiani, le ambizioni di -questo che solo fra essi tutti, in quanto fondatori di nuovo stato, -poteva vantarsi di aver saputo applicare, sebbene per fini del tutto -personali e dinastici, le sinistre teorie, a ben più alta meta rivolte, -di Niccolò Machiavelli. - -Coerentemente a questa sua azione verso il di fuori, l'amministrazione -dello Stato fece egli servire al concetto di afforzarlo anche -internamente e guarentirlo da pericoli di turbamento. Perciò represse -i maleficî con fiere leggi; aiutò i commerci nei quali egli stesso -continuò, da buon Medici, a trafficare con somme ingenti; ordinò, -quanto meglio consentivano i tempi, l'economia pubblica, non senza -aiutarne i provvedimenti con le ispirazioni della carità. Nel favorire -gli studî, non pure rinnovò l'antica liberalità medicea, ma consentì -libertà di pensieri e di giudizi maggiore assai che non avrebbe -tollerata nei fatti. L'Accademia Fiorentina, che, quasi rinfocolando -i platonici entusiasmi del Rinascimento, denominò sacra; l'Accademia -del Disegno, il cui sorgere s'irradiò degli splendori del divino -Michelangelo; la biblioteca Medicea Laurenziana; lo Studio di Pisa; -sentirono il benefizio dell'opera sua. Palazzi, ville, loggie, colonne, -statue, il fabbricato degli Ufizi superbo di greca toscanità, furono -sotto gli occhi del popolo il duraturo ricordo e l'auspicio della -signoria novella. Ma di questa signoria il monumento più solenne, -e pieno di ammonitrice severità e di epica grandezza, addivenne il -palagio che d'allora in poi, cessatagli la perpetua giovinezza della -libertà, s'incominciò a chiamare il Palazzo Vecchio; il palagio, che -da sede del magistrato popolare artigiano, diventava il Palazzo del -Duca, e i suoi veroni giardino pensile della duchessa spagnuola, e -calate dalla torre le campane che avevano per secoli risonata la voce -del popolo, e le pareti del salone memore di fra Girolamo istoriate -delle guerre asservitrici di Pisa e di Siena, e ai lati della porta -fiammeggiante nel nome di Cristo re profanate le virili idealità -del David michelangiolesco con l'appaiarle all'eroismo brutale del -grosso iddio Ercole. Poco appresso, sulla verde pendice che sovrasta -all'oltrarno, sorgeva, vagheggiata dalla duchessa, sorgeva nel -palagio di altri emuli vinti già da tempo, e si distendeva pei viali -ariosteschi di Boboli, la vera e propria reggia fiorentina, che Cosimo -mediante l'aereo corridoio da Pitti agli Ufizi congiungeva col Palazzo -del Duca; nel modo stesso che altrove un despota feudale avrebbe, con -qualche via sotterranea irta di orridi agguati, comunicato il proprio -covo con la ròcca delle sue masnade: ma in Firenze quel corridoio -valicante l'Arno, finiva, in volger breve di tempo e per quando duchi -e granduchi sarebber trapassati alla storia, con l'aver congiunte due -reggie dell'arte, e fatto un solo tesoro della più splendida galleria -che vanti il mondo civile. - -Nella vita privata e domestica, unì Cosimo quella che ormai pel secolo -cortigiano era repubblicana rozzezza, con le qualità buone o tristi di -principe assoluto. Armatore e carezzatore di sicarî, non si tenne dal -farsi omicida egli stesso. E invero, la vita degli uomini, o strumenti -o vittime ch'e' se li assegnasse, fu a lui meno che nulla: nel che pur -troppo quella rozzezza di medio evo agevolmente si conciliava con la -ferocia, più o meno dissimulata, che l'istinto della conservazione e -i clericali sofismi del diritto divino connaturavano alle tirannidi -dinastiche. Dalla Eleonora di Toledo che, data a lui dalla Spagna, -molto conferì a improntare di spagnuolo la novella corte, ebbe -figliolanza, salvo uno, Ferdinando granduca, tutti, quanti essi furono, -di tragiche sorti: Maria, morta giovinetta non si sa se d'amore o di -veleno; Isabella Orsini e Lucrezia d'Este, la prima certamente uccisa -dal marito; Garzia e Giovanni, mancati di precipitosa morte insieme con -essa la madre; Pietro, perdutissimo uomo, più scherano che principe, -assassino dell'altra Eleonora di Toledo che fu moglie sua sciagurata; -Francesco successore, mal vissuto e finito in turpe abbandono di sè -a grossolani abusi: per non dire degli altri due figliuoli che Cosimo -ebbe, Giovanni (uomo di venturosa vita) da una Albizzi, e Virginia (che -andò sposa, e vittima a un altro Estense) dal secondo senile matrimonio -con una Martelli. - -La figura di Cosimo esce da que' suoi trentasette anni di regno, -luminosa di carattere, di genio politico, d'una forte, profonda, -imperturbata coscienza di quanto egli principe doveva a sè e al paese -ch'egli in sè impersonava: tenebrosa di propositi inflessibili, di -bieche violente passioni, il cui impeto pure gli concedeva una feroce -apatia al bene ed al male. Uomo terribile al fare; e a ciò che di -fare si prefiggeva, e quasi si decretava, subordinatore di tutti -i sentimenti, di tutti i principî, di tutti i doveri. “Ho fiducia -(diceva) in Dio e nelle mie mani„: nella quale specie di complicità fra -coteste mani ducali e quelle sante di Domeneddio si potrebbe, anche -essendo teologi molto indulgenti, osservare qualche cosa. Forse ne' -tempi da lui vissuti, per riuscire a quel ch'egli riuscì, non si poteva -essere diversi da quel ch'egli fu. - - -IV. - -Se diremo, che pel capo di Francesco la corona della Toscana trapassò -da Cosimo al successore suo vero Ferdinando, avremo giudicato, in -confronto del padre e del fratello, quel secondo granduca, degno -allievo di corte iberica, duro ad ogni buona cosa, ad ogni cattiva -mollissimo, il dammeno di tutto il principato mediceo, e che quasi -in tutti gli atti della sua vita si mostrò men che principe e men -che uomo: cosicchè ne' suoi tredici anni di regno, dal 1574 all'87, -anche quello di buono, a che pose mano, gli si sviava nel male. Il che -addimostrò egli nel resistere, ma con effetti disordinati e manchevoli, -alle pretese giurisdizionali della Curia di Roma; e nel curare la -prosperità economica dello Stato, ma con leggi proibitive, tanto più -condannabili in quanto poi vantaggiavano nel suo privato i commerci da -lui esercitati con avidità più che di mercatante; e nel favorire le -arti, che si adornarono delle opere del Buontalenti, dell'Ammannato, -di Gianbologna, del Bronzino, del Poccetti, spesso però con intenti -subordinati al vacuo fasto cortigianesco; e nel mostrarsi non alieno -dalle lettere, ma alla protezione verso la Crusca frammettendo il -favore per le censure o piuttosto fiorentine vendette del cavaliere -Salviati in odio a Torquato Tasso; e appassionandosi per le scienze -naturali, ma col perdersi dietro alle vanità, e alle stolte cupidigie -dell'alchimia. L'atto suo più efficacemente regio fu forse l'aver -proseguito, come poi anche il successore Ferdinando, l'incremento del -porto e città di Livorno: e l'atto più sciagurato, la tresca, mescolata -a bestiali stravizî e saldata dall'assassinio del marito, la tresca con -Bianca Cappello; per la quale fu intronato il malcostume e lo scandalo -che serpeggiavano per entro tutta la famiglia, e quasi, a maniera -mussulmana, convertita la reggia in alcova, finchè nel simultaneo -disfarsi d'ambedue i turpi coniugi si adempiè, a distanza di poche ore -dell'uno dall'altro, la giustizia vendicatrice dello strazio indegno -sofferto dalla granduchessa legittima la virtuosa Giovanna d'Austria. -Si può dubitare se sia giusto il paragone che si fa di Cosimo con -Tiberio, e vedere invece maggior convenienza a lui nelle virtù e nei -vizi d'Augusto: ma egli è poi certo che in Francesco ebbe Firenze il -suo Claudio. - -Ed altresì certo, che Ferdinando I possa, fatta ragione dei termini di -così diseguali proporzioni, essere avvicinato fra quei romani Cesari -ai più equabilmente temperati. Se, a dinastia finita, Firenze avesse -dovuto decretare pubblica onoranza monumentale ai veramente insigni fra -i granduchi medicei, sarebbero egualmente le statue di soli due, Cosimo -I sulla piazza della Signoria e Ferdinando I su quella dell'Annunziata, -che ci sorgerebbero oggi, come ci stanno infatti e in Firenze e in -Pisa, dinanzi: nè dello avere Ferdinando “coi metalli rapiti al fero -Trace„, com'egli scrisse in quel bronzo, monumentato non tanto, del -resto, sè stesso, quanto le sue vittorie sui barbareschi, gli faremo -noi carico, se pensiamo che decretate più tardi, quelle due statue le -avremmo avute da ben altre mani che da quelle di Gianbologna. - -Salito al trono in veste tuttora da Cardinale, Ferdinando portò con sè -come un'aura di pacifica dignità, che rompendo le atroci tradizioni -domestiche, molto valse a ricomporre e ricondurre verso il Principe -gli animi dal duro imperio di Cosimo sbigottiti, dalle brutalità di -Francesco nauseati. La politica indipendente con la quale si svincolò -dalla soggezione spagnuola, ebbe, fra il 1589 e il 1600, suggello -in due matrimonî francesi: il suo proprio, conciliato dalla vecchia -regina Caterina, con Cristina di Lorena, che gli fu degna compagna di -vita e di governo, e quello, non altrettanto felice, di Maria, nipote -di lui col re Enrico IV, riamicato ch'e' l'ebbe alla Chiesa. Nè per -questo potè dirsi aver egli non altro che mutata servitù: perchè e -verso la Francia e verso la Spagna mantenne il proprio diritto, e -l'amicizia sua fece desiderabile e ricercata all'una e all'altra delle -due potenze che si maneggiavan l'Italia; e fra l'una e l'altra seppe -esercitare autorità non infruttuosa pel trattato di Vervins che lo -pacificò: — e la sua bandiera sul castello d'Iff nel mar di Marsiglia; -e le pratiche per l'acquisto del marchesato di Saluzzo a bilanciare le -ambizioni italiche di Carlo Emanuele nostro; e la partecipazione alle -guerre imperiali contro il Turco; e le fortunate imprese delle sue -galere Stefaniane contro i pirati africani; furono altrettanti atti -del governo sagace, vigoroso e prudente, per i quali la Toscana, nella -malcongegnata macchina di quella Italia del secolo XVII, si acquistò -e conservò un'autorità, che la postura sua al centro della penisola -rendeva doppiamente salutare e onorevole, non pure all'interesse -dinastico del granducato, ma altresì al nome, fosse pure mero nome, -d'Italia. - -Mite, ma non dimesso d'animo; accorto, preveggente, operoso; dalle -relazioni col padre e con Francesco e con l'altro fratello Pietro, -aspre e difficili, ammaestrato per tempo a far suo pro de' loro -trascorsi e a curare negli altri ed in sè le magagne della propria -stirpe; e nella vita cardinalizia romana dirottosi a prendere pel loro -verso uomini e cose; egli portò nel suo governo tutto il beneficio -di quelle qualità sue morali, e di questa non lieta e paziente -esperienza. Splendidamente riassunse, sì da cardinale e sì da granduca, -la tradizione domestica di mecenate. Dei tesori d'antica arte che da -Roma più tardi immigrarono in Firenze, molto (e basti ricordare la -_Venere_, la _Niobe_, i _Lottatori_, l'_Arrotino_) si deve a lui, che -ne avea adornato da Cardinale villa Medici. Splendido fregio d'arte -nuova alle pompe cortigiane, in cui si adagiavano ormai domi cuori -ed ingegni, furono il melodramma nascente, il commesso in pietre -dure, l'ambizione del principe d'aver cortigiani che si chiamavano -Chiabrera o Guarini; e il Chiabrera ne ispirava quella sua ingegnosa -poesia di riflesso, a favoleggiare epicamente sulla Firenze de' tempi -barbarici, o a pindareggiare sulle palestre della Firenze granducale, -o sulle imprese cristiane del naviglio toscano. E ben potevano coteste -avventure marittime atteggiarsi a piccole crociate, se è vero che -e Ferdinando e poi il figliuolo Cosimo II, ambedue eroi del poeta -savonese, vagheggiassero l'idea cavalleresca d'una rivendicazione, -anzi trafugamento, del Santo Sepolcro; e che a ciò fosse destinata la -nuova cappella Laurenziana, lussureggiante di marmi, che fu invece -e rimase la Cappella dei Principi e loro sepolcreto. Da cosiffatti -pensieri, i quali forse in animo di principe italico erano l'estremo -guizzo del sentimento cristiano che pure in quel secolo produsse alla -civiltà Lepanto e la _Gerusalemme_, non diremo alieno l'adoperarsi di -Ferdinando per una stamperia orientale, fruttuosa agli studi fin ne' -giorni nostri medesimi. Nè ciò gl'impedì le cure dei traffici (e fu -lui l'ultimo mercatante mediceo) alimentatori d'una ricchezza più che -regia, e per i quali il vincitor de' pirati dicesi non isdegnasse, -talvolta anche a loro cooperazione, l'industria dei contrabbandi -marittimi; ma del cui frutto, a ogni modo, si vantaggiavano i -bonificamenti aretini e di altre parti del dominio, che dalla mano -di Ferdinando ricevè insomma quella coesione economica e politica di -granducato toscano, la quale perdurò fin che una Toscana politica ha -conservata ragione di essere. - - -V. - -I due successivi granducati, che occupano dal 1609 al 1670 la -maggior parte del secolo; con la breve signoria di Cosimo II fino al -1621, con la reggenza della madre sua Cristina e della moglie Maria -Maddalena d'Austria, e con la signoria, dal 27 in poi, lunga d'oltre -quarant'anni, di Ferdinando II; segnano sollecitamente l'indebolirsi, -se non ancora della dinastia, ma certo del governo così negli ordini -amministrativi come nei politici. Nell'interno, dove l'opera de' -ministri prevale troppo spesso a quella del Principe, languiscono -lentamente i commerci e le industrie, deperisce l'agricoltura, i -vincoli giurisdizionali sopraffanno l'economia pubblica e domestica, -si snerva la famiglia e si gonfia il convento, l'antico vigore del -braccio e dell'animo si strania in servigio d'altri paesi; scarsa -e mal nutrita è la fioritura delle lettere e delle arti, faticosa e -contrastata quella della scienza che per virtù e martirio di pochi si -afferma. Dal Cinque al Seicento, in Toscana, non è solamente cambiata -la forma del reggimento civile; si è mutata la razza. Nelle relazioni -esteriori, solidata ormai, per necessità di cose e per salutare -effetto delle altrui gelosie reciproche, la esistenza del granducato, -non però è altrettanto scevra d'impedimenti la morale indipendenza -del Principe: la tradizione politica di Ferdinando I, tenuta in -piedi alla meglio fra l'imperversare delle ambizioni e delle guerre -dinastiche, non vale ad assicurare a' suoi successori la libertà delle -loro amicizie o alleanze. E quando, cessati all'Impero i pericoli -sovrastanti da Enrico IV, s'imbastiscono, con quelle del doppio ducato -di Monferrato e Mantova, le prime guerre di successione; e Carlo -Emanuele I sospinge animosamente i destini di Casa Savoia; e la guerra -dei Trent'anni sconvolge o sospende tutta l'Europa; la politica medicea -è, senz'arbitrio di scelta, vincolata più o meno strettamente a Spagna -e Austria, e due fratelli di Ferdinando combattono in quella guerra ed -uno vi muore. Il che non guadagnò del resto a Ferdinando II il ricambio -dell'alleanza, allorchè egli ebbe a contrastare anche con le armi, -e non senza onore, alle oltracotanze nepotistiche di papa Barberini; -riserbandosi egli bensì, a sua volta, di starsene a suo agio, quando -Spagna e Francia si accapigliarono sulla costa maremmana per la vecchia -questione dello Stato dei Presidii. Tutto insieme, non mancarono a -Ferdinando II qualità di governo; ma inadeguate alla straordinaria e -troppo vasta complicanza dei fatti contemporanei. Ed è altresì vero -che alcune deficienze, delle quali in quel periodo casa Medici peccò -verso sè stessa, non sono imputabili nè a lui nè al padre suo, ma -alle Reggenti; come fu del non aver fatto a tempo valere il conchiuso -matrimonio di lui con Vittoria, ultima Della Rovere, per attirare -alla corona granducale il ducato d'Urbino; che sarebbe stato più -vantaggioso, e troppo più bello, acquisto che non gli altri, i quali -Ferdinando non trascurò, di Pontremoli e di Santa Fiora. - -La bontà, accompagnata in Cosimo da umore anche troppo proclive ai -sollazzi e alle scurrilità delle corti d'allora, fu in ambedue questi -principi naturata conformemente: e Ferdinando ebbe nella orribile -pestilenza del 1630 occasione di esercitarla con provvedimenti ed -atti, piuttosto di padre che di sovrano. E come a Cosimo questa bontà -ingenita addolcì l'austerità, del resto affettuosa, della madre e della -moglie, e lo fece rassegnato nelle infermità della vita breve; così -a Ferdinando dette la virtù di sopportare quella tribolazione lunga, -che gli furono in casa le donne. Il carattere della moglie, altero, -ombroso e dispettoso, si atteggiò fin da principio ad aperto contrasto -con quello di lui effusivo, benevolo e gaio: donde avvenne, che e' -trascorresse, sebbene senza rumore di scandali (che fra i potenti -del secolo finivano spesso, e per lo più impunemente, nel tragico), -a cercarsi allegria dove non avrebbe dovuto; ed altre conseguenze -derivarono, fatali alla dinastia, delle quali assai dice la distanza di -anni diciotto fra il primo figliuolo, che fu, a tutta imagine materna, -quel bel fiore di Cosimo III, e il secondo, prima cardinale sguaiato, -e poi, per comodo, marito sconcio e inutile d'una Gonzaga. Eppure la -Vittoria Della Rovere dovette a quel pover'uomo parere un angiolo, -appetto a quel vero demonio di nuora, la bella Luisa d'Orléans, -ch'egli andò a scovare sino in Francia pel suo figliuolo e successore. -E con cotesti matrimonii a cattiva luna, l'urbinate, l'orleanese, il -mantovano, e poi i due tedeschi de' figliuoli di Cosimo III, si svolse -rapidamente la distruzione della famiglia, il disfarsi, potremmo dire -con Dante, ma questa volta non men precipitoso che irreparabile, il -“disfarsi della schiatta„. - -Che poi a que' due granducati di Cosimo II e di Ferdinando II, e a -quella femminile reggenza, si congiunga con vicende così dolorose la -storia del pensiero e dell'opera magnanima di Galileo; e che il nome -di Cosimo a' satelliti di Giove, e quello di Cristina in fronte alla -lettera per la libertà dell'indagine scientifica, non facciano se non -aggravare la colpa dell'acquiescenza di Ferdinando al martirio e alla -curiale persecuzione, fin oltre tomba, del divino filosofo; in ciò -è forse la più grave condanna di tutto quel periodo mediceo: perchè, -dinanzi alle tarde ma immanchevoli giustizie della umana coscienza, i -meriti maggiori o i demeriti dei sovrani della terra, sono quelli che -essi si abbiano acquistati verso i sovrani del pensiero. Avrebbe forse -ammendate le vergogne di quella colpa la instaurazione, che, sotto -i granducali auspicii fraterni, il dotto e buon principe Leopoldo sì -validamente imprese, dell'Accademia del Cimento: e i nove anni, fino -al 1667, che ella così onoratamente visse e operò, quasi raccogliendo -sotto le sue insegne la combattuta scuola galileiana, riconducono -invero sulla casa Medicea un raggio di quella gloria d'umani studi -che Cosimo il vecchio, il magnifico Lorenzo e Leone pontefice avevano -trasmesso in splendido legato ai loro discendenti; e in quel novennio, -del secolo che la trionfale cultura francese segna del nome di Luigi -XIV, si accoglie senza dubbio l'ultima collettiva energia intellettuale -che da questo nostro angolo privilegiato di patria manda, a benefizio -della civiltà, il genio d'Italia. Ma quando, mentre d'ogni intorno -garrule e vaniloquenti sbucan fuori e prosperano Accademie d'ogni -sorta e figura; e di lì a soli vent'anni, per frondeggiare su tutta -la penisola, si matura l'Arcadia; quando invece vediamo il Cimento, -questa sola Accademia scientifica, eletto e numerato drappello di non -pregiudicati ricercatori del vero, inciampare sui primi passi; — e -quel buon principe Leopoldo, col diventare il Cardinale necessario -in famiglia, lo vediamo ritrarre la mano, come da alcun che di non -più addicevole, da quella pur nobilissima opera sua, e col ritrarsi -di quella mano l'Accademia del Cimento finire; finire, con pia -sodisfazione del nipote Cosimo, che sta per essere granduca, e della -nera congrega che lo circonda; — ci si addimostra ben chiaro, come -anche di questa cosa buona il granducato mediceo non ebbe la forza, e -che sulle pagine della sua storia, con la lode di quel che s'accinse a -fare, rimane l'accusa e il biasimo di quel che avrebbe dovuto e potuto -perseverare a fare, e non fece. - - -VI. - -Ma e da quel che fece e da quel che non fece, pesa egual carico di -biasimo sul penultimo dei sette granduchi, Cosimo III, che nella più -lunga pur troppo di quelle signorie, lunga di oltre mezzo secolo dal -1670 al 1723, accompagnò e di propria mano sospinse il discendere in -basso di tutto e di tutti; — politicamente, rinchiudendosi, dinanzi -alle guerre prima di Austria e Luigi XIV, poi per la successione -spagnuola, in una neutralità passiva e non patteggiata, che esponeva -lui al discredito, e la misera sua Toscana a pagare le spese di -quel rincantucciamento fuor dell'orbita degli interessi europei; — -amministrativamente e moralmente, con l'avere eretto in sistema di -governo il più goffo e irragionevole pietismo che mai abbia adulterate -e disonestate le alte e feconde ispirazioni del principio religioso, -e riducendo così tutta la vita civile ad una mostruosa parodia di -convivenza monastica, sbanditone ogni libertà non che d'azione, non -che di pensiero (pena, dal detto al fatto, la frusta, la berlina, -la forca), ma pur di sentimenti e d'affetti e d'abitudini; sino al -regolare, a norma d'editti e con pratiche inquisitorie, sanzionate -spesso da violenze crudeli, non solamente la dieta ecclesiastica del -magro e del grasso, ma le conversazioni, i matrimoni, l'uso della -parrucca, il servizio dei domestici, il fare all'amore: nobilissime -cure di governo, ch'egli alternava con la propaganda religiosa a -quattrini contanti, pagando conversioni e battezzamenti, che, con -meritata profanazione, erano spesso presi in burla da venturieri di -questa novissima industria santimoniale messa al mondo da lui. Dai -viaggi per molte regioni d'Europa, sebbene fatti in compagnia di -valentuomini come Filippo Corsini o Lorenzo Magalotti, poco più altro -ritrasse che il venirgli a noia la scienza, e il contrarne la fastosa -burbanza di gran monarca; alla cui maestà l'aver potuto aggiungere, a -competenza di Casa Savoia, il titolo d'Altezza Reale, fu una delle sue -più segnalate imprese, insieme con l'altra di esser tornato dall'anno -santo di Roma con la dignità di Canonico di San Pietro. Di quel non -molto in che favorì alcune parti dell'umano sapere e i loro cultori, -mal ci apporremmo a derivare la ispirazione da liberale moto d'animo -culto, anzichè rintracciarne i motivi in considerazioni di personale -interesse o sodisfazione; come nella familiarità col Magliabechi, -che al servizio del principe metteva non la maravigliosa dottrina -soltanto, ma la coscienza altresì; o col padre Segneri, del quale non -so quanto, senza la tonaca del gesuita, avrebbe pregiato il signorile -possesso dell'artificio oratorio e dell'idioma italiano; o col Redi, -che gli tutelava lo stomaco e glielo afforzava per la vecchiaia; o col -Micheli, la cui sapienza botanica impreziosiva i granducali giardini -e gli arrubinava i fiaschi degli squisiti doni di Bacco che il medico -poeta cantava; i fiaschi di buon Chianti, che esso Cosimo mandava a -regalare ai coronati d'Europa, in una stessa spedizione col vocabolario -della Crusca, per la terza volta rinnovato da una delle più valenti -generazioni di quelli accademici. La qual paesana mescolanza di vino e -di lingua, sangue l'uno e l'altro de' rispettivi organismi, il corpo -e la nazione, sarebbe stata di buon augurio, se le vigne granducali -non avesser prosperato, com'una cultura di stufa, in mezzo a regione -squallida e depauperata; e se alla lingua di Dante e del popolo -non fosse stato il nostro Vocabolario, per tutto un secolo dipoi, -piuttosto deposito e tomba che riproduttivo vivaio; se la parola, -più che lucida forma di pensiero e virtù alata d'affetto, non avesse -finito quasi interamente con l'essere inerte materia frammentaria al -congegno meccanico della frase; cosicchè quando dalle labbra d'uno -di quei cruscanti cortigiani, che la natura avea fatto poeta, balza -quasi inconsapevolmente il santo nome d'Italia, e da quel cuore buono -scoppia il rimpiante della “funesta bellezza„ di lei, e delle cupidigie -ladre straniere, e del fato indegno che la condanna “a servir sempre -o vincitrice o vinta„, noi restiamo incerti se quella voce di Vincenzo -Filicaia è l'eco di tempi anteriori, o il grido fatidico d'un lontano -avvenire. - -Dal matrimonio che dette alla Toscana l'ultimo granduca, ho accennato -quali consolazioni avesse Cosimo: consolazioni le quali, anche -dopo la o espulsione, che s'abbia a dire, o fuga, della moglie, -gli continuarono nelle affannose sollecitudini dell'assicurare la -successione con l'ammogliare il fratello e i due figliuoli (nè a lui -affezionati nè egli a loro, perchè ambedue, come la madre, alieni -dall'umor tenebroso paterno), e col maritare, sola a lui ben accetta, -la figlia. E tutti e quattro senza buon resultato: a vuoto il fratello, -scardinalatosi, Francesco Maria con la Gonzaga; — a vuoto, e premorto -al padre, lo scapestrato e vizioso Ferdinando con la buona e infelice -Violante di Baviera; — e pur finiti senza prole, dalla sua brutta e -salvatica moglie di seconde nozze boema il successore Giangastone, -e l'Anna che vedova dell'Elettor Palatino tornò poi a veder qui -consumarsi ed esser trasferito nei Lorenesi il granducato mediceo: — -in quei Lorenesi, del cui ducato, invece, se non era la pusillanimità -di Cosimo III (che il Magalotti suo diplomatico sdegnosamente -proverbiava), i patti di Nimega avrebber potuto incoronare un Medici; -uno de' figliuoli datigli così di mala voglia da quella Orleanese, -la cui madre era de' Lorena, e il cui primo amore, ossia il solo, era -stato con un Lorena. Chi volesse in una rappresentazione scespiriana, -intinta di tragico e di comico, drammatizzare la catastrofe di casa -Medici, ne avrebbe, dalla venuta, regalmente festeggiata in Firenze, -di Luisa d'Orléans fiorente di gioventù, di bellezza, di gaiezza -francese, al suo ritorno in Parigi per esser rinchiusa nel convento -di Montmartre moglie furibonda d'odio e di disprezzo, ne avrebbe il -primo atto del dramma; — nel cui atto ultimo, il figliuolo di lei -Giangastone si vedrebbe per le sale di palazzo Pitti, circondato da -cortigiani innominabili; fra le brigate, salariate per l'orgia a un -ruspo la settimana, de' suoi Ruspanti; in vedovanza volontaria, anzi -entusiastica, della sua grossa castalda di Reichstat; trascinare -incurante l'agonia del gran nome che pesa su quel corpo disfatto, su -quell'anima, del resto non volgare, come brillante e acuto l'ingegno, -alla quale mancò fino dai primi anni l'alito salubre della virtù -domestica. Ma incurante, non è giusta parola. Un pensiero, un alto -pensiero, ebbe Giangastone; lo ebbe lo stesso Cosimo III: e fu, lo -credereste? la libertà fiorentina. Il pensiero che angustiava il lutto -paterno del vecchio Cosimo _pater patriæ_, quando aggirandosi per le -sale deserte del superbo suo palagio cittadino di via Larga, esclamava: -“Questa è troppo gran casa a sì poca famiglia„; quel pensiero, ne' -cuori, tanto l'un dall'altro diversi, de' due ultimi granduchi, si -atteggiò al rammarico, forse al rimorso, che questa cittadinanza, ormai -da tre secoli addivenuta d'una in altra forma l'appannaggio domestico -d'un Medici, fosse destinata irreparabilmente a passare ad altre mani, -chi sa quali! E allorchè i tentativi di rifar razza si videro l'uno -dietro l'altro soggiacere alla sentenza inesorabile di tale destino; -e che i vigilanti speculatori del mercato europeo dei popoli furono -pronti ad evocare sul capo della nobile vittima di papa Clemente e -di Carlo V la trista parola “feudo dell'Impero„; i diritti, dinanzi -a Dio non prescritti, della libertà fiorentina, ebbero difensori, per -vie diplomatiche e giuridiche, i due ultimi granduchi medicei. In quel -dramma, che dicevo possibile, degli ultimi Medici, la scena di queste -proteste non mancherebbe di tragica dignità: ma il cosiddetto Senato -fiorentino che lamentosamente le accompagna, intonando la propria -alla voce senile del principato morituro, farebbe le parti d'un coro -piuttosto di Aristofane che d'Eschilo. - -Del resto, la gaia reazione che i quattordici anni di regno di -Giangastone, dal 1723 suo cinquantaduesimo, portarono nella vita -fiorentina, fu, più che altro (salvo qualche utile rivendicamento della -potestà civile), una mutazione di scena. Dall'acre bigotteria di Cosimo -III al dissoluto cinismo del figliuolo, Firenze compì tranquillamente -in sè stessa la distruzione d'ogni morale energia, preparando docile -materia alle riforme legislative che poi formarono il vanto de' -primi sovrani lorenesi. Dal 1718 al 1735, pe' trattati di Londra, di -Cambray, di Siviglia, dell'Aia, la Toscana di Cosimo e di Giangastone -fu maneggiata e rimaneggiata secondo gl'interessi di Spagna, d'Austria, -di Francia; passò in anticipazione dalle mani dell'infante Carlo a -quelle di Francesco duca di Lorena; ricevè guarnigioni spagnuole, -per cambiarle poi con tedesche; e nelle mani di questi, alla morte di -Giangastone il 9 luglio 1737, rimase. Ombra medicea accanto al nuovo -trono lorenese, restò ancora per sei anni la figliuola di Cosimo, la -vedova Elettrice Palatina. E poi tutta la prima dinastia de' Granduchi -di Toscana fu adagiata nei sotterranei di San Lorenzo. - - -VII. - -Nel settembre del 1857, Sua Altezza Imperiale e Reale Leopoldo II, -Principe imperiale d'Austria, Principe reale d'Ungheria e di Boemia, -Arciduca d'Austria, e, per grazia di Dio e volontà d'Italia, ultimo -granduca di Toscana, passava in rassegna quei serenissimi morti. Non -era al certo un presentimento che quel dabben principe avesse dello -sfratto imminente, che gli consigliava una cosiffatta funziono funerea; -perchè, a differenza del mediceo, il principato lorenese si disfece, -e ci lavorò anche di propria mano, con la più evangelica osservanza -del non pensare al dimani. Ma alle benigne ironie della storia è -invero arguto soggetto questo granduca che, poco prima d'andarsene -egli e i suoi, verifica le mummie della dinastia precedente, e le -rimette al posto. Le aveva levate di posto, insieme con tante altre -cose di vivi e di morti, la procellosa fin di secolo, che dal 1789 -al 1815 aggirò nei suoi vortici popoli e troni. Nel 1791, regnando -Ferdinando III, si erano rimossi dalla vecchia e dalla nuova sagrestia -i depositi che in muratura ed in legno, circondati da cancellatine di -ferro, facevano ingombro non bello; e raccolti nel sotterraneo della -Cappella dei Principi, erano stati affidati in temporanea custodia al -reverendo Capitolo della Imperiale e Reale Basilica. La custodia fu -tanto temporanea, che durò sessantasei anni, scordatisi di quei poveri -morti tutti i governi che s'incalzarono durante la bufera, e poi lo -stesso reduce Ferdinando; e fu tanto scrupolosa, che quasi la metà di -quelle casse si trovarono violate e derubate degli oggetti preziosi. -Era pertanto umano e degno pensiero quello di assegnare a cotesti -depositi una stabile e decorosa tumulazione; prima di procedere alla -quale, volle il Sovrano che di ciascun d'essi, cassa per cassa, fosse -fatta dinanzi ad ufficiali dello Stato e a persone competenti, con -l'assistenza d'un notaio, regolare recognizione. E questa ebbe effetto -nei giorni dal 18 al 25 settembre dell'anno che ho detto. - -S'incominciò dai genitori di Cosimo I: ed ecco ricomparire Giovanni -delle Bande Nere (trasportato da Mantova in Firenze a' tempi di Cosimo -III), con la gamba tagliata, le altre ossa scompaginate, l'armatura -in pezzi, salvo l'elmo dentro il quale è intatto il capo; mancante -la spada; ed ecco la sua valente donna, Maria Salviati, assai ben -conservata, vestita monacalmente. Cosimo e l'Eleonora di Toledo, -co' figliuoli giovinetti, sfoggiano lugubremente gli avanzi de' loro -vestimenti spagnuoli; i capelli della duchessa sono biondicci e attorti -da una cordicella d'oro, come nel ritratto fattole dal Bronzino. -Francesco e Giovanna d'Austria sono tuttavia in assai buon arnese di -corpo e d'abiti; ricchissimi quelli della povera Austriaca, dalle cui -orecchie brillano sinistramente fra quel putridume due bottoncini -d'oro. Presso ai genitori l'unico figlio Filippo, che fu creduto -vittima di veleno della druda Cappello; e poi il supposto rampollo -maschile di questa, don Antonio: ma il corpo della sciagurata figlia -di San Marco, gettato, com'è noto, nel carnaio o sepoltura popolare, -è meritamente disperso. Ferdinando I giace ravvolto nella sua cappa -magna di gran maestro dell'Ordine di Santo Stefano: e il simbolico -re delle api, col motto “pur con la maestà„, lo ha dalla base della -statua equestre seguitato fin colaggiù, sopr'una delle medaglie che -gli posano sul petto. La moglie Cristina di Lorena ha essa pure sul -petto una medaglia col ritratto di lui: e coi genitori sono adagiate -Eleonora, morta a ventisei anni in accorata aspettativa di regie -desiderate nozze con Filippo III di Spagna; e Maria Maddalena, essa -pure mancata giovane, a trentatrè anni, monaca fra le domenicane della -Crocetta. D'un altro loro figliuolo, il principe Lorenzo, la memoria -latina, scolpitagli in una lamina di piombo, piamente epigrammeggia: -“O tu che di qui a molti anni leggerai, difficile che tu sia quel che -costui già fu; quel che è ora, facilissimo.„ Ma più austero ammonimento -dà quest'altro piombo, sepolto con un di quei molti figliuoli naturali -di principi della casa, Pietro del tristo Don Pietro di Cosimo: -“Chiunque apra questa tomba, legga: ci guadagnerà. Nato in Spagna, -accolto amorevolmente in Firenze da Ferdinando I, da Cosimo II, da -Ferdinando II, cavaliere di Malta, soldato in Germania, governatore -di Livorno: da vecchio, cieco e sfinito. Tutto tempo perduto. Ecco, -a te che leggi, il guadagno che ti ho promesso„. E un altro morto, -della medesima categoria di figliuoli, figliuolo di Don Antonio -e dell'Artemisia Tozzi, ossia un nipote della Cappello: “Senti, o -leggitore di qui a molti secoli, ciò che le ossa mie dicono.„ (E qui -egli racconta la vita sua militare). “T'ho detto chi fui: chi sii tu, -non lo so; che cosa sarai, l'ho per esperienza, polvere e ombra. Ti -pagherò l'indugio. Sprezza l'oro e gli onori, fuggi i piaceri, sementa -di travagli, d'affanni e di pentimento. Paolo de' Medici.„ E un altro -bastardo fratello di lui (singolari, sia permesso il notarlo, queste -allocuzioni morali di sotto terra, per l'appunto dai generati in quella -maniera), Antonfrancesco Maria, vestitosi in morte da cappuccino: -“Udite la voce che grida nel deserto di questo feretro: meglio un sol -giorno con questo cilizio fra i poverelli di Dio, che lungamente nella -reggia fra l'oro e le gemme.„ Cosimo II, morto appena a trent'anni, -ha presso di sè, trasferita da Padova, dove mancò in viaggio, la sua -vedova Maria Maddalena: le rispettive medaglie dicono, quella di lui: -“Premio di virtù„; di lei, “Al cielo„. Ferdinando II, nella solita -cappa stefaniana e con le sue medaglie, è iperboleggiato così: “Tu -che fra questi avanzi mortali vedi il principe che fu, ripensa l'eroe: -piangi? stupisci?„ Di che cosa? — verrebbe voglia di domandare — e dove -l'eroe? Ma la sua Vittoria della Rovere mostra ancora le trine bianche -e nere dell'abito; e nel rovescio della sua medaglia, Galatea solleva -dalle acque la perla simboleggiante il candore della virtù. Seguono -il principe soldato Mattias, e cardinali della casa, Carlo, Giancarlo -(poco o male memorabili), e ben diverso il buon Leopoldo in vesti -pontificali, sul petto degnamente la croce, intatti i lunghi capelli: -la iscrizione plumbea ricorda il suo amore per le scienze; ma dovrebbe, -espressamente, il Cimento. Ultimi Cosimo III e Giangastone, sicuri -qui finalmente dalle rispettive consorti; e la Elettrice Palatina; -in lenzuoli di seta nera, con grandi medaglie, e lunghe diciture -epigrafiche. - -Ma storia pietosa (la tomba, che tante ne raccoglie e conchiude, ne -ha qui svolta una essa stessa) storia pietosa è quella di due fra -questi depositi: commovente epilogo d'uno di quei malaccoppiamenti, -lungo i quali la razza granducale medicea si logorò e si spense. -Ferdinando che avrebbe dovuto essere terzo mediceo, e granduca -invece del minor fratello Giangastone, ha, depositatogli a' piedi, -in un vasetto di maiolica coperto d'un drappo nero, il cuore della -principessa datagli in moglie Violante Beatrice di Baviera, morta, -diciassett'anni dopo lui, nel 1731: virtuosa moglie, affettuosa, -non bella, di marito libertino che mai non l'amò, mentr'essa (lo -dice l'iscrizione, questa volta verace pur troppo) essa “coniuge -amantissima, impose per testamento, che il cuor suo, donatogli nelle -nozze, gli fosse ricongiunto in morte e collocato nel sepolcro stesso -di lui„: con lui il cuore; e il corpo, così pure ella ingiungeva, -riposasse nella chiesa delle monache di Santa Teresa in Borgo la Croce. -E vi riposò fino al 1810, quando, dissacrata la chiesa, il Governo -francese curò il trasporto di quelle ossa travagliate alla basilica -Laurenziana. Restituita, in quella recognizione del 1857, al luogo -da lei decretatosi, e che era ritornato ad essere sacro, colà rimane -tuttora; non senza però aver corso pericolo, dopo la soppressione -ultima e l'adattamento dell'antico monastero a penitenziario, di -trovarsi novamente in terreno dissacrato, e a dover tornare per la -seconda volta ai sepolcri di quella famiglia nella cui reggia non le -fu felice l'ingresso. La chiesa di Santa Teresa è divenuta oratorio -delle prigioni: e il corpo di “Violante Beatrice Gran Principessa di -Toscana„ (come dice il titolo sovrapposto) rimane tuttavia all'ombra -del santuario: ma senza le preci, rimane, là in quell'angolo lasciato a -Dio nella trista casa del male, senza le preci delle sorelle in Cristo, -che la povera bavarese volle e sperò risonassero perpetue sul suo -capo infelice; mentre nel sotterraneo mediceo finirà di disfarsi quel -ch'ella in vita ebbe dato a un Medici con auspicî sì tristi: il suo -cuore buono di donna! - - -VIII. - -Ed ora torniamo, Signore gentili, fuori del buio dei sepolcri, alla -luce e alla vita. - -Dal Comune artigiano alla supremazia medicea, dai Medici cittadini ai -Medici granduchi, da questi ai Lorenesi, Firenze nostra, la Firenze del -sentimento e del pensiero, della scienza e dell'arte, tenne quasi in -grembo una non piccola porzione delle sorti d'Italia; come nel tesoro -della lingua ella custodiva il suggello del nostro esser nazione. Que' -due principati, fatta pur ragione dei meriti o demeriti rispettivi -di quelli undici granduchi, furono nella storia della nostra regione -fenomeno passeggero: non era in essi Firenze, non la Toscana. E quando -sulla torre di Palazzo Vecchio si spiegò al sole dei nuovi tempi, fra -i tre sospirati colori, la Croce della sola monarchia nostra naturale -e legittima, non fu soltanto l'unità d'Italia che si affermava su -quella bandiera, ma anche il diritto rivendicato della nostra gloriosa -Repubblica. E rivendicato il diritto, Firenze ha saputo nobilmente -adempire il dovere. - - - - -GLI AVVENTURIERI - - -CONFERENZA DI - -ERNESTO MASI. - - -I. - -A forza di sentirmelo dire io m'ero persuaso d'avere oggi alle -mani con questi _Avventurieri italiani del secolo XVIII_ il più bel -tema possibile di conferenza, caratteristico cioè di quel secolo in -sommo grado, e per sè stesso romanzesco, agitato, riboccante di tipi -bizzarri, di singolari accidenti, di aneddoti piccanti, di scenette -ora allegre (anche troppo), ora sentimentali, ora fantastiche, ora -anche tragiche, se volete, su uno sfondo di paesaggio continuamente -cangiante, il paesaggio di chi non si ferma mai in alcun luogo, e -quindi non solo uno spettacolo sempre diverso di città, nazioni, -pianure, monti, mari, foreste, deserti; ma, poichè trattasi di -personaggi che, vivendo a casaccio e trasfigurandosi sotto mille -aspetti, si ficcano dappertutto e coll'audacia, o coll'inganno, o -colla violenza, o coll'ingegno sfruttano in mille modi la società -del loro tempo, uno spettacolo più limitato bensì e in pari tempo -più vario, pel quale si passa anche più rapidamente dal tugurio al -palazzo, dalla bisca al palcoscenico, da una prigione a una sala di -ballo, da una reggia a una soffitta, da un accampamento a un monastero, -da un'accademia a una loggia massonica, e ci s'imbatte in tutti i -tipi storici contemporanei più notevoli: papi, enciclopedisti, dame -galanti, mesmeristi, illuministi, framassoni, gesuiti veri, ex-gesuiti -volterriani, giramondo diplomatici e letterari, monache ribellate, -abati erotici, poetesse estemporanee, altre estemporanee senz'essere -poetesse, eroine di teatro, monarchi filosofi, arcadi, filantropi, -cicisbei e via dicendo. - - -II. - -Guardando all'ingrosso e, per così dire, in astratto, che cosa si può -immaginare di più seducente e di più promettente d'un tema simile? -Perocchè io non lo esagero punto per arte rettorica d'accaparrarmi -la vostra attenzione e di solleticare la vostra curiosità. Il tema -è così; il tema, dico meglio, sarebbe proprio così, chi sapesse e -potesse acciuffarlo per il suo verso ed esporlo nel suo complesso, -non sbriciolandolo cioè in minuzie biografiche, spesso oziose, perchè -troppo spesso somigliantissime le une alle altre, ma cogliendolo in -pieno, nel suo insieme di grande quadro di costume della società del -secolo XVIII, a penetrare nell'intimo della quale nulla val meglio (in -apparenza almeno) del porsi dietro alle traccie di questi cosiddetti -_avventurieri_, personaggi in accordo e in pari tempo in lotta con -tale società, derivazione naturale di essa e in pari tempo incarnazione -demoniaca di tutti i principii dissolventi, che la faranno terminare in -un'immensa catastrofe. - -Questa società, si direbbe, non può aver segreti per loro, deliberati -come sono, d'approfittare di tutte le sue debolezze e falsità, di -tutti i suoi errori, di tutte le sue colpe, di tutti i suoi deliri; -deliberati, come sono, di farla in barba a tutti i suoi sussieghi e a -tutti i suoi formalismi, di romperla con tutte le sue convenienze e con -tutti i suoi divieti tirannici. - -Per celare la sua leggerezza essa ha un bel rialzare le teste colle -parrucche; per nascondere le sue magagne ha un bel ricoprirsi di -fronzoli, di gale, faldiglie, giubboni a fiorami, _andriennes_ -svolazzanti, guardinfanti solenni; per occultare il vuoto de' suoi -sentimenti e il disordine de' suoi pensieri ha un bell'inferraiuolarsi -in una letteratura, la quale pare che dica molto e non dice niente -e, salvo le opere di pochi sommi, svapora quasi tutta nella menzogna -stereotipa dell'_Elogio_, nella vacuità della chiacchierata accademica, -nelle ritmiche cadenze d'una poesia ricantante a sazietà spettacoli -campestri, che nessuno ha mai visti, spasimi d'amori, che nessuno ha -mai provati, resistenze inespugnabili di ninfe, che da ninfe incivilite -non se le sono mai sognate neppure. - -Ma a che pro tanta artificiosità, tante lustre, tanta prudenza -di ciarle vuote, come crisalidi di cicale scoppiate, se, sbucando -di sotterra, la masnada degli avventurieri, non astretta a nessun -obbligo, a nessun dovere, a nessuna decenza, scompiglierà, ridendo -sgangheratamente, tutta quella compassata galanteria, svelerà tutto -senza ritegno, dirà senza regola e senza pudore tutto quello che si -voleva tacere? - -Sono essi dunque, che più degli autori comici, i quali debbono -fare i conti col pubblico e non disgustarselo, più dei satirici, -i quali alla realtà contrappongono sempre idealità soggettive, più -degli stessi epistolari settecentisti, còmpito di scuola, palleggio -per lo più di frasi e di complimenti insignificanti, sono essi -dunque, gli avventurieri, che coi documenti della loro vita e colle -_Autobiografie_, lasciateci dai principali di loro, ci daranno la -chiave di quell'enorme cabala, che fu il gran _secolo dei lumi_, il -secolo XVIII; ci spiegheranno veramente il perchè i quarant'anni -di pace dal 1749 al 1789, consolati da tanta giocondità di vita, -illuminati da tante speranze di riforme e di progressi, cullati da -tante rosee promesse d'una filosofia così arguta, così orgogliosa -delle sue conquiste, e in pari tempo così facile, così accomodante, -così penetrante in tutti i meandri sociali, finiscono in un'orgia -satanica d'incendii, di vendette e di sangue; ci spiegheranno perchè, -mentre i Giacobini di Francia hanno inalzato altari alla Dea Ragione, -mentre il Condorcet s'è avvelenato per sfuggire alla ghigliottina, -ma pur credendo sempre nella sua teoria della perfettibilità umana -e del progresso indefinito, la plebe italiana insorge invece negli -ultimi del secolo coi preti alla testa e il grido di _Viva Maria_; ci -spiegheranno perchè tanti di coloro appunto, che con più fede s'erano -abbandonati al dolce sogno d'una rigenerazione universale, si mostrano -all'ultimo i più disillusi e i più disperati, perchè Vittorio Alfieri -indietreggia spaventato e sdegnoso, perchè Federico Schiller grida: -“_il secolo è morto fra le tempeste e il nuovo s'apre cogli eccidi; la -libertà è un sogno; non v'ha posto nel mondo neppur per dieci felici;_„ -perchè Saverio Bettinelli chiama infausto il secolo XVIII che muore, -lo condanna all'obblio e profetizza il finimondo; perchè Carlo Roncalli -finalmente fa dire al secolo stesso: - - Io che più per godere - Che per pensar fui fatto, - Volli troppo pensare e muoio matto. - -Sì, lo credo, ci spiegheranno, ci dovrebbero spiegare tutto questo, ma -bisogna saperli interrogare e soprattutto bisogna potersi fidare delle -loro risposte. Visto all'ingrosso e a distanza, il tema è in realtà -quale ho cercato a larghi tratti di delinearvelo, ma avvicinandosi ad -esso, spuntano le dubbiezze, le difficoltà, le incertezze. Meno male -che forse esse pure servono ad illustrarlo. - - -III. - -E in primo luogo chi sono questi avventurieri? quali sono? hanno -caratteri proprii da non poterli confondere con altri, o basta qualche -singolarità di vita e di vicende per gratificare di questo titolo -un qualunque personaggio, come oggi si direbbe, un po' eccentrico? -come si distingue l'avventuriere da quello che si suole chiamare uno -strambo, un cervello balzano, un _originale?_ e cotesti avventurieri -appartengono in proprio al Settecento, o possono appartenere a -qualunque tempo? hanno sempre la stessa indole e la stessa apparenza -esteriore, o modificano questa e quella e l'adattano a tempi diversi? - -A me pare che non si possa andar oltre, senza cercare di rispondere, se -non a tutte, a qualcuna almeno di tali domande. Diciamo quindi subito -quali sono i tipi, che nell'Italia del Settecento mostrano carattere -d'avventuriere così spiccato e lineamenti e contorni così precisi da -non poter cader dubbio che sono ben dessi e non altri. Alcuni dei loro -nomi rivengono immediatamente alla memoria di tutti, Giacomo Casanova -di Seingalt, Giuseppe Balsamo, o, com'egli si faceva chiamare, il -Conte di Cagliostro, ed altri men noti sono il Da Ponte, il Gorani, il -Piattoli, il Mazzei, fra i quali nomi però abbiamo già (notate bene) -molte varietà della specie e non più soltanto il tipo così schietto, -com'è nel Casanova e nel Cagliostro. - -Le varietà poi si moltiplicano, se consideriamo che nel Settecento un -qualche sprazzo dell'indole di costoro si avverte in moltissimi uomini -d'ingegno alle prese colla fortuna, o vagheggiatori di novità, o per un -caso, per una vicenda qualunque sbalzati fuori d'improvviso dall'umile -e consueto solco, pel quale forse senza quel caso o quella vicenda -si sarebbero rassegnati a mettere con tutta regolarità un piede dopo -l'altro, durante l'intiera lor vita, senza mai affrettarsi, o prendere -una scorciatoia di traverso, o provarsi di rovesciare quelli che erano -davanti a loro. - -A tale stregua, e fatta una prima distinzione importantissima fra -l'avventuriere canaglia, l'avventuriere galantuomo e quello così così, -si possono classificare fra gli avventurieri anche il Goldoni, per -esempio (il quale del resto s'è titolato da per sè l'_Avventuriere -Onorato_), il Baretti, l'Algarotti, il Galiani, il Gamerra, il -Calsabigi, il Lalli, il Coltellini, il Cicognara e tanti altri, -che sarebbe lungo ed inutile di nominare, ma che ci forniscono -l'opportunità di fare una seconda distinzione fra l'avventuriere -letterato e il letterato avventuriere ed enciclopedista alla francese, -tipi non nuovissimi neppur essi, perchè nulla è mai nuovo del tutto -sotto il sole, ma che il Settecento ha certamente perfezionati o per lo -meno foggiati ad immagine e similitudine sua. - -V'ha dunque, sì, fra tutte queste gradazioni d'avventurieri, che son -venuto ricordando, molti lineamenti comuni e prettamente Settecentisti, -e tali lineamenti li troveremmo non negli Italiani soltanto, ma nei -numerosi avventurieri d'ogni nazione, che nel Settecento erravano in -lungo e in largo per l'Europa coi pochi mezzi di locomozione allora -conosciuti e spesso spesso colle proprie gambe, perchè quella specie -di continua irrequietezza e di continua ribellione individuale, che -essi rappresentano, scorre come un fluido magnetico per tutt'Europa -ed eccita ovunque vibrazioni isolate, finchè condensandosi a un tratto -determinerà poi lo scoppio finale. - - -IV. - -In Italia l'avventuriere del secolo XVIII ha precedenti storici -non pochi. Vanno a finire in lui gli Umanisti del secolo XV, che -la rinnovata coltura del Rinascimento avea messi in gran voga, che -erano cercati dappertutto come arbitri, dispensatori di fama e di -celebrità, e riempivano corti, palazzi, università, finchè l'Umanismo -tramontò, e la più parte di essi, resi turpi e insolenti dalla troppo -facile fortuna, scomparve nel disprezzo e nell'abbandono. Vanno a -finire in lui i politici cortigiani, che nei secoli XVI e XVII si -addestrano ai segreti della politica stretta, violenta, proditoria di -tutti i piccoli tirannelli italiani, e talvolta, quasi a vendicare -l'Italia dell'oppressione straniera, sotto la quale è schiacciata -dalla fine del secolo XV in poi, salgono altrove ai primi onori, come -l'Alberoni in Spagna, il Mazzarino in Francia, nei quali la porpora -cardinalizia mal nasconde lo sdruscito farsetto dell'avventuriere. -Vanno a finire in lui gli artisti girovaghi, i grandi comici dell'arte, -alcuni dei quali, il Costantini, il Fiorilli, sotto le maschere di -_Mezzettino_ e _Scaramuccia_, hanno vite tali da disgradarne i più -bei romanzi d'avventure, ed il più celebre degli avventurieri del -secolo XVIII, Giacomo Casanova, è figlio di due comici. Vanno a finire -nell'avventuriere del secolo XVIII gli astrologi, gli indovini, i -distillatori di profumi o di miscele mortifere o miracolose, per lo -più Italiani, dei secoli anteriori; vanno a finire in lui i soldati -vagabondi, ed anzi più svanisce ogni vecchio ideale cavalleresco, più -si diffondono, come una moda, il razionalismo e la miscredenza, mercè -i progressi delle scienze fisiche e le demolizioni della filosofia -enciclopedista, e più diviene frequente questo tipo caratteristico -dell'avventuriere, enciclopedista esso pure nelle sue mille attività -e trasformazioni, uom di moda e di progresso, cavaliere non di virtù -e cortesia, ma d'industria, come lo definisce il Goldoni in quei versi -d'un suo melodramma: - - Eh, figlia mia, di cavalieri erranti - Anche a' dì d'oggi ve ne son, ma questi - Si rendono famosi - Più per l'industria lor, che pel valore. - -La derivazione storica dell'avventuriere del secolo XVIII, per quanto -frammentaria, mostra dunque che esso pure è _evoluzione_ e _selezione_ -(adoperiamo anche noi le grandi parole scientifiche) di tipi varii, e -insieme congeneri per qualche lato, e mostra di più colla sua tenace -vitalità che questa interessante famiglia d'animali è destinata a -perpetuarsi anche al di là del secolo XVIII, tant'è vero che dopo -un'interruzione, cagionata forse da un'età organica di rivoluzioni -politiche, nella quale il tipo si confonde e si nobilita nell'esule, -nel cospiratore patriotta, nel _guerrigliero_, nel dilettante -diplomatico, questa nostra fine di secolo lo vede ricomparire fresco -come una rosa nel politicante e può offrirne esemplari bellissimi, i -quali, inalberando la vecchia divisa del Casanova e del Cagliostro: -_mundus vult decipi_ (la gente vuol essere canzonata), sbucano -come quelli dai sotterranei massonici, o tentano le vie nuove del -giornalismo irresponsabile, della banca senza scrupoli e persino (chi -lo crederebbe?) della burocrazia intraprendente, ed hanno dinanzi a -loro tanto più facile e spianata la via, in quanto non si tratta più, -come per quei poveri diavoli del Casanova e del Cagliostro, d'aver a -canzonare il mondo intiero, ma basta saper canzonare quattro imbecilli -d'elettori, perchè non ci sia più concupiscenza o ambizione, che non si -possa soddisfare, o alla mèta, a cui non si possa arrampicare. - -Sempre diverso adunque, eppure perpetuo e trasformantesi e adattantesi -ai tempi è il tipo dell'avventuriere, nè l'avventuriere del secolo -XVIII sì sottrae a questa legge. Se non che esso si adatta al tempo, -perchè mira a sfruttarlo, e per la stessa ragione lo contrasta e -gli si ribella, perchè questo suo proposito di sfruttarlo essendo -fondamentalmente illegittimo, l'avventuriere deve calpestare tutte le -regole e rompere tutti i freni, che nessuna società, per quanto leggera -e corretta, ha mai soppressi del tutto. - -Ciò posto, ecco i tratti anche più caratteristici dell'avventuriere del -secolo XVIII quali possiamo studiarli, in Giacomo Casanova di Seingalt -e nel conte di Cagliostro, che sono certamente fra gli avventurieri -italiani del secolo XVIII i maggiori di tutti. - - -V. - -In primo luogo l'avventuriere è solo. Non ha tradizione di famiglia, -nè vincoli di attinenze sociali, anche se si conosce il nome de' suoi -genitori e il luogo dov'è nato. È solo, non ha nulla, e vuol tutto. -Questo è il punto di partenza, e movendo di qui esso è sempre l'autore -unico della propria fortuna o della propria disgrazia. L'uomo, che -piega o no al proprio destino, che si rassegna o lotta vigorosamente, -ma che insomma è preda o giuoco d'alcunchè d'estraneo a lui e alla -sua volontà, può bensì incontrare avventure d'ogni fatta, ma non è -l'avventuriere. L'uomo, che ama l'ignoto e vi si arrischia, che si -compiace del pericolo e lo sfida, che vagheggia un alto ideale e vi -si sacrifica, il viaggiatore, il soldato, il missionario, può bensì -incontrare avventure d'ogni fatta, ma non è l'avventuriere. Avete in -quelli la forza del carattere, la fede in Dio, l'amore della scienza e -della verità, il bisogno d'azione, l'impulso potente della fantasia e -del coraggio. - -Nell'avventuriere invece avete la mancanza d'ogni base e d'ogni ideale -inspiratore, ed un'unica convinzione, quella cioè che la maggioranza -del genere umano è di sciocchi, dei quali l'uomo di spirito deve -sapersi approfittare. Sono le testuali parole del Casanova, al quale si -vuol tener conto almeno della sincerità. - -Tant'è che quasi tutti questi avventurieri del secolo XVIII, poichè -quella società leggiera ed elegante, nello scadimento dell'antica fede -religiosa e nel fanatismo nuovo pei grandi progressi delle scienze -fisiche e naturali, inclina, come sempre accade, alla parte fantastica -e superstiziosa delle scienze medesime, nè contenta alle vere scoperte, -vuole addirittura il miracolo, quasi tutti, dico, questi avventurieri -del secolo XVIII, e in prima linea il Casanova e il Cagliostro, -tornano ai misteriosi deliri delle arti occulte, della necromanzia -e della magia; intingono negli arcani dell'illuminismo germanico, -della Massoneria e del mesmerismo, sempre collo specioso pretesto -del progresso indefinito della libertà umana e della scienza. Vi -ricorderete come il Monti nel 1784 inneggiava alle continue conquiste -della scienza: - - Che più ti resta? Infrangere - Anche alla morte il telo - E della vita il nettare - Libar con Giove in cielo! - -Ebbene, ciò che nel Monti è uno dei soliti suoi felici impeti lirici, -nel Casanova e nel Cagliostro è il gran segreto, che promettono agli -imbecilli contemporanei di rivelare. - -In Venezia il Casanova vive e sciala per lungo tempo alle spalle di -tre onorati e creduli gentiluomini, Bragadin, Dandolo e Barbaro, i -quali sono persuasi ch'egli sia in possesso d'una cabala profetica -e in comunicazione con spiriti celesti, che, oltre a far conoscere -il futuro, devono apprender loro anche l'arte di non morire. In -Parigi, con maggior apparato di prestigi negromantici, spilla tesori -ad una vecchia pazza, madama d'Urfé, cui ha promesse le gioie del -ringiovinire, le rinnovantesi estasi dell'amore e l'immortalità. - -Con eguale impudenza il Cagliostro sfrutta coi credenzoni di -mezz'Europa i fenomeni del magnetismo animale e del sonno catalettico -per rievocare i trapassati, leggere negli arcani dell'avvenire; e in -Roma, nella primavera del 1789, la fila dei cocchi, che recano alle sue -conferenze di Villa Malta presso Porta Pinciana la più alta società -indigena e forestiera, è ben più fitta, che non sia ora in Firenze -quella delle più frequentate conferenze del palazzo Ginori. Se non che -là si trattava di risvegliare i morti; qui, tutt'al più, d'addormentare -i vivi, ed il proposito più innocente giustifica la minore curiosità. - -Negromante, cabalista, mesmerico, spiritista, l'avventuriere ha -su altri gran dottori di scienze occulte la superiorità d'essere -sempre in perfetta malafede. Ciò può tenersi per indubitato del -Casanova, Veneziano, e che del Veneziano ha tutta l'arguzia e la -lucidità della mente; meno certo del Cagliostro, che ha la cupezza -fanatica, gli sbalzi selvaggi del plebeo Siciliano, e in cui talvolta -par di discernere quel fervore e quell'accecamento di spirito, pei -quali, colla lunga abitudine del darla ad intendere, del vantarsi -e dell'attribuirsi poteri straordinari, un uomo finisce in parte -a credere a ciò che fa e a ciò che dice. Ad ogni modo anche nel -Cagliostro il ciarlatano prevale. - - -VI. - -Troveremo noi maggiore sincerità negli amori dell'avventuriere? Neppure -in questi, quantunque, sino a che la gioventù gli dura, le donne siano -il fondamento principale e l'istrumento maggiore della sua fortuna. Se -non che nel Cagliostro questo argomento non ha nè grande importanza, -nè alcuna estetica vaghezza. Il suo matrimonio con la bella Lorenza -Feliciani, figlia di un tintore romano, è la più turpe di tutte le -sue speculazioni, e gli altri amori sono episodi senza alcun intimo -legame col misterioso laberinto della sua esistenza. Nel Casanova -invece gli amori sono il pernio centrale della sua vita e di fronte -ad essi è episodico tutto il resto. I suoi amori riempiono quasi gli -otto volumi delle sue _Memorie_ e si può credere s'egli ha avuto e s'è -dato agio di variare questa dolce musica su tutti i toni possibili, -dal più carnalmente e giovenilmente boccaccesco fino ad un sentimento -così passionato e così raffinato della pura bellezza plastica, che -il Sainte-Beuve, buon giudice, scambia addirittura il Casanova per un -artista greco, e che un raggio di estetica idealità scende, si voglia -o no, da qualche angolo di cielo pagano e traversa ed illumina tutta -questa, starei per dire, nuda oscenità di racconti. - -Non per questo si può affermare che passione vera s'incontri mai nelle -sue infinite variazioni dell'eterno tema dell'amore, e sarebbe del -resto assai strano incontrarla in un uomo, pel quale l'amore non è -altro, com'esso dice, che “_una curiosità più o meno viva, dominata -dalla gran legge di natura, che assicura la perpetuità della specie_.„ - -Il Casanova non prova quindi la passione, nè la inspira. Fra le tante -donne amate da lui o che lo hanno amato, per lo più donne libere -e ragazze (notevole singolarità nell'età dei _Cavalieri Serventi_) -egli non s'imbatte mai in quelle amanti indiavolate, che l'infedeltà -o l'abbandono mutano in Menadi scapigliate e furibonde, o in -vittime deboli e desolate, che si struggono in lagrime e, per colmo -d'imbarazzo, sono anche capaci d'ammalarsi e morire. No. Le donne -del Casanova, queste gioconde e sorridenti figurine del secolo XVIII, -nè minacciano, nè s'ammalano, nè muoiono. Non dimenticano bensì, nè -si consolano subito, che sarebbe troppo, ma al momento del distacco -promettono di vivere ancora e di cercare nel mondo qualche altra -consolazione. Così l'amore non procura mai a questo gaudente girovago -nè uggie, nè soste, nè rimorsi; l'amore per lui è mezzo, non fine, e -quindi egli sta in guardia contro sè stesso per non abbandonarsi mai -del tutto a nessuna ebbrezza d'amore che gli tolga la libertà delle -sue determinazioni e dei suoi movimenti. Direi ch'egli tratta l'amore, -come il vino. Quando s'accorge, che gliene salgono i fumi al cervello, -egli lo anacqua o cessa di bere, nè fra i tanti eccessi di questa vera -rincarnazione Settecentista del vecchio mito di Don Giovanni Tenorio vi -avverrà mai di vederlo ubbriaco, cioè senza più coscienza esatta di sè -e in balia degli altri. - -Tuttavia una presa di matto c'è nel Casanova ed è ciò che qualche volta -lo può rendere anche simpatico e gli ha fatto trovare più difensori che -non merita; ma siamo savi noi, e non ci lasciamo ingarbugliare. - -Anche quando giuoca tutto il suo denaro o giuoca la vita con tanta -spensieratezza, in fondo in fondo il calcolo c'è sempre. Quanto al -danaro, più la fortuna lo abbandona oggi e più lo compenserà domani; -non lo compensasse, ed egli, messo alle strette, non esiterebbe a -correggerla. - -Questa suprema necessità è anzi sempre la difesa, ch'egli invoca, -ogniqualvolta le sue azioni non stanno entro il circolo chiuso della -morale, e neppure nei dintorni della morale. - -Quanto a giuocar la vita, ammetto ch'egli è coraggioso, anzi audace, -ma consideratelo, ad esempio, nel famoso duello col conte Braniki a -Varsavia e v'accorgerete che il battersi a morte con un grande del -regno e favorito del Re Stanislao Augusto Poniatowski, a proposito -d'una qualunque ballerina Veneziana, di cui al Casanova non importa -nulla, è per lui un'occasione di mantenersi prestigio e posizione, -anche cavallerescamente onorata, in una corte e in una società, che è -tutta d'avventurieri, a cominciare dal re, e non se la lascia scappare. -Se n'esce bene, il Casanova ne approfitterà, ed in che modo! Se gli va -male?... Ma a questo il Casanova non pensa neppure. Ed ecco anzi il -vero punto psicologico dell'avventuriere. Se ci pensasse, sarebbe un -altr'uomo!! - - -VII. - -A una cosa sola pensa l'avventuriere, di cui stiamo studiando il tipo -nel Casanova, pensa a riuscire e a godere. Far fortuna è tutta la sua -moralità. Per questo la politica dei giorni nostri, aperta a tutti, è -diventata così grande sbocco di questa merce. Nel Settecento invece la -politica era alcunchè d'inaccessibile; l'avventuriere, se mai, non vi -giungeva che di straforo, per caso e di passaggio (come il Casanova -in quella dell'abate di Bernis e della Pompadour) e spesso spesso -v'incappava nello sfratto o nella prigione. - -La vita sociale, con classi così profondamente divise, era chiusa -da tutte le parti; i più s'adattavano a vivacchiare pacifici in -queste acque morte; ma certe individualità, che da natura aveano -sortita l'indisciplinatezza, l'audacia, la febbre della cupidigia e -dell'ambizione, sentivano invece la necessità d'uscirne, di vivere -d'un'altra vita, respirare un'altr'aria, muoversi, agitarsi, farsi -valere ad ogni costo, anche a costo di rischiare a tal giuoco vita ed -onore. - -È per questo che il perfetto avventuriere è una figura rara bensì -(quelli che ne hanno solo qualche tratto o incompiuto o transitorio -sono invece ben più numerosi) è una figura rara bensì, ma che si -stacca con tanta originalità e così caratteristica sul fondo storico -della società del secolo scorso; è per questo che la più colossale e -complicata figura d'avventuriere, cioè il Casanova, spunta a Venezia, -dove un carnevale perpetuo, che attrae i gaudenti di mezz'Europa, -eccita tutti gli istinti viziosi, e dove in pari tempo un'oligarchia -aristocratica, che ha tradizioni di giustizia e di rettitudine, ma -tradizioni altresì di governo chiuso ed inesorabile, comprime tutto -inesorabilmente e non lascia altra libertà che di far all'amore -in bautta o alla scoperta, giuocarsi i patrimoni al _Ridotto_ e -parteggiare per le commedie del Chiari o del Goldoni. - -Queste poche licenze non bastano ad un temperamento come quello del -Casanova. Il giuoco e le cabale sono la sua base finanziaria. Gli -amori sono il suo spasso prediletto e già essi soli lo introducono in -molte intimità sociali, alle quali per altre vie non perverrebbe. Ma ha -bisogno di qualche cosa di più e si caccia nei segretumi delle Loggie -Massoniche, incominciate a diffondersi anche in Venezia, e allora la -invisibile mano degli Inquisitori di Stato gli si posa misteriosamente -sopra una spalla e dopo averlo, a modo di correzione, tappato una prima -volta nel forte di Sant'Andrea, lo tappa di nuovo _ai Piombi_ e questa -volta con cinque annetti di condanna. Il Casanova riesce a fuggire, e -la sua fuga, prodigiosa d'astuzia e d'audacia, la sua fuga, ammirata, -derisa, non creduta, negata per impossibile fino ai giorni nostri, -ed oggimai, dopo lo studio del D'Ancona, indiscutibile, la sua fuga -diviene una delle fughe celebri del secolo ed egli sfrutterà a lungo -tale celebrità. Ma eccolo ribelle e fuoruscito per forza e continuando -sempre e dovunque lo stesso tenore di vita, ecco aprirglisi dinanzi non -più Venezia e l'Italia soltanto, ma l'Europa intiera, sicchè la scena -delle sue _Memorie_, dopo di aver rappresentata la vita Veneziana e -Italiana contemporanea, in alto, in basso, ma sempre nella sua parte -più torbida, si slarga ora e si estende via via all'Europa intiera e le -sue _Memorie_ divengono così un caleidoscopio immenso, dove sorpreso -in mille atteggiamenti e nei più intimi, nei più riposti, nei più -inaspettati, s'agita e si divincola tutto un mondo di gente, da quella -che è posta in cima della scala sociale allo _snob_ più basso, più -vile e strisciante nei più infimi strati, donde s'arrampica a pigliar -d'assalto il tremendo problema della vita con gli spedienti più loschi -e le professioni più innominabili. - - -VIII. - -Parvero così straordinarî i racconti delle _Memorie_ del Casanova, che -s'incominciò dal dubitare dell'esistenza di lui, poi dell'autenticità -delle sue _Memorie_ (che Paolo Lacroix pretese addirittura scritte -dallo Stendhal) e ne uscì fuori una questione critica grossissima, -ch'io mi guarderò bene dall'esporvi, tanto più che non è chiusa ancora, -ma le cui conclusioni più sicure infino ad ora son queste. Non parlo -dell'esistenza del Casanova. Troppe testimonianze contemporanee la -provano da poterne sul serio dubitare. Ancora è provata l'autenticità -delle sue _Memorie_. Sappiamo però con altrettanta certezza che il -testo da noi posseduto non è in tutto il testo vero, quantunque sembri -che i ritocchi e le mutilazioni praticatevi dal signor Lafargue non -siano state poi così grandi, come sembrarono al nostro bravo Ademollo, -che in parecchie occasioni se ne mostrò affannatissimo, o per lo meno -non alterarono gran che l'impronta personale d'uno scrittore, che -sarebbe molto difficile di contraffare, senza rifondere compiutamente -il suo libro. Resta la veridicità dei fatti. Di molti i riscontri -sicuri si sono trovati; di altri è forse impossibile trovarli; ma i già -trovati son tali da testimoniare in favore del rimanente, e gli errori -di memoria o gli abbellimenti di fantasia non tolgono alla realità -totale del quadro, quantunque, come scrittore, il Casanova sia nelle -sue _Memorie_ artista potente, e veramente creatore, oltre ad essere -pensatore e osservatore attento e coltissimo. Altri suoi scritti pure -lo dimostrano tale, l'_Isocaméron_, ad esempio, libro meraviglioso e di -cui i romanzi recenti di Giulio Verne parvero un plagio. - -L'uomo, lo scrittore sono dunque nel Casanova una realtà. La sua vita -pare un romanzo, ma è un romanzo che fu vissuto; l'uomo somiglia a -Gil Blas, ma a un Gil Blas in carne ed ossa, e non a un'invenzione -d'un qualunque ignoto Le Sage. Questo tristo rappresentatore, questo -impudente rivelatore della più segreta storia del secolo XVIII -ci ha lasciato dunque documenti di sè e del suo tempo, che vanno -bensì accolti con riserva e adoperati con prudenza, ma che pur -sono incontrastabilmente documenti d'una parte almeno della vita -sociale del Settecento nella Venezia degli ultimi Dogi, nella Roma -di papa Lambertini e di papa Rezzonico, nella Napoli del Tanucci, -e principalmente nella Francia di Madama di Pompadour, nella Spagna -dell'Aranda, nel Portogallo del Pombal, nell'Inghilterra dei tre ultimi -Giorgi, nella Russia di Caterina II, nella Prussia di Federigo il -Grande, nella Polonia del bel Stanislao dalle chiome corvine. Una parte -almeno, ripeto, di tutta questa immensa prospettiva Europea, quella -in ispecie che meno salta agli occhi nelle storie, è nelle _Memorie_ -del Casanova sorpresa in atto, colta sul vivo, e descritta da grande -artista. - - -IX. - -Anche questo tanto di realtà, che troviamo nel Casanova, ci sfugge -invece nel Cagliostro. Costui, se qualche volta s'è pur tanto -infervorato nella commedia che recitava da scambiarla colla realtà, -costui è veramente la menzogna in persona. Quando crediamo d'averlo -afferrato e di poterlo costringere a dirci finalmente chi è e che -cos'è, egli ci è già sguizzato via, come un anguilla, e ci troviamo a -mani vuote. Il Casanova lo ha incontrato più volte ne' suoi viaggi, la -prima volta ad Aix, ed il Cagliostro e la moglie, in abito di romei, -tornavano allora stanchi, estenuati e senza un soldo dall'aver visitato -a piedi Sant'Jacopo di Compostella e Nostra Donna del Pilar; un'ultima -volta a Venezia, sotto il nome di marchese Pellegrini, e allora il -Casanova riconoscendolo per un _fieffè fripon_ gli profetizzò che -sarebbe finito in galera, una delle profezie, delle quali il Casanova -può più giustamente vantarsi. - -Questa strana figura del Cagliostro, che spunta originariamente dalla -_Mafia_ Siciliana, eccitò potentemente col suo continuo nascondersi e -trasmutarsi le fantasie dei contemporanei e dei posteri, ma molte parti -di essa restano anche oggi un mistero. Dal Goethe e dallo Schiller ad -Alessandro Dumas ed al Carlyle, artisti sommi, senza contare i critici, -gli storici, i psichiatri, i medici, i moralisti, hanno sentito il -bisogno d'affrontarsi con questa sfinge; pel Goethe e per lo Schiller -era divenuta una specie di fissazione, da cui non poterono liberarsi, -che dandole sfogo, lo Schiller in un romanzo, il Goethe in una -commedia, l'uno e l'altra però parto di fantasia, non rivelazione del -mistero, alla cui provocante tentazione i due grandi poeti non avevano -potuto resistere. - -Eppure il Goethe non s'era contentato di fantasticare sul Cagliostro -come sulla leggenda del dottor Faust, ma durante il suo viaggio in -Sicilia avea voluto assicurarsi se un filo qualunque ricongiungeva -alla realtà della vita quel fantastico essere, che da anni correva -l'Europa riempiendola della sua fama ed avendo sempre alle calcagna -un esercito di fanatici e di persecutori, di birri che lo vogliono -carcerare, e di discepoli che vogliono metterlo sugli altari. Chi ha -ragione, chi ha torto, i birri o i discepoli? E fa meraviglia vedere -con che timida curiosità il gran poeta Tedesco entra in quella povera -casuccia di popolani Siciliani e interroga quella vecchia madre, quei -nipoti, quei compagni d'infanzia del Cagliostro, e che turbamento -gli arreca quell'_interno_ così squallido, così onesto, così triste, -paragonato alla rumorosa fama od infamia del gran negromante, di -cui tutta Europa si occupa. Uscendone, il Goethe ne sa più e ne sa -meno di prima. Sa, per esempio, che il nome di Cagliostro, in cui -s'era trasmutato Giuseppe Balsamo, non è tutta un'usurpazione, bensì -un nome di famiglia anch'esso, finito già in una donna, e ch'egli -avea assunto, aggiungendovi di suo la contea e cambiando il nome di -battesimo di Giuseppe in Alessandro. Certo, come minuzia biografica, -questa notizia ha la sua importanza. Ma che lume dà a tutto il resto? -Anche il Casanova affibbia al suo nome di famiglia un _di Seingalt_ di -sua invenzione. Ma, più franco almeno, al Borgomastro di Norimberga, -che gli domanda: “donde traete voi il diritto di portare questo -secondo nome?„ il Casanova risponde: “dall'alfabeto, che è di tutti -e di nessuno!„ E sui titoli d'accatto, quando l'imperatore Giuseppe -II gli dice: “è ridicolo chi compra un titolo di nobiltà„ il Casanova -risponde: “sì, Maestà, ma non più di chi lo vende!„ - -Anche fra queste lustre ciarlatanesche siamo dunque sempre col Casanova -nella realtà comica d'uno sfruttatore spiritoso della scioccheria -umana. Ma col Cagliostro è altra cosa. Tutto è falso o dubbio in -lui, lo spirito, l'ingegno, la scienza, l'audacia, la nobiltà, la -ricchezza, il nome, l'età, il presente, il passato. Pare a momenti, -direbbe il Carlyle, che di vero e di reale non ci sia se non quel -carrozzone pitturato e coll'imperiale rigonfia di bagagli, che tirato -da quattro cavalli passa di galoppo fra un nembo di polvere e un rumore -assordante di fruste e di sonagliere a traverso l'Europa, preceduto -e seguito da sei poderosi lacchè, che cavalcando lo annunziano e lo -scortano onorevolmente. Entro quella spettacolosa e pesante macchina -siede un uomo tarchiato, di aspetto volgare e zotico, ed al suo fianco -una donnetta di trista fama, chiamata, secondo i casi, Lorenza o -Serafina. Ora come va, si domanda il Carlyle, che dopo brevi riposi -quel carrozzone può sempre ripigliare il suo cammino e non gli accade -mai di arrestarsi di botto, come una locomotiva senza vapore, o di -sfracellarsi silenzioso in fondo a un fossato? Quell'uomo tarchiato, -che siede nel carrozzone pitturato, è un truffatore e falsario, -scappato da Palermo, di vent'anni circa più giovine del Casanova. - - -X. - -E da quella prima sua fuga piglia le mosse anche la sua grande -leggenda, incominciata con una scomparsa totale, che dura qualche anno; -e fin qui il perchè si capisce. Ma dov'è stato in questo tempo? Nessuno -lo sa; egli non lo dice, nè lo dirà mai, o, meglio, a chi gliene chiede -risponde con tante diverse versioni, che la nuvola tenebrosa, in cui ad -arte si ravvolge, a nessuno riescirà mai più di squarciare del tutto, -nè ai truffati, che si risentono, nè agli illusi, che gli credono, -nè agli Inquisitori di Stato di Venezia, nè ai tribunali di Francia, -di Spagna, di Portogallo e d'Inghilterra e neppure al Sant'Uffizio di -Roma, il quale senza approfondire più che tanto, n'esce per un rotto -di cuffia, che appartiene in proprio al Sant'Uffizio soltanto, e il 7 -aprile 1791, quando già da quindici anni in America e nell'anno stesso -in Francia erano stati proclamati i _Diritti dell'uomo_, lo condanna -per eretico, mago e framassone, certo le sue pecche minori, e per le -quali una condanna capitale, commutata in galera a vita al forte di San -Leo, dove il Cagliostro morì, non può non parere oggi pena eccessiva. -Donde consegue che anche fra i più recenti scrittori, che hanno parlato -del Cagliostro, ad alcuni il Cagliostro sembra un problema psicologico -d'incerta soluzione ed altri non esitano a darlo per un vero precursore -ed un vero martire di libertà. Dove s'è vista mai, signore mie, una -canzonatura d'avventuriere meglio riescita di questa? una canzonatura, -i cui effetti durano quasi cent'anni, dopo la morte del canzonatore? Di -questa morte il primo centenario ricorre anzi appunto in quest'anno. -Che vi stupireste di molto a veder comparire uno di questi giorni un -proclama, in cui si dicesse che, anche il Cagliostro ha fatto l'Italia? -Già, a molti segni, ci sarebbe quasi da crederlo!! Ma non si tratta ora -di ciò. Quello che mi preme di dire è che il mistero del Cagliostro non -istà tanto nell'esser riescito, quanto nell'assurdità, nella volgarità -dei mezzi, mercè i quali è riescito. Ma che si burla? Il Cagliostro -una volta si dà per figlio dello Sceriffo della Mecca, un'altra per -discendente dell'ultimo principe di Trebisonda, una terza (e questa -l'ha sentita il Grimm in casa della contessa di Brienne) per nato non -si sa da chi su una nave, che traversava il Mar Rosso, deposto fra le -rovine d'una piramide Egiziana, ed ivi trovato da un vecchio sapiente -di nome Althotas, che gli rivela tutti i segreti della natura e della -vita; una quarta si contenta di dire come Cristo: _ego sum qui sum_ -e di delineare a vista un serpente trapassato da una freccia e con -un pomo in bocca; una quinta millanta la sua discendenza da Carlo -Martello, quel figliuolo di Carlo il Zoppo, re di Puglia, che fu amico -di Dante; una sesta finalmente si dà per Apollonio Tianéo in persona, -rigenerato dalla metempsicosi. - -E questo è niente. Quanti anni ha? Lui stesso, o dice di non saperlo, -o lascia vagamente credere d'esser più che centenario. A Parigi però -dinanzi a un quadro della _Deposizione di Croce_ comincia a piangere -dirottamente e interrogato che cos'ha: - -— Ahimè! — risponde, — piango la morte di quel grand'uomo, tanto buono -e affettuoso ed a cui debbo tanti dolci momenti! Abbiamo pranzato -insieme alle nozze di Canaan e in casa di Ponzio Pilato! - -— Ma di chi parlate di grazia?... — lo interruppe il signor di -Richelieu stupefatto. - -— Eh per bacco! Di Gesù Cristo! Oh l'ho conosciuto moltissimo!... - -Nei suoi viaggi in Oriente col savio Althotas ha visto cose -meravigliose: in Asia il paradiso terrestre, l'albero secco del bene e -del male, gli avanzi dell'arca di Noè, quelli della torre di Babele, un -lago, che passa pel centro della terra e a traverso il quale, guardando -come dentro a un canocchiale, si toccano quasi cogli occhi la luna e le -stelle, che splendono sugli antipodi; in Africa, le quarantamila mummie -persiane dell'esercito di Cambise, e in cima a una piramide ha avuta -la visione d'una donna bellissima, quella stessa Lorenza Feliciani, -che poi a Roma sposerà. Più meravigliose cose ha fatte o gli hanno -insegnate: è stato zitto per dieci anni a studiare in un collegio -fondato dalla regina Saba, il qual collegio era diretto dal Gran -Cofto d'Oriente, che l'ha iniziato ai misteri del rito egiziano e l'ha -consacrato suo vicario in Occidente; ha imparato l'arte di spiegare i -sogni sul libro dei Sette Dormienti e su un altro di Giuseppe Ebreo; -ha imparato a mutar la canapa in seta, ogni materia più vile in oro, a -ingrossare i diamanti, a fare il _lapis philosophorum_, l'elixir della -vita, il magnetismo prima di Mesmer, a far apparire un mondo in un -bicchier d'acqua e mercè il sonno ipnotico d'un ragazzo a leggere nel -futuro e scoprire e guarir tutti i mali. - -Ora per quanto voi vogliate immaginarvi nevrotica, visionaria, -delirante, epilettica e già in preda insomma alle allucinazioni degli -agonizzanti la società del secolo XVIII; com'è possibile ch'essa -abbia accettato e creduta una simile _olla potrida_ di goffaggini e -di ciurmerie? Eppure il Cagliostro ha percorso in lungo e in largo -l'Europa, sciorinando ovunque le medesime goffaggini e le medesime -ciurmerie; e se non le avesse intramezzate di furfanterie anche -peggiori, probabilmente sarebbe riescito a trarsi sempre d'imbroglio. -Ma finchè il Cagliostro non trovò altra fonte di lucro, le sue -ricchezze provenivano da fonti assai torbide, come lo dimostra il fatto -del trovarsi esso mescolato in Francia al famoso processo del _collier -de la reine_ nel 1786, che gli fece assaggiare nove mesi di Bastiglia e -donde uscì per quella stessa invereconda indulgenza, per cui fu assolto -il turpe cardinale di Rohan, unicamente a fine di far onta a Maria -Antonietta. - -Dopo questo fatto il Cagliostro scampò a Londra, ove la Massoneria lo -accolse e glorificò come una vittima, ingenuità, di cui essa ebbe a -pentirsi, quando il furbo mariuolo, divenuto strumento dei Rosa-Croce -e degli Illuministi tedeschi del Weishaupt, i quali professavano un -misto di deliri mistici e di odierno anarchismo e volevano, mercè -il Cagliostro, accaparrarsi la già enorme espansione e potenza delle -Logge Massoniche, si fece capo d'una riforma massonica, che intitolò -_Egiziana_, e d'allora in poi visse e scialò da nababbo alle spalle de' -suoi nuovi padroni, forse canzonandoli ancor essi. È la fase magnifica -del Cagliostro, in cui s'atteggia a taumaturgo umanitario e solleva -gli entusiasmi popolari di Lione, di Varsavia, di Strasburgo e di Roma, -finchè dà dentro nelle reti del Sant'Uffizio e vi rimane accalappiato. -È la fase più positiva altresì di questa strana esistenza, ma neppur -essa lo spiega compiutamente. Da un lato si può conceder molto alle -condizioni intellettuali del tempo, dall'altro alla potenza individuale -di questo enorme imbroglione, ma alcunchè di misterioso rimane e -l'unica conclusione possibile è quella a cui s'attiene in questi casi -la fantasia popolare, è contentarsi di credere che questi fenomeni -mostruosi, sì nell'ordine fisico, come nell'ordine morale, preludono a -cataclismi imminenti. - -Si obbietterà: “Ma in sostanza il Casanova e il Cagliostro sono due -eccezioni e l'eccezione in casi simili che cosa vale? Il primo è -l'espressione d'un libertinaggio sfrenato, il secondo di una congenita -ribalderia, la quale finisce come ha cominciato, e due tipi come questi -ogni tempo può darli.„ - -_L'argomento prova troppo, dunque non prova niente_, come diceva un -mio vecchio professore di filosofia. Di fatto, non ogni tempo vi darà -il pubblico immenso, che il Casanova ed il Cagliostro hanno sfruttato; -non ogni tempo vi offrirà al pari della seconda metà del secolo XVIII -una folla di tipi, i quali senza assorgere alle gigantesche proporzioni -di quei due, abbiano con essi comuni tante disposizioni psicologiche -e tante forme di vita. Muovere non si sa donde, indirizzarsi non si -sa dove, tentare mille espedienti, mille professioni, correre mille -avventure, sempre in balìa del caso, pur di non rassegnarsi alla realtà -che vi circonda, tutto ciò è talmente, direi, nell'aria respirabile -della seconda metà del Settecento, che la letteratura stessa, se -nei romanzi deve immaginare un protagonista (si chiami esso Tom -Jones, Faublas, Figaro, Gil Blas, Lovelace o De Grieux) non se lo sa -immaginare che così. - - -XI. - -E vedete quanti, non nel romanzo, ma nella realtà, cominciano, se non -altro, come avventurieri, dato anche che poi non finiscano come tali. -Potrei dimostrarlo a lungo, ma me ne manca il tempo e mi contento di -finire, ricordando alcuni dei nomi, che ho accennati in principio. -Non è una vita d'avventuriere quella del Da Ponte, che da romanzetti -erotici di gondola e di _Ridotto_ in Venezia passa a sfoggiare teorie -alla Rousseau in un seminario di Treviso, scrive versi incendiari, -è bandito, capita a Vienna alla morte del Metastasio, rivaleggia -col Casti, scrive il bellissimo melodramma del _Don Giovanni_ pel -Mozart, cade in disgrazia per amore d'una cantante, erra per un -pezzo fra l'Olanda, il Belgio, la Francia e l'Inghilterra, fallisce -come impresario di teatro a Londra, si mette a fare il libraio, e -finalmente va a cercar fortuna in America cogli abiti che ha indosso e -possedendo per tutto viatico una cassetta di corde da violino? Non sono -vite d'avventurieri quelle del Piattoli e del Mazzei, semiaffaristi, -semipoliticanti e appartenenti entrambi a quel gruppetto di piccoli -e grossi avventurieri italiani, che si stringe intorno a Stanislao -Augusto re di Polonia, salito anch'esso dall'alcova di Caterina di -Russia al trono dei Batory e dei Wasa? Il Piattoli è fiorentino, e -della sua vita finora poco si sa. Ma certo è che di abate e maestro -un po' enciclopedico a Modena, lo si trova poi a Varsavia mescolato -ai grandi imbrogli diplomatici pei successivi sbrani della Polonia, -pare l'autore della costituzione Polacca del 1791; ed il Thiers, che -nella sua storia lo indica per uno di quegli ingegnosi avventurieri -recanti nel Nord _l'esprit et le savoir du Midi_, pretende che entrato -poi nelle grazie di Alessandro I abbia occultamente suggerite non -poche delle idee, che prevalsero nei trattati di Vienna del 1815. Una -Krüdener uomo!! - -Fiorentino è pure il Mazzei, che di apprendista nello spedale di Santa -Maria Nova va chirurgo a Costantinopoli e a Smirne, commerciante di -vino e di letteratura toscana a Londra, colonizzatore nel Kentuky in -America, dove porta contadini Lucchesi, contrae amicizia e coopera -cogli uomini più eminenti dell'indipendenza Americana, torna loro -agente segreto in Europa, e quindi entrato così nella diplomazia, -diviene agente segreto del re di Polonia, e in tale qualità assiste -alle prime grandi scene della rivoluzione francese, fonda con altri in -opposizione al _club_ dei forsennati Giacobini un _club_ di moderati, -che _naturalmente_ non fece nè caldo nè freddo, dopo di che ritornato -in Toscana a vita privata, scrive senz'arte alcuna, ma con una certa -ingenuità non ispiacevole i ricordi delle sue peregrinazioni. - -Non è una vita d'avventuriere quella del Gorani, Milanese, il quale -dopo aver militato in Germania aspira al trono di Corsica, senza -scoraggiarsi della trista fine di quell'altro grande avventuriere -tedesco, che era stato Teodoro di Neuhof, gira mezzo mondo in cerca -d'aderenti al suo progetto, non li trova, si contenta d'essere dal -Pombal nominato generale in Portogallo e guastatosi con lui corre -sotto la bandiera dei filosofi enciclopedisti a Parigi, scrive di -tutto, si getta nella rivoluzione, se ne disgusta e finisce a Ginevra, -scrivendo i ricordi d'una vita, a cui non erano mancati i prestigi alla -Cagliostro e gli amori alla Casanova? - -Non è una vita d'avventuriere quella del Goldoni, fino a che nel 1762 -si posa finalmente a Parigi e vi dimora fino alla morte, accaduta, chi -sa tra che squallore e che angosce, durante l'interregno del _Terrore_. - - -XII. - -Tutti hanno primordi e vicende pressochè eguali anche gli altri che ho -nominati e che formano il gruppo dei letterati avventurieri (siccome -avventurieri letterati sono il Casanova e il Gorani) vale a dire: -il Baretti, che coll'Alfieri divide la gloria d'essere uno dei primi -introduttori del Piemonte nella vita letteraria italiana, e acerrimo -nemico d'Arcadia e degli arcadeggianti si tira addosso persecuzioni -così straordinarie per parte degli Inquisitori di Stato di Venezia e -dei preti di Roma da far parere la sua non una ribellione letteraria -ma una ribellione politica, sicchè, dopo aver errato per mezz'Europa, -non trova riparo se non all'ombra delle libertà inglesi, in questo, e -forse per altre parti ancora, precursore del Foscolo e del Mazzini; -l'Algarotti, che, scrittore enciclopedico, viaggiatore perpetuo, -amico intimo di tutte le celebrità, a cominciare dal Voltaire e da -Federico il Grande, divulgatore galante di scienza _ad uso delle -dame_, gran dilettante di cose d'arte, raggiunge al suo tempo una -notorietà e una gloria, di cui ai giorni nostri ci rendono più ragione -le testimonianze dei contemporanei ed il suo epistolario, che non le -sue opere, scritte bensì con disinvoltura d'uomo mondano, ma in quel -gergo gallicizzante, allora di moda, ed oggi più che stucchevole; il -Galiani, che, Napoletano, ed uomo e scrittore di vario e molto ingegno -(tanto da poter passare agevolmente dalla collaborazione ad un libretto -d'_opera buffa_ a trattati d'economia politica) tiene a Parigi nelle -riunioni più battagliere della filosofia demolitrice lo scettro dello -spirito, si fa intitolare dall'amabilità francese: _anima di Platone -e Machiavelli nel corpo d'Arlecchino_, e tutti lo festeggiano a gara -e le dame se lo strappano, ed i filosofi dittatori si lasciano dire -da lui, mentre egli incrocia le gambe su una poltrona e giuoca a -palla colla propria parrucca: “voi sragionate per lo meno quanto i -teologi;„ il Gamerra, che di abate livornese si trasforma in ufficiale -austriaco, in poeta lirico, epico, drammatico, si posa a Vienna -continuatore del Metastasio e rivale del Casti, precorre in Italia col -dramma lagrimoso gli eccessi del romanticismo più scapigliato, scrive -un poema di novantatrè mila dugento trentadue versi sulle infedeltà -coniugali (il tema è vasto, ma anche i versi son molti), dissotterra -nottetempo il cadavere dell'amante e se lo tiene per anni imbalsamato -nello scrittoio; il Calsabigi, che, letterato, viaggiatore, affarista, -uomo di Stato, autore d'un _Alceste_, in cui entrano Morte, Inferno, -Paradiso, “tutti i _novissimi_, come diceva il Metastasio, tranne il -_Giudizio_„ introduce in Francia (di balla col Casanova) il _giuoco -del lotto_; il Coltellini, che, figlio d'un bargello, e prima tipografo -a Livorno, poi anch'esso poeta melodrammatico a Vienna, gran protetto -del principe di Kaunitz, cacciato da Vienna per aver osato scrivere una -satira contro Maria Teresa, si rifugia a Pietroburgo e, non rinsavito -per la trista esperienza, è ivi autore d'un'altra satira contro -Caterina II, di cui, secondo alcuni, avrebbe pagato il fio colla vita, -dopo però d'aver procreato, oltre ai melodrammi e alle satire, una -dinastia di commedianti, che, per via di donna, finirà nient'altro che -in Carlotta Marchionni: e come questi, ai quali ho in breve accennato, -così tanti e tanti altri letterati avventurieri e tipi complicati -e originali, dei quali sarebbe lungo profilare anche solo con pochi -tratti la fisonomia e le strane vicende. - -V'ha diversità grandi fra tutti questi uomini, ma tutti più o meno -appartengono alla stessa famiglia. Non v'è fra i tanti nomi, che -ho ricordati, se non un solo nome veramente grande, il Goldoni. Ma -negli altri l'instabilità della mente, la precarietà dell'esistenza, -la variabilità dei gusti, e insieme l'eccitabilità, la febbre, la -sensibilità indisciplinata del temperamento sciupano, consumano la -miglior parte della loro energia intellettuale e morale, ed essi non -danno forse tutto quello che avrebbero potuto. Ciò non ostante, se voi -considerate solo quel tanto che gli avventurieri o semi avventurieri -italiani del secolo XVIII fanno o tentano, per esempio, nei maneggi -politici o negli spettacoli teatrali di tutte le capitali d'Europa, -vedrete che essi riassumono tutto quel po' d'influenza, sia pur umile -e indiretta, che l'ingegno italiano potè ancora esercitare fuori -d'Italia, in un tempo che l'interna vita della nazione era quasi -spenta del tutto. Poco o molto che sia, di alcuni almeno questo di -bene si può dire. Gli altri, anzichè ammirazione e simpatia, destano -piuttosto pietà. Cronologicamente (se avete osservato) sono quasi tutti -a cavaliere dei due secoli, fra la fine della frolla e tarlata società -del secolo XVIII e la Rivoluzione Francese, da cui bene o male uscirà -la società odierna, e sono perciò tipi storici, rappresentativi d'una -transizione violenta e dolorosa; sono insomma le povere foglie secche, -agitate, sbalestrate già qua e là dal vento impetuoso, che annunzia -l'uragano vicino a scoppiare. - - - - -L'ABATE GALIANI - -(1728-1787) - - -CONFERENZA DI - -VITTORIO PICA. - - -Nei parecchi volumi della corrispondenza di Federico-Melchiorre Grimm -e di quella di Dionigi Diderot con madamigella Voland, nei quali -così bene rispecchiasi la fisonomia originalissima di quella società -parigina della fine del Settecento, in seno a cui andavasi maturando -uno dei maggiori rivolgimenti della storia dell'umanità, il nome di un -Italiano viene assai di sovente ripetuto ed esso è sempre accompagnato -dalle più lusinghiere espressioni di simpatia e dalle più enfatiche -frasi laudative; e questo nome lo si ritrova non meno magnificato in -alcune lettere di Caterina di Russia ed in varie pagine di Voltaire, -di Marmontel, dell'abate Morellet e di altri illustri scrittori della -medesima epoca. - -Chi era mai quest'uomo eccezionale per aver saputo accaparrarsi tante -autorevoli simpatie in un centro così altamente intellettuale quale -ci appare, nel secolo scorso, Parigi, verso cui rivolgevansi le menti -dell'Europa intera; chi mai era quest'uomo, che, nei salotti parigini, -i quali con le brillanti ed insieme profonde conversazioni sur ogni -argomento politico, letterario, morale, contribuivano forse molto più -di ogni libro al grande movimento filosofico e sociale, era riuscito -ad occupare uno dei posti più importanti, tanto che, siccome afferma -il Marmontel, tutti tacevano per starlo ad ascoltare durante ore -intere; chi era mai quest'uomo, che con gli acuti ed originali suoi -apprezzamenti sulle più svariate questioni sapeva tenere sempre desta -la perspicace attenzione degli Enciclopedisti e, nell'istesso tempo, -sapeva, con le inesauribili sue barzellette, coi suoi amenissimi -aneddoti, con la sua esilarante mimica meridionale, affascinare le -dame, e che, nella capitale dello spirito, faceva sfoggio di tanta -arguzia, e di tale instancabile brio da fare esclamare alla leggiadra -ed intelligente Duchessa de Choiseul: “In Francia lo spirito trovasi in -moneta spicciola, in Italia in verghe d'oro„? - -Egli era un abate napoletano, poco più che trentenne, ed aveva nome -Ferdinando Galiani. A Parigi l'aveva mandato, nell'anno 1759, quel -sapiente conoscitore d'uomini che fu il celebre ministro Bernardo -Tanucci, come segretario d'ambasciata presso il conte de Cantillana, -un gentiluomo spagnuolo borioso e d'intelligenza meno che mediocre, a -cui era affidato l'incarico di rappresentare il Re di Napoli presso la -Corte di Francia. - -La prima impressione prodotta dal Galiani a Parigi era stata affatto -grottesca: egli era alto poco più d'un metro, sicchè, quando il -conte de Cantillana lo presentò, nella grande sala delle udienze di -Versailles, a Luigi XV, i cortigiani, al veder la sua personcina -di pigmeo vestita da abate, non potettero trattenersi dal ridere -ed il monarca istesso non seppe nascondere un sorriso; ma l'abatino -napoletano, senza punto turbarsi e con la maggiore serietà, fatto il -profondo inchino di rito, disse: “_Sire, vous ne voyez à present que -l'échantillon du sécretaire, le sécretaire vient après._„ Tale arguta -prontezza sorprese e piacque immensamente e può dirsi che fin da quel -momento il Galiani conquistasse quella preziosa riputazione di persona -di spirito, che doveva raffermarsi ed accrescersi sempre più durante i -dieci anni di sua dimora a Parigi. - -La suscettibilità del suo amor proprio era però fin d'allora eccessiva -e quasi morbosa, sicchè egli, per quell'incidente, da cui pure -era uscito vittorioso, prese in odio la Francia e mandò lettere su -lettere al Tanucci, supplicandolo di richiamarlo a Napoli. “Io mi sono -disingannato„ — egli gli scriveva — “e riconosco di non essere punto -fatto per Parigi. Il mio abito, la mia figura, il mio modo di pensare -e tutti i miei difetti naturali mi renderanno qui insopportabile sempre -ai Francesi ed a me stesso.„ - -Il Tanucci, a cui premeva molto di avere un fido amico ed un -intelligente collaboratore della sua opera politica a Parigi, non gli -dette ascolto e, ben presto, l'abate napoletano, stretta amicizia col -Grimm e col barone Gleichen e presentato da costoro nei salotti della -signora Geoffrin, della duchessa de Choiseul, della signora d'Épinay, -del barone d'Holbach, cangiò in tal modo d'opinione che il dover -lasciare Parigi, di lì a parecchi anni, fu forse il maggior dolore -della sua vita. - -Per potersi spiegare la primitiva impressione ostile così acutamente -risentita in Francia dal troppo suscettibile abate, non bisogna -dimenticare che egli, trovatosi d'un tratto balzato in mezzo ad una -società, per cui non era che uno sconosciuto dall'apparenza abbastanza -comica, godeva invece, malgrado l'ancora giovanile età, non soltanto -a Napoli, ma in tutta l'Italia, di una non comune celebrità e come -erudito, e come economista, e come letterato. - -Nato a Chieti nel decembre 1728 da un magistrato e gentiluomo foggiano, -Ferdinando Galiani erasi recato, ancor fanciullo, a Napoli e vi era -stato educato ed istruito, insieme col fratello maggiore Bernardo, -da un savio e colto prelato, lo zio suo Celestino Galiani, che, per -varii anni, coprì l'onorifica carica di Prefetto dell'Università degli -Studii. - -Fin da ragazzo, il Galiani fece mostra d'ingegno pronto e vivacissimo, -che andò sempre più ringagliardendosi nella compagnia degli illustri -uomini, quali G. B. Vico, Jacopo Martorelli, Cerillo, Intieri e -Rinuccini, che frequentavano la casa del Prefetto dell'Università -e che, interessati dalla precoce intelligenza dei due suoi nipoti, -assai volentieri intrattenevansi a conversare ed a discutere con loro. -Spinto verso le discipline economiche dalla particolare benevolenza -addimostratagli dai dotti toscani marchese Rinuccini e Bartolommeo -Intieri, il giovane Ferdinando aveva già tradotto dall'inglese due -trattati del Locke ed aveva intrapresa un'opera sull'antichissima -storia delle navigazioni nel Mediterraneo, allorchè un curioso episodio -lo persuase a scrivere un opuscolo satirico, che doveva richiamare su -lui l'attenzione del pubblico napoletano. - -Da una delle tante accademie, che in quel tempo gareggiavano in -Napoli di enfasi retorica e di vaniloquenza, era stato dato incarico -a Bernardo Galiani di comporre un'orazione in lode dell'Immacolata; -ma, essendosi egli dovuto recare, per affari di famiglia, a Chieti, -commise di scrivere e di recitare l'orazione al fratello Ferdinando, -il quale, avendo accettato molto volentieri, vi lavorò attorno con -grande amore alcuni giorni ed alcune notti e, la mattina fissata, -si recò all'accademia, col suo scartafaccio in tasca. Ma quando -egli, fra orgoglioso e trepidante, presentossi al presidente, certo -avvocato Giannantonio Sergio, costui veggendolo così mingherlino, così -sbarbatello e di così minuscola persona, burbanzosamente si rifiutò, -pel decoro dell'accademia, di fargli leggere l'elaborata orazione ed -invece lesse egli medesimo un pomposo discorso, che teneva già pronto. - -Indicibili furono la mortificazione e la rabbia del Galiani per un -simile affronto, ed egli, nel segreto dell'anima, decise di farne -aspra vendetta. E l'occasione di burlarsi dei componenti dell'Accademia -presieduta dall'abborrito Sergio gliela porse di lì a poco l'improvvisa -morte del boia della città. Costumanza assai frequente delle accademie, -che allora infierivano in tutta l'Italia, era di pubblicare raccolte di -scritti in morte di personaggi più o meno illustri; or bene il nostro -Ferdinando compose, in collaborazione col suo intimo amico Pasquale -Carcani, tutta una serie di poesie e di prose secondo lo stile gonfio -ed artefatto dei varii accademici e li raccolse in un volumino che -portava il titolo di “_Componimenti varj — per la morte di Domenico -Jannacone — carnefice della G. C. della Vicaria — Raccolti e dati in -luce da Giannantonio Sergio — avvocato napoletano_„ e che era preceduto -da una dedica di un Pastore Arcade al Tirapiede, aiutante del defunto -Boia. - -La parodia — la quale doveva venir imitata, dieci anni dopo, da -Federigo il Grande col suo panegirico di un calzolaio, che fingevasi -scritto da un diacono della cattedrale, — anche oggi, a distanza di un -secolo e mezzo, appare assai graziosa. - -Del resto a darvene un'idea approssimativa varrà la seguente nota -apposta a piè di un sonetto: “Della giustezza di questi versi nessuno -può dubitare essendo tutti misurati collo spago„, e quest'altro -sonetto, in cui un arcade, che aveva incominciata una sua lirica sulla -Concezione così: - - _Se mai non fosse Iddio Santo in Natura,_ - _E sia per mera ipotesi ciò detto_, ecc.... - -viene messo argutamente in burletta: - - S'io fossi mai un asino in Natura - (E sia per mera ipotesi ciò detto), - Quantunque irrazionale creatura - Ragghiando loderei quest'uom perfetto. - - Anzi, se tutto il mondo per ventura - Di trovar dato avesse un vero e schietto - Ministro di Giustizia a me la cura, - L'avrei per Boia universale eletto. - - Poichè con arte tal, con tal destrezza - Domenico il suo officio far sapea - Che il morir per sua mano era dolcezza. - - Onde talor tra me dicea: se il fato - Mi riducesse a dover questa rea - Morte soffrire, io morirei beato. - -Il volumetto satirico ebbe un successo clamoroso e per varie settimane -in tutti i salotti, in tutti i caffè di Napoli e per fino a Corte si -rise sulle spalle del povero avvocato Giannantonio Sergio e dei suoi -accademici, tanto che costoro, adiratissimi, ricorsero al Re. Allora il -Galiani ed il Carcani, temendo di venire scoverti, nulla trovarono di -meglio da fare che di presentarsi al Tanucci e di confessarglisi autori -del libriccino incriminato, ed il buon ministro, che aveva anche lui -riso alla lettura della gustosa parodia e che di lì a qualche anno dei -due mordaci giovanotti doveva fare due dei più fidi coadiutori della -sua politica, si accontentò di imporre loro, per tutta punizione, dieci -giorni di esercizii spirituali, da farsi in non so più quale monastero. - -Compiuta questa vendettuccia letteraria, il Galiani ritornò subito -agli studi serii e l'anno seguente pubblicava, senza nome di autore, -un trattato in cinque libri “_Della moneta_„, il quale levò a rumore il -mondo dei dotti e degli statisti e per la novità e per l'importanza e, -sopratutto, per l'attualità del tema prescelto. In quel tempo, difatti, -la straordinaria affluenza dei forestieri in Napoli ed il denaro in -oro ed in argento mandatovi in gran copia dalla Spagna avevano prodotto -eccesso e deprezzamento del numerario ed in conseguenza carezza delle -derrate, del che il Governo impensierito aveva proposto varii rimedi -l'uno più inefficace dell'altro. Quest'opera del Galiani, composta con -mirabile lucidità d'idee, con superiore larghezza e novità di criterii -e con prezioso senso pratico, è diventata classica nell'economia -politica e varie delle sue definizioni hanno avuto l'onore di venire -accolte perfino da Carlo Marx, il poderoso apostolo del moderno -socialismo. Ed è davvero da stupire che sia stata concepita e scritta -da un giovane poco più che ventenne, anche ammettendo ch'egli si -sia giovato non poco delle conversazioni avute sull'argomento con -l'Intieri, con Antonio Genovesi e con gli altri valorosi economisti che -frequentavano la casa di suo zio. - -Il trattato della moneta levò dunque rumore grandissimo e venne -entusiasticamente encomiato non soltanto a Napoli, ma eziandio nel -resto d'Italia; vivo era quindi in tutti il desiderio di sapere chi -ne fosse l'autore, giacchè il Galiani non si svelò che quando fu ben -sicuro dello schietto successo dell'opera sua. Anzi, a tal proposito, -il diligente suo biografo, Luigi Diodati, racconta che avendo -Ferdinando dovuto farne lettura a monsignore Galiani, come soleva -degli altri libri nuovi nelle ore di riposo, costui ogni tanto, preso -da ammirazione, lo rimproverava dolcemente: “Ecco ciò che significa -lavorare con serietà; ecco l'esempio da seguire, invece di sprecare -il tempo scribacchiando satire e poesiole!„ Lascio immaginare a voi -la gioia provata dal buon vecchio quando seppe che l'autore del tanto -ammirato e lodato volume era proprio il nipote. - -Da quel momento Ferdinando Galiani, tenuto in alta stima da tutti gli -studiosi d'Italia, acquistò tale celebrità che, allorquando l'anno -seguente, lo zio lo indusse a fare un viaggio attraverso la nostra -penisola, egli fu dovunque festeggiatissimo e colmato d'onori. A Roma, -Papa Lambertini lo riceve e gli parla con la maggiore benevolenza e -simpatia, mostrando di aver letto così il suo opuscoletto satirico come -il suo trattato economico; a Firenze vien nominato socio dell'Accademia -della Crusca; a Padova è accolto a braccia aperte dal Morgagni; a -Torino, Carlo Emanuele III e suo figlio Vittorio Amedeo intrattengonsi -a lungo con lui a discutere sulla questione della moneta. - -Di ritorno a Napoli, il Galiani scrisse alcuni altri opuscoli, quali -serii, quali giocosi, ma su di essi credo invero superfluo soffermarmi, -accontentandomi di osservare che essi contribuirono a confermare sempre -più la sua fama di uomo dotto e di persona di spirito ed a procurargli -la protezione ed i preziosi favori di principi e ministri dentro e -fuori del regno di Napoli. - -Voglio soltanto ricordare che avendo egli, pel primo, raccolto 141 -differenti specie di pietre vesuviane, le spedì, accompagnate da una -elegante dissertazione, a Benedetto XIV, in sei cassette, sulla prima -delle quali scrisse a grossi caratteri le seguenti parole del Vangelo: -“_Beatissime Pater, fac ut lapides isti panes fiant._„ Il Pontefice -ammirò molto la collezione, di cui fece dono al Museo di Bologna, e, -per mostrare di aver compreso il suggestivo latino galianesco, conferì -al giovine ed accorto abatino napoletano il beneficio della Canonica -di Amalfi, che dava la rendita di 400 ducati all'anno, favore di cui -tre anni dopo il Galiani disobbligavasi scrivendo per la morte del suo -protettore un'eloquente ed affettuosa orazione funebre. - -Dopo tali soddisfazioni di amor proprio, dopo tali trionfi di -scrittore, dopo tali lusinghiere acclamazioni al precoce suo ingegno, -comprendesi di leggieri che il Galiani dovesse sentirsi a disagio in un -paese nuovo, dove la sua fama non era ancor giunta e dove sembravagli -sempre di scorgere un sorrisetto scherzoso sulle labbra di tutti coloro -che, per la prima volta, contemplavano la sua persona ridicolmente -piccina ed alquanto deforme; ma, appena il suo spirito brillante, -la colorita sua loquela, le sue riflessioni impreviste, profonde e -paradossali gli ebbero procurato nei salotti parigini tutta una fitta -schiera di ammiratori e di ammiratrici, egli comprese che la sua vera -patria intellettuale era Parigi. La sua intelligenza, al contatto -con quelle di Grimm, di Marmontel, dell'abate Raynal, di Diderot, -del barone d'Holbach, di D'Alembert, di Helvetius e degli altri -Enciclopedisti, si ampliava e si rinvigoriva sempre più, senza nulla -perdere della propria originalità, e, d'altra parte, il suo spirito, -in mezzo alle quotidiane giostre di frizzi con tante gentili ed argute -dame, spogliavasi delle primitive scorie grossolane e diventava sempre -più acuto, più vario, più squisito, pur nulla perdendo della sua -spontaneità e della sua arditezza. - -Rileggendo ciò che di lui scrivevano gli ammaliati suoi contemporanei, -tutta una scena si ricostruisce nella nostra mente, e ci par di vedere -entrare il lillipuziano abate napoletano, _ce charmant abbé_, siccome -carezzosamente solevano chiamarlo le numerose sue amiche francesi, -nell'immensa sala bianco ed oro, illuminata da non meno di 72 candele, -in cui il duca e la duchessa de Choiseul ricevevano, in cinque sui -sette giorni della settimana, uno scelto stuolo d'invitati; ci pare di -vederlo avanzare a piccoli passi, col nero tricorno sotto il braccio, -fra i tavolini di giuoco, dispensando a destra ed a sinistra sorrisi -ed inchini, salutare la padrona di casa, che lo accoglie sorridendo, -e poi, circondato da una briosa schiera di dame e di damigelle, -addossarsi ad uno dei maestosi camini marmorei, che dispensavano il -calore alla sala, accettar subito il soggetto che gli viene proposto -e ricamarvi attorno una di quelle maravigliose improvvisazioni, -che tenevano tutti sospesi alle sue labbra e durante le quali, con -l'esilarante mimica del suo volto mobilissimo e dell'intera personcina, -entusiasmava il suo pubblico, e, dopo averlo fatto ridere sino alle -lagrime con prodigiose lepidezze, lo faceva lungamente meditare, -perchè, quasi sempre, sotto la frase giocosa e dietro l'aneddoto -comico, ascondevasi un pensiero profondo ed ardito. - -Altre volte è invece nel salotto della casa di campagna al Grand-Val -del barone d'Holbach od in quello, in cui la società era anche -più intima e cordialmente simpatica, del villino alla Chevrette -della signora d'Épinay che ci pare di rivedere il Galiani: il sole -tramonta e le ombre della sera già invadono la camera; gl'invitati, -poichè la melanconia dell'ora fa languire ogni conversazione, si -raccolgono intorno all'abate, che, seduto sur una poltrona, con le -gambe incrocicchiate alla turca, secondo la sua abitudine, e con la -parrucca di traverso, racconta loro, senza farsi molto pregare, mille -follie, accende uno di quei fuochi di fila di lazzi, di bizzarrie, di -novellucce gioconde, a cui nessuna tristezza resiste. - -“L'abate Galiani entrò„ — scrive Diderot in una sua lettera — “e col -gentile abate entrarono la gaiezza, l'immaginazione, lo spirito, la -follia, lo scherzo, tutto ciò che fa dimenticare i fastidii della -vita.„ E subito dopo aggiunge: “L'abate è inesauribile in fatto di -motti di spirito, di frasi argute; è un vero tesoro nelle giornate -piovose: se si fabbricassero degli abati Galiani presso gli ebanisti, -tutti ne vorrebbero possedere uno in villeggiatura.„ E Marmontel dice: -“L'abate Galiani era come fattezze il più grazioso piccolo Arlecchino -che abbia prodotto l'Italia, ma sulle spalle di quest'Arlecchino -vi era la testa di Machiavelli. Epicureo nella sua filosofia, era, -pur possedendo un'anima melanconica, abituato a contemplar tutto -dal lato ridicolo. Non v'era nulla, nè in politica, nè in morale, a -proposito di cui non avesse qualche piacevole racconto da narrare, -e questi racconti avevano sempre il senso giusto dell'opportunità -ed il sale d'un'allusione imprevista ed ingegnosa.„ Infine il Grimm -scriveva: “Questo piccolo essere, nato alle falde del Vesuvio, è un -vero fenomeno. Egli unisce ad un colpo d'occhio lucido e profondo una -vasta e solida erudizione, alla chiaroveggenza d'un uomo di genio la -piacevolezza ed il brio d'un uomo che altro non cerca che divertire e -piacere. Egli è Platone con la vivacità ed i gesti d'Arlecchino.„ - -Il piccolo e spiritoso abate Galiani era, come evidentemente appare da -queste e da varie altre simili autorevoli testimonianze, il ricercato -beniamino della società parigina: i suoi aneddoti, le sue risposte -maliziose, le sue riflessioni originali, i suoi sarcastici motti di -spirito, appena pronunciati, facevano il giro della città, passando di -bocca in bocca, e poi, mercè i carteggi dei letterati, giungevano ai -più importanti centri intellettuali d'Europa. - -Di questi fortunati motti galianeschi, parecchi sono giunti fino a noi. - -Un giorno, una scimmia, che il Galiani aveva portato con sè e -che amava moltissimo, essendosi sospesa alla catena di ferro che -reggeva la lampada destinata ad illuminare lo scalone del palazzo -dell'ambasciata, la fece dondolare così a lungo ed in siffatto modo -che tutto l'olio ne cadde sull'abito di gala del conte di Cantillana, -mentre costui preparavasi ad uscire per recarsi ad un pranzo a cui era -stato invitato. L'ambasciatore furibondo ordinò che la bestia venisse -subito uccisa. “Guardatevene bene, Eccellenza, — esclamò freddo freddo -l'abate, — l'anima di Leibnitz alberga nel suo corpo ed essa cerca -risolvere il problema dell'oscillazione del pendolo.„ - -Un altro giorno, ad un pranzo, un ufficiale, indispettito da un frizzo -del Galiani gli disse, facendo la voce grossa: “Signor abate, voi siete -un insolente; e se vi fossi vicino vi darei uno schiaffo, anzi potete -far conto di averlo già ricevuto.„ Ed il Galiani di rimando: “Se io -vi fossi vicino, poichè il mio stato non mi permette di cingere spada, -caverei fuori quella di chi mi siede a lato e vi trapasserei da parte -a parte; anzi fate conto di aver già ricevuto il colpo e consideratevi -come morto.„ Tutti risero e l'ufficiale rimase assai male. - -Un'altra volta, egli si era recato da un ministro di Stato, famoso -per la sua pigrizia e da cui si aspettava già da tempo non so quale -atto che non riusciva mai a venire alla luce; il ministro, accortosi -che l'abate portava sotto il braccio un cappello abbastanza vecchio, -pensò di punzecchiarlo dicendogli: “Parmi che sia tempo di riformare -il vostro cappello.„ Ed egli di botto: “Aspetto il disegno di Sua -Eccellenza.„ - -Appassionato per la musica di Pergolese e di Paisiello, il nostro abate -giudicava troppo fragorosa quella francese, sicchè, avendo qualcuno -osservato dinanzi a lui che la nuova sala delle Tuileries, nella quale -era stato trasportato il teatro di musica, in seguito all'incendio del -Palazzo Reale, era sorda, egli esclamò con un sospiro: “Felice lei!„ - -Non bisogna però credere che, durante i dieci anni circa che il -Galiani rimase in Francia, ad altro egli non pensasse che a menare vita -brillante e che sperperasse il ricco capitale della sua intelligenza -spendendolo tutto nella picciola moneta della conversazione. No, -egli, oltre ad avere incominciato un originale commento delle Odi di -Orazio, di cui alcuni brani assai caratteristici furono pubblicati -dall'abate Arnaud sulla sua _Gazette littéraire d'Europe_, ed aver -scritto un libro di economia politica, che suscitò furiose polemiche -e di cui vi parlerò di qui a poco, si mostrò abile diplomatico e -fedele rappresentante dell'accorta e patriottica politica del marchese -Tanucci. - -Il carteggio, pubblicato alcuni anni fa dall'_Archivio Storico per le -provincie Napoletane_, dimostra l'alta stima che l'illustre ministro -di Ferdinando I nutriva pel Galiani, a cui scriveva settimanalmente -di affari di stato, a cui a volta chiedeva anche consiglio e che -considerava come il suo uomo di fiducia a Parigi; e ciò è tanto vero -che, non soltanto gli affidò varie delicate missioni, ma, allorquando -nel 1760 l'ambasciatore De Cantillana prese una licenza dì sei mesi, lo -nominò incaricato d'affari con la paga mensile di 300 ducati. - -Però Ferdinando Galiani dovette alla sua lingua, a cui pure è da -attribuirsi lo straordinario suo successo parigino, quell'inatteso -richiamo dalla Francia, che così profondamente lo addolorò. - -L'Inghilterra, in quell'epoca, impensierita dal famoso _patto di -famiglia_ tra la Francia e la Spagna, erasi alleata con la Russia e -con la Danimarca, e quindi una lotta diplomatica s'ingaggiò fra i due -gruppi di alleati, una lotta, che prendeva le mosse dalle contese dei -due partiti svedesi soprannominati dei _Cappelli_ e dei _Berretti_, -dei quali l'uno era fautore delle regie prerogative e dell'alleanza -francese e l'altro del governo oligarchico e degli Anglo-Russi. Avendo -i _Cappelli_ alla perfine ottenuta la prevalenza, l'Inghilterra -riuscì a persuadere la Danimarca ad armare una flotta in favore -dei _Berretti_; ma, saputolo il ministro francese Choiseul, costui -protestò con grande energia contro tale armamento, e poco mancò che non -iscoppiasse una guerra, la quale, secondo le parole dell'ambasciatore -di Napoli in Ispagna, “si poteva sapere dove cominciava, ma non -prevedere dove andrebbe a finire.„ - -Ora, mentre maggiormente ferveva il lavorìo diplomatico, il nostro -abate commise la leggerezza di rivelare al barone Gleichen, ministro -di Danimarca a Parigi, il secreto pensiero del Tanucci, il quale, -non soltanto non approvava _il patto di famiglia_, ma, pur non -negando l'utilità di un accordo fra la Spagna e Napoli, non credeva -si dovessero accomunare in tutto e per tutto gl'interessi dei due -paesi. L'imprudente discorso venne riferito al duca di Choiseul, che -già da qualche tempo non vedeva di buon occhio il troppo linguacciuto -segretario d'ambasciata napoletano, e, in seguito ad un carteggio -fra la Corte di Francia e quella di Spagna e di Napoli, il Tanucci, -convintosi di non poter salvare il suo favorito, scrisse la seguente -laconica missiva, che piombò sul povero abate come un fulmine a ciel -sereno: “È volontà del Re che V. S. Illustrissima fra quattro giorni da -questo dispaccio esca da Parigi per ritornare in Napoli al suo destino -di Consigliere del Magistrato di Commercio. Glielo prevengo nel Real -nome perchè così eseguisca.„ - -Prima di partire, il Galiani lasciò al Diderot il manoscritto di un -libro intorno a cui già da qualche tempo lavorava e di cui il suo -fido amico curò la stampa, facendolo pubblicare, l'anno seguente -alla partenza di lui, con la data di Londra, senza nome di autore e -col titolo di _“Dialogues sur le commerce des bleds.„_ Questo lavoro -del Galiani, che suscitò uno straordinario brusìo nel campo degli -Economisti, che vi erano vivacissimamente attaccati e che della loro -difesa e della confutazione incaricarono l'abate Morellet, discuteva, -in forma dialogica e con un brio affatto insolito in tali trattazioni, -di una delle più importanti questioni del momento. - -In seguito ad una carestia che aveva generati gravi tumulti popolari, -Luigi XV, persuaso di giovare all'agricoltura, aveva nel 1764 emanato -un editto, col quale permettevasi a tutte le province del regno la -libera esportazione dei grani. Sopravvenne un'annata sterile, ed -i mali ai quali erasi coll'editto inteso di porre rimedio, nonchè -cessare, si aggravarono sempre più. Il Galiani prese da ciò occasione -per combattere l'opportunità della libera esportazione, intendendo -dimostrare che in fatto di commercio di grani ogni sistema assoluto -riesce nocivo e che variando le circostanze degli Stati conviene -variare eziandio le norme di tale commercio. A provare il suo assunto -egli immaginò una serie di conversazioni prima e dopo il pranzo fra -un motteggiatore cavalier Zanobi, in cui incarnò sè stesso, ed un -marchese di Roquemaure, che sostiene la tesi opposta, ma che si lascia -trascinare a tali concessioni ed a tali confessioni su materie che, -in apparenza, non hanno coi grani alcun rapporto, da rimanere poi -stupefatto di aver dato egli medesimo, con le sue parole, le armi -all'avversario per incalzarlo e debellarlo. - -Questi dialoghi erano così brillanti e così ameni che vennero letti -con vivo piacere perfino dal pubblico femminile e che il Voltaire -ne scriveva con enfatico entusiasmo al Diderot. “Sembra che Platone -e Molière si siano uniti insieme per comporre tale opera„ e nel suo -dizionario enciclopedico, alla parola _blé_, ne dava il seguente -lusinghiero giudizio: “Il signor abate Galiani, napoletano, rallegrò la -nazione francese sulla questione dell'esportazione; giacchè egli trovò -il segreto di fare, anche in lingua francese, dei dialoghi divertenti -quanto i migliori nostri romanzi, ed istruttivi quanto i migliori -nostri libri serii. Se quest'opera non fece diminuire il prezzo del -pane, procurò molto diletto alla nazione, ciò che per essa vale assai -meglio.„ - -Ho detto che questo volume venne pubblicato senza nome di autore e -l'istesso ho detto antecedentemente del trattato della moneta e si -potrebbe dire della maggior parte delle opere del Galiani. Ora l'abate -napoletano non faceva certo ciò per modestia, perchè la modestia non fu -mai tra le sue virtù; quale dunque ne era il motivo? Ecco la graziosa -ragione che egli medesimo ne dà in uno degli ultimi suoi opuscoli: -“Un abbominevole abuso invalso fa che tutti vogliono avere i libri in -dono dal loro autore. Chi dona un libro lo perde, chi lo nega perde -un amico, quindi per salvare i libri e gli amici li stampavo senza il -mio nome. Così potevo anche dallo spaccio inferire in qualche modo il -merito del libro, essendo certissimo che quell'edizione che si sarà -tutta venduta si avrebbe potuto tutta donarla, mentre non è sicuro del -pari che quella che si è donata si avrebbe potuto venderla tutta.„ -Il vero motivo però era che il Galiani sapeva di possedere, così in -Italia come in Francia, molti amici, ma anche molti nemici, e che, -soltanto col celare il proprio nome egli sperava di poter ottenere il -suo intento. E non ingannavasi, giacchè, siccome afferma uno scrittore -del principio del secolo, l'Ugoni, fintanto che le opere di lui -furono giudicate secondo il valore intrinseco la fama ne fu grande, -ma non appena fu squarciato il velo dell'anonimo cominciò la fama ad -intorbidarsene: non potendosi negare il merito dell'opera, si negò -che fosse o che ne fosse egli solo l'autore, diceria del resto non -risparmiata nè a Beccaria, nè a Filangieri. - -Fu proprio col cuore trafitto che l'abate Galiani abbandonò quella -Parigi, in cui egli menava una così gioconda esistenza e dove -aveva tanti cari amici e tante soavi amiche; quella Parigi, in cui -aveva ritrovato l'ambiente elevatamente spirituale adatto alla sua -intelligenza; quella Parigi che lo aveva così bene apprezzato e che -egli con immagine felice, aveva definita _le café de l'Europe._ - -A dimostrarlo, più di ogni mia parola, varrà il biglietto sconsolato, -che egli scrisse al D'Alembert nel momento della partenza: “Vi fo, -mio caro D'Alembert, i miei addii; non ho il coraggio di congedarmi da -voi, sono questi istanti terribili per un cuore sensibile, quando ci -si deve separare per sempre dagli amici e dalle persone che si amano e -si stimano e si onorano e che hanno formato la felicità della mia vita -durante la mia dimora in questo paese. Addio, mio caro amico, io vi -scriverò, e spero che voi mi darete qualche volta notizie della vostra -salute, e così potrò credere ancora di non essere uscito dal mondo.„ - -Dopo aver lasciato Parigi, egli si fermò alcuni mesi a Genova, sperando -forse che il suo richiamo non fosse definitivo, ma dovette pure -decidersi alla fine a ritornare a Napoli, dove dalla benevolenza del -Tanucci, nonchè da quella dei Sovrani, gli furono attribuiti i più -onorifici e lucrosi incarichi, senza però che egli mai si consolasse -e senza che mai nel suo cuore si cicatrizzasse la nostalgica ferita -per l'obbligatorio abbandono di Parigi, dove, malgrado l'ardente suo -desiderio, non doveva mai più ritornare. - -Nelle lettere da lui scritte dopo il non desiderato ritorno in patria, -si trovano di continuo rimpianti per la dolce terra di Francia e, al -contrario, disdegni e sarcasmi contro la città di provincia, in cui -era costretto a vivere. Alla signora Necker egli scrive: “Ma è proprio -vero che io sia partito? È possibile che io abbia potuto uscire da -Parigi? Per dove, come, per quale barriera, in qual modo è accaduto? Io -non ci capisco nulla. No, non è possibile.„ Ed alla signora d'Épinay: -“Parigi è la mia patria; per quanto si faccia per esiliarmi da essa io -vi ricadrò.„ E poi: “Vedete come sono allegro: non ne credete niente. -Io sono triste ed infelice e mi rincresce molto di farvelo sapere. -Cerco di distrarmi e cado in eccessi di pazza allegria. Qui diverto -tutti, fuorchè me medesimo. Se ritorno un momento sull'idea di Parigi -e dei miei amici, eccomi perduto. Io non ci sono e voi ci siete, ecco -i due punti della mia melanconica e desolante meditazione.„ Ed ancora: -“Sapete che oggi è l'anniversario del giorno della mia partenza da -Parigi? Posso essere allegro con siffatto ricordo?„ Ed infine alla -signora Geoffrin scrive: “Eccolo dunque, come sempre, l'abate, il -vostro piccolo abate, _votre petite chose_. Io sono seduto sur una -soffice poltrona, ed agito piedi e mani come un energumeno, colla -parrucca di traverso, parlando molto e dicendo cose che erano giudicate -sublimi e che mi venivano attribuite. Ah! signora quale errore! non -ero io che dicevo di così belle cose. Le vostre poltrone sono tripodi -apollinei ed io era la Sibilla. Siate pur sicura che, sulle seggiole di -paglia napoletane, non dico che sciocchezze.„ - -Napoli, al povero abate così festeggiato nei brillanti salotti -parigini, non appare semplicemente come una città di provincia, poco -colta e molto pettegola, ma quale un crudele esilio, in cui non trova -chi sappia comprenderlo ed apprezzarlo come a Parigi. E le lamentanze -ed i rimpianti riempiono le sue lettere e si esprimono nelle forme -più colorite, più liriche e più graziosamente satiriche. “Qui non ho -nulla che mi tormenti, tranne che non ho nè divertimenti, nè piaceri, -nè amici, nè discepoli, nè pranzi, nè cene, nè denaro, nè salute, nè -allegria, nè affari giocondi, nè amore; ma, viceversa ho l'amicizia -del ministro, la rabbia degli invidiosi, il pericolo delle calunnie, -seccatori a non finire, i processi, il Tribunale, la Corte, le -zampogne per le vie ed i calli ai piedi.„ — “In quanto a me mi annoio -mortalmente qui; non veggo nessun'altro che due o tre francesi che sono -qui. Parmi d'essere Gulliver, ritornato dal paese degli Huyhuhums, il -quale non ricerca altra società che quella dei due suoi cavalli. Vado -a fare visite di dovere alle mogli dei due ministri di Stato e delle -Finanze e poi dormo o sogno. Quale vita! nulla qui mi diverte. La vita -vi è di un'uniformità mortale. Non vi si disputa di niente, neppure di -religione. Ah, mia cara Parigi, quanto ti rimpiango!„ Ed allorquando, -per una salute deteriorata anzitempo, perde gran parte dei denti, -egli prima se ne lamenta; “Se non avessi perduto che il piacere di -mangiare, non lo rimpiangerei troppo; ma è assai peggio. Io non parlo -più; ecco ciò che è spaventevole. Balbetto nel voler parlare, sovra -tutto in italiano: tra i miei denti formasi una specie di zufolio molto -sgradevole e di cui mi accorgo io stesso e subito taccio per tema di -annoiare gli altri. Ora immaginate cosa sia l'abate Galiani muto. No, -non vi ha nulla di più crudele e di più lamentevole; credete pure che -non esagero„; e poi trova una consolazione assai più triste del male: -“I miei denti mi hanno lasciato; ma non ho più bisogno di parlare; qui -nessuno m'intende e nessuno ha la tentazione di ascoltarmi.„ - -Ma quasi a vendicarsi dei suoi concittadini, la sua vena satirica si -risveglia ed egli scrive tutta una serie di opuscoli epigrammatici, -che poi pubblica sotto il nome di don Onofrio Galeota, un bizzarro -tipo di grafomane e di _bohèmien_, che viveva in Napoli ai suoi tempi -e vi era popolarissimo. Fra questi opuscoli giocosi, in cui il Galiani -piacevolmente imita lo stile pomposo, spropositato e tutto intessuto -di grossolani napoletanismi di don Onofrio, il più caratteristico è, -senza dubbio alcuno, quello pubblicato in occasione di un'eruzione del -Vesuvio e che porta per titolo: “_Spaventosissima descrizione — dello -spaventoso spavento — che ci spaventò tutti coll'eruzione del Vesuvio -la sera degli otto d'agosto 1779, ma (per grazia di Dio) durò poco — di -D. Onofrio Galeota — poeta e filosofo all'impronta._„ A dare un'idea di -questa parodia piena di spirito basterà che io ve ne legga una mezza -pagina; udite: “La prima meraviglia fu vedere quella gran colonna di -lava infocata, che usciva dalla bocca e andava tanto alta. Veramente -alzava assai; ma non tanto poi quanto hanno detto. Mi è stato avvisato -che, quando fu l'eruzione del 1631, li libri d'allora, stampati tutti -con licenza dei superiori, hanno detto che la colonna di fuoco s'alzò -diciassette miglia. Ora, io dico, una delle due, o l'eruzioni che -si facevano in quelli tempi erano più grandi di quelle che si fanno -adesso, o li spropositi, che si dicevano allora, erano più grandi di -quelli che si dicono adesso. Veramente diciassette miglia sono miglia. -Adesso hanno detto che s'alzò tre miglia, e io manco lo credo, e dico -che fu meno assai, e forse non fu nemmeno mezzo miglio; però mi rimetto -a chi l'ha misurata, perchè io non ci voglio rimettere di coscienza, -e queste cose di pesi e misure sono materie delicate, e per la mezza -canna, o quanti vanno all'inferno, che il Signore ce ne liberi!„ - -Qualche anno prima della pubblicazione di questo opuscolo era stato -rappresentato il famoso “_Socrate immaginario_„, ad ascoltare il quale, -a quanto almeno afferma il Ranieri, tanto dilettavasi Giacomo Leopardi -e di cui lo Scherillo ha potuto dire, non interamente a torto, che -esso onora la letteratura drammatica italiana quanto la migliore delle -commedie di Goldoni. - -Molto si è disputato per sapere chi fosse il vero autore di questo -capolavoro del teatro napoletano, ma ora sembra assodato che l'idea -prima l'abbia avuta il Galiani, che egli n'abbia dato il canovaccio -a G. B. Lorenzi, noto autore di molti libretti di opere buffe -napoletane, e che inoltre, dopo che costui l'ebbe verseggiato, vi abbia -aggiunto parecchi sali, e qualche scena più delle altre originale. La -musica poi ne fu scritta dal Paisiello. Eccone l'argomento, secondo -vien raccontato dal Galiani medesimo in una delle sue lettere: “È -un'imitazione del _Don Chisciotte_. S'immagina un buon borghese di -provincia, che si è fitto in capo di ristabilire l'antica filosofia, -l'antica musica, la ginnastica, ecc. Egli si crede Socrate. Ha preso -il suo barbiere e ne ha fatto Platone (è il Sancio-Panza). Sua moglie -è bisbetica, e continuamente lo bastona: così è una Santippe. Va nel -suo giardino a consultare il suo demone, alla fine gli si fa bere -un sonnifero dandogli a credere che sia la cicuta, e, mercè l'oppio, -allorquando risvegliasi, si trova guarito della sua follia„. - -Rappresentata nell'ottobre del 1775, la giocondissima commedia del -Galiani e del Lorenzi ottenne uno strepitoso successo d'ilarità, ma, -essendosi scoverto che sotto i panni del protagonista si nascondeva -una caricatura di don Saverio Mattei, professore di lingue orientali -nell'Università di Napoli, poeta metastasiano, cultore fervente -di musica, appassionato della letteratura e della filosofia greca -e pazientissimo nel sopportare gli scoppii di gelosia e l'umore -irascibile della sua consorte, donna Giulia Capece-Piscicelli, si -ricorse dagli interessati al Re, che, ad evitare un più lungo scandalo, -proibì ogni ulteriore rappresentazione del “_Socrate immaginario_„, -veto che non doveva venir tolto che cinque anni dopo. - -Ma diciamolo pure, il buon don Saverio, non aveva avuto tutti i torti -di adirarsi, giacchè la satira era davvero spietata. - -Alla moglie che gli chiede: - - Ma dimmi, arcipazzissimo, - Tu come insegni ad altri - Filosofia, se appena sai di leggere? - -don Tammaro, il protagonista della commedia galianesca, risponde: - - Appunto perchè sono - Una bestia solenne, io son filosofo. - Chi fu Socrate? un asino - E te lo proverò. Mai non parlava - Costui da sè, ma domandava sempre, - Chiaro segno evidente - Ch'era una bestia e non sapeva niente.... - Ed io maggior mi stimo - Filosofo di lui, per la ragione - Che, ogni qual volta vogliolo imitare, - Nemmeno so che cosa domandare! - -Ed ecco come egli narra la trasformazione fatta subire al suo barbiere: - - Sta sottoterra ascoso - Il tartufo odoroso: il porco immondo - Lo scava col suo grugno, e quello poi - Si fa cibo di dame e di alti eroi. - Stava così sepolto - Mastro Antonio Tartufo: - Il porco io fui, che lo scavai. Lo tenni - Alla mia scuola, e in men di sette giorni - Filosofo divenne Mastro Antonio; - Gittò ranno e sapone, - Vestì la toga e diventò Platone. - -Ed infine don Tammaro riassume il programma della sua nuova esistenza -così: - - In casa mia - Voglio che tutto sia grecismo e voglio - che sin' il can, che ho meco, - Dimeni la sua coda all'uso greco. - -Il nostro abate non impiegava però tutte le ore di libertà che -gli lasciava l'importante sua carica ad architettare tali lepidi -componimenti, giacchè egli, ritornato a Napoli, compose eziandio varie -opere affatto serie e di molta dottrina. Basterà che io rammenti -l'importante memoria: “_Dei doveri de' Principi neutrali verso i -Principi guerreggianti, e di questi verso i neutrali_„, in cui, con -grande efficacia, sostenne una tesi, che, dopo circa mezzo secolo, -doveva venire accolta, in seguito a lunga discussione, dalla Camera -legislativa francese; basterà che rammenti la monografia sul “_Dialetto -napoletano_„, che suscitò assai vivaci polemiche, e quella “_Vita -di Orazio cavata dalle sue poesie_„ e quel volume “_Degl'istinti e -delle abitudini dell'uomo, o sia Principii del diritto di Natura e -delle genti, tratti da Orazio_„, che sono rimasti sempre inediti, -perchè rinchiusi, insieme a varii altri manoscritti galianeschi ed a -parecchi carteggi coi più illustri uomini d'Italia e di Francia, nei -dieci cassoni, lasciati dall'abate napoletano al suo amico e parente -don Francesco Azzariti e da costui alla famiglia Niccolini e poi -alla famiglia Santamaria, senza che a nessuno mai venisse concesso di -gettarvi uno sguardo, a gran dispetto del povero Ademollo, uno dei più -pazienti e scrupolosi studiosi dell'opera galianesca, che non riusciva -a darsene pace. - -Io, per conto mio, vi confesso, che me ne consolo, leggendo e -rileggendo quell'epistolario del Galiani, da cui la figura dell'arguto -abate balza fuori così completa e seducente. - -A me pare di vederlo il minuscolo abate nel momento che si prepara a -scrivere una di quelle sue brillanti lettere alla signora d'Épinay che, -appena giunta a Parigi, verrà da lei letta ai suoi fidi, per passare -dopo da salotto a salotto e per finire qualche volta in mano di un -principe straniero od anche di un nunzio del papa. - -Il vasto appartamento, presso la chiesa di Sant'Anna di Palazzo, dove -Ferdinando Galiani abitava, è immerso nel notturno silenzio, giacchè -da più ore le tre nipoti, rinchiuse nelle loro camere e coricate nei -loro letti, sognano dei fidanzati che il buon zio ha saputo procurar -loro, e dormono o sonosi ritirati nelle loro case il maggiordomo e gli -altri otto domestici; l'abate, che è ritornato or ora dal teatro, dove -ha assistito ad un'opera nuova dell'adorato Piccinni, entra nella sua -stanza da studio, accarezza la bambagiosa gatta d'Angora, sua diletta -compagna da che un amico gliel'ha mandata da Marsiglia e la cui morte -improvvisa di lì a qualche giorno lo costernerà così profondamente, -posa sur un polveroso fascio di processi, che domattina dovrà -compulsare prima di recarsi al Tribunale di Commercio, la parrucca, -che tanto pesa all'irrequieta sua testina, ed incomincia a scrivere sul -largo foglio bianco. - -La penna dapprima corre sulla carta rapida e nervosa, poi si arresta, -perchè l'abate deve consultare una lettera della d'Épinay o gettare uno -sguardo fugace alla pallida miniatura, che, nella sua cornice dorata, -gli ricorda la graziosa ed elegante sembianza dell'amica lontana. La -penna ricomincia a correre, ma d'un tratto una sonora risata risveglia -gli echi della stanza e fa balzare in piedi la gatta i cui rotondi -occhi fosforescenti rilucono attoniti nella penombra: è l'abate che, -con la penna d'oca poggiata sull'orecchio, ride di cuore di una sua -facezia scritta or ora e che poi la rilegge compiaciuto ad alta voce, -accompagnandola con le più grottesche boccaccie e con la più vivace -mimica di tutta la persona, quasi che intorno a lui si affollassero -gli amici dei quali, di lì a venti o trenta giorni, la sua lettera -susciterà certo la più schietta ilarità. Il fatto è che, mentre -scrive, al buon abate sembra proprio di trovarsi tuttora a Parigi nel -salotto della signora d'Épinay od in quello del barone d'Holbach e di -discorrervi coi suoi amici; ed è proprio ciò che dà alle sue lettere un -incomparabile fascino, il fascino della conversazione, il fascino della -parola parlata. - -Nelle sue lettere, il Galiani tratta saltuariamente i più svariati -soggetti, dai più umili e familiari ai più dotti ed elevati. Ora parla -di intricate questioni economiche ed un po' dopo si lagna che il suo -editore si faccia troppo pregare per dargli quel che gli deve o che -glielo dia a piccole somme staccate, ciò che prova che gli editori sono -sempre gli stessi in tutti i tempi ed in tutti i paesi; ora fa profezie -sull'avvenire politico dell'Europa per chiedere, un momento dopo, che -gli si mandino alcune boccette d'inchiostro perchè quello che vendesi -a Napoli è pessimo; ora fa acute osservazioni critiche sul teatro per -poi lagnarsi che certa tela per camicie speditagli da Parigi non sia di -buona qualità. - -Di tanto in tanto poi, egli comunica alla sua amica il titolo e -l'argomento di un libro, che ha ideato forse nell'istante stesso -che verga la lettera. Un giorno è un trattato d'educazione, in cui -intende provare che questa è la medesima sia per gli uomini sia per le -bestie e che essa si riduce tutta ai due seguenti punti: _Apprendere -a sopportare l'ingiustizia, apprendere a soffrire la noia_. Un altro -giorno, immagina un romanzo epistolare fondato sull'amicizia d'infanzia -del celebre arlecchino Carlin con Papa Ganganelli, un romanzo che verrà -scritto, più di mezzo secolo dopo, dal letterato francese Henry de -Latouche. Un altro giorno concepisce un _“Sistema sull'origine delle -montagne„_ in cui trovasi in germe la moderna teoria dell'evoluzione. -Un altro giorno infine progetta un libriccino umoristico di cui il -curioso titolo dovrebbe essere: _“Instructions morales et politiques -d'une chatte à ses petits, traduit du chat en français, par M. -d'Egratigny, interprète de la langue chatte à la Bibliothèque du Roi„_ -e di cui ecco il gustosissimo canevaccio: “La gatta inculca dapprima ai -suoi piccini il timore del Dio-uomo. In seguito spiega loro la teologia -ed i due principii, il Dio-uomo buono ed il Demonio-cane cattivo; poi -detta loro la morale, la guerra cioè ai topi, ai passerotti, ecc.; -infine parla loro della vita futura e della Rattopoli celeste, che è -una città dalle mura di parmigiano, dai pavimenti di polmone, dalle -colonne di anguille, ecc., e che è piena di topi destinati a loro -divertimento. Essa ispira loro il rispetto pei gatti castrati, che -sono chiamati a tale stato dal Dio-uomo, per essere felici in questo e -nell'altro mondo, come lo attesta la loro pinguedine, ed è perciò che -essi sono dispensati dal pigliare i topi. Finalmente raccomanda loro la -più perfetta rassegnazione, nel caso che il Dio-uomo li chiami a questo -stato di perfezione, ecc., ecc.„ - -Nessuno di questi volumi fu scritto dal Galiani ed essi andarono -a raggiungere nel limbo letterario l'infinita legione dei libri -progettati e non eseguiti, incominciati e non terminati, la cui istoria -oltremodo curiosa ed interessante rimane ancora da farsi in un volume, -che porti per epigrafe le rivelatrici parole dei Goncourt: _“On ne -fait pas les livres qu'on veut.„_ Che importa? Sono proprio questi i -libri ai quali gli scrittori serbano la maggiore tenerezza ed ai quali -ripensano sempre con simpatia, simili un po' a quelle vezzose eroine -degli amoretti giovanili appena abbozzati e dovuti lasciare a metà, -le cui vaghe fattezze vengono evocate con soave mestizia nelle ore -angosciose di scoraggiamento sentimentale, in cui l'anima è annebbiata -di tristezza ed il cuore sanguina sotto gli artigli della delusione. - -Gli autori amano queste loro opere embrionali perchè esse non hanno -dato loro nessun dispiacere e perchè appaiono loro sempre illuminate -dalla fiamma purissima e lieta della prima concezione. Ahimè! dopo -quella prima ora di sublime gioia cerebrale, incominciano le terribili -battaglie di tavolino per fermare sulla carta quella fulgida visione -del libro futuro, che nell'attuazione si sforma, si contorce, -svaporasi. - -Oh! gli spasmodici gridi di sofferenza che trovansi nelle lettere di -Flaubert alla Sand, in chi di noi, per quanto modestissimo maneggiatore -di penna, non ha trovato un'eco di dolore? Chi di noi potrà mai -dimenticare la triste e rassegnata esclamazione di lui: _“Ah! je les -aurai connues les affres du style?„_ - -Sì, una grande gioia è anche quella di poter mettere la sospirata -parola “Fine„ ad un volume, ma in tale gioia v'è anche un po' del -grossolano sollievo per una fatica terminata; ma, dopo quel momento -supremo, l'opera quasi più non ci appartiene e ad essa non è già più -l'anima dell'artista o del pensatore che s'interessa, ma è la vanità -dell'uomo, che sogna un entusiastico coro di lodi. - -Ecco perchè io stimo che la gioia più pura, più alta, più serena è -quella che ci procura la ideazione di un nuovo libro, il quale, nel -fremito giocondo di quel primo istante, ci appare bello e completo come -giammai sarà, come giammai potrà essere; ed è naturale per conseguenza -che il libro, che è rimasto sempre in tale primo stadio senza mai -concretarsi, sia pure il figlio prediletto della nostra anima. - -Un biografo diligente e scrupoloso osservatore della verità storica -vi direbbe che ritornato dalla Francia, il Galiani, eccetto un breve -viaggio fino a Venezia, visse sempre in Napoli; ebbene io invece -sostengo che egli continuò a vivere per molti anni ancora a Parigi, -finchè la morte della sua diletta amica Luisa d'Épinay non venne a -troncare il suo bel sogno cerebrale. Oh sì, o signori, ciò che sopra -tutto vale è la vita dello spirito ed ognuno di noi può eleggersi una -patria ideale, e, mentre qui appare sotto il consuetudinario aspetto -di professore, d'impiegato, di medico, può con lo spirito viaggiare pel -mondo, può con lo spirito vivere in Francia, in America o nell'Estremo -Oriente. - -Ma io voglio pur fare qualche concessione alla gente positiva, che -di queste nostre metafisiche da esteti compassionevolmente sorride, -e mi accontenterò di affermare soltanto che nell'abate napoletano vi -erano due uomini, come del resto egli stesso scriveva: “Ma ecco come -sono, due uomini diversi impastati insieme, e che pure non riescono -ad occupare intero il posto di un solo.„ Ebbene sì, vi era un Galiani -severo e dotto magistrato, zio tanto premuroso che riuscì a maritare -perfino una nipote brutta e gobba, collezionista appassionato di -monete e di medaglie, scrittore di opuscoli eruditi o satirici, che -viveva a Napoli, e che dal Tribunale di Commercio passava a Corte e -dai salotti dei diplomatici esteri passava al teatro, dove eseguivansi -le opere giocose dei musicisti napoletani o dove recitava qualche -compagnia francese; ma v'era poi un altro Galiani, e quello continuava -a vivere a Parigi ed a farvi la corte alle sue eleganti amiche, a -lanciarvi epigrammi ed improperii contro gli Economisti, a discutervi -calorosamente sui più varii soggetti cogli Enciclopedisti, a far -ridere ed a far meditare coi suoi apologhi, coi suoi frizzi, con le -sue capricciose fantasie, con le sue originali riflessioni, con le sue -ardite massime, tutto un fedele pubblico di ammiratori: e non è forse -questo il Galiani affascinante e geniale, non è forse questo il Galiani -davvero degno di interessare noi altri posteri? - -Venne però un triste giorno del giugno 1783, ed in esso gli giunse -la crudele notizia della morte della sua amica: in quel giorno il -suo cuore si spezzò. Alla signora du Bocage, che si era offerta a -continuare il carteggio, durato per quattordici anni con la d'Épinay -egli scrisse: “La signora d'Épinay non è più! io ho dunque cessato di -esistere! Voi m'avevate proposto, nell'ultima vostra, di continuare con -voi la corrispondenza che io ebbi l'onore d'intrattenere così a lungo -con lei; io intendo tutto il valore del sacrificio che voi vi degnate -imporvi; ma come potrei io corrispondervi? Il mio cuore non è più tra -i vivi, esso è tutto in una tomba. Perdonatemi, signora, se vi scrivo -con tanta franchezza, se vi mostro tanta ingratitudine.... In questa -età, in cui l'amicizia diviene più necessaria, ho perduto tutti i miei -amici! io ho perduto tutto! non si sopravvive ai proprii amici!„ - -E può ben dirsi che in quel melanconico giorno il Galiani parigino -morisse. In quanto al Galiani napoletano, egli gli sopravvisse ancora -quattro anni e qualche mese; coprì nuove e sempre più importanti -cariche, in modo da raggiungere in emolumenti la rispettabile somma -annua di 27 000 lire; ottenne altri onori; entrò sempre più nelle -grazie dei Sovrani; si occupò sopra tutto della riedificazione -dell'antico porto di Baja e della bonifica del lago Fusaro; e cessò di -vivere, coi conforti religiosi, il 30 ottobre 1787 all'età di 58 anni. - -Alcuni giorni prima che egli morisse, la regina Maria Carolina -scrissegli una lunga lettera per esortarlo, in vista di una prossima -ed inevitabile fine, a fare ammenda dei suoi errori e ad implorare -dalla misericordia divina il perdono dei suoi molti peccati. A tale -esortazione, per lo meno strana sotto la penna di quel modello d'ogni -virtù che fu Maria Carolina, il Galiani rispose con una lettera piena -di rispettosa gratitudine, ma piena eziandio di nobile dignità, di -cui ecco la chiusa caratteristica: “Non vorrei stancare la pazienza -di Vostra Maestà sopra tutto con un movimento che potrebbesi tacciare -d'orgoglio, ma mi è impossibile non dire che se ho da rimproverarmi -numerosi peccati come uomo e come cristiano, non me ne posso -rimproverare _uno solo_ nè come magistrato, nè come suddito....„ - -Chi ha scritto queste parole e quelle più su riferite in occasione -della morte della signora d'Épinay non può certo venir giudicato un -cinico egoista, siccome lo hanno proclamato molti, che hanno preso -troppo alla lettera alcune frasi del suo epistolario. Disgustato -dall'umanitarismo enfatico e dal falso e lezioso sentimentalismo, pei -quali, sotto l'ispirazione di quel Gian Giacomo Rousseau, che imprecava -contro le madri che non allattano esse stesse i loro bambini, ma che -poi mandava i suoi figliuoli alla ruota dei trovatelli, sdilinguivasi -quella corrottissima aristocrazia francese, la quale, secondo una frase -divenuta celebre, danzava sur un vulcano, l'abate Galiani, che teneva -molto, ed aveva ragione, all'originalità del proprio cervello, amava -invece di posare, anche un po' forse per spirito di contraddizione, -a scettico e gridava che egli non credeva nulla, in nulla, su nulla, -di nulla, e si scalmanava a persuadere tutti che egli in politica non -ammetteva che il Machiavellismo puro, senza miscele, crudo, acerbo, in -tutta la sua forza ed in tutta la sua asprezza. - -Ebbene se si esamina coscienziosamente l'esistenza oltremodo laboriosa -di questo scettico per progetto, si scorge che egli fu buon patriotta, -magistrato integerrimo, suddito fedele, che si mostrò amico tenero e -premuroso, che, dopo la morte del fratello, tenne luogo di padre alle -figlie di lui. - -Difetti certo n'ebbe e parecchi e gravi, ma ebbe pur la schiettezza -di non nasconderli mai come ipocritamente fecero tanti altri grandi -uomini: pochi, ad esempio, furono più di lui sensibili al successo -delle proprie opere, ma nessuno ha più candidamente di lui confessato -che non v'è alcuna vanità la cui ebbrezza sia più violenta della vanità -letteraria. - -Infine quest'uomo, che sotto la fosforescenza dello spirito nascondeva -uno straordinario acume ed un profondo e sano buon senso; quest'uomo -che è stato non soltanto un brillante e mordace scrittore, ma anche -un vero ed ardimentoso novatore in economia politica ed in diritto -pubblico; quest'uomo, i cui paradossi, sparsi con opulenta prodigalità -nelle sue stupende lettere, fanno ripensare alla definizione di un -illustre odierno scrittore, pel quale il paradosso dell'oggi è la -verità del dimani; quest'uomo di cui Edmondo de Goncourt, tempo fa, -non peritavasi di proclamare che possedesse “_une cervelle autrement -philosophique que la cervelle à la mince ironie de monsieur de -Voltaire_„ rimane, checchè ne dica certa maniaca critica iconoclasta, -una delle più gloriose personalità, che abbiano, nel secolo scorso, -onorata l'Italia Meridionale. - - - - -DAL METASTASIO A VITTORIO ALFIERI - -(1698-1782) - - -CONFERENZA DI - -GUIDO MAZZONI - - - _Signore e Signori_, - -Chi volesse immaginarsi due scrittori in contrasto tra loro, quanto -più sia possibile, e d'aspetto e d'indole e di facoltà artistiche, non -avrebbe a durar fatica: gli basterebbe ripensare, l'un dopo l'altro, -Pietro Metastasio e Vittorio Alfieri. - -Ecco subito, a udire il nome dell'abate Metastasio, ecco subito -risorgere in voi l'immagine di quel volto paffuto sotto i riccioloni -della bianca parrucca: il mento doppio s'incurva dolcemente sotto -le labbra carnose e la fronte si dilata senza rughe, con un'altra -curva armoniosa, sopra gli occhi sereni: volto un po' troppo pieno, -ma non senza grazia; al primo guardarlo, volto di un cuor contento; -ma non senza finezza, a riguardarlo meglio. Tale i ritratti ci han -fitto nella memoria la sembianza del poeta cesareo, che, piegatosi -innanzi, quasi a salutare l'amico lettore, e le lettrici, sorride dal -limitare delle opere sue. Oh, il conte Alfieri non ci accoglie così! -Egli figge gli occhi acuti nell'avvenire, di là da' lettori presenti -(alle lettrici non pensa neppure); nell'avvenire li figge, dove ben -altri lettori si augura e spera, tra il nuovo popolo d'Italia ch'egli -ha voluto suscitare a nuovi destini. I capelli rossi fan come da -cornice a quel volto angoloso che s'erge sul collo nudo fieramente; -le labbra s'increspano quasi a disdegno; la fronte è segnata di linee -che l'attraversano quanto è ampia, e altre rughe scendono per le -guance, secondo le contrazioni che il pensiero, nello sforzo del cercar -l'espressione, impone alla carne ribelle. Quegli, il Metastasio, a chi -abbia pratica de' versi suoi, potrà sembrare che si volga ancora a' -soavi melodrammi e mormori, invidiandoli perchè vanno a Nice: - - Quanto ingiusto, o miei fogli, è il ciel con noi! - Dolce è la vostra, è la mia sorte amara: - Sol tocca a me tutto il sudore, e poi - Tocca a voi soli ogni mercè più chiara. - -Questi, l'Alfieri, si direbbe che abbia gettata via dispettoso la -penna, esclamando: - - L'arte ch'io scelsi è un bel mestier, per dio! - -e così placatosi torni ancora a meditare aspre tragedie. - -Il contrasto che è ne' ritratti de' due volti non fu minore nell'indole -de' due uomini e nella vita loro: e li ebbe una stessa nazione, nello -stesso secolo, contemporanei; li ebbe poeti drammatici entrambi. La -storia letteraria nostra, che ha tante meraviglie, non ne ha forse una -che sia curiosa come questa, e così importante a studiarla. - - -I. - -Pietro Trapassi, nato nel 1698 a Roma, quando fu giunto a maturità -parve unire in sè quella che il Boccaccio chiamò la gran dolcezza -del sangue bolognese, che gli veniva dalla madre, con la bonaria -compostezza romana che gli veniva dal padre: ma innanzi fu un gaio e -spensierato ragazzo che, sebbene adottato dal Gravina per le grazie -dell'ingegno manifestate nell'improvvisare, e già erudito da lui su' -Greci e su' Latini negli studii severi, si affrettò a sparnazzarne la -conspicua eredità godendosi a Napoli la vita. Una cantante, la Marianna -Bulgarelli, la Romanina, che lo conosce per gli _Orti Esperidi_, -lo fa suo e lo protegge, quando egli, ridotto in miseria, studiava -l'avvocatura; un'altra Marianna, la Pignattelli D'Althann, che è -vedova a Vienna, e può vantarsi amata da Carlo VI, lo fa chiamare -là, e anch'ella lo fa suo e lo protegge. A questo modo il figliuolo -del droghiere, l'abatino galante, l'avvocatino napoletano, ebbe a -presentarsi nel 1730, per la sua qualità di nuovo poeta cesareo, -innanzi alla Maestà dell'Imperatore del Sacro Romano Impero, “il più -gran personaggio della terra!„ Tre reverenze, una sull'uscio, una a -mezzo la sala, una davanti alla persona imperiale; e quest'ultima fu -genuflessione: il Metastasio (così il Gravina l'aveva ribattezzato -grecamente) restò lì ginocchioni finchè Carlo VI gli disse: — Alzatevi! -alzatevi! — Ma allora, ohimè, conveniva aprir bocca, parlare: che dir -mai? Era quello, disse, il momento che aveva sospirato fin da' primi -anni della vita; e ora che si trovava lì, in faccia all'imperatore, -“col glorioso carattere di suo attual servitore,„ avrebbe voluto -divenire un Omero, dovesse costargli tutto il sangue delle vene! -cercherebbe almeno di fare quel più che potesse, e il titolo di -poeta cesareo gli darebbe quella virtù che non gli dava l'ingegno. -Piacquero le parole bene artificiate e dette bene; e l'imperatore -degnò sorridere, e gli offerse la mano a baciare: “Onde io (narrava il -Metastasio) consolato di questa dimostrazione d'amore, strinsi con un -trasporto di contento la mano cesarea in entrambe le mie, e le diedi -un bacio così sonoro che potè il clementissimo padrone assai bene -avvedersi che veniva dal cuore.„ - -A corte, sulle prime, non si curavano di lui; ma egli vi s'insinuò e -vi si abbarbicò presto tenacemente con la garbatezza de' modi, con la -simpatia della persona, con l'accortezza mascherata di bonomia onde -si regolò sempre, entro i limiti dell'onesto, a vantaggio proprio. -E la Marianna lasciata a Napoli, la dolce Romanina? Didone è stata -abbandonata da Enea, e Enea non vuole ch'ella lo raggiunga.... a -Vienna! E per impedirle il viaggio intrapreso, la ferma, o fa fermare, -a Venezia: onde la leggenda, che sarà poi registrata dal Lessing, -ch'ella tentò uccidersi con un temperino; nel fatto, pur dolorando, -si contentò di promesse e si rassegnò. Anzi, scrisse a un abate, che -s'era intromesso tra lei e l'amico, raccomandandogli prendesse cura -del marito, che aveva proseguito per conto suo fino a Vienna, e lo -consigliasse “a non disgustare il signor Metastasio con qualche sua -strana risoluzione; ma lo faccia (aggiungeva) con la sua buona grazia, -che non paia mia premura.„ Sta a vedere che il marito correva le poste -per costringere l'abate a tornare indietro, o almeno per rimbrottarlo -dell'abbandono crudele! - -Difficile, perchè già tenuto da Apostolo Zeno, l'ufficio di poeta -cesareo: lo Zeno aveva data nobiltà quasi di tragedia al melodramma, -col divergerlo dagli enormi spettacoli eroicomici e volgerlo -all'efficacia dell'azione dialogata con eletta serietà; e pur conveniva -al Metastasio lavorare indefessamente per produrre quelle tante opere -all'anno e a tempi determinati, e procurare insieme gli oratorii, le -serenate, i complimenti, le canzonette, per uso e consumo della Corte, -quanti ne occorressero. Uomo metodico trova le ore e le ispirazioni -per tutto e per tutti: sta a tavolino ogni giorno a ora fissa, e -si commuove scrivendo o rompe la commozione a volontà, pe' suoi -melodrammi; gli c'entra continuare il greco e il latino, quasi per -diporto, a ora fissa; serve, come dicevano, le padrone a ora fissa; e -la savia regolarità della vita gli permette perfino di far la corte -alla D'Althann, a ora fissa; amarla, esserne riamato, sposarla, a -quel che pare, segretamente. Poeta, uomo di società, dotto, amico, -sa compiere tutti i doveri, sa darsi tutti i pensieri, con facilità -graziosa, con ingegno e destrezza impareggiabili. - -Muore la Romanina, e memore fin all'ultimo lascia erede lui, -usufruttuario il marito: il Metastasio, ch'è galantuomo, rinunzia -l'eredità, ma il Metastasio, che è un uomo che bada a' fatti suoi, -nello scrivere al marito le condoglianze per la perdita comune, -gli chiede che in compenso all'eredità rinunziata si occupi -d'amministrargli le rendite in Italia e di provvedere alla famiglia, -che è a Roma, come per tanti anni avea fatto la povera morta. Ben -provveduto di stipendii, tenuto in onore e amore da Maria Teresa come -già da Carlo VI, e più assai, mette da parte: la vita agiata, ma senza -passioni, non gli costa quasi nulla: cinquantadue anni di séguito, -vale a dire fino alla morte, rimane nella casa stessa dov'era sceso -arrivando a Vienna; casa di napoletani che gli risparmiarono perfin -la noia d'imparare il tedesco, casa di amici onde ebbe in una terza -Marianna una figlia adottiva che lo consolò della morte della D'Althann -dopo un legame di cinque lustri. Così la donna, che fu per lui rosa -senza spine, gli profumò tutta quanta la vita. Morì nel 1782. - -Uomo di buon senso, presente a sè, in ogni momento, in ogni cosa; uomo -perfettamente equilibrato, sebbene si affermasse isterico; chè quel -suo isterismo, come non gli tolse di campare fino a ottantaquattro -anni, e lo lasciò morire d'un raffreddore, così fu sempre domato dalla -ragione, subito che questa mostrò al paziente il probabile danno della -malattia. Non già ch'ei non sentisse; sentiva, anzi, vivacemente, -volta per volta, minuto per minuto, sotto il colpo o la pressione degli -affetti; ma poteva, quando gli sembrasse troppo, smettere di sentire nè -voleva sentire più di quel tanto. Lavagna dove era agevole scrivere col -gesso; donde era del pari agevole cancellare lo scritto con la cimosa. -La fantasia vivace, eccitabile; l'animo calmo sempre; come nel mare, -dove le onde si agitano soltanto sulla superficie sconvolta. Perciò il -Metastasio non vide nella vita universale che l'uomo, e tutto riferì -all'uomo, cioè, per l'uomo, a sè stesso. - -Nulla gli dicevano i luoghi: gli scenarii de' suoi melodrammi gli -bastavano. Era nato a Roma, era stato a Napoli, avea vista la Calabria; -della campagna deserta e de' ruderi gloriosi, delle candide ville e -de' vigneti sul golfo sotto il Vesuvio che fuma, delle coste infiorate -d'aranci e guardate dalle vette del selvoso Appennino, nulla rammentò, -nulla fe' passare ne' versi suoi. E a Vienna e in Moravia ciò ch'egli -osserva è quanto sia d'agio o disagio, ciò ch'è da desiderare, ciò -ch'è da fuggire a chi ama il comodo vivere. Gran bella nevicata, -per esempio, quella del 1749 sui boschi moravi della D'Althann! Son -tutti coperti di neve; alberi e capanne, perduti i colori, conservano -ingrossato il disegno e si profilano candidi nel cielo d'un grigio -diffuso: udiamo il poeta: “Considero con sentimento di gratitudine, che -quell'amico bosco, che mi difendeva poco anzi coll'ombra da' fervidi -raggi del sole, or mi somministra materia onde premunirmi contro -l'indiscretezza della fredda stagione. Insulto con diletto all'inverno, -ch'io veggo ma non provo nella costante primavera del nostro tepido -albergo.„ Non c'è dubbio: “al pari delle altre stagioni ha l'inverno -ancora i suoi comodi, le sue bellezze e i suoi vantaggi„ per chi se -ne sta innanzi ai caminetto, dimentico così della natura candidamente -bella per la nevicata, come degli altri uomini che soffrono il gelo per -la nevicata. - -Nella soffitta della casa sua sta per più anni il Haydn; ed egli, -che scrive pel teatro e s'intende di musica, sa che virtù abbia -quel violinista in miseria; ma nulla fa mai per lui. Un vecchio -compatriotta, un vecchio amico, il Porpora, cade malato, ha bisogno: -è da pensarci, è da provvedere: ecco fatto, ecco mandata una lettera -al cantante Farinello, al gemello impareggiabile, favorito del re di -Spagna: “Vi sarò personalmente obbligato se mi vorrete evitare il -dolore di vedere il naufragio d'un uomo pel quale abbiamo sentito -rispetto fin dalla prima gioventù.„ Non si tratta, dunque, tanto -di far piacere al compatriotta e all'amico, quanto di schivare una -dolorosa commozione e i possibili rimorsi. Dopo scrittone a Madrid, non -c'era più ragione di stare in pensiero a Vienna. Al bene, certo, era -naturalmente proclive; del male non ne fece mai; ma scomoda tanto fare -il bene! Se ci ha da essere scomodo non mette conto, neppure per sè, -di muoversi; se ci ha da essere danno, allora sì che è prudente badare -solo a' fatti suoi! E rinunziava alla Romanina, rinunziava a rivedere -padre, madre, fratelli, rinunziava all'Italia, soffocando le rapide -fiammelle della fantasia e del sentimento. Oh Napoli, oh le Calabrie, -oh Roma e il palio de' barberi! Ma, per tornare, bisognava buttar -all'aria, preparar tutto, bisognava mettersi in via; e laggiù chi sa -poi quante chiacchiere uggiose; e lì presso c'era la D'Althann che alla -tale ora lo aspettava, o gli amici per la solita lettura d'Orazio. Il -Metastasio non rivide mai nè l'Italia nè i suoi. - - -II. - -Vittorio Alfieri, nato nel 1749, quando il Metastasio era negli -onori massimi e già sullo sfiorire, ebbe dal forte Piemonte adusta la -tempra del corpo e ben salde le fibre dell'animo. Il conte astigiano, -militarmente educato a Torino, nel collegio dove gl'insegnarono più -francese che italiano, altiero, ribelle per indole alla volontà altrui, -si vendicò subito che potè di quella disciplina correndo l'Italia -e l'Europa a rompicollo. Francia, Inghilterra, Olanda, Svizzera, -Germania, Danimarca, Svezia, Russia; e poi, in un'altra corsa, Francia, -Inghilterra, Spagna, Portogallo, dal '67 al '72 lo vedono passare e -ripassare giovane ardente, fantastico, turbolento, che ama e disama, -che spende e spande, che ha tragiche e comiche avventure di passioni, -di duelli, di processi; tradito, vilipeso, pregiato, onorato; sempre -desideroso del meglio, sempre scontento del presente, sempre scontento -di sè. Passa e ripassa con frotte di cavalli generosi: di lì a poco -preferirà i libri. - -Guarito da un amore in Olanda, incappa nel '71 nella Penelope Pitt, -che a sedici anni è divenuta la viscontessa Ligonier; e per lei -si batte col marito, per lei è tratto insieme con un palafreniere -in un processo di divorzio. Un altro amore a Torino, l'anno dopo, -indirettamente l'avvia a comporre tragedie. Poi nel '77 a Firenze -“degno amore lo allaccia finalmente per sempre„: ama la moglie di Carlo -Odoardo Stuart, la contessa d'Albany; e si studia di sottrarla a quello -sbevazzatore che, dimentico della sua dignità e delle prove da lui -fatte non senza gloria come pretendente alla corona d'Inghilterra, le -è un “irragionevole ed ubbriaco padrone„; ordisce sottilmente la trama -della liberazione, la compie quasi per rapimento, si assume intiera -la responsabilità del fatto, con la donna amata convive pubblicamente, -in faccia all'attonita aristocrazia, rivale felice d'un marito di casa -reale. - -Intanto, ne' viaggi e nelle passioni e nelle amicizie varie, gli si -era allargato il sentimento e la coltura: l'Inghilterra e la Francia -gli avean mostrato assodate o in via d'esperimento le leggi della -libertà: tutta l'Europa aveva corso, o da tutta l'Europa raccolto in -sè l'odio contro il feudalismo antiquato e la bramosia delle riforme -civili. A Ginevra s'era già comprati l'Helvetius, il Rousseau, il -Montesquieu; poi lesse Plutarco e se n'infiammò; quattro e cinque -volte di seguito lo lesse “con tale trasporto di grida disperate e di -furori per anche, che chi fosse stato a sentirmi nella camera vicina -mi avrebbe certamente tenuto per impazzito„. Con lacrime di dolore -e di rabbia raffrontava Cesare, Bruto, Pelopida, Catone, a' piccoli -reggitori del Piemonte: un giorno intiero, meditando l'Italia presente, -pianse sulla tomba di Dante a Ravenna. Si rodeva, e pur seguitava -a menar la vita dello scioperato e dello scapestrato; ma il suo era -come il ribollimento della terra che abbia sentita la prima pioggia -primaverile. - -Presentato nel '69 al re di Prussia, non ebbe altro lievito che -d'indignazione e di rabbia: poche parole gli disse il re; egli -l'osservò profondamente ficcandogli gli occhi negli occhi, e ringraziò -Dio che non lo aveva fatto nascere schiavo di Federigo II. Anche dal -re di Piemonte si volle libero; e, fatta donazione di tutto il suo, -andò a tôrre licenza: quel re, che era il buon Vittorio Amedeo II, non -gli parlò punto della cosa, e lo accolse affabile e cortese come era -sempre. Onde poi il conte nella _Vita_: “Ancorchè io non ami punto -i re in genere, e meno i più arbitrari, debbo pur dire ingenuamente -che la razza di questi nostri principi è ottima sul totale, e massime -paragonandola a quasi tutte l'altre presenti d'Europa. Ed io mi sentiva -nell'intimo del cuore piuttosto affetto per essi, che non avversione; -stante che sì questo re che il di lui predecessore sono di ottime -intenzioni, di buona e costumata ed esemplarissima indole, e fanno al -paese loro più bene che male. Con tutto ciò quando si pensa e vivamente -si sente che il loro giovare o nuocere pendono dal loro assoluto -volere, bisogna fremere, e fuggire.„ Oh il bacio, il bacio sonoro del -Metastasio sulla mano dell'augusto padrone! - -Dopo che l'Alfieri ebbe baciate, in cambio di una mano imperiale, le -rovine della Bastiglia, avidamente raccolte a memoria del fatto, gli -toccò sentire la libertà impiccante e spogliante, come la chiamava -pronunziando gli epigrammi feroci che, deluso nelle alte speranze, -scagliò, fin che gli resse la vita, contro la Francia. E dalle Fiandre -e dalla Germania, venne a Firenze, dove Ugo Foscolo lo vide passeggiar -solo dove Arno è più deserto. Qui scrisse le commedie, volto ormai -col pensiero all'esempio degli Inglesi, che soli gli avevan dato -libertà e pace, e soli sembravan godere patria e libertà, e per ciò -partigiano ormai degli ordini costituzionali ove si contemperano le -signorie dell'Uno, de' Troppi, de' Pochi, tre veleni che commisti -fanno l'antidoto. Qui allo Strocchi giovane che andò a visitarlo gridò -rimbrottandolo che parteggiasse pe' Francesi: “Que' scellerati Francesi -hanno ammazzato il loro re: i re vanno ammazzati, ma sul trono, non -balzarneli con inganno e, appena caduti, vilmente trucidarli!„ Qui, -disperato del tempo e degli uomini presenti, affisse sulla porta di -casa quel biglietto che si era stampato con le proprie mani: “Vittorio -Alfieri, non essendo persona pubblica, e supponendosi di poter essere -almeno padrone di sè in casa sua, fa noto a chiunque cercasse di -lui, ch'egli non riceve mai nè le persone nè ambasciate nè involti nè -lettere di quelli che non conosce e da cui non dipende.„ E qui morì -nel 1803, atteggiandosi a misantropo sdegnoso. Ma come caldo d'amore -nel suo pensiero per gli uomini tutti! come ardente per gli uomini -d'Italia, quali degni di lei nascerebbero un tempo! Quando scrisse -la dedica del _Bruto II_, volgendosi al popolo italiano futuro, si -direbbe che il conte Alfieri, dotato di profetici spiriti, si vedesse -innanzi i martiri, i soldati, i diplomatici del '21, del '48, del '59: -quando scrisse i versi sulle battaglie future tra Italia e Francia, -fu profeta, almeno in parte, davvero. A Roma, nel '49, più d'uno de' -volontarii (perchè non il Mameli?) avrà susurrato: - - ... O Vate nostro, in pravi - Secoli nato, eppur creato hai queste - Sublimi età che profetando andavi! - -Ora, il conte astigiano che, posando a Marsiglia, con le spalle -addossate a uno scoglio, dinanzi alle due immensità del cielo e del -mare abbellite dai raggi del sole cadente, passava ore di delizia -fantasticando; o viaggiando nel Settentrione dalle selve, dai laghi, -dai dirupi, si sentiva sorgere entro l'animo ruvidamente scolpite le -immagini che poi ritrovò nell'_Ossian_; o cavalcando per le pianure -deserte dell'Aragona piangeva dirottamente, senza sapere di che, per -la poesia che terribile e lieta e mesta e pazza gli si affacciava alla -mente in immagini mal distinte; questo poeta grande, questo cittadino -grande, quest'anima, insomma, questa vita, nel 1769 toccarono per -un momento o furono per toccare l'anima e la vita dell'abate Pietro -Trapassi, del poeta cesareo Metastasio. - -Era a Vienna l'Alfieri, e il ministro sardo gli aveva proposto di -condurlo dal Metastasio, quando un giorno nei giardini imperiali di -Schoenbrunn lo incontrò. Da lontano lo vide “fare a Maria Teresa -la genuflessioncella di uso, con una faccia sì servilmente lieta -e adulatoria„ che più non volle saper di conoscerlo. “Non avrei -consentito mai di contrarre nè amicizia nè familiarità con una Musa -appigionata o venduta all'autorità dispotica da me sì caldamente -abborrita.„ - -Il Metastasio morì senza aver saputo di tale incontro: se l'avesse -saputo, l'Alfieri gli sarebbe sembrato un matto, un bel matto da -legare. E del matto si diede, raccontando da vecchio l'orrore suo pel -Metastasio, l'Alfieri: ma in quella mattia era l'entusiasmo che solo -può risuscitare la vita e la coscienza d'un popolo. - - -III. - -Da un lato, dunque, l'alta società viennese. “Qui gli odii e gli -amori (scriveva il Metastasio al Farinello nel '47) non tolgono mai -il sonno: qui l'anima s'impaccia pochissimo degli affari del corpo: -la sera siete il favorito, la mattina l'incognito. Le premure, le -agitazioni, le sollecitudini, le picciole guerre, le frequenti paci, -le gratitudini, le vendette, il parlar degli occhi, l'eloquenza del -silenzio, insomma tutto ciò che può dar di piacevole o di tormentoso -il commercio delicato delle anime, è paese non conosciuto, se non -che come ridicolo ornamento de' romanzi. È cosa incredibile a qual -segno arrivi l'indolenza di queste placidissime ninfe. Io dispererei -di trovarvi una sola capace di trascurare un giuoco di _piquet_ per -la perdita o per la morte d'un carissimo amante; ve ne troverei ben -quante mai ne volessi di quelle che non interromperanno l'insipido -lavoro de' lor nodetti fra gli eccessi dell'estro più misterioso. E -voi temete per me? Tranquillatevi pure. Non si corre questo rischio.„ -E in quella società che nella sua aristocratica superiorità al volgo -degli uomini rinunziava alle passioni degli uomini, l'abate Metastasio -cantò le passioni non vere degli eroi melodrammatici e di sè. Sottile -analizzatore degli affetti si dilettava incidere, come Properzia de' -Rossi fece della Passione di Cristo, tutta quanta la storia d'una -passione sopra un nocciolo di pesca; ma erano affetti immaginarii. -Perfino Nice, la Nice che gl'inspirò così leggiadre canzonette, visse -soltanto nella mente del poeta, che si raccomandava agli amici non -restassero ingannati dai teneri versi; non gli facessero il torto di -crederlo innamorato, non esser egli capace di tali debolezze! Invece, -se correvan chiacchiere di certe sue avventure con una ballerina, -raccomandava le lasciassero correre “perchè alla fine, quando ci -andiamo avvicinando ad una certa età non ci dispiacciono tanto queste -imposture che accreditano il nostro vigor giovanile.„ Chiuso sempre -in quei salotti di dame e di attrici, non desideroso d'altro che -dell'agiato vivere, lontano dalla patria e da' parenti, il Metastasio -fermò sè, la sua vita, la lingua e l'arte sua, in una beata ed elegante -placidità: non si curò di sapere, ignorò che facesse, che pensasse -il popolo italiano: invecchiò supremo rappresentante d'un'età e d'una -letteratura ormai trapassate. - -Dall'altro lato, tutta l'Europa che segreta fermenta. E l'Alfieri vi si -aggira irrequieto, smanioso; suggendo dalla natura viva, e dai libri -vivi, e dagli uomini e dalle donne vive, gli elementi delle passioni -che l'agitano diversamente finchè non ama la D'Albany, le lettere -classiche, l'Italia futura. Diceva che, nato libero, avrebbe amato la -patria su tutto; nato schiavo, nulla amava più che la sua donna: amò -invece la sua donna e la patria, come nessuno de' nostri poeti dalla -prima metà del Cinquecento aveva più saputo amarle: - - Or duro, acerbo; ora pieghevol, mite: - Irato sempre; e non maligno mai: - La mente e il cor meco in perpetua lite. - -Per ciò egli è un'anima moderna; e, pur nelle forme in che la costrinse -quasi a dispetto, l'arte sua, nell'intendimento e ne' concetti, è -tutta moderna. Perchè gettò via lo Shakespeare, subito che si accorse -che gli andava troppo a sangue? Mala paura lo colse d'essere indotto -a imitarlo, e non volle. Tardi tornò a lui, e tardi lo imitò; quando -le forze non erano più adeguate all'impresa. Perchè lo spirito -suo non s'infuse piuttosto in liberi drammi all'inglese che nelle -anguste tragedie alla francese? La potenza dell'Alfieri, se è lecito -rimpiangere che chi tanto diede non abbia dato anche più, fu, a parer -mio, anche maggiore dell'opera sua. Poeta più che artista: più artista -che poeta, di contro a lui, il Metastasio. - -Dall'uno all'altro, rammentata pure la tanta disparità delle indoli, -e i casi diversi delle vite, non intenderebbe il passaggio chi non -ripensasse cause più generali e profonde: la critica trionfatrice, -le riforme civili ed estetiche che ne mossero, l'esaurimento del -melodramma, la maturità della tragedia. - -Al Metastasio, non si crederebbe!, fu fatto invito di collaborare -all'_Enciclopedia_, proprio a quella del Diderot, di cui l'ultimo -volume uscì nel 1772. Avrebbe potuto mandarle, come non disformi -dagli intendimenti dell'impresa, certe _Osservazioni sul teatro greco_ -dove, prendendo a una a una in esame le tragedie d'Eschilo, Sofocle, -Euripide, e le commedie d'Aristofane, le giudicò tutte secondo i gusti -e le idee del Settecento, nè risparmiò sali mordaci a quella “aurea -semplicità greca„ che mal pareva anche a lui sciocchezza. Tanto aveva -potuto il secolo perfino sullo scolaro di Gianvincenzo Gravina, sul -Trapassi che il Gravina aveva, per amor de' Greci, metastasiato. -Dimostrato falso dal Galilei il principio dell'autorità nelle scienze, -rimesso in onore da lui il pensiero vivo, la ragione abusava ormai -delle forze sue, credendo poter costituire sè medesima giudice di -tutto, del presente, del passato, dell'avvenire, non secondo le -necessità della storia, ma secondo leggi ch'ella medesima si foggiava -idealmente. E perchè ella era quale i tempi recavano che fosse, diversa -da quale in altri tempi era stata, derideva nel passato tutto quello -che non l'appagava più, voleva ridurre nel presente ogni cosa a suo -modo, studiava di preparar l'avvenire, su norme teoriche, tale da -imporgli poi come Faust al minuto sfuggente: “Férmati, tu se' bello!„ - -Non prevedendo bene gli effetti, a mezzo il secolo scorso lavoravano -tutti, l'aristocrazia e l'alto clero non meno de' borghesi, a tale -opera di revisione, di riforma, di preparazione. Onde la critica -sagace delle autorità mal consacrate, e insieme l'irreverenza contro -i grandi de' tempi che furono, Omero, Dante, Shakespeare; onde utili -mutazioni di leggi e di costumanze, e insieme abbozzi utopistici di -legislazioni e di costituzioni per la piena, universale, sempiterna -felicità del genere umano. Il male era pertanto misto al bene in sì -fatto fervore di pensieri e di coscienze; ma io non sono di quelli -che affermano essere stato il male più assai che il bene. Concordano -tutti che le riforme, delle quali si giovò allora e pe' corpi e per le -anime tanta parte d'Europa, furon giuste e proficue. Ma que' sogni per -l'avvenire non apparecchiarono di là dagli orrori della Rivoluzione, -altre riforme, giuste e proficue del pari? Così lento è il Bene nel suo -secolare viaggio verso la meta cui gli è lecito avvicinarsi sempre più, -sempre più, ma non raggiungerla mai, che ad affrettarlo tanto giova -la Fantasia quanto forse la stessa Ragione. Troppo cauta è questa nel -guidarlo. La Fantasia, ignorante degli ostacoli, fa cuore al Bene e gli -dà così forze novelle per proseguire ancora nell'arduo, nell'infinito -cammino. - -Ed ebbe alcun che di utile, sebbene ridicola spesso, e turpe qualche -volta, la irreverenza verso il passato, il disprezzo della storia: -perchè soltanto per quell'eccesso si compensò l'eccesso opposto, della -cieca devozione, della superstizione pedantesca, onde in nome de' -morti si vituperavano i vivi. Non loderemo davvero nè il Cesarotti -contaminatore d'Omero, nè il Bettinelli spunzecchiatore di Dante, nè il -Voltaire calunniatore dello Shakespeare; ma se de' grandi non fu inteso -il valore, che la storia meglio studiata ci mostra oggi intiero, ebbe -del buono quell'affermazione dover l'arte viva d'ogni età rispondere -alla coscienza dell'età propria, sia pure prevenendola d'alquanto; nè -ricalco sull'antico nè moda audace e rapidamente caduca; sì espressione -estetica della civiltà sociale e della coltura intellettuale onde è -prodotta. - -Tra il Metastasio e l'Alfieri passò dunque di mezzo quasi una gran -folata di vento, che spazzò via molta polvere e molti germi sparpagliò -da per tutto; una gran folata di vento, come d'improvviso ne dà -l'estate, ad annunziare un temporale che avanza. Verranno la pioggia -e la grandine e i fulmini e i tuoni: ma intanto l'afa è cessata, e si -respira meglio. - - -IV. - -Giuseppe Baretti e Giuseppe Parini attestano come fu rapido quel -trapasso, e come efficace. - -Nato a Torino nel 1719, il Baretti è, per qualche rispetto, un Alfieri -in piccolo: anche lui, irrequieto; anche lui, scabro e impetuoso; anche -lui, veridico sempre; anche lui, innamorato dell'Italia. Viaggia molto -anche lui, e trova in Inghilterra la giustizia e la libertà negategli -in patria. Se da giovane aveva tradotto il più robusto de' tragici -francesi, il Corneille, sente poi la potenza dello Shakespeare, e ne -prende a viso aperto le difese contro il Voltaire. Frusta a sangue gli -Arcadi: è uomo, sdegna gli eunuchi, vuole che gl'Italiani tutti sien -uomini. Per ciò non più cortigianerie, non più ciance: - - Son franco nel parlare, - La verità la dico molto forte: - Pensa come starei in una Corte! - -La vuol far finita con le raccolte di rime in nascita, in vestizione, -in morte, dove l'argomento suggerisce subito agli inetti, per lunga -consuetudine e tradizione, le immaginette e le cadenze: - - Muore un papa, e gli occhi molli - Per lo pianto ha già la Fede; - Anglia ride perchè vede - Di lui privi i Sette Colli. - Sen fa un altro: e l'irta chioma - Di bei fior si cinge il Tebro, - E di gioia pazzo ed ebro - Lo rimira tutta Roma.... - Nasce a Praga un marchesino, - E più l'Asia alzar non osa - Gli occhi, e trista e sospirosa - Già bestemmia il suo destino. - E sì pien di tema ha il petto - Solimano un dì sì audace, - Che a colei che più gli piace - Più non gitta il fazzoletto.... - -Ben altrimenti gli sembrava che fosse da cantare. Ma l'arte italiana -non era per lui l'arte tutta; e il Baretti ebbe l'occhio ai grandi -d'ogni luogo, d'ogni tempo. Vi piace la bellezza greca? ammiratela: la -francese? ammiratela. Se non che, Grecia e Francia son due terre sole; -altre terre ha il mondo, e gli uomini vi son di così maschia barba come -i Greci e i Francesi: il Metastasio è d'italiana bellezza, e il De Vega -e il Calderon han bellezze spagnole; lo Shakespeare ha le inglesi. E -chi sa che al Cairo, ad Hispahan, a Pechino, non sieno bellezze d'arte -ignote a noi? Vediamo, sentiamo almeno quelle de' vicini, quanto più si -può. Basterebbe questa pagina a far del Baretti un critico, pe' tempi -suoi, meraviglioso. Sia pure che lo avessero preceduto il Gravina, -il Conti, il Martelli, egli fu il primo critico delle lettere nostre -moderne, e rimane insigne anche oggi per molte, se non per tutte, delle -sue ammonizioni. - -E a lui l'onore di volgere il Piemonte restío verso l'italianità -nell'arte; a lui l'onore di aver voluto un'arte italiana, degna della -Italia nuova. Piemontese, sì; da lagnarsi che, come si dice Guercino -da Cento, Antonio da Correggio, Leonardo Aretino, Castruccio da Lucca, -neppure un piemontese fosse detto da Torino o da Asti (provvide, di lì -a non molto, l'Alfieri); ma italiano anche più. Odiava i Gesuiti, per -ragioni molte; principalissima questa, che insegnavano con metodo sì -sciocco da far costare ai ragazzi sei o sette anni il solo apprendere -la grammatica latina! Lamento onde si conferma la modernità di quella -mente. Li odiava, ma quando Clemente XIV li soppresse, egli se ne -adirò: “Il Papa è un principe italiano; e che un principe italiano sia -violentato a far a modo delle Potenze oltremontane è un boccone che -non lo potrò mai digerire. Se la Francia e la Spagna non dipendono da -noi, perchè abbiam noi a dipendere da esse? che diritto hanno mai di -farci fare a modo loro?„ Italiano, voleva che la lingua comune a tutta -la penisola fosse detta, quale è nel fatto, toscana no, italiana; -e italiano voleva lo stile, e si avrà solo, diceva, se si segua la -natura, esprimendosi con schiettezza e semplicità. Ma stile buono non -può essere dove non siano pensieri: l'_intrinseco_ è quello che conta. -Conviene smettere il vanto del primato, e imparare da chi sa più di -noi: dire “noi fummo!„ non giova, quando gli altri rispondono “e noi -siamo!„ - -Educate, ammoniva, educate con diligenza, con amore; fate corpi -vigorosi, animi vigorosi, senza tante smorfie e dolcezze e fisime. -“Quel tuo _point d'honneur_ (scrisse a un fratello, parlandogli d'un -nipote), che già scorgi germogliare in esso, io non so cosa sia. È un -termine francese che non so bene come sia definito dai signori Galli. -Il mio _point d'honneur_ consiste nel distinguermi dal volgo a forza -di superiore notizia di cose, e a farmi giustamente reputare un uomo -incapace di vizio per quanto porta la fragilità umana: consiste nel -seguire tutto quello che credo mio o altrui bene, ed evitare tutto -quello che credo mio o altrui male; consiste nel mostrar prudenza -scompagnata da viltà, e fortezza d'animo disgiunta da un orgoglio mal -inteso.... Giovanni mi fa ridere con quella sua promessa di rompere la -testa ai figli suoi, se riusciranno ignoranti. Quando i figli riescono -tali, è la testa del padre che anderebbe rotta, almeno novantanove -volte su cento.„ - -Il Baretti, caldo encomiatore del _Giorno_, porge anche qui la mano -al Parini educatore. Pensionato dal re d'Inghilterra, morì a Londra -nell'89. - -Il Parini è tal figura che richiederebbe un quadro a sè; non mi -proverò nemmeno a disegnarlo. Egli è un plebeo che, più dignitosamente -del Metastasio, si frammette all'aristocrazia; non la sfrutta, la -studia, la rappresenta, la flagella; è un prete cristiano che della -critica degli Enciclopedisti accetta quanto concorda col Vangelo; è -un galantuomo che anche dell'arte si vale a far del bene; è un grande -artista che, facendo del bene, riesce a fare capolavori. Il sacerdote -lombardo, messo di contro all'abate romano, potrebbe dirgli in faccia: - - Me non nato a percuotere - Le dure illustri porte, - Nudo accorrà, ma libero, - Il regno della Morte. - -Il pedagogo nelle case de' nobili, che ha offerto al giovinetto -Imbonati l'ode sull'_Educazione_, potrebbe, sorridendo sarcastico, -canticchiare al poeta cesareo: - - Vero forse non è, ma un giorno, è fama - Che fûr gli uomini eguali, e ignoti nomi - Fûr Plebe e Nobiltade! - -Onde i disdegni de' nobili che a lui Parini diedero perfino della -canaglia letterata: ma si disdissero poi, quando nel Municipio di -Milano conculcata da' Francesi lo videro talora insorgere pel buon -dritto, e tal'altra, non valendo a rimediare, piangere. - -Come il Baretti aveva salutato il Parini, così il Parini salutò -Vittorio Alfieri sorgente. Essi due principalmente apprestarono il -dono che l'aristocrazia piemontese ne faceva all'Italia; primo dono de' -molti nobilissimi che le fe' poi e d'intelletti e di spade. Il Baretti -aveva con la critica sua aiutato a sgombrar via l'Arcadia e a trarre -il Piemonte nella coltura italiana; il Parini aveva educata l'arte -italiana a strumento di civiltà e di redenzione morale. - - -V. - -Non resta se non vedere brevemente perché l'arte civile del Parini -divenendo arte politica con l'Alfieri tenne il modulo della tragedia -quale l'avevano fermato i Francesi. - -Quando l'Alfieri cominciò a tentare le scene, il melodramma si era -aperto oltre la massima fioritura, e, come accade anche ne' generi -letterarii, decadeva. “L'opera è una bella cosa (aveva scritto il -Voltaire al Paradisi): ella è figlia della tragedia; ma la figlia ha -svenata la madre.„ E veramente, per lo Zeno e pel Metastasio, già -lo spettacolo musicato del Seicento aveva cedute le scene a drammi -di ordinata e simmetrica compagine, di eletta verseggiatura, dove la -musica e la parola e la pittura e la danza concordi gareggiavano a un -unico intento estetico. Ma presto il modello di sì fatta fusione si -era, da prepotente, imposto al musicista, ai cantanti, ai ballerini, -e, più che agli altri tutti, al poeta. Tre atti, ne' quali si svolgesse -un'azione di lieto fine; ogni scena doveva terminare in un'aria, detta -sempre da un personaggio diverso, e sempre diversa d'intonazione sì -che le liete si alternassero con le meste; sulla fine del primo e -del secondo atto, le grandi _arie d'impegno_; nel secondo e terzo, un -recitativo romoroso e un duetto o terzetto tra eroi ed eroine. Eppure -il Metastasio, seguace sempre dello Zeno, ma seguace incomparabilmente -più elegante, facile, corretto, aveva fatto, anche in quelle strettoie, -miracoli di equilibrio, di virtuosità, d'arte, e perchè no? di poesia! -Quasi maggiore di sè, a forza di sentimentalità fantastica, si era -talvolta levato fino a scene d'un alto sentimento eroico, come nel -dialogo tra Temistocle e Serse, e nell'addio di Regolo ai Romani. Nulla -più, nell'antico melodramma, restava da fare dopo lui: conveniva ora, -finchè non venisse il romanticismo innovatore, che si movesse innanzi e -si facesse perfetto il melodramma giocoso. - -La tragedia, invece, la figlia svenata dalla madre, aspettava -intanto chi la rinsanguasse. Nella forma neoclassica de' Francesi -l'aveva tradotta fra noi Pier Jacopo Martelli anche nel metro; ai -Greci l'aveva indotta Scipione Maffei, consacrandole l'endecasillabo -sciolto. Fece tragedie romane, con quel tantino d'anima shakesperiana -che era assimilabile allora traverso gli imitatori, Antonio Conti. -Romani e Giudei rappresentò nell'orrendo assedio di Gerusalemme, pel -suo _Giovanni di Giscala_, tragedia forte, Alfonso Varano. Quindi, i -tragici Gesuiti pe' teatrini de' collegi loro, e i tragici che direi -officiali ne' concorsi pubblici di Parma, avevano consolidato lo stampo -della tragedia; sì che a romperlo occorreva ormai braccio di ferro. -Tale la natura lo diede all'Alfieri; ma troppo tardi ei si pose a -studiare. L'ignoranza sua, l'ignoranza di quando cominciò a scrivere -tragedie, lo costrinse subito a quel tipo che solo conosceva pei teatri -francesi e nostri; l'amore pe' classici glielo fe' poi rispettare. -Lo sforzò e piegò, ma non volle infrangerlo.... e gettò da parte lo -Shakespeare. Per l'arte fu un danno; per gli effetti immediati sul -pubblico, forse no: delle novità il pubblico avrebbe diffidato; la -forma consueta gli lasciava invece piena agevolezza di succhiarne gli -spiriti nuovi che vi erano infusi. Fin dalla prima _Cleopatra_, che è -del '74, l'Alfieri imprecava ai tiranni: - - Tu se' la prima fra li re superbi - Che pieghi alla ragion l'altera fronte, - Alla ragione, ai vostri pari ignota, - O non ben dalla forza ancor distinta. - -La tragedia, ch'era stata fin a lui un sollazzo aristocratico, divenne, -per lui aristocratico, educazione del popolo a liberi sensi. Lo dissero -duro, oscuro, stentato; ma riusciva a far pensare, nè altro egli -voleva. - -“Son duro, lo so, son duro, ma parlo a gente che ha l'anima così molle -e flaccida che è cosa da stupirne.... Tutti imparano il Metastasio a -mente, e se ne foderano le orecchie, il cuore, gli occhi; gli eroi li -vogliono vedere, ma castrati; il tragico lo vogliono, ma impotente.„ -A questo modo, nel suo aspro piemontese. Sono io di ferro, chiedeva, -o gl'Italiani son di melma? E più amaramente nella palinodia sè -riconosceva di ferro dolce, gl'Italiani di melma rappresa. Torino, che -intitolò del suo nome una strada nel 1797, e lo tolse via nel 1815, ve -lo restituì quando i tempi furon maturi, quando sentì i fati novelli, -che la traevano ad essere guida di tutta l'Italia. Oggi l'Italia tutta -sento quanto debba a quel grande. - -Grande; e sebbene l'arte sua sia meno spontanea, meno elegante, meno -ingegnosa anche, se si vuole, di quella del Metastasio, assai più -grande del Metastasio. Perchè l'anima del conte astigiano fu assai -più grande di quella dell'abate romano; e le opere dell'arte, come gli -organismi tutti, non vivono tanto per la loro esterna bellezza quanto -per la potenza della vita che le empie di sè; la potenza della vita -che, correndovi per entro a onde piene, le agita e muove. Che più, se -l'opera d'arte, non solo viva per sè, ma si faccia suscitatrice di -bene, e infonda altrui l'anima sua generosa, e imponga agli inerti: -_Surge et ambula?_ - -Tale fu, o signori, tanto ottenne, la tragedia dell'Alfieri; opera -grande, perchè fu opera d'una grande coscienza. - - - - -CARLO GOLDONI - -(1707-1793) - - -CONFERENZA DI - -FERDINANDO MARTINI - - -I. - -Del secolo nel quale visse il Goldoni parecchi hanno discorso qui e -troppo meglio che io non saprei; i propri casi egli raccontò nelle -_Memorie_ che non possono compendiarsi, senza toglier loro quanto hanno -di arguta gaiezza e di bonaria semplicità; a esaminare particolarmente -l'opera sua o, peggio, a toccare, soltanto a toccare, argomenti de' -quali alcuni non abbastanza, altri non furono fino ad oggi per nulla -studiati, la breve ora di una conferenza non basterebbe: a ricercare, -per esempio, le fonti popolari o letterarie di qualche sua commedia: a -esaminare l'opera de' numerosi e pedissequi imitatori ch'egli ebbe in -Francia verso la fine del secolo scorso,[1] quando appunto sulle nostre -scene non rimaneva più se non l'eco, di rado destata, de' suoi lontani -trionfi: e quei Medebac ch'egli aveva già nutriti col proprio lavoro, -illuminati co' riflessi della propria gloria, ora, pezzenti impersuasi -o dimentichi, in Pisa dove il Goldoni parlò la prima volta col Darbes; -in Livorno ove col Medebac sottoscrisse il primo contratto, riaprivano -il teatro agli sconci personaggi del vecchio repertorio, alle _Gertrudi -martiri_, ai _Re d'Aragona_, agli _Eroi di Belgrado_. - -Se questo avesse ad essere il quadro, converrebbe, e di molto, -allargare la cornice: io me ne starò dunque a raffigurare, se sia -possibile, la immagine intellettuale e morale del Goldoni che si -rispecchia in tutta l'opera sua; a ricercare frettolosamente i pregi -intrinseci di quest'opera, le ragioni per le quali essa è giunta sino a -noi, per le quali essa dura fresca, rigogliosa, immortale. - - -II. - -La primavera del 1721 un barcone veleggiava fra Rimini e Chioggia. -Dentro, “dodici fra attori ed attrici, un suggeritore, un macchinista, -un guardaroba, otto servitori, quattro cameriere, due balie, ragazzi -d'ogni età, cani, gatti, scimmie, pappagalli, piccioni, persino un -agnello: pareva Parca di Noè.„[2] Giuochi, canti, suoni e fra tutti -i suoni prediletto quello d'una campanella che chiamava frequente -a refettorio i giovanili appetiti insaziabili. Fra quell'allegra -baraonda un ragazzo di quattordici anni, scappato convalescente, col -solo bagaglio di due camice e un berretto da notte, alle lezioni di -filosofia di un frate illustre e noioso. A Chioggia, dove la madre -dimora, lo aspettano forse i rimproveri e le sgridate di lei. Non ci -pensiamo. Ci sarà tempo a pensarci, quando la servetta avrà finito -di cantare, quando l'amorosa avrà smesso di far ridere, gemendo -sulla morte immatura del gatto suo trastullo e delizia, precipitato -dall'albero maestro nei gorghi adriatici. E poi.... e poi non ci -saranno nè rimproveri, nè sgridate. Alla madre, prima, si presenterà il -capo-comico. - -— Vengo da Rimini e le porto notizie del suo figliuolo. - -— Oh! grazie, grazie. E come sta? - -— Di salute, benone. - -— Non è contento? - -— Così così.... Soffre. - -— Oh! poverino! perchè? - -— Perchè è lontano da sua madre. - -— Oh! caro! - -— Eh! io gli avevo proposto di condurlo con me. - -— E perchè non lo ha condotto? - -— Ma.... e lei che cos'avrebbe detto? - -— Che aveva fatto benissimo. - -— Ma e gli studi? - -— Gli studi.... capisco.... ma non poteva tornare a Rimini? E non ci -son maestri dappertutto? - -— Sicchè lei lo rivedrebbe volentieri? - -— Eh! si figuri! - -— E allora.... eccolo. - -La porta s'apre, il ragazzo entra, s'inginocchia. Piange la mamma, -piange il figliuolo, lacrime alternate di abbracci, di sorrisi, di -baci. Arriva una zia, altri pianti, altri baci, altri sorrisi, altri -abbracci. Che giova a quattordici anni prevedere e paventare guai che -forse non accadranno? Tutto va bene quanto finisce bene. - - -Nel 1787 a Parigi un vecchio più che ottantenne e già celebre stava -scrivendo l'ultimo capitolo delle proprie memorie. Da quand'egli -si accingeva a ordinarle ed a compierle, eventi gravissimi s'erano -succeduti, lui spettatore. Fallito per la caduta del Turgot il -tentativo di mutare la costituzione amministrativa della Francia, -pur serbando intatto il suo organamento politico; inappagato, per -la caduta del Necker, il più modesto desiderio di un assetto della -finanza, i ministri cadevano l'un dopo l'altro, l'uno sull'altro: il -Jouy de Fleury sul D'Ormesson, il D'Ormesson sul Calonne. La miseria, -ottenuto qualche sollievo dai portentosi raccolti dell'ottantacinque e -e dell'ottantasei, si faceva ora più aspra: e le plebi prima accasciate -in lamentose rassegnazioni, si drizzavano col pallore delle collere -risolute, aiutate dai parlamenti che si negavano ad approvare i nuovi -balzelli. Quel di Besançon portava a Versailles insieme co' propri -registri un pezzo di pane di avena, documento dell'inopia a cui era -ridotto il popolo delle campagne. La monarchia spendereccia tornava -agli errori d'un tempo; chiuso da una parte l'adito agli zeffiri delle -riforme, mugghiava dall'altra il libeccio della sedizione. Il dramma -rivoluzionario stava oramai per incominciare: il Calonne, convocando -in quell'anno l'assemblea de' notabili, non vi aggiunse che un prologo -breve. - -Nessuno s'illudeva più oramai; nè i ministri giubilati di Luigi XV come -il Maupeou, nè i nuovi cortigiani di Maria Antonietta come il Besenval, -nè gli apostoli della rivoluzione come il Mirabeau, il quale scriveva -da Berlino: i notabili son la vanguardia dell'Assemblea nazionale. -L'ilare vecchio invece intitolando al Re la propria autobiografia: “in -mezzo ai notabili, diceva, e in faccia all'universo, Vostra Maestà -ha manifestato propositi che guarentiscono il bene dello Stato e il -sollievo del popolo. Oh! quanti salutari provvedimenti! Oh! quanti -presagi di felice avvenire!„ - -E diceva così, non perchè adulatore d'altrui ma perchè lusingator di -sè stesso: non corto di vista, volontariamente bendato. Che giova a -ottanta anni prevedere e paventare sciagure che forse accadranno? A -fasciarsi la testa c'è sempre tempo, quand'uno se la è rotta davvero. - - -Tale il Goldoni a quattordici anni, tale ad ottanta. In lui una intima, -continua letizia, una naturale proclività, aiutata dalla educazione -e dall'indole de' suoi di famiglia, a scorgere della vita gli aspetti -ridenti soltanto; ad aspettarsi il bene, e a sopportare il male, quando -giungesse, con pacata filosofia. - -Ancor giovinotto, bisognoso di pane e perciò di lavoro, s'accomoda -con insperata fortuna, segretario del Residente di Venezia in Milano: -un bel giorno per certa scappata costui, credendola peggiore, lo -redarguisce aspro; poi ricredutosi e dolente dell'aver trasmodato, -lo richiama, si scusa. Niente. Non volevo, dice il Goldoni, aver più -di questi disturbi. Pianta l'impiego, e parte per Modena. A Parma -s'impiglia in un movimento degli eserciti tedesco e francese; vede la -battaglia assai da vicino, e il giorno dopo le migliaia di cadaveri -rimasti sul campo. “Dappertutto, scrive, gambe, braccia, crani, -sangue. Che eccidio!„ Orribili cose: ma che ci poteva egli fare? — E -per passare il tempo legge il suo _Belisario_ a un abate. Le strade -rifatte libere, noleggia un calesse e parte con l'abate per Brescia: a -un tratto, quattro malfattori mascherati assalgono il calesse, intimano -ai viaggiatori che scendano, a lui tolgono la borsa, l'oriolo, la -tabacchiera. Il calesse fugge al galoppo, il compagno si smarrisce, e -lui.... Lasciamo che racconti da sè. - -“Trovai un viale di alberi e mi riposai tranquillamente presso un -ruscello; col concavo della mano ne attinsi un po' d'acqua che mi parve -deliziosa.... Più innanzi sulla via, alcuni contadini mi offrirono i -resti della loro merenda, che nonostante il guaio toccatomi, mangiai -con eccellente appetito. Il capo della famiglia mi avvertì che in casa -loro non c'era da offrirmi per letto che un po' di fieno: meglio per me -andare a Casalpusterlengo dove il curato, uomo garbatissimo, si sarebbe -fatto un piacere di darmi ospitalità. Tutti gli altri approvarono: -un ragazzo ebbe la compiacenza di farmi strada; ed io lo seguii -benedicendo il cielo che se tollera da una parte i malvagi, anima -dall'altra i cuori sensibili e virtuosi.„[3] - - -III. - -O io m'inganno, o per questi e altri aneddoti ch'ei racconta a -diecine, ma non importa io ripeta, spicca l'indole sua; e tale l'indole -dell'uomo, tale l'opera dell'artista: e dico artista, sebbene vi sia -chi non voglia adoperato questo nome in proposito del Goldoni; ma di -ciò più tardi. Egli non sfiorò, fu scritto di lui, se non la superfice -della vita: ed è giusto; di qui, le sue commedie stupende ma tenui, -alle quali non è da chiedere una troppo acuta analisi dei sentimenti, -nè una profonda occhiata dentro alle latebre del cuore umano. Di qui, i -suoi personaggi viziosi talora non malvagi mai, e l'indulgenza ond'egli -pare mirarli e cuoprirli. Quel Brighella rubicchia (non dico ruba, -perchè la parola troppo cruda spiacerebbe al Goldoni) rubicchia spesso: -quella Colombina accetta e qualche volta chiede la mancia per portare -le ambasciate a Rosaura; il Goldoni ha l'aria guardandoli di susurrare -tra sè e sè: debolezze umane e solo Dio senza difetti. Quell'istesso -_Don Marzio_ che comincia col calunniare e finisce col far la spia non -può dirsi malvagio; è spensieratamente linguacciuto, è, sì, proclive, -all'opposto del Goldoni, a vedere il male dappertutto, per viziata -consuetudine dello spirito; ma non sparla, non calunnia, non denunzia -per desiderio di nuocere; fa il male ma senza proporselo: tanto è -vero che dei molti ravvedimenti finali, con cui il Goldoni si sbriga -spesso dello scioglimento, il suo è de' meno inverosimili; tanto è -vero che quando il Voltaire, il quale scrivendo _La Scozzese_ ricordò -indubbiamente la _Bottega del Caffè_, come avvertiva già il Lessing,[4] -se volle sfogare il livore antico contro il giornalista dell'_Année -littéraire_ e far sì che non reggesse ad ascoltare tutta intera la -commedia in platea, dovè per mutare _Don Marzio_ in _Frélon_ dare agli -atti di lui la maligna ponderazione dell'animo reo. - -Sgorga finalmente dalla gioconda natura del Goldoni, la perenne -giocondità di cui sono impregnate le sue commedie; anche le più -deboli, quelle la cui tela è più e troppo sottile, o nelle quali -i caratteri sono appena sbozzati; anche le poche che il pubblico -volle, nate appena, sepolte. Anche l'_Amante militare_, il _Poeta -fanatico_, la stessa _Erede fortunata_ han scene rallegrate da -quella spontanea comicità, con la quale altre più felici commedie di -lui, cencinquant'anni dopo che furono scritte, vincono la ostentata -musoneria di questa fine di secolo. - - -IV. - -E questo è uno de' pregi precipui di gran parte del teatro goldoniano, -di quella, cioè, che ancor sopravvive: in questo il Goldoni sovrasta a -quanti furono autori comici da Aristofane in poi; nessuno dalla scena -fece più ridere, e garbatamente ridere, con spedienti così semplici ed -usuali. - -Vi fa ridere, sicuro, anche il Regnard che ha i pregi suoi ma che i -Francesi adulano troppo, salutandolo superiore a quanti furono al mondo -scrittori di commedie, dopo il Molière: il Voltaire, anzi, dice non -esser degno di ammirare il Molière chi non si piace in compagnia del -Regnard.[5] Senza osservare qui che la comicità ha anch'essa le sue -gradazioni e maggior pregio quando proviene da' caratteri che quando -nasce dalla situazione, come vi fa egli ridere il Regnard? Prendo -la scena famosa del _Légataire universel_ una tra le sue più lodate -commedie. Il vecchio e infermiccio Geronte accoglie in casa sua di -mattina la giovinetta Isabella, ch'egli vuol sposare e la madre di lei; -alla sposa futura discorre così: - - Oui madame c'est vous (pour le moins je m'en flatte) - Qui guérirez mes maux mieux qu'un autre Hippocrate, - Vous êtes pour mon cœur come un julep futur, - Qui doit le nettoyer de ce qu'il a d'impur: - Mon hymen avec vous est un sûr émétique - Et je vous prends enfin pur mon dernier topique. - -E così buffonescamente continua per un bel pezzo, finchè.... Io non so -neanche di che parole servirmi.... Proviamoci. Aspettando il giulebbe -d'Isabella e l'emetico d'Imene, Geronte ha dovuto, intanto, ingurgitare -altri rimedi. Ora vorrebbe rimanere vicino alla fidanzata.... ma.... -No, no, lasciamolo andare e non parliamo più nè del Regnard nè di lui. - -E vi fan ridere anche i Francesi modernissimi del _Palais Royal_ -e delle _Varietés_; ma, al solito, come? Introducendo sulla scena -i personaggi più strambi, accatastando accidenti sopra accidenti, -equivoci sopra equivoci, episodi sopra episodi, l'uno più inverosimile -dell'altro; inzeppando il dialogo di facezie argute qualche volta, -scempiate non di rado, e di quei doppi sensi che sono, secondo il -Vauvenargues, _l'esprit de ceux qui n'en ont pas_. Nulla di ciò nel -Goldoni che vi mostra invece il naturale contegno di personaggi umani, -che rappresenta fatti non pur verosimili ma quotidiani, che di rado -s'industria a smovere il riso con arguzie artificiosamente incastrate -nel dialogo. - - -V. - -Per la fecondità de' motivi comici, ripeto, il Goldoni è grandissimo: -perchè a far piangere dalla scena anche scrittori mediocri talora -riescono; certi fatti pietosi che narrati, per esempio, da un giornale -non commovono nessuno, portati sul palco scenico provocano nella platea -e ne' palchi lacrime schiette e tossi dissimulatrici. Gente che ha -letto cento volte a occhi asciutti la storia della rivoluzione, piange -al veder sulla scena il Santerre rapire il Delfino a Maria Antonietta. -Di donne, di bambini lasciati in squallido abbandono da' mariti e -da' padri incalliti nella crapula, si sente parlare ogni giorno; ma -nessuno, pur commiserandoli, tira fuori il fazzoletto di tasca. Ma chi -sa dirmi quante migliaia di fazzoletti si bagnarono per i simili casi -di _Maria Giovanna_, la protagonista di un dramma, quanto all'arte -mediocrissimo, del Dennery? - -Altro è quando si tratta di comico: il perchè si pianga s'intende; non -sempre invece il perchè si rida. Che cos'è questo riso?, domandava -Cicerone a sè stesso. In qual modo si provoca? Qual'è la natura -sua? Perchè scoppia a un tratto senza che a noi sia possibile il -trattenerlo? E conchiudeva così, come si può conchiudere anche oggi -dopo che tanti — e ieri stesso il Melinand nella _Revue des deux -mondes_, — si affaticarono a rispondergli: “Io non mi vergogno di non -lo sapere, nè lo sanno coloro che si arrogano di spiegarmelo: _ne ipsi -sciunt qui pollicentur_.„[6] - -Voi vi impietosite e a ragione dei casi di Giulietta e Romeo; vi -intenerite per la narrazione o il ricordo dell'affetto loro e della -tragica sorte. Or bene: se all'immaginazione vostra balenino un Romeo -lungo, allampanato, con le braccia scendenti fino a' ginocchi, una -Giulietta bassotta, pingue, pletorica, voi riderete. Perchè dunque -si mutano nella mente vostra i lor connotati, scema forse l'ardore -di quell'affetto, e quella morte è men miserevole? E se vi muovono -alle risa gli amanti fisicamente imperfetti, perchè vi fa fremere ma -non ridere l'amore di Quasimodo, oscenamente deforme, per Esmeralda? -Perchè vi fan ridere allo stesso modo Falstaff con le sue sozzure e -Don Chisciotte con le sue idealità? Ma parliamo più particolarmente -del teatro. Perchè fa ridere lo scemo, il _Jocrisse_, che è pure un -essere manchevole, un disgraziato il cui mancamento nella vita reale -ci parrebbe crudeltà prendere a dileggio? Perchè, mentre a nessuno è -mai passato per il capo di incitare al riso esponendo sul teatro uno -storpio od un monco, il sordo, con infermità peggiore, ha servito per -secoli a spassar le platee? Carlo Collé pose sulla scena una donna -incinta; egli racconta che quel personaggio, rappresentato da un uomo, -provocò risa omeriche; quando da una donna, nausea invece e disgusto. -Perchè? Perchè fa ridere il marito ingannato, quando, ben inteso, non -vendica l'oltraggio? Perchè fa ridere _Ludro_ quando froda con raggiri -e con cabale i men scaltri di lui? E son fenomeni questi soltanto -estetici: chi ride, sebben rida, è pronto a condannare il raggiratore -e la donna infedele. E perchè, da che teatro è teatro, si ride del -marito tradito dalla moglie, e della moglie tradita dal marito non -s'è mai riso ch'io sappia nè riderebbe, credo, nessuno? Misteri. Io -penso che uno scrittore di commedie, se anche non de' primi, purchè -ingegnoso ed esperto, possa talora sicuramente dire a sè stesso: con -questa parlata mi farò batter le mani, a questo punto, se anche non ci -saranno lacrime, commozione nel pubblico ci sarà: non credo invece che -alcuno, il quale sdegni di dar nel grottesco, possa con pari sicurtà, -e quando non si tratti di barzellette, promettersi: io qui farò ridere. -Il Goldoni unico, non sgarra mai e ci riesce ogni volta che vuole. - - -VI. - -Unico; in ciò lo stesso Molière è a lui inferiore e di molto. Già, tra -il Molière e il Goldoni, diciamolo subito e in fretta, non c'è mai per -nessuna ragione raffronto possibile, se non a certificare in che l'uno -differisca dall'altro. Il Goldoni vede tutto roseo e il Molière tutto -nero; ma anche a prescindere dalla diversa indole e dai troppo diversi -casi della vita, il Molière è un pensatore profondo e il Goldoni non -è; e chi per smania di perifrasi chiama il Goldoni il Molière italiano -cade in un errore de' più solenni, come se dicesse che il Racine è -l'Alfieri francese. A dimostrare quale abisso per certe qualità della -mente interceda fra loro basta un frammento delle _Memorie._ - -Discorrendo del _Burlador de Sevilla_ di Tirso de Molina il Goldoni -scrive: “Tutti conoscono quel cattivo dramma spagnuolo che gl'Italiani -intitolano _Il Convitato di Pietra_ e i Francesi _Le Festin de Pierre_. -A me ha sempre fatto orrore e non ho mai capito come una tale farsaccia -potesse alla lunga reggersi sul teatro, e piacere a persone civili. -I comici italiani erano di ciò maravigliati anche loro; ma o per -burla o per ignoranza dicevano che l'autore del _Convitato di Pietra_ -s'era con un patto legato col diavolo affinchè questi glielo facesse -applaudire. Non mi sarebbe mai venuto in mente di lavorare intorno a -tale argomento; ma poichè il Molière e Tommaso Corneille lo trattarono, -presi a regalare alla mia patria un dramma simile, per porre il diavolo -in grado di mantenere la promessa con un po' più di decenza.„[7] - -Il _Don Giovanni_ del Molière in un mazzo con quello di Tommaso -Corneille, e niente più. Il buon Goldoni è passato accanto alla più -scespiariana delle commedie molieresche, a uno dei capolavori dello -spirito umano e non se ne è neanche accorto. Intento, diciamolo con -parola d'oggi, in quel suo _realismo_, in quella minuta osservazione -del vero ch'era già il suo metodo e fu poi la sua gloria, ciò che dalla -leggenda era passato sulla scena di fantastico e d'extra-naturale gli -parve così insulsa scempiaggine, da allogare quell'argomento fra i -buoni, tutt'al più, per una commedia a soggetto. Giudicò co' criteri, -diciam così, teatrali: e tenne perciò, ragionevolmente, inferiore il -_Don Giovanni_ al _Misantropo_ ed al _Tartuffo_: non soltanto; forse -anche non degno figliuolo di chi aveva messo al mondo il _Tartuffo_ -e il _Misantropo_. Lesse sbadatamente forse, come una qualunque -_battuta_ de' suoi comici, le parole che Sganarello profferisce -nella prima scena: “Quale flagello un gran signore malvagio!„ parole -a cui la commedia tutta è poi conferma e commento. Così egli non -seppe addentrarsi nel pensiero onde è animata quella maravigliosa -commedia, nè scorgere perciò quanto fosse di ardimento e di saggezza -in quel pensiero medesimo; nè finalmente pregiare la profondità di una -osservazione diversa dalla sua, in quanto era anche visione. - -Dopo aver nel _Tartuffo_ mostrata trionfante l'ipocrisia, ora nel _Don -Giovanni_ il Molière, com'altri disse, mostrava l'ateismo trionfante; -l'una innanzi agli occhi della Francia a' suoi tempi, l'altro, -natural conseguenza, spettacolo alla Francia avvenire. Dopo il padre -Tellier, il Reggente: fino a che negli alti ceti disonorato il bene, -il male cinicamente ostentato, il popolo, che il Molière simboleggia -nell'onesto mendico, piglierà il sopravvento, egli tuttavia custode -della fede e della virtù. - -E il Goldoni letta la commedia del Molière, per arricchire la patria di -qualche cosa di simile, scrive, ahimè! il _Don Giovanni Tenorio_. - -Ma sospirato questo “ahimè!„ manteniamo al Goldoni il suo posto: e -ripetiamo che nella _vis comica_ il Molière non lo eguaglia; anzi egli -non è, se m'è lecita la frase, giocondamente comico mai: o vela di -sorrisi la melanconia, o casca nel grottesco, come nel _Pourceuagnac_ e -nel _Malade imaginaire_. - - -VII. - -E poichè parlo del Molière tocchiamo di un altro requisito che nel -nostro è, secondo me, maggiore che in lui: la prontezza. Non dico già -la prontezza nel concepire, pur nel Goldoni mirabile; gli basta un -nonnulla, un aneddoto, una passeggiata, uno sguardo insomma intorno a -sè, per comporre tutto quanto l'intreccio di una commedia; e comporlo, -badiamo, non di eventi straordinari, ma di fatti consueti: chè s'io -non vo errato ci vuol molta più fantasia a immaginare il _Ventaglio_ -(stupenda, inimitabile commedia!) che un di que' drammoni miracolosi i -quali portano sulla scena, per dirla con un improvvisatore fiorentino, - - Tornei, voli, cariaggi, - Cinquantotto personaggi, - Trentasei divinità. - -Non di questa prontezza intendo: chè si potrebbe obiettarmi dover -essere nel Molière, come la fecondità, di tanto minore di quanto erano -più alti e gravi i concepimenti di lui; intendo della prontezza nel -distendere le fila da intrecciare poi, e — ciò che è meraviglioso -ancor più — nell'impostare i caratteri. Il Molière quasi sempre, in -sul principio, procede a passi stenti ed incerti: e basti citare, che -è vecchia osservazione, i due primi atti del _Tartuffo_. Vedete invece -il Goldoni: leggete il primo atto della _Famiglia dell'antiquario_ e -poi ditemi se protasi fu mai più sollecita, più svelta, più completa; e -perchè qui le mie parole non servono, e il primo atto della _Famiglia -dell'antiquario_ è troppo lungo, pigliamo la prima brevissima scena -della _Locandiera_, prova anche più valida, e consentitemi ch'io ve la -rilegga: - - ATTO PRIMO. - - SCENA PRIMA. - - _Il Marchese di_ FORLIMPOPOLI _e il Conte d'_ALBAFIORITA. - - MAR. Fra voi e me vi è qualche differenza. - - CONTE. Sulla locanda tanto vale il vostro denaro quanto vale il - mio. - - MAR. Ma se la locandiera usa a me delle distinzioni, mi si - convengono più che a voi. - - CONTE. Per qual ragione? - - MAR. Io sono il Marchese di Forlimpopoli. - - CONTE. E io sono il Conte di Albafiorita. - - MAR. Sì, conte. Contea comprata. - - CONTE. Io ho comprata la Contea quando voi avete venduto il - Marchesato. - - MAR. Oh! basta: son chi sono: e mi si deve portar rispetto. - - CONTE. Chi ve lo perde il rispetto? Siete voi che parlando con - troppa libertà.... - - MAR. Io sono in questa locanda, perchè amo la locandiera. Tutti lo - sanno e tutti devono rispettare una giovane che piace a me. - - CONTE. Oh! questa è bella. Voi mi vorreste impedire che io amassi - Mirandolina? O perchè credete ch'io sia in Firenze? Perchè credete - ch'io sia in questa locanda? - - MAR. Bene, bene.... non ne farete niente. - - CONTE. Ah! io no e voi sì eh? - - MAR. Io sì e voi no. Son chi sono. Mirandolina ha bisogno della mia - protezione. - - CONTE. Mirandolina ha bisogno di danari e non di protezione. - - MAR. Danari? Eh.... non ne mancano. - - CONTE. Io spendo un zecchino il giorno, signor Marchese, e le fo - continuamente regali. - - MAR. Ed io quello che fo non lo dico. - - CONTE. Voi non lo dite, ma già si sa. - - MAR. Non si sa tutto. - - CONTE. Sì, caro signor Marchese.... si sa.... I camerieri parlano. - Tre paoletti al giorno. - - MAR. A proposito di camerieri, vi è quel cameriere che ha nome - Fabrizio: mi piace poco. Parmi che la locandiera lo guardi assai di - buon occhio. - - CONTE. Può essere che lo voglia sposare. Non sarebbe cosa mal - fatta. Sono sei mesi che le è morto il padre. Una giovane sola alla - testa di una locanda si troverà imbrogliata. Per me se si marita le - ho promesso trecento scudi. - - MAR. Se si mariterà, io sono il suo protettore e farò io.... E so - io quello che farò. - - CONTE. Venite qui finiamola, facciamola da buoni amici. Diamole - trecento scudi per uno. - - MAR. Quel ch'io faccio lo faccio segretamente e non me ne vanto. - Sono chi sono. Chi è di là? - - CONTE. (Spiantato e superbo!). - -Con questa scena che non dura più di tre minuti il Goldoni porta di -lancio il pubblico _in medias res_. I due gentiluomini sono innamorati -della locandiera e se la contendono non a buon fine, perocchè loro -non spiaccia ch'ella si mariti: anzi il matrimonio aiuteranno quegli -spendendo e spandendo, questi, con signorile ma parsimoniosa alterezza, -ricoverando i coniugi sotto le ali della sua protezione; e dietro a -loro spunta quel Fabrizio che già s'immagina entri anch'egli in lizza a -contendere, se non palesemente accetto, certo non disprezzato. Ancora -una scena breve altrettanto col cavaliere di Ripafratta, e il Goldoni -avrà già steso le fila che poi aggomitolerà e scioglierà con disinvolta -maestria. - -E ciò, che è pur tanto, è ancor poco. In quella scena brevissima egli -ha disegnato e colorito due figure, così vive e vere che non vi usciran -più dalla mente, come non usciranno per un secolo dal teatro: - - Il nobile guitto - Che senza un quattrino - Ostenta il diritto - D'andare al Casino - -e l'arricchito che tuttavia acerbo alle alterigie blasoniche paga a -furia di scudi la sodisfazione di altre albagie. — E poi vengano a -dirci che il Goldoni non è un artista; se non è arte questa, io non so -più arte che sia. - - -VIII. - -E tra figure e profili, il teatro goldoniano ne contiene più che -centocinquanta. Spiego una mia parola: profili. In Italia si va -generalmente alla lesta nel parlar di caratteri; il ciarlone, per -esempio, un carattere, il pedante un altro carattere. Adagio. _Il -burbero benefico_, _Sior Todaro brontolon_, _La donna capricciosa_, -_La putta onorata_, _Il maldicente_, _Mirandolina_, _Il bugiardo_, e -via dicendo, io li veggo interi in piedi innanzi a me, conosco tutte -le loro consuetudini morali e dovunque io li conduca, qualunque sia la -condizione nella quale si trovano, indovino ciò che faranno e diranno. -Ma il ciarlone, il pedante io non li veggo che da un lato; nè so di -loro più di quanto essi stessi mi dicono. Così il ciarlone può essere -un eccellente padre di famiglia e può essere un libertino: il pedante -un galantuomo specchiatissimo e un furfante di tre cotte. Il loro -difetto non è di quelli ne' quali tutta l'indole si foggia o che tutta -foggiano l'indole d'un uomo. Il Goldoni li traccia maestrevolmente -questi profili, ma essi non basterebbero soli a tener vive nè la sua -fama nè le sue commedie. - -Ben altra cosa i caratteri; alcuni de' quali rivelano nel Goldoni -non soltanto l'osservatore felice ma l'artista paziente. Perchè -s'è troppo detto e creduto che le commedie gli fluissero sotto la -penna.... Sì, cominciò una volta con lo scrivere “atto primo scena -prima„ senza sapere dove andrebbe a finire; ma fu una volta sola.... e -fece l'_Incognita_. Sì, scrisse sedici commedie in un anno, fecondità -portentosa: ma tra le sedici ci sono anche _Il giuocatore_, _L'erede -fortunata_, _L'adulatore_, _Il cavalier di buon gusto_. Chi ha in -pratica il suo teatro, a quel modo che s'avvede della facilità sua -nell'immaginare le favole, le quali nulla hanno mai di artificioso o -di stentato, anche s'avvede della cura ch'ei pone nel tratteggiare i -caratteri; ed è mirabile l'acutezza con cui egli scorge e tratteggia -le gradazioni di una stessa passione, di un vizio medesimo: testimoni -i _Rusteghi_, testimoni gli _avari_ de' quali egli ha raffigurati -parecchi e sempre con lineamenti diversi; mirabile l'acutezza con cui -egli scuopre e palesa le affinità di due vizi e le sfumature onde sono -e separati e congiunti, e i fatali pendii per i quali l'uno degrada -nell'altro. Così, per non addurre che pochi fra i moltissimi esempi, -l'adulazione diviene abito di menzogna, la maldicenza tocca da un lato -lo spirito di contradizione, la calunnia dall'altro, l'avarizia diviene -cupidigia e la cupidigia conduce all'usura ed al furto. - -Ma io parlo di vizi; quante oneste figure di uomini, quante leggiadre -figure di donna! Il Guerzoni scrisse che nessuna delle donne del -Goldoni è artistica e tutte quante si posson distinguere in due -categorie; le casareccie e le ghiribizzose col capo cioè agli spassi e -a' pettegolezzi.[8] Anche lasciando stare la curiosa singolarità de' -loro nomi, queste categorie non mi persuadono; in quale collocheremo -Mirandolina che fa la ghiribizzosa per divenir casareccia, in quale -la Giannina del _Curioso accidente_ che casareccia non è perchè scappa -di casa, e ghiribizzosa non può essere perchè è innamorata. E in quale -Zelinda? E in quale quella _putta onorata_, Bettina, che è de' più alti -e forti caratteri femminili di tutti i tempi e di tutti i paesi? - - -IX. - -Ma nè la comicità nè la umanità de' caratteri avrebbero bastato, io -credo, a serbar sulla scena tante fra le commedie goldoniane (del -Molière non se ne recitano più che due o tre) se non era il dialogo -efficace, rapido, gaio, _court, vif et précis_ secondo lo giudicarono -in Francia sin da oltre un secolo.[9] Non parlo, s'intende, delle -commedie in dialetto; delle quali poche oggi rimangono sul teatro e -troppe meno di quelle che lo meriterebbero. Lasciate pur che il Baretti -si sfoghi a chiamarlo barbaro; indaghi o ricordi egli a che ne fosse -il dialogo comico italiano quando il Goldoni incominciò a scrivere -e quali ei potesse averne buoni modelli sott'occhio. Le commedie di -Jacopo Nelli senese chi le conosceva? Pochi in Toscana, fuor di Toscana -pochissimi; il Goldoni no, ma il Baretti neanche. La _Mandragora_, lo -so: ma eran passati due secoli, mutate certe forme del dire, certi -atteggiamenti alla nuova e più varia commedia non convenivano; ne' -ghiacciati serbatoi di riboboli, custoditi da altri cinquecentisti, -il Goldoni non frugò e fece bene: e sgonfiate da sè le vesciche -del Cicognini sui cui volumi aveva palpitato da ragazzo, aspettò di -fabbricarsi più tardi, e sempre da sè, lo strumento eccellente che -gli servì così bene ogni volta che ne usò libero, non impastoiato -cioè dalla rima o dal metro. Strumento il quale pare egli morendo -spezzasse: chè dialogo comico, efficace, rapido, gaio come quello, non -se n'è più scritto, ch'io sappia, in Italia. E forse una delle ragioni -per le quali, dopo il Goldoni, l'Italia non ebbe e non ha teatro da -rivaleggiare col francese è questa: che gl'italiani colti non son punto -tra di loro in accordo su ciò che abbia ad essere il dialogo comico. -S'è durato mezzo secolo a levare a cielo il dialogo del Nota freddo, -artificiato, l'opposto insomma della spontaneità e della disinvoltura, -intanto ch'era moda lamentare il Goldoni non avesse scritto un po' -meglio; e i lamenti non cessano e alcuno rammaricava ieri che il -Goldoni non possedesse la fiorentina spontaneità di Giovan Battista -Fagiuoli. A' tempi del Goldoni le citazioni de' libri non letti non -dovevano essere in uso; gli avrebbero fornite nuove fonti di comicità; -usano bensì oggi, e coloro che del dialogo del Fagiuoli lodano la -spontaneità, le commedie di lui non le hanno lette di certo; di ciò non -gli accuso: minor fatica il tirare l'alzaia, ma la citazione è un di -più. - -Spontaneo il dialogo del Fagiuoli sì, quando parlano in vernacolo i -popolani: or ecco come parlano gli altri; e poco importa sapere di che -si tratti: - -“La bontà che per me avete vi fa così favellare; e godo in estremo che -Leonora che in vostra casa supposi all'improvviso eternamente defunta, -nella mia consolata e lieta sen viva, da mentito funerale sia passata -a vero sposalizio e che quelle faci che non ardì di accendere che per -finzione la morte, fedele e sincero le abbia accese Imeneo.„[10] - -Qui, come ognun vede, non v'è di spontaneo altro che le metafore. - - -X. - -Conchiudiamo. - -Nel comico impareggiato, fecondo come pochi, se pur è vero ciò che si -narra del De Vega e del Calderon; de' più felici osservatori, de' più -sagaci imitatori della natura, salutatelo con simpatia reverente il -Goldoni e passate. Non gli chiedete la dipintura di affetti forti e -profondi, non li provò nè seppe descrivere; fin gli onesti spasimi di -Pamela lo turbano; quando la passione, rarissimamente, sbotta in alcuno -de' suoi personaggi egli crede darle linguaggio adeguato, scontorcendo -il periodo e mettendoci il verbo in fondo. Non gli chiedete che -s'avventi contro al corrotto costume col flagello della satira: a -tentare le fustigazioni pariniane nè l'animo suo fu inclinato, nè -la cura del queto vivere gliele avrebbe, se mai, consentite. Tutti -i personaggi della satira pariniana sfilano e più volte nelle sue -commedie, ma indistinti, lievi come ombre. Non gli chiedete neanche -la compiuta cronaca morale della sua Venezia: non vi trovereste tutto -quanto ne videro il De Brosses, il Casanova, il Rousseau; se alle molte -lodi che desiderò e meritò, una vi piaccia aggiungerne ch'e' non curò -meritare, dite ch'ei creò nel tempo della cipria e de' guardinfanti -una commedia democratica, e ai miseri splendori delle ultime baldorie -del patriziato contrappose sulla scena la vita lietamente povera de' -navalestri ruvidi e de' pescatori, delle loro donne festose ma pudiche, -modeste ma altere. Alla casa ov'ei nacque, là tra il ponte di Nomboli -e il ponte di Donna Onesta, sull'angolo di via Cà Cent'anni (fatidico -nome), se vi piaccia appendere ghirlande, inframmischiate al lauro le -rose; e il simbolo della sua gloria si congiunga col simbolo della non -mai turbata serenità dell'animo suo, onde parte di quella gloria gli -venne. - -Non corone di quercia. Questa smania innovatrice che ci travaglia e -onde si sfigurano oggi le più limpide fisonomie, non oltre ci tenti a -far del Goldoni un educatore morale o civile. Egli non sognò neppure le -presunzioni didattiche della commedia; credè che all'arte bastasse il -proporsi di ritrar la natura, come credè l'istesso Molière, non ostante -le turpitudini del suo tempo gli strappassero dal labbro gli amari -giudizî, e l'occhio suo divinatore scrutasse ne' decadimenti morali e -politici dell'avvenire. - -“Arcadia„ dicono. O beata colonia, dove il grande arcade Polisseno -Flegeio siede tra le commosse creature della sua fantasia. Là ancora -Zelinda, più che centenaria oramai e tuttavia giovine della giovinezza -perpetua degli Dei e de' capolavori, acuisce con affettuose malizie la -gelosia di Lindoro: là ancora Lelio s'impiglia nelle proprie spiritose -invenzioni: là il marchese di Forlimpopoli si conforta delle cresciute -strettezze, pensando che un altro secolo crebbe la muffa agli orli -degli aviti diplomi: là il Goldoni, fra quelle personificazioni delle -immortali debolezze dello spirito umano, le contempla e sorride d'un -sorriso immortale. - - - - -CARLO GOZZI E LA FIABA - -(1720-1806) - - -CONFERENZA DI - -MATILDE SERAO - - -I. - -Il nobile e appassionato eroe, la dolce e amorosa eroina teneramente -conversano d'amore, Truffaldino e Brighella scambiano i soliti lazzi -sul loro famoso appetito e sulla loro famosa poltronaggine, quando -un tremuoto scuote la scena, tuona, lampeggia e innanzi agli occhi -stupefatti della coppia sentimentale, innanzi alle due maschere -popolari appare un negromante, o una fata, o un genio, o una statua che -con tono fatidico pronuncia una sentenza crudele contro la felicità -degli innamorati, sacrandoli a un imminente avvenire di lacrime e -di disperazione. La radice di questa sentenza è in qualche antico -delitto commesso dal padre o dal fratello dell'eroe e che costui -deve amaramente scontare; è in qualche misteriosa secolare pena che -uno spirito superiore va espiando e per la cui fine è necessario il -sacrificio e, talvolta, la morte dell'eroina; è in una contingenza -bizzarra di fati avversi per cui, quasi senza ragione, i due fedeli -debbono vedere ferocemente contrastato e forse ucciso il loro amore. -Le anime dell'eroe e della eroina cercano ribellarsi subito al dolore, -alla divisione, alla miseria: ma è una ribellione debole e breve: -l'uomo, la donna, chinano il capo e si apprestano alla gran pruova, -anzi alle grandi pruove, giacchè il destino, per bocca di una di queste -statue, di queste maghe, di questi genii, chiede loro cose complicate, -lunghe, terribili, che confinano con l'impossibile, che, spesso, -sono impossibili. Chinano il capo: e le maschere, loro servi, loro -confidenti, loro ministri, si abbandonano alle più meste facezie, alle -burlette più funebri, seguendo anche essi la sorte atroce dell'eroe e -dell'eroina. - -E qui il meraviglioso, cominciato con l'apparizione sorprendente di -quel cancelliere degli spiriti, lettore di stranissime sentenze, che -è uno stregone o una fata, questo meraviglioso si esplica, ampiamente, -turbando la mente e la esistenza dei personaggi gozziani. Oramai tutte -le leggi comuni della natura sono sciolte: il tempo, lo spazio non -esistono più: i tre mondi si confondono: le belve parlano, l'acqua -canta e suona, i morti leggono dei libri, le donne diventano uomini -e gli uomini si mutano in istatue. Così, anche nel mondo morale degli -affetti, tutto si sconvolge, gli amanti più folli vilipendono le amate, -le mogli scacciano i mariti che adorano, le madri gittano nelle fornaci -i figli. Tutto accade: tutto, cioè quello che è strano, ma anche -quello che è impossibile, viaggi di migliaia di miglia in poche ore, -risurrezione di morti, ringiovanimento di vegliardi, palazzi sorti in -una notte e crollati in un minuto, battaglie combattute in un attimo -e in meno di un attimo perdute o vinte. A traverso questi paesaggi -stupefacenti, questi mondi disorganizzati e folli, questi prodigi -impensati e inauditi, questi sentimenti escogitati e contradittorii, -gli eroi e le eroine di Carlo Gozzi seguitano la loro terribile vita di -tormenti, affrontando tutti gli ostacoli e sopportando tutte le pene, -agonizzando di dolore o di stanchezza, invocando il cielo, imprecando -al cielo, passando per tutti gli stadii più alti della disperazione: la -loro esistenza non somiglia più a quella di nessuna creatura umana, ed -essi vanno, vanno, dominati dal Fato, in lotta con esso, impari lotta -con un potere così forte e così segreto. - -Ma non è mica il Fato greco, quello che combatte i principi persiani -e le principesse chinesi di Carlo Gozzi: è in fondo un Fato molto -mal ridotto. Giacchè le sue sentenzie, apparentemente atroci e -inflessibili, contengono sempre una scappatoia, per cui questi -valorosi e impetuosi signori, queste instancabili ed entusiaste donne -possono sfuggire alla disgrazia estrema. Vi è sempre una speranza, nei -rescritti dei maghi e delle streghe gozziane! Altrimenti la tragedia -fiabesca si chiuderebbe alla terza o quarta scena e buona notte. Un -piccolo lumicino brilla sempre in fondo alla foresta, come nella -gentil fiaba puerile del _Petit Poucet_, come in tutte le istorie -meravigliose. Questo fioco lume, vedete, è la tenue, quasi disperata -speranza, diciamo così, che è alla fine di tutte le torture estraumane -dei personaggi di Carlo Gozzi, è il filo intorno al quale si tesse -tutta la trama della fiaba; e man mano, come l'intreccio si annoda -e s'infoltisce e si distende, la poca speranza cresce, il picciolo -lume si fa più vicino, più vicino, è un ricovero, è una casa, è la -salvazione, l'uomo ha vinto tutte le pruove, la donna ha superato tutti -gli ostacoli, i regni della natura rientrano nel loro ordine e l'amore -uscito più terso e più compatto da quel crogiuolo incandescente, -trionfa. - -Voi, tutto questo lo sapete, non è vero? Lo sapete anche se non -avete letto le fiabe del drammaturgo veneziano; giacchè tutto il -contenuto della sua opera è preso dalle tradizioni fiabesche di tutti -i paesi, giacchè egli ha rivestito di scenario e di dialogo tutti -i racconti che le balie, le vecchie zie, le nonne narrano ancora -ai bimbi che non vogliono dormire. _L'amore delle tre melarance_ e -l'_Augellin belverde_, il _Corvo_ e la _Donna serpente_, la _Zobeide_ -e il _Re Cervo_ e infine quanto costituisce il teatro delle fiabe -gozziane, risveglia le memorie delle stanze domestiche, dei focolari -confortevoli, delle antiche voci un po' tremolanti che il nostro cuore -non sa dimenticare, delle ore estatiche trascorse a udire le istorie -singolari, mentre già il sonno appesantiva le palpebre e il racconto -diventava qual era, sogno. Io ritengo che questo sia uno dei grandi -segreti del successo di queste fiabe, allora: e come esse potessero -tener testa e persino, ahimè, soverchiare la novella arte goldoniana, -presa alle sorgenti istesse della vita quotidiana e schietta. Il più -austero uomo è stato un fanciullo e la più frivola e più spensierata -donna è stata una bimba: i ricordi risalgono, evocati, al fior -dell'anima, e un senso di diletto, non scevro di una velata malinconia -viene a molcere l'austerità e a fissare la spensieratezza, mentre -il medesimo uomo austero troverà sconveniente la rappresentazione -dell'ordinaria esistenza e la medesima donnetta frivola s'irriterà di -vedere dipinta così veracemente la sua leggerezza e la sua instabilità: -e ambedue, è naturale, preferiranno Carlo Gozzi a Carlo Goldoni. -Ognuno ha il suo _tempo di fiaba_ nell'anima, tempo di semplicità, -d'innocenza, di credulità e di sorriso che si può rievocare, più tardi, -in modo fittizio e fugace, è vero, ma sempre efficacemente! - -Accennare, qui, tutte le origini delle fiabe di Carlo Gozzi, sarebbe -un po' lungo e un po' minuto; pure, probabilmente, abusando della -vostra pazienza, lo farei: me ne trattiene il simpatico ingegno così -intuitivo, la coltura, la ricerca felice ed esauriente che ha fatto, -su Carlo Gozzi e sul suo teatro, Ernesto Masi, per cui tutti quelli che -si affaticano nell'arte e nelle lettere umilmente come me, o altamente -come altri, gli debbono una vivida ammirazione. _Lo Cunto de li Cunte_ -del nostro novellatore napoletano Busile, la _Posilipeata_ di Masiello -Reppone sotto cui si nasconde l'altro napoletano Pompeo Sarnelli, -_Le mille e una notte_, i _Mille e un giorni_, il _Gabinetto delle -Fate_, tutte le antichissime leggende orientali hanno dato il loro -contingente al fiabista veneziano: persuaso che come _tout le monde_ -aveva più spirito del signor di Voltaire, anche _tout le monde_ avesse -più fantasia del conte Carlo Gozzi, egli ha interrogato tutte le fonti -popolari. Vi è, persino, nel Sinadabbo della _Zobeide_ il tipo di Barba -Blù, il mangiatore di mogli: Sinadabbo se ne stanca dopo cinquanta -giorni, come Hassan, l'eroe della _Namouna_ di Alfredo de Musset se ne -stanca dopo una settimana: vi è, persino, nel _Re Cervo_, una delle -più forti, delle più vivaci fiabe del Gozzi, un caso di _avatar_, di -scambio d'anime, leggenda orientale indiana che, più tardi, Thèophile -Gautier doveva narrare curiosamente nel suo lungo racconto _Avatar_. -È quasi un repertorio, il contenuto delle tragedie fiabesche del conte -veneziano: un repertorio che egli ha mescolato un po' confusamente, ma -che ha tutto espletato. - -E allora, qual è l'elemento personale che il Gozzi ha dato a queste -fiabe? Ma, una cosa importantissima: la rappresentazione per mezzo -di un intreccio di dramma, per mezzo di personaggi, di dialoghi, di -scene: tutto un mondo vivo creato sui vecchi elementi, tutta una serie -di opere teatrali che hanno un valore indiscusso per il loro tempo. -Drammaturgo, il conte Carlo Gozzi era: e aveva la passione pel teatro -penetrata sino alle sue midolla di uomo e di letterato: tutta la vita, -malgrado i suoi sonetti, a centinaia, per nozze e per monache, malgrado -le sue dissertazioni, egli non è mai stato nè poeta nè critico, ma -autore drammatico, niente altro. Il materiale, dunque, fiabesco e -la volontà di favorire la truppa Sacchi che egli proteggeva e dove, -persino, aveva collocato i suoi amori, oltre che le sue simpatie e la -sue amicizie, risvegliarono in lui le più belle qualità di autor comico -e drammatico, dettero l'impulso a un ingegno che nel teatro trovava il -migliore suo campo. Teatralmente parlando, queste fiabe sono, massime -alcune di esse, scritte con vigore, con misura, con evidenza: in due o -tre di esse, come la _Turandot_, come il _Corvo_, come l'_Amore delle -tre melarancie_, vi è, persino, nella espressione dei caratteri, della -psicologia. — Io vi prego di non sorridere! — Noi moderni ci vantiamo -assai di essere psicologi, tutti, anche quelli che non sanno di -lettere e di arti, anche i semplici scienziati, anche i medici, anche -gli avvocati, anche tutti gli umani. Ma fra cento anni, quanto e come -l'umanità sarà più psicologa di noi, mentre quelli che vissero cento -anni prima di noi eran psicologi senza saperlo e senza pretendervi! Il -caro conte Gozzi potea esser presuntuoso ed era, in ben altre cose: ma -nel rendere un carattere femminile, nel fare emergere le espressioni di -un momento drammatico, servendosi, pur troppo, della rettorica di cento -anni fa, egli è efficacissimo e inconsciente della sua forza e della -sua efficacia. Le fiabe, infine, sono dei veri drammi nel loro inizio -e nel compimento: sono l'agitazione di un mondo di personaggi e di -passioni che l'autore ci mostra, cogliendone il lato più significativo, -dando di essi e di esse la figura più rassomigliante e il senso più -vero. - -Vedete, infatti, se nella _Turandot_ che non è punto una fiaba, ma una -bella e vera commedia a base drammatica, in questa _Turandot_ dove non -sono nè apparizioni, nè negromanti, nè uomini che si cangiano in belve, -nè melarancie che contengono una fanciulla, in questa _Turandot_ che -è la commedia di una giovanetta fiera e saputella, — una seccatrice, -diremmo noi — che non vuole sposarsi perchè odia gli uomini, vedete -se l'autor drammatico rifulge! La vecchia istoria dei _tre enigmi_ -che il divino Shakespeare ha reso così magnificamente, con tanta onda -di poesia, di tenerezza, di passione, nel suo _Mercante di Venezia_, -quei tre enigmi che il presunto sposo della piccola e leggiadra -Portia deve risolvere, è servita al Gozzi, per questa _Turandot_, -come servì, più tardi, saran venti anni, a Giuseppe Giacosa per il -suo _Trionfo d'amore_: vecchissima istoria che rimonta, nientemeno, -alle _Gesta romanorum_. Il Gozzi raggiunge, in questa _Turandot_, il -massimo delle sue qualità di autore drammatico, tanto il movimento -vi è simpatico, umano, nobile, tanto il fatale dissidio dello spirito -della protagonista, vinta nella pruova, che non vuole darsi per vinta -e intanto già ama, ha una evidenza che colpisce e trascina il lettore. -Per cui questa _Turandot_ piacque tanto allo Schiller che di drammi, -se non isbaglio, se ne intendeva: tanto gli piacque da volerne fare -una riduzione in tedesco. E dalla medesima _Turandot_ viene tutto il -coro di ammirazione che il teatro gozziano ha trovato nella Germania -dalla fine del secolo, e nomino nel coro il Lessing, i due Schlegel, -il Tieck, tanti altri illustri. Ai tedeschi di allora, non potevano -le fiabe di Gozzi non piacere enormemente, tanto corrispondevano, -stranamente, al loro nordico gusto: ma è, consentitelo a una adoratrice -della verità, nella vita e nell'arte, è un dramma di verità e di -passione quello che rivelò ed affermò il talento di Carlo Gozzi. - -Ancora un elemento, curioso, portò il Gozzi in questa congerie di -bizzarrie novelle che è il mondo fiabesco: ed è, accanto alle figure -drammatiche le figure buffe, accanto ai cuori sentimentali, gli -stomachi capaci, accanto ai martiri dell'amore le spalle fatte per -le bastonate, accanto ai principi e alle principesse le maschere -italiane, Brighella, Truffaldino, Pantalone, Tartaglia. Costantemente -queste quattro maschere a cui si unisce, talvolta, Smeraldina, una -maschera femminile, penetrano in tutti gli intrecci drammatici di -Gozzi, appariscono nel fondo di ogni scena, si mescolano a ogni -scena, e spesso non all'ultimo posto, visto che, nel _Re Cervo_, -Tartaglia, la maschera napoletana, è quasi il protagonista. Talvolta, -il dialogo di queste maschere è scritto per esteso, giacchè è troppo -necessario al senso della commedia: talvolta è accennato solo, come -trama, lasciando che le maschere v'innestino quel che vogliono, pur -non disubbidendo alla traccia. E così, questa _Commedia dell'arte_ -onore e gloria comica italiana, diletto di gentiluomini e di popolani, -origine di tutto quello che vi è di spontaneo e di vivo nel teatro -popolare, si mischia indissolubilmente alla tragedia fiabesca, con -tutti i suoi contrasti e i suoi anacronismi. Eppure! Tempo fa, sino a -che un ordine molto civile ma poco rispettoso del pittoresco e della -leggenda non lo proibisse nei piccoli teatri di Napoli, in due o tre -di essi, verso la seconda quindicina di dicembre si inauguravano le -rappresentazioni di un mistero religioso che portava per titolo: -_La nascita del Verbo umanato_ o _il Vero lume fra le ombre_. Vi -prendevano parte Maria, Giuseppe, gli Angeli, Belfegorre, dei pastori, -un grosso dragone spirante fuoco e vi accadevano tutte le scene della -Natività, descritte in versi assai strani. Fra i personaggi, vi era -un napoletano: non il Pulcinella, giacchè l'autore non aveva osato -di spingere l'anacronismo sino al delirio, ma un napoletano Razzullo, -che parlava il dialetto, che esclamava, che metteva il suo buon senso -pazzo e la sua loquacità meridionale fra le preziosità mistiche di -quel misterio. Ebbene, quel Razzullo lì, offendeva la logica, è vero: -ma neanche il mistero pretendeva di esser logico, ma al pubblico -che si estasiava misticamente innanzi alla umiltà della Madonna, al -paziente coraggio di Giuseppe, che s'irritava contro i truci progetti -di Belfegorre, quella nota singolare di napoletanesimo piaceva, ed -essi ridevano, gli spettatori, dopo essersi commossi! Così, certo al -pubblico che si affollava nel piccolo teatro veneziano dove recitava -la truppa Sacchi, l'apparizione di Truffaldino in Persia, di Pantalone -in Cina e di Smeraldina in Tartaria, doveva parere molto bizzarra, ma -non poteva che piacere, come chi rivede, fra gente ignota, un viso -noto e, spesso, amato. D'altronde, quei comici che rappresentavano -le maschere italiane, erano dei migliori, nelle loro parti: avevano -per essi la tradizione e la lunga esperienza, avevano l'affetto degli -spettatori. Anacronismo, sì, ma le fiabe erano anche così sorprendenti, -per la mancanza di ogni norma umana: anacronismo, ma il meraviglioso -regnando in tutto l'intreccio, non era neppur troppo curioso che un -bergamasco come Brighella, un veneziano come Pantalone, un napoletano -come Tartaglia si trovassero sbalzati ai confini del mondo, in drammi -dove il mondo non aveva più confini! Dico ciò per difendere il Gozzi -dalle accuse di testa folle, di commediografo squilibrato, di autor -drammatico capace di guastare una pura opera d'arte, per compiacere -quattro comici. Ritengo che quelle intromissioni così ripugnanti a -chi ha l'ossequio della verità, così balzane e quindi antipatiche -ai ragionatori posati e tranquilli, non dovessero urtare i nervi di -nessuno: salvo di coloro che la gran voce umana di Carlo Goldoni, la -voce di uno spirito nobile e di un cuore caldo aveva suggestionati! E, -anche, il Gozzi, con sapienza di contrasti, ha mescolato e alternato -l'espressione comica, usandone con moderazione, al senso drammatico: -egli ha bene inteso che uno spettatore non ama di fremere sempre, dal -principio alla fine di un dramma, che la emozione di dolore si stanca e -che il soffio di una risata riposa chi ascolta. Le scene delle maschere -non sono mai lunghe: esse non sono mai troppo volgari, giacchè il Gozzi -schivava la volgarità e addebitava le _Baruffe chiozzotte_ come una -laidezza, al Goldoni: esse hanno sempre, queste scene di maschere, -uno scopo, una necessità. Data la sua abilità teatrale, Carlo Gozzi -ha potuto tentare questa risurrezione o continuazione dell'antica -_Commedia dell'arte_, senza far inorridire, senza seccare, divertendo. -Quest'audacia conservativa equivale all'audacia progressiva di Carlo -Goldoni! - -Certo, trasportando la questione in una sfera d'idee più ampia, -la risurrezione della _Commedia dell'arte_, anche menomata, anche -ridotta a brevissime manifestazioni, anche messa lì solo per bisogno -scenico e per contrasto morale, non può non essere giudicato un atto -di annichilimento letterario, da parte di un autore. La _Commedia -dell'arte_ è la improvvisazione capricciosa di cervelli comici che non -vogliono chinarsi a seguire il pensiero dell'_altro_, dell'autore: è -il libito di chi appare sulle scene e sovra una vecchia trama sbiadita -cerca mettere i colori di una recitazione naturale: è la sostituzione -della coscienza personale dell'attore a quella certamente più elevata -e più nobile dell'autore. Non un passo indietro, nella via dell'arte, -ma cento, ma mille passi indietro! D'altronde, anche questa _Commedia -dell'arte_, la quale poteva attirare per la sua libertà, por il suo -impensato, per l'inatteso personale, finiva per avere le sue formole, -le sue stereotipie: anche le scene di amor comico, di ghiottoneria, -di spavento, avevano il loro alfabeto e il loro sillabario: e tutto -s'immobilizzava in queste formole e la improvvisazione non era che -apparente. Ora che un uomo come Carlo Gozzi, vissuto in Venezia, che fu -patria, asilo, tradizione della più fulgida arte italiana, cresciuto in -un ambiente eminentemente letterario, appartenente a una famiglia dove -tutti facevano dei versi, dalla madre agli amici di casa, dalla cognata -alla cameriera, abbia potuto così negare il proprio ingegno e l'arte, -credendo che un comico qualunque potesse mettere la sua prosetta comune -e trita accanto ai versi solenni o teneri gozziani, permettendo che -le viete barzellette e i lazzi di Truffaldino, sempre gli stessi, si -alternassero liberamente ai lamenti e alle fiere proteste dei suoi -protagonisti, non si comprende! Un eterno dissidio regnerà sempre fra -il comico e l'autore: quando, ogni tanto, un autore ha la fortuna di -essere _inteso_ e _reso_ da un comico, bisogna dire che due fortunate -e lontane constellazioni si siano incontrate nel cielo! E viceversa -il signor conte Carlo Gozzi, per eccezione, amava troppo i comici: -li amava tanto, da cedere loro innanzi, come autore. La _Commedia -dell'arte_ riapparsa sulle scene, donde il grande e misconosciuto Carlo -Goldoni aveva, con tanta coscienza d'artista, cercato di cacciarla, -non solo significava il trionfo di un passato morto e cavato fuori -dalla tomba e galvanizzato alla meglio, ma significava la negazione di -sè stesso come scrittore e come drammaturgo, significava il proprio -avvilimento come un uomo che pensa, che sa, che scrive. Ora se -l'egoismo confina con la ferocia, l'altruismo confina con la codardia! - - -II. - -Fu, dunque, il Gozzi molto letto e molto ammirato in Germania: in un -altro paese del nord, in Inghilterra, destarono curiosità, interesse, -diletto le sue opere. Si dice: fu il restauratore del fantastico -nell'arte teatrale, doveva piacere a coloro che amano il fantastico, -che si pascono di leggende, come i popoli delle regioni fredde. Il -fantastico? È proprio la parola esatta? È, veramente, il Gozzi, un uomo -d'immaginazione? Badiamo che _fantasia_ è una grande parola ed è una -grande cosa. Non sarebbe meglio dire che il Gozzi fu il restauratore -del meraviglioso, al teatro? _Meraviglioso:_ è una parola più semplice -e più modesta. Il fantastico è così diverso! Chi si sorprende, inarca -le ciglia e ha l'aria di uno sciocco: costui è lo spettatore delle -cose meravigliose perchè strampalate, meravigliose perchè senza nesso -o con un nesso così lieve che un nulla lo spezza, meravigliose perchè -assolutamente contrarie a tutto ciò che è ordinario. Tutt'altro, -tutt'altro il fantastico! Esso, credete, corrisponde alla vita e certe -volte vi corrisponde con misura matematica: esso ha delle regole -intime, profonde, per cui può apparire quel che è, fantastico, sì, -ma logico: esso è dominato da una ragione segreta che lo nutrisce -e gli dà sostanzia e colore: esso può essere alto, grande e puro, -come la verità. Il fantastico non è il contrario della vita, ma -è l'esaltazione della vita: è la linea in fuori, è l'aureola, è -l'alone, ma la linea suppone la misura, ma l'aureola suppone la -testa, ma l'alone suppone la luna! Il fantastico non capovolge le -leggi dell'esistenza, ma le intravvede moltiplicate, più ricche, più -tristi, più tetre, più grottesche: ma le considera nelle loro glorie -e nelle loro miserie, ma le sospinge alla loro nota più vibrante e -più acuta! Il fantastico anche descrive dei paesaggi che esistono, ma -vi aggiunge quella soffusione di poesia lieta o lugubre che le cose -hanno sempre e che solo gli occhi freddi ed aridi non sanno vedere: -il fantastico anche narra delle cose accadute, ma vi scorge tutto un -lato nascosto, qualche cosa che sfugge all'analisi del critico e che -non sfugge alla visione del poeta. Gli è per questo che gli scrittori -d'immaginazione scarseggiano assai, mentre gli scrittori di verità -si chiamano oramai legione; la fantasia non comporta mediocrità, non -comporta volgarità, non ammette mancamenti o debolezze. È fantastico -il grande Hoffmann, di cui non una delle novelle che non parta da un -assioma indiscutibile, di cui il fantastico ha le grazie e le seduzioni -della vita: siete fantastico voi, voi solo, o grande Edgardo Poe, non -abbastanza ammirato, non abbastanza amato, infelice nella morte come -nella vita! Rammentiamo le _Novelle straordinarie:_ non una di esse che -non possa, in tutte le sue parti, corrispondere a un'assoluta verità! -Ma quegli uomini sentono in una forma complessa, esagerata e febbrile: -ma quelle donne dai capelli biondi, dagli occhi glauchi, dalle forme -tenui, dalle mani ceree sulle nere vesti, sulle bianche vesti, hanno in -loro un fuoco che le consuma: ma quei paesaggi hanno una vita interiore -che li trasforma e li fa tragici: ma quelle scene hanno una intensità -crescente che afferra ai capelli il lettore, e li imperla di un sudore -di paura! Tutto è vero, tutto può esser vero, nel grido che sale nel -_Cuore rivelatore_, tutto è vero, tutto può esser vero nei terribili -rumori della _Casa Usher_. Il fantastico del rimorso, il fantastico del -terrore non vengono da spettri, non vengono da vani fantasmi, ma l'uomo -li porta in sè, ma sono gli abitatori del suo spirito, i tetri e fieri -abitatori! Egli non diventa marmo, come il povero Zennaro, del _Corvo_ -di Carlo Gozzi, nè marmo come la dolce e tenera Hermione nel _Racconto -di una notte d'inverno_ di Guglielmo Shakespeare: non si muta in una -serpe, come la dolce Cheustanì, la _Donna Serpente_ di cui Riccardo -Wagner volle rendere l'amore, il dolore, la devozione coniugale nella -sua opera di gioventù (_Le Fate_); ma quest'uomo di Poe ha le belve -che gli dilaniano il cuore, porta una serpe nelle sue viscere e meglio -sarebbe per lui se s'impietrisse! Questo è, il fantastico: la vita -nelle sue più cocenti passioni, l'odio, l'amore, il delitto elevato -all'ennesima potenza, la vita slanciata alle altissime temperature, — -dove tutto vibra e tutto finisce per infrangersi! - -E chiamiamolo addirittura il _meraviglioso_, il portato di Carlo Gozzi -nel teatro italiano, poichè additeremo così questo bizzarro, sì, ma -mite e innocente materiale di arte: il meraviglioso che sconquassa, -ma porge la speranza e porge il rimedio, che infligge le torture, ma -ha con sè il balsamo della consolazione. Senza di esso, i protagonisti -di Carlo Gozzi sarebbero delle creature semplici e amorose, e la loro -istoria non potrebbe interessare gli umani: un elemento estraneo entra -in loro e li rende vittime ed eroi, insieme, ma vittime temporanee ed -eroi di cinque, di dieci anni: l'elemento sparisce ed essi rientrano -nel giro normale dell'esistenza, freschi, sani e felici. Questo -meraviglioso ha l'aspetto truce e la sostanza tenera, ha l'apparenza -della fatalità e non è la fatalità: è lo slanciarsi, per breve ora, -fuori dei limiti del possibile, ma è il rientrarvi subito, quietamente. -La fantasia, nella sua essenza, nella sua possanza, dà ben altri -crucci, e il fantastico, talvolta, uccide. Fra coloro che mi ascoltano, -io credo, che tutti preferirebbero di essere un personaggio di Carlo -Gozzi che un personaggio di Edgardo Poe, e tutti, infine, preferiscono -di essere i lettori dell'una e dell'altra opera. Infine, il Gozzi -non era realmente un uomo d'immaginazione: quello che egli ha fatto, -non lo ha fatto per una passione salda letteraria per il sorprendente -nell'arte, ma lo ha fatto per una passione di uomo, molto più forte, -molto più acerba, per il suo odio contro Carlo Goldoni. - -Ah parliamone un poco, di questo odio per cui il cuore del conte -veneziano si è infiammato molto più che per qualunque amore di donna: -parliamone, giacchè esso è l'avvenimento più importante della vita di -Carlo Gozzi, giacchè oh ironia, giusta e ingiusta insieme, del destino, -adesso il drammaturgo di _Turandot_ è rammentato solo perchè fu nemico -acerrimo di Goldoni! Ebbene, sì, egli lo ha odiato molto e lo ha, -sovra tutto, disprezzato, come si conviene a un uomo che sa odiare: -chi riconosce qualche cosa di buono e di serio, nel suo avversario, -già non odia più! Carlo Gozzi lo disprezzava palesemente e intimamente: -il Goldoni gli pareva il più volgare, il più triviale, il più balordo -e il più noioso fra gli scrittori teatrali. Egli lo ha tante volte -dichiarato ed era in perfetta buona fede. Tutto ciò che formava la -bontà e la beltà delle creazioni goldoniane gli faceva ribrezzo: e le -parole più basse per esprimere la più bassa cosa non gli sembravano -sufficienti. Le sue polemiche impetuose e ardenti, la sua lotta -teatrale, tutta una città posta a soqquadro, indicano come tutto il -calore dell'anima di Gozzi si era riversato contro questo dispregevole -avversario. Questa battaglia è durata molto tempo ed è stata combattuta -su tutti i campi: è stata folgorante d'ingiurie e di vituperii: è -stata fornita a colpi di penna e a colpi di voci calunniose: ha avuto -sussidii e contrasti nell'amore e nella politica. Il Goldoni è stato -insidiato nella reputazione e nella fortuna: è stato minacciato nella -felicità e nella vita ed ha dovuto, infine, lasciare il suo paese, -esiliarsi, non vinto, forse, nell'anima, ma vinto nei fatti, non -sconfitto nella sua arte, ma sconfitto come uomo e come cittadino. Più -tardi, certo, anche la fittizia fortuna delle fiabe decadde e lo stesso -Carlo Gozzi non volle farne più nessuna: ma più tardi, ma troppo tardi, -quando niente e nessuno poteva più medicare le ferite dell'animo di -Carlo Goldoni, quando tutte le amarezze avevano per sempre avvelenato -il fondo del cuore del buon commediografo di Venezia. - -Ebbene, io dico che quest'odio, che questo disprezzo erano sentimenti -naturali e giustificati in Carlo Gozzi: dico che egli non poteva -fare diversamente che detestare Goldoni e che egli ha obbedito -a una ispirazione alta e dolorosa, combattendo quella battaglia. -Ricordiamoci chi era e che rappresentava Goldoni, a Venezia. Egli, -modesto e tranquillo scrittore, era stato tocco da quel colpo di -fulmine intellettuale che non ammazza, ma sconvolge, che non atterra, -ma trasforma violentemente, egli aveva _avuto un'idea_: egli aveva -compreso che la vita nelle sue forme veraci e umili ha una potenza di -fascino che sorpassa tutte le meraviglie: aveva _visto_ che l'amore -qual è, il dolore qual è, il ridicolo qual è, e non già come la falsità -leggiadra o pomposa di tutto il Settecento voleva rendere, possedessero -maggior attrazione che qualunque declamazione rettorica o leziosa: -aveva sentito quest'uomo piccolo destinato ad albergare quella grande -cosa che è un'idea, aveva sentito l'irrompere della vita nella sua -lealtà comica o drammatica. La gran voce delle persone e delle cose -intorno, era giunta sino al suo spirito e lo aveva commosso: non la -voce dei fantocci pronunzianti vuote frasi o inchinantisi ai vezzi -frivoli di un amore che non può meritare questo nome. L'uomo nella sua -carne e nel suo sangue, con le sue costumanze bislacche o patriarcali, -con i suoi difetti curiosi e le sue qualità ammirabili, con i -trasporti delle sue passioni e col giuoco delle sue astuzie, l'uomo -vero, l'uomo uomo, era apparso a Carlo Goldoni: e costui aveva reso -la verità, a teatro. La verità, nientemeno! La verità in quei tempi -quando i più terribili soffii venivano dalla Francia, quando un timore -generale faceva impallidire le vecchie dinastie, quando i filosofi e -i carnefici si alternavano, causa ed effetto, nel centro dell'Europa! -La verità, cioè il popolo ritratto, il popolo elevato da spettatore a -protagonista, il popolo carezzato nelle sue buone tendenze, e spesso, -il nobile vilipeso, come bugiardo, come poltrone, come giuocatore! La -verità; cioè, gli antichi usi e le mode moderne dipinte magistralmente: -cioè, i vizii di certe condizioni e di certe età, resi con indulgenza, -è vero, ma non tanto da non vederne l'esatta riproduzione: cioè, -le qualità più nobili ricercate anche in persone non preclare, e -i sentimenti più alti del patriottismo, dell'onore, della dignità -ritrovati nel mondo piccolo, borghese e popolare. La verità, in questa -vecchia Venezia già decaduta, già sfinita, smarrite le sue ricchezze, -il suo potere, la sua forza, e che assisteva sgomenta a queste nuove -cose che sorgevano, a queste idee, a queste forme, a questi fatti che -disperdevano le ultime sue parvenze di grandezza! - -E come poteva permettere ciò il conte Carlo Gozzi, il patrizio di -antica stirpe dalmata, il patrizio che s'inchinava reverente a Venezia -e alla Serenissima? Carlo Gozzi non solo era un signore, di nascita, -ma teneva moltissimo al suo nome e alla sua razza: non solo era un -conservatore in arte, ma era tale anche in politica: non solo era un -patriotta, ma era un patriotta accanito e focoso. Il tremuoto che -squassava tutte le vecchie cose lo stupiva e lo sgomentava: ma lo -sgomento massimo era per il suo paese, per questa adorata Venezia che -portava nel sangue e nelle ossa, come la più grande delle passioni. -Codino, sì, venti volte codino, ma non codino di chiacchiere vacue, non -codino di poco temibili proteste, non codino silenzioso e pauroso, ma -codino arrabbiato e focoso, codino pugnace e implacabile. Carlo Goldoni -non parve solamente a Carlo Gozzi un novatore del teatro: ma gli parve -un novatore ribelle, un commediografo che volesse continuare sul teatro -la esecranda opera della Enciclopedia e della rivoluzione francese. -Autore drammatico egli stesso, comprendeva bene quale costante e -invincibile propaganda potessero fare certe teorie propalate dal -palcoscenico: e il non essere il Goldoni un teorico della verità, ma un -dipintore esatto e geniale, il dare con forme semplici tutto un nuovo -contingente di protagonisti presi dal popolo, il rendere con l'azione -i vizii e la debolezza estrema della nobiltà veneziana lo rendeva anche -più pericoloso. Carlo Gozzi odiò Goldoni come un nemico della patria, e -l'opporsi a lui gli parve un atto di buon cittadino, di fedele suddito -della Repubblica morente. Una rabbia profonda sorse dalle viscere -dell'uomo contro l'uomo e il letterato tentò una difesa disperata! - -Disperata! Vandeano di Venezia, il conte Carlo Gozzi combatteva come -i fedeli brettoni per Dio e per il Re: il suo Dio e il suo Re erano -Venezia. Di fronte alla novità rigogliosa e avvincente delle commedie -di Carlo Goldoni, portanti nel seno il germe della libertà dello -spirito, egli volle far tornare all'antico il pubblico, e più che -all'antico, al bambinesco. Mentre tutti tentavano di pensare, mentre -tutti sentivano il fremito possente che sollevava la terra infeconda -e le preparava una magnifica fioritura dove il sangue non mancava -per la coltura, mentre tutti avevan l'anima attenta a ogni nuova -manifestazione del pensiero e dell'opera umana, il conte Carlo Gozzi -tentò di calmare questa inquietudine coi racconti delle fate e volle -addormentare i cuori turbati e le menti palpitanti, come si cerca di -far addormire un bimbo nervoso, che ha paura. Egli cullò i terrori -segreti, egli cantò la ninnananna a coloro che vedevano crollare il -mondo in cui avevano creduto: e al fragore delle voci e delle armi, -egli disse, come una buona balia: _vi era una volta_...... Oh come -si rivela bene, la disperazione interna, non del letterato che era -troppo superbo e alla sua maniera, anche un po' indifferente, ma la -disperazione del conservatore che chiude gli occhi per non vedere, che -si tappa le orecchie per non udire, e che, come le vergini di Francia -danzavano con un filo rosso al collo, per simbolo della probabile -prossima ghigliottina, in abito da _victimée_, tenta di raccontare -delle storielle vane per togliere il pubblico alla propaganda e alle -paure! In pochi anni egli scrive fiabe sopra fiabe con una rapidità, -con una facilità grande, mentre polemizza nelle fiabe e fuori, mentre -continua la sua guerra nelle accademie, nei saloni e nei caffè: -egli non ha posa, egli non soffre indugio: egli, con la sua ferocia -spinge il Goldoni a scrivere anche più, a scrivere sempre: egli non -solo oppone una resistenza instancabile, egli attacca atrocemente, -egli appartiene alla schiera, come ho detto, dei codini belligeri, -che sono rari, ma che sono terribili, visto che la violenza pare -sia un appannaggio della gente nuova e ribelle. Che importa a lui, -specialmente, la fiaba e donde essa viene, visto che egli non è un uomo -di fantasia, ma un autore drammatico puro e semplice, che importa se -il materiale sia il meraviglioso e sia preso dapertutto, quando egli -non ha di mira che distrarre il pubblico dalla commedia dell'iniquo, -dello scellerato Goldoni, figliuolo primogenito delle nuove esecrabili -teorie? Siano i racconti delle fate, se essi servono allo scopo ambito! -Che importa se la intromissione delle maschere, se il riportare -sulla scena la _Commedia dell'arte_ è un colpo duro a sè stesso e -alla propria dignità di autore? Purchè sia ferito l'avversario, non -importano le proprie ferite. E così tutta la ragion letteraria del -Gozzi si chiarisce e si giustifica nelle sue debolezze: e tutta la sua -vita, anche, si riabilita nelle sue stranezze e nelle sue acredini. Si -riabilita con quest'odio! Un odio mortale sorto da un sentimento alto -e incrollabile, dalla devozione alle antiche cose, dall'ossequio alle -vecchie idee, dalla reverenza profonda verso Venezia: un odio che ha -un'essenza d'amore, come tutti gli odii. Impossibile giudicare Carlo -Gozzi isolatamente: significherebbe menomare e travisare il suo valore -e dare di lui un giudicio falso. Egli fu uomo del suo tempo: anzi, dirò -meglio, fu uomo anteriore al suo tempo. Non fu uno di quei letterati -solitarii che, con inclinazione laudabile o no, non lo so, si chiudono -nel loro lavoro e dediti alla loro arte, servi, schiavi di essa, si -dimenticano di vivere: e rovini tutto l'edificio sociale intorno ad -essi, non se ne accorgono, perduti in una divina allucinazione. Carlo -Gozzi non fece una vita di sogno, come a tanti artisti è concessa: ma -fece una vita di realtà, una vita di uomo vivente, dirò! Impossibile, -anche, giudicare il Gozzi, senza considerarlo nel grande torneamento -della sua violenza, torneamento scortese e cruento, contro Carlo -Goldoni. Questo odio è la lettera iniziale della sua vita, è la sua -cifra fatale! - -E permettete a chi ammira tutte le battaglie fatte in un nome sacro, -fatte anche in nome dell'ombra e della immobilità, fatte anche in -nome del silenzio e del gelo, permettete che io esprima qui un senso -di malinconica ammirazione per quel soldato del regresso che fu Carlo -Gozzi e che lo ammiri nel suo odio, origine della sua arte e della sua -vita. Questo odio, è vero, dette molti dolori a Carlo Goldoni: ma le -avversità sono sempre un buono stimolo dell'ingegno che vi si tempera -e vi si affina: ma ciò che si scrive sotto la sferza delle passioni, -degli ostacoli, delle contrarietà vale, spesso, più dell'opera compita -nella oscurità senza contrasto, tanto che vi è chi preferisce il -mordace e dolente Arrigo Heine all'olimpico e maestoso Wolfango Goethe! -Lo ammirerete anche voi, io spero, quando penserete che se la sua -guerra ebbe effetti immediati, essi furono fallaci: quando ricorderete -che egli vide perire prima di sè la sua effimera gloria, e fu postumo -di sè stesso: quando noterete che il suo nome, oramai, non è rammentato -che dirimpetto a Carlo Goldoni. Che dirimpetto? Ho detto male. Di -lato: molto di lato: ombra, nella luce di Goldoni. Ancora palpita il -mondo alle scene degli _Innamorati_ e ancora ride alle sue _Baruffe -chiozzotte_: ancora la _Locandiera_ incanta gli spettatori affascinati! -Gli spiriti che sparvero da questo nostro mondo, vivono _di là_: ma noi -non sappiamo bene, come. Speriamo che essi non sappiano nulla del mondo -che lasciarono: altrimenti, neppure la pace delle sfere celestiali, -sarebbe una pace, pel conte Carlo Gozzi! - - - - -GIUSEPPE PARINI - -(1729-1799) - - -CONFERENZA DI - -GUIDO MAZZONI. - - - _Signore e Signori,_ - -Tocca a me l'onore pericoloso d'iniziare quest'anno le Letture -fiorentine nella sala che Luca Giordano adornò tutta di fiori e che -ora adornate voi, o signore; nella sala che udì già un tempo i discorsi -degli accademici della Crusca e accolse poi un congresso di scienziati, -e dove ora state ad ascoltarmi voi, o signori, che avete fama ben -meritata di essere per un conferenziere l'uditorio ch'ei possa più -desiderare o più temere. Ciò farebbe maggiore in me la trepidazione se -non avessi ormai quattro volte sperimentato negli anni scorsi la vostra -benevolenza, la vostra indulgenza. E quest'ultima chiedo ancora una -volta per me; la benevolenza chiedo, a nome de' signori del Comitato, -per l'istituzione loro, che, proponendosi così nobile intento, ha già -raccolto tanto favore. - -Giuseppe Parini aveva nove anni quando il padre suo, umile negoziante -di sete, volendolo tirar su per gli studii, lo recò a Milano e lo -allogò in casa d'una zia. “Addio, monti sorgenti dalle acque!„ avrebbe -certo sospirato allora quel ragazzo d'ingegno così promettente, se -Alessandro Manzoni, che fu poi il massimo discepolo del Parini, già -avesse consacrato all'arte, con l'eloquenza dell'addio di Lucia, -monti ed acque ben poco distanti dalle colline di Bosisio e dal lago -di Pusiano. Il ragazzo, cui aveva insegnato a leggere e scrivere il -prete del borgo nativo, è probabile non ripensasse allora, partendo, il -tenue passato, ma che vedesse con gli occhi della fantasia le vantate -meraviglie della sterminata ed opulenta Milano. - -Erano gli ultimi del 1738, e Milano, sgombrata da Carlo Emanuele di -Savoia “quel brutale d'Italia„, venuta in signoria di quel placido -Carlo VI che doveva morire d'indigestione, si preparava ad accoglierne -la figlia, Maria Teresa, sposa novella di Francesco di Lorena. E -proprio quando il Parini arrivava, nel fervore de' preparativi, -nello studio dell'etichetta, si facevano questioni grandi: chi doveva -andare fin a Mantova a ossequiare i principi? chi si doveva invitare -alle feste? le dame dovevano presentarsi a Corte con l'adrienne o -col mantò? Le due prime questioni furono risolute presto; a Mantova -andò il Vicario di provvisione e sei patrizi; sei altri, col titolo -onorifico di Bastoni, ebbero a compilare l'elenco degli invitati: -quanto all'adrienne e al mantò, bisognò indagare cautamente l'animo -della maggiordoma maggiore dell'Arciduchessa, che indagò l'animo -dell'Arciduchessa; e, a dispetto degli avari mariti, a gioia delle -splendide dame, venne la risposta: il mantò! - -Quel povero ragazzo di campagna che cominciava a frequentare, vestito -da abatino, le scuole de' Barnabiti, non seppe o non si curò di sì -fatte controversie; ma era certo per le strade, in vacanza, quando il -2 maggio '39 i principi, sorridendo al popolo dal grande carrozzone -dorato, entrarono pomposamente in Milano; e potè forse avvicinarsi -al corteggio e ammirarlo da presso e guardare la futura padrona, la -fiorente Maria Teresa, perchè le milizie schierate per contenere -la folla e presentare l'arme, sorprese da un acquazzone, si erano -sbandate! La sera, grande illuminazione di tutta la città; e chi sa non -fosse anche lui tra i monelli che (come narra la Gazzetta d'allora) -“girando all'intorno con semplici rime, dettate dal naturale genio -e piacere, come dall'affezione succhiata col latte verso la cesarea -stirpe, invitavano i meno pronti ad esporre i lumi con abbondanza„. -Furono le prime feste, le prime dame, che vide co' suoi grandi e -vivacissimi occhi neri quel lungo, gracile, irrequieto abatino; e -cominciò ad assorbire inconsapevole l'amore del lusso, delle eleganze, -della bellezza. - -Mentre egli cresceva, e proseguiva a studiare, e cominciava a -dar lezioni, i tempi si facevan più quieti; il governo imperiale, -interrotto per pochi mesi dai Gallo-Ispani, si assodava in Lombardia -entro quella pace di quarantotto anni che ci diè tempo d'incipriarci -e d'imbellettarci, ma anche di guardare noi stessi allo specchio, -vergognare di noi stessi, iniziare la conversione dell'animo nostro e -la coscienza nazionale, che i Francesi del '96 ci aiutarono, sia pur -brutalmente, a recuperare intiera. Milano si faceva a mano a mano più -grande, più bella, più polita, negli agi e ne' diletti crescenti della -civiltà; e, come accade, ogni moto di quel risveglio affrettava altri -moti. Passava su tutti un'aria tiepida, quasi autunnale, che affrettava -la piena fioritura, lo spampanamento de' vizii, e spargeva intanto i -semi della primavera ventura. Quel che fino allora non era sembrato di -ribrezzo o di schifo o di danno, lamentavano molti, e chiedevano fosse -tolto via dalle leggi e dalle costumanze. La critica esercitava timida -l'officio suo buono, affilava le armi per l'officio cattivo; e il -governo le porgeva orecchio, l'aiutava, spesso incitava per preparare -alle riforme l'animo neghittoso o restìo della moltitudine. I libri, le -fogge, che cominciavano a venir da Parigi, anzi che da Madrid, vivaci, -eleganti, trasformavano rapidamente le idee e le sembianze di quella -parte della società che era allora la sola che importasse, la sola che -si pavoneggiasse, l'aristocrazia, distinta dagli altri ordini anche per -le vesti. - -E il Parini giovinetto strabilia al passare rovinoso delle carrozze -dalle alte ruote con dinanzi i candidi lacchè impennacchiati che -sgombrano con la mazza la via o agitano fiaccole ardenti; ammira le -seriche e ingemmate e incipriate dame quando ne balzano giù snelle -rifiutando la mano che offre loro il cavaliere servente; invidia forse, -per un momento, costretto come è a faticare su' libri de' classici, -quel giovin signore nel cui palazzo gli accade veder entrare ogni -mattina i maestri di violino, di canto, di ballo, o ch'egli a caso ha -ascoltato tanto facile e colto parlatore sopra ogni scienza ed ogni -arte. Gli additano i teatri, gliene descrivono la magnificenza quando -son tutti pieni di gentiluomini e gentildonne, e l'orchestra vi dà -con le melodie espressione nuova alle ariette del Metastasio, e lo -spettacolo degli scenarii, dei cori, delle comparse, fa più grandi e -fantastiche le peripezie di que' drammi. Gl'insegnano il Ridotto, che -è tutto strepito e luce. davanti ha carrozze e staffieri affaccendati, -e invita per l'ampio e ornato scalone a salire: lassù, dicono, sopra i -verdi tappeti scorre a fiotti l'oro. Certo va qualche volta al Corso; -guarda pariglie e livree, gareggianti di lusso; chiede chi sia quella -o questa leggiadrissima dama, chi sia quell'elegante signore; e ode -illustri casati, che gli risvegliano memorie gloriose di avi, o forti o -sapienti, di cui legge nelle storie le imprese e i meriti. - -È giovine, ha l'animo ardente, pronta la fantasia: oh quella società -come deve sembrargli felice; come lontane da lui, e per ciò più -desiderabili, quelle fanciulle! Rientra nella povera cameretta, -avvilito, scorato; prende di malavoglia un libro di scuola, lo scorre -distratto. Orazio e Virgilio, che guidarono pietosi la sua mano e gli -si offersero consolatori, l'han presto liberato dalle vane e pericolose -visioni; lo accendono di sè, lo inspirano: ed eccolo irrequieto -andar su e giù per la cameretta, non più povera agli occhi suoi, ma -raggiante: e il cuore, mentre egli tenta i primi versi, gli batte -forte per una confusa, incerta, misteriosa idealità ch'egli vorrebbe -determinare, esprimere, e ancora non può, ma che sente tumultuare entro -sè, e del sentirla gioisce. Sarà poeta. - - -I. - -Sì, ma intanto bisogna studiare per farsi prete. La zia non gli ha -lasciato, morendo, che una materassa a sua scelta: avrà una rendita -annua per una messa quotidiana, se continuerà da chierico gli studii e -diverrà sacerdote. - -Si può esser certi che vocazione non ci fu: troppo il Parini -carezzò poi sempre nel pensiero le pure gioie della famiglia; -troppo, quasi a compensarsi di tanta mancanza, indulse a sè stesso -per l'ammirazione della bellezza e per l'amore. Ne' suoi versi è -quasi continuo il rimpianto, sia pure che la volontà lo freni dallo -svelarsi direttamente, e la grazia delle immagini e dello stile faccia -apparire sorriso quel che fu sospiro. Prete per vocazione chi canta i -“baldanzosi fianchi — delle ardite villane — e il bel volto giocondo — -fra il bruno e il rubicondo?„ Chi lo svegliarsi degli sposi la mattina -dopo le nozze, narra con tanta dolcezza? “Quando sorge la mattina -a destar l'aura amorosa — il bel volto della sposa — si comincia a -vagheggiar. — Bel vederla in su le piume — riposarsi al nostro fianco, -— l'un de' bracci nudo e bianco — distendendo sul guancial; — e il -bel crine oltra il costume — scorrer libero e negletto, — e velarle -il giovin petto — che va e viene all'onda egual.„ Prete per vocazione -chi, da vecchio, per timore che gli altri non lo beffeggino, confessa -ironico contro sè stesso il suo male, e se ne vanta insieme; mal -d'amore per le braccia rotonde e rosee, e non per le braccia sole, -della Cecilia Tron? o per le labbra tumide e le delicate forme “che mal -può la dovizia — dell'ondeggiante al piè veste coprir„ della contessina -di Castelbarco? Del resto, degli amori suoi abbiamo testimonianze -più precise, perfino da lettere dove il cuore gli sanguinò in penosi -contrasti e in sospetti gelosi. Ma subito aggiungo che nella corruzione -de' tempi egli parve, anche a quelli che lo sapevano fragile, non -macchiato da turpitudini; che dell'arte si valse, quando confessò gli -amori senili, non a lenocinio, sì a diletto e conforto. Marito e padre -sarebbe stato, non è dubbio, più puro; scandalo non diede mai neppur -quando mal seppe resistere all'indole amorosa. - -Come un tempo aveva sognate le nozze! - - Era gioconda immagine - Di nostra mente un dì fresca donzella - Allor che, con la tenera - Madre abbracciata o la minor sorella, - Sopra la soglia de' paterni tetti, - Divideva gli affetti; - E rigando di lagrime - Le gote che al color giugnean natio - Bel color di modestia, - Novo di sè facea nascer desio - Nel troppo già per lei fervido petto - Del caro giovinetto, - Che con frequente tremito - De la sua mano a lei la man premendo - La guardava sollecito, - Sin che poi vinta lo venia seguendo, - Ben che volgesse ancor gli occhi dolenti - A gli amati parenti. - -E qui l'ode, avviata dal Parini cinquantenne, rimase in tronco: quel -giovine marito non era lui, quale tanti anni innanzi s'era forse veduto -per un istante con la fantasia accesa da un primo amore? Fantasia -che, destinato prete, cacciò, invocando l'aiuto divino per vincere il -doloroso contrasto, le tentazioni pericolose. - - -II. - -Fu ordinato prete nel '54; e, quando si condonino ai tempi licenziosi -e all'indole di lui, nato piuttosto per la famiglia che per la -chiesa, gli amori sentiti nell'animo o cantati nel verso più spesso -che esercitati nella vita, fu prete buono. E cristiano fu sempre dal -profondo dell'animo nell'alta, serena, cosciente, coraggiosa sua fede. -Da vecchio, se è vera la fama, non vedendo più il crocifisso nella -sala delle adunanze municipali, esclamò: — Dove non entra Cristo, non -entra il cittadino Parini! — e contro la prepotenza, l'ingiustizia, il -mal costume, si era levato sempre con ardore evangelico. Ad ogni modo, -se fu bene o male per lui il farsi prete, nessuno oggi può dire; ma -nessuno può dubitare non fosse ciò un bene grande all'arte ed anche -alla morale: perchè il Parini laico non avrebbe veduto quanto vide, -non avrebbe rappresentato quello che così vivacemente rappresentò, -con effetti non vani su' costumi, durevoli sulla poesia, gloriosi a -lui ed all'Italia. Quel po' di stima che tra i letterati milanesi gli -aveva procacciato due anni innanzi il libretto delle poesie di Ripano -Eupilino, nome arcadico allusivo al suo lago, non gli avrebbe infatti -schiuso le porte di casa Serbelloni, se egli non fosse stato sacerdote, -e per ciò insieme abate di casa e precettore ai duchini; nè dai -Serbelloni sarebbe passato educatore in altre case patrizie; nè senza -gli agi della vita che gli permisero lo studio e l'esercizio dell'arte, -senza l'agevolezza dell'osservare i costumi signorili da presso e -smascherati, avrebbe potuto pensare ed eseguire l'elegante e tremenda -satira del _Giorno_. - -Il palazzo de' Serbelloni e la vivace e colta duchessa Vittoria Maria, -che iniziò il giovine prete alla conoscenza della vita aristocratica, -erano tali da mantenerlo per alcun poco nella buona stima che di -quella vita egli si fosse fatta giudicandone da lontano per le esterne -apparenze. I vizii del secolo e de' signori non gli erano ormai -ignoti, non foss'altro per le chiacchiere, i pettegolezzi, le rime -de' letterati borghesi amici suoi, per le poesie di canzonatura o -d'improperio in che la Musa meneghina si sfogava, per gli ammonimenti -che l'eloquenza verbosa e fiorita de' predicatori non si stancava di -far rimbombare nelle chiese stuccate e indorate. Ma altro è udire, -altro è vedere. Colta, letterata, scrittrice anche per le stampe -la duchessa, e alla mano col medico e col precettore; i due cognati -Serbelloni erano ufficiali valorosi nelle milizie imperiali; grande -la casata, ricca, illustre. Ma il duca marito, da un lato, la duchessa -moglie, dall'altro: onde il Parini non seppe mordersi la lingua prima -che scossasse per quel contrasto, di cui si occupavano perfino alla -corte di Vienna, un pungente epigramma. Valorosi i cognati, ma ozioso e -prepotente il duca, che non si voleva veder tra i piedi quel pretonzolo -di Bosisio cui Maria Vittoria dava troppa confidenza. Alla mano la -duchessa, ma anche manesca. Una volta che, in villa, diede due schiaffi -alla figliuola d'un maestro di cappella ch'era là ospite sua, soltanto -perchè voleva tornare a Milano, il Parini non ci resse; prese la -ragazza e l'accompagnò dove essa voleva. Onde la padrona _si disfece_ -di lui. Ed eccolo a Milano, con la vecchia madre vedova, incerto -dell'avvenire, così povero nel presente da dover chiedere in rima e in -prosa a un amico il prestito di pochi zecchini: - - Limosina di messe, Dio sa quando - Io ne potrò toccare, e non c'è un cane - Che mi tolga al mio stato miserando. - La mia povera madre non ha pane - Se non da me, ed io non ho danaro - Da mantenerla almeno per domane. - -Miseria e, quel che è più crudele, miseria che doveva celarsi. - - Entro ad un libro voi li riponete - Perchè nessuno se n'avvegga, e quello - In una carta poi lo ravvolgete; - Anzi lo assicurate col suggello - O pur con uno spago, e dite poi - Che consegnino a me questo fardello. - -Col poscritto in prosa: “Sono senza un quattrino.... Non mostrate a -nessuno la mia miseria descritta in questo foglio.„ L'uomo e per ciò il -poeta erano ormai compiuti: il dolore matura la coscienza e l'arte. - - -III. - -Il Parini conosceva allora, conobbe da allora in poi sempre più, -frequentando come maestro e come letterato le case patrizie, quali -erano le occupazioni e gli affetti, e quali i cuori e le menti, di -quella gente che aveva un tempo ammirata. La critica cresceva animosa, -audace, e batteva in breccia ogni specie d'autorità; la borghesia -studiava, lavorava, si arricchiva; e costoro che mai facevano? -Studiavano? no; lavoravano? no; si arricchivano almeno col frutto -delle ricchezze avite? anzi le sparnazzavano. Che facevano, dunque? -Ah, godevano forse quanto il danaro può dar di piacere, tracannando -la vita d'orgia in orgia, tumultuosi, ardenti, per iscagliar poi via -brutalmente la coppa vuota? o industri, sapienti nelle raffinatezze -del vizio, la centellinavano fin all'ultimo sorso, e se la lasciavano -esausti cader di mano con l'ultime rose dalla pallida fronte? No. Chi -li chiamò Sardanapali fece loro troppo di onore: quel re, in faccia -all'invadente nemico, arse in un rogo enorme le sue donne, le sue -ricchezze, sè stesso; e fu eroica follia. Nemmeno si può pensare a' -Romani dell'Impero decrepito. Que' titolati lombardi altro non erano -che le reliquie d'una razza sfibrata, dissanguata, incapace così -dell'azione virtuosa come della passione viziosa, mediocri in tutto; -vili insomma, e per ciò incapaci di redenzione. - -Ai tempi di Renzo e Lucia, v'era ancora qualche gran signore feudale, -come l'Innominato, di passioni ardenti; prima quasi un demonio, poi -quasi un santo, per la medesima energia volta dal male al bene: e vi -erano molti signorotti cortigiani, molti Don Rodrighi e Don Attilii, -che per cavarsi un gusto, per sodisfare un puntiglio, non badavano -a far vituperii e violenze, sebbene si appiattassero dietro la forza -dell'Innominato o l'autorità del Conte zio. Un secolo e mezzo dopo, -la Lombardia non aveva più nessun Innominato, aveva molti nipoti dei -Don Rodrighi e Don Attilii; quei tirannucoli, nipotini in parrucca -e con lo spadino, buoni soltanto a menar amori illeciti, tacitamente -consenzienti i mariti. - -E il Parini che prima ne ha sorpreso a caso qualche smorfia mendace, -qualche sorriso verace, li sorveglia ora con occhio acuto, da moralista -e da satirico, ne coglie le fattezze tipiche, penetra fino all'intimo -la loro ignavia e stoltezza. L'han fatto aspettare più volte nelle -anticamere, e dopo il lungo indugio finchè il giovin signore non si -svegliasse, si è visto passare innanzi il maestro di ballo, di canto, -di violino: da loro ha saputo che le lezioni saran brevi, perchè van -là soltanto a ragguagliare su' discorsi che corrono ne' palcoscenici. -È stato ammesso, e ha trovato il contino o il duchino davanti allo -specchio, col parrucchiere affaccendato su lui alla più grande opera -di tutta la giornata, la pettinatura; e lo ha visto mordersi i labbri -impaziente, o furibondo talora rovesciar tutto e dire improperii -e minacciar del bastone il lento o mal destro artista del pettine. -Finalmente ha potuto parlargli, e ha misurata la profondità della sua -saccente ignoranza. Oppure gli ha dovuto far tanto di cappello mentre -passava leggiadretto e superbo per recarsi dalla dama altrui che si -onorava di servire. - -Il Parini inchinato dalla natura alle dolcezze della famiglia, il -Parini prete cristiano, il Parini artista arguto, quanto dovè pensare -e sorridere e indignarsi, fatto spettatore di quelle strane regole di -civiltà onde parean quasi ridicoli il marito e la moglie che fossero -stretti di convivenza affettuosa! Durante la mattina, la moglie era -delle cameriere, poi de' corteggiatori intorno alla toilette, poi del -cavalier servente: la mensa, che nella vita sana di chi lavora ed ama -è ritrovo, è riposo, è agio concesso allo scambio delle idee, sì che -insieme con le membra l'anima vi si ciba e vi si afforza al bene, la -mensa allontanava anche più l'un dall'altra il marito e la moglie. - - ......... Se a un marito alcuna - D'anima generosa ombra rimane, - Ad altra mensa il piè rivolga, e d'altra - Dama al fianco si assida, il cui marito - Pranzi altrove lontan, d'un'altra al fianco - Che lungi abbia lo sposo; e così nuove - Anella intrecci a la catena immensa - Onde, alternando, Amor l'anime avvince. - -Durante il pranzo, l'arguto abate studiava ancora gli amori, le -gelosie, le sfacciataggini, le ipocrisie, le stranezze degli ospiti -e de' compagni: ascoltava il racconto che la signora faceva, con le -lacrime agli occhi, della pedata onde il piè villano d'un servitore -remunerò il carezzevole morso della sua Cuccia, e della giusta vendetta -ch'ella ne prese cacciandolo; sorrideva all'ostentata scienza di -quello, agli spropositi madornali di questo; ammirava la cecità de' -mariti, la vanità de' cavalieri serventi, la petulanza de' parassiti, -la sciocca corruttela di tutti costoro. E quando ora tornava al Corso, -e guardava nelle trionfali carrozze i gentiluomini e gli arricchiti -di fresco che tentavano immischiarsi tra loro, ben poteva esclamare in -cuor suo: Maschere, vi conosco! - - -IV. - -Conosceva le maschere, sapeva il loro secreto. Della superbia -prepotente, del lusso stolto e ingiusto, del mal costume, dell'ozio, -della mollezza, onde i fortunati e gl'illustri erano guasti, e -guastavano per gli esempii loro il popolo, la mala radice stava nella -“nemica — d'ogni atto egregio vanità del core.„ Quella gente vecchia, -e la nuova che le s'imbrancava, non aveva virtù di sentimento per -cosa alcuna; vivacchiava di giorno in giorno, paga di sè mollemente, -morbidamente, e perdeva le ragioni della vita per l'aborrimento d'ogni -sforzo, d'ogni disagio, che la vita impone a chi quelle ragioni cerca, -e le trova, nell'amore e nell'opera. - -Non operavano, non amavano, e per ciò avvilivano e la fede e il lavoro. -La scienza? qualche parola da farne sfoggio; l'arte? qualche diletto -futile o qualche incitamento sensuale; la patria? qualche onore da -vantarsene; la religione? qualche bell'apparato, qualche orazione -fiorita, qualche comodità a ricambiare occhiate. I confessori nel dar -la penitenza a que' peccatori eleganti offrivano confetti; in chiesa il -cicisbeo non aveva maggior pensiero che di ben servire, con tanti occhi -addosso, la dama, precedendola, sollevando la portiera, porgendole le -dita bagnate dell'acqua santa. E i predicatori di que' penitenti e di -que' devoti è naturale che cominciassero a lodar Maria Vergine a questo -modo: “Alla terra che mi sostiene, all'aria che mi circonda, al cielo -che mi sovrasta, protesto, nè me ne dolgo, protesto, e me ne vanto, -protesto al cielo, all'aria, alla terra, ch'io sono innamorato. S'io -dico la verità, lo sapete voi, voi stessa il sapete, Vergine amabile -ed amante, la quale m'innamoraste. Voi mi vedete il cuore, e vedete -eziandio la piaga amorosa di che me lo avete graziosamente ferito. -Lo ferirono quelle vostre guance più vermiglie della melagrana, quel -vostro crine più lucente dell'oro, quelle vostre labbra più dolci -del miele, quel vostro collo più bianco dell'avorio, etc., etc.„. -L'eloquenza sacra non fu mai più profana d'allora. Ed è naturale che -i poeti di quella gente fossero quali erano, ampollosamente retorici, -arcadicamente grulli, sempre pronti a inneggiare per nascite, per -monacazioni, per nozze, a lacrimare per morti illustri. - -Udite il Parini, quando accenna al primogenito della dama cui serve il -suo giovin signore: - - Nè le muse devote, onde gran plauso - Venne l'altr'anno a gl'imenei felici, - Già si tacquero al parto. Anzi, qual suole - Là su la notte dell'ardente agosto - Turba di grilli, e più lontano ancora - Innumerabil popolo di rane - Sparger d'alto frastuono i prati e i laghi - Mentre cadon su lor fendendo il buio - Lucide strisce e le paludi accende - Fiamma improvvisa che lambisce e vola, - Tal sursero i cantori a schiera a schiera; - E tal piovve su lor foco febeo - Che di motti ventosi alta compagine - Fe' dividere in righe, o in simil suono - Uscir pomposamente. Altri scoperse - In que' vagiti Alcide, altri a Bizanzio - Minacciò lo sterminio. A tal clamore - Non ardì la mia musa unir sue voci: - Ma del parto divino al molle orecchio - Appressò non veduta; e molto in poco - Strinse dicendo: Tu sarai simìle - Al tuo gran genitore!.......... - -No; il Parini non poteva essere, se non a questo modo beffardo, -il poeta di costoro, indegni della sua lirica ch'egli serbava a -spronare i reggitori al risanamento della città; serbava a lodare -chi o si facesse propagatore fra noi di utili rimedî o amministrasse -la giustizia con indulgenza sapiente; a dare eletti consigli; a -manifestare l'ammirazione per la bellezza; a darsi il nobile vanto -d'una vita e d'un'arte incontaminate. Ma la sua satira non è veleno -che voglia uccidere; è caustico che vuol bruciare le pustole e salvare -le membra. Quell'aristocrazia, ch'egli vede putrefatta, non fu sempre -così, non v'ha ragione perchè sia sempre così; dà invece alcun segno -di risanamento. Ecco eruditi ed economisti rompere ormai l'ozio, -accordarsi tra loro in società proficue a tutta la cittadinanza, -pronunziare, preparare essi medesimi tempi migliori. E il governo di -Maria Teresa vede di buon occhio quel moto, lo incoraggia, lo affretta, -lo seconda. Quello era il tempo di batter forte e sicuro. La satira, -che fa sempre l'ufficio di piccone a rovinare le mura crollanti, fin -che sia tolto di mezzo l'ingombro e il pericolo, venne dunque anche -quella volta opportuna, sebbene alcuno di que' valenti cui dava mano -gagliarda non si accorgesse lì per lì dell'aiuto e capisse male l'animo -e l'intenzione del picconiere. - - -V. - -Era di moda il poema didattico. Alla scioperataggine artistica sembrava -gran che saper descrivere tutto, insegnare tutto, in una serie di -sillabe numerate e regolate da accenti. La versione del poema di -Lucrezio, condotta con tanta eleganza dal Marchetti, aveva dato a -quel genere fallace un impulso nuovo; e di tutto lo scibile ecco fatti -maestri i verseggiatori, dalle leggi che regolano il moto dei pianeti -all'accortezza con la quale giova inzuccherarsi le fragole. Le dame -e i cavalieri si erudivano così, durante la pettinatura, su libri che -avevano le apparenze dell'arte. Già nel 1719 un patrizio pisano aveva -messo in versi tutto quanto il _Cuoco in villa_; dove potreste imparare -a far minestra di triglie, o burro di mandorle, o salsa di gelsomini -sopra il pesce fritto, da ricette di endecasillabi che hanno talvolta, -per curioso incontro del serio con l'ironico, intonazione pariniana: - - Or queste son le file onde si ordisce - De' pasticcini tuoi la tela industre. - -Il Parini, che vuole ammaestrare, lascerà ad altri poi la cura di -sdottoreggiare a quel modo in poemi didattici sull'educazione: egli -fingerà, soltanto, di accettare dalla moda le forme; dentro esse forme -infonderà lo spirito sarcastico che ha visto far mirabile prova nelle -satire latine del Sergardi, del Lucchesini, del Cordara. Piace, per -esempio, la _Coltivazione del riso_ in endecasillabi sciolti, leggiadra -opera del marchese Spolverini? Vi do, par ch'egli dica, vi do anch'io -un poema didattico, _L'educazione del gentiluomo_; e sarò anch'io un -versiscioltaio come vuole la moda. Ma quel ch'egli dice veramente è -questo: - - Spesso gli uomini scuote un acre riso, - Ed io con ciò tentai frenar gli errori - De' fortunati e de gl'illustri, fonte - Onde nel popol poi discorre il vizio. - -Notate qui due cose, la distinzione tra i fortunati e gl'illustri, e -l'intendimento di frenarne gli errori. Tale distinzione è in riscontro -a quella sul principio del poema, là dove si fa la supposizione doppia, -che il giovin signore discenda o da antica famiglia o da un padre -arricchito in pochi anni a furia di far lo strozzino. Gl'illustri -saran dunque i nobili, i fortunati quelli che per censo s'imbrancano -tra loro: con cinquecento fiorini si diventava un _don_, con duemila -cinquecento si diventava marchese. Agli uni e agli altri, non a' -nobili soli di data antica, si volge dunque la satira del Parini. Ed -anche a' ricchi borghesi. Tanto è vero, che nel descrivere il Corso -non ommetterà le figurine comiche delle Naiadi e delle Napèe, ninfe -silvestri, che vorrebbero farsi credere delle Dee maggiori. Hanno -un bel pompeggiare costoro, dopo aver fatto indossare le livree di -cocchiere e di staffiere al cuoco e al ragazzo di stalla, e aver forse -chiuso a chiave, solo in casa, il vecchio padre! Anche queste maschere -ei conosce; e di quei nobili, e de' borghesi che ostentano i vizii -de' nobili, vuole il poeta frenare gli errori: correggerli, cioè, e -tentare che volgano al bene il tempo, il danaro, le forze sprecate sì -malamente. - -Non si correggono gli adulti; si educa meglio o peggio il fanciullo. -Il Parini educatore disse chiare le idee sue nell'ode per la guarigione -dell'Imbonati, nè mi è necessario rammentarle a voi, che tutti avete in -mente i precetti di Chirone ad Achille ne' versi gloriosi. Nobiltà vera -non è quella che si eredita dagli avi; è quella che ci acquistiamo noi -stessi col merito delle opere nostre. A divenir nobili occorre quindi -l'esercizio di tutte le facoltà migliori delle membra e dell'animo; -anche delle membra, perchè senza il vigor loro non si ha virtù attiva -ed efficace. Membra sane non valgono al bene se non son rette e mosse -da un'idealità morale; e di tutte le idealità la più alta è la fede, -purchè non sia nè ipocrita nè intollerante. Nobile vero e compiuto -è quegli solo che adopera corpo ed anima, con sacrificio di sè, pel -vantaggio degli altri. - - -VI. - -Se il giovin signore ammaestrato nel _Giorno_ è proprio il rovescio -dell'Achille dell'ode, il precettore che nel _Giorno_ lo ammaestra non -è il rovescio di Chirone, nè poteva essere. Il giovin signore (che -che altri allora ne malignasse e qualche critico abbia poi cercato -dimostrare) non è una data persona; è un tipo imaginario, composto di -chi sa quante persone, atteggiato in chi sa quanti modi, che il poeta -aveva osservati e colti nel fatto. Potè per ciò riuscirgli quale lo -voleva; perfettamente vuoto, insulso, indegno, così da non poter essere -neppure un tipo drammatico. Ma il precettore che parla per tutto il -poema è, in fondo, il Parini medesimo che si vale dell'ironia. Per -maneggiarla a dovere egli usa ogni accortezza; per non romperla si -frena quanto può: se non che, mentre scrive, due ordini di reminiscenze -lo distraggono di continuo, tentano sviarlo: le campagne della sua -Brianza, e gli effetti sinistri dell'egoismo di quel fantoccio cui si -volge. Campagne lontane; effetti troppo spesso presenti. - -Addio, monti sorgenti dell'acque! Quanto era meglio (par che dica il -poeta) restare tra voi, e uscir la mattina all'alba lungo le siepi -fiorite, e scuoterne passando la rugiada che rifrange quasi gemme -i raggi del sole nascente! vedere il contadino avviarsi al campo -spingendosi innanzi i buoi, udir da lontano i colpi del fabbro nella -sonante officina! Quanto era meglio ammirare d'estate il crescere della -bufera col tuono sempre più rimbombante di monte in monte su la valle e -su la foresta, - - Finchè poi scroscia la feconda pioggia - Che gli uomini e le fere e i fiori e l'erbe - Ravviva, riconforta, allegra e abbella! - -Quanto era meglio veder la luce del tramonto indugiarsi rosea su le -cime de' colli; meditare la rotazione incessante della Terra intorno -all'astro, scendere col pensiero, mentre l'astro pareva calasse laggiù -dietro l'orizzonte, scendere all'altro emisfero che si affrettava a -goderne! - - Già sotto il guardo de la immensa luce - Sfugge l'un mondo; e a berne i vivi raggi - Cuba s'affretta e il Messico e l'altrice - Di molte perle California estrema; - E da' maggiori colli e dall'eccelse - Rôcche il sol manda gli ultimi saluti - All'Italia fuggente.............. - -Oppure uscire, di notte, fantasticando; vedere come crescono giganti -le ombre nelle torri antiche, solcano il cielo le stelle cadenti; -ascoltare, come farà poi il Leopardi, la turba infinita de' grilli -sotto il gran silenzio del cielo, e la rana remota alla campagna. Que' -pochi anni vissuti a Bosisio risorgono distinti, particolareggiati, in -mente al Parini, mentre il precettore insegna al giovin signore, che -gli altri tutti han da lavorare per lui, egli solo godersi il lavoro -di tutti: i mietori sudare ne' campi, i soldati vegliar per le mura, i -muratori arrischiarsi su' palchi, gli artigiani oprare nelle botteghe, -i remiganti stancar le braccia pe' laghi; tutti per lui solo. Il -sentimento della natura che sgorga e si effonde così schietto e vivace, -subito che gli si porga un'occasione, fuori dell'insegnamento ironico, -non è, certo, del finto precettore; è del poeta vero. - -E dal Parini, non dal finto precettore, rompono i gridi della coscienza -offesa, che non sa più velarsi con l'artificio d'una figura retorica, -quando le cose dal poeta evocate le si presentano nella cruda realtà. -Coscienza di filantropo e di prete buono, in cui vennero a fondersi -le dottrine degli Enciclopedisti francesi e il Vangelo di Cristo. -Presa dalle sue proprie finzioni, la fantasia inorridisce allora -nel rispecchiarsi entro il verso. Pranza il giovin signore? pranzi, -s'impingui, dimentico perfino della carità tradizionale. E voi - - ............ Egri mortali - Cui la miseria e la fidanza un giorno - Sul meriggio guidaro a queste porte; - Tumultuosa, ignuda, atroce folla - Di tronche membra, e di squallide facce, - E di bare e di grucce, or via da lungo - Vi confortate; e per le aperte nari - Del divin pranzo il nèttare beete - Che favorevol aura a voi conduce: - Ma non osate i limitari illustri - Assedïar, fastidïoso orrendo - Spettacolo di mali a chi ci regna! - -Del pari, nella descrizione della furia con la quale passavano per le -vie le carrozze signorili, senza punto curarsi de' passeggeri, a onta -dei bandi ripetuti, sì che alla fine il Governo dovè comandare ai birri -di ficcar delle stanghe tra le rote volanti, e spezzarle, e fermarle -così per forza, le rote, o vulgo, - - Che già più volte le tue membra in giro - Avvolser seco, e del tuo impuro sangue - Corser macchiate, e il suol di lunga striscia, - Spettacol miserabile, segnaro. - -Queste voci sincere del poeta, verso la natura amata, verso i fratelli -oppressi, possono sembrare errate soltanto a chi pregia più la retorica -che la poesia: son esse, anzi che un errore, il pregio migliore del -poema, perchè lasciano scorgere di tanto in tanto l'anima di chi lo -scrisse, e, riposando dalla lunga ironia, ne rilevano l'intendimento. - - -VII. - -Il _Giorno_, di cui pubblicò nel 1763 la prima parte (_Il Mattino_), e -nel 1765 la seconda (_Il Meriggio_), non le odi che non raccolse mai, -fecero celebrato il Parini da vivo; e certo nel poema, così nobile di -pensiero, così leggiadro d'invenzioni, così elegante di stile, così -magistralmente variato nelle intonazioni e nell'accento de' versi, -nel poema più che nelle odi sta la ragione della sua grandezza. -Incontentabile come era, lo lasciò incompiuto; e più copie lasciò -corrette e ricorrette, delle parti che ne aveva date alle stampe. Anche -per l'intenzione formale dell'arte e pel modo di lavorare il Parini -è il maestro diretto del Foscolo, che, tutto industriandosi nella -rappresentazione precisa e insieme estetica delle cose, amò procedere -di quadretto in quadretto, e incontentabile anche lui non riuscì a -finire le _Grazie_. Ma dall'altro lato il Parini, nel poema e nelle -odi, è padre della scuola che si onorò di Alessandro Manzoni. - -Il poeta che si propose congiungere l'utile al vanto di lusinghevol -canto, e che richiamò la poesia da' giuochi della mente ai moti dei -cuori, inspiratrice di virtù, l'artista che fe' getto delle ciance -arcadiche e lavorò un poema moderno, contemporaneo, senz'altra -mitologia se non quella che l'argomento recava con sè per l'ingegnosa -imitazione e parodia della moda tutta amorini, fu ben a ragione vantato -come maestro primo de' Lombardi che dopo il 1816 affermarono nobilmente -la nuova scuola. Fin dal 1806 tale derivazione era stata sentita dal -giovane Manzoni, quando nei versi in morte dell'Imbonati, scolaro del -Parini, si faceva ripetere da lui gli ammonimenti famosi: sentire -e meditare, non tradire la verità, non contaminarsi mai, volgere -l'arte a incremento di virtù. E scolaro vero e proprio del Parini fu -Giovanni Torti; e antesignano de' romantici lui riconobbero anche gli -avversarii. - -Ben a ragione, anche per certe qualità dell'ingegno fantastico. Chi -si aspetterebbe da un poeta a mezzo il Settecento questo accenno alle -Fate? - - Fama è così che il dì quinto le Fate - Loro salma immortal vedean coprirsi - Già d'orribili scaglie e, in feda serpe - Vôlte, strisciar sul suolo, a sè facendo - De le inarcate spire impeto e forza; - Ma il primo Sol le rivedea più belle - Far beati gli amanti, e a un volger d'occhi - Mescere a voglia lor la terra e il mare. - -E originalissimo allora l'accenno a' signorotti e a' bravi del secolo -XVII, e più la descrizione della gelosia medievale, quando i mariti, -fatto preparare un funebre catafalco, offrivano alle mogli infedeli la -scelta tra il veleno e lo stile; e quella della notte quale un tempo -appariva su le torri “di teschi antiqui seminate al piede,„ con upupe -e gufi svolazzanti, e fuochi fatui, e urla di fantasime, cui per entro -al vasto buio “i cani rispondevano ululando.„ Una poesia, scritta a -cinquant'anni sonati e rimasta a mezzo, mostra forse le origini di -tanta romanticheria, e così efficace, del Parini. Non era uscito dalle -fasce e già le sdentate donnicciuole del vicinato gli avevano empita la -mente di novelle: le streghe attorno al noce di Benevento, i folletti -maliziosi, gli spettri paurosi: - - Con la bocca aperta e gli occhi - E gli orecchi intento io stava; - Mi tremavano i ginocchi; - Dentro il cor mi palpitava. - Al venir de le tenèbre - M'ascondea fra le lenzuola: - Indi un sogno atro e funèbre - Mi troncava la parola. - Non di meno al novo giorno - Obliavo i pomi e il pane; - A le vecchie io fea ritorno - E chiedea nuove panzane. - -Sembra, anche pel metro, una romanza di Arrigo Heine. - - -VIII. - -Ma questo padre di romantici, questo romantico in potenza, come -ha dallo studio de' classici tanto derivato di virtù e d'eleganza -all'eloquio e al verso, che è tutto classico, e avrà discepolo il -classico Foscolo, così ha audacie di realismo sano che tra i romantici -nostri nessuno poi vorrà e saprà osare. In più luoghi del _Giorno_ le -potrei additare: evidenti sono nelle odi. Se non avessimo innanzi ciò -che il poeta seppe fare, e che è spesso un capolavoro, si direbbe che -egli volesse vincere bizzarre scommesse: prese i metri della canzonetta -anacreontica o dell'ode oraziana, quali gli Arcadi le avevano foggiate, -e vi trattò delle fogne, e peggio, che impestavano Milano; trattò -dell'innesto del vaiolo, dell'evirazione, della chinachina. Perchè, con -le odi innanzi, non pensiamo più, neppur da lontano, alla singolarità -di tali argomenti? Ciò accade perchè il poeta non li ha cercati e -scelti a prova di virtuosità tecnica e d'ingegno sottile, ma essi -son venuti spontanei a lui filantropo che pensava il pubblico bene, a -lui artista che dentro ogni aspetto della vita, per umile che fosse, -sentiva la vita inesausta, grande, immortale, che empie ed anima tutte -quante le cose. - -Nè meno arrischiate le espressioni; e pur quanto appropriate, vive, -efficaci! Le vaganti latrine con spalancate gole che ammorbano la -città, il ladro per fame che mangia i rapiti pani con sanguinose -mani, il cappello insudiciato di fango e il vano bastone che raccoglie -dalla via e restituisce al vecchio poeta quel pietoso cittadino, sono -immagini e frasi delle quali la poesia europea, non che l'italiana, non -aveva da un pezzo le eguali per energia ed efficacia. Roberto Burns, lo -schietto contadino scozzese, non nacque che nel 1759. - - -IX. - -Ogni vita bene spesa ha il suo premio. Al Parini non furono premii -i misurati stipendii nè le lodi officiali; ma la stima di tutta la -patria, l'ammirazione strappata quasi a forza a chi un tempo aveva -diffidato di lui. Si trovò insieme con Pietro Verri nella municipalità -che i Francesi istituirono a Milano nel '96. Era naturale che, partiti -gli Austriaci, si pensasse per gli offici pubblici a lui che, non -mai giacobino ma filosofo filantropo e prete cristiano, aveva tanto -cooperato alla diffusione delle nuove idee, per quel ch'era in loro -di giustizia civile. Il buon vecchio, ormai paralitico, si faceva -portare sulle braccia a compiere il dover suo; e a compierlo ci -voleva, spesso, contro le prepotenze e le angarie, non poco coraggio. -Quando il coraggio fu inutile, allora soltanto pianse. E il Verri che -a mano a mano in quella convivenza sempre meglio lo conosceva, ne -scriveva al fratello. Prima così: “Parini il poeta è municipalista -mio collega. È un uomo un po' pedante, ma illuminato sui principii -della scienza sociale, e di molta probità.„ Poi, un mese e mezzo dopo, -così: “Figuratevi che stato è quello di un uomo probo in tale società! -Parini, il fermo ed energico Parini, talvolta piange. Io non piango, ma -fremo, e lo amo come uomo di somma virtù.„ Per ultimo: “La superiorità -francese ha congedati sette municipalisti, tre dei quali erano -veramente capaci; gli altri sono dimessi per partito, e tra questi il -nostro Parini, uomo deciso per la giustizia e fermo contro chi vorrebbe -imporci cose ingiuste, _civium ardor prava jubentium_. Mi duole, e mi -rallegro con lui.„ - -Venuti gli Austriaci, la mattina stessa del giorno in cui morì, che fu -il 15 agosto '99, scrisse un sonetto, che non li esaltava liberatori, -ma li ammoniva non ricadessero negli errori d'un tempo. L'ultimo -suo pensiero, gli ultimi versi suoi, furono per la patria. Oh anima -grande, oh anima che nella gentilezza e nella fierezza, nell'amore -e nell'indignazione, quanto un'anima italiana del secolo scorso può -paragonarsi ad un'anima del secolo decimoquarto, somiglia all'anima -unica di Dante Alighieri. - - - - -VITTORIO ALFIERI (1749-1803) - - -CONFERENZA DI - -ENRICO PANZACCHI - - -I. - -Vittorio Alfiori è troppo gran tema per un breve discorso; ond'è -naturale (a tacere anche degli altri motivi) che io sia tutt'altro -che fiducioso di me stesso intraprendendo dinanzi a voi l'odierna -conferenza. Ma nello stesso tempo io vi dico, o signore, che il parlare -d'Alfieri a Firenze è cosa che mi attrae e, in qualche modo, mi affida. - -Qui la figura del grande astigiano non ci appare subito funestata dal -terribile pugnale “onde Melpomene Lui tra gl'itali vati unico armò„ -come lo dipinse Parini e come egli amava talvolta di rappresentare -sè stesso. Qui la sua accigliata figura si spiana alquanto e quasi ci -sorride con domestica benevolenza. E voi sapete il perchè, o signore. -Firenze, fra tutte le città del mondo, fu quella ove Vittorio Alfieri -amò meglio di vivere e ove fu contento di morire. Questo amore al bel -paese e alla bella città si manifestò molto per tempo nella sua vita. -Circa a ventisette anni egli intraprese il suo primo viaggio in Italia. -Era irrequieto, scontento, malinconico. Si sentiva ignorantissimo e -nell'animo suo si alternavano ora un desiderio disperato di sapere, -ora un insuperabile disprezzo di ciò che non sapeva; e andava e -passava, tra curioso e sdegnoso, per le varie città d'Italia. Milano, -paragonata alla sua Torino, gli parve addirittura spiacevole. Quando -gli presentarono nella biblioteca Ambrosiana alcuni codici preziosi, -torse il viso sprezzante e disse che preferiva assai la vista d'un bel -cavallo. Passò da Parma, Piacenza, Modena, quasi appena degnandosi -di guardare dagli sportelli della vettura. Bologna coi suoi quadri -non l'interessò; con le sue strade tortuose e co' suoi portici pieni -di frati e di preti lo riempì di malumore. Ma giunge a Firenze e, a -un tratto, ecco che tutto cangia! Firenze conquista l'Alfieri come -una bella donna; e comincia allora in lui ad agitarsi il proposito di -rifare la sua vita, di ricostituire la sua educazione; e determinando -poi meglio il suo obiettivo, egli non fa che ripetere ne' suoi discorsi -e nelle sue lettere: vivere, pensare, sognare anche, in toscano! -Aggiungete che questa città, in mezzo alle tante traversie della vita -burrascosa, diventò il porto tranquillo, al quale sempre agognava. -Nel 1792 ebbe a passare in Francia gravissime molestie. Egli e la sua -donna per poco non furono soprafatti ed uccisi dalla plebaglia dei -sanculotti, mentre uscivano di Parigi, essendo presi per dei nobili -francesi emigranti. Aggiungete la perdita di denari, la perdita di -libri; e immaginate voi quale dovette essere l'umore di quell'uomo -tanto facilmente irritabile. Il furore “misogallico„ che già gli -bolliva dentro da un pezzo, scoppiò addirittura. Ma appena giunge -in Toscana, appena vede le cupole e le torri di Firenze, l'animo suo -mirabilmente si rischiara e si rasserena, e va ripetendo un suo verso -composto fino dal 1783: “_Deh che non è tutto Toscana il mondo!_„ Narra -egli inoltre nella sua vita “_che l'aver ritrovato questo vivo tesoro -della favella nella voce del popolo fiorentino lo compensò nell'animo -suo di tutto ciò che aveva perduto; i suoi libri, i suoi manoscritti, -i suoi stessi denari confiscatigli e rubatigli dai rivoluzionari -francesi_.„ Ricordate infine che Vittorio Alfieri condusse qui gli -ultimi anni della sua vita abbastanza tranquillo; qui, accanto a -Galileo e a Michelangelo, ebbe degno sepolcro erettogli dalla pietà -della sua donna e col consenso della cittadinanza. Intorno a quel -sepolcro veglia la pietà riverente del popolo fiorentino. - - -II. - -Per comprendere il grande significato che ha nella letteratura e nella -storia d'Italia Vittorio Alfieri bisogna, si capisce, riportarsi ai -tempi. - -In quel periodo di lunghissima pace che ebbe l'Italia dal 1749 (l'anno -appunto in cui l'Alfieri è nato) al 1796, sarebbe grave ingiustizia il -dire che tutto fu ignavia, inedia e peggioramento nella penisola. - -I costumi seguitarono ad ammollirsi, ma bisogna pur anche riconoscere -che l'orizzonte delle idee cominciò ad allargarsi e rischiararsi. -Persino in quei vecchi e logori organismi dei governi d'allora si fa -sentire una certa inquietudine di nuovo, una certa velleità di riforme. -Nel pensiero poi il risveglio è evidentissimo. Giovan Battista Vico e -Giannone sono morti, ma intanto l'Italia meridionale vanta il marchese -Filangeri, Melchiorre Delfico, Mario Pagano e l'abate Galliani, il -quale, recatosi a Parigi, prese, a confessione degli stessi francesi, -lo scettro dell'arguzia pronta e dello spirito scintillante, caduto per -morte dalle mani del signor di Voltaire. Nell'Italia superiore abbiamo -i due Verri, il Beccaria, il Palmieri, il Ricci, l'Ortis, il Genovesi. -Però, v'ho detto che il Vico e il Giannone erano morti. La pura -tradizione del pensiero italico pare, in qualche guisa, interrotta; ma -non è senza un grande compenso; poichè è grande e benefico il movimento -delle idee che vengono d'oltremonte. In sostanza, o signore, non -dobbiamo dolercene poichè l'Italia non poteva isolarsi e sequestrarsi -da quella impetuosa corrente di rigenerazione intellettuale che agitava -le più civili nazioni d'Europa. Possiamo anche aggiungere, a nostro -conforto, che se la tradizione scientifica della nazione in qualche -guisa declinò, la virtù del genio paesano ebbe campo di vigorosamente -esprimersi e affermarsi nel campo letterario. Gli influssi francesi -anche qui non mancano, e così quelli inglesi; nel teatro e nel romanzo -siamo, si può dire, soffocati dalle sovrabbondanti imitazioni che -vengono dalla Francia e dall'Inghilterra; ma intanto il Baretti -rialza il tono della critica e fa conoscere Guglielmo Shakespeare; -il Cesarotti scrive libri sopra la filosofia delle lingue e traduce -l'Ossian; mentre da ogni parte, anche quegli scrittori che paiono più -ligi alle tradizioni arcadiche e frugoniane di tanto in tanto sono -rialzati e rianimati da un soffio di vita nuova. Fatto è che tutto -questo apparecchio e tutto questo movimento noi vediamo metter capo -a tre scrittori, che sono tre artisti di primo ordine: il Goldoni, -il Parini e l'Alfieri. Il Goldoni con intuito meraviglioso riconduce -l'arte alle fonti del naturale; Giuseppe Parini le ricompone la dignità -morale e riprende la sua missione civile; in quest'arringo entra -tempestando Vittorio Alfieri e vi porta un fuoco di combattimento e -una forza di sdegni di cui non avevamo idea, forse, in Italia dopo -che Dante Alighieri era disceso nel sepolcro. E non è uno sfolgorio -di forze sregolate e inconsapevoli; si tratta invece di una vera e -ordinata potenza d'apostolato civile e politico che domina lo spirito -di Vittorio Alfieri; e per trovare qualche cosa di simile dobbiamo -risalire a Nicolò Macchiavelli. - -Però io mi affretto ad affermare, o signore, che la grande potenza -di Vittorio Alfieri è espressa nelle sue 19 tragedie. Le _Rime_, le -_Commedie_, le _Satire_, gli _Epigrammi_, l'_Etruria liberata_, il -_Misogallo_, il volume _Della Tirannide_, e la stessa sua _Vita_, -quantunque sia un documento preziosissimo di sincerità umana e d'un -animo cavalleresco, generoso e sotto la scorza un po' ruvida, inclinato -ai sentimenti più gentili, tutte quest'opere, io dico, non avrebbero -avuto grande presa sullo spirito del pubblico italiano, se dietro la -figura del fiero conte astigiano la fantasia del pubblico non avesse -visto grandeggiare la Musa della tragedia alfieriana, che ha agitato -dintorno a noi tante ombre insanguinate e dolenti. Alla vena satirica -dell'Alfieri mancano doni troppo necessari; manca quella bonaria -semplicità e quella arguta spontaneità che sono gran parte della -forza del poeta satirico. E quantunque alcuni suoi epigrammi abbiano -continuato a circolare per tutte le classi del popolo italiano, e -uno di essi sia rimasto come uno schema programmatico della nostra -rivoluzione civile e politica per oltre mezzo secolo (_Vescovi e preti -— Sien pochi e queti_, etc.) io non credo di essere irriverente verso -la sua memoria affermando che, se altro l'Alfieri non avesse composto -che le opere minori, poco si parlerebbe oggi di lui. - -E non dubito parimenti di affermare che anche sul suo teatro tragico -il tempo ha esercitato l'opera sua di distruzione. Ma questo è un -fatto d'un ordine molto differente. Sì, è vero: il teatro di Vittorio -Alfieri non ha più da lunga pezza la notorietà e la popolarità che ebbe -un tempo. Se non è il caso che qualche attore meraviglioso evochi le -figure di Saul o di Filippo, esse non compaiono più sulle nostre scene. -Anche il buon popolo, questo strato profondo nel quale pareva così -durevolmente penetrato lo spirito tragico di Vittorio Alfieri, anche -questo ultimo suo cliente domenicale dei teatri diurni, a poco a poco -lo ha abbandonato. Oggi il popolino nostro preferisce di commuoversi -alle peripezie di _Nanà_ e di piangere tutte le sue lagrime ai dolori -della _Signora dalle Camelie!_ Ma questo, o signore, è fato comune. -L'opera teatrale ha in sè stessa uno spirito d'arte che può renderla -eterna; ma ha nello stesso tempo una ragione di caducità, che, dopo -un breve periodo, la toglie irremissibilmente alle pubbliche scene. -Chi pensa oggi a rappresentare i capolavori di Eschilo, di Sofocle e -di Euripide? E del grande teatro francese non è avvenuto lo stesso? -Se non ci fosse a Parigi un'istituzione fondata apposta per tener vive -le rappresentazioni di certi capolavori, quante volte credete voi che -a Parigi si rappresenterebbero il _Cid_, la _Fedra_, il _Misantropo_? -Rimane, meravigliosa eccezione, il teatro di Guglielmo Shakespeare. -Ma anche sul conto del sommo tragico inglese ho un'idea che voglio -manifestarvi. Suol dirsi che lo Shakespeare non passa sulla scena -perchè solo ne' suoi personaggi è espresso l'uomo eterno. Esagerazione! -L'uomo eterno è anche in Filottete, in Rodrigo, in Alceste. Io credo -che il tragico inglese stia ora beneficiando il lungo e immeritatissimo -oblio nel quale l'Europa l'ha tenuto per più di due secoli. Ma venendo -al fatto, quanti drammi di Shakespeare tengono ancora la scena, fra i -tanti che ne compose? Cinque o sei a dir molto; e per giunta ridotti; -ed è tutt'altro che improbabile che anche questi pochi col tempo -vengano messi in disparte. Questo non toglierà naturalmente nè al _Re -Lear_, nè all'_Amleto_, nè al _Macbeth_ di essere dei meravigliosi -capolavori e di venire per tali ammirati da quanti con animo capace li -leggeranno. - -Ma venendo un poco più presso al nostro argomento, io mi son domandato -più volte: Le critiche fatte al teatro di Vittorio Alfieri in quale -categoria dobbiamo noi collocarle? Hanno ragione per esempio i due -Schlegel e Madama di Staël che lo considerano come un autore tragico -convenzionale, freddo, fuori della vita? Ebbe ragione il Lamartine -quando con quella sua consueta superficialità di critica lo chiamò “un -Seneca senza Roma?„ - -Per essere almeno fortemente dubitosi che questi signori avessero -ragione, bisognerebbe che fossimo certi che, leggendo l'Alfieri, essi -lo hanno ben capito. Ora, essendochè anche per noi italiani l'Alfieri è -circondato di molta oscurità ed è anzi a ragione censurato di questo; -e considerando che, se vi è autore drammatico che sfugga gli apparati -esteriori e che tutto il valor suo concentri nell'intima significazione -del soggetto per virtù dello stile è appunto l'Alfieri, e che quindi -per arrivare fino a lui fa d'uopo possedere tutte le più sincere e -più complete ragioni della critica, permettetemi, o signore, di non -credermi irriverente se dubito che i due Schlegel e madame di Staël e -il Lamartine conoscessero abbastanza l'Alfieri per poterlo sicuramente -giudicare. - - -III. - -Noi, per giudicare bene l'Alfieri tragico, dobbiamo anzitutto ricercare -quale idea egli si fosse formata della tragedia prima di accingersi -a comporne; e da quali concetti e sentimenti egli fosse accompagnato -nello svolgere la serie delle sue composizioni tragiche. Per intendere -questo fa d'uopo tornare alla sua vita. - -Abbiamo accennato come egli venne su e quanto poco studiasse -nell'infanzia e nella adolescenza. Confessa egli stesso che “sdegnò -ogni studio.„ Ma ferveva in lui il bisogno del sapere. Di tanto in -tanto gli balenava il fantasma luminoso e attraente della gloria; -talvolta anche era preso da un'indicibile vergogna della propria -ignoranza; e allora pareva che due uomini lottassero aspramente dentro -di lui. In sostanza la sua è una educazione letteraria che comincia -tardi e procede malissimo; cioè confusa, interrotta, a sbalzi, per -colpi di sorpresa e per impeti di entusiasmi subitanei e fortuiti. -Per esempio: oggi gli capita in mano Plutarco, ed ecco che lo investe -il desiderio di celebrare gli uomini meravigliosi dei quali ammira le -gesta; domani legge la canzone _Alla Fortuna_ di Alessandro Guidi, -s'esalta, s'infiamma, si dibatte sul proprio divano, tanto che è -costretto ad interrompere la lettura; e giura che ode suonare dentro di -sè una voce che gl'impone d'esser poeta. - -Così di mano in mano la sua vita passa sempre fra queste scoperte, fra -questi subiti entusiasmi. Oggi è Sallustio che lo attrae, domani sarà -Tito Livio, che un impiegato gl'impresta nel viaggio interrotto da -Sarzana a Firenze; più tardi, a Siena, sarà Macchiavelli quando l'amico -Gori gli metterà per la prima volta nelle mani un esemplare delle opere -del segretario fiorentino. - -Ed ogni volta che fa di queste scoperte, ecco che si rinnovano questi -abbandoni completi del suo animo ad un'ammirazione sconfinata, assoluta -e del tutto libera da ogni temperamento e da ogni governo della -critica. Così sull'ultimo limite della sua vita, a cinquant'anni, -quando nessuno di noi oserebbe pensarci, si mette a studiare il -greco, ed essendo riuscito colla ferrea forza del volere a superare -anche questa volta ogni ostacolo, ne diventa tanto glorioso che -fonda l'ordine del divino Omero e crea sè stesso primo cavaliere di -quell'ordine. - -Insomma, se devo tutto rendere con un immagine, a me Vittorio Alfieri -dà l'idea d'un eterno studente di rettorica. Per aver cominciato ad -esserlo tardi, egli è costretto ad esserlo per tutta la vita. - -Questo singolare e forse unico procedimento educativo doveva avere -ed ebbe delle conseguenze gravissime. Vittorio Alfieri — l'eterno -studente — della tradizione e della autorità classica non dubita -mai. Sotto questo aspetto chi guarda nell'animo suo trova una grande -somiglianza con quei primi umanisti del nostro Rinascimento i quali -accoglievano con una venerazione incondizionata tutto quello che veniva -dalla sacra antichità. Infatti in Alfieri ciò che sorprende anzitutto -è la sua assoluta mancanza di ogni senso critico tutte le volte che -egli si trova di fronte a un classico. Questo tanto più ci meraviglia -se pensiamo ch'egli visse in mezzo a tanta espansione e libertà di -critica. In quell'epoca la Francia aveva il suo Diderot, la Germania -il suo Lessing, e l'Italia il suo Baretti per tacere di tanti altri. -In mezzo a tutti questi uomini che esaminano liberamente l'antichità, -la discutono, la negano anche, Vittorio Alfieri non sa che adorare. -Egli, così libero in tutto il resto, qui è sempre entusiasticamente -devoto e sottomesso; e fa soprattutto meraviglia vedere come a lui -manchi quel senso e quel criterio di _graduazione_, senza del quale -è impossibile la verità dei giudizi. Egli dice indifferentemente “_il -divino Sallustio, il divino Tacito_„ come dice “_il divino Omero, il -divino Dante_.„ Quest'ammirazione che io direi monometrica dell'Alfieri -ebbe certo una grande influenza sul modo che egli adoperò nel concepire -la tragedia. Ricordiamo ancora che Vittorio Alfieri fu un conte -democratico, odiatore di tiranni se mai ce ne furono. Ma come fu un -patrizio democratico, così io direi che tenne molto ad essere un poeta -patrizio. Tutto quello ch'egli aveva conceduto di buon grado, spinto -dall'animo suo generoso e filantropico, nel campo dell'araldica, lo -voleva riconquistare nel campo delle lettere; e fu, in sostanza, il -poeta più rigidamente aristocratico che potesse immaginarsi. - -Da questa educazione e da questa indole l'Alfieri fu mosso a cercare la -via che ad esse meglio si confaceva per riuscire originale; e vi riuscì -spingendo all'ultimo limite, cioè alla sua più rigida espressione, il -tipo della tragedia pseudo classica. - -Egli avrebbe voluto riuscire poeta più rigidamente classico dei -classici stessi. E notate altro contrasto. Mentre nel campo della -politica gettava via tutti i vecchi vincoli e saltava tutti i vecchi -confini, nel campo delle lettere egli amava studiosamente tutto ciò che -vi era di autoritario e di coercitivo. Come certi poeti lirici amano -di moltiplicare le difficoltà del ritmo e della rima perchè il cesello -dell'opera loro risulti più evidente e più prezioso, Vittorio Alfieri -immaginò una tragedia ridotta alla sua più rapida e secca espressione, -dove ciò che si intendeva per tradizione classica non era solamente -osservato con riverenza ma anche oltrepassato con una specie di zelo -feroce. Così, l'orgoglioso poeta, volle circoscrivere il proprio agone -e farlo angusto e difficile per meglio mostrarsi in esso gloriosamente; -a somiglianza di quell'atleta che volontariamente si carichi di pesi o -si leghi un braccio nella lotta perchè meglio appaiano la sua agilità e -la sua forza. - -Vedete fatto strano! Vittorio Alfieri non discute mai l'autorità -degli antichi. Eppure quella autorità è ormai discussa da tutti. -Perfino Pietro Metastasio, quel mansueto e mite abate che assai -volentieri si genufletteva dinanzi a Maria Teresa, suscitando gli -sdegni dell'astigiano, perfino il buon Metastasio paragonato a Vittorio -Alfieri nelle concezioni letterarie diventa uno spirito indipendente, -quasi un rivoltoso. Infatti egli, commentando la poetica d'Orazio, -esprime idee e intendimenti evidentemente più larghi, più sciolti -— direi con moderno vocabolo — più liberali di quelli che esprime -l'Alfieri. Del Baretti, del Conti, del Gozzi è inutile ch'io parli. -L'Alfieri invece mette tutta la sua compiacenza e il suo orgoglio -nel restringere sempre più i vincoli che regolano il componimento -tragico, e non gli garba e allontana da sè tutto quello che può avere -l'aria di una concessione e d'un lenimento, tutto quello che può -essere inteso come una facilitazione a conseguire l'effetto. Egli -vuole essere solo colle proprie forze e privo d'ogni aiuto; solo a -proseguire uno schema di tragedia nuda, inamabile, talvolta persino -mostruosa e feroce. Raccolto e fisso in questa idea, vede quanto -partito sapessero i tragici cavare dai cori; e bandisce i cori. — Legge -i tragici francesi, vede quanti argomenti di facilitazione alle scene -e di preparazione alle catastrofi essi traggono dall'intervento delle -nutrici e dei confidenti; ed egli bandisce le nutrici e i confidenti. -— Legge nella poetica d'Orazio che il quarto personaggio dell'azione -non deve incaricarsi di parlare troppo; ed egli prende alla lettera il -consiglio, lo muta in precetto, lo esagera e restringe l'azione delle -sue tragedie quasi sempre a tre soli personaggi. — L'amore egli sa, -egli sente, qual dilettoso e magico coefficente sia per tenere i cuori -della folla, per esaltarli, per commuoverli; ebbene, egli bandisce -dalle sue tragedie anche l'amore! — Le donne amanti d'Alfieri sono per -lo più delle figure secondarie; amano sciaguratamente, e sono sempre -vittime d'una potenza superiore che loro toglie perfino la possibilità -del contrasto. Una fatalità ineluttabile, una politica feroce invade -l'ambiente, ed esse, le povere e deboli vittime, o la subiscono -inconscie o sono spazzate via come fiori dal turbine. Una sola volta -l'Alfieri si mette di proposito a comporre una tragedia che ha per base -un vero amore femminile. Ebbene, anche questa volta egli è sedotto -dal suo demone; e in tanta abbondanza di soggetti va proprio a cavar -fuori _Mirra_, documento mirabile del suo ingegno, una delle prove più -vittoriose delle sua facoltà tragiche; ma voi ben sapete quanto poco -lo aiutasse la scelta dell'argomento. E non basta. Nessuno ignora quale -efficacia e quanta facilitazione all'effetto teatrale abbiano derivato -gli altri poeti tragici dalla effusione lirica abilmente innestata -all'azione e al dialogo serrato delle tragedie. Non la sdegnarono certo -i greci, e basterebbe ricordare sopra tutti Euripide. Dei moderni è -inutile parlare. Quanta parte, per esempio, non verrebbe diminuita del -teatro tedesco e spagnuolo se si volesse sopprimere la lirica? Ebbene: -anche di questo elemento il nostro Alfieri si mostra sdegnoso. Egli -getta da sè, dal suo bagaglio poetico tutto quello che non è nuda e -rigida e laconica espressione dello schema drammatico. Non si ferma mai -a cogliere un fiore lungo i margini della sua strada; e corre austero e -rapidissimo verso la propria meta. - -Tale si formò nella mente di Vittorio Alfieri l'ideale della tragedia -e tale volle esprimerlo. Egli lo definì in un passo della sua lettera -in risposta a quella di Ranieri Calsabigi, il quale gli aveva scritto -una lunghissima tiritera infarcita di erudizione indigesta, sopracarica -di lodi e mescolata anche di qualche critica non sempre infondata. -Il fiero conte che non rispondeva quasi mai alle critiche, che gli -giungevano da ogni parte d'Italia o in senso laudativo o in senso di -biasimo, al Calsabigi rispose: “_Vorrei la tragedia di cinque atti, -piena, per quanto il soggetto dà, del solo soggetto: dialogizzata dal -solo personaggio, attore, non consultore, o spettatore: la tragedia -di una sola tela, ordita, per quanto si può, servendo alle passioni: -semplice per quanto l'uso d'arte il comporti: tetra e feroce per quanto -la natura lo soffra: calda quanto era in me. Ecco la tragedia che io ho -concepito. Per questa volli, sempre volli, fortissimamente volli_.„ - - -IV. - -Gli effetti di tanta rigidezza schematica inducente a tanta servitù -volontaria, voglio anzitutto considerare nel loro lato negativo. - -È certo, per esempio, che nelle tragedie di Vittorio Alfieri voi -sentite sempre e solo le voci degli uomini, quelle delle cose e -dell'ambiente quasi mai. Nei teatri degli altri poeti noi non possiamo -disgiungere questi due elementi, i quali potranno essere distribuiti in -diversa misura, ma stanno pure fra loro in una certa utile proporzione. -Se noi, caso per caso, tragedia per tragedia, raccogliamo dentro il -nostro spirito l'azione complessa e concorde di questi due diversi -coefficienti, i grandi effetti saltano agli occhi. Basterà ricordare -l'esempio di alcune tragedie di Shakespeare ove è manifesto che -gli animi degli spettatori rimangono sempre divisi tra l'azione dei -singoli personaggi e quella dell'ambiente. Come, ad esempio, potreste -spartire nella vostra mente gli effetti che vi produce l'_Amleto_, -senza distinguere la parte dovuta a ciò che vi ha di fantasticamente -suggestivo nella rappresentazione dei luoghi, dalla azione pura e -semplice dei personaggi? Come non tenerne conto nella scena della -piattaforma di Elsinora in quell'alto silenzio della notte, colla -voce delle guardie che si rispondono, prima che appaia lo spettro di -Amleto? Poi la vita interiore di quella corte danese, con quel teatro -dov'è combinata dallo spirito vendicativo del giovane principe la scena -che farà confessare al delinquente il suo delitto; e poi il cimitero -dove echeggiano le lepidezze dei becchini; poi, mentre suona la voce -malinconica di Amleto, i suoni della lugubre sinfonia che accompagna -al sepolcro il corpo della povera Ofelia.... Tutta questa eloquenza de' -luoghi e delle circostanze concorre moltissimo all'effetto dell'azione; -toglietela e molta parte del sentimento tragico sfumerà. - -Invece l'Alfieri dal suo alto coturno rinunzia con gesto -sprezzante a tutto ciò. Egli vi pianta i suoi personaggi dinanzi -ad un freddo colonnato dorico; e lì, nello spazio di poche ore, -debbono vivere, soffrire, morire. Egli arriva a sottilizzare, a -spiritualizzare talmente i suoi caratteri che talora egli è costretto -a _disumanizzarli_. Io non so trovare altra parola per esprimere -il mio concetto. E come si compiace egli di tutto questo sfrondare, -condensare, scheletrizzare! Si direbbe che se anche di quel piccolo -apparato esteriore egli potesse far getto, lo farebbe tanto volentieri -onde così richiamare e concentrare tutto lo spirito e tutta l'azione -tragica nel mero e invisibile teatro dell'umana fantasia. - -Ma quando colla vigoria scultoria del verso, colla veemenza delle -passioni, nel dialogo serrato, nella successione delle scene correnti -verso la catastrofe, egli arriva a rapirci e a portarci in quel mero -e invisibile teatro della umana fantasia, o signore, allora come ci -avvediamo che Alfieri è davvero grande! E ci vengono spontanei alla -memoria i versi che a lui volgeva il Parini: - - Come dal cupo, ove gli affetti han regno, - Trai del vero e del grande accesi lampi, - E le poste a' tuoi strali anime segno - Pien d'inusato ardir scuoti ed avvampi! - -Giorgio Hegel, investigando la essenza del componimento tragico, dice -che bisogna istituire una certa equazione estetica fra la tragedia -e la statuaria. Leggendo questo passo del filosofo tedesco, la mente -corre subito all'Alfieri, e la comparazione assume un carattere tanto -individuale che pare fatta pensando a lui. Quel marmo nudo, quelle -linee austere e semplici, senza vaghezza di fondo, senza ambiente, -senza policromia, mute, fredde; ecco veramente la tragedia d'Alfieri! -Questa somiglianza colla scultura non ha solo, o signore, un carattere -figurativo e superficiale ma qualche cosa di intimo e di profondo. -Dinanzi alle più perfette tragedie dell'Alfieri si prova un sentimento -assai somigliante a quello che ci fanno provare alcune delle opere più -celebrate della statuaria antica. - -Di lui si potrebbe dire quello che il Wielland disse di Cristoforo -Glück, il fondatore del melodramma moderno. Anche Vittorio Alfieri -“preferì le Muse alle Sirene.„ Peccato che più d'una volta egli siasi -dimenticato che le Muse pretendono d'avere una voce non meno melodiosa -e non meno piacevole di quella delle Sirene! - -I critici restringono i difetti dell'Alfieri principalmente alla -durezza e all'oscurità. E notate che l'autore stesso non osava molto -difendersi; dirò anzi che alcune volte accoglieva con compiacenza -queste censure. Non si ricordò egli dell'aurea sentenza di Quintiliano, -che la brevità non consiste nel dire poco, ma nel dire nè più nè -meno di quanto occorra perchè le forme del nostro pensiero e i moti -dell'anima siano resi evidenti e forti in chi ci legge e in chi ci -ascolta. Vittorio Alfieri invece fece della brevità una cosa sola -colla sostanza e col contenuto delle sue concezioni tragiche. È così -_invasato_ (questa parola s'incontra spessissimo nella _Vita_ e nelle -lettere) è così invasato dal furore che lo incalza verso la catastrofe, -che accoglie con trasporto tutto quello che accorcia in qualunque modo -la strada che ha dinanzi. E questo lo persuade a riprender sempre -la sua materia letteraria fra le mani inquiete, e a tormentarla in -tutti i sensi, pur di spremere sempre qualche sacrifizio di possibile -superfluità, pur di aggiungere sempre qualche spizzico di laconismo. -Di ciò arriva egli a compiacersi quasi puerilmente; e allora allinea -le cifre dei versi di cui si compongono le sue tragedie, dimostrando -con orgoglio che, per esempio, nella elaborazione di quella tale -sua tragedia i versi erano da prima 1400, ma nella seconda prova -diventarono 1350, nella terza scesero fino a 1320. E mostra di non -dubitare un momento che questi 50, questi 80 versi strappati alla prima -fattura siano sempre una legittima conquista dell'arte, un passo di più -verso la perfezione! - - -V. - -Ora, dovrei discorrervi delle diciannove tragedie di Alfieri; ma -l'argomento chiederebbe per sè solo una serie di conferenze. Mi -contenterò dunque di accennare a due sole: il _Filippo_ e il _Saul_. - -La prima fu composta dall'Alfieri quando il suo spirito giovanile non -era ancora stato così rigidamente disciplinato dal rigore delle sue -teorie e potè abbandonarsi con una certa spontaneità ai liberi impulsi -dell'animo. Nel _Saul_, che fu invece una delle ultime, sentiamo -uno spirito ed un soffio nuovo circolare per le scene e animare i -personaggi. È lo spirito della Bibbia, dei Salmi, dei Profeti. - -Quanto al _Filippo_, è certo che con poche altre tragedie l'Alfieri -è riuscito ad espugnare più fortemente l'animo dei suoi spettatori. -L'orditura dell'azione e la successione abilissima delle scene, dove -l'interesse delle passioni è sempre più vivo e l'aspettazione è sempre -più intensa, rendono questa tragedia tipica e indimenticabile. E il -_Filippo_ tenne per lungo tempo le scene italiane gustato e ammirato -senza contrasti. Ma quando Andrea Maffei, elegantissimo verseggiatore -se non traduttore sincerissimo, intorno al 1840 ebbe voltato in -italiano il _Don Carlos_ di Schiller, parve che sul _Filippo_ -alfieriano si scatenasse una tempesta dalla quale non si sarebbe -più rialzato. Quella tela più ampia e più varia, quella corrente di -lirismo delizioso e geniale che il poeta tedesco gitta attraverso -a tutta l'azione pietosa e terribile del dramma spagnuolo, doveva -avere ed ebbe una presa fortissima nell'animo del pubblico italiano. -Al primo confronto l'opera del nostro tragico parve spacciata. Ma al -secondo esame, sbollito quel primo fervore, si cominciò a capire che -la macchina della tragedia alfieriana aveva in sè tale una forza e tale -una consistenza da sostenere senza tema il paragone col lavoro tedesco. - -E non dubito che voi stesse, o signore, eliminando, per quanto è -possibile, certe impressioni estranee e quasi profane al puro elemento -tragico, emancipandovi dalla facile sensibilità eccitata da certe -digressioni e da certe declamazioni, muterete il vostro primo giudizio. -Dov'è infatti che vedrete più resa e scolpita quella Spagna del secolo -XVI, inquisitoriale, sospettosa e dispotica? E dov'è che sentirete -meglio inteso il carattere tiberiano di quel re spagnolo, che passò -tutta la sua vita in una cupa adorazione della sua regia maestà? -E dov'è che trovate colorito più fortemente, più splendidamente il -carattere cavalleresco ed amoroso del favoleggiato figlio di Filippo -II? - -Anzitutto Federico Schiller, che pure aveva tanto studiato la storia di -Spagna, si mostra meno fedele allo spirito di essa che non l'Alfieri, -il quale non pretese che di fare opera di poeta. Io perdono volentieri -allo Schiller parecchie infedeltà storiche; quella, per esempio, d'aver -messo il duca d'Alba alla corte di Madrid, mentre è ben noto che in -quell'epoca stava nelle Fiandre a domare i ribelli; ma quel Marchese di -Posa messo lì, in pieno secolo XVI, in piena inquisizione di Spagna, -ad esprimere le idee di Gian Giacomo Rousseau mitigate dall'ottimismo -del Condorcet, quel Marchese di Posa, o signore, come difenderlo dalla -taccia di artificioso, di rettorico, di falso? - -Quanto è più vero l'Alfieri, quanto non rispecchia più fedelmente -l'ambiente storico con quelle sue linee semplici, austere, con quella -sua azione dominante, incalzata da una cupa fatalità! L'amore di Don -Carlos com'è più delicatamente e cavallerescamente reso dal poeta -italiano! Il poeta tedesco, per esempio, non esita a rendere confidenti -dell'amore di Don Carlos degli esseri spregevoli come Fra Domenico; -e poi, quando il principe ha ben discusso e dissertato di altissimi -ideali umani con l'amico Marchese, non dubita di convertirlo in un -messaggero d'amore, e di quale amore! Il Don Carlos di Alfieri invece -conserva come una religione nel profondo dell'animo il segreto del -grande e infelice amor suo. L'amico suo Perez — tanto più vero anche in -questo di quel filantropo spostato del Marchese — l'amico suo Perez, -è egualmente devoto all'Infante e all'uomo, è pronto sempre a morire -per lui; ma non osa mai di esprimere nemmeno un motto per cui mostri -di sospettare anche lontanamente nel figlio del re di Spagna l'amante -della matrigna. - -E Filippo? Più la storia si studia più si rimane convinti che il -Filippo d'Alfieri è assai più vicino al vero Filippo della storia. È -un uomo che più che colle parole parla coi cenni, colle occhiate, col -silenzio. Al suo confidente Gomez impone di stare ben attento; nè una -parola, nè un sguardo, nè un tremito, nulla deve sfuggirgli. E dopo -la scena rivelatrice dell'Infante e della Regina, egli si limita a -domandare: vedesti? udisti?... E subito tronca il dialogo con un gesto -minaccioso. Mentre il sipario cala sul palcoscenico, l'animo nostro -rimane perplesso e triste fantasticando le tristi cose che sapranno -fucinare insieme quei due tetri personaggi. - -Il Filippo di Schiller al paragone è appena una figura da melodramma. -Alla prima, egli sembra l'uomo più cupo, più chiuso, più impenetrabile; -ma intanto tutti conoscono i suoi segreti! Arriva fino, in piena notte, -mentre è assalito da delle inquietudini molto naturali in lui — che -il poeta si arbitra d'invecchiare di quasi trent'anni — egli arriva, -dico, a chiamare un suo servo, il fedele Lerna, e a manifestargli lo -stato doloroso dell'animo suo. Poi gli domanda come mai egli possa -vivere tranquillo lontano dalla sua casa coniugale! E vorrebbe che il -suo geloso furore passasse dall'animo suo in quello del confidente. A -questo modo la sventura, vera o supposta, di Filippo II per la corte e -per la città è omai diventata il segreto di Pulcinella. - -Scusate se ho insistito su questo punto. Dopo che vennero di moda il -teatro di Schiller e di Victor Hugo, se n'è detto tante del povero -Alfieri, che credei mio dovere cogliere questa circostanza per -dimostrare, con un esempio, come per confronti spassionati certe sue -sconfitte potrebbero facilmente convertirsi in palme di vittoria. -E, credete a me, questi luoghi nel teatro alfieriano sono assai più -numerosi di quello che non si creda comunemente. - -Dell'Alfieri tragico si mettono sempre avanti la durezza e l'aridità; -ma anche su questa durezza e su questa aridità io avrei delle grandi -riserve a fare. - -È vero; tutto preoccupato del suo ideale poetico e tutto _invasato_ -dal suo furore politico, l'Alfieri faceva volontieri sacrificio, come -dicemmo, delle cose tenere e piacevoli. Ma dalla profonda essenza -del suo animo buono non di rado egli seppe far anche scaturire -dei getti di passione calda, intensa, gentile che sono veramente -irresistibili. E dacchè ho nominato il Filippo lasciatemi ricordare -quella prima bellissima scena del primo atto fra Don Carlos e Isabella. -La delicatezza squisita, toccante, ineffabile, con cui il giovane -principe prende argomento dai proprii dolori, dalla propria disgraziata -condizione di figlio per aprire l'animo suo di amante alla matrigna, la -ricordate voi, o signore? Se una sola volta l'avete o letta o udita in -teatro, non credo che abbiate potuto dimenticarla. - - ......... Ei d'esser padre - Se pure il sa, si adira. Io d'esser figlio - Già non oblio per ciò; ma se obliarlo - Un dì potessi ed allentare il freno - Ai recessi lamenti, ei non mi udrebbe - Doler, no, mai, nè de' rapiti onori, - Nè dell'offesa fama, e non del suo - Snaturato, inaudito odio paterno; - D'altro maggior mio danno io mi dorrei.... - Tutto ei m'ha tolto il dì che te mi tolse! - -Percorrete i teatri di tutti i paesi e difficilmente troverete una -scena d'amore ove la confessione dell'affetto prorompa in una forma -più veemente insieme e più nobile, più delicata. Di questi passi -il teatro d'Alfieri ne ha non pochi; e basterebbe cercarli con -qualche sollecitudine per trovarli. Ne trovereste nella _Virginia_, -nell'_Oreste_, nella _Merope_, nel _Timoleone_, nel _Saul_. Nel -_Saul_ specialmente. Ricordatevi, all'ultima scena, quando il re -vinto, disperato, si accomiata da tutti i suoi e vuol rimanere solo, -nella triste solitudine di Gelboè ad attendere la vendetta di Ieova. -Pensate al modo con cui si congeda da Micol, l'amatissima figliuola, -affidandola ad Abner. “Va' salvala!... Ma se mai cadesse nelle mani -dei crudeli nemici, non dire che essa è figliuola di Saul. Di' ad essi -invece che è moglie di David; e questo basterà perchè la rispettino!„ -È del patetico insieme e del sublime, o signore. Questo re orgoglioso -e magnanimo, che nella vita sua non ha avuto che un torto micidiale: -la sua gelosa rivalità per David; ora, arrivato al tramonto tragico -della sua esistenza, si rassegna all'idea che la cara figliuola celi il -suo nome, nasconda d'esser nata da lui; si rassegna all'idea che essa -meglio sarà rispettata e salva invocando il nome glorioso di David!... - -Quanto a me, vi confesso che ogni volta ch'io m'imbatto in uno di -questi tratti di tenerezza alfieriana, esso esercita sopra di me -una potenza di commozione indicibile. È come quando ci troviamo di -fronte a due temperamenti. Se voi sapete che un uomo è proclive alla -sentimentalità, che ha sempre sul ciglio la lacrimetta furtiva, anche -se lo vedete intenerirsi e piangere, poco vi commovete. Ma se invece -v'imbattete in un uomo fiero, abitualmente chiuso e burbero, e sentite -nella sua voce il tremito momentaneo del singhiozzo, quel tremito passa -come un guizzo elettrico per tutte le fibre del vostro cuore, perchè vi -rappresenta il cozzo vittorioso della tenerezza umana sopra tutte le -difese e tutti i pudori del temperamento. E allora voi vi commovete e -piangete con lui. - - -VI. - -E, da ultimo, non dimentichiamo mai, o signore, che Vittorio Alfieri -non considerò la potenza del suo teatro tragico e in genere la potenza -dell'arte sua che come un mezzo per raggiungere una nobilissima meta: -il rinnovamento del carattere degli italiani, il riscatto civile e -politico d'Italia. - -Nel preambolo del suo _Misogallo_, egli vi dice che vivendo, -palpitando, fantasticando, scrivendo, ebbe sempre davanti a sè tre -Italie: quella che fu, grande e gloriosa; quella che era al suo tempo, -abbietta e divisa; quella che sarà un giorno, indubbiamente grande e -gloriosa come l'antica. E da queste tre Italie egli attinse tutte le -sue ispirazioni; e al culto di queste tre Italie egli dedicò e consacrò -tutte le forze del suo ingegno fino al sacrifizio di ogni altro -dilettevole fine. - -Io so che questa missione civile e politica farebbe ridere certi -nuovissimi poeti, i quali dicono che l'artista, se vuol essere davvero -rispettabile, si deve chiudere dentro una “torre d'avorio,„ e là -dentro vivere tutto nell'adorazione egoistica di sè e dell'arte sua, -dimenticando che fuori di quella benedetta torre vi è pur sempre il -consorzio umano col suo patrimonio di dolori grandi e di gioie scarse, -assetato di spirituali emozioni, affamato di verità e di giustizia. -Però, a quel tempo, non soltanto l'Alfieri ma tutti la sentivano -in modo diverso; e nel confronto non credo che noi abbiamo molto da -vantarci, guardando anche solo alla eccellenza artistica delle opere -compiute. - -Quanto all'Alfieri, anche se il suo sacrificio fu grande, la ricompensa -fu certo invidiabile. Ne' suoi ultimi tempi, in mezzo alla tristezza -della vita che tramontava, in mezzo ai disinganni d'ogni genere, in -mezzo ai crucci e agli sdegni che suscitavano in lui le condizioni -miserrime d'Italia e la insolenza forestiera, giunto presso al momento -d'entrare nella storia, il nostro poeta, come si legge dei guerrieri -delle leggende, fu consolato da un superbo sogno, che potè esprimere -in bellissimi versi. — Egli vide nel futuro gl'italiani redivivi e in -armi contro la prepotenza straniera; e li vide (o gioia!) eccitati alle -virtù militari e civili da due potenti stimoli: il ricordo delle virtù -degli avi, e i versi di Vittorio Alfieri. Poi sentiva dalla Posterità -venirgli una voce di plauso che diceva: - - ... O vate nostro, in pravi - Secoli nato, eppur create hai queste - Sublimi età che profetando andavi! - -Così egli raggiunse la meta più bella che un poeta, un artista possa -mai domandare. Vide l'opera sua non limitata al puro campo delle -lettere; vide dalla sua poesia scaturire una nobilissima corrente di -forze redentrici in pro del suo paese; e la sua figura di poeta grande -completarsi nella figura di grande cittadino. - -Con l'Alfieri, infatti, l'Italia finalmente si ricorda che le lettere -possono e debbono avere un nobile ufficio. L'Arcadia muore davvero -con lui; ed egli diventa come il primo aureo anello di una nobilissima -catena della quale fanno parte tutti i più insigni e forti e generosi -spiriti ne' quali siasi poi compiacciuta e glorificata l'Italia. - -Per questo il nome dell'Alfieri fu sempre invocato come un eccitamento -e come un auspicio. Per questo i suoi versi, mentre arroventavano sotto -il sole le plebi d'Italia, serpeggiavano nell'ombra delle congiure ed -erano adoperati come un vino generoso a fortificare i combattenti nelle -agonie delle prove supreme. Per questo Giuseppe Mazzini chiamò Vittorio -Alfieri il primo italiano moderno; e Vincenzo Gioberti attestò che, -solamente risorti a libertà e fatti virtuosi, gl'italiani sarebbero -stati degni di sdebitarsi con la memoria di Lui. - - - - -GIOVANNI BATTISTA VICO - -(1668-1743) - - -CONFERENZA DI - -GIOVANNI BOVIO - - -I. - -Sapete le cagioni dell'indugio a venire e non occorre scusarmene. Ogni -uomo che studia e ricorda parla volentieri a Firenze, specialmente -se il discorso lo allontana dalle cose presenti e lo chiama a cose -migliori. - -Non sono divagazioni letterarie. L'uomo che aborre dalle memorie è -straniero anche al suo tempo; si crede un novatore ed è un illuso; e i -disinganni lo traggono ad una specie di pessimismo incosciente. - -Vico fu per Napoli quel che Dante per Firenze. - - Non è senza ragion l'andare al cupo, - -disse Dante; e Vico vi si profondò. Due grandi infelici, l'uno -descrivendo le leggi dell'eternità, l'altro, del tempo. E l'uno -nell'eternità descrisse i tempi; l'altro nel tempo le leggi eterne. -L'uno e l'altro più che ai contemporanei parlarono a quelli che il loro -tempo avrebbero chiamato antico. - -Dante finì col farsi parte per sè solo, Vico fu solo sempre, e la -solitudine che all'uno parve elezione, all'altro necessità, fu destino -per entrambi, che non maledissero mai alla Fortuna, considerandola nel -_fatale andare_. L'epigrafe di Dante a sè è mesta, come l'autobiografia -di Vico; ma il dolore del genio non si estende sul destino della -specie. - -I padri vostri condannarono Dante, quando non era Dante ancora; Vico, -vivente, non fu mai Vico per Napoli, per la città de' miracoli del -genio e dell'ignoranza. Le CXIV _degnità_ innanzi alla Scienza Nuova -sono come le terzine di Dante al sommo di una porta: parole di colore -oscuro. Perciò Vico non esiste nè anche oggi per molti, come non -esisteva Dante per Voltaire e Lamartine. - -I cerchi di Dante e di Vico sembrano limitati e si dilatano sempre, e -ti ritrovi dentro quando credi esserne uscito _a riveder le stelle_. -Così ai tempi nostri, in tanta luce di civiltà, ci sentiamo come -attraverso una selva, sotto l'imminenza di un altro giudizio niente -allegro per i potenti e pe' fiacchi che vedono anch'oggi la lupa -ammogliarsi a molti animali. E vediamo anch'oggi Vico a un certo punto -spezzare il circolo e ripetere: _Mundus adhuc juvenescit._ - -Ma noi, in tema di scienza, non dobbiamo lasciarci sopraffare dalla -fantasia. Dobbiamo rassegnatamente contenerci nel tema, e neppure in -tutto, bensì in quella parte che può capire nel discorso. - -Il punto più oscuro per me nella storia del pensiero è stato sempre -questo: come fu, come è possibile che Vico non esiste ne' tempi suoi? -Io — dal Fedone platonico sino alle più recenti biografie su Bruno — -non conosco e non so immaginare una tragedia del pensiero più fosca -di quella di Vico; e m'induco a sospettare non sia stata piuttosto una -leggenda che una tragedia. - -In fatti, è assai doloroso vedere ad un pensatore, ad un artista, ad -un benemerito della civiltà destinato il carcere invece del Pritaneo, -il patibolo invece de' primi onori. Pur si spiega. Ma vedere sotto il -silenzio passare un uomo che reca in mano la Scienza Nuova, vederlo -passare per la più bella e popolosa città d'Italia come in mezzo ad una -selva ne' tempi muti, è un fenomeno non pur desolante ma inesplicabile. -E sarebbe incredibile, se i documenti non resistessero al dubbio. - -Che fu dunque? Fu oscuro? Ma non più di Dante, sotto il velame de' -versi strani, nè più di Bruno e di Spinosa, che pur meritarono l'onore -di qualche ammaccatura. Parve stranezza più che originalità ridurre -a scienza la storia de' fatti umani? E non parve stranezza minore -ai contemporanei di Copernico e di Galileo far girare la terra sotto -ai nostri piedi, e pur que' due ebbero gloria e protettori. E poi la -stranezza che rasenta o simula l'originalità è tante volte argomento -di fama, se non di gloria. Un uomo affatto non inteso dall'età sua -è un anacronismo, il quale è grottesco se non è follia. Può essere -un solitario sino a quando la sua teoria non si faccia luce nuova e -diffusa, ma il lampo se ne vede sempre. - -E qui fermiamoci. Lasciamo stare gli _anacronismi_, i _miracoli_ del -genio, e le supposizioni metafisiche che si sono fatte a spiegare -l'oscurità di Vico tra' contemporanei. Quelle illustrazioni accrescono -l'oscurità. Vico fu un solitario. - -Chiariamo. - -Ogni teoria, ogni autore d'una teoria vengono in proprio tempo e luogo. -A questa storia del pensiero non poteva sottrarsi Vico che la costruì. -Gli anacronismi non sono dunque nella storia del pensiero ma delle -infermità umane. - -“_Dunque Vico fu inteso ed ebbe, nel suo tempo, seguaci i Vichisti_.„ -Così disse Poli e negò il fatto. - -“_Vico non fu inteso, perchè la sua storia delle idee umane -presupponeva una metafisica della mente umana, che venne di poi_.„ Così -disse Spaventa e negò la teoria. - -I vichisti contemporanei di Vico sono una favola; ed è un errore -affermare che un sistema possa derivare da una dottrina che nascerà -dopo. Le antecedenze di Vico non si troveranno in Germania presso Kant, -ma si trovarono in Italia e nel terzo periodo del Rinascimento. Anche -ad ammettere che sia venuto dopo chi lo abbia chiarito ed integrato, -ci aveva ad essere prima chi gli aprì la via e gl'indicò la traccia. -La famosa _proles sine matre nata_ possiamo lasciarla all'enigma del -Macduffo shekspeariano. - -Insomma, raccogliendo il mio pensiero in forma chiara, vo' dire che -Vico fu piuttosto non approvato che non inteso, perchè non la teorica -mancò a lui ma la prova di fatto, quella appunto che più gli bisognava; -non fu giudicato oscuro ma _incerto_; e non fu, quindi, un anacronismo, -ma un solitario. - -E i solitarii non sono eccezioni, sono pensatori che entrano nella -categoria di coloro che hanno larghe visioni e piccola prova. Vico, in -fatti, fece correre la storia ideale eterna sopra un piano angusto — -sul vecchio mondo greco-latino — e con poche fonti, fra le omeriche e -le dodici tavole. Intuizione immensa e prova scarsa. - -La grandezza e novità dell'intuizione fu intesa da tutti; la povertà -della prova consigliava riserbo ed aspettazione di altri fatti. -_Aspettiamo la prova:_ ecco la solitudine intorno a Vico. - -Aspettiamo la prova: non si poteva dire così a Copernico e a Galileo, -nè a Cartesio ed a Spinoza. In Vico è immediatamente visibile la -sproporzione tra l'immensità dell'intuizione e la portata de' fatti. - -Se non dunque da' fatti, donde ei trasse l'intuizione che è il titolo -unico della sua gloria? - -Non da Cartesio che aveva respinto — vano ingombro alla memoria — la -storia e le lingue; nè dal primo sè stesso, che nell'_Antichissima -Sapienza_ aveva attribuito parlari filosofici alle origini umane. Nella -_Scienza Nuova_ dimostra invece che il cammino dell'uman genere non -comincia da concetti filosofici, ma da grossolane immagini. Dal senso -si comincia, si sale alla fantasia, si arriva alla ragione; ed a questi -tre gradi della mente rispondono tre età, che egli chiama tempi divini, -tempi eroici, tempi umani. - -Fermiamoci ancora. Abbiamo una successione di tempi secondo una -graduale evoluzione psichica, la quale comincia dal senso e perviene -alla ragione. - -È dunque una filosofia della storia a base di una psicologia -naturalistica, che prende le mosse dall'evoluzione del senso. Egli dirà -di avere avuto presente il Verulamio e di averlo voluto integrare; ma -egli deriva dal Naturalismo italiano, che, da Telesio a Campanella, -aveva dato quell'indirizzo alla psiche. - -E non è tutto. Quando le leggi della natura erano state determinate -da Leonardo a Galileo e le leggi del pensiero da Pomponazzi a Bruno, -la conseguenza inevitabile era determinare le leggi della storia. Vico -doveva essere la suprema parola della rinascenza italiana. - -Così intesi — e lo proverò meglio in altra mia opera — l'evoluzione -dell'essere: Natura, pensiero, storia. La natura, organandosi, si fa -pensiero; il pensiero, consociandosi, si fa storia. Il fatto naturale -diventa pensiero; il pensiero diventa fatto storico. Quindi la natura è -inscienza; il pensiero è scienza; la storia è coscienza. - -Ne' tre periodi del Rinascimento noi troviamo intera questa evoluzione -dell'essere, che si compie in Vico. Dopo, il nostro sapere è -importazione. - -Del significato e del valore di questa importazione tratterò in altro -discorso, nel quale dimostrerò come la scolastica sia stata europea; -italiano il Rinascimento; e come dalle nuove correnti del pensiero -europeo sia stato perfezionato. Ora è chiaro come Vico sia stato non un -ignoto ma un solitario; e come abbia trovato nel Risorgimento italico -le antecedenze. - -Una obiezione, prima di esaminare da un punto pratico il sistema di -Vico: — Come può allignarsi sul tronco del Risorgimento egli che in -ogni parte dell'opera sua introduce la _provvidenza?_ - -Si guardi bene: quella _provvidenza_ non è influsso esteriore, è insita -nel _senso comune umano_, che si move _usu exigenti, ut que humanis -necessitatibus expostulantibus_. - -Ed ora esaminiamo il significato storico della _degnità_. - - -II. - -Signori, un secolo e settant'anni sono passati dalla prima -pubblicazione della Scienza Nuova, e gli uomini politici brancolano -ancora tra gli espedienti e la casistica come se fossero ancora ne' -Consigli di Giovanni Bottero o nella Corte di Baldassare Castiglione. -Che sarà domani? Chi, quale partito vincerà alle urne? Il papa -consentirà o no aiuto al Governo? Qual'è l'avvenire dell'Italia in -Africa? L'invocazione ufficiale di Dio porta vittoria? Il programma -vero, concreto, vittorioso, come dev'esser fatto, da chi, dove, a -Palermo o a Roma? E quali i contraccolpi che gli potranno venire -da Parigi, da Berlino, da Londra? I repubblicani, i socialisti, gli -anarchici, tutte le utopie non si affacciano in nome di una felicità -di cui i filosofi indicano la porta, e i sacerdoti custodiscono la -chiave? Nessuno risponde: voi restate come le mummie di Ruisch dopo -l'ora dell'anno secolare, e il libro degli eventi resta innanzi a -voi suggellato come prima. Voi non sapete se gli accorgimenti del più -astuto saranno meno fortunati della pietra del primo monello. Che fosse -una povera illusione la filosofia della storia? e perciò avviene che -chi più la studia si trova meno veggente del primo avvocato che afferra -il timone dello Stato? - -La leggenda del genio incompreso è finita per sempre; ma potrebbe esser -finita la credibilità della filosofia della storia. E questo non è -vero: centosettant'anni sono appena l'infanzia di qualunque scienza; e -pure il moto della filosofia della storia è stato sì rapido che da essa -è già nata la _Sociologia_. Con questo nuovo nome voi potete — se mai — -travestirla, non già negarla; e Comte nascerà dopo Vico, come Vico dopo -tutto il moto del rinascimento. - -Se il domani vi sfugge, non per questo negherete la logica de' fatti -umani. Di molte scienze, sulle quali sono corsi due millenarii, le -applicazioni sono tuttora difficili; e se il cervello dello scienziato -oscilla innanzi ai profili incerti di molti fatti, quelle scienze -sopravvivono alle oscillazioni ed agli errori. Se voi sapeste i -coefficienti e gli esponenti certi di molti fatti umani; se la critica -storica — nata anch'essa dopo la filosofia della storia — potesse -sorprendere vivi certi segreti di gabinetto, certi arcani di Corte e -di Curia, certi motori invisibili; voi vedreste il domani come gli -astronomi. Ed occorre altresì la qualità della mente osservatrice: -innanzi al fatto si vuole occhio d'aquila per vedere prima e dopo: -mentre il pedante ripete i luoghi comuni della metafisica e del -positivismo e sdottoreggia in astratto, il fatto gli passa innanzi -irridendolo. Il grande osservatore è sempre qualcuno che sta fuori -della scuola, e sdegna le categorie. Come il vero pensatore non è -mai tutto uomo di parte, così l'acuto osservatore non è uomo d'una -scuola. Allora si pensa, allora si osserva, allora un fatto che fugge -inosservato innanzi a cento si ferma innanzi a lui. Allora nascono -quelle previsioni che prima fanno ridere il volgo de' dottorelli e poi -fanno ridere del riso. - -Questa scienza esiste, e la logica de' fatti umani non è meno -inesorabile della logica de' fatti naturali e della logica delle -idee. Sono una logica sola. Voi potete negare a Vico tutti i ricorsi, -negare che i vescovi siano aruspici, che il diritto feudale sia il -diritto quiritario, che Calcante rinasca in Gregorio VII; negare -questa e quella parte della sua teoria filologica e metafisica, le sue -rivelazioni su Omero, sulle XII tavole, su' re di Roma e sugli eroi di -Grecia; voi non negherete la logica de' fatti e Vico resta, come resta -la legge di gravitazione, anche se sia sbagliato il calcolo delle masse -e delle distanze. - -E non parlo a caso, perchè come il calcolo si è già impadronito della -logica delle idee, così si farà padrone della logica de' fatti. A -questo solo patto il naturalismo si farà scientifico. Vico sdegna il -processo geometrico, se è formale ed esteriore come quello di Spinoza -— _more geometrico_ — non è reale ed intimo come quello delle cose: -_l'ordine delle idee dee procedere secondo l'ordine delle cose_. - -Questa unità dell'ordine è il presupposto di tutte le _degnità_ -vichiane. È un presupposto rispetto alla _Scienza Nuova_ ma è un -corollario del Rinascimento sino a Bruno. Che sono le _Degnità_? - - -III. - -Sono assiomi filosofici e filologici, onde muove la Scienza Nuova, -entro la quale scorrono, dice Vico, come nel _corpo animato il sangue_. - -Filologici e filosofici sono, ma portano sempre contemperati questi -due termini — il Vero e il Certo — dovendo i filosofi _accertare_ e i -filologi _avverare_. - -Ciò che nell'ordine speculativo è integrare il _Vero_ nel _Certo_ -(_accertare, sperimentare_), nell'ordine pratico è integrare la -_sentenza_, nel _responso_ (_avverare, indurre_). - -Il responso è l'espressione assoluta del diritto universale; la -sentenza è l'espressione relativa dell'utile momentaneo; l'uno è dato -dal giureconsulto, l'altro dal politico. - -La dignità che contempera il Vero col Certo, il responso con la -sentenza, è data dal giureconsulto politico, che è filosofo della -storia nato. - -La suprema espansione del responso fu data dal giureconsulto romano: -_Libertas summis infimisque acquanda_. La suprema espressione della -sentenza fu data dal politico per eccellenza, da Machiavelli: _Ei -convien bene che accusandolo il fatto, l'effetto lo scusi_. La suprema -espressione della dignità è la _comunione di tutte le civili utilità -conformi alla natura degli uomini governati_. - -Queste tre nature di uomini pratici sorgono tipiche in Italia, il -giureconsulto quando lo Stato è forte, il politico quando lo Stato è -caduto, il giureconsulto politico quando lo Stato risorge. Ed esprimono -il genio del tempo e de' luoghi: il giureconsulto è romano; il politico -è fiorentino; il giureconsulto politico è napolitano. Tenete occhio ai -tempi ed ai luoghi e vi spiegherete questi tre tipi etici. - - -Signori, io vedo che dopo Vico il circolo de' ricorsi si apre nella -retta di Herder, indicante la continuità del progresso, e poi nella -spira di Hegel, che sale per volute sempre più larghe, a ciascuna delle -quali Ferrari tenta sovrapporre il numero. Il medio evo mal noto a -Vico e il mondo moderno, quasi negletto, si vendicano. Pur egli resta -un titano in mezzo ai contemporanei, anche quando _bacia i santissimi -piedi a Clemente XII_, mentre il Comazzi, il Radicati, il Giannone -protestano contro le usurpazioni pontificie. - -Ma questi altri erano consiglieri e Vico fondava la Filosofia della -storia, innanzi alla quale l'età de' consiglieri politici finisce. - -Che vuole Comazzi? — Flagella la divisione de' poteri, e torna, -ridendo, a Machiavelli e a Campanella. Il Radicati vuole armato il -potere civile contro le usurpazioni pontificie, delle quali Giannone -dimostra le frodi. Illustrare la lupa dantesca era inutile, quando il -tempo chiedeva sapere ciò che le leggi della storia potevano permettere -sotto il destino delle date e lo svolgersi fatale delle necessità -umane. - -Questo fece Vico a cui potete perdonare le convulsioni del genio contro -la continua ribellione de' fatti mal noti a lui; perdonare, ammirando -un uomo tanto modesto e tanto audace che, postosi contro le tradizioni -contemporanee, osa ricomporre i fatti contro le date naturali, o -decapitare gli eroi della storia, se contrastano al suo pensiero. - -Continuando l'indagine sulle leggi storiche, possiamo trarne alimento -al carattere e alla fede civile. Molte cose ci sanno di reazione, ma -nessuna può accennare alla possibilità di un ricorso. Alcuni possono -tentare patti segreti o palesi con la Chiesa; ma nessuno può ritrarci -all'età dei vescovi. Si moltiplichino pure quanti ordini cavallereschi -possono confortare la vanità borghese, ma nessuno può ripetere la -storia de' feudi. Potete invocare ora Dio ora la Dea Ragione, ma non -farete nè una crociata nè una rivoluzione francese. Ripetete pure -una _Sainte-Barthèlemy_, una _dragonnade_ contro i socialisti, non -sopprimerete la quistione sociale, come i socialisti non sopprimeranno -le necessità politiche. La Filosofia della storia indica la successione -degl'ideali, integra l'antecedente nel susseguente, destina il proprio -posto a ciascun istituto, a ciascuna forma, e non consiglia ma traccia -il cammino ai partiti, ai Governi, ai popoli, aprendo le storie -particolari verso la storia universale. - -E questo destino delle cose ci compensa de' disastri momentanei che -avviliscono gli animi deboli o sorpassati da' fatti. Perciò Oantù -rovesciò il cono e fece più strette le volute come più la storia si -accostava ai tempi nostri, sostituendo l'elegia al carme secolare. - -No: io posso esser vinto oggi; ma se sotto la mia fronte si agita -un'idea, le coalizioni avverse non sono più forti di me, e gli eventi -non sono chiamati a sconfessarmi. Quest'idea mi salva dalle diverse -congiure e malizie e mi mette sulla via per la quale dovranno passare i -più fortunati di noi. - -La forza di quell'uomo non deriva dal numero o dalle clientele, e -neppure da' partiti; ma dal posto e dal grado che la sua idea occupa -nell'ordine delle cose. Se le ripulse esteriori respingono Vico dentro -sè stesso, ei diverrà il Cristoforo Colombo della sua coscienza e -scoprirà il mondo delle nazioni. Voi credete di averlo superato, e ne' -progressi vostri ei diviene il maggiore de' vostri contemporanei. - -In nome delle leggi scoperte ammonisce i banditori di programmi che -non promettano da deputati ciò che da ministri non manterranno, perchè -l'età nostra non tollera una politica d'inganni. Agli altri dice -che chi violento contrasta al cammino delle cose, lo affretta, e chi -troppo lo incalza, lo stanca o devia. Il moto delle cose uniformemente -accelerato sconcerta i circoli di Vico, l'isocronismo di Ferrari e -la boria nazionale di Hegel; ma illustra più rapidamente le idee e, -attraverso le gelosie degli Stati, conserta le mani delle nazioni. - -Con tutte queste diversioni io sono pur rimasto sul campo generale -delle idee. Desiderate una qualche applicazione viva e pratica ai casi -presenti, alla storia dell'ultimo triennio, al Governo, al capitale, -alla religione, alle arti? Bisognerà più coraggio a voi a chiamarmi che -a me a parlare. - -Se in questa città Machiavelli potè scrivere le più terribili -sentenze della politica, è segno che qui si possono dire le più ardite -espressioni della libertà. - - - - -LA FISICA SPERIMENTALE DOPO GALILEO - - -CONFERENZA DI - -ALBERTO ECCHER. - - -Giammai pensiero salì più accetto nelle sfere dell'infinito di quello -di Galileo nel tempio di Pisa, quando il lento oscillare della lampada, -pur mostratosi le migliaia di volte a tanti distratti fedeli, fu per -lui il baleno di luce con cui “l'infinita sapienza, il sommo amore„ lo -trasse alle meravigliose scoperte, che resero attonito il mondo intero, -e furono base incrollabile d'ogni umano progresso. - -E giammai il genio fu maggiormente torturato di quanto non lo fosse in -Galileo stesso; costretto dalla perfidia degli uomini, dalle vessazioni -dei Gesuiti, dal risentimento di un Papa a ritrattare verità, che -luminose gli irradiavano nella mente, e svelavano agli uomini il -mirabile assetto dei mondi, le cause ed il succedersi dei fenomeni. - -Il forte pennello del Barabino, troppo presto all'arte rapito, che -fa rabbrividire con papa Bonifazio VIII e fremere col Cristoforo -Colombo al consiglio di Salamanca, fa pensare davanti al Galileo in -Arcetri. — Tu vedi il nobile vegliardo, quasi a sedere sul letto, -spento lo sguardo indagator dei cieli, rassegnato, e tutto intento -a dettare ai suoi discepoli una dimostrazione, che colla posa stessa -delle mani ti rende evidente.... E quanto sieno interessanti le cose -che espone, lo desumi dall'atteggiamento dei discepoli che, protesi -verso di lui, pendono dal suo labbro. Nè l'età, nè le sofferenze, nè -le persecuzioni hanno fiaccato quell'indomita energia.... Ma la terra, -liberata ormai dall'immobilità cui la dannava la Bibbia, roteando negli -spazi infiniti, invita lo spirito del Galileo a bearsi nelle superne -sfere.... e ne reclama la spoglia.... e papa Urbano VIII s'affretta a -mandare al sommo filosofo l'apostolica benedizione. - - -La vita, il pensiero, il martirio del sublime maestro furono con -robusta eleganza di forma, con profondo sentimento filosofico, -tratteggiati l'anno scorso, in questa sala ospitale, dal chiarissimo -professore Del Lungo, ed io sciuperei opera così armonica qualunque -cosa aggiungessi; ma non potevo non prender le mosse dall'instauratore -della scienza nuova, per ragionare dei progressi della fisica dopo la -di lui morte. - -Vasto è l'argomento per poter essere condensato nel breve volger di -un'ora; quantunque non intenda farvi una dissertazione sull'eccellenza -del metodo sperimentale, e come esso abbia riformato dalle fondamenta e -studio e costumi e vita. - -Lo che mi parrebbe altrettanto utile fatica, quanto il pretender -d'aggiungere maestà alla splendida Cupola del Brunellesco, -incastrandovi una modesta pietruzza. La bontà del metodo è provata dai -progressi della scienza, che poggia, cupola meravigliosa, sul tempio -eterno del vero; di quei progressi, che sono nel sentimento di tutti -noi, e che ci permettono di vivere di vita intensiva, accelerata, direi -quasi lo spazio di un secolo nel breve giro di pochi anni. - -Come all'affaticato spirito riesce gradito il ricordo dei primi anni, -il rammentare le cose allora imparate, le impressioni ricevute; ed -anzi il passato, sotto la nuova luce di lunga esperienza ricomparendo, -torna fonte di nuove impressioni e di più larghe vedute; così a Voi, -gentili, di cui la presenza è prova del culto che portate alla scienza, -non riuscirà discaro ch'io rammenti i primi passi, le prime scoperte -della fisica, fattasi ora matrona. Giacchè non va dimenticato, che -solo con Galileo incomincia il metodo sperimentale, e che di quanto -ci fu tramandato dagli antichi nel campo della fisica, ben poche cose -rimangono, e si riducono a semplici osservazioni di fatti. Nessuna -teoria che possa reggere all'analisi moderna, se ne togli il concetto -atomistico de' Greci; e delle leggi dedotte da speculazioni dello -spirito, ben poche ressero alla prova dei fatti. E d'altra parte, mai -la più piccola esperienza torna invano, ogni più minuto fatto acquisito -alla scienza, quando non sia causa diretta, come spesso avviene, di -grandi scoperte, è un elemento importante che attende con molti altri -la mente superiore che sappia coordinarli, e trarne qualche nuova -teoria, ricca di deduzioni ed applicazioni. - -Concedete quindi, che passi in rapida rassegna le conquiste più -salienti della scienza in Italia nell'avventurato secolo XVII, e fin -verso l'ultimo terzo del secolo XVIII, sì scarso di risultati di fronte -al primo. - - -Sparito il divino maestro, i prediletti discepoli, custodi del suo -pensiero, sorgono banditori del nuovo evangelio. - -Benedetto Castelli, nobile Bresciano, in Roma stessa, lui, frate -di Montecassino, difende apertamente le dottrine astronomiche del -Galileo. Ancora nel 1615 era sceso in campo contro il Della Comba ed -il Di Grazia per sostenere le vedute del Maestro sull'idrostatica, -e pubblicava nel 1628 la sua opera “_Dimostrazioni geometriche -della misura delle acque correnti_„ nella quale per il primo espone -chiaramente i principii del moto delle acque nei canali e nei fiumi; -opera che lo rese tanto celebre da valergli da Urbano VIII la cattedra -di matematiche in Roma e la direzione di importanti lavori idraulici, -condotti a termine con esito felicissimo. — E come aveva aiutato -Galileo nelle osservazioni astronomiche, in cui era espertissimo, -ideò il metodo della proiezione per render visibili le macchie solari, -senza offesa della vista, ed introdusse, per avere maggior chiarezza, i -diaframmi nei cannocchiali. - -Preludio alle ricerche che resero celebre nel nostro secolo il modenese -Melloni, sperimentò pel primo sul calorico raggiante, avvertendo -come i corpi in maggiore o minor grado si riscaldino a seconda dello -stato di lor superficie e colore. Nè va taciuta l'idea di raccogliere -quello, che fu poi detto lo spettro magnetico, dato dal disporsi su -d'un diaframma della limatura di ferro attirata da poli di sottoposta -calamita; metodo al quale tutt'oggi si ricorre per mostrare le linee di -forza, nello studio delle macchine dinamo elettriche. - -Fu il Castelli che spinse Bonaventura Cavalieri Bolognese, dell'Ordine -dei Gesuati, da tempo soppresso, a dedicarsi alle matematiche, ed a -frequentare in Pisa le lezioni del Galileo, per passar poi ad insegnare -nell'Università stessa della sua patria. - -Nell'opera del Cavalieri “_Geometria indivisibilibus continuorum -nova quâdam ratione promota_„ trovansi gettate le basi del calcolo -infinitesimale, intraveduto già, per testimonianza dello stesso -autore, dal Galileo. Mentre nei libri “_De speculo ustorio_„ ed -“_Exercitationes Geometricæ_„ il Cavalieri ci dà mirabile saggio delle -sue nozioni nel campo della fisica, trattando, come nessuno prima -di lui, il problema della ricerca delle distanze focali nelle lenti -concave e convesse. - -Soli due anni dalla morte del gran Maestro veniva a mancare, in età -non grave, il coraggioso Castelli; e tre anni appresso, a soli 49 anni, -anche il Cavalieri. - -Nè meno inesorabile scese la morte a colpire il più caro fra i -discepoli del Galileo, Evangelista Torricelli, faentino, mancato esso -pure nel 1647 nella verde età di 39 anni. - -Seguiva il Torricelli in Roma le lezioni dell'abate Castelli, -quando nel 1638 venne alla luce il trattato del Galileo “_Discorsi -e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze_„ sul qual -trattato compose un'opera che presentava, sotto rinnovellata forma, -le teorie sul moto dei gravi. Sottoposto il manoscritto dal Castelli -al Galileo; già cieco ed aggravato dagli anni, e più dalle infermità, -il nobile vegliardo espresse il vivo desiderio di conoscerne l'autore, -per affidargli il cómpito di ultimare i due ultimi dialoghi del suo -trattato; e nell'ottobre del 1641 il Torricelli venne ospite del -Galileo in Arcetri, e più che ospite gli fu discepolo, collaboratore, e -consolatore carissimo. Troppo breve tempo fu dato al giovane Torricelli -di abbeverarsi a quella fonte inesauribile d'ogni umano sapere; ma -i tre mesi che passò presso il Maestro lasciarono profonda impronta -nell'amato discepolo. - -Morto il Galileo, per le premure del Granduca, accettò di trattenersi -in Firenze in qualità di matematico della Corte, succedendogli nella -cattedra. - -Fu ancora nel 1643 che ideò lo strumento pel quale, più che per -tutte le altre opere, il nome suo passò glorioso alla posterità: _il -Barometro_. È nota la leggenda del pozzo a Boboli, nel quale l'acqua -aspirata per tromba non arrivava che a sole 18 braccia di altezza, e -la risposta del Galileo al Granduca che l'aveva interpellato: che se -nei libri di Aristotile era scritto che la natura aveva orrore del -vuoto, e se il fatto mostrava che l'acqua non saliva più su, voleva -dire che quest'orrore aveva per limite per l'appunto le 18 braccia -date dall'esperienza. Certo che se Galileo dette tale risposta lo fece -per evitare contestazioni, e possibili noje a sè stesso, prigioniero -dell'Inquisizione, col contradire all'autorità di Aristotile. Ma -l'aver conosciuto l'equilibrio dei liquidi in vasi comunicanti, e -l'aver dimostrato che l'aria pesa, prova chiaramente che aveva pensato -alla risoluzione del problema, non accontentandosi di quanto ne aveva -scritto ne' dialoghi, ne' quali parlando della resistenza della colonna -liquida al rompersi, ammette che, analogamente ad un filo metallico -che tirato in alto, giunto ad una certa lunghezza pel proprio peso si -strappa, altrettanto avvenga della colonna d'acqua al limite di braccia -18. — La tromba era già un barometro ad acqua; non per questo fu meno -felice l'idea del Torricelli di sostituirvi il mercurio riducendo così -lo strumento a comode proporzioni; idea che, svelata all'amico Viviani, -fu da questi subito tradotta in atto, ottenendo per l'appunto quanto -l'acuto ingegno del Torricelli aveva divinato. - -Lo stesso Torricelli, sperimentando col suo strumento, pose in -chiaro il variare dell'altezza della colonna barometrica col mutare -del tempo, se pur non anche lo scendere della colonna col crescere -dell'altitudine, benchè di tale esperienza generalmente si riconosca -illustratore il Pascal. - -È questa del Barometro tale una felice intuizione, sì ricca di utili -applicazioni, che basta da sola alla gloria di un uomo, benchè certo -al Torricelli avran costato assai più fatica e studio le altre opere -sue “le _Lezioni accademiche_„ ed il “_Trattato del moto dei gravi_„ -nel quale prende a studiare l'efflusso dei liquidi, determinandone -con raro acume le leggi, che ancor oggi portano il di lui nome. E nel -campo sperimentale s'occupò assai della costruzione dei cannocchiali, -nell'eseguire i quali fu reputato eccellente, e del perfezionamento del -microscopio semplice, valendosi come lente di palline di vetro soffiato -alla lampada. Quale Accademico della Crusca lesse a quel nobile -consesso un suo lavoro sul tema “La gloria dopo la morte è un nulla e -non vale la pena che ci diamo per raggiungerla. Dopo la morte tutti gli -uomini sono egualmente celebri.„ - -Strano argomento per un Torricelli, di cui il nome resterà eterno nella -storia dell'umano progresso. - -Ultimo dei discepoli che maggiormente il Galileo aveva prediletto, -di tutti il più giovane, il Viviani non contava alla morte del sommo -maestro che soli 20 anni. Mente acuta, animo aureo, applicatosi con -ardore allo studio della geometria, comprese come solo Galileo fosse -in grado d'avviarlo a forti studi e procurò di farne la conoscenza. -Galileo, già cieco, l'accolse coll'usata benevolenza, e l'ebbe caro -come un figlio; e Viviani non solo trasse sommo profitto dal tempo -passato nella famigliarità del maestro, ma conservò per lui immensa -gratitudine ed affetto, ascrivendo a suo special vanto potersi chiamare -“l'ultimo dei discepoli del Galileo.„ - -Morto il maestro ne trovò un secondo nel Torricelli, e più che maestro -un amico, al quale prestò valido aiuto nell'eseguire le esperienze, -compresa quella del Barometro da esso, secondo il concetto del -Torricelli, condotta. - -Nel 1659 pubblicò la divinazione dei sette primi libri del celeberrimo -Apollonio Pergeo sulle sezioni coniche, ritenuti perduti. Per somma -fortuna il Borelli riuscì a rintracciare nella biblioteca di Firenze un -manoscritto arabo, portato dall'Oriente dal gesuita Golius, contenente -appunto i sette primi libri di Apollonio. Tradotti in latino comparvero -nel 1661, e si trovò che il Viviani, non solo aveva indovinato il -pensiero di Apollonio, ma aveva anzi trattato l'argomento in modo -più generale del famoso geometra greco. Successo nel 1666 al posto -da tempo vacante per la morte del Torricelli, fu eletto membro della -Società Reale di Londra, fondata nel 1660, e dell'Accademia di Parigi -costituitasi nel 1666. Anzi Luigi XIV gli accordò una pensione, che -Viviani impiegò nell'ornare la casa sua, posta in via dell'Amorino, -con iscrizioni, basso rilievi, ed un busto in onore del sommo maestro. -Dobbiamo al Viviani una “Vita del Galileo„; una relazione speciale -sull'applicazione del pendolo agli orologi, e tanti altri scritti: e fu -membro attivissimo dell'Accademia del Cimento. - -Morì nel 1703 amato, stimato, venerato da tutti, e fu sepolto in -Santa Croce; lasciando per testamento alla famiglia Nelli, erede per -maggiorasco, l'obbligo di erigere un suntuoso monumento al suo divino -Maestro. Ad onta di una sorda opposizione da parte dei Monaci, nel 1737 -fu inaugurato in Santa Croce il monumento, e con solennità vi furono -composte le ossa del Maestro, e del riconoscente discepolo. - -Un senso di melanconica pietà, oltre i quattro principali discepoli -del Galileo, i quattro evangelisti della scienza, mi porta a ricordare -anche il figlio di lui Vincenzo. L'importanza d'un regolatore del -tempo per lo studio de' fenomeni astronomici e terrestri e per la -determinazione sopra tutto delle longitudini, era talmente compresa dal -Galileo, che l'aveva portato ad adattare al pendolo dei leggerissimi -congegni di ruote dentate per segnare il numero delle oscillazioni. -Il moto alle ruote venendo impresso dal pendolo stesso, dopo un certo -tempo questo doveva fermarsi. L'ideale era dunque che il pendolo -non dovesse servire che a regolare il tempo, e che la forza motrice -del congegno fosse da esso indipendente. Si trattava di applicare il -pendolo all'orologio già esistente, anzi tanto perfezionato - - Che l'una parte l'altra tira ed urge - Tin tin sonando con sì dolce nota - Che 'l ben disposto spirto d'amor turge; - -E negli ultimi anni di sua vita Galileo, già cieco, col Viviani, e -sopra tutto col figlio Vincenzo ragionando, era venuto a stabilire il -come di tale applicazione, quale risulta anche dal disegno fattone -da Vincenzo, il quale, come colui che assai esperto era nelle arti -meccaniche, volle da sè costruire il congegno; per lo che richiedendosi -assai più tempo che se ricorso fosse ad artefici, disgrazia lo incolse -colla morte del padre prima che a termine l'avesse portato. Solo -nell'aprile 1649 riprese Vincenzo la costruzione dell'Oriuolo, avendosi -fatto da meccanico apprestare il materiale occorrente, e lavorando di -propria mano ad intagliare le ruote e lo scappamento. Messo assieme -funzionava, e fattolo vedere al Viviani con esso convenne di alcuni -perfezionamenti da apportarvi. Ma pur volendo ultimare in ogni sua -parte l'orologio già lavorato, vi si diede d'attorno con raddoppiata -lena in tal modo, che colto da violentissima febbre il 16 maggio stesso -anno moriva. Disgrazia e fatalità, che privò l'Italia nostra del vanto -d'aver prima applicato il pendolo agli orologi, in quanto generalmente -ne vien data lode all'Huyghens, certo preclarissimo ingegno, che -costruì, sia pure più perfezionato, il suo orologio solo nel 1657. -Non è qui il caso di recare argomenti, e molti ne esisterebbero, in -favor nostro, ma è a deplorarsi, che non ci sia stata resa giustizia, e -riconosciuta come nostra anche l'applicazione del pendolo agli orologi. - - -Il fascino del metodo galileano, che sull'evidenza de' fatti innalza -l'uomo alle più alte speculazioni, aveva tratto a sè le menti più -elette di quell'epoca gloriosa e doveva avere solenne manifestazione -nella “Accademia del Cimento„. Unire le forze e “Provando e Riprovando„ -leggere finalmente nel libro della natura le mirabili pagine che ci -tien spiegate davanti. - -Prima fra le Accademie scientifiche, surse nel 1657, sotto la -presidenza del Principe Leopoldo. La componevano: Giovanni Alfonso -Borelli, Candido Del Buono, Paolo Del Buono, Lorenzo Magalotti, -Alessandro Marsili, Antonio Oliva, Francesco Redi, Carlo Renaldini, -Vincenzo Viviani. - -E, cosa mirabile, e non mai più ripetutasi presso altre accademie, -tanto era l'ardore delle ricerche sperimentali, e tale la persuasione, -che solo dall'attenta osservazione dei fenomeni scaturir potessero le -leggi che li governano, che tutti gli accademici lavoravano di comune -accordo, costituendo quasi un'unica personalità, quella dell'Accademia, -sicuri così che ben difficilmente sarebbe sfuggita all'attenzione -di molti qualche circostanza importante e capace di modificare i -risultati dell'esperienza. Così è che nell'aureo libro “_Saggi di -naturali esperienze fatte nell'Accademia del Cimento_„ (Firenze 1667), -e compilato dal Magalotti, si descrivono magistralmente le singole -esperienze, senza mai accennare chi ne abbia avuta la prima idea, come -se fossero state da tutti, in comune, pensate. E degno di osservazione -si è pure che nello stesso libro dei “_Saggi_„ è detto: non entrare -nelle abitudini dell'Accademia il discutere sulle cause dei fenomeni. -Fosse il dubbio di incorrere nella disapprovazione eventuale di Roma, -o la coscienza che delle teoriche ne erano state escogitate anche -troppe, e ciò che mancava era una raccolta di fatti inconcussi, certo -è che gli accademici s'attennero fedelmente al loro motto “Provando -e Riprovando„. A più di due secoli di distanza è sempre con un senso -di ammirazione che si leggono quelle pagine dei “_Saggi_„, cardini -della nuova scienza, e vi si impara ancor oggi a condurre con acume e -diligenza somma le esperienze. - -Non riuscirà discaro che per sommi capi rammenti i principali risultati -cui è giunta quell'accolta di preclari ingegni. - -Incominciano i saggi colla descrizione degli strumenti di misura, e -loro uso. Termometro, Igrometro, Pendolo, Barometro. - -Il primo, inventato ancora nel 1597 dal Galileo, che pensò subito -d'applicarlo alla medicina, per riconoscere il grado di febbre degli -ammalati; da termoscopio che era, fu trasformato in vero termometro, -prima riempito con acqua, poi con alcool. Portava i gradi marcati con -piccole perline di vetro sulla canna stessa, come i migliori nostri -termometri, invece che su tavoletta a parte, ed era con tanta arte -costruito che, sebbene i punti di graduazione della scala fossero -mal definiti col massimo freddo e massimo caldo di Firenze, tuttavia -i diversi termometri, specialmente cinquantigradi, riuscivano -perfettamente paragonabili fra loro. Nel 1830 si potè, confrontandoli -col termometro Reaumur, ricavare dalle osservazioni meteorologiche di -quell'epoca, come il clima della Toscana non sia venuto mutando. La -fissazione dei punti estremi della scala coll'immergere il termometro -nel ghiaccio che fonde, o tenerlo nel vapore che si svolge dall'acqua -bollente, sotto pressione di una atmosfera, è posteriore all'Accademia, -dovuta però ad uno dei suoi membri, il Rinaldini. - -Quanto all'Igrometro, è noto il fatto dell'architetto Fontana, che -nel 1586 riuscì a metter ritto l'Obelisco sulla Piazza San Pietro in -Roma bagnando le corde; e sulla contrazione appunto delle corde, però -di minugia, inumidite, fondò Santorio il suo primo Igroscopio. Quello -dell'Accademia del Cimento invece, chiamato _Mostra umidaria_, è un -vero igrometro a condensazione, dove, invece di cogliere il punto -d'appannamento, come negli strumenti recenti, si misura la quantità -d'acqua condensatasi in un dato tempo sopra un cono vuoto di metallo, -riempito con un miscuglio frigorifero. - -Segue la descrizione del Pendolo, e di un orologio a pendolo, “_su -l'andar di quello che prima d'ogni altro immaginò il Galileo, e che -dell'anno 1649 messe in pratica Vincenzo Galilei suo figliuolo_„; -prova maggiore che realmente l'applicazione de' pendoli agli orologi è -invenzione italiana. - -Quanto al Barometro esso servì loro, non solo per misurare le -variazioni di pressione nell'aria; ma ben anche come apparecchio per -eseguire un vuoto assai migliore di quello ottenibile colle macchine -pneumatiche di quel tempo. E nel vuoto Torricelliano sperimentarono: se -il suono si propaga; se la calamita attira; se l'ambra strofinata si -elettrizza; come vi muoiano gli animali; se l'alzarsi dei liquidi nei -tubi capillari è influenzato dalla presenza dell'aria, e molte altre. E -dopo 200 anni noi siamo ritornati alla macchina pneumatica a mercurio, -la più perfetta di tutte, che permette delle rarefazioni così forti da -dar luogo ad una serie di nuovi fenomeni illustrati dal Crookes. - -Il servizio meteorologico si considera generalmente come un'istituzione -moderna; esso, per merito sopra tutto dell'Inghilterra, fu sistemato -ed allargato così, che i servigi che presta, anche nel campo pratico, -sono immensi. Centinaia di bastimenti ogni anno vengono risparmiati dal -bullettino che, volando sul filo elettrico, precede la bufera. Ma nel -campo scientifico il poter tutti i giorni, ad ora fissa, tracciare la -carta delle condizioni meteorologiche di gran parte del mondo, chi sa -a quali risultati potrà portare. Frattanto non dimentichiamo, che le -osservazioni meteorologiche sono gloria italiana. Fin dal 1654 furono -colla massima regolarità eseguite nel Convento degli Angeli a Firenze; -a Vallombrosa, a Cutigliano, a Bologna, a Parma, a Milano, a Varsavia, -ad Innsbruck sotto la direzione generale del padre Luigi Antinori -teologo del Gran Duca. Esiste fra gli altri un registro che contiene -cinque osservazioni al giorno per lo spazio di oltre sedici anni. - -Sono poi descritti nei Saggi diversi areometri; la palla d'oncia, ecc., -ecc., strumenti che ancor oggi potrebbero prestare utili servigi alla -scienza. - -Interessantissime sono le esperienze sul congelamento dell'acqua nelle -quali pei primi gli accademici fecero uso di miscugli frigoriferi, -quali neve con sale, o sal nitro, o spirito di vino; oppure neve e -sale ammoniaco, ottenendo con tale combinazione il massimo freddo. -Fecero scoppiare sfere di materie differenti riempite d'acqua facendola -ghiacciare, e mostrarono come questa, prima di solidificarsi si dilati. -Esperimentando col ghiaccio, ne collocarono un grosso pezzo avanti -uno specchio ustorio, nel foco del quale un termometro segnava un -abbassamento di temperatura; prova che il freddo, come il caldo, si -riflettono colla ben nota legge. - -Per confutare la teoria dell'_antiperistasi_, della reazione cioè -sviluppata da un corpo, che al primo riscaldarlo dovrebbe raffreddarsi, -e viceversa, eseguirono le ben note esperienze immergendo un grosso -termometro nell'acqua calda, e mostrando che al primo istante l'alcool -realmente discende, ma non perchè si sia raffreddato, sibbene perchè -maggiore è la dilatazione del recipiente, e l'opposto avvenire -immergendo il termometro nell'acqua fredda. In questa occasione, -volendo meglio mostrare come tutti i corpi si dilatino pel calore, -idearono l'esperienza, più generalmente nota sotto il nome di anello -di S' Gravesande, che dall'Accademia invece dovrebbe prendere il -nome. Anzi, usando coni di diverse materie, che portati alla stessa -temperatura, entravano più o meno in un anello misurato, determinarono -il coefficiente di dilatazione dei corpi. - -Nè riuscendo a comprimere l'acqua nelle sfere metalliche assoggettate -alla pressione del torchio, conclusero per l'incomprensibilità, -come generalmente si crede; sibbene che a loro non era riuscito -di comprimere l'acqua, che preferiva trasudare dalle pareti del -recipiente; mettendo così in evidenza la porosità dei metalli. Anche -l'errore della leggerezza positiva confutarono; facendo vedere che un -pezzo di sughero, immerso nell'acqua, non sale quando gli si tolga la -pressione del liquido dal disotto; mentre avrebbe pur dovuto salire se -si fosse trattato di una leggerezza positiva. - -Nei “Saggi„ sono riportate anche le esperienze sulla velocità di -propagazione del suono eseguite ancora nel 1656 da Viviani e Borelli. -Non così felicemente riuscirono gli Accademici nel tentativo di -misurare la velocità di propagazione della luce, la quale si mostrò poi -così enorme da raggiungere 300,000 chilometri al 1". Ma è degno di nota -che l'abbian tentato. - -In altro capitolo gli Accademici si occupano del cambiamento di colore -dei liquidi, specialmente della tintura di torna-sole, che con un -acido, succo di limone, aceto, acido solforico, arrossa, e riprende il -colore primitivo se trattata con una base, usando essi l'oleum-tartari, -soluzione di potassa. - -Rimarchevoli sono pure i fatti citati dall'Accademia in sostegno -dell'idea emessa ancora da Galileo sulla resistenza dell'aria; che cioè -un proiettile sparato da maggiore altezza produca minore effetto che -da altezza minore; e ciò per il maggiore tragitto attraverso l'aria, -come in fatti trovarono; e l'altro che nello stesso intervallo di tempo -cadono a terra una palla sparata orizzontalmente da una certa altezza -ed un'altra che nello stesso istante dello sparo sia lasciata libera a -sè stessa. - -Per convalidare il principio di inerzia, che un corpo persevera nello -stato di quiete o di moto in cui si trova, finchè una forza non ve lo -tolga, adattarono sopra un carro tirato da sei cavalli un saltamartino -con palla da una libbra, disposto verticalmente, e sopra strada piana -e diritta facendolo velocemente correre, e sparando, trovarono che -la palla veniva a cadere poco dietro il carro, benchè questo avesse -percorso dallo sparo alla caduta, oltre le 70 braccia; però tanto più -addietro rimaneva quanto maggiore era il tempo passato fra lo sparo -ed il ricadere della medesima; e ciò per la maggior resistenza opposta -dall'aria in più lungo tragitto. - -Va pure notato come gli Accademici avessero una giusta idea di -quella che loro stessi chiamarono “capacità calorifica„. Presero due -termometri di dimensioni perfettamente eguali e li riempirono, cosa da -notarsi, uno di mercurio l'altro d'acqua. Immergendoli simultaneamente -in molta acqua calda, osservarono che il termometro a mercurio -era il primo a raggiungere l'equilibrio di temperatura, segno che -richiedeva minor quantità di calore dell'acqua. È strano che, avendo -già usato il mercurio in questa esperienza, non l'adottassero per -costruire i termometri. Forse furono trattenuti dall'aver visto che -si dilata meno dell'alcool. A conferma della prima esperienza sulla -capacità calorifica, ne eseguirono una seconda. Versarono pesi eguali -di diversi liquidi, portati alla stessa temperatura, sopra quantità -eguali di ghiaccio, e trovarono che se ne fonde più o meno col variare -del liquido. Come si vede si trovarono gli Accademici di fronte alle -calorie di fusione, al così detto calorico latente; ed è maggiormente -a deplorarsi l'Accademia abbia finito sì presto, perchè questo, come -altri argomenti, sarebbero stati in modo esauriente studiati, ed -avrebbero assicurato a noi il vanto di altre scoperte. - -Degli Accademici individualmente troppo lunge sarei tratto a ragionare. -Tuttavia non posso passare sotto silenzio il napoletano Borelli, -altrettanto profondo erudito, quanto appassionato e forse impetuoso -carattere, finito nell'indigenza in Roma; lui, già discepolo di -Castelli, professore a Messina, professore a Pisa, membro attivissimo -dell'Accademia del Cimento, matematico, fisiologo, fisico, astronomo, -filosofo ed autore di oltre 13 opere, di cui, per non citare che le -culminanti, “_Dei moti naturali dipendenti dalla gravità_„ — “_Del -moto degli animali_„ opera da consultarsi tutto dì sull'argomento, e -“_Teoria delle stelle Medicee, dedotta da cause fisiche_.„ - -In quest'opera emette per primo l'idea che i satelliti di Giove -s'aggirino intorno al pianeta in causa di una mutua attrazione; ma -sgraziatamente non generalizza la sua ipotesi, nè ricerca le leggi di -questa attrazione. — E così la legge di Gravitazione, che regola il -moto de' corpi celesti, dopo aver arriso all'Italia, si posa, aureola -invidiata, per mano del Newton sul capo dell'Inghilterra. - -Degno di menzione è pure il Magalotti, gesuita, già discepolo del -Viviani, autore delle lettere scientifiche ed erudito, conoscitore -di molte lingue, parlatore e scrittore chiarissimo, e segretario -dell'Accademia. I “_Saggi di naturali esperienze_„, bastano da soli a -testimoniare della di lui valentìa. - -Nè va taciuto del Redi, forse più noto pel famoso ditirambo, che per -le esperienze fisiche da esso eseguite, per quanto fosse assiduo e -diligente accademico, medico rinomatissimo, naturalista, fisiologo. - -Quanto progresso di lavoro sperimentale, e quale promessa di larga -messe per l'avvenire! Era quella del Cimento tale accademia, che si -sarebbe detto sfidare l'avversità de' tempi; ed invece, dopo soli nove -anni di vita, d'un tratto fu spenta. Sagrificata dal suo presidente -alla paura ed alla prepotenza di Roma. Ahimè! _Quam parva sapientia -regitur mundus_. Pensare che un'accademia di nove scienziati, che -non fanno che interrogare scrupolosamente la natura e registrarne i -responsi, dà tanta ombra da far paventare ne rimanga scossa la fede, -ne soffra la Religione! E d'altra parte non erano i Medici da tanto -di resistere alle pressioni di Roma; essi che tenevano il potere da -Clemente VII soffocatore delle libertà fiorentine, e già macchiati -dell'ignominia d'aver consegnato Galileo all'Inquisizione. Il principe -Leopoldo s'ebbe il cappello da Cardinale e l'Accademia fu sciolta. - -Ma è con sentimento di profonda ammirazione e rispetto, e con orgoglio -di italiani che noi entriamo a visitare la Tribuna di Galileo, che -racchiude, oltre i ricordi del sommo filosofo, ampia raccolta degli -strumenti creati ed usati dall'Accademia del Cimento. Vero santuario, -dove il pensiero liberamente spaziando, s'ispira ai più alti ideali -della scienza rigeneratrice. - -Dell'Accademia stessa facevano parte, come membri corrispondenti, -Ricci, Cassini, Montanari, Rossetti, Falconieri, e fra gli stranieri -Stenone, Thèvenot, Fabbri. Non trovandosi i loro lavori inseriti -nel libro dei “_Saggi_„ che non riporta che le esperienze eseguite -in comune dagli Accademici “_Operatori_„ darò qui un breve cenno -dell'opera dei due principali, Cassini e Stenone; chè diversamente -non avrei occasione di rammentarli nel seguito di questa rassegna, -ristretta alla sola fisica. - - -Gian Domenico Cassini nacque nel 1625 in Perinaldo, contea di Nizza, -da antica famiglia del patriziato senese. A soli 25 anni succede al -Cavalieri nella cattedra di matematiche in Bologna e nel 1653 pubblica -le osservazioni fatte assieme al marchese Malvasia, sulle comete, -ritenendole o come stelle, o come pianeti in formazione. Due anni -appresso rettifica la meridiana segnata nel 1575 da Ignazio Dante in -San Petronio. In seguito papa Alessandro VII lo sceglie arbitro nelle -controversie fra Ferrara e Bologna, causate dalle inondazioni del -Po, e più tardi sostiene contro il Viviani, che era per Firenze, gli -interessi del Papa a proposito delle inondazioni della Chiana. In tale -occasione assiste in Firenze alle tornate dell'Accademia. Nel 1665 -nelle “Lettere astronomiche„ dirette al Falconieri “_Sopra la varietà -delle macchie osservate in Giove, e loro diurne rivoluzioni_„, spiega -il variare di dette macchie ammettendo che Giove roti sul proprio -asse in ore 9,56'. Nel febbraio 1666 fa la stessa osservazione per -Marte, e calcola la rotazione avvenga in 24 ore 48', e nell'ottobre -trova che ciò si avvera anche per Venere. In questo frattempo pubblica -pure le osservazioni e le tavole dei satelliti di Giove. Quest'ultime -fecero tale impressione su Picurd, che stimò fortuna per la Francia -poter avere così insigne astronomo; e tanto insistè presso il ministro -Colbert, da indurlo ad offrire al Cassini il posto di astronomo -reale, e direttore dell'erigendo Osservatorio astronomico, nominandolo -nello stesso tempo membro dell'Accademia. Declinò da prima il Cassini -l'onorifica offerta; ma alla fine, pensando forse che il favore che -godeva presso il papa Alessandro VII anche Galileo l'aveva goduto -presso Urbano VIII, il che non aveva impedito, che fosse consegnato -all'Inquisizione e condannato, a gran malincuore si decise ad -accettare, per poter con maggior tranquillità e sicurezza continuare -i suoi studi prediletti. Nel 1669 si portò a Parigi, dove pubblicò non -meno di 165 memorie di astronomia, 11 di fisica, sei opere, lasciandone -altre tre incomplete; fra l'altre una cosmografia in versi italiani. -Come Galileo, verso la fine della sua laboriosa carriera, perdè il bene -supremo della vista, e placidamente ad 87 anni si spense. - -Nella direzione dell'Osservatorio gli succede, da prima il figlio -minore Giacomo, poi il nipote Cesare Francesco, da ultimo il pronipote -Giacomo Domenico, che lascia nel 1793 l'Osservatorio, e muore a 97 -anni nel 1845. E così l'Italia, oltre ad altri scienziati, dà alla -Francia quattro generazioni di astronomi, e contribuisce in tal modo -a propagarvi il culto delle scienze che ebbe culla da noi. La Francia -a sua volta diffonde nel '700 l'amore alle scienze in Germania, e nel -secolo nostro la Germania evangelizza alla scienza la Russia. - -Dello Stenone, benchè di origine danese, dirò pure brevemente; non -tanto perchè fu membro corrispondente dell'Accademia del Cimento, -quanto per l'importanza degli argomenti da esso trattati, ai quali -fornì materia la Toscana stessa, che lo accolse cittadino. - -Anatomo e fisiologo distinto, nel 1666 lascia Parigi, e latore di -lettere di raccomandazione di Thèvenot per Borelli, si fissa in -Firenze, dove s'accaparra subito, per le eminenti sue qualità, la stima -e l'affetto di tutti gli scienziati. Da Luterano passa alla religione -cattolica, e Ferdinando II lo prende al suo servizio e gli permette -di continuare le ricerche anatomiche e fisiologiche nell'arcispedale -di Santa Maria Nuova. Pubblica gli elementi di miologia, ne' quali -spiega la natura, la struttura, l'azione dei muscoli. Come molti dei -convertiti, diventa cattolico ardente, scrive dotte dissertazioni -su quistioni di fede, e viene in conseguenza nominato Vescovo in -partibus, e più tardi Vicario Apostolico del Nord. Lascia quindi lo -studio dell'anatomia e della fisiologia, per dedicarsi interamente alla -mineralogia ed alla geologia, scienze da lui, si può dire, fondate, e -dà alle stampe l'opera sua più importante “_De solido intra solidum -naturaliter contento_„. In essa rammenta le doppie piramidi del -quarzo, i cubi della pirite, gli ottaedri del diamante, le tavolette -esagonali del ferro oligisto..... e fa specialmente osservare che, -se fra cristallo e cristallo della stessa materia possono apparire -delle differenze, sopra tutto nella grandezza delle facce, resta però -costante l'angolo che esse fanno fra di loro; gettando così le basi -della cristallografia. - -E studiando la crosta terrestre trova che è costituita da strati -paralleli sovrapposti, depositati certo dalle acque, contenendo essi -quantità di resti organici e specialmente di conchiglie marittime, -fossilizzati; per cui in origine detti strati dovevano essere -orizzontali. Ma mostrandosi ora ondulati, inclinati, mischiati, devono -aver agito potenti cause, quali eruzioni vulcaniche, avvallamenti, -terremoti, per produrre tanto sconvolgimento. A periodi di maggiore -attività vulcanica seguirono periodi di calma, ed il mare ricoprendo -ogni cosa, depositò nuovi strati, che anch'essi sconvolti hanno dato -luogo al sollevamento ed all'inabissarsi di altre montagne. Nella -Toscana distingue non meno di sei periodi. - -Come fervente cattolico si sforza di mostrare che le deduzioni cui è -giunto non sono contrarie a quanto narra la Bibbia; ma evidentemente -non dà alle sue proposizioni lo svolgimento intravvisto dall'acuta sua -mente. Nei limiti impostisi, sia per convinzione personale, sia per -forza di circostanze, nessuno però ha considerata la geologia da un -punto di vista più largo, nè ha emesso tante nuove idee, confermate in -seguito dai fatti. - -Eppure l'opera sua rimase presso che ignorata, e solo nel 1831 il -celebre geologo Elie de Beaumont, dandone un ampio estratto in una -memoria inserita negli Annali delle scienze naturali, la rivendica ai -dovuti onori. Più fortunato di Galileo, Stenone potè morire in pace, -senza vedere i suoi scritti posti all'indice; chè l'opposizione di Roma -alle vedute della geologia, e più dell'antropologia, è nota. Il che non -arresterà il cammino della scienza, che per essere verità è religione. - -Negli ottant'anni del periodo galileano e dell'Accademia del Cimento -l'Italia brilla di vivissimo splendore, e sorge maestra a tutto il -mondo. Disciolta l'Accademia segue un'epoca di continuo decadimento. - -Le esperienze però descritte nei “_Saggi_„ è naturale che non -rappresentino tutto quanto in quell'epoca fortunata fu acquisito -alla scienza. Ma, se era doveroso rispetto rammentare i lavori -dell'Accademia nell'ordine stesso nel quale furono eseguiti, riescirà -forse più chiaro raggruppare le ricerche che ebbero luogo in seguito a -seconda del tema trattato. - - -Dell'esperienza sui tubi capillari eseguita dall'Accademia del Cimento -per provare se la pressione atmosferica influisca sul fenomeno, ho -già detto; giova notare che i fenomeni di capillarità furono per -primo osservati dal sommo Leonardo da Vinci, e direi quasi riscoperti -e studiati con amore dall'Aggiunti, che spiegò con essi l'ascendere -dei liquidi nei vasi dell'organismo, il nutrirsi delle piante, il -conservarsi dei fiori in molle, il cibarsi delle variopinte farfalle -a mezzo della proboscide.... Fu l'Aggiunti caro oltremodo al Galileo. -Chiamato dalla Veneta Repubblica a coprire la cattedra del gran -filosofo in Padova, preferì restarsene professore a Pisa dove, -rapito alla scienza, morì nel 1630 giovanissimo, correndo la sua età -col secolo. Le osservazioni però meglio approfondite sui fenomeni -capillari, e sulle attrazioni e ripulsioni fra corpi galleggianti, a -seconda della forma dei menischi, sono dovute al Borelli, che le eseguì -e pubblicò all'infuori dei lavori fatti in comune nell'Accademia del -Cimento. - -Son note le lagrime Bataviche, goccioloni di vetro rapidamente -raffreddato che vanno in briciole quando si rompa l'estremità della -loro codetta; nè si conosce chi primo le abbia prodotte. Dall'Olanda -entrarono nel mondo scientifico, e di lì il loro nome. Dobbiamo a -Gemignano Montanari, nato in Modena nel 1633, uno studio su dette -lagrime “_Speculazioni fisiche sopra gli effetti dei vetri temperati_„ -nel quale per primo dà come causa del fenomeno la forte tensione -superficiale del vetro. Le così dette Bocce di Bologna, che si -rompono lasciandovi cadere un pezzettino di pietra focaja, sono assai -posteriori, e furono illustrate dal Balbi, professore di fisica a -Bologna nel 1740. - - -Una delle curiosità scientifiche del seicento, ed intorno alla quale -tutti più o meno si affaticarono, si fu la fosforescenza. Ancora -Aristotile e Plinio conoscevano la luce fosforescente emessa da certi -insetti, da materie in putrefazione, dal mare. Plinio parla di pietre -luminose “_carbunculus, selenites_„ delle quali non conosciamo la -natura; ed Alberto il Grande sapeva come il diamante, moderatamente -riscaldato, emetta luce all'oscuro. Era pure noto che lo zucchero, il -quarzo e qualche altra materia, sfregati fra loro, o pestati, danno una -leggera fosforescenza. - -Nel 1604 Vincenzo Cascariolo, calzolaio bolognese, occupandosi a -tempo perso di alchimia, calcina, fra i carboni, della pietra tolta -alle falde di monte Paterno, e s'accorge che, esposta preventivamente -ai raggi del sole, e ritirata in luogo oscuro, si mostra luminosa. È -il così detto fosforo di Bologna, un solfuro di Bario ottenuto dalla -riduzione a mezzo del carbone dello spato pesante. - -Non è a dirsi quanto rapidamente si propagasse la scoperta, che offerse -tema di studio allo stesso Galileo e a tant'altri suscitando una gara -per trovare nuove materie fosforescenti. In tal modo se ne avvantaggiò -la chimica colla conoscenza di altri corpi, quali il fosforo di -Baudoin, il fosforo di Homberg, il vero fosforo ottenuto nel 1669 da -Brand, il fosforo di Canton.... - - -E già che siamo a ragionare di ricerche che sì strettamente si -collegano colla chimica, mi sia concesso, ad onore di un nome caro -a noi tutti e alla scienza, degno pronipote di illustri antenati -segnalatisi nello studio della natura, di rammentare le esperienze, -eseguite verso il 1694, da Targioni ed Averani sulla combustione del -diamante. Fra i molti, un bel diamante di 8 grani, esposto ai raggi -del sole concentrati colla grossa lente da Benedetto Bregans donata -nel 1690 al Gran Duca Cosimo, e tutt'ora esistente nella Tribuna del -Galileo, dopo 28-1/2 minuti completamente bruciò, mostrandosi così, -nulla più nulla meno di un pezzetto di puro carbone, ma cristallizzato. -Anche Francesco di Lorena Granduca di Toscana all'estinzione della -casa Medici, e che fu poi Francesco I di Alemagna, fece trattar col -fuoco per oltre a 6000 fiorini di diamanti, nella speranza di fonderne -diversi piccoli in uno grosso, e trovar modo così di rifornire -l'esausta sua cassa. Ma i diamanti andarono in fumo, o per essere più -precisi, combinandosi coll'ossigeno, svanirono nell'aria, sotto forma -di anidride carbonica. - - -Nell'agosto 1609 Galileo presenta il primo cannocchiale al Senato -di Venezia. Nel 1617 immagina il suo “_Celatone_„, due cannocchiali -fissati ad una specie di morione, per poter con questo binocolo -osservare da una nave i satelliti di Giove allo scopo di determinare -le longitudini. E già che siamo in pieno seicento, mi sia concesso -aggiungere: e dopo aver spaziato per le vie del cielo, il binocolo ci -serve ora ad ammirare le stelle della terra. - -A quello del Galileo subentra ben presto il cannocchiale astronomico, -ideato dal Keplero. - -Oltre Galileo, e come abbiamo veduto il Torricelli, riuscì pure -eccellente costruttore di cannocchiali Eustachio Divini di San -Severino, al quale si deve anche un importante perfezionamento del -microscopio, che rese più chiaro e di maggiore ingrandimento col -comporre di due lenti ciascuno, tanto l'obbiettivo che l'oculare. - -A lui rivale nella costruzione de' cannocchiali era Giuseppe Campani, -romano, che portò la distanza focale degli obbiettivi fino a 136 -piedi, e fornì a Luigi XIV lo strumento, con cui il celebre Cassini -scoprì i satelliti di Saturno. Anzi, ad una speciale disposizione delle -lenti dell'oculare, che s'usa tutt'ora, è rimasto il nome di “Oculare -Campani„. - -Nè va dimenticato come il primo a sostituire alla lente obbiettivo uno -specchio concavo fosse Niccola Zucchi di Parma, che costruì il primo -telescopio riflettore nel 1616. - -Tuttavia, mentre l'Italia fornisce per lungo tempo i migliori -cannocchiali, e l'Accademia del Cimento splende di viva per quanto -breve luce, le osservazioni astronomiche, somma gloria del Galileo, -colla partenza del Cassini, giacciono pressochè trascurate. - -Fatale influenza di Roma che schiaccia nell'Italia asservita ogni -aspirazione alla ricerca del vero. In Francia invece sorge il grande -Osservatorio di Parigi ultimato nel 1672; in Inghilterra quello famoso -di Greenwich inaugurato nel 1675; in Germania quello di Berlino fondato -nel 1700. - - -L'invenzione del cannocchiale e del microscopio a prima vista sembra -culminante, e tale da aver fatto fare alla scienza dell'ottica un -passo gigantesco. Se noi giudichiamo dai vantaggi recatici dai due -importantissimi strumenti, certo dobbiamo collocarli al primo posto. - -Col cannocchiale spazia lo sguardo nell'immensità de' cieli. Dal caos -della Bibbia, dove la materia allo stato aeriforme riempie l'infinito, -si vien formando nella fuga dei secoli il cielo stellato, ed ogni -stella fissa avrà i suoi pianeti, composti di egual materia, per -quanto vari in grandezza, temperatura, condizioni di moto. E a tutta -l'infinita varietà de' corpi celesti presiederanno le leggi immutabili -dell'indistruttibilità della materia, della conservazione dell'energia, -dell'attrazione. Perchè in natura non esiste ripulsione; tutto è -infinita sapienza, sommo amore. - -Attraverso l'immensità dell'etere giunge a noi, sotto forma di raggio -luminoso, il fremito del più remoto astro; quel raggio è il saluto del -lontano fratello alla sorella la terra. Quel raggio, rifratto da un -prisma nel cannocchiale, è il messaggero che narra la storia del cielo. - -Mirabilissima potenza dell'ingegno umano! Il quale, armato del -microscopio scende nelle infinite latebre di una goccia d'acqua, e vi -discerne miriadi di esseri organici, come le stelle nel firmamento, -e li distingue, li classifica, e trae argomento a combatterli, per -risparmiare lutti e sventure. E con attento occhio osservando, spia la -costituzione della materia cerebrale, e se gli venga fatto di scoprire -il mistero del pensiero, di quest'atto fisico, che fa turbinare in sì -piccolo spazio l'immensità del creato. - -Eppure, per l'invenzione dei due importantissimi strumenti, nota già -essendo la rifrazione, la teoria dell'ottica non si è avvicinata di -un passo alla spiegazione dei fenomeni luminosi; non ha che messo a -disposizione delle scienze nuovi e potenti mezzi di ricerca. - -Trovare la causa del perchè un bastone tenuto obliquo nell'acqua -sembri spezzato, lo spato islandico faccia vedere doppi gli oggetti, -o le piume del collo d'un piccione compariscano iridescenti: ecco un -problema assai più interessante per la teoria dell'ottica di tutti i -microscopi e cannocchiali. - -E per fortuna, l'onore d'averlo risolto spetta ad un nostro italiano -che per primo gettò le basi della teoria delle ondulazioni luminose. - -Francesco Maria Grimaldi, nacque nel 1618, morì nel 1663 in Bologna -sua patria. Apparteneva all'ordine dei Gesuiti, e l'importantissima -sua opera “_Phisico-Mathesis de lumine, coloribus et iride aliisque -adnexis, libri duo_„ non comparve in Bologna che due anni dopo -la di lui morte. Contenendo essa nuove teorie avrà forse dubitato -dell'accoglienza che avrebbe potuto trovare presso i suoi superiori, -e temuto non avesse a suscitargli contro delle persecuzioni. -Contemporaneo del Cavalieri, entrambi coltivarono di preferenza -l'ottica, il primo, trattandola dal lato matematico, Grimaldi da quello -sperimentale. - -Facciamo entrare in una stanza oscura, attraverso un foro praticato -nelle imposte, un fascio di raggi solari, ed interponendo una sottile -asticina opaca raccogliamo la luce su d'uno scremaglio. Dovressimo -osservare un'ombra contornata dalla sua penombra; invece si trova -che l'ombra fisica è più larga di quella geometrica, e contornata da -frange colorate e da frange oscure. Quest'è la prima esperienza del -Grimaldi. La seconda che si potrebbe enunciare “luce aggiunta a luce dà -tenebre„ è la seguente: pratichiamo nell'imposta due forellini vicini -uno all'altro, e raccogliamo la luce a tale distanza, che i due fasci -si sovrappongano in parte. Ciascuno dei forellini da solo darebbe -un disco luminoso più chiaro nel mezzo che ai bordi; agendo insieme -invece, dovrebbero dare due dischi luminosi, colla parte sovrapposta -più chiara. In realtà la parte centrale è più chiara, ma comparisce -limitata da bordi oscuri che vengono così a cadere in parti dove ogni -disco per sè avrebbe dovuto essere luminoso. - -Su queste due esperienze, in apparenza così poco concludenti, si -esercita l'ingegno del Grimaldi per trarre i fondamenti della teoria -delle ondulazioni. Infatti solo due movimenti di ordine inverso, -condensazione e rarefazione, fase positiva e fase negativa, possono -elidersi, e dare mancanza di luce o bordi oscuri, e nella prima -esperienza frange oscure. Se ciò che entra dai fori non fosse un -movimento, ma qualche cosa di materiale, là dove cade in maggior copia, -si dovrebbe aver sempre più luce. - -Grimaldi paragona il modo di propagarsi della luce a quello delle -onde generate da un sasso sulla superficie dell'acqua, e suppone un -fluido leggerissimo, che urtato dal corpo luminoso, trasmetta vibrando -la luce. Anzi intravede, facendo un paragone col suono, che, come -in acustica al maggior numero di vibrazioni corrisponde un suono più -acuto, in ottica alle vibrazioni più o meno rapide del corpo luminoso -corrisponda luce diversamente colorata. - -In altro capitolo, a maggiore conferma del suo modo di vedere, analizza -il caso di luce bianca, che per effetto di semplice riflessione può -comparire colorata, ciò che realizza facendo riflettere un fascio -di luce da una lamina di metallo finemente striata, ottenendo così -l'iride, o lo spettro, da lui stesso chiamato di diffrazione. - -Ed è a questo medesimo sistema che, usando gli splendidi reticoli del -Roland, noi ricorriamo presentemente per avere lo spettro normale -del sole; spettro nel quale leggiamo a chiare note la costituzione -e natura del sole stesso. L'iridescenza del collo del piccione non è -che un fenomeno dello stesso ordine, e la luce si riflette su d'una -superficie, per la conformazione delle piume, finemente striata. - -Mirabilissima deduzione questa del Grimaldi, che in altra epoca avrebbe -sollevato il plauso universale, e rimase invece affatto dimenticata, -finchè d'oltre monte non fu rimessa in onore, ampliata, perfezionata. - -Degne di speciale menzione sono pure le esperienze del Grimaldi sul -fenomeno così detto della dispersione della luce; sull'iride cioè che -si ottiene facendo rifrangere la luce del sole in un prisma. Fu esso -che pel primo mostrò come il fascio di raggi luminosi, attraversando il -prisma, s'allarghi, e che considerò i colori come dipendenti dalla luce -che illumina i corpi; che ammise una diversa velocità di propagazione -del moto vibratorio in rapporto al numero delle vibrazioni, e -che previde la luce propagarsi con minore velocità nei corpi più -rifrangenti. - -Pochi anni dopo Grimaldi, il Newton illustrò ampiamente il fenomeno -della colorazione della luce nei prismi, ed emise per ispiegare i -fenomeni ottici la famosa teoria delle emanazioni, considerando la -luce come qualche cosa di materiale che, al pari dell'odore, esali dai -corpi. - -Nessuna meraviglia quindi che l'opera del Grimaldi, che riteneva la -luce una forma di moto vibratorio, rimanesse affatto negletta di fronte -all'immensa autorità di cui godeva il Newton. Il Göthe, nella sua -teoria dei colori, chiama il Grimaldi versato in tutte le sottigliezze -della dialettica, e giudica poco serio il di lui lavoro. - -Del resto quanto possa l'autorità di un uomo per ribadire degli errori -ed arrestare per un certo tempo il progresso, se anche non ne avessimo -avuto un grande esempio in Aristotile, ne avressimo uno nel Newton. - -Nel 1690 Huyghens dà alle stampe il suo “_Trattato sulla luce_„. In -esso, per ispiegare il fenomeno della doppia rifrazione ricorre alla -teoria delle ondulazioni, e tanto, e sì profondamente la svolge da -poter render ragione colla stessa di tutti i fenomeni ottici allora -conosciuti. Ebbene, il lavoro dell'Huyghens, per quanto profondo e -persuasivo, rimase affatto dimenticato. Nè valse a tirarlo dall'oblio -l'autorità dell'Euler che dal 1746-1752 prese a difendere la teoria -delle ondulazioni. — Nel 1801, Young, facendo meglio risaltare -il principio delle interferenze luminose, la sviluppa ancora più -ampiamente. Ma perfino il suo lavoro rimase non curato. Solo nel 1815 -riuscì a Fresnel, sostenuto da Arago, contro Biot e Poisson, partigiani -del Newton, di rivendicare la teoria delle ondulazioni; illustrandola -colla famosa esperienza degli specchi, che portano il di lui nome, e -sviluppandola al punto che, infine, fu da tutti accettata. — Quasi -duecento anni occorsero, perchè la più bella teoria della fisica -potesse trionfare, e con essa fosse reso il dovuto onore al Grimaldi -suo divinatore. Anzi, se si tien conto che la teoria delle ondulazioni -ha bandito finalmente dalla fisica i fluidi imponderabili, creati per -mascherare la nostra ignoranza; che magnetismo, elettricità, calore, -luce, azione attinica, non sono in grazia alla medesima che fenomeni -della stessa natura, diversi solo per numero di vibrazioni; che tutto -dunque giudicato alla stregua di sì splendida teoria, si unifica; trovo -la concezione del Grimaldi altrettanto fondamentale per la fisica, -quanto il principio di inerzia del Galileo per la meccanica, la legge -di gravitazione del Newton per l'astronomia, la teoria atomica del -Dalton per la chimica. — Materia e moto, indistruttibilità di quella, -conservazione e trasformazione di questo. Unità nell'infinita varietà. - - -Fra i molti problemi intorno ai quali si esercitarono maggiormente i -fisici del 600, abbiamo visto figurare la pressione dell'aria, la sua -dilatazione pel calore, l'ebullizione dei liquidi, la forza elastica -del vapore. — Ed ecco come da un complesso di nozioni pian piano -acquisite alla scienza sorge poi tale un'invenzione, che ha sconvolti -gli usi della vita, rotte le barriere fra le nazioni, rialzato -l'operaio dalla materialità del facchino a dignità d'uomo pensante, -rinnovellate le industrie; — intendo parlare della macchina a vapore. - -Naturalmente essa non poteva uscire completa dalla mente di un solo, e -tutte le nazioni fanno a gara per attribuirsi la lor parte di merito. - -Da noi non mancò qualche tentativo per adoperare il vapore come forza -motrice. Ragionando sull'eolipila di Erone Alessandrino, il Porta, -ancora nel 1601, si domanda in quante parti d'aria, come allora -chiamavasi il vapore, si trasformi un dato volume d'acqua, e riesce con -un semplicissimo apparecchio a sollevar l'acqua, per sola pressione di -vapore. Nel 1629 Giovanni Branca, architetto della chiesa di Nostra -Donna di Loreto, pubblica un trattato “_Delle macchine artificiose, -tanto spirituali che animali di molto artificio per produrre effetti -meravigliosi_„ nel quale propone che una grossa eolipila getti il -vapore contro una ruota a palette, destinata a far muovere un piccolo -mulino. Ma qui finiscono i titoli nostri per l'applicazione diretta del -vapore quale forza motrice. Non va dimenticato però, che le esperienze -e le leggi su cui la portentosa macchina posa, quasi tutte in Italia -per primo furono eseguite o dedotte. - -Era in Inghilterra, dove l'attività industriale è più fiorente, che -maggiormente si sentiva il bisogno di utilizzare le forze della natura. -Nel 1655 il marchese di Worcester pubblica le sue cento invenzioni, ed -ottiene un brevetto per una macchina a vapore atta a sollevar l'acqua. - -Nel 1681 e seguenti, l'infelice Papin, dopo aver soggiornato qualche -tempo in Inghilterra, comprende il vero spirito delle macchine a -vapore, inventa la pentola che porta il di lui nome, la valvola di -sicurezza, e giunge persino a mandare un battello sul Weser, per morir -povero e dimenticato in una soffitta, fra i rottami delle sue macchine. -— Segue Savary nel 1698. Con Newcomen e Cowley nel 1705 ci troviamo di -fronte a una vera macchina a vapore che aspetta il suo perfezionamento -da Watt, per correre con Stewenson e Fulton da un capo all'altro del -mondo. - -Vediamo ora l'Italia, che ha dato per prima il melodramma, costruito il -pianoforte, perfezionato tant'altri strumenti; “la terra dei fiori, dei -suoni, dei carmi,„ quanto abbia prodotto nel campo dell'acustica. - - -Ancora nel XI secolo Guido d'Arezzo inventa le note, e le nomina colle -prime sillabe d'ogni versetto dell'Inno di San Giovanni. — Giuseppe -Zerlino, nato a Chioggia nel 1540, e Vincenzo, padre del Galileo, -scrivono di musica teorica; ma la parte fisica dell'acustica incomincia -solo con Galileo Galilei. Fu esso a dimostrare che per corde eguali -ed egualmente tese, la durata di oscillazione è proporzionale alla -loro lunghezza. Provò pure che l'acutezza del suono sale o scende -col crescere o diminuire delle vibrazioni. Avvertì, che strisciando -dolcemente con un dito bagnato il bordo d'un bicchiere, contenente -dell'acqua, si ottiene un suono, e fin che esso dura la superficie -dell'acqua si increspa, producendo una specie di stella. E si domanda: -se non sarebbe possibile fissare queste figure acustiche per poterle -con più agio studiare. Rammenta allora l'esperienza occorsagli con una -lastra di ottone, che messa in vibrazione e cospersa di rena, questa -si disponeva in una serie di linee distribuite con simmetria. Sono le -belle figure illustrate poi dal Cladni, e note sotto il di lui nome; ma -prima d'ogni altro ottenute dal Galileo. - -Ho già detto delle esperienze eseguite in Firenze dal Borelli e dal -Viviani, e riportate nei “Saggi„ sulla velocità di propagazione del -suono, che dettero per risultato un valore di ben poco differente da -quello ammesso presentemente. Nè so comprendere come di queste nostre -esperienze non si faccia mai cenno nei libri di fisica italiani, ne' -quali si riportano regolarmente quelle eseguite in Francia. — Va pure -notato che il primo a mostrare come la velocità di propagazione del -suono aumenti col crescere della temperatura fu il medico Bianconi. - -I risultati delle esperienze da esso eseguite a Bologna a temperature -di -2 a +28° R. sono riportati in un opuscolo “Della diversa velocità -del suono„. (Venezia, 1746). - -Newton, che introdusse pel primo l'analisi matematica nelle quistioni -acustiche, calcolò teoricamente la velocità di propagazione del suono; -ma trovò che risultava solo 5/6 di quella data dalle esperienze. Per -metter d'accordo i due risultati furono escogitate numerose ipotesi; -ma il primo che accennò alla vera causa fu il nostro Lagrange, senza -però svolgere completamente l'idea balenatagli. Sicchè durante tutto -il settecento la quistione interessò in sommo grado tutti i cultori -delle scienze, e solo nel 1816 La Place mostrò che realmente bisognava -recare la correzione ideata dal Lagrange; perchè, mentre la temperatura -dell'ambiente non varia col propagarsi delle onde sonore, compensandosi -il freddo prodotto dalla rarefazione col maggior calore prodotto dalla -compressione, questa variazione di temperatura nelle parti dell'onda -modifica però l'elasticità dell'aria, e con ciò la velocità di -propagazione del suono. - -Un altro problema della più alta importanza, che si proposero, non -solo i cultori della fisica, ma ben anco i maestri di musica, i -matematici, i filosofi, fu quello di trovare la ragione, perchè due -suoni armonizzino quando fra i numeri delle loro vibrazioni esista un -rapporto semplice, mentre in caso diverso, o se il rapporto semplice è -appena alterato, riescono dissonanti. - -Fortunatamente alla risoluzione del problema contribuirono in larga -parte due italiani. - -Verso la metà del seicento Marigni inventa la sua “Trombetta Marina„, -che viceversa non era poi una trombetta, e nemmeno un istrumento -a fiato, bensì una specie di grosso sonometro. Su d'una cassa di -risonanza di forma piramidata era tesa una corda, che dava una nota -stridula, somigliante a quella di una trombetta, in causa del tremito -della staffa cui era raccomandata la corda contro la cassa stessa sulla -quale posava leggermente. - -A mezzo del suo strumento mostrò, non solo che si può ottenere dalla -corda un seguito di note i cui numeri di vibrazione crescono come -la serie dei numeri interi; ma ben anco che queste medesime note -accompagnano la fondamentale, e si possono percepire separatamente, -toccando leggermente la corda in vibrazione alla sua metà, terzo, -quarto, ecc. Sono questi i toni armonici, o meglio superiori, dai -quali appunto, oltre il timbro musicale, dipende anche la consonanza. -E coi medesimi, a definire l'armonia concorrono, o li suppliscono se -mancanti, i suoni detti di Tartini. - -Nacque Tartini nel 1692 a Pirano d'Istria, e fu destinato al -sacerdozio. Ma lasciò ben presto la teologia per la legge, anzi, per -essere più precisi per la scherma, sua passione favorita. Ammogliatosi -segretamente, appena s'accorge d'essere incorso nella collera dello -zio, il cardinale Cornaro, abbandona la moglie, e si ritira nel -convento di Assisi. La calma del chiostro e sopratutto la compagnia -d'un bravo monaco, esperto in musica, risvegliano in lui una latente -passione per quest'arte geniale, così che in due anni diventa famoso -nel suonare il violino. Calmatosi lo sdegno dello zio, lascia il -convento, e in un concerto a Padova rapisce talmente gli uditori, che -la sua fama corre da un capo all'altro d'Italia. - -Nel 1714 avverte che quando si suonino ad un tempo due note, se ne -percepisce una terza più bassa; per esempio: con un DO₃ ed un LA₃ si -sente un FA₂. - -Chiamò questo nuovo tono, dato dalla combinazione degli altri due “il -suo terzo suono„; e fu poi detto di Tartini. - -Ora questi terzi toni, quando il rapporto fra le due note che li -generano non sia preciso, possono dar luogo ai battimenti, segnano -quindi la disarmonia e suppliscono là dove mancano i toni superiori. -Interessante si è il sapere che Tartini nel suo “Trattato di -musica secondo la vera scienza dell'armonia„ (Padova 1754) e nella -“Dissertazione dei principi dell'armonia musicale contenuta nel -diatonico genere„ (Padova 1767), non solo parla del suo terzo suono, ma -espone l'idea che desso concorra nel definire l'Armonia. - -Ed appunto sui toni armonici messi per primo in evidenza dal Marigni, -sui battimenti illustrati dal Saveur, e sui toni di Tartini, detti poi -di “sottrazione„ fonda Helmholtz la mirabile, e semplice sua teoria -della consonanza. - - -Nel campo del magnetismo e dell'elettricità, all'infuori delle poche -cose tentate dall'Accademia del Cimento, scendiamo fino a Beccaria -prima di trovare qualche lavoro d'una certa importanza. Nel 1753 -pubblica un'opera “Dell'elettricismo naturale ed artificiale„ e -nel 1775 una seconda “Sull'elettricità atmosferica a cielo sereno„; -preludio agli importanti lavori eseguiti poco appresso in Italia. È poi -noto come una delle esperienze per mostrare la sede dell'elettricità -sui buoni conduttori si faccia ancor oggi a mezzo d'un apparecchio -chiamato “Pozzo di Beccaria„. Anche Tiberio Cavallo napoletano, -eseguì, sopratutto in Inghilterra, molte osservazioni sull'elettricità -atmosferica, che assaggiava a mezzo di un suo elettrometro. - -I progressi della fisica e dell'elettricità in ispecie nell'ultimo -quarto del 700 si collegano troppo strettamente colle prime scoperte -del 1800, per poter essere qui con utilità, sia pur di volo accennati. - - -Quanto cammino lo svolgersi dell'umano pensiero! - -Alle incerte notizie d'una civiltà orientale, a quelle più sicure -dei Caldei e degli Egiziani ecco sovrapporsi la splendida civiltà -greca, speculativa ed artistica per eccellenza, che ci tramanderà -con Aristotile il vangelo scientifico su cui giureranno per lunghi -secoli le generazioni future, e con Anassagora e poi Epicuro l'idea -Atomistica, che rifatta sulle basi dell'esperienza, sarà leva -potentissima allo sviluppo delle scienze e della Chimica in modo -particolare. - -Coll'invasione degli Arabi vediamo dispersa la famosa scuola -Alessandrina, e tesori di sapere, sopratutto nel campo filosofico e -matematico perduti. E mentre la più fitta tenebra della barbarie pare -voglia stendersi per ogni dove, ecco gli Arabi stessi, che si fanno -cultori delle scienze, danno novello impulso agli studi astronomici e -chimici, e risvegliano, co' profughi greci, il culto alle scienze anche -in Occidente. Ma breve è il periodo, e strana cosa, un popolo giunto -rapidamente ad un elevato grado di civiltà, torna pressochè nomade alle -sue terre. - -Per lunghi secoli nelle Università che s'erano venute formando per -prime in Italia, dove maggiore era il bisogno d'emanciparsi dai ceppi -d'un'istruzione, diretta solo da ecclesiastici, non si insegna che ciò -che dagli antichi ci pervenne, non si riconosce che Aristotile. Epoca -ingloriosa, appena marcata di quando in quando da qualche accenno a -novità, subito represso. - - -Ma l'aurora dell'Umanesimo spunta appena in Italia, che già le arti e -la letteratura, con gigantesco progresso illuminano della luce più viva -i secoli XIV, XV, XVI; nè la scienza può rimanere estranea a questo -ridestarsi di ogni attività, e con Galileo getta le basi di quella -filosofia positiva, che, caratterizzata dal motto della Accademia del -Cimento _Provando e riprovando_ sarà base incrollabile allo svolgersi -ulteriore dell'umano pensiero. Splendida epoca, orgoglio nostro, ed in -modo particolare di questa terra toscana, sorriso d'Italia. - -Che vale l'opporsi dell'oscurantismo prepotente? Avrà i suoi martiri -anche la scienza, e saran seme di novello progresso. - -E se le persecuzioni diraderanno le file dei cultori delle scienze -in Italia, sorgeranno i Newton, gli Huyghens e tant'altri, a strappar -nuovi segreti alla natura, chè la scienza è universale. - -Certo l'amore del natìo loco fa rimpiangere che al periodo glorioso -di Galileo e dell'Accademia del Cimento, abbia fatto seguito un lungo -volger di anni scarso, in confronto alle altre nazioni, di messe, -benchè non privo di nobili ingegni che a quando a quando gettarono -sprazzi di luce foriera di nuovi veri. - -E la sua parte nel decadimento scientifico d'Italia, specialmente nella -prima metà del 700, va data alle condizioni politiche della penisola. - -La parte meridionale oppressa da un governo superstizioso e sleale, -che si regge sull'ignoranza de' popoli, a grande stento, e scarsamente -diradata dalle sapienti divinazioni del Vico, e dalle animose riforme -del Tanucci. - -La media Italia in balìa di una corte pontificia, dove anche la geniale -od austera personalità di pontefici come i XIV Benedetto e Clemente, -s'infrange contro l'assolutismo del dogma e la tirannìa degli ordini -religiosi. - -In Toscana fiacco il costume, fiacco lo studio, sonnolenta l'intera -esistenza per colpa di un governo, tanto più biasimevole quanto più -illuminato. - -I Ducati covo di tiranelli altrettanto impotenti quanto prepotenti. - -L'Austria che spadroneggia nel milanese, ed agogna ad assoggettarsi -l'Italia intera, non mai sazia di asservire al suo ibrido governo -quante più nazionalità le venga fatto. - -A Venezia una Repubblica oligarchica, intente le menti più elette a -conservare un potere che si veniva fiaccando. - -E nel piccolo Piemonte, la futura speranza d'Italia. - -Non dissimile l'Italia dalla Germania, colla differenza che i molti -stati che componevano quest'ultima, erano almeno retti da Principi -tedeschi, e che la riforma di Lutero vi aveva spirato un soffio di vita -nuova, mentre l'Italia era alla mercede dell'Austria e della potenza -papale nemica del progresso. - -E così è che la Germania come l'Italia ben poco producono nel campo -scientifico durante la prima metà del settecento; e di pari passo colla -scienza decadono l'arte, la letteratura, la filosofia. - -Epoca di reazione e rilasciatezza ben triste, e tale da far dubitare se -il nuovo metodo di indagine sperimentale potesse riuscire ad emancipare -il pensiero, e guidar l'uomo sulla feconda via del progresso. - -Ma la forza del progresso è inesorabile, e come fiumana trattenuta da -improvvisi scoscendimenti per poco ristagna, per irrompere con maggior -impeto e più veloce alla meta; così l'umano pensiero, che attraverso -a mille ostacoli, sulla base del positivo rifà la strada de' secoli -passati, e dalle leggi della natura assurge alle cause supreme, non -torturando coi dogmi; ma persuadendo coi fatti; non seminando livore, -odio, vendette; ma brillando iride di pace a tutti i popoli. - -E già sorgono, precursori di nazionale risveglio, i grandi poeti, e -nuovi veri, destinati a portare una profonda rivoluzione nella vita -delle nazioni ed a dare al secolo nostro un'impronta per la quale andrà -famoso ai futuri, spuntano all'orizzonte. - -Il lento oscillare della lampada nella cattedrale di Pisa fu _poca -favilla_ che _gran fiamma seconda_ e con Galileo illuminò il mondo -intero. - -L'inconsciente contrarsi della rana nel gabinetto del Galvani è -scintilla che sprigiona dall'acuta mente del Volta la portentosa pila. - - - _Signore e Signori,_ - -Un filo elettrico attraversa la sala. Milioni di vibrazioni ogni -secondo lo agitano. Trasmetteranno esse a dinamo potenti, dalle quali -alla lor volta furono suscitate, un raggio moderno di sole, rapitogli -dall'acqua, che nell'amplesso dell'Oceano evapora e si solleva, per -ricadere pioggia benefica su monti, dai quali rivo, torrente, fiume, -precipitando, confida a congegni meccanici la sua preda? Oppure un -raggio di sole antico, che per potenza di piccolo seme immagazzinò -nelle vetuste piante, ora fossilizzate, l'energia di tempi remoti, -quando l'uomo non ancora calcava la terra di cui scruta ora i segreti? - -E quel raggio di sole trascinerà esso per erta pendice il fardello -dell'uomo nel suo incessante affaticarsi? aiuterà, apprestandogli i -mezzi, il lavoratore nella lotta per la vita? fornirà a popoli oppressi -l'arma della difesa, o servirà a ribadire tormento di guerra, le loro -catene? Per quel filo passerà la voce armoniosa dell'amicizia o quella -stridula dell'interesse? la dolce voce del conforto, o quella rauca -della calunnia? Detterà quel filo le burrascose vicende della politica, -o le pacifiche conquiste della scienza?! - -Io vorrei che quel filo trasmettesse in questo momento a ciascuno -di voi i miei più vivi ringraziamenti per la benevola attenzione -prestatami, e riportasse a me l'eco del vostro gentile compatimento. - - - - -L'ARTE NEL SETTECENTO - - -CONFERENZA DI - -ANTONIO FRADELETTO - - - _Signore e signori,_ - -Se il principio o il termine d'un'età può mai datare dall'apparizione -o dalla scomparsa d'un uomo, la morte di Luigi decimoquarto segna -certo il confine morale che divide il Seicento dal Settecento. Con -lui, infatti, col monarca superbo che si piacque di vedersi effigiato -in clamide e parrucca, sembra adagiarsi nella tomba tutto un secolo -impettito, prosuntuoso, prepotente, intollerante, un secolo nel -quale l'accademismo classico non disdegnava d'accoppiarsi in fastoso -connubio con l'enfasi barocca. Gli Stati europei, liberi finalmente -dall'incubo d'un'ambizione che aveva pesato per tanti anni sul loro -destino, mandano un respiro di sollievo. La Francia stira le membra -raggranchite nel gelo delle forzate devozioni e agogna a rifarsi con -la sfrenata libertà del costume e del pensiero. Si seguono allora due -generazioni così spregiudicate, così epicuree, come l'ultimo periodo -della vita del Gran Re era stato noiosamente bigotto. Godere, goder -presto e in tutti i modi, è l'ideale cui mirano, sia inconsapevolezza -che nasconda ai loro occhi l'abisso verso il quale sono trascinate, sia -sprone di inconfessati presagi che le spinga ad esaurire ogni ebbrezza -prima dell'imminente catastrofe. L'età anteriore s'era segnalata per -una tensione suprema d'energia: energia caparbia, rovinosa, folle, -ma, insomma, strenuamente pugnace. Essa veniva al despota — che la -impose alla nazione — dalla coscienza, non mai scossa per accumularsi -di sciagure, dell'alto ufficio al quale egli teneva preordinata la -monarchia per diritto divino, incarnantesi nella sua persona. Ora, -noi assistiamo ad una di quelle subitanee reazioni che seguono sempre -gli sforzi soverchiamente protratti. Le antiche energie si allentano, -le antiche convinzioni vaniscono in un sorriso. Etichetta, pompe, -cerimonie, consuetudini officiali restano bensì immutate; ma lo spirito -che un giorno le animava s'invola; ma le idee, i sentimenti, le fedi -tradizionali ad ogni ora si sgretolano. L'edifizio costruito dai secoli -si direbbe, a primo sguardo, incolume, quando invece nulla d'incolume -n'è rimasto, fuorchè la decorazione esteriore: una decorazione -magnifica, amplificata da mille illusioni prospettiche, ma assisa ormai -su fondamenta così logore che noi la vedremo oscillare e crollare al -primo urto di mano plebea. - -E come lo stato politico e sociale non era altrove molto dissimile, -come l'esempio della Francia serviva di scuola all'Europa, -l'aristocrazia ci porge quasi da per tutto (salvo le nobili eccezioni -che non occorre rammentarvi) un'immagine conforme di vita. Veramente -quest'aristocrazia non è che un'esigua minoranza; ma essa costituisce -la classe dominante e tipica; essa detta la moda e crea il gusto; essa -invade il dinanzi della scena e respinge ancora nell'ombra tutto il -resto della nazione; essa dà pertanto alla società europea, fino allo -scoppiare del movimento filosofico e borghese, e anche più oltre, -un'apparenza comune di festività, di spensieratezza, di tolleranza -amabilmente scettica, o, in breve, di estenuazione morale. - -Fra noi l'estenuazione aveva cause più profonde e più remote. Già -l'Italia era uscita dalla gloriosa indisciplina del Rinascimento -barcollante e spossata, come chi ha troppo osato, troppo creato, -troppo compreso e troppo goduto. Poi, centocinquant'anni di blandizie -gesuitica e di oppressione spagnuola avevano plasmato a servilità -la mattiniera ribelle. Ingegno, cultura, spirito d'osservazione, -fantasia, erano sempre vivi; viva era la pertinacia intellettuale del -pensatore, dell'erudito, dell'artefice; ma era venuta meno nei più -quella deliberata vigoria di iniziative e di resistenze che è il fiore -dell'essere morale. E le riforme stesse che segnalarono la seconda metà -del Settecento non ebbero tutta l'efficacia che proviene dai robusti -consensi; esse furono reclamate da poche menti superiori e largite -dall'alto, piuttostochè scaturire da una coscienza sociale largamente e -virilmente operosa. - -I forti aspirano a conquistare il dominio della propria anima; essi -amano appartarsi e raccogliersi, perchè trovano in sè di che popolare -ogni solitudine. Ma agli spiriti deboli e frivoli che resta da fare, -se non allearsi ad altre debolezze e ad altre frivolezze? Così questa -nobiltà esausta e peritura si conforta con la vita in comune, con le -conversazioni, coi festini, coi teatri, col giuoco, con la galanteria, -con l'osservanza rituale dei precetti della moda, innalzati perfino -a quistione di Stato o a controversia diplomatica. L'impero d'una -simile società non può spettare che alla donna, e la donna viene eletta -concordemente ad esercitarlo. Ormai ella sembra creata soltanto per -entrare con grazia in un salotto a braccio del cicisbeo, per porgere -la mano al bacio dei corteggiatori, per sedere ammirata in un palco, -per danzare languidamente il minuetto, per dominare il volgo dall'alto -d'una carrozza scintillante d'oro e di cristalli, per accennare a un -desiderio ed essere a gara obbedita, per divenire maestra di piaceri e -parteciparvi fino all'ultimo, come quella dama che ammalata di malattia -inesorabile, si fa abbigliare sfarzosamente, colorire di rossetto le -terree cavità delle guance, condurre in portantina a teatro, e che, al -ritorno, muore. - -Vi sono, Signori, rappresentazioni d'arte, le quali valgono -storicamente più degli stessi documenti storici, perchè ci tramandano -non tanto gli sparsi pensieri del passato, quanto l'intima essenza di -tutto il suo pensiero. Tale “_L'imbarco per l'isola di Citera_„ di -Antonio Watteau. Ben prima che Carlo Innocenzo Frugoni cantasse fra -noi: - - La bella nave è pronta: - Ecco la sponda e il lido - Dove nocchier Cupido, - Belle, v'invita al mar, - -ben prima e con ben altra vena, il Watteau aveva dipinto la dilettosa -allegoria, che esprime il sogno di due generazioni. Sul lido, sotto i -grandi alberi, sorge, infiorata dai devoti, l'erma della Dea; l'onda -purissima è in calma e i salici v'immergono le capigliature fluenti; -uomini e donne, tenendosi a braccio, traggono alla galèa che sta -per salpare, sotto la guida degli Amori, verso l'isola incantata. -L'aspetto di quelle coppie è giocondo, le mosse graziose, ma pure noi -ci sentiamo vinti da un'ineffabile malinconia. Sono forse i vapori -autunnali e vespertini in cui l'artista ha avvolto la scena? O è quel -presagio amaro di delusioni che si mesce per noi a tutte le immagini -del piacere? O è il lampo d'una comparazione fra i giorni che furono -e i giorni che noi viviamo?.... Ignoro; ma certo dinanzi a quello -spettacolo di agognate e credute felicità, l'anima è mossa a un -sentimento triste, che potrebbe tradursi nelle parole: _per l'ultima -volta!_ - - * - -In quelle creature voi non cercherete dunque passioni, bensì capricci -ed emozioni mutabili: l'emozione sentimentale, l'emozione voluttuosa, -l'emozione gioconda, l'emozione patetica, l'emozione idillica. -Vedete il sentimento tipico: l'amore. “_On se plaît, on se prend; -s'ennuie-t-on l'un avec l'autre, on se quitte avec aussi peu de peine -qu'on s'est pris. Revient-on à se plaire, on se reprend avec autant de -vivacité que si c'était la première fois qu'on s'engageât ensemble_„ -scrive in Francia Crébillon figlio. E in Italia l'abate Chiari: -“_Dove troverete adesso quelle passioni violente e così memorabili -che inspiravano un tempo le donne vedute soltanto attraverso un fosco -velo e vagheggiate una volta al mese dall'altezza di una finestra?_„ -E invero l'amore è ormai divenuto un misto di volubilità sensuale e di -consuetudine tra amichevole e cerimoniosa, che tollera filosoficamente -le divagazioni e le compartecipazioni: - - Qual torto far potrebbonsi, - Colpevoli del pari? - Perchè perdon si nieghino - Troppo ambedue son cari. - -Di quando in quando ha anch'esso, l'amore, le sue burrasche, o, come -dicevano, le sue smanie; ma sono burrasche a fior d'acqua, subito -placate da un abbraccio o da un giuramento in ginocchio. La separazione -non lascia dietro a sè che un'ombra di mestizia. Nel ripercorrere i -luoghi dov'egli visse beato con la sua donna — forse irreparabilmente -perduta — l'amante non medita e non impreca; basta a lui effondersi in -questo lieve sospiro: - - Dite almeno, amiche fronde, - Se il mio ben più rivedrò; - Ah! che l'eco mi risponde - E mi par che dica no. - -E come l'amore, così sottoponete all'analisi tutti gli altri sentimenti -— il dolore, la fede, la tenerezza, la pietà, la generosità — -quali vi si mostrano negli scritti letterari ed intimi del tempo. -Potrete scomporli in una serie di stati di coscienza ora languidi -ora concitati, ma quasi sempre mobili, ondeggianti, effusivi, e, per -significar tutto con una parola, melodici. Ecco perchè senza la melodìa -poetica e senza la melodìa musicale non si comprende il Settecento; -ecco perchè le canzonette del Rolli, i drammi del Metastasio, le -limpide arie del Pergolesi e dello Jomelli suonano a noi come la voce -superstite dell'anima sua! - -Ma una parte almeno dell'anima del Settecento si è pure espressa con -un linguaggio visibile di forme e di colori. E questo linguaggio è il -nuovo stile _rococò_ in cui viene a rammorbidirsi quello più gonfio -e pesante del periodo di Luigi XIV. I contorni sinuosi, i cimieri -asimmetrici, i festoncini, i ciuffi, le frondeggiature arricciate, vi -annunziano chiaramente la capricciosa mobilità degli spiriti. Quelle -colorazioni tenui — cilestrine, rosee, verdicce, lilla, giunchiglia -pallido, tortora, foglia morta — vi sussurrano all'orecchio le -repugnanze sottili dell'epicureismo per ogni sensazione troppo vivace. -Quei letti dalle incurvature di bomboniera, dai guanciali digradanti, -dalle alcove rallegrate di nudità mitologiche, vi confidano i sonni -voluttuosi prolungati fin presso al meriggio. Quei canapè dalle braccia -accoglienti vi evocano l'intimità dei lunghi colloqui, alternati di -carezze e di consapevoli silenzi.... - -Vogliamo entrare nel vestibolo di quel grande palazzo, architettura -immaginosa del Fuga o di uno dei Bibbiena, dello Juvara o del -Vanvitelli? L'ampia scalea balaustrata ci conduce negli appartamenti -gentilizi, scintillanti di lumiere. Sulle mensole, sulle cantoniere, -spiccano le tazze di Meissen o di Sèvres, le statuine galanti e -campestri in _biscuit_, le piccole miniature in avorio; sul caminetto, -il bronzo dorato del pomposo orologio a pendolo e dei candelabri -dagli steli attorti. La suppellettile, lucente di lacca, è dipinta -a figurine e fiorami; qua e là qualche mobiletto di legno esotico, -qualche stipo a tarsie di tartaruga e metallo, qualche gruppo scolpito -a putti ed allegorìe, che sorregge un vaso del Giappone o della Cina. -— Siamo nel salone, un sontuoso salone tutto fregiato di stucchi, dal -soffitto recente di affreschi, dalle pareti chiare — bianco e oro, -rosa e oro, pistacchio e oro — che si schiudono ad assidui intervalli -nelle chimeriche profondità degli specchi. Le dame dalle acconciature -bizzarre, dall'ampio giro della veste di raso ornata di trine e di -_falbalas_, siedono conversando e agitando in ritmo i ventagli; i -cavalieri con la giubba e la sottoveste ricamate e i polpacci stretti -nelle calze di seta, passano dall'una all'altra, tintinnando di -ciondoli e sbattendo lo spadino incruento; qualche abatino novizio -fa la sua corte discreta, appoggiato ad una spalliera o protetto -dall'ala d'un parafuoco. Ma ecco un accordarsi sommesso di violini, -un porgere ossequioso di mani, un fruscio di vesti, un disporsi -lieve di coppie; il minuetto sospira i suoi inviti alla letizia; i -guardinfanti si piegano come per un accenno di genuflessione; le giubbe -ricamate s'inchinano; la danza comincia, molle, aggraziata, pacata, -luminosamente proseguita entro le chimeriche profondità degli specchi. - -Gli specchi! non è questo, Signori, uno fra gli ornamenti più cari -al secolo, e fra quelli che meglio ce ne raccontano la socievolezza -leggiera, l'appariscenza, la vanità, la fragilità? Profusi per ogni -dove, gli specchi paiono eletti all'ufficio di adulare la realtà, -di suscitarle intorno un corteo di seguaci illusioni. Nei festosi -ritrovi, essi inducono l'uomo alla ricerca dell'atteggiamento e del -gesto, ma insieme coi vigilanti richiami lo frenano; nei convegni -libertini sferzano i suoi sensi con le complici denudazioni del pudore; -nell'odiosa solitudine lo confortano, porgendogli almeno la visibile -compagnia di sè stesso! - -Perchè ciò che il Settecento aborre di più, ciò che gli pesa -intollerabilmente, è la solitudine. Prima che Giangiacomo Rousseau -imprenda il suo apostolato, nessuno sa concepire le gioie austere -dell'anima sognante in faccia alla natura. La vita in campagna non è -dunque — mutato scenario — dissimile da quella di città: ricevimenti, -rinfreschi, fuochi di gioia, tavola sempre imbandita, giuochi, -concerti, commedie da camera. E già gli stessi giardini, coi lunghi -viali regolari, e la fiorita simmetria delle aiuole che somigliano -tappeti a rabesco, e le siepi di bosso tosato, e gli alberi rifondati -o squadrati a piramide e a dado, e gli emicicli a gradinate coperte -d'erbetta rasa, che altro sono se non una specie di duplicato dei -teatri e dei saloni? Saloni all'aria aperta, dove la gente passeggia -con lentezza pigra, si scambia nell'incontrarsi complimenti e celie, -riposa sui sedili rustici col garbo contegnoso con cui s'adagia -sui canapè, si raccoglie in comitive conversanti, si disperde a -coppie sotto le vôlte fronzute, tra il sussurrìo delle fontane e -l'occhieggiare delle ninfe marmoree dalle pieghe svolazzanti. - -In molte fra le dimore ove passò sì lietamente la vita, si stende -oggi lo squallore dell'incuria o dell'abbandono. Gli svelti ghirigori -di stucco vanno sgretolandosi, o ingoffiscono sotto lo strato denso -degli intonachi; la suppellettile impressa di calde abitudini umane -non è più; dalle pareti quadri e stoffe damascate scomparvero; gli -specchi hanno la faccia livida dell'acqua palustre e non ripetono più -luminosamente l'immagine umana, ma la offuscano e la incadaveriscono. -Dal cancello rugginoso, fregiato di nastri e di stemmi a cartoccio, -intravvediamo i viali del giardino, un giorno così corretti nel loro -tappeto di fine ghiaia e nella duplice spalliera pettinata, invasi dal -folle scompiglio dell'erbe; la conca marmorea della fontana muta di -voci scroscianti; i gradini che mettevano alla veranda, i gradini sui -quali passarono, sfiorandoli appena, tanti piccoli piedi, sconnessi -e screpolati; e qua e là, di sui piedestalli ingialliti dai licheni, -qualche ninfa dal naso mozzo e dalla mano mutilata, che si sforza -ancora di sorridere con la triste civetteria delle vecchiaie che non si -rassegnano. - -Dinanzi a questi fantasmi deformati del mondo distrutto dalla -catastrofe dell'ottantanove, sorge nella nostra mente una visione: un -abisso nero, in fondo al quale gorgogliano torrenti di sangue, e sulle -opposte sue sponde l'antitesi di due scene: di là tenui ombre graziose, -aggirantisi, nella luce blanda del pomeriggio, per un Eliso campestre; -di qua l'incalzare d'una gran folla irrequieta, in un'atmosfera fumosa -e sonante di opere. — I nostri nonni e noi! - - * - -Consultiamo i ritratti, paragonandoli a quelli delle due età precedenti. - -Nei ritratti del Cinquecento ferve tutta la vita poderosa d'un secolo -in cui l'uomo, affidandosi senza freno a' suoi istinti, mostrò -di quanta genialità e di quanta perversità egli sia organicamente -capace. Direste che gli originali non siano venuti a posare davanti -agli artefici, ma che piuttosto gli artefici, con qualche secreto -sortilegio, li abbiano imprigionati palpitanti entro la cornice. Sotto -la corazza o la porpora, sotto il giustacuore o la toga, con le labbra -schiuse al comando o serrate in uno sforzo di proponimento, con la -pupilla fiera di risoluzione o lampeggiante di cupidità, con la mano -che stringe un decreto, o si posa sull'elsa della spada, o si pianta -saldamente sull'anca, o s'abbandona sur un bracciuolo nell'assorta -fissità del pensiero, essi ci narrano la storia di quella fatale -generazione che splendette e si estinse in una vampata prodigiosa -d'energie e di passioni. - -Nel Seicento tonalità ed espressioni s'infoscano. Vi sono molte tele, -dove, a primo sguardo, non riuscite a discernere nel campo buio che -l'incerto biancore d'una gorgiera o di due lattughe. Solo più tardi -spuntano dalle tenebre due occhi cavi in un viso smorto. E di quelle -immagini, alcune, accigliatamente torbide, vi lasciano intravvedere, -o fantasticare, un viluppo di tetre cose interiori: qualche duro -costringimento patito, qualche vocazione violata, qualche tedio -insanabile, qualche mistero doloroso od atroce mal sepolto nel fondo -dell'anima. Altre, invece, sembrano degnarsi di concedervi udienza con -quell'aria di arcigno sussiego a cui la faccia umana era forzatamente -composta dalle quotidiane tirannie del cerimoniale. Ogni spontaneità è -soffocata. Educato alla scuola della paura e dell'ipocrisia, l'uomo non -si espande più; si comprime o s'atteggia. - -Con l'età nuova i tôni rischiarano e la tristezza dilegua. Diremo che -sia egualmente scomparsa la pretensiosità? Tutt'altro. Voi le rivedete, -mentre io parlo, certe patrizie del secolo che fu, rigide nell'abito -insaldato, certi cavalieri e _virtuosi_ pettoruti, certi senatori e -procuratori dalle parrucche colossali e dai faccioni sbarbati, cui -la cornice fastosa glorifica come una smaccata iperbole adulatoria. -Ma pure l'uomo e la donna sono spesso rappresentati in attitudini più -intime: la donna sopra tutto, mentre vezzeggia una cagnolina (quanta -parte non ha la “vergine cuccia„ nei ritratti del Settecento!) o siede -allo specchio, o tiene in mano il bossolo dei nèi, o coglie un fiore, o -accosta alle labbra la tazza invidiata dal poeta: - - Cinese tazza eserciti - Beato il suo costume - E il roseo labbro oscurino - Le americane spume. - -E in armonia con le attitudini, muta di necessità l'espressione. Alla -gonfiezza, al compassato ritegno, subentrano le arie frivole o ingenue, -ghiribizzose o sentimentali. - -Una donna è appunto il ritrattista più celebre della prima metà del -Settecento: Rosalba Carriera. Ella sparge de' suoi lavori l'Europa, -ma la prodigiosa fecondità è ancora tarda alle richieste. Dinanzi a -lei posano a gara la corte dissipata di Filippo d'Orléans, la corte -casalinga di Rinaldo d'Este, la corte pomposa di Carlo VI. Dalle -piccole mani, occupate in un'incessante fatica, escono le pagine più -varie dell'iconografia contemporanea: la signora di Parabère, Law, -Watteau, il piccolo Luigi XV, l'imperatrice Elisabetta, l'imperatrice -Amelia, la duchessa di Holstein, la principessa di Teschen, il -cardinale di York, Faustina Hasse, Pietro Metastasio. E da per tutto -ella è ricercata e festeggiata; da per tutto le risuona intorno un coro -d'ammirazione che osa pareggiarla perfino al Correggio, e in cui si -perde, senza ottenere ascolto, ogni censura più discreta. - -Oggi, noi riconosciamo che il disegno di Rosalba è fiacco, ch'è assai -dubbia (almeno in parecchi casi nei quali siamo in grado di giudicarne) -la rassomiglianza de' suoi ritratti; — e tuttavia non ci par difficile -comprendere le ragioni di quell'entusiasmo. - -Certo vi conferì la sua tecnica. Rosalba trattava anche la miniatura -e la pittura ad olio, ma il genere da lei prediletto restò sempre il -pastello. Ora, l'uso delle matite colorate era in gran voga nel secolo -scorso. Vi si addestravano così le educande ne' monasteri come le belle -mondane nei loro piccoli appartamenti. Federico di Prussia, quest'uomo -che alle doti sovrane della volontà e del genio pareva congiungere -tutte le piccole manie del dilettantismo, non ingannava altrimenti -gli ozi del carcere a cui l'aveva condannato la caparbia brutalità -del padre. E già — come notò il Sensier — con quella pittura secca, -ma limpida e facile al ritocco, con quella gamma preparata di toni e -semitoni leggerissimi, si credeva di aver reso la mano più franca e -più spedito lo studio della natura. Rosalba dovette dunque apparire -come una geniale personificazione di questa tecnica, tutt'altro che -nuova, è vero, ma che allora trovava nel gusto del pubblico elegante -le condizioni più propizie per espandersi, e che poco appresso sarebbe -stata illustrata dalle grazie del Liotard e dal vigore di Maurizio La -Tour. - -Ma l'altra, la maggior ragione di quel fervore d'entusiasmo, fu -l'alito di poesia, fra ingenua e melodrammatica, che Rosalba spirava -ne' suoi ritratti. Se pur questi erano poco fedeli, i contemporanei -dovevano ravvisarvi un fedele riflesso dei sogni loro abituali. Come -il pittore dell'_Imbarco per Citera_ idealizzava il costume e il -poeta dell'_Olimpiade_ il sentimento, ella mirò, in diversa misura, a -idealizzare le fisonomie, e vi riuscì particolarmente nelle immagini -femminili, perchè qui i suoi avvedimenti tecnici, i suoi difetti -medesimi, come la mollezza del tocco, s'accordavano con la natura del -soggetto. Da ciò, forse, la singolare malìa che esercitano le donne -dipinte da Rosalba. Quei capelli, sparsi d'una brinata impalpabile di -cipria, si sollevano dinanzi a noi come per un esile soffio; le carni -di latte e rosa, delicatamente venate d'azzurro, si muovono a un blando -ritmo di vita, tra il vaporoso biancheggiar dei veli e il gaio colore -delle vesti; gli occhi stanno assorti in una dolcezza di godimenti -rammemorati o sperati; la persona sembra circonfondersi della sua -essenza spirituale, come il fiore si circonfonde del suo profumo.... -Nulla, insomma, meglio della sorridente levità dell'arte di Rosalba -poteva tramandare fino a noi l'effimera apparizione di quegli esseri -di capriccio e di piacere, ignari della tempesta che li avrebbe indi a -poco travolti! - - * - -Ogni età ebbe un suo proprio ideale di bellezza e amò incarnarlo nella -Donna. Il medio evo la figura come un giglio mistico sorgente nei campi -paradisiaci della visione; il quattrocento le dà la freschezza umana e -le grazie contenute dell'adolescenza; ai giorni lieti del cinquecento -noi vediamo il suo bel corpo espandersi in una luminosa palpitazione -di vita; col seicento ella si fa agitata e triste e leva al cielo le -pupille irrorate di pianto. - -Ora un ideale nuovo viene modellandosi sulle nuove consuetudini, -e il suo tratto caratteristico è l'eleganza mondana. Alla fantasia -dell'artista l'immagine della Donna non si presenta spontaneamente -nella sua luce morale, non nella prestanza nativa delle sue forme, -non nell'esaltazione dello spirito, ma in tutti i vezzi raffinati del -suo abbigliamento. La pittura non si compiacque mai tanto di ritrarre -la _toilette_ d'una dama o d'una dea; nè mai la poesia indulse così -largamente alla descrizione delle acconciature e delle vesti: - - Col terso pettine tutta inanella - La lunga chioma, e bianca polvere, - Qual neve in albero, spargi su quella. - - Pon su 'l bell'ordine de' vaghi crini - I ricchi nastri, le gemme tremule - E i sottilissimi stranieri lini. - - Le orecchie adornati con fila d'oro, - Onde, com'astri, brillin purissimi - Diamanti penduli in bel lavoro. - - Di perle candide doppio monile - Al collo cingi, e i polsi avvolgine - Pur della morbida mano gentile.... - - Dov'è la nobile pomposa vesta, - Cui frange d'oro d'intorno ondeggiano, - Tutta pur d'auree fila contesta? - -Attorno ai busti che serrano le vitine — agli alti busti coperti di -raso o di broccato, sui quali s'indugia con voluttuosa carezza il -pennello — vola la strofe laudatrice del poeta: - - Ristretto in circolo di spazio angusto, - Affusolato su snelli ed agili - Fianchi sollevasi tuo vago imbusto; - -nè la mano par mai così bella come quando tratta civettolamente il -ventaglio: - - Risvegliator di zefiri - Ventaglio avea la manca, - Onde solea percuotere - Lieve la gota bianca. - - Ne' moti or lenti or rapidi - Arte apparìa maestra..... - -Quando l'occhio e l'immaginazione sono così imbevuti d'elementi -artificiali, mal si vede la pura bellezza corporea. E, infatti, l'arte -del tempo non riesce a rendervi sanamente ed efficacemente il nudo. -Nella massima parte di quei dipinti il nudo o è insignificante o è -libertino. Ora v'imbattete in forme sommarie, in carni floscie, alle -quali fu sempre ignoto il bacio avvivatore dell'aria e del sole; ora -avete dinanzi a voi qualche creatura meno nuda che spoglia, sulla cui -faccia vi par quasi di ritrovare i nèi ed il rossetto, e di cui il -vostro occhio corre istintivamente a cercare le gonne in un angolo del -quadro. - -Poco atta a cogliere la pura bellezza fisica, l'arte non si mostra -meno impotente a farsi interprete della pura spiritualità. Nulla è -ormai così raro nelle opere di soggetto sacro come un accento sincero -d'unzione; e chi seppe, sia pure inconsciamente, trovarlo, merita -per ciò solo un posto a parte nella storia del secolo. Prendete, ad -esempio, il tipo della Madonna. In due modi lo avevano reso i grandi -artisti: o, come Giotto e frate Angelico, sublimandolo nell'estasi, -o, come Giambellino e Raffaello, trasfondendo in esso tanta e così -soave placidità da suggerire naturalmente l'idea d'una condizione -senza misura superiore all'umana. Nel Settecento, per contro, il tipo -della Madonna quando non è volgare, è manierato; quando non riproduce -materialmente un modello purchessia, piglia un'aria affettata di -mondanità. C'è nella chiesa degli Scalzi, a Venezia, una _Santa -Famiglia_ dello scultore Torretti, in cui la Vergine, dalle guance -paffutelle, dalle membra affusolate e polite al tornio, ha l'aspetto -vezzoso d'una damina, tanto che il Gautier dinanzi a quella morbida -pietra figurante la madre del Signore non poteva interdirsi di -ricordare, con sacrilego pensiero, la marchesa di Pompadour. - -E, del resto, guardatevi d'attorno in queste chiese del Gesù e del -Sacro Cuore, erette bensì nel Seicento, ma nel Settecento compiute e -adornate. Da ogni cosa che vi circonda, non esce forse una suggestione -profana? Pareti incrostate di marmi preziosi che simulano tappezzerie e -cortinaggi, glorie di cherubini grassocci, cappelle cariche d'ori e di -stucchi che paiono alcove, colonne che s'attorcono, quasi partecipando -allo spasimo delle sante e dei santi trafitti dagli strali dell'amor -divino. Non sono tempî cristiani codesti, sono santuari ambigui, -dove il buon Dio scenderà tutt'al più come un visitatore vergognoso e -furtivo, per arrendersi alla preghiera di qualche semplice di cuore! - -E se le idee e i sentimenti cristiani sono così adulterati, non può -farvi stupore la metamorfosi che subisce il mondo mitologico. Mentre -l'arte classica nobilitava plasticamente il Nume pur rappresentandone -le passioni, l'arte del Settecento inclina a rimpicciolirlo coi segni -esteriori d'una sensibilità effervescente e fugace. Marte, Apollo, -Vulcano, Nettuno smaniano e declamano; vi sono Veneri e Diane e -Minerve, che, in proporzioni colossali di viragini, mostrano un'anima -di donnette svenevoli o bizzose. E già l'Olimpo eroico di Omero e -di Virgilio cede all'Olimpo amoroso di Ovidio; Giove è spodestato -da Cupido. Coi modelli ammirati dell'Albano sotto gli occhi, con le -strofe d'Arcadia negli orecchi, la pittura moltiplica prodigiosamente -l'alata famiglia, la annida fra l'erbe ed i fiori, la corica sugli -aerei guanciali delle nuvole, la raccoglie in sciami tripudianti, la -disperde in fughe maliziose, ne intreccia le infantili sembianze a -tutti i momenti della vita. Vuole l'artista significarvi le brame e i -sogni della giovinezza? Ecco due Amorini che mostrano gioielli e stoffe -preziose ad una fanciulla addormentata, mentre un altro Amore, seduto -sulla sponda del letto, prova col dito la punta de' suoi dardi. Vuole -esprimervi qualche innocente dolore? Ecco, in un angolo, il piccolo -iddio col capo basso e con gli occhi inumiditi di lagrime. — Più -spesso, però, le immaginazioni mitiche, anzichè tradursi in allegorie -morali, non fanno che fornire dei partiti decorativi, di cui l'artista -usa ed abusa nelle macchinose composizioni, come ne usavano ed -abusavano gli apparatori scenici, gli autori di balletti e di cantate. -Leggiamo: “_Ridente e luminosa reggia d'Imeneo... Si veggono Giunone, -Pallade, Venere, Imeneo, Mercurio, con folta schiera di genî.... tutti -sopra bassi gruppi di nuvole diversamente situati._„ E anche: “_Sopra -varî gruppi di nuvole.... si veggono molto innanzi Venere con Mercurio -da un lato, Marte con Apollo dall'altro, accompagnati da numerosa -schiera di genî loro seguaci._„ Sono le didascalie di due azioni -teatrali del Metastasio e potrebbero essere le esatte descrizioni di -due affreschi contemporanei! - -Gli è che ormai il teatro domina anche le arti del disegno; e le domina -non solo per l'intima ragione, accennata dal Taine, ch'esso era il -genere più appropriato all'indole di quel momento storico, ma altresì -pel fatto materiale che molti artisti, e fra i migliori, lavoravano per -il palcoscenico. Questa concezione teatrale della vita vi è rivelata -dalle impostature, dalle movenze, dalle arie patetiche, dalle fogge -capricciose e pompose; e quante volte, a certe uscite dei melodrammi -contemporanei, la memoria non vi ripresenta da sè certi gesti -imploranti o deprecanti che avevate notato nei quadri di Sebastiano -Ricci, dell'Amigoni, o del Cignaroli! - -Nè in modo diverso dalla vita è rappresentata la morte. — Nel mausoleo -Valier, della chiesa veneziana dei Santi Giovanni e Paolo, voi vedete -un padiglione di marmo giallo cosparso di fiori dorati e sostenuto da -angioletti nudi, scendere fra quattro grandi colonne di marmo nero, e, -sul fondo di questo sontuoso sipario, allinearsi, come cantanti in un -terzetto, le statue dei due dogi e della dogaressa, tutti in gran gala, -lei con la capigliatura arricciata, con una mano che sporge stringendo -i guanti e l'altra che tiene sollevata leggermente la veste. Il doge -Silvestro Valier e sua moglie furono benefici e pii; ma gli artisti che -innalzarono il monumento, come espressero l'anima cristiana di quei -defunti? Col gruppo d'una prima donna in veste guerriera intitolata -_Virtù_, che incorona un vecchio padre nobile battezzato pel _Merito_, -e più sotto, nei bassorilievi, con una serie di figure manierate e -levigate, che vorrebbero simboleggiare la _Mansuetudine_, la _Carità_, -la _Costanza_, la _Pace_. Enfatica e terrifica nel seicento, la tomba -si fa ora allettatrice e maestra di sceniche vanità! - -Teatrale e mondano l'uomo, teatrale e mondana l'immagine della natura. -Non che manchi affatto ne' quadri di paese del Settecento la nota del -vero. Affermandolo, mostrerei di dimenticare per lo meno Marco Ricci -e il Vernet, un francese che possiamo dire quasi nostro; — ma questa -nota è un'eccezione di fronte a due caratteri che generalmente vi -prevalgono. Il primo è, intanto, l'abuso degli effetti pittoreschi -conseguiti per via di antitesi scenografiche, come sarebbero (vi -ricordo le più usuali) una statua dai contorni convulsi sorgente -a fianco d'un vecchio olmo pacifico; una fontana che versa i suoi -zampilli dalle fauci dei tritoni o dall'urne delle naiadi, vicino a -un ponticello costruito di tronchi rozzamente connessi; un frontone -classico, una torre diroccata, un'“_antica, inselvatichita rovina_„, -che si delinea tra le piante sagacemente diradate. L'altro carattere -è la convenzione arcadica, che trasforma la campagna in un asilo -di felicità, popolato da gente per la quale il lavoro non è più una -fatica, ma un placido svago. Il nostro Zuccarelli dovette la sua gran -fama a questo raggentilimento della vita campestre, da lui significato -non pure con gli atti graziosi delle sue contadinelle, che guidano -le armente, o ne spremono il latte, o passano a guado un ruscello, -o attingono l'acqua alla fonte, o si bagnano celate dall'ombra d'un -boschetto, ma con la dolcezza e la leggiadrìa consentanea delle cose: -un velo di luce aurea che avvolge chetamente tutto il paesaggio, -giallori e vapori miti d'autunno, frastaglio delicato di fronde, -soffici ravvolgimenti di nuvole nella blanda azzurrità del cielo. -E ancora lo Zuccarelli è un realista severo a paragone della scuola -francese, e massime delle famose _pastorali_ di Francesco Boucher! -Qui, sì, scomparisce addirittura ogni freno di verosimiglianza; qui -non sappiamo se sia la campagna che penetri timidamente nel teatro e -nel _boudoir_, ovvero il _boudoir_ e il teatro che facciano irruzione -nella campagna. Le Clori, le Filli, le Ninette, le Lisette, le Eurille -tengono circolo sull'erba, si fanno dondolare sulle altalene dai Tirsi -e dagli Eulibi, ne ascoltano i madrigali e le serenate, si abbandonano -alle strette di qualche braccio avventuroso, mentre là, a pochi -passi, le pecore e gli agnellini dalla morbida veste ricciuta fingono -discretamente di pascolare. Carnevalata bucolica di marchesi e conti e -abatini e cantanti e danzatrici, degna d'un tempo in cui l'idillio dava -braccio alla galanteria e il _Pastor fido_ era tra i libri cari alla -regal cortigiana che imponeva il gusto all'Europa. - - * - -È questo, Signori, il secolo di Giovanni Battista Tiepolo. - -Nato a Venezia nel 1696, morto a Madrid nel 1770, egli compie una mole -sterminata di lavoro. Pur facendo la debita parte alla collaborazione -del figliuolo Domenico, possiamo dire che l'opera sua basterebbe a -colmare dieci vite d'artisti moderni. In Italia, in Germania, nella -Spagna, egli viene suscitando su tele e pareti e vôlte una moltitudine -senza fine di figure. Cattolicismo e mito, storia antica e medievale, -poesia epica e romanzesca, muovono egualmente la sua vena tumultuaria -di creazione, che trabocca nella pennellata larga, veloce, risolutiva. - -Leviamo un po' lo sguardo a' suoi prodigiosi soffitti. - -Gli angeli e i geni si disperdono nell'ampiezza soleggiata e solcata -di nubi; le Fame alate si precipitano a capo fitto, dando fiato -alle trombe; le divinità mitiche trascorrono sui cocchi trascinati -da cavalli scalpitanti e sbuffanti; le madonne si librano a volo, -recandosi tra le braccia il pargolo celeste; i santi e le sante si -protendono in uno slancio d'implorazione; alle balaustre pensili -s'affollano, riguardando e gesticolando, assemblee di spettatori; -le figure violano gli scompartimenti e scavalcano i cornicioni; -braccia e gambe si sprofondano, con temerità di scorti, entro la -vôlta o penzolano sul nostro capo; gli edifizi pigliano un aspetto di -sospensione oscillante che sembra la minaccia continua d'un crollo; -i campi dello spazio sono corsi da un vento impetuoso che sferza -l'azione, esalta il gesto, solleva e sbatte i panneggiamenti, contorce -e lacera le nuvole in cielo. - -L'impressione che questo pittore desta immediatamente in noi è enorme. -Ci chiediamo stupiti: è costui un solitario? un sopravvissuto? una -sovrana smentita alla teoria delle affinità necessarie tra il genio -individuale e quello collettivo? - -Poi intervengono la riflessione e l'analisi. — Noi riconosciamo che -l'indole agitata dell'arte tiepolesca, tutt'altro che costituire -una singolarità senza esempio, è anzi una nuova riconferma di -quest'antitesi ripetutamente avvertita: che quando, cioè, la società -è nel vigore irrequieto della giovinezza, la tecnica bambina crea -un mondo immobile o esitante; quando, per contro, la società viene -adagiandosi nei torpori senili, la tecnica ormai scaltrita si -avventura a tutte le audacie del movimento. — E anche in quella -fecondità irruenta, in quella prontezza estemporanea di esecuzione, -non tardiamo a ravvisare una caratteristica propria di tutti i pittori -decoratori del Sei e Settecento, da Pietro di Cortona a Luca Giordano, -al Solimene, al Giaquinto, infaticabili “_fa presto_„, cui bastavano -pochi giorni a riempire immense pareti. — Considerando a parte a -parte gli elementi da cui scaturisce l'efficacia degli affreschi -del Tiepolo, come il deliberato scompiglio della composizione, -il modo di aggrupparsi e di sperdersi delle figure, l'arditezza -degli scorci _dal sotto in su_, le illusioni prospettiche, l'estro -pittorico che viola con bizzarre licenze la regolarità dei contorni -architettonici, ci tornano alla memoria nomi di artefici oggi men -conosciuti, cui il veneziano è manifestamente debitore, e prima di -tutti quel padre Andrea Pozzo, sul quale il Burckhardt richiamava, con -la sua consueta sagacia, l'attenzione degli studiosi. — Ma davanti a -certe immaginazioni leggiadre, a certe nozze di colori, a certe arie -di visi, a certa poesia magniloquente e sfarzosa, un altro nome ci -corre spontaneo alle labbra: Paolo Veronese! — il che non toglie che -accanto alle reminiscenze paolesche, qualche figura accessoria non -ci ricordi Giambattista Piazzetta. — Osservando ancora, ci si fa qui -pure evidentissima l'azione del teatro, e se par troppo che certe Dee -e certe Virtù caccianti le gambe all'aria siano state gratificate col -titolo di sgualdrine, ci sentiamo però in diritto di chiamarle, con -benignità di eufemismo, _virtuose_.... di palcoscenico. — Procedendo -in questa analisi, non ci pare che l'energia espressa dal Tiepolo sia -proprio energia di muscoli; non sempre attraverso all'epidermide delle -sue figure ci si rivela l'onda viva del sangue; sotto l'ampiezza dei -torsi noi scopriamo, con Camillo Boito, uno strato non esiguo d'adipe; -nella colorazione delle carni ritroviamo talora la mollezza sbiancata -delle dame del secolo, che abusavano della cipria, e prolungavano le -veglie fino all'alba per rifarsi col sonno fino al mezzodì. — E infine -ci è forza confessare che neppur egli, il Tiepolo, si è sottratto -all'impotenza de' suoi confratelli: l'impotenza a rendere la pura -bellezza fisica. Nelle sue teste virili balena, infatti, il tipo -caprino; nei corpi femminili le giunture sono poco delicate, i colli -poco svelti, le gambe e le braccia hanno rotondità goffe, il seno è -privo di pulsante freschezza.... - -Eppure, nonostante le derivazioni e le assimilazioni, le intemperanze -e le lacune denunciate dall'analisi, il primo sentimento d'altissima -ammirazione non viene distrutto. Giambattista Tiepolo rimane non -solo l'artista più originale e più vigoroso del secolo, ma una delle -tempre più felici di pittore che abbiano mai esistito. Tutto ciò -ch'egli potè attingere da altri, si fonde nell'attività sfavillante -del suo genio, come i metalli diversi si compongono in lega alla -vampa della fornace. E il suo genio, che oserei chiamare di natura -fiabesca, è fatto essenzialmente di luce. Con l'elemento incoercibile -e imponderabile il mago si trastulla, per evocare le mutabili scene -del suo mondo incantato. Nessuno allora, come ben giudicò Anton -Maria Zanetti, seppe vedere con miglior occhio “_gli accidenti più -opportuni delle ombre e dei lumi_„; nè usare con maggior maestria -“_l'arte dei contrapposti_„; nè, aggiungiamo noi, più sicuramente -intuire le suggestioni di opulenza, di letizia, di drammaticità, di -pompa rituale, che emanano spontaneamente da certi connubi di tinte. -E se egli ha i suoi predecessori, quanti a loro volta non muovono da -lui! Francesco Boucher, ad esempio, non è, come decoratore, che un -riflesso femminilmente e procacemente illanguidito del Tiepolo. Quel -senso decorativo che era una qualità organica del tempo, che rispondeva -all'apparenza e alla struttura dello stesso edificio sociale, ma che in -tanti altri trascorse o nel farraginoso o nel frivolo, toccò altezze -insuperate nell'opera del pittore veneziano. Il quale rappresenta -dunque la sua generazione ; ma la rappresenta dominandola di tanto, da -non far meraviglia se, a primo sguardo, egli può sembrare un superstite -di età più fortunate. - -E davvero c'è in lui qualche cosa di atavico. S'egli s'inspira a Paolo -Veronese, non lo fa, credetelo, per vezzo d'imitazione, bensì per -istinto di postuma fraternità. Come la natura si piace talvolta di -ricreare sembianze corporee spente da secoli e tramandate fino a noi -dalle opere d'arte, così ella può anche risuscitare, in condizioni -diverse, qualche forma di spirito che fu. Tale il caso del Caliari e -del Tiepolo. L'anima gaudiosa di Paolo, che s'era scaldata al sole -fulgente della repubblica, parve reincarnarsi nell'artefice che -illustrava di glorie supreme il suo vespero! - -Ma, com'è proprio dei grandi ingegni, il Tiepolo, oltrechè riaccendere -fantasie e splendori del passato, ha pure, senza volerlo, senza -saperlo, qualche accento vivo di precursore. La sua inconsapevolezza -— quella magnifica inconsapevolezza che fu tanta parte della sua forza -— gli trae dal pennello motivi inediti, che i posteri s'affretteranno -a raccogliere. Nel _San Rocco e San Sebastiano_ del Duomo di Noventa -vicentina, la supplice donna che ci si presenta di schiena, assisa -sul suo carretto d'inferma, con le grucce accanto, può essere un -modello di evidenza realistica, congiunta a una discreta intimità -d'emozione. Nella _Santa Tecla_ del Duomo d'Este vi hanno tratti, come -la cassa mortuaria sul dinanzi del quadro e l'episodio del bambino -stringentesi al petto della madre esanime, che Arnoldo Böcklin forse -non disdegnerebbe. Nella _Santa Rosa da Lima_ della chiesa dei Gesuati, -a Venezia, il candore della veste armonizzante con la tenerezza candida -dell'espressione pronunzia lontanamente le dolci Madonne ravvolte in -bianca tunica di lana di Gabriel Max e del Dagnan-Bouveret. - -Ma l'opera che più di tutte fa del Tiepolo un artista unico è l'_Ulisse -nell'isola di Ogigia_. In uno dei superbi affreschi della Villa -Valmarana, fuori Vicenza, l'eroe sta appoggiato ad una colonna, in -atteggiamento di negligenza sdegnosa, immerso in cupa meditazione, -davanti alla distesa del mare. Trattenuto su quella sponda solitaria, -renitente all'amore di Calipso, ripensa egli la patria lontana e si -strugge nel desiderio accorato del ritorno, quando, ad annunciargli -l'imminente liberazione, muovono verso di lui, rompendo a nuoto i -flutti spumosi, due ninfe, Calipso forse, seguita da un'ancella.... Chi -altri mai, in quell'età dai facili oblii, espresse così nobilmente le -desolazioni nostalgiche? Chi giunse a intuire con eguale intensità, sia -pure per un istante solo, la poesia d'Omero? - -Divine fortune dell'inconscio! Per l'artista tu sei come il pozzo buio -e inesplorato delle leggende popolari, alla cui sponda s'affacciano -repentinamente le apparizioni luminose delle fate. - - * - -Senonchè, o Signori, i temi tradizionali, religiosi, mitici, eroici, -bucolici, non bastano al Settecento. Altri soggetti reclama il secolo, -volubile, curioso, irrequieto, innamorato di pittoresche novità. - -E l'arte è sollecita ad appagarne le richieste. - -Essa gli evoca, intanto, una regione fino allora ignota alla tavolozza -europea, una strana regione illeggiadrita dal prestigio della -lontananza: la Cina! Su pareti, porte, armarî, paraventi, parafuochi, -ventagli, compariscono le case dai tetti a campanella, le piccole torri -di porcellana, le figurine coi capelli annodati a coda e gli occhietti -a fior di testa, i parasoli, i palanchini, le giunche. E non pure -troviamo in Francia i pittori esclusivi di “_chinoiseries_„ e fra noi -i “_depentori alla Chinese_„, ma gli artisti più celebri, il Watteau, -il Boucher, il Tiepolo stesso, cercano ispirazione all'Estremo Oriente. -Le ragioni della moda? Il Molmenti la attribuisce al largo incremento -preso allora dall'industria della porcellana. Sì, ma non credo che -basti. Non dimentichiamo l'interesse vivace che destavano già da tempo -le lettere e i racconti dei missionari e dei viaggiatori, massime le -descrizioni minuziose e fiorite dei padri della Compagnia di Gesù. -Non dimentichiamo neppure quel vezzo, fra arcadico e satirico, onde -il secolo scorso si compiacque di contrapporre alla civiltà europea i -costumi d'altri popoli remoti, mediante una specie d'apologhi sociali -dov'era introdotto come protagonista un Persiano pieno d'acume, un -Urone ingenuo, un savio bonzo giunto dall'India o dalla Cina. Da tutte -queste fonti derivò, pare, la gran voga delle scene cinesi: voga non -dissimile da quella che era riserbata più tardi alle scene pompeiane. -Solo che in queste, opera d'artefici più o meno eruditi, la cornice -ornamentale vuole armonizzare stilisticamente col soggetto, mentre -quelle, dipinte in un periodo di produzione spontanea, sono spesso -contornate e tramezzate da ricci e cartelli e conchiglie e svolazzi: -prepotente riaffermazione dei diritti sovrani del _rococò_ anche sui -territorî dell'impero celeste! - -Con nuove fantasie ancora risponde l'arte alle raffinate esigenze del -capriccio e del lusso, e le trae da un altro mondo, che sembra, come -quello della Cina, pendere incerto tra il vero e la fola: il mondo -della commedia e delle maschere. - -La commedia a soggetto con la sua scapigliata indipendenza da ogni -disciplina di logica, co' suoi personaggi un po' attori e un po' mimi, -con le sue lepide allegorie delle condizioni e dei caratteri umani; -le mascherate coi loro giocondi scompigli, con la provocante libertà -e ambiguità dell'incognito, offrivano al pittore una duplice vena di -motivi. Di qui i “_pulcinelli_„, composizioni bizzarre, di piccola -o mediana misura, ricavate appunto o da episodi carnevaleschi o dal -teatro estemporaneo. Primi, o fra i primissimi, a porsi su questa -via, erano stati il Callot, Stefano dalla Bella e, più tardi, Claudio -Gillot; poi venne il Watteau; poi il Tiepolo — ancora e sempre il -Tiepolo! — di cui il contino Algarotti poteva vantarsi di possedere “_i -più belli pulcinelli_„. Come rivive nell'opera di Antonio Watteau la -fantastica famiglia delle Colombine, delle Cassandre, dei Tartaglia, -dei Dottori, dei Pantaloni, degli Scaramuccia, degli Arlecchini, dei -Pulcinella, dei Mezzetini! Con che finezza d'accento il pittore sa -raccontarcene le feste, gli amori, le gelosie, le avventure! Come -sa esprimere quel non so che di enigmatico, che dal loro destino -contradditorio di esseri acclamati sul palcoscenico e spregiati per -la via dalla loro esistenza vagabonda, sopra tutto dalla permanente -identificazione con un simbolo, doveva discendere nei fondi delle loro -anime: - - Jouant du luth, et chantant, et quasi - Tristes sous leurs déguisements fantasques! - -Questo non chiederemo al Tiepolo, poichè l'arte sua par che ignori -le sfumature sottili; ma resteremo ammaliati dall'estro signorilmente -brioso con cui egli dipinge, a fresco, le sue mascherate; e davanti a -quella tela deliziosa di casa Papadopoli dove Pantalone dei Bisognosi -danza il minuetto, ripenseremo con desiderio a tante altre gemme -d'umorismo e di fantasia, che furono profanamente disperse. - -Proteo inesauribile! Dopo aver corso i fulgidi Olimpi, egli scendeva -pianamente a terra, e s'aggirava per queste viottole ombrose, -fiancheggiate di siepi dalle strane fragranze ed echeggianti per -letizia irrompente di trilli, che si stendevano a segnare un incerto -confine tra il paese della Chimera, e quello della Realtà. - - * - -E alla Realtà eccoci, finalmente, coi pittori di genere e coi vedutisti. - -Fra i due secoli sporge la faccia arguta Giuseppe Maria Crespi, -bolognese, il quale, dopo aver alternato e anche liberamente mescolato -a soggetti religiosi e storici soggetti di genere, nell'ultimo periodo -della sua vita si diede esclusivamente a questi e vi si segnalò per -naturalezza e per brio. Il Burckhardt, giudizioso sempre, ne loda -il sano realismo, e il Morelli, in una lettera pubblicata da Ernesto -Masi, scriveva, a proposito di certi quadri di lui, come la _Scuola di -fanciulle_ del Louvre, che sono piccoli capolavori. - -Si ricollegano al Crespi due pittori veneziani di gran lunga più noti: -Giambattista Piazzetta e Pietro Longhi. - -Il primo, autore di _studi_ cui l'incisione diede addirittura -popolarità, illustratore anche della _Gerusalemme Liberata_, aveva -sortito un grande acume di osservazione e insieme una lentezza -scrupolosa di mano rarissima a quel tempo. Ma, con tutti i loro -pregi, le sue teste hanno un che di eccessivo e di forzato. È lecito -attribuire anche questa viziatura alle tendenze teatraleggianti del -secolo? O non deriverebbe essa, logicamente, da un naturalismo che -volendo dare il massimo rilievo ai tratti più emergenti del vero, -doveva finire un po' coll'alterarlo? Fatto è che il Piazzetta inclina -a contraffare la fisonomia umana nelle smorfie della maschera o nei -lineamenti troppo risentiti della truccatura. Un giorno l'Algarotti gli -mostrò un quadro di Hans Holbein, e allora l'artista ebbe, come in un -lampo, la visione del suo irrimediabile difetto. “_Questi xe visi!_ — -egli esclamò accorato — _nu depenzemo dele mascare!_„ - -Il Piazzetta deve al Crespi alcune qualità tecniche, come la macchia -forte e risoluta. Pietro Longhi gli deve probabilmente qualche cosa di -più: la coscienza della natura e dei limiti del proprio ingegno. - -“_Comprendendo la difficoltà di distinguersi nello Storico, posesi -a dipingere, in certe piccole misure, civili trattenimenti, cioè -conversazioni, riduzzioni,[11] con ischerzi d'amori e di gelosie, i -quali tratti esattamente dal naturale fecero colpo._„ Così il figliuolo -Alessandro. Il Longhi è dunque, come fu detto tante volte, il pittore -della vita mondana di Venezia nel secolo scorso; egli ci fa assistere -alla mattinata delle gentildonne, alla loro _toilette_, alla lezione -di ballo, alle visite, al corteggiamento dei cicisbei, ai veri o -finti deliqui; ci conduce nel Ridotto affollato di giuocatori e di -maschere, nel parlatorio del convento frequentato da patrizi e dame, -col castelletto dei burattini nel mezzo, e le monache, insieme con -le educande, raccolte dietro le grate. Una leggiera vena canzonatoria -non è talora estranea all'inspirazione del Longhi; ma più spesso egli -consente ai soggetti frivoli che ritrae, o almeno li ritrae con allegra -indifferenza, e resta così — sono ancora parole del figlio — l'artista -“_amato da tutta la veneta nobiltà_„. Disgraziatamente la sua pittura -è povera, dura, cincischiata, levigata; molti di quei visetti hanno -l'aria attonita e melensa; molte figure sembrano fantoccini di legno, -rimbelliti a furia di stoffe, di nastri, di nappine, di merletti. -Fanno, è vero, singolare eccezione il _Ridotto_ e il _Parlatorio del -Convento_, conservati nel Museo Civico di Venezia; ma quelle tele -appartengono proprio al Longhi, o non piuttosto a Francesco Guardi? -Il dubbio non è illegittimo, ed io l'ho sentito accennare anche da -tale che dell'arte del Settecento s'era intimamente imbevuto, dal -compianto Giacomo Favretto. Ben altro (nè è questo l'unico caso di -tal genere) ben altro si mostra il Longhi ne' suoi schizzi a penna e -a matita. Qui tutto è agilità e brio. Stentato nell'uso del pennello, -l'artista maneggia con disinvolta padronanza un più lieve stromento; -egli coglie sul vivo e ti fissa con pochi segni i tratti fuggevoli del -moto, una maniera di presentarsi, un girar di persona, un'andatura, -una sosta, un'attesa. Per tutto ciò, quegli abbozzi sono una specie di -_istantanee_ del secolo scomparso. - -L'importanza maggiore, o la maggior voga, che la piccola pittura di -genere viene così acquistando, è uno fra i caratteri che distinguono -più palesemente il gusto del Settecento da quello del Seicento. La -pittura di _prospettive_ invece — cui si diedero, per non ricordare -che i principali, Giovan Paolo Pannini, romano d'elezione se non di -nascita, Antonio Canal e Bernardo Bellotto, veneziani, — potrebbe -riconnettersi assai meglio al periodo anteriore, sia perchè i -secentisti trattarono con somma perizia la prospettiva e seppero -ricavarne i partiti più efficaci, sia perchè un vedutista di molto -valore, un olandese fatto italiano, Gaspare Vanvitelli, viene a -congiungere le due età, sia, infine, perchè il nuovo gruppo non isdegna -di piegarsi al gusto decorativo, o ricercando gli effetti pittoreschi -delle _rovine_, o rappresentando costruzioni immaginarie, o, più -spesso, accostando immaginosamente edifizi reali. Senonchè, due doti -staccano gli artisti dei quali parliamo dai loro predecessori e li -avvicinano a noi: il senso più schietto dell'ambiente e, almeno nei -veneziani, la luminosità. - -Antonio Canal, chiamato il Canaletto, subì forse l'azione del -Pannini, da lui conosciuto a Roma, ma la sua fisonomia di pittore -rimane essenzialmente locale. Come l'opera del Longhi è una specie di -monografia della vita galante di Venezia, così le tele e le incisioni -del Canaletto sono una monografia del suo aspetto esteriore, calli, -canali, campi, palazzi, chiese, feste civili e sacre. Talvolta egli -è un po' angoloso, un po' geometrico; ma più spesso riesce a darci la -fresca sensazione del paesaggio pur non dipingendo che marmi lambiti -dall'acqua, e vi riesce col solcare quell'acqua d'un tremolìo di -innumerevoli crespe, coi volubili aggruppamenti delle nuvole disperse -ne' suoi cieli, sopra tutto con la chiarità e trasparenza dell'aria. -Suo nipote, Bernardo Bellotto, che lavorò a Monaco, a Dresda, a -Varsavia, ha un senso così fine della luce solare da essere considerato -come un precursore delle scuole artistiche più recenti. Ma chi riesce -su ogni altro geniale è Francesco Guardi. Egli è insieme vedutista -e pittore di genere; egli intercede fra il Longhi e il Canaletto, -suo maestro, perchè non disgiunge quasi mai dalla rappresentazione -dell'ambiente naturale e architettonico quella della persona umana. -Il suo tocco caldo, gustoso, pieno di prestigio avvivatore, risuscita -le processioni, le incoronazioni dogali, il Bucintoro seguito dal -suo corteo acquatile, le gaie comitive che scorrono la laguna sulle -barche fantasticamente pavesate, le piramidi umane che sorgono in -Piazzetta il giovedì grasso, il variopinto brulichio della folla tra -le linee superbe dei monumenti. Francesco Guardi è meno esatto ma più -spirituale, meno prospettista ma più poeta del Canaletto, tanto da far -dire a un critico straniero, forse non senza un po' d'esagerazione, che -il maestro riproduce la Venezia reale, mentre il discepolo evoca quella -dei nostri sogni. - -Agli artisti che vi ho ricordato, il secolo dà un carattere comune: la -frequente letizia dei soggetti. Quante volte non la ritroviamo nelle -loro tele la società godereccia che li circondava! Il Pannini è il -pittore delle feste ch'egli medesimo allestisce, come quelle magnifiche -ordinate dal cardinale di Polignac, ambasciatore francese a Roma, per -la nascita del figlio di Luigi XV; agli spettacoli pubblici s'inspirano -il Canaletto e il Guardi; il Longhi è tutto giocondità e comicità -di scene private. E chi è, in fondo, il protagonista dei quadretti -veneziani? È ancora la maschera, la _bautta_, che proteggeva la licenza -per sei mesi dell'anno e che i magistrati smettevano nell'anticamera -delle aule destinate alle udienze e alle assemblee; nè mai ho sentito -così vivamente il carnevalesco tramonto di quella grande repubblica -come dinanzi al quadro di Francesco Guardi, in cui si vede, nella -Sala del Collegio, il doge assiso sul trono, fra i suoi consiglieri, e -tutt'intorno una folla festante di maschere! - - * - -Ma sotto alla classe dominatrice, di cui l'arte rallegra così gli -ultimi giorni, sta una borghesia laboriosa, seria, frugale, onesta, ben -diversa da quei fastosi risaliti che maneggiano ormai il danaro dello -Stato, che si strofinano ai nobili contraendone la corruttela senza -acquistarne la grazia, o che tra poco s'affretteranno a comperare con -un titolo l'oblìo delle origini invise. E se noi, Signori, dal fulgido -ozio dei grandi e di chi li lusinga o li sfrutta, volgiamo lo sguardo -alla vita di quella piccola gente, tocchiamo con mano l'antitesi -forse più spiccata che ci offra il costume del secolo. Altre fogge; -non più, per le vesti virili, le stoffe delicate, le tinte languide o -vistose che annunciano di lontano la mollezza e la gaiezza spensierata -dell'animo, ma tessuti schietti, dai colori scuri, i colori della -riflessione e del lavoro. L'apparenza delle botteghe si mantiene -dimessa; in casa gli agi sono scarsi; la masserizie conserva le vecchie -forme solide e grevi; è già molto se la curva garbata d'un cassettone -o d'uno stipo recente, dono strappato alla parsimonia maritale e -paterna dalle istanze ripetute della padrona e delle padroncine, reca -un leggiero indizio di consenso alla moda. E tutto quanto ne circonda, -la semplicità delle linee, la sobrietà delle tinte, la nudità delle -pareti, le stampe appese all'ingiro, la ruvidezza arcigna delle -seggiole che paiono interdire i lunghi riposi, tutto porge una comune -testimonianza di quella vita: vita semplice e proba, le cui giornate si -succedono con vicenda uniforme, non interrotta che da qualche vampata -di festa nei mesi del carnevale. - -In Francia, questa borghesia ha fino dalla prima metà del Settecento -il suo pittore: ed è Giambattista Simeone Chardin. Tempra robusta e -schietta di popolano, egli la ritrae non pure con efficacia di artista, -ma con affetto di consanguineo, e ne ottiene un ricambio d'ingenua -simpatia. Coloro tra le cui file egli sceglie argomenti e tipi, vengono -a contemplarsi ne' suoi quadri con un sentimento misto di riconoscenza -e d'orgoglio. “_Non c'è donna del terzo stato_ (dice un opuscolo del -1741, citato dai fratelli Goncourt nei loro mirabili studî sull'arte -del secolo XVIII) _che non creda di scoprire in quelle tele un'immagine -di sè, che non vi scorga l'andamento della sua casa, le sue maniere, le -sue occupazioni quotidiane, la sua morale, l'umore de' suoi ragazzi, -la sua mobilia, la sua guardaroba_„. Per quanto, però, lo Chardin ami -i soggetti da lui presi esclusivamente a trattare, egli si mantiene un -puro artista. Intendimenti filosofici, precetti, moniti, tesi, sono del -tutto alieni dall'opera sua. - -Senonchè in Francia i tempi ingrossano. La piccola borghesia guarda in -su, confronta, medita, conclude; essa legge gli scrittori usciti dal -proprio seno; ne ritiene le parole argute o concitate, che cominciano -a tradurre in formule i suoi istinti vaghi di rivendicazione. Tutto -un moto di polemiche e di propaganda si manifesta ormai a favor suo, e -vi partecipano assiduamente gentiluomini e dame, chi per sincerità di -convincimento, chi per vezzo di cose nuove, chi per quello spirito di -dilettantismo suicida che ostentano talvolta gli ordini privilegiati -alla vigilia d'una rivoluzione. Quanto più il secolo procede, tanto più -ci par di vedere avanzarsi la gran folla, per tanto tempo negletta o -spregiata, come un coro che si inoltri via via dal fondo della scena -fino a raggiungere gli attori principali. Direste anzi che questi -attori ambiscano a confondersi col coro; direste che la piramide -consacrata dai secoli sia già idealmente sovvertita, perchè l'interesse -che destavano fin qui i soli potenti, si volge di preferenza verso -gli oscuri. Fu Giangiacomo Rousseau l'artefice primo di codesto -rivolgimento; ma a lui tornò facile promuoverlo, perchè seppe giovarsi -d'una fra le idee più diffuse, più radicate nelle viscere del tempo, -più care a quelli medesimi ch'egli imprendeva a combattere: l'idea -arcadica. E in verità, che altro fece l'apostolo ginevrino, colorendo -con la sua poderosa retorica quella gran bugia che l'uomo è per natura -buono e felice e che la società soltanto lo rende malvagio e infelice, -se non erigere l'Arcadia a dogma filosofico e sociale? Di qui, -Signori, l'effusione idillica che distingue quel movimento e che viene -rispecchiandosi perfino nelle frivolezze della moda. Nei salotti non -si parla ormai d'altro che di virtù, di sensibilità, di filantropia, -di stato di natura. Le dame portano le acconciature _au sentiment_, -dove son messi in mostra ritratti e capelli di parenti ed amici. Alla -compassata simmetria dei giardini francesi si preferisce l'irregolarità -dei giardini inglesi, “_il disegno dei quali è stato tracciato non -da un'arte sapiente, ma da un cuore sensibile_„. A breve distanza -dai viali pomposi di Versailles, sta per sorgere il villaggetto dove -la regina di Francia, la regina graziosa e infelice che lascierà sul -patibolo la testa, verrà, intanto, in abito di percalle bianco, a -pescare e a veder mungere il latte.[12] - -Comparisce allora l'estetica moraleggiante del Diderot. Dinanzi -ai quadri di Francesco Boucher, tutti galanteria e sensibilità, -l'appassionato scrittore si sdegna. Egli vitupera insieme l'artefice -e l'uomo: “_Che volete che questo pittore getti sulla tela? ciò che -ha nell'immaginazione; e che può avere nell'immaginazione costui, che -passa la vita con le prostitute d'infimo grado?_„ Anche l'arte deve -avere “_des moeurs_„, deve insegnare, deve correggere, deve rendere la -virtù amabile, il vizio odioso, il ridicolo evidente. E all'estetica -del Diderot corrisponde la pittura di Giambattista Greuze, un Hogarth -alla francese, voglio dire amabile, mondanetto, spoglio d'ogni -ruvidezza e d'ogni brutalità, il quale celebra gli affetti famigliari, -premia il virtuoso, denuncia il tristo, non dimentica, naturalmente, -le conseguenze ben diverse d'una buona e d'una cattiva educazione; -è, insomma, il pittore un po' melodrammatico della borghesia che si -afferma e si atteggia, come lo Chardin era stato il pittore sincero -della borghesia che s'annunciava. - -E l'Italia? L'Italia non ha chi contrapporre nè all'uno nè all'altro. -Tipi di borghesi e di popolani — più assai di questi che di quelli -— ritroviamo nel Crespi (che illustrò con una serie d'acqueforti le -avventure di Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno), nel Piazzetta, nel -Longhi, nell'Olivieri, nel Tiepolo stesso, in tanti altri ancora; -vi ritroviamo sopra tutto quelle figure che hanno, per ragion di -professione, una tal quale fisonomia comica o pittoresca, quasi di -maschera, come il barbiere, il sarto, lo speziale, il suonatore -mendico, il merciaiuolo ambulante, il cerusico, il cavadenti, il -saltimbanco; ma rappresentazione costante e consapevole, o almeno -particolarmente preferita, delle classi subordinate, non v'ha. Nel -Longhi, ad esempio, borghesia e popolino compaiono di sbieco, come -personaggi accessori o di contorno; essi stanno — avverte giustamente -Ernesto Masi — “_in attitudine di servilità verso i patrizî, in -attitudine di mercanti e di bottegai, o in quella più frequente -di pubblico che fa numero e che s'affolla intorno al trespolo del -ciarlatano e del cantastorie o alla baracca del domatore di bestie -feroci_„. Solo frequentando le botteghe degli antiquarî, o qualcuna di -quelle famiglie, così rare ormai, dove si conserva la religione delle -vecchie cose, possiamo essere più fortunati. In certe collezioni di -stampe dozzinali, commentate a piè di margine da distici goffi, noi -c'imbattiamo in una bolla d'episodî e scenette e caricature e satire -e drammi della vita dei nostri umili avi; siamo introdotti nella loro -giornaliera consuetudine; entriamo nel tepore della cucina e del -tinello, nella povertà della soffitta, nell'osteria, nella chiesa, -nella scuola; e un sentimento di umana commozione ci assale davanti -a quelle pagine ingiallite e macchiate dall'umidità, — povere foglie -divelto da un albero morto e galleggianti sui naufragi del tempo! -— dove un'anonima mano inesperta tentò di raccontare le gioie e le -sofferenze, i passatempi e i ridicoli di tante creature che passarono -ignorate. - -Quest'assenza d'uno Chardin e d'un Greuze dalla storia dell'arte -italiana ha, del resto, le sue intime ragioni. Perchè il pittore o -lo scultore s'impadronisca d'un elemento sociale e gli dia valore -estetico, è necessario che questo elemento abbia, a' suoi occhi, uno -spiccato risalto. Scovare ciò che nell'ordine dei fatti è ancora -nascosto o dissimulato, svolgere ciò che è iniziale, compiere ciò -che è frammentario, integrare ciò che è disperso, non s'appartiene, o -assai poco, alle arti figurative. Ora in Italia, l'elemento borghese, -disgregato, docile, remissivo, sano ma tutt'altro che vigoroso, aveva, -nella prima metà del Settecento, assai minore evidenza e consistenza -sociale che non in Francia, dove costituiva in fine uno degli ordini -officialmente riconosciuti della nazione, dove si trovava raccolto in -uno di quei vasti focolari d'attività e di pensiero in cui le classi -soggette acquistano più facilmente la consapevolezza del proprio -destino, e dove non erano del tutto spente le vestigia dell'antica -tradizione ugonotta, tradizione di austerità democratica e di virile -fermezza. E quanto al movimento della seconda metà del secolo, esso, -se non mancò nel paese nostro, se anzi vi fu per parecchi riguardi più -serio e più praticamente efficace, non ebbe però quell'espansione, -quella vivacità, quello slancio, quel clamore di pubblici consensi, -che sono atti a sollecitare la fantasia dell'artista. Ecco perchè, -a differenza dei nostri vicini, noi non abbiamo un pittore della -borghesia e del popolo. - - * - -Così nell'arte del Settecento abbiamo finora ravvisato due tendenze: -l'una che continuava a sospingerla verso le licenze decorative e il -lavorar di pratica; l'altra che la richiamava allo studio del vero. -Oggi ci è facile riconoscere quanti tesori d'ingegno brillassero -nella prima e quanto avvenire fosse riserbato alla seconda; ma non -sarebbe equo pretendere che i nostri nonni avessero pensato come -noi, i quali giudichiamo con l'immenso beneficio della lontananza -e dell'aver assistito allo svolgimento posteriore dei fatti. Era -naturale, invece, ch'essi finissero col sentirsi sazî di sbrigliate -fantasie, senza per ciò appagarsi di realismo semplice, tanto più -che quelle davano ormai segno d'esaurimento, e questo si esercitava -ancora in una cerchia troppo angusta di soggetti. Era naturale che, -reagendo, essi vagheggiassero un'arte più decorosa, più alta, più -classicamente castigata, cioè voluta e creduta tale. Del resto, fin -dallo scorcio del secolo decimosettimo, la pittura del Maratta a -Roma e quella del Lazzarini a Venezia avevano in certo modo tentato -d'informarsi a questo concetto. Nell'architettura poi, non solo non ci -avviene più d'imbatterci in quei deliranti ammassi di pietre ch'erano -usciti dalla stramba immaginativa d'un Maderna o d'un Tremignan, ma, -coll'avanzare del Settecento, vediamo le linee classiche aprirsi -la strada e prevalere a poco a poco fra le persistenti bizzarrie -dell'ornamentazione, come propositi di semplicità in un'anima che -abbia troppo abusato di sentimenti artificiali e che peni ancora -a spogliarsene. E avrebbe potuto la reazione contro il barocco -essere concepita in una forma diversa, quando la tradizione, la -cultura letteraria, le accademie si univano per dare all'artefice -un eguale consiglio? Quando, come guida suprema, come freno a tutte -le intemperanze, come correttivo a tutti gli errori, come unica -via che gli promettesse una gloria non mentita, esse gli additavano -concordemente la disciplina del pensiero antico? - -Ad affrettare codesto ritorno verso un ideale consacrato -dall'ammirazione dei secoli, verso un ideale che rispunta sempre dopo -i periodi di licenza artistica, come una dittatura dopo l'anarchia -politica, concorsero le scoperte ercolanensi, gli scavi moltiplicati, -le gallerie e i musei illustrati dall'incisione, e una serie di grandi -opere archeologiche, fra le quali primeggiò quella del Winckelmann. -Lavoratore erculeo, impasto singolare d'entusiasmo e di pedanteria, -di minuziosità analitiche e di comprensione sintetica, di dottrina -e di esclusivismo, di pertinacia tedesca e di genialità latina, il -Winckelmann imprese a ricomporre, frammento per frammento, la religione -dispersa dell'antica Bellezza; egli innalzò un inno a quei sublimi -artefici che avevano (ripeto quasi le sue parole) concepito le loro -creature come essenze eteree, generanti, per virtù connaturata, -l'impeccabile venustà delle proprie forme; egli si prosternò a' piedi -di quei simulacri superstiti di pario e di pentelico, come dinanzi -all'incarnazione eternamente giovine dell'ideale. Il movimento (lo -avvertì già il Carducci), era cominciato in Italia, dove l'infaticabile -erudito trovò una schiera di collaboratori, noti ed ignoti; ma nella -sua _Storia dell'arte nell'antichità_ egli mise di indiscutibilmente -proprio quella vasta facoltà di coordinazione, quella fiamma di -apostolato, quel dogmatismo solenne, quella nobiltà un po' astratta e -metafisica di linguaggio che allora conquistarono di colpo l'Europa, e -che anche oggi trascinano il lettore, nonostante tutte le riserve del -gusto e tutti i dissensi dell'indagine progredita. - -L'altro stromento di reazione contro l'arte che aveva fin qui prevalso, -fu l'eclettismo pittorico, propugnato da un fervido amico e seguace -del Winckelmann, da Antonio Raffaele Mengs. Insegnava il Mengs doversi -dare la palma a Raffaello pel disegno e per l'espressione; al Correggio -per la grazia e pel chiaroscuro; al Tiziano pel colorito; soggiungeva -potersi cogliere il fiore di tutti e tre, ma Raffaello sembrargli su -ogni altro degno di studio, come colui che s'era meglio accostato alla -serena perfezione degli antichi. — Nulla di più convenzionale, nulla -di più contrario ad ogni concetto organico della produzione artistica, -sentiamo dire. — D'accordo; ma anche questo principio dell'eclettismo -aveva dietro a sè una lunga e non mai spenta tradizione; era stato -patrocinato dai Carracci, come antidoto sicuro contro il manierismo; -avevano talora mostrato di seguirlo, a saggio di abilità tecnica, gli -stessi barocchi; e infine, di fronte alle esagerazioni unilaterali -della linea e del colore, dell'espressione e del movimento, esso pareva -promettere alla ragione un più costante equilibrio fra gli elementi -essenziali dell'arte. - -Veramente tra i primi a suscitare il nuovo indirizzo era stato il -lucchese Pompeo Girolamo Batoni, il quale, giunto giovanissimo a Roma -e condotto dal Conca e dal Masucci, affinchè si scegliesse l'uno o -l'altro per maestro, aveva voltato le spalle a tutti e due, per darsi -allo studio della pittura raffaellesca e dei marmi antichi. Senonchè -il Batoni, ingegno vivace ma poco colto, staccatosi soltanto a mezzo -dal gusto contemporaneo ed esclusivamente pittore, non pensava a far -propaganda; mentre l'azione esercitata dal Mengs si dovette non solo -alla sua laboriosità ammirabile di artista, ma alla sua grande cultura, -alla sua parola viva, alle sue lettere, agli scritti pubblicati -dopo la sua morte, al suo spirito dottrinario, che rispondeva -appieno all'indole dei nuovi tempi, in cui la logica alzava il capo -orgogliosa e stava per cimentarsi alla titanica prova di ricostruire -schematicamente tutta la società! - -E un po' discosto da lui collocheremo Angelica Kauffmann, cui -l'ingegno, la bontà e una romanzesca vicenda valsero fama non inferiore -a quella di Rosalba Carriera; quasi fosse destino che in questo -secolo di dominazione muliebre, anche i due diversi atteggiamenti -dell'arte s'incarnassero in due amabili figure di donna. Ho detto _un -po' discosto_, perchè mentre il Mengs dal delizioso pastellista che -s'ammira anche oggi nel Museo di Dresda s'era venuto trasformando -nel dotto frescante del _Parnaso_ di Villa Albani, il temperamento -femminile preservò la Kauffmann dalle severe costrizioni del neofitismo -e lasciò persistere nell'opera sua — massime nei ritratti, per -quanto avvolti nei veli dell'allegoria — un'impronta nativa di grazia -seducente e di molle abbandono. - -Del resto, ove si eccettui qualche resistenza felice dell'istinto, la -nuova produzione artistica assumeva caratteri direttamente opposti -a quella che l'aveva preceduta. L'arte barocca era stata il frutto -di facoltà indisciplinate; questa, invece, vuole obbedire alla -riflessione, onde il Mengs viene lodato principalmente per essere un -filosofo che parla ai filosofi. La prima non s'era affatto curata -della verosimiglianza storica e locale, tanto che il Tiepolo aveva -potuto piantare gli abeti in Egitto, cacciare la pipa fra le labbra -d'un console romano, e vestire su per giù allo stesso modo Cleopatra -e Beatrice di Borgogna; la seconda s'imbeve d'erudizione e non si -stanca di consultare minuziosamente gli storici e i poeti. L'una -amava abbandonarsi a tutte le audacie del movimento, e l'altra, per -contro, invoca la calma, e proclama gli scorci _dal sotto in su_ uno -stravagante capriccio. Quella mescolava con libertà senza misura il -nobile e il plebeo, il triviale e il manierato; questa adotta una norma -adequatrice di tutti i caratteri e di tutte le espressioni, a cui dà -nome di “_stile eroico_„ o di “_stile sublime_„. - -Non equivale tutto ciò a concludere che l'arte nuova, per quanto le -origini e le ragioni sue ci appaiano storicamente legittime, doveva -scontare la troppa dottrina con la freddezza, e le aspirazioni al -sublime con una mortifera uniformità? - -Codesto moto s'era compiuto in Roma, in quell'aria satura di atomi -vaganti di classicità, su quel suolo fecondo di memorie, dinanzi -ai ruderi superbi della civiltà cesarea e ai fantasmi radiosi del -Cinquecento, fra quei rosei monsignori e porporati che smettevano le -gioconde indifferenze del _nil admirari_, per accendersi in dispute di -erudizione e di antiquaria. Fu la città cosmopolita, dove convenivano -d'ogni parte pittori, scultori, incisori, architetti, poeti, dove -ritroviamo Gavin Hamilton, il Piranesi, il Volpato, il Milizia, il -Monti, l'Alfieri, il Tischbein, i due Visconti, il Fea, il Canova, il -David, il Prudhon, quella che diede un impulso europeo alla corrente -suscitata, o meglio accelerata, dall'archeologo brandeburghese e dal -pittore boemo. - -Ma questa corrente doveva prendere una via nuova, doveva corrispondere -ad uno stato effettivo degli animi, mercè un avvenimento così -universale per la sua fulminea efficacia, come Roma pel fascino delle -sue memorie: la rivoluzione francese! - -Gli uomini che fecero la rivoluzione, vi si erano preparati non -soltanto sulle pagine degli enciclopedisti, ma su quelle dei classici. -Leggendo Plutarco, Livio, Tacito, avevano imparato ad aborrire i -tiranni, ad esaltarsi nell'apologia dell'austerità repubblicana e -del delitto patriottico; sicchè, quando scoppiò la procella, nomi, -linguaggio, consuetudini, sentimenti, tutto arieggiò all'antico, e -il classicismo, dalla pace dei musei e dal silenzio polveroso degli -_in-folio_, fu trabalzato fra il tumulto dei comizi e i dibattiti delle -assemblee. Ora, come avrebbero potuto questi uomini assentire alle -fantasie adescatrici del _rococò_? Nella loro catonica intolleranza, -essi le odiavano dell'odio medesimo che gli animava contro il regime -aristocratico; essi vedevano nell'autore gentile delle _Feste galanti_ -e nell'autore procace delle _Pastorali_ due esseri poco meno spregevoli -delle cortigiane che avevano allietato gli ozi del Reggente e di Luigi -decimoquinto. No; fra un popolo di liberi, l'arte non poteva avere che -un ufficio solo: inspirarsi agli esempi della Grecia e di Roma, per -temprare gli animi a civili virtù. - -Singolare coincidenza! Fu proprio un parente di Francesco Boucher, del -pittore protetto dalla signora di Pompadour, colui che si fece l'araldo -di questo classicismo militante. Quando Giacomo Luigi David espose nel -1784 il _Giuramento degli Orazi_ e nel 1789 il _Bruto_, l'entusiasmo -non ebbe confine. Tutta una generazione acclamò il suo interprete, e, -con una di quelle esplosioni della moda ch'erano allora tra le maniere -più eloquenti di manifestarsi del sentimento pubblico, modellò sui -quadri di lui il proprio gusto. Per vero, lo stile intitolato da Luigi -decimosesto incoronava già delle sue curve più sobrie gli emblemi -decorativi tratti dalla vita e dal costume antico; ma ora questi -trionfano tra le linee che si vanno facendo sempre più rigide; ora -s'incontrano da per tutto le pettinature e le fogge alla greca e alla -latina, le fibule, le armilie, le patere, i tripodi. Sul palcoscenico -gli eroi romani non osano più comparire con la parrucca e le mani -inguantate e gli stivaletti dai tacchi rossi, da che un grande attore -ha vestito per la prima volta la toga e calzato il coturno. - -Io spero di avere anche qui, o Signori, insistito abbastanza sulla -necessità storica di un tale avviamento dell'arte. Ma che poi -l'originalità, la verità, la schiettezza, l'umanità della concezione -dovessero scapitarne, è troppo chiaro. Vedete lo stesso David. Egli -possedeva doti eccezionali di visione e di tavolozza, che furono -rimesse pienamente in luce dai ritratti e dai quadri commemorativi -esposti a Parigi nella Mostra centenaria del 1889. Ma che importa, se -il preconcetto dello _stile eroico_ gli inspirava pure il _Ratto delle -Sabine_, la _Morte di Socrate_, il _Leonida_, il _Belisario_, tutte -quelle tele dure, asciutte, convenzionali, destinate a formare una -scuola pittorica che alle creature vive sostituì i simulacri di gesso? - -E una discordia non dissimile di creazioni si avverte in Andrea -Appiani e in Antonio Canova, i due più nobili rappresentanti di questo -periodo in Italia, per quanto l'arte loro sia lontana dalla rigidezza -del David e faccia piuttosto ripensare alle grazie del Prudhon. -Nell'Appiani, a fianco alle figure dove lo studio della purezza cospira -col senso del vero a produrre una impressione di placida ma vivente -armonia, sono troppi i profili che ricalcano con fredda, letterale -insistenza, gli antichi cammei. E quanto alla plastica canoviana, lo -squilibrio è ancora più manifesto. Chiunque di voi, o Signori, sia -entrato nella _Gypsotheca_ di Possagno, dove stanno raccolti tutti i -modelli dell'insigne scultore, ne sarà rimasto profondamente colpito. -Qua e là il vero, modellato da una mano creatrice; tutt'attorno le -mascherature greco-romane. Il gruppo di _Icaro e Dedalo_, composto in -gioventù, è un miracolo di ingenua freschezza, degno, oserei dirlo, -della primavera del Rinascimento. Nell'effigie di Clemente XIII, -genuflessa sotto la maestà delle vesti pontificali, con la bonaria -testa senile devotamente reclinata e le mani giunte e a' suoi piedi il -triregno, voi sentite tutta la poesia evangelica delle grandezze umane -umiliate nella preghiera. Ma insieme vi si affaccia una famiglia di -figure, nelle quali ogni carattere, ogni espressione, ogni vita, ogni -movimento individuale si sono perduti entro lo stampo archeologico; vi -si affacciano le deità dell'Olimpo, che uscite raggianti e palpitanti -dalla fantasia dell'Ellade, intirizziscono qui nel gelo dell'imitazione -accademica. - -Così l'arte, dopo aver folleggiato con la cadente società -aristocratica, si asserviva al pensiero medesimo che aveva inspirato -le effimere democrazie, al pensiero che avrebbe legittimato tra poco la -dittatura guerriera. - -Consultiamo per l'ultima volta i ritratti. - -Eccoli gli uomini nuovi, con la fronte largamente scoperta sotto -i capelli brevi, gli occhi intenti, le fedine ispide, alcuni nella -negletta intimità della casa, altri nell'atteggiamento declamatorio -di chi medita un'apostrofe o nell'accigliata concentrazione di chi -sta per decidersi a un partito supremo; ecco l'implacabile tribuno, -giacente nella vasca di pietra, col viso contratto dagli spasimi -dell'agonia, con la mano che stringe convulsa un editto, forse una -lista di proscrizione; ecco i commissari e i generali della repubblica, -pallidi, gravi, con le divise dagli urtanti colori plebei; ecco la -faccia fatale, livida e ossuta, incorniciata dai neri capelli spioventi -e illuminata dal saettare delle pupille, che sta, come un'erma viva, -alla frontiera tra i due mondi; ecco — dopo la sfrontata iconografia -del Direttorio, questa Reggenza plebea della rivoluzione — le donne dal -profilo marmoreo, dalle tuniche a larghe pieghe, dalle chiome raccolte -alla greca, che riposano compostamente sur un letto o sedile di forma -antica, sporgendo i piedi nudi come quelli d'una statua. - -Dove sono le testine imparruccate e incipriate, i tipi virili -infemminiti dalle gale della moda, le pupille ammiccanti, le bocche -tumidette, i nasini a gloria? Dove la sentimentalità, il languore, la -gioia frivola, le arie sventate e trasognate del gaio tempo vano?... - - * - -Ma prima, Signori, di staccarci da questo secolo così ricco di -vicende e di antitesi, che esordisce col minuetto e si chiude con la -carmagnola, permettetemi di cogliere qualche estremo tratto della sua -fisonomia artistica, di notare qualche attività ch'esso portò con sè -nella tomba e qualche tendenza che gli è sopravvissuta. - -Si manifesta allora per l'ultima volta quella comunione fra l'arte -pura e le arti decorative che aveva durato per così lungo volgere di -tempi, generatrice di forme fraterne di bellezza, e che era destinata -a dissolversi nel nostro. Per l'ultima volta l'Arte, qual ch'ella sia, -apparisce come cosa organica, come pianta corsa da una sola linfa in -ogni suo ramo e in ogni suo stelo; e il soffio medesimo che spira -dalle tele e dalle statue si sente pur alitare dalla sagoma d'uno -stipo e d'una seggiola, dai fregi d'un parafuoco e d'un cembalo, dalla -cornice d'uno specchio, dall'inquadratura d'un uscio, dal contorno d'un -orologio a pendolo e dalle rabescature d'un broccato. - -Certo, pe' suoi stili ornamentali, come per le sue mode e le sue -fogge, il Settecento è francese anche in Italia, come il Cinquecento -era stato italiano anche in Francia. Pure non ci mancarono impronte -e iniziative originali. Andrea Brustolon, vissuto tra i due secoli, -tratta la scultura in legno con robusta floridezza di vena; Carlo -Briati risolleva a Venezia l'arte vetraria; gli arazzi di Firenze, di -Torino, di Napoli, di Roma non sono in tutto eclissati dallo splendore -dei _gobelins_; la ceramica s'allieta di leggiadrie nuove nell'Abruzzo, -nella Liguria, nella Toscana, nel Veneto; fiorisce la tarsia nella -Lombardia. - -E v'ha un'arte che meriterebbe da sola lungo studio, come quella che -partecipa con alacrità di consenso a tutta la vita spirituale del -tempo: l'incisione sul rame. Essa presta alle fantasie esuberanti un -linguaggio suggestivamente sommario e sciolto da ogni rispetto alla -realtà; popolarizza aristocraticamente la coltura estetica; introduce -un'immagine d'arte fra le cure della famiglia; asseconda il ritorno -all'antico, illustrando i monumenti classici e i capolavori paesani. -E ognuno di codesti incisori trasfonde la personalità propria nella -lastra metallica, lestamente investita dal Canaletto, imbevuta di luce -solare nel Tiepolo, carica di chiaroscuri nel Piranesi, morbidamente -accarezzata dal Bartolozzi, segnata con dotta evidenza dalla mano del -Volpato e del Morghen. - -Ma uno dei caratteri che più distinguono l'operosità intellettuale del -Settecento è la passione, talora si dovrebbe dire la follia, delle -raccolte. Siamo nell'età degli amatori, i quali vengono radunando -d'ogni parte, senza badare a dispendio, bronzi, marmi, terracotte, -medaglie, monete, tele, disegni; l'età in cui un principe, pur -amante della guerra, cede un reggimento di dragoni per alcuni vasi di -porcellana, come più tardi suo figlio, durante una ritirata, penserà -a mettere in salvo quadri e gioielli, dimenticando gli archivi. E -non soltanto nei centri maggiori, dove se ne porge più facilmente -l'opportunità, vengono formandosi codeste collezioni. Talora in qualche -sonnolenta cittaduzza di provincia, quasi tagliata fuori del mondo, -il forestiero colto scende dalla berlina per visitare il museo, il -medagliere, la quadreria, messi insieme dal discendente di un sinistro -gufo feudale raggentilito in cavaliere di buon gusto. Ora, come mai -queste assidue occasioni di raffronti, questo riaccostamento di forme -e inspirazioni diverse, non avrebbero contribuito a fecondare, ad -allargare le intelligenze? - -A ciò conferisce pure l'insolita frequenza dei viaggi, che annuncia un -bisogno irrequieto di espansione, di nuovi orizzonti, di nuove idee, -di nuove forze. L'arte si fa anch'essa venturiera. L'Amigoni si educa -nelle Fiandre; lo Zuccarelli e il Bartolozzi sono tra i soci fondatori -dell'Accademia di Londra; il Rotari è chiamato da Caterina di Russia; -Giambattista Tiepolo muore a Madrid; Bernardo Bellotto a Varsavia. Nè -alcuni fra i letterati e i pensatori nostri sono meno nomadi degli -artisti; essi vanno in Francia, in Inghilterra, in Germania, in -Austria, in Polonia, persino oltre l'Atlantico, vengono ricercati e -accarezzati dai principi, brillano nei salotti, penetrano in qualche -gabinetto diplomatico. Dopo la lunga solitudine, l'Italia comincia a -rientrare nelle correnti vive del pensiero europeo, e vi rientra se non -più come guida, non sempre e non in tutto seguace. - -Quante volte non fu detto che l'uomo del passato posto dinanzi -all'_Iliade_, alla _Commedia_, all'_Amleto_, a un tempio greco, a -una cattedrale archiacuta, a un edificio del Rinascimento, avrebbe -ripudiato qualcuna di codeste creazioni, mentre noi, moderni, le -abbracciamo e onoriamo tutte, come portati egualmente legittimi di -peculiari condizioni e attitudini dello spirito! Ebbene, il Settecento -segna quasi il punto di trapasso dall'una all'altra età. I più non -comprendono, è vero, o, peggio, disprezzano lo stile ogivale, la -pittura primitiva, la visione dantesca, il dramma shakespeariano, ma -v'è già chi si leva a rivendicare la nativa virtù di quelle forme; -v'è già chi proclama la relatività del gusto e dei canoni estetici. E -con qual sentimento di cara sorpresa, e quasi d'ammenda a sconoscenti -durezze di giudizio, non sorprendiamo noi nelle pagine accademicamente -grevi o gallicamente trasandate dei nostri vecchi, impressioni -e osservazioni che saranno le nostre! Certo, le intolleranze del -risveglio classico interruppero il più illuminato avviamento che veniva -qua e là annunciandosi, sicchè, anche in questo campo, pare che una -voragine divida i due secoli; ma tuttavia, chi ben guardi, non tarderà -a riconoscere che nel Settecento spuntarono i germi della presente -larghezza dell'intendimento estetico, a quel modo che l'erudizione -aperse allora la via agli odierni trionfi del senso storico. - -E un altro senso, di cui andiamo a buon diritto orgogliosi, si desta -allora; quello che dicono dell'_ambiente_. Non che si concepisca, -netta, l'idea delle analogie recondite che esistono fra l'uomo e gli -aspetti circostanti della natura, ma certo si comincia ad intuirla, -poichè questi aspetti vengono considerati con occhio più attento e -perspicace. Ne fa fede non pur la pittura ma la letteratura; non il -Canaletto e il Guardi soltanto, ma il Goldoni e il Baretti. Vi sono, -ad esempio, certe commedie goldoniane, che vi ritraggono al vivo -la fisonomia di Venezia, le sue calli anguste, i ponti, i rii, i -_campieli_ dove le popolane seggono lavorando e ciarlando sulla soglia -delle case, le altane di legno su cui le famiglie salgono a cercare -un filo d'aria negli afosi pomeriggi d'estate. E leggendo le _Baruffe -Chiozzotte_, ci par proprio, come ha notato acutamente il Masi, di -aspirare le acri esalazioni della marina, di vedere dinanzi a noi la -flottiglia delle tartane e dei bragozzi cullata dall'onde. - -E già, Signori, quell'armonia che esisteva allora tra le forme varie -delle arti figurative, si palesa, con evidenza eguale, fra l'arte -e le lettere. Forse, parlandovi di quadri, mi sarà accaduto troppo -spesso di ricorrere a citazioni di poeti; ma come evitarle, quando ci -si presentano spontanee? quando incontriamo di qua e di là gli stessi -tipi, gli stessi soggetti, gli stessi sfondi di paese, le stesse -trovate di composizione, le stesse allegorie? Tutta quanta l'evoluzione -artistica del Settecento ha pieno riscontro nella sua evoluzione -letteraria. Così le due tendenze che si esplicano da una parte nella -pittura drammaticamente immaginosa del Tiepolo, dall'altra nella -pittura realistica e comica del Longhi, sono, in fondo, le medesime -che inspirano il teatro del Metastasio e quello del Goldoni. Pietro -Metastasio è il poeta decoratore, che colorisce liberamente la storia -ed il mito, che li converte in un ludo scenico di passioni effusive -e canore, destinato ad esaltare la sentimentalità fantastica; Carlo -Goldoni è il poeta osservatore, che stando, sorridente ma vigile, in -mezzo alla vita, ne raccoglie le immagini nel giro tranquillo dello -sguardo. Anche le date tornano, perchè il Tiepolo nasce nel 1696 e il -Metastasio nel 1698, il Longhi nel 1702 e il Goldoni nel 1707; solo le -doti individuali sembrano in certa maniera scambiarsi, in quanto il -mondo della fantasia ha nell'artista un evocatore più possente e più -vario del poeta, e quello della realtà ha nel poeta un rappresentatore -più largo e più efficace dell'artista. Il secolo declina e il movimento -che avvia l'arte all'Appiani e al Canova, conduce la letteratura, -attraverso il Parini e l'Alfieri, al Monti ed al Foscolo. E anche qui -esso non procede senza abusi e senza sopraffazioni; tutt'insieme, -peraltro, riesce più benefico, perchè il suo carattere era -essenzialmente idealista, e delle idee lo strumento naturale non è già -il colore o la linea, è la parola. Mentre, infatti, pittura e scultura -rimangono troppo spesso agghiacciate, dalla quotidiana consuetudine -con l'antichità, la poesia ne ritrae quel vigore di linguaggio -e quel calore di pensiero, che dovevano accendere e rinnovare le -coscienze. Nel Parini il classicismo, tutt'altro che adulterare la -rappresentazione del vero, la condensa in forme sintetiche, restituisce -i nervi allo stile, dà alla voce del poeta, ch'essa derida o ammaestri, -un accento di energia deliberatamente pacata; nell'Alfieri esso -esprime la tensione dell'anima, che svincolandosi dalla società -decrepita, tutta languori e inchini e cerimonie e accondiscendenze e -remissività, si aderge in uno sforzo di opposti proponimenti. La morte -era venuta dalla spensierata fiacchezza; la vita doveva scaturire dalla -riflessione e dalla volontà. - - - - -INDICE. - - - Pag. - - Romualdo BONFADINI Da Acquisgrana a Campoformio 1 - Isidoro DEL LUNGO I Medici granduchi 41 - Ernesto MASI Gli avventurieri 85 - Vittorio PICA L'Abate Galiani 129 - Guido MAZZONI Dal Metastasio a Vittorio - Alfieri 173 - Ferdinando MARTINI Carlo Goldoni 209 - Matilde SERAO Carlo Gozzi e la fiaba 241 - Guido MAZZONI Giuseppe Parini 273 - Enrico PANZACCHI Vittorio Alfieri 309 - Giovanni BOVIO Giovanni Battista Vico 345 - Alberto ECCHER La fisica sperimentale dopo - Galileo 365 - Antonio FRADELETTO L'arte nel Settecento 421 - - - - -NOTE: - - -[1] Tralasciando il Diderot e l'antica questione del Fils Naturel, -cito il Mercier, il Roger, il Saint-Just, il Desriaux, il Pelletier, -il Neufchateau, il Cubrères, il Cailhava, il Carbon-Flins, il -Paillardelle, il Davrigny, la Riccoboni, la Benoist, e forse ne -dimentico qualcheduno. - -[2] GOLDONI. _Mem._: Parte I, cap. V. - -[3] GOLDONI. Op. cit. Parte I, cap. XXXI e XXXII. - -[4] _Drammaturgia_, N. XII. - -[5] _Oeuvres_. Paris Garnier 1879. Vol. XXII, pag. 444. - -[6] _De Oratore._ Lib. II. - -[7] _Memorie_. Parte I, cap. XXXIX. - -[8] V. _Il Teatro italiano nel secolo decimottavo_, passim. - -[9] COLLÉ, _Journal III._ 66, anno 1765. - -[10] _Gl'Inganni lodevoli._ Atto III, scena IX. - -[11] Ridotti, convegni. - -[12] Cfr. H. TAINE, _L'Ancien régime_, pag. 208 e seguenti. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - - - - - -End of Project Gutenberg's La Vita Italiana nel Settecento, by Various - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA NEL SETTECENTO *** - -***** This file should be named 60249-0.txt or 60249-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/6/0/2/4/60249/ - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by the HathiTrust -Digital Library) - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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