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If you are not located in the United States, you'll have -to check the laws of the country where you are located before using this ebook. - -Title: La Vita Italiana nel Settecento - Conferenze tenute a Firenze nel 1895 - -Author: Various - -Release Date: September 6, 2019 [EBook #60249] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA NEL SETTECENTO *** - - - - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by the HathiTrust -Digital Library) - - - - - - - LA - VITA ITALIANA - NEL - SETTECENTO - - _Conferenze tenute a Firenze nel 1895_ - - - DA - - Romualdo Bonfadini, Isidoro Del Lungo, Ernesto Masi, Vittorio Pica, - Guido Mazzoni, Ferdinando Martini, Matilde Serao, Enrico Panzacchi, - Giovanni Bovio, Alberto Eccher, Antonio Fradeletto. - - - - MILANO - FRATELLI TREVES, EDITORI - - Quinto migliaio. - - - - - PROPRIETÀ LETTERARIA - - _I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati - per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda._ - - Tip. Fratelli Treves. — 1908. - - - - -DA ACQUISGRANA A CAMPOFORMIO - -(1748-1797) - - -CONFERENZA DI - -ROMUALDO BONFADINI. - - -Uno dei fenomeni che colpiscono maggiormente i lettori di storia — -quando riflettono — sta nella costante accelerazione degli svolgimenti -sintetici d'ogni natura, a misura che ci allontaniamo dalle epoche -primigenie; sta nella sempre maggior brevità di quei periodi -ricostruttori o elaboratori di cose nuove, che un tempo duravano -più secoli e suggerivano al poeta latino il pensoso: _mortalis ævi -spatium_.... - -Chiamatelo, secondo le leggi morali, progresso; chiamatelo, secondo -le leggi statiche, moto uniformemente accelerato; certo è che quelle -mutazioni generali di pensieri, di abitudini, di legislazioni, di -vita civile, a cui nell'evo antico appena bastavano dieci generazioni -d'uomini, si sono compiute più tardi nello spazio di un secolo, e, -venendo più presso a noi, in cinquant'anni od in trenta. - -Uomini ed eventi esercitavano, nelle prime epoche dell'umanità, -un'azione così passeggiera e così lenta che quasi non s'avvertiva. Le -grandi monarchie orientali impiegarono più di un millennio e mezzo -a sorgere, a brillare, a distruggersi, senza che il mondo antico -apparisse, dopo così grandi catastrofi, notevolmente mutato. Roma era -vecchia di oltre cinque secoli, quando cominciò a far avvertire la sua -presenza fuori de' suoi confini. Sesostri, Ciro, Cambise, Alessandro il -Macedone, malgrado il loro genio e le loro conquiste, non lasciarono -negli ordinamenti del mondo maggior traccia di quella che lascia una -frana di monte, rotolatasi nell'Oceano. L'umanità doveva giungere fino -al Pescatore di Galilea, per sentirsi tratta a mutare in sè e di sè -tanta parte di pensieri e di scopi. Eppure ci vollero quasi mille anni -perchè il Cristianesimo vincesse, soltanto in Europa, tutti gli antichi -Iddii. E i quattrocento anni dell'Impero romano occidentale dimostrano -che, dopo la scossa data alle vecchie compagini sociali da Cesare e -da Augusto, il mondo s'era ricantucciato nella schiavitù nuova e non -accennava a riscuotersi più. - -Colla discesa dei barbari nell'Europa, divenuta ormai l'unico fattore -di trasformazioni sociali, la storia comincia a pigliare avviamenti -più rapidi. Attila rinnova il mondo colla forza, Giustiniano col -diritto. Nel medio evo, i periodi elaboratori diventano anche più -frequenti e più intensi. Carlo Magno, gli Ottoni, la casa di Svevia -danno gli ultimi colpi alla marmorea e millennaria tradizione romana. -Da un secolo all'altro, le condizioni della società umana cominciano -ad assumere aspetti diversi; ora sotto l'influenza delle Crociate, -ora sotto quella del risveglio artistico e letterario, ora sotto gli -influssi economici allargatisi per la scoperta d'America. Le plebi -cominciano a rialzarsi; l'aristocrazia da feudale diventa cittadina; -le necessità dei commerci danno varietà alle legislazioni civili; gli -Stati si costituiscono; sorgono le questioni nuove dell'equilibrio -politico. - -È così che, avvicinandosi ai tempi nostri, la mutazione organica -delle cose appare più evidente e quasi continua; sicchè, mentre nel -tempo antico un uomo di pensiero doveva spingere lo sguardo a due -o tre secoli addietro per cogliere i sintomi di un movimento nella -compagine umana, potè più tardi limitarsi ad esaminare il corso della -propria vita, per trovarvi elementi di novità intellettuali, politiche, -sociali, talvolta tanto più meravigliose nell'ultimo effetto loro -quanto meno s'era avvertito il loro sorgere e il loro concatenarsi. - - * - -Uno di questi periodi storici, a rapide evoluzioni e a multiformi -sorprese, ci presenta la seconda metà del secolo decimottavo, al quale -finalmente sono giunte queste conferenze sulla vita italiana, dopo -avere cominciato a frugare per entro i secoli oscuri e dopo avere -illustrato i secoli gloriosi. - -Uscivamo da un lunghissimo periodo di decadenza intellettuale e -morale. Da dugent'anni avevamo perduto ogni elaterio di vita pubblica, -ogni diritto ed ogni virtù d'iniziativa paesana. In un secolo e -mezzo, soltanto il Galileo ci aveva dato l'orgoglio dell'antica -grandezza intellettuale italiana. Ma, letterariamente, eravamo -passati dall'Ariosto e dal Machiavelli a Gregorio Leti e al cavalier -Marino; artisticamente, imbrattavamo di calce gli affreschi dei -quattrocentisti, per ridipingere su quelle preziose pareti le fiamme -dei dannati o le colossali effigie di San Cristoforo; giuridicamente, -eravamo ritornati alle più fitte ignoranze del medio evo, mediante -i grotteschi processi contro le streghe e contro gli untori. -Politicamente poi, nulla era più tristo e più umiliante dei vari -regimi italici; ballottato tra Francesi, Spagnoli, Tedeschi, l'elemento -indigeno s'era piegato a tutte le tirannie, a tutte le pompe di quei -governi violenti o ridicoli. I pochi principi di famiglie nazionali, -come i Medici e i Gonzaga, s'affondavano nel lezzo dei cattivi costumi. -Nessuna resistenza di moltitudini, nessuna protesta di pensatori -fermava i governanti sullo sdrucciolo delle prepotenze e delle pazzie. -Nobili e popolani s'erano acconciati a servitù, e l'uniforme gallonato -d'un cortigiano spagnolo o francese trovava curve le schiene e verbosa -l'ammirazione degli eredi di Piero Capponi e di Gerolamo Morone. - -Questo insieme di ordinamenti politici e di fenomeni sociali -sembrava assodato e ribadito nel 1748 dalla pace di Acquisgrana; che, -sostituendo l'Austria alla Spagna nella preponderanza sull'Alta Italia, -ed aggiungendo al Borbone di Napoli un Borbone di Parma, otteneva -l'intento di stringere il nostro paese fra le due famiglie dinastiche -ritenute più ostili ad ogni allargarsi di attività nazionali. - -Or bene, un uomo che fosse nato, per esempio nel 1730 e si fosse -spento, dopo settant'anni, nel 1800, sarebbe invece passato per tali -e tante vicende, da non poter più riconoscere nella sua vecchiaia il -mondo che gli era stato famigliare nella giovinezza; avrebbe assistito -a così larghi mutamenti, a così profonde evoluzioni di costumi, di -discipline, di pensieri, di ordinamenti politici, da dover dubitare se -veramente non fosse stato almeno doppio il tempo della sua esistenza. - -Quest'uomo, per esempio, avrebbe visto, con Giuseppe Parini, -sostituirsi all'Arcadia la letteratura civile; avrebbe visto -distruggersi la scolastica, spuntare con G. B. Vico la filosofia; -avrebbe visto sparire i cronisti e sorgere, col Muratori, la critica -storica; avrebbe visto rinnovarsi ab ovo la giurisprudenza, col -Filangieri e col Beccaria; avrebbe visto le scienze fisiche far passi -da gigante col Volta, col Piazzi, collo Spallanzani; avrebbe visto -sgominati i cortigiani politici e risorti gli uomini di Stato, col -Tanucci, col Verri, col Bogino, col Fossombroni. Avrebbe visto di più; -avrebbe visto una triade d'innovatori fondare un teatro drammatico -italiano, col Metastasio, col Goldoni e coll'Alfieri; avrebbe visto -uscire dai deliri del barocco due ingegni severi, che riconducevano -l'arte al culto delle linee e del pensiero, Appiani e Canova. - -Poi, rivolgendo lo sguardo alle abitudini della vita, quell'uomo -si sarebbe accorto di altri fenomeni; avrebbe veduto illuminarsi -e lastricarsi le vie cittadine, rimaste per tanti secoli in balìa -del fango e dei ladri; avrebbe veduto nella locomozione elegante -sostituirsi le carrozze alle lettighe, nell'alimentazione delle -infime classi sostituirsi la salubre patata ai grani infraciditi. -Avrebbe poi visto una rivoluzione nella salute pubblica, mediante -l'innesto del vaiuolo; una rivoluzione nella pubblica educazione, -mediante l'espulsione dei gesuiti da tutto il territorio italiano; una -rivoluzione nei contatti sociali, mediante la fondazione dei giornali e -lo spesseggiare dei ritrovi nelle botteghe da caffè. - -Finalmente, quell'uomo avrebbe visto, nei costumi italiani, un -rivolgimento inatteso e anche più consolante; avrebbe riudito un -linguaggio, a cui da due secoli l'Italia s'era disusata: il linguaggio -dell'uomo libero dinanzi al potente, si chiamasse principe o plebe. - -Così avrebbe udito, per esempio, Carlo Emanuele III chiedere al -Muratori in qual modo pensava di trattarlo ne' suoi _Annali_, e il -Muratori rispondere: “come Vostra Maestà tratterà la mia patria„. -Avrebbe udito un Commissario francese invitare Ennio Quirino Visconti -a pubblicare un editto ingiurioso per l'onor cittadino, e il Visconti -rispondere: “che cercasse altrove i carnefici del suo paese„. Avrebbe -udito la bordaglia milanese chiedere al Parini che gridasse “morte agli -aristocratici„ e il Parini rispondere: “viva la repubblica, morte a -nessuno„. E finalmente avrebbe veduto, nell'ultimo anno della sua vita, -una pleiade di alti ingegni e di robusti caratteri sfidare impavida i -carnefici del re di Napoli e salire serenamente il patibolo, preparato -loro da una regina corrotta e da un ammiraglio fedifrago. - -Questi fenomeni di risveglio intellettuale e morale dominano tutto -il periodo che va dalla pace d'Acquisgrana alla fine del secolo; e -bastano a segnare i caratteri generali di un'epoca ricostruttrice e -innovatrice; come sogliono bastare a chiarire le epoche di decadenza -quei tristi fenomeni che si riassumono nelle opinioni fiacche, nella -paura dei molti, nella frenesia del mutare, nella voluttà del servire. - -D'onde poi sia uscito, come sia stato preparato questo rapido -rivolgimento nella coltura pubblica e nel carattere nazionale degli -Italiani, non par facile congetturare. - -Certo, non dovette essere piccola sui nostri settecentisti l'influenza -del seicentismo francese, altrettanto glorioso quanto era stato -ignobile il nostro. Non si può negare l'analogia che v'è tra il -Metastasio e il Racine, tra l'Alfieri e il Corneille, tra il Goldoni -e Molière. Nè può credersi rimasta inefficace sullo spirito del -Filangeri la grande opera giuridica del Montesquieu. Nè, sugli scritti -di Mario Pagano e di Melchiorre Gioja, minore azione esercitarono -gli enciclopedisti francesi. Pure, originale è certamente nel Vico -il metodo nuovo d'intendere la storia e la filosofia. Non imitò, -ma precorse Francesi e Tedeschi col suo classico libriccino, -Cesare Beccaria. La profonda concezione istorica da cui nacque la -pubblicazione dei _Rerum Italicarum scriptores_ precedette, nel -pensiero e nel tempo, le consimili pubblicazioni dei Benedettini -francesi e del Pertz. E tutto indigeno fu quel moto di rinnovazione -poetica, che, impernandosi sul culto dell'Alighieri, partì da Alfonso -Varano per giungere al Cesarotti, al Foscolo, al Monti. E non s'inspirò -a nessun modello forestiero, se non forse all'italico Orazio, quella -novità di una satira civile e didascalica che, partendo da Gaspare -Gozzi, arrivò presto alla sublime ironia del Parini. - -Forse, anche la mutazione avvenuta nei regimi politici della penisola -potè aiutare il benefico movimento. Le dinastie secolari, quando -cessano di rinnovarsi nelle abitudini e nelle idee al contatto dei -nuovi indirizzi assunti dallo spirito umano, determinano intorno -a sè cristallizzazioni di forme, attraverso le quali è difficile -che il pensiero possa trovare la forza di penetrare. Questo era -avvenuto alle vecchie famiglie medievali dei Farnesi, dei Medici, -dei Gonzaga, rese inette dall'abitudine del fasto e dei godimenti a -comprendere le necessità di governo secondo i concetti più austeri che -cominciavano a farsi largo. Questo era avvenuto anche più alla boriosa -dinastia spagnola, coll'aggravante che, non potendo neanche governare -direttamente i suoi dominî italiani di Milano e di Napoli, aveva dovuto -lasciare quelle popolazioni sotto l'arbitrio di governatori, più nobili -che intelligenti, e sopratutto più intesi a far denari che a promovere -giustizia e civiltà. - -I mutamenti dinastici avvenuti in Italia dopo la guerra per la -successione di Spagna, e ratificati nel trattato di Acquisgrana, -rompono in parte, e un po' dappertutto, meno a Venezia, queste -cristallizzazioni. La casa d'Austria, insediatasi in Lombardia, vi -porta uno spirito più moderno, v'incoraggia un maggiore studio delle -questioni amministrative, abitudini più laboriose, più virili, più -parsimoniose. I Borboni, installati a Napoli e a Parma, sentono il -bisogno di iniziare il loro regime con qualche innovazione che procuri -loro il favore dei governati, e secondano le savie riforme di Bernardo -Tanucci e del marchese Du Tillot. La Toscana, passata dai Medici -ai Lorena, trova nei principi di quella casa uomini d'indole mite, -volonterosi di bene, purchè largito a piccole dosi e non disciplinato -da logica di principî; insomma il vero tipo di quel dispotismo -intelligente, che appariva allora un progresso, dopo tanti despotismi -ignobili e crudeli, ma che costituisce oggidì il maggiore pericolo -delle società liberali e la più fatale illusione degli spiriti fiacchi -e spensierati. - -Non è dunque fuor di proposito il supporre che anche da siffatti -avvenimenti politici sia venuta, diretta o involontaria, una spinta -a quella ricostituzione intellettuale e morale, a cui evidentemente -gli spiriti italiani s'erano lentamente preparati nel tempo, e che -aspettava soltanto un'occasione per uscire dai sotterranei alla luce. - -E, del resto, toccherebbe a troppo alti orgogli l'ingegno umano, se -potesse afferrare, anche soltanto nel passato, una sicura sintesi -delle cagioni. Quegli stessi ostacoli, o somiglianti, che fermano -al problema delle origini le più audaci indagini dello scienziato, -trattengono intorno al problema delle leggi evolutive il moralista o il -filosofo della storia. Quegli intervalli, quelle soste, quei salti che -turbano, senza impedirlo, il lento avanzarsi delle razze umane verso il -miglioramento indefinito dell'avvenire, possono bensì precisarsi nei -fatti, ma non si riesce a sottoporli a discipline di pensiero; come -si constata, ma non si spiega, se non con altre ipotesi, l'alternarsi -degli strati nella storia geologica. - -Iddio determina, nel corso secolare dell'esistenza, i periodi -demolitori e i periodi ricostruttori, le epoche, in cui l'uomo -precipita verso gli abissi e quelle in cui si slancia verso l'Empireo. -Supporre che nell'avvenire queste alternative debbano cessare e i -periodi storici non segnino più che nobili gare verso sempre maggiori -svolgimenti di bene, può essere una speranza, non è una legge che abbia -stabilito i suoi termini. Il che non impedisce che nell'uomo rimangano -però immutabili i termini del dovere morale, che consiste nell'opporre -ogni resistenza alle ragioni del male, anche quando un concorso di -forze irresponsabili sembri impedire o allontanare il trionfo del bene. - - * - -Ma tornando all'argomento storico, dopo questa scappata, forse -inopportuna, nelle regioni dell'etica, è bene avvertire come, anche in -questo mezzo secolo fervido di tante mutazioni, le forze innovatrici -siano state di due sorta, ed assai diverse così nella rapidità -come nella intensità degli effetti raggiunti. Dal 1748 al 1795 è un -cammino calmo, costante, non audace, pacifico; dal 1795 alla fine del -secolo, è un correre vertiginoso, spensierato, fatale, una distruzione -implacabile, una ricostruzione tumultuosa. Nel primo periodo di 47 -anni, l'impulso è dato da elementi nazionali, da pensatori, da principi -o da ministri di principi; nel secondo periodo di soli cinque anni, -è dato da invasioni straniere, da prepotenza d'armi, da subitaneità -d'interessi, da esigenze di turbe, chiamate in ventiquattr'ore a -dominio irresponsabile dopo secoli di servitù. Il primo periodo si -suole chiamare delle riforme, il secondo, della rivoluzione. - -Ora, s'è molto disputato fra gli studiosi di storia patria, se il moto -rivoluzionario esotico abbia affrettato o ritardato, ne' suoi ultimi -effetti di civiltà e di progresso, il moto riformatore indigeno. -Forse anzi è questa la tesi storica del secolo decimottavo, intorno -a cui si siano più affatioate le menti e le ipotesi dei polemisti. È -inutile aggiungere che, dopo questi sforzi d'ingegno, la situazione è -rimasta quella di prima. Nè gli adoratori della Rivoluzione francese -riescono a persuadere i liberali riformatori della bontà intrinseca -del metodo giacobino; nè questi possono presumere di vaticinare che -cosa sarebbe stato il mondo senza il lavacro uscito dagli ardori -del 1789. Certo, i progressi economici e civili raggiunti in Toscana -sotto l'amministrazione leopoldina non furono superati da quelli a cui -posero mano i commissari francesi o la principessa Elisa Bonaparte. E -quando, nel 1790, il conte Pietro Verri propose ai notabili milanesi, -contro l'opinione del Visconti e del Botta, di chiedere all'imperatore -Leopoldo una Costituzione, l'opinione pubblica lombarda doveva già -trovarsi, su per giù, nello stato in cui trovossi, cinquantasette anni -dopo, l'opinione pubblica piemontese, quando il conte di Cavour propose -ai notabili torinesi, contro l'opinione del Sineo e del Valerio, di -chiedere a Carlo Alberto la pubblicazione dello Statuto. - -Del resto — ripeto — siffatta disputa non può servire oggimai a -nessuno scopo scientifico, quando non sia quello d'un'acuta ginnastica -intellettuale. Potrebbe chiudersi tutt'al più con quella vigorosa frase -sintetica, colla quale a Sant'Elena l'imperatore Napoleone chiuse una -polemica quasi simile intorno a Gian Giacomo Rousseau: “forse il mondo -sarebbe stato più felice se io e lui non fossimo nati.„ - -Il periodo rivoluzionario colpiva impreparate le masse, ma era stato -preveduto, in parte favorito dagli uomini di pensiero. - -Già fin dal 1784 l'uragano incipiente non era sfuggito alla sagacia del -ministro piemontese, conte Bogino, il quale, guardando alla Francia, -era morto esclamando: “povera Italia! povera Europa!„ Viaggiando in -Francia, al seguito di una dama lombarda, illustre per bellezza e per -intelletto, la marchesa Paola Castiglioni, Alessandro Verri, Francesco -Melzi, Cesare Beccaria s'erano mescolati a tutti i gruppi novatori -della società parigina e riportavano in patria l'impressione che il -periodo delle riforme stava per chiudersi. Un abate napoletano, pozzo -di spirito e di scienza, Ferdinando Galiani, era entrato in grande -dimestichezza con Diderot e d'Holbach, e scriveva da Parigi ai suoi -compatrioti, informandoli di tutte le agitazioni e le preparazioni che -bollivano nella pericolosa città. E più dei pensatori s'affaccendavano -gli avventurieri, razza che non manca mai di entrare in iscena alla -vigilia delle grosse crisi, e a cui di solito vien meno la moralità, -non mai l'ingegno o l'audacia. - -Un veneziano, Giacomo Casanova, fuggito con mirabile ardire dalla -prigione dei Piombi, aveva percorso l'Europa, rompendo tutte le -discipline sociali; imponendosi con astuzie di finanza al conte di -Choiseul, a Federico II, a Caterina II, a Maria Teresa; bisticciandosi -col conte di San Germano e con Voltaire; scandalizzando tutti i paesi -per le pubblicità della sua vita, pel lusso, pei giuochi, pei duelli, -per gli amori, pei debiti. - -Un siciliano, Giuseppe Balsamo, era penetrato più addentro negli -organismi delle vecchie sette europee; le aveva dominate coi misteri -nuovi del mesmerismo; e imbrancandosi col finto nome di Cagliostro -nell'aristocrazia europea, corrompeva principi, aizzava plebi, -abbarbagliava ignoranti, spargeva dappertutto i semi della miscredenza -e della rivolta. - -Un milanese, il conte Giuseppe Gorani, innamoratosi delle più spinte -dottrine demagogiche, s'era volontariamente sbandito dalla patria ai -primi sintomi della commozione francese; s'era fatto intimo dei più -scamiciati giacobini dell'epoca; aveva accettato missioni segrete di -agitatore in Isvizzera ed in Italia; sicchè, per decreto dell'arciduca -Ferdinando, era stato radiato dall'albo della nobiltà milanese e, coi -procedimenti giudiziari ancora in uso, gli erano state confiscate le -proprietà. - -Era sotto queste impressioni e sotto queste influenze, dirette o -indirette, che cominciava a suscitarsi un'opinione pubblica, favorevole -alle dottrine umaniste, quantunque risolutamente contraria alle -applicazioni inumane dei rivoluzionari francesi. - -Frutto di questo duplice indirizzo degli spiriti, sopratutto nella -regione lombarda, la più indicata a ricevere il primo urto delle idee e -dei fatti della Rivoluzione, era stata una dimostrazione ostile, fatta, -sin dal 1789, nel teatro della Scala al conte d'Artois, e nel tempo -stesso l'avversione acuta, universale ond'erano circondati i violenti -energumeni che del Comitato di Salute Pubblica parigino s'erano fatti -fra noi apologisti e plagiari, come il prete Lattuada, Gio. Antonio -Ranza e Carlo Salvador. - -Nondimeno, come avviene sotto il sole, sempre e senza rimedio, gli -esagerati si organizzavano e i moderati si rassegnavano; sicchè i primi -e non i secondi si trovarono pronti a cogliere i vantaggi ed esercitare -le influenze che la procella politica stava per sostituire ai vecchi -ordinamenti sociali. - -Questi resistettero, come meglio seppero, in Piemonte e in Lombardia, -finchè le minaccie partirono soltanto da elementi indigeni e da -cospirazioni paesane; si frantumarono, come statue di gesso, a cui -venisse tolto il sostegno, appena furono visti dalle Alpi scender -armati, e, come ai tempi del Filicaja, - - Bever l'onda del Po gallici armenti. - -Per dire il vero, quegli armati non scendevano “a torrenti„ come il -Filicaja narra del tempo suo. Erano anzi pochi, mal vestiti e peggio -nutriti; ma li guidava un'idea fatale e un giovane anche più fatale -dell'idea. - -Era un generale in capo di ventisette anni, non alto di statura, -gracile di complessione, pallido di colorito, coi capelli spioventi -sulla fronte e sulla nuca, dalla fisonomia pensosa, dallo sguardo -d'aquila, dal parlar breve, rotto, energico, implacabile. Il suo paese -lo aveva veduto sedare in dodici ore una formidabile insurrezione per -le vie di Parigi, rioccupare Tolone a colpi di cannone, e strisciare -come un sollecitatore nelle anticamere del disonesto Barras, -dispensatore di titoli e di gradi. Il nostro paese era destinato a -vederlo fulmineo vincitor di battaglie, distruttore di regni e di -repubbliche, improvvisatore di governi e di costituzioni politiche, -saccheggiatore di codici e di opere d'arte, nemico formidabile di -despotismi e di libertà, detronizzatore di principi e di pontefici, -restauratore di ordine, di studî e di religione, imperioso con -generali, con popoli, con regnanti, schiavo umile e innamorato di una -sposa bella, frivola e traditrice. - -L'ora che corre segna in tutta Europa una specie di ripresa della -leggenda napoleonica. Non si sa se sia ammirazione della fortuna, delle -virtù o dei delitti che a quella leggenda appartengono. Non si sa se -il mondo discopra quel tumulo per cercarvi una volontà potente, una -direzione sicura, un ingegno a nessuna esigenza inferiore, o se frughi -fra quelle ossa per trovarvi i residui del dispotismo illimitato e -spensierato, a cui anelino di prostrarsi società frolle e scettiche, -stanche di pensare e di combattere por idealità da cui non aspettano -nessun vantaggio. - -Ad ogni modo, nessuna preoccupazione di questa natura agitava i -contemporanei, quando il generale Bonaparte, con una rapidità di mosse -a cui non erano preparati i suoi avversarî, gira e supera nel tempo -stesso la catena dell'Appennino ligure, si ficca come un cuneo fra -le colonne austriache e le piemontesi, batte le prime a Montenotte -e a Dego, le seconde a Millesimo, forza ad un armistizio il governo -sardo, scende difilato lungo la corrente del Po, lo varca a Piacenza -mentre Beaulieu lo aspettava a Valenza, si getta su Lodi, vi sbaraglia -l'esercito austriaco ed occupa Milano, entrandovi dal lato orientale, -mentre tutte le difese gli si erano opposte dal lato occidentale. - -Qui comincia quell'ultimo e breve periodo rivoluzionario che ci conduce -sino alla fine del secolo ed è per l'Italia così fertile di sorprese, -di mutamenti, di lutti. Periodo fra i più lamentosi di tutta la -nostra storia, nel quale le campagne furono tormentate dalla guerra, -le città dalle rivoluzioni e dalle reazioni, gli ordini di governo -dall'anarchia. Preoccupato dalle cure militari, che non gli lasciavano -tregua, il generale Bonaparte era impotente a reprimere le tirannie -dei demagoghi, o scesi dalle Alpi con lui, o innalzatisi, sotto il suo -patrocinio, dagli ambienti locali più volgari e più avidi. Per più di -tre anni, un popolo avvezzo ai Verri, ai Tanucci, ai Bogino, a Pietro -Leopoldo, a Clemente XIV, si vide dominato o da commissarî francesi -inetti ad ogni opera che non fosse di spogliazione, o da istrioni -politici, cresciuti fra la taverna e il tumulto, che quando non -riuscivano a governare, impedivano ogni governo di altri. Questa era -stata la conseguenza del dilagarsi delle truppe repubblicane per tutto -il territorio italiano; le quali, abbattendo per necessità di difesa i -governi indigeni, dovevano compensare la scarsezza del loro numero coi -metodi del terrore e coll'appoggio dato alle classi più indisciplinate -della popolazione. Senonchè questi metodi preparavano, come sempre, -reazioni egualmente torbide. - -E lo si vide, allorchè, pochi mesi dopo, uscito Bonaparte dall'Europa, -e rifattasi la coalizione contro la Francia, gli anarchici neri -susseguirono agli anarchici rossi. Allora si predicò l'ordine -collo stesso furore con cui s'era prima predicata la democrazia. -Il cardinal Ruffo e Fra Diavolo saccheggiarono in nome del Re di -Napoli, il maresciallo Suwaroff saccheggiò in nome degli Imperatori, -il generale Lahoz saccheggiò in nome del Papa, Branda Lucioni -saccheggiò in nome del Re di Sardegna; e la Toscana fu saccheggiata -dalle bande che gridavano: _viva Maria;_ a capo delle quali entrò in -Firenze, precorritrice storica di Luisa Michel, una virago a cavallo, -Alessandrina Mari di Montevarchi. - -Prima che il secolo decimottavo seguisse i suoi predecessori nel -vortice della storia, anche queste anarchie potevano dirsi in gran -parte cessate. Ma se, fra tante procelle, s'erano, a intervalli, -mantenute nei loro dominî le dinastie del centro e del mezzogiorno -d'Italia, più profondi e durevoli mutamenti di Stato avevano avuto -luogo nella regione settentrionale, dove due fra i più antichi e -gloriosi governi della penisola erano stati violentemente soppressi, -per tradimento, o, se la parola pare eccessiva, per insidia delle nuove -diplomazie. - -È inutile dire che alludo alla monarchia di Savoja e alla repubblica di -Venezia. Delle ipocrisie che hanno avviluppato la prima fu sopratutti -responsabile il Direttorio francese; di quelle a cui soccombette la -seconda, spetta al generale Bonaparte l'iniziativa e la responsabilità. - - * - -Dopo le prime battaglie di Montenotte e di Millesimo, il governo sardo, -vistosi impotente a continuare le ostilità, s'era piegato ai consigli -pacifici del cardinale Costa, arcivescovo di Torino, stipulando a -Cherasco un armistizio, che fu poi convertito a Parigi in un formale -trattato di pace. - -Pareva che di quegli accordi il Direttorio dovesse essere soddisfatto, -poichè a nessuna condizione onerosa il Piemonte s'era negato. Concedeva -libero il passo agli eserciti francesi, cedeva la Savoia e Nizza, -lasciava occupare le fortezze di Ceva, Cuneo, Tortona e Alessandria, -distruggeva i forti alpini di Exilles, di Brunetta e di Susa, chiudeva -i suoi porti alle navi delle potenze ostili alla Francia, riduceva -l'esercito al piede di pace. - -Malgrado ciò, non cessavano le pretese. Tardava alla Francia -l'assorbimento del regno. Sicchè, dai confini della Lombardia, divenuta -Repubblica Cisalpina, entravano spesso elementi di rivolta, che si -aggiungevano alle cospirazioni paesane. Viceversa, quando il governo -sardo reprimeva o puniva, era sempre dall'ambasciatore francese -che partiva la domanda o l'ingiunzione di grazia. Così riusciva -difficile il governare. Meno di due anni dopo il trattato di Parigi, -il Direttorio volle un nuovo trattato, che chiamò d'alleanza, e pel -quale — s'intende — il Piemonte doveva fornire uomini ed armi contro -i nemici della Francia, quali si fossero. Neanche questo bastò. Verso -la primavera del 1798 divenne evidente che il Direttorio francese -accampava contro il Piemonte le stesse ragioni che, nella favola -famosa, il lupo accampava contro l'agnello. - -Due letterati di primo ordine si fecero complici in questa turpe -commedia: il Ginguené, ambasciatore della Repubblica francese, -e Leopoldo Cicognara, inviato della Repubblica cisalpina. Non vi -fu sopruso, non vi fu inganno che fosse risparmiato da questi due -rappresentanti d'una sleale politica. Carlo Emanuele IV cercava invano, -abbondando nelle concessioni, di stornare dal suo capo una sorte -immutabilmente decisa. I due ambasciatori chiesero dapprima la consegna -della cittadella e l'ottennero; poi domandarono si congedassero i -ministri, e il Re non volle; poi esigettero che si armassero dieci mila -uomini per combattere il re di Napoli, e furono accordati; finalmente -intimarono di consegnar l'arsenale; e a sostegno di questa domanda le -truppe della Repubblica Ligure invadevano il territorio dall'Apennino, -mentre il generale Joubert lo invadeva dal Ticino, e dalle alture di -Superga minacciava Torino. - -Carlo Emanuele IV non seppe rassegnarsi a maggiori umiliazioni e con un -manifesto del 9 dicembre 1798 abdicava nelle mani del generale, futuro -maresciallo, Clauzel. A questa risoluzione, per la dignità del trono, -lo aveva consigliato anche il suo ambasciatore a Parigi, Prospero -Balbo; il quale, conscio che una delle condizioni dell'abdicazione -doveva essere la sua prigionia, andò spontaneamente a costituirsi nelle -mani delle autorità parigine. Le dinastie che hanno secoli di fiera -esistenza trovano qualche volta, piuttosto nei periodi della sventura -che in quelli della fortuna, consiglieri di così alta devozione e di -così antica virtù. - - * - -Mentre queste cose accadevano intorno alle alture dove comincia il -Po, altre non meno dolorose avevano luogo intorno alle lagune, dove -finisce. - -La Repubblica di Venezia era certamente quello fra gli Stati italiani -dove s'erano meno pronunciate le alternative dello spirito pubblico. -Quasi democratiche fino al 1297, le istituzioni del governo veneto -erano divenute interamente aristocratiche dopo la famosa riforma -elettorale del doge Gradenigo. La durata secolare di questo regime -aveva probabilmente sottratta la Repubblica all'influenza di quelle -cause che determinavano, nel resto d'Italia, la decadenza intellettuale -e politica; ma le aveva anche impedito quel ritorno di energie che in -ogni regione del pensiero aveva segnalato il settecento italiano. Un -po' spossata dalle guerre del cinquecento e dalla politica spendereccia -e megalomane del doge Francesco Foscari, Venezia s'era rannicchiata -ne' suoi commerci, limitandosi ad accentuare, ogni secolo, le proprie -tradizioni, mediante le imprese marittime di Francesco Morosini o di -Angelo Emo. Nel complesso, l'antico suo genio si veniva estinguendo, e -l'immobilità sua non le permetteva più di mantenere influenza su popoli -e su regimi, tutti affaccendati a muoversi, a mutarsi, a perfezionarsi. -Il patriziato aveva conservato una certa attitudine ai grandi affari -politici; ma per reprimere novità ostili al suo prestigio, non aveva -cercato mai di educare il popolo a vigorosi sentimenti, accontentandosi -di lasciargli ogni libertà nelle feste. Venezia era diventata una -grande oasi di gioia, a cui tutti potevano accorrere e attingere. Però, -su ogni cosa che riguardasse affari e politica, posava la diffidenza -e il sospetto. Non se ne occupavano — e in segreto — che i patrizi -del Maggior Consiglio, ai quali pareva che gli interessi conservatori -stessero unicamente nel chiudere sempre le loro fila e i loro -ordinamenti ad ogni alito di migliorìe. Tanto che, nel 1780, avevano -mandato a domicilio coatto Giorgio Pisani, perchè fattosi iniziatore di -riforme nelle leggi costituzionali della Repubblica. - -Era in questa situazione morale e politica che Venezia vedeva -avvicinarsi alle sue contrade la bufera rivoluzionaria scatenatasi -dalla Francia. - -La questione non tardò ad imporsi alle deliberazioni del Senato, nel -quale, al principio del 1793, ventilaronsi due partiti. Francesco -Pesaro, procuratore di San Marco, sostenne vigorosamente la necessità -di armarsi, pur proclamando la neutralità. “Se Venezia non s'arma„ -esclamò egli con vivo presentimento dell'avvenire “Venezia è -perduta.... credete voi di poter evitare la guerra, perchè ne avrete -trascurati i preparativi?... la perfidia non ha mai cercato invano -dei pretesti.... circondati d'armi da tutte le parti, la spada sola -può tracciarsi un cammino verso la pace.„ Gli rispose un membro del -Consiglio dei Savj, Zaccaria Vallaresso, e il suo discorso persuase -fatalmente i patrizi ad accogliere la politica della neutralità -disarmata. - -Quel discorso era un tessuto di ipotesi, cucito con abili frasi. La -Francia aveva appena invaso il territorio di Nizza e della Savoja. -Si sarebbe trovata di fronte a due potenze militari, il Piemonte -e l'Austria, che le avrebbero certamente impedito di avanzarsi. -D'altronde, lo stato interno della Francia era troppo violento perchè -potesse durare; una reazione in senso monarchico era imminente. Una -volta armata, Venezia avrebbe reso più intensi gli sforzi delle potenze -belligeranti, per avvincerla a sè; non avrebbe potuto sottrarsi alla -seduzione di stare cogli uni o cogli altri; sarebbe troppo deplorabile -la condizione umana se, quando la guerra scoppia sopra un punto del -globo, il mondo intero dovesse correre alle armi.... si deve qualche -cosa all'umanità, all'innocenza, alla giustizia.... e via dicendo. - -Sofismi; ma sofismi atti a far breccia in animi fiacchi; ed era fiacca -pur troppo l'assemblea innanzi a cui venivano pronunciati; era fiacco -l'ambiente in mezzo a cui quell'assemblea deliberava; era fiacco il -principe, a cui dovevano metter capo quelle responsabilità, l'ultimo -Doge eletto nel 1789, Lodovico Manin. - -Così s'erano disegnati in Venezia i tre capi delle frazioni politiche, -destinate a seppellire, colle loro discordie, la secolare Repubblica: -Giorgio Pisani, vessillifero delle idee popolari e riformatrici; -Francesco Pesaro, interprete dell'antica energia conservatrice e -previdente; Zaccaria Vallaresso, oratore dei retori, dei gaudenti, -degli spensierati. - -Era appena presa questa infausta decisione che i sintomi del pericolo -romoreggiavano sul capo della Repubblica. - -Il Querini da Parigi e il Grimani da Vienna avvertivano delle proposte -già fatte dal Direttorio francese al governo austriaco, per la cessione -a quest'ultimo di alcune provincie venete di terra ferma. L'agnello -offriva il suo collo; diventava facile sgozzarlo, o almeno tosarlo. -Cominciata la campagna del 1796, il Senato veneto lasciò sfuggirsi -un'altra occasione di riparare alla sua colpevole imprevidenza. E -l'occasione — singolare presagio dei tempi — gli veniva proprio da -quella potenza che, settant'anni dopo, vincendo a Sadowa, avrebbe rotto -per Venezia il fatale destino di Campoformio. Il barone di Hardenberg, -primo ministro del re di Prussia, faceva dire all'ambasciatore -veneziano in Parigi che se Venezia avesse voluto allearsi colla -Prussia, colla quale nessun conflitto d'interessi era possibile, -“la Prussia si sarebbe opposta con efficacia agli ambiziosi disegni -dell'Austria ed avrebbe garantita l'integrità del territorio veneto.„ - -La fatalità trascinava il Governo repubblicano, ostinato a cercare la -salute in quell'isolamento che non era indipendenza. - -E intanto erano avvenute le prime battaglie del 1796, e la guerra -s'avvicinava, indietreggiando, alle provincie di terra ferma. Il -generale Bonaparte, più esigente del suo Direttorio, credette scorgere -nel contegno della Repubblica una diffidenza verso il genio della -vittoria ch'egli personificava, e fermò nella profonda mente il disegno -di sopprimerne la secolare esistenza. Non lo nascose uno de' suoi -intimi, il colonnello Beaupoil, il quale diceva, fin da Verona, che -“quatorze siècles d'existence devaient suffire à la république„. - -I pretesti cominciarono per la presenza sul territorio veneto del conte -di Lilla, chè tal nome aveva preso nell'emigrazione il pretendente -al trono di Francia, il futuro Luigi XVIII. In onta alle sue antiche -tradizioni d'asilo, Venezia dovette sacrificare l'esule ai reclami del -Direttorio e alle intimazioni del suo generale. - -Poi, sopravvennero subito le difficoltà pratiche della neutralità -disarmata. Impotente a respingere così i vinti come i vincitori, -la Repubblica non potè negare il passaggio alle truppe austriache, -nella loro ritirata verso il Tirolo. Bonaparte, irritato, fece subito -occupare Brescia, poi Bergamo; il generale austriaco, per rappresaglia, -pose guarnigione a Peschiera; Bonaparte rispose, impadronendosi di -Verona. Il Senato veneto strepitava, il Querini reclamava a Parigi, il -provveditor Foscarini si presentava al quartier generale dell'esercito -francese. Ma ormai tutta la guerra si faceva sul territorio veneto, ne -ed era possibile deviarla; Bonaparte rispondeva al Foscarini in tono -altezzoso e coll'offerta ironica di mandare le sue truppe a difendere -la libertà di Venezia; il Direttorio faceva offrire al Doge un trattato -d'alleanza che, in tali condizioni, assumeva l'aspetto d'un trattato -di servitù; e negli intimi colloqui il patrizio Querini si sentiva -proporre dagli affaristi del Direttorio, che con cinque milioni dati -per le spese di guerra e settecento mila lire sborsate al direttore -Barras, si sarebbero potuti ottenere dal governo francese dei dispacci -che fermassero il generale Bonaparte ne' suoi disegni di distruzione. - -Le tratte per settecento mila lire furono effettivamente consegnate; -e il Barras non ebbe pudore a presentarle per lo sconto al banco -Pallavicini di Genova. Ma il generale Bonaparte s'era già posto -colle sue vittorie in una situazione personale, che gli permetteva di -non ricevere ordini da nessuno. Il suo proposito circa Venezia era -implacabile; egli voleva finire una guerra, dalla quale ormai aveva -tratto tutta la gloria che gli occorreva; coi territori di quella -Repubblica avrebbe ammansato l'Austria, non mai esausta di forze e -di eserciti. Per giungere allo scopo suo, non esitò ad entrare per -le vie sdrucciole dell'insidia e della ipocrisia. I suoi emissari -politici fecero lega coi più torbidi elementi del partito popolare, -che in Venezia metteva capo al Pisani, in Brescia ai fratelli Lechi. -Ben presto una sorda agitazione invade le popolazioni delle città e -delle campagne appartenenti alla Repubblica. Brescia, Bergamo, Crema -insorgono contro il dominio veneto e sono manifestamente appoggiate -dai comandanti francesi. Questo primo successo incoraggia a proseguire -nella via, e tutti gli sforzi s'acuiscono intorno a Verona, la città -principale dei dominii di terraferma. - -Qui tutto diventa odioso, sleale e tragico. Era capo dell'ufficio -militare francese d'informazioni un Landrieux, colonnello degli ussari. -Uomo senza scrupoli e deciso a servire occultamente tutti i partiti -dell'epoca, uno dopo l'altro e gli uni contro gli altri, s'accontò -con un vecchio stromento della demagogia parigina, Carlo Salvador, -milanese rinnegato e disonorato, di cui Bonaparte si serviva per ogni -mandato. Insieme complottarono un documento falso, e fu un proclama -del provveditore Battaglia, nel quale, annunciandosi immaginarie -sconfitte dei Francesi nel Friuli e nel Tirolo, s'eccitavano i fedeli -sudditi della Repubblica, e sopratutto le classi rurali, a reprimere -l'insolenza dei rivoltosi, scacciandoli da Bergamo e da Brescia, dove -s'erano annidati. - -Fu questa, in mezzo alla tensione naturale degli animi, la causa prima -delle famose _Pasque veronesi_, e poco mancò non tornasse a danno -irreparabile dei provocatori. Invano protestò il Battaglia contro -l'apocrifa pubblicazione e protestarono i governanti veneti, presso -il Direttorio e presso il Quartier generale. L'impulsione era data; -le smentite sono in ogni tempo meno autorevoli delle calunnie; la -provocazione alla guerra civile ottenne l'effetto suo. - -Il 17 aprile 1797 Verona fu piena d'armi, d'odii e di stragi. Ad una -rissa fra militari veneziani e militari francesi, il generale Balland -credette opportuno por fine, cannoneggiando dai forti. La popolazione -si credette assalita e reagì. Dove si trovò in minor numero, fu -sopraffatta dalle milizie; dove prevalse, non risparmiò nè vivi, nè -ammalati, nè donne. Non bastava la morte, vi si aggiunsero i tormenti. -Per cinque giorni durarono le stragi per parte dei popolani e dei -contadini, le bombe e l'incendio per parte dei francesi, agglomerati -nei forti. Al sesto, venuta meno quasi la materia prima ai furori, -poterono pronunciarsi parole di pace. Parecchi patrizi veronesi, il -conte Nogarola fra gli altri, avevano raccolto e nascosto in casa -loro cittadini ed ufficiali francesi, cercati a morte. I provveditori -veneti, Giustiniani, Erizzo e Giovanelli, che da un pezzo avevano -richiamata l'attenzione sullo stato degli animi e sulle mene dei -cospiratori franco-italiani, si raccolsero a consiglio coi generali -francesi; ma ebbero presto ad accorgersi che in questi nessuna idea di -temperanza poteva penetrare. Il linguaggio era brutale, le esigenze -innumerevoli, evidente il desiderio di trarre dal dramma veronese -pretesto a maggiori complicazioni. Verona dovette arrendersi a -discrezione, e i provveditori furono rimandati a Venezia. - -Ma su Venezia intanto scoppiava l'ira del Giove tonante. - -Le sorti della guerra avevano portato il generale Bonaparte sulle -alture del Semmering, d'onde l'istinto audace gli faceva già -intravedere l'occupazione di Vienna. - -Però tra l'audacia e il successo, nel cervello del futuro Cesare v'era -ancor posto pel ragionamento. Anzi, pei ragionamenti; poichè, nel -momento attuale, erano due e combaciavano fra loro. Vincere un'altra -battaglia pareva ancora possibile, forse era facile; ma non era esclusa -la possibilità di perderla, e la perdita, in quelle condizioni, bastava -ad annullare tutta la gloria e tutti i vantaggi ottenuti. A misura che -si allungava su Vienna, l'esercito francese, così lontano dalle sue -basi, naturalmente s'indeboliva; mentre intorno alla gran capitale, -l'arciduca Carlo avrebbe trovato forze e mezzi di resistenza e di -attacco sempre maggiori. Non si poteva giurare che una sola vittoria -avrebbe ancora stesa l'Austria ai piedi del vincitore; si poteva -giurare che una sola sconfitta avrebbe costretto il generale Bonaparte -a rifare in fuga precipitosa quel cammino fino allora seminato di così -rapide audacie. - -D'altra parte, obbligando l'arciduca Carlo, non timido avversario, a -concentrare tutte le forze militari del suo paese per difendere da un -colpo di mano la capitale della monarchia, Bonaparte avrebbe resa più -facile una ripresa offensiva dell'esercito del Reno, che il generale -Moreau guidava con minore impeto, ma con eguale tenacia, contro i -nemici della Francia repubblicana. V'era a prevedere il caso che -i due eserciti entrassero contemporaneamente in Vienna e che i due -generali ne avessero eguale onore. Ora, ciò non secondava i disegni -del generale Bonaparte, che già si sentiva il primo nel suo paese e non -avrebbe voluto dividere con nessuno, meno che mai — e lo provarono gli -eventi successivi — col generale Moreau, la dittatura che già volgeva -nell'animo. - -Sicchè la pace — una pace gloriosa, dopo una guerra che non l'era -meno — avrebbe posto fine alle due preoccupazioni che lo agitavano, -e avrebbe mantenuta intorno al solo suo capo la doppia aureola del -vincitore e del pacificatore dell'Europa. - -Fu per queste considerazioni, tradite già dai documenti dell'epoca, -e ormai riconosciute da tutti gli storici, che il generale Bonaparte -si decise a scrivere all'arciduca Carlo una lettera famosa per la sua -moderazione pacifica e a trattare nel tempo stesso Venezia con modi -altrettanto famosi per la loro esagerata violenza. Dopo i fatti di -Bergamo, di Brescia e di Salò, aveva mandato a Venezia il generale -Junot, minacciando il Doge e gli ottimati di aperta guerra; dopo i -fatti di Verona, accolse burbero gli inviati del Senato, e scrisse a -Pesaro: “io sarò un Attila per Venezia.„ - -E Attila fu; non nel senso della devastazione materiale, ma nel senso -della distruzione politica. - -Invano riceveva istruzioni dal Direttorio, e dal suo ministro degli -Affari Esteri, Talleyrand, di non permettere dominio austriaco sopra -nessuna parte di territorio italiano. Egli era già abbastanza forte -da fare una politica che non fosse quella del suo governo, e voleva -stupire il mondo col suo amor della pace, dopo averlo meravigliato -colla sua rapidità nella guerra. - -Così si venne ai preliminari di Leoben, che cominciavano a sbranare la -Repubblica di Venezia, dando all'Austria tre quarti delle sue provincie -di terraferma. Era però serbata ad un piccolo villaggio posto fra Udine -e Passeriano, questa gloria d'Erostrato, di consumare il sacrificio -del più antico Stato indipendente che esistesse in Europa. Da Leoben a -Campoformio le trattative furono ancora molte, ma l'implacabile disegno -di Bonaparte trionfò d'ogni esitazione; e poichè i plenipotenziarii -austriaci stavano sul tirato, egli ruppe loro sul viso un candelabro, -per dimostrare la superiorità della sua diplomazia. - -Convinti da questo argomento, i plenipotenziari firmarono il trattato -di Campoformio, mediante il quale l'Austria acconsentiva a lasciare -estendersi la Cisalpina fino alla riva dell'Adige, e otteneva in cambio -il cadavere vivo della Repubblica di Venezia. - -È doloroso dover dire che nessuna grande inspirazione di virtù o di -valore eruppe allora dagli ultimi consigli della morente Repubblica. -Il Vallaresso e i suoi colleghi si ostinarono fino all'ultimo giorno -nella loro politica di rassegnazione agli eventi; il generale Condulmer -affermava l'impossibilità di difendere la laguna; Lodovico Manin -si rammaricava di non poter neanche dormire la notte nel proprio -letto. Tanto era diverso da un successivo Manin l'animo e l'ingegno -dell'ultimo Doge della Repubblica! - -Il 16 maggio 1797 il Senato faceva annunciare che il Governo -cedeva i suoi poteri al Municipio. E il giorno dopo, il generale -Baraguay-d'Hilliers occupava con quattromila francesi la piazza di -San Marco. Erano i primi soldati stranieri che da quattordici secoli -Venezia avesse veduti! - -Questa fu l'opera del generale Bonaparte; che iniziava così quella -politica di disprezzo delle nazioni e di mercato di popoli, a cui -ubbidì in tutto il corso della sua meravigliosa dominazione. - -So che la leggenda napoleonica trova degli evocatori anche in Italia, -e degli evocatori dominati da simpatia. A questi io non posso unirmi. -Ammiro il genio dell'uomo, come si ammira un vulcano in eruzione. Ma -non posso avere nessuna simpatia pel despota, che, avendo nelle sue -mani l'Italia, ha venduto la Repubblica di Venezia e ha fatto di Roma -un dipartimento francese. - -Non sempre dalle pagine storiche si possono trarre delle formole -educative. Questa volta, penso, si può. - -Il secolo nostro vedeva, al suo cominciare, radiati dalla carta -politica dell'Italia due Stati, una repubblica e un principato. -Settant'anni dopo, quella repubblica appariva, negli animi, più morta -che mai; quel principato era divenuto, per affetto di popoli e per -virtù di casi, il regno d'Italia. - -Vuol dire, se non erro, che dalle catastrofi difficilmente risorgono -i governi, quando ubbidiscono soltanto ad un programma cieco ed -egoista di conservazione, come quello che prevaleva negli ultimi tempi -della Repubblica di Venezia. Vuol dire che, malgrado le catastrofi, -hanno avvenire splendido e sicuro quegli Stati, quei governi, quelle -dinastie, che fondano il loro diritto di conservazione sopra un ideale, -sia di completamenti nazionali, sia di progressi morali. - - - - -I MEDICI GRANDUCHI - - -CONFERENZA DI - -ISIDORO DEL LUNGO. - - -I. - -Il pugnale di Lorenzino de' Medici, il cui sinistro bagliore rompeva la -penombra lusingatrice all'ultima fra le turpi notti del ducale cugino -Alessandro, non poteva rendere la libertà a Firenze. Quel giovinastro -malinconico e motteggiatore sognava, così almeno lasciò scritto in -pagine di frase eloquente, e come del resto gli altri regicidi di -quella età paganeggiante, sognava Bruto e l'opera sua: ma la voce di -Bruto è ascoltata ed efficace, quando si leva presso al cadavere d'una -sposa intemerata, non voluta sopravvivere a sè medesima, frementi -attorno cittadini che nella violazione del sacrario domestico sentono -offesa la santità della convivenza civile; si disperde e muore sulla -pianura scellerata di Filippi, quando, divenuta nome vano la virtù, -il grido di libertà non è più l'eco della coscienza cittadina, e -l'amor della patria non arma che il braccio d'un gruppo di congiurati. -E poi, Lorenzino non era un Bruto autentico. Rampollato da uno de' -minori rami Medicei, del quale accoglieva in sè l'ultimo fiato e le -mancate ambizioni, aveva rimuginati nell'animo culto e pervertito quei -medesimi elementi del classico Rinascimento, in mezzo alla cui acre -fermentazione si era trasformata la Firenze repubblicana; e come pel -ramo dominante, si venne in Cosimo vecchio, nel magnifico Lorenzo, -in Lorenzo duca d'Urbino, elaborando il Cesare liberticida, così in -questo diseredato, alle fattezze sue vere, che erano di un Medici -inviso a Medici e invidente, si era sovrapposta la larva, non altro -che la larva, di Bruto. Quando poi, spinta da cotesto uomo, giunse -l'ora, Firenze, che non aveva più popolo dal giorno in cui l'Impero e -la Chiesa le ebber dato un Senato, Firenze, da quei senatori — uno de' -quali si chiamava pur troppo Francesco Guicciardini, il Tacito mancato -alla storia della destinata servitù — avea docilmente ricevuto in un -giovinetto di diciotto anni il suo Cesare. - -Cesare, il duca Cosimo, per modo di dire; ma veramente, un proconsolo -del vero Cesare ispano-austriaco, alle cui mani diventava cosa l'utopia -romana medievale del Santo Impero. All'ombra di questo, i Signori -insediatisi per vario modo sulle rovine del Comune, esercitavano, -vicarî coronati, un principato, che, illegittimo d'origine, perchè -nato di violenza o di frode contro le libertà popolari, riceveva degna -sanzione nella investitura segnata dalla mano di un monarca, che di -romano e d'italico non aveva se non il nome, poichè nel fatto era il -continuatore della oppressione barbarica sul gentil sangue latino. - -Se non che i principati paesani, qualunque essi si fossero, ebbero -questo di buono: che salvarono le rispettive regioni italiche dal -giogo obbrobrioso dei Vicerè, sotto il quale Milano e Napoli, Sicilia -e Sardegna, patirono sulla viva carne il solco profondo e sanguinoso -della servitù straniera. Chiamiamoli pure proconsolati; ma codesta -loro condizione ne assicurava l'esistenza, ai termini di quel diritto -pubblico imperiale, che, dalla Dieta di Roncaglia per la bolla d'oro -di Carlo IV sino alla prammatica sanzione di Carlo VI, sovrastò, senza -del resto poterlo dominare, allo svolgimento politico di quasi sei -secoli della vita civile italiana; mentre nell'esercizio effettivo -della sovranità, nelle relazioni coi cittadini divenuti suo popolo, -il principe poteva, se volesse, e tanto quanto volesse, rimanere -cittadino. Il che ai Medici era fatto poi quasi naturale dalle -tradizioni del tutto cittadinesche della loro ambizione e grandezza: -originata dal lavoro dei commerci fortunati; e solidatasi genialmente -col favore e la cooperazione alle manifestazioni dell'ingegno; sempre, -dunque, in termini di civile convivenza, o, come con bella parola nel -Quattro e Cinquecento dicevasi, di civiltà; che la fortuna del triregno -(con Leone e Clemente) aveva non altro che amplificati. Ben diversi dai -Gonzaga o dagli Este, venuti su di sangue feudale, e mediante l'abuso -violento, mercanteggiato con l'Impero, dei magistrati municipali; -ben diversi dai Farnesi, creature papali avventizie; i Medici, se -la usurpazione, sia violenta, sia artificiosa, della comune libertà, -potesse essere legittimata mai, avrebbero avuto al principato titoli -legittimi; ne avevano certamente di gloriosi. - - -II. - -Tale eredità raccoglieva Cosimo duca: bensì non come successione -pacifica; non come il magnifico Lorenzo potè sognare, se la vita gli -fosse bastata, di trasmettere quella sua indefinita, non però meno -effettiva, autorità ai suoi discendenti; invece, una successione -viziata di tante eccezioni, quante venivano ad essere inchiuse in -quest'ordine di fatti: la cacciata del 1494 e successivi diciotto anni -di governo popolare, la restaurazione del 1512 violenta, la cacciata -ultima del 27, l'assedio, la permanente ribellione dei fuorusciti, -fra' quali ora riparava festeggiato l'uccisore del tiranno. Ma questo -Cosimo giovinetto aveva avuto per padre Giovanni, il prode capitano -delle Bande Nere, che la milizia italiana rimpiangeva tuttora; e per -madre ed educatrice quella valente Maria Salviati, che accoglieva -nell'animo, congiunti in salda tempera, gli spiriti di una popolana -baldanzosa e d'una imperiosa matrona; degna e caratteristica madre di -quello fra i Medici, sul capo del quale la popolare supremazia della -predestinata famiglia doveva divenire principato e fregiarsi della -corona granducale. - -I sette coronati che per due secoli appunto, dal 1537 al 1737, ressero -la signoria di Firenze e del dominio; — presto, alle mani del duca -Cosimo, accresciutosi di Siena ultima ròcca di libertà popolare; — -formano, nella storia dei principati italiani, un gruppo che ha suoi -peculiari caratteri e degni di nota. Non è una dinastia, che impostasi -o imposta a un paese, lo governa o sgoverna, lo prospera o lo sfrutta, -rimanendo essa una cosa (buona che si voglia chiamare o cattiva), e -quel paese, pel quale essa passa, essendone un'altra. E nemmeno si -può poi dire, che a fare essere i Fiorentini e i Toscani ciò che in -codesti due secoli furono, quei sette granduchi operassero neanche la -metà di quello che a dirizzare pel loro proprio verso la Firenze del -secolo XV operarono il vecchio Cosimo ed il magnifico Lorenzo. No; la -dinastia granducale Medicea è una cooperatrice familiare e compagnevole -della cittadinanza fiorentina e toscana, ormai tranquillata e ferma -nella servitù; signoria assoluta, dispotica anzi, ma non propriamente -tirannica, la quale, senza nè spingere nè trattenere, procede di -conserva con la società nuova che si è formata intorno a lei, e che -tanto è diversa da quella che fu popolo, quanto cotesti granduchi -dai loro avi, che in quel popolo furono tutto fuori che principi. -Solamente può dirsi, e si deve, che la signoria assoluta nella quale -si è trasformata la supremazia medicea, come impedisce le feconde -iniziative fuori del chiuso campo nel quale uno solo è il padrone, come -soffoca le reazioni generose contro l'arbitrio di lui, come ammortisce -l'espansione dei sentimenti e delle volontà, che opererebbero chi sa -su quale altra linea, verso quali altri obietti; come aduggia delle -ombre sue, siano pur protettrici, la pianta della scienza sperimentale, -che, maturata dai tempi, fiorisce ormai e vigoreggia sul buon terreno -fiorentino; così con più maligna efficacia, che non potesse mai -sugli animi de' liberi cittadini la politica liberticida de' Medici -avanti il principato, influisce nel carattere dei sudditi i vizi o -le deficienze che accompagnano e affrettano il logoramento fatale di -quella stirpe. In tal modo il secolo XVIII riceverà, per le nuove sorti -che la politica europea ha ordito alle regioni italiche, una Firenze -e una Toscana, sulle quali alita sì la grande tradizione del pensiero -e dell'arte da Dante al Machiavelli, da Michelangelo a Galileo; e -sorvola alle effimere corruzioni, spirito immortale e verbo di nazione, -la lingua; ma nel carattere e nel sentimento, nell'abito del vivere -e nelle istituzioni, han filtrato e si son diffuse, la debolezza o -l'insufficienza di Cosimo II e di Ferdinando II, la bigotteria testarda -di Cosimo III, la scettica dissolutezza di Gian Gastone. L'età virile -del granducato Mediceo, durata settantadue anni in Cosimo I e nei -suoi due figliuoli, Francesco erede dei vizi paterni e Ferdinando I -delle virtù; età, nel cui corso alcun che della Firenze repubblicana -sopravviveva se non altro nella memoria di chi ci aveva vissuto; quella -età è ormai consumata ne' suoi effetti, e moralmente quasi prescritta, -lungo i centoventott'anni degli altri quattro principati. - - -III. - -Cosimo I assume giovinetto il potere, calcando le superstiti resistenze -repubblicane, e l'ambizione, a quelle alleata, della ultima famiglia di -emuli contro la supremazia medicea, gli Strozzi. Legato di necessità -alla fortuna di Spagna, vuole e sa avere, pur sotto quegli auspicî, -una politica propria, che gli consente i vantaggi della protezione -imperiale, riserbandogli sufficiente libertà di atti, rispetto agli -altri Stati d'Italia, alla Francia, alla Chiesa. Vendicata in Lorenzino -la strage del duca Alessandro, e in Filippo Strozzi (comunque e' -finisse) la resistenza armata al proprio insediamento, volge attorno, -con sicurezza di vecchio signore, di sovrano nato, lo sguardo: e mentre -prosegue (con tutti i mezzi, nessuno eccettuato, leggi, forca, pugnale) -la depressione e la dispersione de' ribelli, che, sotto quel flagello -incessante, non si raccozzeranno mai più; mentre difende la novella -sua porpora ducale dalle gelosie delle antiche prosapie principesche -d'Italia, e contro l'ardito generoso tentativo dell'ultimo, nell'Italia -medievale, idealista di libertà Francesco Burlamacchi; Cosimo ha, fin -da principio, chiaro dinanzi a sè il suo intento, e verso quello mira -con perseverante sagacia, risolutezza e, quand'occorra, violenza: e -l'intento suo è la formazione d'uno stato che abbracci tutta intera -la Toscana. Da Montemurlo a Scannagallo, questa tenace sua volontà -trionfa col soggiogamento della vigorosa Repubblica sopravvissuta -alla fiorentina, pel quale gli è consentito di scrivere sul granito -della colonna di Santa Trinita “Cosimo de' Medici duca di Firenze e -di Siena„: la volontà di Cosimo, prima e dopo di quella vittoria, si -afferma, a benefizio del paese e afforzamento del principato, mediante -i provvedimenti agrari migliorativi specialmente del Valdarno pisano -e della Valdichiana; si afferma con la difesa del litorale infestato -dai Barbareschi, contro i quali la istituzione della milizia di Santo -Stefano durerà non senza gloria della nazione; con gli stessi forzati -pazientamenti, si afferma, verso la Spagna. Lo stato spagnuolo dei -Presidî, nella Maremma senese, è limitato, per ventura d'Italia, -dall'assodata potenza (che la Corsica, destinata a disitalianarsi per -colpa d'una italiana repubblica, invoca quasi presaga) dalla potenza -di questo duca italiano. Non molto dissimile che con l'Impero, fu -l'atteggiamento suo con la Chiesa: della quale secondava le gagliarde -resistenze alla libertà religiosa, accettando in Firenze i Gesuiti; -favorendovi l'Inquisizione, e vilmente gratificandola del capo di Piero -Carnesecchi; sovvenendo le sanguinarie guerre di religione in Francia, -anche per destreggiarsi con Caterina che sul trono cristianissimo -aveva portato i rancori suoi di Medici, ultima del maggior ramo, contro -lui Cosimo sopravvenuto e sormontato del ramo cadetto: — ma tuttociò, -senza ch'egli disertasse la difesa delle civili giurisdizioni contro -le usurpatrici improntitudini del fòro ecclesiastico, e conservando -quella indipendenza statuale ch'era stata pe' secoli tradizione della -guelfa repubblica. Fu vittoria di questa sua politica, audace a un -tempo e prudente, il serto di granduca di Toscana che a cinquantun -anno, soli quattro prima che morisse, coronò per mano del Papa, con -mala contentezza dell'Impero e dei principi italiani, le ambizioni di -questo che solo fra essi tutti, in quanto fondatori di nuovo stato, -poteva vantarsi di aver saputo applicare, sebbene per fini del tutto -personali e dinastici, le sinistre teorie, a ben più alta meta rivolte, -di Niccolò Machiavelli. - -Coerentemente a questa sua azione verso il di fuori, l'amministrazione -dello Stato fece egli servire al concetto di afforzarlo anche -internamente e guarentirlo da pericoli di turbamento. Perciò represse -i maleficî con fiere leggi; aiutò i commerci nei quali egli stesso -continuò, da buon Medici, a trafficare con somme ingenti; ordinò, -quanto meglio consentivano i tempi, l'economia pubblica, non senza -aiutarne i provvedimenti con le ispirazioni della carità. Nel favorire -gli studî, non pure rinnovò l'antica liberalità medicea, ma consentì -libertà di pensieri e di giudizi maggiore assai che non avrebbe -tollerata nei fatti. L'Accademia Fiorentina, che, quasi rinfocolando -i platonici entusiasmi del Rinascimento, denominò sacra; l'Accademia -del Disegno, il cui sorgere s'irradiò degli splendori del divino -Michelangelo; la biblioteca Medicea Laurenziana; lo Studio di Pisa; -sentirono il benefizio dell'opera sua. Palazzi, ville, loggie, colonne, -statue, il fabbricato degli Ufizi superbo di greca toscanità, furono -sotto gli occhi del popolo il duraturo ricordo e l'auspicio della -signoria novella. Ma di questa signoria il monumento più solenne, -e pieno di ammonitrice severità e di epica grandezza, addivenne il -palagio che d'allora in poi, cessatagli la perpetua giovinezza della -libertà, s'incominciò a chiamare il Palazzo Vecchio; il palagio, che -da sede del magistrato popolare artigiano, diventava il Palazzo del -Duca, e i suoi veroni giardino pensile della duchessa spagnuola, e -calate dalla torre le campane che avevano per secoli risonata la voce -del popolo, e le pareti del salone memore di fra Girolamo istoriate -delle guerre asservitrici di Pisa e di Siena, e ai lati della porta -fiammeggiante nel nome di Cristo re profanate le virili idealità -del David michelangiolesco con l'appaiarle all'eroismo brutale del -grosso iddio Ercole. Poco appresso, sulla verde pendice che sovrasta -all'oltrarno, sorgeva, vagheggiata dalla duchessa, sorgeva nel -palagio di altri emuli vinti già da tempo, e si distendeva pei viali -ariosteschi di Boboli, la vera e propria reggia fiorentina, che Cosimo -mediante l'aereo corridoio da Pitti agli Ufizi congiungeva col Palazzo -del Duca; nel modo stesso che altrove un despota feudale avrebbe, con -qualche via sotterranea irta di orridi agguati, comunicato il proprio -covo con la ròcca delle sue masnade: ma in Firenze quel corridoio -valicante l'Arno, finiva, in volger breve di tempo e per quando duchi -e granduchi sarebber trapassati alla storia, con l'aver congiunte due -reggie dell'arte, e fatto un solo tesoro della più splendida galleria -che vanti il mondo civile. - -Nella vita privata e domestica, unì Cosimo quella che ormai pel secolo -cortigiano era repubblicana rozzezza, con le qualità buone o tristi di -principe assoluto. Armatore e carezzatore di sicarî, non si tenne dal -farsi omicida egli stesso. E invero, la vita degli uomini, o strumenti -o vittime ch'e' se li assegnasse, fu a lui meno che nulla: nel che pur -troppo quella rozzezza di medio evo agevolmente si conciliava con la -ferocia, più o meno dissimulata, che l'istinto della conservazione e -i clericali sofismi del diritto divino connaturavano alle tirannidi -dinastiche. Dalla Eleonora di Toledo che, data a lui dalla Spagna, -molto conferì a improntare di spagnuolo la novella corte, ebbe -figliolanza, salvo uno, Ferdinando granduca, tutti, quanti essi furono, -di tragiche sorti: Maria, morta giovinetta non si sa se d'amore o di -veleno; Isabella Orsini e Lucrezia d'Este, la prima certamente uccisa -dal marito; Garzia e Giovanni, mancati di precipitosa morte insieme con -essa la madre; Pietro, perdutissimo uomo, più scherano che principe, -assassino dell'altra Eleonora di Toledo che fu moglie sua sciagurata; -Francesco successore, mal vissuto e finito in turpe abbandono di sè -a grossolani abusi: per non dire degli altri due figliuoli che Cosimo -ebbe, Giovanni (uomo di venturosa vita) da una Albizzi, e Virginia (che -andò sposa, e vittima a un altro Estense) dal secondo senile matrimonio -con una Martelli. - -La figura di Cosimo esce da que' suoi trentasette anni di regno, -luminosa di carattere, di genio politico, d'una forte, profonda, -imperturbata coscienza di quanto egli principe doveva a sè e al paese -ch'egli in sè impersonava: tenebrosa di propositi inflessibili, di -bieche violente passioni, il cui impeto pure gli concedeva una feroce -apatia al bene ed al male. Uomo terribile al fare; e a ciò che di -fare si prefiggeva, e quasi si decretava, subordinatore di tutti -i sentimenti, di tutti i principî, di tutti i doveri. “Ho fiducia -(diceva) in Dio e nelle mie mani„: nella quale specie di complicità fra -coteste mani ducali e quelle sante di Domeneddio si potrebbe, anche -essendo teologi molto indulgenti, osservare qualche cosa. Forse ne' -tempi da lui vissuti, per riuscire a quel ch'egli riuscì, non si poteva -essere diversi da quel ch'egli fu. - - -IV. - -Se diremo, che pel capo di Francesco la corona della Toscana trapassò -da Cosimo al successore suo vero Ferdinando, avremo giudicato, in -confronto del padre e del fratello, quel secondo granduca, degno -allievo di corte iberica, duro ad ogni buona cosa, ad ogni cattiva -mollissimo, il dammeno di tutto il principato mediceo, e che quasi -in tutti gli atti della sua vita si mostrò men che principe e men -che uomo: cosicchè ne' suoi tredici anni di regno, dal 1574 all'87, -anche quello di buono, a che pose mano, gli si sviava nel male. Il che -addimostrò egli nel resistere, ma con effetti disordinati e manchevoli, -alle pretese giurisdizionali della Curia di Roma; e nel curare la -prosperità economica dello Stato, ma con leggi proibitive, tanto più -condannabili in quanto poi vantaggiavano nel suo privato i commerci da -lui esercitati con avidità più che di mercatante; e nel favorire le -arti, che si adornarono delle opere del Buontalenti, dell'Ammannato, -di Gianbologna, del Bronzino, del Poccetti, spesso però con intenti -subordinati al vacuo fasto cortigianesco; e nel mostrarsi non alieno -dalle lettere, ma alla protezione verso la Crusca frammettendo il -favore per le censure o piuttosto fiorentine vendette del cavaliere -Salviati in odio a Torquato Tasso; e appassionandosi per le scienze -naturali, ma col perdersi dietro alle vanità, e alle stolte cupidigie -dell'alchimia. L'atto suo più efficacemente regio fu forse l'aver -proseguito, come poi anche il successore Ferdinando, l'incremento del -porto e città di Livorno: e l'atto più sciagurato, la tresca, mescolata -a bestiali stravizî e saldata dall'assassinio del marito, la tresca con -Bianca Cappello; per la quale fu intronato il malcostume e lo scandalo -che serpeggiavano per entro tutta la famiglia, e quasi, a maniera -mussulmana, convertita la reggia in alcova, finchè nel simultaneo -disfarsi d'ambedue i turpi coniugi si adempiè, a distanza di poche ore -dell'uno dall'altro, la giustizia vendicatrice dello strazio indegno -sofferto dalla granduchessa legittima la virtuosa Giovanna d'Austria. -Si può dubitare se sia giusto il paragone che si fa di Cosimo con -Tiberio, e vedere invece maggior convenienza a lui nelle virtù e nei -vizi d'Augusto: ma egli è poi certo che in Francesco ebbe Firenze il -suo Claudio. - -Ed altresì certo, che Ferdinando I possa, fatta ragione dei termini di -così diseguali proporzioni, essere avvicinato fra quei romani Cesari -ai più equabilmente temperati. Se, a dinastia finita, Firenze avesse -dovuto decretare pubblica onoranza monumentale ai veramente insigni fra -i granduchi medicei, sarebbero egualmente le statue di soli due, Cosimo -I sulla piazza della Signoria e Ferdinando I su quella dell'Annunziata, -che ci sorgerebbero oggi, come ci stanno infatti e in Firenze e in -Pisa, dinanzi: nè dello avere Ferdinando “coi metalli rapiti al fero -Trace„, com'egli scrisse in quel bronzo, monumentato non tanto, del -resto, sè stesso, quanto le sue vittorie sui barbareschi, gli faremo -noi carico, se pensiamo che decretate più tardi, quelle due statue le -avremmo avute da ben altre mani che da quelle di Gianbologna. - -Salito al trono in veste tuttora da Cardinale, Ferdinando portò con sè -come un'aura di pacifica dignità, che rompendo le atroci tradizioni -domestiche, molto valse a ricomporre e ricondurre verso il Principe -gli animi dal duro imperio di Cosimo sbigottiti, dalle brutalità di -Francesco nauseati. La politica indipendente con la quale si svincolò -dalla soggezione spagnuola, ebbe, fra il 1589 e il 1600, suggello -in due matrimonî francesi: il suo proprio, conciliato dalla vecchia -regina Caterina, con Cristina di Lorena, che gli fu degna compagna di -vita e di governo, e quello, non altrettanto felice, di Maria, nipote -di lui col re Enrico IV, riamicato ch'e' l'ebbe alla Chiesa. Nè per -questo potè dirsi aver egli non altro che mutata servitù: perchè e -verso la Francia e verso la Spagna mantenne il proprio diritto, e -l'amicizia sua fece desiderabile e ricercata all'una e all'altra delle -due potenze che si maneggiavan l'Italia; e fra l'una e l'altra seppe -esercitare autorità non infruttuosa pel trattato di Vervins che lo -pacificò: — e la sua bandiera sul castello d'Iff nel mar di Marsiglia; -e le pratiche per l'acquisto del marchesato di Saluzzo a bilanciare le -ambizioni italiche di Carlo Emanuele nostro; e la partecipazione alle -guerre imperiali contro il Turco; e le fortunate imprese delle sue -galere Stefaniane contro i pirati africani; furono altrettanti atti -del governo sagace, vigoroso e prudente, per i quali la Toscana, nella -malcongegnata macchina di quella Italia del secolo XVII, si acquistò -e conservò un'autorità, che la postura sua al centro della penisola -rendeva doppiamente salutare e onorevole, non pure all'interesse -dinastico del granducato, ma altresì al nome, fosse pure mero nome, -d'Italia. - -Mite, ma non dimesso d'animo; accorto, preveggente, operoso; dalle -relazioni col padre e con Francesco e con l'altro fratello Pietro, -aspre e difficili, ammaestrato per tempo a far suo pro de' loro -trascorsi e a curare negli altri ed in sè le magagne della propria -stirpe; e nella vita cardinalizia romana dirottosi a prendere pel loro -verso uomini e cose; egli portò nel suo governo tutto il beneficio -di quelle qualità sue morali, e di questa non lieta e paziente -esperienza. Splendidamente riassunse, sì da cardinale e sì da granduca, -la tradizione domestica di mecenate. Dei tesori d'antica arte che da -Roma più tardi immigrarono in Firenze, molto (e basti ricordare la -_Venere_, la _Niobe_, i _Lottatori_, l'_Arrotino_) si deve a lui, che -ne avea adornato da Cardinale villa Medici. Splendido fregio d'arte -nuova alle pompe cortigiane, in cui si adagiavano ormai domi cuori -ed ingegni, furono il melodramma nascente, il commesso in pietre -dure, l'ambizione del principe d'aver cortigiani che si chiamavano -Chiabrera o Guarini; e il Chiabrera ne ispirava quella sua ingegnosa -poesia di riflesso, a favoleggiare epicamente sulla Firenze de' tempi -barbarici, o a pindareggiare sulle palestre della Firenze granducale, -o sulle imprese cristiane del naviglio toscano. E ben potevano coteste -avventure marittime atteggiarsi a piccole crociate, se è vero che -e Ferdinando e poi il figliuolo Cosimo II, ambedue eroi del poeta -savonese, vagheggiassero l'idea cavalleresca d'una rivendicazione, -anzi trafugamento, del Santo Sepolcro; e che a ciò fosse destinata la -nuova cappella Laurenziana, lussureggiante di marmi, che fu invece -e rimase la Cappella dei Principi e loro sepolcreto. Da cosiffatti -pensieri, i quali forse in animo di principe italico erano l'estremo -guizzo del sentimento cristiano che pure in quel secolo produsse alla -civiltà Lepanto e la _Gerusalemme_, non diremo alieno l'adoperarsi di -Ferdinando per una stamperia orientale, fruttuosa agli studi fin ne' -giorni nostri medesimi. Nè ciò gl'impedì le cure dei traffici (e fu -lui l'ultimo mercatante mediceo) alimentatori d'una ricchezza più che -regia, e per i quali il vincitor de' pirati dicesi non isdegnasse, -talvolta anche a loro cooperazione, l'industria dei contrabbandi -marittimi; ma del cui frutto, a ogni modo, si vantaggiavano i -bonificamenti aretini e di altre parti del dominio, che dalla mano -di Ferdinando ricevè insomma quella coesione economica e politica di -granducato toscano, la quale perdurò fin che una Toscana politica ha -conservata ragione di essere. - - -V. - -I due successivi granducati, che occupano dal 1609 al 1670 la -maggior parte del secolo; con la breve signoria di Cosimo II fino al -1621, con la reggenza della madre sua Cristina e della moglie Maria -Maddalena d'Austria, e con la signoria, dal 27 in poi, lunga d'oltre -quarant'anni, di Ferdinando II; segnano sollecitamente l'indebolirsi, -se non ancora della dinastia, ma certo del governo così negli ordini -amministrativi come nei politici. Nell'interno, dove l'opera de' -ministri prevale troppo spesso a quella del Principe, languiscono -lentamente i commerci e le industrie, deperisce l'agricoltura, i -vincoli giurisdizionali sopraffanno l'economia pubblica e domestica, -si snerva la famiglia e si gonfia il convento, l'antico vigore del -braccio e dell'animo si strania in servigio d'altri paesi; scarsa -e mal nutrita è la fioritura delle lettere e delle arti, faticosa e -contrastata quella della scienza che per virtù e martirio di pochi si -afferma. Dal Cinque al Seicento, in Toscana, non è solamente cambiata -la forma del reggimento civile; si è mutata la razza. Nelle relazioni -esteriori, solidata ormai, per necessità di cose e per salutare -effetto delle altrui gelosie reciproche, la esistenza del granducato, -non però è altrettanto scevra d'impedimenti la morale indipendenza -del Principe: la tradizione politica di Ferdinando I, tenuta in -piedi alla meglio fra l'imperversare delle ambizioni e delle guerre -dinastiche, non vale ad assicurare a' suoi successori la libertà delle -loro amicizie o alleanze. E quando, cessati all'Impero i pericoli -sovrastanti da Enrico IV, s'imbastiscono, con quelle del doppio ducato -di Monferrato e Mantova, le prime guerre di successione; e Carlo -Emanuele I sospinge animosamente i destini di Casa Savoia; e la guerra -dei Trent'anni sconvolge o sospende tutta l'Europa; la politica medicea -è, senz'arbitrio di scelta, vincolata più o meno strettamente a Spagna -e Austria, e due fratelli di Ferdinando combattono in quella guerra ed -uno vi muore. Il che non guadagnò del resto a Ferdinando II il ricambio -dell'alleanza, allorchè egli ebbe a contrastare anche con le armi, -e non senza onore, alle oltracotanze nepotistiche di papa Barberini; -riserbandosi egli bensì, a sua volta, di starsene a suo agio, quando -Spagna e Francia si accapigliarono sulla costa maremmana per la vecchia -questione dello Stato dei Presidii. Tutto insieme, non mancarono a -Ferdinando II qualità di governo; ma inadeguate alla straordinaria e -troppo vasta complicanza dei fatti contemporanei. Ed è altresì vero -che alcune deficienze, delle quali in quel periodo casa Medici peccò -verso sè stessa, non sono imputabili nè a lui nè al padre suo, ma -alle Reggenti; come fu del non aver fatto a tempo valere il conchiuso -matrimonio di lui con Vittoria, ultima Della Rovere, per attirare -alla corona granducale il ducato d'Urbino; che sarebbe stato più -vantaggioso, e troppo più bello, acquisto che non gli altri, i quali -Ferdinando non trascurò, di Pontremoli e di Santa Fiora. - -La bontà, accompagnata in Cosimo da umore anche troppo proclive ai -sollazzi e alle scurrilità delle corti d'allora, fu in ambedue questi -principi naturata conformemente: e Ferdinando ebbe nella orribile -pestilenza del 1630 occasione di esercitarla con provvedimenti ed -atti, piuttosto di padre che di sovrano. E come a Cosimo questa bontà -ingenita addolcì l'austerità, del resto affettuosa, della madre e della -moglie, e lo fece rassegnato nelle infermità della vita breve; così -a Ferdinando dette la virtù di sopportare quella tribolazione lunga, -che gli furono in casa le donne. Il carattere della moglie, altero, -ombroso e dispettoso, si atteggiò fin da principio ad aperto contrasto -con quello di lui effusivo, benevolo e gaio: donde avvenne, che e' -trascorresse, sebbene senza rumore di scandali (che fra i potenti -del secolo finivano spesso, e per lo più impunemente, nel tragico), -a cercarsi allegria dove non avrebbe dovuto; ed altre conseguenze -derivarono, fatali alla dinastia, delle quali assai dice la distanza di -anni diciotto fra il primo figliuolo, che fu, a tutta imagine materna, -quel bel fiore di Cosimo III, e il secondo, prima cardinale sguaiato, -e poi, per comodo, marito sconcio e inutile d'una Gonzaga. Eppure la -Vittoria Della Rovere dovette a quel pover'uomo parere un angiolo, -appetto a quel vero demonio di nuora, la bella Luisa d'Orléans, -ch'egli andò a scovare sino in Francia pel suo figliuolo e successore. -E con cotesti matrimonii a cattiva luna, l'urbinate, l'orleanese, il -mantovano, e poi i due tedeschi de' figliuoli di Cosimo III, si svolse -rapidamente la distruzione della famiglia, il disfarsi, potremmo dire -con Dante, ma questa volta non men precipitoso che irreparabile, il -“disfarsi della schiatta„. - -Che poi a que' due granducati di Cosimo II e di Ferdinando II, e a -quella femminile reggenza, si congiunga con vicende così dolorose la -storia del pensiero e dell'opera magnanima di Galileo; e che il nome -di Cosimo a' satelliti di Giove, e quello di Cristina in fronte alla -lettera per la libertà dell'indagine scientifica, non facciano se non -aggravare la colpa dell'acquiescenza di Ferdinando al martirio e alla -curiale persecuzione, fin oltre tomba, del divino filosofo; in ciò -è forse la più grave condanna di tutto quel periodo mediceo: perchè, -dinanzi alle tarde ma immanchevoli giustizie della umana coscienza, i -meriti maggiori o i demeriti dei sovrani della terra, sono quelli che -essi si abbiano acquistati verso i sovrani del pensiero. Avrebbe forse -ammendate le vergogne di quella colpa la instaurazione, che, sotto -i granducali auspicii fraterni, il dotto e buon principe Leopoldo sì -validamente imprese, dell'Accademia del Cimento: e i nove anni, fino -al 1667, che ella così onoratamente visse e operò, quasi raccogliendo -sotto le sue insegne la combattuta scuola galileiana, riconducono -invero sulla casa Medicea un raggio di quella gloria d'umani studi -che Cosimo il vecchio, il magnifico Lorenzo e Leone pontefice avevano -trasmesso in splendido legato ai loro discendenti; e in quel novennio, -del secolo che la trionfale cultura francese segna del nome di Luigi -XIV, si accoglie senza dubbio l'ultima collettiva energia intellettuale -che da questo nostro angolo privilegiato di patria manda, a benefizio -della civiltà, il genio d'Italia. Ma quando, mentre d'ogni intorno -garrule e vaniloquenti sbucan fuori e prosperano Accademie d'ogni -sorta e figura; e di lì a soli vent'anni, per frondeggiare su tutta -la penisola, si matura l'Arcadia; quando invece vediamo il Cimento, -questa sola Accademia scientifica, eletto e numerato drappello di non -pregiudicati ricercatori del vero, inciampare sui primi passi; — e -quel buon principe Leopoldo, col diventare il Cardinale necessario -in famiglia, lo vediamo ritrarre la mano, come da alcun che di non -più addicevole, da quella pur nobilissima opera sua, e col ritrarsi -di quella mano l'Accademia del Cimento finire; finire, con pia -sodisfazione del nipote Cosimo, che sta per essere granduca, e della -nera congrega che lo circonda; — ci si addimostra ben chiaro, come -anche di questa cosa buona il granducato mediceo non ebbe la forza, e -che sulle pagine della sua storia, con la lode di quel che s'accinse a -fare, rimane l'accusa e il biasimo di quel che avrebbe dovuto e potuto -perseverare a fare, e non fece. - - -VI. - -Ma e da quel che fece e da quel che non fece, pesa egual carico di -biasimo sul penultimo dei sette granduchi, Cosimo III, che nella più -lunga pur troppo di quelle signorie, lunga di oltre mezzo secolo dal -1670 al 1723, accompagnò e di propria mano sospinse il discendere in -basso di tutto e di tutti; — politicamente, rinchiudendosi, dinanzi -alle guerre prima di Austria e Luigi XIV, poi per la successione -spagnuola, in una neutralità passiva e non patteggiata, che esponeva -lui al discredito, e la misera sua Toscana a pagare le spese di -quel rincantucciamento fuor dell'orbita degli interessi europei; — -amministrativamente e moralmente, con l'avere eretto in sistema di -governo il più goffo e irragionevole pietismo che mai abbia adulterate -e disonestate le alte e feconde ispirazioni del principio religioso, -e riducendo così tutta la vita civile ad una mostruosa parodia di -convivenza monastica, sbanditone ogni libertà non che d'azione, non -che di pensiero (pena, dal detto al fatto, la frusta, la berlina, -la forca), ma pur di sentimenti e d'affetti e d'abitudini; sino al -regolare, a norma d'editti e con pratiche inquisitorie, sanzionate -spesso da violenze crudeli, non solamente la dieta ecclesiastica del -magro e del grasso, ma le conversazioni, i matrimoni, l'uso della -parrucca, il servizio dei domestici, il fare all'amore: nobilissime -cure di governo, ch'egli alternava con la propaganda religiosa a -quattrini contanti, pagando conversioni e battezzamenti, che, con -meritata profanazione, erano spesso presi in burla da venturieri di -questa novissima industria santimoniale messa al mondo da lui. Dai -viaggi per molte regioni d'Europa, sebbene fatti in compagnia di -valentuomini come Filippo Corsini o Lorenzo Magalotti, poco più altro -ritrasse che il venirgli a noia la scienza, e il contrarne la fastosa -burbanza di gran monarca; alla cui maestà l'aver potuto aggiungere, a -competenza di Casa Savoia, il titolo d'Altezza Reale, fu una delle sue -più segnalate imprese, insieme con l'altra di esser tornato dall'anno -santo di Roma con la dignità di Canonico di San Pietro. Di quel non -molto in che favorì alcune parti dell'umano sapere e i loro cultori, -mal ci apporremmo a derivare la ispirazione da liberale moto d'animo -culto, anzichè rintracciarne i motivi in considerazioni di personale -interesse o sodisfazione; come nella familiarità col Magliabechi, -che al servizio del principe metteva non la maravigliosa dottrina -soltanto, ma la coscienza altresì; o col padre Segneri, del quale non -so quanto, senza la tonaca del gesuita, avrebbe pregiato il signorile -possesso dell'artificio oratorio e dell'idioma italiano; o col Redi, -che gli tutelava lo stomaco e glielo afforzava per la vecchiaia; o col -Micheli, la cui sapienza botanica impreziosiva i granducali giardini -e gli arrubinava i fiaschi degli squisiti doni di Bacco che il medico -poeta cantava; i fiaschi di buon Chianti, che esso Cosimo mandava a -regalare ai coronati d'Europa, in una stessa spedizione col vocabolario -della Crusca, per la terza volta rinnovato da una delle più valenti -generazioni di quelli accademici. La qual paesana mescolanza di vino e -di lingua, sangue l'uno e l'altro de' rispettivi organismi, il corpo -e la nazione, sarebbe stata di buon augurio, se le vigne granducali -non avesser prosperato, com'una cultura di stufa, in mezzo a regione -squallida e depauperata; e se alla lingua di Dante e del popolo -non fosse stato il nostro Vocabolario, per tutto un secolo dipoi, -piuttosto deposito e tomba che riproduttivo vivaio; se la parola, -più che lucida forma di pensiero e virtù alata d'affetto, non avesse -finito quasi interamente con l'essere inerte materia frammentaria al -congegno meccanico della frase; cosicchè quando dalle labbra d'uno -di quei cruscanti cortigiani, che la natura avea fatto poeta, balza -quasi inconsapevolmente il santo nome d'Italia, e da quel cuore buono -scoppia il rimpiante della “funesta bellezza„ di lei, e delle cupidigie -ladre straniere, e del fato indegno che la condanna “a servir sempre -o vincitrice o vinta„, noi restiamo incerti se quella voce di Vincenzo -Filicaia è l'eco di tempi anteriori, o il grido fatidico d'un lontano -avvenire. - -Dal matrimonio che dette alla Toscana l'ultimo granduca, ho accennato -quali consolazioni avesse Cosimo: consolazioni le quali, anche -dopo la o espulsione, che s'abbia a dire, o fuga, della moglie, -gli continuarono nelle affannose sollecitudini dell'assicurare la -successione con l'ammogliare il fratello e i due figliuoli (nè a lui -affezionati nè egli a loro, perchè ambedue, come la madre, alieni -dall'umor tenebroso paterno), e col maritare, sola a lui ben accetta, -la figlia. E tutti e quattro senza buon resultato: a vuoto il fratello, -scardinalatosi, Francesco Maria con la Gonzaga; — a vuoto, e premorto -al padre, lo scapestrato e vizioso Ferdinando con la buona e infelice -Violante di Baviera; — e pur finiti senza prole, dalla sua brutta e -salvatica moglie di seconde nozze boema il successore Giangastone, -e l'Anna che vedova dell'Elettor Palatino tornò poi a veder qui -consumarsi ed esser trasferito nei Lorenesi il granducato mediceo: — -in quei Lorenesi, del cui ducato, invece, se non era la pusillanimità -di Cosimo III (che il Magalotti suo diplomatico sdegnosamente -proverbiava), i patti di Nimega avrebber potuto incoronare un Medici; -uno de' figliuoli datigli così di mala voglia da quella Orleanese, -la cui madre era de' Lorena, e il cui primo amore, ossia il solo, era -stato con un Lorena. Chi volesse in una rappresentazione scespiriana, -intinta di tragico e di comico, drammatizzare la catastrofe di casa -Medici, ne avrebbe, dalla venuta, regalmente festeggiata in Firenze, -di Luisa d'Orléans fiorente di gioventù, di bellezza, di gaiezza -francese, al suo ritorno in Parigi per esser rinchiusa nel convento -di Montmartre moglie furibonda d'odio e di disprezzo, ne avrebbe il -primo atto del dramma; — nel cui atto ultimo, il figliuolo di lei -Giangastone si vedrebbe per le sale di palazzo Pitti, circondato da -cortigiani innominabili; fra le brigate, salariate per l'orgia a un -ruspo la settimana, de' suoi Ruspanti; in vedovanza volontaria, anzi -entusiastica, della sua grossa castalda di Reichstat; trascinare -incurante l'agonia del gran nome che pesa su quel corpo disfatto, su -quell'anima, del resto non volgare, come brillante e acuto l'ingegno, -alla quale mancò fino dai primi anni l'alito salubre della virtù -domestica. Ma incurante, non è giusta parola. Un pensiero, un alto -pensiero, ebbe Giangastone; lo ebbe lo stesso Cosimo III: e fu, lo -credereste? la libertà fiorentina. Il pensiero che angustiava il lutto -paterno del vecchio Cosimo _pater patriæ_, quando aggirandosi per le -sale deserte del superbo suo palagio cittadino di via Larga, esclamava: -“Questa è troppo gran casa a sì poca famiglia„; quel pensiero, ne' -cuori, tanto l'un dall'altro diversi, de' due ultimi granduchi, si -atteggiò al rammarico, forse al rimorso, che questa cittadinanza, ormai -da tre secoli addivenuta d'una in altra forma l'appannaggio domestico -d'un Medici, fosse destinata irreparabilmente a passare ad altre mani, -chi sa quali! E allorchè i tentativi di rifar razza si videro l'uno -dietro l'altro soggiacere alla sentenza inesorabile di tale destino; -e che i vigilanti speculatori del mercato europeo dei popoli furono -pronti ad evocare sul capo della nobile vittima di papa Clemente e -di Carlo V la trista parola “feudo dell'Impero„; i diritti, dinanzi -a Dio non prescritti, della libertà fiorentina, ebbero difensori, per -vie diplomatiche e giuridiche, i due ultimi granduchi medicei. In quel -dramma, che dicevo possibile, degli ultimi Medici, la scena di queste -proteste non mancherebbe di tragica dignità: ma il cosiddetto Senato -fiorentino che lamentosamente le accompagna, intonando la propria -alla voce senile del principato morituro, farebbe le parti d'un coro -piuttosto di Aristofane che d'Eschilo. - -Del resto, la gaia reazione che i quattordici anni di regno di -Giangastone, dal 1723 suo cinquantaduesimo, portarono nella vita -fiorentina, fu, più che altro (salvo qualche utile rivendicamento della -potestà civile), una mutazione di scena. Dall'acre bigotteria di Cosimo -III al dissoluto cinismo del figliuolo, Firenze compì tranquillamente -in sè stessa la distruzione d'ogni morale energia, preparando docile -materia alle riforme legislative che poi formarono il vanto de' -primi sovrani lorenesi. Dal 1718 al 1735, pe' trattati di Londra, di -Cambray, di Siviglia, dell'Aia, la Toscana di Cosimo e di Giangastone -fu maneggiata e rimaneggiata secondo gl'interessi di Spagna, d'Austria, -di Francia; passò in anticipazione dalle mani dell'infante Carlo a -quelle di Francesco duca di Lorena; ricevè guarnigioni spagnuole, -per cambiarle poi con tedesche; e nelle mani di questi, alla morte di -Giangastone il 9 luglio 1737, rimase. Ombra medicea accanto al nuovo -trono lorenese, restò ancora per sei anni la figliuola di Cosimo, la -vedova Elettrice Palatina. E poi tutta la prima dinastia de' Granduchi -di Toscana fu adagiata nei sotterranei di San Lorenzo. - - -VII. - -Nel settembre del 1857, Sua Altezza Imperiale e Reale Leopoldo II, -Principe imperiale d'Austria, Principe reale d'Ungheria e di Boemia, -Arciduca d'Austria, e, per grazia di Dio e volontà d'Italia, ultimo -granduca di Toscana, passava in rassegna quei serenissimi morti. Non -era al certo un presentimento che quel dabben principe avesse dello -sfratto imminente, che gli consigliava una cosiffatta funziono funerea; -perchè, a differenza del mediceo, il principato lorenese si disfece, -e ci lavorò anche di propria mano, con la più evangelica osservanza -del non pensare al dimani. Ma alle benigne ironie della storia è -invero arguto soggetto questo granduca che, poco prima d'andarsene -egli e i suoi, verifica le mummie della dinastia precedente, e le -rimette al posto. Le aveva levate di posto, insieme con tante altre -cose di vivi e di morti, la procellosa fin di secolo, che dal 1789 -al 1815 aggirò nei suoi vortici popoli e troni. Nel 1791, regnando -Ferdinando III, si erano rimossi dalla vecchia e dalla nuova sagrestia -i depositi che in muratura ed in legno, circondati da cancellatine di -ferro, facevano ingombro non bello; e raccolti nel sotterraneo della -Cappella dei Principi, erano stati affidati in temporanea custodia al -reverendo Capitolo della Imperiale e Reale Basilica. La custodia fu -tanto temporanea, che durò sessantasei anni, scordatisi di quei poveri -morti tutti i governi che s'incalzarono durante la bufera, e poi lo -stesso reduce Ferdinando; e fu tanto scrupolosa, che quasi la metà di -quelle casse si trovarono violate e derubate degli oggetti preziosi. -Era pertanto umano e degno pensiero quello di assegnare a cotesti -depositi una stabile e decorosa tumulazione; prima di procedere alla -quale, volle il Sovrano che di ciascun d'essi, cassa per cassa, fosse -fatta dinanzi ad ufficiali dello Stato e a persone competenti, con -l'assistenza d'un notaio, regolare recognizione. E questa ebbe effetto -nei giorni dal 18 al 25 settembre dell'anno che ho detto. - -S'incominciò dai genitori di Cosimo I: ed ecco ricomparire Giovanni -delle Bande Nere (trasportato da Mantova in Firenze a' tempi di Cosimo -III), con la gamba tagliata, le altre ossa scompaginate, l'armatura -in pezzi, salvo l'elmo dentro il quale è intatto il capo; mancante -la spada; ed ecco la sua valente donna, Maria Salviati, assai ben -conservata, vestita monacalmente. Cosimo e l'Eleonora di Toledo, -co' figliuoli giovinetti, sfoggiano lugubremente gli avanzi de' loro -vestimenti spagnuoli; i capelli della duchessa sono biondicci e attorti -da una cordicella d'oro, come nel ritratto fattole dal Bronzino. -Francesco e Giovanna d'Austria sono tuttavia in assai buon arnese di -corpo e d'abiti; ricchissimi quelli della povera Austriaca, dalle cui -orecchie brillano sinistramente fra quel putridume due bottoncini -d'oro. Presso ai genitori l'unico figlio Filippo, che fu creduto -vittima di veleno della druda Cappello; e poi il supposto rampollo -maschile di questa, don Antonio: ma il corpo della sciagurata figlia -di San Marco, gettato, com'è noto, nel carnaio o sepoltura popolare, -è meritamente disperso. Ferdinando I giace ravvolto nella sua cappa -magna di gran maestro dell'Ordine di Santo Stefano: e il simbolico -re delle api, col motto “pur con la maestà„, lo ha dalla base della -statua equestre seguitato fin colaggiù, sopr'una delle medaglie che -gli posano sul petto. La moglie Cristina di Lorena ha essa pure sul -petto una medaglia col ritratto di lui: e coi genitori sono adagiate -Eleonora, morta a ventisei anni in accorata aspettativa di regie -desiderate nozze con Filippo III di Spagna; e Maria Maddalena, essa -pure mancata giovane, a trentatrè anni, monaca fra le domenicane della -Crocetta. D'un altro loro figliuolo, il principe Lorenzo, la memoria -latina, scolpitagli in una lamina di piombo, piamente epigrammeggia: -“O tu che di qui a molti anni leggerai, difficile che tu sia quel che -costui già fu; quel che è ora, facilissimo.„ Ma più austero ammonimento -dà quest'altro piombo, sepolto con un di quei molti figliuoli naturali -di principi della casa, Pietro del tristo Don Pietro di Cosimo: -“Chiunque apra questa tomba, legga: ci guadagnerà. Nato in Spagna, -accolto amorevolmente in Firenze da Ferdinando I, da Cosimo II, da -Ferdinando II, cavaliere di Malta, soldato in Germania, governatore -di Livorno: da vecchio, cieco e sfinito. Tutto tempo perduto. Ecco, -a te che leggi, il guadagno che ti ho promesso„. E un altro morto, -della medesima categoria di figliuoli, figliuolo di Don Antonio -e dell'Artemisia Tozzi, ossia un nipote della Cappello: “Senti, o -leggitore di qui a molti secoli, ciò che le ossa mie dicono.„ (E qui -egli racconta la vita sua militare). “T'ho detto chi fui: chi sii tu, -non lo so; che cosa sarai, l'ho per esperienza, polvere e ombra. Ti -pagherò l'indugio. Sprezza l'oro e gli onori, fuggi i piaceri, sementa -di travagli, d'affanni e di pentimento. Paolo de' Medici.„ E un altro -bastardo fratello di lui (singolari, sia permesso il notarlo, queste -allocuzioni morali di sotto terra, per l'appunto dai generati in quella -maniera), Antonfrancesco Maria, vestitosi in morte da cappuccino: -“Udite la voce che grida nel deserto di questo feretro: meglio un sol -giorno con questo cilizio fra i poverelli di Dio, che lungamente nella -reggia fra l'oro e le gemme.„ Cosimo II, morto appena a trent'anni, -ha presso di sè, trasferita da Padova, dove mancò in viaggio, la sua -vedova Maria Maddalena: le rispettive medaglie dicono, quella di lui: -“Premio di virtù„; di lei, “Al cielo„. Ferdinando II, nella solita -cappa stefaniana e con le sue medaglie, è iperboleggiato così: “Tu -che fra questi avanzi mortali vedi il principe che fu, ripensa l'eroe: -piangi? stupisci?„ Di che cosa? — verrebbe voglia di domandare — e dove -l'eroe? Ma la sua Vittoria della Rovere mostra ancora le trine bianche -e nere dell'abito; e nel rovescio della sua medaglia, Galatea solleva -dalle acque la perla simboleggiante il candore della virtù. Seguono -il principe soldato Mattias, e cardinali della casa, Carlo, Giancarlo -(poco o male memorabili), e ben diverso il buon Leopoldo in vesti -pontificali, sul petto degnamente la croce, intatti i lunghi capelli: -la iscrizione plumbea ricorda il suo amore per le scienze; ma dovrebbe, -espressamente, il Cimento. Ultimi Cosimo III e Giangastone, sicuri -qui finalmente dalle rispettive consorti; e la Elettrice Palatina; -in lenzuoli di seta nera, con grandi medaglie, e lunghe diciture -epigrafiche. - -Ma storia pietosa (la tomba, che tante ne raccoglie e conchiude, ne -ha qui svolta una essa stessa) storia pietosa è quella di due fra -questi depositi: commovente epilogo d'uno di quei malaccoppiamenti, -lungo i quali la razza granducale medicea si logorò e si spense. -Ferdinando che avrebbe dovuto essere terzo mediceo, e granduca -invece del minor fratello Giangastone, ha, depositatogli a' piedi, -in un vasetto di maiolica coperto d'un drappo nero, il cuore della -principessa datagli in moglie Violante Beatrice di Baviera, morta, -diciassett'anni dopo lui, nel 1731: virtuosa moglie, affettuosa, -non bella, di marito libertino che mai non l'amò, mentr'essa (lo -dice l'iscrizione, questa volta verace pur troppo) essa “coniuge -amantissima, impose per testamento, che il cuor suo, donatogli nelle -nozze, gli fosse ricongiunto in morte e collocato nel sepolcro stesso -di lui„: con lui il cuore; e il corpo, così pure ella ingiungeva, -riposasse nella chiesa delle monache di Santa Teresa in Borgo la Croce. -E vi riposò fino al 1810, quando, dissacrata la chiesa, il Governo -francese curò il trasporto di quelle ossa travagliate alla basilica -Laurenziana. Restituita, in quella recognizione del 1857, al luogo -da lei decretatosi, e che era ritornato ad essere sacro, colà rimane -tuttora; non senza però aver corso pericolo, dopo la soppressione -ultima e l'adattamento dell'antico monastero a penitenziario, di -trovarsi novamente in terreno dissacrato, e a dover tornare per la -seconda volta ai sepolcri di quella famiglia nella cui reggia non le -fu felice l'ingresso. La chiesa di Santa Teresa è divenuta oratorio -delle prigioni: e il corpo di “Violante Beatrice Gran Principessa di -Toscana„ (come dice il titolo sovrapposto) rimane tuttavia all'ombra -del santuario: ma senza le preci, rimane, là in quell'angolo lasciato a -Dio nella trista casa del male, senza le preci delle sorelle in Cristo, -che la povera bavarese volle e sperò risonassero perpetue sul suo -capo infelice; mentre nel sotterraneo mediceo finirà di disfarsi quel -ch'ella in vita ebbe dato a un Medici con auspicî sì tristi: il suo -cuore buono di donna! - - -VIII. - -Ed ora torniamo, Signore gentili, fuori del buio dei sepolcri, alla -luce e alla vita. - -Dal Comune artigiano alla supremazia medicea, dai Medici cittadini ai -Medici granduchi, da questi ai Lorenesi, Firenze nostra, la Firenze del -sentimento e del pensiero, della scienza e dell'arte, tenne quasi in -grembo una non piccola porzione delle sorti d'Italia; come nel tesoro -della lingua ella custodiva il suggello del nostro esser nazione. Que' -due principati, fatta pur ragione dei meriti o demeriti rispettivi -di quelli undici granduchi, furono nella storia della nostra regione -fenomeno passeggero: non era in essi Firenze, non la Toscana. E quando -sulla torre di Palazzo Vecchio si spiegò al sole dei nuovi tempi, fra -i tre sospirati colori, la Croce della sola monarchia nostra naturale -e legittima, non fu soltanto l'unità d'Italia che si affermava su -quella bandiera, ma anche il diritto rivendicato della nostra gloriosa -Repubblica. E rivendicato il diritto, Firenze ha saputo nobilmente -adempire il dovere. - - - - -GLI AVVENTURIERI - - -CONFERENZA DI - -ERNESTO MASI. - - -I. - -A forza di sentirmelo dire io m'ero persuaso d'avere oggi alle -mani con questi _Avventurieri italiani del secolo XVIII_ il più bel -tema possibile di conferenza, caratteristico cioè di quel secolo in -sommo grado, e per sè stesso romanzesco, agitato, riboccante di tipi -bizzarri, di singolari accidenti, di aneddoti piccanti, di scenette -ora allegre (anche troppo), ora sentimentali, ora fantastiche, ora -anche tragiche, se volete, su uno sfondo di paesaggio continuamente -cangiante, il paesaggio di chi non si ferma mai in alcun luogo, e -quindi non solo uno spettacolo sempre diverso di città, nazioni, -pianure, monti, mari, foreste, deserti; ma, poichè trattasi di -personaggi che, vivendo a casaccio e trasfigurandosi sotto mille -aspetti, si ficcano dappertutto e coll'audacia, o coll'inganno, o -colla violenza, o coll'ingegno sfruttano in mille modi la società -del loro tempo, uno spettacolo più limitato bensì e in pari tempo -più vario, pel quale si passa anche più rapidamente dal tugurio al -palazzo, dalla bisca al palcoscenico, da una prigione a una sala di -ballo, da una reggia a una soffitta, da un accampamento a un monastero, -da un'accademia a una loggia massonica, e ci s'imbatte in tutti i -tipi storici contemporanei più notevoli: papi, enciclopedisti, dame -galanti, mesmeristi, illuministi, framassoni, gesuiti veri, ex-gesuiti -volterriani, giramondo diplomatici e letterari, monache ribellate, -abati erotici, poetesse estemporanee, altre estemporanee senz'essere -poetesse, eroine di teatro, monarchi filosofi, arcadi, filantropi, -cicisbei e via dicendo. - - -II. - -Guardando all'ingrosso e, per così dire, in astratto, che cosa si può -immaginare di più seducente e di più promettente d'un tema simile? -Perocchè io non lo esagero punto per arte rettorica d'accaparrarmi -la vostra attenzione e di solleticare la vostra curiosità. Il tema -è così; il tema, dico meglio, sarebbe proprio così, chi sapesse e -potesse acciuffarlo per il suo verso ed esporlo nel suo complesso, -non sbriciolandolo cioè in minuzie biografiche, spesso oziose, perchè -troppo spesso somigliantissime le une alle altre, ma cogliendolo in -pieno, nel suo insieme di grande quadro di costume della società del -secolo XVIII, a penetrare nell'intimo della quale nulla val meglio (in -apparenza almeno) del porsi dietro alle traccie di questi cosiddetti -_avventurieri_, personaggi in accordo e in pari tempo in lotta con -tale società, derivazione naturale di essa e in pari tempo incarnazione -demoniaca di tutti i principii dissolventi, che la faranno terminare in -un'immensa catastrofe. - -Questa società, si direbbe, non può aver segreti per loro, deliberati -come sono, d'approfittare di tutte le sue debolezze e falsità, di -tutti i suoi errori, di tutte le sue colpe, di tutti i suoi deliri; -deliberati, come sono, di farla in barba a tutti i suoi sussieghi e a -tutti i suoi formalismi, di romperla con tutte le sue convenienze e con -tutti i suoi divieti tirannici. - -Per celare la sua leggerezza essa ha un bel rialzare le teste colle -parrucche; per nascondere le sue magagne ha un bel ricoprirsi di -fronzoli, di gale, faldiglie, giubboni a fiorami, _andriennes_ -svolazzanti, guardinfanti solenni; per occultare il vuoto de' suoi -sentimenti e il disordine de' suoi pensieri ha un bell'inferraiuolarsi -in una letteratura, la quale pare che dica molto e non dice niente -e, salvo le opere di pochi sommi, svapora quasi tutta nella menzogna -stereotipa dell'_Elogio_, nella vacuità della chiacchierata accademica, -nelle ritmiche cadenze d'una poesia ricantante a sazietà spettacoli -campestri, che nessuno ha mai visti, spasimi d'amori, che nessuno ha -mai provati, resistenze inespugnabili di ninfe, che da ninfe incivilite -non se le sono mai sognate neppure. - -Ma a che pro tanta artificiosità, tante lustre, tanta prudenza -di ciarle vuote, come crisalidi di cicale scoppiate, se, sbucando -di sotterra, la masnada degli avventurieri, non astretta a nessun -obbligo, a nessun dovere, a nessuna decenza, scompiglierà, ridendo -sgangheratamente, tutta quella compassata galanteria, svelerà tutto -senza ritegno, dirà senza regola e senza pudore tutto quello che si -voleva tacere? - -Sono essi dunque, che più degli autori comici, i quali debbono -fare i conti col pubblico e non disgustarselo, più dei satirici, -i quali alla realtà contrappongono sempre idealità soggettive, più -degli stessi epistolari settecentisti, còmpito di scuola, palleggio -per lo più di frasi e di complimenti insignificanti, sono essi -dunque, gli avventurieri, che coi documenti della loro vita e colle -_Autobiografie_, lasciateci dai principali di loro, ci daranno la -chiave di quell'enorme cabala, che fu il gran _secolo dei lumi_, il -secolo XVIII; ci spiegheranno veramente il perchè i quarant'anni -di pace dal 1749 al 1789, consolati da tanta giocondità di vita, -illuminati da tante speranze di riforme e di progressi, cullati da -tante rosee promesse d'una filosofia così arguta, così orgogliosa -delle sue conquiste, e in pari tempo così facile, così accomodante, -così penetrante in tutti i meandri sociali, finiscono in un'orgia -satanica d'incendii, di vendette e di sangue; ci spiegheranno perchè, -mentre i Giacobini di Francia hanno inalzato altari alla Dea Ragione, -mentre il Condorcet s'è avvelenato per sfuggire alla ghigliottina, -ma pur credendo sempre nella sua teoria della perfettibilità umana -e del progresso indefinito, la plebe italiana insorge invece negli -ultimi del secolo coi preti alla testa e il grido di _Viva Maria_; ci -spiegheranno perchè tanti di coloro appunto, che con più fede s'erano -abbandonati al dolce sogno d'una rigenerazione universale, si mostrano -all'ultimo i più disillusi e i più disperati, perchè Vittorio Alfieri -indietreggia spaventato e sdegnoso, perchè Federico Schiller grida: -“_il secolo è morto fra le tempeste e il nuovo s'apre cogli eccidi; la -libertà è un sogno; non v'ha posto nel mondo neppur per dieci felici;_„ -perchè Saverio Bettinelli chiama infausto il secolo XVIII che muore, -lo condanna all'obblio e profetizza il finimondo; perchè Carlo Roncalli -finalmente fa dire al secolo stesso: - - Io che più per godere - Che per pensar fui fatto, - Volli troppo pensare e muoio matto. - -Sì, lo credo, ci spiegheranno, ci dovrebbero spiegare tutto questo, ma -bisogna saperli interrogare e soprattutto bisogna potersi fidare delle -loro risposte. Visto all'ingrosso e a distanza, il tema è in realtà -quale ho cercato a larghi tratti di delinearvelo, ma avvicinandosi ad -esso, spuntano le dubbiezze, le difficoltà, le incertezze. Meno male -che forse esse pure servono ad illustrarlo. - - -III. - -E in primo luogo chi sono questi avventurieri? quali sono? hanno -caratteri proprii da non poterli confondere con altri, o basta qualche -singolarità di vita e di vicende per gratificare di questo titolo -un qualunque personaggio, come oggi si direbbe, un po' eccentrico? -come si distingue l'avventuriere da quello che si suole chiamare uno -strambo, un cervello balzano, un _originale?_ e cotesti avventurieri -appartengono in proprio al Settecento, o possono appartenere a -qualunque tempo? hanno sempre la stessa indole e la stessa apparenza -esteriore, o modificano questa e quella e l'adattano a tempi diversi? - -A me pare che non si possa andar oltre, senza cercare di rispondere, se -non a tutte, a qualcuna almeno di tali domande. Diciamo quindi subito -quali sono i tipi, che nell'Italia del Settecento mostrano carattere -d'avventuriere così spiccato e lineamenti e contorni così precisi da -non poter cader dubbio che sono ben dessi e non altri. Alcuni dei loro -nomi rivengono immediatamente alla memoria di tutti, Giacomo Casanova -di Seingalt, Giuseppe Balsamo, o, com'egli si faceva chiamare, il -Conte di Cagliostro, ed altri men noti sono il Da Ponte, il Gorani, il -Piattoli, il Mazzei, fra i quali nomi però abbiamo già (notate bene) -molte varietà della specie e non più soltanto il tipo così schietto, -com'è nel Casanova e nel Cagliostro. - -Le varietà poi si moltiplicano, se consideriamo che nel Settecento un -qualche sprazzo dell'indole di costoro si avverte in moltissimi uomini -d'ingegno alle prese colla fortuna, o vagheggiatori di novità, o per un -caso, per una vicenda qualunque sbalzati fuori d'improvviso dall'umile -e consueto solco, pel quale forse senza quel caso o quella vicenda -si sarebbero rassegnati a mettere con tutta regolarità un piede dopo -l'altro, durante l'intiera lor vita, senza mai affrettarsi, o prendere -una scorciatoia di traverso, o provarsi di rovesciare quelli che erano -davanti a loro. - -A tale stregua, e fatta una prima distinzione importantissima fra -l'avventuriere canaglia, l'avventuriere galantuomo e quello così così, -si possono classificare fra gli avventurieri anche il Goldoni, per -esempio (il quale del resto s'è titolato da per sè l'_Avventuriere -Onorato_), il Baretti, l'Algarotti, il Galiani, il Gamerra, il -Calsabigi, il Lalli, il Coltellini, il Cicognara e tanti altri, -che sarebbe lungo ed inutile di nominare, ma che ci forniscono -l'opportunità di fare una seconda distinzione fra l'avventuriere -letterato e il letterato avventuriere ed enciclopedista alla francese, -tipi non nuovissimi neppur essi, perchè nulla è mai nuovo del tutto -sotto il sole, ma che il Settecento ha certamente perfezionati o per lo -meno foggiati ad immagine e similitudine sua. - -V'ha dunque, sì, fra tutte queste gradazioni d'avventurieri, che son -venuto ricordando, molti lineamenti comuni e prettamente Settecentisti, -e tali lineamenti li troveremmo non negli Italiani soltanto, ma nei -numerosi avventurieri d'ogni nazione, che nel Settecento erravano in -lungo e in largo per l'Europa coi pochi mezzi di locomozione allora -conosciuti e spesso spesso colle proprie gambe, perchè quella specie -di continua irrequietezza e di continua ribellione individuale, che -essi rappresentano, scorre come un fluido magnetico per tutt'Europa -ed eccita ovunque vibrazioni isolate, finchè condensandosi a un tratto -determinerà poi lo scoppio finale. - - -IV. - -In Italia l'avventuriere del secolo XVIII ha precedenti storici -non pochi. Vanno a finire in lui gli Umanisti del secolo XV, che -la rinnovata coltura del Rinascimento avea messi in gran voga, che -erano cercati dappertutto come arbitri, dispensatori di fama e di -celebrità, e riempivano corti, palazzi, università, finchè l'Umanismo -tramontò, e la più parte di essi, resi turpi e insolenti dalla troppo -facile fortuna, scomparve nel disprezzo e nell'abbandono. Vanno a -finire in lui i politici cortigiani, che nei secoli XVI e XVII si -addestrano ai segreti della politica stretta, violenta, proditoria di -tutti i piccoli tirannelli italiani, e talvolta, quasi a vendicare -l'Italia dell'oppressione straniera, sotto la quale è schiacciata -dalla fine del secolo XV in poi, salgono altrove ai primi onori, come -l'Alberoni in Spagna, il Mazzarino in Francia, nei quali la porpora -cardinalizia mal nasconde lo sdruscito farsetto dell'avventuriere. -Vanno a finire in lui gli artisti girovaghi, i grandi comici dell'arte, -alcuni dei quali, il Costantini, il Fiorilli, sotto le maschere di -_Mezzettino_ e _Scaramuccia_, hanno vite tali da disgradarne i più -bei romanzi d'avventure, ed il più celebre degli avventurieri del -secolo XVIII, Giacomo Casanova, è figlio di due comici. Vanno a finire -nell'avventuriere del secolo XVIII gli astrologi, gli indovini, i -distillatori di profumi o di miscele mortifere o miracolose, per lo -più Italiani, dei secoli anteriori; vanno a finire in lui i soldati -vagabondi, ed anzi più svanisce ogni vecchio ideale cavalleresco, più -si diffondono, come una moda, il razionalismo e la miscredenza, mercè -i progressi delle scienze fisiche e le demolizioni della filosofia -enciclopedista, e più diviene frequente questo tipo caratteristico -dell'avventuriere, enciclopedista esso pure nelle sue mille attività -e trasformazioni, uom di moda e di progresso, cavaliere non di virtù -e cortesia, ma d'industria, come lo definisce il Goldoni in quei versi -d'un suo melodramma: - - Eh, figlia mia, di cavalieri erranti - Anche a' dì d'oggi ve ne son, ma questi - Si rendono famosi - Più per l'industria lor, che pel valore. - -La derivazione storica dell'avventuriere del secolo XVIII, per quanto -frammentaria, mostra dunque che esso pure è _evoluzione_ e _selezione_ -(adoperiamo anche noi le grandi parole scientifiche) di tipi varii, e -insieme congeneri per qualche lato, e mostra di più colla sua tenace -vitalità che questa interessante famiglia d'animali è destinata a -perpetuarsi anche al di là del secolo XVIII, tant'è vero che dopo -un'interruzione, cagionata forse da un'età organica di rivoluzioni -politiche, nella quale il tipo si confonde e si nobilita nell'esule, -nel cospiratore patriotta, nel _guerrigliero_, nel dilettante -diplomatico, questa nostra fine di secolo lo vede ricomparire fresco -come una rosa nel politicante e può offrirne esemplari bellissimi, i -quali, inalberando la vecchia divisa del Casanova e del Cagliostro: -_mundus vult decipi_ (la gente vuol essere canzonata), sbucano -come quelli dai sotterranei massonici, o tentano le vie nuove del -giornalismo irresponsabile, della banca senza scrupoli e persino (chi -lo crederebbe?) della burocrazia intraprendente, ed hanno dinanzi a -loro tanto più facile e spianata la via, in quanto non si tratta più, -come per quei poveri diavoli del Casanova e del Cagliostro, d'aver a -canzonare il mondo intiero, ma basta saper canzonare quattro imbecilli -d'elettori, perchè non ci sia più concupiscenza o ambizione, che non si -possa soddisfare, o alla mèta, a cui non si possa arrampicare. - -Sempre diverso adunque, eppure perpetuo e trasformantesi e adattantesi -ai tempi è il tipo dell'avventuriere, nè l'avventuriere del secolo -XVIII sì sottrae a questa legge. Se non che esso si adatta al tempo, -perchè mira a sfruttarlo, e per la stessa ragione lo contrasta e -gli si ribella, perchè questo suo proposito di sfruttarlo essendo -fondamentalmente illegittimo, l'avventuriere deve calpestare tutte le -regole e rompere tutti i freni, che nessuna società, per quanto leggera -e corretta, ha mai soppressi del tutto. - -Ciò posto, ecco i tratti anche più caratteristici dell'avventuriere del -secolo XVIII quali possiamo studiarli, in Giacomo Casanova di Seingalt -e nel conte di Cagliostro, che sono certamente fra gli avventurieri -italiani del secolo XVIII i maggiori di tutti. - - -V. - -In primo luogo l'avventuriere è solo. Non ha tradizione di famiglia, -nè vincoli di attinenze sociali, anche se si conosce il nome de' suoi -genitori e il luogo dov'è nato. È solo, non ha nulla, e vuol tutto. -Questo è il punto di partenza, e movendo di qui esso è sempre l'autore -unico della propria fortuna o della propria disgrazia. L'uomo, che -piega o no al proprio destino, che si rassegna o lotta vigorosamente, -ma che insomma è preda o giuoco d'alcunchè d'estraneo a lui e alla -sua volontà, può bensì incontrare avventure d'ogni fatta, ma non è -l'avventuriere. L'uomo, che ama l'ignoto e vi si arrischia, che si -compiace del pericolo e lo sfida, che vagheggia un alto ideale e vi -si sacrifica, il viaggiatore, il soldato, il missionario, può bensì -incontrare avventure d'ogni fatta, ma non è l'avventuriere. Avete in -quelli la forza del carattere, la fede in Dio, l'amore della scienza e -della verità, il bisogno d'azione, l'impulso potente della fantasia e -del coraggio. - -Nell'avventuriere invece avete la mancanza d'ogni base e d'ogni ideale -inspiratore, ed un'unica convinzione, quella cioè che la maggioranza -del genere umano è di sciocchi, dei quali l'uomo di spirito deve -sapersi approfittare. Sono le testuali parole del Casanova, al quale si -vuol tener conto almeno della sincerità. - -Tant'è che quasi tutti questi avventurieri del secolo XVIII, poichè -quella società leggiera ed elegante, nello scadimento dell'antica fede -religiosa e nel fanatismo nuovo pei grandi progressi delle scienze -fisiche e naturali, inclina, come sempre accade, alla parte fantastica -e superstiziosa delle scienze medesime, nè contenta alle vere scoperte, -vuole addirittura il miracolo, quasi tutti, dico, questi avventurieri -del secolo XVIII, e in prima linea il Casanova e il Cagliostro, -tornano ai misteriosi deliri delle arti occulte, della necromanzia -e della magia; intingono negli arcani dell'illuminismo germanico, -della Massoneria e del mesmerismo, sempre collo specioso pretesto -del progresso indefinito della libertà umana e della scienza. Vi -ricorderete come il Monti nel 1784 inneggiava alle continue conquiste -della scienza: - - Che più ti resta? Infrangere - Anche alla morte il telo - E della vita il nettare - Libar con Giove in cielo! - -Ebbene, ciò che nel Monti è uno dei soliti suoi felici impeti lirici, -nel Casanova e nel Cagliostro è il gran segreto, che promettono agli -imbecilli contemporanei di rivelare. - -In Venezia il Casanova vive e sciala per lungo tempo alle spalle di -tre onorati e creduli gentiluomini, Bragadin, Dandolo e Barbaro, i -quali sono persuasi ch'egli sia in possesso d'una cabala profetica -e in comunicazione con spiriti celesti, che, oltre a far conoscere -il futuro, devono apprender loro anche l'arte di non morire. In -Parigi, con maggior apparato di prestigi negromantici, spilla tesori -ad una vecchia pazza, madama d'Urfé, cui ha promesse le gioie del -ringiovinire, le rinnovantesi estasi dell'amore e l'immortalità. - -Con eguale impudenza il Cagliostro sfrutta coi credenzoni di -mezz'Europa i fenomeni del magnetismo animale e del sonno catalettico -per rievocare i trapassati, leggere negli arcani dell'avvenire; e in -Roma, nella primavera del 1789, la fila dei cocchi, che recano alle sue -conferenze di Villa Malta presso Porta Pinciana la più alta società -indigena e forestiera, è ben più fitta, che non sia ora in Firenze -quella delle più frequentate conferenze del palazzo Ginori. Se non che -là si trattava di risvegliare i morti; qui, tutt'al più, d'addormentare -i vivi, ed il proposito più innocente giustifica la minore curiosità. - -Negromante, cabalista, mesmerico, spiritista, l'avventuriere ha -su altri gran dottori di scienze occulte la superiorità d'essere -sempre in perfetta malafede. Ciò può tenersi per indubitato del -Casanova, Veneziano, e che del Veneziano ha tutta l'arguzia e la -lucidità della mente; meno certo del Cagliostro, che ha la cupezza -fanatica, gli sbalzi selvaggi del plebeo Siciliano, e in cui talvolta -par di discernere quel fervore e quell'accecamento di spirito, pei -quali, colla lunga abitudine del darla ad intendere, del vantarsi -e dell'attribuirsi poteri straordinari, un uomo finisce in parte -a credere a ciò che fa e a ciò che dice. Ad ogni modo anche nel -Cagliostro il ciarlatano prevale. - - -VI. - -Troveremo noi maggiore sincerità negli amori dell'avventuriere? Neppure -in questi, quantunque, sino a che la gioventù gli dura, le donne siano -il fondamento principale e l'istrumento maggiore della sua fortuna. Se -non che nel Cagliostro questo argomento non ha nè grande importanza, -nè alcuna estetica vaghezza. Il suo matrimonio con la bella Lorenza -Feliciani, figlia di un tintore romano, è la più turpe di tutte le -sue speculazioni, e gli altri amori sono episodi senza alcun intimo -legame col misterioso laberinto della sua esistenza. Nel Casanova -invece gli amori sono il pernio centrale della sua vita e di fronte -ad essi è episodico tutto il resto. I suoi amori riempiono quasi gli -otto volumi delle sue _Memorie_ e si può credere s'egli ha avuto e s'è -dato agio di variare questa dolce musica su tutti i toni possibili, -dal più carnalmente e giovenilmente boccaccesco fino ad un sentimento -così passionato e così raffinato della pura bellezza plastica, che -il Sainte-Beuve, buon giudice, scambia addirittura il Casanova per un -artista greco, e che un raggio di estetica idealità scende, si voglia -o no, da qualche angolo di cielo pagano e traversa ed illumina tutta -questa, starei per dire, nuda oscenità di racconti. - -Non per questo si può affermare che passione vera s'incontri mai nelle -sue infinite variazioni dell'eterno tema dell'amore, e sarebbe del -resto assai strano incontrarla in un uomo, pel quale l'amore non è -altro, com'esso dice, che “_una curiosità più o meno viva, dominata -dalla gran legge di natura, che assicura la perpetuità della specie_.„ - -Il Casanova non prova quindi la passione, nè la inspira. Fra le tante -donne amate da lui o che lo hanno amato, per lo più donne libere -e ragazze (notevole singolarità nell'età dei _Cavalieri Serventi_) -egli non s'imbatte mai in quelle amanti indiavolate, che l'infedeltà -o l'abbandono mutano in Menadi scapigliate e furibonde, o in -vittime deboli e desolate, che si struggono in lagrime e, per colmo -d'imbarazzo, sono anche capaci d'ammalarsi e morire. No. Le donne -del Casanova, queste gioconde e sorridenti figurine del secolo XVIII, -nè minacciano, nè s'ammalano, nè muoiono. Non dimenticano bensì, nè -si consolano subito, che sarebbe troppo, ma al momento del distacco -promettono di vivere ancora e di cercare nel mondo qualche altra -consolazione. Così l'amore non procura mai a questo gaudente girovago -nè uggie, nè soste, nè rimorsi; l'amore per lui è mezzo, non fine, e -quindi egli sta in guardia contro sè stesso per non abbandonarsi mai -del tutto a nessuna ebbrezza d'amore che gli tolga la libertà delle -sue determinazioni e dei suoi movimenti. Direi ch'egli tratta l'amore, -come il vino. Quando s'accorge, che gliene salgono i fumi al cervello, -egli lo anacqua o cessa di bere, nè fra i tanti eccessi di questa vera -rincarnazione Settecentista del vecchio mito di Don Giovanni Tenorio vi -avverrà mai di vederlo ubbriaco, cioè senza più coscienza esatta di sè -e in balia degli altri. - -Tuttavia una presa di matto c'è nel Casanova ed è ciò che qualche volta -lo può rendere anche simpatico e gli ha fatto trovare più difensori che -non merita; ma siamo savi noi, e non ci lasciamo ingarbugliare. - -Anche quando giuoca tutto il suo denaro o giuoca la vita con tanta -spensieratezza, in fondo in fondo il calcolo c'è sempre. Quanto al -danaro, più la fortuna lo abbandona oggi e più lo compenserà domani; -non lo compensasse, ed egli, messo alle strette, non esiterebbe a -correggerla. - -Questa suprema necessità è anzi sempre la difesa, ch'egli invoca, -ogniqualvolta le sue azioni non stanno entro il circolo chiuso della -morale, e neppure nei dintorni della morale. - -Quanto a giuocar la vita, ammetto ch'egli è coraggioso, anzi audace, -ma consideratelo, ad esempio, nel famoso duello col conte Braniki a -Varsavia e v'accorgerete che il battersi a morte con un grande del -regno e favorito del Re Stanislao Augusto Poniatowski, a proposito -d'una qualunque ballerina Veneziana, di cui al Casanova non importa -nulla, è per lui un'occasione di mantenersi prestigio e posizione, -anche cavallerescamente onorata, in una corte e in una società, che è -tutta d'avventurieri, a cominciare dal re, e non se la lascia scappare. -Se n'esce bene, il Casanova ne approfitterà, ed in che modo! Se gli va -male?... Ma a questo il Casanova non pensa neppure. Ed ecco anzi il -vero punto psicologico dell'avventuriere. Se ci pensasse, sarebbe un -altr'uomo!! - - -VII. - -A una cosa sola pensa l'avventuriere, di cui stiamo studiando il tipo -nel Casanova, pensa a riuscire e a godere. Far fortuna è tutta la sua -moralità. Per questo la politica dei giorni nostri, aperta a tutti, è -diventata così grande sbocco di questa merce. Nel Settecento invece la -politica era alcunchè d'inaccessibile; l'avventuriere, se mai, non vi -giungeva che di straforo, per caso e di passaggio (come il Casanova -in quella dell'abate di Bernis e della Pompadour) e spesso spesso -v'incappava nello sfratto o nella prigione. - -La vita sociale, con classi così profondamente divise, era chiusa -da tutte le parti; i più s'adattavano a vivacchiare pacifici in -queste acque morte; ma certe individualità, che da natura aveano -sortita l'indisciplinatezza, l'audacia, la febbre della cupidigia e -dell'ambizione, sentivano invece la necessità d'uscirne, di vivere -d'un'altra vita, respirare un'altr'aria, muoversi, agitarsi, farsi -valere ad ogni costo, anche a costo di rischiare a tal giuoco vita ed -onore. - -È per questo che il perfetto avventuriere è una figura rara bensì -(quelli che ne hanno solo qualche tratto o incompiuto o transitorio -sono invece ben più numerosi) è una figura rara bensì, ma che si -stacca con tanta originalità e così caratteristica sul fondo storico -della società del secolo scorso; è per questo che la più colossale e -complicata figura d'avventuriere, cioè il Casanova, spunta a Venezia, -dove un carnevale perpetuo, che attrae i gaudenti di mezz'Europa, -eccita tutti gli istinti viziosi, e dove in pari tempo un'oligarchia -aristocratica, che ha tradizioni di giustizia e di rettitudine, ma -tradizioni altresì di governo chiuso ed inesorabile, comprime tutto -inesorabilmente e non lascia altra libertà che di far all'amore -in bautta o alla scoperta, giuocarsi i patrimoni al _Ridotto_ e -parteggiare per le commedie del Chiari o del Goldoni. - -Queste poche licenze non bastano ad un temperamento come quello del -Casanova. Il giuoco e le cabale sono la sua base finanziaria. Gli -amori sono il suo spasso prediletto e già essi soli lo introducono in -molte intimità sociali, alle quali per altre vie non perverrebbe. Ma ha -bisogno di qualche cosa di più e si caccia nei segretumi delle Loggie -Massoniche, incominciate a diffondersi anche in Venezia, e allora la -invisibile mano degli Inquisitori di Stato gli si posa misteriosamente -sopra una spalla e dopo averlo, a modo di correzione, tappato una prima -volta nel forte di Sant'Andrea, lo tappa di nuovo _ai Piombi_ e questa -volta con cinque annetti di condanna. Il Casanova riesce a fuggire, e -la sua fuga, prodigiosa d'astuzia e d'audacia, la sua fuga, ammirata, -derisa, non creduta, negata per impossibile fino ai giorni nostri, -ed oggimai, dopo lo studio del D'Ancona, indiscutibile, la sua fuga -diviene una delle fughe celebri del secolo ed egli sfrutterà a lungo -tale celebrità. Ma eccolo ribelle e fuoruscito per forza e continuando -sempre e dovunque lo stesso tenore di vita, ecco aprirglisi dinanzi non -più Venezia e l'Italia soltanto, ma l'Europa intiera, sicchè la scena -delle sue _Memorie_, dopo di aver rappresentata la vita Veneziana e -Italiana contemporanea, in alto, in basso, ma sempre nella sua parte -più torbida, si slarga ora e si estende via via all'Europa intiera e le -sue _Memorie_ divengono così un caleidoscopio immenso, dove sorpreso -in mille atteggiamenti e nei più intimi, nei più riposti, nei più -inaspettati, s'agita e si divincola tutto un mondo di gente, da quella -che è posta in cima della scala sociale allo _snob_ più basso, più -vile e strisciante nei più infimi strati, donde s'arrampica a pigliar -d'assalto il tremendo problema della vita con gli spedienti più loschi -e le professioni più innominabili. - - -VIII. - -Parvero così straordinarî i racconti delle _Memorie_ del Casanova, che -s'incominciò dal dubitare dell'esistenza di lui, poi dell'autenticità -delle sue _Memorie_ (che Paolo Lacroix pretese addirittura scritte -dallo Stendhal) e ne uscì fuori una questione critica grossissima, -ch'io mi guarderò bene dall'esporvi, tanto più che non è chiusa ancora, -ma le cui conclusioni più sicure infino ad ora son queste. Non parlo -dell'esistenza del Casanova. Troppe testimonianze contemporanee la -provano da poterne sul serio dubitare. Ancora è provata l'autenticità -delle sue _Memorie_. Sappiamo però con altrettanta certezza che il -testo da noi posseduto non è in tutto il testo vero, quantunque sembri -che i ritocchi e le mutilazioni praticatevi dal signor Lafargue non -siano state poi così grandi, come sembrarono al nostro bravo Ademollo, -che in parecchie occasioni se ne mostrò affannatissimo, o per lo meno -non alterarono gran che l'impronta personale d'uno scrittore, che -sarebbe molto difficile di contraffare, senza rifondere compiutamente -il suo libro. Resta la veridicità dei fatti. Di molti i riscontri -sicuri si sono trovati; di altri è forse impossibile trovarli; ma i già -trovati son tali da testimoniare in favore del rimanente, e gli errori -di memoria o gli abbellimenti di fantasia non tolgono alla realità -totale del quadro, quantunque, come scrittore, il Casanova sia nelle -sue _Memorie_ artista potente, e veramente creatore, oltre ad essere -pensatore e osservatore attento e coltissimo. Altri suoi scritti pure -lo dimostrano tale, l'_Isocaméron_, ad esempio, libro meraviglioso e di -cui i romanzi recenti di Giulio Verne parvero un plagio. - -L'uomo, lo scrittore sono dunque nel Casanova una realtà. La sua vita -pare un romanzo, ma è un romanzo che fu vissuto; l'uomo somiglia a -Gil Blas, ma a un Gil Blas in carne ed ossa, e non a un'invenzione -d'un qualunque ignoto Le Sage. Questo tristo rappresentatore, questo -impudente rivelatore della più segreta storia del secolo XVIII -ci ha lasciato dunque documenti di sè e del suo tempo, che vanno -bensì accolti con riserva e adoperati con prudenza, ma che pur -sono incontrastabilmente documenti d'una parte almeno della vita -sociale del Settecento nella Venezia degli ultimi Dogi, nella Roma -di papa Lambertini e di papa Rezzonico, nella Napoli del Tanucci, -e principalmente nella Francia di Madama di Pompadour, nella Spagna -dell'Aranda, nel Portogallo del Pombal, nell'Inghilterra dei tre ultimi -Giorgi, nella Russia di Caterina II, nella Prussia di Federigo il -Grande, nella Polonia del bel Stanislao dalle chiome corvine. Una parte -almeno, ripeto, di tutta questa immensa prospettiva Europea, quella -in ispecie che meno salta agli occhi nelle storie, è nelle _Memorie_ -del Casanova sorpresa in atto, colta sul vivo, e descritta da grande -artista. - - -IX. - -Anche questo tanto di realtà, che troviamo nel Casanova, ci sfugge -invece nel Cagliostro. Costui, se qualche volta s'è pur tanto -infervorato nella commedia che recitava da scambiarla colla realtà, -costui è veramente la menzogna in persona. Quando crediamo d'averlo -afferrato e di poterlo costringere a dirci finalmente chi è e che -cos'è, egli ci è già sguizzato via, come un anguilla, e ci troviamo a -mani vuote. Il Casanova lo ha incontrato più volte ne' suoi viaggi, la -prima volta ad Aix, ed il Cagliostro e la moglie, in abito di romei, -tornavano allora stanchi, estenuati e senza un soldo dall'aver visitato -a piedi Sant'Jacopo di Compostella e Nostra Donna del Pilar; un'ultima -volta a Venezia, sotto il nome di marchese Pellegrini, e allora il -Casanova riconoscendolo per un _fieffè fripon_ gli profetizzò che -sarebbe finito in galera, una delle profezie, delle quali il Casanova -può più giustamente vantarsi. - -Questa strana figura del Cagliostro, che spunta originariamente dalla -_Mafia_ Siciliana, eccitò potentemente col suo continuo nascondersi e -trasmutarsi le fantasie dei contemporanei e dei posteri, ma molte parti -di essa restano anche oggi un mistero. Dal Goethe e dallo Schiller ad -Alessandro Dumas ed al Carlyle, artisti sommi, senza contare i critici, -gli storici, i psichiatri, i medici, i moralisti, hanno sentito il -bisogno d'affrontarsi con questa sfinge; pel Goethe e per lo Schiller -era divenuta una specie di fissazione, da cui non poterono liberarsi, -che dandole sfogo, lo Schiller in un romanzo, il Goethe in una -commedia, l'uno e l'altra però parto di fantasia, non rivelazione del -mistero, alla cui provocante tentazione i due grandi poeti non avevano -potuto resistere. - -Eppure il Goethe non s'era contentato di fantasticare sul Cagliostro -come sulla leggenda del dottor Faust, ma durante il suo viaggio in -Sicilia avea voluto assicurarsi se un filo qualunque ricongiungeva -alla realtà della vita quel fantastico essere, che da anni correva -l'Europa riempiendola della sua fama ed avendo sempre alle calcagna -un esercito di fanatici e di persecutori, di birri che lo vogliono -carcerare, e di discepoli che vogliono metterlo sugli altari. Chi ha -ragione, chi ha torto, i birri o i discepoli? E fa meraviglia vedere -con che timida curiosità il gran poeta Tedesco entra in quella povera -casuccia di popolani Siciliani e interroga quella vecchia madre, quei -nipoti, quei compagni d'infanzia del Cagliostro, e che turbamento -gli arreca quell'_interno_ così squallido, così onesto, così triste, -paragonato alla rumorosa fama od infamia del gran negromante, di -cui tutta Europa si occupa. Uscendone, il Goethe ne sa più e ne sa -meno di prima. Sa, per esempio, che il nome di Cagliostro, in cui -s'era trasmutato Giuseppe Balsamo, non è tutta un'usurpazione, bensì -un nome di famiglia anch'esso, finito già in una donna, e ch'egli -avea assunto, aggiungendovi di suo la contea e cambiando il nome di -battesimo di Giuseppe in Alessandro. Certo, come minuzia biografica, -questa notizia ha la sua importanza. Ma che lume dà a tutto il resto? -Anche il Casanova affibbia al suo nome di famiglia un _di Seingalt_ di -sua invenzione. Ma, più franco almeno, al Borgomastro di Norimberga, -che gli domanda: “donde traete voi il diritto di portare questo -secondo nome?„ il Casanova risponde: “dall'alfabeto, che è di tutti -e di nessuno!„ E sui titoli d'accatto, quando l'imperatore Giuseppe -II gli dice: “è ridicolo chi compra un titolo di nobiltà„ il Casanova -risponde: “sì, Maestà, ma non più di chi lo vende!„ - -Anche fra queste lustre ciarlatanesche siamo dunque sempre col Casanova -nella realtà comica d'uno sfruttatore spiritoso della scioccheria -umana. Ma col Cagliostro è altra cosa. Tutto è falso o dubbio in -lui, lo spirito, l'ingegno, la scienza, l'audacia, la nobiltà, la -ricchezza, il nome, l'età, il presente, il passato. Pare a momenti, -direbbe il Carlyle, che di vero e di reale non ci sia se non quel -carrozzone pitturato e coll'imperiale rigonfia di bagagli, che tirato -da quattro cavalli passa di galoppo fra un nembo di polvere e un rumore -assordante di fruste e di sonagliere a traverso l'Europa, preceduto -e seguito da sei poderosi lacchè, che cavalcando lo annunziano e lo -scortano onorevolmente. Entro quella spettacolosa e pesante macchina -siede un uomo tarchiato, di aspetto volgare e zotico, ed al suo fianco -una donnetta di trista fama, chiamata, secondo i casi, Lorenza o -Serafina. Ora come va, si domanda il Carlyle, che dopo brevi riposi -quel carrozzone può sempre ripigliare il suo cammino e non gli accade -mai di arrestarsi di botto, come una locomotiva senza vapore, o di -sfracellarsi silenzioso in fondo a un fossato? Quell'uomo tarchiato, -che siede nel carrozzone pitturato, è un truffatore e falsario, -scappato da Palermo, di vent'anni circa più giovine del Casanova. - - -X. - -E da quella prima sua fuga piglia le mosse anche la sua grande -leggenda, incominciata con una scomparsa totale, che dura qualche anno; -e fin qui il perchè si capisce. Ma dov'è stato in questo tempo? Nessuno -lo sa; egli non lo dice, nè lo dirà mai, o, meglio, a chi gliene chiede -risponde con tante diverse versioni, che la nuvola tenebrosa, in cui ad -arte si ravvolge, a nessuno riescirà mai più di squarciare del tutto, -nè ai truffati, che si risentono, nè agli illusi, che gli credono, -nè agli Inquisitori di Stato di Venezia, nè ai tribunali di Francia, -di Spagna, di Portogallo e d'Inghilterra e neppure al Sant'Uffizio di -Roma, il quale senza approfondire più che tanto, n'esce per un rotto -di cuffia, che appartiene in proprio al Sant'Uffizio soltanto, e il 7 -aprile 1791, quando già da quindici anni in America e nell'anno stesso -in Francia erano stati proclamati i _Diritti dell'uomo_, lo condanna -per eretico, mago e framassone, certo le sue pecche minori, e per le -quali una condanna capitale, commutata in galera a vita al forte di San -Leo, dove il Cagliostro morì, non può non parere oggi pena eccessiva. -Donde consegue che anche fra i più recenti scrittori, che hanno parlato -del Cagliostro, ad alcuni il Cagliostro sembra un problema psicologico -d'incerta soluzione ed altri non esitano a darlo per un vero precursore -ed un vero martire di libertà. Dove s'è vista mai, signore mie, una -canzonatura d'avventuriere meglio riescita di questa? una canzonatura, -i cui effetti durano quasi cent'anni, dopo la morte del canzonatore? Di -questa morte il primo centenario ricorre anzi appunto in quest'anno. -Che vi stupireste di molto a veder comparire uno di questi giorni un -proclama, in cui si dicesse che, anche il Cagliostro ha fatto l'Italia? -Già, a molti segni, ci sarebbe quasi da crederlo!! Ma non si tratta ora -di ciò. Quello che mi preme di dire è che il mistero del Cagliostro non -istà tanto nell'esser riescito, quanto nell'assurdità, nella volgarità -dei mezzi, mercè i quali è riescito. Ma che si burla? Il Cagliostro -una volta si dà per figlio dello Sceriffo della Mecca, un'altra per -discendente dell'ultimo principe di Trebisonda, una terza (e questa -l'ha sentita il Grimm in casa della contessa di Brienne) per nato non -si sa da chi su una nave, che traversava il Mar Rosso, deposto fra le -rovine d'una piramide Egiziana, ed ivi trovato da un vecchio sapiente -di nome Althotas, che gli rivela tutti i segreti della natura e della -vita; una quarta si contenta di dire come Cristo: _ego sum qui sum_ -e di delineare a vista un serpente trapassato da una freccia e con -un pomo in bocca; una quinta millanta la sua discendenza da Carlo -Martello, quel figliuolo di Carlo il Zoppo, re di Puglia, che fu amico -di Dante; una sesta finalmente si dà per Apollonio Tianéo in persona, -rigenerato dalla metempsicosi. - -E questo è niente. Quanti anni ha? Lui stesso, o dice di non saperlo, -o lascia vagamente credere d'esser più che centenario. A Parigi però -dinanzi a un quadro della _Deposizione di Croce_ comincia a piangere -dirottamente e interrogato che cos'ha: - -— Ahimè! — risponde, — piango la morte di quel grand'uomo, tanto buono -e affettuoso ed a cui debbo tanti dolci momenti! Abbiamo pranzato -insieme alle nozze di Canaan e in casa di Ponzio Pilato! - -— Ma di chi parlate di grazia?... — lo interruppe il signor di -Richelieu stupefatto. - -— Eh per bacco! Di Gesù Cristo! Oh l'ho conosciuto moltissimo!... - -Nei suoi viaggi in Oriente col savio Althotas ha visto cose -meravigliose: in Asia il paradiso terrestre, l'albero secco del bene e -del male, gli avanzi dell'arca di Noè, quelli della torre di Babele, un -lago, che passa pel centro della terra e a traverso il quale, guardando -come dentro a un canocchiale, si toccano quasi cogli occhi la luna e le -stelle, che splendono sugli antipodi; in Africa, le quarantamila mummie -persiane dell'esercito di Cambise, e in cima a una piramide ha avuta -la visione d'una donna bellissima, quella stessa Lorenza Feliciani, -che poi a Roma sposerà. Più meravigliose cose ha fatte o gli hanno -insegnate: è stato zitto per dieci anni a studiare in un collegio -fondato dalla regina Saba, il qual collegio era diretto dal Gran -Cofto d'Oriente, che l'ha iniziato ai misteri del rito egiziano e l'ha -consacrato suo vicario in Occidente; ha imparato l'arte di spiegare i -sogni sul libro dei Sette Dormienti e su un altro di Giuseppe Ebreo; -ha imparato a mutar la canapa in seta, ogni materia più vile in oro, a -ingrossare i diamanti, a fare il _lapis philosophorum_, l'elixir della -vita, il magnetismo prima di Mesmer, a far apparire un mondo in un -bicchier d'acqua e mercè il sonno ipnotico d'un ragazzo a leggere nel -futuro e scoprire e guarir tutti i mali. - -Ora per quanto voi vogliate immaginarvi nevrotica, visionaria, -delirante, epilettica e già in preda insomma alle allucinazioni degli -agonizzanti la società del secolo XVIII; com'è possibile ch'essa -abbia accettato e creduta una simile _olla potrida_ di goffaggini e -di ciurmerie? Eppure il Cagliostro ha percorso in lungo e in largo -l'Europa, sciorinando ovunque le medesime goffaggini e le medesime -ciurmerie; e se non le avesse intramezzate di furfanterie anche -peggiori, probabilmente sarebbe riescito a trarsi sempre d'imbroglio. -Ma finchè il Cagliostro non trovò altra fonte di lucro, le sue -ricchezze provenivano da fonti assai torbide, come lo dimostra il fatto -del trovarsi esso mescolato in Francia al famoso processo del _collier -de la reine_ nel 1786, che gli fece assaggiare nove mesi di Bastiglia e -donde uscì per quella stessa invereconda indulgenza, per cui fu assolto -il turpe cardinale di Rohan, unicamente a fine di far onta a Maria -Antonietta. - -Dopo questo fatto il Cagliostro scampò a Londra, ove la Massoneria lo -accolse e glorificò come una vittima, ingenuità, di cui essa ebbe a -pentirsi, quando il furbo mariuolo, divenuto strumento dei Rosa-Croce -e degli Illuministi tedeschi del Weishaupt, i quali professavano un -misto di deliri mistici e di odierno anarchismo e volevano, mercè -il Cagliostro, accaparrarsi la già enorme espansione e potenza delle -Logge Massoniche, si fece capo d'una riforma massonica, che intitolò -_Egiziana_, e d'allora in poi visse e scialò da nababbo alle spalle de' -suoi nuovi padroni, forse canzonandoli ancor essi. È la fase magnifica -del Cagliostro, in cui s'atteggia a taumaturgo umanitario e solleva -gli entusiasmi popolari di Lione, di Varsavia, di Strasburgo e di Roma, -finchè dà dentro nelle reti del Sant'Uffizio e vi rimane accalappiato. -È la fase più positiva altresì di questa strana esistenza, ma neppur -essa lo spiega compiutamente. Da un lato si può conceder molto alle -condizioni intellettuali del tempo, dall'altro alla potenza individuale -di questo enorme imbroglione, ma alcunchè di misterioso rimane e -l'unica conclusione possibile è quella a cui s'attiene in questi casi -la fantasia popolare, è contentarsi di credere che questi fenomeni -mostruosi, sì nell'ordine fisico, come nell'ordine morale, preludono a -cataclismi imminenti. - -Si obbietterà: “Ma in sostanza il Casanova e il Cagliostro sono due -eccezioni e l'eccezione in casi simili che cosa vale? Il primo è -l'espressione d'un libertinaggio sfrenato, il secondo di una congenita -ribalderia, la quale finisce come ha cominciato, e due tipi come questi -ogni tempo può darli.„ - -_L'argomento prova troppo, dunque non prova niente_, come diceva un -mio vecchio professore di filosofia. Di fatto, non ogni tempo vi darà -il pubblico immenso, che il Casanova ed il Cagliostro hanno sfruttato; -non ogni tempo vi offrirà al pari della seconda metà del secolo XVIII -una folla di tipi, i quali senza assorgere alle gigantesche proporzioni -di quei due, abbiano con essi comuni tante disposizioni psicologiche -e tante forme di vita. Muovere non si sa donde, indirizzarsi non si -sa dove, tentare mille espedienti, mille professioni, correre mille -avventure, sempre in balìa del caso, pur di non rassegnarsi alla realtà -che vi circonda, tutto ciò è talmente, direi, nell'aria respirabile -della seconda metà del Settecento, che la letteratura stessa, se -nei romanzi deve immaginare un protagonista (si chiami esso Tom -Jones, Faublas, Figaro, Gil Blas, Lovelace o De Grieux) non se lo sa -immaginare che così. - - -XI. - -E vedete quanti, non nel romanzo, ma nella realtà, cominciano, se non -altro, come avventurieri, dato anche che poi non finiscano come tali. -Potrei dimostrarlo a lungo, ma me ne manca il tempo e mi contento di -finire, ricordando alcuni dei nomi, che ho accennati in principio. -Non è una vita d'avventuriere quella del Da Ponte, che da romanzetti -erotici di gondola e di _Ridotto_ in Venezia passa a sfoggiare teorie -alla Rousseau in un seminario di Treviso, scrive versi incendiari, -è bandito, capita a Vienna alla morte del Metastasio, rivaleggia -col Casti, scrive il bellissimo melodramma del _Don Giovanni_ pel -Mozart, cade in disgrazia per amore d'una cantante, erra per un -pezzo fra l'Olanda, il Belgio, la Francia e l'Inghilterra, fallisce -come impresario di teatro a Londra, si mette a fare il libraio, e -finalmente va a cercar fortuna in America cogli abiti che ha indosso e -possedendo per tutto viatico una cassetta di corde da violino? Non sono -vite d'avventurieri quelle del Piattoli e del Mazzei, semiaffaristi, -semipoliticanti e appartenenti entrambi a quel gruppetto di piccoli -e grossi avventurieri italiani, che si stringe intorno a Stanislao -Augusto re di Polonia, salito anch'esso dall'alcova di Caterina di -Russia al trono dei Batory e dei Wasa? Il Piattoli è fiorentino, e -della sua vita finora poco si sa. Ma certo è che di abate e maestro -un po' enciclopedico a Modena, lo si trova poi a Varsavia mescolato -ai grandi imbrogli diplomatici pei successivi sbrani della Polonia, -pare l'autore della costituzione Polacca del 1791; ed il Thiers, che -nella sua storia lo indica per uno di quegli ingegnosi avventurieri -recanti nel Nord _l'esprit et le savoir du Midi_, pretende che entrato -poi nelle grazie di Alessandro I abbia occultamente suggerite non -poche delle idee, che prevalsero nei trattati di Vienna del 1815. Una -Krüdener uomo!! - -Fiorentino è pure il Mazzei, che di apprendista nello spedale di Santa -Maria Nova va chirurgo a Costantinopoli e a Smirne, commerciante di -vino e di letteratura toscana a Londra, colonizzatore nel Kentuky in -America, dove porta contadini Lucchesi, contrae amicizia e coopera -cogli uomini più eminenti dell'indipendenza Americana, torna loro -agente segreto in Europa, e quindi entrato così nella diplomazia, -diviene agente segreto del re di Polonia, e in tale qualità assiste -alle prime grandi scene della rivoluzione francese, fonda con altri in -opposizione al _club_ dei forsennati Giacobini un _club_ di moderati, -che _naturalmente_ non fece nè caldo nè freddo, dopo di che ritornato -in Toscana a vita privata, scrive senz'arte alcuna, ma con una certa -ingenuità non ispiacevole i ricordi delle sue peregrinazioni. - -Non è una vita d'avventuriere quella del Gorani, Milanese, il quale -dopo aver militato in Germania aspira al trono di Corsica, senza -scoraggiarsi della trista fine di quell'altro grande avventuriere -tedesco, che era stato Teodoro di Neuhof, gira mezzo mondo in cerca -d'aderenti al suo progetto, non li trova, si contenta d'essere dal -Pombal nominato generale in Portogallo e guastatosi con lui corre -sotto la bandiera dei filosofi enciclopedisti a Parigi, scrive di -tutto, si getta nella rivoluzione, se ne disgusta e finisce a Ginevra, -scrivendo i ricordi d'una vita, a cui non erano mancati i prestigi alla -Cagliostro e gli amori alla Casanova? - -Non è una vita d'avventuriere quella del Goldoni, fino a che nel 1762 -si posa finalmente a Parigi e vi dimora fino alla morte, accaduta, chi -sa tra che squallore e che angosce, durante l'interregno del _Terrore_. - - -XII. - -Tutti hanno primordi e vicende pressochè eguali anche gli altri che ho -nominati e che formano il gruppo dei letterati avventurieri (siccome -avventurieri letterati sono il Casanova e il Gorani) vale a dire: -il Baretti, che coll'Alfieri divide la gloria d'essere uno dei primi -introduttori del Piemonte nella vita letteraria italiana, e acerrimo -nemico d'Arcadia e degli arcadeggianti si tira addosso persecuzioni -così straordinarie per parte degli Inquisitori di Stato di Venezia e -dei preti di Roma da far parere la sua non una ribellione letteraria -ma una ribellione politica, sicchè, dopo aver errato per mezz'Europa, -non trova riparo se non all'ombra delle libertà inglesi, in questo, e -forse per altre parti ancora, precursore del Foscolo e del Mazzini; -l'Algarotti, che, scrittore enciclopedico, viaggiatore perpetuo, -amico intimo di tutte le celebrità, a cominciare dal Voltaire e da -Federico il Grande, divulgatore galante di scienza _ad uso delle -dame_, gran dilettante di cose d'arte, raggiunge al suo tempo una -notorietà e una gloria, di cui ai giorni nostri ci rendono più ragione -le testimonianze dei contemporanei ed il suo epistolario, che non le -sue opere, scritte bensì con disinvoltura d'uomo mondano, ma in quel -gergo gallicizzante, allora di moda, ed oggi più che stucchevole; il -Galiani, che, Napoletano, ed uomo e scrittore di vario e molto ingegno -(tanto da poter passare agevolmente dalla collaborazione ad un libretto -d'_opera buffa_ a trattati d'economia politica) tiene a Parigi nelle -riunioni più battagliere della filosofia demolitrice lo scettro dello -spirito, si fa intitolare dall'amabilità francese: _anima di Platone -e Machiavelli nel corpo d'Arlecchino_, e tutti lo festeggiano a gara -e le dame se lo strappano, ed i filosofi dittatori si lasciano dire -da lui, mentre egli incrocia le gambe su una poltrona e giuoca a -palla colla propria parrucca: “voi sragionate per lo meno quanto i -teologi;„ il Gamerra, che di abate livornese si trasforma in ufficiale -austriaco, in poeta lirico, epico, drammatico, si posa a Vienna -continuatore del Metastasio e rivale del Casti, precorre in Italia col -dramma lagrimoso gli eccessi del romanticismo più scapigliato, scrive -un poema di novantatrè mila dugento trentadue versi sulle infedeltà -coniugali (il tema è vasto, ma anche i versi son molti), dissotterra -nottetempo il cadavere dell'amante e se lo tiene per anni imbalsamato -nello scrittoio; il Calsabigi, che, letterato, viaggiatore, affarista, -uomo di Stato, autore d'un _Alceste_, in cui entrano Morte, Inferno, -Paradiso, “tutti i _novissimi_, come diceva il Metastasio, tranne il -_Giudizio_„ introduce in Francia (di balla col Casanova) il _giuoco -del lotto_; il Coltellini, che, figlio d'un bargello, e prima tipografo -a Livorno, poi anch'esso poeta melodrammatico a Vienna, gran protetto -del principe di Kaunitz, cacciato da Vienna per aver osato scrivere una -satira contro Maria Teresa, si rifugia a Pietroburgo e, non rinsavito -per la trista esperienza, è ivi autore d'un'altra satira contro -Caterina II, di cui, secondo alcuni, avrebbe pagato il fio colla vita, -dopo però d'aver procreato, oltre ai melodrammi e alle satire, una -dinastia di commedianti, che, per via di donna, finirà nient'altro che -in Carlotta Marchionni: e come questi, ai quali ho in breve accennato, -così tanti e tanti altri letterati avventurieri e tipi complicati -e originali, dei quali sarebbe lungo profilare anche solo con pochi -tratti la fisonomia e le strane vicende. - -V'ha diversità grandi fra tutti questi uomini, ma tutti più o meno -appartengono alla stessa famiglia. Non v'è fra i tanti nomi, che -ho ricordati, se non un solo nome veramente grande, il Goldoni. Ma -negli altri l'instabilità della mente, la precarietà dell'esistenza, -la variabilità dei gusti, e insieme l'eccitabilità, la febbre, la -sensibilità indisciplinata del temperamento sciupano, consumano la -miglior parte della loro energia intellettuale e morale, ed essi non -danno forse tutto quello che avrebbero potuto. Ciò non ostante, se voi -considerate solo quel tanto che gli avventurieri o semi avventurieri -italiani del secolo XVIII fanno o tentano, per esempio, nei maneggi -politici o negli spettacoli teatrali di tutte le capitali d'Europa, -vedrete che essi riassumono tutto quel po' d'influenza, sia pur umile -e indiretta, che l'ingegno italiano potè ancora esercitare fuori -d'Italia, in un tempo che l'interna vita della nazione era quasi -spenta del tutto. Poco o molto che sia, di alcuni almeno questo di -bene si può dire. Gli altri, anzichè ammirazione e simpatia, destano -piuttosto pietà. Cronologicamente (se avete osservato) sono quasi tutti -a cavaliere dei due secoli, fra la fine della frolla e tarlata società -del secolo XVIII e la Rivoluzione Francese, da cui bene o male uscirà -la società odierna, e sono perciò tipi storici, rappresentativi d'una -transizione violenta e dolorosa; sono insomma le povere foglie secche, -agitate, sbalestrate già qua e là dal vento impetuoso, che annunzia -l'uragano vicino a scoppiare. - - - - -L'ABATE GALIANI - -(1728-1787) - - -CONFERENZA DI - -VITTORIO PICA. - - -Nei parecchi volumi della corrispondenza di Federico-Melchiorre Grimm -e di quella di Dionigi Diderot con madamigella Voland, nei quali -così bene rispecchiasi la fisonomia originalissima di quella società -parigina della fine del Settecento, in seno a cui andavasi maturando -uno dei maggiori rivolgimenti della storia dell'umanità, il nome di un -Italiano viene assai di sovente ripetuto ed esso è sempre accompagnato -dalle più lusinghiere espressioni di simpatia e dalle più enfatiche -frasi laudative; e questo nome lo si ritrova non meno magnificato in -alcune lettere di Caterina di Russia ed in varie pagine di Voltaire, -di Marmontel, dell'abate Morellet e di altri illustri scrittori della -medesima epoca. - -Chi era mai quest'uomo eccezionale per aver saputo accaparrarsi tante -autorevoli simpatie in un centro così altamente intellettuale quale -ci appare, nel secolo scorso, Parigi, verso cui rivolgevansi le menti -dell'Europa intera; chi mai era quest'uomo, che, nei salotti parigini, -i quali con le brillanti ed insieme profonde conversazioni sur ogni -argomento politico, letterario, morale, contribuivano forse molto più -di ogni libro al grande movimento filosofico e sociale, era riuscito -ad occupare uno dei posti più importanti, tanto che, siccome afferma -il Marmontel, tutti tacevano per starlo ad ascoltare durante ore -intere; chi era mai quest'uomo, che con gli acuti ed originali suoi -apprezzamenti sulle più svariate questioni sapeva tenere sempre desta -la perspicace attenzione degli Enciclopedisti e, nell'istesso tempo, -sapeva, con le inesauribili sue barzellette, coi suoi amenissimi -aneddoti, con la sua esilarante mimica meridionale, affascinare le -dame, e che, nella capitale dello spirito, faceva sfoggio di tanta -arguzia, e di tale instancabile brio da fare esclamare alla leggiadra -ed intelligente Duchessa de Choiseul: “In Francia lo spirito trovasi in -moneta spicciola, in Italia in verghe d'oro„? - -Egli era un abate napoletano, poco più che trentenne, ed aveva nome -Ferdinando Galiani. A Parigi l'aveva mandato, nell'anno 1759, quel -sapiente conoscitore d'uomini che fu il celebre ministro Bernardo -Tanucci, come segretario d'ambasciata presso il conte de Cantillana, -un gentiluomo spagnuolo borioso e d'intelligenza meno che mediocre, a -cui era affidato l'incarico di rappresentare il Re di Napoli presso la -Corte di Francia. - -La prima impressione prodotta dal Galiani a Parigi era stata affatto -grottesca: egli era alto poco più d'un metro, sicchè, quando il -conte de Cantillana lo presentò, nella grande sala delle udienze di -Versailles, a Luigi XV, i cortigiani, al veder la sua personcina -di pigmeo vestita da abate, non potettero trattenersi dal ridere -ed il monarca istesso non seppe nascondere un sorriso; ma l'abatino -napoletano, senza punto turbarsi e con la maggiore serietà, fatto il -profondo inchino di rito, disse: “_Sire, vous ne voyez à present que -l'échantillon du sécretaire, le sécretaire vient après._„ Tale arguta -prontezza sorprese e piacque immensamente e può dirsi che fin da quel -momento il Galiani conquistasse quella preziosa riputazione di persona -di spirito, che doveva raffermarsi ed accrescersi sempre più durante i -dieci anni di sua dimora a Parigi. - -La suscettibilità del suo amor proprio era però fin d'allora eccessiva -e quasi morbosa, sicchè egli, per quell'incidente, da cui pure -era uscito vittorioso, prese in odio la Francia e mandò lettere su -lettere al Tanucci, supplicandolo di richiamarlo a Napoli. “Io mi sono -disingannato„ — egli gli scriveva — “e riconosco di non essere punto -fatto per Parigi. Il mio abito, la mia figura, il mio modo di pensare -e tutti i miei difetti naturali mi renderanno qui insopportabile sempre -ai Francesi ed a me stesso.„ - -Il Tanucci, a cui premeva molto di avere un fido amico ed un -intelligente collaboratore della sua opera politica a Parigi, non gli -dette ascolto e, ben presto, l'abate napoletano, stretta amicizia col -Grimm e col barone Gleichen e presentato da costoro nei salotti della -signora Geoffrin, della duchessa de Choiseul, della signora d'Épinay, -del barone d'Holbach, cangiò in tal modo d'opinione che il dover -lasciare Parigi, di lì a parecchi anni, fu forse il maggior dolore -della sua vita. - -Per potersi spiegare la primitiva impressione ostile così acutamente -risentita in Francia dal troppo suscettibile abate, non bisogna -dimenticare che egli, trovatosi d'un tratto balzato in mezzo ad una -società, per cui non era che uno sconosciuto dall'apparenza abbastanza -comica, godeva invece, malgrado l'ancora giovanile età, non soltanto -a Napoli, ma in tutta l'Italia, di una non comune celebrità e come -erudito, e come economista, e come letterato. - -Nato a Chieti nel decembre 1728 da un magistrato e gentiluomo foggiano, -Ferdinando Galiani erasi recato, ancor fanciullo, a Napoli e vi era -stato educato ed istruito, insieme col fratello maggiore Bernardo, -da un savio e colto prelato, lo zio suo Celestino Galiani, che, per -varii anni, coprì l'onorifica carica di Prefetto dell'Università degli -Studii. - -Fin da ragazzo, il Galiani fece mostra d'ingegno pronto e vivacissimo, -che andò sempre più ringagliardendosi nella compagnia degli illustri -uomini, quali G. B. Vico, Jacopo Martorelli, Cerillo, Intieri e -Rinuccini, che frequentavano la casa del Prefetto dell'Università -e che, interessati dalla precoce intelligenza dei due suoi nipoti, -assai volentieri intrattenevansi a conversare ed a discutere con loro. -Spinto verso le discipline economiche dalla particolare benevolenza -addimostratagli dai dotti toscani marchese Rinuccini e Bartolommeo -Intieri, il giovane Ferdinando aveva già tradotto dall'inglese due -trattati del Locke ed aveva intrapresa un'opera sull'antichissima -storia delle navigazioni nel Mediterraneo, allorchè un curioso episodio -lo persuase a scrivere un opuscolo satirico, che doveva richiamare su -lui l'attenzione del pubblico napoletano. - -Da una delle tante accademie, che in quel tempo gareggiavano in -Napoli di enfasi retorica e di vaniloquenza, era stato dato incarico -a Bernardo Galiani di comporre un'orazione in lode dell'Immacolata; -ma, essendosi egli dovuto recare, per affari di famiglia, a Chieti, -commise di scrivere e di recitare l'orazione al fratello Ferdinando, -il quale, avendo accettato molto volentieri, vi lavorò attorno con -grande amore alcuni giorni ed alcune notti e, la mattina fissata, -si recò all'accademia, col suo scartafaccio in tasca. Ma quando -egli, fra orgoglioso e trepidante, presentossi al presidente, certo -avvocato Giannantonio Sergio, costui veggendolo così mingherlino, così -sbarbatello e di così minuscola persona, burbanzosamente si rifiutò, -pel decoro dell'accademia, di fargli leggere l'elaborata orazione ed -invece lesse egli medesimo un pomposo discorso, che teneva già pronto. - -Indicibili furono la mortificazione e la rabbia del Galiani per un -simile affronto, ed egli, nel segreto dell'anima, decise di farne -aspra vendetta. E l'occasione di burlarsi dei componenti dell'Accademia -presieduta dall'abborrito Sergio gliela porse di lì a poco l'improvvisa -morte del boia della città. Costumanza assai frequente delle accademie, -che allora infierivano in tutta l'Italia, era di pubblicare raccolte di -scritti in morte di personaggi più o meno illustri; or bene il nostro -Ferdinando compose, in collaborazione col suo intimo amico Pasquale -Carcani, tutta una serie di poesie e di prose secondo lo stile gonfio -ed artefatto dei varii accademici e li raccolse in un volumino che -portava il titolo di “_Componimenti varj — per la morte di Domenico -Jannacone — carnefice della G. C. della Vicaria — Raccolti e dati in -luce da Giannantonio Sergio — avvocato napoletano_„ e che era preceduto -da una dedica di un Pastore Arcade al Tirapiede, aiutante del defunto -Boia. - -La parodia — la quale doveva venir imitata, dieci anni dopo, da -Federigo il Grande col suo panegirico di un calzolaio, che fingevasi -scritto da un diacono della cattedrale, — anche oggi, a distanza di un -secolo e mezzo, appare assai graziosa. - -Del resto a darvene un'idea approssimativa varrà la seguente nota -apposta a piè di un sonetto: “Della giustezza di questi versi nessuno -può dubitare essendo tutti misurati collo spago„, e quest'altro -sonetto, in cui un arcade, che aveva incominciata una sua lirica sulla -Concezione così: - - _Se mai non fosse Iddio Santo in Natura,_ - _E sia per mera ipotesi ciò detto_, ecc.... - -viene messo argutamente in burletta: - - S'io fossi mai un asino in Natura - (E sia per mera ipotesi ciò detto), - Quantunque irrazionale creatura - Ragghiando loderei quest'uom perfetto. - - Anzi, se tutto il mondo per ventura - Di trovar dato avesse un vero e schietto - Ministro di Giustizia a me la cura, - L'avrei per Boia universale eletto. - - Poichè con arte tal, con tal destrezza - Domenico il suo officio far sapea - Che il morir per sua mano era dolcezza. - - Onde talor tra me dicea: se il fato - Mi riducesse a dover questa rea - Morte soffrire, io morirei beato. - -Il volumetto satirico ebbe un successo clamoroso e per varie settimane -in tutti i salotti, in tutti i caffè di Napoli e per fino a Corte si -rise sulle spalle del povero avvocato Giannantonio Sergio e dei suoi -accademici, tanto che costoro, adiratissimi, ricorsero al Re. Allora il -Galiani ed il Carcani, temendo di venire scoverti, nulla trovarono di -meglio da fare che di presentarsi al Tanucci e di confessarglisi autori -del libriccino incriminato, ed il buon ministro, che aveva anche lui -riso alla lettura della gustosa parodia e che di lì a qualche anno dei -due mordaci giovanotti doveva fare due dei più fidi coadiutori della -sua politica, si accontentò di imporre loro, per tutta punizione, dieci -giorni di esercizii spirituali, da farsi in non so più quale monastero. - -Compiuta questa vendettuccia letteraria, il Galiani ritornò subito -agli studi serii e l'anno seguente pubblicava, senza nome di autore, -un trattato in cinque libri “_Della moneta_„, il quale levò a rumore il -mondo dei dotti e degli statisti e per la novità e per l'importanza e, -sopratutto, per l'attualità del tema prescelto. In quel tempo, difatti, -la straordinaria affluenza dei forestieri in Napoli ed il denaro in -oro ed in argento mandatovi in gran copia dalla Spagna avevano prodotto -eccesso e deprezzamento del numerario ed in conseguenza carezza delle -derrate, del che il Governo impensierito aveva proposto varii rimedi -l'uno più inefficace dell'altro. Quest'opera del Galiani, composta con -mirabile lucidità d'idee, con superiore larghezza e novità di criterii -e con prezioso senso pratico, è diventata classica nell'economia -politica e varie delle sue definizioni hanno avuto l'onore di venire -accolte perfino da Carlo Marx, il poderoso apostolo del moderno -socialismo. Ed è davvero da stupire che sia stata concepita e scritta -da un giovane poco più che ventenne, anche ammettendo ch'egli si -sia giovato non poco delle conversazioni avute sull'argomento con -l'Intieri, con Antonio Genovesi e con gli altri valorosi economisti che -frequentavano la casa di suo zio. - -Il trattato della moneta levò dunque rumore grandissimo e venne -entusiasticamente encomiato non soltanto a Napoli, ma eziandio nel -resto d'Italia; vivo era quindi in tutti il desiderio di sapere chi -ne fosse l'autore, giacchè il Galiani non si svelò che quando fu ben -sicuro dello schietto successo dell'opera sua. Anzi, a tal proposito, -il diligente suo biografo, Luigi Diodati, racconta che avendo -Ferdinando dovuto farne lettura a monsignore Galiani, come soleva -degli altri libri nuovi nelle ore di riposo, costui ogni tanto, preso -da ammirazione, lo rimproverava dolcemente: “Ecco ciò che significa -lavorare con serietà; ecco l'esempio da seguire, invece di sprecare -il tempo scribacchiando satire e poesiole!„ Lascio immaginare a voi -la gioia provata dal buon vecchio quando seppe che l'autore del tanto -ammirato e lodato volume era proprio il nipote. - -Da quel momento Ferdinando Galiani, tenuto in alta stima da tutti gli -studiosi d'Italia, acquistò tale celebrità che, allorquando l'anno -seguente, lo zio lo indusse a fare un viaggio attraverso la nostra -penisola, egli fu dovunque festeggiatissimo e colmato d'onori. A Roma, -Papa Lambertini lo riceve e gli parla con la maggiore benevolenza e -simpatia, mostrando di aver letto così il suo opuscoletto satirico come -il suo trattato economico; a Firenze vien nominato socio dell'Accademia -della Crusca; a Padova è accolto a braccia aperte dal Morgagni; a -Torino, Carlo Emanuele III e suo figlio Vittorio Amedeo intrattengonsi -a lungo con lui a discutere sulla questione della moneta. - -Di ritorno a Napoli, il Galiani scrisse alcuni altri opuscoli, quali -serii, quali giocosi, ma su di essi credo invero superfluo soffermarmi, -accontentandomi di osservare che essi contribuirono a confermare sempre -più la sua fama di uomo dotto e di persona di spirito ed a procurargli -la protezione ed i preziosi favori di principi e ministri dentro e -fuori del regno di Napoli. - -Voglio soltanto ricordare che avendo egli, pel primo, raccolto 141 -differenti specie di pietre vesuviane, le spedì, accompagnate da una -elegante dissertazione, a Benedetto XIV, in sei cassette, sulla prima -delle quali scrisse a grossi caratteri le seguenti parole del Vangelo: -“_Beatissime Pater, fac ut lapides isti panes fiant._„ Il Pontefice -ammirò molto la collezione, di cui fece dono al Museo di Bologna, e, -per mostrare di aver compreso il suggestivo latino galianesco, conferì -al giovine ed accorto abatino napoletano il beneficio della Canonica -di Amalfi, che dava la rendita di 400 ducati all'anno, favore di cui -tre anni dopo il Galiani disobbligavasi scrivendo per la morte del suo -protettore un'eloquente ed affettuosa orazione funebre. - -Dopo tali soddisfazioni di amor proprio, dopo tali trionfi di -scrittore, dopo tali lusinghiere acclamazioni al precoce suo ingegno, -comprendesi di leggieri che il Galiani dovesse sentirsi a disagio in un -paese nuovo, dove la sua fama non era ancor giunta e dove sembravagli -sempre di scorgere un sorrisetto scherzoso sulle labbra di tutti coloro -che, per la prima volta, contemplavano la sua persona ridicolmente -piccina ed alquanto deforme; ma, appena il suo spirito brillante, -la colorita sua loquela, le sue riflessioni impreviste, profonde e -paradossali gli ebbero procurato nei salotti parigini tutta una fitta -schiera di ammiratori e di ammiratrici, egli comprese che la sua vera -patria intellettuale era Parigi. La sua intelligenza, al contatto -con quelle di Grimm, di Marmontel, dell'abate Raynal, di Diderot, -del barone d'Holbach, di D'Alembert, di Helvetius e degli altri -Enciclopedisti, si ampliava e si rinvigoriva sempre più, senza nulla -perdere della propria originalità, e, d'altra parte, il suo spirito, -in mezzo alle quotidiane giostre di frizzi con tante gentili ed argute -dame, spogliavasi delle primitive scorie grossolane e diventava sempre -più acuto, più vario, più squisito, pur nulla perdendo della sua -spontaneità e della sua arditezza. - -Rileggendo ciò che di lui scrivevano gli ammaliati suoi contemporanei, -tutta una scena si ricostruisce nella nostra mente, e ci par di vedere -entrare il lillipuziano abate napoletano, _ce charmant abbé_, siccome -carezzosamente solevano chiamarlo le numerose sue amiche francesi, -nell'immensa sala bianco ed oro, illuminata da non meno di 72 candele, -in cui il duca e la duchessa de Choiseul ricevevano, in cinque sui -sette giorni della settimana, uno scelto stuolo d'invitati; ci pare di -vederlo avanzare a piccoli passi, col nero tricorno sotto il braccio, -fra i tavolini di giuoco, dispensando a destra ed a sinistra sorrisi -ed inchini, salutare la padrona di casa, che lo accoglie sorridendo, -e poi, circondato da una briosa schiera di dame e di damigelle, -addossarsi ad uno dei maestosi camini marmorei, che dispensavano il -calore alla sala, accettar subito il soggetto che gli viene proposto -e ricamarvi attorno una di quelle maravigliose improvvisazioni, -che tenevano tutti sospesi alle sue labbra e durante le quali, con -l'esilarante mimica del suo volto mobilissimo e dell'intera personcina, -entusiasmava il suo pubblico, e, dopo averlo fatto ridere sino alle -lagrime con prodigiose lepidezze, lo faceva lungamente meditare, -perchè, quasi sempre, sotto la frase giocosa e dietro l'aneddoto -comico, ascondevasi un pensiero profondo ed ardito. - -Altre volte è invece nel salotto della casa di campagna al Grand-Val -del barone d'Holbach od in quello, in cui la società era anche -più intima e cordialmente simpatica, del villino alla Chevrette -della signora d'Épinay che ci pare di rivedere il Galiani: il sole -tramonta e le ombre della sera già invadono la camera; gl'invitati, -poichè la melanconia dell'ora fa languire ogni conversazione, si -raccolgono intorno all'abate, che, seduto sur una poltrona, con le -gambe incrocicchiate alla turca, secondo la sua abitudine, e con la -parrucca di traverso, racconta loro, senza farsi molto pregare, mille -follie, accende uno di quei fuochi di fila di lazzi, di bizzarrie, di -novellucce gioconde, a cui nessuna tristezza resiste. - -“L'abate Galiani entrò„ — scrive Diderot in una sua lettera — “e col -gentile abate entrarono la gaiezza, l'immaginazione, lo spirito, la -follia, lo scherzo, tutto ciò che fa dimenticare i fastidii della -vita.„ E subito dopo aggiunge: “L'abate è inesauribile in fatto di -motti di spirito, di frasi argute; è un vero tesoro nelle giornate -piovose: se si fabbricassero degli abati Galiani presso gli ebanisti, -tutti ne vorrebbero possedere uno in villeggiatura.„ E Marmontel dice: -“L'abate Galiani era come fattezze il più grazioso piccolo Arlecchino -che abbia prodotto l'Italia, ma sulle spalle di quest'Arlecchino -vi era la testa di Machiavelli. Epicureo nella sua filosofia, era, -pur possedendo un'anima melanconica, abituato a contemplar tutto -dal lato ridicolo. Non v'era nulla, nè in politica, nè in morale, a -proposito di cui non avesse qualche piacevole racconto da narrare, -e questi racconti avevano sempre il senso giusto dell'opportunità -ed il sale d'un'allusione imprevista ed ingegnosa.„ Infine il Grimm -scriveva: “Questo piccolo essere, nato alle falde del Vesuvio, è un -vero fenomeno. Egli unisce ad un colpo d'occhio lucido e profondo una -vasta e solida erudizione, alla chiaroveggenza d'un uomo di genio la -piacevolezza ed il brio d'un uomo che altro non cerca che divertire e -piacere. Egli è Platone con la vivacità ed i gesti d'Arlecchino.„ - -Il piccolo e spiritoso abate Galiani era, come evidentemente appare da -queste e da varie altre simili autorevoli testimonianze, il ricercato -beniamino della società parigina: i suoi aneddoti, le sue risposte -maliziose, le sue riflessioni originali, i suoi sarcastici motti di -spirito, appena pronunciati, facevano il giro della città, passando di -bocca in bocca, e poi, mercè i carteggi dei letterati, giungevano ai -più importanti centri intellettuali d'Europa. - -Di questi fortunati motti galianeschi, parecchi sono giunti fino a noi. - -Un giorno, una scimmia, che il Galiani aveva portato con sè e -che amava moltissimo, essendosi sospesa alla catena di ferro che -reggeva la lampada destinata ad illuminare lo scalone del palazzo -dell'ambasciata, la fece dondolare così a lungo ed in siffatto modo -che tutto l'olio ne cadde sull'abito di gala del conte di Cantillana, -mentre costui preparavasi ad uscire per recarsi ad un pranzo a cui era -stato invitato. L'ambasciatore furibondo ordinò che la bestia venisse -subito uccisa. “Guardatevene bene, Eccellenza, — esclamò freddo freddo -l'abate, — l'anima di Leibnitz alberga nel suo corpo ed essa cerca -risolvere il problema dell'oscillazione del pendolo.„ - -Un altro giorno, ad un pranzo, un ufficiale, indispettito da un frizzo -del Galiani gli disse, facendo la voce grossa: “Signor abate, voi siete -un insolente; e se vi fossi vicino vi darei uno schiaffo, anzi potete -far conto di averlo già ricevuto.„ Ed il Galiani di rimando: “Se io -vi fossi vicino, poichè il mio stato non mi permette di cingere spada, -caverei fuori quella di chi mi siede a lato e vi trapasserei da parte -a parte; anzi fate conto di aver già ricevuto il colpo e consideratevi -come morto.„ Tutti risero e l'ufficiale rimase assai male. - -Un'altra volta, egli si era recato da un ministro di Stato, famoso -per la sua pigrizia e da cui si aspettava già da tempo non so quale -atto che non riusciva mai a venire alla luce; il ministro, accortosi -che l'abate portava sotto il braccio un cappello abbastanza vecchio, -pensò di punzecchiarlo dicendogli: “Parmi che sia tempo di riformare -il vostro cappello.„ Ed egli di botto: “Aspetto il disegno di Sua -Eccellenza.„ - -Appassionato per la musica di Pergolese e di Paisiello, il nostro abate -giudicava troppo fragorosa quella francese, sicchè, avendo qualcuno -osservato dinanzi a lui che la nuova sala delle Tuileries, nella quale -era stato trasportato il teatro di musica, in seguito all'incendio del -Palazzo Reale, era sorda, egli esclamò con un sospiro: “Felice lei!„ - -Non bisogna però credere che, durante i dieci anni circa che il -Galiani rimase in Francia, ad altro egli non pensasse che a menare vita -brillante e che sperperasse il ricco capitale della sua intelligenza -spendendolo tutto nella picciola moneta della conversazione. No, -egli, oltre ad avere incominciato un originale commento delle Odi di -Orazio, di cui alcuni brani assai caratteristici furono pubblicati -dall'abate Arnaud sulla sua _Gazette littéraire d'Europe_, ed aver -scritto un libro di economia politica, che suscitò furiose polemiche -e di cui vi parlerò di qui a poco, si mostrò abile diplomatico e -fedele rappresentante dell'accorta e patriottica politica del marchese -Tanucci. - -Il carteggio, pubblicato alcuni anni fa dall'_Archivio Storico per le -provincie Napoletane_, dimostra l'alta stima che l'illustre ministro -di Ferdinando I nutriva pel Galiani, a cui scriveva settimanalmente -di affari di stato, a cui a volta chiedeva anche consiglio e che -considerava come il suo uomo di fiducia a Parigi; e ciò è tanto vero -che, non soltanto gli affidò varie delicate missioni, ma, allorquando -nel 1760 l'ambasciatore De Cantillana prese una licenza dì sei mesi, lo -nominò incaricato d'affari con la paga mensile di 300 ducati. - -Però Ferdinando Galiani dovette alla sua lingua, a cui pure è da -attribuirsi lo straordinario suo successo parigino, quell'inatteso -richiamo dalla Francia, che così profondamente lo addolorò. - -L'Inghilterra, in quell'epoca, impensierita dal famoso _patto di -famiglia_ tra la Francia e la Spagna, erasi alleata con la Russia e -con la Danimarca, e quindi una lotta diplomatica s'ingaggiò fra i due -gruppi di alleati, una lotta, che prendeva le mosse dalle contese dei -due partiti svedesi soprannominati dei _Cappelli_ e dei _Berretti_, -dei quali l'uno era fautore delle regie prerogative e dell'alleanza -francese e l'altro del governo oligarchico e degli Anglo-Russi. Avendo -i _Cappelli_ alla perfine ottenuta la prevalenza, l'Inghilterra -riuscì a persuadere la Danimarca ad armare una flotta in favore -dei _Berretti_; ma, saputolo il ministro francese Choiseul, costui -protestò con grande energia contro tale armamento, e poco mancò che non -iscoppiasse una guerra, la quale, secondo le parole dell'ambasciatore -di Napoli in Ispagna, “si poteva sapere dove cominciava, ma non -prevedere dove andrebbe a finire.„ - -Ora, mentre maggiormente ferveva il lavorìo diplomatico, il nostro -abate commise la leggerezza di rivelare al barone Gleichen, ministro -di Danimarca a Parigi, il secreto pensiero del Tanucci, il quale, -non soltanto non approvava _il patto di famiglia_, ma, pur non -negando l'utilità di un accordo fra la Spagna e Napoli, non credeva -si dovessero accomunare in tutto e per tutto gl'interessi dei due -paesi. L'imprudente discorso venne riferito al duca di Choiseul, che -già da qualche tempo non vedeva di buon occhio il troppo linguacciuto -segretario d'ambasciata napoletano, e, in seguito ad un carteggio -fra la Corte di Francia e quella di Spagna e di Napoli, il Tanucci, -convintosi di non poter salvare il suo favorito, scrisse la seguente -laconica missiva, che piombò sul povero abate come un fulmine a ciel -sereno: “È volontà del Re che V. S. Illustrissima fra quattro giorni da -questo dispaccio esca da Parigi per ritornare in Napoli al suo destino -di Consigliere del Magistrato di Commercio. Glielo prevengo nel Real -nome perchè così eseguisca.„ - -Prima di partire, il Galiani lasciò al Diderot il manoscritto di un -libro intorno a cui già da qualche tempo lavorava e di cui il suo -fido amico curò la stampa, facendolo pubblicare, l'anno seguente -alla partenza di lui, con la data di Londra, senza nome di autore e -col titolo di _“Dialogues sur le commerce des bleds.„_ Questo lavoro -del Galiani, che suscitò uno straordinario brusìo nel campo degli -Economisti, che vi erano vivacissimamente attaccati e che della loro -difesa e della confutazione incaricarono l'abate Morellet, discuteva, -in forma dialogica e con un brio affatto insolito in tali trattazioni, -di una delle più importanti questioni del momento. - -In seguito ad una carestia che aveva generati gravi tumulti popolari, -Luigi XV, persuaso di giovare all'agricoltura, aveva nel 1764 emanato -un editto, col quale permettevasi a tutte le province del regno la -libera esportazione dei grani. Sopravvenne un'annata sterile, ed -i mali ai quali erasi coll'editto inteso di porre rimedio, nonchè -cessare, si aggravarono sempre più. Il Galiani prese da ciò occasione -per combattere l'opportunità della libera esportazione, intendendo -dimostrare che in fatto di commercio di grani ogni sistema assoluto -riesce nocivo e che variando le circostanze degli Stati conviene -variare eziandio le norme di tale commercio. A provare il suo assunto -egli immaginò una serie di conversazioni prima e dopo il pranzo fra -un motteggiatore cavalier Zanobi, in cui incarnò sè stesso, ed un -marchese di Roquemaure, che sostiene la tesi opposta, ma che si lascia -trascinare a tali concessioni ed a tali confessioni su materie che, -in apparenza, non hanno coi grani alcun rapporto, da rimanere poi -stupefatto di aver dato egli medesimo, con le sue parole, le armi -all'avversario per incalzarlo e debellarlo. - -Questi dialoghi erano così brillanti e così ameni che vennero letti -con vivo piacere perfino dal pubblico femminile e che il Voltaire -ne scriveva con enfatico entusiasmo al Diderot. “Sembra che Platone -e Molière si siano uniti insieme per comporre tale opera„ e nel suo -dizionario enciclopedico, alla parola _blé_, ne dava il seguente -lusinghiero giudizio: “Il signor abate Galiani, napoletano, rallegrò la -nazione francese sulla questione dell'esportazione; giacchè egli trovò -il segreto di fare, anche in lingua francese, dei dialoghi divertenti -quanto i migliori nostri romanzi, ed istruttivi quanto i migliori -nostri libri serii. Se quest'opera non fece diminuire il prezzo del -pane, procurò molto diletto alla nazione, ciò che per essa vale assai -meglio.„ - -Ho detto che questo volume venne pubblicato senza nome di autore e -l'istesso ho detto antecedentemente del trattato della moneta e si -potrebbe dire della maggior parte delle opere del Galiani. Ora l'abate -napoletano non faceva certo ciò per modestia, perchè la modestia non fu -mai tra le sue virtù; quale dunque ne era il motivo? Ecco la graziosa -ragione che egli medesimo ne dà in uno degli ultimi suoi opuscoli: -“Un abbominevole abuso invalso fa che tutti vogliono avere i libri in -dono dal loro autore. Chi dona un libro lo perde, chi lo nega perde -un amico, quindi per salvare i libri e gli amici li stampavo senza il -mio nome. Così potevo anche dallo spaccio inferire in qualche modo il -merito del libro, essendo certissimo che quell'edizione che si sarà -tutta venduta si avrebbe potuto tutta donarla, mentre non è sicuro del -pari che quella che si è donata si avrebbe potuto venderla tutta.„ -Il vero motivo però era che il Galiani sapeva di possedere, così in -Italia come in Francia, molti amici, ma anche molti nemici, e che, -soltanto col celare il proprio nome egli sperava di poter ottenere il -suo intento. E non ingannavasi, giacchè, siccome afferma uno scrittore -del principio del secolo, l'Ugoni, fintanto che le opere di lui -furono giudicate secondo il valore intrinseco la fama ne fu grande, -ma non appena fu squarciato il velo dell'anonimo cominciò la fama ad -intorbidarsene: non potendosi negare il merito dell'opera, si negò -che fosse o che ne fosse egli solo l'autore, diceria del resto non -risparmiata nè a Beccaria, nè a Filangieri. - -Fu proprio col cuore trafitto che l'abate Galiani abbandonò quella -Parigi, in cui egli menava una così gioconda esistenza e dove -aveva tanti cari amici e tante soavi amiche; quella Parigi, in cui -aveva ritrovato l'ambiente elevatamente spirituale adatto alla sua -intelligenza; quella Parigi che lo aveva così bene apprezzato e che -egli con immagine felice, aveva definita _le café de l'Europe._ - -A dimostrarlo, più di ogni mia parola, varrà il biglietto sconsolato, -che egli scrisse al D'Alembert nel momento della partenza: “Vi fo, -mio caro D'Alembert, i miei addii; non ho il coraggio di congedarmi da -voi, sono questi istanti terribili per un cuore sensibile, quando ci -si deve separare per sempre dagli amici e dalle persone che si amano e -si stimano e si onorano e che hanno formato la felicità della mia vita -durante la mia dimora in questo paese. Addio, mio caro amico, io vi -scriverò, e spero che voi mi darete qualche volta notizie della vostra -salute, e così potrò credere ancora di non essere uscito dal mondo.„ - -Dopo aver lasciato Parigi, egli si fermò alcuni mesi a Genova, sperando -forse che il suo richiamo non fosse definitivo, ma dovette pure -decidersi alla fine a ritornare a Napoli, dove dalla benevolenza del -Tanucci, nonchè da quella dei Sovrani, gli furono attribuiti i più -onorifici e lucrosi incarichi, senza però che egli mai si consolasse -e senza che mai nel suo cuore si cicatrizzasse la nostalgica ferita -per l'obbligatorio abbandono di Parigi, dove, malgrado l'ardente suo -desiderio, non doveva mai più ritornare. - -Nelle lettere da lui scritte dopo il non desiderato ritorno in patria, -si trovano di continuo rimpianti per la dolce terra di Francia e, al -contrario, disdegni e sarcasmi contro la città di provincia, in cui -era costretto a vivere. Alla signora Necker egli scrive: “Ma è proprio -vero che io sia partito? È possibile che io abbia potuto uscire da -Parigi? Per dove, come, per quale barriera, in qual modo è accaduto? Io -non ci capisco nulla. No, non è possibile.„ Ed alla signora d'Épinay: -“Parigi è la mia patria; per quanto si faccia per esiliarmi da essa io -vi ricadrò.„ E poi: “Vedete come sono allegro: non ne credete niente. -Io sono triste ed infelice e mi rincresce molto di farvelo sapere. -Cerco di distrarmi e cado in eccessi di pazza allegria. Qui diverto -tutti, fuorchè me medesimo. Se ritorno un momento sull'idea di Parigi -e dei miei amici, eccomi perduto. Io non ci sono e voi ci siete, ecco -i due punti della mia melanconica e desolante meditazione.„ Ed ancora: -“Sapete che oggi è l'anniversario del giorno della mia partenza da -Parigi? Posso essere allegro con siffatto ricordo?„ Ed infine alla -signora Geoffrin scrive: “Eccolo dunque, come sempre, l'abate, il -vostro piccolo abate, _votre petite chose_. Io sono seduto sur una -soffice poltrona, ed agito piedi e mani come un energumeno, colla -parrucca di traverso, parlando molto e dicendo cose che erano giudicate -sublimi e che mi venivano attribuite. Ah! signora quale errore! non -ero io che dicevo di così belle cose. Le vostre poltrone sono tripodi -apollinei ed io era la Sibilla. Siate pur sicura che, sulle seggiole di -paglia napoletane, non dico che sciocchezze.„ - -Napoli, al povero abate così festeggiato nei brillanti salotti -parigini, non appare semplicemente come una città di provincia, poco -colta e molto pettegola, ma quale un crudele esilio, in cui non trova -chi sappia comprenderlo ed apprezzarlo come a Parigi. E le lamentanze -ed i rimpianti riempiono le sue lettere e si esprimono nelle forme -più colorite, più liriche e più graziosamente satiriche. “Qui non ho -nulla che mi tormenti, tranne che non ho nè divertimenti, nè piaceri, -nè amici, nè discepoli, nè pranzi, nè cene, nè denaro, nè salute, nè -allegria, nè affari giocondi, nè amore; ma, viceversa ho l'amicizia -del ministro, la rabbia degli invidiosi, il pericolo delle calunnie, -seccatori a non finire, i processi, il Tribunale, la Corte, le -zampogne per le vie ed i calli ai piedi.„ — “In quanto a me mi annoio -mortalmente qui; non veggo nessun'altro che due o tre francesi che sono -qui. Parmi d'essere Gulliver, ritornato dal paese degli Huyhuhums, il -quale non ricerca altra società che quella dei due suoi cavalli. Vado -a fare visite di dovere alle mogli dei due ministri di Stato e delle -Finanze e poi dormo o sogno. Quale vita! nulla qui mi diverte. La vita -vi è di un'uniformità mortale. Non vi si disputa di niente, neppure di -religione. Ah, mia cara Parigi, quanto ti rimpiango!„ Ed allorquando, -per una salute deteriorata anzitempo, perde gran parte dei denti, -egli prima se ne lamenta; “Se non avessi perduto che il piacere di -mangiare, non lo rimpiangerei troppo; ma è assai peggio. Io non parlo -più; ecco ciò che è spaventevole. Balbetto nel voler parlare, sovra -tutto in italiano: tra i miei denti formasi una specie di zufolio molto -sgradevole e di cui mi accorgo io stesso e subito taccio per tema di -annoiare gli altri. Ora immaginate cosa sia l'abate Galiani muto. No, -non vi ha nulla di più crudele e di più lamentevole; credete pure che -non esagero„; e poi trova una consolazione assai più triste del male: -“I miei denti mi hanno lasciato; ma non ho più bisogno di parlare; qui -nessuno m'intende e nessuno ha la tentazione di ascoltarmi.„ - -Ma quasi a vendicarsi dei suoi concittadini, la sua vena satirica si -risveglia ed egli scrive tutta una serie di opuscoli epigrammatici, -che poi pubblica sotto il nome di don Onofrio Galeota, un bizzarro -tipo di grafomane e di _bohèmien_, che viveva in Napoli ai suoi tempi -e vi era popolarissimo. Fra questi opuscoli giocosi, in cui il Galiani -piacevolmente imita lo stile pomposo, spropositato e tutto intessuto -di grossolani napoletanismi di don Onofrio, il più caratteristico è, -senza dubbio alcuno, quello pubblicato in occasione di un'eruzione del -Vesuvio e che porta per titolo: “_Spaventosissima descrizione — dello -spaventoso spavento — che ci spaventò tutti coll'eruzione del Vesuvio -la sera degli otto d'agosto 1779, ma (per grazia di Dio) durò poco — di -D. Onofrio Galeota — poeta e filosofo all'impronta._„ A dare un'idea di -questa parodia piena di spirito basterà che io ve ne legga una mezza -pagina; udite: “La prima meraviglia fu vedere quella gran colonna di -lava infocata, che usciva dalla bocca e andava tanto alta. Veramente -alzava assai; ma non tanto poi quanto hanno detto. Mi è stato avvisato -che, quando fu l'eruzione del 1631, li libri d'allora, stampati tutti -con licenza dei superiori, hanno detto che la colonna di fuoco s'alzò -diciassette miglia. Ora, io dico, una delle due, o l'eruzioni che -si facevano in quelli tempi erano più grandi di quelle che si fanno -adesso, o li spropositi, che si dicevano allora, erano più grandi di -quelli che si dicono adesso. Veramente diciassette miglia sono miglia. -Adesso hanno detto che s'alzò tre miglia, e io manco lo credo, e dico -che fu meno assai, e forse non fu nemmeno mezzo miglio; però mi rimetto -a chi l'ha misurata, perchè io non ci voglio rimettere di coscienza, -e queste cose di pesi e misure sono materie delicate, e per la mezza -canna, o quanti vanno all'inferno, che il Signore ce ne liberi!„ - -Qualche anno prima della pubblicazione di questo opuscolo era stato -rappresentato il famoso “_Socrate immaginario_„, ad ascoltare il quale, -a quanto almeno afferma il Ranieri, tanto dilettavasi Giacomo Leopardi -e di cui lo Scherillo ha potuto dire, non interamente a torto, che -esso onora la letteratura drammatica italiana quanto la migliore delle -commedie di Goldoni. - -Molto si è disputato per sapere chi fosse il vero autore di questo -capolavoro del teatro napoletano, ma ora sembra assodato che l'idea -prima l'abbia avuta il Galiani, che egli n'abbia dato il canovaccio -a G. B. Lorenzi, noto autore di molti libretti di opere buffe -napoletane, e che inoltre, dopo che costui l'ebbe verseggiato, vi abbia -aggiunto parecchi sali, e qualche scena più delle altre originale. La -musica poi ne fu scritta dal Paisiello. Eccone l'argomento, secondo -vien raccontato dal Galiani medesimo in una delle sue lettere: “È -un'imitazione del _Don Chisciotte_. S'immagina un buon borghese di -provincia, che si è fitto in capo di ristabilire l'antica filosofia, -l'antica musica, la ginnastica, ecc. Egli si crede Socrate. Ha preso -il suo barbiere e ne ha fatto Platone (è il Sancio-Panza). Sua moglie -è bisbetica, e continuamente lo bastona: così è una Santippe. Va nel -suo giardino a consultare il suo demone, alla fine gli si fa bere -un sonnifero dandogli a credere che sia la cicuta, e, mercè l'oppio, -allorquando risvegliasi, si trova guarito della sua follia„. - -Rappresentata nell'ottobre del 1775, la giocondissima commedia del -Galiani e del Lorenzi ottenne uno strepitoso successo d'ilarità, ma, -essendosi scoverto che sotto i panni del protagonista si nascondeva -una caricatura di don Saverio Mattei, professore di lingue orientali -nell'Università di Napoli, poeta metastasiano, cultore fervente -di musica, appassionato della letteratura e della filosofia greca -e pazientissimo nel sopportare gli scoppii di gelosia e l'umore -irascibile della sua consorte, donna Giulia Capece-Piscicelli, si -ricorse dagli interessati al Re, che, ad evitare un più lungo scandalo, -proibì ogni ulteriore rappresentazione del “_Socrate immaginario_„, -veto che non doveva venir tolto che cinque anni dopo. - -Ma diciamolo pure, il buon don Saverio, non aveva avuto tutti i torti -di adirarsi, giacchè la satira era davvero spietata. - -Alla moglie che gli chiede: - - Ma dimmi, arcipazzissimo, - Tu come insegni ad altri - Filosofia, se appena sai di leggere? - -don Tammaro, il protagonista della commedia galianesca, risponde: - - Appunto perchè sono - Una bestia solenne, io son filosofo. - Chi fu Socrate? un asino - E te lo proverò. Mai non parlava - Costui da sè, ma domandava sempre, - Chiaro segno evidente - Ch'era una bestia e non sapeva niente.... - Ed io maggior mi stimo - Filosofo di lui, per la ragione - Che, ogni qual volta vogliolo imitare, - Nemmeno so che cosa domandare! - -Ed ecco come egli narra la trasformazione fatta subire al suo barbiere: - - Sta sottoterra ascoso - Il tartufo odoroso: il porco immondo - Lo scava col suo grugno, e quello poi - Si fa cibo di dame e di alti eroi. - Stava così sepolto - Mastro Antonio Tartufo: - Il porco io fui, che lo scavai. Lo tenni - Alla mia scuola, e in men di sette giorni - Filosofo divenne Mastro Antonio; - Gittò ranno e sapone, - Vestì la toga e diventò Platone. - -Ed infine don Tammaro riassume il programma della sua nuova esistenza -così: - - In casa mia - Voglio che tutto sia grecismo e voglio - che sin' il can, che ho meco, - Dimeni la sua coda all'uso greco. - -Il nostro abate non impiegava però tutte le ore di libertà che -gli lasciava l'importante sua carica ad architettare tali lepidi -componimenti, giacchè egli, ritornato a Napoli, compose eziandio varie -opere affatto serie e di molta dottrina. Basterà che io rammenti -l'importante memoria: “_Dei doveri de' Principi neutrali verso i -Principi guerreggianti, e di questi verso i neutrali_„, in cui, con -grande efficacia, sostenne una tesi, che, dopo circa mezzo secolo, -doveva venire accolta, in seguito a lunga discussione, dalla Camera -legislativa francese; basterà che rammenti la monografia sul “_Dialetto -napoletano_„, che suscitò assai vivaci polemiche, e quella “_Vita -di Orazio cavata dalle sue poesie_„ e quel volume “_Degl'istinti e -delle abitudini dell'uomo, o sia Principii del diritto di Natura e -delle genti, tratti da Orazio_„, che sono rimasti sempre inediti, -perchè rinchiusi, insieme a varii altri manoscritti galianeschi ed a -parecchi carteggi coi più illustri uomini d'Italia e di Francia, nei -dieci cassoni, lasciati dall'abate napoletano al suo amico e parente -don Francesco Azzariti e da costui alla famiglia Niccolini e poi -alla famiglia Santamaria, senza che a nessuno mai venisse concesso di -gettarvi uno sguardo, a gran dispetto del povero Ademollo, uno dei più -pazienti e scrupolosi studiosi dell'opera galianesca, che non riusciva -a darsene pace. - -Io, per conto mio, vi confesso, che me ne consolo, leggendo e -rileggendo quell'epistolario del Galiani, da cui la figura dell'arguto -abate balza fuori così completa e seducente. - -A me pare di vederlo il minuscolo abate nel momento che si prepara a -scrivere una di quelle sue brillanti lettere alla signora d'Épinay che, -appena giunta a Parigi, verrà da lei letta ai suoi fidi, per passare -dopo da salotto a salotto e per finire qualche volta in mano di un -principe straniero od anche di un nunzio del papa. - -Il vasto appartamento, presso la chiesa di Sant'Anna di Palazzo, dove -Ferdinando Galiani abitava, è immerso nel notturno silenzio, giacchè -da più ore le tre nipoti, rinchiuse nelle loro camere e coricate nei -loro letti, sognano dei fidanzati che il buon zio ha saputo procurar -loro, e dormono o sonosi ritirati nelle loro case il maggiordomo e gli -altri otto domestici; l'abate, che è ritornato or ora dal teatro, dove -ha assistito ad un'opera nuova dell'adorato Piccinni, entra nella sua -stanza da studio, accarezza la bambagiosa gatta d'Angora, sua diletta -compagna da che un amico gliel'ha mandata da Marsiglia e la cui morte -improvvisa di lì a qualche giorno lo costernerà così profondamente, -posa sur un polveroso fascio di processi, che domattina dovrà -compulsare prima di recarsi al Tribunale di Commercio, la parrucca, -che tanto pesa all'irrequieta sua testina, ed incomincia a scrivere sul -largo foglio bianco. - -La penna dapprima corre sulla carta rapida e nervosa, poi si arresta, -perchè l'abate deve consultare una lettera della d'Épinay o gettare uno -sguardo fugace alla pallida miniatura, che, nella sua cornice dorata, -gli ricorda la graziosa ed elegante sembianza dell'amica lontana. La -penna ricomincia a correre, ma d'un tratto una sonora risata risveglia -gli echi della stanza e fa balzare in piedi la gatta i cui rotondi -occhi fosforescenti rilucono attoniti nella penombra: è l'abate che, -con la penna d'oca poggiata sull'orecchio, ride di cuore di una sua -facezia scritta or ora e che poi la rilegge compiaciuto ad alta voce, -accompagnandola con le più grottesche boccaccie e con la più vivace -mimica di tutta la persona, quasi che intorno a lui si affollassero -gli amici dei quali, di lì a venti o trenta giorni, la sua lettera -susciterà certo la più schietta ilarità. Il fatto è che, mentre -scrive, al buon abate sembra proprio di trovarsi tuttora a Parigi nel -salotto della signora d'Épinay od in quello del barone d'Holbach e di -discorrervi coi suoi amici; ed è proprio ciò che dà alle sue lettere un -incomparabile fascino, il fascino della conversazione, il fascino della -parola parlata. - -Nelle sue lettere, il Galiani tratta saltuariamente i più svariati -soggetti, dai più umili e familiari ai più dotti ed elevati. Ora parla -di intricate questioni economiche ed un po' dopo si lagna che il suo -editore si faccia troppo pregare per dargli quel che gli deve o che -glielo dia a piccole somme staccate, ciò che prova che gli editori sono -sempre gli stessi in tutti i tempi ed in tutti i paesi; ora fa profezie -sull'avvenire politico dell'Europa per chiedere, un momento dopo, che -gli si mandino alcune boccette d'inchiostro perchè quello che vendesi -a Napoli è pessimo; ora fa acute osservazioni critiche sul teatro per -poi lagnarsi che certa tela per camicie speditagli da Parigi non sia di -buona qualità. - -Di tanto in tanto poi, egli comunica alla sua amica il titolo e -l'argomento di un libro, che ha ideato forse nell'istante stesso -che verga la lettera. Un giorno è un trattato d'educazione, in cui -intende provare che questa è la medesima sia per gli uomini sia per le -bestie e che essa si riduce tutta ai due seguenti punti: _Apprendere -a sopportare l'ingiustizia, apprendere a soffrire la noia_. Un altro -giorno, immagina un romanzo epistolare fondato sull'amicizia d'infanzia -del celebre arlecchino Carlin con Papa Ganganelli, un romanzo che verrà -scritto, più di mezzo secolo dopo, dal letterato francese Henry de -Latouche. Un altro giorno concepisce un _“Sistema sull'origine delle -montagne„_ in cui trovasi in germe la moderna teoria dell'evoluzione. -Un altro giorno infine progetta un libriccino umoristico di cui il -curioso titolo dovrebbe essere: _“Instructions morales et politiques -d'une chatte à ses petits, traduit du chat en français, par M. -d'Egratigny, interprète de la langue chatte à la Bibliothèque du Roi„_ -e di cui ecco il gustosissimo canevaccio: “La gatta inculca dapprima ai -suoi piccini il timore del Dio-uomo. In seguito spiega loro la teologia -ed i due principii, il Dio-uomo buono ed il Demonio-cane cattivo; poi -detta loro la morale, la guerra cioè ai topi, ai passerotti, ecc.; -infine parla loro della vita futura e della Rattopoli celeste, che è -una città dalle mura di parmigiano, dai pavimenti di polmone, dalle -colonne di anguille, ecc., e che è piena di topi destinati a loro -divertimento. Essa ispira loro il rispetto pei gatti castrati, che -sono chiamati a tale stato dal Dio-uomo, per essere felici in questo e -nell'altro mondo, come lo attesta la loro pinguedine, ed è perciò che -essi sono dispensati dal pigliare i topi. Finalmente raccomanda loro la -più perfetta rassegnazione, nel caso che il Dio-uomo li chiami a questo -stato di perfezione, ecc., ecc.„ - -Nessuno di questi volumi fu scritto dal Galiani ed essi andarono -a raggiungere nel limbo letterario l'infinita legione dei libri -progettati e non eseguiti, incominciati e non terminati, la cui istoria -oltremodo curiosa ed interessante rimane ancora da farsi in un volume, -che porti per epigrafe le rivelatrici parole dei Goncourt: _“On ne -fait pas les livres qu'on veut.„_ Che importa? Sono proprio questi i -libri ai quali gli scrittori serbano la maggiore tenerezza ed ai quali -ripensano sempre con simpatia, simili un po' a quelle vezzose eroine -degli amoretti giovanili appena abbozzati e dovuti lasciare a metà, -le cui vaghe fattezze vengono evocate con soave mestizia nelle ore -angosciose di scoraggiamento sentimentale, in cui l'anima è annebbiata -di tristezza ed il cuore sanguina sotto gli artigli della delusione. - -Gli autori amano queste loro opere embrionali perchè esse non hanno -dato loro nessun dispiacere e perchè appaiono loro sempre illuminate -dalla fiamma purissima e lieta della prima concezione. Ahimè! dopo -quella prima ora di sublime gioia cerebrale, incominciano le terribili -battaglie di tavolino per fermare sulla carta quella fulgida visione -del libro futuro, che nell'attuazione si sforma, si contorce, -svaporasi. - -Oh! gli spasmodici gridi di sofferenza che trovansi nelle lettere di -Flaubert alla Sand, in chi di noi, per quanto modestissimo maneggiatore -di penna, non ha trovato un'eco di dolore? Chi di noi potrà mai -dimenticare la triste e rassegnata esclamazione di lui: _“Ah! je les -aurai connues les affres du style?„_ - -Sì, una grande gioia è anche quella di poter mettere la sospirata -parola “Fine„ ad un volume, ma in tale gioia v'è anche un po' del -grossolano sollievo per una fatica terminata; ma, dopo quel momento -supremo, l'opera quasi più non ci appartiene e ad essa non è già più -l'anima dell'artista o del pensatore che s'interessa, ma è la vanità -dell'uomo, che sogna un entusiastico coro di lodi. - -Ecco perchè io stimo che la gioia più pura, più alta, più serena è -quella che ci procura la ideazione di un nuovo libro, il quale, nel -fremito giocondo di quel primo istante, ci appare bello e completo come -giammai sarà, come giammai potrà essere; ed è naturale per conseguenza -che il libro, che è rimasto sempre in tale primo stadio senza mai -concretarsi, sia pure il figlio prediletto della nostra anima. - -Un biografo diligente e scrupoloso osservatore della verità storica -vi direbbe che ritornato dalla Francia, il Galiani, eccetto un breve -viaggio fino a Venezia, visse sempre in Napoli; ebbene io invece -sostengo che egli continuò a vivere per molti anni ancora a Parigi, -finchè la morte della sua diletta amica Luisa d'Épinay non venne a -troncare il suo bel sogno cerebrale. Oh sì, o signori, ciò che sopra -tutto vale è la vita dello spirito ed ognuno di noi può eleggersi una -patria ideale, e, mentre qui appare sotto il consuetudinario aspetto -di professore, d'impiegato, di medico, può con lo spirito viaggiare pel -mondo, può con lo spirito vivere in Francia, in America o nell'Estremo -Oriente. - -Ma io voglio pur fare qualche concessione alla gente positiva, che -di queste nostre metafisiche da esteti compassionevolmente sorride, -e mi accontenterò di affermare soltanto che nell'abate napoletano vi -erano due uomini, come del resto egli stesso scriveva: “Ma ecco come -sono, due uomini diversi impastati insieme, e che pure non riescono -ad occupare intero il posto di un solo.„ Ebbene sì, vi era un Galiani -severo e dotto magistrato, zio tanto premuroso che riuscì a maritare -perfino una nipote brutta e gobba, collezionista appassionato di -monete e di medaglie, scrittore di opuscoli eruditi o satirici, che -viveva a Napoli, e che dal Tribunale di Commercio passava a Corte e -dai salotti dei diplomatici esteri passava al teatro, dove eseguivansi -le opere giocose dei musicisti napoletani o dove recitava qualche -compagnia francese; ma v'era poi un altro Galiani, e quello continuava -a vivere a Parigi ed a farvi la corte alle sue eleganti amiche, a -lanciarvi epigrammi ed improperii contro gli Economisti, a discutervi -calorosamente sui più varii soggetti cogli Enciclopedisti, a far -ridere ed a far meditare coi suoi apologhi, coi suoi frizzi, con le -sue capricciose fantasie, con le sue originali riflessioni, con le sue -ardite massime, tutto un fedele pubblico di ammiratori: e non è forse -questo il Galiani affascinante e geniale, non è forse questo il Galiani -davvero degno di interessare noi altri posteri? - -Venne però un triste giorno del giugno 1783, ed in esso gli giunse -la crudele notizia della morte della sua amica: in quel giorno il -suo cuore si spezzò. Alla signora du Bocage, che si era offerta a -continuare il carteggio, durato per quattordici anni con la d'Épinay -egli scrisse: “La signora d'Épinay non è più! io ho dunque cessato di -esistere! Voi m'avevate proposto, nell'ultima vostra, di continuare con -voi la corrispondenza che io ebbi l'onore d'intrattenere così a lungo -con lei; io intendo tutto il valore del sacrificio che voi vi degnate -imporvi; ma come potrei io corrispondervi? Il mio cuore non è più tra -i vivi, esso è tutto in una tomba. Perdonatemi, signora, se vi scrivo -con tanta franchezza, se vi mostro tanta ingratitudine.... In questa -età, in cui l'amicizia diviene più necessaria, ho perduto tutti i miei -amici! io ho perduto tutto! non si sopravvive ai proprii amici!„ - -E può ben dirsi che in quel melanconico giorno il Galiani parigino -morisse. In quanto al Galiani napoletano, egli gli sopravvisse ancora -quattro anni e qualche mese; coprì nuove e sempre più importanti -cariche, in modo da raggiungere in emolumenti la rispettabile somma -annua di 27 000 lire; ottenne altri onori; entrò sempre più nelle -grazie dei Sovrani; si occupò sopra tutto della riedificazione -dell'antico porto di Baja e della bonifica del lago Fusaro; e cessò di -vivere, coi conforti religiosi, il 30 ottobre 1787 all'età di 58 anni. - -Alcuni giorni prima che egli morisse, la regina Maria Carolina -scrissegli una lunga lettera per esortarlo, in vista di una prossima -ed inevitabile fine, a fare ammenda dei suoi errori e ad implorare -dalla misericordia divina il perdono dei suoi molti peccati. A tale -esortazione, per lo meno strana sotto la penna di quel modello d'ogni -virtù che fu Maria Carolina, il Galiani rispose con una lettera piena -di rispettosa gratitudine, ma piena eziandio di nobile dignità, di -cui ecco la chiusa caratteristica: “Non vorrei stancare la pazienza -di Vostra Maestà sopra tutto con un movimento che potrebbesi tacciare -d'orgoglio, ma mi è impossibile non dire che se ho da rimproverarmi -numerosi peccati come uomo e come cristiano, non me ne posso -rimproverare _uno solo_ nè come magistrato, nè come suddito....„ - -Chi ha scritto queste parole e quelle più su riferite in occasione -della morte della signora d'Épinay non può certo venir giudicato un -cinico egoista, siccome lo hanno proclamato molti, che hanno preso -troppo alla lettera alcune frasi del suo epistolario. Disgustato -dall'umanitarismo enfatico e dal falso e lezioso sentimentalismo, pei -quali, sotto l'ispirazione di quel Gian Giacomo Rousseau, che imprecava -contro le madri che non allattano esse stesse i loro bambini, ma che -poi mandava i suoi figliuoli alla ruota dei trovatelli, sdilinguivasi -quella corrottissima aristocrazia francese, la quale, secondo una frase -divenuta celebre, danzava sur un vulcano, l'abate Galiani, che teneva -molto, ed aveva ragione, all'originalità del proprio cervello, amava -invece di posare, anche un po' forse per spirito di contraddizione, -a scettico e gridava che egli non credeva nulla, in nulla, su nulla, -di nulla, e si scalmanava a persuadere tutti che egli in politica non -ammetteva che il Machiavellismo puro, senza miscele, crudo, acerbo, in -tutta la sua forza ed in tutta la sua asprezza. - -Ebbene se si esamina coscienziosamente l'esistenza oltremodo laboriosa -di questo scettico per progetto, si scorge che egli fu buon patriotta, -magistrato integerrimo, suddito fedele, che si mostrò amico tenero e -premuroso, che, dopo la morte del fratello, tenne luogo di padre alle -figlie di lui. - -Difetti certo n'ebbe e parecchi e gravi, ma ebbe pur la schiettezza -di non nasconderli mai come ipocritamente fecero tanti altri grandi -uomini: pochi, ad esempio, furono più di lui sensibili al successo -delle proprie opere, ma nessuno ha più candidamente di lui confessato -che non v'è alcuna vanità la cui ebbrezza sia più violenta della vanità -letteraria. - -Infine quest'uomo, che sotto la fosforescenza dello spirito nascondeva -uno straordinario acume ed un profondo e sano buon senso; quest'uomo -che è stato non soltanto un brillante e mordace scrittore, ma anche -un vero ed ardimentoso novatore in economia politica ed in diritto -pubblico; quest'uomo, i cui paradossi, sparsi con opulenta prodigalità -nelle sue stupende lettere, fanno ripensare alla definizione di un -illustre odierno scrittore, pel quale il paradosso dell'oggi è la -verità del dimani; quest'uomo di cui Edmondo de Goncourt, tempo fa, -non peritavasi di proclamare che possedesse “_une cervelle autrement -philosophique que la cervelle à la mince ironie de monsieur de -Voltaire_„ rimane, checchè ne dica certa maniaca critica iconoclasta, -una delle più gloriose personalità, che abbiano, nel secolo scorso, -onorata l'Italia Meridionale. - - - - -DAL METASTASIO A VITTORIO ALFIERI - -(1698-1782) - - -CONFERENZA DI - -GUIDO MAZZONI - - - _Signore e Signori_, - -Chi volesse immaginarsi due scrittori in contrasto tra loro, quanto -più sia possibile, e d'aspetto e d'indole e di facoltà artistiche, non -avrebbe a durar fatica: gli basterebbe ripensare, l'un dopo l'altro, -Pietro Metastasio e Vittorio Alfieri. - -Ecco subito, a udire il nome dell'abate Metastasio, ecco subito -risorgere in voi l'immagine di quel volto paffuto sotto i riccioloni -della bianca parrucca: il mento doppio s'incurva dolcemente sotto -le labbra carnose e la fronte si dilata senza rughe, con un'altra -curva armoniosa, sopra gli occhi sereni: volto un po' troppo pieno, -ma non senza grazia; al primo guardarlo, volto di un cuor contento; -ma non senza finezza, a riguardarlo meglio. Tale i ritratti ci han -fitto nella memoria la sembianza del poeta cesareo, che, piegatosi -innanzi, quasi a salutare l'amico lettore, e le lettrici, sorride dal -limitare delle opere sue. Oh, il conte Alfieri non ci accoglie così! -Egli figge gli occhi acuti nell'avvenire, di là da' lettori presenti -(alle lettrici non pensa neppure); nell'avvenire li figge, dove ben -altri lettori si augura e spera, tra il nuovo popolo d'Italia ch'egli -ha voluto suscitare a nuovi destini. I capelli rossi fan come da -cornice a quel volto angoloso che s'erge sul collo nudo fieramente; -le labbra s'increspano quasi a disdegno; la fronte è segnata di linee -che l'attraversano quanto è ampia, e altre rughe scendono per le -guance, secondo le contrazioni che il pensiero, nello sforzo del cercar -l'espressione, impone alla carne ribelle. Quegli, il Metastasio, a chi -abbia pratica de' versi suoi, potrà sembrare che si volga ancora a' -soavi melodrammi e mormori, invidiandoli perchè vanno a Nice: - - Quanto ingiusto, o miei fogli, è il ciel con noi! - Dolce è la vostra, è la mia sorte amara: - Sol tocca a me tutto il sudore, e poi - Tocca a voi soli ogni mercè più chiara. - -Questi, l'Alfieri, si direbbe che abbia gettata via dispettoso la -penna, esclamando: - - L'arte ch'io scelsi è un bel mestier, per dio! - -e così placatosi torni ancora a meditare aspre tragedie. - -Il contrasto che è ne' ritratti de' due volti non fu minore nell'indole -de' due uomini e nella vita loro: e li ebbe una stessa nazione, nello -stesso secolo, contemporanei; li ebbe poeti drammatici entrambi. La -storia letteraria nostra, che ha tante meraviglie, non ne ha forse una -che sia curiosa come questa, e così importante a studiarla. - - -I. - -Pietro Trapassi, nato nel 1698 a Roma, quando fu giunto a maturità -parve unire in sè quella che il Boccaccio chiamò la gran dolcezza -del sangue bolognese, che gli veniva dalla madre, con la bonaria -compostezza romana che gli veniva dal padre: ma innanzi fu un gaio e -spensierato ragazzo che, sebbene adottato dal Gravina per le grazie -dell'ingegno manifestate nell'improvvisare, e già erudito da lui su' -Greci e su' Latini negli studii severi, si affrettò a sparnazzarne la -conspicua eredità godendosi a Napoli la vita. Una cantante, la Marianna -Bulgarelli, la Romanina, che lo conosce per gli _Orti Esperidi_, -lo fa suo e lo protegge, quando egli, ridotto in miseria, studiava -l'avvocatura; un'altra Marianna, la Pignattelli D'Althann, che è -vedova a Vienna, e può vantarsi amata da Carlo VI, lo fa chiamare -là, e anch'ella lo fa suo e lo protegge. A questo modo il figliuolo -del droghiere, l'abatino galante, l'avvocatino napoletano, ebbe a -presentarsi nel 1730, per la sua qualità di nuovo poeta cesareo, -innanzi alla Maestà dell'Imperatore del Sacro Romano Impero, “il più -gran personaggio della terra!„ Tre reverenze, una sull'uscio, una a -mezzo la sala, una davanti alla persona imperiale; e quest'ultima fu -genuflessione: il Metastasio (così il Gravina l'aveva ribattezzato -grecamente) restò lì ginocchioni finchè Carlo VI gli disse: — Alzatevi! -alzatevi! — Ma allora, ohimè, conveniva aprir bocca, parlare: che dir -mai? Era quello, disse, il momento che aveva sospirato fin da' primi -anni della vita; e ora che si trovava lì, in faccia all'imperatore, -“col glorioso carattere di suo attual servitore,„ avrebbe voluto -divenire un Omero, dovesse costargli tutto il sangue delle vene! -cercherebbe almeno di fare quel più che potesse, e il titolo di -poeta cesareo gli darebbe quella virtù che non gli dava l'ingegno. -Piacquero le parole bene artificiate e dette bene; e l'imperatore -degnò sorridere, e gli offerse la mano a baciare: “Onde io (narrava il -Metastasio) consolato di questa dimostrazione d'amore, strinsi con un -trasporto di contento la mano cesarea in entrambe le mie, e le diedi -un bacio così sonoro che potè il clementissimo padrone assai bene -avvedersi che veniva dal cuore.„ - -A corte, sulle prime, non si curavano di lui; ma egli vi s'insinuò e -vi si abbarbicò presto tenacemente con la garbatezza de' modi, con la -simpatia della persona, con l'accortezza mascherata di bonomia onde -si regolò sempre, entro i limiti dell'onesto, a vantaggio proprio. -E la Marianna lasciata a Napoli, la dolce Romanina? Didone è stata -abbandonata da Enea, e Enea non vuole ch'ella lo raggiunga.... a -Vienna! E per impedirle il viaggio intrapreso, la ferma, o fa fermare, -a Venezia: onde la leggenda, che sarà poi registrata dal Lessing, -ch'ella tentò uccidersi con un temperino; nel fatto, pur dolorando, -si contentò di promesse e si rassegnò. Anzi, scrisse a un abate, che -s'era intromesso tra lei e l'amico, raccomandandogli prendesse cura -del marito, che aveva proseguito per conto suo fino a Vienna, e lo -consigliasse “a non disgustare il signor Metastasio con qualche sua -strana risoluzione; ma lo faccia (aggiungeva) con la sua buona grazia, -che non paia mia premura.„ Sta a vedere che il marito correva le poste -per costringere l'abate a tornare indietro, o almeno per rimbrottarlo -dell'abbandono crudele! - -Difficile, perchè già tenuto da Apostolo Zeno, l'ufficio di poeta -cesareo: lo Zeno aveva data nobiltà quasi di tragedia al melodramma, -col divergerlo dagli enormi spettacoli eroicomici e volgerlo -all'efficacia dell'azione dialogata con eletta serietà; e pur conveniva -al Metastasio lavorare indefessamente per produrre quelle tante opere -all'anno e a tempi determinati, e procurare insieme gli oratorii, le -serenate, i complimenti, le canzonette, per uso e consumo della Corte, -quanti ne occorressero. Uomo metodico trova le ore e le ispirazioni -per tutto e per tutti: sta a tavolino ogni giorno a ora fissa, e -si commuove scrivendo o rompe la commozione a volontà, pe' suoi -melodrammi; gli c'entra continuare il greco e il latino, quasi per -diporto, a ora fissa; serve, come dicevano, le padrone a ora fissa; e -la savia regolarità della vita gli permette perfino di far la corte -alla D'Althann, a ora fissa; amarla, esserne riamato, sposarla, a -quel che pare, segretamente. Poeta, uomo di società, dotto, amico, -sa compiere tutti i doveri, sa darsi tutti i pensieri, con facilità -graziosa, con ingegno e destrezza impareggiabili. - -Muore la Romanina, e memore fin all'ultimo lascia erede lui, -usufruttuario il marito: il Metastasio, ch'è galantuomo, rinunzia -l'eredità, ma il Metastasio, che è un uomo che bada a' fatti suoi, -nello scrivere al marito le condoglianze per la perdita comune, -gli chiede che in compenso all'eredità rinunziata si occupi -d'amministrargli le rendite in Italia e di provvedere alla famiglia, -che è a Roma, come per tanti anni avea fatto la povera morta. Ben -provveduto di stipendii, tenuto in onore e amore da Maria Teresa come -già da Carlo VI, e più assai, mette da parte: la vita agiata, ma senza -passioni, non gli costa quasi nulla: cinquantadue anni di séguito, -vale a dire fino alla morte, rimane nella casa stessa dov'era sceso -arrivando a Vienna; casa di napoletani che gli risparmiarono perfin -la noia d'imparare il tedesco, casa di amici onde ebbe in una terza -Marianna una figlia adottiva che lo consolò della morte della D'Althann -dopo un legame di cinque lustri. Così la donna, che fu per lui rosa -senza spine, gli profumò tutta quanta la vita. Morì nel 1782. - -Uomo di buon senso, presente a sè, in ogni momento, in ogni cosa; uomo -perfettamente equilibrato, sebbene si affermasse isterico; chè quel -suo isterismo, come non gli tolse di campare fino a ottantaquattro -anni, e lo lasciò morire d'un raffreddore, così fu sempre domato dalla -ragione, subito che questa mostrò al paziente il probabile danno della -malattia. Non già ch'ei non sentisse; sentiva, anzi, vivacemente, -volta per volta, minuto per minuto, sotto il colpo o la pressione degli -affetti; ma poteva, quando gli sembrasse troppo, smettere di sentire nè -voleva sentire più di quel tanto. Lavagna dove era agevole scrivere col -gesso; donde era del pari agevole cancellare lo scritto con la cimosa. -La fantasia vivace, eccitabile; l'animo calmo sempre; come nel mare, -dove le onde si agitano soltanto sulla superficie sconvolta. Perciò il -Metastasio non vide nella vita universale che l'uomo, e tutto riferì -all'uomo, cioè, per l'uomo, a sè stesso. - -Nulla gli dicevano i luoghi: gli scenarii de' suoi melodrammi gli -bastavano. Era nato a Roma, era stato a Napoli, avea vista la Calabria; -della campagna deserta e de' ruderi gloriosi, delle candide ville e -de' vigneti sul golfo sotto il Vesuvio che fuma, delle coste infiorate -d'aranci e guardate dalle vette del selvoso Appennino, nulla rammentò, -nulla fe' passare ne' versi suoi. E a Vienna e in Moravia ciò ch'egli -osserva è quanto sia d'agio o disagio, ciò ch'è da desiderare, ciò -ch'è da fuggire a chi ama il comodo vivere. Gran bella nevicata, -per esempio, quella del 1749 sui boschi moravi della D'Althann! Son -tutti coperti di neve; alberi e capanne, perduti i colori, conservano -ingrossato il disegno e si profilano candidi nel cielo d'un grigio -diffuso: udiamo il poeta: “Considero con sentimento di gratitudine, che -quell'amico bosco, che mi difendeva poco anzi coll'ombra da' fervidi -raggi del sole, or mi somministra materia onde premunirmi contro -l'indiscretezza della fredda stagione. Insulto con diletto all'inverno, -ch'io veggo ma non provo nella costante primavera del nostro tepido -albergo.„ Non c'è dubbio: “al pari delle altre stagioni ha l'inverno -ancora i suoi comodi, le sue bellezze e i suoi vantaggi„ per chi se -ne sta innanzi ai caminetto, dimentico così della natura candidamente -bella per la nevicata, come degli altri uomini che soffrono il gelo per -la nevicata. - -Nella soffitta della casa sua sta per più anni il Haydn; ed egli, -che scrive pel teatro e s'intende di musica, sa che virtù abbia -quel violinista in miseria; ma nulla fa mai per lui. Un vecchio -compatriotta, un vecchio amico, il Porpora, cade malato, ha bisogno: -è da pensarci, è da provvedere: ecco fatto, ecco mandata una lettera -al cantante Farinello, al gemello impareggiabile, favorito del re di -Spagna: “Vi sarò personalmente obbligato se mi vorrete evitare il -dolore di vedere il naufragio d'un uomo pel quale abbiamo sentito -rispetto fin dalla prima gioventù.„ Non si tratta, dunque, tanto -di far piacere al compatriotta e all'amico, quanto di schivare una -dolorosa commozione e i possibili rimorsi. Dopo scrittone a Madrid, non -c'era più ragione di stare in pensiero a Vienna. Al bene, certo, era -naturalmente proclive; del male non ne fece mai; ma scomoda tanto fare -il bene! Se ci ha da essere scomodo non mette conto, neppure per sè, -di muoversi; se ci ha da essere danno, allora sì che è prudente badare -solo a' fatti suoi! E rinunziava alla Romanina, rinunziava a rivedere -padre, madre, fratelli, rinunziava all'Italia, soffocando le rapide -fiammelle della fantasia e del sentimento. Oh Napoli, oh le Calabrie, -oh Roma e il palio de' barberi! Ma, per tornare, bisognava buttar -all'aria, preparar tutto, bisognava mettersi in via; e laggiù chi sa -poi quante chiacchiere uggiose; e lì presso c'era la D'Althann che alla -tale ora lo aspettava, o gli amici per la solita lettura d'Orazio. Il -Metastasio non rivide mai nè l'Italia nè i suoi. - - -II. - -Vittorio Alfieri, nato nel 1749, quando il Metastasio era negli -onori massimi e già sullo sfiorire, ebbe dal forte Piemonte adusta la -tempra del corpo e ben salde le fibre dell'animo. Il conte astigiano, -militarmente educato a Torino, nel collegio dove gl'insegnarono più -francese che italiano, altiero, ribelle per indole alla volontà altrui, -si vendicò subito che potè di quella disciplina correndo l'Italia -e l'Europa a rompicollo. Francia, Inghilterra, Olanda, Svizzera, -Germania, Danimarca, Svezia, Russia; e poi, in un'altra corsa, Francia, -Inghilterra, Spagna, Portogallo, dal '67 al '72 lo vedono passare e -ripassare giovane ardente, fantastico, turbolento, che ama e disama, -che spende e spande, che ha tragiche e comiche avventure di passioni, -di duelli, di processi; tradito, vilipeso, pregiato, onorato; sempre -desideroso del meglio, sempre scontento del presente, sempre scontento -di sè. Passa e ripassa con frotte di cavalli generosi: di lì a poco -preferirà i libri. - -Guarito da un amore in Olanda, incappa nel '71 nella Penelope Pitt, -che a sedici anni è divenuta la viscontessa Ligonier; e per lei -si batte col marito, per lei è tratto insieme con un palafreniere -in un processo di divorzio. Un altro amore a Torino, l'anno dopo, -indirettamente l'avvia a comporre tragedie. Poi nel '77 a Firenze -“degno amore lo allaccia finalmente per sempre„: ama la moglie di Carlo -Odoardo Stuart, la contessa d'Albany; e si studia di sottrarla a quello -sbevazzatore che, dimentico della sua dignità e delle prove da lui -fatte non senza gloria come pretendente alla corona d'Inghilterra, le -è un “irragionevole ed ubbriaco padrone„; ordisce sottilmente la trama -della liberazione, la compie quasi per rapimento, si assume intiera -la responsabilità del fatto, con la donna amata convive pubblicamente, -in faccia all'attonita aristocrazia, rivale felice d'un marito di casa -reale. - -Intanto, ne' viaggi e nelle passioni e nelle amicizie varie, gli si -era allargato il sentimento e la coltura: l'Inghilterra e la Francia -gli avean mostrato assodate o in via d'esperimento le leggi della -libertà: tutta l'Europa aveva corso, o da tutta l'Europa raccolto in -sè l'odio contro il feudalismo antiquato e la bramosia delle riforme -civili. A Ginevra s'era già comprati l'Helvetius, il Rousseau, il -Montesquieu; poi lesse Plutarco e se n'infiammò; quattro e cinque -volte di seguito lo lesse “con tale trasporto di grida disperate e di -furori per anche, che chi fosse stato a sentirmi nella camera vicina -mi avrebbe certamente tenuto per impazzito„. Con lacrime di dolore -e di rabbia raffrontava Cesare, Bruto, Pelopida, Catone, a' piccoli -reggitori del Piemonte: un giorno intiero, meditando l'Italia presente, -pianse sulla tomba di Dante a Ravenna. Si rodeva, e pur seguitava -a menar la vita dello scioperato e dello scapestrato; ma il suo era -come il ribollimento della terra che abbia sentita la prima pioggia -primaverile. - -Presentato nel '69 al re di Prussia, non ebbe altro lievito che -d'indignazione e di rabbia: poche parole gli disse il re; egli -l'osservò profondamente ficcandogli gli occhi negli occhi, e ringraziò -Dio che non lo aveva fatto nascere schiavo di Federigo II. Anche dal -re di Piemonte si volle libero; e, fatta donazione di tutto il suo, -andò a tôrre licenza: quel re, che era il buon Vittorio Amedeo II, non -gli parlò punto della cosa, e lo accolse affabile e cortese come era -sempre. Onde poi il conte nella _Vita_: “Ancorchè io non ami punto -i re in genere, e meno i più arbitrari, debbo pur dire ingenuamente -che la razza di questi nostri principi è ottima sul totale, e massime -paragonandola a quasi tutte l'altre presenti d'Europa. Ed io mi sentiva -nell'intimo del cuore piuttosto affetto per essi, che non avversione; -stante che sì questo re che il di lui predecessore sono di ottime -intenzioni, di buona e costumata ed esemplarissima indole, e fanno al -paese loro più bene che male. Con tutto ciò quando si pensa e vivamente -si sente che il loro giovare o nuocere pendono dal loro assoluto -volere, bisogna fremere, e fuggire.„ Oh il bacio, il bacio sonoro del -Metastasio sulla mano dell'augusto padrone! - -Dopo che l'Alfieri ebbe baciate, in cambio di una mano imperiale, le -rovine della Bastiglia, avidamente raccolte a memoria del fatto, gli -toccò sentire la libertà impiccante e spogliante, come la chiamava -pronunziando gli epigrammi feroci che, deluso nelle alte speranze, -scagliò, fin che gli resse la vita, contro la Francia. E dalle Fiandre -e dalla Germania, venne a Firenze, dove Ugo Foscolo lo vide passeggiar -solo dove Arno è più deserto. Qui scrisse le commedie, volto ormai -col pensiero all'esempio degli Inglesi, che soli gli avevan dato -libertà e pace, e soli sembravan godere patria e libertà, e per ciò -partigiano ormai degli ordini costituzionali ove si contemperano le -signorie dell'Uno, de' Troppi, de' Pochi, tre veleni che commisti -fanno l'antidoto. Qui allo Strocchi giovane che andò a visitarlo gridò -rimbrottandolo che parteggiasse pe' Francesi: “Que' scellerati Francesi -hanno ammazzato il loro re: i re vanno ammazzati, ma sul trono, non -balzarneli con inganno e, appena caduti, vilmente trucidarli!„ Qui, -disperato del tempo e degli uomini presenti, affisse sulla porta di -casa quel biglietto che si era stampato con le proprie mani: “Vittorio -Alfieri, non essendo persona pubblica, e supponendosi di poter essere -almeno padrone di sè in casa sua, fa noto a chiunque cercasse di -lui, ch'egli non riceve mai nè le persone nè ambasciate nè involti nè -lettere di quelli che non conosce e da cui non dipende.„ E qui morì -nel 1803, atteggiandosi a misantropo sdegnoso. Ma come caldo d'amore -nel suo pensiero per gli uomini tutti! come ardente per gli uomini -d'Italia, quali degni di lei nascerebbero un tempo! Quando scrisse -la dedica del _Bruto II_, volgendosi al popolo italiano futuro, si -direbbe che il conte Alfieri, dotato di profetici spiriti, si vedesse -innanzi i martiri, i soldati, i diplomatici del '21, del '48, del '59: -quando scrisse i versi sulle battaglie future tra Italia e Francia, -fu profeta, almeno in parte, davvero. A Roma, nel '49, più d'uno de' -volontarii (perchè non il Mameli?) avrà susurrato: - - ... O Vate nostro, in pravi - Secoli nato, eppur creato hai queste - Sublimi età che profetando andavi! - -Ora, il conte astigiano che, posando a Marsiglia, con le spalle -addossate a uno scoglio, dinanzi alle due immensità del cielo e del -mare abbellite dai raggi del sole cadente, passava ore di delizia -fantasticando; o viaggiando nel Settentrione dalle selve, dai laghi, -dai dirupi, si sentiva sorgere entro l'animo ruvidamente scolpite le -immagini che poi ritrovò nell'_Ossian_; o cavalcando per le pianure -deserte dell'Aragona piangeva dirottamente, senza sapere di che, per -la poesia che terribile e lieta e mesta e pazza gli si affacciava alla -mente in immagini mal distinte; questo poeta grande, questo cittadino -grande, quest'anima, insomma, questa vita, nel 1769 toccarono per -un momento o furono per toccare l'anima e la vita dell'abate Pietro -Trapassi, del poeta cesareo Metastasio. - -Era a Vienna l'Alfieri, e il ministro sardo gli aveva proposto di -condurlo dal Metastasio, quando un giorno nei giardini imperiali di -Schoenbrunn lo incontrò. Da lontano lo vide “fare a Maria Teresa -la genuflessioncella di uso, con una faccia sì servilmente lieta -e adulatoria„ che più non volle saper di conoscerlo. “Non avrei -consentito mai di contrarre nè amicizia nè familiarità con una Musa -appigionata o venduta all'autorità dispotica da me sì caldamente -abborrita.„ - -Il Metastasio morì senza aver saputo di tale incontro: se l'avesse -saputo, l'Alfieri gli sarebbe sembrato un matto, un bel matto da -legare. E del matto si diede, raccontando da vecchio l'orrore suo pel -Metastasio, l'Alfieri: ma in quella mattia era l'entusiasmo che solo -può risuscitare la vita e la coscienza d'un popolo. - - -III. - -Da un lato, dunque, l'alta società viennese. “Qui gli odii e gli -amori (scriveva il Metastasio al Farinello nel '47) non tolgono mai -il sonno: qui l'anima s'impaccia pochissimo degli affari del corpo: -la sera siete il favorito, la mattina l'incognito. Le premure, le -agitazioni, le sollecitudini, le picciole guerre, le frequenti paci, -le gratitudini, le vendette, il parlar degli occhi, l'eloquenza del -silenzio, insomma tutto ciò che può dar di piacevole o di tormentoso -il commercio delicato delle anime, è paese non conosciuto, se non -che come ridicolo ornamento de' romanzi. È cosa incredibile a qual -segno arrivi l'indolenza di queste placidissime ninfe. Io dispererei -di trovarvi una sola capace di trascurare un giuoco di _piquet_ per -la perdita o per la morte d'un carissimo amante; ve ne troverei ben -quante mai ne volessi di quelle che non interromperanno l'insipido -lavoro de' lor nodetti fra gli eccessi dell'estro più misterioso. E -voi temete per me? Tranquillatevi pure. Non si corre questo rischio.„ -E in quella società che nella sua aristocratica superiorità al volgo -degli uomini rinunziava alle passioni degli uomini, l'abate Metastasio -cantò le passioni non vere degli eroi melodrammatici e di sè. Sottile -analizzatore degli affetti si dilettava incidere, come Properzia de' -Rossi fece della Passione di Cristo, tutta quanta la storia d'una -passione sopra un nocciolo di pesca; ma erano affetti immaginarii. -Perfino Nice, la Nice che gl'inspirò così leggiadre canzonette, visse -soltanto nella mente del poeta, che si raccomandava agli amici non -restassero ingannati dai teneri versi; non gli facessero il torto di -crederlo innamorato, non esser egli capace di tali debolezze! Invece, -se correvan chiacchiere di certe sue avventure con una ballerina, -raccomandava le lasciassero correre “perchè alla fine, quando ci -andiamo avvicinando ad una certa età non ci dispiacciono tanto queste -imposture che accreditano il nostro vigor giovanile.„ Chiuso sempre -in quei salotti di dame e di attrici, non desideroso d'altro che -dell'agiato vivere, lontano dalla patria e da' parenti, il Metastasio -fermò sè, la sua vita, la lingua e l'arte sua, in una beata ed elegante -placidità: non si curò di sapere, ignorò che facesse, che pensasse -il popolo italiano: invecchiò supremo rappresentante d'un'età e d'una -letteratura ormai trapassate. - -Dall'altro lato, tutta l'Europa che segreta fermenta. E l'Alfieri vi si -aggira irrequieto, smanioso; suggendo dalla natura viva, e dai libri -vivi, e dagli uomini e dalle donne vive, gli elementi delle passioni -che l'agitano diversamente finchè non ama la D'Albany, le lettere -classiche, l'Italia futura. Diceva che, nato libero, avrebbe amato la -patria su tutto; nato schiavo, nulla amava più che la sua donna: amò -invece la sua donna e la patria, come nessuno de' nostri poeti dalla -prima metà del Cinquecento aveva più saputo amarle: - - Or duro, acerbo; ora pieghevol, mite: - Irato sempre; e non maligno mai: - La mente e il cor meco in perpetua lite. - -Per ciò egli è un'anima moderna; e, pur nelle forme in che la costrinse -quasi a dispetto, l'arte sua, nell'intendimento e ne' concetti, è -tutta moderna. Perchè gettò via lo Shakespeare, subito che si accorse -che gli andava troppo a sangue? Mala paura lo colse d'essere indotto -a imitarlo, e non volle. Tardi tornò a lui, e tardi lo imitò; quando -le forze non erano più adeguate all'impresa. Perchè lo spirito -suo non s'infuse piuttosto in liberi drammi all'inglese che nelle -anguste tragedie alla francese? La potenza dell'Alfieri, se è lecito -rimpiangere che chi tanto diede non abbia dato anche più, fu, a parer -mio, anche maggiore dell'opera sua. Poeta più che artista: più artista -che poeta, di contro a lui, il Metastasio. - -Dall'uno all'altro, rammentata pure la tanta disparità delle indoli, -e i casi diversi delle vite, non intenderebbe il passaggio chi non -ripensasse cause più generali e profonde: la critica trionfatrice, -le riforme civili ed estetiche che ne mossero, l'esaurimento del -melodramma, la maturità della tragedia. - -Al Metastasio, non si crederebbe!, fu fatto invito di collaborare -all'_Enciclopedia_, proprio a quella del Diderot, di cui l'ultimo -volume uscì nel 1772. Avrebbe potuto mandarle, come non disformi -dagli intendimenti dell'impresa, certe _Osservazioni sul teatro greco_ -dove, prendendo a una a una in esame le tragedie d'Eschilo, Sofocle, -Euripide, e le commedie d'Aristofane, le giudicò tutte secondo i gusti -e le idee del Settecento, nè risparmiò sali mordaci a quella “aurea -semplicità greca„ che mal pareva anche a lui sciocchezza. Tanto aveva -potuto il secolo perfino sullo scolaro di Gianvincenzo Gravina, sul -Trapassi che il Gravina aveva, per amor de' Greci, metastasiato. -Dimostrato falso dal Galilei il principio dell'autorità nelle scienze, -rimesso in onore da lui il pensiero vivo, la ragione abusava ormai -delle forze sue, credendo poter costituire sè medesima giudice di -tutto, del presente, del passato, dell'avvenire, non secondo le -necessità della storia, ma secondo leggi ch'ella medesima si foggiava -idealmente. E perchè ella era quale i tempi recavano che fosse, diversa -da quale in altri tempi era stata, derideva nel passato tutto quello -che non l'appagava più, voleva ridurre nel presente ogni cosa a suo -modo, studiava di preparar l'avvenire, su norme teoriche, tale da -imporgli poi come Faust al minuto sfuggente: “Férmati, tu se' bello!„ - -Non prevedendo bene gli effetti, a mezzo il secolo scorso lavoravano -tutti, l'aristocrazia e l'alto clero non meno de' borghesi, a tale -opera di revisione, di riforma, di preparazione. Onde la critica -sagace delle autorità mal consacrate, e insieme l'irreverenza contro -i grandi de' tempi che furono, Omero, Dante, Shakespeare; onde utili -mutazioni di leggi e di costumanze, e insieme abbozzi utopistici di -legislazioni e di costituzioni per la piena, universale, sempiterna -felicità del genere umano. Il male era pertanto misto al bene in sì -fatto fervore di pensieri e di coscienze; ma io non sono di quelli -che affermano essere stato il male più assai che il bene. Concordano -tutti che le riforme, delle quali si giovò allora e pe' corpi e per le -anime tanta parte d'Europa, furon giuste e proficue. Ma que' sogni per -l'avvenire non apparecchiarono di là dagli orrori della Rivoluzione, -altre riforme, giuste e proficue del pari? Così lento è il Bene nel suo -secolare viaggio verso la meta cui gli è lecito avvicinarsi sempre più, -sempre più, ma non raggiungerla mai, che ad affrettarlo tanto giova -la Fantasia quanto forse la stessa Ragione. Troppo cauta è questa nel -guidarlo. La Fantasia, ignorante degli ostacoli, fa cuore al Bene e gli -dà così forze novelle per proseguire ancora nell'arduo, nell'infinito -cammino. - -Ed ebbe alcun che di utile, sebbene ridicola spesso, e turpe qualche -volta, la irreverenza verso il passato, il disprezzo della storia: -perchè soltanto per quell'eccesso si compensò l'eccesso opposto, della -cieca devozione, della superstizione pedantesca, onde in nome de' -morti si vituperavano i vivi. Non loderemo davvero nè il Cesarotti -contaminatore d'Omero, nè il Bettinelli spunzecchiatore di Dante, nè il -Voltaire calunniatore dello Shakespeare; ma se de' grandi non fu inteso -il valore, che la storia meglio studiata ci mostra oggi intiero, ebbe -del buono quell'affermazione dover l'arte viva d'ogni età rispondere -alla coscienza dell'età propria, sia pure prevenendola d'alquanto; nè -ricalco sull'antico nè moda audace e rapidamente caduca; sì espressione -estetica della civiltà sociale e della coltura intellettuale onde è -prodotta. - -Tra il Metastasio e l'Alfieri passò dunque di mezzo quasi una gran -folata di vento, che spazzò via molta polvere e molti germi sparpagliò -da per tutto; una gran folata di vento, come d'improvviso ne dà -l'estate, ad annunziare un temporale che avanza. Verranno la pioggia -e la grandine e i fulmini e i tuoni: ma intanto l'afa è cessata, e si -respira meglio. - - -IV. - -Giuseppe Baretti e Giuseppe Parini attestano come fu rapido quel -trapasso, e come efficace. - -Nato a Torino nel 1719, il Baretti è, per qualche rispetto, un Alfieri -in piccolo: anche lui, irrequieto; anche lui, scabro e impetuoso; anche -lui, veridico sempre; anche lui, innamorato dell'Italia. Viaggia molto -anche lui, e trova in Inghilterra la giustizia e la libertà negategli -in patria. Se da giovane aveva tradotto il più robusto de' tragici -francesi, il Corneille, sente poi la potenza dello Shakespeare, e ne -prende a viso aperto le difese contro il Voltaire. Frusta a sangue gli -Arcadi: è uomo, sdegna gli eunuchi, vuole che gl'Italiani tutti sien -uomini. Per ciò non più cortigianerie, non più ciance: - - Son franco nel parlare, - La verità la dico molto forte: - Pensa come starei in una Corte! - -La vuol far finita con le raccolte di rime in nascita, in vestizione, -in morte, dove l'argomento suggerisce subito agli inetti, per lunga -consuetudine e tradizione, le immaginette e le cadenze: - - Muore un papa, e gli occhi molli - Per lo pianto ha già la Fede; - Anglia ride perchè vede - Di lui privi i Sette Colli. - Sen fa un altro: e l'irta chioma - Di bei fior si cinge il Tebro, - E di gioia pazzo ed ebro - Lo rimira tutta Roma.... - Nasce a Praga un marchesino, - E più l'Asia alzar non osa - Gli occhi, e trista e sospirosa - Già bestemmia il suo destino. - E sì pien di tema ha il petto - Solimano un dì sì audace, - Che a colei che più gli piace - Più non gitta il fazzoletto.... - -Ben altrimenti gli sembrava che fosse da cantare. Ma l'arte italiana -non era per lui l'arte tutta; e il Baretti ebbe l'occhio ai grandi -d'ogni luogo, d'ogni tempo. Vi piace la bellezza greca? ammiratela: la -francese? ammiratela. Se non che, Grecia e Francia son due terre sole; -altre terre ha il mondo, e gli uomini vi son di così maschia barba come -i Greci e i Francesi: il Metastasio è d'italiana bellezza, e il De Vega -e il Calderon han bellezze spagnole; lo Shakespeare ha le inglesi. E -chi sa che al Cairo, ad Hispahan, a Pechino, non sieno bellezze d'arte -ignote a noi? Vediamo, sentiamo almeno quelle de' vicini, quanto più si -può. Basterebbe questa pagina a far del Baretti un critico, pe' tempi -suoi, meraviglioso. Sia pure che lo avessero preceduto il Gravina, -il Conti, il Martelli, egli fu il primo critico delle lettere nostre -moderne, e rimane insigne anche oggi per molte, se non per tutte, delle -sue ammonizioni. - -E a lui l'onore di volgere il Piemonte restío verso l'italianità -nell'arte; a lui l'onore di aver voluto un'arte italiana, degna della -Italia nuova. Piemontese, sì; da lagnarsi che, come si dice Guercino -da Cento, Antonio da Correggio, Leonardo Aretino, Castruccio da Lucca, -neppure un piemontese fosse detto da Torino o da Asti (provvide, di lì -a non molto, l'Alfieri); ma italiano anche più. Odiava i Gesuiti, per -ragioni molte; principalissima questa, che insegnavano con metodo sì -sciocco da far costare ai ragazzi sei o sette anni il solo apprendere -la grammatica latina! Lamento onde si conferma la modernità di quella -mente. Li odiava, ma quando Clemente XIV li soppresse, egli se ne -adirò: “Il Papa è un principe italiano; e che un principe italiano sia -violentato a far a modo delle Potenze oltremontane è un boccone che -non lo potrò mai digerire. Se la Francia e la Spagna non dipendono da -noi, perchè abbiam noi a dipendere da esse? che diritto hanno mai di -farci fare a modo loro?„ Italiano, voleva che la lingua comune a tutta -la penisola fosse detta, quale è nel fatto, toscana no, italiana; -e italiano voleva lo stile, e si avrà solo, diceva, se si segua la -natura, esprimendosi con schiettezza e semplicità. Ma stile buono non -può essere dove non siano pensieri: l'_intrinseco_ è quello che conta. -Conviene smettere il vanto del primato, e imparare da chi sa più di -noi: dire “noi fummo!„ non giova, quando gli altri rispondono “e noi -siamo!„ - -Educate, ammoniva, educate con diligenza, con amore; fate corpi -vigorosi, animi vigorosi, senza tante smorfie e dolcezze e fisime. -“Quel tuo _point d'honneur_ (scrisse a un fratello, parlandogli d'un -nipote), che già scorgi germogliare in esso, io non so cosa sia. È un -termine francese che non so bene come sia definito dai signori Galli. -Il mio _point d'honneur_ consiste nel distinguermi dal volgo a forza -di superiore notizia di cose, e a farmi giustamente reputare un uomo -incapace di vizio per quanto porta la fragilità umana: consiste nel -seguire tutto quello che credo mio o altrui bene, ed evitare tutto -quello che credo mio o altrui male; consiste nel mostrar prudenza -scompagnata da viltà, e fortezza d'animo disgiunta da un orgoglio mal -inteso.... Giovanni mi fa ridere con quella sua promessa di rompere la -testa ai figli suoi, se riusciranno ignoranti. Quando i figli riescono -tali, è la testa del padre che anderebbe rotta, almeno novantanove -volte su cento.„ - -Il Baretti, caldo encomiatore del _Giorno_, porge anche qui la mano -al Parini educatore. Pensionato dal re d'Inghilterra, morì a Londra -nell'89. - -Il Parini è tal figura che richiederebbe un quadro a sè; non mi -proverò nemmeno a disegnarlo. Egli è un plebeo che, più dignitosamente -del Metastasio, si frammette all'aristocrazia; non la sfrutta, la -studia, la rappresenta, la flagella; è un prete cristiano che della -critica degli Enciclopedisti accetta quanto concorda col Vangelo; è -un galantuomo che anche dell'arte si vale a far del bene; è un grande -artista che, facendo del bene, riesce a fare capolavori. Il sacerdote -lombardo, messo di contro all'abate romano, potrebbe dirgli in faccia: - - Me non nato a percuotere - Le dure illustri porte, - Nudo accorrà, ma libero, - Il regno della Morte. - -Il pedagogo nelle case de' nobili, che ha offerto al giovinetto -Imbonati l'ode sull'_Educazione_, potrebbe, sorridendo sarcastico, -canticchiare al poeta cesareo: - - Vero forse non è, ma un giorno, è fama - Che fûr gli uomini eguali, e ignoti nomi - Fûr Plebe e Nobiltade! - -Onde i disdegni de' nobili che a lui Parini diedero perfino della -canaglia letterata: ma si disdissero poi, quando nel Municipio di -Milano conculcata da' Francesi lo videro talora insorgere pel buon -dritto, e tal'altra, non valendo a rimediare, piangere. - -Come il Baretti aveva salutato il Parini, così il Parini salutò -Vittorio Alfieri sorgente. Essi due principalmente apprestarono il -dono che l'aristocrazia piemontese ne faceva all'Italia; primo dono de' -molti nobilissimi che le fe' poi e d'intelletti e di spade. Il Baretti -aveva con la critica sua aiutato a sgombrar via l'Arcadia e a trarre -il Piemonte nella coltura italiana; il Parini aveva educata l'arte -italiana a strumento di civiltà e di redenzione morale. - - -V. - -Non resta se non vedere brevemente perché l'arte civile del Parini -divenendo arte politica con l'Alfieri tenne il modulo della tragedia -quale l'avevano fermato i Francesi. - -Quando l'Alfieri cominciò a tentare le scene, il melodramma si era -aperto oltre la massima fioritura, e, come accade anche ne' generi -letterarii, decadeva. “L'opera è una bella cosa (aveva scritto il -Voltaire al Paradisi): ella è figlia della tragedia; ma la figlia ha -svenata la madre.„ E veramente, per lo Zeno e pel Metastasio, già -lo spettacolo musicato del Seicento aveva cedute le scene a drammi -di ordinata e simmetrica compagine, di eletta verseggiatura, dove la -musica e la parola e la pittura e la danza concordi gareggiavano a un -unico intento estetico. Ma presto il modello di sì fatta fusione si -era, da prepotente, imposto al musicista, ai cantanti, ai ballerini, -e, più che agli altri tutti, al poeta. Tre atti, ne' quali si svolgesse -un'azione di lieto fine; ogni scena doveva terminare in un'aria, detta -sempre da un personaggio diverso, e sempre diversa d'intonazione sì -che le liete si alternassero con le meste; sulla fine del primo e -del secondo atto, le grandi _arie d'impegno_; nel secondo e terzo, un -recitativo romoroso e un duetto o terzetto tra eroi ed eroine. Eppure -il Metastasio, seguace sempre dello Zeno, ma seguace incomparabilmente -più elegante, facile, corretto, aveva fatto, anche in quelle strettoie, -miracoli di equilibrio, di virtuosità, d'arte, e perchè no? di poesia! -Quasi maggiore di sè, a forza di sentimentalità fantastica, si era -talvolta levato fino a scene d'un alto sentimento eroico, come nel -dialogo tra Temistocle e Serse, e nell'addio di Regolo ai Romani. Nulla -più, nell'antico melodramma, restava da fare dopo lui: conveniva ora, -finchè non venisse il romanticismo innovatore, che si movesse innanzi e -si facesse perfetto il melodramma giocoso. - -La tragedia, invece, la figlia svenata dalla madre, aspettava -intanto chi la rinsanguasse. Nella forma neoclassica de' Francesi -l'aveva tradotta fra noi Pier Jacopo Martelli anche nel metro; ai -Greci l'aveva indotta Scipione Maffei, consacrandole l'endecasillabo -sciolto. Fece tragedie romane, con quel tantino d'anima shakesperiana -che era assimilabile allora traverso gli imitatori, Antonio Conti. -Romani e Giudei rappresentò nell'orrendo assedio di Gerusalemme, pel -suo _Giovanni di Giscala_, tragedia forte, Alfonso Varano. Quindi, i -tragici Gesuiti pe' teatrini de' collegi loro, e i tragici che direi -officiali ne' concorsi pubblici di Parma, avevano consolidato lo stampo -della tragedia; sì che a romperlo occorreva ormai braccio di ferro. -Tale la natura lo diede all'Alfieri; ma troppo tardi ei si pose a -studiare. L'ignoranza sua, l'ignoranza di quando cominciò a scrivere -tragedie, lo costrinse subito a quel tipo che solo conosceva pei teatri -francesi e nostri; l'amore pe' classici glielo fe' poi rispettare. -Lo sforzò e piegò, ma non volle infrangerlo.... e gettò da parte lo -Shakespeare. Per l'arte fu un danno; per gli effetti immediati sul -pubblico, forse no: delle novità il pubblico avrebbe diffidato; la -forma consueta gli lasciava invece piena agevolezza di succhiarne gli -spiriti nuovi che vi erano infusi. Fin dalla prima _Cleopatra_, che è -del '74, l'Alfieri imprecava ai tiranni: - - Tu se' la prima fra li re superbi - Che pieghi alla ragion l'altera fronte, - Alla ragione, ai vostri pari ignota, - O non ben dalla forza ancor distinta. - -La tragedia, ch'era stata fin a lui un sollazzo aristocratico, divenne, -per lui aristocratico, educazione del popolo a liberi sensi. Lo dissero -duro, oscuro, stentato; ma riusciva a far pensare, nè altro egli -voleva. - -“Son duro, lo so, son duro, ma parlo a gente che ha l'anima così molle -e flaccida che è cosa da stupirne.... Tutti imparano il Metastasio a -mente, e se ne foderano le orecchie, il cuore, gli occhi; gli eroi li -vogliono vedere, ma castrati; il tragico lo vogliono, ma impotente.„ -A questo modo, nel suo aspro piemontese. Sono io di ferro, chiedeva, -o gl'Italiani son di melma? E più amaramente nella palinodia sè -riconosceva di ferro dolce, gl'Italiani di melma rappresa. Torino, che -intitolò del suo nome una strada nel 1797, e lo tolse via nel 1815, ve -lo restituì quando i tempi furon maturi, quando sentì i fati novelli, -che la traevano ad essere guida di tutta l'Italia. Oggi l'Italia tutta -sento quanto debba a quel grande. - -Grande; e sebbene l'arte sua sia meno spontanea, meno elegante, meno -ingegnosa anche, se si vuole, di quella del Metastasio, assai più -grande del Metastasio. Perchè l'anima del conte astigiano fu assai -più grande di quella dell'abate romano; e le opere dell'arte, come gli -organismi tutti, non vivono tanto per la loro esterna bellezza quanto -per la potenza della vita che le empie di sè; la potenza della vita -che, correndovi per entro a onde piene, le agita e muove. Che più, se -l'opera d'arte, non solo viva per sè, ma si faccia suscitatrice di -bene, e infonda altrui l'anima sua generosa, e imponga agli inerti: -_Surge et ambula?_ - -Tale fu, o signori, tanto ottenne, la tragedia dell'Alfieri; opera -grande, perchè fu opera d'una grande coscienza. - - - - -CARLO GOLDONI - -(1707-1793) - - -CONFERENZA DI - -FERDINANDO MARTINI - - -I. - -Del secolo nel quale visse il Goldoni parecchi hanno discorso qui e -troppo meglio che io non saprei; i propri casi egli raccontò nelle -_Memorie_ che non possono compendiarsi, senza toglier loro quanto hanno -di arguta gaiezza e di bonaria semplicità; a esaminare particolarmente -l'opera sua o, peggio, a toccare, soltanto a toccare, argomenti de' -quali alcuni non abbastanza, altri non furono fino ad oggi per nulla -studiati, la breve ora di una conferenza non basterebbe: a ricercare, -per esempio, le fonti popolari o letterarie di qualche sua commedia: a -esaminare l'opera de' numerosi e pedissequi imitatori ch'egli ebbe in -Francia verso la fine del secolo scorso,[1] quando appunto sulle nostre -scene non rimaneva più se non l'eco, di rado destata, de' suoi lontani -trionfi: e quei Medebac ch'egli aveva già nutriti col proprio lavoro, -illuminati co' riflessi della propria gloria, ora, pezzenti impersuasi -o dimentichi, in Pisa dove il Goldoni parlò la prima volta col Darbes; -in Livorno ove col Medebac sottoscrisse il primo contratto, riaprivano -il teatro agli sconci personaggi del vecchio repertorio, alle _Gertrudi -martiri_, ai _Re d'Aragona_, agli _Eroi di Belgrado_. - -Se questo avesse ad essere il quadro, converrebbe, e di molto, -allargare la cornice: io me ne starò dunque a raffigurare, se sia -possibile, la immagine intellettuale e morale del Goldoni che si -rispecchia in tutta l'opera sua; a ricercare frettolosamente i pregi -intrinseci di quest'opera, le ragioni per le quali essa è giunta sino a -noi, per le quali essa dura fresca, rigogliosa, immortale. - - -II. - -La primavera del 1721 un barcone veleggiava fra Rimini e Chioggia. -Dentro, “dodici fra attori ed attrici, un suggeritore, un macchinista, -un guardaroba, otto servitori, quattro cameriere, due balie, ragazzi -d'ogni età, cani, gatti, scimmie, pappagalli, piccioni, persino un -agnello: pareva Parca di Noè.„[2] Giuochi, canti, suoni e fra tutti -i suoni prediletto quello d'una campanella che chiamava frequente -a refettorio i giovanili appetiti insaziabili. Fra quell'allegra -baraonda un ragazzo di quattordici anni, scappato convalescente, col -solo bagaglio di due camice e un berretto da notte, alle lezioni di -filosofia di un frate illustre e noioso. A Chioggia, dove la madre -dimora, lo aspettano forse i rimproveri e le sgridate di lei. Non ci -pensiamo. Ci sarà tempo a pensarci, quando la servetta avrà finito -di cantare, quando l'amorosa avrà smesso di far ridere, gemendo -sulla morte immatura del gatto suo trastullo e delizia, precipitato -dall'albero maestro nei gorghi adriatici. E poi.... e poi non ci -saranno nè rimproveri, nè sgridate. Alla madre, prima, si presenterà il -capo-comico. - -— Vengo da Rimini e le porto notizie del suo figliuolo. - -— Oh! grazie, grazie. E come sta? - -— Di salute, benone. - -— Non è contento? - -— Così così.... Soffre. - -— Oh! poverino! perchè? - -— Perchè è lontano da sua madre. - -— Oh! caro! - -— Eh! io gli avevo proposto di condurlo con me. - -— E perchè non lo ha condotto? - -— Ma.... e lei che cos'avrebbe detto? - -— Che aveva fatto benissimo. - -— Ma e gli studi? - -— Gli studi.... capisco.... ma non poteva tornare a Rimini? E non ci -son maestri dappertutto? - -— Sicchè lei lo rivedrebbe volentieri? - -— Eh! si figuri! - -— E allora.... eccolo. - -La porta s'apre, il ragazzo entra, s'inginocchia. Piange la mamma, -piange il figliuolo, lacrime alternate di abbracci, di sorrisi, di -baci. Arriva una zia, altri pianti, altri baci, altri sorrisi, altri -abbracci. Che giova a quattordici anni prevedere e paventare guai che -forse non accadranno? Tutto va bene quanto finisce bene. - - -Nel 1787 a Parigi un vecchio più che ottantenne e già celebre stava -scrivendo l'ultimo capitolo delle proprie memorie. Da quand'egli -si accingeva a ordinarle ed a compierle, eventi gravissimi s'erano -succeduti, lui spettatore. Fallito per la caduta del Turgot il -tentativo di mutare la costituzione amministrativa della Francia, -pur serbando intatto il suo organamento politico; inappagato, per -la caduta del Necker, il più modesto desiderio di un assetto della -finanza, i ministri cadevano l'un dopo l'altro, l'uno sull'altro: il -Jouy de Fleury sul D'Ormesson, il D'Ormesson sul Calonne. La miseria, -ottenuto qualche sollievo dai portentosi raccolti dell'ottantacinque e -e dell'ottantasei, si faceva ora più aspra: e le plebi prima accasciate -in lamentose rassegnazioni, si drizzavano col pallore delle collere -risolute, aiutate dai parlamenti che si negavano ad approvare i nuovi -balzelli. Quel di Besançon portava a Versailles insieme co' propri -registri un pezzo di pane di avena, documento dell'inopia a cui era -ridotto il popolo delle campagne. La monarchia spendereccia tornava -agli errori d'un tempo; chiuso da una parte l'adito agli zeffiri delle -riforme, mugghiava dall'altra il libeccio della sedizione. Il dramma -rivoluzionario stava oramai per incominciare: il Calonne, convocando -in quell'anno l'assemblea de' notabili, non vi aggiunse che un prologo -breve. - -Nessuno s'illudeva più oramai; nè i ministri giubilati di Luigi XV come -il Maupeou, nè i nuovi cortigiani di Maria Antonietta come il Besenval, -nè gli apostoli della rivoluzione come il Mirabeau, il quale scriveva -da Berlino: i notabili son la vanguardia dell'Assemblea nazionale. -L'ilare vecchio invece intitolando al Re la propria autobiografia: “in -mezzo ai notabili, diceva, e in faccia all'universo, Vostra Maestà -ha manifestato propositi che guarentiscono il bene dello Stato e il -sollievo del popolo. Oh! quanti salutari provvedimenti! Oh! quanti -presagi di felice avvenire!„ - -E diceva così, non perchè adulatore d'altrui ma perchè lusingator di -sè stesso: non corto di vista, volontariamente bendato. Che giova a -ottanta anni prevedere e paventare sciagure che forse accadranno? A -fasciarsi la testa c'è sempre tempo, quand'uno se la è rotta davvero. - - -Tale il Goldoni a quattordici anni, tale ad ottanta. In lui una intima, -continua letizia, una naturale proclività, aiutata dalla educazione -e dall'indole de' suoi di famiglia, a scorgere della vita gli aspetti -ridenti soltanto; ad aspettarsi il bene, e a sopportare il male, quando -giungesse, con pacata filosofia. - -Ancor giovinotto, bisognoso di pane e perciò di lavoro, s'accomoda -con insperata fortuna, segretario del Residente di Venezia in Milano: -un bel giorno per certa scappata costui, credendola peggiore, lo -redarguisce aspro; poi ricredutosi e dolente dell'aver trasmodato, -lo richiama, si scusa. Niente. Non volevo, dice il Goldoni, aver più -di questi disturbi. Pianta l'impiego, e parte per Modena. A Parma -s'impiglia in un movimento degli eserciti tedesco e francese; vede la -battaglia assai da vicino, e il giorno dopo le migliaia di cadaveri -rimasti sul campo. “Dappertutto, scrive, gambe, braccia, crani, -sangue. Che eccidio!„ Orribili cose: ma che ci poteva egli fare? — E -per passare il tempo legge il suo _Belisario_ a un abate. Le strade -rifatte libere, noleggia un calesse e parte con l'abate per Brescia: a -un tratto, quattro malfattori mascherati assalgono il calesse, intimano -ai viaggiatori che scendano, a lui tolgono la borsa, l'oriolo, la -tabacchiera. Il calesse fugge al galoppo, il compagno si smarrisce, e -lui.... Lasciamo che racconti da sè. - -“Trovai un viale di alberi e mi riposai tranquillamente presso un -ruscello; col concavo della mano ne attinsi un po' d'acqua che mi parve -deliziosa.... Più innanzi sulla via, alcuni contadini mi offrirono i -resti della loro merenda, che nonostante il guaio toccatomi, mangiai -con eccellente appetito. Il capo della famiglia mi avvertì che in casa -loro non c'era da offrirmi per letto che un po' di fieno: meglio per me -andare a Casalpusterlengo dove il curato, uomo garbatissimo, si sarebbe -fatto un piacere di darmi ospitalità. Tutti gli altri approvarono: -un ragazzo ebbe la compiacenza di farmi strada; ed io lo seguii -benedicendo il cielo che se tollera da una parte i malvagi, anima -dall'altra i cuori sensibili e virtuosi.„[3] - - -III. - -O io m'inganno, o per questi e altri aneddoti ch'ei racconta a -diecine, ma non importa io ripeta, spicca l'indole sua; e tale l'indole -dell'uomo, tale l'opera dell'artista: e dico artista, sebbene vi sia -chi non voglia adoperato questo nome in proposito del Goldoni; ma di -ciò più tardi. Egli non sfiorò, fu scritto di lui, se non la superfice -della vita: ed è giusto; di qui, le sue commedie stupende ma tenui, -alle quali non è da chiedere una troppo acuta analisi dei sentimenti, -nè una profonda occhiata dentro alle latebre del cuore umano. Di qui, i -suoi personaggi viziosi talora non malvagi mai, e l'indulgenza ond'egli -pare mirarli e cuoprirli. Quel Brighella rubicchia (non dico ruba, -perchè la parola troppo cruda spiacerebbe al Goldoni) rubicchia spesso: -quella Colombina accetta e qualche volta chiede la mancia per portare -le ambasciate a Rosaura; il Goldoni ha l'aria guardandoli di susurrare -tra sè e sè: debolezze umane e solo Dio senza difetti. Quell'istesso -_Don Marzio_ che comincia col calunniare e finisce col far la spia non -può dirsi malvagio; è spensieratamente linguacciuto, è, sì, proclive, -all'opposto del Goldoni, a vedere il male dappertutto, per viziata -consuetudine dello spirito; ma non sparla, non calunnia, non denunzia -per desiderio di nuocere; fa il male ma senza proporselo: tanto è -vero che dei molti ravvedimenti finali, con cui il Goldoni si sbriga -spesso dello scioglimento, il suo è de' meno inverosimili; tanto è -vero che quando il Voltaire, il quale scrivendo _La Scozzese_ ricordò -indubbiamente la _Bottega del Caffè_, come avvertiva già il Lessing,[4] -se volle sfogare il livore antico contro il giornalista dell'_Année -littéraire_ e far sì che non reggesse ad ascoltare tutta intera la -commedia in platea, dovè per mutare _Don Marzio_ in _Frélon_ dare agli -atti di lui la maligna ponderazione dell'animo reo. - -Sgorga finalmente dalla gioconda natura del Goldoni, la perenne -giocondità di cui sono impregnate le sue commedie; anche le più -deboli, quelle la cui tela è più e troppo sottile, o nelle quali -i caratteri sono appena sbozzati; anche le poche che il pubblico -volle, nate appena, sepolte. Anche l'_Amante militare_, il _Poeta -fanatico_, la stessa _Erede fortunata_ han scene rallegrate da -quella spontanea comicità, con la quale altre più felici commedie di -lui, cencinquant'anni dopo che furono scritte, vincono la ostentata -musoneria di questa fine di secolo. - - -IV. - -E questo è uno de' pregi precipui di gran parte del teatro goldoniano, -di quella, cioè, che ancor sopravvive: in questo il Goldoni sovrasta a -quanti furono autori comici da Aristofane in poi; nessuno dalla scena -fece più ridere, e garbatamente ridere, con spedienti così semplici ed -usuali. - -Vi fa ridere, sicuro, anche il Regnard che ha i pregi suoi ma che i -Francesi adulano troppo, salutandolo superiore a quanti furono al mondo -scrittori di commedie, dopo il Molière: il Voltaire, anzi, dice non -esser degno di ammirare il Molière chi non si piace in compagnia del -Regnard.[5] Senza osservare qui che la comicità ha anch'essa le sue -gradazioni e maggior pregio quando proviene da' caratteri che quando -nasce dalla situazione, come vi fa egli ridere il Regnard? Prendo -la scena famosa del _Légataire universel_ una tra le sue più lodate -commedie. Il vecchio e infermiccio Geronte accoglie in casa sua di -mattina la giovinetta Isabella, ch'egli vuol sposare e la madre di lei; -alla sposa futura discorre così: - - Oui madame c'est vous (pour le moins je m'en flatte) - Qui guérirez mes maux mieux qu'un autre Hippocrate, - Vous êtes pour mon cœur come un julep futur, - Qui doit le nettoyer de ce qu'il a d'impur: - Mon hymen avec vous est un sûr émétique - Et je vous prends enfin pur mon dernier topique. - -E così buffonescamente continua per un bel pezzo, finchè.... Io non so -neanche di che parole servirmi.... Proviamoci. Aspettando il giulebbe -d'Isabella e l'emetico d'Imene, Geronte ha dovuto, intanto, ingurgitare -altri rimedi. Ora vorrebbe rimanere vicino alla fidanzata.... ma.... -No, no, lasciamolo andare e non parliamo più nè del Regnard nè di lui. - -E vi fan ridere anche i Francesi modernissimi del _Palais Royal_ -e delle _Varietés_; ma, al solito, come? Introducendo sulla scena -i personaggi più strambi, accatastando accidenti sopra accidenti, -equivoci sopra equivoci, episodi sopra episodi, l'uno più inverosimile -dell'altro; inzeppando il dialogo di facezie argute qualche volta, -scempiate non di rado, e di quei doppi sensi che sono, secondo il -Vauvenargues, _l'esprit de ceux qui n'en ont pas_. Nulla di ciò nel -Goldoni che vi mostra invece il naturale contegno di personaggi umani, -che rappresenta fatti non pur verosimili ma quotidiani, che di rado -s'industria a smovere il riso con arguzie artificiosamente incastrate -nel dialogo. - - -V. - -Per la fecondità de' motivi comici, ripeto, il Goldoni è grandissimo: -perchè a far piangere dalla scena anche scrittori mediocri talora -riescono; certi fatti pietosi che narrati, per esempio, da un giornale -non commovono nessuno, portati sul palco scenico provocano nella platea -e ne' palchi lacrime schiette e tossi dissimulatrici. Gente che ha -letto cento volte a occhi asciutti la storia della rivoluzione, piange -al veder sulla scena il Santerre rapire il Delfino a Maria Antonietta. -Di donne, di bambini lasciati in squallido abbandono da' mariti e -da' padri incalliti nella crapula, si sente parlare ogni giorno; ma -nessuno, pur commiserandoli, tira fuori il fazzoletto di tasca. Ma chi -sa dirmi quante migliaia di fazzoletti si bagnarono per i simili casi -di _Maria Giovanna_, la protagonista di un dramma, quanto all'arte -mediocrissimo, del Dennery? - -Altro è quando si tratta di comico: il perchè si pianga s'intende; non -sempre invece il perchè si rida. Che cos'è questo riso?, domandava -Cicerone a sè stesso. In qual modo si provoca? Qual'è la natura -sua? Perchè scoppia a un tratto senza che a noi sia possibile il -trattenerlo? E conchiudeva così, come si può conchiudere anche oggi -dopo che tanti — e ieri stesso il Melinand nella _Revue des deux -mondes_, — si affaticarono a rispondergli: “Io non mi vergogno di non -lo sapere, nè lo sanno coloro che si arrogano di spiegarmelo: _ne ipsi -sciunt qui pollicentur_.„[6] - -Voi vi impietosite e a ragione dei casi di Giulietta e Romeo; vi -intenerite per la narrazione o il ricordo dell'affetto loro e della -tragica sorte. Or bene: se all'immaginazione vostra balenino un Romeo -lungo, allampanato, con le braccia scendenti fino a' ginocchi, una -Giulietta bassotta, pingue, pletorica, voi riderete. Perchè dunque -si mutano nella mente vostra i lor connotati, scema forse l'ardore -di quell'affetto, e quella morte è men miserevole? E se vi muovono -alle risa gli amanti fisicamente imperfetti, perchè vi fa fremere ma -non ridere l'amore di Quasimodo, oscenamente deforme, per Esmeralda? -Perchè vi fan ridere allo stesso modo Falstaff con le sue sozzure e -Don Chisciotte con le sue idealità? Ma parliamo più particolarmente -del teatro. Perchè fa ridere lo scemo, il _Jocrisse_, che è pure un -essere manchevole, un disgraziato il cui mancamento nella vita reale -ci parrebbe crudeltà prendere a dileggio? Perchè, mentre a nessuno è -mai passato per il capo di incitare al riso esponendo sul teatro uno -storpio od un monco, il sordo, con infermità peggiore, ha servito per -secoli a spassar le platee? Carlo Collé pose sulla scena una donna -incinta; egli racconta che quel personaggio, rappresentato da un uomo, -provocò risa omeriche; quando da una donna, nausea invece e disgusto. -Perchè? Perchè fa ridere il marito ingannato, quando, ben inteso, non -vendica l'oltraggio? Perchè fa ridere _Ludro_ quando froda con raggiri -e con cabale i men scaltri di lui? E son fenomeni questi soltanto -estetici: chi ride, sebben rida, è pronto a condannare il raggiratore -e la donna infedele. E perchè, da che teatro è teatro, si ride del -marito tradito dalla moglie, e della moglie tradita dal marito non -s'è mai riso ch'io sappia nè riderebbe, credo, nessuno? Misteri. Io -penso che uno scrittore di commedie, se anche non de' primi, purchè -ingegnoso ed esperto, possa talora sicuramente dire a sè stesso: con -questa parlata mi farò batter le mani, a questo punto, se anche non ci -saranno lacrime, commozione nel pubblico ci sarà: non credo invece che -alcuno, il quale sdegni di dar nel grottesco, possa con pari sicurtà, -e quando non si tratti di barzellette, promettersi: io qui farò ridere. -Il Goldoni unico, non sgarra mai e ci riesce ogni volta che vuole. - - -VI. - -Unico; in ciò lo stesso Molière è a lui inferiore e di molto. Già, tra -il Molière e il Goldoni, diciamolo subito e in fretta, non c'è mai per -nessuna ragione raffronto possibile, se non a certificare in che l'uno -differisca dall'altro. Il Goldoni vede tutto roseo e il Molière tutto -nero; ma anche a prescindere dalla diversa indole e dai troppo diversi -casi della vita, il Molière è un pensatore profondo e il Goldoni non -è; e chi per smania di perifrasi chiama il Goldoni il Molière italiano -cade in un errore de' più solenni, come se dicesse che il Racine è -l'Alfieri francese. A dimostrare quale abisso per certe qualità della -mente interceda fra loro basta un frammento delle _Memorie._ - -Discorrendo del _Burlador de Sevilla_ di Tirso de Molina il Goldoni -scrive: “Tutti conoscono quel cattivo dramma spagnuolo che gl'Italiani -intitolano _Il Convitato di Pietra_ e i Francesi _Le Festin de Pierre_. -A me ha sempre fatto orrore e non ho mai capito come una tale farsaccia -potesse alla lunga reggersi sul teatro, e piacere a persone civili. -I comici italiani erano di ciò maravigliati anche loro; ma o per -burla o per ignoranza dicevano che l'autore del _Convitato di Pietra_ -s'era con un patto legato col diavolo affinchè questi glielo facesse -applaudire. Non mi sarebbe mai venuto in mente di lavorare intorno a -tale argomento; ma poichè il Molière e Tommaso Corneille lo trattarono, -presi a regalare alla mia patria un dramma simile, per porre il diavolo -in grado di mantenere la promessa con un po' più di decenza.„[7] - -Il _Don Giovanni_ del Molière in un mazzo con quello di Tommaso -Corneille, e niente più. Il buon Goldoni è passato accanto alla più -scespiariana delle commedie molieresche, a uno dei capolavori dello -spirito umano e non se ne è neanche accorto. Intento, diciamolo con -parola d'oggi, in quel suo _realismo_, in quella minuta osservazione -del vero ch'era già il suo metodo e fu poi la sua gloria, ciò che dalla -leggenda era passato sulla scena di fantastico e d'extra-naturale gli -parve così insulsa scempiaggine, da allogare quell'argomento fra i -buoni, tutt'al più, per una commedia a soggetto. Giudicò co' criteri, -diciam così, teatrali: e tenne perciò, ragionevolmente, inferiore il -_Don Giovanni_ al _Misantropo_ ed al _Tartuffo_: non soltanto; forse -anche non degno figliuolo di chi aveva messo al mondo il _Tartuffo_ -e il _Misantropo_. Lesse sbadatamente forse, come una qualunque -_battuta_ de' suoi comici, le parole che Sganarello profferisce -nella prima scena: “Quale flagello un gran signore malvagio!„ parole -a cui la commedia tutta è poi conferma e commento. Così egli non -seppe addentrarsi nel pensiero onde è animata quella maravigliosa -commedia, nè scorgere perciò quanto fosse di ardimento e di saggezza -in quel pensiero medesimo; nè finalmente pregiare la profondità di una -osservazione diversa dalla sua, in quanto era anche visione. - -Dopo aver nel _Tartuffo_ mostrata trionfante l'ipocrisia, ora nel _Don -Giovanni_ il Molière, com'altri disse, mostrava l'ateismo trionfante; -l'una innanzi agli occhi della Francia a' suoi tempi, l'altro, -natural conseguenza, spettacolo alla Francia avvenire. Dopo il padre -Tellier, il Reggente: fino a che negli alti ceti disonorato il bene, -il male cinicamente ostentato, il popolo, che il Molière simboleggia -nell'onesto mendico, piglierà il sopravvento, egli tuttavia custode -della fede e della virtù. - -E il Goldoni letta la commedia del Molière, per arricchire la patria di -qualche cosa di simile, scrive, ahimè! il _Don Giovanni Tenorio_. - -Ma sospirato questo “ahimè!„ manteniamo al Goldoni il suo posto: e -ripetiamo che nella _vis comica_ il Molière non lo eguaglia; anzi egli -non è, se m'è lecita la frase, giocondamente comico mai: o vela di -sorrisi la melanconia, o casca nel grottesco, come nel _Pourceuagnac_ e -nel _Malade imaginaire_. - - -VII. - -E poichè parlo del Molière tocchiamo di un altro requisito che nel -nostro è, secondo me, maggiore che in lui: la prontezza. Non dico già -la prontezza nel concepire, pur nel Goldoni mirabile; gli basta un -nonnulla, un aneddoto, una passeggiata, uno sguardo insomma intorno a -sè, per comporre tutto quanto l'intreccio di una commedia; e comporlo, -badiamo, non di eventi straordinari, ma di fatti consueti: chè s'io -non vo errato ci vuol molta più fantasia a immaginare il _Ventaglio_ -(stupenda, inimitabile commedia!) che un di que' drammoni miracolosi i -quali portano sulla scena, per dirla con un improvvisatore fiorentino, - - Tornei, voli, cariaggi, - Cinquantotto personaggi, - Trentasei divinità. - -Non di questa prontezza intendo: chè si potrebbe obiettarmi dover -essere nel Molière, come la fecondità, di tanto minore di quanto erano -più alti e gravi i concepimenti di lui; intendo della prontezza nel -distendere le fila da intrecciare poi, e — ciò che è meraviglioso -ancor più — nell'impostare i caratteri. Il Molière quasi sempre, in -sul principio, procede a passi stenti ed incerti: e basti citare, che -è vecchia osservazione, i due primi atti del _Tartuffo_. Vedete invece -il Goldoni: leggete il primo atto della _Famiglia dell'antiquario_ e -poi ditemi se protasi fu mai più sollecita, più svelta, più completa; e -perchè qui le mie parole non servono, e il primo atto della _Famiglia -dell'antiquario_ è troppo lungo, pigliamo la prima brevissima scena -della _Locandiera_, prova anche più valida, e consentitemi ch'io ve la -rilegga: - - ATTO PRIMO. - - SCENA PRIMA. - - _Il Marchese di_ FORLIMPOPOLI _e il Conte d'_ALBAFIORITA. - - MAR. Fra voi e me vi è qualche differenza. - - CONTE. Sulla locanda tanto vale il vostro denaro quanto vale il - mio. - - MAR. Ma se la locandiera usa a me delle distinzioni, mi si - convengono più che a voi. - - CONTE. Per qual ragione? - - MAR. Io sono il Marchese di Forlimpopoli. - - CONTE. E io sono il Conte di Albafiorita. - - MAR. Sì, conte. Contea comprata. - - CONTE. Io ho comprata la Contea quando voi avete venduto il - Marchesato. - - MAR. Oh! basta: son chi sono: e mi si deve portar rispetto. - - CONTE. Chi ve lo perde il rispetto? Siete voi che parlando con - troppa libertà.... - - MAR. Io sono in questa locanda, perchè amo la locandiera. Tutti lo - sanno e tutti devono rispettare una giovane che piace a me. - - CONTE. Oh! questa è bella. Voi mi vorreste impedire che io amassi - Mirandolina? O perchè credete ch'io sia in Firenze? Perchè credete - ch'io sia in questa locanda? - - MAR. Bene, bene.... non ne farete niente. - - CONTE. Ah! io no e voi sì eh? - - MAR. Io sì e voi no. Son chi sono. Mirandolina ha bisogno della mia - protezione. - - CONTE. Mirandolina ha bisogno di danari e non di protezione. - - MAR. Danari? Eh.... non ne mancano. - - CONTE. Io spendo un zecchino il giorno, signor Marchese, e le fo - continuamente regali. - - MAR. Ed io quello che fo non lo dico. - - CONTE. Voi non lo dite, ma già si sa. - - MAR. Non si sa tutto. - - CONTE. Sì, caro signor Marchese.... si sa.... I camerieri parlano. - Tre paoletti al giorno. - - MAR. A proposito di camerieri, vi è quel cameriere che ha nome - Fabrizio: mi piace poco. Parmi che la locandiera lo guardi assai di - buon occhio. - - CONTE. Può essere che lo voglia sposare. Non sarebbe cosa mal - fatta. Sono sei mesi che le è morto il padre. Una giovane sola alla - testa di una locanda si troverà imbrogliata. Per me se si marita le - ho promesso trecento scudi. - - MAR. Se si mariterà, io sono il suo protettore e farò io.... E so - io quello che farò. - - CONTE. Venite qui finiamola, facciamola da buoni amici. Diamole - trecento scudi per uno. - - MAR. Quel ch'io faccio lo faccio segretamente e non me ne vanto. - Sono chi sono. Chi è di là? - - CONTE. (Spiantato e superbo!). - -Con questa scena che non dura più di tre minuti il Goldoni porta di -lancio il pubblico _in medias res_. I due gentiluomini sono innamorati -della locandiera e se la contendono non a buon fine, perocchè loro -non spiaccia ch'ella si mariti: anzi il matrimonio aiuteranno quegli -spendendo e spandendo, questi, con signorile ma parsimoniosa alterezza, -ricoverando i coniugi sotto le ali della sua protezione; e dietro a -loro spunta quel Fabrizio che già s'immagina entri anch'egli in lizza a -contendere, se non palesemente accetto, certo non disprezzato. Ancora -una scena breve altrettanto col cavaliere di Ripafratta, e il Goldoni -avrà già steso le fila che poi aggomitolerà e scioglierà con disinvolta -maestria. - -E ciò, che è pur tanto, è ancor poco. In quella scena brevissima egli -ha disegnato e colorito due figure, così vive e vere che non vi usciran -più dalla mente, come non usciranno per un secolo dal teatro: - - Il nobile guitto - Che senza un quattrino - Ostenta il diritto - D'andare al Casino - -e l'arricchito che tuttavia acerbo alle alterigie blasoniche paga a -furia di scudi la sodisfazione di altre albagie. — E poi vengano a -dirci che il Goldoni non è un artista; se non è arte questa, io non so -più arte che sia. - - -VIII. - -E tra figure e profili, il teatro goldoniano ne contiene più che -centocinquanta. Spiego una mia parola: profili. In Italia si va -generalmente alla lesta nel parlar di caratteri; il ciarlone, per -esempio, un carattere, il pedante un altro carattere. Adagio. _Il -burbero benefico_, _Sior Todaro brontolon_, _La donna capricciosa_, -_La putta onorata_, _Il maldicente_, _Mirandolina_, _Il bugiardo_, e -via dicendo, io li veggo interi in piedi innanzi a me, conosco tutte -le loro consuetudini morali e dovunque io li conduca, qualunque sia la -condizione nella quale si trovano, indovino ciò che faranno e diranno. -Ma il ciarlone, il pedante io non li veggo che da un lato; nè so di -loro più di quanto essi stessi mi dicono. Così il ciarlone può essere -un eccellente padre di famiglia e può essere un libertino: il pedante -un galantuomo specchiatissimo e un furfante di tre cotte. Il loro -difetto non è di quelli ne' quali tutta l'indole si foggia o che tutta -foggiano l'indole d'un uomo. Il Goldoni li traccia maestrevolmente -questi profili, ma essi non basterebbero soli a tener vive nè la sua -fama nè le sue commedie. - -Ben altra cosa i caratteri; alcuni de' quali rivelano nel Goldoni -non soltanto l'osservatore felice ma l'artista paziente. Perchè -s'è troppo detto e creduto che le commedie gli fluissero sotto la -penna.... Sì, cominciò una volta con lo scrivere “atto primo scena -prima„ senza sapere dove andrebbe a finire; ma fu una volta sola.... e -fece l'_Incognita_. Sì, scrisse sedici commedie in un anno, fecondità -portentosa: ma tra le sedici ci sono anche _Il giuocatore_, _L'erede -fortunata_, _L'adulatore_, _Il cavalier di buon gusto_. Chi ha in -pratica il suo teatro, a quel modo che s'avvede della facilità sua -nell'immaginare le favole, le quali nulla hanno mai di artificioso o -di stentato, anche s'avvede della cura ch'ei pone nel tratteggiare i -caratteri; ed è mirabile l'acutezza con cui egli scorge e tratteggia -le gradazioni di una stessa passione, di un vizio medesimo: testimoni -i _Rusteghi_, testimoni gli _avari_ de' quali egli ha raffigurati -parecchi e sempre con lineamenti diversi; mirabile l'acutezza con cui -egli scuopre e palesa le affinità di due vizi e le sfumature onde sono -e separati e congiunti, e i fatali pendii per i quali l'uno degrada -nell'altro. Così, per non addurre che pochi fra i moltissimi esempi, -l'adulazione diviene abito di menzogna, la maldicenza tocca da un lato -lo spirito di contradizione, la calunnia dall'altro, l'avarizia diviene -cupidigia e la cupidigia conduce all'usura ed al furto. - -Ma io parlo di vizi; quante oneste figure di uomini, quante leggiadre -figure di donna! Il Guerzoni scrisse che nessuna delle donne del -Goldoni è artistica e tutte quante si posson distinguere in due -categorie; le casareccie e le ghiribizzose col capo cioè agli spassi e -a' pettegolezzi.[8] Anche lasciando stare la curiosa singolarità de' -loro nomi, queste categorie non mi persuadono; in quale collocheremo -Mirandolina che fa la ghiribizzosa per divenir casareccia, in quale -la Giannina del _Curioso accidente_ che casareccia non è perchè scappa -di casa, e ghiribizzosa non può essere perchè è innamorata. E in quale -Zelinda? E in quale quella _putta onorata_, Bettina, che è de' più alti -e forti caratteri femminili di tutti i tempi e di tutti i paesi? - - -IX. - -Ma nè la comicità nè la umanità de' caratteri avrebbero bastato, io -credo, a serbar sulla scena tante fra le commedie goldoniane (del -Molière non se ne recitano più che due o tre) se non era il dialogo -efficace, rapido, gaio, _court, vif et précis_ secondo lo giudicarono -in Francia sin da oltre un secolo.[9] Non parlo, s'intende, delle -commedie in dialetto; delle quali poche oggi rimangono sul teatro e -troppe meno di quelle che lo meriterebbero. Lasciate pur che il Baretti -si sfoghi a chiamarlo barbaro; indaghi o ricordi egli a che ne fosse -il dialogo comico italiano quando il Goldoni incominciò a scrivere -e quali ei potesse averne buoni modelli sott'occhio. Le commedie di -Jacopo Nelli senese chi le conosceva? Pochi in Toscana, fuor di Toscana -pochissimi; il Goldoni no, ma il Baretti neanche. La _Mandragora_, lo -so: ma eran passati due secoli, mutate certe forme del dire, certi -atteggiamenti alla nuova e più varia commedia non convenivano; ne' -ghiacciati serbatoi di riboboli, custoditi da altri cinquecentisti, -il Goldoni non frugò e fece bene: e sgonfiate da sè le vesciche -del Cicognini sui cui volumi aveva palpitato da ragazzo, aspettò di -fabbricarsi più tardi, e sempre da sè, lo strumento eccellente che -gli servì così bene ogni volta che ne usò libero, non impastoiato -cioè dalla rima o dal metro. Strumento il quale pare egli morendo -spezzasse: chè dialogo comico, efficace, rapido, gaio come quello, non -se n'è più scritto, ch'io sappia, in Italia. E forse una delle ragioni -per le quali, dopo il Goldoni, l'Italia non ebbe e non ha teatro da -rivaleggiare col francese è questa: che gl'italiani colti non son punto -tra di loro in accordo su ciò che abbia ad essere il dialogo comico. -S'è durato mezzo secolo a levare a cielo il dialogo del Nota freddo, -artificiato, l'opposto insomma della spontaneità e della disinvoltura, -intanto ch'era moda lamentare il Goldoni non avesse scritto un po' -meglio; e i lamenti non cessano e alcuno rammaricava ieri che il -Goldoni non possedesse la fiorentina spontaneità di Giovan Battista -Fagiuoli. A' tempi del Goldoni le citazioni de' libri non letti non -dovevano essere in uso; gli avrebbero fornite nuove fonti di comicità; -usano bensì oggi, e coloro che del dialogo del Fagiuoli lodano la -spontaneità, le commedie di lui non le hanno lette di certo; di ciò non -gli accuso: minor fatica il tirare l'alzaia, ma la citazione è un di -più. - -Spontaneo il dialogo del Fagiuoli sì, quando parlano in vernacolo i -popolani: or ecco come parlano gli altri; e poco importa sapere di che -si tratti: - -“La bontà che per me avete vi fa così favellare; e godo in estremo che -Leonora che in vostra casa supposi all'improvviso eternamente defunta, -nella mia consolata e lieta sen viva, da mentito funerale sia passata -a vero sposalizio e che quelle faci che non ardì di accendere che per -finzione la morte, fedele e sincero le abbia accese Imeneo.„[10] - -Qui, come ognun vede, non v'è di spontaneo altro che le metafore. - - -X. - -Conchiudiamo. - -Nel comico impareggiato, fecondo come pochi, se pur è vero ciò che si -narra del De Vega e del Calderon; de' più felici osservatori, de' più -sagaci imitatori della natura, salutatelo con simpatia reverente il -Goldoni e passate. Non gli chiedete la dipintura di affetti forti e -profondi, non li provò nè seppe descrivere; fin gli onesti spasimi di -Pamela lo turbano; quando la passione, rarissimamente, sbotta in alcuno -de' suoi personaggi egli crede darle linguaggio adeguato, scontorcendo -il periodo e mettendoci il verbo in fondo. Non gli chiedete che -s'avventi contro al corrotto costume col flagello della satira: a -tentare le fustigazioni pariniane nè l'animo suo fu inclinato, nè -la cura del queto vivere gliele avrebbe, se mai, consentite. Tutti -i personaggi della satira pariniana sfilano e più volte nelle sue -commedie, ma indistinti, lievi come ombre. Non gli chiedete neanche -la compiuta cronaca morale della sua Venezia: non vi trovereste tutto -quanto ne videro il De Brosses, il Casanova, il Rousseau; se alle molte -lodi che desiderò e meritò, una vi piaccia aggiungerne ch'e' non curò -meritare, dite ch'ei creò nel tempo della cipria e de' guardinfanti -una commedia democratica, e ai miseri splendori delle ultime baldorie -del patriziato contrappose sulla scena la vita lietamente povera de' -navalestri ruvidi e de' pescatori, delle loro donne festose ma pudiche, -modeste ma altere. Alla casa ov'ei nacque, là tra il ponte di Nomboli -e il ponte di Donna Onesta, sull'angolo di via Cà Cent'anni (fatidico -nome), se vi piaccia appendere ghirlande, inframmischiate al lauro le -rose; e il simbolo della sua gloria si congiunga col simbolo della non -mai turbata serenità dell'animo suo, onde parte di quella gloria gli -venne. - -Non corone di quercia. Questa smania innovatrice che ci travaglia e -onde si sfigurano oggi le più limpide fisonomie, non oltre ci tenti a -far del Goldoni un educatore morale o civile. Egli non sognò neppure le -presunzioni didattiche della commedia; credè che all'arte bastasse il -proporsi di ritrar la natura, come credè l'istesso Molière, non ostante -le turpitudini del suo tempo gli strappassero dal labbro gli amari -giudizî, e l'occhio suo divinatore scrutasse ne' decadimenti morali e -politici dell'avvenire. - -“Arcadia„ dicono. O beata colonia, dove il grande arcade Polisseno -Flegeio siede tra le commosse creature della sua fantasia. Là ancora -Zelinda, più che centenaria oramai e tuttavia giovine della giovinezza -perpetua degli Dei e de' capolavori, acuisce con affettuose malizie la -gelosia di Lindoro: là ancora Lelio s'impiglia nelle proprie spiritose -invenzioni: là il marchese di Forlimpopoli si conforta delle cresciute -strettezze, pensando che un altro secolo crebbe la muffa agli orli -degli aviti diplomi: là il Goldoni, fra quelle personificazioni delle -immortali debolezze dello spirito umano, le contempla e sorride d'un -sorriso immortale. - - - - -CARLO GOZZI E LA FIABA - -(1720-1806) - - -CONFERENZA DI - -MATILDE SERAO - - -I. - -Il nobile e appassionato eroe, la dolce e amorosa eroina teneramente -conversano d'amore, Truffaldino e Brighella scambiano i soliti lazzi -sul loro famoso appetito e sulla loro famosa poltronaggine, quando -un tremuoto scuote la scena, tuona, lampeggia e innanzi agli occhi -stupefatti della coppia sentimentale, innanzi alle due maschere -popolari appare un negromante, o una fata, o un genio, o una statua che -con tono fatidico pronuncia una sentenza crudele contro la felicità -degli innamorati, sacrandoli a un imminente avvenire di lacrime e -di disperazione. La radice di questa sentenza è in qualche antico -delitto commesso dal padre o dal fratello dell'eroe e che costui -deve amaramente scontare; è in qualche misteriosa secolare pena che -uno spirito superiore va espiando e per la cui fine è necessario il -sacrificio e, talvolta, la morte dell'eroina; è in una contingenza -bizzarra di fati avversi per cui, quasi senza ragione, i due fedeli -debbono vedere ferocemente contrastato e forse ucciso il loro amore. -Le anime dell'eroe e della eroina cercano ribellarsi subito al dolore, -alla divisione, alla miseria: ma è una ribellione debole e breve: -l'uomo, la donna, chinano il capo e si apprestano alla gran pruova, -anzi alle grandi pruove, giacchè il destino, per bocca di una di queste -statue, di queste maghe, di questi genii, chiede loro cose complicate, -lunghe, terribili, che confinano con l'impossibile, che, spesso, -sono impossibili. Chinano il capo: e le maschere, loro servi, loro -confidenti, loro ministri, si abbandonano alle più meste facezie, alle -burlette più funebri, seguendo anche essi la sorte atroce dell'eroe e -dell'eroina. - -E qui il meraviglioso, cominciato con l'apparizione sorprendente di -quel cancelliere degli spiriti, lettore di stranissime sentenze, che -è uno stregone o una fata, questo meraviglioso si esplica, ampiamente, -turbando la mente e la esistenza dei personaggi gozziani. Oramai tutte -le leggi comuni della natura sono sciolte: il tempo, lo spazio non -esistono più: i tre mondi si confondono: le belve parlano, l'acqua -canta e suona, i morti leggono dei libri, le donne diventano uomini -e gli uomini si mutano in istatue. Così, anche nel mondo morale degli -affetti, tutto si sconvolge, gli amanti più folli vilipendono le amate, -le mogli scacciano i mariti che adorano, le madri gittano nelle fornaci -i figli. Tutto accade: tutto, cioè quello che è strano, ma anche -quello che è impossibile, viaggi di migliaia di miglia in poche ore, -risurrezione di morti, ringiovanimento di vegliardi, palazzi sorti in -una notte e crollati in un minuto, battaglie combattute in un attimo -e in meno di un attimo perdute o vinte. A traverso questi paesaggi -stupefacenti, questi mondi disorganizzati e folli, questi prodigi -impensati e inauditi, questi sentimenti escogitati e contradittorii, -gli eroi e le eroine di Carlo Gozzi seguitano la loro terribile vita di -tormenti, affrontando tutti gli ostacoli e sopportando tutte le pene, -agonizzando di dolore o di stanchezza, invocando il cielo, imprecando -al cielo, passando per tutti gli stadii più alti della disperazione: la -loro esistenza non somiglia più a quella di nessuna creatura umana, ed -essi vanno, vanno, dominati dal Fato, in lotta con esso, impari lotta -con un potere così forte e così segreto. - -Ma non è mica il Fato greco, quello che combatte i principi persiani -e le principesse chinesi di Carlo Gozzi: è in fondo un Fato molto -mal ridotto. Giacchè le sue sentenzie, apparentemente atroci e -inflessibili, contengono sempre una scappatoia, per cui questi -valorosi e impetuosi signori, queste instancabili ed entusiaste donne -possono sfuggire alla disgrazia estrema. Vi è sempre una speranza, nei -rescritti dei maghi e delle streghe gozziane! Altrimenti la tragedia -fiabesca si chiuderebbe alla terza o quarta scena e buona notte. Un -piccolo lumicino brilla sempre in fondo alla foresta, come nella -gentil fiaba puerile del _Petit Poucet_, come in tutte le istorie -meravigliose. Questo fioco lume, vedete, è la tenue, quasi disperata -speranza, diciamo così, che è alla fine di tutte le torture estraumane -dei personaggi di Carlo Gozzi, è il filo intorno al quale si tesse -tutta la trama della fiaba; e man mano, come l'intreccio si annoda -e s'infoltisce e si distende, la poca speranza cresce, il picciolo -lume si fa più vicino, più vicino, è un ricovero, è una casa, è la -salvazione, l'uomo ha vinto tutte le pruove, la donna ha superato tutti -gli ostacoli, i regni della natura rientrano nel loro ordine e l'amore -uscito più terso e più compatto da quel crogiuolo incandescente, -trionfa. - -Voi, tutto questo lo sapete, non è vero? Lo sapete anche se non -avete letto le fiabe del drammaturgo veneziano; giacchè tutto il -contenuto della sua opera è preso dalle tradizioni fiabesche di tutti -i paesi, giacchè egli ha rivestito di scenario e di dialogo tutti -i racconti che le balie, le vecchie zie, le nonne narrano ancora -ai bimbi che non vogliono dormire. _L'amore delle tre melarance_ e -l'_Augellin belverde_, il _Corvo_ e la _Donna serpente_, la _Zobeide_ -e il _Re Cervo_ e infine quanto costituisce il teatro delle fiabe -gozziane, risveglia le memorie delle stanze domestiche, dei focolari -confortevoli, delle antiche voci un po' tremolanti che il nostro cuore -non sa dimenticare, delle ore estatiche trascorse a udire le istorie -singolari, mentre già il sonno appesantiva le palpebre e il racconto -diventava qual era, sogno. Io ritengo che questo sia uno dei grandi -segreti del successo di queste fiabe, allora: e come esse potessero -tener testa e persino, ahimè, soverchiare la novella arte goldoniana, -presa alle sorgenti istesse della vita quotidiana e schietta. Il più -austero uomo è stato un fanciullo e la più frivola e più spensierata -donna è stata una bimba: i ricordi risalgono, evocati, al fior -dell'anima, e un senso di diletto, non scevro di una velata malinconia -viene a molcere l'austerità e a fissare la spensieratezza, mentre -il medesimo uomo austero troverà sconveniente la rappresentazione -dell'ordinaria esistenza e la medesima donnetta frivola s'irriterà di -vedere dipinta così veracemente la sua leggerezza e la sua instabilità: -e ambedue, è naturale, preferiranno Carlo Gozzi a Carlo Goldoni. -Ognuno ha il suo _tempo di fiaba_ nell'anima, tempo di semplicità, -d'innocenza, di credulità e di sorriso che si può rievocare, più tardi, -in modo fittizio e fugace, è vero, ma sempre efficacemente! - -Accennare, qui, tutte le origini delle fiabe di Carlo Gozzi, sarebbe -un po' lungo e un po' minuto; pure, probabilmente, abusando della -vostra pazienza, lo farei: me ne trattiene il simpatico ingegno così -intuitivo, la coltura, la ricerca felice ed esauriente che ha fatto, -su Carlo Gozzi e sul suo teatro, Ernesto Masi, per cui tutti quelli che -si affaticano nell'arte e nelle lettere umilmente come me, o altamente -come altri, gli debbono una vivida ammirazione. _Lo Cunto de li Cunte_ -del nostro novellatore napoletano Busile, la _Posilipeata_ di Masiello -Reppone sotto cui si nasconde l'altro napoletano Pompeo Sarnelli, -_Le mille e una notte_, i _Mille e un giorni_, il _Gabinetto delle -Fate_, tutte le antichissime leggende orientali hanno dato il loro -contingente al fiabista veneziano: persuaso che come _tout le monde_ -aveva più spirito del signor di Voltaire, anche _tout le monde_ avesse -più fantasia del conte Carlo Gozzi, egli ha interrogato tutte le fonti -popolari. Vi è, persino, nel Sinadabbo della _Zobeide_ il tipo di Barba -Blù, il mangiatore di mogli: Sinadabbo se ne stanca dopo cinquanta -giorni, come Hassan, l'eroe della _Namouna_ di Alfredo de Musset se ne -stanca dopo una settimana: vi è, persino, nel _Re Cervo_, una delle -più forti, delle più vivaci fiabe del Gozzi, un caso di _avatar_, di -scambio d'anime, leggenda orientale indiana che, più tardi, Thèophile -Gautier doveva narrare curiosamente nel suo lungo racconto _Avatar_. -È quasi un repertorio, il contenuto delle tragedie fiabesche del conte -veneziano: un repertorio che egli ha mescolato un po' confusamente, ma -che ha tutto espletato. - -E allora, qual è l'elemento personale che il Gozzi ha dato a queste -fiabe? Ma, una cosa importantissima: la rappresentazione per mezzo -di un intreccio di dramma, per mezzo di personaggi, di dialoghi, di -scene: tutto un mondo vivo creato sui vecchi elementi, tutta una serie -di opere teatrali che hanno un valore indiscusso per il loro tempo. -Drammaturgo, il conte Carlo Gozzi era: e aveva la passione pel teatro -penetrata sino alle sue midolla di uomo e di letterato: tutta la vita, -malgrado i suoi sonetti, a centinaia, per nozze e per monache, malgrado -le sue dissertazioni, egli non è mai stato nè poeta nè critico, ma -autore drammatico, niente altro. Il materiale, dunque, fiabesco e -la volontà di favorire la truppa Sacchi che egli proteggeva e dove, -persino, aveva collocato i suoi amori, oltre che le sue simpatie e la -sue amicizie, risvegliarono in lui le più belle qualità di autor comico -e drammatico, dettero l'impulso a un ingegno che nel teatro trovava il -migliore suo campo. Teatralmente parlando, queste fiabe sono, massime -alcune di esse, scritte con vigore, con misura, con evidenza: in due o -tre di esse, come la _Turandot_, come il _Corvo_, come l'_Amore delle -tre melarancie_, vi è, persino, nella espressione dei caratteri, della -psicologia. — Io vi prego di non sorridere! — Noi moderni ci vantiamo -assai di essere psicologi, tutti, anche quelli che non sanno di -lettere e di arti, anche i semplici scienziati, anche i medici, anche -gli avvocati, anche tutti gli umani. Ma fra cento anni, quanto e come -l'umanità sarà più psicologa di noi, mentre quelli che vissero cento -anni prima di noi eran psicologi senza saperlo e senza pretendervi! Il -caro conte Gozzi potea esser presuntuoso ed era, in ben altre cose: ma -nel rendere un carattere femminile, nel fare emergere le espressioni di -un momento drammatico, servendosi, pur troppo, della rettorica di cento -anni fa, egli è efficacissimo e inconsciente della sua forza e della -sua efficacia. Le fiabe, infine, sono dei veri drammi nel loro inizio -e nel compimento: sono l'agitazione di un mondo di personaggi e di -passioni che l'autore ci mostra, cogliendone il lato più significativo, -dando di essi e di esse la figura più rassomigliante e il senso più -vero. - -Vedete, infatti, se nella _Turandot_ che non è punto una fiaba, ma una -bella e vera commedia a base drammatica, in questa _Turandot_ dove non -sono nè apparizioni, nè negromanti, nè uomini che si cangiano in belve, -nè melarancie che contengono una fanciulla, in questa _Turandot_ che -è la commedia di una giovanetta fiera e saputella, — una seccatrice, -diremmo noi — che non vuole sposarsi perchè odia gli uomini, vedete -se l'autor drammatico rifulge! La vecchia istoria dei _tre enigmi_ -che il divino Shakespeare ha reso così magnificamente, con tanta onda -di poesia, di tenerezza, di passione, nel suo _Mercante di Venezia_, -quei tre enigmi che il presunto sposo della piccola e leggiadra -Portia deve risolvere, è servita al Gozzi, per questa _Turandot_, -come servì, più tardi, saran venti anni, a Giuseppe Giacosa per il -suo _Trionfo d'amore_: vecchissima istoria che rimonta, nientemeno, -alle _Gesta romanorum_. Il Gozzi raggiunge, in questa _Turandot_, il -massimo delle sue qualità di autore drammatico, tanto il movimento -vi è simpatico, umano, nobile, tanto il fatale dissidio dello spirito -della protagonista, vinta nella pruova, che non vuole darsi per vinta -e intanto già ama, ha una evidenza che colpisce e trascina il lettore. -Per cui questa _Turandot_ piacque tanto allo Schiller che di drammi, -se non isbaglio, se ne intendeva: tanto gli piacque da volerne fare -una riduzione in tedesco. E dalla medesima _Turandot_ viene tutto il -coro di ammirazione che il teatro gozziano ha trovato nella Germania -dalla fine del secolo, e nomino nel coro il Lessing, i due Schlegel, -il Tieck, tanti altri illustri. Ai tedeschi di allora, non potevano -le fiabe di Gozzi non piacere enormemente, tanto corrispondevano, -stranamente, al loro nordico gusto: ma è, consentitelo a una adoratrice -della verità, nella vita e nell'arte, è un dramma di verità e di -passione quello che rivelò ed affermò il talento di Carlo Gozzi. - -Ancora un elemento, curioso, portò il Gozzi in questa congerie di -bizzarrie novelle che è il mondo fiabesco: ed è, accanto alle figure -drammatiche le figure buffe, accanto ai cuori sentimentali, gli -stomachi capaci, accanto ai martiri dell'amore le spalle fatte per -le bastonate, accanto ai principi e alle principesse le maschere -italiane, Brighella, Truffaldino, Pantalone, Tartaglia. Costantemente -queste quattro maschere a cui si unisce, talvolta, Smeraldina, una -maschera femminile, penetrano in tutti gli intrecci drammatici di -Gozzi, appariscono nel fondo di ogni scena, si mescolano a ogni -scena, e spesso non all'ultimo posto, visto che, nel _Re Cervo_, -Tartaglia, la maschera napoletana, è quasi il protagonista. Talvolta, -il dialogo di queste maschere è scritto per esteso, giacchè è troppo -necessario al senso della commedia: talvolta è accennato solo, come -trama, lasciando che le maschere v'innestino quel che vogliono, pur -non disubbidendo alla traccia. E così, questa _Commedia dell'arte_ -onore e gloria comica italiana, diletto di gentiluomini e di popolani, -origine di tutto quello che vi è di spontaneo e di vivo nel teatro -popolare, si mischia indissolubilmente alla tragedia fiabesca, con -tutti i suoi contrasti e i suoi anacronismi. Eppure! Tempo fa, sino a -che un ordine molto civile ma poco rispettoso del pittoresco e della -leggenda non lo proibisse nei piccoli teatri di Napoli, in due o tre -di essi, verso la seconda quindicina di dicembre si inauguravano le -rappresentazioni di un mistero religioso che portava per titolo: -_La nascita del Verbo umanato_ o _il Vero lume fra le ombre_. Vi -prendevano parte Maria, Giuseppe, gli Angeli, Belfegorre, dei pastori, -un grosso dragone spirante fuoco e vi accadevano tutte le scene della -Natività, descritte in versi assai strani. Fra i personaggi, vi era -un napoletano: non il Pulcinella, giacchè l'autore non aveva osato -di spingere l'anacronismo sino al delirio, ma un napoletano Razzullo, -che parlava il dialetto, che esclamava, che metteva il suo buon senso -pazzo e la sua loquacità meridionale fra le preziosità mistiche di -quel misterio. Ebbene, quel Razzullo lì, offendeva la logica, è vero: -ma neanche il mistero pretendeva di esser logico, ma al pubblico -che si estasiava misticamente innanzi alla umiltà della Madonna, al -paziente coraggio di Giuseppe, che s'irritava contro i truci progetti -di Belfegorre, quella nota singolare di napoletanesimo piaceva, ed -essi ridevano, gli spettatori, dopo essersi commossi! Così, certo al -pubblico che si affollava nel piccolo teatro veneziano dove recitava -la truppa Sacchi, l'apparizione di Truffaldino in Persia, di Pantalone -in Cina e di Smeraldina in Tartaria, doveva parere molto bizzarra, ma -non poteva che piacere, come chi rivede, fra gente ignota, un viso -noto e, spesso, amato. D'altronde, quei comici che rappresentavano -le maschere italiane, erano dei migliori, nelle loro parti: avevano -per essi la tradizione e la lunga esperienza, avevano l'affetto degli -spettatori. Anacronismo, sì, ma le fiabe erano anche così sorprendenti, -per la mancanza di ogni norma umana: anacronismo, ma il meraviglioso -regnando in tutto l'intreccio, non era neppur troppo curioso che un -bergamasco come Brighella, un veneziano come Pantalone, un napoletano -come Tartaglia si trovassero sbalzati ai confini del mondo, in drammi -dove il mondo non aveva più confini! Dico ciò per difendere il Gozzi -dalle accuse di testa folle, di commediografo squilibrato, di autor -drammatico capace di guastare una pura opera d'arte, per compiacere -quattro comici. Ritengo che quelle intromissioni così ripugnanti a -chi ha l'ossequio della verità, così balzane e quindi antipatiche -ai ragionatori posati e tranquilli, non dovessero urtare i nervi di -nessuno: salvo di coloro che la gran voce umana di Carlo Goldoni, la -voce di uno spirito nobile e di un cuore caldo aveva suggestionati! E, -anche, il Gozzi, con sapienza di contrasti, ha mescolato e alternato -l'espressione comica, usandone con moderazione, al senso drammatico: -egli ha bene inteso che uno spettatore non ama di fremere sempre, dal -principio alla fine di un dramma, che la emozione di dolore si stanca e -che il soffio di una risata riposa chi ascolta. Le scene delle maschere -non sono mai lunghe: esse non sono mai troppo volgari, giacchè il Gozzi -schivava la volgarità e addebitava le _Baruffe chiozzotte_ come una -laidezza, al Goldoni: esse hanno sempre, queste scene di maschere, -uno scopo, una necessità. Data la sua abilità teatrale, Carlo Gozzi -ha potuto tentare questa risurrezione o continuazione dell'antica -_Commedia dell'arte_, senza far inorridire, senza seccare, divertendo. -Quest'audacia conservativa equivale all'audacia progressiva di Carlo -Goldoni! - -Certo, trasportando la questione in una sfera d'idee più ampia, -la risurrezione della _Commedia dell'arte_, anche menomata, anche -ridotta a brevissime manifestazioni, anche messa lì solo per bisogno -scenico e per contrasto morale, non può non essere giudicato un atto -di annichilimento letterario, da parte di un autore. La _Commedia -dell'arte_ è la improvvisazione capricciosa di cervelli comici che non -vogliono chinarsi a seguire il pensiero dell'_altro_, dell'autore: è -il libito di chi appare sulle scene e sovra una vecchia trama sbiadita -cerca mettere i colori di una recitazione naturale: è la sostituzione -della coscienza personale dell'attore a quella certamente più elevata -e più nobile dell'autore. Non un passo indietro, nella via dell'arte, -ma cento, ma mille passi indietro! D'altronde, anche questa _Commedia -dell'arte_, la quale poteva attirare per la sua libertà, por il suo -impensato, per l'inatteso personale, finiva per avere le sue formole, -le sue stereotipie: anche le scene di amor comico, di ghiottoneria, -di spavento, avevano il loro alfabeto e il loro sillabario: e tutto -s'immobilizzava in queste formole e la improvvisazione non era che -apparente. Ora che un uomo come Carlo Gozzi, vissuto in Venezia, che fu -patria, asilo, tradizione della più fulgida arte italiana, cresciuto in -un ambiente eminentemente letterario, appartenente a una famiglia dove -tutti facevano dei versi, dalla madre agli amici di casa, dalla cognata -alla cameriera, abbia potuto così negare il proprio ingegno e l'arte, -credendo che un comico qualunque potesse mettere la sua prosetta comune -e trita accanto ai versi solenni o teneri gozziani, permettendo che -le viete barzellette e i lazzi di Truffaldino, sempre gli stessi, si -alternassero liberamente ai lamenti e alle fiere proteste dei suoi -protagonisti, non si comprende! Un eterno dissidio regnerà sempre fra -il comico e l'autore: quando, ogni tanto, un autore ha la fortuna di -essere _inteso_ e _reso_ da un comico, bisogna dire che due fortunate -e lontane constellazioni si siano incontrate nel cielo! E viceversa -il signor conte Carlo Gozzi, per eccezione, amava troppo i comici: -li amava tanto, da cedere loro innanzi, come autore. La _Commedia -dell'arte_ riapparsa sulle scene, donde il grande e misconosciuto Carlo -Goldoni aveva, con tanta coscienza d'artista, cercato di cacciarla, -non solo significava il trionfo di un passato morto e cavato fuori -dalla tomba e galvanizzato alla meglio, ma significava la negazione di -sè stesso come scrittore e come drammaturgo, significava il proprio -avvilimento come un uomo che pensa, che sa, che scrive. Ora se -l'egoismo confina con la ferocia, l'altruismo confina con la codardia! - - -II. - -Fu, dunque, il Gozzi molto letto e molto ammirato in Germania: in un -altro paese del nord, in Inghilterra, destarono curiosità, interesse, -diletto le sue opere. Si dice: fu il restauratore del fantastico -nell'arte teatrale, doveva piacere a coloro che amano il fantastico, -che si pascono di leggende, come i popoli delle regioni fredde. Il -fantastico? È proprio la parola esatta? È, veramente, il Gozzi, un uomo -d'immaginazione? Badiamo che _fantasia_ è una grande parola ed è una -grande cosa. Non sarebbe meglio dire che il Gozzi fu il restauratore -del meraviglioso, al teatro? _Meraviglioso:_ è una parola più semplice -e più modesta. Il fantastico è così diverso! Chi si sorprende, inarca -le ciglia e ha l'aria di uno sciocco: costui è lo spettatore delle -cose meravigliose perchè strampalate, meravigliose perchè senza nesso -o con un nesso così lieve che un nulla lo spezza, meravigliose perchè -assolutamente contrarie a tutto ciò che è ordinario. Tutt'altro, -tutt'altro il fantastico! Esso, credete, corrisponde alla vita e certe -volte vi corrisponde con misura matematica: esso ha delle regole -intime, profonde, per cui può apparire quel che è, fantastico, sì, -ma logico: esso è dominato da una ragione segreta che lo nutrisce -e gli dà sostanzia e colore: esso può essere alto, grande e puro, -come la verità. Il fantastico non è il contrario della vita, ma -è l'esaltazione della vita: è la linea in fuori, è l'aureola, è -l'alone, ma la linea suppone la misura, ma l'aureola suppone la -testa, ma l'alone suppone la luna! Il fantastico non capovolge le -leggi dell'esistenza, ma le intravvede moltiplicate, più ricche, più -tristi, più tetre, più grottesche: ma le considera nelle loro glorie -e nelle loro miserie, ma le sospinge alla loro nota più vibrante e -più acuta! Il fantastico anche descrive dei paesaggi che esistono, ma -vi aggiunge quella soffusione di poesia lieta o lugubre che le cose -hanno sempre e che solo gli occhi freddi ed aridi non sanno vedere: -il fantastico anche narra delle cose accadute, ma vi scorge tutto un -lato nascosto, qualche cosa che sfugge all'analisi del critico e che -non sfugge alla visione del poeta. Gli è per questo che gli scrittori -d'immaginazione scarseggiano assai, mentre gli scrittori di verità -si chiamano oramai legione; la fantasia non comporta mediocrità, non -comporta volgarità, non ammette mancamenti o debolezze. È fantastico -il grande Hoffmann, di cui non una delle novelle che non parta da un -assioma indiscutibile, di cui il fantastico ha le grazie e le seduzioni -della vita: siete fantastico voi, voi solo, o grande Edgardo Poe, non -abbastanza ammirato, non abbastanza amato, infelice nella morte come -nella vita! Rammentiamo le _Novelle straordinarie:_ non una di esse che -non possa, in tutte le sue parti, corrispondere a un'assoluta verità! -Ma quegli uomini sentono in una forma complessa, esagerata e febbrile: -ma quelle donne dai capelli biondi, dagli occhi glauchi, dalle forme -tenui, dalle mani ceree sulle nere vesti, sulle bianche vesti, hanno in -loro un fuoco che le consuma: ma quei paesaggi hanno una vita interiore -che li trasforma e li fa tragici: ma quelle scene hanno una intensità -crescente che afferra ai capelli il lettore, e li imperla di un sudore -di paura! Tutto è vero, tutto può esser vero, nel grido che sale nel -_Cuore rivelatore_, tutto è vero, tutto può esser vero nei terribili -rumori della _Casa Usher_. Il fantastico del rimorso, il fantastico del -terrore non vengono da spettri, non vengono da vani fantasmi, ma l'uomo -li porta in sè, ma sono gli abitatori del suo spirito, i tetri e fieri -abitatori! Egli non diventa marmo, come il povero Zennaro, del _Corvo_ -di Carlo Gozzi, nè marmo come la dolce e tenera Hermione nel _Racconto -di una notte d'inverno_ di Guglielmo Shakespeare: non si muta in una -serpe, come la dolce Cheustanì, la _Donna Serpente_ di cui Riccardo -Wagner volle rendere l'amore, il dolore, la devozione coniugale nella -sua opera di gioventù (_Le Fate_); ma quest'uomo di Poe ha le belve -che gli dilaniano il cuore, porta una serpe nelle sue viscere e meglio -sarebbe per lui se s'impietrisse! Questo è, il fantastico: la vita -nelle sue più cocenti passioni, l'odio, l'amore, il delitto elevato -all'ennesima potenza, la vita slanciata alle altissime temperature, — -dove tutto vibra e tutto finisce per infrangersi! - -E chiamiamolo addirittura il _meraviglioso_, il portato di Carlo Gozzi -nel teatro italiano, poichè additeremo così questo bizzarro, sì, ma -mite e innocente materiale di arte: il meraviglioso che sconquassa, -ma porge la speranza e porge il rimedio, che infligge le torture, ma -ha con sè il balsamo della consolazione. Senza di esso, i protagonisti -di Carlo Gozzi sarebbero delle creature semplici e amorose, e la loro -istoria non potrebbe interessare gli umani: un elemento estraneo entra -in loro e li rende vittime ed eroi, insieme, ma vittime temporanee ed -eroi di cinque, di dieci anni: l'elemento sparisce ed essi rientrano -nel giro normale dell'esistenza, freschi, sani e felici. Questo -meraviglioso ha l'aspetto truce e la sostanza tenera, ha l'apparenza -della fatalità e non è la fatalità: è lo slanciarsi, per breve ora, -fuori dei limiti del possibile, ma è il rientrarvi subito, quietamente. -La fantasia, nella sua essenza, nella sua possanza, dà ben altri -crucci, e il fantastico, talvolta, uccide. Fra coloro che mi ascoltano, -io credo, che tutti preferirebbero di essere un personaggio di Carlo -Gozzi che un personaggio di Edgardo Poe, e tutti, infine, preferiscono -di essere i lettori dell'una e dell'altra opera. Infine, il Gozzi -non era realmente un uomo d'immaginazione: quello che egli ha fatto, -non lo ha fatto per una passione salda letteraria per il sorprendente -nell'arte, ma lo ha fatto per una passione di uomo, molto più forte, -molto più acerba, per il suo odio contro Carlo Goldoni. - -Ah parliamone un poco, di questo odio per cui il cuore del conte -veneziano si è infiammato molto più che per qualunque amore di donna: -parliamone, giacchè esso è l'avvenimento più importante della vita di -Carlo Gozzi, giacchè oh ironia, giusta e ingiusta insieme, del destino, -adesso il drammaturgo di _Turandot_ è rammentato solo perchè fu nemico -acerrimo di Goldoni! Ebbene, sì, egli lo ha odiato molto e lo ha, -sovra tutto, disprezzato, come si conviene a un uomo che sa odiare: -chi riconosce qualche cosa di buono e di serio, nel suo avversario, -già non odia più! Carlo Gozzi lo disprezzava palesemente e intimamente: -il Goldoni gli pareva il più volgare, il più triviale, il più balordo -e il più noioso fra gli scrittori teatrali. Egli lo ha tante volte -dichiarato ed era in perfetta buona fede. Tutto ciò che formava la -bontà e la beltà delle creazioni goldoniane gli faceva ribrezzo: e le -parole più basse per esprimere la più bassa cosa non gli sembravano -sufficienti. Le sue polemiche impetuose e ardenti, la sua lotta -teatrale, tutta una città posta a soqquadro, indicano come tutto il -calore dell'anima di Gozzi si era riversato contro questo dispregevole -avversario. Questa battaglia è durata molto tempo ed è stata combattuta -su tutti i campi: è stata folgorante d'ingiurie e di vituperii: è -stata fornita a colpi di penna e a colpi di voci calunniose: ha avuto -sussidii e contrasti nell'amore e nella politica. Il Goldoni è stato -insidiato nella reputazione e nella fortuna: è stato minacciato nella -felicità e nella vita ed ha dovuto, infine, lasciare il suo paese, -esiliarsi, non vinto, forse, nell'anima, ma vinto nei fatti, non -sconfitto nella sua arte, ma sconfitto come uomo e come cittadino. Più -tardi, certo, anche la fittizia fortuna delle fiabe decadde e lo stesso -Carlo Gozzi non volle farne più nessuna: ma più tardi, ma troppo tardi, -quando niente e nessuno poteva più medicare le ferite dell'animo di -Carlo Goldoni, quando tutte le amarezze avevano per sempre avvelenato -il fondo del cuore del buon commediografo di Venezia. - -Ebbene, io dico che quest'odio, che questo disprezzo erano sentimenti -naturali e giustificati in Carlo Gozzi: dico che egli non poteva -fare diversamente che detestare Goldoni e che egli ha obbedito -a una ispirazione alta e dolorosa, combattendo quella battaglia. -Ricordiamoci chi era e che rappresentava Goldoni, a Venezia. Egli, -modesto e tranquillo scrittore, era stato tocco da quel colpo di -fulmine intellettuale che non ammazza, ma sconvolge, che non atterra, -ma trasforma violentemente, egli aveva _avuto un'idea_: egli aveva -compreso che la vita nelle sue forme veraci e umili ha una potenza di -fascino che sorpassa tutte le meraviglie: aveva _visto_ che l'amore -qual è, il dolore qual è, il ridicolo qual è, e non già come la falsità -leggiadra o pomposa di tutto il Settecento voleva rendere, possedessero -maggior attrazione che qualunque declamazione rettorica o leziosa: -aveva sentito quest'uomo piccolo destinato ad albergare quella grande -cosa che è un'idea, aveva sentito l'irrompere della vita nella sua -lealtà comica o drammatica. La gran voce delle persone e delle cose -intorno, era giunta sino al suo spirito e lo aveva commosso: non la -voce dei fantocci pronunzianti vuote frasi o inchinantisi ai vezzi -frivoli di un amore che non può meritare questo nome. L'uomo nella sua -carne e nel suo sangue, con le sue costumanze bislacche o patriarcali, -con i suoi difetti curiosi e le sue qualità ammirabili, con i -trasporti delle sue passioni e col giuoco delle sue astuzie, l'uomo -vero, l'uomo uomo, era apparso a Carlo Goldoni: e costui aveva reso -la verità, a teatro. La verità, nientemeno! La verità in quei tempi -quando i più terribili soffii venivano dalla Francia, quando un timore -generale faceva impallidire le vecchie dinastie, quando i filosofi e -i carnefici si alternavano, causa ed effetto, nel centro dell'Europa! -La verità, cioè il popolo ritratto, il popolo elevato da spettatore a -protagonista, il popolo carezzato nelle sue buone tendenze, e spesso, -il nobile vilipeso, come bugiardo, come poltrone, come giuocatore! La -verità; cioè, gli antichi usi e le mode moderne dipinte magistralmente: -cioè, i vizii di certe condizioni e di certe età, resi con indulgenza, -è vero, ma non tanto da non vederne l'esatta riproduzione: cioè, -le qualità più nobili ricercate anche in persone non preclare, e -i sentimenti più alti del patriottismo, dell'onore, della dignità -ritrovati nel mondo piccolo, borghese e popolare. La verità, in questa -vecchia Venezia già decaduta, già sfinita, smarrite le sue ricchezze, -il suo potere, la sua forza, e che assisteva sgomenta a queste nuove -cose che sorgevano, a queste idee, a queste forme, a questi fatti che -disperdevano le ultime sue parvenze di grandezza! - -E come poteva permettere ciò il conte Carlo Gozzi, il patrizio di -antica stirpe dalmata, il patrizio che s'inchinava reverente a Venezia -e alla Serenissima? Carlo Gozzi non solo era un signore, di nascita, -ma teneva moltissimo al suo nome e alla sua razza: non solo era un -conservatore in arte, ma era tale anche in politica: non solo era un -patriotta, ma era un patriotta accanito e focoso. Il tremuoto che -squassava tutte le vecchie cose lo stupiva e lo sgomentava: ma lo -sgomento massimo era per il suo paese, per questa adorata Venezia che -portava nel sangue e nelle ossa, come la più grande delle passioni. -Codino, sì, venti volte codino, ma non codino di chiacchiere vacue, non -codino di poco temibili proteste, non codino silenzioso e pauroso, ma -codino arrabbiato e focoso, codino pugnace e implacabile. Carlo Goldoni -non parve solamente a Carlo Gozzi un novatore del teatro: ma gli parve -un novatore ribelle, un commediografo che volesse continuare sul teatro -la esecranda opera della Enciclopedia e della rivoluzione francese. -Autore drammatico egli stesso, comprendeva bene quale costante e -invincibile propaganda potessero fare certe teorie propalate dal -palcoscenico: e il non essere il Goldoni un teorico della verità, ma un -dipintore esatto e geniale, il dare con forme semplici tutto un nuovo -contingente di protagonisti presi dal popolo, il rendere con l'azione -i vizii e la debolezza estrema della nobiltà veneziana lo rendeva anche -più pericoloso. Carlo Gozzi odiò Goldoni come un nemico della patria, e -l'opporsi a lui gli parve un atto di buon cittadino, di fedele suddito -della Repubblica morente. Una rabbia profonda sorse dalle viscere -dell'uomo contro l'uomo e il letterato tentò una difesa disperata! - -Disperata! Vandeano di Venezia, il conte Carlo Gozzi combatteva come -i fedeli brettoni per Dio e per il Re: il suo Dio e il suo Re erano -Venezia. Di fronte alla novità rigogliosa e avvincente delle commedie -di Carlo Goldoni, portanti nel seno il germe della libertà dello -spirito, egli volle far tornare all'antico il pubblico, e più che -all'antico, al bambinesco. Mentre tutti tentavano di pensare, mentre -tutti sentivano il fremito possente che sollevava la terra infeconda -e le preparava una magnifica fioritura dove il sangue non mancava -per la coltura, mentre tutti avevan l'anima attenta a ogni nuova -manifestazione del pensiero e dell'opera umana, il conte Carlo Gozzi -tentò di calmare questa inquietudine coi racconti delle fate e volle -addormentare i cuori turbati e le menti palpitanti, come si cerca di -far addormire un bimbo nervoso, che ha paura. Egli cullò i terrori -segreti, egli cantò la ninnananna a coloro che vedevano crollare il -mondo in cui avevano creduto: e al fragore delle voci e delle armi, -egli disse, come una buona balia: _vi era una volta_...... Oh come -si rivela bene, la disperazione interna, non del letterato che era -troppo superbo e alla sua maniera, anche un po' indifferente, ma la -disperazione del conservatore che chiude gli occhi per non vedere, che -si tappa le orecchie per non udire, e che, come le vergini di Francia -danzavano con un filo rosso al collo, per simbolo della probabile -prossima ghigliottina, in abito da _victimée_, tenta di raccontare -delle storielle vane per togliere il pubblico alla propaganda e alle -paure! In pochi anni egli scrive fiabe sopra fiabe con una rapidità, -con una facilità grande, mentre polemizza nelle fiabe e fuori, mentre -continua la sua guerra nelle accademie, nei saloni e nei caffè: -egli non ha posa, egli non soffre indugio: egli, con la sua ferocia -spinge il Goldoni a scrivere anche più, a scrivere sempre: egli non -solo oppone una resistenza instancabile, egli attacca atrocemente, -egli appartiene alla schiera, come ho detto, dei codini belligeri, -che sono rari, ma che sono terribili, visto che la violenza pare -sia un appannaggio della gente nuova e ribelle. Che importa a lui, -specialmente, la fiaba e donde essa viene, visto che egli non è un uomo -di fantasia, ma un autore drammatico puro e semplice, che importa se -il materiale sia il meraviglioso e sia preso dapertutto, quando egli -non ha di mira che distrarre il pubblico dalla commedia dell'iniquo, -dello scellerato Goldoni, figliuolo primogenito delle nuove esecrabili -teorie? Siano i racconti delle fate, se essi servono allo scopo ambito! -Che importa se la intromissione delle maschere, se il riportare -sulla scena la _Commedia dell'arte_ è un colpo duro a sè stesso e -alla propria dignità di autore? Purchè sia ferito l'avversario, non -importano le proprie ferite. E così tutta la ragion letteraria del -Gozzi si chiarisce e si giustifica nelle sue debolezze: e tutta la sua -vita, anche, si riabilita nelle sue stranezze e nelle sue acredini. Si -riabilita con quest'odio! Un odio mortale sorto da un sentimento alto -e incrollabile, dalla devozione alle antiche cose, dall'ossequio alle -vecchie idee, dalla reverenza profonda verso Venezia: un odio che ha -un'essenza d'amore, come tutti gli odii. Impossibile giudicare Carlo -Gozzi isolatamente: significherebbe menomare e travisare il suo valore -e dare di lui un giudicio falso. Egli fu uomo del suo tempo: anzi, dirò -meglio, fu uomo anteriore al suo tempo. Non fu uno di quei letterati -solitarii che, con inclinazione laudabile o no, non lo so, si chiudono -nel loro lavoro e dediti alla loro arte, servi, schiavi di essa, si -dimenticano di vivere: e rovini tutto l'edificio sociale intorno ad -essi, non se ne accorgono, perduti in una divina allucinazione. Carlo -Gozzi non fece una vita di sogno, come a tanti artisti è concessa: ma -fece una vita di realtà, una vita di uomo vivente, dirò! Impossibile, -anche, giudicare il Gozzi, senza considerarlo nel grande torneamento -della sua violenza, torneamento scortese e cruento, contro Carlo -Goldoni. Questo odio è la lettera iniziale della sua vita, è la sua -cifra fatale! - -E permettete a chi ammira tutte le battaglie fatte in un nome sacro, -fatte anche in nome dell'ombra e della immobilità, fatte anche in -nome del silenzio e del gelo, permettete che io esprima qui un senso -di malinconica ammirazione per quel soldato del regresso che fu Carlo -Gozzi e che lo ammiri nel suo odio, origine della sua arte e della sua -vita. Questo odio, è vero, dette molti dolori a Carlo Goldoni: ma le -avversità sono sempre un buono stimolo dell'ingegno che vi si tempera -e vi si affina: ma ciò che si scrive sotto la sferza delle passioni, -degli ostacoli, delle contrarietà vale, spesso, più dell'opera compita -nella oscurità senza contrasto, tanto che vi è chi preferisce il -mordace e dolente Arrigo Heine all'olimpico e maestoso Wolfango Goethe! -Lo ammirerete anche voi, io spero, quando penserete che se la sua -guerra ebbe effetti immediati, essi furono fallaci: quando ricorderete -che egli vide perire prima di sè la sua effimera gloria, e fu postumo -di sè stesso: quando noterete che il suo nome, oramai, non è rammentato -che dirimpetto a Carlo Goldoni. Che dirimpetto? Ho detto male. Di -lato: molto di lato: ombra, nella luce di Goldoni. Ancora palpita il -mondo alle scene degli _Innamorati_ e ancora ride alle sue _Baruffe -chiozzotte_: ancora la _Locandiera_ incanta gli spettatori affascinati! -Gli spiriti che sparvero da questo nostro mondo, vivono _di là_: ma noi -non sappiamo bene, come. Speriamo che essi non sappiano nulla del mondo -che lasciarono: altrimenti, neppure la pace delle sfere celestiali, -sarebbe una pace, pel conte Carlo Gozzi! - - - - -GIUSEPPE PARINI - -(1729-1799) - - -CONFERENZA DI - -GUIDO MAZZONI. - - - _Signore e Signori,_ - -Tocca a me l'onore pericoloso d'iniziare quest'anno le Letture -fiorentine nella sala che Luca Giordano adornò tutta di fiori e che -ora adornate voi, o signore; nella sala che udì già un tempo i discorsi -degli accademici della Crusca e accolse poi un congresso di scienziati, -e dove ora state ad ascoltarmi voi, o signori, che avete fama ben -meritata di essere per un conferenziere l'uditorio ch'ei possa più -desiderare o più temere. Ciò farebbe maggiore in me la trepidazione se -non avessi ormai quattro volte sperimentato negli anni scorsi la vostra -benevolenza, la vostra indulgenza. E quest'ultima chiedo ancora una -volta per me; la benevolenza chiedo, a nome de' signori del Comitato, -per l'istituzione loro, che, proponendosi così nobile intento, ha già -raccolto tanto favore. - -Giuseppe Parini aveva nove anni quando il padre suo, umile negoziante -di sete, volendolo tirar su per gli studii, lo recò a Milano e lo -allogò in casa d'una zia. “Addio, monti sorgenti dalle acque!„ avrebbe -certo sospirato allora quel ragazzo d'ingegno così promettente, se -Alessandro Manzoni, che fu poi il massimo discepolo del Parini, già -avesse consacrato all'arte, con l'eloquenza dell'addio di Lucia, -monti ed acque ben poco distanti dalle colline di Bosisio e dal lago -di Pusiano. Il ragazzo, cui aveva insegnato a leggere e scrivere il -prete del borgo nativo, è probabile non ripensasse allora, partendo, il -tenue passato, ma che vedesse con gli occhi della fantasia le vantate -meraviglie della sterminata ed opulenta Milano. - -Erano gli ultimi del 1738, e Milano, sgombrata da Carlo Emanuele di -Savoia “quel brutale d'Italia„, venuta in signoria di quel placido -Carlo VI che doveva morire d'indigestione, si preparava ad accoglierne -la figlia, Maria Teresa, sposa novella di Francesco di Lorena. E -proprio quando il Parini arrivava, nel fervore de' preparativi, -nello studio dell'etichetta, si facevano questioni grandi: chi doveva -andare fin a Mantova a ossequiare i principi? chi si doveva invitare -alle feste? le dame dovevano presentarsi a Corte con l'adrienne o -col mantò? Le due prime questioni furono risolute presto; a Mantova -andò il Vicario di provvisione e sei patrizi; sei altri, col titolo -onorifico di Bastoni, ebbero a compilare l'elenco degli invitati: -quanto all'adrienne e al mantò, bisognò indagare cautamente l'animo -della maggiordoma maggiore dell'Arciduchessa, che indagò l'animo -dell'Arciduchessa; e, a dispetto degli avari mariti, a gioia delle -splendide dame, venne la risposta: il mantò! - -Quel povero ragazzo di campagna che cominciava a frequentare, vestito -da abatino, le scuole de' Barnabiti, non seppe o non si curò di sì -fatte controversie; ma era certo per le strade, in vacanza, quando il -2 maggio '39 i principi, sorridendo al popolo dal grande carrozzone -dorato, entrarono pomposamente in Milano; e potè forse avvicinarsi -al corteggio e ammirarlo da presso e guardare la futura padrona, la -fiorente Maria Teresa, perchè le milizie schierate per contenere -la folla e presentare l'arme, sorprese da un acquazzone, si erano -sbandate! La sera, grande illuminazione di tutta la città; e chi sa non -fosse anche lui tra i monelli che (come narra la Gazzetta d'allora) -“girando all'intorno con semplici rime, dettate dal naturale genio -e piacere, come dall'affezione succhiata col latte verso la cesarea -stirpe, invitavano i meno pronti ad esporre i lumi con abbondanza„. -Furono le prime feste, le prime dame, che vide co' suoi grandi e -vivacissimi occhi neri quel lungo, gracile, irrequieto abatino; e -cominciò ad assorbire inconsapevole l'amore del lusso, delle eleganze, -della bellezza. - -Mentre egli cresceva, e proseguiva a studiare, e cominciava a -dar lezioni, i tempi si facevan più quieti; il governo imperiale, -interrotto per pochi mesi dai Gallo-Ispani, si assodava in Lombardia -entro quella pace di quarantotto anni che ci diè tempo d'incipriarci -e d'imbellettarci, ma anche di guardare noi stessi allo specchio, -vergognare di noi stessi, iniziare la conversione dell'animo nostro e -la coscienza nazionale, che i Francesi del '96 ci aiutarono, sia pur -brutalmente, a recuperare intiera. Milano si faceva a mano a mano più -grande, più bella, più polita, negli agi e ne' diletti crescenti della -civiltà; e, come accade, ogni moto di quel risveglio affrettava altri -moti. Passava su tutti un'aria tiepida, quasi autunnale, che affrettava -la piena fioritura, lo spampanamento de' vizii, e spargeva intanto i -semi della primavera ventura. Quel che fino allora non era sembrato di -ribrezzo o di schifo o di danno, lamentavano molti, e chiedevano fosse -tolto via dalle leggi e dalle costumanze. La critica esercitava timida -l'officio suo buono, affilava le armi per l'officio cattivo; e il -governo le porgeva orecchio, l'aiutava, spesso incitava per preparare -alle riforme l'animo neghittoso o restìo della moltitudine. I libri, le -fogge, che cominciavano a venir da Parigi, anzi che da Madrid, vivaci, -eleganti, trasformavano rapidamente le idee e le sembianze di quella -parte della società che era allora la sola che importasse, la sola che -si pavoneggiasse, l'aristocrazia, distinta dagli altri ordini anche per -le vesti. - -E il Parini giovinetto strabilia al passare rovinoso delle carrozze -dalle alte ruote con dinanzi i candidi lacchè impennacchiati che -sgombrano con la mazza la via o agitano fiaccole ardenti; ammira le -seriche e ingemmate e incipriate dame quando ne balzano giù snelle -rifiutando la mano che offre loro il cavaliere servente; invidia forse, -per un momento, costretto come è a faticare su' libri de' classici, -quel giovin signore nel cui palazzo gli accade veder entrare ogni -mattina i maestri di violino, di canto, di ballo, o ch'egli a caso ha -ascoltato tanto facile e colto parlatore sopra ogni scienza ed ogni -arte. Gli additano i teatri, gliene descrivono la magnificenza quando -son tutti pieni di gentiluomini e gentildonne, e l'orchestra vi dà -con le melodie espressione nuova alle ariette del Metastasio, e lo -spettacolo degli scenarii, dei cori, delle comparse, fa più grandi e -fantastiche le peripezie di que' drammi. Gl'insegnano il Ridotto, che -è tutto strepito e luce. davanti ha carrozze e staffieri affaccendati, -e invita per l'ampio e ornato scalone a salire: lassù, dicono, sopra i -verdi tappeti scorre a fiotti l'oro. Certo va qualche volta al Corso; -guarda pariglie e livree, gareggianti di lusso; chiede chi sia quella -o questa leggiadrissima dama, chi sia quell'elegante signore; e ode -illustri casati, che gli risvegliano memorie gloriose di avi, o forti o -sapienti, di cui legge nelle storie le imprese e i meriti. - -È giovine, ha l'animo ardente, pronta la fantasia: oh quella società -come deve sembrargli felice; come lontane da lui, e per ciò più -desiderabili, quelle fanciulle! Rientra nella povera cameretta, -avvilito, scorato; prende di malavoglia un libro di scuola, lo scorre -distratto. Orazio e Virgilio, che guidarono pietosi la sua mano e gli -si offersero consolatori, l'han presto liberato dalle vane e pericolose -visioni; lo accendono di sè, lo inspirano: ed eccolo irrequieto -andar su e giù per la cameretta, non più povera agli occhi suoi, ma -raggiante: e il cuore, mentre egli tenta i primi versi, gli batte -forte per una confusa, incerta, misteriosa idealità ch'egli vorrebbe -determinare, esprimere, e ancora non può, ma che sente tumultuare entro -sè, e del sentirla gioisce. Sarà poeta. - - -I. - -Sì, ma intanto bisogna studiare per farsi prete. La zia non gli ha -lasciato, morendo, che una materassa a sua scelta: avrà una rendita -annua per una messa quotidiana, se continuerà da chierico gli studii e -diverrà sacerdote. - -Si può esser certi che vocazione non ci fu: troppo il Parini -carezzò poi sempre nel pensiero le pure gioie della famiglia; -troppo, quasi a compensarsi di tanta mancanza, indulse a sè stesso -per l'ammirazione della bellezza e per l'amore. Ne' suoi versi è -quasi continuo il rimpianto, sia pure che la volontà lo freni dallo -svelarsi direttamente, e la grazia delle immagini e dello stile faccia -apparire sorriso quel che fu sospiro. Prete per vocazione chi canta i -“baldanzosi fianchi — delle ardite villane — e il bel volto giocondo — -fra il bruno e il rubicondo?„ Chi lo svegliarsi degli sposi la mattina -dopo le nozze, narra con tanta dolcezza? “Quando sorge la mattina -a destar l'aura amorosa — il bel volto della sposa — si comincia a -vagheggiar. — Bel vederla in su le piume — riposarsi al nostro fianco, -— l'un de' bracci nudo e bianco — distendendo sul guancial; — e il -bel crine oltra il costume — scorrer libero e negletto, — e velarle -il giovin petto — che va e viene all'onda egual.„ Prete per vocazione -chi, da vecchio, per timore che gli altri non lo beffeggino, confessa -ironico contro sè stesso il suo male, e se ne vanta insieme; mal -d'amore per le braccia rotonde e rosee, e non per le braccia sole, -della Cecilia Tron? o per le labbra tumide e le delicate forme “che mal -può la dovizia — dell'ondeggiante al piè veste coprir„ della contessina -di Castelbarco? Del resto, degli amori suoi abbiamo testimonianze -più precise, perfino da lettere dove il cuore gli sanguinò in penosi -contrasti e in sospetti gelosi. Ma subito aggiungo che nella corruzione -de' tempi egli parve, anche a quelli che lo sapevano fragile, non -macchiato da turpitudini; che dell'arte si valse, quando confessò gli -amori senili, non a lenocinio, sì a diletto e conforto. Marito e padre -sarebbe stato, non è dubbio, più puro; scandalo non diede mai neppur -quando mal seppe resistere all'indole amorosa. - -Come un tempo aveva sognate le nozze! - - Era gioconda immagine - Di nostra mente un dì fresca donzella - Allor che, con la tenera - Madre abbracciata o la minor sorella, - Sopra la soglia de' paterni tetti, - Divideva gli affetti; - E rigando di lagrime - Le gote che al color giugnean natio - Bel color di modestia, - Novo di sè facea nascer desio - Nel troppo già per lei fervido petto - Del caro giovinetto, - Che con frequente tremito - De la sua mano a lei la man premendo - La guardava sollecito, - Sin che poi vinta lo venia seguendo, - Ben che volgesse ancor gli occhi dolenti - A gli amati parenti. - -E qui l'ode, avviata dal Parini cinquantenne, rimase in tronco: quel -giovine marito non era lui, quale tanti anni innanzi s'era forse veduto -per un istante con la fantasia accesa da un primo amore? Fantasia -che, destinato prete, cacciò, invocando l'aiuto divino per vincere il -doloroso contrasto, le tentazioni pericolose. - - -II. - -Fu ordinato prete nel '54; e, quando si condonino ai tempi licenziosi -e all'indole di lui, nato piuttosto per la famiglia che per la -chiesa, gli amori sentiti nell'animo o cantati nel verso più spesso -che esercitati nella vita, fu prete buono. E cristiano fu sempre dal -profondo dell'animo nell'alta, serena, cosciente, coraggiosa sua fede. -Da vecchio, se è vera la fama, non vedendo più il crocifisso nella -sala delle adunanze municipali, esclamò: — Dove non entra Cristo, non -entra il cittadino Parini! — e contro la prepotenza, l'ingiustizia, il -mal costume, si era levato sempre con ardore evangelico. Ad ogni modo, -se fu bene o male per lui il farsi prete, nessuno oggi può dire; ma -nessuno può dubitare non fosse ciò un bene grande all'arte ed anche -alla morale: perchè il Parini laico non avrebbe veduto quanto vide, -non avrebbe rappresentato quello che così vivacemente rappresentò, -con effetti non vani su' costumi, durevoli sulla poesia, gloriosi a -lui ed all'Italia. Quel po' di stima che tra i letterati milanesi gli -aveva procacciato due anni innanzi il libretto delle poesie di Ripano -Eupilino, nome arcadico allusivo al suo lago, non gli avrebbe infatti -schiuso le porte di casa Serbelloni, se egli non fosse stato sacerdote, -e per ciò insieme abate di casa e precettore ai duchini; nè dai -Serbelloni sarebbe passato educatore in altre case patrizie; nè senza -gli agi della vita che gli permisero lo studio e l'esercizio dell'arte, -senza l'agevolezza dell'osservare i costumi signorili da presso e -smascherati, avrebbe potuto pensare ed eseguire l'elegante e tremenda -satira del _Giorno_. - -Il palazzo de' Serbelloni e la vivace e colta duchessa Vittoria Maria, -che iniziò il giovine prete alla conoscenza della vita aristocratica, -erano tali da mantenerlo per alcun poco nella buona stima che di -quella vita egli si fosse fatta giudicandone da lontano per le esterne -apparenze. I vizii del secolo e de' signori non gli erano ormai -ignoti, non foss'altro per le chiacchiere, i pettegolezzi, le rime -de' letterati borghesi amici suoi, per le poesie di canzonatura o -d'improperio in che la Musa meneghina si sfogava, per gli ammonimenti -che l'eloquenza verbosa e fiorita de' predicatori non si stancava di -far rimbombare nelle chiese stuccate e indorate. Ma altro è udire, -altro è vedere. Colta, letterata, scrittrice anche per le stampe -la duchessa, e alla mano col medico e col precettore; i due cognati -Serbelloni erano ufficiali valorosi nelle milizie imperiali; grande -la casata, ricca, illustre. Ma il duca marito, da un lato, la duchessa -moglie, dall'altro: onde il Parini non seppe mordersi la lingua prima -che scossasse per quel contrasto, di cui si occupavano perfino alla -corte di Vienna, un pungente epigramma. Valorosi i cognati, ma ozioso e -prepotente il duca, che non si voleva veder tra i piedi quel pretonzolo -di Bosisio cui Maria Vittoria dava troppa confidenza. Alla mano la -duchessa, ma anche manesca. Una volta che, in villa, diede due schiaffi -alla figliuola d'un maestro di cappella ch'era là ospite sua, soltanto -perchè voleva tornare a Milano, il Parini non ci resse; prese la -ragazza e l'accompagnò dove essa voleva. Onde la padrona _si disfece_ -di lui. Ed eccolo a Milano, con la vecchia madre vedova, incerto -dell'avvenire, così povero nel presente da dover chiedere in rima e in -prosa a un amico il prestito di pochi zecchini: - - Limosina di messe, Dio sa quando - Io ne potrò toccare, e non c'è un cane - Che mi tolga al mio stato miserando. - La mia povera madre non ha pane - Se non da me, ed io non ho danaro - Da mantenerla almeno per domane. - -Miseria e, quel che è più crudele, miseria che doveva celarsi. - - Entro ad un libro voi li riponete - Perchè nessuno se n'avvegga, e quello - In una carta poi lo ravvolgete; - Anzi lo assicurate col suggello - O pur con uno spago, e dite poi - Che consegnino a me questo fardello. - -Col poscritto in prosa: “Sono senza un quattrino.... Non mostrate a -nessuno la mia miseria descritta in questo foglio.„ L'uomo e per ciò il -poeta erano ormai compiuti: il dolore matura la coscienza e l'arte. - - -III. - -Il Parini conosceva allora, conobbe da allora in poi sempre più, -frequentando come maestro e come letterato le case patrizie, quali -erano le occupazioni e gli affetti, e quali i cuori e le menti, di -quella gente che aveva un tempo ammirata. La critica cresceva animosa, -audace, e batteva in breccia ogni specie d'autorità; la borghesia -studiava, lavorava, si arricchiva; e costoro che mai facevano? -Studiavano? no; lavoravano? no; si arricchivano almeno col frutto -delle ricchezze avite? anzi le sparnazzavano. Che facevano, dunque? -Ah, godevano forse quanto il danaro può dar di piacere, tracannando -la vita d'orgia in orgia, tumultuosi, ardenti, per iscagliar poi via -brutalmente la coppa vuota? o industri, sapienti nelle raffinatezze -del vizio, la centellinavano fin all'ultimo sorso, e se la lasciavano -esausti cader di mano con l'ultime rose dalla pallida fronte? No. Chi -li chiamò Sardanapali fece loro troppo di onore: quel re, in faccia -all'invadente nemico, arse in un rogo enorme le sue donne, le sue -ricchezze, sè stesso; e fu eroica follia. Nemmeno si può pensare a' -Romani dell'Impero decrepito. Que' titolati lombardi altro non erano -che le reliquie d'una razza sfibrata, dissanguata, incapace così -dell'azione virtuosa come della passione viziosa, mediocri in tutto; -vili insomma, e per ciò incapaci di redenzione. - -Ai tempi di Renzo e Lucia, v'era ancora qualche gran signore feudale, -come l'Innominato, di passioni ardenti; prima quasi un demonio, poi -quasi un santo, per la medesima energia volta dal male al bene: e vi -erano molti signorotti cortigiani, molti Don Rodrighi e Don Attilii, -che per cavarsi un gusto, per sodisfare un puntiglio, non badavano -a far vituperii e violenze, sebbene si appiattassero dietro la forza -dell'Innominato o l'autorità del Conte zio. Un secolo e mezzo dopo, -la Lombardia non aveva più nessun Innominato, aveva molti nipoti dei -Don Rodrighi e Don Attilii; quei tirannucoli, nipotini in parrucca -e con lo spadino, buoni soltanto a menar amori illeciti, tacitamente -consenzienti i mariti. - -E il Parini che prima ne ha sorpreso a caso qualche smorfia mendace, -qualche sorriso verace, li sorveglia ora con occhio acuto, da moralista -e da satirico, ne coglie le fattezze tipiche, penetra fino all'intimo -la loro ignavia e stoltezza. L'han fatto aspettare più volte nelle -anticamere, e dopo il lungo indugio finchè il giovin signore non si -svegliasse, si è visto passare innanzi il maestro di ballo, di canto, -di violino: da loro ha saputo che le lezioni saran brevi, perchè van -là soltanto a ragguagliare su' discorsi che corrono ne' palcoscenici. -È stato ammesso, e ha trovato il contino o il duchino davanti allo -specchio, col parrucchiere affaccendato su lui alla più grande opera -di tutta la giornata, la pettinatura; e lo ha visto mordersi i labbri -impaziente, o furibondo talora rovesciar tutto e dire improperii -e minacciar del bastone il lento o mal destro artista del pettine. -Finalmente ha potuto parlargli, e ha misurata la profondità della sua -saccente ignoranza. Oppure gli ha dovuto far tanto di cappello mentre -passava leggiadretto e superbo per recarsi dalla dama altrui che si -onorava di servire. - -Il Parini inchinato dalla natura alle dolcezze della famiglia, il -Parini prete cristiano, il Parini artista arguto, quanto dovè pensare -e sorridere e indignarsi, fatto spettatore di quelle strane regole di -civiltà onde parean quasi ridicoli il marito e la moglie che fossero -stretti di convivenza affettuosa! Durante la mattina, la moglie era -delle cameriere, poi de' corteggiatori intorno alla toilette, poi del -cavalier servente: la mensa, che nella vita sana di chi lavora ed ama -è ritrovo, è riposo, è agio concesso allo scambio delle idee, sì che -insieme con le membra l'anima vi si ciba e vi si afforza al bene, la -mensa allontanava anche più l'un dall'altra il marito e la moglie. - - ......... Se a un marito alcuna - D'anima generosa ombra rimane, - Ad altra mensa il piè rivolga, e d'altra - Dama al fianco si assida, il cui marito - Pranzi altrove lontan, d'un'altra al fianco - Che lungi abbia lo sposo; e così nuove - Anella intrecci a la catena immensa - Onde, alternando, Amor l'anime avvince. - -Durante il pranzo, l'arguto abate studiava ancora gli amori, le -gelosie, le sfacciataggini, le ipocrisie, le stranezze degli ospiti -e de' compagni: ascoltava il racconto che la signora faceva, con le -lacrime agli occhi, della pedata onde il piè villano d'un servitore -remunerò il carezzevole morso della sua Cuccia, e della giusta vendetta -ch'ella ne prese cacciandolo; sorrideva all'ostentata scienza di -quello, agli spropositi madornali di questo; ammirava la cecità de' -mariti, la vanità de' cavalieri serventi, la petulanza de' parassiti, -la sciocca corruttela di tutti costoro. E quando ora tornava al Corso, -e guardava nelle trionfali carrozze i gentiluomini e gli arricchiti -di fresco che tentavano immischiarsi tra loro, ben poteva esclamare in -cuor suo: Maschere, vi conosco! - - -IV. - -Conosceva le maschere, sapeva il loro secreto. Della superbia -prepotente, del lusso stolto e ingiusto, del mal costume, dell'ozio, -della mollezza, onde i fortunati e gl'illustri erano guasti, e -guastavano per gli esempii loro il popolo, la mala radice stava nella -“nemica — d'ogni atto egregio vanità del core.„ Quella gente vecchia, -e la nuova che le s'imbrancava, non aveva virtù di sentimento per -cosa alcuna; vivacchiava di giorno in giorno, paga di sè mollemente, -morbidamente, e perdeva le ragioni della vita per l'aborrimento d'ogni -sforzo, d'ogni disagio, che la vita impone a chi quelle ragioni cerca, -e le trova, nell'amore e nell'opera. - -Non operavano, non amavano, e per ciò avvilivano e la fede e il lavoro. -La scienza? qualche parola da farne sfoggio; l'arte? qualche diletto -futile o qualche incitamento sensuale; la patria? qualche onore da -vantarsene; la religione? qualche bell'apparato, qualche orazione -fiorita, qualche comodità a ricambiare occhiate. I confessori nel dar -la penitenza a que' peccatori eleganti offrivano confetti; in chiesa il -cicisbeo non aveva maggior pensiero che di ben servire, con tanti occhi -addosso, la dama, precedendola, sollevando la portiera, porgendole le -dita bagnate dell'acqua santa. E i predicatori di que' penitenti e di -que' devoti è naturale che cominciassero a lodar Maria Vergine a questo -modo: “Alla terra che mi sostiene, all'aria che mi circonda, al cielo -che mi sovrasta, protesto, nè me ne dolgo, protesto, e me ne vanto, -protesto al cielo, all'aria, alla terra, ch'io sono innamorato. S'io -dico la verità, lo sapete voi, voi stessa il sapete, Vergine amabile -ed amante, la quale m'innamoraste. Voi mi vedete il cuore, e vedete -eziandio la piaga amorosa di che me lo avete graziosamente ferito. -Lo ferirono quelle vostre guance più vermiglie della melagrana, quel -vostro crine più lucente dell'oro, quelle vostre labbra più dolci -del miele, quel vostro collo più bianco dell'avorio, etc., etc.„. -L'eloquenza sacra non fu mai più profana d'allora. Ed è naturale che -i poeti di quella gente fossero quali erano, ampollosamente retorici, -arcadicamente grulli, sempre pronti a inneggiare per nascite, per -monacazioni, per nozze, a lacrimare per morti illustri. - -Udite il Parini, quando accenna al primogenito della dama cui serve il -suo giovin signore: - - Nè le muse devote, onde gran plauso - Venne l'altr'anno a gl'imenei felici, - Già si tacquero al parto. Anzi, qual suole - Là su la notte dell'ardente agosto - Turba di grilli, e più lontano ancora - Innumerabil popolo di rane - Sparger d'alto frastuono i prati e i laghi - Mentre cadon su lor fendendo il buio - Lucide strisce e le paludi accende - Fiamma improvvisa che lambisce e vola, - Tal sursero i cantori a schiera a schiera; - E tal piovve su lor foco febeo - Che di motti ventosi alta compagine - Fe' dividere in righe, o in simil suono - Uscir pomposamente. Altri scoperse - In que' vagiti Alcide, altri a Bizanzio - Minacciò lo sterminio. A tal clamore - Non ardì la mia musa unir sue voci: - Ma del parto divino al molle orecchio - Appressò non veduta; e molto in poco - Strinse dicendo: Tu sarai simìle - Al tuo gran genitore!.......... - -No; il Parini non poteva essere, se non a questo modo beffardo, -il poeta di costoro, indegni della sua lirica ch'egli serbava a -spronare i reggitori al risanamento della città; serbava a lodare -chi o si facesse propagatore fra noi di utili rimedî o amministrasse -la giustizia con indulgenza sapiente; a dare eletti consigli; a -manifestare l'ammirazione per la bellezza; a darsi il nobile vanto -d'una vita e d'un'arte incontaminate. Ma la sua satira non è veleno -che voglia uccidere; è caustico che vuol bruciare le pustole e salvare -le membra. Quell'aristocrazia, ch'egli vede putrefatta, non fu sempre -così, non v'ha ragione perchè sia sempre così; dà invece alcun segno -di risanamento. Ecco eruditi ed economisti rompere ormai l'ozio, -accordarsi tra loro in società proficue a tutta la cittadinanza, -pronunziare, preparare essi medesimi tempi migliori. E il governo di -Maria Teresa vede di buon occhio quel moto, lo incoraggia, lo affretta, -lo seconda. Quello era il tempo di batter forte e sicuro. La satira, -che fa sempre l'ufficio di piccone a rovinare le mura crollanti, fin -che sia tolto di mezzo l'ingombro e il pericolo, venne dunque anche -quella volta opportuna, sebbene alcuno di que' valenti cui dava mano -gagliarda non si accorgesse lì per lì dell'aiuto e capisse male l'animo -e l'intenzione del picconiere. - - -V. - -Era di moda il poema didattico. Alla scioperataggine artistica sembrava -gran che saper descrivere tutto, insegnare tutto, in una serie di -sillabe numerate e regolate da accenti. La versione del poema di -Lucrezio, condotta con tanta eleganza dal Marchetti, aveva dato a -quel genere fallace un impulso nuovo; e di tutto lo scibile ecco fatti -maestri i verseggiatori, dalle leggi che regolano il moto dei pianeti -all'accortezza con la quale giova inzuccherarsi le fragole. Le dame -e i cavalieri si erudivano così, durante la pettinatura, su libri che -avevano le apparenze dell'arte. Già nel 1719 un patrizio pisano aveva -messo in versi tutto quanto il _Cuoco in villa_; dove potreste imparare -a far minestra di triglie, o burro di mandorle, o salsa di gelsomini -sopra il pesce fritto, da ricette di endecasillabi che hanno talvolta, -per curioso incontro del serio con l'ironico, intonazione pariniana: - - Or queste son le file onde si ordisce - De' pasticcini tuoi la tela industre. - -Il Parini, che vuole ammaestrare, lascerà ad altri poi la cura di -sdottoreggiare a quel modo in poemi didattici sull'educazione: egli -fingerà, soltanto, di accettare dalla moda le forme; dentro esse forme -infonderà lo spirito sarcastico che ha visto far mirabile prova nelle -satire latine del Sergardi, del Lucchesini, del Cordara. Piace, per -esempio, la _Coltivazione del riso_ in endecasillabi sciolti, leggiadra -opera del marchese Spolverini? Vi do, par ch'egli dica, vi do anch'io -un poema didattico, _L'educazione del gentiluomo_; e sarò anch'io un -versiscioltaio come vuole la moda. Ma quel ch'egli dice veramente è -questo: - - Spesso gli uomini scuote un acre riso, - Ed io con ciò tentai frenar gli errori - De' fortunati e de gl'illustri, fonte - Onde nel popol poi discorre il vizio. - -Notate qui due cose, la distinzione tra i fortunati e gl'illustri, e -l'intendimento di frenarne gli errori. Tale distinzione è in riscontro -a quella sul principio del poema, là dove si fa la supposizione doppia, -che il giovin signore discenda o da antica famiglia o da un padre -arricchito in pochi anni a furia di far lo strozzino. Gl'illustri -saran dunque i nobili, i fortunati quelli che per censo s'imbrancano -tra loro: con cinquecento fiorini si diventava un _don_, con duemila -cinquecento si diventava marchese. Agli uni e agli altri, non a' -nobili soli di data antica, si volge dunque la satira del Parini. Ed -anche a' ricchi borghesi. Tanto è vero, che nel descrivere il Corso -non ommetterà le figurine comiche delle Naiadi e delle Napèe, ninfe -silvestri, che vorrebbero farsi credere delle Dee maggiori. Hanno -un bel pompeggiare costoro, dopo aver fatto indossare le livree di -cocchiere e di staffiere al cuoco e al ragazzo di stalla, e aver forse -chiuso a chiave, solo in casa, il vecchio padre! Anche queste maschere -ei conosce; e di quei nobili, e de' borghesi che ostentano i vizii -de' nobili, vuole il poeta frenare gli errori: correggerli, cioè, e -tentare che volgano al bene il tempo, il danaro, le forze sprecate sì -malamente. - -Non si correggono gli adulti; si educa meglio o peggio il fanciullo. -Il Parini educatore disse chiare le idee sue nell'ode per la guarigione -dell'Imbonati, nè mi è necessario rammentarle a voi, che tutti avete in -mente i precetti di Chirone ad Achille ne' versi gloriosi. Nobiltà vera -non è quella che si eredita dagli avi; è quella che ci acquistiamo noi -stessi col merito delle opere nostre. A divenir nobili occorre quindi -l'esercizio di tutte le facoltà migliori delle membra e dell'animo; -anche delle membra, perchè senza il vigor loro non si ha virtù attiva -ed efficace. Membra sane non valgono al bene se non son rette e mosse -da un'idealità morale; e di tutte le idealità la più alta è la fede, -purchè non sia nè ipocrita nè intollerante. Nobile vero e compiuto -è quegli solo che adopera corpo ed anima, con sacrificio di sè, pel -vantaggio degli altri. - - -VI. - -Se il giovin signore ammaestrato nel _Giorno_ è proprio il rovescio -dell'Achille dell'ode, il precettore che nel _Giorno_ lo ammaestra non -è il rovescio di Chirone, nè poteva essere. Il giovin signore (che -che altri allora ne malignasse e qualche critico abbia poi cercato -dimostrare) non è una data persona; è un tipo imaginario, composto di -chi sa quante persone, atteggiato in chi sa quanti modi, che il poeta -aveva osservati e colti nel fatto. Potè per ciò riuscirgli quale lo -voleva; perfettamente vuoto, insulso, indegno, così da non poter essere -neppure un tipo drammatico. Ma il precettore che parla per tutto il -poema è, in fondo, il Parini medesimo che si vale dell'ironia. Per -maneggiarla a dovere egli usa ogni accortezza; per non romperla si -frena quanto può: se non che, mentre scrive, due ordini di reminiscenze -lo distraggono di continuo, tentano sviarlo: le campagne della sua -Brianza, e gli effetti sinistri dell'egoismo di quel fantoccio cui si -volge. Campagne lontane; effetti troppo spesso presenti. - -Addio, monti sorgenti dell'acque! Quanto era meglio (par che dica il -poeta) restare tra voi, e uscir la mattina all'alba lungo le siepi -fiorite, e scuoterne passando la rugiada che rifrange quasi gemme -i raggi del sole nascente! vedere il contadino avviarsi al campo -spingendosi innanzi i buoi, udir da lontano i colpi del fabbro nella -sonante officina! Quanto era meglio ammirare d'estate il crescere della -bufera col tuono sempre più rimbombante di monte in monte su la valle e -su la foresta, - - Finchè poi scroscia la feconda pioggia - Che gli uomini e le fere e i fiori e l'erbe - Ravviva, riconforta, allegra e abbella! - -Quanto era meglio veder la luce del tramonto indugiarsi rosea su le -cime de' colli; meditare la rotazione incessante della Terra intorno -all'astro, scendere col pensiero, mentre l'astro pareva calasse laggiù -dietro l'orizzonte, scendere all'altro emisfero che si affrettava a -goderne! - - Già sotto il guardo de la immensa luce - Sfugge l'un mondo; e a berne i vivi raggi - Cuba s'affretta e il Messico e l'altrice - Di molte perle California estrema; - E da' maggiori colli e dall'eccelse - Rôcche il sol manda gli ultimi saluti - All'Italia fuggente.............. - -Oppure uscire, di notte, fantasticando; vedere come crescono giganti -le ombre nelle torri antiche, solcano il cielo le stelle cadenti; -ascoltare, come farà poi il Leopardi, la turba infinita de' grilli -sotto il gran silenzio del cielo, e la rana remota alla campagna. Que' -pochi anni vissuti a Bosisio risorgono distinti, particolareggiati, in -mente al Parini, mentre il precettore insegna al giovin signore, che -gli altri tutti han da lavorare per lui, egli solo godersi il lavoro -di tutti: i mietori sudare ne' campi, i soldati vegliar per le mura, i -muratori arrischiarsi su' palchi, gli artigiani oprare nelle botteghe, -i remiganti stancar le braccia pe' laghi; tutti per lui solo. Il -sentimento della natura che sgorga e si effonde così schietto e vivace, -subito che gli si porga un'occasione, fuori dell'insegnamento ironico, -non è, certo, del finto precettore; è del poeta vero. - -E dal Parini, non dal finto precettore, rompono i gridi della coscienza -offesa, che non sa più velarsi con l'artificio d'una figura retorica, -quando le cose dal poeta evocate le si presentano nella cruda realtà. -Coscienza di filantropo e di prete buono, in cui vennero a fondersi -le dottrine degli Enciclopedisti francesi e il Vangelo di Cristo. -Presa dalle sue proprie finzioni, la fantasia inorridisce allora -nel rispecchiarsi entro il verso. Pranza il giovin signore? pranzi, -s'impingui, dimentico perfino della carità tradizionale. E voi - - ............ Egri mortali - Cui la miseria e la fidanza un giorno - Sul meriggio guidaro a queste porte; - Tumultuosa, ignuda, atroce folla - Di tronche membra, e di squallide facce, - E di bare e di grucce, or via da lungo - Vi confortate; e per le aperte nari - Del divin pranzo il nèttare beete - Che favorevol aura a voi conduce: - Ma non osate i limitari illustri - Assedïar, fastidïoso orrendo - Spettacolo di mali a chi ci regna! - -Del pari, nella descrizione della furia con la quale passavano per le -vie le carrozze signorili, senza punto curarsi de' passeggeri, a onta -dei bandi ripetuti, sì che alla fine il Governo dovè comandare ai birri -di ficcar delle stanghe tra le rote volanti, e spezzarle, e fermarle -così per forza, le rote, o vulgo, - - Che già più volte le tue membra in giro - Avvolser seco, e del tuo impuro sangue - Corser macchiate, e il suol di lunga striscia, - Spettacol miserabile, segnaro. - -Queste voci sincere del poeta, verso la natura amata, verso i fratelli -oppressi, possono sembrare errate soltanto a chi pregia più la retorica -che la poesia: son esse, anzi che un errore, il pregio migliore del -poema, perchè lasciano scorgere di tanto in tanto l'anima di chi lo -scrisse, e, riposando dalla lunga ironia, ne rilevano l'intendimento. - - -VII. - -Il _Giorno_, di cui pubblicò nel 1763 la prima parte (_Il Mattino_), e -nel 1765 la seconda (_Il Meriggio_), non le odi che non raccolse mai, -fecero celebrato il Parini da vivo; e certo nel poema, così nobile di -pensiero, così leggiadro d'invenzioni, così elegante di stile, così -magistralmente variato nelle intonazioni e nell'accento de' versi, -nel poema più che nelle odi sta la ragione della sua grandezza. -Incontentabile come era, lo lasciò incompiuto; e più copie lasciò -corrette e ricorrette, delle parti che ne aveva date alle stampe. Anche -per l'intenzione formale dell'arte e pel modo di lavorare il Parini -è il maestro diretto del Foscolo, che, tutto industriandosi nella -rappresentazione precisa e insieme estetica delle cose, amò procedere -di quadretto in quadretto, e incontentabile anche lui non riuscì a -finire le _Grazie_. Ma dall'altro lato il Parini, nel poema e nelle -odi, è padre della scuola che si onorò di Alessandro Manzoni. - -Il poeta che si propose congiungere l'utile al vanto di lusinghevol -canto, e che richiamò la poesia da' giuochi della mente ai moti dei -cuori, inspiratrice di virtù, l'artista che fe' getto delle ciance -arcadiche e lavorò un poema moderno, contemporaneo, senz'altra -mitologia se non quella che l'argomento recava con sè per l'ingegnosa -imitazione e parodia della moda tutta amorini, fu ben a ragione vantato -come maestro primo de' Lombardi che dopo il 1816 affermarono nobilmente -la nuova scuola. Fin dal 1806 tale derivazione era stata sentita dal -giovane Manzoni, quando nei versi in morte dell'Imbonati, scolaro del -Parini, si faceva ripetere da lui gli ammonimenti famosi: sentire -e meditare, non tradire la verità, non contaminarsi mai, volgere -l'arte a incremento di virtù. E scolaro vero e proprio del Parini fu -Giovanni Torti; e antesignano de' romantici lui riconobbero anche gli -avversarii. - -Ben a ragione, anche per certe qualità dell'ingegno fantastico. Chi -si aspetterebbe da un poeta a mezzo il Settecento questo accenno alle -Fate? - - Fama è così che il dì quinto le Fate - Loro salma immortal vedean coprirsi - Già d'orribili scaglie e, in feda serpe - Vôlte, strisciar sul suolo, a sè facendo - De le inarcate spire impeto e forza; - Ma il primo Sol le rivedea più belle - Far beati gli amanti, e a un volger d'occhi - Mescere a voglia lor la terra e il mare. - -E originalissimo allora l'accenno a' signorotti e a' bravi del secolo -XVII, e più la descrizione della gelosia medievale, quando i mariti, -fatto preparare un funebre catafalco, offrivano alle mogli infedeli la -scelta tra il veleno e lo stile; e quella della notte quale un tempo -appariva su le torri “di teschi antiqui seminate al piede,„ con upupe -e gufi svolazzanti, e fuochi fatui, e urla di fantasime, cui per entro -al vasto buio “i cani rispondevano ululando.„ Una poesia, scritta a -cinquant'anni sonati e rimasta a mezzo, mostra forse le origini di -tanta romanticheria, e così efficace, del Parini. Non era uscito dalle -fasce e già le sdentate donnicciuole del vicinato gli avevano empita la -mente di novelle: le streghe attorno al noce di Benevento, i folletti -maliziosi, gli spettri paurosi: - - Con la bocca aperta e gli occhi - E gli orecchi intento io stava; - Mi tremavano i ginocchi; - Dentro il cor mi palpitava. - Al venir de le tenèbre - M'ascondea fra le lenzuola: - Indi un sogno atro e funèbre - Mi troncava la parola. - Non di meno al novo giorno - Obliavo i pomi e il pane; - A le vecchie io fea ritorno - E chiedea nuove panzane. - -Sembra, anche pel metro, una romanza di Arrigo Heine. - - -VIII. - -Ma questo padre di romantici, questo romantico in potenza, come -ha dallo studio de' classici tanto derivato di virtù e d'eleganza -all'eloquio e al verso, che è tutto classico, e avrà discepolo il -classico Foscolo, così ha audacie di realismo sano che tra i romantici -nostri nessuno poi vorrà e saprà osare. In più luoghi del _Giorno_ le -potrei additare: evidenti sono nelle odi. Se non avessimo innanzi ciò -che il poeta seppe fare, e che è spesso un capolavoro, si direbbe che -egli volesse vincere bizzarre scommesse: prese i metri della canzonetta -anacreontica o dell'ode oraziana, quali gli Arcadi le avevano foggiate, -e vi trattò delle fogne, e peggio, che impestavano Milano; trattò -dell'innesto del vaiolo, dell'evirazione, della chinachina. Perchè, con -le odi innanzi, non pensiamo più, neppur da lontano, alla singolarità -di tali argomenti? Ciò accade perchè il poeta non li ha cercati e -scelti a prova di virtuosità tecnica e d'ingegno sottile, ma essi -son venuti spontanei a lui filantropo che pensava il pubblico bene, a -lui artista che dentro ogni aspetto della vita, per umile che fosse, -sentiva la vita inesausta, grande, immortale, che empie ed anima tutte -quante le cose. - -Nè meno arrischiate le espressioni; e pur quanto appropriate, vive, -efficaci! Le vaganti latrine con spalancate gole che ammorbano la -città, il ladro per fame che mangia i rapiti pani con sanguinose -mani, il cappello insudiciato di fango e il vano bastone che raccoglie -dalla via e restituisce al vecchio poeta quel pietoso cittadino, sono -immagini e frasi delle quali la poesia europea, non che l'italiana, non -aveva da un pezzo le eguali per energia ed efficacia. Roberto Burns, lo -schietto contadino scozzese, non nacque che nel 1759. - - -IX. - -Ogni vita bene spesa ha il suo premio. Al Parini non furono premii -i misurati stipendii nè le lodi officiali; ma la stima di tutta la -patria, l'ammirazione strappata quasi a forza a chi un tempo aveva -diffidato di lui. Si trovò insieme con Pietro Verri nella municipalità -che i Francesi istituirono a Milano nel '96. Era naturale che, partiti -gli Austriaci, si pensasse per gli offici pubblici a lui che, non -mai giacobino ma filosofo filantropo e prete cristiano, aveva tanto -cooperato alla diffusione delle nuove idee, per quel ch'era in loro -di giustizia civile. Il buon vecchio, ormai paralitico, si faceva -portare sulle braccia a compiere il dover suo; e a compierlo ci -voleva, spesso, contro le prepotenze e le angarie, non poco coraggio. -Quando il coraggio fu inutile, allora soltanto pianse. E il Verri che -a mano a mano in quella convivenza sempre meglio lo conosceva, ne -scriveva al fratello. Prima così: “Parini il poeta è municipalista -mio collega. È un uomo un po' pedante, ma illuminato sui principii -della scienza sociale, e di molta probità.„ Poi, un mese e mezzo dopo, -così: “Figuratevi che stato è quello di un uomo probo in tale società! -Parini, il fermo ed energico Parini, talvolta piange. Io non piango, ma -fremo, e lo amo come uomo di somma virtù.„ Per ultimo: “La superiorità -francese ha congedati sette municipalisti, tre dei quali erano -veramente capaci; gli altri sono dimessi per partito, e tra questi il -nostro Parini, uomo deciso per la giustizia e fermo contro chi vorrebbe -imporci cose ingiuste, _civium ardor prava jubentium_. Mi duole, e mi -rallegro con lui.„ - -Venuti gli Austriaci, la mattina stessa del giorno in cui morì, che fu -il 15 agosto '99, scrisse un sonetto, che non li esaltava liberatori, -ma li ammoniva non ricadessero negli errori d'un tempo. L'ultimo -suo pensiero, gli ultimi versi suoi, furono per la patria. Oh anima -grande, oh anima che nella gentilezza e nella fierezza, nell'amore -e nell'indignazione, quanto un'anima italiana del secolo scorso può -paragonarsi ad un'anima del secolo decimoquarto, somiglia all'anima -unica di Dante Alighieri. - - - - -VITTORIO ALFIERI (1749-1803) - - -CONFERENZA DI - -ENRICO PANZACCHI - - -I. - -Vittorio Alfiori è troppo gran tema per un breve discorso; ond'è -naturale (a tacere anche degli altri motivi) che io sia tutt'altro -che fiducioso di me stesso intraprendendo dinanzi a voi l'odierna -conferenza. Ma nello stesso tempo io vi dico, o signore, che il parlare -d'Alfieri a Firenze è cosa che mi attrae e, in qualche modo, mi affida. - -Qui la figura del grande astigiano non ci appare subito funestata dal -terribile pugnale “onde Melpomene Lui tra gl'itali vati unico armò„ -come lo dipinse Parini e come egli amava talvolta di rappresentare -sè stesso. Qui la sua accigliata figura si spiana alquanto e quasi ci -sorride con domestica benevolenza. E voi sapete il perchè, o signore. -Firenze, fra tutte le città del mondo, fu quella ove Vittorio Alfieri -amò meglio di vivere e ove fu contento di morire. Questo amore al bel -paese e alla bella città si manifestò molto per tempo nella sua vita. -Circa a ventisette anni egli intraprese il suo primo viaggio in Italia. -Era irrequieto, scontento, malinconico. Si sentiva ignorantissimo e -nell'animo suo si alternavano ora un desiderio disperato di sapere, -ora un insuperabile disprezzo di ciò che non sapeva; e andava e -passava, tra curioso e sdegnoso, per le varie città d'Italia. Milano, -paragonata alla sua Torino, gli parve addirittura spiacevole. Quando -gli presentarono nella biblioteca Ambrosiana alcuni codici preziosi, -torse il viso sprezzante e disse che preferiva assai la vista d'un bel -cavallo. Passò da Parma, Piacenza, Modena, quasi appena degnandosi -di guardare dagli sportelli della vettura. Bologna coi suoi quadri -non l'interessò; con le sue strade tortuose e co' suoi portici pieni -di frati e di preti lo riempì di malumore. Ma giunge a Firenze e, a -un tratto, ecco che tutto cangia! Firenze conquista l'Alfieri come -una bella donna; e comincia allora in lui ad agitarsi il proposito di -rifare la sua vita, di ricostituire la sua educazione; e determinando -poi meglio il suo obiettivo, egli non fa che ripetere ne' suoi discorsi -e nelle sue lettere: vivere, pensare, sognare anche, in toscano! -Aggiungete che questa città, in mezzo alle tante traversie della vita -burrascosa, diventò il porto tranquillo, al quale sempre agognava. -Nel 1792 ebbe a passare in Francia gravissime molestie. Egli e la sua -donna per poco non furono soprafatti ed uccisi dalla plebaglia dei -sanculotti, mentre uscivano di Parigi, essendo presi per dei nobili -francesi emigranti. Aggiungete la perdita di denari, la perdita di -libri; e immaginate voi quale dovette essere l'umore di quell'uomo -tanto facilmente irritabile. Il furore “misogallico„ che già gli -bolliva dentro da un pezzo, scoppiò addirittura. Ma appena giunge -in Toscana, appena vede le cupole e le torri di Firenze, l'animo suo -mirabilmente si rischiara e si rasserena, e va ripetendo un suo verso -composto fino dal 1783: “_Deh che non è tutto Toscana il mondo!_„ Narra -egli inoltre nella sua vita “_che l'aver ritrovato questo vivo tesoro -della favella nella voce del popolo fiorentino lo compensò nell'animo -suo di tutto ciò che aveva perduto; i suoi libri, i suoi manoscritti, -i suoi stessi denari confiscatigli e rubatigli dai rivoluzionari -francesi_.„ Ricordate infine che Vittorio Alfieri condusse qui gli -ultimi anni della sua vita abbastanza tranquillo; qui, accanto a -Galileo e a Michelangelo, ebbe degno sepolcro erettogli dalla pietà -della sua donna e col consenso della cittadinanza. Intorno a quel -sepolcro veglia la pietà riverente del popolo fiorentino. - - -II. - -Per comprendere il grande significato che ha nella letteratura e nella -storia d'Italia Vittorio Alfieri bisogna, si capisce, riportarsi ai -tempi. - -In quel periodo di lunghissima pace che ebbe l'Italia dal 1749 (l'anno -appunto in cui l'Alfieri è nato) al 1796, sarebbe grave ingiustizia il -dire che tutto fu ignavia, inedia e peggioramento nella penisola. - -I costumi seguitarono ad ammollirsi, ma bisogna pur anche riconoscere -che l'orizzonte delle idee cominciò ad allargarsi e rischiararsi. -Persino in quei vecchi e logori organismi dei governi d'allora si fa -sentire una certa inquietudine di nuovo, una certa velleità di riforme. -Nel pensiero poi il risveglio è evidentissimo. Giovan Battista Vico e -Giannone sono morti, ma intanto l'Italia meridionale vanta il marchese -Filangeri, Melchiorre Delfico, Mario Pagano e l'abate Galliani, il -quale, recatosi a Parigi, prese, a confessione degli stessi francesi, -lo scettro dell'arguzia pronta e dello spirito scintillante, caduto per -morte dalle mani del signor di Voltaire. Nell'Italia superiore abbiamo -i due Verri, il Beccaria, il Palmieri, il Ricci, l'Ortis, il Genovesi. -Però, v'ho detto che il Vico e il Giannone erano morti. La pura -tradizione del pensiero italico pare, in qualche guisa, interrotta; ma -non è senza un grande compenso; poichè è grande e benefico il movimento -delle idee che vengono d'oltremonte. In sostanza, o signore, non -dobbiamo dolercene poichè l'Italia non poteva isolarsi e sequestrarsi -da quella impetuosa corrente di rigenerazione intellettuale che agitava -le più civili nazioni d'Europa. Possiamo anche aggiungere, a nostro -conforto, che se la tradizione scientifica della nazione in qualche -guisa declinò, la virtù del genio paesano ebbe campo di vigorosamente -esprimersi e affermarsi nel campo letterario. Gli influssi francesi -anche qui non mancano, e così quelli inglesi; nel teatro e nel romanzo -siamo, si può dire, soffocati dalle sovrabbondanti imitazioni che -vengono dalla Francia e dall'Inghilterra; ma intanto il Baretti -rialza il tono della critica e fa conoscere Guglielmo Shakespeare; -il Cesarotti scrive libri sopra la filosofia delle lingue e traduce -l'Ossian; mentre da ogni parte, anche quegli scrittori che paiono più -ligi alle tradizioni arcadiche e frugoniane di tanto in tanto sono -rialzati e rianimati da un soffio di vita nuova. Fatto è che tutto -questo apparecchio e tutto questo movimento noi vediamo metter capo -a tre scrittori, che sono tre artisti di primo ordine: il Goldoni, -il Parini e l'Alfieri. Il Goldoni con intuito meraviglioso riconduce -l'arte alle fonti del naturale; Giuseppe Parini le ricompone la dignità -morale e riprende la sua missione civile; in quest'arringo entra -tempestando Vittorio Alfieri e vi porta un fuoco di combattimento e -una forza di sdegni di cui non avevamo idea, forse, in Italia dopo -che Dante Alighieri era disceso nel sepolcro. E non è uno sfolgorio -di forze sregolate e inconsapevoli; si tratta invece di una vera e -ordinata potenza d'apostolato civile e politico che domina lo spirito -di Vittorio Alfieri; e per trovare qualche cosa di simile dobbiamo -risalire a Nicolò Macchiavelli. - -Però io mi affretto ad affermare, o signore, che la grande potenza -di Vittorio Alfieri è espressa nelle sue 19 tragedie. Le _Rime_, le -_Commedie_, le _Satire_, gli _Epigrammi_, l'_Etruria liberata_, il -_Misogallo_, il volume _Della Tirannide_, e la stessa sua _Vita_, -quantunque sia un documento preziosissimo di sincerità umana e d'un -animo cavalleresco, generoso e sotto la scorza un po' ruvida, inclinato -ai sentimenti più gentili, tutte quest'opere, io dico, non avrebbero -avuto grande presa sullo spirito del pubblico italiano, se dietro la -figura del fiero conte astigiano la fantasia del pubblico non avesse -visto grandeggiare la Musa della tragedia alfieriana, che ha agitato -dintorno a noi tante ombre insanguinate e dolenti. Alla vena satirica -dell'Alfieri mancano doni troppo necessari; manca quella bonaria -semplicità e quella arguta spontaneità che sono gran parte della -forza del poeta satirico. E quantunque alcuni suoi epigrammi abbiano -continuato a circolare per tutte le classi del popolo italiano, e -uno di essi sia rimasto come uno schema programmatico della nostra -rivoluzione civile e politica per oltre mezzo secolo (_Vescovi e preti -— Sien pochi e queti_, etc.) io non credo di essere irriverente verso -la sua memoria affermando che, se altro l'Alfieri non avesse composto -che le opere minori, poco si parlerebbe oggi di lui. - -E non dubito parimenti di affermare che anche sul suo teatro tragico -il tempo ha esercitato l'opera sua di distruzione. Ma questo è un -fatto d'un ordine molto differente. Sì, è vero: il teatro di Vittorio -Alfieri non ha più da lunga pezza la notorietà e la popolarità che ebbe -un tempo. Se non è il caso che qualche attore meraviglioso evochi le -figure di Saul o di Filippo, esse non compaiono più sulle nostre scene. -Anche il buon popolo, questo strato profondo nel quale pareva così -durevolmente penetrato lo spirito tragico di Vittorio Alfieri, anche -questo ultimo suo cliente domenicale dei teatri diurni, a poco a poco -lo ha abbandonato. Oggi il popolino nostro preferisce di commuoversi -alle peripezie di _Nanà_ e di piangere tutte le sue lagrime ai dolori -della _Signora dalle Camelie!_ Ma questo, o signore, è fato comune. -L'opera teatrale ha in sè stessa uno spirito d'arte che può renderla -eterna; ma ha nello stesso tempo una ragione di caducità, che, dopo -un breve periodo, la toglie irremissibilmente alle pubbliche scene. -Chi pensa oggi a rappresentare i capolavori di Eschilo, di Sofocle e -di Euripide? E del grande teatro francese non è avvenuto lo stesso? -Se non ci fosse a Parigi un'istituzione fondata apposta per tener vive -le rappresentazioni di certi capolavori, quante volte credete voi che -a Parigi si rappresenterebbero il _Cid_, la _Fedra_, il _Misantropo_? -Rimane, meravigliosa eccezione, il teatro di Guglielmo Shakespeare. -Ma anche sul conto del sommo tragico inglese ho un'idea che voglio -manifestarvi. Suol dirsi che lo Shakespeare non passa sulla scena -perchè solo ne' suoi personaggi è espresso l'uomo eterno. Esagerazione! -L'uomo eterno è anche in Filottete, in Rodrigo, in Alceste. Io credo -che il tragico inglese stia ora beneficiando il lungo e immeritatissimo -oblio nel quale l'Europa l'ha tenuto per più di due secoli. Ma venendo -al fatto, quanti drammi di Shakespeare tengono ancora la scena, fra i -tanti che ne compose? Cinque o sei a dir molto; e per giunta ridotti; -ed è tutt'altro che improbabile che anche questi pochi col tempo -vengano messi in disparte. Questo non toglierà naturalmente nè al _Re -Lear_, nè all'_Amleto_, nè al _Macbeth_ di essere dei meravigliosi -capolavori e di venire per tali ammirati da quanti con animo capace li -leggeranno. - -Ma venendo un poco più presso al nostro argomento, io mi son domandato -più volte: Le critiche fatte al teatro di Vittorio Alfieri in quale -categoria dobbiamo noi collocarle? Hanno ragione per esempio i due -Schlegel e Madama di Staël che lo considerano come un autore tragico -convenzionale, freddo, fuori della vita? Ebbe ragione il Lamartine -quando con quella sua consueta superficialità di critica lo chiamò “un -Seneca senza Roma?„ - -Per essere almeno fortemente dubitosi che questi signori avessero -ragione, bisognerebbe che fossimo certi che, leggendo l'Alfieri, essi -lo hanno ben capito. Ora, essendochè anche per noi italiani l'Alfieri è -circondato di molta oscurità ed è anzi a ragione censurato di questo; -e considerando che, se vi è autore drammatico che sfugga gli apparati -esteriori e che tutto il valor suo concentri nell'intima significazione -del soggetto per virtù dello stile è appunto l'Alfieri, e che quindi -per arrivare fino a lui fa d'uopo possedere tutte le più sincere e -più complete ragioni della critica, permettetemi, o signore, di non -credermi irriverente se dubito che i due Schlegel e madame di Staël e -il Lamartine conoscessero abbastanza l'Alfieri per poterlo sicuramente -giudicare. - - -III. - -Noi, per giudicare bene l'Alfieri tragico, dobbiamo anzitutto ricercare -quale idea egli si fosse formata della tragedia prima di accingersi -a comporne; e da quali concetti e sentimenti egli fosse accompagnato -nello svolgere la serie delle sue composizioni tragiche. Per intendere -questo fa d'uopo tornare alla sua vita. - -Abbiamo accennato come egli venne su e quanto poco studiasse -nell'infanzia e nella adolescenza. Confessa egli stesso che “sdegnò -ogni studio.„ Ma ferveva in lui il bisogno del sapere. Di tanto in -tanto gli balenava il fantasma luminoso e attraente della gloria; -talvolta anche era preso da un'indicibile vergogna della propria -ignoranza; e allora pareva che due uomini lottassero aspramente dentro -di lui. In sostanza la sua è una educazione letteraria che comincia -tardi e procede malissimo; cioè confusa, interrotta, a sbalzi, per -colpi di sorpresa e per impeti di entusiasmi subitanei e fortuiti. -Per esempio: oggi gli capita in mano Plutarco, ed ecco che lo investe -il desiderio di celebrare gli uomini meravigliosi dei quali ammira le -gesta; domani legge la canzone _Alla Fortuna_ di Alessandro Guidi, -s'esalta, s'infiamma, si dibatte sul proprio divano, tanto che è -costretto ad interrompere la lettura; e giura che ode suonare dentro di -sè una voce che gl'impone d'esser poeta. - -Così di mano in mano la sua vita passa sempre fra queste scoperte, fra -questi subiti entusiasmi. Oggi è Sallustio che lo attrae, domani sarà -Tito Livio, che un impiegato gl'impresta nel viaggio interrotto da -Sarzana a Firenze; più tardi, a Siena, sarà Macchiavelli quando l'amico -Gori gli metterà per la prima volta nelle mani un esemplare delle opere -del segretario fiorentino. - -Ed ogni volta che fa di queste scoperte, ecco che si rinnovano questi -abbandoni completi del suo animo ad un'ammirazione sconfinata, assoluta -e del tutto libera da ogni temperamento e da ogni governo della -critica. Così sull'ultimo limite della sua vita, a cinquant'anni, -quando nessuno di noi oserebbe pensarci, si mette a studiare il -greco, ed essendo riuscito colla ferrea forza del volere a superare -anche questa volta ogni ostacolo, ne diventa tanto glorioso che -fonda l'ordine del divino Omero e crea sè stesso primo cavaliere di -quell'ordine. - -Insomma, se devo tutto rendere con un immagine, a me Vittorio Alfieri -dà l'idea d'un eterno studente di rettorica. Per aver cominciato ad -esserlo tardi, egli è costretto ad esserlo per tutta la vita. - -Questo singolare e forse unico procedimento educativo doveva avere -ed ebbe delle conseguenze gravissime. Vittorio Alfieri — l'eterno -studente — della tradizione e della autorità classica non dubita -mai. Sotto questo aspetto chi guarda nell'animo suo trova una grande -somiglianza con quei primi umanisti del nostro Rinascimento i quali -accoglievano con una venerazione incondizionata tutto quello che veniva -dalla sacra antichità. Infatti in Alfieri ciò che sorprende anzitutto -è la sua assoluta mancanza di ogni senso critico tutte le volte che -egli si trova di fronte a un classico. Questo tanto più ci meraviglia -se pensiamo ch'egli visse in mezzo a tanta espansione e libertà di -critica. In quell'epoca la Francia aveva il suo Diderot, la Germania -il suo Lessing, e l'Italia il suo Baretti per tacere di tanti altri. -In mezzo a tutti questi uomini che esaminano liberamente l'antichità, -la discutono, la negano anche, Vittorio Alfieri non sa che adorare. -Egli, così libero in tutto il resto, qui è sempre entusiasticamente -devoto e sottomesso; e fa soprattutto meraviglia vedere come a lui -manchi quel senso e quel criterio di _graduazione_, senza del quale -è impossibile la verità dei giudizi. Egli dice indifferentemente “_il -divino Sallustio, il divino Tacito_„ come dice “_il divino Omero, il -divino Dante_.„ Quest'ammirazione che io direi monometrica dell'Alfieri -ebbe certo una grande influenza sul modo che egli adoperò nel concepire -la tragedia. Ricordiamo ancora che Vittorio Alfieri fu un conte -democratico, odiatore di tiranni se mai ce ne furono. Ma come fu un -patrizio democratico, così io direi che tenne molto ad essere un poeta -patrizio. Tutto quello ch'egli aveva conceduto di buon grado, spinto -dall'animo suo generoso e filantropico, nel campo dell'araldica, lo -voleva riconquistare nel campo delle lettere; e fu, in sostanza, il -poeta più rigidamente aristocratico che potesse immaginarsi. - -Da questa educazione e da questa indole l'Alfieri fu mosso a cercare la -via che ad esse meglio si confaceva per riuscire originale; e vi riuscì -spingendo all'ultimo limite, cioè alla sua più rigida espressione, il -tipo della tragedia pseudo classica. - -Egli avrebbe voluto riuscire poeta più rigidamente classico dei -classici stessi. E notate altro contrasto. Mentre nel campo della -politica gettava via tutti i vecchi vincoli e saltava tutti i vecchi -confini, nel campo delle lettere egli amava studiosamente tutto ciò che -vi era di autoritario e di coercitivo. Come certi poeti lirici amano -di moltiplicare le difficoltà del ritmo e della rima perchè il cesello -dell'opera loro risulti più evidente e più prezioso, Vittorio Alfieri -immaginò una tragedia ridotta alla sua più rapida e secca espressione, -dove ciò che si intendeva per tradizione classica non era solamente -osservato con riverenza ma anche oltrepassato con una specie di zelo -feroce. Così, l'orgoglioso poeta, volle circoscrivere il proprio agone -e farlo angusto e difficile per meglio mostrarsi in esso gloriosamente; -a somiglianza di quell'atleta che volontariamente si carichi di pesi o -si leghi un braccio nella lotta perchè meglio appaiano la sua agilità e -la sua forza. - -Vedete fatto strano! Vittorio Alfieri non discute mai l'autorità -degli antichi. Eppure quella autorità è ormai discussa da tutti. -Perfino Pietro Metastasio, quel mansueto e mite abate che assai -volentieri si genufletteva dinanzi a Maria Teresa, suscitando gli -sdegni dell'astigiano, perfino il buon Metastasio paragonato a Vittorio -Alfieri nelle concezioni letterarie diventa uno spirito indipendente, -quasi un rivoltoso. Infatti egli, commentando la poetica d'Orazio, -esprime idee e intendimenti evidentemente più larghi, più sciolti -— direi con moderno vocabolo — più liberali di quelli che esprime -l'Alfieri. Del Baretti, del Conti, del Gozzi è inutile ch'io parli. -L'Alfieri invece mette tutta la sua compiacenza e il suo orgoglio -nel restringere sempre più i vincoli che regolano il componimento -tragico, e non gli garba e allontana da sè tutto quello che può avere -l'aria di una concessione e d'un lenimento, tutto quello che può -essere inteso come una facilitazione a conseguire l'effetto. Egli -vuole essere solo colle proprie forze e privo d'ogni aiuto; solo a -proseguire uno schema di tragedia nuda, inamabile, talvolta persino -mostruosa e feroce. Raccolto e fisso in questa idea, vede quanto -partito sapessero i tragici cavare dai cori; e bandisce i cori. — Legge -i tragici francesi, vede quanti argomenti di facilitazione alle scene -e di preparazione alle catastrofi essi traggono dall'intervento delle -nutrici e dei confidenti; ed egli bandisce le nutrici e i confidenti. -— Legge nella poetica d'Orazio che il quarto personaggio dell'azione -non deve incaricarsi di parlare troppo; ed egli prende alla lettera il -consiglio, lo muta in precetto, lo esagera e restringe l'azione delle -sue tragedie quasi sempre a tre soli personaggi. — L'amore egli sa, -egli sente, qual dilettoso e magico coefficente sia per tenere i cuori -della folla, per esaltarli, per commuoverli; ebbene, egli bandisce -dalle sue tragedie anche l'amore! — Le donne amanti d'Alfieri sono per -lo più delle figure secondarie; amano sciaguratamente, e sono sempre -vittime d'una potenza superiore che loro toglie perfino la possibilità -del contrasto. Una fatalità ineluttabile, una politica feroce invade -l'ambiente, ed esse, le povere e deboli vittime, o la subiscono -inconscie o sono spazzate via come fiori dal turbine. Una sola volta -l'Alfieri si mette di proposito a comporre una tragedia che ha per base -un vero amore femminile. Ebbene, anche questa volta egli è sedotto -dal suo demone; e in tanta abbondanza di soggetti va proprio a cavar -fuori _Mirra_, documento mirabile del suo ingegno, una delle prove più -vittoriose delle sua facoltà tragiche; ma voi ben sapete quanto poco -lo aiutasse la scelta dell'argomento. E non basta. Nessuno ignora quale -efficacia e quanta facilitazione all'effetto teatrale abbiano derivato -gli altri poeti tragici dalla effusione lirica abilmente innestata -all'azione e al dialogo serrato delle tragedie. Non la sdegnarono certo -i greci, e basterebbe ricordare sopra tutti Euripide. Dei moderni è -inutile parlare. Quanta parte, per esempio, non verrebbe diminuita del -teatro tedesco e spagnuolo se si volesse sopprimere la lirica? Ebbene: -anche di questo elemento il nostro Alfieri si mostra sdegnoso. Egli -getta da sè, dal suo bagaglio poetico tutto quello che non è nuda e -rigida e laconica espressione dello schema drammatico. Non si ferma mai -a cogliere un fiore lungo i margini della sua strada; e corre austero e -rapidissimo verso la propria meta. - -Tale si formò nella mente di Vittorio Alfieri l'ideale della tragedia -e tale volle esprimerlo. Egli lo definì in un passo della sua lettera -in risposta a quella di Ranieri Calsabigi, il quale gli aveva scritto -una lunghissima tiritera infarcita di erudizione indigesta, sopracarica -di lodi e mescolata anche di qualche critica non sempre infondata. -Il fiero conte che non rispondeva quasi mai alle critiche, che gli -giungevano da ogni parte d'Italia o in senso laudativo o in senso di -biasimo, al Calsabigi rispose: “_Vorrei la tragedia di cinque atti, -piena, per quanto il soggetto dà, del solo soggetto: dialogizzata dal -solo personaggio, attore, non consultore, o spettatore: la tragedia -di una sola tela, ordita, per quanto si può, servendo alle passioni: -semplice per quanto l'uso d'arte il comporti: tetra e feroce per quanto -la natura lo soffra: calda quanto era in me. Ecco la tragedia che io ho -concepito. Per questa volli, sempre volli, fortissimamente volli_.„ - - -IV. - -Gli effetti di tanta rigidezza schematica inducente a tanta servitù -volontaria, voglio anzitutto considerare nel loro lato negativo. - -È certo, per esempio, che nelle tragedie di Vittorio Alfieri voi -sentite sempre e solo le voci degli uomini, quelle delle cose e -dell'ambiente quasi mai. Nei teatri degli altri poeti noi non possiamo -disgiungere questi due elementi, i quali potranno essere distribuiti in -diversa misura, ma stanno pure fra loro in una certa utile proporzione. -Se noi, caso per caso, tragedia per tragedia, raccogliamo dentro il -nostro spirito l'azione complessa e concorde di questi due diversi -coefficienti, i grandi effetti saltano agli occhi. Basterà ricordare -l'esempio di alcune tragedie di Shakespeare ove è manifesto che -gli animi degli spettatori rimangono sempre divisi tra l'azione dei -singoli personaggi e quella dell'ambiente. Come, ad esempio, potreste -spartire nella vostra mente gli effetti che vi produce l'_Amleto_, -senza distinguere la parte dovuta a ciò che vi ha di fantasticamente -suggestivo nella rappresentazione dei luoghi, dalla azione pura e -semplice dei personaggi? Come non tenerne conto nella scena della -piattaforma di Elsinora in quell'alto silenzio della notte, colla -voce delle guardie che si rispondono, prima che appaia lo spettro di -Amleto? Poi la vita interiore di quella corte danese, con quel teatro -dov'è combinata dallo spirito vendicativo del giovane principe la scena -che farà confessare al delinquente il suo delitto; e poi il cimitero -dove echeggiano le lepidezze dei becchini; poi, mentre suona la voce -malinconica di Amleto, i suoni della lugubre sinfonia che accompagna -al sepolcro il corpo della povera Ofelia.... Tutta questa eloquenza de' -luoghi e delle circostanze concorre moltissimo all'effetto dell'azione; -toglietela e molta parte del sentimento tragico sfumerà. - -Invece l'Alfieri dal suo alto coturno rinunzia con gesto -sprezzante a tutto ciò. Egli vi pianta i suoi personaggi dinanzi -ad un freddo colonnato dorico; e lì, nello spazio di poche ore, -debbono vivere, soffrire, morire. Egli arriva a sottilizzare, a -spiritualizzare talmente i suoi caratteri che talora egli è costretto -a _disumanizzarli_. Io non so trovare altra parola per esprimere -il mio concetto. E come si compiace egli di tutto questo sfrondare, -condensare, scheletrizzare! Si direbbe che se anche di quel piccolo -apparato esteriore egli potesse far getto, lo farebbe tanto volentieri -onde così richiamare e concentrare tutto lo spirito e tutta l'azione -tragica nel mero e invisibile teatro dell'umana fantasia. - -Ma quando colla vigoria scultoria del verso, colla veemenza delle -passioni, nel dialogo serrato, nella successione delle scene correnti -verso la catastrofe, egli arriva a rapirci e a portarci in quel mero -e invisibile teatro della umana fantasia, o signore, allora come ci -avvediamo che Alfieri è davvero grande! E ci vengono spontanei alla -memoria i versi che a lui volgeva il Parini: - - Come dal cupo, ove gli affetti han regno, - Trai del vero e del grande accesi lampi, - E le poste a' tuoi strali anime segno - Pien d'inusato ardir scuoti ed avvampi! - -Giorgio Hegel, investigando la essenza del componimento tragico, dice -che bisogna istituire una certa equazione estetica fra la tragedia -e la statuaria. Leggendo questo passo del filosofo tedesco, la mente -corre subito all'Alfieri, e la comparazione assume un carattere tanto -individuale che pare fatta pensando a lui. Quel marmo nudo, quelle -linee austere e semplici, senza vaghezza di fondo, senza ambiente, -senza policromia, mute, fredde; ecco veramente la tragedia d'Alfieri! -Questa somiglianza colla scultura non ha solo, o signore, un carattere -figurativo e superficiale ma qualche cosa di intimo e di profondo. -Dinanzi alle più perfette tragedie dell'Alfieri si prova un sentimento -assai somigliante a quello che ci fanno provare alcune delle opere più -celebrate della statuaria antica. - -Di lui si potrebbe dire quello che il Wielland disse di Cristoforo -Glück, il fondatore del melodramma moderno. Anche Vittorio Alfieri -“preferì le Muse alle Sirene.„ Peccato che più d'una volta egli siasi -dimenticato che le Muse pretendono d'avere una voce non meno melodiosa -e non meno piacevole di quella delle Sirene! - -I critici restringono i difetti dell'Alfieri principalmente alla -durezza e all'oscurità. E notate che l'autore stesso non osava molto -difendersi; dirò anzi che alcune volte accoglieva con compiacenza -queste censure. Non si ricordò egli dell'aurea sentenza di Quintiliano, -che la brevità non consiste nel dire poco, ma nel dire nè più nè -meno di quanto occorra perchè le forme del nostro pensiero e i moti -dell'anima siano resi evidenti e forti in chi ci legge e in chi ci -ascolta. Vittorio Alfieri invece fece della brevità una cosa sola -colla sostanza e col contenuto delle sue concezioni tragiche. È così -_invasato_ (questa parola s'incontra spessissimo nella _Vita_ e nelle -lettere) è così invasato dal furore che lo incalza verso la catastrofe, -che accoglie con trasporto tutto quello che accorcia in qualunque modo -la strada che ha dinanzi. E questo lo persuade a riprender sempre -la sua materia letteraria fra le mani inquiete, e a tormentarla in -tutti i sensi, pur di spremere sempre qualche sacrifizio di possibile -superfluità, pur di aggiungere sempre qualche spizzico di laconismo. -Di ciò arriva egli a compiacersi quasi puerilmente; e allora allinea -le cifre dei versi di cui si compongono le sue tragedie, dimostrando -con orgoglio che, per esempio, nella elaborazione di quella tale -sua tragedia i versi erano da prima 1400, ma nella seconda prova -diventarono 1350, nella terza scesero fino a 1320. E mostra di non -dubitare un momento che questi 50, questi 80 versi strappati alla prima -fattura siano sempre una legittima conquista dell'arte, un passo di più -verso la perfezione! - - -V. - -Ora, dovrei discorrervi delle diciannove tragedie di Alfieri; ma -l'argomento chiederebbe per sè solo una serie di conferenze. Mi -contenterò dunque di accennare a due sole: il _Filippo_ e il _Saul_. - -La prima fu composta dall'Alfieri quando il suo spirito giovanile non -era ancora stato così rigidamente disciplinato dal rigore delle sue -teorie e potè abbandonarsi con una certa spontaneità ai liberi impulsi -dell'animo. Nel _Saul_, che fu invece una delle ultime, sentiamo -uno spirito ed un soffio nuovo circolare per le scene e animare i -personaggi. È lo spirito della Bibbia, dei Salmi, dei Profeti. - -Quanto al _Filippo_, è certo che con poche altre tragedie l'Alfieri -è riuscito ad espugnare più fortemente l'animo dei suoi spettatori. -L'orditura dell'azione e la successione abilissima delle scene, dove -l'interesse delle passioni è sempre più vivo e l'aspettazione è sempre -più intensa, rendono questa tragedia tipica e indimenticabile. E il -_Filippo_ tenne per lungo tempo le scene italiane gustato e ammirato -senza contrasti. Ma quando Andrea Maffei, elegantissimo verseggiatore -se non traduttore sincerissimo, intorno al 1840 ebbe voltato in -italiano il _Don Carlos_ di Schiller, parve che sul _Filippo_ -alfieriano si scatenasse una tempesta dalla quale non si sarebbe -più rialzato. Quella tela più ampia e più varia, quella corrente di -lirismo delizioso e geniale che il poeta tedesco gitta attraverso -a tutta l'azione pietosa e terribile del dramma spagnuolo, doveva -avere ed ebbe una presa fortissima nell'animo del pubblico italiano. -Al primo confronto l'opera del nostro tragico parve spacciata. Ma al -secondo esame, sbollito quel primo fervore, si cominciò a capire che -la macchina della tragedia alfieriana aveva in sè tale una forza e tale -una consistenza da sostenere senza tema il paragone col lavoro tedesco. - -E non dubito che voi stesse, o signore, eliminando, per quanto è -possibile, certe impressioni estranee e quasi profane al puro elemento -tragico, emancipandovi dalla facile sensibilità eccitata da certe -digressioni e da certe declamazioni, muterete il vostro primo giudizio. -Dov'è infatti che vedrete più resa e scolpita quella Spagna del secolo -XVI, inquisitoriale, sospettosa e dispotica? E dov'è che sentirete -meglio inteso il carattere tiberiano di quel re spagnolo, che passò -tutta la sua vita in una cupa adorazione della sua regia maestà? -E dov'è che trovate colorito più fortemente, più splendidamente il -carattere cavalleresco ed amoroso del favoleggiato figlio di Filippo -II? - -Anzitutto Federico Schiller, che pure aveva tanto studiato la storia di -Spagna, si mostra meno fedele allo spirito di essa che non l'Alfieri, -il quale non pretese che di fare opera di poeta. Io perdono volentieri -allo Schiller parecchie infedeltà storiche; quella, per esempio, d'aver -messo il duca d'Alba alla corte di Madrid, mentre è ben noto che in -quell'epoca stava nelle Fiandre a domare i ribelli; ma quel Marchese di -Posa messo lì, in pieno secolo XVI, in piena inquisizione di Spagna, -ad esprimere le idee di Gian Giacomo Rousseau mitigate dall'ottimismo -del Condorcet, quel Marchese di Posa, o signore, come difenderlo dalla -taccia di artificioso, di rettorico, di falso? - -Quanto è più vero l'Alfieri, quanto non rispecchia più fedelmente -l'ambiente storico con quelle sue linee semplici, austere, con quella -sua azione dominante, incalzata da una cupa fatalità! L'amore di Don -Carlos com'è più delicatamente e cavallerescamente reso dal poeta -italiano! Il poeta tedesco, per esempio, non esita a rendere confidenti -dell'amore di Don Carlos degli esseri spregevoli come Fra Domenico; -e poi, quando il principe ha ben discusso e dissertato di altissimi -ideali umani con l'amico Marchese, non dubita di convertirlo in un -messaggero d'amore, e di quale amore! Il Don Carlos di Alfieri invece -conserva come una religione nel profondo dell'animo il segreto del -grande e infelice amor suo. L'amico suo Perez — tanto più vero anche in -questo di quel filantropo spostato del Marchese — l'amico suo Perez, -è egualmente devoto all'Infante e all'uomo, è pronto sempre a morire -per lui; ma non osa mai di esprimere nemmeno un motto per cui mostri -di sospettare anche lontanamente nel figlio del re di Spagna l'amante -della matrigna. - -E Filippo? Più la storia si studia più si rimane convinti che il -Filippo d'Alfieri è assai più vicino al vero Filippo della storia. È -un uomo che più che colle parole parla coi cenni, colle occhiate, col -silenzio. Al suo confidente Gomez impone di stare ben attento; nè una -parola, nè un sguardo, nè un tremito, nulla deve sfuggirgli. E dopo -la scena rivelatrice dell'Infante e della Regina, egli si limita a -domandare: vedesti? udisti?... E subito tronca il dialogo con un gesto -minaccioso. Mentre il sipario cala sul palcoscenico, l'animo nostro -rimane perplesso e triste fantasticando le tristi cose che sapranno -fucinare insieme quei due tetri personaggi. - -Il Filippo di Schiller al paragone è appena una figura da melodramma. -Alla prima, egli sembra l'uomo più cupo, più chiuso, più impenetrabile; -ma intanto tutti conoscono i suoi segreti! Arriva fino, in piena notte, -mentre è assalito da delle inquietudini molto naturali in lui — che -il poeta si arbitra d'invecchiare di quasi trent'anni — egli arriva, -dico, a chiamare un suo servo, il fedele Lerna, e a manifestargli lo -stato doloroso dell'animo suo. Poi gli domanda come mai egli possa -vivere tranquillo lontano dalla sua casa coniugale! E vorrebbe che il -suo geloso furore passasse dall'animo suo in quello del confidente. A -questo modo la sventura, vera o supposta, di Filippo II per la corte e -per la città è omai diventata il segreto di Pulcinella. - -Scusate se ho insistito su questo punto. Dopo che vennero di moda il -teatro di Schiller e di Victor Hugo, se n'è detto tante del povero -Alfieri, che credei mio dovere cogliere questa circostanza per -dimostrare, con un esempio, come per confronti spassionati certe sue -sconfitte potrebbero facilmente convertirsi in palme di vittoria. -E, credete a me, questi luoghi nel teatro alfieriano sono assai più -numerosi di quello che non si creda comunemente. - -Dell'Alfieri tragico si mettono sempre avanti la durezza e l'aridità; -ma anche su questa durezza e su questa aridità io avrei delle grandi -riserve a fare. - -È vero; tutto preoccupato del suo ideale poetico e tutto _invasato_ -dal suo furore politico, l'Alfieri faceva volontieri sacrificio, come -dicemmo, delle cose tenere e piacevoli. Ma dalla profonda essenza -del suo animo buono non di rado egli seppe far anche scaturire -dei getti di passione calda, intensa, gentile che sono veramente -irresistibili. E dacchè ho nominato il Filippo lasciatemi ricordare -quella prima bellissima scena del primo atto fra Don Carlos e Isabella. -La delicatezza squisita, toccante, ineffabile, con cui il giovane -principe prende argomento dai proprii dolori, dalla propria disgraziata -condizione di figlio per aprire l'animo suo di amante alla matrigna, la -ricordate voi, o signore? Se una sola volta l'avete o letta o udita in -teatro, non credo che abbiate potuto dimenticarla. - - ......... Ei d'esser padre - Se pure il sa, si adira. Io d'esser figlio - Già non oblio per ciò; ma se obliarlo - Un dì potessi ed allentare il freno - Ai recessi lamenti, ei non mi udrebbe - Doler, no, mai, nè de' rapiti onori, - Nè dell'offesa fama, e non del suo - Snaturato, inaudito odio paterno; - D'altro maggior mio danno io mi dorrei.... - Tutto ei m'ha tolto il dì che te mi tolse! - -Percorrete i teatri di tutti i paesi e difficilmente troverete una -scena d'amore ove la confessione dell'affetto prorompa in una forma -più veemente insieme e più nobile, più delicata. Di questi passi -il teatro d'Alfieri ne ha non pochi; e basterebbe cercarli con -qualche sollecitudine per trovarli. Ne trovereste nella _Virginia_, -nell'_Oreste_, nella _Merope_, nel _Timoleone_, nel _Saul_. Nel -_Saul_ specialmente. Ricordatevi, all'ultima scena, quando il re -vinto, disperato, si accomiata da tutti i suoi e vuol rimanere solo, -nella triste solitudine di Gelboè ad attendere la vendetta di Ieova. -Pensate al modo con cui si congeda da Micol, l'amatissima figliuola, -affidandola ad Abner. “Va' salvala!... Ma se mai cadesse nelle mani -dei crudeli nemici, non dire che essa è figliuola di Saul. Di' ad essi -invece che è moglie di David; e questo basterà perchè la rispettino!„ -È del patetico insieme e del sublime, o signore. Questo re orgoglioso -e magnanimo, che nella vita sua non ha avuto che un torto micidiale: -la sua gelosa rivalità per David; ora, arrivato al tramonto tragico -della sua esistenza, si rassegna all'idea che la cara figliuola celi il -suo nome, nasconda d'esser nata da lui; si rassegna all'idea che essa -meglio sarà rispettata e salva invocando il nome glorioso di David!... - -Quanto a me, vi confesso che ogni volta ch'io m'imbatto in uno di -questi tratti di tenerezza alfieriana, esso esercita sopra di me -una potenza di commozione indicibile. È come quando ci troviamo di -fronte a due temperamenti. Se voi sapete che un uomo è proclive alla -sentimentalità, che ha sempre sul ciglio la lacrimetta furtiva, anche -se lo vedete intenerirsi e piangere, poco vi commovete. Ma se invece -v'imbattete in un uomo fiero, abitualmente chiuso e burbero, e sentite -nella sua voce il tremito momentaneo del singhiozzo, quel tremito passa -come un guizzo elettrico per tutte le fibre del vostro cuore, perchè vi -rappresenta il cozzo vittorioso della tenerezza umana sopra tutte le -difese e tutti i pudori del temperamento. E allora voi vi commovete e -piangete con lui. - - -VI. - -E, da ultimo, non dimentichiamo mai, o signore, che Vittorio Alfieri -non considerò la potenza del suo teatro tragico e in genere la potenza -dell'arte sua che come un mezzo per raggiungere una nobilissima meta: -il rinnovamento del carattere degli italiani, il riscatto civile e -politico d'Italia. - -Nel preambolo del suo _Misogallo_, egli vi dice che vivendo, -palpitando, fantasticando, scrivendo, ebbe sempre davanti a sè tre -Italie: quella che fu, grande e gloriosa; quella che era al suo tempo, -abbietta e divisa; quella che sarà un giorno, indubbiamente grande e -gloriosa come l'antica. E da queste tre Italie egli attinse tutte le -sue ispirazioni; e al culto di queste tre Italie egli dedicò e consacrò -tutte le forze del suo ingegno fino al sacrifizio di ogni altro -dilettevole fine. - -Io so che questa missione civile e politica farebbe ridere certi -nuovissimi poeti, i quali dicono che l'artista, se vuol essere davvero -rispettabile, si deve chiudere dentro una “torre d'avorio,„ e là -dentro vivere tutto nell'adorazione egoistica di sè e dell'arte sua, -dimenticando che fuori di quella benedetta torre vi è pur sempre il -consorzio umano col suo patrimonio di dolori grandi e di gioie scarse, -assetato di spirituali emozioni, affamato di verità e di giustizia. -Però, a quel tempo, non soltanto l'Alfieri ma tutti la sentivano -in modo diverso; e nel confronto non credo che noi abbiamo molto da -vantarci, guardando anche solo alla eccellenza artistica delle opere -compiute. - -Quanto all'Alfieri, anche se il suo sacrificio fu grande, la ricompensa -fu certo invidiabile. Ne' suoi ultimi tempi, in mezzo alla tristezza -della vita che tramontava, in mezzo ai disinganni d'ogni genere, in -mezzo ai crucci e agli sdegni che suscitavano in lui le condizioni -miserrime d'Italia e la insolenza forestiera, giunto presso al momento -d'entrare nella storia, il nostro poeta, come si legge dei guerrieri -delle leggende, fu consolato da un superbo sogno, che potè esprimere -in bellissimi versi. — Egli vide nel futuro gl'italiani redivivi e in -armi contro la prepotenza straniera; e li vide (o gioia!) eccitati alle -virtù militari e civili da due potenti stimoli: il ricordo delle virtù -degli avi, e i versi di Vittorio Alfieri. Poi sentiva dalla Posterità -venirgli una voce di plauso che diceva: - - ... O vate nostro, in pravi - Secoli nato, eppur create hai queste - Sublimi età che profetando andavi! - -Così egli raggiunse la meta più bella che un poeta, un artista possa -mai domandare. Vide l'opera sua non limitata al puro campo delle -lettere; vide dalla sua poesia scaturire una nobilissima corrente di -forze redentrici in pro del suo paese; e la sua figura di poeta grande -completarsi nella figura di grande cittadino. - -Con l'Alfieri, infatti, l'Italia finalmente si ricorda che le lettere -possono e debbono avere un nobile ufficio. L'Arcadia muore davvero -con lui; ed egli diventa come il primo aureo anello di una nobilissima -catena della quale fanno parte tutti i più insigni e forti e generosi -spiriti ne' quali siasi poi compiacciuta e glorificata l'Italia. - -Per questo il nome dell'Alfieri fu sempre invocato come un eccitamento -e come un auspicio. Per questo i suoi versi, mentre arroventavano sotto -il sole le plebi d'Italia, serpeggiavano nell'ombra delle congiure ed -erano adoperati come un vino generoso a fortificare i combattenti nelle -agonie delle prove supreme. Per questo Giuseppe Mazzini chiamò Vittorio -Alfieri il primo italiano moderno; e Vincenzo Gioberti attestò che, -solamente risorti a libertà e fatti virtuosi, gl'italiani sarebbero -stati degni di sdebitarsi con la memoria di Lui. - - - - -GIOVANNI BATTISTA VICO - -(1668-1743) - - -CONFERENZA DI - -GIOVANNI BOVIO - - -I. - -Sapete le cagioni dell'indugio a venire e non occorre scusarmene. Ogni -uomo che studia e ricorda parla volentieri a Firenze, specialmente -se il discorso lo allontana dalle cose presenti e lo chiama a cose -migliori. - -Non sono divagazioni letterarie. L'uomo che aborre dalle memorie è -straniero anche al suo tempo; si crede un novatore ed è un illuso; e i -disinganni lo traggono ad una specie di pessimismo incosciente. - -Vico fu per Napoli quel che Dante per Firenze. - - Non è senza ragion l'andare al cupo, - -disse Dante; e Vico vi si profondò. Due grandi infelici, l'uno -descrivendo le leggi dell'eternità, l'altro, del tempo. E l'uno -nell'eternità descrisse i tempi; l'altro nel tempo le leggi eterne. -L'uno e l'altro più che ai contemporanei parlarono a quelli che il loro -tempo avrebbero chiamato antico. - -Dante finì col farsi parte per sè solo, Vico fu solo sempre, e la -solitudine che all'uno parve elezione, all'altro necessità, fu destino -per entrambi, che non maledissero mai alla Fortuna, considerandola nel -_fatale andare_. L'epigrafe di Dante a sè è mesta, come l'autobiografia -di Vico; ma il dolore del genio non si estende sul destino della -specie. - -I padri vostri condannarono Dante, quando non era Dante ancora; Vico, -vivente, non fu mai Vico per Napoli, per la città de' miracoli del -genio e dell'ignoranza. Le CXIV _degnità_ innanzi alla Scienza Nuova -sono come le terzine di Dante al sommo di una porta: parole di colore -oscuro. Perciò Vico non esiste nè anche oggi per molti, come non -esisteva Dante per Voltaire e Lamartine. - -I cerchi di Dante e di Vico sembrano limitati e si dilatano sempre, e -ti ritrovi dentro quando credi esserne uscito _a riveder le stelle_. -Così ai tempi nostri, in tanta luce di civiltà, ci sentiamo come -attraverso una selva, sotto l'imminenza di un altro giudizio niente -allegro per i potenti e pe' fiacchi che vedono anch'oggi la lupa -ammogliarsi a molti animali. E vediamo anch'oggi Vico a un certo punto -spezzare il circolo e ripetere: _Mundus adhuc juvenescit._ - -Ma noi, in tema di scienza, non dobbiamo lasciarci sopraffare dalla -fantasia. Dobbiamo rassegnatamente contenerci nel tema, e neppure in -tutto, bensì in quella parte che può capire nel discorso. - -Il punto più oscuro per me nella storia del pensiero è stato sempre -questo: come fu, come è possibile che Vico non esiste ne' tempi suoi? -Io — dal Fedone platonico sino alle più recenti biografie su Bruno — -non conosco e non so immaginare una tragedia del pensiero più fosca -di quella di Vico; e m'induco a sospettare non sia stata piuttosto una -leggenda che una tragedia. - -In fatti, è assai doloroso vedere ad un pensatore, ad un artista, ad -un benemerito della civiltà destinato il carcere invece del Pritaneo, -il patibolo invece de' primi onori. Pur si spiega. Ma vedere sotto il -silenzio passare un uomo che reca in mano la Scienza Nuova, vederlo -passare per la più bella e popolosa città d'Italia come in mezzo ad una -selva ne' tempi muti, è un fenomeno non pur desolante ma inesplicabile. -E sarebbe incredibile, se i documenti non resistessero al dubbio. - -Che fu dunque? Fu oscuro? Ma non più di Dante, sotto il velame de' -versi strani, nè più di Bruno e di Spinosa, che pur meritarono l'onore -di qualche ammaccatura. Parve stranezza più che originalità ridurre -a scienza la storia de' fatti umani? E non parve stranezza minore -ai contemporanei di Copernico e di Galileo far girare la terra sotto -ai nostri piedi, e pur que' due ebbero gloria e protettori. E poi la -stranezza che rasenta o simula l'originalità è tante volte argomento -di fama, se non di gloria. Un uomo affatto non inteso dall'età sua -è un anacronismo, il quale è grottesco se non è follia. Può essere -un solitario sino a quando la sua teoria non si faccia luce nuova e -diffusa, ma il lampo se ne vede sempre. - -E qui fermiamoci. Lasciamo stare gli _anacronismi_, i _miracoli_ del -genio, e le supposizioni metafisiche che si sono fatte a spiegare -l'oscurità di Vico tra' contemporanei. Quelle illustrazioni accrescono -l'oscurità. Vico fu un solitario. - -Chiariamo. - -Ogni teoria, ogni autore d'una teoria vengono in proprio tempo e luogo. -A questa storia del pensiero non poteva sottrarsi Vico che la costruì. -Gli anacronismi non sono dunque nella storia del pensiero ma delle -infermità umane. - -“_Dunque Vico fu inteso ed ebbe, nel suo tempo, seguaci i Vichisti_.„ -Così disse Poli e negò il fatto. - -“_Vico non fu inteso, perchè la sua storia delle idee umane -presupponeva una metafisica della mente umana, che venne di poi_.„ Così -disse Spaventa e negò la teoria. - -I vichisti contemporanei di Vico sono una favola; ed è un errore -affermare che un sistema possa derivare da una dottrina che nascerà -dopo. Le antecedenze di Vico non si troveranno in Germania presso Kant, -ma si trovarono in Italia e nel terzo periodo del Rinascimento. Anche -ad ammettere che sia venuto dopo chi lo abbia chiarito ed integrato, -ci aveva ad essere prima chi gli aprì la via e gl'indicò la traccia. -La famosa _proles sine matre nata_ possiamo lasciarla all'enigma del -Macduffo shekspeariano. - -Insomma, raccogliendo il mio pensiero in forma chiara, vo' dire che -Vico fu piuttosto non approvato che non inteso, perchè non la teorica -mancò a lui ma la prova di fatto, quella appunto che più gli bisognava; -non fu giudicato oscuro ma _incerto_; e non fu, quindi, un anacronismo, -ma un solitario. - -E i solitarii non sono eccezioni, sono pensatori che entrano nella -categoria di coloro che hanno larghe visioni e piccola prova. Vico, in -fatti, fece correre la storia ideale eterna sopra un piano angusto — -sul vecchio mondo greco-latino — e con poche fonti, fra le omeriche e -le dodici tavole. Intuizione immensa e prova scarsa. - -La grandezza e novità dell'intuizione fu intesa da tutti; la povertà -della prova consigliava riserbo ed aspettazione di altri fatti. -_Aspettiamo la prova:_ ecco la solitudine intorno a Vico. - -Aspettiamo la prova: non si poteva dire così a Copernico e a Galileo, -nè a Cartesio ed a Spinoza. In Vico è immediatamente visibile la -sproporzione tra l'immensità dell'intuizione e la portata de' fatti. - -Se non dunque da' fatti, donde ei trasse l'intuizione che è il titolo -unico della sua gloria? - -Non da Cartesio che aveva respinto — vano ingombro alla memoria — la -storia e le lingue; nè dal primo sè stesso, che nell'_Antichissima -Sapienza_ aveva attribuito parlari filosofici alle origini umane. Nella -_Scienza Nuova_ dimostra invece che il cammino dell'uman genere non -comincia da concetti filosofici, ma da grossolane immagini. Dal senso -si comincia, si sale alla fantasia, si arriva alla ragione; ed a questi -tre gradi della mente rispondono tre età, che egli chiama tempi divini, -tempi eroici, tempi umani. - -Fermiamoci ancora. Abbiamo una successione di tempi secondo una -graduale evoluzione psichica, la quale comincia dal senso e perviene -alla ragione. - -È dunque una filosofia della storia a base di una psicologia -naturalistica, che prende le mosse dall'evoluzione del senso. Egli dirà -di avere avuto presente il Verulamio e di averlo voluto integrare; ma -egli deriva dal Naturalismo italiano, che, da Telesio a Campanella, -aveva dato quell'indirizzo alla psiche. - -E non è tutto. Quando le leggi della natura erano state determinate -da Leonardo a Galileo e le leggi del pensiero da Pomponazzi a Bruno, -la conseguenza inevitabile era determinare le leggi della storia. Vico -doveva essere la suprema parola della rinascenza italiana. - -Così intesi — e lo proverò meglio in altra mia opera — l'evoluzione -dell'essere: Natura, pensiero, storia. La natura, organandosi, si fa -pensiero; il pensiero, consociandosi, si fa storia. Il fatto naturale -diventa pensiero; il pensiero diventa fatto storico. Quindi la natura è -inscienza; il pensiero è scienza; la storia è coscienza. - -Ne' tre periodi del Rinascimento noi troviamo intera questa evoluzione -dell'essere, che si compie in Vico. Dopo, il nostro sapere è -importazione. - -Del significato e del valore di questa importazione tratterò in altro -discorso, nel quale dimostrerò come la scolastica sia stata europea; -italiano il Rinascimento; e come dalle nuove correnti del pensiero -europeo sia stato perfezionato. Ora è chiaro come Vico sia stato non un -ignoto ma un solitario; e come abbia trovato nel Risorgimento italico -le antecedenze. - -Una obiezione, prima di esaminare da un punto pratico il sistema di -Vico: — Come può allignarsi sul tronco del Risorgimento egli che in -ogni parte dell'opera sua introduce la _provvidenza?_ - -Si guardi bene: quella _provvidenza_ non è influsso esteriore, è insita -nel _senso comune umano_, che si move _usu exigenti, ut que humanis -necessitatibus expostulantibus_. - -Ed ora esaminiamo il significato storico della _degnità_. - - -II. - -Signori, un secolo e settant'anni sono passati dalla prima -pubblicazione della Scienza Nuova, e gli uomini politici brancolano -ancora tra gli espedienti e la casistica come se fossero ancora ne' -Consigli di Giovanni Bottero o nella Corte di Baldassare Castiglione. -Che sarà domani? Chi, quale partito vincerà alle urne? Il papa -consentirà o no aiuto al Governo? Qual'è l'avvenire dell'Italia in -Africa? L'invocazione ufficiale di Dio porta vittoria? Il programma -vero, concreto, vittorioso, come dev'esser fatto, da chi, dove, a -Palermo o a Roma? E quali i contraccolpi che gli potranno venire -da Parigi, da Berlino, da Londra? I repubblicani, i socialisti, gli -anarchici, tutte le utopie non si affacciano in nome di una felicità -di cui i filosofi indicano la porta, e i sacerdoti custodiscono la -chiave? Nessuno risponde: voi restate come le mummie di Ruisch dopo -l'ora dell'anno secolare, e il libro degli eventi resta innanzi a -voi suggellato come prima. Voi non sapete se gli accorgimenti del più -astuto saranno meno fortunati della pietra del primo monello. Che fosse -una povera illusione la filosofia della storia? e perciò avviene che -chi più la studia si trova meno veggente del primo avvocato che afferra -il timone dello Stato? - -La leggenda del genio incompreso è finita per sempre; ma potrebbe esser -finita la credibilità della filosofia della storia. E questo non è -vero: centosettant'anni sono appena l'infanzia di qualunque scienza; e -pure il moto della filosofia della storia è stato sì rapido che da essa -è già nata la _Sociologia_. Con questo nuovo nome voi potete — se mai — -travestirla, non già negarla; e Comte nascerà dopo Vico, come Vico dopo -tutto il moto del rinascimento. - -Se il domani vi sfugge, non per questo negherete la logica de' fatti -umani. Di molte scienze, sulle quali sono corsi due millenarii, le -applicazioni sono tuttora difficili; e se il cervello dello scienziato -oscilla innanzi ai profili incerti di molti fatti, quelle scienze -sopravvivono alle oscillazioni ed agli errori. Se voi sapeste i -coefficienti e gli esponenti certi di molti fatti umani; se la critica -storica — nata anch'essa dopo la filosofia della storia — potesse -sorprendere vivi certi segreti di gabinetto, certi arcani di Corte e -di Curia, certi motori invisibili; voi vedreste il domani come gli -astronomi. Ed occorre altresì la qualità della mente osservatrice: -innanzi al fatto si vuole occhio d'aquila per vedere prima e dopo: -mentre il pedante ripete i luoghi comuni della metafisica e del -positivismo e sdottoreggia in astratto, il fatto gli passa innanzi -irridendolo. Il grande osservatore è sempre qualcuno che sta fuori -della scuola, e sdegna le categorie. Come il vero pensatore non è -mai tutto uomo di parte, così l'acuto osservatore non è uomo d'una -scuola. Allora si pensa, allora si osserva, allora un fatto che fugge -inosservato innanzi a cento si ferma innanzi a lui. Allora nascono -quelle previsioni che prima fanno ridere il volgo de' dottorelli e poi -fanno ridere del riso. - -Questa scienza esiste, e la logica de' fatti umani non è meno -inesorabile della logica de' fatti naturali e della logica delle -idee. Sono una logica sola. Voi potete negare a Vico tutti i ricorsi, -negare che i vescovi siano aruspici, che il diritto feudale sia il -diritto quiritario, che Calcante rinasca in Gregorio VII; negare -questa e quella parte della sua teoria filologica e metafisica, le sue -rivelazioni su Omero, sulle XII tavole, su' re di Roma e sugli eroi di -Grecia; voi non negherete la logica de' fatti e Vico resta, come resta -la legge di gravitazione, anche se sia sbagliato il calcolo delle masse -e delle distanze. - -E non parlo a caso, perchè come il calcolo si è già impadronito della -logica delle idee, così si farà padrone della logica de' fatti. A -questo solo patto il naturalismo si farà scientifico. Vico sdegna il -processo geometrico, se è formale ed esteriore come quello di Spinoza -— _more geometrico_ — non è reale ed intimo come quello delle cose: -_l'ordine delle idee dee procedere secondo l'ordine delle cose_. - -Questa unità dell'ordine è il presupposto di tutte le _degnità_ -vichiane. È un presupposto rispetto alla _Scienza Nuova_ ma è un -corollario del Rinascimento sino a Bruno. Che sono le _Degnità_? - - -III. - -Sono assiomi filosofici e filologici, onde muove la Scienza Nuova, -entro la quale scorrono, dice Vico, come nel _corpo animato il sangue_. - -Filologici e filosofici sono, ma portano sempre contemperati questi -due termini — il Vero e il Certo — dovendo i filosofi _accertare_ e i -filologi _avverare_. - -Ciò che nell'ordine speculativo è integrare il _Vero_ nel _Certo_ -(_accertare, sperimentare_), nell'ordine pratico è integrare la -_sentenza_, nel _responso_ (_avverare, indurre_). - -Il responso è l'espressione assoluta del diritto universale; la -sentenza è l'espressione relativa dell'utile momentaneo; l'uno è dato -dal giureconsulto, l'altro dal politico. - -La dignità che contempera il Vero col Certo, il responso con la -sentenza, è data dal giureconsulto politico, che è filosofo della -storia nato. - -La suprema espansione del responso fu data dal giureconsulto romano: -_Libertas summis infimisque acquanda_. La suprema espressione della -sentenza fu data dal politico per eccellenza, da Machiavelli: _Ei -convien bene che accusandolo il fatto, l'effetto lo scusi_. La suprema -espressione della dignità è la _comunione di tutte le civili utilità -conformi alla natura degli uomini governati_. - -Queste tre nature di uomini pratici sorgono tipiche in Italia, il -giureconsulto quando lo Stato è forte, il politico quando lo Stato è -caduto, il giureconsulto politico quando lo Stato risorge. Ed esprimono -il genio del tempo e de' luoghi: il giureconsulto è romano; il politico -è fiorentino; il giureconsulto politico è napolitano. Tenete occhio ai -tempi ed ai luoghi e vi spiegherete questi tre tipi etici. - - -Signori, io vedo che dopo Vico il circolo de' ricorsi si apre nella -retta di Herder, indicante la continuità del progresso, e poi nella -spira di Hegel, che sale per volute sempre più larghe, a ciascuna delle -quali Ferrari tenta sovrapporre il numero. Il medio evo mal noto a -Vico e il mondo moderno, quasi negletto, si vendicano. Pur egli resta -un titano in mezzo ai contemporanei, anche quando _bacia i santissimi -piedi a Clemente XII_, mentre il Comazzi, il Radicati, il Giannone -protestano contro le usurpazioni pontificie. - -Ma questi altri erano consiglieri e Vico fondava la Filosofia della -storia, innanzi alla quale l'età de' consiglieri politici finisce. - -Che vuole Comazzi? — Flagella la divisione de' poteri, e torna, -ridendo, a Machiavelli e a Campanella. Il Radicati vuole armato il -potere civile contro le usurpazioni pontificie, delle quali Giannone -dimostra le frodi. Illustrare la lupa dantesca era inutile, quando il -tempo chiedeva sapere ciò che le leggi della storia potevano permettere -sotto il destino delle date e lo svolgersi fatale delle necessità -umane. - -Questo fece Vico a cui potete perdonare le convulsioni del genio contro -la continua ribellione de' fatti mal noti a lui; perdonare, ammirando -un uomo tanto modesto e tanto audace che, postosi contro le tradizioni -contemporanee, osa ricomporre i fatti contro le date naturali, o -decapitare gli eroi della storia, se contrastano al suo pensiero. - -Continuando l'indagine sulle leggi storiche, possiamo trarne alimento -al carattere e alla fede civile. Molte cose ci sanno di reazione, ma -nessuna può accennare alla possibilità di un ricorso. Alcuni possono -tentare patti segreti o palesi con la Chiesa; ma nessuno può ritrarci -all'età dei vescovi. Si moltiplichino pure quanti ordini cavallereschi -possono confortare la vanità borghese, ma nessuno può ripetere la -storia de' feudi. Potete invocare ora Dio ora la Dea Ragione, ma non -farete nè una crociata nè una rivoluzione francese. Ripetete pure -una _Sainte-Barthèlemy_, una _dragonnade_ contro i socialisti, non -sopprimerete la quistione sociale, come i socialisti non sopprimeranno -le necessità politiche. La Filosofia della storia indica la successione -degl'ideali, integra l'antecedente nel susseguente, destina il proprio -posto a ciascun istituto, a ciascuna forma, e non consiglia ma traccia -il cammino ai partiti, ai Governi, ai popoli, aprendo le storie -particolari verso la storia universale. - -E questo destino delle cose ci compensa de' disastri momentanei che -avviliscono gli animi deboli o sorpassati da' fatti. Perciò Oantù -rovesciò il cono e fece più strette le volute come più la storia si -accostava ai tempi nostri, sostituendo l'elegia al carme secolare. - -No: io posso esser vinto oggi; ma se sotto la mia fronte si agita -un'idea, le coalizioni avverse non sono più forti di me, e gli eventi -non sono chiamati a sconfessarmi. Quest'idea mi salva dalle diverse -congiure e malizie e mi mette sulla via per la quale dovranno passare i -più fortunati di noi. - -La forza di quell'uomo non deriva dal numero o dalle clientele, e -neppure da' partiti; ma dal posto e dal grado che la sua idea occupa -nell'ordine delle cose. Se le ripulse esteriori respingono Vico dentro -sè stesso, ei diverrà il Cristoforo Colombo della sua coscienza e -scoprirà il mondo delle nazioni. Voi credete di averlo superato, e ne' -progressi vostri ei diviene il maggiore de' vostri contemporanei. - -In nome delle leggi scoperte ammonisce i banditori di programmi che -non promettano da deputati ciò che da ministri non manterranno, perchè -l'età nostra non tollera una politica d'inganni. Agli altri dice -che chi violento contrasta al cammino delle cose, lo affretta, e chi -troppo lo incalza, lo stanca o devia. Il moto delle cose uniformemente -accelerato sconcerta i circoli di Vico, l'isocronismo di Ferrari e -la boria nazionale di Hegel; ma illustra più rapidamente le idee e, -attraverso le gelosie degli Stati, conserta le mani delle nazioni. - -Con tutte queste diversioni io sono pur rimasto sul campo generale -delle idee. Desiderate una qualche applicazione viva e pratica ai casi -presenti, alla storia dell'ultimo triennio, al Governo, al capitale, -alla religione, alle arti? Bisognerà più coraggio a voi a chiamarmi che -a me a parlare. - -Se in questa città Machiavelli potè scrivere le più terribili -sentenze della politica, è segno che qui si possono dire le più ardite -espressioni della libertà. - - - - -LA FISICA SPERIMENTALE DOPO GALILEO - - -CONFERENZA DI - -ALBERTO ECCHER. - - -Giammai pensiero salì più accetto nelle sfere dell'infinito di quello -di Galileo nel tempio di Pisa, quando il lento oscillare della lampada, -pur mostratosi le migliaia di volte a tanti distratti fedeli, fu per -lui il baleno di luce con cui “l'infinita sapienza, il sommo amore„ lo -trasse alle meravigliose scoperte, che resero attonito il mondo intero, -e furono base incrollabile d'ogni umano progresso. - -E giammai il genio fu maggiormente torturato di quanto non lo fosse in -Galileo stesso; costretto dalla perfidia degli uomini, dalle vessazioni -dei Gesuiti, dal risentimento di un Papa a ritrattare verità, che -luminose gli irradiavano nella mente, e svelavano agli uomini il -mirabile assetto dei mondi, le cause ed il succedersi dei fenomeni. - -Il forte pennello del Barabino, troppo presto all'arte rapito, che -fa rabbrividire con papa Bonifazio VIII e fremere col Cristoforo -Colombo al consiglio di Salamanca, fa pensare davanti al Galileo in -Arcetri. — Tu vedi il nobile vegliardo, quasi a sedere sul letto, -spento lo sguardo indagator dei cieli, rassegnato, e tutto intento -a dettare ai suoi discepoli una dimostrazione, che colla posa stessa -delle mani ti rende evidente.... E quanto sieno interessanti le cose -che espone, lo desumi dall'atteggiamento dei discepoli che, protesi -verso di lui, pendono dal suo labbro. Nè l'età, nè le sofferenze, nè -le persecuzioni hanno fiaccato quell'indomita energia.... Ma la terra, -liberata ormai dall'immobilità cui la dannava la Bibbia, roteando negli -spazi infiniti, invita lo spirito del Galileo a bearsi nelle superne -sfere.... e ne reclama la spoglia.... e papa Urbano VIII s'affretta a -mandare al sommo filosofo l'apostolica benedizione. - - -La vita, il pensiero, il martirio del sublime maestro furono con -robusta eleganza di forma, con profondo sentimento filosofico, -tratteggiati l'anno scorso, in questa sala ospitale, dal chiarissimo -professore Del Lungo, ed io sciuperei opera così armonica qualunque -cosa aggiungessi; ma non potevo non prender le mosse dall'instauratore -della scienza nuova, per ragionare dei progressi della fisica dopo la -di lui morte. - -Vasto è l'argomento per poter essere condensato nel breve volger di -un'ora; quantunque non intenda farvi una dissertazione sull'eccellenza -del metodo sperimentale, e come esso abbia riformato dalle fondamenta e -studio e costumi e vita. - -Lo che mi parrebbe altrettanto utile fatica, quanto il pretender -d'aggiungere maestà alla splendida Cupola del Brunellesco, -incastrandovi una modesta pietruzza. La bontà del metodo è provata dai -progressi della scienza, che poggia, cupola meravigliosa, sul tempio -eterno del vero; di quei progressi, che sono nel sentimento di tutti -noi, e che ci permettono di vivere di vita intensiva, accelerata, direi -quasi lo spazio di un secolo nel breve giro di pochi anni. - -Come all'affaticato spirito riesce gradito il ricordo dei primi anni, -il rammentare le cose allora imparate, le impressioni ricevute; ed -anzi il passato, sotto la nuova luce di lunga esperienza ricomparendo, -torna fonte di nuove impressioni e di più larghe vedute; così a Voi, -gentili, di cui la presenza è prova del culto che portate alla scienza, -non riuscirà discaro ch'io rammenti i primi passi, le prime scoperte -della fisica, fattasi ora matrona. Giacchè non va dimenticato, che -solo con Galileo incomincia il metodo sperimentale, e che di quanto -ci fu tramandato dagli antichi nel campo della fisica, ben poche cose -rimangono, e si riducono a semplici osservazioni di fatti. Nessuna -teoria che possa reggere all'analisi moderna, se ne togli il concetto -atomistico de' Greci; e delle leggi dedotte da speculazioni dello -spirito, ben poche ressero alla prova dei fatti. E d'altra parte, mai -la più piccola esperienza torna invano, ogni più minuto fatto acquisito -alla scienza, quando non sia causa diretta, come spesso avviene, di -grandi scoperte, è un elemento importante che attende con molti altri -la mente superiore che sappia coordinarli, e trarne qualche nuova -teoria, ricca di deduzioni ed applicazioni. - -Concedete quindi, che passi in rapida rassegna le conquiste più -salienti della scienza in Italia nell'avventurato secolo XVII, e fin -verso l'ultimo terzo del secolo XVIII, sì scarso di risultati di fronte -al primo. - - -Sparito il divino maestro, i prediletti discepoli, custodi del suo -pensiero, sorgono banditori del nuovo evangelio. - -Benedetto Castelli, nobile Bresciano, in Roma stessa, lui, frate -di Montecassino, difende apertamente le dottrine astronomiche del -Galileo. Ancora nel 1615 era sceso in campo contro il Della Comba ed -il Di Grazia per sostenere le vedute del Maestro sull'idrostatica, -e pubblicava nel 1628 la sua opera “_Dimostrazioni geometriche -della misura delle acque correnti_„ nella quale per il primo espone -chiaramente i principii del moto delle acque nei canali e nei fiumi; -opera che lo rese tanto celebre da valergli da Urbano VIII la cattedra -di matematiche in Roma e la direzione di importanti lavori idraulici, -condotti a termine con esito felicissimo. — E come aveva aiutato -Galileo nelle osservazioni astronomiche, in cui era espertissimo, -ideò il metodo della proiezione per render visibili le macchie solari, -senza offesa della vista, ed introdusse, per avere maggior chiarezza, i -diaframmi nei cannocchiali. - -Preludio alle ricerche che resero celebre nel nostro secolo il modenese -Melloni, sperimentò pel primo sul calorico raggiante, avvertendo -come i corpi in maggiore o minor grado si riscaldino a seconda dello -stato di lor superficie e colore. Nè va taciuta l'idea di raccogliere -quello, che fu poi detto lo spettro magnetico, dato dal disporsi su -d'un diaframma della limatura di ferro attirata da poli di sottoposta -calamita; metodo al quale tutt'oggi si ricorre per mostrare le linee di -forza, nello studio delle macchine dinamo elettriche. - -Fu il Castelli che spinse Bonaventura Cavalieri Bolognese, dell'Ordine -dei Gesuati, da tempo soppresso, a dedicarsi alle matematiche, ed a -frequentare in Pisa le lezioni del Galileo, per passar poi ad insegnare -nell'Università stessa della sua patria. - -Nell'opera del Cavalieri “_Geometria indivisibilibus continuorum -nova quâdam ratione promota_„ trovansi gettate le basi del calcolo -infinitesimale, intraveduto già, per testimonianza dello stesso -autore, dal Galileo. Mentre nei libri “_De speculo ustorio_„ ed -“_Exercitationes Geometricæ_„ il Cavalieri ci dà mirabile saggio delle -sue nozioni nel campo della fisica, trattando, come nessuno prima -di lui, il problema della ricerca delle distanze focali nelle lenti -concave e convesse. - -Soli due anni dalla morte del gran Maestro veniva a mancare, in età -non grave, il coraggioso Castelli; e tre anni appresso, a soli 49 anni, -anche il Cavalieri. - -Nè meno inesorabile scese la morte a colpire il più caro fra i -discepoli del Galileo, Evangelista Torricelli, faentino, mancato esso -pure nel 1647 nella verde età di 39 anni. - -Seguiva il Torricelli in Roma le lezioni dell'abate Castelli, -quando nel 1638 venne alla luce il trattato del Galileo “_Discorsi -e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze_„ sul qual -trattato compose un'opera che presentava, sotto rinnovellata forma, -le teorie sul moto dei gravi. Sottoposto il manoscritto dal Castelli -al Galileo; già cieco ed aggravato dagli anni, e più dalle infermità, -il nobile vegliardo espresse il vivo desiderio di conoscerne l'autore, -per affidargli il cómpito di ultimare i due ultimi dialoghi del suo -trattato; e nell'ottobre del 1641 il Torricelli venne ospite del -Galileo in Arcetri, e più che ospite gli fu discepolo, collaboratore, e -consolatore carissimo. Troppo breve tempo fu dato al giovane Torricelli -di abbeverarsi a quella fonte inesauribile d'ogni umano sapere; ma -i tre mesi che passò presso il Maestro lasciarono profonda impronta -nell'amato discepolo. - -Morto il Galileo, per le premure del Granduca, accettò di trattenersi -in Firenze in qualità di matematico della Corte, succedendogli nella -cattedra. - -Fu ancora nel 1643 che ideò lo strumento pel quale, più che per -tutte le altre opere, il nome suo passò glorioso alla posterità: _il -Barometro_. È nota la leggenda del pozzo a Boboli, nel quale l'acqua -aspirata per tromba non arrivava che a sole 18 braccia di altezza, e -la risposta del Galileo al Granduca che l'aveva interpellato: che se -nei libri di Aristotile era scritto che la natura aveva orrore del -vuoto, e se il fatto mostrava che l'acqua non saliva più su, voleva -dire che quest'orrore aveva per limite per l'appunto le 18 braccia -date dall'esperienza. Certo che se Galileo dette tale risposta lo fece -per evitare contestazioni, e possibili noje a sè stesso, prigioniero -dell'Inquisizione, col contradire all'autorità di Aristotile. Ma -l'aver conosciuto l'equilibrio dei liquidi in vasi comunicanti, e -l'aver dimostrato che l'aria pesa, prova chiaramente che aveva pensato -alla risoluzione del problema, non accontentandosi di quanto ne aveva -scritto ne' dialoghi, ne' quali parlando della resistenza della colonna -liquida al rompersi, ammette che, analogamente ad un filo metallico -che tirato in alto, giunto ad una certa lunghezza pel proprio peso si -strappa, altrettanto avvenga della colonna d'acqua al limite di braccia -18. — La tromba era già un barometro ad acqua; non per questo fu meno -felice l'idea del Torricelli di sostituirvi il mercurio riducendo così -lo strumento a comode proporzioni; idea che, svelata all'amico Viviani, -fu da questi subito tradotta in atto, ottenendo per l'appunto quanto -l'acuto ingegno del Torricelli aveva divinato. - -Lo stesso Torricelli, sperimentando col suo strumento, pose in -chiaro il variare dell'altezza della colonna barometrica col mutare -del tempo, se pur non anche lo scendere della colonna col crescere -dell'altitudine, benchè di tale esperienza generalmente si riconosca -illustratore il Pascal. - -È questa del Barometro tale una felice intuizione, sì ricca di utili -applicazioni, che basta da sola alla gloria di un uomo, benchè certo -al Torricelli avran costato assai più fatica e studio le altre opere -sue “le _Lezioni accademiche_„ ed il “_Trattato del moto dei gravi_„ -nel quale prende a studiare l'efflusso dei liquidi, determinandone -con raro acume le leggi, che ancor oggi portano il di lui nome. E nel -campo sperimentale s'occupò assai della costruzione dei cannocchiali, -nell'eseguire i quali fu reputato eccellente, e del perfezionamento del -microscopio semplice, valendosi come lente di palline di vetro soffiato -alla lampada. Quale Accademico della Crusca lesse a quel nobile -consesso un suo lavoro sul tema “La gloria dopo la morte è un nulla e -non vale la pena che ci diamo per raggiungerla. Dopo la morte tutti gli -uomini sono egualmente celebri.„ - -Strano argomento per un Torricelli, di cui il nome resterà eterno nella -storia dell'umano progresso. - -Ultimo dei discepoli che maggiormente il Galileo aveva prediletto, -di tutti il più giovane, il Viviani non contava alla morte del sommo -maestro che soli 20 anni. Mente acuta, animo aureo, applicatosi con -ardore allo studio della geometria, comprese come solo Galileo fosse -in grado d'avviarlo a forti studi e procurò di farne la conoscenza. -Galileo, già cieco, l'accolse coll'usata benevolenza, e l'ebbe caro -come un figlio; e Viviani non solo trasse sommo profitto dal tempo -passato nella famigliarità del maestro, ma conservò per lui immensa -gratitudine ed affetto, ascrivendo a suo special vanto potersi chiamare -“l'ultimo dei discepoli del Galileo.„ - -Morto il maestro ne trovò un secondo nel Torricelli, e più che maestro -un amico, al quale prestò valido aiuto nell'eseguire le esperienze, -compresa quella del Barometro da esso, secondo il concetto del -Torricelli, condotta. - -Nel 1659 pubblicò la divinazione dei sette primi libri del celeberrimo -Apollonio Pergeo sulle sezioni coniche, ritenuti perduti. Per somma -fortuna il Borelli riuscì a rintracciare nella biblioteca di Firenze un -manoscritto arabo, portato dall'Oriente dal gesuita Golius, contenente -appunto i sette primi libri di Apollonio. Tradotti in latino comparvero -nel 1661, e si trovò che il Viviani, non solo aveva indovinato il -pensiero di Apollonio, ma aveva anzi trattato l'argomento in modo -più generale del famoso geometra greco. Successo nel 1666 al posto -da tempo vacante per la morte del Torricelli, fu eletto membro della -Società Reale di Londra, fondata nel 1660, e dell'Accademia di Parigi -costituitasi nel 1666. Anzi Luigi XIV gli accordò una pensione, che -Viviani impiegò nell'ornare la casa sua, posta in via dell'Amorino, -con iscrizioni, basso rilievi, ed un busto in onore del sommo maestro. -Dobbiamo al Viviani una “Vita del Galileo„; una relazione speciale -sull'applicazione del pendolo agli orologi, e tanti altri scritti: e fu -membro attivissimo dell'Accademia del Cimento. - -Morì nel 1703 amato, stimato, venerato da tutti, e fu sepolto in -Santa Croce; lasciando per testamento alla famiglia Nelli, erede per -maggiorasco, l'obbligo di erigere un suntuoso monumento al suo divino -Maestro. Ad onta di una sorda opposizione da parte dei Monaci, nel 1737 -fu inaugurato in Santa Croce il monumento, e con solennità vi furono -composte le ossa del Maestro, e del riconoscente discepolo. - -Un senso di melanconica pietà, oltre i quattro principali discepoli -del Galileo, i quattro evangelisti della scienza, mi porta a ricordare -anche il figlio di lui Vincenzo. L'importanza d'un regolatore del -tempo per lo studio de' fenomeni astronomici e terrestri e per la -determinazione sopra tutto delle longitudini, era talmente compresa dal -Galileo, che l'aveva portato ad adattare al pendolo dei leggerissimi -congegni di ruote dentate per segnare il numero delle oscillazioni. -Il moto alle ruote venendo impresso dal pendolo stesso, dopo un certo -tempo questo doveva fermarsi. L'ideale era dunque che il pendolo -non dovesse servire che a regolare il tempo, e che la forza motrice -del congegno fosse da esso indipendente. Si trattava di applicare il -pendolo all'orologio già esistente, anzi tanto perfezionato - - Che l'una parte l'altra tira ed urge - Tin tin sonando con sì dolce nota - Che 'l ben disposto spirto d'amor turge; - -E negli ultimi anni di sua vita Galileo, già cieco, col Viviani, e -sopra tutto col figlio Vincenzo ragionando, era venuto a stabilire il -come di tale applicazione, quale risulta anche dal disegno fattone -da Vincenzo, il quale, come colui che assai esperto era nelle arti -meccaniche, volle da sè costruire il congegno; per lo che richiedendosi -assai più tempo che se ricorso fosse ad artefici, disgrazia lo incolse -colla morte del padre prima che a termine l'avesse portato. Solo -nell'aprile 1649 riprese Vincenzo la costruzione dell'Oriuolo, avendosi -fatto da meccanico apprestare il materiale occorrente, e lavorando di -propria mano ad intagliare le ruote e lo scappamento. Messo assieme -funzionava, e fattolo vedere al Viviani con esso convenne di alcuni -perfezionamenti da apportarvi. Ma pur volendo ultimare in ogni sua -parte l'orologio già lavorato, vi si diede d'attorno con raddoppiata -lena in tal modo, che colto da violentissima febbre il 16 maggio stesso -anno moriva. Disgrazia e fatalità, che privò l'Italia nostra del vanto -d'aver prima applicato il pendolo agli orologi, in quanto generalmente -ne vien data lode all'Huyghens, certo preclarissimo ingegno, che -costruì, sia pure più perfezionato, il suo orologio solo nel 1657. -Non è qui il caso di recare argomenti, e molti ne esisterebbero, in -favor nostro, ma è a deplorarsi, che non ci sia stata resa giustizia, e -riconosciuta come nostra anche l'applicazione del pendolo agli orologi. - - -Il fascino del metodo galileano, che sull'evidenza de' fatti innalza -l'uomo alle più alte speculazioni, aveva tratto a sè le menti più -elette di quell'epoca gloriosa e doveva avere solenne manifestazione -nella “Accademia del Cimento„. Unire le forze e “Provando e Riprovando„ -leggere finalmente nel libro della natura le mirabili pagine che ci -tien spiegate davanti. - -Prima fra le Accademie scientifiche, surse nel 1657, sotto la -presidenza del Principe Leopoldo. La componevano: Giovanni Alfonso -Borelli, Candido Del Buono, Paolo Del Buono, Lorenzo Magalotti, -Alessandro Marsili, Antonio Oliva, Francesco Redi, Carlo Renaldini, -Vincenzo Viviani. - -E, cosa mirabile, e non mai più ripetutasi presso altre accademie, -tanto era l'ardore delle ricerche sperimentali, e tale la persuasione, -che solo dall'attenta osservazione dei fenomeni scaturir potessero le -leggi che li governano, che tutti gli accademici lavoravano di comune -accordo, costituendo quasi un'unica personalità, quella dell'Accademia, -sicuri così che ben difficilmente sarebbe sfuggita all'attenzione -di molti qualche circostanza importante e capace di modificare i -risultati dell'esperienza. Così è che nell'aureo libro “_Saggi di -naturali esperienze fatte nell'Accademia del Cimento_„ (Firenze 1667), -e compilato dal Magalotti, si descrivono magistralmente le singole -esperienze, senza mai accennare chi ne abbia avuta la prima idea, come -se fossero state da tutti, in comune, pensate. E degno di osservazione -si è pure che nello stesso libro dei “_Saggi_„ è detto: non entrare -nelle abitudini dell'Accademia il discutere sulle cause dei fenomeni. -Fosse il dubbio di incorrere nella disapprovazione eventuale di Roma, -o la coscienza che delle teoriche ne erano state escogitate anche -troppe, e ciò che mancava era una raccolta di fatti inconcussi, certo -è che gli accademici s'attennero fedelmente al loro motto “Provando -e Riprovando„. A più di due secoli di distanza è sempre con un senso -di ammirazione che si leggono quelle pagine dei “_Saggi_„, cardini -della nuova scienza, e vi si impara ancor oggi a condurre con acume e -diligenza somma le esperienze. - -Non riuscirà discaro che per sommi capi rammenti i principali risultati -cui è giunta quell'accolta di preclari ingegni. - -Incominciano i saggi colla descrizione degli strumenti di misura, e -loro uso. Termometro, Igrometro, Pendolo, Barometro. - -Il primo, inventato ancora nel 1597 dal Galileo, che pensò subito -d'applicarlo alla medicina, per riconoscere il grado di febbre degli -ammalati; da termoscopio che era, fu trasformato in vero termometro, -prima riempito con acqua, poi con alcool. Portava i gradi marcati con -piccole perline di vetro sulla canna stessa, come i migliori nostri -termometri, invece che su tavoletta a parte, ed era con tanta arte -costruito che, sebbene i punti di graduazione della scala fossero -mal definiti col massimo freddo e massimo caldo di Firenze, tuttavia -i diversi termometri, specialmente cinquantigradi, riuscivano -perfettamente paragonabili fra loro. Nel 1830 si potè, confrontandoli -col termometro Reaumur, ricavare dalle osservazioni meteorologiche di -quell'epoca, come il clima della Toscana non sia venuto mutando. La -fissazione dei punti estremi della scala coll'immergere il termometro -nel ghiaccio che fonde, o tenerlo nel vapore che si svolge dall'acqua -bollente, sotto pressione di una atmosfera, è posteriore all'Accademia, -dovuta però ad uno dei suoi membri, il Rinaldini. - -Quanto all'Igrometro, è noto il fatto dell'architetto Fontana, che -nel 1586 riuscì a metter ritto l'Obelisco sulla Piazza San Pietro in -Roma bagnando le corde; e sulla contrazione appunto delle corde, però -di minugia, inumidite, fondò Santorio il suo primo Igroscopio. Quello -dell'Accademia del Cimento invece, chiamato _Mostra umidaria_, è un -vero igrometro a condensazione, dove, invece di cogliere il punto -d'appannamento, come negli strumenti recenti, si misura la quantità -d'acqua condensatasi in un dato tempo sopra un cono vuoto di metallo, -riempito con un miscuglio frigorifero. - -Segue la descrizione del Pendolo, e di un orologio a pendolo, “_su -l'andar di quello che prima d'ogni altro immaginò il Galileo, e che -dell'anno 1649 messe in pratica Vincenzo Galilei suo figliuolo_„; -prova maggiore che realmente l'applicazione de' pendoli agli orologi è -invenzione italiana. - -Quanto al Barometro esso servì loro, non solo per misurare le -variazioni di pressione nell'aria; ma ben anche come apparecchio per -eseguire un vuoto assai migliore di quello ottenibile colle macchine -pneumatiche di quel tempo. E nel vuoto Torricelliano sperimentarono: se -il suono si propaga; se la calamita attira; se l'ambra strofinata si -elettrizza; come vi muoiano gli animali; se l'alzarsi dei liquidi nei -tubi capillari è influenzato dalla presenza dell'aria, e molte altre. E -dopo 200 anni noi siamo ritornati alla macchina pneumatica a mercurio, -la più perfetta di tutte, che permette delle rarefazioni così forti da -dar luogo ad una serie di nuovi fenomeni illustrati dal Crookes. - -Il servizio meteorologico si considera generalmente come un'istituzione -moderna; esso, per merito sopra tutto dell'Inghilterra, fu sistemato -ed allargato così, che i servigi che presta, anche nel campo pratico, -sono immensi. Centinaia di bastimenti ogni anno vengono risparmiati dal -bullettino che, volando sul filo elettrico, precede la bufera. Ma nel -campo scientifico il poter tutti i giorni, ad ora fissa, tracciare la -carta delle condizioni meteorologiche di gran parte del mondo, chi sa -a quali risultati potrà portare. Frattanto non dimentichiamo, che le -osservazioni meteorologiche sono gloria italiana. Fin dal 1654 furono -colla massima regolarità eseguite nel Convento degli Angeli a Firenze; -a Vallombrosa, a Cutigliano, a Bologna, a Parma, a Milano, a Varsavia, -ad Innsbruck sotto la direzione generale del padre Luigi Antinori -teologo del Gran Duca. Esiste fra gli altri un registro che contiene -cinque osservazioni al giorno per lo spazio di oltre sedici anni. - -Sono poi descritti nei Saggi diversi areometri; la palla d'oncia, ecc., -ecc., strumenti che ancor oggi potrebbero prestare utili servigi alla -scienza. - -Interessantissime sono le esperienze sul congelamento dell'acqua nelle -quali pei primi gli accademici fecero uso di miscugli frigoriferi, -quali neve con sale, o sal nitro, o spirito di vino; oppure neve e -sale ammoniaco, ottenendo con tale combinazione il massimo freddo. -Fecero scoppiare sfere di materie differenti riempite d'acqua facendola -ghiacciare, e mostrarono come questa, prima di solidificarsi si dilati. -Esperimentando col ghiaccio, ne collocarono un grosso pezzo avanti -uno specchio ustorio, nel foco del quale un termometro segnava un -abbassamento di temperatura; prova che il freddo, come il caldo, si -riflettono colla ben nota legge. - -Per confutare la teoria dell'_antiperistasi_, della reazione cioè -sviluppata da un corpo, che al primo riscaldarlo dovrebbe raffreddarsi, -e viceversa, eseguirono le ben note esperienze immergendo un grosso -termometro nell'acqua calda, e mostrando che al primo istante l'alcool -realmente discende, ma non perchè si sia raffreddato, sibbene perchè -maggiore è la dilatazione del recipiente, e l'opposto avvenire -immergendo il termometro nell'acqua fredda. In questa occasione, -volendo meglio mostrare come tutti i corpi si dilatino pel calore, -idearono l'esperienza, più generalmente nota sotto il nome di anello -di S' Gravesande, che dall'Accademia invece dovrebbe prendere il -nome. Anzi, usando coni di diverse materie, che portati alla stessa -temperatura, entravano più o meno in un anello misurato, determinarono -il coefficiente di dilatazione dei corpi. - -Nè riuscendo a comprimere l'acqua nelle sfere metalliche assoggettate -alla pressione del torchio, conclusero per l'incomprensibilità, -come generalmente si crede; sibbene che a loro non era riuscito -di comprimere l'acqua, che preferiva trasudare dalle pareti del -recipiente; mettendo così in evidenza la porosità dei metalli. Anche -l'errore della leggerezza positiva confutarono; facendo vedere che un -pezzo di sughero, immerso nell'acqua, non sale quando gli si tolga la -pressione del liquido dal disotto; mentre avrebbe pur dovuto salire se -si fosse trattato di una leggerezza positiva. - -Nei “Saggi„ sono riportate anche le esperienze sulla velocità di -propagazione del suono eseguite ancora nel 1656 da Viviani e Borelli. -Non così felicemente riuscirono gli Accademici nel tentativo di -misurare la velocità di propagazione della luce, la quale si mostrò poi -così enorme da raggiungere 300,000 chilometri al 1". Ma è degno di nota -che l'abbian tentato. - -In altro capitolo gli Accademici si occupano del cambiamento di colore -dei liquidi, specialmente della tintura di torna-sole, che con un -acido, succo di limone, aceto, acido solforico, arrossa, e riprende il -colore primitivo se trattata con una base, usando essi l'oleum-tartari, -soluzione di potassa. - -Rimarchevoli sono pure i fatti citati dall'Accademia in sostegno -dell'idea emessa ancora da Galileo sulla resistenza dell'aria; che cioè -un proiettile sparato da maggiore altezza produca minore effetto che -da altezza minore; e ciò per il maggiore tragitto attraverso l'aria, -come in fatti trovarono; e l'altro che nello stesso intervallo di tempo -cadono a terra una palla sparata orizzontalmente da una certa altezza -ed un'altra che nello stesso istante dello sparo sia lasciata libera a -sè stessa. - -Per convalidare il principio di inerzia, che un corpo persevera nello -stato di quiete o di moto in cui si trova, finchè una forza non ve lo -tolga, adattarono sopra un carro tirato da sei cavalli un saltamartino -con palla da una libbra, disposto verticalmente, e sopra strada piana -e diritta facendolo velocemente correre, e sparando, trovarono che -la palla veniva a cadere poco dietro il carro, benchè questo avesse -percorso dallo sparo alla caduta, oltre le 70 braccia; però tanto più -addietro rimaneva quanto maggiore era il tempo passato fra lo sparo -ed il ricadere della medesima; e ciò per la maggior resistenza opposta -dall'aria in più lungo tragitto. - -Va pure notato come gli Accademici avessero una giusta idea di -quella che loro stessi chiamarono “capacità calorifica„. Presero due -termometri di dimensioni perfettamente eguali e li riempirono, cosa da -notarsi, uno di mercurio l'altro d'acqua. Immergendoli simultaneamente -in molta acqua calda, osservarono che il termometro a mercurio -era il primo a raggiungere l'equilibrio di temperatura, segno che -richiedeva minor quantità di calore dell'acqua. È strano che, avendo -già usato il mercurio in questa esperienza, non l'adottassero per -costruire i termometri. Forse furono trattenuti dall'aver visto che -si dilata meno dell'alcool. A conferma della prima esperienza sulla -capacità calorifica, ne eseguirono una seconda. Versarono pesi eguali -di diversi liquidi, portati alla stessa temperatura, sopra quantità -eguali di ghiaccio, e trovarono che se ne fonde più o meno col variare -del liquido. Come si vede si trovarono gli Accademici di fronte alle -calorie di fusione, al così detto calorico latente; ed è maggiormente -a deplorarsi l'Accademia abbia finito sì presto, perchè questo, come -altri argomenti, sarebbero stati in modo esauriente studiati, ed -avrebbero assicurato a noi il vanto di altre scoperte. - -Degli Accademici individualmente troppo lunge sarei tratto a ragionare. -Tuttavia non posso passare sotto silenzio il napoletano Borelli, -altrettanto profondo erudito, quanto appassionato e forse impetuoso -carattere, finito nell'indigenza in Roma; lui, già discepolo di -Castelli, professore a Messina, professore a Pisa, membro attivissimo -dell'Accademia del Cimento, matematico, fisiologo, fisico, astronomo, -filosofo ed autore di oltre 13 opere, di cui, per non citare che le -culminanti, “_Dei moti naturali dipendenti dalla gravità_„ — “_Del -moto degli animali_„ opera da consultarsi tutto dì sull'argomento, e -“_Teoria delle stelle Medicee, dedotta da cause fisiche_.„ - -In quest'opera emette per primo l'idea che i satelliti di Giove -s'aggirino intorno al pianeta in causa di una mutua attrazione; ma -sgraziatamente non generalizza la sua ipotesi, nè ricerca le leggi di -questa attrazione. — E così la legge di Gravitazione, che regola il -moto de' corpi celesti, dopo aver arriso all'Italia, si posa, aureola -invidiata, per mano del Newton sul capo dell'Inghilterra. - -Degno di menzione è pure il Magalotti, gesuita, già discepolo del -Viviani, autore delle lettere scientifiche ed erudito, conoscitore -di molte lingue, parlatore e scrittore chiarissimo, e segretario -dell'Accademia. I “_Saggi di naturali esperienze_„, bastano da soli a -testimoniare della di lui valentìa. - -Nè va taciuto del Redi, forse più noto pel famoso ditirambo, che per -le esperienze fisiche da esso eseguite, per quanto fosse assiduo e -diligente accademico, medico rinomatissimo, naturalista, fisiologo. - -Quanto progresso di lavoro sperimentale, e quale promessa di larga -messe per l'avvenire! Era quella del Cimento tale accademia, che si -sarebbe detto sfidare l'avversità de' tempi; ed invece, dopo soli nove -anni di vita, d'un tratto fu spenta. Sagrificata dal suo presidente -alla paura ed alla prepotenza di Roma. Ahimè! _Quam parva sapientia -regitur mundus_. Pensare che un'accademia di nove scienziati, che -non fanno che interrogare scrupolosamente la natura e registrarne i -responsi, dà tanta ombra da far paventare ne rimanga scossa la fede, -ne soffra la Religione! E d'altra parte non erano i Medici da tanto -di resistere alle pressioni di Roma; essi che tenevano il potere da -Clemente VII soffocatore delle libertà fiorentine, e già macchiati -dell'ignominia d'aver consegnato Galileo all'Inquisizione. Il principe -Leopoldo s'ebbe il cappello da Cardinale e l'Accademia fu sciolta. - -Ma è con sentimento di profonda ammirazione e rispetto, e con orgoglio -di italiani che noi entriamo a visitare la Tribuna di Galileo, che -racchiude, oltre i ricordi del sommo filosofo, ampia raccolta degli -strumenti creati ed usati dall'Accademia del Cimento. Vero santuario, -dove il pensiero liberamente spaziando, s'ispira ai più alti ideali -della scienza rigeneratrice. - -Dell'Accademia stessa facevano parte, come membri corrispondenti, -Ricci, Cassini, Montanari, Rossetti, Falconieri, e fra gli stranieri -Stenone, Thèvenot, Fabbri. Non trovandosi i loro lavori inseriti -nel libro dei “_Saggi_„ che non riporta che le esperienze eseguite -in comune dagli Accademici “_Operatori_„ darò qui un breve cenno -dell'opera dei due principali, Cassini e Stenone; chè diversamente -non avrei occasione di rammentarli nel seguito di questa rassegna, -ristretta alla sola fisica. - - -Gian Domenico Cassini nacque nel 1625 in Perinaldo, contea di Nizza, -da antica famiglia del patriziato senese. A soli 25 anni succede al -Cavalieri nella cattedra di matematiche in Bologna e nel 1653 pubblica -le osservazioni fatte assieme al marchese Malvasia, sulle comete, -ritenendole o come stelle, o come pianeti in formazione. Due anni -appresso rettifica la meridiana segnata nel 1575 da Ignazio Dante in -San Petronio. In seguito papa Alessandro VII lo sceglie arbitro nelle -controversie fra Ferrara e Bologna, causate dalle inondazioni del -Po, e più tardi sostiene contro il Viviani, che era per Firenze, gli -interessi del Papa a proposito delle inondazioni della Chiana. In tale -occasione assiste in Firenze alle tornate dell'Accademia. Nel 1665 -nelle “Lettere astronomiche„ dirette al Falconieri “_Sopra la varietà -delle macchie osservate in Giove, e loro diurne rivoluzioni_„, spiega -il variare di dette macchie ammettendo che Giove roti sul proprio -asse in ore 9,56'. Nel febbraio 1666 fa la stessa osservazione per -Marte, e calcola la rotazione avvenga in 24 ore 48', e nell'ottobre -trova che ciò si avvera anche per Venere. In questo frattempo pubblica -pure le osservazioni e le tavole dei satelliti di Giove. Quest'ultime -fecero tale impressione su Picurd, che stimò fortuna per la Francia -poter avere così insigne astronomo; e tanto insistè presso il ministro -Colbert, da indurlo ad offrire al Cassini il posto di astronomo -reale, e direttore dell'erigendo Osservatorio astronomico, nominandolo -nello stesso tempo membro dell'Accademia. Declinò da prima il Cassini -l'onorifica offerta; ma alla fine, pensando forse che il favore che -godeva presso il papa Alessandro VII anche Galileo l'aveva goduto -presso Urbano VIII, il che non aveva impedito, che fosse consegnato -all'Inquisizione e condannato, a gran malincuore si decise ad -accettare, per poter con maggior tranquillità e sicurezza continuare -i suoi studi prediletti. Nel 1669 si portò a Parigi, dove pubblicò non -meno di 165 memorie di astronomia, 11 di fisica, sei opere, lasciandone -altre tre incomplete; fra l'altre una cosmografia in versi italiani. -Come Galileo, verso la fine della sua laboriosa carriera, perdè il bene -supremo della vista, e placidamente ad 87 anni si spense. - -Nella direzione dell'Osservatorio gli succede, da prima il figlio -minore Giacomo, poi il nipote Cesare Francesco, da ultimo il pronipote -Giacomo Domenico, che lascia nel 1793 l'Osservatorio, e muore a 97 -anni nel 1845. E così l'Italia, oltre ad altri scienziati, dà alla -Francia quattro generazioni di astronomi, e contribuisce in tal modo -a propagarvi il culto delle scienze che ebbe culla da noi. La Francia -a sua volta diffonde nel '700 l'amore alle scienze in Germania, e nel -secolo nostro la Germania evangelizza alla scienza la Russia. - -Dello Stenone, benchè di origine danese, dirò pure brevemente; non -tanto perchè fu membro corrispondente dell'Accademia del Cimento, -quanto per l'importanza degli argomenti da esso trattati, ai quali -fornì materia la Toscana stessa, che lo accolse cittadino. - -Anatomo e fisiologo distinto, nel 1666 lascia Parigi, e latore di -lettere di raccomandazione di Thèvenot per Borelli, si fissa in -Firenze, dove s'accaparra subito, per le eminenti sue qualità, la stima -e l'affetto di tutti gli scienziati. Da Luterano passa alla religione -cattolica, e Ferdinando II lo prende al suo servizio e gli permette -di continuare le ricerche anatomiche e fisiologiche nell'arcispedale -di Santa Maria Nuova. Pubblica gli elementi di miologia, ne' quali -spiega la natura, la struttura, l'azione dei muscoli. Come molti dei -convertiti, diventa cattolico ardente, scrive dotte dissertazioni -su quistioni di fede, e viene in conseguenza nominato Vescovo in -partibus, e più tardi Vicario Apostolico del Nord. Lascia quindi lo -studio dell'anatomia e della fisiologia, per dedicarsi interamente alla -mineralogia ed alla geologia, scienze da lui, si può dire, fondate, e -dà alle stampe l'opera sua più importante “_De solido intra solidum -naturaliter contento_„. In essa rammenta le doppie piramidi del -quarzo, i cubi della pirite, gli ottaedri del diamante, le tavolette -esagonali del ferro oligisto..... e fa specialmente osservare che, -se fra cristallo e cristallo della stessa materia possono apparire -delle differenze, sopra tutto nella grandezza delle facce, resta però -costante l'angolo che esse fanno fra di loro; gettando così le basi -della cristallografia. - -E studiando la crosta terrestre trova che è costituita da strati -paralleli sovrapposti, depositati certo dalle acque, contenendo essi -quantità di resti organici e specialmente di conchiglie marittime, -fossilizzati; per cui in origine detti strati dovevano essere -orizzontali. Ma mostrandosi ora ondulati, inclinati, mischiati, devono -aver agito potenti cause, quali eruzioni vulcaniche, avvallamenti, -terremoti, per produrre tanto sconvolgimento. A periodi di maggiore -attività vulcanica seguirono periodi di calma, ed il mare ricoprendo -ogni cosa, depositò nuovi strati, che anch'essi sconvolti hanno dato -luogo al sollevamento ed all'inabissarsi di altre montagne. Nella -Toscana distingue non meno di sei periodi. - -Come fervente cattolico si sforza di mostrare che le deduzioni cui è -giunto non sono contrarie a quanto narra la Bibbia; ma evidentemente -non dà alle sue proposizioni lo svolgimento intravvisto dall'acuta sua -mente. Nei limiti impostisi, sia per convinzione personale, sia per -forza di circostanze, nessuno però ha considerata la geologia da un -punto di vista più largo, nè ha emesso tante nuove idee, confermate in -seguito dai fatti. - -Eppure l'opera sua rimase presso che ignorata, e solo nel 1831 il -celebre geologo Elie de Beaumont, dandone un ampio estratto in una -memoria inserita negli Annali delle scienze naturali, la rivendica ai -dovuti onori. Più fortunato di Galileo, Stenone potè morire in pace, -senza vedere i suoi scritti posti all'indice; chè l'opposizione di Roma -alle vedute della geologia, e più dell'antropologia, è nota. Il che non -arresterà il cammino della scienza, che per essere verità è religione. - -Negli ottant'anni del periodo galileano e dell'Accademia del Cimento -l'Italia brilla di vivissimo splendore, e sorge maestra a tutto il -mondo. Disciolta l'Accademia segue un'epoca di continuo decadimento. - -Le esperienze però descritte nei “_Saggi_„ è naturale che non -rappresentino tutto quanto in quell'epoca fortunata fu acquisito -alla scienza. Ma, se era doveroso rispetto rammentare i lavori -dell'Accademia nell'ordine stesso nel quale furono eseguiti, riescirà -forse più chiaro raggruppare le ricerche che ebbero luogo in seguito a -seconda del tema trattato. - - -Dell'esperienza sui tubi capillari eseguita dall'Accademia del Cimento -per provare se la pressione atmosferica influisca sul fenomeno, ho -già detto; giova notare che i fenomeni di capillarità furono per -primo osservati dal sommo Leonardo da Vinci, e direi quasi riscoperti -e studiati con amore dall'Aggiunti, che spiegò con essi l'ascendere -dei liquidi nei vasi dell'organismo, il nutrirsi delle piante, il -conservarsi dei fiori in molle, il cibarsi delle variopinte farfalle -a mezzo della proboscide.... Fu l'Aggiunti caro oltremodo al Galileo. -Chiamato dalla Veneta Repubblica a coprire la cattedra del gran -filosofo in Padova, preferì restarsene professore a Pisa dove, -rapito alla scienza, morì nel 1630 giovanissimo, correndo la sua età -col secolo. Le osservazioni però meglio approfondite sui fenomeni -capillari, e sulle attrazioni e ripulsioni fra corpi galleggianti, a -seconda della forma dei menischi, sono dovute al Borelli, che le eseguì -e pubblicò all'infuori dei lavori fatti in comune nell'Accademia del -Cimento. - -Son note le lagrime Bataviche, goccioloni di vetro rapidamente -raffreddato che vanno in briciole quando si rompa l'estremità della -loro codetta; nè si conosce chi primo le abbia prodotte. Dall'Olanda -entrarono nel mondo scientifico, e di lì il loro nome. Dobbiamo a -Gemignano Montanari, nato in Modena nel 1633, uno studio su dette -lagrime “_Speculazioni fisiche sopra gli effetti dei vetri temperati_„ -nel quale per primo dà come causa del fenomeno la forte tensione -superficiale del vetro. Le così dette Bocce di Bologna, che si -rompono lasciandovi cadere un pezzettino di pietra focaja, sono assai -posteriori, e furono illustrate dal Balbi, professore di fisica a -Bologna nel 1740. - - -Una delle curiosità scientifiche del seicento, ed intorno alla quale -tutti più o meno si affaticarono, si fu la fosforescenza. Ancora -Aristotile e Plinio conoscevano la luce fosforescente emessa da certi -insetti, da materie in putrefazione, dal mare. Plinio parla di pietre -luminose “_carbunculus, selenites_„ delle quali non conosciamo la -natura; ed Alberto il Grande sapeva come il diamante, moderatamente -riscaldato, emetta luce all'oscuro. Era pure noto che lo zucchero, il -quarzo e qualche altra materia, sfregati fra loro, o pestati, danno una -leggera fosforescenza. - -Nel 1604 Vincenzo Cascariolo, calzolaio bolognese, occupandosi a -tempo perso di alchimia, calcina, fra i carboni, della pietra tolta -alle falde di monte Paterno, e s'accorge che, esposta preventivamente -ai raggi del sole, e ritirata in luogo oscuro, si mostra luminosa. È -il così detto fosforo di Bologna, un solfuro di Bario ottenuto dalla -riduzione a mezzo del carbone dello spato pesante. - -Non è a dirsi quanto rapidamente si propagasse la scoperta, che offerse -tema di studio allo stesso Galileo e a tant'altri suscitando una gara -per trovare nuove materie fosforescenti. In tal modo se ne avvantaggiò -la chimica colla conoscenza di altri corpi, quali il fosforo di -Baudoin, il fosforo di Homberg, il vero fosforo ottenuto nel 1669 da -Brand, il fosforo di Canton.... - - -E già che siamo a ragionare di ricerche che sì strettamente si -collegano colla chimica, mi sia concesso, ad onore di un nome caro -a noi tutti e alla scienza, degno pronipote di illustri antenati -segnalatisi nello studio della natura, di rammentare le esperienze, -eseguite verso il 1694, da Targioni ed Averani sulla combustione del -diamante. Fra i molti, un bel diamante di 8 grani, esposto ai raggi -del sole concentrati colla grossa lente da Benedetto Bregans donata -nel 1690 al Gran Duca Cosimo, e tutt'ora esistente nella Tribuna del -Galileo, dopo 28-1/2 minuti completamente bruciò, mostrandosi così, -nulla più nulla meno di un pezzetto di puro carbone, ma cristallizzato. -Anche Francesco di Lorena Granduca di Toscana all'estinzione della -casa Medici, e che fu poi Francesco I di Alemagna, fece trattar col -fuoco per oltre a 6000 fiorini di diamanti, nella speranza di fonderne -diversi piccoli in uno grosso, e trovar modo così di rifornire -l'esausta sua cassa. Ma i diamanti andarono in fumo, o per essere più -precisi, combinandosi coll'ossigeno, svanirono nell'aria, sotto forma -di anidride carbonica. - - -Nell'agosto 1609 Galileo presenta il primo cannocchiale al Senato -di Venezia. Nel 1617 immagina il suo “_Celatone_„, due cannocchiali -fissati ad una specie di morione, per poter con questo binocolo -osservare da una nave i satelliti di Giove allo scopo di determinare -le longitudini. E già che siamo in pieno seicento, mi sia concesso -aggiungere: e dopo aver spaziato per le vie del cielo, il binocolo ci -serve ora ad ammirare le stelle della terra. - -A quello del Galileo subentra ben presto il cannocchiale astronomico, -ideato dal Keplero. - -Oltre Galileo, e come abbiamo veduto il Torricelli, riuscì pure -eccellente costruttore di cannocchiali Eustachio Divini di San -Severino, al quale si deve anche un importante perfezionamento del -microscopio, che rese più chiaro e di maggiore ingrandimento col -comporre di due lenti ciascuno, tanto l'obbiettivo che l'oculare. - -A lui rivale nella costruzione de' cannocchiali era Giuseppe Campani, -romano, che portò la distanza focale degli obbiettivi fino a 136 -piedi, e fornì a Luigi XIV lo strumento, con cui il celebre Cassini -scoprì i satelliti di Saturno. Anzi, ad una speciale disposizione delle -lenti dell'oculare, che s'usa tutt'ora, è rimasto il nome di “Oculare -Campani„. - -Nè va dimenticato come il primo a sostituire alla lente obbiettivo uno -specchio concavo fosse Niccola Zucchi di Parma, che costruì il primo -telescopio riflettore nel 1616. - -Tuttavia, mentre l'Italia fornisce per lungo tempo i migliori -cannocchiali, e l'Accademia del Cimento splende di viva per quanto -breve luce, le osservazioni astronomiche, somma gloria del Galileo, -colla partenza del Cassini, giacciono pressochè trascurate. - -Fatale influenza di Roma che schiaccia nell'Italia asservita ogni -aspirazione alla ricerca del vero. In Francia invece sorge il grande -Osservatorio di Parigi ultimato nel 1672; in Inghilterra quello famoso -di Greenwich inaugurato nel 1675; in Germania quello di Berlino fondato -nel 1700. - - -L'invenzione del cannocchiale e del microscopio a prima vista sembra -culminante, e tale da aver fatto fare alla scienza dell'ottica un -passo gigantesco. Se noi giudichiamo dai vantaggi recatici dai due -importantissimi strumenti, certo dobbiamo collocarli al primo posto. - -Col cannocchiale spazia lo sguardo nell'immensità de' cieli. Dal caos -della Bibbia, dove la materia allo stato aeriforme riempie l'infinito, -si vien formando nella fuga dei secoli il cielo stellato, ed ogni -stella fissa avrà i suoi pianeti, composti di egual materia, per -quanto vari in grandezza, temperatura, condizioni di moto. E a tutta -l'infinita varietà de' corpi celesti presiederanno le leggi immutabili -dell'indistruttibilità della materia, della conservazione dell'energia, -dell'attrazione. Perchè in natura non esiste ripulsione; tutto è -infinita sapienza, sommo amore. - -Attraverso l'immensità dell'etere giunge a noi, sotto forma di raggio -luminoso, il fremito del più remoto astro; quel raggio è il saluto del -lontano fratello alla sorella la terra. Quel raggio, rifratto da un -prisma nel cannocchiale, è il messaggero che narra la storia del cielo. - -Mirabilissima potenza dell'ingegno umano! Il quale, armato del -microscopio scende nelle infinite latebre di una goccia d'acqua, e vi -discerne miriadi di esseri organici, come le stelle nel firmamento, -e li distingue, li classifica, e trae argomento a combatterli, per -risparmiare lutti e sventure. E con attento occhio osservando, spia la -costituzione della materia cerebrale, e se gli venga fatto di scoprire -il mistero del pensiero, di quest'atto fisico, che fa turbinare in sì -piccolo spazio l'immensità del creato. - -Eppure, per l'invenzione dei due importantissimi strumenti, nota già -essendo la rifrazione, la teoria dell'ottica non si è avvicinata di -un passo alla spiegazione dei fenomeni luminosi; non ha che messo a -disposizione delle scienze nuovi e potenti mezzi di ricerca. - -Trovare la causa del perchè un bastone tenuto obliquo nell'acqua -sembri spezzato, lo spato islandico faccia vedere doppi gli oggetti, -o le piume del collo d'un piccione compariscano iridescenti: ecco un -problema assai più interessante per la teoria dell'ottica di tutti i -microscopi e cannocchiali. - -E per fortuna, l'onore d'averlo risolto spetta ad un nostro italiano -che per primo gettò le basi della teoria delle ondulazioni luminose. - -Francesco Maria Grimaldi, nacque nel 1618, morì nel 1663 in Bologna -sua patria. Apparteneva all'ordine dei Gesuiti, e l'importantissima -sua opera “_Phisico-Mathesis de lumine, coloribus et iride aliisque -adnexis, libri duo_„ non comparve in Bologna che due anni dopo -la di lui morte. Contenendo essa nuove teorie avrà forse dubitato -dell'accoglienza che avrebbe potuto trovare presso i suoi superiori, -e temuto non avesse a suscitargli contro delle persecuzioni. -Contemporaneo del Cavalieri, entrambi coltivarono di preferenza -l'ottica, il primo, trattandola dal lato matematico, Grimaldi da quello -sperimentale. - -Facciamo entrare in una stanza oscura, attraverso un foro praticato -nelle imposte, un fascio di raggi solari, ed interponendo una sottile -asticina opaca raccogliamo la luce su d'uno scremaglio. Dovressimo -osservare un'ombra contornata dalla sua penombra; invece si trova -che l'ombra fisica è più larga di quella geometrica, e contornata da -frange colorate e da frange oscure. Quest'è la prima esperienza del -Grimaldi. La seconda che si potrebbe enunciare “luce aggiunta a luce dà -tenebre„ è la seguente: pratichiamo nell'imposta due forellini vicini -uno all'altro, e raccogliamo la luce a tale distanza, che i due fasci -si sovrappongano in parte. Ciascuno dei forellini da solo darebbe -un disco luminoso più chiaro nel mezzo che ai bordi; agendo insieme -invece, dovrebbero dare due dischi luminosi, colla parte sovrapposta -più chiara. In realtà la parte centrale è più chiara, ma comparisce -limitata da bordi oscuri che vengono così a cadere in parti dove ogni -disco per sè avrebbe dovuto essere luminoso. - -Su queste due esperienze, in apparenza così poco concludenti, si -esercita l'ingegno del Grimaldi per trarre i fondamenti della teoria -delle ondulazioni. Infatti solo due movimenti di ordine inverso, -condensazione e rarefazione, fase positiva e fase negativa, possono -elidersi, e dare mancanza di luce o bordi oscuri, e nella prima -esperienza frange oscure. Se ciò che entra dai fori non fosse un -movimento, ma qualche cosa di materiale, là dove cade in maggior copia, -si dovrebbe aver sempre più luce. - -Grimaldi paragona il modo di propagarsi della luce a quello delle -onde generate da un sasso sulla superficie dell'acqua, e suppone un -fluido leggerissimo, che urtato dal corpo luminoso, trasmetta vibrando -la luce. Anzi intravede, facendo un paragone col suono, che, come -in acustica al maggior numero di vibrazioni corrisponde un suono più -acuto, in ottica alle vibrazioni più o meno rapide del corpo luminoso -corrisponda luce diversamente colorata. - -In altro capitolo, a maggiore conferma del suo modo di vedere, analizza -il caso di luce bianca, che per effetto di semplice riflessione può -comparire colorata, ciò che realizza facendo riflettere un fascio -di luce da una lamina di metallo finemente striata, ottenendo così -l'iride, o lo spettro, da lui stesso chiamato di diffrazione. - -Ed è a questo medesimo sistema che, usando gli splendidi reticoli del -Roland, noi ricorriamo presentemente per avere lo spettro normale -del sole; spettro nel quale leggiamo a chiare note la costituzione -e natura del sole stesso. L'iridescenza del collo del piccione non è -che un fenomeno dello stesso ordine, e la luce si riflette su d'una -superficie, per la conformazione delle piume, finemente striata. - -Mirabilissima deduzione questa del Grimaldi, che in altra epoca avrebbe -sollevato il plauso universale, e rimase invece affatto dimenticata, -finchè d'oltre monte non fu rimessa in onore, ampliata, perfezionata. - -Degne di speciale menzione sono pure le esperienze del Grimaldi sul -fenomeno così detto della dispersione della luce; sull'iride cioè che -si ottiene facendo rifrangere la luce del sole in un prisma. Fu esso -che pel primo mostrò come il fascio di raggi luminosi, attraversando il -prisma, s'allarghi, e che considerò i colori come dipendenti dalla luce -che illumina i corpi; che ammise una diversa velocità di propagazione -del moto vibratorio in rapporto al numero delle vibrazioni, e -che previde la luce propagarsi con minore velocità nei corpi più -rifrangenti. - -Pochi anni dopo Grimaldi, il Newton illustrò ampiamente il fenomeno -della colorazione della luce nei prismi, ed emise per ispiegare i -fenomeni ottici la famosa teoria delle emanazioni, considerando la -luce come qualche cosa di materiale che, al pari dell'odore, esali dai -corpi. - -Nessuna meraviglia quindi che l'opera del Grimaldi, che riteneva la -luce una forma di moto vibratorio, rimanesse affatto negletta di fronte -all'immensa autorità di cui godeva il Newton. Il Göthe, nella sua -teoria dei colori, chiama il Grimaldi versato in tutte le sottigliezze -della dialettica, e giudica poco serio il di lui lavoro. - -Del resto quanto possa l'autorità di un uomo per ribadire degli errori -ed arrestare per un certo tempo il progresso, se anche non ne avessimo -avuto un grande esempio in Aristotile, ne avressimo uno nel Newton. - -Nel 1690 Huyghens dà alle stampe il suo “_Trattato sulla luce_„. In -esso, per ispiegare il fenomeno della doppia rifrazione ricorre alla -teoria delle ondulazioni, e tanto, e sì profondamente la svolge da -poter render ragione colla stessa di tutti i fenomeni ottici allora -conosciuti. Ebbene, il lavoro dell'Huyghens, per quanto profondo e -persuasivo, rimase affatto dimenticato. Nè valse a tirarlo dall'oblio -l'autorità dell'Euler che dal 1746-1752 prese a difendere la teoria -delle ondulazioni. — Nel 1801, Young, facendo meglio risaltare -il principio delle interferenze luminose, la sviluppa ancora più -ampiamente. Ma perfino il suo lavoro rimase non curato. Solo nel 1815 -riuscì a Fresnel, sostenuto da Arago, contro Biot e Poisson, partigiani -del Newton, di rivendicare la teoria delle ondulazioni; illustrandola -colla famosa esperienza degli specchi, che portano il di lui nome, e -sviluppandola al punto che, infine, fu da tutti accettata. — Quasi -duecento anni occorsero, perchè la più bella teoria della fisica -potesse trionfare, e con essa fosse reso il dovuto onore al Grimaldi -suo divinatore. Anzi, se si tien conto che la teoria delle ondulazioni -ha bandito finalmente dalla fisica i fluidi imponderabili, creati per -mascherare la nostra ignoranza; che magnetismo, elettricità, calore, -luce, azione attinica, non sono in grazia alla medesima che fenomeni -della stessa natura, diversi solo per numero di vibrazioni; che tutto -dunque giudicato alla stregua di sì splendida teoria, si unifica; trovo -la concezione del Grimaldi altrettanto fondamentale per la fisica, -quanto il principio di inerzia del Galileo per la meccanica, la legge -di gravitazione del Newton per l'astronomia, la teoria atomica del -Dalton per la chimica. — Materia e moto, indistruttibilità di quella, -conservazione e trasformazione di questo. Unità nell'infinita varietà. - - -Fra i molti problemi intorno ai quali si esercitarono maggiormente i -fisici del 600, abbiamo visto figurare la pressione dell'aria, la sua -dilatazione pel calore, l'ebullizione dei liquidi, la forza elastica -del vapore. — Ed ecco come da un complesso di nozioni pian piano -acquisite alla scienza sorge poi tale un'invenzione, che ha sconvolti -gli usi della vita, rotte le barriere fra le nazioni, rialzato -l'operaio dalla materialità del facchino a dignità d'uomo pensante, -rinnovellate le industrie; — intendo parlare della macchina a vapore. - -Naturalmente essa non poteva uscire completa dalla mente di un solo, e -tutte le nazioni fanno a gara per attribuirsi la lor parte di merito. - -Da noi non mancò qualche tentativo per adoperare il vapore come forza -motrice. Ragionando sull'eolipila di Erone Alessandrino, il Porta, -ancora nel 1601, si domanda in quante parti d'aria, come allora -chiamavasi il vapore, si trasformi un dato volume d'acqua, e riesce con -un semplicissimo apparecchio a sollevar l'acqua, per sola pressione di -vapore. Nel 1629 Giovanni Branca, architetto della chiesa di Nostra -Donna di Loreto, pubblica un trattato “_Delle macchine artificiose, -tanto spirituali che animali di molto artificio per produrre effetti -meravigliosi_„ nel quale propone che una grossa eolipila getti il -vapore contro una ruota a palette, destinata a far muovere un piccolo -mulino. Ma qui finiscono i titoli nostri per l'applicazione diretta del -vapore quale forza motrice. Non va dimenticato però, che le esperienze -e le leggi su cui la portentosa macchina posa, quasi tutte in Italia -per primo furono eseguite o dedotte. - -Era in Inghilterra, dove l'attività industriale è più fiorente, che -maggiormente si sentiva il bisogno di utilizzare le forze della natura. -Nel 1655 il marchese di Worcester pubblica le sue cento invenzioni, ed -ottiene un brevetto per una macchina a vapore atta a sollevar l'acqua. - -Nel 1681 e seguenti, l'infelice Papin, dopo aver soggiornato qualche -tempo in Inghilterra, comprende il vero spirito delle macchine a -vapore, inventa la pentola che porta il di lui nome, la valvola di -sicurezza, e giunge persino a mandare un battello sul Weser, per morir -povero e dimenticato in una soffitta, fra i rottami delle sue macchine. -— Segue Savary nel 1698. Con Newcomen e Cowley nel 1705 ci troviamo di -fronte a una vera macchina a vapore che aspetta il suo perfezionamento -da Watt, per correre con Stewenson e Fulton da un capo all'altro del -mondo. - -Vediamo ora l'Italia, che ha dato per prima il melodramma, costruito il -pianoforte, perfezionato tant'altri strumenti; “la terra dei fiori, dei -suoni, dei carmi,„ quanto abbia prodotto nel campo dell'acustica. - - -Ancora nel XI secolo Guido d'Arezzo inventa le note, e le nomina colle -prime sillabe d'ogni versetto dell'Inno di San Giovanni. — Giuseppe -Zerlino, nato a Chioggia nel 1540, e Vincenzo, padre del Galileo, -scrivono di musica teorica; ma la parte fisica dell'acustica incomincia -solo con Galileo Galilei. Fu esso a dimostrare che per corde eguali -ed egualmente tese, la durata di oscillazione è proporzionale alla -loro lunghezza. Provò pure che l'acutezza del suono sale o scende -col crescere o diminuire delle vibrazioni. Avvertì, che strisciando -dolcemente con un dito bagnato il bordo d'un bicchiere, contenente -dell'acqua, si ottiene un suono, e fin che esso dura la superficie -dell'acqua si increspa, producendo una specie di stella. E si domanda: -se non sarebbe possibile fissare queste figure acustiche per poterle -con più agio studiare. Rammenta allora l'esperienza occorsagli con una -lastra di ottone, che messa in vibrazione e cospersa di rena, questa -si disponeva in una serie di linee distribuite con simmetria. Sono le -belle figure illustrate poi dal Cladni, e note sotto il di lui nome; ma -prima d'ogni altro ottenute dal Galileo. - -Ho già detto delle esperienze eseguite in Firenze dal Borelli e dal -Viviani, e riportate nei “Saggi„ sulla velocità di propagazione del -suono, che dettero per risultato un valore di ben poco differente da -quello ammesso presentemente. Nè so comprendere come di queste nostre -esperienze non si faccia mai cenno nei libri di fisica italiani, ne' -quali si riportano regolarmente quelle eseguite in Francia. — Va pure -notato che il primo a mostrare come la velocità di propagazione del -suono aumenti col crescere della temperatura fu il medico Bianconi. - -I risultati delle esperienze da esso eseguite a Bologna a temperature -di -2 a +28° R. sono riportati in un opuscolo “Della diversa velocità -del suono„. (Venezia, 1746). - -Newton, che introdusse pel primo l'analisi matematica nelle quistioni -acustiche, calcolò teoricamente la velocità di propagazione del suono; -ma trovò che risultava solo 5/6 di quella data dalle esperienze. Per -metter d'accordo i due risultati furono escogitate numerose ipotesi; -ma il primo che accennò alla vera causa fu il nostro Lagrange, senza -però svolgere completamente l'idea balenatagli. Sicchè durante tutto -il settecento la quistione interessò in sommo grado tutti i cultori -delle scienze, e solo nel 1816 La Place mostrò che realmente bisognava -recare la correzione ideata dal Lagrange; perchè, mentre la temperatura -dell'ambiente non varia col propagarsi delle onde sonore, compensandosi -il freddo prodotto dalla rarefazione col maggior calore prodotto dalla -compressione, questa variazione di temperatura nelle parti dell'onda -modifica però l'elasticità dell'aria, e con ciò la velocità di -propagazione del suono. - -Un altro problema della più alta importanza, che si proposero, non -solo i cultori della fisica, ma ben anco i maestri di musica, i -matematici, i filosofi, fu quello di trovare la ragione, perchè due -suoni armonizzino quando fra i numeri delle loro vibrazioni esista un -rapporto semplice, mentre in caso diverso, o se il rapporto semplice è -appena alterato, riescono dissonanti. - -Fortunatamente alla risoluzione del problema contribuirono in larga -parte due italiani. - -Verso la metà del seicento Marigni inventa la sua “Trombetta Marina„, -che viceversa non era poi una trombetta, e nemmeno un istrumento -a fiato, bensì una specie di grosso sonometro. Su d'una cassa di -risonanza di forma piramidata era tesa una corda, che dava una nota -stridula, somigliante a quella di una trombetta, in causa del tremito -della staffa cui era raccomandata la corda contro la cassa stessa sulla -quale posava leggermente. - -A mezzo del suo strumento mostrò, non solo che si può ottenere dalla -corda un seguito di note i cui numeri di vibrazione crescono come -la serie dei numeri interi; ma ben anco che queste medesime note -accompagnano la fondamentale, e si possono percepire separatamente, -toccando leggermente la corda in vibrazione alla sua metà, terzo, -quarto, ecc. Sono questi i toni armonici, o meglio superiori, dai -quali appunto, oltre il timbro musicale, dipende anche la consonanza. -E coi medesimi, a definire l'armonia concorrono, o li suppliscono se -mancanti, i suoni detti di Tartini. - -Nacque Tartini nel 1692 a Pirano d'Istria, e fu destinato al -sacerdozio. Ma lasciò ben presto la teologia per la legge, anzi, per -essere più precisi per la scherma, sua passione favorita. Ammogliatosi -segretamente, appena s'accorge d'essere incorso nella collera dello -zio, il cardinale Cornaro, abbandona la moglie, e si ritira nel -convento di Assisi. La calma del chiostro e sopratutto la compagnia -d'un bravo monaco, esperto in musica, risvegliano in lui una latente -passione per quest'arte geniale, così che in due anni diventa famoso -nel suonare il violino. Calmatosi lo sdegno dello zio, lascia il -convento, e in un concerto a Padova rapisce talmente gli uditori, che -la sua fama corre da un capo all'altro d'Italia. - -Nel 1714 avverte che quando si suonino ad un tempo due note, se ne -percepisce una terza più bassa; per esempio: con un DO₃ ed un LA₃ si -sente un FA₂. - -Chiamò questo nuovo tono, dato dalla combinazione degli altri due “il -suo terzo suono„; e fu poi detto di Tartini. - -Ora questi terzi toni, quando il rapporto fra le due note che li -generano non sia preciso, possono dar luogo ai battimenti, segnano -quindi la disarmonia e suppliscono là dove mancano i toni superiori. -Interessante si è il sapere che Tartini nel suo “Trattato di -musica secondo la vera scienza dell'armonia„ (Padova 1754) e nella -“Dissertazione dei principi dell'armonia musicale contenuta nel -diatonico genere„ (Padova 1767), non solo parla del suo terzo suono, ma -espone l'idea che desso concorra nel definire l'Armonia. - -Ed appunto sui toni armonici messi per primo in evidenza dal Marigni, -sui battimenti illustrati dal Saveur, e sui toni di Tartini, detti poi -di “sottrazione„ fonda Helmholtz la mirabile, e semplice sua teoria -della consonanza. - - -Nel campo del magnetismo e dell'elettricità, all'infuori delle poche -cose tentate dall'Accademia del Cimento, scendiamo fino a Beccaria -prima di trovare qualche lavoro d'una certa importanza. Nel 1753 -pubblica un'opera “Dell'elettricismo naturale ed artificiale„ e -nel 1775 una seconda “Sull'elettricità atmosferica a cielo sereno„; -preludio agli importanti lavori eseguiti poco appresso in Italia. È poi -noto come una delle esperienze per mostrare la sede dell'elettricità -sui buoni conduttori si faccia ancor oggi a mezzo d'un apparecchio -chiamato “Pozzo di Beccaria„. Anche Tiberio Cavallo napoletano, -eseguì, sopratutto in Inghilterra, molte osservazioni sull'elettricità -atmosferica, che assaggiava a mezzo di un suo elettrometro. - -I progressi della fisica e dell'elettricità in ispecie nell'ultimo -quarto del 700 si collegano troppo strettamente colle prime scoperte -del 1800, per poter essere qui con utilità, sia pur di volo accennati. - - -Quanto cammino lo svolgersi dell'umano pensiero! - -Alle incerte notizie d'una civiltà orientale, a quelle più sicure -dei Caldei e degli Egiziani ecco sovrapporsi la splendida civiltà -greca, speculativa ed artistica per eccellenza, che ci tramanderà -con Aristotile il vangelo scientifico su cui giureranno per lunghi -secoli le generazioni future, e con Anassagora e poi Epicuro l'idea -Atomistica, che rifatta sulle basi dell'esperienza, sarà leva -potentissima allo sviluppo delle scienze e della Chimica in modo -particolare. - -Coll'invasione degli Arabi vediamo dispersa la famosa scuola -Alessandrina, e tesori di sapere, sopratutto nel campo filosofico e -matematico perduti. E mentre la più fitta tenebra della barbarie pare -voglia stendersi per ogni dove, ecco gli Arabi stessi, che si fanno -cultori delle scienze, danno novello impulso agli studi astronomici e -chimici, e risvegliano, co' profughi greci, il culto alle scienze anche -in Occidente. Ma breve è il periodo, e strana cosa, un popolo giunto -rapidamente ad un elevato grado di civiltà, torna pressochè nomade alle -sue terre. - -Per lunghi secoli nelle Università che s'erano venute formando per -prime in Italia, dove maggiore era il bisogno d'emanciparsi dai ceppi -d'un'istruzione, diretta solo da ecclesiastici, non si insegna che ciò -che dagli antichi ci pervenne, non si riconosce che Aristotile. Epoca -ingloriosa, appena marcata di quando in quando da qualche accenno a -novità, subito represso. - - -Ma l'aurora dell'Umanesimo spunta appena in Italia, che già le arti e -la letteratura, con gigantesco progresso illuminano della luce più viva -i secoli XIV, XV, XVI; nè la scienza può rimanere estranea a questo -ridestarsi di ogni attività, e con Galileo getta le basi di quella -filosofia positiva, che, caratterizzata dal motto della Accademia del -Cimento _Provando e riprovando_ sarà base incrollabile allo svolgersi -ulteriore dell'umano pensiero. Splendida epoca, orgoglio nostro, ed in -modo particolare di questa terra toscana, sorriso d'Italia. - -Che vale l'opporsi dell'oscurantismo prepotente? Avrà i suoi martiri -anche la scienza, e saran seme di novello progresso. - -E se le persecuzioni diraderanno le file dei cultori delle scienze -in Italia, sorgeranno i Newton, gli Huyghens e tant'altri, a strappar -nuovi segreti alla natura, chè la scienza è universale. - -Certo l'amore del natìo loco fa rimpiangere che al periodo glorioso -di Galileo e dell'Accademia del Cimento, abbia fatto seguito un lungo -volger di anni scarso, in confronto alle altre nazioni, di messe, -benchè non privo di nobili ingegni che a quando a quando gettarono -sprazzi di luce foriera di nuovi veri. - -E la sua parte nel decadimento scientifico d'Italia, specialmente nella -prima metà del 700, va data alle condizioni politiche della penisola. - -La parte meridionale oppressa da un governo superstizioso e sleale, -che si regge sull'ignoranza de' popoli, a grande stento, e scarsamente -diradata dalle sapienti divinazioni del Vico, e dalle animose riforme -del Tanucci. - -La media Italia in balìa di una corte pontificia, dove anche la geniale -od austera personalità di pontefici come i XIV Benedetto e Clemente, -s'infrange contro l'assolutismo del dogma e la tirannìa degli ordini -religiosi. - -In Toscana fiacco il costume, fiacco lo studio, sonnolenta l'intera -esistenza per colpa di un governo, tanto più biasimevole quanto più -illuminato. - -I Ducati covo di tiranelli altrettanto impotenti quanto prepotenti. - -L'Austria che spadroneggia nel milanese, ed agogna ad assoggettarsi -l'Italia intera, non mai sazia di asservire al suo ibrido governo -quante più nazionalità le venga fatto. - -A Venezia una Repubblica oligarchica, intente le menti più elette a -conservare un potere che si veniva fiaccando. - -E nel piccolo Piemonte, la futura speranza d'Italia. - -Non dissimile l'Italia dalla Germania, colla differenza che i molti -stati che componevano quest'ultima, erano almeno retti da Principi -tedeschi, e che la riforma di Lutero vi aveva spirato un soffio di vita -nuova, mentre l'Italia era alla mercede dell'Austria e della potenza -papale nemica del progresso. - -E così è che la Germania come l'Italia ben poco producono nel campo -scientifico durante la prima metà del settecento; e di pari passo colla -scienza decadono l'arte, la letteratura, la filosofia. - -Epoca di reazione e rilasciatezza ben triste, e tale da far dubitare se -il nuovo metodo di indagine sperimentale potesse riuscire ad emancipare -il pensiero, e guidar l'uomo sulla feconda via del progresso. - -Ma la forza del progresso è inesorabile, e come fiumana trattenuta da -improvvisi scoscendimenti per poco ristagna, per irrompere con maggior -impeto e più veloce alla meta; così l'umano pensiero, che attraverso -a mille ostacoli, sulla base del positivo rifà la strada de' secoli -passati, e dalle leggi della natura assurge alle cause supreme, non -torturando coi dogmi; ma persuadendo coi fatti; non seminando livore, -odio, vendette; ma brillando iride di pace a tutti i popoli. - -E già sorgono, precursori di nazionale risveglio, i grandi poeti, e -nuovi veri, destinati a portare una profonda rivoluzione nella vita -delle nazioni ed a dare al secolo nostro un'impronta per la quale andrà -famoso ai futuri, spuntano all'orizzonte. - -Il lento oscillare della lampada nella cattedrale di Pisa fu _poca -favilla_ che _gran fiamma seconda_ e con Galileo illuminò il mondo -intero. - -L'inconsciente contrarsi della rana nel gabinetto del Galvani è -scintilla che sprigiona dall'acuta mente del Volta la portentosa pila. - - - _Signore e Signori,_ - -Un filo elettrico attraversa la sala. Milioni di vibrazioni ogni -secondo lo agitano. Trasmetteranno esse a dinamo potenti, dalle quali -alla lor volta furono suscitate, un raggio moderno di sole, rapitogli -dall'acqua, che nell'amplesso dell'Oceano evapora e si solleva, per -ricadere pioggia benefica su monti, dai quali rivo, torrente, fiume, -precipitando, confida a congegni meccanici la sua preda? Oppure un -raggio di sole antico, che per potenza di piccolo seme immagazzinò -nelle vetuste piante, ora fossilizzate, l'energia di tempi remoti, -quando l'uomo non ancora calcava la terra di cui scruta ora i segreti? - -E quel raggio di sole trascinerà esso per erta pendice il fardello -dell'uomo nel suo incessante affaticarsi? aiuterà, apprestandogli i -mezzi, il lavoratore nella lotta per la vita? fornirà a popoli oppressi -l'arma della difesa, o servirà a ribadire tormento di guerra, le loro -catene? Per quel filo passerà la voce armoniosa dell'amicizia o quella -stridula dell'interesse? la dolce voce del conforto, o quella rauca -della calunnia? Detterà quel filo le burrascose vicende della politica, -o le pacifiche conquiste della scienza?! - -Io vorrei che quel filo trasmettesse in questo momento a ciascuno -di voi i miei più vivi ringraziamenti per la benevola attenzione -prestatami, e riportasse a me l'eco del vostro gentile compatimento. - - - - -L'ARTE NEL SETTECENTO - - -CONFERENZA DI - -ANTONIO FRADELETTO - - - _Signore e signori,_ - -Se il principio o il termine d'un'età può mai datare dall'apparizione -o dalla scomparsa d'un uomo, la morte di Luigi decimoquarto segna -certo il confine morale che divide il Seicento dal Settecento. Con -lui, infatti, col monarca superbo che si piacque di vedersi effigiato -in clamide e parrucca, sembra adagiarsi nella tomba tutto un secolo -impettito, prosuntuoso, prepotente, intollerante, un secolo nel -quale l'accademismo classico non disdegnava d'accoppiarsi in fastoso -connubio con l'enfasi barocca. Gli Stati europei, liberi finalmente -dall'incubo d'un'ambizione che aveva pesato per tanti anni sul loro -destino, mandano un respiro di sollievo. La Francia stira le membra -raggranchite nel gelo delle forzate devozioni e agogna a rifarsi con -la sfrenata libertà del costume e del pensiero. Si seguono allora due -generazioni così spregiudicate, così epicuree, come l'ultimo periodo -della vita del Gran Re era stato noiosamente bigotto. Godere, goder -presto e in tutti i modi, è l'ideale cui mirano, sia inconsapevolezza -che nasconda ai loro occhi l'abisso verso il quale sono trascinate, sia -sprone di inconfessati presagi che le spinga ad esaurire ogni ebbrezza -prima dell'imminente catastrofe. L'età anteriore s'era segnalata per -una tensione suprema d'energia: energia caparbia, rovinosa, folle, -ma, insomma, strenuamente pugnace. Essa veniva al despota — che la -impose alla nazione — dalla coscienza, non mai scossa per accumularsi -di sciagure, dell'alto ufficio al quale egli teneva preordinata la -monarchia per diritto divino, incarnantesi nella sua persona. Ora, -noi assistiamo ad una di quelle subitanee reazioni che seguono sempre -gli sforzi soverchiamente protratti. Le antiche energie si allentano, -le antiche convinzioni vaniscono in un sorriso. Etichetta, pompe, -cerimonie, consuetudini officiali restano bensì immutate; ma lo spirito -che un giorno le animava s'invola; ma le idee, i sentimenti, le fedi -tradizionali ad ogni ora si sgretolano. L'edifizio costruito dai secoli -si direbbe, a primo sguardo, incolume, quando invece nulla d'incolume -n'è rimasto, fuorchè la decorazione esteriore: una decorazione -magnifica, amplificata da mille illusioni prospettiche, ma assisa ormai -su fondamenta così logore che noi la vedremo oscillare e crollare al -primo urto di mano plebea. - -E come lo stato politico e sociale non era altrove molto dissimile, -come l'esempio della Francia serviva di scuola all'Europa, -l'aristocrazia ci porge quasi da per tutto (salvo le nobili eccezioni -che non occorre rammentarvi) un'immagine conforme di vita. Veramente -quest'aristocrazia non è che un'esigua minoranza; ma essa costituisce -la classe dominante e tipica; essa detta la moda e crea il gusto; essa -invade il dinanzi della scena e respinge ancora nell'ombra tutto il -resto della nazione; essa dà pertanto alla società europea, fino allo -scoppiare del movimento filosofico e borghese, e anche più oltre, -un'apparenza comune di festività, di spensieratezza, di tolleranza -amabilmente scettica, o, in breve, di estenuazione morale. - -Fra noi l'estenuazione aveva cause più profonde e più remote. Già -l'Italia era uscita dalla gloriosa indisciplina del Rinascimento -barcollante e spossata, come chi ha troppo osato, troppo creato, -troppo compreso e troppo goduto. Poi, centocinquant'anni di blandizie -gesuitica e di oppressione spagnuola avevano plasmato a servilità -la mattiniera ribelle. Ingegno, cultura, spirito d'osservazione, -fantasia, erano sempre vivi; viva era la pertinacia intellettuale del -pensatore, dell'erudito, dell'artefice; ma era venuta meno nei più -quella deliberata vigoria di iniziative e di resistenze che è il fiore -dell'essere morale. E le riforme stesse che segnalarono la seconda metà -del Settecento non ebbero tutta l'efficacia che proviene dai robusti -consensi; esse furono reclamate da poche menti superiori e largite -dall'alto, piuttostochè scaturire da una coscienza sociale largamente e -virilmente operosa. - -I forti aspirano a conquistare il dominio della propria anima; essi -amano appartarsi e raccogliersi, perchè trovano in sè di che popolare -ogni solitudine. Ma agli spiriti deboli e frivoli che resta da fare, -se non allearsi ad altre debolezze e ad altre frivolezze? Così questa -nobiltà esausta e peritura si conforta con la vita in comune, con le -conversazioni, coi festini, coi teatri, col giuoco, con la galanteria, -con l'osservanza rituale dei precetti della moda, innalzati perfino -a quistione di Stato o a controversia diplomatica. L'impero d'una -simile società non può spettare che alla donna, e la donna viene eletta -concordemente ad esercitarlo. Ormai ella sembra creata soltanto per -entrare con grazia in un salotto a braccio del cicisbeo, per porgere -la mano al bacio dei corteggiatori, per sedere ammirata in un palco, -per danzare languidamente il minuetto, per dominare il volgo dall'alto -d'una carrozza scintillante d'oro e di cristalli, per accennare a un -desiderio ed essere a gara obbedita, per divenire maestra di piaceri e -parteciparvi fino all'ultimo, come quella dama che ammalata di malattia -inesorabile, si fa abbigliare sfarzosamente, colorire di rossetto le -terree cavità delle guance, condurre in portantina a teatro, e che, al -ritorno, muore. - -Vi sono, Signori, rappresentazioni d'arte, le quali valgono -storicamente più degli stessi documenti storici, perchè ci tramandano -non tanto gli sparsi pensieri del passato, quanto l'intima essenza di -tutto il suo pensiero. Tale “_L'imbarco per l'isola di Citera_„ di -Antonio Watteau. Ben prima che Carlo Innocenzo Frugoni cantasse fra -noi: - - La bella nave è pronta: - Ecco la sponda e il lido - Dove nocchier Cupido, - Belle, v'invita al mar, - -ben prima e con ben altra vena, il Watteau aveva dipinto la dilettosa -allegoria, che esprime il sogno di due generazioni. Sul lido, sotto i -grandi alberi, sorge, infiorata dai devoti, l'erma della Dea; l'onda -purissima è in calma e i salici v'immergono le capigliature fluenti; -uomini e donne, tenendosi a braccio, traggono alla galèa che sta -per salpare, sotto la guida degli Amori, verso l'isola incantata. -L'aspetto di quelle coppie è giocondo, le mosse graziose, ma pure noi -ci sentiamo vinti da un'ineffabile malinconia. Sono forse i vapori -autunnali e vespertini in cui l'artista ha avvolto la scena? O è quel -presagio amaro di delusioni che si mesce per noi a tutte le immagini -del piacere? O è il lampo d'una comparazione fra i giorni che furono -e i giorni che noi viviamo?.... Ignoro; ma certo dinanzi a quello -spettacolo di agognate e credute felicità, l'anima è mossa a un -sentimento triste, che potrebbe tradursi nelle parole: _per l'ultima -volta!_ - - * - -In quelle creature voi non cercherete dunque passioni, bensì capricci -ed emozioni mutabili: l'emozione sentimentale, l'emozione voluttuosa, -l'emozione gioconda, l'emozione patetica, l'emozione idillica. -Vedete il sentimento tipico: l'amore. “_On se plaît, on se prend; -s'ennuie-t-on l'un avec l'autre, on se quitte avec aussi peu de peine -qu'on s'est pris. Revient-on à se plaire, on se reprend avec autant de -vivacité que si c'était la première fois qu'on s'engageât ensemble_„ -scrive in Francia Crébillon figlio. E in Italia l'abate Chiari: -“_Dove troverete adesso quelle passioni violente e così memorabili -che inspiravano un tempo le donne vedute soltanto attraverso un fosco -velo e vagheggiate una volta al mese dall'altezza di una finestra?_„ -E invero l'amore è ormai divenuto un misto di volubilità sensuale e di -consuetudine tra amichevole e cerimoniosa, che tollera filosoficamente -le divagazioni e le compartecipazioni: - - Qual torto far potrebbonsi, - Colpevoli del pari? - Perchè perdon si nieghino - Troppo ambedue son cari. - -Di quando in quando ha anch'esso, l'amore, le sue burrasche, o, come -dicevano, le sue smanie; ma sono burrasche a fior d'acqua, subito -placate da un abbraccio o da un giuramento in ginocchio. La separazione -non lascia dietro a sè che un'ombra di mestizia. Nel ripercorrere i -luoghi dov'egli visse beato con la sua donna — forse irreparabilmente -perduta — l'amante non medita e non impreca; basta a lui effondersi in -questo lieve sospiro: - - Dite almeno, amiche fronde, - Se il mio ben più rivedrò; - Ah! che l'eco mi risponde - E mi par che dica no. - -E come l'amore, così sottoponete all'analisi tutti gli altri sentimenti -— il dolore, la fede, la tenerezza, la pietà, la generosità — -quali vi si mostrano negli scritti letterari ed intimi del tempo. -Potrete scomporli in una serie di stati di coscienza ora languidi -ora concitati, ma quasi sempre mobili, ondeggianti, effusivi, e, per -significar tutto con una parola, melodici. Ecco perchè senza la melodìa -poetica e senza la melodìa musicale non si comprende il Settecento; -ecco perchè le canzonette del Rolli, i drammi del Metastasio, le -limpide arie del Pergolesi e dello Jomelli suonano a noi come la voce -superstite dell'anima sua! - -Ma una parte almeno dell'anima del Settecento si è pure espressa con -un linguaggio visibile di forme e di colori. E questo linguaggio è il -nuovo stile _rococò_ in cui viene a rammorbidirsi quello più gonfio -e pesante del periodo di Luigi XIV. I contorni sinuosi, i cimieri -asimmetrici, i festoncini, i ciuffi, le frondeggiature arricciate, vi -annunziano chiaramente la capricciosa mobilità degli spiriti. Quelle -colorazioni tenui — cilestrine, rosee, verdicce, lilla, giunchiglia -pallido, tortora, foglia morta — vi sussurrano all'orecchio le -repugnanze sottili dell'epicureismo per ogni sensazione troppo vivace. -Quei letti dalle incurvature di bomboniera, dai guanciali digradanti, -dalle alcove rallegrate di nudità mitologiche, vi confidano i sonni -voluttuosi prolungati fin presso al meriggio. Quei canapè dalle braccia -accoglienti vi evocano l'intimità dei lunghi colloqui, alternati di -carezze e di consapevoli silenzi.... - -Vogliamo entrare nel vestibolo di quel grande palazzo, architettura -immaginosa del Fuga o di uno dei Bibbiena, dello Juvara o del -Vanvitelli? L'ampia scalea balaustrata ci conduce negli appartamenti -gentilizi, scintillanti di lumiere. Sulle mensole, sulle cantoniere, -spiccano le tazze di Meissen o di Sèvres, le statuine galanti e -campestri in _biscuit_, le piccole miniature in avorio; sul caminetto, -il bronzo dorato del pomposo orologio a pendolo e dei candelabri -dagli steli attorti. La suppellettile, lucente di lacca, è dipinta -a figurine e fiorami; qua e là qualche mobiletto di legno esotico, -qualche stipo a tarsie di tartaruga e metallo, qualche gruppo scolpito -a putti ed allegorìe, che sorregge un vaso del Giappone o della Cina. -— Siamo nel salone, un sontuoso salone tutto fregiato di stucchi, dal -soffitto recente di affreschi, dalle pareti chiare — bianco e oro, -rosa e oro, pistacchio e oro — che si schiudono ad assidui intervalli -nelle chimeriche profondità degli specchi. Le dame dalle acconciature -bizzarre, dall'ampio giro della veste di raso ornata di trine e di -_falbalas_, siedono conversando e agitando in ritmo i ventagli; i -cavalieri con la giubba e la sottoveste ricamate e i polpacci stretti -nelle calze di seta, passano dall'una all'altra, tintinnando di -ciondoli e sbattendo lo spadino incruento; qualche abatino novizio -fa la sua corte discreta, appoggiato ad una spalliera o protetto -dall'ala d'un parafuoco. Ma ecco un accordarsi sommesso di violini, -un porgere ossequioso di mani, un fruscio di vesti, un disporsi -lieve di coppie; il minuetto sospira i suoi inviti alla letizia; i -guardinfanti si piegano come per un accenno di genuflessione; le giubbe -ricamate s'inchinano; la danza comincia, molle, aggraziata, pacata, -luminosamente proseguita entro le chimeriche profondità degli specchi. - -Gli specchi! non è questo, Signori, uno fra gli ornamenti più cari -al secolo, e fra quelli che meglio ce ne raccontano la socievolezza -leggiera, l'appariscenza, la vanità, la fragilità? Profusi per ogni -dove, gli specchi paiono eletti all'ufficio di adulare la realtà, -di suscitarle intorno un corteo di seguaci illusioni. Nei festosi -ritrovi, essi inducono l'uomo alla ricerca dell'atteggiamento e del -gesto, ma insieme coi vigilanti richiami lo frenano; nei convegni -libertini sferzano i suoi sensi con le complici denudazioni del pudore; -nell'odiosa solitudine lo confortano, porgendogli almeno la visibile -compagnia di sè stesso! - -Perchè ciò che il Settecento aborre di più, ciò che gli pesa -intollerabilmente, è la solitudine. Prima che Giangiacomo Rousseau -imprenda il suo apostolato, nessuno sa concepire le gioie austere -dell'anima sognante in faccia alla natura. La vita in campagna non è -dunque — mutato scenario — dissimile da quella di città: ricevimenti, -rinfreschi, fuochi di gioia, tavola sempre imbandita, giuochi, -concerti, commedie da camera. E già gli stessi giardini, coi lunghi -viali regolari, e la fiorita simmetria delle aiuole che somigliano -tappeti a rabesco, e le siepi di bosso tosato, e gli alberi rifondati -o squadrati a piramide e a dado, e gli emicicli a gradinate coperte -d'erbetta rasa, che altro sono se non una specie di duplicato dei -teatri e dei saloni? Saloni all'aria aperta, dove la gente passeggia -con lentezza pigra, si scambia nell'incontrarsi complimenti e celie, -riposa sui sedili rustici col garbo contegnoso con cui s'adagia -sui canapè, si raccoglie in comitive conversanti, si disperde a -coppie sotto le vôlte fronzute, tra il sussurrìo delle fontane e -l'occhieggiare delle ninfe marmoree dalle pieghe svolazzanti. - -In molte fra le dimore ove passò sì lietamente la vita, si stende -oggi lo squallore dell'incuria o dell'abbandono. Gli svelti ghirigori -di stucco vanno sgretolandosi, o ingoffiscono sotto lo strato denso -degli intonachi; la suppellettile impressa di calde abitudini umane -non è più; dalle pareti quadri e stoffe damascate scomparvero; gli -specchi hanno la faccia livida dell'acqua palustre e non ripetono più -luminosamente l'immagine umana, ma la offuscano e la incadaveriscono. -Dal cancello rugginoso, fregiato di nastri e di stemmi a cartoccio, -intravvediamo i viali del giardino, un giorno così corretti nel loro -tappeto di fine ghiaia e nella duplice spalliera pettinata, invasi dal -folle scompiglio dell'erbe; la conca marmorea della fontana muta di -voci scroscianti; i gradini che mettevano alla veranda, i gradini sui -quali passarono, sfiorandoli appena, tanti piccoli piedi, sconnessi -e screpolati; e qua e là, di sui piedestalli ingialliti dai licheni, -qualche ninfa dal naso mozzo e dalla mano mutilata, che si sforza -ancora di sorridere con la triste civetteria delle vecchiaie che non si -rassegnano. - -Dinanzi a questi fantasmi deformati del mondo distrutto dalla -catastrofe dell'ottantanove, sorge nella nostra mente una visione: un -abisso nero, in fondo al quale gorgogliano torrenti di sangue, e sulle -opposte sue sponde l'antitesi di due scene: di là tenui ombre graziose, -aggirantisi, nella luce blanda del pomeriggio, per un Eliso campestre; -di qua l'incalzare d'una gran folla irrequieta, in un'atmosfera fumosa -e sonante di opere. — I nostri nonni e noi! - - * - -Consultiamo i ritratti, paragonandoli a quelli delle due età precedenti. - -Nei ritratti del Cinquecento ferve tutta la vita poderosa d'un secolo -in cui l'uomo, affidandosi senza freno a' suoi istinti, mostrò -di quanta genialità e di quanta perversità egli sia organicamente -capace. Direste che gli originali non siano venuti a posare davanti -agli artefici, ma che piuttosto gli artefici, con qualche secreto -sortilegio, li abbiano imprigionati palpitanti entro la cornice. Sotto -la corazza o la porpora, sotto il giustacuore o la toga, con le labbra -schiuse al comando o serrate in uno sforzo di proponimento, con la -pupilla fiera di risoluzione o lampeggiante di cupidità, con la mano -che stringe un decreto, o si posa sull'elsa della spada, o si pianta -saldamente sull'anca, o s'abbandona sur un bracciuolo nell'assorta -fissità del pensiero, essi ci narrano la storia di quella fatale -generazione che splendette e si estinse in una vampata prodigiosa -d'energie e di passioni. - -Nel Seicento tonalità ed espressioni s'infoscano. Vi sono molte tele, -dove, a primo sguardo, non riuscite a discernere nel campo buio che -l'incerto biancore d'una gorgiera o di due lattughe. Solo più tardi -spuntano dalle tenebre due occhi cavi in un viso smorto. E di quelle -immagini, alcune, accigliatamente torbide, vi lasciano intravvedere, -o fantasticare, un viluppo di tetre cose interiori: qualche duro -costringimento patito, qualche vocazione violata, qualche tedio -insanabile, qualche mistero doloroso od atroce mal sepolto nel fondo -dell'anima. Altre, invece, sembrano degnarsi di concedervi udienza con -quell'aria di arcigno sussiego a cui la faccia umana era forzatamente -composta dalle quotidiane tirannie del cerimoniale. Ogni spontaneità è -soffocata. Educato alla scuola della paura e dell'ipocrisia, l'uomo non -si espande più; si comprime o s'atteggia. - -Con l'età nuova i tôni rischiarano e la tristezza dilegua. Diremo che -sia egualmente scomparsa la pretensiosità? Tutt'altro. Voi le rivedete, -mentre io parlo, certe patrizie del secolo che fu, rigide nell'abito -insaldato, certi cavalieri e _virtuosi_ pettoruti, certi senatori e -procuratori dalle parrucche colossali e dai faccioni sbarbati, cui -la cornice fastosa glorifica come una smaccata iperbole adulatoria. -Ma pure l'uomo e la donna sono spesso rappresentati in attitudini più -intime: la donna sopra tutto, mentre vezzeggia una cagnolina (quanta -parte non ha la “vergine cuccia„ nei ritratti del Settecento!) o siede -allo specchio, o tiene in mano il bossolo dei nèi, o coglie un fiore, o -accosta alle labbra la tazza invidiata dal poeta: - - Cinese tazza eserciti - Beato il suo costume - E il roseo labbro oscurino - Le americane spume. - -E in armonia con le attitudini, muta di necessità l'espressione. Alla -gonfiezza, al compassato ritegno, subentrano le arie frivole o ingenue, -ghiribizzose o sentimentali. - -Una donna è appunto il ritrattista più celebre della prima metà del -Settecento: Rosalba Carriera. Ella sparge de' suoi lavori l'Europa, -ma la prodigiosa fecondità è ancora tarda alle richieste. Dinanzi a -lei posano a gara la corte dissipata di Filippo d'Orléans, la corte -casalinga di Rinaldo d'Este, la corte pomposa di Carlo VI. Dalle -piccole mani, occupate in un'incessante fatica, escono le pagine più -varie dell'iconografia contemporanea: la signora di Parabère, Law, -Watteau, il piccolo Luigi XV, l'imperatrice Elisabetta, l'imperatrice -Amelia, la duchessa di Holstein, la principessa di Teschen, il -cardinale di York, Faustina Hasse, Pietro Metastasio. E da per tutto -ella è ricercata e festeggiata; da per tutto le risuona intorno un coro -d'ammirazione che osa pareggiarla perfino al Correggio, e in cui si -perde, senza ottenere ascolto, ogni censura più discreta. - -Oggi, noi riconosciamo che il disegno di Rosalba è fiacco, ch'è assai -dubbia (almeno in parecchi casi nei quali siamo in grado di giudicarne) -la rassomiglianza de' suoi ritratti; — e tuttavia non ci par difficile -comprendere le ragioni di quell'entusiasmo. - -Certo vi conferì la sua tecnica. Rosalba trattava anche la miniatura -e la pittura ad olio, ma il genere da lei prediletto restò sempre il -pastello. Ora, l'uso delle matite colorate era in gran voga nel secolo -scorso. Vi si addestravano così le educande ne' monasteri come le belle -mondane nei loro piccoli appartamenti. Federico di Prussia, quest'uomo -che alle doti sovrane della volontà e del genio pareva congiungere -tutte le piccole manie del dilettantismo, non ingannava altrimenti -gli ozi del carcere a cui l'aveva condannato la caparbia brutalità -del padre. E già — come notò il Sensier — con quella pittura secca, -ma limpida e facile al ritocco, con quella gamma preparata di toni e -semitoni leggerissimi, si credeva di aver reso la mano più franca e -più spedito lo studio della natura. Rosalba dovette dunque apparire -come una geniale personificazione di questa tecnica, tutt'altro che -nuova, è vero, ma che allora trovava nel gusto del pubblico elegante -le condizioni più propizie per espandersi, e che poco appresso sarebbe -stata illustrata dalle grazie del Liotard e dal vigore di Maurizio La -Tour. - -Ma l'altra, la maggior ragione di quel fervore d'entusiasmo, fu -l'alito di poesia, fra ingenua e melodrammatica, che Rosalba spirava -ne' suoi ritratti. Se pur questi erano poco fedeli, i contemporanei -dovevano ravvisarvi un fedele riflesso dei sogni loro abituali. Come -il pittore dell'_Imbarco per Citera_ idealizzava il costume e il -poeta dell'_Olimpiade_ il sentimento, ella mirò, in diversa misura, a -idealizzare le fisonomie, e vi riuscì particolarmente nelle immagini -femminili, perchè qui i suoi avvedimenti tecnici, i suoi difetti -medesimi, come la mollezza del tocco, s'accordavano con la natura del -soggetto. Da ciò, forse, la singolare malìa che esercitano le donne -dipinte da Rosalba. Quei capelli, sparsi d'una brinata impalpabile di -cipria, si sollevano dinanzi a noi come per un esile soffio; le carni -di latte e rosa, delicatamente venate d'azzurro, si muovono a un blando -ritmo di vita, tra il vaporoso biancheggiar dei veli e il gaio colore -delle vesti; gli occhi stanno assorti in una dolcezza di godimenti -rammemorati o sperati; la persona sembra circonfondersi della sua -essenza spirituale, come il fiore si circonfonde del suo profumo.... -Nulla, insomma, meglio della sorridente levità dell'arte di Rosalba -poteva tramandare fino a noi l'effimera apparizione di quegli esseri -di capriccio e di piacere, ignari della tempesta che li avrebbe indi a -poco travolti! - - * - -Ogni età ebbe un suo proprio ideale di bellezza e amò incarnarlo nella -Donna. Il medio evo la figura come un giglio mistico sorgente nei campi -paradisiaci della visione; il quattrocento le dà la freschezza umana e -le grazie contenute dell'adolescenza; ai giorni lieti del cinquecento -noi vediamo il suo bel corpo espandersi in una luminosa palpitazione -di vita; col seicento ella si fa agitata e triste e leva al cielo le -pupille irrorate di pianto. - -Ora un ideale nuovo viene modellandosi sulle nuove consuetudini, -e il suo tratto caratteristico è l'eleganza mondana. Alla fantasia -dell'artista l'immagine della Donna non si presenta spontaneamente -nella sua luce morale, non nella prestanza nativa delle sue forme, -non nell'esaltazione dello spirito, ma in tutti i vezzi raffinati del -suo abbigliamento. La pittura non si compiacque mai tanto di ritrarre -la _toilette_ d'una dama o d'una dea; nè mai la poesia indulse così -largamente alla descrizione delle acconciature e delle vesti: - - Col terso pettine tutta inanella - La lunga chioma, e bianca polvere, - Qual neve in albero, spargi su quella. - - Pon su 'l bell'ordine de' vaghi crini - I ricchi nastri, le gemme tremule - E i sottilissimi stranieri lini. - - Le orecchie adornati con fila d'oro, - Onde, com'astri, brillin purissimi - Diamanti penduli in bel lavoro. - - Di perle candide doppio monile - Al collo cingi, e i polsi avvolgine - Pur della morbida mano gentile.... - - Dov'è la nobile pomposa vesta, - Cui frange d'oro d'intorno ondeggiano, - Tutta pur d'auree fila contesta? - -Attorno ai busti che serrano le vitine — agli alti busti coperti di -raso o di broccato, sui quali s'indugia con voluttuosa carezza il -pennello — vola la strofe laudatrice del poeta: - - Ristretto in circolo di spazio angusto, - Affusolato su snelli ed agili - Fianchi sollevasi tuo vago imbusto; - -nè la mano par mai così bella come quando tratta civettolamente il -ventaglio: - - Risvegliator di zefiri - Ventaglio avea la manca, - Onde solea percuotere - Lieve la gota bianca. - - Ne' moti or lenti or rapidi - Arte apparìa maestra..... - -Quando l'occhio e l'immaginazione sono così imbevuti d'elementi -artificiali, mal si vede la pura bellezza corporea. E, infatti, l'arte -del tempo non riesce a rendervi sanamente ed efficacemente il nudo. -Nella massima parte di quei dipinti il nudo o è insignificante o è -libertino. Ora v'imbattete in forme sommarie, in carni floscie, alle -quali fu sempre ignoto il bacio avvivatore dell'aria e del sole; ora -avete dinanzi a voi qualche creatura meno nuda che spoglia, sulla cui -faccia vi par quasi di ritrovare i nèi ed il rossetto, e di cui il -vostro occhio corre istintivamente a cercare le gonne in un angolo del -quadro. - -Poco atta a cogliere la pura bellezza fisica, l'arte non si mostra -meno impotente a farsi interprete della pura spiritualità. Nulla è -ormai così raro nelle opere di soggetto sacro come un accento sincero -d'unzione; e chi seppe, sia pure inconsciamente, trovarlo, merita -per ciò solo un posto a parte nella storia del secolo. Prendete, ad -esempio, il tipo della Madonna. In due modi lo avevano reso i grandi -artisti: o, come Giotto e frate Angelico, sublimandolo nell'estasi, -o, come Giambellino e Raffaello, trasfondendo in esso tanta e così -soave placidità da suggerire naturalmente l'idea d'una condizione -senza misura superiore all'umana. Nel Settecento, per contro, il tipo -della Madonna quando non è volgare, è manierato; quando non riproduce -materialmente un modello purchessia, piglia un'aria affettata di -mondanità. C'è nella chiesa degli Scalzi, a Venezia, una _Santa -Famiglia_ dello scultore Torretti, in cui la Vergine, dalle guance -paffutelle, dalle membra affusolate e polite al tornio, ha l'aspetto -vezzoso d'una damina, tanto che il Gautier dinanzi a quella morbida -pietra figurante la madre del Signore non poteva interdirsi di -ricordare, con sacrilego pensiero, la marchesa di Pompadour. - -E, del resto, guardatevi d'attorno in queste chiese del Gesù e del -Sacro Cuore, erette bensì nel Seicento, ma nel Settecento compiute e -adornate. Da ogni cosa che vi circonda, non esce forse una suggestione -profana? Pareti incrostate di marmi preziosi che simulano tappezzerie e -cortinaggi, glorie di cherubini grassocci, cappelle cariche d'ori e di -stucchi che paiono alcove, colonne che s'attorcono, quasi partecipando -allo spasimo delle sante e dei santi trafitti dagli strali dell'amor -divino. Non sono tempî cristiani codesti, sono santuari ambigui, -dove il buon Dio scenderà tutt'al più come un visitatore vergognoso e -furtivo, per arrendersi alla preghiera di qualche semplice di cuore! - -E se le idee e i sentimenti cristiani sono così adulterati, non può -farvi stupore la metamorfosi che subisce il mondo mitologico. Mentre -l'arte classica nobilitava plasticamente il Nume pur rappresentandone -le passioni, l'arte del Settecento inclina a rimpicciolirlo coi segni -esteriori d'una sensibilità effervescente e fugace. Marte, Apollo, -Vulcano, Nettuno smaniano e declamano; vi sono Veneri e Diane e -Minerve, che, in proporzioni colossali di viragini, mostrano un'anima -di donnette svenevoli o bizzose. E già l'Olimpo eroico di Omero e -di Virgilio cede all'Olimpo amoroso di Ovidio; Giove è spodestato -da Cupido. Coi modelli ammirati dell'Albano sotto gli occhi, con le -strofe d'Arcadia negli orecchi, la pittura moltiplica prodigiosamente -l'alata famiglia, la annida fra l'erbe ed i fiori, la corica sugli -aerei guanciali delle nuvole, la raccoglie in sciami tripudianti, la -disperde in fughe maliziose, ne intreccia le infantili sembianze a -tutti i momenti della vita. Vuole l'artista significarvi le brame e i -sogni della giovinezza? Ecco due Amorini che mostrano gioielli e stoffe -preziose ad una fanciulla addormentata, mentre un altro Amore, seduto -sulla sponda del letto, prova col dito la punta de' suoi dardi. Vuole -esprimervi qualche innocente dolore? Ecco, in un angolo, il piccolo -iddio col capo basso e con gli occhi inumiditi di lagrime. — Più -spesso, però, le immaginazioni mitiche, anzichè tradursi in allegorie -morali, non fanno che fornire dei partiti decorativi, di cui l'artista -usa ed abusa nelle macchinose composizioni, come ne usavano ed -abusavano gli apparatori scenici, gli autori di balletti e di cantate. -Leggiamo: “_Ridente e luminosa reggia d'Imeneo... Si veggono Giunone, -Pallade, Venere, Imeneo, Mercurio, con folta schiera di genî.... tutti -sopra bassi gruppi di nuvole diversamente situati._„ E anche: “_Sopra -varî gruppi di nuvole.... si veggono molto innanzi Venere con Mercurio -da un lato, Marte con Apollo dall'altro, accompagnati da numerosa -schiera di genî loro seguaci._„ Sono le didascalie di due azioni -teatrali del Metastasio e potrebbero essere le esatte descrizioni di -due affreschi contemporanei! - -Gli è che ormai il teatro domina anche le arti del disegno; e le domina -non solo per l'intima ragione, accennata dal Taine, ch'esso era il -genere più appropriato all'indole di quel momento storico, ma altresì -pel fatto materiale che molti artisti, e fra i migliori, lavoravano per -il palcoscenico. Questa concezione teatrale della vita vi è rivelata -dalle impostature, dalle movenze, dalle arie patetiche, dalle fogge -capricciose e pompose; e quante volte, a certe uscite dei melodrammi -contemporanei, la memoria non vi ripresenta da sè certi gesti -imploranti o deprecanti che avevate notato nei quadri di Sebastiano -Ricci, dell'Amigoni, o del Cignaroli! - -Nè in modo diverso dalla vita è rappresentata la morte. — Nel mausoleo -Valier, della chiesa veneziana dei Santi Giovanni e Paolo, voi vedete -un padiglione di marmo giallo cosparso di fiori dorati e sostenuto da -angioletti nudi, scendere fra quattro grandi colonne di marmo nero, e, -sul fondo di questo sontuoso sipario, allinearsi, come cantanti in un -terzetto, le statue dei due dogi e della dogaressa, tutti in gran gala, -lei con la capigliatura arricciata, con una mano che sporge stringendo -i guanti e l'altra che tiene sollevata leggermente la veste. Il doge -Silvestro Valier e sua moglie furono benefici e pii; ma gli artisti che -innalzarono il monumento, come espressero l'anima cristiana di quei -defunti? Col gruppo d'una prima donna in veste guerriera intitolata -_Virtù_, che incorona un vecchio padre nobile battezzato pel _Merito_, -e più sotto, nei bassorilievi, con una serie di figure manierate e -levigate, che vorrebbero simboleggiare la _Mansuetudine_, la _Carità_, -la _Costanza_, la _Pace_. Enfatica e terrifica nel seicento, la tomba -si fa ora allettatrice e maestra di sceniche vanità! - -Teatrale e mondano l'uomo, teatrale e mondana l'immagine della natura. -Non che manchi affatto ne' quadri di paese del Settecento la nota del -vero. Affermandolo, mostrerei di dimenticare per lo meno Marco Ricci -e il Vernet, un francese che possiamo dire quasi nostro; — ma questa -nota è un'eccezione di fronte a due caratteri che generalmente vi -prevalgono. Il primo è, intanto, l'abuso degli effetti pittoreschi -conseguiti per via di antitesi scenografiche, come sarebbero (vi -ricordo le più usuali) una statua dai contorni convulsi sorgente -a fianco d'un vecchio olmo pacifico; una fontana che versa i suoi -zampilli dalle fauci dei tritoni o dall'urne delle naiadi, vicino a -un ponticello costruito di tronchi rozzamente connessi; un frontone -classico, una torre diroccata, un'“_antica, inselvatichita rovina_„, -che si delinea tra le piante sagacemente diradate. L'altro carattere -è la convenzione arcadica, che trasforma la campagna in un asilo -di felicità, popolato da gente per la quale il lavoro non è più una -fatica, ma un placido svago. Il nostro Zuccarelli dovette la sua gran -fama a questo raggentilimento della vita campestre, da lui significato -non pure con gli atti graziosi delle sue contadinelle, che guidano -le armente, o ne spremono il latte, o passano a guado un ruscello, -o attingono l'acqua alla fonte, o si bagnano celate dall'ombra d'un -boschetto, ma con la dolcezza e la leggiadrìa consentanea delle cose: -un velo di luce aurea che avvolge chetamente tutto il paesaggio, -giallori e vapori miti d'autunno, frastaglio delicato di fronde, -soffici ravvolgimenti di nuvole nella blanda azzurrità del cielo. -E ancora lo Zuccarelli è un realista severo a paragone della scuola -francese, e massime delle famose _pastorali_ di Francesco Boucher! -Qui, sì, scomparisce addirittura ogni freno di verosimiglianza; qui -non sappiamo se sia la campagna che penetri timidamente nel teatro e -nel _boudoir_, ovvero il _boudoir_ e il teatro che facciano irruzione -nella campagna. Le Clori, le Filli, le Ninette, le Lisette, le Eurille -tengono circolo sull'erba, si fanno dondolare sulle altalene dai Tirsi -e dagli Eulibi, ne ascoltano i madrigali e le serenate, si abbandonano -alle strette di qualche braccio avventuroso, mentre là, a pochi -passi, le pecore e gli agnellini dalla morbida veste ricciuta fingono -discretamente di pascolare. Carnevalata bucolica di marchesi e conti e -abatini e cantanti e danzatrici, degna d'un tempo in cui l'idillio dava -braccio alla galanteria e il _Pastor fido_ era tra i libri cari alla -regal cortigiana che imponeva il gusto all'Europa. - - * - -È questo, Signori, il secolo di Giovanni Battista Tiepolo. - -Nato a Venezia nel 1696, morto a Madrid nel 1770, egli compie una mole -sterminata di lavoro. Pur facendo la debita parte alla collaborazione -del figliuolo Domenico, possiamo dire che l'opera sua basterebbe a -colmare dieci vite d'artisti moderni. In Italia, in Germania, nella -Spagna, egli viene suscitando su tele e pareti e vôlte una moltitudine -senza fine di figure. Cattolicismo e mito, storia antica e medievale, -poesia epica e romanzesca, muovono egualmente la sua vena tumultuaria -di creazione, che trabocca nella pennellata larga, veloce, risolutiva. - -Leviamo un po' lo sguardo a' suoi prodigiosi soffitti. - -Gli angeli e i geni si disperdono nell'ampiezza soleggiata e solcata -di nubi; le Fame alate si precipitano a capo fitto, dando fiato -alle trombe; le divinità mitiche trascorrono sui cocchi trascinati -da cavalli scalpitanti e sbuffanti; le madonne si librano a volo, -recandosi tra le braccia il pargolo celeste; i santi e le sante si -protendono in uno slancio d'implorazione; alle balaustre pensili -s'affollano, riguardando e gesticolando, assemblee di spettatori; -le figure violano gli scompartimenti e scavalcano i cornicioni; -braccia e gambe si sprofondano, con temerità di scorti, entro la -vôlta o penzolano sul nostro capo; gli edifizi pigliano un aspetto di -sospensione oscillante che sembra la minaccia continua d'un crollo; -i campi dello spazio sono corsi da un vento impetuoso che sferza -l'azione, esalta il gesto, solleva e sbatte i panneggiamenti, contorce -e lacera le nuvole in cielo. - -L'impressione che questo pittore desta immediatamente in noi è enorme. -Ci chiediamo stupiti: è costui un solitario? un sopravvissuto? una -sovrana smentita alla teoria delle affinità necessarie tra il genio -individuale e quello collettivo? - -Poi intervengono la riflessione e l'analisi. — Noi riconosciamo che -l'indole agitata dell'arte tiepolesca, tutt'altro che costituire -una singolarità senza esempio, è anzi una nuova riconferma di -quest'antitesi ripetutamente avvertita: che quando, cioè, la società -è nel vigore irrequieto della giovinezza, la tecnica bambina crea -un mondo immobile o esitante; quando, per contro, la società viene -adagiandosi nei torpori senili, la tecnica ormai scaltrita si -avventura a tutte le audacie del movimento. — E anche in quella -fecondità irruenta, in quella prontezza estemporanea di esecuzione, -non tardiamo a ravvisare una caratteristica propria di tutti i pittori -decoratori del Sei e Settecento, da Pietro di Cortona a Luca Giordano, -al Solimene, al Giaquinto, infaticabili “_fa presto_„, cui bastavano -pochi giorni a riempire immense pareti. — Considerando a parte a -parte gli elementi da cui scaturisce l'efficacia degli affreschi -del Tiepolo, come il deliberato scompiglio della composizione, -il modo di aggrupparsi e di sperdersi delle figure, l'arditezza -degli scorci _dal sotto in su_, le illusioni prospettiche, l'estro -pittorico che viola con bizzarre licenze la regolarità dei contorni -architettonici, ci tornano alla memoria nomi di artefici oggi men -conosciuti, cui il veneziano è manifestamente debitore, e prima di -tutti quel padre Andrea Pozzo, sul quale il Burckhardt richiamava, con -la sua consueta sagacia, l'attenzione degli studiosi. — Ma davanti a -certe immaginazioni leggiadre, a certe nozze di colori, a certe arie -di visi, a certa poesia magniloquente e sfarzosa, un altro nome ci -corre spontaneo alle labbra: Paolo Veronese! — il che non toglie che -accanto alle reminiscenze paolesche, qualche figura accessoria non -ci ricordi Giambattista Piazzetta. — Osservando ancora, ci si fa qui -pure evidentissima l'azione del teatro, e se par troppo che certe Dee -e certe Virtù caccianti le gambe all'aria siano state gratificate col -titolo di sgualdrine, ci sentiamo però in diritto di chiamarle, con -benignità di eufemismo, _virtuose_.... di palcoscenico. — Procedendo -in questa analisi, non ci pare che l'energia espressa dal Tiepolo sia -proprio energia di muscoli; non sempre attraverso all'epidermide delle -sue figure ci si rivela l'onda viva del sangue; sotto l'ampiezza dei -torsi noi scopriamo, con Camillo Boito, uno strato non esiguo d'adipe; -nella colorazione delle carni ritroviamo talora la mollezza sbiancata -delle dame del secolo, che abusavano della cipria, e prolungavano le -veglie fino all'alba per rifarsi col sonno fino al mezzodì. — E infine -ci è forza confessare che neppur egli, il Tiepolo, si è sottratto -all'impotenza de' suoi confratelli: l'impotenza a rendere la pura -bellezza fisica. Nelle sue teste virili balena, infatti, il tipo -caprino; nei corpi femminili le giunture sono poco delicate, i colli -poco svelti, le gambe e le braccia hanno rotondità goffe, il seno è -privo di pulsante freschezza.... - -Eppure, nonostante le derivazioni e le assimilazioni, le intemperanze -e le lacune denunciate dall'analisi, il primo sentimento d'altissima -ammirazione non viene distrutto. Giambattista Tiepolo rimane non -solo l'artista più originale e più vigoroso del secolo, ma una delle -tempre più felici di pittore che abbiano mai esistito. Tutto ciò -ch'egli potè attingere da altri, si fonde nell'attività sfavillante -del suo genio, come i metalli diversi si compongono in lega alla -vampa della fornace. E il suo genio, che oserei chiamare di natura -fiabesca, è fatto essenzialmente di luce. Con l'elemento incoercibile -e imponderabile il mago si trastulla, per evocare le mutabili scene -del suo mondo incantato. Nessuno allora, come ben giudicò Anton -Maria Zanetti, seppe vedere con miglior occhio “_gli accidenti più -opportuni delle ombre e dei lumi_„; nè usare con maggior maestria -“_l'arte dei contrapposti_„; nè, aggiungiamo noi, più sicuramente -intuire le suggestioni di opulenza, di letizia, di drammaticità, di -pompa rituale, che emanano spontaneamente da certi connubi di tinte. -E se egli ha i suoi predecessori, quanti a loro volta non muovono da -lui! Francesco Boucher, ad esempio, non è, come decoratore, che un -riflesso femminilmente e procacemente illanguidito del Tiepolo. Quel -senso decorativo che era una qualità organica del tempo, che rispondeva -all'apparenza e alla struttura dello stesso edificio sociale, ma che in -tanti altri trascorse o nel farraginoso o nel frivolo, toccò altezze -insuperate nell'opera del pittore veneziano. Il quale rappresenta -dunque la sua generazione ; ma la rappresenta dominandola di tanto, da -non far meraviglia se, a primo sguardo, egli può sembrare un superstite -di età più fortunate. - -E davvero c'è in lui qualche cosa di atavico. S'egli s'inspira a Paolo -Veronese, non lo fa, credetelo, per vezzo d'imitazione, bensì per -istinto di postuma fraternità. Come la natura si piace talvolta di -ricreare sembianze corporee spente da secoli e tramandate fino a noi -dalle opere d'arte, così ella può anche risuscitare, in condizioni -diverse, qualche forma di spirito che fu. Tale il caso del Caliari e -del Tiepolo. L'anima gaudiosa di Paolo, che s'era scaldata al sole -fulgente della repubblica, parve reincarnarsi nell'artefice che -illustrava di glorie supreme il suo vespero! - -Ma, com'è proprio dei grandi ingegni, il Tiepolo, oltrechè riaccendere -fantasie e splendori del passato, ha pure, senza volerlo, senza -saperlo, qualche accento vivo di precursore. La sua inconsapevolezza -— quella magnifica inconsapevolezza che fu tanta parte della sua forza -— gli trae dal pennello motivi inediti, che i posteri s'affretteranno -a raccogliere. Nel _San Rocco e San Sebastiano_ del Duomo di Noventa -vicentina, la supplice donna che ci si presenta di schiena, assisa -sul suo carretto d'inferma, con le grucce accanto, può essere un -modello di evidenza realistica, congiunta a una discreta intimità -d'emozione. Nella _Santa Tecla_ del Duomo d'Este vi hanno tratti, come -la cassa mortuaria sul dinanzi del quadro e l'episodio del bambino -stringentesi al petto della madre esanime, che Arnoldo Böcklin forse -non disdegnerebbe. Nella _Santa Rosa da Lima_ della chiesa dei Gesuati, -a Venezia, il candore della veste armonizzante con la tenerezza candida -dell'espressione pronunzia lontanamente le dolci Madonne ravvolte in -bianca tunica di lana di Gabriel Max e del Dagnan-Bouveret. - -Ma l'opera che più di tutte fa del Tiepolo un artista unico è l'_Ulisse -nell'isola di Ogigia_. In uno dei superbi affreschi della Villa -Valmarana, fuori Vicenza, l'eroe sta appoggiato ad una colonna, in -atteggiamento di negligenza sdegnosa, immerso in cupa meditazione, -davanti alla distesa del mare. Trattenuto su quella sponda solitaria, -renitente all'amore di Calipso, ripensa egli la patria lontana e si -strugge nel desiderio accorato del ritorno, quando, ad annunciargli -l'imminente liberazione, muovono verso di lui, rompendo a nuoto i -flutti spumosi, due ninfe, Calipso forse, seguita da un'ancella.... Chi -altri mai, in quell'età dai facili oblii, espresse così nobilmente le -desolazioni nostalgiche? Chi giunse a intuire con eguale intensità, sia -pure per un istante solo, la poesia d'Omero? - -Divine fortune dell'inconscio! Per l'artista tu sei come il pozzo buio -e inesplorato delle leggende popolari, alla cui sponda s'affacciano -repentinamente le apparizioni luminose delle fate. - - * - -Senonchè, o Signori, i temi tradizionali, religiosi, mitici, eroici, -bucolici, non bastano al Settecento. Altri soggetti reclama il secolo, -volubile, curioso, irrequieto, innamorato di pittoresche novità. - -E l'arte è sollecita ad appagarne le richieste. - -Essa gli evoca, intanto, una regione fino allora ignota alla tavolozza -europea, una strana regione illeggiadrita dal prestigio della -lontananza: la Cina! Su pareti, porte, armarî, paraventi, parafuochi, -ventagli, compariscono le case dai tetti a campanella, le piccole torri -di porcellana, le figurine coi capelli annodati a coda e gli occhietti -a fior di testa, i parasoli, i palanchini, le giunche. E non pure -troviamo in Francia i pittori esclusivi di “_chinoiseries_„ e fra noi -i “_depentori alla Chinese_„, ma gli artisti più celebri, il Watteau, -il Boucher, il Tiepolo stesso, cercano ispirazione all'Estremo Oriente. -Le ragioni della moda? Il Molmenti la attribuisce al largo incremento -preso allora dall'industria della porcellana. Sì, ma non credo che -basti. Non dimentichiamo l'interesse vivace che destavano già da tempo -le lettere e i racconti dei missionari e dei viaggiatori, massime le -descrizioni minuziose e fiorite dei padri della Compagnia di Gesù. -Non dimentichiamo neppure quel vezzo, fra arcadico e satirico, onde -il secolo scorso si compiacque di contrapporre alla civiltà europea i -costumi d'altri popoli remoti, mediante una specie d'apologhi sociali -dov'era introdotto come protagonista un Persiano pieno d'acume, un -Urone ingenuo, un savio bonzo giunto dall'India o dalla Cina. Da tutte -queste fonti derivò, pare, la gran voga delle scene cinesi: voga non -dissimile da quella che era riserbata più tardi alle scene pompeiane. -Solo che in queste, opera d'artefici più o meno eruditi, la cornice -ornamentale vuole armonizzare stilisticamente col soggetto, mentre -quelle, dipinte in un periodo di produzione spontanea, sono spesso -contornate e tramezzate da ricci e cartelli e conchiglie e svolazzi: -prepotente riaffermazione dei diritti sovrani del _rococò_ anche sui -territorî dell'impero celeste! - -Con nuove fantasie ancora risponde l'arte alle raffinate esigenze del -capriccio e del lusso, e le trae da un altro mondo, che sembra, come -quello della Cina, pendere incerto tra il vero e la fola: il mondo -della commedia e delle maschere. - -La commedia a soggetto con la sua scapigliata indipendenza da ogni -disciplina di logica, co' suoi personaggi un po' attori e un po' mimi, -con le sue lepide allegorie delle condizioni e dei caratteri umani; -le mascherate coi loro giocondi scompigli, con la provocante libertà -e ambiguità dell'incognito, offrivano al pittore una duplice vena di -motivi. Di qui i “_pulcinelli_„, composizioni bizzarre, di piccola -o mediana misura, ricavate appunto o da episodi carnevaleschi o dal -teatro estemporaneo. Primi, o fra i primissimi, a porsi su questa -via, erano stati il Callot, Stefano dalla Bella e, più tardi, Claudio -Gillot; poi venne il Watteau; poi il Tiepolo — ancora e sempre il -Tiepolo! — di cui il contino Algarotti poteva vantarsi di possedere “_i -più belli pulcinelli_„. Come rivive nell'opera di Antonio Watteau la -fantastica famiglia delle Colombine, delle Cassandre, dei Tartaglia, -dei Dottori, dei Pantaloni, degli Scaramuccia, degli Arlecchini, dei -Pulcinella, dei Mezzetini! Con che finezza d'accento il pittore sa -raccontarcene le feste, gli amori, le gelosie, le avventure! Come -sa esprimere quel non so che di enigmatico, che dal loro destino -contradditorio di esseri acclamati sul palcoscenico e spregiati per -la via dalla loro esistenza vagabonda, sopra tutto dalla permanente -identificazione con un simbolo, doveva discendere nei fondi delle loro -anime: - - Jouant du luth, et chantant, et quasi - Tristes sous leurs déguisements fantasques! - -Questo non chiederemo al Tiepolo, poichè l'arte sua par che ignori -le sfumature sottili; ma resteremo ammaliati dall'estro signorilmente -brioso con cui egli dipinge, a fresco, le sue mascherate; e davanti a -quella tela deliziosa di casa Papadopoli dove Pantalone dei Bisognosi -danza il minuetto, ripenseremo con desiderio a tante altre gemme -d'umorismo e di fantasia, che furono profanamente disperse. - -Proteo inesauribile! Dopo aver corso i fulgidi Olimpi, egli scendeva -pianamente a terra, e s'aggirava per queste viottole ombrose, -fiancheggiate di siepi dalle strane fragranze ed echeggianti per -letizia irrompente di trilli, che si stendevano a segnare un incerto -confine tra il paese della Chimera, e quello della Realtà. - - * - -E alla Realtà eccoci, finalmente, coi pittori di genere e coi vedutisti. - -Fra i due secoli sporge la faccia arguta Giuseppe Maria Crespi, -bolognese, il quale, dopo aver alternato e anche liberamente mescolato -a soggetti religiosi e storici soggetti di genere, nell'ultimo periodo -della sua vita si diede esclusivamente a questi e vi si segnalò per -naturalezza e per brio. Il Burckhardt, giudizioso sempre, ne loda -il sano realismo, e il Morelli, in una lettera pubblicata da Ernesto -Masi, scriveva, a proposito di certi quadri di lui, come la _Scuola di -fanciulle_ del Louvre, che sono piccoli capolavori. - -Si ricollegano al Crespi due pittori veneziani di gran lunga più noti: -Giambattista Piazzetta e Pietro Longhi. - -Il primo, autore di _studi_ cui l'incisione diede addirittura -popolarità, illustratore anche della _Gerusalemme Liberata_, aveva -sortito un grande acume di osservazione e insieme una lentezza -scrupolosa di mano rarissima a quel tempo. Ma, con tutti i loro -pregi, le sue teste hanno un che di eccessivo e di forzato. È lecito -attribuire anche questa viziatura alle tendenze teatraleggianti del -secolo? O non deriverebbe essa, logicamente, da un naturalismo che -volendo dare il massimo rilievo ai tratti più emergenti del vero, -doveva finire un po' coll'alterarlo? Fatto è che il Piazzetta inclina -a contraffare la fisonomia umana nelle smorfie della maschera o nei -lineamenti troppo risentiti della truccatura. Un giorno l'Algarotti gli -mostrò un quadro di Hans Holbein, e allora l'artista ebbe, come in un -lampo, la visione del suo irrimediabile difetto. “_Questi xe visi!_ — -egli esclamò accorato — _nu depenzemo dele mascare!_„ - -Il Piazzetta deve al Crespi alcune qualità tecniche, come la macchia -forte e risoluta. Pietro Longhi gli deve probabilmente qualche cosa di -più: la coscienza della natura e dei limiti del proprio ingegno. - -“_Comprendendo la difficoltà di distinguersi nello Storico, posesi -a dipingere, in certe piccole misure, civili trattenimenti, cioè -conversazioni, riduzzioni,[11] con ischerzi d'amori e di gelosie, i -quali tratti esattamente dal naturale fecero colpo._„ Così il figliuolo -Alessandro. Il Longhi è dunque, come fu detto tante volte, il pittore -della vita mondana di Venezia nel secolo scorso; egli ci fa assistere -alla mattinata delle gentildonne, alla loro _toilette_, alla lezione -di ballo, alle visite, al corteggiamento dei cicisbei, ai veri o -finti deliqui; ci conduce nel Ridotto affollato di giuocatori e di -maschere, nel parlatorio del convento frequentato da patrizi e dame, -col castelletto dei burattini nel mezzo, e le monache, insieme con -le educande, raccolte dietro le grate. Una leggiera vena canzonatoria -non è talora estranea all'inspirazione del Longhi; ma più spesso egli -consente ai soggetti frivoli che ritrae, o almeno li ritrae con allegra -indifferenza, e resta così — sono ancora parole del figlio — l'artista -“_amato da tutta la veneta nobiltà_„. Disgraziatamente la sua pittura -è povera, dura, cincischiata, levigata; molti di quei visetti hanno -l'aria attonita e melensa; molte figure sembrano fantoccini di legno, -rimbelliti a furia di stoffe, di nastri, di nappine, di merletti. -Fanno, è vero, singolare eccezione il _Ridotto_ e il _Parlatorio del -Convento_, conservati nel Museo Civico di Venezia; ma quelle tele -appartengono proprio al Longhi, o non piuttosto a Francesco Guardi? -Il dubbio non è illegittimo, ed io l'ho sentito accennare anche da -tale che dell'arte del Settecento s'era intimamente imbevuto, dal -compianto Giacomo Favretto. Ben altro (nè è questo l'unico caso di -tal genere) ben altro si mostra il Longhi ne' suoi schizzi a penna e -a matita. Qui tutto è agilità e brio. Stentato nell'uso del pennello, -l'artista maneggia con disinvolta padronanza un più lieve stromento; -egli coglie sul vivo e ti fissa con pochi segni i tratti fuggevoli del -moto, una maniera di presentarsi, un girar di persona, un'andatura, -una sosta, un'attesa. Per tutto ciò, quegli abbozzi sono una specie di -_istantanee_ del secolo scomparso. - -L'importanza maggiore, o la maggior voga, che la piccola pittura di -genere viene così acquistando, è uno fra i caratteri che distinguono -più palesemente il gusto del Settecento da quello del Seicento. La -pittura di _prospettive_ invece — cui si diedero, per non ricordare -che i principali, Giovan Paolo Pannini, romano d'elezione se non di -nascita, Antonio Canal e Bernardo Bellotto, veneziani, — potrebbe -riconnettersi assai meglio al periodo anteriore, sia perchè i -secentisti trattarono con somma perizia la prospettiva e seppero -ricavarne i partiti più efficaci, sia perchè un vedutista di molto -valore, un olandese fatto italiano, Gaspare Vanvitelli, viene a -congiungere le due età, sia, infine, perchè il nuovo gruppo non isdegna -di piegarsi al gusto decorativo, o ricercando gli effetti pittoreschi -delle _rovine_, o rappresentando costruzioni immaginarie, o, più -spesso, accostando immaginosamente edifizi reali. Senonchè, due doti -staccano gli artisti dei quali parliamo dai loro predecessori e li -avvicinano a noi: il senso più schietto dell'ambiente e, almeno nei -veneziani, la luminosità. - -Antonio Canal, chiamato il Canaletto, subì forse l'azione del -Pannini, da lui conosciuto a Roma, ma la sua fisonomia di pittore -rimane essenzialmente locale. Come l'opera del Longhi è una specie di -monografia della vita galante di Venezia, così le tele e le incisioni -del Canaletto sono una monografia del suo aspetto esteriore, calli, -canali, campi, palazzi, chiese, feste civili e sacre. Talvolta egli -è un po' angoloso, un po' geometrico; ma più spesso riesce a darci la -fresca sensazione del paesaggio pur non dipingendo che marmi lambiti -dall'acqua, e vi riesce col solcare quell'acqua d'un tremolìo di -innumerevoli crespe, coi volubili aggruppamenti delle nuvole disperse -ne' suoi cieli, sopra tutto con la chiarità e trasparenza dell'aria. -Suo nipote, Bernardo Bellotto, che lavorò a Monaco, a Dresda, a -Varsavia, ha un senso così fine della luce solare da essere considerato -come un precursore delle scuole artistiche più recenti. Ma chi riesce -su ogni altro geniale è Francesco Guardi. Egli è insieme vedutista -e pittore di genere; egli intercede fra il Longhi e il Canaletto, -suo maestro, perchè non disgiunge quasi mai dalla rappresentazione -dell'ambiente naturale e architettonico quella della persona umana. -Il suo tocco caldo, gustoso, pieno di prestigio avvivatore, risuscita -le processioni, le incoronazioni dogali, il Bucintoro seguito dal -suo corteo acquatile, le gaie comitive che scorrono la laguna sulle -barche fantasticamente pavesate, le piramidi umane che sorgono in -Piazzetta il giovedì grasso, il variopinto brulichio della folla tra -le linee superbe dei monumenti. Francesco Guardi è meno esatto ma più -spirituale, meno prospettista ma più poeta del Canaletto, tanto da far -dire a un critico straniero, forse non senza un po' d'esagerazione, che -il maestro riproduce la Venezia reale, mentre il discepolo evoca quella -dei nostri sogni. - -Agli artisti che vi ho ricordato, il secolo dà un carattere comune: la -frequente letizia dei soggetti. Quante volte non la ritroviamo nelle -loro tele la società godereccia che li circondava! Il Pannini è il -pittore delle feste ch'egli medesimo allestisce, come quelle magnifiche -ordinate dal cardinale di Polignac, ambasciatore francese a Roma, per -la nascita del figlio di Luigi XV; agli spettacoli pubblici s'inspirano -il Canaletto e il Guardi; il Longhi è tutto giocondità e comicità -di scene private. E chi è, in fondo, il protagonista dei quadretti -veneziani? È ancora la maschera, la _bautta_, che proteggeva la licenza -per sei mesi dell'anno e che i magistrati smettevano nell'anticamera -delle aule destinate alle udienze e alle assemblee; nè mai ho sentito -così vivamente il carnevalesco tramonto di quella grande repubblica -come dinanzi al quadro di Francesco Guardi, in cui si vede, nella -Sala del Collegio, il doge assiso sul trono, fra i suoi consiglieri, e -tutt'intorno una folla festante di maschere! - - * - -Ma sotto alla classe dominatrice, di cui l'arte rallegra così gli -ultimi giorni, sta una borghesia laboriosa, seria, frugale, onesta, ben -diversa da quei fastosi risaliti che maneggiano ormai il danaro dello -Stato, che si strofinano ai nobili contraendone la corruttela senza -acquistarne la grazia, o che tra poco s'affretteranno a comperare con -un titolo l'oblìo delle origini invise. E se noi, Signori, dal fulgido -ozio dei grandi e di chi li lusinga o li sfrutta, volgiamo lo sguardo -alla vita di quella piccola gente, tocchiamo con mano l'antitesi -forse più spiccata che ci offra il costume del secolo. Altre fogge; -non più, per le vesti virili, le stoffe delicate, le tinte languide o -vistose che annunciano di lontano la mollezza e la gaiezza spensierata -dell'animo, ma tessuti schietti, dai colori scuri, i colori della -riflessione e del lavoro. L'apparenza delle botteghe si mantiene -dimessa; in casa gli agi sono scarsi; la masserizie conserva le vecchie -forme solide e grevi; è già molto se la curva garbata d'un cassettone -o d'uno stipo recente, dono strappato alla parsimonia maritale e -paterna dalle istanze ripetute della padrona e delle padroncine, reca -un leggiero indizio di consenso alla moda. E tutto quanto ne circonda, -la semplicità delle linee, la sobrietà delle tinte, la nudità delle -pareti, le stampe appese all'ingiro, la ruvidezza arcigna delle -seggiole che paiono interdire i lunghi riposi, tutto porge una comune -testimonianza di quella vita: vita semplice e proba, le cui giornate si -succedono con vicenda uniforme, non interrotta che da qualche vampata -di festa nei mesi del carnevale. - -In Francia, questa borghesia ha fino dalla prima metà del Settecento -il suo pittore: ed è Giambattista Simeone Chardin. Tempra robusta e -schietta di popolano, egli la ritrae non pure con efficacia di artista, -ma con affetto di consanguineo, e ne ottiene un ricambio d'ingenua -simpatia. Coloro tra le cui file egli sceglie argomenti e tipi, vengono -a contemplarsi ne' suoi quadri con un sentimento misto di riconoscenza -e d'orgoglio. “_Non c'è donna del terzo stato_ (dice un opuscolo del -1741, citato dai fratelli Goncourt nei loro mirabili studî sull'arte -del secolo XVIII) _che non creda di scoprire in quelle tele un'immagine -di sè, che non vi scorga l'andamento della sua casa, le sue maniere, le -sue occupazioni quotidiane, la sua morale, l'umore de' suoi ragazzi, -la sua mobilia, la sua guardaroba_„. Per quanto, però, lo Chardin ami -i soggetti da lui presi esclusivamente a trattare, egli si mantiene un -puro artista. Intendimenti filosofici, precetti, moniti, tesi, sono del -tutto alieni dall'opera sua. - -Senonchè in Francia i tempi ingrossano. La piccola borghesia guarda in -su, confronta, medita, conclude; essa legge gli scrittori usciti dal -proprio seno; ne ritiene le parole argute o concitate, che cominciano -a tradurre in formule i suoi istinti vaghi di rivendicazione. Tutto -un moto di polemiche e di propaganda si manifesta ormai a favor suo, e -vi partecipano assiduamente gentiluomini e dame, chi per sincerità di -convincimento, chi per vezzo di cose nuove, chi per quello spirito di -dilettantismo suicida che ostentano talvolta gli ordini privilegiati -alla vigilia d'una rivoluzione. Quanto più il secolo procede, tanto più -ci par di vedere avanzarsi la gran folla, per tanto tempo negletta o -spregiata, come un coro che si inoltri via via dal fondo della scena -fino a raggiungere gli attori principali. Direste anzi che questi -attori ambiscano a confondersi col coro; direste che la piramide -consacrata dai secoli sia già idealmente sovvertita, perchè l'interesse -che destavano fin qui i soli potenti, si volge di preferenza verso -gli oscuri. Fu Giangiacomo Rousseau l'artefice primo di codesto -rivolgimento; ma a lui tornò facile promuoverlo, perchè seppe giovarsi -d'una fra le idee più diffuse, più radicate nelle viscere del tempo, -più care a quelli medesimi ch'egli imprendeva a combattere: l'idea -arcadica. E in verità, che altro fece l'apostolo ginevrino, colorendo -con la sua poderosa retorica quella gran bugia che l'uomo è per natura -buono e felice e che la società soltanto lo rende malvagio e infelice, -se non erigere l'Arcadia a dogma filosofico e sociale? Di qui, -Signori, l'effusione idillica che distingue quel movimento e che viene -rispecchiandosi perfino nelle frivolezze della moda. Nei salotti non -si parla ormai d'altro che di virtù, di sensibilità, di filantropia, -di stato di natura. Le dame portano le acconciature _au sentiment_, -dove son messi in mostra ritratti e capelli di parenti ed amici. Alla -compassata simmetria dei giardini francesi si preferisce l'irregolarità -dei giardini inglesi, “_il disegno dei quali è stato tracciato non -da un'arte sapiente, ma da un cuore sensibile_„. A breve distanza -dai viali pomposi di Versailles, sta per sorgere il villaggetto dove -la regina di Francia, la regina graziosa e infelice che lascierà sul -patibolo la testa, verrà, intanto, in abito di percalle bianco, a -pescare e a veder mungere il latte.[12] - -Comparisce allora l'estetica moraleggiante del Diderot. Dinanzi -ai quadri di Francesco Boucher, tutti galanteria e sensibilità, -l'appassionato scrittore si sdegna. Egli vitupera insieme l'artefice -e l'uomo: “_Che volete che questo pittore getti sulla tela? ciò che -ha nell'immaginazione; e che può avere nell'immaginazione costui, che -passa la vita con le prostitute d'infimo grado?_„ Anche l'arte deve -avere “_des moeurs_„, deve insegnare, deve correggere, deve rendere la -virtù amabile, il vizio odioso, il ridicolo evidente. E all'estetica -del Diderot corrisponde la pittura di Giambattista Greuze, un Hogarth -alla francese, voglio dire amabile, mondanetto, spoglio d'ogni -ruvidezza e d'ogni brutalità, il quale celebra gli affetti famigliari, -premia il virtuoso, denuncia il tristo, non dimentica, naturalmente, -le conseguenze ben diverse d'una buona e d'una cattiva educazione; -è, insomma, il pittore un po' melodrammatico della borghesia che si -afferma e si atteggia, come lo Chardin era stato il pittore sincero -della borghesia che s'annunciava. - -E l'Italia? L'Italia non ha chi contrapporre nè all'uno nè all'altro. -Tipi di borghesi e di popolani — più assai di questi che di quelli -— ritroviamo nel Crespi (che illustrò con una serie d'acqueforti le -avventure di Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno), nel Piazzetta, nel -Longhi, nell'Olivieri, nel Tiepolo stesso, in tanti altri ancora; -vi ritroviamo sopra tutto quelle figure che hanno, per ragion di -professione, una tal quale fisonomia comica o pittoresca, quasi di -maschera, come il barbiere, il sarto, lo speziale, il suonatore -mendico, il merciaiuolo ambulante, il cerusico, il cavadenti, il -saltimbanco; ma rappresentazione costante e consapevole, o almeno -particolarmente preferita, delle classi subordinate, non v'ha. Nel -Longhi, ad esempio, borghesia e popolino compaiono di sbieco, come -personaggi accessori o di contorno; essi stanno — avverte giustamente -Ernesto Masi — “_in attitudine di servilità verso i patrizî, in -attitudine di mercanti e di bottegai, o in quella più frequente -di pubblico che fa numero e che s'affolla intorno al trespolo del -ciarlatano e del cantastorie o alla baracca del domatore di bestie -feroci_„. Solo frequentando le botteghe degli antiquarî, o qualcuna di -quelle famiglie, così rare ormai, dove si conserva la religione delle -vecchie cose, possiamo essere più fortunati. In certe collezioni di -stampe dozzinali, commentate a piè di margine da distici goffi, noi -c'imbattiamo in una bolla d'episodî e scenette e caricature e satire -e drammi della vita dei nostri umili avi; siamo introdotti nella loro -giornaliera consuetudine; entriamo nel tepore della cucina e del -tinello, nella povertà della soffitta, nell'osteria, nella chiesa, -nella scuola; e un sentimento di umana commozione ci assale davanti -a quelle pagine ingiallite e macchiate dall'umidità, — povere foglie -divelto da un albero morto e galleggianti sui naufragi del tempo! -— dove un'anonima mano inesperta tentò di raccontare le gioie e le -sofferenze, i passatempi e i ridicoli di tante creature che passarono -ignorate. - -Quest'assenza d'uno Chardin e d'un Greuze dalla storia dell'arte -italiana ha, del resto, le sue intime ragioni. Perchè il pittore o -lo scultore s'impadronisca d'un elemento sociale e gli dia valore -estetico, è necessario che questo elemento abbia, a' suoi occhi, uno -spiccato risalto. Scovare ciò che nell'ordine dei fatti è ancora -nascosto o dissimulato, svolgere ciò che è iniziale, compiere ciò -che è frammentario, integrare ciò che è disperso, non s'appartiene, o -assai poco, alle arti figurative. Ora in Italia, l'elemento borghese, -disgregato, docile, remissivo, sano ma tutt'altro che vigoroso, aveva, -nella prima metà del Settecento, assai minore evidenza e consistenza -sociale che non in Francia, dove costituiva in fine uno degli ordini -officialmente riconosciuti della nazione, dove si trovava raccolto in -uno di quei vasti focolari d'attività e di pensiero in cui le classi -soggette acquistano più facilmente la consapevolezza del proprio -destino, e dove non erano del tutto spente le vestigia dell'antica -tradizione ugonotta, tradizione di austerità democratica e di virile -fermezza. E quanto al movimento della seconda metà del secolo, esso, -se non mancò nel paese nostro, se anzi vi fu per parecchi riguardi più -serio e più praticamente efficace, non ebbe però quell'espansione, -quella vivacità, quello slancio, quel clamore di pubblici consensi, -che sono atti a sollecitare la fantasia dell'artista. Ecco perchè, -a differenza dei nostri vicini, noi non abbiamo un pittore della -borghesia e del popolo. - - * - -Così nell'arte del Settecento abbiamo finora ravvisato due tendenze: -l'una che continuava a sospingerla verso le licenze decorative e il -lavorar di pratica; l'altra che la richiamava allo studio del vero. -Oggi ci è facile riconoscere quanti tesori d'ingegno brillassero -nella prima e quanto avvenire fosse riserbato alla seconda; ma non -sarebbe equo pretendere che i nostri nonni avessero pensato come -noi, i quali giudichiamo con l'immenso beneficio della lontananza -e dell'aver assistito allo svolgimento posteriore dei fatti. Era -naturale, invece, ch'essi finissero col sentirsi sazî di sbrigliate -fantasie, senza per ciò appagarsi di realismo semplice, tanto più -che quelle davano ormai segno d'esaurimento, e questo si esercitava -ancora in una cerchia troppo angusta di soggetti. Era naturale che, -reagendo, essi vagheggiassero un'arte più decorosa, più alta, più -classicamente castigata, cioè voluta e creduta tale. Del resto, fin -dallo scorcio del secolo decimosettimo, la pittura del Maratta a -Roma e quella del Lazzarini a Venezia avevano in certo modo tentato -d'informarsi a questo concetto. Nell'architettura poi, non solo non ci -avviene più d'imbatterci in quei deliranti ammassi di pietre ch'erano -usciti dalla stramba immaginativa d'un Maderna o d'un Tremignan, ma, -coll'avanzare del Settecento, vediamo le linee classiche aprirsi -la strada e prevalere a poco a poco fra le persistenti bizzarrie -dell'ornamentazione, come propositi di semplicità in un'anima che -abbia troppo abusato di sentimenti artificiali e che peni ancora -a spogliarsene. E avrebbe potuto la reazione contro il barocco -essere concepita in una forma diversa, quando la tradizione, la -cultura letteraria, le accademie si univano per dare all'artefice -un eguale consiglio? Quando, come guida suprema, come freno a tutte -le intemperanze, come correttivo a tutti gli errori, come unica -via che gli promettesse una gloria non mentita, esse gli additavano -concordemente la disciplina del pensiero antico? - -Ad affrettare codesto ritorno verso un ideale consacrato -dall'ammirazione dei secoli, verso un ideale che rispunta sempre dopo -i periodi di licenza artistica, come una dittatura dopo l'anarchia -politica, concorsero le scoperte ercolanensi, gli scavi moltiplicati, -le gallerie e i musei illustrati dall'incisione, e una serie di grandi -opere archeologiche, fra le quali primeggiò quella del Winckelmann. -Lavoratore erculeo, impasto singolare d'entusiasmo e di pedanteria, -di minuziosità analitiche e di comprensione sintetica, di dottrina -e di esclusivismo, di pertinacia tedesca e di genialità latina, il -Winckelmann imprese a ricomporre, frammento per frammento, la religione -dispersa dell'antica Bellezza; egli innalzò un inno a quei sublimi -artefici che avevano (ripeto quasi le sue parole) concepito le loro -creature come essenze eteree, generanti, per virtù connaturata, -l'impeccabile venustà delle proprie forme; egli si prosternò a' piedi -di quei simulacri superstiti di pario e di pentelico, come dinanzi -all'incarnazione eternamente giovine dell'ideale. Il movimento (lo -avvertì già il Carducci), era cominciato in Italia, dove l'infaticabile -erudito trovò una schiera di collaboratori, noti ed ignoti; ma nella -sua _Storia dell'arte nell'antichità_ egli mise di indiscutibilmente -proprio quella vasta facoltà di coordinazione, quella fiamma di -apostolato, quel dogmatismo solenne, quella nobiltà un po' astratta e -metafisica di linguaggio che allora conquistarono di colpo l'Europa, e -che anche oggi trascinano il lettore, nonostante tutte le riserve del -gusto e tutti i dissensi dell'indagine progredita. - -L'altro stromento di reazione contro l'arte che aveva fin qui prevalso, -fu l'eclettismo pittorico, propugnato da un fervido amico e seguace -del Winckelmann, da Antonio Raffaele Mengs. Insegnava il Mengs doversi -dare la palma a Raffaello pel disegno e per l'espressione; al Correggio -per la grazia e pel chiaroscuro; al Tiziano pel colorito; soggiungeva -potersi cogliere il fiore di tutti e tre, ma Raffaello sembrargli su -ogni altro degno di studio, come colui che s'era meglio accostato alla -serena perfezione degli antichi. — Nulla di più convenzionale, nulla -di più contrario ad ogni concetto organico della produzione artistica, -sentiamo dire. — D'accordo; ma anche questo principio dell'eclettismo -aveva dietro a sè una lunga e non mai spenta tradizione; era stato -patrocinato dai Carracci, come antidoto sicuro contro il manierismo; -avevano talora mostrato di seguirlo, a saggio di abilità tecnica, gli -stessi barocchi; e infine, di fronte alle esagerazioni unilaterali -della linea e del colore, dell'espressione e del movimento, esso pareva -promettere alla ragione un più costante equilibrio fra gli elementi -essenziali dell'arte. - -Veramente tra i primi a suscitare il nuovo indirizzo era stato il -lucchese Pompeo Girolamo Batoni, il quale, giunto giovanissimo a Roma -e condotto dal Conca e dal Masucci, affinchè si scegliesse l'uno o -l'altro per maestro, aveva voltato le spalle a tutti e due, per darsi -allo studio della pittura raffaellesca e dei marmi antichi. Senonchè -il Batoni, ingegno vivace ma poco colto, staccatosi soltanto a mezzo -dal gusto contemporaneo ed esclusivamente pittore, non pensava a far -propaganda; mentre l'azione esercitata dal Mengs si dovette non solo -alla sua laboriosità ammirabile di artista, ma alla sua grande cultura, -alla sua parola viva, alle sue lettere, agli scritti pubblicati -dopo la sua morte, al suo spirito dottrinario, che rispondeva -appieno all'indole dei nuovi tempi, in cui la logica alzava il capo -orgogliosa e stava per cimentarsi alla titanica prova di ricostruire -schematicamente tutta la società! - -E un po' discosto da lui collocheremo Angelica Kauffmann, cui -l'ingegno, la bontà e una romanzesca vicenda valsero fama non inferiore -a quella di Rosalba Carriera; quasi fosse destino che in questo -secolo di dominazione muliebre, anche i due diversi atteggiamenti -dell'arte s'incarnassero in due amabili figure di donna. Ho detto _un -po' discosto_, perchè mentre il Mengs dal delizioso pastellista che -s'ammira anche oggi nel Museo di Dresda s'era venuto trasformando -nel dotto frescante del _Parnaso_ di Villa Albani, il temperamento -femminile preservò la Kauffmann dalle severe costrizioni del neofitismo -e lasciò persistere nell'opera sua — massime nei ritratti, per -quanto avvolti nei veli dell'allegoria — un'impronta nativa di grazia -seducente e di molle abbandono. - -Del resto, ove si eccettui qualche resistenza felice dell'istinto, la -nuova produzione artistica assumeva caratteri direttamente opposti -a quella che l'aveva preceduta. L'arte barocca era stata il frutto -di facoltà indisciplinate; questa, invece, vuole obbedire alla -riflessione, onde il Mengs viene lodato principalmente per essere un -filosofo che parla ai filosofi. La prima non s'era affatto curata -della verosimiglianza storica e locale, tanto che il Tiepolo aveva -potuto piantare gli abeti in Egitto, cacciare la pipa fra le labbra -d'un console romano, e vestire su per giù allo stesso modo Cleopatra -e Beatrice di Borgogna; la seconda s'imbeve d'erudizione e non si -stanca di consultare minuziosamente gli storici e i poeti. L'una -amava abbandonarsi a tutte le audacie del movimento, e l'altra, per -contro, invoca la calma, e proclama gli scorci _dal sotto in su_ uno -stravagante capriccio. Quella mescolava con libertà senza misura il -nobile e il plebeo, il triviale e il manierato; questa adotta una norma -adequatrice di tutti i caratteri e di tutte le espressioni, a cui dà -nome di “_stile eroico_„ o di “_stile sublime_„. - -Non equivale tutto ciò a concludere che l'arte nuova, per quanto le -origini e le ragioni sue ci appaiano storicamente legittime, doveva -scontare la troppa dottrina con la freddezza, e le aspirazioni al -sublime con una mortifera uniformità? - -Codesto moto s'era compiuto in Roma, in quell'aria satura di atomi -vaganti di classicità, su quel suolo fecondo di memorie, dinanzi -ai ruderi superbi della civiltà cesarea e ai fantasmi radiosi del -Cinquecento, fra quei rosei monsignori e porporati che smettevano le -gioconde indifferenze del _nil admirari_, per accendersi in dispute di -erudizione e di antiquaria. Fu la città cosmopolita, dove convenivano -d'ogni parte pittori, scultori, incisori, architetti, poeti, dove -ritroviamo Gavin Hamilton, il Piranesi, il Volpato, il Milizia, il -Monti, l'Alfieri, il Tischbein, i due Visconti, il Fea, il Canova, il -David, il Prudhon, quella che diede un impulso europeo alla corrente -suscitata, o meglio accelerata, dall'archeologo brandeburghese e dal -pittore boemo. - -Ma questa corrente doveva prendere una via nuova, doveva corrispondere -ad uno stato effettivo degli animi, mercè un avvenimento così -universale per la sua fulminea efficacia, come Roma pel fascino delle -sue memorie: la rivoluzione francese! - -Gli uomini che fecero la rivoluzione, vi si erano preparati non -soltanto sulle pagine degli enciclopedisti, ma su quelle dei classici. -Leggendo Plutarco, Livio, Tacito, avevano imparato ad aborrire i -tiranni, ad esaltarsi nell'apologia dell'austerità repubblicana e -del delitto patriottico; sicchè, quando scoppiò la procella, nomi, -linguaggio, consuetudini, sentimenti, tutto arieggiò all'antico, e -il classicismo, dalla pace dei musei e dal silenzio polveroso degli -_in-folio_, fu trabalzato fra il tumulto dei comizi e i dibattiti delle -assemblee. Ora, come avrebbero potuto questi uomini assentire alle -fantasie adescatrici del _rococò_? Nella loro catonica intolleranza, -essi le odiavano dell'odio medesimo che gli animava contro il regime -aristocratico; essi vedevano nell'autore gentile delle _Feste galanti_ -e nell'autore procace delle _Pastorali_ due esseri poco meno spregevoli -delle cortigiane che avevano allietato gli ozi del Reggente e di Luigi -decimoquinto. No; fra un popolo di liberi, l'arte non poteva avere che -un ufficio solo: inspirarsi agli esempi della Grecia e di Roma, per -temprare gli animi a civili virtù. - -Singolare coincidenza! Fu proprio un parente di Francesco Boucher, del -pittore protetto dalla signora di Pompadour, colui che si fece l'araldo -di questo classicismo militante. Quando Giacomo Luigi David espose nel -1784 il _Giuramento degli Orazi_ e nel 1789 il _Bruto_, l'entusiasmo -non ebbe confine. Tutta una generazione acclamò il suo interprete, e, -con una di quelle esplosioni della moda ch'erano allora tra le maniere -più eloquenti di manifestarsi del sentimento pubblico, modellò sui -quadri di lui il proprio gusto. Per vero, lo stile intitolato da Luigi -decimosesto incoronava già delle sue curve più sobrie gli emblemi -decorativi tratti dalla vita e dal costume antico; ma ora questi -trionfano tra le linee che si vanno facendo sempre più rigide; ora -s'incontrano da per tutto le pettinature e le fogge alla greca e alla -latina, le fibule, le armilie, le patere, i tripodi. Sul palcoscenico -gli eroi romani non osano più comparire con la parrucca e le mani -inguantate e gli stivaletti dai tacchi rossi, da che un grande attore -ha vestito per la prima volta la toga e calzato il coturno. - -Io spero di avere anche qui, o Signori, insistito abbastanza sulla -necessità storica di un tale avviamento dell'arte. Ma che poi -l'originalità, la verità, la schiettezza, l'umanità della concezione -dovessero scapitarne, è troppo chiaro. Vedete lo stesso David. Egli -possedeva doti eccezionali di visione e di tavolozza, che furono -rimesse pienamente in luce dai ritratti e dai quadri commemorativi -esposti a Parigi nella Mostra centenaria del 1889. Ma che importa, se -il preconcetto dello _stile eroico_ gli inspirava pure il _Ratto delle -Sabine_, la _Morte di Socrate_, il _Leonida_, il _Belisario_, tutte -quelle tele dure, asciutte, convenzionali, destinate a formare una -scuola pittorica che alle creature vive sostituì i simulacri di gesso? - -E una discordia non dissimile di creazioni si avverte in Andrea -Appiani e in Antonio Canova, i due più nobili rappresentanti di questo -periodo in Italia, per quanto l'arte loro sia lontana dalla rigidezza -del David e faccia piuttosto ripensare alle grazie del Prudhon. -Nell'Appiani, a fianco alle figure dove lo studio della purezza cospira -col senso del vero a produrre una impressione di placida ma vivente -armonia, sono troppi i profili che ricalcano con fredda, letterale -insistenza, gli antichi cammei. E quanto alla plastica canoviana, lo -squilibrio è ancora più manifesto. Chiunque di voi, o Signori, sia -entrato nella _Gypsotheca_ di Possagno, dove stanno raccolti tutti i -modelli dell'insigne scultore, ne sarà rimasto profondamente colpito. -Qua e là il vero, modellato da una mano creatrice; tutt'attorno le -mascherature greco-romane. Il gruppo di _Icaro e Dedalo_, composto in -gioventù, è un miracolo di ingenua freschezza, degno, oserei dirlo, -della primavera del Rinascimento. Nell'effigie di Clemente XIII, -genuflessa sotto la maestà delle vesti pontificali, con la bonaria -testa senile devotamente reclinata e le mani giunte e a' suoi piedi il -triregno, voi sentite tutta la poesia evangelica delle grandezze umane -umiliate nella preghiera. Ma insieme vi si affaccia una famiglia di -figure, nelle quali ogni carattere, ogni espressione, ogni vita, ogni -movimento individuale si sono perduti entro lo stampo archeologico; vi -si affacciano le deità dell'Olimpo, che uscite raggianti e palpitanti -dalla fantasia dell'Ellade, intirizziscono qui nel gelo dell'imitazione -accademica. - -Così l'arte, dopo aver folleggiato con la cadente società -aristocratica, si asserviva al pensiero medesimo che aveva inspirato -le effimere democrazie, al pensiero che avrebbe legittimato tra poco la -dittatura guerriera. - -Consultiamo per l'ultima volta i ritratti. - -Eccoli gli uomini nuovi, con la fronte largamente scoperta sotto -i capelli brevi, gli occhi intenti, le fedine ispide, alcuni nella -negletta intimità della casa, altri nell'atteggiamento declamatorio -di chi medita un'apostrofe o nell'accigliata concentrazione di chi -sta per decidersi a un partito supremo; ecco l'implacabile tribuno, -giacente nella vasca di pietra, col viso contratto dagli spasimi -dell'agonia, con la mano che stringe convulsa un editto, forse una -lista di proscrizione; ecco i commissari e i generali della repubblica, -pallidi, gravi, con le divise dagli urtanti colori plebei; ecco la -faccia fatale, livida e ossuta, incorniciata dai neri capelli spioventi -e illuminata dal saettare delle pupille, che sta, come un'erma viva, -alla frontiera tra i due mondi; ecco — dopo la sfrontata iconografia -del Direttorio, questa Reggenza plebea della rivoluzione — le donne dal -profilo marmoreo, dalle tuniche a larghe pieghe, dalle chiome raccolte -alla greca, che riposano compostamente sur un letto o sedile di forma -antica, sporgendo i piedi nudi come quelli d'una statua. - -Dove sono le testine imparruccate e incipriate, i tipi virili -infemminiti dalle gale della moda, le pupille ammiccanti, le bocche -tumidette, i nasini a gloria? Dove la sentimentalità, il languore, la -gioia frivola, le arie sventate e trasognate del gaio tempo vano?... - - * - -Ma prima, Signori, di staccarci da questo secolo così ricco di -vicende e di antitesi, che esordisce col minuetto e si chiude con la -carmagnola, permettetemi di cogliere qualche estremo tratto della sua -fisonomia artistica, di notare qualche attività ch'esso portò con sè -nella tomba e qualche tendenza che gli è sopravvissuta. - -Si manifesta allora per l'ultima volta quella comunione fra l'arte -pura e le arti decorative che aveva durato per così lungo volgere di -tempi, generatrice di forme fraterne di bellezza, e che era destinata -a dissolversi nel nostro. Per l'ultima volta l'Arte, qual ch'ella sia, -apparisce come cosa organica, come pianta corsa da una sola linfa in -ogni suo ramo e in ogni suo stelo; e il soffio medesimo che spira -dalle tele e dalle statue si sente pur alitare dalla sagoma d'uno -stipo e d'una seggiola, dai fregi d'un parafuoco e d'un cembalo, dalla -cornice d'uno specchio, dall'inquadratura d'un uscio, dal contorno d'un -orologio a pendolo e dalle rabescature d'un broccato. - -Certo, pe' suoi stili ornamentali, come per le sue mode e le sue -fogge, il Settecento è francese anche in Italia, come il Cinquecento -era stato italiano anche in Francia. Pure non ci mancarono impronte -e iniziative originali. Andrea Brustolon, vissuto tra i due secoli, -tratta la scultura in legno con robusta floridezza di vena; Carlo -Briati risolleva a Venezia l'arte vetraria; gli arazzi di Firenze, di -Torino, di Napoli, di Roma non sono in tutto eclissati dallo splendore -dei _gobelins_; la ceramica s'allieta di leggiadrie nuove nell'Abruzzo, -nella Liguria, nella Toscana, nel Veneto; fiorisce la tarsia nella -Lombardia. - -E v'ha un'arte che meriterebbe da sola lungo studio, come quella che -partecipa con alacrità di consenso a tutta la vita spirituale del -tempo: l'incisione sul rame. Essa presta alle fantasie esuberanti un -linguaggio suggestivamente sommario e sciolto da ogni rispetto alla -realtà; popolarizza aristocraticamente la coltura estetica; introduce -un'immagine d'arte fra le cure della famiglia; asseconda il ritorno -all'antico, illustrando i monumenti classici e i capolavori paesani. -E ognuno di codesti incisori trasfonde la personalità propria nella -lastra metallica, lestamente investita dal Canaletto, imbevuta di luce -solare nel Tiepolo, carica di chiaroscuri nel Piranesi, morbidamente -accarezzata dal Bartolozzi, segnata con dotta evidenza dalla mano del -Volpato e del Morghen. - -Ma uno dei caratteri che più distinguono l'operosità intellettuale del -Settecento è la passione, talora si dovrebbe dire la follia, delle -raccolte. Siamo nell'età degli amatori, i quali vengono radunando -d'ogni parte, senza badare a dispendio, bronzi, marmi, terracotte, -medaglie, monete, tele, disegni; l'età in cui un principe, pur -amante della guerra, cede un reggimento di dragoni per alcuni vasi di -porcellana, come più tardi suo figlio, durante una ritirata, penserà -a mettere in salvo quadri e gioielli, dimenticando gli archivi. E -non soltanto nei centri maggiori, dove se ne porge più facilmente -l'opportunità, vengono formandosi codeste collezioni. Talora in qualche -sonnolenta cittaduzza di provincia, quasi tagliata fuori del mondo, -il forestiero colto scende dalla berlina per visitare il museo, il -medagliere, la quadreria, messi insieme dal discendente di un sinistro -gufo feudale raggentilito in cavaliere di buon gusto. Ora, come mai -queste assidue occasioni di raffronti, questo riaccostamento di forme -e inspirazioni diverse, non avrebbero contribuito a fecondare, ad -allargare le intelligenze? - -A ciò conferisce pure l'insolita frequenza dei viaggi, che annuncia un -bisogno irrequieto di espansione, di nuovi orizzonti, di nuove idee, -di nuove forze. L'arte si fa anch'essa venturiera. L'Amigoni si educa -nelle Fiandre; lo Zuccarelli e il Bartolozzi sono tra i soci fondatori -dell'Accademia di Londra; il Rotari è chiamato da Caterina di Russia; -Giambattista Tiepolo muore a Madrid; Bernardo Bellotto a Varsavia. Nè -alcuni fra i letterati e i pensatori nostri sono meno nomadi degli -artisti; essi vanno in Francia, in Inghilterra, in Germania, in -Austria, in Polonia, persino oltre l'Atlantico, vengono ricercati e -accarezzati dai principi, brillano nei salotti, penetrano in qualche -gabinetto diplomatico. Dopo la lunga solitudine, l'Italia comincia a -rientrare nelle correnti vive del pensiero europeo, e vi rientra se non -più come guida, non sempre e non in tutto seguace. - -Quante volte non fu detto che l'uomo del passato posto dinanzi -all'_Iliade_, alla _Commedia_, all'_Amleto_, a un tempio greco, a -una cattedrale archiacuta, a un edificio del Rinascimento, avrebbe -ripudiato qualcuna di codeste creazioni, mentre noi, moderni, le -abbracciamo e onoriamo tutte, come portati egualmente legittimi di -peculiari condizioni e attitudini dello spirito! Ebbene, il Settecento -segna quasi il punto di trapasso dall'una all'altra età. I più non -comprendono, è vero, o, peggio, disprezzano lo stile ogivale, la -pittura primitiva, la visione dantesca, il dramma shakespeariano, ma -v'è già chi si leva a rivendicare la nativa virtù di quelle forme; -v'è già chi proclama la relatività del gusto e dei canoni estetici. E -con qual sentimento di cara sorpresa, e quasi d'ammenda a sconoscenti -durezze di giudizio, non sorprendiamo noi nelle pagine accademicamente -grevi o gallicamente trasandate dei nostri vecchi, impressioni -e osservazioni che saranno le nostre! Certo, le intolleranze del -risveglio classico interruppero il più illuminato avviamento che veniva -qua e là annunciandosi, sicchè, anche in questo campo, pare che una -voragine divida i due secoli; ma tuttavia, chi ben guardi, non tarderà -a riconoscere che nel Settecento spuntarono i germi della presente -larghezza dell'intendimento estetico, a quel modo che l'erudizione -aperse allora la via agli odierni trionfi del senso storico. - -E un altro senso, di cui andiamo a buon diritto orgogliosi, si desta -allora; quello che dicono dell'_ambiente_. Non che si concepisca, -netta, l'idea delle analogie recondite che esistono fra l'uomo e gli -aspetti circostanti della natura, ma certo si comincia ad intuirla, -poichè questi aspetti vengono considerati con occhio più attento e -perspicace. Ne fa fede non pur la pittura ma la letteratura; non il -Canaletto e il Guardi soltanto, ma il Goldoni e il Baretti. Vi sono, -ad esempio, certe commedie goldoniane, che vi ritraggono al vivo -la fisonomia di Venezia, le sue calli anguste, i ponti, i rii, i -_campieli_ dove le popolane seggono lavorando e ciarlando sulla soglia -delle case, le altane di legno su cui le famiglie salgono a cercare -un filo d'aria negli afosi pomeriggi d'estate. E leggendo le _Baruffe -Chiozzotte_, ci par proprio, come ha notato acutamente il Masi, di -aspirare le acri esalazioni della marina, di vedere dinanzi a noi la -flottiglia delle tartane e dei bragozzi cullata dall'onde. - -E già, Signori, quell'armonia che esisteva allora tra le forme varie -delle arti figurative, si palesa, con evidenza eguale, fra l'arte -e le lettere. Forse, parlandovi di quadri, mi sarà accaduto troppo -spesso di ricorrere a citazioni di poeti; ma come evitarle, quando ci -si presentano spontanee? quando incontriamo di qua e di là gli stessi -tipi, gli stessi soggetti, gli stessi sfondi di paese, le stesse -trovate di composizione, le stesse allegorie? Tutta quanta l'evoluzione -artistica del Settecento ha pieno riscontro nella sua evoluzione -letteraria. Così le due tendenze che si esplicano da una parte nella -pittura drammaticamente immaginosa del Tiepolo, dall'altra nella -pittura realistica e comica del Longhi, sono, in fondo, le medesime -che inspirano il teatro del Metastasio e quello del Goldoni. Pietro -Metastasio è il poeta decoratore, che colorisce liberamente la storia -ed il mito, che li converte in un ludo scenico di passioni effusive -e canore, destinato ad esaltare la sentimentalità fantastica; Carlo -Goldoni è il poeta osservatore, che stando, sorridente ma vigile, in -mezzo alla vita, ne raccoglie le immagini nel giro tranquillo dello -sguardo. Anche le date tornano, perchè il Tiepolo nasce nel 1696 e il -Metastasio nel 1698, il Longhi nel 1702 e il Goldoni nel 1707; solo le -doti individuali sembrano in certa maniera scambiarsi, in quanto il -mondo della fantasia ha nell'artista un evocatore più possente e più -vario del poeta, e quello della realtà ha nel poeta un rappresentatore -più largo e più efficace dell'artista. Il secolo declina e il movimento -che avvia l'arte all'Appiani e al Canova, conduce la letteratura, -attraverso il Parini e l'Alfieri, al Monti ed al Foscolo. E anche qui -esso non procede senza abusi e senza sopraffazioni; tutt'insieme, -peraltro, riesce più benefico, perchè il suo carattere era -essenzialmente idealista, e delle idee lo strumento naturale non è già -il colore o la linea, è la parola. Mentre, infatti, pittura e scultura -rimangono troppo spesso agghiacciate, dalla quotidiana consuetudine -con l'antichità, la poesia ne ritrae quel vigore di linguaggio -e quel calore di pensiero, che dovevano accendere e rinnovare le -coscienze. Nel Parini il classicismo, tutt'altro che adulterare la -rappresentazione del vero, la condensa in forme sintetiche, restituisce -i nervi allo stile, dà alla voce del poeta, ch'essa derida o ammaestri, -un accento di energia deliberatamente pacata; nell'Alfieri esso -esprime la tensione dell'anima, che svincolandosi dalla società -decrepita, tutta languori e inchini e cerimonie e accondiscendenze e -remissività, si aderge in uno sforzo di opposti proponimenti. La morte -era venuta dalla spensierata fiacchezza; la vita doveva scaturire dalla -riflessione e dalla volontà. - - - - -INDICE. - - - Pag. - - Romualdo BONFADINI Da Acquisgrana a Campoformio 1 - Isidoro DEL LUNGO I Medici granduchi 41 - Ernesto MASI Gli avventurieri 85 - Vittorio PICA L'Abate Galiani 129 - Guido MAZZONI Dal Metastasio a Vittorio - Alfieri 173 - Ferdinando MARTINI Carlo Goldoni 209 - Matilde SERAO Carlo Gozzi e la fiaba 241 - Guido MAZZONI Giuseppe Parini 273 - Enrico PANZACCHI Vittorio Alfieri 309 - Giovanni BOVIO Giovanni Battista Vico 345 - Alberto ECCHER La fisica sperimentale dopo - Galileo 365 - Antonio FRADELETTO L'arte nel Settecento 421 - - - - -NOTE: - - -[1] Tralasciando il Diderot e l'antica questione del Fils Naturel, -cito il Mercier, il Roger, il Saint-Just, il Desriaux, il Pelletier, -il Neufchateau, il Cubrères, il Cailhava, il Carbon-Flins, il -Paillardelle, il Davrigny, la Riccoboni, la Benoist, e forse ne -dimentico qualcheduno. - -[2] GOLDONI. _Mem._: Parte I, cap. V. - -[3] GOLDONI. Op. cit. Parte I, cap. XXXI e XXXII. - -[4] _Drammaturgia_, N. XII. - -[5] _Oeuvres_. Paris Garnier 1879. Vol. XXII, pag. 444. - -[6] _De Oratore._ Lib. II. - -[7] _Memorie_. Parte I, cap. XXXIX. - -[8] V. _Il Teatro italiano nel secolo decimottavo_, passim. - -[9] COLLÉ, _Journal III._ 66, anno 1765. - -[10] _Gl'Inganni lodevoli._ Atto III, scena IX. - -[11] Ridotti, convegni. - -[12] Cfr. H. TAINE, _L'Ancien régime_, pag. 208 e seguenti. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - - - - - -End of Project Gutenberg's La Vita Italiana nel Settecento, by Various - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA NEL SETTECENTO *** - -***** This file should be named 60249-0.txt or 60249-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/6/0/2/4/60249/ - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by the HathiTrust -Digital Library) - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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Redistribution is subject to the -trademark license, especially commercial redistribution. - -START: FULL LICENSE - -THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE -PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK - -To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free -distribution of electronic works, by using or distributing this work -(or any other work associated in any way with the phrase "Project -Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full -Project Gutenberg-tm License available with this file or online at -www.gutenberg.org/license. - -Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project -Gutenberg-tm electronic works - -1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm -electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to -and accept all the terms of this license and intellectual property -(trademark/copyright) agreement. 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You may copy it, give it away or re-use it under the terms of -the Project Gutenberg License included with this eBook or online at -www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll have -to check the laws of the country where you are located before using this ebook. - -Title: La Vita Italiana nel Settecento - Conferenze tenute a Firenze nel 1895 - -Author: Various - -Release Date: September 6, 2019 [EBook #60249] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA NEL SETTECENTO *** - - - - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by the HathiTrust -Digital Library) - - - - - - -</pre> - - -<div class="booktitle"> -<h1> -La Vita Italiana nel Settecento. -</h1> -</div> - -<hr class="silver" /> - -<div class="titlepage"> -<p class="main-t"> -<span class="x-small">LA</span><br /> -VITA ITALIANA<br /> -<span class="xx-small">NEL</span><br /> -<span class="small">SETTECENTO</span> -</p> - -<p class="pad2 large"> -<i>Conferenze tenute a Firenze nel 1895</i> -</p> - -<p class="pad1"> -DA -</p> - -<p class="pad1 large"> -Romualdo Bonfadini, Isidoro Del Lungo, Ernesto Masi, Vittorio Pica, -Guido Mazzoni, Ferdinando Martini, Matilde Serao, Enrico Panzacchi, -Giovanni Bovio, Alberto Eccher, Antonio Fradeletto. -</p> - -<p class="pad6"> -MILANO<br /> -<span class="small">FRATELLI TREVES, EDITORI</span> -</p> - -<p class="pad1 small"> -<b>Quinto migliaio.</b> -</p> -</div> - -<div class="verso"> -<hr class="mid" /> -<p> -PROPRIETÀ LETTERARIA -</p> - -<p> -<i>I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati -per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.</i> -</p> - -<p> -Tip. Fratelli Treves. — 1908. -</p> -<hr class="mid" /> -</div> - -<div class="somm"> -<hr /> -<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p> -<hr /> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span> -</p> - -<h2 id="acquisgrana">DA ACQUISGRANA -A -CAMPOFORMIO -<span class="smaller">(1748-1797)</span></h2> - -<p class="center"> -CONFERENZA -</p> - -<p class="center"> -DI -</p> - -<p class="center"> -<span class="smcap">Romualdo Bonfadini</span>. -</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span> -</p> - -<p class="pad2"> -Uno dei fenomeni che colpiscono maggiormente -i lettori di storia — quando riflettono — sta nella -costante accelerazione degli svolgimenti sintetici -d'ogni natura, a misura che ci allontaniamo dalle -epoche primigenie; sta nella sempre maggior -brevità di quei periodi ricostruttori o elaboratori -di cose nuove, che un tempo duravano più secoli -e suggerivano al poeta latino il pensoso: -<i>mortalis ævi spatium</i>.... -</p> - -<p> -Chiamatelo, secondo le leggi morali, progresso; -chiamatelo, secondo le leggi statiche, moto uniformemente -accelerato; certo è che quelle mutazioni -generali di pensieri, di abitudini, di legislazioni, -di vita civile, a cui nell'evo antico appena -bastavano dieci generazioni d'uomini, si sono -compiute più tardi nello spazio di un secolo, e, -venendo più presso a noi, in cinquant'anni od -in trenta. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span> -</p> - -<p> -Uomini ed eventi esercitavano, nelle prime -epoche dell'umanità, un'azione così passeggiera -e così lenta che quasi non s'avvertiva. Le grandi -monarchie orientali impiegarono più di un millennio -e mezzo a sorgere, a brillare, a distruggersi, -senza che il mondo antico apparisse, dopo -così grandi catastrofi, notevolmente mutato. Roma -era vecchia di oltre cinque secoli, quando cominciò -a far avvertire la sua presenza fuori de' -suoi confini. Sesostri, Ciro, Cambise, Alessandro -il Macedone, malgrado il loro genio e le loro -conquiste, non lasciarono negli ordinamenti del -mondo maggior traccia di quella che lascia una -frana di monte, rotolatasi nell'Oceano. L'umanità -doveva giungere fino al Pescatore di Galilea, -per sentirsi tratta a mutare in sè e di sè -tanta parte di pensieri e di scopi. Eppure ci -vollero quasi mille anni perchè il Cristianesimo -vincesse, soltanto in Europa, tutti gli antichi -Iddii. E i quattrocento anni dell'Impero romano -occidentale dimostrano che, dopo la scossa data -alle vecchie compagini sociali da Cesare e da -Augusto, il mondo s'era ricantucciato nella schiavitù -nuova e non accennava a riscuotersi più. -</p> - -<p> -Colla discesa dei barbari nell'Europa, divenuta -ormai l'unico fattore di trasformazioni sociali, -la storia comincia a pigliare avviamenti -più rapidi. Attila rinnova il mondo colla forza, -<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span> -Giustiniano col diritto. Nel medio evo, i periodi -elaboratori diventano anche più frequenti e più -intensi. Carlo Magno, gli Ottoni, la casa di Svevia -danno gli ultimi colpi alla marmorea e millennaria -tradizione romana. Da un secolo all'altro, -le condizioni della società umana cominciano ad -assumere aspetti diversi; ora sotto l'influenza -delle Crociate, ora sotto quella del risveglio artistico -e letterario, ora sotto gli influssi economici -allargatisi per la scoperta d'America. Le -plebi cominciano a rialzarsi; l'aristocrazia da -feudale diventa cittadina; le necessità dei commerci -danno varietà alle legislazioni civili; gli -Stati si costituiscono; sorgono le questioni nuove -dell'equilibrio politico. -</p> - -<p> -È così che, avvicinandosi ai tempi nostri, la -mutazione organica delle cose appare più evidente -e quasi continua; sicchè, mentre nel tempo -antico un uomo di pensiero doveva spingere lo -sguardo a due o tre secoli addietro per cogliere -i sintomi di un movimento nella compagine -umana, potè più tardi limitarsi ad esaminare il -corso della propria vita, per trovarvi elementi -di novità intellettuali, politiche, sociali, talvolta -tanto più meravigliose nell'ultimo effetto loro -quanto meno s'era avvertito il loro sorgere e il -loro concatenarsi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Uno di questi periodi storici, a rapide evoluzioni -e a multiformi sorprese, ci presenta la seconda -metà del secolo decimottavo, al quale finalmente -sono giunte queste conferenze sulla vita -italiana, dopo avere cominciato a frugare per -entro i secoli oscuri e dopo avere illustrato i -secoli gloriosi. -</p> - -<p> -Uscivamo da un lunghissimo periodo di decadenza -intellettuale e morale. Da dugent'anni -avevamo perduto ogni elaterio di vita pubblica, -ogni diritto ed ogni virtù d'iniziativa paesana. -In un secolo e mezzo, soltanto il Galileo ci -aveva dato l'orgoglio dell'antica grandezza intellettuale -italiana. Ma, letterariamente, eravamo -passati dall'Ariosto e dal Machiavelli a Gregorio -Leti e al cavalier Marino; artisticamente, -imbrattavamo di calce gli affreschi dei quattrocentisti, -per ridipingere su quelle preziose pareti -le fiamme dei dannati o le colossali effigie -di San Cristoforo; giuridicamente, eravamo ritornati -alle più fitte ignoranze del medio evo, -mediante i grotteschi processi contro le streghe -e contro gli untori. Politicamente poi, nulla era -più tristo e più umiliante dei vari regimi italici; -ballottato tra Francesi, Spagnoli, Tedeschi, -l'elemento indigeno s'era piegato a tutte le tirannie, -<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span> -a tutte le pompe di quei governi violenti -o ridicoli. I pochi principi di famiglie nazionali, -come i Medici e i Gonzaga, s'affondavano nel -lezzo dei cattivi costumi. Nessuna resistenza di -moltitudini, nessuna protesta di pensatori fermava -i governanti sullo sdrucciolo delle prepotenze -e delle pazzie. Nobili e popolani s'erano -acconciati a servitù, e l'uniforme gallonato d'un -cortigiano spagnolo o francese trovava curve le -schiene e verbosa l'ammirazione degli eredi di -Piero Capponi e di Gerolamo Morone. -</p> - -<p> -Questo insieme di ordinamenti politici e di -fenomeni sociali sembrava assodato e ribadito -nel 1748 dalla pace di Acquisgrana; che, sostituendo -l'Austria alla Spagna nella preponderanza -sull'Alta Italia, ed aggiungendo al Borbone di -Napoli un Borbone di Parma, otteneva l'intento -di stringere il nostro paese fra le due famiglie -dinastiche ritenute più ostili ad ogni allargarsi -di attività nazionali. -</p> - -<p> -Or bene, un uomo che fosse nato, per esempio -nel 1730 e si fosse spento, dopo settant'anni, -nel 1800, sarebbe invece passato per tali e tante -vicende, da non poter più riconoscere nella sua -vecchiaia il mondo che gli era stato famigliare -nella giovinezza; avrebbe assistito a così larghi -mutamenti, a così profonde evoluzioni di costumi, -di discipline, di pensieri, di ordinamenti politici, -<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span> -da dover dubitare se veramente non fosse stato -almeno doppio il tempo della sua esistenza. -</p> - -<p> -Quest'uomo, per esempio, avrebbe visto, con -Giuseppe Parini, sostituirsi all'Arcadia la letteratura -civile; avrebbe visto distruggersi la scolastica, -spuntare con G. B. Vico la filosofia; -avrebbe visto sparire i cronisti e sorgere, col -Muratori, la critica storica; avrebbe visto rinnovarsi -ab ovo la giurisprudenza, col Filangieri -e col Beccaria; avrebbe visto le scienze fisiche -far passi da gigante col Volta, col Piazzi, collo -Spallanzani; avrebbe visto sgominati i cortigiani -politici e risorti gli uomini di Stato, col Tanucci, -col Verri, col Bogino, col Fossombroni. Avrebbe -visto di più; avrebbe visto una triade d'innovatori -fondare un teatro drammatico italiano, -col Metastasio, col Goldoni e coll'Alfieri; avrebbe -visto uscire dai deliri del barocco due ingegni -severi, che riconducevano l'arte al culto delle -linee e del pensiero, Appiani e Canova. -</p> - -<p> -Poi, rivolgendo lo sguardo alle abitudini della -vita, quell'uomo si sarebbe accorto di altri fenomeni; -avrebbe veduto illuminarsi e lastricarsi -le vie cittadine, rimaste per tanti secoli in balìa -del fango e dei ladri; avrebbe veduto nella locomozione -elegante sostituirsi le carrozze alle -lettighe, nell'alimentazione delle infime classi -sostituirsi la salubre patata ai grani infraciditi. -<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span> -Avrebbe poi visto una rivoluzione nella salute -pubblica, mediante l'innesto del vaiuolo; una rivoluzione -nella pubblica educazione, mediante l'espulsione -dei gesuiti da tutto il territorio italiano; -una rivoluzione nei contatti sociali, mediante -la fondazione dei giornali e lo spesseggiare -dei ritrovi nelle botteghe da caffè. -</p> - -<p> -Finalmente, quell'uomo avrebbe visto, nei costumi -italiani, un rivolgimento inatteso e anche -più consolante; avrebbe riudito un linguaggio, -a cui da due secoli l'Italia s'era disusata: il linguaggio -dell'uomo libero dinanzi al potente, si -chiamasse principe o plebe. -</p> - -<p> -Così avrebbe udito, per esempio, Carlo Emanuele -III chiedere al Muratori in qual modo -pensava di trattarlo ne' suoi <i>Annali</i>, e il Muratori -rispondere: “come Vostra Maestà tratterà -la mia patria„. Avrebbe udito un Commissario -francese invitare Ennio Quirino Visconti a pubblicare -un editto ingiurioso per l'onor cittadino, -e il Visconti rispondere: “che cercasse altrove -i carnefici del suo paese„. Avrebbe udito la bordaglia -milanese chiedere al Parini che gridasse -“morte agli aristocratici„ e il Parini rispondere: -“viva la repubblica, morte a nessuno„. E finalmente -avrebbe veduto, nell'ultimo anno della -sua vita, una pleiade di alti ingegni e di robusti -caratteri sfidare impavida i carnefici del re di -<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span> -Napoli e salire serenamente il patibolo, preparato -loro da una regina corrotta e da un ammiraglio -fedifrago. -</p> - -<p> -Questi fenomeni di risveglio intellettuale e morale -dominano tutto il periodo che va dalla pace -d'Acquisgrana alla fine del secolo; e bastano a -segnare i caratteri generali di un'epoca ricostruttrice -e innovatrice; come sogliono bastare a -chiarire le epoche di decadenza quei tristi fenomeni -che si riassumono nelle opinioni fiacche, -nella paura dei molti, nella frenesia del mutare, -nella voluttà del servire. -</p> - -<p> -D'onde poi sia uscito, come sia stato preparato -questo rapido rivolgimento nella coltura -pubblica e nel carattere nazionale degli Italiani, -non par facile congetturare. -</p> - -<p> -Certo, non dovette essere piccola sui nostri -settecentisti l'influenza del seicentismo francese, -altrettanto glorioso quanto era stato ignobile il -nostro. Non si può negare l'analogia che v'è tra -il Metastasio e il Racine, tra l'Alfieri e il Corneille, -tra il Goldoni e Molière. Nè può credersi -rimasta inefficace sullo spirito del Filangeri la -grande opera giuridica del Montesquieu. Nè, -sugli scritti di Mario Pagano e di Melchiorre -Gioja, minore azione esercitarono gli enciclopedisti -francesi. Pure, originale è certamente nel -Vico il metodo nuovo d'intendere la storia e la -<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span> -filosofia. Non imitò, ma precorse Francesi e Tedeschi -col suo classico libriccino, Cesare Beccaria. -La profonda concezione istorica da cui -nacque la pubblicazione dei <i>Rerum Italicarum -scriptores</i> precedette, nel pensiero e nel tempo, -le consimili pubblicazioni dei Benedettini francesi -e del Pertz. E tutto indigeno fu quel moto -di rinnovazione poetica, che, impernandosi sul -culto dell'Alighieri, partì da Alfonso Varano per -giungere al Cesarotti, al Foscolo, al Monti. E -non s'inspirò a nessun modello forestiero, se non -forse all'italico Orazio, quella novità di una satira -civile e didascalica che, partendo da Gaspare -Gozzi, arrivò presto alla sublime ironia -del Parini. -</p> - -<p> -Forse, anche la mutazione avvenuta nei regimi -politici della penisola potè aiutare il benefico -movimento. Le dinastie secolari, quando cessano -di rinnovarsi nelle abitudini e nelle idee al contatto -dei nuovi indirizzi assunti dallo spirito -umano, determinano intorno a sè cristallizzazioni -di forme, attraverso le quali è difficile che il -pensiero possa trovare la forza di penetrare. -Questo era avvenuto alle vecchie famiglie medievali -dei Farnesi, dei Medici, dei Gonzaga, -rese inette dall'abitudine del fasto e dei godimenti -a comprendere le necessità di governo -secondo i concetti più austeri che cominciavano -<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span> -a farsi largo. Questo era avvenuto anche più -alla boriosa dinastia spagnola, coll'aggravante -che, non potendo neanche governare direttamente -i suoi dominî italiani di Milano e di Napoli, -aveva dovuto lasciare quelle popolazioni -sotto l'arbitrio di governatori, più nobili che intelligenti, -e sopratutto più intesi a far denari -che a promovere giustizia e civiltà. -</p> - -<p> -I mutamenti dinastici avvenuti in Italia dopo -la guerra per la successione di Spagna, e ratificati -nel trattato di Acquisgrana, rompono in -parte, e un po' dappertutto, meno a Venezia, -queste cristallizzazioni. La casa d'Austria, insediatasi -in Lombardia, vi porta uno spirito più -moderno, v'incoraggia un maggiore studio delle -questioni amministrative, abitudini più laboriose, -più virili, più parsimoniose. I Borboni, installati -a Napoli e a Parma, sentono il bisogno di iniziare -il loro regime con qualche innovazione che -procuri loro il favore dei governati, e secondano -le savie riforme di Bernardo Tanucci e del marchese -Du Tillot. La Toscana, passata dai Medici -ai Lorena, trova nei principi di quella casa uomini -d'indole mite, volonterosi di bene, purchè -largito a piccole dosi e non disciplinato da logica -di principî; insomma il vero tipo di quel -dispotismo intelligente, che appariva allora un -progresso, dopo tanti despotismi ignobili e crudeli, -<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span> -ma che costituisce oggidì il maggiore pericolo -delle società liberali e la più fatale illusione -degli spiriti fiacchi e spensierati. -</p> - -<p> -Non è dunque fuor di proposito il supporre -che anche da siffatti avvenimenti politici sia venuta, -diretta o involontaria, una spinta a quella -ricostituzione intellettuale e morale, a cui evidentemente -gli spiriti italiani s'erano lentamente -preparati nel tempo, e che aspettava soltanto -un'occasione per uscire dai sotterranei alla luce. -</p> - -<p> -E, del resto, toccherebbe a troppo alti orgogli -l'ingegno umano, se potesse afferrare, anche -soltanto nel passato, una sicura sintesi delle cagioni. -Quegli stessi ostacoli, o somiglianti, che -fermano al problema delle origini le più audaci -indagini dello scienziato, trattengono intorno al -problema delle leggi evolutive il moralista o il -filosofo della storia. Quegli intervalli, quelle soste, -quei salti che turbano, senza impedirlo, il lento -avanzarsi delle razze umane verso il miglioramento -indefinito dell'avvenire, possono bensì precisarsi -nei fatti, ma non si riesce a sottoporli a -discipline di pensiero; come si constata, ma non -si spiega, se non con altre ipotesi, l'alternarsi -degli strati nella storia geologica. -</p> - -<p> -Iddio determina, nel corso secolare dell'esistenza, -i periodi demolitori e i periodi ricostruttori, -le epoche, in cui l'uomo precipita verso gli -<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span> -abissi e quelle in cui si slancia verso l'Empireo. -Supporre che nell'avvenire queste alternative -debbano cessare e i periodi storici non segnino -più che nobili gare verso sempre maggiori svolgimenti -di bene, può essere una speranza, non -è una legge che abbia stabilito i suoi termini. -Il che non impedisce che nell'uomo rimangano -però immutabili i termini del dovere morale, -che consiste nell'opporre ogni resistenza alle ragioni -del male, anche quando un concorso di -forze irresponsabili sembri impedire o allontanare -il trionfo del bene. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Ma tornando all'argomento storico, dopo questa -scappata, forse inopportuna, nelle regioni dell'etica, -è bene avvertire come, anche in questo -mezzo secolo fervido di tante mutazioni, le forze -innovatrici siano state di due sorta, ed assai diverse -così nella rapidità come nella intensità -degli effetti raggiunti. Dal 1748 al 1795 è un -cammino calmo, costante, non audace, pacifico; -dal 1795 alla fine del secolo, è un correre vertiginoso, -spensierato, fatale, una distruzione implacabile, -una ricostruzione tumultuosa. Nel primo -periodo di 47 anni, l'impulso è dato da elementi -nazionali, da pensatori, da principi o da ministri -<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span> -di principi; nel secondo periodo di soli cinque -anni, è dato da invasioni straniere, da prepotenza -d'armi, da subitaneità d'interessi, da esigenze -di turbe, chiamate in ventiquattr'ore a -dominio irresponsabile dopo secoli di servitù. -Il primo periodo si suole chiamare delle riforme, -il secondo, della rivoluzione. -</p> - -<p> -Ora, s'è molto disputato fra gli studiosi di -storia patria, se il moto rivoluzionario esotico -abbia affrettato o ritardato, ne' suoi ultimi effetti -di civiltà e di progresso, il moto riformatore indigeno. -Forse anzi è questa la tesi storica del secolo -decimottavo, intorno a cui si siano più affatioate -le menti e le ipotesi dei polemisti. È inutile -aggiungere che, dopo questi sforzi d'ingegno, -la situazione è rimasta quella di prima. Nè gli -adoratori della Rivoluzione francese riescono a -persuadere i liberali riformatori della bontà intrinseca -del metodo giacobino; nè questi possono -presumere di vaticinare che cosa sarebbe stato -il mondo senza il lavacro uscito dagli ardori -del 1789. Certo, i progressi economici e civili -raggiunti in Toscana sotto l'amministrazione -leopoldina non furono superati da quelli a cui -posero mano i commissari francesi o la principessa -Elisa Bonaparte. E quando, nel 1790, il -conte Pietro Verri propose ai notabili milanesi, -contro l'opinione del Visconti e del Botta, di -<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span> -chiedere all'imperatore Leopoldo una Costituzione, -l'opinione pubblica lombarda doveva già -trovarsi, su per giù, nello stato in cui trovossi, -cinquantasette anni dopo, l'opinione pubblica -piemontese, quando il conte di Cavour propose -ai notabili torinesi, contro l'opinione del Sineo e -del Valerio, di chiedere a Carlo Alberto la pubblicazione -dello Statuto. -</p> - -<p> -Del resto — ripeto — siffatta disputa non -può servire oggimai a nessuno scopo scientifico, -quando non sia quello d'un'acuta ginnastica intellettuale. -Potrebbe chiudersi tutt'al più con -quella vigorosa frase sintetica, colla quale a -Sant'Elena l'imperatore Napoleone chiuse una polemica -quasi simile intorno a Gian Giacomo Rousseau: -“forse il mondo sarebbe stato più felice -se io e lui non fossimo nati.„ -</p> - -<p> -Il periodo rivoluzionario colpiva impreparate -le masse, ma era stato preveduto, in parte favorito -dagli uomini di pensiero. -</p> - -<p> -Già fin dal 1784 l'uragano incipiente non era -sfuggito alla sagacia del ministro piemontese, -conte Bogino, il quale, guardando alla Francia, -era morto esclamando: “povera Italia! povera -Europa!„ Viaggiando in Francia, al seguito di -una dama lombarda, illustre per bellezza e per -intelletto, la marchesa Paola Castiglioni, Alessandro -Verri, Francesco Melzi, Cesare Beccaria -<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span> -s'erano mescolati a tutti i gruppi novatori della -società parigina e riportavano in patria l'impressione -che il periodo delle riforme stava per chiudersi. -Un abate napoletano, pozzo di spirito e -di scienza, Ferdinando Galiani, era entrato in -grande dimestichezza con Diderot e d'Holbach, e -scriveva da Parigi ai suoi compatrioti, informandoli -di tutte le agitazioni e le preparazioni che -bollivano nella pericolosa città. E più dei pensatori -s'affaccendavano gli avventurieri, razza che -non manca mai di entrare in iscena alla vigilia -delle grosse crisi, e a cui di solito vien meno -la moralità, non mai l'ingegno o l'audacia. -</p> - -<p> -Un veneziano, Giacomo Casanova, fuggito con -mirabile ardire dalla prigione dei Piombi, aveva -percorso l'Europa, rompendo tutte le discipline -sociali; imponendosi con astuzie di finanza al -conte di Choiseul, a Federico II, a Caterina II, a -Maria Teresa; bisticciandosi col conte di San Germano -e con Voltaire; scandalizzando tutti i paesi -per le pubblicità della sua vita, pel lusso, pei -giuochi, pei duelli, per gli amori, pei debiti. -</p> - -<p> -Un siciliano, Giuseppe Balsamo, era penetrato -più addentro negli organismi delle vecchie sette -europee; le aveva dominate coi misteri nuovi del -mesmerismo; e imbrancandosi col finto nome di -Cagliostro nell'aristocrazia europea, corrompeva -principi, aizzava plebi, abbarbagliava ignoranti, -<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span> -spargeva dappertutto i semi della miscredenza -e della rivolta. -</p> - -<p> -Un milanese, il conte Giuseppe Gorani, innamoratosi -delle più spinte dottrine demagogiche, -s'era volontariamente sbandito dalla patria ai -primi sintomi della commozione francese; s'era -fatto intimo dei più scamiciati giacobini dell'epoca; -aveva accettato missioni segrete di agitatore -in Isvizzera ed in Italia; sicchè, per decreto -dell'arciduca Ferdinando, era stato radiato -dall'albo della nobiltà milanese e, coi procedimenti -giudiziari ancora in uso, gli erano state -confiscate le proprietà. -</p> - -<p> -Era sotto queste impressioni e sotto queste -influenze, dirette o indirette, che cominciava a -suscitarsi un'opinione pubblica, favorevole alle -dottrine umaniste, quantunque risolutamente -contraria alle applicazioni inumane dei rivoluzionari -francesi. -</p> - -<p> -Frutto di questo duplice indirizzo degli spiriti, -sopratutto nella regione lombarda, la più indicata -a ricevere il primo urto delle idee e dei -fatti della Rivoluzione, era stata una dimostrazione -ostile, fatta, sin dal 1789, nel teatro della -Scala al conte d'Artois, e nel tempo stesso l'avversione -acuta, universale ond'erano circondati -i violenti energumeni che del Comitato di Salute -Pubblica parigino s'erano fatti fra noi apologisti -<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span> -e plagiari, come il prete Lattuada, Gio. Antonio -Ranza e Carlo Salvador. -</p> - -<p> -Nondimeno, come avviene sotto il sole, sempre -e senza rimedio, gli esagerati si organizzavano -e i moderati si rassegnavano; sicchè i primi e -non i secondi si trovarono pronti a cogliere i -vantaggi ed esercitare le influenze che la procella -politica stava per sostituire ai vecchi ordinamenti -sociali. -</p> - -<p> -Questi resistettero, come meglio seppero, in -Piemonte e in Lombardia, finchè le minaccie -partirono soltanto da elementi indigeni e da cospirazioni -paesane; si frantumarono, come statue -di gesso, a cui venisse tolto il sostegno, appena -furono visti dalle Alpi scender armati, e, come -ai tempi del Filicaja, -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Bever l'onda del Po gallici armenti.</p> -</div></div> - -<p> -Per dire il vero, quegli armati non scendevano -“a torrenti„ come il Filicaja narra del tempo -suo. Erano anzi pochi, mal vestiti e peggio nutriti; -ma li guidava un'idea fatale e un giovane -anche più fatale dell'idea. -</p> - -<p> -Era un generale in capo di ventisette anni, -non alto di statura, gracile di complessione, pallido -di colorito, coi capelli spioventi sulla fronte -e sulla nuca, dalla fisonomia pensosa, dallo -sguardo d'aquila, dal parlar breve, rotto, energico, -<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span> -implacabile. Il suo paese lo aveva veduto -sedare in dodici ore una formidabile insurrezione -per le vie di Parigi, rioccupare Tolone a -colpi di cannone, e strisciare come un sollecitatore -nelle anticamere del disonesto Barras, dispensatore -di titoli e di gradi. Il nostro paese era destinato -a vederlo fulmineo vincitor di battaglie, -distruttore di regni e di repubbliche, improvvisatore -di governi e di costituzioni politiche, saccheggiatore -di codici e di opere d'arte, nemico -formidabile di despotismi e di libertà, detronizzatore -di principi e di pontefici, restauratore di -ordine, di studî e di religione, imperioso con generali, -con popoli, con regnanti, schiavo umile e -innamorato di una sposa bella, frivola e traditrice. -</p> - -<p> -L'ora che corre segna in tutta Europa una -specie di ripresa della leggenda napoleonica. Non -si sa se sia ammirazione della fortuna, delle -virtù o dei delitti che a quella leggenda appartengono. -Non si sa se il mondo discopra quel -tumulo per cercarvi una volontà potente, una -direzione sicura, un ingegno a nessuna esigenza -inferiore, o se frughi fra quelle ossa per trovarvi -i residui del dispotismo illimitato e spensierato, -a cui anelino di prostrarsi società frolle -e scettiche, stanche di pensare e di combattere -por idealità da cui non aspettano nessun vantaggio. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span> -</p> - -<p> -Ad ogni modo, nessuna preoccupazione di -questa natura agitava i contemporanei, quando -il generale Bonaparte, con una rapidità di mosse -a cui non erano preparati i suoi avversarî, gira -e supera nel tempo stesso la catena dell'Appennino -ligure, si ficca come un cuneo fra le colonne -austriache e le piemontesi, batte le prime -a Montenotte e a Dego, le seconde a Millesimo, -forza ad un armistizio il governo sardo, scende -difilato lungo la corrente del Po, lo varca a -Piacenza mentre Beaulieu lo aspettava a Valenza, -si getta su Lodi, vi sbaraglia l'esercito austriaco -ed occupa Milano, entrandovi dal lato orientale, -mentre tutte le difese gli si erano opposte dal -lato occidentale. -</p> - -<p> -Qui comincia quell'ultimo e breve periodo rivoluzionario -che ci conduce sino alla fine del -secolo ed è per l'Italia così fertile di sorprese, -di mutamenti, di lutti. Periodo fra i più lamentosi -di tutta la nostra storia, nel quale le campagne -furono tormentate dalla guerra, le città -dalle rivoluzioni e dalle reazioni, gli ordini di -governo dall'anarchia. Preoccupato dalle cure -militari, che non gli lasciavano tregua, il generale -Bonaparte era impotente a reprimere le tirannie -dei demagoghi, o scesi dalle Alpi con lui, -o innalzatisi, sotto il suo patrocinio, dagli ambienti -locali più volgari e più avidi. Per più -<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span> -di tre anni, un popolo avvezzo ai Verri, ai Tanucci, -ai Bogino, a Pietro Leopoldo, a Clemente XIV, -si vide dominato o da commissarî francesi inetti -ad ogni opera che non fosse di spogliazione, o -da istrioni politici, cresciuti fra la taverna e il -tumulto, che quando non riuscivano a governare, -impedivano ogni governo di altri. Questa -era stata la conseguenza del dilagarsi delle truppe -repubblicane per tutto il territorio italiano; le -quali, abbattendo per necessità di difesa i governi -indigeni, dovevano compensare la scarsezza -del loro numero coi metodi del terrore e -coll'appoggio dato alle classi più indisciplinate -della popolazione. Senonchè questi metodi preparavano, -come sempre, reazioni egualmente -torbide. -</p> - -<p> -E lo si vide, allorchè, pochi mesi dopo, uscito -Bonaparte dall'Europa, e rifattasi la coalizione -contro la Francia, gli anarchici neri susseguirono -agli anarchici rossi. Allora si predicò l'ordine -collo stesso furore con cui s'era prima predicata -la democrazia. Il cardinal Ruffo e Fra Diavolo -saccheggiarono in nome del Re di Napoli, -il maresciallo Suwaroff saccheggiò in nome degli -Imperatori, il generale Lahoz saccheggiò in nome -del Papa, Branda Lucioni saccheggiò in nome -del Re di Sardegna; e la Toscana fu saccheggiata -dalle bande che gridavano: <i>viva Maria;</i> a -<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span> -capo delle quali entrò in Firenze, precorritrice -storica di Luisa Michel, una virago a cavallo, -Alessandrina Mari di Montevarchi. -</p> - -<p> -Prima che il secolo decimottavo seguisse i suoi -predecessori nel vortice della storia, anche queste -anarchie potevano dirsi in gran parte cessate. -Ma se, fra tante procelle, s'erano, a intervalli, -mantenute nei loro dominî le dinastie del -centro e del mezzogiorno d'Italia, più profondi -e durevoli mutamenti di Stato avevano avuto -luogo nella regione settentrionale, dove due fra -i più antichi e gloriosi governi della penisola -erano stati violentemente soppressi, per tradimento, -o, se la parola pare eccessiva, per insidia -delle nuove diplomazie. -</p> - -<p> -È inutile dire che alludo alla monarchia di -Savoja e alla repubblica di Venezia. Delle ipocrisie -che hanno avviluppato la prima fu sopratutti -responsabile il Direttorio francese; di quelle -a cui soccombette la seconda, spetta al generale -Bonaparte l'iniziativa e la responsabilità. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Dopo le prime battaglie di Montenotte e di -Millesimo, il governo sardo, vistosi impotente a -continuare le ostilità, s'era piegato ai consigli -pacifici del cardinale Costa, arcivescovo di Torino, -stipulando a Cherasco un armistizio, che -<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span> -fu poi convertito a Parigi in un formale trattato -di pace. -</p> - -<p> -Pareva che di quegli accordi il Direttorio dovesse -essere soddisfatto, poichè a nessuna condizione -onerosa il Piemonte s'era negato. Concedeva -libero il passo agli eserciti francesi, cedeva -la Savoia e Nizza, lasciava occupare le fortezze -di Ceva, Cuneo, Tortona e Alessandria, distruggeva -i forti alpini di Exilles, di Brunetta e di -Susa, chiudeva i suoi porti alle navi delle potenze -ostili alla Francia, riduceva l'esercito al -piede di pace. -</p> - -<p> -Malgrado ciò, non cessavano le pretese. Tardava -alla Francia l'assorbimento del regno. Sicchè, -dai confini della Lombardia, divenuta Repubblica -Cisalpina, entravano spesso elementi di -rivolta, che si aggiungevano alle cospirazioni -paesane. Viceversa, quando il governo sardo -reprimeva o puniva, era sempre dall'ambasciatore -francese che partiva la domanda o l'ingiunzione -di grazia. Così riusciva difficile il governare. -Meno di due anni dopo il trattato di Parigi, -il Direttorio volle un nuovo trattato, che chiamò -d'alleanza, e pel quale — s'intende — il Piemonte -doveva fornire uomini ed armi contro i -nemici della Francia, quali si fossero. Neanche -questo bastò. Verso la primavera del 1798 divenne -evidente che il Direttorio francese accampava -<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span> -contro il Piemonte le stesse ragioni che, -nella favola famosa, il lupo accampava contro -l'agnello. -</p> - -<p> -Due letterati di primo ordine si fecero complici -in questa turpe commedia: il Ginguené, ambasciatore -della Repubblica francese, e Leopoldo -Cicognara, inviato della Repubblica cisalpina. -Non vi fu sopruso, non vi fu inganno che fosse -risparmiato da questi due rappresentanti d'una -sleale politica. Carlo Emanuele IV cercava invano, -abbondando nelle concessioni, di stornare -dal suo capo una sorte immutabilmente decisa. -I due ambasciatori chiesero dapprima la consegna -della cittadella e l'ottennero; poi domandarono -si congedassero i ministri, e il Re non -volle; poi esigettero che si armassero dieci mila -uomini per combattere il re di Napoli, e furono -accordati; finalmente intimarono di consegnar -l'arsenale; e a sostegno di questa domanda le -truppe della Repubblica Ligure invadevano il -territorio dall'Apennino, mentre il generale Joubert -lo invadeva dal Ticino, e dalle alture di Superga -minacciava Torino. -</p> - -<p> -Carlo Emanuele IV non seppe rassegnarsi a -maggiori umiliazioni e con un manifesto del 9 dicembre -1798 abdicava nelle mani del generale, -futuro maresciallo, Clauzel. A questa risoluzione, -per la dignità del trono, lo aveva consigliato -<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span> -anche il suo ambasciatore a Parigi, Prospero -Balbo; il quale, conscio che una delle condizioni -dell'abdicazione doveva essere la sua prigionia, -andò spontaneamente a costituirsi nelle mani -delle autorità parigine. Le dinastie che hanno -secoli di fiera esistenza trovano qualche volta, -piuttosto nei periodi della sventura che in quelli -della fortuna, consiglieri di così alta devozione -e di così antica virtù. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Mentre queste cose accadevano intorno alle -alture dove comincia il Po, altre non meno dolorose -avevano luogo intorno alle lagune, dove -finisce. -</p> - -<p> -La Repubblica di Venezia era certamente -quello fra gli Stati italiani dove s'erano meno -pronunciate le alternative dello spirito pubblico. -Quasi democratiche fino al 1297, le istituzioni -del governo veneto erano divenute interamente -aristocratiche dopo la famosa riforma elettorale -del doge Gradenigo. La durata secolare di questo -regime aveva probabilmente sottratta la Repubblica -all'influenza di quelle cause che determinavano, -nel resto d'Italia, la decadenza intellettuale -e politica; ma le aveva anche impedito quel -ritorno di energie che in ogni regione del pensiero -aveva segnalato il settecento italiano. Un -<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span> -po' spossata dalle guerre del cinquecento e dalla -politica spendereccia e megalomane del doge -Francesco Foscari, Venezia s'era rannicchiata -ne' suoi commerci, limitandosi ad accentuare, -ogni secolo, le proprie tradizioni, mediante le -imprese marittime di Francesco Morosini o di -Angelo Emo. Nel complesso, l'antico suo genio -si veniva estinguendo, e l'immobilità sua non -le permetteva più di mantenere influenza su popoli -e su regimi, tutti affaccendati a muoversi, -a mutarsi, a perfezionarsi. Il patriziato aveva -conservato una certa attitudine ai grandi affari -politici; ma per reprimere novità ostili al suo -prestigio, non aveva cercato mai di educare il -popolo a vigorosi sentimenti, accontentandosi di -lasciargli ogni libertà nelle feste. Venezia era -diventata una grande oasi di gioia, a cui tutti -potevano accorrere e attingere. Però, su ogni -cosa che riguardasse affari e politica, posava la -diffidenza e il sospetto. Non se ne occupavano — e -in segreto — che i patrizi del Maggior Consiglio, -ai quali pareva che gli interessi conservatori -stessero unicamente nel chiudere sempre -le loro fila e i loro ordinamenti ad ogni alito -di migliorìe. Tanto che, nel 1780, avevano mandato -a domicilio coatto Giorgio Pisani, perchè -fattosi iniziatore di riforme nelle leggi costituzionali -della Repubblica. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span> -</p> - -<p> -Era in questa situazione morale e politica che -Venezia vedeva avvicinarsi alle sue contrade la -bufera rivoluzionaria scatenatasi dalla Francia. -</p> - -<p> -La questione non tardò ad imporsi alle deliberazioni -del Senato, nel quale, al principio -del 1793, ventilaronsi due partiti. Francesco Pesaro, -procuratore di San Marco, sostenne vigorosamente -la necessità di armarsi, pur proclamando -la neutralità. “Se Venezia non s'arma„ -esclamò egli con vivo presentimento dell'avvenire -“Venezia è perduta.... credete voi di poter -evitare la guerra, perchè ne avrete trascurati i -preparativi?... la perfidia non ha mai cercato -invano dei pretesti.... circondati d'armi da tutte -le parti, la spada sola può tracciarsi un cammino -verso la pace.„ Gli rispose un membro -del Consiglio dei Savj, Zaccaria Vallaresso, e il -suo discorso persuase fatalmente i patrizi ad -accogliere la politica della neutralità disarmata. -</p> - -<p> -Quel discorso era un tessuto di ipotesi, cucito -con abili frasi. La Francia aveva appena invaso -il territorio di Nizza e della Savoja. Si sarebbe -trovata di fronte a due potenze militari, il Piemonte -e l'Austria, che le avrebbero certamente -impedito di avanzarsi. D'altronde, lo stato interno -della Francia era troppo violento perchè -potesse durare; una reazione in senso monarchico -era imminente. Una volta armata, Venezia -<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span> -avrebbe reso più intensi gli sforzi delle potenze -belligeranti, per avvincerla a sè; non avrebbe -potuto sottrarsi alla seduzione di stare cogli uni -o cogli altri; sarebbe troppo deplorabile la condizione -umana se, quando la guerra scoppia sopra -un punto del globo, il mondo intero dovesse -correre alle armi.... si deve qualche cosa all'umanità, -all'innocenza, alla giustizia.... e via dicendo. -</p> - -<p> -Sofismi; ma sofismi atti a far breccia in animi -fiacchi; ed era fiacca pur troppo l'assemblea innanzi -a cui venivano pronunciati; era fiacco -l'ambiente in mezzo a cui quell'assemblea deliberava; -era fiacco il principe, a cui dovevano -metter capo quelle responsabilità, l'ultimo Doge -eletto nel 1789, Lodovico Manin. -</p> - -<p> -Così s'erano disegnati in Venezia i tre capi -delle frazioni politiche, destinate a seppellire, -colle loro discordie, la secolare Repubblica: Giorgio -Pisani, vessillifero delle idee popolari e riformatrici; -Francesco Pesaro, interprete dell'antica -energia conservatrice e previdente; Zaccaria -Vallaresso, oratore dei retori, dei gaudenti, degli -spensierati. -</p> - -<p> -Era appena presa questa infausta decisione -che i sintomi del pericolo romoreggiavano sul -capo della Repubblica. -</p> - -<p> -Il Querini da Parigi e il Grimani da Vienna -avvertivano delle proposte già fatte dal Direttorio -<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span> -francese al governo austriaco, per la cessione -a quest'ultimo di alcune provincie venete -di terra ferma. L'agnello offriva il suo collo; -diventava facile sgozzarlo, o almeno tosarlo. Cominciata -la campagna del 1796, il Senato veneto -lasciò sfuggirsi un'altra occasione di riparare -alla sua colpevole imprevidenza. E l'occasione — singolare -presagio dei tempi — gli veniva -proprio da quella potenza che, settant'anni dopo, -vincendo a Sadowa, avrebbe rotto per Venezia -il fatale destino di Campoformio. Il barone di -Hardenberg, primo ministro del re di Prussia, -faceva dire all'ambasciatore veneziano in Parigi -che se Venezia avesse voluto allearsi colla Prussia, -colla quale nessun conflitto d'interessi era -possibile, “la Prussia si sarebbe opposta con efficacia -agli ambiziosi disegni dell'Austria ed -avrebbe garantita l'integrità del territorio veneto.„ -</p> - -<p> -La fatalità trascinava il Governo repubblicano, -ostinato a cercare la salute in quell'isolamento -che non era indipendenza. -</p> - -<p> -E intanto erano avvenute le prime battaglie -del 1796, e la guerra s'avvicinava, indietreggiando, -alle provincie di terra ferma. Il generale -Bonaparte, più esigente del suo Direttorio, -credette scorgere nel contegno della Repubblica -una diffidenza verso il genio della vittoria ch'egli -<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span> -personificava, e fermò nella profonda mente il -disegno di sopprimerne la secolare esistenza. -Non lo nascose uno de' suoi intimi, il colonnello -Beaupoil, il quale diceva, fin da Verona, che -“quatorze siècles d'existence devaient suffire à -la république„. -</p> - -<p> -I pretesti cominciarono per la presenza sul -territorio veneto del conte di Lilla, chè tal nome -aveva preso nell'emigrazione il pretendente al -trono di Francia, il futuro Luigi XVIII. In onta -alle sue antiche tradizioni d'asilo, Venezia dovette -sacrificare l'esule ai reclami del Direttorio -e alle intimazioni del suo generale. -</p> - -<p> -Poi, sopravvennero subito le difficoltà pratiche -della neutralità disarmata. Impotente a respingere -così i vinti come i vincitori, la Repubblica -non potè negare il passaggio alle truppe austriache, -nella loro ritirata verso il Tirolo. Bonaparte, -irritato, fece subito occupare Brescia, poi Bergamo; -il generale austriaco, per rappresaglia, -pose guarnigione a Peschiera; Bonaparte rispose, -impadronendosi di Verona. Il Senato veneto strepitava, -il Querini reclamava a Parigi, il provveditor -Foscarini si presentava al quartier generale -dell'esercito francese. Ma ormai tutta la -guerra si faceva sul territorio veneto, ne ed era -possibile deviarla; Bonaparte rispondeva al Foscarini -in tono altezzoso e coll'offerta ironica di -<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span> -mandare le sue truppe a difendere la libertà di -Venezia; il Direttorio faceva offrire al Doge un -trattato d'alleanza che, in tali condizioni, assumeva -l'aspetto d'un trattato di servitù; e negli -intimi colloqui il patrizio Querini si sentiva proporre -dagli affaristi del Direttorio, che con cinque -milioni dati per le spese di guerra e settecento -mila lire sborsate al direttore Barras, si sarebbero -potuti ottenere dal governo francese dei -dispacci che fermassero il generale Bonaparte -ne' suoi disegni di distruzione. -</p> - -<p> -Le tratte per settecento mila lire furono effettivamente -consegnate; e il Barras non ebbe -pudore a presentarle per lo sconto al banco Pallavicini -di Genova. Ma il generale Bonaparte -s'era già posto colle sue vittorie in una situazione -personale, che gli permetteva di non ricevere -ordini da nessuno. Il suo proposito circa -Venezia era implacabile; egli voleva finire una -guerra, dalla quale ormai aveva tratto tutta la -gloria che gli occorreva; coi territori di quella -Repubblica avrebbe ammansato l'Austria, non -mai esausta di forze e di eserciti. Per giungere -allo scopo suo, non esitò ad entrare per le vie -sdrucciole dell'insidia e della ipocrisia. I suoi -emissari politici fecero lega coi più torbidi elementi -del partito popolare, che in Venezia metteva -capo al Pisani, in Brescia ai fratelli Lechi. -<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span> -Ben presto una sorda agitazione invade le popolazioni -delle città e delle campagne appartenenti -alla Repubblica. Brescia, Bergamo, Crema -insorgono contro il dominio veneto e sono manifestamente -appoggiate dai comandanti francesi. -Questo primo successo incoraggia a proseguire -nella via, e tutti gli sforzi s'acuiscono intorno -a Verona, la città principale dei dominii di terraferma. -</p> - -<p> -Qui tutto diventa odioso, sleale e tragico. Era -capo dell'ufficio militare francese d'informazioni -un Landrieux, colonnello degli ussari. Uomo -senza scrupoli e deciso a servire occultamente -tutti i partiti dell'epoca, uno dopo l'altro e gli -uni contro gli altri, s'accontò con un vecchio -stromento della demagogia parigina, Carlo Salvador, -milanese rinnegato e disonorato, di cui -Bonaparte si serviva per ogni mandato. Insieme -complottarono un documento falso, e fu un proclama -del provveditore Battaglia, nel quale, annunciandosi -immaginarie sconfitte dei Francesi -nel Friuli e nel Tirolo, s'eccitavano i fedeli sudditi -della Repubblica, e sopratutto le classi rurali, -a reprimere l'insolenza dei rivoltosi, scacciandoli -da Bergamo e da Brescia, dove s'erano -annidati. -</p> - -<p> -Fu questa, in mezzo alla tensione naturale -degli animi, la causa prima delle famose <i>Pasque -<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span> -veronesi</i>, e poco mancò non tornasse a danno irreparabile -dei provocatori. Invano protestò il -Battaglia contro l'apocrifa pubblicazione e protestarono -i governanti veneti, presso il Direttorio -e presso il Quartier generale. L'impulsione era -data; le smentite sono in ogni tempo meno -autorevoli delle calunnie; la provocazione alla -guerra civile ottenne l'effetto suo. -</p> - -<p> -Il 17 aprile 1797 Verona fu piena d'armi, d'odii -e di stragi. Ad una rissa fra militari veneziani -e militari francesi, il generale Balland credette -opportuno por fine, cannoneggiando dai forti. La -popolazione si credette assalita e reagì. Dove si -trovò in minor numero, fu sopraffatta dalle milizie; -dove prevalse, non risparmiò nè vivi, nè -ammalati, nè donne. Non bastava la morte, vi -si aggiunsero i tormenti. Per cinque giorni durarono -le stragi per parte dei popolani e dei -contadini, le bombe e l'incendio per parte dei -francesi, agglomerati nei forti. Al sesto, venuta -meno quasi la materia prima ai furori, poterono -pronunciarsi parole di pace. Parecchi patrizi veronesi, -il conte Nogarola fra gli altri, avevano -raccolto e nascosto in casa loro cittadini ed ufficiali -francesi, cercati a morte. I provveditori -veneti, Giustiniani, Erizzo e Giovanelli, che da -un pezzo avevano richiamata l'attenzione sullo -stato degli animi e sulle mene dei cospiratori -<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span> -franco-italiani, si raccolsero a consiglio coi generali -francesi; ma ebbero presto ad accorgersi -che in questi nessuna idea di temperanza poteva -penetrare. Il linguaggio era brutale, le esigenze -innumerevoli, evidente il desiderio di trarre dal -dramma veronese pretesto a maggiori complicazioni. -Verona dovette arrendersi a discrezione, -e i provveditori furono rimandati a Venezia. -</p> - -<p> -Ma su Venezia intanto scoppiava l'ira del -Giove tonante. -</p> - -<p> -Le sorti della guerra avevano portato il generale -Bonaparte sulle alture del Semmering, -d'onde l'istinto audace gli faceva già intravedere -l'occupazione di Vienna. -</p> - -<p> -Però tra l'audacia e il successo, nel cervello -del futuro Cesare v'era ancor posto pel ragionamento. -Anzi, pei ragionamenti; poichè, nel -momento attuale, erano due e combaciavano fra -loro. Vincere un'altra battaglia pareva ancora -possibile, forse era facile; ma non era esclusa -la possibilità di perderla, e la perdita, in quelle -condizioni, bastava ad annullare tutta la gloria -e tutti i vantaggi ottenuti. A misura che si allungava -su Vienna, l'esercito francese, così lontano -dalle sue basi, naturalmente s'indeboliva; -mentre intorno alla gran capitale, l'arciduca -Carlo avrebbe trovato forze e mezzi di resistenza -e di attacco sempre maggiori. Non si poteva -<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span> -giurare che una sola vittoria avrebbe ancora -stesa l'Austria ai piedi del vincitore; si poteva -giurare che una sola sconfitta avrebbe costretto -il generale Bonaparte a rifare in fuga precipitosa -quel cammino fino allora seminato di così -rapide audacie. -</p> - -<p> -D'altra parte, obbligando l'arciduca Carlo, non -timido avversario, a concentrare tutte le forze -militari del suo paese per difendere da un colpo -di mano la capitale della monarchia, Bonaparte -avrebbe resa più facile una ripresa offensiva dell'esercito -del Reno, che il generale Moreau guidava -con minore impeto, ma con eguale tenacia, -contro i nemici della Francia repubblicana. V'era -a prevedere il caso che i due eserciti entrassero -contemporaneamente in Vienna e che i due generali -ne avessero eguale onore. Ora, ciò non secondava -i disegni del generale Bonaparte, che già si -sentiva il primo nel suo paese e non avrebbe voluto -dividere con nessuno, meno che mai — e lo -provarono gli eventi successivi — col generale -Moreau, la dittatura che già volgeva nell'animo. -</p> - -<p> -Sicchè la pace — una pace gloriosa, dopo una -guerra che non l'era meno — avrebbe posto -fine alle due preoccupazioni che lo agitavano, e -avrebbe mantenuta intorno al solo suo capo la -doppia aureola del vincitore e del pacificatore -dell'Europa. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span> -</p> - -<p> -Fu per queste considerazioni, tradite già dai -documenti dell'epoca, e ormai riconosciute da -tutti gli storici, che il generale Bonaparte si decise -a scrivere all'arciduca Carlo una lettera famosa -per la sua moderazione pacifica e a trattare -nel tempo stesso Venezia con modi altrettanto -famosi per la loro esagerata violenza. Dopo -i fatti di Bergamo, di Brescia e di Salò, aveva -mandato a Venezia il generale Junot, minacciando -il Doge e gli ottimati di aperta guerra; -dopo i fatti di Verona, accolse burbero gli inviati -del Senato, e scrisse a Pesaro: “io sarò -un Attila per Venezia.„ -</p> - -<p> -E Attila fu; non nel senso della devastazione -materiale, ma nel senso della distruzione politica. -</p> - -<p> -Invano riceveva istruzioni dal Direttorio, e -dal suo ministro degli Affari Esteri, Talleyrand, -di non permettere dominio austriaco sopra nessuna -parte di territorio italiano. Egli era già -abbastanza forte da fare una politica che non -fosse quella del suo governo, e voleva stupire -il mondo col suo amor della pace, dopo averlo -meravigliato colla sua rapidità nella guerra. -</p> - -<p> -Così si venne ai preliminari di Leoben, che -cominciavano a sbranare la Repubblica di Venezia, -dando all'Austria tre quarti delle sue -provincie di terraferma. Era però serbata ad -un piccolo villaggio posto fra Udine e Passeriano, -<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span> -questa gloria d'Erostrato, di consumare il sacrificio -del più antico Stato indipendente che esistesse -in Europa. Da Leoben a Campoformio le -trattative furono ancora molte, ma l'implacabile -disegno di Bonaparte trionfò d'ogni esitazione; -e poichè i plenipotenziarii austriaci stavano sul -tirato, egli ruppe loro sul viso un candelabro, -per dimostrare la superiorità della sua diplomazia. -</p> - -<p> -Convinti da questo argomento, i plenipotenziari -firmarono il trattato di Campoformio, mediante -il quale l'Austria acconsentiva a lasciare -estendersi la Cisalpina fino alla riva dell'Adige, -e otteneva in cambio il cadavere vivo della Repubblica -di Venezia. -</p> - -<p> -È doloroso dover dire che nessuna grande inspirazione -di virtù o di valore eruppe allora -dagli ultimi consigli della morente Repubblica. -Il Vallaresso e i suoi colleghi si ostinarono fino -all'ultimo giorno nella loro politica di rassegnazione -agli eventi; il generale Condulmer affermava -l'impossibilità di difendere la laguna; Lodovico -Manin si rammaricava di non poter neanche -dormire la notte nel proprio letto. Tanto -era diverso da un successivo Manin l'animo e -l'ingegno dell'ultimo Doge della Repubblica! -</p> - -<p> -Il 16 maggio 1797 il Senato faceva annunciare -che il Governo cedeva i suoi poteri al Municipio. -<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span> -E il giorno dopo, il generale Baraguay-d'Hilliers -occupava con quattromila francesi la piazza di -San Marco. Erano i primi soldati stranieri che -da quattordici secoli Venezia avesse veduti! -</p> - -<p> -Questa fu l'opera del generale Bonaparte; che -iniziava così quella politica di disprezzo delle -nazioni e di mercato di popoli, a cui ubbidì in -tutto il corso della sua meravigliosa dominazione. -</p> - -<p> -So che la leggenda napoleonica trova degli -evocatori anche in Italia, e degli evocatori dominati -da simpatia. A questi io non posso unirmi. -Ammiro il genio dell'uomo, come si ammira un -vulcano in eruzione. Ma non posso avere nessuna -simpatia pel despota, che, avendo nelle -sue mani l'Italia, ha venduto la Repubblica di -Venezia e ha fatto di Roma un dipartimento -francese. -</p> - -<p> -Non sempre dalle pagine storiche si possono -trarre delle formole educative. Questa volta, -penso, si può. -</p> - -<p> -Il secolo nostro vedeva, al suo cominciare, -radiati dalla carta politica dell'Italia due Stati, -una repubblica e un principato. Settant'anni -dopo, quella repubblica appariva, negli animi, -più morta che mai; quel principato era divenuto, -per affetto di popoli e per virtù di casi, il regno -d'Italia. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span> -</p> - -<p> -Vuol dire, se non erro, che dalle catastrofi -difficilmente risorgono i governi, quando ubbidiscono -soltanto ad un programma cieco ed egoista -di conservazione, come quello che prevaleva -negli ultimi tempi della Repubblica di Venezia. -Vuol dire che, malgrado le catastrofi, hanno avvenire -splendido e sicuro quegli Stati, quei governi, -quelle dinastie, che fondano il loro diritto -di conservazione sopra un ideale, sia di completamenti -nazionali, sia di progressi morali. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span> -</p> - -<h2 id="medici">I MEDICI GRANDUCHI</h2> - -<p class="center"> -CONFERENZA -</p> - -<p class="center"> -DI -</p> - -<p class="center"> -<span class="smcap">Isidoro Del Lungo</span>. -</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span> -</p> - -<h3>I.</h3> - -<p> -Il pugnale di Lorenzino de' Medici, il cui sinistro -bagliore rompeva la penombra lusingatrice -all'ultima fra le turpi notti del ducale cugino -Alessandro, non poteva rendere la libertà -a Firenze. Quel giovinastro malinconico e motteggiatore -sognava, così almeno lasciò scritto -in pagine di frase eloquente, e come del resto -gli altri regicidi di quella età paganeggiante, sognava -Bruto e l'opera sua: ma la voce di Bruto -è ascoltata ed efficace, quando si leva presso al -cadavere d'una sposa intemerata, non voluta sopravvivere -a sè medesima, frementi attorno cittadini -che nella violazione del sacrario domestico -sentono offesa la santità della convivenza -civile; si disperde e muore sulla pianura scellerata -di Filippi, quando, divenuta nome vano la -<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span> -virtù, il grido di libertà non è più l'eco della -coscienza cittadina, e l'amor della patria non -arma che il braccio d'un gruppo di congiurati. -E poi, Lorenzino non era un Bruto autentico. -Rampollato da uno de' minori rami Medicei, del -quale accoglieva in sè l'ultimo fiato e le mancate -ambizioni, aveva rimuginati nell'animo culto -e pervertito quei medesimi elementi del classico -Rinascimento, in mezzo alla cui acre fermentazione -si era trasformata la Firenze repubblicana; -e come pel ramo dominante, si venne in Cosimo -vecchio, nel magnifico Lorenzo, in Lorenzo duca -d'Urbino, elaborando il Cesare liberticida, così -in questo diseredato, alle fattezze sue vere, che -erano di un Medici inviso a Medici e invidente, -si era sovrapposta la larva, non altro che la -larva, di Bruto. Quando poi, spinta da cotesto -uomo, giunse l'ora, Firenze, che non aveva più -popolo dal giorno in cui l'Impero e la Chiesa -le ebber dato un Senato, Firenze, da quei senatori — uno -de' quali si chiamava pur troppo -Francesco Guicciardini, il Tacito mancato alla -storia della destinata servitù — avea docilmente -ricevuto in un giovinetto di diciotto anni il suo -Cesare. -</p> - -<p> -Cesare, il duca Cosimo, per modo di dire; -ma veramente, un proconsolo del vero Cesare -ispano-austriaco, alle cui mani diventava cosa -<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span> -l'utopia romana medievale del Santo Impero. -All'ombra di questo, i Signori insediatisi per -vario modo sulle rovine del Comune, esercitavano, -vicarî coronati, un principato, che, illegittimo -d'origine, perchè nato di violenza o di frode -contro le libertà popolari, riceveva degna sanzione -nella investitura segnata dalla mano di -un monarca, che di romano e d'italico non aveva -se non il nome, poichè nel fatto era il continuatore -della oppressione barbarica sul gentil sangue -latino. -</p> - -<p> -Se non che i principati paesani, qualunque -essi si fossero, ebbero questo di buono: che salvarono -le rispettive regioni italiche dal giogo -obbrobrioso dei Vicerè, sotto il quale Milano e -Napoli, Sicilia e Sardegna, patirono sulla viva -carne il solco profondo e sanguinoso della servitù -straniera. Chiamiamoli pure proconsolati; -ma codesta loro condizione ne assicurava l'esistenza, -ai termini di quel diritto pubblico imperiale, -che, dalla Dieta di Roncaglia per la bolla -d'oro di Carlo IV sino alla prammatica sanzione -di Carlo VI, sovrastò, senza del resto poterlo -dominare, allo svolgimento politico di quasi sei -secoli della vita civile italiana; mentre nell'esercizio -effettivo della sovranità, nelle relazioni coi -cittadini divenuti suo popolo, il principe poteva, -se volesse, e tanto quanto volesse, rimanere cittadino. -<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span> -Il che ai Medici era fatto poi quasi naturale -dalle tradizioni del tutto cittadinesche -della loro ambizione e grandezza: originata dal -lavoro dei commerci fortunati; e solidatasi genialmente -col favore e la cooperazione alle manifestazioni -dell'ingegno; sempre, dunque, in termini -di civile convivenza, o, come con bella parola -nel Quattro e Cinquecento dicevasi, di civiltà; -che la fortuna del triregno (con Leone e -Clemente) aveva non altro che amplificati. Ben -diversi dai Gonzaga o dagli Este, venuti su di -sangue feudale, e mediante l'abuso violento, mercanteggiato -con l'Impero, dei magistrati municipali; -ben diversi dai Farnesi, creature papali -avventizie; i Medici, se la usurpazione, sia violenta, -sia artificiosa, della comune libertà, potesse -essere legittimata mai, avrebbero avuto al -principato titoli legittimi; ne avevano certamente -di gloriosi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span> -</p> - -<h3>II.</h3> - -<p> -Tale eredità raccoglieva Cosimo duca: bensì -non come successione pacifica; non come il magnifico -Lorenzo potè sognare, se la vita gli fosse -bastata, di trasmettere quella sua indefinita, non -però meno effettiva, autorità ai suoi discendenti; -invece, una successione viziata di tante eccezioni, -quante venivano ad essere inchiuse in quest'ordine -di fatti: la cacciata del 1494 e successivi -diciotto anni di governo popolare, la restaurazione -del 1512 violenta, la cacciata ultima del 27, -l'assedio, la permanente ribellione dei fuorusciti, -fra' quali ora riparava festeggiato l'uccisore del -tiranno. Ma questo Cosimo giovinetto aveva avuto -per padre Giovanni, il prode capitano delle Bande -Nere, che la milizia italiana rimpiangeva tuttora; -e per madre ed educatrice quella valente Maria -Salviati, che accoglieva nell'animo, congiunti in -salda tempera, gli spiriti di una popolana baldanzosa -e d'una imperiosa matrona; degna e -caratteristica madre di quello fra i Medici, sul -capo del quale la popolare supremazia della predestinata -famiglia doveva divenire principato e -fregiarsi della corona granducale. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span> -</p> - -<p> -I sette coronati che per due secoli appunto, -dal 1537 al 1737, ressero la signoria di Firenze -e del dominio; — presto, alle mani del duca Cosimo, -accresciutosi di Siena ultima ròcca di libertà -popolare; — formano, nella storia dei principati -italiani, un gruppo che ha suoi peculiari -caratteri e degni di nota. Non è una dinastia, -che impostasi o imposta a un paese, lo governa -o sgoverna, lo prospera o lo sfrutta, rimanendo -essa una cosa (buona che si voglia chiamare o -cattiva), e quel paese, pel quale essa passa, essendone -un'altra. E nemmeno si può poi dire, -che a fare essere i Fiorentini e i Toscani ciò -che in codesti due secoli furono, quei sette granduchi -operassero neanche la metà di quello che -a dirizzare pel loro proprio verso la Firenze del -secolo XV operarono il vecchio Cosimo ed il -magnifico Lorenzo. No; la dinastia granducale -Medicea è una cooperatrice familiare e compagnevole -della cittadinanza fiorentina e toscana, -ormai tranquillata e ferma nella servitù; signoria -assoluta, dispotica anzi, ma non propriamente -tirannica, la quale, senza nè spingere nè trattenere, -procede di conserva con la società nuova -che si è formata intorno a lei, e che tanto è -diversa da quella che fu popolo, quanto cotesti -granduchi dai loro avi, che in quel popolo furono -tutto fuori che principi. Solamente può -<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span> -dirsi, e si deve, che la signoria assoluta nella -quale si è trasformata la supremazia medicea, -come impedisce le feconde iniziative fuori del -chiuso campo nel quale uno solo è il padrone, -come soffoca le reazioni generose contro l'arbitrio -di lui, come ammortisce l'espansione dei -sentimenti e delle volontà, che opererebbero chi -sa su quale altra linea, verso quali altri obietti; -come aduggia delle ombre sue, siano pur protettrici, -la pianta della scienza sperimentale, che, -maturata dai tempi, fiorisce ormai e vigoreggia -sul buon terreno fiorentino; così con più maligna -efficacia, che non potesse mai sugli animi -de' liberi cittadini la politica liberticida de' Medici -avanti il principato, influisce nel carattere -dei sudditi i vizi o le deficienze che accompagnano -e affrettano il logoramento fatale di quella -stirpe. In tal modo il secolo XVIII riceverà, per -le nuove sorti che la politica europea ha ordito -alle regioni italiche, una Firenze e una Toscana, -sulle quali alita sì la grande tradizione del pensiero -e dell'arte da Dante al Machiavelli, da Michelangelo -a Galileo; e sorvola alle effimere corruzioni, -spirito immortale e verbo di nazione, la -lingua; ma nel carattere e nel sentimento, nell'abito -del vivere e nelle istituzioni, han filtrato -e si son diffuse, la debolezza o l'insufficienza di -Cosimo II e di Ferdinando II, la bigotteria testarda -<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span> -di Cosimo III, la scettica dissolutezza di -Gian Gastone. L'età virile del granducato Mediceo, -durata settantadue anni in Cosimo I e nei -suoi due figliuoli, Francesco erede dei vizi paterni -e Ferdinando I delle virtù; età, nel cui -corso alcun che della Firenze repubblicana sopravviveva -se non altro nella memoria di chi ci -aveva vissuto; quella età è ormai consumata -ne' suoi effetti, e moralmente quasi prescritta, -lungo i centoventott'anni degli altri quattro -principati. -</p> - -<h3>III.</h3> - -<p> -Cosimo I assume giovinetto il potere, calcando -le superstiti resistenze repubblicane, e l'ambizione, -a quelle alleata, della ultima famiglia di -emuli contro la supremazia medicea, gli Strozzi. -Legato di necessità alla fortuna di Spagna, vuole -e sa avere, pur sotto quegli auspicî, una politica -propria, che gli consente i vantaggi della -protezione imperiale, riserbandogli sufficiente libertà -di atti, rispetto agli altri Stati d'Italia, alla -Francia, alla Chiesa. Vendicata in Lorenzino la -strage del duca Alessandro, e in Filippo Strozzi -<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span> -(comunque e' finisse) la resistenza armata al -proprio insediamento, volge attorno, con sicurezza -di vecchio signore, di sovrano nato, lo -sguardo: e mentre prosegue (con tutti i mezzi, -nessuno eccettuato, leggi, forca, pugnale) la depressione -e la dispersione de' ribelli, che, sotto -quel flagello incessante, non si raccozzeranno -mai più; mentre difende la novella sua porpora -ducale dalle gelosie delle antiche prosapie principesche -d'Italia, e contro l'ardito generoso tentativo -dell'ultimo, nell'Italia medievale, idealista -di libertà Francesco Burlamacchi; Cosimo ha, -fin da principio, chiaro dinanzi a sè il suo intento, -e verso quello mira con perseverante sagacia, -risolutezza e, quand'occorra, violenza: e -l'intento suo è la formazione d'uno stato che -abbracci tutta intera la Toscana. Da Montemurlo -a Scannagallo, questa tenace sua volontà trionfa -col soggiogamento della vigorosa Repubblica sopravvissuta -alla fiorentina, pel quale gli è consentito -di scrivere sul granito della colonna di -Santa Trinita “Cosimo de' Medici duca di Firenze -e di Siena„: la volontà di Cosimo, prima -e dopo di quella vittoria, si afferma, a benefizio -del paese e afforzamento del principato, mediante -i provvedimenti agrari migliorativi specialmente -del Valdarno pisano e della Valdichiana; si afferma -con la difesa del litorale infestato dai Barbareschi, -<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span> -contro i quali la istituzione della milizia -di Santo Stefano durerà non senza gloria -della nazione; con gli stessi forzati pazientamenti, -si afferma, verso la Spagna. Lo stato -spagnuolo dei Presidî, nella Maremma senese, è -limitato, per ventura d'Italia, dall'assodata potenza -(che la Corsica, destinata a disitalianarsi -per colpa d'una italiana repubblica, invoca quasi -presaga) dalla potenza di questo duca italiano. -Non molto dissimile che con l'Impero, fu l'atteggiamento -suo con la Chiesa: della quale secondava -le gagliarde resistenze alla libertà religiosa, -accettando in Firenze i Gesuiti; favorendovi -l'Inquisizione, e vilmente gratificandola del -capo di Piero Carnesecchi; sovvenendo le sanguinarie -guerre di religione in Francia, anche -per destreggiarsi con Caterina che sul trono -cristianissimo aveva portato i rancori suoi di -Medici, ultima del maggior ramo, contro lui Cosimo -sopravvenuto e sormontato del ramo cadetto: — ma -tuttociò, senza ch'egli disertasse la -difesa delle civili giurisdizioni contro le usurpatrici -improntitudini del fòro ecclesiastico, e conservando -quella indipendenza statuale ch'era stata -pe' secoli tradizione della guelfa repubblica. Fu -vittoria di questa sua politica, audace a un tempo -e prudente, il serto di granduca di Toscana che -a cinquantun anno, soli quattro prima che morisse, -<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span> -coronò per mano del Papa, con mala contentezza -dell'Impero e dei principi italiani, le -ambizioni di questo che solo fra essi tutti, in -quanto fondatori di nuovo stato, poteva vantarsi -di aver saputo applicare, sebbene per fini del -tutto personali e dinastici, le sinistre teorie, a -ben più alta meta rivolte, di Niccolò Machiavelli. -</p> - -<p> -Coerentemente a questa sua azione verso il -di fuori, l'amministrazione dello Stato fece egli -servire al concetto di afforzarlo anche internamente -e guarentirlo da pericoli di turbamento. -Perciò represse i maleficî con fiere leggi; aiutò -i commerci nei quali egli stesso continuò, da -buon Medici, a trafficare con somme ingenti; -ordinò, quanto meglio consentivano i tempi, l'economia -pubblica, non senza aiutarne i provvedimenti -con le ispirazioni della carità. Nel favorire -gli studî, non pure rinnovò l'antica liberalità -medicea, ma consentì libertà di pensieri e -di giudizi maggiore assai che non avrebbe tollerata -nei fatti. L'Accademia Fiorentina, che, -quasi rinfocolando i platonici entusiasmi del Rinascimento, -denominò sacra; l'Accademia del -Disegno, il cui sorgere s'irradiò degli splendori -del divino Michelangelo; la biblioteca Medicea -Laurenziana; lo Studio di Pisa; sentirono il benefizio -dell'opera sua. Palazzi, ville, loggie, colonne, -statue, il fabbricato degli Ufizi superbo -<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span> -di greca toscanità, furono sotto gli occhi del -popolo il duraturo ricordo e l'auspicio della signoria -novella. Ma di questa signoria il monumento -più solenne, e pieno di ammonitrice severità -e di epica grandezza, addivenne il palagio -che d'allora in poi, cessatagli la perpetua giovinezza -della libertà, s'incominciò a chiamare il -Palazzo Vecchio; il palagio, che da sede del magistrato -popolare artigiano, diventava il Palazzo -del Duca, e i suoi veroni giardino pensile della -duchessa spagnuola, e calate dalla torre le campane -che avevano per secoli risonata la voce -del popolo, e le pareti del salone memore di -fra Girolamo istoriate delle guerre asservitrici -di Pisa e di Siena, e ai lati della porta fiammeggiante -nel nome di Cristo re profanate le -virili idealità del David michelangiolesco con -l'appaiarle all'eroismo brutale del grosso iddio -Ercole. Poco appresso, sulla verde pendice che -sovrasta all'oltrarno, sorgeva, vagheggiata dalla -duchessa, sorgeva nel palagio di altri emuli vinti -già da tempo, e si distendeva pei viali ariosteschi -di Boboli, la vera e propria reggia fiorentina, -che Cosimo mediante l'aereo corridoio da Pitti -agli Ufizi congiungeva col Palazzo del Duca; -nel modo stesso che altrove un despota feudale -avrebbe, con qualche via sotterranea irta di orridi -agguati, comunicato il proprio covo con la -<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span> -ròcca delle sue masnade: ma in Firenze quel -corridoio valicante l'Arno, finiva, in volger breve -di tempo e per quando duchi e granduchi sarebber -trapassati alla storia, con l'aver congiunte -due reggie dell'arte, e fatto un solo tesoro della -più splendida galleria che vanti il mondo civile. -</p> - -<p> -Nella vita privata e domestica, unì Cosimo -quella che ormai pel secolo cortigiano era repubblicana -rozzezza, con le qualità buone o -tristi di principe assoluto. Armatore e carezzatore -di sicarî, non si tenne dal farsi omicida egli -stesso. E invero, la vita degli uomini, o strumenti -o vittime ch'e' se li assegnasse, fu a lui -meno che nulla: nel che pur troppo quella rozzezza -di medio evo agevolmente si conciliava -con la ferocia, più o meno dissimulata, che l'istinto -della conservazione e i clericali sofismi del -diritto divino connaturavano alle tirannidi dinastiche. -Dalla Eleonora di Toledo che, data a -lui dalla Spagna, molto conferì a improntare di -spagnuolo la novella corte, ebbe figliolanza, salvo -uno, Ferdinando granduca, tutti, quanti essi furono, -di tragiche sorti: Maria, morta giovinetta -non si sa se d'amore o di veleno; Isabella Orsini -e Lucrezia d'Este, la prima certamente uccisa -dal marito; Garzia e Giovanni, mancati di -precipitosa morte insieme con essa la madre; Pietro, -perdutissimo uomo, più scherano che principe, -<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span> -assassino dell'altra Eleonora di Toledo che -fu moglie sua sciagurata; Francesco successore, -mal vissuto e finito in turpe abbandono di sè -a grossolani abusi: per non dire degli altri due -figliuoli che Cosimo ebbe, Giovanni (uomo di venturosa -vita) da una Albizzi, e Virginia (che andò -sposa, e vittima a un altro Estense) dal secondo -senile matrimonio con una Martelli. -</p> - -<p> -La figura di Cosimo esce da que' suoi trentasette -anni di regno, luminosa di carattere, di -genio politico, d'una forte, profonda, imperturbata -coscienza di quanto egli principe doveva a -sè e al paese ch'egli in sè impersonava: tenebrosa -di propositi inflessibili, di bieche violente -passioni, il cui impeto pure gli concedeva una -feroce apatia al bene ed al male. Uomo terribile -al fare; e a ciò che di fare si prefiggeva, e quasi -si decretava, subordinatore di tutti i sentimenti, -di tutti i principî, di tutti i doveri. “Ho fiducia -(diceva) in Dio e nelle mie mani„: nella quale -specie di complicità fra coteste mani ducali e -quelle sante di Domeneddio si potrebbe, anche -essendo teologi molto indulgenti, osservare qualche -cosa. Forse ne' tempi da lui vissuti, per -riuscire a quel ch'egli riuscì, non si poteva essere -diversi da quel ch'egli fu. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span> -</p> - -<h3>IV.</h3> - -<p> -Se diremo, che pel capo di Francesco la corona -della Toscana trapassò da Cosimo al successore -suo vero Ferdinando, avremo giudicato, -in confronto del padre e del fratello, quel secondo -granduca, degno allievo di corte iberica, -duro ad ogni buona cosa, ad ogni cattiva mollissimo, -il dammeno di tutto il principato mediceo, -e che quasi in tutti gli atti della sua vita -si mostrò men che principe e men che uomo: -cosicchè ne' suoi tredici anni di regno, dal 1574 -all'87, anche quello di buono, a che pose mano, -gli si sviava nel male. Il che addimostrò egli nel -resistere, ma con effetti disordinati e manchevoli, -alle pretese giurisdizionali della Curia di Roma; -e nel curare la prosperità economica dello Stato, -ma con leggi proibitive, tanto più condannabili -in quanto poi vantaggiavano nel suo privato i -commerci da lui esercitati con avidità più che -di mercatante; e nel favorire le arti, che si -adornarono delle opere del Buontalenti, dell'Ammannato, -di Gianbologna, del Bronzino, del Poccetti, -spesso però con intenti subordinati al vacuo -<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span> -fasto cortigianesco; e nel mostrarsi non alieno -dalle lettere, ma alla protezione verso la Crusca -frammettendo il favore per le censure o piuttosto -fiorentine vendette del cavaliere Salviati -in odio a Torquato Tasso; e appassionandosi per -le scienze naturali, ma col perdersi dietro alle -vanità, e alle stolte cupidigie dell'alchimia. L'atto -suo più efficacemente regio fu forse l'aver proseguito, -come poi anche il successore Ferdinando, -l'incremento del porto e città di Livorno: e l'atto -più sciagurato, la tresca, mescolata a bestiali -stravizî e saldata dall'assassinio del marito, la -tresca con Bianca Cappello; per la quale fu intronato -il malcostume e lo scandalo che serpeggiavano -per entro tutta la famiglia, e quasi, a -maniera mussulmana, convertita la reggia in -alcova, finchè nel simultaneo disfarsi d'ambedue -i turpi coniugi si adempiè, a distanza di poche -ore dell'uno dall'altro, la giustizia vendicatrice -dello strazio indegno sofferto dalla granduchessa -legittima la virtuosa Giovanna d'Austria. Si può -dubitare se sia giusto il paragone che si fa di -Cosimo con Tiberio, e vedere invece maggior -convenienza a lui nelle virtù e nei vizi d'Augusto: -ma egli è poi certo che in Francesco ebbe -Firenze il suo Claudio. -</p> - -<p> -Ed altresì certo, che Ferdinando I possa, fatta -ragione dei termini di così diseguali proporzioni, -<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span> -essere avvicinato fra quei romani Cesari ai più -equabilmente temperati. Se, a dinastia finita, -Firenze avesse dovuto decretare pubblica onoranza -monumentale ai veramente insigni fra i -granduchi medicei, sarebbero egualmente le statue -di soli due, Cosimo I sulla piazza della Signoria -e Ferdinando I su quella dell'Annunziata, -che ci sorgerebbero oggi, come ci stanno infatti -e in Firenze e in Pisa, dinanzi: nè dello avere -Ferdinando “coi metalli rapiti al fero Trace„, -com'egli scrisse in quel bronzo, monumentato -non tanto, del resto, sè stesso, quanto le sue -vittorie sui barbareschi, gli faremo noi carico, -se pensiamo che decretate più tardi, quelle due -statue le avremmo avute da ben altre mani che -da quelle di Gianbologna. -</p> - -<p> -Salito al trono in veste tuttora da Cardinale, -Ferdinando portò con sè come un'aura di pacifica -dignità, che rompendo le atroci tradizioni -domestiche, molto valse a ricomporre e ricondurre -verso il Principe gli animi dal duro imperio -di Cosimo sbigottiti, dalle brutalità di -Francesco nauseati. La politica indipendente con -la quale si svincolò dalla soggezione spagnuola, -ebbe, fra il 1589 e il 1600, suggello in due matrimonî -francesi: il suo proprio, conciliato dalla -vecchia regina Caterina, con Cristina di Lorena, -che gli fu degna compagna di vita e di governo, -<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span> -e quello, non altrettanto felice, di Maria, nipote -di lui col re Enrico IV, riamicato ch'e' l'ebbe -alla Chiesa. Nè per questo potè dirsi aver egli -non altro che mutata servitù: perchè e verso la -Francia e verso la Spagna mantenne il proprio diritto, -e l'amicizia sua fece desiderabile e ricercata -all'una e all'altra delle due potenze che si maneggiavan -l'Italia; e fra l'una e l'altra seppe -esercitare autorità non infruttuosa pel trattato -di Vervins che lo pacificò: — e la sua bandiera -sul castello d'Iff nel mar di Marsiglia; e le pratiche -per l'acquisto del marchesato di Saluzzo a -bilanciare le ambizioni italiche di Carlo Emanuele -nostro; e la partecipazione alle guerre imperiali -contro il Turco; e le fortunate imprese -delle sue galere Stefaniane contro i pirati africani; -furono altrettanti atti del governo sagace, -vigoroso e prudente, per i quali la Toscana, nella -malcongegnata macchina di quella Italia del secolo -XVII, si acquistò e conservò un'autorità, -che la postura sua al centro della penisola rendeva -doppiamente salutare e onorevole, non pure -all'interesse dinastico del granducato, ma altresì -al nome, fosse pure mero nome, d'Italia. -</p> - -<p> -Mite, ma non dimesso d'animo; accorto, preveggente, -operoso; dalle relazioni col padre e -con Francesco e con l'altro fratello Pietro, aspre -e difficili, ammaestrato per tempo a far suo pro -<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span> -de' loro trascorsi e a curare negli altri ed in sè -le magagne della propria stirpe; e nella vita -cardinalizia romana dirottosi a prendere pel loro -verso uomini e cose; egli portò nel suo governo -tutto il beneficio di quelle qualità sue morali, e -di questa non lieta e paziente esperienza. Splendidamente -riassunse, sì da cardinale e sì da -granduca, la tradizione domestica di mecenate. -Dei tesori d'antica arte che da Roma più tardi -immigrarono in Firenze, molto (e basti ricordare -la <i>Venere</i>, la <i>Niobe</i>, i <i>Lottatori</i>, l'<i>Arrotino</i>) si deve -a lui, che ne avea adornato da Cardinale villa Medici. -Splendido fregio d'arte nuova alle pompe cortigiane, -in cui si adagiavano ormai domi cuori ed -ingegni, furono il melodramma nascente, il commesso -in pietre dure, l'ambizione del principe -d'aver cortigiani che si chiamavano Chiabrera o -Guarini; e il Chiabrera ne ispirava quella sua -ingegnosa poesia di riflesso, a favoleggiare epicamente -sulla Firenze de' tempi barbarici, o a -pindareggiare sulle palestre della Firenze granducale, -o sulle imprese cristiane del naviglio -toscano. E ben potevano coteste avventure marittime -atteggiarsi a piccole crociate, se è vero -che e Ferdinando e poi il figliuolo Cosimo II, -ambedue eroi del poeta savonese, vagheggiassero -l'idea cavalleresca d'una rivendicazione, anzi trafugamento, -del Santo Sepolcro; e che a ciò fosse -<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span> -destinata la nuova cappella Laurenziana, lussureggiante -di marmi, che fu invece e rimase la -Cappella dei Principi e loro sepolcreto. Da cosiffatti -pensieri, i quali forse in animo di principe -italico erano l'estremo guizzo del sentimento -cristiano che pure in quel secolo produsse alla -civiltà Lepanto e la <i>Gerusalemme</i>, non diremo -alieno l'adoperarsi di Ferdinando per una stamperia -orientale, fruttuosa agli studi fin ne' giorni -nostri medesimi. Nè ciò gl'impedì le cure dei -traffici (e fu lui l'ultimo mercatante mediceo) -alimentatori d'una ricchezza più che regia, e per -i quali il vincitor de' pirati dicesi non isdegnasse, -talvolta anche a loro cooperazione, l'industria -dei contrabbandi marittimi; ma del cui frutto, a -ogni modo, si vantaggiavano i bonificamenti aretini -e di altre parti del dominio, che dalla mano -di Ferdinando ricevè insomma quella coesione -economica e politica di granducato toscano, la -quale perdurò fin che una Toscana politica ha -conservata ragione di essere. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span> -</p> - -<h3>V.</h3> - -<p> -I due successivi granducati, che occupano dal -1609 al 1670 la maggior parte del secolo; con -la breve signoria di Cosimo II fino al 1621, con -la reggenza della madre sua Cristina e della -moglie Maria Maddalena d'Austria, e con la signoria, -dal 27 in poi, lunga d'oltre quarant'anni, -di Ferdinando II; segnano sollecitamente l'indebolirsi, -se non ancora della dinastia, ma certo -del governo così negli ordini amministrativi come -nei politici. Nell'interno, dove l'opera de' ministri -prevale troppo spesso a quella del Principe, -languiscono lentamente i commerci e le industrie, -deperisce l'agricoltura, i vincoli giurisdizionali -sopraffanno l'economia pubblica e domestica, -si snerva la famiglia e si gonfia il convento, -l'antico vigore del braccio e dell'animo -si strania in servigio d'altri paesi; scarsa e -mal nutrita è la fioritura delle lettere e delle -arti, faticosa e contrastata quella della scienza -che per virtù e martirio di pochi si afferma. -Dal Cinque al Seicento, in Toscana, non è solamente -cambiata la forma del reggimento civile; -<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span> -si è mutata la razza. Nelle relazioni esteriori, -solidata ormai, per necessità di cose e per salutare -effetto delle altrui gelosie reciproche, la -esistenza del granducato, non però è altrettanto -scevra d'impedimenti la morale indipendenza -del Principe: la tradizione politica di Ferdinando -I, tenuta in piedi alla meglio fra l'imperversare -delle ambizioni e delle guerre dinastiche, -non vale ad assicurare a' suoi successori -la libertà delle loro amicizie o alleanze. E quando, -cessati all'Impero i pericoli sovrastanti da Enrico -IV, s'imbastiscono, con quelle del doppio -ducato di Monferrato e Mantova, le prime guerre -di successione; e Carlo Emanuele I sospinge -animosamente i destini di Casa Savoia; e la -guerra dei Trent'anni sconvolge o sospende tutta -l'Europa; la politica medicea è, senz'arbitrio di -scelta, vincolata più o meno strettamente a -Spagna e Austria, e due fratelli di Ferdinando -combattono in quella guerra ed uno vi muore. -Il che non guadagnò del resto a Ferdinando II -il ricambio dell'alleanza, allorchè egli ebbe a -contrastare anche con le armi, e non senza -onore, alle oltracotanze nepotistiche di papa Barberini; -riserbandosi egli bensì, a sua volta, di -starsene a suo agio, quando Spagna e Francia -si accapigliarono sulla costa maremmana per la -vecchia questione dello Stato dei Presidii. Tutto -<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span> -insieme, non mancarono a Ferdinando II qualità -di governo; ma inadeguate alla straordinaria e -troppo vasta complicanza dei fatti contemporanei. -Ed è altresì vero che alcune deficienze, delle -quali in quel periodo casa Medici peccò verso -sè stessa, non sono imputabili nè a lui nè al -padre suo, ma alle Reggenti; come fu del non -aver fatto a tempo valere il conchiuso matrimonio -di lui con Vittoria, ultima Della Rovere, -per attirare alla corona granducale il ducato -d'Urbino; che sarebbe stato più vantaggioso, e -troppo più bello, acquisto che non gli altri, i -quali Ferdinando non trascurò, di Pontremoli e -di Santa Fiora. -</p> - -<p> -La bontà, accompagnata in Cosimo da umore -anche troppo proclive ai sollazzi e alle scurrilità -delle corti d'allora, fu in ambedue questi principi -naturata conformemente: e Ferdinando ebbe -nella orribile pestilenza del 1630 occasione di -esercitarla con provvedimenti ed atti, piuttosto -di padre che di sovrano. E come a Cosimo -questa bontà ingenita addolcì l'austerità, del -resto affettuosa, della madre e della moglie, -e lo fece rassegnato nelle infermità della vita -breve; così a Ferdinando dette la virtù di sopportare -quella tribolazione lunga, che gli furono -in casa le donne. Il carattere della moglie, -altero, ombroso e dispettoso, si atteggiò fin da -<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span> -principio ad aperto contrasto con quello di lui -effusivo, benevolo e gaio: donde avvenne, che -e' trascorresse, sebbene senza rumore di scandali -(che fra i potenti del secolo finivano spesso, -e per lo più impunemente, nel tragico), a cercarsi -allegria dove non avrebbe dovuto; ed altre -conseguenze derivarono, fatali alla dinastia, delle -quali assai dice la distanza di anni diciotto fra -il primo figliuolo, che fu, a tutta imagine materna, -quel bel fiore di Cosimo III, e il secondo, -prima cardinale sguaiato, e poi, per comodo, -marito sconcio e inutile d'una Gonzaga. Eppure -la Vittoria Della Rovere dovette a quel pover'uomo -parere un angiolo, appetto a quel vero -demonio di nuora, la bella Luisa d'Orléans, -ch'egli andò a scovare sino in Francia pel suo -figliuolo e successore. E con cotesti matrimonii -a cattiva luna, l'urbinate, l'orleanese, il mantovano, -e poi i due tedeschi de' figliuoli di Cosimo -III, si svolse rapidamente la distruzione -della famiglia, il disfarsi, potremmo dire con -Dante, ma questa volta non men precipitoso che -irreparabile, il “disfarsi della schiatta„. -</p> - -<p> -Che poi a que' due granducati di Cosimo II -e di Ferdinando II, e a quella femminile reggenza, -si congiunga con vicende così dolorose -la storia del pensiero e dell'opera magnanima -di Galileo; e che il nome di Cosimo a' satelliti -<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span> -di Giove, e quello di Cristina in fronte alla lettera -per la libertà dell'indagine scientifica, non -facciano se non aggravare la colpa dell'acquiescenza -di Ferdinando al martirio e alla curiale -persecuzione, fin oltre tomba, del divino filosofo; -in ciò è forse la più grave condanna di tutto -quel periodo mediceo: perchè, dinanzi alle tarde -ma immanchevoli giustizie della umana coscienza, -i meriti maggiori o i demeriti dei sovrani della -terra, sono quelli che essi si abbiano acquistati -verso i sovrani del pensiero. Avrebbe forse ammendate -le vergogne di quella colpa la instaurazione, -che, sotto i granducali auspicii fraterni, -il dotto e buon principe Leopoldo sì validamente -imprese, dell'Accademia del Cimento: e i nove -anni, fino al 1667, che ella così onoratamente -visse e operò, quasi raccogliendo sotto le sue -insegne la combattuta scuola galileiana, riconducono -invero sulla casa Medicea un raggio di -quella gloria d'umani studi che Cosimo il vecchio, -il magnifico Lorenzo e Leone pontefice -avevano trasmesso in splendido legato ai loro -discendenti; e in quel novennio, del secolo che -la trionfale cultura francese segna del nome di -Luigi XIV, si accoglie senza dubbio l'ultima -collettiva energia intellettuale che da questo nostro -angolo privilegiato di patria manda, a benefizio -della civiltà, il genio d'Italia. Ma quando, -<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span> -mentre d'ogni intorno garrule e vaniloquenti -sbucan fuori e prosperano Accademie d'ogni -sorta e figura; e di lì a soli vent'anni, per frondeggiare -su tutta la penisola, si matura l'Arcadia; -quando invece vediamo il Cimento, questa -sola Accademia scientifica, eletto e numerato -drappello di non pregiudicati ricercatori del vero, -inciampare sui primi passi; — e quel buon principe -Leopoldo, col diventare il Cardinale necessario -in famiglia, lo vediamo ritrarre la mano, -come da alcun che di non più addicevole, da -quella pur nobilissima opera sua, e col ritrarsi -di quella mano l'Accademia del Cimento finire; -finire, con pia sodisfazione del nipote Cosimo, -che sta per essere granduca, e della nera congrega -che lo circonda; — ci si addimostra ben -chiaro, come anche di questa cosa buona il -granducato mediceo non ebbe la forza, e che -sulle pagine della sua storia, con la lode di quel -che s'accinse a fare, rimane l'accusa e il biasimo -di quel che avrebbe dovuto e potuto perseverare -a fare, e non fece. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span> -</p> - -<h3>VI.</h3> - -<p> -Ma e da quel che fece e da quel che non fece, -pesa egual carico di biasimo sul penultimo dei -sette granduchi, Cosimo III, che nella più lunga -pur troppo di quelle signorie, lunga di oltre -mezzo secolo dal 1670 al 1723, accompagnò e di -propria mano sospinse il discendere in basso di -tutto e di tutti; — politicamente, rinchiudendosi, -dinanzi alle guerre prima di Austria e -Luigi XIV, poi per la successione spagnuola, in -una neutralità passiva e non patteggiata, che -esponeva lui al discredito, e la misera sua Toscana -a pagare le spese di quel rincantucciamento -fuor dell'orbita degli interessi europei; — amministrativamente -e moralmente, con l'avere -eretto in sistema di governo il più goffo e irragionevole -pietismo che mai abbia adulterate e -disonestate le alte e feconde ispirazioni del principio -religioso, e riducendo così tutta la vita -civile ad una mostruosa parodia di convivenza -monastica, sbanditone ogni libertà non che d'azione, -non che di pensiero (pena, dal detto al -fatto, la frusta, la berlina, la forca), ma pur di -<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span> -sentimenti e d'affetti e d'abitudini; sino al regolare, -a norma d'editti e con pratiche inquisitorie, -sanzionate spesso da violenze crudeli, -non solamente la dieta ecclesiastica del magro e -del grasso, ma le conversazioni, i matrimoni, -l'uso della parrucca, il servizio dei domestici, il -fare all'amore: nobilissime cure di governo, -ch'egli alternava con la propaganda religiosa a -quattrini contanti, pagando conversioni e battezzamenti, -che, con meritata profanazione, erano -spesso presi in burla da venturieri di questa novissima -industria santimoniale messa al mondo da -lui. Dai viaggi per molte regioni d'Europa, sebbene -fatti in compagnia di valentuomini come Filippo -Corsini o Lorenzo Magalotti, poco più altro -ritrasse che il venirgli a noia la scienza, e il -contrarne la fastosa burbanza di gran monarca; -alla cui maestà l'aver potuto aggiungere, a competenza -di Casa Savoia, il titolo d'Altezza Reale, -fu una delle sue più segnalate imprese, insieme -con l'altra di esser tornato dall'anno santo di -Roma con la dignità di Canonico di San Pietro. -Di quel non molto in che favorì alcune parti -dell'umano sapere e i loro cultori, mal ci apporremmo -a derivare la ispirazione da liberale -moto d'animo culto, anzichè rintracciarne i motivi -in considerazioni di personale interesse o -sodisfazione; come nella familiarità col Magliabechi, -<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span> -che al servizio del principe metteva non -la maravigliosa dottrina soltanto, ma la coscienza -altresì; o col padre Segneri, del quale non so -quanto, senza la tonaca del gesuita, avrebbe pregiato -il signorile possesso dell'artificio oratorio -e dell'idioma italiano; o col Redi, che gli tutelava -lo stomaco e glielo afforzava per la vecchiaia; -o col Micheli, la cui sapienza botanica -impreziosiva i granducali giardini e gli arrubinava -i fiaschi degli squisiti doni di Bacco che -il medico poeta cantava; i fiaschi di buon Chianti, -che esso Cosimo mandava a regalare ai coronati -d'Europa, in una stessa spedizione col vocabolario -della Crusca, per la terza volta rinnovato -da una delle più valenti generazioni di quelli -accademici. La qual paesana mescolanza di vino -e di lingua, sangue l'uno e l'altro de' rispettivi -organismi, il corpo e la nazione, sarebbe stata -di buon augurio, se le vigne granducali non -avesser prosperato, com'una cultura di stufa, in -mezzo a regione squallida e depauperata; e se -alla lingua di Dante e del popolo non fosse stato -il nostro Vocabolario, per tutto un secolo dipoi, -piuttosto deposito e tomba che riproduttivo vivaio; -se la parola, più che lucida forma di pensiero -e virtù alata d'affetto, non avesse finito -quasi interamente con l'essere inerte materia -frammentaria al congegno meccanico della frase; -<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span> -cosicchè quando dalle labbra d'uno di quei cruscanti -cortigiani, che la natura avea fatto poeta, -balza quasi inconsapevolmente il santo nome d'Italia, -e da quel cuore buono scoppia il rimpiante -della “funesta bellezza„ di lei, e delle cupidigie -ladre straniere, e del fato indegno che la condanna -“a servir sempre o vincitrice o vinta„, -noi restiamo incerti se quella voce di Vincenzo -Filicaia è l'eco di tempi anteriori, o il grido fatidico -d'un lontano avvenire. -</p> - -<p> -Dal matrimonio che dette alla Toscana l'ultimo -granduca, ho accennato quali consolazioni avesse -Cosimo: consolazioni le quali, anche dopo la o -espulsione, che s'abbia a dire, o fuga, della moglie, -gli continuarono nelle affannose sollecitudini -dell'assicurare la successione con l'ammogliare -il fratello e i due figliuoli (nè a lui affezionati -nè egli a loro, perchè ambedue, come la -madre, alieni dall'umor tenebroso paterno), e col -maritare, sola a lui ben accetta, la figlia. E tutti -e quattro senza buon resultato: a vuoto il fratello, -scardinalatosi, Francesco Maria con la Gonzaga; — a -vuoto, e premorto al padre, lo scapestrato -e vizioso Ferdinando con la buona e infelice -Violante di Baviera; — e pur finiti senza -prole, dalla sua brutta e salvatica moglie di -seconde nozze boema il successore Giangastone, -e l'Anna che vedova dell'Elettor Palatino tornò -<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span> -poi a veder qui consumarsi ed esser trasferito -nei Lorenesi il granducato mediceo: — in quei -Lorenesi, del cui ducato, invece, se non era la -pusillanimità di Cosimo III (che il Magalotti suo -diplomatico sdegnosamente proverbiava), i patti -di Nimega avrebber potuto incoronare un Medici; -uno de' figliuoli datigli così di mala voglia -da quella Orleanese, la cui madre era de' Lorena, -e il cui primo amore, ossia il solo, era stato con -un Lorena. Chi volesse in una rappresentazione -scespiriana, intinta di tragico e di comico, drammatizzare -la catastrofe di casa Medici, ne avrebbe, -dalla venuta, regalmente festeggiata in Firenze, -di Luisa d'Orléans fiorente di gioventù, di bellezza, -di gaiezza francese, al suo ritorno in Parigi -per esser rinchiusa nel convento di Montmartre -moglie furibonda d'odio e di disprezzo, -ne avrebbe il primo atto del dramma; — nel cui -atto ultimo, il figliuolo di lei Giangastone si vedrebbe -per le sale di palazzo Pitti, circondato -da cortigiani innominabili; fra le brigate, salariate -per l'orgia a un ruspo la settimana, de' -suoi Ruspanti; in vedovanza volontaria, anzi entusiastica, -della sua grossa castalda di Reichstat; -trascinare incurante l'agonia del gran nome che -pesa su quel corpo disfatto, su quell'anima, del -resto non volgare, come brillante e acuto l'ingegno, -alla quale mancò fino dai primi anni -<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span> -l'alito salubre della virtù domestica. Ma incurante, -non è giusta parola. Un pensiero, un alto -pensiero, ebbe Giangastone; lo ebbe lo stesso -Cosimo III: e fu, lo credereste? la libertà fiorentina. -Il pensiero che angustiava il lutto paterno -del vecchio Cosimo <i>pater patriæ</i>, quando -aggirandosi per le sale deserte del superbo suo -palagio cittadino di via Larga, esclamava: “Questa -è troppo gran casa a sì poca famiglia„; quel -pensiero, ne' cuori, tanto l'un dall'altro diversi, -de' due ultimi granduchi, si atteggiò al rammarico, -forse al rimorso, che questa cittadinanza, -ormai da tre secoli addivenuta d'una in altra -forma l'appannaggio domestico d'un Medici, fosse -destinata irreparabilmente a passare ad altre -mani, chi sa quali! E allorchè i tentativi di rifar -razza si videro l'uno dietro l'altro soggiacere -alla sentenza inesorabile di tale destino; e che -i vigilanti speculatori del mercato europeo dei -popoli furono pronti ad evocare sul capo della -nobile vittima di papa Clemente e di Carlo V la -trista parola “feudo dell'Impero„; i diritti, dinanzi -a Dio non prescritti, della libertà fiorentina, -ebbero difensori, per vie diplomatiche e -giuridiche, i due ultimi granduchi medicei. In -quel dramma, che dicevo possibile, degli ultimi -Medici, la scena di queste proteste non mancherebbe -di tragica dignità: ma il cosiddetto Senato -<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span> -fiorentino che lamentosamente le accompagna, -intonando la propria alla voce senile del principato -morituro, farebbe le parti d'un coro piuttosto -di Aristofane che d'Eschilo. -</p> - -<p> -Del resto, la gaia reazione che i quattordici -anni di regno di Giangastone, dal 1723 suo cinquantaduesimo, -portarono nella vita fiorentina, -fu, più che altro (salvo qualche utile rivendicamento -della potestà civile), una mutazione di -scena. Dall'acre bigotteria di Cosimo III al dissoluto -cinismo del figliuolo, Firenze compì tranquillamente -in sè stessa la distruzione d'ogni -morale energia, preparando docile materia alle -riforme legislative che poi formarono il vanto -de' primi sovrani lorenesi. Dal 1718 al 1735, pe' -trattati di Londra, di Cambray, di Siviglia, dell'Aia, -la Toscana di Cosimo e di Giangastone fu -maneggiata e rimaneggiata secondo gl'interessi -di Spagna, d'Austria, di Francia; passò in anticipazione -dalle mani dell'infante Carlo a quelle -di Francesco duca di Lorena; ricevè guarnigioni -spagnuole, per cambiarle poi con tedesche; -e nelle mani di questi, alla morte di Giangastone -il 9 luglio 1737, rimase. Ombra medicea accanto -al nuovo trono lorenese, restò ancora per sei anni -la figliuola di Cosimo, la vedova Elettrice Palatina. -E poi tutta la prima dinastia de' Granduchi di Toscana -fu adagiata nei sotterranei di San Lorenzo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span> -</p> - -<h3>VII.</h3> - -<p> -Nel settembre del 1857, Sua Altezza Imperiale -e Reale Leopoldo II, Principe imperiale d'Austria, -Principe reale d'Ungheria e di Boemia, Arciduca -d'Austria, e, per grazia di Dio e volontà d'Italia, -ultimo granduca di Toscana, passava in rassegna -quei serenissimi morti. Non era al certo un presentimento -che quel dabben principe avesse dello -sfratto imminente, che gli consigliava una cosiffatta -funziono funerea; perchè, a differenza -del mediceo, il principato lorenese si disfece, e -ci lavorò anche di propria mano, con la più -evangelica osservanza del non pensare al dimani. -Ma alle benigne ironie della storia è invero arguto -soggetto questo granduca che, poco prima -d'andarsene egli e i suoi, verifica le mummie -della dinastia precedente, e le rimette al posto. -Le aveva levate di posto, insieme con tante altre -cose di vivi e di morti, la procellosa fin di secolo, -che dal 1789 al 1815 aggirò nei suoi vortici popoli -e troni. Nel 1791, regnando Ferdinando III, si -erano rimossi dalla vecchia e dalla nuova sagrestia -i depositi che in muratura ed in legno, circondati -<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span> -da cancellatine di ferro, facevano ingombro -non bello; e raccolti nel sotterraneo della Cappella -dei Principi, erano stati affidati in temporanea -custodia al reverendo Capitolo della Imperiale -e Reale Basilica. La custodia fu tanto -temporanea, che durò sessantasei anni, scordatisi -di quei poveri morti tutti i governi che s'incalzarono -durante la bufera, e poi lo stesso reduce -Ferdinando; e fu tanto scrupolosa, che quasi la -metà di quelle casse si trovarono violate e derubate -degli oggetti preziosi. Era pertanto umano -e degno pensiero quello di assegnare a cotesti -depositi una stabile e decorosa tumulazione; -prima di procedere alla quale, volle il Sovrano -che di ciascun d'essi, cassa per cassa, fosse fatta -dinanzi ad ufficiali dello Stato e a persone competenti, -con l'assistenza d'un notaio, regolare -recognizione. E questa ebbe effetto nei giorni -dal 18 al 25 settembre dell'anno che ho detto. -</p> - -<p> -S'incominciò dai genitori di Cosimo I: ed ecco -ricomparire Giovanni delle Bande Nere (trasportato -da Mantova in Firenze a' tempi di Cosimo III), -con la gamba tagliata, le altre ossa scompaginate, -l'armatura in pezzi, salvo l'elmo dentro il -quale è intatto il capo; mancante la spada; ed -ecco la sua valente donna, Maria Salviati, assai -ben conservata, vestita monacalmente. Cosimo e -l'Eleonora di Toledo, co' figliuoli giovinetti, sfoggiano -<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span> -lugubremente gli avanzi de' loro vestimenti -spagnuoli; i capelli della duchessa sono -biondicci e attorti da una cordicella d'oro, come -nel ritratto fattole dal Bronzino. Francesco e -Giovanna d'Austria sono tuttavia in assai buon -arnese di corpo e d'abiti; ricchissimi quelli della -povera Austriaca, dalle cui orecchie brillano sinistramente -fra quel putridume due bottoncini -d'oro. Presso ai genitori l'unico figlio Filippo, -che fu creduto vittima di veleno della druda -Cappello; e poi il supposto rampollo maschile -di questa, don Antonio: ma il corpo della sciagurata -figlia di San Marco, gettato, com'è noto, nel -carnaio o sepoltura popolare, è meritamente disperso. -Ferdinando I giace ravvolto nella sua -cappa magna di gran maestro dell'Ordine di -Santo Stefano: e il simbolico re delle api, col -motto “pur con la maestà„, lo ha dalla base della -statua equestre seguitato fin colaggiù, sopr'una -delle medaglie che gli posano sul petto. La moglie -Cristina di Lorena ha essa pure sul petto una -medaglia col ritratto di lui: e coi genitori sono -adagiate Eleonora, morta a ventisei anni in accorata -aspettativa di regie desiderate nozze con Filippo -III di Spagna; e Maria Maddalena, essa -pure mancata giovane, a trentatrè anni, monaca -fra le domenicane della Crocetta. D'un altro loro -figliuolo, il principe Lorenzo, la memoria latina, -<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span> -scolpitagli in una lamina di piombo, piamente -epigrammeggia: “O tu che di qui a molti anni -leggerai, difficile che tu sia quel che costui già -fu; quel che è ora, facilissimo.„ Ma più austero -ammonimento dà quest'altro piombo, sepolto con -un di quei molti figliuoli naturali di principi -della casa, Pietro del tristo Don Pietro di Cosimo: -“Chiunque apra questa tomba, legga: ci -guadagnerà. Nato in Spagna, accolto amorevolmente -in Firenze da Ferdinando I, da Cosimo -II, da Ferdinando II, cavaliere di Malta, -soldato in Germania, governatore di Livorno: -da vecchio, cieco e sfinito. Tutto tempo perduto. -Ecco, a te che leggi, il guadagno che ti -ho promesso„. E un altro morto, della medesima -categoria di figliuoli, figliuolo di Don Antonio -e dell'Artemisia Tozzi, ossia un nipote -della Cappello: “Senti, o leggitore di qui a molti -secoli, ciò che le ossa mie dicono.„ (E qui egli -racconta la vita sua militare). “T'ho detto chi -fui: chi sii tu, non lo so; che cosa sarai, l'ho -per esperienza, polvere e ombra. Ti pagherò -l'indugio. Sprezza l'oro e gli onori, fuggi i -piaceri, sementa di travagli, d'affanni e di -pentimento. Paolo de' Medici.„ E un altro bastardo -fratello di lui (singolari, sia permesso il -notarlo, queste allocuzioni morali di sotto terra, -per l'appunto dai generati in quella maniera), -<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span> -Antonfrancesco Maria, vestitosi in morte da cappuccino: -“Udite la voce che grida nel deserto -di questo feretro: meglio un sol giorno con -questo cilizio fra i poverelli di Dio, che lungamente -nella reggia fra l'oro e le gemme.„ -Cosimo II, morto appena a trent'anni, ha presso -di sè, trasferita da Padova, dove mancò in viaggio, -la sua vedova Maria Maddalena: le rispettive -medaglie dicono, quella di lui: “Premio di -virtù„; di lei, “Al cielo„. Ferdinando II, nella -solita cappa stefaniana e con le sue medaglie, è -iperboleggiato così: “Tu che fra questi avanzi -mortali vedi il principe che fu, ripensa l'eroe: -piangi? stupisci?„ Di che cosa? — verrebbe -voglia di domandare — e dove l'eroe? Ma la -sua Vittoria della Rovere mostra ancora le trine -bianche e nere dell'abito; e nel rovescio della -sua medaglia, Galatea solleva dalle acque la -perla simboleggiante il candore della virtù. Seguono -il principe soldato Mattias, e cardinali -della casa, Carlo, Giancarlo (poco o male memorabili), -e ben diverso il buon Leopoldo in vesti -pontificali, sul petto degnamente la croce, intatti -i lunghi capelli: la iscrizione plumbea ricorda -il suo amore per le scienze; ma dovrebbe, -espressamente, il Cimento. Ultimi Cosimo III e -Giangastone, sicuri qui finalmente dalle rispettive -consorti; e la Elettrice Palatina; in lenzuoli -<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span> -di seta nera, con grandi medaglie, e lunghe diciture -epigrafiche. -</p> - -<p> -Ma storia pietosa (la tomba, che tante ne raccoglie -e conchiude, ne ha qui svolta una essa -stessa) storia pietosa è quella di due fra questi -depositi: commovente epilogo d'uno di quei malaccoppiamenti, -lungo i quali la razza granducale -medicea si logorò e si spense. Ferdinando che -avrebbe dovuto essere terzo mediceo, e granduca -invece del minor fratello Giangastone, ha, depositatogli -a' piedi, in un vasetto di maiolica coperto -d'un drappo nero, il cuore della principessa -datagli in moglie Violante Beatrice di Baviera, -morta, diciassett'anni dopo lui, nel 1731: virtuosa -moglie, affettuosa, non bella, di marito libertino -che mai non l'amò, mentr'essa (lo dice -l'iscrizione, questa volta verace pur troppo) essa -“coniuge amantissima, impose per testamento, -che il cuor suo, donatogli nelle nozze, gli fosse -ricongiunto in morte e collocato nel sepolcro -stesso di lui„: con lui il cuore; e il corpo, -così pure ella ingiungeva, riposasse nella chiesa -delle monache di Santa Teresa in Borgo la Croce. -E vi riposò fino al 1810, quando, dissacrata la -chiesa, il Governo francese curò il trasporto di -quelle ossa travagliate alla basilica Laurenziana. -Restituita, in quella recognizione del 1857, al -luogo da lei decretatosi, e che era ritornato ad -<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span> -essere sacro, colà rimane tuttora; non senza però -aver corso pericolo, dopo la soppressione ultima -e l'adattamento dell'antico monastero a penitenziario, -di trovarsi novamente in terreno dissacrato, -e a dover tornare per la seconda volta ai -sepolcri di quella famiglia nella cui reggia non -le fu felice l'ingresso. La chiesa di Santa Teresa -è divenuta oratorio delle prigioni: e il corpo di -“Violante Beatrice Gran Principessa di Toscana„ -(come dice il titolo sovrapposto) rimane tuttavia -all'ombra del santuario: ma senza le preci, rimane, -là in quell'angolo lasciato a Dio nella -trista casa del male, senza le preci delle sorelle -in Cristo, che la povera bavarese volle e sperò -risonassero perpetue sul suo capo infelice; mentre -nel sotterraneo mediceo finirà di disfarsi -quel ch'ella in vita ebbe dato a un Medici con -auspicî sì tristi: il suo cuore buono di donna! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span> -</p> - -<h3>VIII.</h3> - -<p> -Ed ora torniamo, Signore gentili, fuori del -buio dei sepolcri, alla luce e alla vita. -</p> - -<p> -Dal Comune artigiano alla supremazia medicea, -dai Medici cittadini ai Medici granduchi, -da questi ai Lorenesi, Firenze nostra, la Firenze -del sentimento e del pensiero, della scienza e -dell'arte, tenne quasi in grembo una non piccola -porzione delle sorti d'Italia; come nel tesoro -della lingua ella custodiva il suggello del nostro -esser nazione. Que' due principati, fatta pur ragione -dei meriti o demeriti rispettivi di quelli -undici granduchi, furono nella storia della nostra -regione fenomeno passeggero: non era in -essi Firenze, non la Toscana. E quando sulla -torre di Palazzo Vecchio si spiegò al sole dei -nuovi tempi, fra i tre sospirati colori, la Croce -della sola monarchia nostra naturale e legittima, -non fu soltanto l'unità d'Italia che si affermava -su quella bandiera, ma anche il diritto rivendicato -della nostra gloriosa Repubblica. E rivendicato -il diritto, Firenze ha saputo nobilmente -adempire il dovere. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span> -</p> - -<h2 id="avventurieri">GLI AVVENTURIERI</h2> - -<p class="center"> -CONFERENZA -</p> - -<p class="center"> -DI -</p> - -<p class="center"> -<span class="smcap">Ernesto Masi</span>. -</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span> -</p> - -<h3>I.</h3> - -<p> -A forza di sentirmelo dire io m'ero persuaso d'avere -oggi alle mani con questi <i>Avventurieri italiani -del secolo XVIII</i> il più bel tema possibile di conferenza, -caratteristico cioè di quel secolo in sommo -grado, e per sè stesso romanzesco, agitato, riboccante -di tipi bizzarri, di singolari accidenti, di -aneddoti piccanti, di scenette ora allegre (anche -troppo), ora sentimentali, ora fantastiche, ora -anche tragiche, se volete, su uno sfondo di paesaggio -continuamente cangiante, il paesaggio di -chi non si ferma mai in alcun luogo, e quindi -non solo uno spettacolo sempre diverso di città, -nazioni, pianure, monti, mari, foreste, deserti; -ma, poichè trattasi di personaggi che, vivendo -a casaccio e trasfigurandosi sotto mille aspetti, -si ficcano dappertutto e coll'audacia, o coll'inganno, -o colla violenza, o coll'ingegno sfruttano -<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span> -in mille modi la società del loro tempo, uno spettacolo -più limitato bensì e in pari tempo più -vario, pel quale si passa anche più rapidamente -dal tugurio al palazzo, dalla bisca al palcoscenico, -da una prigione a una sala di ballo, da una reggia -a una soffitta, da un accampamento a un -monastero, da un'accademia a una loggia massonica, -e ci s'imbatte in tutti i tipi storici contemporanei -più notevoli: papi, enciclopedisti, -dame galanti, mesmeristi, illuministi, framassoni, -gesuiti veri, ex-gesuiti volterriani, giramondo -diplomatici e letterari, monache ribellate, abati -erotici, poetesse estemporanee, altre estemporanee -senz'essere poetesse, eroine di teatro, monarchi -filosofi, arcadi, filantropi, cicisbei e via -dicendo. -</p> - -<h3>II.</h3> - -<p> -Guardando all'ingrosso e, per così dire, in -astratto, che cosa si può immaginare di più -seducente e di più promettente d'un tema simile? -Perocchè io non lo esagero punto per arte -rettorica d'accaparrarmi la vostra attenzione e -di solleticare la vostra curiosità. Il tema è così; -il tema, dico meglio, sarebbe proprio così, chi -<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span> -sapesse e potesse acciuffarlo per il suo verso ed -esporlo nel suo complesso, non sbriciolandolo -cioè in minuzie biografiche, spesso oziose, perchè -troppo spesso somigliantissime le une alle -altre, ma cogliendolo in pieno, nel suo insieme -di grande quadro di costume della società del -secolo XVIII, a penetrare nell'intimo della quale -nulla val meglio (in apparenza almeno) del porsi -dietro alle traccie di questi cosiddetti <i>avventurieri</i>, -personaggi in accordo e in pari tempo in lotta -con tale società, derivazione naturale di essa e in -pari tempo incarnazione demoniaca di tutti i principii -dissolventi, che la faranno terminare in -un'immensa catastrofe. -</p> - -<p> -Questa società, si direbbe, non può aver segreti -per loro, deliberati come sono, d'approfittare -di tutte le sue debolezze e falsità, di tutti -i suoi errori, di tutte le sue colpe, di tutti i suoi -deliri; deliberati, come sono, di farla in barba -a tutti i suoi sussieghi e a tutti i suoi formalismi, -di romperla con tutte le sue convenienze -e con tutti i suoi divieti tirannici. -</p> - -<p> -Per celare la sua leggerezza essa ha un bel -rialzare le teste colle parrucche; per nascondere -le sue magagne ha un bel ricoprirsi di fronzoli, -di gale, faldiglie, giubboni a fiorami, <i>andriennes</i> -svolazzanti, guardinfanti solenni; per occultare -il vuoto de' suoi sentimenti e il disordine de' suoi -<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span> -pensieri ha un bell'inferraiuolarsi in una letteratura, -la quale pare che dica molto e non dice -niente e, salvo le opere di pochi sommi, svapora -quasi tutta nella menzogna stereotipa dell'<i>Elogio</i>, -nella vacuità della chiacchierata accademica, -nelle ritmiche cadenze d'una poesia ricantante -a sazietà spettacoli campestri, che nessuno ha mai -visti, spasimi d'amori, che nessuno ha mai provati, -resistenze inespugnabili di ninfe, che da ninfe -incivilite non se le sono mai sognate neppure. -</p> - -<p> -Ma a che pro tanta artificiosità, tante lustre, -tanta prudenza di ciarle vuote, come crisalidi di -cicale scoppiate, se, sbucando di sotterra, la masnada -degli avventurieri, non astretta a nessun -obbligo, a nessun dovere, a nessuna decenza, -scompiglierà, ridendo sgangheratamente, tutta -quella compassata galanteria, svelerà tutto senza -ritegno, dirà senza regola e senza pudore tutto -quello che si voleva tacere? -</p> - -<p> -Sono essi dunque, che più degli autori comici, -i quali debbono fare i conti col pubblico e non -disgustarselo, più dei satirici, i quali alla realtà -contrappongono sempre idealità soggettive, più -degli stessi epistolari settecentisti, còmpito di -scuola, palleggio per lo più di frasi e di complimenti -insignificanti, sono essi dunque, gli avventurieri, -che coi documenti della loro vita e colle -<i>Autobiografie</i>, lasciateci dai principali di loro, ci -<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span> -daranno la chiave di quell'enorme cabala, che -fu il gran <i>secolo dei lumi</i>, il secolo XVIII; ci -spiegheranno veramente il perchè i quarant'anni -di pace dal 1749 al 1789, consolati da tanta giocondità -di vita, illuminati da tante speranze di -riforme e di progressi, cullati da tante rosee -promesse d'una filosofia così arguta, così orgogliosa -delle sue conquiste, e in pari tempo così -facile, così accomodante, così penetrante in tutti -i meandri sociali, finiscono in un'orgia satanica -d'incendii, di vendette e di sangue; ci spiegheranno -perchè, mentre i Giacobini di Francia -hanno inalzato altari alla Dea Ragione, mentre -il Condorcet s'è avvelenato per sfuggire alla ghigliottina, -ma pur credendo sempre nella sua -teoria della perfettibilità umana e del progresso -indefinito, la plebe italiana insorge invece negli -ultimi del secolo coi preti alla testa e il grido -di <i>Viva Maria</i>; ci spiegheranno perchè tanti di -coloro appunto, che con più fede s'erano abbandonati -al dolce sogno d'una rigenerazione universale, -si mostrano all'ultimo i più disillusi e i più -disperati, perchè Vittorio Alfieri indietreggia -spaventato e sdegnoso, perchè Federico Schiller -grida: “<i>il secolo è morto fra le tempeste e il -nuovo s'apre cogli eccidi; la libertà è un sogno; -non v'ha posto nel mondo neppur per dieci felici;</i>„ -perchè Saverio Bettinelli chiama infausto il secolo -<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span> -XVIII che muore, lo condanna all'obblio e -profetizza il finimondo; perchè Carlo Roncalli -finalmente fa dire al secolo stesso: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Io che più per godere</p> -<p class="i01">Che per pensar fui fatto,</p> -<p class="i01">Volli troppo pensare e muoio matto.</p> -</div></div> - -<p> -Sì, lo credo, ci spiegheranno, ci dovrebbero spiegare -tutto questo, ma bisogna saperli interrogare -e soprattutto bisogna potersi fidare delle loro risposte. -Visto all'ingrosso e a distanza, il tema è -in realtà quale ho cercato a larghi tratti di delinearvelo, -ma avvicinandosi ad esso, spuntano le -dubbiezze, le difficoltà, le incertezze. Meno male -che forse esse pure servono ad illustrarlo. -</p> - -<h3>III.</h3> - -<p> -E in primo luogo chi sono questi avventurieri? -quali sono? hanno caratteri proprii da non poterli -confondere con altri, o basta qualche singolarità -di vita e di vicende per gratificare di -questo titolo un qualunque personaggio, come -oggi si direbbe, un po' eccentrico? come si -distingue l'avventuriere da quello che si suole -chiamare uno strambo, un cervello balzano, un -<i>originale?</i> e cotesti avventurieri appartengono in -<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span> -proprio al Settecento, o possono appartenere a -qualunque tempo? hanno sempre la stessa indole -e la stessa apparenza esteriore, o modificano -questa e quella e l'adattano a tempi diversi? -</p> - -<p> -A me pare che non si possa andar oltre, senza -cercare di rispondere, se non a tutte, a qualcuna -almeno di tali domande. Diciamo quindi subito -quali sono i tipi, che nell'Italia del Settecento -mostrano carattere d'avventuriere così spiccato -e lineamenti e contorni così precisi da non poter -cader dubbio che sono ben dessi e non altri. -Alcuni dei loro nomi rivengono immediatamente -alla memoria di tutti, Giacomo Casanova di -Seingalt, Giuseppe Balsamo, o, com'egli si faceva -chiamare, il Conte di Cagliostro, ed altri -men noti sono il Da Ponte, il Gorani, il Piattoli, -il Mazzei, fra i quali nomi però abbiamo già -(notate bene) molte varietà della specie e non -più soltanto il tipo così schietto, com'è nel Casanova -e nel Cagliostro. -</p> - -<p> -Le varietà poi si moltiplicano, se consideriamo -che nel Settecento un qualche sprazzo dell'indole -di costoro si avverte in moltissimi uomini d'ingegno -alle prese colla fortuna, o vagheggiatori -di novità, o per un caso, per una vicenda qualunque -sbalzati fuori d'improvviso dall'umile e -consueto solco, pel quale forse senza quel caso -o quella vicenda si sarebbero rassegnati a mettere -<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span> -con tutta regolarità un piede dopo l'altro, -durante l'intiera lor vita, senza mai affrettarsi, -o prendere una scorciatoia di traverso, o provarsi -di rovesciare quelli che erano davanti a loro. -</p> - -<p> -A tale stregua, e fatta una prima distinzione -importantissima fra l'avventuriere canaglia, l'avventuriere -galantuomo e quello così così, si possono -classificare fra gli avventurieri anche il -Goldoni, per esempio (il quale del resto s'è -titolato da per sè l'<i>Avventuriere Onorato</i>), il -Baretti, l'Algarotti, il Galiani, il Gamerra, il -Calsabigi, il Lalli, il Coltellini, il Cicognara e -tanti altri, che sarebbe lungo ed inutile di nominare, -ma che ci forniscono l'opportunità di -fare una seconda distinzione fra l'avventuriere -letterato e il letterato avventuriere ed enciclopedista -alla francese, tipi non nuovissimi neppur -essi, perchè nulla è mai nuovo del tutto sotto -il sole, ma che il Settecento ha certamente perfezionati -o per lo meno foggiati ad immagine e -similitudine sua. -</p> - -<p> -V'ha dunque, sì, fra tutte queste gradazioni -d'avventurieri, che son venuto ricordando, molti -lineamenti comuni e prettamente Settecentisti, -e tali lineamenti li troveremmo non negli Italiani -soltanto, ma nei numerosi avventurieri d'ogni -nazione, che nel Settecento erravano in lungo e -in largo per l'Europa coi pochi mezzi di locomozione -<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span> -allora conosciuti e spesso spesso colle proprie -gambe, perchè quella specie di continua irrequietezza -e di continua ribellione individuale, -che essi rappresentano, scorre come un fluido -magnetico per tutt'Europa ed eccita ovunque -vibrazioni isolate, finchè condensandosi a un -tratto determinerà poi lo scoppio finale. -</p> - -<h3>IV.</h3> - -<p> -In Italia l'avventuriere del secolo XVIII ha -precedenti storici non pochi. Vanno a finire in -lui gli Umanisti del secolo XV, che la rinnovata -coltura del Rinascimento avea messi in -gran voga, che erano cercati dappertutto come -arbitri, dispensatori di fama e di celebrità, e riempivano -corti, palazzi, università, finchè l'Umanismo -tramontò, e la più parte di essi, resi turpi -e insolenti dalla troppo facile fortuna, scomparve -nel disprezzo e nell'abbandono. Vanno a finire -in lui i politici cortigiani, che nei secoli XVI -e XVII si addestrano ai segreti della politica -stretta, violenta, proditoria di tutti i piccoli tirannelli -italiani, e talvolta, quasi a vendicare -l'Italia dell'oppressione straniera, sotto la quale -è schiacciata dalla fine del secolo XV in poi, -salgono altrove ai primi onori, come l'Alberoni -<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span> -in Spagna, il Mazzarino in Francia, nei quali la -porpora cardinalizia mal nasconde lo sdruscito -farsetto dell'avventuriere. Vanno a finire in lui -gli artisti girovaghi, i grandi comici dell'arte, -alcuni dei quali, il Costantini, il Fiorilli, sotto -le maschere di <i>Mezzettino</i> e <i>Scaramuccia</i>, hanno -vite tali da disgradarne i più bei romanzi d'avventure, -ed il più celebre degli avventurieri del -secolo XVIII, Giacomo Casanova, è figlio di due -comici. Vanno a finire nell'avventuriere del secolo -XVIII gli astrologi, gli indovini, i distillatori -di profumi o di miscele mortifere o miracolose, -per lo più Italiani, dei secoli anteriori; -vanno a finire in lui i soldati vagabondi, ed anzi -più svanisce ogni vecchio ideale cavalleresco, più -si diffondono, come una moda, il razionalismo e -la miscredenza, mercè i progressi delle scienze -fisiche e le demolizioni della filosofia enciclopedista, -e più diviene frequente questo tipo caratteristico -dell'avventuriere, enciclopedista esso -pure nelle sue mille attività e trasformazioni, -uom di moda e di progresso, cavaliere non di -virtù e cortesia, ma d'industria, come lo definisce -il Goldoni in quei versi d'un suo melodramma: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Eh, figlia mia, di cavalieri erranti</p> -<p class="i01">Anche a' dì d'oggi ve ne son, ma questi</p> -<p class="i01">Si rendono famosi</p> -<p class="i01">Più per l'industria lor, che pel valore.</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span> -</p> - -<p> -La derivazione storica dell'avventuriere del -secolo XVIII, per quanto frammentaria, mostra -dunque che esso pure è <i>evoluzione</i> e <i>selezione</i> -(adoperiamo anche noi le grandi parole scientifiche) -di tipi varii, e insieme congeneri per qualche -lato, e mostra di più colla sua tenace vitalità -che questa interessante famiglia d'animali è -destinata a perpetuarsi anche al di là del secolo -XVIII, tant'è vero che dopo un'interruzione, -cagionata forse da un'età organica di rivoluzioni -politiche, nella quale il tipo si confonde e si nobilita -nell'esule, nel cospiratore patriotta, nel -<i>guerrigliero</i>, nel dilettante diplomatico, questa -nostra fine di secolo lo vede ricomparire fresco -come una rosa nel politicante e può offrirne esemplari -bellissimi, i quali, inalberando la vecchia -divisa del Casanova e del Cagliostro: <i>mundus -vult decipi</i> (la gente vuol essere canzonata), sbucano -come quelli dai sotterranei massonici, o tentano -le vie nuove del giornalismo irresponsabile, -della banca senza scrupoli e persino (chi lo crederebbe?) -della burocrazia intraprendente, ed -hanno dinanzi a loro tanto più facile e spianata -la via, in quanto non si tratta più, come per -quei poveri diavoli del Casanova e del Cagliostro, -d'aver a canzonare il mondo intiero, ma -basta saper canzonare quattro imbecilli d'elettori, -perchè non ci sia più concupiscenza o ambizione, -<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span> -che non si possa soddisfare, o alla mèta, -a cui non si possa arrampicare. -</p> - -<p> -Sempre diverso adunque, eppure perpetuo e -trasformantesi e adattantesi ai tempi è il tipo dell'avventuriere, -nè l'avventuriere del secolo XVIII -sì sottrae a questa legge. Se non che esso si -adatta al tempo, perchè mira a sfruttarlo, e per la -stessa ragione lo contrasta e gli si ribella, perchè -questo suo proposito di sfruttarlo essendo fondamentalmente -illegittimo, l'avventuriere deve -calpestare tutte le regole e rompere tutti i freni, -che nessuna società, per quanto leggera e corretta, -ha mai soppressi del tutto. -</p> - -<p> -Ciò posto, ecco i tratti anche più caratteristici -dell'avventuriere del secolo XVIII quali -possiamo studiarli, in Giacomo Casanova di Seingalt -e nel conte di Cagliostro, che sono certamente -fra gli avventurieri italiani del secolo XVIII -i maggiori di tutti. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span> -</p> - -<h3>V.</h3> - -<p> -In primo luogo l'avventuriere è solo. Non ha -tradizione di famiglia, nè vincoli di attinenze -sociali, anche se si conosce il nome de' suoi genitori -e il luogo dov'è nato. È solo, non ha nulla, -e vuol tutto. Questo è il punto di partenza, e -movendo di qui esso è sempre l'autore unico -della propria fortuna o della propria disgrazia. -L'uomo, che piega o no al proprio destino, che -si rassegna o lotta vigorosamente, ma che insomma -è preda o giuoco d'alcunchè d'estraneo a -lui e alla sua volontà, può bensì incontrare avventure -d'ogni fatta, ma non è l'avventuriere. -L'uomo, che ama l'ignoto e vi si arrischia, che -si compiace del pericolo e lo sfida, che vagheggia -un alto ideale e vi si sacrifica, il viaggiatore, -il soldato, il missionario, può bensì incontrare -avventure d'ogni fatta, ma non è l'avventuriere. -Avete in quelli la forza del carattere, -la fede in Dio, l'amore della scienza e della verità, -il bisogno d'azione, l'impulso potente della -fantasia e del coraggio. -</p> - -<p> -Nell'avventuriere invece avete la mancanza -d'ogni base e d'ogni ideale inspiratore, ed un'unica -<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span> -convinzione, quella cioè che la maggioranza del -genere umano è di sciocchi, dei quali l'uomo di -spirito deve sapersi approfittare. Sono le testuali -parole del Casanova, al quale si vuol tener conto -almeno della sincerità. -</p> - -<p> -Tant'è che quasi tutti questi avventurieri del -secolo XVIII, poichè quella società leggiera ed -elegante, nello scadimento dell'antica fede religiosa -e nel fanatismo nuovo pei grandi progressi -delle scienze fisiche e naturali, inclina, come -sempre accade, alla parte fantastica e superstiziosa -delle scienze medesime, nè contenta alle -vere scoperte, vuole addirittura il miracolo, quasi -tutti, dico, questi avventurieri del secolo XVIII, -e in prima linea il Casanova e il Cagliostro, tornano -ai misteriosi deliri delle arti occulte, della -necromanzia e della magia; intingono negli arcani -dell'illuminismo germanico, della Massoneria -e del mesmerismo, sempre collo specioso pretesto -del progresso indefinito della libertà umana e della -scienza. Vi ricorderete come il Monti nel 1784 -inneggiava alle continue conquiste della scienza: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Che più ti resta? Infrangere</p> -<p class="i01">Anche alla morte il telo</p> -<p class="i01">E della vita il nettare</p> -<p class="i01">Libar con Giove in cielo!</p> -</div></div> - -<p> -Ebbene, ciò che nel Monti è uno dei soliti suoi -<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span> -felici impeti lirici, nel Casanova e nel Cagliostro -è il gran segreto, che promettono agli imbecilli -contemporanei di rivelare. -</p> - -<p> -In Venezia il Casanova vive e sciala per lungo -tempo alle spalle di tre onorati e creduli gentiluomini, -Bragadin, Dandolo e Barbaro, i quali -sono persuasi ch'egli sia in possesso d'una cabala -profetica e in comunicazione con spiriti celesti, -che, oltre a far conoscere il futuro, devono -apprender loro anche l'arte di non morire. In -Parigi, con maggior apparato di prestigi negromantici, -spilla tesori ad una vecchia pazza, madama -d'Urfé, cui ha promesse le gioie del ringiovinire, -le rinnovantesi estasi dell'amore e l'immortalità. -</p> - -<p> -Con eguale impudenza il Cagliostro sfrutta coi -credenzoni di mezz'Europa i fenomeni del magnetismo -animale e del sonno catalettico per rievocare -i trapassati, leggere negli arcani dell'avvenire; -e in Roma, nella primavera del 1789, la -fila dei cocchi, che recano alle sue conferenze di -Villa Malta presso Porta Pinciana la più alta -società indigena e forestiera, è ben più fitta, che -non sia ora in Firenze quella delle più frequentate -conferenze del palazzo Ginori. Se non che -là si trattava di risvegliare i morti; qui, tutt'al -più, d'addormentare i vivi, ed il proposito più -innocente giustifica la minore curiosità. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span> -</p> - -<p> -Negromante, cabalista, mesmerico, spiritista, -l'avventuriere ha su altri gran dottori di scienze -occulte la superiorità d'essere sempre in perfetta -malafede. Ciò può tenersi per indubitato -del Casanova, Veneziano, e che del Veneziano ha -tutta l'arguzia e la lucidità della mente; meno -certo del Cagliostro, che ha la cupezza fanatica, -gli sbalzi selvaggi del plebeo Siciliano, e in cui -talvolta par di discernere quel fervore e quell'accecamento -di spirito, pei quali, colla lunga abitudine -del darla ad intendere, del vantarsi e dell'attribuirsi -poteri straordinari, un uomo finisce -in parte a credere a ciò che fa e a ciò che dice. -Ad ogni modo anche nel Cagliostro il ciarlatano -prevale. -</p> - -<h3>VI.</h3> - -<p> -Troveremo noi maggiore sincerità negli amori -dell'avventuriere? Neppure in questi, quantunque, -sino a che la gioventù gli dura, le donne -siano il fondamento principale e l'istrumento -maggiore della sua fortuna. Se non che nel Cagliostro -questo argomento non ha nè grande importanza, -nè alcuna estetica vaghezza. Il suo -matrimonio con la bella Lorenza Feliciani, figlia -<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span> -di un tintore romano, è la più turpe di tutte le -sue speculazioni, e gli altri amori sono episodi -senza alcun intimo legame col misterioso laberinto -della sua esistenza. Nel Casanova invece gli -amori sono il pernio centrale della sua vita e -di fronte ad essi è episodico tutto il resto. I suoi -amori riempiono quasi gli otto volumi delle sue -<i>Memorie</i> e si può credere s'egli ha avuto e s'è -dato agio di variare questa dolce musica su tutti i -toni possibili, dal più carnalmente e giovenilmente -boccaccesco fino ad un sentimento così passionato -e così raffinato della pura bellezza plastica, che -il Sainte-Beuve, buon giudice, scambia addirittura -il Casanova per un artista greco, e che un -raggio di estetica idealità scende, si voglia o no, -da qualche angolo di cielo pagano e traversa ed -illumina tutta questa, starei per dire, nuda oscenità -di racconti. -</p> - -<p> -Non per questo si può affermare che passione -vera s'incontri mai nelle sue infinite variazioni -dell'eterno tema dell'amore, e sarebbe del resto -assai strano incontrarla in un uomo, pel quale -l'amore non è altro, com'esso dice, che “<i>una curiosità -più o meno viva, dominata dalla gran -legge di natura, che assicura la perpetuità della -specie</i>.„ -</p> - -<p> -Il Casanova non prova quindi la passione, nè -la inspira. Fra le tante donne amate da lui o che -<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span> -lo hanno amato, per lo più donne libere e ragazze -(notevole singolarità nell'età dei <i>Cavalieri -Serventi</i>) egli non s'imbatte mai in quelle amanti -indiavolate, che l'infedeltà o l'abbandono mutano -in Menadi scapigliate e furibonde, o in vittime deboli -e desolate, che si struggono in lagrime e, per -colmo d'imbarazzo, sono anche capaci d'ammalarsi -e morire. No. Le donne del Casanova, queste -gioconde e sorridenti figurine del secolo XVIII, -nè minacciano, nè s'ammalano, nè muoiono. Non -dimenticano bensì, nè si consolano subito, che -sarebbe troppo, ma al momento del distacco promettono -di vivere ancora e di cercare nel mondo -qualche altra consolazione. Così l'amore non procura -mai a questo gaudente girovago nè uggie, -nè soste, nè rimorsi; l'amore per lui è mezzo, -non fine, e quindi egli sta in guardia contro sè -stesso per non abbandonarsi mai del tutto a nessuna -ebbrezza d'amore che gli tolga la libertà -delle sue determinazioni e dei suoi movimenti. -Direi ch'egli tratta l'amore, come il vino. Quando -s'accorge, che gliene salgono i fumi al cervello, -egli lo anacqua o cessa di bere, nè fra i tanti -eccessi di questa vera rincarnazione Settecentista -del vecchio mito di Don Giovanni Tenorio -vi avverrà mai di vederlo ubbriaco, cioè senza -più coscienza esatta di sè e in balia degli altri. -</p> - -<p> -Tuttavia una presa di matto c'è nel Casanova -<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span> -ed è ciò che qualche volta lo può rendere anche -simpatico e gli ha fatto trovare più difensori che -non merita; ma siamo savi noi, e non ci lasciamo -ingarbugliare. -</p> - -<p> -Anche quando giuoca tutto il suo denaro o -giuoca la vita con tanta spensieratezza, in fondo -in fondo il calcolo c'è sempre. Quanto al danaro, -più la fortuna lo abbandona oggi e più lo compenserà -domani; non lo compensasse, ed egli, -messo alle strette, non esiterebbe a correggerla. -</p> - -<p> -Questa suprema necessità è anzi sempre la difesa, -ch'egli invoca, ogniqualvolta le sue azioni -non stanno entro il circolo chiuso della morale, -e neppure nei dintorni della morale. -</p> - -<p> -Quanto a giuocar la vita, ammetto ch'egli è -coraggioso, anzi audace, ma consideratelo, ad -esempio, nel famoso duello col conte Braniki a -Varsavia e v'accorgerete che il battersi a morte -con un grande del regno e favorito del Re Stanislao -Augusto Poniatowski, a proposito d'una -qualunque ballerina Veneziana, di cui al Casanova -non importa nulla, è per lui un'occasione -di mantenersi prestigio e posizione, anche cavallerescamente -onorata, in una corte e in una -società, che è tutta d'avventurieri, a cominciare -dal re, e non se la lascia scappare. Se n'esce -bene, il Casanova ne approfitterà, ed in che -modo! Se gli va male?... Ma a questo il Casanova -<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span> -non pensa neppure. Ed ecco anzi il vero -punto psicologico dell'avventuriere. Se ci pensasse, -sarebbe un altr'uomo!! -</p> - -<h3>VII.</h3> - -<p> -A una cosa sola pensa l'avventuriere, di cui -stiamo studiando il tipo nel Casanova, pensa a -riuscire e a godere. Far fortuna è tutta la sua -moralità. Per questo la politica dei giorni nostri, -aperta a tutti, è diventata così grande sbocco -di questa merce. Nel Settecento invece la politica -era alcunchè d'inaccessibile; l'avventuriere, -se mai, non vi giungeva che di straforo, per -caso e di passaggio (come il Casanova in quella -dell'abate di Bernis e della Pompadour) e spesso -spesso v'incappava nello sfratto o nella prigione. -</p> - -<p> -La vita sociale, con classi così profondamente -divise, era chiusa da tutte le parti; i più s'adattavano -a vivacchiare pacifici in queste acque -morte; ma certe individualità, che da natura -aveano sortita l'indisciplinatezza, l'audacia, la -febbre della cupidigia e dell'ambizione, sentivano -invece la necessità d'uscirne, di vivere d'un'altra -vita, respirare un'altr'aria, muoversi, agitarsi, -farsi valere ad ogni costo, anche a costo di rischiare -a tal giuoco vita ed onore. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span> -</p> - -<p> -È per questo che il perfetto avventuriere è -una figura rara bensì (quelli che ne hanno solo -qualche tratto o incompiuto o transitorio sono -invece ben più numerosi) è una figura rara bensì, -ma che si stacca con tanta originalità e così caratteristica -sul fondo storico della società del secolo -scorso; è per questo che la più colossale e -complicata figura d'avventuriere, cioè il Casanova, -spunta a Venezia, dove un carnevale perpetuo, -che attrae i gaudenti di mezz'Europa, eccita -tutti gli istinti viziosi, e dove in pari tempo -un'oligarchia aristocratica, che ha tradizioni di -giustizia e di rettitudine, ma tradizioni altresì di -governo chiuso ed inesorabile, comprime tutto -inesorabilmente e non lascia altra libertà che di -far all'amore in bautta o alla scoperta, giuocarsi -i patrimoni al <i>Ridotto</i> e parteggiare per le commedie -del Chiari o del Goldoni. -</p> - -<p> -Queste poche licenze non bastano ad un temperamento -come quello del Casanova. Il giuoco -e le cabale sono la sua base finanziaria. Gli -amori sono il suo spasso prediletto e già essi soli -lo introducono in molte intimità sociali, alle quali -per altre vie non perverrebbe. Ma ha bisogno di -qualche cosa di più e si caccia nei segretumi -delle Loggie Massoniche, incominciate a diffondersi -anche in Venezia, e allora la invisibile -mano degli Inquisitori di Stato gli si posa misteriosamente -<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span> -sopra una spalla e dopo averlo, a -modo di correzione, tappato una prima volta nel -forte di Sant'Andrea, lo tappa di nuovo <i>ai Piombi</i> -e questa volta con cinque annetti di condanna. -Il Casanova riesce a fuggire, e la sua fuga, prodigiosa -d'astuzia e d'audacia, la sua fuga, ammirata, -derisa, non creduta, negata per impossibile -fino ai giorni nostri, ed oggimai, dopo lo -studio del D'Ancona, indiscutibile, la sua fuga diviene -una delle fughe celebri del secolo ed egli -sfrutterà a lungo tale celebrità. Ma eccolo ribelle -e fuoruscito per forza e continuando sempre e dovunque -lo stesso tenore di vita, ecco aprirglisi -dinanzi non più Venezia e l'Italia soltanto, ma -l'Europa intiera, sicchè la scena delle sue <i>Memorie</i>, -dopo di aver rappresentata la vita Veneziana -e Italiana contemporanea, in alto, in basso, -ma sempre nella sua parte più torbida, si slarga -ora e si estende via via all'Europa intiera e le -sue <i>Memorie</i> divengono così un caleidoscopio immenso, -dove sorpreso in mille atteggiamenti e nei -più intimi, nei più riposti, nei più inaspettati, s'agita -e si divincola tutto un mondo di gente, da -quella che è posta in cima della scala sociale allo -<i>snob</i> più basso, più vile e strisciante nei più infimi -strati, donde s'arrampica a pigliar d'assalto -il tremendo problema della vita con gli spedienti -più loschi e le professioni più innominabili. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span> -</p> - -<h3>VIII.</h3> - -<p> -Parvero così straordinarî i racconti delle <i>Memorie</i> -del Casanova, che s'incominciò dal dubitare -dell'esistenza di lui, poi dell'autenticità delle -sue <i>Memorie</i> (che Paolo Lacroix pretese addirittura -scritte dallo Stendhal) e ne uscì fuori una -questione critica grossissima, ch'io mi guarderò -bene dall'esporvi, tanto più che non è chiusa ancora, -ma le cui conclusioni più sicure infino ad -ora son queste. Non parlo dell'esistenza del Casanova. -Troppe testimonianze contemporanee la -provano da poterne sul serio dubitare. Ancora è -provata l'autenticità delle sue <i>Memorie</i>. Sappiamo -però con altrettanta certezza che il testo da noi -posseduto non è in tutto il testo vero, quantunque -sembri che i ritocchi e le mutilazioni praticatevi -dal signor Lafargue non siano state poi -così grandi, come sembrarono al nostro bravo Ademollo, -che in parecchie occasioni se ne mostrò -affannatissimo, o per lo meno non alterarono -gran che l'impronta personale d'uno scrittore, -che sarebbe molto difficile di contraffare, senza -rifondere compiutamente il suo libro. Resta la -veridicità dei fatti. Di molti i riscontri sicuri si -<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span> -sono trovati; di altri è forse impossibile trovarli; -ma i già trovati son tali da testimoniare in favore -del rimanente, e gli errori di memoria o gli -abbellimenti di fantasia non tolgono alla realità -totale del quadro, quantunque, come scrittore, il -Casanova sia nelle sue <i>Memorie</i> artista potente, -e veramente creatore, oltre ad essere pensatore e -osservatore attento e coltissimo. Altri suoi scritti -pure lo dimostrano tale, l'<i>Isocaméron</i>, ad esempio, -libro meraviglioso e di cui i romanzi recenti -di Giulio Verne parvero un plagio. -</p> - -<p> -L'uomo, lo scrittore sono dunque nel Casanova -una realtà. La sua vita pare un romanzo, ma è -un romanzo che fu vissuto; l'uomo somiglia a -Gil Blas, ma a un Gil Blas in carne ed ossa, e -non a un'invenzione d'un qualunque ignoto Le -Sage. Questo tristo rappresentatore, questo impudente -rivelatore della più segreta storia del secolo -XVIII ci ha lasciato dunque documenti di -sè e del suo tempo, che vanno bensì accolti con -riserva e adoperati con prudenza, ma che pur -sono incontrastabilmente documenti d'una parte -almeno della vita sociale del Settecento nella Venezia -degli ultimi Dogi, nella Roma di papa Lambertini -e di papa Rezzonico, nella Napoli del Tanucci, -e principalmente nella Francia di Madama -di Pompadour, nella Spagna dell'Aranda, nel -Portogallo del Pombal, nell'Inghilterra dei tre -<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span> -ultimi Giorgi, nella Russia di Caterina II, nella -Prussia di Federigo il Grande, nella Polonia del -bel Stanislao dalle chiome corvine. Una parte almeno, -ripeto, di tutta questa immensa prospettiva -Europea, quella in ispecie che meno salta -agli occhi nelle storie, è nelle <i>Memorie</i> del Casanova -sorpresa in atto, colta sul vivo, e descritta -da grande artista. -</p> - -<h3>IX.</h3> - -<p> -Anche questo tanto di realtà, che troviamo nel -Casanova, ci sfugge invece nel Cagliostro. Costui, -se qualche volta s'è pur tanto infervorato -nella commedia che recitava da scambiarla colla -realtà, costui è veramente la menzogna in persona. -Quando crediamo d'averlo afferrato e di -poterlo costringere a dirci finalmente chi è e -che cos'è, egli ci è già sguizzato via, come un anguilla, -e ci troviamo a mani vuote. Il Casanova -lo ha incontrato più volte ne' suoi viaggi, la -prima volta ad Aix, ed il Cagliostro e la moglie, -in abito di romei, tornavano allora stanchi, estenuati -e senza un soldo dall'aver visitato a piedi -Sant'Jacopo di Compostella e Nostra Donna del -Pilar; un'ultima volta a Venezia, sotto il nome -<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span> -di marchese Pellegrini, e allora il Casanova riconoscendolo -per un <i>fieffè fripon</i> gli profetizzò che -sarebbe finito in galera, una delle profezie, delle -quali il Casanova può più giustamente vantarsi. -</p> - -<p> -Questa strana figura del Cagliostro, che spunta -originariamente dalla <i>Mafia</i> Siciliana, eccitò potentemente -col suo continuo nascondersi e trasmutarsi -le fantasie dei contemporanei e dei posteri, -ma molte parti di essa restano anche oggi -un mistero. Dal Goethe e dallo Schiller ad Alessandro -Dumas ed al Carlyle, artisti sommi, senza -contare i critici, gli storici, i psichiatri, i medici, -i moralisti, hanno sentito il bisogno d'affrontarsi -con questa sfinge; pel Goethe e per lo Schiller -era divenuta una specie di fissazione, da cui non -poterono liberarsi, che dandole sfogo, lo Schiller -in un romanzo, il Goethe in una commedia, l'uno -e l'altra però parto di fantasia, non rivelazione -del mistero, alla cui provocante tentazione i due -grandi poeti non avevano potuto resistere. -</p> - -<p> -Eppure il Goethe non s'era contentato di fantasticare -sul Cagliostro come sulla leggenda del -dottor Faust, ma durante il suo viaggio in Sicilia -avea voluto assicurarsi se un filo qualunque -ricongiungeva alla realtà della vita quel -fantastico essere, che da anni correva l'Europa -riempiendola della sua fama ed avendo sempre -alle calcagna un esercito di fanatici e di persecutori, -<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span> -di birri che lo vogliono carcerare, e di -discepoli che vogliono metterlo sugli altari. Chi -ha ragione, chi ha torto, i birri o i discepoli? E -fa meraviglia vedere con che timida curiosità il -gran poeta Tedesco entra in quella povera casuccia -di popolani Siciliani e interroga quella vecchia -madre, quei nipoti, quei compagni d'infanzia del -Cagliostro, e che turbamento gli arreca quell'<i>interno</i> -così squallido, così onesto, così triste, -paragonato alla rumorosa fama od infamia del -gran negromante, di cui tutta Europa si occupa. -Uscendone, il Goethe ne sa più e ne sa meno di -prima. Sa, per esempio, che il nome di Cagliostro, -in cui s'era trasmutato Giuseppe Balsamo, -non è tutta un'usurpazione, bensì un nome di -famiglia anch'esso, finito già in una donna, e -ch'egli avea assunto, aggiungendovi di suo la -contea e cambiando il nome di battesimo di Giuseppe -in Alessandro. Certo, come minuzia biografica, -questa notizia ha la sua importanza. Ma -che lume dà a tutto il resto? Anche il Casanova -affibbia al suo nome di famiglia un <i>di Seingalt</i> -di sua invenzione. Ma, più franco almeno, al -Borgomastro di Norimberga, che gli domanda: -“donde traete voi il diritto di portare questo -secondo nome?„ il Casanova risponde: “dall'alfabeto, -che è di tutti e di nessuno!„ E sui -titoli d'accatto, quando l'imperatore Giuseppe II -<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span> -gli dice: “è ridicolo chi compra un titolo di nobiltà„ -il Casanova risponde: “sì, Maestà, ma -non più di chi lo vende!„ -</p> - -<p> -Anche fra queste lustre ciarlatanesche siamo -dunque sempre col Casanova nella realtà comica -d'uno sfruttatore spiritoso della scioccheria -umana. Ma col Cagliostro è altra cosa. Tutto -è falso o dubbio in lui, lo spirito, l'ingegno, la -scienza, l'audacia, la nobiltà, la ricchezza, il -nome, l'età, il presente, il passato. Pare a momenti, -direbbe il Carlyle, che di vero e di reale -non ci sia se non quel carrozzone pitturato e -coll'imperiale rigonfia di bagagli, che tirato da -quattro cavalli passa di galoppo fra un nembo -di polvere e un rumore assordante di fruste e -di sonagliere a traverso l'Europa, preceduto e -seguito da sei poderosi lacchè, che cavalcando -lo annunziano e lo scortano onorevolmente. Entro -quella spettacolosa e pesante macchina siede -un uomo tarchiato, di aspetto volgare e zotico, -ed al suo fianco una donnetta di trista fama, -chiamata, secondo i casi, Lorenza o Serafina. -Ora come va, si domanda il Carlyle, che dopo -brevi riposi quel carrozzone può sempre ripigliare -il suo cammino e non gli accade mai di -arrestarsi di botto, come una locomotiva senza -vapore, o di sfracellarsi silenzioso in fondo a un -fossato? Quell'uomo tarchiato, che siede nel -<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span> -carrozzone pitturato, è un truffatore e falsario, -scappato da Palermo, di vent'anni circa più giovine -del Casanova. -</p> - -<h3>X.</h3> - -<p> -E da quella prima sua fuga piglia le mosse -anche la sua grande leggenda, incominciata con -una scomparsa totale, che dura qualche anno; -e fin qui il perchè si capisce. Ma dov'è stato in -questo tempo? Nessuno lo sa; egli non lo dice, -nè lo dirà mai, o, meglio, a chi gliene chiede -risponde con tante diverse versioni, che la nuvola -tenebrosa, in cui ad arte si ravvolge, a -nessuno riescirà mai più di squarciare del tutto, -nè ai truffati, che si risentono, nè agli illusi, -che gli credono, nè agli Inquisitori di Stato -di Venezia, nè ai tribunali di Francia, di Spagna, -di Portogallo e d'Inghilterra e neppure -al Sant'Uffizio di Roma, il quale senza approfondire -più che tanto, n'esce per un rotto di cuffia, -che appartiene in proprio al Sant'Uffizio soltanto, -e il 7 aprile 1791, quando già da quindici -anni in America e nell'anno stesso in Francia -erano stati proclamati i <i>Diritti dell'uomo</i>, lo condanna -per eretico, mago e framassone, certo le -<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span> -sue pecche minori, e per le quali una condanna -capitale, commutata in galera a vita al forte di -San Leo, dove il Cagliostro morì, non può non -parere oggi pena eccessiva. Donde consegue che -anche fra i più recenti scrittori, che hanno parlato -del Cagliostro, ad alcuni il Cagliostro sembra -un problema psicologico d'incerta soluzione ed -altri non esitano a darlo per un vero precursore -ed un vero martire di libertà. Dove s'è vista mai, -signore mie, una canzonatura d'avventuriere meglio -riescita di questa? una canzonatura, i cui -effetti durano quasi cent'anni, dopo la morte del -canzonatore? Di questa morte il primo centenario -ricorre anzi appunto in quest'anno. Che -vi stupireste di molto a veder comparire uno di -questi giorni un proclama, in cui si dicesse che, -anche il Cagliostro ha fatto l'Italia? Già, a molti -segni, ci sarebbe quasi da crederlo!! Ma non si -tratta ora di ciò. Quello che mi preme di dire è -che il mistero del Cagliostro non istà tanto nell'esser -riescito, quanto nell'assurdità, nella volgarità -dei mezzi, mercè i quali è riescito. Ma -che si burla? Il Cagliostro una volta si dà per -figlio dello Sceriffo della Mecca, un'altra per -discendente dell'ultimo principe di Trebisonda, -una terza (e questa l'ha sentita il Grimm in -casa della contessa di Brienne) per nato non si -sa da chi su una nave, che traversava il Mar Rosso, -<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span> -deposto fra le rovine d'una piramide Egiziana, ed -ivi trovato da un vecchio sapiente di nome Althotas, -che gli rivela tutti i segreti della natura -e della vita; una quarta si contenta di dire come -Cristo: <i>ego sum qui sum</i> e di delineare a vista -un serpente trapassato da una freccia e con un -pomo in bocca; una quinta millanta la sua discendenza -da Carlo Martello, quel figliuolo di -Carlo il Zoppo, re di Puglia, che fu amico di -Dante; una sesta finalmente si dà per Apollonio -Tianéo in persona, rigenerato dalla metempsicosi. -</p> - -<p> -E questo è niente. Quanti anni ha? Lui stesso, -o dice di non saperlo, o lascia vagamente credere -d'esser più che centenario. A Parigi però dinanzi -a un quadro della <i>Deposizione di Croce</i> comincia -a piangere dirottamente e interrogato che cos'ha: -</p> - -<p> -— Ahimè! — risponde, — piango la morte di -quel grand'uomo, tanto buono e affettuoso ed a -cui debbo tanti dolci momenti! Abbiamo pranzato -insieme alle nozze di Canaan e in casa di -Ponzio Pilato! -</p> - -<p> -— Ma di chi parlate di grazia?... — lo interruppe -il signor di Richelieu stupefatto. -</p> - -<p> -— Eh per bacco! Di Gesù Cristo! Oh l'ho -conosciuto moltissimo!... -</p> - -<p> -Nei suoi viaggi in Oriente col savio Althotas -ha visto cose meravigliose: in Asia il paradiso -terrestre, l'albero secco del bene e del male, gli -<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span> -avanzi dell'arca di Noè, quelli della torre di Babele, -un lago, che passa pel centro della terra -e a traverso il quale, guardando come dentro a un -canocchiale, si toccano quasi cogli occhi la luna e -le stelle, che splendono sugli antipodi; in Africa, -le quarantamila mummie persiane dell'esercito -di Cambise, e in cima a una piramide ha avuta -la visione d'una donna bellissima, quella stessa -Lorenza Feliciani, che poi a Roma sposerà. Più -meravigliose cose ha fatte o gli hanno insegnate: -è stato zitto per dieci anni a studiare in un -collegio fondato dalla regina Saba, il qual collegio -era diretto dal Gran Cofto d'Oriente, che -l'ha iniziato ai misteri del rito egiziano e l'ha -consacrato suo vicario in Occidente; ha imparato -l'arte di spiegare i sogni sul libro dei Sette -Dormienti e su un altro di Giuseppe Ebreo; ha -imparato a mutar la canapa in seta, ogni materia -più vile in oro, a ingrossare i diamanti, a fare il -<i>lapis philosophorum</i>, l'elixir della vita, il magnetismo -prima di Mesmer, a far apparire un mondo -in un bicchier d'acqua e mercè il sonno ipnotico -d'un ragazzo a leggere nel futuro e scoprire e -guarir tutti i mali. -</p> - -<p> -Ora per quanto voi vogliate immaginarvi nevrotica, -visionaria, delirante, epilettica e già in -preda insomma alle allucinazioni degli agonizzanti -la società del secolo XVIII; com'è possibile -<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span> -ch'essa abbia accettato e creduta una simile <i>olla -potrida</i> di goffaggini e di ciurmerie? Eppure il -Cagliostro ha percorso in lungo e in largo l'Europa, -sciorinando ovunque le medesime goffaggini -e le medesime ciurmerie; e se non le avesse intramezzate -di furfanterie anche peggiori, probabilmente -sarebbe riescito a trarsi sempre d'imbroglio. -Ma finchè il Cagliostro non trovò altra -fonte di lucro, le sue ricchezze provenivano da -fonti assai torbide, come lo dimostra il fatto del -trovarsi esso mescolato in Francia al famoso -processo del <i>collier de la reine</i> nel 1786, che gli -fece assaggiare nove mesi di Bastiglia e donde -uscì per quella stessa invereconda indulgenza, -per cui fu assolto il turpe cardinale di Rohan, -unicamente a fine di far onta a Maria Antonietta. -</p> - -<p> -Dopo questo fatto il Cagliostro scampò a Londra, -ove la Massoneria lo accolse e glorificò come -una vittima, ingenuità, di cui essa ebbe a pentirsi, -quando il furbo mariuolo, divenuto strumento -dei Rosa-Croce e degli Illuministi tedeschi del -Weishaupt, i quali professavano un misto di -deliri mistici e di odierno anarchismo e volevano, -mercè il Cagliostro, accaparrarsi la già enorme -espansione e potenza delle Logge Massoniche, si -fece capo d'una riforma massonica, che intitolò -<i>Egiziana</i>, e d'allora in poi visse e scialò da nababbo -alle spalle de' suoi nuovi padroni, forse -<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span> -canzonandoli ancor essi. È la fase magnifica del -Cagliostro, in cui s'atteggia a taumaturgo umanitario -e solleva gli entusiasmi popolari di Lione, -di Varsavia, di Strasburgo e di Roma, finchè dà -dentro nelle reti del Sant'Uffizio e vi rimane -accalappiato. È la fase più positiva altresì di -questa strana esistenza, ma neppur essa lo spiega -compiutamente. Da un lato si può conceder molto -alle condizioni intellettuali del tempo, dall'altro -alla potenza individuale di questo enorme imbroglione, -ma alcunchè di misterioso rimane e l'unica -conclusione possibile è quella a cui s'attiene -in questi casi la fantasia popolare, è contentarsi -di credere che questi fenomeni mostruosi, sì nell'ordine -fisico, come nell'ordine morale, preludono -a cataclismi imminenti. -</p> - -<p> -Si obbietterà: “Ma in sostanza il Casanova e -il Cagliostro sono due eccezioni e l'eccezione in -casi simili che cosa vale? Il primo è l'espressione -d'un libertinaggio sfrenato, il secondo di -una congenita ribalderia, la quale finisce come -ha cominciato, e due tipi come questi ogni tempo -può darli.„ -</p> - -<p> -<i>L'argomento prova troppo, dunque non prova -niente</i>, come diceva un mio vecchio professore -di filosofia. Di fatto, non ogni tempo vi darà il -pubblico immenso, che il Casanova ed il Cagliostro -hanno sfruttato; non ogni tempo vi offrirà -<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span> -al pari della seconda metà del secolo XVIII una -folla di tipi, i quali senza assorgere alle gigantesche -proporzioni di quei due, abbiano con essi -comuni tante disposizioni psicologiche e tante -forme di vita. Muovere non si sa donde, indirizzarsi -non si sa dove, tentare mille espedienti, -mille professioni, correre mille avventure, sempre -in balìa del caso, pur di non rassegnarsi alla -realtà che vi circonda, tutto ciò è talmente, direi, -nell'aria respirabile della seconda metà del Settecento, -che la letteratura stessa, se nei romanzi -deve immaginare un protagonista (si chiami esso -Tom Jones, Faublas, Figaro, Gil Blas, Lovelace -o De Grieux) non se lo sa immaginare che così. -</p> - -<h3>XI.</h3> - -<p> -E vedete quanti, non nel romanzo, ma nella -realtà, cominciano, se non altro, come avventurieri, -dato anche che poi non finiscano come tali. -Potrei dimostrarlo a lungo, ma me ne manca -il tempo e mi contento di finire, ricordando alcuni -dei nomi, che ho accennati in principio. -Non è una vita d'avventuriere quella del Da -Ponte, che da romanzetti erotici di gondola e di -<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span> -<i>Ridotto</i> in Venezia passa a sfoggiare teorie alla -Rousseau in un seminario di Treviso, scrive versi -incendiari, è bandito, capita a Vienna alla morte -del Metastasio, rivaleggia col Casti, scrive il bellissimo -melodramma del <i>Don Giovanni</i> pel Mozart, -cade in disgrazia per amore d'una cantante, -erra per un pezzo fra l'Olanda, il Belgio, la Francia -e l'Inghilterra, fallisce come impresario di -teatro a Londra, si mette a fare il libraio, e finalmente -va a cercar fortuna in America cogli abiti -che ha indosso e possedendo per tutto viatico una -cassetta di corde da violino? Non sono vite d'avventurieri -quelle del Piattoli e del Mazzei, semiaffaristi, -semipoliticanti e appartenenti entrambi -a quel gruppetto di piccoli e grossi avventurieri -italiani, che si stringe intorno a Stanislao Augusto -re di Polonia, salito anch'esso dall'alcova di Caterina -di Russia al trono dei Batory e dei Wasa? -Il Piattoli è fiorentino, e della sua vita finora -poco si sa. Ma certo è che di abate e maestro -un po' enciclopedico a Modena, lo si trova poi -a Varsavia mescolato ai grandi imbrogli diplomatici -pei successivi sbrani della Polonia, pare -l'autore della costituzione Polacca del 1791; ed il -Thiers, che nella sua storia lo indica per uno -di quegli ingegnosi avventurieri recanti nel Nord -<i>l'esprit et le savoir du Midi</i>, pretende che entrato -poi nelle grazie di Alessandro I abbia occultamente -<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span> -suggerite non poche delle idee, che prevalsero -nei trattati di Vienna del 1815. Una -Krüdener uomo!! -</p> - -<p> -Fiorentino è pure il Mazzei, che di apprendista -nello spedale di Santa Maria Nova va chirurgo -a Costantinopoli e a Smirne, commerciante di -vino e di letteratura toscana a Londra, colonizzatore -nel Kentuky in America, dove porta contadini -Lucchesi, contrae amicizia e coopera cogli uomini -più eminenti dell'indipendenza Americana, -torna loro agente segreto in Europa, e quindi -entrato così nella diplomazia, diviene agente segreto -del re di Polonia, e in tale qualità assiste -alle prime grandi scene della rivoluzione francese, -fonda con altri in opposizione al <i>club</i> dei -forsennati Giacobini un <i>club</i> di moderati, che -<i>naturalmente</i> non fece nè caldo nè freddo, dopo -di che ritornato in Toscana a vita privata, scrive -senz'arte alcuna, ma con una certa ingenuità non -ispiacevole i ricordi delle sue peregrinazioni. -</p> - -<p> -Non è una vita d'avventuriere quella del Gorani, -Milanese, il quale dopo aver militato in -Germania aspira al trono di Corsica, senza scoraggiarsi -della trista fine di quell'altro grande -avventuriere tedesco, che era stato Teodoro di -Neuhof, gira mezzo mondo in cerca d'aderenti -al suo progetto, non li trova, si contenta d'essere -dal Pombal nominato generale in Portogallo -<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span> -e guastatosi con lui corre sotto la bandiera dei -filosofi enciclopedisti a Parigi, scrive di tutto, si -getta nella rivoluzione, se ne disgusta e finisce -a Ginevra, scrivendo i ricordi d'una vita, a cui -non erano mancati i prestigi alla Cagliostro e -gli amori alla Casanova? -</p> - -<p> -Non è una vita d'avventuriere quella del Goldoni, -fino a che nel 1762 si posa finalmente a -Parigi e vi dimora fino alla morte, accaduta, -chi sa tra che squallore e che angosce, durante -l'interregno del <i>Terrore</i>. -</p> - -<h3>XII.</h3> - -<p> -Tutti hanno primordi e vicende pressochè eguali -anche gli altri che ho nominati e che formano il -gruppo dei letterati avventurieri (siccome avventurieri -letterati sono il Casanova e il Gorani) vale -a dire: il Baretti, che coll'Alfieri divide la gloria -d'essere uno dei primi introduttori del Piemonte -nella vita letteraria italiana, e acerrimo nemico -d'Arcadia e degli arcadeggianti si tira addosso -persecuzioni così straordinarie per parte degli -Inquisitori di Stato di Venezia e dei preti di -Roma da far parere la sua non una ribellione -<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span> -letteraria ma una ribellione politica, sicchè, dopo -aver errato per mezz'Europa, non trova riparo -se non all'ombra delle libertà inglesi, in questo, -e forse per altre parti ancora, precursore del Foscolo -e del Mazzini; l'Algarotti, che, scrittore -enciclopedico, viaggiatore perpetuo, amico intimo -di tutte le celebrità, a cominciare dal Voltaire e -da Federico il Grande, divulgatore galante di -scienza <i>ad uso delle dame</i>, gran dilettante di cose -d'arte, raggiunge al suo tempo una notorietà e -una gloria, di cui ai giorni nostri ci rendono più -ragione le testimonianze dei contemporanei ed il -suo epistolario, che non le sue opere, scritte bensì -con disinvoltura d'uomo mondano, ma in quel -gergo gallicizzante, allora di moda, ed oggi più -che stucchevole; il Galiani, che, Napoletano, ed -uomo e scrittore di vario e molto ingegno (tanto -da poter passare agevolmente dalla collaborazione -ad un libretto d'<i>opera buffa</i> a trattati d'economia -politica) tiene a Parigi nelle riunioni più battagliere -della filosofia demolitrice lo scettro dello -spirito, si fa intitolare dall'amabilità francese: -<i>anima di Platone e Machiavelli nel corpo d'Arlecchino</i>, -e tutti lo festeggiano a gara e le dame -se lo strappano, ed i filosofi dittatori si lasciano -dire da lui, mentre egli incrocia le gambe su una -poltrona e giuoca a palla colla propria parrucca: -“voi sragionate per lo meno quanto i teologi;„ -<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span> -il Gamerra, che di abate livornese si trasforma -in ufficiale austriaco, in poeta lirico, epico, drammatico, -si posa a Vienna continuatore del Metastasio -e rivale del Casti, precorre in Italia col -dramma lagrimoso gli eccessi del romanticismo -più scapigliato, scrive un poema di novantatrè -mila dugento trentadue versi sulle infedeltà coniugali -(il tema è vasto, ma anche i versi son -molti), dissotterra nottetempo il cadavere dell'amante -e se lo tiene per anni imbalsamato nello -scrittoio; il Calsabigi, che, letterato, viaggiatore, -affarista, uomo di Stato, autore d'un <i>Alceste</i>, in -cui entrano Morte, Inferno, Paradiso, “tutti i <i>novissimi</i>, -come diceva il Metastasio, tranne il <i>Giudizio</i>„ -introduce in Francia (di balla col Casanova) -il <i>giuoco del lotto</i>; il Coltellini, che, figlio -d'un bargello, e prima tipografo a Livorno, poi -anch'esso poeta melodrammatico a Vienna, gran -protetto del principe di Kaunitz, cacciato da -Vienna per aver osato scrivere una satira contro -Maria Teresa, si rifugia a Pietroburgo e, non rinsavito -per la trista esperienza, è ivi autore d'un'altra -satira contro Caterina II, di cui, secondo alcuni, -avrebbe pagato il fio colla vita, dopo però -d'aver procreato, oltre ai melodrammi e alle satire, -una dinastia di commedianti, che, per via -di donna, finirà nient'altro che in Carlotta Marchionni: -e come questi, ai quali ho in breve accennato, -<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span> -così tanti e tanti altri letterati avventurieri -e tipi complicati e originali, dei quali -sarebbe lungo profilare anche solo con pochi -tratti la fisonomia e le strane vicende. -</p> - -<p> -V'ha diversità grandi fra tutti questi uomini, -ma tutti più o meno appartengono alla stessa famiglia. -Non v'è fra i tanti nomi, che ho ricordati, -se non un solo nome veramente grande, il -Goldoni. Ma negli altri l'instabilità della mente, -la precarietà dell'esistenza, la variabilità dei gusti, -e insieme l'eccitabilità, la febbre, la sensibilità -indisciplinata del temperamento sciupano, -consumano la miglior parte della loro energia intellettuale -e morale, ed essi non danno forse tutto -quello che avrebbero potuto. Ciò non ostante, se -voi considerate solo quel tanto che gli avventurieri -o semi avventurieri italiani del secolo XVIII -fanno o tentano, per esempio, nei maneggi politici -o negli spettacoli teatrali di tutte le capitali -d'Europa, vedrete che essi riassumono tutto quel -po' d'influenza, sia pur umile e indiretta, che l'ingegno -italiano potè ancora esercitare fuori d'Italia, -in un tempo che l'interna vita della nazione -era quasi spenta del tutto. Poco o molto che sia, -di alcuni almeno questo di bene si può dire. Gli -altri, anzichè ammirazione e simpatia, destano -piuttosto pietà. Cronologicamente (se avete osservato) -sono quasi tutti a cavaliere dei due secoli, -<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span> -fra la fine della frolla e tarlata società del -secolo XVIII e la Rivoluzione Francese, da cui -bene o male uscirà la società odierna, e sono -perciò tipi storici, rappresentativi d'una transizione -violenta e dolorosa; sono insomma le povere -foglie secche, agitate, sbalestrate già qua -e là dal vento impetuoso, che annunzia l'uragano -vicino a scoppiare. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span> -</p> - -<h2 id="galiani">L'ABATE GALIANI -<span class="smaller">(1728-1787)</span></h2> - -<p class="center"> -CONFERENZA -</p> - -<p class="center"> -DI -</p> - -<p class="center"> -<span class="smcap">Vittorio Pica</span>. -</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span> -</p> - -<p class="pad2"> -Nei parecchi volumi della corrispondenza di -Federico-Melchiorre Grimm e di quella di Dionigi -Diderot con madamigella Voland, nei quali -così bene rispecchiasi la fisonomia originalissima -di quella società parigina della fine del Settecento, -in seno a cui andavasi maturando uno dei maggiori -rivolgimenti della storia dell'umanità, il -nome di un Italiano viene assai di sovente ripetuto -ed esso è sempre accompagnato dalle più -lusinghiere espressioni di simpatia e dalle più enfatiche -frasi laudative; e questo nome lo si ritrova -non meno magnificato in alcune lettere di -Caterina di Russia ed in varie pagine di Voltaire, -di Marmontel, dell'abate Morellet e di altri -illustri scrittori della medesima epoca. -</p> - -<p> -Chi era mai quest'uomo eccezionale per aver -saputo accaparrarsi tante autorevoli simpatie in -un centro così altamente intellettuale quale ci -appare, nel secolo scorso, Parigi, verso cui rivolgevansi -le menti dell'Europa intera; chi mai era -quest'uomo, che, nei salotti parigini, i quali con -le brillanti ed insieme profonde conversazioni sur -<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span> -ogni argomento politico, letterario, morale, contribuivano -forse molto più di ogni libro al grande -movimento filosofico e sociale, era riuscito ad occupare -uno dei posti più importanti, tanto che, -siccome afferma il Marmontel, tutti tacevano per -starlo ad ascoltare durante ore intere; chi era -mai quest'uomo, che con gli acuti ed originali -suoi apprezzamenti sulle più svariate questioni -sapeva tenere sempre desta la perspicace attenzione -degli Enciclopedisti e, nell'istesso tempo, -sapeva, con le inesauribili sue barzellette, coi suoi -amenissimi aneddoti, con la sua esilarante mimica -meridionale, affascinare le dame, e che, nella -capitale dello spirito, faceva sfoggio di tanta arguzia, -e di tale instancabile brio da fare esclamare -alla leggiadra ed intelligente Duchessa de -Choiseul: “In Francia lo spirito trovasi in moneta -spicciola, in Italia in verghe d'oro„? -</p> - -<p> -Egli era un abate napoletano, poco più che -trentenne, ed aveva nome Ferdinando Galiani. A -Parigi l'aveva mandato, nell'anno 1759, quel sapiente -conoscitore d'uomini che fu il celebre ministro -Bernardo Tanucci, come segretario d'ambasciata -presso il conte de Cantillana, un gentiluomo -spagnuolo borioso e d'intelligenza meno che -mediocre, a cui era affidato l'incarico di rappresentare -il Re di Napoli presso la Corte di Francia. -</p> - -<p> -La prima impressione prodotta dal Galiani a -<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span> -Parigi era stata affatto grottesca: egli era alto -poco più d'un metro, sicchè, quando il conte de -Cantillana lo presentò, nella grande sala delle -udienze di Versailles, a Luigi XV, i cortigiani, -al veder la sua personcina di pigmeo vestita da -abate, non potettero trattenersi dal ridere ed il -monarca istesso non seppe nascondere un sorriso; -ma l'abatino napoletano, senza punto turbarsi e -con la maggiore serietà, fatto il profondo inchino -di rito, disse: “<i>Sire, vous ne voyez à present -que l'échantillon du sécretaire, le sécretaire vient -après.</i>„ Tale arguta prontezza sorprese e piacque -immensamente e può dirsi che fin da quel momento -il Galiani conquistasse quella preziosa riputazione -di persona di spirito, che doveva raffermarsi -ed accrescersi sempre più durante i dieci -anni di sua dimora a Parigi. -</p> - -<p> -La suscettibilità del suo amor proprio era però -fin d'allora eccessiva e quasi morbosa, sicchè egli, -per quell'incidente, da cui pure era uscito vittorioso, -prese in odio la Francia e mandò lettere -su lettere al Tanucci, supplicandolo di richiamarlo -a Napoli. “Io mi sono disingannato„ — egli -gli scriveva — “e riconosco di non essere punto -fatto per Parigi. Il mio abito, la mia figura, il -mio modo di pensare e tutti i miei difetti naturali -mi renderanno qui insopportabile sempre -ai Francesi ed a me stesso.„ -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span> -</p> - -<p> -Il Tanucci, a cui premeva molto di avere un -fido amico ed un intelligente collaboratore della -sua opera politica a Parigi, non gli dette ascolto -e, ben presto, l'abate napoletano, stretta amicizia -col Grimm e col barone Gleichen e presentato -da costoro nei salotti della signora Geoffrin, della -duchessa de Choiseul, della signora d'Épinay, del -barone d'Holbach, cangiò in tal modo d'opinione -che il dover lasciare Parigi, di lì a parecchi anni, -fu forse il maggior dolore della sua vita. -</p> - -<p> -Per potersi spiegare la primitiva impressione -ostile così acutamente risentita in Francia dal -troppo suscettibile abate, non bisogna dimenticare -che egli, trovatosi d'un tratto balzato in -mezzo ad una società, per cui non era che uno -sconosciuto dall'apparenza abbastanza comica, -godeva invece, malgrado l'ancora giovanile età, -non soltanto a Napoli, ma in tutta l'Italia, di -una non comune celebrità e come erudito, e come -economista, e come letterato. -</p> - -<p> -Nato a Chieti nel decembre 1728 da un magistrato -e gentiluomo foggiano, Ferdinando Galiani erasi -recato, ancor fanciullo, a Napoli e vi era stato -educato ed istruito, insieme col fratello maggiore -Bernardo, da un savio e colto prelato, lo zio suo -Celestino Galiani, che, per varii anni, coprì l'onorifica -carica di Prefetto dell'Università degli Studii. -</p> - -<p> -Fin da ragazzo, il Galiani fece mostra d'ingegno -<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span> -pronto e vivacissimo, che andò sempre più -ringagliardendosi nella compagnia degli illustri -uomini, quali G. B. Vico, Jacopo Martorelli, Cerillo, -Intieri e Rinuccini, che frequentavano la -casa del Prefetto dell'Università e che, interessati -dalla precoce intelligenza dei due suoi nipoti, -assai volentieri intrattenevansi a conversare -ed a discutere con loro. Spinto verso le discipline -economiche dalla particolare benevolenza addimostratagli -dai dotti toscani marchese Rinuccini e -Bartolommeo Intieri, il giovane Ferdinando aveva -già tradotto dall'inglese due trattati del Locke -ed aveva intrapresa un'opera sull'antichissima -storia delle navigazioni nel Mediterraneo, allorchè -un curioso episodio lo persuase a scrivere un opuscolo -satirico, che doveva richiamare su lui l'attenzione -del pubblico napoletano. -</p> - -<p> -Da una delle tante accademie, che in quel -tempo gareggiavano in Napoli di enfasi retorica -e di vaniloquenza, era stato dato incarico a Bernardo -Galiani di comporre un'orazione in lode -dell'Immacolata; ma, essendosi egli dovuto recare, -per affari di famiglia, a Chieti, commise -di scrivere e di recitare l'orazione al fratello -Ferdinando, il quale, avendo accettato molto -volentieri, vi lavorò attorno con grande amore -alcuni giorni ed alcune notti e, la mattina fissata, -si recò all'accademia, col suo scartafaccio -<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span> -in tasca. Ma quando egli, fra orgoglioso e trepidante, -presentossi al presidente, certo avvocato -Giannantonio Sergio, costui veggendolo così mingherlino, -così sbarbatello e di così minuscola persona, -burbanzosamente si rifiutò, pel decoro dell'accademia, -di fargli leggere l'elaborata orazione -ed invece lesse egli medesimo un pomposo discorso, -che teneva già pronto. -</p> - -<p> -Indicibili furono la mortificazione e la rabbia del -Galiani per un simile affronto, ed egli, nel segreto -dell'anima, decise di farne aspra vendetta. E l'occasione -di burlarsi dei componenti dell'Accademia -presieduta dall'abborrito Sergio gliela porse di lì -a poco l'improvvisa morte del boia della città. -Costumanza assai frequente delle accademie, che -allora infierivano in tutta l'Italia, era di pubblicare -raccolte di scritti in morte di personaggi -più o meno illustri; or bene il nostro Ferdinando -compose, in collaborazione col suo intimo amico -Pasquale Carcani, tutta una serie di poesie e di -prose secondo lo stile gonfio ed artefatto dei -varii accademici e li raccolse in un volumino che -portava il titolo di “<i>Componimenti varj — per la -morte di Domenico Jannacone — carnefice della -G. C. della Vicaria — Raccolti e dati in luce da -Giannantonio Sergio — avvocato napoletano</i>„ e -che era preceduto da una dedica di un Pastore -Arcade al Tirapiede, aiutante del defunto Boia. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span> -</p> - -<p> -La parodia — la quale doveva venir imitata, dieci -anni dopo, da Federigo il Grande col suo panegirico -di un calzolaio, che fingevasi scritto da un -diacono della cattedrale, — anche oggi, a distanza -di un secolo e mezzo, appare assai graziosa. -</p> - -<p> -Del resto a darvene un'idea approssimativa -varrà la seguente nota apposta a piè di un sonetto: -“Della giustezza di questi versi nessuno -può dubitare essendo tutti misurati collo spago„, -e quest'altro sonetto, in cui un arcade, che aveva -incominciata una sua lirica sulla Concezione così: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Se mai non fosse Iddio Santo in Natura,</i></p> -<p class="i01"><i>E sia per mera ipotesi ciò detto</i>, ecc....</p> -</div></div> - -<p> -viene messo argutamente in burletta: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">S'io fossi mai un asino in Natura</p> -<p class="i01">(E sia per mera ipotesi ciò detto),</p> -<p class="i01">Quantunque irrazionale creatura</p> -<p class="i01">Ragghiando loderei quest'uom perfetto.</p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i01">Anzi, se tutto il mondo per ventura</p> -<p class="i01">Di trovar dato avesse un vero e schietto</p> -<p class="i01">Ministro di Giustizia a me la cura,</p> -<p class="i01">L'avrei per Boia universale eletto.</p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i01">Poichè con arte tal, con tal destrezza</p> -<p class="i01">Domenico il suo officio far sapea</p> -<p class="i01">Che il morir per sua mano era dolcezza.</p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i01">Onde talor tra me dicea: se il fato</p> -<p class="i01">Mi riducesse a dover questa rea</p> -<p class="i01">Morte soffrire, io morirei beato.</p> -</div></div> - -<p> -Il volumetto satirico ebbe un successo clamoroso -<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span> -e per varie settimane in tutti i salotti, in -tutti i caffè di Napoli e per fino a Corte si rise -sulle spalle del povero avvocato Giannantonio -Sergio e dei suoi accademici, tanto che costoro, -adiratissimi, ricorsero al Re. Allora il Galiani ed -il Carcani, temendo di venire scoverti, nulla trovarono -di meglio da fare che di presentarsi al -Tanucci e di confessarglisi autori del libriccino -incriminato, ed il buon ministro, che aveva anche -lui riso alla lettura della gustosa parodia e -che di lì a qualche anno dei due mordaci giovanotti -doveva fare due dei più fidi coadiutori della -sua politica, si accontentò di imporre loro, per -tutta punizione, dieci giorni di esercizii spirituali, -da farsi in non so più quale monastero. -</p> - -<p> -Compiuta questa vendettuccia letteraria, il Galiani -ritornò subito agli studi serii e l'anno seguente -pubblicava, senza nome di autore, un -trattato in cinque libri “<i>Della moneta</i>„, il quale -levò a rumore il mondo dei dotti e degli statisti -e per la novità e per l'importanza e, sopratutto, -per l'attualità del tema prescelto. In quel tempo, -difatti, la straordinaria affluenza dei forestieri in -Napoli ed il denaro in oro ed in argento mandatovi -in gran copia dalla Spagna avevano prodotto -eccesso e deprezzamento del numerario ed -in conseguenza carezza delle derrate, del che il -Governo impensierito aveva proposto varii rimedi -<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span> -l'uno più inefficace dell'altro. Quest'opera del Galiani, -composta con mirabile lucidità d'idee, con -superiore larghezza e novità di criterii e con prezioso -senso pratico, è diventata classica nell'economia -politica e varie delle sue definizioni hanno -avuto l'onore di venire accolte perfino da Carlo -Marx, il poderoso apostolo del moderno socialismo. -Ed è davvero da stupire che sia stata -concepita e scritta da un giovane poco più che -ventenne, anche ammettendo ch'egli si sia giovato -non poco delle conversazioni avute sull'argomento -con l'Intieri, con Antonio Genovesi e -con gli altri valorosi economisti che frequentavano -la casa di suo zio. -</p> - -<p> -Il trattato della moneta levò dunque rumore -grandissimo e venne entusiasticamente encomiato -non soltanto a Napoli, ma eziandio nel resto d'Italia; -vivo era quindi in tutti il desiderio di sapere -chi ne fosse l'autore, giacchè il Galiani non -si svelò che quando fu ben sicuro dello schietto -successo dell'opera sua. Anzi, a tal proposito, il -diligente suo biografo, Luigi Diodati, racconta -che avendo Ferdinando dovuto farne lettura a -monsignore Galiani, come soleva degli altri libri -nuovi nelle ore di riposo, costui ogni tanto, preso -da ammirazione, lo rimproverava dolcemente: -“Ecco ciò che significa lavorare con serietà; -ecco l'esempio da seguire, invece di sprecare il -<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span> -tempo scribacchiando satire e poesiole!„ Lascio -immaginare a voi la gioia provata dal buon vecchio -quando seppe che l'autore del tanto ammirato -e lodato volume era proprio il nipote. -</p> - -<p> -Da quel momento Ferdinando Galiani, tenuto -in alta stima da tutti gli studiosi d'Italia, acquistò -tale celebrità che, allorquando l'anno seguente, -lo zio lo indusse a fare un viaggio attraverso la -nostra penisola, egli fu dovunque festeggiatissimo -e colmato d'onori. A Roma, Papa Lambertini lo -riceve e gli parla con la maggiore benevolenza e -simpatia, mostrando di aver letto così il suo opuscoletto -satirico come il suo trattato economico; -a Firenze vien nominato socio dell'Accademia -della Crusca; a Padova è accolto a braccia aperte -dal Morgagni; a Torino, Carlo Emanuele III e suo -figlio Vittorio Amedeo intrattengonsi a lungo con -lui a discutere sulla questione della moneta. -</p> - -<p> -Di ritorno a Napoli, il Galiani scrisse alcuni -altri opuscoli, quali serii, quali giocosi, ma su di -essi credo invero superfluo soffermarmi, accontentandomi -di osservare che essi contribuirono a confermare -sempre più la sua fama di uomo dotto e -di persona di spirito ed a procurargli la protezione -ed i preziosi favori di principi e ministri dentro -e fuori del regno di Napoli. -</p> - -<p> -Voglio soltanto ricordare che avendo egli, pel -primo, raccolto 141 differenti specie di pietre -<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span> -vesuviane, le spedì, accompagnate da una elegante -dissertazione, a Benedetto XIV, in sei -cassette, sulla prima delle quali scrisse a grossi -caratteri le seguenti parole del Vangelo: “<i>Beatissime -Pater, fac ut lapides isti panes fiant.</i>„ -Il Pontefice ammirò molto la collezione, di cui -fece dono al Museo di Bologna, e, per mostrare -di aver compreso il suggestivo latino galianesco, -conferì al giovine ed accorto abatino napoletano -il beneficio della Canonica di Amalfi, che dava la -rendita di 400 ducati all'anno, favore di cui tre -anni dopo il Galiani disobbligavasi scrivendo per -la morte del suo protettore un'eloquente ed affettuosa -orazione funebre. -</p> - -<p> -Dopo tali soddisfazioni di amor proprio, dopo -tali trionfi di scrittore, dopo tali lusinghiere acclamazioni -al precoce suo ingegno, comprendesi -di leggieri che il Galiani dovesse sentirsi a disagio -in un paese nuovo, dove la sua fama non era -ancor giunta e dove sembravagli sempre di scorgere -un sorrisetto scherzoso sulle labbra di tutti -coloro che, per la prima volta, contemplavano -la sua persona ridicolmente piccina ed alquanto -deforme; ma, appena il suo spirito brillante, la -colorita sua loquela, le sue riflessioni impreviste, -profonde e paradossali gli ebbero procurato nei -salotti parigini tutta una fitta schiera di ammiratori -e di ammiratrici, egli comprese che la sua -<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span> -vera patria intellettuale era Parigi. La sua intelligenza, -al contatto con quelle di Grimm, di -Marmontel, dell'abate Raynal, di Diderot, del -barone d'Holbach, di D'Alembert, di Helvetius e -degli altri Enciclopedisti, si ampliava e si rinvigoriva -sempre più, senza nulla perdere della propria -originalità, e, d'altra parte, il suo spirito, in -mezzo alle quotidiane giostre di frizzi con tante -gentili ed argute dame, spogliavasi delle primitive -scorie grossolane e diventava sempre più -acuto, più vario, più squisito, pur nulla perdendo -della sua spontaneità e della sua arditezza. -</p> - -<p> -Rileggendo ciò che di lui scrivevano gli ammaliati -suoi contemporanei, tutta una scena si -ricostruisce nella nostra mente, e ci par di vedere -entrare il lillipuziano abate napoletano, <i>ce -charmant abbé</i>, siccome carezzosamente solevano -chiamarlo le numerose sue amiche francesi, nell'immensa -sala bianco ed oro, illuminata da non -meno di 72 candele, in cui il duca e la duchessa -de Choiseul ricevevano, in cinque sui sette giorni -della settimana, uno scelto stuolo d'invitati; ci -pare di vederlo avanzare a piccoli passi, col nero -tricorno sotto il braccio, fra i tavolini di giuoco, -dispensando a destra ed a sinistra sorrisi ed inchini, -salutare la padrona di casa, che lo accoglie -sorridendo, e poi, circondato da una briosa schiera -di dame e di damigelle, addossarsi ad uno dei -<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span> -maestosi camini marmorei, che dispensavano il -calore alla sala, accettar subito il soggetto che -gli viene proposto e ricamarvi attorno una di -quelle maravigliose improvvisazioni, che tenevano -tutti sospesi alle sue labbra e durante le quali, -con l'esilarante mimica del suo volto mobilissimo -e dell'intera personcina, entusiasmava il suo pubblico, -e, dopo averlo fatto ridere sino alle lagrime -con prodigiose lepidezze, lo faceva lungamente -meditare, perchè, quasi sempre, sotto la frase giocosa -e dietro l'aneddoto comico, ascondevasi un -pensiero profondo ed ardito. -</p> - -<p> -Altre volte è invece nel salotto della casa di campagna -al Grand-Val del barone d'Holbach od in -quello, in cui la società era anche più intima e -cordialmente simpatica, del villino alla Chevrette -della signora d'Épinay che ci pare di rivedere -il Galiani: il sole tramonta e le ombre della sera -già invadono la camera; gl'invitati, poichè la -melanconia dell'ora fa languire ogni conversazione, -si raccolgono intorno all'abate, che, seduto -sur una poltrona, con le gambe incrocicchiate -alla turca, secondo la sua abitudine, e con la -parrucca di traverso, racconta loro, senza farsi -molto pregare, mille follie, accende uno di quei -fuochi di fila di lazzi, di bizzarrie, di novellucce -gioconde, a cui nessuna tristezza resiste. -</p> - -<p> -“L'abate Galiani entrò„ — scrive Diderot in -<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span> -una sua lettera — “e col gentile abate entrarono -la gaiezza, l'immaginazione, lo spirito, la -follia, lo scherzo, tutto ciò che fa dimenticare -i fastidii della vita.„ E subito dopo aggiunge: -“L'abate è inesauribile in fatto di motti di spirito, -di frasi argute; è un vero tesoro nelle giornate -piovose: se si fabbricassero degli abati Galiani -presso gli ebanisti, tutti ne vorrebbero possedere -uno in villeggiatura.„ E Marmontel dice: -“L'abate Galiani era come fattezze il più grazioso -piccolo Arlecchino che abbia prodotto l'Italia, -ma sulle spalle di quest'Arlecchino vi era la testa -di Machiavelli. Epicureo nella sua filosofia, era, -pur possedendo un'anima melanconica, abituato -a contemplar tutto dal lato ridicolo. Non v'era -nulla, nè in politica, nè in morale, a proposito -di cui non avesse qualche piacevole racconto da -narrare, e questi racconti avevano sempre il -senso giusto dell'opportunità ed il sale d'un'allusione -imprevista ed ingegnosa.„ Infine il Grimm -scriveva: “Questo piccolo essere, nato alle falde del -Vesuvio, è un vero fenomeno. Egli unisce ad -un colpo d'occhio lucido e profondo una vasta -e solida erudizione, alla chiaroveggenza d'un -uomo di genio la piacevolezza ed il brio d'un -uomo che altro non cerca che divertire e piacere. -Egli è Platone con la vivacità ed i gesti -d'Arlecchino.„ -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span> -</p> - -<p> -Il piccolo e spiritoso abate Galiani era, come evidentemente -appare da queste e da varie altre simili -autorevoli testimonianze, il ricercato beniamino -della società parigina: i suoi aneddoti, le -sue risposte maliziose, le sue riflessioni originali, -i suoi sarcastici motti di spirito, appena pronunciati, -facevano il giro della città, passando di -bocca in bocca, e poi, mercè i carteggi dei letterati, -giungevano ai più importanti centri intellettuali -d'Europa. -</p> - -<p> -Di questi fortunati motti galianeschi, parecchi -sono giunti fino a noi. -</p> - -<p> -Un giorno, una scimmia, che il Galiani aveva -portato con sè e che amava moltissimo, essendosi -sospesa alla catena di ferro che reggeva la lampada -destinata ad illuminare lo scalone del palazzo -dell'ambasciata, la fece dondolare così a lungo ed -in siffatto modo che tutto l'olio ne cadde sull'abito -di gala del conte di Cantillana, mentre costui -preparavasi ad uscire per recarsi ad un pranzo a -cui era stato invitato. L'ambasciatore furibondo -ordinò che la bestia venisse subito uccisa. “Guardatevene -bene, Eccellenza, — esclamò freddo -freddo l'abate, — l'anima di Leibnitz alberga -nel suo corpo ed essa cerca risolvere il problema -dell'oscillazione del pendolo.„ -</p> - -<p> -Un altro giorno, ad un pranzo, un ufficiale, -indispettito da un frizzo del Galiani gli disse, -<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span> -facendo la voce grossa: “Signor abate, voi siete -un insolente; e se vi fossi vicino vi darei uno -schiaffo, anzi potete far conto di averlo già ricevuto.„ -Ed il Galiani di rimando: “Se io vi -fossi vicino, poichè il mio stato non mi permette -di cingere spada, caverei fuori quella di chi mi -siede a lato e vi trapasserei da parte a parte; -anzi fate conto di aver già ricevuto il colpo e -consideratevi come morto.„ Tutti risero e l'ufficiale -rimase assai male. -</p> - -<p> -Un'altra volta, egli si era recato da un ministro -di Stato, famoso per la sua pigrizia e da cui -si aspettava già da tempo non so quale atto che -non riusciva mai a venire alla luce; il ministro, -accortosi che l'abate portava sotto il braccio un -cappello abbastanza vecchio, pensò di punzecchiarlo -dicendogli: “Parmi che sia tempo di riformare -il vostro cappello.„ Ed egli di botto: -“Aspetto il disegno di Sua Eccellenza.„ -</p> - -<p> -Appassionato per la musica di Pergolese e di Paisiello, -il nostro abate giudicava troppo fragorosa -quella francese, sicchè, avendo qualcuno osservato -dinanzi a lui che la nuova sala delle Tuileries, nella -quale era stato trasportato il teatro di musica, in -seguito all'incendio del Palazzo Reale, era sorda, -egli esclamò con un sospiro: “Felice lei!„ -</p> - -<p> -Non bisogna però credere che, durante i dieci -anni circa che il Galiani rimase in Francia, ad altro -<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span> -egli non pensasse che a menare vita brillante e che -sperperasse il ricco capitale della sua intelligenza -spendendolo tutto nella picciola moneta della -conversazione. No, egli, oltre ad avere incominciato -un originale commento delle Odi di Orazio, -di cui alcuni brani assai caratteristici furono -pubblicati dall'abate Arnaud sulla sua <i>Gazette -littéraire d'Europe</i>, ed aver scritto un libro di -economia politica, che suscitò furiose polemiche -e di cui vi parlerò di qui a poco, si mostrò abile -diplomatico e fedele rappresentante dell'accorta -e patriottica politica del marchese Tanucci. -</p> - -<p> -Il carteggio, pubblicato alcuni anni fa dall'<i>Archivio -Storico per le provincie Napoletane</i>, dimostra -l'alta stima che l'illustre ministro di Ferdinando -I nutriva pel Galiani, a cui scriveva -settimanalmente di affari di stato, a cui a volta -chiedeva anche consiglio e che considerava come -il suo uomo di fiducia a Parigi; e ciò è tanto -vero che, non soltanto gli affidò varie delicate -missioni, ma, allorquando nel 1760 l'ambasciatore -De Cantillana prese una licenza dì sei mesi, -lo nominò incaricato d'affari con la paga mensile -di 300 ducati. -</p> - -<p> -Però Ferdinando Galiani dovette alla sua lingua, -a cui pure è da attribuirsi lo straordinario -suo successo parigino, quell'inatteso richiamo dalla -Francia, che così profondamente lo addolorò. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span> -</p> - -<p> -L'Inghilterra, in quell'epoca, impensierita dal -famoso <i>patto di famiglia</i> tra la Francia e la -Spagna, erasi alleata con la Russia e con la Danimarca, -e quindi una lotta diplomatica s'ingaggiò -fra i due gruppi di alleati, una lotta, che -prendeva le mosse dalle contese dei due partiti -svedesi soprannominati dei <i>Cappelli</i> e dei -<i>Berretti</i>, dei quali l'uno era fautore delle regie -prerogative e dell'alleanza francese e l'altro del -governo oligarchico e degli Anglo-Russi. Avendo -i <i>Cappelli</i> alla perfine ottenuta la prevalenza, -l'Inghilterra riuscì a persuadere la Danimarca -ad armare una flotta in favore dei <i>Berretti</i>; ma, -saputolo il ministro francese Choiseul, costui protestò -con grande energia contro tale armamento, -e poco mancò che non iscoppiasse una guerra, -la quale, secondo le parole dell'ambasciatore di -Napoli in Ispagna, “si poteva sapere dove cominciava, -ma non prevedere dove andrebbe a finire.„ -</p> - -<p> -Ora, mentre maggiormente ferveva il lavorìo -diplomatico, il nostro abate commise la leggerezza -di rivelare al barone Gleichen, ministro di -Danimarca a Parigi, il secreto pensiero del Tanucci, -il quale, non soltanto non approvava <i>il -patto di famiglia</i>, ma, pur non negando l'utilità -di un accordo fra la Spagna e Napoli, non credeva -si dovessero accomunare in tutto e per tutto -gl'interessi dei due paesi. L'imprudente discorso -<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span> -venne riferito al duca di Choiseul, che già da -qualche tempo non vedeva di buon occhio il -troppo linguacciuto segretario d'ambasciata napoletano, -e, in seguito ad un carteggio fra la -Corte di Francia e quella di Spagna e di Napoli, -il Tanucci, convintosi di non poter salvare il suo -favorito, scrisse la seguente laconica missiva, che -piombò sul povero abate come un fulmine a ciel -sereno: “È volontà del Re che V. S. Illustrissima -fra quattro giorni da questo dispaccio esca da -Parigi per ritornare in Napoli al suo destino di -Consigliere del Magistrato di Commercio. Glielo -prevengo nel Real nome perchè così eseguisca.„ -</p> - -<p> -Prima di partire, il Galiani lasciò al Diderot il -manoscritto di un libro intorno a cui già da qualche -tempo lavorava e di cui il suo fido amico -curò la stampa, facendolo pubblicare, l'anno seguente -alla partenza di lui, con la data di Londra, -senza nome di autore e col titolo di <i>“Dialogues -sur le commerce des bleds.„</i> Questo lavoro -del Galiani, che suscitò uno straordinario brusìo -nel campo degli Economisti, che vi erano vivacissimamente -attaccati e che della loro difesa e -della confutazione incaricarono l'abate Morellet, -discuteva, in forma dialogica e con un brio affatto -insolito in tali trattazioni, di una delle più importanti -questioni del momento. -</p> - -<p> -In seguito ad una carestia che aveva generati -<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span> -gravi tumulti popolari, Luigi XV, persuaso di -giovare all'agricoltura, aveva nel 1764 emanato -un editto, col quale permettevasi a tutte le province -del regno la libera esportazione dei grani. -Sopravvenne un'annata sterile, ed i mali ai quali -erasi coll'editto inteso di porre rimedio, nonchè -cessare, si aggravarono sempre più. Il Galiani -prese da ciò occasione per combattere l'opportunità -della libera esportazione, intendendo dimostrare -che in fatto di commercio di grani ogni -sistema assoluto riesce nocivo e che variando -le circostanze degli Stati conviene variare eziandio -le norme di tale commercio. A provare il suo -assunto egli immaginò una serie di conversazioni -prima e dopo il pranzo fra un motteggiatore cavalier -Zanobi, in cui incarnò sè stesso, ed un -marchese di Roquemaure, che sostiene la tesi -opposta, ma che si lascia trascinare a tali concessioni -ed a tali confessioni su materie che, in apparenza, -non hanno coi grani alcun rapporto, da -rimanere poi stupefatto di aver dato egli medesimo, -con le sue parole, le armi all'avversario per -incalzarlo e debellarlo. -</p> - -<p> -Questi dialoghi erano così brillanti e così ameni -che vennero letti con vivo piacere perfino dal -pubblico femminile e che il Voltaire ne scriveva -con enfatico entusiasmo al Diderot. “Sembra che -Platone e Molière si siano uniti insieme per -<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span> -comporre tale opera„ e nel suo dizionario enciclopedico, -alla parola <i>blé</i>, ne dava il seguente -lusinghiero giudizio: “Il signor abate Galiani, -napoletano, rallegrò la nazione francese sulla -questione dell'esportazione; giacchè egli trovò -il segreto di fare, anche in lingua francese, dei -dialoghi divertenti quanto i migliori nostri romanzi, -ed istruttivi quanto i migliori nostri -libri serii. Se quest'opera non fece diminuire il -prezzo del pane, procurò molto diletto alla nazione, -ciò che per essa vale assai meglio.„ -</p> - -<p> -Ho detto che questo volume venne pubblicato -senza nome di autore e l'istesso ho detto antecedentemente -del trattato della moneta e si potrebbe -dire della maggior parte delle opere del -Galiani. Ora l'abate napoletano non faceva certo -ciò per modestia, perchè la modestia non fu mai -tra le sue virtù; quale dunque ne era il motivo? -Ecco la graziosa ragione che egli medesimo ne -dà in uno degli ultimi suoi opuscoli: “Un abbominevole -abuso invalso fa che tutti vogliono -avere i libri in dono dal loro autore. Chi dona -un libro lo perde, chi lo nega perde un amico, -quindi per salvare i libri e gli amici li stampavo -senza il mio nome. Così potevo anche dallo -spaccio inferire in qualche modo il merito del -libro, essendo certissimo che quell'edizione che -si sarà tutta venduta si avrebbe potuto tutta -<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span> -donarla, mentre non è sicuro del pari che quella -che si è donata si avrebbe potuto venderla -tutta.„ Il vero motivo però era che il Galiani -sapeva di possedere, così in Italia come in Francia, -molti amici, ma anche molti nemici, e che, -soltanto col celare il proprio nome egli sperava -di poter ottenere il suo intento. E non ingannavasi, -giacchè, siccome afferma uno scrittore del -principio del secolo, l'Ugoni, fintanto che le opere -di lui furono giudicate secondo il valore intrinseco -la fama ne fu grande, ma non appena fu -squarciato il velo dell'anonimo cominciò la fama -ad intorbidarsene: non potendosi negare il merito -dell'opera, si negò che fosse o che ne fosse egli -solo l'autore, diceria del resto non risparmiata nè -a Beccaria, nè a Filangieri. -</p> - -<p> -Fu proprio col cuore trafitto che l'abate Galiani -abbandonò quella Parigi, in cui egli menava -una così gioconda esistenza e dove aveva tanti -cari amici e tante soavi amiche; quella Parigi, -in cui aveva ritrovato l'ambiente elevatamente -spirituale adatto alla sua intelligenza; quella Parigi -che lo aveva così bene apprezzato e che egli -con immagine felice, aveva definita <i>le café de -l'Europe.</i> -</p> - -<p> -A dimostrarlo, più di ogni mia parola, varrà il -biglietto sconsolato, che egli scrisse al D'Alembert -nel momento della partenza: “Vi fo, mio caro D'Alembert, -<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span> -i miei addii; non ho il coraggio di congedarmi -da voi, sono questi istanti terribili per -un cuore sensibile, quando ci si deve separare -per sempre dagli amici e dalle persone che si -amano e si stimano e si onorano e che hanno -formato la felicità della mia vita durante la mia -dimora in questo paese. Addio, mio caro amico, -io vi scriverò, e spero che voi mi darete qualche -volta notizie della vostra salute, e così potrò credere -ancora di non essere uscito dal mondo.„ -</p> - -<p> -Dopo aver lasciato Parigi, egli si fermò alcuni -mesi a Genova, sperando forse che il suo richiamo -non fosse definitivo, ma dovette pure decidersi -alla fine a ritornare a Napoli, dove dalla benevolenza -del Tanucci, nonchè da quella dei Sovrani, -gli furono attribuiti i più onorifici e lucrosi -incarichi, senza però che egli mai si consolasse -e senza che mai nel suo cuore si cicatrizzasse la -nostalgica ferita per l'obbligatorio abbandono di -Parigi, dove, malgrado l'ardente suo desiderio, -non doveva mai più ritornare. -</p> - -<p> -Nelle lettere da lui scritte dopo il non desiderato -ritorno in patria, si trovano di continuo -rimpianti per la dolce terra di Francia e, al contrario, -disdegni e sarcasmi contro la città di provincia, -in cui era costretto a vivere. Alla signora -Necker egli scrive: “Ma è proprio vero che io -sia partito? È possibile che io abbia potuto -<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span> -uscire da Parigi? Per dove, come, per quale -barriera, in qual modo è accaduto? Io non ci -capisco nulla. No, non è possibile.„ Ed alla signora -d'Épinay: “Parigi è la mia patria; per -quanto si faccia per esiliarmi da essa io vi ricadrò.„ -E poi: “Vedete come sono allegro: non -ne credete niente. Io sono triste ed infelice e -mi rincresce molto di farvelo sapere. Cerco di -distrarmi e cado in eccessi di pazza allegria. -Qui diverto tutti, fuorchè me medesimo. Se ritorno -un momento sull'idea di Parigi e dei miei -amici, eccomi perduto. Io non ci sono e voi ci -siete, ecco i due punti della mia melanconica e -desolante meditazione.„ Ed ancora: “Sapete -che oggi è l'anniversario del giorno della mia -partenza da Parigi? Posso essere allegro con -siffatto ricordo?„ Ed infine alla signora Geoffrin -scrive: “Eccolo dunque, come sempre, l'abate, -il vostro piccolo abate, <i>votre petite chose</i>. Io -sono seduto sur una soffice poltrona, ed agito -piedi e mani come un energumeno, colla parrucca -di traverso, parlando molto e dicendo -cose che erano giudicate sublimi e che mi venivano -attribuite. Ah! signora quale errore! -non ero io che dicevo di così belle cose. Le vostre -poltrone sono tripodi apollinei ed io era la Sibilla. -Siate pur sicura che, sulle seggiole di -paglia napoletane, non dico che sciocchezze.„ -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span> -</p> - -<p> -Napoli, al povero abate così festeggiato nei -brillanti salotti parigini, non appare semplicemente -come una città di provincia, poco colta e -molto pettegola, ma quale un crudele esilio, in -cui non trova chi sappia comprenderlo ed apprezzarlo -come a Parigi. E le lamentanze ed i -rimpianti riempiono le sue lettere e si esprimono -nelle forme più colorite, più liriche e più graziosamente -satiriche. “Qui non ho nulla che mi -tormenti, tranne che non ho nè divertimenti, -nè piaceri, nè amici, nè discepoli, nè pranzi, nè -cene, nè denaro, nè salute, nè allegria, nè affari -giocondi, nè amore; ma, viceversa ho l'amicizia -del ministro, la rabbia degli invidiosi, il pericolo -delle calunnie, seccatori a non finire, i processi, -il Tribunale, la Corte, le zampogne per le vie -ed i calli ai piedi.„ — “In quanto a me mi -annoio mortalmente qui; non veggo nessun'altro -che due o tre francesi che sono qui. Parmi -d'essere Gulliver, ritornato dal paese degli -Huyhuhums, il quale non ricerca altra società -che quella dei due suoi cavalli. Vado a fare visite -di dovere alle mogli dei due ministri di -Stato e delle Finanze e poi dormo o sogno. -Quale vita! nulla qui mi diverte. La vita vi è -di un'uniformità mortale. Non vi si disputa di -niente, neppure di religione. Ah, mia cara Parigi, -quanto ti rimpiango!„ Ed allorquando, per -<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span> -una salute deteriorata anzitempo, perde gran parte -dei denti, egli prima se ne lamenta; “Se non -avessi perduto che il piacere di mangiare, non -lo rimpiangerei troppo; ma è assai peggio. Io -non parlo più; ecco ciò che è spaventevole. Balbetto -nel voler parlare, sovra tutto in italiano: -tra i miei denti formasi una specie di zufolio -molto sgradevole e di cui mi accorgo io stesso e -subito taccio per tema di annoiare gli altri. Ora -immaginate cosa sia l'abate Galiani muto. No, -non vi ha nulla di più crudele e di più lamentevole; -credete pure che non esagero„; e poi -trova una consolazione assai più triste del male: -“I miei denti mi hanno lasciato; ma non ho più -bisogno di parlare; qui nessuno m'intende e -nessuno ha la tentazione di ascoltarmi.„ -</p> - -<p> -Ma quasi a vendicarsi dei suoi concittadini, la -sua vena satirica si risveglia ed egli scrive tutta -una serie di opuscoli epigrammatici, che poi pubblica -sotto il nome di don Onofrio Galeota, un -bizzarro tipo di grafomane e di <i>bohèmien</i>, che -viveva in Napoli ai suoi tempi e vi era popolarissimo. -Fra questi opuscoli giocosi, in cui il Galiani -piacevolmente imita lo stile pomposo, spropositato -e tutto intessuto di grossolani napoletanismi -di don Onofrio, il più caratteristico è, senza -dubbio alcuno, quello pubblicato in occasione di -un'eruzione del Vesuvio e che porta per titolo: -<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span> -“<i>Spaventosissima descrizione — dello spaventoso -spavento — che ci spaventò tutti coll'eruzione -del Vesuvio la sera degli otto d'agosto 1779, -ma (per grazia di Dio) durò poco — di D. Onofrio -Galeota — poeta e filosofo all'impronta.</i>„ -A dare un'idea di questa parodia piena di spirito -basterà che io ve ne legga una mezza pagina; -udite: “La prima meraviglia fu vedere quella -gran colonna di lava infocata, che usciva dalla -bocca e andava tanto alta. Veramente alzava -assai; ma non tanto poi quanto hanno detto. -Mi è stato avvisato che, quando fu l'eruzione -del 1631, li libri d'allora, stampati tutti con licenza -dei superiori, hanno detto che la colonna -di fuoco s'alzò diciassette miglia. Ora, io dico, -una delle due, o l'eruzioni che si facevano in -quelli tempi erano più grandi di quelle che si -fanno adesso, o li spropositi, che si dicevano -allora, erano più grandi di quelli che si dicono -adesso. Veramente diciassette miglia sono miglia. -Adesso hanno detto che s'alzò tre miglia, -e io manco lo credo, e dico che fu meno assai, -e forse non fu nemmeno mezzo miglio; però -mi rimetto a chi l'ha misurata, perchè io non -ci voglio rimettere di coscienza, e queste cose -di pesi e misure sono materie delicate, e per la -mezza canna, o quanti vanno all'inferno, che il -Signore ce ne liberi!„ -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span> -</p> - -<p> -Qualche anno prima della pubblicazione di questo -opuscolo era stato rappresentato il famoso -“<i>Socrate immaginario</i>„, ad ascoltare il quale, a -quanto almeno afferma il Ranieri, tanto dilettavasi -Giacomo Leopardi e di cui lo Scherillo ha -potuto dire, non interamente a torto, che esso -onora la letteratura drammatica italiana quanto -la migliore delle commedie di Goldoni. -</p> - -<p> -Molto si è disputato per sapere chi fosse il vero -autore di questo capolavoro del teatro napoletano, -ma ora sembra assodato che l'idea prima l'abbia -avuta il Galiani, che egli n'abbia dato il canovaccio -a G. B. Lorenzi, noto autore di molti libretti -di opere buffe napoletane, e che inoltre, -dopo che costui l'ebbe verseggiato, vi abbia aggiunto -parecchi sali, e qualche scena più delle -altre originale. La musica poi ne fu scritta dal -Paisiello. Eccone l'argomento, secondo vien raccontato -dal Galiani medesimo in una delle sue -lettere: “È un'imitazione del <i>Don Chisciotte</i>. -S'immagina un buon borghese di provincia, -che si è fitto in capo di ristabilire l'antica filosofia, -l'antica musica, la ginnastica, ecc. Egli si -crede Socrate. Ha preso il suo barbiere e ne -ha fatto Platone (è il Sancio-Panza). Sua moglie -è bisbetica, e continuamente lo bastona: -così è una Santippe. Va nel suo giardino a consultare -il suo demone, alla fine gli si fa bere -<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span> -un sonnifero dandogli a credere che sia la cicuta, -e, mercè l'oppio, allorquando risvegliasi, -si trova guarito della sua follia„. -</p> - -<p> -Rappresentata nell'ottobre del 1775, la giocondissima -commedia del Galiani e del Lorenzi ottenne -uno strepitoso successo d'ilarità, ma, essendosi -scoverto che sotto i panni del protagonista -si nascondeva una caricatura di don Saverio -Mattei, professore di lingue orientali nell'Università -di Napoli, poeta metastasiano, cultore fervente -di musica, appassionato della letteratura e -della filosofia greca e pazientissimo nel sopportare -gli scoppii di gelosia e l'umore irascibile della sua -consorte, donna Giulia Capece-Piscicelli, si ricorse -dagli interessati al Re, che, ad evitare un -più lungo scandalo, proibì ogni ulteriore rappresentazione -del “<i>Socrate immaginario</i>„, veto che -non doveva venir tolto che cinque anni dopo. -</p> - -<p> -Ma diciamolo pure, il buon don Saverio, non -aveva avuto tutti i torti di adirarsi, giacchè la -satira era davvero spietata. -</p> - -<p> -Alla moglie che gli chiede: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Ma dimmi, arcipazzissimo,</p> -<p class="i01">Tu come insegni ad altri</p> -<p class="i01">Filosofia, se appena sai di leggere?</p> -</div></div> - -<p> -don Tammaro, il protagonista della commedia -galianesca, risponde: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span> -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Appunto perchè sono</p> -<p class="i01">Una bestia solenne, io son filosofo.</p> -<p class="i01">Chi fu Socrate? un asino</p> -<p class="i01">E te lo proverò. Mai non parlava</p> -<p class="i01">Costui da sè, ma domandava sempre,</p> -<p class="i01">Chiaro segno evidente</p> -<p class="i01">Ch'era una bestia e non sapeva niente....</p> -<p class="i01">Ed io maggior mi stimo</p> -<p class="i01">Filosofo di lui, per la ragione</p> -<p class="i01">Che, ogni qual volta vogliolo imitare,</p> -<p class="i01">Nemmeno so che cosa domandare!</p> -</div></div> - -<p> -Ed ecco come egli narra la trasformazione -fatta subire al suo barbiere: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Sta sottoterra ascoso</p> -<p class="i01">Il tartufo odoroso: il porco immondo</p> -<p class="i01">Lo scava col suo grugno, e quello poi</p> -<p class="i01">Si fa cibo di dame e di alti eroi.</p> -<p class="i01">Stava così sepolto</p> -<p class="i01">Mastro Antonio Tartufo:</p> -<p class="i01">Il porco io fui, che lo scavai. Lo tenni</p> -<p class="i01">Alla mia scuola, e in men di sette giorni</p> -<p class="i01">Filosofo divenne Mastro Antonio;</p> -<p class="i01">Gittò ranno e sapone,</p> -<p class="i01">Vestì la toga e diventò Platone.</p> -</div></div> - -<p> -Ed infine don Tammaro riassume il programma -della sua nuova esistenza così: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i09"> In casa mia</p> -<p class="i01">Voglio che tutto sia grecismo e voglio</p> -<p class="i01">che sin' il can, che ho meco,</p> -<p class="i01">Dimeni la sua coda all'uso greco.</p> -</div></div> - -<p> -Il nostro abate non impiegava però tutte le -ore di libertà che gli lasciava l'importante sua -<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span> -carica ad architettare tali lepidi componimenti, -giacchè egli, ritornato a Napoli, compose eziandio -varie opere affatto serie e di molta dottrina. Basterà -che io rammenti l'importante memoria: -“<i>Dei doveri de' Principi neutrali verso i Principi -guerreggianti, e di questi verso i neutrali</i>„, -in cui, con grande efficacia, sostenne una tesi, -che, dopo circa mezzo secolo, doveva venire accolta, -in seguito a lunga discussione, dalla Camera -legislativa francese; basterà che rammenti la monografia -sul “<i>Dialetto napoletano</i>„, che suscitò -assai vivaci polemiche, e quella “<i>Vita di Orazio -cavata dalle sue poesie</i>„ e quel volume “<i>Degl'istinti -e delle abitudini dell'uomo, o sia Principii -del diritto di Natura e delle genti, tratti da Orazio</i>„, -che sono rimasti sempre inediti, perchè rinchiusi, -insieme a varii altri manoscritti galianeschi ed a -parecchi carteggi coi più illustri uomini d'Italia -e di Francia, nei dieci cassoni, lasciati dall'abate -napoletano al suo amico e parente don Francesco -Azzariti e da costui alla famiglia Niccolini e poi -alla famiglia Santamaria, senza che a nessuno mai -venisse concesso di gettarvi uno sguardo, a gran -dispetto del povero Ademollo, uno dei più pazienti -e scrupolosi studiosi dell'opera galianesca, che non -riusciva a darsene pace. -</p> - -<p> -Io, per conto mio, vi confesso, che me ne consolo, -leggendo e rileggendo quell'epistolario del -<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span> -Galiani, da cui la figura dell'arguto abate balza -fuori così completa e seducente. -</p> - -<p> -A me pare di vederlo il minuscolo abate nel -momento che si prepara a scrivere una di quelle -sue brillanti lettere alla signora d'Épinay che, -appena giunta a Parigi, verrà da lei letta ai suoi -fidi, per passare dopo da salotto a salotto e per -finire qualche volta in mano di un principe straniero -od anche di un nunzio del papa. -</p> - -<p> -Il vasto appartamento, presso la chiesa di Sant'Anna -di Palazzo, dove Ferdinando Galiani abitava, -è immerso nel notturno silenzio, giacchè da -più ore le tre nipoti, rinchiuse nelle loro camere -e coricate nei loro letti, sognano dei fidanzati che il -buon zio ha saputo procurar loro, e dormono o -sonosi ritirati nelle loro case il maggiordomo e -gli altri otto domestici; l'abate, che è ritornato -or ora dal teatro, dove ha assistito ad un'opera -nuova dell'adorato Piccinni, entra nella sua stanza -da studio, accarezza la bambagiosa gatta d'Angora, -sua diletta compagna da che un amico gliel'ha -mandata da Marsiglia e la cui morte improvvisa -di lì a qualche giorno lo costernerà così profondamente, -posa sur un polveroso fascio di processi, -che domattina dovrà compulsare prima di -recarsi al Tribunale di Commercio, la parrucca, -che tanto pesa all'irrequieta sua testina, ed incomincia -a scrivere sul largo foglio bianco. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span> -</p> - -<p> -La penna dapprima corre sulla carta rapida e -nervosa, poi si arresta, perchè l'abate deve consultare -una lettera della d'Épinay o gettare uno -sguardo fugace alla pallida miniatura, che, nella -sua cornice dorata, gli ricorda la graziosa ed elegante -sembianza dell'amica lontana. La penna ricomincia -a correre, ma d'un tratto una sonora risata -risveglia gli echi della stanza e fa balzare in piedi -la gatta i cui rotondi occhi fosforescenti rilucono -attoniti nella penombra: è l'abate che, con la -penna d'oca poggiata sull'orecchio, ride di cuore -di una sua facezia scritta or ora e che poi la rilegge -compiaciuto ad alta voce, accompagnandola -con le più grottesche boccaccie e con la più vivace -mimica di tutta la persona, quasi che intorno a lui -si affollassero gli amici dei quali, di lì a venti o -trenta giorni, la sua lettera susciterà certo la più -schietta ilarità. Il fatto è che, mentre scrive, al -buon abate sembra proprio di trovarsi tuttora a -Parigi nel salotto della signora d'Épinay od in -quello del barone d'Holbach e di discorrervi coi -suoi amici; ed è proprio ciò che dà alle sue lettere -un incomparabile fascino, il fascino della conversazione, -il fascino della parola parlata. -</p> - -<p> -Nelle sue lettere, il Galiani tratta saltuariamente -i più svariati soggetti, dai più umili e familiari -ai più dotti ed elevati. Ora parla di intricate -questioni economiche ed un po' dopo si -<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span> -lagna che il suo editore si faccia troppo pregare -per dargli quel che gli deve o che glielo dia a -piccole somme staccate, ciò che prova che gli -editori sono sempre gli stessi in tutti i tempi -ed in tutti i paesi; ora fa profezie sull'avvenire -politico dell'Europa per chiedere, un momento -dopo, che gli si mandino alcune boccette -d'inchiostro perchè quello che vendesi a Napoli -è pessimo; ora fa acute osservazioni critiche sul -teatro per poi lagnarsi che certa tela per camicie -speditagli da Parigi non sia di buona qualità. -</p> - -<p> -Di tanto in tanto poi, egli comunica alla sua -amica il titolo e l'argomento di un libro, che -ha ideato forse nell'istante stesso che verga la -lettera. Un giorno è un trattato d'educazione, in -cui intende provare che questa è la medesima -sia per gli uomini sia per le bestie e che essa -si riduce tutta ai due seguenti punti: <i>Apprendere -a sopportare l'ingiustizia, apprendere a soffrire -la noia</i>. Un altro giorno, immagina un romanzo -epistolare fondato sull'amicizia d'infanzia -del celebre arlecchino Carlin con Papa Ganganelli, -un romanzo che verrà scritto, più di mezzo -secolo dopo, dal letterato francese Henry de Latouche. -Un altro giorno concepisce un <i>“Sistema -sull'origine delle montagne„</i> in cui trovasi in -germe la moderna teoria dell'evoluzione. Un altro -giorno infine progetta un libriccino umoristico -<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span> -di cui il curioso titolo dovrebbe essere: <i>“Instructions -morales et politiques d'une chatte à ses petits, -traduit du chat en français, par M. d'Egratigny, -interprète de la langue chatte à la Bibliothèque -du Roi„</i> e di cui ecco il gustosissimo canevaccio: -“La gatta inculca dapprima ai suoi -piccini il timore del Dio-uomo. In seguito spiega -loro la teologia ed i due principii, il Dio-uomo -buono ed il Demonio-cane cattivo; poi detta -loro la morale, la guerra cioè ai topi, ai passerotti, -ecc.; infine parla loro della vita futura -e della Rattopoli celeste, che è una città dalle -mura di parmigiano, dai pavimenti di polmone, -dalle colonne di anguille, ecc., e che è piena di -topi destinati a loro divertimento. Essa ispira -loro il rispetto pei gatti castrati, che sono chiamati -a tale stato dal Dio-uomo, per essere felici -in questo e nell'altro mondo, come lo attesta -la loro pinguedine, ed è perciò che essi -sono dispensati dal pigliare i topi. Finalmente -raccomanda loro la più perfetta rassegnazione, -nel caso che il Dio-uomo li chiami a questo -stato di perfezione, ecc., ecc.„ -</p> - -<p> -Nessuno di questi volumi fu scritto dal Galiani -ed essi andarono a raggiungere nel limbo letterario -l'infinita legione dei libri progettati e non -eseguiti, incominciati e non terminati, la cui istoria -oltremodo curiosa ed interessante rimane ancora -<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span> -da farsi in un volume, che porti per epigrafe -le rivelatrici parole dei Goncourt: <i>“On ne -fait pas les livres qu'on veut.„</i> Che importa? -Sono proprio questi i libri ai quali gli scrittori -serbano la maggiore tenerezza ed ai quali ripensano -sempre con simpatia, simili un po' a quelle -vezzose eroine degli amoretti giovanili appena -abbozzati e dovuti lasciare a metà, le cui vaghe -fattezze vengono evocate con soave mestizia nelle -ore angosciose di scoraggiamento sentimentale, in -cui l'anima è annebbiata di tristezza ed il cuore -sanguina sotto gli artigli della delusione. -</p> - -<p> -Gli autori amano queste loro opere embrionali -perchè esse non hanno dato loro nessun dispiacere -e perchè appaiono loro sempre illuminate -dalla fiamma purissima e lieta della prima concezione. -Ahimè! dopo quella prima ora di sublime -gioia cerebrale, incominciano le terribili -battaglie di tavolino per fermare sulla carta quella -fulgida visione del libro futuro, che nell'attuazione -si sforma, si contorce, svaporasi. -</p> - -<p> -Oh! gli spasmodici gridi di sofferenza che trovansi -nelle lettere di Flaubert alla Sand, in chi -di noi, per quanto modestissimo maneggiatore di -penna, non ha trovato un'eco di dolore? Chi di -noi potrà mai dimenticare la triste e rassegnata -esclamazione di lui: <i>“Ah! je les aurai connues -les affres du style?„</i> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span> -</p> - -<p> -Sì, una grande gioia è anche quella di poter -mettere la sospirata parola “Fine„ ad un volume, -ma in tale gioia v'è anche un po' del grossolano -sollievo per una fatica terminata; ma, dopo quel -momento supremo, l'opera quasi più non ci appartiene -e ad essa non è già più l'anima dell'artista -o del pensatore che s'interessa, ma è la vanità -dell'uomo, che sogna un entusiastico coro -di lodi. -</p> - -<p> -Ecco perchè io stimo che la gioia più pura, -più alta, più serena è quella che ci procura la -ideazione di un nuovo libro, il quale, nel fremito -giocondo di quel primo istante, ci appare bello -e completo come giammai sarà, come giammai -potrà essere; ed è naturale per conseguenza che -il libro, che è rimasto sempre in tale primo stadio -senza mai concretarsi, sia pure il figlio prediletto -della nostra anima. -</p> - -<p> -Un biografo diligente e scrupoloso osservatore -della verità storica vi direbbe che ritornato dalla -Francia, il Galiani, eccetto un breve viaggio fino -a Venezia, visse sempre in Napoli; ebbene io invece -sostengo che egli continuò a vivere per -molti anni ancora a Parigi, finchè la morte della -sua diletta amica Luisa d'Épinay non venne a -troncare il suo bel sogno cerebrale. Oh sì, o signori, -ciò che sopra tutto vale è la vita dello spirito -ed ognuno di noi può eleggersi una patria -<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span> -ideale, e, mentre qui appare sotto il consuetudinario -aspetto di professore, d'impiegato, di medico, -può con lo spirito viaggiare pel mondo, può -con lo spirito vivere in Francia, in America o -nell'Estremo Oriente. -</p> - -<p> -Ma io voglio pur fare qualche concessione alla -gente positiva, che di queste nostre metafisiche -da esteti compassionevolmente sorride, e mi accontenterò -di affermare soltanto che nell'abate -napoletano vi erano due uomini, come del resto -egli stesso scriveva: “Ma ecco come sono, due -uomini diversi impastati insieme, e che pure -non riescono ad occupare intero il posto di un -solo.„ Ebbene sì, vi era un Galiani severo e -dotto magistrato, zio tanto premuroso che riuscì -a maritare perfino una nipote brutta e gobba, -collezionista appassionato di monete e di medaglie, -scrittore di opuscoli eruditi o satirici, che -viveva a Napoli, e che dal Tribunale di Commercio -passava a Corte e dai salotti dei diplomatici -esteri passava al teatro, dove eseguivansi le -opere giocose dei musicisti napoletani o dove recitava -qualche compagnia francese; ma v'era poi -un altro Galiani, e quello continuava a vivere a -Parigi ed a farvi la corte alle sue eleganti amiche, -a lanciarvi epigrammi ed improperii contro -gli Economisti, a discutervi calorosamente sui più -varii soggetti cogli Enciclopedisti, a far ridere ed -<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span> -a far meditare coi suoi apologhi, coi suoi frizzi, -con le sue capricciose fantasie, con le sue originali -riflessioni, con le sue ardite massime, tutto -un fedele pubblico di ammiratori: e non è forse -questo il Galiani affascinante e geniale, non è -forse questo il Galiani davvero degno di interessare -noi altri posteri? -</p> - -<p> -Venne però un triste giorno del giugno 1783, -ed in esso gli giunse la crudele notizia della morte -della sua amica: in quel giorno il suo cuore si -spezzò. Alla signora du Bocage, che si era offerta -a continuare il carteggio, durato per quattordici -anni con la d'Épinay egli scrisse: “La -signora d'Épinay non è più! io ho dunque cessato -di esistere! Voi m'avevate proposto, nell'ultima -vostra, di continuare con voi la corrispondenza -che io ebbi l'onore d'intrattenere -così a lungo con lei; io intendo tutto il valore -del sacrificio che voi vi degnate imporvi; ma -come potrei io corrispondervi? Il mio cuore -non è più tra i vivi, esso è tutto in una tomba. -Perdonatemi, signora, se vi scrivo con tanta -franchezza, se vi mostro tanta ingratitudine.... -In questa età, in cui l'amicizia diviene più necessaria, -ho perduto tutti i miei amici! io ho -perduto tutto! non si sopravvive ai proprii -amici!„ -</p> - -<p> -E può ben dirsi che in quel melanconico giorno -<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span> -il Galiani parigino morisse. In quanto al Galiani -napoletano, egli gli sopravvisse ancora quattro -anni e qualche mese; coprì nuove e sempre più -importanti cariche, in modo da raggiungere in -emolumenti la rispettabile somma annua di 27 000 -lire; ottenne altri onori; entrò sempre più nelle -grazie dei Sovrani; si occupò sopra tutto della riedificazione -dell'antico porto di Baja e della bonifica -del lago Fusaro; e cessò di vivere, coi conforti -religiosi, il 30 ottobre 1787 all'età di 58 anni. -</p> - -<p> -Alcuni giorni prima che egli morisse, la regina -Maria Carolina scrissegli una lunga lettera per -esortarlo, in vista di una prossima ed inevitabile -fine, a fare ammenda dei suoi errori e ad implorare -dalla misericordia divina il perdono dei -suoi molti peccati. A tale esortazione, per lo meno -strana sotto la penna di quel modello d'ogni -virtù che fu Maria Carolina, il Galiani rispose con -una lettera piena di rispettosa gratitudine, ma -piena eziandio di nobile dignità, di cui ecco la -chiusa caratteristica: “Non vorrei stancare la pazienza -di Vostra Maestà sopra tutto con un movimento -che potrebbesi tacciare d'orgoglio, ma -mi è impossibile non dire che se ho da rimproverarmi -numerosi peccati come uomo e come -cristiano, non me ne posso rimproverare <i>uno -solo</i> nè come magistrato, nè come suddito....„ -</p> - -<p> -Chi ha scritto queste parole e quelle più su -<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span> -riferite in occasione della morte della signora -d'Épinay non può certo venir giudicato un cinico -egoista, siccome lo hanno proclamato molti, -che hanno preso troppo alla lettera alcune frasi -del suo epistolario. Disgustato dall'umanitarismo -enfatico e dal falso e lezioso sentimentalismo, pei -quali, sotto l'ispirazione di quel Gian Giacomo -Rousseau, che imprecava contro le madri che non -allattano esse stesse i loro bambini, ma che poi -mandava i suoi figliuoli alla ruota dei trovatelli, -sdilinguivasi quella corrottissima aristocrazia francese, -la quale, secondo una frase divenuta celebre, -danzava sur un vulcano, l'abate Galiani, che -teneva molto, ed aveva ragione, all'originalità -del proprio cervello, amava invece di posare, anche -un po' forse per spirito di contraddizione, a -scettico e gridava che egli non credeva nulla, in -nulla, su nulla, di nulla, e si scalmanava a persuadere -tutti che egli in politica non ammetteva -che il Machiavellismo puro, senza miscele, crudo, -acerbo, in tutta la sua forza ed in tutta la sua -asprezza. -</p> - -<p> -Ebbene se si esamina coscienziosamente l'esistenza -oltremodo laboriosa di questo scettico per -progetto, si scorge che egli fu buon patriotta, -magistrato integerrimo, suddito fedele, che si mostrò -amico tenero e premuroso, che, dopo la morte -del fratello, tenne luogo di padre alle figlie di lui. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span> -</p> - -<p> -Difetti certo n'ebbe e parecchi e gravi, ma -ebbe pur la schiettezza di non nasconderli mai -come ipocritamente fecero tanti altri grandi uomini: -pochi, ad esempio, furono più di lui sensibili -al successo delle proprie opere, ma nessuno -ha più candidamente di lui confessato che non -v'è alcuna vanità la cui ebbrezza sia più violenta -della vanità letteraria. -</p> - -<p> -Infine quest'uomo, che sotto la fosforescenza -dello spirito nascondeva uno straordinario acume -ed un profondo e sano buon senso; quest'uomo -che è stato non soltanto un brillante e mordace -scrittore, ma anche un vero ed ardimentoso -novatore in economia politica ed in diritto -pubblico; quest'uomo, i cui paradossi, sparsi -con opulenta prodigalità nelle sue stupende lettere, -fanno ripensare alla definizione di un illustre -odierno scrittore, pel quale il paradosso dell'oggi -è la verità del dimani; quest'uomo di cui Edmondo -de Goncourt, tempo fa, non peritavasi di -proclamare che possedesse “<i>une cervelle autrement -philosophique que la cervelle à la mince -ironie de monsieur de Voltaire</i>„ rimane, checchè -ne dica certa maniaca critica iconoclasta, -una delle più gloriose personalità, che abbiano, -nel secolo scorso, onorata l'Italia Meridionale. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span> -</p> - -<h2 id="metastasio">DAL METASTASIO -A -VITTORIO ALFIERI -<span class="smaller">(1698-1782)</span></h2> - -<p class="center"> -CONFERENZA -</p> - -<p class="center"> -DI -</p> - -<p class="center"> -<span class="smcap">Guido Mazzoni</span> -</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span> -</p> - -<p class="pad2 indl"> -<i>Signore e Signori</i>, -</p> - -<p> -Chi volesse immaginarsi due scrittori in contrasto -tra loro, quanto più sia possibile, e d'aspetto -e d'indole e di facoltà artistiche, non -avrebbe a durar fatica: gli basterebbe ripensare, -l'un dopo l'altro, Pietro Metastasio e Vittorio -Alfieri. -</p> - -<p> -Ecco subito, a udire il nome dell'abate Metastasio, -ecco subito risorgere in voi l'immagine di -quel volto paffuto sotto i riccioloni della bianca -parrucca: il mento doppio s'incurva dolcemente -sotto le labbra carnose e la fronte si dilata -senza rughe, con un'altra curva armoniosa, sopra -gli occhi sereni: volto un po' troppo pieno, -ma non senza grazia; al primo guardarlo, volto -di un cuor contento; ma non senza finezza, a -riguardarlo meglio. Tale i ritratti ci han fitto -nella memoria la sembianza del poeta cesareo, -<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span> -che, piegatosi innanzi, quasi a salutare l'amico -lettore, e le lettrici, sorride dal limitare delle -opere sue. Oh, il conte Alfieri non ci accoglie -così! Egli figge gli occhi acuti nell'avvenire, di -là da' lettori presenti (alle lettrici non pensa -neppure); nell'avvenire li figge, dove ben altri -lettori si augura e spera, tra il nuovo popolo -d'Italia ch'egli ha voluto suscitare a nuovi destini. -I capelli rossi fan come da cornice a quel -volto angoloso che s'erge sul collo nudo fieramente; -le labbra s'increspano quasi a disdegno; -la fronte è segnata di linee che l'attraversano -quanto è ampia, e altre rughe scendono per le -guance, secondo le contrazioni che il pensiero, -nello sforzo del cercar l'espressione, impone alla -carne ribelle. Quegli, il Metastasio, a chi abbia -pratica de' versi suoi, potrà sembrare che si -volga ancora a' soavi melodrammi e mormori, -invidiandoli perchè vanno a Nice: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Quanto ingiusto, o miei fogli, è il ciel con noi!</p> -<p class="i01">Dolce è la vostra, è la mia sorte amara:</p> -<p class="i01">Sol tocca a me tutto il sudore, e poi</p> -<p class="i01">Tocca a voi soli ogni mercè più chiara.</p> -</div></div> - -<p> -Questi, l'Alfieri, si direbbe che abbia gettata -via dispettoso la penna, esclamando: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">L'arte ch'io scelsi è un bel mestier, per dio!</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span> -</p> - -<p> -e così placatosi torni ancora a meditare aspre -tragedie. -</p> - -<p> -Il contrasto che è ne' ritratti de' due volti non -fu minore nell'indole de' due uomini e nella vita -loro: e li ebbe una stessa nazione, nello stesso -secolo, contemporanei; li ebbe poeti drammatici -entrambi. La storia letteraria nostra, che ha -tante meraviglie, non ne ha forse una che sia -curiosa come questa, e così importante a studiarla. -</p> - -<h3>I.</h3> - -<p> -Pietro Trapassi, nato nel 1698 a Roma, quando -fu giunto a maturità parve unire in sè quella -che il Boccaccio chiamò la gran dolcezza del -sangue bolognese, che gli veniva dalla madre, -con la bonaria compostezza romana che gli veniva -dal padre: ma innanzi fu un gaio e spensierato -ragazzo che, sebbene adottato dal Gravina -per le grazie dell'ingegno manifestate nell'improvvisare, -e già erudito da lui su' Greci e -su' Latini negli studii severi, si affrettò a sparnazzarne -la conspicua eredità godendosi a Napoli -la vita. Una cantante, la Marianna Bulgarelli, la -Romanina, che lo conosce per gli <i>Orti Esperidi</i>, -<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span> -lo fa suo e lo protegge, quando egli, ridotto in -miseria, studiava l'avvocatura; un'altra Marianna, -la Pignattelli D'Althann, che è vedova a -Vienna, e può vantarsi amata da Carlo VI, lo fa -chiamare là, e anch'ella lo fa suo e lo protegge. -A questo modo il figliuolo del droghiere, l'abatino -galante, l'avvocatino napoletano, ebbe a presentarsi -nel 1730, per la sua qualità di nuovo -poeta cesareo, innanzi alla Maestà dell'Imperatore -del Sacro Romano Impero, “il più gran personaggio -della terra!„ Tre reverenze, una sull'uscio, -una a mezzo la sala, una davanti alla persona -imperiale; e quest'ultima fu genuflessione: -il Metastasio (così il Gravina l'aveva ribattezzato -grecamente) restò lì ginocchioni finchè Carlo VI -gli disse: — Alzatevi! alzatevi! — Ma allora, -ohimè, conveniva aprir bocca, parlare: che dir -mai? Era quello, disse, il momento che aveva -sospirato fin da' primi anni della vita; e ora che -si trovava lì, in faccia all'imperatore, “col glorioso -carattere di suo attual servitore,„ avrebbe -voluto divenire un Omero, dovesse costargli tutto -il sangue delle vene! cercherebbe almeno di fare -quel più che potesse, e il titolo di poeta cesareo -gli darebbe quella virtù che non gli dava l'ingegno. -Piacquero le parole bene artificiate e -dette bene; e l'imperatore degnò sorridere, e gli -offerse la mano a baciare: “Onde io (narrava il -<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span> -Metastasio) consolato di questa dimostrazione -d'amore, strinsi con un trasporto di contento -la mano cesarea in entrambe le mie, e le diedi -un bacio così sonoro che potè il clementissimo -padrone assai bene avvedersi che veniva dal -cuore.„ -</p> - -<p> -A corte, sulle prime, non si curavano di lui; -ma egli vi s'insinuò e vi si abbarbicò presto tenacemente -con la garbatezza de' modi, con la simpatia -della persona, con l'accortezza mascherata -di bonomia onde si regolò sempre, entro i limiti -dell'onesto, a vantaggio proprio. E la Marianna -lasciata a Napoli, la dolce Romanina? Didone è -stata abbandonata da Enea, e Enea non vuole -ch'ella lo raggiunga.... a Vienna! E per impedirle -il viaggio intrapreso, la ferma, o fa fermare, -a Venezia: onde la leggenda, che sarà poi -registrata dal Lessing, ch'ella tentò uccidersi -con un temperino; nel fatto, pur dolorando, si -contentò di promesse e si rassegnò. Anzi, scrisse -a un abate, che s'era intromesso tra lei e l'amico, -raccomandandogli prendesse cura del marito, che -aveva proseguito per conto suo fino a Vienna, e -lo consigliasse “a non disgustare il signor Metastasio -con qualche sua strana risoluzione; ma lo -faccia (aggiungeva) con la sua buona grazia, che -non paia mia premura.„ Sta a vedere che il marito -correva le poste per costringere l'abate a -<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span> -tornare indietro, o almeno per rimbrottarlo dell'abbandono -crudele! -</p> - -<p> -Difficile, perchè già tenuto da Apostolo Zeno, -l'ufficio di poeta cesareo: lo Zeno aveva data -nobiltà quasi di tragedia al melodramma, col -divergerlo dagli enormi spettacoli eroicomici e -volgerlo all'efficacia dell'azione dialogata con -eletta serietà; e pur conveniva al Metastasio lavorare -indefessamente per produrre quelle tante -opere all'anno e a tempi determinati, e procurare -insieme gli oratorii, le serenate, i complimenti, -le canzonette, per uso e consumo della -Corte, quanti ne occorressero. Uomo metodico -trova le ore e le ispirazioni per tutto e per tutti: -sta a tavolino ogni giorno a ora fissa, e si commuove -scrivendo o rompe la commozione a volontà, -pe' suoi melodrammi; gli c'entra continuare -il greco e il latino, quasi per diporto, a -ora fissa; serve, come dicevano, le padrone a -ora fissa; e la savia regolarità della vita gli permette -perfino di far la corte alla D'Althann, a -ora fissa; amarla, esserne riamato, sposarla, a -quel che pare, segretamente. Poeta, uomo di -società, dotto, amico, sa compiere tutti i doveri, -sa darsi tutti i pensieri, con facilità graziosa, con -ingegno e destrezza impareggiabili. -</p> - -<p> -Muore la Romanina, e memore fin all'ultimo -lascia erede lui, usufruttuario il marito: il Metastasio, -<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span> -ch'è galantuomo, rinunzia l'eredità, ma -il Metastasio, che è un uomo che bada a' fatti -suoi, nello scrivere al marito le condoglianze -per la perdita comune, gli chiede che in compenso -all'eredità rinunziata si occupi d'amministrargli -le rendite in Italia e di provvedere alla -famiglia, che è a Roma, come per tanti anni -avea fatto la povera morta. Ben provveduto di -stipendii, tenuto in onore e amore da Maria Teresa -come già da Carlo VI, e più assai, mette -da parte: la vita agiata, ma senza passioni, non -gli costa quasi nulla: cinquantadue anni di séguito, -vale a dire fino alla morte, rimane nella -casa stessa dov'era sceso arrivando a Vienna; -casa di napoletani che gli risparmiarono perfin -la noia d'imparare il tedesco, casa di amici onde -ebbe in una terza Marianna una figlia adottiva -che lo consolò della morte della D'Althann dopo -un legame di cinque lustri. Così la donna, che -fu per lui rosa senza spine, gli profumò tutta -quanta la vita. Morì nel 1782. -</p> - -<p> -Uomo di buon senso, presente a sè, in ogni -momento, in ogni cosa; uomo perfettamente -equilibrato, sebbene si affermasse isterico; chè -quel suo isterismo, come non gli tolse di campare -fino a ottantaquattro anni, e lo lasciò morire -d'un raffreddore, così fu sempre domato -dalla ragione, subito che questa mostrò al paziente -<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span> -il probabile danno della malattia. Non già -ch'ei non sentisse; sentiva, anzi, vivacemente, -volta per volta, minuto per minuto, sotto il colpo -o la pressione degli affetti; ma poteva, quando -gli sembrasse troppo, smettere di sentire nè voleva -sentire più di quel tanto. Lavagna dove era -agevole scrivere col gesso; donde era del pari -agevole cancellare lo scritto con la cimosa. La -fantasia vivace, eccitabile; l'animo calmo sempre; -come nel mare, dove le onde si agitano soltanto -sulla superficie sconvolta. Perciò il Metastasio -non vide nella vita universale che l'uomo, e tutto -riferì all'uomo, cioè, per l'uomo, a sè stesso. -</p> - -<p> -Nulla gli dicevano i luoghi: gli scenarii de' suoi -melodrammi gli bastavano. Era nato a Roma, -era stato a Napoli, avea vista la Calabria; della -campagna deserta e de' ruderi gloriosi, delle candide -ville e de' vigneti sul golfo sotto il Vesuvio -che fuma, delle coste infiorate d'aranci e guardate -dalle vette del selvoso Appennino, nulla -rammentò, nulla fe' passare ne' versi suoi. E a -Vienna e in Moravia ciò ch'egli osserva è quanto -sia d'agio o disagio, ciò ch'è da desiderare, ciò -ch'è da fuggire a chi ama il comodo vivere. -Gran bella nevicata, per esempio, quella del 1749 -sui boschi moravi della D'Althann! Son tutti coperti -di neve; alberi e capanne, perduti i colori, -conservano ingrossato il disegno e si profilano -<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span> -candidi nel cielo d'un grigio diffuso: udiamo il -poeta: “Considero con sentimento di gratitudine, -che quell'amico bosco, che mi difendeva -poco anzi coll'ombra da' fervidi raggi del sole, -or mi somministra materia onde premunirmi -contro l'indiscretezza della fredda stagione. Insulto -con diletto all'inverno, ch'io veggo ma non -provo nella costante primavera del nostro tepido -albergo.„ Non c'è dubbio: “al pari delle altre -stagioni ha l'inverno ancora i suoi comodi, le -sue bellezze e i suoi vantaggi„ per chi se ne -sta innanzi ai caminetto, dimentico così della -natura candidamente bella per la nevicata, come -degli altri uomini che soffrono il gelo per la nevicata. -</p> - -<p> -Nella soffitta della casa sua sta per più anni -il Haydn; ed egli, che scrive pel teatro e s'intende -di musica, sa che virtù abbia quel violinista -in miseria; ma nulla fa mai per lui. Un -vecchio compatriotta, un vecchio amico, il Porpora, -cade malato, ha bisogno: è da pensarci, è -da provvedere: ecco fatto, ecco mandata una lettera -al cantante Farinello, al gemello impareggiabile, -favorito del re di Spagna: “Vi sarò -personalmente obbligato se mi vorrete evitare -il dolore di vedere il naufragio d'un uomo pel -quale abbiamo sentito rispetto fin dalla prima -gioventù.„ Non si tratta, dunque, tanto di far -<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span> -piacere al compatriotta e all'amico, quanto di -schivare una dolorosa commozione e i possibili -rimorsi. Dopo scrittone a Madrid, non c'era più -ragione di stare in pensiero a Vienna. Al bene, -certo, era naturalmente proclive; del male non -ne fece mai; ma scomoda tanto fare il bene! -Se ci ha da essere scomodo non mette conto, -neppure per sè, di muoversi; se ci ha da essere -danno, allora sì che è prudente badare solo a' -fatti suoi! E rinunziava alla Romanina, rinunziava -a rivedere padre, madre, fratelli, rinunziava -all'Italia, soffocando le rapide fiammelle -della fantasia e del sentimento. Oh Napoli, oh -le Calabrie, oh Roma e il palio de' barberi! Ma, -per tornare, bisognava buttar all'aria, preparar -tutto, bisognava mettersi in via; e laggiù chi sa -poi quante chiacchiere uggiose; e lì presso c'era -la D'Althann che alla tale ora lo aspettava, o gli -amici per la solita lettura d'Orazio. Il Metastasio -non rivide mai nè l'Italia nè i suoi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span> -</p> - -<h3>II.</h3> - -<p> -Vittorio Alfieri, nato nel 1749, quando il Metastasio -era negli onori massimi e già sullo sfiorire, -ebbe dal forte Piemonte adusta la tempra -del corpo e ben salde le fibre dell'animo. Il conte -astigiano, militarmente educato a Torino, nel -collegio dove gl'insegnarono più francese che -italiano, altiero, ribelle per indole alla volontà -altrui, si vendicò subito che potè di quella disciplina -correndo l'Italia e l'Europa a rompicollo. -Francia, Inghilterra, Olanda, Svizzera, -Germania, Danimarca, Svezia, Russia; e poi, in -un'altra corsa, Francia, Inghilterra, Spagna, Portogallo, -dal '67 al '72 lo vedono passare e ripassare -giovane ardente, fantastico, turbolento, che -ama e disama, che spende e spande, che ha tragiche -e comiche avventure di passioni, di duelli, -di processi; tradito, vilipeso, pregiato, onorato; -sempre desideroso del meglio, sempre scontento -del presente, sempre scontento di sè. Passa e -ripassa con frotte di cavalli generosi: di lì a -poco preferirà i libri. -</p> - -<p> -Guarito da un amore in Olanda, incappa nel '71 -nella Penelope Pitt, che a sedici anni è divenuta -<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span> -la viscontessa Ligonier; e per lei si batte col -marito, per lei è tratto insieme con un palafreniere -in un processo di divorzio. Un altro amore -a Torino, l'anno dopo, indirettamente l'avvia a -comporre tragedie. Poi nel '77 a Firenze “degno -amore lo allaccia finalmente per sempre„: ama -la moglie di Carlo Odoardo Stuart, la contessa -d'Albany; e si studia di sottrarla a quello sbevazzatore -che, dimentico della sua dignità e delle -prove da lui fatte non senza gloria come pretendente -alla corona d'Inghilterra, le è un “irragionevole -ed ubbriaco padrone„; ordisce sottilmente -la trama della liberazione, la compie quasi -per rapimento, si assume intiera la responsabilità -del fatto, con la donna amata convive pubblicamente, -in faccia all'attonita aristocrazia, rivale -felice d'un marito di casa reale. -</p> - -<p> -Intanto, ne' viaggi e nelle passioni e nelle amicizie -varie, gli si era allargato il sentimento e la -coltura: l'Inghilterra e la Francia gli avean -mostrato assodate o in via d'esperimento le leggi -della libertà: tutta l'Europa aveva corso, o da -tutta l'Europa raccolto in sè l'odio contro il -feudalismo antiquato e la bramosia delle riforme -civili. A Ginevra s'era già comprati l'Helvetius, -il Rousseau, il Montesquieu; poi lesse Plutarco -e se n'infiammò; quattro e cinque volte di seguito -lo lesse “con tale trasporto di grida disperate -<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span> -e di furori per anche, che chi fosse stato -a sentirmi nella camera vicina mi avrebbe certamente -tenuto per impazzito„. Con lacrime di dolore -e di rabbia raffrontava Cesare, Bruto, Pelopida, -Catone, a' piccoli reggitori del Piemonte: -un giorno intiero, meditando l'Italia presente, -pianse sulla tomba di Dante a Ravenna. Si rodeva, -e pur seguitava a menar la vita dello scioperato -e dello scapestrato; ma il suo era come -il ribollimento della terra che abbia sentita la -prima pioggia primaverile. -</p> - -<p> -Presentato nel '69 al re di Prussia, non ebbe -altro lievito che d'indignazione e di rabbia: poche -parole gli disse il re; egli l'osservò profondamente -ficcandogli gli occhi negli occhi, e ringraziò -Dio che non lo aveva fatto nascere schiavo -di Federigo II. Anche dal re di Piemonte si volle -libero; e, fatta donazione di tutto il suo, andò -a tôrre licenza: quel re, che era il buon Vittorio -Amedeo II, non gli parlò punto della cosa, e lo -accolse affabile e cortese come era sempre. Onde -poi il conte nella <i>Vita</i>: “Ancorchè io non ami -punto i re in genere, e meno i più arbitrari, -debbo pur dire ingenuamente che la razza di questi -nostri principi è ottima sul totale, e massime -paragonandola a quasi tutte l'altre presenti d'Europa. -Ed io mi sentiva nell'intimo del cuore -piuttosto affetto per essi, che non avversione; -<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span> -stante che sì questo re che il di lui predecessore -sono di ottime intenzioni, di buona e costumata -ed esemplarissima indole, e fanno al -paese loro più bene che male. Con tutto ciò -quando si pensa e vivamente si sente che il loro -giovare o nuocere pendono dal loro assoluto volere, -bisogna fremere, e fuggire.„ Oh il bacio, -il bacio sonoro del Metastasio sulla mano dell'augusto -padrone! -</p> - -<p> -Dopo che l'Alfieri ebbe baciate, in cambio di -una mano imperiale, le rovine della Bastiglia, -avidamente raccolte a memoria del fatto, gli -toccò sentire la libertà impiccante e spogliante, -come la chiamava pronunziando gli epigrammi -feroci che, deluso nelle alte speranze, scagliò, fin -che gli resse la vita, contro la Francia. E dalle -Fiandre e dalla Germania, venne a Firenze, dove -Ugo Foscolo lo vide passeggiar solo dove Arno -è più deserto. Qui scrisse le commedie, volto ormai -col pensiero all'esempio degli Inglesi, che -soli gli avevan dato libertà e pace, e soli sembravan -godere patria e libertà, e per ciò partigiano -ormai degli ordini costituzionali ove si -contemperano le signorie dell'Uno, de' Troppi, -de' Pochi, tre veleni che commisti fanno l'antidoto. -Qui allo Strocchi giovane che andò a visitarlo -gridò rimbrottandolo che parteggiasse pe' -Francesi: “Que' scellerati Francesi hanno ammazzato -<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span> -il loro re: i re vanno ammazzati, ma -sul trono, non balzarneli con inganno e, appena -caduti, vilmente trucidarli!„ Qui, disperato del -tempo e degli uomini presenti, affisse sulla porta -di casa quel biglietto che si era stampato con le -proprie mani: “Vittorio Alfieri, non essendo persona -pubblica, e supponendosi di poter essere -almeno padrone di sè in casa sua, fa noto a -chiunque cercasse di lui, ch'egli non riceve mai -nè le persone nè ambasciate nè involti nè lettere -di quelli che non conosce e da cui non dipende.„ -E qui morì nel 1803, atteggiandosi a misantropo -sdegnoso. Ma come caldo d'amore nel suo pensiero -per gli uomini tutti! come ardente per gli -uomini d'Italia, quali degni di lei nascerebbero -un tempo! Quando scrisse la dedica del <i>Bruto II</i>, -volgendosi al popolo italiano futuro, si direbbe -che il conte Alfieri, dotato di profetici spiriti, si -vedesse innanzi i martiri, i soldati, i diplomatici -del '21, del '48, del '59: quando scrisse i versi -sulle battaglie future tra Italia e Francia, fu profeta, -almeno in parte, davvero. A Roma, nel '49, -più d'uno de' volontarii (perchè non il Mameli?) -avrà susurrato: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i04"> ... O Vate nostro, in pravi</p> -<p class="i01">Secoli nato, eppur creato hai queste</p> -<p class="i01">Sublimi età che profetando andavi!</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span> -</p> - -<p> -Ora, il conte astigiano che, posando a Marsiglia, -con le spalle addossate a uno scoglio, dinanzi -alle due immensità del cielo e del mare abbellite -dai raggi del sole cadente, passava ore di delizia -fantasticando; o viaggiando nel Settentrione -dalle selve, dai laghi, dai dirupi, si sentiva sorgere -entro l'animo ruvidamente scolpite le immagini -che poi ritrovò nell'<i>Ossian</i>; o cavalcando -per le pianure deserte dell'Aragona piangeva dirottamente, -senza sapere di che, per la poesia -che terribile e lieta e mesta e pazza gli si affacciava -alla mente in immagini mal distinte; questo -poeta grande, questo cittadino grande, quest'anima, -insomma, questa vita, nel 1769 toccarono -per un momento o furono per toccare l'anima -e la vita dell'abate Pietro Trapassi, del -poeta cesareo Metastasio. -</p> - -<p> -Era a Vienna l'Alfieri, e il ministro sardo gli -aveva proposto di condurlo dal Metastasio, quando -un giorno nei giardini imperiali di Schoenbrunn -lo incontrò. Da lontano lo vide “fare a Maria -Teresa la genuflessioncella di uso, con una faccia -sì servilmente lieta e adulatoria„ che più non -volle saper di conoscerlo. “Non avrei consentito -mai di contrarre nè amicizia nè familiarità con -una Musa appigionata o venduta all'autorità dispotica -da me sì caldamente abborrita.„ -</p> - -<p> -Il Metastasio morì senza aver saputo di tale -<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span> -incontro: se l'avesse saputo, l'Alfieri gli sarebbe -sembrato un matto, un bel matto da legare. -E del matto si diede, raccontando da vecchio -l'orrore suo pel Metastasio, l'Alfieri: ma in quella -mattia era l'entusiasmo che solo può risuscitare -la vita e la coscienza d'un popolo. -</p> - -<h3>III.</h3> - -<p> -Da un lato, dunque, l'alta società viennese. -“Qui gli odii e gli amori (scriveva il Metastasio -al Farinello nel '47) non tolgono mai il sonno: -qui l'anima s'impaccia pochissimo degli affari del -corpo: la sera siete il favorito, la mattina l'incognito. -Le premure, le agitazioni, le sollecitudini, -le picciole guerre, le frequenti paci, le gratitudini, -le vendette, il parlar degli occhi, l'eloquenza -del silenzio, insomma tutto ciò che può -dar di piacevole o di tormentoso il commercio -delicato delle anime, è paese non conosciuto, se -non che come ridicolo ornamento de' romanzi. -È cosa incredibile a qual segno arrivi l'indolenza -di queste placidissime ninfe. Io dispererei di trovarvi -una sola capace di trascurare un giuoco -di <i>piquet</i> per la perdita o per la morte d'un carissimo -<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span> -amante; ve ne troverei ben quante mai -ne volessi di quelle che non interromperanno -l'insipido lavoro de' lor nodetti fra gli eccessi -dell'estro più misterioso. E voi temete per me? -Tranquillatevi pure. Non si corre questo rischio.„ -E in quella società che nella sua aristocratica -superiorità al volgo degli uomini rinunziava alle -passioni degli uomini, l'abate Metastasio cantò -le passioni non vere degli eroi melodrammatici -e di sè. Sottile analizzatore degli affetti si dilettava -incidere, come Properzia de' Rossi fece della -Passione di Cristo, tutta quanta la storia d'una -passione sopra un nocciolo di pesca; ma erano -affetti immaginarii. Perfino Nice, la Nice che -gl'inspirò così leggiadre canzonette, visse soltanto -nella mente del poeta, che si raccomandava -agli amici non restassero ingannati dai teneri -versi; non gli facessero il torto di crederlo -innamorato, non esser egli capace di tali debolezze! -Invece, se correvan chiacchiere di certe -sue avventure con una ballerina, raccomandava -le lasciassero correre “perchè alla fine, quando -ci andiamo avvicinando ad una certa età non ci -dispiacciono tanto queste imposture che accreditano -il nostro vigor giovanile.„ Chiuso sempre -in quei salotti di dame e di attrici, non desideroso -d'altro che dell'agiato vivere, lontano dalla -patria e da' parenti, il Metastasio fermò sè, la -<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span> -sua vita, la lingua e l'arte sua, in una beata ed -elegante placidità: non si curò di sapere, ignorò -che facesse, che pensasse il popolo italiano: invecchiò -supremo rappresentante d'un'età e d'una -letteratura ormai trapassate. -</p> - -<p> -Dall'altro lato, tutta l'Europa che segreta fermenta. -E l'Alfieri vi si aggira irrequieto, smanioso; -suggendo dalla natura viva, e dai libri -vivi, e dagli uomini e dalle donne vive, gli elementi -delle passioni che l'agitano diversamente -finchè non ama la D'Albany, le lettere classiche, -l'Italia futura. Diceva che, nato libero, avrebbe -amato la patria su tutto; nato schiavo, nulla -amava più che la sua donna: amò invece la sua -donna e la patria, come nessuno de' nostri poeti -dalla prima metà del Cinquecento aveva più saputo -amarle: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Or duro, acerbo; ora pieghevol, mite:</p> -<p class="i01">Irato sempre; e non maligno mai:</p> -<p class="i01">La mente e il cor meco in perpetua lite.</p> -</div></div> - -<p> -Per ciò egli è un'anima moderna; e, pur nelle -forme in che la costrinse quasi a dispetto, l'arte -sua, nell'intendimento e ne' concetti, è tutta moderna. -Perchè gettò via lo Shakespeare, subito -che si accorse che gli andava troppo a sangue? -Mala paura lo colse d'essere indotto a imitarlo, -e non volle. Tardi tornò a lui, e tardi lo imitò; -<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span> -quando le forze non erano più adeguate all'impresa. -Perchè lo spirito suo non s'infuse piuttosto -in liberi drammi all'inglese che nelle anguste -tragedie alla francese? La potenza dell'Alfieri, -se è lecito rimpiangere che chi tanto diede non -abbia dato anche più, fu, a parer mio, anche maggiore -dell'opera sua. Poeta più che artista: più -artista che poeta, di contro a lui, il Metastasio. -</p> - -<p> -Dall'uno all'altro, rammentata pure la tanta -disparità delle indoli, e i casi diversi delle vite, -non intenderebbe il passaggio chi non ripensasse -cause più generali e profonde: la critica trionfatrice, -le riforme civili ed estetiche che ne mossero, -l'esaurimento del melodramma, la maturità -della tragedia. -</p> - -<p> -Al Metastasio, non si crederebbe!, fu fatto invito -di collaborare all'<i>Enciclopedia</i>, proprio a -quella del Diderot, di cui l'ultimo volume uscì -nel 1772. Avrebbe potuto mandarle, come non -disformi dagli intendimenti dell'impresa, certe -<i>Osservazioni sul teatro greco</i> dove, prendendo a -una a una in esame le tragedie d'Eschilo, Sofocle, -Euripide, e le commedie d'Aristofane, le -giudicò tutte secondo i gusti e le idee del Settecento, -nè risparmiò sali mordaci a quella “aurea -semplicità greca„ che mal pareva anche a lui -sciocchezza. Tanto aveva potuto il secolo perfino -sullo scolaro di Gianvincenzo Gravina, sul Trapassi -<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span> -che il Gravina aveva, per amor de' Greci, -metastasiato. Dimostrato falso dal Galilei il principio -dell'autorità nelle scienze, rimesso in onore -da lui il pensiero vivo, la ragione abusava ormai -delle forze sue, credendo poter costituire sè medesima -giudice di tutto, del presente, del passato, -dell'avvenire, non secondo le necessità della -storia, ma secondo leggi ch'ella medesima si foggiava -idealmente. E perchè ella era quale i tempi -recavano che fosse, diversa da quale in altri -tempi era stata, derideva nel passato tutto quello -che non l'appagava più, voleva ridurre nel presente -ogni cosa a suo modo, studiava di preparar -l'avvenire, su norme teoriche, tale da imporgli -poi come Faust al minuto sfuggente: “Férmati, -tu se' bello!„ -</p> - -<p> -Non prevedendo bene gli effetti, a mezzo il -secolo scorso lavoravano tutti, l'aristocrazia e -l'alto clero non meno de' borghesi, a tale opera -di revisione, di riforma, di preparazione. Onde -la critica sagace delle autorità mal consacrate, -e insieme l'irreverenza contro i grandi de' tempi -che furono, Omero, Dante, Shakespeare; onde -utili mutazioni di leggi e di costumanze, e insieme -abbozzi utopistici di legislazioni e di costituzioni -per la piena, universale, sempiterna felicità -del genere umano. Il male era pertanto misto -al bene in sì fatto fervore di pensieri e di coscienze; -<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span> -ma io non sono di quelli che affermano -essere stato il male più assai che il bene. Concordano -tutti che le riforme, delle quali si giovò -allora e pe' corpi e per le anime tanta parte d'Europa, -furon giuste e proficue. Ma que' sogni per -l'avvenire non apparecchiarono di là dagli orrori -della Rivoluzione, altre riforme, giuste e proficue -del pari? Così lento è il Bene nel suo secolare -viaggio verso la meta cui gli è lecito avvicinarsi -sempre più, sempre più, ma non raggiungerla -mai, che ad affrettarlo tanto giova la Fantasia -quanto forse la stessa Ragione. Troppo cauta è -questa nel guidarlo. La Fantasia, ignorante degli -ostacoli, fa cuore al Bene e gli dà così forze novelle -per proseguire ancora nell'arduo, nell'infinito -cammino. -</p> - -<p> -Ed ebbe alcun che di utile, sebbene ridicola -spesso, e turpe qualche volta, la irreverenza verso -il passato, il disprezzo della storia: perchè soltanto -per quell'eccesso si compensò l'eccesso opposto, -della cieca devozione, della superstizione -pedantesca, onde in nome de' morti si vituperavano -i vivi. Non loderemo davvero nè il Cesarotti -contaminatore d'Omero, nè il Bettinelli -spunzecchiatore di Dante, nè il Voltaire calunniatore -dello Shakespeare; ma se de' grandi non -fu inteso il valore, che la storia meglio studiata -ci mostra oggi intiero, ebbe del buono quell'affermazione -<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span> -dover l'arte viva d'ogni età rispondere -alla coscienza dell'età propria, sia pure prevenendola -d'alquanto; nè ricalco sull'antico nè -moda audace e rapidamente caduca; sì espressione -estetica della civiltà sociale e della coltura -intellettuale onde è prodotta. -</p> - -<p> -Tra il Metastasio e l'Alfieri passò dunque di -mezzo quasi una gran folata di vento, che spazzò -via molta polvere e molti germi sparpagliò da -per tutto; una gran folata di vento, come d'improvviso -ne dà l'estate, ad annunziare un temporale -che avanza. Verranno la pioggia e la grandine -e i fulmini e i tuoni: ma intanto l'afa è cessata, -e si respira meglio. -</p> - -<h3>IV.</h3> - -<p> -Giuseppe Baretti e Giuseppe Parini attestano -come fu rapido quel trapasso, e come efficace. -</p> - -<p> -Nato a Torino nel 1719, il Baretti è, per qualche -rispetto, un Alfieri in piccolo: anche lui, irrequieto; -anche lui, scabro e impetuoso; anche -lui, veridico sempre; anche lui, innamorato dell'Italia. -Viaggia molto anche lui, e trova in Inghilterra -la giustizia e la libertà negategli in -<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span> -patria. Se da giovane aveva tradotto il più robusto -de' tragici francesi, il Corneille, sente poi -la potenza dello Shakespeare, e ne prende a viso -aperto le difese contro il Voltaire. Frusta a sangue -gli Arcadi: è uomo, sdegna gli eunuchi, -vuole che gl'Italiani tutti sien uomini. Per ciò -non più cortigianerie, non più ciance: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i05"> Son franco nel parlare,</p> -<p class="i01">La verità la dico molto forte:</p> -<p class="i01">Pensa come starei in una Corte!</p> -</div></div> - -<p> -La vuol far finita con le raccolte di rime in nascita, -in vestizione, in morte, dove l'argomento -suggerisce subito agli inetti, per lunga consuetudine -e tradizione, le immaginette e le cadenze: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Muore un papa, e gli occhi molli</p> -<p class="i01">Per lo pianto ha già la Fede;</p> -<p class="i01">Anglia ride perchè vede</p> -<p class="i01">Di lui privi i Sette Colli.</p> -<p class="i02"> Sen fa un altro: e l'irta chioma</p> -<p class="i01">Di bei fior si cinge il Tebro,</p> -<p class="i01">E di gioia pazzo ed ebro</p> -<p class="i01">Lo rimira tutta Roma....</p> -<p class="i02"> Nasce a Praga un marchesino,</p> -<p class="i01">E più l'Asia alzar non osa</p> -<p class="i01">Gli occhi, e trista e sospirosa</p> -<p class="i01">Già bestemmia il suo destino.</p> -<p class="i02"> E sì pien di tema ha il petto</p> -<p class="i01">Solimano un dì sì audace,</p> -<p class="i01">Che a colei che più gli piace</p> -<p class="i01">Più non gitta il fazzoletto....</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span> -</p> - -<p> -Ben altrimenti gli sembrava che fosse da cantare. -Ma l'arte italiana non era per lui l'arte -tutta; e il Baretti ebbe l'occhio ai grandi d'ogni -luogo, d'ogni tempo. Vi piace la bellezza greca? -ammiratela: la francese? ammiratela. Se non che, -Grecia e Francia son due terre sole; altre terre -ha il mondo, e gli uomini vi son di così maschia -barba come i Greci e i Francesi: il Metastasio -è d'italiana bellezza, e il De Vega e il Calderon -han bellezze spagnole; lo Shakespeare ha le inglesi. -E chi sa che al Cairo, ad Hispahan, a Pechino, -non sieno bellezze d'arte ignote a noi? -Vediamo, sentiamo almeno quelle de' vicini, -quanto più si può. Basterebbe questa pagina a -far del Baretti un critico, pe' tempi suoi, meraviglioso. -Sia pure che lo avessero preceduto il -Gravina, il Conti, il Martelli, egli fu il primo critico -delle lettere nostre moderne, e rimane insigne -anche oggi per molte, se non per tutte, -delle sue ammonizioni. -</p> - -<p> -E a lui l'onore di volgere il Piemonte restío -verso l'italianità nell'arte; a lui l'onore di aver -voluto un'arte italiana, degna della Italia nuova. -Piemontese, sì; da lagnarsi che, come si dice -Guercino da Cento, Antonio da Correggio, Leonardo -Aretino, Castruccio da Lucca, neppure -un piemontese fosse detto da Torino o da Asti -(provvide, di lì a non molto, l'Alfieri); ma italiano -<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span> -anche più. Odiava i Gesuiti, per ragioni -molte; principalissima questa, che insegnavano -con metodo sì sciocco da far costare ai ragazzi -sei o sette anni il solo apprendere la grammatica -latina! Lamento onde si conferma la modernità -di quella mente. Li odiava, ma quando -Clemente XIV li soppresse, egli se ne adirò: -“Il Papa è un principe italiano; e che un principe -italiano sia violentato a far a modo delle -Potenze oltremontane è un boccone che non lo -potrò mai digerire. Se la Francia e la Spagna -non dipendono da noi, perchè abbiam noi a dipendere -da esse? che diritto hanno mai di farci -fare a modo loro?„ Italiano, voleva che la lingua -comune a tutta la penisola fosse detta, quale è -nel fatto, toscana no, italiana; e italiano voleva -lo stile, e si avrà solo, diceva, se si segua la natura, -esprimendosi con schiettezza e semplicità. -Ma stile buono non può essere dove non siano -pensieri: l'<i>intrinseco</i> è quello che conta. Conviene -smettere il vanto del primato, e imparare -da chi sa più di noi: dire “noi fummo!„ non -giova, quando gli altri rispondono “e noi siamo!„ -</p> - -<p> -Educate, ammoniva, educate con diligenza, -con amore; fate corpi vigorosi, animi vigorosi, -senza tante smorfie e dolcezze e fisime. “Quel -tuo <i>point d'honneur</i> (scrisse a un fratello, parlandogli -d'un nipote), che già scorgi germogliare -<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span> -in esso, io non so cosa sia. È un termine francese -che non so bene come sia definito dai signori -Galli. Il mio <i>point d'honneur</i> consiste nel -distinguermi dal volgo a forza di superiore notizia -di cose, e a farmi giustamente reputare un -uomo incapace di vizio per quanto porta la fragilità -umana: consiste nel seguire tutto quello -che credo mio o altrui bene, ed evitare tutto -quello che credo mio o altrui male; consiste nel -mostrar prudenza scompagnata da viltà, e fortezza -d'animo disgiunta da un orgoglio mal inteso.... -Giovanni mi fa ridere con quella sua -promessa di rompere la testa ai figli suoi, se -riusciranno ignoranti. Quando i figli riescono -tali, è la testa del padre che anderebbe rotta, -almeno novantanove volte su cento.„ -</p> - -<p> -Il Baretti, caldo encomiatore del <i>Giorno</i>, porge -anche qui la mano al Parini educatore. Pensionato -dal re d'Inghilterra, morì a Londra nell'89. -</p> - -<p> -Il Parini è tal figura che richiederebbe un -quadro a sè; non mi proverò nemmeno a disegnarlo. -Egli è un plebeo che, più dignitosamente -del Metastasio, si frammette all'aristocrazia; non -la sfrutta, la studia, la rappresenta, la flagella; è -un prete cristiano che della critica degli Enciclopedisti -accetta quanto concorda col Vangelo; -è un galantuomo che anche dell'arte si vale a -far del bene; è un grande artista che, facendo -<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span> -del bene, riesce a fare capolavori. Il sacerdote -lombardo, messo di contro all'abate romano, potrebbe -dirgli in faccia: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Me non nato a percuotere</p> -<p class="i01">Le dure illustri porte,</p> -<p class="i01">Nudo accorrà, ma libero,</p> -<p class="i01">Il regno della Morte.</p> -</div></div> - -<p> -Il pedagogo nelle case de' nobili, che ha offerto -al giovinetto Imbonati l'ode sull'<i>Educazione</i>, potrebbe, -sorridendo sarcastico, canticchiare al -poeta cesareo: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Vero forse non è, ma un giorno, è fama</p> -<p class="i01">Che fûr gli uomini eguali, e ignoti nomi</p> -<p class="i01">Fûr Plebe e Nobiltade!</p> -</div></div> - -<p> -Onde i disdegni de' nobili che a lui Parini -diedero perfino della canaglia letterata: ma si -disdissero poi, quando nel Municipio di Milano -conculcata da' Francesi lo videro talora insorgere -pel buon dritto, e tal'altra, non valendo a rimediare, -piangere. -</p> - -<p> -Come il Baretti aveva salutato il Parini, così -il Parini salutò Vittorio Alfieri sorgente. Essi -due principalmente apprestarono il dono che l'aristocrazia -piemontese ne faceva all'Italia; primo -dono de' molti nobilissimi che le fe' poi e d'intelletti -e di spade. Il Baretti aveva con la critica -<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span> -sua aiutato a sgombrar via l'Arcadia e a trarre -il Piemonte nella coltura italiana; il Parini aveva -educata l'arte italiana a strumento di civiltà e -di redenzione morale. -</p> - -<h3>V.</h3> - -<p> -Non resta se non vedere brevemente perché -l'arte civile del Parini divenendo arte politica -con l'Alfieri tenne il modulo della tragedia quale -l'avevano fermato i Francesi. -</p> - -<p> -Quando l'Alfieri cominciò a tentare le scene, -il melodramma si era aperto oltre la massima -fioritura, e, come accade anche ne' generi letterarii, -decadeva. “L'opera è una bella cosa (aveva -scritto il Voltaire al Paradisi): ella è figlia della -tragedia; ma la figlia ha svenata la madre.„ E -veramente, per lo Zeno e pel Metastasio, già lo -spettacolo musicato del Seicento aveva cedute le -scene a drammi di ordinata e simmetrica compagine, -di eletta verseggiatura, dove la musica -e la parola e la pittura e la danza concordi gareggiavano -a un unico intento estetico. Ma presto -il modello di sì fatta fusione si era, da prepotente, -imposto al musicista, ai cantanti, ai -ballerini, e, più che agli altri tutti, al poeta. -Tre atti, ne' quali si svolgesse un'azione di lieto -<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span> -fine; ogni scena doveva terminare in un'aria, -detta sempre da un personaggio diverso, e sempre -diversa d'intonazione sì che le liete si alternassero -con le meste; sulla fine del primo e del -secondo atto, le grandi <i>arie d'impegno</i>; nel secondo -e terzo, un recitativo romoroso e un duetto -o terzetto tra eroi ed eroine. Eppure il Metastasio, -seguace sempre dello Zeno, ma seguace -incomparabilmente più elegante, facile, corretto, -aveva fatto, anche in quelle strettoie, miracoli -di equilibrio, di virtuosità, d'arte, e perchè no? -di poesia! Quasi maggiore di sè, a forza di sentimentalità -fantastica, si era talvolta levato fino -a scene d'un alto sentimento eroico, come nel -dialogo tra Temistocle e Serse, e nell'addio di -Regolo ai Romani. Nulla più, nell'antico melodramma, -restava da fare dopo lui: conveniva ora, -finchè non venisse il romanticismo innovatore, -che si movesse innanzi e si facesse perfetto il -melodramma giocoso. -</p> - -<p> -La tragedia, invece, la figlia svenata dalla -madre, aspettava intanto chi la rinsanguasse. -Nella forma neoclassica de' Francesi l'aveva tradotta -fra noi Pier Jacopo Martelli anche nel -metro; ai Greci l'aveva indotta Scipione Maffei, -consacrandole l'endecasillabo sciolto. Fece tragedie -romane, con quel tantino d'anima shakesperiana -che era assimilabile allora traverso gli -<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span> -imitatori, Antonio Conti. Romani e Giudei rappresentò -nell'orrendo assedio di Gerusalemme, -pel suo <i>Giovanni di Giscala</i>, tragedia forte, Alfonso -Varano. Quindi, i tragici Gesuiti pe' teatrini -de' collegi loro, e i tragici che direi officiali ne' -concorsi pubblici di Parma, avevano consolidato -lo stampo della tragedia; sì che a romperlo occorreva -ormai braccio di ferro. Tale la natura lo -diede all'Alfieri; ma troppo tardi ei si pose a studiare. -L'ignoranza sua, l'ignoranza di quando -cominciò a scrivere tragedie, lo costrinse subito -a quel tipo che solo conosceva pei teatri francesi -e nostri; l'amore pe' classici glielo fe' poi rispettare. -Lo sforzò e piegò, ma non volle infrangerlo.... -e gettò da parte lo Shakespeare. Per -l'arte fu un danno; per gli effetti immediati sul -pubblico, forse no: delle novità il pubblico -avrebbe diffidato; la forma consueta gli lasciava -invece piena agevolezza di succhiarne gli spiriti -nuovi che vi erano infusi. Fin dalla prima <i>Cleopatra</i>, -che è del '74, l'Alfieri imprecava ai tiranni: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Tu se' la prima fra li re superbi</p> -<p class="i01">Che pieghi alla ragion l'altera fronte,</p> -<p class="i01">Alla ragione, ai vostri pari ignota,</p> -<p class="i01">O non ben dalla forza ancor distinta.</p> -</div></div> - -<p> -La tragedia, ch'era stata fin a lui un sollazzo -aristocratico, divenne, per lui aristocratico, educazione -<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span> -del popolo a liberi sensi. Lo dissero -duro, oscuro, stentato; ma riusciva a far pensare, -nè altro egli voleva. -</p> - -<p> -“Son duro, lo so, son duro, ma parlo a gente -che ha l'anima così molle e flaccida che è cosa -da stupirne.... Tutti imparano il Metastasio a -mente, e se ne foderano le orecchie, il cuore, gli -occhi; gli eroi li vogliono vedere, ma castrati; -il tragico lo vogliono, ma impotente.„ A questo -modo, nel suo aspro piemontese. Sono io di ferro, -chiedeva, o gl'Italiani son di melma? E più amaramente -nella palinodia sè riconosceva di ferro -dolce, gl'Italiani di melma rappresa. Torino, che -intitolò del suo nome una strada nel 1797, e lo -tolse via nel 1815, ve lo restituì quando i tempi -furon maturi, quando sentì i fati novelli, che la -traevano ad essere guida di tutta l'Italia. Oggi -l'Italia tutta sento quanto debba a quel grande. -</p> - -<p> -Grande; e sebbene l'arte sua sia meno spontanea, -meno elegante, meno ingegnosa anche, se -si vuole, di quella del Metastasio, assai più grande -del Metastasio. Perchè l'anima del conte astigiano -fu assai più grande di quella dell'abate romano; -e le opere dell'arte, come gli organismi -tutti, non vivono tanto per la loro esterna bellezza -quanto per la potenza della vita che le -empie di sè; la potenza della vita che, correndovi -per entro a onde piene, le agita e muove. Che -<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span> -più, se l'opera d'arte, non solo viva per sè, ma -si faccia suscitatrice di bene, e infonda altrui -l'anima sua generosa, e imponga agli inerti: -<i>Surge et ambula?</i> -</p> - -<p> -Tale fu, o signori, tanto ottenne, la tragedia -dell'Alfieri; opera grande, perchè fu opera d'una -grande coscienza. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span> -</p> - -<h2 id="goldoni">CARLO GOLDONI -<span class="smaller">(1707-1793)</span></h2> - -<p class="center"> -CONFERENZA -</p> - -<p class="center"> -DI -</p> - -<p class="center"> -<span class="smcap">Ferdinando Martini</span> -</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span> -</p> - -<h3>I.</h3> - -<p> -Del secolo nel quale visse il Goldoni parecchi -hanno discorso qui e troppo meglio che io non -saprei; i propri casi egli raccontò nelle <i>Memorie</i> -che non possono compendiarsi, senza toglier loro -quanto hanno di arguta gaiezza e di bonaria -semplicità; a esaminare particolarmente l'opera -sua o, peggio, a toccare, soltanto a toccare, argomenti -de' quali alcuni non abbastanza, altri -non furono fino ad oggi per nulla studiati, la -breve ora di una conferenza non basterebbe: a -ricercare, per esempio, le fonti popolari o letterarie -di qualche sua commedia: a esaminare l'opera -de' numerosi e pedissequi imitatori ch'egli -ebbe in Francia verso la fine del secolo scorso,<a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a> -<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span> -quando appunto sulle nostre scene non rimaneva -più se non l'eco, di rado destata, de' suoi lontani -trionfi: e quei Medebac ch'egli aveva già nutriti -col proprio lavoro, illuminati co' riflessi -della propria gloria, ora, pezzenti impersuasi o -dimentichi, in Pisa dove il Goldoni parlò la prima -volta col Darbes; in Livorno ove col Medebac sottoscrisse -il primo contratto, riaprivano il teatro -agli sconci personaggi del vecchio repertorio, -alle <i>Gertrudi martiri</i>, ai <i>Re d'Aragona</i>, agli <i>Eroi -di Belgrado</i>. -</p> - -<p> -Se questo avesse ad essere il quadro, converrebbe, -e di molto, allargare la cornice: io me ne -starò dunque a raffigurare, se sia possibile, la -immagine intellettuale e morale del Goldoni che -si rispecchia in tutta l'opera sua; a ricercare -frettolosamente i pregi intrinseci di quest'opera, -le ragioni per le quali essa è giunta sino a noi, -per le quali essa dura fresca, rigogliosa, immortale. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span> -</p> - -<h3>II.</h3> - -<p> -La primavera del 1721 un barcone veleggiava -fra Rimini e Chioggia. Dentro, “dodici fra attori -ed attrici, un suggeritore, un macchinista, un -guardaroba, otto servitori, quattro cameriere, -due balie, ragazzi d'ogni età, cani, gatti, scimmie, -pappagalli, piccioni, persino un agnello: -pareva Parca di Noè.„<a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a> Giuochi, canti, suoni e -fra tutti i suoni prediletto quello d'una campanella -che chiamava frequente a refettorio i giovanili -appetiti insaziabili. Fra quell'allegra baraonda -un ragazzo di quattordici anni, scappato -convalescente, col solo bagaglio di due camice -e un berretto da notte, alle lezioni di filosofia -di un frate illustre e noioso. A Chioggia, dove -la madre dimora, lo aspettano forse i rimproveri -e le sgridate di lei. Non ci pensiamo. Ci sarà -tempo a pensarci, quando la servetta avrà finito -di cantare, quando l'amorosa avrà smesso -di far ridere, gemendo sulla morte immatura -del gatto suo trastullo e delizia, precipitato dall'albero -maestro nei gorghi adriatici. E poi.... e -poi non ci saranno nè rimproveri, nè sgridate. -Alla madre, prima, si presenterà il capo-comico. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span> -</p> - -<p> -— Vengo da Rimini e le porto notizie del suo -figliuolo. -</p> - -<p> -— Oh! grazie, grazie. E come sta? -</p> - -<p> -— Di salute, benone. -</p> - -<p> -— Non è contento? -</p> - -<p> -— Così così.... Soffre. -</p> - -<p> -— Oh! poverino! perchè? -</p> - -<p> -— Perchè è lontano da sua madre. -</p> - -<p> -— Oh! caro! -</p> - -<p> -— Eh! io gli avevo proposto di condurlo con me. -</p> - -<p> -— E perchè non lo ha condotto? -</p> - -<p> -— Ma.... e lei che cos'avrebbe detto? -</p> - -<p> -— Che aveva fatto benissimo. -</p> - -<p> -— Ma e gli studi? -</p> - -<p> -— Gli studi.... capisco.... ma non poteva tornare -a Rimini? E non ci son maestri dappertutto? -</p> - -<p> -— Sicchè lei lo rivedrebbe volentieri? -</p> - -<p> -— Eh! si figuri! -</p> - -<p> -— E allora.... eccolo. -</p> - -<p> -La porta s'apre, il ragazzo entra, s'inginocchia. -Piange la mamma, piange il figliuolo, lacrime -alternate di abbracci, di sorrisi, di baci. Arriva -una zia, altri pianti, altri baci, altri sorrisi, altri -abbracci. Che giova a quattordici anni prevedere -e paventare guai che forse non accadranno? -Tutto va bene quanto finisce bene. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Nel 1787 a Parigi un vecchio più che ottantenne -<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span> -e già celebre stava scrivendo l'ultimo capitolo -delle proprie memorie. Da quand'egli si accingeva -a ordinarle ed a compierle, eventi gravissimi -s'erano succeduti, lui spettatore. Fallito per -la caduta del Turgot il tentativo di mutare la -costituzione amministrativa della Francia, pur -serbando intatto il suo organamento politico; inappagato, -per la caduta del Necker, il più modesto -desiderio di un assetto della finanza, i ministri -cadevano l'un dopo l'altro, l'uno sull'altro: il -Jouy de Fleury sul D'Ormesson, il D'Ormesson -sul Calonne. La miseria, ottenuto qualche sollievo -dai portentosi raccolti dell'ottantacinque e -e dell'ottantasei, si faceva ora più aspra: e le -plebi prima accasciate in lamentose rassegnazioni, -si drizzavano col pallore delle collere risolute, -aiutate dai parlamenti che si negavano ad -approvare i nuovi balzelli. Quel di Besançon portava -a Versailles insieme co' propri registri un -pezzo di pane di avena, documento dell'inopia a -cui era ridotto il popolo delle campagne. La -monarchia spendereccia tornava agli errori d'un -tempo; chiuso da una parte l'adito agli zeffiri -delle riforme, mugghiava dall'altra il libeccio -della sedizione. Il dramma rivoluzionario stava -oramai per incominciare: il Calonne, convocando -in quell'anno l'assemblea de' notabili, non vi -aggiunse che un prologo breve. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span> -</p> - -<p> -Nessuno s'illudeva più oramai; nè i ministri -giubilati di Luigi XV come il Maupeou, nè i -nuovi cortigiani di Maria Antonietta come il -Besenval, nè gli apostoli della rivoluzione come -il Mirabeau, il quale scriveva da Berlino: i notabili -son la vanguardia dell'Assemblea nazionale. -L'ilare vecchio invece intitolando al Re -la propria autobiografia: “in mezzo ai notabili, -diceva, e in faccia all'universo, Vostra Maestà -ha manifestato propositi che guarentiscono il -bene dello Stato e il sollievo del popolo. Oh! -quanti salutari provvedimenti! Oh! quanti presagi -di felice avvenire!„ -</p> - -<p> -E diceva così, non perchè adulatore d'altrui -ma perchè lusingator di sè stesso: non corto di -vista, volontariamente bendato. Che giova a ottanta -anni prevedere e paventare sciagure che -forse accadranno? A fasciarsi la testa c'è sempre -tempo, quand'uno se la è rotta davvero. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Tale il Goldoni a quattordici anni, tale ad ottanta. -In lui una intima, continua letizia, una -naturale proclività, aiutata dalla educazione e dall'indole -de' suoi di famiglia, a scorgere della vita -gli aspetti ridenti soltanto; ad aspettarsi il bene, -e a sopportare il male, quando giungesse, con pacata -filosofia. -</p> - -<p> -Ancor giovinotto, bisognoso di pane e perciò -<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span> -di lavoro, s'accomoda con insperata fortuna, segretario -del Residente di Venezia in Milano: -un bel giorno per certa scappata costui, credendola -peggiore, lo redarguisce aspro; poi ricredutosi -e dolente dell'aver trasmodato, lo richiama, -si scusa. Niente. Non volevo, dice il Goldoni, -aver più di questi disturbi. Pianta l'impiego, -e parte per Modena. A Parma s'impiglia in un -movimento degli eserciti tedesco e francese; vede -la battaglia assai da vicino, e il giorno dopo le -migliaia di cadaveri rimasti sul campo. “Dappertutto, -scrive, gambe, braccia, crani, sangue. -Che eccidio!„ Orribili cose: ma che ci poteva -egli fare? — E per passare il tempo legge il -suo <i>Belisario</i> a un abate. Le strade rifatte libere, -noleggia un calesse e parte con l'abate per Brescia: -a un tratto, quattro malfattori mascherati -assalgono il calesse, intimano ai viaggiatori che -scendano, a lui tolgono la borsa, l'oriolo, la tabacchiera. -Il calesse fugge al galoppo, il compagno si -smarrisce, e lui.... Lasciamo che racconti da sè. -</p> - -<p> -“Trovai un viale di alberi e mi riposai tranquillamente -presso un ruscello; col concavo della -mano ne attinsi un po' d'acqua che mi parve -deliziosa.... Più innanzi sulla via, alcuni contadini -mi offrirono i resti della loro merenda, che -nonostante il guaio toccatomi, mangiai con eccellente -appetito. Il capo della famiglia mi avvertì -<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span> -che in casa loro non c'era da offrirmi per -letto che un po' di fieno: meglio per me andare -a Casalpusterlengo dove il curato, uomo garbatissimo, -si sarebbe fatto un piacere di darmi -ospitalità. Tutti gli altri approvarono: un ragazzo -ebbe la compiacenza di farmi strada; ed -io lo seguii benedicendo il cielo che se tollera -da una parte i malvagi, anima dall'altra i cuori -sensibili e virtuosi.„<a class="tag" id="tag3" href="#note3">[3]</a> -</p> - -<h3>III.</h3> - -<p> -O io m'inganno, o per questi e altri aneddoti -ch'ei racconta a diecine, ma non importa io ripeta, -spicca l'indole sua; e tale l'indole dell'uomo, -tale l'opera dell'artista: e dico artista, sebbene -vi sia chi non voglia adoperato questo nome in -proposito del Goldoni; ma di ciò più tardi. Egli -non sfiorò, fu scritto di lui, se non la superfice -della vita: ed è giusto; di qui, le sue commedie -stupende ma tenui, alle quali non è da chiedere -una troppo acuta analisi dei sentimenti, nè una -profonda occhiata dentro alle latebre del cuore -umano. Di qui, i suoi personaggi viziosi talora -<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span> -non malvagi mai, e l'indulgenza ond'egli pare -mirarli e cuoprirli. Quel Brighella rubicchia (non -dico ruba, perchè la parola troppo cruda spiacerebbe -al Goldoni) rubicchia spesso: quella -Colombina accetta e qualche volta chiede la -mancia per portare le ambasciate a Rosaura; il -Goldoni ha l'aria guardandoli di susurrare tra -sè e sè: debolezze umane e solo Dio senza difetti. -Quell'istesso <i>Don Marzio</i> che comincia col -calunniare e finisce col far la spia non può dirsi -malvagio; è spensieratamente linguacciuto, è, sì, -proclive, all'opposto del Goldoni, a vedere il male -dappertutto, per viziata consuetudine dello spirito; -ma non sparla, non calunnia, non denunzia -per desiderio di nuocere; fa il male ma senza -proporselo: tanto è vero che dei molti ravvedimenti -finali, con cui il Goldoni si sbriga spesso -dello scioglimento, il suo è de' meno inverosimili; -tanto è vero che quando il Voltaire, il quale scrivendo -<i>La Scozzese</i> ricordò indubbiamente la <i>Bottega -del Caffè</i>, come avvertiva già il Lessing,<a class="tag" id="tag4" href="#note4">[4]</a> se -volle sfogare il livore antico contro il giornalista -dell'<i>Année littéraire</i> e far sì che non reggesse ad -ascoltare tutta intera la commedia in platea, dovè -per mutare <i>Don Marzio</i> in <i>Frélon</i> dare agli atti -di lui la maligna ponderazione dell'animo reo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span> -</p> - -<p> -Sgorga finalmente dalla gioconda natura del -Goldoni, la perenne giocondità di cui sono impregnate -le sue commedie; anche le più deboli, -quelle la cui tela è più e troppo sottile, o nelle -quali i caratteri sono appena sbozzati; anche le -poche che il pubblico volle, nate appena, sepolte. -Anche l'<i>Amante militare</i>, il <i>Poeta fanatico</i>, la -stessa <i>Erede fortunata</i> han scene rallegrate da -quella spontanea comicità, con la quale altre più -felici commedie di lui, cencinquant'anni dopo che -furono scritte, vincono la ostentata musoneria -di questa fine di secolo. -</p> - -<h3>IV.</h3> - -<p> -E questo è uno de' pregi precipui di gran parte -del teatro goldoniano, di quella, cioè, che ancor -sopravvive: in questo il Goldoni sovrasta a quanti -furono autori comici da Aristofane in poi; nessuno -dalla scena fece più ridere, e garbatamente -ridere, con spedienti così semplici ed usuali. -</p> - -<p> -Vi fa ridere, sicuro, anche il Regnard che ha -i pregi suoi ma che i Francesi adulano troppo, -salutandolo superiore a quanti furono al mondo -scrittori di commedie, dopo il Molière: il Voltaire, -anzi, dice non esser degno di ammirare il Molière -<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span> -chi non si piace in compagnia del Regnard.<a class="tag" id="tag5" href="#note5">[5]</a> -Senza osservare qui che la comicità ha anch'essa -le sue gradazioni e maggior pregio quando proviene -da' caratteri che quando nasce dalla situazione, -come vi fa egli ridere il Regnard? Prendo -la scena famosa del <i>Légataire universel</i> una tra -le sue più lodate commedie. Il vecchio e infermiccio -Geronte accoglie in casa sua di mattina -la giovinetta Isabella, ch'egli vuol sposare e la -madre di lei; alla sposa futura discorre così: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Oui madame c'est vous (pour le moins je m'en flatte)</p> -<p class="i01">Qui guérirez mes maux mieux qu'un autre Hippocrate,</p> -<p class="i01">Vous êtes pour mon cœur come un julep futur,</p> -<p class="i01">Qui doit le nettoyer de ce qu'il a d'impur:</p> -<p class="i01">Mon hymen avec vous est un sûr émétique</p> -<p class="i01">Et je vous prends enfin pur mon dernier topique.</p> -</div></div> - -<p> -E così buffonescamente continua per un bel -pezzo, finchè.... Io non so neanche di che parole -servirmi.... Proviamoci. Aspettando il giulebbe -d'Isabella e l'emetico d'Imene, Geronte ha dovuto, -intanto, ingurgitare altri rimedi. Ora vorrebbe -rimanere vicino alla fidanzata.... ma.... No, no, lasciamolo -andare e non parliamo più nè del Regnard -nè di lui. -</p> - -<p> -E vi fan ridere anche i Francesi modernissimi -del <i>Palais Royal</i> e delle <i>Varietés</i>; ma, al solito, -come? Introducendo sulla scena i personaggi più -<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span> -strambi, accatastando accidenti sopra accidenti, -equivoci sopra equivoci, episodi sopra episodi, -l'uno più inverosimile dell'altro; inzeppando il -dialogo di facezie argute qualche volta, scempiate -non di rado, e di quei doppi sensi che sono, secondo -il Vauvenargues, <i>l'esprit de ceux qui n'en -ont pas</i>. Nulla di ciò nel Goldoni che vi mostra -invece il naturale contegno di personaggi umani, -che rappresenta fatti non pur verosimili ma quotidiani, -che di rado s'industria a smovere il riso con -arguzie artificiosamente incastrate nel dialogo. -</p> - -<h3>V.</h3> - -<p> -Per la fecondità de' motivi comici, ripeto, il -Goldoni è grandissimo: perchè a far piangere -dalla scena anche scrittori mediocri talora riescono; -certi fatti pietosi che narrati, per esempio, -da un giornale non commovono nessuno, portati -sul palco scenico provocano nella platea e ne' palchi -lacrime schiette e tossi dissimulatrici. Gente -che ha letto cento volte a occhi asciutti la storia -della rivoluzione, piange al veder sulla scena il -Santerre rapire il Delfino a Maria Antonietta. Di -donne, di bambini lasciati in squallido abbandono -da' mariti e da' padri incalliti nella crapula, si -<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span> -sente parlare ogni giorno; ma nessuno, pur commiserandoli, -tira fuori il fazzoletto di tasca. Ma -chi sa dirmi quante migliaia di fazzoletti si bagnarono -per i simili casi di <i>Maria Giovanna</i>, la -protagonista di un dramma, quanto all'arte mediocrissimo, -del Dennery? -</p> - -<p> -Altro è quando si tratta di comico: il perchè -si pianga s'intende; non sempre invece il perchè -si rida. Che cos'è questo riso?, domandava Cicerone -a sè stesso. In qual modo si provoca? -Qual'è la natura sua? Perchè scoppia a un tratto -senza che a noi sia possibile il trattenerlo? E conchiudeva -così, come si può conchiudere anche -oggi dopo che tanti — e ieri stesso il Melinand -nella <i>Revue des deux mondes</i>, — si affaticarono a -rispondergli: “Io non mi vergogno di non lo sapere, -nè lo sanno coloro che si arrogano di spiegarmelo: -<i>ne ipsi sciunt qui pollicentur</i>.„<a class="tag" id="tag6" href="#note6">[6]</a> -</p> - -<p> -Voi vi impietosite e a ragione dei casi di Giulietta -e Romeo; vi intenerite per la narrazione o -il ricordo dell'affetto loro e della tragica sorte. -Or bene: se all'immaginazione vostra balenino -un Romeo lungo, allampanato, con le braccia -scendenti fino a' ginocchi, una Giulietta bassotta, -pingue, pletorica, voi riderete. Perchè dunque -si mutano nella mente vostra i lor connotati, -<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span> -scema forse l'ardore di quell'affetto, e quella morte -è men miserevole? E se vi muovono alle risa gli -amanti fisicamente imperfetti, perchè vi fa fremere -ma non ridere l'amore di Quasimodo, oscenamente -deforme, per Esmeralda? Perchè vi fan -ridere allo stesso modo Falstaff con le sue sozzure -e Don Chisciotte con le sue idealità? Ma parliamo -più particolarmente del teatro. Perchè fa -ridere lo scemo, il <i>Jocrisse</i>, che è pure un essere -manchevole, un disgraziato il cui mancamento -nella vita reale ci parrebbe crudeltà prendere -a dileggio? Perchè, mentre a nessuno è mai passato -per il capo di incitare al riso esponendo sul -teatro uno storpio od un monco, il sordo, con -infermità peggiore, ha servito per secoli a spassar -le platee? Carlo Collé pose sulla scena una -donna incinta; egli racconta che quel personaggio, -rappresentato da un uomo, provocò risa omeriche; -quando da una donna, nausea invece e -disgusto. Perchè? Perchè fa ridere il marito ingannato, -quando, ben inteso, non vendica l'oltraggio? -Perchè fa ridere <i>Ludro</i> quando froda -con raggiri e con cabale i men scaltri di lui? E -son fenomeni questi soltanto estetici: chi ride, -sebben rida, è pronto a condannare il raggiratore -e la donna infedele. E perchè, da che teatro -è teatro, si ride del marito tradito dalla moglie, -e della moglie tradita dal marito non s'è -<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span> -mai riso ch'io sappia nè riderebbe, credo, nessuno? -Misteri. Io penso che uno scrittore di commedie, -se anche non de' primi, purchè ingegnoso -ed esperto, possa talora sicuramente dire a sè -stesso: con questa parlata mi farò batter le mani, -a questo punto, se anche non ci saranno lacrime, -commozione nel pubblico ci sarà: non credo invece -che alcuno, il quale sdegni di dar nel grottesco, -possa con pari sicurtà, e quando non si -tratti di barzellette, promettersi: io qui farò -ridere. Il Goldoni unico, non sgarra mai e ci -riesce ogni volta che vuole. -</p> - -<h3>VI.</h3> - -<p> -Unico; in ciò lo stesso Molière è a lui inferiore -e di molto. Già, tra il Molière e il Goldoni, -diciamolo subito e in fretta, non c'è mai per nessuna -ragione raffronto possibile, se non a certificare -in che l'uno differisca dall'altro. Il Goldoni -vede tutto roseo e il Molière tutto nero; ma anche -a prescindere dalla diversa indole e dai troppo -diversi casi della vita, il Molière è un pensatore -profondo e il Goldoni non è; e chi per smania di -perifrasi chiama il Goldoni il Molière italiano -cade in un errore de' più solenni, come se dicesse -<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span> -che il Racine è l'Alfieri francese. A dimostrare -quale abisso per certe qualità della mente interceda -fra loro basta un frammento delle <i>Memorie.</i> -</p> - -<p> -Discorrendo del <i>Burlador de Sevilla</i> di Tirso -de Molina il Goldoni scrive: “Tutti conoscono -quel cattivo dramma spagnuolo che gl'Italiani -intitolano <i>Il Convitato di Pietra</i> e i Francesi <i>Le -Festin de Pierre</i>. A me ha sempre fatto orrore e -non ho mai capito come una tale farsaccia potesse -alla lunga reggersi sul teatro, e piacere -a persone civili. I comici italiani erano di ciò -maravigliati anche loro; ma o per burla o per -ignoranza dicevano che l'autore del <i>Convitato di -Pietra</i> s'era con un patto legato col diavolo affinchè -questi glielo facesse applaudire. Non mi -sarebbe mai venuto in mente di lavorare intorno -a tale argomento; ma poichè il Molière e Tommaso -Corneille lo trattarono, presi a regalare alla -mia patria un dramma simile, per porre il diavolo -in grado di mantenere la promessa con un po' -più di decenza.„<a class="tag" id="tag7" href="#note7">[7]</a> -</p> - -<p> -Il <i>Don Giovanni</i> del Molière in un mazzo con -quello di Tommaso Corneille, e niente più. Il -buon Goldoni è passato accanto alla più scespiariana -delle commedie molieresche, a uno dei capolavori -dello spirito umano e non se ne è neanche -<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span> -accorto. Intento, diciamolo con parola d'oggi, -in quel suo <i>realismo</i>, in quella minuta osservazione -del vero ch'era già il suo metodo e fu poi la -sua gloria, ciò che dalla leggenda era passato sulla -scena di fantastico e d'extra-naturale gli parve -così insulsa scempiaggine, da allogare quell'argomento -fra i buoni, tutt'al più, per una commedia -a soggetto. Giudicò co' criteri, diciam così, teatrali: -e tenne perciò, ragionevolmente, inferiore -il <i>Don Giovanni</i> al <i>Misantropo</i> ed al <i>Tartuffo</i>: -non soltanto; forse anche non degno figliuolo di -chi aveva messo al mondo il <i>Tartuffo</i> e il <i>Misantropo</i>. -Lesse sbadatamente forse, come una -qualunque <i>battuta</i> de' suoi comici, le parole che -Sganarello profferisce nella prima scena: “Quale -flagello un gran signore malvagio!„ parole a cui -la commedia tutta è poi conferma e commento. -Così egli non seppe addentrarsi nel pensiero onde -è animata quella maravigliosa commedia, nè scorgere -perciò quanto fosse di ardimento e di saggezza -in quel pensiero medesimo; nè finalmente -pregiare la profondità di una osservazione diversa -dalla sua, in quanto era anche visione. -</p> - -<p> -Dopo aver nel <i>Tartuffo</i> mostrata trionfante l'ipocrisia, -ora nel <i>Don Giovanni</i> il Molière, com'altri -disse, mostrava l'ateismo trionfante; l'una -innanzi agli occhi della Francia a' suoi tempi, -l'altro, natural conseguenza, spettacolo alla Francia -<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span> -avvenire. Dopo il padre Tellier, il Reggente: -fino a che negli alti ceti disonorato il bene, il -male cinicamente ostentato, il popolo, che il -Molière simboleggia nell'onesto mendico, piglierà -il sopravvento, egli tuttavia custode della -fede e della virtù. -</p> - -<p> -E il Goldoni letta la commedia del Molière, -per arricchire la patria di qualche cosa di simile, -scrive, ahimè! il <i>Don Giovanni Tenorio</i>. -</p> - -<p> -Ma sospirato questo “ahimè!„ manteniamo -al Goldoni il suo posto: e ripetiamo che nella -<i>vis comica</i> il Molière non lo eguaglia; anzi egli -non è, se m'è lecita la frase, giocondamente comico -mai: o vela di sorrisi la melanconia, o -casca nel grottesco, come nel <i>Pourceuagnac</i> e nel -<i>Malade imaginaire</i>. -</p> - -<h3>VII.</h3> - -<p> -E poichè parlo del Molière tocchiamo di un -altro requisito che nel nostro è, secondo me, -maggiore che in lui: la prontezza. Non dico già -la prontezza nel concepire, pur nel Goldoni mirabile; -gli basta un nonnulla, un aneddoto, una -passeggiata, uno sguardo insomma intorno a sè, -per comporre tutto quanto l'intreccio di una commedia; -<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span> -e comporlo, badiamo, non di eventi straordinari, -ma di fatti consueti: chè s'io non vo -errato ci vuol molta più fantasia a immaginare -il <i>Ventaglio</i> (stupenda, inimitabile commedia!) -che un di que' drammoni miracolosi i quali portano -sulla scena, per dirla con un improvvisatore -fiorentino, -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Tornei, voli, cariaggi,</p> -<p class="i01">Cinquantotto personaggi,</p> -<p class="i01">Trentasei divinità.</p> -</div></div> - -<p> -Non di questa prontezza intendo: chè si potrebbe -obiettarmi dover essere nel Molière, come -la fecondità, di tanto minore di quanto erano -più alti e gravi i concepimenti di lui; intendo -della prontezza nel distendere le fila da intrecciare -poi, e — ciò che è meraviglioso ancor più — nell'impostare -i caratteri. Il Molière quasi -sempre, in sul principio, procede a passi stenti -ed incerti: e basti citare, che è vecchia osservazione, -i due primi atti del <i>Tartuffo</i>. Vedete invece -il Goldoni: leggete il primo atto della <i>Famiglia -dell'antiquario</i> e poi ditemi se protasi fu -mai più sollecita, più svelta, più completa; e perchè -qui le mie parole non servono, e il primo -atto della <i>Famiglia dell'antiquario</i> è troppo lungo, -pigliamo la prima brevissima scena della <i>Locandiera</i>, -prova anche più valida, e consentitemi -ch'io ve la rilegga: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span> -</p> - -<div class="blockquote"> -<p class="center"> -ATTO PRIMO. -</p> - -<p class="center"> -SCENA PRIMA. -</p> - -<p class="center"> -<i>Il Marchese di</i> <span class="smcap">Forlimpopoli</span> <i>e il Conte d'</i><span class="smcap">Albafiorita</span>. -</p> - -<p class="pad1"> -<span class="smcap">Mar.</span> Fra voi e me vi è qualche differenza. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Conte.</span> Sulla locanda tanto vale il vostro denaro quanto -vale il mio. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Mar.</span> Ma se la locandiera usa a me delle distinzioni, mi -si convengono più che a voi. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Conte.</span> Per qual ragione? -</p> - -<p> -<span class="smcap">Mar.</span> Io sono il Marchese di Forlimpopoli. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Conte.</span> E io sono il Conte di Albafiorita. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Mar.</span> Sì, conte. Contea comprata. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Conte.</span> Io ho comprata la Contea quando voi avete venduto -il Marchesato. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Mar.</span> Oh! basta: son chi sono: e mi si deve portar rispetto. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Conte.</span> Chi ve lo perde il rispetto? Siete voi che parlando -con troppa libertà.... -</p> - -<p> -<span class="smcap">Mar.</span> Io sono in questa locanda, perchè amo la locandiera. -Tutti lo sanno e tutti devono rispettare una giovane -che piace a me. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Conte.</span> Oh! questa è bella. Voi mi vorreste impedire -che io amassi Mirandolina? O perchè credete ch'io sia -in Firenze? Perchè credete ch'io sia in questa locanda? -</p> - -<p> -<span class="smcap">Mar.</span> Bene, bene.... non ne farete niente. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Conte.</span> Ah! io no e voi sì eh? -</p> - -<p> -<span class="smcap">Mar.</span> Io sì e voi no. Son chi sono. Mirandolina ha bisogno -della mia protezione. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Conte.</span> Mirandolina ha bisogno di danari e non di protezione. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Mar.</span> Danari? Eh.... non ne mancano. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Conte</span>. Io spendo un zecchino il giorno, signor Marchese, -e le fo continuamente regali. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span> -</p> - -<p> -<span class="smcap">Mar.</span> Ed io quello che fo non lo dico. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Conte.</span> Voi non lo dite, ma già si sa. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Mar.</span> Non si sa tutto. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Conte.</span> Sì, caro signor Marchese.... si sa.... I camerieri -parlano. Tre paoletti al giorno. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Mar.</span> A proposito di camerieri, vi è quel cameriere che -ha nome Fabrizio: mi piace poco. Parmi che la locandiera -lo guardi assai di buon occhio. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Conte.</span> Può essere che lo voglia sposare. Non sarebbe -cosa mal fatta. Sono sei mesi che le è morto il padre. -Una giovane sola alla testa di una locanda si troverà -imbrogliata. Per me se si marita le ho promesso trecento -scudi. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Mar.</span> Se si mariterà, io sono il suo protettore e farò io.... -E so io quello che farò. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Conte.</span> Venite qui finiamola, facciamola da buoni amici. -Diamole trecento scudi per uno. -</p> - -<p> -<span class="smcap">Mar.</span> Quel ch'io faccio lo faccio segretamente e non me -ne vanto. Sono chi sono. Chi è di là? -</p> - -<p> -<span class="smcap">Conte.</span> (Spiantato e superbo!). -</p> -</div> - -<p> -Con questa scena che non dura più di tre -minuti il Goldoni porta di lancio il pubblico <i>in -medias res</i>. I due gentiluomini sono innamorati -della locandiera e se la contendono non a buon -fine, perocchè loro non spiaccia ch'ella si mariti: -anzi il matrimonio aiuteranno quegli spendendo -e spandendo, questi, con signorile ma parsimoniosa -alterezza, ricoverando i coniugi sotto le ali -della sua protezione; e dietro a loro spunta quel -Fabrizio che già s'immagina entri anch'egli in -lizza a contendere, se non palesemente accetto, -certo non disprezzato. Ancora una scena breve -<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span> -altrettanto col cavaliere di Ripafratta, e il Goldoni -avrà già steso le fila che poi aggomitolerà -e scioglierà con disinvolta maestria. -</p> - -<p> -E ciò, che è pur tanto, è ancor poco. In quella -scena brevissima egli ha disegnato e colorito due -figure, così vive e vere che non vi usciran più -dalla mente, come non usciranno per un secolo -dal teatro: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Il nobile guitto</p> -<p class="i01">Che senza un quattrino</p> -<p class="i01">Ostenta il diritto</p> -<p class="i01">D'andare al Casino</p> -</div></div> - -<p> -e l'arricchito che tuttavia acerbo alle alterigie -blasoniche paga a furia di scudi la sodisfazione -di altre albagie. — E poi vengano a dirci che -il Goldoni non è un artista; se non è arte questa, -io non so più arte che sia. -</p> - -<h3>VIII.</h3> - -<p> -E tra figure e profili, il teatro goldoniano ne -contiene più che centocinquanta. Spiego una mia -parola: profili. In Italia si va generalmente alla -lesta nel parlar di caratteri; il ciarlone, per -esempio, un carattere, il pedante un altro carattere. -Adagio. <i>Il burbero benefico</i>, <i>Sior Todaro -brontolon</i>, <i>La donna capricciosa</i>, <i>La putta onorata</i>, -<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span> -<i>Il maldicente</i>, <i>Mirandolina</i>, <i>Il bugiardo</i>, e via -dicendo, io li veggo interi in piedi innanzi a me, -conosco tutte le loro consuetudini morali e dovunque -io li conduca, qualunque sia la condizione -nella quale si trovano, indovino ciò che -faranno e diranno. Ma il ciarlone, il pedante io -non li veggo che da un lato; nè so di loro più -di quanto essi stessi mi dicono. Così il ciarlone -può essere un eccellente padre di famiglia e può -essere un libertino: il pedante un galantuomo -specchiatissimo e un furfante di tre cotte. Il loro -difetto non è di quelli ne' quali tutta l'indole si -foggia o che tutta foggiano l'indole d'un uomo. -Il Goldoni li traccia maestrevolmente questi profili, -ma essi non basterebbero soli a tener vive -nè la sua fama nè le sue commedie. -</p> - -<p> -Ben altra cosa i caratteri; alcuni de' quali rivelano -nel Goldoni non soltanto l'osservatore felice -ma l'artista paziente. Perchè s'è troppo detto -e creduto che le commedie gli fluissero sotto la -penna.... Sì, cominciò una volta con lo scrivere -“atto primo scena prima„ senza sapere dove andrebbe -a finire; ma fu una volta sola.... e fece -l'<i>Incognita</i>. Sì, scrisse sedici commedie in un -anno, fecondità portentosa: ma tra le sedici ci -sono anche <i>Il giuocatore</i>, <i>L'erede fortunata</i>, <i>L'adulatore</i>, -<i>Il cavalier di buon gusto</i>. Chi ha in pratica -il suo teatro, a quel modo che s'avvede -<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span> -della facilità sua nell'immaginare le favole, le quali -nulla hanno mai di artificioso o di stentato, anche -s'avvede della cura ch'ei pone nel tratteggiare -i caratteri; ed è mirabile l'acutezza con -cui egli scorge e tratteggia le gradazioni di una -stessa passione, di un vizio medesimo: testimoni i -<i>Rusteghi</i>, testimoni gli <i>avari</i> de' quali egli ha -raffigurati parecchi e sempre con lineamenti diversi; -mirabile l'acutezza con cui egli scuopre -e palesa le affinità di due vizi e le sfumature -onde sono e separati e congiunti, e i fatali pendii -per i quali l'uno degrada nell'altro. Così, per non -addurre che pochi fra i moltissimi esempi, l'adulazione -diviene abito di menzogna, la maldicenza -tocca da un lato lo spirito di contradizione, la -calunnia dall'altro, l'avarizia diviene cupidigia -e la cupidigia conduce all'usura ed al furto. -</p> - -<p> -Ma io parlo di vizi; quante oneste figure di -uomini, quante leggiadre figure di donna! Il Guerzoni -scrisse che nessuna delle donne del Goldoni -è artistica e tutte quante si posson distinguere -in due categorie; le casareccie e le ghiribizzose -col capo cioè agli spassi e a' pettegolezzi.<a class="tag" id="tag8" href="#note8">[8]</a> Anche -lasciando stare la curiosa singolarità de' loro -nomi, queste categorie non mi persuadono; in -quale collocheremo Mirandolina che fa la ghiribizzosa -<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span> -per divenir casareccia, in quale la Giannina -del <i>Curioso accidente</i> che casareccia non è -perchè scappa di casa, e ghiribizzosa non può -essere perchè è innamorata. E in quale Zelinda? -E in quale quella <i>putta onorata</i>, Bettina, che è -de' più alti e forti caratteri femminili di tutti i -tempi e di tutti i paesi? -</p> - -<h3>IX.</h3> - -<p> -Ma nè la comicità nè la umanità de' caratteri -avrebbero bastato, io credo, a serbar sulla scena -tante fra le commedie goldoniane (del Molière -non se ne recitano più che due o tre) se non -era il dialogo efficace, rapido, gaio, <i>court, vif -et précis</i> secondo lo giudicarono in Francia sin da -oltre un secolo.<a class="tag" id="tag9" href="#note9">[9]</a> Non parlo, s'intende, delle commedie -in dialetto; delle quali poche oggi rimangono -sul teatro e troppe meno di quelle che -lo meriterebbero. Lasciate pur che il Baretti si -sfoghi a chiamarlo barbaro; indaghi o ricordi -egli a che ne fosse il dialogo comico italiano -quando il Goldoni incominciò a scrivere e quali -ei potesse averne buoni modelli sott'occhio. Le -<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span> -commedie di Jacopo Nelli senese chi le conosceva? -Pochi in Toscana, fuor di Toscana pochissimi; -il Goldoni no, ma il Baretti neanche. La -<i>Mandragora</i>, lo so: ma eran passati due secoli, -mutate certe forme del dire, certi atteggiamenti -alla nuova e più varia commedia non -convenivano; ne' ghiacciati serbatoi di riboboli, -custoditi da altri cinquecentisti, il Goldoni non -frugò e fece bene: e sgonfiate da sè le vesciche del -Cicognini sui cui volumi aveva palpitato da ragazzo, -aspettò di fabbricarsi più tardi, e sempre -da sè, lo strumento eccellente che gli servì così -bene ogni volta che ne usò libero, non impastoiato -cioè dalla rima o dal metro. Strumento il quale -pare egli morendo spezzasse: chè dialogo comico, -efficace, rapido, gaio come quello, non se n'è più -scritto, ch'io sappia, in Italia. E forse una delle ragioni -per le quali, dopo il Goldoni, l'Italia non -ebbe e non ha teatro da rivaleggiare col francese -è questa: che gl'italiani colti non son punto tra -di loro in accordo su ciò che abbia ad essere il -dialogo comico. S'è durato mezzo secolo a levare -a cielo il dialogo del Nota freddo, artificiato, l'opposto -insomma della spontaneità e della disinvoltura, -intanto ch'era moda lamentare il Goldoni -non avesse scritto un po' meglio; e i lamenti non -cessano e alcuno rammaricava ieri che il Goldoni -non possedesse la fiorentina spontaneità di Giovan -<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span> -Battista Fagiuoli. A' tempi del Goldoni le -citazioni de' libri non letti non dovevano essere -in uso; gli avrebbero fornite nuove fonti di comicità; -usano bensì oggi, e coloro che del dialogo -del Fagiuoli lodano la spontaneità, le commedie -di lui non le hanno lette di certo; di ciò non -gli accuso: minor fatica il tirare l'alzaia, ma la -citazione è un di più. -</p> - -<p> -Spontaneo il dialogo del Fagiuoli sì, quando -parlano in vernacolo i popolani: or ecco come -parlano gli altri; e poco importa sapere di che si -tratti: -</p> - -<p> -“La bontà che per me avete vi fa così favellare; -e godo in estremo che Leonora che in vostra -casa supposi all'improvviso eternamente defunta, -nella mia consolata e lieta sen viva, da -mentito funerale sia passata a vero sposalizio e -che quelle faci che non ardì di accendere che -per finzione la morte, fedele e sincero le abbia -accese Imeneo.„<a class="tag" id="tag10" href="#note10">[10]</a> -</p> - -<p> -Qui, come ognun vede, non v'è di spontaneo -altro che le metafore. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span> -</p> - -<h3>X.</h3> - -<p> -Conchiudiamo. -</p> - -<p> -Nel comico impareggiato, fecondo come pochi, -se pur è vero ciò che si narra del De Vega e -del Calderon; de' più felici osservatori, de' più -sagaci imitatori della natura, salutatelo con simpatia -reverente il Goldoni e passate. Non gli -chiedete la dipintura di affetti forti e profondi, -non li provò nè seppe descrivere; fin gli onesti -spasimi di Pamela lo turbano; quando la passione, -rarissimamente, sbotta in alcuno de' suoi -personaggi egli crede darle linguaggio adeguato, -scontorcendo il periodo e mettendoci il verbo -in fondo. Non gli chiedete che s'avventi contro -al corrotto costume col flagello della satira: a tentare -le fustigazioni pariniane nè l'animo suo fu -inclinato, nè la cura del queto vivere gliele -avrebbe, se mai, consentite. Tutti i personaggi -della satira pariniana sfilano e più volte nelle -sue commedie, ma indistinti, lievi come ombre. -Non gli chiedete neanche la compiuta cronaca -morale della sua Venezia: non vi trovereste -tutto quanto ne videro il De Brosses, il Casanova, -il Rousseau; se alle molte lodi che desiderò e -<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span> -meritò, una vi piaccia aggiungerne ch'e' non curò -meritare, dite ch'ei creò nel tempo della cipria -e de' guardinfanti una commedia democratica, e -ai miseri splendori delle ultime baldorie del patriziato -contrappose sulla scena la vita lietamente -povera de' navalestri ruvidi e de' pescatori, -delle loro donne festose ma pudiche, modeste -ma altere. Alla casa ov'ei nacque, là tra -il ponte di Nomboli e il ponte di Donna Onesta, -sull'angolo di via Cà Cent'anni (fatidico nome), -se vi piaccia appendere ghirlande, inframmischiate -al lauro le rose; e il simbolo della sua -gloria si congiunga col simbolo della non mai -turbata serenità dell'animo suo, onde parte di -quella gloria gli venne. -</p> - -<p> -Non corone di quercia. Questa smania innovatrice -che ci travaglia e onde si sfigurano oggi -le più limpide fisonomie, non oltre ci tenti a -far del Goldoni un educatore morale o civile. -Egli non sognò neppure le presunzioni didattiche -della commedia; credè che all'arte bastasse -il proporsi di ritrar la natura, come credè l'istesso -Molière, non ostante le turpitudini del suo tempo -gli strappassero dal labbro gli amari giudizî, e -l'occhio suo divinatore scrutasse ne' decadimenti -morali e politici dell'avvenire. -</p> - -<p> -“Arcadia„ dicono. O beata colonia, dove il -grande arcade Polisseno Flegeio siede tra le commosse -<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span> -creature della sua fantasia. Là ancora Zelinda, -più che centenaria oramai e tuttavia giovine -della giovinezza perpetua degli Dei e de' capolavori, -acuisce con affettuose malizie la gelosia di -Lindoro: là ancora Lelio s'impiglia nelle proprie -spiritose invenzioni: là il marchese di Forlimpopoli -si conforta delle cresciute strettezze, pensando -che un altro secolo crebbe la muffa agli -orli degli aviti diplomi: là il Goldoni, fra quelle -personificazioni delle immortali debolezze dello -spirito umano, le contempla e sorride d'un sorriso -immortale. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span> -</p> - -<h2 id="gozzi">CARLO GOZZI E LA FIABA -<span class="smaller">(1720-1806)</span></h2> - -<p class="center"> -CONFERENZA -</p> - -<p class="center"> -DI -</p> - -<p class="center"> -<span class="smcap">Matilde Serao</span> -</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span> -</p> - -<h3>I.</h3> - -<p> -Il nobile e appassionato eroe, la dolce e amorosa -eroina teneramente conversano d'amore, -Truffaldino e Brighella scambiano i soliti lazzi -sul loro famoso appetito e sulla loro famosa poltronaggine, -quando un tremuoto scuote la scena, -tuona, lampeggia e innanzi agli occhi stupefatti -della coppia sentimentale, innanzi alle due maschere -popolari appare un negromante, o una -fata, o un genio, o una statua che con tono fatidico -pronuncia una sentenza crudele contro la -felicità degli innamorati, sacrandoli a un imminente -avvenire di lacrime e di disperazione. La -radice di questa sentenza è in qualche antico delitto -commesso dal padre o dal fratello dell'eroe -e che costui deve amaramente scontare; è in -<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span> -qualche misteriosa secolare pena che uno spirito -superiore va espiando e per la cui fine è necessario -il sacrificio e, talvolta, la morte dell'eroina; -è in una contingenza bizzarra di fati avversi per -cui, quasi senza ragione, i due fedeli debbono vedere -ferocemente contrastato e forse ucciso il loro -amore. Le anime dell'eroe e della eroina cercano -ribellarsi subito al dolore, alla divisione, alla -miseria: ma è una ribellione debole e breve: -l'uomo, la donna, chinano il capo e si apprestano -alla gran pruova, anzi alle grandi pruove, -giacchè il destino, per bocca di una di queste -statue, di queste maghe, di questi genii, chiede -loro cose complicate, lunghe, terribili, che confinano -con l'impossibile, che, spesso, sono impossibili. -Chinano il capo: e le maschere, loro -servi, loro confidenti, loro ministri, si abbandonano -alle più meste facezie, alle burlette più -funebri, seguendo anche essi la sorte atroce dell'eroe -e dell'eroina. -</p> - -<p> -E qui il meraviglioso, cominciato con l'apparizione -sorprendente di quel cancelliere degli -spiriti, lettore di stranissime sentenze, che è -uno stregone o una fata, questo meraviglioso si -esplica, ampiamente, turbando la mente e la -esistenza dei personaggi gozziani. Oramai tutte -le leggi comuni della natura sono sciolte: il -tempo, lo spazio non esistono più: i tre mondi -<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span> -si confondono: le belve parlano, l'acqua canta -e suona, i morti leggono dei libri, le donne diventano -uomini e gli uomini si mutano in istatue. -Così, anche nel mondo morale degli affetti, -tutto si sconvolge, gli amanti più folli vilipendono -le amate, le mogli scacciano i mariti che -adorano, le madri gittano nelle fornaci i figli. -Tutto accade: tutto, cioè quello che è strano, -ma anche quello che è impossibile, viaggi di -migliaia di miglia in poche ore, risurrezione di -morti, ringiovanimento di vegliardi, palazzi sorti -in una notte e crollati in un minuto, battaglie -combattute in un attimo e in meno di un attimo -perdute o vinte. A traverso questi paesaggi -stupefacenti, questi mondi disorganizzati e folli, -questi prodigi impensati e inauditi, questi sentimenti -escogitati e contradittorii, gli eroi e le -eroine di Carlo Gozzi seguitano la loro terribile -vita di tormenti, affrontando tutti gli ostacoli e -sopportando tutte le pene, agonizzando di dolore -o di stanchezza, invocando il cielo, imprecando -al cielo, passando per tutti gli stadii più alti -della disperazione: la loro esistenza non somiglia -più a quella di nessuna creatura umana, ed -essi vanno, vanno, dominati dal Fato, in lotta -con esso, impari lotta con un potere così forte -e così segreto. -</p> - -<p> -Ma non è mica il Fato greco, quello che combatte -<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span> -i principi persiani e le principesse chinesi -di Carlo Gozzi: è in fondo un Fato molto mal -ridotto. Giacchè le sue sentenzie, apparentemente -atroci e inflessibili, contengono sempre una scappatoia, -per cui questi valorosi e impetuosi signori, -queste instancabili ed entusiaste donne -possono sfuggire alla disgrazia estrema. Vi è -sempre una speranza, nei rescritti dei maghi e -delle streghe gozziane! Altrimenti la tragedia -fiabesca si chiuderebbe alla terza o quarta scena -e buona notte. Un piccolo lumicino brilla sempre -in fondo alla foresta, come nella gentil fiaba -puerile del <i>Petit Poucet</i>, come in tutte le istorie -meravigliose. Questo fioco lume, vedete, è la -tenue, quasi disperata speranza, diciamo così, -che è alla fine di tutte le torture estraumane -dei personaggi di Carlo Gozzi, è il filo intorno -al quale si tesse tutta la trama della fiaba; e -man mano, come l'intreccio si annoda e s'infoltisce -e si distende, la poca speranza cresce, -il picciolo lume si fa più vicino, più vicino, è -un ricovero, è una casa, è la salvazione, l'uomo -ha vinto tutte le pruove, la donna ha superato -tutti gli ostacoli, i regni della natura rientrano -nel loro ordine e l'amore uscito più terso e più -compatto da quel crogiuolo incandescente, trionfa. -</p> - -<p> -Voi, tutto questo lo sapete, non è vero? Lo -sapete anche se non avete letto le fiabe del -<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span> -drammaturgo veneziano; giacchè tutto il contenuto -della sua opera è preso dalle tradizioni -fiabesche di tutti i paesi, giacchè egli ha rivestito -di scenario e di dialogo tutti i racconti -che le balie, le vecchie zie, le nonne narrano -ancora ai bimbi che non vogliono dormire. -<i>L'amore delle tre melarance</i> e l'<i>Augellin belverde</i>, -il <i>Corvo</i> e la <i>Donna serpente</i>, la <i>Zobeide</i> e il -<i>Re Cervo</i> e infine quanto costituisce il teatro -delle fiabe gozziane, risveglia le memorie delle -stanze domestiche, dei focolari confortevoli, delle -antiche voci un po' tremolanti che il nostro -cuore non sa dimenticare, delle ore estatiche -trascorse a udire le istorie singolari, mentre già -il sonno appesantiva le palpebre e il racconto -diventava qual era, sogno. Io ritengo che questo -sia uno dei grandi segreti del successo di queste -fiabe, allora: e come esse potessero tener testa -e persino, ahimè, soverchiare la novella arte -goldoniana, presa alle sorgenti istesse della vita -quotidiana e schietta. Il più austero uomo è -stato un fanciullo e la più frivola e più spensierata -donna è stata una bimba: i ricordi risalgono, -evocati, al fior dell'anima, e un senso -di diletto, non scevro di una velata malinconia -viene a molcere l'austerità e a fissare la spensieratezza, -mentre il medesimo uomo austero -troverà sconveniente la rappresentazione dell'ordinaria -<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span> -esistenza e la medesima donnetta frivola -s'irriterà di vedere dipinta così veracemente la -sua leggerezza e la sua instabilità: e ambedue, -è naturale, preferiranno Carlo Gozzi a Carlo Goldoni. -Ognuno ha il suo <i>tempo di fiaba</i> nell'anima, -tempo di semplicità, d'innocenza, di credulità -e di sorriso che si può rievocare, più tardi, in -modo fittizio e fugace, è vero, ma sempre efficacemente! -</p> - -<p> -Accennare, qui, tutte le origini delle fiabe di -Carlo Gozzi, sarebbe un po' lungo e un po' minuto; -pure, probabilmente, abusando della vostra -pazienza, lo farei: me ne trattiene il simpatico -ingegno così intuitivo, la coltura, la ricerca -felice ed esauriente che ha fatto, su Carlo -Gozzi e sul suo teatro, Ernesto Masi, per cui -tutti quelli che si affaticano nell'arte e nelle -lettere umilmente come me, o altamente come -altri, gli debbono una vivida ammirazione. <i>Lo -Cunto de li Cunte</i> del nostro novellatore napoletano -Busile, la <i>Posilipeata</i> di Masiello Reppone -sotto cui si nasconde l'altro napoletano -Pompeo Sarnelli, <i>Le mille e una notte</i>, i <i>Mille e -un giorni</i>, il <i>Gabinetto delle Fate</i>, tutte le antichissime -leggende orientali hanno dato il loro -contingente al fiabista veneziano: persuaso che -come <i>tout le monde</i> aveva più spirito del signor -di Voltaire, anche <i>tout le monde</i> avesse più fantasia -<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span> -del conte Carlo Gozzi, egli ha interrogato tutte -le fonti popolari. Vi è, persino, nel Sinadabbo -della <i>Zobeide</i> il tipo di Barba Blù, il mangiatore -di mogli: Sinadabbo se ne stanca dopo cinquanta -giorni, come Hassan, l'eroe della <i>Namouna</i> -di Alfredo de Musset se ne stanca dopo -una settimana: vi è, persino, nel <i>Re Cervo</i>, una -delle più forti, delle più vivaci fiabe del Gozzi, -un caso di <i>avatar</i>, di scambio d'anime, leggenda -orientale indiana che, più tardi, Thèophile Gautier -doveva narrare curiosamente nel suo lungo -racconto <i>Avatar</i>. È quasi un repertorio, il contenuto -delle tragedie fiabesche del conte veneziano: -un repertorio che egli ha mescolato un -po' confusamente, ma che ha tutto espletato. -</p> - -<p> -E allora, qual è l'elemento personale che il -Gozzi ha dato a queste fiabe? Ma, una cosa importantissima: -la rappresentazione per mezzo -di un intreccio di dramma, per mezzo di personaggi, -di dialoghi, di scene: tutto un mondo -vivo creato sui vecchi elementi, tutta una serie -di opere teatrali che hanno un valore indiscusso -per il loro tempo. Drammaturgo, il conte Carlo -Gozzi era: e aveva la passione pel teatro penetrata -sino alle sue midolla di uomo e di letterato: -tutta la vita, malgrado i suoi sonetti, a -centinaia, per nozze e per monache, malgrado -le sue dissertazioni, egli non è mai stato nè -<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span> -poeta nè critico, ma autore drammatico, niente -altro. Il materiale, dunque, fiabesco e la volontà -di favorire la truppa Sacchi che egli proteggeva -e dove, persino, aveva collocato i suoi amori, -oltre che le sue simpatie e la sue amicizie, risvegliarono -in lui le più belle qualità di autor -comico e drammatico, dettero l'impulso a un -ingegno che nel teatro trovava il migliore suo -campo. Teatralmente parlando, queste fiabe sono, -massime alcune di esse, scritte con vigore, con -misura, con evidenza: in due o tre di esse, -come la <i>Turandot</i>, come il <i>Corvo</i>, come l'<i>Amore -delle tre melarancie</i>, vi è, persino, nella espressione -dei caratteri, della psicologia. — Io vi -prego di non sorridere! — Noi moderni ci vantiamo -assai di essere psicologi, tutti, anche -quelli che non sanno di lettere e di arti, anche i -semplici scienziati, anche i medici, anche gli -avvocati, anche tutti gli umani. Ma fra cento -anni, quanto e come l'umanità sarà più psicologa -di noi, mentre quelli che vissero cento anni -prima di noi eran psicologi senza saperlo e -senza pretendervi! Il caro conte Gozzi potea -esser presuntuoso ed era, in ben altre cose: ma -nel rendere un carattere femminile, nel fare -emergere le espressioni di un momento drammatico, -servendosi, pur troppo, della rettorica -di cento anni fa, egli è efficacissimo e inconsciente -<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span> -della sua forza e della sua efficacia. Le fiabe, -infine, sono dei veri drammi nel loro inizio e -nel compimento: sono l'agitazione di un mondo -di personaggi e di passioni che l'autore ci mostra, -cogliendone il lato più significativo, dando -di essi e di esse la figura più rassomigliante e -il senso più vero. -</p> - -<p> -Vedete, infatti, se nella <i>Turandot</i> che non è -punto una fiaba, ma una bella e vera commedia -a base drammatica, in questa <i>Turandot</i> dove -non sono nè apparizioni, nè negromanti, nè -uomini che si cangiano in belve, nè melarancie -che contengono una fanciulla, in questa <i>Turandot</i> -che è la commedia di una giovanetta fiera -e saputella, — una seccatrice, diremmo noi — che -non vuole sposarsi perchè odia gli uomini, -vedete se l'autor drammatico rifulge! La vecchia -istoria dei <i>tre enigmi</i> che il divino Shakespeare -ha reso così magnificamente, con tanta -onda di poesia, di tenerezza, di passione, nel -suo <i>Mercante di Venezia</i>, quei tre enigmi che il -presunto sposo della piccola e leggiadra Portia -deve risolvere, è servita al Gozzi, per questa -<i>Turandot</i>, come servì, più tardi, saran venti -anni, a Giuseppe Giacosa per il suo <i>Trionfo -d'amore</i>: vecchissima istoria che rimonta, nientemeno, -alle <i>Gesta romanorum</i>. Il Gozzi raggiunge, -in questa <i>Turandot</i>, il massimo delle -<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span> -sue qualità di autore drammatico, tanto il movimento -vi è simpatico, umano, nobile, tanto il -fatale dissidio dello spirito della protagonista, -vinta nella pruova, che non vuole darsi per -vinta e intanto già ama, ha una evidenza che -colpisce e trascina il lettore. Per cui questa <i>Turandot</i> -piacque tanto allo Schiller che di drammi, -se non isbaglio, se ne intendeva: tanto gli -piacque da volerne fare una riduzione in tedesco. -E dalla medesima <i>Turandot</i> viene tutto il -coro di ammirazione che il teatro gozziano ha -trovato nella Germania dalla fine del secolo, e -nomino nel coro il Lessing, i due Schlegel, il -Tieck, tanti altri illustri. Ai tedeschi di allora, -non potevano le fiabe di Gozzi non piacere enormemente, -tanto corrispondevano, stranamente, -al loro nordico gusto: ma è, consentitelo a una -adoratrice della verità, nella vita e nell'arte, è -un dramma di verità e di passione quello che -rivelò ed affermò il talento di Carlo Gozzi. -</p> - -<p> -Ancora un elemento, curioso, portò il Gozzi -in questa congerie di bizzarrie novelle che è il -mondo fiabesco: ed è, accanto alle figure drammatiche -le figure buffe, accanto ai cuori sentimentali, -gli stomachi capaci, accanto ai martiri -dell'amore le spalle fatte per le bastonate, accanto -ai principi e alle principesse le maschere -italiane, Brighella, Truffaldino, Pantalone, Tartaglia. -<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span> -Costantemente queste quattro maschere -a cui si unisce, talvolta, Smeraldina, una maschera -femminile, penetrano in tutti gli intrecci -drammatici di Gozzi, appariscono nel fondo di -ogni scena, si mescolano a ogni scena, e spesso -non all'ultimo posto, visto che, nel <i>Re Cervo</i>, -Tartaglia, la maschera napoletana, è quasi il -protagonista. Talvolta, il dialogo di queste maschere -è scritto per esteso, giacchè è troppo -necessario al senso della commedia: talvolta è -accennato solo, come trama, lasciando che le -maschere v'innestino quel che vogliono, pur -non disubbidendo alla traccia. E così, questa -<i>Commedia dell'arte</i> onore e gloria comica italiana, -diletto di gentiluomini e di popolani, origine -di tutto quello che vi è di spontaneo e di -vivo nel teatro popolare, si mischia indissolubilmente -alla tragedia fiabesca, con tutti i suoi -contrasti e i suoi anacronismi. Eppure! Tempo -fa, sino a che un ordine molto civile ma poco -rispettoso del pittoresco e della leggenda non -lo proibisse nei piccoli teatri di Napoli, in due -o tre di essi, verso la seconda quindicina di dicembre -si inauguravano le rappresentazioni di -un mistero religioso che portava per titolo: <i>La -nascita del Verbo umanato</i> o <i>il Vero lume fra le -ombre</i>. Vi prendevano parte Maria, Giuseppe, gli -Angeli, Belfegorre, dei pastori, un grosso dragone -<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span> -spirante fuoco e vi accadevano tutte le -scene della Natività, descritte in versi assai -strani. Fra i personaggi, vi era un napoletano: -non il Pulcinella, giacchè l'autore non aveva -osato di spingere l'anacronismo sino al delirio, -ma un napoletano Razzullo, che parlava il dialetto, -che esclamava, che metteva il suo buon -senso pazzo e la sua loquacità meridionale fra -le preziosità mistiche di quel misterio. Ebbene, -quel Razzullo lì, offendeva la logica, è vero: ma -neanche il mistero pretendeva di esser logico, -ma al pubblico che si estasiava misticamente -innanzi alla umiltà della Madonna, al paziente -coraggio di Giuseppe, che s'irritava contro i -truci progetti di Belfegorre, quella nota singolare -di napoletanesimo piaceva, ed essi ridevano, -gli spettatori, dopo essersi commossi! Così, certo -al pubblico che si affollava nel piccolo teatro -veneziano dove recitava la truppa Sacchi, l'apparizione -di Truffaldino in Persia, di Pantalone -in Cina e di Smeraldina in Tartaria, doveva -parere molto bizzarra, ma non poteva che piacere, -come chi rivede, fra gente ignota, un viso -noto e, spesso, amato. D'altronde, quei comici -che rappresentavano le maschere italiane, erano -dei migliori, nelle loro parti: avevano per essi -la tradizione e la lunga esperienza, avevano -l'affetto degli spettatori. Anacronismo, sì, ma le -<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span> -fiabe erano anche così sorprendenti, per la mancanza -di ogni norma umana: anacronismo, ma -il meraviglioso regnando in tutto l'intreccio, -non era neppur troppo curioso che un bergamasco -come Brighella, un veneziano come Pantalone, -un napoletano come Tartaglia si trovassero -sbalzati ai confini del mondo, in drammi dove -il mondo non aveva più confini! Dico ciò per -difendere il Gozzi dalle accuse di testa folle, di -commediografo squilibrato, di autor drammatico -capace di guastare una pura opera d'arte, per -compiacere quattro comici. Ritengo che quelle -intromissioni così ripugnanti a chi ha l'ossequio -della verità, così balzane e quindi antipatiche -ai ragionatori posati e tranquilli, non dovessero -urtare i nervi di nessuno: salvo di coloro che -la gran voce umana di Carlo Goldoni, la voce -di uno spirito nobile e di un cuore caldo aveva -suggestionati! E, anche, il Gozzi, con sapienza -di contrasti, ha mescolato e alternato l'espressione -comica, usandone con moderazione, al -senso drammatico: egli ha bene inteso che uno -spettatore non ama di fremere sempre, dal principio -alla fine di un dramma, che la emozione -di dolore si stanca e che il soffio di una risata -riposa chi ascolta. Le scene delle maschere non -sono mai lunghe: esse non sono mai troppo volgari, -giacchè il Gozzi schivava la volgarità e -<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span> -addebitava le <i>Baruffe chiozzotte</i> come una laidezza, -al Goldoni: esse hanno sempre, queste -scene di maschere, uno scopo, una necessità. -Data la sua abilità teatrale, Carlo Gozzi ha potuto -tentare questa risurrezione o continuazione -dell'antica <i>Commedia dell'arte</i>, senza far inorridire, -senza seccare, divertendo. Quest'audacia -conservativa equivale all'audacia progressiva di -Carlo Goldoni! -</p> - -<p> -Certo, trasportando la questione in una sfera -d'idee più ampia, la risurrezione della <i>Commedia -dell'arte</i>, anche menomata, anche ridotta a brevissime -manifestazioni, anche messa lì solo per bisogno -scenico e per contrasto morale, non può -non essere giudicato un atto di annichilimento -letterario, da parte di un autore. La <i>Commedia -dell'arte</i> è la improvvisazione capricciosa di cervelli -comici che non vogliono chinarsi a seguire -il pensiero dell'<i>altro</i>, dell'autore: è il libito di -chi appare sulle scene e sovra una vecchia trama -sbiadita cerca mettere i colori di una recitazione -naturale: è la sostituzione della coscienza personale -dell'attore a quella certamente più elevata -e più nobile dell'autore. Non un passo indietro, -nella via dell'arte, ma cento, ma mille -passi indietro! D'altronde, anche questa <i>Commedia -dell'arte</i>, la quale poteva attirare per la -sua libertà, por il suo impensato, per l'inatteso -<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span> -personale, finiva per avere le sue formole, le -sue stereotipie: anche le scene di amor comico, -di ghiottoneria, di spavento, avevano il loro -alfabeto e il loro sillabario: e tutto s'immobilizzava -in queste formole e la improvvisazione -non era che apparente. Ora che un uomo come -Carlo Gozzi, vissuto in Venezia, che fu patria, -asilo, tradizione della più fulgida arte italiana, -cresciuto in un ambiente eminentemente letterario, -appartenente a una famiglia dove tutti -facevano dei versi, dalla madre agli amici di -casa, dalla cognata alla cameriera, abbia potuto -così negare il proprio ingegno e l'arte, credendo -che un comico qualunque potesse mettere la -sua prosetta comune e trita accanto ai versi -solenni o teneri gozziani, permettendo che le -viete barzellette e i lazzi di Truffaldino, sempre -gli stessi, si alternassero liberamente ai lamenti -e alle fiere proteste dei suoi protagonisti, non -si comprende! Un eterno dissidio regnerà sempre -fra il comico e l'autore: quando, ogni tanto, -un autore ha la fortuna di essere <i>inteso</i> e <i>reso</i> -da un comico, bisogna dire che due fortunate e -lontane constellazioni si siano incontrate nel -cielo! E viceversa il signor conte Carlo Gozzi, -per eccezione, amava troppo i comici: li amava -tanto, da cedere loro innanzi, come autore. La -<i>Commedia dell'arte</i> riapparsa sulle scene, donde -<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span> -il grande e misconosciuto Carlo Goldoni aveva, -con tanta coscienza d'artista, cercato di cacciarla, -non solo significava il trionfo di un passato morto -e cavato fuori dalla tomba e galvanizzato alla -meglio, ma significava la negazione di sè stesso -come scrittore e come drammaturgo, significava -il proprio avvilimento come un uomo che pensa, -che sa, che scrive. Ora se l'egoismo confina con -la ferocia, l'altruismo confina con la codardia! -</p> - -<h3>II.</h3> - -<p> -Fu, dunque, il Gozzi molto letto e molto ammirato -in Germania: in un altro paese del nord, -in Inghilterra, destarono curiosità, interesse, diletto -le sue opere. Si dice: fu il restauratore del -fantastico nell'arte teatrale, doveva piacere a -coloro che amano il fantastico, che si pascono -di leggende, come i popoli delle regioni fredde. -Il fantastico? È proprio la parola esatta? È, veramente, -il Gozzi, un uomo d'immaginazione? -Badiamo che <i>fantasia</i> è una grande parola ed è -una grande cosa. Non sarebbe meglio dire che -il Gozzi fu il restauratore del meraviglioso, al -teatro? <i>Meraviglioso:</i> è una parola più semplice -e più modesta. Il fantastico è così diverso! Chi -<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span> -si sorprende, inarca le ciglia e ha l'aria di uno -sciocco: costui è lo spettatore delle cose meravigliose -perchè strampalate, meravigliose perchè -senza nesso o con un nesso così lieve che un -nulla lo spezza, meravigliose perchè assolutamente -contrarie a tutto ciò che è ordinario. Tutt'altro, -tutt'altro il fantastico! Esso, credete, corrisponde -alla vita e certe volte vi corrisponde -con misura matematica: esso ha delle regole intime, -profonde, per cui può apparire quel che è, -fantastico, sì, ma logico: esso è dominato da una -ragione segreta che lo nutrisce e gli dà sostanzia -e colore: esso può essere alto, grande e puro, -come la verità. Il fantastico non è il contrario -della vita, ma è l'esaltazione della vita: è la linea -in fuori, è l'aureola, è l'alone, ma la linea suppone -la misura, ma l'aureola suppone la testa, -ma l'alone suppone la luna! Il fantastico non -capovolge le leggi dell'esistenza, ma le intravvede -moltiplicate, più ricche, più tristi, più tetre, -più grottesche: ma le considera nelle loro glorie -e nelle loro miserie, ma le sospinge alla loro -nota più vibrante e più acuta! Il fantastico anche -descrive dei paesaggi che esistono, ma vi -aggiunge quella soffusione di poesia lieta o lugubre -che le cose hanno sempre e che solo gli -occhi freddi ed aridi non sanno vedere: il fantastico -anche narra delle cose accadute, ma vi -<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span> -scorge tutto un lato nascosto, qualche cosa che -sfugge all'analisi del critico e che non sfugge -alla visione del poeta. Gli è per questo che gli -scrittori d'immaginazione scarseggiano assai, -mentre gli scrittori di verità si chiamano oramai -legione; la fantasia non comporta mediocrità, -non comporta volgarità, non ammette mancamenti -o debolezze. È fantastico il grande Hoffmann, -di cui non una delle novelle che non parta -da un assioma indiscutibile, di cui il fantastico -ha le grazie e le seduzioni della vita: siete fantastico -voi, voi solo, o grande Edgardo Poe, non -abbastanza ammirato, non abbastanza amato, infelice -nella morte come nella vita! Rammentiamo -le <i>Novelle straordinarie:</i> non una di esse che non -possa, in tutte le sue parti, corrispondere a un'assoluta -verità! Ma quegli uomini sentono in una -forma complessa, esagerata e febbrile: ma quelle -donne dai capelli biondi, dagli occhi glauchi, -dalle forme tenui, dalle mani ceree sulle nere -vesti, sulle bianche vesti, hanno in loro un fuoco -che le consuma: ma quei paesaggi hanno una -vita interiore che li trasforma e li fa tragici: -ma quelle scene hanno una intensità crescente -che afferra ai capelli il lettore, e li imperla di -un sudore di paura! Tutto è vero, tutto può -esser vero, nel grido che sale nel <i>Cuore rivelatore</i>, -tutto è vero, tutto può esser vero nei terribili -<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span> -rumori della <i>Casa Usher</i>. Il fantastico del rimorso, -il fantastico del terrore non vengono da -spettri, non vengono da vani fantasmi, ma l'uomo -li porta in sè, ma sono gli abitatori del suo spirito, -i tetri e fieri abitatori! Egli non diventa -marmo, come il povero Zennaro, del <i>Corvo</i> di -Carlo Gozzi, nè marmo come la dolce e tenera -Hermione nel <i>Racconto di una notte d'inverno</i> -di Guglielmo Shakespeare: non si muta in -una serpe, come la dolce Cheustanì, la <i>Donna -Serpente</i> di cui Riccardo Wagner volle rendere -l'amore, il dolore, la devozione coniugale nella -sua opera di gioventù (<i>Le Fate</i>); ma quest'uomo -di Poe ha le belve che gli dilaniano il cuore, -porta una serpe nelle sue viscere e meglio sarebbe -per lui se s'impietrisse! Questo è, il fantastico: -la vita nelle sue più cocenti passioni, -l'odio, l'amore, il delitto elevato all'ennesima -potenza, la vita slanciata alle altissime temperature, — dove -tutto vibra e tutto finisce per -infrangersi! -</p> - -<p> -E chiamiamolo addirittura il <i>meraviglioso</i>, il -portato di Carlo Gozzi nel teatro italiano, poichè -additeremo così questo bizzarro, sì, ma mite e -innocente materiale di arte: il meraviglioso che -sconquassa, ma porge la speranza e porge il rimedio, -che infligge le torture, ma ha con sè il -balsamo della consolazione. Senza di esso, i protagonisti -<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span> -di Carlo Gozzi sarebbero delle creature -semplici e amorose, e la loro istoria non potrebbe -interessare gli umani: un elemento estraneo entra -in loro e li rende vittime ed eroi, insieme, -ma vittime temporanee ed eroi di cinque, di -dieci anni: l'elemento sparisce ed essi rientrano -nel giro normale dell'esistenza, freschi, sani e -felici. Questo meraviglioso ha l'aspetto truce e -la sostanza tenera, ha l'apparenza della fatalità -e non è la fatalità: è lo slanciarsi, per breve -ora, fuori dei limiti del possibile, ma è il rientrarvi -subito, quietamente. La fantasia, nella sua -essenza, nella sua possanza, dà ben altri crucci, -e il fantastico, talvolta, uccide. Fra coloro che -mi ascoltano, io credo, che tutti preferirebbero -di essere un personaggio di Carlo Gozzi che un -personaggio di Edgardo Poe, e tutti, infine, preferiscono -di essere i lettori dell'una e dell'altra -opera. Infine, il Gozzi non era realmente un -uomo d'immaginazione: quello che egli ha fatto, -non lo ha fatto per una passione salda letteraria -per il sorprendente nell'arte, ma lo ha fatto per -una passione di uomo, molto più forte, molto -più acerba, per il suo odio contro Carlo Goldoni. -</p> - -<p> -Ah parliamone un poco, di questo odio per -cui il cuore del conte veneziano si è infiammato -molto più che per qualunque amore di donna: -parliamone, giacchè esso è l'avvenimento più -<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span> -importante della vita di Carlo Gozzi, giacchè -oh ironia, giusta e ingiusta insieme, del destino, -adesso il drammaturgo di <i>Turandot</i> è rammentato -solo perchè fu nemico acerrimo di Goldoni! -Ebbene, sì, egli lo ha odiato molto e lo ha, sovra -tutto, disprezzato, come si conviene a un -uomo che sa odiare: chi riconosce qualche cosa -di buono e di serio, nel suo avversario, già non -odia più! Carlo Gozzi lo disprezzava palesemente -e intimamente: il Goldoni gli pareva il più volgare, -il più triviale, il più balordo e il più noioso -fra gli scrittori teatrali. Egli lo ha tante volte -dichiarato ed era in perfetta buona fede. Tutto -ciò che formava la bontà e la beltà delle creazioni -goldoniane gli faceva ribrezzo: e le parole -più basse per esprimere la più bassa cosa non -gli sembravano sufficienti. Le sue polemiche impetuose -e ardenti, la sua lotta teatrale, tutta una -città posta a soqquadro, indicano come tutto il -calore dell'anima di Gozzi si era riversato contro -questo dispregevole avversario. Questa battaglia -è durata molto tempo ed è stata combattuta su -tutti i campi: è stata folgorante d'ingiurie e di -vituperii: è stata fornita a colpi di penna e a -colpi di voci calunniose: ha avuto sussidii e contrasti -nell'amore e nella politica. Il Goldoni è -stato insidiato nella reputazione e nella fortuna: -è stato minacciato nella felicità e nella vita ed -<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span> -ha dovuto, infine, lasciare il suo paese, esiliarsi, -non vinto, forse, nell'anima, ma vinto nei fatti, -non sconfitto nella sua arte, ma sconfitto come -uomo e come cittadino. Più tardi, certo, anche -la fittizia fortuna delle fiabe decadde e lo stesso -Carlo Gozzi non volle farne più nessuna: ma più -tardi, ma troppo tardi, quando niente e nessuno -poteva più medicare le ferite dell'animo di Carlo -Goldoni, quando tutte le amarezze avevano per -sempre avvelenato il fondo del cuore del buon -commediografo di Venezia. -</p> - -<p> -Ebbene, io dico che quest'odio, che questo disprezzo -erano sentimenti naturali e giustificati -in Carlo Gozzi: dico che egli non poteva fare diversamente -che detestare Goldoni e che egli ha -obbedito a una ispirazione alta e dolorosa, combattendo -quella battaglia. Ricordiamoci chi era -e che rappresentava Goldoni, a Venezia. Egli, -modesto e tranquillo scrittore, era stato tocco -da quel colpo di fulmine intellettuale che non -ammazza, ma sconvolge, che non atterra, ma -trasforma violentemente, egli aveva <i>avuto un'idea</i>: -egli aveva compreso che la vita nelle sue -forme veraci e umili ha una potenza di fascino -che sorpassa tutte le meraviglie: aveva <i>visto</i> che -l'amore qual è, il dolore qual è, il ridicolo qual è, -e non già come la falsità leggiadra o pomposa -di tutto il Settecento voleva rendere, possedessero -<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span> -maggior attrazione che qualunque declamazione -rettorica o leziosa: aveva sentito quest'uomo -piccolo destinato ad albergare quella grande cosa -che è un'idea, aveva sentito l'irrompere della -vita nella sua lealtà comica o drammatica. La -gran voce delle persone e delle cose intorno, -era giunta sino al suo spirito e lo aveva commosso: -non la voce dei fantocci pronunzianti -vuote frasi o inchinantisi ai vezzi frivoli di un -amore che non può meritare questo nome. L'uomo -nella sua carne e nel suo sangue, con le sue costumanze -bislacche o patriarcali, con i suoi difetti -curiosi e le sue qualità ammirabili, con i -trasporti delle sue passioni e col giuoco delle sue -astuzie, l'uomo vero, l'uomo uomo, era apparso -a Carlo Goldoni: e costui aveva reso la verità, -a teatro. La verità, nientemeno! La verità in -quei tempi quando i più terribili soffii venivano -dalla Francia, quando un timore generale faceva -impallidire le vecchie dinastie, quando i filosofi -e i carnefici si alternavano, causa ed effetto, nel -centro dell'Europa! La verità, cioè il popolo ritratto, -il popolo elevato da spettatore a protagonista, -il popolo carezzato nelle sue buone tendenze, -e spesso, il nobile vilipeso, come bugiardo, -come poltrone, come giuocatore! La verità; cioè, -gli antichi usi e le mode moderne dipinte magistralmente: -cioè, i vizii di certe condizioni e di -<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span> -certe età, resi con indulgenza, è vero, ma non -tanto da non vederne l'esatta riproduzione: cioè, -le qualità più nobili ricercate anche in persone -non preclare, e i sentimenti più alti del patriottismo, -dell'onore, della dignità ritrovati nel mondo -piccolo, borghese e popolare. La verità, in questa -vecchia Venezia già decaduta, già sfinita, smarrite -le sue ricchezze, il suo potere, la sua forza, -e che assisteva sgomenta a queste nuove cose -che sorgevano, a queste idee, a queste forme, a -questi fatti che disperdevano le ultime sue parvenze -di grandezza! -</p> - -<p> -E come poteva permettere ciò il conte Carlo -Gozzi, il patrizio di antica stirpe dalmata, il patrizio -che s'inchinava reverente a Venezia e alla -Serenissima? Carlo Gozzi non solo era un signore, -di nascita, ma teneva moltissimo al suo -nome e alla sua razza: non solo era un conservatore -in arte, ma era tale anche in politica: -non solo era un patriotta, ma era un patriotta -accanito e focoso. Il tremuoto che squassava tutte -le vecchie cose lo stupiva e lo sgomentava: ma -lo sgomento massimo era per il suo paese, per -questa adorata Venezia che portava nel sangue -e nelle ossa, come la più grande delle passioni. -Codino, sì, venti volte codino, ma non codino di -chiacchiere vacue, non codino di poco temibili -proteste, non codino silenzioso e pauroso, ma codino -<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span> -arrabbiato e focoso, codino pugnace e implacabile. -Carlo Goldoni non parve solamente a -Carlo Gozzi un novatore del teatro: ma gli parve -un novatore ribelle, un commediografo che volesse -continuare sul teatro la esecranda opera -della Enciclopedia e della rivoluzione francese. -Autore drammatico egli stesso, comprendeva bene -quale costante e invincibile propaganda potessero -fare certe teorie propalate dal palcoscenico: e il -non essere il Goldoni un teorico della verità, ma -un dipintore esatto e geniale, il dare con forme -semplici tutto un nuovo contingente di protagonisti -presi dal popolo, il rendere con l'azione i -vizii e la debolezza estrema della nobiltà veneziana -lo rendeva anche più pericoloso. Carlo Gozzi -odiò Goldoni come un nemico della patria, e l'opporsi -a lui gli parve un atto di buon cittadino, di -fedele suddito della Repubblica morente. Una rabbia -profonda sorse dalle viscere dell'uomo contro -l'uomo e il letterato tentò una difesa disperata! -</p> - -<p> -Disperata! Vandeano di Venezia, il conte Carlo -Gozzi combatteva come i fedeli brettoni per Dio -e per il Re: il suo Dio e il suo Re erano Venezia. -Di fronte alla novità rigogliosa e avvincente delle -commedie di Carlo Goldoni, portanti nel seno il -germe della libertà dello spirito, egli volle far -tornare all'antico il pubblico, e più che all'antico, -al bambinesco. Mentre tutti tentavano di -<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span> -pensare, mentre tutti sentivano il fremito possente -che sollevava la terra infeconda e le preparava -una magnifica fioritura dove il sangue -non mancava per la coltura, mentre tutti avevan -l'anima attenta a ogni nuova manifestazione -del pensiero e dell'opera umana, il conte Carlo -Gozzi tentò di calmare questa inquietudine coi -racconti delle fate e volle addormentare i cuori -turbati e le menti palpitanti, come si cerca di -far addormire un bimbo nervoso, che ha paura. -Egli cullò i terrori segreti, egli cantò la ninnananna -a coloro che vedevano crollare il mondo -in cui avevano creduto: e al fragore delle voci -e delle armi, egli disse, come una buona balia: -<i>vi era una volta</i>...... Oh come si rivela bene, -la disperazione interna, non del letterato che -era troppo superbo e alla sua maniera, anche -un po' indifferente, ma la disperazione del conservatore -che chiude gli occhi per non vedere, -che si tappa le orecchie per non udire, e che, -come le vergini di Francia danzavano con un -filo rosso al collo, per simbolo della probabile -prossima ghigliottina, in abito da <i>victimée</i>, tenta -di raccontare delle storielle vane per togliere il -pubblico alla propaganda e alle paure! In pochi -anni egli scrive fiabe sopra fiabe con una rapidità, -con una facilità grande, mentre polemizza -nelle fiabe e fuori, mentre continua la sua guerra -<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span> -nelle accademie, nei saloni e nei caffè: egli non -ha posa, egli non soffre indugio: egli, con la sua -ferocia spinge il Goldoni a scrivere anche più, -a scrivere sempre: egli non solo oppone una resistenza -instancabile, egli attacca atrocemente, -egli appartiene alla schiera, come ho detto, dei -codini belligeri, che sono rari, ma che sono terribili, -visto che la violenza pare sia un appannaggio -della gente nuova e ribelle. Che importa -a lui, specialmente, la fiaba e donde essa viene, -visto che egli non è un uomo di fantasia, ma un -autore drammatico puro e semplice, che importa -se il materiale sia il meraviglioso e sia preso dapertutto, -quando egli non ha di mira che distrarre -il pubblico dalla commedia dell'iniquo, -dello scellerato Goldoni, figliuolo primogenito -delle nuove esecrabili teorie? Siano i racconti -delle fate, se essi servono allo scopo ambito! Che -importa se la intromissione delle maschere, se -il riportare sulla scena la <i>Commedia dell'arte</i> è -un colpo duro a sè stesso e alla propria dignità -di autore? Purchè sia ferito l'avversario, non -importano le proprie ferite. E così tutta la ragion -letteraria del Gozzi si chiarisce e si giustifica -nelle sue debolezze: e tutta la sua vita, anche, -si riabilita nelle sue stranezze e nelle sue acredini. -Si riabilita con quest'odio! Un odio mortale -sorto da un sentimento alto e incrollabile, -<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span> -dalla devozione alle antiche cose, dall'ossequio -alle vecchie idee, dalla reverenza profonda verso -Venezia: un odio che ha un'essenza d'amore, -come tutti gli odii. Impossibile giudicare Carlo -Gozzi isolatamente: significherebbe menomare e -travisare il suo valore e dare di lui un giudicio -falso. Egli fu uomo del suo tempo: anzi, dirò -meglio, fu uomo anteriore al suo tempo. Non fu -uno di quei letterati solitarii che, con inclinazione -laudabile o no, non lo so, si chiudono nel -loro lavoro e dediti alla loro arte, servi, schiavi -di essa, si dimenticano di vivere: e rovini tutto -l'edificio sociale intorno ad essi, non se ne accorgono, -perduti in una divina allucinazione. -Carlo Gozzi non fece una vita di sogno, come a -tanti artisti è concessa: ma fece una vita di -realtà, una vita di uomo vivente, dirò! Impossibile, -anche, giudicare il Gozzi, senza considerarlo -nel grande torneamento della sua violenza, -torneamento scortese e cruento, contro Carlo -Goldoni. Questo odio è la lettera iniziale della -sua vita, è la sua cifra fatale! -</p> - -<p> -E permettete a chi ammira tutte le battaglie -fatte in un nome sacro, fatte anche in nome dell'ombra -e della immobilità, fatte anche in nome -del silenzio e del gelo, permettete che io esprima -qui un senso di malinconica ammirazione per -quel soldato del regresso che fu Carlo Gozzi e -<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span> -che lo ammiri nel suo odio, origine della sua -arte e della sua vita. Questo odio, è vero, dette -molti dolori a Carlo Goldoni: ma le avversità -sono sempre un buono stimolo dell'ingegno che -vi si tempera e vi si affina: ma ciò che si scrive -sotto la sferza delle passioni, degli ostacoli, delle -contrarietà vale, spesso, più dell'opera compita -nella oscurità senza contrasto, tanto che vi è chi -preferisce il mordace e dolente Arrigo Heine all'olimpico -e maestoso Wolfango Goethe! Lo ammirerete -anche voi, io spero, quando penserete -che se la sua guerra ebbe effetti immediati, essi -furono fallaci: quando ricorderete che egli vide -perire prima di sè la sua effimera gloria, e fu -postumo di sè stesso: quando noterete che il suo -nome, oramai, non è rammentato che dirimpetto -a Carlo Goldoni. Che dirimpetto? Ho detto male. -Di lato: molto di lato: ombra, nella luce di Goldoni. -Ancora palpita il mondo alle scene degli -<i>Innamorati</i> e ancora ride alle sue <i>Baruffe chiozzotte</i>: -ancora la <i>Locandiera</i> incanta gli spettatori -affascinati! Gli spiriti che sparvero da questo -nostro mondo, vivono <i>di là</i>: ma noi non sappiamo -bene, come. Speriamo che essi non sappiano -nulla del mondo che lasciarono: altrimenti, -neppure la pace delle sfere celestiali, sarebbe -una pace, pel conte Carlo Gozzi! -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span> -</p> - -<h2 id="parini">GIUSEPPE PARINI -<span class="smaller">(1729-1799)</span></h2> - -<p class="center"> -CONFERENZA -</p> - -<p class="center"> -DI -</p> - -<p class="center"> -<span class="smcap">Guido Mazzoni</span>. -</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span> -</p> - -<p class="pad2 indl"> -<i>Signore e Signori,</i> -</p> - -<p> -Tocca a me l'onore pericoloso d'iniziare quest'anno -le Letture fiorentine nella sala che Luca -Giordano adornò tutta di fiori e che ora adornate -voi, o signore; nella sala che udì già un -tempo i discorsi degli accademici della Crusca -e accolse poi un congresso di scienziati, e dove -ora state ad ascoltarmi voi, o signori, che avete -fama ben meritata di essere per un conferenziere -l'uditorio ch'ei possa più desiderare o più -temere. Ciò farebbe maggiore in me la trepidazione -se non avessi ormai quattro volte sperimentato -negli anni scorsi la vostra benevolenza, -la vostra indulgenza. E quest'ultima chiedo ancora -una volta per me; la benevolenza chiedo, a -nome de' signori del Comitato, per l'istituzione -loro, che, proponendosi così nobile intento, ha -già raccolto tanto favore. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span> -</p> - -<p> -Giuseppe Parini aveva nove anni quando il -padre suo, umile negoziante di sete, volendolo -tirar su per gli studii, lo recò a Milano e lo allogò -in casa d'una zia. “Addio, monti sorgenti -dalle acque!„ avrebbe certo sospirato allora -quel ragazzo d'ingegno così promettente, se Alessandro -Manzoni, che fu poi il massimo discepolo -del Parini, già avesse consacrato all'arte, con -l'eloquenza dell'addio di Lucia, monti ed acque -ben poco distanti dalle colline di Bosisio e dal -lago di Pusiano. Il ragazzo, cui aveva insegnato -a leggere e scrivere il prete del borgo nativo, -è probabile non ripensasse allora, partendo, il -tenue passato, ma che vedesse con gli occhi -della fantasia le vantate meraviglie della sterminata -ed opulenta Milano. -</p> - -<p> -Erano gli ultimi del 1738, e Milano, sgombrata -da Carlo Emanuele di Savoia “quel brutale -d'Italia„, venuta in signoria di quel placido -Carlo VI che doveva morire d'indigestione, si -preparava ad accoglierne la figlia, Maria Teresa, -sposa novella di Francesco di Lorena. E proprio -quando il Parini arrivava, nel fervore de' preparativi, -nello studio dell'etichetta, si facevano questioni -grandi: chi doveva andare fin a Mantova -a ossequiare i principi? chi si doveva invitare -alle feste? le dame dovevano presentarsi a Corte -con l'adrienne o col mantò? Le due prime questioni -<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span> -furono risolute presto; a Mantova andò il -Vicario di provvisione e sei patrizi; sei altri, col -titolo onorifico di Bastoni, ebbero a compilare l'elenco -degli invitati: quanto all'adrienne e al -mantò, bisognò indagare cautamente l'animo -della maggiordoma maggiore dell'Arciduchessa, -che indagò l'animo dell'Arciduchessa; e, a dispetto -degli avari mariti, a gioia delle splendide -dame, venne la risposta: il mantò! -</p> - -<p> -Quel povero ragazzo di campagna che cominciava -a frequentare, vestito da abatino, le scuole -de' Barnabiti, non seppe o non si curò di sì fatte -controversie; ma era certo per le strade, in vacanza, -quando il 2 maggio '39 i principi, sorridendo -al popolo dal grande carrozzone dorato, -entrarono pomposamente in Milano; e potè forse -avvicinarsi al corteggio e ammirarlo da presso -e guardare la futura padrona, la fiorente Maria -Teresa, perchè le milizie schierate per contenere -la folla e presentare l'arme, sorprese da un -acquazzone, si erano sbandate! La sera, grande -illuminazione di tutta la città; e chi sa non fosse -anche lui tra i monelli che (come narra la Gazzetta -d'allora) “girando all'intorno con semplici -rime, dettate dal naturale genio e piacere, come -dall'affezione succhiata col latte verso la cesarea -stirpe, invitavano i meno pronti ad esporre i lumi -con abbondanza„. Furono le prime feste, le prime -<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span> -dame, che vide co' suoi grandi e vivacissimi occhi -neri quel lungo, gracile, irrequieto abatino; -e cominciò ad assorbire inconsapevole l'amore -del lusso, delle eleganze, della bellezza. -</p> - -<p> -Mentre egli cresceva, e proseguiva a studiare, -e cominciava a dar lezioni, i tempi si facevan più -quieti; il governo imperiale, interrotto per pochi -mesi dai Gallo-Ispani, si assodava in Lombardia -entro quella pace di quarantotto anni che ci diè -tempo d'incipriarci e d'imbellettarci, ma anche -di guardare noi stessi allo specchio, vergognare -di noi stessi, iniziare la conversione dell'animo -nostro e la coscienza nazionale, che i Francesi -del '96 ci aiutarono, sia pur brutalmente, a recuperare -intiera. Milano si faceva a mano a mano -più grande, più bella, più polita, negli agi e ne' -diletti crescenti della civiltà; e, come accade, -ogni moto di quel risveglio affrettava altri moti. -Passava su tutti un'aria tiepida, quasi autunnale, -che affrettava la piena fioritura, lo spampanamento -de' vizii, e spargeva intanto i semi -della primavera ventura. Quel che fino allora non -era sembrato di ribrezzo o di schifo o di danno, -lamentavano molti, e chiedevano fosse tolto via -dalle leggi e dalle costumanze. La critica esercitava -timida l'officio suo buono, affilava le armi -per l'officio cattivo; e il governo le porgeva orecchio, -l'aiutava, spesso incitava per preparare alle -<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span> -riforme l'animo neghittoso o restìo della moltitudine. -I libri, le fogge, che cominciavano a venir -da Parigi, anzi che da Madrid, vivaci, eleganti, -trasformavano rapidamente le idee e le sembianze -di quella parte della società che era allora -la sola che importasse, la sola che si pavoneggiasse, -l'aristocrazia, distinta dagli altri ordini -anche per le vesti. -</p> - -<p> -E il Parini giovinetto strabilia al passare rovinoso -delle carrozze dalle alte ruote con dinanzi -i candidi lacchè impennacchiati che sgombrano -con la mazza la via o agitano fiaccole ardenti; -ammira le seriche e ingemmate e incipriate dame -quando ne balzano giù snelle rifiutando la mano -che offre loro il cavaliere servente; invidia forse, -per un momento, costretto come è a faticare -su' libri de' classici, quel giovin signore nel cui -palazzo gli accade veder entrare ogni mattina i -maestri di violino, di canto, di ballo, o ch'egli a -caso ha ascoltato tanto facile e colto parlatore -sopra ogni scienza ed ogni arte. Gli additano i -teatri, gliene descrivono la magnificenza quando -son tutti pieni di gentiluomini e gentildonne, e -l'orchestra vi dà con le melodie espressione nuova -alle ariette del Metastasio, e lo spettacolo degli -scenarii, dei cori, delle comparse, fa più grandi -e fantastiche le peripezie di que' drammi. Gl'insegnano -il Ridotto, che è tutto strepito e luce. -<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span> -davanti ha carrozze e staffieri affaccendati, e invita -per l'ampio e ornato scalone a salire: lassù, -dicono, sopra i verdi tappeti scorre a fiotti l'oro. -Certo va qualche volta al Corso; guarda pariglie -e livree, gareggianti di lusso; chiede chi sia -quella o questa leggiadrissima dama, chi sia quell'elegante -signore; e ode illustri casati, che gli -risvegliano memorie gloriose di avi, o forti o sapienti, -di cui legge nelle storie le imprese e i -meriti. -</p> - -<p> -È giovine, ha l'animo ardente, pronta la fantasia: -oh quella società come deve sembrargli -felice; come lontane da lui, e per ciò più desiderabili, -quelle fanciulle! Rientra nella povera -cameretta, avvilito, scorato; prende di malavoglia -un libro di scuola, lo scorre distratto. Orazio -e Virgilio, che guidarono pietosi la sua mano -e gli si offersero consolatori, l'han presto liberato -dalle vane e pericolose visioni; lo accendono di sè, -lo inspirano: ed eccolo irrequieto andar su e giù -per la cameretta, non più povera agli occhi suoi, -ma raggiante: e il cuore, mentre egli tenta i -primi versi, gli batte forte per una confusa, incerta, -misteriosa idealità ch'egli vorrebbe determinare, -esprimere, e ancora non può, ma che -sente tumultuare entro sè, e del sentirla gioisce. -Sarà poeta. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span> -</p> - -<h3>I.</h3> - -<p> -Sì, ma intanto bisogna studiare per farsi prete. -La zia non gli ha lasciato, morendo, che una -materassa a sua scelta: avrà una rendita annua -per una messa quotidiana, se continuerà da -chierico gli studii e diverrà sacerdote. -</p> - -<p> -Si può esser certi che vocazione non ci fu: -troppo il Parini carezzò poi sempre nel pensiero -le pure gioie della famiglia; troppo, quasi a compensarsi -di tanta mancanza, indulse a sè stesso -per l'ammirazione della bellezza e per l'amore. -Ne' suoi versi è quasi continuo il rimpianto, sia -pure che la volontà lo freni dallo svelarsi direttamente, -e la grazia delle immagini e dello stile -faccia apparire sorriso quel che fu sospiro. Prete -per vocazione chi canta i “baldanzosi fianchi — delle -ardite villane — e il bel volto giocondo — fra -il bruno e il rubicondo?„ Chi lo svegliarsi -degli sposi la mattina dopo le nozze, narra con -tanta dolcezza? “Quando sorge la mattina a -destar l'aura amorosa — il bel volto della sposa — si -comincia a vagheggiar. — Bel vederla in -su le piume — riposarsi al nostro fianco, — l'un -de' bracci nudo e bianco — distendendo sul -<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span> -guancial; — e il bel crine oltra il costume — scorrer -libero e negletto, — e velarle il giovin -petto — che va e viene all'onda egual.„ Prete -per vocazione chi, da vecchio, per timore che -gli altri non lo beffeggino, confessa ironico contro -sè stesso il suo male, e se ne vanta insieme; -mal d'amore per le braccia rotonde e rosee, e -non per le braccia sole, della Cecilia Tron? o -per le labbra tumide e le delicate forme “che -mal può la dovizia — dell'ondeggiante al piè veste -coprir„ della contessina di Castelbarco? Del -resto, degli amori suoi abbiamo testimonianze -più precise, perfino da lettere dove il cuore gli -sanguinò in penosi contrasti e in sospetti gelosi. -Ma subito aggiungo che nella corruzione de' -tempi egli parve, anche a quelli che lo sapevano -fragile, non macchiato da turpitudini; che dell'arte -si valse, quando confessò gli amori senili, -non a lenocinio, sì a diletto e conforto. Marito e -padre sarebbe stato, non è dubbio, più puro; -scandalo non diede mai neppur quando mal seppe -resistere all'indole amorosa. -</p> - -<p> -Come un tempo aveva sognate le nozze! -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Era gioconda immagine</p> -<p class="i01">Di nostra mente un dì fresca donzella</p> -<p class="i01">Allor che, con la tenera</p> -<p class="i01">Madre abbracciata o la minor sorella,</p> -<p class="i01">Sopra la soglia de' paterni tetti,</p> -<p class="i01">Divideva gli affetti;</p> -<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span></p> -<p class="i02"> E rigando di lagrime</p> -<p class="i01">Le gote che al color giugnean natio</p> -<p class="i01">Bel color di modestia,</p> -<p class="i01">Novo di sè facea nascer desio</p> -<p class="i01">Nel troppo già per lei fervido petto</p> -<p class="i01">Del caro giovinetto,</p> -<p class="i02"> Che con frequente tremito</p> -<p class="i01">De la sua mano a lei la man premendo</p> -<p class="i01">La guardava sollecito,</p> -<p class="i01">Sin che poi vinta lo venia seguendo,</p> -<p class="i01">Ben che volgesse ancor gli occhi dolenti</p> -<p class="i01">A gli amati parenti.</p> -</div></div> - -<p> -E qui l'ode, avviata dal Parini cinquantenne, rimase -in tronco: quel giovine marito non era lui, -quale tanti anni innanzi s'era forse veduto per -un istante con la fantasia accesa da un primo -amore? Fantasia che, destinato prete, cacciò, invocando -l'aiuto divino per vincere il doloroso -contrasto, le tentazioni pericolose. -</p> - -<h3>II.</h3> - -<p> -Fu ordinato prete nel '54; e, quando si condonino -ai tempi licenziosi e all'indole di lui, -nato piuttosto per la famiglia che per la chiesa, -gli amori sentiti nell'animo o cantati nel verso -più spesso che esercitati nella vita, fu prete -buono. E cristiano fu sempre dal profondo dell'animo -nell'alta, serena, cosciente, coraggiosa -<span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span> -sua fede. Da vecchio, se è vera la fama, non -vedendo più il crocifisso nella sala delle adunanze -municipali, esclamò: — Dove non entra -Cristo, non entra il cittadino Parini! — e contro -la prepotenza, l'ingiustizia, il mal costume, -si era levato sempre con ardore evangelico. Ad -ogni modo, se fu bene o male per lui il farsi -prete, nessuno oggi può dire; ma nessuno può -dubitare non fosse ciò un bene grande all'arte -ed anche alla morale: perchè il Parini laico -non avrebbe veduto quanto vide, non avrebbe -rappresentato quello che così vivacemente rappresentò, -con effetti non vani su' costumi, durevoli -sulla poesia, gloriosi a lui ed all'Italia. Quel -po' di stima che tra i letterati milanesi gli aveva -procacciato due anni innanzi il libretto delle -poesie di Ripano Eupilino, nome arcadico allusivo -al suo lago, non gli avrebbe infatti schiuso -le porte di casa Serbelloni, se egli non fosse stato -sacerdote, e per ciò insieme abate di casa e precettore -ai duchini; nè dai Serbelloni sarebbe passato -educatore in altre case patrizie; nè senza -gli agi della vita che gli permisero lo studio e -l'esercizio dell'arte, senza l'agevolezza dell'osservare -i costumi signorili da presso e smascherati, -avrebbe potuto pensare ed eseguire l'elegante -e tremenda satira del <i>Giorno</i>. -</p> - -<p> -Il palazzo de' Serbelloni e la vivace e colta -<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span> -duchessa Vittoria Maria, che iniziò il giovine -prete alla conoscenza della vita aristocratica, -erano tali da mantenerlo per alcun poco nella -buona stima che di quella vita egli si fosse fatta -giudicandone da lontano per le esterne apparenze. -I vizii del secolo e de' signori non gli erano ormai -ignoti, non foss'altro per le chiacchiere, i -pettegolezzi, le rime de' letterati borghesi amici -suoi, per le poesie di canzonatura o d'improperio -in che la Musa meneghina si sfogava, per gli -ammonimenti che l'eloquenza verbosa e fiorita -de' predicatori non si stancava di far rimbombare -nelle chiese stuccate e indorate. Ma altro è udire, -altro è vedere. Colta, letterata, scrittrice anche -per le stampe la duchessa, e alla mano col medico -e col precettore; i due cognati Serbelloni -erano ufficiali valorosi nelle milizie imperiali; -grande la casata, ricca, illustre. Ma il duca marito, -da un lato, la duchessa moglie, dall'altro: -onde il Parini non seppe mordersi la lingua prima -che scossasse per quel contrasto, di cui si occupavano -perfino alla corte di Vienna, un pungente -epigramma. Valorosi i cognati, ma ozioso -e prepotente il duca, che non si voleva veder -tra i piedi quel pretonzolo di Bosisio cui Maria -Vittoria dava troppa confidenza. Alla mano la -duchessa, ma anche manesca. Una volta che, in -villa, diede due schiaffi alla figliuola d'un maestro -<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span> -di cappella ch'era là ospite sua, soltanto perchè -voleva tornare a Milano, il Parini non ci resse; -prese la ragazza e l'accompagnò dove essa voleva. -Onde la padrona <i>si disfece</i> di lui. Ed eccolo -a Milano, con la vecchia madre vedova, incerto -dell'avvenire, così povero nel presente da dover -chiedere in rima e in prosa a un amico il prestito -di pochi zecchini: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Limosina di messe, Dio sa quando</p> -<p class="i01">Io ne potrò toccare, e non c'è un cane</p> -<p class="i01">Che mi tolga al mio stato miserando.</p> -<p class="i02"> La mia povera madre non ha pane</p> -<p class="i01">Se non da me, ed io non ho danaro</p> -<p class="i01">Da mantenerla almeno per domane.</p> -</div></div> - -<p> -Miseria e, quel che è più crudele, miseria che -doveva celarsi. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Entro ad un libro voi li riponete</p> -<p class="i01">Perchè nessuno se n'avvegga, e quello</p> -<p class="i01">In una carta poi lo ravvolgete;</p> -<p class="i02"> Anzi lo assicurate col suggello</p> -<p class="i01">O pur con uno spago, e dite poi</p> -<p class="i01">Che consegnino a me questo fardello.</p> -</div></div> - -<p> -Col poscritto in prosa: “Sono senza un quattrino.... -Non mostrate a nessuno la mia miseria -descritta in questo foglio.„ L'uomo e per ciò il -poeta erano ormai compiuti: il dolore matura la -coscienza e l'arte. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span> -</p> - -<h3>III.</h3> - -<p> -Il Parini conosceva allora, conobbe da allora -in poi sempre più, frequentando come maestro -e come letterato le case patrizie, quali erano le -occupazioni e gli affetti, e quali i cuori e le -menti, di quella gente che aveva un tempo ammirata. -La critica cresceva animosa, audace, e -batteva in breccia ogni specie d'autorità; la borghesia -studiava, lavorava, si arricchiva; e costoro -che mai facevano? Studiavano? no; lavoravano? -no; si arricchivano almeno col frutto -delle ricchezze avite? anzi le sparnazzavano. -Che facevano, dunque? Ah, godevano forse -quanto il danaro può dar di piacere, tracannando -la vita d'orgia in orgia, tumultuosi, ardenti, -per iscagliar poi via brutalmente la coppa -vuota? o industri, sapienti nelle raffinatezze del -vizio, la centellinavano fin all'ultimo sorso, e se -la lasciavano esausti cader di mano con l'ultime -rose dalla pallida fronte? No. Chi li chiamò Sardanapali -fece loro troppo di onore: quel re, in -faccia all'invadente nemico, arse in un rogo -enorme le sue donne, le sue ricchezze, sè stesso; -e fu eroica follia. Nemmeno si può pensare a' Romani -<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span> -dell'Impero decrepito. Que' titolati lombardi -altro non erano che le reliquie d'una razza -sfibrata, dissanguata, incapace così dell'azione -virtuosa come della passione viziosa, mediocri -in tutto; vili insomma, e per ciò incapaci di redenzione. -</p> - -<p> -Ai tempi di Renzo e Lucia, v'era ancora qualche -gran signore feudale, come l'Innominato, di -passioni ardenti; prima quasi un demonio, poi -quasi un santo, per la medesima energia volta -dal male al bene: e vi erano molti signorotti -cortigiani, molti Don Rodrighi e Don Attilii, che -per cavarsi un gusto, per sodisfare un puntiglio, -non badavano a far vituperii e violenze, sebbene -si appiattassero dietro la forza dell'Innominato -o l'autorità del Conte zio. Un secolo e mezzo -dopo, la Lombardia non aveva più nessun Innominato, -aveva molti nipoti dei Don Rodrighi e -Don Attilii; quei tirannucoli, nipotini in parrucca -e con lo spadino, buoni soltanto a menar amori -illeciti, tacitamente consenzienti i mariti. -</p> - -<p> -E il Parini che prima ne ha sorpreso a caso -qualche smorfia mendace, qualche sorriso verace, -li sorveglia ora con occhio acuto, da moralista -e da satirico, ne coglie le fattezze tipiche, penetra -fino all'intimo la loro ignavia e stoltezza. L'han -fatto aspettare più volte nelle anticamere, e dopo -il lungo indugio finchè il giovin signore non si -<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span> -svegliasse, si è visto passare innanzi il maestro -di ballo, di canto, di violino: da loro ha saputo -che le lezioni saran brevi, perchè van là soltanto -a ragguagliare su' discorsi che corrono ne' palcoscenici. -È stato ammesso, e ha trovato il contino -o il duchino davanti allo specchio, col parrucchiere -affaccendato su lui alla più grande -opera di tutta la giornata, la pettinatura; e lo -ha visto mordersi i labbri impaziente, o furibondo -talora rovesciar tutto e dire improperii e -minacciar del bastone il lento o mal destro artista -del pettine. Finalmente ha potuto parlargli, -e ha misurata la profondità della sua saccente -ignoranza. Oppure gli ha dovuto far tanto di -cappello mentre passava leggiadretto e superbo -per recarsi dalla dama altrui che si onorava di -servire. -</p> - -<p> -Il Parini inchinato dalla natura alle dolcezze -della famiglia, il Parini prete cristiano, il Parini -artista arguto, quanto dovè pensare e sorridere -e indignarsi, fatto spettatore di quelle strane -regole di civiltà onde parean quasi ridicoli il -marito e la moglie che fossero stretti di convivenza -affettuosa! Durante la mattina, la moglie -era delle cameriere, poi de' corteggiatori intorno -alla toilette, poi del cavalier servente: la mensa, -che nella vita sana di chi lavora ed ama è ritrovo, -è riposo, è agio concesso allo scambio -<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span> -delle idee, sì che insieme con le membra l'anima -vi si ciba e vi si afforza al bene, la mensa allontanava -anche più l'un dall'altra il marito e la -moglie. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i04"> ......... Se a un marito alcuna</p> -<p class="i01">D'anima generosa ombra rimane,</p> -<p class="i01">Ad altra mensa il piè rivolga, e d'altra</p> -<p class="i01">Dama al fianco si assida, il cui marito</p> -<p class="i01">Pranzi altrove lontan, d'un'altra al fianco</p> -<p class="i01">Che lungi abbia lo sposo; e così nuove</p> -<p class="i01">Anella intrecci a la catena immensa</p> -<p class="i01">Onde, alternando, Amor l'anime avvince.</p> -</div></div> - -<p> -Durante il pranzo, l'arguto abate studiava ancora -gli amori, le gelosie, le sfacciataggini, le -ipocrisie, le stranezze degli ospiti e de' compagni: -ascoltava il racconto che la signora faceva, con -le lacrime agli occhi, della pedata onde il piè -villano d'un servitore remunerò il carezzevole -morso della sua Cuccia, e della giusta vendetta -ch'ella ne prese cacciandolo; sorrideva all'ostentata -scienza di quello, agli spropositi madornali -di questo; ammirava la cecità de' mariti, la vanità -de' cavalieri serventi, la petulanza de' parassiti, -la sciocca corruttela di tutti costoro. E -quando ora tornava al Corso, e guardava nelle -trionfali carrozze i gentiluomini e gli arricchiti -di fresco che tentavano immischiarsi tra loro, -ben poteva esclamare in cuor suo: Maschere, vi -conosco! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span> -</p> - -<h3>IV.</h3> - -<p> -Conosceva le maschere, sapeva il loro secreto. -Della superbia prepotente, del lusso stolto e ingiusto, -del mal costume, dell'ozio, della mollezza, onde -i fortunati e gl'illustri erano guasti, e guastavano -per gli esempii loro il popolo, la mala radice stava -nella “nemica — d'ogni atto egregio vanità del -core.„ Quella gente vecchia, e la nuova che le s'imbrancava, -non aveva virtù di sentimento per cosa -alcuna; vivacchiava di giorno in giorno, paga di -sè mollemente, morbidamente, e perdeva le ragioni -della vita per l'aborrimento d'ogni sforzo, -d'ogni disagio, che la vita impone a chi quelle ragioni -cerca, e le trova, nell'amore e nell'opera. -</p> - -<p> -Non operavano, non amavano, e per ciò avvilivano -e la fede e il lavoro. La scienza? qualche -parola da farne sfoggio; l'arte? qualche diletto -futile o qualche incitamento sensuale; la patria? -qualche onore da vantarsene; la religione? qualche -bell'apparato, qualche orazione fiorita, qualche -comodità a ricambiare occhiate. I confessori -nel dar la penitenza a que' peccatori eleganti offrivano -confetti; in chiesa il cicisbeo non aveva -maggior pensiero che di ben servire, con tanti -occhi addosso, la dama, precedendola, sollevando -<span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span> -la portiera, porgendole le dita bagnate dell'acqua -santa. E i predicatori di que' penitenti e di que' -devoti è naturale che cominciassero a lodar Maria -Vergine a questo modo: “Alla terra che mi -sostiene, all'aria che mi circonda, al cielo che mi -sovrasta, protesto, nè me ne dolgo, protesto, e -me ne vanto, protesto al cielo, all'aria, alla terra, -ch'io sono innamorato. S'io dico la verità, lo sapete -voi, voi stessa il sapete, Vergine amabile -ed amante, la quale m'innamoraste. Voi mi vedete -il cuore, e vedete eziandio la piaga amorosa -di che me lo avete graziosamente ferito. Lo -ferirono quelle vostre guance più vermiglie della -melagrana, quel vostro crine più lucente dell'oro, -quelle vostre labbra più dolci del miele, quel vostro -collo più bianco dell'avorio, etc., etc.„. L'eloquenza -sacra non fu mai più profana d'allora. -Ed è naturale che i poeti di quella gente fossero -quali erano, ampollosamente retorici, arcadicamente -grulli, sempre pronti a inneggiare per -nascite, per monacazioni, per nozze, a lacrimare -per morti illustri. -</p> - -<p> -Udite il Parini, quando accenna al primogenito -della dama cui serve il suo giovin signore: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Nè le muse devote, onde gran plauso</p> -<p class="i01">Venne l'altr'anno a gl'imenei felici,</p> -<p class="i01">Già si tacquero al parto. Anzi, qual suole</p> -<p class="i01">Là su la notte dell'ardente agosto</p> -<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span></p> -<p class="i01">Turba di grilli, e più lontano ancora</p> -<p class="i01">Innumerabil popolo di rane</p> -<p class="i01">Sparger d'alto frastuono i prati e i laghi</p> -<p class="i01">Mentre cadon su lor fendendo il buio</p> -<p class="i01">Lucide strisce e le paludi accende</p> -<p class="i01">Fiamma improvvisa che lambisce e vola,</p> -<p class="i01">Tal sursero i cantori a schiera a schiera;</p> -<p class="i01">E tal piovve su lor foco febeo</p> -<p class="i01">Che di motti ventosi alta compagine</p> -<p class="i01">Fe' dividere in righe, o in simil suono</p> -<p class="i01">Uscir pomposamente. Altri scoperse</p> -<p class="i01">In que' vagiti Alcide, altri a Bizanzio</p> -<p class="i01">Minacciò lo sterminio. A tal clamore</p> -<p class="i01">Non ardì la mia musa unir sue voci:</p> -<p class="i01">Ma del parto divino al molle orecchio</p> -<p class="i01">Appressò non veduta; e molto in poco</p> -<p class="i01">Strinse dicendo: Tu sarai simìle</p> -<p class="i01">Al tuo gran genitore!..........</p> -</div></div> - -<p> -No; il Parini non poteva essere, se non a -questo modo beffardo, il poeta di costoro, indegni -della sua lirica ch'egli serbava a spronare -i reggitori al risanamento della città; serbava a -lodare chi o si facesse propagatore fra noi di -utili rimedî o amministrasse la giustizia con -indulgenza sapiente; a dare eletti consigli; a -manifestare l'ammirazione per la bellezza; a -darsi il nobile vanto d'una vita e d'un'arte incontaminate. -Ma la sua satira non è veleno che -voglia uccidere; è caustico che vuol bruciare le -pustole e salvare le membra. Quell'aristocrazia, -ch'egli vede putrefatta, non fu sempre così, non -v'ha ragione perchè sia sempre così; dà invece -<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span> -alcun segno di risanamento. Ecco eruditi ed economisti -rompere ormai l'ozio, accordarsi tra loro -in società proficue a tutta la cittadinanza, pronunziare, -preparare essi medesimi tempi migliori. -E il governo di Maria Teresa vede di buon occhio -quel moto, lo incoraggia, lo affretta, lo seconda. -Quello era il tempo di batter forte e -sicuro. La satira, che fa sempre l'ufficio di piccone -a rovinare le mura crollanti, fin che sia -tolto di mezzo l'ingombro e il pericolo, venne -dunque anche quella volta opportuna, sebbene -alcuno di que' valenti cui dava mano gagliarda -non si accorgesse lì per lì dell'aiuto e capisse -male l'animo e l'intenzione del picconiere. -</p> - -<h3>V.</h3> - -<p> -Era di moda il poema didattico. Alla scioperataggine -artistica sembrava gran che saper descrivere -tutto, insegnare tutto, in una serie di -sillabe numerate e regolate da accenti. La versione -del poema di Lucrezio, condotta con tanta -eleganza dal Marchetti, aveva dato a quel genere -fallace un impulso nuovo; e di tutto lo scibile -ecco fatti maestri i verseggiatori, dalle leggi che -regolano il moto dei pianeti all'accortezza con la -quale giova inzuccherarsi le fragole. Le dame e -<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span> -i cavalieri si erudivano così, durante la pettinatura, -su libri che avevano le apparenze dell'arte. -Già nel 1719 un patrizio pisano aveva messo in -versi tutto quanto il <i>Cuoco in villa</i>; dove potreste -imparare a far minestra di triglie, o burro -di mandorle, o salsa di gelsomini sopra il pesce -fritto, da ricette di endecasillabi che hanno talvolta, -per curioso incontro del serio con l'ironico, -intonazione pariniana: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Or queste son le file onde si ordisce</p> -<p class="i01">De' pasticcini tuoi la tela industre.</p> -</div></div> - -<p> -Il Parini, che vuole ammaestrare, lascerà ad -altri poi la cura di sdottoreggiare a quel modo -in poemi didattici sull'educazione: egli fingerà, -soltanto, di accettare dalla moda le forme; dentro -esse forme infonderà lo spirito sarcastico che -ha visto far mirabile prova nelle satire latine -del Sergardi, del Lucchesini, del Cordara. Piace, -per esempio, la <i>Coltivazione del riso</i> in endecasillabi -sciolti, leggiadra opera del marchese Spolverini? -Vi do, par ch'egli dica, vi do anch'io un -poema didattico, <i>L'educazione del gentiluomo</i>; e -sarò anch'io un versiscioltaio come vuole la moda. -Ma quel ch'egli dice veramente è questo: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Spesso gli uomini scuote un acre riso,</p> -<p class="i01">Ed io con ciò tentai frenar gli errori</p> -<p class="i01">De' fortunati e de gl'illustri, fonte</p> -<p class="i01">Onde nel popol poi discorre il vizio.</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span> -</p> - -<p> -Notate qui due cose, la distinzione tra i fortunati -e gl'illustri, e l'intendimento di frenarne gli -errori. Tale distinzione è in riscontro a quella -sul principio del poema, là dove si fa la supposizione -doppia, che il giovin signore discenda o -da antica famiglia o da un padre arricchito in -pochi anni a furia di far lo strozzino. Gl'illustri -saran dunque i nobili, i fortunati quelli che per -censo s'imbrancano tra loro: con cinquecento -fiorini si diventava un <i>don</i>, con duemila cinquecento -si diventava marchese. Agli uni e agli -altri, non a' nobili soli di data antica, si volge -dunque la satira del Parini. Ed anche a' ricchi -borghesi. Tanto è vero, che nel descrivere il -Corso non ommetterà le figurine comiche delle -Naiadi e delle Napèe, ninfe silvestri, che vorrebbero -farsi credere delle Dee maggiori. Hanno -un bel pompeggiare costoro, dopo aver fatto indossare -le livree di cocchiere e di staffiere al -cuoco e al ragazzo di stalla, e aver forse chiuso -a chiave, solo in casa, il vecchio padre! Anche -queste maschere ei conosce; e di quei nobili, e -de' borghesi che ostentano i vizii de' nobili, vuole -il poeta frenare gli errori: correggerli, cioè, e -tentare che volgano al bene il tempo, il danaro, -le forze sprecate sì malamente. -</p> - -<p> -Non si correggono gli adulti; si educa meglio -o peggio il fanciullo. Il Parini educatore disse -<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span> -chiare le idee sue nell'ode per la guarigione dell'Imbonati, -nè mi è necessario rammentarle a -voi, che tutti avete in mente i precetti di Chirone -ad Achille ne' versi gloriosi. Nobiltà vera non è -quella che si eredita dagli avi; è quella che ci -acquistiamo noi stessi col merito delle opere nostre. -A divenir nobili occorre quindi l'esercizio -di tutte le facoltà migliori delle membra e dell'animo; -anche delle membra, perchè senza il -vigor loro non si ha virtù attiva ed efficace. -Membra sane non valgono al bene se non son -rette e mosse da un'idealità morale; e di tutte -le idealità la più alta è la fede, purchè non sia -nè ipocrita nè intollerante. Nobile vero e compiuto -è quegli solo che adopera corpo ed anima, -con sacrificio di sè, pel vantaggio degli altri. -</p> - -<h3>VI.</h3> - -<p> -Se il giovin signore ammaestrato nel <i>Giorno</i> -è proprio il rovescio dell'Achille dell'ode, il precettore -che nel <i>Giorno</i> lo ammaestra non è il -rovescio di Chirone, nè poteva essere. Il giovin -signore (che che altri allora ne malignasse e -qualche critico abbia poi cercato dimostrare) -non è una data persona; è un tipo imaginario, -composto di chi sa quante persone, atteggiato in -<span class="pagenum" id="Page_298">[298]</span> -chi sa quanti modi, che il poeta aveva osservati -e colti nel fatto. Potè per ciò riuscirgli quale lo -voleva; perfettamente vuoto, insulso, indegno, -così da non poter essere neppure un tipo drammatico. -Ma il precettore che parla per tutto il -poema è, in fondo, il Parini medesimo che si -vale dell'ironia. Per maneggiarla a dovere egli -usa ogni accortezza; per non romperla si frena -quanto può: se non che, mentre scrive, due ordini -di reminiscenze lo distraggono di continuo, -tentano sviarlo: le campagne della sua Brianza, -e gli effetti sinistri dell'egoismo di quel fantoccio -cui si volge. Campagne lontane; effetti -troppo spesso presenti. -</p> - -<p> -Addio, monti sorgenti dell'acque! Quanto era -meglio (par che dica il poeta) restare tra voi, e -uscir la mattina all'alba lungo le siepi fiorite, e -scuoterne passando la rugiada che rifrange quasi -gemme i raggi del sole nascente! vedere il contadino -avviarsi al campo spingendosi innanzi i -buoi, udir da lontano i colpi del fabbro nella -sonante officina! Quanto era meglio ammirare -d'estate il crescere della bufera col tuono sempre -più rimbombante di monte in monte su la -valle e su la foresta, -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Finchè poi scroscia la feconda pioggia</p> -<p class="i01">Che gli uomini e le fere e i fiori e l'erbe</p> -<p class="i01">Ravviva, riconforta, allegra e abbella!</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span> -</p> - -<p> -Quanto era meglio veder la luce del tramonto -indugiarsi rosea su le cime de' colli; meditare -la rotazione incessante della Terra intorno all'astro, -scendere col pensiero, mentre l'astro pareva -calasse laggiù dietro l'orizzonte, scendere all'altro -emisfero che si affrettava a goderne! -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Già sotto il guardo de la immensa luce</p> -<p class="i01">Sfugge l'un mondo; e a berne i vivi raggi</p> -<p class="i01">Cuba s'affretta e il Messico e l'altrice</p> -<p class="i01">Di molte perle California estrema;</p> -<p class="i01">E da' maggiori colli e dall'eccelse</p> -<p class="i01">Rôcche il sol manda gli ultimi saluti</p> -<p class="i01">All'Italia fuggente..............</p> -</div></div> - -<p> -Oppure uscire, di notte, fantasticando; vedere -come crescono giganti le ombre nelle torri antiche, -solcano il cielo le stelle cadenti; ascoltare, -come farà poi il Leopardi, la turba infinita de' -grilli sotto il gran silenzio del cielo, e la rana -remota alla campagna. Que' pochi anni vissuti a -Bosisio risorgono distinti, particolareggiati, in -mente al Parini, mentre il precettore insegna al -giovin signore, che gli altri tutti han da lavorare -per lui, egli solo godersi il lavoro di tutti: i mietori -sudare ne' campi, i soldati vegliar per le -mura, i muratori arrischiarsi su' palchi, gli artigiani -oprare nelle botteghe, i remiganti stancar -le braccia pe' laghi; tutti per lui solo. Il sentimento -della natura che sgorga e si effonde così -schietto e vivace, subito che gli si porga un'occasione, -<span class="pagenum" id="Page_300">[300]</span> -fuori dell'insegnamento ironico, non è, -certo, del finto precettore; è del poeta vero. -</p> - -<p> -E dal Parini, non dal finto precettore, rompono -i gridi della coscienza offesa, che non sa -più velarsi con l'artificio d'una figura retorica, -quando le cose dal poeta evocate le si presentano -nella cruda realtà. Coscienza di filantropo -e di prete buono, in cui vennero a fondersi le -dottrine degli Enciclopedisti francesi e il Vangelo -di Cristo. Presa dalle sue proprie finzioni, -la fantasia inorridisce allora nel rispecchiarsi -entro il verso. Pranza il giovin signore? pranzi, -s'impingui, dimentico perfino della carità tradizionale. -E voi -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">............ Egri mortali</p> -<p class="i01">Cui la miseria e la fidanza un giorno</p> -<p class="i01">Sul meriggio guidaro a queste porte;</p> -<p class="i01">Tumultuosa, ignuda, atroce folla</p> -<p class="i01">Di tronche membra, e di squallide facce,</p> -<p class="i01">E di bare e di grucce, or via da lungo</p> -<p class="i01">Vi confortate; e per le aperte nari</p> -<p class="i01">Del divin pranzo il nèttare beete</p> -<p class="i01">Che favorevol aura a voi conduce:</p> -<p class="i01">Ma non osate i limitari illustri</p> -<p class="i01">Assedïar, fastidïoso orrendo</p> -<p class="i01">Spettacolo di mali a chi ci regna!</p> -</div></div> - -<p> -Del pari, nella descrizione della furia con la -quale passavano per le vie le carrozze signorili, -senza punto curarsi de' passeggeri, a onta dei -bandi ripetuti, sì che alla fine il Governo dovè -<span class="pagenum" id="Page_301">[301]</span> -comandare ai birri di ficcar delle stanghe tra le -rote volanti, e spezzarle, e fermarle così per forza, -le rote, o vulgo, -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Che già più volte le tue membra in giro</p> -<p class="i01">Avvolser seco, e del tuo impuro sangue</p> -<p class="i01">Corser macchiate, e il suol di lunga striscia,</p> -<p class="i01">Spettacol miserabile, segnaro.</p> -</div></div> - -<p> -Queste voci sincere del poeta, verso la natura -amata, verso i fratelli oppressi, possono sembrare -errate soltanto a chi pregia più la retorica che -la poesia: son esse, anzi che un errore, il pregio -migliore del poema, perchè lasciano scorgere di -tanto in tanto l'anima di chi lo scrisse, e, riposando -dalla lunga ironia, ne rilevano l'intendimento. -</p> - -<h3>VII.</h3> - -<p> -Il <i>Giorno</i>, di cui pubblicò nel 1763 la prima -parte (<i>Il Mattino</i>), e nel 1765 la seconda (<i>Il Meriggio</i>), -non le odi che non raccolse mai, fecero celebrato -il Parini da vivo; e certo nel poema, così -nobile di pensiero, così leggiadro d'invenzioni, -così elegante di stile, così magistralmente variato -nelle intonazioni e nell'accento de' versi, nel -poema più che nelle odi sta la ragione della sua -<span class="pagenum" id="Page_302">[302]</span> -grandezza. Incontentabile come era, lo lasciò incompiuto; -e più copie lasciò corrette e ricorrette, -delle parti che ne aveva date alle stampe. Anche -per l'intenzione formale dell'arte e pel modo di -lavorare il Parini è il maestro diretto del Foscolo, -che, tutto industriandosi nella rappresentazione -precisa e insieme estetica delle cose, amò -procedere di quadretto in quadretto, e incontentabile -anche lui non riuscì a finire le <i>Grazie</i>. -Ma dall'altro lato il Parini, nel poema e nelle -odi, è padre della scuola che si onorò di Alessandro -Manzoni. -</p> - -<p> -Il poeta che si propose congiungere l'utile al -vanto di lusinghevol canto, e che richiamò la -poesia da' giuochi della mente ai moti dei cuori, -inspiratrice di virtù, l'artista che fe' getto delle -ciance arcadiche e lavorò un poema moderno, -contemporaneo, senz'altra mitologia se non quella -che l'argomento recava con sè per l'ingegnosa -imitazione e parodia della moda tutta amorini, -fu ben a ragione vantato come maestro primo -de' Lombardi che dopo il 1816 affermarono nobilmente -la nuova scuola. Fin dal 1806 tale derivazione -era stata sentita dal giovane Manzoni, -quando nei versi in morte dell'Imbonati, scolaro -del Parini, si faceva ripetere da lui gli ammonimenti -famosi: sentire e meditare, non tradire -la verità, non contaminarsi mai, volgere l'arte a -<span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span> -incremento di virtù. E scolaro vero e proprio -del Parini fu Giovanni Torti; e antesignano de' -romantici lui riconobbero anche gli avversarii. -</p> - -<p> -Ben a ragione, anche per certe qualità dell'ingegno -fantastico. Chi si aspetterebbe da un poeta -a mezzo il Settecento questo accenno alle Fate? -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Fama è così che il dì quinto le Fate</p> -<p class="i01">Loro salma immortal vedean coprirsi</p> -<p class="i01">Già d'orribili scaglie e, in feda serpe</p> -<p class="i01">Vôlte, strisciar sul suolo, a sè facendo</p> -<p class="i01">De le inarcate spire impeto e forza;</p> -<p class="i01">Ma il primo Sol le rivedea più belle</p> -<p class="i01">Far beati gli amanti, e a un volger d'occhi</p> -<p class="i01">Mescere a voglia lor la terra e il mare.</p> -</div></div> - -<p> -E originalissimo allora l'accenno a' signorotti -e a' bravi del secolo XVII, e più la descrizione -della gelosia medievale, quando i mariti, fatto -preparare un funebre catafalco, offrivano alle -mogli infedeli la scelta tra il veleno e lo stile; -e quella della notte quale un tempo appariva su -le torri “di teschi antiqui seminate al piede,„ -con upupe e gufi svolazzanti, e fuochi fatui, e -urla di fantasime, cui per entro al vasto buio -“i cani rispondevano ululando.„ Una poesia, -scritta a cinquant'anni sonati e rimasta a mezzo, -mostra forse le origini di tanta romanticheria, -e così efficace, del Parini. Non era uscito dalle -fasce e già le sdentate donnicciuole del vicinato -gli avevano empita la mente di novelle: le streghe -<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span> -attorno al noce di Benevento, i folletti maliziosi, -gli spettri paurosi: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Con la bocca aperta e gli occhi</p> -<p class="i01">E gli orecchi intento io stava;</p> -<p class="i01">Mi tremavano i ginocchi;</p> -<p class="i01">Dentro il cor mi palpitava.</p> -<p class="i02"> Al venir de le tenèbre</p> -<p class="i01">M'ascondea fra le lenzuola:</p> -<p class="i01">Indi un sogno atro e funèbre</p> -<p class="i01">Mi troncava la parola.</p> -<p class="i02"> Non di meno al novo giorno</p> -<p class="i01">Obliavo i pomi e il pane;</p> -<p class="i01">A le vecchie io fea ritorno</p> -<p class="i01">E chiedea nuove panzane.</p> -</div></div> - -<p> -Sembra, anche pel metro, una romanza di Arrigo -Heine. -</p> - -<h3>VIII.</h3> - -<p> -Ma questo padre di romantici, questo romantico -in potenza, come ha dallo studio de' classici -tanto derivato di virtù e d'eleganza all'eloquio e -al verso, che è tutto classico, e avrà discepolo il -classico Foscolo, così ha audacie di realismo sano -che tra i romantici nostri nessuno poi vorrà -e saprà osare. In più luoghi del <i>Giorno</i> le potrei -additare: evidenti sono nelle odi. Se non -avessimo innanzi ciò che il poeta seppe fare, e -<span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span> -che è spesso un capolavoro, si direbbe che egli -volesse vincere bizzarre scommesse: prese i metri -della canzonetta anacreontica o dell'ode oraziana, -quali gli Arcadi le avevano foggiate, e vi -trattò delle fogne, e peggio, che impestavano Milano; -trattò dell'innesto del vaiolo, dell'evirazione, -della chinachina. Perchè, con le odi innanzi, -non pensiamo più, neppur da lontano, alla singolarità -di tali argomenti? Ciò accade perchè -il poeta non li ha cercati e scelti a prova di virtuosità -tecnica e d'ingegno sottile, ma essi son -venuti spontanei a lui filantropo che pensava il -pubblico bene, a lui artista che dentro ogni aspetto -della vita, per umile che fosse, sentiva la vita inesausta, -grande, immortale, che empie ed anima -tutte quante le cose. -</p> - -<p> -Nè meno arrischiate le espressioni; e pur quanto -appropriate, vive, efficaci! Le vaganti latrine con -spalancate gole che ammorbano la città, il ladro -per fame che mangia i rapiti pani con sanguinose -mani, il cappello insudiciato di fango e il -vano bastone che raccoglie dalla via e restituisce -al vecchio poeta quel pietoso cittadino, sono immagini -e frasi delle quali la poesia europea, non -che l'italiana, non aveva da un pezzo le eguali -per energia ed efficacia. Roberto Burns, lo schietto -contadino scozzese, non nacque che nel 1759. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span> -</p> - -<h3>IX.</h3> - -<p> -Ogni vita bene spesa ha il suo premio. Al -Parini non furono premii i misurati stipendii -nè le lodi officiali; ma la stima di tutta la patria, -l'ammirazione strappata quasi a forza a -chi un tempo aveva diffidato di lui. Si trovò -insieme con Pietro Verri nella municipalità che -i Francesi istituirono a Milano nel '96. Era naturale -che, partiti gli Austriaci, si pensasse per gli -offici pubblici a lui che, non mai giacobino ma -filosofo filantropo e prete cristiano, aveva tanto -cooperato alla diffusione delle nuove idee, per -quel ch'era in loro di giustizia civile. Il buon vecchio, -ormai paralitico, si faceva portare sulle braccia -a compiere il dover suo; e a compierlo ci -voleva, spesso, contro le prepotenze e le angarie, -non poco coraggio. Quando il coraggio fu inutile, -allora soltanto pianse. E il Verri che a mano a -mano in quella convivenza sempre meglio lo conosceva, -ne scriveva al fratello. Prima così: -“Parini il poeta è municipalista mio collega. È -un uomo un po' pedante, ma illuminato sui -principii della scienza sociale, e di molta probità.„ -Poi, un mese e mezzo dopo, così: “Figuratevi -<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span> -che stato è quello di un uomo probo -in tale società! Parini, il fermo ed energico -Parini, talvolta piange. Io non piango, ma fremo, -e lo amo come uomo di somma virtù.„ Per ultimo: -“La superiorità francese ha congedati sette -municipalisti, tre dei quali erano veramente capaci; -gli altri sono dimessi per partito, e tra -questi il nostro Parini, uomo deciso per la giustizia -e fermo contro chi vorrebbe imporci cose -ingiuste, <i>civium ardor prava jubentium</i>. Mi duole, -e mi rallegro con lui.„ -</p> - -<p> -Venuti gli Austriaci, la mattina stessa del -giorno in cui morì, che fu il 15 agosto '99, scrisse -un sonetto, che non li esaltava liberatori, ma -li ammoniva non ricadessero negli errori d'un -tempo. L'ultimo suo pensiero, gli ultimi versi -suoi, furono per la patria. Oh anima grande, oh -anima che nella gentilezza e nella fierezza, nell'amore -e nell'indignazione, quanto un'anima -italiana del secolo scorso può paragonarsi ad -un'anima del secolo decimoquarto, somiglia all'anima -unica di Dante Alighieri. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span> -</p> - -<h2 id="alfieri">VITTORIO ALFIERI -(1749-1803)</h2> - -<p class="center"> -CONFERENZA -</p> - -<p class="center"> -DI -</p> - -<p class="center"> -<span class="smcap">Enrico Panzacchi</span> -</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span> -</p> - -<h3>I.</h3> - -<p> -Vittorio Alfiori è troppo gran tema per un -breve discorso; ond'è naturale (a tacere anche -degli altri motivi) che io sia tutt'altro che fiducioso -di me stesso intraprendendo dinanzi a voi -l'odierna conferenza. Ma nello stesso tempo io vi -dico, o signore, che il parlare d'Alfieri a Firenze -è cosa che mi attrae e, in qualche modo, mi -affida. -</p> - -<p> -Qui la figura del grande astigiano non ci appare -subito funestata dal terribile pugnale “onde -Melpomene Lui tra gl'itali vati unico armò„ come -lo dipinse Parini e come egli amava talvolta di -rappresentare sè stesso. Qui la sua accigliata -figura si spiana alquanto e quasi ci sorride con -domestica benevolenza. E voi sapete il perchè, -o signore. Firenze, fra tutte le città del mondo, -fu quella ove Vittorio Alfieri amò meglio di vivere -<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span> -e ove fu contento di morire. Questo amore -al bel paese e alla bella città si manifestò molto -per tempo nella sua vita. Circa a ventisette -anni egli intraprese il suo primo viaggio in -Italia. Era irrequieto, scontento, malinconico. -Si sentiva ignorantissimo e nell'animo suo si -alternavano ora un desiderio disperato di sapere, -ora un insuperabile disprezzo di ciò che non -sapeva; e andava e passava, tra curioso e sdegnoso, -per le varie città d'Italia. Milano, paragonata -alla sua Torino, gli parve addirittura -spiacevole. Quando gli presentarono nella biblioteca -Ambrosiana alcuni codici preziosi, torse il -viso sprezzante e disse che preferiva assai la -vista d'un bel cavallo. Passò da Parma, Piacenza, -Modena, quasi appena degnandosi di guardare -dagli sportelli della vettura. Bologna coi suoi -quadri non l'interessò; con le sue strade tortuose -e co' suoi portici pieni di frati e di preti lo riempì -di malumore. Ma giunge a Firenze e, a un tratto, -ecco che tutto cangia! Firenze conquista l'Alfieri -come una bella donna; e comincia allora in lui -ad agitarsi il proposito di rifare la sua vita, di -ricostituire la sua educazione; e determinando poi -meglio il suo obiettivo, egli non fa che ripetere -ne' suoi discorsi e nelle sue lettere: vivere, -pensare, sognare anche, in toscano! Aggiungete -che questa città, in mezzo alle tante traversie -<span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span> -della vita burrascosa, diventò il porto tranquillo, -al quale sempre agognava. Nel 1792 ebbe -a passare in Francia gravissime molestie. Egli -e la sua donna per poco non furono soprafatti -ed uccisi dalla plebaglia dei sanculotti, mentre -uscivano di Parigi, essendo presi per dei nobili -francesi emigranti. Aggiungete la perdita di denari, -la perdita di libri; e immaginate voi quale -dovette essere l'umore di quell'uomo tanto facilmente -irritabile. Il furore “misogallico„ che già -gli bolliva dentro da un pezzo, scoppiò addirittura. -Ma appena giunge in Toscana, appena vede -le cupole e le torri di Firenze, l'animo suo mirabilmente -si rischiara e si rasserena, e va ripetendo -un suo verso composto fino dal 1783: “<i>Deh che -non è tutto Toscana il mondo!</i>„ Narra egli inoltre -nella sua vita “<i>che l'aver ritrovato questo vivo tesoro -della favella nella voce del popolo fiorentino -lo compensò nell'animo suo di tutto ciò che aveva -perduto; i suoi libri, i suoi manoscritti, i suoi -stessi denari confiscatigli e rubatigli dai rivoluzionari -francesi</i>.„ Ricordate infine che Vittorio Alfieri -condusse qui gli ultimi anni della sua vita -abbastanza tranquillo; qui, accanto a Galileo e a -Michelangelo, ebbe degno sepolcro erettogli dalla -pietà della sua donna e col consenso della cittadinanza. -Intorno a quel sepolcro veglia la pietà -riverente del popolo fiorentino. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span> -</p> - -<h3>II.</h3> - -<p> -Per comprendere il grande significato che ha -nella letteratura e nella storia d'Italia Vittorio -Alfieri bisogna, si capisce, riportarsi ai tempi. -</p> - -<p> -In quel periodo di lunghissima pace che ebbe -l'Italia dal 1749 (l'anno appunto in cui l'Alfieri -è nato) al 1796, sarebbe grave ingiustizia il dire -che tutto fu ignavia, inedia e peggioramento -nella penisola. -</p> - -<p> -I costumi seguitarono ad ammollirsi, ma bisogna -pur anche riconoscere che l'orizzonte delle -idee cominciò ad allargarsi e rischiararsi. Persino -in quei vecchi e logori organismi dei governi -d'allora si fa sentire una certa inquietudine -di nuovo, una certa velleità di riforme. Nel pensiero -poi il risveglio è evidentissimo. Giovan -Battista Vico e Giannone sono morti, ma intanto -l'Italia meridionale vanta il marchese Filangeri, -Melchiorre Delfico, Mario Pagano e l'abate Galliani, -il quale, recatosi a Parigi, prese, a confessione -degli stessi francesi, lo scettro dell'arguzia -pronta e dello spirito scintillante, caduto per -morte dalle mani del signor di Voltaire. Nell'Italia -superiore abbiamo i due Verri, il Beccaria, il -<span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span> -Palmieri, il Ricci, l'Ortis, il Genovesi. Però, v'ho -detto che il Vico e il Giannone erano morti. La -pura tradizione del pensiero italico pare, in qualche -guisa, interrotta; ma non è senza un grande -compenso; poichè è grande e benefico il movimento -delle idee che vengono d'oltremonte. In -sostanza, o signore, non dobbiamo dolercene poichè -l'Italia non poteva isolarsi e sequestrarsi da -quella impetuosa corrente di rigenerazione intellettuale -che agitava le più civili nazioni d'Europa. -Possiamo anche aggiungere, a nostro conforto, -che se la tradizione scientifica della nazione in -qualche guisa declinò, la virtù del genio paesano -ebbe campo di vigorosamente esprimersi e affermarsi -nel campo letterario. Gli influssi francesi -anche qui non mancano, e così quelli inglesi; nel -teatro e nel romanzo siamo, si può dire, soffocati -dalle sovrabbondanti imitazioni che vengono -dalla Francia e dall'Inghilterra; ma intanto il -Baretti rialza il tono della critica e fa conoscere -Guglielmo Shakespeare; il Cesarotti scrive libri -sopra la filosofia delle lingue e traduce l'Ossian; -mentre da ogni parte, anche quegli scrittori che -paiono più ligi alle tradizioni arcadiche e frugoniane -di tanto in tanto sono rialzati e rianimati -da un soffio di vita nuova. Fatto è che tutto -questo apparecchio e tutto questo movimento noi -vediamo metter capo a tre scrittori, che sono tre -<span class="pagenum" id="Page_316">[316]</span> -artisti di primo ordine: il Goldoni, il Parini e -l'Alfieri. Il Goldoni con intuito meraviglioso riconduce -l'arte alle fonti del naturale; Giuseppe -Parini le ricompone la dignità morale e riprende -la sua missione civile; in quest'arringo entra -tempestando Vittorio Alfieri e vi porta un fuoco -di combattimento e una forza di sdegni di cui -non avevamo idea, forse, in Italia dopo che -Dante Alighieri era disceso nel sepolcro. E non è -uno sfolgorio di forze sregolate e inconsapevoli; -si tratta invece di una vera e ordinata potenza d'apostolato -civile e politico che domina lo spirito di -Vittorio Alfieri; e per trovare qualche cosa di simile -dobbiamo risalire a Nicolò Macchiavelli. -</p> - -<p> -Però io mi affretto ad affermare, o signore, -che la grande potenza di Vittorio Alfieri è -espressa nelle sue 19 tragedie. Le <i>Rime</i>, le <i>Commedie</i>, -le <i>Satire</i>, gli <i>Epigrammi</i>, l'<i>Etruria liberata</i>, -il <i>Misogallo</i>, il volume <i>Della Tirannide</i>, e la stessa -sua <i>Vita</i>, quantunque sia un documento preziosissimo -di sincerità umana e d'un animo cavalleresco, -generoso e sotto la scorza un po' ruvida, -inclinato ai sentimenti più gentili, tutte quest'opere, -io dico, non avrebbero avuto grande presa -sullo spirito del pubblico italiano, se dietro la figura -del fiero conte astigiano la fantasia del pubblico -non avesse visto grandeggiare la Musa della -tragedia alfieriana, che ha agitato dintorno a noi -<span class="pagenum" id="Page_317">[317]</span> -tante ombre insanguinate e dolenti. Alla vena -satirica dell'Alfieri mancano doni troppo necessari; -manca quella bonaria semplicità e quella -arguta spontaneità che sono gran parte della forza -del poeta satirico. E quantunque alcuni suoi epigrammi -abbiano continuato a circolare per tutte -le classi del popolo italiano, e uno di essi sia rimasto -come uno schema programmatico della -nostra rivoluzione civile e politica per oltre mezzo -secolo (<i>Vescovi e preti — Sien pochi e queti</i>, etc.) -io non credo di essere irriverente verso la sua -memoria affermando che, se altro l'Alfieri non -avesse composto che le opere minori, poco si -parlerebbe oggi di lui. -</p> - -<p> -E non dubito parimenti di affermare che anche -sul suo teatro tragico il tempo ha esercitato -l'opera sua di distruzione. Ma questo è un -fatto d'un ordine molto differente. Sì, è vero: il -teatro di Vittorio Alfieri non ha più da lunga -pezza la notorietà e la popolarità che ebbe un -tempo. Se non è il caso che qualche attore meraviglioso -evochi le figure di Saul o di Filippo, -esse non compaiono più sulle nostre scene. Anche -il buon popolo, questo strato profondo nel -quale pareva così durevolmente penetrato lo spirito -tragico di Vittorio Alfieri, anche questo ultimo -suo cliente domenicale dei teatri diurni, a -poco a poco lo ha abbandonato. Oggi il popolino -<span class="pagenum" id="Page_318">[318]</span> -nostro preferisce di commuoversi alle peripezie -di <i>Nanà</i> e di piangere tutte le sue lagrime ai -dolori della <i>Signora dalle Camelie!</i> Ma questo, o -signore, è fato comune. L'opera teatrale ha in sè -stessa uno spirito d'arte che può renderla eterna; -ma ha nello stesso tempo una ragione di caducità, -che, dopo un breve periodo, la toglie irremissibilmente -alle pubbliche scene. Chi pensa oggi a rappresentare -i capolavori di Eschilo, di Sofocle e -di Euripide? E del grande teatro francese non -è avvenuto lo stesso? Se non ci fosse a Parigi -un'istituzione fondata apposta per tener vive le -rappresentazioni di certi capolavori, quante volte -credete voi che a Parigi si rappresenterebbero -il <i>Cid</i>, la <i>Fedra</i>, il <i>Misantropo</i>? Rimane, meravigliosa -eccezione, il teatro di Guglielmo Shakespeare. -Ma anche sul conto del sommo tragico -inglese ho un'idea che voglio manifestarvi. Suol -dirsi che lo Shakespeare non passa sulla scena -perchè solo ne' suoi personaggi è espresso l'uomo -eterno. Esagerazione! L'uomo eterno è anche -in Filottete, in Rodrigo, in Alceste. Io credo che -il tragico inglese stia ora beneficiando il lungo -e immeritatissimo oblio nel quale l'Europa l'ha -tenuto per più di due secoli. Ma venendo al fatto, -quanti drammi di Shakespeare tengono ancora -la scena, fra i tanti che ne compose? Cinque o sei -a dir molto; e per giunta ridotti; ed è tutt'altro -<span class="pagenum" id="Page_319">[319]</span> -che improbabile che anche questi pochi col tempo -vengano messi in disparte. Questo non toglierà -naturalmente nè al <i>Re Lear</i>, nè all'<i>Amleto</i>, nè al -<i>Macbeth</i> di essere dei meravigliosi capolavori e di -venire per tali ammirati da quanti con animo capace -li leggeranno. -</p> - -<p> -Ma venendo un poco più presso al nostro argomento, -io mi son domandato più volte: Le -critiche fatte al teatro di Vittorio Alfieri in quale -categoria dobbiamo noi collocarle? Hanno ragione -per esempio i due Schlegel e Madama di -Staël che lo considerano come un autore tragico -convenzionale, freddo, fuori della vita? Ebbe ragione -il Lamartine quando con quella sua consueta -superficialità di critica lo chiamò “un Seneca -senza Roma?„ -</p> - -<p> -Per essere almeno fortemente dubitosi che -questi signori avessero ragione, bisognerebbe -che fossimo certi che, leggendo l'Alfieri, essi lo -hanno ben capito. Ora, essendochè anche per -noi italiani l'Alfieri è circondato di molta oscurità -ed è anzi a ragione censurato di questo; e -considerando che, se vi è autore drammatico che -sfugga gli apparati esteriori e che tutto il valor -suo concentri nell'intima significazione del soggetto -per virtù dello stile è appunto l'Alfieri, e -che quindi per arrivare fino a lui fa d'uopo possedere -tutte le più sincere e più complete ragioni -<span class="pagenum" id="Page_320">[320]</span> -della critica, permettetemi, o signore, di non credermi -irriverente se dubito che i due Schlegel e -madame di Staël e il Lamartine conoscessero abbastanza -l'Alfieri per poterlo sicuramente giudicare. -</p> - -<h3>III.</h3> - -<p> -Noi, per giudicare bene l'Alfieri tragico, dobbiamo -anzitutto ricercare quale idea egli si fosse -formata della tragedia prima di accingersi a comporne; -e da quali concetti e sentimenti egli fosse -accompagnato nello svolgere la serie delle sue -composizioni tragiche. Per intendere questo fa -d'uopo tornare alla sua vita. -</p> - -<p> -Abbiamo accennato come egli venne su e quanto -poco studiasse nell'infanzia e nella adolescenza. -Confessa egli stesso che “sdegnò ogni studio.„ -Ma ferveva in lui il bisogno del sapere. Di tanto -in tanto gli balenava il fantasma luminoso e -attraente della gloria; talvolta anche era preso da -un'indicibile vergogna della propria ignoranza; e -allora pareva che due uomini lottassero aspramente -dentro di lui. In sostanza la sua è una educazione -letteraria che comincia tardi e procede -malissimo; cioè confusa, interrotta, a sbalzi, per -<span class="pagenum" id="Page_321">[321]</span> -colpi di sorpresa e per impeti di entusiasmi subitanei -e fortuiti. Per esempio: oggi gli capita in -mano Plutarco, ed ecco che lo investe il desiderio -di celebrare gli uomini meravigliosi dei quali ammira -le gesta; domani legge la canzone <i>Alla Fortuna</i> -di Alessandro Guidi, s'esalta, s'infiamma, -si dibatte sul proprio divano, tanto che è costretto -ad interrompere la lettura; e giura che -ode suonare dentro di sè una voce che gl'impone -d'esser poeta. -</p> - -<p> -Così di mano in mano la sua vita passa sempre -fra queste scoperte, fra questi subiti entusiasmi. -Oggi è Sallustio che lo attrae, domani sarà Tito -Livio, che un impiegato gl'impresta nel viaggio -interrotto da Sarzana a Firenze; più tardi, a -Siena, sarà Macchiavelli quando l'amico Gori gli -metterà per la prima volta nelle mani un esemplare -delle opere del segretario fiorentino. -</p> - -<p> -Ed ogni volta che fa di queste scoperte, ecco -che si rinnovano questi abbandoni completi del -suo animo ad un'ammirazione sconfinata, assoluta -e del tutto libera da ogni temperamento -e da ogni governo della critica. Così sull'ultimo -limite della sua vita, a cinquant'anni, quando -nessuno di noi oserebbe pensarci, si mette a studiare -il greco, ed essendo riuscito colla ferrea -forza del volere a superare anche questa volta -ogni ostacolo, ne diventa tanto glorioso che fonda -<span class="pagenum" id="Page_322">[322]</span> -l'ordine del divino Omero e crea sè stesso primo -cavaliere di quell'ordine. -</p> - -<p> -Insomma, se devo tutto rendere con un immagine, -a me Vittorio Alfieri dà l'idea d'un -eterno studente di rettorica. Per aver cominciato -ad esserlo tardi, egli è costretto ad esserlo per -tutta la vita. -</p> - -<p> -Questo singolare e forse unico procedimento -educativo doveva avere ed ebbe delle conseguenze -gravissime. Vittorio Alfieri — l'eterno -studente — della tradizione e della autorità classica -non dubita mai. Sotto questo aspetto chi -guarda nell'animo suo trova una grande somiglianza -con quei primi umanisti del nostro Rinascimento -i quali accoglievano con una venerazione -incondizionata tutto quello che veniva dalla -sacra antichità. Infatti in Alfieri ciò che sorprende -anzitutto è la sua assoluta mancanza di -ogni senso critico tutte le volte che egli si trova -di fronte a un classico. Questo tanto più ci meraviglia -se pensiamo ch'egli visse in mezzo a -tanta espansione e libertà di critica. In quell'epoca -la Francia aveva il suo Diderot, la Germania -il suo Lessing, e l'Italia il suo Baretti per -tacere di tanti altri. In mezzo a tutti questi uomini -che esaminano liberamente l'antichità, la discutono, -la negano anche, Vittorio Alfieri non sa -che adorare. Egli, così libero in tutto il resto, -<span class="pagenum" id="Page_323">[323]</span> -qui è sempre entusiasticamente devoto e sottomesso; -e fa soprattutto meraviglia vedere come -a lui manchi quel senso e quel criterio di <i>graduazione</i>, -senza del quale è impossibile la verità -dei giudizi. Egli dice indifferentemente “<i>il divino -Sallustio, il divino Tacito</i>„ come dice “<i>il divino -Omero, il divino Dante</i>.„ Quest'ammirazione che -io direi monometrica dell'Alfieri ebbe certo una -grande influenza sul modo che egli adoperò nel -concepire la tragedia. Ricordiamo ancora che -Vittorio Alfieri fu un conte democratico, odiatore -di tiranni se mai ce ne furono. Ma come fu un -patrizio democratico, così io direi che tenne molto -ad essere un poeta patrizio. Tutto quello ch'egli -aveva conceduto di buon grado, spinto dall'animo -suo generoso e filantropico, nel campo dell'araldica, -lo voleva riconquistare nel campo delle lettere; -e fu, in sostanza, il poeta più rigidamente -aristocratico che potesse immaginarsi. -</p> - -<p> -Da questa educazione e da questa indole l'Alfieri -fu mosso a cercare la via che ad esse meglio -si confaceva per riuscire originale; e vi riuscì -spingendo all'ultimo limite, cioè alla sua più -rigida espressione, il tipo della tragedia pseudo -classica. -</p> - -<p> -Egli avrebbe voluto riuscire poeta più rigidamente -classico dei classici stessi. E notate altro -contrasto. Mentre nel campo della politica gettava -<span class="pagenum" id="Page_324">[324]</span> -via tutti i vecchi vincoli e saltava tutti i -vecchi confini, nel campo delle lettere egli amava -studiosamente tutto ciò che vi era di autoritario -e di coercitivo. Come certi poeti lirici amano di -moltiplicare le difficoltà del ritmo e della rima -perchè il cesello dell'opera loro risulti più evidente -e più prezioso, Vittorio Alfieri immaginò -una tragedia ridotta alla sua più rapida e secca -espressione, dove ciò che si intendeva per tradizione -classica non era solamente osservato con -riverenza ma anche oltrepassato con una specie -di zelo feroce. Così, l'orgoglioso poeta, volle circoscrivere -il proprio agone e farlo angusto e difficile -per meglio mostrarsi in esso gloriosamente; -a somiglianza di quell'atleta che volontariamente -si carichi di pesi o si leghi un braccio nella lotta -perchè meglio appaiano la sua agilità e la sua -forza. -</p> - -<p> -Vedete fatto strano! Vittorio Alfieri non discute -mai l'autorità degli antichi. Eppure quella -autorità è ormai discussa da tutti. Perfino Pietro -Metastasio, quel mansueto e mite abate che assai -volentieri si genufletteva dinanzi a Maria Teresa, -suscitando gli sdegni dell'astigiano, perfino il -buon Metastasio paragonato a Vittorio Alfieri -nelle concezioni letterarie diventa uno spirito -indipendente, quasi un rivoltoso. Infatti egli, commentando -la poetica d'Orazio, esprime idee e intendimenti -<span class="pagenum" id="Page_325">[325]</span> -evidentemente più larghi, più sciolti — direi -con moderno vocabolo — più liberali di -quelli che esprime l'Alfieri. Del Baretti, del Conti, -del Gozzi è inutile ch'io parli. L'Alfieri invece -mette tutta la sua compiacenza e il suo orgoglio -nel restringere sempre più i vincoli che regolano -il componimento tragico, e non gli garba e -allontana da sè tutto quello che può avere l'aria -di una concessione e d'un lenimento, tutto -quello che può essere inteso come una facilitazione -a conseguire l'effetto. Egli vuole essere -solo colle proprie forze e privo d'ogni aiuto; solo -a proseguire uno schema di tragedia nuda, inamabile, -talvolta persino mostruosa e feroce. Raccolto -e fisso in questa idea, vede quanto partito -sapessero i tragici cavare dai cori; e bandisce -i cori. — Legge i tragici francesi, vede quanti -argomenti di facilitazione alle scene e di preparazione -alle catastrofi essi traggono dall'intervento -delle nutrici e dei confidenti; ed egli bandisce le -nutrici e i confidenti. — Legge nella poetica d'Orazio -che il quarto personaggio dell'azione non -deve incaricarsi di parlare troppo; ed egli prende -alla lettera il consiglio, lo muta in precetto, lo -esagera e restringe l'azione delle sue tragedie -quasi sempre a tre soli personaggi. — L'amore -egli sa, egli sente, qual dilettoso e magico -coefficente sia per tenere i cuori della folla, per -<span class="pagenum" id="Page_326">[326]</span> -esaltarli, per commuoverli; ebbene, egli bandisce -dalle sue tragedie anche l'amore! — Le donne -amanti d'Alfieri sono per lo più delle figure secondarie; -amano sciaguratamente, e sono sempre -vittime d'una potenza superiore che loro toglie -perfino la possibilità del contrasto. Una fatalità -ineluttabile, una politica feroce invade l'ambiente, -ed esse, le povere e deboli vittime, o la subiscono -inconscie o sono spazzate via come fiori dal turbine. -Una sola volta l'Alfieri si mette di proposito -a comporre una tragedia che ha per base un vero -amore femminile. Ebbene, anche questa volta -egli è sedotto dal suo demone; e in tanta abbondanza -di soggetti va proprio a cavar fuori <i>Mirra</i>, -documento mirabile del suo ingegno, una delle -prove più vittoriose delle sua facoltà tragiche; -ma voi ben sapete quanto poco lo aiutasse la scelta -dell'argomento. E non basta. Nessuno ignora quale -efficacia e quanta facilitazione all'effetto teatrale -abbiano derivato gli altri poeti tragici dalla effusione -lirica abilmente innestata all'azione e al dialogo -serrato delle tragedie. Non la sdegnarono -certo i greci, e basterebbe ricordare sopra tutti -Euripide. Dei moderni è inutile parlare. Quanta -parte, per esempio, non verrebbe diminuita del -teatro tedesco e spagnuolo se si volesse sopprimere -la lirica? Ebbene: anche di questo elemento -il nostro Alfieri si mostra sdegnoso. Egli getta -<span class="pagenum" id="Page_327">[327]</span> -da sè, dal suo bagaglio poetico tutto quello che -non è nuda e rigida e laconica espressione dello -schema drammatico. Non si ferma mai a cogliere -un fiore lungo i margini della sua strada; -e corre austero e rapidissimo verso la propria -meta. -</p> - -<p> -Tale si formò nella mente di Vittorio Alfieri -l'ideale della tragedia e tale volle esprimerlo. Egli -lo definì in un passo della sua lettera in risposta -a quella di Ranieri Calsabigi, il quale gli aveva -scritto una lunghissima tiritera infarcita di erudizione -indigesta, sopracarica di lodi e mescolata -anche di qualche critica non sempre infondata. -Il fiero conte che non rispondeva quasi mai -alle critiche, che gli giungevano da ogni parte -d'Italia o in senso laudativo o in senso di biasimo, -al Calsabigi rispose: “<i>Vorrei la tragedia di cinque -atti, piena, per quanto il soggetto dà, del solo soggetto: -dialogizzata dal solo personaggio, attore, non -consultore, o spettatore: la tragedia di una sola -tela, ordita, per quanto si può, servendo alle passioni: -semplice per quanto l'uso d'arte il comporti: -tetra e feroce per quanto la natura lo soffra: calda -quanto era in me. Ecco la tragedia che io ho concepito. -Per questa volli, sempre volli, fortissimamente -volli</i>.„ -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_328">[328]</span> -</p> - -<h3>IV.</h3> - -<p> -Gli effetti di tanta rigidezza schematica inducente -a tanta servitù volontaria, voglio anzitutto -considerare nel loro lato negativo. -</p> - -<p> -È certo, per esempio, che nelle tragedie di Vittorio -Alfieri voi sentite sempre e solo le voci degli -uomini, quelle delle cose e dell'ambiente quasi -mai. Nei teatri degli altri poeti noi non possiamo -disgiungere questi due elementi, i quali potranno -essere distribuiti in diversa misura, ma stanno -pure fra loro in una certa utile proporzione. Se -noi, caso per caso, tragedia per tragedia, raccogliamo -dentro il nostro spirito l'azione complessa -e concorde di questi due diversi coefficienti, i -grandi effetti saltano agli occhi. Basterà ricordare -l'esempio di alcune tragedie di Shakespeare -ove è manifesto che gli animi degli spettatori -rimangono sempre divisi tra l'azione dei singoli -personaggi e quella dell'ambiente. Come, ad esempio, -potreste spartire nella vostra mente gli effetti -che vi produce l'<i>Amleto</i>, senza distinguere la -parte dovuta a ciò che vi ha di fantasticamente -<span class="pagenum" id="Page_329">[329]</span> -suggestivo nella rappresentazione dei luoghi, dalla -azione pura e semplice dei personaggi? Come non -tenerne conto nella scena della piattaforma di Elsinora -in quell'alto silenzio della notte, colla voce -delle guardie che si rispondono, prima che appaia -lo spettro di Amleto? Poi la vita interiore di -quella corte danese, con quel teatro dov'è combinata -dallo spirito vendicativo del giovane principe -la scena che farà confessare al delinquente -il suo delitto; e poi il cimitero dove echeggiano -le lepidezze dei becchini; poi, mentre suona la -voce malinconica di Amleto, i suoni della lugubre -sinfonia che accompagna al sepolcro il corpo -della povera Ofelia.... Tutta questa eloquenza -de' luoghi e delle circostanze concorre moltissimo -all'effetto dell'azione; toglietela e molta parte del -sentimento tragico sfumerà. -</p> - -<p> -Invece l'Alfieri dal suo alto coturno rinunzia -con gesto sprezzante a tutto ciò. Egli vi pianta i -suoi personaggi dinanzi ad un freddo colonnato -dorico; e lì, nello spazio di poche ore, debbono -vivere, soffrire, morire. Egli arriva a sottilizzare, a -spiritualizzare talmente i suoi caratteri che talora -egli è costretto a <i>disumanizzarli</i>. Io non so trovare -altra parola per esprimere il mio concetto. E -come si compiace egli di tutto questo sfrondare, -condensare, scheletrizzare! Si direbbe che se -anche di quel piccolo apparato esteriore egli -<span class="pagenum" id="Page_330">[330]</span> -potesse far getto, lo farebbe tanto volentieri onde -così richiamare e concentrare tutto lo spirito e -tutta l'azione tragica nel mero e invisibile teatro -dell'umana fantasia. -</p> - -<p> -Ma quando colla vigoria scultoria del verso, -colla veemenza delle passioni, nel dialogo serrato, -nella successione delle scene correnti verso la catastrofe, -egli arriva a rapirci e a portarci in quel -mero e invisibile teatro della umana fantasia, o -signore, allora come ci avvediamo che Alfieri è -davvero grande! E ci vengono spontanei alla memoria -i versi che a lui volgeva il Parini: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Come dal cupo, ove gli affetti han regno,</p> -<p class="i01">Trai del vero e del grande accesi lampi,</p> -<p class="i01">E le poste a' tuoi strali anime segno</p> -<p class="i01">Pien d'inusato ardir scuoti ed avvampi!</p> -</div></div> - -<p> -Giorgio Hegel, investigando la essenza del -componimento tragico, dice che bisogna istituire -una certa equazione estetica fra la tragedia e la -statuaria. Leggendo questo passo del filosofo tedesco, -la mente corre subito all'Alfieri, e la comparazione -assume un carattere tanto individuale -che pare fatta pensando a lui. Quel marmo nudo, -quelle linee austere e semplici, senza vaghezza di -fondo, senza ambiente, senza policromia, mute, -fredde; ecco veramente la tragedia d'Alfieri! -Questa somiglianza colla scultura non ha solo, o -signore, un carattere figurativo e superficiale ma -<span class="pagenum" id="Page_331">[331]</span> -qualche cosa di intimo e di profondo. Dinanzi alle -più perfette tragedie dell'Alfieri si prova un sentimento -assai somigliante a quello che ci fanno provare -alcune delle opere più celebrate della statuaria -antica. -</p> - -<p> -Di lui si potrebbe dire quello che il Wielland -disse di Cristoforo Glück, il fondatore del melodramma -moderno. Anche Vittorio Alfieri “preferì -le Muse alle Sirene.„ Peccato che più d'una -volta egli siasi dimenticato che le Muse pretendono -d'avere una voce non meno melodiosa e -non meno piacevole di quella delle Sirene! -</p> - -<p> -I critici restringono i difetti dell'Alfieri principalmente -alla durezza e all'oscurità. E notate -che l'autore stesso non osava molto difendersi; -dirò anzi che alcune volte accoglieva con compiacenza -queste censure. Non si ricordò egli dell'aurea -sentenza di Quintiliano, che la brevità -non consiste nel dire poco, ma nel dire nè più -nè meno di quanto occorra perchè le forme del -nostro pensiero e i moti dell'anima siano resi -evidenti e forti in chi ci legge e in chi ci ascolta. -Vittorio Alfieri invece fece della brevità una cosa -sola colla sostanza e col contenuto delle sue concezioni -tragiche. È così <i>invasato</i> (questa parola -s'incontra spessissimo nella <i>Vita</i> e nelle -lettere) è così invasato dal furore che lo incalza -verso la catastrofe, che accoglie con trasporto -<span class="pagenum" id="Page_332">[332]</span> -tutto quello che accorcia in qualunque modo la -strada che ha dinanzi. E questo lo persuade a riprender -sempre la sua materia letteraria fra le -mani inquiete, e a tormentarla in tutti i sensi, -pur di spremere sempre qualche sacrifizio di -possibile superfluità, pur di aggiungere sempre -qualche spizzico di laconismo. Di ciò arriva -egli a compiacersi quasi puerilmente; e allora -allinea le cifre dei versi di cui si compongono -le sue tragedie, dimostrando con orgoglio che, -per esempio, nella elaborazione di quella tale -sua tragedia i versi erano da prima 1400, ma -nella seconda prova diventarono 1350, nella terza -scesero fino a 1320. E mostra di non dubitare -un momento che questi 50, questi 80 versi strappati -alla prima fattura siano sempre una legittima -conquista dell'arte, un passo di più verso -la perfezione! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_333">[333]</span> -</p> - -<h3>V.</h3> - -<p> -Ora, dovrei discorrervi delle diciannove tragedie -di Alfieri; ma l'argomento chiederebbe per sè -solo una serie di conferenze. Mi contenterò dunque -di accennare a due sole: il <i>Filippo</i> e il <i>Saul</i>. -</p> - -<p> -La prima fu composta dall'Alfieri quando il -suo spirito giovanile non era ancora stato così -rigidamente disciplinato dal rigore delle sue teorie -e potè abbandonarsi con una certa spontaneità -ai liberi impulsi dell'animo. Nel <i>Saul</i>, che -fu invece una delle ultime, sentiamo uno spirito -ed un soffio nuovo circolare per le scene e animare -i personaggi. È lo spirito della Bibbia, dei -Salmi, dei Profeti. -</p> - -<p> -Quanto al <i>Filippo</i>, è certo che con poche altre -tragedie l'Alfieri è riuscito ad espugnare più fortemente -l'animo dei suoi spettatori. L'orditura -dell'azione e la successione abilissima delle scene, -dove l'interesse delle passioni è sempre più vivo -e l'aspettazione è sempre più intensa, rendono -questa tragedia tipica e indimenticabile. E il -<i>Filippo</i> tenne per lungo tempo le scene italiane -<span class="pagenum" id="Page_334">[334]</span> -gustato e ammirato senza contrasti. Ma quando -Andrea Maffei, elegantissimo verseggiatore se -non traduttore sincerissimo, intorno al 1840 -ebbe voltato in italiano il <i>Don Carlos</i> di Schiller, -parve che sul <i>Filippo</i> alfieriano si scatenasse -una tempesta dalla quale non si sarebbe -più rialzato. Quella tela più ampia e più varia, -quella corrente di lirismo delizioso e geniale che -il poeta tedesco gitta attraverso a tutta l'azione -pietosa e terribile del dramma spagnuolo, doveva -avere ed ebbe una presa fortissima nell'animo -del pubblico italiano. Al primo confronto l'opera -del nostro tragico parve spacciata. Ma al secondo -esame, sbollito quel primo fervore, si cominciò a -capire che la macchina della tragedia alfieriana -aveva in sè tale una forza e tale una consistenza -da sostenere senza tema il paragone col lavoro -tedesco. -</p> - -<p> -E non dubito che voi stesse, o signore, eliminando, -per quanto è possibile, certe impressioni -estranee e quasi profane al puro elemento tragico, -emancipandovi dalla facile sensibilità eccitata da -certe digressioni e da certe declamazioni, muterete -il vostro primo giudizio. Dov'è infatti che -vedrete più resa e scolpita quella Spagna del -secolo XVI, inquisitoriale, sospettosa e dispotica? -E dov'è che sentirete meglio inteso il carattere -tiberiano di quel re spagnolo, che passò tutta la -<span class="pagenum" id="Page_335">[335]</span> -sua vita in una cupa adorazione della sua regia -maestà? E dov'è che trovate colorito più fortemente, -più splendidamente il carattere cavalleresco -ed amoroso del favoleggiato figlio di Filippo -II? -</p> - -<p> -Anzitutto Federico Schiller, che pure aveva -tanto studiato la storia di Spagna, si mostra -meno fedele allo spirito di essa che non l'Alfieri, -il quale non pretese che di fare opera di poeta. -Io perdono volentieri allo Schiller parecchie infedeltà -storiche; quella, per esempio, d'aver messo -il duca d'Alba alla corte di Madrid, mentre è -ben noto che in quell'epoca stava nelle Fiandre -a domare i ribelli; ma quel Marchese di Posa -messo lì, in pieno secolo XVI, in piena inquisizione -di Spagna, ad esprimere le idee di Gian -Giacomo Rousseau mitigate dall'ottimismo del -Condorcet, quel Marchese di Posa, o signore, -come difenderlo dalla taccia di artificioso, di rettorico, -di falso? -</p> - -<p> -Quanto è più vero l'Alfieri, quanto non rispecchia -più fedelmente l'ambiente storico con quelle -sue linee semplici, austere, con quella sua azione -dominante, incalzata da una cupa fatalità! L'amore -di Don Carlos com'è più delicatamente e cavallerescamente -reso dal poeta italiano! Il poeta -tedesco, per esempio, non esita a rendere confidenti -dell'amore di Don Carlos degli esseri spregevoli -<span class="pagenum" id="Page_336">[336]</span> -come Fra Domenico; e poi, quando il principe -ha ben discusso e dissertato di altissimi -ideali umani con l'amico Marchese, non dubita -di convertirlo in un messaggero d'amore, e di -quale amore! Il Don Carlos di Alfieri invece conserva -come una religione nel profondo dell'animo -il segreto del grande e infelice amor suo. L'amico -suo Perez — tanto più vero anche in questo di -quel filantropo spostato del Marchese — l'amico -suo Perez, è egualmente devoto all'Infante e all'uomo, -è pronto sempre a morire per lui; ma non -osa mai di esprimere nemmeno un motto per cui -mostri di sospettare anche lontanamente nel figlio -del re di Spagna l'amante della matrigna. -</p> - -<p> -E Filippo? Più la storia si studia più si rimane -convinti che il Filippo d'Alfieri è assai più -vicino al vero Filippo della storia. È un uomo -che più che colle parole parla coi cenni, colle -occhiate, col silenzio. Al suo confidente Gomez -impone di stare ben attento; nè una parola, nè -un sguardo, nè un tremito, nulla deve sfuggirgli. -E dopo la scena rivelatrice dell'Infante e -della Regina, egli si limita a domandare: vedesti? -udisti?... E subito tronca il dialogo con -un gesto minaccioso. Mentre il sipario cala sul -palcoscenico, l'animo nostro rimane perplesso e -triste fantasticando le tristi cose che sapranno -fucinare insieme quei due tetri personaggi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_337">[337]</span> -</p> - -<p> -Il Filippo di Schiller al paragone è appena una -figura da melodramma. Alla prima, egli sembra -l'uomo più cupo, più chiuso, più impenetrabile; -ma intanto tutti conoscono i suoi segreti! Arriva -fino, in piena notte, mentre è assalito da -delle inquietudini molto naturali in lui — che -il poeta si arbitra d'invecchiare di quasi trent'anni — egli -arriva, dico, a chiamare un suo -servo, il fedele Lerna, e a manifestargli lo stato -doloroso dell'animo suo. Poi gli domanda come -mai egli possa vivere tranquillo lontano dalla sua -casa coniugale! E vorrebbe che il suo geloso furore -passasse dall'animo suo in quello del confidente. -A questo modo la sventura, vera o supposta, -di Filippo II per la corte e per la città è -omai diventata il segreto di Pulcinella. -</p> - -<p> -Scusate se ho insistito su questo punto. Dopo -che vennero di moda il teatro di Schiller e di -Victor Hugo, se n'è detto tante del povero Alfieri, -che credei mio dovere cogliere questa circostanza -per dimostrare, con un esempio, come per -confronti spassionati certe sue sconfitte potrebbero -facilmente convertirsi in palme di vittoria. -E, credete a me, questi luoghi nel teatro alfieriano -sono assai più numerosi di quello che non -si creda comunemente. -</p> - -<p> -Dell'Alfieri tragico si mettono sempre avanti -la durezza e l'aridità; ma anche su questa durezza -<span class="pagenum" id="Page_338">[338]</span> -e su questa aridità io avrei delle grandi -riserve a fare. -</p> - -<p> -È vero; tutto preoccupato del suo ideale poetico -e tutto <i>invasato</i> dal suo furore politico, l'Alfieri -faceva volontieri sacrificio, come dicemmo, -delle cose tenere e piacevoli. Ma dalla profonda -essenza del suo animo buono non di rado egli -seppe far anche scaturire dei getti di passione -calda, intensa, gentile che sono veramente irresistibili. -E dacchè ho nominato il Filippo lasciatemi -ricordare quella prima bellissima scena del -primo atto fra Don Carlos e Isabella. La delicatezza -squisita, toccante, ineffabile, con cui il giovane -principe prende argomento dai proprii dolori, -dalla propria disgraziata condizione di figlio -per aprire l'animo suo di amante alla matrigna, -la ricordate voi, o signore? Se una sola volta -l'avete o letta o udita in teatro, non credo che -abbiate potuto dimenticarla. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">......... Ei d'esser padre</p> -<p class="i01">Se pure il sa, si adira. Io d'esser figlio</p> -<p class="i01">Già non oblio per ciò; ma se obliarlo</p> -<p class="i01">Un dì potessi ed allentare il freno</p> -<p class="i01">Ai recessi lamenti, ei non mi udrebbe</p> -<p class="i01">Doler, no, mai, nè de' rapiti onori,</p> -<p class="i01">Nè dell'offesa fama, e non del suo</p> -<p class="i01">Snaturato, inaudito odio paterno;</p> -<p class="i01">D'altro maggior mio danno io mi dorrei....</p> -<p class="i01">Tutto ei m'ha tolto il dì che te mi tolse!</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_339">[339]</span> -</p> - -<p> -Percorrete i teatri di tutti i paesi e difficilmente -troverete una scena d'amore ove la confessione -dell'affetto prorompa in una forma più -veemente insieme e più nobile, più delicata. Di -questi passi il teatro d'Alfieri ne ha non pochi; -e basterebbe cercarli con qualche sollecitudine -per trovarli. Ne trovereste nella <i>Virginia</i>, nell'<i>Oreste</i>, -nella <i>Merope</i>, nel <i>Timoleone</i>, nel <i>Saul</i>. -Nel <i>Saul</i> specialmente. Ricordatevi, all'ultima -scena, quando il re vinto, disperato, si accomiata -da tutti i suoi e vuol rimanere solo, nella triste -solitudine di Gelboè ad attendere la vendetta di -Ieova. Pensate al modo con cui si congeda da Micol, -l'amatissima figliuola, affidandola ad Abner. -“Va' salvala!... Ma se mai cadesse nelle mani dei -crudeli nemici, non dire che essa è figliuola di -Saul. Di' ad essi invece che è moglie di David; -e questo basterà perchè la rispettino!„ È del -patetico insieme e del sublime, o signore. Questo -re orgoglioso e magnanimo, che nella vita -sua non ha avuto che un torto micidiale: la -sua gelosa rivalità per David; ora, arrivato al -tramonto tragico della sua esistenza, si rassegna -all'idea che la cara figliuola celi il suo nome, -nasconda d'esser nata da lui; si rassegna all'idea -che essa meglio sarà rispettata e salva invocando -il nome glorioso di David!... -</p> - -<p> -Quanto a me, vi confesso che ogni volta ch'io -<span class="pagenum" id="Page_340">[340]</span> -m'imbatto in uno di questi tratti di tenerezza -alfieriana, esso esercita sopra di me una potenza -di commozione indicibile. È come quando ci troviamo -di fronte a due temperamenti. Se voi sapete -che un uomo è proclive alla sentimentalità, -che ha sempre sul ciglio la lacrimetta furtiva, -anche se lo vedete intenerirsi e piangere, poco -vi commovete. Ma se invece v'imbattete in un -uomo fiero, abitualmente chiuso e burbero, e -sentite nella sua voce il tremito momentaneo del -singhiozzo, quel tremito passa come un guizzo -elettrico per tutte le fibre del vostro cuore, perchè -vi rappresenta il cozzo vittorioso della tenerezza -umana sopra tutte le difese e tutti i pudori -del temperamento. E allora voi vi commovete -e piangete con lui. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_341">[341]</span> -</p> - -<h3>VI.</h3> - -<p> -E, da ultimo, non dimentichiamo mai, o signore, -che Vittorio Alfieri non considerò la potenza -del suo teatro tragico e in genere la potenza -dell'arte sua che come un mezzo per -raggiungere una nobilissima meta: il rinnovamento -del carattere degli italiani, il riscatto civile -e politico d'Italia. -</p> - -<p> -Nel preambolo del suo <i>Misogallo</i>, egli vi dice -che vivendo, palpitando, fantasticando, scrivendo, -ebbe sempre davanti a sè tre Italie: quella che -fu, grande e gloriosa; quella che era al suo -tempo, abbietta e divisa; quella che sarà un -giorno, indubbiamente grande e gloriosa come -l'antica. E da queste tre Italie egli attinse tutte -le sue ispirazioni; e al culto di queste tre Italie -egli dedicò e consacrò tutte le forze del suo ingegno -fino al sacrifizio di ogni altro dilettevole fine. -</p> - -<p> -Io so che questa missione civile e politica farebbe -ridere certi nuovissimi poeti, i quali dicono -che l'artista, se vuol essere davvero rispettabile, -si deve chiudere dentro una “torre d'avorio,„ e -là dentro vivere tutto nell'adorazione egoistica -di sè e dell'arte sua, dimenticando che fuori di -<span class="pagenum" id="Page_342">[342]</span> -quella benedetta torre vi è pur sempre il consorzio -umano col suo patrimonio di dolori grandi e -di gioie scarse, assetato di spirituali emozioni, -affamato di verità e di giustizia. Però, a quel -tempo, non soltanto l'Alfieri ma tutti la sentivano -in modo diverso; e nel confronto non credo che -noi abbiamo molto da vantarci, guardando anche -solo alla eccellenza artistica delle opere compiute. -</p> - -<p> -Quanto all'Alfieri, anche se il suo sacrificio fu -grande, la ricompensa fu certo invidiabile. Ne' -suoi ultimi tempi, in mezzo alla tristezza della -vita che tramontava, in mezzo ai disinganni d'ogni -genere, in mezzo ai crucci e agli sdegni che -suscitavano in lui le condizioni miserrime d'Italia -e la insolenza forestiera, giunto presso al momento -d'entrare nella storia, il nostro poeta, -come si legge dei guerrieri delle leggende, fu consolato -da un superbo sogno, che potè esprimere -in bellissimi versi. — Egli vide nel futuro gl'italiani -redivivi e in armi contro la prepotenza straniera; -e li vide (o gioia!) eccitati alle virtù militari -e civili da due potenti stimoli: il ricordo -delle virtù degli avi, e i versi di Vittorio Alfieri. -Poi sentiva dalla Posterità venirgli una voce di -plauso che diceva: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">... O vate nostro, in pravi</p> -<p class="i01">Secoli nato, eppur create hai queste</p> -<p class="i01">Sublimi età che profetando andavi!</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_343">[343]</span> -</p> - -<p> -Così egli raggiunse la meta più bella che un -poeta, un artista possa mai domandare. Vide l'opera -sua non limitata al puro campo delle lettere; -vide dalla sua poesia scaturire una nobilissima -corrente di forze redentrici in pro del suo paese; -e la sua figura di poeta grande completarsi nella -figura di grande cittadino. -</p> - -<p> -Con l'Alfieri, infatti, l'Italia finalmente si ricorda -che le lettere possono e debbono avere un -nobile ufficio. L'Arcadia muore davvero con lui; -ed egli diventa come il primo aureo anello di -una nobilissima catena della quale fanno parte -tutti i più insigni e forti e generosi spiriti ne' -quali siasi poi compiacciuta e glorificata l'Italia. -</p> - -<p> -Per questo il nome dell'Alfieri fu sempre invocato -come un eccitamento e come un auspicio. -Per questo i suoi versi, mentre arroventavano -sotto il sole le plebi d'Italia, serpeggiavano -nell'ombra delle congiure ed erano adoperati -come un vino generoso a fortificare i combattenti -nelle agonie delle prove supreme. Per questo -Giuseppe Mazzini chiamò Vittorio Alfieri il primo -italiano moderno; e Vincenzo Gioberti attestò -che, solamente risorti a libertà e fatti virtuosi, -gl'italiani sarebbero stati degni di sdebitarsi con -la memoria di Lui. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_345">[345]</span> -</p> - -<h2 id="vico">GIOVANNI BATTISTA VICO -<span class="smaller">(1668-1743)</span></h2> - -<p class="center"> -CONFERENZA -</p> - -<p class="center"> -DI -</p> - -<p class="center"> -<span class="smcap">Giovanni Bovio</span> -</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_347">[347]</span> -</p> - -<h3>I.</h3> - -<p> -Sapete le cagioni dell'indugio a venire e non -occorre scusarmene. Ogni uomo che studia e -ricorda parla volentieri a Firenze, specialmente -se il discorso lo allontana dalle cose presenti e -lo chiama a cose migliori. -</p> - -<p> -Non sono divagazioni letterarie. L'uomo che -aborre dalle memorie è straniero anche al suo -tempo; si crede un novatore ed è un illuso; e i -disinganni lo traggono ad una specie di pessimismo -incosciente. -</p> - -<p> -Vico fu per Napoli quel che Dante per Firenze. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Non è senza ragion l'andare al cupo,</p> -</div></div> - -<p> -disse Dante; e Vico vi si profondò. Due grandi -infelici, l'uno descrivendo le leggi dell'eternità, -l'altro, del tempo. E l'uno nell'eternità descrisse -i tempi; l'altro nel tempo le leggi eterne. L'uno -e l'altro più che ai contemporanei parlarono a -<span class="pagenum" id="Page_348">[348]</span> -quelli che il loro tempo avrebbero chiamato -antico. -</p> - -<p> -Dante finì col farsi parte per sè solo, Vico fu -solo sempre, e la solitudine che all'uno parve -elezione, all'altro necessità, fu destino per entrambi, -che non maledissero mai alla Fortuna, -considerandola nel <i>fatale andare</i>. L'epigrafe di -Dante a sè è mesta, come l'autobiografia di Vico; -ma il dolore del genio non si estende sul destino -della specie. -</p> - -<p> -I padri vostri condannarono Dante, quando non -era Dante ancora; Vico, vivente, non fu mai Vico -per Napoli, per la città de' miracoli del genio e -dell'ignoranza. Le CXIV <i>degnità</i> innanzi alla -Scienza Nuova sono come le terzine di Dante al -sommo di una porta: parole di colore oscuro. Perciò -Vico non esiste nè anche oggi per molti, come -non esisteva Dante per Voltaire e Lamartine. -</p> - -<p> -I cerchi di Dante e di Vico sembrano limitati -e si dilatano sempre, e ti ritrovi dentro quando -credi esserne uscito <i>a riveder le stelle</i>. Così ai -tempi nostri, in tanta luce di civiltà, ci sentiamo -come attraverso una selva, sotto l'imminenza di -un altro giudizio niente allegro per i potenti e -pe' fiacchi che vedono anch'oggi la lupa ammogliarsi -a molti animali. E vediamo anch'oggi Vico -a un certo punto spezzare il circolo e ripetere: -<i>Mundus adhuc juvenescit.</i> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_349">[349]</span> -</p> - -<p> -Ma noi, in tema di scienza, non dobbiamo lasciarci -sopraffare dalla fantasia. Dobbiamo rassegnatamente -contenerci nel tema, e neppure in -tutto, bensì in quella parte che può capire nel -discorso. -</p> - -<p> -Il punto più oscuro per me nella storia del -pensiero è stato sempre questo: come fu, come -è possibile che Vico non esiste ne' tempi suoi? -Io — dal Fedone platonico sino alle più recenti -biografie su Bruno — non conosco e non so immaginare -una tragedia del pensiero più fosca di -quella di Vico; e m'induco a sospettare non sia -stata piuttosto una leggenda che una tragedia. -</p> - -<p> -In fatti, è assai doloroso vedere ad un pensatore, -ad un artista, ad un benemerito della civiltà -destinato il carcere invece del Pritaneo, il -patibolo invece de' primi onori. Pur si spiega. -Ma vedere sotto il silenzio passare un uomo che -reca in mano la Scienza Nuova, vederlo passare -per la più bella e popolosa città d'Italia come in -mezzo ad una selva ne' tempi muti, è un fenomeno -non pur desolante ma inesplicabile. E sarebbe -incredibile, se i documenti non resistessero -al dubbio. -</p> - -<p> -Che fu dunque? Fu oscuro? Ma non più di -Dante, sotto il velame de' versi strani, nè più di -Bruno e di Spinosa, che pur meritarono l'onore -di qualche ammaccatura. Parve stranezza più -<span class="pagenum" id="Page_350">[350]</span> -che originalità ridurre a scienza la storia de' fatti -umani? E non parve stranezza minore ai contemporanei -di Copernico e di Galileo far girare la terra -sotto ai nostri piedi, e pur que' due ebbero gloria -e protettori. E poi la stranezza che rasenta o simula -l'originalità è tante volte argomento di -fama, se non di gloria. Un uomo affatto non inteso -dall'età sua è un anacronismo, il quale è grottesco -se non è follia. Può essere un solitario sino -a quando la sua teoria non si faccia luce nuova -e diffusa, ma il lampo se ne vede sempre. -</p> - -<p> -E qui fermiamoci. Lasciamo stare gli <i>anacronismi</i>, -i <i>miracoli</i> del genio, e le supposizioni metafisiche -che si sono fatte a spiegare l'oscurità -di Vico tra' contemporanei. Quelle illustrazioni -accrescono l'oscurità. Vico fu un solitario. -</p> - -<p> -Chiariamo. -</p> - -<p> -Ogni teoria, ogni autore d'una teoria vengono -in proprio tempo e luogo. A questa storia del -pensiero non poteva sottrarsi Vico che la costruì. -Gli anacronismi non sono dunque nella storia del -pensiero ma delle infermità umane. -</p> - -<p> -“<i>Dunque Vico fu inteso ed ebbe, nel suo tempo, -seguaci i Vichisti</i>.„ Così disse Poli e negò il fatto. -</p> - -<p> -“<i>Vico non fu inteso, perchè la sua storia delle -idee umane presupponeva una metafisica della -mente umana, che venne di poi</i>.„ Così disse Spaventa -e negò la teoria. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_351">[351]</span> -</p> - -<p> -I vichisti contemporanei di Vico sono una -favola; ed è un errore affermare che un sistema -possa derivare da una dottrina che nascerà dopo. -Le antecedenze di Vico non si troveranno in -Germania presso Kant, ma si trovarono in Italia -e nel terzo periodo del Rinascimento. Anche ad -ammettere che sia venuto dopo chi lo abbia chiarito -ed integrato, ci aveva ad essere prima chi -gli aprì la via e gl'indicò la traccia. La famosa -<i>proles sine matre nata</i> possiamo lasciarla all'enigma -del Macduffo shekspeariano. -</p> - -<p> -Insomma, raccogliendo il mio pensiero in forma -chiara, vo' dire che Vico fu piuttosto non approvato -che non inteso, perchè non la teorica -mancò a lui ma la prova di fatto, quella appunto -che più gli bisognava; non fu giudicato oscuro -ma <i>incerto</i>; e non fu, quindi, un anacronismo, -ma un solitario. -</p> - -<p> -E i solitarii non sono eccezioni, sono pensatori -che entrano nella categoria di coloro che hanno -larghe visioni e piccola prova. Vico, in fatti, fece -correre la storia ideale eterna sopra un piano -angusto — sul vecchio mondo greco-latino — e -con poche fonti, fra le omeriche e le dodici tavole. -Intuizione immensa e prova scarsa. -</p> - -<p> -La grandezza e novità dell'intuizione fu intesa -da tutti; la povertà della prova consigliava -riserbo ed aspettazione di altri fatti. -<span class="pagenum" id="Page_352">[352]</span> -<i>Aspettiamo la prova:</i> ecco la solitudine intorno -a Vico. -</p> - -<p> -Aspettiamo la prova: non si poteva dire così -a Copernico e a Galileo, nè a Cartesio ed a Spinoza. -In Vico è immediatamente visibile la sproporzione -tra l'immensità dell'intuizione e la portata -de' fatti. -</p> - -<p> -Se non dunque da' fatti, donde ei trasse l'intuizione -che è il titolo unico della sua gloria? -</p> - -<p> -Non da Cartesio che aveva respinto — vano -ingombro alla memoria — la storia e le lingue; -nè dal primo sè stesso, che nell'<i>Antichissima -Sapienza</i> aveva attribuito parlari filosofici alle -origini umane. Nella <i>Scienza Nuova</i> dimostra -invece che il cammino dell'uman genere non -comincia da concetti filosofici, ma da grossolane -immagini. Dal senso si comincia, si sale alla fantasia, -si arriva alla ragione; ed a questi tre gradi -della mente rispondono tre età, che egli chiama -tempi divini, tempi eroici, tempi umani. -</p> - -<p> -Fermiamoci ancora. Abbiamo una successione -di tempi secondo una graduale evoluzione psichica, -la quale comincia dal senso e perviene -alla ragione. -</p> - -<p> -È dunque una filosofia della storia a base di -una psicologia naturalistica, che prende le mosse -dall'evoluzione del senso. Egli dirà di avere avuto -presente il Verulamio e di averlo voluto integrare; -<span class="pagenum" id="Page_353">[353]</span> -ma egli deriva dal Naturalismo italiano, -che, da Telesio a Campanella, aveva dato quell'indirizzo -alla psiche. -</p> - -<p> -E non è tutto. Quando le leggi della natura -erano state determinate da Leonardo a Galileo -e le leggi del pensiero da Pomponazzi a Bruno, -la conseguenza inevitabile era determinare le -leggi della storia. Vico doveva essere la suprema -parola della rinascenza italiana. -</p> - -<p> -Così intesi — e lo proverò meglio in altra mia -opera — l'evoluzione dell'essere: Natura, pensiero, -storia. La natura, organandosi, si fa pensiero; -il pensiero, consociandosi, si fa storia. -Il fatto naturale diventa pensiero; il pensiero -diventa fatto storico. Quindi la natura è inscienza; -il pensiero è scienza; la storia è coscienza. -</p> - -<p> -Ne' tre periodi del Rinascimento noi troviamo -intera questa evoluzione dell'essere, che si compie -in Vico. Dopo, il nostro sapere è importazione. -</p> - -<p> -Del significato e del valore di questa importazione -tratterò in altro discorso, nel quale dimostrerò -come la scolastica sia stata europea; -italiano il Rinascimento; e come dalle nuove -correnti del pensiero europeo sia stato perfezionato. -Ora è chiaro come Vico sia stato non un -ignoto ma un solitario; e come abbia trovato nel -Risorgimento italico le antecedenze. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_354">[354]</span> -</p> - -<p> -Una obiezione, prima di esaminare da un punto -pratico il sistema di Vico: — Come può allignarsi -sul tronco del Risorgimento egli che in -ogni parte dell'opera sua introduce la <i>provvidenza?</i> -</p> - -<p> -Si guardi bene: quella <i>provvidenza</i> non è influsso -esteriore, è insita nel <i>senso comune umano</i>, -che si move <i>usu exigenti, ut que humanis necessitatibus -expostulantibus</i>. -</p> - -<p> -Ed ora esaminiamo il significato storico della -<i>degnità</i>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_355">[355]</span> -</p> - -<h3>II.</h3> - -<p> -Signori, un secolo e settant'anni sono passati -dalla prima pubblicazione della Scienza Nuova, -e gli uomini politici brancolano ancora tra gli -espedienti e la casistica come se fossero ancora -ne' Consigli di Giovanni Bottero o nella Corte di -Baldassare Castiglione. Che sarà domani? Chi, -quale partito vincerà alle urne? Il papa consentirà -o no aiuto al Governo? Qual'è l'avvenire -dell'Italia in Africa? L'invocazione ufficiale di -Dio porta vittoria? Il programma vero, concreto, -vittorioso, come dev'esser fatto, da chi, dove, a -Palermo o a Roma? E quali i contraccolpi che -gli potranno venire da Parigi, da Berlino, da -Londra? I repubblicani, i socialisti, gli anarchici, -tutte le utopie non si affacciano in nome di una -felicità di cui i filosofi indicano la porta, e i sacerdoti -custodiscono la chiave? Nessuno risponde: -voi restate come le mummie di Ruisch dopo l'ora -dell'anno secolare, e il libro degli eventi resta -innanzi a voi suggellato come prima. Voi non -sapete se gli accorgimenti del più astuto saranno -meno fortunati della pietra del primo monello. -<span class="pagenum" id="Page_356">[356]</span> -Che fosse una povera illusione la filosofia della -storia? e perciò avviene che chi più la studia si -trova meno veggente del primo avvocato che -afferra il timone dello Stato? -</p> - -<p> -La leggenda del genio incompreso è finita per -sempre; ma potrebbe esser finita la credibilità -della filosofia della storia. E questo non è vero: -centosettant'anni sono appena l'infanzia di qualunque -scienza; e pure il moto della filosofia della -storia è stato sì rapido che da essa è già nata -la <i>Sociologia</i>. Con questo nuovo nome voi potete — se -mai — travestirla, non già negarla; e -Comte nascerà dopo Vico, come Vico dopo tutto -il moto del rinascimento. -</p> - -<p> -Se il domani vi sfugge, non per questo negherete -la logica de' fatti umani. Di molte scienze, -sulle quali sono corsi due millenarii, le applicazioni -sono tuttora difficili; e se il cervello dello -scienziato oscilla innanzi ai profili incerti di molti -fatti, quelle scienze sopravvivono alle oscillazioni -ed agli errori. Se voi sapeste i coefficienti e gli -esponenti certi di molti fatti umani; se la critica -storica — nata anch'essa dopo la filosofia della -storia — potesse sorprendere vivi certi segreti -di gabinetto, certi arcani di Corte e di Curia, -certi motori invisibili; voi vedreste il domani -come gli astronomi. Ed occorre altresì la qualità -della mente osservatrice: innanzi al fatto si vuole -<span class="pagenum" id="Page_357">[357]</span> -occhio d'aquila per vedere prima e dopo: mentre -il pedante ripete i luoghi comuni della metafisica -e del positivismo e sdottoreggia in astratto, il -fatto gli passa innanzi irridendolo. Il grande -osservatore è sempre qualcuno che sta fuori -della scuola, e sdegna le categorie. Come il vero -pensatore non è mai tutto uomo di parte, così -l'acuto osservatore non è uomo d'una scuola. -Allora si pensa, allora si osserva, allora un fatto -che fugge inosservato innanzi a cento si ferma -innanzi a lui. Allora nascono quelle previsioni -che prima fanno ridere il volgo de' dottorelli e -poi fanno ridere del riso. -</p> - -<p> -Questa scienza esiste, e la logica de' fatti umani -non è meno inesorabile della logica de' fatti naturali -e della logica delle idee. Sono una logica -sola. Voi potete negare a Vico tutti i ricorsi, -negare che i vescovi siano aruspici, che il diritto -feudale sia il diritto quiritario, che Calcante rinasca -in Gregorio VII; negare questa e quella -parte della sua teoria filologica e metafisica, le -sue rivelazioni su Omero, sulle XII tavole, su' re -di Roma e sugli eroi di Grecia; voi non negherete -la logica de' fatti e Vico resta, come resta la -legge di gravitazione, anche se sia sbagliato il -calcolo delle masse e delle distanze. -</p> - -<p> -E non parlo a caso, perchè come il calcolo si -è già impadronito della logica delle idee, così si -<span class="pagenum" id="Page_358">[358]</span> -farà padrone della logica de' fatti. A questo solo -patto il naturalismo si farà scientifico. Vico sdegna -il processo geometrico, se è formale ed esteriore -come quello di Spinoza — <i>more geometrico</i> — non -è reale ed intimo come quello delle cose: -<i>l'ordine delle idee dee procedere secondo l'ordine -delle cose</i>. -</p> - -<p> -Questa unità dell'ordine è il presupposto di -tutte le <i>degnità</i> vichiane. È un presupposto rispetto -alla <i>Scienza Nuova</i> ma è un corollario -del Rinascimento sino a Bruno. Che sono le -<i>Degnità</i>? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_359">[359]</span> -</p> - -<h3>III.</h3> - -<p> -Sono assiomi filosofici e filologici, onde muove -la Scienza Nuova, entro la quale scorrono, dice -Vico, come nel <i>corpo animato il sangue</i>. -</p> - -<p> -Filologici e filosofici sono, ma portano sempre -contemperati questi due termini — il Vero e il -Certo — dovendo i filosofi <i>accertare</i> e i filologi -<i>avverare</i>. -</p> - -<p> -Ciò che nell'ordine speculativo è integrare il -<i>Vero</i> nel <i>Certo</i> (<i>accertare, sperimentare</i>), nell'ordine -pratico è integrare la <i>sentenza</i>, nel <i>responso</i> -(<i>avverare, indurre</i>). -</p> - -<p> -Il responso è l'espressione assoluta del diritto -universale; la sentenza è l'espressione relativa -dell'utile momentaneo; l'uno è dato dal giureconsulto, -l'altro dal politico. -</p> - -<p> -La dignità che contempera il Vero col Certo, -il responso con la sentenza, è data dal giureconsulto -politico, che è filosofo della storia nato. -</p> - -<p> -La suprema espansione del responso fu data -dal giureconsulto romano: <i>Libertas summis infimisque -acquanda</i>. La suprema espressione della -sentenza fu data dal politico per eccellenza, da -<span class="pagenum" id="Page_360">[360]</span> -Machiavelli: <i>Ei convien bene che accusandolo il -fatto, l'effetto lo scusi</i>. La suprema espressione -della dignità è la <i>comunione di tutte le civili utilità -conformi alla natura degli uomini governati</i>. -</p> - -<p> -Queste tre nature di uomini pratici sorgono -tipiche in Italia, il giureconsulto quando lo Stato -è forte, il politico quando lo Stato è caduto, il -giureconsulto politico quando lo Stato risorge. -Ed esprimono il genio del tempo e de' luoghi: -il giureconsulto è romano; il politico è fiorentino; -il giureconsulto politico è napolitano. Tenete occhio -ai tempi ed ai luoghi e vi spiegherete questi -tre tipi etici. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Signori, io vedo che dopo Vico il circolo de' -ricorsi si apre nella retta di Herder, indicante -la continuità del progresso, e poi nella spira di -Hegel, che sale per volute sempre più larghe, a -ciascuna delle quali Ferrari tenta sovrapporre il -numero. Il medio evo mal noto a Vico e il mondo -moderno, quasi negletto, si vendicano. Pur egli -resta un titano in mezzo ai contemporanei, anche -quando <i>bacia i santissimi piedi a Clemente XII</i>, -mentre il Comazzi, il Radicati, il Giannone protestano -contro le usurpazioni pontificie. -</p> - -<p> -Ma questi altri erano consiglieri e Vico fondava -la Filosofia della storia, innanzi alla quale -l'età de' consiglieri politici finisce. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_361">[361]</span> -</p> - -<p> -Che vuole Comazzi? — Flagella la divisione -de' poteri, e torna, ridendo, a Machiavelli e a -Campanella. Il Radicati vuole armato il potere -civile contro le usurpazioni pontificie, delle quali -Giannone dimostra le frodi. Illustrare la lupa -dantesca era inutile, quando il tempo chiedeva -sapere ciò che le leggi della storia potevano permettere -sotto il destino delle date e lo svolgersi -fatale delle necessità umane. -</p> - -<p> -Questo fece Vico a cui potete perdonare le -convulsioni del genio contro la continua ribellione -de' fatti mal noti a lui; perdonare, ammirando -un uomo tanto modesto e tanto audace -che, postosi contro le tradizioni contemporanee, -osa ricomporre i fatti contro le date naturali, o -decapitare gli eroi della storia, se contrastano -al suo pensiero. -</p> - -<p> -Continuando l'indagine sulle leggi storiche, -possiamo trarne alimento al carattere e alla fede -civile. Molte cose ci sanno di reazione, ma nessuna -può accennare alla possibilità di un ricorso. -Alcuni possono tentare patti segreti o palesi con -la Chiesa; ma nessuno può ritrarci all'età dei -vescovi. Si moltiplichino pure quanti ordini cavallereschi -possono confortare la vanità borghese, -ma nessuno può ripetere la storia de' feudi. Potete -invocare ora Dio ora la Dea Ragione, ma -non farete nè una crociata nè una rivoluzione -<span class="pagenum" id="Page_362">[362]</span> -francese. Ripetete pure una <i>Sainte-Barthèlemy</i>, -una <i>dragonnade</i> contro i socialisti, non sopprimerete -la quistione sociale, come i socialisti non sopprimeranno -le necessità politiche. La Filosofia -della storia indica la successione degl'ideali, integra -l'antecedente nel susseguente, destina il -proprio posto a ciascun istituto, a ciascuna forma, -e non consiglia ma traccia il cammino ai partiti, -ai Governi, ai popoli, aprendo le storie particolari -verso la storia universale. -</p> - -<p> -E questo destino delle cose ci compensa de' -disastri momentanei che avviliscono gli animi -deboli o sorpassati da' fatti. Perciò Oantù rovesciò -il cono e fece più strette le volute come -più la storia si accostava ai tempi nostri, sostituendo -l'elegia al carme secolare. -</p> - -<p> -No: io posso esser vinto oggi; ma se sotto la -mia fronte si agita un'idea, le coalizioni avverse -non sono più forti di me, e gli eventi non -sono chiamati a sconfessarmi. Quest'idea mi salva -dalle diverse congiure e malizie e mi mette sulla -via per la quale dovranno passare i più fortunati -di noi. -</p> - -<p> -La forza di quell'uomo non deriva dal numero -o dalle clientele, e neppure da' partiti; ma -dal posto e dal grado che la sua idea occupa -nell'ordine delle cose. Se le ripulse esteriori respingono -Vico dentro sè stesso, ei diverrà il -<span class="pagenum" id="Page_363">[363]</span> -Cristoforo Colombo della sua coscienza e scoprirà -il mondo delle nazioni. Voi credete di averlo -superato, e ne' progressi vostri ei diviene il maggiore -de' vostri contemporanei. -</p> - -<p> -In nome delle leggi scoperte ammonisce i banditori -di programmi che non promettano da deputati -ciò che da ministri non manterranno, perchè -l'età nostra non tollera una politica d'inganni. -Agli altri dice che chi violento contrasta al cammino -delle cose, lo affretta, e chi troppo lo incalza, -lo stanca o devia. Il moto delle cose uniformemente -accelerato sconcerta i circoli di Vico, -l'isocronismo di Ferrari e la boria nazionale di -Hegel; ma illustra più rapidamente le idee e, -attraverso le gelosie degli Stati, conserta le mani -delle nazioni. -</p> - -<p> -Con tutte queste diversioni io sono pur rimasto -sul campo generale delle idee. Desiderate -una qualche applicazione viva e pratica ai casi -presenti, alla storia dell'ultimo triennio, al Governo, -al capitale, alla religione, alle arti? Bisognerà -più coraggio a voi a chiamarmi che a -me a parlare. -</p> - -<p> -Se in questa città Machiavelli potè scrivere -le più terribili sentenze della politica, è segno -che qui si possono dire le più ardite espressioni -della libertà. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_365">[365]</span> -</p> - -<h2 id="fisica">LA FISICA SPERIMENTALE -<span class="smaller">DOPO GALILEO</span></h2> - -<p class="center"> -CONFERENZA -</p> - -<p class="center"> -DI -</p> - -<p class="center"> -<span class="smcap">Alberto Eccher.</span> -</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_367">[367]</span> -</p> - -<p class="pad2"> -Giammai pensiero salì più accetto nelle sfere -dell'infinito di quello di Galileo nel tempio di -Pisa, quando il lento oscillare della lampada, pur -mostratosi le migliaia di volte a tanti distratti fedeli, -fu per lui il baleno di luce con cui “l'infinita -sapienza, il sommo amore„ lo trasse alle -meravigliose scoperte, che resero attonito il mondo -intero, e furono base incrollabile d'ogni umano -progresso. -</p> - -<p> -E giammai il genio fu maggiormente torturato -di quanto non lo fosse in Galileo stesso; costretto -dalla perfidia degli uomini, dalle vessazioni dei -Gesuiti, dal risentimento di un Papa a ritrattare -verità, che luminose gli irradiavano nella mente, -e svelavano agli uomini il mirabile assetto dei -mondi, le cause ed il succedersi dei fenomeni. -</p> - -<p> -Il forte pennello del Barabino, troppo presto -all'arte rapito, che fa rabbrividire con papa Bonifazio -VIII e fremere col Cristoforo Colombo al -consiglio di Salamanca, fa pensare davanti al Galileo -in Arcetri. — Tu vedi il nobile vegliardo, -quasi a sedere sul letto, spento lo sguardo indagator -<span class="pagenum" id="Page_368">[368]</span> -dei cieli, rassegnato, e tutto intento a -dettare ai suoi discepoli una dimostrazione, che -colla posa stessa delle mani ti rende evidente.... -E quanto sieno interessanti le cose che espone, -lo desumi dall'atteggiamento dei discepoli che, -protesi verso di lui, pendono dal suo labbro. -Nè l'età, nè le sofferenze, nè le persecuzioni -hanno fiaccato quell'indomita energia.... Ma la -terra, liberata ormai dall'immobilità cui la dannava -la Bibbia, roteando negli spazi infiniti, invita -lo spirito del Galileo a bearsi nelle superne -sfere.... e ne reclama la spoglia.... e papa Urbano -VIII s'affretta a mandare al sommo filosofo -l'apostolica benedizione. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -La vita, il pensiero, il martirio del sublime -maestro furono con robusta eleganza di forma, -con profondo sentimento filosofico, tratteggiati -l'anno scorso, in questa sala ospitale, dal chiarissimo -professore Del Lungo, ed io sciuperei -opera così armonica qualunque cosa aggiungessi; -ma non potevo non prender le mosse dall'instauratore -della scienza nuova, per ragionare dei -progressi della fisica dopo la di lui morte. -</p> - -<p> -Vasto è l'argomento per poter essere condensato -nel breve volger di un'ora; quantunque -non intenda farvi una dissertazione sull'eccellenza -del metodo sperimentale, e come esso abbia -<span class="pagenum" id="Page_369">[369]</span> -riformato dalle fondamenta e studio e costumi -e vita. -</p> - -<p> -Lo che mi parrebbe altrettanto utile fatica, -quanto il pretender d'aggiungere maestà alla -splendida Cupola del Brunellesco, incastrandovi -una modesta pietruzza. La bontà del metodo è -provata dai progressi della scienza, che poggia, -cupola meravigliosa, sul tempio eterno del vero; -di quei progressi, che sono nel sentimento di -tutti noi, e che ci permettono di vivere di vita -intensiva, accelerata, direi quasi lo spazio di -un secolo nel breve giro di pochi anni. -</p> - -<p> -Come all'affaticato spirito riesce gradito il ricordo -dei primi anni, il rammentare le cose allora -imparate, le impressioni ricevute; ed anzi -il passato, sotto la nuova luce di lunga esperienza -ricomparendo, torna fonte di nuove impressioni -e di più larghe vedute; così a Voi, -gentili, di cui la presenza è prova del culto che -portate alla scienza, non riuscirà discaro ch'io -rammenti i primi passi, le prime scoperte della -fisica, fattasi ora matrona. Giacchè non va dimenticato, -che solo con Galileo incomincia il metodo -sperimentale, e che di quanto ci fu tramandato -dagli antichi nel campo della fisica, ben -poche cose rimangono, e si riducono a semplici -osservazioni di fatti. Nessuna teoria che possa -reggere all'analisi moderna, se ne togli il concetto -<span class="pagenum" id="Page_370">[370]</span> -atomistico de' Greci; e delle leggi dedotte -da speculazioni dello spirito, ben poche ressero -alla prova dei fatti. E d'altra parte, mai la più -piccola esperienza torna invano, ogni più minuto -fatto acquisito alla scienza, quando non sia -causa diretta, come spesso avviene, di grandi -scoperte, è un elemento importante che attende -con molti altri la mente superiore che sappia -coordinarli, e trarne qualche nuova teoria, ricca -di deduzioni ed applicazioni. -</p> - -<p> -Concedete quindi, che passi in rapida rassegna -le conquiste più salienti della scienza in Italia -nell'avventurato secolo XVII, e fin verso l'ultimo -terzo del secolo XVIII, sì scarso di risultati di -fronte al primo. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Sparito il divino maestro, i prediletti discepoli, -custodi del suo pensiero, sorgono banditori del -nuovo evangelio. -</p> - -<p> -Benedetto Castelli, nobile Bresciano, in Roma -stessa, lui, frate di Montecassino, difende apertamente -le dottrine astronomiche del Galileo. Ancora -nel 1615 era sceso in campo contro il Della -Comba ed il Di Grazia per sostenere le vedute -del Maestro sull'idrostatica, e pubblicava nel 1628 -la sua opera “<i>Dimostrazioni geometriche della -misura delle acque correnti</i>„ nella quale per il -primo espone chiaramente i principii del moto -<span class="pagenum" id="Page_371">[371]</span> -delle acque nei canali e nei fiumi; opera che lo -rese tanto celebre da valergli da Urbano VIII la -cattedra di matematiche in Roma e la direzione -di importanti lavori idraulici, condotti a termine -con esito felicissimo. — E come aveva aiutato -Galileo nelle osservazioni astronomiche, in cui -era espertissimo, ideò il metodo della proiezione -per render visibili le macchie solari, senza offesa -della vista, ed introdusse, per avere maggior -chiarezza, i diaframmi nei cannocchiali. -</p> - -<p> -Preludio alle ricerche che resero celebre nel -nostro secolo il modenese Melloni, sperimentò pel -primo sul calorico raggiante, avvertendo come i -corpi in maggiore o minor grado si riscaldino a -seconda dello stato di lor superficie e colore. Nè -va taciuta l'idea di raccogliere quello, che fu -poi detto lo spettro magnetico, dato dal disporsi -su d'un diaframma della limatura di ferro attirata -da poli di sottoposta calamita; metodo al quale -tutt'oggi si ricorre per mostrare le linee di forza, -nello studio delle macchine dinamo elettriche. -</p> - -<p> -Fu il Castelli che spinse Bonaventura Cavalieri -Bolognese, dell'Ordine dei Gesuati, da tempo -soppresso, a dedicarsi alle matematiche, ed a -frequentare in Pisa le lezioni del Galileo, per -passar poi ad insegnare nell'Università stessa -della sua patria. -</p> - -<p> -Nell'opera del Cavalieri “<i>Geometria indivisibilibus -<span class="pagenum" id="Page_372">[372]</span> -continuorum nova quâdam ratione promota</i>„ -trovansi gettate le basi del calcolo infinitesimale, -intraveduto già, per testimonianza dello stesso -autore, dal Galileo. Mentre nei libri “<i>De speculo -ustorio</i>„ ed “<i>Exercitationes Geometricæ</i>„ il Cavalieri -ci dà mirabile saggio delle sue nozioni nel -campo della fisica, trattando, come nessuno prima -di lui, il problema della ricerca delle distanze -focali nelle lenti concave e convesse. -</p> - -<p> -Soli due anni dalla morte del gran Maestro -veniva a mancare, in età non grave, il coraggioso -Castelli; e tre anni appresso, a soli 49 anni, -anche il Cavalieri. -</p> - -<p> -Nè meno inesorabile scese la morte a colpire -il più caro fra i discepoli del Galileo, Evangelista -Torricelli, faentino, mancato esso pure nel 1647 -nella verde età di 39 anni. -</p> - -<p> -Seguiva il Torricelli in Roma le lezioni dell'abate -Castelli, quando nel 1638 venne alla luce -il trattato del Galileo “<i>Discorsi e dimostrazioni -matematiche intorno a due nuove scienze</i>„ sul -qual trattato compose un'opera che presentava, -sotto rinnovellata forma, le teorie sul moto dei -gravi. Sottoposto il manoscritto dal Castelli al -Galileo; già cieco ed aggravato dagli anni, e -più dalle infermità, il nobile vegliardo espresse -il vivo desiderio di conoscerne l'autore, per affidargli -il cómpito di ultimare i due ultimi dialoghi -<span class="pagenum" id="Page_373">[373]</span> -del suo trattato; e nell'ottobre del 1641 il -Torricelli venne ospite del Galileo in Arcetri, e -più che ospite gli fu discepolo, collaboratore, e -consolatore carissimo. Troppo breve tempo fu -dato al giovane Torricelli di abbeverarsi a quella -fonte inesauribile d'ogni umano sapere; ma i -tre mesi che passò presso il Maestro lasciarono -profonda impronta nell'amato discepolo. -</p> - -<p> -Morto il Galileo, per le premure del Granduca, -accettò di trattenersi in Firenze in qualità -di matematico della Corte, succedendogli -nella cattedra. -</p> - -<p> -Fu ancora nel 1643 che ideò lo strumento pel -quale, più che per tutte le altre opere, il nome -suo passò glorioso alla posterità: <i>il Barometro</i>. -È nota la leggenda del pozzo a Boboli, nel quale -l'acqua aspirata per tromba non arrivava che a -sole 18 braccia di altezza, e la risposta del Galileo -al Granduca che l'aveva interpellato: che -se nei libri di Aristotile era scritto che la natura -aveva orrore del vuoto, e se il fatto mostrava -che l'acqua non saliva più su, voleva -dire che quest'orrore aveva per limite per l'appunto -le 18 braccia date dall'esperienza. Certo -che se Galileo dette tale risposta lo fece per -evitare contestazioni, e possibili noje a sè stesso, -prigioniero dell'Inquisizione, col contradire all'autorità -di Aristotile. Ma l'aver conosciuto l'equilibrio -<span class="pagenum" id="Page_374">[374]</span> -dei liquidi in vasi comunicanti, e l'aver -dimostrato che l'aria pesa, prova chiaramente -che aveva pensato alla risoluzione del problema, -non accontentandosi di quanto ne aveva scritto -ne' dialoghi, ne' quali parlando della resistenza -della colonna liquida al rompersi, ammette che, -analogamente ad un filo metallico che tirato in -alto, giunto ad una certa lunghezza pel proprio -peso si strappa, altrettanto avvenga della colonna -d'acqua al limite di braccia 18. — La tromba era -già un barometro ad acqua; non per questo fu -meno felice l'idea del Torricelli di sostituirvi il -mercurio riducendo così lo strumento a comode -proporzioni; idea che, svelata all'amico Viviani, -fu da questi subito tradotta in atto, ottenendo -per l'appunto quanto l'acuto ingegno del Torricelli -aveva divinato. -</p> - -<p> -Lo stesso Torricelli, sperimentando col suo -strumento, pose in chiaro il variare dell'altezza -della colonna barometrica col mutare del tempo, -se pur non anche lo scendere della colonna col -crescere dell'altitudine, benchè di tale esperienza -generalmente si riconosca illustratore il Pascal. -</p> - -<p> -È questa del Barometro tale una felice intuizione, -sì ricca di utili applicazioni, che basta -da sola alla gloria di un uomo, benchè certo al -Torricelli avran costato assai più fatica e studio -le altre opere sue “le <i>Lezioni accademiche</i>„ ed -<span class="pagenum" id="Page_375">[375]</span> -il “<i>Trattato del moto dei gravi</i>„ nel quale prende -a studiare l'efflusso dei liquidi, determinandone -con raro acume le leggi, che ancor oggi portano -il di lui nome. E nel campo sperimentale s'occupò -assai della costruzione dei cannocchiali, -nell'eseguire i quali fu reputato eccellente, e -del perfezionamento del microscopio semplice, -valendosi come lente di palline di vetro soffiato -alla lampada. Quale Accademico della Crusca -lesse a quel nobile consesso un suo lavoro sul -tema “La gloria dopo la morte è un nulla e -non vale la pena che ci diamo per raggiungerla. -Dopo la morte tutti gli uomini sono egualmente -celebri.„ -</p> - -<p> -Strano argomento per un Torricelli, di cui il -nome resterà eterno nella storia dell'umano progresso. -</p> - -<p> -Ultimo dei discepoli che maggiormente il Galileo -aveva prediletto, di tutti il più giovane, il -Viviani non contava alla morte del sommo maestro -che soli 20 anni. Mente acuta, animo aureo, -applicatosi con ardore allo studio della geometria, -comprese come solo Galileo fosse in grado -d'avviarlo a forti studi e procurò di farne la conoscenza. -Galileo, già cieco, l'accolse coll'usata -benevolenza, e l'ebbe caro come un figlio; e Viviani -non solo trasse sommo profitto dal tempo -passato nella famigliarità del maestro, ma conservò -<span class="pagenum" id="Page_376">[376]</span> -per lui immensa gratitudine ed affetto, -ascrivendo a suo special vanto potersi chiamare -“l'ultimo dei discepoli del Galileo.„ -</p> - -<p> -Morto il maestro ne trovò un secondo nel Torricelli, -e più che maestro un amico, al quale -prestò valido aiuto nell'eseguire le esperienze, -compresa quella del Barometro da esso, secondo -il concetto del Torricelli, condotta. -</p> - -<p> -Nel 1659 pubblicò la divinazione dei sette primi -libri del celeberrimo Apollonio Pergeo sulle sezioni -coniche, ritenuti perduti. Per somma fortuna -il Borelli riuscì a rintracciare nella biblioteca -di Firenze un manoscritto arabo, portato -dall'Oriente dal gesuita Golius, contenente appunto -i sette primi libri di Apollonio. Tradotti in -latino comparvero nel 1661, e si trovò che il -Viviani, non solo aveva indovinato il pensiero -di Apollonio, ma aveva anzi trattato l'argomento -in modo più generale del famoso geometra greco. -Successo nel 1666 al posto da tempo vacante per -la morte del Torricelli, fu eletto membro della -Società Reale di Londra, fondata nel 1660, e -dell'Accademia di Parigi costituitasi nel 1666. -Anzi Luigi XIV gli accordò una pensione, che -Viviani impiegò nell'ornare la casa sua, posta -in via dell'Amorino, con iscrizioni, basso rilievi, -ed un busto in onore del sommo maestro. Dobbiamo -al Viviani una “Vita del Galileo„; una -<span class="pagenum" id="Page_377">[377]</span> -relazione speciale sull'applicazione del pendolo -agli orologi, e tanti altri scritti: e fu membro -attivissimo dell'Accademia del Cimento. -</p> - -<p> -Morì nel 1703 amato, stimato, venerato da -tutti, e fu sepolto in Santa Croce; lasciando per -testamento alla famiglia Nelli, erede per maggiorasco, -l'obbligo di erigere un suntuoso monumento -al suo divino Maestro. Ad onta di una -sorda opposizione da parte dei Monaci, nel 1737 fu -inaugurato in Santa Croce il monumento, e con -solennità vi furono composte le ossa del Maestro, -e del riconoscente discepolo. -</p> - -<p> -Un senso di melanconica pietà, oltre i quattro -principali discepoli del Galileo, i quattro -evangelisti della scienza, mi porta a ricordare -anche il figlio di lui Vincenzo. L'importanza -d'un regolatore del tempo per lo studio -de' fenomeni astronomici e terrestri e per la determinazione -sopra tutto delle longitudini, era -talmente compresa dal Galileo, che l'aveva portato -ad adattare al pendolo dei leggerissimi congegni -di ruote dentate per segnare il numero -delle oscillazioni. Il moto alle ruote venendo impresso -dal pendolo stesso, dopo un certo tempo -questo doveva fermarsi. L'ideale era dunque che -il pendolo non dovesse servire che a regolare -il tempo, e che la forza motrice del congegno -fosse da esso indipendente. Si trattava di applicare -<span class="pagenum" id="Page_378">[378]</span> -il pendolo all'orologio già esistente, anzi -tanto perfezionato -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Che l'una parte l'altra tira ed urge</p> -<p class="i01">Tin tin sonando con sì dolce nota</p> -<p class="i01">Che 'l ben disposto spirto d'amor turge;</p> -</div></div> - -<p> -E negli ultimi anni di sua vita Galileo, già -cieco, col Viviani, e sopra tutto col figlio Vincenzo -ragionando, era venuto a stabilire il come -di tale applicazione, quale risulta anche dal disegno -fattone da Vincenzo, il quale, come colui -che assai esperto era nelle arti meccaniche, -volle da sè costruire il congegno; per lo che -richiedendosi assai più tempo che se ricorso fosse -ad artefici, disgrazia lo incolse colla morte del -padre prima che a termine l'avesse portato. Solo -nell'aprile 1649 riprese Vincenzo la costruzione -dell'Oriuolo, avendosi fatto da meccanico apprestare -il materiale occorrente, e lavorando di -propria mano ad intagliare le ruote e lo scappamento. -Messo assieme funzionava, e fattolo vedere -al Viviani con esso convenne di alcuni perfezionamenti -da apportarvi. Ma pur volendo ultimare -in ogni sua parte l'orologio già lavorato, vi -si diede d'attorno con raddoppiata lena in tal -modo, che colto da violentissima febbre il 16 maggio -stesso anno moriva. Disgrazia e fatalità, che -privò l'Italia nostra del vanto d'aver prima applicato -il pendolo agli orologi, in quanto generalmente -<span class="pagenum" id="Page_379">[379]</span> -ne vien data lode all'Huyghens, certo preclarissimo -ingegno, che costruì, sia pure più perfezionato, -il suo orologio solo nel 1657. Non è qui -il caso di recare argomenti, e molti ne esisterebbero, -in favor nostro, ma è a deplorarsi, che non -ci sia stata resa giustizia, e riconosciuta come nostra -anche l'applicazione del pendolo agli orologi. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Il fascino del metodo galileano, che sull'evidenza -de' fatti innalza l'uomo alle più alte speculazioni, -aveva tratto a sè le menti più elette di -quell'epoca gloriosa e doveva avere solenne manifestazione -nella “Accademia del Cimento„. -Unire le forze e “Provando e Riprovando„ leggere -finalmente nel libro della natura le mirabili -pagine che ci tien spiegate davanti. -</p> - -<p> -Prima fra le Accademie scientifiche, surse -nel 1657, sotto la presidenza del Principe Leopoldo. -La componevano: Giovanni Alfonso Borelli, -Candido Del Buono, Paolo Del Buono, Lorenzo -Magalotti, Alessandro Marsili, Antonio -Oliva, Francesco Redi, Carlo Renaldini, Vincenzo -Viviani. -</p> - -<p> -E, cosa mirabile, e non mai più ripetutasi -presso altre accademie, tanto era l'ardore delle -ricerche sperimentali, e tale la persuasione, che -solo dall'attenta osservazione dei fenomeni scaturir -potessero le leggi che li governano, che -<span class="pagenum" id="Page_380">[380]</span> -tutti gli accademici lavoravano di comune accordo, -costituendo quasi un'unica personalità, -quella dell'Accademia, sicuri così che ben difficilmente -sarebbe sfuggita all'attenzione di molti -qualche circostanza importante e capace di modificare -i risultati dell'esperienza. Così è che -nell'aureo libro “<i>Saggi di naturali esperienze -fatte nell'Accademia del Cimento</i>„ (Firenze 1667), -e compilato dal Magalotti, si descrivono magistralmente -le singole esperienze, senza mai accennare -chi ne abbia avuta la prima idea, come -se fossero state da tutti, in comune, pensate. E -degno di osservazione si è pure che nello stesso -libro dei “<i>Saggi</i>„ è detto: non entrare nelle -abitudini dell'Accademia il discutere sulle cause -dei fenomeni. Fosse il dubbio di incorrere nella -disapprovazione eventuale di Roma, o la coscienza -che delle teoriche ne erano state escogitate -anche troppe, e ciò che mancava era una -raccolta di fatti inconcussi, certo è che gli accademici -s'attennero fedelmente al loro motto -“Provando e Riprovando„. A più di due secoli -di distanza è sempre con un senso di ammirazione -che si leggono quelle pagine dei “<i>Saggi</i>„, -cardini della nuova scienza, e vi si impara ancor -oggi a condurre con acume e diligenza somma -le esperienze. -</p> - -<p> -Non riuscirà discaro che per sommi capi rammenti -<span class="pagenum" id="Page_381">[381]</span> -i principali risultati cui è giunta quell'accolta -di preclari ingegni. -</p> - -<p> -Incominciano i saggi colla descrizione degli -strumenti di misura, e loro uso. Termometro, -Igrometro, Pendolo, Barometro. -</p> - -<p> -Il primo, inventato ancora nel 1597 dal Galileo, -che pensò subito d'applicarlo alla medicina, -per riconoscere il grado di febbre degli ammalati; -da termoscopio che era, fu trasformato in -vero termometro, prima riempito con acqua, poi -con alcool. Portava i gradi marcati con piccole -perline di vetro sulla canna stessa, come i migliori -nostri termometri, invece che su tavoletta -a parte, ed era con tanta arte costruito che, -sebbene i punti di graduazione della scala fossero -mal definiti col massimo freddo e massimo -caldo di Firenze, tuttavia i diversi termometri, -specialmente cinquantigradi, riuscivano perfettamente -paragonabili fra loro. Nel 1830 si potè, -confrontandoli col termometro Reaumur, ricavare -dalle osservazioni meteorologiche di quell'epoca, -come il clima della Toscana non sia -venuto mutando. La fissazione dei punti estremi -della scala coll'immergere il termometro nel -ghiaccio che fonde, o tenerlo nel vapore che si -svolge dall'acqua bollente, sotto pressione di -una atmosfera, è posteriore all'Accademia, dovuta -però ad uno dei suoi membri, il Rinaldini. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_382">[382]</span> -</p> - -<p> -Quanto all'Igrometro, è noto il fatto dell'architetto -Fontana, che nel 1586 riuscì a metter -ritto l'Obelisco sulla Piazza San Pietro in Roma -bagnando le corde; e sulla contrazione appunto -delle corde, però di minugia, inumidite, fondò -Santorio il suo primo Igroscopio. Quello dell'Accademia -del Cimento invece, chiamato <i>Mostra -umidaria</i>, è un vero igrometro a condensazione, -dove, invece di cogliere il punto d'appannamento, -come negli strumenti recenti, si misura la quantità -d'acqua condensatasi in un dato tempo sopra -un cono vuoto di metallo, riempito con un -miscuglio frigorifero. -</p> - -<p> -Segue la descrizione del Pendolo, e di un orologio -a pendolo, “<i>su l'andar di quello che prima d'ogni -altro immaginò il Galileo, e che dell'anno 1649 -messe in pratica Vincenzo Galilei suo figliuolo</i>„; -prova maggiore che realmente l'applicazione de' -pendoli agli orologi è invenzione italiana. -</p> - -<p> -Quanto al Barometro esso servì loro, non solo -per misurare le variazioni di pressione nell'aria; -ma ben anche come apparecchio per eseguire un -vuoto assai migliore di quello ottenibile colle -macchine pneumatiche di quel tempo. E nel -vuoto Torricelliano sperimentarono: se il suono -si propaga; se la calamita attira; se l'ambra -strofinata si elettrizza; come vi muoiano gli animali; -se l'alzarsi dei liquidi nei tubi capillari è -<span class="pagenum" id="Page_383">[383]</span> -influenzato dalla presenza dell'aria, e molte altre. -E dopo 200 anni noi siamo ritornati alla macchina -pneumatica a mercurio, la più perfetta di -tutte, che permette delle rarefazioni così forti da -dar luogo ad una serie di nuovi fenomeni illustrati -dal Crookes. -</p> - -<p> -Il servizio meteorologico si considera generalmente -come un'istituzione moderna; esso, per -merito sopra tutto dell'Inghilterra, fu sistemato -ed allargato così, che i servigi che presta, anche -nel campo pratico, sono immensi. Centinaia di -bastimenti ogni anno vengono risparmiati dal -bullettino che, volando sul filo elettrico, precede -la bufera. Ma nel campo scientifico il poter tutti i -giorni, ad ora fissa, tracciare la carta delle condizioni -meteorologiche di gran parte del mondo, -chi sa a quali risultati potrà portare. Frattanto -non dimentichiamo, che le osservazioni meteorologiche -sono gloria italiana. Fin dal 1654 furono -colla massima regolarità eseguite nel Convento -degli Angeli a Firenze; a Vallombrosa, a Cutigliano, -a Bologna, a Parma, a Milano, a Varsavia, -ad Innsbruck sotto la direzione generale -del padre Luigi Antinori teologo del Gran Duca. -Esiste fra gli altri un registro che contiene cinque -osservazioni al giorno per lo spazio di oltre -sedici anni. -</p> - -<p> -Sono poi descritti nei Saggi diversi areometri; -<span class="pagenum" id="Page_384">[384]</span> -la palla d'oncia, ecc., ecc., strumenti che ancor -oggi potrebbero prestare utili servigi alla scienza. -</p> - -<p> -Interessantissime sono le esperienze sul congelamento -dell'acqua nelle quali pei primi gli accademici -fecero uso di miscugli frigoriferi, quali -neve con sale, o sal nitro, o spirito di vino; -oppure neve e sale ammoniaco, ottenendo con -tale combinazione il massimo freddo. Fecero -scoppiare sfere di materie differenti riempite -d'acqua facendola ghiacciare, e mostrarono come -questa, prima di solidificarsi si dilati. Esperimentando -col ghiaccio, ne collocarono un grosso -pezzo avanti uno specchio ustorio, nel foco del -quale un termometro segnava un abbassamento -di temperatura; prova che il freddo, come il -caldo, si riflettono colla ben nota legge. -</p> - -<p> -Per confutare la teoria dell'<i>antiperistasi</i>, della -reazione cioè sviluppata da un corpo, che al -primo riscaldarlo dovrebbe raffreddarsi, e viceversa, -eseguirono le ben note esperienze immergendo -un grosso termometro nell'acqua calda, e -mostrando che al primo istante l'alcool realmente -discende, ma non perchè si sia raffreddato, sibbene -perchè maggiore è la dilatazione del recipiente, -e l'opposto avvenire immergendo il termometro -nell'acqua fredda. In questa occasione, -volendo meglio mostrare come tutti i corpi si -dilatino pel calore, idearono l'esperienza, più -<span class="pagenum" id="Page_385">[385]</span> -generalmente nota sotto il nome di anello di -S' Gravesande, che dall'Accademia invece dovrebbe -prendere il nome. Anzi, usando coni di -diverse materie, che portati alla stessa temperatura, -entravano più o meno in un anello misurato, -determinarono il coefficiente di dilatazione -dei corpi. -</p> - -<p> -Nè riuscendo a comprimere l'acqua nelle sfere -metalliche assoggettate alla pressione del torchio, -conclusero per l'incomprensibilità, come generalmente -si crede; sibbene che a loro non era -riuscito di comprimere l'acqua, che preferiva -trasudare dalle pareti del recipiente; mettendo -così in evidenza la porosità dei metalli. Anche -l'errore della leggerezza positiva confutarono; -facendo vedere che un pezzo di sughero, immerso -nell'acqua, non sale quando gli si tolga -la pressione del liquido dal disotto; mentre avrebbe -pur dovuto salire se si fosse trattato di una -leggerezza positiva. -</p> - -<p> -Nei “Saggi„ sono riportate anche le esperienze -sulla velocità di propagazione del suono eseguite -ancora nel 1656 da Viviani e Borelli. Non così -felicemente riuscirono gli Accademici nel tentativo -di misurare la velocità di propagazione della -luce, la quale si mostrò poi così enorme da raggiungere -300,000 chilometri al 1". Ma è degno -di nota che l'abbian tentato. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_386">[386]</span> -</p> - -<p> -In altro capitolo gli Accademici si occupano -del cambiamento di colore dei liquidi, specialmente -della tintura di torna-sole, che con un -acido, succo di limone, aceto, acido solforico, -arrossa, e riprende il colore primitivo se trattata -con una base, usando essi l'oleum-tartari, soluzione -di potassa. -</p> - -<p> -Rimarchevoli sono pure i fatti citati dall'Accademia -in sostegno dell'idea emessa ancora da -Galileo sulla resistenza dell'aria; che cioè un -proiettile sparato da maggiore altezza produca -minore effetto che da altezza minore; e ciò per -il maggiore tragitto attraverso l'aria, come in -fatti trovarono; e l'altro che nello stesso intervallo -di tempo cadono a terra una palla sparata -orizzontalmente da una certa altezza ed un'altra -che nello stesso istante dello sparo sia lasciata -libera a sè stessa. -</p> - -<p> -Per convalidare il principio di inerzia, che un -corpo persevera nello stato di quiete o di moto -in cui si trova, finchè una forza non ve lo tolga, -adattarono sopra un carro tirato da sei cavalli -un saltamartino con palla da una libbra, disposto -verticalmente, e sopra strada piana e diritta facendolo -velocemente correre, e sparando, trovarono -che la palla veniva a cadere poco dietro il -carro, benchè questo avesse percorso dallo sparo -alla caduta, oltre le 70 braccia; però tanto più -<span class="pagenum" id="Page_387">[387]</span> -addietro rimaneva quanto maggiore era il tempo -passato fra lo sparo ed il ricadere della medesima; -e ciò per la maggior resistenza opposta -dall'aria in più lungo tragitto. -</p> - -<p> -Va pure notato come gli Accademici avessero -una giusta idea di quella che loro stessi chiamarono -“capacità calorifica„. Presero due termometri -di dimensioni perfettamente eguali e li -riempirono, cosa da notarsi, uno di mercurio -l'altro d'acqua. Immergendoli simultaneamente in -molta acqua calda, osservarono che il termometro -a mercurio era il primo a raggiungere l'equilibrio -di temperatura, segno che richiedeva -minor quantità di calore dell'acqua. È strano -che, avendo già usato il mercurio in questa esperienza, -non l'adottassero per costruire i termometri. -Forse furono trattenuti dall'aver visto che -si dilata meno dell'alcool. A conferma della prima -esperienza sulla capacità calorifica, ne eseguirono -una seconda. Versarono pesi eguali di diversi -liquidi, portati alla stessa temperatura, -sopra quantità eguali di ghiaccio, e trovarono che -se ne fonde più o meno col variare del liquido. -Come si vede si trovarono gli Accademici di -fronte alle calorie di fusione, al così detto calorico -latente; ed è maggiormente a deplorarsi -l'Accademia abbia finito sì presto, perchè questo, -come altri argomenti, sarebbero stati in -<span class="pagenum" id="Page_388">[388]</span> -modo esauriente studiati, ed avrebbero assicurato -a noi il vanto di altre scoperte. -</p> - -<p> -Degli Accademici individualmente troppo lunge -sarei tratto a ragionare. Tuttavia non posso passare -sotto silenzio il napoletano Borelli, altrettanto -profondo erudito, quanto appassionato e -forse impetuoso carattere, finito nell'indigenza -in Roma; lui, già discepolo di Castelli, professore -a Messina, professore a Pisa, membro attivissimo -dell'Accademia del Cimento, matematico, -fisiologo, fisico, astronomo, filosofo ed autore di -oltre 13 opere, di cui, per non citare che le culminanti, -“<i>Dei moti naturali dipendenti dalla -gravità</i>„ — “<i>Del moto degli animali</i>„ opera da -consultarsi tutto dì sull'argomento, e “<i>Teoria -delle stelle Medicee, dedotta da cause fisiche</i>.„ -</p> - -<p> -In quest'opera emette per primo l'idea che i -satelliti di Giove s'aggirino intorno al pianeta in -causa di una mutua attrazione; ma sgraziatamente -non generalizza la sua ipotesi, nè ricerca -le leggi di questa attrazione. — E così la legge -di Gravitazione, che regola il moto de' corpi celesti, -dopo aver arriso all'Italia, si posa, aureola -invidiata, per mano del Newton sul capo dell'Inghilterra. -</p> - -<p> -Degno di menzione è pure il Magalotti, gesuita, -già discepolo del Viviani, autore delle lettere -scientifiche ed erudito, conoscitore di molte -<span class="pagenum" id="Page_389">[389]</span> -lingue, parlatore e scrittore chiarissimo, e segretario -dell'Accademia. I “<i>Saggi di naturali esperienze</i>„, -bastano da soli a testimoniare della di -lui valentìa. -</p> - -<p> -Nè va taciuto del Redi, forse più noto pel famoso -ditirambo, che per le esperienze fisiche -da esso eseguite, per quanto fosse assiduo e diligente -accademico, medico rinomatissimo, naturalista, -fisiologo. -</p> - -<p> -Quanto progresso di lavoro sperimentale, e -quale promessa di larga messe per l'avvenire! -Era quella del Cimento tale accademia, che si -sarebbe detto sfidare l'avversità de' tempi; ed invece, -dopo soli nove anni di vita, d'un tratto fu -spenta. Sagrificata dal suo presidente alla paura -ed alla prepotenza di Roma. Ahimè! <i>Quam parva -sapientia regitur mundus</i>. Pensare che un'accademia -di nove scienziati, che non fanno che interrogare -scrupolosamente la natura e registrarne -i responsi, dà tanta ombra da far paventare ne -rimanga scossa la fede, ne soffra la Religione! -E d'altra parte non erano i Medici da tanto di -resistere alle pressioni di Roma; essi che tenevano -il potere da Clemente VII soffocatore delle -libertà fiorentine, e già macchiati dell'ignominia -d'aver consegnato Galileo all'Inquisizione. Il principe -Leopoldo s'ebbe il cappello da Cardinale e -l'Accademia fu sciolta. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_390">[390]</span> -</p> - -<p> -Ma è con sentimento di profonda ammirazione -e rispetto, e con orgoglio di italiani che noi entriamo -a visitare la Tribuna di Galileo, che racchiude, -oltre i ricordi del sommo filosofo, ampia -raccolta degli strumenti creati ed usati dall'Accademia -del Cimento. Vero santuario, dove il pensiero -liberamente spaziando, s'ispira ai più alti -ideali della scienza rigeneratrice. -</p> - -<p> -Dell'Accademia stessa facevano parte, come -membri corrispondenti, Ricci, Cassini, Montanari, -Rossetti, Falconieri, e fra gli stranieri Stenone, -Thèvenot, Fabbri. Non trovandosi i loro lavori -inseriti nel libro dei “<i>Saggi</i>„ che non riporta -che le esperienze eseguite in comune dagli Accademici -“<i>Operatori</i>„ darò qui un breve cenno dell'opera -dei due principali, Cassini e Stenone; chè -diversamente non avrei occasione di rammentarli -nel seguito di questa rassegna, ristretta alla sola -fisica. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Gian Domenico Cassini nacque nel 1625 in Perinaldo, -contea di Nizza, da antica famiglia del -patriziato senese. A soli 25 anni succede al Cavalieri -nella cattedra di matematiche in Bologna -e nel 1653 pubblica le osservazioni fatte assieme -al marchese Malvasia, sulle comete, ritenendole -o come stelle, o come pianeti in formazione. -Due anni appresso rettifica la meridiana segnata -<span class="pagenum" id="Page_391">[391]</span> -nel 1575 da Ignazio Dante in San Petronio. In -seguito papa Alessandro VII lo sceglie arbitro -nelle controversie fra Ferrara e Bologna, causate -dalle inondazioni del Po, e più tardi sostiene -contro il Viviani, che era per Firenze, gli interessi -del Papa a proposito delle inondazioni della -Chiana. In tale occasione assiste in Firenze alle -tornate dell'Accademia. Nel 1665 nelle “Lettere -astronomiche„ dirette al Falconieri “<i>Sopra la -varietà delle macchie osservate in Giove, e loro -diurne rivoluzioni</i>„, spiega il variare di dette -macchie ammettendo che Giove roti sul proprio -asse in ore 9,56'. Nel febbraio 1666 fa la -stessa osservazione per Marte, e calcola la rotazione -avvenga in 24 ore 48', e nell'ottobre -trova che ciò si avvera anche per Venere. In -questo frattempo pubblica pure le osservazioni -e le tavole dei satelliti di Giove. Quest'ultime fecero -tale impressione su Picurd, che stimò fortuna -per la Francia poter avere così insigne -astronomo; e tanto insistè presso il ministro -Colbert, da indurlo ad offrire al Cassini il posto -di astronomo reale, e direttore dell'erigendo Osservatorio -astronomico, nominandolo nello stesso -tempo membro dell'Accademia. Declinò da prima -il Cassini l'onorifica offerta; ma alla fine, pensando -forse che il favore che godeva presso il -papa Alessandro VII anche Galileo l'aveva goduto -<span class="pagenum" id="Page_392">[392]</span> -presso Urbano VIII, il che non aveva impedito, -che fosse consegnato all'Inquisizione e -condannato, a gran malincuore si decise ad accettare, -per poter con maggior tranquillità e sicurezza -continuare i suoi studi prediletti. Nel 1669 -si portò a Parigi, dove pubblicò non meno di -165 memorie di astronomia, 11 di fisica, sei opere, -lasciandone altre tre incomplete; fra l'altre una -cosmografia in versi italiani. Come Galileo, verso -la fine della sua laboriosa carriera, perdè il bene -supremo della vista, e placidamente ad 87 anni -si spense. -</p> - -<p> -Nella direzione dell'Osservatorio gli succede, -da prima il figlio minore Giacomo, poi il nipote -Cesare Francesco, da ultimo il pronipote Giacomo -Domenico, che lascia nel 1793 l'Osservatorio, e -muore a 97 anni nel 1845. E così l'Italia, oltre -ad altri scienziati, dà alla Francia quattro generazioni -di astronomi, e contribuisce in tal modo -a propagarvi il culto delle scienze che ebbe culla -da noi. La Francia a sua volta diffonde nel '700 -l'amore alle scienze in Germania, e nel secolo -nostro la Germania evangelizza alla scienza la -Russia. -</p> - -<p> -Dello Stenone, benchè di origine danese, dirò -pure brevemente; non tanto perchè fu membro -corrispondente dell'Accademia del Cimento, -quanto per l'importanza degli argomenti da esso -<span class="pagenum" id="Page_393">[393]</span> -trattati, ai quali fornì materia la Toscana stessa, -che lo accolse cittadino. -</p> - -<p> -Anatomo e fisiologo distinto, nel 1666 lascia -Parigi, e latore di lettere di raccomandazione di -Thèvenot per Borelli, si fissa in Firenze, dove -s'accaparra subito, per le eminenti sue qualità, -la stima e l'affetto di tutti gli scienziati. Da Luterano -passa alla religione cattolica, e Ferdinando -II lo prende al suo servizio e gli permette -di continuare le ricerche anatomiche e fisiologiche -nell'arcispedale di Santa Maria Nuova. Pubblica -gli elementi di miologia, ne' quali spiega -la natura, la struttura, l'azione dei muscoli. Come -molti dei convertiti, diventa cattolico ardente, -scrive dotte dissertazioni su quistioni di fede, e -viene in conseguenza nominato Vescovo in partibus, -e più tardi Vicario Apostolico del Nord. -Lascia quindi lo studio dell'anatomia e della -fisiologia, per dedicarsi interamente alla mineralogia -ed alla geologia, scienze da lui, si può -dire, fondate, e dà alle stampe l'opera sua più -importante “<i>De solido intra solidum naturaliter -contento</i>„. In essa rammenta le doppie piramidi -del quarzo, i cubi della pirite, gli ottaedri del -diamante, le tavolette esagonali del ferro oligisto..... -e fa specialmente osservare che, se fra -cristallo e cristallo della stessa materia possono -apparire delle differenze, sopra tutto nella grandezza -<span class="pagenum" id="Page_394">[394]</span> -delle facce, resta però costante l'angolo che -esse fanno fra di loro; gettando così le basi della -cristallografia. -</p> - -<p> -E studiando la crosta terrestre trova che è -costituita da strati paralleli sovrapposti, depositati -certo dalle acque, contenendo essi quantità -di resti organici e specialmente di conchiglie -marittime, fossilizzati; per cui in origine detti -strati dovevano essere orizzontali. Ma mostrandosi -ora ondulati, inclinati, mischiati, devono aver -agito potenti cause, quali eruzioni vulcaniche, -avvallamenti, terremoti, per produrre tanto sconvolgimento. -A periodi di maggiore attività vulcanica -seguirono periodi di calma, ed il mare -ricoprendo ogni cosa, depositò nuovi strati, che -anch'essi sconvolti hanno dato luogo al sollevamento -ed all'inabissarsi di altre montagne. Nella -Toscana distingue non meno di sei periodi. -</p> - -<p> -Come fervente cattolico si sforza di mostrare -che le deduzioni cui è giunto non sono contrarie -a quanto narra la Bibbia; ma evidentemente -non dà alle sue proposizioni lo svolgimento -intravvisto dall'acuta sua mente. Nei limiti -impostisi, sia per convinzione personale, sia per -forza di circostanze, nessuno però ha considerata -la geologia da un punto di vista più largo, nè -ha emesso tante nuove idee, confermate in seguito -dai fatti. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_395">[395]</span> -</p> - -<p> -Eppure l'opera sua rimase presso che ignorata, -e solo nel 1831 il celebre geologo Elie de Beaumont, -dandone un ampio estratto in una memoria -inserita negli Annali delle scienze naturali, la -rivendica ai dovuti onori. Più fortunato di Galileo, -Stenone potè morire in pace, senza vedere -i suoi scritti posti all'indice; chè l'opposizione -di Roma alle vedute della geologia, e più dell'antropologia, -è nota. Il che non arresterà il -cammino della scienza, che per essere verità è -religione. -</p> - -<p> -Negli ottant'anni del periodo galileano e dell'Accademia -del Cimento l'Italia brilla di vivissimo -splendore, e sorge maestra a tutto il mondo. -Disciolta l'Accademia segue un'epoca di continuo -decadimento. -</p> - -<p> -Le esperienze però descritte nei “<i>Saggi</i>„ è -naturale che non rappresentino tutto quanto in -quell'epoca fortunata fu acquisito alla scienza. -Ma, se era doveroso rispetto rammentare i lavori -dell'Accademia nell'ordine stesso nel quale -furono eseguiti, riescirà forse più chiaro raggruppare -le ricerche che ebbero luogo in seguito -a seconda del tema trattato. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Dell'esperienza sui tubi capillari eseguita dall'Accademia -del Cimento per provare se la pressione -atmosferica influisca sul fenomeno, ho già -<span class="pagenum" id="Page_396">[396]</span> -detto; giova notare che i fenomeni di capillarità -furono per primo osservati dal sommo Leonardo -da Vinci, e direi quasi riscoperti e studiati con -amore dall'Aggiunti, che spiegò con essi l'ascendere -dei liquidi nei vasi dell'organismo, il nutrirsi -delle piante, il conservarsi dei fiori in molle, -il cibarsi delle variopinte farfalle a mezzo della -proboscide.... Fu l'Aggiunti caro oltremodo al -Galileo. Chiamato dalla Veneta Repubblica a -coprire la cattedra del gran filosofo in Padova, -preferì restarsene professore a Pisa dove, rapito -alla scienza, morì nel 1630 giovanissimo, correndo -la sua età col secolo. Le osservazioni però meglio -approfondite sui fenomeni capillari, e sulle attrazioni -e ripulsioni fra corpi galleggianti, a seconda -della forma dei menischi, sono dovute al Borelli, -che le eseguì e pubblicò all'infuori dei lavori -fatti in comune nell'Accademia del Cimento. -</p> - -<p> -Son note le lagrime Bataviche, goccioloni di -vetro rapidamente raffreddato che vanno in briciole -quando si rompa l'estremità della loro codetta; -nè si conosce chi primo le abbia prodotte. -Dall'Olanda entrarono nel mondo scientifico, e di -lì il loro nome. Dobbiamo a Gemignano Montanari, -nato in Modena nel 1633, uno studio su -dette lagrime “<i>Speculazioni fisiche sopra gli effetti -dei vetri temperati</i>„ nel quale per primo -dà come causa del fenomeno la forte tensione -<span class="pagenum" id="Page_397">[397]</span> -superficiale del vetro. Le così dette Bocce di -Bologna, che si rompono lasciandovi cadere un -pezzettino di pietra focaja, sono assai posteriori, -e furono illustrate dal Balbi, professore di fisica -a Bologna nel 1740. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Una delle curiosità scientifiche del seicento, -ed intorno alla quale tutti più o meno si affaticarono, -si fu la fosforescenza. Ancora Aristotile -e Plinio conoscevano la luce fosforescente emessa -da certi insetti, da materie in putrefazione, dal -mare. Plinio parla di pietre luminose “<i>carbunculus, -selenites</i>„ delle quali non conosciamo la -natura; ed Alberto il Grande sapeva come il -diamante, moderatamente riscaldato, emetta luce -all'oscuro. Era pure noto che lo zucchero, il -quarzo e qualche altra materia, sfregati fra loro, -o pestati, danno una leggera fosforescenza. -</p> - -<p> -Nel 1604 Vincenzo Cascariolo, calzolaio bolognese, -occupandosi a tempo perso di alchimia, -calcina, fra i carboni, della pietra tolta alle falde -di monte Paterno, e s'accorge che, esposta preventivamente -ai raggi del sole, e ritirata in luogo -oscuro, si mostra luminosa. È il così detto fosforo -di Bologna, un solfuro di Bario ottenuto dalla riduzione -a mezzo del carbone dello spato pesante. -</p> - -<p> -Non è a dirsi quanto rapidamente si propagasse -la scoperta, che offerse tema di studio allo stesso -<span class="pagenum" id="Page_398">[398]</span> -Galileo e a tant'altri suscitando una gara per -trovare nuove materie fosforescenti. In tal modo -se ne avvantaggiò la chimica colla conoscenza -di altri corpi, quali il fosforo di Baudoin, il -fosforo di Homberg, il vero fosforo ottenuto nel -1669 da Brand, il fosforo di Canton.... -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -E già che siamo a ragionare di ricerche che -sì strettamente si collegano colla chimica, mi sia -concesso, ad onore di un nome caro a noi tutti -e alla scienza, degno pronipote di illustri antenati -segnalatisi nello studio della natura, di rammentare -le esperienze, eseguite verso il 1694, da -Targioni ed Averani sulla combustione del diamante. -Fra i molti, un bel diamante di 8 grani, -esposto ai raggi del sole concentrati colla grossa -lente da Benedetto Bregans donata nel 1690 al -Gran Duca Cosimo, e tutt'ora esistente nella -Tribuna del Galileo, dopo 28 <span class="above">1</span>⁄<span class="below">2</span> minuti completamente -bruciò, mostrandosi così, nulla più nulla -meno di un pezzetto di puro carbone, ma cristallizzato. -Anche Francesco di Lorena Granduca -di Toscana all'estinzione della casa Medici, -e che fu poi Francesco I di Alemagna, fece trattar -col fuoco per oltre a 6000 fiorini di diamanti, -nella speranza di fonderne diversi piccoli in uno -grosso, e trovar modo così di rifornire l'esausta -sua cassa. Ma i diamanti andarono in fumo, o per -<span class="pagenum" id="Page_399">[399]</span> -essere più precisi, combinandosi coll'ossigeno, svanirono -nell'aria, sotto forma di anidride carbonica. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Nell'agosto 1609 Galileo presenta il primo cannocchiale -al Senato di Venezia. Nel 1617 immagina -il suo “<i>Celatone</i>„, due cannocchiali fissati -ad una specie di morione, per poter con questo -binocolo osservare da una nave i satelliti di -Giove allo scopo di determinare le longitudini. -E già che siamo in pieno seicento, mi sia concesso -aggiungere: e dopo aver spaziato per le -vie del cielo, il binocolo ci serve ora ad ammirare -le stelle della terra. -</p> - -<p> -A quello del Galileo subentra ben presto il -cannocchiale astronomico, ideato dal Keplero. -</p> - -<p> -Oltre Galileo, e come abbiamo veduto il Torricelli, -riuscì pure eccellente costruttore di cannocchiali -Eustachio Divini di San Severino, al -quale si deve anche un importante perfezionamento -del microscopio, che rese più chiaro e di -maggiore ingrandimento col comporre di due -lenti ciascuno, tanto l'obbiettivo che l'oculare. -</p> - -<p> -A lui rivale nella costruzione de' cannocchiali -era Giuseppe Campani, romano, che portò la distanza -focale degli obbiettivi fino a 136 piedi, e -fornì a Luigi XIV lo strumento, con cui il celebre -Cassini scoprì i satelliti di Saturno. Anzi, -ad una speciale disposizione delle lenti dell'oculare, -<span class="pagenum" id="Page_400">[400]</span> -che s'usa tutt'ora, è rimasto il nome di -“Oculare Campani„. -</p> - -<p> -Nè va dimenticato come il primo a sostituire -alla lente obbiettivo uno specchio concavo fosse -Niccola Zucchi di Parma, che costruì il primo -telescopio riflettore nel 1616. -</p> - -<p> -Tuttavia, mentre l'Italia fornisce per lungo -tempo i migliori cannocchiali, e l'Accademia del -Cimento splende di viva per quanto breve luce, -le osservazioni astronomiche, somma gloria del -Galileo, colla partenza del Cassini, giacciono -pressochè trascurate. -</p> - -<p> -Fatale influenza di Roma che schiaccia nell'Italia -asservita ogni aspirazione alla ricerca del -vero. In Francia invece sorge il grande Osservatorio -di Parigi ultimato nel 1672; in Inghilterra -quello famoso di Greenwich inaugurato nel 1675; -in Germania quello di Berlino fondato nel 1700. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -L'invenzione del cannocchiale e del microscopio -a prima vista sembra culminante, e tale da aver -fatto fare alla scienza dell'ottica un passo gigantesco. -Se noi giudichiamo dai vantaggi recatici -dai due importantissimi strumenti, certo dobbiamo -collocarli al primo posto. -</p> - -<p> -Col cannocchiale spazia lo sguardo nell'immensità -de' cieli. Dal caos della Bibbia, dove la -materia allo stato aeriforme riempie l'infinito, si -<span class="pagenum" id="Page_401">[401]</span> -vien formando nella fuga dei secoli il cielo stellato, -ed ogni stella fissa avrà i suoi pianeti, -composti di egual materia, per quanto vari in -grandezza, temperatura, condizioni di moto. E a -tutta l'infinita varietà de' corpi celesti presiederanno -le leggi immutabili dell'indistruttibilità -della materia, della conservazione dell'energia, -dell'attrazione. Perchè in natura non esiste ripulsione; -tutto è infinita sapienza, sommo amore. -</p> - -<p> -Attraverso l'immensità dell'etere giunge a noi, -sotto forma di raggio luminoso, il fremito del -più remoto astro; quel raggio è il saluto del -lontano fratello alla sorella la terra. Quel raggio, -rifratto da un prisma nel cannocchiale, è il messaggero -che narra la storia del cielo. -</p> - -<p> -Mirabilissima potenza dell'ingegno umano! Il -quale, armato del microscopio scende nelle infinite -latebre di una goccia d'acqua, e vi discerne -miriadi di esseri organici, come le stelle nel firmamento, -e li distingue, li classifica, e trae argomento -a combatterli, per risparmiare lutti e -sventure. E con attento occhio osservando, spia -la costituzione della materia cerebrale, e se gli -venga fatto di scoprire il mistero del pensiero, -di quest'atto fisico, che fa turbinare in sì piccolo -spazio l'immensità del creato. -</p> - -<p> -Eppure, per l'invenzione dei due importantissimi -strumenti, nota già essendo la rifrazione, -<span class="pagenum" id="Page_402">[402]</span> -la teoria dell'ottica non si è avvicinata di un -passo alla spiegazione dei fenomeni luminosi; -non ha che messo a disposizione delle scienze -nuovi e potenti mezzi di ricerca. -</p> - -<p> -Trovare la causa del perchè un bastone tenuto -obliquo nell'acqua sembri spezzato, lo -spato islandico faccia vedere doppi gli oggetti, -o le piume del collo d'un piccione compariscano -iridescenti: ecco un problema assai più interessante -per la teoria dell'ottica di tutti i microscopi -e cannocchiali. -</p> - -<p> -E per fortuna, l'onore d'averlo risolto spetta -ad un nostro italiano che per primo gettò le -basi della teoria delle ondulazioni luminose. -</p> - -<p> -Francesco Maria Grimaldi, nacque nel 1618, -morì nel 1663 in Bologna sua patria. Apparteneva -all'ordine dei Gesuiti, e l'importantissima -sua opera “<i>Phisico-Mathesis de lumine, coloribus -et iride aliisque adnexis, libri duo</i>„ non comparve -in Bologna che due anni dopo la di lui -morte. Contenendo essa nuove teorie avrà forse -dubitato dell'accoglienza che avrebbe potuto trovare -presso i suoi superiori, e temuto non avesse -a suscitargli contro delle persecuzioni. Contemporaneo -del Cavalieri, entrambi coltivarono di -preferenza l'ottica, il primo, trattandola dal lato -matematico, Grimaldi da quello sperimentale. -</p> - -<p> -Facciamo entrare in una stanza oscura, attraverso -<span class="pagenum" id="Page_403">[403]</span> -un foro praticato nelle imposte, un fascio -di raggi solari, ed interponendo una sottile asticina -opaca raccogliamo la luce su d'uno scremaglio. -Dovressimo osservare un'ombra contornata -dalla sua penombra; invece si trova che l'ombra -fisica è più larga di quella geometrica, e contornata -da frange colorate e da frange oscure. -Quest'è la prima esperienza del Grimaldi. La -seconda che si potrebbe enunciare “luce aggiunta -a luce dà tenebre„ è la seguente: pratichiamo -nell'imposta due forellini vicini uno all'altro, e -raccogliamo la luce a tale distanza, che i due -fasci si sovrappongano in parte. Ciascuno dei -forellini da solo darebbe un disco luminoso più -chiaro nel mezzo che ai bordi; agendo insieme -invece, dovrebbero dare due dischi luminosi, -colla parte sovrapposta più chiara. In realtà la -parte centrale è più chiara, ma comparisce limitata -da bordi oscuri che vengono così a cadere -in parti dove ogni disco per sè avrebbe dovuto -essere luminoso. -</p> - -<p> -Su queste due esperienze, in apparenza così -poco concludenti, si esercita l'ingegno del Grimaldi -per trarre i fondamenti della teoria delle -ondulazioni. Infatti solo due movimenti di ordine -inverso, condensazione e rarefazione, fase positiva -e fase negativa, possono elidersi, e dare mancanza -di luce o bordi oscuri, e nella prima esperienza -<span class="pagenum" id="Page_404">[404]</span> -frange oscure. Se ciò che entra dai fori -non fosse un movimento, ma qualche cosa di -materiale, là dove cade in maggior copia, si -dovrebbe aver sempre più luce. -</p> - -<p> -Grimaldi paragona il modo di propagarsi della -luce a quello delle onde generate da un sasso -sulla superficie dell'acqua, e suppone un fluido -leggerissimo, che urtato dal corpo luminoso, -trasmetta vibrando la luce. Anzi intravede, facendo -un paragone col suono, che, come in acustica -al maggior numero di vibrazioni corrisponde -un suono più acuto, in ottica alle vibrazioni più -o meno rapide del corpo luminoso corrisponda -luce diversamente colorata. -</p> - -<p> -In altro capitolo, a maggiore conferma del suo -modo di vedere, analizza il caso di luce bianca, -che per effetto di semplice riflessione può comparire -colorata, ciò che realizza facendo riflettere -un fascio di luce da una lamina di metallo finemente -striata, ottenendo così l'iride, o lo spettro, -da lui stesso chiamato di diffrazione. -</p> - -<p> -Ed è a questo medesimo sistema che, usando -gli splendidi reticoli del Roland, noi ricorriamo -presentemente per avere lo spettro normale del -sole; spettro nel quale leggiamo a chiare note -la costituzione e natura del sole stesso. L'iridescenza -del collo del piccione non è che un fenomeno -dello stesso ordine, e la luce si riflette -<span class="pagenum" id="Page_405">[405]</span> -su d'una superficie, per la conformazione delle -piume, finemente striata. -</p> - -<p> -Mirabilissima deduzione questa del Grimaldi, -che in altra epoca avrebbe sollevato il plauso -universale, e rimase invece affatto dimenticata, -finchè d'oltre monte non fu rimessa in onore, -ampliata, perfezionata. -</p> - -<p> -Degne di speciale menzione sono pure le esperienze -del Grimaldi sul fenomeno così detto della -dispersione della luce; sull'iride cioè che si ottiene -facendo rifrangere la luce del sole in un -prisma. Fu esso che pel primo mostrò come il -fascio di raggi luminosi, attraversando il prisma, -s'allarghi, e che considerò i colori come dipendenti -dalla luce che illumina i corpi; che ammise -una diversa velocità di propagazione del -moto vibratorio in rapporto al numero delle vibrazioni, -e che previde la luce propagarsi con -minore velocità nei corpi più rifrangenti. -</p> - -<p> -Pochi anni dopo Grimaldi, il Newton illustrò -ampiamente il fenomeno della colorazione della -luce nei prismi, ed emise per ispiegare i fenomeni -ottici la famosa teoria delle emanazioni, -considerando la luce come qualche cosa di materiale -che, al pari dell'odore, esali dai corpi. -</p> - -<p> -Nessuna meraviglia quindi che l'opera del Grimaldi, -che riteneva la luce una forma di moto -vibratorio, rimanesse affatto negletta di fronte -<span class="pagenum" id="Page_406">[406]</span> -all'immensa autorità di cui godeva il Newton. -Il Göthe, nella sua teoria dei colori, chiama il -Grimaldi versato in tutte le sottigliezze della dialettica, -e giudica poco serio il di lui lavoro. -</p> - -<p> -Del resto quanto possa l'autorità di un uomo -per ribadire degli errori ed arrestare per un certo -tempo il progresso, se anche non ne avessimo -avuto un grande esempio in Aristotile, ne avressimo -uno nel Newton. -</p> - -<p> -Nel 1690 Huyghens dà alle stampe il suo “<i>Trattato -sulla luce</i>„. In esso, per ispiegare il fenomeno -della doppia rifrazione ricorre alla teoria -delle ondulazioni, e tanto, e sì profondamente -la svolge da poter render ragione colla stessa -di tutti i fenomeni ottici allora conosciuti. Ebbene, -il lavoro dell'Huyghens, per quanto profondo -e persuasivo, rimase affatto dimenticato. -Nè valse a tirarlo dall'oblio l'autorità dell'Euler -che dal 1746-1752 prese a difendere la teoria -delle ondulazioni. — Nel 1801, Young, facendo -meglio risaltare il principio delle interferenze -luminose, la sviluppa ancora più ampiamente. -Ma perfino il suo lavoro rimase non curato. Solo -nel 1815 riuscì a Fresnel, sostenuto da Arago, -contro Biot e Poisson, partigiani del Newton, di -rivendicare la teoria delle ondulazioni; illustrandola -colla famosa esperienza degli specchi, che -portano il di lui nome, e sviluppandola al punto -<span class="pagenum" id="Page_407">[407]</span> -che, infine, fu da tutti accettata. — Quasi duecento -anni occorsero, perchè la più bella teoria -della fisica potesse trionfare, e con essa fosse -reso il dovuto onore al Grimaldi suo divinatore. -Anzi, se si tien conto che la teoria delle ondulazioni -ha bandito finalmente dalla fisica i fluidi -imponderabili, creati per mascherare la nostra -ignoranza; che magnetismo, elettricità, calore, -luce, azione attinica, non sono in grazia alla medesima -che fenomeni della stessa natura, diversi -solo per numero di vibrazioni; che tutto dunque -giudicato alla stregua di sì splendida teoria, si -unifica; trovo la concezione del Grimaldi altrettanto -fondamentale per la fisica, quanto il principio -di inerzia del Galileo per la meccanica, la -legge di gravitazione del Newton per l'astronomia, -la teoria atomica del Dalton per la chimica. — Materia -e moto, indistruttibilità di quella, -conservazione e trasformazione di questo. Unità -nell'infinita varietà. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Fra i molti problemi intorno ai quali si esercitarono -maggiormente i fisici del 600, abbiamo -visto figurare la pressione dell'aria, la sua dilatazione -pel calore, l'ebullizione dei liquidi, la -forza elastica del vapore. — Ed ecco come da -un complesso di nozioni pian piano acquisite -alla scienza sorge poi tale un'invenzione, che ha -<span class="pagenum" id="Page_408">[408]</span> -sconvolti gli usi della vita, rotte le barriere fra -le nazioni, rialzato l'operaio dalla materialità del -facchino a dignità d'uomo pensante, rinnovellate -le industrie; — intendo parlare della macchina -a vapore. -</p> - -<p> -Naturalmente essa non poteva uscire completa -dalla mente di un solo, e tutte le nazioni fanno -a gara per attribuirsi la lor parte di merito. -</p> - -<p> -Da noi non mancò qualche tentativo per adoperare -il vapore come forza motrice. Ragionando -sull'eolipila di Erone Alessandrino, il Porta, ancora -nel 1601, si domanda in quante parti d'aria, -come allora chiamavasi il vapore, si trasformi -un dato volume d'acqua, e riesce con un -semplicissimo apparecchio a sollevar l'acqua, per -sola pressione di vapore. Nel 1629 Giovanni -Branca, architetto della chiesa di Nostra Donna -di Loreto, pubblica un trattato “<i>Delle macchine -artificiose, tanto spirituali che animali di molto -artificio per produrre effetti meravigliosi</i>„ nel -quale propone che una grossa eolipila getti il -vapore contro una ruota a palette, destinata a -far muovere un piccolo mulino. Ma qui finiscono -i titoli nostri per l'applicazione diretta del vapore -quale forza motrice. Non va dimenticato -però, che le esperienze e le leggi su cui la portentosa -macchina posa, quasi tutte in Italia per -primo furono eseguite o dedotte. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_409">[409]</span> -</p> - -<p> -Era in Inghilterra, dove l'attività industriale -è più fiorente, che maggiormente si sentiva il -bisogno di utilizzare le forze della natura. Nel 1655 -il marchese di Worcester pubblica le sue cento -invenzioni, ed ottiene un brevetto per una macchina -a vapore atta a sollevar l'acqua. -</p> - -<p> -Nel 1681 e seguenti, l'infelice Papin, dopo aver -soggiornato qualche tempo in Inghilterra, comprende -il vero spirito delle macchine a vapore, inventa -la pentola che porta il di lui nome, la valvola -di sicurezza, e giunge persino a mandare un -battello sul Weser, per morir povero e dimenticato -in una soffitta, fra i rottami delle sue macchine. — Segue -Savary nel 1698. Con Newcomen -e Cowley nel 1705 ci troviamo di fronte a una -vera macchina a vapore che aspetta il suo perfezionamento -da Watt, per correre con Stewenson -e Fulton da un capo all'altro del mondo. -</p> - -<p> -Vediamo ora l'Italia, che ha dato per prima -il melodramma, costruito il pianoforte, perfezionato -tant'altri strumenti; “la terra dei fiori, -dei suoni, dei carmi,„ quanto abbia prodotto -nel campo dell'acustica. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Ancora nel XI secolo Guido d'Arezzo inventa -le note, e le nomina colle prime sillabe d'ogni -versetto dell'Inno di San Giovanni. — Giuseppe -Zerlino, nato a Chioggia nel 1540, e Vincenzo, -<span class="pagenum" id="Page_410">[410]</span> -padre del Galileo, scrivono di musica teorica; -ma la parte fisica dell'acustica incomincia solo -con Galileo Galilei. Fu esso a dimostrare che -per corde eguali ed egualmente tese, la durata -di oscillazione è proporzionale alla loro lunghezza. -Provò pure che l'acutezza del suono sale o scende -col crescere o diminuire delle vibrazioni. Avvertì, -che strisciando dolcemente con un dito -bagnato il bordo d'un bicchiere, contenente dell'acqua, -si ottiene un suono, e fin che esso dura -la superficie dell'acqua si increspa, producendo -una specie di stella. E si domanda: se non sarebbe -possibile fissare queste figure acustiche -per poterle con più agio studiare. Rammenta allora -l'esperienza occorsagli con una lastra di ottone, -che messa in vibrazione e cospersa di rena, -questa si disponeva in una serie di linee distribuite -con simmetria. Sono le belle figure illustrate -poi dal Cladni, e note sotto il di lui nome; ma -prima d'ogni altro ottenute dal Galileo. -</p> - -<p> -Ho già detto delle esperienze eseguite in Firenze -dal Borelli e dal Viviani, e riportate nei -“Saggi„ sulla velocità di propagazione del suono, -che dettero per risultato un valore di ben poco -differente da quello ammesso presentemente. Nè -so comprendere come di queste nostre esperienze -non si faccia mai cenno nei libri di fisica italiani, -ne' quali si riportano regolarmente quelle -<span class="pagenum" id="Page_411">[411]</span> -eseguite in Francia. — Va pure notato che il -primo a mostrare come la velocità di propagazione -del suono aumenti col crescere della temperatura -fu il medico Bianconi. -</p> - -<p> -I risultati delle esperienze da esso eseguite a -Bologna a temperature di -2 a +28° R. sono -riportati in un opuscolo “Della diversa velocità -del suono„. (Venezia, 1746). -</p> - -<p> -Newton, che introdusse pel primo l'analisi matematica -nelle quistioni acustiche, calcolò teoricamente -la velocità di propagazione del suono; -ma trovò che risultava solo <span class="above">5</span>⁄<span class="below">6</span> di quella data -dalle esperienze. Per metter d'accordo i due risultati -furono escogitate numerose ipotesi; ma -il primo che accennò alla vera causa fu il nostro -Lagrange, senza però svolgere completamente -l'idea balenatagli. Sicchè durante tutto il -settecento la quistione interessò in sommo grado -tutti i cultori delle scienze, e solo nel 1816 La -Place mostrò che realmente bisognava recare la -correzione ideata dal Lagrange; perchè, mentre -la temperatura dell'ambiente non varia col propagarsi -delle onde sonore, compensandosi il freddo -prodotto dalla rarefazione col maggior calore -prodotto dalla compressione, questa variazione -di temperatura nelle parti dell'onda modifica -però l'elasticità dell'aria, e con ciò la velocità -di propagazione del suono. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_412">[412]</span> -</p> - -<p> -Un altro problema della più alta importanza, -che si proposero, non solo i cultori della fisica, ma -ben anco i maestri di musica, i matematici, i filosofi, -fu quello di trovare la ragione, perchè due -suoni armonizzino quando fra i numeri delle loro -vibrazioni esista un rapporto semplice, mentre -in caso diverso, o se il rapporto semplice è appena -alterato, riescono dissonanti. -</p> - -<p> -Fortunatamente alla risoluzione del problema -contribuirono in larga parte due italiani. -</p> - -<p> -Verso la metà del seicento Marigni inventa la -sua “Trombetta Marina„, che viceversa non era -poi una trombetta, e nemmeno un istrumento -a fiato, bensì una specie di grosso sonometro. -Su d'una cassa di risonanza di forma piramidata -era tesa una corda, che dava una nota stridula, -somigliante a quella di una trombetta, in causa -del tremito della staffa cui era raccomandata la -corda contro la cassa stessa sulla quale posava -leggermente. -</p> - -<p> -A mezzo del suo strumento mostrò, non solo -che si può ottenere dalla corda un seguito di -note i cui numeri di vibrazione crescono come -la serie dei numeri interi; ma ben anco che -queste medesime note accompagnano la fondamentale, -e si possono percepire separatamente, -toccando leggermente la corda in vibrazione alla -sua metà, terzo, quarto, ecc. Sono questi i toni -<span class="pagenum" id="Page_413">[413]</span> -armonici, o meglio superiori, dai quali appunto, -oltre il timbro musicale, dipende anche la consonanza. -E coi medesimi, a definire l'armonia -concorrono, o li suppliscono se mancanti, i suoni -detti di Tartini. -</p> - -<p> -Nacque Tartini nel 1692 a Pirano d'Istria, e fu -destinato al sacerdozio. Ma lasciò ben presto la -teologia per la legge, anzi, per essere più precisi -per la scherma, sua passione favorita. Ammogliatosi -segretamente, appena s'accorge d'essere -incorso nella collera dello zio, il cardinale -Cornaro, abbandona la moglie, e si ritira nel -convento di Assisi. La calma del chiostro e sopratutto -la compagnia d'un bravo monaco, esperto -in musica, risvegliano in lui una latente passione -per quest'arte geniale, così che in due anni diventa -famoso nel suonare il violino. Calmatosi lo -sdegno dello zio, lascia il convento, e in un concerto -a Padova rapisce talmente gli uditori, che -la sua fama corre da un capo all'altro d'Italia. -</p> - -<p> -Nel 1714 avverte che quando si suonino ad -un tempo due note, se ne percepisce una terza -più bassa; per esempio: con un DO₃ ed un LA₃ -si sente un FA₂. -</p> - -<p> -Chiamò questo nuovo tono, dato dalla combinazione -degli altri due “il suo terzo suono„; -e fu poi detto di Tartini. -</p> - -<p> -Ora questi terzi toni, quando il rapporto fra -<span class="pagenum" id="Page_414">[414]</span> -le due note che li generano non sia preciso, possono -dar luogo ai battimenti, segnano quindi la -disarmonia e suppliscono là dove mancano i toni -superiori. Interessante si è il sapere che Tartini -nel suo “Trattato di musica secondo la -vera scienza dell'armonia„ (Padova 1754) e nella -“Dissertazione dei principi dell'armonia musicale -contenuta nel diatonico genere„ (Padova 1767), -non solo parla del suo terzo suono, ma espone -l'idea che desso concorra nel definire l'Armonia. -</p> - -<p> -Ed appunto sui toni armonici messi per primo -in evidenza dal Marigni, sui battimenti illustrati -dal Saveur, e sui toni di Tartini, detti poi di -“sottrazione„ fonda Helmholtz la mirabile, e semplice -sua teoria della consonanza. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Nel campo del magnetismo e dell'elettricità, -all'infuori delle poche cose tentate dall'Accademia -del Cimento, scendiamo fino a Beccaria prima -di trovare qualche lavoro d'una certa importanza. -Nel 1753 pubblica un'opera “Dell'elettricismo -naturale ed artificiale„ e nel 1775 una seconda -“Sull'elettricità atmosferica a cielo sereno„; preludio -agli importanti lavori eseguiti poco appresso -in Italia. È poi noto come una delle esperienze -per mostrare la sede dell'elettricità sui -buoni conduttori si faccia ancor oggi a mezzo -d'un apparecchio chiamato “Pozzo di Beccaria„. -<span class="pagenum" id="Page_415">[415]</span> -Anche Tiberio Cavallo napoletano, eseguì, sopratutto -in Inghilterra, molte osservazioni sull'elettricità -atmosferica, che assaggiava a mezzo -di un suo elettrometro. -</p> - -<p> -I progressi della fisica e dell'elettricità in ispecie -nell'ultimo quarto del 700 si collegano troppo -strettamente colle prime scoperte del 1800, per -poter essere qui con utilità, sia pur di volo accennati. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Quanto cammino lo svolgersi dell'umano pensiero! -</p> - -<p> -Alle incerte notizie d'una civiltà orientale, a -quelle più sicure dei Caldei e degli Egiziani ecco -sovrapporsi la splendida civiltà greca, speculativa -ed artistica per eccellenza, che ci tramanderà -con Aristotile il vangelo scientifico su cui -giureranno per lunghi secoli le generazioni future, -e con Anassagora e poi Epicuro l'idea Atomistica, -che rifatta sulle basi dell'esperienza, -sarà leva potentissima allo sviluppo delle scienze -e della Chimica in modo particolare. -</p> - -<p> -Coll'invasione degli Arabi vediamo dispersa -la famosa scuola Alessandrina, e tesori di sapere, -sopratutto nel campo filosofico e matematico -perduti. E mentre la più fitta tenebra -della barbarie pare voglia stendersi per ogni -dove, ecco gli Arabi stessi, che si fanno cultori -<span class="pagenum" id="Page_416">[416]</span> -delle scienze, danno novello impulso agli -studi astronomici e chimici, e risvegliano, co' -profughi greci, il culto alle scienze anche in -Occidente. Ma breve è il periodo, e strana cosa, -un popolo giunto rapidamente ad un elevato -grado di civiltà, torna pressochè nomade alle -sue terre. -</p> - -<p> -Per lunghi secoli nelle Università che s'erano venute -formando per prime in Italia, dove maggiore -era il bisogno d'emanciparsi dai ceppi d'un'istruzione, -diretta solo da ecclesiastici, non si insegna -che ciò che dagli antichi ci pervenne, non -si riconosce che Aristotile. Epoca ingloriosa, appena -marcata di quando in quando da qualche -accenno a novità, subito represso. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Ma l'aurora dell'Umanesimo spunta appena in -Italia, che già le arti e la letteratura, con gigantesco -progresso illuminano della luce più viva -i secoli XIV, XV, XVI; nè la scienza può rimanere -estranea a questo ridestarsi di ogni attività, -e con Galileo getta le basi di quella filosofia -positiva, che, caratterizzata dal motto della -Accademia del Cimento <i>Provando e riprovando</i> -sarà base incrollabile allo svolgersi ulteriore dell'umano -pensiero. Splendida epoca, orgoglio nostro, -ed in modo particolare di questa terra toscana, -sorriso d'Italia. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_417">[417]</span> -</p> - -<p> -Che vale l'opporsi dell'oscurantismo prepotente? -Avrà i suoi martiri anche la scienza, e -saran seme di novello progresso. -</p> - -<p> -E se le persecuzioni diraderanno le file dei -cultori delle scienze in Italia, sorgeranno i Newton, -gli Huyghens e tant'altri, a strappar nuovi -segreti alla natura, chè la scienza è universale. -</p> - -<p> -Certo l'amore del natìo loco fa rimpiangere -che al periodo glorioso di Galileo e dell'Accademia -del Cimento, abbia fatto seguito un lungo -volger di anni scarso, in confronto alle altre nazioni, -di messe, benchè non privo di nobili ingegni -che a quando a quando gettarono sprazzi -di luce foriera di nuovi veri. -</p> - -<p> -E la sua parte nel decadimento scientifico d'Italia, -specialmente nella prima metà del 700, va -data alle condizioni politiche della penisola. -</p> - -<p> -La parte meridionale oppressa da un governo -superstizioso e sleale, che si regge sull'ignoranza -de' popoli, a grande stento, e scarsamente diradata -dalle sapienti divinazioni del Vico, e dalle -animose riforme del Tanucci. -</p> - -<p> -La media Italia in balìa di una corte pontificia, -dove anche la geniale od austera personalità -di pontefici come i XIV Benedetto e Clemente, -s'infrange contro l'assolutismo del dogma -e la tirannìa degli ordini religiosi. -</p> - -<p> -In Toscana fiacco il costume, fiacco lo studio, -<span class="pagenum" id="Page_418">[418]</span> -sonnolenta l'intera esistenza per colpa di un -governo, tanto più biasimevole quanto più illuminato. -</p> - -<p> -I Ducati covo di tiranelli altrettanto impotenti -quanto prepotenti. -</p> - -<p> -L'Austria che spadroneggia nel milanese, ed -agogna ad assoggettarsi l'Italia intera, non mai -sazia di asservire al suo ibrido governo quante -più nazionalità le venga fatto. -</p> - -<p> -A Venezia una Repubblica oligarchica, intente -le menti più elette a conservare un potere che -si veniva fiaccando. -</p> - -<p> -E nel piccolo Piemonte, la futura speranza -d'Italia. -</p> - -<p> -Non dissimile l'Italia dalla Germania, colla -differenza che i molti stati che componevano -quest'ultima, erano almeno retti da Principi tedeschi, -e che la riforma di Lutero vi aveva spirato -un soffio di vita nuova, mentre l'Italia era -alla mercede dell'Austria e della potenza papale -nemica del progresso. -</p> - -<p> -E così è che la Germania come l'Italia ben -poco producono nel campo scientifico durante la -prima metà del settecento; e di pari passo colla -scienza decadono l'arte, la letteratura, la filosofia. -</p> - -<p> -Epoca di reazione e rilasciatezza ben triste, e -tale da far dubitare se il nuovo metodo di indagine -sperimentale potesse riuscire ad emancipare -<span class="pagenum" id="Page_419">[419]</span> -il pensiero, e guidar l'uomo sulla feconda -via del progresso. -</p> - -<p> -Ma la forza del progresso è inesorabile, e come -fiumana trattenuta da improvvisi scoscendimenti -per poco ristagna, per irrompere con maggior impeto -e più veloce alla meta; così l'umano pensiero, -che attraverso a mille ostacoli, sulla base -del positivo rifà la strada de' secoli passati, e -dalle leggi della natura assurge alle cause supreme, -non torturando coi dogmi; ma persuadendo -coi fatti; non seminando livore, odio, vendette; -ma brillando iride di pace a tutti i popoli. -</p> - -<p> -E già sorgono, precursori di nazionale risveglio, -i grandi poeti, e nuovi veri, destinati a portare -una profonda rivoluzione nella vita delle -nazioni ed a dare al secolo nostro un'impronta -per la quale andrà famoso ai futuri, spuntano -all'orizzonte. -</p> - -<p> -Il lento oscillare della lampada nella cattedrale -di Pisa fu <i>poca favilla</i> che <i>gran fiamma seconda</i> -e con Galileo illuminò il mondo intero. -</p> - -<p> -L'inconsciente contrarsi della rana nel gabinetto -del Galvani è scintilla che sprigiona dall'acuta -mente del Volta la portentosa pila. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p class="indl"> -<i>Signore e Signori,</i> -</p> - -<p> -Un filo elettrico attraversa la sala. Milioni di -vibrazioni ogni secondo lo agitano. Trasmetteranno -<span class="pagenum" id="Page_420">[420]</span> -esse a dinamo potenti, dalle quali alla lor -volta furono suscitate, un raggio moderno di sole, -rapitogli dall'acqua, che nell'amplesso dell'Oceano -evapora e si solleva, per ricadere pioggia benefica -su monti, dai quali rivo, torrente, fiume, precipitando, -confida a congegni meccanici la sua -preda? Oppure un raggio di sole antico, che per -potenza di piccolo seme immagazzinò nelle vetuste -piante, ora fossilizzate, l'energia di tempi -remoti, quando l'uomo non ancora calcava la terra -di cui scruta ora i segreti? -</p> - -<p> -E quel raggio di sole trascinerà esso per erta -pendice il fardello dell'uomo nel suo incessante -affaticarsi? aiuterà, apprestandogli i mezzi, il -lavoratore nella lotta per la vita? fornirà a popoli -oppressi l'arma della difesa, o servirà a ribadire -tormento di guerra, le loro catene? Per quel -filo passerà la voce armoniosa dell'amicizia o -quella stridula dell'interesse? la dolce voce del -conforto, o quella rauca della calunnia? Detterà -quel filo le burrascose vicende della politica, -o le pacifiche conquiste della scienza?! -</p> - -<p> -Io vorrei che quel filo trasmettesse in questo -momento a ciascuno di voi i miei più vivi ringraziamenti -per la benevola attenzione prestatami, -e riportasse a me l'eco del vostro gentile -compatimento. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_421">[421]</span> -</p> - -<h2 id="arte">L'ARTE NEL SETTECENTO</h2> - -<p class="center"> -CONFERENZA -</p> - -<p class="center"> -DI -</p> - -<p class="center"> -<span class="smcap">Antonio Fradeletto</span> -</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_423">[423]</span> -</p> - -<p class="pad2 indl"> -<i>Signore e signori,</i> -</p> - -<p> -Se il principio o il termine d'un'età può mai -datare dall'apparizione o dalla scomparsa d'un -uomo, la morte di Luigi decimoquarto segna -certo il confine morale che divide il Seicento -dal Settecento. Con lui, infatti, col monarca superbo -che si piacque di vedersi effigiato in clamide -e parrucca, sembra adagiarsi nella tomba -tutto un secolo impettito, prosuntuoso, prepotente, -intollerante, un secolo nel quale l'accademismo -classico non disdegnava d'accoppiarsi -in fastoso connubio con l'enfasi barocca. Gli Stati -europei, liberi finalmente dall'incubo d'un'ambizione -che aveva pesato per tanti anni sul loro -destino, mandano un respiro di sollievo. La Francia -stira le membra raggranchite nel gelo delle -forzate devozioni e agogna a rifarsi con la sfrenata -<span class="pagenum" id="Page_424">[424]</span> -libertà del costume e del pensiero. Si -seguono allora due generazioni così spregiudicate, -così epicuree, come l'ultimo periodo -della vita del Gran Re era stato noiosamente -bigotto. Godere, goder presto e in tutti i modi, -è l'ideale cui mirano, sia inconsapevolezza che -nasconda ai loro occhi l'abisso verso il quale -sono trascinate, sia sprone di inconfessati presagi -che le spinga ad esaurire ogni ebbrezza prima -dell'imminente catastrofe. L'età anteriore s'era -segnalata per una tensione suprema d'energia: -energia caparbia, rovinosa, folle, ma, insomma, -strenuamente pugnace. Essa veniva al despota — che -la impose alla nazione — dalla coscienza, non -mai scossa per accumularsi di sciagure, dell'alto -ufficio al quale egli teneva preordinata la monarchia -per diritto divino, incarnantesi nella sua -persona. Ora, noi assistiamo ad una di quelle -subitanee reazioni che seguono sempre gli sforzi -soverchiamente protratti. Le antiche energie si -allentano, le antiche convinzioni vaniscono in un -sorriso. Etichetta, pompe, cerimonie, consuetudini -officiali restano bensì immutate; ma lo spirito -che un giorno le animava s'invola; ma le -idee, i sentimenti, le fedi tradizionali ad ogni ora -si sgretolano. L'edifizio costruito dai secoli si direbbe, -a primo sguardo, incolume, quando invece -nulla d'incolume n'è rimasto, fuorchè la decorazione -<span class="pagenum" id="Page_425">[425]</span> -esteriore: una decorazione magnifica, amplificata -da mille illusioni prospettiche, ma assisa -ormai su fondamenta così logore che noi la -vedremo oscillare e crollare al primo urto di mano -plebea. -</p> - -<p> -E come lo stato politico e sociale non era altrove -molto dissimile, come l'esempio della -Francia serviva di scuola all'Europa, l'aristocrazia -ci porge quasi da per tutto (salvo le nobili -eccezioni che non occorre rammentarvi) -un'immagine conforme di vita. Veramente quest'aristocrazia -non è che un'esigua minoranza; -ma essa costituisce la classe dominante e tipica; -essa detta la moda e crea il gusto; essa invade -il dinanzi della scena e respinge ancora nell'ombra -tutto il resto della nazione; essa dà pertanto -alla società europea, fino allo scoppiare del movimento -filosofico e borghese, e anche più oltre, -un'apparenza comune di festività, di spensieratezza, -di tolleranza amabilmente scettica, o, in -breve, di estenuazione morale. -</p> - -<p> -Fra noi l'estenuazione aveva cause più profonde -e più remote. Già l'Italia era uscita dalla -gloriosa indisciplina del Rinascimento barcollante -e spossata, come chi ha troppo osato, troppo -creato, troppo compreso e troppo goduto. Poi, -centocinquant'anni di blandizie gesuitica e di -oppressione spagnuola avevano plasmato a servilità -<span class="pagenum" id="Page_426">[426]</span> -la mattiniera ribelle. Ingegno, cultura, -spirito d'osservazione, fantasia, erano sempre -vivi; viva era la pertinacia intellettuale del pensatore, -dell'erudito, dell'artefice; ma era venuta -meno nei più quella deliberata vigoria di iniziative -e di resistenze che è il fiore dell'essere -morale. E le riforme stesse che segnalarono la -seconda metà del Settecento non ebbero tutta -l'efficacia che proviene dai robusti consensi; -esse furono reclamate da poche menti superiori -e largite dall'alto, piuttostochè scaturire da una -coscienza sociale largamente e virilmente operosa. -</p> - -<p> -I forti aspirano a conquistare il dominio della -propria anima; essi amano appartarsi e raccogliersi, -perchè trovano in sè di che popolare -ogni solitudine. Ma agli spiriti deboli e frivoli -che resta da fare, se non allearsi ad altre debolezze -e ad altre frivolezze? Così questa nobiltà -esausta e peritura si conforta con la vita in -comune, con le conversazioni, coi festini, coi -teatri, col giuoco, con la galanteria, con l'osservanza -rituale dei precetti della moda, innalzati -perfino a quistione di Stato o a controversia diplomatica. -L'impero d'una simile società non -può spettare che alla donna, e la donna viene -eletta concordemente ad esercitarlo. Ormai ella -sembra creata soltanto per entrare con grazia -in un salotto a braccio del cicisbeo, per porgere -<span class="pagenum" id="Page_427">[427]</span> -la mano al bacio dei corteggiatori, per sedere -ammirata in un palco, per danzare languidamente -il minuetto, per dominare il volgo dall'alto -d'una carrozza scintillante d'oro e di cristalli, -per accennare a un desiderio ed essere a -gara obbedita, per divenire maestra di piaceri e -parteciparvi fino all'ultimo, come quella dama -che ammalata di malattia inesorabile, si fa abbigliare -sfarzosamente, colorire di rossetto le -terree cavità delle guance, condurre in portantina -a teatro, e che, al ritorno, muore. -</p> - -<p> -Vi sono, Signori, rappresentazioni d'arte, le quali -valgono storicamente più degli stessi documenti -storici, perchè ci tramandano non tanto gli sparsi -pensieri del passato, quanto l'intima essenza di -tutto il suo pensiero. Tale “<i>L'imbarco per l'isola -di Citera</i>„ di Antonio Watteau. Ben prima che -Carlo Innocenzo Frugoni cantasse fra noi: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">La bella nave è pronta:</p> -<p class="i01">Ecco la sponda e il lido</p> -<p class="i01">Dove nocchier Cupido,</p> -<p class="i01">Belle, v'invita al mar,</p> -</div></div> - -<p> -ben prima e con ben altra vena, il Watteau aveva -dipinto la dilettosa allegoria, che esprime il -sogno di due generazioni. Sul lido, sotto i -grandi alberi, sorge, infiorata dai devoti, l'erma -della Dea; l'onda purissima è in calma e i salici -v'immergono le capigliature fluenti; uomini -<span class="pagenum" id="Page_428">[428]</span> -e donne, tenendosi a braccio, traggono alla galèa -che sta per salpare, sotto la guida degli Amori, -verso l'isola incantata. L'aspetto di quelle coppie -è giocondo, le mosse graziose, ma pure noi ci -sentiamo vinti da un'ineffabile malinconia. Sono -forse i vapori autunnali e vespertini in cui l'artista -ha avvolto la scena? O è quel presagio -amaro di delusioni che si mesce per noi a tutte -le immagini del piacere? O è il lampo d'una -comparazione fra i giorni che furono e i giorni -che noi viviamo?.... Ignoro; ma certo dinanzi a -quello spettacolo di agognate e credute felicità, -l'anima è mossa a un sentimento triste, che potrebbe -tradursi nelle parole: <i>per l'ultima volta!</i> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -In quelle creature voi non cercherete dunque -passioni, bensì capricci ed emozioni mutabili: -l'emozione sentimentale, l'emozione voluttuosa, -l'emozione gioconda, l'emozione patetica, l'emozione -idillica. Vedete il sentimento tipico: l'amore. -“<i>On se plaît, on se prend; s'ennuie-t-on -l'un avec l'autre, on se quitte avec aussi peu de -peine qu'on s'est pris. Revient-on à se plaire, on -se reprend avec autant de vivacité que si c'était la -première fois qu'on s'engageât ensemble</i>„ scrive -in Francia Crébillon figlio. E in Italia l'abate -<span class="pagenum" id="Page_429">[429]</span> -Chiari: “<i>Dove troverete adesso quelle passioni -violente e così memorabili che inspiravano un -tempo le donne vedute soltanto attraverso un -fosco velo e vagheggiate una volta al mese -dall'altezza di una finestra?</i>„ E invero l'amore -è ormai divenuto un misto di volubilità sensuale -e di consuetudine tra amichevole e cerimoniosa, -che tollera filosoficamente le divagazioni -e le compartecipazioni: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Qual torto far potrebbonsi,</p> -<p class="i01">Colpevoli del pari?</p> -<p class="i01">Perchè perdon si nieghino</p> -<p class="i01">Troppo ambedue son cari.</p> -</div></div> - -<p> -Di quando in quando ha anch'esso, l'amore, -le sue burrasche, o, come dicevano, le sue smanie; -ma sono burrasche a fior d'acqua, subito -placate da un abbraccio o da un giuramento in -ginocchio. La separazione non lascia dietro a -sè che un'ombra di mestizia. Nel ripercorrere i -luoghi dov'egli visse beato con la sua donna — forse -irreparabilmente perduta — l'amante non -medita e non impreca; basta a lui effondersi in -questo lieve sospiro: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Dite almeno, amiche fronde,</p> -<p class="i01">Se il mio ben più rivedrò;</p> -<p class="i01">Ah! che l'eco mi risponde</p> -<p class="i01">E mi par che dica no.</p> -</div></div> - -<p> -E come l'amore, così sottoponete all'analisi -<span class="pagenum" id="Page_430">[430]</span> -tutti gli altri sentimenti — il dolore, la fede, la -tenerezza, la pietà, la generosità — quali vi si -mostrano negli scritti letterari ed intimi del -tempo. Potrete scomporli in una serie di stati -di coscienza ora languidi ora concitati, ma quasi -sempre mobili, ondeggianti, effusivi, e, per significar -tutto con una parola, melodici. Ecco -perchè senza la melodìa poetica e senza la melodìa -musicale non si comprende il Settecento; -ecco perchè le canzonette del Rolli, i drammi -del Metastasio, le limpide arie del Pergolesi e -dello Jomelli suonano a noi come la voce superstite -dell'anima sua! -</p> - -<p> -Ma una parte almeno dell'anima del Settecento -si è pure espressa con un linguaggio visibile di -forme e di colori. E questo linguaggio è il nuovo -stile <i>rococò</i> in cui viene a rammorbidirsi quello -più gonfio e pesante del periodo di Luigi XIV. I -contorni sinuosi, i cimieri asimmetrici, i festoncini, -i ciuffi, le frondeggiature arricciate, vi annunziano -chiaramente la capricciosa mobilità degli -spiriti. Quelle colorazioni tenui — cilestrine, -rosee, verdicce, lilla, giunchiglia pallido, tortora, -foglia morta — vi sussurrano all'orecchio le repugnanze -sottili dell'epicureismo per ogni sensazione -troppo vivace. Quei letti dalle incurvature -di bomboniera, dai guanciali digradanti, -dalle alcove rallegrate di nudità mitologiche, vi -<span class="pagenum" id="Page_431">[431]</span> -confidano i sonni voluttuosi prolungati fin presso -al meriggio. Quei canapè dalle braccia accoglienti -vi evocano l'intimità dei lunghi colloqui, alternati -di carezze e di consapevoli silenzi.... -</p> - -<p> -Vogliamo entrare nel vestibolo di quel grande -palazzo, architettura immaginosa del Fuga o di -uno dei Bibbiena, dello Juvara o del Vanvitelli? -L'ampia scalea balaustrata ci conduce -negli appartamenti gentilizi, scintillanti di lumiere. -Sulle mensole, sulle cantoniere, spiccano -le tazze di Meissen o di Sèvres, le statuine galanti -e campestri in <i>biscuit</i>, le piccole miniature -in avorio; sul caminetto, il bronzo dorato del -pomposo orologio a pendolo e dei candelabri -dagli steli attorti. La suppellettile, lucente di -lacca, è dipinta a figurine e fiorami; qua e là -qualche mobiletto di legno esotico, qualche stipo -a tarsie di tartaruga e metallo, qualche gruppo -scolpito a putti ed allegorìe, che sorregge un vaso -del Giappone o della Cina. — Siamo nel salone, -un sontuoso salone tutto fregiato di stucchi, dal -soffitto recente di affreschi, dalle pareti chiare — bianco -e oro, rosa e oro, pistacchio e oro — che -si schiudono ad assidui intervalli nelle chimeriche -profondità degli specchi. Le dame dalle -acconciature bizzarre, dall'ampio giro della veste -di raso ornata di trine e di <i>falbalas</i>, siedono conversando -e agitando in ritmo i ventagli; i cavalieri -<span class="pagenum" id="Page_432">[432]</span> -con la giubba e la sottoveste ricamate e i -polpacci stretti nelle calze di seta, passano dall'una -all'altra, tintinnando di ciondoli e sbattendo -lo spadino incruento; qualche abatino novizio -fa la sua corte discreta, appoggiato ad una -spalliera o protetto dall'ala d'un parafuoco. Ma -ecco un accordarsi sommesso di violini, un porgere -ossequioso di mani, un fruscio di vesti, un -disporsi lieve di coppie; il minuetto sospira i -suoi inviti alla letizia; i guardinfanti si piegano -come per un accenno di genuflessione; le giubbe -ricamate s'inchinano; la danza comincia, molle, -aggraziata, pacata, luminosamente proseguita -entro le chimeriche profondità degli specchi. -</p> - -<p> -Gli specchi! non è questo, Signori, uno fra gli -ornamenti più cari al secolo, e fra quelli che -meglio ce ne raccontano la socievolezza leggiera, -l'appariscenza, la vanità, la fragilità? Profusi -per ogni dove, gli specchi paiono eletti all'ufficio -di adulare la realtà, di suscitarle intorno un corteo -di seguaci illusioni. Nei festosi ritrovi, essi inducono -l'uomo alla ricerca dell'atteggiamento e -del gesto, ma insieme coi vigilanti richiami lo -frenano; nei convegni libertini sferzano i suoi -sensi con le complici denudazioni del pudore; -nell'odiosa solitudine lo confortano, porgendogli -almeno la visibile compagnia di sè stesso! -</p> - -<p> -Perchè ciò che il Settecento aborre di più, -<span class="pagenum" id="Page_433">[433]</span> -ciò che gli pesa intollerabilmente, è la solitudine. -Prima che Giangiacomo Rousseau imprenda il -suo apostolato, nessuno sa concepire le gioie -austere dell'anima sognante in faccia alla natura. -La vita in campagna non è dunque — mutato -scenario — dissimile da quella di città: -ricevimenti, rinfreschi, fuochi di gioia, tavola -sempre imbandita, giuochi, concerti, commedie -da camera. E già gli stessi giardini, coi lunghi -viali regolari, e la fiorita simmetria delle aiuole -che somigliano tappeti a rabesco, e le siepi di -bosso tosato, e gli alberi rifondati o squadrati a -piramide e a dado, e gli emicicli a gradinate -coperte d'erbetta rasa, che altro sono se non -una specie di duplicato dei teatri e dei saloni? -Saloni all'aria aperta, dove la gente passeggia -con lentezza pigra, si scambia nell'incontrarsi -complimenti e celie, riposa sui sedili rustici col -garbo contegnoso con cui s'adagia sui canapè, -si raccoglie in comitive conversanti, si disperde -a coppie sotto le vôlte fronzute, tra il sussurrìo -delle fontane e l'occhieggiare delle ninfe marmoree -dalle pieghe svolazzanti. -</p> - -<p> -In molte fra le dimore ove passò sì lietamente -la vita, si stende oggi lo squallore dell'incuria o -dell'abbandono. Gli svelti ghirigori di stucco -vanno sgretolandosi, o ingoffiscono sotto lo strato -denso degli intonachi; la suppellettile impressa -<span class="pagenum" id="Page_434">[434]</span> -di calde abitudini umane non è più; dalle pareti -quadri e stoffe damascate scomparvero; gli specchi -hanno la faccia livida dell'acqua palustre e -non ripetono più luminosamente l'immagine -umana, ma la offuscano e la incadaveriscono. -Dal cancello rugginoso, fregiato di nastri e di -stemmi a cartoccio, intravvediamo i viali del -giardino, un giorno così corretti nel loro tappeto -di fine ghiaia e nella duplice spalliera pettinata, -invasi dal folle scompiglio dell'erbe; la conca -marmorea della fontana muta di voci scroscianti; -i gradini che mettevano alla veranda, i gradini -sui quali passarono, sfiorandoli appena, tanti -piccoli piedi, sconnessi e screpolati; e qua e là, -di sui piedestalli ingialliti dai licheni, qualche -ninfa dal naso mozzo e dalla mano mutilata, che -si sforza ancora di sorridere con la triste civetteria -delle vecchiaie che non si rassegnano. -</p> - -<p> -Dinanzi a questi fantasmi deformati del mondo -distrutto dalla catastrofe dell'ottantanove, sorge -nella nostra mente una visione: un abisso nero, -in fondo al quale gorgogliano torrenti di sangue, -e sulle opposte sue sponde l'antitesi di due scene: -di là tenui ombre graziose, aggirantisi, nella -luce blanda del pomeriggio, per un Eliso campestre; -di qua l'incalzare d'una gran folla irrequieta, -in un'atmosfera fumosa e sonante di -opere. — I nostri nonni e noi! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_435">[435]</span> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Consultiamo i ritratti, paragonandoli a quelli -delle due età precedenti. -</p> - -<p> -Nei ritratti del Cinquecento ferve tutta la vita -poderosa d'un secolo in cui l'uomo, affidandosi -senza freno a' suoi istinti, mostrò di quanta genialità -e di quanta perversità egli sia organicamente -capace. Direste che gli originali non siano -venuti a posare davanti agli artefici, ma che -piuttosto gli artefici, con qualche secreto sortilegio, -li abbiano imprigionati palpitanti entro la -cornice. Sotto la corazza o la porpora, sotto il -giustacuore o la toga, con le labbra schiuse al -comando o serrate in uno sforzo di proponimento, -con la pupilla fiera di risoluzione o lampeggiante -di cupidità, con la mano che stringe -un decreto, o si posa sull'elsa della spada, o si -pianta saldamente sull'anca, o s'abbandona sur -un bracciuolo nell'assorta fissità del pensiero, -essi ci narrano la storia di quella fatale generazione -che splendette e si estinse in una vampata -prodigiosa d'energie e di passioni. -</p> - -<p> -Nel Seicento tonalità ed espressioni s'infoscano. -Vi sono molte tele, dove, a primo sguardo, -non riuscite a discernere nel campo buio che -l'incerto biancore d'una gorgiera o di due lattughe. -<span class="pagenum" id="Page_436">[436]</span> -Solo più tardi spuntano dalle tenebre -due occhi cavi in un viso smorto. E di quelle -immagini, alcune, accigliatamente torbide, vi lasciano -intravvedere, o fantasticare, un viluppo -di tetre cose interiori: qualche duro costringimento -patito, qualche vocazione violata, qualche -tedio insanabile, qualche mistero doloroso od -atroce mal sepolto nel fondo dell'anima. Altre, -invece, sembrano degnarsi di concedervi udienza -con quell'aria di arcigno sussiego a cui la faccia -umana era forzatamente composta dalle quotidiane -tirannie del cerimoniale. Ogni spontaneità -è soffocata. Educato alla scuola della paura e -dell'ipocrisia, l'uomo non si espande più; si -comprime o s'atteggia. -</p> - -<p> -Con l'età nuova i tôni rischiarano e la tristezza -dilegua. Diremo che sia egualmente scomparsa -la pretensiosità? Tutt'altro. Voi le rivedete, -mentre io parlo, certe patrizie del secolo -che fu, rigide nell'abito insaldato, certi cavalieri -e <i>virtuosi</i> pettoruti, certi senatori e procuratori -dalle parrucche colossali e dai faccioni sbarbati, -cui la cornice fastosa glorifica come una smaccata -iperbole adulatoria. Ma pure l'uomo e la -donna sono spesso rappresentati in attitudini più -intime: la donna sopra tutto, mentre vezzeggia -una cagnolina (quanta parte non ha la “vergine -cuccia„ nei ritratti del Settecento!) o siede allo -<span class="pagenum" id="Page_437">[437]</span> -specchio, o tiene in mano il bossolo dei nèi, o -coglie un fiore, o accosta alle labbra la tazza invidiata -dal poeta: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Cinese tazza eserciti</p> -<p class="i01">Beato il suo costume</p> -<p class="i01">E il roseo labbro oscurino</p> -<p class="i01">Le americane spume.</p> -</div></div> - -<p> -E in armonia con le attitudini, muta di necessità -l'espressione. Alla gonfiezza, al compassato -ritegno, subentrano le arie frivole o ingenue, -ghiribizzose o sentimentali. -</p> - -<p> -Una donna è appunto il ritrattista più celebre -della prima metà del Settecento: Rosalba Carriera. -Ella sparge de' suoi lavori l'Europa, ma la prodigiosa -fecondità è ancora tarda alle richieste. -Dinanzi a lei posano a gara la corte dissipata -di Filippo d'Orléans, la corte casalinga di Rinaldo -d'Este, la corte pomposa di Carlo VI. -Dalle piccole mani, occupate in un'incessante fatica, -escono le pagine più varie dell'iconografia -contemporanea: la signora di Parabère, Law, -Watteau, il piccolo Luigi XV, l'imperatrice -Elisabetta, l'imperatrice Amelia, la duchessa di -Holstein, la principessa di Teschen, il cardinale -di York, Faustina Hasse, Pietro Metastasio. E -da per tutto ella è ricercata e festeggiata; da -per tutto le risuona intorno un coro d'ammirazione -che osa pareggiarla perfino al Correggio, -<span class="pagenum" id="Page_438">[438]</span> -e in cui si perde, senza ottenere ascolto, ogni -censura più discreta. -</p> - -<p> -Oggi, noi riconosciamo che il disegno di Rosalba -è fiacco, ch'è assai dubbia (almeno in parecchi -casi nei quali siamo in grado di giudicarne) -la rassomiglianza de' suoi ritratti; — e tuttavia -non ci par difficile comprendere le ragioni -di quell'entusiasmo. -</p> - -<p> -Certo vi conferì la sua tecnica. Rosalba trattava -anche la miniatura e la pittura ad olio, -ma il genere da lei prediletto restò sempre il pastello. -Ora, l'uso delle matite colorate era in gran -voga nel secolo scorso. Vi si addestravano così -le educande ne' monasteri come le belle mondane -nei loro piccoli appartamenti. Federico di Prussia, -quest'uomo che alle doti sovrane della volontà e -del genio pareva congiungere tutte le piccole manie -del dilettantismo, non ingannava altrimenti -gli ozi del carcere a cui l'aveva condannato la caparbia -brutalità del padre. E già — come notò il -Sensier — con quella pittura secca, ma limpida e -facile al ritocco, con quella gamma preparata di -toni e semitoni leggerissimi, si credeva di aver -reso la mano più franca e più spedito lo studio -della natura. Rosalba dovette dunque apparire -come una geniale personificazione di questa tecnica, -tutt'altro che nuova, è vero, ma che allora -trovava nel gusto del pubblico elegante le condizioni -<span class="pagenum" id="Page_439">[439]</span> -più propizie per espandersi, e che poco appresso -sarebbe stata illustrata dalle grazie del -Liotard e dal vigore di Maurizio La Tour. -</p> - -<p> -Ma l'altra, la maggior ragione di quel fervore -d'entusiasmo, fu l'alito di poesia, fra ingenua e -melodrammatica, che Rosalba spirava ne' suoi -ritratti. Se pur questi erano poco fedeli, i contemporanei -dovevano ravvisarvi un fedele riflesso -dei sogni loro abituali. Come il pittore -dell'<i>Imbarco per Citera</i> idealizzava il costume e -il poeta dell'<i>Olimpiade</i> il sentimento, ella mirò, -in diversa misura, a idealizzare le fisonomie, e -vi riuscì particolarmente nelle immagini femminili, -perchè qui i suoi avvedimenti tecnici, -i suoi difetti medesimi, come la mollezza del -tocco, s'accordavano con la natura del soggetto. -Da ciò, forse, la singolare malìa che esercitano -le donne dipinte da Rosalba. Quei capelli, sparsi -d'una brinata impalpabile di cipria, si sollevano -dinanzi a noi come per un esile soffio; le carni -di latte e rosa, delicatamente venate d'azzurro, -si muovono a un blando ritmo di vita, tra il -vaporoso biancheggiar dei veli e il gaio colore -delle vesti; gli occhi stanno assorti in una dolcezza -di godimenti rammemorati o sperati; la -persona sembra circonfondersi della sua essenza -spirituale, come il fiore si circonfonde del suo -profumo.... Nulla, insomma, meglio della sorridente -<span class="pagenum" id="Page_440">[440]</span> -levità dell'arte di Rosalba poteva tramandare -fino a noi l'effimera apparizione di quegli -esseri di capriccio e di piacere, ignari della tempesta -che li avrebbe indi a poco travolti! -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Ogni età ebbe un suo proprio ideale di bellezza -e amò incarnarlo nella Donna. Il medio -evo la figura come un giglio mistico sorgente -nei campi paradisiaci della visione; il quattrocento -le dà la freschezza umana e le grazie contenute -dell'adolescenza; ai giorni lieti del cinquecento -noi vediamo il suo bel corpo espandersi -in una luminosa palpitazione di vita; col -seicento ella si fa agitata e triste e leva al cielo -le pupille irrorate di pianto. -</p> - -<p> -Ora un ideale nuovo viene modellandosi sulle -nuove consuetudini, e il suo tratto caratteristico è -l'eleganza mondana. Alla fantasia dell'artista l'immagine -della Donna non si presenta spontaneamente -nella sua luce morale, non nella prestanza -nativa delle sue forme, non nell'esaltazione dello -spirito, ma in tutti i vezzi raffinati del suo abbigliamento. -La pittura non si compiacque mai tanto -di ritrarre la <i>toilette</i> d'una dama o d'una dea; nè -mai la poesia indulse così largamente alla descrizione -delle acconciature e delle vesti: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_441">[441]</span> -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Col terso pettine tutta inanella</p> -<p class="i01">La lunga chioma, e bianca polvere,</p> -<p class="i01">Qual neve in albero, spargi su quella.</p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i01">Pon su 'l bell'ordine de' vaghi crini</p> -<p class="i01">I ricchi nastri, le gemme tremule</p> -<p class="i01">E i sottilissimi stranieri lini.</p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i01">Le orecchie adornati con fila d'oro,</p> -<p class="i01">Onde, com'astri, brillin purissimi</p> -<p class="i01">Diamanti penduli in bel lavoro.</p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i01">Di perle candide doppio monile</p> -<p class="i01">Al collo cingi, e i polsi avvolgine</p> -<p class="i01">Pur della morbida mano gentile....</p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i01">Dov'è la nobile pomposa vesta,</p> -<p class="i01">Cui frange d'oro d'intorno ondeggiano,</p> -<p class="i01">Tutta pur d'auree fila contesta?</p> -</div></div> - -<p> -Attorno ai busti che serrano le vitine — agli alti -busti coperti di raso o di broccato, sui quali s'indugia -con voluttuosa carezza il pennello — vola -la strofe laudatrice del poeta: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Ristretto in circolo di spazio angusto,</p> -<p class="i01">Affusolato su snelli ed agili</p> -<p class="i01">Fianchi sollevasi tuo vago imbusto;</p> -</div></div> - -<p> -nè la mano par mai così bella come quando -tratta civettolamente il ventaglio: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Risvegliator di zefiri</p> -<p class="i02"> Ventaglio avea la manca,</p> -<p class="i02"> Onde solea percuotere</p> -<p class="i02"> Lieve la gota bianca.</p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i01">Ne' moti or lenti or rapidi</p> -<p class="i02"> Arte apparìa maestra.....</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_442">[442]</span> -</p> - -<p> -Quando l'occhio e l'immaginazione sono così -imbevuti d'elementi artificiali, mal si vede la -pura bellezza corporea. E, infatti, l'arte del tempo -non riesce a rendervi sanamente ed efficacemente -il nudo. Nella massima parte di quei dipinti il -nudo o è insignificante o è libertino. Ora v'imbattete -in forme sommarie, in carni floscie, alle -quali fu sempre ignoto il bacio avvivatore dell'aria -e del sole; ora avete dinanzi a voi qualche -creatura meno nuda che spoglia, sulla cui -faccia vi par quasi di ritrovare i nèi ed il rossetto, -e di cui il vostro occhio corre istintivamente -a cercare le gonne in un angolo del quadro. -</p> - -<p> -Poco atta a cogliere la pura bellezza fisica, -l'arte non si mostra meno impotente a farsi interprete -della pura spiritualità. Nulla è ormai -così raro nelle opere di soggetto sacro come un -accento sincero d'unzione; e chi seppe, sia pure -inconsciamente, trovarlo, merita per ciò solo un -posto a parte nella storia del secolo. Prendete, -ad esempio, il tipo della Madonna. In due modi -lo avevano reso i grandi artisti: o, come Giotto -e frate Angelico, sublimandolo nell'estasi, o, -come Giambellino e Raffaello, trasfondendo in -esso tanta e così soave placidità da suggerire -naturalmente l'idea d'una condizione senza misura -superiore all'umana. Nel Settecento, per -contro, il tipo della Madonna quando non è volgare, -<span class="pagenum" id="Page_443">[443]</span> -è manierato; quando non riproduce materialmente -un modello purchessia, piglia un'aria -affettata di mondanità. C'è nella chiesa degli -Scalzi, a Venezia, una <i>Santa Famiglia</i> dello -scultore Torretti, in cui la Vergine, dalle guance -paffutelle, dalle membra affusolate e polite al -tornio, ha l'aspetto vezzoso d'una damina, tanto -che il Gautier dinanzi a quella morbida pietra -figurante la madre del Signore non poteva interdirsi -di ricordare, con sacrilego pensiero, la -marchesa di Pompadour. -</p> - -<p> -E, del resto, guardatevi d'attorno in queste -chiese del Gesù e del Sacro Cuore, erette bensì nel -Seicento, ma nel Settecento compiute e adornate. -Da ogni cosa che vi circonda, non esce forse una -suggestione profana? Pareti incrostate di marmi -preziosi che simulano tappezzerie e cortinaggi, -glorie di cherubini grassocci, cappelle cariche -d'ori e di stucchi che paiono alcove, colonne che -s'attorcono, quasi partecipando allo spasimo delle -sante e dei santi trafitti dagli strali dell'amor -divino. Non sono tempî cristiani codesti, sono -santuari ambigui, dove il buon Dio scenderà -tutt'al più come un visitatore vergognoso e furtivo, -per arrendersi alla preghiera di qualche -semplice di cuore! -</p> - -<p> -E se le idee e i sentimenti cristiani sono così -adulterati, non può farvi stupore la metamorfosi -<span class="pagenum" id="Page_444">[444]</span> -che subisce il mondo mitologico. Mentre -l'arte classica nobilitava plasticamente il Nume -pur rappresentandone le passioni, l'arte del Settecento -inclina a rimpicciolirlo coi segni esteriori -d'una sensibilità effervescente e fugace. -Marte, Apollo, Vulcano, Nettuno smaniano e -declamano; vi sono Veneri e Diane e Minerve, -che, in proporzioni colossali di viragini, mostrano -un'anima di donnette svenevoli o bizzose. E già -l'Olimpo eroico di Omero e di Virgilio cede all'Olimpo -amoroso di Ovidio; Giove è spodestato -da Cupido. Coi modelli ammirati dell'Albano -sotto gli occhi, con le strofe d'Arcadia negli -orecchi, la pittura moltiplica prodigiosamente -l'alata famiglia, la annida fra l'erbe ed i fiori, -la corica sugli aerei guanciali delle nuvole, la -raccoglie in sciami tripudianti, la disperde in -fughe maliziose, ne intreccia le infantili sembianze -a tutti i momenti della vita. Vuole l'artista -significarvi le brame e i sogni della giovinezza? -Ecco due Amorini che mostrano gioielli -e stoffe preziose ad una fanciulla addormentata, -mentre un altro Amore, seduto sulla -sponda del letto, prova col dito la punta de' -suoi dardi. Vuole esprimervi qualche innocente -dolore? Ecco, in un angolo, il piccolo iddio col -capo basso e con gli occhi inumiditi di lagrime. — Più -spesso, però, le immaginazioni mitiche, -<span class="pagenum" id="Page_445">[445]</span> -anzichè tradursi in allegorie morali, non fanno -che fornire dei partiti decorativi, di cui l'artista -usa ed abusa nelle macchinose composizioni, -come ne usavano ed abusavano gli apparatori -scenici, gli autori di balletti e di cantate. -Leggiamo: “<i>Ridente e luminosa reggia d'Imeneo... -Si veggono Giunone, Pallade, Venere, Imeneo, -Mercurio, con folta schiera di genî.... tutti sopra -bassi gruppi di nuvole diversamente situati.</i>„ E -anche: “<i>Sopra varî gruppi di nuvole.... si veggono -molto innanzi Venere con Mercurio da un -lato, Marte con Apollo dall'altro, accompagnati -da numerosa schiera di genî loro seguaci.</i>„ Sono -le didascalie di due azioni teatrali del Metastasio -e potrebbero essere le esatte descrizioni di -due affreschi contemporanei! -</p> - -<p> -Gli è che ormai il teatro domina anche le arti -del disegno; e le domina non solo per l'intima -ragione, accennata dal Taine, ch'esso era il -genere più appropriato all'indole di quel momento -storico, ma altresì pel fatto materiale che -molti artisti, e fra i migliori, lavoravano per il -palcoscenico. Questa concezione teatrale della -vita vi è rivelata dalle impostature, dalle movenze, -dalle arie patetiche, dalle fogge capricciose -e pompose; e quante volte, a certe uscite -dei melodrammi contemporanei, la memoria non -vi ripresenta da sè certi gesti imploranti o deprecanti -<span class="pagenum" id="Page_446">[446]</span> -che avevate notato nei quadri di Sebastiano -Ricci, dell'Amigoni, o del Cignaroli! -</p> - -<p> -Nè in modo diverso dalla vita è rappresentata -la morte. — Nel mausoleo Valier, della chiesa -veneziana dei Santi Giovanni e Paolo, voi vedete -un padiglione di marmo giallo cosparso di fiori -dorati e sostenuto da angioletti nudi, scendere -fra quattro grandi colonne di marmo nero, e, -sul fondo di questo sontuoso sipario, allinearsi, -come cantanti in un terzetto, le statue dei due -dogi e della dogaressa, tutti in gran gala, lei -con la capigliatura arricciata, con una mano che -sporge stringendo i guanti e l'altra che tiene -sollevata leggermente la veste. Il doge Silvestro -Valier e sua moglie furono benefici e pii; ma -gli artisti che innalzarono il monumento, come -espressero l'anima cristiana di quei defunti? -Col gruppo d'una prima donna in veste guerriera -intitolata <i>Virtù</i>, che incorona un vecchio -padre nobile battezzato pel <i>Merito</i>, e più sotto, -nei bassorilievi, con una serie di figure manierate -e levigate, che vorrebbero simboleggiare la -<i>Mansuetudine</i>, la <i>Carità</i>, la <i>Costanza</i>, la <i>Pace</i>. -Enfatica e terrifica nel seicento, la tomba si fa -ora allettatrice e maestra di sceniche vanità! -</p> - -<p> -Teatrale e mondano l'uomo, teatrale e mondana -l'immagine della natura. Non che manchi affatto -ne' quadri di paese del Settecento la nota del -<span class="pagenum" id="Page_447">[447]</span> -vero. Affermandolo, mostrerei di dimenticare per -lo meno Marco Ricci e il Vernet, un francese -che possiamo dire quasi nostro; — ma questa -nota è un'eccezione di fronte a due caratteri -che generalmente vi prevalgono. Il primo è, intanto, -l'abuso degli effetti pittoreschi conseguiti -per via di antitesi scenografiche, come sarebbero -(vi ricordo le più usuali) una statua dai contorni -convulsi sorgente a fianco d'un vecchio -olmo pacifico; una fontana che versa i suoi -zampilli dalle fauci dei tritoni o dall'urne delle -naiadi, vicino a un ponticello costruito di tronchi -rozzamente connessi; un frontone classico, -una torre diroccata, un'“<i>antica, inselvatichita -rovina</i>„, che si delinea tra le piante sagacemente -diradate. L'altro carattere è la convenzione -arcadica, che trasforma la campagna in -un asilo di felicità, popolato da gente per la -quale il lavoro non è più una fatica, ma un -placido svago. Il nostro Zuccarelli dovette la -sua gran fama a questo raggentilimento della -vita campestre, da lui significato non pure con -gli atti graziosi delle sue contadinelle, che guidano -le armente, o ne spremono il latte, o passano -a guado un ruscello, o attingono l'acqua alla -fonte, o si bagnano celate dall'ombra d'un boschetto, -ma con la dolcezza e la leggiadrìa consentanea -delle cose: un velo di luce aurea che -<span class="pagenum" id="Page_448">[448]</span> -avvolge chetamente tutto il paesaggio, giallori -e vapori miti d'autunno, frastaglio delicato di -fronde, soffici ravvolgimenti di nuvole nella -blanda azzurrità del cielo. E ancora lo Zuccarelli -è un realista severo a paragone della scuola -francese, e massime delle famose <i>pastorali</i> di -Francesco Boucher! Qui, sì, scomparisce addirittura -ogni freno di verosimiglianza; qui non -sappiamo se sia la campagna che penetri timidamente -nel teatro e nel <i>boudoir</i>, ovvero il <i>boudoir</i> -e il teatro che facciano irruzione nella campagna. -Le Clori, le Filli, le Ninette, le Lisette, -le Eurille tengono circolo sull'erba, si fanno -dondolare sulle altalene dai Tirsi e dagli Eulibi, -ne ascoltano i madrigali e le serenate, si abbandonano -alle strette di qualche braccio avventuroso, -mentre là, a pochi passi, le pecore e gli -agnellini dalla morbida veste ricciuta fingono discretamente -di pascolare. Carnevalata bucolica -di marchesi e conti e abatini e cantanti e danzatrici, -degna d'un tempo in cui l'idillio dava -braccio alla galanteria e il <i>Pastor fido</i> era tra -i libri cari alla regal cortigiana che imponeva -il gusto all'Europa. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_449">[449]</span> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -È questo, Signori, il secolo di Giovanni Battista -Tiepolo. -</p> - -<p> -Nato a Venezia nel 1696, morto a Madrid -nel 1770, egli compie una mole sterminata di -lavoro. Pur facendo la debita parte alla collaborazione -del figliuolo Domenico, possiamo dire -che l'opera sua basterebbe a colmare dieci vite -d'artisti moderni. In Italia, in Germania, nella -Spagna, egli viene suscitando su tele e pareti e -vôlte una moltitudine senza fine di figure. Cattolicismo -e mito, storia antica e medievale, poesia -epica e romanzesca, muovono egualmente la sua -vena tumultuaria di creazione, che trabocca -nella pennellata larga, veloce, risolutiva. -</p> - -<p> -Leviamo un po' lo sguardo a' suoi prodigiosi -soffitti. -</p> - -<p> -Gli angeli e i geni si disperdono nell'ampiezza -soleggiata e solcata di nubi; le Fame alate si -precipitano a capo fitto, dando fiato alle trombe; -le divinità mitiche trascorrono sui cocchi trascinati -da cavalli scalpitanti e sbuffanti; le madonne -si librano a volo, recandosi tra le braccia -il pargolo celeste; i santi e le sante si protendono -in uno slancio d'implorazione; alle balaustre -pensili s'affollano, riguardando e gesticolando, -<span class="pagenum" id="Page_450">[450]</span> -assemblee di spettatori; le figure violano -gli scompartimenti e scavalcano i cornicioni; -braccia e gambe si sprofondano, con temerità -di scorti, entro la vôlta o penzolano sul nostro -capo; gli edifizi pigliano un aspetto di sospensione -oscillante che sembra la minaccia continua -d'un crollo; i campi dello spazio sono -corsi da un vento impetuoso che sferza l'azione, -esalta il gesto, solleva e sbatte i panneggiamenti, -contorce e lacera le nuvole in cielo. -</p> - -<p> -L'impressione che questo pittore desta immediatamente -in noi è enorme. Ci chiediamo stupiti: -è costui un solitario? un sopravvissuto? -una sovrana smentita alla teoria delle affinità -necessarie tra il genio individuale e quello collettivo? -</p> - -<p> -Poi intervengono la riflessione e l'analisi. — Noi -riconosciamo che l'indole agitata dell'arte -tiepolesca, tutt'altro che costituire una singolarità -senza esempio, è anzi una nuova riconferma -di quest'antitesi ripetutamente avvertita: che -quando, cioè, la società è nel vigore irrequieto -della giovinezza, la tecnica bambina crea un -mondo immobile o esitante; quando, per contro, -la società viene adagiandosi nei torpori senili, -la tecnica ormai scaltrita si avventura a tutte -le audacie del movimento. — E anche in quella -fecondità irruenta, in quella prontezza estemporanea -<span class="pagenum" id="Page_451">[451]</span> -di esecuzione, non tardiamo a ravvisare -una caratteristica propria di tutti i pittori decoratori -del Sei e Settecento, da Pietro di Cortona -a Luca Giordano, al Solimene, al Giaquinto, -infaticabili “<i>fa presto</i>„, cui bastavano pochi giorni -a riempire immense pareti. — Considerando a -parte a parte gli elementi da cui scaturisce l'efficacia -degli affreschi del Tiepolo, come il deliberato -scompiglio della composizione, il modo -di aggrupparsi e di sperdersi delle figure, l'arditezza -degli scorci <i>dal sotto in su</i>, le illusioni -prospettiche, l'estro pittorico che viola con bizzarre -licenze la regolarità dei contorni architettonici, -ci tornano alla memoria nomi di artefici -oggi men conosciuti, cui il veneziano è manifestamente -debitore, e prima di tutti quel padre -Andrea Pozzo, sul quale il Burckhardt richiamava, -con la sua consueta sagacia, l'attenzione -degli studiosi. — Ma davanti a certe immaginazioni -leggiadre, a certe nozze di colori, a certe -arie di visi, a certa poesia magniloquente e sfarzosa, -un altro nome ci corre spontaneo alle labbra: -Paolo Veronese! — il che non toglie che -accanto alle reminiscenze paolesche, qualche -figura accessoria non ci ricordi Giambattista -Piazzetta. — Osservando ancora, ci si fa qui -pure evidentissima l'azione del teatro, e se -par troppo che certe Dee e certe Virtù caccianti -<span class="pagenum" id="Page_452">[452]</span> -le gambe all'aria siano state gratificate col titolo -di sgualdrine, ci sentiamo però in diritto -di chiamarle, con benignità di eufemismo, <i>virtuose</i>.... -di palcoscenico. — Procedendo in questa -analisi, non ci pare che l'energia espressa -dal Tiepolo sia proprio energia di muscoli; non -sempre attraverso all'epidermide delle sue figure -ci si rivela l'onda viva del sangue; sotto l'ampiezza -dei torsi noi scopriamo, con Camillo Boito, uno -strato non esiguo d'adipe; nella colorazione delle -carni ritroviamo talora la mollezza sbiancata delle -dame del secolo, che abusavano della cipria, e -prolungavano le veglie fino all'alba per rifarsi -col sonno fino al mezzodì. — E infine ci è forza -confessare che neppur egli, il Tiepolo, si è sottratto -all'impotenza de' suoi confratelli: l'impotenza -a rendere la pura bellezza fisica. Nelle -sue teste virili balena, infatti, il tipo caprino; nei -corpi femminili le giunture sono poco delicate, -i colli poco svelti, le gambe e le braccia hanno -rotondità goffe, il seno è privo di pulsante -freschezza.... -</p> - -<p> -Eppure, nonostante le derivazioni e le assimilazioni, -le intemperanze e le lacune denunciate -dall'analisi, il primo sentimento d'altissima -ammirazione non viene distrutto. Giambattista -Tiepolo rimane non solo l'artista più originale -e più vigoroso del secolo, ma una delle tempre -<span class="pagenum" id="Page_453">[453]</span> -più felici di pittore che abbiano mai esistito. -Tutto ciò ch'egli potè attingere da altri, si fonde -nell'attività sfavillante del suo genio, come i metalli -diversi si compongono in lega alla vampa -della fornace. E il suo genio, che oserei chiamare -di natura fiabesca, è fatto essenzialmente -di luce. Con l'elemento incoercibile e imponderabile -il mago si trastulla, per evocare le -mutabili scene del suo mondo incantato. Nessuno -allora, come ben giudicò Anton Maria -Zanetti, seppe vedere con miglior occhio “<i>gli -accidenti più opportuni delle ombre e dei lumi</i>„; -nè usare con maggior maestria “<i>l'arte dei contrapposti</i>„; -nè, aggiungiamo noi, più sicuramente -intuire le suggestioni di opulenza, di letizia, -di drammaticità, di pompa rituale, che emanano -spontaneamente da certi connubi di tinte. E se -egli ha i suoi predecessori, quanti a loro volta -non muovono da lui! Francesco Boucher, ad -esempio, non è, come decoratore, che un riflesso -femminilmente e procacemente illanguidito del -Tiepolo. Quel senso decorativo che era una -qualità organica del tempo, che rispondeva all'apparenza -e alla struttura dello stesso edificio -sociale, ma che in tanti altri trascorse o nel -farraginoso o nel frivolo, toccò altezze insuperate -nell'opera del pittore veneziano. Il quale -rappresenta dunque la sua generazione ; ma la -<span class="pagenum" id="Page_454">[454]</span> -rappresenta dominandola di tanto, da non far -meraviglia se, a primo sguardo, egli può sembrare -un superstite di età più fortunate. -</p> - -<p> -E davvero c'è in lui qualche cosa di atavico. -S'egli s'inspira a Paolo Veronese, non lo fa, credetelo, -per vezzo d'imitazione, bensì per istinto -di postuma fraternità. Come la natura si piace -talvolta di ricreare sembianze corporee spente da -secoli e tramandate fino a noi dalle opere d'arte, -così ella può anche risuscitare, in condizioni diverse, -qualche forma di spirito che fu. Tale il caso -del Caliari e del Tiepolo. L'anima gaudiosa di -Paolo, che s'era scaldata al sole fulgente della -repubblica, parve reincarnarsi nell'artefice che -illustrava di glorie supreme il suo vespero! -</p> - -<p> -Ma, com'è proprio dei grandi ingegni, il Tiepolo, -oltrechè riaccendere fantasie e splendori del -passato, ha pure, senza volerlo, senza saperlo, -qualche accento vivo di precursore. La sua inconsapevolezza — quella -magnifica inconsapevolezza -che fu tanta parte della sua forza — gli -trae dal pennello motivi inediti, che i posteri -s'affretteranno a raccogliere. Nel <i>San Rocco e -San Sebastiano</i> del Duomo di Noventa vicentina, -la supplice donna che ci si presenta di schiena, -assisa sul suo carretto d'inferma, con le grucce -accanto, può essere un modello di evidenza realistica, -congiunta a una discreta intimità d'emozione. -<span class="pagenum" id="Page_455">[455]</span> -Nella <i>Santa Tecla</i> del Duomo d'Este vi -hanno tratti, come la cassa mortuaria sul dinanzi -del quadro e l'episodio del bambino stringentesi -al petto della madre esanime, che Arnoldo Böcklin -forse non disdegnerebbe. Nella <i>Santa Rosa -da Lima</i> della chiesa dei Gesuati, a Venezia, il -candore della veste armonizzante con la tenerezza -candida dell'espressione pronunzia lontanamente -le dolci Madonne ravvolte in bianca -tunica di lana di Gabriel Max e del Dagnan-Bouveret. -</p> - -<p> -Ma l'opera che più di tutte fa del Tiepolo un -artista unico è l'<i>Ulisse nell'isola di Ogigia</i>. In -uno dei superbi affreschi della Villa Valmarana, -fuori Vicenza, l'eroe sta appoggiato ad una colonna, -in atteggiamento di negligenza sdegnosa, -immerso in cupa meditazione, davanti alla distesa -del mare. Trattenuto su quella sponda solitaria, -renitente all'amore di Calipso, ripensa egli la patria -lontana e si strugge nel desiderio accorato -del ritorno, quando, ad annunciargli l'imminente -liberazione, muovono verso di lui, rompendo a -nuoto i flutti spumosi, due ninfe, Calipso forse, -seguita da un'ancella.... Chi altri mai, in quell'età -dai facili oblii, espresse così nobilmente le desolazioni -nostalgiche? Chi giunse a intuire con -eguale intensità, sia pure per un istante solo, la -poesia d'Omero? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_456">[456]</span> -</p> - -<p> -Divine fortune dell'inconscio! Per l'artista tu -sei come il pozzo buio e inesplorato delle leggende -popolari, alla cui sponda s'affacciano repentinamente -le apparizioni luminose delle fate. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Senonchè, o Signori, i temi tradizionali, religiosi, -mitici, eroici, bucolici, non bastano al -Settecento. Altri soggetti reclama il secolo, volubile, -curioso, irrequieto, innamorato di pittoresche -novità. -</p> - -<p> -E l'arte è sollecita ad appagarne le richieste. -</p> - -<p> -Essa gli evoca, intanto, una regione fino allora -ignota alla tavolozza europea, una strana regione -illeggiadrita dal prestigio della lontananza: -la Cina! Su pareti, porte, armarî, paraventi, parafuochi, -ventagli, compariscono le case dai -tetti a campanella, le piccole torri di porcellana, -le figurine coi capelli annodati a coda e gli -occhietti a fior di testa, i parasoli, i palanchini, -le giunche. E non pure troviamo in Francia i -pittori esclusivi di “<i>chinoiseries</i>„ e fra noi i -“<i>depentori alla Chinese</i>„, ma gli artisti più celebri, -il Watteau, il Boucher, il Tiepolo stesso, -cercano ispirazione all'Estremo Oriente. Le ragioni -della moda? Il Molmenti la attribuisce al -largo incremento preso allora dall'industria della -<span class="pagenum" id="Page_457">[457]</span> -porcellana. Sì, ma non credo che basti. Non dimentichiamo -l'interesse vivace che destavano già -da tempo le lettere e i racconti dei missionari e -dei viaggiatori, massime le descrizioni minuziose -e fiorite dei padri della Compagnia di -Gesù. Non dimentichiamo neppure quel vezzo, -fra arcadico e satirico, onde il secolo scorso si -compiacque di contrapporre alla civiltà europea -i costumi d'altri popoli remoti, mediante -una specie d'apologhi sociali dov'era introdotto -come protagonista un Persiano pieno d'acume, -un Urone ingenuo, un savio bonzo giunto dall'India -o dalla Cina. Da tutte queste fonti derivò, -pare, la gran voga delle scene cinesi: voga non -dissimile da quella che era riserbata più tardi -alle scene pompeiane. Solo che in queste, opera -d'artefici più o meno eruditi, la cornice ornamentale -vuole armonizzare stilisticamente col -soggetto, mentre quelle, dipinte in un periodo di -produzione spontanea, sono spesso contornate e -tramezzate da ricci e cartelli e conchiglie e svolazzi: -prepotente riaffermazione dei diritti sovrani -del <i>rococò</i> anche sui territorî dell'impero -celeste! -</p> - -<p> -Con nuove fantasie ancora risponde l'arte alle -raffinate esigenze del capriccio e del lusso, e le -trae da un altro mondo, che sembra, come -quello della Cina, pendere incerto tra il vero e -<span class="pagenum" id="Page_458">[458]</span> -la fola: il mondo della commedia e delle maschere. -</p> - -<p> -La commedia a soggetto con la sua scapigliata -indipendenza da ogni disciplina di logica, -co' suoi personaggi un po' attori e un po' mimi, -con le sue lepide allegorie delle condizioni e dei -caratteri umani; le mascherate coi loro giocondi -scompigli, con la provocante libertà e ambiguità -dell'incognito, offrivano al pittore una duplice -vena di motivi. Di qui i “<i>pulcinelli</i>„, composizioni -bizzarre, di piccola o mediana misura, ricavate -appunto o da episodi carnevaleschi o dal -teatro estemporaneo. Primi, o fra i primissimi, -a porsi su questa via, erano stati il Callot, Stefano -dalla Bella e, più tardi, Claudio Gillot; poi -venne il Watteau; poi il Tiepolo — ancora e -sempre il Tiepolo! — di cui il contino Algarotti -poteva vantarsi di possedere “<i>i più belli -pulcinelli</i>„. Come rivive nell'opera di Antonio -Watteau la fantastica famiglia delle Colombine, -delle Cassandre, dei Tartaglia, dei Dottori, dei -Pantaloni, degli Scaramuccia, degli Arlecchini, -dei Pulcinella, dei Mezzetini! Con che finezza -d'accento il pittore sa raccontarcene le feste, gli -amori, le gelosie, le avventure! Come sa esprimere -quel non so che di enigmatico, che dal -loro destino contradditorio di esseri acclamati -sul palcoscenico e spregiati per la via dalla loro -<span class="pagenum" id="Page_459">[459]</span> -esistenza vagabonda, sopra tutto dalla permanente -identificazione con un simbolo, doveva -discendere nei fondi delle loro anime: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Jouant du luth, et chantant, et quasi</p> -<p class="i01">Tristes sous leurs déguisements fantasques!</p> -</div></div> - -<p> -Questo non chiederemo al Tiepolo, poichè l'arte -sua par che ignori le sfumature sottili; ma resteremo -ammaliati dall'estro signorilmente brioso -con cui egli dipinge, a fresco, le sue mascherate; -e davanti a quella tela deliziosa di casa -Papadopoli dove Pantalone dei Bisognosi danza -il minuetto, ripenseremo con desiderio a tante -altre gemme d'umorismo e di fantasia, che furono -profanamente disperse. -</p> - -<p> -Proteo inesauribile! Dopo aver corso i fulgidi -Olimpi, egli scendeva pianamente a terra, e s'aggirava -per queste viottole ombrose, fiancheggiate -di siepi dalle strane fragranze ed echeggianti -per letizia irrompente di trilli, che si stendevano -a segnare un incerto confine tra il paese della -Chimera, e quello della Realtà. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_460">[460]</span> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -E alla Realtà eccoci, finalmente, coi pittori di -genere e coi vedutisti. -</p> - -<p> -Fra i due secoli sporge la faccia arguta Giuseppe -Maria Crespi, bolognese, il quale, dopo -aver alternato e anche liberamente mescolato -a soggetti religiosi e storici soggetti di genere, -nell'ultimo periodo della sua vita si diede esclusivamente -a questi e vi si segnalò per naturalezza -e per brio. Il Burckhardt, giudizioso sempre, -ne loda il sano realismo, e il Morelli, in -una lettera pubblicata da Ernesto Masi, scriveva, -a proposito di certi quadri di lui, come -la <i>Scuola di fanciulle</i> del Louvre, che sono piccoli -capolavori. -</p> - -<p> -Si ricollegano al Crespi due pittori veneziani -di gran lunga più noti: Giambattista Piazzetta -e Pietro Longhi. -</p> - -<p> -Il primo, autore di <i>studi</i> cui l'incisione diede -addirittura popolarità, illustratore anche della -<i>Gerusalemme Liberata</i>, aveva sortito un grande -acume di osservazione e insieme una lentezza -scrupolosa di mano rarissima a quel tempo. Ma, -con tutti i loro pregi, le sue teste hanno un che -di eccessivo e di forzato. È lecito attribuire anche -questa viziatura alle tendenze teatraleggianti -<span class="pagenum" id="Page_461">[461]</span> -del secolo? O non deriverebbe essa, logicamente, -da un naturalismo che volendo dare -il massimo rilievo ai tratti più emergenti del -vero, doveva finire un po' coll'alterarlo? Fatto -è che il Piazzetta inclina a contraffare la fisonomia -umana nelle smorfie della maschera o nei -lineamenti troppo risentiti della truccatura. Un -giorno l'Algarotti gli mostrò un quadro di Hans -Holbein, e allora l'artista ebbe, come in un -lampo, la visione del suo irrimediabile difetto. -“<i>Questi xe visi!</i> — egli esclamò accorato — <i>nu -depenzemo dele mascare!</i>„ -</p> - -<p> -Il Piazzetta deve al Crespi alcune qualità tecniche, -come la macchia forte e risoluta. Pietro -Longhi gli deve probabilmente qualche cosa di -più: la coscienza della natura e dei limiti del -proprio ingegno. -</p> - -<p> -“<i>Comprendendo la difficoltà di distinguersi -nello Storico, posesi a dipingere, in certe piccole -misure, civili trattenimenti, cioè conversazioni, -riduzzioni,<a class="tag" id="tag11" href="#note11">[11]</a> con ischerzi d'amori e di -gelosie, i quali tratti esattamente dal naturale -fecero colpo.</i>„ Così il figliuolo Alessandro. Il -Longhi è dunque, come fu detto tante volte, il -pittore della vita mondana di Venezia nel secolo -scorso; egli ci fa assistere alla mattinata delle -<span class="pagenum" id="Page_462">[462]</span> -gentildonne, alla loro <i>toilette</i>, alla lezione di ballo, -alle visite, al corteggiamento dei cicisbei, ai veri -o finti deliqui; ci conduce nel Ridotto affollato -di giuocatori e di maschere, nel parlatorio del -convento frequentato da patrizi e dame, col castelletto -dei burattini nel mezzo, e le monache, -insieme con le educande, raccolte dietro le grate. -Una leggiera vena canzonatoria non è talora -estranea all'inspirazione del Longhi; ma più -spesso egli consente ai soggetti frivoli che ritrae, -o almeno li ritrae con allegra indifferenza, e resta -così — sono ancora parole del figlio — l'artista -“<i>amato da tutta la veneta nobiltà</i>„. Disgraziatamente -la sua pittura è povera, dura, cincischiata, -levigata; molti di quei visetti hanno -l'aria attonita e melensa; molte figure sembrano -fantoccini di legno, rimbelliti a furia di stoffe, di -nastri, di nappine, di merletti. Fanno, è vero, singolare -eccezione il <i>Ridotto</i> e il <i>Parlatorio del Convento</i>, -conservati nel Museo Civico di Venezia; ma -quelle tele appartengono proprio al Longhi, o non -piuttosto a Francesco Guardi? Il dubbio non è -illegittimo, ed io l'ho sentito accennare anche da -tale che dell'arte del Settecento s'era intimamente -imbevuto, dal compianto Giacomo Favretto. -Ben altro (nè è questo l'unico caso di -tal genere) ben altro si mostra il Longhi ne' -suoi schizzi a penna e a matita. Qui tutto è agilità -<span class="pagenum" id="Page_463">[463]</span> -e brio. Stentato nell'uso del pennello, l'artista -maneggia con disinvolta padronanza un più -lieve stromento; egli coglie sul vivo e ti fissa -con pochi segni i tratti fuggevoli del moto, una -maniera di presentarsi, un girar di persona, un'andatura, -una sosta, un'attesa. Per tutto ciò, quegli -abbozzi sono una specie di <i>istantanee</i> del secolo -scomparso. -</p> - -<p> -L'importanza maggiore, o la maggior voga, -che la piccola pittura di genere viene così acquistando, -è uno fra i caratteri che distinguono più -palesemente il gusto del Settecento da quello del -Seicento. La pittura di <i>prospettive</i> invece — cui -si diedero, per non ricordare che i principali, -Giovan Paolo Pannini, romano d'elezione se non -di nascita, Antonio Canal e Bernardo Bellotto, -veneziani, — potrebbe riconnettersi assai meglio -al periodo anteriore, sia perchè i secentisti trattarono -con somma perizia la prospettiva e seppero -ricavarne i partiti più efficaci, sia perchè -un vedutista di molto valore, un olandese fatto -italiano, Gaspare Vanvitelli, viene a congiungere -le due età, sia, infine, perchè il nuovo gruppo -non isdegna di piegarsi al gusto decorativo, o ricercando -gli effetti pittoreschi delle <i>rovine</i>, o -rappresentando costruzioni immaginarie, o, più -spesso, accostando immaginosamente edifizi reali. -Senonchè, due doti staccano gli artisti dei quali -<span class="pagenum" id="Page_464">[464]</span> -parliamo dai loro predecessori e li avvicinano a -noi: il senso più schietto dell'ambiente e, almeno -nei veneziani, la luminosità. -</p> - -<p> -Antonio Canal, chiamato il Canaletto, subì -forse l'azione del Pannini, da lui conosciuto a -Roma, ma la sua fisonomia di pittore rimane -essenzialmente locale. Come l'opera del Longhi -è una specie di monografia della vita galante di -Venezia, così le tele e le incisioni del Canaletto -sono una monografia del suo aspetto esteriore, -calli, canali, campi, palazzi, chiese, feste -civili e sacre. Talvolta egli è un po' angoloso, -un po' geometrico; ma più spesso riesce a darci -la fresca sensazione del paesaggio pur non dipingendo -che marmi lambiti dall'acqua, e vi riesce -col solcare quell'acqua d'un tremolìo di innumerevoli -crespe, coi volubili aggruppamenti delle -nuvole disperse ne' suoi cieli, sopra tutto con la -chiarità e trasparenza dell'aria. Suo nipote, Bernardo -Bellotto, che lavorò a Monaco, a Dresda, -a Varsavia, ha un senso così fine della luce solare -da essere considerato come un precursore -delle scuole artistiche più recenti. Ma chi riesce -su ogni altro geniale è Francesco Guardi. Egli è -insieme vedutista e pittore di genere; egli intercede -fra il Longhi e il Canaletto, suo maestro, -perchè non disgiunge quasi mai dalla rappresentazione -dell'ambiente naturale e architettonico -<span class="pagenum" id="Page_465">[465]</span> -quella della persona umana. Il suo tocco caldo, -gustoso, pieno di prestigio avvivatore, risuscita -le processioni, le incoronazioni dogali, il Bucintoro -seguito dal suo corteo acquatile, le gaie comitive -che scorrono la laguna sulle barche fantasticamente -pavesate, le piramidi umane che sorgono -in Piazzetta il giovedì grasso, il variopinto brulichio -della folla tra le linee superbe dei monumenti. -Francesco Guardi è meno esatto ma più -spirituale, meno prospettista ma più poeta del -Canaletto, tanto da far dire a un critico straniero, -forse non senza un po' d'esagerazione, -che il maestro riproduce la Venezia reale, mentre -il discepolo evoca quella dei nostri sogni. -</p> - -<p> -Agli artisti che vi ho ricordato, il secolo dà -un carattere comune: la frequente letizia dei -soggetti. Quante volte non la ritroviamo nelle -loro tele la società godereccia che li circondava! -Il Pannini è il pittore delle feste ch'egli medesimo -allestisce, come quelle magnifiche ordinate -dal cardinale di Polignac, ambasciatore francese -a Roma, per la nascita del figlio di Luigi XV; -agli spettacoli pubblici s'inspirano il Canaletto -e il Guardi; il Longhi è tutto giocondità e comicità -di scene private. E chi è, in fondo, il -protagonista dei quadretti veneziani? È ancora -la maschera, la <i>bautta</i>, che proteggeva la licenza -per sei mesi dell'anno e che i magistrati smettevano -<span class="pagenum" id="Page_466">[466]</span> -nell'anticamera delle aule destinate alle -udienze e alle assemblee; nè mai ho sentito così -vivamente il carnevalesco tramonto di quella -grande repubblica come dinanzi al quadro di -Francesco Guardi, in cui si vede, nella Sala del -Collegio, il doge assiso sul trono, fra i suoi -consiglieri, e tutt'intorno una folla festante di -maschere! -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Ma sotto alla classe dominatrice, di cui l'arte -rallegra così gli ultimi giorni, sta una borghesia -laboriosa, seria, frugale, onesta, ben diversa da -quei fastosi risaliti che maneggiano ormai il -danaro dello Stato, che si strofinano ai nobili -contraendone la corruttela senza acquistarne la -grazia, o che tra poco s'affretteranno a comperare -con un titolo l'oblìo delle origini invise. -E se noi, Signori, dal fulgido ozio dei grandi -e di chi li lusinga o li sfrutta, volgiamo lo -sguardo alla vita di quella piccola gente, tocchiamo -con mano l'antitesi forse più spiccata -che ci offra il costume del secolo. Altre fogge; -non più, per le vesti virili, le stoffe delicate, le -tinte languide o vistose che annunciano di lontano -la mollezza e la gaiezza spensierata dell'animo, -ma tessuti schietti, dai colori scuri, i -<span class="pagenum" id="Page_467">[467]</span> -colori della riflessione e del lavoro. L'apparenza -delle botteghe si mantiene dimessa; in casa gli -agi sono scarsi; la masserizie conserva le vecchie -forme solide e grevi; è già molto se la -curva garbata d'un cassettone o d'uno stipo recente, -dono strappato alla parsimonia maritale -e paterna dalle istanze ripetute della padrona -e delle padroncine, reca un leggiero indizio di -consenso alla moda. E tutto quanto ne circonda, -la semplicità delle linee, la sobrietà delle tinte, -la nudità delle pareti, le stampe appese all'ingiro, -la ruvidezza arcigna delle seggiole che -paiono interdire i lunghi riposi, tutto porge una -comune testimonianza di quella vita: vita semplice -e proba, le cui giornate si succedono con -vicenda uniforme, non interrotta che da qualche -vampata di festa nei mesi del carnevale. -</p> - -<p> -In Francia, questa borghesia ha fino dalla -prima metà del Settecento il suo pittore: ed è -Giambattista Simeone Chardin. Tempra robusta -e schietta di popolano, egli la ritrae non pure -con efficacia di artista, ma con affetto di consanguineo, -e ne ottiene un ricambio d'ingenua -simpatia. Coloro tra le cui file egli sceglie argomenti -e tipi, vengono a contemplarsi ne' suoi -quadri con un sentimento misto di riconoscenza -e d'orgoglio. “<i>Non c'è donna del terzo stato</i> (dice -un opuscolo del 1741, citato dai fratelli Goncourt -<span class="pagenum" id="Page_468">[468]</span> -nei loro mirabili studî sull'arte del secolo XVIII) -<i>che non creda di scoprire in quelle tele un'immagine -di sè, che non vi scorga l'andamento della -sua casa, le sue maniere, le sue occupazioni quotidiane, -la sua morale, l'umore de' suoi ragazzi, -la sua mobilia, la sua guardaroba</i>„. Per quanto, -però, lo Chardin ami i soggetti da lui presi -esclusivamente a trattare, egli si mantiene un -puro artista. Intendimenti filosofici, precetti, moniti, -tesi, sono del tutto alieni dall'opera sua. -</p> - -<p> -Senonchè in Francia i tempi ingrossano. La -piccola borghesia guarda in su, confronta, medita, -conclude; essa legge gli scrittori usciti dal -proprio seno; ne ritiene le parole argute o concitate, -che cominciano a tradurre in formule i -suoi istinti vaghi di rivendicazione. Tutto un -moto di polemiche e di propaganda si manifesta -ormai a favor suo, e vi partecipano assiduamente -gentiluomini e dame, chi per sincerità di convincimento, -chi per vezzo di cose nuove, chi per quello -spirito di dilettantismo suicida che ostentano talvolta -gli ordini privilegiati alla vigilia d'una rivoluzione. -Quanto più il secolo procede, tanto più -ci par di vedere avanzarsi la gran folla, per tanto -tempo negletta o spregiata, come un coro che si -inoltri via via dal fondo della scena fino a raggiungere -gli attori principali. Direste anzi che -questi attori ambiscano a confondersi col coro; -<span class="pagenum" id="Page_469">[469]</span> -direste che la piramide consacrata dai secoli sia -già idealmente sovvertita, perchè l'interesse che -destavano fin qui i soli potenti, si volge di preferenza -verso gli oscuri. Fu Giangiacomo Rousseau -l'artefice primo di codesto rivolgimento; ma a -lui tornò facile promuoverlo, perchè seppe giovarsi -d'una fra le idee più diffuse, più radicate -nelle viscere del tempo, più care a quelli medesimi -ch'egli imprendeva a combattere: l'idea arcadica. -E in verità, che altro fece l'apostolo ginevrino, -colorendo con la sua poderosa retorica -quella gran bugia che l'uomo è per natura -buono e felice e che la società soltanto lo rende -malvagio e infelice, se non erigere l'Arcadia a -dogma filosofico e sociale? Di qui, Signori, l'effusione -idillica che distingue quel movimento e -che viene rispecchiandosi perfino nelle frivolezze -della moda. Nei salotti non si parla ormai d'altro -che di virtù, di sensibilità, di filantropia, di stato -di natura. Le dame portano le acconciature <i>au -sentiment</i>, dove son messi in mostra ritratti e -capelli di parenti ed amici. Alla compassata -simmetria dei giardini francesi si preferisce l'irregolarità -dei giardini inglesi, “<i>il disegno dei quali -è stato tracciato non da un'arte sapiente, ma da -un cuore sensibile</i>„. A breve distanza dai viali -pomposi di Versailles, sta per sorgere il villaggetto -dove la regina di Francia, la regina graziosa -<span class="pagenum" id="Page_470">[470]</span> -e infelice che lascierà sul patibolo la testa, -verrà, intanto, in abito di percalle bianco, a pescare -e a veder mungere il latte.<a class="tag" id="tag12" href="#note12">[12]</a> -</p> - -<p> -Comparisce allora l'estetica moraleggiante del -Diderot. Dinanzi ai quadri di Francesco Boucher, -tutti galanteria e sensibilità, l'appassionato -scrittore si sdegna. Egli vitupera insieme l'artefice -e l'uomo: “<i>Che volete che questo pittore -getti sulla tela? ciò che ha nell'immaginazione; e -che può avere nell'immaginazione costui, che passa -la vita con le prostitute d'infimo grado?</i>„ Anche -l'arte deve avere “<i>des moeurs</i>„, deve insegnare, -deve correggere, deve rendere la virtù -amabile, il vizio odioso, il ridicolo evidente. E -all'estetica del Diderot corrisponde la pittura di -Giambattista Greuze, un Hogarth alla francese, -voglio dire amabile, mondanetto, spoglio d'ogni -ruvidezza e d'ogni brutalità, il quale celebra gli -affetti famigliari, premia il virtuoso, denuncia il -tristo, non dimentica, naturalmente, le conseguenze -ben diverse d'una buona e d'una cattiva -educazione; è, insomma, il pittore un po' -melodrammatico della borghesia che si afferma -e si atteggia, come lo Chardin era stato il pittore -sincero della borghesia che s'annunciava. -</p> - -<p> -E l'Italia? L'Italia non ha chi contrapporre -<span class="pagenum" id="Page_471">[471]</span> -nè all'uno nè all'altro. Tipi di borghesi e di -popolani — più assai di questi che di quelli — ritroviamo -nel Crespi (che illustrò con una serie -d'acqueforti le avventure di Bertoldo, Bertoldino -e Cacasenno), nel Piazzetta, nel Longhi, nell'Olivieri, -nel Tiepolo stesso, in tanti altri ancora; -vi ritroviamo sopra tutto quelle figure che -hanno, per ragion di professione, una tal quale -fisonomia comica o pittoresca, quasi di maschera, -come il barbiere, il sarto, lo speziale, il suonatore -mendico, il merciaiuolo ambulante, il cerusico, -il cavadenti, il saltimbanco; ma rappresentazione -costante e consapevole, o almeno particolarmente -preferita, delle classi subordinate, -non v'ha. Nel Longhi, ad esempio, borghesia e -popolino compaiono di sbieco, come personaggi -accessori o di contorno; essi stanno — avverte -giustamente Ernesto Masi — “<i>in attitudine di -servilità verso i patrizî, in attitudine di mercanti -e di bottegai, o in quella più frequente di pubblico -che fa numero e che s'affolla intorno al -trespolo del ciarlatano e del cantastorie o alla -baracca del domatore di bestie feroci</i>„. Solo frequentando -le botteghe degli antiquarî, o qualcuna -di quelle famiglie, così rare ormai, dove si -conserva la religione delle vecchie cose, possiamo -essere più fortunati. In certe collezioni di stampe -dozzinali, commentate a piè di margine da distici -<span class="pagenum" id="Page_472">[472]</span> -goffi, noi c'imbattiamo in una bolla d'episodî e -scenette e caricature e satire e drammi della vita -dei nostri umili avi; siamo introdotti nella loro -giornaliera consuetudine; entriamo nel tepore -della cucina e del tinello, nella povertà della soffitta, -nell'osteria, nella chiesa, nella scuola; e un -sentimento di umana commozione ci assale davanti -a quelle pagine ingiallite e macchiate dall'umidità, — povere -foglie divelto da un albero -morto e galleggianti sui naufragi del tempo! — dove -un'anonima mano inesperta tentò di raccontare -le gioie e le sofferenze, i passatempi e i -ridicoli di tante creature che passarono ignorate. -</p> - -<p> -Quest'assenza d'uno Chardin e d'un Greuze -dalla storia dell'arte italiana ha, del resto, le -sue intime ragioni. Perchè il pittore o lo scultore -s'impadronisca d'un elemento sociale e gli -dia valore estetico, è necessario che questo -elemento abbia, a' suoi occhi, uno spiccato risalto. -Scovare ciò che nell'ordine dei fatti è ancora -nascosto o dissimulato, svolgere ciò che è iniziale, -compiere ciò che è frammentario, integrare -ciò che è disperso, non s'appartiene, o -assai poco, alle arti figurative. Ora in Italia, l'elemento -borghese, disgregato, docile, remissivo, -sano ma tutt'altro che vigoroso, aveva, nella -prima metà del Settecento, assai minore evidenza -e consistenza sociale che non in Francia, -<span class="pagenum" id="Page_473">[473]</span> -dove costituiva in fine uno degli ordini officialmente -riconosciuti della nazione, dove si trovava -raccolto in uno di quei vasti focolari d'attività e -di pensiero in cui le classi soggette acquistano più -facilmente la consapevolezza del proprio destino, -e dove non erano del tutto spente le vestigia -dell'antica tradizione ugonotta, tradizione di austerità -democratica e di virile fermezza. E -quanto al movimento della seconda metà del -secolo, esso, se non mancò nel paese nostro, se -anzi vi fu per parecchi riguardi più serio e più -praticamente efficace, non ebbe però quell'espansione, -quella vivacità, quello slancio, quel clamore -di pubblici consensi, che sono atti a sollecitare -la fantasia dell'artista. Ecco perchè, a -differenza dei nostri vicini, noi non abbiamo un -pittore della borghesia e del popolo. -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Così nell'arte del Settecento abbiamo finora -ravvisato due tendenze: l'una che continuava -a sospingerla verso le licenze decorative e il lavorar -di pratica; l'altra che la richiamava allo -studio del vero. Oggi ci è facile riconoscere -quanti tesori d'ingegno brillassero nella prima -e quanto avvenire fosse riserbato alla seconda; -ma non sarebbe equo pretendere che i nostri -<span class="pagenum" id="Page_474">[474]</span> -nonni avessero pensato come noi, i quali giudichiamo -con l'immenso beneficio della lontananza -e dell'aver assistito allo svolgimento posteriore -dei fatti. Era naturale, invece, ch'essi finissero -col sentirsi sazî di sbrigliate fantasie, senza per -ciò appagarsi di realismo semplice, tanto più -che quelle davano ormai segno d'esaurimento, e -questo si esercitava ancora in una cerchia troppo -angusta di soggetti. Era naturale che, reagendo, -essi vagheggiassero un'arte più decorosa, più -alta, più classicamente castigata, cioè voluta -e creduta tale. Del resto, fin dallo scorcio del -secolo decimosettimo, la pittura del Maratta a -Roma e quella del Lazzarini a Venezia avevano -in certo modo tentato d'informarsi a questo concetto. -Nell'architettura poi, non solo non ci avviene -più d'imbatterci in quei deliranti ammassi -di pietre ch'erano usciti dalla stramba immaginativa -d'un Maderna o d'un Tremignan, ma, coll'avanzare -del Settecento, vediamo le linee classiche -aprirsi la strada e prevalere a poco a poco fra le -persistenti bizzarrie dell'ornamentazione, come -propositi di semplicità in un'anima che abbia -troppo abusato di sentimenti artificiali e che peni -ancora a spogliarsene. E avrebbe potuto la reazione -contro il barocco essere concepita in una -forma diversa, quando la tradizione, la cultura -letteraria, le accademie si univano per dare all'artefice -<span class="pagenum" id="Page_475">[475]</span> -un eguale consiglio? Quando, come guida -suprema, come freno a tutte le intemperanze, -come correttivo a tutti gli errori, come unica -via che gli promettesse una gloria non mentita, -esse gli additavano concordemente la disciplina -del pensiero antico? -</p> - -<p> -Ad affrettare codesto ritorno verso un ideale -consacrato dall'ammirazione dei secoli, verso -un ideale che rispunta sempre dopo i periodi di -licenza artistica, come una dittatura dopo l'anarchia -politica, concorsero le scoperte ercolanensi, -gli scavi moltiplicati, le gallerie e i musei illustrati -dall'incisione, e una serie di grandi opere -archeologiche, fra le quali primeggiò quella del -Winckelmann. Lavoratore erculeo, impasto singolare -d'entusiasmo e di pedanteria, di minuziosità -analitiche e di comprensione sintetica, di -dottrina e di esclusivismo, di pertinacia tedesca -e di genialità latina, il Winckelmann imprese a -ricomporre, frammento per frammento, la religione -dispersa dell'antica Bellezza; egli innalzò -un inno a quei sublimi artefici che avevano (ripeto -quasi le sue parole) concepito le loro creature -come essenze eteree, generanti, per virtù -connaturata, l'impeccabile venustà delle proprie -forme; egli si prosternò a' piedi di quei simulacri -superstiti di pario e di pentelico, come dinanzi -all'incarnazione eternamente giovine dell'ideale. -<span class="pagenum" id="Page_476">[476]</span> -Il movimento (lo avvertì già il Carducci), -era cominciato in Italia, dove l'infaticabile erudito -trovò una schiera di collaboratori, noti ed -ignoti; ma nella sua <i>Storia dell'arte nell'antichità</i> -egli mise di indiscutibilmente proprio quella -vasta facoltà di coordinazione, quella fiamma di -apostolato, quel dogmatismo solenne, quella nobiltà -un po' astratta e metafisica di linguaggio -che allora conquistarono di colpo l'Europa, e che -anche oggi trascinano il lettore, nonostante tutte -le riserve del gusto e tutti i dissensi dell'indagine -progredita. -</p> - -<p> -L'altro stromento di reazione contro l'arte che -aveva fin qui prevalso, fu l'eclettismo pittorico, -propugnato da un fervido amico e seguace del -Winckelmann, da Antonio Raffaele Mengs. Insegnava -il Mengs doversi dare la palma a Raffaello -pel disegno e per l'espressione; al Correggio -per la grazia e pel chiaroscuro; al Tiziano pel -colorito; soggiungeva potersi cogliere il fiore di -tutti e tre, ma Raffaello sembrargli su ogni altro -degno di studio, come colui che s'era meglio -accostato alla serena perfezione degli antichi. — Nulla -di più convenzionale, nulla di più contrario -ad ogni concetto organico della produzione artistica, -sentiamo dire. — D'accordo; ma anche -questo principio dell'eclettismo aveva dietro a -sè una lunga e non mai spenta tradizione; era -<span class="pagenum" id="Page_477">[477]</span> -stato patrocinato dai Carracci, come antidoto -sicuro contro il manierismo; avevano talora mostrato -di seguirlo, a saggio di abilità tecnica, gli -stessi barocchi; e infine, di fronte alle esagerazioni -unilaterali della linea e del colore, dell'espressione -e del movimento, esso pareva promettere -alla ragione un più costante equilibrio fra -gli elementi essenziali dell'arte. -</p> - -<p> -Veramente tra i primi a suscitare il nuovo -indirizzo era stato il lucchese Pompeo Girolamo -Batoni, il quale, giunto giovanissimo a Roma e -condotto dal Conca e dal Masucci, affinchè si -scegliesse l'uno o l'altro per maestro, aveva voltato -le spalle a tutti e due, per darsi allo studio -della pittura raffaellesca e dei marmi antichi. -Senonchè il Batoni, ingegno vivace ma poco -colto, staccatosi soltanto a mezzo dal gusto contemporaneo -ed esclusivamente pittore, non pensava -a far propaganda; mentre l'azione esercitata -dal Mengs si dovette non solo alla sua -laboriosità ammirabile di artista, ma alla sua -grande cultura, alla sua parola viva, alle sue -lettere, agli scritti pubblicati dopo la sua morte, -al suo spirito dottrinario, che rispondeva appieno -all'indole dei nuovi tempi, in cui la logica alzava -il capo orgogliosa e stava per cimentarsi alla -titanica prova di ricostruire schematicamente -tutta la società! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_478">[478]</span> -</p> - -<p> -E un po' discosto da lui collocheremo Angelica -Kauffmann, cui l'ingegno, la bontà e una romanzesca -vicenda valsero fama non inferiore a quella -di Rosalba Carriera; quasi fosse destino che in -questo secolo di dominazione muliebre, anche i -due diversi atteggiamenti dell'arte s'incarnassero -in due amabili figure di donna. Ho detto <i>un po' discosto</i>, -perchè mentre il Mengs dal delizioso pastellista -che s'ammira anche oggi nel Museo di -Dresda s'era venuto trasformando nel dotto frescante -del <i>Parnaso</i> di Villa Albani, il temperamento -femminile preservò la Kauffmann dalle severe -costrizioni del neofitismo e lasciò persistere -nell'opera sua — massime nei ritratti, per quanto -avvolti nei veli dell'allegoria — un'impronta nativa -di grazia seducente e di molle abbandono. -</p> - -<p> -Del resto, ove si eccettui qualche resistenza felice -dell'istinto, la nuova produzione artistica -assumeva caratteri direttamente opposti a quella -che l'aveva preceduta. L'arte barocca era stata -il frutto di facoltà indisciplinate; questa, invece, -vuole obbedire alla riflessione, onde il Mengs -viene lodato principalmente per essere un filosofo -che parla ai filosofi. La prima non s'era affatto -curata della verosimiglianza storica e locale, -tanto che il Tiepolo aveva potuto piantare -gli abeti in Egitto, cacciare la pipa fra le labbra -d'un console romano, e vestire su per giù allo -<span class="pagenum" id="Page_479">[479]</span> -stesso modo Cleopatra e Beatrice di Borgogna; -la seconda s'imbeve d'erudizione e non si stanca -di consultare minuziosamente gli storici e i poeti. -L'una amava abbandonarsi a tutte le audacie del -movimento, e l'altra, per contro, invoca la calma, -e proclama gli scorci <i>dal sotto in su</i> uno stravagante -capriccio. Quella mescolava con libertà -senza misura il nobile e il plebeo, il triviale e il -manierato; questa adotta una norma adequatrice -di tutti i caratteri e di tutte le espressioni, a cui -dà nome di “<i>stile eroico</i>„ o di “<i>stile sublime</i>„. -</p> - -<p> -Non equivale tutto ciò a concludere che l'arte -nuova, per quanto le origini e le ragioni sue ci -appaiano storicamente legittime, doveva scontare -la troppa dottrina con la freddezza, e le aspirazioni -al sublime con una mortifera uniformità? -</p> - -<p> -Codesto moto s'era compiuto in Roma, in quell'aria -satura di atomi vaganti di classicità, su -quel suolo fecondo di memorie, dinanzi ai ruderi -superbi della civiltà cesarea e ai fantasmi radiosi -del Cinquecento, fra quei rosei monsignori e porporati -che smettevano le gioconde indifferenze del -<i>nil admirari</i>, per accendersi in dispute di erudizione -e di antiquaria. Fu la città cosmopolita, -dove convenivano d'ogni parte pittori, scultori, -incisori, architetti, poeti, dove ritroviamo Gavin -Hamilton, il Piranesi, il Volpato, il Milizia, il -Monti, l'Alfieri, il Tischbein, i due Visconti, il -<span class="pagenum" id="Page_480">[480]</span> -Fea, il Canova, il David, il Prudhon, quella che -diede un impulso europeo alla corrente suscitata, -o meglio accelerata, dall'archeologo brandeburghese -e dal pittore boemo. -</p> - -<p> -Ma questa corrente doveva prendere una via -nuova, doveva corrispondere ad uno stato effettivo -degli animi, mercè un avvenimento così universale -per la sua fulminea efficacia, come Roma -pel fascino delle sue memorie: la rivoluzione -francese! -</p> - -<p> -Gli uomini che fecero la rivoluzione, vi si erano -preparati non soltanto sulle pagine degli enciclopedisti, -ma su quelle dei classici. Leggendo Plutarco, -Livio, Tacito, avevano imparato ad aborrire -i tiranni, ad esaltarsi nell'apologia dell'austerità -repubblicana e del delitto patriottico; -sicchè, quando scoppiò la procella, nomi, linguaggio, -consuetudini, sentimenti, tutto arieggiò -all'antico, e il classicismo, dalla pace dei musei -e dal silenzio polveroso degli <i>in-folio</i>, fu trabalzato -fra il tumulto dei comizi e i dibattiti -delle assemblee. Ora, come avrebbero potuto questi -uomini assentire alle fantasie adescatrici del -<i>rococò</i>? Nella loro catonica intolleranza, essi le -odiavano dell'odio medesimo che gli animava contro -il regime aristocratico; essi vedevano nell'autore -gentile delle <i>Feste galanti</i> e nell'autore procace -delle <i>Pastorali</i> due esseri poco meno spregevoli -<span class="pagenum" id="Page_481">[481]</span> -delle cortigiane che avevano allietato gli ozi -del Reggente e di Luigi decimoquinto. No; fra un -popolo di liberi, l'arte non poteva avere che un -ufficio solo: inspirarsi agli esempi della Grecia e -di Roma, per temprare gli animi a civili virtù. -</p> - -<p> -Singolare coincidenza! Fu proprio un parente -di Francesco Boucher, del pittore protetto dalla -signora di Pompadour, colui che si fece l'araldo -di questo classicismo militante. Quando Giacomo -Luigi David espose nel 1784 il <i>Giuramento degli -Orazi</i> e nel 1789 il <i>Bruto</i>, l'entusiasmo non -ebbe confine. Tutta una generazione acclamò -il suo interprete, e, con una di quelle esplosioni -della moda ch'erano allora tra le maniere più -eloquenti di manifestarsi del sentimento pubblico, -modellò sui quadri di lui il proprio gusto. -Per vero, lo stile intitolato da Luigi decimosesto -incoronava già delle sue curve più sobrie -gli emblemi decorativi tratti dalla vita e dal -costume antico; ma ora questi trionfano tra le -linee che si vanno facendo sempre più rigide; -ora s'incontrano da per tutto le pettinature e le -fogge alla greca e alla latina, le fibule, le armilie, -le patere, i tripodi. Sul palcoscenico gli eroi -romani non osano più comparire con la parrucca -e le mani inguantate e gli stivaletti dai tacchi -rossi, da che un grande attore ha vestito per la -prima volta la toga e calzato il coturno. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_482">[482]</span> -</p> - -<p> -Io spero di avere anche qui, o Signori, insistito -abbastanza sulla necessità storica di un tale -avviamento dell'arte. Ma che poi l'originalità, -la verità, la schiettezza, l'umanità della concezione -dovessero scapitarne, è troppo chiaro. Vedete -lo stesso David. Egli possedeva doti eccezionali -di visione e di tavolozza, che furono rimesse -pienamente in luce dai ritratti e dai quadri commemorativi -esposti a Parigi nella Mostra centenaria -del 1889. Ma che importa, se il preconcetto -dello <i>stile eroico</i> gli inspirava pure il <i>Ratto delle -Sabine</i>, la <i>Morte di Socrate</i>, il <i>Leonida</i>, il <i>Belisario</i>, -tutte quelle tele dure, asciutte, convenzionali, -destinate a formare una scuola pittorica che -alle creature vive sostituì i simulacri di gesso? -</p> - -<p> -E una discordia non dissimile di creazioni si -avverte in Andrea Appiani e in Antonio Canova, -i due più nobili rappresentanti di questo periodo -in Italia, per quanto l'arte loro sia lontana -dalla rigidezza del David e faccia piuttosto -ripensare alle grazie del Prudhon. Nell'Appiani, -a fianco alle figure dove lo studio della purezza -cospira col senso del vero a produrre una -impressione di placida ma vivente armonia, sono -troppi i profili che ricalcano con fredda, letterale -insistenza, gli antichi cammei. E quanto -alla plastica canoviana, lo squilibrio è ancora -più manifesto. Chiunque di voi, o Signori, sia -<span class="pagenum" id="Page_483">[483]</span> -entrato nella <i>Gypsotheca</i> di Possagno, dove stanno -raccolti tutti i modelli dell'insigne scultore, ne -sarà rimasto profondamente colpito. Qua e là il -vero, modellato da una mano creatrice; tutt'attorno -le mascherature greco-romane. Il gruppo di -<i>Icaro e Dedalo</i>, composto in gioventù, è un miracolo -di ingenua freschezza, degno, oserei dirlo, -della primavera del Rinascimento. Nell'effigie di -Clemente XIII, genuflessa sotto la maestà delle -vesti pontificali, con la bonaria testa senile devotamente -reclinata e le mani giunte e a' suoi -piedi il triregno, voi sentite tutta la poesia evangelica -delle grandezze umane umiliate nella preghiera. -Ma insieme vi si affaccia una famiglia di -figure, nelle quali ogni carattere, ogni espressione, -ogni vita, ogni movimento individuale si -sono perduti entro lo stampo archeologico; vi si -affacciano le deità dell'Olimpo, che uscite raggianti -e palpitanti dalla fantasia dell'Ellade, intirizziscono -qui nel gelo dell'imitazione accademica. -</p> - -<p> -Così l'arte, dopo aver folleggiato con la cadente -società aristocratica, si asserviva al pensiero -medesimo che aveva inspirato le effimere -democrazie, al pensiero che avrebbe legittimato -tra poco la dittatura guerriera. -</p> - -<p> -Consultiamo per l'ultima volta i ritratti. -</p> - -<p> -Eccoli gli uomini nuovi, con la fronte largamente -<span class="pagenum" id="Page_484">[484]</span> -scoperta sotto i capelli brevi, gli occhi -intenti, le fedine ispide, alcuni nella negletta -intimità della casa, altri nell'atteggiamento declamatorio -di chi medita un'apostrofe o nell'accigliata -concentrazione di chi sta per decidersi -a un partito supremo; ecco l'implacabile tribuno, -giacente nella vasca di pietra, col viso contratto -dagli spasimi dell'agonia, con la mano che -stringe convulsa un editto, forse una lista di proscrizione; -ecco i commissari e i generali della -repubblica, pallidi, gravi, con le divise dagli urtanti -colori plebei; ecco la faccia fatale, livida e -ossuta, incorniciata dai neri capelli spioventi e -illuminata dal saettare delle pupille, che sta, -come un'erma viva, alla frontiera tra i due -mondi; ecco — dopo la sfrontata iconografia del -Direttorio, questa Reggenza plebea della rivoluzione — le -donne dal profilo marmoreo, dalle -tuniche a larghe pieghe, dalle chiome raccolte -alla greca, che riposano compostamente sur un -letto o sedile di forma antica, sporgendo i piedi -nudi come quelli d'una statua. -</p> - -<p> -Dove sono le testine imparruccate e incipriate, -i tipi virili infemminiti dalle gale della moda, le -pupille ammiccanti, le bocche tumidette, i nasini -a gloria? Dove la sentimentalità, il languore, -la gioia frivola, le arie sventate e trasognate del -gaio tempo vano?... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_485">[485]</span> -</p> - -<p class="ast">*</p> - -<p> -Ma prima, Signori, di staccarci da questo secolo -così ricco di vicende e di antitesi, che -esordisce col minuetto e si chiude con la carmagnola, -permettetemi di cogliere qualche estremo -tratto della sua fisonomia artistica, di notare -qualche attività ch'esso portò con sè nella tomba -e qualche tendenza che gli è sopravvissuta. -</p> - -<p> -Si manifesta allora per l'ultima volta quella -comunione fra l'arte pura e le arti decorative -che aveva durato per così lungo volgere di tempi, -generatrice di forme fraterne di bellezza, e che -era destinata a dissolversi nel nostro. Per l'ultima -volta l'Arte, qual ch'ella sia, apparisce -come cosa organica, come pianta corsa da una -sola linfa in ogni suo ramo e in ogni suo stelo; -e il soffio medesimo che spira dalle tele e dalle -statue si sente pur alitare dalla sagoma d'uno -stipo e d'una seggiola, dai fregi d'un parafuoco -e d'un cembalo, dalla cornice d'uno specchio, -dall'inquadratura d'un uscio, dal contorno d'un -orologio a pendolo e dalle rabescature d'un -broccato. -</p> - -<p> -Certo, pe' suoi stili ornamentali, come per le -sue mode e le sue fogge, il Settecento è francese -anche in Italia, come il Cinquecento era stato -<span class="pagenum" id="Page_486">[486]</span> -italiano anche in Francia. Pure non ci mancarono -impronte e iniziative originali. Andrea Brustolon, -vissuto tra i due secoli, tratta la scultura -in legno con robusta floridezza di vena; Carlo -Briati risolleva a Venezia l'arte vetraria; gli arazzi -di Firenze, di Torino, di Napoli, di Roma non -sono in tutto eclissati dallo splendore dei <i>gobelins</i>; -la ceramica s'allieta di leggiadrie nuove -nell'Abruzzo, nella Liguria, nella Toscana, nel -Veneto; fiorisce la tarsia nella Lombardia. -</p> - -<p> -E v'ha un'arte che meriterebbe da sola lungo -studio, come quella che partecipa con alacrità -di consenso a tutta la vita spirituale del tempo: -l'incisione sul rame. Essa presta alle fantasie -esuberanti un linguaggio suggestivamente sommario -e sciolto da ogni rispetto alla realtà; popolarizza -aristocraticamente la coltura estetica; -introduce un'immagine d'arte fra le cure della -famiglia; asseconda il ritorno all'antico, illustrando -i monumenti classici e i capolavori paesani. -E ognuno di codesti incisori trasfonde la -personalità propria nella lastra metallica, lestamente -investita dal Canaletto, imbevuta di luce -solare nel Tiepolo, carica di chiaroscuri nel Piranesi, -morbidamente accarezzata dal Bartolozzi, -segnata con dotta evidenza dalla mano del Volpato -e del Morghen. -</p> - -<p> -Ma uno dei caratteri che più distinguono l'operosità -<span class="pagenum" id="Page_487">[487]</span> -intellettuale del Settecento è la passione, -talora si dovrebbe dire la follia, delle raccolte. -Siamo nell'età degli amatori, i quali vengono radunando -d'ogni parte, senza badare a dispendio, -bronzi, marmi, terracotte, medaglie, monete, -tele, disegni; l'età in cui un principe, pur amante -della guerra, cede un reggimento di dragoni per -alcuni vasi di porcellana, come più tardi suo -figlio, durante una ritirata, penserà a mettere -in salvo quadri e gioielli, dimenticando gli archivi. -E non soltanto nei centri maggiori, dove -se ne porge più facilmente l'opportunità, vengono -formandosi codeste collezioni. Talora in qualche -sonnolenta cittaduzza di provincia, quasi -tagliata fuori del mondo, il forestiero colto scende -dalla berlina per visitare il museo, il medagliere, -la quadreria, messi insieme dal discendente di -un sinistro gufo feudale raggentilito in cavaliere -di buon gusto. Ora, come mai queste assidue -occasioni di raffronti, questo riaccostamento di -forme e inspirazioni diverse, non avrebbero contribuito -a fecondare, ad allargare le intelligenze? -</p> - -<p> -A ciò conferisce pure l'insolita frequenza dei -viaggi, che annuncia un bisogno irrequieto di -espansione, di nuovi orizzonti, di nuove idee, di -nuove forze. L'arte si fa anch'essa venturiera. -L'Amigoni si educa nelle Fiandre; lo Zuccarelli -e il Bartolozzi sono tra i soci fondatori dell'Accademia -<span class="pagenum" id="Page_488">[488]</span> -di Londra; il Rotari è chiamato -da Caterina di Russia; Giambattista Tiepolo -muore a Madrid; Bernardo Bellotto a Varsavia. -Nè alcuni fra i letterati e i pensatori nostri -sono meno nomadi degli artisti; essi vanno -in Francia, in Inghilterra, in Germania, in Austria, -in Polonia, persino oltre l'Atlantico, vengono -ricercati e accarezzati dai principi, brillano -nei salotti, penetrano in qualche gabinetto -diplomatico. Dopo la lunga solitudine, l'Italia -comincia a rientrare nelle correnti vive del pensiero -europeo, e vi rientra se non più come -guida, non sempre e non in tutto seguace. -</p> - -<p> -Quante volte non fu detto che l'uomo del passato -posto dinanzi all'<i>Iliade</i>, alla <i>Commedia</i>, all'<i>Amleto</i>, -a un tempio greco, a una cattedrale archiacuta, -a un edificio del Rinascimento, avrebbe -ripudiato qualcuna di codeste creazioni, mentre -noi, moderni, le abbracciamo e onoriamo tutte, -come portati egualmente legittimi di peculiari -condizioni e attitudini dello spirito! Ebbene, il -Settecento segna quasi il punto di trapasso dall'una -all'altra età. I più non comprendono, è vero, -o, peggio, disprezzano lo stile ogivale, la pittura -primitiva, la visione dantesca, il dramma shakespeariano, -ma v'è già chi si leva a rivendicare -la nativa virtù di quelle forme; v'è già chi proclama -la relatività del gusto e dei canoni estetici. -<span class="pagenum" id="Page_489">[489]</span> -E con qual sentimento di cara sorpresa, e quasi -d'ammenda a sconoscenti durezze di giudizio, non -sorprendiamo noi nelle pagine accademicamente -grevi o gallicamente trasandate dei nostri vecchi, -impressioni e osservazioni che saranno le nostre! -Certo, le intolleranze del risveglio classico interruppero -il più illuminato avviamento che veniva -qua e là annunciandosi, sicchè, anche in questo -campo, pare che una voragine divida i due secoli; -ma tuttavia, chi ben guardi, non tarderà a riconoscere -che nel Settecento spuntarono i germi -della presente larghezza dell'intendimento estetico, -a quel modo che l'erudizione aperse allora -la via agli odierni trionfi del senso storico. -</p> - -<p> -E un altro senso, di cui andiamo a buon diritto -orgogliosi, si desta allora; quello che dicono -dell'<i>ambiente</i>. Non che si concepisca, netta, l'idea -delle analogie recondite che esistono fra l'uomo -e gli aspetti circostanti della natura, ma certo si -comincia ad intuirla, poichè questi aspetti vengono -considerati con occhio più attento e perspicace. -Ne fa fede non pur la pittura ma la letteratura; -non il Canaletto e il Guardi soltanto, -ma il Goldoni e il Baretti. Vi sono, ad esempio, -certe commedie goldoniane, che vi ritraggono al -vivo la fisonomia di Venezia, le sue calli anguste, -i ponti, i rii, i <i>campieli</i> dove le popolane seggono -lavorando e ciarlando sulla soglia delle case, le -<span class="pagenum" id="Page_490">[490]</span> -altane di legno su cui le famiglie salgono a cercare -un filo d'aria negli afosi pomeriggi d'estate. -E leggendo le <i>Baruffe Chiozzotte</i>, ci par proprio, -come ha notato acutamente il Masi, di aspirare -le acri esalazioni della marina, di vedere dinanzi -a noi la flottiglia delle tartane e dei bragozzi -cullata dall'onde. -</p> - -<p> -E già, Signori, quell'armonia che esisteva allora -tra le forme varie delle arti figurative, si palesa, -con evidenza eguale, fra l'arte e le lettere. -Forse, parlandovi di quadri, mi sarà accaduto -troppo spesso di ricorrere a citazioni di poeti; -ma come evitarle, quando ci si presentano spontanee? -quando incontriamo di qua e di là gli stessi -tipi, gli stessi soggetti, gli stessi sfondi di paese, le -stesse trovate di composizione, le stesse allegorie? -Tutta quanta l'evoluzione artistica del Settecento -ha pieno riscontro nella sua evoluzione letteraria. -Così le due tendenze che si esplicano da una -parte nella pittura drammaticamente immaginosa -del Tiepolo, dall'altra nella pittura realistica e comica -del Longhi, sono, in fondo, le medesime che -inspirano il teatro del Metastasio e quello del Goldoni. -Pietro Metastasio è il poeta decoratore, che -colorisce liberamente la storia ed il mito, che li -converte in un ludo scenico di passioni effusive e -canore, destinato ad esaltare la sentimentalità -fantastica; Carlo Goldoni è il poeta osservatore, -<span class="pagenum" id="Page_491">[491]</span> -che stando, sorridente ma vigile, in mezzo alla -vita, ne raccoglie le immagini nel giro tranquillo -dello sguardo. Anche le date tornano, perchè il -Tiepolo nasce nel 1696 e il Metastasio nel 1698, -il Longhi nel 1702 e il Goldoni nel 1707; solo -le doti individuali sembrano in certa maniera -scambiarsi, in quanto il mondo della fantasia ha -nell'artista un evocatore più possente e più vario -del poeta, e quello della realtà ha nel poeta un -rappresentatore più largo e più efficace dell'artista. -Il secolo declina e il movimento che avvia -l'arte all'Appiani e al Canova, conduce la letteratura, -attraverso il Parini e l'Alfieri, al Monti -ed al Foscolo. E anche qui esso non procede senza -abusi e senza sopraffazioni; tutt'insieme, peraltro, -riesce più benefico, perchè il suo carattere era -essenzialmente idealista, e delle idee lo strumento -naturale non è già il colore o la linea, -è la parola. Mentre, infatti, pittura e scultura -rimangono troppo spesso agghiacciate, dalla quotidiana -consuetudine con l'antichità, la poesia ne -ritrae quel vigore di linguaggio e quel calore di -pensiero, che dovevano accendere e rinnovare le -coscienze. Nel Parini il classicismo, tutt'altro -che adulterare la rappresentazione del vero, la -condensa in forme sintetiche, restituisce i nervi -allo stile, dà alla voce del poeta, ch'essa derida -o ammaestri, un accento di energia deliberatamente -<span class="pagenum" id="Page_492">[492]</span> -pacata; nell'Alfieri esso esprime la tensione -dell'anima, che svincolandosi dalla società decrepita, -tutta languori e inchini e cerimonie e -accondiscendenze e remissività, si aderge in uno -sforzo di opposti proponimenti. La morte era venuta -dalla spensierata fiacchezza; la vita doveva -scaturire dalla riflessione e dalla volontà. -</p> - -<div class="somm"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_493">[493]</span> -</p> - -<h2><a id="indice" href="#indfront"> -INDICE.</a></h2> - -<table class="indice" summary=""> - <tr> - <td> </td> <td> </td> <td class="pag">Pag.</td> - </tr> - <tr> - <td>Romualdo <span class="smcap">Bonfadini</span></td> <td>Da Acquisgrana a Campoformio</td> <td class="pag"><a href="#acquisgrana">1</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Isidoro <span class="smcap">Del Lungo</span></td> <td>I Medici granduchi</td> <td class="pag"><a href="#medici">41</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Ernesto <span class="smcap">Masi</span></td> <td>Gli avventurieri</td> <td class="pag"><a href="#avventurieri">85</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Vittorio <span class="smcap">Pica</span></td> <td>L'Abate Galiani</td> <td class="pag"><a href="#galiani">129</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Guido <span class="smcap">Mazzoni</span></td> <td>Dal Metastasio a Vittorio Alfieri</td> <td class="pag"><a href="#metastasio">173</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Ferdinando <span class="smcap">Martini</span></td> <td>Carlo Goldoni</td> <td class="pag"><a href="#goldoni">209</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Matilde <span class="smcap">Serao</span></td> <td>Carlo Gozzi e la fiaba</td> <td class="pag"><a href="#gozzi">241</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Guido <span class="smcap">Mazzoni</span></td> <td>Giuseppe Parini</td> <td class="pag"><a href="#parini">273</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Enrico <span class="smcap">Panzacchi</span></td> <td>Vittorio Alfieri</td> <td class="pag"><a href="#alfieri">309</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Giovanni <span class="smcap">Bovio</span></td> <td>Giovanni Battista Vico</td> <td class="pag"><a href="#vico">345</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Alberto <span class="smcap">Eccher</span></td> <td>La fisica sperimentale dopo Galileo</td> <td class="pag"><a href="#fisica">365</a></td> - </tr> - <tr> - <td>Antonio <span class="smcap">Fradeletto</span></td> <td>L'arte nel Settecento</td> <td class="pag"><a href="#arte">421</a></td> - </tr> -</table> - -<hr /> -</div> - -<div class="footnotes"> - -<h2> -NOTE: -</h2> - -<div class="footnote" id="note1"> -<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>. </span>Tralasciando il Diderot e l'antica questione del Fils -Naturel, cito il Mercier, il Roger, il Saint-Just, il Desriaux, -il Pelletier, il Neufchateau, il Cubrères, il Cailhava, il -Carbon-Flins, il Paillardelle, il Davrigny, la Riccoboni, -la Benoist, e forse ne dimentico qualcheduno.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note2"> -<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>. </span><span class="smcap">Goldoni.</span> <i>Mem.</i>: Parte I, cap. <span class="smcap lowercase">V</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note3"> -<p><span class="label"><a href="#tag3">3</a>. </span><span class="smcap">Goldoni</span>. Op. cit. Parte I, cap. <span class="smcap lowercase">XXXI</span> e <span class="smcap lowercase">XXXII</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note4"> -<p><span class="label"><a href="#tag4">4</a>. </span><i>Drammaturgia</i>, N. XII.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note5"> -<p><span class="label"><a href="#tag5">5</a>. </span><i>Oeuvres</i>. Paris Garnier 1879. Vol. XXII, pag. 444.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note6"> -<p><span class="label"><a href="#tag6">6</a>. </span><i>De Oratore.</i> Lib. II.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note7"> -<p><span class="label"><a href="#tag7">7</a>. </span><i>Memorie</i>. Parte I, cap. <span class="smcap lowercase">XXXIX</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note8"> -<p><span class="label"><a href="#tag8">8</a>. </span>V. <i>Il Teatro italiano nel secolo decimottavo</i>, passim.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note9"> -<p><span class="label"><a href="#tag9">9</a>. </span><span class="smcap">Collé</span>, <i>Journal III.</i> 66, anno 1765.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note10"> -<p><span class="label"><a href="#tag10">10</a>. </span><i>Gl'Inganni lodevoli.</i> Atto III, scena <span class="smcap lowercase">IX</span>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note11"> -<p><span class="label"><a href="#tag11">11</a>. </span>Ridotti, convegni.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note12"> -<p><span class="label"><a href="#tag12">12</a>. </span>Cfr. <span class="smcap">H. Taine</span>, <i>L'Ancien régime</i>, pag. 208 e seguenti.</p> -</div> -</div> - -<div class="tnote"> -<p class="tntitle"> -Nota del Trascrittore -</p> - -<p> -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione -minimi errori tipografici. -</p> - -<p class="covernote"> -Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio. -</p> -</div> - - - - - - - - -<pre> - - - - - -End of Project Gutenberg's La Vita Italiana nel Settecento, by Various - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA NEL SETTECENTO *** - -***** This file should be named 60249-h.htm or 60249-h.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/6/0/2/4/60249/ - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by the HathiTrust -Digital Library) - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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Redistribution is subject to the -trademark license, especially commercial redistribution. - -START: FULL LICENSE - -THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE -PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK - -To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free -distribution of electronic works, by using or distributing this work -(or any other work associated in any way with the phrase "Project -Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full -Project Gutenberg-tm License available with this file or online at -www.gutenberg.org/license. - -Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project -Gutenberg-tm electronic works - -1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm -electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to -and accept all the terms of this license and intellectual property -(trademark/copyright) agreement. 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