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II - -Author: Arturo Graf - -Release Date: August 1, 2019 [EBook #60032] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK MITI, LEGGENDE *** - - - - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - - - - - - - ARTURO GRAF - - - MITI, LEGGENDE E SUPERSTIZIONI - DEL - MEDIO EVO - - - VOLUME II. - - - LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE - DEMONOLOGIA DI DANTE — UN MONTE DI PILATO IN ITALIA - FU SUPERSTIZIOSO IL BOCCACCIO? - SAN GIULIANO NEL «DECAMERONE» E ALTROVE - IL RIFIUTO DI CELESTINO V — LA LEGGENDA DI UN FILOSOFO - ARTÙ NELL'ETNA — UN MITO GEOGRAFICO - - - - TORINO - ERMANNO LOESCHER - - FIRENZE ROMA - Via Tornabuoni, 20 Via del Corso, 307 - - 1893 - - - - - PROPRIETÀ LETTERARIA - - TORINO — Stabilimento Tipografico Vincenzo Bona. - - - - -LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE - -(SILVESTRO II) - - -I. - -Sembra a molti che Dante, col parlare dei mali pontefici come in più -luoghi notissimi della _Commedia_ ne parla, con lo sprofondarne un -buon numero nell'Inferno, col porre in bocca allo stesso principe degli -apostoli quella terribile sfuriata del 27º canto del _Paradiso_, abbia -dato una singolar prova di arditezza e libertà di giudizio, abbia fatto -cosa mirabile e nuova, in pien contrasto con le usanze, le opinioni, lo -spirito dell'età che fu sua. - -È questo un errore. - -Il medio evo, se ebbe (come Dante, del resto) viva e salda la fede, e -sincera - - La riverenza delle somme chiavi, - -del papato quale istituzione divina, intesa a procacciare il trionfo -della verità e la salute delle anime, ebbe pure, stimolato a ciò dalla -stessa indole del suo sentimento religioso, pronta la mente e spedita -la lingua a condannare e vituperare i troppo umani traviamenti di -quella istituzione, e usò sempre parlando dei reggitori spirituali -suoi, così maggiori come minori, non velati giudizii e libere ed acute -parole. Di ciò fanno fede certe _Bibbie_ satiriche, certi trattati del -_pianto_ e della _corruzion_ della Chiesa, molte poesie di goliardi, -molte narrazioni di storici e di novellatori, e alcune leggende -meravigliose, le quali, per avere avuto divulgazione larghissima, ed -essere state credute vere universalmente, hanno anche più significato e -fanno vie più valida testimonianza. Tale la leggenda che dice Giovanni -XII accoppato dal diavolo; tale l'altra che manda all'Inferno e libera -poi Benedetto IX; tale quella che narra della magia e della mala fine -di Silvestro II; anzi questa, essendo per molta parte ingiusta, come -or ora si vedrà; non avendo, cioè, nella vita di quel pontefice ragion -sufficiente e giustificazione opportuna, riesce più significativa e più -notabile delle altre. - -La cornice storica, se così posso esprimermi, dentro a cui essa -s'inquadra, è, in breve, la seguente. - -Gerberto[1], che poi fu papa col nome di Silvestro II, nacque di -umile famiglia in Aurillac, o ivi presso, nell'Alvernia, non si sa -precisamente in quale anno, ma verso il mezzo del secolo X. Rimasto -orfano, fu accolto, fanciullo ancora, nel monastero di San Geroldo, -ove fece i primi suoi studii, e d'onde, in compagnia di Borel, -conte d'Urgel, passò in Ispagna a seguitarli, sotto la disciplina -del vescovo Attone. In Ispagna dimorò alcuni anni, poi, essendo già -versatissimo nella matematica, nell'astronomia, nella musica, se ne -venne, insieme col vescovo e il conte, in Roma. In Roma il pontefice, -ch'era allora Giovanni XIII, gli pose amore, e dopo alcun tempo lo -mandò all'imperatore Ottone II, che a sua volta lo mandò a studiar -logica con un arcidiacono di Reims. Nel 972 Gerberto insegna in -quella stessa città con grande onore, e la fama del suo mirabil sapere -cresce rapidamente; ma Ottone, credendo di fargli bene, lo toglie di -là per preporlo all'abazia di Bobbio. Quivi Gerberto si attira molte -inimicizie e cade in disgrazia così del papa, come dell'imperatore. -Fa ritorno a Reims, si getta in mezzo alle contese politiche, coopera -efficacemente alla deposizione di quell'arcivescovo Arnulfo, accusato -d'aver tradito Ugo Capeto suo signore, e ne usurpa il luogo; ma nol -tiene a lungo, e condannato da un concilio, si ritrae. Nel 999 lo -troviamo arcivescovo di Ravenna, e in quell'anno medesimo, il 2 di -aprile, è fatto papa. Governa la Chiesa quattr'anni, con fermezza e -rettitudine, e muore il 12 di maggio del 1003. - -Questi, in succinto, i fatti storicamente accertati, da cui prende -argomento, e tra cui s'insinua e si dilata la leggenda che mi accingo -ad esporre. Essi hanno, senza dubbio, dello straordinario, ma nulla -di portentoso, nulla di arcano, e non eccedono in nessunissima guisa i -termini naturali delle cose umane e delle umane operazioni. La fortuna -di Gerberto, salito per gradi e lentamente dall'umile condizione di -monaco alla suprema dignità di papa, non dà nemmen luogo a uno di quei -problemi storici indeterminati e involuti, intorno a' quali il critico, -che vede ogni po' dileguarsi o confondersi le cause presunte dei fatti, -o diventarne perplesso il significato, si affatica inutilmente. Data -la condizione generale dei tempi in cui Gerberto ebbe a vivere, date -le qualità dell'ingegno e dell'animo di lui, dato il favore di cui, -a tacere d'altri, gli furono larghi gli Ottoni, quella fortuna appar -naturale e spiegabilissima. - -Appar tale a noi; ma tale non doveva facilmente apparire agli uomini -che la videro, o a quelli che, per più secoli di poi, ne udirono il -racconto. E però nacque la leggenda, frutto della ignoranza, congiunta, -per una parte, con l'ammirazione, per l'altra, col malvolere, stimolata -senza posa e riscaldata dalla fantasia. - -Dove e quando appajono le prime vestigia di essa, e quali sono le sue -prime sembianze? Ogni leggenda, simile in questo a una pianta, nasce -di certi germi, cresce, fiorisce, prolifera, e dopo un tempo più o -meno lungo, secondo l'indole dei popoli, le condizioni della civiltà, -le vicissitudini storiche, svigorisce e muore. Come quell'albero -meraviglioso dei tropici, che abbarbicando a mano a mano i suoi rami -alla terra, forma intere foreste, la leggenda, sin che dura nel suo -rigoglio e nella sua fecondità, copre di sè province e reami; ma -negli inizii suoi, e poi nella fine, si raccoglie in poco spazio, e -facilmente si occulta; e chi ne vuol dar contezza, non sempre riesce -a dire se ci sia o non ci sia, se sia già nata, se sia già morta. -E ciò perchè la leggenda è bensì un fatto psicologico e storico -alla produzione del quale concorrono cause insistenti, molteplici, -generalissime; ma è altresì un fatto che si produce e si determina a -poco a poco, in certi spiriti da prima, in uno anzichè in un altro -luogo, irresolutamente, con manifestazioni scarse e leggiere, che -sfuggono all'occhio e facilmente dileguano. - -Così per l'appunto seguì della leggenda di Gerberto. Diffusissima -nei tre secoli che seguiron l'undecimo, essa, negli anni più prossimi -alla morte di colui che le porge argomento, appena dà qualche segno -del suo formarsi. Nei cronisti più antichi, coetanei di Gerberto, o -a lui di poco posteriori, non se ne vede pur l'orma. Un monaco di San -Remigio, Richerio, grande amico ed ammirator di Gerberto, cui dedicò -quattro libri di storie, narra con molte lodi la vita di lui, descrive -gli studii, esalta l'ingegno e il sapere, celebra le opere, ma non -ha nemmeno una parola che accenni a leggenda[2]. Vero è che Richerio, -appunto perchè amico, avrebbe potuto tacere, per deliberato proposito, -ciò che da molti, non amici, si mormorava; ma non mancano altri -cronisti, antichi egualmente, o poco meno, sui quali non può cadere -un sospetto così fatto. Ditmaro di Merseburgo, Ademaro Cabannense, o -Campanense, Elgaldo, Radulfo Glaber, Ermanno Contratto, o di Reichenau, -Lamberto di Hersfeld, Mariano Scoto, Bernoldo, Ugo Floriacense, tutti -fioriti tra il finire del X e il principiare del XII secolo, nulla -narrano che s'accosti od alluda alla posteriore leggenda, e par più che -probabile, conoscendo l'indole, il gusto e i costumi di quei semplici -narratori, e dei più semplici lettori loro, che nessuna leggenda, -propriamente detta, fosse ancora lor giunta all'orecchio[3]. Ma ciò non -vuol proprio dire che la leggenda non fosse già nata; vuol dire solo -che essa era appena fuor di terra, e aveva poca radice, e non mostrava -altrui nè fiori nè fronde. Anzi è probabile che essa avesse cominciato -a germogliare mentre Gerberto era ancora vivo, forse nell'ultimo tempo -del suo breve papato, forse anche (nessuno potrebbe nè affermarlo, nè -negarlo) qualche anno innanzi. - -Vediamone un primo germoglio, a dir vero assai debole, e appena -formato, ma che potrebbe pure esser venuto dopo altri parecchi, e -lascia forse vedere più che non mostri. - -Per molti anni, dal 977 al 1030, fu vescovo di Laon un uomo ambizioso -e iracondo, Adalberone, detto anche Ascelino, mescolato a molte brighe -e fazioni del tempo suo, gran nemico dei Cluniacensi e dei monaci in -generale, cattivo poeta, risoluto di animo e sciolto di lingua. Costui, -nel 1006, secondo è da credere, compose, in forma di un dialogo col -re Roberto di Francia, un lungo poema latino, nel quale diede libero -sfogo alle ire che gli covavan nell'anima, pigliandosi quella miglior -vendetta che poteva. In certo luogo egli fa che il re alle sue minacce -risponda: - - Crede mihi, non me tua verba minantia terrent; - Plurima me docuit Neptanabus ille magister[4]. - -A primo aspetto questi due versi sciagurati non pajono avere con -Gerberto e la sua leggenda relazione alcuna; ma se si riflette che -il re, nella cui bocca son posti, era stato, in Reims, discepolo di -Gerberto, e se si bada a quel Neptanabus, il quale altro non è che -il famoso mago Nectanebus, secondo antiche e divulgatissime finzioni -re dell'Egitto e padre adulterino di Alessandro Magno, la relazione -si scopre, e si sente il veleno dell'argomento. Roberto dice di non -temere le minacce del suo avversario, perchè dal maestro mago apprese -a difendersi. Con poco o punto pericolo di errare, noi possiamo vedere -in quei versi un'allusione a Gerberto, e un'accusa di magia, per -nessun modo larvata ai lettori di quel tempo. Ecco dunque apparire, -sino dal 1006, tre anni dopo la morte del pontefice, la leggenda della -sua magia; la stessa risolutezza e recisione dell'accenno lasciano -ragionevolmente supporre che non fosse quella la sua prima apparizione. - -Teniamole dietro, e vediamola crescere a vista d'occhio. - -Negli ultimi anni del secolo XI, un tedesco, fatto cardinale da un -antipapa, Benone, compose col titolo di _Vita et gesta Hildebrandi_, -un rabbioso libello, dove con Gregorio VII, suo capitale nemico, sono -calunniati e vituperati parecchi dei pontefici che lo precedettero. -Benone narra una lunga e tenebrosa istoria, di cui non mancarono di -menar vanto e giovarsi, ai tempi della Riforma, gli oppositori più -ardenti ed astiosi della Chiesa di Roma; e se molte delle cose ch'ei -narra sono frutto della sua fantasia invelenita, altre, e non poche, -sono probabilmente (potrei anche osare di dir certamente) frutto dello -spirito dei tempi, della comune ignoranza, e del maltalento, non sempre -irragionevole e ingiusto, di molti. - -A dir di Benone, Gregorio VII, l'amico della contessa Matilde, il -trionfatore di Arrigo IV, il più formidabile e potente dei papi, fu uno -sceleratissimo mago, discepolo, nelle arti maledette, di Teofilatto, -il quale fu pontefice col nome di Benedetto IX, di Lorenzo, vescovo -di Amalfi, di Giovanni Graziano, che fu pontefice anch'egli, e si -chiamò Gregorio VI. Teofilatto sacrificava ai demonii, innamorava, -con le sue arti, le donne, e come cagne se le traeva dietro per -selve e per monti. Di ciò fanno fede i libri che gli si trovarono -in casa quand'egli finì miseramente la vita, e tale storia è (dice -Benone) cognitissima in Roma, al volgo. Grande amico e fautore di -Teofilatto era Lorenzo, _principe dei malefizii_, il quale intendeva -il linguaggio degli uccelli, profetava, e destava, coi vaticinii e gli -augurii, l'ammirazione della plebe, dei senatori, del clero. Giovanni -ospitava in sua casa Lorenzo, e imparava da lui il diabolico magistero. -Ildebrando fu degno in tutto de' suoi maestri. Scotendo le maniche, -egli spargeva nell'aria un nugolo di faville, e Benone racconta di lui, -d'un suo libro magico, e di due suoi familiari, una paurosa novella, -che, con poca diversità, ricorre nelle storie di altri maghi famosi, -tra' quali Virgilio. Ma la malvagia tradizione e l'esecrando esercizio -avevano più antica la origine. Teofilatto e Lorenzo, prima d'esser -essi maestri, erano stati discepoli, e il maestro loro aveva avuto -nome Gerberto. Benone parla chiaro e preciso: «Essendo ancor giovani -Teofilatto e Lorenzo, ammorbò la città co' suoi malefizii quel Gerberto -di cui fu detto: - - Transit ab R Gerbertus ad R post papa vigens R. - -«Questo Gerberto, ascendendo, poco dopo compiuto il millennio, -dall'abisso della permissione divina, fu papa quattr'anni, mutato -il nome in Silvestro secondo; il quale, per divino giudizio, morì di -morte repentina, colto al laccio di quegli stessi responsi diabolici -co' quali tante volte già aveva ingannato altrui. Eragli stato detto -da un suo demonio ch'e' non morrebbe sino a tanto che non celebrasse -messa in Gerusalemme. Illuso dalla equivocazione del nome, pensando si -dovesse intendere di Gerusalemme in Palestina, andò a celebrare messa -il dì della stazione in quella chiesa di Roma che appunto si chiama -Gerusalemme, dove, sentendosi venire addosso la morte, supplicò gli -fossero tronche le mani e la lingua, con le quali, sacrificando ai -diavoli, aveva disonorato Iddio. E così ebbe fine condegna a' suoi -meriti»[5]. - -Ecco Roma fatta un covo di pessimi incantatori, i quali, per colmo di -danno e di sceleratezza, sono quegli stessi pastori che più gelosamente -dovrebbero custodire e difendere la greggia dei fedeli contro le -insidie e le offese del lupo diabolico. Credere che tutte quelle accuse -sieno mere invenzioni di Benone non mi par ragionevole, soprattutto per -quanto spetta a Gerberto. Il nemico di Benone era, non Gerberto, morto -oramai da un secolo, ma Ildebrando, e la pensata e voluta denigrazione -d'Ildebrando sarebbe riuscita, parmi, tanto più efficace e più piena, -quanto più circoscritta e appropriata a lui solo. Benone avrebbe, con -minor fatica, reso assai più iniquo Ildebrando, e saziato il suo odio, -se invece di far di costui un discepolo, ne avesse fatto un caposcuola; -se a lui, anzi che a Gerberto, avesse dato colpa della prima infezion -di magia ond'era stato contaminato l'ovile di Pietro. Assai più -probabile dunque mi sembra che Benone non inventasse di pianta, ma -raccogliesse in uno, forse esagerando, forse travolgendo, credenze, -accuse, lembi di leggende, già formate, o in via di formarsi. Lo stesso -modo succinto ed elittico usato da lui in parlar di Gerberto mi pare -che sia come un accennare a cose note, sottintese, fatte oramai di -pubblica ragione. E non si dimentichi che l'accusa di magia pesò anche -su altri papi parecchi. - -Nel poema di Adalberone abbiamo un cenno allusivo e non più; nel -libello di Benone abbiamo già uno schema di racconto. Un cronista -di poco posteriore a Benone, Ugo di Flavigny, nato nel 1065, morto -non si sa quando, ma dopo il 1102, parla di Gerberto con manifesto -dispetto, dice che per l'insolenza sua fu espulso dal convento ov'era -stato accolto fanciullo, e che usando di certi prestigi, _quibusdam -praestigiis_, si fece fare arcivescovo, prima di Reims, poi di -Ravenna[6]. Non dice altro di notabile; ma mi par da credere che con -la parola _praestigiis_ egli abbia voluto intendere arti magiche, e -riferirsi, senza altrimenti esporla, a una leggenda già cognita[7]. -E la leggenda fa di bel nuovo capolino nell'opera di un monaco belga, -la celebratissima _Chronographia_ di Sigeberto di Gembloux, nato circa -il 1030, morto il 1111. Quivi si legge che alcuni, taciuto il nome di -Silvestro II, il quale fu per dottrina chiaro tra' chiari, ponevano -in suo luogo Agapito, nè ciò senza qualche ragione. Dicesi (così -Sigeberto) che questo Silvestro non entrò per l'uscio, e ci è chi lo -accusa di necromanzia, e più cose strane si narrano della sua morte, e -vogliono alcuni che egli morisse percosso dal diavolo, le quali cose io -non affermo e non nego, ma lascio in dubbio[8]. Come si vede, quando -Sigeberto scriveva, la leggenda era ancor titubante, mal definita, -male compaginata, e si reggeva con le grucce dei _si dice_ e dei _si -crede_, che escludono la fede piena, incontrastata ed universale. -Tale carattere essa serba nel racconto di un altro monaco, Orderico -Vital, inglese, che fra il 1124 e il 1142 compose la sua _Historia -ecclesiastica_. Fatte lodi grandissime di Gerberto e de' suoi numerosi -discepoli, Orderico nota: «Di lui si narra che conversasse col diavolo -mentre era maestro, e che avendo chiesto di conoscere il proprio -avvenire, il diavolo gli rispondesse col verso: - - Transit ab R. Gerbertus ad R., post papa vigens R. - -Tale oracolo fu allora abbastanza oscuro a intendere, che poi si vide -manifestamente adempiuto; dacchè Gerberto passò dall'arcivescovado -di Reims a quello di Ravenna, e fu da ultimo papa in Roma»[9]. Questo -verso l'abbiam già trovato nello scritto di Benone, e ci tornerà più -d'una volta sott'occhio. Il primo che lo rechi è il già citato Elgaldo, -il quale nulla sa della sua diabolica origine, ma dice che lo stesso -Gerberto il compose, lietamente scherzando sulla lettera R dopo essere -stato assunto al pontificato[10]. - -Col cenno di Orderico si chiude, per noi, il periodo iniziale della -leggenda di Gerberto mago, il periodo delle formazioni embrioniche, dei -primi nuclei staccati, a cui tien dietro il periodo delle esplicazioni -e delle forme compaginate ed intere. Un terzo ed ultimo periodo è -quello dello svigorimento progressivo e della obliterazione finale. -Prima d'andar più oltre, soffermiamoci alquanto, e indaghiamo un po' -meglio le ragioni, appena accennate sin qui, della leggenda, e le -condizioni in mezzo alle quali essa prendeva nascimento. - - -II. - -La ragione prima e principale è da cercare nella riputazione -grandissima che Gerberto ebbe di dotto. A noi, che ne abbiamo i frutti -tra mani, il sapere di lui non sembra un gran che, ma fu, pei tempi -in cui egli visse, straordinario davvero, e a quegli uomini doveva -sembrare meraviglioso, e ai più ignoranti inesplicabile e sovrumano. Il -già ricordato Richerio parla con entusiasmo del grande ingegno e del -mirabile eloquio di Gerberto; celebra la dottrina di lui, egualmente -versato nell'aritmetica, nella dialettica, nell'astronomia, nella -musica; discorre dell'abaco da lui inventato; ricorda alcune sfere -celesti da lui con mirabile artificio costruite. Ditmaro narra che -Gerberto fu, sin da fanciullo, ammaestrato nelle arti liberali; che -ebbe ottima conoscenza del corso degli astri; che superò in dottrina -tutti gli uomini del suo tempo; che nella città di Magdeburgo costruì -un orologio solare, spiando a traverso a una canna, la stella _che -guida i marinai_, cioè la polare[11]. Ademaro Cabannense dice che -Gerberto fu fatto papa dall'imperatore in grazia del suo sapere, -_propter philosophiae gratiam_[12]. - -Ma quel sapere appunto, così fuor del comune, ai più doveva -riuscire sospetto, e a molti, che pur non ci sospettavan nulla di -soprannaturale, doveva tornare increscioso e non in tutto scevro di -colpa. Non si dimentichi che siamo in tempi di fede viva ed angusta, e -in mezzo ad uomini superstiziosi, i quali facilmente nel sapere umano -scorgono come una presunzione audace di contrapporsi al sapere divino, -e negli studii profani un esercizio pien di pericolo, assai più atto -a trarre gli spiriti in giù, verso Satana, che a sollevarli in alto, -verso Dio. E Gerberto attese con troppo ardore agli studii profani, -e non celò la sua passione per essi. Non giunge egli a dire, in una -lettera ad Arnulfo vescovo di Reims: «A questa fede noi annodiamo la -scienza, poichè non hanno fede gli stolti?» In queste parole facilmente -altri avrebbe potuto trovare il germe di una falsa dottrina, contraria -agl'insegnamenti dell'Evangelo. Nessuna meraviglia dunque se due -cronisti, già più sopra citati, Lamberto di Hersfeld e Bernoldo, -pur non facendo il più piccolo accenno ad origini o collegamenti -soprannaturali, dicono risolutamente che Gerberto fu troppo dedito agli -studii profani. - -Ma le cose non potevano fermarsi lì. Durante tutto il medio evo gli -uomini più celebrati per ingegno e per dottrina, i filosofi e i poeti -più illustri, così degli antichi come dei nuovi tempi, furono tenuti -generalmente in conto di maghi, da Aristotile ad Alberto Magno e -Ruggero Bacone, da Virgilio a Cecco d'Ascoli. Bastava a Gerberto la -fama di dotto per mutarsi, nella opinione d'infiniti, di vescovo in -mago; ma tale mutazione era in lui favorita da più altre ragioni. -Si sapeva del suo viaggio in Ispagna; si sapeva che in Ispagna egli -aveva atteso con sommo profitto agli studii; e non ci voleva un grande -sforzo di fantasia per porlo in relazione con gli Arabi, per far di -lui il discepolo di qualche dottore saraceno, avverso, come tutta la -sua gente, ai cristiani, e naturale amico del diavolo. La critica del -secol nostro provò che Gerberto deriva il suo sapere principalmente -da Boezio, del quale fece in versi un fiorito elogio, e che nulla egli -deve agli Arabi[13]: ma chi ai tempi di lui, avrebbe potuto provare o -affermare altrettanto e troncar dalla radice un sospetto che sorgeva -spontaneo e irresistibile nelle menti? Ademaro, che pur gli è tanto -benevolo, dice (nè si sa donde tragga cotal notizia) che Gerberto fu -a Cordova per amor di studio, _causa sophiae_[14]. Ora, Cordova era -in mano degli Arabi, e se non aveva, come Toledo, fama di essere una -scuola massima di magia, e un covo di necromanti, doveva pur sembrare -a cristiani un asilo e un propugnacolo dell'Inferno, dove s'insegnava -una scienza perigliosa e diabolica. Perciò sarebbe da meravigliare se -Gerberto avesse potuto sottrarsi a quella accusa di magia che avvolse -tanti altri, i quali forse meno di lui sembravano meritarla. - -Ma a procacciargliela, quell'accusa, un'altra ragione cooperò, non -meno efficace delle notate: l'odio. Gerberto ebbe amici molti e -potenti; ma ebbe anche molti nemici, de' quali fa spesso ricordo -nelle sue epistole. Ne ebbe a Bobbio, d'onde gli fu forza partirsi; -ne ebbe a Reims pei fatti che ho detto; ne ebbe in tutta la Francia, -e in Germania ancora, a cagione della parte presa negli avvenimenti -politici; ne ebbe in Roma dove gli odii che sempre bollivano contro -l'imperatore si riversavano naturalmente sopra i suoi protetti. E -quegli odii Gerberto ricambiava. A Stefano, diacono di Roma, scriveva, -piena l'anima di livore: «Tutta Italia m'è sembrata una Roma. Il mondo -ha in esecrazione i costumi dei Romani»[15]. - -Nemici dunque molti, e di varia condizione, e per più ragioni; -alcuni mossi solo dalla gelosia e dall'invidia, altri da legittimo -risentimento: giacchè non è da tacere che se Gerberto ebbe grandi -virtù, e parecchie, ebbe anche gran mancamenti; e se attese fedelmente, -con zelo e carità, come vescovo e come papa, all'officio ecclesiastico, -nei maneggi e nelle gare della vita si diportò più di una volta in modo -degno di biasimo. Certo egli fu poco aperto all'amicizia e agli affetti -in genere, non ischivo dell'adulazione, non sempre alieno dall'intrigo -e dall'inganno; soprattutto fu ambiziosissimo; e se la tristizia dei -tempi in parte lo scusa, non lo scusa però interamente. Aggiungasi che -gli Atti del concilio di San Basolo, da lui compilati, potevano anche -far nascere qualche dubbio circa la sua ortodossia. Per quella brutta -faccenda dell'arcivescovo Arnulfo gli si dichiararono avversi gli -stessi pontefici, Giovanni XV prima, Gregorio V poi. - -Qual che si fosse, del resto, la ragion della inimicizia, ben si vede -che i nemici dovevano adoperarsi con tutte le forze ad oscurare la -fama di lui, e che l'accusa di scelerati commerci con lo spirito delle -tenebre doveva essere da loro, se non immaginata e prodotta, almeno -accolta e promossa. Quanti poi, ed erano molti, sparsi pel mondo, -avevano in odio la curia di Roma, le sue prevaricazioni e le sue frodi, -dovevano favorire il sorgere e il divulgarsi di una leggenda che poneva -sulla cattedra di San Pietro una creatura del diavolo. Quel medesimo -odio suscitò più tardi la leggenda famosa della Papessa Giovanna. -Perciò gli è assai probabile che le prime voci, timide e fuggevoli, -dell'accusa cominciassero a levarsi e andare attorno mentre Gerberto -era ancor vivo. Il non trovarsi cenno della leggenda nei cronisti più -antichi non prova punto, come a taluni sembra, il contrario, giacchè le -leggende, di solito, compajono nelle scritture un pezzo dopo che sono -nate, e quando già hanno cominciato a esplicarsi e assodarsi: prima -vivono nella fantasia dei molti o dei pochi, e nelle scucite narrazioni -orali. - -Il Doellinger crede che la leggenda nascesse in Roma, e che quivi la -raccogliesse Benone[16]. Le sue ragioni, a dir vero, non mi pajono di -gran peso, e stimo assai più probabile che nascesse un po' qua e un -po' là, dove trovava le suggestioni più acconce e le condizioni più -favorevoli. Certo gli esplicamenti ulteriori della leggenda non si -produssero in Roma. - - -III. - -Lo storico inglese Guglielmo di Malmesbury, accingendosi, nella prima -metà del secolo XII, a narrare la storia di Gerberto, diceva: «Non sarà -assurdo, credo, se poniamo in iscrittura ciò che vola per le bocche -di tutti»; e sul finire di quel medesimo secolo, un altro inglese, -Gualtiero Map, accingendosi anch'egli a quel racconto, esclamava: -«Chi ignora la illusione del famoso Gerberto?». La leggenda, che nel -secolo precedente sembra nota a pochi, ha fatto molto cammino, ed è ora -cognita a tutti. Non solo è cognita a tutti, ma s'è ampliata, ha preso -rilievo e colore, ha ricevuto numerosi innesti. Non è più uno schema di -racconto, mal composto e reticente, è addirittura un romanzo. - -Ascoltiamo Guglielmo di Malmesbury, gran raccoglitore, gran narratore, -caloroso, efficace e credulo, di storie incredibili[17]. - -Gerberto nacque in Gallia, e fu monaco, sin da fanciullo, nel monastero -di Fleury. Giunto al bivio pitagorico (così si esprime l'autore) sia -che gli venisse tedio del monacato, sia che il vincesse cupidigia di -gloria, fuggì di notte tempo in Ispagna con proposito di apprendere -l'astrologia, ed altre arti sì fatte, dai Saraceni, i quali vi -attendono e ne sono maestri. Giunto fra loro, potè appagare il suo -desiderio, e vinse Tolomeo e Alandreo (?) nella scienza degli astri, -Giulio Firmico nella divinazione del fato. Quivi imparò ad intendere -e interpretare il canto e il volo degli uccelli; quivi a suscitar -dall'Inferno tenui figure; quivi finalmente quanto di buono e di reo -può comprendere la umana curiosità. Nulla è a dire delle arti lecite, -aritmetica, musica, astronomia, geometria, le quali per tal modo esaurì -da farle parere minori del suo ingegno, e con industria grande poi -fece rivivere in Francia, ov'erano quasi perdute. Sottraendo, egli -primo, l'abaco ai Saraceni, diede regole che a mala pena s'intendono -dai sudanti abacisti. L'ospitava in sua casa un filosofo di quella -setta, cui egli rimunerò, con molto oro da prima, e con promesse da -poi. Nè mancava il Saraceno di vendere la propria scienza, e spesse -volte invitava l'ospite a colloquio, ragionando seco lui quando di -cose serie e quando di sollazzevoli, e gli dava de' suoi libri da -trascrivere. Aveva tra gli altri, il Saraceno, un volume, che contenea -tutta l'arte, e questo, Gerberto, sebbene ardesse della voglia di -farlo suo, non potè mai trargli di mano. Riuscite vane le preghiere, -le promesse, le offerte, egli finalmente diede opera alle insidie, e -ubbriacato con l'ajuto della figliuola di lui, il Saraceno, tolse il -volume, che quegli teneva custodito sotto il capezzale, e via se ne -fuggì. Destatosi il Saraceno dal sonno, leggendo nelle stelle, della -cui scienza era maestro, si diede a inseguire il fuggiasco; ma questi, -usando della scienza medesima, conobbe il pericolo, e si celò sotto -un ponte di legno, ch'era ivi presso, aggrappandovisi con le mani, -per modo che, penzolando, non toccava nè la terra nè l'acqua. Così -deluso, il Saraceno ebbe a tornarsene a casa, e Gerberto, accelerando -il cammino, giunse al mare. Colà evocato con gl'incantesimi il -diavolo, pattuì di darglisi in perpetuo, se, difendendolo da colui che -l'inseguiva, lo portava oltre l'acqua. Il che fu fatto. - -Qui Guglielmo entra a discorrere dell'insegnamento di Gerberto, de' -suoi compagni di studio e de' discepoli illustri; ricorda un orologio -meccanico (trasformazione dell'orologio solare di Magdeburgo) e un -organo idraulico, in cui l'opera dei mantici era supplita dall'acqua -bollente, fabbricati l'uno e l'altro da Gerberto per la cattedrale -di Reims; dice come Gerberto diventasse arcivescovo di questa città, -arcivescovo di Ravenna e finalmente pontefice; poi soggiunge: Fautore -il diavolo, Gerberto procacciò la propria ventura per modo che nulla -mai di quant'ebbe immaginato lasciò imperfetto, e da ultimo fece segno -della propria cupidità i tesori delle antiche genti, da lui per arte -necromantica ritrovati. - -E qui un'altra storia, che ebbe ancor essa divulgazione grandissima, e -che Guglielmo sembra sia stato il primo a narrare. - -Era in Campo Marzio, presso Roma (così dice il nostro cronista), una -statua, non so se di bronzo o di ferro, che mostrava disteso l'indice -della mano destra, e recava scritto in fronte: _Percuoti qui; Hic -percute_. Gli uomini del tempo andato, credendo di trovarvi dentro -un tesoro, avevano, con molti colpi di scure, squarciata la statua -innocente; ma Gerberto corresse l'error loro, intendendo in tutt'altro -modo le ambigue parole. Epperò, notato di pien meriggio il luogo ove -giungeva l'ombra del dito, ivi infisse un palo, e sopravvenuta la -notte, fatto colà ritorno con la sola scorta di un suo cameriere, che -recava una lucerna accesa, fece con suoi incanti spalancare la terra. -Ed ecco apparire agli sguardi loro una grandissima reggia, auree -pareti, aurei lacunari, e cavalieri d'oro giocanti con aurei dadi, e un -aureo re, sedente con la sua regina a mensa apparecchiata, con intorno -i ministri e sulla mensa vasellame di gran peso e pregio, ove l'arte -vincea la natura. Nella più interna parte del palazzo, un carbonchio, -gemma fra tutte nobilissima e rara, fugava col suo splendore le -tenebre, e aveva di contro, nell'angolo opposto, un fanciullo con -l'arco teso, incoccata la freccia. Ma nessuna di quelle cose, che con -l'arte preziosa rapivano gli occhi, poteva esser tocca, perchè come -l'uno degli intrusi vi appressava la mano, subito quelle immagini tutte -parevano balzargli incontro e voler far impeto nel temerario. Vinto dal -timore, Gerberto represse la sua cupidigia; ma il cameriere ghermì un -coltello di mirabile valore, che era sul desco, pensando così picciolo -furto dovesse rimanere occulto fra tanta preda. Incontanente insorsero -le immagini tutte fremendo, e il fanciullo, scoccata nel carbonchio -la freccia, empiè di tenebre il luogo; e se il cameriere, ammonito dal -suo signore, non si fosse affrettato a deporre il coltello, avrebbero -entrambi pagata la pena della lor petulanza. Così inappagata la loro -bramosia, guidati dalla lucerna, se ne tornarono addietro. — Erano -quelli i tesori di Ottaviano Augusto imperatore, a proposito dei quali -Guglielmo narra altre avventure e altre meraviglie. - -Segue un terzo racconto, col quale il romanzo si chiude. - -Gerberto, osservati gli astri, compose una testa artifiziata, la quale -rispondeva per sì e per no alle domande che le si facevano. Così se -Gerberto chiedeva: Diventerò io papa? — la testa rispondeva: Sì. — E se -Gerberto domandava: Morrò io prima che canti messa in Gerusalemme? — la -testa rispondeva: No. E vogliono che dall'ambiguità di questa seconda -risposta egli sia stato tratto in inganno, perchè non pensò esservi in -Roma una chiesa che appunto è detta Gerusalemme, dove suol cantar messa -il papa le tre domeniche cui dassi il titolo di _Statio ad Jerusalem_. -Ora avvenne che in uno di quei giorni Gerberto, mentre si parava per -la messa, ammalò, e crescendogli il male, consultata la testa, conobbe -l'inganno e la morte imminente. Chiamati pertanto i cardinali, pianse a -lungo i suoi malefizii, e mentre quelli per lo stupore non sapean che -si fare, egli, perduto per l'angoscia il senno, ordinò lo tagliassero -a pezzi, e così ne lo gittassero fuori, dicendo: Abbia le membra chi -ebbe l'omaggio, perchè l'anima mia sempre detestò quel sacramento, anzi -sacrilegio. - -Due sarebbero state principalmente, secondo la narrazione di Guglielmo, -le ragioni che indussero Gerberto a studiare la magia e legarsi col -demonio: il desiderio di sapere e l'amor della gloria; la cupidigia -appare solo più tardi. In un poema latino anonimo, di cui non è -accertato se appartenga al secolo XII o al XIII[18], narrasi che -Gerberto si diede al diavolo perchè non era buono d'imparar nulla, ed -ebbe il diavolo stesso a maestro, e da lui apprese a compor l'abaco; ma -nel già ricordato racconto di Gualtiero Map vengono fuori altri fatti, -altre ragioni, altre meraviglie. - -Dice quest'uom dabbene, con torturata e torturante eleganza di concetti -e di stile, che Gerberto, essendo in Reims, s'innamorò perdutamente -della figliuola di quel preposto, bellissima, ammiratissima, -desideratissima. Per amor di lei Gerberto si diede a spendere e -spandere, si caricò di debiti, cascò in mano agli usurai, e in poco -tempo, abbandonato da servi ed amici, toccò il fondo della miseria. -Un giorno, lacerato dalla fame e fuor di sè, nell'ora del meriggio, -si cacciò in un bosco, e vagando a caso, capitò in un luogo dove -improvvisamente gli si offerse alla vista una donna d'inaudita -bellezza, seduta sopra un gran drappo di seta, con innanzi a sè un -mucchio grandissimo di monete. Gerberto volge il piè per fuggire; ma -la donna il chiama per nome, e come mossa a compassione del suo stato, -gli offre quante ricchezze possa mai desiderare, a patto solo che -rinunzii alla figlia del preposto, la quale non si curò punto di lui, -e voglia lei, che gli parla, per compagna ed amica. Ella soggiunge: -Meridiana è il mio nome, e sono, come tu sei, creatura dell'Altissimo, -e a te, come al più degno fra gli uomini, ho serbata la mia verginità. -Non sospettar d'inganno e d'insidia; non credere che io sia un qualche -demone succubo; io tutto ti offro, e non ti chiedo promessa o patto -alcuno. Gerberto, rimosso dall'animo ogni timore, offre la propria -fede, bacia l'amica (salvo, dice il buon Gualtiero, il pudore), prende -quant'oro può portare, torna in città, paga i suoi creditori, e ajutato -dalla sua Meridiana (o Marianna), la quale gli è non meno maestra che -amante, e gl'insegna la notte che cosa abbia da fare il giorno, ristora -tutto il perduto, agguaglia la magnificenza di Salomone, vince quanti -hanno fama di dotti, diventa il soccorritore dei bisognosi, il redentor -degli oppressi, e non è città nel mondo che per amore di lui non porti -invidia a Reims. La figliuola del preposto, ciò vedendo, arde a sua -volta di amore e di gelosia, e si strugge del desiderio di aver tra le -braccia colui che tanto avea disprezzato. Con l'ajuto di una vecchia, -vicina di Gerberto, appaga il suo desiderio, un giorno che quegli, dopo -lauto desinare, s'era addormentato nell'orto. Meridiana si sdegna, e da -prima respinge il pentito, poi gli perdona, a patto che si leghi a lei -con formale promessa e indissolubile nodo. Muore intanto l'arcivescovo -di Reims, e Gerberto, per la fama de' suoi meriti, è chiamato a -succedergli; poi, in Roma, è dal papa fatto cardinale e arcivescovo -di Ravenna; poi, morto il papa, è, per universale suffragio, coronato -della tiara. Ma durante tutto il tempo del suo sacerdozio, egli più non -si cibò del corpo e del sangue di Cristo, solo simulando con frode il -sacramento. L'ultimo anno del suo pontificato gli apparve Meridiana, -e gli annunziò ch'ei non morrebbe finchè non celebrasse messa in -Gerusalemme, ed egli, dimorando in Roma, e facendo pensiero di non -girsene mai in Terra Santa, si tenne sicuro. Se non che, andato un -giorno a celebrare messa nella chiesa di Santa Croce in Gerusalemme, -si vide improvvisamente innanzi Meridiana, che l'applaudiva, come fosse -lieta del suo prossimo venire a lei. La qual cosa veduta, e conosciuto -il nome del luogo, egli, convocati i cardinali, e tutto il clero e il -popolo, si confessò pubblicamente, e fatta acerbissima penitenza, morì. -Fu sepolto nella chiesa di San Giovanni Laterano, dentro a un'arca -marmorea, dalla quale trasuda acqua; e dicono che quando sta per morire -il papa, di quell'acqua si forma un rigagnolo che scorre in terra, e -quando muore alcun altro grande, se ne aduna più o meno, secondo il -grado e la dignità di ciascuno. Gerberto, sebbene per avarizia sia -stato gran tempo impigliato nel vischio del diavolo, pure con forte -mano e magnificamente resse la Chiesa[19]. - -Il racconto di Gualtiero ha una intonazione gaja che manca al -racconto di Guglielmo e degli altri: l'orror del diabolico è in -esso raggentilito dall'amore e dalla bellezza. Quella Meridiana, o -Marianna, non è se non l'antichissima Diana trasformata in diavolo, e -più propriamente nel diavolo meridiano, che soleva lasciarsi vedere -sull'ora del meriggio, e di cui è frequente ricordo negli scrittori -del medio evo[20]. Essa ha nel romanzo di Gerberto, quale Gualtiero -lo narra, una parte molto simile a quella che certe fate hanno -nei romanzi cavallereschi, e la storia degli amori appartiene al -divulgatissimo tema degli amori d'uomini d'ossa e di polpe con donne -soprannaturali[21]. - -D'onde attingeva Gualtiero? Dalla propria fantasia, o da una tradizione -scioperata e caduca, nata forse e morta in Inghilterra, prima che -giungesse a valicar lo stretto e a propagarsi nel continente? Propendo -per questa seconda soluzione del dubbio, ma senza poterla provare. -Certo si è che un altro scrittore inglese, di poco anteriore a -Gualtiero, e non noto per nome, di Meridiana non fa parola: dice che -Gerberto si diede al diavolo per avidità di onori e di ricchezze; che -fu dallo stesso demonio ingannato con quell'ambiguo responso della -messa da celebrare in Gerusalemme, e fatto un cenno della penitenza, -chiude il racconto, annunziando la salvazione del pentito, e riferendo -il miracolo del sepolcro[22]. - -Così abbiam veduto variare le ragioni assegnate al diabolico patto: -amor del sapere, inettitudine allo studio, cupidigia di onori e di -potere, avidità di ricchezze; più che non se ne sieno addotte per -Fausto. Un poeta e cronista alquanto più tardo, il viennese Enenkel, -il quale, circa il mezzo del secolo XIII, compose una specie di storia -universale in versi, narra che Gerberto, uomo di gran sapere, ma -giocatore sfrenato, per torsi alla miseria cui s'era ridotto, si legò -col diavolo, pattuendo d'esser suo il giorno in cui celebrerebbe messa -in Gerusalemme. Ajutato dal suo diavolo, Gerberto seguita a giocare -a dadi, vince quanti si cimentano con lui, diventa segretario del -vescovo, poi vescovo, poi papa. Segue il racconto della messa fatale e -della penitenza: le membra tronche sono gettate ai diavoli congregati, -che giocano con esse alla palla[23]. - -Ma non corriamo tropp'oltre, e prima di seguitare, soffermiamoci un -poco a considerar più da presso alcuna delle finzioni che ci si sono -parate dinanzi. - - -IV. - -Il verso: - - Scandit ab R Gerbertus in R, post papa viget R, - -riferito la prima volta, come ho detto, da Elgaldo, ripetuto poi, con -leggiere variazioni, da Benone e da molti altri, può benissimo, come -lo stesso Elgaldo afferma, essere stato composto da Gerberto dopo la -sua esaltazione al pontificato; ma mi par più probabile sia fattura di -qualche scolastico di quei tempi. Comunque sia, più tardi esso diventa -una specie di vaticinio posto in bocca al diavolo. Il cronista inglese, -che andava sotto il nome di Guglielmo Godell, ne fece un epitafio -inscritto sulla tomba di Gerberto[24]. - -Ditmaro parla di un orologio solare. L'anonimo autore di certi _Gesta -episcoporum Halberstadensium_, il quale scriveva nei primi anni del -secolo XIII, si contenta di dire che Gerberto costruì in Magdeburgo un -orologio abbastanza ammodo (_orologium quoddam honestum satis_)[25]; -ma Guglielmo di Malmesbury vuole fosse un orologio meccanico, e -Sant'Antonino dice molto più tardi, nelle sue Istorie, che Gerberto -fece un orologio meccanico mirabile. Gli è così appunto che la leggenda -lavora. - -La storia della statua, che indica misteriosamente un luogo nascosto, -ha molti riscontri, ed è certamente, almeno in parte, più antica di -Gerberto cui Guglielmo l'appropria. In un libro arabico, intitolato _Il -libro del secreto della creatura del saggio Belinus_ (il quale Belinus -si crede con buon fondamento essere Apollonio Tianeo)[26], si narra -che nella città di Tuaya (probabilmente Tiana) c'era una statua di -Ermete, sul cui capo leggevasi scritto: _Se alcuno desidera conoscere -il secreto della creazione degli esseri, e come fu formata la natura, -guardi sotto a' miei piedi_. Nessuno aveva mai saputo scoprirci nulla; -ma Belinus scavò sotto i piè della statua, e trovò un sotterraneo, e -nel sotterraneo un vecchio seduto sopra un trono d'oro, con innanzi un -libro aperto. Belinus tolse il libro, e acquistò per esso la cognizione -di tutte le cose[27]. Similmente la storia dei tesori trovati nel -sotterraneo fu narrata, prima che di Gerberto, di altri. Il già -citato cronista Sigeberto di Gembloux racconta, all'anno 1039, che -in Sicilia era una statua marmorea, la quale recava scritto intorno -al capo: _Alle calende di maggio, nascente il sole, avrò il capo -d'oro_. Un Saraceno, fatto prigione da Boberto Guiscardo, intendendo -il significato di quelle parole, il dì primo di maggio, al nascer del -sole, notò diligentemente il luogo ove giungeva l'ombra della statua, -e quivi, scavata la terra, trovò un infinito tesoro, col quale potè -riscattarsi. Di questo caso fa ricordo anche il Petrarca nel suo libro -delle cose memorabili[28]. L'avventura non ebbe così buon fine per un -chierico innominato, di cui si narra la storia nei _Gesta Romanorum_. -Costui, penetrato, come Gerberto, in luogo sotterraneo, ov'era accolto -un inestimabile tesoro, non seppe frenare la voglia, e tolse un -coltello: immediatamente un sagittario scoccò la freccia nel carbonchio -che illuminava la caverna, e il temerario chierico, non potendo -più, fra le tenebre, rinvenir la via dell'uscita, morì miseramente. -Quel sagittario, o uno che assai gli somiglia, appare anche in altri -racconti: nella leggenda di Virgilio mago, nella _Image du monde_, -nella Eneide del tedesco Enrico di Weldeke[29]. - -Veniamo alla testa artifiziata che dà responsi. Teste così fatte, o -anche intere statue favellatrici, o androidi, furono pure attribuite -ad Alberto Magno, a Ruggero Bacone, ad Arnaldo di Villanuova, a -Enrico di Villena, a un rabbino per nome Löw. Di una si parlò nel -famoso processo dei Templari, e Guglielmo di Newbury, storico inglese -morto il 1208, racconta di un procuratore di Andegavia, per nome -Stefano, ingannato, come Gerberto, da una testa magica[30]; e chi -non ricorda la gherminella fatta con una testa presunta magica al -povero Don Chisciotte? Se Gerberto sia stato il primo ad averne -una dalla generosità della leggenda è difficile dire, e non è gran -fatto probabile; ma certo il fallace responso ch'egli ebbe da essa, -o dal diavolo, altri ebbero assai prima di lui, come altri ebbero -dopo. Di responsi ambigui e fallaci è assai spesso ricordo negli -scrittori dell'antichità[31]. Di un responso, o, a dir meglio, di un -avvertimento, non diabolico, ma divino, nel quale, come nella risposta -data a Gerberto, si ha una equivocazione sul nome di Gerusalemme, -narra Giovanni Villani riferendola a Roberto Guiscardo. «Questo Ruberto -Guiscardo, dopo molte nobili opere e cose fatte in Puglia, per cagione -di devozione si dispose d'andare in Gerusalemme in peregrinaggio, e -detto li fu in visione che morrebbe in Gerusalemme. Adunque accomandato -il regno a Ruggieri suo figliuolo, prese per mare viaggio verso -Gerusalemme. E pervenendo in Grecia al porto che si chiamò poi per -lui porto Guiscardo, cominciò a gravare di malattia. E confidandosi -nella revelazione a lui fatta, in nullo modo temea di morire. Era -incontro al detto porto una isola, alla quale, per cagione di prendere -riposo e forza, vi si fece portare, e là portato non migliorava, -anzi più aggravava. Allora dimandoe come si chiamava quella isola: fu -risposto per li marinari che per antico si chiamava Gerusalemme. La -qual cosa udita, incontanente certificato di sua morte, divotamente di -tutte le cose che a salute dell'anima si appartengono sì si ordinò, -e divotamente si acconciò e morio nella grazia d'iddio nelli anni -di Cristo 1090»[32]. Nella leggenda di Cecco d'Ascoli si ha, come in -quella di Gerberto un inganno diabolico. Il diavolo aveva annunziato a -Cecco ch'e' non morrebbe se non tra Africa e Campo de' Fiori. Condotto -al supplizio, l'infelice non dava segno di timore alcuno, aspettando -che quegli venisse a liberarlo; ma saputo allora come Africo fosse il -nome di un fiumicello che scorreva ivi presso, intese sotto il nome -di Campo de' Fiori celarsi Firenze, e si conobbe perduto. Il mago -polacco Twardowsky fu, dice la leggenda, ingannato dal diavolo con una -equivocazione sul nome di Roma, che aveva pure un piccolo villaggio in -Polonia[33]; Enrico IV d'Inghilterra, nel dramma dello Shakespeare che -da lui s'intitola, è ancor egli ingannato col nome di Gerusalemme[34]. - -Per ciò che spetta alla terribile penitenza con cui Gerberto espiò le -sue colpe e si liberò dalle mani del diavolo, la tradizione è certo -assai antica, perchè si trova già, come abbiam veduto, nello scritto -di Benone, sebbene poi Sigeberto di Gembloux ne taccia. Il medio evo è -pieno di così fatti racconti di penitenze spaventose, intesi a mostrare -l'efficacia appunto della penitenza, e come non siavi peccato, per -quanto grande e mostruoso, che non possa ottenere il perdono di Dio: -si direbbe che quella età abbia a bella posta inventati peccatori -sceleratissimi, per poi farli pentire, e renderli degni del Paradiso. -Anche la penitenza di Gerberto ha non pochi riscontri. Guglielmo di -Malmesbury ne racconta una in tutto simile di un mago Palumbo[35], -e Tommaso Cantipratense reca l'esempio di un malvagio pentito, che, -condannato a morte, chiede in grazia d'essere tagliato a pezzi[36]. -Taluno di tali racconti è ancor vivo nelle letterature popolari[37]. - -In relazione con la notizia data da Gualtiero Map, che Gerberto più -non comunicò durante tutto il tempo del suo sacerdozio, è quanto dice -un altro scrittore inglese del secolo XIII, Giraldo Cambrense, il -quale, ricordato quel caso, soggiunge: «onde fu statuito nella Chiesa -Romana che i sommi pontefici, nel momento della comunione, dovessero -voltarsi verso il popolo»[38]; precauzione che ricorda quella secondo -altri racconti usata per accertarsi del sesso dei pontefici dopo la -scandalosa avventura della papessa Giovanna. - -Finalmente la favola del sepolcro che suda acqua. Il primo a farne -cenno sembra essere un diacono Giovanni, che in Roma, ai tempi di -Alessandro III (1159-1181) compose un _Liber de ecclesia Lateranensi_. -Egli dice che il sepolcro di Gerberto, sebbene non fosse in luogo -umido, mandava fuori, anche quando l'aria era in tutto serena, -gocce d'acqua, e che ciò era agli uomini cagione d'ammirazione[39]. -Di presagi non fa parola; ma gli è assai probabile che qualche -immaginazione simile a quella che in proposito riferisce Gualtiero, -fosse già nata in Roma fra il popolo. - -La leggenda di Gerberto faceva ciò che sempre fanno le leggende -maggiori, congiunte ad alcuna persona illustre, o ad alcun memorabile -avvenimento: come un rivo nato di picciola fonte, il quale ingrossa di -sempre nuove acque trovate per via, essa ingrossava di quante finzioni -le si paravano innanzi consentanee al suo spirito e conformi al suo -tema. - - -V. - -Guglielmo di Malmesbury e Gualtiero Map ci dànno la leggenda nella sua -forma più piena e colorita, quale sembra siasi foggiata, per ragioni -che ci sfuggono, in Inghilterra. Da indi in poi essa si diffonde sempre -più, ma accrescimenti nuovi, di molto rilievo, più non ne riceve; anzi -si assottiglia alquanto cammin facendo, e ciò assai prima d'essere -pervenuta all'età della declinazione e dell'esaurimento. La storia -della figlia del preposto e della bella Meridiana, benchè tale da dover -necessariamente piacere alle fantasie di quei tempi, si perde, nè è -possibile dire perchè: rimangono al loro posto, ma non tutte salde -egualmente, le altre parti, il patto col diavolo, la testa magica, -il responso ingannevole, l'ultima messa, la penitenza, il miracolo -del sepolcro. Talvolta, dell'antica leggenda, tramenata di qua e di -là, strappata fuori da tanti libri e cacciata dentro a tanti altri, -rinarrata spesso da chi non l'aveva più se non imperfettamente nella -memoria, si lascia vedere solo un membro divelto, come un rottame di -nave perduta che galleggi a fior d'acqua. - -Ma l'opinione della veracità sua, l'opinione che fosse non favola, ma -storia, per lungo tempo sempre più si rafferma. Sigeberto di Gembloux, -Guglielmo di Malmesbury e alcun'altro, avevano espresso un dubbio in -proposito, dubbio proprio o d'altrui. Sigeberto, narrate le cose che -abbiamo udite, soggiungeva: «Ciò udii da altri; se vero o falso, lascio -giudicare al lettore». Guglielmo accennava al dubbio che da taluno si -sarebbe potuto muovere; ma, diceva, a farlo dileguare basta la prova -della morte; nè gli veniva in mente che anche la storia della morte -potesse esser favola. Nel secolo successivo ogni dubbio si tace. - -Chi volesse ricordare tutte le scritture in cui, per lo spazio di -quattro secoli, dal XIII al XVI, ricomparisce la leggenda di Gerberto, -dovrebbe recitare una litania non più finita. Io mi contenterò di -ricordare le più importanti, notando certe variazioni che, per esse, si -andavano introducendo nella leggenda. - -La fonte principalissima, quando diretta e quando indiretta, dei nuovi, -o, per dir meglio, rinnovati racconti, è Guglielmo, la cui opera fu -assai nota nel continente, e usufruita e saccheggiata da molti. Da lui -attinse, negli anni intorno al 1230, Alberico dalle Tre Fontane[40], -e da lui attinse, circa quel medesimo tempo, Vincenzo Bellovacense, -il cui _Speculum historiale_ procacciò, con la grande sua diffusione, -nuova celebrità alla leggenda, e divenne a sua volta una fonte a cui -attinsero molti[41]. In quello stesso secolo la leggenda è narrata, -ma solamente in parte, da Filippo Mousket (il quale non visse oltre -il 1244) in una sua fastidiosissima cronica rimata[42], e dal celebre -Martino Polono, il quale morì nel 1279[43]. Il _Chronicon_ di Martino -fu, per tutto il rimanente medio evo, il libro di storia più letto e -più frequentemente citato, e accrebbe di molto, se pur era possibile, -la diffusione e il credito della leggenda. In esso è per la prima -volta ricordata una particolarità curiosa circa il seppellimento di -Gerberto. Fattosi troncare le membra, il contrito pontefice ordinò che -il suo tronco fosse posto sopra una biga, e sepolto nel luogo ove lo -traessero e si fermassero gli animali aggiogati: questi lo trassero -a San Giovanni Laterano, e quivi fu sepolto. Della biga molti poi -ebbero a ricordarsi, facendola tirare da buoi, da bufali, da cavalli -indomiti, rinnovando il tema di altre leggende, così sacre, come -profane. Quando Martino scriveva, nessuno più dubitava della veracità -di quei racconti, i quali erano stati accolti e condensati in apposita -iscrizione, incisa sul sepolcro del pontefice mago. A tale iscrizione -accenna chiaramente Martino in fine della sua narrazione. Parve duro -a taluno credere che la Chiesa stessa volesse, con l'autorità che le è -propria, in luogo sacro, farsi mallevadrice di tante e così ingiuriose -favole; ma la iscrizione ci fu veramente; anzi ce ne furono due, di -consimil carattere, l'una in San Giovanni, e l'altra in Santa Croce, -vedute entrambe da Michele Montaigne, che ne fa espresso ricordo[44]. -Quella di Santa Croce era, dice Raimondo Besozzi nella storia che -scrisse di tale basilica[45], nel lato diritto della cordonata che -conduce alla cappella di San Gregorio, e ci fu conservata da Lorenzo -Schrader nell'opera sua intitolata _Monumenta Italiae_[46], dove si -legge del tenore seguente: _Anno domini MIII tempore Otthonis III -Sylvester Papa Secundus qui fuerat ante Otthonis praeceptor, non -satis rite forsan Pontificatum adeptus, a spiritu praemonitus qua die -Hierusalem accederet se fore moriturum, nesciens forte hoc sacellum -esse Hierusalem secundum, sui Pontificatus anno quinto, statuta die -rem hic divinam faciens, ipsa die moritur. Eo tamen divina gratia ante -communionem, cum se jam tunc moriturum intellexisset, propter dignam -poenitudinem et lacrymas ac loci sanctitatem ad statum verisimilem -salutis reducto: reseratis enim post divina populo criminibus suis et -ordinatione praemissa, ut in criminum ultionem exanime corpus suum ab -indomitis equis per urbem quaqua versum discurrentibus traheretur, -et inhumatum dimitteretur, nisi Deus sua pietate aliud disponeret, -equisque post longiorem cursum intra Lateranam aedem moratis, istich -ab Otthone tumulatur. Sergiusque IIII successor mausoleum deinde -expolitius reddidit._ - -Ma qui nasce un dubbio. Sergio IV, uno dei primi successori di Gerberto -(1009-1012), compose, o fece comporre, per il predecessore suo un lungo -e pomposo epitafio in distici, che tuttora esiste, sebbene non esista -più il sepolcro a cui appartenne[47]. In esso molte e magnifiche lodi, -e non un minimo cenno di leggenda ingiuriosa. Non è egli dunque da -credere che abbia errato Martino Polono, ricordando come incisa sul -sepolcro una iscrizione ispirata dalla leggenda, e che abbia traveduto -il Montaigne, credendo di leggere in San Giovanni Laterano una -iscrizione simile a quella di Santa Croce in Gerusalemme? L'epitafio di -Sergio, epitafio che appunto leggevasi in San Giovanni, non escludeva, -con la sua presenza, ogni iscrizione di carattere leggendario ed -ingiurioso? Non parmi; e mostrerebbe di conoscere assai malamente il -medio evo chi, per affermarlo, si fondasse sulla contraddizione palese -e violenta. A ben altre contraddizioni quella età si acconciava, senza -addarsene punto, o senza torsene briga. L'affermazione di Martino, -il quale (si noti) fu lunghi anni in Roma cappellano e penitenziario -papale, è categorica e degna in tutto di fede, com'è categorica e -degna di fede l'affermazione di Michele Montaigne, ed entrambe sono -avvalorate dalle parole di un devotissimo tedesco, del quale sarà fatto -ricordo più oltre. Ben più strana della notata sarebbe a ogni modo -l'altra contraddizione, che la leggenda si potesse veder descritta -in Santa Croce, e, poco di là discosto, in San Giovanni, sulla tomba -del Pontefice, non se n'avesse traccia. Noi possiamo dunque tener per -fermo che una iscrizione di carattere leggendario sulla tomba ci fosse: -a canto ad essa il panegirico del buon papa Sergio si reggeva come -poteva. - -Insieme con quella della biga vengono fuori qua e là, altre -particolarità curiose. Dice Martino che, in segno della ottenuta -misericordia, il sepolcro di Gerberto, così per l'agitazione e il -rumore delle ossa che vi son dentro, come pel trasudare dell'acqua, -annunzia la imminente morte dei pontefici. Di quel tumultuar delle -ossa molti parlano di poi[48]; al qual proposito è da osservare che -l'agitarsi dei morti nelle tombe, è, di solito, considerato quale un -segno, non di salvazione, ma di dannazione. - -L'acqua, in certi racconti, si muta in olio[49], e si parla di una -indulgenza accordata a quanti si recano a visitare la tomba e vi -recitano un _Pater noster_[50]. - -Nei racconti più antichi, Gerberto, pentito, si fa tagliare a pezzi, -e la cosa finisce lì; racconti posteriori accolgono il fatto, ma ci -mettono un po' di frasca intorno. Filippo Mousket, nella già citata -sua cronaca, insiste molto, e con manifesto compiacimento, sopra -quella macellazione finale. Le membra del malcapitato pontefice sono -date a mangiare ai cani. I diavoli, che, sotto forma di nerissimi -corvi e di orribili avvoltoi, erano accorsi in gran numero (più di -536, dice il cronista tirato dalla rima), le contendono ai cani, e -se le contendono fra loro, menando un chiasso veramente indiavolato. -Enenkel fa, come si è veduto, che i diavoli giuochino con quelle povere -membra alla palla. Tali racconti, intesi ad accrescere l'orrore e -l'efficacità dell'esempio, trovano ripetitori e rimaneggiatori: due -secoli dopo Sant'Antonino, sente il bisogno di mitigare alquanto le -feroci immaginazioni de' suoi predecessori, e con lodevole accorgimento -vuole che il papa si faccia tagliare a pezzi dopo morto[51]. Circa il -1260, il così detto Minorita Erfordiense narra, con parole di santa -esecrazione, che nella cappella dove seguì l'orribil fatto, nessun papa -volle più mettere il piede[52]. - -E la leggenda sempre più si diffonde, passando di secolo in secolo -e di gente in gente. Sin qui non abbiamo trovato scrittori italiani -che la narrassero. Romualdo Salernitano, morto nel 1181, sembra che -la ignorasse affatto; ma nel secolo XIV molti Italiani la narrano, -primi Riccobaldo da Ferrara[53] e Leone d'Orvieto[54]. Con essi la -leggenda penetra nelle storie speciali dei pontefici, d'onde non -uscirà più, se non molto tardi. Narrano quasi con le stesse parole, -succintamente, e nulla recano di nuovo. Ad essi tengono dietro Tolomeo -da Lucca[55] il quale cita Vincenzo Bellovacense e Martino Polono; -Giovanni Colonna[56], il quale attinge da Guglielmo di Malmesbury; -Domenico Cavalca, nel _Pungilingua_, il quale, del resto, è poco più -che traduzione di un libro francese, e nei _Frutti della Lingua_[57]; -Andrea Dandolo, che parla della statua e dell'ambiguo responso[58]. -Fuori d'Italia ripetono la leggenda Matteo di Westminster[59], Bernardo -Guidonis[60], Roberto Holkot[61], Pietro Bersuire (o Berchorio)[62], -Amaury d'Augier[63], Enrico di Ervordia[64], Giovanni d'Outremeuse[65], -l'autore del _Chronicon Vezeliacense_[66], ed altri parecchi. A forza -di viaggiare, la leggenda era giunta, già nella prima metà di quel -secolo, se non anche prima, sino in Islanda[67]. - -Nel secolo seguente, l'antica favola, non punto scemata di credito, -riappare nelle già citate Istorie di Sant'Antonino, il quale altro -quasi non fa se non copiare Giovanni Colonna; nelle Vite dei Pontefici -del Platina; nella _Fleur des histoires_ di Giovanni Mansel; nelle -_Rapsodiae historiarum_ di Marc'Antonio Sabellico; nelle _Novissimae -historiarum omnium repercussiones_ di Jacopo Filippo da Bergamo; negli -_Annales silesiaci compilati_, ecc.; e nel secolo XVI la riferiscono, -Giovanni Wier nel libro suo _De praestigiis daemonum_; Hans Sachs -in una delle innumerevoli sue poesie; Giovanni Guglielmo Kirchhof -nel _Wendunmuth_; i così detti Centuriatori di Magdeburgo nella loro -_Historia ecclesiastica_, e parecchi altri scrittori della Riforma, -ai quali stava molto a cuore di narrar le gesta di un papa che s'era -venduto al diavolo. Nel 1599 Giorgio Rodolfo Widmann introduceva la -novella di Santa Croce in Gerusalemme nella sua Storia di Fausto. - -Ben s'intende come alla longeva e vagabonda leggenda dovesse far -codazzo un popolo di errori, che la leggenda, veramente, non chiedeva, -alcuni dei quali, anzi, essa volentieri avrebbe respinti, ma che in sua -compagnia non facevano poi troppo brutta figura. Ne additerò alcuni. - -Gualtiero Map, forse più per proposito che per errore, fa nascere -Gerberto di nobile prosapia; ma molto prima di lui, in un Catalogo di -pontefici, attribuito, non so con quanta ragione, a Mariano Scoto, -il quale visse fino al 1086, Gerberto era stato fatto a dirittura -figliuolo dell'imperatore Ottone (di quale?)[68]. In alcuni, come -nell'autore della cronaca che andava sotto il nome di Guglielmo Godell, -nasce un dubbio, se, cioè, Gerberto e Silvestro II sieno una sola e -stessa persona, e in certi _Annales remenses et colonienses_ si dice -risolutamente che Silvestro II fece deporre Gerberto, il quale aveva -usurpato il luogo di Arnulfo, arcivescovo di Reims, e sospendere i -vescovi che avevano consentita la sua consacrazione[69]. Altri, a -cominciare da Guglielmo di Malmesbury, confondono Silvestro II con -Giovanni XVI, l'antipapa che da Crescenzio fu opposto a Gregorio V, e -a questo Gregorio Ugo di Flavigny fa precedere Silvestro, che invece -fu suo successore. Il nome stesso di Gerberto si altera in varii -modi: Guiberto, Gilberto, Giriberto, Goberto, Uberto, e talvolta, -come or ora vedremo, si muta, in nomi di tutt'altro suono. Gli anni -della esaltazione e della morte oscillano molto, e per solo citare -due esempii estremi, mentre, nel secolo XI, l'autore di una parte di -certi _Annales Formoselenses_[70] pone l'esaltazione all'anno 895, con -errore di più che cent'anni, Giovanni d'Outremeuse, nel secolo XIV, fa -che Gerberto riceva dal diavolo il fallace responso il 7 di giugno del -1022. Gli anni del papato variano da meno di uno a sette. Qui pure sono -da ricordare certe affermazioni di storici, le quali contraddicono, -o poco, o molto, alla leggenda diabolica. Più cronisti asseverano, -quando già la leggenda è larghissimamente diffusa, che fu il popolo -romano tutto intero quello che acclamò pontefice Gerberto[71]; e più -altri ricordano una santa visione che Gerberto ebbe concernente il -conferimento della corona d'Ungheria[72]. - -Ci riman da vedere come la leggenda traviasse, e come da ultimo si -perdesse, simile a un fiume, che, dopo lungo corso, dilegui, bevuto -dalle sabbie del deserto e dal sole. - -Un poemetto inglese del secolo XIII narra la meravigliosa istoria -di Silvestro II, ma riferendola a un papa Celestino, il quale, -evidentemente, non può aver nulla di comune con Celestino II. Esso -ricorda in principio, per le cose che narra, il poemetto latino che ho -già citato, ma poi se ne scosta molto nel séguito. Celestino, perduto -assai tempo nelle scuole senza apprendere nulla, si dà al diavolo, e -il diavolo l'ammaestra, e nel corso di pochi anni lo fa arcidiacono, -poi arcivescovo, poi cardinale, poi papa. Divenuto papa, Celestino -predica, per dodici mesi consecutivi, contro la fede, poi un bel -giorno gli viene in mente che ha pur da morire, e vuol sapere quando -morrà. Il diavolo, appositamente evocato, lo inganna con quell'ambiguo -responso della messa da celebrare in Gerusalemme. Venuto il dì fatale, -e scoperta la frode, il papa si pente, e invoca l'ajuto di Gesù. -Vengono mille diavoli, urlando, strepitando, schizzando fuoco, e -fanno ressa alla porta della cappella, gridando a gran voci: Il papa -è nostro; il papa è nostro! Il povero papa si confessa davanti al -popolo adunato, disputa e contrasta con i sette peccati capitali, che -sono poi altrettanti diavoli, e non cessa di raccomandarsi a Cristo -redentore e alla Vergine Maria. I diavoli traggono innanzi un orribile -cavallo alato, per portare il papa in Inferno, e menano intorno alla -cappella una scorribanda furiosa. Celestino fa testamento, e lascia -agli avversarii le vesti, e le membra, che si fa troncar dal carnefice. -Quando costui s'appresta a tagliare il capo, ecco scende di cielo la -Vergine, con una schiera di angeli e consola il pentito, e gli promette -l'eterna salute. Il carnefice compie allora il suo officio, e getta il -capo del papa al diavolo Avarizia, che subito lo acciuffa e lo divora. -Le altre membra sono trasportate nella basilica di San Pietro, e lo -stesso principe degli apostoli scende con cento angioli dal cielo, per -assistere alla sepoltura del suo successore, e per dire che il trono di -lui è in Paradiso, accanto al suo proprio[73]. - -Nel racconto molto più tardo di un buon tedesco, cittadino cospicuo -di Norimberga, Niccolò Muffel, che nell'anno 1452 venne in Roma per -l'incoronazione dell'imperatore Federico III, e ivi comperò, a buon -mercato (così egli dice), una notabile indulgenza, Celestino si tramuta -in Istefano. E perchè non rimanga alcun dubbio, Niccolò narra la storia -due volte. Quando il papa Stefano vide venire i diavoli in figura -di corvi e di cornacchie innumerevoli, subito si confessò, e si fece -tagliare a pezzi, e gli uccelli diabolici ne portarono via i lacerti -e le viscere, meno il cuore che fu sepolto in San Giovanni Laterano. -Niccolò avverte espressamente che il ricordo di questi fatti si leggeva -nella chiesa di San Giovanni[74]. - -Finalmente, ai tempi di Francesco I re di Francia, la vecchia leggenda -riappare in una novella di Niccolò di Troyes; ma, come una moneta, che -a forza di correre per le mani degli uomini abbia perduto l'impronta -del conio, essa ha perduto l'effigie di Gerberto e non poco di ciò -che v'era scritto intorno: pur nondimeno gli è facile riconoscerla. -Un cardinale di Roma desiderava ardentemente di diventar papa. Gli -viene innanzi il diavolo, e gli promette dieci anni di papato, e di -non porgli le mani addosso se non in _sancta civitas_ (sic). Trascorso -il termine, il papa va a celebrar messa in una chiesa di Roma, e come -appena v'è entrato, ecco più di dieci mila corvi calar d'ogni banda e -posarsi sul tetto. La chiesa è detta appunto in _sancta civitas_. Il -papa non si perde di animo: celebra la messa con gran devozione, chiede -a Dio perdono de' suoi peccati, e ottenutolo, vive ancora molt'anni -senza paura e senza pericolo[75]. - -La leggenda, sfinita, si perde. - - -VI. - -A mezzo il secolo XV, in pien concilio di Basilea, Tommaso de -Corsellis, uomo, dice Enea Silvio Piccolomini, storico del concilio -stesso, di mirabile dottrina, amabilità e modestia, usciva dinanzi ai -padri assembrati, in queste parole: «Voi non ignorate che Marcellino, -per comando dell'imperatore, incensò gl'idoli, e che un altro -pontefice, cosa ben più grave ed orribile, salì al pontificato con -l'ajuto del diavolo»[76]. Egli non nominava Silvestro II, e non aveva -bisogno di nominarlo: tutti a quel cenno intendevano di chi si parlava. - -Ma i tempi erano già molto mutati, e sempre più si venivano mutando. -Era nata la critica, e innanzi a lei, sotto il suo sguardo scrutatore, -le grandi e immaginose leggende venute su di mezzo alle caligini -del medio evo, cominciavano a vacillare, a diradarsi, a smarrirsi, e -non molto dopo dovevano dileguarsi affatto, come nubi leggiere in un -cielo caldo d'estate. Il secolo XVI vide sorgere i primi difensori di -Gerberto, i primi restauratori della sua fama, da tanti secoli offesa. -Un domenicano spagnuolo, Alfonso Chacon (Ciaconio), morto in Borna -verso il 1600, inseriva nelle sue _Vitae et gesta romanorum pontificum -et cardinalium_ un epigramma latino, in cui la imputazione di magia -fatta a Gerberto era ascritta alla inerzia ed ignoranza del volgo[77]. -Due cardinali celebri, il Baronio e il Bellarmino, sgravarono l'antico -pontefice di un'accusa che a molti oramai sembrava assurda, e lo stesso -fece il dotto medico francese Gabriele Naudé nella sua _Apologie -pour tous les grands personnages qui ont été faussement soupçonnez -de magie_, stampata la prima volta nel 1625. Finalmente un domenicano -polacco, Abramo Bzovio, nato nel 1567, morto nel 1637, compose in onor -di Gerberto, e in trentotto capitoli, un vero panegirico, che vide -la luce in Roma nel 1629, e diede alla tenebrosa leggenda il colpo di -grazia. Peccato che alle favole antiche egli, di suo capo, sostituisse -una favola nuova, facendo di Gerberto un discendente della gente Cesia, -di Temeno re d'Argo e di Ercole. Gli stessi protestanti rinunziarono a -usare della leggenda come di un'arma contro la Chiesa di Roma, e alcuni -di essi risolutamente la confutarono. - -Del resto, una smentita, per dir così, materiale, non si fece aspettar -troppo a lungo. L'anno 1648, rifacendosi per ordine d'Innocenzo X le -fondamenta alla basilica di San Giovanni, fu aperta l'arca marmorea -di Silvestro II, e il pontefice scelerato, che s'era fatto tagliare -a pezzi, e le cui membra erano state involate e divorate da corvi, da -cani e da diavoli, apparve, dice il canonico Cesare Rasponi, intero ed -illeso, vestito degli abiti pontificali, con le braccia in croce, e la -tiara in capo; ma appena sentì l'aria si sciolse in polvere[78]. - -Così finiva, dopo quasi sei secoli di vita, una delle più curiose e -celebri leggende del medio evo, meravigliosa per le finzioni di cui -è tessuta, notabile pel senso che racchiude. Nessuno la stimi una -immaginazione scioperata, fatta solo di sogno e di nebbia. Storia -essa non è, ma della storia è come un corollario e un commento. Anzi, -in certo senso, al pari d'altre leggende senza numero, è storia più -generale e più recondita, perchè se non narra singoli fatti veri, -esprime ragioni e condizioni di fatti, desiderii e terrori di popoli, -spirito, grandezza e miseria di secoli. - - -NOTE - -[1] Veggasi intorno a Gerberto: HOCK, _Gerbert oder Papst Sylvester II -und sein Jahrhundert_, Vienna, 1837; OLLERIS, _Oeuvres de Gerbert_, -Clermont, 1867, Introduzione; WERNER, _Gerbert von Aurillac, die -Kirche und Wissenschaft seiner Zeit_, Vienna, 1878. Questi autori -discorrono della leggenda in modo affatto insufficiente, e così ancora -il DOELLINGER, _Die Papst-Fabeln des Mittelalters_, edizione curata -da I. Friedrich, Stoccarda, 1890, pp. 184-8. In questi ultimi anni -molto si scrisse intorno a Gerberto, considerato nella politica, nella -scienza, nell'insegnamento, nel ministero ecclesiastico. Meritano -particolar menzione due pubblicazioni recenti che hanno per oggetto le -lettere di lui, cioè la fonte principale per la sua biografia: NICCOLÒ -BUBNOW, _Le lettere di Gerberto considerate come fonte storica_ (in -russo), Pietroburgo, 1888 sgg.: _Lettres de Gerbert publiées avec une -introduction et des notes par_ JULIEN HAVET, Parigi, 1889. - -[2] _Magni ingenii ac vivi eloquii vir, quo postmodum tota Gallia acri -lucerna ardente, vibrabunda refulsit_ etc., etc. _Historiarum_ l. IV, -ap. PERTZ, _Mon. Germ. hist., SS._, t. III, pp. 616-21, 648-53. - -[3] Ai citati aggiungansi gli anonimi compilatori degli _Annales -Hildesheimenses_, degli _Annales Pragenses_, degli _Annales Augustani_, -degli _Annales Sancti Vincentii Mettensis_, ecc. - -[4] BOUQUET, _Recueil des historiens des Gaules et de la France_, t. X, -p. 67, vv. 166-7. Cf. le note di Adriano Valesio, pp. 82-3. La data del -1006 è resa più che probabile dal Mabillon. - -[5] Ho dinanzi, non potendo averne altro, il testo dato da GIOVANNI -WOLF, _Lectionum memorabilium et reconditarum centenarii XVI_, -Lavingae, 1600, t. I, pp. 292-5. - -[6] _Chronicon_, l. I, ap. Pertz, SS., t. VIII, pp. 366-7. - -[7] Il DOELLINGER (op. cit., p. 185) è d'altra opinione. Egli crede che -Ugo abbia inteso parlare di sole arti cortigianesche, di lenocinii. -Certo, nel latino classico, il vocabolo _praestigia_ ebbe anche quel -significato; ma nel latino medievale prevalse l'altro di _artifizio -magico_. - -[8] Ap. PERTZ, _SS._, t. VI, p. 353. - -[9] L. I, ap. PERTZ, _SS._, t. XXVI, pp. 11-2. - -[10] Nella Vita che, dopo il 1042, scrisse di Roberto il Pio; ap. -BOUQUET, _Rec._, t. X, p. 99. - -[11] _Chronicon_, l. VI, cap. 61, ap. PERTZ, _SS._, t. III, p. 835. - -[12] _Historiarum_ l. III, ap. PERTZ, _SS._, t. IV, p. 130. - -[13] Vedi CHASLES, _Explication des traités de l'Abacus, et -particulièrement du Traité de Gerbert, Comptes rendus des séances -de l'Académie des sciences_, t. XVI, 1843, pp. 156 sgg.; MARTIN, -_Recherches nouvelles concernant les origines de notre système de -numération écrite, Revue archéologique_, t. XIII, parte 2ª, pp. 509 -sgg., 588 sgg. - -[14] _Loc. cit._ - -[15] Ep. XVI, ediz. Olleris. - -[16] _Op. cit._, pp. 186. - -[17] _De gestis regum anglorum_, l. II, capp. 167, 168, 169, 172, ap. -PERTZ, _SS._, t. X, pp. 461-4. Non traduco alla lettera; anzi in più -luoghi do solamente la sostanza del racconto del benedettino inglese. - -[18] Pubblicato dal MONE, in _Anzeiger für Kunde des deutschen -Mittelalters_, anno 1833, coll. 188-9. - -[19] _De nugis curialium_, dist. IV, cap. 11, ap. PERTZ, _SS._, t. -XXVII, pp. 70-2. - -[20] Vedi, in questo volume, lo scritto intitolato _Demonologia di -Dante_, e LIEBRECHT, _Zur Volkskunde_, Heilbronn, 1879, p. 28. - -[21] Vedi in proposito J. W. WOLF, _Beiträge zur deutschen Mythologie_, -Gottinga, 1857, parte 2ª, pp. 235 sgg. - -[22] Cronaca detta di Guglielmo Godell, l. III, ap. PERTZ, _SS._, t. -XXVI, p. 196. - -[23] _Weltbuch_, in VON DER HAGEN, _Gesammtabenteuer_, Stoccarda e -Tubinga 1850, vol. II, pp. 553-62. - -[24] Negli _Annales Parchenses_ (ap. PERTZ, _SS._, t. XVI, p. 601), il -verso si trova ridotto a metà. Ottone fa Gerberto, prima arcivescovo di -Ravenna, poi papa: _unde dictum est: Scandit ab R. Gerbertus ad R._ - -[25] Ap. PERTZ, _SS._, t. XXIII, p. 89. - -[26] Vedi STEINSCHNEIDER, _Apollonius von Thyana_ (_oder Balinas_) _bei -den Arabern, Zeitschrift der Deutschen Morgenländischen Gesellschaft_, -voi. XLV (1891), pp. 439-46. - -[27] _Notices et extraits des manuscrits de la Bibliothèque Nationale_, -t. IV, pp. 118-20. Il libro è analizzato da Silvestro de Sacy. - -[28] _Rerum memorandarum_ l. IV (_Recentiores, Innominatus_), Opera, -Basilea, 1521, p. 486. - -[29] _Gesta Romanorum_, ed. OESTERLEY, Berlino, 1872, cap. 107; -COMPARETTI, _Virgilio nel medio evo_, Livorno, 1872, vol. II, pp. -183-5; _Die Êneide_, ediz. di Lipsia 1852, col. 255; GRAF, _Roma nella -memoria e nelle immaginazioni del medio evo_, Torino, 1882-3, vol. I, -pp. 161-70; vol. II, p. 241. - -[30] _De rebus anglicis sui temporis_, ediz. di Parigi 1610, l. V, cap. -6, p. 562. - -[31] Vedi le note del BERNECCER alle _Istorie_ di GIUSTINO, l. XII, c. -2. - -[32] ISTORIE FIORENTINE, l. IV, c. 18. Vedi pure ciò che il Villani (l. -VI, cap. 73) e l'autore degli _Annales mediolanenses_ (ap. MURATORI, -_Scriptores_, t. XIV, coll. 661-2) narrano di Ezzelino da Romano -morente, e cf. A. BONARDI, _Leggende e storielle su Ezelino da Romano_, -Padova e Verona, 1892, pp. 70-1. - -[33] SCHEIBLE, _Das Kloster_, t. XI, Stoccarda, 1849, p. 529. - -[34] LIEBRECHT, _Op. cit._, p. 48. - -[35] _Op. cit._, p. 472. - -[36] _Bonum universale de apibus_, Duaci, 1627, r. II, cap. 51, num. 5. - -[37] Vedi per esempio LUZEL, _Légendes chrétiennes de la -Basse-Bretagne_, Parigi, 1881, vol. I, pp. 161, 175. - -[38] _Gemma ecclesiastica_, ap. PERTZ, _SS._, t. XXVII, p. 412. - -[39] Ap. MABILLON, _Museum Italicum_, t. II, p. 568. - -[40] _Chronica Albrici monachi Trium Fontium a monacho novi monasterii -Hoiensis interpolata_, ap. PERTZ, _SS._, t. XXIII, pp. 774, 778. - -[41] _Speculum historiale_, l. XXV, capp. 98-101. - -[42] _Chronique rimée_, ap. Pertz, SS., t. XXVI, pp. 727-9. - -[43] _Chronicon pontificum et imperatorum_, ap. PERTZ, _SS._, t. XXII, -p. 432. - -[44] _Je ne sçai pourquoi aucuns se scandalisent de voir librement -accuser la vie de quelque particulier prelat, quand il est connu et -publicq; car ce jour là, et à S. Jean de Latran, et à l'église Sainte -Croix en Jerusalem, je vis l'histoire escrite au long en lieu tres -apparant, du Pape Silvestre second, qui est la plus injurieuse qui -se puisse imaginer_. D'ANCONA, _L'Italia alla fine del secolo XVI. -Giornale del viaggio di_ MICHELE DE MONTAIGNE _in Italia nel 1580 e -1581_, Città di Castello, 1889, p. 297. - -[45] Roma, 1750, p. 78. - -[46] Helmstadii, 1592, f. 128 r. - -[47] Lo reca, fra gli altri, il GREGOROVIUS, _Le tombe dei papi_ (trad. -dal tedesco), Roma, 1879, pp. 203-4. - -[48] Secondo l'autore di certi _Flores temporum_, composti negli ultimi -anni del secolo XIII, il sepolcro suda o rumoreggia quando il pontefice -è morto. Ap. PERTZ, _SS._, t. XXIV, p. 245. - -[49] Vedi, per esempio, gli _Annales Marbacenses_ del secolo XIII, ap. -PERTZ, _SS._, t. XVII, p. 154. - -[50] ALBERICO DELLE TRE FONTANE, Op. cit., p. 778. - -[51] _Historiarum_ P. II, tit. XVI, cap. I, § 18. - -[52] _Chronicon minor_, ap. Pertz, SS., t. XXIV, p. 187. - -[53] _Historia pontificum romanorum_, ap. MURATORI, _SS_. t. IX, coll. -172-3. - -[54] _Chronica romanorum pontificum_, ap. LAMI, _Deliciae eruditorum_, -t. II, pp. 162-83. - -[55] _Historia ecclesiastica_, l. XVIII, capp. 6-8, ap. MURATORI, SS., -t. XI, coll. 1049-50. - -[56] _Mare historiarum_ (in massima parte ancora inedito), l. VIII, -cap. 27. Ebbi copia del capitolo ove la leggenda è narrata dalla -cortesia del signor A. Salmon, che la trasse dal cod. 4914 della -Nazionale di Parigi. - -[57] _Il Pungilingua_, ediz. di Milano 1837, cap. XXX, pp. 264-5; _I -Frutti della lingua_, ediz. di Milano, 1837, cap. XXXVII, pp. 343-4. - -[58] _Chronicon venetum_, lib. IX, cap. I, part. XXXIV, ap. MURATORI, -SS., t. XII, col. 231. - -[59] _Flores historiarum_, Londra, 1570, pp. 383-5. - -[60] _Catalogus pontificum romanorum_, ap. MAI, _Spicilegium romanum_, -t. VI, Roma, 1841, pp. 244-5. Il Mai non riferisce il racconto per -intero. - -[61] _Opus super sapientiam Salomonis_, lect. CLXXXIX, ediz. di -Basilea, 1506, f. 172 v. - -[62] _Reductorium morale_, Parigi, 1521, l. XIV, cap. 62. - -[63] Ap. MURATORI, _SS._, t. III, P. 2ª, col. 336. - -[64] _Liber de rebus memorabilioribus_, Gottinga, 1859, pp. 86, 91-3. - -[65] _Ly myreur des histors_, Bruxelles, 1869-80, t. IV, p. 205-6. - -[66] Ap. LABBE, _Nova Bibliotheca manuscriptorum librorum_, t. I, p. -395. - -[67] _Islendzk Aeventyri. Isländische Legenden Novellen und Märchen -herausgegeben von_ HUGO GERING, Halle a. S., 1882-4, v. I, pp. 47-9; v. -II, pp. 32-3. - -[68] _Catalogus pontificum Mariani ut videtur_, ap. Pertz, SS., t. -XIII, p. 78. - -[69] In una parte scritta probabilmente prima del 1150; ap. PERTZ, -_SS._, t. XVI, p. 731. - -[70] Ap. PERTZ, _SS._, t. V, p. 35. - -[71] ROMUALDO SALERNITANO, già cit.; _Historia Francorum senonensis_, -ap. PERTZ, _SS._, t. IX, p. 368; _Historia regum Francorum monasterii -Sancti Dionysii_, ibid., p. 403, ecc. - -[72] _Annales Kamenzenses_, ap. Pertz, SS., t. XIX, p. 581; _Annales -Cracovienses compilati_, ibid., p. 586; _Annales Polonorum_, ibid., pp. -618, 619; _Annales Sanctae Crucis polonici_, ibid., p. 678. - -[73] Pubblicato da C. HORSTMANN nell'Anglia, v. I, 1878, pp. 67-85. - -[74] NIKOLAUS MUFFELS _Beschreibung der Stadt Rom. Bibliothek des -litterarischen Vereins in Stuttgart_, CXXVIII, Tubinga, 1876, pp. 12-3, -35-6. - -[75] _Le grand parangon des nouvelles nouvelles_, nov. 37, ediz. di E. -MABILLE, Parigi, 1869, pp. 161-3. - -[76] AENEAE SYLVII _postea_ PII II _pontificis romani, commentariorum -historicorum libri III de Concilio Basileensi_, Cattopoli, 1667, p. 15. - -[77] Eccolo: - - Ne mirare Magum fatui quod inertia vulgi - Me (veri minime gnara) fuisse putat, - Archimedis studium quod eram sophiaeque secutus - Tum cum magna fuit gloria scire nihil. - Credebat magicum esse rudes sed busta loquuntur - Quam pius, integer et religiosus eram. - -Qui si allude alla iscrizione posta da Sergio IV. - -[78] _De basilica et patriarchio Lateranensi_, Roma, 1656, pp. 75-6. - - -APPENDICE - -ALCUNI TESTI DELLA LEGGENDA DI SILVESTRO II. - - -1. - -BENONE (m. 1098), _Vita et gesta Hildebrandi_, ap. WOLF, _Lectiones -memorabiles_, Lavingae, 1600, t. I, p. 295. - - Theophilacto autem et Laurentio adhuc juvenibus, infecerat urbem - iis maleficiis Gerbertus ille, de quo dictum est: - - Transit ab R. Gerbertus ad R. post Papa viget R. - - Et iste Gerbertus quidem paulo post completum millenarium, - ascendens de abysso permissionis divinae, quatuor annis sedit, - mutato nomine dictus Sylvester secundus. At per quae multos - decepit, per eadem daemonum responsa deceptus, morte improvisa, Dei - judicio, est interceptus. Hic responsum a suo daemone acceperat, - se non moriturum nisi prius in Hierusalem missa ab eo celebrata. - Hac ambage, hac nominis aequivocatione delusus, dum Palestinae - civitatem Hierusalem praedictam sibi credit, Romae in ecclesia, - quae vocatur Hierusalem missam faciens in die stationis, ibidem - miserabili et horrida morte praeventus, inter ipsas mortis - angustias supplicat, manus et linguam sibi abscindi, per quas - sacrificando daemonibus, Deum inhonoravit. - - -2. SIGEBERTO GEMBLACENSE (m. 1112), _Chronographia_, ad a. 995 (ap. -PERTZ, _Mon. Germ., Script._, t. VI, p. 353). - - Gerbertus, qui et Silvester, Romanae ecclesiae 140us presidet, qui - et ipse inter scientia litterarum claros egregie claruit. Quidam - transito Silvestro Agapitum papam hoc in loco ponunt; quod non - otiose factum esse creditur. Quia enim is Silvester non per ostium - intrasse dicitur; — quippe qui a quibusdam etiam nichromantiae - arguitur; de morte quoque eius non recte tractatur; a diabolo enim - percussus dicitur obisse; quam rem nos in medio relinquimus; — a - numero paparum exclusus videtur. Unde lector quaeso, ut et hic et - alibi, si qua dissonantia te offenderit de nominibus vel annis vel - temporibus paparum, non mihi imputes, qui non visa, sed audita vel - lecta scribo. - - -3. ORDERICO VITAL, _Historia ecclesiastica_, l. I (ap. PERTZ, _Mon. -Germ., Script._, t. XXVI, pp. 11-12). Orderico scrisse la _Historia_ -fra il 1124 e il 1142. - - Gerbertus in divinis et secularibus libris eruditissimus fuit, - et in sua scola famosos et sullimes discipulos habuit, Rodbertum - scilicet regem et Leothericum Senonensem archiepiscopum, Remigium - presulem Autisiodorensium, Haimonem atque Huboldum aliosque - plurimos fulgentes in choro sophystarum. Remigius pontifex - luculentam expositionem super missam edidit et artem vel editionem - Donati gramatici utiliter exposuit. Haimo [p. 12] quoque sancti - Pauli apostoli epistolas laudabiliter explanavit et alia multa de - evangeliis aliisque sacris scripturis spiritualiter tractavit. - Huboldus autem musicae artis peritus ad laudem Creatoris in - ecclesia personuit et de sancta Trinitate dulcem historiam - cecinit aliosque multos delectabiles cantus de Deo et sanctis - eius composuit. Hos aliosque plures Gerbertus erudivit, quorum - multiplex sequenti tempore scientia ecclesiae Dei plurimum - profuit. Qui postquam de throno Remensi, quem illicite usurpaverat, - depositus est, cum rubore et indignatione Galliam relinquens, ad - Ottonem imperatorem profectus est; et tam ab ipso quam a populo ad - praesulatum Ravennae electus est. Inde post aliquot annos ad sedem - apostolicam translatus est, annoque dominicae incarnationis 999. - Silvester papa sullimatus est. - - Fertur de illo, quod dum scolasticus esset, cum demone locutus - fuerit et quid sibi futurum immineret inquisierit; a quo protinus - ambiguum monadicon audivit: - - Transit ab R Gerbertus ad R, post papa vigens R. - - Versipellis oraculum tunc quidem ad intelligendum satis fuit - obscurum, quod tamen postmodum manifeste videmus impletum. - Gerbertus enim de Remensi kathedra transivit ad presulatum Ravennae - ac postmodum papa factus est Romae. - - -4. GUGLIELMO DI MALMESBURY (m. 1141), _De gestis regum anglorum_, l. -II, capp. 167-72 (ap. PERTZ, _Mon. Germ., Script._, t. X, pp. 461-4). - - 167. _De Gerberto_. - - Decedente hoc Iohanne, successit Gregorius. Ei item Iohannes sextus - decimus. De hoc sane Iohanne, qui et Gerbertus dictus est, non - absurdum erit, ut opinor, si litteris mandemus quae per omnium - ora volitant. Ex Gallia natus, monachus a puero apud Floriacum - adolevit; mox cum Pitagoricum bivium attigisset, seu taedio - monachatus seu gloriae cupiditate captus, nocte profugit Hispaniam, - animo precipue intendens ut astrologiam et ceteras id genus artes - a Sarracenis edisceret. Hispania, olim multis annis a Romanis - possessa, tempore Honorii imperatoris in ius Gothorum concesserat. - Gothi usque ad tempora beati Gregorii Arriani, tunc per Leandrum - episcopum Hispalis et per Ricaredum regem, fratrem Herminigildi, - quem pater nocte paschali pro fidei confessione interfecerat, - catholico choro uniti sunt. Successit Leandro Isidorus, doctrina - et sanctitate nobilis, cuius corpus nostra aetate Aldefonsus rex - Galatiae Toletum transtulit, ad pondus auro comparatum. Sarraceni - enim, qui Gothos subiugarant, ipsi quoque a Karolo Magno victi, - Galatiam et Lusitaniam, maximas Hispaniae provincias, amiserunt. - Possident usque hodie superiores regiones. Et sicut christiani - Toletum, ita ipsi Hispalim, quam Sibiliam vulgariter vocant, - caput regni habent, divinationibus et incantationibus more gentis - familiari studentes. Ad hos igitur, ut dixi, Gerbertus perveniens, - desiderio satisfecit. Ibi vicit scientia Ptholomeum in astrolabio, - Alandraeum in astrorum interstitio, Iulium Firmicum in fato. - Ibi quid cantus et volatus avium portendant didicit, ibi excire - tenues ex inferno figuras, ibi postremo quicquid vel noxium, vel - salubre curiositas humana deprehendit. Nam de licitis artibus, - arithmetica, musica et astronomia et geometria, nihil attinet - dicere; quas ita ebibit, ut inferiores ingenio suo ostenderet - et magna industria revocaret in Galliam omnino ibi iam pridem - obsoletas. Abacum certe primus a Sarracenis rapiens, regulas dedit - quae a sudantibus abacistis vix intelliguntur. Hospitabatur apud - quendam sectae illius philosophum, quem multis primo expensis, post - etiam promissis, demerebatur. Nec deerat Sarracenus qui scientiam - venditaret; assidere frequenter, nunc de seriis, nunc de nugis - colloqui, libros ad scribendum praebere. Unus erat codex, totius - artis conscius, quem nullo modo elicere poterat. Ardebat contra - Gerbertus librum quoquo modo ancillari. _Semper enim in vetitum - nitimur, et quicquid negatur pretiosius putatur_. Ad preces ergo - conversus, orare per Deum, per amicitiam, multa offerre, plura - polliceri. Ubi id parum procedit, nocturnas insidias temptat. Ita - hominem, connivente etiam filia, cum qua assiduitas familiaritatem - paraverat, vino invadens, volumen sub cervicali positum abripuit, - et fugit. Ille somno excussus, indicio stellarum, qua peritus erat - arte, insequitur fugitantem. Profugus quoque respiciens, eademque - scientia periculum comperiens, sub ponte ligneo, qui proximus, se - occulit; pendulus et pontem amplectens, ut nec aquam nec terram - tangeret. Ita [p. 462] quaerentis aviditas frustrata, domum - revertit. Tum Gerbertus viam celerans, devenit ad mare. Ibi per - incantationes diabolo accersito, perpetuum paciscitur hominium, - si se, ab illo qui denuo insequebatur defensatum, ultra pelagus - eveheret. Et factum est. Sed haec vulgariter ficta crediderit - aliquis, quod soleat populus litteratorum famam laedere, dicens - illum loqui cum demone quem in aliquo viderint excellentem opere. - Unde Boetius in libro de Consolatione Philosophiae queritur, se - propter studium sapientiae de talibus notatum, quasi conscientiam - suam sacrilegio polluiset ob ambitum dignitatis. _Non conveniebat_, - inquit, _vilissimorum me spirituum praesidia captare, quem tu in - hanc excellentiam componebas, ut consimilem Deo faceres. Atqui hoc - ipso videmur affines maleficio, quod tuis imbuti disciplinis, tuis - instituti moribus sumus_. Haec Boetius. Mihi vero fidem facit de - istius sacrilegio inaudita mortis excogitatio. Cur enim se moriens, - ut postea dicemus, excarnificaret ipse sui corporis horrendus - lanista, nisi novi sceleris conscius esset? Unde in vetusto - volumine, quod in manus meas incidit, ubi omnium apostolicorum - nomina continebantur et anni, ita scriptum vidi: «Iohannes qui et - Gerbertus, menses decem. Hic turpiter vitam suam finivit». - - 168. _De discipulis Gerberti_. - - Gerbertus Galliam repatrians, publicasque scholas professus, arcem - magisterii attigit. Habebat conphilosophos et studiorum socios - Constantinum abbatem monasterii sancti Maximini, quod est iuxta - Aurelianis, ad quem edidit regulas de abaco; Adelboldum episcopum, - ut dicunt, Winterburgensem, qui et ipse ingenii sui monimenta dedit - in epistola quam facit ad Gerbertum de quaestione diametri super - Macrobium et in nonnullis aliis. Habuit discipulos praedicandae - indolis et prosapiae nobilis, Rodbertum filium Hugonis cognomento - Capet, Otonem filium imperatoris Otonis. Rodbertus, postea rex - Franciae, magistro vicem reddidit, et archiepiscopum Remensem - fecit. Extant apud illam ecclesiam doctrinae ipsius documenta: - horologium arte mechanica compositum, organa hydraulica, ubi mirum - in modum per aquae calefactae violentiam ventus emergens implet - concavitatem barbiti et per multiforatiles tractus aereae fistulae - modulatos clamores emittunt. Et erat ipse rex in ecclesiasticis - cantibus non mediocriter doctus; et tum in his tum in ceteris - multum ecclesiae profuit. Denique pulcherrimam sequentiam - _Sancti Spiritus assit nobis gratia_, et responsorium _O Iuda et - Ierusalem_ contexuit, et alia plura, quae non me pigeret dicere, - si non alios pigeret audire. Otho, post patrem imperator Italiae, - Gerbertum archiepiscopum Ravennatem et mox papam Romanum creavit. - Urgebat ipse fortunas suas, fautore diabolo, ut nihil quod semel - excogitasset imperfectum relinqueret. Denique thesauros olim a - gentibus defossos, arte nigromantiae molibus eruderatis inventos, - cupiditatibus suis implicuit. Adeo improborum vilis in Deum - affectus et eius abutuntur patientia, quos ipse mallet redire - quam perire. Sed reperit tandem ubi magister suus haereret, et, ut - dici solet, quasi cornix cornicis oculos effoderet, dum pari arte - temptamentis eius occurreret. - - 169. _Quomodo Gerbertus thesauros Octoviani invenit_. - - Erat iuxta Romam in Campo Martio statua, aerea an ferrea incertum - mihi, dextrae manus indicem digitum extentum habens, scriptum - quoque in capite: _Hic percute_. Quod superioris aevi homines - ita intelligendum rati quasi ibi thesaurum invenirent, multis - securium ictibus innocentem statuam laniaverant. Sed illorum - Gerbertus redarguit errorem, longe aliter ambiguitate absoluta. - Namque meridie, sole in centro existente, notans quo protenderetur - umbra digiti, ibi palum figit. Mox superveniente nocte, solo - cubiculario laternam portante comitatus, eo contendit. Ibi - terra solitis artibus dehiscens, latum ingredientibus patefecit - introitum. Conspicantur ingentem regiam, aureos parietes, aurea - lacunaria, aurea omnia, milites aureos aureis tesseris quasi animum - oblectantes, regem metallicum cum regina discumbentem, apposita - obsonia, astantes ministros, pateras multi ponderis [p. 463] - et pretii, ubi naturam vincebat opus. In interiori parte domus - carbunculus, lapis inprimis nobilis et parvus inventu tenebras - noctis fugabat. In contrario angulo stabat puer, arcum tenens, - extento nervo et harundine intenta. Ita in omnibus, cum oculos - spectantium ars pretiosa raptaret, nihil erat quod posset tangi - etsi posset videri. Continuo enim ut quis manum ad contingendum - aptaret, videbantur omnes illae imagines prosilire et impetum in - praesumptorem facere. Quo timore pressus Gerbertus, ambitum suum - fregit. Sed non abstinuit cubicularius, quin mirabilis artificii - cultellum, quem mensae impositum videret, abriperet, arbitratus - scilicet in tanta praeda parvum latrocinium posse latere. Verum - mox omnibus imaginibus cum fremitu exsurgentibus, puer quoque, - emissa harundine in carbunculum, tenebras induxit. Et nisi - ille monitu domini cultellum reicere accelerasset, graves ambo - poenas dedissent. Sic insatiata cupiditatis voragine, laterna - gressus ducente, discessum. Talia illum adversis praestigiis - machinatum fuisse, constans vulgi opinio est. Veruntamen si quis - verum diligenter exsculpat, videbit nec Salomonem, cui Deus - ipse dederit sapientiam, huiusce inscium commenti fuisse — ut - enim Iosephus auctor est, thesauros multos cum patre defodit - in loculis, _qui erant_, inquit, _mechanico modo reconditi sub - terra_ — nec Hircanum, prophetia et fortitudine clarum, qui, ut - obsidionis levaret iniuriam, de David sepulchro tria milia talenta - auri arte mechanica eruit, ut obsessori partem enumeraret, parte - xenodochia construeret. At vere Herodes, qui magis presumptione - quam consilio idem aggredi voluerit, multos ex satellitibus, - igne ex interiori parte prodeunte, amiserit. Praeterea cum audio - dominum Iesum dicentem: Pater meus usque modo operatur, et ego - operor, credo quod qui dederit Salomoni virtutem super demones, - ut idem historiographus testatur, adeo ut dicat etiam suo tempore - fuisse viros qui illos ab obsessis corporibus expellerent, apposito - naribus patientis anulo habente sigillum a Salomone monstratum: - credo, inquam, quod et isti hanc scientiam dare potuerit, nec tamen - affirmo quod dederit. - - 170. _Quomodo quidam thesauros Octoviani quaesierunt._ - - . . . . . . . - - [p. 464] 171. _De aniculis quae iuvenem asinum videri fecerunt._ - - . . . . . . . - - 172. _De capite statuae loquentis_. - - Haec Aquitannici verba ideo inserui, ne cui mirum videatur quod - de Gerberto fama dispersit: fudisse sibi statuae caput, certa - inspectione syderum, cum videlicet omnes planetae exordia cursus - sui meditarentur, quod non nisi interrogatum loqueretur, sed - verum vel affirmative vel negative pronunciaret. Verbi gratia - diceret Gerbertus: Ero apostolicus? responderet statua: Etiam —: - Moriar antequam cantem missam in Jerusalem? Non. Quo illum ambiguo - deceptum ferunt, ut nihil excogitaret poenitentiae, qui animo - blandiretur suo de longo tempore vitae. Quando enim Ierosolymam - ire deliberaret, ut mortem stimularet? Nec providit quod est Romae - ecclesia Ierusalem dicta, id est Visio pacis; quia quicumque - illuc confugerit, cuiuscumque criminis obnoxius, subsidium - invenit. Hanc in ipsius Urbis rudimentis Asylum accepimus dictam, - quod ibi Romulus, ut augeret civium numerum, statuisset omnium - reorum refugium. Ibi cantat missam papa tribus dominicis quibus - praetitulatur Statio ad Ierusalem. Quocirca cum uno illorum dierum - Gerbertus ad missam se pararet, invaletudinis ictus ingemuit, - eademque crescente decubuit: consulta statua, deceptionem et - mortem suam cognovit. Advocatis igitur cardinalibus, diu facinora - sua deploravit. Quibus inopinato stupore nec aliquid referre - valentibus, ille insaniens et prae dolore ratione hebetata, - minutatim se dilaniari et membratim foras proici iussit: _Habeat_, - inquiens, _membrorum officium qui eorum quaesivit hominium; namque - animus meus nunquam illud adamavit sacramentum, immo sacrilegium_. - - -5. _Cronaca detta_ di GUGLIELMO GODELL, l. III (ap. PERTZ, _Mon. Germ., -Script._, t. XXVI, p. 196). L'autore, ignoto, era, per sua stessa -dichiarazione, assai giovane nel 1144: visse sin dopo il 1173. - - Iohannes vero XVI. papa Romanus post 10 menses lacrimabiliter satis - vitam finivit. Succedit ei Silvester papa annis 4 et mensibus 5. - Hunc dicunt quidam Gerbertum fuisse; quod utrum verum sit, certum - non habeo. Fertur enim de Gerberto hoc, quod fuerit primo monachus - Sancti Benedicti Floriacensis; sed quia nimis cupidus honoris et - temporalis proprietatis, ut dicunt, fuit, deceptus a demone adeo - fertur, ut hosti antiquo homonagium faceret, quatinus per eius - potestatem ad libitum suum voti sui compos efficeretur. Loquebatur - etenim cum eo hostis ipse, et ille eius obsequiis insistere non - verebatur. Huiusmodi pessimo federe inito, explevit ei pro voto - que poscebat; et licet exterius pareret, intro quam sublimis - efficiebatur, videlicet quia regibus servierat et ab eis talem - gratiam fuerat nactus, permittente tamen Domino, qui de nostris - malis solus novit operari meliora. Ceterum adeo factus est miser - ille, ut ab hoste expeteret et hosti ascriberet, quod, etsi hostis - suggestione et placita voluntate acceleratum est, non tamen nisi - Dei voluntate vel permissione illi ad effectum perductum. Primo - itaque Remensis archiepiscopus, secundo Ravennensis archipresul, - postremo urbis Rome papa effectus est. Inter hec interrogans hostem - de fine suo, responsum ab eo accepit, quod non esset moriturus, - donec in Ierusalem celebraret mysteria divina. Quod cecus papa - audiens, gavisus est, reputans apud se, tam longe se esse a fine - suo, quam se sentiebat longe ab huiusmodi peregrinationis voto ac - voluntate. Post hec proxima mediante quadragesima ex more pape - missam celebrans in palatio Constantini, in capella que dicitur - Ierusalem, subito intra sacra mysteria sibi adesse sentiens mortem, - suspiravit et ingemuit; et licet nequissimus et sceleratissimus, - seram non credens in vita hac penitentiam, speravit et promeruit - veniam. Precepitque, ut dicunt, se particulatim detruncari, ut - temporali supplicio extingueret dolores eternos. Factum est ut - imperavit, et Deus, ut promiserat penitenti veraciter veniam non - negavit. Sepultus ergo Rome est, et super eum huiusmodi epitaphium - inditum: - - Scandit ab R Gerbertus ad R post papa vigens R. - - Huius vero nunc antistitis sepulcrum fertur tale indicium de Romani - pontificis morte conferre, ut paululum, antequam ipsius instet - finis, tantam de se humoris inundantiam effundat, ut in circuitu - sui lutum faciat. Si vero cardinalis aliquis vel persona quelibet - magna in cetu clericorum summe sedis migrare per mortem debet, - super se sepulchrum tantum aque emittat, ut irrigari videatur. Hec - de prefato Gerberto papa ab aliis audivi; utrum vero sint subnixa - veritate, lectoris arbitrio inquirenda derelinquo. - - -6. - -ANONIMO (XII o XIII secolo). Testo pubblicato dal MONE di su un codice -di Heidelberg, negli _Anzeiger für Kunde des deutschen Mittelalters_, -anno 1833, coll. 188-9. - - _Surgit ab R. Gerbertus ad R., fit papa potens R._ - - Ortus Remensis praeclaris moenibus urbis - illic Gerbertus libris datur erudiendus; - discere non potuit et ob hoc trepidando refugit. - Ut silvas iniit, Sathanas huic obvius ivit: - «quid Gerberte fugis? vel quo tam concite vadis?» 5 - «Discere non possum», dixit, «fugioque magistrum». - «Heus, ait ille, mihi si vis tantum modo subdi, - ne quis Gerberto sit doctior en ego faxo». - Annuit his ille, secum subit abdita silvae, - sedulo quem docuit, cunctos precellere fecit. 10 - Silvas linquentem post haec scolas repetentem - doctor derisit: «rufus es, hinc perfidus! inquit». - Ille refert: «nigrum simulas tu valde tyrannum». - Respondet: «magro similem te vinco tyranno». - Disceptant ambo de libris tempore longo, 15 - confundit victum Gerbertus et ipse magistrum; - mox urbem liquit, Sathanan consultat et infit: - «Heus pedagoge, virum mihi nunc ostende peritum, - cum quo scripturis possim confligere divis». - Dixit daemon: «ini Ravennam concite, fili, 20 - pontificem clarum libris cernes ibi gnarum». - Pergit et aggreditur conflictu denique justum, - qui cito Gerbertum jussit discedere victum. - Hinc rediit moestus, huic narrat et haec furibundus. - Tum docuit talem, quae dicitur abacus artem, 25 - in tabulam scripsit Ravennam ferreque jussit. - Haec cum legisset, nescire pudebat et inquit: - «sit mihi quaeso trium dilatio, posco, dierum». - Ibat Gerbertus, sacer est, dominumque precatur: - «si venit de te mihi res, deus optime, pande, 30 - sin autem, nunquam Gerbertum fac rogo cernam». - Praesul migravit, Gerbertus dum remeavit, - sedem Ravennae mox praesul suscipit ille. - Post haec Romanam possedit papa cathedram. - Debeat hic Zabulum consultat vivere quantum. 35 - «Ut cantes inibi, Solimam venies,» ait illi. - Est statio Solimam vocat hanc populusque. - In xlmae medio missam celebrante - Gerberto dirum dixisse ferunt inimicum: - «nolis sive velis, Gerberte, cito morieris, 40 - sic venies ad me tua te merces manet ex me». - «Fraus tua jam magna, Gerbertus ait, patet, illa, - qua genus humanum capiebas et protoplastum; - dum Solimam dire me dixisti prius ire, - daemon ades vere nequaquam falleris a me». 45 - Advocat hic populum cunctum vel in ordine clerum, - rem pandit cunctis veniam deposcit ab illis. - - -7. - -GUALTIERO MAP, _De Nugis Curialium_, dist. IV, cap. 11 (ap. PERTZ, -_Mon. Germ., Script._, t. XXVII, pp. 70-2). Gualtiero nacque, sembra, -fra il 1135 e il 1140; morì nei primi anni del sec. XIII. - - _De fantastica decepcione Gerberti._ - - Quis fantasticam famosi nescit illusionem Gerberti? Gerbertus, a - Burgundia, puer genere, moribus et fama nobilis, Remis id agebat - intentus, ut tam indigenas quam adventicios pectore vinceret et ore - scolares, et obtinuit. Erat autem ea tempestate filia prepositi - Remensis quasi speculum et admiratio civitatis, in quam omnium - intendebant suspiria, votis hominum et desiderio dives. Egreditur, - videt, admiratur, cupit, et alloquitur; audit et allicitur; - haurit ab apotheca Scille furorem, et a matre Morphoseos edoctus, - oblivisci morem suo non abnegat veneno, cuius virtute degenerat - in asinum, ad onera fortis, ad verbera durus, ad opera deses, ad - operas ineptus, in omni semper miseria petulcus. Non ei sentitur - inflicta calamitas, non eum castigationum flagella movent, - torpens ad strenuitates, impromptus ad argutias; incircumspecte - iugiter inhiat impetigini, suppliciter petit, acriter instat, - obstinate perdurat, et obtuso per improbitatem mentis acumine, - certa desperatione torquetur, et ab animi tranquillitate decidens, - conturbato se et extra modum posito, rem moderari vel statui suo - provideri non potest. Depereunt igitur res; oneratur debitis, - subicitur usuris, derelinquitur a servis, vitatur ab amicis, - et substantia denique penitus direpta, domi solus residet, sui - negligens, hirtus et squalidus, horridus et incultus, una tamen - felix miseria, ultima scilicet egestate, que ipsum a principe - miseriarum absoluit amore, que sui memoria non sinit eius - reminisci. Hec tua sunt, Dyane, tam dolorosa quam dolosa dispendia, - que pro tue militie stipendiis tuis impendis equitibus, ut a - te circa finem ridiculi reddantur palamque confusi, sive tuis - doloribus cunctis habeantur ostentui. Miser hic, de quo nobis - sermo, paupertate magistra, solutus ab hamo Veneris, ingratus est - ei, que solvit, quia que preterierunt angustie faciles videntur - comparate presentibus, dignamque dicit inediam mercede leonis, qui - damulam lupis aufert, ut eam devoret. - - Exit una dierum Gerbertus civitatem hora meridiana quasi spaciatum, - et fame torquebatur ad luctum, et totus extra se pedetentim longe - defertur in nemus, et in saltum deveniens, feminam ibi reperit - inaudite pulcritudinis, maximo insedentem panno serico, habentem - coram positum maximum denariorum acervum. Subtrahit ergo pedem - furtim, ut effugiat, fantasma sive prestigium timens. At illa, - ipsum ex nomine vocans, confidere iubet et, quasi miserta eius, - pecuniam ei presentem et quantam desiderare potest divitiarum - copiam spondet, dummodo filiam prepositi, que ipsum tam insolenter - spreverat, dedignetur et sibi non tanquam domine vel maiori, sed - tanquam pari et amice velit adherere, adiciens: «Meridiana vocor, - et generosissimo producta stemmate, id semper summopere curavi, - ut michi parem omnimodi invenirem, qui mee virginitatis primos - decerpere flores dignus haberetur, nec quemquam repperi, qui - non in aliquo michi dissideret, usque ad te. Unde quia michi per - omnia places, ne differas omnem suscipere felicitatem, quam tibi - de celo pluit Altissimus, cuius ego creatura sum ut tu. Quoniam, - nisi iustas extorseris iras a me, beatus es omni rerum et status - opulentia, tantum cum mea reflorueris ad plenum diligentia, eadem - ipsam superbiam repellas, quae te ipsa miserabilem fecit. Scio - enim, quod penitebit eam et revertetur ad spreta, si liceat. Si - tuos odisset instinctu castitatis amores, in tua meruisset gratiam - victoria. Sed id solum in causa fuit, ut, te, qui omnium iudicio - super omnes eras amabilis, insolenter abiecto, sine suspicione - faveret aliis, falsoque Minerve peplo velavit Affroditem, et sub - tue pretextu repulse in suam alii divaricationem appulerunt. Proh - dolor! expulsa Pallade, tegitur sub egide Gorgon, et tua manifesta - confusio dedit umbraculum lupe spurciciis, quam si digne semper - dixeris tuis indignam amplexibus, precelsum te faciam in omnibus - excelsis terre. Times forsitan illudi et succubi demonis in me - vitare tendis argutias. Frustra. Nam illi, quos metuis, cavent - similiter hominum fallacias et, non, nisi data [p. 71] fide vel - alia securitate, se credunt alicui et nichil preter peccatum - ab eis referunt, qui falluntur. Nam si quando, quod raro fit, - vel successus vel opes afferunt, aut tam inutiliter et tam vane - transeunt, ut nichil sint aut in cruciatum cedunt et perniciem - deceptorum. Ego autem nullam a te expecto securitatem, mores tue - sinceritatis edocta plenissime. Nec secura contendo fieri, sed te - securum facere. Ego tibi cuncta libens expono et volo tecum hec - deferas antequam coeamus; et sepe revertaris ad plura tollenda, - donec universo debito soluto, probaveris, fantasticam non esse - pecuniam, et non timeas veri amoris impendiis iustas rependere - vices. Amari cupio, non dominari nec etiam tibi parificari, sed - ancilla fieri. Nichil in me reperies, quod non sentias amorem - sapere. Nullum adversitatis in me signum deprehendere poterunt - vera indicta». Hec et similia multa Marianna, cum non oporteret. - Avidus enim oblatorum, Gerbertus fere mediis eam rapit sermonibus - ad annuendum, anxius paupertatis evadere copiosus et velox - venustissimum Veneris periculum inire. Supplex igitur omnia - spondet, fidem offert et, quod non petitur, iuramentum, oscula - iungit, salvo pudoris reliquo tactu. - - Redit honustus Gerbertus, nuncios advenisse creditoribus fingit - et lente, ne thesauros invenisse videatur, se debitis exhonerat. - Porro iam liber et Marianne muneribus habundus, supellectile - ditatur, familia crescit, vestium mutatoriis et ere cumulatur, - cibariis et potu stabilitur, ut sit eius in Remis copia similis - glorie Salomonis in Ierusalem et lecti secura letitia non minor, - licet ille fuit multarum, hic unius amator. Singulis ab ipsa, - que preteritorum habebat scientiam, docetur noctibus quid in - die sit agendum. Hec sunt noctes admiratissimi Nume, quibus - Romani fingebant sacrificia fieri, colloquia deorum ascisci, cum - unicam coleret, cui nocturno studio sudabat occulte sapientiam. - Duplici proficit doctrina Gerbertus, thori et scole, et ad summa - fame propugnacula triumphat in gloria; nec minus eum promovet - lectio lectoris in studio quam lectricis in lecto. Huius in - rebus agendis ad summam gloriam, illius adiuventis ex artibus ad - illuminationem in modico fit impar omnibus, universos excedit, fit - panis esurientium, vestis egentium et omnis oppressionis prompta - redempcio; et non est civitas, cui non sit invidiosa Remis. - - Audiens hec et videns filia Babilonis misera, que per superbiam - ipsum in vallem redegerat, consuetos expectat auribus arrectis - nuncios moramque miratur et arguit, et se tandem spretam - intelligens, quos fastidiosa repulerat, tum primo concipit ignes. - Iam vivit lautius et cultius incedit et ipsi verecundius obviat - et reverentius loquitur, et se per omnia delapsam in viteperium - sentiens et abiectionem, eo bibit cifo rancorem animi, quo - propinaverat amatori suo furorem. Frenum igitur arripit amens et, - quo lora flectant aut retrahant, non curat, sed quibus impetitur - calcaribus, toto facit obedientiam cursu et, quibuscunque modis - ipsam ille tentaverat, id est omnibus, ipsum aduncare conatur. - Sed frustra fiunt insidie, tenduntur retia, iaciuntur hami. Nam - odii veteris ultor et novi adulator amoris ei quicquid dare solet - dilectio negat, quicquid odium infligere iaculatur. Exinanitis ergo - conatibus, augmentatur in amentiam amor, sensumque doloris excedit - acerbitas et, sicut medicinam membrorum stupor non admittat, sic - animus exhauste spei solatia non sentit. Excitat eam tandem, quasi - mortuam suscitat anus vicina Gerberti et ipsum a tugurio suo per - foramen ostendit deambulantem in medio modico pomerio in fervore - diei post cenam solum, quem etiam post pusillum decumbere sub umbra - vident esculi tortulose sopitumque quiescere. At non illa quiescit, - sed, pallio reiecto, sola camisia vestita, sub ipsius se clamide - totam toti coniungit capiteque velato ipsum osculis et amplexibus - excitat. A vinolento et saturo leviter optinet quod quesierat; in - unum enim Veneris estum convenerant iuventutis et temporis, ciborum - et vini fervor. Sic nimirum semper assurgunt Veneri Phebus et Pan, - Ceres et Bacus, a quorum ubique conventu celebri Pallas excluditur. - Instat illa complexibus et osculis et tacita verborum adulari - blanditie, donec ille Marianne memor, pudore confusus et non modico - timore trepidus, eam tamen verecunde vitare volens, sub redeundi - promisso recedit et in nemore solito a pedibus Meridiane veniam - petit erratui. Illa diu despicit insolenter et tandem eius hominium - ad securitatem, quia deliquerat, poscit et optinet et in eius - perseverat tutus obsequio. - - Contigit interea archiepiscopum Remensem in fata cedere et - Gerbertum fame sue meritis incathedrari. Deinceps etiam suscepti - negotium honoris exsequens, dum Rome moram faceret, fit a domino - papa cardinalis et archiepiscopus Ravennas et post pauca, defuncto - papa [p. 72], sedis illius electione publica gradum ascendit. - Et toto sacerdotii sui tempore confecto sacramento corporis et - sanguinis dominici non gustabat ob timorem vel ob reverentiam et - cautissimo furto, quod non agebatur simulabat. Apparuit autem ei - Meridiana anno sui papatus ultimo, designans ei vite securitatem, - donec Ierosolimis missam celebrasset, quod Rome commorans pro - voto suo cavere putabat. Contigit autem ipsum ibi celebrare, - ubi asserem illum aiunt depositum, quem Pilatus summitati crucis - dominice titulo sue passionis inscriptum affixerat, que quidem - ecclesia usque in hodiernum diem Ierusalem dicitur, et ecce! sibi - ex opposito applaudebat Meridiana quasi de adventu suo proximo - ad ipsam gavisura. Qua visa et intellecta, nomenque loci edoctus, - cardinales omnes, clerum et populum convocat, publice confitetur - nec aliquem totius vite sue nevum irrelevatum observat. Statuit - etiam, ut deinceps contra clerum et populum in facie omnium fieret - consecratio. Unde multi altari celebrant interposito, dominus autem - papa percipit facie ad faciem omnium sedens. Gerbertus modicum vite - sue residuum assidua et acerrima penitentia sincere beavit et in - bona confessione decessit. Sepultus est autem in ecclesia beati - Iohannis Laterani in mausoleo marmoreo, quod igitur sudat, sed - non adunantur in rivum gutte, nisi mortem alicuius divitis Romani - prophetantes. Aiunt enim, quod, cum imminet domino pape migratio, - rivus in terram defluit; cum alicui magnatum, usque ad tertiam vel - quartam vel quintam partem emanat, quasi cuiusque dignitatem arto - designans vel ampliori fluento. Licet autem Gerbertus avaricie - causa glutino diaboli diutissime detentus fuerit, magnifice tamen - in manu forti Romanam rexit ecclesiam, a cuius, ut dicitur, - possessionibus omnium successorum suorum temporibus aliquit - defluxit. - - -8. - -_Chronica Albrici monachi Trium Fontium a monacho novi monasterii -Hoiensis interpolata_ (ap. PERTZ, _Mon. Germ., Script._, t. XXIII, -pp. 774, 778.) Alberico scriveva negli anni intorno al 1280; -l'interpolatore (che poche cose aggiunse) prima del 1295. - - Guido: Bis igitur in regno Francie iam mutata regali serie, fit - regum tertio nova successio de Hugonis Magni progenie. Nam Clodovei - primo Pipinus Karoli Magni pater a sceptris amovit heredes. Secundo - dux Hugo Karoli Magni sobolem extirpavit a regni solio, quod sibi - suoque generi confirmavit. Venerat et gratiam magnam apud ipsum - invenerat ille peritus artium et famosus ingenii subtilitate - Gerbertus, qui in Gallia Remis ut dicitur natus, monachus a - puero apud Floriacum adolevit, mox in Hyspaniam profugiens, ut - astrologiam a Sarracenis disceret, et desiderio satisfecit. Ibi - liberales artes ita ebibit, quod eas industria magna revocaret in - Galliam, omnino ibidem pridem obsoletas. Abbacum certe primus a - Sarracenis rapuit, et regulas dedit que a sudantibus abbacistis vix - intelliguntur. Ibi quid cantus et volatus avium portendat edidicit, - ibi etiam excire tenues ex inferno figuras, ibi quidquid noxium vel - salubre curiositas humana scrutabatur, deprehendit. Unus erat codex - magistri sui totius artis conscius, quem sub eius cervicali positum - nocte rapuit et aufugit. Profugus ergo respiciens eadem peritia, - qua persequebatur eum magister suus, sub ponte ligneo, qui proximus - erat, se pendulus occulit, pontem amplectens, ut nec aquam nec - terram tangeret. Ita querentis aviditate frustrata devenit ad mare. - Ibi per incantationem dyabolo accersito perpetuum illi paciscitur - hominium, si se a persequente ultra pelagus eveheret defensatum; et - ita factum est. Inde cum redisset in Franciam et arcem in doctrina - teneret artium, quia regis Hugonis filium Robertum liberalibus - disciplinis instruxit; idem rex eum in sedem Remensis ecclesie - irreverenter, ut postea dicetur, intrusit [p. 774]. - - - Ex relatione Guidonis et Guilelmi: Gerbertus, qui et Silvester - papa, de quo premisimus, fuderat sibi caput certa inspectione - siderum, quod non nisi interrogatum loqueretur, sed verum vel - affirmative vel negative. Verbi gratia diceret Gerbertus: _Ero - apostolicus?_ responderet statua: _Etiam. Moriar, antequam cantem - missam in Ierusalem? Non._ Quo illum ambiguo deceptum ferunt. Nec - enim providit, quod est Rome ecclesia Ierusalem dicta, ad quam - quicumque reus criminis confugerit, subsidium pacis invenit. Hanc - ferunt fuisse Romuli asilum. In hac ergo, cum ex more cantasset, - invaletudinis ictus ingemuit consultaque statua deceptionem - et mortem suam cognovit. Advocatis igitur cardinalibus, cum - facinora sua deplorasset, dilaniari se membratim et foras proiici - iussit: _Habeat_ inquiens _membrorum officium, qui eorum quesivit - hominium._ - - De hoc ergo in quodam libello, ubi agitur de sanctuario - Lateranensis ecclesie, ita scriptum reperitur: In dextro latere - ecclesie Lateranensis prope altare sanctorum Vincentii et Anastasii - martirum iacet Gerbertus Remorum archiepiscopus, qui papa effectus - Silvester fuit appellatus. Quod autem tumba eius guttas quasi - lacrimarum emittat, quando aliquis papa vel aliquis cardinalis - magnus mortuus est, satis probatum est et satis vulgatum. Dicitur - etiam, quod quicumque tumbam eius visitaverit et _Pater noster_ ibi - dixerit, quotiens hoc fecerit, indulgentiam obtineat aliquot dierum - a summis pontificibus statutam [p. 778]. - - -9. - -FILIPPO MOUSKET, _Chronique rimée_, vv. 15434-15599 (ap. PERTZ, _Mon. -Germ., Script._, t. XXVI, pp. 727-9). Filippo non visse oltre il 1244. - - Kapès, cil rois, bien m'en sai ciert, - Fist faire arcevesque Gerbiert 15435 - A Rains, et puis fu desposés. - Si s'en est a Othon alés, - Qui de Roume estoit emperere, - Et la mellour de son empere - Arcevesquié lues li dona, 15440 - C'est Ravenne, u il l'asena. - Et tout çou fu par l'anemi, - Dont Gerbiers ot fait son ami - Puis l'ama il si durement, - Qu'il le fist aukes fausement 15445 - Apostole sacrer a Roume, - Dont l'escriture cest vier nomme: - _Scandit ab er Gerbertus ad er, - Fit papa vigens vigens er._ - C'est a dire que d'er monta 15450 - Gerbiers a er, point n'i douta, - Et apriès si refu d'er pappe, - Ki Rains, Ravenne et Rome atrape. - Car par R comence Rains, - Et de Ravenne premerains, 15455 - Est R li mos; ausi de Rome - Li mos premiers est R. c'on nomme. - Mais çou dïent li anciien, - Que cil papes Gerbiers sans bien - Siervi son signour le deable, 15460 - Tant qu'il en vint a tele estable - Qu'en la tiere de Belleem - Quida canter en Jhursalem. - S'a defors Rome une capiele, - Jursalem a non, moult est biele. 15465 - Gerbiers ot demandé un jour - Al deable, le sien signour, - K'il li desist quant il morroit. - Et il li dist qu'il feniroit, - Quant canteroit en Jhursalem. 15470 - Li pape entendi Belleem - Et Jherusalem en Surïe, - Si pensa que la n'iroit mïe, - Et dont ne morroit il ja mais, - Si durroit sa joie et ses mais. 15475 - A la capiele dont jou di, - Defors Romme vint un mardi. - La se vot Gerbiers pour canter, - De l'autre Jursalem oster. - Et il comença le sierviche 15480 - De male pensee et faintiche, - Ensi com il ot fait maint jor - El despit de nostre signor. - Mais pour faillir ne pour trecier - Ne pooit il point empirier 15485 - Le siervice k'il devoit faire, - Coment qu'il fust en mal afaire, - Ne ausi ne puet autres om - Del comencement jusqu'à som. - Car Dameldieux si l'a fait tel, 15490 - Pour ke priestres vient a l'autel - Pour le siervice comenchier, - N'acroistre ne apetichier - Nel puet il; mais s'il i quiert mal, - Lui mëismes met en traval, 15495 - En painne et en dampnation - Par sa male devotion; - Et comment qu'il soit fel ne faus, - S'est li cors Dieu sacrés et saus. - Si con pappe Gerbiers cantoit, 15500 - Ki del cors Dieu ne s'i gaitoit, - Es vous d'infier les anemis, - Tous a guise de corbous mis, - Par l'air volant, et de woltoirs - Grant noisse faissant, lais et noirs; 15505 - Sour la capiele sont asis - Plus de cinc cens et trente sis; - Quar pour son desloial peciet - Li avoient cel jor ficiet. - Et quant li pappe mious s'envoisse, 15510 - Si demenerent si grant noisse - Que li peules et li clergiés - S'en est forment esmiervilliés: - Quar moult s'aloient deferant. - Gerbiers s'i reconnut esrant; 15515 - Quar dit li ot li anemis, - Ki ses sire iert et ses amis, - Et il ses om et ses siergans, - Si l'ot mis a ces honors grans, - Dont il estoit en cel peril 15520 - Que jusqu'à tant ne morroit il - K'en Jerusalem canteroit; - Et il, qui garder s'en quidoit, - Ot canté en cele capiele, - Pour quoi li anemis l'apiele, 15525 - Quar ses tiermes iert acomplis. - Gerbiers en fu moult asoplis; - Ses viestemens a desviestus, - S'en est al ventaile venus. - De cuer moult tristre et nonjoiant 15530 - Regehi tout, la gent oiant, - Comment le diable ot siervi, - Par quoi il ot çou desiervi, - Qu'il l'avoit mis en tele honor - K'il ne pooit avoir grignor. 15535 - Et dist: 'Signour, pour Dieu mierci, - Si m'a diables avanchi'. - Lors apiela un sien siergant - Et fist prendre un coutiel trençant - Que il a son keus demanda, 15540 - Et puis al siergant commanda, - En remission des peciés - Dont il estoit plus enteciés, - Et pour Jhesu Crist autresi, - Ki li avoit souffiert ensi, 15545 - Que maintenant, voiant tamains, - Li trençast les pies et les mains, - Dont il estoit devenus om - Al diable jusques a som, - Et sa langue trençast apriès, 15550 - Dont il fu de parler engriès; - Et les pies ans deus li trençast, - Si que ja mais viers lui n'alast, - Qu'il fist premiers et maintes fois. - A çou faire n'ot nul defois: 15555 - Mains et langue et pies li trença, - Les pieches fors en balancha, - Et li corbiel les em portoient, - Voiant tous çaus ki la estoient. - Et dont fist il ses ious crever, 15560 - Pour l'afaire mious aciever, - Dont le diable avoit vëu, - Ki tant li avoit pourvëu. - Et puis fist ses levres coper, - Pour s'arme plus a descouper, 15565 - Dont il ot l'anemi baissié, - Ki si l'avoit mal aaissié. - Les gens en orent grans miervelles, - Quar il fit trencier ses orelles, - Dont il ot öis les mesdis 15570 - Que li sathanas li ot dis. - Voians tous, non mïe sos cape, - Fist decoper Gerbiers li pappe - Trestous ses menbres un et un - Et fors gieter as cans cascun, 15575 - Pour çou qu'en lieu desconvenable - En avoit siervi le diable. - Et li corbou et li woutoir, - Ki diable ierent lait et noir, - Les pieces entr'aus devoroient. 15580 - Et moult grant noisse demenoient - Pour l'arme k'il orent pierdüe, - Dont fait orent longe atendüe. - Tout ensi cil pappe Gerbiers - Ne fu pas en la fin bobiers, 15585 - Mais del tout a Dieu s'asenti, - Si que pour mort vïe senti, - Et Dieux ne voloit perdre mïe - L'arme qu'il li avoit cargïe. - Si fait savoir, qui de cuer fin 15590 - Se doune a Dieu devant sa fin; - Quar, puis que faire le savra, - Ja tant de peciés fais n'avra - Que Dameldieux n'en ait mierci. - Pappe Gerbiers s'adevanci, 15595 - Car point ne se desespera: - Se li cors son mal compera, - L'arme fu sauve, ce croit l'on, - A quanque savoir en puet l'on. - - -10. - -_Chronica minor auctore minorita Erphordiensi_ (ap. PERTZ, _Mon. Germ., -Script._, t. XXIV, pp. 186-7). L'ignoto autore compose la sua cronica -negli anni 1261-6. - - Post hunc papam Johannem 149, qui sedit menses 10, et ultimo - excecatum et precipitatum, Silvester papa 150 ordinatur, sedit - annis 4, mens. 5. Iste vocabatur Gerbertus. Iste dicitur fuisse in - papatu magus et nigromanticus et dyabolum pro diviciis adorasse, - et ei a dyabolo fuisse promissum, quod nunquam moreretur, nisi - prius veniret in Ierusalem. Hoc intellexit papa de Ierusalem - ultra mare et quomodo voluit vixit. Set cum hic papa quadam die - Rome in capella, quam construxit Constantinus et Helena, ubi et - plurimas [p. 187] reliquias recondiderunt, que vocatur Ierusalem, - missarum sollempnia celebrasset, dixit ei suus dominus dyabolus: - 'Ecce in Ierusalem fuisti, nunc morieris tu et non vives'. Quo - audito, Silvester qui et Gerbertus male sibi conscius, ostendens - magna signa compunccionis, in quadam capella, que Rome sita est - inter Lateranum et Coliseum, iussit se ipsum, amputatis manibus et - pedibus suis ac aliis membris, enormiter et crudeliter mutilari, - et sic vitam Gerbertus in ipsa capella finivit. Unde in eandem - capellam, que Gerberti appellatur, nullus papa in detestacionem - illius facti postea intrare voluit nec curavit. - - -11. - -MARTINO POLONO (m. 1279), _Chronicon_ (ap. PERTZ, _Mon. Germ., -Script._, t. XXII, p. 432). - - Silvester II. sedit annis 4, mense 1, diebus 8, et cessavit - episcopatus diebus 23. Iste nacione Gallicus nomine Gilbertus - mortuus fuit ad Sanctam crucem in Iherusalem. Hic primum iuvenis - Floriacensis cenobii in Aurelianensi diocesi monachus fuit, - sed dimisso monasterio homagium diabolo fecit, ut sibi omnia - succederent ad votum, quod diabolus promisit adimplere. Ipse - obsequiis diaboli frequenter insistens, super desideriis suis cum - eo loquebatur. Veniens autem in Hyspalim Hispaniae causa discendi - in tantum profecit, quod sua doctrina etiam maximis placuit. Habuit - enim discipulos Ottonem imperatorem et Robertum regem Francie, - qui inter alia sequenciam _Sancti spiritus adsit nobis gratia_ - composuit, et Leothericum, qui post fuit archiepiscopus Senonensis. - Sed quia idem Gilbertus quam plurimum honores ambiebat, diabolus - ea quae petebat ad votum implevit. Fuit enim primo Remensis - archiepiscopus, post Ravennas, tandem papa, et tunc quaesivit a - diabolo, quamdiu viveret in papatu. Responsum habuit, quamdiu non - celebraret in Iherusalem. Gavisus fuit valde, sperans se longe esse - a fine, sicut fuit longe a voluntate peregrinacionis in Iherusalem - ultra mare. Et cum in quadragesima ad ecclesiam que dicitur - Iherusalem in Laterano celebraret, ex strepitu demonum sensit sibi - mortem adesse. Suspirans ingemuit; licet autem sceleratissimus - esset, de misericordia Dei non desperans, revelando coram omnibus - peccatum, menbra omnia, quibus obsequium diabolo prestiterat, - iussit precidi et demum truncum mortuum super bigam poni, et ut - ubicumque animalia perducerent et subsisterent, ibi sepeliretur. - Quod et factum est. Sepultusque est in ecclesia Lateranensi, et - in signum misericordie consecute sepulchrum ipsius tam ex tumultu - ossium, quam ex sudore presagium est morituri pape, sicut in eodem - sepulchro est litteris exaratum. - - -12. - -_Flores temporum auctore fratre ordinis minorum_ (ap. PERTZ, _Mon. -Germ., Script._, t. XXIV, p. 245). Furono scritti negli ultimi anni del -secolo XIII. - - Silvester II anno Domini 997, sedit annos 4, mensem unum. De - cuius vita pessima et morte bona breviter est dicendum. Gilbertus - antea vocabatur, apostata nigromanticus se dyabolo sub iuramento - tradens, ut daret sibi divicias, sciencias et honores magnos. - Igitur discipulos congregavit, scilicet Ottonem imperatorem, - Rupertum regem Francie, Leotonium archiepiscopum Senensem, adhuc - pueros. Quorum auxilio tres archiepiscopatus adeptus est, Remensem, - Ravennensem et papatum. Cui dyabolus promisit vitam, donec in - Ierusalem missam celebraret. Sic autem vocatur capella [in Roma], - quam fecit Helena. Ubi dum celebraret, ex demonum strepitu mortem - timens, publice confessus est; et pedibus ac manibus amputatis, - super bigam cum equo indomito positus, ad Lateranensem ecclesiam - est devectus. Cuius sepulchrum insudat vel strepit, quando papa - mortuus est; et hoc [est] in signum misericordie consecute. - - -13. - -LEONE D'ORVIETO, _Chronica Summorum Pontificum_ (ap. LAMI, _Deliciae -eruditorum_, vol. II, pp. 162-3). Leone condusse la sua Cronica sino al -1314. - - Silvester, natione Gallicus, nomine Gilbertus, qui mortuus fuit - ad sanctam Crucem in Ierusalem, sedit annis tribus, mense uno. - Hic primum iuvenis Floriacensis coenobii in Aurelianensi dioecesi - Monachus fuit, sed dimisso Monasterio, homagium diabolo fecit, ut - sibi omnia ad votum succederent, quod diabolus promisit implere. - Ipse obsequiis diaboli insistens, frequenter super desideriis - suis cum eo loquebatur. Veniens autem Hispalim Hispaniae, causa - discendi, in tantum profecit, quod sua doctrina etiam maximis - placuit; habuit enim discipulos, Othonem Imperatorem, et Robertum - Regem Franciae (qui inter alia Sequentiam [p. 163], _Sancti - Spiritus adsit nobis gratia_, composuit) et Leoteringum, qui - post fuit Episcopus Senonensis. Sed idem Gilbertus quia plurimum - honores ambiebat, diabolus, ea quae petebat, ad votum implevit; - fuit enim post Remensis Archiepiscopus; post Ravennensis, vel - Ravennas; tandem Papa: et tunc quaesivit a diabolo, quantum viveret - in Papatu; responsum habuit, quamdiu non celebraret in Ierusalem. - Gavisus fuit valde, sperans se longe vivere, et longe esse a - fine, sicut longe fuit a voluntate peregrinationis in Ierusalem - ultra mare. Et quum in Quadragesima in ecclesia, quae dicitur - Ierusalem, celebraret, ex strepitu daemonum, praesensit sibi - mortem imminere, et suspirans ingemuit. Licet autem sceleratissimus - esset, de misericordia Dei non desperans, coram omnibus revelando - peccatum suum, membra omnia, quibus diabolo obsequium praestiterat, - iussit praecidi, et demum truncum mortuum super bigam poni, ut - ubicumque animalia perducerent, et subsisterent, ibi sepelirent; - sepultusque est in Lateranensi ecclesia, et in signum misericordiae - consequutae, sepulcrum ipsius, tam ex tumultu ossium, quam ex - sudore, praesagium est morituri Papae, sicut in eodem sepulcro est - in litteris exaratum. - - -14. - -RICOBALDO DA FERRARA, _Historia pontificum romanorum_ (ap. MURATORI, -_Scriptores_, t. IX, coll. 172-3). Ricobaldo fioriva nei primi anni del -secolo XIV. - - Silvester Secundus sedit ann. IV mens. I. dies VIII. et cessavit - diebus XXIII. imperante Ottone III. et post Henrico Primo. Hic - natione Gallicus nomine proprio Gilbertus, mortuus fuit Romae - ad Sanctam Crucem in Jerusalem. Hic primum juvenis Coenobii - Floriacensis Monachus fuit, mox omisso Monachatu Diabolo fecit - homagium, ut voti sui compos a Diabolo fieret, et Diaboli - familiaris alloquio multum per ipsum obtinuit. Studuit itaque - in Hispali Hispaniae, et in tantum profecit in Nigromantia, quod - sua doctrina maximis placuit. Habuit quoque Ottonem Imperatorem - discipulum et Robertum Regem Franciae, qui inter alia composuit - sequentiam: _Sancti Spiritus adsit nobis gratia, etc._ et - Neothericum, qui mox fuit archiepiscopus Senonensis. Ceterum idem - Gilbertus nimium honores ambiebat. Diabolus vero eum voti compotem - fecit. Fuit enim primo Archiepiscopus Remensis, post Ravennas, - et tandem Urbis Episcopus. Et Papatu fungens quaesivit a Diabolo, - quamdiu viveret in Papatu? responsum habuit; quamdiu non celebraret - in Jerusalem. Tunc valde gavisus, sperans multum a morte abesse, - sicut multum longe aberat a voluntate peregrinationis in Jerusalem - ultra mare. Cum autem in Quadragesima ad Ecclesiam [col. 173] quae - dicitur in Jerusalem apud Lateranum celebraret, per strepitum - Daemonum sensit mortem adesse. Suspirans igitur ingemuit; et - licet esset sceleratissimus, de Dei misericordia non desperans - coram omnibus peccatum suum confessus est, et membra omnia, quibus - Diabolo obsequium fecit, sibi jussit praecidi, et demum truncum - corporis sui exanimem super biga poni, et quocumque animalia illud - perducerent, ibi sisterent, atque ibi sepeliretur; quod factum - est. Sepultus est igitur in Lateranensi Ecclesia in misericordiae - signum, cum ad transeuntes sepulchrum ipsius, tam ex tumultu - ossium, quam ex sudore praesagium est morituri Papae; sicut eodem - sepulchro est literis exaratum. - - - - -DEMONOLOGIA DI DANTE - - -Una dottrina demonologica ordinata e compiuta negli scritti di Dante -non si trova, e nemmeno poteva esserci; ma da molti luoghi della -_Commedia_, e più particolarmente dell'_Inferno_, nei quali o sono -introdotti demonii, o si parla di demonii, e da alcuni altri sparsi -qua e là per le rimanenti opere, confrontati fra loro e aggruppati -opportunamente, si ricava un certo numero di credenze e di opinioni -che giova esaminare congiuntamente e conoscere. E come appena siensi -esaminate alquanto, una cosa anzi tutto si rileva, ed è che la -demonologia del poeta, in parte è dottrinale e dommatica, si rannoda -cioè alla speculazione e alla disquisizione teologica, in parte è -popolare, conforme cioè a certe immaginazioni comuni ai credenti -del tempo; senza che manchino per altro qua e là, dentro di essa, -vestigia di un pensar proprio e personale. Per ciò che riguarda la -parte dottrinale, il poeta l'ha senza dubbio attinta dalla teologia -scolastica, di cui egli si mostra, come tutti sanno, assai ampio -conoscitore, e più particolarmente dalle opere di S. Bonaventura, di -Alberto Magno, di S. Tommaso d'Aquino, il suo dottor prediletto. Non -è improbabile tuttavia che egli abbia udito in una od altra Università -d'Italia, forse anche di fuori, lezioni e dispute sopra un argomento di -tanta importanza quale si era nel medio evo la dottrina dei demonii, -intimamente congiunta con quella degli eterni castighi, e intorno a -cui s'erano sino dai primi tempi della Chiesa esercitati gl'ingegni -più acuti e più alacri. Se non che sono così scarse ed incerte le -notizie tramandateci degli studii e delle peregrinazioni di Dante, -che nulla si può affermare in proposito. Se fosse vero quanto afferma -Giovanni Villani, e infiniti ripeterono dopo lui, che Dante, sbandito -di Firenze, se ne andò allo studio di Bologna; quivi avrebbe potuto il -poeta apprendere di molte cose circa l'essere e le operazioni di Satana -e degli angeli suoi. Una ragione per crederlo si ha in quelle parole -che egli pone in bocca a frate Catalano de' Malavolti: - - Io udi' già dire a Bologna - Del diavol vizii assai, tra i quali udi' - Ch'egli è bugiardo, e padre di menzogna[79]. - -Ma comunque se la procacciasse, il poeta del mondo invisibile non -poteva non avere una dottrina demonologica: senza curarci d'altro, -vediamo qual sia[80]. - - -I. - -Gli è noto che il mito della ribellione e della caduta degli angeli -si fonda sopra alcuni luoghi del Nuovo Testamento, i quali non sono -di troppo sicura significazione. Un mito parallelo, e che ha radice -nel Testamento Antico, narra di angeli, che avendo avuto commercio -con le figlie degli uomini furono cacciati dal cielo. Entrambi i -miti trovarono credito fra i Padri dei primi secoli; ma poi il primo -soperchiò e fece in qualche modo dimenticare il secondo. Dante osserva -su questo punto la comune credenza del tempo suo. Nel _Convivio_ -egli chiama in generale i demonii _intelligenzie che sono in esilio -della superna patria_[81], e _piovuti dal cielo_ li dice nel c. VIII -dell'Inferno[82]; di Lucifero, - - Che fu la somma d'ogni creatura, - -dice nel XIX del Paradiso, che - - Per non aspettar lume cadde acerbo[83]; - -ma nel VII della prima cantica allude alla parte più drammatica del -mitico racconto, alla cacciata dei ribelli, vinti dall'arcangelo -Michele, che - - Fe' la vendetta del superbo strupo[84]; - -e _cacciati dal ciel, gente dispetta_ li chiama nel IX[85]. Essi -corsero in colpa immediatamente dopo la loro creazione: - - Nè giungeriesi, numerando, al venti - Sì tosto, come degli angeli parte - Turbò il suggetto dei vostri elementi[86]; - -e ciò avvenne fuori della intenzione divina, benchè non fuori della -divina prescienza[87]. Cagione della colpa fu la superbia; e invidia -e superbia sono, secondo S. Tommaso, i due soli peccati, che possano -propriamente capire nella diabolica natura[88]. - - Principio del cader fu il maledetto - Superbir di colui che tu vedesti - Da tutti i pesi del mondo costretto, - -dice Beatrice al poeta[89]; di colui che _fu primo suberbo_[90], e - - Contra il suo Fattore alzò le ciglia[91]. - -Di tutti gli ordini degli angeli _si perderono alquanti tosto -che furono creati, forse in numero della decima parte; alla quale -restaurare fu l'umana natura poi creata_[92]. I cacciati dal cielo -furono precipitati sopra la terra: Lucifero cadde _folgoreggiando_[93], -dalla parte dell'emisfero australe, - - E la terra, che pria di qua si sporse, - Per paura di lui fe' del mar velo, - E venne all'emisperio nostro; e forse - Per fuggir lui lasciò qui il loco voto - Quella che appar di qua e su ricorse[94]. - -Questa mirabile immaginazione è, per quanto io so, tutta propria di -Dante, e dà luogo ad alcune difficoltà sulle quali io non intendo di -trattenermi[95]. Ma non tutti gli angeli tristi peccarono egualmente: -alcuni di essi si serbarono neutrali; - - non furon ribelli, - Nè fûr fedeli a Dio, ma per sè foro. - -Cacciati dal cielo, e rifiutati dal profondo Inferno, essi scontano la -loro pena nel vestibolo, insieme con - -l'anime triste di coloro Che visser senza infamia e senza lodo[96]. - -Dicono i commentatori, ultimo lo Scartazzini, tal classe di angeli -neutrali non trovarsi nella Bibbia, ed esser forse invenzione di Dante. -Che nella Bibbia non si trovi è verissimo[97]; ma non così che Dante -ne sia l'inventore. Nella leggenda del Viaggio di S. Brandano, la cui -redazione latina risale, per lo meno, all'XI secolo, si legge che, nel -corso della sua avventurosa navigazione, il santo, co' suoi compagni, -giunse ad un'isola, dove trovò un albero meraviglioso, popolato di -uccelli candidissimi, i quali erano appunto angeli caduti, ma non -però malvagi[98]. Essi non soffron castigo, ma sono fuori dell'eterna -beatitudine. Certo, la finzione della ingenua leggenda si scosta per -più ragioni da quella del poeta, ma ha con essa un concetto comune, il -concetto di una schiera di angeli che, travolti nella ruina, perdettero -il cielo, senza diventar propriamente ospiti dell'Inferno. La leggenda -di S. Brandano fu una delle più diffuse nel medio evo, e passò dalle -redazioni latine, di cui rimangono ancora innumerevoli manoscritti, -nelle volgari, dove ebbe spesso a soffrire alterazioni di più maniere. -Si può tenere per certo che Dante la conobbe. Del resto quella finzione -non ricorre soltanto nella leggenda di S. Brandano. Ugone di Alvernia, -eroe di uno strano romanzo, del quale, perdutasi la redazione francese -originale, non rimangono se non rifacimenti franco-italiani e italiani, -viaggiando alla volta dell'Inferno, trova, in prossimità del Paradiso -terrestre, e in forma di uccelli neri, demonii d'intermedia natura, -i quali han riposo la domenica[99]. Ora, sebbene nella descrizione -dell'Inferno, quale si ha nei rifacimenti nostri, sieno evidenti -gl'influssi danteschi, molto nulladimeno è in essa che va esente da -tali influssi e che certamente appartiene a immaginazioni e tradizioni -predantesche, accolte nel poema primitivo[100]. E al poema primitivo -tengo per fermo che spetti quanto si dice di quei demonii intermedii, -la cui condizione è non poco disforme dalla condizione che Dante -attribuisce agli angeli del _cattivo coro_. Assai probabilmente la -intera finzione passò nell'_Ugone d'Alvernia_ dalla leggenda di S. -Brandano. Nè questo basta. Una finzione consimile si trova in un altro -poema, di un buon secolo anteriore alla _Divina Commedia_. Wolfram von -Eschenbach (m. c. il 1220) fa dire a Trevrizent, nel suo _Parzival_, -che i primi custodi del Santo Gral furono gli angeli che nella -battaglia fra Lucifero e Dio si mantenner neutrali[101]. - - -II. - -I demonii che Dante pone nel suo Inferno si possono, avuto riguardo ai -luoghi di loro provenienza, dividere in due classi, demonii biblici e -demonii mitologici, secondochè sono tolti alla tradizione scritturale -e patristica, o al mito pagano. Così è che insieme con Satana, o -Beelzebub, o Lucifero[102], troviamo nel doloroso regno Caronte, -Minosse, Cerbero, Plutone, Flegias, le Furie, Medusa, Proserpina[103], -il Minotauro, i Centauri, le Arpie, Gerione, Caco, i Giganti. E non -solo il poeta ricorda molti più demonii mitologici che non biblici; ma -assegna inoltre a quelli, fatta eccezione pel solo Lucifero, officii -assai più importanti che a questi; infatti, mentre agli altri demonii -è solo commesso di tormentare alcune classi di dannati, il che è pure -commesso ai Centauri e alle Arpie, Caronte traghetta le anime, Minosse -le giudica, Cerbero e Plutone stanno a guardia, l'uno del terzo, -l'altro del quarto cerchio, e via discorrendo. Ma qui c'è argomento a -parecchie osservazioni. - -Più volte fu Dante ripreso per aver mescolato insieme cose appartenenti -al mito pagano e cose appartenenti alla credenza cristiana; e chi lo -riprese in nome di questa credenza medesima, contaminata, in qualche -modo, per tale immistione; chi in nome di certe convenienze estetiche, -quanto evidenti e necessarie a chi le propugna, tanto ignote ai tempi -di Dante e un gran tratto ancora prima e dopo di lui. Considerare -poi quella mescolanza come l'effetto anticipato di certe tendenze e -di certe usanze dell'umanesimo, se non è erroneo in tutto, è erroneo -in gran parte, e bisogna a questo proposito distinguere una doppia -tradizione, letteraria e popolare. - -Echi e riflessi del mito pagano si trovano in molte descrizioni -dell'Inferno cristiano, a cominciare dai primi secoli della Chiesa e -a venir giù giù sino ai tempi che immediatamente precedono Dante. Il -Tartaro, l'Averno, il Flegetonte e gli altri fiumi infernali, la palude -Stigia, Caronte, Cerbero, ricorrono frequentissimi[104]. L'Inferno -descritto nel _Roman de la Rose_ ha tra' suoi abitatori Issione, -Tantalo, Sisifo, le Danaidi, Tizio[105]; e Alano de Insulis pone a -dominare nelle _tartaree sedi_ le Furie[106]. - -Qui noi ci troviamo di fronte a una tradizione letteraria; ma questa -non è la sola, chè insieme con essa va anche una tradizione popolare. - -È noto che la Chiesa cristiana non giunse a far ciò, che a un certo -punto della loro storia religiosa (ma a un certo punto solamente) -fecero gli Ebrei: negare cioè in modo reciso e assoluto l'esistenza -degli dei delle genti. La Chiesa cristiana, qual che ne fosse la -ragione, che a noi ora non tocca indagare, non negò l'esistenza delle -deità pagane, ma la divinità, e con lo stesso giudizio le convertì -in demonii. Non è cosa su cui gli apologeti e i Padri della Chiesa -primitiva insistano con più vigore; nè il fatto è tale da doverne -stupire se si pensa che in molte altre religioni avvenne per appunto -il medesimo[107]. Così si trasformarono in diavoli, non solamente gli -dei maggiori e minori, ma ancora i semidei, e degli dei quelli più -facilmente, come ben s'intende, cui già i pagani attribuivano qualità -paurose e maligne: inoltre le Lamie, le Empuse, le Arpie, le Chimere, i -Gerioni, non furono spenti, ma diventarono ospiti dell'Inferno, sudditi -e aiutatori di Satanasso. - -Si potrebbe tessere di questa trasformazione un'assai lunga e curiosa -istoria. I nomi delle antiche divinità, o almeno di alcune di esse, -continuarono a vivere nella memoria dei popoli bene o male convertiti, -e intorno a quei nomi nacquero superstizioni, leggende e fantasie. -Sant'Antonio incontrava nel deserto un centauro, e San Gerolamo non -sa risolvere se fosse apparizione diabolica, o mostro naturale[108]. -Incontrava anche un satiro che parlava e lodava Dio, ma per eccezione -certamente, giacchè quella del satiro fu una delle forme che più di -spesso si diedero al diavolo[109]. Ai tempi di Gervasio da Tilbury -(XII e XIII sec.) si parlava ancora di fauni, di satiri, di silvani, -di Pani, e molti affermavano averli veduti[110]: i fauni s'invocavano -ancora nella diocesi di Lione ai tempi di Stefano di Borbone (m. verso -il 1262)[111]. - -Mercurio diventa un diavolo nella leggenda di Giuliano l'Apostata; -Venere un diavolo in parecchie leggende, di cui la più famosa è -quella del cavaliere Tanhäuser[112]; un diavolo, com'è del resto -assai naturale, Vulcano. Sigeberto Gemblacense ricorda che certe -bocche vulcaniche in Sicilia, le quali si credevano essere spiracoli -dell'Inferno, si chiamavano da quegli abitanti col nome di Ollae -Vulcani[113]. C'erano diavoli acquatici che si chiamavano Nettuni, -pericolosi a chi si trovava in prossimità di acque profonde, e infesti, -pare, alle donne[114]; c'erano le sirene che, come in antico, traevano -a perdizione col canto gl'incauti navigatori[115]. - -Demonio di molta importanza diventò Diana, certamente in grazia della -identificazione sua con Ecate e con Proserpina. Di Diana demonio si -discorre nella leggenda di S. Niccolò[116], mentre altre leggende la -designano più propriamente come il demonio meridiano[117]. In una -Vita di S. Cesario, vescovo di Arles (m. 542) si fa menzione di un -demonio chiamato Dianum dai campagnuoli[118]. Un canone, indebitamente -attribuito al sinodo di Ancira dell'anno 314, ma riportato da Reginone, -abate di Prüm (m. 915)[119], da Burcardo di Worms (m. 1024)[120], da -Graziano (m. 1204?)[121], fa menzione di donne le quali s'immaginavano -di andare in giro la notte, a cavallo di varii animali, in compagnia di -Diana e di Erodiade; e a questa stessa superstiziosa credenza alludono, -un Capitolare di Lodovico II imperatore, dell'anno 867[122], il già -citato Stefano di Borbone[123], Giovanni Herolt (m. 1418)[124], e -altri. Anzi è da notare che il nome di Diana e la credenza accennata -non sono per anche in tutto dileguati dalla memoria di alcuni popoli -cristiani[125]. Sant'Eligio, morto poco oltre il mezzo del settimo -secolo, dice in un sermone famoso, combattendo certi avanzi di credenze -pagane: _Nullus nomina daemonum, aut Neptunum, aut Orcum, aut Dianam -invocare praesumat_[126]. Il pessimo pontefice Giovanni XII fu, nel -sinodo romano del 963, accusato d'aver bevuto alla salute del diavolo, -_diaboli in amorem_, e di avere, giocando a dadi, invocato l'ajuto di -Giove, di Venere, _ceterorumque demonum_[127]. - -Se, dunque, le antiche divinità s'erano tramutate in demonii, era, non -pure lecito, ma necessario, porle con gli altri demonii in Inferno. -Gli autori delle _Chansons de geste_ ricordano spesso quali diavoli -Giove ed Apollo, talvolta i Nettuni rammentati di sopra e Cerbero[128]. -Cerbero apparisce inoltre come cane infernale in alcun documento di -poesia medievale tedesca[129], e in molti di poesia latina[130]. Nella -Visione di Tundalo, Vulcano e i suoi ministri arroventano nel fuoco -le anime, le martellano sulle incudini[131]; nella _Kaiserchronik_ si -racconta che l'anima di Teodorico fu portata dai demonii nel monte, -a Vulcano, _in den berc ze Vulkân_[132]. Dante anche in ciò non fece -se non seguire la tradizione e il costume, salvo che egli si contentò -di porre nell'Inferno cristiano divinità pagane infernali, e lasciò -in pace Giove, Apollo e gli altri; anzi il nome di sommo Giove diede -a Cristo. Forse non gli bastò l'animo di abbassare alla condizione di -diavoli malvagi e deformi le divinità luminose di cui la fantasia di -lui doveva pure essersi innamorata leggendo Virgilio e gli altri poeti -latini[133]. - -Ma i diavoli mitologici dell'Inferno dantesco porgono argomento a più -altre considerazioni. - -Dante ricorda parecchi giganti tolti al mito pagano (Efialte, Briareo, -Anteo, Tizio, Tifeo) e uno tolto al mito biblico (Nembrot): sono essi -demonii nel concetto del poeta? Credo che sieno a quel modo che i -Centauri, ed anche perchè, quelli del mito pagano almeno, sono, non -uomini, ma dei. Quanto a Nembrot si può osservare che, sonando il -corno, e poi con le inintelligibili e orrende parole, egli sembra, o -volere spaventare i poeti che si avvicinano, o avvertire Lucifero di -loro venuta[134], e così fa presso a poco ciò che già prima avevano -fatto Caronte, Minosse, Cerbero, Plutone. Perciò non si può dire che -i giganti sieno in luogo a loro non conveniente, laggiù nel pozzo -dell'ottavo cerchio. Demonii appunto erano, secondo un'antica opinione, -i giganti nati dal commercio degli angeli e delle figlie degli -uomini[135]; giganti nerissimi, trova Carlo il Grosso[136] nell'Inferno -da lui veduto, intesi ad accendere ogni maniera di fuochi[137]; -nelle _Chansons de geste_ i giganti sono spesso considerati come -diavoli venuti fuor dall'Inferno, o come figli di diavoli[138], e -Tundalo vede due enormi giganti tenere aperta la voraginosa bocca -del mostro Acheronte, la quale _capere poterat novem milia hominum -armatorum_[139]. - -Minosse e Flegias sono due semidei, figlio di Giove l'uno, di Ares -o Marte l'altro. A prima giunta sembra che se ciò che in essi era -di divino doveva rendere possibile e provocare la trasformazione in -demonii, ciò che era di umano doveva impedirla, se non per Minosse, -il quale aveva già trovato posto, come giudice, nell'Inferno pagano, -almeno per Flegias[140]. Ma, in verità, questo impedimento non c'era. -Nei demonii Giuseppe Flavio riconosceva le anime degli uomini malvagi -(ανθρῶπων πονηρῶν πνεύματα)[141]: nelle _Chansons de geste_ appajono -spesso come demonii Nerone, Maometto, Pilato[142]; e come demonio -appare Maometto nel poema di Giacomino da Verona, _De Babilonia -civitate infernali_[143]. Dante stesso riconosce una grande affinità -fra lo spirito dell'uomo malvagio e il demonio, quando col nome di -demonio appunto chiama l'anima dannata[144], e Demonio dice Maghinardo -Pagani[145]. Come Dante di Minosse, Wolfram von Eschenbach fa un -diavolo di Radamanto[146]. - - -III. - -Dante dà un corpo ai demonii, seguendo in ciò la opinione di molti -Padri e Dottori della Chiesa e la vulgata credenza[147]; ma di che -natura è desso? Sia che il poeta non avesse in proposito concetti -ben definiti, sia che la materia del suo poema e certe convenienze -di trattazione non gli permettessero di sempre osservarli, fatto sta -che in quanto egli dice o accenna a tale riguardo si nota incertezza -e contraddizione. Le opinioni stesse dei Padri non sono troppo -concordi. Fra quella di Gregorio Magno, che voleva i diavoli al tutto -incorporei[148], e quella di Taziano, che volentieri esagerava la -materialità loro[149], alcuna ve n'è più temperata; ma si ammetteva -quasi generalmente che i demonii avessero un corpo formato d'aria o -di fuoco; anzi un corpo si attribuiva anche agli angeli, e si diceva -che, dopo la caduta, quello dei demonii era divenuto più grossolano e -più spesso. Dante ha gli angeli in conto di forme pure, di _sustanze -separate da materia_[150], e nulla dice del modo onde i demonii -acquistarono un corpo; ma forse ci può dar qualche lume in proposito, -quanto egli dice del modo che tengon le anime uscite di questa vita -nel formarsene uno d'aria condensata[151]. E badisi che qui si discorre -del corpo che i demonii hanno in proprio, e non di quello onde possono -rivestirsi accidentalmente, per loro particolari propositi. - -Ho accennato a incertezze e contraddizioni di Dante in sì fatto -argomento. Il corpo di cui è provveduto il demonio Flegias è certo un -corpo sottilissimo, non più pesante dell'aria entro a cui si muove, e -in tutto simile all'ombra di Virgilio, giacchè la barca con cui egli fa -passare ai due poeti la palude degli iracondi sembra carca solo quando -Dante vi entra[152]. Il corpo di Lucifero per contro dev'essere assai -più denso e grave, non solo per quel suo essersi sprofondato sino al -punto - - Al qual si traggon d'ogni parte i pesi; - -e perchè la _ghiaccia_ lo stringe tutto intorno e ritiene, come -solo può fare solido con solido; ma ancora perchè i due poeti, e -specialmente Dante, che è d'ossa e di polpe, possono scendere e -arrampicarsi sopra di esso non altrimenti che se fosse una rupe[153]. -Può darsi che Dante abbia con pensato proposito dato un corpo più -grossolano e più denso al più malvagio degli angeli ribelli, a colui -che è - - Da tutti i pesi del mondo costretto[154]; - -ma vuolsi notare che qualche incertezza egli lascia scorgere anche -riguardo ai nuovi corpi rivestiti dalle anime dannate o purganti. -Nell'Antipurgatorio il poeta vuole abbracciare Casella e non può: - - O ombre vane, fuor che nell'aspetto! - Tre volte dietro a lei le mani avvinsi, - E tante mi tornai con esse al petto[155]; - -e pure trova poco più oltre le anime dei superbi che si accasciano -sotto i ponderosi massi[156]. Nel terzo cerchio dell'Inferno i poeti -passano _su per l'ombre che adona la greve pioggia_, e pongono le -piante - - Sopra lor vanità che par persona[157]; - -ma nel nono Dante _forte percote il piè nel viso ad una_ delle anime -triste dell'Antenora[158]. Virgilio non isparge ombra in terra[159]; ma -è in grado di sollevare e portar Dante[160]. - -Quanto alla forma e all'aspetto de' suoi demonii Dante non dice gran -che, fatta eccezion per Lucifero. Caronte è da lui dipinto[161] quale -già il dipinse Virgilio. Minosse ha più del bestiale e del diabolico: -sta orribilmente, ringhia, agita una lunga coda, con cui può cingersi -ben nove volte il corpo, quanti sono i cerchi dell'Inferno[162]. -Plutone, che Virgilio chiama _maladetto lupo_, mostra altrui un volto -gonfio d'ira (_enfiata labbia_), una sembianza di _fiera crudele_, ha -la voce _chioccia_[163]. Gerione, mutato l'aspetto che già ebbe nel -mito, ha faccia d'uom giusto, il resto di serpe, due branche pelose, -coda aguzza, il dorso, il petto, le coste simbolicamente dipinti di -nodi e di rotelle[164]. Cerbero[165], le Furie[166], il Minotauro[167], -i Centauri[168], le Arpie[169], serbano invariate le forme -tradizionali; e così dicasi dei Giganti, dei quali non si descrive se -non la smisurata statura[170]. - -Ma non mancano nell'Inferno dantesco diavoli in cui più propriamente -si scorge l'aspetto che ai nemici dell'uman genere attribuì la turbata -fantasia dei credenti, specie nel medio evo. Questi diavoli sono neri -(_angeli neri[171], neri cherubini_)[172], quali già s'immaginavano nel -IV secolo[173], e con forma umana, la forma che in quel medesimo tempo -si attribuì loro[174]. I demonii che sferzano i mezzani nella prima -bolgia dell'ottavo cerchio, sono cornuti[175]; Ciriatto è sannuto[176]; -Cagnazzo mostra, non un volto, ma un muso[177]; ed essi e i compagni -loro sono armati di artigli[178]. Il demonio che butta giù nella pegola -spessa dei barattieri _uno degli anziani di Santa Zita_ è dipinto quale -infinite opere d'arte del medio evo appunto cel mostrano: - - Ahi, quanto egli era nell'aspetto fiero! - E quanto mi parea nell'atto acerbo, - Con l'ale aperte e sovra i piè leggiero! - L'omero suo, ch'era acuto e superbo, - Carcava un peccator con ambo l'anche, - E quei tenea de' piè ghermito il nerbo[179]. - -Se non che bisogna dire che Dante, trattenuto forse da un delicato -sentimento d'arte, non diede a nessuno dei demonii suoi, nemmeno -a Lucifero, la deformità abbominevole che spesso hanno i demonii -descritti nelle leggende, o ritratti da pittori e scultori nel medio -evo[180]. - -Lucifero, il principe dei demonii, - - La creatura ch'ebbe il bel sembiante[181], - -è da Dante rappresentato di smisurata grandezza, brutto quanto -già fu bello, e forse più, con _tre facce alla sua testa_, l'una -vermiglia, tra bianca e gialla l'altra, nera la terza, sei enormi ali -di pipistrello, corpo peloso[182]. Quelle tre facce diedero assai -da pensare ai commentatori, parecchi dei quali attribuirono loro -significati, cui non sarebbero certo andati a rintracciare, se invece -di stimarle una immaginazione propria di Dante, avessero saputo che -assai prima di Dante si trovano. I commentatori più antichi, i quali -dovevano saperlo, ne diedero, in generale, interpretazione assai più -giusta che non i moderni, e non si smarrirono dietro a sogni, come il -Lombardi, che nelle tre facce vide simboleggiate le tre parti del mondo -onde Satana ha tributo di anime, e come il Rossetti che vi riconobbe -Roma, Firenze, la Francia. - -Questo Lucifero con tre facce non balza fuori per la prima volta -dall'accesa fantasia di Dante; già innanzi la coscienza religiosa -l'aveva immaginato e scorto, già le arti l'avevano raffigurato. Esso -è come l'antitesi della Trinità, o come il suo rovescio. La Trinità -fu qualche volta nel medio evo rappresentata sotto specie di un uomo -con tre volti; e poichè il concetto della Trinità divina suggerisce -il concetto di una Trinità diabolica, e poichè inoltre nello spirito -del male si supponeva essere tre facoltà o attributi opposti e -contraddicenti a quelli che si spartiscono fra le tre persone divine, -così era naturale che si ricorresse per rappresentare il principe de' -demonii a una figurazione atta a far riscontro a quella con che si -rappresentava il Dio uno e trino. Lucifero appare con tre facce in -iscolture, in pitture su vetro, in miniature di manoscritti, quando -cinto il capo di corona, quando sormontato di corna, tenente fra -le mani talvolta uno scettro, talvolta una spada, o anche due[183]. -Quanto tal figurazione sia antica è difficile dire. Un manoscritto -anglo-sassone del Museo Britannico, appartenente alla prima metà del -secolo XI, reca una immagine di Satana, nella quale si vede, dietro -l'orecchio sinistro (la figura è di profilo), spuntare di traverso -una seconda faccia[184]. Più tardi il corpo dei demonii ebbe spesso a -coprirsi di facce, significative di malvagi istinti. Senza dubbio Dante -volle con le tre che dà al suo Lucifero, conformemente a una usanza -già antica, rappresentare gli attributi diabolici opposti ai divini; e -poichè, per lo stesso Dante, come per S. Tommaso, il Padre è potestà, -il Figliuolo è sapienza, lo Spirito Santo è amore[185], le tre facce -non possono simboleggiare se non impotenza, ignoranza, odio, come -rettamente giudicarono alcuni dei commentatori più antichi. - -Non solo Dante non immaginò, egli primo, il Lucifero con tre facce; -ma nemmen primo immaginò di porre in ciascuna delle tre bocche immani -un peccatore non degno di minor pena. Nella chiesa di Sant'Angelo in -Formis, presso Capua, una grande pittura, stimata opera del secolo XI, -rappresenta Lucifero in atto di maciullar Giuda[186]. Nella chiesa -di S. Basilio, in Étampes, una scultura del XII rappresenta appunto -Lucifero che maciulla tre peccatori, e rappresentazioni sì fatte erano, -sembra, frequenti in Francia[187]. Il Boccaccio ricorda il Lucifero da -San Gallo[188], e il Sansovino dice che nella chiesa di San Gallo, in -Firenze, era dipinto un diavolo con più bocche[189]. - -Dante parla del terror che lo colse alla vista di Lucifero: - - Com'io divenni allor gelato e fioco, - Nol dimandar, lettor, ch'io non lo scrivo, - Però ch'ogni parlar sarebbe poco. - Io non morii e non rimasi vivo. - Pensa oramai per te, s'hai fior d'ingegno, - Qual io divenni d'uno e d'altro privo[190]. - -Non è forse da tacere, a tale proposito, che la vista del diavolo si -credeva potesse essere perniciosa e letale. Cesario di Heisterbach -narra di due giovani che languirono gran tempo per aver veduto il -diavolo in forma di donna[191]; Tommaso Cantipratense dice che la vista -del diavolo fa ammutolire[192]. - -Dante non dice nulla delle forme varie che i demonii possono assumere -a lor piacimento. Egli fa ricordo di _cagne bramose e correnti_ che -lacerano i violenti contro a se stessi[193]; di serpenti che tormentano -i ladri[194]; di un drago, che stando sulle spalle di Caco, _affoca -qualunque s'intoppa_[195]; ma non dice che sieno demonii, e noi non -possiamo indovinare con sicurezza il pensier suo a tale riguardo. -Animali diabolici s'incontrano nelle Visioni: in quella di Alberico -si fa espressa menzione di due demonii che hanno forma, l'uno di cane, -l'altro di leone[196]; ma, da altra banda è da ricordare che serpenti e -scorpioni smisurati e lupi e leoni sono nell'Inferno di Maometto, e che -molte fiere selvagge e voraci sono nell'Inferno indiano[197]. - - -IV. - -Circa la natura morale dei demonii Dante non ha, e non poteva avere -cose nuove da dire: conosciuti erano gli atti e portamenti loro; la -loro riputazione era fatta. - -Lucifero fu creato più nobile d'ogni altra creatura[198]; ma il -peccato, il _superbo strupo_[199], cancellò in lui, come ne' seguaci -suoi, ogni natia nobiltà. La superbia fu il suo primo peccato[200]; fu -il secondo l'invidia, e questa trasse a perdizione i primi parenti, -e con essi tutto il genere umano[201]. Egli è il nemico antico ed -implacabile dell'umana prosperità[202], l'_antico avversaro_[203] di -tutti gli uomini, ma più di quelli che non vanno per le sue vie, e -cui egli tenta trarre a peccato e a ruina; il _vermo reo che il mondo -fora_[204]. Perciò egli con amo invescato attira le anime[205], e tenta -insidiarle persino in Purgatorio, donde lo cacciano gli angeli[206]. -Egli, _il perverso_[207] κατ’ ἐξοχήν, _è bugiardo e padre di -menzogna_[208]. _Il mal voler, che pur mal chiede_[209], è fatto natura -sua e degli angeli suoi: Dante, con tutti i teologi del suo tempo, -rifiuta e condanna la opinion di Origene e di alcuni seguaci di lui, -che i demonii possano ravvedersi e trovar grazia. L'ira e la rabbia -sono passioni principali dei _maledetti_[210]. Caronte parla iracondo, -si cruccia, batte col remo qualunque anima si adagia[211]; Minosse si -morde per gran rabbia la coda[212]; Plutone _consuma dentro_ sè con -la sua _rabbia_[213]; Flegias, conosciuto il proprio inganno, se ne -rammarca _nell'ira accolta_[214]; i demonii che stanno a custodia della -città di Dite parlan tra loro _stizzosamente_[215], il Minotauro morde -se stesso, - - Sì come quei cui l'ira dentro fiacca[216]; - -e non parliam delle Furie e d'altri demonii che con atti o con parole -fan manifesta la rabbia che li divora. Quelli della quinta bolgia -dell'ottavo cerchio digrignano i denti e _con le ciglia minaccian -duoli_[217]. Opportuna perciò la comparazione che più di una volta -Dante fa de' suoi demonii con mastini sciolti, con cani furibondi e -crudeli[218]. Se Rubicante è pazzo, come Malacoda lo chiama[219], la -sua è certo pazzia furiosa. - -I demonii sono gelosi del loro regno, e malvolentieri vedono altri -penetrarvi e aggirarvisi, se non è condotto da loro e in lor servitù. -Come già si opposero alla discesa di Cristo[220], così si oppongono -al viaggio di Dante. Caronte, Minosse, Cerbero, Plutone, i demonii -della città di Dite, le Furie, forse anche Nembrot, cercano in varii -modi e con varii argomenti di farlo retrocedere[221]. Allo stesso -modo, nella leggenda del Pozzo di S. Patrizio, i demonii tentano -ripetutamente di far tornare addietro il cavaliere Owen. La tracotanza -e l'insolenza sono proprie qualità dei superbi caduti, a umiliare le -quali è talvolta necessario l'intervento divino[222]. E anche quando -sanno non essere senza l'espresso volere di Dio l'andata dei due poeti, -i demonii più protervi si studiano di nuocer loro, minaccian Dante coi -raffii[223], ingannano Virgilio con false informazioni[224], inseguono -l'uno e l'altro per prenderli, dopo averli lasciati andare[225]. Nella -Visione di Carlo il Grosso appaiono _nigerrimi demones advolantes cum -uncis igneis_, i quali tentano di uncinare Carlo, e ne sono impediti -dall'angelo che lo guida[226]; nella Visione di un uomo di Nortumbria, -narrata da Beda, demonii minacciano di afferrare con ignee tenaglie -l'intruso[227]; anche Alberico è minacciato da un diavolo e difeso da -S. Pietro[228]. Giunto in prossimità dell'Inferno, il Mandeville si -vide contrastare il passo da un nugolo d'avversarii, ed ebbe da uno di -loro una mala percossa, di cui portò il segno per ben diciott'anni. -Che con un naturale sì fatto i diavoli non possano amarsi tra loro -s'intende facilmente. Come Alichino e Calcabrina fanno, là, nella -bolgia dei barattieri[229], così debbono gli altri azzuffarsi quando -l'occasione se ne porga. Vero è che Barbariccia, co' suoi, tiran poi -fuori del _bollente stagno_, in cui eran caduti, i due combattenti. - -Quest'opera di fraterno soccorso ci lascia pensare che anche nei -diavoli possa talvolta essere alcun che di men tristo. Minosse, il -_conoscitor delle peccata_, ha da avere, se non altro, un sicuro -sentimento di giustizia, senza di che non potrebbe assegnare a ciascun -peccatore la pena che gli si conviene. Chirone dà una _scorta fida_ -ai poeti[230]; Gerione concede loro il suo dorso[231]; Anteo li posa -sull'ultimo fondo d'inferno[232]. - -È opinione comune dei teologi che l'intelletto dei demonii siasi -ottenebrato dopo la caduta, di maniera che, se vince ancora, e di -molto, l'umano, è di gran lunga inferiore all'angelico. Essi non -conoscono il futuro se non in quanto Dio lo fa loro palese, o in quanto -possono argomentarlo da indizii e da fenomeni naturali; similmente -non penetrano l'animo umano, ma da segni esteriori argomentano ciò -che in esso si muove[233]. Dante non pare abbia pensato altrimenti, -sebbene, sul conto del saper loro, mostri di essere incorso in qualche -contraddizione. A suo giudizio i demonii non possono filosofare, -_perocchè amore è in loro del tutto spento, e a filosofare..... è -necessario amore_[234]; ciò nondimeno, il demonio che se ne porta -l'anima di Guido da Montefeltro può vantarsi d'esser _loico_, e de' -buoni[235]. Caronte conosce essere Dante un'anima buona[236]: da che? -non sappiamo. Flegias, per contro, crede vedere in Virgilio un'anima -rea[237]. Del resto nè Caronte, nè Minosse, nè Plutone, nè i demonii -della città di Dite, sanno la ragione del viaggio di Dante e il divino -patrocinio sotto cui esso si compie, e Virgilio a più riprese deve -far ciò manifesto. Ora tale ignoranza può parere un po' strana, se si -pensa che Dante stesso afferma non avere i demonii bisogno della parola -per conoscere l'uno i pensamenti dell'altro[238]. Dato dunque, che non -potessero penetrare nella mente di Virgilio e di Dante, essi avrebbero -dovuto aver cognizione del fatto come prima uno dei loro l'avesse -avuta. Ma i demonii, che Dante trova in Inferno, usano della parola -anche quando conversan tra loro[239]. - -Della potenza diabolica Dante non dice gran che; ma si conforma in -tutto alla comune opinione quando attribuisce ai demonii potestà sugli -elementi, e narra della procella da essi suscitata, che travolse con le -sue acque il corpo di Buonconte da Montefeltro[240]. - -Il demonio può invadere il corpo umano e produrre in esso turbazioni -simili a quelle che arrecano certi morbi[241]; può inoltre animare -i corpi morti e dar loro tutte le apparenze e gli atti della vita. I -traditori della Tolomea hanno, secondo dice frate Alberigo a Dante, -questa sorte, che l'anima loro piomba in Inferno e pena, mentre il -corpo, governato da un demonio, si rimane, in apparenza ancor vivo, nel -mondo: - - Cotal vantaggio ha questa Tolomea, - Che spesse volte l'anima ci cade - Innanzi ch'Atropós mossa le dea. - E perchè tu più volentier mi rade - Le invetriate lagrime dal volto, - Sappi che tosto che l'anima trade, - Come fec'io, il corpo suo l'è tolto - Da un dimonio, che poscia il governa - Mentre che il tempo suo tutto sia vôlto[242]. - -Nella medesima condizione si trovano Branca d'Oria, che - - In anima in Cocito già si bagna, - Ed in corpo par vivo ancor di sopra, - -ed un suo _prossimano_[243]. - -Ora questa _ingegnosa invenzione_ non è, come sembra allo -Scartazzini[244], una invenzione di Dante, suggerita da quanto -nell'Evangelo di Giovanni (XIII, 27) si dice di Giuda: _Et -post bucellam introivit in eum Satanas_; perchè con tali parole -l'Evangelista non vuole dir altro se non che da indi in poi Giuda fu -in potestà di Satana, e come invasato del maligno spirito. In fatti -Giuda non muore allora, ma, dopo consumato il tradimento, da se stesso -si uccide. La invenzione, o, meglio, la immaginazione, Dante la trovò -già bella e formata, e le citate parole dell'Evangelista poterono tutto -il più suggerirgli l'idea di applicarla a pessimi peccatori, traditori -come Giuda. Cesario di Heisterbach racconta la storia di un chierico -_cuius corpus diabolus loco animae vegetabat_. Questo chierico cantava -con voce soavissima e incomparabile; ma un bel giorno un sant'uomo -uditolo, disse: Questa non è voce d'uomo, anzi è di demonio; e fatti -suoi esorcismi costrinse il diavolo a venir fuori, e il cadavere -cadde a terra[245]. Tommaso Cantipratense racconta come un diavolo -entrò nel corpo di un morto, che era deposto in una chiesa, e tentò di -spaventare una santa vergine che pregava; ma la santa vergine, datogli -un buon picchio sul capo, lo fece chetare[246]. Di un diavolo, che, -per tentare un recluso, assunse il corpo di una donna morta, narra -Giacomo da Voragine[247]. Ma la immaginazione è assai più antica. Di un -diavolo, che, entrato nel corpo di un dannato, traghettava a un fiume i -viandanti, con isperanza di poter loro nuocere, si legge nella Vita di -San Gilduino[248]; di un altro, che teneva vivo il corpo di un malvagio -uomo, si legge nella Vita di Sant'Odrano[249]. Se e come in quei corpi -dei traditori animati dai demonii si compiessero le funzioni vitali, -Dante non dice: la opinione che non si compiessero se non in apparenza -doveva essere la più diffusa. Nei racconti testè citati di Cesario -e di Giacomo, i cadaveri, appena abbandonati dagli spiriti maligni, -presentano tutti i caratteri di una inoltrata putrefazione, e ciò -conformemente ad altre opinioni e credenze, delle quali non mi dilungo -a discorrere. - - -V. - -I demonii avevano due sedi, l'Inferno, per punizione loro e dei -dannati, e l'aria, per esercitazione degli uomini, sino al dì del -Giudizio[250]. Della sede aerea Dante non dice nulla di proposito; ma -la suppone evidentemente quando accenna a tentazioni diaboliche, quando -parla della potestà che hanno i demonii di suscitar procelle, o di -demonii che contendono agli angeli le anime dei morti. - -In Purgatorio Dante non pone demonii: l'antico avversario tenta di -penetrarvi in forma di biscia, - - Forse qual diede ad Eva il cibo amaro; - -ma gli angeli, _gli astor celestïali_, lo volgono in fuga[251]. I -teologi sono comunemente d'accordo nel ritenere che in Purgatorio -non ci siano demonii a tormentare le anime; ma moltissime Visioni -rappresentano il Purgatorio pieno anch'esso di diavoli, intesi a farvi -il consueto officio di tormentatori. La Chiesa, che solo nel 1439, nel -concilio di Firenze, fermò il dogma del Purgatorio, la cui dottrina era -stata innanzi svolta da S. Gregorio e da S. Tommaso, non si pronunziò -sopra questo punto particolare[252]. Dante, che, quanto alla situazione -e alla struttura del Purgatorio ha immaginazioni e concetti proprii, -quanto alla relazion di esso coi demonii tiene la opinion dei teologi, -rifiutando quella dei mistici. - -Della situazione dell'Inferno, erano state, ed erano tuttavia, molte -svariate opinioni[253]; la più accreditata e diffusa lo poneva nel -centro della terra, e questa è appunto l'opinione seguita da Dante. -Nell'Inferno dantesco i demonii sono variamente distribuiti, conforme -al concetto che il poeta s'era formato della gravità delle colpe e -della conseguente gravità dei castighi. Che demonii non debbano essere -nel limbo, dove sono gli spiriti magni, solo esclusi dal cielo _perchè -non ebber battesmo_, e i fanciulli morti prima di averlo, s'intende -facilmente; e mezzi demonii si possono dire quelli che nel vestibolo -scontano lor pena insieme con gli _sciaurati che mai non fur vivi_. Il -primo vero demonio che Dante incontri è Caronte, ed è strano abbastanza -che egli non ne abbia posto alcuno a guardia della porta su cui sono -le parole di colore oscuro, e che, forzata da Cristo, trovasi ancora, -a dir di Virgilio, senza serrame[254]. Nel secondo cerchio è Minosse, -solo nominato; ma debbono pure esservi altri demonii esecutori delle -sentenze di lui, quelli per le cui mani le anime giudicate _son giù -vôlte_[255].1 diavoli appajono per la prima volta numerosi (più di -mille) sulle porte della città di Dite[256]. Possono i diavoli che -sono in Inferno, e cui è commesso di tormentare le anime, uscir di là -entro? Dante nol dice, ma per alcuni espressamente lo nega. Lucifero -è confitto nel ghiaccio, nè si può muovere, suggerita senza dubbio la -immaginazione da quel luogo dell'Apocalissi, detta di S. Giovanni, -ove si narra che l'arcangelo Michele prese il dragone e lo legò per -mille anni[257]. Lucifero legato nell'ultimo fondo dell'Inferno appare -anche in alcune Visioni[258]. Efialte è legato[259], mentre Anteo è -sciolto[260]. I diavoli della quinta bolgia del cerchio ottavo, non -possono uscire di là, - - Chè l'alta provvidenza che lor volle - Porre ministri della fossa quinta, - Poder di partirsi indi a tutti tolle[261]. - -Ed è assai probabile che Dante abbia inteso il medesimo dei diavoli che -nell'altre bolge e negli altri cerchi hanno ufficio di punitori. - -S. Tommaso, al pari di molti altri teologi, e conformemente a quanto -è accennato nel Nuovo Testamento, ammette che fra i demonii come fra -gli angeli rimasti fedeli, ci sieno varii ordini e una gerarchia, a -capo della quale è Beelzebub[262]. Dante non esprime a tale riguardo -una opinione categorica; ma presenta Lucifero quale re dell'Inferno -e principe dei demonii[263], cui forse Plutone invoca nel suo -inintelligibile linguaggio[264]. Quanto agli altri demonii si può -notare qua e là qualche indizio di primazia e di soggezione. Abbiamo -già veduto che Minosse deve avere altri demonii sotto di sè, esecutori -delle sue sentenze. Chirone sembra essere il duce dei Centauri[265]: -Malacoda sembra avere alcuna signoria sui diavoli che tormentano -i barattieri[266]. Forse Dante ebbe anche a ricordarsi dell'antica -opinione di Erma, di Clemente Alessandrino, di Origene e di altri, che -ordinavano i demonii secondo le varie specie di peccati a promuovere i -quali più specialmente attendevano: questo dubbio nasce quando si vede -l'iracondo Flegias fatto navicellajo della palude degli iracondi[267]; -il ladro Caco perseguitare i ladri[268]; Lucifero, il primo traditore, -dirompere coi denti i tre grandi traditori[269]. - -Dante considera l'Inferno quale un regno opposto e contrario al regno -de' cieli, e come Dio è _l'imperador che lassù regna, l'alto sire_ del -regno della beatitudine, così Lucifero è - - Lo imperador del doloroso regno[270], - -e le Furie sono - - le meschine - Della regina dell'eterno pianto[271]. - -Questo concetto di un regno satanico si trova già negli Evangeli[272] e -in Padri della Chiesa, onde si trasse argomento, nelle rappresentazioni -dell'arte, a dare a Lucifero, quali insegne della sua potestà, scettro -e corona. Con tali insegne, o seduto sopra un trono, comparve anche -Satana fuori dell'Inferno, in molte leggende[273]. Giacomino da Verona -chiama anch'egli Lucifero re dell'Inferno[274]; ma, come Dante, gli -nega ogni segno e fregio di signoria. - - -VI. - -Vediamo ora i demonii di Dante in relazione coi dannati, nell'ufficio -loro di giustizieri e tormentatori infernali. - -Quando muore Guido da Montefeltro, resosi, dopo una vita tutta piena di -colpe, _cordigliero_, S. Francesco viene per raccorne l'anima; ma _un -de' neri Cherubini_ gli dice: - - Nol portar; non mi far torto. - Venir se ne dee giù tra' miei meschini, - Perchè diede il consiglio frodolente, - Dal quale in qua stato gli sono a' crini; - Ch'assolver non si può chi non si pente, - Nè péntere e volere insieme puossi - Per la contradizion che nol consente[275]. - -Quando invece muore Buonconte, sinceramente pentito, e col nome di -Maria sulle labbra, viene l'_angel di Dio_ e ne prende l'anima; ma -_quel d'Inferno_ grida: - - O tu dal ciel, perchè mi privi? - Tu te ne porti di costui l'eterno - Per una lagrimetta che il mi toglie: - Ma io farò dell'altro altro governo[276]. - -Qui abbiamo, se non isvolti, indicati due contrasti, del demonio e -d'un santo l'uno, del demonio e dell'angelo l'altro: nel primo vince il -demonio; nel secondo l'angelo. - -È noto che contrasti sì fatti furono popolarissimi nel medio evo, e -varie letterature di quella età ne serbano numerosi documenti[277]. -Il concetto che li inspira scaturisce del resto dall'intimo della -credenza cristiana e non è d'indole popolare soltanto. La lotta fra il -divino e il diabolico è in essa iniziale, immanente. Prima Lucifero si -ribella al suo fattore, poi perverte i primi parenti e tutta l'umana -generazione; Cristo vince Lucifero e spoglia l'inferno; Maria calpesta -l'antico serpente; l'Anticristo, campione di Satana, rinnoverà la -pugna. Se oggetto dell'interminabile contesa è l'umanità, gli è giusto -che per ogni singola anima le contrarie potestà combattano. La credenza -che ciascun uomo sia, lungo il corso di tutta la vita, accompagnato, a -destra da un angelo, da un demonio a sinistra, è tanto antica quanto -ovvia[278], e poichè, mentre dura la vita di quello, i due spiriti -avversarii tentano di sopraffarsi a vicenda, l'uno persuadendo il bene, -l'altro istigando al male, ragion vuole che il contrasto non cessi, -anzi si faccia più vivo in quel supremo momento in cui si decide il -destino immutabile delle anime e si suggella sopr'esse l'eternità. In -una lettera che i vescovi Remensi e Rotomagensi scrissero nell'858 -a Luigi il Germanico si dice che i diavoli sono sempre presenti -alla morte degli uomini, così dei malvagi, come dei giusti[279]; e -poichè, da altra banda, son pur presenti gli angeli, il contrasto è -inevitabile. Un tale, di cui narra la Visione S. Bonifazio, apostolo -della Germania (683-755), assistè a una specie di contrasto generale -delle milizie celesti e infernali: _Innumerabilem quoque malignorum -spirituum turbam nec non et clarissimum chorum supernorum angelorum -adfuisse, narravit. Et maximam inter se miserrimos spiritus et sanctos -angelos de animabus egredientibus de corpore disputationem habuisse, -daemones accusando et peccatorum pondus gravando, angelos vero -relevando et excusando_[280]. Nel _Muspilli_ è detto che ogni qual -volta un'anima esce dal corpo angeli e diavoli s'azzuffan tra loro. - -L'immaginazione di sì fatti contrasti è assai antica. Nella epistola -cattolica di Giuda, tenuta ora generalmente apocrifa dai critici, -ma che si trova già ricordata nel secondo secolo, si accenna (v. 9) -ad un alterco che l'arcangelo Michele ebbe col diavolo pel corpo di -Mosè[281]. Di Sant'Antonio racconta Sant'Atanasio, che una volta fu -rapito in ispirito, e levato dagli angeli in cielo. I diavoli, ciò -vedendo, cominciarono a contrastare, e gli angeli a chiedere perchè il -facessero, non essendo in Antonio macchia di peccato. I diavoli allora -presero a ricordare tutti i peccati che egli aveva commessi prima di -abbracciare la vita solitaria, sin dalla nascita, e ad aggiungerne -molt'altri, da loro calunniosamente inventati. Finalmente, non -riuscendo loro la cosa, sgombrarono il passo[282]. I Mongoli credono -che ogni anima d'uomo che muore giunga in presenza del supremo giudice -accompagnata da uno spirito buono e da un spirito malvagio, i quali, -con sassolini bianchi e neri fanno il novero delle sue buone e cattive -azioni. - -Il contrasto è più spesso tra demonii e angeli; talvolta è tra demonii -e santi, come si vede nella lettera apocrifa che si volle scritta -da S. Cirillo, arcivescovo di Gerusalemme a Sant'Agostino, e nella -Visione che un sant'uomo ebbe della liberazione dell'anima di re -Dagoberto[283]. Talvolta pure è tra i demonii e la Vergine, e ne' varii -casi assume varia forma e vario carattere, secondo tempi, luoghi, e -condizioni di persone. Come s'è veduto, Dante accenna appena ad un -diverbio; anzi diverbio propriamente non pone, giacchè S. Francesco -nulla risponde alle ragioni del diavolo loico, e nulla risponde -l'angelo ai rimproveri del vinto avversario. Ma di forme così parche -e temperate non avrebbe potuto appagarsi nè la fantasia dei mistici, -nè la fantasia popolare, e per esse il contrasto doveva, facendosi -sempre più grossolano, accogliere in sè tutti i possibili modi della -contestazione e della contesa. Il libro dove sono notate tutte le buone -azioni, e il libro, di solito molto maggiore, dove tutti i peccati son -registrati, l'uno recato dagli angeli, l'altro dai diavoli, figurano -già nella storia di un malvagio cavaliere del re Coenredo, narrata da -Beda[284], ripetuta dal Passavanti. Essi trovansi del resto anche in -altre mitologie. I Mongoli credono che il dio della morte ha un libro -dove nota tutte le azioni degli uomini. In altre leggende cristiane -si ha la bilancia con cui angeli e diavoli pesano azioni buone e -cattive[285]. In una delle Visioni di S. Furseo, i demonii disputano -assai dottamente con gli angeli di peccati e di penitenza, citano le -Scritture, e non si mostrano men buoni dialettici del diavolo che se -ne porta l'anima di Guido[286]. Per l'anima di Baronto contrastano -due demonii e l'arcangelo Raffaele. Disputano un giorno intero, senza -venire a nessuna conclusione: allora l'arcangelo, spazientito, tenta -di levar senz'altro l'anima in cielo; ma invano, perchè l'uno dei -demonii l'acchiappa dal lato sinistro, l'altro, da tergo, la tempesta -di calci. La battaglia dura un pezzo, si fa più aspra. Sopraggiungono -altri quattro demonii in ajuto de' compagni, altri due angeli in -ajuto di Raffaele. Dàgli e picchia, finalmente le potestà celesti -trionfano[287]. Notevole esempio di antropomorfismo anche questo, da -aggiungersi agl'infinti onde è piena la storia di tutte le religioni. -Con certe forme di tali contrasti ha stretta relazione quello che fu -chiamato il processo di Satana, di cui io qui non mi curo[288]. Noterò -solo che in Dante il contrasto non passa oltre ad un grado, che si -potrebbe chiamare, sebbene impropriamente, di prima istanza. Nè S. -Francesco per l'anima di Guido, nè il demonio per l'anima di Buonconte, -si richiamano di quanto nel primo caso risolve il diavolo loico, di -quanto nel secondo pare abbia già risoluto l'angelo. Così non avviene -in molti altri contrasti. Nella Visione di S. Furseo angelo e demonio, -non potendo accordarsi circa il possesso di un'anima, si appellano -a Dio. Giacomo da Vitry narra di un gran peccatore che, in punto di -morte si confessò al diavolo, credendo confessarsi a un prete. Morto il -peccatore, angeli e demonii furono, contrastando, intorno all'anima, -e quelli dicevano che la confessione era valida, perchè fatta in -buona fede, e questi gridavano che non poteva valere, perchè fatta al -demonio. Per giudizio di Dio il peccatore risuscitò e potè rifare la -confessione. Questa storia è ripetuta dal Cavalca[289]. - -Degno di attenzione nel secondo contrasto narrato da Dante è il mal -governo che il demonio, non potendo avere l'anima, fa del corpo di -Buonconte[290]; giacchè, di solito, non è data ai demonii potestà di -offendere i corpi di chi muore riconciliato con Dio. Bensì sono spesso -dati loro in balìa i corpi degli scelerati le cui anime vanno in -Inferno; e molte storie spaventevoli si raccontano di corpi che furono -strappati a furia fuor delle chiese, bruciati negli avelli, o fatti a -pezzi. Le peripezie del corpo di Pilato sono note abbastanza. - -Ma qui viene in taglio un'altra osservazione. Il diavolo loico prende -l'anima di Guido da Montefeltro, e la porta a Minosse, che la giudica -e la manda fra i _rei del foco furo_[291]. Come ciò? Dice Virgilio -che le anime di coloro che _muojon nell'ira di Dio convengnon d'ogni -paese_ alla triste riviera d'Acheronte, e che son pronte a passare -il fiume, così spronandole la divina giustizia che _la tema si volge -in desio_[292]. Se esse convengono di per sè al fiume; se Caronte -è quegli che le traghetta; se per tal via giungono in cospetto del -giudice infernale, come va che l'anima di Guido è portata al giudizio -da un diavolo? Si può rispondere che Dante, narrando il passaggio delle -anime oltre il fiume ebbe in mente il mito pagano, e che narrando poi -di Guido, si scordò quel mito, e si sovvenne della comune credenza de' -tempi suoi, secondo la quale le anime malvage erano portate via dai -diavoli, e non le anime soltanto, ma qualche volta anche i corpi. Nè -Dante ebbe a sovvenirsene in questo caso soltanto. Il diavolo che porta -nella bolgia dei barattieri l'anziano di santa Zita, dice: - - Mettetel sotto, ch'io torno per anche - A quella terra che n'ho ben fornita[293]. - -Anche nell'Inferno dantesco i diavoli hanno per ufficio di tormentare -i dannati; ma bisogna subito dire che tale officio essi non adempiono -con la frequenza, il furore, l'atrocità di cui porgono tanti esempii -le altre Visioni. Caronte si contenta di battere col remo qualunque -si adagia[294]; poi, per tutto il primo e secondo cerchio, come già -innanzi nel vestibolo dove sono i vigliacchi[295], non è più cenno di -diavoli tormentatori, fino a Cerbero, che - - Graffia gli spirti, gli scuoja ed isquatra[296]. - -Minosse assegna soltanto a ciascun'anima la pena adeguata. Dante volle, -non senza un concetto profondo, che i dannati trovassero lor castigo, -almeno nella più parte dei casi, in una condizione prestabilita, in -un ordinamento fisso e costante di pene, nelle quali i demonii non han -troppa ingerenza, e volle ancora sovente che i dannati stessi fossero -gli uni contro gli altri esecutori e strumenti del meritato castigo. -Così gli avari e i prodighi del quarto cerchio percotonsi coi pesi -che van _voltando per forza di poppa_[297]; così le _fangose genti_ -fanno strazio di Filippo Argenti[298]; così il conte Ugolino rode il -teschio dell'arcivescovo Ruggieri con denti _come d'un can forti_[299]. -Però non vediamo nell'Inferno di Dante demonii far bollire le anime -in pentole affocate, arrostirle infisse in lunghi spiedi, struggerle -in padelle roventi, segarle per lungo e per traverso, come in tante -Visioni e rappresentazioni dell'Inferno interviene. L'orribile cuoco -dell'Inferno di Giacomino da Verona[300] non ha luogo nell'Inferno di -Dante, dove l'opera dei diavoli tormentatori comincia propriamente -solo nel primo girone del settimo cerchio. Quivi i Centauri vanno a -mille a mille intorno al fosso, saettando le anime che alcuna parte -di sè levan fuori dal sangue bollente[301]. Ora, col settimo cerchio -comincia quella parte dell'Inferno nella quale sono puniti i più -malvagi, secondo dice Virgilio[302]. Da indi in poi troviamo, per non -parlare delle cagne nere, bramose e correnti che inseguono e lacerano i -violenti contro a se stessi[303], e dei serpi che mordono i ladri[304], -le Arpie, le quali si pascono delle fronde degli arbusti in che pure le -anime dei violenti contro a se stessi son prigioniere[305]; i diavoli -cornuti, che con grandi sferze battono di dietro i mezzani[306]; -quelli che coi raffii arroncigliano i barattieri[307]; il diavolo che -_accisma_ i seminatori di scandalo e di scisma[308]; Lucifero, che -maciulla i tre massimi peccatori, e col vento delle grandi ale aggela -Cocito[309]. - -Ma i demonii cui è commesso l'ufficio di tormentare i dannati soffrono -essi pure una qualche pena, oltre a quella cui soggiacciono per la -esclusione dal regno dei cieli, e per l'avvilimento di lor natura, -conseguenza della caduta? Non mancano scrittori i quali dicono che -dei tormenti infernali essi non soffrono, perchè, se ne soffrissero, -assai di mala voglia attenderebbero a quel loro officio, e all'altro -di tentare i cristiani; e spesso nelle rappresentazioni dell'arte i -diavoli tormentatori mostrano in viso il compiacimento che provano -di quel loro esercizio. Del solo Lucifero Dante accenna, più che non -narri, l'intimo crucio, quando dice che - - Con sei occhi piangeva, e per tre menti - Gocciava il pianto e sanguinosa bava[310]. - -Il Lucifero di Dante è confitto nel ghiaccio, nè si può muovere: -altrove siede tra le fiamme, o è dagli stessi demonii suoi arrostito -a fuoco vivo. Ad ogni modo le torture dei demonii non sono senza -refrigerio, se è vero, come gli scrittori affermano, che essi godono -del commesso peccato, dell'ingiuria fatta a Dio e ai santi, dell'anima -che piomba in Inferno, dei mali infiniti che affliggono la misera -umanità. Dante dice che Lucifero nel suo fondo si placa, vedendo le -brutture e le nefandità della Curia di Roma[311]. - - -VII. - -I diavoli che Dante trova nella quinta bolgia del cerchio ottavo, se -hanno del terribile, hanno anche del comico. Essi stringono la lingua -coi denti per far cenno al lor duce, come è usanza dei monelli, e -il lor duce fa trombetta di ciò che non occorre rammentare[312]. -Si lasciano ingannare da Ciampolo, o chi altri si sia il _famiglio -del buon re Tebaldo_[313], e due di loro, Alichino e Calcabrina, si -azzuffano per ciò, e cadono nel bel mezzo del bollente stagno[314]. - -Diavoli così fatti, se possono incutere terrore (e molto ne incutono a -Dante), possono anche muovere a riso, ed hanno grande somiglianza con -quelli che si vedono trescare per entro ai Misteri e alle Moralità del -medio evo. Io non ho a ricercare qui come la fantasia popolare, e anche -la non popolare, pure ingombre come erano dei terrori dell'Inferno, -giungessero a ideare il demonio burlesco, sciocco, ridicolo. Molti -elementi concorrono in sì fatto concetto, a sceverare i quali sarebbe -necessaria un'accurata analisi. Ricorderò solo che il diavolo appar -ridicolo in numerose leggende[315], e che viene un tempo in cui -l'officio principale suo sulla scena è quello di far ridere gli -spettatori[316]. - -Se fu in Francia, il che è assai dubbio, Dante può avervi veduto, -in certe rappresentazioni di sacro argomento,, diavoli molto simili -a quelli ch'ei pone nella bolgia dei barattieri, poichè, già nel -XII secolo, alla rappresentazione del _Mistère d'Adam_, si vedevano -demonii correre per la piazza, tra il popolo[317]: ma è da credere -che anche in Italia Dante potesse vedere così fatti demonii, sebbene -sia vero ciò che nota il D'Ancona, non avere, cioè, più tardi, nelle -Sacre Rappresentazioni nostre, il diavolo raggiunto mai quel grado -di ridicolo che raggiunse in Francia[318]. La rappresentazione -dell'Inferno, fattasi in Firenze nel 1304, e nella quale erano, -secondo narra Giovanni Villani[319], diavoli _orribili a vedere_, -è possibile non si facesse in quell'anno la prima volta. In una sua -costituzione, del 1210, Innocenzo III parla di _monstra larvarum_, che -s'introducevano nelle chiese, ed è assai probabile che tra esse ce ne -fossero di diaboliche. - -Anche i nomi che Dante dà a que' suoi demonii rimandano a Misteri e a -Sacre rappresentazioni, dove nomi consimili occorrono frequenti. Tali -Misteri e tali Sacre Rappresentazioni sono, gli è vero, posteriori alla -_Divina Commedia_; ma nulla vieta di credere che essi occorressero già -in drammi più antichi, non pervenuti sino a noi[320]. - - -NOTE - -[79] _Inf._, XXIII, 142-4. - -[80] Non so che il tema da me preso a trattare in questo scritto -sia stato già trattato da altri, ordinatamente e in modo compiuto. I -commentatori non troppo se ne impacciarono, e nel toccarlo errarono -spesso. Coloro che di proposito discorsero della teologia di Dante, -come Gian Lorenzo Berti, Melchiorre Missirini, A. F. Ozanam, Antonio -Fischer, Ferdinando Piper, Fr. Hettinger, altri, nemmeno essi se ne -curarono gran che, quasi fosse argomento di poca importanza trattandosi -del poeta che descrive _fondo a tutto l'universo_. Fr. Hettinger, -l'ultimo venuto, se ne sbriga in un pajo di pagine. (_Die Theologie -der göttlichen Komödie des Dante Alighieri in ihren Grundzügen. Erste -Vereinschrift der Görres-Gesellschaft für 1879_, Colonia, 1879, pp. -37-9). Gli scritti seguenti concernono in particolar modo questo o -quello dei demonii danteschi, ma sono per la più parte condotti con -criterii puramente letterarii ed estetici, o hanno speciale riguardo -alla significazione allegorica, della quale io non mi curo: F. -LANCI, _Della forma di Gerione e di molti particolari ad esso demone -attenenti, in Giornale arcadico_, nuova serie, t. VII; L. C. FERRUCCI, -_Sul Cerbero di Dante_, in _Giornale arcadico_, t. XXII; G. FRANCIOSI, -_Il Satana dantesco_ in _Scritti danteschi_, Firenze, 1876; 2ª ediz., -Parma, 1889; P. G. GIOZZA, _Iddio e Satana nel poema di Dante_, Palermo -(s. a.); V. MIAGOSTOVICH, _Lucifero nella Divina Commedia di Dante_ -(Programm der Städtischen Ober-Realschule in Triest), Trieste, 1878; -R. FORNACIARI, _Il mito delle Furie in Dante_, in _Nuova Antologia_, -15 agosto, 1879; inserito poi nel volume _Studi su Dante_, Milano, -1883, pp. 47-93. V. DUINA, _L'ira e i mostri dell'Inferno dantesco, -Commentarî dell'Ateneo di Brescia per l'anno 1886_. Cf. nel vol. VI, -p.te 1ª, della _Storia della letteratura italiana_ di ADOLFO BARTOLI, -Firenze, 1887, uscito in luce dopo la prima pubblicazione del presente -scritto, il capitolo intitolato _I Demoni, gli Angeli, le Persone -Divine_. Senza sapere l'uno degli studii dell'altro sopra questo -speciale argomento, il dottissimo mio amico ed io ci trovammo concordi -in molte opinioni e conclusioni. - -[81] Tratt. III, c. 13. - -[82] V. 83. Cfr. _De vulg. el._, I, 2. - -[83] Vv. 46-8. - -[84] Vv. 11-12. - -[85] V. 91. - -[86] _Parad._, XXIX, 49-51. Cfr. S. TOMMASO, _Summa theol._, P. I, qu. -XLIII, art. 6. - -[87] _Conv._, III, 12. Punto delicato intorno a cui i teologi -annasparono assai. - -[88] _Summa theol._, P. I, qu. LXIII, art. 2. - -[89] _Parad._, XXIX, 55-7. - -[90] _Parad._, XIX, 46. - -[91] _Inf._, XXXIV, 35. - -[92] _Conv._, II, 6. Cfr. ALBERTO MAGNO, _Summa theol._, P. II, tratt. -IV, qu. 20, m. 1; S. TOMMASO, _Summa theol._, P. I, qu. LXIII, art. 7, -9. - -[93] _Purgat._, XII, 27. Nell'evangelo di Luca, X, 18, è scritto: -_Videbam Satanam sicut fulgur de coelo cadentem_. - -[94] _Inf._, XXXIV, 122-6. - -[95] Vedi le giuste osservazioni che a questo luogo appunto fa lo -Scartazzini nel suo commento. - -[96] _Inf._, III, 34-42. - -[97] Il solo passo delle Scritture che, volendo, si potrebbe in qualche -modo adattare alla condizione e al castigo degli angeli neutrali, è -nell'Apocalissi, III, 15, 16: _Scio opera tua: quia neque frigidus es, -neque calidus: utinam frigidus esses, aut calidus: — Sed quia tepidus -es, et nec frigidus, nec calidus, incipiam te evomere ex ore meo_. - -[98] Uno di quegli strani uccelli dice a S. Brandano: «Nos sumus de -magna illa ruina antiqui hostis; set non peccando aut consentiendo -sumus lapsi; set Dei pietate predestinati, nam ubi sumus creati, -per lapsum istius cum suis satellitibus contigit nostra ruina. -Deus autem omnipotens, qui justus est et verax, suo judicio misit -nos in istum locum. Penas non sustinemus. Presentiam Dei ex parte -non videre possumus, tantum alienavit nos consorcium illorum, -qui steterunt. Vagamur per diversas partes hujus seculi, aeris et -firmamenti et terrarum sicut et alii spiritus qui mittuntur. Set in -sanctis diebus dominicis, accipimus corpora talia que tu vides, et -per Dei dispensacionem commoramur hic et laudamus creatorem nostrum». -(JUBINAL, _La légende latine de S. Brandaines_, Parigi, 1836, p. 16). -La ragione del cadere, oscura, a dir vero, un po' più del bisogno, -non fu troppo bene intesa da rifacitori e da trascrittori, e non -è nelle varie redazioni espressa sempre a un modo; ma il concetto -fondamentale passa in quasi tutte. Vedi JUBINAL, _Op. cit._, pp. 70-71, -121; SCHROEDER, _Sanct Brandan. Ein lateinischer und drei deutsche -Texte_, Erlangen, 1871, pp. 12, 78; FRANCISQUE MICHEL, _Les voyages -merveilleux de Saint Brandan_, Parigi, 1878, pp. 26-7; VILLARI, _Alcune -leggende e tradizioni che illustrano la Divina Commedia_, in _Annali -delle Università toscane_, t. VIII, Pisa, 1866, p. 143; ecc. Nel -testo italiano pubblicato dal Villari di su un codice Magliabechiano -del secolo XIV, l'uccello dice al santo: «O servo di Dio, noi siamo -di quella grande compagnia che caddono di cielo con quello agnolo -Lucifero, lo quale è nimico dell'umana generazione. Noi non peccammo -per noi, ma per consentimento; e per questo non siamo dove noi -fummo creati, anzi siamo cacciati di fuori con quelli che peccarono -gravemente». Cfr. ALBERTO MAGNO, _Summa theol._, P. II, tratt. IV, qu. -20, m. 2. Il riscontro fu, del resto, già notato dall'OZANAM, _Dante et -la philosophie catholique au treizième siècle_, nuova ediz., Parigi, -1845, p. 343, e dal D'ANCONA, _I precursori di Dante_, Firenze, 1874, -p. 52. - -[99] Ecco in che modo uno di quegli uccelli informa Ugone di -loro caduta e di loro stato. I versi che seguono, e di cui debbo -comunicazione alla grande gentilezza del prof. Tobler, sono tolti -dalla redazione più antica giunta sino a noi, e contenuta in un codice -del Museo Regio di Berlino, già Hamilton, codice finito di scrivere -nel 1341, e identificato con quello che si registra nel noto catalogo -dei libri posseduti da Federico Gonzaga nel 1407 (Vedi TOBLER, _Die -Berliner Handschrift des Huon d'Auvergne_, in _Sitzungsb. d. k. preuss. -Akad. d. Wiss._, phil.-hist. Cl., vol. XXVII, 1884): - - Qvant li ber oit soe oraison complie, - Vn des osiaus qe auech soy stesie - En l'auernaus lengaçe le desplie: - Tu as diex del tron feit proierie, - Par qui ci somes de sauoir en partie: - Nos le diron: or met bien en oie. - A yh'u plest qe auqes de ses secrie - Sauome en part, qe autremant non mie. - Conois adonqe qe sons de cel regnie, - Que deualla en l'abis parfondie, - Que enferne mant homes apellie. - De celle entente non somes nemie, - Quant vint le pont de la departie, - Tot environ le ciel avoit scrolie: - Angle et archangle, et tot le monarchie, - Tot de paor auront tuit fremie, - Sol a la voiç deu per, quant ot parllie. - Tot li malfer iluech si demostrie; - Tant defendrent cum auront uigorie: - Quant non porent il plus, aual sont trabuchie; - Autre remis en aer, autre in terre icie, - Autre en abisme trauailient la lor uie. - - Vasal, dit li diable en forme d'oiselons, - Nos, qe ci somes, ne bien, ni mal feisons; - Mes pur il ere la nostre entencions - Te tenir sempre cum cil qi uencerons. - Por ce qe deu per conoit nos pensasons, - En guisse de oisel trasfigura cum sons. - D'alor auant uenimes a cis mons, - Maint torment auomes, mais de peior lisons. - Vne uos en diray, les autres taiserons, - Que a uos riens ne fesist, se elle conterons. - En air et en mer façon nos peschesons, - Si cum onde nos maine tot ensinqe alons: - Pescher sauomes et nulle nen prendrons: - Ensi estoit nostre destrucions. - Vn ior de la semaine une remedie auons; - Ce estoit la domenege, qe enei nos demorons: - Ce estoit li nostre paradis, qui clamons; - Ci aurons hosteler, anuit demorerons; - Pues domain al aube apres si partirons, - E sosteromes ce qe destineç nos sons. - Mentre qe nos ci somes auons repoisesons; - Enforçon nostre uoiç al bien dir qe poisons, - Tot a los de deu pere, ce bien sauons. - - Par foy, ce dit le cont, bele uertue aues, - Pois qe remedie da deu aues uos troues; - E deu sor tot soie regracies. - D'une autre çouse uoil auoir da uos scoutes: - Si uos riens de ma qeste car rien uos en saves. - J'en sai tant, fit il, cum vos oir pores. - Vestre uoie ert mout longe de ci, uoil qe sachies; - Sanç la deuine puisance la aler non poreç mes. - Mes bien plait a deu, et si moy ert rouelles, - Que en ceste este sia del tot aquites; - Mes auant qe cil auiegne uereç meruoille ases: - Non say plus de ce dir: uostre signor serues: - Si l'ameç de bon quuer, il ert uestre auoes, - Qui en la fin ert chaschun de soe oure loes; - Le merit en atent de tot ce cha oures. - E ge l'en croy trop bien, respond li quuens ades. - -Lo stesso si ha, su per giù, nel testo della Nazionale di Torino, -cod. N, III, 19, f. 116 r. a 117 r., e nel romanzo in prosa (ANDREA -DA BARBERINO, _Storia di Ugone d'Alvernia_, Bologna, 1882, _Scelta -di cur. lett._, disp. 188, 190, vol. II, p. 33). Nel testo della -Biblioteca del Seminario in Padova, cod. 82, questa parte manca, come -il prof. Crescini mi avverte, e come può anche rilevarsi dall'analisi -che egli ne diede (_Orlando nella Chanson de Roland e nei poemi del -Boiardo e dell'Ariosto. Segue una appendice sul poema franco-veneto Ugo -d'Alvernia_, estratto dal _Propugnatore_, vol. XIII, 1880, p. 96). - -[100] Vedi quanto osserva in proposito il RENIER, _La discesa di Ugo -d'Alvernia allo Inferno_, Bologna, 1883 (_Scelta di cur. lett._, disp. -194), pp. CXLV-CLIV. La imitazione di Dante è del resto già penetrata -nella redazione più antica, del codice di Berlino. - -[101] Ediz. di C. Bartsch, Lipsia, 1870-1, l. IX, vv. 1155-65. Lo -stesso Trevrizent, per altro, confessa poi a Parzival che quanto disse -in proposito è favola (l. XVI, vv. 341-60). Cfr. BIRCH-HIRSCHFELD, -_Die Sage vom Gral, ihre Entwicklung und dichterische Ausbildung in -Frankreich und Deutschland im 12. und 13. Jahrhundert_, Lipsia, 1877, -p. 250. - -[102] Satana, Beelzebub, Lucifero, sono per Dante tre nomi dello stesso -principe dei demonii. - -[103] Che Proserpina sia tra i demonii si argomenta, sebbene il poeta -non dica altro di lei, dai vv. 43-4 del c. IX dell'_Inferno_, e da -quelle parole di Farinata degli Uberti, X, 79-81: - - Ma non cinquanta volte fia raccesa - La faccia della donna che qui regge, - Che tu saprai quanto quell'arte pesa. - -[104] Per esempio, nell'_Hamartigenia_ di PRUDENZIO, nei _Commentarii -in Genesim_ di CLAUDIO MARIO VITTORE, in un inno di RABANO MAURO, -nel _De imagine mundi_ di ONORIO D'AUTUN, ecc., ecc. Cfr. MAURY, _La -magie et l'astrologie dans l'antiquité et au moyen-âge_, Parigi, -1877, pp. 168-9. SAN GIOVANNI CRISOSTOMO biasimò (_Adv. oppugnat. -vitae monasticae_, II, 10), quest'assimilazione dell'Inferno cristiano -all'Inferno pagano, ma senza frutto. - -[105] Ediz. di Francisque Michel, Parigi, 1864, vv. 20212-40. - -[106] _Anticlaudianus_, VIII, 3. - -[107] Cfr. ROSKOFF, _Geschichte des Teufels_, Lipsia, 1869, vol. II, -pp. 2-3. - -[108] SAN GEROLAMO, _De vita S. Pauli eremitae_. Nella Vita che di -Sant'Antonio scrisse Sant'Atanasio di Alessandria, si dice che quel -santo vide una volta un mostro, che, sino al pube, aveva figura d'uomo, -il resto d'asino: a un segno di croce sparì. - -[109] Cfr. PIPER, _Mythologie der christlichen Kunst_, Weimar, 1847-51, -vol. I, pp. 405-6. - -[110] _Otia imperialia, in einer Auswahl neu herausgegeben von_ FELIX -LIEBRECHT, Hannover, 1856, prima decis., XVIII; tertia decis., LXXVI. -Tale credenza era assai antica: cfr. GIOVANNI CASSIANO, _Collationes -patrum_, collat. VIII, c. 32. - -[111] _Anecdotes historiques, légendes et apologues tirés du recueil -inédit d'Etienne de Bourbon, publiés par_ A. LECOY DE LA MARCHE, -Parigi, 1877, p. 327. Satiri e fauni si confondevano coi dusii, -ricordati dallo stesso Gervasio e da altri. Vedi _Otia imperialia_, -ed. cit., p. 145, e GIACOMO GRIMM, _Deutsche Mythologie_, 4ª ediz., -Berlino, 1875-8, vol. I, p. 398. - -[112] Per la leggenda di Giuliano l'Apostata e per le varie leggende -in cui comparisce la Venere diabolica, vedi il mio libro, _Roma nella -memoria e nelle immaginazioni del medio evo_, Torino, 1882-3, vol. II, -pp. 121-52, 382-406. GIOVANNI NYDER (m. 1438) racconta ancora nel suo -_Formicarius_ la storia di un cavaliere che, addormentatosi pensando -di penetrare nel Monte di Venere, si trovò, allo svegliarsi, in un -pantano. - -[113] _Chronographia_, ad a. 998. - -[114] GERVASIO DA TILBURY, _Op. cit._, tertia decis., LXI; TOMMASO -CANTIPRATENSE, _Bonum universale de apibus_, Duaci, 1627, l. II, c. 57, -num. 5. - -[115] GERVASIO DA TILBURY, _Op. cit._, tertia decis., LXIV. Anche S. -Brandano incontra sirene in certe redazioni della leggenda; Brunetto -Latini alle sirene classiche (ricordate con certa frequenza dai lirici -nostri delle origini) non crede più, e anche Dante sembra ricordarle -solo come un mito (_Purg._, XIX, 19; XXXI, 45; _Parad._, XII, 8). Cfr. -BERGER DE XIVREY, _Traditions tératologiques_, Parigi, 1886, pp. 25-7, -539; PIPER, _Op. cit._, pp. 383 sgg. Il diavolo fu spesso rappresentato -in figura di sirena. - -[116] GIACOMO DA VORAGINE, _Legenda aurea_, ediz. di Th. Grässe, Dresda -e Lipsia, 1846; c. III, 5, p. 24; VINCENZO BELLOVACENSE, _Speculum -historiale_, l. XIII, c. 71. - -[117] Vedi _Passio S. Symphoriani_ in RUINART, _Acta martyrum sincera_, -Verona, 1731, p. 71, col. 1ª. Circa il diavolo meridiano, vedi GREGORIO -DI TOURS, _Historia Francorum_, l. VIII, c. 33, e _De miraculis -S. Martini_, l. IV, c. 36; _Vita S. Rusticulae_ in MABILLON, _Acta -sanctorum ordinis S. Benedicti_, saec. II, p. 135, n. c.; CESARIO DI -HEISTERBACH, _Dialogus miraculorum_, ed. dello Strange, 1851, dist. V, -cap. 2. Meridiana (o Marianna) chiamavasi il diavolo succubo con cui, -secondo la leggenda, ebbe commercio Gerberto. - -[118] DU CANGE, _Glossarium_, s. v. _Dianum_. - -[119] _Libri duo de sinodalibus caussis et disciplinis ecclesiasticis_, -ediz. di Lipsia, 1840, l. II, c. 37. - -[120] _Libri decretorum collect._, l. X, c. 1 - -[121] _Decretum_, II, 26, quaest. 5, 12, § 1. - -[122] XIII, _De sortilegis et sortiariis_, ap. BALUZE, _Capitularia -regum Francorum_, t. II, col. 365. - -[123] _Op. cit._, pp. 323-4. - -[124] _Sermones discipuli de tempore et de sanctis_, serm. 11. Cfr. -SOLDAN, _Geschichte der Hexenprozesse_, ediz. rifatta da Enrico Heppe, -Stoccarda, 1880, vol. I, pp. 130-1. - -[125] Vedi G. GRIMM, _Op. cit._, vol. II, p. 778, n. 2; vol. III, p. -282. - -[126] In D'ACHERY, _Spicilegium veterum aliquot scriptorum_ etc., 1ª -ediz., t. V, p. 215. Cfr. CASPARI, _Eine Augustin fälschlich beilegte -Homilia de sacrilegiis_, Cristiania, 1886, pp. 18-9. - -[127] Vedi LIUDPRANDO, _Liber de rebus gestis Ottonis Magni -imperatoris_, ap. PERTZ, _Mon. Germ., Script._, t. III, p. 343. Cfr. -VOGEL, _Ratherius von Verona und das zehnte Jahrhundert_, Jena, 1854, -vol. I, p. 284. - -[128] Vedi SCHROEDER, _Glaube und Aberglaube in den altfranzösischen -Dichtungen_, Erlangen, 1886, pp. 63 sgg. - -[129] DREYER, _Der Teufel in der deutschen Dichtung des Mittelalters_, -P. 1ª, Rostock, 1884, p. 18. - -[130] Per es., nel _Rhytmus de pugna fontanetica_, ap. DUEMMLER, -_Poëtae latini aevi Carolini_, t. II, Berlino, 1883-84, p. 138; nel -_Liber de fonte vitae_ di ANDRADO MODICO, _id._, t. III, P. 1ª, 1886, -p. 78, ecc., ecc. - -[131] _Visio Tnugdali_, ediz. Schade, Halis Saxonum, 1869, c. 11; -WAGNER, _Visio Tnugdali, lateinisch und altdeutsch_, Erlangen, 1882, p. -31. Così pure nelle versioni. - -[132] _Kaiserchronik_, ediz. Massmann, Quedlimburgo e Lipsia, 1849-54, -V. 14191. - -[133] In un luogo del _Convivio_, II, 5, Dante assimila le divinità -dei gentili alle idee di Platone; ma tale assimilazione mal si conviene -agli _dei falsi e bugiardi_ ricordati nel I dell'_Inferno_, i quali non -possono essere se non demonii. - -[134] _Inf._, XXXI, 12-8, 67-75. Cf. uno studio di M. SCHERILLO, -_Accidia, invidia e superbia ed i giganti nella_ Divina Commedia, -_Nuova Antologia_, serie 3ª, vol. XVIII (1888). - -[135] Vedi DILLMANN, _Das Buch Henoch_, Lipsia, 1853, p. XLII; -GFROERER, _Geschichte des Urchristenthums_, Stoccarda, 1838, vol. I, p. -385. - -[136] Meglio Carlo III: il soprannome di Grosso viene in uso solamente -nel XII secolo. Vedi DUEMMLER, _Geschichte des ostfränkischen Reichs_, -Berlino, 1862-5, vol. II, p. 292. - -[137] Ap. PERTZ, _Mon. Germ., Script._, t. V, p. 458. - -[138] Vedi SCHROEDER, _Glaube und Aberglaube_, ecc., p. 102. - -[139] Edizioni citate, c. 7. I due giganti si chiamano Fergusius e -Conallus, _et suis temporibus in secta ipsorum tam fideles sicut -ipsi non sunt inventi: quorum nomina_, dice l'angelo a Tundalo, -_tu bene nosti_. Fergusius è probabilmente il Ferracutus, che nella -Cronica dello Pseudo Turpino disputa di teologia con Orlando ed è -vinto da lui. (TURPINI, _Historia Karoli Magni et Rotholandi_, ediz. -Castets, Montpellier e Parigi, 1880, c. XVII, pp. 27 sgg., e nota ivi -pp. 27-28). Esso comparisce anche, in condizioni del tutto simili, -nell'_Entrée de Spagne_, dove è detto espressamente che l'anima di lui -è portata via dai diavoli. Notisi che _Fergusius_ riproduce, non la -forma latina del nome, ma la francese, _Fergus_. Quel Conallus non so -chi sia. I nomi dei due giganti suonano Conallus e Ferguncius nel poema -latino (ediz. Wagner, V. 985); ma mancano nel racconto che VINCENZO -BELLOVACENSE introduce nel suo _Speculum historiale_, l. XXVIII, c. -91, e che staccatosene, riappare da sè, come redazione abbreviata, -in molti manoscritti. (Non altro è il testo latino ripubblicato dal -VILLARI, _Op. cit._, pp. 55-74. Vedi MUSSAFIA, _Sulla Visione di -Tundalo_, in _Sitzungsb. d. k. Akad. d. Wiss._, philos.-hist. Cl., t. -LXVII, 1871, p. 162). La redazione italiana riprodotta dal VILLARI, -e che è tutt'uno con quella inserita in alcune stampe antiche delle -_Vite dei Santi Padri_, reca (_Op. cit._, p. 81) Feragudo e Chinelaco; -quella pubblicata da F. CORAZZINI (_Visione di Tugdalo_, Bologna, -1872, _Sc. di cur. lett._, disp. 128, p. 29) ha Fergugi e Conali; -ma i nomi mancano nell'altra, pubblicata dal GIULIARI (_Il libro di -Theodolo o vero la Visione di Tantolo_, Bologna, 1870, _Sc. di cur. -lett._, disp. 112, p. 25). I nomi mancano del pari nel poema tedesco -di Alber (ediz. Wagner, vv. 681-2). Nella versione catalana pubblicata -dal BAIST (_Zeitschrift für romanische Philologie_, vol. IV, pp. 313 -sgg.) suonano Sergus e Tonalt. Non ho agio di riscontrare la versione -francese, la provenzale ecc., nè alcune pubblicazioni, come quelle -del TURNBULL (_The Vision of Tundale_, Londra, 1843) e dello SPRENGER -(_Albers Tundalus_, Halle, 1875) dove questo punto potrebbe essere -esaminato. Nella _Passion_ del GRESBAN, edita da G. Paris, si ha, V. -33476, un demonio Fergalus. - -[140] Federigo Frezzi, il quale più di una volta, nel suo poema, si -arroga di corregger Dante, restituisce Flegias alla sua prima e naturai -condizione (Il _Quadriregio_, l. II, c. 12). - -[141] _De bello judaico_, VII, 6, 3. - -[142] Vedi SCHROEDER, _Glaube und Aberglaube_, ecc., pp. 63 sgg. Per -Nerone demonio vedi più particolarmente il già citato mio libro, _Roma_ -ecc., vol. II, pp. 356-7. - -[143] V. 46, in MUSSAFIA, _Monumenti di antichi dialetti italiani, -Sitz. d. k. Akad. d. Wiss. in Wien_, phil.-hist. Cl., vol. XLVI, 1864. -Insieme con Maometto, Giacomino ricorda Trifon, Barachin e Sathan. -Barachin potrebbe essere il Baratron dei poemi francesi, il quale, ora -significa opportunamente l'abisso infernale, ora è nome di demonio: non -so che dire di quel Trifon, nome di parecchi santi. - -[144] _Inf._, XXX, 117. Il verso non mi pare di dubbia interpretazione. - -[145] _Purgat._, XIV, 118. Fra Filippo da Siena racconta (_Gli -assempri_, Siena, 1864, cap. 25) di certo ser Giontino da Monte Luccio, -notajo, il quale diventò, dopo morto, notajo dell'Inferno; diventò, -cioè, uno degli officiali del regno di Satanasso. - -[146] _Parzival_, l. IX, v. 911, ediz. cit. - -[147] Vedi ROSKOFF, _Op. cit._, vol. I, pp. 233, 268, 290, 300-1, e il -mio libro _Il Diavolo_, Milano, 1889, pp. 39 sgg. SAN TOMMASO, nella -XVI delle sue _Quaestiones disputatae de potentia Dei (De daemonibus_, -art. 1) recate in mezzo le contrarie opinioni di chi attribuiva un -corpo ai demonii e di chi lo negava loro, conclude: _Dicendum, quod -sive daemones habeant corpora sibi naturaliter unita, sive non habeant, -hoc non multum refert ad fidei christianae doctrinam_. Cfr. ALBERTO -MAGNO, _Summa theol._, P. II, tratt. V, qu. 25, m. 2, art. 1, partic. -1. - -[148] _Dialog._, l. IV, c. 29. Il Vida chiama espressamente i demonii -_rabidum sine corpore vulgus_. - -[149] _Oratio contra Graecos, Max. biblioth. vet. pat._, t. II, p. 27. - -[150] _Parad._, XXIX, 22 sgg.; _Conv._, II, 5. - -[151] _Purgat._, XXV, 79-108. - -[152] _Inf._, VIII, 27. - -[153] _Inf._, XXXIV, 28 sgg. - -[154] _Parad._, XXIX, 57. - -[155] _Purgat._, II, 79-81. - -[156] _Purgat._, X, 118 sgg. - -[157] _Inf._, VI, 34-6. - -[158] _Inf._, XXXII, 79. - -[159] _Purgat._, III, 16-21. - -[160] _Inf._, XXI, 24 sgg.; XXIII, 37 sgg. Notisi che Chirone si -meraviglia vedendo Dante muovere ciò che tocca. Egli dice ai compagni -(_Inf._, XII, 80-2): - - Siete voi accorti - Che quel di retro move ciò ch'ei tocca? - Così non soglion fare i piè dei morti. - -[161] _Inf._, III, 82 sgg. Cfr. _Aeneid._, VI, 298 sgg. - -[162] _Inf._, V, 4 sgg. - -[163] _Inf._, VII, 1 sgg. - -[164] _Inf._, XVII, 1 sgg. - -[165] _Inf._, VI, 13-8, 22-33. - -[166] _Inf._, IX, 37-42. - -[167] _Inf._, XII, 11-25. - -[168] _Inf._, XII, 55 sgg.; XXV, 19-21. - -[169] _Inf._, XIII, 10-5. - -[170] _Inf._, XXXI, 19 sgg. - -[171] _Inf._, XXIII, 131. - -[172] _Inf._, XXVII, 113. - -[173] Secondo narra PALLADIO nella _Historia Lausiaca_, c. XXVIII, -Sant'Antonio vide una volta il demonio in figura di gigante nero ed -altissimo. Nel racconto di Sant'Atanasio questa particolarità del -colore non è menzionata. Altra volta Sant'Antonio vide il demonio -voltolargli ai piedi in forma di un fanciullo orrido e nero. Cfr. -TEODORETO, _Historia ecclesiastica_, l. V, c. 21. Di un demonio che, -sotto forma di fanciullo nero, distoglieva un monaco dalla preghiera, -narra SAN GREGORIO, _Dialog._, l. II, c. 4. Sono innumerevoli le -leggende in cui il diavolo comparisce in figura di Etiope; in tal forma -ebbe ancora a vederlo S. Tommaso d'Aquino. I diavoli di GIACOMINO DA -VERONA, non solo sono neri, ma cento volte più neri del carbone, _De -Babilonia civitate infernali_, v. 99, ediz. cit. - -[174] Vedi ROSKOFF, _Op. cit._, vol. I, p. 283. - -[175] _Inf._, XVIII, 35. - -[176] _Inf._, XXI, 121. - -[177] _Inf._, XXII, 106. - -[178] _Inf._, XXII, 136-41. - -[179] _Inf._, XXI, 31-6. Un demonio dalle scapule acute descrive -CESARIO DI HEISTERBACH, _Op. cit._, dist. V, cap. 5. - -[180] I diavoli che tormentavano San Gutlac (m. 714) sono, per -citare un esempio, così descritti: _Erant enim aspectu truces, -forma terribiles, capitibus magnis, collis longis, macilenta facie, -lurido vultu, squallida barba, auribus hispidis, fronte torva, -trucibus oculis, ore foetido, dentibus equinis, gutture flammivomo, -faucibus tortis, labro lato, vocibus horrisonis, comis combustis, -buccula crassa, pectore arduo, femoribus scabris, genibus nodosis, -cruribus uncis, talo tumido, plantis aversis, ore patulo, clamoribus -raucisonis_. (_Acta Sanctorum_, Apr., t. I, p. 42). Confronta con -questi i diavoli veduti da S. Furseo che avevan capi come caldaje di -rame. (_Acta Sanctorum_, Genn., t. II, p. 37. Avverto che l'edizione -degli _AA. SS._ da me citata è sempre quella di Venezia). A cominciare -dall'XI secolo la figura del diavolo si fa sempre più mostruosa, -e raccoglie in sè, accozza e sovrappone tutte le possibili forme e -parvenze del brutto, dello sconcio, dell'orrendo. La pittura e la -scoltura, quasi per dare immagine della ingenita disarmonia della -natura diabolica, a gara congiunsero nei corpi maledetti le forme più -disparate e più repugnanti dell'umano e del bestiale, trasmodando -spesso nella più pazza caricatura, e preparando le paurose e in -un comiche immaginazioni di Gerolamo Bosch, di Pietro Breughel, di -Giacomo Callot e di Salvator Rosa. Per la figura attribuita ai demonii -nel medio evo, vedi VON BLOMBERG, _Studien zur Kunstgeschichte und -Aesthetik_, P. I: _Der Teufel und seine Gesellen in der bildenden -Kunst_, Berlino, 1867, pp. 25-53; WESSELY, _Die Gestalten des Todes -und des Teufels in der darstellenden Kunst_, Lipsia, 1876, pp. -75-92; TWINING, _Symbols of early christian art_, Londra, 1860, tav. -LXXV-LXXX; WRIGHT, _A History of Caricature and Grotesque in Literature -and Art_, Londra, 1875, cc. III, IV, XVII e passim. - -[181] _Inf._, XXXIV, 18. - -[182] _Inf._, XXXIV, 28 sgg. - -[183] Vedi DIDRON, _Iconographie chrétienne. Histoire de Dieu -(Collection de documents inédits de l'histoire de France)_, Parigi, -1843, pp. 543-6; DIDRON et DURAND, _Manuel d'iconographie chrétienne_, -Parigi, 1845, p. 78; VIOLLET-LE-DUC, _Dictionnaire raisonné de -l'architecture_, Parigi, 1867-68, s. v. _Trinité_. Non è dunque il caso -di ricordarsi con l'OZANAM, _Op. cit._, p. 108, di Ecate Triforme, -e nemmeno è da ricordarsi di Cerbero, sebbene Cerbero possa aver -suggerito l'idea di un demonio, non con tre facce, ma con tre teste. -Al ricordo di Cerbero è dovuto probabilmente il tricefalo Beelzebub -che si ha in una omelia di Eusebio di Alessandria (sec. VI?) e altrove -(PIPER, _Op. cit._, vol. I, p. 403). GIOVANNI WIER dice che il demonio -Bael ha tre teste, una di rospo, l'altra d'uomo, la terza di gatto -(_Pseudomonarchia daemonum_, _Opera_, Amsterdam, 1660, p. 650). - -[184] Vedila riprodotta nella citata opera del WRIGHT, p. 56. - -[185] _Inf._, III, 5-6. - -[186] CARAVITA, _I codici e le arti a Montecassino_, Montecassino, 1869 -sgg., vol. I, pp. 245 sgg. - -[187] DIDRON et DURAND, _Op. cit._, p. 78. Se la figurazione in -discorso era già familiare alle arti rappresentative, prima che Dante -la recasse nel suo poema, si vede quanto bisogni andar guardinghi -nell'asserire che il tale o tale altro pittore contemporaneo di Dante, -o di poco posteriore, da Dante appunto ne abbia tratto il concetto. -Ciò si afferma comunemente di Giotto, dell'Orcagna, dell'incerto, che -nel Campo Santo di Pisa dipinse il Giudizio Universale, di altri. -Quanto all'Orcagna non può esservi dubbio, perchè il Lucifero da -lui dipinto nella Cappella degli Strozzi in Santa Maria Novella di -Firenze, risponde a capello al Lucifero dantesco, meno la particolarità -di un serpente che il pittore attorcigliò al braccio destro del suo -demonio, e di cui non è cenno nel poeta. (Cfr. DOBBERT, _Orcagna_, -nella raccolta del DOHME, _Kunst und Künstler des Mittelalters und -der Neuzeit_, Lipsia, 1875 sgg., t. II, P. I, p. 63). Ma la cosa -va altrimenti pel Lucifero che con sola una bocca divora i dannati, -dipinto da Giotto nell'Oratorio degli Scrovegni, nell'Arena di Padova, -e per quello che campeggia nel Giudizio Universale del Campo Santo -di Pisa. Rispetto al primo basterebbe avvertire che gli affreschi di -Giotto in Padova sono anteriori alla _Divina Commedia_. Ad ogni modo -nota in proposito G. G. AMPÈRE: _La tradition veut que le Giotto ait -exprimé dans ces peintures les idées de Dante; elle ajoute même que -le peintre était venu à Padoue tout exprès pour y voir le poëte. Le -premier coup d'oeil donné au_ Jugement dernier _peint par le Giotto -sur un des murs de l'_Arena, _montre l'erreur de cette supposition_. -(_Voyage dantesque. La Grèce, Rome et Dante, études littéraires_, -nuova edizione, Parigi, 1859, p. 333). Nulla più plausibile, del -resto, mi sembra l'opinione espressa dal JESSEN, _Die Darstellung -des Weltgerichts bis auf Michelangelo_, Berlino, 1883, pp. 44, 49, -che Dante abbia tolta da Giotto l'idea del suo Lucifero. Rispetto -al Lucifero del Campo Santo di Pisa, basta far osservare: che esso -è senz'ali; seduto tra le fiamme, e non confitto nel ghiaccio; che -ha un peccatore in ciascuna mano; che altri peccatori gli escon dal -corpo, o gli entran nel corpo, per due aperture, nell'epigastrio e -nell'inguine; ch'egli ha il corpo rivestito di ferrea armatura; il -tutto conformemente a figurazioni già ricevute nell'arte. E pure dice -lo stesso AMPÈRE, _Op. cit._, p. 239, che questo Lucifero è ritratto da -quello di Dante. Una bocca nell'epigastrio, o nell'inguine, ha anche -il Lucifero veduto da Guerino il Meschino. Cf. RENIER, _Op. cit._, p. -cix. Vedi pure THODE, _Franz von Assisi und die Anfänge der Kunst der -Renaissance in Italien_, Berlino, 1885, p. 460. - -[188] _Decam._, gior. VIII, nov. 9. Che dovesse essere un Lucifero -maciullator di dannati, si rileva dalle parole che il Boccaccio pone in -bocca a Bruno: «O me!... maestro, che mi domandate voi? egli è troppo -gran segreto quello che voi volete sapere, et è cosa da disfarmi e da -cacciarmi del mondo; anzi da farmi mettere in bocca del Lucifero da San -Gallo, se altri il risapesse...». - -[189] Così notò il Fanfani nella edizion del _Decamerone_ da lui -procurata. Io non ho agio di compulsar tutti i numerosi libri dello -scrittor veneziano, e però non posso dire in quale di essi la notizia -si trovi. Nel _Ritratto delle più nobili et famose città d'Italia_, là -dove si parla di Firenze, non n'è cenno. - -[190] _Inf._, XXXIV, 22-7. - -[191] _Op. cit._, dist. V, c. 30. - -[192] _Op. cit._, l. II, c. 57, num. 38. - -[193] _Inf._, XIII, 124-9. - -[194] _Inf._, XXIV, 82 sgg.; XXV, 4 sgg. - -[195] _Inf._, XXV, 22-5. - -[196] Cap. 14, nel IV volume della _Divina Commedia_, ediz. del De -Romanis, Roma, 1817, p. 120. La Visione si trova anche nelle edizioni -della Minerva e del Ciardetti. - -[197] Cf. nel vol. I dei _Principles of Sociology_ dello SPENCER -l'istruttivo capitolo intitolato _Animal-worship_. - -[198] _Purg._, XII, 25-6; _Parad._, XIX, 47. - -[199] Che _strupo_ stia per _stupro_, con metatesi della _r_, ammise -recentemente anche lo ZINGARELLI, _Parole e forme della_ Divina -Commedia _aliene dal dialetto fiorentino_, nel fasc. 1º degli _Studî di -filologia romanza_ del MONACI, Roma, 1884, p. 158. - -[200] Vedi sopra p. 81. - -[201] _Parad._, IX, 129. _Invidia autem diaboli mors introivit in orbem -terrarum_ (Sap. II, 24). Se la _invidia prima_ cui accenna Virgilio -(_Inf._, I, 109), sia questa stessa invidia di Satana, è cosa che -lascerò giudicare ad altri. Cfr. POLETTO, _Dizionario dantesco_, s. v. -_Diavolo_. - -[202] _Lettera_ VII, 1, ediz. Fraticelli. - -[203] _Purgat._, XI, 20. - -[204] _Inf._, XXXIV, 108. - -[205] _Purgat._, XIV, 145-6. - -[206] _Purgat._, VIII, 95 sgg. - -[207] _Parad._, XXVII, 26. - -[208] _Inf._, XXIII, 144. - -[209] _Inf._, XXIII, 16; _Purgat._, V, 112. - -[210] _Inf._, XXII, 42. - -[211] _Inf._, III, 84 sgg. - -[212] _Inf._, XXVII, 126. - -[213] _Inf._, VII, 9. - -[214] _Inf._, VIII, 23-4. - -[215] _Inf._, VIII, 83-4. - -[216] _Inf._, XII, 14-5. - -[217] _Inf._, XXI, 131-2. - -[218] _Inf._, XXI, 44, 67-8; XXIII, 16-8. - -[219] _Inf._, XXI, 123. - -[220] _Inf._, VIII, 124-6. Alla discesa di Cristo all'Inferno, -conformemente al racconto dell'apocrifo Evangelo di Nicodemo, allude -Dante in altri due luoghi (_Inf._, IV, 52-63; VII, 38-9). È noto che -molti libri apocrifi ebbero nel medio evo autorità non minore dei libri -canonici: l'Evangelo di Nicodemo fu uno dei più diffusi. Vedi WUELCKER, -_Das Evangelium Nicodemi in der abendländischen Literatur_, Paderborn, -1872. Una versione italiana di esso, fatta nel Trecento, fu pubblicata -da CESARE GUASTI, _Il Passio o Vangelo di Nicodemo_, Bologna, 1862, -_Sc. di cur. lett._, disp. 12. - -[221] _Inf._, III, 88-93; V, 16-20; VI, 22-4; VII, 1-6; VIII, 82 sgg.; -IX, 52-4; XXXI, 12 sgg. - -[222] Caronte, Minosse, Plutone, altri demonii, si chetano alle parole -di Virgilio e non fanno altro contrasto; ma a vincere la resistenza -dei demonii che custodiscono la città di Dite, è necessario scenda un -angelo apposta (_Inf._, IX, 76-103). Anche qui, come sempre, gli angeli -sono i naturali avversarii dei diavoli. Nelle Visioni molto spesso -gli angeli vengono in soccorso delle anime che compiono il periglioso -viaggio. - -[223] _Inf._, XXI, 100-2. - -[224] _Inf._, XXIII, 139-41. - -[225] _Inf._, XXIII, 34-6. - -[226] Ap. PERTZ, _Mon. Germ., Script._, t. V, p. 458. Un caso consimile -si ha nella Visione del cavaliere Owen. - -[227] _Historia ecclesiastica_, l. V, c. 12. - -[228] Cap. 15. - -[229] _Inf._, XXII, 133-41. Una zuffa di diavoli si ha pure nella -_Visio Tnugdali_, c. 3. - -[230] _Inf._, XII, 97-102. - -[231] _Inf._, XVII, 79 sgg. - -[232] _Inf._, XXXI, 130 sgg. - -[233] S'intende che opinioni più o meno disformi da queste non -mancarono. Vedi S. TOMMASO, _Quaestiones disputatae de potentia Dei_, -quaest. XVI, art. 6, 7, 8;_ Summa theol._, P. I, qu. LXXXVI, art. 4; -S. BONAVENTURA, _Sententiae_, l. II, dist. VII, P. 2ª, art. I, qu. 3. -Secondo ONORIO AUGUSTODUNENSE i demonii conoscono le male cogitazioni -degli uomini, non le buone (_Scala coeli_, c. 12): in molte storie -d'indemoniati si legge che gli spiriti maligni rivelarono occultissimi -pensamenti degli esorcisti, o di altre persone. - -[234] _Conv._, III, 13. - -[235] _Inf._, XXVII, 121-3. In un racconto di Cesario di Heisterbach -il principe dei demonii dice ad un suo consigliere: Olivere, semper -curialis fuisti (Dialogus miraculorum, ediz. cit., dist. V, c. 3: -questo demonio curiale è ricordato anche nel c. 35 della stessa -distinzione). Buon loico si mostra anche il demonio nel contrasto suo -con la Vergine, narrato da Bonvesin da Riva. Se ignaro della buona -filosofia, il demonio doveva essere edotto della sofistica, anzi -maestro d'essa; ricordisi la storia di quello scolare di Parigi, che -morto e andato a perdizione, apparve al maestro con una cappa tutta -piena di sofismi indosso, storia narrata dal PASSAVANTI, _Specchio -della vera penitenza_, dist. III, c. 2. E non dimentichiamo che il -demonio disputava assai acremente di teologia con Lutero. - -[236] _Inf._, III, 88-93, 127-9. - -[237] _Inf._, VIII, 18. In ben più grossi errori potevano cadere i -demonii. GREGORIO MAGNO racconta (_Dialog._, l. IV, c. 36) di certo -uomo nobile, per nome Stefano, il quale, in Costantinopoli, subitamente -infermò e morì. Condotto dinanzi al giudice infernale, udì questo -gridare: «Io ordinai di portar giù Stefano ferrajo e non costui». -Ed ecco, tornato al mondo Stefano nobile, muore incontanente Stefano -ferrajo. Notisi la presenza di quel giudice infernale, come in Dante. - -[238] _De vulg. el._, I, 2. - -[239] Veramente Dante sembra aver conceduto più scienza alle anime -dannate che ai demonii. Esse hanno cognizione del futuro: Ciacco -(_Inf._, V, 64-75), Farinata degli Uberti (X, 79-81), Reginaldo degli -Scrovegni (o chi altri si sia, XVII, 67-9), Vanni Fucci (XXIV, 142-51), -predicono varii casi al poeta. Dovrebbero, invece, secondo dice lo -stesso Farinata (X, 108-4), ignorare le cose prossime o presenti; ma -Ciacco sa la pena di altri dannati (VI, 85-7). - -[240] _Purgat._, V, 109-29. San Tommaso ammette che il diavolo -possa, non _naturali cursu_, ma _artificialiter_, produrre pioggia -e vento (_Comment. in Job._, c. 1 e altrove). I fenomeni atmosferici -erano più particolarmente soggetti alla potestà del demonio: TOMMASO -CANTIPRATENSE attribuiva al demonio le illusioni della _fata morgana_ -(_Op. cit._, l. II, c. 57, n. 29). - -[241] _Inf._, XXIV, 112-4. - -[242] _Inf._, XXXIII, 124-32. - -[243] _Inf._, XXXIII, 134-57. - -[244] _Commento_, al c. cit., v. 130. - -[245] _Op. cit._, ed. cit., dist. XII, c. 4. - -[246] _Op. cit._, ed. cit., l. II, c. 57, num. 5. - -[247] _Op. cit._, ed. cit., c. CXVIII, p. 504. - -[248] _Acta SS._, Genn., t. II, p. 792. - -[249] _Acta SS._, Febbr., t. III, p. 132. La credenza durò a lungo -anche dopo Dante: vedi, a questo proposito, una predica di Giovanni -Geiler di Kaisersberg (1445-1510) sommariamente riferita da A. STOEBER, -_Zur Geschichte des Volksaberglaubens im Anfange des XVI Jahrhunderts_, -2ª ediz., Basilea, 1875, p. 68. Nel secolo XVIII tale credenza non era -ancora in tutto dileguata. - -[250] SAN BONAVENTURA, _Sententiae_, l. II, dist. V, art. II, qu. -1; ALBERTO MAGNO, _Summa theol._, P. II, tratt. V, qu. 25, m. 3; S. -TOMMASO, _Summa theol._, P. I, qu. LXIV, art. 4. Anche a proposito di -ciò si trova del resto qualche incertezza. - -[251] _Purgat._, VIII, 94-108. - -[252] Vedi BAUTZ, _Das Fegfeuer_, Magonza, 1883, p. 149. - -[253] Alcuni posero l'Inferno nell'aria, altri nella Valle di Giosafat, -sotto i poli, agli antipodi, nel sole, in isole remote, nell'estremo -Oriente, nei vulcani, fuori del mondo. Vedi RUSCA, _De inferno et statu -daemonum ante mundi exitium_, Milano, 1621, capp. 31-50. - -[254] _Inf._, VIII, 126. - -[255] _Inf._, V, 15. - -[256] _Inf._, VIII, 84-5. - -[257] _Apocalyp._, XX, 1-3. - -[258] Nella _Visio Tnugdali_, c. 14, Lucifero, rappresentato -gigantesco, come nella _Divina Commedia_, e con mille braccia, è -legato con catene sopra una graticola e arrostito in eterno. (Cfr. una -immagine tolta da un manoscritto contenente poesie dell'anglosassone -Caedmon nella citata opera del WRIGHT, p. 55). Un Satana legato è -pure nell'Evangelo apocrifo di San Giovanni secondo i Catari, e nella -_Pistis Sophia_, apocrifo gnostico. Nella Visione di Alberico (c. 9) -un _vermis infinitae magnitudinis_ è legato con una catena dinanzi -alla entrata dell'Inferno ed è forse reminiscenza di Cerbero. Di -solito Lucifero si pone nel fondo dell'abisso (vedi la Visione di un -monaco narrata da BEDA, _Hist, eccl._, l. V, c. 14; la Visione del -fanciullo Guillero, riferita da VINCENZO BELLOVACENSE, _Spec. hist._, -l. XXVIII, c. 84, ecc.). Circa l'opinione che Lucifero non possa uscir -dall'Inferno, cfr. BAUTZ. _Die Hölle_, Magonza, 1882, p. 135. - -[259] _Inf._, XXXI, 85-90. - -[260] _Inf._, XXXI, 101. - -[261] _Inf._, XXIII, 55-7. - -[262] _Summa theol._, P. I, qu. CIX, art. I, II. Cfr. ALBERTO MAGNO, -_Summa theol._, P. II, tratt. VI, qu. 26, m. 1. Una gerarchia diabolica -si ha già nel _Libro d'Enoch_, anteriore al cristianesimo. Cfr. -BAUTZ, _Die Hölle_, pp. 135-6. Beelzebub è detto principe dei demonii -nell'Evangelo di Matteo, XII, 24; in quello di Luca, XI, 15. - -[263] _Inf._, XXXIV, 1, 28. - -[264] _Inf._, VII, 1. - -[265] _Inf._, XII, 64 sgg. - -[266] _Inf._, XXI, 76 sgg. - -[267] _Inf._, VIII, 13 sgg. - -[268] _Inf._, XXV, 16 sgg. - -[269] _Inf._, XXXIV, 55 sgg. - -[270] _Inf._, XXXIV, 28. - -[271] _Inf._, IX, 43-4. _Meschine_ nel significato del fr. _meschines_, -ancelle. - -[272] Luc., XI, 18; Giov., XII, 31. - -[273] Vedi, p. es., la Vita che di San Basilio, arcivescovo di Cesarea, -scrisse Amfilochio, vescovo d'Iconio, in ROSWEY (e non ROSWEYD, come -si scrive comunemente) _Vitae Patrum_, Anversa, 1615, p. 156; GIACOMO -DA VORAGINE, _Legenda aurea_, ed. cit., c. LXVIII, p. 310; _Acta -SS._, Maggio, t. VI, p. 405; GUGLIELMO DI MALMESBURY, _De gestis regum -Anglorum_, ap. PERTZ, _Mon. Germ., Script._, t. X, pp. 471-2. - -[274] _De Bab. civ. inf._, ediz. cit., vv. 25, 65, 125. - -[275] _Inf._, XXVII, 112-20. - -[276] _Purgat._, V, 100-8. - -[277] Di questa specie di contrasti, pure molto importanti, non -è cenno nel recente libro di L. SELBACH,_ Das Streitgedicht in -der altprovenzalischen Lyrik, und sein Verhältniss zu ähnlichen -Dichtungen anderer Litteraturen_, Marburgo, 1886, dove di molte altre -specie si tocca. Vedi quanto di essa dicono lo ZARNCKE, _Ueber das -althochdeutsche Gedicht vom Muspilli, Ber. üb. d. Verhandl. d. k. -sächs. Gesellsch. d. Wiss._ Philol.-hist. Cl., t. XVIII, 1866, pp. -202-13, e il D'ANCONA, _Origini del teatro in Italia_, Firenze, 1877, -vol. II, pp. 29-36; 2ª ediz., Torino, 1891, pp. 552-60. - -[278] Vedi GIOVANNI CASSIANO (m. poco dopo il 432), _Collationes -patrum,_ collat. VIII, c. 17. - -[279] BALUZE, _Capitularia_, t. II, p. 104. - -[280] _Epist_. 10, in JAFFÈ, _Monumenta Moguntina, Bibl. rer. germ._, -t. III, Berlino, 1866, p. 55. Il contrasto assume qui un carattere -anche più largo. L'anonimo visionario si udì accusare dai proprii -peccati, difendere dalle proprie virtù, fatti in certo modo persone: -un uomo già da lui percosso e ferito, compare, tuttochè vivo ancora, -ad accusarlo. Abbiamo già l'embrione di un regolare processo. Angeli e -demonii formavano due eserciti, sempre in guerra tra loro. Una volta, -nel deserto, l'abate Isidoro mostrò all'abate Mosè, dalla parte di -Occidente l'esercito dei diavoli, dalla parte di Oriente l'esercito -degli angeli, quello pronto ad assaltare i santi uomini, questo a -difenderli: RUFINO DI AQUILEJA, _De vitis patrum_, l. II, c. 10. - -[281] Probabilmente era questa una tradizione rabbinica. I rabbini -narrarono pure una specie di contrasto fra Sammaele, l'angelo della -morte, e Mosè, che non vuol morire, e lo mette in fuga; poi fra -l'anima di Mosè, la quale non vuole uscire del corpo, e Dio stesso, -che è venuto per prenderla. Vedi EISENMENGER, _Entdecktes Judenthum_, -Königsberg, 1711, vol. I, pp. 858-61. - -[282] Cfr. per la credenza, anche fuori del cristianesimo, MAURY, -_Essai sur les légendes pieuses du moyen-âge_, Parigi, 1843, p. 81. Per -la opinione, del resto non sostenibile, che le origini della credenza -cristiana sieno da cercare nel paganesimo germanico, vedi GRIMM, _Op. -cit._, vol. I, pp. 349; II, 698-9. - -[283] BOUQUET, _Recueil des historiens des Gaules_, t. II, p. 593. - -[284] _Hist. eccl._, l. V, c. 13. Sant'Agostino vide una volta il -diavolo con un gran libro sopra le spalle, il libro dove notava per -ordine tutti i peccati degli uomini. Aveva ad esser ben grande: di -solito ciascun peccatore ha il suo libro particolare. L'idea di questo -libro diabolico fu suggerita, probabilmente, per ragion di contrasto, -dal libro della vita, di cui è più d'una volta menzione nelle -Scritture. - -[285] Caratteristico a tale proposito è il racconto riferito da LEONE -MARSICANO (m. 1115) nella _Chronica Montis Casinensis_, all'anno -1024. Un monaco, stando in orazione la notte, vede passare con grande -ruina una turba di diavoli. Chiamatone uno, gli chiede ove vadano, e -avutone in risposta che vanno a torsi l'anima dell'imperatore Enrico -III, protesta di non credere che Dio possa darla loro nelle mani, e -gl'impone di venirne a lui al ritorno, a narrargli l'evento. Passati -due giorni, ecco riapparire il malvagio spirito, con volto dimesso, -con portamento lugubre, e narrare al monaco la disfatta propria e de' -suoi. Già era durata un pezzo la contesa fra gli angeli ed essi, quando -di comune accordo fu risoluto di pesare con una bilancia le buone e -le male azioni del morto, e decidere così a chi dovesse appartenerne -l'anima. Dato mano all'esperimento, traboccava la bilancia in favor -dei demonii quand'ecco accorrere anelante San Lorenzo (_semiarsus -ille Laurentius_) e gettar con grand'impeto nel piatto contrario -un calice d'oro che tempo innanzi l'imperatore aveva donato a una -basilica di lui. Incontanente la bilancia trabocca da quella parte, -e i diavoli debbono, confusi e scornati, abbandonare la preda. L. II, -c. 47, ap. PERTZ, _Mon. Germ., Scrip._, t. VII, pp. 658-9. Una storia -consimile si narra dell'anima di Carlo Magno dallo Pseudo Turpino, -c. 32. Queste son due delle parecchie Visioni che dovrebbero essere -registrate e non sono nell'opuscolo, per più rispetti manchevole, -di C. FRITSCHE, _Die lateinischen Visionen des Mittelalters bis zur -Mitte des 12. Jahrhunderts_, Halle, 1885. La ponderazione delle -anime, o delle azioni, fu spesso figurata dall'arte cristiana in -dipinti, in bassirilievi, nelle chiese, sopra tombe, ecc., ecc. Com'è -noto, la immaginazione antichissima occorre in Egitto, in India, in -Persia, in Grecia, fra' maomettani, fra' Mandaiti, ecc., ecc. Cf. -MAURY, _Recherches sur l'origine des représentations figurées de -la psychostasie, ou pèsement des âmes et sur les croyances qui s'y -rattachent, Revue archéologique_, anno 1844, p.te 1ª, pp. 235-49, -291-307; _Remarques sur la psychostasie_, etc., Rev. arch., anno 1845, -p.te 2ª, pp. 707-17; De Witte, _Scènes de la psychostasie homérique, -Rev. arch._, anno 1844, p.te 2ª, pp. 647-56. - -[286] _Acta SS._, Genn., t. II, p. 37. - -[287] _Acta SS._, Marzo, t. III, pp. 570-1. Già GREGORIO MAGNO, -_Dial._, IV, 36, narra di un'anima contrastata, che i diavoli tirano -per le gambe, gli angeli per le braccia, quelli verso l'Inferno, verso -il cielo questi. - -[288] Vedi per le origini ROSKOFF, _Op. cit._, vol. I, p. 230. - -[289] _Frutti della lingua_, cap. 37. - -[290] _Purgat._, V, 109-29. - -[291] _Inf._, XXVII, 121-7. - -[292] _Inf._, III, 121-6. - -[293] _Inf._, XXI, 39-40. Innumerevoli sono le leggende in cui si narra -di sceleratissimi uomini le cui anime, e spesso anche i corpi, sono -portati via a furia dai diavoli. Vedi CESARIO DI HEISTERBACH, _Dial. -Mirac._, dist. XII, cc. 7, 8, 9, 13; PASSAVANTI, _Sp. d. vera penit._, -dist. II, c. 6; GIACOMO DA VORAGINE, _Leg. aurea_, ed. cit., c. CXIX, -p. 516; Pietro il VENERABILE, _De miraculis_, l. I, c. 14; FRA FILIPPO -DA SIENA, _Op. cit._, passim. Morto l'imperatore Enrico II, un eremita -vide una turba di diavoli portarne l'anima, sotto forma di un orso, al -giudizio, che le riuscì per altro favorevole (_Acta SS._, Giugno, t. -II, p. 1003). - -[294] _Inf._, III, 111. - -[295] Ma, pel vestibolo, bisogna tener conto dei mosconi e delle vespe, -che ai vigliacchi rigano di sangue il volto, e che potrebbero essere -diavoli trasformati. - -[296] _Inf._, VI, 18. - -[297] _Inf._, VII, 25-30. - -[298] _Inf._, VIII, 58-60. - -[299] _Inf._, XXXII, 130-2; XXXIII, 76-8. - -[300] L'anima è già in preda a tutti i tormenti dell'arsura e del gelo -che si avvicendano: - - Staganto en quel tormento, sovra ge ven un cogo, - Ço è Baçabù, de li peçor del logo, - Ke lo meto a rostir, com'un bel porco, al fogo, - En un gran spe de fer, per farlo tosto cosro. - E po prendo aqua e sal e caluçen e vin - E fel e fort aseo, tosego e venin, - E si ne faso un solso ke tant è bon e fin, - Ca ognunca Cristian sì guarda el Re divin. - -_De Bab. civ. inf._, ediz. cit., vv. 117-24. Veggansi le pene descritte -nella Visione di Tundalo, le più spaventose forse e le più strane -che mai siensi immaginate da mente in delirio. Se è vero ciò che -San Gregorio Magno afferma, essere i tormenti dei dannati gradito -spettacolo agli eletti, Dante mostrò di avere del gusto dei santi -miglior concetto che non i contemporanei suoi. - -[301] _Inf._, XII, 73-5. - -[302] _Inf._, XI, 76-90. - -[303] _Inf._, XIII, 124-9. - -[304] _Inf._, XXIV, 82 sgg.; XXV, 1 sgg. - -[305] _Inf._, XIII, 101-2. - -[306] _Inf._, XVIII, 35-6. - -[307] _Inf._, XXI, 52-7; XXII, 34-6. - -[308] _Inf._, XXVIII, 37-8. - -[309] _Inf._, XXXIV, 52-7. Cfr. quanto dei demonii, quali tormentatori -dei dannati, dice S. TOMMASO, _Suppl_. qu. LXXXIX, art. 4. L'idea di -porre nelle bocche, o fra gli artigli di Lucifero, o più prossimi a lui -i peccatori massimi, era una idea ragionevole e ovvia. Già un monaco, -di cui Beda narra la Visione _(Hist. eccl._, l. V, c. 14), vide Satana -immerso nel più profondo dell'Inferno, e vicino a lui Caifa e gli altri -che uccisero Cristo. - -[310] _Inf._, XXXIV, 53-4. - -[311] _Parad._, XXVII, 22-7. - -[312] _Inf._, XXI, 137-9. - -[313] _Inf._, XXII, 97-123. - -[314] _Inf._, XXII, 133-51. - -[315] Nella leggenda di S. Caradoc si vede il diavolo far lazzi e -capriole da saltimbanco e da buffone (_Acta SS._, Apr., t. II, p. 151). -San Gerolamo racconta che un sant'uomo vide una volta un diavolo ridere -sgangheratamente. Chiestagli il santo la cagion del suo riso, quegli -rispose che un suo compagno diavolo stava seduto sullo strascico di una -donna, e ch'egli lo vide tombolare per terra, quando la donna, dovendo -passare un luogo fangoso, alzò la veste. Una volta il diavolo tenta con -una gran sete S. Lupo, mentre sta in orazione. Il santo si fa recare un -vaso d'acqua fresca, e il diavolo subito ci si caccia dentro, sperando -di poter così entrare in corpo al buon servo di Dio; ma il buon servo -di Dio, che ha conosciuto l'inganno, pone sul vaso il guanciale del -letto, e tiene prigioniero il diavolo sino alla mattina, lasciandolo -strillare a sua posta (GIACOMO DA VORAGINE, _Legenda aurea_, ediz. -cit., c. CXXVIII, p. 580). Esempii sì fatti si potrebbero moltiplicare -all'infinito. Il diavolo appar ridicolo anche in alcuni _fableaux_ e -_contes dévots_, e ridicolissimo spesso lo rappresentano le arti. - -[316] Vedi COLLIER,_ The history of english dramatic poetry_, Londra, -1831, vol. II, p. 262; ROSKOFF, _Op. cit._, vol. I, pp. 359 sgg. - -[317] _Adam, drame anglo-normand du XIIe siècle_, pubblicato la prima -volta da V. LUZARCHE, Tours, 1854, pp. 16, 18, 43. Una nuova edizione, -critica, pubblicò L. PALUSTRE, Parigi, 1877. Cfr. PETIT DE JULLEVILLE, -_Les Mystères_, Parigi, 1880, vol. I, p. 83. Una delle didascalie del -dramma (ediz., Luzarche, p. 43) dice così: _Tunc veniet diabolus, -et tres vel quatuor diaboli cum eo, deferentes in manibus chatenas -et vinctos ferreos, quos ponent in collo Ade ed Eve. Et quidam eos -impellunt, alii eos trahunt ad infernum. Alii vero diaboli erunt juxta -infernum obviam venientibus, et magnum tripudium inter se faciunt de -eorum perdicione; et singuli alii diaboli illos venientes monstrabunt, -et eos suscipient et in infernum mittent, et in eo facient fumum magnum -exurgere, et vociferabuntur inter se in inferno gaudentes, et collident -caldaria et lebetes suos, ut exterius audiantur. Et facta aliquantula -mora, exibunt diaboli discurientes per plateas; quidam vero remanebunt -in infernum_. Di che natura avessero ad essere quei tripudii e a quali -scene dovessero dar luogo quelle corse per la piazza, tra il popolo, -possiamo immaginare facilmente. - -[318] _Origini del teatro in Italia_, vol. II, p. 13; 2ª ediz., vol. I, -p. 534. - -[319] _Cronica_, l. VIII, c. 70. - -[320] Questi nomi sono: Malebranche, nome collettivo, Malacoda, -Scarmiglione, Alichino, Calcabrina, Cagnazzo, Barbariccia, Libicocco, -Draghignazzo, Ciriatto, Graffiacane, Farfarello, Rubicante. Parecchi -di essi diedero da arzigogolare ai commentatori; e su che cosa non -arzigogolarono i commentatori? Io non imiterò il loro esempio; noterò -solo che _Alichino_, anzichè derivare dal _chinar le ali_, come piacque -ad alcuno, potrebbe essere l'_Hellequin_ dei Francesi, che già si trova -ricordato da Elinando e da Vincenzo Bellovacense. - - - - -UN MONTE DI PILATO IN ITALIA - - -Fra le devote leggende più diffuse e più celebri nel medio evo, -diffusissima e celeberrima fu quella di Pilato. Germogliata nei -primi secoli del cristianesimo, cresciuta smisuratamente dipoi, -trapiantata d'uno in altro suolo, essa soggiacque a varia fortuna, -ebbe molte e curiose vicende, si mutò in tutto da quella ch'era stata -in origine. I primi cristiani, solleciti di raccogliere quante più -prove e testimonianze potevano in favore dell'insidiata e combattuta -lor fede, giudicarono molto benignamente il giudice pusillanime; -affermarono ch'egli aveva fatto quant'era in poter suo per istrappar -Gesù all'ingiusto supplizio; mostrarono una lettera da lui scritta -all'imperatore, nella quale era ampiamente riconosciuta l'innocenza -del Nazareno ed esecrata la malvagità de' nemici suoi; giunsero a -dire persino ch'egli era morto martire della fede. Mutati i tempi, -e assicurato il trionfo della Chiesa, mutarono anche i giudizii. La -sospetta testimonianza, divenuta inutile ormai, fu lasciata volentieri -in disparte, e sotto l'influsso di un altro pensiero, in virtù di -un postulato della coscienza che voleva colpiti da formidabile e -condegno castigo quanti, in un modo o in un altro, avevano avuto parte -nella condanna e nella morte del Redentore, cominciò un lavoro delle -fantasie in tutto diverso da quel di prima, e la leggenda si trasformò, -e, starei per dire, si capovolse. Ecco Pilato diventare un pessimo -scelerato, degno d'andarne alla pari co' rei giudici del Tempio e -con lo stesso Giuda. Si narra allora come l'imperatore lo chiamasse -al suo cospetto per chiedergli conto della morte del Giusto; come -rigorosamente il punisse; come il punito si togliesse da se stesso -la vita, e il maledetto suo corpo fosse tramutato di luogo in luogo, -cagione sempre alla terra che raccoglieva di turbamenti e di calamità. -Si ricercano le origini di lui, il paese ove nacque, i primi suoi -fatti, e tutta una storia s'immagina, la quale cel mostra malvagio sino -dalla puerizia, e spiega il gran misfatto finale. La sua leggenda si -lega ad altre leggende celebri, a quella della Veronica, a quella della -vendetta del Salvatore, fa corpo con esse, riceve da esse nuovo vigore -e notorietà nuova. Egli finisce con Giuda, e con alcun altro massimo -scelerato, fra le mascelle formidabili di un Satanasso trifronte, nel -più profondo e tenebroso abisso d'inferno. - -Io ho ricordate brevemente le origini e le vicende della leggenda di -Pilato; ma non è mio proposito di addentrarmi nello esame e nella -discussione di essa. Tale lavoro fu già fatto, se non in modo che -possa dirsi compiuto, almeno in modo sufficiente, e qui non accade -ripeterlo[321]. Io intendo solamente far parola di alcune immaginazioni -che si riferiscono alla presenza di Pilato in Italia, e che -propriamente appartengono a quella parte della leggenda ove si narra -della sorte toccata al corpo di lui. In tale argomento sono da notare -alcune cose che non furono, per quanto io mi sappia, notate e che non -mancano di curiosità. - -La leggenda, o, a meglio dire, le varie versioni di essa, fanno nascere -Pilato in Vienna di Francia, o in Lione, o in Magonza, o in Forchheim, -o nei dintorni di Bamberga, o in Ispagna. La ragione di tale varietà -facilmente s'intende quando si pensi che, affermando patria di alcun -celebre tristo la tale o tal città, la tale o tale regione, si dava -sfogo di consueto a passioni d'inimicizia e di gelosia, e durevole -e concreta espressione a un intendimento ingiurioso. Ciò che si fece -per Pilato si fece, com'era naturale, anche per Giuda. In un luogo del -_Dittamondo_ Fazio degli Uberti dice: - - Entrati nella Marca, com'io conto, - Io vidi Scarïotto onde fu Giuda, - Secondo il dir d'alcun, da cui fu conto[322]. - -Giuda fu dunque fatto nascere, oltrechè in molti altri luoghi, anche -in Italia, e in più luoghi d'Italia, similmente, fu fatto nascere -Pilato. Durante il medio evo soleva mostrarsi in Roma, tra l'altre cose -mirabili, anche una torre, o casa, o palazzo di Pilato[323]. - -La fine di Pilato è, nelle varie versioni della leggenda, narrata assai -diversamente. Egli morì sotto Tiberio, sotto Caligola, sotto Nerone, -sotto Vespasiano e Tito: fu fatto decapitare; fu ucciso dallo stesso -Nerone furente; fu scorticato; fu cucito, come si usava coi parricidi, -in una pelle di bue, insieme con un gallo, una vipera ed una scimia, e -lasciato morire al sole; fu chiuso in una torre, ed egli con le proprie -sue mani si uccise; fu, con la torre insieme, inghiottito dalla terra. -La credenza che egli si fosse ucciso, suggerita forse dall'esempio -di Giuda, e dal desiderio di far commettere al reo un'ultima colpa, a -giudizio di cristiani gravissima, è molto antica e quasi cancellò tutte -le altre: ad essa si legano, e da essa in certo qual modo derivano, i -racconti in cui si dice delle vicende cui andò soggetto dopo la morte -il corpo maledetto, e dei danni ch'esso produsse. Secondo un racconto -più antico, Pilato si uccise nella città di Vienna, dov'era stato -chiuso in una torre, e il suo corpo fu gettato nel Rodano. Secondo un -racconto più recente, e che ebbe poi molto maggior diffusione, Pilato -si uccise in Roma, e il corpo suo fu da prima gettato nel Tevere, -poi tolto di là, trasportato in Gallia e buttato nel Rodano, ove non -rimase nemmeno. Non solamente questi due racconti, che io reco qui -in una forma meramente schematica, ma anche altri, sui quali non ho -bisogno di soffermarmi, dan notizia dei turbamenti prodotti dal corpo -sommerso del suicida e delle successive traslazioni che ne furono la -conseguenza[324]. - -In un racconto latino intitolato _Mors Pilati qui Jhesum condemnavit_, -pubblicato dal Tischendorf[325], si dice che Tiberio, fatto venire -a Roma Pilato, ordinò fosse chiuso in un carcere, poi radunò il -consiglio perchè pronunziasse sentenza sopra di lui. Saputo d'essere -stato condannato a morire di morte turpissima (_ut morte turpissima -damnaretur_) Pilato con un coltello si uccise. «Informato della morte -di Pilato, Cesare disse: Veramente è morto di morte turpissima colui -che non risparmiò se stesso. Fu legato a un enorme masso e gettato nel -Tevere. Ma gli spiriti maligni e sordidi, tripudiando per amor di quel -corpo maligno e sordido, si agitavano tutti nell'acqua, suscitando -terribilmente nell'aria folgori e bufere e tuoni e grandini, così -che teneva gli uomini un orribil timore. Onde i Romani, trattolo -dal Tevere, lo portarono per vituperio a Vienna, e lo sommersero nel -Rodano: Vienna, gli è come dire via Gehennae, poichè era allora luogo -di maledizione. Ma anche quivi accorsero i malvagi spiriti, producendo -le medesime turbazioni. Però gli uomini di quel paese, non potendo -sopportare tanta infestazione di demonii, allontanarono da sè quel -vaso di maledizione e lo buttarono in certo pozzo, ch'era tutto intorno -serrato di monti, dove, per riferimento d'alcuni, si vedono sobbollire -tuttavia le diaboliche macchinazioni»[326]. Così l'ingenuo ed incognito -narratore. - -Il codice ambrosiano, dal quale il Tischendorf trasse questo racconto, -è del secolo XIV; ma il racconto stesso risale per lo meno al XII, -nel qual tempo si congiunse alla già ricordata leggenda dei natali -e dei primi fatti del proconsole romano, e diventò parte di maggior -racconto, che, sotto il titolo di _Vita Pilati_, ebbe più redazioni -diverse, e grandissima diffusione. Ciò che nella _Mors Pilati_ si -narra del corpo di costui, sommerso prima nel Tevere, poi nel Rodano, -e gettato da ultimo in un pozzo fra' monti, accenna evidentemente a -più leggende locali già sorte, e al desiderio dell'autore del racconto -di legarle possibilmente tra loro senza negarne nessuna. L'autore, -o, per dir meglio, il compilatore della _Vita_, procede alquanto più -oltre su questa via, e dice che dal Tevere il corpo passò nel Rodano: -che tolto dal Rodano, fu trasportato a Losanna; e che tolto finalmente -anche da Losanna, sempre per le stesse ragioni, fu buttato in un -pozzo dell'Alpi. Questa è la versione che, insieme con molti altri, -accetta anche Giacomo da Voragine (m. 1298) nella _Legenda aurea_[327]. -L'anonimo autore di un commento allo _Speculum regum_ di Gotofredo -da Viterbo dice, sebbene in modo erroneo, qualche cosa di più, che -accenna a nuove leggende locali; dice, cioè, che il corpo di Pilato, -estratto dal Rodano, fu gettato in una palude tra' monti, non lungi da -Losanna, vicino a Lucerna: _in montanis_ circa _Losoniam_ (o Losaniam) -_prope Lucernam in quandam paludem proiecerunt_[328]. L'anonimo, il -quale sembra fosse romano, fonde qui insieme due tradizioni diverse, -l'una che si riferiva a Losanna, l'altra che si riferiva a Lucerna, -e, propriamente, al famoso Monte di Pilato, che sorge a ridosso di -quella città[329]. Altre tradizioni del resto sembra non mancassero -in Isvizzera. Un canonico di Zurigo, Corrado a Mure, dice nel suo -_Fabularium_, finito di scrivere nel 1273, che dal Rodano il corpo di -Pilato fu trasportato sul monte Septimer, poco lungi da Chiavenna[330]. -Forse quand'egli scriveva, la leggenda lucernese non era nata ancora: -il primo a fare espresso ricordo di quello che ora si chiama il Pilato, -e che prima fu detto il Fracmont, Frakmünd ecc. (_mons fractus_) sembra -sia stato Felice Haemmerlin (Malleolus), morto in Lucerna nel 1457. -S'intende facilmente come la Svizzera, in grazia della sua stessa -configurazione fisica, dovesse essere paese assai favorevole alla -moltiplicazione di così fatte leggende[331]. - -Con la sommersione del corpo di Pilato nel Tevere, con la credenza -che in Roma si vedesse ancora quella ch'era stata casa del giudice -malvagio, sembra che l'Italia, o almeno una regione di essa, volesse -richiamare più risolutamente a sè una leggenda illustre, la quale per -più altri rispetti le apparteneva. Una leggenda più particolarmente -italiana era sorta; ma questa doveva, come abbiam veduto, comporsi con -altre leggende più antiche, e se voleva tener dietro, come lo stesso -suo spirito le dettava, alle vicende cui andava soggetto il corpo dello -scelerato suicida, doveva uscire d'Italia. Doveva, dico, sino a tanto -che non avesse trovato modo di supplire alle leggende straniere, e di -liberarsi dallo straniero concorso. Ora, un tal modo, o prima o poi, -l'aveva a trovar facilmente. - -Notiamo anzi tutto che il luogo della relegazione e della prigionia di -Pilato non era al tutto certo. Si credeva più generalmente fosse stato -in Vienna; ma un racconto famoso, la _Vindicta Salvatoris_, lo poneva -in Damasco[332], e un altro racconto, famoso ancor esso, e di origine -sicuramente italiana, la _Cura sanitatis Tiberii_, lo poneva in una -città di Toscana, variamente detta nei manoscritti Ameria, Amerina, -Cimerina, Timernia, Arimena[333]. La città di Toscana, qual ch'essa -fosse, facendo dimenticare Vienna, faceva dimenticare anche l'avventura -del Rodano, e poneva la leggenda italiana, sciolta da ogni legame con -tradizioni straniere, in condizione di poter narrare a suo modo, e con -intendimento italiano, le vicende del corpo di Pilato. In un racconto -latino intitolato _De Veronilla et de imagine domini in sindone -depicta_, e che volentieri crederei composto in Italia, o derivato da -alcuna fonte italiana, si dice che Pilato fu imprigionato in Roma; che -quivi di sua mano si uccise; che il corpo di lui fu gettato nel mare, -dove tutti i pesci morirono; che trattolo dal mare, i cittadini lo -portarono in un luogo deserto che non si nomina: _in heremum tam longe -duxerunt, ubi nullum hominem venire ultra sciverunt_[334]. - -Non mancavano luoghi in Italia a cui la leggenda del corpo di Pilato -poteva essere opportunamente legata. Tutte le tradizioni di cui ho -fatto cenno sin qui parlano di danni recati da quel corpo, e parecchie -dicono più specificatamente di formidabili procelle suscitate da esso. -Una conseguenza si può subito prevedere: i luoghi di fama paurosa, le -solitudini de' monti che si credevano infestate dai demonii, i laghi -portentosi di cui da tempo antichissimo si diceva non potervisi gettar -dentro un sassolino senza che se ne levassero tempeste devastatrici, -dovevano, naturalmente, attrarre a sè la leggenda, dovevano, o almeno -potevano, diventare monti e laghi di Pilato. In Italia monti e laghi -così fatti erano meno frequenti che altrove, ma non mancavano: l'Etna -aveva le sue leggende, le aveva il Lago d'Averno presso Pozzuoli, e -Giovanni Boccacci parla del lago Scaffajolo negli Apennini, il quale -suscitava procelle spaventose, come appena ci si gettasse dentro alcuna -cosa[335]. I monti e il lago di Norcia avevano un'antica riputazione -diabolica e magica diffusa per tutta Italia. Quivi ponevasi un antro -della Sibilla, che diè luogo a leggende molto simili a quelle sorte in -Germania intorno al Monte di Venere[336]; quivi ancora si raccolse la -leggenda di Pilato. - -Pietro Bersuire (m. 1362) racconta nel suo _Reductorium morale_[337] -la seguente istoria: «Di un terribile esempio che si ha presso -Norcia[338], città d'Italia, udii narrare, come di cosa vera e cento -volte esperimentata, da certo prelato, fra tutti degnissimo di fede. -Diceva egli pertanto essere tra' monti prossimi a detta città un -lago, dagli antichi consacrato ai demonii, e dai demonii sensibilmente -abitato, al quale nessuno oggi può appressarsi (salvo che i necromanti) -senz'essere da quelli portato via. Perciò fu cinto il lago di muri, -guardati da custodi, affinchè non possano andarvi i necromanti a -consacrare i libri loro ai diavoli. E la cosa più terribile è questa, -che la città deve, ciascun anno, mandar per tributo ai demonii, entro -la cerchia dei muri, presso al lago, un uomo vivo, il quale subito -e visibilmente è da essi lacerato e divorato: e dicono che se ciò -non si facesse, sarebbe quella città distrutta dalle tempeste. Ogni -anno sceglie la città alcuno scelerato, e lo manda per tributo ai -demonii. Nè questo io crederei, non avendone mai trovato cenno in -iscrittura alcuna, se da tanto vescovo non l'avessi udito asserir -fermamente»[339]. - -La storia narrata da Pietro Bersuire ha molta somiglianza con quella -che del monte Cannaro in Catalogna racconta Gervasio da Tilbury nei -suoi _Otia Imperalia_[340]. In essa non è fatto cenno di Pilato, come -non ne è fatto cenno nel _Guerino Meschino_, il quale fu composto -poco dopo il tempo in cui il benedettino francese compilava il suo -_Reductorium_, e dove si parla a lungo dell'antro della Sibilla e -della lieta vita che si menava nei regni sotterranei di lei[341]; ciò -nondimeno, una leggenda in cui figurava Pilato era indubitatamente già -nata, giacchè se ne trova il ricordo nel _Dittamondo_ di Fazio degli -Uberti, il quale visse sino circa il 1367. Nel già citato luogo di -questo poema, Fazio dice, continuando a parlare della Marca: - - La fama qui non vo' rimanga nuda - Del monte di Pilato, ov'è uno lago - Che si guarda la state a muda a muda. - Perchè, quale s'intende in Simon Mago - Per sagrar il suo libro là su monta, - Onde tempesta poi con grande smago, - Secondo che per quei di là si conta. - -Il Capello nota a questo passo: «El monte de Pilato se dice ch'è supra -Norcia, e lì è un luogo di diavoli, al qual vanno quei che si vogliono -intendere de arte magica», e non aggiunge altro, e forse non sapeva -altro. Può darsi che lo stesso Fazio abbia avuto notizia di questa -leggenda un po' tardi, giacchè in un precedente luogo del poema si -trova ricordo dell'altra, che poneva in Vienna la prigionia e la morte -di Pilato, e le due difficilmente possono insieme accordarsi. Nel L. -II, cap. 5, il poeta così si esprime: - - Qui ti vo' dir, perchè ti sia diletto, - Pilato fue confinato a Vienna, - Dove s'uccise d'ira e di dispetto. - -Merita considerazione un riscontro, forse non fortuito. Pietro Bersuire -e Fazio degli Uberti parlano di guardie poste al lago per impedire ai -necromanti di accedervi, e il simile si racconta del Monte di Pilato -presso Lucerna, su cui, ancora nello scorso secolo, era vietato di -salire. Nel 1387 sei ecclesiastici di Lucerna furono messi in prigione, -perchè avevano tentata l'ascensione del Fracmont[342], e il già citato -commentatore dello _Speculum regum_ dice, seguitando a parlare della -palude in cui era stato gettato il corpo di Pilato: «Egli è certo che -ogni qual volta si gitti nella palude alcuna cosa, per minuta che sia, -incontanente si muovon bufere e grandini e folgori e tuoni. Perciò vi -si pongono custodi, che in tempo d'estate non lasciano che nessuno vi -salga[343]». Anche vicino a Lione si poneva un Mont Pilate con un lago -suscitatore di tempeste; ma non so se fosse vietato l'andarvi. - -La leggenda raccolta da Fazio fu ripetuta da altri, con le variazioni -consuete e inevitabili. Un predicator di Foligno, fra Bernardino -Bonavoglia, ebbe, sembra, a recitarla dal pulpito: egli nulla sa di -muri o di custodi. «Dicesi che presso Norcia sia un monte, e quivi un -lago, detto di Pilato, essendo opinione quasi di molti che il corpo -di lui fosse quivi portato dai diavoli sovra un carro tirato da tori. -E da luoghi prossimi, e da remoti, si recano colà uomini diabolici, e -formano are con tre circoli, e ponendosi, con alcuna offerta, nel terzo -circolo, chiamano quel diavolo che vogliono, leggendo il libro che da -esso debb'essere consacrato. E venendo il diavolo con grande strepito -e clamore, dice: A che mi citi? Risponde: Voglio consacrar questo -libro; voglio cioè che tu ti obblighi a fare quanto in esso è scritto, -quante volte io te ne richiederò, e in premio ti darò l'anima mia. E -così fermato il patto, il diavolo toglie il libro, e vi segna alcuni -caratteri, dopo di che egli è pronto a fare ogni male, quando altri lo -legga. Ecco in che modo son fatti schiavi quei miseri e dannati uomini. -Accadde una volta che un tale, voglioso di consacrare nel modo predetto -il suo libro, stando nel circolo ordinato, chiamò certo demonio, e -gli fu risposto, ch'e' non v'era allora, ma era ito nella città di -Ascoli, per farvi morire molti di ferro, così dei fuorusciti, come de' -cittadini che hanno il dominio, e che tornerebbe ad opera compiuta, -e farebbe ciò onde fosse richiesto. Meravigliato di tale risposta, -colui s'avviò verso Ascoli per conoscere la verità di sì gran fatto, e -giunse ad un luogo dei frati minori, ove dimorava allora il santissimo -fratello Savino da Campello, e narrato per ordine quant'eragli occorso, -riseppe che la notte precedente trenta de' fuorusciti erano stati -impiccati in piazza, e che molti dell'una e dell'altra parte erano, -nella città, morti di ferro. Venuto a cognizione di ciò, il detto uomo -fermamente risolvette... di rinunziare all'arte magica e agl'incanti, -considerando grande esser l'arte del diavolo in accalappiare e perder -le anime. Ciò riferì il detto sant'uomo frate Savino, a certo frate -nostro de' predicatori»[344]. - -Fra Bernardino accenna ad uomini che venivano da remoti paesi per -attendere a lor pratiche di magia; sembra in fatti che la fama -dell'antro della Sibilla e del monte e lago di Pilato che si ponevano -presso Norcia, si diffondessero per la Germania e per la Francia, -e ne richiamassero frequenti visitatori. Nel 1420 vi capitò un noto -cavaliere e poeta francese, Antonio de la Sale, che raccontò poi le -cose vedute[345], e nel 1497 ne imitò l'esempio Arnaldo di Harff, -patrizio di Colonia[346]. Leandro Alberti, dopo aver parlato, nella -sua _Descrittione di tutta l'Italia_, dell'antro della Sibilla, così -prosegue: «Poscia alquanto più in su nell'Apennino, nel territorio -Nursino, vi è il Lago, non meno biasimevole della Grotta, addimandato -Lago di Norsa, nel quale dicono gli ignoranti notare i diavoli, imperò -che continuamente si veggono salire et abbassare l'acque di quello in -tal maniera che fanno maravigliare ciascuno che le guarda, parendogli -cosa sopra naturale, non intendendo la cagione di tal movimento. La -onde in tal guisa essendo volgata la fama di detto Lago, et non meno -dell'antidetta Caverna appresso gli huomini, non solamente d'Italia, -ma altresì fuori, cioè che quivi soggiornano i Diavoli, et danno -risposta a chi gli interroga, si mossero già alquanto tempo (come -scrive il Razzano) alcuni uomini di lontano paese (però leggiermente) -et vennero a questi luoghi per consagrare libri scelerati et malvagi -al Diavolo, per poter ottenere alcuni suoi biasimevoli desiderii, -cioè di ricchezze, di honori, d'amorosi piaceri, et di simili cose... -Vedendo i Norsini tanto concorso d'incantatori, che salivano sopra -questi aspri et alti monti, acciò non possano passare a detti luoghi, -hanno serrata primieramente detta Caverna, et poi tengono buone guardie -al Lago»[347]. L'Alberti, che scriveva verso il mezzo del secolo XVI, -di Pilato propriamente non fa menzione, ma cita i versi di Fazio che -lo ricordano. Il Razzano da lui nominato è quel Pietro, che nacque -in Palermo nel 1420, fu domenicano, storico, oratore e poeta, e morì -vescovo di Lucera nel 1492, lasciando molte opere manoscritte. Egli -aveva avuto occasione di parlare con alcuni tedeschi dai quali era -stato inutilmente tentato l'esperimento della consacrazione[348]. - -Nel 1621 ricorda il lago portentoso di Norcia Paolo Merula, nella sua -_Cosmographia generalis_: «Nel Piceno, di fianco al Monte Vittore, -dalla parte che guarda a Oriente, è un lago nobilitato dalla fama, -detto Nursino. Dice il volgo ignorante che in esso nuotano i diavoli, -e ciò perchè quelle acque si vedono con perpetui moti salire e calare -a vicenda, non senza grandissima ammirazione di coloro che ne ignoran -la causa». Riferisce ancor egli, come l'Alberti, quanto aveva già -detto il Razzano; ma non fa parola di Pilato[349]. Sembra del resto che -queste leggende norcine cominciassero allora, o poco dopo, a perdere -della loro celebrità, perchè non se ne trova cenno in una poesia che in -vituperio di Norcia scrisse monsignor Francesco Maria di Montevecchio, -andatovi per sua sciagura prefetto[350], e nemmeno nei due capitoli -che a Pilato e a Norcia consacrò il Marucelli nel suo sterminato _Mare -magnum_, che manoscritto si conserva in Firenze nella biblioteca da lui -nominata[351]. - -Quando la leggenda norcina di Pilato sia nata io non so, nè vorrei -affermare che qualche concorso di elementi e qualche suggestione non -le sieno venuti d'oltr'alpe. Essa ha perduto ormai ogni celebrità, -e appena ne rimane qualche vestigio tra il popolo di quella -provincia[352]; e mentre il Monte di Pilato presso Lucerna è cognito a -tutti, e attrae ogni anno migliaja e migliaja di visitatori, son ben -pochi coloro che conoscano l'esistenza di un monte e di un lago di -Pilato fra gli Apennini, nel cuore d'Italia. - - -NOTE - -[321] Vedi MONE, _Die Sage von Pilatus, nell'Anzeiger für Kunde der -teutschen Vorzeit_, annata 1835, coll. 421 sgg., e nell'annata 1838, -coll. 526 sgg.; DU MÉRIL, _Poésies populaires latines du moyen-âge_, -Parigi, 1847, pp. 340 sgg.; MASSMANN, _Der keiser und der kunige -buoch oder die sogenannte Kaiserchronik_, Quedlimburgo e Lipsia, -1849-54, vol. III, pp. 573 sgg., 594 sgg.; CREIZENACH, _Legenden und -Sagen von Pilatus, nei Beiträge zur Geschichte der deutschen Sprache -und Literatur_, vol. I (1873), p. 89 sgg.; GRAF, _Roma nella memoria -e nelle immaginazioni del medio evo_, Torino, 1882-3, vol. I, pp. -345 sgg., 370 sgg. Per la bibliografia della leggenda vedi HERZOG, -_Theologische Realencyclopädie_, Gotha, 1859, XI, 663. Vedi pure una -recensione che di questo mio scritto, quando lo pubblicai la prima -volta, fece F. Torraca nella _Nuova Antologia_, serie 3ª, vol. XXV -(1890: _Rassegna della letteratura italiana_). Debbo ad essa alcune -correzioni. - -[322] L. III, cap. 1. GUGLIELMO CAPELLO, nell'inedito suo commento al -poema (ms. della Nazionale di Torino N, I, 5, f. 94 v.) nota solo:_ -Scharioto è una villa de Ascoli ove nacque Juda che fu discipulo -di Christo e poi il tradì_. Di questo Scariotto fa pure ricordo il -cronista e novelliere Giovanni Sercambi: vedi _Novelle inedite di_ -GIOVANNI SERCAMBI _tratte dal codice trivulziano CXCIII per cura di_ -Rodolfo Renier, Torino, 1889, pp. lvii e 218. - -[323] _Domus Pilati, palatium Pilati_, anche casa di Crescenzio e -casa di Cola di Rienzo. Era una torre presso Ponte Rotto. A Nus, in -Val d'Aosta, un castello della seconda metà del secolo XII si chiama -_Château de Pilate_. «On appelle ces ruines le château de Pilate, et -ce n'est pas sans une répugnance manifeste que les habitants du pays -prononcent le nom de ce Romain, détestable complice de la mort de -Notre-Seigneur». Così in un suo libro intitolato _La Vallée d'Aoste_, -Parigi, 1860, pp. 163-4, EDOARDO AUBERT, il quale ricorda pure una -tradizione, secondo cui Pilato, recandosi a Vienna, sarebbe passato -per la Val d'Aosta, sostando in casa di un senatore romano suo amico. -Debbo questa notizia alla cortesia del barone Bollati di St. Pierre. -L'egregia signora Caterina Pigorini Beri mi avverte gentilmente che, -secondo tradizioni tuttora vive nel mezzogiorno d'Italia, Giuda e -Pilato sarebbero stati calabresi; che Pilato si fa nascere anche in -Ponza (d'onde Ponzio) ecc. Una tradizione friulana indica quale patria -di Pilato il villaggio d'Imponzo. Vedi nelle _Pagine Friulane_, anno -III (1890), num. 4, una nota intitolata _Le leggende intorno a Pilato_. - -[324] Io sorpasso a tutto ciò molto rapidamente, e senza entrare -in disamine e in discussioni che sarebbero, per sè, opportune e -necessarie, ma che non fanno ora al proposito mio. Vedi gli scritti -circa la leggenda citati più sopra. - -[325] _Evangelia apocrypha_, Lipsia, 1853, pp. 432-5. - -[326] Cognita Caesar morte Pilati dixit: Vere mortuus est morte -turpissima, cui manus propria non pepercit. Moli igitur ingenti -alligatur et in Tiberim fluvium immergitur. Spiritus vero maligni -et sordidi, corpori maligno et sordido congaudentes, omnes in aquis -movebantur, et fulgura et tempestates, tonitrua et grandines in aere -terribiliter gerebant, ita ut cuncti timore horribili tenerentur. -Quapropter Romani ipsum a Tiberis fluvio extrahentes, derisionis causa -ipsum in Viennam deportaverunt et Rhodani fluvio immerserunt: Vienna -enim dicitur quasi via Gehennae, quia erat tunc locus maledictionis. -Sed ibi nequam spiritus affuerunt, ibidem eadem operantes. Homines -ergo illi tantam infestationem daemonum non sustinentes vas illud -maledictionis a se removerunt et in quodam puteo montibus circumsepto -immerserunt, ubi adhuc relatione quorumdam quaedam diabolicae -machinationes ebullire dicuntur. - -[327] _Legenda aurea vulgo historia lombardica dicta_, rec. Th. -Graesse, Dresda e Lipsia, 1856, cap. liii, p. 235. - -[328] Ap. PERTZ, _Monumenta Germaniae, Scriptores_ t. XXII, p. 71. - -[329] Un racconto tedesco dice che quei di Losanna gettarono il corpo -di Pilato in una palude del monte Toritonio. DU MÉRIL, _Op. cit._, p. -356, n. 7. - -[330] In un codice del secolo XII, conservato nella Biblioteca Regia di -Monaco, in fine alla storia apocrifa di Pilato si legge: «puteus autem -hic vicinus est monti qui vocatur septimus mons, vel quod montibus -aliis circumseptus, vel septimus mons tamquam de septem montibus -eminentioribus unus». Forse di qui ebbe Corrado a Mure la suggestione -a porre la tomba di Pilato sul Septimerpass. Vedi HERSCHEL, _Zur -Pilatussage, Anzeiger f. Kunde d. deutschen Vorz._, neue Folge, vol. XI -(1864), col. 364. - -[331] In una storia della Passione, che in versi tedeschi compose -Giovanni Rothe (1370-1434), si dice che il corpo di Pilato fu prima -gettato nel Rodano, poi sepolto presso Losanna, poi gettato in uno -stagno sulla cima di un alto monte, a due o tre miglia da Costanza, -presso il Reno, nel territorio del duca d'Austria. Vedi lo scritto -testè citato del Herschel (coll. 366-9), il quale afferma, senza -nessuna ragione, che il monte di cui qui si discorre è quello presso -Lucerna, e che il Rothe accennò a Costanza solo perchè non conosceva -bene i luoghi. Certo la leggenda si legò a più e diversi luoghi e -monti. Il prof. Carlo Salvioni mi assicura che, secondo una leggenda -del Canton Ticino, l'anima di Pilato sarebbe confinata in un laghetto -suscitator di tempeste, nella Val Bavona, poco lungi da Locarno. - -[332] Ap. TISCHENDORF, Op. cit., p. 462. - -[333] _Roma nella memoria_, ecc., vol. I, pp. 346, 381. Nota il -Torraca, nello scritto citato, che l'antica Ameria è oggi Amelia, dove -un palazzo è tuttavia detto dal popolo _palazzo di Pilato_. - -[334] MASSMANN, Op. cit., vol. III, pp. 605-6. In una delle redazioni -della _Vengeance de Vespasien_, si dice che Pilato fu inghiottito in -Roma da una voragine che gli si aprì sotto ai piedi. Ms. L, II, 14 -della Nazionale di Torino, f. 102 r. - -[335] _De montibus, sylvis, fontibus_, etc. Dopo il Boccaccio il lago -Scaffajolo fu ricordato da molti: v. DE STEFANI, _I laghi dell'Apennino -settentrionale, Bollettino del Club Alpino italiano_, anno 1883, pp. -100-2. Per altri laghi simili vedi SIMONE MAJOLO, _Dies caniculares_, -Roma, 1597, p. 580; ATANASIO KIRCHER, _Mundus subterraneus_, Amsterdam, -1678, l. V, cap. 6; GIAN GIACOMO SCHEUCHZER, _Itinera per Helvetiae -alpinas regiones_, Lugduni Batavorum, 1723, pp. 92-3; ANTONIO MATANI, -_Delle produzioni naturali del territorio pistojese_, Pistoja, 1762, -p. 99; GRIMM, _Deutsche Mythologie_, 4ª ediz., Berlino, 1875-78, vol. -I, p. 496; LIEBRECHT, _Des Gervasius von Tilbury Otia imperialia_, -Hannover, 1856, pp. 146-9. - -[336] Vedi REUMONT, _Il Monte di Venere in Italia_, nei _Saggi di -storia e letteratura_, Firenze, 1882, pp. 378-94. - -[337] L. XIV, c. 30. - -[338] Nella stampa, che io ho tra mani, si legge con manifesto errore -_Noricam_. Non è improbabile che il Bersuire abbia scritto _Norciam_, -in luogo di _Nursiam_, agevolando così lo scambio. - -[339] «Exemplum terribile esse circa Nursiam Italiae civitatem audivi -pro vero et pro centies experto narrari a quodam praelato summe inter -alios fide digno. Dicebat enim inter montes isti civitati proximos -esse lacum ab antiquis daemonibus consecratum et ab ipsis sensibiliter -inhabitatum, ad quem nullus hodie praeter necromanticos potest -accedere, quin a daemonibus rapiatur. Igitur circa terminos lacus facti -sunt muri qui a custodibus servantur, ne necromantici pro libris suis -consecrandis daemonibus illuc accedere permittantur. Est ergo istud -ibi summe terribile, quia civitas illa omni anno unum hominem vivum -pro tributo infra ambitum murorum iuxta lacum ad daemones mittit, qui -statim visibiliter illum hominem lacerant et consumunt, quod (ut ajunt) -nisi civitas faceret, patria tempestatibus deperiret. Civitas ergo -annuatim aliquem sceleratum eligit, et pro tributo illuc daemonibus -mittit. Istud autem quia alicubi non legi, nullatenus crederem, nisi a -tanto episcopo firmiter asseri audivissem.» - -[340] Decis. III, LXXVI nella citata edizione del Liebrecht, dov'è pure -da vedere la nota a pp. 137-40. - -[341] Vedi tutto il libro V. - -[342] RUNGE, _Pilatus und St. Dominik_, Zurigo, 1859, estratto dal vol. -XII delle _Mittheilungen der antiquarischen Gesellschaft in Zürich_, p. -6. - -[343] «Et certum est, quod quandocumque aliquis homo aliquid -quantumcumque parvum mittit in paludem, tunc incontinenti fiunt -tempestates, grandines, fulgura et tonitrua. Ideo sunt homines -custodes constituti, qui tempore estatis custodiunt, ne aliquis advena -ascendat.» - -[344] «Dicitur autem quod iuxta Nursiam est quidam mons in quo est -lacus qui dicitur Pilati, quia opinio est quasi multorum, illuc corpus -eius fuisse a dyabolis per tauros in vehiculo deportatum. Ad hunc -locum veniunt homines diabolici de propinquis et remotis partibus, -et faciunt ibi aras cum tribus circulis, et ponentes se cum oblatione -in tertio circulo, vocant demonem nomine quem volunt, legendo librum -consecrandum a dyabulo. Qui veniens cum magno strepitu et clamore -dicit: Cur me queris? Respondet: Volo hunc librum consecrare, idest -volo ut tenearis facere omnia que in ipso scripta sunt quoties te -invocavero, et pro labore tuo dabo animam meam. Et sic firmato pacto -accipit librum dyabolus, et designat in eo quosdam characteres, et -deinceps legendo librum dyabolus promptus est ad omnia mala faciendum. -Ecce qualiter captivantur illi miseri et dampnati homines. Semel -accidit quod quidam, dum vellet modo predicto consecrare librum, -stans in circulo ibi ordinato, vocavit quendam demonem, cui datum -responsum ibi non adesse, sed ivisse ad civitatem Asculi, ut multos -perire faciat gladio de exulibus simul et civibus qui tenent statum, -hoc peracto revertitur statim et faciet quod postulas. Admiratus ille -de tali responso, accepit iter versus Asculum, ut cognoscat tante -rei veritatem, et pervenit ad locum fratrum minorum, ubi tunc manebat -sanctissimus frater Savinus de Campello, quo cum pervenisset, exposuit -per ordinem omnia gesta, et invenit quod nocte precedenti de exulibus -xxx fuerunt suspensi in platea, et de interfectis gladio ex utraque -parte strages magna fuit in civitate. Hoc quidem comperto, statuit -firmiter superdictus vir... dimittere artem magicam et incantationum, -considerans magnam esse artem in dyabulo ad animas capiendas atque -perdendas. Hoc retulit supradictus sanctus vir frater Savinus cuidam -fratri nostro officio predicatori.» — Debbo comunicazione di questo -testo alla cortesia di Michele Faloci Pulignani, che lo trasse da un -manoscritto del secolo XV, contenente prediche di fra Bernardino, e -conservato sotto la segnatura AH, II, 10 nella Comunale di Foligno. - -[345] KERVYN DE LETTENHOVE, _La dernière Sibylle_, nei _Bulletins de -l'Académie royale de Belgique, Lettres_, anno 1862, pp. 64-74, citato -dal REUMONT, che riporta in succinto il racconto, _Op. cit._, pp. -387-9. - -[346] _Die Pilgerfahrt des Ritters_ ARNOLD VON HARFF, _herausgegeben -von_ Dr. E. von Groote, Colonia, 1860, pp. 37-8, e REUMONT, _Op. cit._, -pp. 390-2. - -[347] Terzadecima Regione, Marca Anconitana. Cito dall'edizione di -Venezia, 1596, f. 273 r. e v. - -[348] Intorno al Razzano (latinamente Ransanus) vedi QUÉTIF et ECHARD, -_Scriptores ordinis praedicatorum_, t. I, pp. 876-8. L'Alberti attinge -sovente dalle opere storiche e geografiche di lui. BENVENUTO CELLINI -racconta nella _Vita_, l. I, LXV, che un prete siciliano, necromante, -con cui ebbe una strana e ridicola avventura nel Colosseo, gli disse -che il luogo più a proposito per la consacrazione dei libri magici era -nelle montagne di Norcia. Benvenuto era deliberato d'andarvi e farne -esperimento, come prima avesse finite certe medaglie per il papa, -intorno alle quali lavorava; ma poi seguì caso che lo svolse da quel -pensiero. Nemmen egli fa cenno di Pilato. - -[349] «In Piceno ad latus Montis Victoris, quo in Orientem spectat, -lacus invenitur fama nobilitatus; Nursinum dicunt. In eo cacodaemones -innatare vulgus imperitum dictitat: quoniam aquae perpetuis motibus -salire, et vicissim subsidere cernuntur, equidem non sine ingenti -illorum admiratione, qui caussam ignorant.» _Cosmographia generalis_, -Amsterdam, 1621, p. 579. Il Merula non è fra gli scrittori citati dal -Reumont, che parlarono dell'antro della Sibilla presso Norcia. Reco -qui le sue parole, quali si leggono a pag. 387, sebbene differiscano -poco da quelle che l'Alberti scrive intorno lo stesso argomento. «Est -et alius Sibyllae specus in Piceno, haud procul Castello D. Mariae -Gallicanae, in Apennino, immanis sane et horribilis. De eo vulgi sermo -est aut verius insulsa et putida fabula: hac ad Sibyllam patere aditum; -quae regnum intus luculentum atque spaciosum possideat, magnificis -aedibus et basilicis plenum, in quibus innumerae gentes versentur, -oblectationibus veneriis inter choros puellarum lascivientium, et -per ea iucundissima tecta et amoenissimos hortos diffluentes; id -vero interdium tantum accidere, noctu enim viros mulieresque pariter -atque una Sibyllam ipsam in terribiles mutari dracones, simulque cum -teterrimis illis belluis primum opere venerio congredi iis necesse -esse, qui intra admitti cupiunt; nec ante annum exactum quemquam -contra voluntatem retineri, nisi quod unum omnino quotannis, ex -numero, qui tunc recepti fuerunt, manere oporteat. Ad hanc porro auram -inde reversis tantas Sibyllam praerogativas elargiri, ut felicissimo -deinceps toto vitae cursu utantur». Qualche altro scrittore che fa -menzione dell'antro della Sibilla ricorda il Torraca nello scritto -citato. - -[350] _Scelta di poesie italiane non mai per l'addietro stampate de' -più nobili autori del nostro secolo_, Venezia, 1686, pp. 67-72. - -[351] Vol. IV, art. 5; voi. XCVII, art. 17. Non ne è cenno neanche -nel raro e curioso libro di H. KORNMANN, _De Monte Veneris, d. i. die -wunderbare und eigentliche Beschreibung der alten heidnischen und neuen -Scribenten Meynung von der Göttin Venus, ihrem Ursprünge, Verehrung und -königlichen Wohnung mit deren Gesellschaft, wie auch von der Wasser-, -Erde-, Luft- und Feuer-Menschen_, Francoforte, 1614. - -[352] Il Witte nota a proposito dei famosi versi del IV del -_Purgatorio_, ove Manfredi narra la sorte toccata al proprio corpo. -«Oberhalb der Stelle, wo Tronto und Verde sich vereinigen, bei Arquata -im Gränzegebirge gegen Norcia liegt ein übelberüchtigter See, bei -dem der Volksglaube den Eingang zur Hölle zeigt». _Dante Alighieri's -Göttliche Komödie_, Berlino, 1865, p. 593. Da una lettera, con -cui il prof. Vincenzo Ghinassi del R. Liceo di Spoleto gentilmente -rispondeva ad alcune mie domande, rilevo che un picciolo stagno presso -Norcia serba ancora il nome di Lago di Pilato, ma che tra il popolo -s'è perduto il ricordo della leggenda antica, e che a spiegar quel -nome un'altra immaginazione si produsse, assai poco acconcia, a dir -vero. «Quando accadde in Giudea», così il prof. Ghinassi, «il grande -avvenimento della crocifissione di Cristo, i montanari che passavano -per quel luogo vedevano deserta la grotta della Sibilla, l'acqua del -lago rosseggiante come per sangue, ed inoltre intorno al laghetto, -da allora in poi, germogliò una pianticella, le cui foglie hanno -sembianza di due mani riunite per il dosso, laonde la fantasia del -volgo vede raffigurate in esse le mani del Redentore, congiunte insieme -e perforate dai chiodi, argomentando ciò da un segno che si scorge -nel mezzo di tali foglie. La fuga della Sibilla, il fenomeno delle -acque del lago e della circostante vegetazione, avendo impressionato -l'animo degli abitanti della montagna, questi battezzarono il detto -lago col nome di Pilato, che fece eseguire la sentenza di morte -contro il Nazareno. Ecco quanto confusamente, ed in varii modi, si -narra per le montagne di Norcia, ed a questo si aggiunge ancora che i -vecchi montanari affermano di vedere qualche volta dei pesci di forme -stranissime notare nelle acque del famoso laghetto». Questi pesci -pajono essere una reminiscenza affievolita degli antichi demonii. Così -le immaginose e paurose leggende di altri tempi si vanno scolorando, -attenuando e perdendo anche tra i volghi, e nelle più recondite -vallate, loro ultimo asilo. - - - - -FU SUPERSTIZIOSO IL BOCCACCIO? - - -I. - -Gustavo Körting, parlando, in un suo libro assai noto agli studiosi -della letteratura italiana, del sapere del Boccaccio e di quello che si -potrebbe chiamare l'indirizzo della mente di lui, notate alcune false -opinioni e alcune irragionevoli credenze che si trovan qua e là ne' -suoi scritti, non dubita di affermare che, generalmente parlando, il -Certaldese, per quanto s'appartiene alla superstizione e alla credenza -nel meraviglioso, è, pressochè in tutto, un uomo de' tempi suoi, mentre -il Petrarca è anche per questo, come per altri rispetti, quasi un uomo -dei tempi nostri[353]. - -Un sì fatto giudizio parrà, non solamente eccessivo, ma a dirittura -falso a molti, che, leggendo più propriamente il _Decamerone_, avran -creduto di riconoscere nell'autore di esso uno spirito disinvolto e -spregiudicato, amabilmente scettico e beffardo, niente devoto della -tradizione, poco rispettoso dell'autorità, aperto assai più alle -impressioni della vita reale, di cui fu dipintore insuperato, che non -ai sogni della leggenda e alle ubbie di una fede superstiziosa. Dire -che il Boccaccio è, pressochè in tutto, un uomo de' tempi suoi, quanto -a credulità e gusto del meraviglioso, gli è come dire ch'egli sta quasi -alla pari con Gervasio da Tilbury, con Cesario di Heisterbach, col -troppo famoso Elinando. La conseguenza a cui si giunge è manifestamente -mostruosa. Altri recarono del Boccaccio ben altro giudizio, un -giudizio, se non iscevro di esagerazione, assai più giusto sotto ogni -rispetto. Col Boccaccio il Settembrini fa principiare un'era nuova, -_il terrore cessato, cominciato il riso e lo scetticismo_[354]; col -Boccaccio fa principiare un nuovo mondo il De Sanctis[355]; vanto che -non gli si potrebbe in nessun modo concedere se, in fatto di credulità -e d'inclinazione al meraviglioso, egli fosse in tutto ancora, o quasi -in tutto, un uomo del medio evo. Parlando del libro _De montibus, -fluminibus_, ecc., il Landau riconosce che, quanto a spirito critico, -il Boccaccio vince i suoi contemporanei[356]; e l'Hortis, il più -profondo conoscitore e l'illustrator più felice delle opere latine del -Certaldese, giustamente osserva[357]; «Il Boccaccio fu spesso accusato -di ripetere di molte fole;... se non che sarebbe gran torto non -avvertire che la massima parte delle favole deriva dagli antichi da lui -copiati, e che il Boccaccio ripete bensì mille favole, ma per questo -e' non le crede. Quando scrive che agli antichi non osa contraddire e -crede più a loro che agli occhi propri, e' non va creduto sulla parola. -Quando questi antichi narrano un che d'inverosimile, il Boccaccio li -trascrive fedelmente, però vi aggiunge, «ma ciò non cred'io,» «ciò -mi sembra impossibile,» «questa è a mio giudizio una favola,» oppure -osserva arditamente: «cotesto io lo stimo ridicolo!» - -Noi udiamo ora un tutt'altro linguaggio. Quale dei giudici ha ragione? -L'argomento non è senza curiosità e senza importanza, e merita, parmi, -che se ne discorra un poco. - -Vediamo anzi tutto quali sono le prove su cui il Körting fonda la sua -accusa. Eccole, nell'ordine stesso con cui egli le reca. Il Boccaccio -credeva nei sogni[358]; il Boccaccio credeva che i moribondi potessero -esser fatti partecipi dello spirito profetico[359]; il Boccaccio -credeva nell'astrologia[360]; il Boccaccio credeva che lo strabismo -fosse indizio di anima perversa[361]; il Boccaccio credeva che nelle -evocazioni dei morti comparissero, non già questi, ma diavoli[362]; -il Boccaccio credeva che Enea fosse veramente sceso all'Inferno, e -che Virgilio avesse costruito ogni specie d'ingegni magici[363]. Qui -c'è luogo a parecchie osservazioni. Anzi tutto giustizia vorrebbe -che, enumerate le cose cui il Boccaccio erroneamente credeva, si -ricordassero quelle cui molto saviamente il Boccaccio non dava fede, e -quelle ancora di cui dubitava prudentemente. La lista loro riuscirebbe -assai lunga a volerla fare compiuta. Così il Boccaccio non credeva (e -il Körting stesso lo avverte) che certe subite infermità, e certe morti -improvvise, avvenissero per opera del demonio, come era opinione dei -meno sani (son sue parole); ma a tali fenomeni assegnava cause in tutto -naturali[364]. Il Boccaccio chiama a dirittura ridicola la credenza -secondo cui la gramigna nascerebbe dal sangue dell'uomo[365]. Il -Boccaccio stima una favola ciò che di quell'arche sepolcrali ricordate -da Dante, le quali presso ad Arles facevano _il loco varo_, dicevano -quei del paese, cioè che fossero opera divina[366]. Il Boccaccio -non crede che il re Artù sia sopravvissuto alle sue ferite, e debba -tornare, secondo l'opinione dei Brettoni; ma dice che morì e fu sepolto -segretamente[367]. E notisi che questa opinione, non al tutto spenta in -Iscozia, nemmen oggi, fu tanto diffusa ed ebbe già tanta forza, che, -secondo afferma uno scrittore spagnuolo, Filippo II, nel dar la mano -a Maria d'Inghilterra, dovette far solenne giuramento di rinunziare -al diritto acquistato sopra quel regno nel caso che il re Artù facesse -ritorno. Il Boccaccio non diede fede alle accuse mosse ai Templari, tra -le quali non era ultima l'imputazione di magia. In nessun luogo delle -sue opere il Boccaccio mostra d'aver creduto ai miracoli dell'alchimia. -Parlando di Giuliano l'Apostata nel l. VII del _De casibus virorum -illustrium_, fa pure ricordo delle arti magiche esercitate da -quell'imperatore, secondo_ piace ad alcuni_; ma non dice di credere -egli ciò che quegli alcuni credevano. Parlando del lago d'Averno nel -libro _De montibus, silvis_, ecc., dice _dagli ignoranti_ essere stato -anticamente creduto si potesse andare per esso ai regni infernali; ma -non fa motto, nè degli uccelli negri che, secondo San Pier Damiano e -Vincenzo Bellovacense, vi aleggiavano intorno dal vespero del sabato -all'alba del lunedì, e non erano se non anime dannate; nè delle ingenti -porte di bronzo, infrante da Cristo, che, a detta del veracissimo -Gervasio da Tilbury, ci si vedevano in fondo. Discorrendo, nel già -citato libro _De montibus_, delle fonti, ripete, gli è vero, parecchie -favole spacciate già dagli antichi; ma queste parecchie son pur -poche in confronto di quelle infinite che si leggono in altri e molti -consimili trattati del medio evo. - -Oltre a ciò se il Boccaccio crede a certe cose, non per questo si deve -sempre dargliene carico, o si deve dargliene solo con certa misura, -avuto riguardo alla qualità delle credenze, o al modo tenuto dallo -scrittore nel farle palesi, o anche alle condizioni generali del sapere -e della coltura ai tempi suoi; e quelle che hanno più particolarmente -carattere di errori scientifici non debbono dare argomento a taccia di -superstizione, essendo l'errore scientifico e la superstizione due cose -troppo diverse fra loro. - -Se il Boccaccio crede che lo strabismo sia indizio di animo malvagio, -noi non lo accuseremo per questo di partecipare ad un error popolare, -dopochè si son veduti criminalisti e psichiatri riconoscere in -questa e in molte altre deformità un indizio (non una prova certa) -d'imperfezione morale e di predisposizione a delinquere; onde viene a -trovar conferma l'antico adagio latino: _cave a signatis_. - -Narrata nel l. II, del _De casibus_ la storia di Astiage, il Boccaccio -soggiunge alcune considerazioni sui sogni e afferma, provandolo con -altri esempii, che per essi l'uomo può avere cognizione dell'avvenire; -ma attenua poi di molto egli stesso il valore delle sue parole, -avvertendo che non sempre si vuole ai sogni dar fede. Un cristiano -difficilmente poteva andar più in là, perchè la veracità di certi sogni -è solennemente attestata dalla Scrittura, e di sogni profetici sono -piene le vite dei santi. Il Boccaccio non fu in ciò più credulo di -Dante, del Petrarca, o di chi, come il Cardano, sulla interpretazione -dei sogni scriveva ancora in pieno Rinascimento. - -Quanto all'astrologia la questione è un po' più complicata. Il -Boccaccio non nega gl'influssi degli astri, ma dice che di questi -influssi l'uomo non può aver cognizione, e così dicendo nega la scienza -astrologica, e riconosce per vani e per illusorii i pronostici degli -astrologi[368]. Inoltre, sebbene in ciò qualche volta si contraddica, -pure afferma che gli astri nulla possono sugli animi umani, e che la -libertà dell'arbitrio non ne rimane in modo alcuno menomata. Anzichè -biasimo, noi dovremmo dar lode al Boccaccio d'aver tenuto una opinione -così misurata e prudente in un tempo in cui la credenza comune dava -agl'influssi celesti qualità d'irresistibili e di fatali, e un Cecco -d'Ascoli (in ciò non primo nè ultimo) assoggettava al corso degli astri -la vita dello stesso Cristo, e i principi d'Italia e le stesse città -libere tenevano ai loro stipendii astrologi, con gli avvertimenti de' -quali si governavano. In certo suo sonetto Cino da Pistoja pregava -Cecco di scrutare ne' cieli e di dirgli quali stelle egli s'avesse -favorevoli e quali contrarie, soggiungendo: - - E so da tal giudizio non s'appella. - -La dottrina professata da Dante quanto agl'influssi celesti non è per -nulla disforme da quella seguìta dal Boccaccio[369], e con questo si -accorda anche Giovanni Villani, il quale, del rimanente, si mostra -assai più proclive al meraviglioso e più credulo. Certo, il Petrarca -mostrò maggiore risolutezza nel bandire la fallacia dell'astrologia -e nel combattere gli astrologi; ma bisogna anche dire che le ragioni -di cui egli si giova sono assai più religiose che scientifiche[370]. -Del resto, quando pure il Boccaccio avesse avuto nell'astrologia assai -più fede che veramente non ebbe, non sarebbe questo un buon argomento -per aggravargli addosso l'accusa d'essere troppo impigliato nella -superstizione del medio evo, giacchè l'astrologia fiorì assai più -dopo il Rinascimento che non prima, ed è superstizione intimamente -legata con l'umanesimo, come non poche altre rinovellate allora -dall'antichità[371]. Certo, nessuno vorrà accusare di tendenze e d'idee -medievali uomini come il Pontano e il Campanella, e pure il Pontano e -il Campanella furono partigiani convinti dell'astrologia. Il primo che -l'abbia combattuta con altri argomenti che non sieno i religiosi e i -morali, fu Pico della Mirandola. - -Di alcune altre credenze superstiziose il Boccaccio non dev'essere -troppo severamente ripreso, perchè assai difficilmente si sarebbero -potute allora, e assai difficilmente si potrebbero anche oggidì, -staccare in tutto dalla credenza religiosa: così di quella che concerne -le apparizioni degli spiriti maligni. Veggasi, in fatto di apparizioni, -quali fanfaluche potesse spacciare in pieno Rinascimento un umanista -come Alessandro Alessandri, in quella imitazione delle _Notti attiche_ -di Aulo Gellio da lui intitolata _Dies geniales_. - -Ma c'è ben altro da dire. - -Da che libri deriva il Körting le prove della credulità e della -superstizione del Boccaccio? L'abbiam veduto: dalla _Genealogia degli -Dei_, dai _Casi degli uomini illustri_, dal _Comento_ a Dante. Or -che libri son questi? Son libri di conto per molti rispetti, libri su -cui riposa in gran parte la riputazione del Boccaccio come umanista -e come erudito, ma libri che hanno, quanto all'argomento di cui si -discorre, sia lecito dirlo, un vizio comune e non piccolo, quello cioè -di essere, in tutto o in parte, frutti piuttosto tardi dell'ingegno -dello scrittore, di appartenere più o meno all'età decadente di lui. La -_Genealogia degli Dei_, sebbene cominciata negli anni giovanili, non -uscì dalle mani del suo autore prima del 1373, due soli anni innanzi -alla morte. La interpretazione naturale che in questo suo trattato -il Boccaccio dà di molti miti dell'antichità classica fa testimonio -di una mente tutt'altro che inviluppata negli abiti intellettuali del -medio evo, e può ancora porgere occasione di meraviglia a noi, tanto -più addentro di lui nei misteri della mitologia; ma nessuno è in grado -di dire che cosa, nel corso del lungo lavoro, egli abbia aggiunto o -tolto all'opera sua. Così ancora non prima di quello stesso anno 1373 -uscì in pubblico il libro dei _Casi degli uomini illustri_. Quanto al -_Comento_, esso fu in quell'anno medesimo cominciato, e il Boccaccio, -soprappreso da gravissima infermità, e poi dalla morte, non potè -condurlo a termine. Il libro dei _Casi_ dunque, il _Comento_, e, in -parte almeno, anche la _Genealogia_, sono opere senili del Boccaccio, e -questa loro qualità dà più che sufficiente ragione di certi caratteri e -di certe tendenze che si notano in esse. - -La vecchiezza, tutti lo sanno, è assai più inclinata alla superstizione -che non la gioventù. Il sentimento della decadenza crescente, la -preoccupazione angustiosa di una prossima fine, il sospetto d'insidie -celate e di subiti danni, a cui non può fare più schermo l'affievolita -natura, lo sfiacchimento della mente, che di signora ridiventa serva, -lo stesso arcano della morte che come più incombe più riempie l'animo -di meraviglia paurosa, dispongono e quasi forzano a una inclinazione -così fatta. Nel detto: _aniles fabulae_, non è senza grande ragion -quell'epiteto. Ed è noto ancora come risorgano irresistibili nel -vecchio i sogni e le ubbie onde fu malamente nutrita la mente del -fanciullo. - -Il Boccaccio ebbe anticipata vecchiezza. I primi segni di scadimento -fisico erano già apparsi, quando, a provocare ne' pensieri e nella vita -di lui un totale rivolgimento, ecco capitargli addosso il certosino -Gioachino Ciani con quella diavoleria delle visioni e delle minacce -del santo frate Pietro de' Petroni. Io non ho bisogno di ripetere -questa storia notissima, alla quale, non so perchè, si vuole da taluno -scemare importanza. Quanto il Boccaccio ne rimanesse sbigottito, e -come, ravveduto, si proponesse di fare ammenda de' suoi trascorsi, è -noto del pari. Egli rinnegò i frutti migliori del suo ingegno; egli -detestò l'opera maggiore, per cui il nome suo vive e vivrà perpetuo -nella memoria degli uomini; e ci volle tutta l'autorità del Petrarca -per impedirgli di vendere i libri con tanto amore e con tante fatiche -raccolti, rinunziare a ogni studio, darsi all'anima interamente. -L'infelice avvenimento non ringiovanì certo il Boccaccio, anzi confermò -in lui la già sopravvenuta vecchiezza. E che questa vecchiezza non -fosse nemmen prima solamente fisica, ma dovesse, in parte, essere anche -morale, lo prova il fatto stesso; giacchè il Boccaccio, grandissimo -beffatore di frati, e canzonatore di loro miracoli, si sarebbe dato -assai poco pensiero dei sogni di fra Pietro e delle prediche di fra -Gioachino, se fosse durata in lui la giovanile baldanza e vivezza del -pensiero, l'antico vigore della ragione, e la secura indipendenza del -giudizio. Dicono che irreligioso e miscredente il Boccaccio non sia mai -stato, e ne recano le prove. Io non lo nego; sebbene si vorrebbe vedere -quanto le prove valgano, e quanto addentro ci mettano nella coscienza -del nostro autore: ad ogni modo gli è certo che la fede non gli diede -mai briga soverchia negli anni della gioventù e della virilità più -rigogliosa. - -La visita di fra Gioachino dovette produrre un doppio effetto -nell'animo del Boccaccio; rinfocolarvi la fede non ben calda, ed -eccitarvi il senso del meraviglioso rimasto insino allora sopito. Dando -fede al racconto mirabile del frate, il Boccaccio veniva a mettere il -piede sopra la via maestra della superstizione e della credulità, via -sulla quale un passo tira l'altro, e ad ogni passo si perde un tanto -di spirito critico e di libertà di giudizio. Se, per esempio, egli -credeva alla veracità dei sogni, questa sua credenza doveva farsi più -certa che mai. Se aveva opinione che i moribondi vedessero le cose -avvenire, questa opinione doveva levarsi in lui al disopra di ogni -dubbio. Pentito d'avere speso le forze dell'ingegno in opere che ora -gli pajono riprovevoli, il Boccaccio rifugge dal libero esercizio del -suo pensiero, e si dà a lavori di compilazione e di erudizione, nei -quali la sua mente è come infrenata dal soggetto, si fa recettiva -delle opinioni altrui, e perde a poco a poco l'abito e il gusto -della critica. La condizione di spirito, in cui egli per tal modo si -ridusse, ebbe necessariamente ad aggravarsi quando l'infermità prese -a travagliare l'organismo già affaticato. Nella state del 1372, o in -quel torno, il Boccaccio potè credersi in fin di vita. Nella lettera -che scrisse allora all'amicissimo suo Maghinardo de' Cavalcanti, -lettera tutta inspirata a sensi di profondo sconforto, egli, detto de' -mali fisici che lo affliggevano, non tace i morali: avversione per lo -studio, odio pei libri, indebolimento delle facoltà mentali, perdita -della memoria. Il pensare gli si era fatto difficile, e tutti i suoi -pensieri erano rivolti alla morte e al sepolcro[372]. In quel tempo -appunto egli adoperava lo stremo delle sue forze intorno al laborioso -_Comento_: non doveva lo studio del _poema sacro_, la cui azione si -svolge tutta nei regni del soprannaturale, inclinar più sempre l'animo -angosciato del comentatore verso il meraviglioso, ottundere in esso -il senso del reale, farlo vago di quanto trascende l'esperienza, -o vince la ragione? Nel _Comento_, più che in altra scrittura del -Boccaccio, occorrono frequenti segni di credenza superstiziosa; ma e' -non poteva essere diversamente. Noi non dobbiamo già meravigliarci -e scandalizzarci di alcune non gravi superstizioni penetrate negli -scritti senili del novellatore pentito e turbato; bensì dobbiamo -meravigliarci che il numero loro non sia molto maggiore, e molto più -trista la lor qualità. - -Ma perchè giudicare superstizioso il Boccaccio sulla testimonianza -de' suoi scritti senili? Perchè, ravvisato, o creduto ravvisare certo -aspetto del vecchio, dire: tale fu l'uomo? Perchè non cercare piuttosto -i documenti del suo pensiero e della sua credenza nelle opere da lui -composte nel tempo migliore? Perchè non rintracciarle, sopra tutto, -in quell'immortale _Decamerone_, in cui il poeta mise la miglior -parte di sè, e che in ogni sua pagina attesta il vigore degli anni e -dell'intelletto? Ponetevi a questo studio, e vedete come si giunga a -tutt'altra conclusione e a tutt'altro giudizio. - - -II. - -Io non dirò col De Sanctis che il _Decamerone sia una catastrofe, o una -rivoluzione, che da un dì all'altro ti presenta il mondo mutato_[373]. -Non lo dirò, perchè non credo a queste catastrofi letterarie più che -dagli scienziati non si creda alle catastrofi geologiche; perchè ho -ferma fede che la legge, di evoluzione, la quale governa le cose tutte -che vivono, e quelle ancora che non vivono, non patisce eccezione; -perchè ho per sicuro che se un libro può molto nel rifare uomini e -cose, il mondo è già profondamente mutato quando appare il libro che -porge, come dipinta in un quadro, la mutazione. Quando si dice _fonti -del Decamerone_, s'intende parlare dei luoghi d'onde provengono, per -via più o meno lunga, i temi delle novelle raccontate nel libro; ma -nel libro non ci sono le novelle soltanto; ci è anche un complesso -d'idee, di sentimenti e di giudizii, un modo di considerar la vita, -un indirizzo generale di mente, che pajono essere in tutto il fatto -dell'autore, e che fatto suo non sono se non in parte. Anche di -queste cose ci sono le fonti; ma non è così agevole dire quali e dove -sieno, come non è agevole indicare la fonte di un fiume che nasca -d'infiniti rivoli, di scaturigini sparse e recondite. Le fonti sono -nel pensiero, ancora malamente determinato, di una età tutta intera; -il che è tanto vero, che quando poi il libro è nato, nel quale un -nuovo pensiero si affaccia in forme vigorose e scolpite, gli uomini -di quella età lo riconoscono per cosa loro e si compiacciono in esso. -Dico ciò perchè non voglio presentare il Boccaccio come un eroe del -libero e spregiudicato pensare, nato di sovrumani connubii, e perchè, -con affermare che il suo modo di sentire e di giudicare ha pur le sue -ragioni nel pensiero de' tempi, non credo di fargli maggior torto di -quello si faccia a un bell'albero rigoglioso con dire che esso si nutre -degli elementi della terra in cui figge le radici, e degli elementi -dell'aria in cui distende i rami e le foglie. Del resto, io non ho -qui a parlare del _Decamerone_ in quanto ha significazione storica -generale, ma ho da parlarne solo in quanto porge documento dell'animo -del suo autore rispetto alla credenza superstiziosa. E il documento, a -mio credere, non potrebbe essere nè più esplicito, nè più favorevole. - -Incominciamo dalla Introduzione. - -Nella Introduzione, com'è noto, il Boccaccio descrive la spaventosa -peste del 1348, uno dei più tremendi flagelli che la storia umana -ricordi, perchè si calcola che nel giro che fece per l'Europa -uccidesse non meno di 25,000,000 di persone. Quale occasione migliore -di questa per lasciarsi trascinare dalla fantasia e dare un tonfo -nel meraviglioso e nel soprannaturale più sformato? Ma mentre qua e -là per l'Europa le menti eccitate dalla paura si smarrivano in mille -strane immaginazioni[374], sino a credere la moria opera dei demonii, -il Boccaccio, serbando la serenità del giudizio, non dice altro, se -non che essa sopravvenne _per operazion de' corpi superiori_, o per -l'ira di Dio, a correzione della iniquità umana. Qui, senza dubbio, -la superstizione fa capolino; ma il poco che se ne mostra è proprio -un nulla in confronto di ciò che hassi altrove; e toccato appena -delle cause, il Boccaccio passa a fare quella magistral descrizione -degli effetti fisici e morali del morbo, la quale tutti conoscono, e -che rivela qualità di osservatore eminenti. In certo luogo accenna a -_diverse paure ed immaginazioni_ che nascevano negli animi conturbati, -ma non dice quali fossero. Nel _Comento_ invece ne ricorda una con le -seguenti parole[375]: «E se io ho il vero inteso, perciocchè in quei -tempi io non ci era, io odo, che in questa città (_Firenze_) avvenne -a molti nell'anno pestifero del MCCCXLVIII, che essendo soprappresi -gli uomini dalla peste, e vicini alla morte, ne furon più e più, li -quali de' loro amici, chi uno e chi due, e chi più ne chiamò, dicendo: -vienne tale e tale; de' quali chiamati e nominati, assai, secondo -l'ordine tenuto dal chiamatore, s'eran morti, e andatine appresso al -chiamatore». Il _Comento_ fu scritto vent'anni dopo l'Introduzione -e il Boccaccio, pur lasciandosi andare a raccontare il miracolo, -non nasconde un certo dubbio che gli si leva nell'animo. Vent'anni -innanzi egli non lo aveva creduto meritevole di ricordo; e in fatto, -come avrebbe potuto pensare altrimente chi, accingendosi a narrare -cosa tutt'altro che soprannaturale ed incredibile, qual è quella -dell'appiccarsi del contagio agli animali, non pare che sappia scusarsi -abbastanza, ed esce in queste precise parole che si leggono nella -Introduzione: «Maravigliosa cosa è ad udire quello che io debbo dire: -il che, se dagli occhi di molti e da' miei non fosse stato veduto, -appena che io ardissi di crederlo, non che di scriverlo, quantunque da -fededegno udito l'avessi»? Certo, chi andava così peritoso in riferir -cosa, insolita, se vuolsi, ma al tutto naturale, non doveva essere -troppo disposto a raccoglier leggende e a dar loro lo spaccio. - -La novella 1ª della I giornata ha per noi molta importanza. In essa -il Boccaccio racconta assai piacevolmente la storia di quel Ser -Ciappelletto, che avendone fatte d'ogni risma in vita, muore, in virtù -di una falsa confessione, in concetto di santità, e, dopo morto, fa -miracoli e dispensa grazie ai suoi molti e creduli devoti. In più -altre novelle il Boccaccio si fa beffe della santità bugiarda; ma -in questa egli va più oltre, e se non deride a dirittura, mette in -mala vista, senza voler parere, e con l'usato suo accorgimento, il -culto smodato dei santi, e le pratiche ond'esso è occasione al volgo, -pratiche in cui poco o nulla è che s'innalzi sopra la superstizione -più grossolana, e biasimate assai volte dagli uomini di fede più -illuminata. Nelle letterature del medio evo non mancano altri esempii -e documenti di satira contro sì fatto culto. La storia di San Nessuno, -_contemporaneo di Dio padre, e in essenza consimile al figlio_, è -un'ardita e abbastanza gustosa parodia di quelle prediche fratesche, -in cui si celebravano le virtù e i miracoli dei santi patroni[376]. -Nella letteratura francese abbiamo Saint Tortu e Saint Harenc, e -nell'italiana San Buono. Santa Nafissa, di cui parla il Caro, e narra -l'opere benedette l'Aretino in uno de' suoi _ragionamenti_, appartiene -al Rinascimento. Ma la novella del Boccaccio tende a scalzare le -basi stesse del culto dei santi. Se un solenne gaglioffo può, con -una semplicissima gherminella, farsi credere santo, chi ci assicura -che molti santi del calendario, onorati in sugli altari, non sieno -stati gaglioffi? L'ultima, più solenne e più irrecusabile prova della -santità, il miracolo, diventa ingannevole anch'essa, se sul sepolcro -d'uno scelerato possono avvenire quegli stessi prodigi che sui sepolcri -dei santi uomini. «E se così è,» nota il Boccaccio con fine ironia, -«grandissima si può la benignità di Dio cognoscere verso noi, la -quale, non al nostro errore, ma alla purità della fede riguardando, -così facendo noi nostro mezzano un suo nemico, amico credendolo, -ci esaudisce, come se ad uno veramente santo, per mezzano della sua -grazia, ricorressimo». Dunque indifferente la qualità del mezzano; -dunque inutile il mezzano stesso, se a muovere la grazia di Dio il -buon animo basta, in qualunque modo esso si dia a conoscere; dunque -biasimevole questo ricorrere sempre a mezzani di dubbia fede e di -credito incerto, quando la misericordia di Dio ha sì gran braccia che, -senza bisogno di sollecitazione o di ajuto, - - Accoglie ciò che si rivolve a lei; - -dunque assurda, antireligiosa, ridicola quella _distribuzione e -division di lavoro_ fatta tra i santi, con attribuire a ciascuno una -particolare cognizione degli umani bisogni, una giurisdizion propria e -una personal competenza in fatto di grazie e di miracoli. Le ragioni -che, nel medio evo, fecero sorgere e dilatare oltre misura il culto -dei santi, in guisa da torre di grado quasi la intera Trinità, con -alterazione profonda della idea cristiana, son note anche troppo. -Si badi che io intendo parlare più particolarmente della forma che -quel culto assunse tra le plebi mezzo barbare. La principale e la -più increscevole la porse il desiderio, naturale del resto in animi -grossolani, di conseguire con l'ajuto di patroni potenti, senza merito -proprio, senza interna dignificazione, senza operosa volontà del bene, -benefizii che invano si sarebbero chiesti alla severa ed incorruttibile -giustizia di Dio. Il culto dei santi si risolve in una vera e propria -clientela, nella quale il devoto è tenuto a prestare certe servitù, e -il santo accorda in ricambio protezione ed ajuto. Ognuno può eleggersi -il suo particolare patrono, è non v'è così grande scelerato che non -possa sperare mercè sua di salvarsi. Per tal modo l'opera del patrono -potrà spesso esercitarsi, non solo intempestivamente, ma ancora in -aperta contraddizione con la giustizia, colmando di favori chi manco -n'è degno. In più di una leggenda si vede la Vergine riscattare dalla -morte o dall'Inferno chi, dimentico di ogni legge divina ed umana, -non serbò in fondo all'animo efferato altro sentimento irriprovevole -che una sterile devozione al nome di lei. In altre si vedono i santi -strappare a viva forza dagli artigli dei diavoli le anime dei loro -devoti, le quali, non senza giusto decreto del supremo giudice, erano -dannate agli eterni castighi. Il culto dei santi, inteso a quel modo, -è una grande superstizione cresciuta dentro e sopra al cristianesimo, -e noi abbiamo buon argomento per dire che a questa superstizione non -partecipò il Boccaccio[377]. - -A questo medesimo argomento appartiene il culto delle reliquie, e che -cosa pensasse di questo culto il Boccaccio si rileva dalla novella 10ª -della giornata VI, dove, con vena comica impareggiabile, è narrata la -storia di frate Cipolla. A quale e quanta superstizione di credenze -e di pratiche, a quale esercizio d'impostura desse occasione nel -medio evo il culto delle reliquie, è noto abbastanza. I leggendarii, -le cronache claustrali, le memorie di chiese infinite, son piene dei -documenti di questa triste istoria. Il sentimento che si ritrova -in fondo a un culto sì fatto contraddice nel modo più risoluto ai -principii essenziali di quella religione dello spirito che è, o avrebbe -dovuto essere il cristianesimo. Riappare in esso, mal dissimulato, -un feticismo stolto, antica e grossa religione degli uomini, riappare -la credenza nella magia. La reliquia è un amuleto o un talismano, il -quale, secondo la varietà dei casi, preserva dai morbi, guarda dalla -folgore, difende dai ladri, partecipa alle armi vittoriosa efficacia, -lega i demonii, assecura contro i perigli del mare, e in mille e -mille altri modi protegge, ajuta, salva chi ne è in possesso, e ciò -per una sua propria connaturata virtù, la quale può esercitarsi anche -se il possessore sia in tutto fuori della grazia di Dio. Così ne' -vecchi poemi epici francesi si veggono i maledetti Saracini porre -ogni opera a procacciarsi le reliquie tenute più care dai cristiani, -e, avutele, giovarsene contro di questi, in onta a Cristo. Informe e -sconcia superstizione, a più potere favorita e rinforzata dai frati, -che si fecero mercanti di vere o false reliquie, moltiplicarono le -più celebrate, le più stravaganti inventarono, e spesso con l'ajuto -loro procacciarono ai proprii conventi assai più riputazione di quello -avrebbero potuto fare dando esempio altrui di vita santa e veramente -cristiana[378]. Invecchiato, il Boccaccio cedette ancor egli alla -universal frenesia, e si diede a raccoglier reliquie: da giovane egli -certamente derise la superstiziosa credenza, e la sua novella lo prova. - -Frate Cipolla, ignorantissimo, ma facile parlatore, e piacevol compare, -andava ogni anno in Valdelsa, come usano questi frati, _a ricogliere -le limosine fatte loro dagli sciocchi_. A promuovere la carità, un po' -infingarda, di que' buoni terrazzani, egli, una volta, promette di far -veder loro una stupenda reliquia, da lui riportata d'Oriente, una penna -dell'angelo Gabriele, rimasta nella camera di Maria, quando l'angelo -venne a farle l'annunzio divino. Questa è satira mordace, che va più -direttamente a colpire certe reliquie non meno solenni che strane, le -quali si veneravano qua e là nelle maggiori chiese di Europa, come il -latte della Vergine, o la lacrima versata da Gesù sopra il corpo di -San Lazzaro, o un pezzo della carne arrostita di San Lorenzo, o proprio -penne dell'arcangelo Gabriele e dell'arcangelo Michele. E non è se non -il principio; perchè, trovati, per la beffa ordinata da due giovani -sollazzevoli, carboni spenti nella cassetta ove aveva riposta la penna -dell'angelo, la quale non era se non una penna di pappagallo, il frate, -senza smarrirsi, entra in uno spropositatissimo racconto dei viaggi -da lui fatti per mezzo mondo, e ricorda le reliquie da lui vedute in -Gerusalemme, le quali erano: _il dito dello Spirito Santo, così intero -e saldo come fu mai; et il ciuffetto del Serafino che apparve a San -Francesco; et una dell'unghie de' Cherubini; e de' vestimenti della -Santa Fè cattolica; et alquanti de' raggi della stella che apparve a' -tre Magi in Oriente; et una ampolla del sudore di San Michele, quando -combattè col diavolo; e la mascella della morte di San Lazzaro et -altre_. Poi ricorda come nella stessa città di Gerusalemme avesse in -dono da quel santo patriarca _uno de' denti della Santa Croce, et in -una ampolletta alquanto del suono delle campane del tempio di Salomone, -e la penna dello Agnolo Gabriello_, e altro ancora. In Firenze ebbe -poi di quei carboni onde fu arrostito San Lorenzo, e son quegli appunto -ch'egli ha nella cassetta. - -Che in parecchie novelle del _Decamerone_, come nella 2ª della giornata -II, nella 1ª della giornata VII, si parla con molta irriverenza di -certe orazioni e della loro efficacia, basta qui ricordar di passaggio; -e tale irriverenza è, non già in ciò che di esse dicono i personaggi -introdotti nella novella; ma nella intenzione che l'autor lascia -scorgere, nel riso con cui egli manifestamente accompagna, e vuole -sieno accolte dai lettori, le parole dei superstiziosi e dei creduli. -Togliere argomento di riso e di beffa dalle sciocche credenze del volgo -è solo proprio di chi non partecipa a quelle credenze. Parlando di -frate Puccio nella novella 4ª della giornata III, il Boccaccio dice: «E -per ciò che uomo idiota era e di grossa pasta, diceva suoi paternostri, -andava alle prediche, stava alle messe, nè mai falliva che alle laude -che cantavano i secolari esso non fosse, e digiunava e disciplinavasi, -e bucinavasi che egli era degli scopatori». Qui non le orazioni -soltanto, ma tutte quasi le pratiche di devozione son giudicate cose -da _uomini idioti e di grossa pasta_, non altrimenti da quanto fecero -poi più tardi, nel Cinquecento, molti umanisti. Una stolta penitenza, -ma non più stolta di molte inventate dal superstizioso ascetismo, dà -occasione a quanto poi nella novella si viene narrando, e s'intreccia -nel modo più comico, ma più profano ancora, coi fatti tutt'altro che -ascetici ond'essa è pel rimanente intessuta. - -Che una mente, quale si è quella che il Boccaccio addimostra in queste -novelle non dovesse essere troppo inclina a credere ai miracoli -s'intende facilmente; e sta il fatto che in tutto il libro non se -ne trova uno solo che sia narrato da senno, ma sempre sono burle e -ciurmerie, e non se ne cava se non argomento di riso. Nella novella -1ª della giornata II abbiamo un facchino tedesco, alla cui morte in -Treviso, sonarono, _secondo che i Trivigiani affermano_, tutte le -campane della chiesa maggiore, senza che nessun le toccasse. «Il che -in luogo di miracolo avendo, questo Arrigo esser santo dicevano tutti; -e concorso tutto il popolo della città alla casa nella quale il suo -corpo giaceva, quello a guisa d'un corpo santo, nella chiesa maggiore -ne portarono, menando quivi zoppi, et attratti, e ciechi, et altri -di qualunque infermità o difetto impediti, quasi tutti dovessero dal -toccamento di questo corpo divenir sani.» Un Martellino, buffone, -si finge attratto e mostra di guarire sul corpo del santo. Scoperto -l'inganno, il popolo fanatico gli è addosso, e lo concia pel dì -delle feste. Dato in mano al giudice, il malcapitato corre pericolo -della forca, finchè il signore della città, udita la cosa, e fattene -_grandissime risa_, ne lo manda sano e salvo, col dono di una roba -per giunta. E il buon sant'Arrigo si riman con le beffe. Un altro bel -miracolo si ha nella novella 2ª della giornata IV, dove frate Alberto -si trasforma nell'angelo Gabriele, con quel che segue. Come lo sciocco -Ferondo si muoja, vada in purgatorio, e risusciti per le preghiere del -santo abate, si può vedere nella novella 8ª della giornata IV, dove non -solamente, a parer mio, si deridono le risurrezioni, ma ancora quei -fantastici viaggi nel mondo di là, che con tanta frequenza occorrono -nella letteratura leggendaria del medio evo. Ferondo, domandato di -molte cose, «a tutti rispondeva e diceva loro novelle dell'anime de' -parenti loro, e faceva da sè medesimo le più belle favole del mondo de' -fatti del purgatoro, et in pien popolo raccontò la revelazione statagli -fatta per la bocca del Ragnolo Braghiello»[379]. - -Dalla considerazione delle cose che precedono mi pare si possa ricavare -il seguente giudizio. Il Boccaccio, quando componeva il _Decamerone_, -non sarà stato un miscredente, ma certo non era un credenzone. Nulla -prova che egli negasse i dogmi fondamentali della fede cristiana; ma -tutto mostra che, di fronte a certe pratiche religiose, di fronte -al miracolo e alle credenze volgari, egli assumeva un contegno -risolutamente scettico e beffardo. Il Boccaccio non era accessibile -allora a nessuna forma di superstizione religiosa, e sotto questo -aspetto, sarebbe grande ingiustizia, non solo il dire che egli si -manteneva tuttavia, come il Körting dice, al _basso livello del medio -evo_, ma il non riconoscere che sopra quel livello si levava di molto. - - -III. - -Oltre le superstizioni di carattere più particolarmente religioso, -molte ve ne sono, le quali con la credenza religiosa o non han che -vedere, oppure hanno solamente una qualche attinenza lontana. E anche -per queste si possono trovare nel _Decamerone_ i documenti del pensiero -del Boccaccio. - -Anzi tutto si vuole avvertire novamente che certe opinioni, sebbene -contrarie a verità non vogliono reputarsi superstiziose, fondandosi -esse sopra semplici errori di fatto. Nella novella 7ª della giornata -IV si narra come Pasquino e la Simona morissero dopo essersi fregata -ai denti una foglia di salvia, e come dell'esser divenuta velenosa la -salvia fosse cagione una botta, o specie di rospo, che trovandosi nel -cesto della pianta l'aveva col fiato attossicata. Che il rospo fosse -velenoso fu credenza comune nel medio evo, derivata dagli antichi. -Alessandro Neckam, nel suo libro _De naturis rerum_, Corrado di -Megenberg, nel suo _Buch der Natur_, ed altri, dicono che il rospo -mangia volentieri la salvia, e comunica spesso il suo veleno alle -radici di essa. Checchessia di ciò, al rospo, oltre a parecchie qualità -naturali abbastanza strane, non poche se ne attribuivano soprannaturali -e diaboliche. Cesario di Heisterbach racconta la meravigliosa storia -di un rospo, che ucciso più volte, bruciato e ridotto in cenere, -perseguitò senza requie il suo uccisore, finchè potè morderlo e -vendicarsi[380]. Nelle pratiche di magia il rospo figura continuamente. -Il Boccaccio nella sua novella non accenna se non ad una proprietà -naturale. - -Che il Boccaccio credesse nei sogni fu già avvertito di sopra, ed è -provato ancora dalle novelle 5ª e 6ª della giornata IV, e 7ª della -giornata IX. Di questa credenza, la quale non appartiene ad ogni modo -alla superstizione più grossolana, non voglio scusarlo; ma è da notare -per altro che egli non la séguita senza recarvi qualche restrizione. -Cominciando a narrare la novella dell'Andreuola e di Gabriotto, -Pamfilo, che esprime qui evidentemente la opinione dell'autore, dice: -«..... molti a ciascun sogno tanta fede prestano, quanta presterieno -a quelle cose che vegghiando vedessero; e per li lor sogni stessi -s'attristano e s'allegrano, secondo che per quegli o temono o sperano. -Et in contrario son di quelli che niuno ne credono, se non poi che nel -premostrato pericolo caduti si veggono. De' quali nè l'uno nè l'altro -commendo, per ciò che nè sempre son veri, nè ogni volta falsi». - -Tra le molte credenze superstiziose del medio evo una delle più diffuse -e delle più irrazionali fu quella che attribuiva alle pietre preziose -svariate virtù soprannaturali. Basta leggere il _Liber lapidum_ -che va sotto il nome di Marbodo, vescovo di Rennes (morto nel 1123) -e gl'innumerevoli _Lapidarii_ che ne derivano, per vedere a quali -stranezze quella credenza, ereditata del resto in massima parte dagli -antichi, potesse giungere. C'erano pietre che rendevano invulnerabili, -pietre che assicuravano la vittoria, pietre che componevano le -discordie, pietre che davano la sanità, pietre che fugavano i diavoli, -pietre che mettevano in grazia di Dio. - -Gli è certo cosa strana, e tale da poter offrire argomento a più di -una considerazione, il vedere come nella opinione dei superstiziosi -le pietre potessero, per virtù propria, operare moltissimi di quegli -effetti mirabili a cui le reliquie dei santi erano atte solo per -una specie di partecipazione di grazia divina. Che il Boccaccio non -prestasse fede alcuna a quelle fole, tuttochè confermate dall'autorità -di scrittori di molta riputazione, come Isodoro di Siviglia, Alessandro -Neckam, Alberto Magno, Vincenzo Bellovacense, ed altri in gran numero, -si può sicuramente argomentare dalla novella 3ª della giornata -III. Notisi che quelle fole sono riportate per intiero nel _Poema -dell'Intelligenza_, e dal Sacchetti in un suo trattatello _Delle -proprietà e virtù delle pietre preziose_; e nel _Novellino_ si racconta -molto seriamente come il Prete Gianni mandasse a donare all'imperatore -Federico II tre preziosissime gemme, delle quali l'una aveva questa -virtù, che rendeva invisibile chi se la recava in pugno. Alle virtù -delle pietre Marsilio Ficino credeva ancora, e così pure Giambattista -Porta e Simone Majolo. Nella novella del _Decamerone_ testè citata -si tratta appunto di una pietra che ha virtù di rendere invisibile, -l'elitropia, alla quale Marbodo attribuisce, oltre a questa, parecchie -altre qualità mirabili, come di dare spirito profetico e buona -reputazione, assicurare l'incolumità, ecc. L'eroe della novella del -Boccaccio è quel Calandrino, che anche altrove, nel _Decamerone_, fa -così bella figura, e il cui nome è passato in proverbio. Che certe -fanfaluche si mettano appunto in istretta relazione con la insuperabile -sciocchezza di lui, è già buono argomento a giudicare del concetto -in cui quelle fanfaluche si hanno dall'autore. Udendo l'astuto Maso, -che vuole burlarsi di lui, parlare delle virtù delle pietre preziose, -Calandrino domanda ove tali pietre si trovino, e Maso risponde «che le -più si trovavano in Berlinzone, terra de' Baschi, in una contrada che -si chiamava Bengodi, nella quale si legano le vigne con le salsicce, -et avevasi un'oca a denajo et un papero giunta, ecc.» Richiesto da -Calandrino, se di quelle pietre, non si trovino anche là, presso a -Firenze, Maso risponde che sì; essercene due di grandissima virtù, -i macigni da Settignano e da Montisci, di cui si fanno le macine da -molino, e l'elitropia, che rende l'uomo invisibile. Vago di trovare -tal pietra, Calandrino, con gli altri due famosi burloni Bruno e -Buffalmacco, ne va in cerca nel letto del torrente Mugnone, e ci fa -quell'acquisto che nella novella si può vedere e che qui non accade -ripetere. Non poteva il Boccaccio schernire più saporitamente la -sciocca credenza; nè si obbietti che nel _Filocopo_ egli parla di certo -anello dotato di virtù miracolose, perchè ei non ne parla se non per -maniera di finzione romanzesca, e senza credervi più di quello credesse -l'Ariosto all'Ippogrifo. - -Un'altra superstizione assai diffusa nel medio evo fu quella delle -malie amorose, e contro questa direi che il Boccaccio dovesse avere -un'avversione particolare. Il Boccaccio conosce troppo bene il cuore -umano, e nella cognizione di quella che si potrebbe dire storia -naturale dell'amore non v'è chi gli vada innanzi. Egli sa come -l'affetto nasca spontaneo o provocato, come cresca e si nutra, ov'abbia -le radici, a quali vicende soggiaccia, come venga meno e si spenga. -Egli ha dell'amore un concetto talmente naturalistico che nessuna -credenza superstiziosa vi si potrebbe appiccare. Miracoli d'amore -egli non conosce se non dovuti a gioventù, a bellezza, a gentilezza -d'animo, a naturale concupiscenza: son queste le vere malie a cui -si deve ogni amoroso effetto. A che pro i filtri se la seduzione può -trionfare di ogni animo più restio? Non v'è incantamento che possa aver -più forza d'uno sguardo, di una paroletta, di un riso. Di un'amorosa -malia si discorre nella novella 5ª della giornata IX; se non che, a -farci intendere sin dalla bella prima quale sia la disposizione d'animo -dell'autore, ecco anche qui farcisi incontro il buon Calandrino, -il _nuovo uccello_, a cui non è fandonia che non si possa dare ad -intendere. Calandrino, pazzamente invaghito di una femmina di mal -affare, ricorre per ajuto a Bruno, il quale fa di carta non nata un -certo suo breve magico e dà a credere all'innamorato che, tocca con -esso la donna, questa non potrà fare che non lo segua dove più a lui -piacerà di condurla. Il povero Calandrino, secondo il solito, paga -le pene della sua credulità, uscendo dall'avventura tutto pesto e -graffiato. Altre più gravi e complicate malie s'hanno nella novella -7ª della giornata VIII, ma non per altro fine che per servire ad un -fiero inganno e ad un'atroce vendetta. Cagione del tutto anche qui una -sciocca credulità. La Elena è abbandonata dall'amante suo, e non può -darsene pace; la fante «non trovando modo da levar la sua donna dal -dolor preso,..... entrò in uno sciocco pensiero, e ciò fu che l'amante -della donna sua ad amarla come far solea si dovesse poter riducere per -alcuna nigromantica operazione». - -Che cosa, del resto, il Boccaccio sentisse degl'incanti, degli -affatturamenti, della tregenda e dell'arti magiche in genere, si scorge -chiaro dalle novelle 3ª e 9ª della giornata VII, 6ª e 9ª della giornata -VIII, 10ª della giornata IX. In quest'ultima è assai piacevolmente -messa in canzone la credenza che, per arte magica, gli uomini si -possano mutare in bruti, e in tutte l'altre i pretesi incantamenti non -servono se non a dar materia di beffa e di riso. Nella novella 9ª della -giornata VIII è nominato il famoso negromante Michele Scotto, di cui -è memoria in tante scritture di quella età[381]; ma non per altro è -nominato che per burlarsi di quel pover uomo di maestro Simone. - -Si potrebbe obbiettare che nelle novelle 5ª e 9ª della giornata X, -il Boccaccio racconta di prodigi operati per arte magica come di cose -veramente accadute. Nella prima si narra di un fiorente giardino fatto -sorgere di pien gennajo da un negromante, storia narrata anche di -Alberto Magno e di molti altri presunti incantatori; nella seconda, -ch'è la notissima storia di messer Torello e del Saladino, si racconta -del buon cavaliere cristiano, come per arte magica, in una notte, fu -trasportato sur un letto da Alessandria d'Egitto a Pavia. Ma queste -due novelle, tanto provano che il Boccaccio avesse fede nella magia, -quanto che l'avesse il Goethe può provare il _Fausto_. Qui abbiamo -due temi di racconto assai diffusi nel medio evo e che il Boccaccio -accoglie nel _Decamerone_, non perchè li creda veri, ma perchè li -conosce assai vaghi, e tali da poterne con l'arte sua far ottimo uso. -Accoltili, s'egli vuole che ne segua l'effetto, bisogna non tocchi -alla loro menzogna; e in fatto egli si guarda, contro l'usanza sua che -per più esempii abbiam potuto vedere in altre novelle qual sia, di dir -pure una parola che lo mostri incredulo, o volga in beffa la credenza -altrui. Così facendo egli segue un supremo precetto d'arte, non già -la sua propria opinione, la quale è sin troppo chiarita da tutte le -altre testimonianze che siam venuti notando. Il parlare seriamente di -una cosa non può essere indizio di fede, quando c'entrino le ragioni -dell'arte e della storia, mentre è prova certa d'incredulità il -parlarne con ironia o con riso. - -Questa considerazione vale anche per ciò che mi rimane a dire delle -apparizioni e dei fantasmi. - -Nella novella 3ª della giornata V si narra di quella bellissima e -formidabile apparizione veduta da un giovine di Ravenna nella pineta -di Chiassi, quando s'incontrò in una donna ignuda che fuggiva, -inseguita da due grandi mastini e da un cavaliere bruno montato sopra -un cavallo nero. L'apparizione è qui data per reale, e quella donna -e quel cavaliere per vere anime dannate in atto di esercitare esse -stesse il castigo loro imposto. Il Boccaccio tolse la storia della -apparizione da Elinando, o dal Passavanti, ma l'innestò in un racconto -tutto naturale ed umano, e, per giunta, la fece servire ad un fine -cui certo non avevan pensato coloro che la narrarono primi. Alle -mani del Boccaccio l'apparizione diventa una _macchina_ di racconto -romanzesco. Nella novella 10ª della giornata VII un giovane popolano, -stato gran tempo amante di una sua comare, muore, e dopo qualche -giorno, apparisce, secondo certo accordo fatto, ad un suo amico, per -dargli nuove dell'altro mondo e per dirgli, che cosa? che di là non -si tiene conto alcuno dei peccati commessi con le comari, e non se -ne paga nessuna pena. Parodia bella e buona di quelle apparizioni -d'anime dannate o purganti onde i leggendarii del medio evo son pieni. -Che razza di fantasima poi sia la fantasima scongiurata da Gianni -Lotteringhi e dalla moglie sua nella novella 1ª della giornata VII, e -di che maniera sia lo scongiuro, non ho bisogno di ricordare. Nella già -citata novella 3ª della giornata III, raccontando Lauretta come l'abate -fosse creduto esser l'anima di Ferondo che andasse in giro facendo -penitenza, dice che ciò porse argomento di molte novelle _tra la gente -grossa della villa_. Il mondo dei fantasmi non era un mondo in cui -potesse compiacersi una mente come quella del Boccaccio, aperta solo ai -colori e alle forme del mondo reale, una fantasia come la sua, pittrice -e scultrice della vita. Il temperamento secondava in lui la coltura, ed -entrambi congiunti non gli permettevano di smarrirsi nel regno nebuloso -dei sogni. - -Dal sin qui detto parmi risulti in modo assai chiaro che il Boccaccio, -quanto a superstizione, non solo non s'allenta dietro al medio evo, ma -anzi se ne trae fuori tanto quanto è possibile ad uomo di quel tempo. -Io non voglio negare che anche il Petrarca non abbia in questa parte -meriti grandissimi, perchè in troppi luoghi delle sue opere se ne -ha solenne testimonianza; ma non parmi ci sia ragione di mettere il -Boccaccio tanto al disotto di lui, nè credo giusto trar l'uno sulle -più alte cime del sano ed illuminato pensiero per lasciar l'altro -giù nella valle della superstizione. E il Petrarca e il Boccaccio -non sono uomini nuovi se non in parte; entrambi sono ancora legati al -passato; entrambi si rivolgono e tornano ad esso. Quale dei due n'uscì -maggiormente? Quale vi retrocesse più addentro? Non è cosa agevole -dirlo. Il Boccaccio detestò gli studii prima adorati, rinnegò l'opera -sua maggiore; ma di lui, ad ogni modo, noi non abbiam libri da mettere -a riscontro del _Secreto_, dei _Rimedii dell'una e dell'altra fortuna_, -del _Trattato della vita solitaria_, coi quali il Petrarca, non per -una od altra opinione particolare, ma per il sentimento stesso della -vita e per gli abiti della mente ripiomba nel medio evo a capo fitto. -L'ascetismo del Petrarca il Boccaccio non lo conobbe. - - -NOTE - -[353] _Boccaccio's Leben und Werke_, Lipsia, 1880, p. 371. - -[354] _Lezioni di letteratura italiana_, 9ª ed., 1883, v. I, p. 167. - -[355] «Dante chiude un mondo: il Boccaccio ne apre un altro.» _Storia -della letteratura italiana_, 3ª ed., 1879, v. I, p. 302. - -[356] _Giovanni Boccaccio, sein Leben und seine Werke_, Stoccarda, -1877, p. 303. - -[357] _Accenni alle scienze naturali nelle opere di Giovanni -Boccaccio_, Trieste, 1877, pp. 60-1; _Studi sulle opere latine del -Boccaccio_, Trieste, 1879, p. 254. - -[358] _De genealogia Deorum_, l. I, c. 31; _De casibus virorum -illustrium_, l. II, c. 7. - -[359] _Comento sopra la Commedia di Dante_, ed. Milanesi, Firenze, -1863, v. II, p. 19. - -[360] _De gen._, l. I, c. 10; l. III, c. 22; l. IX, c. 4; _Com_. v. I, -p. 480 sgg. - -[361] _Com_. v. II, p. 56. - -[362] _Com_. v. II, p. 166. - -[363] _Com_. v. I, p. 216, 121. - -[364] _Com_. v. I, p. 278. - -[365] _De gen._, l. II, c. 52. - -[366] _Com_. v. II, p. 185. - -[367] _De cas._, l. VIII, c. 19. - -[368] V. specialmente _Com_. v. II, p. 69. - -[369] _Purgat._, c. XVI; _Parad._, c. XXII. - -[370] C. GEIGER, _Petrarka_, Lipsia, 1874, pp. 87-91; VOIGT, _Die -Wiederbelebung des classischen Alterthums_, 2ª ed., Berlino, 1880-81, -v. I, pp. 73-4. - -[371] Vedi BURCKHARDT, _Die Cultur der Renaissance in Italien_, -3ª ed., Lipsia, 1877-78, v. II, p. 279 sgg., e uno scritto di F. -GABOTTO, _L'astrologia nel Quattrocento_, nella _Rivista di filosofia -scientifica_, anno VIII (1889). - -[372] _Le lettere edite ed inedite di Giovanni Boccacci tradotte e -commentate da_ F. CORAZZINI, Firenze, 1877, p. 281. - -[373] _Op. cit._, v. I, p. 287. - -[374] Se ne può vedere un saggio nella Cronica di Matteo Villani, l. -I, c. III, in fine. In molti luoghi fu data colpa del contagio agli -Ebrei, che pagarono a caro prezzo, secondo il solito, l'ignoranza -e il fanatismo dei loro persecutori. Cf. HECKER, _Die grossen -Volkskrankheiten des Mittelalters_, Berlino, 1865, p. 57 sgg. - -[375] Vol. II, p. 19. - -[376] _Historia Neminis, mitgetheilt von W. Wattenbach, Anzeiger für -Kunde der deutschen Vorzeit_, 1866, col. 381 sgg. - -[377] La novella di Ser Ciappelletto è storica probabilmente; narra -cioè un fatto realmente avvenuto, o che si credette avvenuto. Fonti -non se ne conoscono: per qualche riscontro vedi LANDAU, _Die Quellen -des Dekameron_, 2ª ediz., Stoccarda, 1884, p. 250. L'esistenza del buon -notajo fu provata da CESARE PAOLI, _Documenti di Ser Ciappelletto, in -Giornale storico della letteratura italiana_, vol. V (1885), pp. 329 -sgg. Cf. MANNI, _Istoria del Decamerone_, Firenze, 1742, p. 147. - -[378] Più di un santo ebbe a moltiplicarsi, in tutto o in parte, per -far contenti coloro che pretendevano essere in possesso dei preziosi -avanzi. San Giorgio e San Pancrazio ebbero trenta corpi ciascuno; Santa -Giuliana giunse ad averne venti, con ventisei teste. San Gerolamo ebbe -due soli corpi, con quattro teste, ma raccolse in compenso sessantatrè -dita, ecc., ecc., ecc. Un gesuita savojardo, per nome Giovanni Ferrand, -in un suo libraccione sulle reliquie, spiega la cosa dicendo che Dio -può bene avere moltiplicato que' capi e quei corpi a dimostrazione -della propria potenza e a maggiore edificazion dei credenti. Vedi -LALANNE, _Curiosités des traditions, des mœurs et des légendes_, -Parigi, 1847, pp. 117 sgg. - -[379] Di falsi santi, di falsi miracoli e di false reliquie, parla -a più riprese SALIMBENE nella sua _Chronica_, Parma, 1857, pp. -38-9, 274-6. Egli ricorda, tra l'altro, un Alberto, che ha non poca -somiglianza con l'Arrigo del Boccaccio. Stefano di Borbone parla di un -ladro venerato per santo, e di un santo il quale fu, in origine, un -cane (_Anedoctes historiques, légendes et apologues tirés du recueil -inédit d'_ETIENNE DE BOURBON _dominicain du XIIIe siècle, publiés par_ -A. Lecoy de la Marche, Parigi, 1877, pp. 328, 325). Intorno a certe -particolarità della credenza religiosa e del culto vedi alcune belle -considerazioni di M. GUYAU, _L'irréligion de l'avenir_, Parigi, 1887, -pp. 90 sgg. - -[380] _Dialogus miraculorum_, ediz. Strange, 1851, dist. X, c. 67. - -[381] Vedi in questo volume lo scritto intitolato _La leggenda di un -filosofo._ - - - - -SAN GIULIANO NEL «DECAMERONE» - -E ALTROVE - - -Tutti conoscono la storia poco edificante narrata nella novella 2ª -della seconda giornata del _Decamerone: Rinaldo d'Asti rubato, capita -a Castel Guglielmo, et è albergato da una donna vedova, e, de' suoi -danni ristorato, sano e salvo si torna a casa sua_. Di che maniera -fosse l'albergare della buona vedova l'argomento non dice, ma dice, -anzi fa vedere, la novella, dove, per giunta, la buona ventura toccata -al mercante astigiano è messa in istretta relazione col così detto -_Paternostro_ di San Giuliano l'Ospitaliere, e con la devozione -grandissima che si ebbe, durante tutto il medio evo, a questo santo -famoso. - -Quell'uomo dabbene che fu monsignor Giovanni Bottari, parlando, in -una delle sue _Lezioni sopra il Decamerone_[382], di questa saporita -novella, fitto sempre in quel suo caritatevole pensiero di voler -purgare l'autore d'ogni sospetto di miscredenza o d'eresia, dice che -in essa, il Boccaccio, da buon cattolico, e non altrimenti, volle -biasimare e deridere una tra le tante pratiche superstiziose in uso a' -suoi tempi, e una di quelle appunto che più contrastano col sentimento -religioso sincero e legittimo. Ora, che il Boccaccio abbia voluto farsi -beffe di una sciocca superstizione, come di molt'altre superstizioni -si fa beffe in altre novelle sue, è cosa in tutto fuor d'ogni dubbio; -ma che egli abbia fatto ciò con gl'intendimenti che monsignor Bottari -gli attribuisce, è cosa che non potrebbe provarla nemmanco il Dottor -Angelico, se tornasse al mondo. - -In fatto, se quelli fossero stati gl'intendimenti suoi, il Boccaccio, -per dar loro effetto, non aveva a far altro che troncar la novella nel -punto in cui, spogliato d'ogni suo avere dai malandrini, e abbandonato -da essi nel fitto della notte, in mezzo alla neve, il malcapitato di -Rinaldo poteva vedere quanto fosse vana la fede da lui riposta in -San Giuliano, e quanto fallace la speranza di compiere, mercè sua, -felicemente il viaggio e ottener buono albergo. Il Boccaccio stesso -ci mostra Rinaldo starsene in quel brutto frangente tutto tristo e -cruccioso, _spesse volte dolendosi a San Giuliano, dicendo questo non -essere della fede che aveva in lui. Ma_, soggiunge poi subito, _San -Giuliano avendo a lui riguardo, senza troppo indugio gli apparecchiò -buon albergo_. - -E fu buono albergo davvero, perchè Rinaldo vi trovò, non solo tavola -apparecchiata e letto sprimacciato, ma ancora certa donna del marchese -Azzo di Ferrara, la quale divenne per quella notte la sua, e dalla -quale ebbe soprammercato, in partirsi, buona quantità di denari. Ora, -non erano certamente questi gli argomenti più acconci a far persuasi -della vanità della superstizione gli uomini creduli e grossi, e -il Boccaccio stesso pare che ce ne voglia avvertire, quando fa che -Rinaldo, levatosi la mattina, ringrazii della venturosa nottata Dio e -San Giuliano. - -Vorremo noi fare un altro pensiero e credere che messer Giovanni -abbia, di suo capo, allargata a quel modo, oltre ai termini consueti -e men disdicevoli, l'azione benefica del santo protettore, tratto -a ciò da certo suo spirito di empietà, e dal desiderio di farlo -conoscere altrui? Certo, non mancano nel _Decamerone_ fatti e parole -d'onde agevolmente si potrebbero trarre argomenti in sostegno di una -tal congettura; ma qui non si tratta di sapere che cosa il Boccaccio -avrebbe potuto volere secondando certe tendenze del suo spirito; -si tratta di sapere che cosa egli fece veramente. Facciamo un'altra -ipotesi. Se quanto nella nostra novella è men conforme a devozione -appartenesse insiem col resto, e al par del resto, alla credenza -superstiziosa messa in azione e derisa? Se il Boccaccio non avesse -avuto bisogno d'inventar nulla, nè aggiungere nulla; se nulla avesse -narrato che una fede guasta e travolta non potesse, direi normalmente, -ripromettersi dal favore di San Giuliano? Se così fosse, la novella, -non contenendo inframmesse di un carattere personale troppo spiccato -verrebbe ad avere un valore storico anche maggiore e sarebbe tutta -satira schietta, senza commistione alcuna di parodia. Ora gli è -così veramente, e che sia, prova già lo stesso Rinaldo, il quale -non si stupisce punto di quanto da ultimo gl'interviene, nè dà in -modo alcuno a conoscere che nel beneficio ricevuto gli paja esserci -qualche eccesso, o sconvenevolezza; ma ogni cosa egualmente riferisce -alla grazia del santo, il buon albergo, i denari e la donna. Egli -nulla riceve che non potesse, in certo qual modo, ragionevolmente e -legittimamente aspettarsi. - -Il Galvani, prendendo appunto argomento da questa novella -del Boccaccio, compose, intorno a San Giuliano, un'apposita -dissertazioncella[383]; la quale, per altro, non tocca menomamente la -questione qui messa innanzi, ed è anche sotto più altri rispetti assai -manchevole. Perciò spero che la notizia che segue non sia per tornare -nè discara nè inutile agli studiosi del nostro massimo novellatore. - -Volgiamoci dapprima alla letteratura italiana e vediamo se in essa non -ci occorra qualche testimonianza e qualche prova del fatto che abbiamo -congetturato: la protezione di San Giuliano essersi estesa anche ai -facili amori, alle buone venture. Notiamo peraltro, prima di andare -innanzi, che di una estension così fatta non è punto a meravigliarsi. -Chi ha qualche pratica dell'agiologia popolare del medio evo, sa che le -plebi cristiane attribuirono spesso ai santi qualità ed offici, che con -la santità si accordano veramente assai poco, e non mancarono di cercar -patroni persino al vizio e alla colpa. I ladri ebbero a protettori -San Disma e San Nicola; le donne da partito si raccomandarono a Santa -Maddalena, a Sant'Afra, a Santa Brigida. Se i matti furono protetti -da San Maturino, non poteva mancare, e non mancò, un protettore agli -innamorati, e questo fu San Valentino. Ma essendo quello dell'amore -un gran regno e con molte faccende, da non potervi attendere un solo, -ne fu data partitamente giurisdizione più o meno onorevole a parecchi -santi, e di questi San Giuliano fu uno. - -San Giuliano è spesso ricordato in libri nostri di ogni tempo[384]; -ma non tutti quei ricordi fanno per noi. Quelli, per esempio, che si -hanno nel _Pataffio_[385] e in una novella di Franco Sacchetti[386], -provano che il _Paternostro_ di San Giuliano era assai cognito, e da -molti, all'occasione, recitato, ma non provano altro. Non così un luogo -di certa novella del _Pecorone_[387]. Quivi si narra di una bellissima -donna, vestita da frate, della quale s'innamora, non conoscendola, -la figliuola di un oste. Un prete, che viaggia con lei, credendola -frate davvero, avvedutosi di quell'amore, dice alla sua compagna: -_Per certo voi diceste stamane il Pater nostro di San Giuliano, però -che noi non potremmo avere migliore albergo, nè la più bella oste, -nè la più cortese_. Qui, di sbieco se si vuole, c'è un accenno ad -altro che ad albergo. Ma testimonianze più sicure e più esplicite non -mancano. Di Livia, supposta innamorata di Parabolano, dice il Rosso, -nella _Cortegiana_ dell'Aretino, che _ha detto il Pater nostro di San -Giuliano a guastarsi di lui_[388]. Nella stessa commedia, l'Alvigia -mezzana, trovandosi a un brutto sbaraglio, si raccomanda al beato -Angelo Raffaello, a San Tobia, e più particolarmente a San Giuliano, -dicendo: _messer San Giuliano, scampa l'avvocata del tuo Pater -nostro_[389]. Ora, avvocata del Pater nostro di San Giuliano, in questo -caso non può voler dir altro che mezzana. Si potrebbero moltiplicare -gli esempii, i quali proverebbero pure che il culto di San Giuliano -era non meno vivo nel Cinquecento che nel Trecento. San Giuliano era -uno dei santi più popolari e più spesso invocati, e lo prova il Franco -quando fa dire alla sua loquace lucerna: «Veggo i carrettieri et i -falconieri diventare in terra da più di San Vito e di San Giuliano nel -paradiso»[390]. - -Se non che, essendo gli esempii recati di sopra posteriori al -Boccaccio, si potrebbe dir che non provano, e si potrebbe riconoscere -in essi, anzi che un riflesso della credenza popolare, un semplice -riflesso della novella stessa del _Decamerone_, cognita universalmente -e passata in certo modo in proverbio[391]. Ma altrettanto non si potrà -certo dire delle testimonianze che ci offre la letteratura francese. - -Se San Giuliano fu popolare in Italia, in Francia fu assai più, e -v'ebbe più offici, giacchè, non soltanto protettor dei viandanti, -e procacciatore di buono albergo, ma vi fu anche patrono delle -corporazioni dei menestrelli e dei poveri, e invocato da coloro che -languivano in ischiavitù o in prigionia. Vero è che l'officio suo -principale rimaneva pur sempre quello di provvedere di buono albergo i -suoi devoti. In Parigi c'era una chiesa a lui consacrata, e un poeta, -ricordandola insieme con l'altre molte ch'erano nella città, dice: - - Saint Juliens - Qui herberge les Chrestiens[392]. - -Ora l'albergare di San Giuliano poteva (non dico che dovesse) essere -della maniera appunto che si vede nella novella del _Decamerone_; e -_avoir l'ostel Saint Julien_ voleva dire, non solo avere buona stanza, -ma spesso anche avere la buona nottata, come Rinaldo d'Asti. Il Legrand -d'Aussy cita da una canzone manoscritta i seguenti versi, con cui -un poeta, Giacomo d'Ostun, avendo passato la notte con la sua dama, -celebra la goduta felicità: - - Saint Julien qui puet bien tant, - Ne fist à nul home mortel - Si doux, si bon, si noble ostel[393]. - -Nel _fableau_ di _Boivin de Provins_, alcuni che si credono di -accalappiare Boivin, traendolo in casa di una sgualdrina, gli dicono: - - Par saint Pierre le bon apostre, - L'ostel aurez saint Julien[394]. - -Eustachio Deschamps intende l'_ostel_ nel senso che l'intende Giacomo -d'Ostun, quando dice: - - On quiert l'ostel Saint Julien[395], - -e quando, facendo il proprio ritratto, esce in questa confessione: - - Je ne désir fors que Saint Julien - Et son hostel, dont bon fait trouver l'uis; - De saint George pas grant compte ne tien, - De sa guerre n'est mie grant deduis[396]. - -Questi esempii provano che non fu il Boccaccio ad attribuire a San -Giuliano il poco onesto officio; ma come mai la devota superstizione -fu essa condotta ad affidarglielo? Non è troppo difficile il dirlo. Si -tenga ben presente che San Giuliano, il quale per far penitenza della -involontaria uccisione del padre e della madre, da lui commessa, fondò -un ospizio, dove per molti anni accolse liberalmente i pellegrini, -è come il santo titolare della ospitalità[397]; si ricordi che la -ospitalità nel medio evo fu intesa assai più largamente di quanto a -noi possa parere dicevole, e che era in certo qual modo obbligo di -cortesia, nei baronali manieri, offrire all'ospite, oltre alla stanza e -alla tavola, anche una compagna di letto per la notte[398], e si avrà -piena ragione e spiegazione del fatto. Un albergo non si considerò -interamente buono se non c'era, diciam così, quel complemento, e San -Giuliano che procacciava il buono albergo, procacciava il complemento -insiem col resto. S'intende poi come trovatori, troveri, menestrelli, -uomini che campavano dell'ospitalità e liberalità altrui, si -raccomandassero a San Giuliano per tutto quanto era stato così posto -sotto la sua giurisdizione. E certo a tutti i favori che il santo -poteva largire pensava Pietro Vidal quando diceva: - - Domna, ben aic l'alberc saint Julian, - quan fui ab vos dins vostre ric ostal[399], - -e quando il proposito di rimanere in Italia esprimeva in quei versi: - - Era m'alberc deus e sans Julias - e la doussa terra de Canaves, - qu'en Proensa no tornarai eu ges - pos sai m'acoilh Lameiras e Milas, - car s'aver posc cela qu'ai tant enquiza, - . . . . . . . . . . . . . .[400]. - -E a tutti quei favori similmente doveva aver la mente il Monaco di -Montaudon, quando, in una sua canzone[401], introduce lo stesso San -Giuliano a lamentarsi dinanzi a Dio che la decadenza dei costumi -cavallereschi, e il picciol animo dei signori abbiano in tutto -screditato il suo nome e quasi tolto il suo culto. Considerata ogni -cosa, non si stenta troppo a capire come Guglielmo IX di Poitiers, -il più scapestrato dei trovatori, potesse render grazie a Dio e a San -Giuliano della molta perizia ch'egli si vanta di avere nel dolce giuoco -di amore: - - Dieus en laus e sanh Jolia; - Tant ai apres del juec doussa, - Que sobre totz n'ai bona ma[402]. - -Del resto San Giuliano non deve troppo dolersi di quell'officio -commessogli certo contro sua voglia, giacchè officio in tutto simile si -trova pure commesso a santi che non avevan poi sulla coscienza ciò che -egli ci aveva. In un vecchio poemetto tedesco, intitolato _Die Treue -Magd_[403], si racconta di uno studente che aveva in uso di recitare -ogni giorno due preghiere, l'una il mattino alla Santissima Trinità, -perchè non lo facesse capitar male, l'altra la sera a Santa Gertrude -(quale delle parecchie registrate nei cataloghi?) per ottenere da lei -buono albergo. Si mette in viaggio alla volta di Parigi, e giunta la -sera si raccomanda alla santa. Per non fermarci troppo sui particolari, -ecco che egli capita in casa di una donna bellissima, il cui marito è -assente, e vi trova quelle stesse accoglienze che Rinaldo d'Asti trova -in casa dell'amica del marchese Azzo. Sopraggiunge in mal punto il -marito; ma allora Santa Gertrude, più sollecita de' suoi devoti che lo -stesso San Giuliano non sia, suggerisce (così almeno il poeta dice di -credere) alla fantesca della donna un buon provvedimento che salva ogni -cosa. Lo scolare riconoscente non dimentica di ringraziare la santa, e -tutti contenti. Notisi che il giovane s'era mosso alla volta di Parigi -con l'intenzione di attendere non meno agli amori che agli studii. - -Così pure non si vede quale ragione potesse indurre il volgo credente -in Francia a prendersi una confidenza in tutto simile con San Martino, -se non si ammette che, essendo San Martino un santo molto popolare -e bonario, il popolo potè credersi licenziato a ricorrere al suo -patrocinio anche in casi nei quali l'ajuto dei santi non pare troppo a -proposito. Fatto sta che _ostel saint Martin_ significò quel medesimo -che _ostel saint Julien_. Il _fableau_ intitolato _Le meunier et -les II clers_, che corrisponde alla novella 6ª della Giornata IX del -_Decamerone_, ce ne porge una prova. Il poeta, narrati i casi venturosi -ch'ebbero i due giovani albergando la notte in casa del mugnajo, dice: - - Il orent l'ostel saint Martin[404]. - -E in un'_alba_ di Guiraut de Borneil non invoca il vigile amico -la protezione di Dio sopra l'amante troppo felice che non cura il -sopravvenire del giorno? - -Il Manni crede che la storia di Rinaldo d'Asti narrata dal Boccaccio, -non sia cosa inventata, ma vera[405]. Ciò può ben essere; ma in tal -caso, inclinerei a credere che al fatto sostanziale vero il Boccaccio -avesse messo egli quel contorno di comica superstizione, traendolo, -sia da altre storie a lui note, sia dalla divulgata credenza. Ad ogni -modo non intendo che si voglia dire L. Cappelletti, quando afferma -che le fonti della novella del Boccaccio sono il _Panciatantra, le -gesta Romanorum, c. XVIII, e la Legenda aurea, hist. XXII_[406]. -Certo riscontro con una novella del _Panciatantra_ fu notato, e sta -bene; ma nei _Gesta Romanorum_ e nella _Legenda aurea_ si narra la -storia di San Giuliano, e non si trova indizio di quelle particolarità -del culto a esso San Giuliano prestato che appunto sono di capitale -importanza nella novella del Boccaccio; e per sapere che San Giuliano -l'Ospitaliere era protettor dei viandanti, il Boccaccio non aveva -bisogno di ricorrere a quei racconti, ma bastava che ponesse mente -al nome di lui, e aprisse le orecchie a' discorsi degli innumerevoli -credenti. - -Per carità, un po' più adagio in questa faccenda delle fonti. - - -NOTE - -[382] Firenze, 1818, vol. II, pp. 146 sgg. - -[383] È la VI delle sue _Lezioni accademiche_, Modena, 1839-40, vol. -II. Agli autori rammentati in proposito dal Galvani, e a quelli -che registra lo CHEVALIER, _Répertoire des sources historiques -du moyen-âge_, coll. 1316-7, si possono aggiungere i seguenti: -LECOINTRE-DUPONT, _Mémoires de la Sociétè des Antiquaires de l'Ouest_, -t. V (1835); DU MÉRIL, _Histoire de la poésie scandinave_, Parigi, -1839, p. 345, n. 2; FOGLIETTI, _San Giuliano l'Ospitatore, cenni -storici_, Firenze, 1879. (Vedi anche il _Giornale storico della -letteratura italiana_, vol. VI (1885), p. 419). Circa la persona di -San Giuliano mosse ragionevolmente alcuni dubbii lo ZAMBRINI nel -_Propugnatore_, t. V, P. 1ª pp. 169-70. Fra le Istorie e Leggende -registrate dallo stesso ZAMBRINI, _Opere volgari_, ecc., 4ª ed. con -Appendice, Bologna, 1884, coll. 568, 581, 761, non trovo un poemetto di -32 ottave intitolato: _La devotissima e bella istoria di San Giuliano -dove s'intende che per inganno del demonio uccise il padre e la madre_, -Lucca, per Domenico Ciuffetti, 1702. Non lo registra nemmeno il PASSANO -ne' suoi _Novellieri in verso_ (Bologna, 1868), e non so se si tratti -di cosa antica o moderna. - -[384] PICO LURI DI VASSANO (Ludovico Passarini) nei suoi _Modi di dire -proverbiali_ ecc., Roma, 1875, pp. 564-5, cita solamente la novella del -Boccaccio, un luogo dell'_Orlando innamorato_ del Berni (c. XXVIII, st. -8), il noto _Paternostro_ e la nota _Orazione_. Altre indicazioni si -possono vedere nei Vocabolarii sotto Paternostro. - -[385] Cap. VII. - -[386] Nov. 33. - -[387] Giorn. III, nov. 1. - -[388] Atto III, sc. 8. - -[389] Atto V, sc. 16. - -[390] _Le pistole volgari_, Venezia, 1542, f. 157 r. - -[391] La novella 52 di Giovanni Sercambi è la novella stessa del -Boccaccio, mutati i nomi e alcune particolarità. Vedi _Novelle inedite_ -di GIOVANNI SERCAMBI t_ratte dal Codice Trivulziano CXCIII per cura di_ -Rodolfo Renier, Torino, 1889, pp. 186-90. - -[392] _Les moustiers de Paris_, in Barbazan-Méon, _Fabliaux et contes_, -Parigi, 1808, vol. II, p. 288. - -[393] _Fabliaux ou contes du XIIe et du XIIIe siècle_, Parigi, 1779-81, -vol. III, p. 108. Questi versi, con altri due che precedono, furono -riportati anche nel III volume della _Chronique des ducs de Normandie_ -di BENOÎT (Parigi, 1838-44), p. 819. - -[394] DE MONTAIGLON ET RAYNAUD, _Recueil général et complet des -fabliaux des XIIIe et XIVe siècles_, t. V, Parigi, 1883, p. 57. - -[395] _Oeuvres complètes_, pubblicazione della _Société des anciens -textes français_, vol. II, Parigi, 1880, p. 72. - -[396] _Ibid._, p. 313. Non so se nelle _chansons de geste_ si trovino -esempii che possano esser messi accosto a quelli recati di sopra. J. -ALTONA, _Gebete und Anrufungen in den altfranzösischen Chansons de -geste_, Marburgo, 1833, p. 9; R. SCHRÖDER, _Glaube und Aberglaube in -den altfranzösischen Dichtungen_, Erlangen, 1886, pp. 51-2, recano -parecchi luoghi di poemi, dove è menzione di San Giuliano, ma nessuno -che contenga allusioni a cose d'amore. - -[397] Vedi vol. 1, pp. 286 sgg. - -[398] Vedine, per la Francia, le prove in MÉRAY, _La vie au temps des -trouvères_, Parigi-Lione, 1873, pp. 76-80, e per i paesi germanici in -WEINHOLD, _Die deutschen Frauen in dem Mittelalter_, vol. II, Vienna, -1882, pp. 199-200. - -[399] Canzone: _Tart mi veiran mei amic en Tolzan_. Vedi PEIRE VIDAL'S -_Lieder_, ed. Bartsch, Berlino, 1857, p. 69. - -[400] Canzone: _Bon'aventura don deus als Pizas_, ed. cit., p. 76. - -[401] È la canzone che comincia: _L'autre jorn m'en pogei el cel_. La -ripubblicarono ultimamente E. PHILIPPSON, _Der Mönch von Montaudon_, -Halle a. S., 1873, pp. 41-3, e O. KLEIN, _Die Dichtungen des Mönchs -von Montaudon_, Marburgo, 1885, pp. 39-41. Il Galvani ne diede la -traduzione nel citato suo scritto. - -[402] Canzone: _Ben vuelh, que sapchon li plusor_. W. HOLLAND e A. -KELLER, _Die Lieder Guillems IX_, 2ª ed., Tubinga, 1850, p. 8. - -[403] Pubblicato da F. H. VON DER HAGEN, _Gesammtabenteuer_, Stoccarda -e Tubinga, 1850, t. II, pp. 315-31. - -[404] Di questo _fableau_ ci sono due redazioni diverse, e il verso -citato si legge solamente in una. Vedi DE MONTAIGLON et RAYNAUD, -_Recueil_ ecc., t. V, pp. 94, 325. - -[405] _Istoria del Decamerone_, Firenze, 1742, pp. 197-9. - -[406] _Osservazioni storiche e letterarie e notizie sulle fonti del -Decamerone_, in _Propugnatore_, anno XVI, p. 50. - - - - -IL RIFIUTO DI CELESTINO V - - -Tra le molte novelle che, com'è noto, Ser Giovanni Fiorentino trasse, -quasi copiando a parola, dalle Cronache di Giovanni Villani[407], -è pure la 26ª, nella quale si narra come Celestino V rinunziasse il -papato. Anche qui il novelliere altro quasi non fa se non trascrivere -lo storico, salvo che, venuto quasi al fine della narrazione, -v'interpola di suo la notizia seguente[408]: «Vero è che molti dicono, -che il detto Cardinale (_Benedetto Gaetani, che poi fu papa col nome di -Bonifazio VIII_) gli venne una notte segretamente con una tromba a capo -al letto e chiamollo tre volte, ove Papa Celestino gli rispose e disse: -chi sei tu? Rispose quel dalla tromba: io sono l'Angel da Iddio mandato -a te come suo divoto servo; e da parte sua ti dico, che tu abbia più -cara l'anima tua che le pompe di questo mondo, e subito si partì». -Udita questa ammonizione, e credendo gli venisse veramente da Dio, -Celestino, che già assai di mal animo sosteneva il gravissimo officio, -depose il manto e la tiara. Ser Giovanni, che cominciò a scrivere il -_Pecorone_ l'anno 1378, non inventò questa storiella; essa era già nata -da un pezzo, e, come le parole stesse di lui ci provano (molti dicono), -era allora largamente diffusa. Poniamoci sulle sue tracce e vediamo fin -dove ci possano condurre. - -La storiella testè riferita si ha generalmente in conto di -leggenda[409], e a confermarla tale fu osservato che i contemporanei -e i testimoni di veduta non ne fanno cenno[410]. Che ne tacessero i -fautori e gli amici di Bonifazio s'intende; ma fatto è che nemmeno i -suoi nemici ne parlano. Nel famoso libello[411], che da Longhezza i -due cardinali Giacomo e Pietro Colonna scagliarono (10 maggio 1297) -contro quel pontefice, si dice bensì che nella rinunzia di Celestino -(13 decembre 1294) entrarono _multae fraudes et doli, conditiones, et -intendimenta et machinamenta_; ma si rimane così sulle generali, senza -specificar nulla. Jacopone da Todi, che diceva a Bonifazio: - - Come la salamandra - Sempre vive nel fuoco, - Così par che lo scandalo - Te sia sollazzo et joco[412], - -non avrebbe taciuta la frode se gli fosse stata nota. I fautori di -Filippo il Bello, che tante accuse terribili lanciarono contro il -nemico pontefice, e fra l'altre quella d'intendersela col diavolo, -non avrebbero mancato d'imputargli anche questo gravissimo sacrilegio -della usurpata qualità di messo celeste, se qualche fama ne fosse loro -venuta all'orecchio. E Dante n'ebbe egli un qualche sentore? Crediamo -di no; o, se l'ebbe, non se ne diè per inteso. Tutti sanno quanto siasi -disputato intorno all'essere di colui che nel III canto dell'Inferno -Dante accusa di viltà per aver fatto _il gran rifiuto_. Non entreremo -in queste disputazioni, chè la soluzione del dubbio non importa ora al -nostro bisogno. Supposto che Dante intendesse parlare di Celestino, gli -è chiaro che la leggenda non entrava per nulla in quel suo giudizio, -perchè, se egli avesse potuto credere alla gherminella di Benedetto, -questa gli avrebbe dato argomento a giudicar Celestino uomo credulo -e semplice, vile non già. Ma che il poeta ignorava la leggenda, o, -conoscendola, non le dava credenza, si desume da altri due luoghi di -quella medesima Cantica. Nel c. XIX, vv. 55-7, Niccolò III, credendo di -parlare a Bonifazio, dice: - - Se' tu sì tosto di quell'aver sazio - Per lo qual non temesti tôrre a inganno - La bella donna, e poi di farne strazio? - -La bella donna, non ostante qualche interpretazione diversa[413], -è senza dubbio la Chiesa, e quel _tôrre a inganno_ può riferirsi, -tanto alle male arti usate per indurre Celestino a rinunziare, quanto -a quelle usate poi per succedergli. Ma che in quelle parole non si -contenga nessuna allusione alla frode della leggenda, provano i vv. -104-5 del c. XXVII, dove lo stesso Bonifazio dice: - - Però son due le chiavi - Che il mio antecessor non ebbe care. - -Dante credeva dunque che Celestino avesse rinunziato alla dignità -papale per insufficienza d'animo, per non sentirsi atto all'officio, e -non, oltre che per queste ragioni, anche per obbedienza a un presunto -comandamento divino. - -Ma il non farsi dai citati sin qui ricordo alcuno della leggenda -non prova che la leggenda non fosse già nata; ed anzi noi abbiamo i -documenti in mano che ce la mostrano nata quasi ad un tempo coi fatti -che le diedero origine. Il Tosti cita, come il più antico autore che la -riferisca, il cronista Ferreto Vicentino, che scrisse circa trentadue -anni dopo la rinunzia di Celestino; ma essa si trova già narrata -in una cronica fiorentina, detta di Brunetto Latini, e pubblicata -anni sono dall'Hartwig[414]. L'autore di essa, ignoto del resto, era -già adulto nel 1292[415], e non condusse la sua narrazione oltre il -1303. Egli racconta la leggenda nei termini seguenti[416]: «Questi -(_Celestino_) essendo homo religioso e di santa vita elli fue ingannato -sottilmente da papa Bonifazio per questa maniera, ch'ello[417] detto -papa per suo trattato e per molta moneta, che spese al patrizio nuch -(_sic_) vedevasi la notte nella camera del papa ed aveva una tromba -lunga e parlava nella tromba sopra il letto dello papa e dicea: Io -sono l'angelo, chetti sono mandato a parlare e comandoti dalla parte -di Dio glorioso, che tu immantanente debbi rinunziare al papatico e -ritorna ad essere romito. E così fece tre notti continue, tanto chelli -crette alla boce dinganto (_sic_)[418], e rinunciò al papatico del -mese di dicembre, e con animo deliberato colli suoi frati cardinali -dispose se medesimo ed elesse papa un cardinale d'Anangna, chaveva nome -Messer Benedetto Gatani, e suo nome papale Bonifazio ottavo». Qui la -leggenda è bella e formata, e non si dà come leggenda, ma come storia -certa: solo è da notare che l'autore attribuisce bensì a Bonifazio -l'idea della frode, ma non la materiale esecuzione di essa, mentre i -più di coloro che la narreranno poi ne faranno Bonifazio inventore ed -esecutore ad un tempo. - -Abbiam parlato sin qui di leggenda; ma non è poi assolutamente provato -che leggenda sia e non istoria. Un uomo di pochi scrupoli, come -Bonifazio VIII, poteva bene, trovandosi a fronte un uomo semplice e -dappoco, quale era appunto Celestino, ricorrere, per conseguire il suo -intento, a una gherminella indecorosa sì, ma certo non inefficace. Se -non che ciò poco importa al caso nostro. Ammesso che sia leggenda, -s'intende come la nota scaltrezza di Bonifazio e la non men nota -semplicità di Celestino dovessero farla nascere, e dovessero farla -nascere in tempo assai prossimo agli avvenimenti che le davano -appiglio, quando di questi avvenimenti appunto si cercava di dar -ragione, e quando le passioni suscitate da essi erano calde ancora. -Forse il Marino accenna alla vera origine della leggenda in un luogo -della sua vita di Celestino V[419], notando come, dopo la rinunzia, si -spargesse per Roma la fama, e Pietro Grasso, notajo regio, attestasse, -avere Cristo parlato a Celestino, dicendo: _Quid prodest homini si -universum mundum lucretur, animae vero suae detrimentum patiatur?_ Non -ci voleva un grande sforzo di fantasia per porre al luogo di Cristo il -cardinale Benedetto. Che poi la leggenda, per alcun tempo, dopo esser -nata, potesse rimanersi chiusa entro una cerchia piuttosto stretta, -in guisa da non venire a cognizione di chi avrebbe potuto giovarsene -contro il pontefice, non farà meraviglia a nessuno. - -La leggenda, di cui un cronista ci offre la testimonianza più antica, -riappare poi in altri cronisti del secolo XIV; e s'intende come con -l'andar del tempo, allargandosi anche fuori d'Italia, si venisse in -varii modi alterando. Il già citato Ferreto non dà la cosa per sicura, -come fa il cronista fiorentino, ma dice: _ferunt_, e operatore del dolo -fa lo stesso Bonifazio[420]. Giovanni Vittoriense non dubita, pare, -della frode, ma lascia dubbio se si dovesse o no a Bonifazio[421]. -Alberto Argentinense riferisce la cosa, senza affermar nulla[422]. -Ma nella seconda metà del XVI secolo Gilberto Genebrardo l'afferma -risolutamente[423]. - -Se non che le notizie più curiose della leggenda ci sono offerte, non -dai cronisti, ma dai commentatori di Dante, alcuno dei quali è forse -anteriore a Ferreto. Cominciamo da uno dei più antichi, dall'anonimo -autore delle Chiose alla prima Cantica pubblicate dal Selmi. In quella -parte di esse che si riferisce al noto luogo del c. III noi troviamo, -non senza meraviglia, la leggenda in una forma assai svolta, e con -isfoggio di particolari fantastici che non si riscontrano altrove; -il che accennerebbe già di per sè ad una lunga elaborazione. Il -racconto merita d'essere qui riportato per intero[424]. «Questi che -per viltà fece il gran rifiuto fu papa Cilestrino, il quale essendo -Romito Murato, perciò che di poco bene era sazio, e avea le genti -d'intorno crediano che fosse santo uomo, e' cardinali credendolo che -fosse sufficiente persona, sì lo chiamaro papa, e fu confermato papa. -Bonifazio che si fu accorto della miseria e della cattività sua, fece -fare ali e volto e mani e una scritta con cose che lucono di notte e -non di dì; e poi, a sua posta, celato di notte tempo i lumi, spenti -in prima tutti i lumi, entrò ne la camera sua, lui dormendo, e chiamò -con uno organo: Cilestrino, Cilestrino, tre volte. Questi si svegliò -dicendo: Domine, chi mi chiama?... E' rispose: messo di Dio. Cilestrino -il mirò, e vide solo le mani e l'ali e 'l volto lucenti. Maravigliossi -molto, e disse: che comandi? E que' rispose: a Dio spiace molto la -tua vita, e hai lasciata la via del paradiso e vuoli ire a l'inferno. -Leggi questa carta del comandamento. E la scritta dicea: i' ti comando, -che domattina, fatto il dì, tu prenda il manto e 'l pasturale, e 'l -primo cardinale che tu truovi fa sedere in su la sedia di San Pietro, e -vestilo d'ogni cosa come l'hai tu, e poi rifiuta, e partiti in maniera -che non sii veduto esser partito. Letta la scrittura che d'oro paria, -credette per certo che Agnolo di Dio fosse. Disse che si farebbe. Papa -Bonifazio ravolse le cose e sparì, e la mattina si levò sì tosto che -fu dì. Prima Cilestrino lo vide, aempiè il comandamento, e poselo in -sulla sedia, e Cardinali furono d'intorno, e da' più fu confermato a -cui parve ragione, e tali per amore, e tali per promesse, e altri per -paura, sì che papa rimase». - -Nel commento di anonimo pubblicato da Lord Vernon e nelle chiose -attribuite a Jacopo Alighieri la leggenda non è ricordata; ma -questa poi riappare, tuttochè in forma più semplice e compendiosa, -in parecchi dei commentatori posteriori. Secondo Jacopo della Lana -furono i cardinali, e non il solo Benedetto, a ordir l'inganno[425]. -L'Ottimo paria di _certi artificj_, ma non dice quali fossero: -Pietro Alighieri non fa cenno nemmeno di artifizii. Giovanni Boccacci -riferisce una versione secondo la quale a far l'inganno Bonifazio si -sarebbe accordato con alcuni suoi servitori[426]. Il falso Boccaccio -(_Chiose sopra Dante_, pubblicate da Lord Vernon) parla di ragioni -e di argomenti usati da Bonifazio, non d'altro; e Benvenuto da Imola -crede che il reo del gran rifiuto sia Esaù, non Celestino. Francesco -da Buti dice che Bonifazio usò e della persuasione e della frode[427]. -L'Anonimo Fiorentino, pubblicato dal Fanfani, attinge per la narrazione -dal Villani; poi, al c. XIX, narra l'inganno, introducendo un fanciullo -a far la parte dell'angelo; ma pare stimi il tutto una favola[428]. -Guiniforto delli Bargigi tace della leggenda, e ne tacciono ancora -il Landino, il Vellutello, il Daniello. E tra coloro che ne tacciono -sia qui ancora ricordato il Petrarca che, come altri, solo ad umiltà -attribuisce la rinunzia di Celestino[429]. - -La varietà delle versioni che abbiam vedute sin qui, e il richiamarsi, -che i narratori spesso fanno, alla voce pubblica, provano, ci sembra, -la diffusione della leggenda. Non ci recherà dunque meraviglia il -ritrovar questa in un racconto islandese contenuto in un codice del -sec. XV, e fatto, non ha molto, di pubblica ragione[430]. S'intende -come la leggenda non abbia potuto compiere un così lungo viaggio senza -molto alterarsi; ma ecco la sostanza del non breve racconto. Celestino -aveva accettato assai malvolentieri la dignità papale; Bonifazio, per -contro, uomo di facili costumi, e padre di dodici figliuoli, ad essa -aspirava. Nella camera del papa erano due letti, uno per lui, l'altro -per la sua sposa la Chiesa. Bonifazio scrisse con lettere d'oro una -epistola, e dicendo di averla trovata nel letto della Chiesa, la -consegnò a Celestino. Questi, apertala, vi trovò una comunicazione -della Chiesa celeste alla terrena, nella qual comunicazione si diceva -che, non piacendogli l'ufficio, il papa poteva liberamente rinunziarlo; -e il papa rinunziò, e Bonifazio ne prese il luogo. Bisogna confessare -che, migrando tanto lontano dal suo luogo di origine, la leggenda -si fece molto più sciocca, e il povero Celestino tramutò a dirittura -di semplice in istolido. Ciò che si dice della epistola scritta con -lettere d'oro ricorda la epistola luminosa di cui parla l'autore delle -Chiose anonime. - -In questo campo ci sarà senza dubbio da spigolare dell'altro, e altri -il faccia, se lo stima opportuno. Prima di lasciar l'argomento una -sola cosa vorremmo avvertire ancora, e cioè, che la leggenda di cui -abbiam parlato, specie nella forma che assume nelle Chiose pubblicate -dal Selmi, entra nel copioso gruppo di quei racconti, diffusi così in -Oriente come in Occidente, nei quali un mortale prende l'aspetto e gli -attributi di alcun essere soprannaturale, per così ingannare altrui e -ottenere i suoi fini[431]. - - -NOTE - -[407] Vedile notate dal LANDAU, _Beiträge zur Geschichte der -italienischen Novelle_, Vienna, 1875, pp. 29-30. Cfr. GORRA, _Studi di -storia letteraria_, Bologna, 1892, Il Pecorone. - -[408] Ed. dei _Classici italiani_, vol. I, p. 255. - -[409] Il DOELLINGER non ne parla nel suo libro _Die Papst-Fabeln des -Mittelalters_, Monaco, 1863; seconda edizione, accresciuta di note da -J. Friedrich, Stoccarda, 1890. - -[410] TOSTI, _Storia di Bonifazio VIII e de' suoi tempi_, vol. I, pp. -231 sgg.: GREGOROVIUS, _Geschichte der Stadt Rom im Mittelalter_, vol. -V, p. 515. Non e esatto il Drumann quando, non conoscendo la fonte -di cui si dirà più oltre, afferma la storiella essere già narrata da -contemporanei, _Geschichte des Bonifacius des Achten_, Königsberg, -1852, parte I, p. 11. - -[411] Lo ripubblicò il TOSTI, _Op. cit._, vol. I, Documento (P), pp. -275-8. - -[412] Nella famosa invettiva che comincia: - - O papa Bonifatio, - Molto hai jocato al mondo. - -[413] Vedi SELMI, _Chiose anonime alla prima Cantica della Divina -Commedia_, Torino, 1865, p. 107. - -[414] _Quellen und Forschungen zur ältesten Geschichte der Stadt -Florenz_, parte II, Halle, 1880, pp. 221 sgg. - -[415] _Ibid._, p. 217. - -[416] _Ibid._, p. 235. - -[417] Così l'Hartwig: l._ che llo_. - -[418] _D'incanto?_ - -[419] _Acta Sanctorum_, t. IV di maggio (1685), p. 523. - -[420] _Historia_, l. II, ap. Muratori, _Scriptores_, t. IX, coi. 966: -«Ferunt etiam et hunc virum dolosum (_sc. Bonifacium_) quatenus ad hoc -illum (_sc. Coelestinum_) flagrantius incitaret, dum somno excitatus -noctu Deum contenplaretur, per foramen, quod arte fabricaverat, voce -tenui saepe dixisse etc.». FRANCESCO PIPINO, contemporaneo di Ferreto, -non parla (_Chronicon_, ap. Muratori, t. cit., col. 735) se non di -persuasioni fraudolente usate da alcuni cardinali e in ispecie da -Benedetto. - -[421] Ap. BÖHMER, _Fontes rerum germanicarum_, t. I, p. 334: -«Celestinus... resignavit per hunc modum: dum enim quiesceret, vox ad -eum facta est per tubam, quasi esset angelus domini, per tres vices, ut -quantocitius propter mundiales occupationes contemplationi insisteret, -curam deponeret. Quo facto Bonifacius octavus succedit eodem anno in -vigilia nativitatis domini electus, qui hanc fraudolentiam _dicitur_ -procurasse». - -[422] _Chronicon_, ap. URSTISIUS, _Germaniae historicorum p. -altera_, p. 111: «Hic est Bonifacius, de quo dicitur, quod Caelestino -praedecessori suo, viro utique sancto, de quo Curia doluit se in lucris -non proficere, per longam cannam loquebatur ad lectum _Caelestine cede, -Caelestine cede_». - -[423] _Chronographia_, Parigi, 1585, l. IV, p. 659: «Per cannam -deceptus est (_sc. Coelestinus_) voce tanquam coelitus missa -insonantem, ut deseret Pontificatum et Bonifacium institueret». - -[424] _Chiose anonime_, ecc., pp. 18-9. Il Selmi le stimò scritte -mentre il poeta era ancora in vita; ma vedi, a questo proposito, -ROCCA,_ Di alcuni commenti della_ Divina Commedia _composti nei primi -vent'anni dopo la morte di Dante_, Firenze, 1891, pp. 108 sgg. - -[425] «E ingegnonno certi cannoni, li quali rispondeano nella sua -camera, e per quelli li parlavano di notte, dicendo com'elli erano -angeli da Dio messi; e che nel conspetto di Dio era ch'elli non era -sufficiente a tanto offizio, e però ch'elli dovesse rifiutare». Jacopo -riferisce il dantesco _tôrre a inganno_ notato di sopra, così alla -simonia come alla frode usata a Celestino. - -[426] «..... alcuni voglion dire che esso usò con alcuni suoi segreti -servidori, che la notte voci s'udivano nella camera del predetto papa» -ecc. - -[427] «Et oltre a questo ordinò un buco, che veniva sopra lo letto del -papa, avendosi fatto dare una camera a lato a quella del papa, abitando -di dì e di notte con lui, perchè il papa sopradetto si fidava molto di -lui, et a certe ore della notte metteva uno cannone per questo buco e -diceva al papa ch'elli era l'agnolo mandato da Dio, e comandavali» ecc. - -[428] «Dice ancora alcuno che messer Benedetto Gaetani, essendo papa -Cilestrino ancora nella sedia apostolica, per farlo rinunziare, -veggendo ch'egli n'avea voglia, misse alcuno fanciullo di notte -segretamente nella camera sua, dicendogli la notte ch'egli rinunziasse -al papato, et simili inganni facendogli; ma come che le favole si -dicano, la verità fu che per consiglio di Papa Bonifazio et per sua -arte et inganno et sagacità papa Cilestrino rinunziò il papato». - -[429] _De vita solitaria_, II, 18. - -[430] _Islendzk Aeventyri. Isländische Legenden Novellen und Märchen -herausgegeben von_ HUGO GERING, Halle a. S., 1882-4, vol. I, pp. 77-80; -vol. II, pp. 65-6. - -[431] Vedi intorno a questi racconti BENFEY, _Pantschatantra_, vol. -I, § 56, pp. 159-63; G. PARIS, _Le récit_ Roma _dans les_ Sept Sages, -_Romania_, vol. IV, pp. 125 sgg. A questo gruppo appartengono, un -racconto di CESARIO DI HEISTERBACH (_Dialog. mirac._, dist. II, cap. -24), la novella 2ª, giorn. IV del _Decamerone_, la 69ª del MORLINI, la -2ª di MASUCCIO SALERNITANO e altre. - - - - -LA LEGGENDA DI UN FILOSOFO - -(Michele Scotto) - - -Nella quarta bolgia dell'ottavo cerchio infernale, Virgilio, redento -ormai dalla dubbia fama di mago che per secoli ne aveva infoscato e -snaturato il carattere, addita e nomina a Dante gl'indovini ed i maghi -che quivi son puniti di lor tracotanza. Accennatine alcuni antichi, -Anfiarao, Tiresia, Aronta, Manto, Euripilo, e detto alcun che dei loro -fatti, il maestro volge l'attenzione del discepolo sopra un moderno: - - Quell'altro che ne' fianchi è così poco, - Michele Scotto fu, che veramente - Delle magiche frode seppe il gioco[432]; - -poi nomina ancora Guido Bonatti e Asdente, e, senza più far nomi, -accenna al popol minuto delle fattucchiere, alle - - triste che lasciaron l'ago, - La spola e il fuso e fecersi indovine; - Fecer malie con erbe e con imago. - -Se Dante tornasse al mondo, e riscrivesse la _Commedia_, si può tener -per sicuro che Michele Scotto non sarebbe più posto da lui in quella -bolgia, tra quei dannati, quando pure il poeta rinascesse così buon -cattolico quale già fu, e così inclinato a certe credenze come un -cattolico non può quasi non essere; ma, dato il tempo in cui il poeta -visse e fu composto il poema; data la celebrità grande di cui Michele -Scotto ebbe a godere in quel tempo, e le ragioni e l'indole di tal -celebrità, era assai difficile, per non dire impossibile, che il poeta -non ponesse il filosofo a quella pena. Dante avrebbe potuto bensì non -parlarne, come di tanti altri non parla; ma il giudizio ch'egli avrebbe -_pensato_ sarebbe stato in sostanza quel medesimo ch'espresse parlando. -E se noi porgiamo orecchio alle voci insistenti della leggenda e della -tradizione, intenderemo chiaramente il perchè[433]. - - -I. - -Le notizie storiche pervenuteci intorno a Michele Scotto sono molto -scarse e molto incerte, e il nome stesso di lui dà luogo a dispareri -e a dubbiezze. Vuole taluno che Scotto sia forma italiana del cognome -Scott, frequente in Iscozia; vogliono altri che Scotto sia nome, non -di famiglia, ma di nazione, e che perciò s'abbia a dire e scrivere -Michele Scoto, come si dice e scrive Duno Scoto, Clemente Scoto, Ugo -Scoto, ecc.[434]. Se non che è da notare che nel medio evo il nome -etnico si scrisse indifferentemente _Scotus_ e _Scottus_, _Scoto_ e -_Scotto_; ed io, seguendo l'uso degli antichi nostri, scriverò Scotto, -senza impacciarmi in questioni, che, nel caso nostro, non importan gran -fatto. - -Del resto, i dubbii circa il nome debbono essere stati promossi, -almeno in parte, da dubbii che si ebbero circa la patria. Secondo -Jacopo della Lana, Michele sarebbe stato spagnuolo[435]; ma gli altri -commentatori di Dante lo dissero, per la più parte, scozzese[436]; e -v'è un anonimo il quale, non solo il conosce per tale, ma sa pure avere -egli sì fattamente ammaestrati gli Scozzesi nell'arte sua, _che anche -non fanno passo che arte magica non seguiscano_, e avere per giunta -insegnato _loro portare calze bianche e gonelle con maniche cuscite -insieme_[437]. Dei biografi, alcuni lo vollero scozzese, altri inglese, -e la opinion dei secondi ebbe seguitatori recentissimi, come gli ebbe -la opinione dei primi[438]. Che Michele Scotto nascesse italiano, e -più propriamente salernitano, fu, credo, opinione, particolarissima di -un Pier Luigi Castellomata, riferita e accettata per buona da Nicola -Toppi[439]; ma non meritevole di nessun riguardo. La opinion più -plausibile è insomma quella che fa Michele scozzese, confortata anche -dal fatto che la leggenda di lui serbavasi viva in Iscozia in principio -di questo secolo, come vedremo tra poco, e viva forse ci si serba -tuttora. - -Per non allungarci troppo stringiamo in poche parole i non molti fatti -della vita di Michele che si possono dire accertati, o che si possono -considerare come certi fino a prova contraria. Michele nacque verso -il 1190, in Belwearie, nella contea di Fife; studiò prima in Oxford, -poi in Parigi; soggiornò un tempo in Toledo, ov'era nel 1217; si -recò, dopo il 1240, in Germania, dove fu conosciuto e bene accolto da -Federico II; fece dimora, certamente non breve, in Italia, nella corte -di quell'imperatore, e, si può credere, in parecchie altre città[440]; -si ridusse, non si sa quando, in patria; morì verso il 1250[441]. -Stando a tradizioni scozzesi, egli fu sepolto, o in Holme Coltrame, nel -Cumberland, o nell'Abbazia di Melrose. - -Michele Scotto occupa un luogo onorevole nella storia della filosofia -del medio evo, sebbene Ruggero Bacone abbia scritto di lui ch'e' -fu ignaro così delle parole come delle cose, e Alberto Magno ch'ei -non conobbe la natura e non intese a dovere i libri di Aristotele. -Ch'e' non abbia inteso a dovere i libri di Aristotele gli è un fatto; -ma quanti furono in quella età coloro che non li frantesero? Un -merito, ad ogni modo, non si può togliere a Michele, ed è d'avere -efficacissimamente cooperato a diffondere, o, come lo stesso Ruggero -Bacone si esprime, a magnificar tra i Latini la filosofia dello -Stagirita, e d'essere stato uno degli ajutatori di Federico II -nell'opera della restaurazione del sapere da quel principe con tanto -ardore promossa[442]. Per Federico II egli tradusse il compendio -che Avicenna aveva tratto della Istoria degli animali di Aristotele; -per Federico II compose un _Liber physionomiae_ ch'ebbe grandissima -celebrità, fu messo a stampa ed ebbe molte edizioni, a cominciare dalla -prima di data certa, che è del 1477; poi fu tradotto in italiano, e -così impresso in Venezia nel 1537[443]. Voltò di arabico in latino -parecchi libri di Aristotele, sebbene non tanti probabilmente quanti, -ne' manoscritti, se ne veggono col suo nome; un trattato di Alpetrongi -sopra la Sfera; un trattato e alcuni commenti di Averroe, che da lui -primamente, secondo avverte il Renan, fu fatto conoscere ai Latini; -compose trattati di astrologia e di chiromanzia; tradusse, o compose -di suo, parecchi altri libri, de' quali alcuno, attribuitogli certo -senza ragione, sta pure a far testimonianza del gran credito in che -fu tenuto il suo sapere[444]. Certo è calunnia quanto asserisce il -già citato Ruggero Bacone, che Michele, al pari d'altri parecchi che -s'arrogarono di tradurre le scritture altrui, non avesse cognizione -nè delle scienze, nè delle lingue; nemmeno della lingua latina; e -usurpasse l'opera e il merito di un Ebreo per nome Andrea, pubblicando -come sue le versioni di costui; sebbene sia vero che del sapere e -dell'ajuto di questo Andrea egli ebbe a giovarsi. La corte di Federico -II non era corte dove fosse agevole a un ignorante acquistar credito di -sapiente, e perchè Federico non era uomo da lasciarsi così facilmente -ingannare, e perchè i molti dotti ch'egli si raccoglieva d'attorno -avrebbero presto scoperto l'inganno e smascherato l'ingannatore. Per -contro noi abbiam prove della riputazion grande onde Michele ebbe -a godere appresso gli uomini dotti d'allora. Leonardo Fibonacci, il -celebre matematico, dedicò a Michele la seconda parte del suo Abaco. -In una epistola in versi che Federico d'Avranches scriveva, l'anno -1236 all'imperatore, Michele è celebrato quale astrologo, indovino e -nuovo Apollo, profetante felicissime sorti all'impero[445]. Finalmente -un papa, Gregorio IX, in una lettera scritta il 28 di aprile del -1227 all'arcivescovo di Cantorbery, chiama Michele il _nostro caro -figliuolo_, e di lui loda lo zelo per lo studio, la cognizione del -latino, dell'ebraico, dell'arabico, il vasto sapere[446]. - -Fra Salimbene racconta del sapere, specie astrologico, di Michele -una storiella veramente sbalorditiva. Trovandosi un giorno in certo -palazzo, Federico II chiese all'astrologo quanta distanza corresse da -quello al cielo. Michele rispose come la scienza sua gl'insegnava; dopo -di che l'imperatore, sotto pretesto d'andarne a diporto, lo condusse -in altra parte del regno, e quivi lo trattenne più mesi, nel qual -tempo ordinò ai suoi architetti, o ai suoi legnajuoli, di sbassare la -sala, per modo che nessuno potesse avvedersene; e così fu fatto. Dopo -molti giorni, tornato nel medesimo palazzo, l'imperatore, volgendo -accortamente il discorso, ripetè all'astrologo la domanda stessa -dell'altra volta, e l'astrologo, fatti suoi calcoli, rispose che, o -il cielo s'era alzato, o la terra s'era abbassata: ed allora conobbe -l'imperatore ch'egli era astrologo davvero[447]. - -Avviene della buona e della rea fama degli uomini come delle valanghe: -queste ingrossano della neve e dei sassi che incontrano giù per -la china del monte; quelle, giù per la china del tempo, ingrossano -d'infinite opinioni, d'infiniti errori e d'infinite novelle. Così, in -bene e in male, si formano le riputazioni eccessive, che la critica -storica scompone e riduce a' suoi elementi; così, in parte, fuori dalla -consueta mezzanità umana, si levano gli eroi, i santi, i mostri tipici. - -Il sapere di Michele parve grande, fatta qualche eccezione, agli -uomini del suo tempo: agli uomini de' tempi che seguirono, per lungo -tratto, esso parve sempre più grande. Di tale fama crescente noi -troviamo le testimonianze in tutti, o quasi tutti, gli scrittori -che parlarono di lui; e nei più moderni dura ancora il suono delle -lodi con cui era stato celebrato il suo nome, dura l'ammirazion d'un -sapere fatto ormai universale: Michele, oltre la lingua sua propria -e qualche altro linguaggio volgare, oltre il latino, ebbe familiari -il greco, l'ebraico, il caldaico, l'arabico; Michele fu matematico -insigne, teologo egregio, astrologo insuperato, medico meraviglioso, -conoscitore profondo di tutti i segreti della natura. Pico della -Mirandola, seguendo gli esempii di Alberto Magno e di Ruggero Bacone, -lo giudicherà, gli è vero, scrittore di nessun peso, e di molta -superstizione[448]; ma l'opinion di quelli e sua rimarrà opinion di -pochissimi. - - -II. - -Come mai, di filosofo ch'egli fu, Michele si tramutò in profeta ed in -mago? Come nacque la leggenda che per secoli frondeggiò intorno al suo -nome, e che forse conserva ancora, mentr'io ne ragiono, alcun sarmento -vivo e alcuna foglia verde? Quel tramutamento seguì ne' modi consueti; -la leggenda nacque come molt'altre così fatte nacquero. - -Notiamo anzi tutto che tra le opere conosciute di Michele non ve -n'ha nessuna che tratti di magia; ma notiam pure che non v'era punto -bisogno d'un tal documento per dar l'aire alle fantasie, sebbene poi -la leggenda sel produca da sè. Nel caso presente sono da distinguere -una ragion generale e due ragioni particolari. La ragion generale è -questa, che in secoli di comune ignoranza la fama di dotto basta di -per se stessa a produr la fama di mago; onde noi vediamo dalle fantasie -degli uomini del medio evo trasformati in maghi i sapienti così degli -antichi come de' nuovi tempi, e ciò con un procedimento uniforme e -sommario che mette tutti in un fascio filosofi e poeti e matematici -e pontefici e santi e persino uomini così poco _necromantici_ come -fu messer Giovanni Boccacci. Libri di magia furono attribuiti anche a -San Tommaso d'Aquino: Alberto Magno e Ruggero Bacone, così sprezzanti, -come s'è veduto, di Michele Scotto, furono ascritti con lui alla stessa -famiglia di maghi, ispirarono lo stesso rispetto pauroso, ebbero la -stessa celebrità. Sarebbe in tutto superfluo moltiplicar le prove e gli -esempii di cosa ormai molte volte discorsa e notissima: già ebbe a dire -Apulejo, parlando de' tempi suoi, che le plebi sospettavano di magia -tutti i filosofi. - -Questa, dunque, la ragion generale nel caso nostro; le ragioni -particolari, o, per lo meno, due delle ragioni particolari, le abbiamo -presumibilmente nella dimora che Michele fece in Toledo negli anni -della sua giovinezza, e, per qualche parte, nella dimestichezza ch'egli -ebbe con Federico II. - -Durante tutto il medio evo la città di Toledo godette, in materia di -scienze occulte, grandissima riputazione: ivi fiorivano l'arti magiche; -ivi fioriva una scuola di magia celebre fra quante ne fossero in terra -di Saraceni o di cristiani; celebre tanto che la scienza insegnatavi fu -detta per antonomasia talvolta _scientia toletana_. Virgilio v'aveva -studiato; persuaso dal diavolo, vi studiò Sant'Egidio prima della sua -conversione[449]; e così vi studiarono molti altri. Il monaco Elinando -afferma nella sua Cronica che i chierici andavano «a Parigi a studiare -le arti liberali, a Bologna i codici, a Salerno i medicamenti, e in -nessun posto i buoni costumi»[450]. Nei romanzi di cavalleria Toledo e -la sua scuola sono mentovate assai spesso, e Luigi Pulci, ricordandosi -di quanto altri assai avevano detto prima di lui, scrisse nel Morgante -(XXV, 259): - - Questa città di Tolleto solea - Tenere studio di negromanzia; - Quivi di magic'arte si leggea - Pubblicamente e di piromanzia; - E molti geomanti sempre avea, - E sperimenti assai d'idromanzia, - E d'altre false opinion di sciocchi, - Come è fatture o spesso batter gli occhi. - -Il troppo famoso Dalrio ricordava ancora quello studio come celebre -e detestabile. Michele _doveva_ essere stato condotto a Toledo dal -desiderio di apprendervi l'arte magica. - -Federico II diede argomento a due diverse, anzi contrarie tradizioni, -delle quali, l'una si diffuse più largamente e prevalse in Germania, -l'altra si diffuse più largamente e prevalse in Italia; la prima -ghibellina ed a lui favorevole; la seconda guelfa ed a lui sfavorevole. -Di quella non abbiamo ora a curarci: di questa basterà notare che per -essa Federico II fu spogliato di ogni virtù, gravato di ogni nequizia, -dipinto quale uomo diabolico, identificato persino con l'Anticristo. -Del carattere che così la leggenda gli veniva attribuendo un'ombra -s'aveva a stendere su tutto ciò che gli stava d'intorno; e ch'egli e -i familiari suoi avessero intelligenza con Satanasso doveva parere -presunzione, più che ragionevole, necessaria. Strani uomini si -vedevano in quella corte; strane cose vi si facevano; di più miracoli -dell'arti occulte (così dicevasi) vi si dava saggio e spettacolo. -Quivi Saraceni in gran numero, i quali tutti eran tenuti accoliti e -serventi del diavolo; quivi messi, che da paesi remoti ed incogniti -recavano meraviglie non più vedute; quivi giocolieri d'ogni nazione e -maestria; quivi maghi, operatori d'inauditi prodigi[451]. Federico II -traeva a sè gli uomini singolari come la calamita il ferro. Nell'anno -1231, essendo egli alla dieta di Ravenna, ebbe a trovarsi (così narra -il cronista Tommaso Tusco) con certo Riccardo, venutovi in compagnia -d'altri cavalieri d'Alemagna, il quale si spacciava per iscudiero di -Olivieri, del paladino morto da quattro secoli, e asseriva d'essere -stato altra volta in Ravenna insieme col suo signore, con Carlo Magno e -con Orlando. Richiesto dall'imperatore di dar qualche prova di quanto -affermava, fece discoprire certa cappella e certe arche sepolcrali da -gran tempo interrate, e scovare sul davanzale di una finestra altissima -certi sproni rugginosi, dimenticativi da un gigantesco cavaliere di -Carlo[452]. Dei miracoli d'arte che i suoi maestri sapevano oprare -diede un saggio Federico quando, volendo ricambiare il soldano di -certi ricchissimi doni che n'avea ricevuti, gli mandò, oltre a cento -stendardi d'oro, e cento destrieri di Spagna, e cento palafreni da -sollazzo, «uno albero tutto pieno d'uccegli, e tutti erano d'argento; -e quando traeva alcuno vento, tutti cantavano e dirizzavansi e -chinavansi, ed erano a vedere una grande meraviglia: e questo albero si -commetteva tutto insieme[453]. - -Chi sa mai quant'altre così fatte novelle dovettero narrarsi di -Federico II, le quali non son venute sino a noi, ma che tutte dovevano -riuscire a questo effetto, di sollevare e di stendere intorno a lui e -alla sua corte come una caligine di meraviglioso, attissima a mutar -volto e colore alle persone che ci si movevan dentro, e che già per -altre ragioni eran disposte e inchinevoli al mutamento. Fra Salimbene -ebbe certo a udirne di molte, che a noi rincresce sieno state passate -da lui sotto silenzio, dicendo egli in due luoghi della sua Cronica: -Di Federico io so molt'altre superstizioni e curiosità e maledizioni e -perversità e inganni, dei quali alcuni consegnai in altra mia cronica, -e di cui taccio ora per amor di brevità, e perchè mi rincresce riferire -tante sue fatuità[454]. Sebbene di Michele Scotto non sia mai ricordo -nei Regesti di Federico, se non in quanto si accenni ad alcuna delle -sue versioni; e sebbene non sia da credere all'Anonimo Fiorentino che -lo crea senz'altro maestro dell'imperatore[455]; pur nondimeno non è da -dubitare ch'ei non fosse uno de' familiari suoi, un frequentatore della -sua corte, e forse uno dei molti astrologi che l'imperatore si teneva -d'attorno. Ma, s'avesse egli, o non s'avesse cotale ufficio, da quella -familiarità e da quella frequentazione doveva venire nuovo argomento e -nuovo stimolo alla leggenda magica che già, per altre ragioni, era per -formarsi intorno al suo nome. - - -III. - -La leggenda di Michele Scotto, simile in questo a tutte le altre -leggende, non nacque certo già bella e formata, ma si venne formando -a poco a poco, in virtù di svolgimenti e di aggregazioni successive. -In essa si possono distinguere due parti principali: l'una, che narra -di lui come conoscitor del futuro o indovino; l'altra, che narra di -lui come mago; ma dire qual delle due preceda in ordine di tempo, o -se entrambe non sorgano congiuntamente, è cosa impossibile ora. Gli è -vero che Salimbene ricorda di lui soltanto le predizioni, e nulla dice -dell'arte magica più propriamente detta; ma ciò non significa punto che -l'altra parte della leggenda non fosse già nata, se non cresciuta; o -che Salimbene dovesse ignorarla; mentre vediamo che Pietro Alighieri, -fatto di questa consapevole, se non da altro, dai versi stessi -del poema paterno che commentava, dice dell'indovino, o, com'egli -latinamente lo chiama, grande augure, ma non tocca punto del mago[456]. - -Dante condanna alla stessa pena, promiscuamente, gli indovini ed i -maghi; e un altro de' commentatori suoi, quello che chiaman l'Ottimo, -giunto ai versi ov'è fatta menzione di Michele Scotto, nota: «Qui -descrive l'autore d'un'altra specie d'indovini, li quali usano arte -magica»[457]. Ma indovini e maghi non erano propriamente la stessa -cosa; anzi, tra gli uni e gli altri, più che diversità, c'era, a rigor -di dottrina, opposizione e contrasto; dappoichè, se l'arte magica non -si poteva esercitare senza la cooperazion dei demonii, la divinazione -escludeva ogni loro concorso, essendo opinione universalmente -professata che i demonii non conoscessero il futuro. Di solito, -questi indovini andavano debitori di quella molta o poca cognizione -dell'avvenire ch'e' si vantavan d'avere alla scienza astrologica; -ma tal cognizione poteva, alle volte, avere altra origine, essere di -natura divina, confondersi col dono di profezia; e tale essendo, poteva -(la qual cosa parrà, ed è forse, un po' strana) accompagnarsi con -l'esercizio dell'arte magica, di un'arte iniqua e dannata. In Virgilio, -quale se lo venne figurando la fantasia medievale, c'è il profeta di -Cristo e c'è il mago; Merlino è profeta e mago ad un tempo; e profeta -e mago in uno dovette sembrare a molti Michele Scotto. Graziolo de' -Bambagioli, o come altrimenti suoni il suo nome, accenna senza dubbio -a scienza astrologica, là dove dice: «Jste Michael Scottus fuit valde -peritus in magicis artibus et scientia auguri, qui temporibus suis -potissime stetit in curia Federici Jmperatoris»[458]; ma Salimbene -parla propriamente di profezie, e così pure Fazio degli Uberti, nel cui -_Dittamondo_ si legge: - - In questo tempo che m'odi contare, - Michele Scotto fu, che per sua arte - Sapeva Simon mago contraffare. - E se tu leggerai nelle sue carte, - Le profezie ch'ei fece troverai - Vere venire dove sono sparte[459]. - -Non vorrei arrischiarmi in una congettura temeraria; ma se Dante -non pose nella quarta bolgia, insieme con gli altri indovini, anche -Merlino, quel Merlino che assai più di Anfiarao, di Tiresia, di Aronta, -di Manto, di Euripilo, era allora noto all'universale, la ragione del -non avervelo posto potrebbe essere questa, che il poeta, con altri -molti, credeva di origine divina le profezie dell'antico bardo, alle -quali solo una decisione del concilio di Trento tolse da ultimo il -credito e la riputazione. Comunque sia, e' si vuole avvertire che noi -ci troviamo qui in presenza di cose, di concetti, di credenze, i cui -caratteri, la cui significazione, i cui confini, sono per le condizioni -stesse del pensiero e della vita del medio evo, incerti ed instabili, -con trapassi e straripamenti continui, e commutazioni infinite, e -che in tanta mobilità e promiscuità non può esser luogo a definizioni -troppo rigorose, a distinzioni fisse e perspicue. - -E la unione del profeta col mago in persona di Michele Scotto era -agevolata dalla qualità di mago buono ch'egli ebbe insieme con altri -parecchi. Qui ci si para dinanzi un fatto che nell'argomento nostro è -di capitale importanza e vuol essere inteso a dovere. Antichissima, -e serbata durante tutto il medio evo, è la distinzione tra la magia -divina e la diabolica, o, se si vuol dare alla parola magia un più -ristretto significato, tra la teurgia, che moveva da Dio, e la magia, -che moveva dal Diavolo[460]. Ma anche questa distinzione non è così -costante e sicura come potrebbe a primo aspetto sembrare. La teurgia -apparteneva ai santi; ma la magia non apparteneva di necessità ad -uomini malvagi e diabolici; giacchè c'erano maghi buoni e maghi -rei, e alcuna volta è assai difficile distinguere il santo dal -mago buono. E in vero, non solo operavano entrambi, su per giù, gli -stessi prodigi, ma gli operavano ancora con lo stesso animo e con gli -stessi intendimenti. Virgilio, se fosse stato cristiano[461], sarebbe -diventato un santo; e la leggenda narra che San Paolo pianse sulla sua -tomba, e che San Cadoco ebbe quasi la prova ch'egli era salvo. Alberto -Magno, di cui si disse che esercitasse la magia in beneficio della -fede e con licenza del papa, al quale aveva salva in certa occasione -la vita, fu canonizzato davvero[462]. Ruggero Bacone fu così buon -cristiano che una volta punì certo suo servitore perchè non digiunava -quand'era prescritto; un'altra volta riscattò un gentiluomo che per -quattrini s'era obbligato al diavolo; e da ultimo, preso da scrupoli, -bruciò tutti i suoi libri di magia, e si rinserrò in una cella, -donde più non uscì, e dove finì di vivere in capo di due anni, tutti -consacrati a pratiche di devozione. Avicenna fu un mago buono tra i -musulmani. Mago buono è il Malagigi dei romanzi cavallereschi; ottimo -il Prospero della _Tempesta_ dello Shakespeare. Di questi e di altri -simili maghi, storici o immaginarii, si può dire ciò che di Cipriano -dice uno de' famuli suoi nel dramma del Calderon: - - Yo solamente resuelvo - Que, si el es mágico, ha sido - El mágico de los cielos[463]. - -Come immaginò i demonii servizievoli e amici dell'uomo, così immaginò -la fantasia popolare i maghi buoni, stimandoli tali anche quando -ricorressero ad arti prave ed illecite. La massima che il fine -giustifica i mezzi è massima, in secreto o in palese, professata -universalmente; non sempre così malvagia come molti la dicono; e non -tale a ogni modo che se ne debbano considerare inventori ed osservatori -i soli gesuiti, a cui, generalmente, suol farsene colpa. Oltre di ciò, -la opinione che col cielo si possa tergiversare, venire a patti ed -a transazioni, è ancor essa in fondo alla coscienza comune; e se noi -la vediamo accolta come norma di temperamento, o, a dirittura, come -principio regolativo della vita, in più di una religione pratica, ciò -non vuol dir altro se non che le religioni, _in pratica_, prendono -sempre forma dalla coscienza comune. - -C'è, del resto, un criterio, per cui si può abbastanza sicuramente -conoscere il mago buono dal mago reo. Il reo stringe col diavolo un -patto, in forza del quale ei si impegna di dargli l'anima in pagamento -dell'ajuto che da esso avrà. Il buono non si obbliga con patto alcuno, -ma riman libero, ed esercita l'arte, bensì con la cooperazione del -diavolo, ma in virtù di un alto potere ch'egli s'è procacciato. Il -primo esercita l'arte da mercante, e, in realtà, serve al diavolo, -cui par che comandi: il secondo esercita l'arte da gran signore, e -comanda al diavolo, cui può chiedere tutto senza concedere nulla. Così -è che Salomone poteva forzare i diavoli a ballargli davanti; e dicono -i maomettani che chi avesse l'anello di Salomone potrebbe comandare ai -diavoli ogni cosa che gli fosse in piacere. Orbene; chi sapeva leggere -nei libri magici poteva fare altrettanto[464]. Certo, questi commerci e -queste pratiche non erano senza pericolo, come non erano senza peccato; -ma il pericolo non era poi troppo terribile, e il peccato, a giudizio -almeno di chi non fosse teologo di professione, non era grandissimo. -Il Talmud permette d'interrogare i demonii, di chiedere loro consiglio -ed ajuto: i cristiani non potevan certo giovarsi delle permissioni -del Talmud; ma certe permissioni, quando loro faceva comodo, se le -prendevan da sè. - -Michele Scotto fu dunque un mago buono, il quale comandò ai diavoli per -iscienza, senza (che si sappia) obbligarsi loro nè in vita nè in morte. -Non fu, da quanto mostra la sua leggenda, così largo benefattore degli -uomini come l'unico Virgilio, ma non abusò dell'arte sua, e dovette -essere servizievole uomo e liberale, se a due suoi discepoli, che -lasciò in Firenze, impose (come attesta il Boccaccio) fossero sempre -presti ad ogni piacere di certi gentili uomini che l'avevano onorato, -e se quelli, obbedienti al precetto, «servivano i predetti gentili -uomini di certi loro innamoramenti e d'altre cosette liberamente». Di -sua bontà vedremo qualche altra prova più innanzi. Anche fu dabbene -cristiano, tuttochè si lasciasse vincere in questa parte da altri, -e Alberto Magno accusi in certo qual modo di empietà un suo libro -intitolato _Quaestiones Nicolai Peripatetici_, e parecchi notino -ch'egli non era troppo devoto. Vedremo, tuttavia, che un atto di -devozione fu, in parte almeno, cagione della sua morte. - -E ora, senza più oltre indugiarci, prendiamo in esame le predizioni -dell'indovino, o, se meglio piace, del profeta, e i prodigi del mago: e -cominciam dalle predizioni. - - -IV. - -Varia e copiosa fiorì in Italia, nei tre secoli XII, XIII e XIV, -la letteratura profetica, e due furono le ragioni principali del -suo fiorire: il ravvivarsi del sentimento religioso; la passione -politica. Il sentimento religioso naturalmente inclina l'uomo a -ideare un avvenire conforme a certi dati della fede, o a certi -postulati della coscienza, e, ideatolo, a palesarlo e bandirlo[465]. -La passione politica lo inclina a cercar nella predizione un concetto -che lo sorregga e diriga, un'arme di combattimento, un principio di -giustificazione. Nascono per tal modo due maniere di profezie, l'una -più propriamente ascetica, l'altra più propriamente politica; sebbene -tra le due non sia divario di specie a specie, ma solo di varietà a -varietà; e sebbene delle due se ne faccia assai volte una sola: e nel -riguardo della politica è in più particolar modo da distinguere la -profezia che dirò suggestiva, la quale s'adopera a drizzar gli eventi -piuttosto per una che per altra via; e la profezia retroattiva, la -quale, descrivendo o narrando ciò che assume di predire, giustifica e -sancisce, _post eventum_, un dato ordine di fatti. - -Da Gioacchino di Fiora, il quale fu - - Di spirito profetico dotato, - -a Jacopone da Todi, i profeti moltiplicarono in Italia[466]; e quasichè -i nostrani non bastassero, furono tratti a questa volta e forzati a -immischiarsi nelle cose nostre anche i forastieri. Di ciò nessun altro -esempio più calzante per noi, e che più faccia al caso, di quello di -Merlino, profeta e mago. - -Le supposte profezie di Merlino, in grazia della compilazione latina -che ne fece Goffredo di Monmouth, si diffusero rapidamente e largamente -per l'Europa, acquistando fra disparatissime genti meravigliosa e -durevole celebrità. Esse furono accolte nelle istorie, come un lume -atto a rischiarare le umane vicende e a guidare il giudizio; furono -commentate e interpretate da uomini di grande dottrina ed autorità, -qual fu uno Alano de Insulis, che consacrò loro un'opera divisa in -sette libri. Esse ebbero ad influire più d'una volta sugli avvenimenti, -e si serbarono in credito, e si seguitarono a stampare e citare, -finchè non sopraggiunse, come s'è notato, il Concilio di Trento, che -le dichiarò false e le proibì[467]. In grazia di quella tanta sua -riputazione, Merlino non fu più soltanto il profeta dei Brettoni, ma -diventò un profeta universale, a cui si attribuirono a mano a mano -altri vaticinii, risguardanti, quando le sorti di una particolare -nazione, quando eventi di carattere più generale. Così fu ch'ei divenne -profeta anche per l'Italia, dove, già nella prima metà del secolo -XIII, un Riccardo, che abitava in Messina, compose in francese, a -richiesta di Federico II (si noti questo particolare), e spacciandola -per autentica, una nuova raccolta di profezie di Merlino, tutte molto -favorevoli all'imperatore e altrettanto avverse alla curia romana[468]. -Non so se ad esse si riferiscano in qualche modo certe parole del già -citato _Fioretto di croniche degli imperadori_, in un luogo dove, -parlando appunto di Federico II, l'autore, che gli si addimostra -assai favorevole, nota: «E se Merlino o vero la savia Sibilla dicono -veritade, in questo Imperadore Federigo finì la dignitade»[469]. -Col titolo di _Versus Merlini_ il Muratori pubblicò in calce al -_Memoriale potestatum Regiensium_ sessanta versi leonini, assai rozzi, -nei quali si accenna confusamente ai casi di molte città e province -d'Italia[470]. - -Qualche altra prova si potrebbe recare della fama onde, come profeta, -Merlino ebbe a godere in Italia; ma quelle recate potranno bastare. - -Certo, Michele Scotto non ebbe, nè poteva avere, per questa parte, -fama eguale a quella di Merlino, il cui nome era cognito a quanti (ed -erano innumerevoli) avessero qualche dimestichezza con le leggende -vaghissime, _ambages pulcherrimae_, come Dante le chiama, del ciclo -arturiano, e la cui vita favolosa aveva dato materia a un romanzo -famoso, il _Merlin_ di Roberto di Borron, notissimo, come gli altri -del ciclo, in Italia, e tradotto nel volgare nostro l'anno 1375. Nè -pure ebb'egli la celebrità meravigliosa onde fruì più tardi Michele -Nostradamus; ma ebbe, ciò nondimeno, come profeta, non picciolo nome. -Salimbene, che nella sua cronica riferisce parecchie profezie di -Merlino e d'altri, ne riferisce anche una dello Scotto, in versi, -contenente _Futura praesagia Lombardiae, Tusciae, Romagnolae et -aliarum partium_, e nota in proposito: Quanto sieno state vere queste -predizioni, fu da molti potuto vedere, ed io stesso il vidi e lo -intesi; e la mente mia contemplò assai cose sapientemente, e fui -ammaestrato; onde so che, se alcune poche ne togli, furono vere[471]. -Il cronista bolognese Francesco Pipino, il quale fiorì nella prima -metà del secolo XIV, ricorda che lo Scotto diede fuori certi versi -(probabilmente quegli stessi che Salimbene riporta) ov'era predetta -la rovina di parecchie città d'Italia, con altri avvenimenti[472]; e -Benvenuto da Imola assicura che parecchie profezie del nostro filosofo -si avverarono[473]. - -Le profezie qui ricordate furono esse veramente opera di Michele -Scotto? o non piuttosto furono a lui attribuite per acquistar loro il -credito e la celebrità onde quegli godeva, così come s'era fatto già, -o tuttavia si veniva facendo, con Merlino? Che Michele s'arrogasse -l'officio di profeta è provato da quanto dice in proposito Enrico -d'Avranches, ricordato di sopra; ma che le profezie a lui attribuite -sieno proprio di lui non si può provare, e che quella riferita da -Salimbene non sia si può affermare sicuramente, quando si consideri che -essa è, in sostanza, non favorevole, ma avversa a Federico II. Comunque -sia, ciò che più importa a noi si è che dalla comune credenza e dalla -leggenda ei fu tenuto profeta. - -E la leggenda altro narra in proposito. Il cronista Saba Malaspina -(sec. XIII), avvertito come Federico II desse molta fede ad astrologi -e negromanti, e si governasse con loro parole, soggiunge che essendogli -stato predetto da certi _aruspici_ che morrebbe _sub flore_, desideroso -di vivere immortale, evitò con ogni studio d'entrare così in Firenze, -come in Fiorentino di Campania, senza, per questo, poter fuggire alla -sorte che l'aspettava[474]. Chi quegli aruspici fossero Saba non -dice. Giovanni Villani narra: «Lo Imperadore venuto in Toscana non -volle entrare in Firenze, nè mai non v'era intrato, però che se ne -guardava, trovando per suoi augurj, ovvero detto d'alcuno demonio, -ovvero profezia, come dovea morire in Firenze, onde forte ne temea;» -e alquanto più oltre, narrando come Federico morisse in Firenzuola, -soggiunge: «ma male seppe interpretare le parole mendaci, che 'l -demonio li avea dette»[475]. Giovanni non sa donde propriamente -venisse, di che natura fosse l'avvertimento; ma inclina da ultimo a -crederlo avvertimento ingannevole di demonio. Altri, e sono il maggior -numero, attribuiscono l'avvertimento a Michele Scotto. Benvenuto da -Imola, notato come Michele mescolasse la negromanzia con l'astrologia, -e come delle predizioni ch'ei fece alcune ebbero ad avverarsi, dice -che male per altro s'appose quando annunziò a Federico che morrebbe -in Firenze, mentre morì in Fiorenzuola di Puglia (_sic_). L'autore -del _Fioretto delle croniche_ degli imperadori nomina Michele Scotto, -ma non accenna a errore o equivocazion di nome: «E andando per lo -cammino (_lo imperadore_) giunse in Campania a una terra che si chiama -Fiorentino, e quivi morì. E tutto ciò gli disse di sua morte Maestro -Michele Scotto negli anni domini MCCL:» e avverte poi che Merlino -parlò di Federico II, e profetò che vivrebbe settantasette anni. -Sant'Antonino ricorda l'equivocazione dei nomi, ma di Michele Scotto -non parla[476]; mentre alcuni fra i commentatori meno antichi di Dante, -come il Landino, il Vellutello, il Daniello, ne fanno espresso ricordo. -Taluno d'essi parla, non di Fiorenzuola, ma di Firenzuola. Com'è noto, -Federico morì veramente in Fiorentino di Puglia. - -Non ispenderò parole intorno all'indole di questa profezia la quale -arieggia certi responsi ambigui degli oracoli antichi: mi basterà -notare ch'essa ha numerosi riscontri[477]. - -A Cecco d'Ascoli, mutato come Michele Scotto in mago, furono, come a -Michele Scotto, attribuite parecchie profezie, ricordate da Giovanni -Villani e da altri[478]. - - -V. - -Se celebre come profeta, assai più celebre fu Michele Scotto come mago. - -Abbiam già udito il Landino affermare essere stata opinione universale -che Michele «fusse ottimo astrologo et gran mago;» e l'Anonimo -Fiorentino ch'ei «fu grande nigromante». Il Boccaccio lo fa dire -da Bruno «gran maestro in nigromanzia», e Guiniforto delli Bargigi -lo vanta «grande incantatore nella corte di Federico II»[479]. Nel -_Paradiso degli Alberti_, Maestro Luigi Marsilii, facendosi a narrare -una novella che vedremo or ora, dice di voler narrare «uno caso assai -famoso e noto e pubblicamente fatto da tale, che, secondo che certo -si crede, non fu in Italia già moltissimi secoli più dotto e famoso -mago». Aveva dunque avuto ragione Dante di affermare che Michele seppe -_veramente_ quel gioco, e Fazio degli Uberti ch'ei seppe contraffare -Simon Mago, maestro e principe di tutti i maghi. In sul finire del -secolo XV e in sul principiar del seguente questa celebrità di Michele -Scotto non era ancor dileguata: Teofilo Folengo, nella maccheronea -XVIII ce ne fa testimonianza. - -La leggenda magica di Michele Scotto non dovett'essere per certo, -così copiosa e compaginata come fu quella di Virgilio; ma certo -fu più compaginata e copiosa di quanto ora appaja a noi, che non -siam più in grado di conoscerla tutta. Di ciò le prove non mancano. -Benvenuto da Imola ricorda avere udito narrar di Michele, _de quo jam -toties dictum est et dicetur_, assai cose, che pajono a lui piuttosto -immaginate che vere[480]; e l'Anonimo Fiorentino: «Dicesi di lui -molte cose meravigliose in quell'arte». Più secoli dopo il Dempster -nota che ancora a' suoi tempi si narravan di lui innumerevoli fiabe, -_innumerabiles_... aniles fabulae. Avvertasi che la leggenda magica -di Michele Scotto nasceva e prendeva vigore giusto nel tempo in cui -cominciava ad appalesarsi in modo più risentito il triste vaneggiamento -superstizioso che tante sciagure procacciò di poi; quando contro gli -stregoni e le streghe s'instruivano i primi processi e s'accendevano i -primi roghi; quando Gregorio IX, di cui abbiamo udite le lodi date al -filosofo, si levava con impetuoso sdegno contro l'arte dannata e contro -i rei che osavan di professarla. Nasceva la leggenda e prendeva vigore -in un tempo assai favorevole al suo nascere ed al suo crescere. - -I racconti in cui la leggenda prende corpo e colore si possono spartire -in due gruppi: l'uno, di quelli nati in Italia, o, per lo meno, -riferiti da autori italiani; l'altro, di quelli nati fuori d'Italia, e -più propriamente nella patria del filosofo, in Iscozia. Tra questi due -gruppi non è diversità quanto al concetto che li informa e sorregge; ma -non è nemmeno continuità: li tiene congiunti insieme il nome di colui -che diede argomento alla leggenda. Volgiamoci primamente al primo. - -Jacopo della Lana, Francesco da Buti, l'Anonimo Fiorentino, Cristoforo -Landino, Alessandro Vellutello, narrano, quale più in breve, quale più -in disteso, e con particolarità che variano dall'uno all'altro, come, -essendo in Bologna, Michele invitasse a banchetto molti gentili uomini -della città, senza apparecchiare vivanda alcuna, e neanco accendere il -fuoco in cucina, e come, essendo i convitati seduti intorno alle mense, -cominciassero a venir per l'aria serviti di molte vivande, e Michele -dicesse loro: questo viene dalla cucina del re di Francia; quest'altro -dalla cucina del re d'Inghilterra, e così di séguito; e il tutto -avveniva per diligenza di spiriti, comandati da Michele[481]. - -Il qual Michele, per altro, non potrebbe vantarsi d'essere stato -al mondo solo operatore di tanto prodigio, chè altri l'operarono -prima, e altri dopo di lui. Di Pasete, _il quale superò tutti -gli uomini nell'arte magica_, ricorda Suida come facesse apparire -sontuosi banchetti, e donzelli che li servivano, e il tutto novamente -sparire[482]; e miracoli simili narra Origene dei maghi d'Egitto[483]. -Numa Pompilio, Virgilio, Tiridate I, re d'Armenia, un re dei Bramani, -Alberto Magno, Ruggero Bacone, Pietro Barliario, Fausto, un rabbino -per nome Löw, conobbero tutti quest'arte, e la praticarono con ottimo -successo[484]. Il diavolo Astarotte imbandì a Rinaldo e a Ricciardetto -un banchetto sontuoso, e avendo i due paladini domandato - - onde l'oste abbia avute - Queste vivande che son lor venute; - - Rispose il diavol: Questa colezione, - E le vivande che mangiato avete, - Apparecchiava il re Marsilione; - E giunti in Roncisvalle lo saprete, - Che i servi insieme ne fecion quistione; - E se del vostro imperador volete - Ch'io faccia qui venir lesso o arrosto, - Comanda pur, chè ci sarà tantosto[485]. - -Nè potrebbe il nostro Michele vantarsi d'essere stato il solo che -sapesse operare il miracolo, riferito dall'Anonimo Fiorentino, di far -comparire «essendo di gennaio, viti piene di pampani et con molte uve -mature», le quali sparvero subito che i presenti si furono accinti a -tagliare i grappoli co' coltelli; perchè un miracolo in tutto simile a -questo seppe operare anche Fausto[486], e altri incantatori seppero, -di pieno verno, far comparire interi giardini, verdi e fioriti. Così -l'Ebreo Sedecia, di cui si dice, nel _Paradiso degli Alberti_, che -l'anno 876 fece sorgere, in presenza dell'imperator Lodovico, uno -stupendo giardino, tutto odoroso di fiori, tutto sonante del canto -d'infiniti uccelli; così Alberto Magno, che in un giardino miracoloso -imbandì un miracoloso banchetto; così Cecco d'Ascoli, di cui si -racconta che «in un convito di dame, a tempo d'inverno, fece apparir -pergolati, e fiori e frutta, come di primavera e autunno»[487]. Ma -il prodigio più pomposo e mirabile fu quello operato dal secondo. Nel -cuor del verno, Alberto Magno pregò una volta l'imperatore Guglielmo -di volersi recare, con tutta la corte, a desinare in sua casa. V'andò -l'imperatore, e il buon mago lo menò, insieme col séguito, in un -giardino, dove, tra gli alberi sfrondati, in mezzo alla neve ed al -ghiaccio che coprivano intorno ogni cosa, si vedeva apparecchiato il -convito. I cortigiani cominciarono a mormorare, sembrando loro uno -strano scherzo quello dell'ospite che li aveva condotti a intirizzir -di freddo; ma come l'imperatore si fu seduto a mensa, e gli altri -similmente, ciascuno secondo il suo grado, ecco splendere in cielo -un sole estivo, ecco disfarsi in un baleno la neve ed il ghiaccio, la -terra e gli alberi germinare e vestirsi di verzura e di fiori, brillar -tra le fronde i frutti maturi, e l'aria d'intorno sonare del canto -soavissimo d'infiniti uccelli. In breve la caldura crebbe di sorta, che -i convitati cominciarono a togliersi i panni di dosso, e, mezzo ignudi, -ripararono all'ombra degli alberi. Fornito il mangiare, i numerosi e -leggiadri valletti che avevan servito sparvero come nebbia, e di subito -il cielo si rabbujò, e le piante si dispogliarono, e un orrido gelo -ravvolse novamente ogni cosa, con sì acerba freddura, che gli ospiti, -tremando, corsero in casa, e si accalcarono intorno al fuoco[488]. - -Non estraneo forse ai banchetti magici di Michele era un barletto -portentoso, che mai non si votava. Si racconta nelle chiose sopra -Dante alle quali si dà il titolo di Falso Boccaccio, che nel campo e -nel padiglione dell'imperator Federico, il giorno in cui questi fu -sconfitto da' Parmigiani assediati, un povero ciabattino, andatovi -con altri infiniti a far preda, trovò un barletto pien di vino -squisitissimo, e sel portò a casa. Egli e la donna sua ogni dì ne -spillavano; ma per quanto ne spillassero, non potevano vederne la fine: -onde il pover uomo, meravigliato, volle vedere che mai ci fosse dentro, -e ruppe il barletto, e vi trovò una piccola figurina di un angelo -d'argento, il quale con l'un de' piedi premeva un grappolo d'uva, -similmente d'argento, e dal grappolo usciva quel perfettissimo vino. -Così appagò egli la sua curiosità; ma tosto se n'ebbe a pentire, perchè -dal barletto non uscì più nemmeno un gocciolo; e il barletto «era -fatto per arte magicha e di negromanzia, e questo fecie Tales, overo -Michele Scotto, per la sua scienzia e virtù»[489]. L'autore di queste -chiose è il solo che affibbii a Michele il nome di Tales (Talete?), -nè so dire perchè sel faccia. Di un altro botticino che non si votava -mai, ma che avrebbe perduta la virtù il giorno in cui alcuno avesse -voluto guardarvi dentro, fu autore Virgilio, secondo attesta Bonamente -Aliprando[490]. - -Questi racconti hanno popolare l'origine, popolare il carattere. -Stimolata dal bisogno e talora dalla fame, la fantasia vagheggiò -nell'arte magica un mezzo sbrigativo e sicuro di sovvenire alla fame -e al bisogno. Di qui sì fatte ed altre simili finzioni, le quali -perpetuamente rinascono dal desiderio perpetuo. La borsa inesauribile -di Fortunato passa di mano in mano: a Pietro d'Abano i denari spesi -facevano ritorno da sè, fedelmente; l'antico Pasete, già ricordato, -aveva un mezzo obolo che sempre gli rivolava in tasca, e che diede -argomento a un proverbio. - -Di tutt'altro carattere, e più romanzesco, e men comune, è un altro -prodigio che del nostro mago si narra. - -Federico II celebrava in Palermo, con solennissime feste, la -elezione sua a re dei Romani. Il giorno della festa maggiore, essendo -chiarissimo il cielo, e già seduti intorno alle mense i convitati, -e cominciato a dar l'acqua alle mani, si presentò all'imperatore -Michele Scotto, insieme con un suo compagno, entrambi in abito di -Caldei, e ricordato come da un mese circa non fosse più stato in -corte, offerse di dar saggio dell'arte sua. L'imperatore lo pregò -di far rinfrescare, con un buono scataroscio di pioggia, l'aria, -ch'era caldissima. Obbedì il mago, e tosto, rannuvolatosi il cielo, -imperversò una furiosa procella, la quale si chetò prontamente, -come appena l'imperatore n'ebbe espresso il desiderio. Ammirato e -lieto di tal meraviglia, l'imperatore invitò i savii a chiedergli -quale grazia più loro piacesse, ch'egli era pronto a concederla, e -Michele il pregò di voler dar loro uno de' suoi baroni, perchè fosse -loro campione, e li aiutasse ad aver ragione di certi nemici, co' -quali erano in guerra. Acconsentì Federico, e li invitò a scegliere -tra' cavalieri presenti quello che loro fosse più in grado, ed -essi scelsero un cavaliere tedesco, per nome Ulfo, e subito, con -esso lui (così parve al cavaliere) si posero in viaggio, sopra due -grandi e magnifiche galere, avendo seco numerosa e bella compagnia. -Navigando a seconda, risalirono lungo la costa occidentale d'Italia, -ridiscesero lungo la costa orientale di Spagna, valicarono lo stretto -di Gibilterra, e giunsero «a liti assai domestichi e piacevoli», dove -si fe' loro incontro molto popolo festante, ed ebbero, come signori di -quel paese, meravigliose accoglienze; e di lì passarono a un luogo, -ov'era accampato un grandissimo esercito, pronto a muovere contro il -nemico, e dell'esercito, Ulfo fu gridato capitano. Comincia allora una -micidialissima guerra. Si combattono due grandi battaglie campali, a -cui tien dietro la espugnazione d'una città. Ulfo uccide di sua mano il -re nemico, ne occupa il trono, ne sposa la figliuola, e riman, d'ogni -cosa, per volontà di Michele, solo ed assoluto signore. Michele e il -compagno chiedono allora licenza e si partono, e Ulfo vive lietissimo -in compagnia della moglie, che adora, e ha da lei più figliuoli, così -maschi come femmine. Trascorsi quasi vent'anni, Michele e il compagno -tornano a lui, e lo sollecitano ad andarsene con loro in Sicilia, -alla corte dell'imperatore. Ulfo, benchè di mala voglia si parta -dalla famiglia e dal regno, cede alla loro preghiera, si pone con -essi in viaggio, giunge con essi a Palermo, ed ecco ritrova, con sua -stupefazione grandissima, nella corte di Federico, le cose tutte in -quella condizione medesima in cui le aveva lasciate, chè dai donzelli -non s'era ancor finito di dar l'acqua alle mani. Quelli che ad Ulfo -erano, per illusion di magia, sembrati molt'anni, non erano stati se -non pochi istanti; e la novella soggiunge che il povero cavaliere non -potè racconsolarsi mai più della felicità che credeva di aver goduta e -perduta. In quel punto medesimo Michele e il compagno sparirono, e per -quanto Federico, doglioso della tristezza del suo cavaliere, li facesse -cercare, non fu più possibile di trovarli. - -La novella di cui io ho qui dato un sunto, è narrata molto per disteso -nel _Paradiso degli Alberti_[491]; ma, assai prima che in questo -romanzo, fu introdotta nel _Novellino_, salvo che qui è narrata, -come le altre del libro, in forma assai compendiosa, e che il luogo -di Michele Scotto e del suo compagno vi è tenuto da «tre maestri di -nigromanzia», di nessun de' quali si dice il nome, e un conte di San -Bonifazio fa le veci del cavaliere Ulfo[492]. L'avventura, o, a meglio -dire, l'incantesimo che le porge argomento, riappare, variato più o -meno, in numerosi racconti[493]. - -Della valentia di Michele Scotto nell'arti magiche, e dei prodigi -operati da lui, rimase lungo ricordo in Italia. Nella maccheronea -XVIII del _Baldo_, Teofilo Folengo, enumerando le varie figure di -maghi ond'era adorno il libro di Muselina, non dimentica Michele, e -fa cenno de' suoi incantamenti: immagini diaboliche; filtri amatorii; -un cavallo invisibile, che rapido come saetta, il portava dovunque gli -piacesse d'andare; certa nave disegnata sulla riva, che si mutò in vera -e propria nave trasvolante pei mari; una cappa che faceva invisibile -chi la indossava, ma lasciava scorgere l'ombra del corpo, se quegli, -incauto, si fosse esposto al sole[494]. Non so se altri, prima del -Folengo, avesse attribuiti a Michele sì fatti prodigi, che dagli autori -più antichi non si vedono ricordati; ma quanto ai prodigi stessi, -l'invenzione non è del Folengo. Un cavallo molto simile a quello da -lui descritto ci si parerà dinanzi a momenti: il miracolo della nave si -racconta di Eliodoro, di Virgilio, di Pietro Barliario, di altri[495]: -delle immagini, dei filtri, della cappa che rende l'uomo invisibile, -nulla è da dire, tanto sono comuni. In principio del secolo XVII, -Antonio Maria Spelta ricordava ancora, ma per burlarsene, i banchetti -magici di Michele Scotto[496]. - -Ora sarebbe a dire della morte di Michele secondo la tradizione -italiana; ma avendosi, circa quella morte, anche una tradizione -scozzese, dirò di entrambe congiuntamente più oltre. - - -VI. - -I racconti intorno al nostro buon mago dovettero essere in Iscozia, -e anche in Inghilterra, assai numerosi. Abbiam veduto il Dempster -accennare a _favole innumerevoli_: Gualtiero Scott, alla cui diligenza -dobbiamo le poche di cui s'abbia notizia, dice di riferire alcune -delle molte che a' suoi tempi narravansi ancora. E sono queste che -seguono[497]. - -Certi sudditi del re di Francia avevano, in danno di certi sudditi del -re di Scozia, commesso non so che atti di pirateria. Il re di Scozia -pregò Michele d'andarne a chiedere soddisfazione e risarcimento, -e Michele accettò l'ufficio; ma, anzichè provvedersi di sontuoso -equipaggio, come richiedeva la condizione d'ambasciatore, egli si -ritrasse nel suo studio, aperse un suo libro magico, evocò un demonio -in figura di un gran cavallo nero, gli montò addosso, e lo forzò a -volare per l'aria alla volta di Francia. Mentre così volavano sopra -il mare, il demonio chiese insidiosamente al suo cavaliere che cosa -mai borbottassero le vecchie donnicciuole di Scozia in sul punto di -mettersi a letto. Un incantator meno esperto avrebbe risposto: Il -_Pater noster_; e subito il nemico se lo sarebbe scosso dal dorso e -l'avrebbe precipitato nell'onde. Ma Michele severamente rispose: Di -ciò che t'importa? Sali, diavolo, e vola! Giunto in Parigi, legò il -cavallo alla porta del palazzo, si presentò al re, espose arditamente -il suo messaggio. Il re accolse poco rispettosamente un ambasciatore -che si mostrava in così povero arnese, e stava per rispondergli con un -superbo rifiuto, quando Michele il pregò di voler soprassedere ad ogni -risoluzione fino a che il suo cavallo avesse dato tre zampate in terra. -Alla prima zampata traballarono tutti i campanili di Parigi, sonarono -tutte le campane; alla seconda tre torri del palazzo rovinarono; e -l'infernal palafreno stava per picchiare la terza, quando il re, prima -di vederne gli effetti, concesse a Michele tutto quanto gli aveva -domandato. - -Questo di un viaggio per l'aria, compiuto con l'ajuto di un diavolo, -in brevissimo tempo, è tema di racconto assai comune[498]; e comune -la finzione del cavallo diabolico[499], e l'accorgimento o il precetto -di non far atto, o profferir parola, che abbia carattere religioso. Le -streghe, che a cavalcioni d'una granata, o sul dorso di un caprone, si -recavan di notte, per l'aria, alla tregenda, erano precipitate a terra -se facevano il segno della croce, se invocavano Dio o i santi. - -Un'altra volta Michele, mentre dimorava nella torre di Oakwood, -sul fiume Ettrick, a circa tre miglia da Selkirk, udì parlare di -una strega, detta la strega di Falsehope, la quale aveva sua stanza -sull'altra sponda del fiume. Una mattina egli si recò da lei, per -metterla alla prova; ma fu deluso, poichè quella negò d'avere qualsiasi -cognizione dell'arte magica. Discorrendo, Michele posò sbadatamente la -verga sopra una tavola, e la strega, datole subitamente di piglio, lo -percosse con quella e lo trasformò in lepre. Egli, così mutato, sguizzò -fuori; ma si imbattè nel suo proprio servitore, e ne' proprii suoi -cani, i quali presero a corrergli dietro, e in breve l'ebbero serrato -così da vicino, che egli, per avere un momento di respiro e poter -disfar l'incanto, si dovette cacciare, dopo faticosissima fuga, in una -cloaca. Desideroso di vendicarsi, Michele, una bella mattina, nel tempo -del raccolto, andò, co' suoi cani, sopra di un colle, e mandò il servo -dalla strega, a chiederle un po' di pane per le bestie, istruendolo di -quanto dovesse fare in caso che ne avesse un rifiuto. La strega ricusò -con parole ingiuriose, e il servo attaccò all'uscio un breve, datogli -dal padrone, ove, insieme con più parole cabalistiche, si potevan -leggere questi due versi: - - Il servitore di Michele Scotto - Chiese del pane e invece ebbe un rimbrotto[500]. - -Senza por tempo in mezzo, la vecchia, tralasciata la occupazion sua, -ch'era di cuocere il pane pei mietitori, prese a ballare intorno al -fuoco, ripetendo que' versi. Giunta l'ora del desinare, il marito di -lei, non vedendo venire le provvigioni, mandò l'uno dopo l'altro i suoi -uomini a vedere quale fosse la cagion del ritardo; ma tutti furono -colti dalla stessa malia, e tutti, senza più pensare a tornarsene -indietro, entrarono nella danza. Da ultimo si mosse anche il marito, -ma veduto Michele sul colle, sapendo del brutto scherzo fattogli dalla -donna, fu più cauto degli altri, e non entrò in casa, ma guardò dalla -finestra, e vide i suoi mietitori, i quali, trescando senza volere, -trascinavano la moglie sua, oramai più morta che viva, quando intorno, -e quando attraverso il fuoco, che, secondo l'uso, ardeva nel bel mezzo -della stanza. Non cercò altro, ma sellato un cavallo, corse sul colle, -si umiliò dinanzi a Michele, e lo pregò di far cessare l'incanto, -grazia che il buon mago subito gli concesse, avvertendolo di entrare in -casa a ritroso, e di staccare con la mano sinistra il breve dall'uscio. -Così fece il buon uomo e l'incanto cessò. - -Ci sono due cose in questo racconto che richiamano più particolarmente -la nostra attenzione: la metamorfosi del mago in lepre; la danza magica -forzata. - -È credenza antichissima, e comune a tutte le razze umane, che, per -virtù di magia, l'uomo possa mutarsi, o essere mutato in bruto, e che -una simile mutazione possa anche operare il volere di un nume[501]. La -mitologia classica abbonda, a questo riguardo, di notissimi esempii, a -cui fa riscontro, nella Bibbia, il caso di Nabucco, e fanno riscontro -molti miti fanciulleschi di genti selvagge. Il medio evo conservò sì -fatta credenza, se pur non l'accrebbe, e per secoli nessuno dubitò -della realtà della licantropia[502], nessuno negò che gli stregoni e -le streghe potessero prendere la forma di quell'animale che più fosse -loro piaciuto, o farla prendere altrui[503]. La trasformazione era del -corpo propriamente, e dicevasi che l'anima, nel corpo mutato, serbavasi -inalterata; ma anche in questa, come in tante altre opinioni del tempo, -è difetto di precisione e di certezza. Più e più cronisti narrano il -caso del re Gontrano di Francia, la cui anima, sotto forma di un topo, -fu veduta uscire dalla bocca di lui dormente, passare un ruscello, -entrare nel cavo di un monte, scoprirvi un tesoro, e rientrar poi -d'ond'era uscita; e molte e molte leggende ascetiche narran di anime -vaganti in forma d'uno o d'altro animale, il più sovente di uccelli. -Gli è assai difficile dire dove, secondo le idee medievali, cessi -il bruto e l'uomo incominci, tanto quello è fatto prossimo a questo. -Sono senza numero le pie leggende in cui si vedono i leoni e le tigri -rispettare i martiri; i santi anacoreti vivere familiarmente con le -fiere del deserto, avere da esse nutrimento e difesa, e talvolta operar -miracoli in loro beneficio; varii animali esser fatti messi del cielo, -ammonire i peccatori, predir l'avvenire, o, se non altro, osservare le -feste[504]. Perciò, come non è a meravigliare dell'uso che il medio evo -fece degli animali in servigio della esemplificazione e del simbolo, -così non è da stupire delle procedure giudiziali, delle sentenze, -delle maledizioni e delle scomuniche cui, più d'una volta, essi porsero -occasione e argomento. Perciò San Francesco aveva ragione di predicare -agli animali e di farli assistere alla santa messa; aveva ragione di -chiamarli fratelli; e non ebbe torto il giorno in cui maledisse una -troja che aveva ammazzato un agnello, e che per la forza di quella -maledizione morì in capo di tre giorni[505]. Dopo la morte, l'uomo -ritrovava gli animali in inferno; ne ritrovava qualcuno, secondo la -popolare credenza, in paradiso. - -Di danze forzate sono molti esempii in leggendarii, in croniche, -in novelle popolari. Sempre hanno carattere o di burla maligna o di -castigo, e chi le promuove può essere così un mago come un sant'uomo. -Ruggero Bacone forzò tre ladri a ballare tutta una notte. Infiniti sono -i racconti ove si vedono colte successivamente alla stessa malia molte -persone, delle quali quelle che giungon dopo vengono col proposito di -vedere che cosa sia occorso alle altre, giunte prima, o con quello di -liberarle. Il caso di Michele e della strega porge inoltre esempio di -quelle gare di maghi onde tanti altri esempii si hanno, a cominciare da -quello celebre di Mosè e dei maghi d'Egitto. - -Dice Gualtiero Scott che a tempo suo, nel mezzodì della Scozia, -ogni fabbrica antica e di gran lavoro si credeva opera del _vecchio -Michele_, o di Sir Guglielmo Wallace, o del diavolo. Ben s'intende che -il vecchio Michele, come ogni altro mago, s'era in ciò giovato della -forza e della industria dei diavoli. E la leggenda narra di uno di -questi diavoli, il quale era sempre attorno a Michele, e non voleva mai -starsi con le mani in mano, ma lo importunava senza fine perchè volesse -dargli faccenda. Michele gli ordinò di costruire una diga attraverso -il fiume Tweed, a Kelso, e in una notte la diga fu fatta. Poi Michele -gl'ingiunse di spartire in tre il colle di Eildon, e in un'altra notte -il colle fu spartito. Finalmente Michele gl'impose d'intrecciar corde -d'arena, e a questa disperata bisogna il buon diavolo attende tuttora. -Notisi che evocare i diavoli, e non occuparli subito in qualche -cosa, poteva portar pericolo. Il _famulus_ di Virgilio, avendone -evocati molti storditamente, e vedendoli impazienti e minacciosi, -ordinò che lastricassero la strada da Roma a Napoli, e così fecero. I -ponti, i muri, gli acquedotti, i palazzi fabbricati dai diavoli sono -innumerevoli: tra le opere loro si ha pure qualche bella chiesa, e più -di un convento. - -La morte di Michele Scotto è narrata in modi affatto diversi dalla -tradizione italiana e dalla tradizione scozzese. - -Francesco Pipino, già ricordato, racconta: Dicesi che Michele Scotto, -avendo trovato d'avere a morire della percossa di un sassolino di peso -determinato, immaginò una nuova armatura del capo, detta cervelliera, -e di quella andava sempre coperto. Un giorno, essendo in una chiesa, -nel momento della ostensione o elevazione del corpo di Cristo, egli, -per consueta reverenza, si nudò il capo, e in quella appunto il fatal -sassolino, cadendo dall'alto, il percosse, e lievemente il piagò. -Postolo in una bilancia, e trovatolo del peso che avea preveduto, -intese esser giunta la sua fine, e dato ordine alle cose sue, di quella -ferita indi a poco morì[506]. - -Con leggiere varianti questa novella è narrata pure da Benvenuto -da Imola, dal Capello, commentatore del Dittamondo, dal Daniello, -dal Landino, dal Vellutello, e, riferendosi, senza dubbio, ad essa, -parecchi cronisti dicono, come il Pipino, Michele inventore della -cervelliera[507]. Questa morte di Michele Scotto ricorda quella di -Virgilio, che avvertito, secondo la leggenda, di guardarsi il capo, -morì d'insolazione. - -Stando alla tradizione scozzese, Michele Scotto morì per la malvagità -di una donna, sua moglie, o concubina. Costei riuscì a farsi palesare -da lui ciò che, insino allora, egli aveva tenuto a tutti celato; cioè -che con l'arte sua egli poteva premunirsi da ogni pericolo, salvo -che dalla velenosa virtù di un brodo fatto con la carne di una troja -furiosa. Cotal brodo per lo appunto ella gli diede a bere, e il povero -mago se ne andò all'altro mondo; non così presto tuttavia, che non gli -rimanesse tempo di punir con la morte la traditrice. - -Per questo racconto Michele entra a far parte della numerosa famiglia -degli ingannati dalle donne, famiglia così spesso ricordata da poeti -e romanzatoti del medio evo, e nella quale figurano Adamo, Salomone, -Sansone, Aristotele, Virgilio, Merlino, Artù e parecchi altri. - -Dei libri magici di Michele Scotto durò lungo il ricordo in Iscozia. -A' tempi del Dempster si credeva che essi esistessero ancora, ma non -si potessero aprire senza spavento, a cagione de' prestigi diabolici -che tosto si offerivano a chi li aprisse[508]. Del pericolo che -gl'inesperti potevan correre in aprire i libri magici son molti -esempii: due nipoti di Pietro Barliario vi lasciarono la vita. I libri -di Michele, dicevasi, erano stati sepolti con lui, o si conservavano -nel convento ov'egli era morto, o in un castello, appesi ad arpioni -di ferro. Del libro magico di Cecco d'Ascoli si disse in Italia che -fosse conservato nella Laurenziana, o sopra le volte di San Lorenzo, -assicurato con catene. Nel canto II del suo _Lay of the last Minstrel_, -Gualtiero Scott narra la storia di un cavaliere, per nome Guglielmo -Debraine, il quale con l'ajuto di un vecchio monaco, che già aveva -conosciuto Michele Scotto, apre la tomba del mago e ne toglie il libro -magico. In mezzo a una luce meravigliosa, che riempie la tomba, il mago -appar loro come fosse ancor vivo, maestoso nell'aspetto, col libro del -comando nella mano sinistra, una croce d'argento nella destra, e quasi -co' segni della eterna salute nel volto[509]. Tutto ciò è invenzion del -poeta. - - -VII. - -De' prodigi che la leggenda attribuisce a Michele Scotto, non pochi, -come abbiam veduto, si narrano di altri maghi; e in generale può dirsi -che le numerose leggende di maghi pervenute, in tutto o in parte, -sino a noi, presentano, insieme con alcune picciole parti divariate -e proprie, una parte, di molto maggiore, uniforme e comune. Di questa -uniformità e comunanza son due ragioni: la prima, che i temi principali -della finzione sono naturalmente di numero assai ristretto, e, in -condizioni simili di coltura e di vita, rinascono e si ripetono simili; -la seconda, che i temi passano d'una in altra leggenda, di modo che -i maghi nuovi ereditano dagli antichi; i maghi celebri arricchiscono -a spese degli oscuri. Abbiamo qui un caso speciale di quel generale -procedimento di attrazione e di accumulazione per cui tutte le leggende -crescono, e di cui tanti esempii ci porgono le storie favolose e -mirabili degli eroi epici, dei santi, ecc. Così fu che la leggenda di -Virgilio crebbe di numerose sottrazioni fatte alle leggende di altri -maghi; così fu che crebbe la leggenda di Fausto. - -Virgilio, Ruggero Bacone, Pietro Barliario, Cecco d'Ascoli, Fausto, -diedero materia a storie popolari, nelle quali si pensò d'avere -raccolti ordinatamente tutti i miracoli che loro si attribuivano, -narrata per intero la vita, dal nascimento alla morte. In essi appare, -non più la leggenda disgregata, ma la leggenda integrata, venuta a -termine di crescenza. Non si sa che di Michele Scotto siasi scritta una -cotale storia in Italia; ma potrebbe darsi che fosse stata scritta in -Iscozia. Un poeta, per nome Satchells, ignoto alle storie letterarie e -ai repertorii bibliografici, ma citato, non so con quanta veridicità, -da Gualtiero Scott, parla di una storia di Michele Scotto da lui -veduta[510]. - -Come le altre leggende di presunti maghi, la leggenda di Michele Scotto -cominciò a trovar molti increduli, e fu risolutamente negata, dopo che -la nuova coltura ebbe sgombrate le menti dalle caligini medievali. Il -Pits, il Dempster, il Leland, il Naudé, altri, schifano la leggenda, -esaltano, come s'è veduto, il sapere di Michele, dicono ch'egli fu -mago solo nell'opinione del volgo. Nel 1739, un Giovanni Gotofredo -Schmutzer scrisse un'apposita dissertazione per difendere Michele -Scotto dalla imputazione di veneficio[511]. Per veneficio l'autore -intese probabilmente, come dai Latini molte volte s'intese, maleficio, -sortilegio: a me non fu dato di veder quest'opuscolo. - -In Italia le leggende di Pietro Barliario e di Cecco d'Ascoli son -vive tuttora, offron tuttora alcun pascolo alla curiosità popolare; ma -quella di Michele Scotto è spenta già da gran tempo[512]. In Iscozia, -la leggenda di Michele Scotto, viva ai tempi dell'autore d'_Ivanhoe_, -è forse viva anche ora; ma non andrà molto che e questa, e quelle, ed -altre parecchie, andranno a raggiungere le innumerevoli che i nuovi -tempi, i nuovi costumi e le nuove idee hanno cancellate per sempre dal -libro della vita. Allora, solo nei libri degli eruditi esse troveranno -ricetto e riposo. - - -NOTE - -[432] _Inf._, XX, 115-7. - -[433] Scrive ADOLFO BARTOLI nel VI volume della sua _Storia della -letteratura italiana,_ parte 2ª, p. 78: «Non molto ci interessano -gli indovini della quarta bolgia, se non forse per dimostrarci che -Dante non prestava fede all'arte magica. In tale giudizio non posso -accordarmi con l'illustre amico mio, profondo conoscitore dell'opere -tutte dell'Alighieri. Da più luoghi del poema, e in particolar modo dal -racconto posto in bocca a Virgilio nel IX canto dell'_Inferno_, vv. -22-7, si ricava, parmi, con sicurezza, che Dante non dissentiva, per -questo capo, dalla comune credenza de' tempi suoi, credenza che Tommaso -d'Aquino aveva, con logico procedimento, ridotto in forme dottrinali. -Dante vide nella magia un'arte diabolica, nascente dalla mostruosa -alleanza dell'uomo con le potenze infernali; e se potè credere, con -altri assai, che i prodigi per essa operati non fossero se non finzioni -e frodi del diabolico ingegno, non però credette quell'arte un'arte -vana, come oggi s'intende. Già LATTANZIO aveva detto, parlando dei -demonii: «Eorum inventa sunt astrologia, et aruspicina, et auguratio, -et ipsa quae dicuntur oracula, et necromantia, et ars magica». (_De -origine erroris_, l. II, cap. 16). Non altrimenti la pensò Dante; e -s'egli disviluppò Virgilio dalla leggenda magica che gli s'era stretta -d'attorno, penso il facesse, non tanto perchè tal leggenda gli paresse -assurda in sè stessa, quanto perchè gli premeva purgare da un'accusa -gravissima il nome venerato del suo maestro ed autore. Cfr. uno scritto -recente di F. D'OVIDIO, _Dante e la magia_, nella _Nuova Antologia _del -16 settembre 1892. - -[434] I biografi che scrissero in latino s'attengono alla forma -_Scotus_, e il DEMPSTER espressamente avverte (_Historia ecclesiastica -gentis Scotorum_, Bologna, 1627, p. 494): «cognomentum etiam Scoti -non est familiae sed nationis». Vedi in contrario WUESTENFELD, _Die -Uebersetzungen arabischer Werke in das Lateinische seit dem XI. -Jahrhundert,_ estr. dalle _Abhandlungen der königlichen Gesellschaft -der Wissenschaften zu Göttingen_, vol. XXII, 1877, p. 99. Gualtiero -Scott (v. citazione più sotto) scrisse _Michael Scott._ - -[435] «E dice l'autore poetando che _ne' fianchi è poco_, quasi a dire: -elli fu spagnuolo, in per quello che li spagnuoli nel suo abito fanno -strette vestimenta». _Commedia di_ DANTE DEGLI ALLAGHERII _col commento -di Jacopo di Giovanni dalla Lana Bolognese_, Milano (1865), p. 93. - -[436] Così pure il BOCCACCIO (_Decam._, giorn. VIII, nov. 9ª): «... -ebbe riome Michele Scotto, perciò che di Scozia era». Il Landino, -avvertito come alcuni volessero lo Scotto spagnuolo, altri scozzese, -soggiunge, senza brigarsi di sapere chi abbia ragione e chi torto: «Ma -tutti conchiudono, che fosse ottimo astrologo, et gran mago». - -[437] _Chiose anonime alla prima cantica della_ Divina Commedia _di un -contemporaneo del poeta, pubblicate da_ Francesco Selmi, Torino, 1865, -p. 114. La seconda notizia data dall'anonimo è da collegare, senza -dubbio, con una delle interpretazioni di quelle parole del poeta: _che -ne' fianchi è così poco_, allusive, secondo alcuni, a certa foggia -di vestire: «abiti corti e strettissimi usati da Scozzesi, Inglesi e -Fiamminghi», dice il Daniello. Altri vuole che quelle parole alludano -a forma naturale della persona, o a magrezza prodotta da soverchio -studio: dubbio grande, che lasceremo volentieri insoluto. - -[438] Vedi: BALAEUS, _Illustrium Majoris Britanniae scriptorum, hoc est -Angliae, Cambriae et Scotiae summarium_, s. l., 1548, f. 120 r.; PITS, -_De rebus anglicis_, Parigi, 1619, t. I, p. 374; DEMPSTER, _Op. cit., -l. cit_.; LELAND, _Commentarii de scriptoribus britannicis_, Oxford, -1709, vol. I, p. 254; TANNER, _Bibliotheca Britannico-Hibernica_, -Londra, 1748, p. 525; HUILLARD-BRÉHOLLES, _Historia diplomatica -Friderici secundi_, Parigi, 1859-61, t. I, p.e 1ª, Introduzione, p. -DXXII; _Nouvelle biographie générale_ (1861); WUESTENFELD, _Op. cit._, -l. cit.; HAURÉAU, _Histoire de la philosophie scolastique_, Parigi, -1872-80, p.e 2ª, vol. I, p. 124; _Encyclopaedia britannica_, s. _Scot_. - -[439] _Biblioteca Napoletana_, Napoli, 1678, p. 216. PIER LUIGI -CASTELLOMATA avrebbe espresso quella opinione in un suo libro -intitolato _Amor della patria_, libro che a me non venne fatto di -ritrovare nemmeno nelle biblioteche di Napoli. Il NICODEMO, nelle -_Addizioni_ alla _Biblioteca_ del TOPPI, Napoli, 1683, p. 174, rimise -le cose a posto, dicendo che lo Scotto, da alcuni era stimato scozzese, -da altri inglese. - -[440] Il BOCCACCIO, _Decam._, nov. cit., fa dire a Bruno che Michele fu -un tempo in Firenze, e vi lasciò due suoi discepoli; Jacopo della Lana, -Francesco da Buti, l'Anonimo Fiorentino dicono ch'egli fu in Bologna. - -[441] Parecchi fanno vivere Michele sino verso il 1290 e anche più -tardi; ma vedi in contrario BUDINSZKY, Die Universität Paris und die -Fremden an derselben im Mittelalter, Berlino, 1876, p. 96. Il Pits -dice a dirittura: «Claruit anno post incarnatum Dei Verbum 1290, dum -Anglicani Regni solio sedebat Edwardus Primus»; e altri soggiungono che -Michele fu in molta grazia presso quel re, e s'ebbe da lui, nel 1286, -una missione importante. Ma poichè l'anno della nascita di poco può -essere spostato, recando una delle traduzioni di Michele la data del -1217, si vede quanto quelle notizie, che farebbero vivere il filosofo -un secolo, o più, sieno poco probabili. L'errore nacque, senza dubbio, -da eguaglianza di nomi. RUGGERO BACONE, _Opus majus_, parte 2ª, cap. -8, si scostò meno dal vero dicendo Michele apparso _annis Domini 1230 -transactis_. - -[442] Vedi intorno al sapere di Michele Scotto, e al luogo che -gli spetta nella storia della filosofia, STÖCKL, _Geschichte der -Philosophie des Mittelalters_, Magonza, 1864-6, t. II, parte 1ª, p. -346; REUTER, _Geschichte der religiösen Aufklärung im Mittelalter_, -Berlino, 1875-7, vol. II, pp. 271-2; ma soprattutto Hauréau, Op. cit., -l. cit. - -[443] _Physonomia. La qual compilò_ MAESTRO MICHAEL SCOTTO_ a preghi -de Federico Romano Imperatore, huomo de gran scientia. Et è cosa molto -notabile e da tener secreta_, ecc. Vinegia, Bindoni e Pasini, 1537. Di -questo libro ebbe a ricordarsi l'Aretino, quando, per burlarsi della -scienza ond'esso s'intitola, fece dire a messer Biondello medico, nella -scena 4ª dell'atto III dell'_Ipocrito_: «È studio molto dilettevole -e pulcro quel de la fisonomia, e però ho fatto uno opuscolo _de -cognitione hominum per aspectum_ secondo Aristotile, Scoto, Cocle, -Indagine e la eccellenza di me filosofo moderno, perocchè _frons -magna et cuperata est inditium potatoris, nasus aquilinus testis est -majestatis imperatoriae, et facies rugosa testimonium senectutis_». - -[444] Fare un elenco esatto, sia delle traduzioni, sia delle opere -originali di Michele Scotto non è possibile. Vedi, oltre agli autori -già citati, che parlano del filosofo, _Jourdain_, Recherches_ sur -l'âge et l'origine des traductions latines d'Aristote_, nuova edizione, -Parigi, 1843; HARTWIG, _Uebersetzungsliteratur Unteritaliens_, 1886, p. -21. Per le stampe vedi le opere bibliografiche dell'Hain, del Brunet -et del Grässe. Qui ricorderò ancora che sotto il nome di Michele va -un _Libro della Sfera_, in ottava rima, s. l. nè a., che io non potei -vedere, ma che probabilmente fu desunto dalla versione del trattato di -Alpetrongi. - -[445] Vedi l'Appendice, num. 2. - -[446] HUILLARD-BRÉHOLLES, _Op. cit., t. cit._, p. dxxiv. - -[447] _Chronica_, Parma, 1857, pp. 169-70. V. l'Appendice, num. 3. - -[448] _In astrologiam_, l. XII, c. 7. - -[449] _Acta Sanctorum_, t. II di maggio, p. 405. - -[450] COMPARETTI, _Virgilio nel medio evo_, Livorno, 1872, vol. II, pp. -96-7. - -[451] _Novellino_, nov. XXI del testo gualteruzziano. - -[452] D'ANCONA, _Tradizioni carolingie in Italia, Rendiconti della R. -Accademia dei Lincei, Cl. di sc. mor., stor. e filol._, t. V, 1º sem., -fasc. 6. Quivi, per trascorso di penna, il fatto, anzichè a Federico -II, è riferito a Federico Barbarossa. Questo Riccardo miracoloso non fu -il solo della sua specie. Da più cronisti è ricordato certo Giovanni, -detto, non senza ragione, de Temporibus, il quale, essendo stato a' -servigi di Carlo Magno, morì circa il mezzo del secolo XII, in età -di più che 350 anni. Lo stesso Carlo ebbe a dare argomento a qualche -leggenda consimile. Nella _Chanson de Roland_ dice re Marsilio a -Ganellone (vv. 537-9, testo di T. Müller): - - Mult me puis merveillier - De Carlemague qui est canuz et vielz, - Mien escientre, dous cenz ans ad e mielz. - -Qui può essere ricordato pure quell'Artefio, che, secondo più scrittori -del medio evo, visse 1025 anni, e fu tutt'uno con Apollonio Tianeo. - -[453] _Fioretto di croniche degli Imperadori_, Lucca, 1858, p. 30. - -[454] _L. cit._ - -[455] ANONIMO FIORENTINO, _Commento alla_ Divina Commedia, _stampato -a cura di_ Pietro Fanfani, Bologna, 1866-74, vol. I, p. 452. V. -l'Appendice, num. 9. Si sa che questo commento è originale soltanto per -l'Inferno e parte del Purgatorio; nel rimanente è tutt'uno con quello -di Jacopo della Lana. - -[456] PETRI ALLEGHERII _super_ Dantis _ipsius genitoris_ Comoediam -_commentarium_, Firenze, 1846, p. 209. - -[457] _L'Ottimo Commento della_ Divina Commedia, Pisa, 1827, vol. I, p. -372. - -[458] FIAMMAZZO, _I codici friulani della_ Divina Commedia, Parte 2ª, -_Il commento più antico e la più antica versione latina dell'_Inferno -_dal codice di Sandaniele_, Udine, 1892, p. 89. - -[459] L. II, cap. 27. - -[460] Tale distinzione è anche fatta dai musulmani. Vedi MAURY, _La -magie et l'astrologie dans l'antiquitè et au moyen-âge_, 4ª ediz., -Parigi, 1877, p. 196. Sanno tutti di quanta celebrità abbia goduto -fra' rabbini, e goda tuttavia fra' seguaci di Maometto, Salomone, quale -institutore massimo della magia divina. - -[461] Veramente non mancò nel medio evo chi il facesse cristiano. - -[462] Alcuno vi fu cui spiacque dirlo mago, e che i prodigi operati da -lui ascrisse a solo saper naturale. Nel _Rosajo della vita_ di MATTEO -CORSINI (Firenze, 1845, pp. 15-16) si legge: « Troviamo che uno Alberto -Magno, el quale fu de' Frati Predicatori, venne a tanta perfezione di -senno, che per la sua grande sapienzia fe' una statua di metallo a sì -fatti corsi di pianeti, e colsela sì di ragione, ch'ella favellava: -e non fu per arte diabolica nè per negromanzia: però che gli grandi -intelletti non si dilettano di cioè, perchè è cosa da perdere l'anima e -'l corpo; che è vietata tale arte dalla fede di Cristo. Onde uno frate -chiamando frate Alberto alla sua cella, egli non essendogli, la statua -rispose. Costui credendo che fosse idolo di mala ragione, la guastò. -Tornando frate Alberto, gli disse molto male, e disse che trenta anni -ci avea durata fatica, e: Non imparai questa scienza nell'ordine de' -Frati. El frate dicea: Male ho fatto; perdonami. Come! non ne potrai -fare un'altra? Rispose frate Alberto, di qui a trenta migliaia d'anni -non se ne potrebbe fare un'altra per lui; però che quello pianeto ha -fatto el suo corso, e non ritornerà mai più per infino a detto tempo». -Questa novella, che ha riscontri assai numerosi, fu, da altri, narrata -alquanto diversamente. Confrontisi con ciò che FILIPPO VILLANI (_Vite -di uomini illustri_) narra di una statua costruita da Guido Bonatti, -_non arte magica, ut infamatores sui nominis voluerunt, sed astrologiae -diligentia et observatione_. (BONCOMPAGNI, _Della vita e delle opere di -Guido Bonatti, astrologo ed astronomo del secolo XIII_, Roma, 1851, pp. -6-7). - -[463] _El mágico prodigioso_, giorn. III, in fine. - -[464] I demonografi sono pressochè concordi nel dire che il diavolo non -può essere forzato, e che la sua obbedienza ai maghi è finzione ancor -essa; ma la credenza popolare contraddisse in questo, come in altri -punti, alla opinione dei trattatisti di professione. - -[465] Intorno alla condizione del sentimento religioso in Italia, in -quel tempo, vedi il bel libro del GEBHART, _L'Italie mystique. Histoire -de la renaissance religieuse au moyen-âge_, Parigi, 1890. Vedi pure: -_Briefe heiliger und gotterfürchtiger Italiener gesammelt und erläutert -von_ ALFRED VON REUMONT, Friburgo, i. B., 1877, Prefazione. - -[466] Cfr. intorno all'argomento GASPARY, _Geschichte der italienischen -Literatur,_ vol. I, Lipsia, 1855, pp. 355 sgg.; MAZZATINTI, _Un profeta -umbro del secolo XIV_ (Tommasuccio da Foligno) nel _Propugnatore_, vol. -XV (1882), parte 1ª. - -[467] Vedi SAN-MARTE (A. SCHULZ), _Die Sagen von Merlin_, Halle, -1858, pp. 9 sgg., 262 sgg.; HERSART DE LA VILLEMARQUÉ, _Myrdhinn ou -l'enchanteur Merlin_, Parigi, 1862, pp. 291 sgg. Il celebre Battista -Mantovano (1448-1516), in fine del suo poema in tre libri su Niccolò da -Tolentino, parla ancora di Merlino come di un uomo singolare, generato -dal diavolo e dotato di spirito profetico. - -[468] HERSART DE LA WILLEMARQUÉ, _Op. cit._, pp. 343 sgg. G. Manni, in -una nota apposta alla Cronaca di Buonaccorso Pitti, da lui pubblicata -(Firenze, 1720, p. 93, n. 1) ricorda una _Profezia di Merlino, tradotta -in toscano da un certo Paulino_, contenuta, secondo egli dice, in un -manoscritto antico, posseduto allora dall'abate Pier Andrea Andreini. - -[469] P. 29. Il _Fioretto_ è scrittura dei primi anni del sec. XIV. - -[470] _Scriptores rerum italicarum_, t. VIII, pp. 1177-8. Li riprodusse -il San-Marte, Op. cit., pp. 264-5. - -[471] Pp. 176-8. - -[472] _Chronicon_, ap. MURATORI, _Scriptores_, t. IX, p. 670. V. -l'Appendice, num. 1. - -[473] L'HUILLARD-BRÉHOLLES pubblicò alcuni versi che sono, in parte, -quelli stessi riportati da Salimbene, ma disposti in altro ordine. Essi -trovansi adespoti nel codice onde li trasse; ma un codice di Bruxelles -li attribuisce a Michele Scotto (_Chronicon_ _placentinum et chronicon -de rebus in Italia gestis_, Parigi, 1856, Prefazione, pp. XXI-XXII). - -[474] _Rerum sicularum libri sex_, l. I, cap. 2, ap. MURATORI, -SCRIPTORES, t. VIII, coll. 788-9. - -[475] _Cronica_, l. VI, capp. 36 e 41. Avverte ancora il Villani che -nemmeno in Faenza volle mai por piede Federico. - -[476] _Historiae_, Lione, 1527, parte III, tit. XIX, cap. 6, § 2, f. 42 -r., col. 1. - -[477] Vedi in questo volume a p. 26. - -[478] Vedi CASTELLI, _La vita e le opere di Cecco d'Ascoli_, Bologna, -1892, pp. 47, 155. - -[479] _Lo_ Inferno _della_ Commedia _di_ DANTE ALIGHIERI _col comento -di_ GUINIFORTO DELLI BARGIGI, Marsiglia e Firenze, 1858, p. 477. - -[480] _Comentum super_ DANTIS ALDIGHERIJ Comoediam, Firenze, 1887 sgg., -vol. II, p. 88. - -[481] JACOPO DELLA LANA, _l. cit,; Commento di_ FRANCESCO DA BUTI -_sopra la_ Divina Commedia di DANTE ALLIGHIERI, Pisa, 1858, vol. I. -p. 533; ANONIMO FIORENTINO, l. cit.; DANTE _con l'espositioni di_ -CRISTOFORO LANDINO _et d_'ALESSANDRO VELLUTELLO, Venezia, 1596, f. 106 -v. - -[482] _Lexicon_, s. v. Πάσης. Di questo Pasete ebbe a parlare anche -Apione Grammatico, in un suo libro _De mago_. - -[483] _Contra Celsum_, I, 68. - -[484] PLUTARCO, _Vitae, Numa_, 15; PLINIO, _Hist. nat._, XXX, 6; -FILOSTRATO, _De vita Apollonii Thyanaei_, III, 27; Comparetti, _Op. -cit._, vol. II, pp. 137-8, 146, 257-8, 300; _Albertus Magnus in -Geschichte und Sage_, Colonia, 1880, pp. 155-9; GRAESSE, _Sagenbuch -des preussischen Staats_, Glogau, 1868-71, vol. II, pp. 72-3; _The -famous Historie of Fryer Bacon, Early english Prose Romances, with -bibliographical and historical Introductions, edited by_ WILLIAM J. -THOMS, 2ª ediz., Londra, 1858, vol. I, p. 195;_ Historia von Doctor -Johann Fausten, in Simrock, Die deutschen Volksbücher_, volume IV, -p. 45; SCHEIBLE, _Das Kloster_, vol. V, Stoccarda, 1847, pp. 169-70; -vol. XI, 1849, pp. 1130 sg.; ZAMBRINI, _Meraviglie diaboliche, -Propugnatore_, vol. I, 1868, pp. 238-9. - -[485] _Morgante Maggiore_, c. XXV, st. 220-1. - -[486] FILIPPO CAMERARIO, _Operae horarum subcisivarum_, centuria prima, -nuova edizione accresciuta, Francoforte 1644, cap. LXX. Il Goethe ebbe -a giovarsi di questa novella nella scena della cantina di Auerbach. - -[487] PALERMO, _I manoscritti palatini di Firenze_, vol. II, Firenze, -1860, p. 252. - -[488] _Magnum Chronicon Belgicum_, in PISTORIUS, _Rerum germanicarum -scriptores_, ediz. dello Struvio, Ratisbona, 1726 sg., t. III, pp. -268-9; TRITHEMIUS, CHRONICON HIRSAUGIENSE, ad ann. 1254, ecc. Cfr. la -nov. 5 della giorn. X del _Decamerone_. - -[489] _Chiose sopra_ DANTE, pubblicate a cura di Lord Vernon, Firenze, -1846, pp. 162-3, V. l'Appendice, num. 8. - -[490] _Cronica_, cap. 8, ap. MURATORI, _Scriptores_, t. V, coll. -1076-7. Virgilio fece in Napoli anche una fontana, - - La quale sempre olio si gittava, - E dal gittare mai non s'astenia. - -[491] _Il Paradiso degli Alberti_, edito da A. WESSELOFSKY, vol. II, -Bologna, 1867, p. 180-217 (_Sc. di cur. lett._, disp. 86-7). - -[492] Nov. cit. Questa novella, che è la XX del testo borghiniano, può -vedersi pure, segnata col n. XXVIII, fra le Novelle_ antiche dei codici -Panciatichiano-Palatino 138 e Laurenziano-Gaddiano 193_, edite a cura -di GUIDO BIAGI, Firenze, 1880, pp. 36-8. - -[493] Vedi, a questo riguardo, D'ANCONA, _Le fonti del Novellino, in -Studj di critica e storia letteraria_, Bologna, 1880, pp. 310-12. La -novella trovasi pure fra quelle suppositizie che Gaetano Cioni mise -sotto il nome di Giraldo Giraldi, e nella seconda edizione, Amsterdam -(Firenze) 1819, sta a pp. 183-98. Basta darle un'occhiata per farsi -certo che il Cioni conobbe il romanzo di Giovanni da Prato. - -[494] V. l'Appendice, num. 10. - -[495] Queste navi, le quali, alcuna volta, anzichè sull'acqua, correvan -per l'aria, servivano ai maghi, sia per sottrarsi a particolari -nemici, sia per sottrarsi alla giustizia. Spesso si vedono i maghi, -sia buoni, sia malvagi, deludere i giudici, uscire miracolosamente -di carcere, sgusciar di mano al carnefice; tema di racconti di cui è -facile riconoscere il carattere affatto popolare. Non citerò esempii, -essendovene in grandissimo numero. (Vedi COMPARETTI, _Op. cit._, vol. -II, pp. 133-5, 137, 155-6, 255-6, 277-9, 292, 296, 300-1; Camerario, -Op. e l. cit.). Bensì possono essere ricordate a questo proposito le -navi aeree di cui si servivano i malvagi incantatori per trasportare -nel paese di Magonia le messi rubate. (Cf. _Des_ GERVASIUS VON -TILBURY, _Otia imperialia in einer Auswahl, neu herausgegeben und mit -Anmerkungen begleitet von_ FELIX LIEBRECHT, Hannover, 1856, pp. 2-3, -62, 261). Intorno a Pietro Barliario vedi D'ANCONA, _Un filosofo e un -mago_, in _Varietà storiche e letterarie_, Milano, 1883-5, vol. I, pp. -15-38. - -[496] _La saggia pazzia, fonte d'allegrezza, madre de' piaceri, regina -de' belli humori_, Pavia, 1607, l. II, pp. 53-4. Questo libro ebbe la -poco meritata ventura di due traduzioni francesi. L'autore ricorda -pure un altro Scotto, _più moderno_, del quale dicevasi che ajutato -da spiriti facesse «giuochi d'importanza» e facesse «stravedere alle -persone». Di quest'altro Scotto non so nulla. Di Michele si fa beffe -anche il GARZONI, nella _Piazza universale di tutte le professioni del -mondo_, disc. XL. - -[497] _The Lay of the last Minstrel_, note 11, 13, 14 al canto II. Non -tutte le edizioni hanno queste note, e non tutte quelle che le hanno le -han per intero: esse si possono vedere, tradotte, anche nel commento di -Filalete (DANTE ALIGHIERI'S _Göttliche Comödie metrisch übertragen und -mit kritischen und historischen Erläuterungen versehen von Philaletes_, -Lipsia, 1865-6). - -[498] Vedi LANDAU, _La novella di messer Torello (Decam., X, 9), e -le sue attinenze mitiche e leggendarie, nel Giornale storico della -letteratura italiana_, vol. II (1883), pp. 58-78. Pietro Barliario -ascoltò in uno stesso giorno tre messe, in Roma, in San Giacomo di -Compostella, in Gerusalemme; ovvero nella stessa notte, in Londra, in -Parigi, in Salerno (TORRACA, _A proposito di Pietro Barliario, Rassegna -settimanale_, 19 decembre 1880). Il dottore Torralva, che nel primo -quarto del secolo XVI ebbe grande riputazione di mago, compiè parecchi -di questi viaggi miracolosi (WRIGHT, _Narratives of sorcery and magic_, -Londra, 1851, vol. II, pp. 5 sgg.). - -[499] Vedi il mio libro _Il Diavolo_, Milano, 1889, pp. 299 sgg. - -[500] I versi inglesi propriamente dicono: - - Maister Michael Scott's man - Sought meat and gate nane. - -[501] Vedi MAURY, Op. cit., p. 20, n. 2; p. 51; C. MEYER, _Der -Aberglaube des Mittelalters_, Basilea, 1884, pp. 367-8. - -[502] Vedi HERTZ, _Der Werwolf, Beitrag zur Sagengeschichte_, -Stoccarda, 1862; LEUBUSCHER, _Ueber die Wehrwölfe und Thierwandlungen -im Mittelalter_, Berlino, 1850. - -[503] Dice GERVASIO DA TILBURY, parlando delle streghe (_Otia -imperialia_, decis. III, c. 93): «Scimus quasdam in forma cattarum a -furtivo vigilantibus de nocte visas ac vulneratas, in crastino vulnera -truncationesque membrorum ostendisse». Cf. ROSKOFF, _Geschichte des -Teufels_, Lipsia, 1869, vol. I, pp. 305-6. - -[504] Negli _Assempri_ di _Fra Filippo da Siena_ (Siena, 1864), è -un capitolo (il 51) intitolato: _Come le bestie e gli animali bruti -guardano le feste_. - -[505] Su questo tema ci sarebbe da scrivere un libro non meno -istruttivo che dilettevole, ed io da gran tempo l'ho in mente. Quel -tanto che se n'è scritto sinora è poco, rispetto alla vastità del -tema. Cito: MAURY, _Essai sur les légendes pieuses du moyen-âge_, -Parigi, 1843; CAHIER et MARTIN, _Mélanges d'archéologie, d'histoire -et de littérature sur le moyen-âge_, Parigi, 1847-56; vol. II, -pp. 106-228; vol. III, pp. 203-83; KOLLOF, _Die sagenhafte und -symbolische Thiergeschichte des Mittelalters_, in RAUMER, _Historisches -Taschenbuch_, serie IV, vol. VII, 1867; CAHIER, _Nouveaux mélanges_, -etc., Parigi, 1874, pp. 106-64; MASCI, La leggenda degli animali, -Napoli, 1888; MENABREA, _De l'origine, de la forme et de l'esprit des -jugements rendus au moyen-âge contre les animaux_, Chambéry, 1854; -AGNEL, _Curiosités judiciaires et historiques. Procès contre les -animaux_, Parigi, 1858; PERTILE, _Gli animali in giudizio, Atti del R. -Istituto Veneto_, serie VI, t. IV; HAROU, _Procès contre les animaux, -La Tradition_, anni 1891-2; D'ADDOSIO, _Bestie delinquenti_, Napoli, -1892. - -[506] Ap. MURATORI, _Scriptores_, t. IX, col. 670. Vedi l'Appendice, -num. 4. - -[507] RICCOBALDO DA FERRARA, _Historia imperatorum_, ap. MURATORI, -_Scriptores_, t. IX, col. 128; _Annales caesenates_, Murat., t. XIV, -col. 1095. Per un curioso errore GIOVANNI DA SERRAVALLE (_Translatio -et comentum totius libri_ DANTIS ALDIGHERII, Prato, 1891) narra che -Michele predisse cotal morte a Federico II. Il NAUDÈ (_Apologie pour -tous les grands personnages qui ont esté soupçonnez de magie_, La -Haye, 1653, p. 497), ricordato come, secondo la leggenda, Michele -avesse preveduto di dover morire in una chiesa soggiunge: «comme il y -estoit un jour la teste descouverte pour adorer le corps et sang de -Jesus-Christ, la cordelle de la cloche que l'on sonnoit fit tomber -un pierre sur sa teste qui le coursa mort au mesme lieu ou il fust -enterré». Non so d'onde il Naudé togliesse questi particolari; ma dal -libro del Naudé probabilmente passò nel _Grand Dictionnaire universel -du XIXe siècle_ del Larousse la notizia che Michele fu «_écrasé_ dans -une église par la chute d'une pierre». - -[508] _Op. e l. cit_. - -[509] - - Before their eyes the wizard lay, - As if he had not dead a day. - His hoary beard in silver roll'd, - He seem'd some seventy winters old; - A palmer's amice wrapp'd him round, - With a wrought Spanish baldric bound, - Like a pilgrim from beyond the sea; - His left hand held his book of might; - A silver cross was in his right; - The lamp was placed beside his knee; - High and majestic was his look, - At which the feilest fiends had shook, - And all unruffled was his face; - They trusted his soul had gotten grace. - -[510] Vedi l'Appendice, num. 11. - -[511] _De Michaele Scoto, veneficii injuste damnato_, Lipsia, 1739. - -[512] Fu vivissima un tempo in Italia anche la leggenda di Pietro -d'Abano, di cui, tra l'altro, si narrò, come di Virgilio, che avesse -preparato il bisognevole per risuscitare, ma non risuscitò, per colpa -di un servitore che non seppe osservare i suoi ordini. Il MAZZUCHELLI -fa memoria di una «celebre popolare commedia», che traeva argomento -dalla vita di Pietro, e rappresentata circa il mezzo del secolo XVIII -(_Notizie storiche e critiche intorno alla vita di Pietro d'Abano_, -nella _Raccolta d'opuscoli scientifici e filologici_ del CALOGERÀ, -vol. XXIII, Venezia, 1741, p. III). La leggenda era ancor viva negli -ultimi anni di quel secolo, quando FRANCESCO MARIA COLLE scriveva -la _Storia scientifico-letteraria dello Studio di Padova_ (Padova, -1824, vol. II, p. 128); ma non so se tale siasi serbata anche dopo. Il -VEDOVA (_Scrittori padovani_) e il RONZONI (_Della vita e delle opere -di Pietro d'Abano, Atti della R. Accademia dei Lincei, serie terza, -Memorie della classe di scienze morali, storiche e filologiche_, vol. -II, 1878, pp. 526-50) non dicon nulla di questo. - - -APPENDICE - -ALCUNI TESTI DELLA LEGGENDA DI MICHELE SCOTTO - - -1. - -_Futura praesagia Lombardiae, Tusciae, Romagnolae et aliarum partium -per magistrum Michaelem Scothum declarata_ (_Chronica_ FR. SALIMBENE -_Parmensis ordinis minorum ex codice Bibliothecae Vaticanae nunc primum -edita_, Parma, 1857, pp. 176-7). Li riproduco tali e quali. - - Regis vexilla timens, fugiet velamina Brixa - Et suos non poterit filios propriosque tueri. - Brixia stans fortis, secundi certamine Regis. - Post Mediolani sternentur moenia griphi. - Mediolanum territum cruore fervido necis, - Resuscitabit viso cruore mortis. - In numeris errantes erunt atque sylvestres. - Deinde Vercellus veniunt, Novaria, Laudum. - Affuerint dies, quod aegra Papia erit. - Vastata curabitur, moesta dolore flendo. - Munera quae meruit diu parata vicinis. - Pavida mandatis parebit Placentia Regis. - Oppressa resiliet, passa damnosa strage. - Cum fuerit unita, in firmitate manebit. - Placentia patebit grave pondus sanguine mixtum. - Parma parens viret, totisque frondibus uret. - Serpens in obliquo, tumida exitque draconi. - Parma Regi parens, tumida percutiet illum, - Vipera draconem. Florumque virescet amoenum - Tu ipsa Cremona patieris flammae dolorem. - In fine praedito, conscia tanti mali, - Et Regis partes insimul mala verba tenebunt. - Paduae magnatum plorabunt filii necem. - Duram et horrendam, datam catuloque Veronae. - Marchia succumbet, gravi servitute coacta. - Ob viam Antenoris, quamque secuti erunt, - Languida resurget, catulo moriente, Verona. - Mantua, vae tibi tanto dolore plena, - Cur ne vacillas, nam tui pars ruet? - Ferraria fallax, fides falsa nil tibi prodest - Subire te cunctis, cum tua facta ruent - Peregre missura, quos tua mala parant. - Faventia iniet tecum, videns tentoria, pacem. - Corruet in pestem, ducto velamine pacis. - Bononia renuens ipsam, vastabitur agmine circa, - Sed dabit immensum, purgato agmine, censum. - Mutina fremescet, sibi certando sub lima, - Quae, dico, tepescet, tandem trahetur ad ima. - Pergami deorsum excelsa moenia cadent. - Rursus et amoris ascendet stimulus arcem. - Trivisii duae partes offerent non signa salutis. - Gaudia fugantes, vexilla praebendo ruinae. - Roma diu titubans, longis terroribus acta, - Corruet, et mundi desinet esse caput. - Fata monent, stellaeque docent, aviumque volatus, - Quod Fridericus malleus orbis erit. - Vivet draco magnus cum immenso turbine mundi. - Fata silent, stellaeque tacent, aviumque volatus, - Quod Petri navis desinet esse caput. - Reviviscet mater: malleabit caput draconis. - Non diu stolida florebit Florentia florum; - Corruet in feudum, dissimulando vivet. - Venecia aperiet venas, percutiet undique Regem. - Infra millenos, ducenos, sexque decennos - Erunt sedata immensa turbina mundi. - Morietur gripho, aufugient undique pennae. - - -2. - -ENRICO D'AVRANCHES, _Ad imperatorem Fr_[_ethericum_], _cujus commendat -prudenciam_ (_Forschungen zur deutschen Geschichte_, vol. XVIII (1878), -p. 486). - - A Michaele Scoto me percepisse recordor, - Qui fuit astrorum scrutator, qui fuit augur, - Qui fuit ariolus, et qui fuit alter Apollo. - Hunc super imperio cum multi multa rogarent: - Esse sibi, dixit, certa ratione probatum, - Quod status imperii, te supportante, resurget. - Prelatis adhibere fidem nolentibus illi, - Addidit hiis verbis formalem pandere causam: - 'Hac princeps, et non alia, ratione regendis - Preficitur populis, ipsius ut una voluntas - Unanimes faciat populos, sua jussa sequentes. - Sic opus est; nec enim poterit consistere regnum - In se divisum, sed desolabitur. Hoc est - Ergo: quod imperii rupisse videtur habenas - Principis ad nutum plebs dedignata moveri. - Sed sic est — celum si non mentitur, et astra - Si non delirant, et mobilitate perhenni - Corpora si sequitur supracelestia mundus —: - Excellens alias prudencia principis hujus - Cisma voluntatum dirimet, populosque rebelles - Conteret et legum dabit irresecabile frenun. - Nec tamen arma feret spontanea, sed spoliatus - In spoliatores, quos talio puniet equa: - Omnia dat qui justiciam negat arma tenenti'. - Veridicus vates Michael, hae pauca locutus, - Plura locuturus, obmutuit, et sua mundo - Non paciens archana plebescere, jussit - Ejus ut in tenues prodiret hanelitus auras. - Sic acusator fatorum fata subivit. - Neve fide careant tanti presagia vatis: - . . . . . . . . . . . . . . . - -Séguita, dando a Federico suggerimenti conformi alle sentenze e alle -predizioni di Michele. - - -3. - -SALIMBENE, _Chronica_, Parma, 1857, pp. 169-70. - - Septima et ultima curiositas ejus (sc. _Friderici_) et superstitio - fuit, sicut etiam in alia chronica posui, quia, cum quadam die in - quodam palatio existens interrogasset Michaelem Scothum astrologum - suum quantum distabat a coelo, et ille quod visum sibi fuerat, - respondisset, duxit eum ad alia loca regni, quasi sub occasione - spatiandi, et per plures menses detinuit, praecipiens architectis, - sive fabris lignariis, ut salam palatii ita deprimerent quod nullus - posset advertere: factumque est ita. Cumque post multos dies, in - eodem palatio cum praedicto astrologo consisteret Imperator, quasi - aliunde incipiens, quaesivit ab eo, utrum tantum distaret a coelo, - quantum alia vice jam dixerat; qui computata ratione sua, dixit, - quod aut coelum erat elevatum, aut certe terra depressa: et tunc - cognovit Imperator quod vere esset astrologus. - - -4. - -FRANCESCO PIPINO, _Chronicon_, cap. L, _De Michaële Scotto Astronomo_ -(MURATORI, _Rerum italicarum scriptores_, t. IX, col. 670). - - Michaël Scottus Astronomiae peritus hoc tempore agnoscitur, - imperante juniore scilicet Friderico. Hic, ut fertur, quum - comperisset se moriturum lapillo certi ponderis parvi, - excogitavit novam capitis armaturam, quae vulgo _cerebrerium_ sive - _cerobotarium_ appellatur, qua jugiter caput munitum habebat. - Quadam autem die dum in Ecclesia hora sacrificii in ostensione - videlicet sive elevatione Dominici Corporis caput ea munitione - pro reverentia solita exuisset, lapillus fatalis in caput ejus - decidit, atque illud sauciauit pusillum. Quo bilance pensato, et - tanti ponderis invento, quanti timebat, certus mortis disposuit - rebus suis, eoque vulnere post modicum fati legem implevit. Ejus - igitur occasu, modo, quo dictum est, praecognito, verificatum in - eo cernitur verbum Flavii Josephi disertissimi Historiographi, - qui ait: Fatum homines evitare non possunt, etiamsi praeviderint. - Michaël iste dictus est spiritu prophetico claruisse. Edidit enim - versus, quibus quarumdam Urbium Italiae ruinam, variosque praedixit - eventus. - - -5. - -JACOPO DELLA LANA (_Comedia di Dante degli Allagherii col commento di_ -JACOPO DI GIOVANNI DALLA LANA _Bolognese_, Milano (1865), p. 93). Lo -stesso nella edizione di Bologna, 1866, vol. I, p. 351. - - Qui fa menzione di Michele Scotto il quale fu indovino - dell'imperadore Federigo; ebbe molto per mano l'arte magica, sì la - parte delle coniurazioni come eziandio quella delle imagini; del - quale si ragiona ch'essendo in Bologna, e usando con gentili uomini - e cavalieri, e mangiando come s'usa tra essi in brigata a casa - l'uno dell'altro, quando venia la volta a lui d'apparecchiare, mai - non facea fare alcuna cosa di cucina in casa, ma avea spiriti a suo - comandamento, che li facea levare lo lesso dalla cucina dello re - di Francia, lo rosto di quella del re d'Inghilterra, le tramesse di - quella del re di Cicilia, lo pane d'un luogo, e 'l vino d'un altro, - confetti e frutta la onde li piacea; e queste vivande dava alla sua - brigata, poi dopo pasto li contava: del lesso lo re di Francia fu - nostro oste, del rosto quel d'Inghilterra _etc._ - - -6. - -BENVENUTI DE RAMBALDIS DE IMOLA _Comentum super_ DANTIS ALDIGHERIJ -_Comoediam_, Firenze, 1887 segg., vol. II, pp. 88-9. - - Hic fuit Michael Scottus, famosus astrologus Federici II, de quo - jam toties dictum est et dicetur: cui imperatori ipse Michael fecit - librum pulcrum valde, quem vidi, in quo aperte curavit dare sibi - notitiam multorum naturalium, et inter alia multa dicit de istis - auguriis. Et nota quod Michael Scottus admiscuit nigromantiam - astrologiae; ideo creditus est dicere multa vera. Praedixit enim - quaedam de civitatibus quibusdam Italiae, quarum aliqua verificata - videmus, sicut de Mantua praedicta, de qua dixit: _Mantua, vae - tibi, tanto dolore plaena! _Male tamen praevidit mortem domini sui - Federici, cui praedixerat, quod erat moriturus in Florentia; sed - mortuus est in Florentiola in Apulia, et sic diabolus quasi semper - fallit sub aequivoco. Michael tamen dicitur praevidisse mortem - suam, quam vitare non potuit; praeviderat enim se moriturum ex ictu - parvi lapilli certi ponderis casuri in caput suum: ideo providerat - sibi, quod semper portabat celatam ferream sub caputeo ad evitandum - talem casum. Sed semel cum intrasset in unam ecclesiam, in qua - pulsabatur ad Corpus Domini, removit caputeum cum celata, ut - honoraret Dominum; magis tamen, ut credo, ne notaretur a vulgo, - quam amore Christi, in quo parum credebat. Et ecce statim cecidit - lapillus super caput nudum, et parum laesit cutim; quo accepto - et ponderato, Michael reperit, quod tanti erat ponderis, quanti - praeviderat; quare de morte sua certus, disposuit rebus suis, et eo - vulnere mortuus est. - - -7. - -_Commento di_ FRANCESCO DA BUTI _sopra la_ Divina Commedia _di_ DANTE -ALLIGHIERI, vol. I, Pisa, 1858, p. 533. - - Questo Michele fu con lo imperadore Federigo secondo, e fu ancora - in Bologna per alcun tempo, e facea spesse volte conviti con li - gentili uomini e non apparecchiava niente: se non che comandava a - certi spiriti che avea costretti, ch'andassino per la roba, e così - recavano di diverse parti le imbandigioni, e quando era a mensa - con li valenti uomini, dicea: Questo lesso fu del re di Francia, - l'arrosto del re d'Inghilterra, e così dell'altre cose; e però dice - che seppe il gioco delle magiche frode; che questo non era se non - inganno: imperò che parea forse loro mangiare e non mangiavano, o - pareano quelle vivande quel che non erano. - - -8. - -_Chiose sopra Dante_ (Falso Boccaccio) pubblicate a cura di Lord -Vernon, Firenze, 1846, pp. 162-3. - - Effu il primo filoxafo eastrolagho talese effuchostui altempo - dello imperador federigho secondo effu nemico disanta chiesa - evenne addosso apparma eassediolla efecie difuori unacittadella - allaquale puose nome vittoria. Laonde veggiendosi iparmigiani - istretti forti uscirono fuori tutti a romore dipopolo si - eintalmodo cheglisconfissono loste delre federigho. Onde rubando - iparmigiani ilcanpo unpovero huomo ciabattiere discharpette andava - perghuadagnare entro nel padiglione delre enonvi trovo altro chun - botticiello dunasoma pieno eportosenelo achasa eimaginando dentro - vi fosse vino epostolo inchasa undi ne trasse unbicchiere etrovo - chera unperfetto vino eunaltro bicchiere ne diede alladonna sua - eognidi ne veniva aumodo etanto natignieva quanto bisogniava diche - acierto tempo ilpovero huomo simaraviglio chelbotticino nomanchava - volle sapere quelche questo volesse dire eruppe ilbotticiello - nelquale dentro vaveva unagnolo dariento piccholo il quale teneva - unodesuopiedi insunungrappolo duva dargiento ediquesto grappolo - usciva questo perfetto vino. E questo erafatto perarte magicha - edinegromanzia equesto fecie tales overo michele scotto perlasua - scienzia e virtu eilpovero huomo perde ilsuo bere ellasua vignia - ellasua ventura incio. - - -9. - -ANONIMO FIORENTINO, _Commento alla_ Divina Commedia, _stampato a cura -di_ Pietro Fanfani (_Collezione di opere inedite o rare dei primi tre -secoli della lingua_), Bologna, 1866-74, vol. I, pp. 452-3. - - Questo Michele Scoto fu grande nigromante, et fu maestro dello - imperadore Federigo secondo. Dicesi di lui molte cose maravigliose - in quell'arte; et fra l'altre che, essendo giunto in Bologna, - invitò una mattina a mangiare seco quasi tutti i maggiori della - terra, et la mattina fuoco non era acceso in sua casa. Il fante - suo si maravigliava, et gli altri che 'l sapeano diceano: _Come - farà costui? uccella egli tanta buona gente?_ Ultimamente, venuta - la brigata in sua casa, essendo a tavola, disse Michele: _Venga - della vivanda del re di Francia;_ incontanente apparirono sergenti - co' taglieri in mano, et pongono innanzi a costoro, et costoro - mangiono. _Venga della vivanda del re d'Inghilterra; _et così - d'uno signore et d'altro, egli tenne costoro la mattina meglio che - niuno signore — _Delle magiche frode seppe_. Però che questa arte - magica si può in due modi usare: o egli fanno con inganno apparire - certi corpi d'aria che pajono veri; o elli fanno apparire cose - che hanno apparenza di vere et non sono vere, et nell'uno modo - et nell'altro fue Michele gran maestro. Fue questo Michele della - Provincia di Scozia; et dicesi per novella che, essendo adunata - molta gente a desinare, che essendo richiesto Michele che mostrasse - alcuna cosa mirabile, fece apparire sopra le tavole, essendo di - gennajo, viti piene di pampani et con molte uve mature; et dicendo - loro che ciascheduno ne prendesse un grappolo, ma ch'eglino non - tagliassono, s'egli nol dicesse; et dicendo _tagliate_, sparvono - l'uve, e ciascheduno si trova col coltellino et col suo manico in - mano. Predisse Michele molte cose delle città d'Italia, cominciando - da Roma; et molte cose avvennono di quelle ch'egli predisse: et - fra l'altre dice della città di Firenze: _Non diu solida stabit - Florentia, florem Decidet in foetidum, dissimulando ruet etc._ - - -10. - -TEOFILO FOLENGO, BALDUS, maccheronea XVIII (_Le opere maccheroniche di_ -MERLIN COCAI, ediz. di A. Portioli, Mantova, 1883 sgg.). - - Ecce Michaelis de incantu gegula Scoti, - Qua post sex formas cereae fabricatur imago - Daemonii Sathan, Saturni facta piombo. - Cui suffimigio per sirica rubra cremato, - Hac, licet obsistant, coguntur amare puellae. - Ecce idem Scotus, qui stando sub arboris umbra, - Ante characteribus designat millibus orbem, - Quatuor inde vocat magna cum voce diablos. - Unus ab occasu properat, venit alter ab ortu, - Meridies terzum mandat, septemtrio quartum, - Consecrare facit froenum conforme per ipsos, - Cum quo vincit equum nigrum, nulloque vedutum, - Quem, quot vult, tanquam turchesca sagitta cavalcat, - Sacrificatque comas ejusdem saepe cavalli. - En quoque depingit magus idem in littore navem, - Quae vogat totum octo remis ducta per orbem, - Humanae spinae suffimigat inde medullam. - En docet ut magicis cappam sacrare susurris, - Quam sacrando fremunt plorantque per aera turbae - Spiritum, quoniam verbis nolendo tiramur. - Hanc quicunque gerit gradiens ubicunque locorum - Aspicitur nusquam, caveat tamen ire per album - Solis splendorem, quia tunc sua cernitur umbra. - - -11. - -SATCHELLS, _History of the Right Honourable Name of Scott_ (citato -da GUALTIERO SCOTT, nella nota 11 al canto II del _Lay of the last -Minstrel_). - - He said the book which he gave me - Was of Sir Michael Scot's historie; - Which historie was never yet read through, - Nor never will, for no man dare it do. - Young scholars have pick'd out something - From the contents, that dare not read within. - He carried me along the castle then, - And shew'd his written book hanging on an iron pin. - His writing pen did seem to me to be - Of hardened metal, like steel, or accumie; - The volume of it did seem so large to me, - As the book of Martyrs and Turks historie. - Then in the church he let me see - A stone where Mr. Michael Scott did lie; - I asked at him how that could appear, - Mr. Michael had been dead above five hundred year? - He shew'd me none durst bury under that stone, - More than he had been dead a few years agone; - For Mr. Michael's name doth terrify each one. - - - - -ARTÙ NELL'ETNA - - -I. - -Per secoli fu creduto che Artù, mortalmente ferito in battaglia, non -fosse mai morto, ma vivesse in luogo incantato e recondito, d'onde -sarebbe, una volta o l'altra, per far ritorno e prender vendetta de' -nemici del suo popolo e suoi. Si sa quale luogo tenesse nella coscienza -dei Brettoni vinti, ma non caduti di animo, sì fatta credenza; come -intimamente si legassero ad essa i ricordi loro più dolorosi e le -più accarezzate speranze; come tutto il sentimento loro di nazione -trovasse in essa una consacrazione ed un simbolo. Alano de Insulis -(m. 1202) ricorda come ai tempi suoi quella credenza fosse ancora così -viva e comune in Armorica che il contraddirla avrebbe portato pericolo -di lapidazione[513]. Fra le genti d'altra stirpe la lunga e paziente -aspettativa diede il tema a locuzioni proverbiali notissime; e _Arturum -expectare_ tanto venne a dire quanto aspettar ciò che non può nè deve -avvenire[514]; e _speranza brettone_ fu sinonimo di speranza vana ed -assurda. A sì fatta speranza sono frequenti accenni nei trovatori di -Provenza[515], e dai trovatori di Provenza, se non da altri, avrebbero -gl'italiani potuto averne agevolmente contezza. Arrigo da Settimello, -nel suo poema latino _De diversitate fortunae et philosophiae -consolatione_, composto circa il 1192, la rammenta due volte: - - Et prius Arturus veniet vetus ille Britannus, - Quam ferat adversis falsus amicus opem. - - Qui cupit auferre naturam seminat herbam - Cujus in Arturi tempore fructus erit[516]. - -Nel 1248 quei di Parma, assediati da Federico II, colta un giorno -l'occasione che l'imperatore era andato a cacciare, uscirono fuori con -grande impeto, e presero e distrussero la città di Vittoria, dai nemici -edificata quasi sotto le loro mura. Non molto dopo, l'avvenimento fu -celebrato in tre carmi, nel terzo de' quali l'anonimo poeta, accennando -alle vane minacce dell'imperatore, dice: - - Cominatur impius, dolens de iacturis, - Cum suo, Britonibus Arturo venturis[517]. - -Secondo l'antica tradizione brettone raccolta da Galfredo di Monmouth, -Morgana aveva trasportato Artù ferito in quella paradisiaca isola di -Avalon, altrimenti detta Insula pomorum, o Fortunata, della quale è -sì frequente ricordo in croniche e in poemi del medio evo[518]; ma -non era possibile che, o prima o poi, la finzione non variasse su -questo punto, specie migrando fuor di patria, prendendo ad allignare -fra nuove genti, incontrandosi con altre finzioni, offerendosi a -esplicazioni e connettimenti nuovi. Come Orlando, fatto cittadino di -altre patrie, ebbe mutato il luogo della sua nascita e il teatro delle -prime sue gesta, così Artù ebbe mutato il luogo della sua miracolosa -segregazione. - -Ed ecco farcisi innanzi una tradizione, la quale sembra abbia smarrito -ogni ricordo dell'isola di Avalon, e pone la incantata dimora di Artù -nell'interno dell'Etna. Gervasio da Tilbury, primo fra gli scrittori -di cui abbiamo notizia, la riferisce nel modo che segue: «In Sicilia -è il monte Etna, ardente d'incendii sulfurei, e prossimo alla città di -Catania, ove si mostra il tesoro del gloriosissimo corpo di sant'Agata -vergine e martire, preservatrice di essa. Volgarmente quel monte dicesi -Mongibello; e narran gli abitatori essere apparso ai dì nostri, fra le -sue balze deserte, il grande Arturo. Avvenne un giorno che un palafreno -del vescovo di Catania, colto, per essere troppo bene pasciuto, da -un subitano impeto di lascivia, fuggì di mano al palafreniere che lo -strigliava, e, fatto libero, sparve. Il palafreniere, cercatolo invano -per dirupi e burroni, stimolato da crescente preoccupazione, si mise -dentro al cavo tenebroso del monte. A che moltiplicar le parole? per un -sentiero angustissimo ma piano, giunse il garzone in una campagna assai -spaziosa e gioconda, e piena d'ogni delizia; e quivi, in un palazzo di -mirabil fattura, trovò Arturo adagiato sopra un letto regale. Saputa -il re la ragione del suo venire, subito fece menare e restituire al -garzone il cavallo, perchè lo tornasse al vescovo, e narrò come, -ferito anticamente in una battaglia da lui combattuta contro il -nipote Modred e Childerico, duce dei Sassoni, quivi stesse già da gran -tempo, rincrudendosi tutti gli anni le sue ferite. E, secondochè dagli -indigeni mi fu detto, mandò al vescovo suoi donativi, veduti da molti e -ammirati per la novità favolosa del fatto»[519]. - -Esaminiamo un po' questo curioso racconto. Gervasio lo dà per genuino -ed autentico, e diffuso tra i Siciliani, almeno tra quelli di Catania e -della rimanente regione circostante all'Etna. Intorno a ciò si potrebbe -muovere un primo dubbio, e sospettare che il tutto sia invenzione -di Gervasio; e il sospetto non sarebbe certo irragionevole. Negli -scrittori siciliani che trattano dell'Etna e dell'altre singolarità -dell'isola, non si trova cenno di così fatta novella. Oltre di ciò -Gervasio fu inglese; compose per un principe inglese il suo _Liber -facetiarum_, ancora inedito, e per un imperatore mezzo inglese, -Ottone IV, i suoi _Otia_; così che si può dire ch'egli dovesse essere -trascinato a narrare, in un libro tutto pieno di favole, anche qualche -nuova favola di Artù, e non trovandone alcuna che già non fosse -notissima, inventarla. Altri scrittori, in picciol numero, l'avrebbero, -più tardi, attinta da lui. Ma a queste considerazioni altre se ne -possono opporre, che conducono a diverso giudizio. Gervasio passa -per uno degli scrittori più bugiardi del medio evo; ma tale opinione, -se non vuol essere ingiuriosa ed erronea, deve ridursi in più giusti -termini. Gervasio è bugiardo perchè riferisce molte cose non vere; non -già perchè se le inventi: volendo parlar rettamente egli è favoloso e -non bugiardo; e come scrittore favoloso appunto ha, in questi ultimi -tempi, acquistato importanza notabile agli occhi di quanti attendono -allo studio dei miti e delle leggende medievali. Gervasio viaggiò -pressochè tutta l'Italia[520], e negli _Otia_ molte cose racconta -imparate per lo appunto in Italia: fu in Sicilia, ai servigi di re -Guglielmo, innanzi al 1190, ed ebbe agio di conoscere direttamente, o -per informazioni immediate, molte particolarità di quella terra, delle -quali dà conto nel capitolo stesso in cui narra la leggenda trascritta -pur ora. E nel racconto di tale leggenda sono alcuni accenni a cose -vere e reali, che, mentre rivelano nell'autore un testimone di veduta, -o un ripetitore bene informato, confermano il carattere tradizionale -di esso. Dei miracoli operati dal corpo di Sant'Agata in guardar la -città di Catania dagl'incendii dell'Etna, è frequente il ricordo nelle -croniche siciliane. Ciò che si dice del cavallo del vescovo è pure -conforme al vero; giacchè sappiamo, non solo che su quelle pendici -del vulcano si allevavano cavalli di molto pregio e vigore, non meno -agili che animosi; ma, ancora, che per la troppa ubertà dei paschi, -gli animali d'armento o di greggia ci venivano soverchio gagliardi e -baliosi, cosicchè a certi tempi dell'anno bisognava trar loro sangue -dalle orecchie. Subito dopo aver narrata la leggenda siciliana, -Gervasio ne narra un'altra, diffusa per le due Brettagne, e dove Artù -si presenta sotto l'aspetto del cacciatore selvaggio; e questa seconda -leggenda è sicurissimamente popolare[521]. Finalmente, un po' più -oltre, ricorda come, _secondo la volgare tradizione_ dei Brettoni, Artù -fosse stato trasportato nell'isola di Davalim (_sic_), e come quivi -Morgana lo custodisse e curasse[522]. Poichè entrambe queste leggende -appartengono notoriamente alla tradizione, noi abbiamo una ragione di -più per credere che alla tradizione appartenga anche la prima. - -E che vi appartenga davvero cel prova, oltre a quanto dovrò dire -più innanzi, anche il fatto del trovarla narrata, in forma alquanto -diversa, da uno scrittore di poco posteriore a Gervasio, e da lui -indipendente; Cesario di Heisterbach, che la racconta in tal modo. -«Nel tempo in cui l'imperatore Enrico soggiogò la Sicilia, era nella -Chiesa di Palermo un decano, di nazione, secondo ch'io penso, tedesco. -Avendo costui, un giorno, smarrito il suo palafreno, che ottimo era, -mandò il servo per diversi luoghi a farne ricerca. Un vecchio, fattosi -incontro al servo, gli chiese: Dove vai? e che cerchi? Rispostogli da -quello che cercava il cavallo del suo padrone, soggiunse il vecchio: -Io so dov'è. — E dove? — Nel monte Gyber (_sic_), in potere del re -Arturo, mio signore. Quel monte vomita fiamme come Vulcano. Stupì il -servo in udire tali parole, e l'altro soggiunse: Di' al tuo padrone che -da oggi a quattordici dì venga alla corte solenne di lui; e sappii che -tralasciando di dirglielo, sarai punito aspramente. Tornato addietro, -il servo espose, non senza timore, quanto aveva udito. Il decano si -rise di quell'invito alla corte del re Arturo; ma, ammalatosi, morì il -giorno prestabilito»[523]. - -Il racconto è, in parte, quello stesso di Gervasio, e, in parte, -è diverso. Il cavallo smarrito, il servo che ne va in traccia, la -misteriosa dimora di Artù, sono comuni ad entrambi, mostrano che i -due hanno, quanto alla sostanza, la medesima origine; ma, da altra -banda, quello di Cesario differisce tanto da quello di Gervasio -che, ragionevolmente, non si può supporre ne sia derivato. Nel -_Dialogus miraculorum_ non è neppure un indizio che Cesario abbia -avuto conoscenza degli _Otia_. Si potrebbe, gli è vero, pensare che -Cesario, togliendo il racconto a Gervasio, lo alterasse e foggiasse -deliberatamente a quel modo, per meglio accomodarlo all'indole della -distinzione XII del suo libro; ma contro questa congettura sta il -fatto che Cesario è, nel narrare, coscienzioso e fedele sino allo -scrupolo; che ripete esattamente, senza aggiungervi di suo, gli altrui -racconti; e che sempre, quando può, cita i nomi di coloro da cui gli -ebbe, o i libri onde li trasse[524]. Oltre di ciò, non si vede che di -quell'alterazione egli potesse molto giovarsi per i suoi fini, dacchè -il racconto, quale egli lo reca, è, fra quanti ne novera la distinzione -XII, il più povero di significato, quello di cui meno s'intende -l'insegnamento. Altre cose poi son da notare, le quali accennano a -fonti diverse e di più torbida e tortuosa vena. Cesario parla di un -decano di Palermo, e sembra ponga Palermo dov'è Catania, alle falde -dell'Etna. La forma _Palernensi_, usata da lui, non è nè latina, nè -italiana, ma francese, trovandosi spesso ne' testi francesi Palerne per -Palerme (_Guillaume de Palerne_ ecc.). Può ciò bastare per supporre -una fonte francese? gli è poco, ma gli è pur qualche cosa. Alcuna -considerazione vuol pure quel monte Gyber. Il nome di _Mongibello_ fu -fatto capricciosamente derivare da _Mulcibero_, da _Mons Cybeles_, -da _Monte Bello_, e persino da _Monte di Beel_; ma esso è veramente -nome composto di due nomi comuni e d'egual significato, italiano -l'uno, _monte_, arabico l'altro, gibel, che non vuol altro dire che -monte; e trovasi non di rado scritto disgiuntamente, come appunto in -Cesario[525]. _Monte Gibero_ si ha in testi italiani; _perg Gyfers_ -o _Givers_ in testi tedeschi. Per quell'avvertimento che si dice dato -dall'incognito vecchio al servo, e concernente il decano, il racconto -di Cesario si raccosta a una intera e numerosa famiglia di racconti -esemplari, di cui dirò fra poco, e nei quali i vulcani hanno parte -cospicua. In fondo il racconto di Cesario è quello stesso di Gervasio, -ma alterato alquanto, per infiltrazioni penetratevi, come pare, da un -gruppo d'altri racconti, molto più antichi, e d'indole affatto diversa. -I due si accordano inoltre abbastanza quanto al tempo. Gervasio -dice il fatto accaduto _nostris temporibus_; Cesario _eo tempore quo -Henricus imperator subjugavit sibi Syciliam_. Nulla vieta di riferire -la espressione di Gervasio agli ultimi tempi del soggiorno di lui in -Sicilia; e quanto alla conquista di Enrico VI, si sa che avvenne nel -1294. - -Il racconto di Cesario rivela, come diceva testè, certe infiltrazioni -che in quello di Gervasio non appajono. Penetra in esso un elemento -pauroso e tetro, alcun che di infernale e di diabolico che certamente -fu estraneo alla tradizion primitiva e più genuina. In esso la leggenda -epica non è ancor trasformata, ma tende già a trasformarsi in leggenda -ascetica: in un altro racconto, posteriore di poco a quello di Cesario, -la trasformazione si vede compiuta. Stefano di Borbone, morto circa il -1261, narra il fatto a questo modo. «Udii narrare a un frate di Puglia, -per nome Giovanni, il quale diceva esser ciò avvenuto dalle sue parti, -che cert'uomo, andato in traccia del cavallo del suo signore su pel -monte presso a Vulcano (_sic_), ove si crede sia il purgatorio, vicino -alla città di Catania[526], trovò secondo gli parve, una città, che -aveva una postierla di ferro, e a colui che la custodiva chiese notizia -del cavallo che andava cercando. Il custode gli rispose che n'andasse -sino alla corte del principe, il quale, o gliel farebbe restituire, -o gliene darebbe notizia; e richiesto dall'altro, in nome di Dio, di -alcuna norma circa quell'andata, soggiunse badasse bene di non mangiare -di nessuna vivanda che potesse essergli offerta. Parve al cercatore di -vedere per le vie di essa città tanti uomini quanti ne sono nel mondo, -di ogni generazione e condizione. Passando per molte sale, giunse ad -una, ove scorse il principe circondato da' suoi. Ecco gli offrono molti -cibi, ed ei non vuole gustar di nessuno: gli mostrano quattro letti, e -gli dicono che l'uno d'essi è apparecchiato pel suo signore, gli altri -tre per tre usurai. E gli dice il principe che al signor suo e ai tre -usurai assegnava certo giorno come termine perentorio a comparire, e -che mancando, sarebbero menati a forza; e gli dà un nappo d'oro, con -coperchio d'oro, e lo ammonisce che non l'apra, ma lo rechi in segno -della cosa, al padrone, perchè questi beva della sua bevanda; e, di -giunta, gli fa restituire il cavallo. Se ne torna il famiglio; adempie -il precetto: s'apre il nappo e ne schizza fiamma; si getta il nappo nel -mare e il mare si accende. Quei quattro, sebbene confessi (per timore -solo, e non per penitenza[527]) il dì assegnato sono rapiti sopra -quattro cavalli neri»[528]. - -Qui abbiamo, in sostanza, il fatto stesso narrato da Gervasio e -da Cesario, ma con particolarità nuove, che mostrano un crescente -infoscamento della leggenda, e la preponderanza presa dagli elementi -infernali e diabolici. Secondo Gervasio, Artù mandò regali al padrone -del cavallo, nè in modo alcuno gli nocque: secondo Cesario, un -ministro di Artù impose, per mezzo del servo, al padrone del cavallo -di presentarsi a giorno fisso alla corte del principe: secondo Stefano, -il principe assegnò il giorno del comparire al padrone del cavallo e a -tre usurai ad un tempo. Nel racconto di Cesario non s'intende il perchè -di quell'assegnazione; ma ben s'intende nel racconto di Stefano, dove -la coppa ignivoma, che parrebbe un simbolo del vulcano, e la compagnia -de' tre usurai, e quei quattro letti, che non dovevano essere letti -di rose, e, più che tutto, i quattro cavalli negri rapitori, lasciano -subito intendere di che cosa si tratti. Quella città è una città -infernale: quel principe, se non è Satanasso in persona, è uno de' suoi -maggiori ministri; e perciò non si chiama più Artù, sebbene sia stato -Artù in origine. Anche quella particolarità di non dovere accettare -cosa che sia offerta, si trova in numerose leggende diaboliche. Stefano -di Borbone compose il libro ove questo racconto si legge negli ultimi -anni di sua vita, e conobbe gli _Otia_ di Gervasio e li cita; ma alla -narrazion di costui preferì, egli che andava in traccia di _esempii -predicabili_, la narrazion più opportuna dell'ignoto frate di Puglia. - -Vedremo or ora che questa graduale alterazione della leggenda, -lungi dall'essere capricciosa e arbitraria, era in certo qual modo -ragionevole e necessaria; ma devesi, innanzi a tutto, insistere sul -fatto che la version primitiva non è quella di Stefano, e nemmeno -quella di Cesario; ma bensì quella di Gervasio; anzi una in cui -l'elemento romanzesco e cavalleresco doveva essere assai più copioso -che nel racconto di Gervasio non sia. Tale prima versione dovette -essere affatto serena, affatto consentanea alle forme e allo spirito -dell'altre finzioni brettoni; e noi possiamo credere di rintracciarla, -o di rintracciarne una che poco se ne discosti, in un vecchio poema -francese intitolato _Florian et Florète_, e pochissimo noto[529]. - -Questo poema, composto già forse nel secolo XIII, ma più probabilmente -nel successivo, è di pochissimo pregio, rileva assai poco nella -storia delle finzioni brettoni, e non avrebbe anzi, rispetto ad esse, -importanza alcuna, se non fosse per quella leggenda arturiana che ci si -vede intessuta. Qui la leggenda non è, come nei racconti di Gervasio, -di Cesario e di Stefano, una immaginazione slegata e smarrita, ma si -allaccia a un'azione epica, qual ch'essa sia, e fa corpo con altre -leggende e immaginazioni del ciclo. È questa una prima ragione che il -rende meritevole d'attenzione e di studio; ma ce ne sono dell'altre. -Nei racconti di Gervasio e di Cesario (lasciamo in disparte ora quello -di Stefano) si narra un fatto particolare, occorso ai tempi di quegli -scrittori; ma fanno difetto le ragioni e i presupposti del fatto -stesso. La leggenda in essi narrata rimanda necessariamente ad un'altra -più antica, nella quale doveva dirsi come e perchè Artù fosse capitato -nell'Etna. Ora, quelle ragioni e quei presupposti, e quella più antica -leggenda, noi troviamo per l'appunto, almeno in parte, nel romanzo -francese, la cui azione si svolge mentre il re Artù è ancora nel suo -regno, a capo de' suoi cavalieri. Qui l'Etna è una specie di regno -fatato, dimora consueta della sorella di Artù, Morgana, e del numeroso -suo séguito: è quello che nei romanzi francesi del medio evo si chiama -comunemente _Faerie_, ossia paese o città delle fate: _c'estoit leur -maistre chastel_, dice il poeta, parlando di Morgana e delle sue -compagne. In esso Morgana conduce Floriant, figliuolo di un re Elyadus -di Sicilia, il quale era stato ucciso dal traditore Maragot, e ve lo -fa educare. Il luogo è assai piacente, e ci si mena vita giojosa, e -non ci si può morire. Floriant torna poi nel mondo, e incontra molte -avventure; ma la buona Morgana, quando conosce ch'egli è prossimo alla -sua fine, lo attira di nuovo nell'incantato soggiorno, e ci fa venire -anche la moglie di lui, Florète. Artù, che si suppone ancora sano e -fiorente, ci andrà poi ancor egli a suo tempo, come annunzia la stessa -Morgana (vv. 8238-40): - - Li rois Artus, au defenir, - Mes freres i ert amenez - Quant il sera a mort menez. - -Quando poi Artù ci fu andato, s'intende che ogni occasione poteva -esser buona a fare ch'egli palesasse in qualche modo la sua presenza; e -s'intende pure ch'egli dovesse diventare il personaggio principale di -quella corte fatata, e respinger nell'ombra, se non far dimenticare, -tutti gli altri. Così la leggenda si circoscriveva e si addensava, -diventando più particolarmente la leggenda di _Artù nell'Etna_. E in -vero, nei due racconti di Gervasio e di Cesario, Morgana non è neppur -nominata: in quello del primo, il monte è la curia, o corte, di Artù; -in quello del secondo, Artù è signore del monte. Ora io credo che la -cagione prima del trasponimento della _Faerie_ di Morgana nell'Etna, -sia appunto Artù, e ciò per ragioni che vedremo alquanto più oltre. - -Ecco dunque uno scrittore inglese, uno scrittore tedesco, due scrittori -francesi, porgere documento di una leggenda medesima, variata, dirò -così, nella buccia, ma rimasta pur sempre quella nel nocciolo e -nel midollo. E le testimonianze non finiscono qui, potendosi alle -forastiere aggiungerne una nostrana, assai scarsa ed asciutta a dir -vero, ma non però meno significativa. In una rozza e bizzarra poesia, -appartenente, come pare, al secolo XIII, e pubblicata son pochi -anni[530], due cavalieri, interrogati dell'esser loro da un misterioso -personaggio che si fa chiamare Gatto Lupesco, rispondono: - - Cavalieri siamo di Bretangna, - ke vengnamo de la montagna, - ke ll'omo apella Mongibello. - Assai vi semo stati ad ostello - per apparare ed invenire - la veritade di nostro sire, - lo re Artù k'avemo perduto - e non sapemo ke sia venuto. - Or ne torniamo in nostra terra - ne lo reame d'Inghilterra. - -Qui si allude, senz'alcun dubbio, a una credenza secondo la quale Artù -sarebbe nell'Etna; ma non si afferma già ch'ei ci sia veramente. La -cosa rimane in dubbio. I cavalieri se ne tornano indietro senz'essersi -potuti accertare del vero (_e non sapemo ke sia venuto_), e da tutto -il passo sembra traspaja qualcosa della solita incredulità italiana -in fatto di meraviglioso[531]. Oltre che a quella credenza, vi è -accennato, ma in modo indiretto, all'antica opinione che Artù dovesse -tornare. - -Da ciò che precede rimane, parmi, provata l'esistenza, nei secoli XIII -e XIV, di una vera e propria leggenda (non di una semplice e scioperata -immaginazione individuale), la quale poneva nell'Etna la dimora di -Artù, e riman provato che tale leggenda fu cognita a molti allora in -Sicilia, se pur non fu popolare. Ma il tema nostro non è per anche -esaurito, e alcuni dubbii che nascon da esso, e alcune particolarità -che in esso si notano, richiedon ora la nostra attenzione. - - -II. - -Come mai, e per quale ragione, ed a chi potè venire primamente in -pensiero di strappare Artù all'isola di Avalon per porlo nell'interno -di un vulcano, in Sicilia? Dobbiam noi credere che inventori della -strana finzione sieno stati que' Siciliani medesimi tra cui Gervasio, -secondo attesta, la trovò divulgata? Dobbiam per contrario credere che -altri uomini ne sieno stati inventori? Il dubbio, credo, sarà chiarito -se si riesce a dimostrare: 1º che i Siciliani non avevano ragione di -sorta, nè quasi possibilità d'immaginaria; 2º che la finzione stessa, -specie nella forma che veste in Gervasio, ha in sè tutti i caratteri -di una finzione, non italica, ma germanica, rimanda a un vero e proprio -mito germanico. - -Cominciamo dal primo punto. - -Che i Siciliani non dovessero avere nessuna ragione, e quasi nemmeno -la possibilità d'immaginar la finzione, s'intende assai agevolmente. -La finzione stessa presuppone sentimenti, credenze, fantasie, che i -Siciliani non avevano e non potevano avere: un ricordevole affetto per -Artù; un desiderio immaginoso di raccostarsi in qualche modo all'eroe; -una vaga speranza di vederlo tornare, quando che fosse, nel mondo. -Chi poneva Artù nell'Etna doveva sentirsi legato a lui da vincoli -particolari, da vincoli di cui nessuna ragione potrebbe trovarsi nella -storia, nelle costumanze, nelle aspirazioni del popolo di Sicilia; e -se la finzione fosse stata frutto naturale e spontaneo della fantasia -di quel popolo, noi dovremmo, sembra, trovarne vestigio in alcuna delle -sue croniche, laddove non ce ne troviamo nessuno. - -Fatto sta che ai Siciliani l'Etna ricordava altre meraviglie e -suggeriva altre immaginazioni: fatto sta che anche in Sicilia, come -per tanti esempii si vede essere avvenuto nella rimanente Italia, la -memoria e la fantasia tornavano ostinatamente alle storie e ai miti -dell'antichità classica, ne' quali, come in cosa lor propria, si -compiacevano. Nelle croniche dell'isola si trovano ricordati i Ciclopi, -i giganti fulminati da Giove, il ratto di Proserpina, la fine di -Empedocle, ecc.; e si può credere che nella coscienza popolare questi -fossero più che semplici ricordi di tradizioni e di favole antiche, -fossero anzi, alcuni di essi, miti tuttora viventi. Di un'apparizione -dei Ciclopi e di Vulcano si fa ricordo ancora nel 1536, poco prima di -una grande eruzione dell'Etna[532]. Come in antico, si credeva che il -monte ignivomo (e altrettanto dicasi degli altri vulcani, non escluso -quello d'Islanda) fosse uno spiracolo dell'inferno; e le leggende che -più facilmente dovevano accreditarsi in Sicilia e diffondersi, erano -le leggende monacali ed ascetiche, le quali appunto si conformavano a -quella credenza, e narravano di anime dannate, portate a volo entro il -monte dai diavoli, e d'altre meraviglie paurose. Di queste leggende -è grande il numero, e qui basterà ricordare quelle di Eumorfio e di -Teodorico, narrate da Gregorio Magno[533], e quella del re Dagoberto, -narrata dallo storico Aimoino[534]. Subito dopo aver narrata la storia -del decano di Palermo, Cesario racconta[535] quella di Bertoldo V, duca -di Zähringen, a cui i diavoli preparano nell'Etna il meritato castigo. -Secondo certo racconto riferito da Pier Damiano nella Vita di Odilone, -dentro l'Etna si udivano le querele delle anime purganti, tormentate da -infiniti demonii[536]. Nel nome stesso dell'Etna si trovava indicata -la condizione sua. Isidoro da Siviglia dice: «Mons Aetnae ex igne et -sulphure dictus, unde et Gehenna[537]». Gotofredo da Viterbo raccoglie -la comune opinione: - - Mons ibi flammarum, quas evomit, Aetna vocatur: - Hoc ibi tartareum dicitur esse caput. - -In Sicilia queste credenze dovevano essere assai divulgate. Parlando -della grande eruzione del 1329 Nicola Speciale dice: «Parecchi, -nelle vicinanze del monte, furono portati via dai diavoli, che -assumendo varii corpi, predicavano nell'aria terribili menzogne»[538]. -Quand'anche non si voglia far conto della trista esperienza che i -Siciliani avevano della natura del loro vulcano; quand'anche s'immagini -ch'essi avessero perduto il ricordo dei danni sofferti per esso, e -poco o niun pensiero si dessero delle sue perpetue minacce, la opinione -ch'essi ne avevano, come di una bocca spalancata dell'Inferno, doveva -bastare a vietar loro di fingervi dentro il regno incantato di Morgana -e il soggiorno di Artù; mentre a finger tai cose potevano essere -tratti assai più facilmente uomini venuti d'altronde, i quali non -ben conoscessero la natura del monte, e ai quali men tetre fantasie -potessero essere suggerite a primo aspetto da quella tanta feracità di -campi e giocondità di aspetti, cui già gli antichi non s'erano stancati -di ammirare e di celebrare[539]. - -Veniamo ora al secondo punto. - -La leggenda di Artù nell'Etna non è, come s'è già notato, una leggenda -nuova; è una leggenda variata; ma nella variazione sua sono alcune -particolarità che meritano d'essere considerate attentamente. Secondo -la leggenda brettone originale, Artù vivo, ma ferito, dimora in Avalon, -la quale è veramente un'isola del fiume Bret, nella contea di Somerset, -e antica sede dei druidi. La poetica fantasia abbellì quest'umile -isola, e ne fece un luogo di delizie da porre a riscontro delle famose -Isole Fortunate. Goffredo di Monmouth dice di essa, nella Vita Merlini: - - Insula pomorum quae fortunata vocatur. - -Secondo la leggenda derivata, che, per comodità di espressione, -seguiteremo a dir siciliana, Artù dimora nell'interno dell'Etna. - -Questa innovazione non incontrò molto favore; e noi vediamo altri eroi, -come, per esempio, Uggeri il Danese e Rainouart, andare a raggiungere -il buon re Artù nell'isola e non nel monte; ma non però si può dire -ch'essa fosse al tutto arbitraria e illegittima. Circa il 1139 avvenne -un fatto che avrebbe potuto a dirittura tagliar le radici alla leggenda -della miracolosa sopravvivenza di Artù: si credette d'aver trovato, o -si disse d'aver trovato, appunto nell'isola di Avalon, presso l'abbazia -di San Dnustano, il corpo di Artù, morto e sepolto da secoli[540]. -Ma tale ritrovamento, cui non fu, sembra, estranea la politica, non -valse a togliere certe dubbiezze, che forse già da gran tempo si -avevano circa il vero luogo del rifugio di Artù, e circa alcune altre -particolarità della sua leggenda. Di tali dubbiezze abbiamo parecchi -indizii, oltre a quello contenuto nei versi italiani riportati di -sopra. Il trovatore Aimeric de Peguilain (1205-70) dice in un suo -serventese (_Totas honors_): - - Part totz los monz voill qu'an mon sirventes - E part totas las mars, si ja pogues - Home trobar que il saubes novas dir - Del rei Artus, e quan deu revenir. - -In un codice di Helmstadt, contenente il già citato poema _De -diversitate Fortunae_ di Arrigo da Settimello, si trova una nota -ov'è detto che Artù, combattendo contro certa belva, perdette i suoi -cavalieri, e avendo ucciso la belva, non fece più ritorno a casa; onde -i Brettoni lo aspettano ancora. Del luogo ov'egli possa essere andato -non v'è pur cenno[541]. Ma, secondo l'autore del _Lohengrin_, Artù è -in un monte dell'India, insieme coi cavalieri del Santo Gral[542]; e -nel _Wartburgkrieg_ si dice che Artù dimora entro un monte, insieme -con Giunone e con Felicia, figliuola di Sibilla[543]. Da tutto ciò -si rileva che, fuori di Brettagna, la tradizione era alquanto vaga e -malsicura, se non circa la rimozione e la vita soprannaturale di Artù, -almeno circa il luogo di sua dimora; e che per tempo una opinione era -sorta, la quale poneva quella misteriosa dimora nell'interno di un -monte. - -Ora, qui, noi ci troviamo in presenza di una finzione essenzialmente -germanica. L'immaginazione dell'eroe rimosso dal mondo, serbato -miracolosamente in vita, e destinato a futuro ritorno, è comune a -molte e svariate genti; ma la immaginazione di un sì fatto eroe (o dio) -chiuso nel cavo di un monte è, più specificatamente, germanica[544]. -Nella mitologia settentrionale ne sono parecchi esempii. Il dio -Wodan abita nell'interno di un monte; in monti hanno stanza, insieme -con le loro famiglie, Frau Holda e Frau Venus; in monti stanno -rinchiusi, aspettando il giorno del loro riapparire nel mondo, Carlo -Magno, Federico II[545], Carlo V. Questi misteriosi rifugi non sono -inaccessibili agli uomini. Abbiam veduto, nel racconto di Gervasio, -il servo del vescovo di Catania penetrare nel meraviglioso soggiorno -di Artù; ma, similmente, Tanhäuser penetra nel monte ove alberga -Frau Venus; un pastore penetra in quello ove Federico aspetta l'ora -segnata, ecc. Nel racconto di Gervasio il servo riceve da Artù doni -pel suo signore, ed è questa un'altra particolarità che ha numerosi -riscontri in miti affini germanici. Non sarà fuor di luogo notare a -tale proposito che Artù si trova, in modo abbastanza strano, involto -in un altro concetto mitico germanico, il quale ha stretta relazione -con quello del trasferimento in un monte, il concetto, cioè, della -imprecazione (Verwünschung)[546]. Leggesi nella _Vita Paterni_[547] -che questo santo, il quale fu vescovo di Vannes, e morì circa il 448, -minacciato da Artù, imprecò contro di lui, dicendo: «Possa la terra -inghiottirlo!» le quali parole profferite, tosto la terra si aperse, e -inghiottì Artù sino al mento, e nol lasciò fino a che non si fu pentito -ed ebbe chiesto perdono. - -Esaminata e discussa attentamente ogni cosa, parmi sia questa la -conclusione più ragionevole: essere sommamente improbabile che i -Siciliani abbiano immaginata una leggenda, la quale, per una parte, -contraddice a quanto essi sapevano, o congetturavano, della natura -del loro vulcano, e involge, per l'altra, un mito germanico; essere -sommamente probabile che essa leggenda sia stata immaginata da uomini -venuti di fuori, i quali, mentre col vulcano avevan poca pratica, -potevano recar seco il ricordo di quel mito germanico, o aver -conoscenza di alcuna variazione già introdotta nella leggenda di Artù. - -Che uomini poteron essere quelli? non gli Arabi, certo; dunque i -Normanni. Vediamo quali fatti e quali ragioni si possano addurre a -sostegno di tale congettura. - - -III. - -Come e in che tempo penetrarono e si diffusero primamente in Italia -le immaginose leggende onde s'intreccia il cielo brettone? Quali sono -tra noi le loro più antiche vestigia? Quando si tratta delle finzioni -del cielo carolingio, rispondere a così fatte domande riesce molto -più agevole. Noi vediamo anzitutto le ragioni storiche, e diciam -pure morali, che dovevano, in certo modo, tirar di qua dall'Alpi la -leggenda carolingia: Carlo Magno, campione della fede e della Chiesa, -vincitore dei Saraceni infedeli, non era solamente un eroe franco, era -un eroe universale cristiano; e questo eroe cristiano aveva, in Italia, -fiaccata per sempre la potenza dei Longobardi; aveva, in Roma, cinta -la corona del rinnovato impero. Oltre di ciò, noi possiamo seguitar le -tracce di quei giullari vaganti, di quei _cantores francigenarum_, e -di quei pellegrini o romei, che ce la recavano in casa, la rinarravano -nelle castella e nelle corti nostre, la propagavano tra i nostri -volghi[548]. Poi vediamo com'essa metta radici e propaggini nelle -croniche nostre; poi vediamo come divenga quasi cosa nostra, ripetuta -da prima in quella lingua stessa con che era giunta fra noi, o in -tale che vorrebbe a quella rassomigliarsi; ripetuta poi in volgare -nostro, accomodata all'indole e al sentimento di nuovi poeti e di -nuovi uditori, cresciuta, variata, rimaneggiata in più modi. Per -le finzioni del cielo brettone la cosa procede altrimenti. Non solo -la diffusione loro tra noi non fu provocata e sollecitata da quelle -ragioni che tanto favorirono la diffusione delle finzioni carolinge, -nè da altre equivalenti od affini; ma le vie stesse ed i gradi per cui -quella diffusione si venne pure compiendo non ci si lasciano mai vedere -distintamente. Esse erano cognite fra noi sin dai primordii della -nostra letteratura: è questo un fatto innegabile; ma quando vogliamo -intendere e spiegare il fatto, ci è forza ricorrere alle congetture, -appagarci degl'indizii. - -Che la poesia provenzale abbia largamente contribuito a far conoscere -e diffondere tra di noi quelle finzioni, è cosa di cui non si può -dubitare. Nei trovatori, i personaggi e i fatti principali che -occorrono in esse sono ricordati con molta frequenza, e nei loro -_ensenhamen_ esse tengon luogo cospicuo fra le molte che il giullare, -sollecito di sua arte, non deve ignorare. Passando in Italia, la poesia -dei trovatori doveva non solo recarvi la notizia sommaria di quelle -finzioni, ma, ancora, stimolare efficacemente la curiosità, suscitare -il desiderio di conoscerle alquanto più a fondo. I primi trovatori -vennero in Italia, per quanto se ne sa, sul cadere del secolo XII, -quando l'epopea brettone (chiamiamola così) già sorta, anzi già famosa -e divulgatissima in Francia, stava per ricevere l'ultima mano, ed -esser levata a quel più alto grado di perfezione a cui allora potesse -attingere, dal suo maggiore poeta, da Cristiano da Troyes. I più -antichi, della cui venuta fra noi si abbia certo ricordo, sembrano -essere stati Pietro Vidal e Rambaldo di Vaqueiras[549]; e nelle loro -poesie accenni alle leggende brettoni non fanno difetto. Le poesie -di Rambaldo in cui se ne trovano furono composte in Italia fra il -1192 e il 1202. L'uso di tali accenni passò certamente dai trovatori -provenzali ai trovatori italiani che rimarono in provenzale, e poscia -a quelli che rimarono in italiano. In una delle sue canzoni Bartolomeo -Zorzi ricorda gli amori di Tristano e d'Isotta; in una sestina -ricorda un fatto della storia di Perceval[550]. Ma assai prima che -ce la recassero i trovatori di Provenza, si dovette aver contezza in -Italia delle finzioni onde ebbero materia, nella seconda metà del XII -secolo, i romanzi francesi, chè non si potrebbe intendere, senza di -ciò, come nomi di persona, tolti alla gesta brettone, compajano per -entro all'onomastica italiana sino dai primi anni del secolo XII, e -compajano in modo da lasciar credere che non sia quello il primo tempo -del loro introdursi in essa[551]. Molt'anni innanzi che ci venissero i -trovatori, dovettero recar la _materia_ brettone in Italia i Normanni. - -Si pensi alla parte che i Normanni ebbero nella diffusione della -materia brettone. E per ragioni geografiche, e per ragioni storiche, -essi diventarono i naturali promotori e propagatori di quelle -immaginazioni, di quella poesia. I Brettoni del continente assai -per tempo strinsero con loro legami di salda amicizia; e nel 1066, -combatterono in buon numero, alla battaglia di Hastings, sotto le -vittoriose bandiere di Guglielmo il Conquistatore. I Brettoni insulari -poi accolsero come liberatori i Normanni, la cui vittoria diede termine -all'odiato dominio anglosassone. Più tardi, Enrico II, non solo cercò, -per propria soddisfazione, le vecchie leggende di Artù, ma fece ancora -il poter suo perchè fossero largamente diffuse e gustate. Il trovero -Gaimar, che primo mise in versi la _Historia Britonum_ di Goffredo -di Monmouth, fu normanno, e normanno fu quel Wace che ne imitò con -più fortuna l'esempio, a tacere di altri[552]. Leggende brettoni e -leggende normanne s'innestarono, si fusero insieme, come può vedersi -nel _Roman de Rou_ dello stesso Wace. A gente d'indole avventurosa, -quale in tutta la vita loro si danno a divedere i Normanni, la storia -poetica d'Artù doveva piacere naturalmente; e le guerre combattute con -gli Anglosassoni, e le vittorie riportate sopra di essi, dovevano esser -cagione che quella storia poetica fosse dai Normanni considerata quasi -come cosa lor propria. Innamorati di quelle colorite leggende, le quali -non narravano solamente, ma vaticinavano ancora, movevano da un passato -glorioso e mettevan capo in un più glorioso avvenire, essi, avidi -d'avventure e di gloria, dovevano recarle con sè dovunque andassero, -come un suffragio poetico ai loro ardimenti, dovevano ripeterle e -propagarle dovunque fermassero stanza. Con sè certamente le recarono -essi in Napoli, in Puglia, in Sicilia, e in grazia loro dovettero le -leggende brettoni esser conosciute per la prima volta in Italia. - -Di sì fatta introduzione noi non abbiamo, gli è vero, prove dirette. -Nessuno dei cronisti (e non son pochi) i quali narrano le gesta dei -Normanni in Italia, fa il più lieve accenno alle leggende brettoni, o -lascia intendere in qualsiasi modo che i Normanni avessero recato dalla -patria loro un ciclo di tradizioni o di favole, e si adoprassero a -diffondere le une o le altre. Ma, dopo quanto s'è notato pur ora circa -lo spirito delle croniche nostre, a quel silenzio non è da badar troppo -come argomento in contrario; il valor positivo della verosimiglianza -vince, in tal caso, quello tutto negativo del silenzio. - -Torniamo al soggetto nostro particolare. - -Gervasio, nel suo racconto, parla di una pianura assai spaziosa e -gioconda, e di un palazzo di mirabile struttura. Non si può credere -che i Siciliani immaginassero sì fatte cose nel monte; ma non parrà, -troppo strano che ce le immaginassero i Normanni, i quali avevano nella -fantasia la deliziosa e incantata isola di Avalon, e credevano forse -di riconoscere alcune delle proprietà di essa nella ubertosa campagna -in mezzo a cui sorge arduo e maestoso il vulcano. Si sa che i primi -Normanni che approdarono alle coste dell'Italia meridionale, tornati -in patria, narrarono meraviglie di quelle terre sorrise dal sole, e -recaron con sè il desiderio di ritornarvi, come poi fecero, cresciuti -di baldanza e di numero. Forse l'isola di Sicilia tutta intera assunse -agli occhi loro l'aspetto della paradisiaca isola di Avalon, stanza di -Morgana e di Artù. - -Pongasi mente ad un altro fatto. - -Mentre in Sicilia, come in altre parti d'Italia, sono frequenti i -nomi di luoghi e le locuzioni proverbiali derivate dalle leggende -del ciclo carolingio, la qual cosa prova che tali leggende erano -veramente passate nella letteratura orale e nella coscienza del popolo, -nulla di consimile si vede essere avvenuto rispetto alle leggende -del cielo brettone; e ciò prova che il popolo non ebbe gusto alle -leggende brettoni, o che se l'ebbe, fu sì debole e scarso da escludere -affatto l'ipotesi ch'esso potesse lavorarvi intorno di suo[553]. Una -eccezione vuol farsi in favore della fata Morgana. Ho già detto che -costei dovette penetrare nell'Etna insieme con Artù. Ora è noto che -col nome di fata Morgana si designa un fenomeno ottico (ciò che i -Francesi chiamano _mirage_) solito a lasciarsi vedere con maggiore -frequenza e perspicuità appunto nello stretto di Messina. Quel nome -designa presentemente il fenomeno stesso, e non accenna più ad alcuna -individuata e soprannaturale potenza che ne sia cagione; ma in origine -non dovette essere così. Si credette allora alla reale presenza della -fata in quei luoghi, e il fenomeno si considerò come un'opera dell'arte -sua, forse com'uno dei giuochi o degli allettamenti ond'ella abbelliva -l'ore e il soggiorno a' suoi compagni di _faerie_[554]. - -Non è, nè può esser provato, ma è molto probabile che assai prima di -approdare in Sicilia i Normanni avessero cognizione di una leggenda -che poneva Artù nell'interno di un monte: approdati in Sicilia, essi -non ebbero a fare un grande sforzo di fantasia per porre l'eroe entro -il massimo monte dell'isola. Può darsi ancora che, prima d'approdarvi, -essi avessero una generale notizia della possibile rimozione e dimora -degli eroi nell'interno di un monte, o una particolare notizia di -alcuno eroe in tal modo rimosso e dimorante, e che, trovatisi in -presenza del meraviglioso vulcano, pensassero senz'altro di trasporvi -il re Artù. Se parecchi poemi francesi pongono la scena della loro -azione in Sicilia; se in molti altri la Sicilia è ricordata; se di -parecchi si può ragionevolmente congetturare che sieno stati composti -nell'isola[555], noi dobbiamo esserne grati, soprattutto, ai Normanni; -e dai Normanni dobbiam riconoscere la leggenda arturiana che Gervasio -da Tilbury fu primo a raccogliere e a tramandare. - - -NOTE - -[513] _Explanatio in prophetias Merlini_, l. III, c. 26. - -[514] Vedi DU CANGE, _Glossarium mediae et infimae latinitatis_, ediz. -Henschel, s. v. _Arturum expectare_. - -[515] Vedi RAYNOUARD, _Choix des poésies originales des troubadours_, -Parigi, 1816-21, t. II, p. 129, col. 2ª; p. 255, col. 2ª; -BIRCH-HIRSCHFELD, _Ueber die den provenzalischen Troubadours des XII. -und XII. Jahrhunderts bekannten epischen Stoffe_, Halle a. S., 1878, -pp. 58-4. Vedi inoltre, intorno alla credenza, Ag. THIERRY, _Histoire -de la conquête de l'Angleterre par les Normands_, 3ª ediz., Parigi, -1830, vol. I, p. 22; De la Rue, Essais historiques sur les bardes, les -jongleurs et les trouvères normands et anglo-normands, Caen, 1834, -t. I, p. 73; SAN-MARTE, _Gottfried's von Monmouth Historia regum -Britanniae_, ecc. Halle, 1854, pp. 417 sgg. - -[516] _Arrighetto, ovvero trattato contro all'avversità della Fortuna_, -edizione del Manni, Firenze, 1730, pp. 9, 23. - -[517] Ap. PERTZ, Scriptores rerum germanicarum, t. XVIII, p. 796. - -[518] Vedi SAN-MARTE, _Op. cit._, pp. 423 sgg. Descrizioni dell'isola -si hanno, per esempio, nella _Bataille Loquifer_ e in una delle rame -dell'_Ogier_. - -[519] Ecco le parole stesse di Gervasio, le quali, date le fiorettature -di cui si dilettava, troppo più del bisogno, l'autore, difficilmente, -e con danno del senso, si potrebbero tradurre alla lettera: «In -Sicilia est mons Aetna, cujus exustu sulphurea fiunt incendia, in -cujus confinio est civitas Catanensis, in qua gloriosissimi corporis -B. Agathae virginis ac martyris thesaurus ostenditur, suo beneficio -civitatem illam servans ab incendio. Hunc autem montem vulgares -Mongibel appellant. In hujus deserto narrant indigenae Arturum -Magnum nostris temporibus apparuisse. Cum enim uno aliquo die custos -palefredi episcopi Catanensis commissum sibi equum depulveraret, -subito impetu lascivae pinguedinis equus exiliens ac in propriam se -recipiens libertatem, fugit. Ab inseguente ministro per montis ardua -praecipitiaque quaesitus nec inventus, timore pedissequo succrescente, -circa montis opaca perquiritur. Quid plura? arctissima semita sed -plana est inventa; puer in spatiosissimam planitiem jucundam omnibusque -deliciis plenam venit, ibique in palatio miro opere constructo reperit -Arturum in strato regii apparatus recubantem. Cumque ab advena et -peregrino causam sui adventus percontaretur, agnita causa itineris, -statim palefridum episcopi facit adduci, ipsumque praesuli reddendum, -ministro commendat, adjiciens, se illic antiquitus in bello, cum -Modredo nepote suo et Childerico duce Saxonum pridem commisso, -vulneribus quotannis recrudescentibus, saucium diu mansisse, quinimo, -ut ab indigenis accepi, xenia sua ad antistitem illum destinavit, -quae a multis visa et a pluribus fabulosa novitate admirata sunt». -_Otia imperialia, secunda decisio_, ap. LEIBNITZ, _Scriptores rerum -brunsvicensium_, t. I, p. 921; LIEBRECHT, _Des Gervasius von Tilbury -Otia imperialia_, Hannover, 1856, pp. 12-13. A questo racconto accennò -G. PARIS in un suo scritto intitolato _La Sicile dans la littérature -française_, in _Romania_, t. V, p. 110, e lo ricordò di nuovo il PITRÈ, -_Le tradizioni cavalleresche popolari in Sicilia_, in _Romania_, t. -XIII, p. 391. - -[520] Per la vita di Gervasio vedi la prefazione del Leibnitz nel -volume citato; WRIGHT, _Biographia britannica literaria_, parte 2ª, -Londra, 1846, pp. 283-90; WATTENBACH, _Deutschlands Geschichtsquellen -im Mittelalter_, Berlino, 4ª ediz., 1877-8, vol. II, p. 375. - -[521] Pagg. 921-2: «Sed et in sylvis Britanniae majoris aut minoris -consimilia contigisse referuntur, narrantibus nemorum custodibus, -quos forestarios, quasi indaginum ac vivariorum ferinorum aut regiorum -nemorum, vulgus nominat, se alternis diebus circa horam meridianam et -in primo noctium conticinio sub plenilunio luna lucente, saepissime -videre militum copiam venantium et canuum et cornuum strepitum, qui -sciscitantibus, se de societate et familia Arturi esse dicunt». È -questa la leggenda del _wilde Jäger_, della _mesnie Hellequin_ ecc., -sparsa pressochè per tutta Europa, e nella quale compariscono, oltre -Artù, anche Teodorico, Carlo Magno ed altri. In Iscozia essa era ancor -viva nella seconda metà del secolo scorso, ed è forse tuttavia. - -[522] Pag. 937. - -[523] «Eo tempore quo Henricus imperator subiugavit sibi Syciliam, in -Ecclesia Palernensi quidam erat Decanus, natione ut puto Theutonicus. -Hic cum die quadam suum qui optimus erat perdidisset palefredum, -servum suum ad diversa loca misit ad investigandum illum. Cui homo -senex occurens, ait: Quo vadis, aut quid quaeris? Dicente illo, equum -domini mei quaero; subiunxit homo: Ego novi ubi sit. Et ubi est? -inquit. Respondit: In monte Gyber; ibi eum habet dominus meus Rex -Arcturus. Idem mons flammas evomit sicut Vulcanus. Stupente servo ad -verba illius, subiunxit: Dic domino tuo ut ad dies quatuordecim illuc -veniat ad curiam eius sollemnem. Quod si ei dicere omiseris, graviter -punieris. Reversus servus, quae audivit domino suo exposuit cum timore -tamen. Decanus ad curiam Arcturi se invitatum audiens et irridens, -infirmatus die praefixa mortuus est». _Dialogus miraculorum_, ediz. -Strange, Colonia, Bonn e Bruxelles, 1851, dist. XII, cap. 12. Il -racconto di Cesario fu noto a OTTAVIO GAETANI, siracusano (1566-1620), -che lo ricorda nella sua _Isagoge ad historiam siculam illustrandam_, -cap. XII, ap. GRAEVIUS, _Thesaurus antiquitatum Siciliae_, t. II, col. -52. - -[524] KAUFMANN, _Caesarius von Heisterbach, Ein Beitrag zur -Kulturgeschichte des zwölften und dreizehnten Jahrhunderts_, Colonia, -1850, p. 46. - -[525] Brunetto Latini scrive (Li Livre dou Tresor, ediz. Chabaille, -Parigi, 1863, p. 64): mont Gibel, qui tozjors giete feu ecc. - -[526] Per errore, nel testo: _prope civitatem Cathenam_. - -[527] Parole aggiunte in margine nel manoscritto. - -[528] «Item audivi a quodam fratre Apulo, Johanne dicto, qui hoc -dicebat in partibus suis accidisse, quod, cum quidam monte juxta -Vulcanum, ubi dicitur locus purgatorii, prope civitatem Cathenam, -quereret equum domini sui, inveniret, ut sibi visum est, civitatem -quamdam, cujus erat hostiolum ferreum, et quesivit a portitore de equo -quem querebat: qui respondit quod iret usque ad aulam domini sui, qui -vel redderet eum vel doceret; et adjuratus ab eo portitor per Deum quod -diceret ei quid ageret, dixit ei portitor quod caveret ne comederet de -aliquo ferculo quod ei daretur. Videbatur ei quod videbat per vicos -illius civitatis tot homines quot sunt in mundo, de omni gente et -artificio. Transiens per multas aulas, venit in quamdam, ubi videt -principem suis circumvallatum; offerunt ei multa fercula: non vult -de eis gustare; ostenduntur ei quatuor lecti, et dicitur ei quod unus -eorum erat domino suo paratus, et alii tres trium feneratorum. Et dicit -ei princeps ille quod assignabat diem domino suo talem peremptoriam -et tribus dictis feneratoribus, alioquin venirent inviti; et dedit -ei ciphum aureum, coopertum cooperculo aureo. Dicit ei ne illum -discooperiret, sed illum in hujus rei intersignum presentaret domino -suo, ut biberet de potu suo. Equus suus ei redditur; reddit, implet -jussa: cifus aperitur, flamma ebullit, in mari cum cifo proicitur, -mare inflammatur. Hi quatuor, licet confessi fuissent (ex timore solo, -et non vere penitentes) die sibi assignata, rapiuntur super quatuor -equos nigros». (_Anedoctes historiques, légendes et apologues tirés du -recueil inédit d'Étienne de Bourbon dominicain du XIIIe siècle, publiés -par_ A. Lecoy de la Marche, Parigi, 1877, p. 32). - -[529] Pubblicato da Francisque Michel pel Roxburghe Club, Edimburgo, -1873. Non fu posto in commercio, ma se ne ha un'analisi abbastanza -minuta nell'_Histoire littéraire de la France_, t. XXVIII, pp. 139-79. -Di essa mi giovo. - -[530] Da T. CASINI nel _Propugnatore_, vol. XV, parte 2ª, pp. 335-9. La -rammentò il Pitrè, nello scritto citato, p. 392. - -[531] Questo scetticismo italiano da taluni si esagera, specie in -riguardo al medio evo, ma non può essere negato, e ad esso in parte si -deve la scarsezza della nostra produzione leggendaria. Chi ha qualche -dimestichezza con le croniche nostre e con le forastiere sa quanto -il meraviglioso sia più abbondante in queste che in quelle, e come in -molte di quelle, o manchi affatto, o si lasci scorgere appena. Il primo -ad avvertire ciò fu il MURATORI, il quale dice nella dissertazione XLIV -(_Antiquitates italicae medii aevi_, t. III, col. 963): «Temperatiora -vero in ejusmodi studio inani fuisse Italicorum ingenia, mihi -persuadeo, quum raros hanc in rem foetus ab eorum calamo profectos -Bibliothecae nobis offerant. Immo Guilielmus Ventura Historicus -in Chronica Astensi, dum postremas tabulas Anno MCCCX, conderet, -inter alia monita liberis suis relicta, hoc etiam protulit. Tomo XI, -pag. 228. Rer. Italicarum: _Fabulas scriptas in Libris, qui Romanzi -vocantur, vitare debeant, quos semper odio habui_». - -[532] _Li horrendi et spaventosi prodigi et fuochi aparsi in -Sicilia nel Monte de Ethna o vero Mongibello_ ecc., s. l. ed a. Cfr. -PRAETORIUS, _Anthropodemus plutonicus_, Magdeburgo, 1666, vol. I, p. -266. - -[533] _Dialogorum_ l. IV, cc. 30, 35. - -[534] _Historia Francorum_, l. IV, cap. 34. Vedi inoltre il mio libro, -_Roma nella memoria e nelle immaginazioni del medio evo_, Torino, -1882-3, vol. II, pp. 360-2. - -[535] Dist. XII, cap. 13. - -[536] Cf. GERVASIO, _Otia_, decis. III, pp. 965-6. - -[537] _Etymologiarum_ l. XIV, cap. 8. VINCENZO BELLOVACENSE ripete, -_Speculum naturale_, l. VII, cap. 22. - -[538] «Plures etiam in confinibus montis a daemonibus, qui tunc diversa -corpora sumentes in aera terribilia mendacia praedicabant, arrepti -sunt». _Historiae_, l. VIII, cap. 2, ap. MURATORI, _Scriptores_, t. -X, col. 1079. Anche in monti non vulcanici, del resto, si misero ad -abitare i diavoli. Veggasi, per esempio, ciò che del monte Cavagum, -o Convagum, nel cui interno era un palazzo popolato di demonii, dice -GERVASIO, _Otia_, decis. III, pp. 982-3. - -[539] A questo proposito dice il BEMBO nel suo dialogo _De Aetna_: «Hic -amoenissima loca circumquaque, hic fluvii personantes, hic obstrepentes -rivi, hic gelidissimae fontium perennitates, hic prata in floribus -semper et omni verna die, ut facile quilibet puellam Proserpinam hinc -fuisse raptam putet, hic arborum multijugae species, et ad umbram -crescentium, et ad foecunditatem; in qua etiam tantum excellunt -caeteras omnes arbores, ut mihi quidem magis huic loco convenire -videantur ea, quae de Alcinoi hortis finxit Homerus quam ipsi Feaciae». - -[540] Molte notizie circa il fatto reca l'Usserius, _Britannicarum -ecclesiarum antiquitates_, seconda edizione, Londra, 1687, pp. 61 sgg. - -[541] Ap. LEYSER, _Historia poetarum et poematum medii aevii_, Halae -Magdeb., 1721, p. 459. - -[542] _Lohengrin, ein altteutsches Gedicht_ ecc., Eidelberga, 1813, p. -179: - - hoch eia gebirge lit - In indern Yndia, daz ist niht wit, - Den gral mit all den helden ez besleuzzet, - Die Artus praht mit im dar. - -Non ho potuto riscontrare l'edizione critica e più recente del -Rueckert, Quedlimburgo e Lipsia, 1858. - -[543] - - Felicia, Sibillen kint, - und Juno, die mit Artus in dem berge sint, - die haben vleisch, sam wir, unde ouch gebeine - Die vraget'ich, wie der künik lebe, - _Ecc._ - -VON DER HAGEN, _Minnesinger_, Lipsia, 1838, parte III, p. 182. - -[544] Vedi J. GRIMM, _Deutsche Mythologie_, 4ª edizione, Berlino, -1875-8, cap. XXXII (vol. II, pp. 794 sgg.). - -[545] E non Federico Barbarossa, come fu immaginato e scritto più tardi. - -[546] GRIMM, _Op. cit._, pp. 794-5. - -[547] Cap. 2, in _Acta Sanctorum_, 15 aprile. - -[548] Vedi il bello e succoso scritto del RAJNA, _Un'iscrizione -nepesina del 1131_, nell'_Archivio storico italiano_, t. XIX (1887), -scritto pieno di fatti e d'induzioni ingegnose. - -[549] Che prima di Pietro Vidal facesse dimora in Italia Bernardo di -Ventadorn, asserirono, anche ultimamente, parecchi; ma non pare sia -vero. Vedi CARDUCCI, _Un poeta d'amore del secolo XII_, in _Nuova -Antologia_, serie 2ª, vol. XXV (1881), pp. 15-6. Che un altro trovator -di Provenza, Uggero del Viennese, sia stato in Italia sino dal 1154, è -semplice supposizione dell'immaginoso Fauriel, non suffragata da prova -alcuna. - -[550] La canzone _Atressi cum lo camel_; la sestina _En tal dezir mos -cors intra_. Vedi ÉMIL LEVY, _Der Troubadour Bertolome Zorzi_, Halle, -1883, pp. 44, 68. - -[551] Vedi in proposito le preziose notizie procurate dal Rajna, -_Gli eroi brettoni nell'onomastica italiana del secolo XII_, nella -_Romania_, t. XVII, 1888, pp. 161-85, 355-65. - -[552] Cf. G. PARIS, _La littérature française au moyen-âge_, 2ª -edizione, Parigi, 1890, § 54, pp. 88-90. - -[553] Vedi il citato scritto del Pitrè, pp. 380-3, 391-2. Intorno -al ciclo brettone, in Italia, si lavora molto di fantasia; ma non -si può dire che esso metta radici in terra nostra e dia fuori nuove -propaggini, fatta eccezione per quel tanto che si è veduto di Artù, -e che, volendo, si potrebbe veder di Merlino. Nell'Appendice II do -notizia di alcun'altra immaginazione, ove si scorge il desiderio di -legare in qualche modo leggende brettoni con tradizioni nostrane. - -[554] Lo prova uno scrittore siciliano del secolo XVII, Placido Reyna, -con le seguenti parole: «Haec vero de sirenibus fabula aliam vulgi -de saga quadam cui nomen Morgana, narrationem aeque fabulosam in -memoriam mihi revocat, quoniam et haec ad delicias tractus Peloritani -declarandas inventa videtur. Formosissimam hanc esse sagam narrant, -quae terram nostram incolat ac saepennumero, qua potentia praedita sit, -admirabili ratione demonstrat» (_Ad notitiam historicam urbis Messanae -Introductio_, col. 36, ap. GRAEVIUS, _Thesaurus_, t. IX). Non sembra -del resto che il Reyna sapesse altro intorno alla fata Morgana. Questo, -e il ricordo che, come ho notato innanzi, Ottavio Gaetani fa della -leggenda narrata da Cesario, sono i soli accenni a leggende brettoni -che io abbia potuto trovare nei molti ed eruditi illustratori della -storia e della topografia della Sicilia. - -[555] Vedi G. PARIS, _La Sicile dans la littérature française_, già -cit., pp. 110, 112. - - -APPENDICE I. - -ACCENNI A PERSONAGGI E LEGGENDE BRETTONI NEI POETI ITALIANI DELLE -ORIGINI. - -Arrigo da Settimello, di cui abbiam notato due allusioni al presunto -ritorno di Artù[556] allude pure alle storie ultime venute nel ciclo, -alle storie cioè di Tristano, in un luogo ove dice: - - Quis ille - Tristanus, qui me tristia plura tulit?[557] - -Se Arrigo dovesse la sua cognizione dei casi di Tristano al perduto -poema di Cristiano da Troyes, o ad altra storia in verso o in prosa, -è dubbio che certamente non tenterem di risolvere, tanto più che egli -può bene aver preso quegli accenni, passati ormai in uso proverbiale, -dai trovatori, senza avere cognizione diretta dei romanzi francesi. -E questo stesso dubbio può esser mosso per ciascuno degli accenni -particolari che noi troviamo nei lirici nostri dei primi due secoli, -dove essi occorrono accompagnati con quelle solite allusioni a miti -dell'antichità classica, a proprietà di animali ecc., che formavano -anche in Provenza un frasario d'obbligo nella lingua d'amore. Ciò -nondimeno non si può non credere che a quegli accenni, presi in -generale, non corrispondesse una cognizione diretta dei romanzi -francesi della Tavola Rotonda, che, com'è noto, passarono ancor essi -agevolmente le Alpi e si diffusero per l'Italia. Gli accenni in parola, -del resto, non sono assai numerosi, ed io non credo di far cosa inutile -riportando qui quelli che m'è avvenuto di raccogliere, e a cui altri -più se ne potrebbero aggiungere facilmente. - -Tristano ed Isotta sono i personaggi delle storie brettoni che pajono -avere destata in più particolar modo l'attenzione e la sollecitudine -dei nostri poeti d'amore, e quelli a cui si riferiscono ancora gli -accenni più antichi. La meravigliosa storia dei loro amori spiega una -tal preferenza, della quale porge esempio del resto, anche la poesia -dei trovatori. Messer lo re Giovanni che sarebbe, secondo la opinione -universalmente ammessa, Giovanni di Brienne (n. nel 1158) suocero di -Federigo II, nella canzone che comincia _Donna, audite como_, dà a -dirittura nei versi seguenti l'argomento del romanzo di Tristano[558]: - - Quella c'amo più 'n cielato - Che Tristano non facia - Isotta, com'è cantato, - Ancor che le fosse zia; - Lo re Marco era 'ngannato. - Perchè ['n] lui si confidia. - Ello n'era smisurato, - E Tristan se ne godia - Delo bel viso rosato - Ch'Isaotta blonda avia. - -Quelle parole _com'è cantato_ (se pur non s'ha a leggere _com'è -contato_: vedi MONACI, _Crestomazia italiana dei primi secoli_, fasc. -I, Città di Castello, 1889, p. 71) non possono riferirsi che a un -racconto in verso. Altri accenni sono più compendiosi. Notar Giacomo -(discordo: _Dal core mi vene_): - - Tristano ed Isalda - Non amâr sì forte. - -Giacomino Pugliese, o Pier delle Vigne (canzone: _La dolcie ciera -piagiente):_ - - E non credo che Tristano - Isotta tanto amasse. - -Inghilfredi Siciliano (?) (canzone: _Del meo voler dir l'ombra_) - - La mia fede è più casta - . . . . . . . . . . . - . . . . . . . . . . . - E più lealtà serva - Ch'en suo dir non conserva - Lo bon Tristano al cui presgio s'adasta. - -Dante da Majano (sonetto: _Rosa e giglio e fiore aloroso_)[559]: - - Nulla bellezza in voi è mancata; - Isotta ne passate e Blanzifiore. - -Canzone anonima: (_Piacente viso adorno angelicato_)[560]: - - per te patisco doloroso affano - più che non fe' per Isotta Tristano. - -Bonaggiunta Urbiciani (canzone: Donna vostre bellezze)[561]: - - Innamorato son di voi assai - Più che non fu giammai Tristan d'Isolda. - -Garbino Ghiberti (canzone: _Disioso cantare_): - - Credo lo buon Tristano - Tanto amor non portàra. - -Jacopo da Lentino (?) (sonetto: _Fino amor di fin cor ven di valenza_): - - E di ciò porta la testamonanza - Tristano ed Isaotta co' ragione. - Che non partir giamai di lor amanza. - -Domenico da Prato (canzonetta a ballo): - - Cantando un giorno d'Isotta la bionda - Mi ricordai di mia donna gioconda[562]. - -Bruzio Visconti, descrivendo le bellezze di Madonna (canzone: _Mal -d'amor parla chi d'amor non sente_)[563]: - - sicchè la mano fu sanza magagnia, - qual si legge d'Isotta di Brettagnia. - -L'Orcagna, in uno di quei suoi guazzabugli di sonetti senza senso, -ricorda, fra molte altre cose, l'ampolla di Napoli, fabbricata da -Virgilio, secondo la leggenda, e la _reina Isotta_[564]; e Frate -Tommasuccio, ricorda nella sua nota _Profezia_, non so con quale -intenzione, Tristano[565]. - -Qualche volta Tristano ed Isotta sono ricordati insieme con altri -personaggi appartenenti al ciclo. Brunetto Latini (_Tesoretto_, cap. -I): - - Lancielotto e Tristano - Non valse me' di voe. - -Bonaggiunta Urbiciani (discordo: _Oi amadori intendete l'affanno_): - - E messere Ivano - E 'l dolze Tristano, - Ciascuno fue sotano - Inver me di languire. - -Saviozzo da Siena (canzone: _Donne leggiadre e pellegrini amanti_)[566]: - - Io non so se giammai gli uomini erranti, - I' dico di Tristano o Lancilotto, - O quel che fu più dotto - Da' colpi suoi sapesse or dichiararmi. - -Frate Stoppa de' Bostichi (ballata: _Se la fortuna e 'l modo_)[567]: - - Tristano e Lancialotto, - Ancor nel mondo la lor fama vale? - Li altri di Cammellotto - Per la fortuna fecer l'altrettale. - . . . . . . . . . . . . . - Dov'è la gran bellezza - Di Ginevra, d'Isotta e d'Ansalone? - -In una delle canzonette a ballo inserite nel _Pecorone_, Ser Giovanni -Fiorentino fa memoria dei molti che _per amor fûr di vita privati_; ma -non nomina se non due, Tristano ed Achille: - - Lo specchio abbiam de' famosi passati, - Del bon Tristan, del valoroso Achille[568]. - -Gli altri personaggi sono ricordati assai più di rado. Guittone -d'Arezzo ricorda Lancilotto (sonetto: _Ben aggia ormai la fede, e -l'amor meo_)[569]: - - Siccome a Lancillotto uomo simiglia Un prode cavalier..... - -Lo ricorda anche Folgore da San Gemignano (sonetto: _Alla brigata -nobile e cortese_)[570]: - - Prodi e cortesi più che Lancilotto; - Se bisognasse con le lance in mano - Fariano torneamenti a Camelotto. - -Di Morgana fanno menzione parecchi. Guido Giudice (canzone: _La mia -gran pena e lo gravoso afanno_): - - Chè se Morgana — fosse infra la giente, - In ver Madonna non paria neiente. - -Canzone anonima: (_Quando la primavera_): - - Tu c'avanzi Morgana. - -Chiaro Davanzati (canzone: _Madonna, lungiamente agio portato_): - - E ave più valere — e 'nsengnamento - Che non ebe Morgana ne Tisbia. - -(E canzone: _Di lontana riviera_): - - Che non credo Tisbia, - Alèna nè Morgana - Avesson di bieltà tanto valore. - -Incerto (sonetto: _Lo gran valor di voi, donna sovrana_): - - Più mi rilucie che stella diana - A voi sotana — è tutto valimento, - Ne Blanziflor, ne Isaotta [o] Morgana - Non eber quanto voi di piacimento. - -Chiaro Davanzati (sonetto): - - Ringrazio Amore de l'aventurosa - Gioja et allegreza che m'à data, - Che mi donò a servir la più amorosa - Che nom fu Tisbia o Morgana la fata. - -Merlino figura, sia in compagnia dei grandi sapienti, sia in quella -degl'ingannati dalle donne. Leonardo del Guallaco (serventese: _Siccome -il pescie a nasso_): - - Se lo scritto non mente - Da femina treciera - Sì fue Merlin diriso. - E Sanson malamente - Tradilo una leciera. - -Sonetto anonimo: (_Qual uom di donna fusse chanoscente_)[571]: - - Merlino e Salamon e lo s[accen]te - e Aristotile ne fu inghannato. - -Monte (canzone: _Donna di voi si rancura_): - - Chè Troja andò im perdizione - Mirllino e Salamone. - -Lapo Saltarello (sonetto: _Considerando ingegno e pregio fino_)[572]: - - Che Salomon, Sanson e 'l buon Merlino, - David divino hai vinto per sentenza. - -Paolo Zoppo da Castello (sonetto: _Maestro Pietro lo vostro -sermone_)[573]: - - Davit, Merlin o ver lo buon Sansone. - -In una frottola dubbia attribuita a Fazio degli Uberti (_O pellegrina -Italia_) Merlino è nominato dopo Giovanni, Matteo, Daniele, Gioele, -Abacuc, Salomone, l'abate Gioacchino[574]. - -Guittone d'Arezzo ricorda Perceval (canzone: _Amor tant'altamente_): - - Se 'n atendendo alasso - Poi m'avenisse, lasso! - Che mi trovasse in fallo - Sicome Prezevallo — nom cherere. - -Al ritorno di Artù allude Fazio degli Uberti (sonetto: _Non so chi sia, -ma non fa ben colui_)[575]: - - Nè Re Artù, nè altro tempo aspetto. - -E poichè siam giunti all'enciclopedico Fazio, non lo lasciam così -subito. Fazio allude al ritorno di Artù anche nel _Dittamondo_[576]: -ricordato Uterpendragon e Merlino, detto come Artù succedesse al padre, -soggiunge: - - Tanto da' suoi fu temuto ed amato, - Che lungamente dopo la sua morte - Ch'ei dovesse tornar fu aspettato. - -Nè gli accenni finiscon qui. Nel cap. 23 egli ricorda la torre in cui -Ginevra difese il suo onore, il castello espugnato da Lancilotto, - - L'anno secondo che a prodezza intese, - -Camelotto disfatto, il petron di Merlino, e altro e altro. Nel cap. 22 -ricorda i casi della donzella Dorens, e come Artù uccidesse Flores, e -come Tristano uccidesse l'Amorotto ed Elia di Sassogna, e si sofferma -con particolar compiacenza sulla storia dell'ellera che usciva dalla -tomba di Tristano e penetrava in quella d'Isotta, storia allora famosa. -Questi passi meriterebbero d'essere riportati per intero e assoggettati -a più minuto esame; ma per far ciò bisognerebbe restituirne il testo, -corrotto come tutto il poema[577]. - -Lo stesso Fazio accenna alla leggendaria morte di Mordret nella sua -Invettiva contro Carlo IV[578]: - - come a Mordret il sol ti passi il casso. - -Nella poesia dialettale dell'Italia del settentrione non trovo -accenni a personaggi o leggende brettoni, il che non vuol punto dire -che quelle leggende e quei personaggi non ci fossero noti. Il poeta -anonimo (probabilmente Giacomino da Verona) che in un componimento -sopra l'amore di Gesù ricorda Rolando, Oliviero, Carlo Magno e Uggeri -il Danese[579] conosceva anche, senza dubbio, Artù e Lancilotto e -Tristano; e tra le _fable e ditti de buffoni_, di cui parlano con tanto -disprezzo lo stesso frate Giacomino e Uguccione da Lodi e l'ignoto -autore di un poemetto sulla passione di Cristo, dovevano essere -comprese certamente anche le favole di Brettagna[580]. Tali favole -dovevano avere a mente e recitare quell'Osmondo da Verona, ricordato in -una poesia delle lodi della Vergine, e quegli altri giullari, cui il -poeta accusa di _gran folia e gran mençogna_ quando ardiscono chiamar -giglio e fiore altra donna che non sia la Vergine[581], e quelli -similmente che si ricordano in una delle poesie genovesi pubblicate dal -Lagomaggiore[582]. Una prova notabile della lor diffusione si ha nel -poema tedesco di un autore italiano, il _Wälsche Gast_ di Tommasino -de' Cerchiali friulano (Thomasin von Zerclar, Zerclaere, Zirklere, -ecc.)[583]. Questo poema fu composto circa il 1216, come si rileva -dalle parole stesse dell'autore che dice di averlo scritto 28 anni -dopo che il Saladino ebbe presa Gerusalemme (1187). Parecchi sono i -luoghi di esso in cui si ricordano fatti e personaggi della epopea -brettone[584]; ma il più importante è un lungo passo del primo libro, -passo che comprende non meno di 38 versi[585]. In esso il poeta parla -della educazione che si vuol dare ai giovani, dopo aver parlato nei -versi che immediatamente precedono di quella che si conviene alle -fanciulle. Le fanciulle, egli dice, debbono leggere le storie di -Andromaca, di Enida[586], di Penelope, di Enone, di Galiana[587], -di Biancofiore, di Sordamor[588]. I giovani poi debbono a dirittura -formarsi sui romanzi e prendere esempio dai cavalieri della Tavola -Rotonda. Tommasino si fa un gran concetto del valore educativo di quei -romanzi, o, com'egli li chiama alla tedesca, avventure (_âventiure_). -Le avventure, egli dice, contengono sotto velo di menzogna, buone -verità e utili insegnamenti[589]. I giovani debbono conoscere le -istorie di Galvano, di Cligés, di Erec, d'Ivano; debbono agli esempii -del buon Galvano conformare la vita loro; debbono seguitare Artù, Carlo -Magno, Alessandro, Tristano, Sagremor, Calogran, ma non il maligno Keu, -il quale ha pur troppo molti seguaci, e che tanto è diverso dall'ottimo -Perceval. Tommasino ricorda come sì fatti ammaestramenti avesse già -dati in un suo libro _Della Cortesia_[590]; e a far maggiormente -intendere quanto avesse in pregio le storie di Brettagna, ringrazia -coloro che le avevan recate in tedesco [591]. Ma certamente egli era in -grado d'intendere anche gli originali francesi e li conobbe[592]. - -Un'altra prova, e molto importante, del favore onde godevano nel secolo -XIII in Italia, tra le persone colte, le storie brettoni, l'abbiamo -nel fatto che un poeta latino celebre di quei tempi, il Padovano -Lovato[593], di cui fa tante lodi il Petrarca, compose un poema sugli -amori di Tristano e d'Isotta. Di questo poema, probabilmente latino, -non si fa ricordo da nessuno storico della nostra letteratura; ma il -prof. Novati mi avverte che un'allusione ad esso si trova nell'_Ecloga_ -che al Mussato indirizzò Giovanni del Vergilio. Ecco i versi che la -contengono[594]: - - Ipse..... Lycidas cantaverat Isidis ignes - Isidis, ibat enim flavis fugibundula tricis, - Non minus eluso quam sit zelata marito, - Per silvas totiens, per pascua sola reperta, - Qua simul heroes decertavere Britanni - Lanciloth et Lamiroth et nescio quis Palamedes. - -Le glosse spiegano: _Isidis, Isottae. Flavis tricis dicitur eo quod -dicebatur Isotta la bionda. Fugiens regem Marcum maritum suum et -Palamedem_. Dall'ultimo verso pare peraltro che Giovanni confondesse -le storie di Tristano con quelle di Lancilotto; e in quel _nescio_ si -fiuta un certo disprezzo di latinista per le favole romanze. - -Quando avrò detto che nel poema dell'_Intelligenza_ tutta la materia -della _Tavola Ritonda_ è accennata in pochi versi[595], e ricordate -le note allusioni di Dante, del Petrarca e del Boccaccio, avrò, non -esaurita, ma chiusa questa breve rassegna; non tuttavia senza prima -richiamar l'attenzione sopra un cronista verseggiatore, il quale ci -porge uno dei più antichi documenti che della diffusione delle leggende -brettoni si riscontrino nella nostra letteratura. È questi Gotofredo da -Viterbo, nel cui _Pantheon_, alla particola XVIII, si narrano le storie -di Uter e di Aurelio, di Vortigerno, della regina Anglia, di Merlino, -della duchessa Jema (Ingerna), sino al concepimento di Artù[596]. -Per tutto questo favoloso racconto Gotofredo si accorda, in sostanza -con Goffredo di Monmouth; ma presenta pure alcune lievi differenze -particolari, le quali si possono spiegare, o con dire ch'egli alterò -così di suo arbitrio il racconto dello storico inglese, o con supporre -ch'egli abbia avuto dinanzi un libro molto affine a quello di costui, -quale, secondo l'opinione dello Scheffer-Boichorst, sarebbe il caso per -Alberico delle Tre Fontane [597]. Asserire senz'altro ch'egli attinse -da Goffredo di Monmouth, come fanno l'Ulmann[598], il Wattenbach[599], -e il Waitz[600], non si può. Checchessia di ciò, Gotofredo da Viterbo -fu assai probabilmente il primo ad introdurre mediante uno scritto in -Italia parte della leggenda brettone. Egli non finì di lavorare intorno -al _Pantheon_ se non nel 1191; ma già nel 1186 aveva dedicato una prima -redazione del libro al papa Urbano III. Con questa data si risale ai -tempi della venuta dei primi trovatori fra noi. Ma non solamente il -Pantheon fu composto in Italia; Gotofredo fu egli stesso italiano; -e questa sua qualità accresce per noi l'importanza di quella parte -della sua storia universale. L'opinione ch'egli fosse tedesco fu messa -innanzi in forma dubitativa primamente dal Baronio, poi sostenuta con -tutta risolutezza dal Ficker[601], e ad essa tuttavia si attiene il -Wattenbach[602]; ma l'opinione contraria, professata dagli istoriografi -più antichi, fu, parmi, dall'Ulmann dimostrato essere la vera[603]. - - -NOTE - -[556] Vedi indietro, pp. 303-4. - -[557] _Arrighetto_, ecc., ediz. cit., p. 6. - -[558] Quando non indico altrimenti s'intende che cito secondo la -lezione del cod. Vaticano 3793, edito a cura del D'ANCONA e del -COMPARETTI, _Le antiche rime volgari_ ecc., Bologna, 1875-88. - -[559] NANNUCCI, _Manuale_, 3ª ed., vol. I, p. 310. Non tengo conto dei -dubbii sollevati intorno a Dante da Majano dal Borgognoni, perchè credo -che il Novati sia riuscito a dissiparli. - -[560] CASINI, _Le rime dei poeti bolognesi del secolo XIII_, Bologna, -1881 (_Sc. di cur. lett._, disp. CLXXXV), p 167. - -[561] NANNUCCI, _Manuale_, vol. I, p. 150. - -[562] TRUCCHI, _Poesie italiane inedite di dugento autori_, Prato, -1846-7, vol. II, p. 358. - -[563] _Liriche edite ed inedite di_ FAZIO DEGLI UBERTI per cura di R. -Renier, Firenze, 1883, p. 233. - -[564] TRUCCHI, _Op. cit._, vol. II, p. 29. - -[565] _Id._, vol. II, p. 134. - -[566] SANTESCHI, _Poesie minori del secolo XIV_, Bologna, 1867 (_Sc. di -cur. lett._, disp. LXXVII), p. 46. - -[567] CARDUCCI, _Cantilene e ballate, strambotti e madrigali nei secoli -XIII e XIV_, ecc., Pisa, 1871, pp. 107, 108. - -[568] È la canzonetta che séguita alla nov. 2ª della giorn. VII. - -[569] _Le rime di_ GUITTONE D'AREZZO, ed. Valeriani, Firenze, 1828, -vol. II, p. 86. - -[570] NAVONE, _Le rime di Folgore da San Gemignano e di Cene da la -Chitarra_, Bologna, 1880 (_Sc. di cur. lett._, disp. CLXXII), p. 3. Nel -verso che immediatamente precede ai riportati si troverebbe ricordato -il re Dano, padre di Lancilotto, secondo il testo di altre edizioni; -secondo il testo di quella del Navone è ricordato il re Priano, cioè -Priamo. - -[571] _Propugnatore_, vol. XV, parte 2ª, p. 339. - -[572] VALERIANI, _Poeti del primo secolo_, Firenze, 1816, vol. II, p. -434. - -[573] CASINI, _Le rime_ ecc., p. 125. - -[574] _Liriche_, ediz. cit., p. 193. - -[575] _Liriche_, ediz. cit., pp. 159-60. Cfr. p. CCXC. - -[576] Lib. IV, cap. 24, ed. dell'Antonelli, Venezia, 1835. V. anche l. -II, cap. 15. - -[577] Sopra un caso particolare credo opportuno di richiamar qui -l'attenzione del lettore. L'edizione milanese del 1826, e la veneziana -testè citata, e l'altra veneziana dell'Andreola (_Parnaso italiano_, -voll. IX-XI, 1820) leggono a questo modo (non curando alcune differenze -di niun rilievo) la terzina 34 del cap. 22, l. IV: - - Intanto ivi udii contar allora - D'un'ellera che dello avello uscia - Là dove il corpo di Tristan dimora. - -Quell'_Intanto ivi_ è certamente un errore, nato dal non sapere -intendere ciò che il testo recava veramente. Nella edizione del 1501 il -primo verso del terzetto si legge così: - - Intintoil udi contare alhora. - -Similmente nel Cod. N. I, 5 della Nazionale di Torino (altre edizioni e -codici non posso ora consultare): - - Intintoil udi contar allora, - -e senza dubbio si vuole scrivere: - - In Tintagoil udii contar allora; - -oppure, senza mutar nulla: - - In Tintoil udii contar allora. - -Tintaguel, Tintagel, Tintajoil in francese (v. FRANCISQUE MICHEL, -_Tristan, Recueil de ce qui reste des poëmes relatifs à ses aventures_, -Londra, 1835, vol. I, pp. 15, 44, ecc.), Tintagoil in provenzale, -Tintajoele in tedesco (GOTTFRIED VON STRASBOURG, _Tristan und Isolde_, -Breslavia, 1823, v. 476 ecc.), era il nome della residenza del re Marc, -dove appunto sorgevano le tombe dei due amanti. Nel _Roman de Brut_ è -il castello in cui è rinchiusa Igierna, madre di Artù. Nel _Roman de -Flamenca_, edito da P. Meyer, Parigi, 1865, si ricorda, vv. 591-2, un -_lais de Tintagoil_: - - L'uns viola [l] lais del Cabrefoil - E l'autre cel de Tintagoil. - -È questo un altro saggio delle infinite correzioni che il testo del -_Dittamondo_ richiede. Non voglio lasciare l'argomento senza recare -una curiosa nota che Guglielmo Capello appose qui per l'appunto, e che -dice così: «Questa parte di questo capitolo, signor mio marchese, non -chioso, pero che de queste historie francesi sono ignorante quasi, -e pochi libri francesi ho veduti non che lecti. E per lo simile in -la. 2ª. cantica supra, ove fa mentione di vterpendragon, lasciai a -chiosare; et anchora perchè voi, signore, site copioso e docto delle -dicte historie, porite intendere e chiosare a uostro modo». Il Capello -compose il suo commento ad instanza di un marchese di Ferrara, che non -so propriamente quale si fosse. (Vedi per quanto concerne il Capello e -il codice di Torino, RENIER, _Op. cit._, p. cli n). La nota di lui può -servire d'illustrazione all'inventario dei codici francesi posseduti -dagli Estensi nel sec. XV, pubblicato dal RAJNA nella _Romania_, vol. -II. - -[578] _Liriche_, ediz. cit., p. 121. - -[579] MUSSAFIA, _Monumenti antichi di dialetti italiani_, in -_Sitzungsberichte der k. Akademie der Wissenschaften, philos.-hist. -Cl._, vol. XVI, Vienna, 1864, p. 162. - -[580] _De Babilonia civitate infernali_, ap. MUSSAFIA, _Op. cit._, -p. 158; TOBLER, _Das Buch des Uguçon da Laodho_, verso 197, _Abhandl. -d. k. Preuss. Akad. d. Wiss. zu Berlin, philos.-hist. Cl._, 1884; _La -passione e Risurrezione, poemetto veronese del secolo XIII_, pubblicato -integralmente per la prima volta da L. BIADENE in _Studj di filologia -romanza_, fasc. 2º. 1884, p. 243. - -[581] MUSSAFIA, _Op. cit._, pp. 194-5. - -[582] _Archivio glottologico italiano_, vol. II, p. 231. - -[583] _Der welhische Gast_, pubblicato dal RUECKERT, Quedlimburgo -e Lipsia, 1852. Intorno ai poema vedi più particolarmente GERVINUS, -_Geschichte der deutschen Dichtung_, 5ª ed., vol. II, pp. 9 sgg. - -[584] Vv. 77-8, 1033, 1041 sgg., 3535, 3539, 6325 sgg. - -[585] Vv. 1041-78. - -[586] Verso 1033. Certamente la Enide de' cui casi fece un poema -Cristiano da Troyes, il quale dice di sè stesso nel primo verso del -_Cligés_ (pubblicato per la prima volta da W. FOERSTER, _Christian von -Troyes sämtliche Werke_; vol. I, Halle, 1884): - - Cil qui fist d'Erec et d'Enide. - -Un'altra Enide (Inida) si ha nell'_Ugone d'Alvernia_, ma il perduto -originale di questo romanzo fu, senza dubbio, di molto posteriore a -Tommasino. - -[587] Probabilmente non la Galiana presunta moglie di Carlo Magno, -la quale non dà troppo buon esempio di sè nel _Garin de Monglane_, -ma l'altra, che figura nel _Roman de Fregus et Galienne_, o _Roman -du Chevalier au bel escu_, di Guillaume clerc de Normandie. Vedi -un'analisi di questo poema in DE LA RUE, _Op. cit._, t. III, p. 13-7. - -[588] Soredamors, sorella di Gauvain nel _Cligés_ cit., v. 445 -ecc. Come si vede, in fatto di educazione femminile, Tommasino -aveva criterii molto più larghi e più liberali che non Francesco da -Barberino, il quale nel libro suo _Del reggimento e costumi di donna_, -così dice della fanciulla, la quale abbia già passata l'età del -_maritaggio_ (e a maggior ragione si deve intendere di ogni altra): - - Fugga d'udir[e] tutti libri e novelle, - Canzoni, ed anchor trattati d'amore: - Ch'el gli è agievole a vincier la torre, - C'a dentro dassè l[o] nimico mortale. - Onde colei che el nimico cacciar - Non può dassè, almen[o] nolgli de' dare - Tal nodrimento che 'l faccia ingrassare. - -Parte III, ed. di C. Baudi di Vesme (_Collezione di opere inedite e -rare_), Bologna, 1875, p. 83. - -[589] Vv. 1131-4: - - sint die âventiur niht wâr, - si bezeichent doch vil gar - waz ein ieglîch man tuon sol - der nach vrümkeit wil leben wol. - -[590] Vv. 1173-5: - - alsô ich hân hie vor geseit - an mîm buoch von der hüffcheit - daz ich welhschen hân gemacht. - -Due libri dice Tommasino di aver composto prima del _Wälsche Gast_, -l'uno _Della Cortesia_, già citato, l'altro _Della Falsità_. In -che lingua erano composti questi due libri? Dice il Rückert nella -Prefazione al poema, p. IX: «Merkwürdig ist es, dass er, der -sich ausdrücklich auch als Dichter in wälscher Sprache, d. h. in -nordfranzösischer, aufführt, doch keine grösseren Einwirkungen der -Formengesetze einer fremden Verskunst zeigt, als sie überhaupt die -ganze damalige deutsche Poesie in den hörischen Reimpaaren aufweist». -Ma che ragion c'è di credere che quei libri fossero scritti in -francese? Tommasino usa _welhsch_ sempre in significato d'italiano -e non di francese. Egli si chiama da sè stesso _welhsche gast_, cioè -ospite italiano; egli dice (vv. 34-6) di non voler mescolare parole -della sua lingua (_welhische worte_) nella lingua del suo poema. Quei -libri erano certamente scritti in italiano, e però sarebbero tra i più -antichi monumenti della nostra letteratura volgare. Del libro _Della -Cortesia_ non s'è potuto sin qui trovar traccia; ma potrebbero forse -avere qualche parziale attinenza con esso la poesia di BONVESIN DA -RIVA, _De quinquaginta curialitatibus ad mensam_, e l'anonima di affine -argomento pubblicata dal BARTSCH, _Rivista di filologia romanza_, -v. II, p. 43. Quanto all'altro, il Grion credette potessero esserne -frammento alcuni versi volgari pubblicati dal MUSSAFIA, _Analecta -aus der Marcusbibliothek, Jahrbuch für romanische und englische -Litteratur_, v. VIII (1867), p. 211 (GRION, _Frîdanc, in Zeitschrift -für deutsche Philologie_, v. II [1870], p. 432). Questa congettura, -o, piuttosto, questo semplice dubbio, parve del tutto infondato al -Bartsch (AUGUST KOBERSTEIN'S _Grundriss der Geschichte der deutschen -Nationalliteratur, fünfte umgearbeitete Auflage von_ Karl Bartsch, -Lipsia, 1872-4, v. I, p. 245, n. 5). Il prezioso codice Saibante, -d'onde lo Zeno trasse quei versi pubblicati dal Mussafia, si credette -lungo tempo perduto; ma, com'è noto, esso riapparve, non ha molto, fra -i manoscritti della collezione Hamilton, e trovasi ora a Berlino. Il -prof. Tobler ha già pubblicato di su quel codice una versione veneta -dei _Disticha Catonis_, il libro di Uguccione da Lodi già citato, il -libro di Girardo Pateg, e certi _Proverbia que dicuntur super natura -feminarum_, ove quei versi per lo appunto ricorrono. L'autore di questi -Proverbia rimane ignoto per ora: esso non fu certamente Tommasino de' -Cerchiari (Zeitschrift für romanische Philologie, vol. IX [1885], p. -288). - -[591] Vv. 1135-7. - -[592] Nota il Foerster nella Introduzione al Cligés cit. p. XXV, -che le allusioni che nel _Wälsche Gast_ si trovano fatte a questo -romanzo, riferisconsi al poema francese, essendo posteriori di tempo i -rifacimenti tedeschi. - -[593] Vedi intorno ad esso TIRABOSCHI, _Storia della lett. ital._, ed. -dei Classici, t. V, pp. 877 sgg. Il VEDOVA, nella sua _Biografia degli -Scrittori Padovani_, non ne registra nemmeno il nome. - -[594] BANDINI, _Catalogus codicum latinorum_ etc., t. II, col. 19. - -[595] St. 287-8, 294. - -[596] Ap. STRUVIO, _Scriptores_, t. II, parte 2ª pp. 357 sgg.; -MURATORI, _Scriptores_, t. VII, coll. 469 sgg. - -[597] Vedi PERTZ, _Scriptores_, t. XXIII, p. 669. - -[598] _Gotfrid von Viterbo. Beitrag zur Historiographie des -Mittelalters_, Gottinga, 1863, pp. 73-5. - -[599] _Deutschlands Geschichtsquellen im Mittelalter_, 4ª ed., Berlino, -1877-8, vol. II, p. 228. - -[600] Ap. PERTZ, _Scriptores_, t. XXII, p. 8. Circa una _Historia -Britannica_, pretesa intermediaria, secondo il DE LA BORDERIE -(_L'Historia Britonum attribué à Nennius_ etc., Parigi, 1883) fra -la _Historia Britonum_ di Nennio e l'_Historia regum Britanniae_ di -Goffredo di Monmouth, v. G. PARIS, in _Romania_, vol. XII, p. 371-5. - -[601] Nella prefazione al _Carmen de gestis Friderici I_, da lui edito, -Innsbruck, 1853. - -[602] _Op. cit._, vol II, p. 223. - -[603] _Op. cit._, pp. 4 sgg. - - -APPENDICE II. DI ALCUN RIMESSITICCIO ITALIANO DI LEGGENDA BRETTONE. - -Galvano Fiamma (prima metà del sec. XIV) inserisce nel suo _Opusculum -de rebus gestis Azonis Vicecomitis_ il seguente racconto[604]: - -«Anno supradicto scilicet in MCCCXXXIX, stantibus supradictis -concurrentiis Johannes Brusatus de Brixia factus est Potestas -Mediolanensis, et coepit regere die penultimo Madii........ Eodem -anno sub castro Seprii in Monasterio de Torbeth flante quodam vento -terribili, quaedam magna arbor divinitus est evulsa radicitus, -subque inventa fuit sepultura ex marmore multae pulchritudinis: in -hoc sepulcro jacebat Rex Galdanus de Turbet Rex Longobardorum; in -cujus capite erat corona ex auro in qua erant tres lapides pretiosi, -scilicet Carbunculus pretii mille florenorum, et unus adamans pretii -II. millium florenorum, et unus achates pretii D. florenorum. In manu -sinistra habebat unum pomum aureum, a latere erat unus ensis habens -dentem in acie satis magnum, qui fuerat Tristantis de Lyonos, cum quo -interfecerat Lamorath Durlanth. Unde in pomo ensis sic erat scriptum: -_Cel est l'espée de Meser Tristant, un il ocist l'Amoroyt de Yrlant_. -In manu sinistra habe[b]at scripturam continentem hos Versiculos: - - «Zesu. Saldi de Turbigez - Roy de Lombars incoronez - Soles altres Barons aprexiés - Zo che vos véez emportés - Per Deo vos pri no me robez». - -Questo strano racconto è riferito parola per parola nel _Flos florum_, -cronaca del secolo XIV, attribuita, ma senza prove, ad Ambrogio -Bossi[605]. Alcune lievi differenze si hanno nei luoghi in francese e -vogliono essere notate. L'iscrizione del pomo della spada è data nel -_Flos Florum_ così (cod. Braidense A. G. IX, 35, f. 211, t.): - - Cil est le spee de miser tristant - unde il ocisse lamorath de xilant; - -e i versi della _scriptura_ nel seguente modo: - - Za qui galdi de turbigez - Roy de lombars incoronez - Soles autres barons aprisiez - Zo che vos veez ne portez - por dio vos pri ne me robez. - -Il testo di questi versi, tanto nel Fiamma, quanto nel _Flos Florum_, -è abbastanza corrotto, ma si potrebbe restituir facilmente. Il _Zesu_ -del primo si risolve in un _Je suy;_ il _Soles altres _in _Sor les -altres_. Il verso _Zo che vos véez emportés_, vuol esser corretto -col riscontro dell'altro testo in _Ço que vos veez n'emportez_, come -richiede anche il senso. Ma la restituzione si ferma poi dinanzi ad -un dubbio: questi versi son essi schiettamente francesi, alterati da -trascrittori italiani, o non sono piuttosto franco-italiani sin dalla -origine? A questa e a parecchie altre interrogazioni che spontaneamente -si affacciano, è impossibile dare risposta soddisfacente. Nella -iscrizione della spada si accenna a un noto personaggio e a un noto -fatto delle istorie di Tristano: quell'Amoroyt è il Morhault dei -racconti francesi: ma a che altra favola si alluda nei versi che -vengon poi, confesso di non sapere. Seprio è ora un villaggio sulla -destra dell'Olona, in provincia di Milano, comune di Gallarate. -Turbigo, che certamente è da riconoscere sotto il Turbeth latino e il -Turbigez francese, è un altro paesello di quella stessa provincia. -Seprio ebbe nel medio evo assai più importanza che non abbia ora, e -fu capoluogo di un contado di abbastanza larghi confini, come si può -vedere dallo stesso Galvano Fiamma, che ne parla nel suo _Manipulus -florum_[606]. Ma di quel Galdanus, o Galdi (_Saldi_ è un error di -scrittura) re coronato dei Lombardi, non so in verità che mi dire. La -forma _Galdanus_ riduce alla mente Galvanus (Gauvain, Gavein ecc.), -il magno eroe della Tavola Rotonda; ma Galvano non fu mai, ch'io -sappia, incoronato re dei Lombardi. _Galdi_ suggerisce _Galdinus_, -nome frequente in Lombardia; ma con questo nome trovo bensì un san -Galdino, arcivescovo di Milano nel 1166, e altre persone di conto, non -un re dei Lombardi. Non so pertanto se noi ci troviamo qui dinanzi ad -una vera e propria leggenda, oppure dinanzi ad una semplice finzione -autogenetica e slegata. Propendo tuttavia per questa seconda opinione, -giacchè l'intero racconto m'ha l'aria di una di quelle storielle -inventate per uno scopo pratico determinato e speciale. Si sa quale -lavoro fu fatto durante tutto il medio evo attorno a certe armi -famose e, direi, storiche; a quante favole di ritrovamenti inopinati -diedero esse argomento; come spesso si collegarono ad esse diritti, -prerogative e primazie. Le spade di Costantino, di Attila e di Carlo -Magno figuravano tra le insegne dell'impero[607]; per le diligenze di -Enrico II, fu ritrovata Calibourne, la famosa spada di Artù[608]. Nel -racconto del Fiamma quel ritrovamento della spada di Tristano nella -tomba del re lombardo Galdano o Galdino, rimanda indubitatamente, a mio -credere, a qualche aspirazione o pretensione di carattere politico; -ma a quale, propriamente, non sono in grado di dire. Giova inoltre -notare che il racconto del Fiamma viene ad urtare contro un altro -racconto, secondo il quale la spada di Tristano, molto tempo innanzi -sarebbe passata dalla Germania nella Gran Brettagna, fra le mani di -Giovanni Senza Terra (1199-1216)[609], cui certo non mancavano ragioni -per procacciarsi a ogni modo un'arme di tanto pregio e di tanta virtù. -Ma checchessia di ciò, il racconto del cronista milanese ci porge -un curioso esempio dell'innesto di una leggenda brettone nelle cose -nostre, e in ciò sta la capitale se non unica importanza sua. - -Ad esso un'altra finzione può essere raccostata, la quale pone eroi -della leggenda brettone in relazione con cose nostre. Si sa che uno -dei codici della _Historia Imperialis_ di Giovanni Diacono si conserva -nella Capitolare di Verona[610]. In calce alla _Historia_, dopo la -epistola del Petrarca sull'officio dell'imperatore, si trova una -breve descrizione dell'Arena, ossia anfiteatro di Verona, scritta, -come si può giudicare dalla forma della lettera, sul cadere del -secolo XIV[611], e già ricordata dal Tartarotti[612]. Di essa ebbe a -giovarsi, oltre al Saraina e al Panvinio[613], anche l'anonimo autore -di una descrizione delle città d'Italia, la quale, in carattere del -secolo XV ex., leggesi in un altro codice di quella stessa Biblioteca -Capitolare[614]: l'anonimo anzi la trascrive, solo con qualche -rimaneggiamento nella forma, e l'attribuisce allo stesso Giovanni -Diacono, stranamente confondendolo, per giunta, con l'Arcidiacono -Pacifico, il quale visse nell'VIII e IX secolo. Ecco ora questo breve -testo nella sua genuina barbarie: - -«Quomodo preliaverunt lancelotus de lachu, et malgaretes regis -groonç filius ad invicem in civitate marmorea in antro arene. Set ut -ulterius non procedam uolo declarare locum ubi isti malgaretes mundi -preliaverunt ad invicem. Nam vocatus fuit arena ab antiquo. Erat enim -locus iste rotundus per totum magnis sassis undique prefilatus cum -cubalis multis intus, multis formis redimitus. In (?) eius (?)[615] -rotunditate scales (_sic_) magnis saxis erant apposite, et secundum -quod in altitudine veniebant tanto plus in rotunditate videntur -ampliare. Nam scale iste sunt infinite, et secundum dictum pro maiori -parte plus quam .l. cubitus erant in altitudine. Erant enim in circuitu -a latere rotunditatis atrij huius multa loca nobilia, in cuius sumitate -quidam locus magnus et nobilis multis formis laboratus alabastro lapide -circumquaque redimitus erat. In quo loco pomerius nobilis erat. In quo -pomerio barones et nobiles solacium capiebant. Et propter diversitatem -temporis plumbeo metallo undique erat cohopertus secundum rotunditatis -gradum. In cuius rotunditatem in inferiori parte de suptus erat spatium -magnum, in quo spacio, et angulo, magnates isti, prelium ad invicem -fecerunt. Et secundum dictum nobilium, quidam nobilis princeps romanus -nomine marchus metilia de metellis, fecit hoc atrium edifficare, et -vocatur arena». - -Così finisce in tronco la scrittura, e, come pare, propriamente nel -luogo dove avrebbe dovuto cominciare l'annunciata descrizione del -combattimento. Mancando il meglio, essa non può dare argomento a -osservazioni di qualche rilievo. La _civitas marmorea_ è la stessa -città di Verona, così denominata nel medio evo dalla copia de' -suoi marmorei edifizii (secondo trovasi notato), o dai marmi che si -cavavano nel suo territorio. Giovanni Diacono dice in un luogo della -sua _Historia_: «Haec civitas ab originibus prius Marmor dicta est -a copia marmorum». Di qui il nome di Marmorina che, per citare un -esempio, si vede usato dal Boccaccio nel _Filocolo_[616]. Chi possa -essere quel Malgaretes, figlio del re Groonz, veramente non so; ma -notisi che mentre il nome di Malgaretes è dapprima usato come nome -proprio di singola persona, poco dopo fa ufficio di appellativo -comune, dato ad entrambi i prodi combattenti, _malgaretes mundi_, quasi -dicesse per figura di lode _magaritae mundi_. La immaginazione di quel -combattimento non si può dire in tutto scioperata, perchè è un fatto -che più di una volta nell'anfiteatro di Verona si combatterono, durante -il medio evo, duelli giudiziarii; ma, ad ogni modo, non mi venne fatto -di scovrirne vestigio altrove. Il Maffei dice, parlando dell'Arena -nella _Verona illustrata_:[617] «Fole si raccontano, e in supposti -documenti si leggono, di battaglie fattevi da Lancellotto del Lago e -dagli eroi romanzieri». Quali sieno questi _supposti documenti_ non so, -e il Maffei non lo dice. - -E poichè siamo a parlar dell'Arena, non credo inutile accennare ad -un'altra leggenda, non so veramente quanto antica, che in altro modo -la connette con le finzioni brettoni. In un carme in lode della città -di Verona, carme che il Cremonese Domenico Bordigallo inserì nella sua -Cronica[618], si leggono questi due versi: - - Condidit arte sua maga Merlinus harenam (_sic_) - Quem rapuit Minos fraude, dolo, miserum. - -Nella _Carminum exposicio rerumque sensus Verone urbis ad -intelligentiam_ che segue, il Bordigallo, venuto ai due versi citati, -narra che, a testimonianza del vescovo Sicardo e di Galvano Fiamma, -l'Arena fu edificata dal mago Merlino, e che la sua immagine si vede -tuttavia scolpita a cavallo, con un corno in mano, un cane e un cervo -vicino e i versi _O Regem stultum_ etc. sulle porte di S. Zenone. Come -si vede, qui Merlino è sostituito nella leggenda a Teodorico. Di una -tale sostituzione che cosa si deve pensare? Il Bordigallo componeva -in Verona stessa il suo carme nell'ottobre del 1522, col proposito di -celebrare quella città, di rammemorare tutte le glorie sue favolose o -reali[619]. Raccolse egli quella favola da una tradizione già formata, -o l'inventò di pianta? Non è possibile risolvere con sicurezza il -dubbio, ma confesso che mi sento propendere per la seconda congettura. -Anzi tutto Sicardo e Galvano Fiamma, citati come testimoni, non dicon -verbo di quest'opera di Merlino; poi par difficile ad ammettere che -i Veronesi potessero in leggenda di tanto rilievo scartar Teodorico, -sì strettamente legato alla storia della loro città, per porre in suo -luogo Merlino, che con quella storia non aveva relazione di sorta; da -ultimo è da notare che di quell'attribuzione della fabbrica dell'Arena -a Merlino non appar segno altrove. Ad ogni modo, anche ammesso che -il Bordigallo non l'inventasse, nulla prova che questa favola fosse -antica. - - -NOTE - -[604] Ap. MURATORI, Scriptores, t. XII, coll. 1027-8. Questo racconto -fu già riferito altre due volte, prima da GUALTIERO SCOTT, _Sir -Tristrem_, ed. 1819 p. 298, poi dal MICHEL, _Tristan_, già cit., vol. -II, pp. 163-4. Cfr. anche DE CASTRO, _La storia nella poesia pop. -mil._, Milano, 1879, p. 32. - -[605] Vedi Ghiron, _Bibliografia lombarda, Catalogo dei manoscritti -intorno alla storia della Lombardia esistenti nella Biblioteca -Nazionale di Brera_, Milano, 1884 (estratto dall'_Arch. stor. lomb._), -p. 29. - -[606] Ap. MURATORI, _Scriptores_, t. XI, col. 654. - -[607] Vedi per le insegne dell'impero e per la importanza che loro -si attribuiva, il già citato mio libro, _Roma nella memoria e nelle -immaginazioni del medio evo_, vol. II, pp. 456 sgg. - -[608] Di ritrovamenti così fatti ci sono nel medio evo esempii assai -antichi. Narra PAOLO DIACONO (_Historia Langobardorum_, l. II, c. -28), come Giselperto, duca di Verona, aprisse la tomba di Alboino e -ne togliesse la spada e altre cose di valore: _qui se ob hanc causam -vanitate solita apud indoctos homines Albuinum se vidisse jactabat_. - -[609] Così si narra in un curioso documento conservato nella torre di -Londra e che, dopo altri, pubblicò il MICHEL, _Op. cit._, vol. II, pp. -164-5. - -[610] Segnato CCIV, 189. - -[611] Debbo questa indicazione, e alcune altre in proposito, al -chiarissimo prof. Carlo Cipolla, il quale ebbe la gentilezza di -trascrivere per me l'aneddoto. - -[612] _Relazione d'un manoscritto dell'istoria manoscritta di Giovanni -Diacono Veronese_, nel t. XVIII della _Raccolta d'opuscoli scientifici -e filologici _del CALOGERÀ, Venezia, 1738, pp. 137-8. - -[613] TARTAROTTI, scritto cit., p. 138. - -[614] Segnato CCVI, 194. - -[615] I due vocaboli sono d'incerta lettura; nella trascrizione -rimaneggiata di cui s'è fatto testè parola si legge a questo luogo: _in -huius autem rotunditate_ etc. - -[616] V. NOVATI, _Sulla composizione del Filocolo_, in _Giornale di -filologia romanza_, t. III, p. 162-3, dove si hanno circa quel nome -altre testimonianze« e SGULMERO, _Sulla corografia del Filocolo_, in -_Rivista minima_, XII, 7. - -[617] Ed. dei Classici, Milano, 1825-6, t. V, p. 140. - -[618] Inedita. Vedi intorno ad essa e al suo autore, _Archivio veneto_, -t. III, parte I. - -[619] Vedi NOVATI, scritto cit., p. 65. - - - - -UN MITO GEOGRAFICO - -(Il Monte della Calamita) - - -I. - -Il terzo calendero, figliuolo di re, narra, nelle _Mille e una Notte_, -come dopo aver corso, con dieci navi, moltissimo mare, e sostenuta -una furiosa procella, egli ed i suoi smarrissero per sì fatto modo il -cammino, che nessuno sapeva più dov'e' fossero. Un giorno, dall'alto -dell'albero maestro, un marinajo, che stava in vedetta, gridò che -non vedeva, tutto all'intorno, se non acqua e cielo, meno che dalla -parte di prua, dove appariva una gran macchia nera. A tale annunzio -il nocchiero mutò colore, buttò il turbante sul ponte, si picchiò il -viso, e piangendo gridò: O mio re, noi siam tutti perduti! Sollecitato -a spiegarsi, disse quella macchia nera non essere altro che il Monte -della Calamita, il quale ormai traeva a sè irresistibilmente le navi, -per cagion dei chiodi e dell'altre ferramenta ch'erano in esse, e -palesò a tutti ciò ch'era per seguire, ciò che in fatto seguì. Le -navi s'andarono sempre più approssimando alla formidabil montagna, -e il dì seguente, a certo punto, le ferramenta loro, sbarbate dal -legname, volarono ad essa, e con ispaventoso rumore aderirono alla sua -superficie, la quale d'altre infinite ferramenta vedevasi ingombra. In -un súbito le navi si sfasciarono, e quanti erano in esse furon sommersi -nel mare, ch'era ivi di profondità smisurata. Tutti perirono, meno il -principe. Costui potè raggiungere il monte, e per una angustissima -gradinata salire fin sulla cima, dove, sotto una cupola, vedevasi -un cavaliere di bronzo, sopra un cavallo similmente di bronzo; opera -magica, da cui veniva alla rupe la sua perniciosa virtù, e che doveva -essere distrutta perchè quel mare tornasse sgombro d'ogni pericolo -ai naviganti. Istruito da un vecchio, durante il sonno, di ciò ch'ei -dovesse fare, il principe disseppellì un arco e tre frecce, saettò il -cavaliere, e lo fece precipitare nell'onde, le quali presero a gonfiare -ed a crescere, tanto che raggiunsero la cima del monte. Allora venne -dal largo una navicella, condotta da un navicellajo di bronzo, e -dentr'essa il principe potè allontanarsi e scampare. - -È questo un racconto che potrebbe dirsi secondario e composito, -nel quale un tema originale, semplice e schietto, appare sformato -e adulterato da sovrapposizioni più tarde e affatto disacconce. Il -tema originale (altrove leggermente variato) noi lo abbiamo in quel -Monte di Calamita che trae a sè e ad irreparabile perdizione le navi; -le sovrapposizioni le abbiamo in quel cavaliere e in quel cavallo di -bronzo, in quell'artificio magico, il quale, o appar esso superfluo, -quando si lasci (come qui si lascia) alla calamita la sua propria e -naturale virtù, o, per contro, fa apparire superflua la calamita. - -Il tema originale ci si appalesa in parecchi racconti, di cui dirò or -ora, e in una doppia tradizione geografica e romanzesca, orientale per -l'una parte, occidentale per l'altra; ma giova, nondimeno, avvertir -subito, che l'adulterazione di cui porge esempio il racconto delle -_Mille e una Notte_, appare, in qualche modo, anche altrove. - -La tradizione occidentale è assai antica. Plinio fa menzione di due -monti, prossimi al fiume Indo, di cui l'uno ha virtù di attrarre -il ferro, l'altro di respingerlo, per modo che chi abbia calzari -con bollette di quel metallo non può dall'uno staccare il piede, nè -fermarlo nell'altro[620]. Parlando delle isole dell'India, Tolomeo -ricorda le dieci Maniole, dalle quali dicevansi trattenute le navi -le quali fossero, in qualche modo, munite di ferramenta; per la -qual cosa le navi che frequentavano quei mari usavansi compaginare -di solo legname[621]. Questa favola riappare in un trattatello _De -Brachmanibus_, composto da un Palladio, che certamente non fu Palladio -da Metone, sofista fiorito ai tempi di Costantino Magno, e nemmeno, -secondo è più ragionevole credere, Palladio vescovo di Elenopoli -(388-407), ma fu, probabilmente, un uomo che visitò l'India, e quivi -intese narrare parecchie delle cose che riferisce[622]: riappare, -inoltre, in un opuscolo _De moribus Brachmanorum_, malamente attribuito -a Sant'Ambrogio, e dipendente dal trattatello di Palladio[623], d'onde -la deriva lo Pseudo-Callistene, o un interpolatore del romanzo che -va sotto tal nome[624]. Costantino Africano, il celebre medico e -monaco cassinense, il quale, nella seconda metà del secolo XI, viaggiò -gran parte dell'Oriente e si spinse sino nell'India, narra, in una -delle numerose sue opere, su per giù le medesime cose, ma senza far -ricordo di quelle isole Maniole, e citando un libro _De lapidibus_ -di Aristotele, che lo Stagirita mai non iscrisse, e che a lui fu -probabilmente attribuito dagli Arabi[625]. Alberto Magno parla del -fatto succintamente[626]. Vincenzo Bellovacense attinge, parlando -della calamita, da Plinio e da Isidoro da Siviglia, e riferisce anche -il passo di Costantino; ma, sostituendo al vecchio un nuovo errore, -attribuisce quel libro _De lapidibus_ a Galeno[627]. Il Mandeville, -che tanti miracoli vide, ebbe a vedere anco questo; e poichè la -relazion del suo viaggio fu una delle più divulgate scritture del -medio evo, e molto giovò, senz'alcun dubbio, a diffondere vie più la -notizia che del miracolo già s'aveva in Europa, non sarà inopportuno -riferire, nell'antica versione italiana, le parole con cui egli lo vien -descrivendo. «Ad Ormes sono le nave di legnio sanza chiovi di ferro per -li sassi della calamita, della quale nel mare è tanta quantità, che è -una maraviglia. E se per questi confini passassi una nave che avessi -ferro, di subito perirebbe; però che la calamita tira a sè per natura -el ferro. Per la quale cagione tirerebbe a sè la nave, nè più di là si -potrebbe partire»... «in quel mare (_il mare che bagna il regno del -Prete Gianni, in India_) in molti luoghi, sono molti scogli, e assai -sassi di calamita, che tira a sè il ferro co la sua propietà; e per -questo non passa nave ove sia chiovi o bandelle di fero. Questi sassi -di calamita, per sua propietà, tirono le nave, e mai più di lì non si -posono partire. Io medesimo vidi in quel mare, di lungi a modo d'una -isoletta, ove erano alberi, spine e pruni in quantità; e dicevono e -marinai, che ciò erano nave, che quivi erono restate pei sassi de la -calamita; e perchè erono marcite, lì erono cresciuti questi alberi, -spine, pruni e altre erbe, che vi sono in gran quantità. Questi sassi -vi sono in molti luoghi in quele parte, e però non v'usano passare -mercatanti, se egliono non sanno molto bene la via, o se e' non hanno -buono guidatore»[628]. Pietro Berchorio e Felice Faber ridicono su per -giù le medesime cose[629], e sul finire del secolo XVI, Simone Majolo -ripete ancora la divulgatissima favola[630]. - -La qual favola non poteva non variarsi in più modi; onde abbiamo udito -alcuni parlare d'intere isole di calamita, altri di singoli monti, -altri di scogli sparsi pel mare; nè mancarono alcuni che, come Giovanni -di Hese, dissero il fondo stesso del mare, in certi luoghi, formato -di calamita, per modo che le navi, le quali vi passavano sopra, erano -irresistibilmente inghiottite[631]. - -Nè farà meraviglia che monti e rupi di calamita, simili a quelli che -s'immaginavano in mare, s'immaginassero pure entro terra. I monti -ricordati da Plinio non sembra fossero in mare. Giovanni del Pian dei -Carpini parla di una spedizione di Gengis Chan, la quale non sortì -l'esito sperato, perchè certi monti di calamita attrassero a sè tutte -le armi de' suoi soldati[632]. - -La tradizione orientale fu, senza dubbio, assai più copiosa -dell'occidentale; ma noi non la conosciamo se non in piccola parte. -So Sung, scrittore cinese dell'XI secolo, parla in un suo Erbario, -citando certe _Memorie delle cose meravigliose che si vedono nei paesi -meridionali_, di pietre di calamita giacenti nei bassifondi del mare -che bagna le coste del Tonchino e della Cocincina, pietre che fermano -le navi armate di lastre di ferro[633]. Nel libro arabico sulle pietre -attribuito ad Aristotele, e citato da Bailak Kibgiaki, si legge: «A -detta d'Aristotele, si trova nel mare una montagna di calamita. Se -le navi le si accostano, tutti i chiodi e l'altre ferramenta sono -sconficcati dal legno, e volano come tanti uccelli verso il monte, -senza che il legno li possa trattenere; e per tale ragione le navi che -corron quel mare non hanno chiodi di ferro, ma sono tenute insieme da -corde fatte con le fibre dell'albero di coco, fermate con caviglie -di legno molle che gonfia nell'acqua. I popoli del Jemen legan pure -le navi loro con liste staccate dalle palme. Dicesi inoltre che una -simile montagna di calamita si trovi sulle coste del mare d'India, -ecc.»[634]. Parlando dell'Africa orientale, Edrîsi fa ricordo di una -montagna per nome Agiud, la quale attrae a sè le navi che troppo le si -avvicinano[635]: Abulfeda pone il Monte della Calamita in prossimità -dell'Indo. - -E nei mari d'india, o della Cina, lo pongono più generalmente coloro -che ne parlano; ma nel poema tedesco di _Gudruna_ esso è trasposto agli -estremi confini dell'Occidente, e Guido Guinizelli scrisse: - - In quelle parti sotto tramontana - Sono li monti della calamita, - Che dan virtute all'a're - Di trar lo ferro[636]. - - -II. - -Che questa immaginazione del Monte della Calamita (parlo solo del -monte, perchè gli è quello che si trova ricordato più spesso) sia -orientale di origine, e passata d'Oriente in Occidente, non si può, -cred'io, dubitare. Ma come e quando passata la prima volta nessuno -può dire. Non sarebbe forse troppo irragionevole congettura quella -che la facesse giungere in Europa coi reduci della spedizione di -Alessandro Magno, sebbene in Arriano, e negli altri narratori delle -imprese del Macedone, e descrittori dell'India, non se ne trovi -cenno. Ben si può tener per sicuro che l'antica memoria, raccolta da -Plinio, fosse in varii modi, e a più riprese, rinfrescata, oltrechè da -notizie di viaggiatori, da racconti giunti nei tempi di mezzo fra le -genti cristiane per quelle medesime vie per cui giunsero, dal remoto -Oriente, tanti altri racconti. Di ciò vedremo, tra breve, alcuna -prova complessa; ma non sono da trascurare, per questo rispetto, certi -parallelismi e riscontri che difficilmente si posson credere casuali e -spontanei. - -Ho notato nel racconto delle _Mille e una Notte_ sommariamente riferito -in principio, la sovrapposizione di un elemento estraneo ed eterogeneo -a quello che senza dubbio dovette essere il tema primitivo e genuino. -Per esso, il Monte della Calamita, perduta quasi la sua virtù naturale, -diventa mezzo e strumento di magico potere. Che direm noi quando, in -racconti occidentali, vedremo questo medesimo accoppiamento del Monte -della Calamita con alcun magico artificio, ovvero il Monte fatto -dimora di maghi e di fate? Nel poema tedesco anonimo intitolato: -_Reinfrit von Braunschweig_[637], e composto sul finire del secolo -XIII, o sul principiare del seguente, si narra una strana storia di un -gran negromante per nome Zabulon, il quale, dimorando sul Monte della -Calamita, aveva letto nelle stelle la venuta di Cristo milledugento -anni prima che accadesse, e per impedirla aveva scritto parecchi libri -di negromanzia e di astrologia, delle quali scienze era inventore. -Poco tempo prima che Cristo nascesse, Virgilio, uomo di gran sapere -e di singolare virtù, avuta notizia di questo mago e delle male sue -arti, navigò alla volta del Monte della Calamita, e mercè l'ajuto di -uno spirito, riuscì a impadronirsi dei tesori e dei libri di lui. -Venuto il termine prescritto, la Vergine potè dare alla luce Gesù. -Enrico di Müglin narra in una sua poesia[638] come Virgilio, in -compagnia di molti nobili signori, partisse da Venezia sopra una nave -tratta da due grifoni, giungesse al Monte della Calamita, trovasse -quivi, chiuso in una fiala, un demonio, il quale, a patto d'avere la -libertà, gl'insegnò come potesse impadronirsi di un libro di magia, -ch'era dentro una tomba. Avuto il libro ed apertolo, Virgilio si -vide comparir dinanzi ottantamila diavoli, ai quali comandò subito di -costruire una buona strada, dopo di che se ne tornò tranquillamente -co' suoi compagni a Venezia. Queste fantasie fan capolino anche nel -_Wartburgkrieg_[639]. Di un magnifico palazzo, sorgente sul Monte della -Calamita, e abitato da cinque fate, si narra nel séguito dell'_Huon -de Bordeaux_ in prosa[640], ed è senza dubbio tutt'uno collo _chastel -d'aimant_ descritto in una redazione tarda dell'_Ogier_[641]. In un -romanzo francese in prosa, composto probabilmente nel secolo XV, -il Monte, o piuttosto lo Scoglio di Calamita è abitato da maghi e -incantato, e per potersene allontanare, dopo esserne stati attirati, -bisogna, conformemente a quanto è detto in certa iscrizione, gettar nel -mare un anello, ch'è in cima alla rupe[642]. Non è ciò singolarmente -conforme a quanto si legge nel racconto del terzo calendero? S'avverta -inoltre che nei lapidarii, dove molte immaginazioni si trovano venuteci -dall'Oriente, la calamita è messa in istretta relazione con l'arti -magiche. In quello attribuito a Marbodo si legge: - - Deendor magus hoc (_lapide_) primum dicitur usus, - Conscius in magica nihil esse potentius arte. - Post illum fertur famosa venefica Circe - Hoc in praestigiis magicis specialiter usa[643]. - -Alberto Magno ed altri parlano ancor essi delle virtù magiche della -calamita[644]. - -Dopo quanto abbiam veduto non ci parrà cosa troppo fuori del -ragionevole che il Monte della Calamita diventasse il beato soggiorno, -oltre che delle fate, anche di Artù, come si vede essere avvenuto in -un vecchio romanzo francese intitolato _Roman de Mabrian_[645], e ci -sarà men difficile intendere come e perchè, nel poema di _Gudruna_, il -Monte della Calamita s'identificasse col monte Gîvers, o Mongibello, -dove una leggenda, di cui discorro in questo stesso volume, pose per -l'appunto la dimora di Artù, e divenisse stanza di un popolo felice, -che vive nell'abbondanza, ed abita in palazzi d'oro[646]. A immaginare -così fatta stanza e così fatto popolo, sollecitava anche, in certo qual -modo, la credenza che le infinite navi tratte da ogni banda inverso il -monte, vi recassero copia delle ricchezze tutte della terra. - -Che l'idea di porre in relazione col Monte della Calamita i grifoni, -facendo di questi un mezzo di scampo per alcuni naufraghi più ingegnosi -e più arditi, sia ancor essa orientale di origine, parmi cosa, come -vedremo tra breve, più che probabile. Beniamino da Tudela parla di -certe, com'egli le chiama, angustie del mar della Cina, dalle quali le -navi che ci si smarrivano più non potevano districarsi, onde, venendo -a mancare le vettovaglie, conveniva che i naviganti si morissero di -fame. Perciò i meglio avveduti portavano con sè pelli di buoi, e quando -non rimaneva loro altro scampo, si avvolgevano in esse, e si lasciavan -rapire da certe aquile grandi, che li portavano a terra; e così -molti se ne salvavano[647]. Fra quelle angustie del mare si cela di -sicuro il Monte, o si celano, per lo meno, gli scogli, o i bassifondi -di calamita, e quelle aquile grandi sono i ruc o roc delle novelle -orientali, divenuti poi, in Occidente, grifoni. - -In racconti occidentali il Monte della Calamita è posto spesso nel bel -mezzo del Mare coagulato[648]: così nel _Herzog Ernst_, di cui dirò or -ora, nel _Jüngere Titurel_, ecc.[649]. Il poema di _Gudruna_ lo pone -nel Mar tenebroso[650]. Che sì fatti collegamenti fossero già prima -avvenuti in Oriente, parmi probabile; ma vuolsi per altro avvertire -che la fantasia doveva essere, non meno qua che laggiù, naturalmente -inclinata a raccogliere insieme i pericoli tutti del mare; e gli è per -ciò che, in parecchi racconti occidentali, al Mare coagulato, al Monte -della Calamita, vanno a tener compagnia le sirene. - - -III. - -Come in Oriente, così in Occidente, il Monte della Calamita non doveva -figurare soltanto nelle relazioni più e men veridiche dei viaggiatori -e nei trattati dei geografi e dei naturalisti, ma, come quello che -poteva dare argomento a descrizioni fantasiose e poetiche, e occasione -a strane avventure, doveva, o prima o poi, figurare anche in racconti -d'indole romanzesca, e, più particolarmente in quelli che narravano di -lontane peregrinazioni, di favolose imprese. Non era quasi possibile -ch'esso non trovasse luogo in quelli che, con nome appropriato, si -potrebbero dire i romanzi del mare: se l'antico poeta, che narrò i -lunghi errori e i patimenti d'Ulisse e de' compagni suoi, ne avesse -avuta contezza, il Monte della Calamita sarebbe apparso probabilmente -nell'Odissea, fuori dall'onde di alcun remoto ed incognito mare. - -Dire a qual tempo risalga la prima redazione del racconto del terzo -calendero nelle _Mille e una Notte_ gli è impossibile ora; ma si può, -per contro, indicare, se non altro con sufficiente approssimazione, il -tempo in cui fu composto il più antico racconto romanzesco occidentale -dove si parli del Monte della Calamita. Tale racconto è quello -tedesco, ricordato pur ora, del _Duca Ernesto_, _Herzog Ernst_. La -primitiva redazione latina di questa storia cavalleresca non s'è potuta -rintracciare sinora; ma, da essa derivò, tra il 1170 e il 1180, un -poema basso renano, di cui rimangono solo frammenti, e la cui sostanza -passò nell'anonimo poema tedesco (tra l'XI e il XII secolo) dal quale -io trarrò, ridotto in breve, il racconto che si riferisce al Monte -della Calamita; in un altro poema, a torto attribuito a Enrico di -Weldecke (composto tra il 1277 e il 1285); nel poema latino di un Odone -(prima del 1230); in un racconto prosastico latino; in un racconto -prosastico tedesco e popolare. - -Nel più antico poema pervenuto intero sino a noi, il racconto procede -nel modo che segue[651]. Dopo lunga e faticosa navigazione, il duca -Ernesto e i compagni suoi giungono in vista di un arduo monte, alle -cui falde spesseggia come una gran selva di alberi di nave. Uno dei -nocchieri, avendo riconosciuta la natura del monte, il quale s'alza -fuori dalle onde pigre del mare coagulato, annunzia al duca e agli -altri la rovina irreparabile. Alla forza attrattiva della calamita non -è possibile di resistere: tutti quegli alberi sono di navi naufragate; -la morte per fame attende i naufraghi. Udito così tristo annunzio, il -duca senza smarrirsi, parla amorevole ai suoi, li esorta a innalzar -l'anima a Dio, a pentirsi d'ogni errore commesso, a prepararsi ad -entrare, con la divina grazia, nel regno dei cieli. Tutti si conformano -alle sue esortazioni, ed intanto la nave, con impetuosissimo corso, -s'approssima al monte, e a guisa di un cuneo si caccia tra l'altre -navi, molte delle quali sono, per vetustà, marcite, e con ispaventevole -fragore, sfondando fianchi e travolgendo rottami, passa oltre, e cozza -alla rupe. Le ricchezze perdute che s'offron quivi agli sguardi dei -naufraghi son tali e tante che non si posson descrivere. Ma a che -giovano? Il monte sorge in mezzo a remotissimo oceano e da nessuna -banda si scorge la terra. A poco a poco vengon meno le vettovaglie; -l'un dopo l'altro quei valorosi periscon di fame; soppraggiungono -i grifoni e ne rubano i corpi, per pascerne i loro nati. Da ultimo -rimangon vivi solo il duca e sette compagni, e delle provviste più -non avanza se non mezzo pane. Allora il conte Wetzel, illuminato da -una miracolosa idea, propone ai soci di avvolgersi in pelli di bue -e lasciarsi rapir dai grifoni, non essendovi, fuor di questa, altra -speranza di scampo. Il consiglio è accolto con applauso e con giubilo. -Vestiti di tutte l'armi, si fanno, primi, cucir nelle pelli il duca -ed il conte: vengono a volo steso i grifoni, li levano in aria, li -portan di là dal mare. Quando si sentono sul sodo, i due fendono con -le spade le pelli, balzan fuori, son salvi. E nella stessa maniera si -salvano gli altri, meno uno, che rimasto ultimo, non ha chi lo ajuti -ad avvolgersi nella pelle, e muore di fame. Ma, per partirsi dal luogo -dove i grifoni li hanno deposti, i superstiti debbono abbandonarsi, -sopra una zattera, al corso impetuoso di un fiume sotterraneo, il cui -letto è tutto sparso di preziosissime gemme. - -Ugone da Bordeaux, il noto eroe della gesta carolingia, corse gli -stessi pericoli, si salvò nel medesimo modo; e tra il racconto che -narra di lui e quello che narra del duca Ernesto non sono, per questa -parte, se non picciole differenze e di poco rilievo[652]. Ugone -sopravvive solo ai suoi compagni di sventura, e perciò bisogna che -si lasci rapir dal grifone senza ravvolgersi in una pelle di bue, e -il grifone lo trasporta in un'isola paradisiaca, dove scaturisce una -fonte e maturan pomi che hanno virtù di ridare la giovinezza, e d'onde -l'eroe non può altramente partirsi che affidandosi al corso di un fiume -sotterraneo, in tutto simile a quello descritto nel poema del duca -Ernesto. La differenza maggiore si nota, non tra le avventure dei due -cavalieri, ma tra i due cavalieri medesimi. Ernesto affronta impavido -il periglio e la morte, incuora e sorregge i suoi: Ugone piange, -si dispera, sviene, è confortato dai suoi, scambia i grifoni per -diavoli. Egli è di quella picciola schiera di eroi, non meno timorati -e piagnucolosi che prodi, a cui appartengono anche Ugone d'Alvernia e -Guerino il Meschino. - -Non è chi non avverta subito la somiglianza grandissima che questi -racconti occidentali, oltrechè col racconto del terzo calendero, -hanno con quello del sesto viaggio di Sindbad il navigatore, quale si -legge pur esso nelle _Mille e una Notte_. Anche la nave di Sindbad è -tratta irresistibilmente verso un monte le cui radici sono ingombre -di rottami di navi naufragate e d'infinite ricchezze; anche Sindbad, -solo sopravvissuto ai compagni periti di fame, scampa, lasciandosi -trascinare, sopra una zattera, da un fiume copioso di gemme, che -scorre sotterra. E io credo che i racconti occidentali porgano, se non -una prova, un indizio, che il racconto orientale è, in certo punto, -difettoso o alterato, e dieno anche modo di restituirlo alla integrità -e sincerità primitiva. Sindbad non dice che il monte ov'ei naufragò sia -il Monte della Calamita; ma che tale fosse veramente in origine parmi -si possa argomentare dalle particolarità stesse della descrizione, e -dai collegamenti che hanno i varii racconti tra loro. Per le ragioni -medesime credo s'abbia ad identificare col Monte della Calamita la -montagna smisurata, e lucida come se fosse di acciajo forbito, verso -la quale è trascinata la nave di Abulfauaris nei _Mille ed un Giorno_. -A questo proposito un riscontro curioso e notabile. Nella storia -prosastica latina del duca Ernesto si dice che il Monte della Calamita -sorgeva tutto corrusco dall'onde, come se fosse di fiamma viva[653]. - -Molti altri eroi, oltre al duca Ernesto e ad Ugone da Bordeaux, corsero -questa memorabile e gloriosa avventura. Ho già accennato a racconti -intessuti nella _Gudruna_, nel _Reinfrit von Braunschweig_, nel -_Jüngere Titurel_, in una tarda redazione dell'_Ogier_, ecc.: ricorderò -ancora la storia tedesca di Enrico il Leone, e una redazione, pure -tedesca, del viaggio di quel San Brandano cui nessuno dei miracoli -del mare doveva rimanere occulto[654]. La molteplicità e varietà di -sì fatti racconti mostrano quanto diffusa e celebre fosse in Europa -l'antica favola nata in Oriente, la favola che il Goethe ricordava -d'avere udito narrare quand'era ancora fanciullo. - - -NOTE - -[620] _Historia naturalis_, l. II, cap. 98 (ediz. Lemaire, Parigi, -1827-32): «Duo sunt montes juxta flumen Indum: alteri natura est, -ut ferrum omne teneat, alteri ut respuat. Itaque si sint clavi in -calceamento, vestigia avelli in altero non posse, in altero sisti». Nel -l. XXXVI, cap. 25, lo stesso Plinio, parlando della calamita, dice: -«Magnes appellatus est ab inventore (ut auctor est Nicander) in Ida -repertus: namque et passim invenitur, ut in Hispania quoque. Invenisse -autem fertur, clavis crepidarum et baculi cuspide haerentibus, quum -armenta pasceret». Può nascer dubbio se questa seconda notizia non si -riferisca all'uno de' monti a cui si riferisce la prima. Alcuni codici -della _Historia_ recano _in India_ anzichè _in Ida_, e in India deve -aver letto Isidoro da Siviglia, il quale nel l. XVI, cap. 4 delle -_Etymologiae_ scrisse: «Magnes, lapis indicus, ab inventore vocatus. -Fuit autem in India ita primum repertus: clavis crepidarum, baculique -cuspidi haerens, quum armenta idem Magnes pasceret: postea et passim -inventus». I versi di Nicandro, che potrebbero sciogliere il dubbio, -andarono perduti; ma notisi che nei lapidarii, e in altri trattati la -calamita è comunemente ricordata come pietra dell'India. - -[621] _Geographia_, l. VII, cap. 2. - -[622] Versione latina: «Mille vero, aut eo circiter, insulae (nisi -falsum est quod fertur) isti insulae (_Taprobanae_) circumjacent, quas -Mare rubrum interfluit: ibique, in insulis quae vocantur Maniolae, -magnes lapis nascitur, ferri attractor, apud quas siqua navis ferreis -armata clavis advenerit, virtute lapidis illico adducitur et in cursu -sistitur. Ideoque in Taprobanem profecturi, navigiis in eum specialiter -usum clavis ligneis compactis utuntur». PALLADIUS, _De gentibus Indiae -et Bragmanibus_; S. AMBROSIUS, _De moribus Brachmanorum_; ANONYMUS, _De -Bragmanibus_, Londra, 1665, p. 4. - -[623] «Hic ille, quem Magnetem appellant, reperitur lapis, qui ferri -naturam ad se vi sua trahere dicitur. Cum ergo navis aliqua clavos -habens ferreos illic applicuerit, illico retinetur, nec quoquam ire -permittitur, vi nescio quadam lapidis occulta impediente, ob id naves -ibi ligneis clavis construi dicebat». P. 59. Ciò si dice a proposito -delle isole Maniole, trasformate, forse per error di scrittura, in -Mammole, e sulla fede di un Tebeo Scolastico, il quale sarebbe stato in -India. - -[624] L. III, cap. 7, ediz. di Carlo Müller, Parigi, 1846, p. 103. - -[625] _Liber de gradibus, De tertio gradu, Opera_, Basilea, 1536, p. -378: «Aristot. dixit esse lapidem in ripa maris Indiae inventum. Cuius -natura cal. et sic. in 3. gradu. Dixit etiam in libro de lapidibus -quod nautae non audent transire cum naves ferreos clavos habentes, -aut aliquod artificium ferri in ea ducere. Navi etiam illis montanis -appropinquante, omnes clavi, et quicquid ex ferro aeditum a montanis -attrahitur cum proprietate quam habet». - -[626] _De lapidibus nominatis et eorum virtutibus_: «Magnes sive -magnetes lapis est ferruginei coloris, qui secundum plurimum in mari -Indico invenitur, et intantum abundare dicitur, quod periculosum est in -eo navigare navibus quae superiores clavos habent». - -[627] _Speculum naturale_, l. VII, cap. 25. Egli dice pure, nè so -d'onde attinga: «Magnes gignitur circa litus oceani, apud Trogloditas -magnas habens virtutes... ». Nel _Liber lapidum_ attribuito a MARBODO, -§ 19, si legge: - - Magnetes lapis est inventus apud Troglodytas, - Quem lapidum genetrix nihilominus India mittit. - -Ediz. di Giovanni Beckmann, Gottinga, 1799, p. 42. Le testimonianze di -Plinio, di Tolomeo, dello Pseudo Sant'Ambrogio, d'Isidoro da Siviglia, -di Costantino, di Vincenzo Bellovacense, sono ricordate dal KLAPROTH, -_Lettre à M. le baron de Humboldt sur l'invention de la boussole_, -Parigi, 1834, ma assai in confuso, e non senza qualche errore. - -[628] _I viaggi_ di GIOVANNI DA MANDAVILLA, _volgarizzamento antico -toscano_, Bologna, 1870 (_Sc. di cur. lett._, disp. CXIII-CXIV), vol. -II, pp. 31, 151-2. I passi corrispondenti della redazione latina -e della inglese mi provano la fedeltà della versione italiana. Del -rimanente gli è noto che il testo del Mandeville fu rimaneggiato e -interpolato in più modi, e che parecchie versioni presentano, col testo -originale e fra loro, diversità di rilievo. - -[629] PIETRO BERCHORIO, _Reductorium morale_, Venezia, 1575, l. XI, -cap. 94, p. 482 (per errore 484): «In aliquibus partis maris sunt -montes et scopuli de lapidibus magnetis, et ideo tanto impetu naves -attrahunt propter ferrum quod ibi est, quod contra eos franguntur, -et penitus dissolvuntur, secundum Isido. et Diosc.». Non so se il -Berchorio sia debitore ad altri di questa assai poco opportuna -citazione d'Isidoro e di Dioscoride. FELICE FABER, _Evagatorium -in Terrae Sanctae, Arabiae et Aegypti peregrinationem_, vol. II, -Stoccarda, 1843 (_Bibl. d. litter. Ver._), pp. 469-70, parlando del -porto di Thor, detto già Beronice, o Ardech, nel Mar Rosso: «Ille enim -est ultimus Orientis portus nobis notus, in quo semper sunt multae et -magnae naves indianae, quae tamen ita compactae et fabricatae sunt, -ut nullum ferrum in eis sit, nec audent habere anchoras ferreas nec -secures nec bipennes nec aliquod ferreum instrumentum. Ratio autem -huius, est quia in littore maris indici sunt scopuli et montes lapidosi -de lapidibus magnetum, per quos naves in Arabiam ire volentes transire -oportet. Si ergo navis ferramenta aliqua continens ibi veniret, statim -magnes propter ferrum navem attraheret et illideretur navis in scopulos -et frangeretur. Est enim magnes mirabilis raptor ferri. Si cui placet -legere, videat in Spec. Nat. L. X. C. 20». - -[630] _Dies caniculares_, Roma, 1597, p. 729: «Narrant nautae nostrates -in ima India esse maritimas cautes magneticas, quae medio cursu -navigia, si quid sit in eis ferri, vel clavus unus, sistant, detineant, -attrahant. Idcirco qui illac sunt praeternavigaturi, postes navium -ligneis clavis solitos compingere». - -[631] _Peregrinatio_ (ZARNCKE, _Der Priester Johannes, Abhandl. d. -philol-hist. Cl. d. k. Sächsischen Gesellschaft d. Wiss._, vol. VIII, -1876, p. 164): «Et mare iecoreum est talis naturae quod attrahit -naves in profundum propter ferrum in navibus, quia fundus illius maris -dicitur quod sit lapideus de lapide adamante, qui est attractivus». - -[632] JOHANNIS DE PLANO CARPINI _Antivariensis Archiepiscopi Historia -Mongolorum quos nos Tartaros appellamus, in Recueil de voyages et de -mémoires publiè par la Sociétè de Géographie_, t. VI, Parigi, 1839, p. -659: «Chingis can etiam, eodem tempore quo divisit alios exercitus, -ivit in expeditione contra Orientem per terram Kergis, quo bello non -vicit: et ut nobis dicebatur, ibidem usque ad Caspios montes pervenit; -montes autem illi in ea parte ad quam applicuerunt, sunt de lapide -adamantino: unde eorum sagittas et arma ferrea ad se traxerunt». Per -la confusione tra il diamante e la calamita cfr. DIEZ, _Etymologisches -Wörterbuch der romanischen Sprachen_, terza edizione, Bonn, 1869-70, s. -v. _diamante_. Strano che Giovanni ponga i Monti Caspii all'oriente dei -Tartari mentre sono a occidente. (Vedi l'osservazione del D'Avezac, pp. -565-6). Cfr. MAJOLO, _Op. cit._, p. 730. - -[633] KLAPROTH, Lettera cit., pp. 116-7. - -[634] Id., _ibid._, pp. 121-2. - -[635] _Géographie d'_ÉDRISI, _traduite de l'arabe en français d'après -deux manuscrits de la Bibliothèque du roi et accompagnée de notes par_ -P. Amédée Jaubert, Parigi, 1836-40, vol. I, p. 57 (_Recueil de voyages -et de mémoires publiè par la Société de Géographie_). Il traduttore -nota: «L'auteur veut probablement parler des courants qui peuvent -porter sur la côte (Voy. D'HERBELOT, _Bibl. or_. au mot _aguird_); -peut-être aussi fait-il allusion aux prétendues montagnes d'aimant -(HARTMANN, _Edris. Afr._, pag. 101)». Questa seconda supposizione -sembra a me essere la vera. Avverto che non in tutte le edizioni della -_Bibliothèque orientale_ si trova il passo qui citato. - -[636] Canzone: _Madonna il fine amore ch'eo vi porto_. - -[637] Pubblicato dal Bartsch, Stoccarda, 1871 (_Bibl. d. liter. Ver_.). - -[638] Pubblicata primamente dallo Zingerle nella _Germania_ del -Pfeiffer, vol. V, pp. 369 sgg.; riprodotta dal COMPARETTI in appendice -al vol. II della sua opera _Virgilio nel medio evo_, Livorno, 1872, pp. -221-4. - -[639] Edizione di Carlo Simrock, Stoccarda ed Augusta, 1858, pp. 195, -201, 209. Quivi è detto, tra l'altro, che Aristotele ebbe contezza del -Monte della Calamita. - -[640] DUNLOP-LIEBRECHT, _Geschichte des Prosadichtungen_, Berlino, -1851, pp. 128-9, 532-3. - -[641] Del secolo XIV, inedito. Codice della Nazionale di Parigi num. -2985, p. 633: - - Tant ala le Danois dont je fais mencion - Que l'aiamant sacha tellement son dromon - Que les maronniers virent le plus noble doongon - Qui onques feust veuz en nulle region. - Ils ont dit a Ogier: Ves la noble maison - Qu'onques mais n'en veismes nul de telle façon, - Ne savons a qui s'est, ne coment a a non. - Moult en fu lies Ogier qui euer ot de lion. - Mais droit a une roche d'aimant tout en son - Arriva li vaissel dont je fai mençon, - En aussi bien s'atacha la endroit, ce dit on, - Qu'il y feust joins acolè entour et emmon, - -Di questo poema diede particolare notizia il RENIER, _Ricerche -intorno alla leggenda di Uggeri il Danese in Francia, Memorie della R. -Accademia delle Scienze di Torino_, serie II, t. XLI (1891). - -[642] _La description forme et histoire du noble chevalier Berinus, et -du vaillant et très-chevalereux champion Aigres de l'Aimant son fils_, -etc., Parigi, per Giovanni Bonfons, s. a. Vedine una minuta analisi -nella parte V, sez. 2ª (_Romans du seizième siècle_) dei _Mélanges -tirés d'une grande bibliothèque_, Parigi, 1780, pp. 225-77. In questo -romanzo sono molte fantasie e novelle tratte di qua e di là, alcune dal -_Libro dei Sette Savii_. - -[643] _L. cit._ In quel Deendor incognito è forse un ricordo della -biblica maga d'Endor? - -[644] ALBERTO MAGNO, _Op. cit_.: «In magicis autem traditur, quod -phantasias mirabiliter commovet, principaliter seu precipue, si -consecratus obsecratione et caractère sit, sicut docetur in magicis». - -[645] «Sire, dist le Chevalier, au dessus de l'aiement, en la vallée, -y a un chasteau nompareil qu'on appelle Faé, parceque Artus et les -Fayes y habitent, abondance y a de vivres qui y pourroit entrer: mais -avant que parvenir à l'entrée il convient durement combatre, non pas à -deux ny à trois escuyers, mais à quinze ou vingt meilleurs Chevaliers -du monde, qui par Faërie ont là esté mis pour garder ledict chasteau -Faé». GRAESSE, _Lehrbuch einer allgemeinen Literärgeschichte_, Dresda e -Lipsia, 1837 sgg., divis. III, parte 1ª, p. 339. - -[646] _Kudrun_, Avventura XXII, st. 1126 sgg. Vedi lo scritto che a -questo precede, intitolato _Artù nell'Etna_. - -[647] _Itinerarium_, Anversa, 1575, pp. 97-8. - -[648] Vedi, intorno al Mare coagulato, il vol. I, p. 106. - -[649] Vedi la prefazione del BARTSCH all'edizione da lui curata del -_Herzog Ernst_, Vienna, 1869, pp. CXLVII-CXLVIII, e SCHROEDER, _Sanct -Brandan_, Erlangen, 1871, p. 111. Cf. il passo già citato di Giovanni -di Hese. - -[650] Intorno al Mar tenebroso vedi il vol. I, p. 106. - -[651] Edizione citata del Bartsch, vv. 3883-4481. - -[652] Vedi il testo in appendice, e l'analisi del romanzo in prosa in -DUNLOP-LIEBRECHT, _Op. e l. cit_, - -[653] Testo pubblicato da Maurizio Haupt, nella Zeitschrift _für -deutsches Alterthum_, vol. VII (1849), p. 223. - -[654] _Museum für altdeutsche Literatur und Kunst_, vol. I (1809), p. -298. R. Schroeder, riportando alcuni versi del _Gui de Bourgogne_, dove -si parla di acque che cavalieri armati non possono attraversare perchè -impediti da pietre di calamita, dice (_Glaube und Aberglaube in den -altfranzösischen Dichtungen_, Erlangen, 1886, p. 124) che la favola del -Monte della Calamita non si trova nella letteratura francese del medio -evo, perchè i Francesi, in quel tempo, si curaron poco del navigare. -Lasciando stare la ragione al tutto immaginaria da lui recata, si -vede che la opinion sua è molto lungi dal vero. Chi fosse vago di -qualche altra notizia e citazione intorno a questa favola, vegga, -oltre alla prefazione del Bartsch e al luogo del Graesse già ricordati, -DUNLOP-LIEBRECHT, _Op. cit._, p. 477, n. 208. - - -APPENDICE - -Séguito dell'_Huon de Bordeaux_ in versi, nel cod. L, II, 14 della -Nazionale di Torino, f. 360 v., col. 1ª, a f. 362 v., col. 2ª. - -Giuda, l'apostolo traditore, dannato a perpetuo castigo in mezzo a -un gran vortice del mare[655], annunzia ad Ugone la vicinanza della -calamita e l'imminente naufragio. - - «Tu ies perdus», ce li a dit Judas; - Car ens u gouffre a l'aymant en bas». - Li maronniers et Hues se seigna; - Tenrement pleurent, car cascuns s'esmaia. - III jours siglerent puis c'ont laissié Judas: - Li maronniers remonte sor le mast, - Devant lui garde tant que bos veu a. - - Li maronniers, quant le bos ot coisi, - Moult liement l'a dit a Huelin: - «Je voi la bos a .xx. liues de chi» - «Vrais dix» dist Hues, «je vous en rench merci! - Moult a lonc tans que jou terre ne vi. - Quant bos i a, de la terre ist il». - Atant s'en vont et ont siglé tous dis, - Tant qu'a .iij. liues li maronniers pres vint: - Dont choizi mas et grans callans gentis, - Nes et dromons et grans callans de pris. - Adont s'escrie: «He las, je suis trais! - He bons quens Hues, or nous convient morir! - C'est l'aymans que je voi devant mi: - Jamais de lui ne porrons mes partir». - «He las!» dist Hues «pour coi fui aine nasquis - Quant il m'estuet en tel liu prendre fin?» - il voit tant barge et dromons et sapins: - De tant de naves s'est Hues esbahis. - «Par foi», dist il «se trestous li pais - Qui onques fussent arrivassent ichi, - S'a il trop barges et dromons entour li. - He, aymans, con tu fais a hair! - Tante persone as ci faite morir». - La nef aproce, pres de l'aymant vint, - Tant aussi près qu'elle se pot tenir. - Quant ele areste dont pleure Huelins. - «Si m'ait dix!» li maronniers a dit: - Jamais nul jour ne partirons de chi. - Confessons nous, qu'il nous convient morir; - Si nous estoit la vitaille partir». - - Or est li nave a l'aymant tournée. - Le jour entier ne font el qu'il plorerent - Dusqu'au demain que l'aube aparut clere. - Li maroniers dist Huon sa pensée: - «Biax sire Hues, par la vertu nommée, - De no vitaille iert droiture moustrée. - Il est droiture parmi la mer salée - Que la moitiés est au seignour donnée». - «Amis», dis Hues, «c'est bonne destinée; - Ja de par moy ne sera refuzée». - Li .xiiij. homme la vitaille aporterent; - Dont le partirent, a Huon l'ont livrée: - En une nave l'a Huelins posée; - Tant que porra iert sa vie salvée. - Dont fu sa terre durement regrettée, - Et Esclarmonde qu'il avoit espouzée: - «Suer douce amie, ci a grief destinée. - Je vous avoie de vo terre jetée; - Royne fasses de fin or couronée, - En poverté vous ai mize et pozée. - He, quens Raoul, mal de l'ame ton pere! - Par toi sui jou caciés de ma contrée. - Auberon sire, ma fois iert parjurée. - A vous de voie aler la tierce anée; - Mais jou voi bien que ma vie iert outrée». - Dont se pasma; sa gent pour lui plorerent: - Au redrecier moult bel le conforterent. - - Quant Hues fu de pasmisons levés, - Tenrement pleure, ne se puet acesser. - Li maronier l'ont moult réconfortè: - «He, Hues sire, que vaut vostres plourers? - Ains pour duel faire ne vi riens conquester». - «Seignour», dist il, «jou le lairai ester, - Car je voi bien ne le puis amender». - II moys et plus ont iluec sejorné; - Mais a court terme les converra finer, - Car lor vitaille ne puet plus lor durer. - Quant Hues voit ses homes empirer, - Et de famine et morir et enfler, - De sa vitaille lor commence a doner: - Tant lor depart li gentis adoubés - Qu'il n'en a mais qu'a .iiij. jours passer. - Et non pourquant sunt tout mort et outré, - Fors que Huon n'en a plus demoré. - L'un apres l'autre les voit Hues finer; - Dont les commence Hues a regreter: - «He las» fait il, «franc chevalier membré, - O moi venistes par si grant amisté; - Or estes mort et a vo fin alé; - Or ait Jhesus de vos ames pité». - Dont se perchoit Hues qu'[il] est esseulés, - N'il ne set mais a cui il puist parler. - «He las», dist il, «con poi me doi amer - Quant chi me voi en si grant poverté, - Ne je ne pui de cest liu escaper. - Auberon sire, or m'as tu oublié: - Malabron frere, je ne t'os apeler. - En tante painne as pour mon cors esté, - Li cuers du ventre me deveroit crever». - Entre ses mors s'est Huelins clinés: - N'est hom vivans, s'il l'oist dementer, - Et Esclarmonde sa femme regreter, - Et les barons qu'o lui ot amenés, - Que grant merveilles n'en eust grant pité. - - Moult parfu Hues li quens en grant freour - Quant il se voit enclos en mer majour. - «Sainte Marie», dist Hues li frans hom, - «Tant ai eu et grietés et dolors, - Ains n'en eut tant nus caitis a nul jour. - Oublié m'a li bons roys Auberons, - Et sa maisnie et li preus Malabrons. - Or voi je bien jamais ne me verront. - Mort sunt mi home, dont j'ai au ceuer dolour, - Car pour .i. poi que li cuers ne me font. - Pucelle dame, mere au creatour, - Tante miracle a Jhesus fait pour vous; - Je vous reclaimme con uns hom peurous. - Destroit de mort est forment soufraitous; - Vo doulch enfant, cui je tieng a seignor, - Voellies priier qu'il m'oste de dolour, - La ou je sui en si grant tenebrour. - Tres douce dame, tant aves de valour; - Qui vous reclaimme bien doit avoir secours. - Tant crierai apres vous nuit et jour, - Que s'il vous plaist vous en ares tenrour». - Ensi que Hues crioit sa garison, - Une noise ot venir par mer majour, - Et avolant voit venir .i. griffon, - Qui est plus grans c'uns destrier de valour. - Tant a volè par la mer a bandon, - Que pour .i. poi que en l'aigue ne font. - Envers les naves venoit a garison; - Des mors avoit sentu la flairison; - Si les vient querre pour porter ses faons. - - Quant li quens Hues voit le griffon venir, - Qui plus est grans c'uns destrier arrabis, - De sor le mast de sa nef est assis; - Tout le conploie du grant branle qu'il fist. - Tant ot volé que moult fu amatis, - Car pour .i. poi qu'en la mer n'est flatis; - Fors de la goule li langue li sali; - Le bec ot lonc bien .ij. pies et demi; - Grans ot les ongles, u mast les enbati, - Tous li plus cours ot bien piét et demi. - Or cuide Hues ce soit uns anemis: - N'est pas mervelle s'il ot paour de lui. - Il le regarde; tous li sans li bouli: - Repus estoit pour le griffon veis: - La mere dieu reclama de cuer fin: - «Très douce dame, royne genitris, - Je vous aour au soir et au matin, - Et vous reclaimme de vrai cuer enterin. - Secoures moi, s'il est vostres plaisirs, - Que ne m'ocie cis cuivers anemis. - Las, je croi bien qu'il m'a assenti!» - Et li griffons quant son repos ot pris, - Tourne sa teste et regarda son pris: - Moult se hirece; en la nef descendi; - .I. des mors homme a ses ongles saizi, - Sor le mast monte, a voiler s'escuelli. - Hues se saigne, a regarder le prist, - Et li oisiax s'en vola sans detri, - A ses faons liés et joians s'en vint: - Chascun jour va pour les mors Huelin. - - Li bons quens Hues forment s'esmerveilla - Pour le griffon qui sa gent emporta. - «Vrais dix», dist Hues, «qui le monde formas, - En a il terre la ou cis oisiax va?» - D'une mervelle quens Hues s'apensa, - Qu'en aventure le cors de lui metra; - A cel oizel son cors abandonra; - S'il plaist a diu a terre le metra. - A dameldiu de euer se confessa, - Dame Esclarmonde de bon cuer regreta, - Et Clarissette, sa fille qu'engenra: - En plorant dist que mais ne les verra. - Bien s'est armés; .ij. haubers endossa, - Puis chaint l'espée, près de lui le sacha; - Son hiaume lace, en son cief le ferma; - Entre les mors en plourant se coucha; - Et li griffons par la mer avolla, - Grant bruit demainne, si s'assist sor le mast. - Hues le voit, tous li sans li mua, - Et li oisiax vollentiers l'esgarda, - Ains des armures forment s'esmervilla. - Li oisiax pense cis est et gros et cras, - A ses faons, s'il puet, l'emportera. - Repozés fu, a Huon s'adrecha, - Ses trenchans ongles u haubert li enbat, - Toutes ses armes erramment li percha, - Demie paume li fiert dedens le char. - Hues le sent ne mais crier n'osa, - Les dens estrainst pour l'angoisse qu'il a, - Et li oisiaus a tout lui si s'en va. - - Deseur la mer li griffons s'aridele, - De ses .ij. elles moult durement ventele, - Huon as ongles detrence le char bele, - Li sans li foite, entour lui s'aclotele; - Souspirer n'oze, le chief ot desous l'elme, - Ains dist embas: «Sainte Marie belle, - Secoures moi; je croi que jou voi terre». - Une montaigne acoiste moult bele; - Chou est une ille a l'amirant de Perse. - Mais ains nus hom ne monta en la terre - Pour les oisiax qui i font tel moleste; - Iluecques sont et si ont lor repere. - Sains est li lix et la montaigne bele; - Ains n'i vit nuis orage ne tempeste. - La repoza Jhesucris nos salveres; - Si le saigna de sa main digne et bele. - De tous les fruis c'on a veu sor terre - La plenté gisant sunt desor l'erbe: - Bel sont li arbre gent et haut et honeste. - En la montaigne ot une fontenele - Que dix i fist quant il alla par terre. - Contre soleil ot une ente moulte bele, - Les brances vont tout entour dusc'a terre; - La est li fruis de jovent par ma teste: - Sous ciel n'a home, pucelle ne ancelle, - Que s'il avoit .m. ans vescu sor terre, - S'ele en mengast ne sainblast jovencele. - Iluec descent li griffons desor l'erbe; - Huon met jus, n'i a fait lonc arreste, - Qu'il avoit pris a l'aymant rubeste. - - -NOTE - -[655] Vedi vol. I, pp. 253-4. - - - - -GIUNTE E CORREZIONI - - -VOLUME I. - -Pagina 5. — Quando scrissi quella pagina io credeva assai più che ora -non creda all'autenticità del trattatello De aqua et terra attribuito -a DANTE. Vedi nel _Giornale storico della letteratura italiana_, vol. -XX (1892), pp. 125 sgg. un importante scritto del LUZIO e del RENIER, -intitolato _Il probabile falsificatore della «Quaestio de aqua et -terra_». - -Pag. 71. — Il poemetto _La Fenice_, da me ricordato come cosa che stia -da sè, non è se non parte della Quinta Giornata del _Mondo creato del -Tasso_, parte che fu anche impressa separatamente; onde l'errore. - -Pag. 98. — Intorno ai manoscritti della _Navigatio Brendani_ vedi -STEINWEG, _Die handschriftlichen Gestaltungen der lateinischen -Navigatio Brendani_, in _Romanische Forschungen_, vol. VII, fasc. 1 (1 -decembre 1891), pp. 1 sgg. - -Pag. 166, n. 54. — Iššah significa donna in ebraico. - -Pag. 182, n. 40. — Cf. il libro di A. MIDDLETON REEVES, _The finding of -Wineland the good, the history of the icelandic discovery of America, -edited and translated from the earliest records_, Londra, 1890. - -Pag. 185, n. 58. — Intorno alle versioni italiane della _Navigatio -Brendani_ vedi NOVATI, _La «Navigatio Sancti Brendani»_ in antico -veneziano, Bergamo, 1892. - -Pag. 236, n. 29. — Non è esatto il dire che l'isola di Papimanie, -descritta dal RABELAIS nel l. IV, cc. 48 e sgg. del _Pantagruel_ -somigli molto al Paese di Cuccagna. In quell'isola, Homenaz descrive, -dopo desinare, la felicità di cui godrebbe il mondo sotto l'impero -delle santissime decretali, felicità non dissimile da quella che nel -Paese di Cuccagna si gode. - - -VOLUME II. - -Pagg. 83-4. — Intorno agli angeli neutrali si legge nella _Zeitschrift -für deutsche Philologie_, vol. XXIV (1892), un breve scritto di -J. SEEBER, intitolato _Ueber die «Neutralen Engel» bei Wolfram von -Eschenbach und Dante_. Oltre a Wolfram e a Dante, l'autore ricorda -anche il Suarez, una cronica rimata tedesca del secolo XIV, un pajo -di tradizioni popolari; ma non fa cenno del Viaggio di San Brandano e -dell'_Ugone d'Alvernia_. - -Pag. 255. — Fra i molti ricordi che di Merlino e delle sue profezie -occorrono in iscritture italiane dei secoli XIII e XIV merita d'essere -in più special modo notato quello che si ha in un luogo della _Fiorita_ -di ARMANNINO GIUDICE. Vedi MAZZATINTI, _La Fiorita di Armannino Giudice -in Giornale di filologia romanza_, vol. III, p. 16. - -Pag. 350. — Alle prove del favore onde godettero in Italia, nel secolo -XIII, le storie del ciclo brettone merita d'essere aggiunto il ricordo -di una brigata di giovani, detta della Tavola Rotonda, fatto da -BONCOMPAGNO in quello de' suoi trattati cui pose titolo _Cedrus_ (c. -1215). Vedi GASPARY, _Geschichte der italienischen Literatur_, vol. I, -Berlino, 1885, p. 218. - - - FINE DEL VOLUME SECONDO E DELL'OPERA. - - - - -INDICE - - - La leggenda di un pontefice pag. 3 - Note » 43 - Appendice » 51 - Demonologia di Dante » 79 - Note » 115 - Un monte di Pilato in Italia » 143 - Note » 159 - Fu superstizioso il Boccaccio? » 169 - Note » 199 - San Giuliano nel _Decamerone_ e altrove » 205 - Note » 217 - Il rifiuto di Celestino V » 223 - Note » 233 - La leggenda di un filosofo » 239 - Note » 277 - Appendice » 291 - Artù nell'Etna » 303 - Note » 329 - Appendice I » 339 - Appendice II » 353 - Un mito geografico » 363 - Note » 379 - Appendice » 387 - Giunte e correzioni » 395 - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of Miti, leggende e superstizioni del -Medio Evo, vol. II, by Arturo Graf - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK MITI, LEGGENDE *** - -***** This file should be named 60032-0.txt or 60032-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/6/0/0/3/60032/ - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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