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-The Project Gutenberg EBook of Miti, leggende e superstizioni del Medio
-Evo, vol. II, by Arturo Graf
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
-most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
-of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
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-this ebook.
-
-
-
-Title: Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, vol. II
-
-Author: Arturo Graf
-
-Release Date: August 1, 2019 [EBook #60032]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK MITI, LEGGENDE ***
-
-
-
-
-Produced by Barbara Magni and the Online Distributed
-Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was
-produced from images made available by The Internet Archive)
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- ARTURO GRAF
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- MITI, LEGGENDE E SUPERSTIZIONI
- DEL
- MEDIO EVO
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- VOLUME II.
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-
- LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE
- DEMONOLOGIA DI DANTE — UN MONTE DI PILATO IN ITALIA
- FU SUPERSTIZIOSO IL BOCCACCIO?
- SAN GIULIANO NEL «DECAMERONE» E ALTROVE
- IL RIFIUTO DI CELESTINO V — LA LEGGENDA DI UN FILOSOFO
- ARTÙ NELL'ETNA — UN MITO GEOGRAFICO
-
-
-
- TORINO
- ERMANNO LOESCHER
-
- FIRENZE ROMA
- Via Tornabuoni, 20 Via del Corso, 307
-
- 1893
-
-
-
-
- PROPRIETÀ LETTERARIA
-
- TORINO — Stabilimento Tipografico Vincenzo Bona.
-
-
-
-
-LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE
-
-(SILVESTRO II)
-
-
-I.
-
-Sembra a molti che Dante, col parlare dei mali pontefici come in più
-luoghi notissimi della _Commedia_ ne parla, con lo sprofondarne un
-buon numero nell'Inferno, col porre in bocca allo stesso principe degli
-apostoli quella terribile sfuriata del 27º canto del _Paradiso_, abbia
-dato una singolar prova di arditezza e libertà di giudizio, abbia fatto
-cosa mirabile e nuova, in pien contrasto con le usanze, le opinioni, lo
-spirito dell'età che fu sua.
-
-È questo un errore.
-
-Il medio evo, se ebbe (come Dante, del resto) viva e salda la fede, e
-sincera
-
- La riverenza delle somme chiavi,
-
-del papato quale istituzione divina, intesa a procacciare il trionfo
-della verità e la salute delle anime, ebbe pure, stimolato a ciò dalla
-stessa indole del suo sentimento religioso, pronta la mente e spedita
-la lingua a condannare e vituperare i troppo umani traviamenti di
-quella istituzione, e usò sempre parlando dei reggitori spirituali
-suoi, così maggiori come minori, non velati giudizii e libere ed acute
-parole. Di ciò fanno fede certe _Bibbie_ satiriche, certi trattati del
-_pianto_ e della _corruzion_ della Chiesa, molte poesie di goliardi,
-molte narrazioni di storici e di novellatori, e alcune leggende
-meravigliose, le quali, per avere avuto divulgazione larghissima, ed
-essere state credute vere universalmente, hanno anche più significato e
-fanno vie più valida testimonianza. Tale la leggenda che dice Giovanni
-XII accoppato dal diavolo; tale l'altra che manda all'Inferno e libera
-poi Benedetto IX; tale quella che narra della magia e della mala fine
-di Silvestro II; anzi questa, essendo per molta parte ingiusta, come
-or ora si vedrà; non avendo, cioè, nella vita di quel pontefice ragion
-sufficiente e giustificazione opportuna, riesce più significativa e più
-notabile delle altre.
-
-La cornice storica, se così posso esprimermi, dentro a cui essa
-s'inquadra, è, in breve, la seguente.
-
-Gerberto[1], che poi fu papa col nome di Silvestro II, nacque di
-umile famiglia in Aurillac, o ivi presso, nell'Alvernia, non si sa
-precisamente in quale anno, ma verso il mezzo del secolo X. Rimasto
-orfano, fu accolto, fanciullo ancora, nel monastero di San Geroldo,
-ove fece i primi suoi studii, e d'onde, in compagnia di Borel,
-conte d'Urgel, passò in Ispagna a seguitarli, sotto la disciplina
-del vescovo Attone. In Ispagna dimorò alcuni anni, poi, essendo già
-versatissimo nella matematica, nell'astronomia, nella musica, se ne
-venne, insieme col vescovo e il conte, in Roma. In Roma il pontefice,
-ch'era allora Giovanni XIII, gli pose amore, e dopo alcun tempo lo
-mandò all'imperatore Ottone II, che a sua volta lo mandò a studiar
-logica con un arcidiacono di Reims. Nel 972 Gerberto insegna in
-quella stessa città con grande onore, e la fama del suo mirabil sapere
-cresce rapidamente; ma Ottone, credendo di fargli bene, lo toglie di
-là per preporlo all'abazia di Bobbio. Quivi Gerberto si attira molte
-inimicizie e cade in disgrazia così del papa, come dell'imperatore.
-Fa ritorno a Reims, si getta in mezzo alle contese politiche, coopera
-efficacemente alla deposizione di quell'arcivescovo Arnulfo, accusato
-d'aver tradito Ugo Capeto suo signore, e ne usurpa il luogo; ma nol
-tiene a lungo, e condannato da un concilio, si ritrae. Nel 999 lo
-troviamo arcivescovo di Ravenna, e in quell'anno medesimo, il 2 di
-aprile, è fatto papa. Governa la Chiesa quattr'anni, con fermezza e
-rettitudine, e muore il 12 di maggio del 1003.
-
-Questi, in succinto, i fatti storicamente accertati, da cui prende
-argomento, e tra cui s'insinua e si dilata la leggenda che mi accingo
-ad esporre. Essi hanno, senza dubbio, dello straordinario, ma nulla
-di portentoso, nulla di arcano, e non eccedono in nessunissima guisa i
-termini naturali delle cose umane e delle umane operazioni. La fortuna
-di Gerberto, salito per gradi e lentamente dall'umile condizione di
-monaco alla suprema dignità di papa, non dà nemmen luogo a uno di quei
-problemi storici indeterminati e involuti, intorno a' quali il critico,
-che vede ogni po' dileguarsi o confondersi le cause presunte dei fatti,
-o diventarne perplesso il significato, si affatica inutilmente. Data
-la condizione generale dei tempi in cui Gerberto ebbe a vivere, date
-le qualità dell'ingegno e dell'animo di lui, dato il favore di cui,
-a tacere d'altri, gli furono larghi gli Ottoni, quella fortuna appar
-naturale e spiegabilissima.
-
-Appar tale a noi; ma tale non doveva facilmente apparire agli uomini
-che la videro, o a quelli che, per più secoli di poi, ne udirono il
-racconto. E però nacque la leggenda, frutto della ignoranza, congiunta,
-per una parte, con l'ammirazione, per l'altra, col malvolere, stimolata
-senza posa e riscaldata dalla fantasia.
-
-Dove e quando appajono le prime vestigia di essa, e quali sono le sue
-prime sembianze? Ogni leggenda, simile in questo a una pianta, nasce
-di certi germi, cresce, fiorisce, prolifera, e dopo un tempo più o
-meno lungo, secondo l'indole dei popoli, le condizioni della civiltà,
-le vicissitudini storiche, svigorisce e muore. Come quell'albero
-meraviglioso dei tropici, che abbarbicando a mano a mano i suoi rami
-alla terra, forma intere foreste, la leggenda, sin che dura nel suo
-rigoglio e nella sua fecondità, copre di sè province e reami; ma
-negli inizii suoi, e poi nella fine, si raccoglie in poco spazio, e
-facilmente si occulta; e chi ne vuol dar contezza, non sempre riesce
-a dire se ci sia o non ci sia, se sia già nata, se sia già morta.
-E ciò perchè la leggenda è bensì un fatto psicologico e storico
-alla produzione del quale concorrono cause insistenti, molteplici,
-generalissime; ma è altresì un fatto che si produce e si determina a
-poco a poco, in certi spiriti da prima, in uno anzichè in un altro
-luogo, irresolutamente, con manifestazioni scarse e leggiere, che
-sfuggono all'occhio e facilmente dileguano.
-
-Così per l'appunto seguì della leggenda di Gerberto. Diffusissima
-nei tre secoli che seguiron l'undecimo, essa, negli anni più prossimi
-alla morte di colui che le porge argomento, appena dà qualche segno
-del suo formarsi. Nei cronisti più antichi, coetanei di Gerberto, o
-a lui di poco posteriori, non se ne vede pur l'orma. Un monaco di San
-Remigio, Richerio, grande amico ed ammirator di Gerberto, cui dedicò
-quattro libri di storie, narra con molte lodi la vita di lui, descrive
-gli studii, esalta l'ingegno e il sapere, celebra le opere, ma non
-ha nemmeno una parola che accenni a leggenda[2]. Vero è che Richerio,
-appunto perchè amico, avrebbe potuto tacere, per deliberato proposito,
-ciò che da molti, non amici, si mormorava; ma non mancano altri
-cronisti, antichi egualmente, o poco meno, sui quali non può cadere
-un sospetto così fatto. Ditmaro di Merseburgo, Ademaro Cabannense, o
-Campanense, Elgaldo, Radulfo Glaber, Ermanno Contratto, o di Reichenau,
-Lamberto di Hersfeld, Mariano Scoto, Bernoldo, Ugo Floriacense, tutti
-fioriti tra il finire del X e il principiare del XII secolo, nulla
-narrano che s'accosti od alluda alla posteriore leggenda, e par più che
-probabile, conoscendo l'indole, il gusto e i costumi di quei semplici
-narratori, e dei più semplici lettori loro, che nessuna leggenda,
-propriamente detta, fosse ancora lor giunta all'orecchio[3]. Ma ciò non
-vuol proprio dire che la leggenda non fosse già nata; vuol dire solo
-che essa era appena fuor di terra, e aveva poca radice, e non mostrava
-altrui nè fiori nè fronde. Anzi è probabile che essa avesse cominciato
-a germogliare mentre Gerberto era ancora vivo, forse nell'ultimo tempo
-del suo breve papato, forse anche (nessuno potrebbe nè affermarlo, nè
-negarlo) qualche anno innanzi.
-
-Vediamone un primo germoglio, a dir vero assai debole, e appena
-formato, ma che potrebbe pure esser venuto dopo altri parecchi, e
-lascia forse vedere più che non mostri.
-
-Per molti anni, dal 977 al 1030, fu vescovo di Laon un uomo ambizioso
-e iracondo, Adalberone, detto anche Ascelino, mescolato a molte brighe
-e fazioni del tempo suo, gran nemico dei Cluniacensi e dei monaci in
-generale, cattivo poeta, risoluto di animo e sciolto di lingua. Costui,
-nel 1006, secondo è da credere, compose, in forma di un dialogo col
-re Roberto di Francia, un lungo poema latino, nel quale diede libero
-sfogo alle ire che gli covavan nell'anima, pigliandosi quella miglior
-vendetta che poteva. In certo luogo egli fa che il re alle sue minacce
-risponda:
-
- Crede mihi, non me tua verba minantia terrent;
- Plurima me docuit Neptanabus ille magister[4].
-
-A primo aspetto questi due versi sciagurati non pajono avere con
-Gerberto e la sua leggenda relazione alcuna; ma se si riflette che
-il re, nella cui bocca son posti, era stato, in Reims, discepolo di
-Gerberto, e se si bada a quel Neptanabus, il quale altro non è che
-il famoso mago Nectanebus, secondo antiche e divulgatissime finzioni
-re dell'Egitto e padre adulterino di Alessandro Magno, la relazione
-si scopre, e si sente il veleno dell'argomento. Roberto dice di non
-temere le minacce del suo avversario, perchè dal maestro mago apprese
-a difendersi. Con poco o punto pericolo di errare, noi possiamo vedere
-in quei versi un'allusione a Gerberto, e un'accusa di magia, per
-nessun modo larvata ai lettori di quel tempo. Ecco dunque apparire,
-sino dal 1006, tre anni dopo la morte del pontefice, la leggenda della
-sua magia; la stessa risolutezza e recisione dell'accenno lasciano
-ragionevolmente supporre che non fosse quella la sua prima apparizione.
-
-Teniamole dietro, e vediamola crescere a vista d'occhio.
-
-Negli ultimi anni del secolo XI, un tedesco, fatto cardinale da un
-antipapa, Benone, compose col titolo di _Vita et gesta Hildebrandi_,
-un rabbioso libello, dove con Gregorio VII, suo capitale nemico, sono
-calunniati e vituperati parecchi dei pontefici che lo precedettero.
-Benone narra una lunga e tenebrosa istoria, di cui non mancarono di
-menar vanto e giovarsi, ai tempi della Riforma, gli oppositori più
-ardenti ed astiosi della Chiesa di Roma; e se molte delle cose ch'ei
-narra sono frutto della sua fantasia invelenita, altre, e non poche,
-sono probabilmente (potrei anche osare di dir certamente) frutto dello
-spirito dei tempi, della comune ignoranza, e del maltalento, non sempre
-irragionevole e ingiusto, di molti.
-
-A dir di Benone, Gregorio VII, l'amico della contessa Matilde, il
-trionfatore di Arrigo IV, il più formidabile e potente dei papi, fu uno
-sceleratissimo mago, discepolo, nelle arti maledette, di Teofilatto,
-il quale fu pontefice col nome di Benedetto IX, di Lorenzo, vescovo
-di Amalfi, di Giovanni Graziano, che fu pontefice anch'egli, e si
-chiamò Gregorio VI. Teofilatto sacrificava ai demonii, innamorava,
-con le sue arti, le donne, e come cagne se le traeva dietro per
-selve e per monti. Di ciò fanno fede i libri che gli si trovarono
-in casa quand'egli finì miseramente la vita, e tale storia è (dice
-Benone) cognitissima in Roma, al volgo. Grande amico e fautore di
-Teofilatto era Lorenzo, _principe dei malefizii_, il quale intendeva
-il linguaggio degli uccelli, profetava, e destava, coi vaticinii e gli
-augurii, l'ammirazione della plebe, dei senatori, del clero. Giovanni
-ospitava in sua casa Lorenzo, e imparava da lui il diabolico magistero.
-Ildebrando fu degno in tutto de' suoi maestri. Scotendo le maniche,
-egli spargeva nell'aria un nugolo di faville, e Benone racconta di lui,
-d'un suo libro magico, e di due suoi familiari, una paurosa novella,
-che, con poca diversità, ricorre nelle storie di altri maghi famosi,
-tra' quali Virgilio. Ma la malvagia tradizione e l'esecrando esercizio
-avevano più antica la origine. Teofilatto e Lorenzo, prima d'esser
-essi maestri, erano stati discepoli, e il maestro loro aveva avuto
-nome Gerberto. Benone parla chiaro e preciso: «Essendo ancor giovani
-Teofilatto e Lorenzo, ammorbò la città co' suoi malefizii quel Gerberto
-di cui fu detto:
-
- Transit ab R Gerbertus ad R post papa vigens R.
-
-«Questo Gerberto, ascendendo, poco dopo compiuto il millennio,
-dall'abisso della permissione divina, fu papa quattr'anni, mutato
-il nome in Silvestro secondo; il quale, per divino giudizio, morì di
-morte repentina, colto al laccio di quegli stessi responsi diabolici
-co' quali tante volte già aveva ingannato altrui. Eragli stato detto
-da un suo demonio ch'e' non morrebbe sino a tanto che non celebrasse
-messa in Gerusalemme. Illuso dalla equivocazione del nome, pensando si
-dovesse intendere di Gerusalemme in Palestina, andò a celebrare messa
-il dì della stazione in quella chiesa di Roma che appunto si chiama
-Gerusalemme, dove, sentendosi venire addosso la morte, supplicò gli
-fossero tronche le mani e la lingua, con le quali, sacrificando ai
-diavoli, aveva disonorato Iddio. E così ebbe fine condegna a' suoi
-meriti»[5].
-
-Ecco Roma fatta un covo di pessimi incantatori, i quali, per colmo di
-danno e di sceleratezza, sono quegli stessi pastori che più gelosamente
-dovrebbero custodire e difendere la greggia dei fedeli contro le
-insidie e le offese del lupo diabolico. Credere che tutte quelle accuse
-sieno mere invenzioni di Benone non mi par ragionevole, soprattutto per
-quanto spetta a Gerberto. Il nemico di Benone era, non Gerberto, morto
-oramai da un secolo, ma Ildebrando, e la pensata e voluta denigrazione
-d'Ildebrando sarebbe riuscita, parmi, tanto più efficace e più piena,
-quanto più circoscritta e appropriata a lui solo. Benone avrebbe, con
-minor fatica, reso assai più iniquo Ildebrando, e saziato il suo odio,
-se invece di far di costui un discepolo, ne avesse fatto un caposcuola;
-se a lui, anzi che a Gerberto, avesse dato colpa della prima infezion
-di magia ond'era stato contaminato l'ovile di Pietro. Assai più
-probabile dunque mi sembra che Benone non inventasse di pianta, ma
-raccogliesse in uno, forse esagerando, forse travolgendo, credenze,
-accuse, lembi di leggende, già formate, o in via di formarsi. Lo stesso
-modo succinto ed elittico usato da lui in parlar di Gerberto mi pare
-che sia come un accennare a cose note, sottintese, fatte oramai di
-pubblica ragione. E non si dimentichi che l'accusa di magia pesò anche
-su altri papi parecchi.
-
-Nel poema di Adalberone abbiamo un cenno allusivo e non più; nel
-libello di Benone abbiamo già uno schema di racconto. Un cronista
-di poco posteriore a Benone, Ugo di Flavigny, nato nel 1065, morto
-non si sa quando, ma dopo il 1102, parla di Gerberto con manifesto
-dispetto, dice che per l'insolenza sua fu espulso dal convento ov'era
-stato accolto fanciullo, e che usando di certi prestigi, _quibusdam
-praestigiis_, si fece fare arcivescovo, prima di Reims, poi di
-Ravenna[6]. Non dice altro di notabile; ma mi par da credere che con
-la parola _praestigiis_ egli abbia voluto intendere arti magiche, e
-riferirsi, senza altrimenti esporla, a una leggenda già cognita[7].
-E la leggenda fa di bel nuovo capolino nell'opera di un monaco belga,
-la celebratissima _Chronographia_ di Sigeberto di Gembloux, nato circa
-il 1030, morto il 1111. Quivi si legge che alcuni, taciuto il nome di
-Silvestro II, il quale fu per dottrina chiaro tra' chiari, ponevano
-in suo luogo Agapito, nè ciò senza qualche ragione. Dicesi (così
-Sigeberto) che questo Silvestro non entrò per l'uscio, e ci è chi lo
-accusa di necromanzia, e più cose strane si narrano della sua morte, e
-vogliono alcuni che egli morisse percosso dal diavolo, le quali cose io
-non affermo e non nego, ma lascio in dubbio[8]. Come si vede, quando
-Sigeberto scriveva, la leggenda era ancor titubante, mal definita,
-male compaginata, e si reggeva con le grucce dei _si dice_ e dei _si
-crede_, che escludono la fede piena, incontrastata ed universale.
-Tale carattere essa serba nel racconto di un altro monaco, Orderico
-Vital, inglese, che fra il 1124 e il 1142 compose la sua _Historia
-ecclesiastica_. Fatte lodi grandissime di Gerberto e de' suoi numerosi
-discepoli, Orderico nota: «Di lui si narra che conversasse col diavolo
-mentre era maestro, e che avendo chiesto di conoscere il proprio
-avvenire, il diavolo gli rispondesse col verso:
-
- Transit ab R. Gerbertus ad R., post papa vigens R.
-
-Tale oracolo fu allora abbastanza oscuro a intendere, che poi si vide
-manifestamente adempiuto; dacchè Gerberto passò dall'arcivescovado
-di Reims a quello di Ravenna, e fu da ultimo papa in Roma»[9]. Questo
-verso l'abbiam già trovato nello scritto di Benone, e ci tornerà più
-d'una volta sott'occhio. Il primo che lo rechi è il già citato Elgaldo,
-il quale nulla sa della sua diabolica origine, ma dice che lo stesso
-Gerberto il compose, lietamente scherzando sulla lettera R dopo essere
-stato assunto al pontificato[10].
-
-Col cenno di Orderico si chiude, per noi, il periodo iniziale della
-leggenda di Gerberto mago, il periodo delle formazioni embrioniche, dei
-primi nuclei staccati, a cui tien dietro il periodo delle esplicazioni
-e delle forme compaginate ed intere. Un terzo ed ultimo periodo è
-quello dello svigorimento progressivo e della obliterazione finale.
-Prima d'andar più oltre, soffermiamoci alquanto, e indaghiamo un po'
-meglio le ragioni, appena accennate sin qui, della leggenda, e le
-condizioni in mezzo alle quali essa prendeva nascimento.
-
-
-II.
-
-La ragione prima e principale è da cercare nella riputazione
-grandissima che Gerberto ebbe di dotto. A noi, che ne abbiamo i frutti
-tra mani, il sapere di lui non sembra un gran che, ma fu, pei tempi
-in cui egli visse, straordinario davvero, e a quegli uomini doveva
-sembrare meraviglioso, e ai più ignoranti inesplicabile e sovrumano. Il
-già ricordato Richerio parla con entusiasmo del grande ingegno e del
-mirabile eloquio di Gerberto; celebra la dottrina di lui, egualmente
-versato nell'aritmetica, nella dialettica, nell'astronomia, nella
-musica; discorre dell'abaco da lui inventato; ricorda alcune sfere
-celesti da lui con mirabile artificio costruite. Ditmaro narra che
-Gerberto fu, sin da fanciullo, ammaestrato nelle arti liberali; che
-ebbe ottima conoscenza del corso degli astri; che superò in dottrina
-tutti gli uomini del suo tempo; che nella città di Magdeburgo costruì
-un orologio solare, spiando a traverso a una canna, la stella _che
-guida i marinai_, cioè la polare[11]. Ademaro Cabannense dice che
-Gerberto fu fatto papa dall'imperatore in grazia del suo sapere,
-_propter philosophiae gratiam_[12].
-
-Ma quel sapere appunto, così fuor del comune, ai più doveva
-riuscire sospetto, e a molti, che pur non ci sospettavan nulla di
-soprannaturale, doveva tornare increscioso e non in tutto scevro di
-colpa. Non si dimentichi che siamo in tempi di fede viva ed angusta, e
-in mezzo ad uomini superstiziosi, i quali facilmente nel sapere umano
-scorgono come una presunzione audace di contrapporsi al sapere divino,
-e negli studii profani un esercizio pien di pericolo, assai più atto
-a trarre gli spiriti in giù, verso Satana, che a sollevarli in alto,
-verso Dio. E Gerberto attese con troppo ardore agli studii profani,
-e non celò la sua passione per essi. Non giunge egli a dire, in una
-lettera ad Arnulfo vescovo di Reims: «A questa fede noi annodiamo la
-scienza, poichè non hanno fede gli stolti?» In queste parole facilmente
-altri avrebbe potuto trovare il germe di una falsa dottrina, contraria
-agl'insegnamenti dell'Evangelo. Nessuna meraviglia dunque se due
-cronisti, già più sopra citati, Lamberto di Hersfeld e Bernoldo,
-pur non facendo il più piccolo accenno ad origini o collegamenti
-soprannaturali, dicono risolutamente che Gerberto fu troppo dedito agli
-studii profani.
-
-Ma le cose non potevano fermarsi lì. Durante tutto il medio evo gli
-uomini più celebrati per ingegno e per dottrina, i filosofi e i poeti
-più illustri, così degli antichi come dei nuovi tempi, furono tenuti
-generalmente in conto di maghi, da Aristotile ad Alberto Magno e
-Ruggero Bacone, da Virgilio a Cecco d'Ascoli. Bastava a Gerberto la
-fama di dotto per mutarsi, nella opinione d'infiniti, di vescovo in
-mago; ma tale mutazione era in lui favorita da più altre ragioni.
-Si sapeva del suo viaggio in Ispagna; si sapeva che in Ispagna egli
-aveva atteso con sommo profitto agli studii; e non ci voleva un grande
-sforzo di fantasia per porlo in relazione con gli Arabi, per far di
-lui il discepolo di qualche dottore saraceno, avverso, come tutta la
-sua gente, ai cristiani, e naturale amico del diavolo. La critica del
-secol nostro provò che Gerberto deriva il suo sapere principalmente
-da Boezio, del quale fece in versi un fiorito elogio, e che nulla egli
-deve agli Arabi[13]: ma chi ai tempi di lui, avrebbe potuto provare o
-affermare altrettanto e troncar dalla radice un sospetto che sorgeva
-spontaneo e irresistibile nelle menti? Ademaro, che pur gli è tanto
-benevolo, dice (nè si sa donde tragga cotal notizia) che Gerberto fu
-a Cordova per amor di studio, _causa sophiae_[14]. Ora, Cordova era
-in mano degli Arabi, e se non aveva, come Toledo, fama di essere una
-scuola massima di magia, e un covo di necromanti, doveva pur sembrare
-a cristiani un asilo e un propugnacolo dell'Inferno, dove s'insegnava
-una scienza perigliosa e diabolica. Perciò sarebbe da meravigliare se
-Gerberto avesse potuto sottrarsi a quella accusa di magia che avvolse
-tanti altri, i quali forse meno di lui sembravano meritarla.
-
-Ma a procacciargliela, quell'accusa, un'altra ragione cooperò, non
-meno efficace delle notate: l'odio. Gerberto ebbe amici molti e
-potenti; ma ebbe anche molti nemici, de' quali fa spesso ricordo
-nelle sue epistole. Ne ebbe a Bobbio, d'onde gli fu forza partirsi;
-ne ebbe a Reims pei fatti che ho detto; ne ebbe in tutta la Francia,
-e in Germania ancora, a cagione della parte presa negli avvenimenti
-politici; ne ebbe in Roma dove gli odii che sempre bollivano contro
-l'imperatore si riversavano naturalmente sopra i suoi protetti. E
-quegli odii Gerberto ricambiava. A Stefano, diacono di Roma, scriveva,
-piena l'anima di livore: «Tutta Italia m'è sembrata una Roma. Il mondo
-ha in esecrazione i costumi dei Romani»[15].
-
-Nemici dunque molti, e di varia condizione, e per più ragioni;
-alcuni mossi solo dalla gelosia e dall'invidia, altri da legittimo
-risentimento: giacchè non è da tacere che se Gerberto ebbe grandi
-virtù, e parecchie, ebbe anche gran mancamenti; e se attese fedelmente,
-con zelo e carità, come vescovo e come papa, all'officio ecclesiastico,
-nei maneggi e nelle gare della vita si diportò più di una volta in modo
-degno di biasimo. Certo egli fu poco aperto all'amicizia e agli affetti
-in genere, non ischivo dell'adulazione, non sempre alieno dall'intrigo
-e dall'inganno; soprattutto fu ambiziosissimo; e se la tristizia dei
-tempi in parte lo scusa, non lo scusa però interamente. Aggiungasi che
-gli Atti del concilio di San Basolo, da lui compilati, potevano anche
-far nascere qualche dubbio circa la sua ortodossia. Per quella brutta
-faccenda dell'arcivescovo Arnulfo gli si dichiararono avversi gli
-stessi pontefici, Giovanni XV prima, Gregorio V poi.
-
-Qual che si fosse, del resto, la ragion della inimicizia, ben si vede
-che i nemici dovevano adoperarsi con tutte le forze ad oscurare la
-fama di lui, e che l'accusa di scelerati commerci con lo spirito delle
-tenebre doveva essere da loro, se non immaginata e prodotta, almeno
-accolta e promossa. Quanti poi, ed erano molti, sparsi pel mondo,
-avevano in odio la curia di Roma, le sue prevaricazioni e le sue frodi,
-dovevano favorire il sorgere e il divulgarsi di una leggenda che poneva
-sulla cattedra di San Pietro una creatura del diavolo. Quel medesimo
-odio suscitò più tardi la leggenda famosa della Papessa Giovanna.
-Perciò gli è assai probabile che le prime voci, timide e fuggevoli,
-dell'accusa cominciassero a levarsi e andare attorno mentre Gerberto
-era ancor vivo. Il non trovarsi cenno della leggenda nei cronisti più
-antichi non prova punto, come a taluni sembra, il contrario, giacchè le
-leggende, di solito, compajono nelle scritture un pezzo dopo che sono
-nate, e quando già hanno cominciato a esplicarsi e assodarsi: prima
-vivono nella fantasia dei molti o dei pochi, e nelle scucite narrazioni
-orali.
-
-Il Doellinger crede che la leggenda nascesse in Roma, e che quivi la
-raccogliesse Benone[16]. Le sue ragioni, a dir vero, non mi pajono di
-gran peso, e stimo assai più probabile che nascesse un po' qua e un
-po' là, dove trovava le suggestioni più acconce e le condizioni più
-favorevoli. Certo gli esplicamenti ulteriori della leggenda non si
-produssero in Roma.
-
-
-III.
-
-Lo storico inglese Guglielmo di Malmesbury, accingendosi, nella prima
-metà del secolo XII, a narrare la storia di Gerberto, diceva: «Non sarà
-assurdo, credo, se poniamo in iscrittura ciò che vola per le bocche
-di tutti»; e sul finire di quel medesimo secolo, un altro inglese,
-Gualtiero Map, accingendosi anch'egli a quel racconto, esclamava:
-«Chi ignora la illusione del famoso Gerberto?». La leggenda, che nel
-secolo precedente sembra nota a pochi, ha fatto molto cammino, ed è ora
-cognita a tutti. Non solo è cognita a tutti, ma s'è ampliata, ha preso
-rilievo e colore, ha ricevuto numerosi innesti. Non è più uno schema di
-racconto, mal composto e reticente, è addirittura un romanzo.
-
-Ascoltiamo Guglielmo di Malmesbury, gran raccoglitore, gran narratore,
-caloroso, efficace e credulo, di storie incredibili[17].
-
-Gerberto nacque in Gallia, e fu monaco, sin da fanciullo, nel monastero
-di Fleury. Giunto al bivio pitagorico (così si esprime l'autore) sia
-che gli venisse tedio del monacato, sia che il vincesse cupidigia di
-gloria, fuggì di notte tempo in Ispagna con proposito di apprendere
-l'astrologia, ed altre arti sì fatte, dai Saraceni, i quali vi
-attendono e ne sono maestri. Giunto fra loro, potè appagare il suo
-desiderio, e vinse Tolomeo e Alandreo (?) nella scienza degli astri,
-Giulio Firmico nella divinazione del fato. Quivi imparò ad intendere
-e interpretare il canto e il volo degli uccelli; quivi a suscitar
-dall'Inferno tenui figure; quivi finalmente quanto di buono e di reo
-può comprendere la umana curiosità. Nulla è a dire delle arti lecite,
-aritmetica, musica, astronomia, geometria, le quali per tal modo esaurì
-da farle parere minori del suo ingegno, e con industria grande poi
-fece rivivere in Francia, ov'erano quasi perdute. Sottraendo, egli
-primo, l'abaco ai Saraceni, diede regole che a mala pena s'intendono
-dai sudanti abacisti. L'ospitava in sua casa un filosofo di quella
-setta, cui egli rimunerò, con molto oro da prima, e con promesse da
-poi. Nè mancava il Saraceno di vendere la propria scienza, e spesse
-volte invitava l'ospite a colloquio, ragionando seco lui quando di
-cose serie e quando di sollazzevoli, e gli dava de' suoi libri da
-trascrivere. Aveva tra gli altri, il Saraceno, un volume, che contenea
-tutta l'arte, e questo, Gerberto, sebbene ardesse della voglia di
-farlo suo, non potè mai trargli di mano. Riuscite vane le preghiere,
-le promesse, le offerte, egli finalmente diede opera alle insidie, e
-ubbriacato con l'ajuto della figliuola di lui, il Saraceno, tolse il
-volume, che quegli teneva custodito sotto il capezzale, e via se ne
-fuggì. Destatosi il Saraceno dal sonno, leggendo nelle stelle, della
-cui scienza era maestro, si diede a inseguire il fuggiasco; ma questi,
-usando della scienza medesima, conobbe il pericolo, e si celò sotto
-un ponte di legno, ch'era ivi presso, aggrappandovisi con le mani,
-per modo che, penzolando, non toccava nè la terra nè l'acqua. Così
-deluso, il Saraceno ebbe a tornarsene a casa, e Gerberto, accelerando
-il cammino, giunse al mare. Colà evocato con gl'incantesimi il
-diavolo, pattuì di darglisi in perpetuo, se, difendendolo da colui che
-l'inseguiva, lo portava oltre l'acqua. Il che fu fatto.
-
-Qui Guglielmo entra a discorrere dell'insegnamento di Gerberto, de'
-suoi compagni di studio e de' discepoli illustri; ricorda un orologio
-meccanico (trasformazione dell'orologio solare di Magdeburgo) e un
-organo idraulico, in cui l'opera dei mantici era supplita dall'acqua
-bollente, fabbricati l'uno e l'altro da Gerberto per la cattedrale
-di Reims; dice come Gerberto diventasse arcivescovo di questa città,
-arcivescovo di Ravenna e finalmente pontefice; poi soggiunge: Fautore
-il diavolo, Gerberto procacciò la propria ventura per modo che nulla
-mai di quant'ebbe immaginato lasciò imperfetto, e da ultimo fece segno
-della propria cupidità i tesori delle antiche genti, da lui per arte
-necromantica ritrovati.
-
-E qui un'altra storia, che ebbe ancor essa divulgazione grandissima, e
-che Guglielmo sembra sia stato il primo a narrare.
-
-Era in Campo Marzio, presso Roma (così dice il nostro cronista), una
-statua, non so se di bronzo o di ferro, che mostrava disteso l'indice
-della mano destra, e recava scritto in fronte: _Percuoti qui; Hic
-percute_. Gli uomini del tempo andato, credendo di trovarvi dentro
-un tesoro, avevano, con molti colpi di scure, squarciata la statua
-innocente; ma Gerberto corresse l'error loro, intendendo in tutt'altro
-modo le ambigue parole. Epperò, notato di pien meriggio il luogo ove
-giungeva l'ombra del dito, ivi infisse un palo, e sopravvenuta la
-notte, fatto colà ritorno con la sola scorta di un suo cameriere, che
-recava una lucerna accesa, fece con suoi incanti spalancare la terra.
-Ed ecco apparire agli sguardi loro una grandissima reggia, auree
-pareti, aurei lacunari, e cavalieri d'oro giocanti con aurei dadi, e un
-aureo re, sedente con la sua regina a mensa apparecchiata, con intorno
-i ministri e sulla mensa vasellame di gran peso e pregio, ove l'arte
-vincea la natura. Nella più interna parte del palazzo, un carbonchio,
-gemma fra tutte nobilissima e rara, fugava col suo splendore le
-tenebre, e aveva di contro, nell'angolo opposto, un fanciullo con
-l'arco teso, incoccata la freccia. Ma nessuna di quelle cose, che con
-l'arte preziosa rapivano gli occhi, poteva esser tocca, perchè come
-l'uno degli intrusi vi appressava la mano, subito quelle immagini tutte
-parevano balzargli incontro e voler far impeto nel temerario. Vinto dal
-timore, Gerberto represse la sua cupidigia; ma il cameriere ghermì un
-coltello di mirabile valore, che era sul desco, pensando così picciolo
-furto dovesse rimanere occulto fra tanta preda. Incontanente insorsero
-le immagini tutte fremendo, e il fanciullo, scoccata nel carbonchio
-la freccia, empiè di tenebre il luogo; e se il cameriere, ammonito dal
-suo signore, non si fosse affrettato a deporre il coltello, avrebbero
-entrambi pagata la pena della lor petulanza. Così inappagata la loro
-bramosia, guidati dalla lucerna, se ne tornarono addietro. — Erano
-quelli i tesori di Ottaviano Augusto imperatore, a proposito dei quali
-Guglielmo narra altre avventure e altre meraviglie.
-
-Segue un terzo racconto, col quale il romanzo si chiude.
-
-Gerberto, osservati gli astri, compose una testa artifiziata, la quale
-rispondeva per sì e per no alle domande che le si facevano. Così se
-Gerberto chiedeva: Diventerò io papa? — la testa rispondeva: Sì. — E se
-Gerberto domandava: Morrò io prima che canti messa in Gerusalemme? — la
-testa rispondeva: No. E vogliono che dall'ambiguità di questa seconda
-risposta egli sia stato tratto in inganno, perchè non pensò esservi in
-Roma una chiesa che appunto è detta Gerusalemme, dove suol cantar messa
-il papa le tre domeniche cui dassi il titolo di _Statio ad Jerusalem_.
-Ora avvenne che in uno di quei giorni Gerberto, mentre si parava per
-la messa, ammalò, e crescendogli il male, consultata la testa, conobbe
-l'inganno e la morte imminente. Chiamati pertanto i cardinali, pianse a
-lungo i suoi malefizii, e mentre quelli per lo stupore non sapean che
-si fare, egli, perduto per l'angoscia il senno, ordinò lo tagliassero
-a pezzi, e così ne lo gittassero fuori, dicendo: Abbia le membra chi
-ebbe l'omaggio, perchè l'anima mia sempre detestò quel sacramento, anzi
-sacrilegio.
-
-Due sarebbero state principalmente, secondo la narrazione di Guglielmo,
-le ragioni che indussero Gerberto a studiare la magia e legarsi col
-demonio: il desiderio di sapere e l'amor della gloria; la cupidigia
-appare solo più tardi. In un poema latino anonimo, di cui non è
-accertato se appartenga al secolo XII o al XIII[18], narrasi che
-Gerberto si diede al diavolo perchè non era buono d'imparar nulla, ed
-ebbe il diavolo stesso a maestro, e da lui apprese a compor l'abaco; ma
-nel già ricordato racconto di Gualtiero Map vengono fuori altri fatti,
-altre ragioni, altre meraviglie.
-
-Dice quest'uom dabbene, con torturata e torturante eleganza di concetti
-e di stile, che Gerberto, essendo in Reims, s'innamorò perdutamente
-della figliuola di quel preposto, bellissima, ammiratissima,
-desideratissima. Per amor di lei Gerberto si diede a spendere e
-spandere, si caricò di debiti, cascò in mano agli usurai, e in poco
-tempo, abbandonato da servi ed amici, toccò il fondo della miseria.
-Un giorno, lacerato dalla fame e fuor di sè, nell'ora del meriggio,
-si cacciò in un bosco, e vagando a caso, capitò in un luogo dove
-improvvisamente gli si offerse alla vista una donna d'inaudita
-bellezza, seduta sopra un gran drappo di seta, con innanzi a sè un
-mucchio grandissimo di monete. Gerberto volge il piè per fuggire; ma
-la donna il chiama per nome, e come mossa a compassione del suo stato,
-gli offre quante ricchezze possa mai desiderare, a patto solo che
-rinunzii alla figlia del preposto, la quale non si curò punto di lui,
-e voglia lei, che gli parla, per compagna ed amica. Ella soggiunge:
-Meridiana è il mio nome, e sono, come tu sei, creatura dell'Altissimo,
-e a te, come al più degno fra gli uomini, ho serbata la mia verginità.
-Non sospettar d'inganno e d'insidia; non credere che io sia un qualche
-demone succubo; io tutto ti offro, e non ti chiedo promessa o patto
-alcuno. Gerberto, rimosso dall'animo ogni timore, offre la propria
-fede, bacia l'amica (salvo, dice il buon Gualtiero, il pudore), prende
-quant'oro può portare, torna in città, paga i suoi creditori, e ajutato
-dalla sua Meridiana (o Marianna), la quale gli è non meno maestra che
-amante, e gl'insegna la notte che cosa abbia da fare il giorno, ristora
-tutto il perduto, agguaglia la magnificenza di Salomone, vince quanti
-hanno fama di dotti, diventa il soccorritore dei bisognosi, il redentor
-degli oppressi, e non è città nel mondo che per amore di lui non porti
-invidia a Reims. La figliuola del preposto, ciò vedendo, arde a sua
-volta di amore e di gelosia, e si strugge del desiderio di aver tra le
-braccia colui che tanto avea disprezzato. Con l'ajuto di una vecchia,
-vicina di Gerberto, appaga il suo desiderio, un giorno che quegli, dopo
-lauto desinare, s'era addormentato nell'orto. Meridiana si sdegna, e da
-prima respinge il pentito, poi gli perdona, a patto che si leghi a lei
-con formale promessa e indissolubile nodo. Muore intanto l'arcivescovo
-di Reims, e Gerberto, per la fama de' suoi meriti, è chiamato a
-succedergli; poi, in Roma, è dal papa fatto cardinale e arcivescovo
-di Ravenna; poi, morto il papa, è, per universale suffragio, coronato
-della tiara. Ma durante tutto il tempo del suo sacerdozio, egli più non
-si cibò del corpo e del sangue di Cristo, solo simulando con frode il
-sacramento. L'ultimo anno del suo pontificato gli apparve Meridiana,
-e gli annunziò ch'ei non morrebbe finchè non celebrasse messa in
-Gerusalemme, ed egli, dimorando in Roma, e facendo pensiero di non
-girsene mai in Terra Santa, si tenne sicuro. Se non che, andato un
-giorno a celebrare messa nella chiesa di Santa Croce in Gerusalemme,
-si vide improvvisamente innanzi Meridiana, che l'applaudiva, come fosse
-lieta del suo prossimo venire a lei. La qual cosa veduta, e conosciuto
-il nome del luogo, egli, convocati i cardinali, e tutto il clero e il
-popolo, si confessò pubblicamente, e fatta acerbissima penitenza, morì.
-Fu sepolto nella chiesa di San Giovanni Laterano, dentro a un'arca
-marmorea, dalla quale trasuda acqua; e dicono che quando sta per morire
-il papa, di quell'acqua si forma un rigagnolo che scorre in terra, e
-quando muore alcun altro grande, se ne aduna più o meno, secondo il
-grado e la dignità di ciascuno. Gerberto, sebbene per avarizia sia
-stato gran tempo impigliato nel vischio del diavolo, pure con forte
-mano e magnificamente resse la Chiesa[19].
-
-Il racconto di Gualtiero ha una intonazione gaja che manca al
-racconto di Guglielmo e degli altri: l'orror del diabolico è in
-esso raggentilito dall'amore e dalla bellezza. Quella Meridiana, o
-Marianna, non è se non l'antichissima Diana trasformata in diavolo, e
-più propriamente nel diavolo meridiano, che soleva lasciarsi vedere
-sull'ora del meriggio, e di cui è frequente ricordo negli scrittori
-del medio evo[20]. Essa ha nel romanzo di Gerberto, quale Gualtiero
-lo narra, una parte molto simile a quella che certe fate hanno
-nei romanzi cavallereschi, e la storia degli amori appartiene al
-divulgatissimo tema degli amori d'uomini d'ossa e di polpe con donne
-soprannaturali[21].
-
-D'onde attingeva Gualtiero? Dalla propria fantasia, o da una tradizione
-scioperata e caduca, nata forse e morta in Inghilterra, prima che
-giungesse a valicar lo stretto e a propagarsi nel continente? Propendo
-per questa seconda soluzione del dubbio, ma senza poterla provare.
-Certo si è che un altro scrittore inglese, di poco anteriore a
-Gualtiero, e non noto per nome, di Meridiana non fa parola: dice che
-Gerberto si diede al diavolo per avidità di onori e di ricchezze; che
-fu dallo stesso demonio ingannato con quell'ambiguo responso della
-messa da celebrare in Gerusalemme, e fatto un cenno della penitenza,
-chiude il racconto, annunziando la salvazione del pentito, e riferendo
-il miracolo del sepolcro[22].
-
-Così abbiam veduto variare le ragioni assegnate al diabolico patto:
-amor del sapere, inettitudine allo studio, cupidigia di onori e di
-potere, avidità di ricchezze; più che non se ne sieno addotte per
-Fausto. Un poeta e cronista alquanto più tardo, il viennese Enenkel,
-il quale, circa il mezzo del secolo XIII, compose una specie di storia
-universale in versi, narra che Gerberto, uomo di gran sapere, ma
-giocatore sfrenato, per torsi alla miseria cui s'era ridotto, si legò
-col diavolo, pattuendo d'esser suo il giorno in cui celebrerebbe messa
-in Gerusalemme. Ajutato dal suo diavolo, Gerberto seguita a giocare
-a dadi, vince quanti si cimentano con lui, diventa segretario del
-vescovo, poi vescovo, poi papa. Segue il racconto della messa fatale e
-della penitenza: le membra tronche sono gettate ai diavoli congregati,
-che giocano con esse alla palla[23].
-
-Ma non corriamo tropp'oltre, e prima di seguitare, soffermiamoci un
-poco a considerar più da presso alcuna delle finzioni che ci si sono
-parate dinanzi.
-
-
-IV.
-
-Il verso:
-
- Scandit ab R Gerbertus in R, post papa viget R,
-
-riferito la prima volta, come ho detto, da Elgaldo, ripetuto poi, con
-leggiere variazioni, da Benone e da molti altri, può benissimo, come
-lo stesso Elgaldo afferma, essere stato composto da Gerberto dopo la
-sua esaltazione al pontificato; ma mi par più probabile sia fattura di
-qualche scolastico di quei tempi. Comunque sia, più tardi esso diventa
-una specie di vaticinio posto in bocca al diavolo. Il cronista inglese,
-che andava sotto il nome di Guglielmo Godell, ne fece un epitafio
-inscritto sulla tomba di Gerberto[24].
-
-Ditmaro parla di un orologio solare. L'anonimo autore di certi _Gesta
-episcoporum Halberstadensium_, il quale scriveva nei primi anni del
-secolo XIII, si contenta di dire che Gerberto costruì in Magdeburgo un
-orologio abbastanza ammodo (_orologium quoddam honestum satis_)[25];
-ma Guglielmo di Malmesbury vuole fosse un orologio meccanico, e
-Sant'Antonino dice molto più tardi, nelle sue Istorie, che Gerberto
-fece un orologio meccanico mirabile. Gli è così appunto che la leggenda
-lavora.
-
-La storia della statua, che indica misteriosamente un luogo nascosto,
-ha molti riscontri, ed è certamente, almeno in parte, più antica di
-Gerberto cui Guglielmo l'appropria. In un libro arabico, intitolato _Il
-libro del secreto della creatura del saggio Belinus_ (il quale Belinus
-si crede con buon fondamento essere Apollonio Tianeo)[26], si narra
-che nella città di Tuaya (probabilmente Tiana) c'era una statua di
-Ermete, sul cui capo leggevasi scritto: _Se alcuno desidera conoscere
-il secreto della creazione degli esseri, e come fu formata la natura,
-guardi sotto a' miei piedi_. Nessuno aveva mai saputo scoprirci nulla;
-ma Belinus scavò sotto i piè della statua, e trovò un sotterraneo, e
-nel sotterraneo un vecchio seduto sopra un trono d'oro, con innanzi un
-libro aperto. Belinus tolse il libro, e acquistò per esso la cognizione
-di tutte le cose[27]. Similmente la storia dei tesori trovati nel
-sotterraneo fu narrata, prima che di Gerberto, di altri. Il già
-citato cronista Sigeberto di Gembloux racconta, all'anno 1039, che
-in Sicilia era una statua marmorea, la quale recava scritto intorno
-al capo: _Alle calende di maggio, nascente il sole, avrò il capo
-d'oro_. Un Saraceno, fatto prigione da Boberto Guiscardo, intendendo
-il significato di quelle parole, il dì primo di maggio, al nascer del
-sole, notò diligentemente il luogo ove giungeva l'ombra della statua,
-e quivi, scavata la terra, trovò un infinito tesoro, col quale potè
-riscattarsi. Di questo caso fa ricordo anche il Petrarca nel suo libro
-delle cose memorabili[28]. L'avventura non ebbe così buon fine per un
-chierico innominato, di cui si narra la storia nei _Gesta Romanorum_.
-Costui, penetrato, come Gerberto, in luogo sotterraneo, ov'era accolto
-un inestimabile tesoro, non seppe frenare la voglia, e tolse un
-coltello: immediatamente un sagittario scoccò la freccia nel carbonchio
-che illuminava la caverna, e il temerario chierico, non potendo
-più, fra le tenebre, rinvenir la via dell'uscita, morì miseramente.
-Quel sagittario, o uno che assai gli somiglia, appare anche in altri
-racconti: nella leggenda di Virgilio mago, nella _Image du monde_,
-nella Eneide del tedesco Enrico di Weldeke[29].
-
-Veniamo alla testa artifiziata che dà responsi. Teste così fatte, o
-anche intere statue favellatrici, o androidi, furono pure attribuite
-ad Alberto Magno, a Ruggero Bacone, ad Arnaldo di Villanuova, a
-Enrico di Villena, a un rabbino per nome Löw. Di una si parlò nel
-famoso processo dei Templari, e Guglielmo di Newbury, storico inglese
-morto il 1208, racconta di un procuratore di Andegavia, per nome
-Stefano, ingannato, come Gerberto, da una testa magica[30]; e chi
-non ricorda la gherminella fatta con una testa presunta magica al
-povero Don Chisciotte? Se Gerberto sia stato il primo ad averne
-una dalla generosità della leggenda è difficile dire, e non è gran
-fatto probabile; ma certo il fallace responso ch'egli ebbe da essa,
-o dal diavolo, altri ebbero assai prima di lui, come altri ebbero
-dopo. Di responsi ambigui e fallaci è assai spesso ricordo negli
-scrittori dell'antichità[31]. Di un responso, o, a dir meglio, di un
-avvertimento, non diabolico, ma divino, nel quale, come nella risposta
-data a Gerberto, si ha una equivocazione sul nome di Gerusalemme,
-narra Giovanni Villani riferendola a Roberto Guiscardo. «Questo Ruberto
-Guiscardo, dopo molte nobili opere e cose fatte in Puglia, per cagione
-di devozione si dispose d'andare in Gerusalemme in peregrinaggio, e
-detto li fu in visione che morrebbe in Gerusalemme. Adunque accomandato
-il regno a Ruggieri suo figliuolo, prese per mare viaggio verso
-Gerusalemme. E pervenendo in Grecia al porto che si chiamò poi per
-lui porto Guiscardo, cominciò a gravare di malattia. E confidandosi
-nella revelazione a lui fatta, in nullo modo temea di morire. Era
-incontro al detto porto una isola, alla quale, per cagione di prendere
-riposo e forza, vi si fece portare, e là portato non migliorava,
-anzi più aggravava. Allora dimandoe come si chiamava quella isola: fu
-risposto per li marinari che per antico si chiamava Gerusalemme. La
-qual cosa udita, incontanente certificato di sua morte, divotamente di
-tutte le cose che a salute dell'anima si appartengono sì si ordinò,
-e divotamente si acconciò e morio nella grazia d'iddio nelli anni
-di Cristo 1090»[32]. Nella leggenda di Cecco d'Ascoli si ha, come in
-quella di Gerberto un inganno diabolico. Il diavolo aveva annunziato a
-Cecco ch'e' non morrebbe se non tra Africa e Campo de' Fiori. Condotto
-al supplizio, l'infelice non dava segno di timore alcuno, aspettando
-che quegli venisse a liberarlo; ma saputo allora come Africo fosse il
-nome di un fiumicello che scorreva ivi presso, intese sotto il nome
-di Campo de' Fiori celarsi Firenze, e si conobbe perduto. Il mago
-polacco Twardowsky fu, dice la leggenda, ingannato dal diavolo con una
-equivocazione sul nome di Roma, che aveva pure un piccolo villaggio in
-Polonia[33]; Enrico IV d'Inghilterra, nel dramma dello Shakespeare che
-da lui s'intitola, è ancor egli ingannato col nome di Gerusalemme[34].
-
-Per ciò che spetta alla terribile penitenza con cui Gerberto espiò le
-sue colpe e si liberò dalle mani del diavolo, la tradizione è certo
-assai antica, perchè si trova già, come abbiam veduto, nello scritto
-di Benone, sebbene poi Sigeberto di Gembloux ne taccia. Il medio evo è
-pieno di così fatti racconti di penitenze spaventose, intesi a mostrare
-l'efficacia appunto della penitenza, e come non siavi peccato, per
-quanto grande e mostruoso, che non possa ottenere il perdono di Dio:
-si direbbe che quella età abbia a bella posta inventati peccatori
-sceleratissimi, per poi farli pentire, e renderli degni del Paradiso.
-Anche la penitenza di Gerberto ha non pochi riscontri. Guglielmo di
-Malmesbury ne racconta una in tutto simile di un mago Palumbo[35],
-e Tommaso Cantipratense reca l'esempio di un malvagio pentito, che,
-condannato a morte, chiede in grazia d'essere tagliato a pezzi[36].
-Taluno di tali racconti è ancor vivo nelle letterature popolari[37].
-
-In relazione con la notizia data da Gualtiero Map, che Gerberto più
-non comunicò durante tutto il tempo del suo sacerdozio, è quanto dice
-un altro scrittore inglese del secolo XIII, Giraldo Cambrense, il
-quale, ricordato quel caso, soggiunge: «onde fu statuito nella Chiesa
-Romana che i sommi pontefici, nel momento della comunione, dovessero
-voltarsi verso il popolo»[38]; precauzione che ricorda quella secondo
-altri racconti usata per accertarsi del sesso dei pontefici dopo la
-scandalosa avventura della papessa Giovanna.
-
-Finalmente la favola del sepolcro che suda acqua. Il primo a farne
-cenno sembra essere un diacono Giovanni, che in Roma, ai tempi di
-Alessandro III (1159-1181) compose un _Liber de ecclesia Lateranensi_.
-Egli dice che il sepolcro di Gerberto, sebbene non fosse in luogo
-umido, mandava fuori, anche quando l'aria era in tutto serena,
-gocce d'acqua, e che ciò era agli uomini cagione d'ammirazione[39].
-Di presagi non fa parola; ma gli è assai probabile che qualche
-immaginazione simile a quella che in proposito riferisce Gualtiero,
-fosse già nata in Roma fra il popolo.
-
-La leggenda di Gerberto faceva ciò che sempre fanno le leggende
-maggiori, congiunte ad alcuna persona illustre, o ad alcun memorabile
-avvenimento: come un rivo nato di picciola fonte, il quale ingrossa di
-sempre nuove acque trovate per via, essa ingrossava di quante finzioni
-le si paravano innanzi consentanee al suo spirito e conformi al suo
-tema.
-
-
-V.
-
-Guglielmo di Malmesbury e Gualtiero Map ci dànno la leggenda nella sua
-forma più piena e colorita, quale sembra siasi foggiata, per ragioni
-che ci sfuggono, in Inghilterra. Da indi in poi essa si diffonde sempre
-più, ma accrescimenti nuovi, di molto rilievo, più non ne riceve; anzi
-si assottiglia alquanto cammin facendo, e ciò assai prima d'essere
-pervenuta all'età della declinazione e dell'esaurimento. La storia
-della figlia del preposto e della bella Meridiana, benchè tale da dover
-necessariamente piacere alle fantasie di quei tempi, si perde, nè è
-possibile dire perchè: rimangono al loro posto, ma non tutte salde
-egualmente, le altre parti, il patto col diavolo, la testa magica,
-il responso ingannevole, l'ultima messa, la penitenza, il miracolo
-del sepolcro. Talvolta, dell'antica leggenda, tramenata di qua e di
-là, strappata fuori da tanti libri e cacciata dentro a tanti altri,
-rinarrata spesso da chi non l'aveva più se non imperfettamente nella
-memoria, si lascia vedere solo un membro divelto, come un rottame di
-nave perduta che galleggi a fior d'acqua.
-
-Ma l'opinione della veracità sua, l'opinione che fosse non favola, ma
-storia, per lungo tempo sempre più si rafferma. Sigeberto di Gembloux,
-Guglielmo di Malmesbury e alcun'altro, avevano espresso un dubbio in
-proposito, dubbio proprio o d'altrui. Sigeberto, narrate le cose che
-abbiamo udite, soggiungeva: «Ciò udii da altri; se vero o falso, lascio
-giudicare al lettore». Guglielmo accennava al dubbio che da taluno si
-sarebbe potuto muovere; ma, diceva, a farlo dileguare basta la prova
-della morte; nè gli veniva in mente che anche la storia della morte
-potesse esser favola. Nel secolo successivo ogni dubbio si tace.
-
-Chi volesse ricordare tutte le scritture in cui, per lo spazio di
-quattro secoli, dal XIII al XVI, ricomparisce la leggenda di Gerberto,
-dovrebbe recitare una litania non più finita. Io mi contenterò di
-ricordare le più importanti, notando certe variazioni che, per esse, si
-andavano introducendo nella leggenda.
-
-La fonte principalissima, quando diretta e quando indiretta, dei nuovi,
-o, per dir meglio, rinnovati racconti, è Guglielmo, la cui opera fu
-assai nota nel continente, e usufruita e saccheggiata da molti. Da lui
-attinse, negli anni intorno al 1230, Alberico dalle Tre Fontane[40],
-e da lui attinse, circa quel medesimo tempo, Vincenzo Bellovacense,
-il cui _Speculum historiale_ procacciò, con la grande sua diffusione,
-nuova celebrità alla leggenda, e divenne a sua volta una fonte a cui
-attinsero molti[41]. In quello stesso secolo la leggenda è narrata,
-ma solamente in parte, da Filippo Mousket (il quale non visse oltre
-il 1244) in una sua fastidiosissima cronica rimata[42], e dal celebre
-Martino Polono, il quale morì nel 1279[43]. Il _Chronicon_ di Martino
-fu, per tutto il rimanente medio evo, il libro di storia più letto e
-più frequentemente citato, e accrebbe di molto, se pur era possibile,
-la diffusione e il credito della leggenda. In esso è per la prima
-volta ricordata una particolarità curiosa circa il seppellimento di
-Gerberto. Fattosi troncare le membra, il contrito pontefice ordinò che
-il suo tronco fosse posto sopra una biga, e sepolto nel luogo ove lo
-traessero e si fermassero gli animali aggiogati: questi lo trassero
-a San Giovanni Laterano, e quivi fu sepolto. Della biga molti poi
-ebbero a ricordarsi, facendola tirare da buoi, da bufali, da cavalli
-indomiti, rinnovando il tema di altre leggende, così sacre, come
-profane. Quando Martino scriveva, nessuno più dubitava della veracità
-di quei racconti, i quali erano stati accolti e condensati in apposita
-iscrizione, incisa sul sepolcro del pontefice mago. A tale iscrizione
-accenna chiaramente Martino in fine della sua narrazione. Parve duro
-a taluno credere che la Chiesa stessa volesse, con l'autorità che le è
-propria, in luogo sacro, farsi mallevadrice di tante e così ingiuriose
-favole; ma la iscrizione ci fu veramente; anzi ce ne furono due, di
-consimil carattere, l'una in San Giovanni, e l'altra in Santa Croce,
-vedute entrambe da Michele Montaigne, che ne fa espresso ricordo[44].
-Quella di Santa Croce era, dice Raimondo Besozzi nella storia che
-scrisse di tale basilica[45], nel lato diritto della cordonata che
-conduce alla cappella di San Gregorio, e ci fu conservata da Lorenzo
-Schrader nell'opera sua intitolata _Monumenta Italiae_[46], dove si
-legge del tenore seguente: _Anno domini MIII tempore Otthonis III
-Sylvester Papa Secundus qui fuerat ante Otthonis praeceptor, non
-satis rite forsan Pontificatum adeptus, a spiritu praemonitus qua die
-Hierusalem accederet se fore moriturum, nesciens forte hoc sacellum
-esse Hierusalem secundum, sui Pontificatus anno quinto, statuta die
-rem hic divinam faciens, ipsa die moritur. Eo tamen divina gratia ante
-communionem, cum se jam tunc moriturum intellexisset, propter dignam
-poenitudinem et lacrymas ac loci sanctitatem ad statum verisimilem
-salutis reducto: reseratis enim post divina populo criminibus suis et
-ordinatione praemissa, ut in criminum ultionem exanime corpus suum ab
-indomitis equis per urbem quaqua versum discurrentibus traheretur,
-et inhumatum dimitteretur, nisi Deus sua pietate aliud disponeret,
-equisque post longiorem cursum intra Lateranam aedem moratis, istich
-ab Otthone tumulatur. Sergiusque IIII successor mausoleum deinde
-expolitius reddidit._
-
-Ma qui nasce un dubbio. Sergio IV, uno dei primi successori di Gerberto
-(1009-1012), compose, o fece comporre, per il predecessore suo un lungo
-e pomposo epitafio in distici, che tuttora esiste, sebbene non esista
-più il sepolcro a cui appartenne[47]. In esso molte e magnifiche lodi,
-e non un minimo cenno di leggenda ingiuriosa. Non è egli dunque da
-credere che abbia errato Martino Polono, ricordando come incisa sul
-sepolcro una iscrizione ispirata dalla leggenda, e che abbia traveduto
-il Montaigne, credendo di leggere in San Giovanni Laterano una
-iscrizione simile a quella di Santa Croce in Gerusalemme? L'epitafio di
-Sergio, epitafio che appunto leggevasi in San Giovanni, non escludeva,
-con la sua presenza, ogni iscrizione di carattere leggendario ed
-ingiurioso? Non parmi; e mostrerebbe di conoscere assai malamente il
-medio evo chi, per affermarlo, si fondasse sulla contraddizione palese
-e violenta. A ben altre contraddizioni quella età si acconciava, senza
-addarsene punto, o senza torsene briga. L'affermazione di Martino,
-il quale (si noti) fu lunghi anni in Roma cappellano e penitenziario
-papale, è categorica e degna in tutto di fede, com'è categorica e
-degna di fede l'affermazione di Michele Montaigne, ed entrambe sono
-avvalorate dalle parole di un devotissimo tedesco, del quale sarà fatto
-ricordo più oltre. Ben più strana della notata sarebbe a ogni modo
-l'altra contraddizione, che la leggenda si potesse veder descritta
-in Santa Croce, e, poco di là discosto, in San Giovanni, sulla tomba
-del Pontefice, non se n'avesse traccia. Noi possiamo dunque tener per
-fermo che una iscrizione di carattere leggendario sulla tomba ci fosse:
-a canto ad essa il panegirico del buon papa Sergio si reggeva come
-poteva.
-
-Insieme con quella della biga vengono fuori qua e là, altre
-particolarità curiose. Dice Martino che, in segno della ottenuta
-misericordia, il sepolcro di Gerberto, così per l'agitazione e il
-rumore delle ossa che vi son dentro, come pel trasudare dell'acqua,
-annunzia la imminente morte dei pontefici. Di quel tumultuar delle
-ossa molti parlano di poi[48]; al qual proposito è da osservare che
-l'agitarsi dei morti nelle tombe, è, di solito, considerato quale un
-segno, non di salvazione, ma di dannazione.
-
-L'acqua, in certi racconti, si muta in olio[49], e si parla di una
-indulgenza accordata a quanti si recano a visitare la tomba e vi
-recitano un _Pater noster_[50].
-
-Nei racconti più antichi, Gerberto, pentito, si fa tagliare a pezzi,
-e la cosa finisce lì; racconti posteriori accolgono il fatto, ma ci
-mettono un po' di frasca intorno. Filippo Mousket, nella già citata
-sua cronaca, insiste molto, e con manifesto compiacimento, sopra
-quella macellazione finale. Le membra del malcapitato pontefice sono
-date a mangiare ai cani. I diavoli, che, sotto forma di nerissimi
-corvi e di orribili avvoltoi, erano accorsi in gran numero (più di
-536, dice il cronista tirato dalla rima), le contendono ai cani, e
-se le contendono fra loro, menando un chiasso veramente indiavolato.
-Enenkel fa, come si è veduto, che i diavoli giuochino con quelle povere
-membra alla palla. Tali racconti, intesi ad accrescere l'orrore e
-l'efficacità dell'esempio, trovano ripetitori e rimaneggiatori: due
-secoli dopo Sant'Antonino, sente il bisogno di mitigare alquanto le
-feroci immaginazioni de' suoi predecessori, e con lodevole accorgimento
-vuole che il papa si faccia tagliare a pezzi dopo morto[51]. Circa il
-1260, il così detto Minorita Erfordiense narra, con parole di santa
-esecrazione, che nella cappella dove seguì l'orribil fatto, nessun papa
-volle più mettere il piede[52].
-
-E la leggenda sempre più si diffonde, passando di secolo in secolo
-e di gente in gente. Sin qui non abbiamo trovato scrittori italiani
-che la narrassero. Romualdo Salernitano, morto nel 1181, sembra che
-la ignorasse affatto; ma nel secolo XIV molti Italiani la narrano,
-primi Riccobaldo da Ferrara[53] e Leone d'Orvieto[54]. Con essi la
-leggenda penetra nelle storie speciali dei pontefici, d'onde non
-uscirà più, se non molto tardi. Narrano quasi con le stesse parole,
-succintamente, e nulla recano di nuovo. Ad essi tengono dietro Tolomeo
-da Lucca[55] il quale cita Vincenzo Bellovacense e Martino Polono;
-Giovanni Colonna[56], il quale attinge da Guglielmo di Malmesbury;
-Domenico Cavalca, nel _Pungilingua_, il quale, del resto, è poco più
-che traduzione di un libro francese, e nei _Frutti della Lingua_[57];
-Andrea Dandolo, che parla della statua e dell'ambiguo responso[58].
-Fuori d'Italia ripetono la leggenda Matteo di Westminster[59], Bernardo
-Guidonis[60], Roberto Holkot[61], Pietro Bersuire (o Berchorio)[62],
-Amaury d'Augier[63], Enrico di Ervordia[64], Giovanni d'Outremeuse[65],
-l'autore del _Chronicon Vezeliacense_[66], ed altri parecchi. A forza
-di viaggiare, la leggenda era giunta, già nella prima metà di quel
-secolo, se non anche prima, sino in Islanda[67].
-
-Nel secolo seguente, l'antica favola, non punto scemata di credito,
-riappare nelle già citate Istorie di Sant'Antonino, il quale altro
-quasi non fa se non copiare Giovanni Colonna; nelle Vite dei Pontefici
-del Platina; nella _Fleur des histoires_ di Giovanni Mansel; nelle
-_Rapsodiae historiarum_ di Marc'Antonio Sabellico; nelle _Novissimae
-historiarum omnium repercussiones_ di Jacopo Filippo da Bergamo; negli
-_Annales silesiaci compilati_, ecc.; e nel secolo XVI la riferiscono,
-Giovanni Wier nel libro suo _De praestigiis daemonum_; Hans Sachs
-in una delle innumerevoli sue poesie; Giovanni Guglielmo Kirchhof
-nel _Wendunmuth_; i così detti Centuriatori di Magdeburgo nella loro
-_Historia ecclesiastica_, e parecchi altri scrittori della Riforma,
-ai quali stava molto a cuore di narrar le gesta di un papa che s'era
-venduto al diavolo. Nel 1599 Giorgio Rodolfo Widmann introduceva la
-novella di Santa Croce in Gerusalemme nella sua Storia di Fausto.
-
-Ben s'intende come alla longeva e vagabonda leggenda dovesse far
-codazzo un popolo di errori, che la leggenda, veramente, non chiedeva,
-alcuni dei quali, anzi, essa volentieri avrebbe respinti, ma che in sua
-compagnia non facevano poi troppo brutta figura. Ne additerò alcuni.
-
-Gualtiero Map, forse più per proposito che per errore, fa nascere
-Gerberto di nobile prosapia; ma molto prima di lui, in un Catalogo di
-pontefici, attribuito, non so con quanta ragione, a Mariano Scoto,
-il quale visse fino al 1086, Gerberto era stato fatto a dirittura
-figliuolo dell'imperatore Ottone (di quale?)[68]. In alcuni, come
-nell'autore della cronaca che andava sotto il nome di Guglielmo Godell,
-nasce un dubbio, se, cioè, Gerberto e Silvestro II sieno una sola e
-stessa persona, e in certi _Annales remenses et colonienses_ si dice
-risolutamente che Silvestro II fece deporre Gerberto, il quale aveva
-usurpato il luogo di Arnulfo, arcivescovo di Reims, e sospendere i
-vescovi che avevano consentita la sua consacrazione[69]. Altri, a
-cominciare da Guglielmo di Malmesbury, confondono Silvestro II con
-Giovanni XVI, l'antipapa che da Crescenzio fu opposto a Gregorio V, e
-a questo Gregorio Ugo di Flavigny fa precedere Silvestro, che invece
-fu suo successore. Il nome stesso di Gerberto si altera in varii
-modi: Guiberto, Gilberto, Giriberto, Goberto, Uberto, e talvolta,
-come or ora vedremo, si muta, in nomi di tutt'altro suono. Gli anni
-della esaltazione e della morte oscillano molto, e per solo citare
-due esempii estremi, mentre, nel secolo XI, l'autore di una parte di
-certi _Annales Formoselenses_[70] pone l'esaltazione all'anno 895, con
-errore di più che cent'anni, Giovanni d'Outremeuse, nel secolo XIV, fa
-che Gerberto riceva dal diavolo il fallace responso il 7 di giugno del
-1022. Gli anni del papato variano da meno di uno a sette. Qui pure sono
-da ricordare certe affermazioni di storici, le quali contraddicono,
-o poco, o molto, alla leggenda diabolica. Più cronisti asseverano,
-quando già la leggenda è larghissimamente diffusa, che fu il popolo
-romano tutto intero quello che acclamò pontefice Gerberto[71]; e più
-altri ricordano una santa visione che Gerberto ebbe concernente il
-conferimento della corona d'Ungheria[72].
-
-Ci riman da vedere come la leggenda traviasse, e come da ultimo si
-perdesse, simile a un fiume, che, dopo lungo corso, dilegui, bevuto
-dalle sabbie del deserto e dal sole.
-
-Un poemetto inglese del secolo XIII narra la meravigliosa istoria
-di Silvestro II, ma riferendola a un papa Celestino, il quale,
-evidentemente, non può aver nulla di comune con Celestino II. Esso
-ricorda in principio, per le cose che narra, il poemetto latino che ho
-già citato, ma poi se ne scosta molto nel séguito. Celestino, perduto
-assai tempo nelle scuole senza apprendere nulla, si dà al diavolo, e
-il diavolo l'ammaestra, e nel corso di pochi anni lo fa arcidiacono,
-poi arcivescovo, poi cardinale, poi papa. Divenuto papa, Celestino
-predica, per dodici mesi consecutivi, contro la fede, poi un bel
-giorno gli viene in mente che ha pur da morire, e vuol sapere quando
-morrà. Il diavolo, appositamente evocato, lo inganna con quell'ambiguo
-responso della messa da celebrare in Gerusalemme. Venuto il dì fatale,
-e scoperta la frode, il papa si pente, e invoca l'ajuto di Gesù.
-Vengono mille diavoli, urlando, strepitando, schizzando fuoco, e
-fanno ressa alla porta della cappella, gridando a gran voci: Il papa
-è nostro; il papa è nostro! Il povero papa si confessa davanti al
-popolo adunato, disputa e contrasta con i sette peccati capitali, che
-sono poi altrettanti diavoli, e non cessa di raccomandarsi a Cristo
-redentore e alla Vergine Maria. I diavoli traggono innanzi un orribile
-cavallo alato, per portare il papa in Inferno, e menano intorno alla
-cappella una scorribanda furiosa. Celestino fa testamento, e lascia
-agli avversarii le vesti, e le membra, che si fa troncar dal carnefice.
-Quando costui s'appresta a tagliare il capo, ecco scende di cielo la
-Vergine, con una schiera di angeli e consola il pentito, e gli promette
-l'eterna salute. Il carnefice compie allora il suo officio, e getta il
-capo del papa al diavolo Avarizia, che subito lo acciuffa e lo divora.
-Le altre membra sono trasportate nella basilica di San Pietro, e lo
-stesso principe degli apostoli scende con cento angioli dal cielo, per
-assistere alla sepoltura del suo successore, e per dire che il trono di
-lui è in Paradiso, accanto al suo proprio[73].
-
-Nel racconto molto più tardo di un buon tedesco, cittadino cospicuo
-di Norimberga, Niccolò Muffel, che nell'anno 1452 venne in Roma per
-l'incoronazione dell'imperatore Federico III, e ivi comperò, a buon
-mercato (così egli dice), una notabile indulgenza, Celestino si tramuta
-in Istefano. E perchè non rimanga alcun dubbio, Niccolò narra la storia
-due volte. Quando il papa Stefano vide venire i diavoli in figura
-di corvi e di cornacchie innumerevoli, subito si confessò, e si fece
-tagliare a pezzi, e gli uccelli diabolici ne portarono via i lacerti
-e le viscere, meno il cuore che fu sepolto in San Giovanni Laterano.
-Niccolò avverte espressamente che il ricordo di questi fatti si leggeva
-nella chiesa di San Giovanni[74].
-
-Finalmente, ai tempi di Francesco I re di Francia, la vecchia leggenda
-riappare in una novella di Niccolò di Troyes; ma, come una moneta, che
-a forza di correre per le mani degli uomini abbia perduto l'impronta
-del conio, essa ha perduto l'effigie di Gerberto e non poco di ciò
-che v'era scritto intorno: pur nondimeno gli è facile riconoscerla.
-Un cardinale di Roma desiderava ardentemente di diventar papa. Gli
-viene innanzi il diavolo, e gli promette dieci anni di papato, e di
-non porgli le mani addosso se non in _sancta civitas_ (sic). Trascorso
-il termine, il papa va a celebrar messa in una chiesa di Roma, e come
-appena v'è entrato, ecco più di dieci mila corvi calar d'ogni banda e
-posarsi sul tetto. La chiesa è detta appunto in _sancta civitas_. Il
-papa non si perde di animo: celebra la messa con gran devozione, chiede
-a Dio perdono de' suoi peccati, e ottenutolo, vive ancora molt'anni
-senza paura e senza pericolo[75].
-
-La leggenda, sfinita, si perde.
-
-
-VI.
-
-A mezzo il secolo XV, in pien concilio di Basilea, Tommaso de
-Corsellis, uomo, dice Enea Silvio Piccolomini, storico del concilio
-stesso, di mirabile dottrina, amabilità e modestia, usciva dinanzi ai
-padri assembrati, in queste parole: «Voi non ignorate che Marcellino,
-per comando dell'imperatore, incensò gl'idoli, e che un altro
-pontefice, cosa ben più grave ed orribile, salì al pontificato con
-l'ajuto del diavolo»[76]. Egli non nominava Silvestro II, e non aveva
-bisogno di nominarlo: tutti a quel cenno intendevano di chi si parlava.
-
-Ma i tempi erano già molto mutati, e sempre più si venivano mutando.
-Era nata la critica, e innanzi a lei, sotto il suo sguardo scrutatore,
-le grandi e immaginose leggende venute su di mezzo alle caligini
-del medio evo, cominciavano a vacillare, a diradarsi, a smarrirsi, e
-non molto dopo dovevano dileguarsi affatto, come nubi leggiere in un
-cielo caldo d'estate. Il secolo XVI vide sorgere i primi difensori di
-Gerberto, i primi restauratori della sua fama, da tanti secoli offesa.
-Un domenicano spagnuolo, Alfonso Chacon (Ciaconio), morto in Borna
-verso il 1600, inseriva nelle sue _Vitae et gesta romanorum pontificum
-et cardinalium_ un epigramma latino, in cui la imputazione di magia
-fatta a Gerberto era ascritta alla inerzia ed ignoranza del volgo[77].
-Due cardinali celebri, il Baronio e il Bellarmino, sgravarono l'antico
-pontefice di un'accusa che a molti oramai sembrava assurda, e lo stesso
-fece il dotto medico francese Gabriele Naudé nella sua _Apologie
-pour tous les grands personnages qui ont été faussement soupçonnez
-de magie_, stampata la prima volta nel 1625. Finalmente un domenicano
-polacco, Abramo Bzovio, nato nel 1567, morto nel 1637, compose in onor
-di Gerberto, e in trentotto capitoli, un vero panegirico, che vide
-la luce in Roma nel 1629, e diede alla tenebrosa leggenda il colpo di
-grazia. Peccato che alle favole antiche egli, di suo capo, sostituisse
-una favola nuova, facendo di Gerberto un discendente della gente Cesia,
-di Temeno re d'Argo e di Ercole. Gli stessi protestanti rinunziarono a
-usare della leggenda come di un'arma contro la Chiesa di Roma, e alcuni
-di essi risolutamente la confutarono.
-
-Del resto, una smentita, per dir così, materiale, non si fece aspettar
-troppo a lungo. L'anno 1648, rifacendosi per ordine d'Innocenzo X le
-fondamenta alla basilica di San Giovanni, fu aperta l'arca marmorea
-di Silvestro II, e il pontefice scelerato, che s'era fatto tagliare
-a pezzi, e le cui membra erano state involate e divorate da corvi, da
-cani e da diavoli, apparve, dice il canonico Cesare Rasponi, intero ed
-illeso, vestito degli abiti pontificali, con le braccia in croce, e la
-tiara in capo; ma appena sentì l'aria si sciolse in polvere[78].
-
-Così finiva, dopo quasi sei secoli di vita, una delle più curiose e
-celebri leggende del medio evo, meravigliosa per le finzioni di cui
-è tessuta, notabile pel senso che racchiude. Nessuno la stimi una
-immaginazione scioperata, fatta solo di sogno e di nebbia. Storia
-essa non è, ma della storia è come un corollario e un commento. Anzi,
-in certo senso, al pari d'altre leggende senza numero, è storia più
-generale e più recondita, perchè se non narra singoli fatti veri,
-esprime ragioni e condizioni di fatti, desiderii e terrori di popoli,
-spirito, grandezza e miseria di secoli.
-
-
-NOTE
-
-[1] Veggasi intorno a Gerberto: HOCK, _Gerbert oder Papst Sylvester II
-und sein Jahrhundert_, Vienna, 1837; OLLERIS, _Oeuvres de Gerbert_,
-Clermont, 1867, Introduzione; WERNER, _Gerbert von Aurillac, die
-Kirche und Wissenschaft seiner Zeit_, Vienna, 1878. Questi autori
-discorrono della leggenda in modo affatto insufficiente, e così ancora
-il DOELLINGER, _Die Papst-Fabeln des Mittelalters_, edizione curata
-da I. Friedrich, Stoccarda, 1890, pp. 184-8. In questi ultimi anni
-molto si scrisse intorno a Gerberto, considerato nella politica, nella
-scienza, nell'insegnamento, nel ministero ecclesiastico. Meritano
-particolar menzione due pubblicazioni recenti che hanno per oggetto le
-lettere di lui, cioè la fonte principale per la sua biografia: NICCOLÒ
-BUBNOW, _Le lettere di Gerberto considerate come fonte storica_ (in
-russo), Pietroburgo, 1888 sgg.: _Lettres de Gerbert publiées avec une
-introduction et des notes par_ JULIEN HAVET, Parigi, 1889.
-
-[2] _Magni ingenii ac vivi eloquii vir, quo postmodum tota Gallia acri
-lucerna ardente, vibrabunda refulsit_ etc., etc. _Historiarum_ l. IV,
-ap. PERTZ, _Mon. Germ. hist., SS._, t. III, pp. 616-21, 648-53.
-
-[3] Ai citati aggiungansi gli anonimi compilatori degli _Annales
-Hildesheimenses_, degli _Annales Pragenses_, degli _Annales Augustani_,
-degli _Annales Sancti Vincentii Mettensis_, ecc.
-
-[4] BOUQUET, _Recueil des historiens des Gaules et de la France_, t. X,
-p. 67, vv. 166-7. Cf. le note di Adriano Valesio, pp. 82-3. La data del
-1006 è resa più che probabile dal Mabillon.
-
-[5] Ho dinanzi, non potendo averne altro, il testo dato da GIOVANNI
-WOLF, _Lectionum memorabilium et reconditarum centenarii XVI_,
-Lavingae, 1600, t. I, pp. 292-5.
-
-[6] _Chronicon_, l. I, ap. Pertz, SS., t. VIII, pp. 366-7.
-
-[7] Il DOELLINGER (op. cit., p. 185) è d'altra opinione. Egli crede che
-Ugo abbia inteso parlare di sole arti cortigianesche, di lenocinii.
-Certo, nel latino classico, il vocabolo _praestigia_ ebbe anche quel
-significato; ma nel latino medievale prevalse l'altro di _artifizio
-magico_.
-
-[8] Ap. PERTZ, _SS._, t. VI, p. 353.
-
-[9] L. I, ap. PERTZ, _SS._, t. XXVI, pp. 11-2.
-
-[10] Nella Vita che, dopo il 1042, scrisse di Roberto il Pio; ap.
-BOUQUET, _Rec._, t. X, p. 99.
-
-[11] _Chronicon_, l. VI, cap. 61, ap. PERTZ, _SS._, t. III, p. 835.
-
-[12] _Historiarum_ l. III, ap. PERTZ, _SS._, t. IV, p. 130.
-
-[13] Vedi CHASLES, _Explication des traités de l'Abacus, et
-particulièrement du Traité de Gerbert, Comptes rendus des séances
-de l'Académie des sciences_, t. XVI, 1843, pp. 156 sgg.; MARTIN,
-_Recherches nouvelles concernant les origines de notre système de
-numération écrite, Revue archéologique_, t. XIII, parte 2ª, pp. 509
-sgg., 588 sgg.
-
-[14] _Loc. cit._
-
-[15] Ep. XVI, ediz. Olleris.
-
-[16] _Op. cit._, pp. 186.
-
-[17] _De gestis regum anglorum_, l. II, capp. 167, 168, 169, 172, ap.
-PERTZ, _SS._, t. X, pp. 461-4. Non traduco alla lettera; anzi in più
-luoghi do solamente la sostanza del racconto del benedettino inglese.
-
-[18] Pubblicato dal MONE, in _Anzeiger für Kunde des deutschen
-Mittelalters_, anno 1833, coll. 188-9.
-
-[19] _De nugis curialium_, dist. IV, cap. 11, ap. PERTZ, _SS._, t.
-XXVII, pp. 70-2.
-
-[20] Vedi, in questo volume, lo scritto intitolato _Demonologia di
-Dante_, e LIEBRECHT, _Zur Volkskunde_, Heilbronn, 1879, p. 28.
-
-[21] Vedi in proposito J. W. WOLF, _Beiträge zur deutschen Mythologie_,
-Gottinga, 1857, parte 2ª, pp. 235 sgg.
-
-[22] Cronaca detta di Guglielmo Godell, l. III, ap. PERTZ, _SS._, t.
-XXVI, p. 196.
-
-[23] _Weltbuch_, in VON DER HAGEN, _Gesammtabenteuer_, Stoccarda e
-Tubinga 1850, vol. II, pp. 553-62.
-
-[24] Negli _Annales Parchenses_ (ap. PERTZ, _SS._, t. XVI, p. 601), il
-verso si trova ridotto a metà. Ottone fa Gerberto, prima arcivescovo di
-Ravenna, poi papa: _unde dictum est: Scandit ab R. Gerbertus ad R._
-
-[25] Ap. PERTZ, _SS._, t. XXIII, p. 89.
-
-[26] Vedi STEINSCHNEIDER, _Apollonius von Thyana_ (_oder Balinas_) _bei
-den Arabern, Zeitschrift der Deutschen Morgenländischen Gesellschaft_,
-voi. XLV (1891), pp. 439-46.
-
-[27] _Notices et extraits des manuscrits de la Bibliothèque Nationale_,
-t. IV, pp. 118-20. Il libro è analizzato da Silvestro de Sacy.
-
-[28] _Rerum memorandarum_ l. IV (_Recentiores, Innominatus_), Opera,
-Basilea, 1521, p. 486.
-
-[29] _Gesta Romanorum_, ed. OESTERLEY, Berlino, 1872, cap. 107;
-COMPARETTI, _Virgilio nel medio evo_, Livorno, 1872, vol. II, pp.
-183-5; _Die Êneide_, ediz. di Lipsia 1852, col. 255; GRAF, _Roma nella
-memoria e nelle immaginazioni del medio evo_, Torino, 1882-3, vol. I,
-pp. 161-70; vol. II, p. 241.
-
-[30] _De rebus anglicis sui temporis_, ediz. di Parigi 1610, l. V, cap.
-6, p. 562.
-
-[31] Vedi le note del BERNECCER alle _Istorie_ di GIUSTINO, l. XII, c.
-2.
-
-[32] ISTORIE FIORENTINE, l. IV, c. 18. Vedi pure ciò che il Villani (l.
-VI, cap. 73) e l'autore degli _Annales mediolanenses_ (ap. MURATORI,
-_Scriptores_, t. XIV, coll. 661-2) narrano di Ezzelino da Romano
-morente, e cf. A. BONARDI, _Leggende e storielle su Ezelino da Romano_,
-Padova e Verona, 1892, pp. 70-1.
-
-[33] SCHEIBLE, _Das Kloster_, t. XI, Stoccarda, 1849, p. 529.
-
-[34] LIEBRECHT, _Op. cit._, p. 48.
-
-[35] _Op. cit._, p. 472.
-
-[36] _Bonum universale de apibus_, Duaci, 1627, r. II, cap. 51, num. 5.
-
-[37] Vedi per esempio LUZEL, _Légendes chrétiennes de la
-Basse-Bretagne_, Parigi, 1881, vol. I, pp. 161, 175.
-
-[38] _Gemma ecclesiastica_, ap. PERTZ, _SS._, t. XXVII, p. 412.
-
-[39] Ap. MABILLON, _Museum Italicum_, t. II, p. 568.
-
-[40] _Chronica Albrici monachi Trium Fontium a monacho novi monasterii
-Hoiensis interpolata_, ap. PERTZ, _SS._, t. XXIII, pp. 774, 778.
-
-[41] _Speculum historiale_, l. XXV, capp. 98-101.
-
-[42] _Chronique rimée_, ap. Pertz, SS., t. XXVI, pp. 727-9.
-
-[43] _Chronicon pontificum et imperatorum_, ap. PERTZ, _SS._, t. XXII,
-p. 432.
-
-[44] _Je ne sçai pourquoi aucuns se scandalisent de voir librement
-accuser la vie de quelque particulier prelat, quand il est connu et
-publicq; car ce jour là, et à S. Jean de Latran, et à l'église Sainte
-Croix en Jerusalem, je vis l'histoire escrite au long en lieu tres
-apparant, du Pape Silvestre second, qui est la plus injurieuse qui
-se puisse imaginer_. D'ANCONA, _L'Italia alla fine del secolo XVI.
-Giornale del viaggio di_ MICHELE DE MONTAIGNE _in Italia nel 1580 e
-1581_, Città di Castello, 1889, p. 297.
-
-[45] Roma, 1750, p. 78.
-
-[46] Helmstadii, 1592, f. 128 r.
-
-[47] Lo reca, fra gli altri, il GREGOROVIUS, _Le tombe dei papi_ (trad.
-dal tedesco), Roma, 1879, pp. 203-4.
-
-[48] Secondo l'autore di certi _Flores temporum_, composti negli ultimi
-anni del secolo XIII, il sepolcro suda o rumoreggia quando il pontefice
-è morto. Ap. PERTZ, _SS._, t. XXIV, p. 245.
-
-[49] Vedi, per esempio, gli _Annales Marbacenses_ del secolo XIII, ap.
-PERTZ, _SS._, t. XVII, p. 154.
-
-[50] ALBERICO DELLE TRE FONTANE, Op. cit., p. 778.
-
-[51] _Historiarum_ P. II, tit. XVI, cap. I, § 18.
-
-[52] _Chronicon minor_, ap. Pertz, SS., t. XXIV, p. 187.
-
-[53] _Historia pontificum romanorum_, ap. MURATORI, _SS_. t. IX, coll.
-172-3.
-
-[54] _Chronica romanorum pontificum_, ap. LAMI, _Deliciae eruditorum_,
-t. II, pp. 162-83.
-
-[55] _Historia ecclesiastica_, l. XVIII, capp. 6-8, ap. MURATORI, SS.,
-t. XI, coll. 1049-50.
-
-[56] _Mare historiarum_ (in massima parte ancora inedito), l. VIII,
-cap. 27. Ebbi copia del capitolo ove la leggenda è narrata dalla
-cortesia del signor A. Salmon, che la trasse dal cod. 4914 della
-Nazionale di Parigi.
-
-[57] _Il Pungilingua_, ediz. di Milano 1837, cap. XXX, pp. 264-5; _I
-Frutti della lingua_, ediz. di Milano, 1837, cap. XXXVII, pp. 343-4.
-
-[58] _Chronicon venetum_, lib. IX, cap. I, part. XXXIV, ap. MURATORI,
-SS., t. XII, col. 231.
-
-[59] _Flores historiarum_, Londra, 1570, pp. 383-5.
-
-[60] _Catalogus pontificum romanorum_, ap. MAI, _Spicilegium romanum_,
-t. VI, Roma, 1841, pp. 244-5. Il Mai non riferisce il racconto per
-intero.
-
-[61] _Opus super sapientiam Salomonis_, lect. CLXXXIX, ediz. di
-Basilea, 1506, f. 172 v.
-
-[62] _Reductorium morale_, Parigi, 1521, l. XIV, cap. 62.
-
-[63] Ap. MURATORI, _SS._, t. III, P. 2ª, col. 336.
-
-[64] _Liber de rebus memorabilioribus_, Gottinga, 1859, pp. 86, 91-3.
-
-[65] _Ly myreur des histors_, Bruxelles, 1869-80, t. IV, p. 205-6.
-
-[66] Ap. LABBE, _Nova Bibliotheca manuscriptorum librorum_, t. I, p.
-395.
-
-[67] _Islendzk Aeventyri. Isländische Legenden Novellen und Märchen
-herausgegeben von_ HUGO GERING, Halle a. S., 1882-4, v. I, pp. 47-9; v.
-II, pp. 32-3.
-
-[68] _Catalogus pontificum Mariani ut videtur_, ap. Pertz, SS., t.
-XIII, p. 78.
-
-[69] In una parte scritta probabilmente prima del 1150; ap. PERTZ,
-_SS._, t. XVI, p. 731.
-
-[70] Ap. PERTZ, _SS._, t. V, p. 35.
-
-[71] ROMUALDO SALERNITANO, già cit.; _Historia Francorum senonensis_,
-ap. PERTZ, _SS._, t. IX, p. 368; _Historia regum Francorum monasterii
-Sancti Dionysii_, ibid., p. 403, ecc.
-
-[72] _Annales Kamenzenses_, ap. Pertz, SS., t. XIX, p. 581; _Annales
-Cracovienses compilati_, ibid., p. 586; _Annales Polonorum_, ibid., pp.
-618, 619; _Annales Sanctae Crucis polonici_, ibid., p. 678.
-
-[73] Pubblicato da C. HORSTMANN nell'Anglia, v. I, 1878, pp. 67-85.
-
-[74] NIKOLAUS MUFFELS _Beschreibung der Stadt Rom. Bibliothek des
-litterarischen Vereins in Stuttgart_, CXXVIII, Tubinga, 1876, pp. 12-3,
-35-6.
-
-[75] _Le grand parangon des nouvelles nouvelles_, nov. 37, ediz. di E.
-MABILLE, Parigi, 1869, pp. 161-3.
-
-[76] AENEAE SYLVII _postea_ PII II _pontificis romani, commentariorum
-historicorum libri III de Concilio Basileensi_, Cattopoli, 1667, p. 15.
-
-[77] Eccolo:
-
- Ne mirare Magum fatui quod inertia vulgi
- Me (veri minime gnara) fuisse putat,
- Archimedis studium quod eram sophiaeque secutus
- Tum cum magna fuit gloria scire nihil.
- Credebat magicum esse rudes sed busta loquuntur
- Quam pius, integer et religiosus eram.
-
-Qui si allude alla iscrizione posta da Sergio IV.
-
-[78] _De basilica et patriarchio Lateranensi_, Roma, 1656, pp. 75-6.
-
-
-APPENDICE
-
-ALCUNI TESTI DELLA LEGGENDA DI SILVESTRO II.
-
-
-1.
-
-BENONE (m. 1098), _Vita et gesta Hildebrandi_, ap. WOLF, _Lectiones
-memorabiles_, Lavingae, 1600, t. I, p. 295.
-
- Theophilacto autem et Laurentio adhuc juvenibus, infecerat urbem
- iis maleficiis Gerbertus ille, de quo dictum est:
-
- Transit ab R. Gerbertus ad R. post Papa viget R.
-
- Et iste Gerbertus quidem paulo post completum millenarium,
- ascendens de abysso permissionis divinae, quatuor annis sedit,
- mutato nomine dictus Sylvester secundus. At per quae multos
- decepit, per eadem daemonum responsa deceptus, morte improvisa, Dei
- judicio, est interceptus. Hic responsum a suo daemone acceperat,
- se non moriturum nisi prius in Hierusalem missa ab eo celebrata.
- Hac ambage, hac nominis aequivocatione delusus, dum Palestinae
- civitatem Hierusalem praedictam sibi credit, Romae in ecclesia,
- quae vocatur Hierusalem missam faciens in die stationis, ibidem
- miserabili et horrida morte praeventus, inter ipsas mortis
- angustias supplicat, manus et linguam sibi abscindi, per quas
- sacrificando daemonibus, Deum inhonoravit.
-
-
-2. SIGEBERTO GEMBLACENSE (m. 1112), _Chronographia_, ad a. 995 (ap.
-PERTZ, _Mon. Germ., Script._, t. VI, p. 353).
-
- Gerbertus, qui et Silvester, Romanae ecclesiae 140us presidet, qui
- et ipse inter scientia litterarum claros egregie claruit. Quidam
- transito Silvestro Agapitum papam hoc in loco ponunt; quod non
- otiose factum esse creditur. Quia enim is Silvester non per ostium
- intrasse dicitur; — quippe qui a quibusdam etiam nichromantiae
- arguitur; de morte quoque eius non recte tractatur; a diabolo enim
- percussus dicitur obisse; quam rem nos in medio relinquimus; — a
- numero paparum exclusus videtur. Unde lector quaeso, ut et hic et
- alibi, si qua dissonantia te offenderit de nominibus vel annis vel
- temporibus paparum, non mihi imputes, qui non visa, sed audita vel
- lecta scribo.
-
-
-3. ORDERICO VITAL, _Historia ecclesiastica_, l. I (ap. PERTZ, _Mon.
-Germ., Script._, t. XXVI, pp. 11-12). Orderico scrisse la _Historia_
-fra il 1124 e il 1142.
-
- Gerbertus in divinis et secularibus libris eruditissimus fuit,
- et in sua scola famosos et sullimes discipulos habuit, Rodbertum
- scilicet regem et Leothericum Senonensem archiepiscopum, Remigium
- presulem Autisiodorensium, Haimonem atque Huboldum aliosque
- plurimos fulgentes in choro sophystarum. Remigius pontifex
- luculentam expositionem super missam edidit et artem vel editionem
- Donati gramatici utiliter exposuit. Haimo [p. 12] quoque sancti
- Pauli apostoli epistolas laudabiliter explanavit et alia multa de
- evangeliis aliisque sacris scripturis spiritualiter tractavit.
- Huboldus autem musicae artis peritus ad laudem Creatoris in
- ecclesia personuit et de sancta Trinitate dulcem historiam
- cecinit aliosque multos delectabiles cantus de Deo et sanctis
- eius composuit. Hos aliosque plures Gerbertus erudivit, quorum
- multiplex sequenti tempore scientia ecclesiae Dei plurimum
- profuit. Qui postquam de throno Remensi, quem illicite usurpaverat,
- depositus est, cum rubore et indignatione Galliam relinquens, ad
- Ottonem imperatorem profectus est; et tam ab ipso quam a populo ad
- praesulatum Ravennae electus est. Inde post aliquot annos ad sedem
- apostolicam translatus est, annoque dominicae incarnationis 999.
- Silvester papa sullimatus est.
-
- Fertur de illo, quod dum scolasticus esset, cum demone locutus
- fuerit et quid sibi futurum immineret inquisierit; a quo protinus
- ambiguum monadicon audivit:
-
- Transit ab R Gerbertus ad R, post papa vigens R.
-
- Versipellis oraculum tunc quidem ad intelligendum satis fuit
- obscurum, quod tamen postmodum manifeste videmus impletum.
- Gerbertus enim de Remensi kathedra transivit ad presulatum Ravennae
- ac postmodum papa factus est Romae.
-
-
-4. GUGLIELMO DI MALMESBURY (m. 1141), _De gestis regum anglorum_, l.
-II, capp. 167-72 (ap. PERTZ, _Mon. Germ., Script._, t. X, pp. 461-4).
-
- 167. _De Gerberto_.
-
- Decedente hoc Iohanne, successit Gregorius. Ei item Iohannes sextus
- decimus. De hoc sane Iohanne, qui et Gerbertus dictus est, non
- absurdum erit, ut opinor, si litteris mandemus quae per omnium
- ora volitant. Ex Gallia natus, monachus a puero apud Floriacum
- adolevit; mox cum Pitagoricum bivium attigisset, seu taedio
- monachatus seu gloriae cupiditate captus, nocte profugit Hispaniam,
- animo precipue intendens ut astrologiam et ceteras id genus artes
- a Sarracenis edisceret. Hispania, olim multis annis a Romanis
- possessa, tempore Honorii imperatoris in ius Gothorum concesserat.
- Gothi usque ad tempora beati Gregorii Arriani, tunc per Leandrum
- episcopum Hispalis et per Ricaredum regem, fratrem Herminigildi,
- quem pater nocte paschali pro fidei confessione interfecerat,
- catholico choro uniti sunt. Successit Leandro Isidorus, doctrina
- et sanctitate nobilis, cuius corpus nostra aetate Aldefonsus rex
- Galatiae Toletum transtulit, ad pondus auro comparatum. Sarraceni
- enim, qui Gothos subiugarant, ipsi quoque a Karolo Magno victi,
- Galatiam et Lusitaniam, maximas Hispaniae provincias, amiserunt.
- Possident usque hodie superiores regiones. Et sicut christiani
- Toletum, ita ipsi Hispalim, quam Sibiliam vulgariter vocant,
- caput regni habent, divinationibus et incantationibus more gentis
- familiari studentes. Ad hos igitur, ut dixi, Gerbertus perveniens,
- desiderio satisfecit. Ibi vicit scientia Ptholomeum in astrolabio,
- Alandraeum in astrorum interstitio, Iulium Firmicum in fato.
- Ibi quid cantus et volatus avium portendant didicit, ibi excire
- tenues ex inferno figuras, ibi postremo quicquid vel noxium, vel
- salubre curiositas humana deprehendit. Nam de licitis artibus,
- arithmetica, musica et astronomia et geometria, nihil attinet
- dicere; quas ita ebibit, ut inferiores ingenio suo ostenderet
- et magna industria revocaret in Galliam omnino ibi iam pridem
- obsoletas. Abacum certe primus a Sarracenis rapiens, regulas dedit
- quae a sudantibus abacistis vix intelliguntur. Hospitabatur apud
- quendam sectae illius philosophum, quem multis primo expensis, post
- etiam promissis, demerebatur. Nec deerat Sarracenus qui scientiam
- venditaret; assidere frequenter, nunc de seriis, nunc de nugis
- colloqui, libros ad scribendum praebere. Unus erat codex, totius
- artis conscius, quem nullo modo elicere poterat. Ardebat contra
- Gerbertus librum quoquo modo ancillari. _Semper enim in vetitum
- nitimur, et quicquid negatur pretiosius putatur_. Ad preces ergo
- conversus, orare per Deum, per amicitiam, multa offerre, plura
- polliceri. Ubi id parum procedit, nocturnas insidias temptat. Ita
- hominem, connivente etiam filia, cum qua assiduitas familiaritatem
- paraverat, vino invadens, volumen sub cervicali positum abripuit,
- et fugit. Ille somno excussus, indicio stellarum, qua peritus erat
- arte, insequitur fugitantem. Profugus quoque respiciens, eademque
- scientia periculum comperiens, sub ponte ligneo, qui proximus, se
- occulit; pendulus et pontem amplectens, ut nec aquam nec terram
- tangeret. Ita [p. 462] quaerentis aviditas frustrata, domum
- revertit. Tum Gerbertus viam celerans, devenit ad mare. Ibi per
- incantationes diabolo accersito, perpetuum paciscitur hominium,
- si se, ab illo qui denuo insequebatur defensatum, ultra pelagus
- eveheret. Et factum est. Sed haec vulgariter ficta crediderit
- aliquis, quod soleat populus litteratorum famam laedere, dicens
- illum loqui cum demone quem in aliquo viderint excellentem opere.
- Unde Boetius in libro de Consolatione Philosophiae queritur, se
- propter studium sapientiae de talibus notatum, quasi conscientiam
- suam sacrilegio polluiset ob ambitum dignitatis. _Non conveniebat_,
- inquit, _vilissimorum me spirituum praesidia captare, quem tu in
- hanc excellentiam componebas, ut consimilem Deo faceres. Atqui hoc
- ipso videmur affines maleficio, quod tuis imbuti disciplinis, tuis
- instituti moribus sumus_. Haec Boetius. Mihi vero fidem facit de
- istius sacrilegio inaudita mortis excogitatio. Cur enim se moriens,
- ut postea dicemus, excarnificaret ipse sui corporis horrendus
- lanista, nisi novi sceleris conscius esset? Unde in vetusto
- volumine, quod in manus meas incidit, ubi omnium apostolicorum
- nomina continebantur et anni, ita scriptum vidi: «Iohannes qui et
- Gerbertus, menses decem. Hic turpiter vitam suam finivit».
-
- 168. _De discipulis Gerberti_.
-
- Gerbertus Galliam repatrians, publicasque scholas professus, arcem
- magisterii attigit. Habebat conphilosophos et studiorum socios
- Constantinum abbatem monasterii sancti Maximini, quod est iuxta
- Aurelianis, ad quem edidit regulas de abaco; Adelboldum episcopum,
- ut dicunt, Winterburgensem, qui et ipse ingenii sui monimenta dedit
- in epistola quam facit ad Gerbertum de quaestione diametri super
- Macrobium et in nonnullis aliis. Habuit discipulos praedicandae
- indolis et prosapiae nobilis, Rodbertum filium Hugonis cognomento
- Capet, Otonem filium imperatoris Otonis. Rodbertus, postea rex
- Franciae, magistro vicem reddidit, et archiepiscopum Remensem
- fecit. Extant apud illam ecclesiam doctrinae ipsius documenta:
- horologium arte mechanica compositum, organa hydraulica, ubi mirum
- in modum per aquae calefactae violentiam ventus emergens implet
- concavitatem barbiti et per multiforatiles tractus aereae fistulae
- modulatos clamores emittunt. Et erat ipse rex in ecclesiasticis
- cantibus non mediocriter doctus; et tum in his tum in ceteris
- multum ecclesiae profuit. Denique pulcherrimam sequentiam
- _Sancti Spiritus assit nobis gratia_, et responsorium _O Iuda et
- Ierusalem_ contexuit, et alia plura, quae non me pigeret dicere,
- si non alios pigeret audire. Otho, post patrem imperator Italiae,
- Gerbertum archiepiscopum Ravennatem et mox papam Romanum creavit.
- Urgebat ipse fortunas suas, fautore diabolo, ut nihil quod semel
- excogitasset imperfectum relinqueret. Denique thesauros olim a
- gentibus defossos, arte nigromantiae molibus eruderatis inventos,
- cupiditatibus suis implicuit. Adeo improborum vilis in Deum
- affectus et eius abutuntur patientia, quos ipse mallet redire
- quam perire. Sed reperit tandem ubi magister suus haereret, et, ut
- dici solet, quasi cornix cornicis oculos effoderet, dum pari arte
- temptamentis eius occurreret.
-
- 169. _Quomodo Gerbertus thesauros Octoviani invenit_.
-
- Erat iuxta Romam in Campo Martio statua, aerea an ferrea incertum
- mihi, dextrae manus indicem digitum extentum habens, scriptum
- quoque in capite: _Hic percute_. Quod superioris aevi homines
- ita intelligendum rati quasi ibi thesaurum invenirent, multis
- securium ictibus innocentem statuam laniaverant. Sed illorum
- Gerbertus redarguit errorem, longe aliter ambiguitate absoluta.
- Namque meridie, sole in centro existente, notans quo protenderetur
- umbra digiti, ibi palum figit. Mox superveniente nocte, solo
- cubiculario laternam portante comitatus, eo contendit. Ibi
- terra solitis artibus dehiscens, latum ingredientibus patefecit
- introitum. Conspicantur ingentem regiam, aureos parietes, aurea
- lacunaria, aurea omnia, milites aureos aureis tesseris quasi animum
- oblectantes, regem metallicum cum regina discumbentem, apposita
- obsonia, astantes ministros, pateras multi ponderis [p. 463]
- et pretii, ubi naturam vincebat opus. In interiori parte domus
- carbunculus, lapis inprimis nobilis et parvus inventu tenebras
- noctis fugabat. In contrario angulo stabat puer, arcum tenens,
- extento nervo et harundine intenta. Ita in omnibus, cum oculos
- spectantium ars pretiosa raptaret, nihil erat quod posset tangi
- etsi posset videri. Continuo enim ut quis manum ad contingendum
- aptaret, videbantur omnes illae imagines prosilire et impetum in
- praesumptorem facere. Quo timore pressus Gerbertus, ambitum suum
- fregit. Sed non abstinuit cubicularius, quin mirabilis artificii
- cultellum, quem mensae impositum videret, abriperet, arbitratus
- scilicet in tanta praeda parvum latrocinium posse latere. Verum
- mox omnibus imaginibus cum fremitu exsurgentibus, puer quoque,
- emissa harundine in carbunculum, tenebras induxit. Et nisi
- ille monitu domini cultellum reicere accelerasset, graves ambo
- poenas dedissent. Sic insatiata cupiditatis voragine, laterna
- gressus ducente, discessum. Talia illum adversis praestigiis
- machinatum fuisse, constans vulgi opinio est. Veruntamen si quis
- verum diligenter exsculpat, videbit nec Salomonem, cui Deus
- ipse dederit sapientiam, huiusce inscium commenti fuisse — ut
- enim Iosephus auctor est, thesauros multos cum patre defodit
- in loculis, _qui erant_, inquit, _mechanico modo reconditi sub
- terra_ — nec Hircanum, prophetia et fortitudine clarum, qui, ut
- obsidionis levaret iniuriam, de David sepulchro tria milia talenta
- auri arte mechanica eruit, ut obsessori partem enumeraret, parte
- xenodochia construeret. At vere Herodes, qui magis presumptione
- quam consilio idem aggredi voluerit, multos ex satellitibus,
- igne ex interiori parte prodeunte, amiserit. Praeterea cum audio
- dominum Iesum dicentem: Pater meus usque modo operatur, et ego
- operor, credo quod qui dederit Salomoni virtutem super demones,
- ut idem historiographus testatur, adeo ut dicat etiam suo tempore
- fuisse viros qui illos ab obsessis corporibus expellerent, apposito
- naribus patientis anulo habente sigillum a Salomone monstratum:
- credo, inquam, quod et isti hanc scientiam dare potuerit, nec tamen
- affirmo quod dederit.
-
- 170. _Quomodo quidam thesauros Octoviani quaesierunt._
-
- . . . . . . .
-
- [p. 464] 171. _De aniculis quae iuvenem asinum videri fecerunt._
-
- . . . . . . .
-
- 172. _De capite statuae loquentis_.
-
- Haec Aquitannici verba ideo inserui, ne cui mirum videatur quod
- de Gerberto fama dispersit: fudisse sibi statuae caput, certa
- inspectione syderum, cum videlicet omnes planetae exordia cursus
- sui meditarentur, quod non nisi interrogatum loqueretur, sed
- verum vel affirmative vel negative pronunciaret. Verbi gratia
- diceret Gerbertus: Ero apostolicus? responderet statua: Etiam —:
- Moriar antequam cantem missam in Jerusalem? Non. Quo illum ambiguo
- deceptum ferunt, ut nihil excogitaret poenitentiae, qui animo
- blandiretur suo de longo tempore vitae. Quando enim Ierosolymam
- ire deliberaret, ut mortem stimularet? Nec providit quod est Romae
- ecclesia Ierusalem dicta, id est Visio pacis; quia quicumque
- illuc confugerit, cuiuscumque criminis obnoxius, subsidium
- invenit. Hanc in ipsius Urbis rudimentis Asylum accepimus dictam,
- quod ibi Romulus, ut augeret civium numerum, statuisset omnium
- reorum refugium. Ibi cantat missam papa tribus dominicis quibus
- praetitulatur Statio ad Ierusalem. Quocirca cum uno illorum dierum
- Gerbertus ad missam se pararet, invaletudinis ictus ingemuit,
- eademque crescente decubuit: consulta statua, deceptionem et
- mortem suam cognovit. Advocatis igitur cardinalibus, diu facinora
- sua deploravit. Quibus inopinato stupore nec aliquid referre
- valentibus, ille insaniens et prae dolore ratione hebetata,
- minutatim se dilaniari et membratim foras proici iussit: _Habeat_,
- inquiens, _membrorum officium qui eorum quaesivit hominium; namque
- animus meus nunquam illud adamavit sacramentum, immo sacrilegium_.
-
-
-5. _Cronaca detta_ di GUGLIELMO GODELL, l. III (ap. PERTZ, _Mon. Germ.,
-Script._, t. XXVI, p. 196). L'autore, ignoto, era, per sua stessa
-dichiarazione, assai giovane nel 1144: visse sin dopo il 1173.
-
- Iohannes vero XVI. papa Romanus post 10 menses lacrimabiliter satis
- vitam finivit. Succedit ei Silvester papa annis 4 et mensibus 5.
- Hunc dicunt quidam Gerbertum fuisse; quod utrum verum sit, certum
- non habeo. Fertur enim de Gerberto hoc, quod fuerit primo monachus
- Sancti Benedicti Floriacensis; sed quia nimis cupidus honoris et
- temporalis proprietatis, ut dicunt, fuit, deceptus a demone adeo
- fertur, ut hosti antiquo homonagium faceret, quatinus per eius
- potestatem ad libitum suum voti sui compos efficeretur. Loquebatur
- etenim cum eo hostis ipse, et ille eius obsequiis insistere non
- verebatur. Huiusmodi pessimo federe inito, explevit ei pro voto
- que poscebat; et licet exterius pareret, intro quam sublimis
- efficiebatur, videlicet quia regibus servierat et ab eis talem
- gratiam fuerat nactus, permittente tamen Domino, qui de nostris
- malis solus novit operari meliora. Ceterum adeo factus est miser
- ille, ut ab hoste expeteret et hosti ascriberet, quod, etsi hostis
- suggestione et placita voluntate acceleratum est, non tamen nisi
- Dei voluntate vel permissione illi ad effectum perductum. Primo
- itaque Remensis archiepiscopus, secundo Ravennensis archipresul,
- postremo urbis Rome papa effectus est. Inter hec interrogans hostem
- de fine suo, responsum ab eo accepit, quod non esset moriturus,
- donec in Ierusalem celebraret mysteria divina. Quod cecus papa
- audiens, gavisus est, reputans apud se, tam longe se esse a fine
- suo, quam se sentiebat longe ab huiusmodi peregrinationis voto ac
- voluntate. Post hec proxima mediante quadragesima ex more pape
- missam celebrans in palatio Constantini, in capella que dicitur
- Ierusalem, subito intra sacra mysteria sibi adesse sentiens mortem,
- suspiravit et ingemuit; et licet nequissimus et sceleratissimus,
- seram non credens in vita hac penitentiam, speravit et promeruit
- veniam. Precepitque, ut dicunt, se particulatim detruncari, ut
- temporali supplicio extingueret dolores eternos. Factum est ut
- imperavit, et Deus, ut promiserat penitenti veraciter veniam non
- negavit. Sepultus ergo Rome est, et super eum huiusmodi epitaphium
- inditum:
-
- Scandit ab R Gerbertus ad R post papa vigens R.
-
- Huius vero nunc antistitis sepulcrum fertur tale indicium de Romani
- pontificis morte conferre, ut paululum, antequam ipsius instet
- finis, tantam de se humoris inundantiam effundat, ut in circuitu
- sui lutum faciat. Si vero cardinalis aliquis vel persona quelibet
- magna in cetu clericorum summe sedis migrare per mortem debet,
- super se sepulchrum tantum aque emittat, ut irrigari videatur. Hec
- de prefato Gerberto papa ab aliis audivi; utrum vero sint subnixa
- veritate, lectoris arbitrio inquirenda derelinquo.
-
-
-6.
-
-ANONIMO (XII o XIII secolo). Testo pubblicato dal MONE di su un codice
-di Heidelberg, negli _Anzeiger für Kunde des deutschen Mittelalters_,
-anno 1833, coll. 188-9.
-
- _Surgit ab R. Gerbertus ad R., fit papa potens R._
-
- Ortus Remensis praeclaris moenibus urbis
- illic Gerbertus libris datur erudiendus;
- discere non potuit et ob hoc trepidando refugit.
- Ut silvas iniit, Sathanas huic obvius ivit:
- «quid Gerberte fugis? vel quo tam concite vadis?» 5
- «Discere non possum», dixit, «fugioque magistrum».
- «Heus, ait ille, mihi si vis tantum modo subdi,
- ne quis Gerberto sit doctior en ego faxo».
- Annuit his ille, secum subit abdita silvae,
- sedulo quem docuit, cunctos precellere fecit. 10
- Silvas linquentem post haec scolas repetentem
- doctor derisit: «rufus es, hinc perfidus! inquit».
- Ille refert: «nigrum simulas tu valde tyrannum».
- Respondet: «magro similem te vinco tyranno».
- Disceptant ambo de libris tempore longo, 15
- confundit victum Gerbertus et ipse magistrum;
- mox urbem liquit, Sathanan consultat et infit:
- «Heus pedagoge, virum mihi nunc ostende peritum,
- cum quo scripturis possim confligere divis».
- Dixit daemon: «ini Ravennam concite, fili, 20
- pontificem clarum libris cernes ibi gnarum».
- Pergit et aggreditur conflictu denique justum,
- qui cito Gerbertum jussit discedere victum.
- Hinc rediit moestus, huic narrat et haec furibundus.
- Tum docuit talem, quae dicitur abacus artem, 25
- in tabulam scripsit Ravennam ferreque jussit.
- Haec cum legisset, nescire pudebat et inquit:
- «sit mihi quaeso trium dilatio, posco, dierum».
- Ibat Gerbertus, sacer est, dominumque precatur:
- «si venit de te mihi res, deus optime, pande, 30
- sin autem, nunquam Gerbertum fac rogo cernam».
- Praesul migravit, Gerbertus dum remeavit,
- sedem Ravennae mox praesul suscipit ille.
- Post haec Romanam possedit papa cathedram.
- Debeat hic Zabulum consultat vivere quantum. 35
- «Ut cantes inibi, Solimam venies,» ait illi.
- Est statio Solimam vocat hanc populusque.
- In xlmae medio missam celebrante
- Gerberto dirum dixisse ferunt inimicum:
- «nolis sive velis, Gerberte, cito morieris, 40
- sic venies ad me tua te merces manet ex me».
- «Fraus tua jam magna, Gerbertus ait, patet, illa,
- qua genus humanum capiebas et protoplastum;
- dum Solimam dire me dixisti prius ire,
- daemon ades vere nequaquam falleris a me». 45
- Advocat hic populum cunctum vel in ordine clerum,
- rem pandit cunctis veniam deposcit ab illis.
-
-
-7.
-
-GUALTIERO MAP, _De Nugis Curialium_, dist. IV, cap. 11 (ap. PERTZ,
-_Mon. Germ., Script._, t. XXVII, pp. 70-2). Gualtiero nacque, sembra,
-fra il 1135 e il 1140; morì nei primi anni del sec. XIII.
-
- _De fantastica decepcione Gerberti._
-
- Quis fantasticam famosi nescit illusionem Gerberti? Gerbertus, a
- Burgundia, puer genere, moribus et fama nobilis, Remis id agebat
- intentus, ut tam indigenas quam adventicios pectore vinceret et ore
- scolares, et obtinuit. Erat autem ea tempestate filia prepositi
- Remensis quasi speculum et admiratio civitatis, in quam omnium
- intendebant suspiria, votis hominum et desiderio dives. Egreditur,
- videt, admiratur, cupit, et alloquitur; audit et allicitur;
- haurit ab apotheca Scille furorem, et a matre Morphoseos edoctus,
- oblivisci morem suo non abnegat veneno, cuius virtute degenerat
- in asinum, ad onera fortis, ad verbera durus, ad opera deses, ad
- operas ineptus, in omni semper miseria petulcus. Non ei sentitur
- inflicta calamitas, non eum castigationum flagella movent,
- torpens ad strenuitates, impromptus ad argutias; incircumspecte
- iugiter inhiat impetigini, suppliciter petit, acriter instat,
- obstinate perdurat, et obtuso per improbitatem mentis acumine,
- certa desperatione torquetur, et ab animi tranquillitate decidens,
- conturbato se et extra modum posito, rem moderari vel statui suo
- provideri non potest. Depereunt igitur res; oneratur debitis,
- subicitur usuris, derelinquitur a servis, vitatur ab amicis,
- et substantia denique penitus direpta, domi solus residet, sui
- negligens, hirtus et squalidus, horridus et incultus, una tamen
- felix miseria, ultima scilicet egestate, que ipsum a principe
- miseriarum absoluit amore, que sui memoria non sinit eius
- reminisci. Hec tua sunt, Dyane, tam dolorosa quam dolosa dispendia,
- que pro tue militie stipendiis tuis impendis equitibus, ut a
- te circa finem ridiculi reddantur palamque confusi, sive tuis
- doloribus cunctis habeantur ostentui. Miser hic, de quo nobis
- sermo, paupertate magistra, solutus ab hamo Veneris, ingratus est
- ei, que solvit, quia que preterierunt angustie faciles videntur
- comparate presentibus, dignamque dicit inediam mercede leonis, qui
- damulam lupis aufert, ut eam devoret.
-
- Exit una dierum Gerbertus civitatem hora meridiana quasi spaciatum,
- et fame torquebatur ad luctum, et totus extra se pedetentim longe
- defertur in nemus, et in saltum deveniens, feminam ibi reperit
- inaudite pulcritudinis, maximo insedentem panno serico, habentem
- coram positum maximum denariorum acervum. Subtrahit ergo pedem
- furtim, ut effugiat, fantasma sive prestigium timens. At illa,
- ipsum ex nomine vocans, confidere iubet et, quasi miserta eius,
- pecuniam ei presentem et quantam desiderare potest divitiarum
- copiam spondet, dummodo filiam prepositi, que ipsum tam insolenter
- spreverat, dedignetur et sibi non tanquam domine vel maiori, sed
- tanquam pari et amice velit adherere, adiciens: «Meridiana vocor,
- et generosissimo producta stemmate, id semper summopere curavi,
- ut michi parem omnimodi invenirem, qui mee virginitatis primos
- decerpere flores dignus haberetur, nec quemquam repperi, qui
- non in aliquo michi dissideret, usque ad te. Unde quia michi per
- omnia places, ne differas omnem suscipere felicitatem, quam tibi
- de celo pluit Altissimus, cuius ego creatura sum ut tu. Quoniam,
- nisi iustas extorseris iras a me, beatus es omni rerum et status
- opulentia, tantum cum mea reflorueris ad plenum diligentia, eadem
- ipsam superbiam repellas, quae te ipsa miserabilem fecit. Scio
- enim, quod penitebit eam et revertetur ad spreta, si liceat. Si
- tuos odisset instinctu castitatis amores, in tua meruisset gratiam
- victoria. Sed id solum in causa fuit, ut, te, qui omnium iudicio
- super omnes eras amabilis, insolenter abiecto, sine suspicione
- faveret aliis, falsoque Minerve peplo velavit Affroditem, et sub
- tue pretextu repulse in suam alii divaricationem appulerunt. Proh
- dolor! expulsa Pallade, tegitur sub egide Gorgon, et tua manifesta
- confusio dedit umbraculum lupe spurciciis, quam si digne semper
- dixeris tuis indignam amplexibus, precelsum te faciam in omnibus
- excelsis terre. Times forsitan illudi et succubi demonis in me
- vitare tendis argutias. Frustra. Nam illi, quos metuis, cavent
- similiter hominum fallacias et, non, nisi data [p. 71] fide vel
- alia securitate, se credunt alicui et nichil preter peccatum
- ab eis referunt, qui falluntur. Nam si quando, quod raro fit,
- vel successus vel opes afferunt, aut tam inutiliter et tam vane
- transeunt, ut nichil sint aut in cruciatum cedunt et perniciem
- deceptorum. Ego autem nullam a te expecto securitatem, mores tue
- sinceritatis edocta plenissime. Nec secura contendo fieri, sed te
- securum facere. Ego tibi cuncta libens expono et volo tecum hec
- deferas antequam coeamus; et sepe revertaris ad plura tollenda,
- donec universo debito soluto, probaveris, fantasticam non esse
- pecuniam, et non timeas veri amoris impendiis iustas rependere
- vices. Amari cupio, non dominari nec etiam tibi parificari, sed
- ancilla fieri. Nichil in me reperies, quod non sentias amorem
- sapere. Nullum adversitatis in me signum deprehendere poterunt
- vera indicta». Hec et similia multa Marianna, cum non oporteret.
- Avidus enim oblatorum, Gerbertus fere mediis eam rapit sermonibus
- ad annuendum, anxius paupertatis evadere copiosus et velox
- venustissimum Veneris periculum inire. Supplex igitur omnia
- spondet, fidem offert et, quod non petitur, iuramentum, oscula
- iungit, salvo pudoris reliquo tactu.
-
- Redit honustus Gerbertus, nuncios advenisse creditoribus fingit
- et lente, ne thesauros invenisse videatur, se debitis exhonerat.
- Porro iam liber et Marianne muneribus habundus, supellectile
- ditatur, familia crescit, vestium mutatoriis et ere cumulatur,
- cibariis et potu stabilitur, ut sit eius in Remis copia similis
- glorie Salomonis in Ierusalem et lecti secura letitia non minor,
- licet ille fuit multarum, hic unius amator. Singulis ab ipsa,
- que preteritorum habebat scientiam, docetur noctibus quid in
- die sit agendum. Hec sunt noctes admiratissimi Nume, quibus
- Romani fingebant sacrificia fieri, colloquia deorum ascisci, cum
- unicam coleret, cui nocturno studio sudabat occulte sapientiam.
- Duplici proficit doctrina Gerbertus, thori et scole, et ad summa
- fame propugnacula triumphat in gloria; nec minus eum promovet
- lectio lectoris in studio quam lectricis in lecto. Huius in
- rebus agendis ad summam gloriam, illius adiuventis ex artibus ad
- illuminationem in modico fit impar omnibus, universos excedit, fit
- panis esurientium, vestis egentium et omnis oppressionis prompta
- redempcio; et non est civitas, cui non sit invidiosa Remis.
-
- Audiens hec et videns filia Babilonis misera, que per superbiam
- ipsum in vallem redegerat, consuetos expectat auribus arrectis
- nuncios moramque miratur et arguit, et se tandem spretam
- intelligens, quos fastidiosa repulerat, tum primo concipit ignes.
- Iam vivit lautius et cultius incedit et ipsi verecundius obviat
- et reverentius loquitur, et se per omnia delapsam in viteperium
- sentiens et abiectionem, eo bibit cifo rancorem animi, quo
- propinaverat amatori suo furorem. Frenum igitur arripit amens et,
- quo lora flectant aut retrahant, non curat, sed quibus impetitur
- calcaribus, toto facit obedientiam cursu et, quibuscunque modis
- ipsam ille tentaverat, id est omnibus, ipsum aduncare conatur.
- Sed frustra fiunt insidie, tenduntur retia, iaciuntur hami. Nam
- odii veteris ultor et novi adulator amoris ei quicquid dare solet
- dilectio negat, quicquid odium infligere iaculatur. Exinanitis ergo
- conatibus, augmentatur in amentiam amor, sensumque doloris excedit
- acerbitas et, sicut medicinam membrorum stupor non admittat, sic
- animus exhauste spei solatia non sentit. Excitat eam tandem, quasi
- mortuam suscitat anus vicina Gerberti et ipsum a tugurio suo per
- foramen ostendit deambulantem in medio modico pomerio in fervore
- diei post cenam solum, quem etiam post pusillum decumbere sub umbra
- vident esculi tortulose sopitumque quiescere. At non illa quiescit,
- sed, pallio reiecto, sola camisia vestita, sub ipsius se clamide
- totam toti coniungit capiteque velato ipsum osculis et amplexibus
- excitat. A vinolento et saturo leviter optinet quod quesierat; in
- unum enim Veneris estum convenerant iuventutis et temporis, ciborum
- et vini fervor. Sic nimirum semper assurgunt Veneri Phebus et Pan,
- Ceres et Bacus, a quorum ubique conventu celebri Pallas excluditur.
- Instat illa complexibus et osculis et tacita verborum adulari
- blanditie, donec ille Marianne memor, pudore confusus et non modico
- timore trepidus, eam tamen verecunde vitare volens, sub redeundi
- promisso recedit et in nemore solito a pedibus Meridiane veniam
- petit erratui. Illa diu despicit insolenter et tandem eius hominium
- ad securitatem, quia deliquerat, poscit et optinet et in eius
- perseverat tutus obsequio.
-
- Contigit interea archiepiscopum Remensem in fata cedere et
- Gerbertum fame sue meritis incathedrari. Deinceps etiam suscepti
- negotium honoris exsequens, dum Rome moram faceret, fit a domino
- papa cardinalis et archiepiscopus Ravennas et post pauca, defuncto
- papa [p. 72], sedis illius electione publica gradum ascendit.
- Et toto sacerdotii sui tempore confecto sacramento corporis et
- sanguinis dominici non gustabat ob timorem vel ob reverentiam et
- cautissimo furto, quod non agebatur simulabat. Apparuit autem ei
- Meridiana anno sui papatus ultimo, designans ei vite securitatem,
- donec Ierosolimis missam celebrasset, quod Rome commorans pro
- voto suo cavere putabat. Contigit autem ipsum ibi celebrare,
- ubi asserem illum aiunt depositum, quem Pilatus summitati crucis
- dominice titulo sue passionis inscriptum affixerat, que quidem
- ecclesia usque in hodiernum diem Ierusalem dicitur, et ecce! sibi
- ex opposito applaudebat Meridiana quasi de adventu suo proximo
- ad ipsam gavisura. Qua visa et intellecta, nomenque loci edoctus,
- cardinales omnes, clerum et populum convocat, publice confitetur
- nec aliquem totius vite sue nevum irrelevatum observat. Statuit
- etiam, ut deinceps contra clerum et populum in facie omnium fieret
- consecratio. Unde multi altari celebrant interposito, dominus autem
- papa percipit facie ad faciem omnium sedens. Gerbertus modicum vite
- sue residuum assidua et acerrima penitentia sincere beavit et in
- bona confessione decessit. Sepultus est autem in ecclesia beati
- Iohannis Laterani in mausoleo marmoreo, quod igitur sudat, sed
- non adunantur in rivum gutte, nisi mortem alicuius divitis Romani
- prophetantes. Aiunt enim, quod, cum imminet domino pape migratio,
- rivus in terram defluit; cum alicui magnatum, usque ad tertiam vel
- quartam vel quintam partem emanat, quasi cuiusque dignitatem arto
- designans vel ampliori fluento. Licet autem Gerbertus avaricie
- causa glutino diaboli diutissime detentus fuerit, magnifice tamen
- in manu forti Romanam rexit ecclesiam, a cuius, ut dicitur,
- possessionibus omnium successorum suorum temporibus aliquit
- defluxit.
-
-
-8.
-
-_Chronica Albrici monachi Trium Fontium a monacho novi monasterii
-Hoiensis interpolata_ (ap. PERTZ, _Mon. Germ., Script._, t. XXIII,
-pp. 774, 778.) Alberico scriveva negli anni intorno al 1280;
-l'interpolatore (che poche cose aggiunse) prima del 1295.
-
- Guido: Bis igitur in regno Francie iam mutata regali serie, fit
- regum tertio nova successio de Hugonis Magni progenie. Nam Clodovei
- primo Pipinus Karoli Magni pater a sceptris amovit heredes. Secundo
- dux Hugo Karoli Magni sobolem extirpavit a regni solio, quod sibi
- suoque generi confirmavit. Venerat et gratiam magnam apud ipsum
- invenerat ille peritus artium et famosus ingenii subtilitate
- Gerbertus, qui in Gallia Remis ut dicitur natus, monachus a
- puero apud Floriacum adolevit, mox in Hyspaniam profugiens, ut
- astrologiam a Sarracenis disceret, et desiderio satisfecit. Ibi
- liberales artes ita ebibit, quod eas industria magna revocaret in
- Galliam, omnino ibidem pridem obsoletas. Abbacum certe primus a
- Sarracenis rapuit, et regulas dedit que a sudantibus abbacistis vix
- intelliguntur. Ibi quid cantus et volatus avium portendat edidicit,
- ibi etiam excire tenues ex inferno figuras, ibi quidquid noxium vel
- salubre curiositas humana scrutabatur, deprehendit. Unus erat codex
- magistri sui totius artis conscius, quem sub eius cervicali positum
- nocte rapuit et aufugit. Profugus ergo respiciens eadem peritia,
- qua persequebatur eum magister suus, sub ponte ligneo, qui proximus
- erat, se pendulus occulit, pontem amplectens, ut nec aquam nec
- terram tangeret. Ita querentis aviditate frustrata devenit ad mare.
- Ibi per incantationem dyabolo accersito perpetuum illi paciscitur
- hominium, si se a persequente ultra pelagus eveheret defensatum; et
- ita factum est. Inde cum redisset in Franciam et arcem in doctrina
- teneret artium, quia regis Hugonis filium Robertum liberalibus
- disciplinis instruxit; idem rex eum in sedem Remensis ecclesie
- irreverenter, ut postea dicetur, intrusit [p. 774].
-
-
- Ex relatione Guidonis et Guilelmi: Gerbertus, qui et Silvester
- papa, de quo premisimus, fuderat sibi caput certa inspectione
- siderum, quod non nisi interrogatum loqueretur, sed verum vel
- affirmative vel negative. Verbi gratia diceret Gerbertus: _Ero
- apostolicus?_ responderet statua: _Etiam. Moriar, antequam cantem
- missam in Ierusalem? Non._ Quo illum ambiguo deceptum ferunt. Nec
- enim providit, quod est Rome ecclesia Ierusalem dicta, ad quam
- quicumque reus criminis confugerit, subsidium pacis invenit. Hanc
- ferunt fuisse Romuli asilum. In hac ergo, cum ex more cantasset,
- invaletudinis ictus ingemuit consultaque statua deceptionem
- et mortem suam cognovit. Advocatis igitur cardinalibus, cum
- facinora sua deplorasset, dilaniari se membratim et foras proiici
- iussit: _Habeat_ inquiens _membrorum officium, qui eorum quesivit
- hominium._
-
- De hoc ergo in quodam libello, ubi agitur de sanctuario
- Lateranensis ecclesie, ita scriptum reperitur: In dextro latere
- ecclesie Lateranensis prope altare sanctorum Vincentii et Anastasii
- martirum iacet Gerbertus Remorum archiepiscopus, qui papa effectus
- Silvester fuit appellatus. Quod autem tumba eius guttas quasi
- lacrimarum emittat, quando aliquis papa vel aliquis cardinalis
- magnus mortuus est, satis probatum est et satis vulgatum. Dicitur
- etiam, quod quicumque tumbam eius visitaverit et _Pater noster_ ibi
- dixerit, quotiens hoc fecerit, indulgentiam obtineat aliquot dierum
- a summis pontificibus statutam [p. 778].
-
-
-9.
-
-FILIPPO MOUSKET, _Chronique rimée_, vv. 15434-15599 (ap. PERTZ, _Mon.
-Germ., Script._, t. XXVI, pp. 727-9). Filippo non visse oltre il 1244.
-
- Kapès, cil rois, bien m'en sai ciert,
- Fist faire arcevesque Gerbiert 15435
- A Rains, et puis fu desposés.
- Si s'en est a Othon alés,
- Qui de Roume estoit emperere,
- Et la mellour de son empere
- Arcevesquié lues li dona, 15440
- C'est Ravenne, u il l'asena.
- Et tout çou fu par l'anemi,
- Dont Gerbiers ot fait son ami
- Puis l'ama il si durement,
- Qu'il le fist aukes fausement 15445
- Apostole sacrer a Roume,
- Dont l'escriture cest vier nomme:
- _Scandit ab er Gerbertus ad er,
- Fit papa vigens vigens er._
- C'est a dire que d'er monta 15450
- Gerbiers a er, point n'i douta,
- Et apriès si refu d'er pappe,
- Ki Rains, Ravenne et Rome atrape.
- Car par R comence Rains,
- Et de Ravenne premerains, 15455
- Est R li mos; ausi de Rome
- Li mos premiers est R. c'on nomme.
- Mais çou dïent li anciien,
- Que cil papes Gerbiers sans bien
- Siervi son signour le deable, 15460
- Tant qu'il en vint a tele estable
- Qu'en la tiere de Belleem
- Quida canter en Jhursalem.
- S'a defors Rome une capiele,
- Jursalem a non, moult est biele. 15465
- Gerbiers ot demandé un jour
- Al deable, le sien signour,
- K'il li desist quant il morroit.
- Et il li dist qu'il feniroit,
- Quant canteroit en Jhursalem. 15470
- Li pape entendi Belleem
- Et Jherusalem en Surïe,
- Si pensa que la n'iroit mïe,
- Et dont ne morroit il ja mais,
- Si durroit sa joie et ses mais. 15475
- A la capiele dont jou di,
- Defors Romme vint un mardi.
- La se vot Gerbiers pour canter,
- De l'autre Jursalem oster.
- Et il comença le sierviche 15480
- De male pensee et faintiche,
- Ensi com il ot fait maint jor
- El despit de nostre signor.
- Mais pour faillir ne pour trecier
- Ne pooit il point empirier 15485
- Le siervice k'il devoit faire,
- Coment qu'il fust en mal afaire,
- Ne ausi ne puet autres om
- Del comencement jusqu'à som.
- Car Dameldieux si l'a fait tel, 15490
- Pour ke priestres vient a l'autel
- Pour le siervice comenchier,
- N'acroistre ne apetichier
- Nel puet il; mais s'il i quiert mal,
- Lui mëismes met en traval, 15495
- En painne et en dampnation
- Par sa male devotion;
- Et comment qu'il soit fel ne faus,
- S'est li cors Dieu sacrés et saus.
- Si con pappe Gerbiers cantoit, 15500
- Ki del cors Dieu ne s'i gaitoit,
- Es vous d'infier les anemis,
- Tous a guise de corbous mis,
- Par l'air volant, et de woltoirs
- Grant noisse faissant, lais et noirs; 15505
- Sour la capiele sont asis
- Plus de cinc cens et trente sis;
- Quar pour son desloial peciet
- Li avoient cel jor ficiet.
- Et quant li pappe mious s'envoisse, 15510
- Si demenerent si grant noisse
- Que li peules et li clergiés
- S'en est forment esmiervilliés:
- Quar moult s'aloient deferant.
- Gerbiers s'i reconnut esrant; 15515
- Quar dit li ot li anemis,
- Ki ses sire iert et ses amis,
- Et il ses om et ses siergans,
- Si l'ot mis a ces honors grans,
- Dont il estoit en cel peril 15520
- Que jusqu'à tant ne morroit il
- K'en Jerusalem canteroit;
- Et il, qui garder s'en quidoit,
- Ot canté en cele capiele,
- Pour quoi li anemis l'apiele, 15525
- Quar ses tiermes iert acomplis.
- Gerbiers en fu moult asoplis;
- Ses viestemens a desviestus,
- S'en est al ventaile venus.
- De cuer moult tristre et nonjoiant 15530
- Regehi tout, la gent oiant,
- Comment le diable ot siervi,
- Par quoi il ot çou desiervi,
- Qu'il l'avoit mis en tele honor
- K'il ne pooit avoir grignor. 15535
- Et dist: 'Signour, pour Dieu mierci,
- Si m'a diables avanchi'.
- Lors apiela un sien siergant
- Et fist prendre un coutiel trençant
- Que il a son keus demanda, 15540
- Et puis al siergant commanda,
- En remission des peciés
- Dont il estoit plus enteciés,
- Et pour Jhesu Crist autresi,
- Ki li avoit souffiert ensi, 15545
- Que maintenant, voiant tamains,
- Li trençast les pies et les mains,
- Dont il estoit devenus om
- Al diable jusques a som,
- Et sa langue trençast apriès, 15550
- Dont il fu de parler engriès;
- Et les pies ans deus li trençast,
- Si que ja mais viers lui n'alast,
- Qu'il fist premiers et maintes fois.
- A çou faire n'ot nul defois: 15555
- Mains et langue et pies li trença,
- Les pieches fors en balancha,
- Et li corbiel les em portoient,
- Voiant tous çaus ki la estoient.
- Et dont fist il ses ious crever, 15560
- Pour l'afaire mious aciever,
- Dont le diable avoit vëu,
- Ki tant li avoit pourvëu.
- Et puis fist ses levres coper,
- Pour s'arme plus a descouper, 15565
- Dont il ot l'anemi baissié,
- Ki si l'avoit mal aaissié.
- Les gens en orent grans miervelles,
- Quar il fit trencier ses orelles,
- Dont il ot öis les mesdis 15570
- Que li sathanas li ot dis.
- Voians tous, non mïe sos cape,
- Fist decoper Gerbiers li pappe
- Trestous ses menbres un et un
- Et fors gieter as cans cascun, 15575
- Pour çou qu'en lieu desconvenable
- En avoit siervi le diable.
- Et li corbou et li woutoir,
- Ki diable ierent lait et noir,
- Les pieces entr'aus devoroient. 15580
- Et moult grant noisse demenoient
- Pour l'arme k'il orent pierdüe,
- Dont fait orent longe atendüe.
- Tout ensi cil pappe Gerbiers
- Ne fu pas en la fin bobiers, 15585
- Mais del tout a Dieu s'asenti,
- Si que pour mort vïe senti,
- Et Dieux ne voloit perdre mïe
- L'arme qu'il li avoit cargïe.
- Si fait savoir, qui de cuer fin 15590
- Se doune a Dieu devant sa fin;
- Quar, puis que faire le savra,
- Ja tant de peciés fais n'avra
- Que Dameldieux n'en ait mierci.
- Pappe Gerbiers s'adevanci, 15595
- Car point ne se desespera:
- Se li cors son mal compera,
- L'arme fu sauve, ce croit l'on,
- A quanque savoir en puet l'on.
-
-
-10.
-
-_Chronica minor auctore minorita Erphordiensi_ (ap. PERTZ, _Mon. Germ.,
-Script._, t. XXIV, pp. 186-7). L'ignoto autore compose la sua cronica
-negli anni 1261-6.
-
- Post hunc papam Johannem 149, qui sedit menses 10, et ultimo
- excecatum et precipitatum, Silvester papa 150 ordinatur, sedit
- annis 4, mens. 5. Iste vocabatur Gerbertus. Iste dicitur fuisse in
- papatu magus et nigromanticus et dyabolum pro diviciis adorasse,
- et ei a dyabolo fuisse promissum, quod nunquam moreretur, nisi
- prius veniret in Ierusalem. Hoc intellexit papa de Ierusalem
- ultra mare et quomodo voluit vixit. Set cum hic papa quadam die
- Rome in capella, quam construxit Constantinus et Helena, ubi et
- plurimas [p. 187] reliquias recondiderunt, que vocatur Ierusalem,
- missarum sollempnia celebrasset, dixit ei suus dominus dyabolus:
- 'Ecce in Ierusalem fuisti, nunc morieris tu et non vives'. Quo
- audito, Silvester qui et Gerbertus male sibi conscius, ostendens
- magna signa compunccionis, in quadam capella, que Rome sita est
- inter Lateranum et Coliseum, iussit se ipsum, amputatis manibus et
- pedibus suis ac aliis membris, enormiter et crudeliter mutilari,
- et sic vitam Gerbertus in ipsa capella finivit. Unde in eandem
- capellam, que Gerberti appellatur, nullus papa in detestacionem
- illius facti postea intrare voluit nec curavit.
-
-
-11.
-
-MARTINO POLONO (m. 1279), _Chronicon_ (ap. PERTZ, _Mon. Germ.,
-Script._, t. XXII, p. 432).
-
- Silvester II. sedit annis 4, mense 1, diebus 8, et cessavit
- episcopatus diebus 23. Iste nacione Gallicus nomine Gilbertus
- mortuus fuit ad Sanctam crucem in Iherusalem. Hic primum iuvenis
- Floriacensis cenobii in Aurelianensi diocesi monachus fuit,
- sed dimisso monasterio homagium diabolo fecit, ut sibi omnia
- succederent ad votum, quod diabolus promisit adimplere. Ipse
- obsequiis diaboli frequenter insistens, super desideriis suis cum
- eo loquebatur. Veniens autem in Hyspalim Hispaniae causa discendi
- in tantum profecit, quod sua doctrina etiam maximis placuit. Habuit
- enim discipulos Ottonem imperatorem et Robertum regem Francie,
- qui inter alia sequenciam _Sancti spiritus adsit nobis gratia_
- composuit, et Leothericum, qui post fuit archiepiscopus Senonensis.
- Sed quia idem Gilbertus quam plurimum honores ambiebat, diabolus
- ea quae petebat ad votum implevit. Fuit enim primo Remensis
- archiepiscopus, post Ravennas, tandem papa, et tunc quaesivit a
- diabolo, quamdiu viveret in papatu. Responsum habuit, quamdiu non
- celebraret in Iherusalem. Gavisus fuit valde, sperans se longe esse
- a fine, sicut fuit longe a voluntate peregrinacionis in Iherusalem
- ultra mare. Et cum in quadragesima ad ecclesiam que dicitur
- Iherusalem in Laterano celebraret, ex strepitu demonum sensit sibi
- mortem adesse. Suspirans ingemuit; licet autem sceleratissimus
- esset, de misericordia Dei non desperans, revelando coram omnibus
- peccatum, menbra omnia, quibus obsequium diabolo prestiterat,
- iussit precidi et demum truncum mortuum super bigam poni, et ut
- ubicumque animalia perducerent et subsisterent, ibi sepeliretur.
- Quod et factum est. Sepultusque est in ecclesia Lateranensi, et
- in signum misericordie consecute sepulchrum ipsius tam ex tumultu
- ossium, quam ex sudore presagium est morituri pape, sicut in eodem
- sepulchro est litteris exaratum.
-
-
-12.
-
-_Flores temporum auctore fratre ordinis minorum_ (ap. PERTZ, _Mon.
-Germ., Script._, t. XXIV, p. 245). Furono scritti negli ultimi anni del
-secolo XIII.
-
- Silvester II anno Domini 997, sedit annos 4, mensem unum. De
- cuius vita pessima et morte bona breviter est dicendum. Gilbertus
- antea vocabatur, apostata nigromanticus se dyabolo sub iuramento
- tradens, ut daret sibi divicias, sciencias et honores magnos.
- Igitur discipulos congregavit, scilicet Ottonem imperatorem,
- Rupertum regem Francie, Leotonium archiepiscopum Senensem, adhuc
- pueros. Quorum auxilio tres archiepiscopatus adeptus est, Remensem,
- Ravennensem et papatum. Cui dyabolus promisit vitam, donec in
- Ierusalem missam celebraret. Sic autem vocatur capella [in Roma],
- quam fecit Helena. Ubi dum celebraret, ex demonum strepitu mortem
- timens, publice confessus est; et pedibus ac manibus amputatis,
- super bigam cum equo indomito positus, ad Lateranensem ecclesiam
- est devectus. Cuius sepulchrum insudat vel strepit, quando papa
- mortuus est; et hoc [est] in signum misericordie consecute.
-
-
-13.
-
-LEONE D'ORVIETO, _Chronica Summorum Pontificum_ (ap. LAMI, _Deliciae
-eruditorum_, vol. II, pp. 162-3). Leone condusse la sua Cronica sino al
-1314.
-
- Silvester, natione Gallicus, nomine Gilbertus, qui mortuus fuit
- ad sanctam Crucem in Ierusalem, sedit annis tribus, mense uno.
- Hic primum iuvenis Floriacensis coenobii in Aurelianensi dioecesi
- Monachus fuit, sed dimisso Monasterio, homagium diabolo fecit, ut
- sibi omnia ad votum succederent, quod diabolus promisit implere.
- Ipse obsequiis diaboli insistens, frequenter super desideriis
- suis cum eo loquebatur. Veniens autem Hispalim Hispaniae, causa
- discendi, in tantum profecit, quod sua doctrina etiam maximis
- placuit; habuit enim discipulos, Othonem Imperatorem, et Robertum
- Regem Franciae (qui inter alia Sequentiam [p. 163], _Sancti
- Spiritus adsit nobis gratia_, composuit) et Leoteringum, qui
- post fuit Episcopus Senonensis. Sed idem Gilbertus quia plurimum
- honores ambiebat, diabolus, ea quae petebat, ad votum implevit;
- fuit enim post Remensis Archiepiscopus; post Ravennensis, vel
- Ravennas; tandem Papa: et tunc quaesivit a diabolo, quantum viveret
- in Papatu; responsum habuit, quamdiu non celebraret in Ierusalem.
- Gavisus fuit valde, sperans se longe vivere, et longe esse a
- fine, sicut longe fuit a voluntate peregrinationis in Ierusalem
- ultra mare. Et quum in Quadragesima in ecclesia, quae dicitur
- Ierusalem, celebraret, ex strepitu daemonum, praesensit sibi
- mortem imminere, et suspirans ingemuit. Licet autem sceleratissimus
- esset, de misericordia Dei non desperans, coram omnibus revelando
- peccatum suum, membra omnia, quibus diabolo obsequium praestiterat,
- iussit praecidi, et demum truncum mortuum super bigam poni, ut
- ubicumque animalia perducerent, et subsisterent, ibi sepelirent;
- sepultusque est in Lateranensi ecclesia, et in signum misericordiae
- consequutae, sepulcrum ipsius, tam ex tumultu ossium, quam ex
- sudore, praesagium est morituri Papae, sicut in eodem sepulcro est
- in litteris exaratum.
-
-
-14.
-
-RICOBALDO DA FERRARA, _Historia pontificum romanorum_ (ap. MURATORI,
-_Scriptores_, t. IX, coll. 172-3). Ricobaldo fioriva nei primi anni del
-secolo XIV.
-
- Silvester Secundus sedit ann. IV mens. I. dies VIII. et cessavit
- diebus XXIII. imperante Ottone III. et post Henrico Primo. Hic
- natione Gallicus nomine proprio Gilbertus, mortuus fuit Romae
- ad Sanctam Crucem in Jerusalem. Hic primum juvenis Coenobii
- Floriacensis Monachus fuit, mox omisso Monachatu Diabolo fecit
- homagium, ut voti sui compos a Diabolo fieret, et Diaboli
- familiaris alloquio multum per ipsum obtinuit. Studuit itaque
- in Hispali Hispaniae, et in tantum profecit in Nigromantia, quod
- sua doctrina maximis placuit. Habuit quoque Ottonem Imperatorem
- discipulum et Robertum Regem Franciae, qui inter alia composuit
- sequentiam: _Sancti Spiritus adsit nobis gratia, etc._ et
- Neothericum, qui mox fuit archiepiscopus Senonensis. Ceterum idem
- Gilbertus nimium honores ambiebat. Diabolus vero eum voti compotem
- fecit. Fuit enim primo Archiepiscopus Remensis, post Ravennas,
- et tandem Urbis Episcopus. Et Papatu fungens quaesivit a Diabolo,
- quamdiu viveret in Papatu? responsum habuit; quamdiu non celebraret
- in Jerusalem. Tunc valde gavisus, sperans multum a morte abesse,
- sicut multum longe aberat a voluntate peregrinationis in Jerusalem
- ultra mare. Cum autem in Quadragesima ad Ecclesiam [col. 173] quae
- dicitur in Jerusalem apud Lateranum celebraret, per strepitum
- Daemonum sensit mortem adesse. Suspirans igitur ingemuit; et
- licet esset sceleratissimus, de Dei misericordia non desperans
- coram omnibus peccatum suum confessus est, et membra omnia, quibus
- Diabolo obsequium fecit, sibi jussit praecidi, et demum truncum
- corporis sui exanimem super biga poni, et quocumque animalia illud
- perducerent, ibi sisterent, atque ibi sepeliretur; quod factum
- est. Sepultus est igitur in Lateranensi Ecclesia in misericordiae
- signum, cum ad transeuntes sepulchrum ipsius, tam ex tumultu
- ossium, quam ex sudore praesagium est morituri Papae; sicut eodem
- sepulchro est literis exaratum.
-
-
-
-
-DEMONOLOGIA DI DANTE
-
-
-Una dottrina demonologica ordinata e compiuta negli scritti di Dante
-non si trova, e nemmeno poteva esserci; ma da molti luoghi della
-_Commedia_, e più particolarmente dell'_Inferno_, nei quali o sono
-introdotti demonii, o si parla di demonii, e da alcuni altri sparsi
-qua e là per le rimanenti opere, confrontati fra loro e aggruppati
-opportunamente, si ricava un certo numero di credenze e di opinioni
-che giova esaminare congiuntamente e conoscere. E come appena siensi
-esaminate alquanto, una cosa anzi tutto si rileva, ed è che la
-demonologia del poeta, in parte è dottrinale e dommatica, si rannoda
-cioè alla speculazione e alla disquisizione teologica, in parte è
-popolare, conforme cioè a certe immaginazioni comuni ai credenti
-del tempo; senza che manchino per altro qua e là, dentro di essa,
-vestigia di un pensar proprio e personale. Per ciò che riguarda la
-parte dottrinale, il poeta l'ha senza dubbio attinta dalla teologia
-scolastica, di cui egli si mostra, come tutti sanno, assai ampio
-conoscitore, e più particolarmente dalle opere di S. Bonaventura, di
-Alberto Magno, di S. Tommaso d'Aquino, il suo dottor prediletto. Non
-è improbabile tuttavia che egli abbia udito in una od altra Università
-d'Italia, forse anche di fuori, lezioni e dispute sopra un argomento di
-tanta importanza quale si era nel medio evo la dottrina dei demonii,
-intimamente congiunta con quella degli eterni castighi, e intorno a
-cui s'erano sino dai primi tempi della Chiesa esercitati gl'ingegni
-più acuti e più alacri. Se non che sono così scarse ed incerte le
-notizie tramandateci degli studii e delle peregrinazioni di Dante,
-che nulla si può affermare in proposito. Se fosse vero quanto afferma
-Giovanni Villani, e infiniti ripeterono dopo lui, che Dante, sbandito
-di Firenze, se ne andò allo studio di Bologna; quivi avrebbe potuto il
-poeta apprendere di molte cose circa l'essere e le operazioni di Satana
-e degli angeli suoi. Una ragione per crederlo si ha in quelle parole
-che egli pone in bocca a frate Catalano de' Malavolti:
-
- Io udi' già dire a Bologna
- Del diavol vizii assai, tra i quali udi'
- Ch'egli è bugiardo, e padre di menzogna[79].
-
-Ma comunque se la procacciasse, il poeta del mondo invisibile non
-poteva non avere una dottrina demonologica: senza curarci d'altro,
-vediamo qual sia[80].
-
-
-I.
-
-Gli è noto che il mito della ribellione e della caduta degli angeli
-si fonda sopra alcuni luoghi del Nuovo Testamento, i quali non sono
-di troppo sicura significazione. Un mito parallelo, e che ha radice
-nel Testamento Antico, narra di angeli, che avendo avuto commercio
-con le figlie degli uomini furono cacciati dal cielo. Entrambi i
-miti trovarono credito fra i Padri dei primi secoli; ma poi il primo
-soperchiò e fece in qualche modo dimenticare il secondo. Dante osserva
-su questo punto la comune credenza del tempo suo. Nel _Convivio_
-egli chiama in generale i demonii _intelligenzie che sono in esilio
-della superna patria_[81], e _piovuti dal cielo_ li dice nel c. VIII
-dell'Inferno[82]; di Lucifero,
-
- Che fu la somma d'ogni creatura,
-
-dice nel XIX del Paradiso, che
-
- Per non aspettar lume cadde acerbo[83];
-
-ma nel VII della prima cantica allude alla parte più drammatica del
-mitico racconto, alla cacciata dei ribelli, vinti dall'arcangelo
-Michele, che
-
- Fe' la vendetta del superbo strupo[84];
-
-e _cacciati dal ciel, gente dispetta_ li chiama nel IX[85]. Essi
-corsero in colpa immediatamente dopo la loro creazione:
-
- Nè giungeriesi, numerando, al venti
- Sì tosto, come degli angeli parte
- Turbò il suggetto dei vostri elementi[86];
-
-e ciò avvenne fuori della intenzione divina, benchè non fuori della
-divina prescienza[87]. Cagione della colpa fu la superbia; e invidia
-e superbia sono, secondo S. Tommaso, i due soli peccati, che possano
-propriamente capire nella diabolica natura[88].
-
- Principio del cader fu il maledetto
- Superbir di colui che tu vedesti
- Da tutti i pesi del mondo costretto,
-
-dice Beatrice al poeta[89]; di colui che _fu primo suberbo_[90], e
-
- Contra il suo Fattore alzò le ciglia[91].
-
-Di tutti gli ordini degli angeli _si perderono alquanti tosto
-che furono creati, forse in numero della decima parte; alla quale
-restaurare fu l'umana natura poi creata_[92]. I cacciati dal cielo
-furono precipitati sopra la terra: Lucifero cadde _folgoreggiando_[93],
-dalla parte dell'emisfero australe,
-
- E la terra, che pria di qua si sporse,
- Per paura di lui fe' del mar velo,
- E venne all'emisperio nostro; e forse
- Per fuggir lui lasciò qui il loco voto
- Quella che appar di qua e su ricorse[94].
-
-Questa mirabile immaginazione è, per quanto io so, tutta propria di
-Dante, e dà luogo ad alcune difficoltà sulle quali io non intendo di
-trattenermi[95]. Ma non tutti gli angeli tristi peccarono egualmente:
-alcuni di essi si serbarono neutrali;
-
- non furon ribelli,
- Nè fûr fedeli a Dio, ma per sè foro.
-
-Cacciati dal cielo, e rifiutati dal profondo Inferno, essi scontano la
-loro pena nel vestibolo, insieme con
-
-l'anime triste di coloro Che visser senza infamia e senza lodo[96].
-
-Dicono i commentatori, ultimo lo Scartazzini, tal classe di angeli
-neutrali non trovarsi nella Bibbia, ed esser forse invenzione di Dante.
-Che nella Bibbia non si trovi è verissimo[97]; ma non così che Dante
-ne sia l'inventore. Nella leggenda del Viaggio di S. Brandano, la cui
-redazione latina risale, per lo meno, all'XI secolo, si legge che, nel
-corso della sua avventurosa navigazione, il santo, co' suoi compagni,
-giunse ad un'isola, dove trovò un albero meraviglioso, popolato di
-uccelli candidissimi, i quali erano appunto angeli caduti, ma non
-però malvagi[98]. Essi non soffron castigo, ma sono fuori dell'eterna
-beatitudine. Certo, la finzione della ingenua leggenda si scosta per
-più ragioni da quella del poeta, ma ha con essa un concetto comune, il
-concetto di una schiera di angeli che, travolti nella ruina, perdettero
-il cielo, senza diventar propriamente ospiti dell'Inferno. La leggenda
-di S. Brandano fu una delle più diffuse nel medio evo, e passò dalle
-redazioni latine, di cui rimangono ancora innumerevoli manoscritti,
-nelle volgari, dove ebbe spesso a soffrire alterazioni di più maniere.
-Si può tenere per certo che Dante la conobbe. Del resto quella finzione
-non ricorre soltanto nella leggenda di S. Brandano. Ugone di Alvernia,
-eroe di uno strano romanzo, del quale, perdutasi la redazione francese
-originale, non rimangono se non rifacimenti franco-italiani e italiani,
-viaggiando alla volta dell'Inferno, trova, in prossimità del Paradiso
-terrestre, e in forma di uccelli neri, demonii d'intermedia natura,
-i quali han riposo la domenica[99]. Ora, sebbene nella descrizione
-dell'Inferno, quale si ha nei rifacimenti nostri, sieno evidenti
-gl'influssi danteschi, molto nulladimeno è in essa che va esente da
-tali influssi e che certamente appartiene a immaginazioni e tradizioni
-predantesche, accolte nel poema primitivo[100]. E al poema primitivo
-tengo per fermo che spetti quanto si dice di quei demonii intermedii,
-la cui condizione è non poco disforme dalla condizione che Dante
-attribuisce agli angeli del _cattivo coro_. Assai probabilmente la
-intera finzione passò nell'_Ugone d'Alvernia_ dalla leggenda di S.
-Brandano. Nè questo basta. Una finzione consimile si trova in un altro
-poema, di un buon secolo anteriore alla _Divina Commedia_. Wolfram von
-Eschenbach (m. c. il 1220) fa dire a Trevrizent, nel suo _Parzival_,
-che i primi custodi del Santo Gral furono gli angeli che nella
-battaglia fra Lucifero e Dio si mantenner neutrali[101].
-
-
-II.
-
-I demonii che Dante pone nel suo Inferno si possono, avuto riguardo ai
-luoghi di loro provenienza, dividere in due classi, demonii biblici e
-demonii mitologici, secondochè sono tolti alla tradizione scritturale
-e patristica, o al mito pagano. Così è che insieme con Satana, o
-Beelzebub, o Lucifero[102], troviamo nel doloroso regno Caronte,
-Minosse, Cerbero, Plutone, Flegias, le Furie, Medusa, Proserpina[103],
-il Minotauro, i Centauri, le Arpie, Gerione, Caco, i Giganti. E non
-solo il poeta ricorda molti più demonii mitologici che non biblici; ma
-assegna inoltre a quelli, fatta eccezione pel solo Lucifero, officii
-assai più importanti che a questi; infatti, mentre agli altri demonii
-è solo commesso di tormentare alcune classi di dannati, il che è pure
-commesso ai Centauri e alle Arpie, Caronte traghetta le anime, Minosse
-le giudica, Cerbero e Plutone stanno a guardia, l'uno del terzo,
-l'altro del quarto cerchio, e via discorrendo. Ma qui c'è argomento a
-parecchie osservazioni.
-
-Più volte fu Dante ripreso per aver mescolato insieme cose appartenenti
-al mito pagano e cose appartenenti alla credenza cristiana; e chi lo
-riprese in nome di questa credenza medesima, contaminata, in qualche
-modo, per tale immistione; chi in nome di certe convenienze estetiche,
-quanto evidenti e necessarie a chi le propugna, tanto ignote ai tempi
-di Dante e un gran tratto ancora prima e dopo di lui. Considerare
-poi quella mescolanza come l'effetto anticipato di certe tendenze e
-di certe usanze dell'umanesimo, se non è erroneo in tutto, è erroneo
-in gran parte, e bisogna a questo proposito distinguere una doppia
-tradizione, letteraria e popolare.
-
-Echi e riflessi del mito pagano si trovano in molte descrizioni
-dell'Inferno cristiano, a cominciare dai primi secoli della Chiesa e
-a venir giù giù sino ai tempi che immediatamente precedono Dante. Il
-Tartaro, l'Averno, il Flegetonte e gli altri fiumi infernali, la palude
-Stigia, Caronte, Cerbero, ricorrono frequentissimi[104]. L'Inferno
-descritto nel _Roman de la Rose_ ha tra' suoi abitatori Issione,
-Tantalo, Sisifo, le Danaidi, Tizio[105]; e Alano de Insulis pone a
-dominare nelle _tartaree sedi_ le Furie[106].
-
-Qui noi ci troviamo di fronte a una tradizione letteraria; ma questa
-non è la sola, chè insieme con essa va anche una tradizione popolare.
-
-È noto che la Chiesa cristiana non giunse a far ciò, che a un certo
-punto della loro storia religiosa (ma a un certo punto solamente)
-fecero gli Ebrei: negare cioè in modo reciso e assoluto l'esistenza
-degli dei delle genti. La Chiesa cristiana, qual che ne fosse la
-ragione, che a noi ora non tocca indagare, non negò l'esistenza delle
-deità pagane, ma la divinità, e con lo stesso giudizio le convertì
-in demonii. Non è cosa su cui gli apologeti e i Padri della Chiesa
-primitiva insistano con più vigore; nè il fatto è tale da doverne
-stupire se si pensa che in molte altre religioni avvenne per appunto
-il medesimo[107]. Così si trasformarono in diavoli, non solamente gli
-dei maggiori e minori, ma ancora i semidei, e degli dei quelli più
-facilmente, come ben s'intende, cui già i pagani attribuivano qualità
-paurose e maligne: inoltre le Lamie, le Empuse, le Arpie, le Chimere, i
-Gerioni, non furono spenti, ma diventarono ospiti dell'Inferno, sudditi
-e aiutatori di Satanasso.
-
-Si potrebbe tessere di questa trasformazione un'assai lunga e curiosa
-istoria. I nomi delle antiche divinità, o almeno di alcune di esse,
-continuarono a vivere nella memoria dei popoli bene o male convertiti,
-e intorno a quei nomi nacquero superstizioni, leggende e fantasie.
-Sant'Antonio incontrava nel deserto un centauro, e San Gerolamo non
-sa risolvere se fosse apparizione diabolica, o mostro naturale[108].
-Incontrava anche un satiro che parlava e lodava Dio, ma per eccezione
-certamente, giacchè quella del satiro fu una delle forme che più di
-spesso si diedero al diavolo[109]. Ai tempi di Gervasio da Tilbury
-(XII e XIII sec.) si parlava ancora di fauni, di satiri, di silvani,
-di Pani, e molti affermavano averli veduti[110]: i fauni s'invocavano
-ancora nella diocesi di Lione ai tempi di Stefano di Borbone (m. verso
-il 1262)[111].
-
-Mercurio diventa un diavolo nella leggenda di Giuliano l'Apostata;
-Venere un diavolo in parecchie leggende, di cui la più famosa è
-quella del cavaliere Tanhäuser[112]; un diavolo, com'è del resto
-assai naturale, Vulcano. Sigeberto Gemblacense ricorda che certe
-bocche vulcaniche in Sicilia, le quali si credevano essere spiracoli
-dell'Inferno, si chiamavano da quegli abitanti col nome di Ollae
-Vulcani[113]. C'erano diavoli acquatici che si chiamavano Nettuni,
-pericolosi a chi si trovava in prossimità di acque profonde, e infesti,
-pare, alle donne[114]; c'erano le sirene che, come in antico, traevano
-a perdizione col canto gl'incauti navigatori[115].
-
-Demonio di molta importanza diventò Diana, certamente in grazia della
-identificazione sua con Ecate e con Proserpina. Di Diana demonio si
-discorre nella leggenda di S. Niccolò[116], mentre altre leggende la
-designano più propriamente come il demonio meridiano[117]. In una
-Vita di S. Cesario, vescovo di Arles (m. 542) si fa menzione di un
-demonio chiamato Dianum dai campagnuoli[118]. Un canone, indebitamente
-attribuito al sinodo di Ancira dell'anno 314, ma riportato da Reginone,
-abate di Prüm (m. 915)[119], da Burcardo di Worms (m. 1024)[120], da
-Graziano (m. 1204?)[121], fa menzione di donne le quali s'immaginavano
-di andare in giro la notte, a cavallo di varii animali, in compagnia di
-Diana e di Erodiade; e a questa stessa superstiziosa credenza alludono,
-un Capitolare di Lodovico II imperatore, dell'anno 867[122], il già
-citato Stefano di Borbone[123], Giovanni Herolt (m. 1418)[124], e
-altri. Anzi è da notare che il nome di Diana e la credenza accennata
-non sono per anche in tutto dileguati dalla memoria di alcuni popoli
-cristiani[125]. Sant'Eligio, morto poco oltre il mezzo del settimo
-secolo, dice in un sermone famoso, combattendo certi avanzi di credenze
-pagane: _Nullus nomina daemonum, aut Neptunum, aut Orcum, aut Dianam
-invocare praesumat_[126]. Il pessimo pontefice Giovanni XII fu, nel
-sinodo romano del 963, accusato d'aver bevuto alla salute del diavolo,
-_diaboli in amorem_, e di avere, giocando a dadi, invocato l'ajuto di
-Giove, di Venere, _ceterorumque demonum_[127].
-
-Se, dunque, le antiche divinità s'erano tramutate in demonii, era, non
-pure lecito, ma necessario, porle con gli altri demonii in Inferno.
-Gli autori delle _Chansons de geste_ ricordano spesso quali diavoli
-Giove ed Apollo, talvolta i Nettuni rammentati di sopra e Cerbero[128].
-Cerbero apparisce inoltre come cane infernale in alcun documento di
-poesia medievale tedesca[129], e in molti di poesia latina[130]. Nella
-Visione di Tundalo, Vulcano e i suoi ministri arroventano nel fuoco
-le anime, le martellano sulle incudini[131]; nella _Kaiserchronik_ si
-racconta che l'anima di Teodorico fu portata dai demonii nel monte,
-a Vulcano, _in den berc ze Vulkân_[132]. Dante anche in ciò non fece
-se non seguire la tradizione e il costume, salvo che egli si contentò
-di porre nell'Inferno cristiano divinità pagane infernali, e lasciò
-in pace Giove, Apollo e gli altri; anzi il nome di sommo Giove diede
-a Cristo. Forse non gli bastò l'animo di abbassare alla condizione di
-diavoli malvagi e deformi le divinità luminose di cui la fantasia di
-lui doveva pure essersi innamorata leggendo Virgilio e gli altri poeti
-latini[133].
-
-Ma i diavoli mitologici dell'Inferno dantesco porgono argomento a più
-altre considerazioni.
-
-Dante ricorda parecchi giganti tolti al mito pagano (Efialte, Briareo,
-Anteo, Tizio, Tifeo) e uno tolto al mito biblico (Nembrot): sono essi
-demonii nel concetto del poeta? Credo che sieno a quel modo che i
-Centauri, ed anche perchè, quelli del mito pagano almeno, sono, non
-uomini, ma dei. Quanto a Nembrot si può osservare che, sonando il
-corno, e poi con le inintelligibili e orrende parole, egli sembra, o
-volere spaventare i poeti che si avvicinano, o avvertire Lucifero di
-loro venuta[134], e così fa presso a poco ciò che già prima avevano
-fatto Caronte, Minosse, Cerbero, Plutone. Perciò non si può dire che
-i giganti sieno in luogo a loro non conveniente, laggiù nel pozzo
-dell'ottavo cerchio. Demonii appunto erano, secondo un'antica opinione,
-i giganti nati dal commercio degli angeli e delle figlie degli
-uomini[135]; giganti nerissimi, trova Carlo il Grosso[136] nell'Inferno
-da lui veduto, intesi ad accendere ogni maniera di fuochi[137];
-nelle _Chansons de geste_ i giganti sono spesso considerati come
-diavoli venuti fuor dall'Inferno, o come figli di diavoli[138], e
-Tundalo vede due enormi giganti tenere aperta la voraginosa bocca
-del mostro Acheronte, la quale _capere poterat novem milia hominum
-armatorum_[139].
-
-Minosse e Flegias sono due semidei, figlio di Giove l'uno, di Ares
-o Marte l'altro. A prima giunta sembra che se ciò che in essi era
-di divino doveva rendere possibile e provocare la trasformazione in
-demonii, ciò che era di umano doveva impedirla, se non per Minosse,
-il quale aveva già trovato posto, come giudice, nell'Inferno pagano,
-almeno per Flegias[140]. Ma, in verità, questo impedimento non c'era.
-Nei demonii Giuseppe Flavio riconosceva le anime degli uomini malvagi
-(ανθρῶπων πονηρῶν πνεύματα)[141]: nelle _Chansons de geste_ appajono
-spesso come demonii Nerone, Maometto, Pilato[142]; e come demonio
-appare Maometto nel poema di Giacomino da Verona, _De Babilonia
-civitate infernali_[143]. Dante stesso riconosce una grande affinità
-fra lo spirito dell'uomo malvagio e il demonio, quando col nome di
-demonio appunto chiama l'anima dannata[144], e Demonio dice Maghinardo
-Pagani[145]. Come Dante di Minosse, Wolfram von Eschenbach fa un
-diavolo di Radamanto[146].
-
-
-III.
-
-Dante dà un corpo ai demonii, seguendo in ciò la opinione di molti
-Padri e Dottori della Chiesa e la vulgata credenza[147]; ma di che
-natura è desso? Sia che il poeta non avesse in proposito concetti
-ben definiti, sia che la materia del suo poema e certe convenienze
-di trattazione non gli permettessero di sempre osservarli, fatto sta
-che in quanto egli dice o accenna a tale riguardo si nota incertezza
-e contraddizione. Le opinioni stesse dei Padri non sono troppo
-concordi. Fra quella di Gregorio Magno, che voleva i diavoli al tutto
-incorporei[148], e quella di Taziano, che volentieri esagerava la
-materialità loro[149], alcuna ve n'è più temperata; ma si ammetteva
-quasi generalmente che i demonii avessero un corpo formato d'aria o
-di fuoco; anzi un corpo si attribuiva anche agli angeli, e si diceva
-che, dopo la caduta, quello dei demonii era divenuto più grossolano e
-più spesso. Dante ha gli angeli in conto di forme pure, di _sustanze
-separate da materia_[150], e nulla dice del modo onde i demonii
-acquistarono un corpo; ma forse ci può dar qualche lume in proposito,
-quanto egli dice del modo che tengon le anime uscite di questa vita
-nel formarsene uno d'aria condensata[151]. E badisi che qui si discorre
-del corpo che i demonii hanno in proprio, e non di quello onde possono
-rivestirsi accidentalmente, per loro particolari propositi.
-
-Ho accennato a incertezze e contraddizioni di Dante in sì fatto
-argomento. Il corpo di cui è provveduto il demonio Flegias è certo un
-corpo sottilissimo, non più pesante dell'aria entro a cui si muove, e
-in tutto simile all'ombra di Virgilio, giacchè la barca con cui egli fa
-passare ai due poeti la palude degli iracondi sembra carca solo quando
-Dante vi entra[152]. Il corpo di Lucifero per contro dev'essere assai
-più denso e grave, non solo per quel suo essersi sprofondato sino al
-punto
-
- Al qual si traggon d'ogni parte i pesi;
-
-e perchè la _ghiaccia_ lo stringe tutto intorno e ritiene, come
-solo può fare solido con solido; ma ancora perchè i due poeti, e
-specialmente Dante, che è d'ossa e di polpe, possono scendere e
-arrampicarsi sopra di esso non altrimenti che se fosse una rupe[153].
-Può darsi che Dante abbia con pensato proposito dato un corpo più
-grossolano e più denso al più malvagio degli angeli ribelli, a colui
-che è
-
- Da tutti i pesi del mondo costretto[154];
-
-ma vuolsi notare che qualche incertezza egli lascia scorgere anche
-riguardo ai nuovi corpi rivestiti dalle anime dannate o purganti.
-Nell'Antipurgatorio il poeta vuole abbracciare Casella e non può:
-
- O ombre vane, fuor che nell'aspetto!
- Tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
- E tante mi tornai con esse al petto[155];
-
-e pure trova poco più oltre le anime dei superbi che si accasciano
-sotto i ponderosi massi[156]. Nel terzo cerchio dell'Inferno i poeti
-passano _su per l'ombre che adona la greve pioggia_, e pongono le
-piante
-
- Sopra lor vanità che par persona[157];
-
-ma nel nono Dante _forte percote il piè nel viso ad una_ delle anime
-triste dell'Antenora[158]. Virgilio non isparge ombra in terra[159]; ma
-è in grado di sollevare e portar Dante[160].
-
-Quanto alla forma e all'aspetto de' suoi demonii Dante non dice gran
-che, fatta eccezion per Lucifero. Caronte è da lui dipinto[161] quale
-già il dipinse Virgilio. Minosse ha più del bestiale e del diabolico:
-sta orribilmente, ringhia, agita una lunga coda, con cui può cingersi
-ben nove volte il corpo, quanti sono i cerchi dell'Inferno[162].
-Plutone, che Virgilio chiama _maladetto lupo_, mostra altrui un volto
-gonfio d'ira (_enfiata labbia_), una sembianza di _fiera crudele_, ha
-la voce _chioccia_[163]. Gerione, mutato l'aspetto che già ebbe nel
-mito, ha faccia d'uom giusto, il resto di serpe, due branche pelose,
-coda aguzza, il dorso, il petto, le coste simbolicamente dipinti di
-nodi e di rotelle[164]. Cerbero[165], le Furie[166], il Minotauro[167],
-i Centauri[168], le Arpie[169], serbano invariate le forme
-tradizionali; e così dicasi dei Giganti, dei quali non si descrive se
-non la smisurata statura[170].
-
-Ma non mancano nell'Inferno dantesco diavoli in cui più propriamente
-si scorge l'aspetto che ai nemici dell'uman genere attribuì la turbata
-fantasia dei credenti, specie nel medio evo. Questi diavoli sono neri
-(_angeli neri[171], neri cherubini_)[172], quali già s'immaginavano nel
-IV secolo[173], e con forma umana, la forma che in quel medesimo tempo
-si attribuì loro[174]. I demonii che sferzano i mezzani nella prima
-bolgia dell'ottavo cerchio, sono cornuti[175]; Ciriatto è sannuto[176];
-Cagnazzo mostra, non un volto, ma un muso[177]; ed essi e i compagni
-loro sono armati di artigli[178]. Il demonio che butta giù nella pegola
-spessa dei barattieri _uno degli anziani di Santa Zita_ è dipinto quale
-infinite opere d'arte del medio evo appunto cel mostrano:
-
- Ahi, quanto egli era nell'aspetto fiero!
- E quanto mi parea nell'atto acerbo,
- Con l'ale aperte e sovra i piè leggiero!
- L'omero suo, ch'era acuto e superbo,
- Carcava un peccator con ambo l'anche,
- E quei tenea de' piè ghermito il nerbo[179].
-
-Se non che bisogna dire che Dante, trattenuto forse da un delicato
-sentimento d'arte, non diede a nessuno dei demonii suoi, nemmeno
-a Lucifero, la deformità abbominevole che spesso hanno i demonii
-descritti nelle leggende, o ritratti da pittori e scultori nel medio
-evo[180].
-
-Lucifero, il principe dei demonii,
-
- La creatura ch'ebbe il bel sembiante[181],
-
-è da Dante rappresentato di smisurata grandezza, brutto quanto
-già fu bello, e forse più, con _tre facce alla sua testa_, l'una
-vermiglia, tra bianca e gialla l'altra, nera la terza, sei enormi ali
-di pipistrello, corpo peloso[182]. Quelle tre facce diedero assai
-da pensare ai commentatori, parecchi dei quali attribuirono loro
-significati, cui non sarebbero certo andati a rintracciare, se invece
-di stimarle una immaginazione propria di Dante, avessero saputo che
-assai prima di Dante si trovano. I commentatori più antichi, i quali
-dovevano saperlo, ne diedero, in generale, interpretazione assai più
-giusta che non i moderni, e non si smarrirono dietro a sogni, come il
-Lombardi, che nelle tre facce vide simboleggiate le tre parti del mondo
-onde Satana ha tributo di anime, e come il Rossetti che vi riconobbe
-Roma, Firenze, la Francia.
-
-Questo Lucifero con tre facce non balza fuori per la prima volta
-dall'accesa fantasia di Dante; già innanzi la coscienza religiosa
-l'aveva immaginato e scorto, già le arti l'avevano raffigurato. Esso
-è come l'antitesi della Trinità, o come il suo rovescio. La Trinità
-fu qualche volta nel medio evo rappresentata sotto specie di un uomo
-con tre volti; e poichè il concetto della Trinità divina suggerisce
-il concetto di una Trinità diabolica, e poichè inoltre nello spirito
-del male si supponeva essere tre facoltà o attributi opposti e
-contraddicenti a quelli che si spartiscono fra le tre persone divine,
-così era naturale che si ricorresse per rappresentare il principe de'
-demonii a una figurazione atta a far riscontro a quella con che si
-rappresentava il Dio uno e trino. Lucifero appare con tre facce in
-iscolture, in pitture su vetro, in miniature di manoscritti, quando
-cinto il capo di corona, quando sormontato di corna, tenente fra
-le mani talvolta uno scettro, talvolta una spada, o anche due[183].
-Quanto tal figurazione sia antica è difficile dire. Un manoscritto
-anglo-sassone del Museo Britannico, appartenente alla prima metà del
-secolo XI, reca una immagine di Satana, nella quale si vede, dietro
-l'orecchio sinistro (la figura è di profilo), spuntare di traverso
-una seconda faccia[184]. Più tardi il corpo dei demonii ebbe spesso a
-coprirsi di facce, significative di malvagi istinti. Senza dubbio Dante
-volle con le tre che dà al suo Lucifero, conformemente a una usanza
-già antica, rappresentare gli attributi diabolici opposti ai divini; e
-poichè, per lo stesso Dante, come per S. Tommaso, il Padre è potestà,
-il Figliuolo è sapienza, lo Spirito Santo è amore[185], le tre facce
-non possono simboleggiare se non impotenza, ignoranza, odio, come
-rettamente giudicarono alcuni dei commentatori più antichi.
-
-Non solo Dante non immaginò, egli primo, il Lucifero con tre facce;
-ma nemmen primo immaginò di porre in ciascuna delle tre bocche immani
-un peccatore non degno di minor pena. Nella chiesa di Sant'Angelo in
-Formis, presso Capua, una grande pittura, stimata opera del secolo XI,
-rappresenta Lucifero in atto di maciullar Giuda[186]. Nella chiesa
-di S. Basilio, in Étampes, una scultura del XII rappresenta appunto
-Lucifero che maciulla tre peccatori, e rappresentazioni sì fatte erano,
-sembra, frequenti in Francia[187]. Il Boccaccio ricorda il Lucifero da
-San Gallo[188], e il Sansovino dice che nella chiesa di San Gallo, in
-Firenze, era dipinto un diavolo con più bocche[189].
-
-Dante parla del terror che lo colse alla vista di Lucifero:
-
- Com'io divenni allor gelato e fioco,
- Nol dimandar, lettor, ch'io non lo scrivo,
- Però ch'ogni parlar sarebbe poco.
- Io non morii e non rimasi vivo.
- Pensa oramai per te, s'hai fior d'ingegno,
- Qual io divenni d'uno e d'altro privo[190].
-
-Non è forse da tacere, a tale proposito, che la vista del diavolo si
-credeva potesse essere perniciosa e letale. Cesario di Heisterbach
-narra di due giovani che languirono gran tempo per aver veduto il
-diavolo in forma di donna[191]; Tommaso Cantipratense dice che la vista
-del diavolo fa ammutolire[192].
-
-Dante non dice nulla delle forme varie che i demonii possono assumere
-a lor piacimento. Egli fa ricordo di _cagne bramose e correnti_ che
-lacerano i violenti contro a se stessi[193]; di serpenti che tormentano
-i ladri[194]; di un drago, che stando sulle spalle di Caco, _affoca
-qualunque s'intoppa_[195]; ma non dice che sieno demonii, e noi non
-possiamo indovinare con sicurezza il pensier suo a tale riguardo.
-Animali diabolici s'incontrano nelle Visioni: in quella di Alberico
-si fa espressa menzione di due demonii che hanno forma, l'uno di cane,
-l'altro di leone[196]; ma, da altra banda è da ricordare che serpenti e
-scorpioni smisurati e lupi e leoni sono nell'Inferno di Maometto, e che
-molte fiere selvagge e voraci sono nell'Inferno indiano[197].
-
-
-IV.
-
-Circa la natura morale dei demonii Dante non ha, e non poteva avere
-cose nuove da dire: conosciuti erano gli atti e portamenti loro; la
-loro riputazione era fatta.
-
-Lucifero fu creato più nobile d'ogni altra creatura[198]; ma il
-peccato, il _superbo strupo_[199], cancellò in lui, come ne' seguaci
-suoi, ogni natia nobiltà. La superbia fu il suo primo peccato[200]; fu
-il secondo l'invidia, e questa trasse a perdizione i primi parenti,
-e con essi tutto il genere umano[201]. Egli è il nemico antico ed
-implacabile dell'umana prosperità[202], l'_antico avversaro_[203] di
-tutti gli uomini, ma più di quelli che non vanno per le sue vie, e
-cui egli tenta trarre a peccato e a ruina; il _vermo reo che il mondo
-fora_[204]. Perciò egli con amo invescato attira le anime[205], e tenta
-insidiarle persino in Purgatorio, donde lo cacciano gli angeli[206].
-Egli, _il perverso_[207] κατ’ ἐξοχήν, _è bugiardo e padre di
-menzogna_[208]. _Il mal voler, che pur mal chiede_[209], è fatto natura
-sua e degli angeli suoi: Dante, con tutti i teologi del suo tempo,
-rifiuta e condanna la opinion di Origene e di alcuni seguaci di lui,
-che i demonii possano ravvedersi e trovar grazia. L'ira e la rabbia
-sono passioni principali dei _maledetti_[210]. Caronte parla iracondo,
-si cruccia, batte col remo qualunque anima si adagia[211]; Minosse si
-morde per gran rabbia la coda[212]; Plutone _consuma dentro_ sè con
-la sua _rabbia_[213]; Flegias, conosciuto il proprio inganno, se ne
-rammarca _nell'ira accolta_[214]; i demonii che stanno a custodia della
-città di Dite parlan tra loro _stizzosamente_[215], il Minotauro morde
-se stesso,
-
- Sì come quei cui l'ira dentro fiacca[216];
-
-e non parliam delle Furie e d'altri demonii che con atti o con parole
-fan manifesta la rabbia che li divora. Quelli della quinta bolgia
-dell'ottavo cerchio digrignano i denti e _con le ciglia minaccian
-duoli_[217]. Opportuna perciò la comparazione che più di una volta
-Dante fa de' suoi demonii con mastini sciolti, con cani furibondi e
-crudeli[218]. Se Rubicante è pazzo, come Malacoda lo chiama[219], la
-sua è certo pazzia furiosa.
-
-I demonii sono gelosi del loro regno, e malvolentieri vedono altri
-penetrarvi e aggirarvisi, se non è condotto da loro e in lor servitù.
-Come già si opposero alla discesa di Cristo[220], così si oppongono
-al viaggio di Dante. Caronte, Minosse, Cerbero, Plutone, i demonii
-della città di Dite, le Furie, forse anche Nembrot, cercano in varii
-modi e con varii argomenti di farlo retrocedere[221]. Allo stesso
-modo, nella leggenda del Pozzo di S. Patrizio, i demonii tentano
-ripetutamente di far tornare addietro il cavaliere Owen. La tracotanza
-e l'insolenza sono proprie qualità dei superbi caduti, a umiliare le
-quali è talvolta necessario l'intervento divino[222]. E anche quando
-sanno non essere senza l'espresso volere di Dio l'andata dei due poeti,
-i demonii più protervi si studiano di nuocer loro, minaccian Dante coi
-raffii[223], ingannano Virgilio con false informazioni[224], inseguono
-l'uno e l'altro per prenderli, dopo averli lasciati andare[225]. Nella
-Visione di Carlo il Grosso appaiono _nigerrimi demones advolantes cum
-uncis igneis_, i quali tentano di uncinare Carlo, e ne sono impediti
-dall'angelo che lo guida[226]; nella Visione di un uomo di Nortumbria,
-narrata da Beda, demonii minacciano di afferrare con ignee tenaglie
-l'intruso[227]; anche Alberico è minacciato da un diavolo e difeso da
-S. Pietro[228]. Giunto in prossimità dell'Inferno, il Mandeville si
-vide contrastare il passo da un nugolo d'avversarii, ed ebbe da uno di
-loro una mala percossa, di cui portò il segno per ben diciott'anni.
-Che con un naturale sì fatto i diavoli non possano amarsi tra loro
-s'intende facilmente. Come Alichino e Calcabrina fanno, là, nella
-bolgia dei barattieri[229], così debbono gli altri azzuffarsi quando
-l'occasione se ne porga. Vero è che Barbariccia, co' suoi, tiran poi
-fuori del _bollente stagno_, in cui eran caduti, i due combattenti.
-
-Quest'opera di fraterno soccorso ci lascia pensare che anche nei
-diavoli possa talvolta essere alcun che di men tristo. Minosse, il
-_conoscitor delle peccata_, ha da avere, se non altro, un sicuro
-sentimento di giustizia, senza di che non potrebbe assegnare a ciascun
-peccatore la pena che gli si conviene. Chirone dà una _scorta fida_
-ai poeti[230]; Gerione concede loro il suo dorso[231]; Anteo li posa
-sull'ultimo fondo d'inferno[232].
-
-È opinione comune dei teologi che l'intelletto dei demonii siasi
-ottenebrato dopo la caduta, di maniera che, se vince ancora, e di
-molto, l'umano, è di gran lunga inferiore all'angelico. Essi non
-conoscono il futuro se non in quanto Dio lo fa loro palese, o in quanto
-possono argomentarlo da indizii e da fenomeni naturali; similmente
-non penetrano l'animo umano, ma da segni esteriori argomentano ciò
-che in esso si muove[233]. Dante non pare abbia pensato altrimenti,
-sebbene, sul conto del saper loro, mostri di essere incorso in qualche
-contraddizione. A suo giudizio i demonii non possono filosofare,
-_perocchè amore è in loro del tutto spento, e a filosofare..... è
-necessario amore_[234]; ciò nondimeno, il demonio che se ne porta
-l'anima di Guido da Montefeltro può vantarsi d'esser _loico_, e de'
-buoni[235]. Caronte conosce essere Dante un'anima buona[236]: da che?
-non sappiamo. Flegias, per contro, crede vedere in Virgilio un'anima
-rea[237]. Del resto nè Caronte, nè Minosse, nè Plutone, nè i demonii
-della città di Dite, sanno la ragione del viaggio di Dante e il divino
-patrocinio sotto cui esso si compie, e Virgilio a più riprese deve
-far ciò manifesto. Ora tale ignoranza può parere un po' strana, se si
-pensa che Dante stesso afferma non avere i demonii bisogno della parola
-per conoscere l'uno i pensamenti dell'altro[238]. Dato dunque, che non
-potessero penetrare nella mente di Virgilio e di Dante, essi avrebbero
-dovuto aver cognizione del fatto come prima uno dei loro l'avesse
-avuta. Ma i demonii, che Dante trova in Inferno, usano della parola
-anche quando conversan tra loro[239].
-
-Della potenza diabolica Dante non dice gran che; ma si conforma in
-tutto alla comune opinione quando attribuisce ai demonii potestà sugli
-elementi, e narra della procella da essi suscitata, che travolse con le
-sue acque il corpo di Buonconte da Montefeltro[240].
-
-Il demonio può invadere il corpo umano e produrre in esso turbazioni
-simili a quelle che arrecano certi morbi[241]; può inoltre animare
-i corpi morti e dar loro tutte le apparenze e gli atti della vita. I
-traditori della Tolomea hanno, secondo dice frate Alberigo a Dante,
-questa sorte, che l'anima loro piomba in Inferno e pena, mentre il
-corpo, governato da un demonio, si rimane, in apparenza ancor vivo, nel
-mondo:
-
- Cotal vantaggio ha questa Tolomea,
- Che spesse volte l'anima ci cade
- Innanzi ch'Atropós mossa le dea.
- E perchè tu più volentier mi rade
- Le invetriate lagrime dal volto,
- Sappi che tosto che l'anima trade,
- Come fec'io, il corpo suo l'è tolto
- Da un dimonio, che poscia il governa
- Mentre che il tempo suo tutto sia vôlto[242].
-
-Nella medesima condizione si trovano Branca d'Oria, che
-
- In anima in Cocito già si bagna,
- Ed in corpo par vivo ancor di sopra,
-
-ed un suo _prossimano_[243].
-
-Ora questa _ingegnosa invenzione_ non è, come sembra allo
-Scartazzini[244], una invenzione di Dante, suggerita da quanto
-nell'Evangelo di Giovanni (XIII, 27) si dice di Giuda: _Et
-post bucellam introivit in eum Satanas_; perchè con tali parole
-l'Evangelista non vuole dir altro se non che da indi in poi Giuda fu
-in potestà di Satana, e come invasato del maligno spirito. In fatti
-Giuda non muore allora, ma, dopo consumato il tradimento, da se stesso
-si uccide. La invenzione, o, meglio, la immaginazione, Dante la trovò
-già bella e formata, e le citate parole dell'Evangelista poterono tutto
-il più suggerirgli l'idea di applicarla a pessimi peccatori, traditori
-come Giuda. Cesario di Heisterbach racconta la storia di un chierico
-_cuius corpus diabolus loco animae vegetabat_. Questo chierico cantava
-con voce soavissima e incomparabile; ma un bel giorno un sant'uomo
-uditolo, disse: Questa non è voce d'uomo, anzi è di demonio; e fatti
-suoi esorcismi costrinse il diavolo a venir fuori, e il cadavere
-cadde a terra[245]. Tommaso Cantipratense racconta come un diavolo
-entrò nel corpo di un morto, che era deposto in una chiesa, e tentò di
-spaventare una santa vergine che pregava; ma la santa vergine, datogli
-un buon picchio sul capo, lo fece chetare[246]. Di un diavolo, che,
-per tentare un recluso, assunse il corpo di una donna morta, narra
-Giacomo da Voragine[247]. Ma la immaginazione è assai più antica. Di un
-diavolo, che, entrato nel corpo di un dannato, traghettava a un fiume i
-viandanti, con isperanza di poter loro nuocere, si legge nella Vita di
-San Gilduino[248]; di un altro, che teneva vivo il corpo di un malvagio
-uomo, si legge nella Vita di Sant'Odrano[249]. Se e come in quei corpi
-dei traditori animati dai demonii si compiessero le funzioni vitali,
-Dante non dice: la opinione che non si compiessero se non in apparenza
-doveva essere la più diffusa. Nei racconti testè citati di Cesario
-e di Giacomo, i cadaveri, appena abbandonati dagli spiriti maligni,
-presentano tutti i caratteri di una inoltrata putrefazione, e ciò
-conformemente ad altre opinioni e credenze, delle quali non mi dilungo
-a discorrere.
-
-
-V.
-
-I demonii avevano due sedi, l'Inferno, per punizione loro e dei
-dannati, e l'aria, per esercitazione degli uomini, sino al dì del
-Giudizio[250]. Della sede aerea Dante non dice nulla di proposito; ma
-la suppone evidentemente quando accenna a tentazioni diaboliche, quando
-parla della potestà che hanno i demonii di suscitar procelle, o di
-demonii che contendono agli angeli le anime dei morti.
-
-In Purgatorio Dante non pone demonii: l'antico avversario tenta di
-penetrarvi in forma di biscia,
-
- Forse qual diede ad Eva il cibo amaro;
-
-ma gli angeli, _gli astor celestïali_, lo volgono in fuga[251]. I
-teologi sono comunemente d'accordo nel ritenere che in Purgatorio
-non ci siano demonii a tormentare le anime; ma moltissime Visioni
-rappresentano il Purgatorio pieno anch'esso di diavoli, intesi a farvi
-il consueto officio di tormentatori. La Chiesa, che solo nel 1439, nel
-concilio di Firenze, fermò il dogma del Purgatorio, la cui dottrina era
-stata innanzi svolta da S. Gregorio e da S. Tommaso, non si pronunziò
-sopra questo punto particolare[252]. Dante, che, quanto alla situazione
-e alla struttura del Purgatorio ha immaginazioni e concetti proprii,
-quanto alla relazion di esso coi demonii tiene la opinion dei teologi,
-rifiutando quella dei mistici.
-
-Della situazione dell'Inferno, erano state, ed erano tuttavia, molte
-svariate opinioni[253]; la più accreditata e diffusa lo poneva nel
-centro della terra, e questa è appunto l'opinione seguita da Dante.
-Nell'Inferno dantesco i demonii sono variamente distribuiti, conforme
-al concetto che il poeta s'era formato della gravità delle colpe e
-della conseguente gravità dei castighi. Che demonii non debbano essere
-nel limbo, dove sono gli spiriti magni, solo esclusi dal cielo _perchè
-non ebber battesmo_, e i fanciulli morti prima di averlo, s'intende
-facilmente; e mezzi demonii si possono dire quelli che nel vestibolo
-scontano lor pena insieme con gli _sciaurati che mai non fur vivi_. Il
-primo vero demonio che Dante incontri è Caronte, ed è strano abbastanza
-che egli non ne abbia posto alcuno a guardia della porta su cui sono
-le parole di colore oscuro, e che, forzata da Cristo, trovasi ancora,
-a dir di Virgilio, senza serrame[254]. Nel secondo cerchio è Minosse,
-solo nominato; ma debbono pure esservi altri demonii esecutori delle
-sentenze di lui, quelli per le cui mani le anime giudicate _son giù
-vôlte_[255].1 diavoli appajono per la prima volta numerosi (più di
-mille) sulle porte della città di Dite[256]. Possono i diavoli che
-sono in Inferno, e cui è commesso di tormentare le anime, uscir di là
-entro? Dante nol dice, ma per alcuni espressamente lo nega. Lucifero
-è confitto nel ghiaccio, nè si può muovere, suggerita senza dubbio la
-immaginazione da quel luogo dell'Apocalissi, detta di S. Giovanni,
-ove si narra che l'arcangelo Michele prese il dragone e lo legò per
-mille anni[257]. Lucifero legato nell'ultimo fondo dell'Inferno appare
-anche in alcune Visioni[258]. Efialte è legato[259], mentre Anteo è
-sciolto[260]. I diavoli della quinta bolgia del cerchio ottavo, non
-possono uscire di là,
-
- Chè l'alta provvidenza che lor volle
- Porre ministri della fossa quinta,
- Poder di partirsi indi a tutti tolle[261].
-
-Ed è assai probabile che Dante abbia inteso il medesimo dei diavoli che
-nell'altre bolge e negli altri cerchi hanno ufficio di punitori.
-
-S. Tommaso, al pari di molti altri teologi, e conformemente a quanto
-è accennato nel Nuovo Testamento, ammette che fra i demonii come fra
-gli angeli rimasti fedeli, ci sieno varii ordini e una gerarchia, a
-capo della quale è Beelzebub[262]. Dante non esprime a tale riguardo
-una opinione categorica; ma presenta Lucifero quale re dell'Inferno
-e principe dei demonii[263], cui forse Plutone invoca nel suo
-inintelligibile linguaggio[264]. Quanto agli altri demonii si può
-notare qua e là qualche indizio di primazia e di soggezione. Abbiamo
-già veduto che Minosse deve avere altri demonii sotto di sè, esecutori
-delle sue sentenze. Chirone sembra essere il duce dei Centauri[265]:
-Malacoda sembra avere alcuna signoria sui diavoli che tormentano
-i barattieri[266]. Forse Dante ebbe anche a ricordarsi dell'antica
-opinione di Erma, di Clemente Alessandrino, di Origene e di altri, che
-ordinavano i demonii secondo le varie specie di peccati a promuovere i
-quali più specialmente attendevano: questo dubbio nasce quando si vede
-l'iracondo Flegias fatto navicellajo della palude degli iracondi[267];
-il ladro Caco perseguitare i ladri[268]; Lucifero, il primo traditore,
-dirompere coi denti i tre grandi traditori[269].
-
-Dante considera l'Inferno quale un regno opposto e contrario al regno
-de' cieli, e come Dio è _l'imperador che lassù regna, l'alto sire_ del
-regno della beatitudine, così Lucifero è
-
- Lo imperador del doloroso regno[270],
-
-e le Furie sono
-
- le meschine
- Della regina dell'eterno pianto[271].
-
-Questo concetto di un regno satanico si trova già negli Evangeli[272] e
-in Padri della Chiesa, onde si trasse argomento, nelle rappresentazioni
-dell'arte, a dare a Lucifero, quali insegne della sua potestà, scettro
-e corona. Con tali insegne, o seduto sopra un trono, comparve anche
-Satana fuori dell'Inferno, in molte leggende[273]. Giacomino da Verona
-chiama anch'egli Lucifero re dell'Inferno[274]; ma, come Dante, gli
-nega ogni segno e fregio di signoria.
-
-
-VI.
-
-Vediamo ora i demonii di Dante in relazione coi dannati, nell'ufficio
-loro di giustizieri e tormentatori infernali.
-
-Quando muore Guido da Montefeltro, resosi, dopo una vita tutta piena di
-colpe, _cordigliero_, S. Francesco viene per raccorne l'anima; ma _un
-de' neri Cherubini_ gli dice:
-
- Nol portar; non mi far torto.
- Venir se ne dee giù tra' miei meschini,
- Perchè diede il consiglio frodolente,
- Dal quale in qua stato gli sono a' crini;
- Ch'assolver non si può chi non si pente,
- Nè péntere e volere insieme puossi
- Per la contradizion che nol consente[275].
-
-Quando invece muore Buonconte, sinceramente pentito, e col nome di
-Maria sulle labbra, viene l'_angel di Dio_ e ne prende l'anima; ma
-_quel d'Inferno_ grida:
-
- O tu dal ciel, perchè mi privi?
- Tu te ne porti di costui l'eterno
- Per una lagrimetta che il mi toglie:
- Ma io farò dell'altro altro governo[276].
-
-Qui abbiamo, se non isvolti, indicati due contrasti, del demonio e
-d'un santo l'uno, del demonio e dell'angelo l'altro: nel primo vince il
-demonio; nel secondo l'angelo.
-
-È noto che contrasti sì fatti furono popolarissimi nel medio evo, e
-varie letterature di quella età ne serbano numerosi documenti[277].
-Il concetto che li inspira scaturisce del resto dall'intimo della
-credenza cristiana e non è d'indole popolare soltanto. La lotta fra il
-divino e il diabolico è in essa iniziale, immanente. Prima Lucifero si
-ribella al suo fattore, poi perverte i primi parenti e tutta l'umana
-generazione; Cristo vince Lucifero e spoglia l'inferno; Maria calpesta
-l'antico serpente; l'Anticristo, campione di Satana, rinnoverà la
-pugna. Se oggetto dell'interminabile contesa è l'umanità, gli è giusto
-che per ogni singola anima le contrarie potestà combattano. La credenza
-che ciascun uomo sia, lungo il corso di tutta la vita, accompagnato, a
-destra da un angelo, da un demonio a sinistra, è tanto antica quanto
-ovvia[278], e poichè, mentre dura la vita di quello, i due spiriti
-avversarii tentano di sopraffarsi a vicenda, l'uno persuadendo il bene,
-l'altro istigando al male, ragion vuole che il contrasto non cessi,
-anzi si faccia più vivo in quel supremo momento in cui si decide il
-destino immutabile delle anime e si suggella sopr'esse l'eternità. In
-una lettera che i vescovi Remensi e Rotomagensi scrissero nell'858
-a Luigi il Germanico si dice che i diavoli sono sempre presenti
-alla morte degli uomini, così dei malvagi, come dei giusti[279]; e
-poichè, da altra banda, son pur presenti gli angeli, il contrasto è
-inevitabile. Un tale, di cui narra la Visione S. Bonifazio, apostolo
-della Germania (683-755), assistè a una specie di contrasto generale
-delle milizie celesti e infernali: _Innumerabilem quoque malignorum
-spirituum turbam nec non et clarissimum chorum supernorum angelorum
-adfuisse, narravit. Et maximam inter se miserrimos spiritus et sanctos
-angelos de animabus egredientibus de corpore disputationem habuisse,
-daemones accusando et peccatorum pondus gravando, angelos vero
-relevando et excusando_[280]. Nel _Muspilli_ è detto che ogni qual
-volta un'anima esce dal corpo angeli e diavoli s'azzuffan tra loro.
-
-L'immaginazione di sì fatti contrasti è assai antica. Nella epistola
-cattolica di Giuda, tenuta ora generalmente apocrifa dai critici,
-ma che si trova già ricordata nel secondo secolo, si accenna (v. 9)
-ad un alterco che l'arcangelo Michele ebbe col diavolo pel corpo di
-Mosè[281]. Di Sant'Antonio racconta Sant'Atanasio, che una volta fu
-rapito in ispirito, e levato dagli angeli in cielo. I diavoli, ciò
-vedendo, cominciarono a contrastare, e gli angeli a chiedere perchè il
-facessero, non essendo in Antonio macchia di peccato. I diavoli allora
-presero a ricordare tutti i peccati che egli aveva commessi prima di
-abbracciare la vita solitaria, sin dalla nascita, e ad aggiungerne
-molt'altri, da loro calunniosamente inventati. Finalmente, non
-riuscendo loro la cosa, sgombrarono il passo[282]. I Mongoli credono
-che ogni anima d'uomo che muore giunga in presenza del supremo giudice
-accompagnata da uno spirito buono e da un spirito malvagio, i quali,
-con sassolini bianchi e neri fanno il novero delle sue buone e cattive
-azioni.
-
-Il contrasto è più spesso tra demonii e angeli; talvolta è tra demonii
-e santi, come si vede nella lettera apocrifa che si volle scritta
-da S. Cirillo, arcivescovo di Gerusalemme a Sant'Agostino, e nella
-Visione che un sant'uomo ebbe della liberazione dell'anima di re
-Dagoberto[283]. Talvolta pure è tra i demonii e la Vergine, e ne' varii
-casi assume varia forma e vario carattere, secondo tempi, luoghi, e
-condizioni di persone. Come s'è veduto, Dante accenna appena ad un
-diverbio; anzi diverbio propriamente non pone, giacchè S. Francesco
-nulla risponde alle ragioni del diavolo loico, e nulla risponde
-l'angelo ai rimproveri del vinto avversario. Ma di forme così parche
-e temperate non avrebbe potuto appagarsi nè la fantasia dei mistici,
-nè la fantasia popolare, e per esse il contrasto doveva, facendosi
-sempre più grossolano, accogliere in sè tutti i possibili modi della
-contestazione e della contesa. Il libro dove sono notate tutte le buone
-azioni, e il libro, di solito molto maggiore, dove tutti i peccati son
-registrati, l'uno recato dagli angeli, l'altro dai diavoli, figurano
-già nella storia di un malvagio cavaliere del re Coenredo, narrata da
-Beda[284], ripetuta dal Passavanti. Essi trovansi del resto anche in
-altre mitologie. I Mongoli credono che il dio della morte ha un libro
-dove nota tutte le azioni degli uomini. In altre leggende cristiane
-si ha la bilancia con cui angeli e diavoli pesano azioni buone e
-cattive[285]. In una delle Visioni di S. Furseo, i demonii disputano
-assai dottamente con gli angeli di peccati e di penitenza, citano le
-Scritture, e non si mostrano men buoni dialettici del diavolo che se
-ne porta l'anima di Guido[286]. Per l'anima di Baronto contrastano
-due demonii e l'arcangelo Raffaele. Disputano un giorno intero, senza
-venire a nessuna conclusione: allora l'arcangelo, spazientito, tenta
-di levar senz'altro l'anima in cielo; ma invano, perchè l'uno dei
-demonii l'acchiappa dal lato sinistro, l'altro, da tergo, la tempesta
-di calci. La battaglia dura un pezzo, si fa più aspra. Sopraggiungono
-altri quattro demonii in ajuto de' compagni, altri due angeli in
-ajuto di Raffaele. Dàgli e picchia, finalmente le potestà celesti
-trionfano[287]. Notevole esempio di antropomorfismo anche questo, da
-aggiungersi agl'infinti onde è piena la storia di tutte le religioni.
-Con certe forme di tali contrasti ha stretta relazione quello che fu
-chiamato il processo di Satana, di cui io qui non mi curo[288]. Noterò
-solo che in Dante il contrasto non passa oltre ad un grado, che si
-potrebbe chiamare, sebbene impropriamente, di prima istanza. Nè S.
-Francesco per l'anima di Guido, nè il demonio per l'anima di Buonconte,
-si richiamano di quanto nel primo caso risolve il diavolo loico, di
-quanto nel secondo pare abbia già risoluto l'angelo. Così non avviene
-in molti altri contrasti. Nella Visione di S. Furseo angelo e demonio,
-non potendo accordarsi circa il possesso di un'anima, si appellano
-a Dio. Giacomo da Vitry narra di un gran peccatore che, in punto di
-morte si confessò al diavolo, credendo confessarsi a un prete. Morto il
-peccatore, angeli e demonii furono, contrastando, intorno all'anima,
-e quelli dicevano che la confessione era valida, perchè fatta in
-buona fede, e questi gridavano che non poteva valere, perchè fatta al
-demonio. Per giudizio di Dio il peccatore risuscitò e potè rifare la
-confessione. Questa storia è ripetuta dal Cavalca[289].
-
-Degno di attenzione nel secondo contrasto narrato da Dante è il mal
-governo che il demonio, non potendo avere l'anima, fa del corpo di
-Buonconte[290]; giacchè, di solito, non è data ai demonii potestà di
-offendere i corpi di chi muore riconciliato con Dio. Bensì sono spesso
-dati loro in balìa i corpi degli scelerati le cui anime vanno in
-Inferno; e molte storie spaventevoli si raccontano di corpi che furono
-strappati a furia fuor delle chiese, bruciati negli avelli, o fatti a
-pezzi. Le peripezie del corpo di Pilato sono note abbastanza.
-
-Ma qui viene in taglio un'altra osservazione. Il diavolo loico prende
-l'anima di Guido da Montefeltro, e la porta a Minosse, che la giudica
-e la manda fra i _rei del foco furo_[291]. Come ciò? Dice Virgilio
-che le anime di coloro che _muojon nell'ira di Dio convengnon d'ogni
-paese_ alla triste riviera d'Acheronte, e che son pronte a passare
-il fiume, così spronandole la divina giustizia che _la tema si volge
-in desio_[292]. Se esse convengono di per sè al fiume; se Caronte
-è quegli che le traghetta; se per tal via giungono in cospetto del
-giudice infernale, come va che l'anima di Guido è portata al giudizio
-da un diavolo? Si può rispondere che Dante, narrando il passaggio delle
-anime oltre il fiume ebbe in mente il mito pagano, e che narrando poi
-di Guido, si scordò quel mito, e si sovvenne della comune credenza de'
-tempi suoi, secondo la quale le anime malvage erano portate via dai
-diavoli, e non le anime soltanto, ma qualche volta anche i corpi. Nè
-Dante ebbe a sovvenirsene in questo caso soltanto. Il diavolo che porta
-nella bolgia dei barattieri l'anziano di santa Zita, dice:
-
- Mettetel sotto, ch'io torno per anche
- A quella terra che n'ho ben fornita[293].
-
-Anche nell'Inferno dantesco i diavoli hanno per ufficio di tormentare
-i dannati; ma bisogna subito dire che tale officio essi non adempiono
-con la frequenza, il furore, l'atrocità di cui porgono tanti esempii
-le altre Visioni. Caronte si contenta di battere col remo qualunque
-si adagia[294]; poi, per tutto il primo e secondo cerchio, come già
-innanzi nel vestibolo dove sono i vigliacchi[295], non è più cenno di
-diavoli tormentatori, fino a Cerbero, che
-
- Graffia gli spirti, gli scuoja ed isquatra[296].
-
-Minosse assegna soltanto a ciascun'anima la pena adeguata. Dante volle,
-non senza un concetto profondo, che i dannati trovassero lor castigo,
-almeno nella più parte dei casi, in una condizione prestabilita, in
-un ordinamento fisso e costante di pene, nelle quali i demonii non han
-troppa ingerenza, e volle ancora sovente che i dannati stessi fossero
-gli uni contro gli altri esecutori e strumenti del meritato castigo.
-Così gli avari e i prodighi del quarto cerchio percotonsi coi pesi
-che van _voltando per forza di poppa_[297]; così le _fangose genti_
-fanno strazio di Filippo Argenti[298]; così il conte Ugolino rode il
-teschio dell'arcivescovo Ruggieri con denti _come d'un can forti_[299].
-Però non vediamo nell'Inferno di Dante demonii far bollire le anime
-in pentole affocate, arrostirle infisse in lunghi spiedi, struggerle
-in padelle roventi, segarle per lungo e per traverso, come in tante
-Visioni e rappresentazioni dell'Inferno interviene. L'orribile cuoco
-dell'Inferno di Giacomino da Verona[300] non ha luogo nell'Inferno di
-Dante, dove l'opera dei diavoli tormentatori comincia propriamente
-solo nel primo girone del settimo cerchio. Quivi i Centauri vanno a
-mille a mille intorno al fosso, saettando le anime che alcuna parte
-di sè levan fuori dal sangue bollente[301]. Ora, col settimo cerchio
-comincia quella parte dell'Inferno nella quale sono puniti i più
-malvagi, secondo dice Virgilio[302]. Da indi in poi troviamo, per non
-parlare delle cagne nere, bramose e correnti che inseguono e lacerano i
-violenti contro a se stessi[303], e dei serpi che mordono i ladri[304],
-le Arpie, le quali si pascono delle fronde degli arbusti in che pure le
-anime dei violenti contro a se stessi son prigioniere[305]; i diavoli
-cornuti, che con grandi sferze battono di dietro i mezzani[306];
-quelli che coi raffii arroncigliano i barattieri[307]; il diavolo che
-_accisma_ i seminatori di scandalo e di scisma[308]; Lucifero, che
-maciulla i tre massimi peccatori, e col vento delle grandi ale aggela
-Cocito[309].
-
-Ma i demonii cui è commesso l'ufficio di tormentare i dannati soffrono
-essi pure una qualche pena, oltre a quella cui soggiacciono per la
-esclusione dal regno dei cieli, e per l'avvilimento di lor natura,
-conseguenza della caduta? Non mancano scrittori i quali dicono che
-dei tormenti infernali essi non soffrono, perchè, se ne soffrissero,
-assai di mala voglia attenderebbero a quel loro officio, e all'altro
-di tentare i cristiani; e spesso nelle rappresentazioni dell'arte i
-diavoli tormentatori mostrano in viso il compiacimento che provano
-di quel loro esercizio. Del solo Lucifero Dante accenna, più che non
-narri, l'intimo crucio, quando dice che
-
- Con sei occhi piangeva, e per tre menti
- Gocciava il pianto e sanguinosa bava[310].
-
-Il Lucifero di Dante è confitto nel ghiaccio, nè si può muovere:
-altrove siede tra le fiamme, o è dagli stessi demonii suoi arrostito
-a fuoco vivo. Ad ogni modo le torture dei demonii non sono senza
-refrigerio, se è vero, come gli scrittori affermano, che essi godono
-del commesso peccato, dell'ingiuria fatta a Dio e ai santi, dell'anima
-che piomba in Inferno, dei mali infiniti che affliggono la misera
-umanità. Dante dice che Lucifero nel suo fondo si placa, vedendo le
-brutture e le nefandità della Curia di Roma[311].
-
-
-VII.
-
-I diavoli che Dante trova nella quinta bolgia del cerchio ottavo, se
-hanno del terribile, hanno anche del comico. Essi stringono la lingua
-coi denti per far cenno al lor duce, come è usanza dei monelli, e
-il lor duce fa trombetta di ciò che non occorre rammentare[312].
-Si lasciano ingannare da Ciampolo, o chi altri si sia il _famiglio
-del buon re Tebaldo_[313], e due di loro, Alichino e Calcabrina, si
-azzuffano per ciò, e cadono nel bel mezzo del bollente stagno[314].
-
-Diavoli così fatti, se possono incutere terrore (e molto ne incutono a
-Dante), possono anche muovere a riso, ed hanno grande somiglianza con
-quelli che si vedono trescare per entro ai Misteri e alle Moralità del
-medio evo. Io non ho a ricercare qui come la fantasia popolare, e anche
-la non popolare, pure ingombre come erano dei terrori dell'Inferno,
-giungessero a ideare il demonio burlesco, sciocco, ridicolo. Molti
-elementi concorrono in sì fatto concetto, a sceverare i quali sarebbe
-necessaria un'accurata analisi. Ricorderò solo che il diavolo appar
-ridicolo in numerose leggende[315], e che viene un tempo in cui
-l'officio principale suo sulla scena è quello di far ridere gli
-spettatori[316].
-
-Se fu in Francia, il che è assai dubbio, Dante può avervi veduto,
-in certe rappresentazioni di sacro argomento,, diavoli molto simili
-a quelli ch'ei pone nella bolgia dei barattieri, poichè, già nel
-XII secolo, alla rappresentazione del _Mistère d'Adam_, si vedevano
-demonii correre per la piazza, tra il popolo[317]: ma è da credere
-che anche in Italia Dante potesse vedere così fatti demonii, sebbene
-sia vero ciò che nota il D'Ancona, non avere, cioè, più tardi, nelle
-Sacre Rappresentazioni nostre, il diavolo raggiunto mai quel grado
-di ridicolo che raggiunse in Francia[318]. La rappresentazione
-dell'Inferno, fattasi in Firenze nel 1304, e nella quale erano,
-secondo narra Giovanni Villani[319], diavoli _orribili a vedere_,
-è possibile non si facesse in quell'anno la prima volta. In una sua
-costituzione, del 1210, Innocenzo III parla di _monstra larvarum_, che
-s'introducevano nelle chiese, ed è assai probabile che tra esse ce ne
-fossero di diaboliche.
-
-Anche i nomi che Dante dà a que' suoi demonii rimandano a Misteri e a
-Sacre rappresentazioni, dove nomi consimili occorrono frequenti. Tali
-Misteri e tali Sacre Rappresentazioni sono, gli è vero, posteriori alla
-_Divina Commedia_; ma nulla vieta di credere che essi occorressero già
-in drammi più antichi, non pervenuti sino a noi[320].
-
-
-NOTE
-
-[79] _Inf._, XXIII, 142-4.
-
-[80] Non so che il tema da me preso a trattare in questo scritto
-sia stato già trattato da altri, ordinatamente e in modo compiuto. I
-commentatori non troppo se ne impacciarono, e nel toccarlo errarono
-spesso. Coloro che di proposito discorsero della teologia di Dante,
-come Gian Lorenzo Berti, Melchiorre Missirini, A. F. Ozanam, Antonio
-Fischer, Ferdinando Piper, Fr. Hettinger, altri, nemmeno essi se ne
-curarono gran che, quasi fosse argomento di poca importanza trattandosi
-del poeta che descrive _fondo a tutto l'universo_. Fr. Hettinger,
-l'ultimo venuto, se ne sbriga in un pajo di pagine. (_Die Theologie
-der göttlichen Komödie des Dante Alighieri in ihren Grundzügen. Erste
-Vereinschrift der Görres-Gesellschaft für 1879_, Colonia, 1879, pp.
-37-9). Gli scritti seguenti concernono in particolar modo questo o
-quello dei demonii danteschi, ma sono per la più parte condotti con
-criterii puramente letterarii ed estetici, o hanno speciale riguardo
-alla significazione allegorica, della quale io non mi curo: F.
-LANCI, _Della forma di Gerione e di molti particolari ad esso demone
-attenenti, in Giornale arcadico_, nuova serie, t. VII; L. C. FERRUCCI,
-_Sul Cerbero di Dante_, in _Giornale arcadico_, t. XXII; G. FRANCIOSI,
-_Il Satana dantesco_ in _Scritti danteschi_, Firenze, 1876; 2ª ediz.,
-Parma, 1889; P. G. GIOZZA, _Iddio e Satana nel poema di Dante_, Palermo
-(s. a.); V. MIAGOSTOVICH, _Lucifero nella Divina Commedia di Dante_
-(Programm der Städtischen Ober-Realschule in Triest), Trieste, 1878;
-R. FORNACIARI, _Il mito delle Furie in Dante_, in _Nuova Antologia_,
-15 agosto, 1879; inserito poi nel volume _Studi su Dante_, Milano,
-1883, pp. 47-93. V. DUINA, _L'ira e i mostri dell'Inferno dantesco,
-Commentarî dell'Ateneo di Brescia per l'anno 1886_. Cf. nel vol. VI,
-p.te 1ª, della _Storia della letteratura italiana_ di ADOLFO BARTOLI,
-Firenze, 1887, uscito in luce dopo la prima pubblicazione del presente
-scritto, il capitolo intitolato _I Demoni, gli Angeli, le Persone
-Divine_. Senza sapere l'uno degli studii dell'altro sopra questo
-speciale argomento, il dottissimo mio amico ed io ci trovammo concordi
-in molte opinioni e conclusioni.
-
-[81] Tratt. III, c. 13.
-
-[82] V. 83. Cfr. _De vulg. el._, I, 2.
-
-[83] Vv. 46-8.
-
-[84] Vv. 11-12.
-
-[85] V. 91.
-
-[86] _Parad._, XXIX, 49-51. Cfr. S. TOMMASO, _Summa theol._, P. I, qu.
-XLIII, art. 6.
-
-[87] _Conv._, III, 12. Punto delicato intorno a cui i teologi
-annasparono assai.
-
-[88] _Summa theol._, P. I, qu. LXIII, art. 2.
-
-[89] _Parad._, XXIX, 55-7.
-
-[90] _Parad._, XIX, 46.
-
-[91] _Inf._, XXXIV, 35.
-
-[92] _Conv._, II, 6. Cfr. ALBERTO MAGNO, _Summa theol._, P. II, tratt.
-IV, qu. 20, m. 1; S. TOMMASO, _Summa theol._, P. I, qu. LXIII, art. 7,
-9.
-
-[93] _Purgat._, XII, 27. Nell'evangelo di Luca, X, 18, è scritto:
-_Videbam Satanam sicut fulgur de coelo cadentem_.
-
-[94] _Inf._, XXXIV, 122-6.
-
-[95] Vedi le giuste osservazioni che a questo luogo appunto fa lo
-Scartazzini nel suo commento.
-
-[96] _Inf._, III, 34-42.
-
-[97] Il solo passo delle Scritture che, volendo, si potrebbe in qualche
-modo adattare alla condizione e al castigo degli angeli neutrali, è
-nell'Apocalissi, III, 15, 16: _Scio opera tua: quia neque frigidus es,
-neque calidus: utinam frigidus esses, aut calidus: — Sed quia tepidus
-es, et nec frigidus, nec calidus, incipiam te evomere ex ore meo_.
-
-[98] Uno di quegli strani uccelli dice a S. Brandano: «Nos sumus de
-magna illa ruina antiqui hostis; set non peccando aut consentiendo
-sumus lapsi; set Dei pietate predestinati, nam ubi sumus creati,
-per lapsum istius cum suis satellitibus contigit nostra ruina.
-Deus autem omnipotens, qui justus est et verax, suo judicio misit
-nos in istum locum. Penas non sustinemus. Presentiam Dei ex parte
-non videre possumus, tantum alienavit nos consorcium illorum,
-qui steterunt. Vagamur per diversas partes hujus seculi, aeris et
-firmamenti et terrarum sicut et alii spiritus qui mittuntur. Set in
-sanctis diebus dominicis, accipimus corpora talia que tu vides, et
-per Dei dispensacionem commoramur hic et laudamus creatorem nostrum».
-(JUBINAL, _La légende latine de S. Brandaines_, Parigi, 1836, p. 16).
-La ragione del cadere, oscura, a dir vero, un po' più del bisogno,
-non fu troppo bene intesa da rifacitori e da trascrittori, e non
-è nelle varie redazioni espressa sempre a un modo; ma il concetto
-fondamentale passa in quasi tutte. Vedi JUBINAL, _Op. cit._, pp. 70-71,
-121; SCHROEDER, _Sanct Brandan. Ein lateinischer und drei deutsche
-Texte_, Erlangen, 1871, pp. 12, 78; FRANCISQUE MICHEL, _Les voyages
-merveilleux de Saint Brandan_, Parigi, 1878, pp. 26-7; VILLARI, _Alcune
-leggende e tradizioni che illustrano la Divina Commedia_, in _Annali
-delle Università toscane_, t. VIII, Pisa, 1866, p. 143; ecc. Nel
-testo italiano pubblicato dal Villari di su un codice Magliabechiano
-del secolo XIV, l'uccello dice al santo: «O servo di Dio, noi siamo
-di quella grande compagnia che caddono di cielo con quello agnolo
-Lucifero, lo quale è nimico dell'umana generazione. Noi non peccammo
-per noi, ma per consentimento; e per questo non siamo dove noi
-fummo creati, anzi siamo cacciati di fuori con quelli che peccarono
-gravemente». Cfr. ALBERTO MAGNO, _Summa theol._, P. II, tratt. IV, qu.
-20, m. 2. Il riscontro fu, del resto, già notato dall'OZANAM, _Dante et
-la philosophie catholique au treizième siècle_, nuova ediz., Parigi,
-1845, p. 343, e dal D'ANCONA, _I precursori di Dante_, Firenze, 1874,
-p. 52.
-
-[99] Ecco in che modo uno di quegli uccelli informa Ugone di
-loro caduta e di loro stato. I versi che seguono, e di cui debbo
-comunicazione alla grande gentilezza del prof. Tobler, sono tolti
-dalla redazione più antica giunta sino a noi, e contenuta in un codice
-del Museo Regio di Berlino, già Hamilton, codice finito di scrivere
-nel 1341, e identificato con quello che si registra nel noto catalogo
-dei libri posseduti da Federico Gonzaga nel 1407 (Vedi TOBLER, _Die
-Berliner Handschrift des Huon d'Auvergne_, in _Sitzungsb. d. k. preuss.
-Akad. d. Wiss._, phil.-hist. Cl., vol. XXVII, 1884):
-
- Qvant li ber oit soe oraison complie,
- Vn des osiaus qe auech soy stesie
- En l'auernaus lengaçe le desplie:
- Tu as diex del tron feit proierie,
- Par qui ci somes de sauoir en partie:
- Nos le diron: or met bien en oie.
- A yh'u plest qe auqes de ses secrie
- Sauome en part, qe autremant non mie.
- Conois adonqe qe sons de cel regnie,
- Que deualla en l'abis parfondie,
- Que enferne mant homes apellie.
- De celle entente non somes nemie,
- Quant vint le pont de la departie,
- Tot environ le ciel avoit scrolie:
- Angle et archangle, et tot le monarchie,
- Tot de paor auront tuit fremie,
- Sol a la voiç deu per, quant ot parllie.
- Tot li malfer iluech si demostrie;
- Tant defendrent cum auront uigorie:
- Quant non porent il plus, aual sont trabuchie;
- Autre remis en aer, autre in terre icie,
- Autre en abisme trauailient la lor uie.
-
- Vasal, dit li diable en forme d'oiselons,
- Nos, qe ci somes, ne bien, ni mal feisons;
- Mes pur il ere la nostre entencions
- Te tenir sempre cum cil qi uencerons.
- Por ce qe deu per conoit nos pensasons,
- En guisse de oisel trasfigura cum sons.
- D'alor auant uenimes a cis mons,
- Maint torment auomes, mais de peior lisons.
- Vne uos en diray, les autres taiserons,
- Que a uos riens ne fesist, se elle conterons.
- En air et en mer façon nos peschesons,
- Si cum onde nos maine tot ensinqe alons:
- Pescher sauomes et nulle nen prendrons:
- Ensi estoit nostre destrucions.
- Vn ior de la semaine une remedie auons;
- Ce estoit la domenege, qe enei nos demorons:
- Ce estoit li nostre paradis, qui clamons;
- Ci aurons hosteler, anuit demorerons;
- Pues domain al aube apres si partirons,
- E sosteromes ce qe destineç nos sons.
- Mentre qe nos ci somes auons repoisesons;
- Enforçon nostre uoiç al bien dir qe poisons,
- Tot a los de deu pere, ce bien sauons.
-
- Par foy, ce dit le cont, bele uertue aues,
- Pois qe remedie da deu aues uos troues;
- E deu sor tot soie regracies.
- D'une autre çouse uoil auoir da uos scoutes:
- Si uos riens de ma qeste car rien uos en saves.
- J'en sai tant, fit il, cum vos oir pores.
- Vestre uoie ert mout longe de ci, uoil qe sachies;
- Sanç la deuine puisance la aler non poreç mes.
- Mes bien plait a deu, et si moy ert rouelles,
- Que en ceste este sia del tot aquites;
- Mes auant qe cil auiegne uereç meruoille ases:
- Non say plus de ce dir: uostre signor serues:
- Si l'ameç de bon quuer, il ert uestre auoes,
- Qui en la fin ert chaschun de soe oure loes;
- Le merit en atent de tot ce cha oures.
- E ge l'en croy trop bien, respond li quuens ades.
-
-Lo stesso si ha, su per giù, nel testo della Nazionale di Torino,
-cod. N, III, 19, f. 116 r. a 117 r., e nel romanzo in prosa (ANDREA
-DA BARBERINO, _Storia di Ugone d'Alvernia_, Bologna, 1882, _Scelta
-di cur. lett._, disp. 188, 190, vol. II, p. 33). Nel testo della
-Biblioteca del Seminario in Padova, cod. 82, questa parte manca, come
-il prof. Crescini mi avverte, e come può anche rilevarsi dall'analisi
-che egli ne diede (_Orlando nella Chanson de Roland e nei poemi del
-Boiardo e dell'Ariosto. Segue una appendice sul poema franco-veneto Ugo
-d'Alvernia_, estratto dal _Propugnatore_, vol. XIII, 1880, p. 96).
-
-[100] Vedi quanto osserva in proposito il RENIER, _La discesa di Ugo
-d'Alvernia allo Inferno_, Bologna, 1883 (_Scelta di cur. lett._, disp.
-194), pp. CXLV-CLIV. La imitazione di Dante è del resto già penetrata
-nella redazione più antica, del codice di Berlino.
-
-[101] Ediz. di C. Bartsch, Lipsia, 1870-1, l. IX, vv. 1155-65. Lo
-stesso Trevrizent, per altro, confessa poi a Parzival che quanto disse
-in proposito è favola (l. XVI, vv. 341-60). Cfr. BIRCH-HIRSCHFELD,
-_Die Sage vom Gral, ihre Entwicklung und dichterische Ausbildung in
-Frankreich und Deutschland im 12. und 13. Jahrhundert_, Lipsia, 1877,
-p. 250.
-
-[102] Satana, Beelzebub, Lucifero, sono per Dante tre nomi dello stesso
-principe dei demonii.
-
-[103] Che Proserpina sia tra i demonii si argomenta, sebbene il poeta
-non dica altro di lei, dai vv. 43-4 del c. IX dell'_Inferno_, e da
-quelle parole di Farinata degli Uberti, X, 79-81:
-
- Ma non cinquanta volte fia raccesa
- La faccia della donna che qui regge,
- Che tu saprai quanto quell'arte pesa.
-
-[104] Per esempio, nell'_Hamartigenia_ di PRUDENZIO, nei _Commentarii
-in Genesim_ di CLAUDIO MARIO VITTORE, in un inno di RABANO MAURO,
-nel _De imagine mundi_ di ONORIO D'AUTUN, ecc., ecc. Cfr. MAURY, _La
-magie et l'astrologie dans l'antiquité et au moyen-âge_, Parigi,
-1877, pp. 168-9. SAN GIOVANNI CRISOSTOMO biasimò (_Adv. oppugnat.
-vitae monasticae_, II, 10), quest'assimilazione dell'Inferno cristiano
-all'Inferno pagano, ma senza frutto.
-
-[105] Ediz. di Francisque Michel, Parigi, 1864, vv. 20212-40.
-
-[106] _Anticlaudianus_, VIII, 3.
-
-[107] Cfr. ROSKOFF, _Geschichte des Teufels_, Lipsia, 1869, vol. II,
-pp. 2-3.
-
-[108] SAN GEROLAMO, _De vita S. Pauli eremitae_. Nella Vita che di
-Sant'Antonio scrisse Sant'Atanasio di Alessandria, si dice che quel
-santo vide una volta un mostro, che, sino al pube, aveva figura d'uomo,
-il resto d'asino: a un segno di croce sparì.
-
-[109] Cfr. PIPER, _Mythologie der christlichen Kunst_, Weimar, 1847-51,
-vol. I, pp. 405-6.
-
-[110] _Otia imperialia, in einer Auswahl neu herausgegeben von_ FELIX
-LIEBRECHT, Hannover, 1856, prima decis., XVIII; tertia decis., LXXVI.
-Tale credenza era assai antica: cfr. GIOVANNI CASSIANO, _Collationes
-patrum_, collat. VIII, c. 32.
-
-[111] _Anecdotes historiques, légendes et apologues tirés du recueil
-inédit d'Etienne de Bourbon, publiés par_ A. LECOY DE LA MARCHE,
-Parigi, 1877, p. 327. Satiri e fauni si confondevano coi dusii,
-ricordati dallo stesso Gervasio e da altri. Vedi _Otia imperialia_,
-ed. cit., p. 145, e GIACOMO GRIMM, _Deutsche Mythologie_, 4ª ediz.,
-Berlino, 1875-8, vol. I, p. 398.
-
-[112] Per la leggenda di Giuliano l'Apostata e per le varie leggende
-in cui comparisce la Venere diabolica, vedi il mio libro, _Roma nella
-memoria e nelle immaginazioni del medio evo_, Torino, 1882-3, vol. II,
-pp. 121-52, 382-406. GIOVANNI NYDER (m. 1438) racconta ancora nel suo
-_Formicarius_ la storia di un cavaliere che, addormentatosi pensando
-di penetrare nel Monte di Venere, si trovò, allo svegliarsi, in un
-pantano.
-
-[113] _Chronographia_, ad a. 998.
-
-[114] GERVASIO DA TILBURY, _Op. cit._, tertia decis., LXI; TOMMASO
-CANTIPRATENSE, _Bonum universale de apibus_, Duaci, 1627, l. II, c. 57,
-num. 5.
-
-[115] GERVASIO DA TILBURY, _Op. cit._, tertia decis., LXIV. Anche S.
-Brandano incontra sirene in certe redazioni della leggenda; Brunetto
-Latini alle sirene classiche (ricordate con certa frequenza dai lirici
-nostri delle origini) non crede più, e anche Dante sembra ricordarle
-solo come un mito (_Purg._, XIX, 19; XXXI, 45; _Parad._, XII, 8). Cfr.
-BERGER DE XIVREY, _Traditions tératologiques_, Parigi, 1886, pp. 25-7,
-539; PIPER, _Op. cit._, pp. 383 sgg. Il diavolo fu spesso rappresentato
-in figura di sirena.
-
-[116] GIACOMO DA VORAGINE, _Legenda aurea_, ediz. di Th. Grässe, Dresda
-e Lipsia, 1846; c. III, 5, p. 24; VINCENZO BELLOVACENSE, _Speculum
-historiale_, l. XIII, c. 71.
-
-[117] Vedi _Passio S. Symphoriani_ in RUINART, _Acta martyrum sincera_,
-Verona, 1731, p. 71, col. 1ª. Circa il diavolo meridiano, vedi GREGORIO
-DI TOURS, _Historia Francorum_, l. VIII, c. 33, e _De miraculis
-S. Martini_, l. IV, c. 36; _Vita S. Rusticulae_ in MABILLON, _Acta
-sanctorum ordinis S. Benedicti_, saec. II, p. 135, n. c.; CESARIO DI
-HEISTERBACH, _Dialogus miraculorum_, ed. dello Strange, 1851, dist. V,
-cap. 2. Meridiana (o Marianna) chiamavasi il diavolo succubo con cui,
-secondo la leggenda, ebbe commercio Gerberto.
-
-[118] DU CANGE, _Glossarium_, s. v. _Dianum_.
-
-[119] _Libri duo de sinodalibus caussis et disciplinis ecclesiasticis_,
-ediz. di Lipsia, 1840, l. II, c. 37.
-
-[120] _Libri decretorum collect._, l. X, c. 1
-
-[121] _Decretum_, II, 26, quaest. 5, 12, § 1.
-
-[122] XIII, _De sortilegis et sortiariis_, ap. BALUZE, _Capitularia
-regum Francorum_, t. II, col. 365.
-
-[123] _Op. cit._, pp. 323-4.
-
-[124] _Sermones discipuli de tempore et de sanctis_, serm. 11. Cfr.
-SOLDAN, _Geschichte der Hexenprozesse_, ediz. rifatta da Enrico Heppe,
-Stoccarda, 1880, vol. I, pp. 130-1.
-
-[125] Vedi G. GRIMM, _Op. cit._, vol. II, p. 778, n. 2; vol. III, p.
-282.
-
-[126] In D'ACHERY, _Spicilegium veterum aliquot scriptorum_ etc., 1ª
-ediz., t. V, p. 215. Cfr. CASPARI, _Eine Augustin fälschlich beilegte
-Homilia de sacrilegiis_, Cristiania, 1886, pp. 18-9.
-
-[127] Vedi LIUDPRANDO, _Liber de rebus gestis Ottonis Magni
-imperatoris_, ap. PERTZ, _Mon. Germ., Script._, t. III, p. 343. Cfr.
-VOGEL, _Ratherius von Verona und das zehnte Jahrhundert_, Jena, 1854,
-vol. I, p. 284.
-
-[128] Vedi SCHROEDER, _Glaube und Aberglaube in den altfranzösischen
-Dichtungen_, Erlangen, 1886, pp. 63 sgg.
-
-[129] DREYER, _Der Teufel in der deutschen Dichtung des Mittelalters_,
-P. 1ª, Rostock, 1884, p. 18.
-
-[130] Per es., nel _Rhytmus de pugna fontanetica_, ap. DUEMMLER,
-_Poëtae latini aevi Carolini_, t. II, Berlino, 1883-84, p. 138; nel
-_Liber de fonte vitae_ di ANDRADO MODICO, _id._, t. III, P. 1ª, 1886,
-p. 78, ecc., ecc.
-
-[131] _Visio Tnugdali_, ediz. Schade, Halis Saxonum, 1869, c. 11;
-WAGNER, _Visio Tnugdali, lateinisch und altdeutsch_, Erlangen, 1882, p.
-31. Così pure nelle versioni.
-
-[132] _Kaiserchronik_, ediz. Massmann, Quedlimburgo e Lipsia, 1849-54,
-V. 14191.
-
-[133] In un luogo del _Convivio_, II, 5, Dante assimila le divinità
-dei gentili alle idee di Platone; ma tale assimilazione mal si conviene
-agli _dei falsi e bugiardi_ ricordati nel I dell'_Inferno_, i quali non
-possono essere se non demonii.
-
-[134] _Inf._, XXXI, 12-8, 67-75. Cf. uno studio di M. SCHERILLO,
-_Accidia, invidia e superbia ed i giganti nella_ Divina Commedia,
-_Nuova Antologia_, serie 3ª, vol. XVIII (1888).
-
-[135] Vedi DILLMANN, _Das Buch Henoch_, Lipsia, 1853, p. XLII;
-GFROERER, _Geschichte des Urchristenthums_, Stoccarda, 1838, vol. I, p.
-385.
-
-[136] Meglio Carlo III: il soprannome di Grosso viene in uso solamente
-nel XII secolo. Vedi DUEMMLER, _Geschichte des ostfränkischen Reichs_,
-Berlino, 1862-5, vol. II, p. 292.
-
-[137] Ap. PERTZ, _Mon. Germ., Script._, t. V, p. 458.
-
-[138] Vedi SCHROEDER, _Glaube und Aberglaube_, ecc., p. 102.
-
-[139] Edizioni citate, c. 7. I due giganti si chiamano Fergusius e
-Conallus, _et suis temporibus in secta ipsorum tam fideles sicut
-ipsi non sunt inventi: quorum nomina_, dice l'angelo a Tundalo,
-_tu bene nosti_. Fergusius è probabilmente il Ferracutus, che nella
-Cronica dello Pseudo Turpino disputa di teologia con Orlando ed è
-vinto da lui. (TURPINI, _Historia Karoli Magni et Rotholandi_, ediz.
-Castets, Montpellier e Parigi, 1880, c. XVII, pp. 27 sgg., e nota ivi
-pp. 27-28). Esso comparisce anche, in condizioni del tutto simili,
-nell'_Entrée de Spagne_, dove è detto espressamente che l'anima di lui
-è portata via dai diavoli. Notisi che _Fergusius_ riproduce, non la
-forma latina del nome, ma la francese, _Fergus_. Quel Conallus non so
-chi sia. I nomi dei due giganti suonano Conallus e Ferguncius nel poema
-latino (ediz. Wagner, V. 985); ma mancano nel racconto che VINCENZO
-BELLOVACENSE introduce nel suo _Speculum historiale_, l. XXVIII, c.
-91, e che staccatosene, riappare da sè, come redazione abbreviata,
-in molti manoscritti. (Non altro è il testo latino ripubblicato dal
-VILLARI, _Op. cit._, pp. 55-74. Vedi MUSSAFIA, _Sulla Visione di
-Tundalo_, in _Sitzungsb. d. k. Akad. d. Wiss._, philos.-hist. Cl., t.
-LXVII, 1871, p. 162). La redazione italiana riprodotta dal VILLARI,
-e che è tutt'uno con quella inserita in alcune stampe antiche delle
-_Vite dei Santi Padri_, reca (_Op. cit._, p. 81) Feragudo e Chinelaco;
-quella pubblicata da F. CORAZZINI (_Visione di Tugdalo_, Bologna,
-1872, _Sc. di cur. lett._, disp. 128, p. 29) ha Fergugi e Conali;
-ma i nomi mancano nell'altra, pubblicata dal GIULIARI (_Il libro di
-Theodolo o vero la Visione di Tantolo_, Bologna, 1870, _Sc. di cur.
-lett._, disp. 112, p. 25). I nomi mancano del pari nel poema tedesco
-di Alber (ediz. Wagner, vv. 681-2). Nella versione catalana pubblicata
-dal BAIST (_Zeitschrift für romanische Philologie_, vol. IV, pp. 313
-sgg.) suonano Sergus e Tonalt. Non ho agio di riscontrare la versione
-francese, la provenzale ecc., nè alcune pubblicazioni, come quelle
-del TURNBULL (_The Vision of Tundale_, Londra, 1843) e dello SPRENGER
-(_Albers Tundalus_, Halle, 1875) dove questo punto potrebbe essere
-esaminato. Nella _Passion_ del GRESBAN, edita da G. Paris, si ha, V.
-33476, un demonio Fergalus.
-
-[140] Federigo Frezzi, il quale più di una volta, nel suo poema, si
-arroga di corregger Dante, restituisce Flegias alla sua prima e naturai
-condizione (Il _Quadriregio_, l. II, c. 12).
-
-[141] _De bello judaico_, VII, 6, 3.
-
-[142] Vedi SCHROEDER, _Glaube und Aberglaube_, ecc., pp. 63 sgg. Per
-Nerone demonio vedi più particolarmente il già citato mio libro, _Roma_
-ecc., vol. II, pp. 356-7.
-
-[143] V. 46, in MUSSAFIA, _Monumenti di antichi dialetti italiani,
-Sitz. d. k. Akad. d. Wiss. in Wien_, phil.-hist. Cl., vol. XLVI, 1864.
-Insieme con Maometto, Giacomino ricorda Trifon, Barachin e Sathan.
-Barachin potrebbe essere il Baratron dei poemi francesi, il quale, ora
-significa opportunamente l'abisso infernale, ora è nome di demonio: non
-so che dire di quel Trifon, nome di parecchi santi.
-
-[144] _Inf._, XXX, 117. Il verso non mi pare di dubbia interpretazione.
-
-[145] _Purgat._, XIV, 118. Fra Filippo da Siena racconta (_Gli
-assempri_, Siena, 1864, cap. 25) di certo ser Giontino da Monte Luccio,
-notajo, il quale diventò, dopo morto, notajo dell'Inferno; diventò,
-cioè, uno degli officiali del regno di Satanasso.
-
-[146] _Parzival_, l. IX, v. 911, ediz. cit.
-
-[147] Vedi ROSKOFF, _Op. cit._, vol. I, pp. 233, 268, 290, 300-1, e il
-mio libro _Il Diavolo_, Milano, 1889, pp. 39 sgg. SAN TOMMASO, nella
-XVI delle sue _Quaestiones disputatae de potentia Dei (De daemonibus_,
-art. 1) recate in mezzo le contrarie opinioni di chi attribuiva un
-corpo ai demonii e di chi lo negava loro, conclude: _Dicendum, quod
-sive daemones habeant corpora sibi naturaliter unita, sive non habeant,
-hoc non multum refert ad fidei christianae doctrinam_. Cfr. ALBERTO
-MAGNO, _Summa theol._, P. II, tratt. V, qu. 25, m. 2, art. 1, partic.
-1.
-
-[148] _Dialog._, l. IV, c. 29. Il Vida chiama espressamente i demonii
-_rabidum sine corpore vulgus_.
-
-[149] _Oratio contra Graecos, Max. biblioth. vet. pat._, t. II, p. 27.
-
-[150] _Parad._, XXIX, 22 sgg.; _Conv._, II, 5.
-
-[151] _Purgat._, XXV, 79-108.
-
-[152] _Inf._, VIII, 27.
-
-[153] _Inf._, XXXIV, 28 sgg.
-
-[154] _Parad._, XXIX, 57.
-
-[155] _Purgat._, II, 79-81.
-
-[156] _Purgat._, X, 118 sgg.
-
-[157] _Inf._, VI, 34-6.
-
-[158] _Inf._, XXXII, 79.
-
-[159] _Purgat._, III, 16-21.
-
-[160] _Inf._, XXI, 24 sgg.; XXIII, 37 sgg. Notisi che Chirone si
-meraviglia vedendo Dante muovere ciò che tocca. Egli dice ai compagni
-(_Inf._, XII, 80-2):
-
- Siete voi accorti
- Che quel di retro move ciò ch'ei tocca?
- Così non soglion fare i piè dei morti.
-
-[161] _Inf._, III, 82 sgg. Cfr. _Aeneid._, VI, 298 sgg.
-
-[162] _Inf._, V, 4 sgg.
-
-[163] _Inf._, VII, 1 sgg.
-
-[164] _Inf._, XVII, 1 sgg.
-
-[165] _Inf._, VI, 13-8, 22-33.
-
-[166] _Inf._, IX, 37-42.
-
-[167] _Inf._, XII, 11-25.
-
-[168] _Inf._, XII, 55 sgg.; XXV, 19-21.
-
-[169] _Inf._, XIII, 10-5.
-
-[170] _Inf._, XXXI, 19 sgg.
-
-[171] _Inf._, XXIII, 131.
-
-[172] _Inf._, XXVII, 113.
-
-[173] Secondo narra PALLADIO nella _Historia Lausiaca_, c. XXVIII,
-Sant'Antonio vide una volta il demonio in figura di gigante nero ed
-altissimo. Nel racconto di Sant'Atanasio questa particolarità del
-colore non è menzionata. Altra volta Sant'Antonio vide il demonio
-voltolargli ai piedi in forma di un fanciullo orrido e nero. Cfr.
-TEODORETO, _Historia ecclesiastica_, l. V, c. 21. Di un demonio che,
-sotto forma di fanciullo nero, distoglieva un monaco dalla preghiera,
-narra SAN GREGORIO, _Dialog._, l. II, c. 4. Sono innumerevoli le
-leggende in cui il diavolo comparisce in figura di Etiope; in tal forma
-ebbe ancora a vederlo S. Tommaso d'Aquino. I diavoli di GIACOMINO DA
-VERONA, non solo sono neri, ma cento volte più neri del carbone, _De
-Babilonia civitate infernali_, v. 99, ediz. cit.
-
-[174] Vedi ROSKOFF, _Op. cit._, vol. I, p. 283.
-
-[175] _Inf._, XVIII, 35.
-
-[176] _Inf._, XXI, 121.
-
-[177] _Inf._, XXII, 106.
-
-[178] _Inf._, XXII, 136-41.
-
-[179] _Inf._, XXI, 31-6. Un demonio dalle scapule acute descrive
-CESARIO DI HEISTERBACH, _Op. cit._, dist. V, cap. 5.
-
-[180] I diavoli che tormentavano San Gutlac (m. 714) sono, per
-citare un esempio, così descritti: _Erant enim aspectu truces,
-forma terribiles, capitibus magnis, collis longis, macilenta facie,
-lurido vultu, squallida barba, auribus hispidis, fronte torva,
-trucibus oculis, ore foetido, dentibus equinis, gutture flammivomo,
-faucibus tortis, labro lato, vocibus horrisonis, comis combustis,
-buccula crassa, pectore arduo, femoribus scabris, genibus nodosis,
-cruribus uncis, talo tumido, plantis aversis, ore patulo, clamoribus
-raucisonis_. (_Acta Sanctorum_, Apr., t. I, p. 42). Confronta con
-questi i diavoli veduti da S. Furseo che avevan capi come caldaje di
-rame. (_Acta Sanctorum_, Genn., t. II, p. 37. Avverto che l'edizione
-degli _AA. SS._ da me citata è sempre quella di Venezia). A cominciare
-dall'XI secolo la figura del diavolo si fa sempre più mostruosa,
-e raccoglie in sè, accozza e sovrappone tutte le possibili forme e
-parvenze del brutto, dello sconcio, dell'orrendo. La pittura e la
-scoltura, quasi per dare immagine della ingenita disarmonia della
-natura diabolica, a gara congiunsero nei corpi maledetti le forme più
-disparate e più repugnanti dell'umano e del bestiale, trasmodando
-spesso nella più pazza caricatura, e preparando le paurose e in
-un comiche immaginazioni di Gerolamo Bosch, di Pietro Breughel, di
-Giacomo Callot e di Salvator Rosa. Per la figura attribuita ai demonii
-nel medio evo, vedi VON BLOMBERG, _Studien zur Kunstgeschichte und
-Aesthetik_, P. I: _Der Teufel und seine Gesellen in der bildenden
-Kunst_, Berlino, 1867, pp. 25-53; WESSELY, _Die Gestalten des Todes
-und des Teufels in der darstellenden Kunst_, Lipsia, 1876, pp.
-75-92; TWINING, _Symbols of early christian art_, Londra, 1860, tav.
-LXXV-LXXX; WRIGHT, _A History of Caricature and Grotesque in Literature
-and Art_, Londra, 1875, cc. III, IV, XVII e passim.
-
-[181] _Inf._, XXXIV, 18.
-
-[182] _Inf._, XXXIV, 28 sgg.
-
-[183] Vedi DIDRON, _Iconographie chrétienne. Histoire de Dieu
-(Collection de documents inédits de l'histoire de France)_, Parigi,
-1843, pp. 543-6; DIDRON et DURAND, _Manuel d'iconographie chrétienne_,
-Parigi, 1845, p. 78; VIOLLET-LE-DUC, _Dictionnaire raisonné de
-l'architecture_, Parigi, 1867-68, s. v. _Trinité_. Non è dunque il caso
-di ricordarsi con l'OZANAM, _Op. cit._, p. 108, di Ecate Triforme,
-e nemmeno è da ricordarsi di Cerbero, sebbene Cerbero possa aver
-suggerito l'idea di un demonio, non con tre facce, ma con tre teste.
-Al ricordo di Cerbero è dovuto probabilmente il tricefalo Beelzebub
-che si ha in una omelia di Eusebio di Alessandria (sec. VI?) e altrove
-(PIPER, _Op. cit._, vol. I, p. 403). GIOVANNI WIER dice che il demonio
-Bael ha tre teste, una di rospo, l'altra d'uomo, la terza di gatto
-(_Pseudomonarchia daemonum_, _Opera_, Amsterdam, 1660, p. 650).
-
-[184] Vedila riprodotta nella citata opera del WRIGHT, p. 56.
-
-[185] _Inf._, III, 5-6.
-
-[186] CARAVITA, _I codici e le arti a Montecassino_, Montecassino, 1869
-sgg., vol. I, pp. 245 sgg.
-
-[187] DIDRON et DURAND, _Op. cit._, p. 78. Se la figurazione in
-discorso era già familiare alle arti rappresentative, prima che Dante
-la recasse nel suo poema, si vede quanto bisogni andar guardinghi
-nell'asserire che il tale o tale altro pittore contemporaneo di Dante,
-o di poco posteriore, da Dante appunto ne abbia tratto il concetto.
-Ciò si afferma comunemente di Giotto, dell'Orcagna, dell'incerto, che
-nel Campo Santo di Pisa dipinse il Giudizio Universale, di altri.
-Quanto all'Orcagna non può esservi dubbio, perchè il Lucifero da
-lui dipinto nella Cappella degli Strozzi in Santa Maria Novella di
-Firenze, risponde a capello al Lucifero dantesco, meno la particolarità
-di un serpente che il pittore attorcigliò al braccio destro del suo
-demonio, e di cui non è cenno nel poeta. (Cfr. DOBBERT, _Orcagna_,
-nella raccolta del DOHME, _Kunst und Künstler des Mittelalters und
-der Neuzeit_, Lipsia, 1875 sgg., t. II, P. I, p. 63). Ma la cosa
-va altrimenti pel Lucifero che con sola una bocca divora i dannati,
-dipinto da Giotto nell'Oratorio degli Scrovegni, nell'Arena di Padova,
-e per quello che campeggia nel Giudizio Universale del Campo Santo
-di Pisa. Rispetto al primo basterebbe avvertire che gli affreschi di
-Giotto in Padova sono anteriori alla _Divina Commedia_. Ad ogni modo
-nota in proposito G. G. AMPÈRE: _La tradition veut que le Giotto ait
-exprimé dans ces peintures les idées de Dante; elle ajoute même que
-le peintre était venu à Padoue tout exprès pour y voir le poëte. Le
-premier coup d'oeil donné au_ Jugement dernier _peint par le Giotto
-sur un des murs de l'_Arena, _montre l'erreur de cette supposition_.
-(_Voyage dantesque. La Grèce, Rome et Dante, études littéraires_,
-nuova edizione, Parigi, 1859, p. 333). Nulla più plausibile, del
-resto, mi sembra l'opinione espressa dal JESSEN, _Die Darstellung
-des Weltgerichts bis auf Michelangelo_, Berlino, 1883, pp. 44, 49,
-che Dante abbia tolta da Giotto l'idea del suo Lucifero. Rispetto
-al Lucifero del Campo Santo di Pisa, basta far osservare: che esso
-è senz'ali; seduto tra le fiamme, e non confitto nel ghiaccio; che
-ha un peccatore in ciascuna mano; che altri peccatori gli escon dal
-corpo, o gli entran nel corpo, per due aperture, nell'epigastrio e
-nell'inguine; ch'egli ha il corpo rivestito di ferrea armatura; il
-tutto conformemente a figurazioni già ricevute nell'arte. E pure dice
-lo stesso AMPÈRE, _Op. cit._, p. 239, che questo Lucifero è ritratto da
-quello di Dante. Una bocca nell'epigastrio, o nell'inguine, ha anche
-il Lucifero veduto da Guerino il Meschino. Cf. RENIER, _Op. cit._, p.
-cix. Vedi pure THODE, _Franz von Assisi und die Anfänge der Kunst der
-Renaissance in Italien_, Berlino, 1885, p. 460.
-
-[188] _Decam._, gior. VIII, nov. 9. Che dovesse essere un Lucifero
-maciullator di dannati, si rileva dalle parole che il Boccaccio pone in
-bocca a Bruno: «O me!... maestro, che mi domandate voi? egli è troppo
-gran segreto quello che voi volete sapere, et è cosa da disfarmi e da
-cacciarmi del mondo; anzi da farmi mettere in bocca del Lucifero da San
-Gallo, se altri il risapesse...».
-
-[189] Così notò il Fanfani nella edizion del _Decamerone_ da lui
-procurata. Io non ho agio di compulsar tutti i numerosi libri dello
-scrittor veneziano, e però non posso dire in quale di essi la notizia
-si trovi. Nel _Ritratto delle più nobili et famose città d'Italia_, là
-dove si parla di Firenze, non n'è cenno.
-
-[190] _Inf._, XXXIV, 22-7.
-
-[191] _Op. cit._, dist. V, c. 30.
-
-[192] _Op. cit._, l. II, c. 57, num. 38.
-
-[193] _Inf._, XIII, 124-9.
-
-[194] _Inf._, XXIV, 82 sgg.; XXV, 4 sgg.
-
-[195] _Inf._, XXV, 22-5.
-
-[196] Cap. 14, nel IV volume della _Divina Commedia_, ediz. del De
-Romanis, Roma, 1817, p. 120. La Visione si trova anche nelle edizioni
-della Minerva e del Ciardetti.
-
-[197] Cf. nel vol. I dei _Principles of Sociology_ dello SPENCER
-l'istruttivo capitolo intitolato _Animal-worship_.
-
-[198] _Purg._, XII, 25-6; _Parad._, XIX, 47.
-
-[199] Che _strupo_ stia per _stupro_, con metatesi della _r_, ammise
-recentemente anche lo ZINGARELLI, _Parole e forme della_ Divina
-Commedia _aliene dal dialetto fiorentino_, nel fasc. 1º degli _Studî di
-filologia romanza_ del MONACI, Roma, 1884, p. 158.
-
-[200] Vedi sopra p. 81.
-
-[201] _Parad._, IX, 129. _Invidia autem diaboli mors introivit in orbem
-terrarum_ (Sap. II, 24). Se la _invidia prima_ cui accenna Virgilio
-(_Inf._, I, 109), sia questa stessa invidia di Satana, è cosa che
-lascerò giudicare ad altri. Cfr. POLETTO, _Dizionario dantesco_, s. v.
-_Diavolo_.
-
-[202] _Lettera_ VII, 1, ediz. Fraticelli.
-
-[203] _Purgat._, XI, 20.
-
-[204] _Inf._, XXXIV, 108.
-
-[205] _Purgat._, XIV, 145-6.
-
-[206] _Purgat._, VIII, 95 sgg.
-
-[207] _Parad._, XXVII, 26.
-
-[208] _Inf._, XXIII, 144.
-
-[209] _Inf._, XXIII, 16; _Purgat._, V, 112.
-
-[210] _Inf._, XXII, 42.
-
-[211] _Inf._, III, 84 sgg.
-
-[212] _Inf._, XXVII, 126.
-
-[213] _Inf._, VII, 9.
-
-[214] _Inf._, VIII, 23-4.
-
-[215] _Inf._, VIII, 83-4.
-
-[216] _Inf._, XII, 14-5.
-
-[217] _Inf._, XXI, 131-2.
-
-[218] _Inf._, XXI, 44, 67-8; XXIII, 16-8.
-
-[219] _Inf._, XXI, 123.
-
-[220] _Inf._, VIII, 124-6. Alla discesa di Cristo all'Inferno,
-conformemente al racconto dell'apocrifo Evangelo di Nicodemo, allude
-Dante in altri due luoghi (_Inf._, IV, 52-63; VII, 38-9). È noto che
-molti libri apocrifi ebbero nel medio evo autorità non minore dei libri
-canonici: l'Evangelo di Nicodemo fu uno dei più diffusi. Vedi WUELCKER,
-_Das Evangelium Nicodemi in der abendländischen Literatur_, Paderborn,
-1872. Una versione italiana di esso, fatta nel Trecento, fu pubblicata
-da CESARE GUASTI, _Il Passio o Vangelo di Nicodemo_, Bologna, 1862,
-_Sc. di cur. lett._, disp. 12.
-
-[221] _Inf._, III, 88-93; V, 16-20; VI, 22-4; VII, 1-6; VIII, 82 sgg.;
-IX, 52-4; XXXI, 12 sgg.
-
-[222] Caronte, Minosse, Plutone, altri demonii, si chetano alle parole
-di Virgilio e non fanno altro contrasto; ma a vincere la resistenza
-dei demonii che custodiscono la città di Dite, è necessario scenda un
-angelo apposta (_Inf._, IX, 76-103). Anche qui, come sempre, gli angeli
-sono i naturali avversarii dei diavoli. Nelle Visioni molto spesso
-gli angeli vengono in soccorso delle anime che compiono il periglioso
-viaggio.
-
-[223] _Inf._, XXI, 100-2.
-
-[224] _Inf._, XXIII, 139-41.
-
-[225] _Inf._, XXIII, 34-6.
-
-[226] Ap. PERTZ, _Mon. Germ., Script._, t. V, p. 458. Un caso consimile
-si ha nella Visione del cavaliere Owen.
-
-[227] _Historia ecclesiastica_, l. V, c. 12.
-
-[228] Cap. 15.
-
-[229] _Inf._, XXII, 133-41. Una zuffa di diavoli si ha pure nella
-_Visio Tnugdali_, c. 3.
-
-[230] _Inf._, XII, 97-102.
-
-[231] _Inf._, XVII, 79 sgg.
-
-[232] _Inf._, XXXI, 130 sgg.
-
-[233] S'intende che opinioni più o meno disformi da queste non
-mancarono. Vedi S. TOMMASO, _Quaestiones disputatae de potentia Dei_,
-quaest. XVI, art. 6, 7, 8;_ Summa theol._, P. I, qu. LXXXVI, art. 4;
-S. BONAVENTURA, _Sententiae_, l. II, dist. VII, P. 2ª, art. I, qu. 3.
-Secondo ONORIO AUGUSTODUNENSE i demonii conoscono le male cogitazioni
-degli uomini, non le buone (_Scala coeli_, c. 12): in molte storie
-d'indemoniati si legge che gli spiriti maligni rivelarono occultissimi
-pensamenti degli esorcisti, o di altre persone.
-
-[234] _Conv._, III, 13.
-
-[235] _Inf._, XXVII, 121-3. In un racconto di Cesario di Heisterbach
-il principe dei demonii dice ad un suo consigliere: Olivere, semper
-curialis fuisti (Dialogus miraculorum, ediz. cit., dist. V, c. 3:
-questo demonio curiale è ricordato anche nel c. 35 della stessa
-distinzione). Buon loico si mostra anche il demonio nel contrasto suo
-con la Vergine, narrato da Bonvesin da Riva. Se ignaro della buona
-filosofia, il demonio doveva essere edotto della sofistica, anzi
-maestro d'essa; ricordisi la storia di quello scolare di Parigi, che
-morto e andato a perdizione, apparve al maestro con una cappa tutta
-piena di sofismi indosso, storia narrata dal PASSAVANTI, _Specchio
-della vera penitenza_, dist. III, c. 2. E non dimentichiamo che il
-demonio disputava assai acremente di teologia con Lutero.
-
-[236] _Inf._, III, 88-93, 127-9.
-
-[237] _Inf._, VIII, 18. In ben più grossi errori potevano cadere i
-demonii. GREGORIO MAGNO racconta (_Dialog._, l. IV, c. 36) di certo
-uomo nobile, per nome Stefano, il quale, in Costantinopoli, subitamente
-infermò e morì. Condotto dinanzi al giudice infernale, udì questo
-gridare: «Io ordinai di portar giù Stefano ferrajo e non costui».
-Ed ecco, tornato al mondo Stefano nobile, muore incontanente Stefano
-ferrajo. Notisi la presenza di quel giudice infernale, come in Dante.
-
-[238] _De vulg. el._, I, 2.
-
-[239] Veramente Dante sembra aver conceduto più scienza alle anime
-dannate che ai demonii. Esse hanno cognizione del futuro: Ciacco
-(_Inf._, V, 64-75), Farinata degli Uberti (X, 79-81), Reginaldo degli
-Scrovegni (o chi altri si sia, XVII, 67-9), Vanni Fucci (XXIV, 142-51),
-predicono varii casi al poeta. Dovrebbero, invece, secondo dice lo
-stesso Farinata (X, 108-4), ignorare le cose prossime o presenti; ma
-Ciacco sa la pena di altri dannati (VI, 85-7).
-
-[240] _Purgat._, V, 109-29. San Tommaso ammette che il diavolo
-possa, non _naturali cursu_, ma _artificialiter_, produrre pioggia
-e vento (_Comment. in Job._, c. 1 e altrove). I fenomeni atmosferici
-erano più particolarmente soggetti alla potestà del demonio: TOMMASO
-CANTIPRATENSE attribuiva al demonio le illusioni della _fata morgana_
-(_Op. cit._, l. II, c. 57, n. 29).
-
-[241] _Inf._, XXIV, 112-4.
-
-[242] _Inf._, XXXIII, 124-32.
-
-[243] _Inf._, XXXIII, 134-57.
-
-[244] _Commento_, al c. cit., v. 130.
-
-[245] _Op. cit._, ed. cit., dist. XII, c. 4.
-
-[246] _Op. cit._, ed. cit., l. II, c. 57, num. 5.
-
-[247] _Op. cit._, ed. cit., c. CXVIII, p. 504.
-
-[248] _Acta SS._, Genn., t. II, p. 792.
-
-[249] _Acta SS._, Febbr., t. III, p. 132. La credenza durò a lungo
-anche dopo Dante: vedi, a questo proposito, una predica di Giovanni
-Geiler di Kaisersberg (1445-1510) sommariamente riferita da A. STOEBER,
-_Zur Geschichte des Volksaberglaubens im Anfange des XVI Jahrhunderts_,
-2ª ediz., Basilea, 1875, p. 68. Nel secolo XVIII tale credenza non era
-ancora in tutto dileguata.
-
-[250] SAN BONAVENTURA, _Sententiae_, l. II, dist. V, art. II, qu.
-1; ALBERTO MAGNO, _Summa theol._, P. II, tratt. V, qu. 25, m. 3; S.
-TOMMASO, _Summa theol._, P. I, qu. LXIV, art. 4. Anche a proposito di
-ciò si trova del resto qualche incertezza.
-
-[251] _Purgat._, VIII, 94-108.
-
-[252] Vedi BAUTZ, _Das Fegfeuer_, Magonza, 1883, p. 149.
-
-[253] Alcuni posero l'Inferno nell'aria, altri nella Valle di Giosafat,
-sotto i poli, agli antipodi, nel sole, in isole remote, nell'estremo
-Oriente, nei vulcani, fuori del mondo. Vedi RUSCA, _De inferno et statu
-daemonum ante mundi exitium_, Milano, 1621, capp. 31-50.
-
-[254] _Inf._, VIII, 126.
-
-[255] _Inf._, V, 15.
-
-[256] _Inf._, VIII, 84-5.
-
-[257] _Apocalyp._, XX, 1-3.
-
-[258] Nella _Visio Tnugdali_, c. 14, Lucifero, rappresentato
-gigantesco, come nella _Divina Commedia_, e con mille braccia, è
-legato con catene sopra una graticola e arrostito in eterno. (Cfr. una
-immagine tolta da un manoscritto contenente poesie dell'anglosassone
-Caedmon nella citata opera del WRIGHT, p. 55). Un Satana legato è
-pure nell'Evangelo apocrifo di San Giovanni secondo i Catari, e nella
-_Pistis Sophia_, apocrifo gnostico. Nella Visione di Alberico (c. 9)
-un _vermis infinitae magnitudinis_ è legato con una catena dinanzi
-alla entrata dell'Inferno ed è forse reminiscenza di Cerbero. Di
-solito Lucifero si pone nel fondo dell'abisso (vedi la Visione di un
-monaco narrata da BEDA, _Hist, eccl._, l. V, c. 14; la Visione del
-fanciullo Guillero, riferita da VINCENZO BELLOVACENSE, _Spec. hist._,
-l. XXVIII, c. 84, ecc.). Circa l'opinione che Lucifero non possa uscir
-dall'Inferno, cfr. BAUTZ. _Die Hölle_, Magonza, 1882, p. 135.
-
-[259] _Inf._, XXXI, 85-90.
-
-[260] _Inf._, XXXI, 101.
-
-[261] _Inf._, XXIII, 55-7.
-
-[262] _Summa theol._, P. I, qu. CIX, art. I, II. Cfr. ALBERTO MAGNO,
-_Summa theol._, P. II, tratt. VI, qu. 26, m. 1. Una gerarchia diabolica
-si ha già nel _Libro d'Enoch_, anteriore al cristianesimo. Cfr.
-BAUTZ, _Die Hölle_, pp. 135-6. Beelzebub è detto principe dei demonii
-nell'Evangelo di Matteo, XII, 24; in quello di Luca, XI, 15.
-
-[263] _Inf._, XXXIV, 1, 28.
-
-[264] _Inf._, VII, 1.
-
-[265] _Inf._, XII, 64 sgg.
-
-[266] _Inf._, XXI, 76 sgg.
-
-[267] _Inf._, VIII, 13 sgg.
-
-[268] _Inf._, XXV, 16 sgg.
-
-[269] _Inf._, XXXIV, 55 sgg.
-
-[270] _Inf._, XXXIV, 28.
-
-[271] _Inf._, IX, 43-4. _Meschine_ nel significato del fr. _meschines_,
-ancelle.
-
-[272] Luc., XI, 18; Giov., XII, 31.
-
-[273] Vedi, p. es., la Vita che di San Basilio, arcivescovo di Cesarea,
-scrisse Amfilochio, vescovo d'Iconio, in ROSWEY (e non ROSWEYD, come
-si scrive comunemente) _Vitae Patrum_, Anversa, 1615, p. 156; GIACOMO
-DA VORAGINE, _Legenda aurea_, ed. cit., c. LXVIII, p. 310; _Acta
-SS._, Maggio, t. VI, p. 405; GUGLIELMO DI MALMESBURY, _De gestis regum
-Anglorum_, ap. PERTZ, _Mon. Germ., Script._, t. X, pp. 471-2.
-
-[274] _De Bab. civ. inf._, ediz. cit., vv. 25, 65, 125.
-
-[275] _Inf._, XXVII, 112-20.
-
-[276] _Purgat._, V, 100-8.
-
-[277] Di questa specie di contrasti, pure molto importanti, non
-è cenno nel recente libro di L. SELBACH,_ Das Streitgedicht in
-der altprovenzalischen Lyrik, und sein Verhältniss zu ähnlichen
-Dichtungen anderer Litteraturen_, Marburgo, 1886, dove di molte altre
-specie si tocca. Vedi quanto di essa dicono lo ZARNCKE, _Ueber das
-althochdeutsche Gedicht vom Muspilli, Ber. üb. d. Verhandl. d. k.
-sächs. Gesellsch. d. Wiss._ Philol.-hist. Cl., t. XVIII, 1866, pp.
-202-13, e il D'ANCONA, _Origini del teatro in Italia_, Firenze, 1877,
-vol. II, pp. 29-36; 2ª ediz., Torino, 1891, pp. 552-60.
-
-[278] Vedi GIOVANNI CASSIANO (m. poco dopo il 432), _Collationes
-patrum,_ collat. VIII, c. 17.
-
-[279] BALUZE, _Capitularia_, t. II, p. 104.
-
-[280] _Epist_. 10, in JAFFÈ, _Monumenta Moguntina, Bibl. rer. germ._,
-t. III, Berlino, 1866, p. 55. Il contrasto assume qui un carattere
-anche più largo. L'anonimo visionario si udì accusare dai proprii
-peccati, difendere dalle proprie virtù, fatti in certo modo persone:
-un uomo già da lui percosso e ferito, compare, tuttochè vivo ancora,
-ad accusarlo. Abbiamo già l'embrione di un regolare processo. Angeli e
-demonii formavano due eserciti, sempre in guerra tra loro. Una volta,
-nel deserto, l'abate Isidoro mostrò all'abate Mosè, dalla parte di
-Occidente l'esercito dei diavoli, dalla parte di Oriente l'esercito
-degli angeli, quello pronto ad assaltare i santi uomini, questo a
-difenderli: RUFINO DI AQUILEJA, _De vitis patrum_, l. II, c. 10.
-
-[281] Probabilmente era questa una tradizione rabbinica. I rabbini
-narrarono pure una specie di contrasto fra Sammaele, l'angelo della
-morte, e Mosè, che non vuol morire, e lo mette in fuga; poi fra
-l'anima di Mosè, la quale non vuole uscire del corpo, e Dio stesso,
-che è venuto per prenderla. Vedi EISENMENGER, _Entdecktes Judenthum_,
-Königsberg, 1711, vol. I, pp. 858-61.
-
-[282] Cfr. per la credenza, anche fuori del cristianesimo, MAURY,
-_Essai sur les légendes pieuses du moyen-âge_, Parigi, 1843, p. 81. Per
-la opinione, del resto non sostenibile, che le origini della credenza
-cristiana sieno da cercare nel paganesimo germanico, vedi GRIMM, _Op.
-cit._, vol. I, pp. 349; II, 698-9.
-
-[283] BOUQUET, _Recueil des historiens des Gaules_, t. II, p. 593.
-
-[284] _Hist. eccl._, l. V, c. 13. Sant'Agostino vide una volta il
-diavolo con un gran libro sopra le spalle, il libro dove notava per
-ordine tutti i peccati degli uomini. Aveva ad esser ben grande: di
-solito ciascun peccatore ha il suo libro particolare. L'idea di questo
-libro diabolico fu suggerita, probabilmente, per ragion di contrasto,
-dal libro della vita, di cui è più d'una volta menzione nelle
-Scritture.
-
-[285] Caratteristico a tale proposito è il racconto riferito da LEONE
-MARSICANO (m. 1115) nella _Chronica Montis Casinensis_, all'anno
-1024. Un monaco, stando in orazione la notte, vede passare con grande
-ruina una turba di diavoli. Chiamatone uno, gli chiede ove vadano, e
-avutone in risposta che vanno a torsi l'anima dell'imperatore Enrico
-III, protesta di non credere che Dio possa darla loro nelle mani, e
-gl'impone di venirne a lui al ritorno, a narrargli l'evento. Passati
-due giorni, ecco riapparire il malvagio spirito, con volto dimesso,
-con portamento lugubre, e narrare al monaco la disfatta propria e de'
-suoi. Già era durata un pezzo la contesa fra gli angeli ed essi, quando
-di comune accordo fu risoluto di pesare con una bilancia le buone e
-le male azioni del morto, e decidere così a chi dovesse appartenerne
-l'anima. Dato mano all'esperimento, traboccava la bilancia in favor
-dei demonii quand'ecco accorrere anelante San Lorenzo (_semiarsus
-ille Laurentius_) e gettar con grand'impeto nel piatto contrario
-un calice d'oro che tempo innanzi l'imperatore aveva donato a una
-basilica di lui. Incontanente la bilancia trabocca da quella parte,
-e i diavoli debbono, confusi e scornati, abbandonare la preda. L. II,
-c. 47, ap. PERTZ, _Mon. Germ., Scrip._, t. VII, pp. 658-9. Una storia
-consimile si narra dell'anima di Carlo Magno dallo Pseudo Turpino,
-c. 32. Queste son due delle parecchie Visioni che dovrebbero essere
-registrate e non sono nell'opuscolo, per più rispetti manchevole,
-di C. FRITSCHE, _Die lateinischen Visionen des Mittelalters bis zur
-Mitte des 12. Jahrhunderts_, Halle, 1885. La ponderazione delle
-anime, o delle azioni, fu spesso figurata dall'arte cristiana in
-dipinti, in bassirilievi, nelle chiese, sopra tombe, ecc., ecc. Com'è
-noto, la immaginazione antichissima occorre in Egitto, in India, in
-Persia, in Grecia, fra' maomettani, fra' Mandaiti, ecc., ecc. Cf.
-MAURY, _Recherches sur l'origine des représentations figurées de
-la psychostasie, ou pèsement des âmes et sur les croyances qui s'y
-rattachent, Revue archéologique_, anno 1844, p.te 1ª, pp. 235-49,
-291-307; _Remarques sur la psychostasie_, etc., Rev. arch., anno 1845,
-p.te 2ª, pp. 707-17; De Witte, _Scènes de la psychostasie homérique,
-Rev. arch._, anno 1844, p.te 2ª, pp. 647-56.
-
-[286] _Acta SS._, Genn., t. II, p. 37.
-
-[287] _Acta SS._, Marzo, t. III, pp. 570-1. Già GREGORIO MAGNO,
-_Dial._, IV, 36, narra di un'anima contrastata, che i diavoli tirano
-per le gambe, gli angeli per le braccia, quelli verso l'Inferno, verso
-il cielo questi.
-
-[288] Vedi per le origini ROSKOFF, _Op. cit._, vol. I, p. 230.
-
-[289] _Frutti della lingua_, cap. 37.
-
-[290] _Purgat._, V, 109-29.
-
-[291] _Inf._, XXVII, 121-7.
-
-[292] _Inf._, III, 121-6.
-
-[293] _Inf._, XXI, 39-40. Innumerevoli sono le leggende in cui si narra
-di sceleratissimi uomini le cui anime, e spesso anche i corpi, sono
-portati via a furia dai diavoli. Vedi CESARIO DI HEISTERBACH, _Dial.
-Mirac._, dist. XII, cc. 7, 8, 9, 13; PASSAVANTI, _Sp. d. vera penit._,
-dist. II, c. 6; GIACOMO DA VORAGINE, _Leg. aurea_, ed. cit., c. CXIX,
-p. 516; Pietro il VENERABILE, _De miraculis_, l. I, c. 14; FRA FILIPPO
-DA SIENA, _Op. cit._, passim. Morto l'imperatore Enrico II, un eremita
-vide una turba di diavoli portarne l'anima, sotto forma di un orso, al
-giudizio, che le riuscì per altro favorevole (_Acta SS._, Giugno, t.
-II, p. 1003).
-
-[294] _Inf._, III, 111.
-
-[295] Ma, pel vestibolo, bisogna tener conto dei mosconi e delle vespe,
-che ai vigliacchi rigano di sangue il volto, e che potrebbero essere
-diavoli trasformati.
-
-[296] _Inf._, VI, 18.
-
-[297] _Inf._, VII, 25-30.
-
-[298] _Inf._, VIII, 58-60.
-
-[299] _Inf._, XXXII, 130-2; XXXIII, 76-8.
-
-[300] L'anima è già in preda a tutti i tormenti dell'arsura e del gelo
-che si avvicendano:
-
- Staganto en quel tormento, sovra ge ven un cogo,
- Ço è Baçabù, de li peçor del logo,
- Ke lo meto a rostir, com'un bel porco, al fogo,
- En un gran spe de fer, per farlo tosto cosro.
- E po prendo aqua e sal e caluçen e vin
- E fel e fort aseo, tosego e venin,
- E si ne faso un solso ke tant è bon e fin,
- Ca ognunca Cristian sì guarda el Re divin.
-
-_De Bab. civ. inf._, ediz. cit., vv. 117-24. Veggansi le pene descritte
-nella Visione di Tundalo, le più spaventose forse e le più strane
-che mai siensi immaginate da mente in delirio. Se è vero ciò che
-San Gregorio Magno afferma, essere i tormenti dei dannati gradito
-spettacolo agli eletti, Dante mostrò di avere del gusto dei santi
-miglior concetto che non i contemporanei suoi.
-
-[301] _Inf._, XII, 73-5.
-
-[302] _Inf._, XI, 76-90.
-
-[303] _Inf._, XIII, 124-9.
-
-[304] _Inf._, XXIV, 82 sgg.; XXV, 1 sgg.
-
-[305] _Inf._, XIII, 101-2.
-
-[306] _Inf._, XVIII, 35-6.
-
-[307] _Inf._, XXI, 52-7; XXII, 34-6.
-
-[308] _Inf._, XXVIII, 37-8.
-
-[309] _Inf._, XXXIV, 52-7. Cfr. quanto dei demonii, quali tormentatori
-dei dannati, dice S. TOMMASO, _Suppl_. qu. LXXXIX, art. 4. L'idea di
-porre nelle bocche, o fra gli artigli di Lucifero, o più prossimi a lui
-i peccatori massimi, era una idea ragionevole e ovvia. Già un monaco,
-di cui Beda narra la Visione _(Hist. eccl._, l. V, c. 14), vide Satana
-immerso nel più profondo dell'Inferno, e vicino a lui Caifa e gli altri
-che uccisero Cristo.
-
-[310] _Inf._, XXXIV, 53-4.
-
-[311] _Parad._, XXVII, 22-7.
-
-[312] _Inf._, XXI, 137-9.
-
-[313] _Inf._, XXII, 97-123.
-
-[314] _Inf._, XXII, 133-51.
-
-[315] Nella leggenda di S. Caradoc si vede il diavolo far lazzi e
-capriole da saltimbanco e da buffone (_Acta SS._, Apr., t. II, p. 151).
-San Gerolamo racconta che un sant'uomo vide una volta un diavolo ridere
-sgangheratamente. Chiestagli il santo la cagion del suo riso, quegli
-rispose che un suo compagno diavolo stava seduto sullo strascico di una
-donna, e ch'egli lo vide tombolare per terra, quando la donna, dovendo
-passare un luogo fangoso, alzò la veste. Una volta il diavolo tenta con
-una gran sete S. Lupo, mentre sta in orazione. Il santo si fa recare un
-vaso d'acqua fresca, e il diavolo subito ci si caccia dentro, sperando
-di poter così entrare in corpo al buon servo di Dio; ma il buon servo
-di Dio, che ha conosciuto l'inganno, pone sul vaso il guanciale del
-letto, e tiene prigioniero il diavolo sino alla mattina, lasciandolo
-strillare a sua posta (GIACOMO DA VORAGINE, _Legenda aurea_, ediz.
-cit., c. CXXVIII, p. 580). Esempii sì fatti si potrebbero moltiplicare
-all'infinito. Il diavolo appar ridicolo anche in alcuni _fableaux_ e
-_contes dévots_, e ridicolissimo spesso lo rappresentano le arti.
-
-[316] Vedi COLLIER,_ The history of english dramatic poetry_, Londra,
-1831, vol. II, p. 262; ROSKOFF, _Op. cit._, vol. I, pp. 359 sgg.
-
-[317] _Adam, drame anglo-normand du XIIe siècle_, pubblicato la prima
-volta da V. LUZARCHE, Tours, 1854, pp. 16, 18, 43. Una nuova edizione,
-critica, pubblicò L. PALUSTRE, Parigi, 1877. Cfr. PETIT DE JULLEVILLE,
-_Les Mystères_, Parigi, 1880, vol. I, p. 83. Una delle didascalie del
-dramma (ediz., Luzarche, p. 43) dice così: _Tunc veniet diabolus,
-et tres vel quatuor diaboli cum eo, deferentes in manibus chatenas
-et vinctos ferreos, quos ponent in collo Ade ed Eve. Et quidam eos
-impellunt, alii eos trahunt ad infernum. Alii vero diaboli erunt juxta
-infernum obviam venientibus, et magnum tripudium inter se faciunt de
-eorum perdicione; et singuli alii diaboli illos venientes monstrabunt,
-et eos suscipient et in infernum mittent, et in eo facient fumum magnum
-exurgere, et vociferabuntur inter se in inferno gaudentes, et collident
-caldaria et lebetes suos, ut exterius audiantur. Et facta aliquantula
-mora, exibunt diaboli discurientes per plateas; quidam vero remanebunt
-in infernum_. Di che natura avessero ad essere quei tripudii e a quali
-scene dovessero dar luogo quelle corse per la piazza, tra il popolo,
-possiamo immaginare facilmente.
-
-[318] _Origini del teatro in Italia_, vol. II, p. 13; 2ª ediz., vol. I,
-p. 534.
-
-[319] _Cronica_, l. VIII, c. 70.
-
-[320] Questi nomi sono: Malebranche, nome collettivo, Malacoda,
-Scarmiglione, Alichino, Calcabrina, Cagnazzo, Barbariccia, Libicocco,
-Draghignazzo, Ciriatto, Graffiacane, Farfarello, Rubicante. Parecchi
-di essi diedero da arzigogolare ai commentatori; e su che cosa non
-arzigogolarono i commentatori? Io non imiterò il loro esempio; noterò
-solo che _Alichino_, anzichè derivare dal _chinar le ali_, come piacque
-ad alcuno, potrebbe essere l'_Hellequin_ dei Francesi, che già si trova
-ricordato da Elinando e da Vincenzo Bellovacense.
-
-
-
-
-UN MONTE DI PILATO IN ITALIA
-
-
-Fra le devote leggende più diffuse e più celebri nel medio evo,
-diffusissima e celeberrima fu quella di Pilato. Germogliata nei
-primi secoli del cristianesimo, cresciuta smisuratamente dipoi,
-trapiantata d'uno in altro suolo, essa soggiacque a varia fortuna,
-ebbe molte e curiose vicende, si mutò in tutto da quella ch'era stata
-in origine. I primi cristiani, solleciti di raccogliere quante più
-prove e testimonianze potevano in favore dell'insidiata e combattuta
-lor fede, giudicarono molto benignamente il giudice pusillanime;
-affermarono ch'egli aveva fatto quant'era in poter suo per istrappar
-Gesù all'ingiusto supplizio; mostrarono una lettera da lui scritta
-all'imperatore, nella quale era ampiamente riconosciuta l'innocenza
-del Nazareno ed esecrata la malvagità de' nemici suoi; giunsero a
-dire persino ch'egli era morto martire della fede. Mutati i tempi,
-e assicurato il trionfo della Chiesa, mutarono anche i giudizii. La
-sospetta testimonianza, divenuta inutile ormai, fu lasciata volentieri
-in disparte, e sotto l'influsso di un altro pensiero, in virtù di
-un postulato della coscienza che voleva colpiti da formidabile e
-condegno castigo quanti, in un modo o in un altro, avevano avuto parte
-nella condanna e nella morte del Redentore, cominciò un lavoro delle
-fantasie in tutto diverso da quel di prima, e la leggenda si trasformò,
-e, starei per dire, si capovolse. Ecco Pilato diventare un pessimo
-scelerato, degno d'andarne alla pari co' rei giudici del Tempio e
-con lo stesso Giuda. Si narra allora come l'imperatore lo chiamasse
-al suo cospetto per chiedergli conto della morte del Giusto; come
-rigorosamente il punisse; come il punito si togliesse da se stesso
-la vita, e il maledetto suo corpo fosse tramutato di luogo in luogo,
-cagione sempre alla terra che raccoglieva di turbamenti e di calamità.
-Si ricercano le origini di lui, il paese ove nacque, i primi suoi
-fatti, e tutta una storia s'immagina, la quale cel mostra malvagio sino
-dalla puerizia, e spiega il gran misfatto finale. La sua leggenda si
-lega ad altre leggende celebri, a quella della Veronica, a quella della
-vendetta del Salvatore, fa corpo con esse, riceve da esse nuovo vigore
-e notorietà nuova. Egli finisce con Giuda, e con alcun altro massimo
-scelerato, fra le mascelle formidabili di un Satanasso trifronte, nel
-più profondo e tenebroso abisso d'inferno.
-
-Io ho ricordate brevemente le origini e le vicende della leggenda di
-Pilato; ma non è mio proposito di addentrarmi nello esame e nella
-discussione di essa. Tale lavoro fu già fatto, se non in modo che
-possa dirsi compiuto, almeno in modo sufficiente, e qui non accade
-ripeterlo[321]. Io intendo solamente far parola di alcune immaginazioni
-che si riferiscono alla presenza di Pilato in Italia, e che
-propriamente appartengono a quella parte della leggenda ove si narra
-della sorte toccata al corpo di lui. In tale argomento sono da notare
-alcune cose che non furono, per quanto io mi sappia, notate e che non
-mancano di curiosità.
-
-La leggenda, o, a meglio dire, le varie versioni di essa, fanno nascere
-Pilato in Vienna di Francia, o in Lione, o in Magonza, o in Forchheim,
-o nei dintorni di Bamberga, o in Ispagna. La ragione di tale varietà
-facilmente s'intende quando si pensi che, affermando patria di alcun
-celebre tristo la tale o tal città, la tale o tale regione, si dava
-sfogo di consueto a passioni d'inimicizia e di gelosia, e durevole
-e concreta espressione a un intendimento ingiurioso. Ciò che si fece
-per Pilato si fece, com'era naturale, anche per Giuda. In un luogo del
-_Dittamondo_ Fazio degli Uberti dice:
-
- Entrati nella Marca, com'io conto,
- Io vidi Scarïotto onde fu Giuda,
- Secondo il dir d'alcun, da cui fu conto[322].
-
-Giuda fu dunque fatto nascere, oltrechè in molti altri luoghi, anche
-in Italia, e in più luoghi d'Italia, similmente, fu fatto nascere
-Pilato. Durante il medio evo soleva mostrarsi in Roma, tra l'altre cose
-mirabili, anche una torre, o casa, o palazzo di Pilato[323].
-
-La fine di Pilato è, nelle varie versioni della leggenda, narrata assai
-diversamente. Egli morì sotto Tiberio, sotto Caligola, sotto Nerone,
-sotto Vespasiano e Tito: fu fatto decapitare; fu ucciso dallo stesso
-Nerone furente; fu scorticato; fu cucito, come si usava coi parricidi,
-in una pelle di bue, insieme con un gallo, una vipera ed una scimia, e
-lasciato morire al sole; fu chiuso in una torre, ed egli con le proprie
-sue mani si uccise; fu, con la torre insieme, inghiottito dalla terra.
-La credenza che egli si fosse ucciso, suggerita forse dall'esempio
-di Giuda, e dal desiderio di far commettere al reo un'ultima colpa, a
-giudizio di cristiani gravissima, è molto antica e quasi cancellò tutte
-le altre: ad essa si legano, e da essa in certo qual modo derivano, i
-racconti in cui si dice delle vicende cui andò soggetto dopo la morte
-il corpo maledetto, e dei danni ch'esso produsse. Secondo un racconto
-più antico, Pilato si uccise nella città di Vienna, dov'era stato
-chiuso in una torre, e il suo corpo fu gettato nel Rodano. Secondo un
-racconto più recente, e che ebbe poi molto maggior diffusione, Pilato
-si uccise in Roma, e il corpo suo fu da prima gettato nel Tevere,
-poi tolto di là, trasportato in Gallia e buttato nel Rodano, ove non
-rimase nemmeno. Non solamente questi due racconti, che io reco qui
-in una forma meramente schematica, ma anche altri, sui quali non ho
-bisogno di soffermarmi, dan notizia dei turbamenti prodotti dal corpo
-sommerso del suicida e delle successive traslazioni che ne furono la
-conseguenza[324].
-
-In un racconto latino intitolato _Mors Pilati qui Jhesum condemnavit_,
-pubblicato dal Tischendorf[325], si dice che Tiberio, fatto venire
-a Roma Pilato, ordinò fosse chiuso in un carcere, poi radunò il
-consiglio perchè pronunziasse sentenza sopra di lui. Saputo d'essere
-stato condannato a morire di morte turpissima (_ut morte turpissima
-damnaretur_) Pilato con un coltello si uccise. «Informato della morte
-di Pilato, Cesare disse: Veramente è morto di morte turpissima colui
-che non risparmiò se stesso. Fu legato a un enorme masso e gettato nel
-Tevere. Ma gli spiriti maligni e sordidi, tripudiando per amor di quel
-corpo maligno e sordido, si agitavano tutti nell'acqua, suscitando
-terribilmente nell'aria folgori e bufere e tuoni e grandini, così
-che teneva gli uomini un orribil timore. Onde i Romani, trattolo
-dal Tevere, lo portarono per vituperio a Vienna, e lo sommersero nel
-Rodano: Vienna, gli è come dire via Gehennae, poichè era allora luogo
-di maledizione. Ma anche quivi accorsero i malvagi spiriti, producendo
-le medesime turbazioni. Però gli uomini di quel paese, non potendo
-sopportare tanta infestazione di demonii, allontanarono da sè quel
-vaso di maledizione e lo buttarono in certo pozzo, ch'era tutto intorno
-serrato di monti, dove, per riferimento d'alcuni, si vedono sobbollire
-tuttavia le diaboliche macchinazioni»[326]. Così l'ingenuo ed incognito
-narratore.
-
-Il codice ambrosiano, dal quale il Tischendorf trasse questo racconto,
-è del secolo XIV; ma il racconto stesso risale per lo meno al XII,
-nel qual tempo si congiunse alla già ricordata leggenda dei natali
-e dei primi fatti del proconsole romano, e diventò parte di maggior
-racconto, che, sotto il titolo di _Vita Pilati_, ebbe più redazioni
-diverse, e grandissima diffusione. Ciò che nella _Mors Pilati_ si
-narra del corpo di costui, sommerso prima nel Tevere, poi nel Rodano,
-e gettato da ultimo in un pozzo fra' monti, accenna evidentemente a
-più leggende locali già sorte, e al desiderio dell'autore del racconto
-di legarle possibilmente tra loro senza negarne nessuna. L'autore,
-o, per dir meglio, il compilatore della _Vita_, procede alquanto più
-oltre su questa via, e dice che dal Tevere il corpo passò nel Rodano:
-che tolto dal Rodano, fu trasportato a Losanna; e che tolto finalmente
-anche da Losanna, sempre per le stesse ragioni, fu buttato in un
-pozzo dell'Alpi. Questa è la versione che, insieme con molti altri,
-accetta anche Giacomo da Voragine (m. 1298) nella _Legenda aurea_[327].
-L'anonimo autore di un commento allo _Speculum regum_ di Gotofredo
-da Viterbo dice, sebbene in modo erroneo, qualche cosa di più, che
-accenna a nuove leggende locali; dice, cioè, che il corpo di Pilato,
-estratto dal Rodano, fu gettato in una palude tra' monti, non lungi da
-Losanna, vicino a Lucerna: _in montanis_ circa _Losoniam_ (o Losaniam)
-_prope Lucernam in quandam paludem proiecerunt_[328]. L'anonimo, il
-quale sembra fosse romano, fonde qui insieme due tradizioni diverse,
-l'una che si riferiva a Losanna, l'altra che si riferiva a Lucerna,
-e, propriamente, al famoso Monte di Pilato, che sorge a ridosso di
-quella città[329]. Altre tradizioni del resto sembra non mancassero
-in Isvizzera. Un canonico di Zurigo, Corrado a Mure, dice nel suo
-_Fabularium_, finito di scrivere nel 1273, che dal Rodano il corpo di
-Pilato fu trasportato sul monte Septimer, poco lungi da Chiavenna[330].
-Forse quand'egli scriveva, la leggenda lucernese non era nata ancora:
-il primo a fare espresso ricordo di quello che ora si chiama il Pilato,
-e che prima fu detto il Fracmont, Frakmünd ecc. (_mons fractus_) sembra
-sia stato Felice Haemmerlin (Malleolus), morto in Lucerna nel 1457.
-S'intende facilmente come la Svizzera, in grazia della sua stessa
-configurazione fisica, dovesse essere paese assai favorevole alla
-moltiplicazione di così fatte leggende[331].
-
-Con la sommersione del corpo di Pilato nel Tevere, con la credenza
-che in Roma si vedesse ancora quella ch'era stata casa del giudice
-malvagio, sembra che l'Italia, o almeno una regione di essa, volesse
-richiamare più risolutamente a sè una leggenda illustre, la quale per
-più altri rispetti le apparteneva. Una leggenda più particolarmente
-italiana era sorta; ma questa doveva, come abbiam veduto, comporsi con
-altre leggende più antiche, e se voleva tener dietro, come lo stesso
-suo spirito le dettava, alle vicende cui andava soggetto il corpo dello
-scelerato suicida, doveva uscire d'Italia. Doveva, dico, sino a tanto
-che non avesse trovato modo di supplire alle leggende straniere, e di
-liberarsi dallo straniero concorso. Ora, un tal modo, o prima o poi,
-l'aveva a trovar facilmente.
-
-Notiamo anzi tutto che il luogo della relegazione e della prigionia di
-Pilato non era al tutto certo. Si credeva più generalmente fosse stato
-in Vienna; ma un racconto famoso, la _Vindicta Salvatoris_, lo poneva
-in Damasco[332], e un altro racconto, famoso ancor esso, e di origine
-sicuramente italiana, la _Cura sanitatis Tiberii_, lo poneva in una
-città di Toscana, variamente detta nei manoscritti Ameria, Amerina,
-Cimerina, Timernia, Arimena[333]. La città di Toscana, qual ch'essa
-fosse, facendo dimenticare Vienna, faceva dimenticare anche l'avventura
-del Rodano, e poneva la leggenda italiana, sciolta da ogni legame con
-tradizioni straniere, in condizione di poter narrare a suo modo, e con
-intendimento italiano, le vicende del corpo di Pilato. In un racconto
-latino intitolato _De Veronilla et de imagine domini in sindone
-depicta_, e che volentieri crederei composto in Italia, o derivato da
-alcuna fonte italiana, si dice che Pilato fu imprigionato in Roma; che
-quivi di sua mano si uccise; che il corpo di lui fu gettato nel mare,
-dove tutti i pesci morirono; che trattolo dal mare, i cittadini lo
-portarono in un luogo deserto che non si nomina: _in heremum tam longe
-duxerunt, ubi nullum hominem venire ultra sciverunt_[334].
-
-Non mancavano luoghi in Italia a cui la leggenda del corpo di Pilato
-poteva essere opportunamente legata. Tutte le tradizioni di cui ho
-fatto cenno sin qui parlano di danni recati da quel corpo, e parecchie
-dicono più specificatamente di formidabili procelle suscitate da esso.
-Una conseguenza si può subito prevedere: i luoghi di fama paurosa, le
-solitudini de' monti che si credevano infestate dai demonii, i laghi
-portentosi di cui da tempo antichissimo si diceva non potervisi gettar
-dentro un sassolino senza che se ne levassero tempeste devastatrici,
-dovevano, naturalmente, attrarre a sè la leggenda, dovevano, o almeno
-potevano, diventare monti e laghi di Pilato. In Italia monti e laghi
-così fatti erano meno frequenti che altrove, ma non mancavano: l'Etna
-aveva le sue leggende, le aveva il Lago d'Averno presso Pozzuoli, e
-Giovanni Boccacci parla del lago Scaffajolo negli Apennini, il quale
-suscitava procelle spaventose, come appena ci si gettasse dentro alcuna
-cosa[335]. I monti e il lago di Norcia avevano un'antica riputazione
-diabolica e magica diffusa per tutta Italia. Quivi ponevasi un antro
-della Sibilla, che diè luogo a leggende molto simili a quelle sorte in
-Germania intorno al Monte di Venere[336]; quivi ancora si raccolse la
-leggenda di Pilato.
-
-Pietro Bersuire (m. 1362) racconta nel suo _Reductorium morale_[337]
-la seguente istoria: «Di un terribile esempio che si ha presso
-Norcia[338], città d'Italia, udii narrare, come di cosa vera e cento
-volte esperimentata, da certo prelato, fra tutti degnissimo di fede.
-Diceva egli pertanto essere tra' monti prossimi a detta città un
-lago, dagli antichi consacrato ai demonii, e dai demonii sensibilmente
-abitato, al quale nessuno oggi può appressarsi (salvo che i necromanti)
-senz'essere da quelli portato via. Perciò fu cinto il lago di muri,
-guardati da custodi, affinchè non possano andarvi i necromanti a
-consacrare i libri loro ai diavoli. E la cosa più terribile è questa,
-che la città deve, ciascun anno, mandar per tributo ai demonii, entro
-la cerchia dei muri, presso al lago, un uomo vivo, il quale subito
-e visibilmente è da essi lacerato e divorato: e dicono che se ciò
-non si facesse, sarebbe quella città distrutta dalle tempeste. Ogni
-anno sceglie la città alcuno scelerato, e lo manda per tributo ai
-demonii. Nè questo io crederei, non avendone mai trovato cenno in
-iscrittura alcuna, se da tanto vescovo non l'avessi udito asserir
-fermamente»[339].
-
-La storia narrata da Pietro Bersuire ha molta somiglianza con quella
-che del monte Cannaro in Catalogna racconta Gervasio da Tilbury nei
-suoi _Otia Imperalia_[340]. In essa non è fatto cenno di Pilato, come
-non ne è fatto cenno nel _Guerino Meschino_, il quale fu composto
-poco dopo il tempo in cui il benedettino francese compilava il suo
-_Reductorium_, e dove si parla a lungo dell'antro della Sibilla e
-della lieta vita che si menava nei regni sotterranei di lei[341]; ciò
-nondimeno, una leggenda in cui figurava Pilato era indubitatamente già
-nata, giacchè se ne trova il ricordo nel _Dittamondo_ di Fazio degli
-Uberti, il quale visse sino circa il 1367. Nel già citato luogo di
-questo poema, Fazio dice, continuando a parlare della Marca:
-
- La fama qui non vo' rimanga nuda
- Del monte di Pilato, ov'è uno lago
- Che si guarda la state a muda a muda.
- Perchè, quale s'intende in Simon Mago
- Per sagrar il suo libro là su monta,
- Onde tempesta poi con grande smago,
- Secondo che per quei di là si conta.
-
-Il Capello nota a questo passo: «El monte de Pilato se dice ch'è supra
-Norcia, e lì è un luogo di diavoli, al qual vanno quei che si vogliono
-intendere de arte magica», e non aggiunge altro, e forse non sapeva
-altro. Può darsi che lo stesso Fazio abbia avuto notizia di questa
-leggenda un po' tardi, giacchè in un precedente luogo del poema si
-trova ricordo dell'altra, che poneva in Vienna la prigionia e la morte
-di Pilato, e le due difficilmente possono insieme accordarsi. Nel L.
-II, cap. 5, il poeta così si esprime:
-
- Qui ti vo' dir, perchè ti sia diletto,
- Pilato fue confinato a Vienna,
- Dove s'uccise d'ira e di dispetto.
-
-Merita considerazione un riscontro, forse non fortuito. Pietro Bersuire
-e Fazio degli Uberti parlano di guardie poste al lago per impedire ai
-necromanti di accedervi, e il simile si racconta del Monte di Pilato
-presso Lucerna, su cui, ancora nello scorso secolo, era vietato di
-salire. Nel 1387 sei ecclesiastici di Lucerna furono messi in prigione,
-perchè avevano tentata l'ascensione del Fracmont[342], e il già citato
-commentatore dello _Speculum regum_ dice, seguitando a parlare della
-palude in cui era stato gettato il corpo di Pilato: «Egli è certo che
-ogni qual volta si gitti nella palude alcuna cosa, per minuta che sia,
-incontanente si muovon bufere e grandini e folgori e tuoni. Perciò vi
-si pongono custodi, che in tempo d'estate non lasciano che nessuno vi
-salga[343]». Anche vicino a Lione si poneva un Mont Pilate con un lago
-suscitatore di tempeste; ma non so se fosse vietato l'andarvi.
-
-La leggenda raccolta da Fazio fu ripetuta da altri, con le variazioni
-consuete e inevitabili. Un predicator di Foligno, fra Bernardino
-Bonavoglia, ebbe, sembra, a recitarla dal pulpito: egli nulla sa di
-muri o di custodi. «Dicesi che presso Norcia sia un monte, e quivi un
-lago, detto di Pilato, essendo opinione quasi di molti che il corpo
-di lui fosse quivi portato dai diavoli sovra un carro tirato da tori.
-E da luoghi prossimi, e da remoti, si recano colà uomini diabolici, e
-formano are con tre circoli, e ponendosi, con alcuna offerta, nel terzo
-circolo, chiamano quel diavolo che vogliono, leggendo il libro che da
-esso debb'essere consacrato. E venendo il diavolo con grande strepito
-e clamore, dice: A che mi citi? Risponde: Voglio consacrar questo
-libro; voglio cioè che tu ti obblighi a fare quanto in esso è scritto,
-quante volte io te ne richiederò, e in premio ti darò l'anima mia. E
-così fermato il patto, il diavolo toglie il libro, e vi segna alcuni
-caratteri, dopo di che egli è pronto a fare ogni male, quando altri lo
-legga. Ecco in che modo son fatti schiavi quei miseri e dannati uomini.
-Accadde una volta che un tale, voglioso di consacrare nel modo predetto
-il suo libro, stando nel circolo ordinato, chiamò certo demonio, e
-gli fu risposto, ch'e' non v'era allora, ma era ito nella città di
-Ascoli, per farvi morire molti di ferro, così dei fuorusciti, come de'
-cittadini che hanno il dominio, e che tornerebbe ad opera compiuta,
-e farebbe ciò onde fosse richiesto. Meravigliato di tale risposta,
-colui s'avviò verso Ascoli per conoscere la verità di sì gran fatto, e
-giunse ad un luogo dei frati minori, ove dimorava allora il santissimo
-fratello Savino da Campello, e narrato per ordine quant'eragli occorso,
-riseppe che la notte precedente trenta de' fuorusciti erano stati
-impiccati in piazza, e che molti dell'una e dell'altra parte erano,
-nella città, morti di ferro. Venuto a cognizione di ciò, il detto uomo
-fermamente risolvette... di rinunziare all'arte magica e agl'incanti,
-considerando grande esser l'arte del diavolo in accalappiare e perder
-le anime. Ciò riferì il detto sant'uomo frate Savino, a certo frate
-nostro de' predicatori»[344].
-
-Fra Bernardino accenna ad uomini che venivano da remoti paesi per
-attendere a lor pratiche di magia; sembra in fatti che la fama
-dell'antro della Sibilla e del monte e lago di Pilato che si ponevano
-presso Norcia, si diffondessero per la Germania e per la Francia,
-e ne richiamassero frequenti visitatori. Nel 1420 vi capitò un noto
-cavaliere e poeta francese, Antonio de la Sale, che raccontò poi le
-cose vedute[345], e nel 1497 ne imitò l'esempio Arnaldo di Harff,
-patrizio di Colonia[346]. Leandro Alberti, dopo aver parlato, nella
-sua _Descrittione di tutta l'Italia_, dell'antro della Sibilla, così
-prosegue: «Poscia alquanto più in su nell'Apennino, nel territorio
-Nursino, vi è il Lago, non meno biasimevole della Grotta, addimandato
-Lago di Norsa, nel quale dicono gli ignoranti notare i diavoli, imperò
-che continuamente si veggono salire et abbassare l'acque di quello in
-tal maniera che fanno maravigliare ciascuno che le guarda, parendogli
-cosa sopra naturale, non intendendo la cagione di tal movimento. La
-onde in tal guisa essendo volgata la fama di detto Lago, et non meno
-dell'antidetta Caverna appresso gli huomini, non solamente d'Italia,
-ma altresì fuori, cioè che quivi soggiornano i Diavoli, et danno
-risposta a chi gli interroga, si mossero già alquanto tempo (come
-scrive il Razzano) alcuni uomini di lontano paese (però leggiermente)
-et vennero a questi luoghi per consagrare libri scelerati et malvagi
-al Diavolo, per poter ottenere alcuni suoi biasimevoli desiderii,
-cioè di ricchezze, di honori, d'amorosi piaceri, et di simili cose...
-Vedendo i Norsini tanto concorso d'incantatori, che salivano sopra
-questi aspri et alti monti, acciò non possano passare a detti luoghi,
-hanno serrata primieramente detta Caverna, et poi tengono buone guardie
-al Lago»[347]. L'Alberti, che scriveva verso il mezzo del secolo XVI,
-di Pilato propriamente non fa menzione, ma cita i versi di Fazio che
-lo ricordano. Il Razzano da lui nominato è quel Pietro, che nacque
-in Palermo nel 1420, fu domenicano, storico, oratore e poeta, e morì
-vescovo di Lucera nel 1492, lasciando molte opere manoscritte. Egli
-aveva avuto occasione di parlare con alcuni tedeschi dai quali era
-stato inutilmente tentato l'esperimento della consacrazione[348].
-
-Nel 1621 ricorda il lago portentoso di Norcia Paolo Merula, nella sua
-_Cosmographia generalis_: «Nel Piceno, di fianco al Monte Vittore,
-dalla parte che guarda a Oriente, è un lago nobilitato dalla fama,
-detto Nursino. Dice il volgo ignorante che in esso nuotano i diavoli,
-e ciò perchè quelle acque si vedono con perpetui moti salire e calare
-a vicenda, non senza grandissima ammirazione di coloro che ne ignoran
-la causa». Riferisce ancor egli, come l'Alberti, quanto aveva già
-detto il Razzano; ma non fa parola di Pilato[349]. Sembra del resto che
-queste leggende norcine cominciassero allora, o poco dopo, a perdere
-della loro celebrità, perchè non se ne trova cenno in una poesia che in
-vituperio di Norcia scrisse monsignor Francesco Maria di Montevecchio,
-andatovi per sua sciagura prefetto[350], e nemmeno nei due capitoli
-che a Pilato e a Norcia consacrò il Marucelli nel suo sterminato _Mare
-magnum_, che manoscritto si conserva in Firenze nella biblioteca da lui
-nominata[351].
-
-Quando la leggenda norcina di Pilato sia nata io non so, nè vorrei
-affermare che qualche concorso di elementi e qualche suggestione non
-le sieno venuti d'oltr'alpe. Essa ha perduto ormai ogni celebrità,
-e appena ne rimane qualche vestigio tra il popolo di quella
-provincia[352]; e mentre il Monte di Pilato presso Lucerna è cognito a
-tutti, e attrae ogni anno migliaja e migliaja di visitatori, son ben
-pochi coloro che conoscano l'esistenza di un monte e di un lago di
-Pilato fra gli Apennini, nel cuore d'Italia.
-
-
-NOTE
-
-[321] Vedi MONE, _Die Sage von Pilatus, nell'Anzeiger für Kunde der
-teutschen Vorzeit_, annata 1835, coll. 421 sgg., e nell'annata 1838,
-coll. 526 sgg.; DU MÉRIL, _Poésies populaires latines du moyen-âge_,
-Parigi, 1847, pp. 340 sgg.; MASSMANN, _Der keiser und der kunige
-buoch oder die sogenannte Kaiserchronik_, Quedlimburgo e Lipsia,
-1849-54, vol. III, pp. 573 sgg., 594 sgg.; CREIZENACH, _Legenden und
-Sagen von Pilatus, nei Beiträge zur Geschichte der deutschen Sprache
-und Literatur_, vol. I (1873), p. 89 sgg.; GRAF, _Roma nella memoria
-e nelle immaginazioni del medio evo_, Torino, 1882-3, vol. I, pp.
-345 sgg., 370 sgg. Per la bibliografia della leggenda vedi HERZOG,
-_Theologische Realencyclopädie_, Gotha, 1859, XI, 663. Vedi pure una
-recensione che di questo mio scritto, quando lo pubblicai la prima
-volta, fece F. Torraca nella _Nuova Antologia_, serie 3ª, vol. XXV
-(1890: _Rassegna della letteratura italiana_). Debbo ad essa alcune
-correzioni.
-
-[322] L. III, cap. 1. GUGLIELMO CAPELLO, nell'inedito suo commento al
-poema (ms. della Nazionale di Torino N, I, 5, f. 94 v.) nota solo:_
-Scharioto è una villa de Ascoli ove nacque Juda che fu discipulo
-di Christo e poi il tradì_. Di questo Scariotto fa pure ricordo il
-cronista e novelliere Giovanni Sercambi: vedi _Novelle inedite di_
-GIOVANNI SERCAMBI _tratte dal codice trivulziano CXCIII per cura di_
-Rodolfo Renier, Torino, 1889, pp. lvii e 218.
-
-[323] _Domus Pilati, palatium Pilati_, anche casa di Crescenzio e
-casa di Cola di Rienzo. Era una torre presso Ponte Rotto. A Nus, in
-Val d'Aosta, un castello della seconda metà del secolo XII si chiama
-_Château de Pilate_. «On appelle ces ruines le château de Pilate, et
-ce n'est pas sans une répugnance manifeste que les habitants du pays
-prononcent le nom de ce Romain, détestable complice de la mort de
-Notre-Seigneur». Così in un suo libro intitolato _La Vallée d'Aoste_,
-Parigi, 1860, pp. 163-4, EDOARDO AUBERT, il quale ricorda pure una
-tradizione, secondo cui Pilato, recandosi a Vienna, sarebbe passato
-per la Val d'Aosta, sostando in casa di un senatore romano suo amico.
-Debbo questa notizia alla cortesia del barone Bollati di St. Pierre.
-L'egregia signora Caterina Pigorini Beri mi avverte gentilmente che,
-secondo tradizioni tuttora vive nel mezzogiorno d'Italia, Giuda e
-Pilato sarebbero stati calabresi; che Pilato si fa nascere anche in
-Ponza (d'onde Ponzio) ecc. Una tradizione friulana indica quale patria
-di Pilato il villaggio d'Imponzo. Vedi nelle _Pagine Friulane_, anno
-III (1890), num. 4, una nota intitolata _Le leggende intorno a Pilato_.
-
-[324] Io sorpasso a tutto ciò molto rapidamente, e senza entrare
-in disamine e in discussioni che sarebbero, per sè, opportune e
-necessarie, ma che non fanno ora al proposito mio. Vedi gli scritti
-circa la leggenda citati più sopra.
-
-[325] _Evangelia apocrypha_, Lipsia, 1853, pp. 432-5.
-
-[326] Cognita Caesar morte Pilati dixit: Vere mortuus est morte
-turpissima, cui manus propria non pepercit. Moli igitur ingenti
-alligatur et in Tiberim fluvium immergitur. Spiritus vero maligni
-et sordidi, corpori maligno et sordido congaudentes, omnes in aquis
-movebantur, et fulgura et tempestates, tonitrua et grandines in aere
-terribiliter gerebant, ita ut cuncti timore horribili tenerentur.
-Quapropter Romani ipsum a Tiberis fluvio extrahentes, derisionis causa
-ipsum in Viennam deportaverunt et Rhodani fluvio immerserunt: Vienna
-enim dicitur quasi via Gehennae, quia erat tunc locus maledictionis.
-Sed ibi nequam spiritus affuerunt, ibidem eadem operantes. Homines
-ergo illi tantam infestationem daemonum non sustinentes vas illud
-maledictionis a se removerunt et in quodam puteo montibus circumsepto
-immerserunt, ubi adhuc relatione quorumdam quaedam diabolicae
-machinationes ebullire dicuntur.
-
-[327] _Legenda aurea vulgo historia lombardica dicta_, rec. Th.
-Graesse, Dresda e Lipsia, 1856, cap. liii, p. 235.
-
-[328] Ap. PERTZ, _Monumenta Germaniae, Scriptores_ t. XXII, p. 71.
-
-[329] Un racconto tedesco dice che quei di Losanna gettarono il corpo
-di Pilato in una palude del monte Toritonio. DU MÉRIL, _Op. cit._, p.
-356, n. 7.
-
-[330] In un codice del secolo XII, conservato nella Biblioteca Regia di
-Monaco, in fine alla storia apocrifa di Pilato si legge: «puteus autem
-hic vicinus est monti qui vocatur septimus mons, vel quod montibus
-aliis circumseptus, vel septimus mons tamquam de septem montibus
-eminentioribus unus». Forse di qui ebbe Corrado a Mure la suggestione
-a porre la tomba di Pilato sul Septimerpass. Vedi HERSCHEL, _Zur
-Pilatussage, Anzeiger f. Kunde d. deutschen Vorz._, neue Folge, vol. XI
-(1864), col. 364.
-
-[331] In una storia della Passione, che in versi tedeschi compose
-Giovanni Rothe (1370-1434), si dice che il corpo di Pilato fu prima
-gettato nel Rodano, poi sepolto presso Losanna, poi gettato in uno
-stagno sulla cima di un alto monte, a due o tre miglia da Costanza,
-presso il Reno, nel territorio del duca d'Austria. Vedi lo scritto
-testè citato del Herschel (coll. 366-9), il quale afferma, senza
-nessuna ragione, che il monte di cui qui si discorre è quello presso
-Lucerna, e che il Rothe accennò a Costanza solo perchè non conosceva
-bene i luoghi. Certo la leggenda si legò a più e diversi luoghi e
-monti. Il prof. Carlo Salvioni mi assicura che, secondo una leggenda
-del Canton Ticino, l'anima di Pilato sarebbe confinata in un laghetto
-suscitator di tempeste, nella Val Bavona, poco lungi da Locarno.
-
-[332] Ap. TISCHENDORF, Op. cit., p. 462.
-
-[333] _Roma nella memoria_, ecc., vol. I, pp. 346, 381. Nota il
-Torraca, nello scritto citato, che l'antica Ameria è oggi Amelia, dove
-un palazzo è tuttavia detto dal popolo _palazzo di Pilato_.
-
-[334] MASSMANN, Op. cit., vol. III, pp. 605-6. In una delle redazioni
-della _Vengeance de Vespasien_, si dice che Pilato fu inghiottito in
-Roma da una voragine che gli si aprì sotto ai piedi. Ms. L, II, 14
-della Nazionale di Torino, f. 102 r.
-
-[335] _De montibus, sylvis, fontibus_, etc. Dopo il Boccaccio il lago
-Scaffajolo fu ricordato da molti: v. DE STEFANI, _I laghi dell'Apennino
-settentrionale, Bollettino del Club Alpino italiano_, anno 1883, pp.
-100-2. Per altri laghi simili vedi SIMONE MAJOLO, _Dies caniculares_,
-Roma, 1597, p. 580; ATANASIO KIRCHER, _Mundus subterraneus_, Amsterdam,
-1678, l. V, cap. 6; GIAN GIACOMO SCHEUCHZER, _Itinera per Helvetiae
-alpinas regiones_, Lugduni Batavorum, 1723, pp. 92-3; ANTONIO MATANI,
-_Delle produzioni naturali del territorio pistojese_, Pistoja, 1762,
-p. 99; GRIMM, _Deutsche Mythologie_, 4ª ediz., Berlino, 1875-78, vol.
-I, p. 496; LIEBRECHT, _Des Gervasius von Tilbury Otia imperialia_,
-Hannover, 1856, pp. 146-9.
-
-[336] Vedi REUMONT, _Il Monte di Venere in Italia_, nei _Saggi di
-storia e letteratura_, Firenze, 1882, pp. 378-94.
-
-[337] L. XIV, c. 30.
-
-[338] Nella stampa, che io ho tra mani, si legge con manifesto errore
-_Noricam_. Non è improbabile che il Bersuire abbia scritto _Norciam_,
-in luogo di _Nursiam_, agevolando così lo scambio.
-
-[339] «Exemplum terribile esse circa Nursiam Italiae civitatem audivi
-pro vero et pro centies experto narrari a quodam praelato summe inter
-alios fide digno. Dicebat enim inter montes isti civitati proximos
-esse lacum ab antiquis daemonibus consecratum et ab ipsis sensibiliter
-inhabitatum, ad quem nullus hodie praeter necromanticos potest
-accedere, quin a daemonibus rapiatur. Igitur circa terminos lacus facti
-sunt muri qui a custodibus servantur, ne necromantici pro libris suis
-consecrandis daemonibus illuc accedere permittantur. Est ergo istud
-ibi summe terribile, quia civitas illa omni anno unum hominem vivum
-pro tributo infra ambitum murorum iuxta lacum ad daemones mittit, qui
-statim visibiliter illum hominem lacerant et consumunt, quod (ut ajunt)
-nisi civitas faceret, patria tempestatibus deperiret. Civitas ergo
-annuatim aliquem sceleratum eligit, et pro tributo illuc daemonibus
-mittit. Istud autem quia alicubi non legi, nullatenus crederem, nisi a
-tanto episcopo firmiter asseri audivissem.»
-
-[340] Decis. III, LXXVI nella citata edizione del Liebrecht, dov'è pure
-da vedere la nota a pp. 137-40.
-
-[341] Vedi tutto il libro V.
-
-[342] RUNGE, _Pilatus und St. Dominik_, Zurigo, 1859, estratto dal vol.
-XII delle _Mittheilungen der antiquarischen Gesellschaft in Zürich_, p.
-6.
-
-[343] «Et certum est, quod quandocumque aliquis homo aliquid
-quantumcumque parvum mittit in paludem, tunc incontinenti fiunt
-tempestates, grandines, fulgura et tonitrua. Ideo sunt homines
-custodes constituti, qui tempore estatis custodiunt, ne aliquis advena
-ascendat.»
-
-[344] «Dicitur autem quod iuxta Nursiam est quidam mons in quo est
-lacus qui dicitur Pilati, quia opinio est quasi multorum, illuc corpus
-eius fuisse a dyabolis per tauros in vehiculo deportatum. Ad hunc
-locum veniunt homines diabolici de propinquis et remotis partibus,
-et faciunt ibi aras cum tribus circulis, et ponentes se cum oblatione
-in tertio circulo, vocant demonem nomine quem volunt, legendo librum
-consecrandum a dyabulo. Qui veniens cum magno strepitu et clamore
-dicit: Cur me queris? Respondet: Volo hunc librum consecrare, idest
-volo ut tenearis facere omnia que in ipso scripta sunt quoties te
-invocavero, et pro labore tuo dabo animam meam. Et sic firmato pacto
-accipit librum dyabolus, et designat in eo quosdam characteres, et
-deinceps legendo librum dyabolus promptus est ad omnia mala faciendum.
-Ecce qualiter captivantur illi miseri et dampnati homines. Semel
-accidit quod quidam, dum vellet modo predicto consecrare librum,
-stans in circulo ibi ordinato, vocavit quendam demonem, cui datum
-responsum ibi non adesse, sed ivisse ad civitatem Asculi, ut multos
-perire faciat gladio de exulibus simul et civibus qui tenent statum,
-hoc peracto revertitur statim et faciet quod postulas. Admiratus ille
-de tali responso, accepit iter versus Asculum, ut cognoscat tante
-rei veritatem, et pervenit ad locum fratrum minorum, ubi tunc manebat
-sanctissimus frater Savinus de Campello, quo cum pervenisset, exposuit
-per ordinem omnia gesta, et invenit quod nocte precedenti de exulibus
-xxx fuerunt suspensi in platea, et de interfectis gladio ex utraque
-parte strages magna fuit in civitate. Hoc quidem comperto, statuit
-firmiter superdictus vir... dimittere artem magicam et incantationum,
-considerans magnam esse artem in dyabulo ad animas capiendas atque
-perdendas. Hoc retulit supradictus sanctus vir frater Savinus cuidam
-fratri nostro officio predicatori.» — Debbo comunicazione di questo
-testo alla cortesia di Michele Faloci Pulignani, che lo trasse da un
-manoscritto del secolo XV, contenente prediche di fra Bernardino, e
-conservato sotto la segnatura AH, II, 10 nella Comunale di Foligno.
-
-[345] KERVYN DE LETTENHOVE, _La dernière Sibylle_, nei _Bulletins de
-l'Académie royale de Belgique, Lettres_, anno 1862, pp. 64-74, citato
-dal REUMONT, che riporta in succinto il racconto, _Op. cit._, pp.
-387-9.
-
-[346] _Die Pilgerfahrt des Ritters_ ARNOLD VON HARFF, _herausgegeben
-von_ Dr. E. von Groote, Colonia, 1860, pp. 37-8, e REUMONT, _Op. cit._,
-pp. 390-2.
-
-[347] Terzadecima Regione, Marca Anconitana. Cito dall'edizione di
-Venezia, 1596, f. 273 r. e v.
-
-[348] Intorno al Razzano (latinamente Ransanus) vedi QUÉTIF et ECHARD,
-_Scriptores ordinis praedicatorum_, t. I, pp. 876-8. L'Alberti attinge
-sovente dalle opere storiche e geografiche di lui. BENVENUTO CELLINI
-racconta nella _Vita_, l. I, LXV, che un prete siciliano, necromante,
-con cui ebbe una strana e ridicola avventura nel Colosseo, gli disse
-che il luogo più a proposito per la consacrazione dei libri magici era
-nelle montagne di Norcia. Benvenuto era deliberato d'andarvi e farne
-esperimento, come prima avesse finite certe medaglie per il papa,
-intorno alle quali lavorava; ma poi seguì caso che lo svolse da quel
-pensiero. Nemmen egli fa cenno di Pilato.
-
-[349] «In Piceno ad latus Montis Victoris, quo in Orientem spectat,
-lacus invenitur fama nobilitatus; Nursinum dicunt. In eo cacodaemones
-innatare vulgus imperitum dictitat: quoniam aquae perpetuis motibus
-salire, et vicissim subsidere cernuntur, equidem non sine ingenti
-illorum admiratione, qui caussam ignorant.» _Cosmographia generalis_,
-Amsterdam, 1621, p. 579. Il Merula non è fra gli scrittori citati dal
-Reumont, che parlarono dell'antro della Sibilla presso Norcia. Reco
-qui le sue parole, quali si leggono a pag. 387, sebbene differiscano
-poco da quelle che l'Alberti scrive intorno lo stesso argomento. «Est
-et alius Sibyllae specus in Piceno, haud procul Castello D. Mariae
-Gallicanae, in Apennino, immanis sane et horribilis. De eo vulgi sermo
-est aut verius insulsa et putida fabula: hac ad Sibyllam patere aditum;
-quae regnum intus luculentum atque spaciosum possideat, magnificis
-aedibus et basilicis plenum, in quibus innumerae gentes versentur,
-oblectationibus veneriis inter choros puellarum lascivientium, et
-per ea iucundissima tecta et amoenissimos hortos diffluentes; id
-vero interdium tantum accidere, noctu enim viros mulieresque pariter
-atque una Sibyllam ipsam in terribiles mutari dracones, simulque cum
-teterrimis illis belluis primum opere venerio congredi iis necesse
-esse, qui intra admitti cupiunt; nec ante annum exactum quemquam
-contra voluntatem retineri, nisi quod unum omnino quotannis, ex
-numero, qui tunc recepti fuerunt, manere oporteat. Ad hanc porro auram
-inde reversis tantas Sibyllam praerogativas elargiri, ut felicissimo
-deinceps toto vitae cursu utantur». Qualche altro scrittore che fa
-menzione dell'antro della Sibilla ricorda il Torraca nello scritto
-citato.
-
-[350] _Scelta di poesie italiane non mai per l'addietro stampate de'
-più nobili autori del nostro secolo_, Venezia, 1686, pp. 67-72.
-
-[351] Vol. IV, art. 5; voi. XCVII, art. 17. Non ne è cenno neanche
-nel raro e curioso libro di H. KORNMANN, _De Monte Veneris, d. i. die
-wunderbare und eigentliche Beschreibung der alten heidnischen und neuen
-Scribenten Meynung von der Göttin Venus, ihrem Ursprünge, Verehrung und
-königlichen Wohnung mit deren Gesellschaft, wie auch von der Wasser-,
-Erde-, Luft- und Feuer-Menschen_, Francoforte, 1614.
-
-[352] Il Witte nota a proposito dei famosi versi del IV del
-_Purgatorio_, ove Manfredi narra la sorte toccata al proprio corpo.
-«Oberhalb der Stelle, wo Tronto und Verde sich vereinigen, bei Arquata
-im Gränzegebirge gegen Norcia liegt ein übelberüchtigter See, bei
-dem der Volksglaube den Eingang zur Hölle zeigt». _Dante Alighieri's
-Göttliche Komödie_, Berlino, 1865, p. 593. Da una lettera, con
-cui il prof. Vincenzo Ghinassi del R. Liceo di Spoleto gentilmente
-rispondeva ad alcune mie domande, rilevo che un picciolo stagno presso
-Norcia serba ancora il nome di Lago di Pilato, ma che tra il popolo
-s'è perduto il ricordo della leggenda antica, e che a spiegar quel
-nome un'altra immaginazione si produsse, assai poco acconcia, a dir
-vero. «Quando accadde in Giudea», così il prof. Ghinassi, «il grande
-avvenimento della crocifissione di Cristo, i montanari che passavano
-per quel luogo vedevano deserta la grotta della Sibilla, l'acqua del
-lago rosseggiante come per sangue, ed inoltre intorno al laghetto,
-da allora in poi, germogliò una pianticella, le cui foglie hanno
-sembianza di due mani riunite per il dosso, laonde la fantasia del
-volgo vede raffigurate in esse le mani del Redentore, congiunte insieme
-e perforate dai chiodi, argomentando ciò da un segno che si scorge
-nel mezzo di tali foglie. La fuga della Sibilla, il fenomeno delle
-acque del lago e della circostante vegetazione, avendo impressionato
-l'animo degli abitanti della montagna, questi battezzarono il detto
-lago col nome di Pilato, che fece eseguire la sentenza di morte
-contro il Nazareno. Ecco quanto confusamente, ed in varii modi, si
-narra per le montagne di Norcia, ed a questo si aggiunge ancora che i
-vecchi montanari affermano di vedere qualche volta dei pesci di forme
-stranissime notare nelle acque del famoso laghetto». Questi pesci
-pajono essere una reminiscenza affievolita degli antichi demonii. Così
-le immaginose e paurose leggende di altri tempi si vanno scolorando,
-attenuando e perdendo anche tra i volghi, e nelle più recondite
-vallate, loro ultimo asilo.
-
-
-
-
-FU SUPERSTIZIOSO IL BOCCACCIO?
-
-
-I.
-
-Gustavo Körting, parlando, in un suo libro assai noto agli studiosi
-della letteratura italiana, del sapere del Boccaccio e di quello che si
-potrebbe chiamare l'indirizzo della mente di lui, notate alcune false
-opinioni e alcune irragionevoli credenze che si trovan qua e là ne'
-suoi scritti, non dubita di affermare che, generalmente parlando, il
-Certaldese, per quanto s'appartiene alla superstizione e alla credenza
-nel meraviglioso, è, pressochè in tutto, un uomo de' tempi suoi, mentre
-il Petrarca è anche per questo, come per altri rispetti, quasi un uomo
-dei tempi nostri[353].
-
-Un sì fatto giudizio parrà, non solamente eccessivo, ma a dirittura
-falso a molti, che, leggendo più propriamente il _Decamerone_, avran
-creduto di riconoscere nell'autore di esso uno spirito disinvolto e
-spregiudicato, amabilmente scettico e beffardo, niente devoto della
-tradizione, poco rispettoso dell'autorità, aperto assai più alle
-impressioni della vita reale, di cui fu dipintore insuperato, che non
-ai sogni della leggenda e alle ubbie di una fede superstiziosa. Dire
-che il Boccaccio è, pressochè in tutto, un uomo de' tempi suoi, quanto
-a credulità e gusto del meraviglioso, gli è come dire ch'egli sta quasi
-alla pari con Gervasio da Tilbury, con Cesario di Heisterbach, col
-troppo famoso Elinando. La conseguenza a cui si giunge è manifestamente
-mostruosa. Altri recarono del Boccaccio ben altro giudizio, un
-giudizio, se non iscevro di esagerazione, assai più giusto sotto ogni
-rispetto. Col Boccaccio il Settembrini fa principiare un'era nuova,
-_il terrore cessato, cominciato il riso e lo scetticismo_[354]; col
-Boccaccio fa principiare un nuovo mondo il De Sanctis[355]; vanto che
-non gli si potrebbe in nessun modo concedere se, in fatto di credulità
-e d'inclinazione al meraviglioso, egli fosse in tutto ancora, o quasi
-in tutto, un uomo del medio evo. Parlando del libro _De montibus,
-fluminibus_, ecc., il Landau riconosce che, quanto a spirito critico,
-il Boccaccio vince i suoi contemporanei[356]; e l'Hortis, il più
-profondo conoscitore e l'illustrator più felice delle opere latine del
-Certaldese, giustamente osserva[357]; «Il Boccaccio fu spesso accusato
-di ripetere di molte fole;... se non che sarebbe gran torto non
-avvertire che la massima parte delle favole deriva dagli antichi da lui
-copiati, e che il Boccaccio ripete bensì mille favole, ma per questo
-e' non le crede. Quando scrive che agli antichi non osa contraddire e
-crede più a loro che agli occhi propri, e' non va creduto sulla parola.
-Quando questi antichi narrano un che d'inverosimile, il Boccaccio li
-trascrive fedelmente, però vi aggiunge, «ma ciò non cred'io,» «ciò
-mi sembra impossibile,» «questa è a mio giudizio una favola,» oppure
-osserva arditamente: «cotesto io lo stimo ridicolo!»
-
-Noi udiamo ora un tutt'altro linguaggio. Quale dei giudici ha ragione?
-L'argomento non è senza curiosità e senza importanza, e merita, parmi,
-che se ne discorra un poco.
-
-Vediamo anzi tutto quali sono le prove su cui il Körting fonda la sua
-accusa. Eccole, nell'ordine stesso con cui egli le reca. Il Boccaccio
-credeva nei sogni[358]; il Boccaccio credeva che i moribondi potessero
-esser fatti partecipi dello spirito profetico[359]; il Boccaccio
-credeva nell'astrologia[360]; il Boccaccio credeva che lo strabismo
-fosse indizio di anima perversa[361]; il Boccaccio credeva che nelle
-evocazioni dei morti comparissero, non già questi, ma diavoli[362];
-il Boccaccio credeva che Enea fosse veramente sceso all'Inferno, e
-che Virgilio avesse costruito ogni specie d'ingegni magici[363]. Qui
-c'è luogo a parecchie osservazioni. Anzi tutto giustizia vorrebbe
-che, enumerate le cose cui il Boccaccio erroneamente credeva, si
-ricordassero quelle cui molto saviamente il Boccaccio non dava fede, e
-quelle ancora di cui dubitava prudentemente. La lista loro riuscirebbe
-assai lunga a volerla fare compiuta. Così il Boccaccio non credeva (e
-il Körting stesso lo avverte) che certe subite infermità, e certe morti
-improvvise, avvenissero per opera del demonio, come era opinione dei
-meno sani (son sue parole); ma a tali fenomeni assegnava cause in tutto
-naturali[364]. Il Boccaccio chiama a dirittura ridicola la credenza
-secondo cui la gramigna nascerebbe dal sangue dell'uomo[365]. Il
-Boccaccio stima una favola ciò che di quell'arche sepolcrali ricordate
-da Dante, le quali presso ad Arles facevano _il loco varo_, dicevano
-quei del paese, cioè che fossero opera divina[366]. Il Boccaccio
-non crede che il re Artù sia sopravvissuto alle sue ferite, e debba
-tornare, secondo l'opinione dei Brettoni; ma dice che morì e fu sepolto
-segretamente[367]. E notisi che questa opinione, non al tutto spenta in
-Iscozia, nemmen oggi, fu tanto diffusa ed ebbe già tanta forza, che,
-secondo afferma uno scrittore spagnuolo, Filippo II, nel dar la mano
-a Maria d'Inghilterra, dovette far solenne giuramento di rinunziare
-al diritto acquistato sopra quel regno nel caso che il re Artù facesse
-ritorno. Il Boccaccio non diede fede alle accuse mosse ai Templari, tra
-le quali non era ultima l'imputazione di magia. In nessun luogo delle
-sue opere il Boccaccio mostra d'aver creduto ai miracoli dell'alchimia.
-Parlando di Giuliano l'Apostata nel l. VII del _De casibus virorum
-illustrium_, fa pure ricordo delle arti magiche esercitate da
-quell'imperatore, secondo_ piace ad alcuni_; ma non dice di credere
-egli ciò che quegli alcuni credevano. Parlando del lago d'Averno nel
-libro _De montibus, silvis_, ecc., dice _dagli ignoranti_ essere stato
-anticamente creduto si potesse andare per esso ai regni infernali; ma
-non fa motto, nè degli uccelli negri che, secondo San Pier Damiano e
-Vincenzo Bellovacense, vi aleggiavano intorno dal vespero del sabato
-all'alba del lunedì, e non erano se non anime dannate; nè delle ingenti
-porte di bronzo, infrante da Cristo, che, a detta del veracissimo
-Gervasio da Tilbury, ci si vedevano in fondo. Discorrendo, nel già
-citato libro _De montibus_, delle fonti, ripete, gli è vero, parecchie
-favole spacciate già dagli antichi; ma queste parecchie son pur
-poche in confronto di quelle infinite che si leggono in altri e molti
-consimili trattati del medio evo.
-
-Oltre a ciò se il Boccaccio crede a certe cose, non per questo si deve
-sempre dargliene carico, o si deve dargliene solo con certa misura,
-avuto riguardo alla qualità delle credenze, o al modo tenuto dallo
-scrittore nel farle palesi, o anche alle condizioni generali del sapere
-e della coltura ai tempi suoi; e quelle che hanno più particolarmente
-carattere di errori scientifici non debbono dare argomento a taccia di
-superstizione, essendo l'errore scientifico e la superstizione due cose
-troppo diverse fra loro.
-
-Se il Boccaccio crede che lo strabismo sia indizio di animo malvagio,
-noi non lo accuseremo per questo di partecipare ad un error popolare,
-dopochè si son veduti criminalisti e psichiatri riconoscere in
-questa e in molte altre deformità un indizio (non una prova certa)
-d'imperfezione morale e di predisposizione a delinquere; onde viene a
-trovar conferma l'antico adagio latino: _cave a signatis_.
-
-Narrata nel l. II, del _De casibus_ la storia di Astiage, il Boccaccio
-soggiunge alcune considerazioni sui sogni e afferma, provandolo con
-altri esempii, che per essi l'uomo può avere cognizione dell'avvenire;
-ma attenua poi di molto egli stesso il valore delle sue parole,
-avvertendo che non sempre si vuole ai sogni dar fede. Un cristiano
-difficilmente poteva andar più in là, perchè la veracità di certi sogni
-è solennemente attestata dalla Scrittura, e di sogni profetici sono
-piene le vite dei santi. Il Boccaccio non fu in ciò più credulo di
-Dante, del Petrarca, o di chi, come il Cardano, sulla interpretazione
-dei sogni scriveva ancora in pieno Rinascimento.
-
-Quanto all'astrologia la questione è un po' più complicata. Il
-Boccaccio non nega gl'influssi degli astri, ma dice che di questi
-influssi l'uomo non può aver cognizione, e così dicendo nega la scienza
-astrologica, e riconosce per vani e per illusorii i pronostici degli
-astrologi[368]. Inoltre, sebbene in ciò qualche volta si contraddica,
-pure afferma che gli astri nulla possono sugli animi umani, e che la
-libertà dell'arbitrio non ne rimane in modo alcuno menomata. Anzichè
-biasimo, noi dovremmo dar lode al Boccaccio d'aver tenuto una opinione
-così misurata e prudente in un tempo in cui la credenza comune dava
-agl'influssi celesti qualità d'irresistibili e di fatali, e un Cecco
-d'Ascoli (in ciò non primo nè ultimo) assoggettava al corso degli astri
-la vita dello stesso Cristo, e i principi d'Italia e le stesse città
-libere tenevano ai loro stipendii astrologi, con gli avvertimenti de'
-quali si governavano. In certo suo sonetto Cino da Pistoja pregava
-Cecco di scrutare ne' cieli e di dirgli quali stelle egli s'avesse
-favorevoli e quali contrarie, soggiungendo:
-
- E so da tal giudizio non s'appella.
-
-La dottrina professata da Dante quanto agl'influssi celesti non è per
-nulla disforme da quella seguìta dal Boccaccio[369], e con questo si
-accorda anche Giovanni Villani, il quale, del rimanente, si mostra
-assai più proclive al meraviglioso e più credulo. Certo, il Petrarca
-mostrò maggiore risolutezza nel bandire la fallacia dell'astrologia
-e nel combattere gli astrologi; ma bisogna anche dire che le ragioni
-di cui egli si giova sono assai più religiose che scientifiche[370].
-Del resto, quando pure il Boccaccio avesse avuto nell'astrologia assai
-più fede che veramente non ebbe, non sarebbe questo un buon argomento
-per aggravargli addosso l'accusa d'essere troppo impigliato nella
-superstizione del medio evo, giacchè l'astrologia fiorì assai più
-dopo il Rinascimento che non prima, ed è superstizione intimamente
-legata con l'umanesimo, come non poche altre rinovellate allora
-dall'antichità[371]. Certo, nessuno vorrà accusare di tendenze e d'idee
-medievali uomini come il Pontano e il Campanella, e pure il Pontano e
-il Campanella furono partigiani convinti dell'astrologia. Il primo che
-l'abbia combattuta con altri argomenti che non sieno i religiosi e i
-morali, fu Pico della Mirandola.
-
-Di alcune altre credenze superstiziose il Boccaccio non dev'essere
-troppo severamente ripreso, perchè assai difficilmente si sarebbero
-potute allora, e assai difficilmente si potrebbero anche oggidì,
-staccare in tutto dalla credenza religiosa: così di quella che concerne
-le apparizioni degli spiriti maligni. Veggasi, in fatto di apparizioni,
-quali fanfaluche potesse spacciare in pieno Rinascimento un umanista
-come Alessandro Alessandri, in quella imitazione delle _Notti attiche_
-di Aulo Gellio da lui intitolata _Dies geniales_.
-
-Ma c'è ben altro da dire.
-
-Da che libri deriva il Körting le prove della credulità e della
-superstizione del Boccaccio? L'abbiam veduto: dalla _Genealogia degli
-Dei_, dai _Casi degli uomini illustri_, dal _Comento_ a Dante. Or
-che libri son questi? Son libri di conto per molti rispetti, libri su
-cui riposa in gran parte la riputazione del Boccaccio come umanista
-e come erudito, ma libri che hanno, quanto all'argomento di cui si
-discorre, sia lecito dirlo, un vizio comune e non piccolo, quello cioè
-di essere, in tutto o in parte, frutti piuttosto tardi dell'ingegno
-dello scrittore, di appartenere più o meno all'età decadente di lui. La
-_Genealogia degli Dei_, sebbene cominciata negli anni giovanili, non
-uscì dalle mani del suo autore prima del 1373, due soli anni innanzi
-alla morte. La interpretazione naturale che in questo suo trattato
-il Boccaccio dà di molti miti dell'antichità classica fa testimonio
-di una mente tutt'altro che inviluppata negli abiti intellettuali del
-medio evo, e può ancora porgere occasione di meraviglia a noi, tanto
-più addentro di lui nei misteri della mitologia; ma nessuno è in grado
-di dire che cosa, nel corso del lungo lavoro, egli abbia aggiunto o
-tolto all'opera sua. Così ancora non prima di quello stesso anno 1373
-uscì in pubblico il libro dei _Casi degli uomini illustri_. Quanto al
-_Comento_, esso fu in quell'anno medesimo cominciato, e il Boccaccio,
-soprappreso da gravissima infermità, e poi dalla morte, non potè
-condurlo a termine. Il libro dei _Casi_ dunque, il _Comento_, e, in
-parte almeno, anche la _Genealogia_, sono opere senili del Boccaccio, e
-questa loro qualità dà più che sufficiente ragione di certi caratteri e
-di certe tendenze che si notano in esse.
-
-La vecchiezza, tutti lo sanno, è assai più inclinata alla superstizione
-che non la gioventù. Il sentimento della decadenza crescente, la
-preoccupazione angustiosa di una prossima fine, il sospetto d'insidie
-celate e di subiti danni, a cui non può fare più schermo l'affievolita
-natura, lo sfiacchimento della mente, che di signora ridiventa serva,
-lo stesso arcano della morte che come più incombe più riempie l'animo
-di meraviglia paurosa, dispongono e quasi forzano a una inclinazione
-così fatta. Nel detto: _aniles fabulae_, non è senza grande ragion
-quell'epiteto. Ed è noto ancora come risorgano irresistibili nel
-vecchio i sogni e le ubbie onde fu malamente nutrita la mente del
-fanciullo.
-
-Il Boccaccio ebbe anticipata vecchiezza. I primi segni di scadimento
-fisico erano già apparsi, quando, a provocare ne' pensieri e nella vita
-di lui un totale rivolgimento, ecco capitargli addosso il certosino
-Gioachino Ciani con quella diavoleria delle visioni e delle minacce
-del santo frate Pietro de' Petroni. Io non ho bisogno di ripetere
-questa storia notissima, alla quale, non so perchè, si vuole da taluno
-scemare importanza. Quanto il Boccaccio ne rimanesse sbigottito, e
-come, ravveduto, si proponesse di fare ammenda de' suoi trascorsi, è
-noto del pari. Egli rinnegò i frutti migliori del suo ingegno; egli
-detestò l'opera maggiore, per cui il nome suo vive e vivrà perpetuo
-nella memoria degli uomini; e ci volle tutta l'autorità del Petrarca
-per impedirgli di vendere i libri con tanto amore e con tante fatiche
-raccolti, rinunziare a ogni studio, darsi all'anima interamente.
-L'infelice avvenimento non ringiovanì certo il Boccaccio, anzi confermò
-in lui la già sopravvenuta vecchiezza. E che questa vecchiezza non
-fosse nemmen prima solamente fisica, ma dovesse, in parte, essere anche
-morale, lo prova il fatto stesso; giacchè il Boccaccio, grandissimo
-beffatore di frati, e canzonatore di loro miracoli, si sarebbe dato
-assai poco pensiero dei sogni di fra Pietro e delle prediche di fra
-Gioachino, se fosse durata in lui la giovanile baldanza e vivezza del
-pensiero, l'antico vigore della ragione, e la secura indipendenza del
-giudizio. Dicono che irreligioso e miscredente il Boccaccio non sia mai
-stato, e ne recano le prove. Io non lo nego; sebbene si vorrebbe vedere
-quanto le prove valgano, e quanto addentro ci mettano nella coscienza
-del nostro autore: ad ogni modo gli è certo che la fede non gli diede
-mai briga soverchia negli anni della gioventù e della virilità più
-rigogliosa.
-
-La visita di fra Gioachino dovette produrre un doppio effetto
-nell'animo del Boccaccio; rinfocolarvi la fede non ben calda, ed
-eccitarvi il senso del meraviglioso rimasto insino allora sopito. Dando
-fede al racconto mirabile del frate, il Boccaccio veniva a mettere il
-piede sopra la via maestra della superstizione e della credulità, via
-sulla quale un passo tira l'altro, e ad ogni passo si perde un tanto
-di spirito critico e di libertà di giudizio. Se, per esempio, egli
-credeva alla veracità dei sogni, questa sua credenza doveva farsi più
-certa che mai. Se aveva opinione che i moribondi vedessero le cose
-avvenire, questa opinione doveva levarsi in lui al disopra di ogni
-dubbio. Pentito d'avere speso le forze dell'ingegno in opere che ora
-gli pajono riprovevoli, il Boccaccio rifugge dal libero esercizio del
-suo pensiero, e si dà a lavori di compilazione e di erudizione, nei
-quali la sua mente è come infrenata dal soggetto, si fa recettiva
-delle opinioni altrui, e perde a poco a poco l'abito e il gusto
-della critica. La condizione di spirito, in cui egli per tal modo si
-ridusse, ebbe necessariamente ad aggravarsi quando l'infermità prese
-a travagliare l'organismo già affaticato. Nella state del 1372, o in
-quel torno, il Boccaccio potè credersi in fin di vita. Nella lettera
-che scrisse allora all'amicissimo suo Maghinardo de' Cavalcanti,
-lettera tutta inspirata a sensi di profondo sconforto, egli, detto de'
-mali fisici che lo affliggevano, non tace i morali: avversione per lo
-studio, odio pei libri, indebolimento delle facoltà mentali, perdita
-della memoria. Il pensare gli si era fatto difficile, e tutti i suoi
-pensieri erano rivolti alla morte e al sepolcro[372]. In quel tempo
-appunto egli adoperava lo stremo delle sue forze intorno al laborioso
-_Comento_: non doveva lo studio del _poema sacro_, la cui azione si
-svolge tutta nei regni del soprannaturale, inclinar più sempre l'animo
-angosciato del comentatore verso il meraviglioso, ottundere in esso
-il senso del reale, farlo vago di quanto trascende l'esperienza,
-o vince la ragione? Nel _Comento_, più che in altra scrittura del
-Boccaccio, occorrono frequenti segni di credenza superstiziosa; ma e'
-non poteva essere diversamente. Noi non dobbiamo già meravigliarci
-e scandalizzarci di alcune non gravi superstizioni penetrate negli
-scritti senili del novellatore pentito e turbato; bensì dobbiamo
-meravigliarci che il numero loro non sia molto maggiore, e molto più
-trista la lor qualità.
-
-Ma perchè giudicare superstizioso il Boccaccio sulla testimonianza
-de' suoi scritti senili? Perchè, ravvisato, o creduto ravvisare certo
-aspetto del vecchio, dire: tale fu l'uomo? Perchè non cercare piuttosto
-i documenti del suo pensiero e della sua credenza nelle opere da lui
-composte nel tempo migliore? Perchè non rintracciarle, sopra tutto,
-in quell'immortale _Decamerone_, in cui il poeta mise la miglior
-parte di sè, e che in ogni sua pagina attesta il vigore degli anni e
-dell'intelletto? Ponetevi a questo studio, e vedete come si giunga a
-tutt'altra conclusione e a tutt'altro giudizio.
-
-
-II.
-
-Io non dirò col De Sanctis che il _Decamerone sia una catastrofe, o una
-rivoluzione, che da un dì all'altro ti presenta il mondo mutato_[373].
-Non lo dirò, perchè non credo a queste catastrofi letterarie più che
-dagli scienziati non si creda alle catastrofi geologiche; perchè ho
-ferma fede che la legge, di evoluzione, la quale governa le cose tutte
-che vivono, e quelle ancora che non vivono, non patisce eccezione;
-perchè ho per sicuro che se un libro può molto nel rifare uomini e
-cose, il mondo è già profondamente mutato quando appare il libro che
-porge, come dipinta in un quadro, la mutazione. Quando si dice _fonti
-del Decamerone_, s'intende parlare dei luoghi d'onde provengono, per
-via più o meno lunga, i temi delle novelle raccontate nel libro; ma
-nel libro non ci sono le novelle soltanto; ci è anche un complesso
-d'idee, di sentimenti e di giudizii, un modo di considerar la vita,
-un indirizzo generale di mente, che pajono essere in tutto il fatto
-dell'autore, e che fatto suo non sono se non in parte. Anche di
-queste cose ci sono le fonti; ma non è così agevole dire quali e dove
-sieno, come non è agevole indicare la fonte di un fiume che nasca
-d'infiniti rivoli, di scaturigini sparse e recondite. Le fonti sono
-nel pensiero, ancora malamente determinato, di una età tutta intera;
-il che è tanto vero, che quando poi il libro è nato, nel quale un
-nuovo pensiero si affaccia in forme vigorose e scolpite, gli uomini
-di quella età lo riconoscono per cosa loro e si compiacciono in esso.
-Dico ciò perchè non voglio presentare il Boccaccio come un eroe del
-libero e spregiudicato pensare, nato di sovrumani connubii, e perchè,
-con affermare che il suo modo di sentire e di giudicare ha pur le sue
-ragioni nel pensiero de' tempi, non credo di fargli maggior torto di
-quello si faccia a un bell'albero rigoglioso con dire che esso si nutre
-degli elementi della terra in cui figge le radici, e degli elementi
-dell'aria in cui distende i rami e le foglie. Del resto, io non ho
-qui a parlare del _Decamerone_ in quanto ha significazione storica
-generale, ma ho da parlarne solo in quanto porge documento dell'animo
-del suo autore rispetto alla credenza superstiziosa. E il documento, a
-mio credere, non potrebbe essere nè più esplicito, nè più favorevole.
-
-Incominciamo dalla Introduzione.
-
-Nella Introduzione, com'è noto, il Boccaccio descrive la spaventosa
-peste del 1348, uno dei più tremendi flagelli che la storia umana
-ricordi, perchè si calcola che nel giro che fece per l'Europa
-uccidesse non meno di 25,000,000 di persone. Quale occasione migliore
-di questa per lasciarsi trascinare dalla fantasia e dare un tonfo
-nel meraviglioso e nel soprannaturale più sformato? Ma mentre qua e
-là per l'Europa le menti eccitate dalla paura si smarrivano in mille
-strane immaginazioni[374], sino a credere la moria opera dei demonii,
-il Boccaccio, serbando la serenità del giudizio, non dice altro, se
-non che essa sopravvenne _per operazion de' corpi superiori_, o per
-l'ira di Dio, a correzione della iniquità umana. Qui, senza dubbio,
-la superstizione fa capolino; ma il poco che se ne mostra è proprio
-un nulla in confronto di ciò che hassi altrove; e toccato appena
-delle cause, il Boccaccio passa a fare quella magistral descrizione
-degli effetti fisici e morali del morbo, la quale tutti conoscono, e
-che rivela qualità di osservatore eminenti. In certo luogo accenna a
-_diverse paure ed immaginazioni_ che nascevano negli animi conturbati,
-ma non dice quali fossero. Nel _Comento_ invece ne ricorda una con le
-seguenti parole[375]: «E se io ho il vero inteso, perciocchè in quei
-tempi io non ci era, io odo, che in questa città (_Firenze_) avvenne
-a molti nell'anno pestifero del MCCCXLVIII, che essendo soprappresi
-gli uomini dalla peste, e vicini alla morte, ne furon più e più, li
-quali de' loro amici, chi uno e chi due, e chi più ne chiamò, dicendo:
-vienne tale e tale; de' quali chiamati e nominati, assai, secondo
-l'ordine tenuto dal chiamatore, s'eran morti, e andatine appresso al
-chiamatore». Il _Comento_ fu scritto vent'anni dopo l'Introduzione
-e il Boccaccio, pur lasciandosi andare a raccontare il miracolo,
-non nasconde un certo dubbio che gli si leva nell'animo. Vent'anni
-innanzi egli non lo aveva creduto meritevole di ricordo; e in fatto,
-come avrebbe potuto pensare altrimente chi, accingendosi a narrare
-cosa tutt'altro che soprannaturale ed incredibile, qual è quella
-dell'appiccarsi del contagio agli animali, non pare che sappia scusarsi
-abbastanza, ed esce in queste precise parole che si leggono nella
-Introduzione: «Maravigliosa cosa è ad udire quello che io debbo dire:
-il che, se dagli occhi di molti e da' miei non fosse stato veduto,
-appena che io ardissi di crederlo, non che di scriverlo, quantunque da
-fededegno udito l'avessi»? Certo, chi andava così peritoso in riferir
-cosa, insolita, se vuolsi, ma al tutto naturale, non doveva essere
-troppo disposto a raccoglier leggende e a dar loro lo spaccio.
-
-La novella 1ª della I giornata ha per noi molta importanza. In essa
-il Boccaccio racconta assai piacevolmente la storia di quel Ser
-Ciappelletto, che avendone fatte d'ogni risma in vita, muore, in virtù
-di una falsa confessione, in concetto di santità, e, dopo morto, fa
-miracoli e dispensa grazie ai suoi molti e creduli devoti. In più
-altre novelle il Boccaccio si fa beffe della santità bugiarda; ma
-in questa egli va più oltre, e se non deride a dirittura, mette in
-mala vista, senza voler parere, e con l'usato suo accorgimento, il
-culto smodato dei santi, e le pratiche ond'esso è occasione al volgo,
-pratiche in cui poco o nulla è che s'innalzi sopra la superstizione
-più grossolana, e biasimate assai volte dagli uomini di fede più
-illuminata. Nelle letterature del medio evo non mancano altri esempii
-e documenti di satira contro sì fatto culto. La storia di San Nessuno,
-_contemporaneo di Dio padre, e in essenza consimile al figlio_, è
-un'ardita e abbastanza gustosa parodia di quelle prediche fratesche,
-in cui si celebravano le virtù e i miracoli dei santi patroni[376].
-Nella letteratura francese abbiamo Saint Tortu e Saint Harenc, e
-nell'italiana San Buono. Santa Nafissa, di cui parla il Caro, e narra
-l'opere benedette l'Aretino in uno de' suoi _ragionamenti_, appartiene
-al Rinascimento. Ma la novella del Boccaccio tende a scalzare le
-basi stesse del culto dei santi. Se un solenne gaglioffo può, con
-una semplicissima gherminella, farsi credere santo, chi ci assicura
-che molti santi del calendario, onorati in sugli altari, non sieno
-stati gaglioffi? L'ultima, più solenne e più irrecusabile prova della
-santità, il miracolo, diventa ingannevole anch'essa, se sul sepolcro
-d'uno scelerato possono avvenire quegli stessi prodigi che sui sepolcri
-dei santi uomini. «E se così è,» nota il Boccaccio con fine ironia,
-«grandissima si può la benignità di Dio cognoscere verso noi, la
-quale, non al nostro errore, ma alla purità della fede riguardando,
-così facendo noi nostro mezzano un suo nemico, amico credendolo,
-ci esaudisce, come se ad uno veramente santo, per mezzano della sua
-grazia, ricorressimo». Dunque indifferente la qualità del mezzano;
-dunque inutile il mezzano stesso, se a muovere la grazia di Dio il
-buon animo basta, in qualunque modo esso si dia a conoscere; dunque
-biasimevole questo ricorrere sempre a mezzani di dubbia fede e di
-credito incerto, quando la misericordia di Dio ha sì gran braccia che,
-senza bisogno di sollecitazione o di ajuto,
-
- Accoglie ciò che si rivolve a lei;
-
-dunque assurda, antireligiosa, ridicola quella _distribuzione e
-division di lavoro_ fatta tra i santi, con attribuire a ciascuno una
-particolare cognizione degli umani bisogni, una giurisdizion propria e
-una personal competenza in fatto di grazie e di miracoli. Le ragioni
-che, nel medio evo, fecero sorgere e dilatare oltre misura il culto
-dei santi, in guisa da torre di grado quasi la intera Trinità, con
-alterazione profonda della idea cristiana, son note anche troppo.
-Si badi che io intendo parlare più particolarmente della forma che
-quel culto assunse tra le plebi mezzo barbare. La principale e la
-più increscevole la porse il desiderio, naturale del resto in animi
-grossolani, di conseguire con l'ajuto di patroni potenti, senza merito
-proprio, senza interna dignificazione, senza operosa volontà del bene,
-benefizii che invano si sarebbero chiesti alla severa ed incorruttibile
-giustizia di Dio. Il culto dei santi si risolve in una vera e propria
-clientela, nella quale il devoto è tenuto a prestare certe servitù, e
-il santo accorda in ricambio protezione ed ajuto. Ognuno può eleggersi
-il suo particolare patrono, è non v'è così grande scelerato che non
-possa sperare mercè sua di salvarsi. Per tal modo l'opera del patrono
-potrà spesso esercitarsi, non solo intempestivamente, ma ancora in
-aperta contraddizione con la giustizia, colmando di favori chi manco
-n'è degno. In più di una leggenda si vede la Vergine riscattare dalla
-morte o dall'Inferno chi, dimentico di ogni legge divina ed umana,
-non serbò in fondo all'animo efferato altro sentimento irriprovevole
-che una sterile devozione al nome di lei. In altre si vedono i santi
-strappare a viva forza dagli artigli dei diavoli le anime dei loro
-devoti, le quali, non senza giusto decreto del supremo giudice, erano
-dannate agli eterni castighi. Il culto dei santi, inteso a quel modo,
-è una grande superstizione cresciuta dentro e sopra al cristianesimo,
-e noi abbiamo buon argomento per dire che a questa superstizione non
-partecipò il Boccaccio[377].
-
-A questo medesimo argomento appartiene il culto delle reliquie, e che
-cosa pensasse di questo culto il Boccaccio si rileva dalla novella 10ª
-della giornata VI, dove, con vena comica impareggiabile, è narrata la
-storia di frate Cipolla. A quale e quanta superstizione di credenze
-e di pratiche, a quale esercizio d'impostura desse occasione nel
-medio evo il culto delle reliquie, è noto abbastanza. I leggendarii,
-le cronache claustrali, le memorie di chiese infinite, son piene dei
-documenti di questa triste istoria. Il sentimento che si ritrova
-in fondo a un culto sì fatto contraddice nel modo più risoluto ai
-principii essenziali di quella religione dello spirito che è, o avrebbe
-dovuto essere il cristianesimo. Riappare in esso, mal dissimulato,
-un feticismo stolto, antica e grossa religione degli uomini, riappare
-la credenza nella magia. La reliquia è un amuleto o un talismano, il
-quale, secondo la varietà dei casi, preserva dai morbi, guarda dalla
-folgore, difende dai ladri, partecipa alle armi vittoriosa efficacia,
-lega i demonii, assecura contro i perigli del mare, e in mille e
-mille altri modi protegge, ajuta, salva chi ne è in possesso, e ciò
-per una sua propria connaturata virtù, la quale può esercitarsi anche
-se il possessore sia in tutto fuori della grazia di Dio. Così ne'
-vecchi poemi epici francesi si veggono i maledetti Saracini porre
-ogni opera a procacciarsi le reliquie tenute più care dai cristiani,
-e, avutele, giovarsene contro di questi, in onta a Cristo. Informe e
-sconcia superstizione, a più potere favorita e rinforzata dai frati,
-che si fecero mercanti di vere o false reliquie, moltiplicarono le
-più celebrate, le più stravaganti inventarono, e spesso con l'ajuto
-loro procacciarono ai proprii conventi assai più riputazione di quello
-avrebbero potuto fare dando esempio altrui di vita santa e veramente
-cristiana[378]. Invecchiato, il Boccaccio cedette ancor egli alla
-universal frenesia, e si diede a raccoglier reliquie: da giovane egli
-certamente derise la superstiziosa credenza, e la sua novella lo prova.
-
-Frate Cipolla, ignorantissimo, ma facile parlatore, e piacevol compare,
-andava ogni anno in Valdelsa, come usano questi frati, _a ricogliere
-le limosine fatte loro dagli sciocchi_. A promuovere la carità, un po'
-infingarda, di que' buoni terrazzani, egli, una volta, promette di far
-veder loro una stupenda reliquia, da lui riportata d'Oriente, una penna
-dell'angelo Gabriele, rimasta nella camera di Maria, quando l'angelo
-venne a farle l'annunzio divino. Questa è satira mordace, che va più
-direttamente a colpire certe reliquie non meno solenni che strane, le
-quali si veneravano qua e là nelle maggiori chiese di Europa, come il
-latte della Vergine, o la lacrima versata da Gesù sopra il corpo di
-San Lazzaro, o un pezzo della carne arrostita di San Lorenzo, o proprio
-penne dell'arcangelo Gabriele e dell'arcangelo Michele. E non è se non
-il principio; perchè, trovati, per la beffa ordinata da due giovani
-sollazzevoli, carboni spenti nella cassetta ove aveva riposta la penna
-dell'angelo, la quale non era se non una penna di pappagallo, il frate,
-senza smarrirsi, entra in uno spropositatissimo racconto dei viaggi
-da lui fatti per mezzo mondo, e ricorda le reliquie da lui vedute in
-Gerusalemme, le quali erano: _il dito dello Spirito Santo, così intero
-e saldo come fu mai; et il ciuffetto del Serafino che apparve a San
-Francesco; et una dell'unghie de' Cherubini; e de' vestimenti della
-Santa Fè cattolica; et alquanti de' raggi della stella che apparve a'
-tre Magi in Oriente; et una ampolla del sudore di San Michele, quando
-combattè col diavolo; e la mascella della morte di San Lazzaro et
-altre_. Poi ricorda come nella stessa città di Gerusalemme avesse in
-dono da quel santo patriarca _uno de' denti della Santa Croce, et in
-una ampolletta alquanto del suono delle campane del tempio di Salomone,
-e la penna dello Agnolo Gabriello_, e altro ancora. In Firenze ebbe
-poi di quei carboni onde fu arrostito San Lorenzo, e son quegli appunto
-ch'egli ha nella cassetta.
-
-Che in parecchie novelle del _Decamerone_, come nella 2ª della giornata
-II, nella 1ª della giornata VII, si parla con molta irriverenza di
-certe orazioni e della loro efficacia, basta qui ricordar di passaggio;
-e tale irriverenza è, non già in ciò che di esse dicono i personaggi
-introdotti nella novella; ma nella intenzione che l'autor lascia
-scorgere, nel riso con cui egli manifestamente accompagna, e vuole
-sieno accolte dai lettori, le parole dei superstiziosi e dei creduli.
-Togliere argomento di riso e di beffa dalle sciocche credenze del volgo
-è solo proprio di chi non partecipa a quelle credenze. Parlando di
-frate Puccio nella novella 4ª della giornata III, il Boccaccio dice: «E
-per ciò che uomo idiota era e di grossa pasta, diceva suoi paternostri,
-andava alle prediche, stava alle messe, nè mai falliva che alle laude
-che cantavano i secolari esso non fosse, e digiunava e disciplinavasi,
-e bucinavasi che egli era degli scopatori». Qui non le orazioni
-soltanto, ma tutte quasi le pratiche di devozione son giudicate cose
-da _uomini idioti e di grossa pasta_, non altrimenti da quanto fecero
-poi più tardi, nel Cinquecento, molti umanisti. Una stolta penitenza,
-ma non più stolta di molte inventate dal superstizioso ascetismo, dà
-occasione a quanto poi nella novella si viene narrando, e s'intreccia
-nel modo più comico, ma più profano ancora, coi fatti tutt'altro che
-ascetici ond'essa è pel rimanente intessuta.
-
-Che una mente, quale si è quella che il Boccaccio addimostra in queste
-novelle non dovesse essere troppo inclina a credere ai miracoli
-s'intende facilmente; e sta il fatto che in tutto il libro non se
-ne trova uno solo che sia narrato da senno, ma sempre sono burle e
-ciurmerie, e non se ne cava se non argomento di riso. Nella novella
-1ª della giornata II abbiamo un facchino tedesco, alla cui morte in
-Treviso, sonarono, _secondo che i Trivigiani affermano_, tutte le
-campane della chiesa maggiore, senza che nessun le toccasse. «Il che
-in luogo di miracolo avendo, questo Arrigo esser santo dicevano tutti;
-e concorso tutto il popolo della città alla casa nella quale il suo
-corpo giaceva, quello a guisa d'un corpo santo, nella chiesa maggiore
-ne portarono, menando quivi zoppi, et attratti, e ciechi, et altri
-di qualunque infermità o difetto impediti, quasi tutti dovessero dal
-toccamento di questo corpo divenir sani.» Un Martellino, buffone,
-si finge attratto e mostra di guarire sul corpo del santo. Scoperto
-l'inganno, il popolo fanatico gli è addosso, e lo concia pel dì
-delle feste. Dato in mano al giudice, il malcapitato corre pericolo
-della forca, finchè il signore della città, udita la cosa, e fattene
-_grandissime risa_, ne lo manda sano e salvo, col dono di una roba
-per giunta. E il buon sant'Arrigo si riman con le beffe. Un altro bel
-miracolo si ha nella novella 2ª della giornata IV, dove frate Alberto
-si trasforma nell'angelo Gabriele, con quel che segue. Come lo sciocco
-Ferondo si muoja, vada in purgatorio, e risusciti per le preghiere del
-santo abate, si può vedere nella novella 8ª della giornata IV, dove non
-solamente, a parer mio, si deridono le risurrezioni, ma ancora quei
-fantastici viaggi nel mondo di là, che con tanta frequenza occorrono
-nella letteratura leggendaria del medio evo. Ferondo, domandato di
-molte cose, «a tutti rispondeva e diceva loro novelle dell'anime de'
-parenti loro, e faceva da sè medesimo le più belle favole del mondo de'
-fatti del purgatoro, et in pien popolo raccontò la revelazione statagli
-fatta per la bocca del Ragnolo Braghiello»[379].
-
-Dalla considerazione delle cose che precedono mi pare si possa ricavare
-il seguente giudizio. Il Boccaccio, quando componeva il _Decamerone_,
-non sarà stato un miscredente, ma certo non era un credenzone. Nulla
-prova che egli negasse i dogmi fondamentali della fede cristiana; ma
-tutto mostra che, di fronte a certe pratiche religiose, di fronte
-al miracolo e alle credenze volgari, egli assumeva un contegno
-risolutamente scettico e beffardo. Il Boccaccio non era accessibile
-allora a nessuna forma di superstizione religiosa, e sotto questo
-aspetto, sarebbe grande ingiustizia, non solo il dire che egli si
-manteneva tuttavia, come il Körting dice, al _basso livello del medio
-evo_, ma il non riconoscere che sopra quel livello si levava di molto.
-
-
-III.
-
-Oltre le superstizioni di carattere più particolarmente religioso,
-molte ve ne sono, le quali con la credenza religiosa o non han che
-vedere, oppure hanno solamente una qualche attinenza lontana. E anche
-per queste si possono trovare nel _Decamerone_ i documenti del pensiero
-del Boccaccio.
-
-Anzi tutto si vuole avvertire novamente che certe opinioni, sebbene
-contrarie a verità non vogliono reputarsi superstiziose, fondandosi
-esse sopra semplici errori di fatto. Nella novella 7ª della giornata
-IV si narra come Pasquino e la Simona morissero dopo essersi fregata
-ai denti una foglia di salvia, e come dell'esser divenuta velenosa la
-salvia fosse cagione una botta, o specie di rospo, che trovandosi nel
-cesto della pianta l'aveva col fiato attossicata. Che il rospo fosse
-velenoso fu credenza comune nel medio evo, derivata dagli antichi.
-Alessandro Neckam, nel suo libro _De naturis rerum_, Corrado di
-Megenberg, nel suo _Buch der Natur_, ed altri, dicono che il rospo
-mangia volentieri la salvia, e comunica spesso il suo veleno alle
-radici di essa. Checchessia di ciò, al rospo, oltre a parecchie qualità
-naturali abbastanza strane, non poche se ne attribuivano soprannaturali
-e diaboliche. Cesario di Heisterbach racconta la meravigliosa storia
-di un rospo, che ucciso più volte, bruciato e ridotto in cenere,
-perseguitò senza requie il suo uccisore, finchè potè morderlo e
-vendicarsi[380]. Nelle pratiche di magia il rospo figura continuamente.
-Il Boccaccio nella sua novella non accenna se non ad una proprietà
-naturale.
-
-Che il Boccaccio credesse nei sogni fu già avvertito di sopra, ed è
-provato ancora dalle novelle 5ª e 6ª della giornata IV, e 7ª della
-giornata IX. Di questa credenza, la quale non appartiene ad ogni modo
-alla superstizione più grossolana, non voglio scusarlo; ma è da notare
-per altro che egli non la séguita senza recarvi qualche restrizione.
-Cominciando a narrare la novella dell'Andreuola e di Gabriotto,
-Pamfilo, che esprime qui evidentemente la opinione dell'autore, dice:
-«..... molti a ciascun sogno tanta fede prestano, quanta presterieno
-a quelle cose che vegghiando vedessero; e per li lor sogni stessi
-s'attristano e s'allegrano, secondo che per quegli o temono o sperano.
-Et in contrario son di quelli che niuno ne credono, se non poi che nel
-premostrato pericolo caduti si veggono. De' quali nè l'uno nè l'altro
-commendo, per ciò che nè sempre son veri, nè ogni volta falsi».
-
-Tra le molte credenze superstiziose del medio evo una delle più diffuse
-e delle più irrazionali fu quella che attribuiva alle pietre preziose
-svariate virtù soprannaturali. Basta leggere il _Liber lapidum_
-che va sotto il nome di Marbodo, vescovo di Rennes (morto nel 1123)
-e gl'innumerevoli _Lapidarii_ che ne derivano, per vedere a quali
-stranezze quella credenza, ereditata del resto in massima parte dagli
-antichi, potesse giungere. C'erano pietre che rendevano invulnerabili,
-pietre che assicuravano la vittoria, pietre che componevano le
-discordie, pietre che davano la sanità, pietre che fugavano i diavoli,
-pietre che mettevano in grazia di Dio.
-
-Gli è certo cosa strana, e tale da poter offrire argomento a più di
-una considerazione, il vedere come nella opinione dei superstiziosi
-le pietre potessero, per virtù propria, operare moltissimi di quegli
-effetti mirabili a cui le reliquie dei santi erano atte solo per
-una specie di partecipazione di grazia divina. Che il Boccaccio non
-prestasse fede alcuna a quelle fole, tuttochè confermate dall'autorità
-di scrittori di molta riputazione, come Isodoro di Siviglia, Alessandro
-Neckam, Alberto Magno, Vincenzo Bellovacense, ed altri in gran numero,
-si può sicuramente argomentare dalla novella 3ª della giornata
-III. Notisi che quelle fole sono riportate per intiero nel _Poema
-dell'Intelligenza_, e dal Sacchetti in un suo trattatello _Delle
-proprietà e virtù delle pietre preziose_; e nel _Novellino_ si racconta
-molto seriamente come il Prete Gianni mandasse a donare all'imperatore
-Federico II tre preziosissime gemme, delle quali l'una aveva questa
-virtù, che rendeva invisibile chi se la recava in pugno. Alle virtù
-delle pietre Marsilio Ficino credeva ancora, e così pure Giambattista
-Porta e Simone Majolo. Nella novella del _Decamerone_ testè citata
-si tratta appunto di una pietra che ha virtù di rendere invisibile,
-l'elitropia, alla quale Marbodo attribuisce, oltre a questa, parecchie
-altre qualità mirabili, come di dare spirito profetico e buona
-reputazione, assicurare l'incolumità, ecc. L'eroe della novella del
-Boccaccio è quel Calandrino, che anche altrove, nel _Decamerone_, fa
-così bella figura, e il cui nome è passato in proverbio. Che certe
-fanfaluche si mettano appunto in istretta relazione con la insuperabile
-sciocchezza di lui, è già buono argomento a giudicare del concetto
-in cui quelle fanfaluche si hanno dall'autore. Udendo l'astuto Maso,
-che vuole burlarsi di lui, parlare delle virtù delle pietre preziose,
-Calandrino domanda ove tali pietre si trovino, e Maso risponde «che le
-più si trovavano in Berlinzone, terra de' Baschi, in una contrada che
-si chiamava Bengodi, nella quale si legano le vigne con le salsicce,
-et avevasi un'oca a denajo et un papero giunta, ecc.» Richiesto da
-Calandrino, se di quelle pietre, non si trovino anche là, presso a
-Firenze, Maso risponde che sì; essercene due di grandissima virtù,
-i macigni da Settignano e da Montisci, di cui si fanno le macine da
-molino, e l'elitropia, che rende l'uomo invisibile. Vago di trovare
-tal pietra, Calandrino, con gli altri due famosi burloni Bruno e
-Buffalmacco, ne va in cerca nel letto del torrente Mugnone, e ci fa
-quell'acquisto che nella novella si può vedere e che qui non accade
-ripetere. Non poteva il Boccaccio schernire più saporitamente la
-sciocca credenza; nè si obbietti che nel _Filocopo_ egli parla di certo
-anello dotato di virtù miracolose, perchè ei non ne parla se non per
-maniera di finzione romanzesca, e senza credervi più di quello credesse
-l'Ariosto all'Ippogrifo.
-
-Un'altra superstizione assai diffusa nel medio evo fu quella delle
-malie amorose, e contro questa direi che il Boccaccio dovesse avere
-un'avversione particolare. Il Boccaccio conosce troppo bene il cuore
-umano, e nella cognizione di quella che si potrebbe dire storia
-naturale dell'amore non v'è chi gli vada innanzi. Egli sa come
-l'affetto nasca spontaneo o provocato, come cresca e si nutra, ov'abbia
-le radici, a quali vicende soggiaccia, come venga meno e si spenga.
-Egli ha dell'amore un concetto talmente naturalistico che nessuna
-credenza superstiziosa vi si potrebbe appiccare. Miracoli d'amore
-egli non conosce se non dovuti a gioventù, a bellezza, a gentilezza
-d'animo, a naturale concupiscenza: son queste le vere malie a cui
-si deve ogni amoroso effetto. A che pro i filtri se la seduzione può
-trionfare di ogni animo più restio? Non v'è incantamento che possa aver
-più forza d'uno sguardo, di una paroletta, di un riso. Di un'amorosa
-malia si discorre nella novella 5ª della giornata IX; se non che, a
-farci intendere sin dalla bella prima quale sia la disposizione d'animo
-dell'autore, ecco anche qui farcisi incontro il buon Calandrino,
-il _nuovo uccello_, a cui non è fandonia che non si possa dare ad
-intendere. Calandrino, pazzamente invaghito di una femmina di mal
-affare, ricorre per ajuto a Bruno, il quale fa di carta non nata un
-certo suo breve magico e dà a credere all'innamorato che, tocca con
-esso la donna, questa non potrà fare che non lo segua dove più a lui
-piacerà di condurla. Il povero Calandrino, secondo il solito, paga
-le pene della sua credulità, uscendo dall'avventura tutto pesto e
-graffiato. Altre più gravi e complicate malie s'hanno nella novella
-7ª della giornata VIII, ma non per altro fine che per servire ad un
-fiero inganno e ad un'atroce vendetta. Cagione del tutto anche qui una
-sciocca credulità. La Elena è abbandonata dall'amante suo, e non può
-darsene pace; la fante «non trovando modo da levar la sua donna dal
-dolor preso,..... entrò in uno sciocco pensiero, e ciò fu che l'amante
-della donna sua ad amarla come far solea si dovesse poter riducere per
-alcuna nigromantica operazione».
-
-Che cosa, del resto, il Boccaccio sentisse degl'incanti, degli
-affatturamenti, della tregenda e dell'arti magiche in genere, si scorge
-chiaro dalle novelle 3ª e 9ª della giornata VII, 6ª e 9ª della giornata
-VIII, 10ª della giornata IX. In quest'ultima è assai piacevolmente
-messa in canzone la credenza che, per arte magica, gli uomini si
-possano mutare in bruti, e in tutte l'altre i pretesi incantamenti non
-servono se non a dar materia di beffa e di riso. Nella novella 9ª della
-giornata VIII è nominato il famoso negromante Michele Scotto, di cui
-è memoria in tante scritture di quella età[381]; ma non per altro è
-nominato che per burlarsi di quel pover uomo di maestro Simone.
-
-Si potrebbe obbiettare che nelle novelle 5ª e 9ª della giornata X,
-il Boccaccio racconta di prodigi operati per arte magica come di cose
-veramente accadute. Nella prima si narra di un fiorente giardino fatto
-sorgere di pien gennajo da un negromante, storia narrata anche di
-Alberto Magno e di molti altri presunti incantatori; nella seconda,
-ch'è la notissima storia di messer Torello e del Saladino, si racconta
-del buon cavaliere cristiano, come per arte magica, in una notte, fu
-trasportato sur un letto da Alessandria d'Egitto a Pavia. Ma queste
-due novelle, tanto provano che il Boccaccio avesse fede nella magia,
-quanto che l'avesse il Goethe può provare il _Fausto_. Qui abbiamo
-due temi di racconto assai diffusi nel medio evo e che il Boccaccio
-accoglie nel _Decamerone_, non perchè li creda veri, ma perchè li
-conosce assai vaghi, e tali da poterne con l'arte sua far ottimo uso.
-Accoltili, s'egli vuole che ne segua l'effetto, bisogna non tocchi
-alla loro menzogna; e in fatto egli si guarda, contro l'usanza sua che
-per più esempii abbiam potuto vedere in altre novelle qual sia, di dir
-pure una parola che lo mostri incredulo, o volga in beffa la credenza
-altrui. Così facendo egli segue un supremo precetto d'arte, non già
-la sua propria opinione, la quale è sin troppo chiarita da tutte le
-altre testimonianze che siam venuti notando. Il parlare seriamente di
-una cosa non può essere indizio di fede, quando c'entrino le ragioni
-dell'arte e della storia, mentre è prova certa d'incredulità il
-parlarne con ironia o con riso.
-
-Questa considerazione vale anche per ciò che mi rimane a dire delle
-apparizioni e dei fantasmi.
-
-Nella novella 3ª della giornata V si narra di quella bellissima e
-formidabile apparizione veduta da un giovine di Ravenna nella pineta
-di Chiassi, quando s'incontrò in una donna ignuda che fuggiva,
-inseguita da due grandi mastini e da un cavaliere bruno montato sopra
-un cavallo nero. L'apparizione è qui data per reale, e quella donna
-e quel cavaliere per vere anime dannate in atto di esercitare esse
-stesse il castigo loro imposto. Il Boccaccio tolse la storia della
-apparizione da Elinando, o dal Passavanti, ma l'innestò in un racconto
-tutto naturale ed umano, e, per giunta, la fece servire ad un fine
-cui certo non avevan pensato coloro che la narrarono primi. Alle
-mani del Boccaccio l'apparizione diventa una _macchina_ di racconto
-romanzesco. Nella novella 10ª della giornata VII un giovane popolano,
-stato gran tempo amante di una sua comare, muore, e dopo qualche
-giorno, apparisce, secondo certo accordo fatto, ad un suo amico, per
-dargli nuove dell'altro mondo e per dirgli, che cosa? che di là non
-si tiene conto alcuno dei peccati commessi con le comari, e non se
-ne paga nessuna pena. Parodia bella e buona di quelle apparizioni
-d'anime dannate o purganti onde i leggendarii del medio evo son pieni.
-Che razza di fantasima poi sia la fantasima scongiurata da Gianni
-Lotteringhi e dalla moglie sua nella novella 1ª della giornata VII, e
-di che maniera sia lo scongiuro, non ho bisogno di ricordare. Nella già
-citata novella 3ª della giornata III, raccontando Lauretta come l'abate
-fosse creduto esser l'anima di Ferondo che andasse in giro facendo
-penitenza, dice che ciò porse argomento di molte novelle _tra la gente
-grossa della villa_. Il mondo dei fantasmi non era un mondo in cui
-potesse compiacersi una mente come quella del Boccaccio, aperta solo ai
-colori e alle forme del mondo reale, una fantasia come la sua, pittrice
-e scultrice della vita. Il temperamento secondava in lui la coltura, ed
-entrambi congiunti non gli permettevano di smarrirsi nel regno nebuloso
-dei sogni.
-
-Dal sin qui detto parmi risulti in modo assai chiaro che il Boccaccio,
-quanto a superstizione, non solo non s'allenta dietro al medio evo, ma
-anzi se ne trae fuori tanto quanto è possibile ad uomo di quel tempo.
-Io non voglio negare che anche il Petrarca non abbia in questa parte
-meriti grandissimi, perchè in troppi luoghi delle sue opere se ne
-ha solenne testimonianza; ma non parmi ci sia ragione di mettere il
-Boccaccio tanto al disotto di lui, nè credo giusto trar l'uno sulle
-più alte cime del sano ed illuminato pensiero per lasciar l'altro
-giù nella valle della superstizione. E il Petrarca e il Boccaccio
-non sono uomini nuovi se non in parte; entrambi sono ancora legati al
-passato; entrambi si rivolgono e tornano ad esso. Quale dei due n'uscì
-maggiormente? Quale vi retrocesse più addentro? Non è cosa agevole
-dirlo. Il Boccaccio detestò gli studii prima adorati, rinnegò l'opera
-sua maggiore; ma di lui, ad ogni modo, noi non abbiam libri da mettere
-a riscontro del _Secreto_, dei _Rimedii dell'una e dell'altra fortuna_,
-del _Trattato della vita solitaria_, coi quali il Petrarca, non per
-una od altra opinione particolare, ma per il sentimento stesso della
-vita e per gli abiti della mente ripiomba nel medio evo a capo fitto.
-L'ascetismo del Petrarca il Boccaccio non lo conobbe.
-
-
-NOTE
-
-[353] _Boccaccio's Leben und Werke_, Lipsia, 1880, p. 371.
-
-[354] _Lezioni di letteratura italiana_, 9ª ed., 1883, v. I, p. 167.
-
-[355] «Dante chiude un mondo: il Boccaccio ne apre un altro.» _Storia
-della letteratura italiana_, 3ª ed., 1879, v. I, p. 302.
-
-[356] _Giovanni Boccaccio, sein Leben und seine Werke_, Stoccarda,
-1877, p. 303.
-
-[357] _Accenni alle scienze naturali nelle opere di Giovanni
-Boccaccio_, Trieste, 1877, pp. 60-1; _Studi sulle opere latine del
-Boccaccio_, Trieste, 1879, p. 254.
-
-[358] _De genealogia Deorum_, l. I, c. 31; _De casibus virorum
-illustrium_, l. II, c. 7.
-
-[359] _Comento sopra la Commedia di Dante_, ed. Milanesi, Firenze,
-1863, v. II, p. 19.
-
-[360] _De gen._, l. I, c. 10; l. III, c. 22; l. IX, c. 4; _Com_. v. I,
-p. 480 sgg.
-
-[361] _Com_. v. II, p. 56.
-
-[362] _Com_. v. II, p. 166.
-
-[363] _Com_. v. I, p. 216, 121.
-
-[364] _Com_. v. I, p. 278.
-
-[365] _De gen._, l. II, c. 52.
-
-[366] _Com_. v. II, p. 185.
-
-[367] _De cas._, l. VIII, c. 19.
-
-[368] V. specialmente _Com_. v. II, p. 69.
-
-[369] _Purgat._, c. XVI; _Parad._, c. XXII.
-
-[370] C. GEIGER, _Petrarka_, Lipsia, 1874, pp. 87-91; VOIGT, _Die
-Wiederbelebung des classischen Alterthums_, 2ª ed., Berlino, 1880-81,
-v. I, pp. 73-4.
-
-[371] Vedi BURCKHARDT, _Die Cultur der Renaissance in Italien_,
-3ª ed., Lipsia, 1877-78, v. II, p. 279 sgg., e uno scritto di F.
-GABOTTO, _L'astrologia nel Quattrocento_, nella _Rivista di filosofia
-scientifica_, anno VIII (1889).
-
-[372] _Le lettere edite ed inedite di Giovanni Boccacci tradotte e
-commentate da_ F. CORAZZINI, Firenze, 1877, p. 281.
-
-[373] _Op. cit._, v. I, p. 287.
-
-[374] Se ne può vedere un saggio nella Cronica di Matteo Villani, l.
-I, c. III, in fine. In molti luoghi fu data colpa del contagio agli
-Ebrei, che pagarono a caro prezzo, secondo il solito, l'ignoranza
-e il fanatismo dei loro persecutori. Cf. HECKER, _Die grossen
-Volkskrankheiten des Mittelalters_, Berlino, 1865, p. 57 sgg.
-
-[375] Vol. II, p. 19.
-
-[376] _Historia Neminis, mitgetheilt von W. Wattenbach, Anzeiger für
-Kunde der deutschen Vorzeit_, 1866, col. 381 sgg.
-
-[377] La novella di Ser Ciappelletto è storica probabilmente; narra
-cioè un fatto realmente avvenuto, o che si credette avvenuto. Fonti
-non se ne conoscono: per qualche riscontro vedi LANDAU, _Die Quellen
-des Dekameron_, 2ª ediz., Stoccarda, 1884, p. 250. L'esistenza del buon
-notajo fu provata da CESARE PAOLI, _Documenti di Ser Ciappelletto, in
-Giornale storico della letteratura italiana_, vol. V (1885), pp. 329
-sgg. Cf. MANNI, _Istoria del Decamerone_, Firenze, 1742, p. 147.
-
-[378] Più di un santo ebbe a moltiplicarsi, in tutto o in parte, per
-far contenti coloro che pretendevano essere in possesso dei preziosi
-avanzi. San Giorgio e San Pancrazio ebbero trenta corpi ciascuno; Santa
-Giuliana giunse ad averne venti, con ventisei teste. San Gerolamo ebbe
-due soli corpi, con quattro teste, ma raccolse in compenso sessantatrè
-dita, ecc., ecc., ecc. Un gesuita savojardo, per nome Giovanni Ferrand,
-in un suo libraccione sulle reliquie, spiega la cosa dicendo che Dio
-può bene avere moltiplicato que' capi e quei corpi a dimostrazione
-della propria potenza e a maggiore edificazion dei credenti. Vedi
-LALANNE, _Curiosités des traditions, des mœurs et des légendes_,
-Parigi, 1847, pp. 117 sgg.
-
-[379] Di falsi santi, di falsi miracoli e di false reliquie, parla
-a più riprese SALIMBENE nella sua _Chronica_, Parma, 1857, pp.
-38-9, 274-6. Egli ricorda, tra l'altro, un Alberto, che ha non poca
-somiglianza con l'Arrigo del Boccaccio. Stefano di Borbone parla di un
-ladro venerato per santo, e di un santo il quale fu, in origine, un
-cane (_Anedoctes historiques, légendes et apologues tirés du recueil
-inédit d'_ETIENNE DE BOURBON _dominicain du XIIIe siècle, publiés par_
-A. Lecoy de la Marche, Parigi, 1877, pp. 328, 325). Intorno a certe
-particolarità della credenza religiosa e del culto vedi alcune belle
-considerazioni di M. GUYAU, _L'irréligion de l'avenir_, Parigi, 1887,
-pp. 90 sgg.
-
-[380] _Dialogus miraculorum_, ediz. Strange, 1851, dist. X, c. 67.
-
-[381] Vedi in questo volume lo scritto intitolato _La leggenda di un
-filosofo._
-
-
-
-
-SAN GIULIANO NEL «DECAMERONE»
-
-E ALTROVE
-
-
-Tutti conoscono la storia poco edificante narrata nella novella 2ª
-della seconda giornata del _Decamerone: Rinaldo d'Asti rubato, capita
-a Castel Guglielmo, et è albergato da una donna vedova, e, de' suoi
-danni ristorato, sano e salvo si torna a casa sua_. Di che maniera
-fosse l'albergare della buona vedova l'argomento non dice, ma dice,
-anzi fa vedere, la novella, dove, per giunta, la buona ventura toccata
-al mercante astigiano è messa in istretta relazione col così detto
-_Paternostro_ di San Giuliano l'Ospitaliere, e con la devozione
-grandissima che si ebbe, durante tutto il medio evo, a questo santo
-famoso.
-
-Quell'uomo dabbene che fu monsignor Giovanni Bottari, parlando, in
-una delle sue _Lezioni sopra il Decamerone_[382], di questa saporita
-novella, fitto sempre in quel suo caritatevole pensiero di voler
-purgare l'autore d'ogni sospetto di miscredenza o d'eresia, dice che
-in essa, il Boccaccio, da buon cattolico, e non altrimenti, volle
-biasimare e deridere una tra le tante pratiche superstiziose in uso a'
-suoi tempi, e una di quelle appunto che più contrastano col sentimento
-religioso sincero e legittimo. Ora, che il Boccaccio abbia voluto farsi
-beffe di una sciocca superstizione, come di molt'altre superstizioni
-si fa beffe in altre novelle sue, è cosa in tutto fuor d'ogni dubbio;
-ma che egli abbia fatto ciò con gl'intendimenti che monsignor Bottari
-gli attribuisce, è cosa che non potrebbe provarla nemmanco il Dottor
-Angelico, se tornasse al mondo.
-
-In fatto, se quelli fossero stati gl'intendimenti suoi, il Boccaccio,
-per dar loro effetto, non aveva a far altro che troncar la novella nel
-punto in cui, spogliato d'ogni suo avere dai malandrini, e abbandonato
-da essi nel fitto della notte, in mezzo alla neve, il malcapitato di
-Rinaldo poteva vedere quanto fosse vana la fede da lui riposta in
-San Giuliano, e quanto fallace la speranza di compiere, mercè sua,
-felicemente il viaggio e ottener buono albergo. Il Boccaccio stesso
-ci mostra Rinaldo starsene in quel brutto frangente tutto tristo e
-cruccioso, _spesse volte dolendosi a San Giuliano, dicendo questo non
-essere della fede che aveva in lui. Ma_, soggiunge poi subito, _San
-Giuliano avendo a lui riguardo, senza troppo indugio gli apparecchiò
-buon albergo_.
-
-E fu buono albergo davvero, perchè Rinaldo vi trovò, non solo tavola
-apparecchiata e letto sprimacciato, ma ancora certa donna del marchese
-Azzo di Ferrara, la quale divenne per quella notte la sua, e dalla
-quale ebbe soprammercato, in partirsi, buona quantità di denari. Ora,
-non erano certamente questi gli argomenti più acconci a far persuasi
-della vanità della superstizione gli uomini creduli e grossi, e
-il Boccaccio stesso pare che ce ne voglia avvertire, quando fa che
-Rinaldo, levatosi la mattina, ringrazii della venturosa nottata Dio e
-San Giuliano.
-
-Vorremo noi fare un altro pensiero e credere che messer Giovanni
-abbia, di suo capo, allargata a quel modo, oltre ai termini consueti
-e men disdicevoli, l'azione benefica del santo protettore, tratto
-a ciò da certo suo spirito di empietà, e dal desiderio di farlo
-conoscere altrui? Certo, non mancano nel _Decamerone_ fatti e parole
-d'onde agevolmente si potrebbero trarre argomenti in sostegno di una
-tal congettura; ma qui non si tratta di sapere che cosa il Boccaccio
-avrebbe potuto volere secondando certe tendenze del suo spirito;
-si tratta di sapere che cosa egli fece veramente. Facciamo un'altra
-ipotesi. Se quanto nella nostra novella è men conforme a devozione
-appartenesse insiem col resto, e al par del resto, alla credenza
-superstiziosa messa in azione e derisa? Se il Boccaccio non avesse
-avuto bisogno d'inventar nulla, nè aggiungere nulla; se nulla avesse
-narrato che una fede guasta e travolta non potesse, direi normalmente,
-ripromettersi dal favore di San Giuliano? Se così fosse, la novella,
-non contenendo inframmesse di un carattere personale troppo spiccato
-verrebbe ad avere un valore storico anche maggiore e sarebbe tutta
-satira schietta, senza commistione alcuna di parodia. Ora gli è
-così veramente, e che sia, prova già lo stesso Rinaldo, il quale
-non si stupisce punto di quanto da ultimo gl'interviene, nè dà in
-modo alcuno a conoscere che nel beneficio ricevuto gli paja esserci
-qualche eccesso, o sconvenevolezza; ma ogni cosa egualmente riferisce
-alla grazia del santo, il buon albergo, i denari e la donna. Egli
-nulla riceve che non potesse, in certo qual modo, ragionevolmente e
-legittimamente aspettarsi.
-
-Il Galvani, prendendo appunto argomento da questa novella
-del Boccaccio, compose, intorno a San Giuliano, un'apposita
-dissertazioncella[383]; la quale, per altro, non tocca menomamente la
-questione qui messa innanzi, ed è anche sotto più altri rispetti assai
-manchevole. Perciò spero che la notizia che segue non sia per tornare
-nè discara nè inutile agli studiosi del nostro massimo novellatore.
-
-Volgiamoci dapprima alla letteratura italiana e vediamo se in essa non
-ci occorra qualche testimonianza e qualche prova del fatto che abbiamo
-congetturato: la protezione di San Giuliano essersi estesa anche ai
-facili amori, alle buone venture. Notiamo peraltro, prima di andare
-innanzi, che di una estension così fatta non è punto a meravigliarsi.
-Chi ha qualche pratica dell'agiologia popolare del medio evo, sa che le
-plebi cristiane attribuirono spesso ai santi qualità ed offici, che con
-la santità si accordano veramente assai poco, e non mancarono di cercar
-patroni persino al vizio e alla colpa. I ladri ebbero a protettori
-San Disma e San Nicola; le donne da partito si raccomandarono a Santa
-Maddalena, a Sant'Afra, a Santa Brigida. Se i matti furono protetti
-da San Maturino, non poteva mancare, e non mancò, un protettore agli
-innamorati, e questo fu San Valentino. Ma essendo quello dell'amore
-un gran regno e con molte faccende, da non potervi attendere un solo,
-ne fu data partitamente giurisdizione più o meno onorevole a parecchi
-santi, e di questi San Giuliano fu uno.
-
-San Giuliano è spesso ricordato in libri nostri di ogni tempo[384];
-ma non tutti quei ricordi fanno per noi. Quelli, per esempio, che si
-hanno nel _Pataffio_[385] e in una novella di Franco Sacchetti[386],
-provano che il _Paternostro_ di San Giuliano era assai cognito, e da
-molti, all'occasione, recitato, ma non provano altro. Non così un luogo
-di certa novella del _Pecorone_[387]. Quivi si narra di una bellissima
-donna, vestita da frate, della quale s'innamora, non conoscendola,
-la figliuola di un oste. Un prete, che viaggia con lei, credendola
-frate davvero, avvedutosi di quell'amore, dice alla sua compagna:
-_Per certo voi diceste stamane il Pater nostro di San Giuliano, però
-che noi non potremmo avere migliore albergo, nè la più bella oste,
-nè la più cortese_. Qui, di sbieco se si vuole, c'è un accenno ad
-altro che ad albergo. Ma testimonianze più sicure e più esplicite non
-mancano. Di Livia, supposta innamorata di Parabolano, dice il Rosso,
-nella _Cortegiana_ dell'Aretino, che _ha detto il Pater nostro di San
-Giuliano a guastarsi di lui_[388]. Nella stessa commedia, l'Alvigia
-mezzana, trovandosi a un brutto sbaraglio, si raccomanda al beato
-Angelo Raffaello, a San Tobia, e più particolarmente a San Giuliano,
-dicendo: _messer San Giuliano, scampa l'avvocata del tuo Pater
-nostro_[389]. Ora, avvocata del Pater nostro di San Giuliano, in questo
-caso non può voler dir altro che mezzana. Si potrebbero moltiplicare
-gli esempii, i quali proverebbero pure che il culto di San Giuliano
-era non meno vivo nel Cinquecento che nel Trecento. San Giuliano era
-uno dei santi più popolari e più spesso invocati, e lo prova il Franco
-quando fa dire alla sua loquace lucerna: «Veggo i carrettieri et i
-falconieri diventare in terra da più di San Vito e di San Giuliano nel
-paradiso»[390].
-
-Se non che, essendo gli esempii recati di sopra posteriori al
-Boccaccio, si potrebbe dir che non provano, e si potrebbe riconoscere
-in essi, anzi che un riflesso della credenza popolare, un semplice
-riflesso della novella stessa del _Decamerone_, cognita universalmente
-e passata in certo modo in proverbio[391]. Ma altrettanto non si potrà
-certo dire delle testimonianze che ci offre la letteratura francese.
-
-Se San Giuliano fu popolare in Italia, in Francia fu assai più, e
-v'ebbe più offici, giacchè, non soltanto protettor dei viandanti,
-e procacciatore di buono albergo, ma vi fu anche patrono delle
-corporazioni dei menestrelli e dei poveri, e invocato da coloro che
-languivano in ischiavitù o in prigionia. Vero è che l'officio suo
-principale rimaneva pur sempre quello di provvedere di buono albergo i
-suoi devoti. In Parigi c'era una chiesa a lui consacrata, e un poeta,
-ricordandola insieme con l'altre molte ch'erano nella città, dice:
-
- Saint Juliens
- Qui herberge les Chrestiens[392].
-
-Ora l'albergare di San Giuliano poteva (non dico che dovesse) essere
-della maniera appunto che si vede nella novella del _Decamerone_; e
-_avoir l'ostel Saint Julien_ voleva dire, non solo avere buona stanza,
-ma spesso anche avere la buona nottata, come Rinaldo d'Asti. Il Legrand
-d'Aussy cita da una canzone manoscritta i seguenti versi, con cui
-un poeta, Giacomo d'Ostun, avendo passato la notte con la sua dama,
-celebra la goduta felicità:
-
- Saint Julien qui puet bien tant,
- Ne fist à nul home mortel
- Si doux, si bon, si noble ostel[393].
-
-Nel _fableau_ di _Boivin de Provins_, alcuni che si credono di
-accalappiare Boivin, traendolo in casa di una sgualdrina, gli dicono:
-
- Par saint Pierre le bon apostre,
- L'ostel aurez saint Julien[394].
-
-Eustachio Deschamps intende l'_ostel_ nel senso che l'intende Giacomo
-d'Ostun, quando dice:
-
- On quiert l'ostel Saint Julien[395],
-
-e quando, facendo il proprio ritratto, esce in questa confessione:
-
- Je ne désir fors que Saint Julien
- Et son hostel, dont bon fait trouver l'uis;
- De saint George pas grant compte ne tien,
- De sa guerre n'est mie grant deduis[396].
-
-Questi esempii provano che non fu il Boccaccio ad attribuire a San
-Giuliano il poco onesto officio; ma come mai la devota superstizione
-fu essa condotta ad affidarglielo? Non è troppo difficile il dirlo. Si
-tenga ben presente che San Giuliano, il quale per far penitenza della
-involontaria uccisione del padre e della madre, da lui commessa, fondò
-un ospizio, dove per molti anni accolse liberalmente i pellegrini,
-è come il santo titolare della ospitalità[397]; si ricordi che la
-ospitalità nel medio evo fu intesa assai più largamente di quanto a
-noi possa parere dicevole, e che era in certo qual modo obbligo di
-cortesia, nei baronali manieri, offrire all'ospite, oltre alla stanza e
-alla tavola, anche una compagna di letto per la notte[398], e si avrà
-piena ragione e spiegazione del fatto. Un albergo non si considerò
-interamente buono se non c'era, diciam così, quel complemento, e San
-Giuliano che procacciava il buono albergo, procacciava il complemento
-insiem col resto. S'intende poi come trovatori, troveri, menestrelli,
-uomini che campavano dell'ospitalità e liberalità altrui, si
-raccomandassero a San Giuliano per tutto quanto era stato così posto
-sotto la sua giurisdizione. E certo a tutti i favori che il santo
-poteva largire pensava Pietro Vidal quando diceva:
-
- Domna, ben aic l'alberc saint Julian,
- quan fui ab vos dins vostre ric ostal[399],
-
-e quando il proposito di rimanere in Italia esprimeva in quei versi:
-
- Era m'alberc deus e sans Julias
- e la doussa terra de Canaves,
- qu'en Proensa no tornarai eu ges
- pos sai m'acoilh Lameiras e Milas,
- car s'aver posc cela qu'ai tant enquiza,
- . . . . . . . . . . . . . .[400].
-
-E a tutti quei favori similmente doveva aver la mente il Monaco di
-Montaudon, quando, in una sua canzone[401], introduce lo stesso San
-Giuliano a lamentarsi dinanzi a Dio che la decadenza dei costumi
-cavallereschi, e il picciol animo dei signori abbiano in tutto
-screditato il suo nome e quasi tolto il suo culto. Considerata ogni
-cosa, non si stenta troppo a capire come Guglielmo IX di Poitiers,
-il più scapestrato dei trovatori, potesse render grazie a Dio e a San
-Giuliano della molta perizia ch'egli si vanta di avere nel dolce giuoco
-di amore:
-
- Dieus en laus e sanh Jolia;
- Tant ai apres del juec doussa,
- Que sobre totz n'ai bona ma[402].
-
-Del resto San Giuliano non deve troppo dolersi di quell'officio
-commessogli certo contro sua voglia, giacchè officio in tutto simile si
-trova pure commesso a santi che non avevan poi sulla coscienza ciò che
-egli ci aveva. In un vecchio poemetto tedesco, intitolato _Die Treue
-Magd_[403], si racconta di uno studente che aveva in uso di recitare
-ogni giorno due preghiere, l'una il mattino alla Santissima Trinità,
-perchè non lo facesse capitar male, l'altra la sera a Santa Gertrude
-(quale delle parecchie registrate nei cataloghi?) per ottenere da lei
-buono albergo. Si mette in viaggio alla volta di Parigi, e giunta la
-sera si raccomanda alla santa. Per non fermarci troppo sui particolari,
-ecco che egli capita in casa di una donna bellissima, il cui marito è
-assente, e vi trova quelle stesse accoglienze che Rinaldo d'Asti trova
-in casa dell'amica del marchese Azzo. Sopraggiunge in mal punto il
-marito; ma allora Santa Gertrude, più sollecita de' suoi devoti che lo
-stesso San Giuliano non sia, suggerisce (così almeno il poeta dice di
-credere) alla fantesca della donna un buon provvedimento che salva ogni
-cosa. Lo scolare riconoscente non dimentica di ringraziare la santa, e
-tutti contenti. Notisi che il giovane s'era mosso alla volta di Parigi
-con l'intenzione di attendere non meno agli amori che agli studii.
-
-Così pure non si vede quale ragione potesse indurre il volgo credente
-in Francia a prendersi una confidenza in tutto simile con San Martino,
-se non si ammette che, essendo San Martino un santo molto popolare
-e bonario, il popolo potè credersi licenziato a ricorrere al suo
-patrocinio anche in casi nei quali l'ajuto dei santi non pare troppo a
-proposito. Fatto sta che _ostel saint Martin_ significò quel medesimo
-che _ostel saint Julien_. Il _fableau_ intitolato _Le meunier et
-les II clers_, che corrisponde alla novella 6ª della Giornata IX del
-_Decamerone_, ce ne porge una prova. Il poeta, narrati i casi venturosi
-ch'ebbero i due giovani albergando la notte in casa del mugnajo, dice:
-
- Il orent l'ostel saint Martin[404].
-
-E in un'_alba_ di Guiraut de Borneil non invoca il vigile amico
-la protezione di Dio sopra l'amante troppo felice che non cura il
-sopravvenire del giorno?
-
-Il Manni crede che la storia di Rinaldo d'Asti narrata dal Boccaccio,
-non sia cosa inventata, ma vera[405]. Ciò può ben essere; ma in tal
-caso, inclinerei a credere che al fatto sostanziale vero il Boccaccio
-avesse messo egli quel contorno di comica superstizione, traendolo,
-sia da altre storie a lui note, sia dalla divulgata credenza. Ad ogni
-modo non intendo che si voglia dire L. Cappelletti, quando afferma
-che le fonti della novella del Boccaccio sono il _Panciatantra, le
-gesta Romanorum, c. XVIII, e la Legenda aurea, hist. XXII_[406].
-Certo riscontro con una novella del _Panciatantra_ fu notato, e sta
-bene; ma nei _Gesta Romanorum_ e nella _Legenda aurea_ si narra la
-storia di San Giuliano, e non si trova indizio di quelle particolarità
-del culto a esso San Giuliano prestato che appunto sono di capitale
-importanza nella novella del Boccaccio; e per sapere che San Giuliano
-l'Ospitaliere era protettor dei viandanti, il Boccaccio non aveva
-bisogno di ricorrere a quei racconti, ma bastava che ponesse mente
-al nome di lui, e aprisse le orecchie a' discorsi degli innumerevoli
-credenti.
-
-Per carità, un po' più adagio in questa faccenda delle fonti.
-
-
-NOTE
-
-[382] Firenze, 1818, vol. II, pp. 146 sgg.
-
-[383] È la VI delle sue _Lezioni accademiche_, Modena, 1839-40, vol.
-II. Agli autori rammentati in proposito dal Galvani, e a quelli
-che registra lo CHEVALIER, _Répertoire des sources historiques
-du moyen-âge_, coll. 1316-7, si possono aggiungere i seguenti:
-LECOINTRE-DUPONT, _Mémoires de la Sociétè des Antiquaires de l'Ouest_,
-t. V (1835); DU MÉRIL, _Histoire de la poésie scandinave_, Parigi,
-1839, p. 345, n. 2; FOGLIETTI, _San Giuliano l'Ospitatore, cenni
-storici_, Firenze, 1879. (Vedi anche il _Giornale storico della
-letteratura italiana_, vol. VI (1885), p. 419). Circa la persona di
-San Giuliano mosse ragionevolmente alcuni dubbii lo ZAMBRINI nel
-_Propugnatore_, t. V, P. 1ª pp. 169-70. Fra le Istorie e Leggende
-registrate dallo stesso ZAMBRINI, _Opere volgari_, ecc., 4ª ed. con
-Appendice, Bologna, 1884, coll. 568, 581, 761, non trovo un poemetto di
-32 ottave intitolato: _La devotissima e bella istoria di San Giuliano
-dove s'intende che per inganno del demonio uccise il padre e la madre_,
-Lucca, per Domenico Ciuffetti, 1702. Non lo registra nemmeno il PASSANO
-ne' suoi _Novellieri in verso_ (Bologna, 1868), e non so se si tratti
-di cosa antica o moderna.
-
-[384] PICO LURI DI VASSANO (Ludovico Passarini) nei suoi _Modi di dire
-proverbiali_ ecc., Roma, 1875, pp. 564-5, cita solamente la novella del
-Boccaccio, un luogo dell'_Orlando innamorato_ del Berni (c. XXVIII, st.
-8), il noto _Paternostro_ e la nota _Orazione_. Altre indicazioni si
-possono vedere nei Vocabolarii sotto Paternostro.
-
-[385] Cap. VII.
-
-[386] Nov. 33.
-
-[387] Giorn. III, nov. 1.
-
-[388] Atto III, sc. 8.
-
-[389] Atto V, sc. 16.
-
-[390] _Le pistole volgari_, Venezia, 1542, f. 157 r.
-
-[391] La novella 52 di Giovanni Sercambi è la novella stessa del
-Boccaccio, mutati i nomi e alcune particolarità. Vedi _Novelle inedite_
-di GIOVANNI SERCAMBI t_ratte dal Codice Trivulziano CXCIII per cura di_
-Rodolfo Renier, Torino, 1889, pp. 186-90.
-
-[392] _Les moustiers de Paris_, in Barbazan-Méon, _Fabliaux et contes_,
-Parigi, 1808, vol. II, p. 288.
-
-[393] _Fabliaux ou contes du XIIe et du XIIIe siècle_, Parigi, 1779-81,
-vol. III, p. 108. Questi versi, con altri due che precedono, furono
-riportati anche nel III volume della _Chronique des ducs de Normandie_
-di BENOÎT (Parigi, 1838-44), p. 819.
-
-[394] DE MONTAIGLON ET RAYNAUD, _Recueil général et complet des
-fabliaux des XIIIe et XIVe siècles_, t. V, Parigi, 1883, p. 57.
-
-[395] _Oeuvres complètes_, pubblicazione della _Société des anciens
-textes français_, vol. II, Parigi, 1880, p. 72.
-
-[396] _Ibid._, p. 313. Non so se nelle _chansons de geste_ si trovino
-esempii che possano esser messi accosto a quelli recati di sopra. J.
-ALTONA, _Gebete und Anrufungen in den altfranzösischen Chansons de
-geste_, Marburgo, 1833, p. 9; R. SCHRÖDER, _Glaube und Aberglaube in
-den altfranzösischen Dichtungen_, Erlangen, 1886, pp. 51-2, recano
-parecchi luoghi di poemi, dove è menzione di San Giuliano, ma nessuno
-che contenga allusioni a cose d'amore.
-
-[397] Vedi vol. 1, pp. 286 sgg.
-
-[398] Vedine, per la Francia, le prove in MÉRAY, _La vie au temps des
-trouvères_, Parigi-Lione, 1873, pp. 76-80, e per i paesi germanici in
-WEINHOLD, _Die deutschen Frauen in dem Mittelalter_, vol. II, Vienna,
-1882, pp. 199-200.
-
-[399] Canzone: _Tart mi veiran mei amic en Tolzan_. Vedi PEIRE VIDAL'S
-_Lieder_, ed. Bartsch, Berlino, 1857, p. 69.
-
-[400] Canzone: _Bon'aventura don deus als Pizas_, ed. cit., p. 76.
-
-[401] È la canzone che comincia: _L'autre jorn m'en pogei el cel_. La
-ripubblicarono ultimamente E. PHILIPPSON, _Der Mönch von Montaudon_,
-Halle a. S., 1873, pp. 41-3, e O. KLEIN, _Die Dichtungen des Mönchs
-von Montaudon_, Marburgo, 1885, pp. 39-41. Il Galvani ne diede la
-traduzione nel citato suo scritto.
-
-[402] Canzone: _Ben vuelh, que sapchon li plusor_. W. HOLLAND e A.
-KELLER, _Die Lieder Guillems IX_, 2ª ed., Tubinga, 1850, p. 8.
-
-[403] Pubblicato da F. H. VON DER HAGEN, _Gesammtabenteuer_, Stoccarda
-e Tubinga, 1850, t. II, pp. 315-31.
-
-[404] Di questo _fableau_ ci sono due redazioni diverse, e il verso
-citato si legge solamente in una. Vedi DE MONTAIGLON et RAYNAUD,
-_Recueil_ ecc., t. V, pp. 94, 325.
-
-[405] _Istoria del Decamerone_, Firenze, 1742, pp. 197-9.
-
-[406] _Osservazioni storiche e letterarie e notizie sulle fonti del
-Decamerone_, in _Propugnatore_, anno XVI, p. 50.
-
-
-
-
-IL RIFIUTO DI CELESTINO V
-
-
-Tra le molte novelle che, com'è noto, Ser Giovanni Fiorentino trasse,
-quasi copiando a parola, dalle Cronache di Giovanni Villani[407],
-è pure la 26ª, nella quale si narra come Celestino V rinunziasse il
-papato. Anche qui il novelliere altro quasi non fa se non trascrivere
-lo storico, salvo che, venuto quasi al fine della narrazione,
-v'interpola di suo la notizia seguente[408]: «Vero è che molti dicono,
-che il detto Cardinale (_Benedetto Gaetani, che poi fu papa col nome di
-Bonifazio VIII_) gli venne una notte segretamente con una tromba a capo
-al letto e chiamollo tre volte, ove Papa Celestino gli rispose e disse:
-chi sei tu? Rispose quel dalla tromba: io sono l'Angel da Iddio mandato
-a te come suo divoto servo; e da parte sua ti dico, che tu abbia più
-cara l'anima tua che le pompe di questo mondo, e subito si partì».
-Udita questa ammonizione, e credendo gli venisse veramente da Dio,
-Celestino, che già assai di mal animo sosteneva il gravissimo officio,
-depose il manto e la tiara. Ser Giovanni, che cominciò a scrivere il
-_Pecorone_ l'anno 1378, non inventò questa storiella; essa era già nata
-da un pezzo, e, come le parole stesse di lui ci provano (molti dicono),
-era allora largamente diffusa. Poniamoci sulle sue tracce e vediamo fin
-dove ci possano condurre.
-
-La storiella testè riferita si ha generalmente in conto di
-leggenda[409], e a confermarla tale fu osservato che i contemporanei
-e i testimoni di veduta non ne fanno cenno[410]. Che ne tacessero i
-fautori e gli amici di Bonifazio s'intende; ma fatto è che nemmeno i
-suoi nemici ne parlano. Nel famoso libello[411], che da Longhezza i
-due cardinali Giacomo e Pietro Colonna scagliarono (10 maggio 1297)
-contro quel pontefice, si dice bensì che nella rinunzia di Celestino
-(13 decembre 1294) entrarono _multae fraudes et doli, conditiones, et
-intendimenta et machinamenta_; ma si rimane così sulle generali, senza
-specificar nulla. Jacopone da Todi, che diceva a Bonifazio:
-
- Come la salamandra
- Sempre vive nel fuoco,
- Così par che lo scandalo
- Te sia sollazzo et joco[412],
-
-non avrebbe taciuta la frode se gli fosse stata nota. I fautori di
-Filippo il Bello, che tante accuse terribili lanciarono contro il
-nemico pontefice, e fra l'altre quella d'intendersela col diavolo,
-non avrebbero mancato d'imputargli anche questo gravissimo sacrilegio
-della usurpata qualità di messo celeste, se qualche fama ne fosse loro
-venuta all'orecchio. E Dante n'ebbe egli un qualche sentore? Crediamo
-di no; o, se l'ebbe, non se ne diè per inteso. Tutti sanno quanto siasi
-disputato intorno all'essere di colui che nel III canto dell'Inferno
-Dante accusa di viltà per aver fatto _il gran rifiuto_. Non entreremo
-in queste disputazioni, chè la soluzione del dubbio non importa ora al
-nostro bisogno. Supposto che Dante intendesse parlare di Celestino, gli
-è chiaro che la leggenda non entrava per nulla in quel suo giudizio,
-perchè, se egli avesse potuto credere alla gherminella di Benedetto,
-questa gli avrebbe dato argomento a giudicar Celestino uomo credulo
-e semplice, vile non già. Ma che il poeta ignorava la leggenda, o,
-conoscendola, non le dava credenza, si desume da altri due luoghi di
-quella medesima Cantica. Nel c. XIX, vv. 55-7, Niccolò III, credendo di
-parlare a Bonifazio, dice:
-
- Se' tu sì tosto di quell'aver sazio
- Per lo qual non temesti tôrre a inganno
- La bella donna, e poi di farne strazio?
-
-La bella donna, non ostante qualche interpretazione diversa[413],
-è senza dubbio la Chiesa, e quel _tôrre a inganno_ può riferirsi,
-tanto alle male arti usate per indurre Celestino a rinunziare, quanto
-a quelle usate poi per succedergli. Ma che in quelle parole non si
-contenga nessuna allusione alla frode della leggenda, provano i vv.
-104-5 del c. XXVII, dove lo stesso Bonifazio dice:
-
- Però son due le chiavi
- Che il mio antecessor non ebbe care.
-
-Dante credeva dunque che Celestino avesse rinunziato alla dignità
-papale per insufficienza d'animo, per non sentirsi atto all'officio, e
-non, oltre che per queste ragioni, anche per obbedienza a un presunto
-comandamento divino.
-
-Ma il non farsi dai citati sin qui ricordo alcuno della leggenda
-non prova che la leggenda non fosse già nata; ed anzi noi abbiamo i
-documenti in mano che ce la mostrano nata quasi ad un tempo coi fatti
-che le diedero origine. Il Tosti cita, come il più antico autore che la
-riferisca, il cronista Ferreto Vicentino, che scrisse circa trentadue
-anni dopo la rinunzia di Celestino; ma essa si trova già narrata
-in una cronica fiorentina, detta di Brunetto Latini, e pubblicata
-anni sono dall'Hartwig[414]. L'autore di essa, ignoto del resto, era
-già adulto nel 1292[415], e non condusse la sua narrazione oltre il
-1303. Egli racconta la leggenda nei termini seguenti[416]: «Questi
-(_Celestino_) essendo homo religioso e di santa vita elli fue ingannato
-sottilmente da papa Bonifazio per questa maniera, ch'ello[417] detto
-papa per suo trattato e per molta moneta, che spese al patrizio nuch
-(_sic_) vedevasi la notte nella camera del papa ed aveva una tromba
-lunga e parlava nella tromba sopra il letto dello papa e dicea: Io
-sono l'angelo, chetti sono mandato a parlare e comandoti dalla parte
-di Dio glorioso, che tu immantanente debbi rinunziare al papatico e
-ritorna ad essere romito. E così fece tre notti continue, tanto chelli
-crette alla boce dinganto (_sic_)[418], e rinunciò al papatico del
-mese di dicembre, e con animo deliberato colli suoi frati cardinali
-dispose se medesimo ed elesse papa un cardinale d'Anangna, chaveva nome
-Messer Benedetto Gatani, e suo nome papale Bonifazio ottavo». Qui la
-leggenda è bella e formata, e non si dà come leggenda, ma come storia
-certa: solo è da notare che l'autore attribuisce bensì a Bonifazio
-l'idea della frode, ma non la materiale esecuzione di essa, mentre i
-più di coloro che la narreranno poi ne faranno Bonifazio inventore ed
-esecutore ad un tempo.
-
-Abbiam parlato sin qui di leggenda; ma non è poi assolutamente provato
-che leggenda sia e non istoria. Un uomo di pochi scrupoli, come
-Bonifazio VIII, poteva bene, trovandosi a fronte un uomo semplice e
-dappoco, quale era appunto Celestino, ricorrere, per conseguire il suo
-intento, a una gherminella indecorosa sì, ma certo non inefficace. Se
-non che ciò poco importa al caso nostro. Ammesso che sia leggenda,
-s'intende come la nota scaltrezza di Bonifazio e la non men nota
-semplicità di Celestino dovessero farla nascere, e dovessero farla
-nascere in tempo assai prossimo agli avvenimenti che le davano
-appiglio, quando di questi avvenimenti appunto si cercava di dar
-ragione, e quando le passioni suscitate da essi erano calde ancora.
-Forse il Marino accenna alla vera origine della leggenda in un luogo
-della sua vita di Celestino V[419], notando come, dopo la rinunzia, si
-spargesse per Roma la fama, e Pietro Grasso, notajo regio, attestasse,
-avere Cristo parlato a Celestino, dicendo: _Quid prodest homini si
-universum mundum lucretur, animae vero suae detrimentum patiatur?_ Non
-ci voleva un grande sforzo di fantasia per porre al luogo di Cristo il
-cardinale Benedetto. Che poi la leggenda, per alcun tempo, dopo esser
-nata, potesse rimanersi chiusa entro una cerchia piuttosto stretta,
-in guisa da non venire a cognizione di chi avrebbe potuto giovarsene
-contro il pontefice, non farà meraviglia a nessuno.
-
-La leggenda, di cui un cronista ci offre la testimonianza più antica,
-riappare poi in altri cronisti del secolo XIV; e s'intende come con
-l'andar del tempo, allargandosi anche fuori d'Italia, si venisse in
-varii modi alterando. Il già citato Ferreto non dà la cosa per sicura,
-come fa il cronista fiorentino, ma dice: _ferunt_, e operatore del dolo
-fa lo stesso Bonifazio[420]. Giovanni Vittoriense non dubita, pare,
-della frode, ma lascia dubbio se si dovesse o no a Bonifazio[421].
-Alberto Argentinense riferisce la cosa, senza affermar nulla[422].
-Ma nella seconda metà del XVI secolo Gilberto Genebrardo l'afferma
-risolutamente[423].
-
-Se non che le notizie più curiose della leggenda ci sono offerte, non
-dai cronisti, ma dai commentatori di Dante, alcuno dei quali è forse
-anteriore a Ferreto. Cominciamo da uno dei più antichi, dall'anonimo
-autore delle Chiose alla prima Cantica pubblicate dal Selmi. In quella
-parte di esse che si riferisce al noto luogo del c. III noi troviamo,
-non senza meraviglia, la leggenda in una forma assai svolta, e con
-isfoggio di particolari fantastici che non si riscontrano altrove;
-il che accennerebbe già di per sè ad una lunga elaborazione. Il
-racconto merita d'essere qui riportato per intero[424]. «Questi che
-per viltà fece il gran rifiuto fu papa Cilestrino, il quale essendo
-Romito Murato, perciò che di poco bene era sazio, e avea le genti
-d'intorno crediano che fosse santo uomo, e' cardinali credendolo che
-fosse sufficiente persona, sì lo chiamaro papa, e fu confermato papa.
-Bonifazio che si fu accorto della miseria e della cattività sua, fece
-fare ali e volto e mani e una scritta con cose che lucono di notte e
-non di dì; e poi, a sua posta, celato di notte tempo i lumi, spenti
-in prima tutti i lumi, entrò ne la camera sua, lui dormendo, e chiamò
-con uno organo: Cilestrino, Cilestrino, tre volte. Questi si svegliò
-dicendo: Domine, chi mi chiama?... E' rispose: messo di Dio. Cilestrino
-il mirò, e vide solo le mani e l'ali e 'l volto lucenti. Maravigliossi
-molto, e disse: che comandi? E que' rispose: a Dio spiace molto la
-tua vita, e hai lasciata la via del paradiso e vuoli ire a l'inferno.
-Leggi questa carta del comandamento. E la scritta dicea: i' ti comando,
-che domattina, fatto il dì, tu prenda il manto e 'l pasturale, e 'l
-primo cardinale che tu truovi fa sedere in su la sedia di San Pietro, e
-vestilo d'ogni cosa come l'hai tu, e poi rifiuta, e partiti in maniera
-che non sii veduto esser partito. Letta la scrittura che d'oro paria,
-credette per certo che Agnolo di Dio fosse. Disse che si farebbe. Papa
-Bonifazio ravolse le cose e sparì, e la mattina si levò sì tosto che
-fu dì. Prima Cilestrino lo vide, aempiè il comandamento, e poselo in
-sulla sedia, e Cardinali furono d'intorno, e da' più fu confermato a
-cui parve ragione, e tali per amore, e tali per promesse, e altri per
-paura, sì che papa rimase».
-
-Nel commento di anonimo pubblicato da Lord Vernon e nelle chiose
-attribuite a Jacopo Alighieri la leggenda non è ricordata; ma
-questa poi riappare, tuttochè in forma più semplice e compendiosa,
-in parecchi dei commentatori posteriori. Secondo Jacopo della Lana
-furono i cardinali, e non il solo Benedetto, a ordir l'inganno[425].
-L'Ottimo paria di _certi artificj_, ma non dice quali fossero:
-Pietro Alighieri non fa cenno nemmeno di artifizii. Giovanni Boccacci
-riferisce una versione secondo la quale a far l'inganno Bonifazio si
-sarebbe accordato con alcuni suoi servitori[426]. Il falso Boccaccio
-(_Chiose sopra Dante_, pubblicate da Lord Vernon) parla di ragioni
-e di argomenti usati da Bonifazio, non d'altro; e Benvenuto da Imola
-crede che il reo del gran rifiuto sia Esaù, non Celestino. Francesco
-da Buti dice che Bonifazio usò e della persuasione e della frode[427].
-L'Anonimo Fiorentino, pubblicato dal Fanfani, attinge per la narrazione
-dal Villani; poi, al c. XIX, narra l'inganno, introducendo un fanciullo
-a far la parte dell'angelo; ma pare stimi il tutto una favola[428].
-Guiniforto delli Bargigi tace della leggenda, e ne tacciono ancora
-il Landino, il Vellutello, il Daniello. E tra coloro che ne tacciono
-sia qui ancora ricordato il Petrarca che, come altri, solo ad umiltà
-attribuisce la rinunzia di Celestino[429].
-
-La varietà delle versioni che abbiam vedute sin qui, e il richiamarsi,
-che i narratori spesso fanno, alla voce pubblica, provano, ci sembra,
-la diffusione della leggenda. Non ci recherà dunque meraviglia il
-ritrovar questa in un racconto islandese contenuto in un codice del
-sec. XV, e fatto, non ha molto, di pubblica ragione[430]. S'intende
-come la leggenda non abbia potuto compiere un così lungo viaggio senza
-molto alterarsi; ma ecco la sostanza del non breve racconto. Celestino
-aveva accettato assai malvolentieri la dignità papale; Bonifazio, per
-contro, uomo di facili costumi, e padre di dodici figliuoli, ad essa
-aspirava. Nella camera del papa erano due letti, uno per lui, l'altro
-per la sua sposa la Chiesa. Bonifazio scrisse con lettere d'oro una
-epistola, e dicendo di averla trovata nel letto della Chiesa, la
-consegnò a Celestino. Questi, apertala, vi trovò una comunicazione
-della Chiesa celeste alla terrena, nella qual comunicazione si diceva
-che, non piacendogli l'ufficio, il papa poteva liberamente rinunziarlo;
-e il papa rinunziò, e Bonifazio ne prese il luogo. Bisogna confessare
-che, migrando tanto lontano dal suo luogo di origine, la leggenda
-si fece molto più sciocca, e il povero Celestino tramutò a dirittura
-di semplice in istolido. Ciò che si dice della epistola scritta con
-lettere d'oro ricorda la epistola luminosa di cui parla l'autore delle
-Chiose anonime.
-
-In questo campo ci sarà senza dubbio da spigolare dell'altro, e altri
-il faccia, se lo stima opportuno. Prima di lasciar l'argomento una
-sola cosa vorremmo avvertire ancora, e cioè, che la leggenda di cui
-abbiam parlato, specie nella forma che assume nelle Chiose pubblicate
-dal Selmi, entra nel copioso gruppo di quei racconti, diffusi così in
-Oriente come in Occidente, nei quali un mortale prende l'aspetto e gli
-attributi di alcun essere soprannaturale, per così ingannare altrui e
-ottenere i suoi fini[431].
-
-
-NOTE
-
-[407] Vedile notate dal LANDAU, _Beiträge zur Geschichte der
-italienischen Novelle_, Vienna, 1875, pp. 29-30. Cfr. GORRA, _Studi di
-storia letteraria_, Bologna, 1892, Il Pecorone.
-
-[408] Ed. dei _Classici italiani_, vol. I, p. 255.
-
-[409] Il DOELLINGER non ne parla nel suo libro _Die Papst-Fabeln des
-Mittelalters_, Monaco, 1863; seconda edizione, accresciuta di note da
-J. Friedrich, Stoccarda, 1890.
-
-[410] TOSTI, _Storia di Bonifazio VIII e de' suoi tempi_, vol. I, pp.
-231 sgg.: GREGOROVIUS, _Geschichte der Stadt Rom im Mittelalter_, vol.
-V, p. 515. Non e esatto il Drumann quando, non conoscendo la fonte
-di cui si dirà più oltre, afferma la storiella essere già narrata da
-contemporanei, _Geschichte des Bonifacius des Achten_, Königsberg,
-1852, parte I, p. 11.
-
-[411] Lo ripubblicò il TOSTI, _Op. cit._, vol. I, Documento (P), pp.
-275-8.
-
-[412] Nella famosa invettiva che comincia:
-
- O papa Bonifatio,
- Molto hai jocato al mondo.
-
-[413] Vedi SELMI, _Chiose anonime alla prima Cantica della Divina
-Commedia_, Torino, 1865, p. 107.
-
-[414] _Quellen und Forschungen zur ältesten Geschichte der Stadt
-Florenz_, parte II, Halle, 1880, pp. 221 sgg.
-
-[415] _Ibid._, p. 217.
-
-[416] _Ibid._, p. 235.
-
-[417] Così l'Hartwig: l._ che llo_.
-
-[418] _D'incanto?_
-
-[419] _Acta Sanctorum_, t. IV di maggio (1685), p. 523.
-
-[420] _Historia_, l. II, ap. Muratori, _Scriptores_, t. IX, coi. 966:
-«Ferunt etiam et hunc virum dolosum (_sc. Bonifacium_) quatenus ad hoc
-illum (_sc. Coelestinum_) flagrantius incitaret, dum somno excitatus
-noctu Deum contenplaretur, per foramen, quod arte fabricaverat, voce
-tenui saepe dixisse etc.». FRANCESCO PIPINO, contemporaneo di Ferreto,
-non parla (_Chronicon_, ap. Muratori, t. cit., col. 735) se non di
-persuasioni fraudolente usate da alcuni cardinali e in ispecie da
-Benedetto.
-
-[421] Ap. BÖHMER, _Fontes rerum germanicarum_, t. I, p. 334:
-«Celestinus... resignavit per hunc modum: dum enim quiesceret, vox ad
-eum facta est per tubam, quasi esset angelus domini, per tres vices, ut
-quantocitius propter mundiales occupationes contemplationi insisteret,
-curam deponeret. Quo facto Bonifacius octavus succedit eodem anno in
-vigilia nativitatis domini electus, qui hanc fraudolentiam _dicitur_
-procurasse».
-
-[422] _Chronicon_, ap. URSTISIUS, _Germaniae historicorum p.
-altera_, p. 111: «Hic est Bonifacius, de quo dicitur, quod Caelestino
-praedecessori suo, viro utique sancto, de quo Curia doluit se in lucris
-non proficere, per longam cannam loquebatur ad lectum _Caelestine cede,
-Caelestine cede_».
-
-[423] _Chronographia_, Parigi, 1585, l. IV, p. 659: «Per cannam
-deceptus est (_sc. Coelestinus_) voce tanquam coelitus missa
-insonantem, ut deseret Pontificatum et Bonifacium institueret».
-
-[424] _Chiose anonime_, ecc., pp. 18-9. Il Selmi le stimò scritte
-mentre il poeta era ancora in vita; ma vedi, a questo proposito,
-ROCCA,_ Di alcuni commenti della_ Divina Commedia _composti nei primi
-vent'anni dopo la morte di Dante_, Firenze, 1891, pp. 108 sgg.
-
-[425] «E ingegnonno certi cannoni, li quali rispondeano nella sua
-camera, e per quelli li parlavano di notte, dicendo com'elli erano
-angeli da Dio messi; e che nel conspetto di Dio era ch'elli non era
-sufficiente a tanto offizio, e però ch'elli dovesse rifiutare». Jacopo
-riferisce il dantesco _tôrre a inganno_ notato di sopra, così alla
-simonia come alla frode usata a Celestino.
-
-[426] «..... alcuni voglion dire che esso usò con alcuni suoi segreti
-servidori, che la notte voci s'udivano nella camera del predetto papa»
-ecc.
-
-[427] «Et oltre a questo ordinò un buco, che veniva sopra lo letto del
-papa, avendosi fatto dare una camera a lato a quella del papa, abitando
-di dì e di notte con lui, perchè il papa sopradetto si fidava molto di
-lui, et a certe ore della notte metteva uno cannone per questo buco e
-diceva al papa ch'elli era l'agnolo mandato da Dio, e comandavali» ecc.
-
-[428] «Dice ancora alcuno che messer Benedetto Gaetani, essendo papa
-Cilestrino ancora nella sedia apostolica, per farlo rinunziare,
-veggendo ch'egli n'avea voglia, misse alcuno fanciullo di notte
-segretamente nella camera sua, dicendogli la notte ch'egli rinunziasse
-al papato, et simili inganni facendogli; ma come che le favole si
-dicano, la verità fu che per consiglio di Papa Bonifazio et per sua
-arte et inganno et sagacità papa Cilestrino rinunziò il papato».
-
-[429] _De vita solitaria_, II, 18.
-
-[430] _Islendzk Aeventyri. Isländische Legenden Novellen und Märchen
-herausgegeben von_ HUGO GERING, Halle a. S., 1882-4, vol. I, pp. 77-80;
-vol. II, pp. 65-6.
-
-[431] Vedi intorno a questi racconti BENFEY, _Pantschatantra_, vol.
-I, § 56, pp. 159-63; G. PARIS, _Le récit_ Roma _dans les_ Sept Sages,
-_Romania_, vol. IV, pp. 125 sgg. A questo gruppo appartengono, un
-racconto di CESARIO DI HEISTERBACH (_Dialog. mirac._, dist. II, cap.
-24), la novella 2ª, giorn. IV del _Decamerone_, la 69ª del MORLINI, la
-2ª di MASUCCIO SALERNITANO e altre.
-
-
-
-
-LA LEGGENDA DI UN FILOSOFO
-
-(Michele Scotto)
-
-
-Nella quarta bolgia dell'ottavo cerchio infernale, Virgilio, redento
-ormai dalla dubbia fama di mago che per secoli ne aveva infoscato e
-snaturato il carattere, addita e nomina a Dante gl'indovini ed i maghi
-che quivi son puniti di lor tracotanza. Accennatine alcuni antichi,
-Anfiarao, Tiresia, Aronta, Manto, Euripilo, e detto alcun che dei loro
-fatti, il maestro volge l'attenzione del discepolo sopra un moderno:
-
- Quell'altro che ne' fianchi è così poco,
- Michele Scotto fu, che veramente
- Delle magiche frode seppe il gioco[432];
-
-poi nomina ancora Guido Bonatti e Asdente, e, senza più far nomi,
-accenna al popol minuto delle fattucchiere, alle
-
- triste che lasciaron l'ago,
- La spola e il fuso e fecersi indovine;
- Fecer malie con erbe e con imago.
-
-Se Dante tornasse al mondo, e riscrivesse la _Commedia_, si può tener
-per sicuro che Michele Scotto non sarebbe più posto da lui in quella
-bolgia, tra quei dannati, quando pure il poeta rinascesse così buon
-cattolico quale già fu, e così inclinato a certe credenze come un
-cattolico non può quasi non essere; ma, dato il tempo in cui il poeta
-visse e fu composto il poema; data la celebrità grande di cui Michele
-Scotto ebbe a godere in quel tempo, e le ragioni e l'indole di tal
-celebrità, era assai difficile, per non dire impossibile, che il poeta
-non ponesse il filosofo a quella pena. Dante avrebbe potuto bensì non
-parlarne, come di tanti altri non parla; ma il giudizio ch'egli avrebbe
-_pensato_ sarebbe stato in sostanza quel medesimo ch'espresse parlando.
-E se noi porgiamo orecchio alle voci insistenti della leggenda e della
-tradizione, intenderemo chiaramente il perchè[433].
-
-
-I.
-
-Le notizie storiche pervenuteci intorno a Michele Scotto sono molto
-scarse e molto incerte, e il nome stesso di lui dà luogo a dispareri
-e a dubbiezze. Vuole taluno che Scotto sia forma italiana del cognome
-Scott, frequente in Iscozia; vogliono altri che Scotto sia nome, non
-di famiglia, ma di nazione, e che perciò s'abbia a dire e scrivere
-Michele Scoto, come si dice e scrive Duno Scoto, Clemente Scoto, Ugo
-Scoto, ecc.[434]. Se non che è da notare che nel medio evo il nome
-etnico si scrisse indifferentemente _Scotus_ e _Scottus_, _Scoto_ e
-_Scotto_; ed io, seguendo l'uso degli antichi nostri, scriverò Scotto,
-senza impacciarmi in questioni, che, nel caso nostro, non importan gran
-fatto.
-
-Del resto, i dubbii circa il nome debbono essere stati promossi,
-almeno in parte, da dubbii che si ebbero circa la patria. Secondo
-Jacopo della Lana, Michele sarebbe stato spagnuolo[435]; ma gli altri
-commentatori di Dante lo dissero, per la più parte, scozzese[436]; e
-v'è un anonimo il quale, non solo il conosce per tale, ma sa pure avere
-egli sì fattamente ammaestrati gli Scozzesi nell'arte sua, _che anche
-non fanno passo che arte magica non seguiscano_, e avere per giunta
-insegnato _loro portare calze bianche e gonelle con maniche cuscite
-insieme_[437]. Dei biografi, alcuni lo vollero scozzese, altri inglese,
-e la opinion dei secondi ebbe seguitatori recentissimi, come gli ebbe
-la opinione dei primi[438]. Che Michele Scotto nascesse italiano, e
-più propriamente salernitano, fu, credo, opinione, particolarissima di
-un Pier Luigi Castellomata, riferita e accettata per buona da Nicola
-Toppi[439]; ma non meritevole di nessun riguardo. La opinion più
-plausibile è insomma quella che fa Michele scozzese, confortata anche
-dal fatto che la leggenda di lui serbavasi viva in Iscozia in principio
-di questo secolo, come vedremo tra poco, e viva forse ci si serba
-tuttora.
-
-Per non allungarci troppo stringiamo in poche parole i non molti fatti
-della vita di Michele che si possono dire accertati, o che si possono
-considerare come certi fino a prova contraria. Michele nacque verso
-il 1190, in Belwearie, nella contea di Fife; studiò prima in Oxford,
-poi in Parigi; soggiornò un tempo in Toledo, ov'era nel 1217; si
-recò, dopo il 1240, in Germania, dove fu conosciuto e bene accolto da
-Federico II; fece dimora, certamente non breve, in Italia, nella corte
-di quell'imperatore, e, si può credere, in parecchie altre città[440];
-si ridusse, non si sa quando, in patria; morì verso il 1250[441].
-Stando a tradizioni scozzesi, egli fu sepolto, o in Holme Coltrame, nel
-Cumberland, o nell'Abbazia di Melrose.
-
-Michele Scotto occupa un luogo onorevole nella storia della filosofia
-del medio evo, sebbene Ruggero Bacone abbia scritto di lui ch'e'
-fu ignaro così delle parole come delle cose, e Alberto Magno ch'ei
-non conobbe la natura e non intese a dovere i libri di Aristotele.
-Ch'e' non abbia inteso a dovere i libri di Aristotele gli è un fatto;
-ma quanti furono in quella età coloro che non li frantesero? Un
-merito, ad ogni modo, non si può togliere a Michele, ed è d'avere
-efficacissimamente cooperato a diffondere, o, come lo stesso Ruggero
-Bacone si esprime, a magnificar tra i Latini la filosofia dello
-Stagirita, e d'essere stato uno degli ajutatori di Federico II
-nell'opera della restaurazione del sapere da quel principe con tanto
-ardore promossa[442]. Per Federico II egli tradusse il compendio
-che Avicenna aveva tratto della Istoria degli animali di Aristotele;
-per Federico II compose un _Liber physionomiae_ ch'ebbe grandissima
-celebrità, fu messo a stampa ed ebbe molte edizioni, a cominciare dalla
-prima di data certa, che è del 1477; poi fu tradotto in italiano, e
-così impresso in Venezia nel 1537[443]. Voltò di arabico in latino
-parecchi libri di Aristotele, sebbene non tanti probabilmente quanti,
-ne' manoscritti, se ne veggono col suo nome; un trattato di Alpetrongi
-sopra la Sfera; un trattato e alcuni commenti di Averroe, che da lui
-primamente, secondo avverte il Renan, fu fatto conoscere ai Latini;
-compose trattati di astrologia e di chiromanzia; tradusse, o compose
-di suo, parecchi altri libri, de' quali alcuno, attribuitogli certo
-senza ragione, sta pure a far testimonianza del gran credito in che
-fu tenuto il suo sapere[444]. Certo è calunnia quanto asserisce il
-già citato Ruggero Bacone, che Michele, al pari d'altri parecchi che
-s'arrogarono di tradurre le scritture altrui, non avesse cognizione
-nè delle scienze, nè delle lingue; nemmeno della lingua latina; e
-usurpasse l'opera e il merito di un Ebreo per nome Andrea, pubblicando
-come sue le versioni di costui; sebbene sia vero che del sapere e
-dell'ajuto di questo Andrea egli ebbe a giovarsi. La corte di Federico
-II non era corte dove fosse agevole a un ignorante acquistar credito di
-sapiente, e perchè Federico non era uomo da lasciarsi così facilmente
-ingannare, e perchè i molti dotti ch'egli si raccoglieva d'attorno
-avrebbero presto scoperto l'inganno e smascherato l'ingannatore. Per
-contro noi abbiam prove della riputazion grande onde Michele ebbe
-a godere appresso gli uomini dotti d'allora. Leonardo Fibonacci, il
-celebre matematico, dedicò a Michele la seconda parte del suo Abaco.
-In una epistola in versi che Federico d'Avranches scriveva, l'anno
-1236 all'imperatore, Michele è celebrato quale astrologo, indovino e
-nuovo Apollo, profetante felicissime sorti all'impero[445]. Finalmente
-un papa, Gregorio IX, in una lettera scritta il 28 di aprile del
-1227 all'arcivescovo di Cantorbery, chiama Michele il _nostro caro
-figliuolo_, e di lui loda lo zelo per lo studio, la cognizione del
-latino, dell'ebraico, dell'arabico, il vasto sapere[446].
-
-Fra Salimbene racconta del sapere, specie astrologico, di Michele
-una storiella veramente sbalorditiva. Trovandosi un giorno in certo
-palazzo, Federico II chiese all'astrologo quanta distanza corresse da
-quello al cielo. Michele rispose come la scienza sua gl'insegnava; dopo
-di che l'imperatore, sotto pretesto d'andarne a diporto, lo condusse
-in altra parte del regno, e quivi lo trattenne più mesi, nel qual
-tempo ordinò ai suoi architetti, o ai suoi legnajuoli, di sbassare la
-sala, per modo che nessuno potesse avvedersene; e così fu fatto. Dopo
-molti giorni, tornato nel medesimo palazzo, l'imperatore, volgendo
-accortamente il discorso, ripetè all'astrologo la domanda stessa
-dell'altra volta, e l'astrologo, fatti suoi calcoli, rispose che, o
-il cielo s'era alzato, o la terra s'era abbassata: ed allora conobbe
-l'imperatore ch'egli era astrologo davvero[447].
-
-Avviene della buona e della rea fama degli uomini come delle valanghe:
-queste ingrossano della neve e dei sassi che incontrano giù per
-la china del monte; quelle, giù per la china del tempo, ingrossano
-d'infinite opinioni, d'infiniti errori e d'infinite novelle. Così, in
-bene e in male, si formano le riputazioni eccessive, che la critica
-storica scompone e riduce a' suoi elementi; così, in parte, fuori dalla
-consueta mezzanità umana, si levano gli eroi, i santi, i mostri tipici.
-
-Il sapere di Michele parve grande, fatta qualche eccezione, agli
-uomini del suo tempo: agli uomini de' tempi che seguirono, per lungo
-tratto, esso parve sempre più grande. Di tale fama crescente noi
-troviamo le testimonianze in tutti, o quasi tutti, gli scrittori
-che parlarono di lui; e nei più moderni dura ancora il suono delle
-lodi con cui era stato celebrato il suo nome, dura l'ammirazion d'un
-sapere fatto ormai universale: Michele, oltre la lingua sua propria
-e qualche altro linguaggio volgare, oltre il latino, ebbe familiari
-il greco, l'ebraico, il caldaico, l'arabico; Michele fu matematico
-insigne, teologo egregio, astrologo insuperato, medico meraviglioso,
-conoscitore profondo di tutti i segreti della natura. Pico della
-Mirandola, seguendo gli esempii di Alberto Magno e di Ruggero Bacone,
-lo giudicherà, gli è vero, scrittore di nessun peso, e di molta
-superstizione[448]; ma l'opinion di quelli e sua rimarrà opinion di
-pochissimi.
-
-
-II.
-
-Come mai, di filosofo ch'egli fu, Michele si tramutò in profeta ed in
-mago? Come nacque la leggenda che per secoli frondeggiò intorno al suo
-nome, e che forse conserva ancora, mentr'io ne ragiono, alcun sarmento
-vivo e alcuna foglia verde? Quel tramutamento seguì ne' modi consueti;
-la leggenda nacque come molt'altre così fatte nacquero.
-
-Notiamo anzi tutto che tra le opere conosciute di Michele non ve
-n'ha nessuna che tratti di magia; ma notiam pure che non v'era punto
-bisogno d'un tal documento per dar l'aire alle fantasie, sebbene poi
-la leggenda sel produca da sè. Nel caso presente sono da distinguere
-una ragion generale e due ragioni particolari. La ragion generale è
-questa, che in secoli di comune ignoranza la fama di dotto basta di
-per se stessa a produr la fama di mago; onde noi vediamo dalle fantasie
-degli uomini del medio evo trasformati in maghi i sapienti così degli
-antichi come de' nuovi tempi, e ciò con un procedimento uniforme e
-sommario che mette tutti in un fascio filosofi e poeti e matematici
-e pontefici e santi e persino uomini così poco _necromantici_ come
-fu messer Giovanni Boccacci. Libri di magia furono attribuiti anche a
-San Tommaso d'Aquino: Alberto Magno e Ruggero Bacone, così sprezzanti,
-come s'è veduto, di Michele Scotto, furono ascritti con lui alla stessa
-famiglia di maghi, ispirarono lo stesso rispetto pauroso, ebbero la
-stessa celebrità. Sarebbe in tutto superfluo moltiplicar le prove e gli
-esempii di cosa ormai molte volte discorsa e notissima: già ebbe a dire
-Apulejo, parlando de' tempi suoi, che le plebi sospettavano di magia
-tutti i filosofi.
-
-Questa, dunque, la ragion generale nel caso nostro; le ragioni
-particolari, o, per lo meno, due delle ragioni particolari, le abbiamo
-presumibilmente nella dimora che Michele fece in Toledo negli anni
-della sua giovinezza, e, per qualche parte, nella dimestichezza ch'egli
-ebbe con Federico II.
-
-Durante tutto il medio evo la città di Toledo godette, in materia di
-scienze occulte, grandissima riputazione: ivi fiorivano l'arti magiche;
-ivi fioriva una scuola di magia celebre fra quante ne fossero in terra
-di Saraceni o di cristiani; celebre tanto che la scienza insegnatavi fu
-detta per antonomasia talvolta _scientia toletana_. Virgilio v'aveva
-studiato; persuaso dal diavolo, vi studiò Sant'Egidio prima della sua
-conversione[449]; e così vi studiarono molti altri. Il monaco Elinando
-afferma nella sua Cronica che i chierici andavano «a Parigi a studiare
-le arti liberali, a Bologna i codici, a Salerno i medicamenti, e in
-nessun posto i buoni costumi»[450]. Nei romanzi di cavalleria Toledo e
-la sua scuola sono mentovate assai spesso, e Luigi Pulci, ricordandosi
-di quanto altri assai avevano detto prima di lui, scrisse nel Morgante
-(XXV, 259):
-
- Questa città di Tolleto solea
- Tenere studio di negromanzia;
- Quivi di magic'arte si leggea
- Pubblicamente e di piromanzia;
- E molti geomanti sempre avea,
- E sperimenti assai d'idromanzia,
- E d'altre false opinion di sciocchi,
- Come è fatture o spesso batter gli occhi.
-
-Il troppo famoso Dalrio ricordava ancora quello studio come celebre
-e detestabile. Michele _doveva_ essere stato condotto a Toledo dal
-desiderio di apprendervi l'arte magica.
-
-Federico II diede argomento a due diverse, anzi contrarie tradizioni,
-delle quali, l'una si diffuse più largamente e prevalse in Germania,
-l'altra si diffuse più largamente e prevalse in Italia; la prima
-ghibellina ed a lui favorevole; la seconda guelfa ed a lui sfavorevole.
-Di quella non abbiamo ora a curarci: di questa basterà notare che per
-essa Federico II fu spogliato di ogni virtù, gravato di ogni nequizia,
-dipinto quale uomo diabolico, identificato persino con l'Anticristo.
-Del carattere che così la leggenda gli veniva attribuendo un'ombra
-s'aveva a stendere su tutto ciò che gli stava d'intorno; e ch'egli e
-i familiari suoi avessero intelligenza con Satanasso doveva parere
-presunzione, più che ragionevole, necessaria. Strani uomini si
-vedevano in quella corte; strane cose vi si facevano; di più miracoli
-dell'arti occulte (così dicevasi) vi si dava saggio e spettacolo.
-Quivi Saraceni in gran numero, i quali tutti eran tenuti accoliti e
-serventi del diavolo; quivi messi, che da paesi remoti ed incogniti
-recavano meraviglie non più vedute; quivi giocolieri d'ogni nazione e
-maestria; quivi maghi, operatori d'inauditi prodigi[451]. Federico II
-traeva a sè gli uomini singolari come la calamita il ferro. Nell'anno
-1231, essendo egli alla dieta di Ravenna, ebbe a trovarsi (così narra
-il cronista Tommaso Tusco) con certo Riccardo, venutovi in compagnia
-d'altri cavalieri d'Alemagna, il quale si spacciava per iscudiero di
-Olivieri, del paladino morto da quattro secoli, e asseriva d'essere
-stato altra volta in Ravenna insieme col suo signore, con Carlo Magno e
-con Orlando. Richiesto dall'imperatore di dar qualche prova di quanto
-affermava, fece discoprire certa cappella e certe arche sepolcrali da
-gran tempo interrate, e scovare sul davanzale di una finestra altissima
-certi sproni rugginosi, dimenticativi da un gigantesco cavaliere di
-Carlo[452]. Dei miracoli d'arte che i suoi maestri sapevano oprare
-diede un saggio Federico quando, volendo ricambiare il soldano di
-certi ricchissimi doni che n'avea ricevuti, gli mandò, oltre a cento
-stendardi d'oro, e cento destrieri di Spagna, e cento palafreni da
-sollazzo, «uno albero tutto pieno d'uccegli, e tutti erano d'argento;
-e quando traeva alcuno vento, tutti cantavano e dirizzavansi e
-chinavansi, ed erano a vedere una grande meraviglia: e questo albero si
-commetteva tutto insieme[453].
-
-Chi sa mai quant'altre così fatte novelle dovettero narrarsi di
-Federico II, le quali non son venute sino a noi, ma che tutte dovevano
-riuscire a questo effetto, di sollevare e di stendere intorno a lui e
-alla sua corte come una caligine di meraviglioso, attissima a mutar
-volto e colore alle persone che ci si movevan dentro, e che già per
-altre ragioni eran disposte e inchinevoli al mutamento. Fra Salimbene
-ebbe certo a udirne di molte, che a noi rincresce sieno state passate
-da lui sotto silenzio, dicendo egli in due luoghi della sua Cronica:
-Di Federico io so molt'altre superstizioni e curiosità e maledizioni e
-perversità e inganni, dei quali alcuni consegnai in altra mia cronica,
-e di cui taccio ora per amor di brevità, e perchè mi rincresce riferire
-tante sue fatuità[454]. Sebbene di Michele Scotto non sia mai ricordo
-nei Regesti di Federico, se non in quanto si accenni ad alcuna delle
-sue versioni; e sebbene non sia da credere all'Anonimo Fiorentino che
-lo crea senz'altro maestro dell'imperatore[455]; pur nondimeno non è da
-dubitare ch'ei non fosse uno de' familiari suoi, un frequentatore della
-sua corte, e forse uno dei molti astrologi che l'imperatore si teneva
-d'attorno. Ma, s'avesse egli, o non s'avesse cotale ufficio, da quella
-familiarità e da quella frequentazione doveva venire nuovo argomento e
-nuovo stimolo alla leggenda magica che già, per altre ragioni, era per
-formarsi intorno al suo nome.
-
-
-III.
-
-La leggenda di Michele Scotto, simile in questo a tutte le altre
-leggende, non nacque certo già bella e formata, ma si venne formando
-a poco a poco, in virtù di svolgimenti e di aggregazioni successive.
-In essa si possono distinguere due parti principali: l'una, che narra
-di lui come conoscitor del futuro o indovino; l'altra, che narra di
-lui come mago; ma dire qual delle due preceda in ordine di tempo, o
-se entrambe non sorgano congiuntamente, è cosa impossibile ora. Gli è
-vero che Salimbene ricorda di lui soltanto le predizioni, e nulla dice
-dell'arte magica più propriamente detta; ma ciò non significa punto che
-l'altra parte della leggenda non fosse già nata, se non cresciuta; o
-che Salimbene dovesse ignorarla; mentre vediamo che Pietro Alighieri,
-fatto di questa consapevole, se non da altro, dai versi stessi
-del poema paterno che commentava, dice dell'indovino, o, com'egli
-latinamente lo chiama, grande augure, ma non tocca punto del mago[456].
-
-Dante condanna alla stessa pena, promiscuamente, gli indovini ed i
-maghi; e un altro de' commentatori suoi, quello che chiaman l'Ottimo,
-giunto ai versi ov'è fatta menzione di Michele Scotto, nota: «Qui
-descrive l'autore d'un'altra specie d'indovini, li quali usano arte
-magica»[457]. Ma indovini e maghi non erano propriamente la stessa
-cosa; anzi, tra gli uni e gli altri, più che diversità, c'era, a rigor
-di dottrina, opposizione e contrasto; dappoichè, se l'arte magica non
-si poteva esercitare senza la cooperazion dei demonii, la divinazione
-escludeva ogni loro concorso, essendo opinione universalmente
-professata che i demonii non conoscessero il futuro. Di solito,
-questi indovini andavano debitori di quella molta o poca cognizione
-dell'avvenire ch'e' si vantavan d'avere alla scienza astrologica;
-ma tal cognizione poteva, alle volte, avere altra origine, essere di
-natura divina, confondersi col dono di profezia; e tale essendo, poteva
-(la qual cosa parrà, ed è forse, un po' strana) accompagnarsi con
-l'esercizio dell'arte magica, di un'arte iniqua e dannata. In Virgilio,
-quale se lo venne figurando la fantasia medievale, c'è il profeta di
-Cristo e c'è il mago; Merlino è profeta e mago ad un tempo; e profeta
-e mago in uno dovette sembrare a molti Michele Scotto. Graziolo de'
-Bambagioli, o come altrimenti suoni il suo nome, accenna senza dubbio
-a scienza astrologica, là dove dice: «Jste Michael Scottus fuit valde
-peritus in magicis artibus et scientia auguri, qui temporibus suis
-potissime stetit in curia Federici Jmperatoris»[458]; ma Salimbene
-parla propriamente di profezie, e così pure Fazio degli Uberti, nel cui
-_Dittamondo_ si legge:
-
- In questo tempo che m'odi contare,
- Michele Scotto fu, che per sua arte
- Sapeva Simon mago contraffare.
- E se tu leggerai nelle sue carte,
- Le profezie ch'ei fece troverai
- Vere venire dove sono sparte[459].
-
-Non vorrei arrischiarmi in una congettura temeraria; ma se Dante
-non pose nella quarta bolgia, insieme con gli altri indovini, anche
-Merlino, quel Merlino che assai più di Anfiarao, di Tiresia, di Aronta,
-di Manto, di Euripilo, era allora noto all'universale, la ragione del
-non avervelo posto potrebbe essere questa, che il poeta, con altri
-molti, credeva di origine divina le profezie dell'antico bardo, alle
-quali solo una decisione del concilio di Trento tolse da ultimo il
-credito e la riputazione. Comunque sia, e' si vuole avvertire che noi
-ci troviamo qui in presenza di cose, di concetti, di credenze, i cui
-caratteri, la cui significazione, i cui confini, sono per le condizioni
-stesse del pensiero e della vita del medio evo, incerti ed instabili,
-con trapassi e straripamenti continui, e commutazioni infinite, e
-che in tanta mobilità e promiscuità non può esser luogo a definizioni
-troppo rigorose, a distinzioni fisse e perspicue.
-
-E la unione del profeta col mago in persona di Michele Scotto era
-agevolata dalla qualità di mago buono ch'egli ebbe insieme con altri
-parecchi. Qui ci si para dinanzi un fatto che nell'argomento nostro è
-di capitale importanza e vuol essere inteso a dovere. Antichissima,
-e serbata durante tutto il medio evo, è la distinzione tra la magia
-divina e la diabolica, o, se si vuol dare alla parola magia un più
-ristretto significato, tra la teurgia, che moveva da Dio, e la magia,
-che moveva dal Diavolo[460]. Ma anche questa distinzione non è così
-costante e sicura come potrebbe a primo aspetto sembrare. La teurgia
-apparteneva ai santi; ma la magia non apparteneva di necessità ad
-uomini malvagi e diabolici; giacchè c'erano maghi buoni e maghi
-rei, e alcuna volta è assai difficile distinguere il santo dal
-mago buono. E in vero, non solo operavano entrambi, su per giù, gli
-stessi prodigi, ma gli operavano ancora con lo stesso animo e con gli
-stessi intendimenti. Virgilio, se fosse stato cristiano[461], sarebbe
-diventato un santo; e la leggenda narra che San Paolo pianse sulla sua
-tomba, e che San Cadoco ebbe quasi la prova ch'egli era salvo. Alberto
-Magno, di cui si disse che esercitasse la magia in beneficio della
-fede e con licenza del papa, al quale aveva salva in certa occasione
-la vita, fu canonizzato davvero[462]. Ruggero Bacone fu così buon
-cristiano che una volta punì certo suo servitore perchè non digiunava
-quand'era prescritto; un'altra volta riscattò un gentiluomo che per
-quattrini s'era obbligato al diavolo; e da ultimo, preso da scrupoli,
-bruciò tutti i suoi libri di magia, e si rinserrò in una cella,
-donde più non uscì, e dove finì di vivere in capo di due anni, tutti
-consacrati a pratiche di devozione. Avicenna fu un mago buono tra i
-musulmani. Mago buono è il Malagigi dei romanzi cavallereschi; ottimo
-il Prospero della _Tempesta_ dello Shakespeare. Di questi e di altri
-simili maghi, storici o immaginarii, si può dire ciò che di Cipriano
-dice uno de' famuli suoi nel dramma del Calderon:
-
- Yo solamente resuelvo
- Que, si el es mágico, ha sido
- El mágico de los cielos[463].
-
-Come immaginò i demonii servizievoli e amici dell'uomo, così immaginò
-la fantasia popolare i maghi buoni, stimandoli tali anche quando
-ricorressero ad arti prave ed illecite. La massima che il fine
-giustifica i mezzi è massima, in secreto o in palese, professata
-universalmente; non sempre così malvagia come molti la dicono; e non
-tale a ogni modo che se ne debbano considerare inventori ed osservatori
-i soli gesuiti, a cui, generalmente, suol farsene colpa. Oltre di ciò,
-la opinione che col cielo si possa tergiversare, venire a patti ed
-a transazioni, è ancor essa in fondo alla coscienza comune; e se noi
-la vediamo accolta come norma di temperamento, o, a dirittura, come
-principio regolativo della vita, in più di una religione pratica, ciò
-non vuol dir altro se non che le religioni, _in pratica_, prendono
-sempre forma dalla coscienza comune.
-
-C'è, del resto, un criterio, per cui si può abbastanza sicuramente
-conoscere il mago buono dal mago reo. Il reo stringe col diavolo un
-patto, in forza del quale ei si impegna di dargli l'anima in pagamento
-dell'ajuto che da esso avrà. Il buono non si obbliga con patto alcuno,
-ma riman libero, ed esercita l'arte, bensì con la cooperazione del
-diavolo, ma in virtù di un alto potere ch'egli s'è procacciato. Il
-primo esercita l'arte da mercante, e, in realtà, serve al diavolo,
-cui par che comandi: il secondo esercita l'arte da gran signore, e
-comanda al diavolo, cui può chiedere tutto senza concedere nulla. Così
-è che Salomone poteva forzare i diavoli a ballargli davanti; e dicono
-i maomettani che chi avesse l'anello di Salomone potrebbe comandare ai
-diavoli ogni cosa che gli fosse in piacere. Orbene; chi sapeva leggere
-nei libri magici poteva fare altrettanto[464]. Certo, questi commerci e
-queste pratiche non erano senza pericolo, come non erano senza peccato;
-ma il pericolo non era poi troppo terribile, e il peccato, a giudizio
-almeno di chi non fosse teologo di professione, non era grandissimo.
-Il Talmud permette d'interrogare i demonii, di chiedere loro consiglio
-ed ajuto: i cristiani non potevan certo giovarsi delle permissioni
-del Talmud; ma certe permissioni, quando loro faceva comodo, se le
-prendevan da sè.
-
-Michele Scotto fu dunque un mago buono, il quale comandò ai diavoli per
-iscienza, senza (che si sappia) obbligarsi loro nè in vita nè in morte.
-Non fu, da quanto mostra la sua leggenda, così largo benefattore degli
-uomini come l'unico Virgilio, ma non abusò dell'arte sua, e dovette
-essere servizievole uomo e liberale, se a due suoi discepoli, che
-lasciò in Firenze, impose (come attesta il Boccaccio) fossero sempre
-presti ad ogni piacere di certi gentili uomini che l'avevano onorato,
-e se quelli, obbedienti al precetto, «servivano i predetti gentili
-uomini di certi loro innamoramenti e d'altre cosette liberamente». Di
-sua bontà vedremo qualche altra prova più innanzi. Anche fu dabbene
-cristiano, tuttochè si lasciasse vincere in questa parte da altri,
-e Alberto Magno accusi in certo qual modo di empietà un suo libro
-intitolato _Quaestiones Nicolai Peripatetici_, e parecchi notino
-ch'egli non era troppo devoto. Vedremo, tuttavia, che un atto di
-devozione fu, in parte almeno, cagione della sua morte.
-
-E ora, senza più oltre indugiarci, prendiamo in esame le predizioni
-dell'indovino, o, se meglio piace, del profeta, e i prodigi del mago: e
-cominciam dalle predizioni.
-
-
-IV.
-
-Varia e copiosa fiorì in Italia, nei tre secoli XII, XIII e XIV,
-la letteratura profetica, e due furono le ragioni principali del
-suo fiorire: il ravvivarsi del sentimento religioso; la passione
-politica. Il sentimento religioso naturalmente inclina l'uomo a
-ideare un avvenire conforme a certi dati della fede, o a certi
-postulati della coscienza, e, ideatolo, a palesarlo e bandirlo[465].
-La passione politica lo inclina a cercar nella predizione un concetto
-che lo sorregga e diriga, un'arme di combattimento, un principio di
-giustificazione. Nascono per tal modo due maniere di profezie, l'una
-più propriamente ascetica, l'altra più propriamente politica; sebbene
-tra le due non sia divario di specie a specie, ma solo di varietà a
-varietà; e sebbene delle due se ne faccia assai volte una sola: e nel
-riguardo della politica è in più particolar modo da distinguere la
-profezia che dirò suggestiva, la quale s'adopera a drizzar gli eventi
-piuttosto per una che per altra via; e la profezia retroattiva, la
-quale, descrivendo o narrando ciò che assume di predire, giustifica e
-sancisce, _post eventum_, un dato ordine di fatti.
-
-Da Gioacchino di Fiora, il quale fu
-
- Di spirito profetico dotato,
-
-a Jacopone da Todi, i profeti moltiplicarono in Italia[466]; e quasichè
-i nostrani non bastassero, furono tratti a questa volta e forzati a
-immischiarsi nelle cose nostre anche i forastieri. Di ciò nessun altro
-esempio più calzante per noi, e che più faccia al caso, di quello di
-Merlino, profeta e mago.
-
-Le supposte profezie di Merlino, in grazia della compilazione latina
-che ne fece Goffredo di Monmouth, si diffusero rapidamente e largamente
-per l'Europa, acquistando fra disparatissime genti meravigliosa e
-durevole celebrità. Esse furono accolte nelle istorie, come un lume
-atto a rischiarare le umane vicende e a guidare il giudizio; furono
-commentate e interpretate da uomini di grande dottrina ed autorità,
-qual fu uno Alano de Insulis, che consacrò loro un'opera divisa in
-sette libri. Esse ebbero ad influire più d'una volta sugli avvenimenti,
-e si serbarono in credito, e si seguitarono a stampare e citare,
-finchè non sopraggiunse, come s'è notato, il Concilio di Trento, che
-le dichiarò false e le proibì[467]. In grazia di quella tanta sua
-riputazione, Merlino non fu più soltanto il profeta dei Brettoni, ma
-diventò un profeta universale, a cui si attribuirono a mano a mano
-altri vaticinii, risguardanti, quando le sorti di una particolare
-nazione, quando eventi di carattere più generale. Così fu ch'ei divenne
-profeta anche per l'Italia, dove, già nella prima metà del secolo
-XIII, un Riccardo, che abitava in Messina, compose in francese, a
-richiesta di Federico II (si noti questo particolare), e spacciandola
-per autentica, una nuova raccolta di profezie di Merlino, tutte molto
-favorevoli all'imperatore e altrettanto avverse alla curia romana[468].
-Non so se ad esse si riferiscano in qualche modo certe parole del già
-citato _Fioretto di croniche degli imperadori_, in un luogo dove,
-parlando appunto di Federico II, l'autore, che gli si addimostra
-assai favorevole, nota: «E se Merlino o vero la savia Sibilla dicono
-veritade, in questo Imperadore Federigo finì la dignitade»[469].
-Col titolo di _Versus Merlini_ il Muratori pubblicò in calce al
-_Memoriale potestatum Regiensium_ sessanta versi leonini, assai rozzi,
-nei quali si accenna confusamente ai casi di molte città e province
-d'Italia[470].
-
-Qualche altra prova si potrebbe recare della fama onde, come profeta,
-Merlino ebbe a godere in Italia; ma quelle recate potranno bastare.
-
-Certo, Michele Scotto non ebbe, nè poteva avere, per questa parte,
-fama eguale a quella di Merlino, il cui nome era cognito a quanti (ed
-erano innumerevoli) avessero qualche dimestichezza con le leggende
-vaghissime, _ambages pulcherrimae_, come Dante le chiama, del ciclo
-arturiano, e la cui vita favolosa aveva dato materia a un romanzo
-famoso, il _Merlin_ di Roberto di Borron, notissimo, come gli altri
-del ciclo, in Italia, e tradotto nel volgare nostro l'anno 1375. Nè
-pure ebb'egli la celebrità meravigliosa onde fruì più tardi Michele
-Nostradamus; ma ebbe, ciò nondimeno, come profeta, non picciolo nome.
-Salimbene, che nella sua cronica riferisce parecchie profezie di
-Merlino e d'altri, ne riferisce anche una dello Scotto, in versi,
-contenente _Futura praesagia Lombardiae, Tusciae, Romagnolae et
-aliarum partium_, e nota in proposito: Quanto sieno state vere queste
-predizioni, fu da molti potuto vedere, ed io stesso il vidi e lo
-intesi; e la mente mia contemplò assai cose sapientemente, e fui
-ammaestrato; onde so che, se alcune poche ne togli, furono vere[471].
-Il cronista bolognese Francesco Pipino, il quale fiorì nella prima
-metà del secolo XIV, ricorda che lo Scotto diede fuori certi versi
-(probabilmente quegli stessi che Salimbene riporta) ov'era predetta
-la rovina di parecchie città d'Italia, con altri avvenimenti[472]; e
-Benvenuto da Imola assicura che parecchie profezie del nostro filosofo
-si avverarono[473].
-
-Le profezie qui ricordate furono esse veramente opera di Michele
-Scotto? o non piuttosto furono a lui attribuite per acquistar loro il
-credito e la celebrità onde quegli godeva, così come s'era fatto già,
-o tuttavia si veniva facendo, con Merlino? Che Michele s'arrogasse
-l'officio di profeta è provato da quanto dice in proposito Enrico
-d'Avranches, ricordato di sopra; ma che le profezie a lui attribuite
-sieno proprio di lui non si può provare, e che quella riferita da
-Salimbene non sia si può affermare sicuramente, quando si consideri che
-essa è, in sostanza, non favorevole, ma avversa a Federico II. Comunque
-sia, ciò che più importa a noi si è che dalla comune credenza e dalla
-leggenda ei fu tenuto profeta.
-
-E la leggenda altro narra in proposito. Il cronista Saba Malaspina
-(sec. XIII), avvertito come Federico II desse molta fede ad astrologi
-e negromanti, e si governasse con loro parole, soggiunge che essendogli
-stato predetto da certi _aruspici_ che morrebbe _sub flore_, desideroso
-di vivere immortale, evitò con ogni studio d'entrare così in Firenze,
-come in Fiorentino di Campania, senza, per questo, poter fuggire alla
-sorte che l'aspettava[474]. Chi quegli aruspici fossero Saba non
-dice. Giovanni Villani narra: «Lo Imperadore venuto in Toscana non
-volle entrare in Firenze, nè mai non v'era intrato, però che se ne
-guardava, trovando per suoi augurj, ovvero detto d'alcuno demonio,
-ovvero profezia, come dovea morire in Firenze, onde forte ne temea;»
-e alquanto più oltre, narrando come Federico morisse in Firenzuola,
-soggiunge: «ma male seppe interpretare le parole mendaci, che 'l
-demonio li avea dette»[475]. Giovanni non sa donde propriamente
-venisse, di che natura fosse l'avvertimento; ma inclina da ultimo a
-crederlo avvertimento ingannevole di demonio. Altri, e sono il maggior
-numero, attribuiscono l'avvertimento a Michele Scotto. Benvenuto da
-Imola, notato come Michele mescolasse la negromanzia con l'astrologia,
-e come delle predizioni ch'ei fece alcune ebbero ad avverarsi, dice
-che male per altro s'appose quando annunziò a Federico che morrebbe
-in Firenze, mentre morì in Fiorenzuola di Puglia (_sic_). L'autore
-del _Fioretto delle croniche_ degli imperadori nomina Michele Scotto,
-ma non accenna a errore o equivocazion di nome: «E andando per lo
-cammino (_lo imperadore_) giunse in Campania a una terra che si chiama
-Fiorentino, e quivi morì. E tutto ciò gli disse di sua morte Maestro
-Michele Scotto negli anni domini MCCL:» e avverte poi che Merlino
-parlò di Federico II, e profetò che vivrebbe settantasette anni.
-Sant'Antonino ricorda l'equivocazione dei nomi, ma di Michele Scotto
-non parla[476]; mentre alcuni fra i commentatori meno antichi di Dante,
-come il Landino, il Vellutello, il Daniello, ne fanno espresso ricordo.
-Taluno d'essi parla, non di Fiorenzuola, ma di Firenzuola. Com'è noto,
-Federico morì veramente in Fiorentino di Puglia.
-
-Non ispenderò parole intorno all'indole di questa profezia la quale
-arieggia certi responsi ambigui degli oracoli antichi: mi basterà
-notare ch'essa ha numerosi riscontri[477].
-
-A Cecco d'Ascoli, mutato come Michele Scotto in mago, furono, come a
-Michele Scotto, attribuite parecchie profezie, ricordate da Giovanni
-Villani e da altri[478].
-
-
-V.
-
-Se celebre come profeta, assai più celebre fu Michele Scotto come mago.
-
-Abbiam già udito il Landino affermare essere stata opinione universale
-che Michele «fusse ottimo astrologo et gran mago;» e l'Anonimo
-Fiorentino ch'ei «fu grande nigromante». Il Boccaccio lo fa dire
-da Bruno «gran maestro in nigromanzia», e Guiniforto delli Bargigi
-lo vanta «grande incantatore nella corte di Federico II»[479]. Nel
-_Paradiso degli Alberti_, Maestro Luigi Marsilii, facendosi a narrare
-una novella che vedremo or ora, dice di voler narrare «uno caso assai
-famoso e noto e pubblicamente fatto da tale, che, secondo che certo
-si crede, non fu in Italia già moltissimi secoli più dotto e famoso
-mago». Aveva dunque avuto ragione Dante di affermare che Michele seppe
-_veramente_ quel gioco, e Fazio degli Uberti ch'ei seppe contraffare
-Simon Mago, maestro e principe di tutti i maghi. In sul finire del
-secolo XV e in sul principiar del seguente questa celebrità di Michele
-Scotto non era ancor dileguata: Teofilo Folengo, nella maccheronea
-XVIII ce ne fa testimonianza.
-
-La leggenda magica di Michele Scotto non dovett'essere per certo,
-così copiosa e compaginata come fu quella di Virgilio; ma certo
-fu più compaginata e copiosa di quanto ora appaja a noi, che non
-siam più in grado di conoscerla tutta. Di ciò le prove non mancano.
-Benvenuto da Imola ricorda avere udito narrar di Michele, _de quo jam
-toties dictum est et dicetur_, assai cose, che pajono a lui piuttosto
-immaginate che vere[480]; e l'Anonimo Fiorentino: «Dicesi di lui
-molte cose meravigliose in quell'arte». Più secoli dopo il Dempster
-nota che ancora a' suoi tempi si narravan di lui innumerevoli fiabe,
-_innumerabiles_... aniles fabulae. Avvertasi che la leggenda magica
-di Michele Scotto nasceva e prendeva vigore giusto nel tempo in cui
-cominciava ad appalesarsi in modo più risentito il triste vaneggiamento
-superstizioso che tante sciagure procacciò di poi; quando contro gli
-stregoni e le streghe s'instruivano i primi processi e s'accendevano i
-primi roghi; quando Gregorio IX, di cui abbiamo udite le lodi date al
-filosofo, si levava con impetuoso sdegno contro l'arte dannata e contro
-i rei che osavan di professarla. Nasceva la leggenda e prendeva vigore
-in un tempo assai favorevole al suo nascere ed al suo crescere.
-
-I racconti in cui la leggenda prende corpo e colore si possono spartire
-in due gruppi: l'uno, di quelli nati in Italia, o, per lo meno,
-riferiti da autori italiani; l'altro, di quelli nati fuori d'Italia, e
-più propriamente nella patria del filosofo, in Iscozia. Tra questi due
-gruppi non è diversità quanto al concetto che li informa e sorregge; ma
-non è nemmeno continuità: li tiene congiunti insieme il nome di colui
-che diede argomento alla leggenda. Volgiamoci primamente al primo.
-
-Jacopo della Lana, Francesco da Buti, l'Anonimo Fiorentino, Cristoforo
-Landino, Alessandro Vellutello, narrano, quale più in breve, quale più
-in disteso, e con particolarità che variano dall'uno all'altro, come,
-essendo in Bologna, Michele invitasse a banchetto molti gentili uomini
-della città, senza apparecchiare vivanda alcuna, e neanco accendere il
-fuoco in cucina, e come, essendo i convitati seduti intorno alle mense,
-cominciassero a venir per l'aria serviti di molte vivande, e Michele
-dicesse loro: questo viene dalla cucina del re di Francia; quest'altro
-dalla cucina del re d'Inghilterra, e così di séguito; e il tutto
-avveniva per diligenza di spiriti, comandati da Michele[481].
-
-Il qual Michele, per altro, non potrebbe vantarsi d'essere stato
-al mondo solo operatore di tanto prodigio, chè altri l'operarono
-prima, e altri dopo di lui. Di Pasete, _il quale superò tutti
-gli uomini nell'arte magica_, ricorda Suida come facesse apparire
-sontuosi banchetti, e donzelli che li servivano, e il tutto novamente
-sparire[482]; e miracoli simili narra Origene dei maghi d'Egitto[483].
-Numa Pompilio, Virgilio, Tiridate I, re d'Armenia, un re dei Bramani,
-Alberto Magno, Ruggero Bacone, Pietro Barliario, Fausto, un rabbino
-per nome Löw, conobbero tutti quest'arte, e la praticarono con ottimo
-successo[484]. Il diavolo Astarotte imbandì a Rinaldo e a Ricciardetto
-un banchetto sontuoso, e avendo i due paladini domandato
-
- onde l'oste abbia avute
- Queste vivande che son lor venute;
-
- Rispose il diavol: Questa colezione,
- E le vivande che mangiato avete,
- Apparecchiava il re Marsilione;
- E giunti in Roncisvalle lo saprete,
- Che i servi insieme ne fecion quistione;
- E se del vostro imperador volete
- Ch'io faccia qui venir lesso o arrosto,
- Comanda pur, chè ci sarà tantosto[485].
-
-Nè potrebbe il nostro Michele vantarsi d'essere stato il solo che
-sapesse operare il miracolo, riferito dall'Anonimo Fiorentino, di far
-comparire «essendo di gennaio, viti piene di pampani et con molte uve
-mature», le quali sparvero subito che i presenti si furono accinti a
-tagliare i grappoli co' coltelli; perchè un miracolo in tutto simile a
-questo seppe operare anche Fausto[486], e altri incantatori seppero,
-di pieno verno, far comparire interi giardini, verdi e fioriti. Così
-l'Ebreo Sedecia, di cui si dice, nel _Paradiso degli Alberti_, che
-l'anno 876 fece sorgere, in presenza dell'imperator Lodovico, uno
-stupendo giardino, tutto odoroso di fiori, tutto sonante del canto
-d'infiniti uccelli; così Alberto Magno, che in un giardino miracoloso
-imbandì un miracoloso banchetto; così Cecco d'Ascoli, di cui si
-racconta che «in un convito di dame, a tempo d'inverno, fece apparir
-pergolati, e fiori e frutta, come di primavera e autunno»[487]. Ma
-il prodigio più pomposo e mirabile fu quello operato dal secondo. Nel
-cuor del verno, Alberto Magno pregò una volta l'imperatore Guglielmo
-di volersi recare, con tutta la corte, a desinare in sua casa. V'andò
-l'imperatore, e il buon mago lo menò, insieme col séguito, in un
-giardino, dove, tra gli alberi sfrondati, in mezzo alla neve ed al
-ghiaccio che coprivano intorno ogni cosa, si vedeva apparecchiato il
-convito. I cortigiani cominciarono a mormorare, sembrando loro uno
-strano scherzo quello dell'ospite che li aveva condotti a intirizzir
-di freddo; ma come l'imperatore si fu seduto a mensa, e gli altri
-similmente, ciascuno secondo il suo grado, ecco splendere in cielo
-un sole estivo, ecco disfarsi in un baleno la neve ed il ghiaccio, la
-terra e gli alberi germinare e vestirsi di verzura e di fiori, brillar
-tra le fronde i frutti maturi, e l'aria d'intorno sonare del canto
-soavissimo d'infiniti uccelli. In breve la caldura crebbe di sorta, che
-i convitati cominciarono a togliersi i panni di dosso, e, mezzo ignudi,
-ripararono all'ombra degli alberi. Fornito il mangiare, i numerosi e
-leggiadri valletti che avevan servito sparvero come nebbia, e di subito
-il cielo si rabbujò, e le piante si dispogliarono, e un orrido gelo
-ravvolse novamente ogni cosa, con sì acerba freddura, che gli ospiti,
-tremando, corsero in casa, e si accalcarono intorno al fuoco[488].
-
-Non estraneo forse ai banchetti magici di Michele era un barletto
-portentoso, che mai non si votava. Si racconta nelle chiose sopra
-Dante alle quali si dà il titolo di Falso Boccaccio, che nel campo e
-nel padiglione dell'imperator Federico, il giorno in cui questi fu
-sconfitto da' Parmigiani assediati, un povero ciabattino, andatovi
-con altri infiniti a far preda, trovò un barletto pien di vino
-squisitissimo, e sel portò a casa. Egli e la donna sua ogni dì ne
-spillavano; ma per quanto ne spillassero, non potevano vederne la fine:
-onde il pover uomo, meravigliato, volle vedere che mai ci fosse dentro,
-e ruppe il barletto, e vi trovò una piccola figurina di un angelo
-d'argento, il quale con l'un de' piedi premeva un grappolo d'uva,
-similmente d'argento, e dal grappolo usciva quel perfettissimo vino.
-Così appagò egli la sua curiosità; ma tosto se n'ebbe a pentire, perchè
-dal barletto non uscì più nemmeno un gocciolo; e il barletto «era
-fatto per arte magicha e di negromanzia, e questo fecie Tales, overo
-Michele Scotto, per la sua scienzia e virtù»[489]. L'autore di queste
-chiose è il solo che affibbii a Michele il nome di Tales (Talete?),
-nè so dire perchè sel faccia. Di un altro botticino che non si votava
-mai, ma che avrebbe perduta la virtù il giorno in cui alcuno avesse
-voluto guardarvi dentro, fu autore Virgilio, secondo attesta Bonamente
-Aliprando[490].
-
-Questi racconti hanno popolare l'origine, popolare il carattere.
-Stimolata dal bisogno e talora dalla fame, la fantasia vagheggiò
-nell'arte magica un mezzo sbrigativo e sicuro di sovvenire alla fame
-e al bisogno. Di qui sì fatte ed altre simili finzioni, le quali
-perpetuamente rinascono dal desiderio perpetuo. La borsa inesauribile
-di Fortunato passa di mano in mano: a Pietro d'Abano i denari spesi
-facevano ritorno da sè, fedelmente; l'antico Pasete, già ricordato,
-aveva un mezzo obolo che sempre gli rivolava in tasca, e che diede
-argomento a un proverbio.
-
-Di tutt'altro carattere, e più romanzesco, e men comune, è un altro
-prodigio che del nostro mago si narra.
-
-Federico II celebrava in Palermo, con solennissime feste, la
-elezione sua a re dei Romani. Il giorno della festa maggiore, essendo
-chiarissimo il cielo, e già seduti intorno alle mense i convitati,
-e cominciato a dar l'acqua alle mani, si presentò all'imperatore
-Michele Scotto, insieme con un suo compagno, entrambi in abito di
-Caldei, e ricordato come da un mese circa non fosse più stato in
-corte, offerse di dar saggio dell'arte sua. L'imperatore lo pregò
-di far rinfrescare, con un buono scataroscio di pioggia, l'aria,
-ch'era caldissima. Obbedì il mago, e tosto, rannuvolatosi il cielo,
-imperversò una furiosa procella, la quale si chetò prontamente,
-come appena l'imperatore n'ebbe espresso il desiderio. Ammirato e
-lieto di tal meraviglia, l'imperatore invitò i savii a chiedergli
-quale grazia più loro piacesse, ch'egli era pronto a concederla, e
-Michele il pregò di voler dar loro uno de' suoi baroni, perchè fosse
-loro campione, e li aiutasse ad aver ragione di certi nemici, co'
-quali erano in guerra. Acconsentì Federico, e li invitò a scegliere
-tra' cavalieri presenti quello che loro fosse più in grado, ed
-essi scelsero un cavaliere tedesco, per nome Ulfo, e subito, con
-esso lui (così parve al cavaliere) si posero in viaggio, sopra due
-grandi e magnifiche galere, avendo seco numerosa e bella compagnia.
-Navigando a seconda, risalirono lungo la costa occidentale d'Italia,
-ridiscesero lungo la costa orientale di Spagna, valicarono lo stretto
-di Gibilterra, e giunsero «a liti assai domestichi e piacevoli», dove
-si fe' loro incontro molto popolo festante, ed ebbero, come signori di
-quel paese, meravigliose accoglienze; e di lì passarono a un luogo,
-ov'era accampato un grandissimo esercito, pronto a muovere contro il
-nemico, e dell'esercito, Ulfo fu gridato capitano. Comincia allora una
-micidialissima guerra. Si combattono due grandi battaglie campali, a
-cui tien dietro la espugnazione d'una città. Ulfo uccide di sua mano il
-re nemico, ne occupa il trono, ne sposa la figliuola, e riman, d'ogni
-cosa, per volontà di Michele, solo ed assoluto signore. Michele e il
-compagno chiedono allora licenza e si partono, e Ulfo vive lietissimo
-in compagnia della moglie, che adora, e ha da lei più figliuoli, così
-maschi come femmine. Trascorsi quasi vent'anni, Michele e il compagno
-tornano a lui, e lo sollecitano ad andarsene con loro in Sicilia,
-alla corte dell'imperatore. Ulfo, benchè di mala voglia si parta
-dalla famiglia e dal regno, cede alla loro preghiera, si pone con
-essi in viaggio, giunge con essi a Palermo, ed ecco ritrova, con sua
-stupefazione grandissima, nella corte di Federico, le cose tutte in
-quella condizione medesima in cui le aveva lasciate, chè dai donzelli
-non s'era ancor finito di dar l'acqua alle mani. Quelli che ad Ulfo
-erano, per illusion di magia, sembrati molt'anni, non erano stati se
-non pochi istanti; e la novella soggiunge che il povero cavaliere non
-potè racconsolarsi mai più della felicità che credeva di aver goduta e
-perduta. In quel punto medesimo Michele e il compagno sparirono, e per
-quanto Federico, doglioso della tristezza del suo cavaliere, li facesse
-cercare, non fu più possibile di trovarli.
-
-La novella di cui io ho qui dato un sunto, è narrata molto per disteso
-nel _Paradiso degli Alberti_[491]; ma, assai prima che in questo
-romanzo, fu introdotta nel _Novellino_, salvo che qui è narrata,
-come le altre del libro, in forma assai compendiosa, e che il luogo
-di Michele Scotto e del suo compagno vi è tenuto da «tre maestri di
-nigromanzia», di nessun de' quali si dice il nome, e un conte di San
-Bonifazio fa le veci del cavaliere Ulfo[492]. L'avventura, o, a meglio
-dire, l'incantesimo che le porge argomento, riappare, variato più o
-meno, in numerosi racconti[493].
-
-Della valentia di Michele Scotto nell'arti magiche, e dei prodigi
-operati da lui, rimase lungo ricordo in Italia. Nella maccheronea
-XVIII del _Baldo_, Teofilo Folengo, enumerando le varie figure di
-maghi ond'era adorno il libro di Muselina, non dimentica Michele, e
-fa cenno de' suoi incantamenti: immagini diaboliche; filtri amatorii;
-un cavallo invisibile, che rapido come saetta, il portava dovunque gli
-piacesse d'andare; certa nave disegnata sulla riva, che si mutò in vera
-e propria nave trasvolante pei mari; una cappa che faceva invisibile
-chi la indossava, ma lasciava scorgere l'ombra del corpo, se quegli,
-incauto, si fosse esposto al sole[494]. Non so se altri, prima del
-Folengo, avesse attribuiti a Michele sì fatti prodigi, che dagli autori
-più antichi non si vedono ricordati; ma quanto ai prodigi stessi,
-l'invenzione non è del Folengo. Un cavallo molto simile a quello da
-lui descritto ci si parerà dinanzi a momenti: il miracolo della nave si
-racconta di Eliodoro, di Virgilio, di Pietro Barliario, di altri[495]:
-delle immagini, dei filtri, della cappa che rende l'uomo invisibile,
-nulla è da dire, tanto sono comuni. In principio del secolo XVII,
-Antonio Maria Spelta ricordava ancora, ma per burlarsene, i banchetti
-magici di Michele Scotto[496].
-
-Ora sarebbe a dire della morte di Michele secondo la tradizione
-italiana; ma avendosi, circa quella morte, anche una tradizione
-scozzese, dirò di entrambe congiuntamente più oltre.
-
-
-VI.
-
-I racconti intorno al nostro buon mago dovettero essere in Iscozia,
-e anche in Inghilterra, assai numerosi. Abbiam veduto il Dempster
-accennare a _favole innumerevoli_: Gualtiero Scott, alla cui diligenza
-dobbiamo le poche di cui s'abbia notizia, dice di riferire alcune
-delle molte che a' suoi tempi narravansi ancora. E sono queste che
-seguono[497].
-
-Certi sudditi del re di Francia avevano, in danno di certi sudditi del
-re di Scozia, commesso non so che atti di pirateria. Il re di Scozia
-pregò Michele d'andarne a chiedere soddisfazione e risarcimento,
-e Michele accettò l'ufficio; ma, anzichè provvedersi di sontuoso
-equipaggio, come richiedeva la condizione d'ambasciatore, egli si
-ritrasse nel suo studio, aperse un suo libro magico, evocò un demonio
-in figura di un gran cavallo nero, gli montò addosso, e lo forzò a
-volare per l'aria alla volta di Francia. Mentre così volavano sopra
-il mare, il demonio chiese insidiosamente al suo cavaliere che cosa
-mai borbottassero le vecchie donnicciuole di Scozia in sul punto di
-mettersi a letto. Un incantator meno esperto avrebbe risposto: Il
-_Pater noster_; e subito il nemico se lo sarebbe scosso dal dorso e
-l'avrebbe precipitato nell'onde. Ma Michele severamente rispose: Di
-ciò che t'importa? Sali, diavolo, e vola! Giunto in Parigi, legò il
-cavallo alla porta del palazzo, si presentò al re, espose arditamente
-il suo messaggio. Il re accolse poco rispettosamente un ambasciatore
-che si mostrava in così povero arnese, e stava per rispondergli con un
-superbo rifiuto, quando Michele il pregò di voler soprassedere ad ogni
-risoluzione fino a che il suo cavallo avesse dato tre zampate in terra.
-Alla prima zampata traballarono tutti i campanili di Parigi, sonarono
-tutte le campane; alla seconda tre torri del palazzo rovinarono; e
-l'infernal palafreno stava per picchiare la terza, quando il re, prima
-di vederne gli effetti, concesse a Michele tutto quanto gli aveva
-domandato.
-
-Questo di un viaggio per l'aria, compiuto con l'ajuto di un diavolo,
-in brevissimo tempo, è tema di racconto assai comune[498]; e comune
-la finzione del cavallo diabolico[499], e l'accorgimento o il precetto
-di non far atto, o profferir parola, che abbia carattere religioso. Le
-streghe, che a cavalcioni d'una granata, o sul dorso di un caprone, si
-recavan di notte, per l'aria, alla tregenda, erano precipitate a terra
-se facevano il segno della croce, se invocavano Dio o i santi.
-
-Un'altra volta Michele, mentre dimorava nella torre di Oakwood,
-sul fiume Ettrick, a circa tre miglia da Selkirk, udì parlare di
-una strega, detta la strega di Falsehope, la quale aveva sua stanza
-sull'altra sponda del fiume. Una mattina egli si recò da lei, per
-metterla alla prova; ma fu deluso, poichè quella negò d'avere qualsiasi
-cognizione dell'arte magica. Discorrendo, Michele posò sbadatamente la
-verga sopra una tavola, e la strega, datole subitamente di piglio, lo
-percosse con quella e lo trasformò in lepre. Egli, così mutato, sguizzò
-fuori; ma si imbattè nel suo proprio servitore, e ne' proprii suoi
-cani, i quali presero a corrergli dietro, e in breve l'ebbero serrato
-così da vicino, che egli, per avere un momento di respiro e poter
-disfar l'incanto, si dovette cacciare, dopo faticosissima fuga, in una
-cloaca. Desideroso di vendicarsi, Michele, una bella mattina, nel tempo
-del raccolto, andò, co' suoi cani, sopra di un colle, e mandò il servo
-dalla strega, a chiederle un po' di pane per le bestie, istruendolo di
-quanto dovesse fare in caso che ne avesse un rifiuto. La strega ricusò
-con parole ingiuriose, e il servo attaccò all'uscio un breve, datogli
-dal padrone, ove, insieme con più parole cabalistiche, si potevan
-leggere questi due versi:
-
- Il servitore di Michele Scotto
- Chiese del pane e invece ebbe un rimbrotto[500].
-
-Senza por tempo in mezzo, la vecchia, tralasciata la occupazion sua,
-ch'era di cuocere il pane pei mietitori, prese a ballare intorno al
-fuoco, ripetendo que' versi. Giunta l'ora del desinare, il marito di
-lei, non vedendo venire le provvigioni, mandò l'uno dopo l'altro i suoi
-uomini a vedere quale fosse la cagion del ritardo; ma tutti furono
-colti dalla stessa malia, e tutti, senza più pensare a tornarsene
-indietro, entrarono nella danza. Da ultimo si mosse anche il marito,
-ma veduto Michele sul colle, sapendo del brutto scherzo fattogli dalla
-donna, fu più cauto degli altri, e non entrò in casa, ma guardò dalla
-finestra, e vide i suoi mietitori, i quali, trescando senza volere,
-trascinavano la moglie sua, oramai più morta che viva, quando intorno,
-e quando attraverso il fuoco, che, secondo l'uso, ardeva nel bel mezzo
-della stanza. Non cercò altro, ma sellato un cavallo, corse sul colle,
-si umiliò dinanzi a Michele, e lo pregò di far cessare l'incanto,
-grazia che il buon mago subito gli concesse, avvertendolo di entrare in
-casa a ritroso, e di staccare con la mano sinistra il breve dall'uscio.
-Così fece il buon uomo e l'incanto cessò.
-
-Ci sono due cose in questo racconto che richiamano più particolarmente
-la nostra attenzione: la metamorfosi del mago in lepre; la danza magica
-forzata.
-
-È credenza antichissima, e comune a tutte le razze umane, che, per
-virtù di magia, l'uomo possa mutarsi, o essere mutato in bruto, e che
-una simile mutazione possa anche operare il volere di un nume[501]. La
-mitologia classica abbonda, a questo riguardo, di notissimi esempii, a
-cui fa riscontro, nella Bibbia, il caso di Nabucco, e fanno riscontro
-molti miti fanciulleschi di genti selvagge. Il medio evo conservò sì
-fatta credenza, se pur non l'accrebbe, e per secoli nessuno dubitò
-della realtà della licantropia[502], nessuno negò che gli stregoni e
-le streghe potessero prendere la forma di quell'animale che più fosse
-loro piaciuto, o farla prendere altrui[503]. La trasformazione era del
-corpo propriamente, e dicevasi che l'anima, nel corpo mutato, serbavasi
-inalterata; ma anche in questa, come in tante altre opinioni del tempo,
-è difetto di precisione e di certezza. Più e più cronisti narrano il
-caso del re Gontrano di Francia, la cui anima, sotto forma di un topo,
-fu veduta uscire dalla bocca di lui dormente, passare un ruscello,
-entrare nel cavo di un monte, scoprirvi un tesoro, e rientrar poi
-d'ond'era uscita; e molte e molte leggende ascetiche narran di anime
-vaganti in forma d'uno o d'altro animale, il più sovente di uccelli.
-Gli è assai difficile dire dove, secondo le idee medievali, cessi
-il bruto e l'uomo incominci, tanto quello è fatto prossimo a questo.
-Sono senza numero le pie leggende in cui si vedono i leoni e le tigri
-rispettare i martiri; i santi anacoreti vivere familiarmente con le
-fiere del deserto, avere da esse nutrimento e difesa, e talvolta operar
-miracoli in loro beneficio; varii animali esser fatti messi del cielo,
-ammonire i peccatori, predir l'avvenire, o, se non altro, osservare le
-feste[504]. Perciò, come non è a meravigliare dell'uso che il medio evo
-fece degli animali in servigio della esemplificazione e del simbolo,
-così non è da stupire delle procedure giudiziali, delle sentenze,
-delle maledizioni e delle scomuniche cui, più d'una volta, essi porsero
-occasione e argomento. Perciò San Francesco aveva ragione di predicare
-agli animali e di farli assistere alla santa messa; aveva ragione di
-chiamarli fratelli; e non ebbe torto il giorno in cui maledisse una
-troja che aveva ammazzato un agnello, e che per la forza di quella
-maledizione morì in capo di tre giorni[505]. Dopo la morte, l'uomo
-ritrovava gli animali in inferno; ne ritrovava qualcuno, secondo la
-popolare credenza, in paradiso.
-
-Di danze forzate sono molti esempii in leggendarii, in croniche,
-in novelle popolari. Sempre hanno carattere o di burla maligna o di
-castigo, e chi le promuove può essere così un mago come un sant'uomo.
-Ruggero Bacone forzò tre ladri a ballare tutta una notte. Infiniti sono
-i racconti ove si vedono colte successivamente alla stessa malia molte
-persone, delle quali quelle che giungon dopo vengono col proposito di
-vedere che cosa sia occorso alle altre, giunte prima, o con quello di
-liberarle. Il caso di Michele e della strega porge inoltre esempio di
-quelle gare di maghi onde tanti altri esempii si hanno, a cominciare da
-quello celebre di Mosè e dei maghi d'Egitto.
-
-Dice Gualtiero Scott che a tempo suo, nel mezzodì della Scozia,
-ogni fabbrica antica e di gran lavoro si credeva opera del _vecchio
-Michele_, o di Sir Guglielmo Wallace, o del diavolo. Ben s'intende che
-il vecchio Michele, come ogni altro mago, s'era in ciò giovato della
-forza e della industria dei diavoli. E la leggenda narra di uno di
-questi diavoli, il quale era sempre attorno a Michele, e non voleva mai
-starsi con le mani in mano, ma lo importunava senza fine perchè volesse
-dargli faccenda. Michele gli ordinò di costruire una diga attraverso
-il fiume Tweed, a Kelso, e in una notte la diga fu fatta. Poi Michele
-gl'ingiunse di spartire in tre il colle di Eildon, e in un'altra notte
-il colle fu spartito. Finalmente Michele gl'impose d'intrecciar corde
-d'arena, e a questa disperata bisogna il buon diavolo attende tuttora.
-Notisi che evocare i diavoli, e non occuparli subito in qualche
-cosa, poteva portar pericolo. Il _famulus_ di Virgilio, avendone
-evocati molti storditamente, e vedendoli impazienti e minacciosi,
-ordinò che lastricassero la strada da Roma a Napoli, e così fecero. I
-ponti, i muri, gli acquedotti, i palazzi fabbricati dai diavoli sono
-innumerevoli: tra le opere loro si ha pure qualche bella chiesa, e più
-di un convento.
-
-La morte di Michele Scotto è narrata in modi affatto diversi dalla
-tradizione italiana e dalla tradizione scozzese.
-
-Francesco Pipino, già ricordato, racconta: Dicesi che Michele Scotto,
-avendo trovato d'avere a morire della percossa di un sassolino di peso
-determinato, immaginò una nuova armatura del capo, detta cervelliera,
-e di quella andava sempre coperto. Un giorno, essendo in una chiesa,
-nel momento della ostensione o elevazione del corpo di Cristo, egli,
-per consueta reverenza, si nudò il capo, e in quella appunto il fatal
-sassolino, cadendo dall'alto, il percosse, e lievemente il piagò.
-Postolo in una bilancia, e trovatolo del peso che avea preveduto,
-intese esser giunta la sua fine, e dato ordine alle cose sue, di quella
-ferita indi a poco morì[506].
-
-Con leggiere varianti questa novella è narrata pure da Benvenuto
-da Imola, dal Capello, commentatore del Dittamondo, dal Daniello,
-dal Landino, dal Vellutello, e, riferendosi, senza dubbio, ad essa,
-parecchi cronisti dicono, come il Pipino, Michele inventore della
-cervelliera[507]. Questa morte di Michele Scotto ricorda quella di
-Virgilio, che avvertito, secondo la leggenda, di guardarsi il capo,
-morì d'insolazione.
-
-Stando alla tradizione scozzese, Michele Scotto morì per la malvagità
-di una donna, sua moglie, o concubina. Costei riuscì a farsi palesare
-da lui ciò che, insino allora, egli aveva tenuto a tutti celato; cioè
-che con l'arte sua egli poteva premunirsi da ogni pericolo, salvo
-che dalla velenosa virtù di un brodo fatto con la carne di una troja
-furiosa. Cotal brodo per lo appunto ella gli diede a bere, e il povero
-mago se ne andò all'altro mondo; non così presto tuttavia, che non gli
-rimanesse tempo di punir con la morte la traditrice.
-
-Per questo racconto Michele entra a far parte della numerosa famiglia
-degli ingannati dalle donne, famiglia così spesso ricordata da poeti
-e romanzatoti del medio evo, e nella quale figurano Adamo, Salomone,
-Sansone, Aristotele, Virgilio, Merlino, Artù e parecchi altri.
-
-Dei libri magici di Michele Scotto durò lungo il ricordo in Iscozia.
-A' tempi del Dempster si credeva che essi esistessero ancora, ma non
-si potessero aprire senza spavento, a cagione de' prestigi diabolici
-che tosto si offerivano a chi li aprisse[508]. Del pericolo che
-gl'inesperti potevan correre in aprire i libri magici son molti
-esempii: due nipoti di Pietro Barliario vi lasciarono la vita. I libri
-di Michele, dicevasi, erano stati sepolti con lui, o si conservavano
-nel convento ov'egli era morto, o in un castello, appesi ad arpioni
-di ferro. Del libro magico di Cecco d'Ascoli si disse in Italia che
-fosse conservato nella Laurenziana, o sopra le volte di San Lorenzo,
-assicurato con catene. Nel canto II del suo _Lay of the last Minstrel_,
-Gualtiero Scott narra la storia di un cavaliere, per nome Guglielmo
-Debraine, il quale con l'ajuto di un vecchio monaco, che già aveva
-conosciuto Michele Scotto, apre la tomba del mago e ne toglie il libro
-magico. In mezzo a una luce meravigliosa, che riempie la tomba, il mago
-appar loro come fosse ancor vivo, maestoso nell'aspetto, col libro del
-comando nella mano sinistra, una croce d'argento nella destra, e quasi
-co' segni della eterna salute nel volto[509]. Tutto ciò è invenzion del
-poeta.
-
-
-VII.
-
-De' prodigi che la leggenda attribuisce a Michele Scotto, non pochi,
-come abbiam veduto, si narrano di altri maghi; e in generale può dirsi
-che le numerose leggende di maghi pervenute, in tutto o in parte,
-sino a noi, presentano, insieme con alcune picciole parti divariate
-e proprie, una parte, di molto maggiore, uniforme e comune. Di questa
-uniformità e comunanza son due ragioni: la prima, che i temi principali
-della finzione sono naturalmente di numero assai ristretto, e, in
-condizioni simili di coltura e di vita, rinascono e si ripetono simili;
-la seconda, che i temi passano d'una in altra leggenda, di modo che
-i maghi nuovi ereditano dagli antichi; i maghi celebri arricchiscono
-a spese degli oscuri. Abbiamo qui un caso speciale di quel generale
-procedimento di attrazione e di accumulazione per cui tutte le leggende
-crescono, e di cui tanti esempii ci porgono le storie favolose e
-mirabili degli eroi epici, dei santi, ecc. Così fu che la leggenda di
-Virgilio crebbe di numerose sottrazioni fatte alle leggende di altri
-maghi; così fu che crebbe la leggenda di Fausto.
-
-Virgilio, Ruggero Bacone, Pietro Barliario, Cecco d'Ascoli, Fausto,
-diedero materia a storie popolari, nelle quali si pensò d'avere
-raccolti ordinatamente tutti i miracoli che loro si attribuivano,
-narrata per intero la vita, dal nascimento alla morte. In essi appare,
-non più la leggenda disgregata, ma la leggenda integrata, venuta a
-termine di crescenza. Non si sa che di Michele Scotto siasi scritta una
-cotale storia in Italia; ma potrebbe darsi che fosse stata scritta in
-Iscozia. Un poeta, per nome Satchells, ignoto alle storie letterarie e
-ai repertorii bibliografici, ma citato, non so con quanta veridicità,
-da Gualtiero Scott, parla di una storia di Michele Scotto da lui
-veduta[510].
-
-Come le altre leggende di presunti maghi, la leggenda di Michele Scotto
-cominciò a trovar molti increduli, e fu risolutamente negata, dopo che
-la nuova coltura ebbe sgombrate le menti dalle caligini medievali. Il
-Pits, il Dempster, il Leland, il Naudé, altri, schifano la leggenda,
-esaltano, come s'è veduto, il sapere di Michele, dicono ch'egli fu
-mago solo nell'opinione del volgo. Nel 1739, un Giovanni Gotofredo
-Schmutzer scrisse un'apposita dissertazione per difendere Michele
-Scotto dalla imputazione di veneficio[511]. Per veneficio l'autore
-intese probabilmente, come dai Latini molte volte s'intese, maleficio,
-sortilegio: a me non fu dato di veder quest'opuscolo.
-
-In Italia le leggende di Pietro Barliario e di Cecco d'Ascoli son
-vive tuttora, offron tuttora alcun pascolo alla curiosità popolare; ma
-quella di Michele Scotto è spenta già da gran tempo[512]. In Iscozia,
-la leggenda di Michele Scotto, viva ai tempi dell'autore d'_Ivanhoe_,
-è forse viva anche ora; ma non andrà molto che e questa, e quelle, ed
-altre parecchie, andranno a raggiungere le innumerevoli che i nuovi
-tempi, i nuovi costumi e le nuove idee hanno cancellate per sempre dal
-libro della vita. Allora, solo nei libri degli eruditi esse troveranno
-ricetto e riposo.
-
-
-NOTE
-
-[432] _Inf._, XX, 115-7.
-
-[433] Scrive ADOLFO BARTOLI nel VI volume della sua _Storia della
-letteratura italiana,_ parte 2ª, p. 78: «Non molto ci interessano
-gli indovini della quarta bolgia, se non forse per dimostrarci che
-Dante non prestava fede all'arte magica. In tale giudizio non posso
-accordarmi con l'illustre amico mio, profondo conoscitore dell'opere
-tutte dell'Alighieri. Da più luoghi del poema, e in particolar modo dal
-racconto posto in bocca a Virgilio nel IX canto dell'_Inferno_, vv.
-22-7, si ricava, parmi, con sicurezza, che Dante non dissentiva, per
-questo capo, dalla comune credenza de' tempi suoi, credenza che Tommaso
-d'Aquino aveva, con logico procedimento, ridotto in forme dottrinali.
-Dante vide nella magia un'arte diabolica, nascente dalla mostruosa
-alleanza dell'uomo con le potenze infernali; e se potè credere, con
-altri assai, che i prodigi per essa operati non fossero se non finzioni
-e frodi del diabolico ingegno, non però credette quell'arte un'arte
-vana, come oggi s'intende. Già LATTANZIO aveva detto, parlando dei
-demonii: «Eorum inventa sunt astrologia, et aruspicina, et auguratio,
-et ipsa quae dicuntur oracula, et necromantia, et ars magica». (_De
-origine erroris_, l. II, cap. 16). Non altrimenti la pensò Dante; e
-s'egli disviluppò Virgilio dalla leggenda magica che gli s'era stretta
-d'attorno, penso il facesse, non tanto perchè tal leggenda gli paresse
-assurda in sè stessa, quanto perchè gli premeva purgare da un'accusa
-gravissima il nome venerato del suo maestro ed autore. Cfr. uno scritto
-recente di F. D'OVIDIO, _Dante e la magia_, nella _Nuova Antologia _del
-16 settembre 1892.
-
-[434] I biografi che scrissero in latino s'attengono alla forma
-_Scotus_, e il DEMPSTER espressamente avverte (_Historia ecclesiastica
-gentis Scotorum_, Bologna, 1627, p. 494): «cognomentum etiam Scoti
-non est familiae sed nationis». Vedi in contrario WUESTENFELD, _Die
-Uebersetzungen arabischer Werke in das Lateinische seit dem XI.
-Jahrhundert,_ estr. dalle _Abhandlungen der königlichen Gesellschaft
-der Wissenschaften zu Göttingen_, vol. XXII, 1877, p. 99. Gualtiero
-Scott (v. citazione più sotto) scrisse _Michael Scott._
-
-[435] «E dice l'autore poetando che _ne' fianchi è poco_, quasi a dire:
-elli fu spagnuolo, in per quello che li spagnuoli nel suo abito fanno
-strette vestimenta». _Commedia di_ DANTE DEGLI ALLAGHERII _col commento
-di Jacopo di Giovanni dalla Lana Bolognese_, Milano (1865), p. 93.
-
-[436] Così pure il BOCCACCIO (_Decam._, giorn. VIII, nov. 9ª): «...
-ebbe riome Michele Scotto, perciò che di Scozia era». Il Landino,
-avvertito come alcuni volessero lo Scotto spagnuolo, altri scozzese,
-soggiunge, senza brigarsi di sapere chi abbia ragione e chi torto: «Ma
-tutti conchiudono, che fosse ottimo astrologo, et gran mago».
-
-[437] _Chiose anonime alla prima cantica della_ Divina Commedia _di un
-contemporaneo del poeta, pubblicate da_ Francesco Selmi, Torino, 1865,
-p. 114. La seconda notizia data dall'anonimo è da collegare, senza
-dubbio, con una delle interpretazioni di quelle parole del poeta: _che
-ne' fianchi è così poco_, allusive, secondo alcuni, a certa foggia
-di vestire: «abiti corti e strettissimi usati da Scozzesi, Inglesi e
-Fiamminghi», dice il Daniello. Altri vuole che quelle parole alludano
-a forma naturale della persona, o a magrezza prodotta da soverchio
-studio: dubbio grande, che lasceremo volentieri insoluto.
-
-[438] Vedi: BALAEUS, _Illustrium Majoris Britanniae scriptorum, hoc est
-Angliae, Cambriae et Scotiae summarium_, s. l., 1548, f. 120 r.; PITS,
-_De rebus anglicis_, Parigi, 1619, t. I, p. 374; DEMPSTER, _Op. cit.,
-l. cit_.; LELAND, _Commentarii de scriptoribus britannicis_, Oxford,
-1709, vol. I, p. 254; TANNER, _Bibliotheca Britannico-Hibernica_,
-Londra, 1748, p. 525; HUILLARD-BRÉHOLLES, _Historia diplomatica
-Friderici secundi_, Parigi, 1859-61, t. I, p.e 1ª, Introduzione, p.
-DXXII; _Nouvelle biographie générale_ (1861); WUESTENFELD, _Op. cit._,
-l. cit.; HAURÉAU, _Histoire de la philosophie scolastique_, Parigi,
-1872-80, p.e 2ª, vol. I, p. 124; _Encyclopaedia britannica_, s. _Scot_.
-
-[439] _Biblioteca Napoletana_, Napoli, 1678, p. 216. PIER LUIGI
-CASTELLOMATA avrebbe espresso quella opinione in un suo libro
-intitolato _Amor della patria_, libro che a me non venne fatto di
-ritrovare nemmeno nelle biblioteche di Napoli. Il NICODEMO, nelle
-_Addizioni_ alla _Biblioteca_ del TOPPI, Napoli, 1683, p. 174, rimise
-le cose a posto, dicendo che lo Scotto, da alcuni era stimato scozzese,
-da altri inglese.
-
-[440] Il BOCCACCIO, _Decam._, nov. cit., fa dire a Bruno che Michele fu
-un tempo in Firenze, e vi lasciò due suoi discepoli; Jacopo della Lana,
-Francesco da Buti, l'Anonimo Fiorentino dicono ch'egli fu in Bologna.
-
-[441] Parecchi fanno vivere Michele sino verso il 1290 e anche più
-tardi; ma vedi in contrario BUDINSZKY, Die Universität Paris und die
-Fremden an derselben im Mittelalter, Berlino, 1876, p. 96. Il Pits
-dice a dirittura: «Claruit anno post incarnatum Dei Verbum 1290, dum
-Anglicani Regni solio sedebat Edwardus Primus»; e altri soggiungono che
-Michele fu in molta grazia presso quel re, e s'ebbe da lui, nel 1286,
-una missione importante. Ma poichè l'anno della nascita di poco può
-essere spostato, recando una delle traduzioni di Michele la data del
-1217, si vede quanto quelle notizie, che farebbero vivere il filosofo
-un secolo, o più, sieno poco probabili. L'errore nacque, senza dubbio,
-da eguaglianza di nomi. RUGGERO BACONE, _Opus majus_, parte 2ª, cap.
-8, si scostò meno dal vero dicendo Michele apparso _annis Domini 1230
-transactis_.
-
-[442] Vedi intorno al sapere di Michele Scotto, e al luogo che
-gli spetta nella storia della filosofia, STÖCKL, _Geschichte der
-Philosophie des Mittelalters_, Magonza, 1864-6, t. II, parte 1ª, p.
-346; REUTER, _Geschichte der religiösen Aufklärung im Mittelalter_,
-Berlino, 1875-7, vol. II, pp. 271-2; ma soprattutto Hauréau, Op. cit.,
-l. cit.
-
-[443] _Physonomia. La qual compilò_ MAESTRO MICHAEL SCOTTO_ a preghi
-de Federico Romano Imperatore, huomo de gran scientia. Et è cosa molto
-notabile e da tener secreta_, ecc. Vinegia, Bindoni e Pasini, 1537. Di
-questo libro ebbe a ricordarsi l'Aretino, quando, per burlarsi della
-scienza ond'esso s'intitola, fece dire a messer Biondello medico, nella
-scena 4ª dell'atto III dell'_Ipocrito_: «È studio molto dilettevole
-e pulcro quel de la fisonomia, e però ho fatto uno opuscolo _de
-cognitione hominum per aspectum_ secondo Aristotile, Scoto, Cocle,
-Indagine e la eccellenza di me filosofo moderno, perocchè _frons
-magna et cuperata est inditium potatoris, nasus aquilinus testis est
-majestatis imperatoriae, et facies rugosa testimonium senectutis_».
-
-[444] Fare un elenco esatto, sia delle traduzioni, sia delle opere
-originali di Michele Scotto non è possibile. Vedi, oltre agli autori
-già citati, che parlano del filosofo, _Jourdain_, Recherches_ sur
-l'âge et l'origine des traductions latines d'Aristote_, nuova edizione,
-Parigi, 1843; HARTWIG, _Uebersetzungsliteratur Unteritaliens_, 1886, p.
-21. Per le stampe vedi le opere bibliografiche dell'Hain, del Brunet
-et del Grässe. Qui ricorderò ancora che sotto il nome di Michele va
-un _Libro della Sfera_, in ottava rima, s. l. nè a., che io non potei
-vedere, ma che probabilmente fu desunto dalla versione del trattato di
-Alpetrongi.
-
-[445] Vedi l'Appendice, num. 2.
-
-[446] HUILLARD-BRÉHOLLES, _Op. cit., t. cit._, p. dxxiv.
-
-[447] _Chronica_, Parma, 1857, pp. 169-70. V. l'Appendice, num. 3.
-
-[448] _In astrologiam_, l. XII, c. 7.
-
-[449] _Acta Sanctorum_, t. II di maggio, p. 405.
-
-[450] COMPARETTI, _Virgilio nel medio evo_, Livorno, 1872, vol. II, pp.
-96-7.
-
-[451] _Novellino_, nov. XXI del testo gualteruzziano.
-
-[452] D'ANCONA, _Tradizioni carolingie in Italia, Rendiconti della R.
-Accademia dei Lincei, Cl. di sc. mor., stor. e filol._, t. V, 1º sem.,
-fasc. 6. Quivi, per trascorso di penna, il fatto, anzichè a Federico
-II, è riferito a Federico Barbarossa. Questo Riccardo miracoloso non fu
-il solo della sua specie. Da più cronisti è ricordato certo Giovanni,
-detto, non senza ragione, de Temporibus, il quale, essendo stato a'
-servigi di Carlo Magno, morì circa il mezzo del secolo XII, in età
-di più che 350 anni. Lo stesso Carlo ebbe a dare argomento a qualche
-leggenda consimile. Nella _Chanson de Roland_ dice re Marsilio a
-Ganellone (vv. 537-9, testo di T. Müller):
-
- Mult me puis merveillier
- De Carlemague qui est canuz et vielz,
- Mien escientre, dous cenz ans ad e mielz.
-
-Qui può essere ricordato pure quell'Artefio, che, secondo più scrittori
-del medio evo, visse 1025 anni, e fu tutt'uno con Apollonio Tianeo.
-
-[453] _Fioretto di croniche degli Imperadori_, Lucca, 1858, p. 30.
-
-[454] _L. cit._
-
-[455] ANONIMO FIORENTINO, _Commento alla_ Divina Commedia, _stampato
-a cura di_ Pietro Fanfani, Bologna, 1866-74, vol. I, p. 452. V.
-l'Appendice, num. 9. Si sa che questo commento è originale soltanto per
-l'Inferno e parte del Purgatorio; nel rimanente è tutt'uno con quello
-di Jacopo della Lana.
-
-[456] PETRI ALLEGHERII _super_ Dantis _ipsius genitoris_ Comoediam
-_commentarium_, Firenze, 1846, p. 209.
-
-[457] _L'Ottimo Commento della_ Divina Commedia, Pisa, 1827, vol. I, p.
-372.
-
-[458] FIAMMAZZO, _I codici friulani della_ Divina Commedia, Parte 2ª,
-_Il commento più antico e la più antica versione latina dell'_Inferno
-_dal codice di Sandaniele_, Udine, 1892, p. 89.
-
-[459] L. II, cap. 27.
-
-[460] Tale distinzione è anche fatta dai musulmani. Vedi MAURY, _La
-magie et l'astrologie dans l'antiquitè et au moyen-âge_, 4ª ediz.,
-Parigi, 1877, p. 196. Sanno tutti di quanta celebrità abbia goduto
-fra' rabbini, e goda tuttavia fra' seguaci di Maometto, Salomone, quale
-institutore massimo della magia divina.
-
-[461] Veramente non mancò nel medio evo chi il facesse cristiano.
-
-[462] Alcuno vi fu cui spiacque dirlo mago, e che i prodigi operati da
-lui ascrisse a solo saper naturale. Nel _Rosajo della vita_ di MATTEO
-CORSINI (Firenze, 1845, pp. 15-16) si legge: « Troviamo che uno Alberto
-Magno, el quale fu de' Frati Predicatori, venne a tanta perfezione di
-senno, che per la sua grande sapienzia fe' una statua di metallo a sì
-fatti corsi di pianeti, e colsela sì di ragione, ch'ella favellava:
-e non fu per arte diabolica nè per negromanzia: però che gli grandi
-intelletti non si dilettano di cioè, perchè è cosa da perdere l'anima e
-'l corpo; che è vietata tale arte dalla fede di Cristo. Onde uno frate
-chiamando frate Alberto alla sua cella, egli non essendogli, la statua
-rispose. Costui credendo che fosse idolo di mala ragione, la guastò.
-Tornando frate Alberto, gli disse molto male, e disse che trenta anni
-ci avea durata fatica, e: Non imparai questa scienza nell'ordine de'
-Frati. El frate dicea: Male ho fatto; perdonami. Come! non ne potrai
-fare un'altra? Rispose frate Alberto, di qui a trenta migliaia d'anni
-non se ne potrebbe fare un'altra per lui; però che quello pianeto ha
-fatto el suo corso, e non ritornerà mai più per infino a detto tempo».
-Questa novella, che ha riscontri assai numerosi, fu, da altri, narrata
-alquanto diversamente. Confrontisi con ciò che FILIPPO VILLANI (_Vite
-di uomini illustri_) narra di una statua costruita da Guido Bonatti,
-_non arte magica, ut infamatores sui nominis voluerunt, sed astrologiae
-diligentia et observatione_. (BONCOMPAGNI, _Della vita e delle opere di
-Guido Bonatti, astrologo ed astronomo del secolo XIII_, Roma, 1851, pp.
-6-7).
-
-[463] _El mágico prodigioso_, giorn. III, in fine.
-
-[464] I demonografi sono pressochè concordi nel dire che il diavolo non
-può essere forzato, e che la sua obbedienza ai maghi è finzione ancor
-essa; ma la credenza popolare contraddisse in questo, come in altri
-punti, alla opinione dei trattatisti di professione.
-
-[465] Intorno alla condizione del sentimento religioso in Italia, in
-quel tempo, vedi il bel libro del GEBHART, _L'Italie mystique. Histoire
-de la renaissance religieuse au moyen-âge_, Parigi, 1890. Vedi pure:
-_Briefe heiliger und gotterfürchtiger Italiener gesammelt und erläutert
-von_ ALFRED VON REUMONT, Friburgo, i. B., 1877, Prefazione.
-
-[466] Cfr. intorno all'argomento GASPARY, _Geschichte der italienischen
-Literatur,_ vol. I, Lipsia, 1855, pp. 355 sgg.; MAZZATINTI, _Un profeta
-umbro del secolo XIV_ (Tommasuccio da Foligno) nel _Propugnatore_, vol.
-XV (1882), parte 1ª.
-
-[467] Vedi SAN-MARTE (A. SCHULZ), _Die Sagen von Merlin_, Halle,
-1858, pp. 9 sgg., 262 sgg.; HERSART DE LA VILLEMARQUÉ, _Myrdhinn ou
-l'enchanteur Merlin_, Parigi, 1862, pp. 291 sgg. Il celebre Battista
-Mantovano (1448-1516), in fine del suo poema in tre libri su Niccolò da
-Tolentino, parla ancora di Merlino come di un uomo singolare, generato
-dal diavolo e dotato di spirito profetico.
-
-[468] HERSART DE LA WILLEMARQUÉ, _Op. cit._, pp. 343 sgg. G. Manni, in
-una nota apposta alla Cronaca di Buonaccorso Pitti, da lui pubblicata
-(Firenze, 1720, p. 93, n. 1) ricorda una _Profezia di Merlino, tradotta
-in toscano da un certo Paulino_, contenuta, secondo egli dice, in un
-manoscritto antico, posseduto allora dall'abate Pier Andrea Andreini.
-
-[469] P. 29. Il _Fioretto_ è scrittura dei primi anni del sec. XIV.
-
-[470] _Scriptores rerum italicarum_, t. VIII, pp. 1177-8. Li riprodusse
-il San-Marte, Op. cit., pp. 264-5.
-
-[471] Pp. 176-8.
-
-[472] _Chronicon_, ap. MURATORI, _Scriptores_, t. IX, p. 670. V.
-l'Appendice, num. 1.
-
-[473] L'HUILLARD-BRÉHOLLES pubblicò alcuni versi che sono, in parte,
-quelli stessi riportati da Salimbene, ma disposti in altro ordine. Essi
-trovansi adespoti nel codice onde li trasse; ma un codice di Bruxelles
-li attribuisce a Michele Scotto (_Chronicon_ _placentinum et chronicon
-de rebus in Italia gestis_, Parigi, 1856, Prefazione, pp. XXI-XXII).
-
-[474] _Rerum sicularum libri sex_, l. I, cap. 2, ap. MURATORI,
-SCRIPTORES, t. VIII, coll. 788-9.
-
-[475] _Cronica_, l. VI, capp. 36 e 41. Avverte ancora il Villani che
-nemmeno in Faenza volle mai por piede Federico.
-
-[476] _Historiae_, Lione, 1527, parte III, tit. XIX, cap. 6, § 2, f. 42
-r., col. 1.
-
-[477] Vedi in questo volume a p. 26.
-
-[478] Vedi CASTELLI, _La vita e le opere di Cecco d'Ascoli_, Bologna,
-1892, pp. 47, 155.
-
-[479] _Lo_ Inferno _della_ Commedia _di_ DANTE ALIGHIERI _col comento
-di_ GUINIFORTO DELLI BARGIGI, Marsiglia e Firenze, 1858, p. 477.
-
-[480] _Comentum super_ DANTIS ALDIGHERIJ Comoediam, Firenze, 1887 sgg.,
-vol. II, p. 88.
-
-[481] JACOPO DELLA LANA, _l. cit,; Commento di_ FRANCESCO DA BUTI
-_sopra la_ Divina Commedia di DANTE ALLIGHIERI, Pisa, 1858, vol. I.
-p. 533; ANONIMO FIORENTINO, l. cit.; DANTE _con l'espositioni di_
-CRISTOFORO LANDINO _et d_'ALESSANDRO VELLUTELLO, Venezia, 1596, f. 106
-v.
-
-[482] _Lexicon_, s. v. Πάσης. Di questo Pasete ebbe a parlare anche
-Apione Grammatico, in un suo libro _De mago_.
-
-[483] _Contra Celsum_, I, 68.
-
-[484] PLUTARCO, _Vitae, Numa_, 15; PLINIO, _Hist. nat._, XXX, 6;
-FILOSTRATO, _De vita Apollonii Thyanaei_, III, 27; Comparetti, _Op.
-cit._, vol. II, pp. 137-8, 146, 257-8, 300; _Albertus Magnus in
-Geschichte und Sage_, Colonia, 1880, pp. 155-9; GRAESSE, _Sagenbuch
-des preussischen Staats_, Glogau, 1868-71, vol. II, pp. 72-3; _The
-famous Historie of Fryer Bacon, Early english Prose Romances, with
-bibliographical and historical Introductions, edited by_ WILLIAM J.
-THOMS, 2ª ediz., Londra, 1858, vol. I, p. 195;_ Historia von Doctor
-Johann Fausten, in Simrock, Die deutschen Volksbücher_, volume IV,
-p. 45; SCHEIBLE, _Das Kloster_, vol. V, Stoccarda, 1847, pp. 169-70;
-vol. XI, 1849, pp. 1130 sg.; ZAMBRINI, _Meraviglie diaboliche,
-Propugnatore_, vol. I, 1868, pp. 238-9.
-
-[485] _Morgante Maggiore_, c. XXV, st. 220-1.
-
-[486] FILIPPO CAMERARIO, _Operae horarum subcisivarum_, centuria prima,
-nuova edizione accresciuta, Francoforte 1644, cap. LXX. Il Goethe ebbe
-a giovarsi di questa novella nella scena della cantina di Auerbach.
-
-[487] PALERMO, _I manoscritti palatini di Firenze_, vol. II, Firenze,
-1860, p. 252.
-
-[488] _Magnum Chronicon Belgicum_, in PISTORIUS, _Rerum germanicarum
-scriptores_, ediz. dello Struvio, Ratisbona, 1726 sg., t. III, pp.
-268-9; TRITHEMIUS, CHRONICON HIRSAUGIENSE, ad ann. 1254, ecc. Cfr. la
-nov. 5 della giorn. X del _Decamerone_.
-
-[489] _Chiose sopra_ DANTE, pubblicate a cura di Lord Vernon, Firenze,
-1846, pp. 162-3, V. l'Appendice, num. 8.
-
-[490] _Cronica_, cap. 8, ap. MURATORI, _Scriptores_, t. V, coll.
-1076-7. Virgilio fece in Napoli anche una fontana,
-
- La quale sempre olio si gittava,
- E dal gittare mai non s'astenia.
-
-[491] _Il Paradiso degli Alberti_, edito da A. WESSELOFSKY, vol. II,
-Bologna, 1867, p. 180-217 (_Sc. di cur. lett._, disp. 86-7).
-
-[492] Nov. cit. Questa novella, che è la XX del testo borghiniano, può
-vedersi pure, segnata col n. XXVIII, fra le Novelle_ antiche dei codici
-Panciatichiano-Palatino 138 e Laurenziano-Gaddiano 193_, edite a cura
-di GUIDO BIAGI, Firenze, 1880, pp. 36-8.
-
-[493] Vedi, a questo riguardo, D'ANCONA, _Le fonti del Novellino, in
-Studj di critica e storia letteraria_, Bologna, 1880, pp. 310-12. La
-novella trovasi pure fra quelle suppositizie che Gaetano Cioni mise
-sotto il nome di Giraldo Giraldi, e nella seconda edizione, Amsterdam
-(Firenze) 1819, sta a pp. 183-98. Basta darle un'occhiata per farsi
-certo che il Cioni conobbe il romanzo di Giovanni da Prato.
-
-[494] V. l'Appendice, num. 10.
-
-[495] Queste navi, le quali, alcuna volta, anzichè sull'acqua, correvan
-per l'aria, servivano ai maghi, sia per sottrarsi a particolari
-nemici, sia per sottrarsi alla giustizia. Spesso si vedono i maghi,
-sia buoni, sia malvagi, deludere i giudici, uscire miracolosamente
-di carcere, sgusciar di mano al carnefice; tema di racconti di cui è
-facile riconoscere il carattere affatto popolare. Non citerò esempii,
-essendovene in grandissimo numero. (Vedi COMPARETTI, _Op. cit._, vol.
-II, pp. 133-5, 137, 155-6, 255-6, 277-9, 292, 296, 300-1; Camerario,
-Op. e l. cit.). Bensì possono essere ricordate a questo proposito le
-navi aeree di cui si servivano i malvagi incantatori per trasportare
-nel paese di Magonia le messi rubate. (Cf. _Des_ GERVASIUS VON
-TILBURY, _Otia imperialia in einer Auswahl, neu herausgegeben und mit
-Anmerkungen begleitet von_ FELIX LIEBRECHT, Hannover, 1856, pp. 2-3,
-62, 261). Intorno a Pietro Barliario vedi D'ANCONA, _Un filosofo e un
-mago_, in _Varietà storiche e letterarie_, Milano, 1883-5, vol. I, pp.
-15-38.
-
-[496] _La saggia pazzia, fonte d'allegrezza, madre de' piaceri, regina
-de' belli humori_, Pavia, 1607, l. II, pp. 53-4. Questo libro ebbe la
-poco meritata ventura di due traduzioni francesi. L'autore ricorda
-pure un altro Scotto, _più moderno_, del quale dicevasi che ajutato
-da spiriti facesse «giuochi d'importanza» e facesse «stravedere alle
-persone». Di quest'altro Scotto non so nulla. Di Michele si fa beffe
-anche il GARZONI, nella _Piazza universale di tutte le professioni del
-mondo_, disc. XL.
-
-[497] _The Lay of the last Minstrel_, note 11, 13, 14 al canto II. Non
-tutte le edizioni hanno queste note, e non tutte quelle che le hanno le
-han per intero: esse si possono vedere, tradotte, anche nel commento di
-Filalete (DANTE ALIGHIERI'S _Göttliche Comödie metrisch übertragen und
-mit kritischen und historischen Erläuterungen versehen von Philaletes_,
-Lipsia, 1865-6).
-
-[498] Vedi LANDAU, _La novella di messer Torello (Decam., X, 9), e
-le sue attinenze mitiche e leggendarie, nel Giornale storico della
-letteratura italiana_, vol. II (1883), pp. 58-78. Pietro Barliario
-ascoltò in uno stesso giorno tre messe, in Roma, in San Giacomo di
-Compostella, in Gerusalemme; ovvero nella stessa notte, in Londra, in
-Parigi, in Salerno (TORRACA, _A proposito di Pietro Barliario, Rassegna
-settimanale_, 19 decembre 1880). Il dottore Torralva, che nel primo
-quarto del secolo XVI ebbe grande riputazione di mago, compiè parecchi
-di questi viaggi miracolosi (WRIGHT, _Narratives of sorcery and magic_,
-Londra, 1851, vol. II, pp. 5 sgg.).
-
-[499] Vedi il mio libro _Il Diavolo_, Milano, 1889, pp. 299 sgg.
-
-[500] I versi inglesi propriamente dicono:
-
- Maister Michael Scott's man
- Sought meat and gate nane.
-
-[501] Vedi MAURY, Op. cit., p. 20, n. 2; p. 51; C. MEYER, _Der
-Aberglaube des Mittelalters_, Basilea, 1884, pp. 367-8.
-
-[502] Vedi HERTZ, _Der Werwolf, Beitrag zur Sagengeschichte_,
-Stoccarda, 1862; LEUBUSCHER, _Ueber die Wehrwölfe und Thierwandlungen
-im Mittelalter_, Berlino, 1850.
-
-[503] Dice GERVASIO DA TILBURY, parlando delle streghe (_Otia
-imperialia_, decis. III, c. 93): «Scimus quasdam in forma cattarum a
-furtivo vigilantibus de nocte visas ac vulneratas, in crastino vulnera
-truncationesque membrorum ostendisse». Cf. ROSKOFF, _Geschichte des
-Teufels_, Lipsia, 1869, vol. I, pp. 305-6.
-
-[504] Negli _Assempri_ di _Fra Filippo da Siena_ (Siena, 1864), è
-un capitolo (il 51) intitolato: _Come le bestie e gli animali bruti
-guardano le feste_.
-
-[505] Su questo tema ci sarebbe da scrivere un libro non meno
-istruttivo che dilettevole, ed io da gran tempo l'ho in mente. Quel
-tanto che se n'è scritto sinora è poco, rispetto alla vastità del
-tema. Cito: MAURY, _Essai sur les légendes pieuses du moyen-âge_,
-Parigi, 1843; CAHIER et MARTIN, _Mélanges d'archéologie, d'histoire
-et de littérature sur le moyen-âge_, Parigi, 1847-56; vol. II,
-pp. 106-228; vol. III, pp. 203-83; KOLLOF, _Die sagenhafte und
-symbolische Thiergeschichte des Mittelalters_, in RAUMER, _Historisches
-Taschenbuch_, serie IV, vol. VII, 1867; CAHIER, _Nouveaux mélanges_,
-etc., Parigi, 1874, pp. 106-64; MASCI, La leggenda degli animali,
-Napoli, 1888; MENABREA, _De l'origine, de la forme et de l'esprit des
-jugements rendus au moyen-âge contre les animaux_, Chambéry, 1854;
-AGNEL, _Curiosités judiciaires et historiques. Procès contre les
-animaux_, Parigi, 1858; PERTILE, _Gli animali in giudizio, Atti del R.
-Istituto Veneto_, serie VI, t. IV; HAROU, _Procès contre les animaux,
-La Tradition_, anni 1891-2; D'ADDOSIO, _Bestie delinquenti_, Napoli,
-1892.
-
-[506] Ap. MURATORI, _Scriptores_, t. IX, col. 670. Vedi l'Appendice,
-num. 4.
-
-[507] RICCOBALDO DA FERRARA, _Historia imperatorum_, ap. MURATORI,
-_Scriptores_, t. IX, col. 128; _Annales caesenates_, Murat., t. XIV,
-col. 1095. Per un curioso errore GIOVANNI DA SERRAVALLE (_Translatio
-et comentum totius libri_ DANTIS ALDIGHERII, Prato, 1891) narra che
-Michele predisse cotal morte a Federico II. Il NAUDÈ (_Apologie pour
-tous les grands personnages qui ont esté soupçonnez de magie_, La
-Haye, 1653, p. 497), ricordato come, secondo la leggenda, Michele
-avesse preveduto di dover morire in una chiesa soggiunge: «comme il y
-estoit un jour la teste descouverte pour adorer le corps et sang de
-Jesus-Christ, la cordelle de la cloche que l'on sonnoit fit tomber
-un pierre sur sa teste qui le coursa mort au mesme lieu ou il fust
-enterré». Non so d'onde il Naudé togliesse questi particolari; ma dal
-libro del Naudé probabilmente passò nel _Grand Dictionnaire universel
-du XIXe siècle_ del Larousse la notizia che Michele fu «_écrasé_ dans
-une église par la chute d'une pierre».
-
-[508] _Op. e l. cit_.
-
-[509]
-
- Before their eyes the wizard lay,
- As if he had not dead a day.
- His hoary beard in silver roll'd,
- He seem'd some seventy winters old;
- A palmer's amice wrapp'd him round,
- With a wrought Spanish baldric bound,
- Like a pilgrim from beyond the sea;
- His left hand held his book of might;
- A silver cross was in his right;
- The lamp was placed beside his knee;
- High and majestic was his look,
- At which the feilest fiends had shook,
- And all unruffled was his face;
- They trusted his soul had gotten grace.
-
-[510] Vedi l'Appendice, num. 11.
-
-[511] _De Michaele Scoto, veneficii injuste damnato_, Lipsia, 1739.
-
-[512] Fu vivissima un tempo in Italia anche la leggenda di Pietro
-d'Abano, di cui, tra l'altro, si narrò, come di Virgilio, che avesse
-preparato il bisognevole per risuscitare, ma non risuscitò, per colpa
-di un servitore che non seppe osservare i suoi ordini. Il MAZZUCHELLI
-fa memoria di una «celebre popolare commedia», che traeva argomento
-dalla vita di Pietro, e rappresentata circa il mezzo del secolo XVIII
-(_Notizie storiche e critiche intorno alla vita di Pietro d'Abano_,
-nella _Raccolta d'opuscoli scientifici e filologici_ del CALOGERÀ,
-vol. XXIII, Venezia, 1741, p. III). La leggenda era ancor viva negli
-ultimi anni di quel secolo, quando FRANCESCO MARIA COLLE scriveva
-la _Storia scientifico-letteraria dello Studio di Padova_ (Padova,
-1824, vol. II, p. 128); ma non so se tale siasi serbata anche dopo. Il
-VEDOVA (_Scrittori padovani_) e il RONZONI (_Della vita e delle opere
-di Pietro d'Abano, Atti della R. Accademia dei Lincei, serie terza,
-Memorie della classe di scienze morali, storiche e filologiche_, vol.
-II, 1878, pp. 526-50) non dicon nulla di questo.
-
-
-APPENDICE
-
-ALCUNI TESTI DELLA LEGGENDA DI MICHELE SCOTTO
-
-
-1.
-
-_Futura praesagia Lombardiae, Tusciae, Romagnolae et aliarum partium
-per magistrum Michaelem Scothum declarata_ (_Chronica_ FR. SALIMBENE
-_Parmensis ordinis minorum ex codice Bibliothecae Vaticanae nunc primum
-edita_, Parma, 1857, pp. 176-7). Li riproduco tali e quali.
-
- Regis vexilla timens, fugiet velamina Brixa
- Et suos non poterit filios propriosque tueri.
- Brixia stans fortis, secundi certamine Regis.
- Post Mediolani sternentur moenia griphi.
- Mediolanum territum cruore fervido necis,
- Resuscitabit viso cruore mortis.
- In numeris errantes erunt atque sylvestres.
- Deinde Vercellus veniunt, Novaria, Laudum.
- Affuerint dies, quod aegra Papia erit.
- Vastata curabitur, moesta dolore flendo.
- Munera quae meruit diu parata vicinis.
- Pavida mandatis parebit Placentia Regis.
- Oppressa resiliet, passa damnosa strage.
- Cum fuerit unita, in firmitate manebit.
- Placentia patebit grave pondus sanguine mixtum.
- Parma parens viret, totisque frondibus uret.
- Serpens in obliquo, tumida exitque draconi.
- Parma Regi parens, tumida percutiet illum,
- Vipera draconem. Florumque virescet amoenum
- Tu ipsa Cremona patieris flammae dolorem.
- In fine praedito, conscia tanti mali,
- Et Regis partes insimul mala verba tenebunt.
- Paduae magnatum plorabunt filii necem.
- Duram et horrendam, datam catuloque Veronae.
- Marchia succumbet, gravi servitute coacta.
- Ob viam Antenoris, quamque secuti erunt,
- Languida resurget, catulo moriente, Verona.
- Mantua, vae tibi tanto dolore plena,
- Cur ne vacillas, nam tui pars ruet?
- Ferraria fallax, fides falsa nil tibi prodest
- Subire te cunctis, cum tua facta ruent
- Peregre missura, quos tua mala parant.
- Faventia iniet tecum, videns tentoria, pacem.
- Corruet in pestem, ducto velamine pacis.
- Bononia renuens ipsam, vastabitur agmine circa,
- Sed dabit immensum, purgato agmine, censum.
- Mutina fremescet, sibi certando sub lima,
- Quae, dico, tepescet, tandem trahetur ad ima.
- Pergami deorsum excelsa moenia cadent.
- Rursus et amoris ascendet stimulus arcem.
- Trivisii duae partes offerent non signa salutis.
- Gaudia fugantes, vexilla praebendo ruinae.
- Roma diu titubans, longis terroribus acta,
- Corruet, et mundi desinet esse caput.
- Fata monent, stellaeque docent, aviumque volatus,
- Quod Fridericus malleus orbis erit.
- Vivet draco magnus cum immenso turbine mundi.
- Fata silent, stellaeque tacent, aviumque volatus,
- Quod Petri navis desinet esse caput.
- Reviviscet mater: malleabit caput draconis.
- Non diu stolida florebit Florentia florum;
- Corruet in feudum, dissimulando vivet.
- Venecia aperiet venas, percutiet undique Regem.
- Infra millenos, ducenos, sexque decennos
- Erunt sedata immensa turbina mundi.
- Morietur gripho, aufugient undique pennae.
-
-
-2.
-
-ENRICO D'AVRANCHES, _Ad imperatorem Fr_[_ethericum_], _cujus commendat
-prudenciam_ (_Forschungen zur deutschen Geschichte_, vol. XVIII (1878),
-p. 486).
-
- A Michaele Scoto me percepisse recordor,
- Qui fuit astrorum scrutator, qui fuit augur,
- Qui fuit ariolus, et qui fuit alter Apollo.
- Hunc super imperio cum multi multa rogarent:
- Esse sibi, dixit, certa ratione probatum,
- Quod status imperii, te supportante, resurget.
- Prelatis adhibere fidem nolentibus illi,
- Addidit hiis verbis formalem pandere causam:
- 'Hac princeps, et non alia, ratione regendis
- Preficitur populis, ipsius ut una voluntas
- Unanimes faciat populos, sua jussa sequentes.
- Sic opus est; nec enim poterit consistere regnum
- In se divisum, sed desolabitur. Hoc est
- Ergo: quod imperii rupisse videtur habenas
- Principis ad nutum plebs dedignata moveri.
- Sed sic est — celum si non mentitur, et astra
- Si non delirant, et mobilitate perhenni
- Corpora si sequitur supracelestia mundus —:
- Excellens alias prudencia principis hujus
- Cisma voluntatum dirimet, populosque rebelles
- Conteret et legum dabit irresecabile frenun.
- Nec tamen arma feret spontanea, sed spoliatus
- In spoliatores, quos talio puniet equa:
- Omnia dat qui justiciam negat arma tenenti'.
- Veridicus vates Michael, hae pauca locutus,
- Plura locuturus, obmutuit, et sua mundo
- Non paciens archana plebescere, jussit
- Ejus ut in tenues prodiret hanelitus auras.
- Sic acusator fatorum fata subivit.
- Neve fide careant tanti presagia vatis:
- . . . . . . . . . . . . . . .
-
-Séguita, dando a Federico suggerimenti conformi alle sentenze e alle
-predizioni di Michele.
-
-
-3.
-
-SALIMBENE, _Chronica_, Parma, 1857, pp. 169-70.
-
- Septima et ultima curiositas ejus (sc. _Friderici_) et superstitio
- fuit, sicut etiam in alia chronica posui, quia, cum quadam die in
- quodam palatio existens interrogasset Michaelem Scothum astrologum
- suum quantum distabat a coelo, et ille quod visum sibi fuerat,
- respondisset, duxit eum ad alia loca regni, quasi sub occasione
- spatiandi, et per plures menses detinuit, praecipiens architectis,
- sive fabris lignariis, ut salam palatii ita deprimerent quod nullus
- posset advertere: factumque est ita. Cumque post multos dies, in
- eodem palatio cum praedicto astrologo consisteret Imperator, quasi
- aliunde incipiens, quaesivit ab eo, utrum tantum distaret a coelo,
- quantum alia vice jam dixerat; qui computata ratione sua, dixit,
- quod aut coelum erat elevatum, aut certe terra depressa: et tunc
- cognovit Imperator quod vere esset astrologus.
-
-
-4.
-
-FRANCESCO PIPINO, _Chronicon_, cap. L, _De Michaële Scotto Astronomo_
-(MURATORI, _Rerum italicarum scriptores_, t. IX, col. 670).
-
- Michaël Scottus Astronomiae peritus hoc tempore agnoscitur,
- imperante juniore scilicet Friderico. Hic, ut fertur, quum
- comperisset se moriturum lapillo certi ponderis parvi,
- excogitavit novam capitis armaturam, quae vulgo _cerebrerium_ sive
- _cerobotarium_ appellatur, qua jugiter caput munitum habebat.
- Quadam autem die dum in Ecclesia hora sacrificii in ostensione
- videlicet sive elevatione Dominici Corporis caput ea munitione
- pro reverentia solita exuisset, lapillus fatalis in caput ejus
- decidit, atque illud sauciauit pusillum. Quo bilance pensato, et
- tanti ponderis invento, quanti timebat, certus mortis disposuit
- rebus suis, eoque vulnere post modicum fati legem implevit. Ejus
- igitur occasu, modo, quo dictum est, praecognito, verificatum in
- eo cernitur verbum Flavii Josephi disertissimi Historiographi,
- qui ait: Fatum homines evitare non possunt, etiamsi praeviderint.
- Michaël iste dictus est spiritu prophetico claruisse. Edidit enim
- versus, quibus quarumdam Urbium Italiae ruinam, variosque praedixit
- eventus.
-
-
-5.
-
-JACOPO DELLA LANA (_Comedia di Dante degli Allagherii col commento di_
-JACOPO DI GIOVANNI DALLA LANA _Bolognese_, Milano (1865), p. 93). Lo
-stesso nella edizione di Bologna, 1866, vol. I, p. 351.
-
- Qui fa menzione di Michele Scotto il quale fu indovino
- dell'imperadore Federigo; ebbe molto per mano l'arte magica, sì la
- parte delle coniurazioni come eziandio quella delle imagini; del
- quale si ragiona ch'essendo in Bologna, e usando con gentili uomini
- e cavalieri, e mangiando come s'usa tra essi in brigata a casa
- l'uno dell'altro, quando venia la volta a lui d'apparecchiare, mai
- non facea fare alcuna cosa di cucina in casa, ma avea spiriti a suo
- comandamento, che li facea levare lo lesso dalla cucina dello re
- di Francia, lo rosto di quella del re d'Inghilterra, le tramesse di
- quella del re di Cicilia, lo pane d'un luogo, e 'l vino d'un altro,
- confetti e frutta la onde li piacea; e queste vivande dava alla sua
- brigata, poi dopo pasto li contava: del lesso lo re di Francia fu
- nostro oste, del rosto quel d'Inghilterra _etc._
-
-
-6.
-
-BENVENUTI DE RAMBALDIS DE IMOLA _Comentum super_ DANTIS ALDIGHERIJ
-_Comoediam_, Firenze, 1887 segg., vol. II, pp. 88-9.
-
- Hic fuit Michael Scottus, famosus astrologus Federici II, de quo
- jam toties dictum est et dicetur: cui imperatori ipse Michael fecit
- librum pulcrum valde, quem vidi, in quo aperte curavit dare sibi
- notitiam multorum naturalium, et inter alia multa dicit de istis
- auguriis. Et nota quod Michael Scottus admiscuit nigromantiam
- astrologiae; ideo creditus est dicere multa vera. Praedixit enim
- quaedam de civitatibus quibusdam Italiae, quarum aliqua verificata
- videmus, sicut de Mantua praedicta, de qua dixit: _Mantua, vae
- tibi, tanto dolore plaena! _Male tamen praevidit mortem domini sui
- Federici, cui praedixerat, quod erat moriturus in Florentia; sed
- mortuus est in Florentiola in Apulia, et sic diabolus quasi semper
- fallit sub aequivoco. Michael tamen dicitur praevidisse mortem
- suam, quam vitare non potuit; praeviderat enim se moriturum ex ictu
- parvi lapilli certi ponderis casuri in caput suum: ideo providerat
- sibi, quod semper portabat celatam ferream sub caputeo ad evitandum
- talem casum. Sed semel cum intrasset in unam ecclesiam, in qua
- pulsabatur ad Corpus Domini, removit caputeum cum celata, ut
- honoraret Dominum; magis tamen, ut credo, ne notaretur a vulgo,
- quam amore Christi, in quo parum credebat. Et ecce statim cecidit
- lapillus super caput nudum, et parum laesit cutim; quo accepto
- et ponderato, Michael reperit, quod tanti erat ponderis, quanti
- praeviderat; quare de morte sua certus, disposuit rebus suis, et eo
- vulnere mortuus est.
-
-
-7.
-
-_Commento di_ FRANCESCO DA BUTI _sopra la_ Divina Commedia _di_ DANTE
-ALLIGHIERI, vol. I, Pisa, 1858, p. 533.
-
- Questo Michele fu con lo imperadore Federigo secondo, e fu ancora
- in Bologna per alcun tempo, e facea spesse volte conviti con li
- gentili uomini e non apparecchiava niente: se non che comandava a
- certi spiriti che avea costretti, ch'andassino per la roba, e così
- recavano di diverse parti le imbandigioni, e quando era a mensa
- con li valenti uomini, dicea: Questo lesso fu del re di Francia,
- l'arrosto del re d'Inghilterra, e così dell'altre cose; e però dice
- che seppe il gioco delle magiche frode; che questo non era se non
- inganno: imperò che parea forse loro mangiare e non mangiavano, o
- pareano quelle vivande quel che non erano.
-
-
-8.
-
-_Chiose sopra Dante_ (Falso Boccaccio) pubblicate a cura di Lord
-Vernon, Firenze, 1846, pp. 162-3.
-
- Effu il primo filoxafo eastrolagho talese effuchostui altempo
- dello imperador federigho secondo effu nemico disanta chiesa
- evenne addosso apparma eassediolla efecie difuori unacittadella
- allaquale puose nome vittoria. Laonde veggiendosi iparmigiani
- istretti forti uscirono fuori tutti a romore dipopolo si
- eintalmodo cheglisconfissono loste delre federigho. Onde rubando
- iparmigiani ilcanpo unpovero huomo ciabattiere discharpette andava
- perghuadagnare entro nel padiglione delre enonvi trovo altro chun
- botticiello dunasoma pieno eportosenelo achasa eimaginando dentro
- vi fosse vino epostolo inchasa undi ne trasse unbicchiere etrovo
- chera unperfetto vino eunaltro bicchiere ne diede alladonna sua
- eognidi ne veniva aumodo etanto natignieva quanto bisogniava diche
- acierto tempo ilpovero huomo simaraviglio chelbotticino nomanchava
- volle sapere quelche questo volesse dire eruppe ilbotticiello
- nelquale dentro vaveva unagnolo dariento piccholo il quale teneva
- unodesuopiedi insunungrappolo duva dargiento ediquesto grappolo
- usciva questo perfetto vino. E questo erafatto perarte magicha
- edinegromanzia equesto fecie tales overo michele scotto perlasua
- scienzia e virtu eilpovero huomo perde ilsuo bere ellasua vignia
- ellasua ventura incio.
-
-
-9.
-
-ANONIMO FIORENTINO, _Commento alla_ Divina Commedia, _stampato a cura
-di_ Pietro Fanfani (_Collezione di opere inedite o rare dei primi tre
-secoli della lingua_), Bologna, 1866-74, vol. I, pp. 452-3.
-
- Questo Michele Scoto fu grande nigromante, et fu maestro dello
- imperadore Federigo secondo. Dicesi di lui molte cose maravigliose
- in quell'arte; et fra l'altre che, essendo giunto in Bologna,
- invitò una mattina a mangiare seco quasi tutti i maggiori della
- terra, et la mattina fuoco non era acceso in sua casa. Il fante
- suo si maravigliava, et gli altri che 'l sapeano diceano: _Come
- farà costui? uccella egli tanta buona gente?_ Ultimamente, venuta
- la brigata in sua casa, essendo a tavola, disse Michele: _Venga
- della vivanda del re di Francia;_ incontanente apparirono sergenti
- co' taglieri in mano, et pongono innanzi a costoro, et costoro
- mangiono. _Venga della vivanda del re d'Inghilterra; _et così
- d'uno signore et d'altro, egli tenne costoro la mattina meglio che
- niuno signore — _Delle magiche frode seppe_. Però che questa arte
- magica si può in due modi usare: o egli fanno con inganno apparire
- certi corpi d'aria che pajono veri; o elli fanno apparire cose
- che hanno apparenza di vere et non sono vere, et nell'uno modo
- et nell'altro fue Michele gran maestro. Fue questo Michele della
- Provincia di Scozia; et dicesi per novella che, essendo adunata
- molta gente a desinare, che essendo richiesto Michele che mostrasse
- alcuna cosa mirabile, fece apparire sopra le tavole, essendo di
- gennajo, viti piene di pampani et con molte uve mature; et dicendo
- loro che ciascheduno ne prendesse un grappolo, ma ch'eglino non
- tagliassono, s'egli nol dicesse; et dicendo _tagliate_, sparvono
- l'uve, e ciascheduno si trova col coltellino et col suo manico in
- mano. Predisse Michele molte cose delle città d'Italia, cominciando
- da Roma; et molte cose avvennono di quelle ch'egli predisse: et
- fra l'altre dice della città di Firenze: _Non diu solida stabit
- Florentia, florem Decidet in foetidum, dissimulando ruet etc._
-
-
-10.
-
-TEOFILO FOLENGO, BALDUS, maccheronea XVIII (_Le opere maccheroniche di_
-MERLIN COCAI, ediz. di A. Portioli, Mantova, 1883 sgg.).
-
- Ecce Michaelis de incantu gegula Scoti,
- Qua post sex formas cereae fabricatur imago
- Daemonii Sathan, Saturni facta piombo.
- Cui suffimigio per sirica rubra cremato,
- Hac, licet obsistant, coguntur amare puellae.
- Ecce idem Scotus, qui stando sub arboris umbra,
- Ante characteribus designat millibus orbem,
- Quatuor inde vocat magna cum voce diablos.
- Unus ab occasu properat, venit alter ab ortu,
- Meridies terzum mandat, septemtrio quartum,
- Consecrare facit froenum conforme per ipsos,
- Cum quo vincit equum nigrum, nulloque vedutum,
- Quem, quot vult, tanquam turchesca sagitta cavalcat,
- Sacrificatque comas ejusdem saepe cavalli.
- En quoque depingit magus idem in littore navem,
- Quae vogat totum octo remis ducta per orbem,
- Humanae spinae suffimigat inde medullam.
- En docet ut magicis cappam sacrare susurris,
- Quam sacrando fremunt plorantque per aera turbae
- Spiritum, quoniam verbis nolendo tiramur.
- Hanc quicunque gerit gradiens ubicunque locorum
- Aspicitur nusquam, caveat tamen ire per album
- Solis splendorem, quia tunc sua cernitur umbra.
-
-
-11.
-
-SATCHELLS, _History of the Right Honourable Name of Scott_ (citato
-da GUALTIERO SCOTT, nella nota 11 al canto II del _Lay of the last
-Minstrel_).
-
- He said the book which he gave me
- Was of Sir Michael Scot's historie;
- Which historie was never yet read through,
- Nor never will, for no man dare it do.
- Young scholars have pick'd out something
- From the contents, that dare not read within.
- He carried me along the castle then,
- And shew'd his written book hanging on an iron pin.
- His writing pen did seem to me to be
- Of hardened metal, like steel, or accumie;
- The volume of it did seem so large to me,
- As the book of Martyrs and Turks historie.
- Then in the church he let me see
- A stone where Mr. Michael Scott did lie;
- I asked at him how that could appear,
- Mr. Michael had been dead above five hundred year?
- He shew'd me none durst bury under that stone,
- More than he had been dead a few years agone;
- For Mr. Michael's name doth terrify each one.
-
-
-
-
-ARTÙ NELL'ETNA
-
-
-I.
-
-Per secoli fu creduto che Artù, mortalmente ferito in battaglia, non
-fosse mai morto, ma vivesse in luogo incantato e recondito, d'onde
-sarebbe, una volta o l'altra, per far ritorno e prender vendetta de'
-nemici del suo popolo e suoi. Si sa quale luogo tenesse nella coscienza
-dei Brettoni vinti, ma non caduti di animo, sì fatta credenza; come
-intimamente si legassero ad essa i ricordi loro più dolorosi e le
-più accarezzate speranze; come tutto il sentimento loro di nazione
-trovasse in essa una consacrazione ed un simbolo. Alano de Insulis
-(m. 1202) ricorda come ai tempi suoi quella credenza fosse ancora così
-viva e comune in Armorica che il contraddirla avrebbe portato pericolo
-di lapidazione[513]. Fra le genti d'altra stirpe la lunga e paziente
-aspettativa diede il tema a locuzioni proverbiali notissime; e _Arturum
-expectare_ tanto venne a dire quanto aspettar ciò che non può nè deve
-avvenire[514]; e _speranza brettone_ fu sinonimo di speranza vana ed
-assurda. A sì fatta speranza sono frequenti accenni nei trovatori di
-Provenza[515], e dai trovatori di Provenza, se non da altri, avrebbero
-gl'italiani potuto averne agevolmente contezza. Arrigo da Settimello,
-nel suo poema latino _De diversitate fortunae et philosophiae
-consolatione_, composto circa il 1192, la rammenta due volte:
-
- Et prius Arturus veniet vetus ille Britannus,
- Quam ferat adversis falsus amicus opem.
-
- Qui cupit auferre naturam seminat herbam
- Cujus in Arturi tempore fructus erit[516].
-
-Nel 1248 quei di Parma, assediati da Federico II, colta un giorno
-l'occasione che l'imperatore era andato a cacciare, uscirono fuori con
-grande impeto, e presero e distrussero la città di Vittoria, dai nemici
-edificata quasi sotto le loro mura. Non molto dopo, l'avvenimento fu
-celebrato in tre carmi, nel terzo de' quali l'anonimo poeta, accennando
-alle vane minacce dell'imperatore, dice:
-
- Cominatur impius, dolens de iacturis,
- Cum suo, Britonibus Arturo venturis[517].
-
-Secondo l'antica tradizione brettone raccolta da Galfredo di Monmouth,
-Morgana aveva trasportato Artù ferito in quella paradisiaca isola di
-Avalon, altrimenti detta Insula pomorum, o Fortunata, della quale è
-sì frequente ricordo in croniche e in poemi del medio evo[518]; ma
-non era possibile che, o prima o poi, la finzione non variasse su
-questo punto, specie migrando fuor di patria, prendendo ad allignare
-fra nuove genti, incontrandosi con altre finzioni, offerendosi a
-esplicazioni e connettimenti nuovi. Come Orlando, fatto cittadino di
-altre patrie, ebbe mutato il luogo della sua nascita e il teatro delle
-prime sue gesta, così Artù ebbe mutato il luogo della sua miracolosa
-segregazione.
-
-Ed ecco farcisi innanzi una tradizione, la quale sembra abbia smarrito
-ogni ricordo dell'isola di Avalon, e pone la incantata dimora di Artù
-nell'interno dell'Etna. Gervasio da Tilbury, primo fra gli scrittori
-di cui abbiamo notizia, la riferisce nel modo che segue: «In Sicilia
-è il monte Etna, ardente d'incendii sulfurei, e prossimo alla città di
-Catania, ove si mostra il tesoro del gloriosissimo corpo di sant'Agata
-vergine e martire, preservatrice di essa. Volgarmente quel monte dicesi
-Mongibello; e narran gli abitatori essere apparso ai dì nostri, fra le
-sue balze deserte, il grande Arturo. Avvenne un giorno che un palafreno
-del vescovo di Catania, colto, per essere troppo bene pasciuto, da
-un subitano impeto di lascivia, fuggì di mano al palafreniere che lo
-strigliava, e, fatto libero, sparve. Il palafreniere, cercatolo invano
-per dirupi e burroni, stimolato da crescente preoccupazione, si mise
-dentro al cavo tenebroso del monte. A che moltiplicar le parole? per un
-sentiero angustissimo ma piano, giunse il garzone in una campagna assai
-spaziosa e gioconda, e piena d'ogni delizia; e quivi, in un palazzo di
-mirabil fattura, trovò Arturo adagiato sopra un letto regale. Saputa
-il re la ragione del suo venire, subito fece menare e restituire al
-garzone il cavallo, perchè lo tornasse al vescovo, e narrò come,
-ferito anticamente in una battaglia da lui combattuta contro il
-nipote Modred e Childerico, duce dei Sassoni, quivi stesse già da gran
-tempo, rincrudendosi tutti gli anni le sue ferite. E, secondochè dagli
-indigeni mi fu detto, mandò al vescovo suoi donativi, veduti da molti e
-ammirati per la novità favolosa del fatto»[519].
-
-Esaminiamo un po' questo curioso racconto. Gervasio lo dà per genuino
-ed autentico, e diffuso tra i Siciliani, almeno tra quelli di Catania e
-della rimanente regione circostante all'Etna. Intorno a ciò si potrebbe
-muovere un primo dubbio, e sospettare che il tutto sia invenzione
-di Gervasio; e il sospetto non sarebbe certo irragionevole. Negli
-scrittori siciliani che trattano dell'Etna e dell'altre singolarità
-dell'isola, non si trova cenno di così fatta novella. Oltre di ciò
-Gervasio fu inglese; compose per un principe inglese il suo _Liber
-facetiarum_, ancora inedito, e per un imperatore mezzo inglese,
-Ottone IV, i suoi _Otia_; così che si può dire ch'egli dovesse essere
-trascinato a narrare, in un libro tutto pieno di favole, anche qualche
-nuova favola di Artù, e non trovandone alcuna che già non fosse
-notissima, inventarla. Altri scrittori, in picciol numero, l'avrebbero,
-più tardi, attinta da lui. Ma a queste considerazioni altre se ne
-possono opporre, che conducono a diverso giudizio. Gervasio passa
-per uno degli scrittori più bugiardi del medio evo; ma tale opinione,
-se non vuol essere ingiuriosa ed erronea, deve ridursi in più giusti
-termini. Gervasio è bugiardo perchè riferisce molte cose non vere; non
-già perchè se le inventi: volendo parlar rettamente egli è favoloso e
-non bugiardo; e come scrittore favoloso appunto ha, in questi ultimi
-tempi, acquistato importanza notabile agli occhi di quanti attendono
-allo studio dei miti e delle leggende medievali. Gervasio viaggiò
-pressochè tutta l'Italia[520], e negli _Otia_ molte cose racconta
-imparate per lo appunto in Italia: fu in Sicilia, ai servigi di re
-Guglielmo, innanzi al 1190, ed ebbe agio di conoscere direttamente, o
-per informazioni immediate, molte particolarità di quella terra, delle
-quali dà conto nel capitolo stesso in cui narra la leggenda trascritta
-pur ora. E nel racconto di tale leggenda sono alcuni accenni a cose
-vere e reali, che, mentre rivelano nell'autore un testimone di veduta,
-o un ripetitore bene informato, confermano il carattere tradizionale
-di esso. Dei miracoli operati dal corpo di Sant'Agata in guardar la
-città di Catania dagl'incendii dell'Etna, è frequente il ricordo nelle
-croniche siciliane. Ciò che si dice del cavallo del vescovo è pure
-conforme al vero; giacchè sappiamo, non solo che su quelle pendici
-del vulcano si allevavano cavalli di molto pregio e vigore, non meno
-agili che animosi; ma, ancora, che per la troppa ubertà dei paschi,
-gli animali d'armento o di greggia ci venivano soverchio gagliardi e
-baliosi, cosicchè a certi tempi dell'anno bisognava trar loro sangue
-dalle orecchie. Subito dopo aver narrata la leggenda siciliana,
-Gervasio ne narra un'altra, diffusa per le due Brettagne, e dove Artù
-si presenta sotto l'aspetto del cacciatore selvaggio; e questa seconda
-leggenda è sicurissimamente popolare[521]. Finalmente, un po' più
-oltre, ricorda come, _secondo la volgare tradizione_ dei Brettoni, Artù
-fosse stato trasportato nell'isola di Davalim (_sic_), e come quivi
-Morgana lo custodisse e curasse[522]. Poichè entrambe queste leggende
-appartengono notoriamente alla tradizione, noi abbiamo una ragione di
-più per credere che alla tradizione appartenga anche la prima.
-
-E che vi appartenga davvero cel prova, oltre a quanto dovrò dire
-più innanzi, anche il fatto del trovarla narrata, in forma alquanto
-diversa, da uno scrittore di poco posteriore a Gervasio, e da lui
-indipendente; Cesario di Heisterbach, che la racconta in tal modo.
-«Nel tempo in cui l'imperatore Enrico soggiogò la Sicilia, era nella
-Chiesa di Palermo un decano, di nazione, secondo ch'io penso, tedesco.
-Avendo costui, un giorno, smarrito il suo palafreno, che ottimo era,
-mandò il servo per diversi luoghi a farne ricerca. Un vecchio, fattosi
-incontro al servo, gli chiese: Dove vai? e che cerchi? Rispostogli da
-quello che cercava il cavallo del suo padrone, soggiunse il vecchio:
-Io so dov'è. — E dove? — Nel monte Gyber (_sic_), in potere del re
-Arturo, mio signore. Quel monte vomita fiamme come Vulcano. Stupì il
-servo in udire tali parole, e l'altro soggiunse: Di' al tuo padrone che
-da oggi a quattordici dì venga alla corte solenne di lui; e sappii che
-tralasciando di dirglielo, sarai punito aspramente. Tornato addietro,
-il servo espose, non senza timore, quanto aveva udito. Il decano si
-rise di quell'invito alla corte del re Arturo; ma, ammalatosi, morì il
-giorno prestabilito»[523].
-
-Il racconto è, in parte, quello stesso di Gervasio, e, in parte,
-è diverso. Il cavallo smarrito, il servo che ne va in traccia, la
-misteriosa dimora di Artù, sono comuni ad entrambi, mostrano che i
-due hanno, quanto alla sostanza, la medesima origine; ma, da altra
-banda, quello di Cesario differisce tanto da quello di Gervasio
-che, ragionevolmente, non si può supporre ne sia derivato. Nel
-_Dialogus miraculorum_ non è neppure un indizio che Cesario abbia
-avuto conoscenza degli _Otia_. Si potrebbe, gli è vero, pensare che
-Cesario, togliendo il racconto a Gervasio, lo alterasse e foggiasse
-deliberatamente a quel modo, per meglio accomodarlo all'indole della
-distinzione XII del suo libro; ma contro questa congettura sta il
-fatto che Cesario è, nel narrare, coscienzioso e fedele sino allo
-scrupolo; che ripete esattamente, senza aggiungervi di suo, gli altrui
-racconti; e che sempre, quando può, cita i nomi di coloro da cui gli
-ebbe, o i libri onde li trasse[524]. Oltre di ciò, non si vede che di
-quell'alterazione egli potesse molto giovarsi per i suoi fini, dacchè
-il racconto, quale egli lo reca, è, fra quanti ne novera la distinzione
-XII, il più povero di significato, quello di cui meno s'intende
-l'insegnamento. Altre cose poi son da notare, le quali accennano a
-fonti diverse e di più torbida e tortuosa vena. Cesario parla di un
-decano di Palermo, e sembra ponga Palermo dov'è Catania, alle falde
-dell'Etna. La forma _Palernensi_, usata da lui, non è nè latina, nè
-italiana, ma francese, trovandosi spesso ne' testi francesi Palerne per
-Palerme (_Guillaume de Palerne_ ecc.). Può ciò bastare per supporre
-una fonte francese? gli è poco, ma gli è pur qualche cosa. Alcuna
-considerazione vuol pure quel monte Gyber. Il nome di _Mongibello_ fu
-fatto capricciosamente derivare da _Mulcibero_, da _Mons Cybeles_,
-da _Monte Bello_, e persino da _Monte di Beel_; ma esso è veramente
-nome composto di due nomi comuni e d'egual significato, italiano
-l'uno, _monte_, arabico l'altro, gibel, che non vuol altro dire che
-monte; e trovasi non di rado scritto disgiuntamente, come appunto in
-Cesario[525]. _Monte Gibero_ si ha in testi italiani; _perg Gyfers_
-o _Givers_ in testi tedeschi. Per quell'avvertimento che si dice dato
-dall'incognito vecchio al servo, e concernente il decano, il racconto
-di Cesario si raccosta a una intera e numerosa famiglia di racconti
-esemplari, di cui dirò fra poco, e nei quali i vulcani hanno parte
-cospicua. In fondo il racconto di Cesario è quello stesso di Gervasio,
-ma alterato alquanto, per infiltrazioni penetratevi, come pare, da un
-gruppo d'altri racconti, molto più antichi, e d'indole affatto diversa.
-I due si accordano inoltre abbastanza quanto al tempo. Gervasio
-dice il fatto accaduto _nostris temporibus_; Cesario _eo tempore quo
-Henricus imperator subjugavit sibi Syciliam_. Nulla vieta di riferire
-la espressione di Gervasio agli ultimi tempi del soggiorno di lui in
-Sicilia; e quanto alla conquista di Enrico VI, si sa che avvenne nel
-1294.
-
-Il racconto di Cesario rivela, come diceva testè, certe infiltrazioni
-che in quello di Gervasio non appajono. Penetra in esso un elemento
-pauroso e tetro, alcun che di infernale e di diabolico che certamente
-fu estraneo alla tradizion primitiva e più genuina. In esso la leggenda
-epica non è ancor trasformata, ma tende già a trasformarsi in leggenda
-ascetica: in un altro racconto, posteriore di poco a quello di Cesario,
-la trasformazione si vede compiuta. Stefano di Borbone, morto circa il
-1261, narra il fatto a questo modo. «Udii narrare a un frate di Puglia,
-per nome Giovanni, il quale diceva esser ciò avvenuto dalle sue parti,
-che cert'uomo, andato in traccia del cavallo del suo signore su pel
-monte presso a Vulcano (_sic_), ove si crede sia il purgatorio, vicino
-alla città di Catania[526], trovò secondo gli parve, una città, che
-aveva una postierla di ferro, e a colui che la custodiva chiese notizia
-del cavallo che andava cercando. Il custode gli rispose che n'andasse
-sino alla corte del principe, il quale, o gliel farebbe restituire,
-o gliene darebbe notizia; e richiesto dall'altro, in nome di Dio, di
-alcuna norma circa quell'andata, soggiunse badasse bene di non mangiare
-di nessuna vivanda che potesse essergli offerta. Parve al cercatore di
-vedere per le vie di essa città tanti uomini quanti ne sono nel mondo,
-di ogni generazione e condizione. Passando per molte sale, giunse ad
-una, ove scorse il principe circondato da' suoi. Ecco gli offrono molti
-cibi, ed ei non vuole gustar di nessuno: gli mostrano quattro letti, e
-gli dicono che l'uno d'essi è apparecchiato pel suo signore, gli altri
-tre per tre usurai. E gli dice il principe che al signor suo e ai tre
-usurai assegnava certo giorno come termine perentorio a comparire, e
-che mancando, sarebbero menati a forza; e gli dà un nappo d'oro, con
-coperchio d'oro, e lo ammonisce che non l'apra, ma lo rechi in segno
-della cosa, al padrone, perchè questi beva della sua bevanda; e, di
-giunta, gli fa restituire il cavallo. Se ne torna il famiglio; adempie
-il precetto: s'apre il nappo e ne schizza fiamma; si getta il nappo nel
-mare e il mare si accende. Quei quattro, sebbene confessi (per timore
-solo, e non per penitenza[527]) il dì assegnato sono rapiti sopra
-quattro cavalli neri»[528].
-
-Qui abbiamo, in sostanza, il fatto stesso narrato da Gervasio e
-da Cesario, ma con particolarità nuove, che mostrano un crescente
-infoscamento della leggenda, e la preponderanza presa dagli elementi
-infernali e diabolici. Secondo Gervasio, Artù mandò regali al padrone
-del cavallo, nè in modo alcuno gli nocque: secondo Cesario, un
-ministro di Artù impose, per mezzo del servo, al padrone del cavallo
-di presentarsi a giorno fisso alla corte del principe: secondo Stefano,
-il principe assegnò il giorno del comparire al padrone del cavallo e a
-tre usurai ad un tempo. Nel racconto di Cesario non s'intende il perchè
-di quell'assegnazione; ma ben s'intende nel racconto di Stefano, dove
-la coppa ignivoma, che parrebbe un simbolo del vulcano, e la compagnia
-de' tre usurai, e quei quattro letti, che non dovevano essere letti
-di rose, e, più che tutto, i quattro cavalli negri rapitori, lasciano
-subito intendere di che cosa si tratti. Quella città è una città
-infernale: quel principe, se non è Satanasso in persona, è uno de' suoi
-maggiori ministri; e perciò non si chiama più Artù, sebbene sia stato
-Artù in origine. Anche quella particolarità di non dovere accettare
-cosa che sia offerta, si trova in numerose leggende diaboliche. Stefano
-di Borbone compose il libro ove questo racconto si legge negli ultimi
-anni di sua vita, e conobbe gli _Otia_ di Gervasio e li cita; ma alla
-narrazion di costui preferì, egli che andava in traccia di _esempii
-predicabili_, la narrazion più opportuna dell'ignoto frate di Puglia.
-
-Vedremo or ora che questa graduale alterazione della leggenda,
-lungi dall'essere capricciosa e arbitraria, era in certo qual modo
-ragionevole e necessaria; ma devesi, innanzi a tutto, insistere sul
-fatto che la version primitiva non è quella di Stefano, e nemmeno
-quella di Cesario; ma bensì quella di Gervasio; anzi una in cui
-l'elemento romanzesco e cavalleresco doveva essere assai più copioso
-che nel racconto di Gervasio non sia. Tale prima versione dovette
-essere affatto serena, affatto consentanea alle forme e allo spirito
-dell'altre finzioni brettoni; e noi possiamo credere di rintracciarla,
-o di rintracciarne una che poco se ne discosti, in un vecchio poema
-francese intitolato _Florian et Florète_, e pochissimo noto[529].
-
-Questo poema, composto già forse nel secolo XIII, ma più probabilmente
-nel successivo, è di pochissimo pregio, rileva assai poco nella
-storia delle finzioni brettoni, e non avrebbe anzi, rispetto ad esse,
-importanza alcuna, se non fosse per quella leggenda arturiana che ci si
-vede intessuta. Qui la leggenda non è, come nei racconti di Gervasio,
-di Cesario e di Stefano, una immaginazione slegata e smarrita, ma si
-allaccia a un'azione epica, qual ch'essa sia, e fa corpo con altre
-leggende e immaginazioni del ciclo. È questa una prima ragione che il
-rende meritevole d'attenzione e di studio; ma ce ne sono dell'altre.
-Nei racconti di Gervasio e di Cesario (lasciamo in disparte ora quello
-di Stefano) si narra un fatto particolare, occorso ai tempi di quegli
-scrittori; ma fanno difetto le ragioni e i presupposti del fatto
-stesso. La leggenda in essi narrata rimanda necessariamente ad un'altra
-più antica, nella quale doveva dirsi come e perchè Artù fosse capitato
-nell'Etna. Ora, quelle ragioni e quei presupposti, e quella più antica
-leggenda, noi troviamo per l'appunto, almeno in parte, nel romanzo
-francese, la cui azione si svolge mentre il re Artù è ancora nel suo
-regno, a capo de' suoi cavalieri. Qui l'Etna è una specie di regno
-fatato, dimora consueta della sorella di Artù, Morgana, e del numeroso
-suo séguito: è quello che nei romanzi francesi del medio evo si chiama
-comunemente _Faerie_, ossia paese o città delle fate: _c'estoit leur
-maistre chastel_, dice il poeta, parlando di Morgana e delle sue
-compagne. In esso Morgana conduce Floriant, figliuolo di un re Elyadus
-di Sicilia, il quale era stato ucciso dal traditore Maragot, e ve lo
-fa educare. Il luogo è assai piacente, e ci si mena vita giojosa, e
-non ci si può morire. Floriant torna poi nel mondo, e incontra molte
-avventure; ma la buona Morgana, quando conosce ch'egli è prossimo alla
-sua fine, lo attira di nuovo nell'incantato soggiorno, e ci fa venire
-anche la moglie di lui, Florète. Artù, che si suppone ancora sano e
-fiorente, ci andrà poi ancor egli a suo tempo, come annunzia la stessa
-Morgana (vv. 8238-40):
-
- Li rois Artus, au defenir,
- Mes freres i ert amenez
- Quant il sera a mort menez.
-
-Quando poi Artù ci fu andato, s'intende che ogni occasione poteva
-esser buona a fare ch'egli palesasse in qualche modo la sua presenza; e
-s'intende pure ch'egli dovesse diventare il personaggio principale di
-quella corte fatata, e respinger nell'ombra, se non far dimenticare,
-tutti gli altri. Così la leggenda si circoscriveva e si addensava,
-diventando più particolarmente la leggenda di _Artù nell'Etna_. E in
-vero, nei due racconti di Gervasio e di Cesario, Morgana non è neppur
-nominata: in quello del primo, il monte è la curia, o corte, di Artù;
-in quello del secondo, Artù è signore del monte. Ora io credo che la
-cagione prima del trasponimento della _Faerie_ di Morgana nell'Etna,
-sia appunto Artù, e ciò per ragioni che vedremo alquanto più oltre.
-
-Ecco dunque uno scrittore inglese, uno scrittore tedesco, due scrittori
-francesi, porgere documento di una leggenda medesima, variata, dirò
-così, nella buccia, ma rimasta pur sempre quella nel nocciolo e
-nel midollo. E le testimonianze non finiscono qui, potendosi alle
-forastiere aggiungerne una nostrana, assai scarsa ed asciutta a dir
-vero, ma non però meno significativa. In una rozza e bizzarra poesia,
-appartenente, come pare, al secolo XIII, e pubblicata son pochi
-anni[530], due cavalieri, interrogati dell'esser loro da un misterioso
-personaggio che si fa chiamare Gatto Lupesco, rispondono:
-
- Cavalieri siamo di Bretangna,
- ke vengnamo de la montagna,
- ke ll'omo apella Mongibello.
- Assai vi semo stati ad ostello
- per apparare ed invenire
- la veritade di nostro sire,
- lo re Artù k'avemo perduto
- e non sapemo ke sia venuto.
- Or ne torniamo in nostra terra
- ne lo reame d'Inghilterra.
-
-Qui si allude, senz'alcun dubbio, a una credenza secondo la quale Artù
-sarebbe nell'Etna; ma non si afferma già ch'ei ci sia veramente. La
-cosa rimane in dubbio. I cavalieri se ne tornano indietro senz'essersi
-potuti accertare del vero (_e non sapemo ke sia venuto_), e da tutto
-il passo sembra traspaja qualcosa della solita incredulità italiana
-in fatto di meraviglioso[531]. Oltre che a quella credenza, vi è
-accennato, ma in modo indiretto, all'antica opinione che Artù dovesse
-tornare.
-
-Da ciò che precede rimane, parmi, provata l'esistenza, nei secoli XIII
-e XIV, di una vera e propria leggenda (non di una semplice e scioperata
-immaginazione individuale), la quale poneva nell'Etna la dimora di
-Artù, e riman provato che tale leggenda fu cognita a molti allora in
-Sicilia, se pur non fu popolare. Ma il tema nostro non è per anche
-esaurito, e alcuni dubbii che nascon da esso, e alcune particolarità
-che in esso si notano, richiedon ora la nostra attenzione.
-
-
-II.
-
-Come mai, e per quale ragione, ed a chi potè venire primamente in
-pensiero di strappare Artù all'isola di Avalon per porlo nell'interno
-di un vulcano, in Sicilia? Dobbiam noi credere che inventori della
-strana finzione sieno stati que' Siciliani medesimi tra cui Gervasio,
-secondo attesta, la trovò divulgata? Dobbiam per contrario credere che
-altri uomini ne sieno stati inventori? Il dubbio, credo, sarà chiarito
-se si riesce a dimostrare: 1º che i Siciliani non avevano ragione di
-sorta, nè quasi possibilità d'immaginaria; 2º che la finzione stessa,
-specie nella forma che veste in Gervasio, ha in sè tutti i caratteri
-di una finzione, non italica, ma germanica, rimanda a un vero e proprio
-mito germanico.
-
-Cominciamo dal primo punto.
-
-Che i Siciliani non dovessero avere nessuna ragione, e quasi nemmeno
-la possibilità d'immaginar la finzione, s'intende assai agevolmente.
-La finzione stessa presuppone sentimenti, credenze, fantasie, che i
-Siciliani non avevano e non potevano avere: un ricordevole affetto per
-Artù; un desiderio immaginoso di raccostarsi in qualche modo all'eroe;
-una vaga speranza di vederlo tornare, quando che fosse, nel mondo.
-Chi poneva Artù nell'Etna doveva sentirsi legato a lui da vincoli
-particolari, da vincoli di cui nessuna ragione potrebbe trovarsi nella
-storia, nelle costumanze, nelle aspirazioni del popolo di Sicilia; e
-se la finzione fosse stata frutto naturale e spontaneo della fantasia
-di quel popolo, noi dovremmo, sembra, trovarne vestigio in alcuna delle
-sue croniche, laddove non ce ne troviamo nessuno.
-
-Fatto sta che ai Siciliani l'Etna ricordava altre meraviglie e
-suggeriva altre immaginazioni: fatto sta che anche in Sicilia, come
-per tanti esempii si vede essere avvenuto nella rimanente Italia, la
-memoria e la fantasia tornavano ostinatamente alle storie e ai miti
-dell'antichità classica, ne' quali, come in cosa lor propria, si
-compiacevano. Nelle croniche dell'isola si trovano ricordati i Ciclopi,
-i giganti fulminati da Giove, il ratto di Proserpina, la fine di
-Empedocle, ecc.; e si può credere che nella coscienza popolare questi
-fossero più che semplici ricordi di tradizioni e di favole antiche,
-fossero anzi, alcuni di essi, miti tuttora viventi. Di un'apparizione
-dei Ciclopi e di Vulcano si fa ricordo ancora nel 1536, poco prima di
-una grande eruzione dell'Etna[532]. Come in antico, si credeva che il
-monte ignivomo (e altrettanto dicasi degli altri vulcani, non escluso
-quello d'Islanda) fosse uno spiracolo dell'inferno; e le leggende che
-più facilmente dovevano accreditarsi in Sicilia e diffondersi, erano
-le leggende monacali ed ascetiche, le quali appunto si conformavano a
-quella credenza, e narravano di anime dannate, portate a volo entro il
-monte dai diavoli, e d'altre meraviglie paurose. Di queste leggende
-è grande il numero, e qui basterà ricordare quelle di Eumorfio e di
-Teodorico, narrate da Gregorio Magno[533], e quella del re Dagoberto,
-narrata dallo storico Aimoino[534]. Subito dopo aver narrata la storia
-del decano di Palermo, Cesario racconta[535] quella di Bertoldo V, duca
-di Zähringen, a cui i diavoli preparano nell'Etna il meritato castigo.
-Secondo certo racconto riferito da Pier Damiano nella Vita di Odilone,
-dentro l'Etna si udivano le querele delle anime purganti, tormentate da
-infiniti demonii[536]. Nel nome stesso dell'Etna si trovava indicata
-la condizione sua. Isidoro da Siviglia dice: «Mons Aetnae ex igne et
-sulphure dictus, unde et Gehenna[537]». Gotofredo da Viterbo raccoglie
-la comune opinione:
-
- Mons ibi flammarum, quas evomit, Aetna vocatur:
- Hoc ibi tartareum dicitur esse caput.
-
-In Sicilia queste credenze dovevano essere assai divulgate. Parlando
-della grande eruzione del 1329 Nicola Speciale dice: «Parecchi,
-nelle vicinanze del monte, furono portati via dai diavoli, che
-assumendo varii corpi, predicavano nell'aria terribili menzogne»[538].
-Quand'anche non si voglia far conto della trista esperienza che i
-Siciliani avevano della natura del loro vulcano; quand'anche s'immagini
-ch'essi avessero perduto il ricordo dei danni sofferti per esso, e
-poco o niun pensiero si dessero delle sue perpetue minacce, la opinione
-ch'essi ne avevano, come di una bocca spalancata dell'Inferno, doveva
-bastare a vietar loro di fingervi dentro il regno incantato di Morgana
-e il soggiorno di Artù; mentre a finger tai cose potevano essere
-tratti assai più facilmente uomini venuti d'altronde, i quali non
-ben conoscessero la natura del monte, e ai quali men tetre fantasie
-potessero essere suggerite a primo aspetto da quella tanta feracità di
-campi e giocondità di aspetti, cui già gli antichi non s'erano stancati
-di ammirare e di celebrare[539].
-
-Veniamo ora al secondo punto.
-
-La leggenda di Artù nell'Etna non è, come s'è già notato, una leggenda
-nuova; è una leggenda variata; ma nella variazione sua sono alcune
-particolarità che meritano d'essere considerate attentamente. Secondo
-la leggenda brettone originale, Artù vivo, ma ferito, dimora in Avalon,
-la quale è veramente un'isola del fiume Bret, nella contea di Somerset,
-e antica sede dei druidi. La poetica fantasia abbellì quest'umile
-isola, e ne fece un luogo di delizie da porre a riscontro delle famose
-Isole Fortunate. Goffredo di Monmouth dice di essa, nella Vita Merlini:
-
- Insula pomorum quae fortunata vocatur.
-
-Secondo la leggenda derivata, che, per comodità di espressione,
-seguiteremo a dir siciliana, Artù dimora nell'interno dell'Etna.
-
-Questa innovazione non incontrò molto favore; e noi vediamo altri eroi,
-come, per esempio, Uggeri il Danese e Rainouart, andare a raggiungere
-il buon re Artù nell'isola e non nel monte; ma non però si può dire
-ch'essa fosse al tutto arbitraria e illegittima. Circa il 1139 avvenne
-un fatto che avrebbe potuto a dirittura tagliar le radici alla leggenda
-della miracolosa sopravvivenza di Artù: si credette d'aver trovato, o
-si disse d'aver trovato, appunto nell'isola di Avalon, presso l'abbazia
-di San Dnustano, il corpo di Artù, morto e sepolto da secoli[540].
-Ma tale ritrovamento, cui non fu, sembra, estranea la politica, non
-valse a togliere certe dubbiezze, che forse già da gran tempo si
-avevano circa il vero luogo del rifugio di Artù, e circa alcune altre
-particolarità della sua leggenda. Di tali dubbiezze abbiamo parecchi
-indizii, oltre a quello contenuto nei versi italiani riportati di
-sopra. Il trovatore Aimeric de Peguilain (1205-70) dice in un suo
-serventese (_Totas honors_):
-
- Part totz los monz voill qu'an mon sirventes
- E part totas las mars, si ja pogues
- Home trobar que il saubes novas dir
- Del rei Artus, e quan deu revenir.
-
-In un codice di Helmstadt, contenente il già citato poema _De
-diversitate Fortunae_ di Arrigo da Settimello, si trova una nota
-ov'è detto che Artù, combattendo contro certa belva, perdette i suoi
-cavalieri, e avendo ucciso la belva, non fece più ritorno a casa; onde
-i Brettoni lo aspettano ancora. Del luogo ov'egli possa essere andato
-non v'è pur cenno[541]. Ma, secondo l'autore del _Lohengrin_, Artù è
-in un monte dell'India, insieme coi cavalieri del Santo Gral[542]; e
-nel _Wartburgkrieg_ si dice che Artù dimora entro un monte, insieme
-con Giunone e con Felicia, figliuola di Sibilla[543]. Da tutto ciò
-si rileva che, fuori di Brettagna, la tradizione era alquanto vaga e
-malsicura, se non circa la rimozione e la vita soprannaturale di Artù,
-almeno circa il luogo di sua dimora; e che per tempo una opinione era
-sorta, la quale poneva quella misteriosa dimora nell'interno di un
-monte.
-
-Ora, qui, noi ci troviamo in presenza di una finzione essenzialmente
-germanica. L'immaginazione dell'eroe rimosso dal mondo, serbato
-miracolosamente in vita, e destinato a futuro ritorno, è comune a
-molte e svariate genti; ma la immaginazione di un sì fatto eroe (o dio)
-chiuso nel cavo di un monte è, più specificatamente, germanica[544].
-Nella mitologia settentrionale ne sono parecchi esempii. Il dio
-Wodan abita nell'interno di un monte; in monti hanno stanza, insieme
-con le loro famiglie, Frau Holda e Frau Venus; in monti stanno
-rinchiusi, aspettando il giorno del loro riapparire nel mondo, Carlo
-Magno, Federico II[545], Carlo V. Questi misteriosi rifugi non sono
-inaccessibili agli uomini. Abbiam veduto, nel racconto di Gervasio,
-il servo del vescovo di Catania penetrare nel meraviglioso soggiorno
-di Artù; ma, similmente, Tanhäuser penetra nel monte ove alberga
-Frau Venus; un pastore penetra in quello ove Federico aspetta l'ora
-segnata, ecc. Nel racconto di Gervasio il servo riceve da Artù doni
-pel suo signore, ed è questa un'altra particolarità che ha numerosi
-riscontri in miti affini germanici. Non sarà fuor di luogo notare a
-tale proposito che Artù si trova, in modo abbastanza strano, involto
-in un altro concetto mitico germanico, il quale ha stretta relazione
-con quello del trasferimento in un monte, il concetto, cioè, della
-imprecazione (Verwünschung)[546]. Leggesi nella _Vita Paterni_[547]
-che questo santo, il quale fu vescovo di Vannes, e morì circa il 448,
-minacciato da Artù, imprecò contro di lui, dicendo: «Possa la terra
-inghiottirlo!» le quali parole profferite, tosto la terra si aperse, e
-inghiottì Artù sino al mento, e nol lasciò fino a che non si fu pentito
-ed ebbe chiesto perdono.
-
-Esaminata e discussa attentamente ogni cosa, parmi sia questa la
-conclusione più ragionevole: essere sommamente improbabile che i
-Siciliani abbiano immaginata una leggenda, la quale, per una parte,
-contraddice a quanto essi sapevano, o congetturavano, della natura
-del loro vulcano, e involge, per l'altra, un mito germanico; essere
-sommamente probabile che essa leggenda sia stata immaginata da uomini
-venuti di fuori, i quali, mentre col vulcano avevan poca pratica,
-potevano recar seco il ricordo di quel mito germanico, o aver
-conoscenza di alcuna variazione già introdotta nella leggenda di Artù.
-
-Che uomini poteron essere quelli? non gli Arabi, certo; dunque i
-Normanni. Vediamo quali fatti e quali ragioni si possano addurre a
-sostegno di tale congettura.
-
-
-III.
-
-Come e in che tempo penetrarono e si diffusero primamente in Italia
-le immaginose leggende onde s'intreccia il cielo brettone? Quali sono
-tra noi le loro più antiche vestigia? Quando si tratta delle finzioni
-del cielo carolingio, rispondere a così fatte domande riesce molto
-più agevole. Noi vediamo anzitutto le ragioni storiche, e diciam
-pure morali, che dovevano, in certo modo, tirar di qua dall'Alpi la
-leggenda carolingia: Carlo Magno, campione della fede e della Chiesa,
-vincitore dei Saraceni infedeli, non era solamente un eroe franco, era
-un eroe universale cristiano; e questo eroe cristiano aveva, in Italia,
-fiaccata per sempre la potenza dei Longobardi; aveva, in Roma, cinta
-la corona del rinnovato impero. Oltre di ciò, noi possiamo seguitar le
-tracce di quei giullari vaganti, di quei _cantores francigenarum_, e
-di quei pellegrini o romei, che ce la recavano in casa, la rinarravano
-nelle castella e nelle corti nostre, la propagavano tra i nostri
-volghi[548]. Poi vediamo com'essa metta radici e propaggini nelle
-croniche nostre; poi vediamo come divenga quasi cosa nostra, ripetuta
-da prima in quella lingua stessa con che era giunta fra noi, o in
-tale che vorrebbe a quella rassomigliarsi; ripetuta poi in volgare
-nostro, accomodata all'indole e al sentimento di nuovi poeti e di
-nuovi uditori, cresciuta, variata, rimaneggiata in più modi. Per
-le finzioni del cielo brettone la cosa procede altrimenti. Non solo
-la diffusione loro tra noi non fu provocata e sollecitata da quelle
-ragioni che tanto favorirono la diffusione delle finzioni carolinge,
-nè da altre equivalenti od affini; ma le vie stesse ed i gradi per cui
-quella diffusione si venne pure compiendo non ci si lasciano mai vedere
-distintamente. Esse erano cognite fra noi sin dai primordii della
-nostra letteratura: è questo un fatto innegabile; ma quando vogliamo
-intendere e spiegare il fatto, ci è forza ricorrere alle congetture,
-appagarci degl'indizii.
-
-Che la poesia provenzale abbia largamente contribuito a far conoscere
-e diffondere tra di noi quelle finzioni, è cosa di cui non si può
-dubitare. Nei trovatori, i personaggi e i fatti principali che
-occorrono in esse sono ricordati con molta frequenza, e nei loro
-_ensenhamen_ esse tengon luogo cospicuo fra le molte che il giullare,
-sollecito di sua arte, non deve ignorare. Passando in Italia, la poesia
-dei trovatori doveva non solo recarvi la notizia sommaria di quelle
-finzioni, ma, ancora, stimolare efficacemente la curiosità, suscitare
-il desiderio di conoscerle alquanto più a fondo. I primi trovatori
-vennero in Italia, per quanto se ne sa, sul cadere del secolo XII,
-quando l'epopea brettone (chiamiamola così) già sorta, anzi già famosa
-e divulgatissima in Francia, stava per ricevere l'ultima mano, ed
-esser levata a quel più alto grado di perfezione a cui allora potesse
-attingere, dal suo maggiore poeta, da Cristiano da Troyes. I più
-antichi, della cui venuta fra noi si abbia certo ricordo, sembrano
-essere stati Pietro Vidal e Rambaldo di Vaqueiras[549]; e nelle loro
-poesie accenni alle leggende brettoni non fanno difetto. Le poesie
-di Rambaldo in cui se ne trovano furono composte in Italia fra il
-1192 e il 1202. L'uso di tali accenni passò certamente dai trovatori
-provenzali ai trovatori italiani che rimarono in provenzale, e poscia
-a quelli che rimarono in italiano. In una delle sue canzoni Bartolomeo
-Zorzi ricorda gli amori di Tristano e d'Isotta; in una sestina
-ricorda un fatto della storia di Perceval[550]. Ma assai prima che
-ce la recassero i trovatori di Provenza, si dovette aver contezza in
-Italia delle finzioni onde ebbero materia, nella seconda metà del XII
-secolo, i romanzi francesi, chè non si potrebbe intendere, senza di
-ciò, come nomi di persona, tolti alla gesta brettone, compajano per
-entro all'onomastica italiana sino dai primi anni del secolo XII, e
-compajano in modo da lasciar credere che non sia quello il primo tempo
-del loro introdursi in essa[551]. Molt'anni innanzi che ci venissero i
-trovatori, dovettero recar la _materia_ brettone in Italia i Normanni.
-
-Si pensi alla parte che i Normanni ebbero nella diffusione della
-materia brettone. E per ragioni geografiche, e per ragioni storiche,
-essi diventarono i naturali promotori e propagatori di quelle
-immaginazioni, di quella poesia. I Brettoni del continente assai
-per tempo strinsero con loro legami di salda amicizia; e nel 1066,
-combatterono in buon numero, alla battaglia di Hastings, sotto le
-vittoriose bandiere di Guglielmo il Conquistatore. I Brettoni insulari
-poi accolsero come liberatori i Normanni, la cui vittoria diede termine
-all'odiato dominio anglosassone. Più tardi, Enrico II, non solo cercò,
-per propria soddisfazione, le vecchie leggende di Artù, ma fece ancora
-il poter suo perchè fossero largamente diffuse e gustate. Il trovero
-Gaimar, che primo mise in versi la _Historia Britonum_ di Goffredo
-di Monmouth, fu normanno, e normanno fu quel Wace che ne imitò con
-più fortuna l'esempio, a tacere di altri[552]. Leggende brettoni e
-leggende normanne s'innestarono, si fusero insieme, come può vedersi
-nel _Roman de Rou_ dello stesso Wace. A gente d'indole avventurosa,
-quale in tutta la vita loro si danno a divedere i Normanni, la storia
-poetica d'Artù doveva piacere naturalmente; e le guerre combattute con
-gli Anglosassoni, e le vittorie riportate sopra di essi, dovevano esser
-cagione che quella storia poetica fosse dai Normanni considerata quasi
-come cosa lor propria. Innamorati di quelle colorite leggende, le quali
-non narravano solamente, ma vaticinavano ancora, movevano da un passato
-glorioso e mettevan capo in un più glorioso avvenire, essi, avidi
-d'avventure e di gloria, dovevano recarle con sè dovunque andassero,
-come un suffragio poetico ai loro ardimenti, dovevano ripeterle e
-propagarle dovunque fermassero stanza. Con sè certamente le recarono
-essi in Napoli, in Puglia, in Sicilia, e in grazia loro dovettero le
-leggende brettoni esser conosciute per la prima volta in Italia.
-
-Di sì fatta introduzione noi non abbiamo, gli è vero, prove dirette.
-Nessuno dei cronisti (e non son pochi) i quali narrano le gesta dei
-Normanni in Italia, fa il più lieve accenno alle leggende brettoni, o
-lascia intendere in qualsiasi modo che i Normanni avessero recato dalla
-patria loro un ciclo di tradizioni o di favole, e si adoprassero a
-diffondere le une o le altre. Ma, dopo quanto s'è notato pur ora circa
-lo spirito delle croniche nostre, a quel silenzio non è da badar troppo
-come argomento in contrario; il valor positivo della verosimiglianza
-vince, in tal caso, quello tutto negativo del silenzio.
-
-Torniamo al soggetto nostro particolare.
-
-Gervasio, nel suo racconto, parla di una pianura assai spaziosa e
-gioconda, e di un palazzo di mirabile struttura. Non si può credere
-che i Siciliani immaginassero sì fatte cose nel monte; ma non parrà,
-troppo strano che ce le immaginassero i Normanni, i quali avevano nella
-fantasia la deliziosa e incantata isola di Avalon, e credevano forse
-di riconoscere alcune delle proprietà di essa nella ubertosa campagna
-in mezzo a cui sorge arduo e maestoso il vulcano. Si sa che i primi
-Normanni che approdarono alle coste dell'Italia meridionale, tornati
-in patria, narrarono meraviglie di quelle terre sorrise dal sole, e
-recaron con sè il desiderio di ritornarvi, come poi fecero, cresciuti
-di baldanza e di numero. Forse l'isola di Sicilia tutta intera assunse
-agli occhi loro l'aspetto della paradisiaca isola di Avalon, stanza di
-Morgana e di Artù.
-
-Pongasi mente ad un altro fatto.
-
-Mentre in Sicilia, come in altre parti d'Italia, sono frequenti i
-nomi di luoghi e le locuzioni proverbiali derivate dalle leggende
-del ciclo carolingio, la qual cosa prova che tali leggende erano
-veramente passate nella letteratura orale e nella coscienza del popolo,
-nulla di consimile si vede essere avvenuto rispetto alle leggende
-del cielo brettone; e ciò prova che il popolo non ebbe gusto alle
-leggende brettoni, o che se l'ebbe, fu sì debole e scarso da escludere
-affatto l'ipotesi ch'esso potesse lavorarvi intorno di suo[553]. Una
-eccezione vuol farsi in favore della fata Morgana. Ho già detto che
-costei dovette penetrare nell'Etna insieme con Artù. Ora è noto che
-col nome di fata Morgana si designa un fenomeno ottico (ciò che i
-Francesi chiamano _mirage_) solito a lasciarsi vedere con maggiore
-frequenza e perspicuità appunto nello stretto di Messina. Quel nome
-designa presentemente il fenomeno stesso, e non accenna più ad alcuna
-individuata e soprannaturale potenza che ne sia cagione; ma in origine
-non dovette essere così. Si credette allora alla reale presenza della
-fata in quei luoghi, e il fenomeno si considerò come un'opera dell'arte
-sua, forse com'uno dei giuochi o degli allettamenti ond'ella abbelliva
-l'ore e il soggiorno a' suoi compagni di _faerie_[554].
-
-Non è, nè può esser provato, ma è molto probabile che assai prima di
-approdare in Sicilia i Normanni avessero cognizione di una leggenda
-che poneva Artù nell'interno di un monte: approdati in Sicilia, essi
-non ebbero a fare un grande sforzo di fantasia per porre l'eroe entro
-il massimo monte dell'isola. Può darsi ancora che, prima d'approdarvi,
-essi avessero una generale notizia della possibile rimozione e dimora
-degli eroi nell'interno di un monte, o una particolare notizia di
-alcuno eroe in tal modo rimosso e dimorante, e che, trovatisi in
-presenza del meraviglioso vulcano, pensassero senz'altro di trasporvi
-il re Artù. Se parecchi poemi francesi pongono la scena della loro
-azione in Sicilia; se in molti altri la Sicilia è ricordata; se di
-parecchi si può ragionevolmente congetturare che sieno stati composti
-nell'isola[555], noi dobbiamo esserne grati, soprattutto, ai Normanni;
-e dai Normanni dobbiam riconoscere la leggenda arturiana che Gervasio
-da Tilbury fu primo a raccogliere e a tramandare.
-
-
-NOTE
-
-[513] _Explanatio in prophetias Merlini_, l. III, c. 26.
-
-[514] Vedi DU CANGE, _Glossarium mediae et infimae latinitatis_, ediz.
-Henschel, s. v. _Arturum expectare_.
-
-[515] Vedi RAYNOUARD, _Choix des poésies originales des troubadours_,
-Parigi, 1816-21, t. II, p. 129, col. 2ª; p. 255, col. 2ª;
-BIRCH-HIRSCHFELD, _Ueber die den provenzalischen Troubadours des XII.
-und XII. Jahrhunderts bekannten epischen Stoffe_, Halle a. S., 1878,
-pp. 58-4. Vedi inoltre, intorno alla credenza, Ag. THIERRY, _Histoire
-de la conquête de l'Angleterre par les Normands_, 3ª ediz., Parigi,
-1830, vol. I, p. 22; De la Rue, Essais historiques sur les bardes, les
-jongleurs et les trouvères normands et anglo-normands, Caen, 1834,
-t. I, p. 73; SAN-MARTE, _Gottfried's von Monmouth Historia regum
-Britanniae_, ecc. Halle, 1854, pp. 417 sgg.
-
-[516] _Arrighetto, ovvero trattato contro all'avversità della Fortuna_,
-edizione del Manni, Firenze, 1730, pp. 9, 23.
-
-[517] Ap. PERTZ, Scriptores rerum germanicarum, t. XVIII, p. 796.
-
-[518] Vedi SAN-MARTE, _Op. cit._, pp. 423 sgg. Descrizioni dell'isola
-si hanno, per esempio, nella _Bataille Loquifer_ e in una delle rame
-dell'_Ogier_.
-
-[519] Ecco le parole stesse di Gervasio, le quali, date le fiorettature
-di cui si dilettava, troppo più del bisogno, l'autore, difficilmente,
-e con danno del senso, si potrebbero tradurre alla lettera: «In
-Sicilia est mons Aetna, cujus exustu sulphurea fiunt incendia, in
-cujus confinio est civitas Catanensis, in qua gloriosissimi corporis
-B. Agathae virginis ac martyris thesaurus ostenditur, suo beneficio
-civitatem illam servans ab incendio. Hunc autem montem vulgares
-Mongibel appellant. In hujus deserto narrant indigenae Arturum
-Magnum nostris temporibus apparuisse. Cum enim uno aliquo die custos
-palefredi episcopi Catanensis commissum sibi equum depulveraret,
-subito impetu lascivae pinguedinis equus exiliens ac in propriam se
-recipiens libertatem, fugit. Ab inseguente ministro per montis ardua
-praecipitiaque quaesitus nec inventus, timore pedissequo succrescente,
-circa montis opaca perquiritur. Quid plura? arctissima semita sed
-plana est inventa; puer in spatiosissimam planitiem jucundam omnibusque
-deliciis plenam venit, ibique in palatio miro opere constructo reperit
-Arturum in strato regii apparatus recubantem. Cumque ab advena et
-peregrino causam sui adventus percontaretur, agnita causa itineris,
-statim palefridum episcopi facit adduci, ipsumque praesuli reddendum,
-ministro commendat, adjiciens, se illic antiquitus in bello, cum
-Modredo nepote suo et Childerico duce Saxonum pridem commisso,
-vulneribus quotannis recrudescentibus, saucium diu mansisse, quinimo,
-ut ab indigenis accepi, xenia sua ad antistitem illum destinavit,
-quae a multis visa et a pluribus fabulosa novitate admirata sunt».
-_Otia imperialia, secunda decisio_, ap. LEIBNITZ, _Scriptores rerum
-brunsvicensium_, t. I, p. 921; LIEBRECHT, _Des Gervasius von Tilbury
-Otia imperialia_, Hannover, 1856, pp. 12-13. A questo racconto accennò
-G. PARIS in un suo scritto intitolato _La Sicile dans la littérature
-française_, in _Romania_, t. V, p. 110, e lo ricordò di nuovo il PITRÈ,
-_Le tradizioni cavalleresche popolari in Sicilia_, in _Romania_, t.
-XIII, p. 391.
-
-[520] Per la vita di Gervasio vedi la prefazione del Leibnitz nel
-volume citato; WRIGHT, _Biographia britannica literaria_, parte 2ª,
-Londra, 1846, pp. 283-90; WATTENBACH, _Deutschlands Geschichtsquellen
-im Mittelalter_, Berlino, 4ª ediz., 1877-8, vol. II, p. 375.
-
-[521] Pagg. 921-2: «Sed et in sylvis Britanniae majoris aut minoris
-consimilia contigisse referuntur, narrantibus nemorum custodibus,
-quos forestarios, quasi indaginum ac vivariorum ferinorum aut regiorum
-nemorum, vulgus nominat, se alternis diebus circa horam meridianam et
-in primo noctium conticinio sub plenilunio luna lucente, saepissime
-videre militum copiam venantium et canuum et cornuum strepitum, qui
-sciscitantibus, se de societate et familia Arturi esse dicunt». È
-questa la leggenda del _wilde Jäger_, della _mesnie Hellequin_ ecc.,
-sparsa pressochè per tutta Europa, e nella quale compariscono, oltre
-Artù, anche Teodorico, Carlo Magno ed altri. In Iscozia essa era ancor
-viva nella seconda metà del secolo scorso, ed è forse tuttavia.
-
-[522] Pag. 937.
-
-[523] «Eo tempore quo Henricus imperator subiugavit sibi Syciliam, in
-Ecclesia Palernensi quidam erat Decanus, natione ut puto Theutonicus.
-Hic cum die quadam suum qui optimus erat perdidisset palefredum,
-servum suum ad diversa loca misit ad investigandum illum. Cui homo
-senex occurens, ait: Quo vadis, aut quid quaeris? Dicente illo, equum
-domini mei quaero; subiunxit homo: Ego novi ubi sit. Et ubi est?
-inquit. Respondit: In monte Gyber; ibi eum habet dominus meus Rex
-Arcturus. Idem mons flammas evomit sicut Vulcanus. Stupente servo ad
-verba illius, subiunxit: Dic domino tuo ut ad dies quatuordecim illuc
-veniat ad curiam eius sollemnem. Quod si ei dicere omiseris, graviter
-punieris. Reversus servus, quae audivit domino suo exposuit cum timore
-tamen. Decanus ad curiam Arcturi se invitatum audiens et irridens,
-infirmatus die praefixa mortuus est». _Dialogus miraculorum_, ediz.
-Strange, Colonia, Bonn e Bruxelles, 1851, dist. XII, cap. 12. Il
-racconto di Cesario fu noto a OTTAVIO GAETANI, siracusano (1566-1620),
-che lo ricorda nella sua _Isagoge ad historiam siculam illustrandam_,
-cap. XII, ap. GRAEVIUS, _Thesaurus antiquitatum Siciliae_, t. II, col.
-52.
-
-[524] KAUFMANN, _Caesarius von Heisterbach, Ein Beitrag zur
-Kulturgeschichte des zwölften und dreizehnten Jahrhunderts_, Colonia,
-1850, p. 46.
-
-[525] Brunetto Latini scrive (Li Livre dou Tresor, ediz. Chabaille,
-Parigi, 1863, p. 64): mont Gibel, qui tozjors giete feu ecc.
-
-[526] Per errore, nel testo: _prope civitatem Cathenam_.
-
-[527] Parole aggiunte in margine nel manoscritto.
-
-[528] «Item audivi a quodam fratre Apulo, Johanne dicto, qui hoc
-dicebat in partibus suis accidisse, quod, cum quidam monte juxta
-Vulcanum, ubi dicitur locus purgatorii, prope civitatem Cathenam,
-quereret equum domini sui, inveniret, ut sibi visum est, civitatem
-quamdam, cujus erat hostiolum ferreum, et quesivit a portitore de equo
-quem querebat: qui respondit quod iret usque ad aulam domini sui, qui
-vel redderet eum vel doceret; et adjuratus ab eo portitor per Deum quod
-diceret ei quid ageret, dixit ei portitor quod caveret ne comederet de
-aliquo ferculo quod ei daretur. Videbatur ei quod videbat per vicos
-illius civitatis tot homines quot sunt in mundo, de omni gente et
-artificio. Transiens per multas aulas, venit in quamdam, ubi videt
-principem suis circumvallatum; offerunt ei multa fercula: non vult
-de eis gustare; ostenduntur ei quatuor lecti, et dicitur ei quod unus
-eorum erat domino suo paratus, et alii tres trium feneratorum. Et dicit
-ei princeps ille quod assignabat diem domino suo talem peremptoriam
-et tribus dictis feneratoribus, alioquin venirent inviti; et dedit
-ei ciphum aureum, coopertum cooperculo aureo. Dicit ei ne illum
-discooperiret, sed illum in hujus rei intersignum presentaret domino
-suo, ut biberet de potu suo. Equus suus ei redditur; reddit, implet
-jussa: cifus aperitur, flamma ebullit, in mari cum cifo proicitur,
-mare inflammatur. Hi quatuor, licet confessi fuissent (ex timore solo,
-et non vere penitentes) die sibi assignata, rapiuntur super quatuor
-equos nigros». (_Anedoctes historiques, légendes et apologues tirés du
-recueil inédit d'Étienne de Bourbon dominicain du XIIIe siècle, publiés
-par_ A. Lecoy de la Marche, Parigi, 1877, p. 32).
-
-[529] Pubblicato da Francisque Michel pel Roxburghe Club, Edimburgo,
-1873. Non fu posto in commercio, ma se ne ha un'analisi abbastanza
-minuta nell'_Histoire littéraire de la France_, t. XXVIII, pp. 139-79.
-Di essa mi giovo.
-
-[530] Da T. CASINI nel _Propugnatore_, vol. XV, parte 2ª, pp. 335-9. La
-rammentò il Pitrè, nello scritto citato, p. 392.
-
-[531] Questo scetticismo italiano da taluni si esagera, specie in
-riguardo al medio evo, ma non può essere negato, e ad esso in parte si
-deve la scarsezza della nostra produzione leggendaria. Chi ha qualche
-dimestichezza con le croniche nostre e con le forastiere sa quanto
-il meraviglioso sia più abbondante in queste che in quelle, e come in
-molte di quelle, o manchi affatto, o si lasci scorgere appena. Il primo
-ad avvertire ciò fu il MURATORI, il quale dice nella dissertazione XLIV
-(_Antiquitates italicae medii aevi_, t. III, col. 963): «Temperatiora
-vero in ejusmodi studio inani fuisse Italicorum ingenia, mihi
-persuadeo, quum raros hanc in rem foetus ab eorum calamo profectos
-Bibliothecae nobis offerant. Immo Guilielmus Ventura Historicus
-in Chronica Astensi, dum postremas tabulas Anno MCCCX, conderet,
-inter alia monita liberis suis relicta, hoc etiam protulit. Tomo XI,
-pag. 228. Rer. Italicarum: _Fabulas scriptas in Libris, qui Romanzi
-vocantur, vitare debeant, quos semper odio habui_».
-
-[532] _Li horrendi et spaventosi prodigi et fuochi aparsi in
-Sicilia nel Monte de Ethna o vero Mongibello_ ecc., s. l. ed a. Cfr.
-PRAETORIUS, _Anthropodemus plutonicus_, Magdeburgo, 1666, vol. I, p.
-266.
-
-[533] _Dialogorum_ l. IV, cc. 30, 35.
-
-[534] _Historia Francorum_, l. IV, cap. 34. Vedi inoltre il mio libro,
-_Roma nella memoria e nelle immaginazioni del medio evo_, Torino,
-1882-3, vol. II, pp. 360-2.
-
-[535] Dist. XII, cap. 13.
-
-[536] Cf. GERVASIO, _Otia_, decis. III, pp. 965-6.
-
-[537] _Etymologiarum_ l. XIV, cap. 8. VINCENZO BELLOVACENSE ripete,
-_Speculum naturale_, l. VII, cap. 22.
-
-[538] «Plures etiam in confinibus montis a daemonibus, qui tunc diversa
-corpora sumentes in aera terribilia mendacia praedicabant, arrepti
-sunt». _Historiae_, l. VIII, cap. 2, ap. MURATORI, _Scriptores_, t.
-X, col. 1079. Anche in monti non vulcanici, del resto, si misero ad
-abitare i diavoli. Veggasi, per esempio, ciò che del monte Cavagum,
-o Convagum, nel cui interno era un palazzo popolato di demonii, dice
-GERVASIO, _Otia_, decis. III, pp. 982-3.
-
-[539] A questo proposito dice il BEMBO nel suo dialogo _De Aetna_: «Hic
-amoenissima loca circumquaque, hic fluvii personantes, hic obstrepentes
-rivi, hic gelidissimae fontium perennitates, hic prata in floribus
-semper et omni verna die, ut facile quilibet puellam Proserpinam hinc
-fuisse raptam putet, hic arborum multijugae species, et ad umbram
-crescentium, et ad foecunditatem; in qua etiam tantum excellunt
-caeteras omnes arbores, ut mihi quidem magis huic loco convenire
-videantur ea, quae de Alcinoi hortis finxit Homerus quam ipsi Feaciae».
-
-[540] Molte notizie circa il fatto reca l'Usserius, _Britannicarum
-ecclesiarum antiquitates_, seconda edizione, Londra, 1687, pp. 61 sgg.
-
-[541] Ap. LEYSER, _Historia poetarum et poematum medii aevii_, Halae
-Magdeb., 1721, p. 459.
-
-[542] _Lohengrin, ein altteutsches Gedicht_ ecc., Eidelberga, 1813, p.
-179:
-
- hoch eia gebirge lit
- In indern Yndia, daz ist niht wit,
- Den gral mit all den helden ez besleuzzet,
- Die Artus praht mit im dar.
-
-Non ho potuto riscontrare l'edizione critica e più recente del
-Rueckert, Quedlimburgo e Lipsia, 1858.
-
-[543]
-
- Felicia, Sibillen kint,
- und Juno, die mit Artus in dem berge sint,
- die haben vleisch, sam wir, unde ouch gebeine
- Die vraget'ich, wie der künik lebe,
- _Ecc._
-
-VON DER HAGEN, _Minnesinger_, Lipsia, 1838, parte III, p. 182.
-
-[544] Vedi J. GRIMM, _Deutsche Mythologie_, 4ª edizione, Berlino,
-1875-8, cap. XXXII (vol. II, pp. 794 sgg.).
-
-[545] E non Federico Barbarossa, come fu immaginato e scritto più tardi.
-
-[546] GRIMM, _Op. cit._, pp. 794-5.
-
-[547] Cap. 2, in _Acta Sanctorum_, 15 aprile.
-
-[548] Vedi il bello e succoso scritto del RAJNA, _Un'iscrizione
-nepesina del 1131_, nell'_Archivio storico italiano_, t. XIX (1887),
-scritto pieno di fatti e d'induzioni ingegnose.
-
-[549] Che prima di Pietro Vidal facesse dimora in Italia Bernardo di
-Ventadorn, asserirono, anche ultimamente, parecchi; ma non pare sia
-vero. Vedi CARDUCCI, _Un poeta d'amore del secolo XII_, in _Nuova
-Antologia_, serie 2ª, vol. XXV (1881), pp. 15-6. Che un altro trovator
-di Provenza, Uggero del Viennese, sia stato in Italia sino dal 1154, è
-semplice supposizione dell'immaginoso Fauriel, non suffragata da prova
-alcuna.
-
-[550] La canzone _Atressi cum lo camel_; la sestina _En tal dezir mos
-cors intra_. Vedi ÉMIL LEVY, _Der Troubadour Bertolome Zorzi_, Halle,
-1883, pp. 44, 68.
-
-[551] Vedi in proposito le preziose notizie procurate dal Rajna,
-_Gli eroi brettoni nell'onomastica italiana del secolo XII_, nella
-_Romania_, t. XVII, 1888, pp. 161-85, 355-65.
-
-[552] Cf. G. PARIS, _La littérature française au moyen-âge_, 2ª
-edizione, Parigi, 1890, § 54, pp. 88-90.
-
-[553] Vedi il citato scritto del Pitrè, pp. 380-3, 391-2. Intorno
-al ciclo brettone, in Italia, si lavora molto di fantasia; ma non
-si può dire che esso metta radici in terra nostra e dia fuori nuove
-propaggini, fatta eccezione per quel tanto che si è veduto di Artù,
-e che, volendo, si potrebbe veder di Merlino. Nell'Appendice II do
-notizia di alcun'altra immaginazione, ove si scorge il desiderio di
-legare in qualche modo leggende brettoni con tradizioni nostrane.
-
-[554] Lo prova uno scrittore siciliano del secolo XVII, Placido Reyna,
-con le seguenti parole: «Haec vero de sirenibus fabula aliam vulgi
-de saga quadam cui nomen Morgana, narrationem aeque fabulosam in
-memoriam mihi revocat, quoniam et haec ad delicias tractus Peloritani
-declarandas inventa videtur. Formosissimam hanc esse sagam narrant,
-quae terram nostram incolat ac saepennumero, qua potentia praedita sit,
-admirabili ratione demonstrat» (_Ad notitiam historicam urbis Messanae
-Introductio_, col. 36, ap. GRAEVIUS, _Thesaurus_, t. IX). Non sembra
-del resto che il Reyna sapesse altro intorno alla fata Morgana. Questo,
-e il ricordo che, come ho notato innanzi, Ottavio Gaetani fa della
-leggenda narrata da Cesario, sono i soli accenni a leggende brettoni
-che io abbia potuto trovare nei molti ed eruditi illustratori della
-storia e della topografia della Sicilia.
-
-[555] Vedi G. PARIS, _La Sicile dans la littérature française_, già
-cit., pp. 110, 112.
-
-
-APPENDICE I.
-
-ACCENNI A PERSONAGGI E LEGGENDE BRETTONI NEI POETI ITALIANI DELLE
-ORIGINI.
-
-Arrigo da Settimello, di cui abbiam notato due allusioni al presunto
-ritorno di Artù[556] allude pure alle storie ultime venute nel ciclo,
-alle storie cioè di Tristano, in un luogo ove dice:
-
- Quis ille
- Tristanus, qui me tristia plura tulit?[557]
-
-Se Arrigo dovesse la sua cognizione dei casi di Tristano al perduto
-poema di Cristiano da Troyes, o ad altra storia in verso o in prosa,
-è dubbio che certamente non tenterem di risolvere, tanto più che egli
-può bene aver preso quegli accenni, passati ormai in uso proverbiale,
-dai trovatori, senza avere cognizione diretta dei romanzi francesi.
-E questo stesso dubbio può esser mosso per ciascuno degli accenni
-particolari che noi troviamo nei lirici nostri dei primi due secoli,
-dove essi occorrono accompagnati con quelle solite allusioni a miti
-dell'antichità classica, a proprietà di animali ecc., che formavano
-anche in Provenza un frasario d'obbligo nella lingua d'amore. Ciò
-nondimeno non si può non credere che a quegli accenni, presi in
-generale, non corrispondesse una cognizione diretta dei romanzi
-francesi della Tavola Rotonda, che, com'è noto, passarono ancor essi
-agevolmente le Alpi e si diffusero per l'Italia. Gli accenni in parola,
-del resto, non sono assai numerosi, ed io non credo di far cosa inutile
-riportando qui quelli che m'è avvenuto di raccogliere, e a cui altri
-più se ne potrebbero aggiungere facilmente.
-
-Tristano ed Isotta sono i personaggi delle storie brettoni che pajono
-avere destata in più particolar modo l'attenzione e la sollecitudine
-dei nostri poeti d'amore, e quelli a cui si riferiscono ancora gli
-accenni più antichi. La meravigliosa storia dei loro amori spiega una
-tal preferenza, della quale porge esempio del resto, anche la poesia
-dei trovatori. Messer lo re Giovanni che sarebbe, secondo la opinione
-universalmente ammessa, Giovanni di Brienne (n. nel 1158) suocero di
-Federigo II, nella canzone che comincia _Donna, audite como_, dà a
-dirittura nei versi seguenti l'argomento del romanzo di Tristano[558]:
-
- Quella c'amo più 'n cielato
- Che Tristano non facia
- Isotta, com'è cantato,
- Ancor che le fosse zia;
- Lo re Marco era 'ngannato.
- Perchè ['n] lui si confidia.
- Ello n'era smisurato,
- E Tristan se ne godia
- Delo bel viso rosato
- Ch'Isaotta blonda avia.
-
-Quelle parole _com'è cantato_ (se pur non s'ha a leggere _com'è
-contato_: vedi MONACI, _Crestomazia italiana dei primi secoli_, fasc.
-I, Città di Castello, 1889, p. 71) non possono riferirsi che a un
-racconto in verso. Altri accenni sono più compendiosi. Notar Giacomo
-(discordo: _Dal core mi vene_):
-
- Tristano ed Isalda
- Non amâr sì forte.
-
-Giacomino Pugliese, o Pier delle Vigne (canzone: _La dolcie ciera
-piagiente):_
-
- E non credo che Tristano
- Isotta tanto amasse.
-
-Inghilfredi Siciliano (?) (canzone: _Del meo voler dir l'ombra_)
-
- La mia fede è più casta
- . . . . . . . . . . .
- . . . . . . . . . . .
- E più lealtà serva
- Ch'en suo dir non conserva
- Lo bon Tristano al cui presgio s'adasta.
-
-Dante da Majano (sonetto: _Rosa e giglio e fiore aloroso_)[559]:
-
- Nulla bellezza in voi è mancata;
- Isotta ne passate e Blanzifiore.
-
-Canzone anonima: (_Piacente viso adorno angelicato_)[560]:
-
- per te patisco doloroso affano
- più che non fe' per Isotta Tristano.
-
-Bonaggiunta Urbiciani (canzone: Donna vostre bellezze)[561]:
-
- Innamorato son di voi assai
- Più che non fu giammai Tristan d'Isolda.
-
-Garbino Ghiberti (canzone: _Disioso cantare_):
-
- Credo lo buon Tristano
- Tanto amor non portàra.
-
-Jacopo da Lentino (?) (sonetto: _Fino amor di fin cor ven di valenza_):
-
- E di ciò porta la testamonanza
- Tristano ed Isaotta co' ragione.
- Che non partir giamai di lor amanza.
-
-Domenico da Prato (canzonetta a ballo):
-
- Cantando un giorno d'Isotta la bionda
- Mi ricordai di mia donna gioconda[562].
-
-Bruzio Visconti, descrivendo le bellezze di Madonna (canzone: _Mal
-d'amor parla chi d'amor non sente_)[563]:
-
- sicchè la mano fu sanza magagnia,
- qual si legge d'Isotta di Brettagnia.
-
-L'Orcagna, in uno di quei suoi guazzabugli di sonetti senza senso,
-ricorda, fra molte altre cose, l'ampolla di Napoli, fabbricata da
-Virgilio, secondo la leggenda, e la _reina Isotta_[564]; e Frate
-Tommasuccio, ricorda nella sua nota _Profezia_, non so con quale
-intenzione, Tristano[565].
-
-Qualche volta Tristano ed Isotta sono ricordati insieme con altri
-personaggi appartenenti al ciclo. Brunetto Latini (_Tesoretto_, cap.
-I):
-
- Lancielotto e Tristano
- Non valse me' di voe.
-
-Bonaggiunta Urbiciani (discordo: _Oi amadori intendete l'affanno_):
-
- E messere Ivano
- E 'l dolze Tristano,
- Ciascuno fue sotano
- Inver me di languire.
-
-Saviozzo da Siena (canzone: _Donne leggiadre e pellegrini amanti_)[566]:
-
- Io non so se giammai gli uomini erranti,
- I' dico di Tristano o Lancilotto,
- O quel che fu più dotto
- Da' colpi suoi sapesse or dichiararmi.
-
-Frate Stoppa de' Bostichi (ballata: _Se la fortuna e 'l modo_)[567]:
-
- Tristano e Lancialotto,
- Ancor nel mondo la lor fama vale?
- Li altri di Cammellotto
- Per la fortuna fecer l'altrettale.
- . . . . . . . . . . . . .
- Dov'è la gran bellezza
- Di Ginevra, d'Isotta e d'Ansalone?
-
-In una delle canzonette a ballo inserite nel _Pecorone_, Ser Giovanni
-Fiorentino fa memoria dei molti che _per amor fûr di vita privati_; ma
-non nomina se non due, Tristano ed Achille:
-
- Lo specchio abbiam de' famosi passati,
- Del bon Tristan, del valoroso Achille[568].
-
-Gli altri personaggi sono ricordati assai più di rado. Guittone
-d'Arezzo ricorda Lancilotto (sonetto: _Ben aggia ormai la fede, e
-l'amor meo_)[569]:
-
- Siccome a Lancillotto uomo simiglia Un prode cavalier.....
-
-Lo ricorda anche Folgore da San Gemignano (sonetto: _Alla brigata
-nobile e cortese_)[570]:
-
- Prodi e cortesi più che Lancilotto;
- Se bisognasse con le lance in mano
- Fariano torneamenti a Camelotto.
-
-Di Morgana fanno menzione parecchi. Guido Giudice (canzone: _La mia
-gran pena e lo gravoso afanno_):
-
- Chè se Morgana — fosse infra la giente,
- In ver Madonna non paria neiente.
-
-Canzone anonima: (_Quando la primavera_):
-
- Tu c'avanzi Morgana.
-
-Chiaro Davanzati (canzone: _Madonna, lungiamente agio portato_):
-
- E ave più valere — e 'nsengnamento
- Che non ebe Morgana ne Tisbia.
-
-(E canzone: _Di lontana riviera_):
-
- Che non credo Tisbia,
- Alèna nè Morgana
- Avesson di bieltà tanto valore.
-
-Incerto (sonetto: _Lo gran valor di voi, donna sovrana_):
-
- Più mi rilucie che stella diana
- A voi sotana — è tutto valimento,
- Ne Blanziflor, ne Isaotta [o] Morgana
- Non eber quanto voi di piacimento.
-
-Chiaro Davanzati (sonetto):
-
- Ringrazio Amore de l'aventurosa
- Gioja et allegreza che m'à data,
- Che mi donò a servir la più amorosa
- Che nom fu Tisbia o Morgana la fata.
-
-Merlino figura, sia in compagnia dei grandi sapienti, sia in quella
-degl'ingannati dalle donne. Leonardo del Guallaco (serventese: _Siccome
-il pescie a nasso_):
-
- Se lo scritto non mente
- Da femina treciera
- Sì fue Merlin diriso.
- E Sanson malamente
- Tradilo una leciera.
-
-Sonetto anonimo: (_Qual uom di donna fusse chanoscente_)[571]:
-
- Merlino e Salamon e lo s[accen]te
- e Aristotile ne fu inghannato.
-
-Monte (canzone: _Donna di voi si rancura_):
-
- Chè Troja andò im perdizione
- Mirllino e Salamone.
-
-Lapo Saltarello (sonetto: _Considerando ingegno e pregio fino_)[572]:
-
- Che Salomon, Sanson e 'l buon Merlino,
- David divino hai vinto per sentenza.
-
-Paolo Zoppo da Castello (sonetto: _Maestro Pietro lo vostro
-sermone_)[573]:
-
- Davit, Merlin o ver lo buon Sansone.
-
-In una frottola dubbia attribuita a Fazio degli Uberti (_O pellegrina
-Italia_) Merlino è nominato dopo Giovanni, Matteo, Daniele, Gioele,
-Abacuc, Salomone, l'abate Gioacchino[574].
-
-Guittone d'Arezzo ricorda Perceval (canzone: _Amor tant'altamente_):
-
- Se 'n atendendo alasso
- Poi m'avenisse, lasso!
- Che mi trovasse in fallo
- Sicome Prezevallo — nom cherere.
-
-Al ritorno di Artù allude Fazio degli Uberti (sonetto: _Non so chi sia,
-ma non fa ben colui_)[575]:
-
- Nè Re Artù, nè altro tempo aspetto.
-
-E poichè siam giunti all'enciclopedico Fazio, non lo lasciam così
-subito. Fazio allude al ritorno di Artù anche nel _Dittamondo_[576]:
-ricordato Uterpendragon e Merlino, detto come Artù succedesse al padre,
-soggiunge:
-
- Tanto da' suoi fu temuto ed amato,
- Che lungamente dopo la sua morte
- Ch'ei dovesse tornar fu aspettato.
-
-Nè gli accenni finiscon qui. Nel cap. 23 egli ricorda la torre in cui
-Ginevra difese il suo onore, il castello espugnato da Lancilotto,
-
- L'anno secondo che a prodezza intese,
-
-Camelotto disfatto, il petron di Merlino, e altro e altro. Nel cap. 22
-ricorda i casi della donzella Dorens, e come Artù uccidesse Flores, e
-come Tristano uccidesse l'Amorotto ed Elia di Sassogna, e si sofferma
-con particolar compiacenza sulla storia dell'ellera che usciva dalla
-tomba di Tristano e penetrava in quella d'Isotta, storia allora famosa.
-Questi passi meriterebbero d'essere riportati per intero e assoggettati
-a più minuto esame; ma per far ciò bisognerebbe restituirne il testo,
-corrotto come tutto il poema[577].
-
-Lo stesso Fazio accenna alla leggendaria morte di Mordret nella sua
-Invettiva contro Carlo IV[578]:
-
- come a Mordret il sol ti passi il casso.
-
-Nella poesia dialettale dell'Italia del settentrione non trovo
-accenni a personaggi o leggende brettoni, il che non vuol punto dire
-che quelle leggende e quei personaggi non ci fossero noti. Il poeta
-anonimo (probabilmente Giacomino da Verona) che in un componimento
-sopra l'amore di Gesù ricorda Rolando, Oliviero, Carlo Magno e Uggeri
-il Danese[579] conosceva anche, senza dubbio, Artù e Lancilotto e
-Tristano; e tra le _fable e ditti de buffoni_, di cui parlano con tanto
-disprezzo lo stesso frate Giacomino e Uguccione da Lodi e l'ignoto
-autore di un poemetto sulla passione di Cristo, dovevano essere
-comprese certamente anche le favole di Brettagna[580]. Tali favole
-dovevano avere a mente e recitare quell'Osmondo da Verona, ricordato in
-una poesia delle lodi della Vergine, e quegli altri giullari, cui il
-poeta accusa di _gran folia e gran mençogna_ quando ardiscono chiamar
-giglio e fiore altra donna che non sia la Vergine[581], e quelli
-similmente che si ricordano in una delle poesie genovesi pubblicate dal
-Lagomaggiore[582]. Una prova notabile della lor diffusione si ha nel
-poema tedesco di un autore italiano, il _Wälsche Gast_ di Tommasino
-de' Cerchiali friulano (Thomasin von Zerclar, Zerclaere, Zirklere,
-ecc.)[583]. Questo poema fu composto circa il 1216, come si rileva
-dalle parole stesse dell'autore che dice di averlo scritto 28 anni
-dopo che il Saladino ebbe presa Gerusalemme (1187). Parecchi sono i
-luoghi di esso in cui si ricordano fatti e personaggi della epopea
-brettone[584]; ma il più importante è un lungo passo del primo libro,
-passo che comprende non meno di 38 versi[585]. In esso il poeta parla
-della educazione che si vuol dare ai giovani, dopo aver parlato nei
-versi che immediatamente precedono di quella che si conviene alle
-fanciulle. Le fanciulle, egli dice, debbono leggere le storie di
-Andromaca, di Enida[586], di Penelope, di Enone, di Galiana[587],
-di Biancofiore, di Sordamor[588]. I giovani poi debbono a dirittura
-formarsi sui romanzi e prendere esempio dai cavalieri della Tavola
-Rotonda. Tommasino si fa un gran concetto del valore educativo di quei
-romanzi, o, com'egli li chiama alla tedesca, avventure (_âventiure_).
-Le avventure, egli dice, contengono sotto velo di menzogna, buone
-verità e utili insegnamenti[589]. I giovani debbono conoscere le
-istorie di Galvano, di Cligés, di Erec, d'Ivano; debbono agli esempii
-del buon Galvano conformare la vita loro; debbono seguitare Artù, Carlo
-Magno, Alessandro, Tristano, Sagremor, Calogran, ma non il maligno Keu,
-il quale ha pur troppo molti seguaci, e che tanto è diverso dall'ottimo
-Perceval. Tommasino ricorda come sì fatti ammaestramenti avesse già
-dati in un suo libro _Della Cortesia_[590]; e a far maggiormente
-intendere quanto avesse in pregio le storie di Brettagna, ringrazia
-coloro che le avevan recate in tedesco [591]. Ma certamente egli era in
-grado d'intendere anche gli originali francesi e li conobbe[592].
-
-Un'altra prova, e molto importante, del favore onde godevano nel secolo
-XIII in Italia, tra le persone colte, le storie brettoni, l'abbiamo
-nel fatto che un poeta latino celebre di quei tempi, il Padovano
-Lovato[593], di cui fa tante lodi il Petrarca, compose un poema sugli
-amori di Tristano e d'Isotta. Di questo poema, probabilmente latino,
-non si fa ricordo da nessuno storico della nostra letteratura; ma il
-prof. Novati mi avverte che un'allusione ad esso si trova nell'_Ecloga_
-che al Mussato indirizzò Giovanni del Vergilio. Ecco i versi che la
-contengono[594]:
-
- Ipse..... Lycidas cantaverat Isidis ignes
- Isidis, ibat enim flavis fugibundula tricis,
- Non minus eluso quam sit zelata marito,
- Per silvas totiens, per pascua sola reperta,
- Qua simul heroes decertavere Britanni
- Lanciloth et Lamiroth et nescio quis Palamedes.
-
-Le glosse spiegano: _Isidis, Isottae. Flavis tricis dicitur eo quod
-dicebatur Isotta la bionda. Fugiens regem Marcum maritum suum et
-Palamedem_. Dall'ultimo verso pare peraltro che Giovanni confondesse
-le storie di Tristano con quelle di Lancilotto; e in quel _nescio_ si
-fiuta un certo disprezzo di latinista per le favole romanze.
-
-Quando avrò detto che nel poema dell'_Intelligenza_ tutta la materia
-della _Tavola Ritonda_ è accennata in pochi versi[595], e ricordate
-le note allusioni di Dante, del Petrarca e del Boccaccio, avrò, non
-esaurita, ma chiusa questa breve rassegna; non tuttavia senza prima
-richiamar l'attenzione sopra un cronista verseggiatore, il quale ci
-porge uno dei più antichi documenti che della diffusione delle leggende
-brettoni si riscontrino nella nostra letteratura. È questi Gotofredo da
-Viterbo, nel cui _Pantheon_, alla particola XVIII, si narrano le storie
-di Uter e di Aurelio, di Vortigerno, della regina Anglia, di Merlino,
-della duchessa Jema (Ingerna), sino al concepimento di Artù[596].
-Per tutto questo favoloso racconto Gotofredo si accorda, in sostanza
-con Goffredo di Monmouth; ma presenta pure alcune lievi differenze
-particolari, le quali si possono spiegare, o con dire ch'egli alterò
-così di suo arbitrio il racconto dello storico inglese, o con supporre
-ch'egli abbia avuto dinanzi un libro molto affine a quello di costui,
-quale, secondo l'opinione dello Scheffer-Boichorst, sarebbe il caso per
-Alberico delle Tre Fontane [597]. Asserire senz'altro ch'egli attinse
-da Goffredo di Monmouth, come fanno l'Ulmann[598], il Wattenbach[599],
-e il Waitz[600], non si può. Checchessia di ciò, Gotofredo da Viterbo
-fu assai probabilmente il primo ad introdurre mediante uno scritto in
-Italia parte della leggenda brettone. Egli non finì di lavorare intorno
-al _Pantheon_ se non nel 1191; ma già nel 1186 aveva dedicato una prima
-redazione del libro al papa Urbano III. Con questa data si risale ai
-tempi della venuta dei primi trovatori fra noi. Ma non solamente il
-Pantheon fu composto in Italia; Gotofredo fu egli stesso italiano;
-e questa sua qualità accresce per noi l'importanza di quella parte
-della sua storia universale. L'opinione ch'egli fosse tedesco fu messa
-innanzi in forma dubitativa primamente dal Baronio, poi sostenuta con
-tutta risolutezza dal Ficker[601], e ad essa tuttavia si attiene il
-Wattenbach[602]; ma l'opinione contraria, professata dagli istoriografi
-più antichi, fu, parmi, dall'Ulmann dimostrato essere la vera[603].
-
-
-NOTE
-
-[556] Vedi indietro, pp. 303-4.
-
-[557] _Arrighetto_, ecc., ediz. cit., p. 6.
-
-[558] Quando non indico altrimenti s'intende che cito secondo la
-lezione del cod. Vaticano 3793, edito a cura del D'ANCONA e del
-COMPARETTI, _Le antiche rime volgari_ ecc., Bologna, 1875-88.
-
-[559] NANNUCCI, _Manuale_, 3ª ed., vol. I, p. 310. Non tengo conto dei
-dubbii sollevati intorno a Dante da Majano dal Borgognoni, perchè credo
-che il Novati sia riuscito a dissiparli.
-
-[560] CASINI, _Le rime dei poeti bolognesi del secolo XIII_, Bologna,
-1881 (_Sc. di cur. lett._, disp. CLXXXV), p 167.
-
-[561] NANNUCCI, _Manuale_, vol. I, p. 150.
-
-[562] TRUCCHI, _Poesie italiane inedite di dugento autori_, Prato,
-1846-7, vol. II, p. 358.
-
-[563] _Liriche edite ed inedite di_ FAZIO DEGLI UBERTI per cura di R.
-Renier, Firenze, 1883, p. 233.
-
-[564] TRUCCHI, _Op. cit._, vol. II, p. 29.
-
-[565] _Id._, vol. II, p. 134.
-
-[566] SANTESCHI, _Poesie minori del secolo XIV_, Bologna, 1867 (_Sc. di
-cur. lett._, disp. LXXVII), p. 46.
-
-[567] CARDUCCI, _Cantilene e ballate, strambotti e madrigali nei secoli
-XIII e XIV_, ecc., Pisa, 1871, pp. 107, 108.
-
-[568] È la canzonetta che séguita alla nov. 2ª della giorn. VII.
-
-[569] _Le rime di_ GUITTONE D'AREZZO, ed. Valeriani, Firenze, 1828,
-vol. II, p. 86.
-
-[570] NAVONE, _Le rime di Folgore da San Gemignano e di Cene da la
-Chitarra_, Bologna, 1880 (_Sc. di cur. lett._, disp. CLXXII), p. 3. Nel
-verso che immediatamente precede ai riportati si troverebbe ricordato
-il re Dano, padre di Lancilotto, secondo il testo di altre edizioni;
-secondo il testo di quella del Navone è ricordato il re Priano, cioè
-Priamo.
-
-[571] _Propugnatore_, vol. XV, parte 2ª, p. 339.
-
-[572] VALERIANI, _Poeti del primo secolo_, Firenze, 1816, vol. II, p.
-434.
-
-[573] CASINI, _Le rime_ ecc., p. 125.
-
-[574] _Liriche_, ediz. cit., p. 193.
-
-[575] _Liriche_, ediz. cit., pp. 159-60. Cfr. p. CCXC.
-
-[576] Lib. IV, cap. 24, ed. dell'Antonelli, Venezia, 1835. V. anche l.
-II, cap. 15.
-
-[577] Sopra un caso particolare credo opportuno di richiamar qui
-l'attenzione del lettore. L'edizione milanese del 1826, e la veneziana
-testè citata, e l'altra veneziana dell'Andreola (_Parnaso italiano_,
-voll. IX-XI, 1820) leggono a questo modo (non curando alcune differenze
-di niun rilievo) la terzina 34 del cap. 22, l. IV:
-
- Intanto ivi udii contar allora
- D'un'ellera che dello avello uscia
- Là dove il corpo di Tristan dimora.
-
-Quell'_Intanto ivi_ è certamente un errore, nato dal non sapere
-intendere ciò che il testo recava veramente. Nella edizione del 1501 il
-primo verso del terzetto si legge così:
-
- Intintoil udi contare alhora.
-
-Similmente nel Cod. N. I, 5 della Nazionale di Torino (altre edizioni e
-codici non posso ora consultare):
-
- Intintoil udi contar allora,
-
-e senza dubbio si vuole scrivere:
-
- In Tintagoil udii contar allora;
-
-oppure, senza mutar nulla:
-
- In Tintoil udii contar allora.
-
-Tintaguel, Tintagel, Tintajoil in francese (v. FRANCISQUE MICHEL,
-_Tristan, Recueil de ce qui reste des poëmes relatifs à ses aventures_,
-Londra, 1835, vol. I, pp. 15, 44, ecc.), Tintagoil in provenzale,
-Tintajoele in tedesco (GOTTFRIED VON STRASBOURG, _Tristan und Isolde_,
-Breslavia, 1823, v. 476 ecc.), era il nome della residenza del re Marc,
-dove appunto sorgevano le tombe dei due amanti. Nel _Roman de Brut_ è
-il castello in cui è rinchiusa Igierna, madre di Artù. Nel _Roman de
-Flamenca_, edito da P. Meyer, Parigi, 1865, si ricorda, vv. 591-2, un
-_lais de Tintagoil_:
-
- L'uns viola [l] lais del Cabrefoil
- E l'autre cel de Tintagoil.
-
-È questo un altro saggio delle infinite correzioni che il testo del
-_Dittamondo_ richiede. Non voglio lasciare l'argomento senza recare
-una curiosa nota che Guglielmo Capello appose qui per l'appunto, e che
-dice così: «Questa parte di questo capitolo, signor mio marchese, non
-chioso, pero che de queste historie francesi sono ignorante quasi,
-e pochi libri francesi ho veduti non che lecti. E per lo simile in
-la. 2ª. cantica supra, ove fa mentione di vterpendragon, lasciai a
-chiosare; et anchora perchè voi, signore, site copioso e docto delle
-dicte historie, porite intendere e chiosare a uostro modo». Il Capello
-compose il suo commento ad instanza di un marchese di Ferrara, che non
-so propriamente quale si fosse. (Vedi per quanto concerne il Capello e
-il codice di Torino, RENIER, _Op. cit._, p. cli n). La nota di lui può
-servire d'illustrazione all'inventario dei codici francesi posseduti
-dagli Estensi nel sec. XV, pubblicato dal RAJNA nella _Romania_, vol.
-II.
-
-[578] _Liriche_, ediz. cit., p. 121.
-
-[579] MUSSAFIA, _Monumenti antichi di dialetti italiani_, in
-_Sitzungsberichte der k. Akademie der Wissenschaften, philos.-hist.
-Cl._, vol. XVI, Vienna, 1864, p. 162.
-
-[580] _De Babilonia civitate infernali_, ap. MUSSAFIA, _Op. cit._,
-p. 158; TOBLER, _Das Buch des Uguçon da Laodho_, verso 197, _Abhandl.
-d. k. Preuss. Akad. d. Wiss. zu Berlin, philos.-hist. Cl._, 1884; _La
-passione e Risurrezione, poemetto veronese del secolo XIII_, pubblicato
-integralmente per la prima volta da L. BIADENE in _Studj di filologia
-romanza_, fasc. 2º. 1884, p. 243.
-
-[581] MUSSAFIA, _Op. cit._, pp. 194-5.
-
-[582] _Archivio glottologico italiano_, vol. II, p. 231.
-
-[583] _Der welhische Gast_, pubblicato dal RUECKERT, Quedlimburgo
-e Lipsia, 1852. Intorno ai poema vedi più particolarmente GERVINUS,
-_Geschichte der deutschen Dichtung_, 5ª ed., vol. II, pp. 9 sgg.
-
-[584] Vv. 77-8, 1033, 1041 sgg., 3535, 3539, 6325 sgg.
-
-[585] Vv. 1041-78.
-
-[586] Verso 1033. Certamente la Enide de' cui casi fece un poema
-Cristiano da Troyes, il quale dice di sè stesso nel primo verso del
-_Cligés_ (pubblicato per la prima volta da W. FOERSTER, _Christian von
-Troyes sämtliche Werke_; vol. I, Halle, 1884):
-
- Cil qui fist d'Erec et d'Enide.
-
-Un'altra Enide (Inida) si ha nell'_Ugone d'Alvernia_, ma il perduto
-originale di questo romanzo fu, senza dubbio, di molto posteriore a
-Tommasino.
-
-[587] Probabilmente non la Galiana presunta moglie di Carlo Magno,
-la quale non dà troppo buon esempio di sè nel _Garin de Monglane_,
-ma l'altra, che figura nel _Roman de Fregus et Galienne_, o _Roman
-du Chevalier au bel escu_, di Guillaume clerc de Normandie. Vedi
-un'analisi di questo poema in DE LA RUE, _Op. cit._, t. III, p. 13-7.
-
-[588] Soredamors, sorella di Gauvain nel _Cligés_ cit., v. 445
-ecc. Come si vede, in fatto di educazione femminile, Tommasino
-aveva criterii molto più larghi e più liberali che non Francesco da
-Barberino, il quale nel libro suo _Del reggimento e costumi di donna_,
-così dice della fanciulla, la quale abbia già passata l'età del
-_maritaggio_ (e a maggior ragione si deve intendere di ogni altra):
-
- Fugga d'udir[e] tutti libri e novelle,
- Canzoni, ed anchor trattati d'amore:
- Ch'el gli è agievole a vincier la torre,
- C'a dentro dassè l[o] nimico mortale.
- Onde colei che el nimico cacciar
- Non può dassè, almen[o] nolgli de' dare
- Tal nodrimento che 'l faccia ingrassare.
-
-Parte III, ed. di C. Baudi di Vesme (_Collezione di opere inedite e
-rare_), Bologna, 1875, p. 83.
-
-[589] Vv. 1131-4:
-
- sint die âventiur niht wâr,
- si bezeichent doch vil gar
- waz ein ieglîch man tuon sol
- der nach vrümkeit wil leben wol.
-
-[590] Vv. 1173-5:
-
- alsô ich hân hie vor geseit
- an mîm buoch von der hüffcheit
- daz ich welhschen hân gemacht.
-
-Due libri dice Tommasino di aver composto prima del _Wälsche Gast_,
-l'uno _Della Cortesia_, già citato, l'altro _Della Falsità_. In
-che lingua erano composti questi due libri? Dice il Rückert nella
-Prefazione al poema, p. IX: «Merkwürdig ist es, dass er, der
-sich ausdrücklich auch als Dichter in wälscher Sprache, d. h. in
-nordfranzösischer, aufführt, doch keine grösseren Einwirkungen der
-Formengesetze einer fremden Verskunst zeigt, als sie überhaupt die
-ganze damalige deutsche Poesie in den hörischen Reimpaaren aufweist».
-Ma che ragion c'è di credere che quei libri fossero scritti in
-francese? Tommasino usa _welhsch_ sempre in significato d'italiano
-e non di francese. Egli si chiama da sè stesso _welhsche gast_, cioè
-ospite italiano; egli dice (vv. 34-6) di non voler mescolare parole
-della sua lingua (_welhische worte_) nella lingua del suo poema. Quei
-libri erano certamente scritti in italiano, e però sarebbero tra i più
-antichi monumenti della nostra letteratura volgare. Del libro _Della
-Cortesia_ non s'è potuto sin qui trovar traccia; ma potrebbero forse
-avere qualche parziale attinenza con esso la poesia di BONVESIN DA
-RIVA, _De quinquaginta curialitatibus ad mensam_, e l'anonima di affine
-argomento pubblicata dal BARTSCH, _Rivista di filologia romanza_,
-v. II, p. 43. Quanto all'altro, il Grion credette potessero esserne
-frammento alcuni versi volgari pubblicati dal MUSSAFIA, _Analecta
-aus der Marcusbibliothek, Jahrbuch für romanische und englische
-Litteratur_, v. VIII (1867), p. 211 (GRION, _Frîdanc, in Zeitschrift
-für deutsche Philologie_, v. II [1870], p. 432). Questa congettura,
-o, piuttosto, questo semplice dubbio, parve del tutto infondato al
-Bartsch (AUGUST KOBERSTEIN'S _Grundriss der Geschichte der deutschen
-Nationalliteratur, fünfte umgearbeitete Auflage von_ Karl Bartsch,
-Lipsia, 1872-4, v. I, p. 245, n. 5). Il prezioso codice Saibante,
-d'onde lo Zeno trasse quei versi pubblicati dal Mussafia, si credette
-lungo tempo perduto; ma, com'è noto, esso riapparve, non ha molto, fra
-i manoscritti della collezione Hamilton, e trovasi ora a Berlino. Il
-prof. Tobler ha già pubblicato di su quel codice una versione veneta
-dei _Disticha Catonis_, il libro di Uguccione da Lodi già citato, il
-libro di Girardo Pateg, e certi _Proverbia que dicuntur super natura
-feminarum_, ove quei versi per lo appunto ricorrono. L'autore di questi
-Proverbia rimane ignoto per ora: esso non fu certamente Tommasino de'
-Cerchiari (Zeitschrift für romanische Philologie, vol. IX [1885], p.
-288).
-
-[591] Vv. 1135-7.
-
-[592] Nota il Foerster nella Introduzione al Cligés cit. p. XXV,
-che le allusioni che nel _Wälsche Gast_ si trovano fatte a questo
-romanzo, riferisconsi al poema francese, essendo posteriori di tempo i
-rifacimenti tedeschi.
-
-[593] Vedi intorno ad esso TIRABOSCHI, _Storia della lett. ital._, ed.
-dei Classici, t. V, pp. 877 sgg. Il VEDOVA, nella sua _Biografia degli
-Scrittori Padovani_, non ne registra nemmeno il nome.
-
-[594] BANDINI, _Catalogus codicum latinorum_ etc., t. II, col. 19.
-
-[595] St. 287-8, 294.
-
-[596] Ap. STRUVIO, _Scriptores_, t. II, parte 2ª pp. 357 sgg.;
-MURATORI, _Scriptores_, t. VII, coll. 469 sgg.
-
-[597] Vedi PERTZ, _Scriptores_, t. XXIII, p. 669.
-
-[598] _Gotfrid von Viterbo. Beitrag zur Historiographie des
-Mittelalters_, Gottinga, 1863, pp. 73-5.
-
-[599] _Deutschlands Geschichtsquellen im Mittelalter_, 4ª ed., Berlino,
-1877-8, vol. II, p. 228.
-
-[600] Ap. PERTZ, _Scriptores_, t. XXII, p. 8. Circa una _Historia
-Britannica_, pretesa intermediaria, secondo il DE LA BORDERIE
-(_L'Historia Britonum attribué à Nennius_ etc., Parigi, 1883) fra
-la _Historia Britonum_ di Nennio e l'_Historia regum Britanniae_ di
-Goffredo di Monmouth, v. G. PARIS, in _Romania_, vol. XII, p. 371-5.
-
-[601] Nella prefazione al _Carmen de gestis Friderici I_, da lui edito,
-Innsbruck, 1853.
-
-[602] _Op. cit._, vol II, p. 223.
-
-[603] _Op. cit._, pp. 4 sgg.
-
-
-APPENDICE II. DI ALCUN RIMESSITICCIO ITALIANO DI LEGGENDA BRETTONE.
-
-Galvano Fiamma (prima metà del sec. XIV) inserisce nel suo _Opusculum
-de rebus gestis Azonis Vicecomitis_ il seguente racconto[604]:
-
-«Anno supradicto scilicet in MCCCXXXIX, stantibus supradictis
-concurrentiis Johannes Brusatus de Brixia factus est Potestas
-Mediolanensis, et coepit regere die penultimo Madii........ Eodem
-anno sub castro Seprii in Monasterio de Torbeth flante quodam vento
-terribili, quaedam magna arbor divinitus est evulsa radicitus,
-subque inventa fuit sepultura ex marmore multae pulchritudinis: in
-hoc sepulcro jacebat Rex Galdanus de Turbet Rex Longobardorum; in
-cujus capite erat corona ex auro in qua erant tres lapides pretiosi,
-scilicet Carbunculus pretii mille florenorum, et unus adamans pretii
-II. millium florenorum, et unus achates pretii D. florenorum. In manu
-sinistra habebat unum pomum aureum, a latere erat unus ensis habens
-dentem in acie satis magnum, qui fuerat Tristantis de Lyonos, cum quo
-interfecerat Lamorath Durlanth. Unde in pomo ensis sic erat scriptum:
-_Cel est l'espée de Meser Tristant, un il ocist l'Amoroyt de Yrlant_.
-In manu sinistra habe[b]at scripturam continentem hos Versiculos:
-
- «Zesu. Saldi de Turbigez
- Roy de Lombars incoronez
- Soles altres Barons aprexiés
- Zo che vos véez emportés
- Per Deo vos pri no me robez».
-
-Questo strano racconto è riferito parola per parola nel _Flos florum_,
-cronaca del secolo XIV, attribuita, ma senza prove, ad Ambrogio
-Bossi[605]. Alcune lievi differenze si hanno nei luoghi in francese e
-vogliono essere notate. L'iscrizione del pomo della spada è data nel
-_Flos Florum_ così (cod. Braidense A. G. IX, 35, f. 211, t.):
-
- Cil est le spee de miser tristant
- unde il ocisse lamorath de xilant;
-
-e i versi della _scriptura_ nel seguente modo:
-
- Za qui galdi de turbigez
- Roy de lombars incoronez
- Soles autres barons aprisiez
- Zo che vos veez ne portez
- por dio vos pri ne me robez.
-
-Il testo di questi versi, tanto nel Fiamma, quanto nel _Flos Florum_,
-è abbastanza corrotto, ma si potrebbe restituir facilmente. Il _Zesu_
-del primo si risolve in un _Je suy;_ il _Soles altres _in _Sor les
-altres_. Il verso _Zo che vos véez emportés_, vuol esser corretto
-col riscontro dell'altro testo in _Ço que vos veez n'emportez_, come
-richiede anche il senso. Ma la restituzione si ferma poi dinanzi ad
-un dubbio: questi versi son essi schiettamente francesi, alterati da
-trascrittori italiani, o non sono piuttosto franco-italiani sin dalla
-origine? A questa e a parecchie altre interrogazioni che spontaneamente
-si affacciano, è impossibile dare risposta soddisfacente. Nella
-iscrizione della spada si accenna a un noto personaggio e a un noto
-fatto delle istorie di Tristano: quell'Amoroyt è il Morhault dei
-racconti francesi: ma a che altra favola si alluda nei versi che
-vengon poi, confesso di non sapere. Seprio è ora un villaggio sulla
-destra dell'Olona, in provincia di Milano, comune di Gallarate.
-Turbigo, che certamente è da riconoscere sotto il Turbeth latino e il
-Turbigez francese, è un altro paesello di quella stessa provincia.
-Seprio ebbe nel medio evo assai più importanza che non abbia ora, e
-fu capoluogo di un contado di abbastanza larghi confini, come si può
-vedere dallo stesso Galvano Fiamma, che ne parla nel suo _Manipulus
-florum_[606]. Ma di quel Galdanus, o Galdi (_Saldi_ è un error di
-scrittura) re coronato dei Lombardi, non so in verità che mi dire. La
-forma _Galdanus_ riduce alla mente Galvanus (Gauvain, Gavein ecc.),
-il magno eroe della Tavola Rotonda; ma Galvano non fu mai, ch'io
-sappia, incoronato re dei Lombardi. _Galdi_ suggerisce _Galdinus_,
-nome frequente in Lombardia; ma con questo nome trovo bensì un san
-Galdino, arcivescovo di Milano nel 1166, e altre persone di conto, non
-un re dei Lombardi. Non so pertanto se noi ci troviamo qui dinanzi ad
-una vera e propria leggenda, oppure dinanzi ad una semplice finzione
-autogenetica e slegata. Propendo tuttavia per questa seconda opinione,
-giacchè l'intero racconto m'ha l'aria di una di quelle storielle
-inventate per uno scopo pratico determinato e speciale. Si sa quale
-lavoro fu fatto durante tutto il medio evo attorno a certe armi
-famose e, direi, storiche; a quante favole di ritrovamenti inopinati
-diedero esse argomento; come spesso si collegarono ad esse diritti,
-prerogative e primazie. Le spade di Costantino, di Attila e di Carlo
-Magno figuravano tra le insegne dell'impero[607]; per le diligenze di
-Enrico II, fu ritrovata Calibourne, la famosa spada di Artù[608]. Nel
-racconto del Fiamma quel ritrovamento della spada di Tristano nella
-tomba del re lombardo Galdano o Galdino, rimanda indubitatamente, a mio
-credere, a qualche aspirazione o pretensione di carattere politico;
-ma a quale, propriamente, non sono in grado di dire. Giova inoltre
-notare che il racconto del Fiamma viene ad urtare contro un altro
-racconto, secondo il quale la spada di Tristano, molto tempo innanzi
-sarebbe passata dalla Germania nella Gran Brettagna, fra le mani di
-Giovanni Senza Terra (1199-1216)[609], cui certo non mancavano ragioni
-per procacciarsi a ogni modo un'arme di tanto pregio e di tanta virtù.
-Ma checchessia di ciò, il racconto del cronista milanese ci porge
-un curioso esempio dell'innesto di una leggenda brettone nelle cose
-nostre, e in ciò sta la capitale se non unica importanza sua.
-
-Ad esso un'altra finzione può essere raccostata, la quale pone eroi
-della leggenda brettone in relazione con cose nostre. Si sa che uno
-dei codici della _Historia Imperialis_ di Giovanni Diacono si conserva
-nella Capitolare di Verona[610]. In calce alla _Historia_, dopo la
-epistola del Petrarca sull'officio dell'imperatore, si trova una
-breve descrizione dell'Arena, ossia anfiteatro di Verona, scritta,
-come si può giudicare dalla forma della lettera, sul cadere del
-secolo XIV[611], e già ricordata dal Tartarotti[612]. Di essa ebbe a
-giovarsi, oltre al Saraina e al Panvinio[613], anche l'anonimo autore
-di una descrizione delle città d'Italia, la quale, in carattere del
-secolo XV ex., leggesi in un altro codice di quella stessa Biblioteca
-Capitolare[614]: l'anonimo anzi la trascrive, solo con qualche
-rimaneggiamento nella forma, e l'attribuisce allo stesso Giovanni
-Diacono, stranamente confondendolo, per giunta, con l'Arcidiacono
-Pacifico, il quale visse nell'VIII e IX secolo. Ecco ora questo breve
-testo nella sua genuina barbarie:
-
-«Quomodo preliaverunt lancelotus de lachu, et malgaretes regis
-groonç filius ad invicem in civitate marmorea in antro arene. Set ut
-ulterius non procedam uolo declarare locum ubi isti malgaretes mundi
-preliaverunt ad invicem. Nam vocatus fuit arena ab antiquo. Erat enim
-locus iste rotundus per totum magnis sassis undique prefilatus cum
-cubalis multis intus, multis formis redimitus. In (?) eius (?)[615]
-rotunditate scales (_sic_) magnis saxis erant apposite, et secundum
-quod in altitudine veniebant tanto plus in rotunditate videntur
-ampliare. Nam scale iste sunt infinite, et secundum dictum pro maiori
-parte plus quam .l. cubitus erant in altitudine. Erant enim in circuitu
-a latere rotunditatis atrij huius multa loca nobilia, in cuius sumitate
-quidam locus magnus et nobilis multis formis laboratus alabastro lapide
-circumquaque redimitus erat. In quo loco pomerius nobilis erat. In quo
-pomerio barones et nobiles solacium capiebant. Et propter diversitatem
-temporis plumbeo metallo undique erat cohopertus secundum rotunditatis
-gradum. In cuius rotunditatem in inferiori parte de suptus erat spatium
-magnum, in quo spacio, et angulo, magnates isti, prelium ad invicem
-fecerunt. Et secundum dictum nobilium, quidam nobilis princeps romanus
-nomine marchus metilia de metellis, fecit hoc atrium edifficare, et
-vocatur arena».
-
-Così finisce in tronco la scrittura, e, come pare, propriamente nel
-luogo dove avrebbe dovuto cominciare l'annunciata descrizione del
-combattimento. Mancando il meglio, essa non può dare argomento a
-osservazioni di qualche rilievo. La _civitas marmorea_ è la stessa
-città di Verona, così denominata nel medio evo dalla copia de'
-suoi marmorei edifizii (secondo trovasi notato), o dai marmi che si
-cavavano nel suo territorio. Giovanni Diacono dice in un luogo della
-sua _Historia_: «Haec civitas ab originibus prius Marmor dicta est
-a copia marmorum». Di qui il nome di Marmorina che, per citare un
-esempio, si vede usato dal Boccaccio nel _Filocolo_[616]. Chi possa
-essere quel Malgaretes, figlio del re Groonz, veramente non so; ma
-notisi che mentre il nome di Malgaretes è dapprima usato come nome
-proprio di singola persona, poco dopo fa ufficio di appellativo
-comune, dato ad entrambi i prodi combattenti, _malgaretes mundi_, quasi
-dicesse per figura di lode _magaritae mundi_. La immaginazione di quel
-combattimento non si può dire in tutto scioperata, perchè è un fatto
-che più di una volta nell'anfiteatro di Verona si combatterono, durante
-il medio evo, duelli giudiziarii; ma, ad ogni modo, non mi venne fatto
-di scovrirne vestigio altrove. Il Maffei dice, parlando dell'Arena
-nella _Verona illustrata_:[617] «Fole si raccontano, e in supposti
-documenti si leggono, di battaglie fattevi da Lancellotto del Lago e
-dagli eroi romanzieri». Quali sieno questi _supposti documenti_ non so,
-e il Maffei non lo dice.
-
-E poichè siamo a parlar dell'Arena, non credo inutile accennare ad
-un'altra leggenda, non so veramente quanto antica, che in altro modo
-la connette con le finzioni brettoni. In un carme in lode della città
-di Verona, carme che il Cremonese Domenico Bordigallo inserì nella sua
-Cronica[618], si leggono questi due versi:
-
- Condidit arte sua maga Merlinus harenam (_sic_)
- Quem rapuit Minos fraude, dolo, miserum.
-
-Nella _Carminum exposicio rerumque sensus Verone urbis ad
-intelligentiam_ che segue, il Bordigallo, venuto ai due versi citati,
-narra che, a testimonianza del vescovo Sicardo e di Galvano Fiamma,
-l'Arena fu edificata dal mago Merlino, e che la sua immagine si vede
-tuttavia scolpita a cavallo, con un corno in mano, un cane e un cervo
-vicino e i versi _O Regem stultum_ etc. sulle porte di S. Zenone. Come
-si vede, qui Merlino è sostituito nella leggenda a Teodorico. Di una
-tale sostituzione che cosa si deve pensare? Il Bordigallo componeva
-in Verona stessa il suo carme nell'ottobre del 1522, col proposito di
-celebrare quella città, di rammemorare tutte le glorie sue favolose o
-reali[619]. Raccolse egli quella favola da una tradizione già formata,
-o l'inventò di pianta? Non è possibile risolvere con sicurezza il
-dubbio, ma confesso che mi sento propendere per la seconda congettura.
-Anzi tutto Sicardo e Galvano Fiamma, citati come testimoni, non dicon
-verbo di quest'opera di Merlino; poi par difficile ad ammettere che
-i Veronesi potessero in leggenda di tanto rilievo scartar Teodorico,
-sì strettamente legato alla storia della loro città, per porre in suo
-luogo Merlino, che con quella storia non aveva relazione di sorta; da
-ultimo è da notare che di quell'attribuzione della fabbrica dell'Arena
-a Merlino non appar segno altrove. Ad ogni modo, anche ammesso che
-il Bordigallo non l'inventasse, nulla prova che questa favola fosse
-antica.
-
-
-NOTE
-
-[604] Ap. MURATORI, Scriptores, t. XII, coll. 1027-8. Questo racconto
-fu già riferito altre due volte, prima da GUALTIERO SCOTT, _Sir
-Tristrem_, ed. 1819 p. 298, poi dal MICHEL, _Tristan_, già cit., vol.
-II, pp. 163-4. Cfr. anche DE CASTRO, _La storia nella poesia pop.
-mil._, Milano, 1879, p. 32.
-
-[605] Vedi Ghiron, _Bibliografia lombarda, Catalogo dei manoscritti
-intorno alla storia della Lombardia esistenti nella Biblioteca
-Nazionale di Brera_, Milano, 1884 (estratto dall'_Arch. stor. lomb._),
-p. 29.
-
-[606] Ap. MURATORI, _Scriptores_, t. XI, col. 654.
-
-[607] Vedi per le insegne dell'impero e per la importanza che loro
-si attribuiva, il già citato mio libro, _Roma nella memoria e nelle
-immaginazioni del medio evo_, vol. II, pp. 456 sgg.
-
-[608] Di ritrovamenti così fatti ci sono nel medio evo esempii assai
-antichi. Narra PAOLO DIACONO (_Historia Langobardorum_, l. II, c.
-28), come Giselperto, duca di Verona, aprisse la tomba di Alboino e
-ne togliesse la spada e altre cose di valore: _qui se ob hanc causam
-vanitate solita apud indoctos homines Albuinum se vidisse jactabat_.
-
-[609] Così si narra in un curioso documento conservato nella torre di
-Londra e che, dopo altri, pubblicò il MICHEL, _Op. cit._, vol. II, pp.
-164-5.
-
-[610] Segnato CCIV, 189.
-
-[611] Debbo questa indicazione, e alcune altre in proposito, al
-chiarissimo prof. Carlo Cipolla, il quale ebbe la gentilezza di
-trascrivere per me l'aneddoto.
-
-[612] _Relazione d'un manoscritto dell'istoria manoscritta di Giovanni
-Diacono Veronese_, nel t. XVIII della _Raccolta d'opuscoli scientifici
-e filologici _del CALOGERÀ, Venezia, 1738, pp. 137-8.
-
-[613] TARTAROTTI, scritto cit., p. 138.
-
-[614] Segnato CCVI, 194.
-
-[615] I due vocaboli sono d'incerta lettura; nella trascrizione
-rimaneggiata di cui s'è fatto testè parola si legge a questo luogo: _in
-huius autem rotunditate_ etc.
-
-[616] V. NOVATI, _Sulla composizione del Filocolo_, in _Giornale di
-filologia romanza_, t. III, p. 162-3, dove si hanno circa quel nome
-altre testimonianze« e SGULMERO, _Sulla corografia del Filocolo_, in
-_Rivista minima_, XII, 7.
-
-[617] Ed. dei Classici, Milano, 1825-6, t. V, p. 140.
-
-[618] Inedita. Vedi intorno ad essa e al suo autore, _Archivio veneto_,
-t. III, parte I.
-
-[619] Vedi NOVATI, scritto cit., p. 65.
-
-
-
-
-UN MITO GEOGRAFICO
-
-(Il Monte della Calamita)
-
-
-I.
-
-Il terzo calendero, figliuolo di re, narra, nelle _Mille e una Notte_,
-come dopo aver corso, con dieci navi, moltissimo mare, e sostenuta
-una furiosa procella, egli ed i suoi smarrissero per sì fatto modo il
-cammino, che nessuno sapeva più dov'e' fossero. Un giorno, dall'alto
-dell'albero maestro, un marinajo, che stava in vedetta, gridò che
-non vedeva, tutto all'intorno, se non acqua e cielo, meno che dalla
-parte di prua, dove appariva una gran macchia nera. A tale annunzio
-il nocchiero mutò colore, buttò il turbante sul ponte, si picchiò il
-viso, e piangendo gridò: O mio re, noi siam tutti perduti! Sollecitato
-a spiegarsi, disse quella macchia nera non essere altro che il Monte
-della Calamita, il quale ormai traeva a sè irresistibilmente le navi,
-per cagion dei chiodi e dell'altre ferramenta ch'erano in esse, e
-palesò a tutti ciò ch'era per seguire, ciò che in fatto seguì. Le
-navi s'andarono sempre più approssimando alla formidabil montagna,
-e il dì seguente, a certo punto, le ferramenta loro, sbarbate dal
-legname, volarono ad essa, e con ispaventoso rumore aderirono alla sua
-superficie, la quale d'altre infinite ferramenta vedevasi ingombra. In
-un súbito le navi si sfasciarono, e quanti erano in esse furon sommersi
-nel mare, ch'era ivi di profondità smisurata. Tutti perirono, meno il
-principe. Costui potè raggiungere il monte, e per una angustissima
-gradinata salire fin sulla cima, dove, sotto una cupola, vedevasi
-un cavaliere di bronzo, sopra un cavallo similmente di bronzo; opera
-magica, da cui veniva alla rupe la sua perniciosa virtù, e che doveva
-essere distrutta perchè quel mare tornasse sgombro d'ogni pericolo
-ai naviganti. Istruito da un vecchio, durante il sonno, di ciò ch'ei
-dovesse fare, il principe disseppellì un arco e tre frecce, saettò il
-cavaliere, e lo fece precipitare nell'onde, le quali presero a gonfiare
-ed a crescere, tanto che raggiunsero la cima del monte. Allora venne
-dal largo una navicella, condotta da un navicellajo di bronzo, e
-dentr'essa il principe potè allontanarsi e scampare.
-
-È questo un racconto che potrebbe dirsi secondario e composito,
-nel quale un tema originale, semplice e schietto, appare sformato
-e adulterato da sovrapposizioni più tarde e affatto disacconce. Il
-tema originale (altrove leggermente variato) noi lo abbiamo in quel
-Monte di Calamita che trae a sè e ad irreparabile perdizione le navi;
-le sovrapposizioni le abbiamo in quel cavaliere e in quel cavallo di
-bronzo, in quell'artificio magico, il quale, o appar esso superfluo,
-quando si lasci (come qui si lascia) alla calamita la sua propria e
-naturale virtù, o, per contro, fa apparire superflua la calamita.
-
-Il tema originale ci si appalesa in parecchi racconti, di cui dirò or
-ora, e in una doppia tradizione geografica e romanzesca, orientale per
-l'una parte, occidentale per l'altra; ma giova, nondimeno, avvertir
-subito, che l'adulterazione di cui porge esempio il racconto delle
-_Mille e una Notte_, appare, in qualche modo, anche altrove.
-
-La tradizione occidentale è assai antica. Plinio fa menzione di due
-monti, prossimi al fiume Indo, di cui l'uno ha virtù di attrarre
-il ferro, l'altro di respingerlo, per modo che chi abbia calzari
-con bollette di quel metallo non può dall'uno staccare il piede, nè
-fermarlo nell'altro[620]. Parlando delle isole dell'India, Tolomeo
-ricorda le dieci Maniole, dalle quali dicevansi trattenute le navi
-le quali fossero, in qualche modo, munite di ferramenta; per la
-qual cosa le navi che frequentavano quei mari usavansi compaginare
-di solo legname[621]. Questa favola riappare in un trattatello _De
-Brachmanibus_, composto da un Palladio, che certamente non fu Palladio
-da Metone, sofista fiorito ai tempi di Costantino Magno, e nemmeno,
-secondo è più ragionevole credere, Palladio vescovo di Elenopoli
-(388-407), ma fu, probabilmente, un uomo che visitò l'India, e quivi
-intese narrare parecchie delle cose che riferisce[622]: riappare,
-inoltre, in un opuscolo _De moribus Brachmanorum_, malamente attribuito
-a Sant'Ambrogio, e dipendente dal trattatello di Palladio[623], d'onde
-la deriva lo Pseudo-Callistene, o un interpolatore del romanzo che
-va sotto tal nome[624]. Costantino Africano, il celebre medico e
-monaco cassinense, il quale, nella seconda metà del secolo XI, viaggiò
-gran parte dell'Oriente e si spinse sino nell'India, narra, in una
-delle numerose sue opere, su per giù le medesime cose, ma senza far
-ricordo di quelle isole Maniole, e citando un libro _De lapidibus_
-di Aristotele, che lo Stagirita mai non iscrisse, e che a lui fu
-probabilmente attribuito dagli Arabi[625]. Alberto Magno parla del
-fatto succintamente[626]. Vincenzo Bellovacense attinge, parlando
-della calamita, da Plinio e da Isidoro da Siviglia, e riferisce anche
-il passo di Costantino; ma, sostituendo al vecchio un nuovo errore,
-attribuisce quel libro _De lapidibus_ a Galeno[627]. Il Mandeville,
-che tanti miracoli vide, ebbe a vedere anco questo; e poichè la
-relazion del suo viaggio fu una delle più divulgate scritture del
-medio evo, e molto giovò, senz'alcun dubbio, a diffondere vie più la
-notizia che del miracolo già s'aveva in Europa, non sarà inopportuno
-riferire, nell'antica versione italiana, le parole con cui egli lo vien
-descrivendo. «Ad Ormes sono le nave di legnio sanza chiovi di ferro per
-li sassi della calamita, della quale nel mare è tanta quantità, che è
-una maraviglia. E se per questi confini passassi una nave che avessi
-ferro, di subito perirebbe; però che la calamita tira a sè per natura
-el ferro. Per la quale cagione tirerebbe a sè la nave, nè più di là si
-potrebbe partire»... «in quel mare (_il mare che bagna il regno del
-Prete Gianni, in India_) in molti luoghi, sono molti scogli, e assai
-sassi di calamita, che tira a sè il ferro co la sua propietà; e per
-questo non passa nave ove sia chiovi o bandelle di fero. Questi sassi
-di calamita, per sua propietà, tirono le nave, e mai più di lì non si
-posono partire. Io medesimo vidi in quel mare, di lungi a modo d'una
-isoletta, ove erano alberi, spine e pruni in quantità; e dicevono e
-marinai, che ciò erano nave, che quivi erono restate pei sassi de la
-calamita; e perchè erono marcite, lì erono cresciuti questi alberi,
-spine, pruni e altre erbe, che vi sono in gran quantità. Questi sassi
-vi sono in molti luoghi in quele parte, e però non v'usano passare
-mercatanti, se egliono non sanno molto bene la via, o se e' non hanno
-buono guidatore»[628]. Pietro Berchorio e Felice Faber ridicono su per
-giù le medesime cose[629], e sul finire del secolo XVI, Simone Majolo
-ripete ancora la divulgatissima favola[630].
-
-La qual favola non poteva non variarsi in più modi; onde abbiamo udito
-alcuni parlare d'intere isole di calamita, altri di singoli monti,
-altri di scogli sparsi pel mare; nè mancarono alcuni che, come Giovanni
-di Hese, dissero il fondo stesso del mare, in certi luoghi, formato
-di calamita, per modo che le navi, le quali vi passavano sopra, erano
-irresistibilmente inghiottite[631].
-
-Nè farà meraviglia che monti e rupi di calamita, simili a quelli che
-s'immaginavano in mare, s'immaginassero pure entro terra. I monti
-ricordati da Plinio non sembra fossero in mare. Giovanni del Pian dei
-Carpini parla di una spedizione di Gengis Chan, la quale non sortì
-l'esito sperato, perchè certi monti di calamita attrassero a sè tutte
-le armi de' suoi soldati[632].
-
-La tradizione orientale fu, senza dubbio, assai più copiosa
-dell'occidentale; ma noi non la conosciamo se non in piccola parte.
-So Sung, scrittore cinese dell'XI secolo, parla in un suo Erbario,
-citando certe _Memorie delle cose meravigliose che si vedono nei paesi
-meridionali_, di pietre di calamita giacenti nei bassifondi del mare
-che bagna le coste del Tonchino e della Cocincina, pietre che fermano
-le navi armate di lastre di ferro[633]. Nel libro arabico sulle pietre
-attribuito ad Aristotele, e citato da Bailak Kibgiaki, si legge: «A
-detta d'Aristotele, si trova nel mare una montagna di calamita. Se
-le navi le si accostano, tutti i chiodi e l'altre ferramenta sono
-sconficcati dal legno, e volano come tanti uccelli verso il monte,
-senza che il legno li possa trattenere; e per tale ragione le navi che
-corron quel mare non hanno chiodi di ferro, ma sono tenute insieme da
-corde fatte con le fibre dell'albero di coco, fermate con caviglie
-di legno molle che gonfia nell'acqua. I popoli del Jemen legan pure
-le navi loro con liste staccate dalle palme. Dicesi inoltre che una
-simile montagna di calamita si trovi sulle coste del mare d'India,
-ecc.»[634]. Parlando dell'Africa orientale, Edrîsi fa ricordo di una
-montagna per nome Agiud, la quale attrae a sè le navi che troppo le si
-avvicinano[635]: Abulfeda pone il Monte della Calamita in prossimità
-dell'Indo.
-
-E nei mari d'india, o della Cina, lo pongono più generalmente coloro
-che ne parlano; ma nel poema tedesco di _Gudruna_ esso è trasposto agli
-estremi confini dell'Occidente, e Guido Guinizelli scrisse:
-
- In quelle parti sotto tramontana
- Sono li monti della calamita,
- Che dan virtute all'a're
- Di trar lo ferro[636].
-
-
-II.
-
-Che questa immaginazione del Monte della Calamita (parlo solo del
-monte, perchè gli è quello che si trova ricordato più spesso) sia
-orientale di origine, e passata d'Oriente in Occidente, non si può,
-cred'io, dubitare. Ma come e quando passata la prima volta nessuno
-può dire. Non sarebbe forse troppo irragionevole congettura quella
-che la facesse giungere in Europa coi reduci della spedizione di
-Alessandro Magno, sebbene in Arriano, e negli altri narratori delle
-imprese del Macedone, e descrittori dell'India, non se ne trovi
-cenno. Ben si può tener per sicuro che l'antica memoria, raccolta da
-Plinio, fosse in varii modi, e a più riprese, rinfrescata, oltrechè da
-notizie di viaggiatori, da racconti giunti nei tempi di mezzo fra le
-genti cristiane per quelle medesime vie per cui giunsero, dal remoto
-Oriente, tanti altri racconti. Di ciò vedremo, tra breve, alcuna
-prova complessa; ma non sono da trascurare, per questo rispetto, certi
-parallelismi e riscontri che difficilmente si posson credere casuali e
-spontanei.
-
-Ho notato nel racconto delle _Mille e una Notte_ sommariamente riferito
-in principio, la sovrapposizione di un elemento estraneo ed eterogeneo
-a quello che senza dubbio dovette essere il tema primitivo e genuino.
-Per esso, il Monte della Calamita, perduta quasi la sua virtù naturale,
-diventa mezzo e strumento di magico potere. Che direm noi quando, in
-racconti occidentali, vedremo questo medesimo accoppiamento del Monte
-della Calamita con alcun magico artificio, ovvero il Monte fatto
-dimora di maghi e di fate? Nel poema tedesco anonimo intitolato:
-_Reinfrit von Braunschweig_[637], e composto sul finire del secolo
-XIII, o sul principiare del seguente, si narra una strana storia di un
-gran negromante per nome Zabulon, il quale, dimorando sul Monte della
-Calamita, aveva letto nelle stelle la venuta di Cristo milledugento
-anni prima che accadesse, e per impedirla aveva scritto parecchi libri
-di negromanzia e di astrologia, delle quali scienze era inventore.
-Poco tempo prima che Cristo nascesse, Virgilio, uomo di gran sapere
-e di singolare virtù, avuta notizia di questo mago e delle male sue
-arti, navigò alla volta del Monte della Calamita, e mercè l'ajuto di
-uno spirito, riuscì a impadronirsi dei tesori e dei libri di lui.
-Venuto il termine prescritto, la Vergine potè dare alla luce Gesù.
-Enrico di Müglin narra in una sua poesia[638] come Virgilio, in
-compagnia di molti nobili signori, partisse da Venezia sopra una nave
-tratta da due grifoni, giungesse al Monte della Calamita, trovasse
-quivi, chiuso in una fiala, un demonio, il quale, a patto d'avere la
-libertà, gl'insegnò come potesse impadronirsi di un libro di magia,
-ch'era dentro una tomba. Avuto il libro ed apertolo, Virgilio si
-vide comparir dinanzi ottantamila diavoli, ai quali comandò subito di
-costruire una buona strada, dopo di che se ne tornò tranquillamente
-co' suoi compagni a Venezia. Queste fantasie fan capolino anche nel
-_Wartburgkrieg_[639]. Di un magnifico palazzo, sorgente sul Monte della
-Calamita, e abitato da cinque fate, si narra nel séguito dell'_Huon
-de Bordeaux_ in prosa[640], ed è senza dubbio tutt'uno collo _chastel
-d'aimant_ descritto in una redazione tarda dell'_Ogier_[641]. In un
-romanzo francese in prosa, composto probabilmente nel secolo XV,
-il Monte, o piuttosto lo Scoglio di Calamita è abitato da maghi e
-incantato, e per potersene allontanare, dopo esserne stati attirati,
-bisogna, conformemente a quanto è detto in certa iscrizione, gettar nel
-mare un anello, ch'è in cima alla rupe[642]. Non è ciò singolarmente
-conforme a quanto si legge nel racconto del terzo calendero? S'avverta
-inoltre che nei lapidarii, dove molte immaginazioni si trovano venuteci
-dall'Oriente, la calamita è messa in istretta relazione con l'arti
-magiche. In quello attribuito a Marbodo si legge:
-
- Deendor magus hoc (_lapide_) primum dicitur usus,
- Conscius in magica nihil esse potentius arte.
- Post illum fertur famosa venefica Circe
- Hoc in praestigiis magicis specialiter usa[643].
-
-Alberto Magno ed altri parlano ancor essi delle virtù magiche della
-calamita[644].
-
-Dopo quanto abbiam veduto non ci parrà cosa troppo fuori del
-ragionevole che il Monte della Calamita diventasse il beato soggiorno,
-oltre che delle fate, anche di Artù, come si vede essere avvenuto in
-un vecchio romanzo francese intitolato _Roman de Mabrian_[645], e ci
-sarà men difficile intendere come e perchè, nel poema di _Gudruna_, il
-Monte della Calamita s'identificasse col monte Gîvers, o Mongibello,
-dove una leggenda, di cui discorro in questo stesso volume, pose per
-l'appunto la dimora di Artù, e divenisse stanza di un popolo felice,
-che vive nell'abbondanza, ed abita in palazzi d'oro[646]. A immaginare
-così fatta stanza e così fatto popolo, sollecitava anche, in certo qual
-modo, la credenza che le infinite navi tratte da ogni banda inverso il
-monte, vi recassero copia delle ricchezze tutte della terra.
-
-Che l'idea di porre in relazione col Monte della Calamita i grifoni,
-facendo di questi un mezzo di scampo per alcuni naufraghi più ingegnosi
-e più arditi, sia ancor essa orientale di origine, parmi cosa, come
-vedremo tra breve, più che probabile. Beniamino da Tudela parla di
-certe, com'egli le chiama, angustie del mar della Cina, dalle quali le
-navi che ci si smarrivano più non potevano districarsi, onde, venendo
-a mancare le vettovaglie, conveniva che i naviganti si morissero di
-fame. Perciò i meglio avveduti portavano con sè pelli di buoi, e quando
-non rimaneva loro altro scampo, si avvolgevano in esse, e si lasciavan
-rapire da certe aquile grandi, che li portavano a terra; e così
-molti se ne salvavano[647]. Fra quelle angustie del mare si cela di
-sicuro il Monte, o si celano, per lo meno, gli scogli, o i bassifondi
-di calamita, e quelle aquile grandi sono i ruc o roc delle novelle
-orientali, divenuti poi, in Occidente, grifoni.
-
-In racconti occidentali il Monte della Calamita è posto spesso nel bel
-mezzo del Mare coagulato[648]: così nel _Herzog Ernst_, di cui dirò or
-ora, nel _Jüngere Titurel_, ecc.[649]. Il poema di _Gudruna_ lo pone
-nel Mar tenebroso[650]. Che sì fatti collegamenti fossero già prima
-avvenuti in Oriente, parmi probabile; ma vuolsi per altro avvertire
-che la fantasia doveva essere, non meno qua che laggiù, naturalmente
-inclinata a raccogliere insieme i pericoli tutti del mare; e gli è per
-ciò che, in parecchi racconti occidentali, al Mare coagulato, al Monte
-della Calamita, vanno a tener compagnia le sirene.
-
-
-III.
-
-Come in Oriente, così in Occidente, il Monte della Calamita non doveva
-figurare soltanto nelle relazioni più e men veridiche dei viaggiatori
-e nei trattati dei geografi e dei naturalisti, ma, come quello che
-poteva dare argomento a descrizioni fantasiose e poetiche, e occasione
-a strane avventure, doveva, o prima o poi, figurare anche in racconti
-d'indole romanzesca, e, più particolarmente in quelli che narravano di
-lontane peregrinazioni, di favolose imprese. Non era quasi possibile
-ch'esso non trovasse luogo in quelli che, con nome appropriato, si
-potrebbero dire i romanzi del mare: se l'antico poeta, che narrò i
-lunghi errori e i patimenti d'Ulisse e de' compagni suoi, ne avesse
-avuta contezza, il Monte della Calamita sarebbe apparso probabilmente
-nell'Odissea, fuori dall'onde di alcun remoto ed incognito mare.
-
-Dire a qual tempo risalga la prima redazione del racconto del terzo
-calendero nelle _Mille e una Notte_ gli è impossibile ora; ma si può,
-per contro, indicare, se non altro con sufficiente approssimazione, il
-tempo in cui fu composto il più antico racconto romanzesco occidentale
-dove si parli del Monte della Calamita. Tale racconto è quello
-tedesco, ricordato pur ora, del _Duca Ernesto_, _Herzog Ernst_. La
-primitiva redazione latina di questa storia cavalleresca non s'è potuta
-rintracciare sinora; ma, da essa derivò, tra il 1170 e il 1180, un
-poema basso renano, di cui rimangono solo frammenti, e la cui sostanza
-passò nell'anonimo poema tedesco (tra l'XI e il XII secolo) dal quale
-io trarrò, ridotto in breve, il racconto che si riferisce al Monte
-della Calamita; in un altro poema, a torto attribuito a Enrico di
-Weldecke (composto tra il 1277 e il 1285); nel poema latino di un Odone
-(prima del 1230); in un racconto prosastico latino; in un racconto
-prosastico tedesco e popolare.
-
-Nel più antico poema pervenuto intero sino a noi, il racconto procede
-nel modo che segue[651]. Dopo lunga e faticosa navigazione, il duca
-Ernesto e i compagni suoi giungono in vista di un arduo monte, alle
-cui falde spesseggia come una gran selva di alberi di nave. Uno dei
-nocchieri, avendo riconosciuta la natura del monte, il quale s'alza
-fuori dalle onde pigre del mare coagulato, annunzia al duca e agli
-altri la rovina irreparabile. Alla forza attrattiva della calamita non
-è possibile di resistere: tutti quegli alberi sono di navi naufragate;
-la morte per fame attende i naufraghi. Udito così tristo annunzio, il
-duca senza smarrirsi, parla amorevole ai suoi, li esorta a innalzar
-l'anima a Dio, a pentirsi d'ogni errore commesso, a prepararsi ad
-entrare, con la divina grazia, nel regno dei cieli. Tutti si conformano
-alle sue esortazioni, ed intanto la nave, con impetuosissimo corso,
-s'approssima al monte, e a guisa di un cuneo si caccia tra l'altre
-navi, molte delle quali sono, per vetustà, marcite, e con ispaventevole
-fragore, sfondando fianchi e travolgendo rottami, passa oltre, e cozza
-alla rupe. Le ricchezze perdute che s'offron quivi agli sguardi dei
-naufraghi son tali e tante che non si posson descrivere. Ma a che
-giovano? Il monte sorge in mezzo a remotissimo oceano e da nessuna
-banda si scorge la terra. A poco a poco vengon meno le vettovaglie;
-l'un dopo l'altro quei valorosi periscon di fame; soppraggiungono
-i grifoni e ne rubano i corpi, per pascerne i loro nati. Da ultimo
-rimangon vivi solo il duca e sette compagni, e delle provviste più
-non avanza se non mezzo pane. Allora il conte Wetzel, illuminato da
-una miracolosa idea, propone ai soci di avvolgersi in pelli di bue
-e lasciarsi rapir dai grifoni, non essendovi, fuor di questa, altra
-speranza di scampo. Il consiglio è accolto con applauso e con giubilo.
-Vestiti di tutte l'armi, si fanno, primi, cucir nelle pelli il duca
-ed il conte: vengono a volo steso i grifoni, li levano in aria, li
-portan di là dal mare. Quando si sentono sul sodo, i due fendono con
-le spade le pelli, balzan fuori, son salvi. E nella stessa maniera si
-salvano gli altri, meno uno, che rimasto ultimo, non ha chi lo ajuti
-ad avvolgersi nella pelle, e muore di fame. Ma, per partirsi dal luogo
-dove i grifoni li hanno deposti, i superstiti debbono abbandonarsi,
-sopra una zattera, al corso impetuoso di un fiume sotterraneo, il cui
-letto è tutto sparso di preziosissime gemme.
-
-Ugone da Bordeaux, il noto eroe della gesta carolingia, corse gli
-stessi pericoli, si salvò nel medesimo modo; e tra il racconto che
-narra di lui e quello che narra del duca Ernesto non sono, per questa
-parte, se non picciole differenze e di poco rilievo[652]. Ugone
-sopravvive solo ai suoi compagni di sventura, e perciò bisogna che
-si lasci rapir dal grifone senza ravvolgersi in una pelle di bue, e
-il grifone lo trasporta in un'isola paradisiaca, dove scaturisce una
-fonte e maturan pomi che hanno virtù di ridare la giovinezza, e d'onde
-l'eroe non può altramente partirsi che affidandosi al corso di un fiume
-sotterraneo, in tutto simile a quello descritto nel poema del duca
-Ernesto. La differenza maggiore si nota, non tra le avventure dei due
-cavalieri, ma tra i due cavalieri medesimi. Ernesto affronta impavido
-il periglio e la morte, incuora e sorregge i suoi: Ugone piange,
-si dispera, sviene, è confortato dai suoi, scambia i grifoni per
-diavoli. Egli è di quella picciola schiera di eroi, non meno timorati
-e piagnucolosi che prodi, a cui appartengono anche Ugone d'Alvernia e
-Guerino il Meschino.
-
-Non è chi non avverta subito la somiglianza grandissima che questi
-racconti occidentali, oltrechè col racconto del terzo calendero,
-hanno con quello del sesto viaggio di Sindbad il navigatore, quale si
-legge pur esso nelle _Mille e una Notte_. Anche la nave di Sindbad è
-tratta irresistibilmente verso un monte le cui radici sono ingombre
-di rottami di navi naufragate e d'infinite ricchezze; anche Sindbad,
-solo sopravvissuto ai compagni periti di fame, scampa, lasciandosi
-trascinare, sopra una zattera, da un fiume copioso di gemme, che
-scorre sotterra. E io credo che i racconti occidentali porgano, se non
-una prova, un indizio, che il racconto orientale è, in certo punto,
-difettoso o alterato, e dieno anche modo di restituirlo alla integrità
-e sincerità primitiva. Sindbad non dice che il monte ov'ei naufragò sia
-il Monte della Calamita; ma che tale fosse veramente in origine parmi
-si possa argomentare dalle particolarità stesse della descrizione, e
-dai collegamenti che hanno i varii racconti tra loro. Per le ragioni
-medesime credo s'abbia ad identificare col Monte della Calamita la
-montagna smisurata, e lucida come se fosse di acciajo forbito, verso
-la quale è trascinata la nave di Abulfauaris nei _Mille ed un Giorno_.
-A questo proposito un riscontro curioso e notabile. Nella storia
-prosastica latina del duca Ernesto si dice che il Monte della Calamita
-sorgeva tutto corrusco dall'onde, come se fosse di fiamma viva[653].
-
-Molti altri eroi, oltre al duca Ernesto e ad Ugone da Bordeaux, corsero
-questa memorabile e gloriosa avventura. Ho già accennato a racconti
-intessuti nella _Gudruna_, nel _Reinfrit von Braunschweig_, nel
-_Jüngere Titurel_, in una tarda redazione dell'_Ogier_, ecc.: ricorderò
-ancora la storia tedesca di Enrico il Leone, e una redazione, pure
-tedesca, del viaggio di quel San Brandano cui nessuno dei miracoli
-del mare doveva rimanere occulto[654]. La molteplicità e varietà di
-sì fatti racconti mostrano quanto diffusa e celebre fosse in Europa
-l'antica favola nata in Oriente, la favola che il Goethe ricordava
-d'avere udito narrare quand'era ancora fanciullo.
-
-
-NOTE
-
-[620] _Historia naturalis_, l. II, cap. 98 (ediz. Lemaire, Parigi,
-1827-32): «Duo sunt montes juxta flumen Indum: alteri natura est,
-ut ferrum omne teneat, alteri ut respuat. Itaque si sint clavi in
-calceamento, vestigia avelli in altero non posse, in altero sisti». Nel
-l. XXXVI, cap. 25, lo stesso Plinio, parlando della calamita, dice:
-«Magnes appellatus est ab inventore (ut auctor est Nicander) in Ida
-repertus: namque et passim invenitur, ut in Hispania quoque. Invenisse
-autem fertur, clavis crepidarum et baculi cuspide haerentibus, quum
-armenta pasceret». Può nascer dubbio se questa seconda notizia non si
-riferisca all'uno de' monti a cui si riferisce la prima. Alcuni codici
-della _Historia_ recano _in India_ anzichè _in Ida_, e in India deve
-aver letto Isidoro da Siviglia, il quale nel l. XVI, cap. 4 delle
-_Etymologiae_ scrisse: «Magnes, lapis indicus, ab inventore vocatus.
-Fuit autem in India ita primum repertus: clavis crepidarum, baculique
-cuspidi haerens, quum armenta idem Magnes pasceret: postea et passim
-inventus». I versi di Nicandro, che potrebbero sciogliere il dubbio,
-andarono perduti; ma notisi che nei lapidarii, e in altri trattati la
-calamita è comunemente ricordata come pietra dell'India.
-
-[621] _Geographia_, l. VII, cap. 2.
-
-[622] Versione latina: «Mille vero, aut eo circiter, insulae (nisi
-falsum est quod fertur) isti insulae (_Taprobanae_) circumjacent, quas
-Mare rubrum interfluit: ibique, in insulis quae vocantur Maniolae,
-magnes lapis nascitur, ferri attractor, apud quas siqua navis ferreis
-armata clavis advenerit, virtute lapidis illico adducitur et in cursu
-sistitur. Ideoque in Taprobanem profecturi, navigiis in eum specialiter
-usum clavis ligneis compactis utuntur». PALLADIUS, _De gentibus Indiae
-et Bragmanibus_; S. AMBROSIUS, _De moribus Brachmanorum_; ANONYMUS, _De
-Bragmanibus_, Londra, 1665, p. 4.
-
-[623] «Hic ille, quem Magnetem appellant, reperitur lapis, qui ferri
-naturam ad se vi sua trahere dicitur. Cum ergo navis aliqua clavos
-habens ferreos illic applicuerit, illico retinetur, nec quoquam ire
-permittitur, vi nescio quadam lapidis occulta impediente, ob id naves
-ibi ligneis clavis construi dicebat». P. 59. Ciò si dice a proposito
-delle isole Maniole, trasformate, forse per error di scrittura, in
-Mammole, e sulla fede di un Tebeo Scolastico, il quale sarebbe stato in
-India.
-
-[624] L. III, cap. 7, ediz. di Carlo Müller, Parigi, 1846, p. 103.
-
-[625] _Liber de gradibus, De tertio gradu, Opera_, Basilea, 1536, p.
-378: «Aristot. dixit esse lapidem in ripa maris Indiae inventum. Cuius
-natura cal. et sic. in 3. gradu. Dixit etiam in libro de lapidibus
-quod nautae non audent transire cum naves ferreos clavos habentes,
-aut aliquod artificium ferri in ea ducere. Navi etiam illis montanis
-appropinquante, omnes clavi, et quicquid ex ferro aeditum a montanis
-attrahitur cum proprietate quam habet».
-
-[626] _De lapidibus nominatis et eorum virtutibus_: «Magnes sive
-magnetes lapis est ferruginei coloris, qui secundum plurimum in mari
-Indico invenitur, et intantum abundare dicitur, quod periculosum est in
-eo navigare navibus quae superiores clavos habent».
-
-[627] _Speculum naturale_, l. VII, cap. 25. Egli dice pure, nè so
-d'onde attinga: «Magnes gignitur circa litus oceani, apud Trogloditas
-magnas habens virtutes... ». Nel _Liber lapidum_ attribuito a MARBODO,
-§ 19, si legge:
-
- Magnetes lapis est inventus apud Troglodytas,
- Quem lapidum genetrix nihilominus India mittit.
-
-Ediz. di Giovanni Beckmann, Gottinga, 1799, p. 42. Le testimonianze di
-Plinio, di Tolomeo, dello Pseudo Sant'Ambrogio, d'Isidoro da Siviglia,
-di Costantino, di Vincenzo Bellovacense, sono ricordate dal KLAPROTH,
-_Lettre à M. le baron de Humboldt sur l'invention de la boussole_,
-Parigi, 1834, ma assai in confuso, e non senza qualche errore.
-
-[628] _I viaggi_ di GIOVANNI DA MANDAVILLA, _volgarizzamento antico
-toscano_, Bologna, 1870 (_Sc. di cur. lett._, disp. CXIII-CXIV), vol.
-II, pp. 31, 151-2. I passi corrispondenti della redazione latina
-e della inglese mi provano la fedeltà della versione italiana. Del
-rimanente gli è noto che il testo del Mandeville fu rimaneggiato e
-interpolato in più modi, e che parecchie versioni presentano, col testo
-originale e fra loro, diversità di rilievo.
-
-[629] PIETRO BERCHORIO, _Reductorium morale_, Venezia, 1575, l. XI,
-cap. 94, p. 482 (per errore 484): «In aliquibus partis maris sunt
-montes et scopuli de lapidibus magnetis, et ideo tanto impetu naves
-attrahunt propter ferrum quod ibi est, quod contra eos franguntur,
-et penitus dissolvuntur, secundum Isido. et Diosc.». Non so se il
-Berchorio sia debitore ad altri di questa assai poco opportuna
-citazione d'Isidoro e di Dioscoride. FELICE FABER, _Evagatorium
-in Terrae Sanctae, Arabiae et Aegypti peregrinationem_, vol. II,
-Stoccarda, 1843 (_Bibl. d. litter. Ver._), pp. 469-70, parlando del
-porto di Thor, detto già Beronice, o Ardech, nel Mar Rosso: «Ille enim
-est ultimus Orientis portus nobis notus, in quo semper sunt multae et
-magnae naves indianae, quae tamen ita compactae et fabricatae sunt,
-ut nullum ferrum in eis sit, nec audent habere anchoras ferreas nec
-secures nec bipennes nec aliquod ferreum instrumentum. Ratio autem
-huius, est quia in littore maris indici sunt scopuli et montes lapidosi
-de lapidibus magnetum, per quos naves in Arabiam ire volentes transire
-oportet. Si ergo navis ferramenta aliqua continens ibi veniret, statim
-magnes propter ferrum navem attraheret et illideretur navis in scopulos
-et frangeretur. Est enim magnes mirabilis raptor ferri. Si cui placet
-legere, videat in Spec. Nat. L. X. C. 20».
-
-[630] _Dies caniculares_, Roma, 1597, p. 729: «Narrant nautae nostrates
-in ima India esse maritimas cautes magneticas, quae medio cursu
-navigia, si quid sit in eis ferri, vel clavus unus, sistant, detineant,
-attrahant. Idcirco qui illac sunt praeternavigaturi, postes navium
-ligneis clavis solitos compingere».
-
-[631] _Peregrinatio_ (ZARNCKE, _Der Priester Johannes, Abhandl. d.
-philol-hist. Cl. d. k. Sächsischen Gesellschaft d. Wiss._, vol. VIII,
-1876, p. 164): «Et mare iecoreum est talis naturae quod attrahit
-naves in profundum propter ferrum in navibus, quia fundus illius maris
-dicitur quod sit lapideus de lapide adamante, qui est attractivus».
-
-[632] JOHANNIS DE PLANO CARPINI _Antivariensis Archiepiscopi Historia
-Mongolorum quos nos Tartaros appellamus, in Recueil de voyages et de
-mémoires publiè par la Sociétè de Géographie_, t. VI, Parigi, 1839, p.
-659: «Chingis can etiam, eodem tempore quo divisit alios exercitus,
-ivit in expeditione contra Orientem per terram Kergis, quo bello non
-vicit: et ut nobis dicebatur, ibidem usque ad Caspios montes pervenit;
-montes autem illi in ea parte ad quam applicuerunt, sunt de lapide
-adamantino: unde eorum sagittas et arma ferrea ad se traxerunt». Per
-la confusione tra il diamante e la calamita cfr. DIEZ, _Etymologisches
-Wörterbuch der romanischen Sprachen_, terza edizione, Bonn, 1869-70, s.
-v. _diamante_. Strano che Giovanni ponga i Monti Caspii all'oriente dei
-Tartari mentre sono a occidente. (Vedi l'osservazione del D'Avezac, pp.
-565-6). Cfr. MAJOLO, _Op. cit._, p. 730.
-
-[633] KLAPROTH, Lettera cit., pp. 116-7.
-
-[634] Id., _ibid._, pp. 121-2.
-
-[635] _Géographie d'_ÉDRISI, _traduite de l'arabe en français d'après
-deux manuscrits de la Bibliothèque du roi et accompagnée de notes par_
-P. Amédée Jaubert, Parigi, 1836-40, vol. I, p. 57 (_Recueil de voyages
-et de mémoires publiè par la Société de Géographie_). Il traduttore
-nota: «L'auteur veut probablement parler des courants qui peuvent
-porter sur la côte (Voy. D'HERBELOT, _Bibl. or_. au mot _aguird_);
-peut-être aussi fait-il allusion aux prétendues montagnes d'aimant
-(HARTMANN, _Edris. Afr._, pag. 101)». Questa seconda supposizione
-sembra a me essere la vera. Avverto che non in tutte le edizioni della
-_Bibliothèque orientale_ si trova il passo qui citato.
-
-[636] Canzone: _Madonna il fine amore ch'eo vi porto_.
-
-[637] Pubblicato dal Bartsch, Stoccarda, 1871 (_Bibl. d. liter. Ver_.).
-
-[638] Pubblicata primamente dallo Zingerle nella _Germania_ del
-Pfeiffer, vol. V, pp. 369 sgg.; riprodotta dal COMPARETTI in appendice
-al vol. II della sua opera _Virgilio nel medio evo_, Livorno, 1872, pp.
-221-4.
-
-[639] Edizione di Carlo Simrock, Stoccarda ed Augusta, 1858, pp. 195,
-201, 209. Quivi è detto, tra l'altro, che Aristotele ebbe contezza del
-Monte della Calamita.
-
-[640] DUNLOP-LIEBRECHT, _Geschichte des Prosadichtungen_, Berlino,
-1851, pp. 128-9, 532-3.
-
-[641] Del secolo XIV, inedito. Codice della Nazionale di Parigi num.
-2985, p. 633:
-
- Tant ala le Danois dont je fais mencion
- Que l'aiamant sacha tellement son dromon
- Que les maronniers virent le plus noble doongon
- Qui onques feust veuz en nulle region.
- Ils ont dit a Ogier: Ves la noble maison
- Qu'onques mais n'en veismes nul de telle façon,
- Ne savons a qui s'est, ne coment a a non.
- Moult en fu lies Ogier qui euer ot de lion.
- Mais droit a une roche d'aimant tout en son
- Arriva li vaissel dont je fai mençon,
- En aussi bien s'atacha la endroit, ce dit on,
- Qu'il y feust joins acolè entour et emmon,
-
-Di questo poema diede particolare notizia il RENIER, _Ricerche
-intorno alla leggenda di Uggeri il Danese in Francia, Memorie della R.
-Accademia delle Scienze di Torino_, serie II, t. XLI (1891).
-
-[642] _La description forme et histoire du noble chevalier Berinus, et
-du vaillant et très-chevalereux champion Aigres de l'Aimant son fils_,
-etc., Parigi, per Giovanni Bonfons, s. a. Vedine una minuta analisi
-nella parte V, sez. 2ª (_Romans du seizième siècle_) dei _Mélanges
-tirés d'une grande bibliothèque_, Parigi, 1780, pp. 225-77. In questo
-romanzo sono molte fantasie e novelle tratte di qua e di là, alcune dal
-_Libro dei Sette Savii_.
-
-[643] _L. cit._ In quel Deendor incognito è forse un ricordo della
-biblica maga d'Endor?
-
-[644] ALBERTO MAGNO, _Op. cit_.: «In magicis autem traditur, quod
-phantasias mirabiliter commovet, principaliter seu precipue, si
-consecratus obsecratione et caractère sit, sicut docetur in magicis».
-
-[645] «Sire, dist le Chevalier, au dessus de l'aiement, en la vallée,
-y a un chasteau nompareil qu'on appelle Faé, parceque Artus et les
-Fayes y habitent, abondance y a de vivres qui y pourroit entrer: mais
-avant que parvenir à l'entrée il convient durement combatre, non pas à
-deux ny à trois escuyers, mais à quinze ou vingt meilleurs Chevaliers
-du monde, qui par Faërie ont là esté mis pour garder ledict chasteau
-Faé». GRAESSE, _Lehrbuch einer allgemeinen Literärgeschichte_, Dresda e
-Lipsia, 1837 sgg., divis. III, parte 1ª, p. 339.
-
-[646] _Kudrun_, Avventura XXII, st. 1126 sgg. Vedi lo scritto che a
-questo precede, intitolato _Artù nell'Etna_.
-
-[647] _Itinerarium_, Anversa, 1575, pp. 97-8.
-
-[648] Vedi, intorno al Mare coagulato, il vol. I, p. 106.
-
-[649] Vedi la prefazione del BARTSCH all'edizione da lui curata del
-_Herzog Ernst_, Vienna, 1869, pp. CXLVII-CXLVIII, e SCHROEDER, _Sanct
-Brandan_, Erlangen, 1871, p. 111. Cf. il passo già citato di Giovanni
-di Hese.
-
-[650] Intorno al Mar tenebroso vedi il vol. I, p. 106.
-
-[651] Edizione citata del Bartsch, vv. 3883-4481.
-
-[652] Vedi il testo in appendice, e l'analisi del romanzo in prosa in
-DUNLOP-LIEBRECHT, _Op. e l. cit_,
-
-[653] Testo pubblicato da Maurizio Haupt, nella Zeitschrift _für
-deutsches Alterthum_, vol. VII (1849), p. 223.
-
-[654] _Museum für altdeutsche Literatur und Kunst_, vol. I (1809), p.
-298. R. Schroeder, riportando alcuni versi del _Gui de Bourgogne_, dove
-si parla di acque che cavalieri armati non possono attraversare perchè
-impediti da pietre di calamita, dice (_Glaube und Aberglaube in den
-altfranzösischen Dichtungen_, Erlangen, 1886, p. 124) che la favola del
-Monte della Calamita non si trova nella letteratura francese del medio
-evo, perchè i Francesi, in quel tempo, si curaron poco del navigare.
-Lasciando stare la ragione al tutto immaginaria da lui recata, si
-vede che la opinion sua è molto lungi dal vero. Chi fosse vago di
-qualche altra notizia e citazione intorno a questa favola, vegga,
-oltre alla prefazione del Bartsch e al luogo del Graesse già ricordati,
-DUNLOP-LIEBRECHT, _Op. cit._, p. 477, n. 208.
-
-
-APPENDICE
-
-Séguito dell'_Huon de Bordeaux_ in versi, nel cod. L, II, 14 della
-Nazionale di Torino, f. 360 v., col. 1ª, a f. 362 v., col. 2ª.
-
-Giuda, l'apostolo traditore, dannato a perpetuo castigo in mezzo a
-un gran vortice del mare[655], annunzia ad Ugone la vicinanza della
-calamita e l'imminente naufragio.
-
- «Tu ies perdus», ce li a dit Judas;
- Car ens u gouffre a l'aymant en bas».
- Li maronniers et Hues se seigna;
- Tenrement pleurent, car cascuns s'esmaia.
- III jours siglerent puis c'ont laissié Judas:
- Li maronniers remonte sor le mast,
- Devant lui garde tant que bos veu a.
-
- Li maronniers, quant le bos ot coisi,
- Moult liement l'a dit a Huelin:
- «Je voi la bos a .xx. liues de chi»
- «Vrais dix» dist Hues, «je vous en rench merci!
- Moult a lonc tans que jou terre ne vi.
- Quant bos i a, de la terre ist il».
- Atant s'en vont et ont siglé tous dis,
- Tant qu'a .iij. liues li maronniers pres vint:
- Dont choizi mas et grans callans gentis,
- Nes et dromons et grans callans de pris.
- Adont s'escrie: «He las, je suis trais!
- He bons quens Hues, or nous convient morir!
- C'est l'aymans que je voi devant mi:
- Jamais de lui ne porrons mes partir».
- «He las!» dist Hues «pour coi fui aine nasquis
- Quant il m'estuet en tel liu prendre fin?»
- il voit tant barge et dromons et sapins:
- De tant de naves s'est Hues esbahis.
- «Par foi», dist il «se trestous li pais
- Qui onques fussent arrivassent ichi,
- S'a il trop barges et dromons entour li.
- He, aymans, con tu fais a hair!
- Tante persone as ci faite morir».
- La nef aproce, pres de l'aymant vint,
- Tant aussi près qu'elle se pot tenir.
- Quant ele areste dont pleure Huelins.
- «Si m'ait dix!» li maronniers a dit:
- Jamais nul jour ne partirons de chi.
- Confessons nous, qu'il nous convient morir;
- Si nous estoit la vitaille partir».
-
- Or est li nave a l'aymant tournée.
- Le jour entier ne font el qu'il plorerent
- Dusqu'au demain que l'aube aparut clere.
- Li maroniers dist Huon sa pensée:
- «Biax sire Hues, par la vertu nommée,
- De no vitaille iert droiture moustrée.
- Il est droiture parmi la mer salée
- Que la moitiés est au seignour donnée».
- «Amis», dis Hues, «c'est bonne destinée;
- Ja de par moy ne sera refuzée».
- Li .xiiij. homme la vitaille aporterent;
- Dont le partirent, a Huon l'ont livrée:
- En une nave l'a Huelins posée;
- Tant que porra iert sa vie salvée.
- Dont fu sa terre durement regrettée,
- Et Esclarmonde qu'il avoit espouzée:
- «Suer douce amie, ci a grief destinée.
- Je vous avoie de vo terre jetée;
- Royne fasses de fin or couronée,
- En poverté vous ai mize et pozée.
- He, quens Raoul, mal de l'ame ton pere!
- Par toi sui jou caciés de ma contrée.
- Auberon sire, ma fois iert parjurée.
- A vous de voie aler la tierce anée;
- Mais jou voi bien que ma vie iert outrée».
- Dont se pasma; sa gent pour lui plorerent:
- Au redrecier moult bel le conforterent.
-
- Quant Hues fu de pasmisons levés,
- Tenrement pleure, ne se puet acesser.
- Li maronier l'ont moult réconfortè:
- «He, Hues sire, que vaut vostres plourers?
- Ains pour duel faire ne vi riens conquester».
- «Seignour», dist il, «jou le lairai ester,
- Car je voi bien ne le puis amender».
- II moys et plus ont iluec sejorné;
- Mais a court terme les converra finer,
- Car lor vitaille ne puet plus lor durer.
- Quant Hues voit ses homes empirer,
- Et de famine et morir et enfler,
- De sa vitaille lor commence a doner:
- Tant lor depart li gentis adoubés
- Qu'il n'en a mais qu'a .iiij. jours passer.
- Et non pourquant sunt tout mort et outré,
- Fors que Huon n'en a plus demoré.
- L'un apres l'autre les voit Hues finer;
- Dont les commence Hues a regreter:
- «He las» fait il, «franc chevalier membré,
- O moi venistes par si grant amisté;
- Or estes mort et a vo fin alé;
- Or ait Jhesus de vos ames pité».
- Dont se perchoit Hues qu'[il] est esseulés,
- N'il ne set mais a cui il puist parler.
- «He las», dist il, «con poi me doi amer
- Quant chi me voi en si grant poverté,
- Ne je ne pui de cest liu escaper.
- Auberon sire, or m'as tu oublié:
- Malabron frere, je ne t'os apeler.
- En tante painne as pour mon cors esté,
- Li cuers du ventre me deveroit crever».
- Entre ses mors s'est Huelins clinés:
- N'est hom vivans, s'il l'oist dementer,
- Et Esclarmonde sa femme regreter,
- Et les barons qu'o lui ot amenés,
- Que grant merveilles n'en eust grant pité.
-
- Moult parfu Hues li quens en grant freour
- Quant il se voit enclos en mer majour.
- «Sainte Marie», dist Hues li frans hom,
- «Tant ai eu et grietés et dolors,
- Ains n'en eut tant nus caitis a nul jour.
- Oublié m'a li bons roys Auberons,
- Et sa maisnie et li preus Malabrons.
- Or voi je bien jamais ne me verront.
- Mort sunt mi home, dont j'ai au ceuer dolour,
- Car pour .i. poi que li cuers ne me font.
- Pucelle dame, mere au creatour,
- Tante miracle a Jhesus fait pour vous;
- Je vous reclaimme con uns hom peurous.
- Destroit de mort est forment soufraitous;
- Vo doulch enfant, cui je tieng a seignor,
- Voellies priier qu'il m'oste de dolour,
- La ou je sui en si grant tenebrour.
- Tres douce dame, tant aves de valour;
- Qui vous reclaimme bien doit avoir secours.
- Tant crierai apres vous nuit et jour,
- Que s'il vous plaist vous en ares tenrour».
- Ensi que Hues crioit sa garison,
- Une noise ot venir par mer majour,
- Et avolant voit venir .i. griffon,
- Qui est plus grans c'uns destrier de valour.
- Tant a volè par la mer a bandon,
- Que pour .i. poi que en l'aigue ne font.
- Envers les naves venoit a garison;
- Des mors avoit sentu la flairison;
- Si les vient querre pour porter ses faons.
-
- Quant li quens Hues voit le griffon venir,
- Qui plus est grans c'uns destrier arrabis,
- De sor le mast de sa nef est assis;
- Tout le conploie du grant branle qu'il fist.
- Tant ot volé que moult fu amatis,
- Car pour .i. poi qu'en la mer n'est flatis;
- Fors de la goule li langue li sali;
- Le bec ot lonc bien .ij. pies et demi;
- Grans ot les ongles, u mast les enbati,
- Tous li plus cours ot bien piét et demi.
- Or cuide Hues ce soit uns anemis:
- N'est pas mervelle s'il ot paour de lui.
- Il le regarde; tous li sans li bouli:
- Repus estoit pour le griffon veis:
- La mere dieu reclama de cuer fin:
- «Très douce dame, royne genitris,
- Je vous aour au soir et au matin,
- Et vous reclaimme de vrai cuer enterin.
- Secoures moi, s'il est vostres plaisirs,
- Que ne m'ocie cis cuivers anemis.
- Las, je croi bien qu'il m'a assenti!»
- Et li griffons quant son repos ot pris,
- Tourne sa teste et regarda son pris:
- Moult se hirece; en la nef descendi;
- .I. des mors homme a ses ongles saizi,
- Sor le mast monte, a voiler s'escuelli.
- Hues se saigne, a regarder le prist,
- Et li oisiax s'en vola sans detri,
- A ses faons liés et joians s'en vint:
- Chascun jour va pour les mors Huelin.
-
- Li bons quens Hues forment s'esmerveilla
- Pour le griffon qui sa gent emporta.
- «Vrais dix», dist Hues, «qui le monde formas,
- En a il terre la ou cis oisiax va?»
- D'une mervelle quens Hues s'apensa,
- Qu'en aventure le cors de lui metra;
- A cel oizel son cors abandonra;
- S'il plaist a diu a terre le metra.
- A dameldiu de euer se confessa,
- Dame Esclarmonde de bon cuer regreta,
- Et Clarissette, sa fille qu'engenra:
- En plorant dist que mais ne les verra.
- Bien s'est armés; .ij. haubers endossa,
- Puis chaint l'espée, près de lui le sacha;
- Son hiaume lace, en son cief le ferma;
- Entre les mors en plourant se coucha;
- Et li griffons par la mer avolla,
- Grant bruit demainne, si s'assist sor le mast.
- Hues le voit, tous li sans li mua,
- Et li oisiax vollentiers l'esgarda,
- Ains des armures forment s'esmervilla.
- Li oisiax pense cis est et gros et cras,
- A ses faons, s'il puet, l'emportera.
- Repozés fu, a Huon s'adrecha,
- Ses trenchans ongles u haubert li enbat,
- Toutes ses armes erramment li percha,
- Demie paume li fiert dedens le char.
- Hues le sent ne mais crier n'osa,
- Les dens estrainst pour l'angoisse qu'il a,
- Et li oisiaus a tout lui si s'en va.
-
- Deseur la mer li griffons s'aridele,
- De ses .ij. elles moult durement ventele,
- Huon as ongles detrence le char bele,
- Li sans li foite, entour lui s'aclotele;
- Souspirer n'oze, le chief ot desous l'elme,
- Ains dist embas: «Sainte Marie belle,
- Secoures moi; je croi que jou voi terre».
- Une montaigne acoiste moult bele;
- Chou est une ille a l'amirant de Perse.
- Mais ains nus hom ne monta en la terre
- Pour les oisiax qui i font tel moleste;
- Iluecques sont et si ont lor repere.
- Sains est li lix et la montaigne bele;
- Ains n'i vit nuis orage ne tempeste.
- La repoza Jhesucris nos salveres;
- Si le saigna de sa main digne et bele.
- De tous les fruis c'on a veu sor terre
- La plenté gisant sunt desor l'erbe:
- Bel sont li arbre gent et haut et honeste.
- En la montaigne ot une fontenele
- Que dix i fist quant il alla par terre.
- Contre soleil ot une ente moulte bele,
- Les brances vont tout entour dusc'a terre;
- La est li fruis de jovent par ma teste:
- Sous ciel n'a home, pucelle ne ancelle,
- Que s'il avoit .m. ans vescu sor terre,
- S'ele en mengast ne sainblast jovencele.
- Iluec descent li griffons desor l'erbe;
- Huon met jus, n'i a fait lonc arreste,
- Qu'il avoit pris a l'aymant rubeste.
-
-
-NOTE
-
-[655] Vedi vol. I, pp. 253-4.
-
-
-
-
-GIUNTE E CORREZIONI
-
-
-VOLUME I.
-
-Pagina 5. — Quando scrissi quella pagina io credeva assai più che ora
-non creda all'autenticità del trattatello De aqua et terra attribuito
-a DANTE. Vedi nel _Giornale storico della letteratura italiana_, vol.
-XX (1892), pp. 125 sgg. un importante scritto del LUZIO e del RENIER,
-intitolato _Il probabile falsificatore della «Quaestio de aqua et
-terra_».
-
-Pag. 71. — Il poemetto _La Fenice_, da me ricordato come cosa che stia
-da sè, non è se non parte della Quinta Giornata del _Mondo creato del
-Tasso_, parte che fu anche impressa separatamente; onde l'errore.
-
-Pag. 98. — Intorno ai manoscritti della _Navigatio Brendani_ vedi
-STEINWEG, _Die handschriftlichen Gestaltungen der lateinischen
-Navigatio Brendani_, in _Romanische Forschungen_, vol. VII, fasc. 1 (1
-decembre 1891), pp. 1 sgg.
-
-Pag. 166, n. 54. — Iššah significa donna in ebraico.
-
-Pag. 182, n. 40. — Cf. il libro di A. MIDDLETON REEVES, _The finding of
-Wineland the good, the history of the icelandic discovery of America,
-edited and translated from the earliest records_, Londra, 1890.
-
-Pag. 185, n. 58. — Intorno alle versioni italiane della _Navigatio
-Brendani_ vedi NOVATI, _La «Navigatio Sancti Brendani»_ in antico
-veneziano, Bergamo, 1892.
-
-Pag. 236, n. 29. — Non è esatto il dire che l'isola di Papimanie,
-descritta dal RABELAIS nel l. IV, cc. 48 e sgg. del _Pantagruel_
-somigli molto al Paese di Cuccagna. In quell'isola, Homenaz descrive,
-dopo desinare, la felicità di cui godrebbe il mondo sotto l'impero
-delle santissime decretali, felicità non dissimile da quella che nel
-Paese di Cuccagna si gode.
-
-
-VOLUME II.
-
-Pagg. 83-4. — Intorno agli angeli neutrali si legge nella _Zeitschrift
-für deutsche Philologie_, vol. XXIV (1892), un breve scritto di
-J. SEEBER, intitolato _Ueber die «Neutralen Engel» bei Wolfram von
-Eschenbach und Dante_. Oltre a Wolfram e a Dante, l'autore ricorda
-anche il Suarez, una cronica rimata tedesca del secolo XIV, un pajo
-di tradizioni popolari; ma non fa cenno del Viaggio di San Brandano e
-dell'_Ugone d'Alvernia_.
-
-Pag. 255. — Fra i molti ricordi che di Merlino e delle sue profezie
-occorrono in iscritture italiane dei secoli XIII e XIV merita d'essere
-in più special modo notato quello che si ha in un luogo della _Fiorita_
-di ARMANNINO GIUDICE. Vedi MAZZATINTI, _La Fiorita di Armannino Giudice
-in Giornale di filologia romanza_, vol. III, p. 16.
-
-Pag. 350. — Alle prove del favore onde godettero in Italia, nel secolo
-XIII, le storie del ciclo brettone merita d'essere aggiunto il ricordo
-di una brigata di giovani, detta della Tavola Rotonda, fatto da
-BONCOMPAGNO in quello de' suoi trattati cui pose titolo _Cedrus_ (c.
-1215). Vedi GASPARY, _Geschichte der italienischen Literatur_, vol. I,
-Berlino, 1885, p. 218.
-
-
- FINE DEL VOLUME SECONDO E DELL'OPERA.
-
-
-
-
-INDICE
-
-
- La leggenda di un pontefice pag. 3
- Note » 43
- Appendice » 51
- Demonologia di Dante » 79
- Note » 115
- Un monte di Pilato in Italia » 143
- Note » 159
- Fu superstizioso il Boccaccio? » 169
- Note » 199
- San Giuliano nel _Decamerone_ e altrove » 205
- Note » 217
- Il rifiuto di Celestino V » 223
- Note » 233
- La leggenda di un filosofo » 239
- Note » 277
- Appendice » 291
- Artù nell'Etna » 303
- Note » 329
- Appendice I » 339
- Appendice II » 353
- Un mito geografico » 363
- Note » 379
- Appendice » 387
- Giunte e correzioni » 395
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-
-
-
-
-End of the Project Gutenberg EBook of Miti, leggende e superstizioni del
-Medio Evo, vol. II, by Arturo Graf
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK MITI, LEGGENDE ***
-
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-The Project Gutenberg EBook of Miti, leggende e superstizioni del Medio
-Evo, vol. II, by Arturo Graf
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
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-this ebook.
-
-
-
-Title: Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, vol. II
-
-Author: Arturo Graf
-
-Release Date: August 1, 2019 [EBook #60032]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK MITI, LEGGENDE ***
-
-
-
-
-Produced by Barbara Magni and the Online Distributed
-Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was
-produced from images made available by The Internet Archive)
-
-
-
-
-
-
-</pre>
-
-
-<div class="booktitle">
-<h1>
-MITI, LEGGENDE E SUPERSTIZIONI<br />
-DEL<br />
-MEDIO EVO
-<span class="smaller">VOLUME II</span>
-</h1>
-</div>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="titlepage">
-<p class="x-large">
-ARTURO GRAF
-</p>
-
-<p class="pad2 main-t">
-<span class="smcap">Miti, Leggende e Superstizioni</span><br />
-<span class="x-small">DEL</span><br />
-MEDIO EVO
-</p>
-
-<p class="pad2">
-VOLUME II.
-</p>
-
-<p class="pad1">
-LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE<br />
-DEMONOLOGIA DI DANTE — UN MONTE DI PILATO IN ITALIA<br />
-FU SUPERSTIZIOSO IL BOCCACCIO?<br />
-SAN GIULIANO NEL «DECAMERONE» E ALTROVE<br />
-IL RIFIUTO DI CELESTINO V — LA LEGGENDA DI UN FILOSOFO<br />
-ARTÙ NELL'ETNA — UN MITO GEOGRAFICO
-</p>
-
-<p class="pad4">
-<span class="small">TORINO</span><br />
-<span class="large">ERMANNO LOESCHER</span>
-</p>
-
-<p class="small">
-FIRENZE <span class="spaced8">ROMA</span>
-</p>
-
-<p class="small">
-Via Tornabuoni, 20 <span class="spaced4">Via del Corso, 307</span>
-</p>
-
-<p class="small">
-1893
-</p>
-</div>
-
-<div class="verso">
-<hr class="mid" />
-<p>
-PROPRIETÀ LETTERARIA
-</p>
-
-<p>
-Torino — Stabilimento Tipografico Vincenzo Bona.
-</p>
-<hr class="mid" />
-</div>
-
-<div class="somm">
-<hr />
-<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p>
-<hr />
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span>
-</p>
-
-<h2 id="pontefice">LA LEGGENDA DI UN PONTEFICE
-<span class="smaller">(<span class="smcap">Silvestro II</span>)</span></h2>
-</div>
-
-<h3>I.</h3>
-
-<p>
-Sembra a molti che Dante, col parlare dei mali pontefici
-come in più luoghi notissimi della <i>Commedia</i> ne parla,
-con lo sprofondarne un buon numero nell'Inferno, col porre
-in bocca allo stesso principe degli apostoli quella terribile
-sfuriata del 27º canto del <i>Paradiso</i>, abbia dato una singolar
-prova di arditezza e libertà di giudizio, abbia fatto
-cosa mirabile e nuova, in pien contrasto con le usanze,
-le opinioni, lo spirito dell'età che fu sua.
-</p>
-
-<p>
-È questo un errore.
-</p>
-
-<p>
-Il medio evo, se ebbe (come Dante, del resto) viva e
-salda la fede, e sincera
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">La riverenza delle somme chiavi,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-del papato quale istituzione divina, intesa a procacciare
-il trionfo della verità e la salute delle anime, ebbe pure,
-stimolato a ciò dalla stessa indole del suo sentimento religioso,
-pronta la mente e spedita la lingua a condannare
-e vituperare i troppo umani traviamenti di quella istituzione,
-e usò sempre parlando dei reggitori spirituali suoi,
-così maggiori come minori, non velati giudizii e libere
-ed acute parole. Di ciò fanno fede certe <i>Bibbie</i> satiriche,
-<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span>
-certi trattati del <i>pianto</i> e della <i>corruzion</i> della Chiesa,
-molte poesie di goliardi, molte narrazioni di storici e di
-novellatori, e alcune leggende meravigliose, le quali, per
-avere avuto divulgazione larghissima, ed essere state credute
-vere universalmente, hanno anche più significato e
-fanno vie più valida testimonianza. Tale la leggenda che
-dice Giovanni XII accoppato dal diavolo; tale l'altra che
-manda all'Inferno e libera poi Benedetto IX; tale quella
-che narra della magia e della mala fine di Silvestro II;
-anzi questa, essendo per molta parte ingiusta, come or
-ora si vedrà; non avendo, cioè, nella vita di quel pontefice
-ragion sufficiente e giustificazione opportuna, riesce
-più significativa e più notabile delle altre.
-</p>
-
-<p>
-La cornice storica, se così posso esprimermi, dentro a
-cui essa s'inquadra, è, in breve, la seguente.
-</p>
-
-<p>
-Gerberto<a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a>, che poi fu papa col nome di Silvestro II,
-nacque di umile famiglia in Aurillac, o ivi presso, nell'Alvernia,
-non si sa precisamente in quale anno, ma verso
-il mezzo del secolo X. Rimasto orfano, fu accolto, fanciullo
-ancora, nel monastero di San Geroldo, ove fece i primi
-suoi studii, e d'onde, in compagnia di Borel, conte d'Urgel,
-passò in Ispagna a seguitarli, sotto la disciplina del vescovo
-Attone. In Ispagna dimorò alcuni anni, poi, essendo
-già versatissimo nella matematica, nell'astronomia, nella
-musica, se ne venne, insieme col vescovo e il conte, in
-Roma. In Roma il pontefice, ch'era allora Giovanni XIII,
-gli pose amore, e dopo alcun tempo lo mandò all'imperatore
-Ottone II, che a sua volta lo mandò a studiar logica
-con un arcidiacono di Reims. Nel 972 Gerberto
-insegna in quella stessa città con grande onore, e la fama
-del suo mirabil sapere cresce rapidamente; ma Ottone,
-credendo di fargli bene, lo toglie di là per preporlo all'abazia
-di Bobbio. Quivi Gerberto si attira molte inimicizie
-e cade in disgrazia così del papa, come dell'imperatore.
-<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span>
-Fa ritorno a Reims, si getta in mezzo alle contese
-politiche, coopera efficacemente alla deposizione di quell'arcivescovo
-Arnulfo, accusato d'aver tradito Ugo Capeto
-suo signore, e ne usurpa il luogo; ma nol tiene a lungo,
-e condannato da un concilio, si ritrae. Nel 999 lo troviamo
-arcivescovo di Ravenna, e in quell'anno medesimo,
-il 2 di aprile, è fatto papa. Governa la Chiesa quattr'anni,
-con fermezza e rettitudine, e muore il 12 di maggio
-del 1003.
-</p>
-
-<p>
-Questi, in succinto, i fatti storicamente accertati, da
-cui prende argomento, e tra cui s'insinua e si dilata la
-leggenda che mi accingo ad esporre. Essi hanno, senza
-dubbio, dello straordinario, ma nulla di portentoso, nulla
-di arcano, e non eccedono in nessunissima guisa i termini
-naturali delle cose umane e delle umane operazioni. La
-fortuna di Gerberto, salito per gradi e lentamente dall'umile
-condizione di monaco alla suprema dignità di
-papa, non dà nemmen luogo a uno di quei problemi storici
-indeterminati e involuti, intorno a' quali il critico,
-che vede ogni po' dileguarsi o confondersi le cause presunte
-dei fatti, o diventarne perplesso il significato, si
-affatica inutilmente. Data la condizione generale dei tempi
-in cui Gerberto ebbe a vivere, date le qualità dell'ingegno
-e dell'animo di lui, dato il favore di cui, a tacere d'altri,
-gli furono larghi gli Ottoni, quella fortuna appar naturale
-e spiegabilissima.
-</p>
-
-<p>
-Appar tale a noi; ma tale non doveva facilmente apparire
-agli uomini che la videro, o a quelli che, per più
-secoli di poi, ne udirono il racconto. E però nacque la
-leggenda, frutto della ignoranza, congiunta, per una parte,
-con l'ammirazione, per l'altra, col malvolere, stimolata
-senza posa e riscaldata dalla fantasia.
-</p>
-
-<p>
-Dove e quando appajono le prime vestigia di essa, e
-quali sono le sue prime sembianze? Ogni leggenda, simile
-<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span>
-in questo a una pianta, nasce di certi germi, cresce,
-fiorisce, prolifera, e dopo un tempo più o meno lungo,
-secondo l'indole dei popoli, le condizioni della civiltà, le
-vicissitudini storiche, svigorisce e muore. Come quell'albero
-meraviglioso dei tropici, che abbarbicando a mano
-a mano i suoi rami alla terra, forma intere foreste, la
-leggenda, sin che dura nel suo rigoglio e nella sua fecondità,
-copre di sè province e reami; ma negli inizii
-suoi, e poi nella fine, si raccoglie in poco spazio, e facilmente
-si occulta; e chi ne vuol dar contezza, non sempre
-riesce a dire se ci sia o non ci sia, se sia già nata, se
-sia già morta. E ciò perchè la leggenda è bensì un fatto
-psicologico e storico alla produzione del quale concorrono
-cause insistenti, molteplici, generalissime; ma è altresì
-un fatto che si produce e si determina a poco a poco, in
-certi spiriti da prima, in uno anzichè in un altro luogo,
-irresolutamente, con manifestazioni scarse e leggiere, che
-sfuggono all'occhio e facilmente dileguano.
-</p>
-
-<p>
-Così per l'appunto seguì della leggenda di Gerberto.
-Diffusissima nei tre secoli che seguiron l'undecimo, essa,
-negli anni più prossimi alla morte di colui che le porge
-argomento, appena dà qualche segno del suo formarsi. Nei
-cronisti più antichi, coetanei di Gerberto, o a lui di poco
-posteriori, non se ne vede pur l'orma. Un monaco di San
-Remigio, Richerio, grande amico ed ammirator di Gerberto,
-cui dedicò quattro libri di storie, narra con molte
-lodi la vita di lui, descrive gli studii, esalta l'ingegno e
-il sapere, celebra le opere, ma non ha nemmeno una parola
-che accenni a leggenda<a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a>. Vero è che Richerio, appunto
-perchè amico, avrebbe potuto tacere, per deliberato
-proposito, ciò che da molti, non amici, si mormorava; ma
-non mancano altri cronisti, antichi egualmente, o poco
-meno, sui quali non può cadere un sospetto così fatto.
-Ditmaro di Merseburgo, Ademaro Cabannense, o Campanense,
-<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span>
-Elgaldo, Radulfo Glaber, Ermanno Contratto, o di
-Reichenau, Lamberto di Hersfeld, Mariano Scoto, Bernoldo,
-Ugo Floriacense, tutti fioriti tra il finire del X e
-il principiare del XII secolo, nulla narrano che s'accosti
-od alluda alla posteriore leggenda, e par più che probabile,
-conoscendo l'indole, il gusto e i costumi di quei
-semplici narratori, e dei più semplici lettori loro, che
-nessuna leggenda, propriamente detta, fosse ancora lor
-giunta all'orecchio<a class="tag" id="tag3" href="#note3">[3]</a>. Ma ciò non vuol proprio dire che
-la leggenda non fosse già nata; vuol dire solo che essa
-era appena fuor di terra, e aveva poca radice, e non mostrava
-altrui nè fiori nè fronde. Anzi è probabile che essa
-avesse cominciato a germogliare mentre Gerberto era ancora
-vivo, forse nell'ultimo tempo del suo breve papato,
-forse anche (nessuno potrebbe nè affermarlo, nè negarlo)
-qualche anno innanzi.
-</p>
-
-<p>
-Vediamone un primo germoglio, a dir vero assai debole,
-e appena formato, ma che potrebbe pure esser venuto dopo
-altri parecchi, e lascia forse vedere più che non mostri.
-</p>
-
-<p>
-Per molti anni, dal 977 al 1030, fu vescovo di Laon
-un uomo ambizioso e iracondo, Adalberone, detto anche
-Ascelino, mescolato a molte brighe e fazioni del tempo
-suo, gran nemico dei Cluniacensi e dei monaci in generale,
-cattivo poeta, risoluto di animo e sciolto di lingua.
-Costui, nel 1006, secondo è da credere, compose, in forma
-di un dialogo col re Roberto di Francia, un lungo poema
-latino, nel quale diede libero sfogo alle ire che gli covavan
-nell'anima, pigliandosi quella miglior vendetta che
-poteva. In certo luogo egli fa che il re alle sue minacce
-risponda:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Crede mihi, non me tua verba minantia terrent;</p>
-<p class="i01">Plurima me docuit Neptanabus ille magister<a class="tag" id="tag4" href="#note4">[4]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-A primo aspetto questi due versi sciagurati non pajono
-<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span>
-avere con Gerberto e la sua leggenda relazione alcuna;
-ma se si riflette che il re, nella cui bocca son posti, era
-stato, in Reims, discepolo di Gerberto, e se si bada a quel
-Neptanabus, il quale altro non è che il famoso mago
-Nectanebus, secondo antiche e divulgatissime finzioni re
-dell'Egitto e padre adulterino di Alessandro Magno, la
-relazione si scopre, e si sente il veleno dell'argomento.
-Roberto dice di non temere le minacce del suo avversario,
-perchè dal maestro mago apprese a difendersi. Con poco
-o punto pericolo di errare, noi possiamo vedere in quei
-versi un'allusione a Gerberto, e un'accusa di magia, per
-nessun modo larvata ai lettori di quel tempo. Ecco dunque
-apparire, sino dal 1006, tre anni dopo la morte del pontefice,
-la leggenda della sua magia; la stessa risolutezza
-e recisione dell'accenno lasciano ragionevolmente supporre
-che non fosse quella la sua prima apparizione.
-</p>
-
-<p>
-Teniamole dietro, e vediamola crescere a vista d'occhio.
-</p>
-
-<p>
-Negli ultimi anni del secolo XI, un tedesco, fatto cardinale
-da un antipapa, Benone, compose col titolo di <i>Vita
-et gesta Hildebrandi</i>, un rabbioso libello, dove con Gregorio
-VII, suo capitale nemico, sono calunniati e vituperati
-parecchi dei pontefici che lo precedettero. Benone
-narra una lunga e tenebrosa istoria, di cui non mancarono
-di menar vanto e giovarsi, ai tempi della Riforma,
-gli oppositori più ardenti ed astiosi della Chiesa di Roma;
-e se molte delle cose ch'ei narra sono frutto della sua
-fantasia invelenita, altre, e non poche, sono probabilmente
-(potrei anche osare di dir certamente) frutto dello spirito
-dei tempi, della comune ignoranza, e del maltalento, non
-sempre irragionevole e ingiusto, di molti.
-</p>
-
-<p>
-A dir di Benone, Gregorio VII, l'amico della contessa
-Matilde, il trionfatore di Arrigo IV, il più formidabile
-e potente dei papi, fu uno sceleratissimo mago, discepolo,
-nelle arti maledette, di Teofilatto, il quale fu pontefice
-<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span>
-col nome di Benedetto IX, di Lorenzo, vescovo di Amalfi,
-di Giovanni Graziano, che fu pontefice anch'egli, e si
-chiamò Gregorio VI. Teofilatto sacrificava ai demonii, innamorava,
-con le sue arti, le donne, e come cagne se le
-traeva dietro per selve e per monti. Di ciò fanno fede i
-libri che gli si trovarono in casa quand'egli finì miseramente
-la vita, e tale storia è (dice Benone) cognitissima
-in Roma, al volgo. Grande amico e fautore di Teofilatto
-era Lorenzo, <i>principe dei malefizii</i>, il quale intendeva il
-linguaggio degli uccelli, profetava, e destava, coi vaticinii
-e gli augurii, l'ammirazione della plebe, dei senatori, del
-clero. Giovanni ospitava in sua casa Lorenzo, e imparava
-da lui il diabolico magistero. Ildebrando fu degno in tutto
-de' suoi maestri. Scotendo le maniche, egli spargeva nell'aria
-un nugolo di faville, e Benone racconta di lui, d'un
-suo libro magico, e di due suoi familiari, una paurosa
-novella, che, con poca diversità, ricorre nelle storie di
-altri maghi famosi, tra' quali Virgilio. Ma la malvagia
-tradizione e l'esecrando esercizio avevano più antica la
-origine. Teofilatto e Lorenzo, prima d'esser essi maestri,
-erano stati discepoli, e il maestro loro aveva avuto nome
-Gerberto. Benone parla chiaro e preciso: «Essendo ancor
-giovani Teofilatto e Lorenzo, ammorbò la città co' suoi
-malefizii quel Gerberto di cui fu detto:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Transit ab R Gerbertus ad R post papa vigens R.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-«Questo Gerberto, ascendendo, poco dopo compiuto il
-millennio, dall'abisso della permissione divina, fu papa
-quattr'anni, mutato il nome in Silvestro secondo; il quale,
-per divino giudizio, morì di morte repentina, colto al
-laccio di quegli stessi responsi diabolici co' quali tante
-volte già aveva ingannato altrui. Eragli stato detto da
-un suo demonio ch'e' non morrebbe sino a tanto che non
-celebrasse messa in Gerusalemme. Illuso dalla equivocazione
-<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span>
-del nome, pensando si dovesse intendere di Gerusalemme
-in Palestina, andò a celebrare messa il dì della
-stazione in quella chiesa di Roma che appunto si chiama
-Gerusalemme, dove, sentendosi venire addosso la morte,
-supplicò gli fossero tronche le mani e la lingua, con le
-quali, sacrificando ai diavoli, aveva disonorato Iddio. E
-così ebbe fine condegna a' suoi meriti»<a class="tag" id="tag5" href="#note5">[5]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ecco Roma fatta un covo di pessimi incantatori, i quali,
-per colmo di danno e di sceleratezza, sono quegli stessi
-pastori che più gelosamente dovrebbero custodire e difendere
-la greggia dei fedeli contro le insidie e le offese del
-lupo diabolico. Credere che tutte quelle accuse sieno mere
-invenzioni di Benone non mi par ragionevole, soprattutto
-per quanto spetta a Gerberto. Il nemico di Benone era,
-non Gerberto, morto oramai da un secolo, ma Ildebrando,
-e la pensata e voluta denigrazione d'Ildebrando sarebbe
-riuscita, parmi, tanto più efficace e più piena, quanto più
-circoscritta e appropriata a lui solo. Benone avrebbe, con
-minor fatica, reso assai più iniquo Ildebrando, e saziato
-il suo odio, se invece di far di costui un discepolo, ne
-avesse fatto un caposcuola; se a lui, anzi che a Gerberto,
-avesse dato colpa della prima infezion di magia ond'era
-stato contaminato l'ovile di Pietro. Assai più probabile
-dunque mi sembra che Benone non inventasse di pianta,
-ma raccogliesse in uno, forse esagerando, forse travolgendo,
-credenze, accuse, lembi di leggende, già formate, o in via
-di formarsi. Lo stesso modo succinto ed elittico usato da
-lui in parlar di Gerberto mi pare che sia come un accennare
-a cose note, sottintese, fatte oramai di pubblica ragione.
-E non si dimentichi che l'accusa di magia pesò
-anche su altri papi parecchi.
-</p>
-
-<p>
-Nel poema di Adalberone abbiamo un cenno allusivo
-e non più; nel libello di Benone abbiamo già uno schema
-di racconto. Un cronista di poco posteriore a Benone, Ugo
-<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span>
-di Flavigny, nato nel 1065, morto non si sa quando, ma
-dopo il 1102, parla di Gerberto con manifesto dispetto,
-dice che per l'insolenza sua fu espulso dal convento ov'era
-stato accolto fanciullo, e che usando di certi prestigi,
-<i>quibusdam praestigiis</i>, si fece fare arcivescovo, prima di
-Reims, poi di Ravenna<a class="tag" id="tag6" href="#note6">[6]</a>. Non dice altro di notabile; ma
-mi par da credere che con la parola <i>praestigiis</i> egli abbia
-voluto intendere arti magiche, e riferirsi, senza altrimenti
-esporla, a una leggenda già cognita<a class="tag" id="tag7" href="#note7">[7]</a>. E la leggenda fa
-di bel nuovo capolino nell'opera di un monaco belga, la
-celebratissima <i>Chronographia</i> di Sigeberto di Gembloux,
-nato circa il 1030, morto il 1111. Quivi si legge che
-alcuni, taciuto il nome di Silvestro II, il quale fu per
-dottrina chiaro tra' chiari, ponevano in suo luogo Agapito,
-nè ciò senza qualche ragione. Dicesi (così Sigeberto) che
-questo Silvestro non entrò per l'uscio, e ci è chi lo accusa
-di necromanzia, e più cose strane si narrano della
-sua morte, e vogliono alcuni che egli morisse percosso
-dal diavolo, le quali cose io non affermo e non nego, ma
-lascio in dubbio<a class="tag" id="tag8" href="#note8">[8]</a>. Come si vede, quando Sigeberto scriveva,
-la leggenda era ancor titubante, mal definita, male
-compaginata, e si reggeva con le grucce dei <i>si dice</i> e dei
-<i>si crede</i>, che escludono la fede piena, incontrastata ed
-universale. Tale carattere essa serba nel racconto di un
-altro monaco, Orderico Vital, inglese, che fra il 1124 e
-il 1142 compose la sua <i>Historia ecclesiastica</i>. Fatte lodi
-grandissime di Gerberto e de' suoi numerosi discepoli,
-Orderico nota: «Di lui si narra che conversasse col diavolo
-mentre era maestro, e che avendo chiesto di conoscere
-il proprio avvenire, il diavolo gli rispondesse col
-verso:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Transit ab R. Gerbertus ad R., post papa vigens R.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Tale oracolo fu allora abbastanza oscuro a intendere, che
-<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span>
-poi si vide manifestamente adempiuto; dacchè Gerberto
-passò dall'arcivescovado di Reims a quello di Ravenna,
-e fu da ultimo papa in Roma»<a class="tag" id="tag9" href="#note9">[9]</a>. Questo verso l'abbiam
-già trovato nello scritto di Benone, e ci tornerà più d'una
-volta sott'occhio. Il primo che lo rechi è il già citato
-Elgaldo, il quale nulla sa della sua diabolica origine, ma
-dice che lo stesso Gerberto il compose, lietamente scherzando
-sulla lettera R dopo essere stato assunto al pontificato<a class="tag" id="tag10" href="#note10">[10]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Col cenno di Orderico si chiude, per noi, il periodo
-iniziale della leggenda di Gerberto mago, il periodo delle
-formazioni embrioniche, dei primi nuclei staccati, a cui
-tien dietro il periodo delle esplicazioni e delle forme compaginate
-ed intere. Un terzo ed ultimo periodo è quello
-dello svigorimento progressivo e della obliterazione finale.
-Prima d'andar più oltre, soffermiamoci alquanto, e indaghiamo
-un po' meglio le ragioni, appena accennate sin
-qui, della leggenda, e le condizioni in mezzo alle quali
-essa prendeva nascimento.
-</p>
-
-<h3>II.</h3>
-
-<p>
-La ragione prima e principale è da cercare nella riputazione
-grandissima che Gerberto ebbe di dotto. A noi,
-che ne abbiamo i frutti tra mani, il sapere di lui non
-sembra un gran che, ma fu, pei tempi in cui egli visse,
-straordinario davvero, e a quegli uomini doveva sembrare
-meraviglioso, e ai più ignoranti inesplicabile e sovrumano.
-Il già ricordato Richerio parla con entusiasmo del grande
-ingegno e del mirabile eloquio di Gerberto; celebra la
-dottrina di lui, egualmente versato nell'aritmetica, nella
-dialettica, nell'astronomia, nella musica; discorre dell'abaco
-da lui inventato; ricorda alcune sfere celesti da lui
-<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span>
-con mirabile artificio costruite. Ditmaro narra che Gerberto
-fu, sin da fanciullo, ammaestrato nelle arti liberali;
-che ebbe ottima conoscenza del corso degli astri; che superò
-in dottrina tutti gli uomini del suo tempo; che nella
-città di Magdeburgo costruì un orologio solare, spiando
-a traverso a una canna, la stella <i>che guida i marinai</i>,
-cioè la polare<a class="tag" id="tag11" href="#note11">[11]</a>. Ademaro Cabannense dice che Gerberto
-fu fatto papa dall'imperatore in grazia del suo sapere,
-<i>propter philosophiae gratiam</i><a class="tag" id="tag12" href="#note12">[12]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ma quel sapere appunto, così fuor del comune, ai più
-doveva riuscire sospetto, e a molti, che pur non ci sospettavan
-nulla di soprannaturale, doveva tornare increscioso
-e non in tutto scevro di colpa. Non si dimentichi che
-siamo in tempi di fede viva ed angusta, e in mezzo ad
-uomini superstiziosi, i quali facilmente nel sapere umano
-scorgono come una presunzione audace di contrapporsi al
-sapere divino, e negli studii profani un esercizio pien di
-pericolo, assai più atto a trarre gli spiriti in giù, verso
-Satana, che a sollevarli in alto, verso Dio. E Gerberto
-attese con troppo ardore agli studii profani, e non celò
-la sua passione per essi. Non giunge egli a dire, in una
-lettera ad Arnulfo vescovo di Reims: «A questa fede
-noi annodiamo la scienza, poichè non hanno fede gli
-stolti?» In queste parole facilmente altri avrebbe potuto
-trovare il germe di una falsa dottrina, contraria agl'insegnamenti
-dell'Evangelo. Nessuna meraviglia dunque se
-due cronisti, già più sopra citati, Lamberto di Hersfeld
-e Bernoldo, pur non facendo il più piccolo accenno ad
-origini o collegamenti soprannaturali, dicono risolutamente
-che Gerberto fu troppo dedito agli studii profani.
-</p>
-
-<p>
-Ma le cose non potevano fermarsi lì. Durante tutto il
-medio evo gli uomini più celebrati per ingegno e per
-dottrina, i filosofi e i poeti più illustri, così degli antichi
-come dei nuovi tempi, furono tenuti generalmente in conto
-<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span>
-di maghi, da Aristotile ad Alberto Magno e Ruggero
-Bacone, da Virgilio a Cecco d'Ascoli. Bastava a Gerberto
-la fama di dotto per mutarsi, nella opinione d'infiniti, di
-vescovo in mago; ma tale mutazione era in lui favorita
-da più altre ragioni. Si sapeva del suo viaggio in Ispagna;
-si sapeva che in Ispagna egli aveva atteso con sommo
-profitto agli studii; e non ci voleva un grande sforzo di
-fantasia per porlo in relazione con gli Arabi, per far di
-lui il discepolo di qualche dottore saraceno, avverso, come
-tutta la sua gente, ai cristiani, e naturale amico del diavolo.
-La critica del secol nostro provò che Gerberto deriva
-il suo sapere principalmente da Boezio, del quale
-fece in versi un fiorito elogio, e che nulla egli deve agli
-Arabi<a class="tag" id="tag13" href="#note13">[13]</a>: ma chi ai tempi di lui, avrebbe potuto provare
-o affermare altrettanto e troncar dalla radice un sospetto
-che sorgeva spontaneo e irresistibile nelle menti? Ademaro,
-che pur gli è tanto benevolo, dice (nè si sa donde
-tragga cotal notizia) che Gerberto fu a Cordova per amor
-di studio, <i>causa sophiae</i><a class="tag" id="tag14" href="#note14">[14]</a>. Ora, Cordova era in mano
-degli Arabi, e se non aveva, come Toledo, fama di essere
-una scuola massima di magia, e un covo di necromanti,
-doveva pur sembrare a cristiani un asilo e un propugnacolo
-dell'Inferno, dove s'insegnava una scienza perigliosa
-e diabolica. Perciò sarebbe da meravigliare se Gerberto
-avesse potuto sottrarsi a quella accusa di magia che avvolse
-tanti altri, i quali forse meno di lui sembravano
-meritarla.
-</p>
-
-<p>
-Ma a procacciargliela, quell'accusa, un'altra ragione
-cooperò, non meno efficace delle notate: l'odio. Gerberto
-ebbe amici molti e potenti; ma ebbe anche molti nemici,
-de' quali fa spesso ricordo nelle sue epistole. Ne ebbe a
-Bobbio, d'onde gli fu forza partirsi; ne ebbe a Reims pei
-fatti che ho detto; ne ebbe in tutta la Francia, e in Germania
-ancora, a cagione della parte presa negli avvenimenti
-<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span>
-politici; ne ebbe in Roma dove gli odii che sempre
-bollivano contro l'imperatore si riversavano naturalmente
-sopra i suoi protetti. E quegli odii Gerberto ricambiava.
-A Stefano, diacono di Roma, scriveva, piena l'anima di
-livore: «Tutta Italia m'è sembrata una Roma. Il mondo
-ha in esecrazione i costumi dei Romani»<a class="tag" id="tag15" href="#note15">[15]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Nemici dunque molti, e di varia condizione, e per più
-ragioni; alcuni mossi solo dalla gelosia e dall'invidia,
-altri da legittimo risentimento: giacchè non è da tacere
-che se Gerberto ebbe grandi virtù, e parecchie, ebbe anche
-gran mancamenti; e se attese fedelmente, con zelo e carità,
-come vescovo e come papa, all'officio ecclesiastico,
-nei maneggi e nelle gare della vita si diportò più di una
-volta in modo degno di biasimo. Certo egli fu poco aperto
-all'amicizia e agli affetti in genere, non ischivo dell'adulazione,
-non sempre alieno dall'intrigo e dall'inganno;
-soprattutto fu ambiziosissimo; e se la tristizia dei tempi
-in parte lo scusa, non lo scusa però interamente. Aggiungasi
-che gli Atti del concilio di San Basolo, da lui compilati,
-potevano anche far nascere qualche dubbio circa la
-sua ortodossia. Per quella brutta faccenda dell'arcivescovo
-Arnulfo gli si dichiararono avversi gli stessi pontefici,
-Giovanni XV prima, Gregorio V poi.
-</p>
-
-<p>
-Qual che si fosse, del resto, la ragion della inimicizia,
-ben si vede che i nemici dovevano adoperarsi con tutte
-le forze ad oscurare la fama di lui, e che l'accusa di
-scelerati commerci con lo spirito delle tenebre doveva
-essere da loro, se non immaginata e prodotta, almeno
-accolta e promossa. Quanti poi, ed erano molti, sparsi pel
-mondo, avevano in odio la curia di Roma, le sue prevaricazioni
-e le sue frodi, dovevano favorire il sorgere e il
-divulgarsi di una leggenda che poneva sulla cattedra di
-San Pietro una creatura del diavolo. Quel medesimo odio
-suscitò più tardi la leggenda famosa della Papessa Giovanna.
-<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span>
-Perciò gli è assai probabile che le prime voci,
-timide e fuggevoli, dell'accusa cominciassero a levarsi e
-andare attorno mentre Gerberto era ancor vivo. Il non
-trovarsi cenno della leggenda nei cronisti più antichi non
-prova punto, come a taluni sembra, il contrario, giacchè
-le leggende, di solito, compajono nelle scritture un pezzo
-dopo che sono nate, e quando già hanno cominciato a
-esplicarsi e assodarsi: prima vivono nella fantasia dei
-molti o dei pochi, e nelle scucite narrazioni orali.
-</p>
-
-<p>
-Il Doellinger crede che la leggenda nascesse in Roma,
-e che quivi la raccogliesse Benone<a class="tag" id="tag16" href="#note16">[16]</a>. Le sue ragioni, a
-dir vero, non mi pajono di gran peso, e stimo assai più
-probabile che nascesse un po' qua e un po' là, dove trovava
-le suggestioni più acconce e le condizioni più favorevoli.
-Certo gli esplicamenti ulteriori della leggenda non
-si produssero in Roma.
-</p>
-
-<h3>III.</h3>
-
-<p>
-Lo storico inglese Guglielmo di Malmesbury, accingendosi,
-nella prima metà del secolo XII, a narrare la storia
-di Gerberto, diceva: «Non sarà assurdo, credo, se poniamo
-in iscrittura ciò che vola per le bocche di tutti»;
-e sul finire di quel medesimo secolo, un altro inglese,
-Gualtiero Map, accingendosi anch'egli a quel racconto,
-esclamava: «Chi ignora la illusione del famoso Gerberto?».
-La leggenda, che nel secolo precedente sembra
-nota a pochi, ha fatto molto cammino, ed è ora cognita
-a tutti. Non solo è cognita a tutti, ma s'è ampliata, ha
-preso rilievo e colore, ha ricevuto numerosi innesti. Non
-è più uno schema di racconto, mal composto e reticente,
-è addirittura un romanzo.
-</p>
-
-<p>
-Ascoltiamo Guglielmo di Malmesbury, gran raccoglitore,
-<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span>
-gran narratore, caloroso, efficace e credulo, di storie
-incredibili<a class="tag" id="tag17" href="#note17">[17]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Gerberto nacque in Gallia, e fu monaco, sin da fanciullo,
-nel monastero di Fleury. Giunto al bivio pitagorico
-(così si esprime l'autore) sia che gli venisse tedio
-del monacato, sia che il vincesse cupidigia di gloria,
-fuggì di notte tempo in Ispagna con proposito di apprendere
-l'astrologia, ed altre arti sì fatte, dai Saraceni, i
-quali vi attendono e ne sono maestri. Giunto fra loro,
-potè appagare il suo desiderio, e vinse Tolomeo e Alandreo
-(?) nella scienza degli astri, Giulio Firmico nella
-divinazione del fato. Quivi imparò ad intendere e interpretare
-il canto e il volo degli uccelli; quivi a suscitar
-dall'Inferno tenui figure; quivi finalmente quanto di buono
-e di reo può comprendere la umana curiosità. Nulla è a
-dire delle arti lecite, aritmetica, musica, astronomia, geometria,
-le quali per tal modo esaurì da farle parere minori
-del suo ingegno, e con industria grande poi fece rivivere
-in Francia, ov'erano quasi perdute. Sottraendo, egli
-primo, l'abaco ai Saraceni, diede regole che a mala pena
-s'intendono dai sudanti abacisti. L'ospitava in sua casa
-un filosofo di quella setta, cui egli rimunerò, con molto
-oro da prima, e con promesse da poi. Nè mancava il Saraceno
-di vendere la propria scienza, e spesse volte invitava
-l'ospite a colloquio, ragionando seco lui quando di
-cose serie e quando di sollazzevoli, e gli dava de' suoi
-libri da trascrivere. Aveva tra gli altri, il Saraceno, un
-volume, che contenea tutta l'arte, e questo, Gerberto, sebbene
-ardesse della voglia di farlo suo, non potè mai trargli
-di mano. Riuscite vane le preghiere, le promesse, le offerte,
-egli finalmente diede opera alle insidie, e ubbriacato
-con l'ajuto della figliuola di lui, il Saraceno, tolse
-il volume, che quegli teneva custodito sotto il capezzale,
-e via se ne fuggì. Destatosi il Saraceno dal sonno, leggendo
-<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span>
-nelle stelle, della cui scienza era maestro, si diede
-a inseguire il fuggiasco; ma questi, usando della scienza
-medesima, conobbe il pericolo, e si celò sotto un ponte
-di legno, ch'era ivi presso, aggrappandovisi con le mani,
-per modo che, penzolando, non toccava nè la terra nè
-l'acqua. Così deluso, il Saraceno ebbe a tornarsene a casa,
-e Gerberto, accelerando il cammino, giunse al mare. Colà
-evocato con gl'incantesimi il diavolo, pattuì di darglisi in
-perpetuo, se, difendendolo da colui che l'inseguiva, lo portava
-oltre l'acqua. Il che fu fatto.
-</p>
-
-<p>
-Qui Guglielmo entra a discorrere dell'insegnamento di
-Gerberto, de' suoi compagni di studio e de' discepoli illustri;
-ricorda un orologio meccanico (trasformazione dell'orologio
-solare di Magdeburgo) e un organo idraulico,
-in cui l'opera dei mantici era supplita dall'acqua bollente,
-fabbricati l'uno e l'altro da Gerberto per la cattedrale di
-Reims; dice come Gerberto diventasse arcivescovo di questa
-città, arcivescovo di Ravenna e finalmente pontefice; poi
-soggiunge: Fautore il diavolo, Gerberto procacciò la propria
-ventura per modo che nulla mai di quant'ebbe immaginato
-lasciò imperfetto, e da ultimo fece segno della propria
-cupidità i tesori delle antiche genti, da lui per arte necromantica
-ritrovati.
-</p>
-
-<p>
-E qui un'altra storia, che ebbe ancor essa divulgazione
-grandissima, e che Guglielmo sembra sia stato il primo
-a narrare.
-</p>
-
-<p>
-Era in Campo Marzio, presso Roma (così dice il nostro
-cronista), una statua, non so se di bronzo o di ferro, che
-mostrava disteso l'indice della mano destra, e recava
-scritto in fronte: <i>Percuoti qui; Hic percute</i>. Gli uomini
-del tempo andato, credendo di trovarvi dentro un tesoro,
-avevano, con molti colpi di scure, squarciata la statua
-innocente; ma Gerberto corresse l'error loro, intendendo
-in tutt'altro modo le ambigue parole. Epperò, notato di
-<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span>
-pien meriggio il luogo ove giungeva l'ombra del dito, ivi
-infisse un palo, e sopravvenuta la notte, fatto colà ritorno
-con la sola scorta di un suo cameriere, che recava una
-lucerna accesa, fece con suoi incanti spalancare la terra.
-Ed ecco apparire agli sguardi loro una grandissima reggia,
-auree pareti, aurei lacunari, e cavalieri d'oro giocanti con
-aurei dadi, e un aureo re, sedente con la sua regina a
-mensa apparecchiata, con intorno i ministri e sulla mensa
-vasellame di gran peso e pregio, ove l'arte vincea la natura.
-Nella più interna parte del palazzo, un carbonchio,
-gemma fra tutte nobilissima e rara, fugava col suo splendore
-le tenebre, e aveva di contro, nell'angolo opposto, un
-fanciullo con l'arco teso, incoccata la freccia. Ma nessuna
-di quelle cose, che con l'arte preziosa rapivano gli occhi,
-poteva esser tocca, perchè come l'uno degli intrusi vi
-appressava la mano, subito quelle immagini tutte parevano
-balzargli incontro e voler far impeto nel temerario.
-Vinto dal timore, Gerberto represse la sua cupidigia; ma
-il cameriere ghermì un coltello di mirabile valore, che
-era sul desco, pensando così picciolo furto dovesse rimanere
-occulto fra tanta preda. Incontanente insorsero le
-immagini tutte fremendo, e il fanciullo, scoccata nel carbonchio
-la freccia, empiè di tenebre il luogo; e se il cameriere,
-ammonito dal suo signore, non si fosse affrettato
-a deporre il coltello, avrebbero entrambi pagata la pena
-della lor petulanza. Così inappagata la loro bramosia,
-guidati dalla lucerna, se ne tornarono addietro. — Erano
-quelli i tesori di Ottaviano Augusto imperatore, a proposito
-dei quali Guglielmo narra altre avventure e altre
-meraviglie.
-</p>
-
-<p>
-Segue un terzo racconto, col quale il romanzo si chiude.
-</p>
-
-<p>
-Gerberto, osservati gli astri, compose una testa artifiziata,
-la quale rispondeva per sì e per no alle domande
-che le si facevano. Così se Gerberto chiedeva: Diventerò
-<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span>
-io papa? — la testa rispondeva: Sì. — E se Gerberto
-domandava: Morrò io prima che canti messa in Gerusalemme? — la
-testa rispondeva: No. E vogliono che dall'ambiguità
-di questa seconda risposta egli sia stato tratto
-in inganno, perchè non pensò esservi in Roma una chiesa
-che appunto è detta Gerusalemme, dove suol cantar messa
-il papa le tre domeniche cui dassi il titolo di <i>Statio ad
-Jerusalem</i>. Ora avvenne che in uno di quei giorni Gerberto,
-mentre si parava per la messa, ammalò, e crescendogli
-il male, consultata la testa, conobbe l'inganno
-e la morte imminente. Chiamati pertanto i cardinali,
-pianse a lungo i suoi malefizii, e mentre quelli per lo
-stupore non sapean che si fare, egli, perduto per l'angoscia
-il senno, ordinò lo tagliassero a pezzi, e così ne
-lo gittassero fuori, dicendo: Abbia le membra chi ebbe
-l'omaggio, perchè l'anima mia sempre detestò quel sacramento,
-anzi sacrilegio.
-</p>
-
-<p>
-Due sarebbero state principalmente, secondo la narrazione
-di Guglielmo, le ragioni che indussero Gerberto a
-studiare la magia e legarsi col demonio: il desiderio di
-sapere e l'amor della gloria; la cupidigia appare solo
-più tardi. In un poema latino anonimo, di cui non è accertato
-se appartenga al secolo XII o al XIII<a class="tag" id="tag18" href="#note18">[18]</a>, narrasi
-che Gerberto si diede al diavolo perchè non era buono
-d'imparar nulla, ed ebbe il diavolo stesso a maestro, e
-da lui apprese a compor l'abaco; ma nel già ricordato
-racconto di Gualtiero Map vengono fuori altri fatti, altre
-ragioni, altre meraviglie.
-</p>
-
-<p>
-Dice quest'uom dabbene, con torturata e torturante
-eleganza di concetti e di stile, che Gerberto, essendo in
-Reims, s'innamorò perdutamente della figliuola di quel
-preposto, bellissima, ammiratissima, desideratissima. Per
-amor di lei Gerberto si diede a spendere e spandere, si
-caricò di debiti, cascò in mano agli usurai, e in poco
-<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span>
-tempo, abbandonato da servi ed amici, toccò il fondo della
-miseria. Un giorno, lacerato dalla fame e fuor di sè, nell'ora
-del meriggio, si cacciò in un bosco, e vagando a
-caso, capitò in un luogo dove improvvisamente gli si
-offerse alla vista una donna d'inaudita bellezza, seduta
-sopra un gran drappo di seta, con innanzi a sè un mucchio
-grandissimo di monete. Gerberto volge il piè per fuggire;
-ma la donna il chiama per nome, e come mossa a compassione
-del suo stato, gli offre quante ricchezze possa
-mai desiderare, a patto solo che rinunzii alla figlia del
-preposto, la quale non si curò punto di lui, e voglia lei,
-che gli parla, per compagna ed amica. Ella soggiunge:
-Meridiana è il mio nome, e sono, come tu sei, creatura
-dell'Altissimo, e a te, come al più degno fra gli uomini,
-ho serbata la mia verginità. Non sospettar d'inganno e
-d'insidia; non credere che io sia un qualche demone succubo;
-io tutto ti offro, e non ti chiedo promessa o patto
-alcuno. Gerberto, rimosso dall'animo ogni timore, offre la
-propria fede, bacia l'amica (salvo, dice il buon Gualtiero,
-il pudore), prende quant'oro può portare, torna in città,
-paga i suoi creditori, e ajutato dalla sua Meridiana (o
-Marianna), la quale gli è non meno maestra che amante,
-e gl'insegna la notte che cosa abbia da fare il giorno,
-ristora tutto il perduto, agguaglia la magnificenza di
-Salomone, vince quanti hanno fama di dotti, diventa il
-soccorritore dei bisognosi, il redentor degli oppressi, e
-non è città nel mondo che per amore di lui non porti
-invidia a Reims. La figliuola del preposto, ciò vedendo,
-arde a sua volta di amore e di gelosia, e si strugge del
-desiderio di aver tra le braccia colui che tanto avea disprezzato.
-Con l'ajuto di una vecchia, vicina di Gerberto,
-appaga il suo desiderio, un giorno che quegli, dopo lauto
-desinare, s'era addormentato nell'orto. Meridiana si sdegna,
-e da prima respinge il pentito, poi gli perdona, a patto
-<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span>
-che si leghi a lei con formale promessa e indissolubile
-nodo. Muore intanto l'arcivescovo di Reims, e Gerberto,
-per la fama de' suoi meriti, è chiamato a succedergli;
-poi, in Roma, è dal papa fatto cardinale e arcivescovo
-di Ravenna; poi, morto il papa, è, per universale suffragio,
-coronato della tiara. Ma durante tutto il tempo
-del suo sacerdozio, egli più non si cibò del corpo e del
-sangue di Cristo, solo simulando con frode il sacramento.
-L'ultimo anno del suo pontificato gli apparve Meridiana,
-e gli annunziò ch'ei non morrebbe finchè non celebrasse
-messa in Gerusalemme, ed egli, dimorando in Roma, e
-facendo pensiero di non girsene mai in Terra Santa, si
-tenne sicuro. Se non che, andato un giorno a celebrare
-messa nella chiesa di Santa Croce in Gerusalemme, si
-vide improvvisamente innanzi Meridiana, che l'applaudiva,
-come fosse lieta del suo prossimo venire a lei. La qual
-cosa veduta, e conosciuto il nome del luogo, egli, convocati
-i cardinali, e tutto il clero e il popolo, si confessò
-pubblicamente, e fatta acerbissima penitenza, morì. Fu
-sepolto nella chiesa di San Giovanni Laterano, dentro a
-un'arca marmorea, dalla quale trasuda acqua; e dicono
-che quando sta per morire il papa, di quell'acqua si
-forma un rigagnolo che scorre in terra, e quando muore
-alcun altro grande, se ne aduna più o meno, secondo il
-grado e la dignità di ciascuno. Gerberto, sebbene per
-avarizia sia stato gran tempo impigliato nel vischio del
-diavolo, pure con forte mano e magnificamente resse la
-Chiesa<a class="tag" id="tag19" href="#note19">[19]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Il racconto di Gualtiero ha una intonazione gaja che
-manca al racconto di Guglielmo e degli altri: l'orror del
-diabolico è in esso raggentilito dall'amore e dalla bellezza.
-Quella Meridiana, o Marianna, non è se non l'antichissima
-Diana trasformata in diavolo, e più propriamente
-nel diavolo meridiano, che soleva lasciarsi vedere
-<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span>
-sull'ora del meriggio, e di cui è frequente ricordo negli
-scrittori del medio evo<a class="tag" id="tag20" href="#note20">[20]</a>. Essa ha nel romanzo di Gerberto,
-quale Gualtiero lo narra, una parte molto simile
-a quella che certe fate hanno nei romanzi cavallereschi,
-e la storia degli amori appartiene al divulgatissimo tema
-degli amori d'uomini d'ossa e di polpe con donne soprannaturali<a class="tag" id="tag21" href="#note21">[21]</a>.
-</p>
-
-<p>
-D'onde attingeva Gualtiero? Dalla propria fantasia, o
-da una tradizione scioperata e caduca, nata forse e morta
-in Inghilterra, prima che giungesse a valicar lo stretto
-e a propagarsi nel continente? Propendo per questa seconda
-soluzione del dubbio, ma senza poterla provare.
-Certo si è che un altro scrittore inglese, di poco anteriore
-a Gualtiero, e non noto per nome, di Meridiana
-non fa parola: dice che Gerberto si diede al diavolo per
-avidità di onori e di ricchezze; che fu dallo stesso demonio
-ingannato con quell'ambiguo responso della messa
-da celebrare in Gerusalemme, e fatto un cenno della penitenza,
-chiude il racconto, annunziando la salvazione del
-pentito, e riferendo il miracolo del sepolcro<a class="tag" id="tag22" href="#note22">[22]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Così abbiam veduto variare le ragioni assegnate al
-diabolico patto: amor del sapere, inettitudine allo studio,
-cupidigia di onori e di potere, avidità di ricchezze; più
-che non se ne sieno addotte per Fausto. Un poeta e cronista
-alquanto più tardo, il viennese Enenkel, il quale,
-circa il mezzo del secolo XIII, compose una specie di
-storia universale in versi, narra che Gerberto, uomo di
-gran sapere, ma giocatore sfrenato, per torsi alla miseria
-cui s'era ridotto, si legò col diavolo, pattuendo d'esser
-suo il giorno in cui celebrerebbe messa in Gerusalemme.
-Ajutato dal suo diavolo, Gerberto seguita a giocare a dadi,
-vince quanti si cimentano con lui, diventa segretario del
-vescovo, poi vescovo, poi papa. Segue il racconto della
-messa fatale e della penitenza: le membra tronche sono
-<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span>
-gettate ai diavoli congregati, che giocano con esse alla
-palla<a class="tag" id="tag23" href="#note23">[23]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ma non corriamo tropp'oltre, e prima di seguitare,
-soffermiamoci un poco a considerar più da presso alcuna
-delle finzioni che ci si sono parate dinanzi.
-</p>
-
-<h3>IV.</h3>
-
-<p>
-Il verso:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Scandit ab R Gerbertus in R, post papa viget R,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-riferito la prima volta, come ho detto, da Elgaldo, ripetuto
-poi, con leggiere variazioni, da Benone e da molti
-altri, può benissimo, come lo stesso Elgaldo afferma, essere
-stato composto da Gerberto dopo la sua esaltazione
-al pontificato; ma mi par più probabile sia fattura di
-qualche scolastico di quei tempi. Comunque sia, più tardi
-esso diventa una specie di vaticinio posto in bocca al diavolo.
-Il cronista inglese, che andava sotto il nome di
-Guglielmo Godell, ne fece un epitafio inscritto sulla
-tomba di Gerberto<a class="tag" id="tag24" href="#note24">[24]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ditmaro parla di un orologio solare. L'anonimo autore
-di certi <i>Gesta episcoporum Halberstadensium</i>, il quale
-scriveva nei primi anni del secolo XIII, si contenta di
-dire che Gerberto costruì in Magdeburgo un orologio abbastanza
-ammodo (<i>orologium quoddam honestum satis</i>)<a class="tag" id="tag25" href="#note25">[25]</a>;
-ma Guglielmo di Malmesbury vuole fosse un orologio
-meccanico, e Sant'Antonino dice molto più tardi, nelle
-sue Istorie, che Gerberto fece un orologio meccanico mirabile.
-Gli è così appunto che la leggenda lavora.
-</p>
-
-<p>
-La storia della statua, che indica misteriosamente un
-luogo nascosto, ha molti riscontri, ed è certamente, almeno
-in parte, più antica di Gerberto cui Guglielmo
-<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span>
-l'appropria. In un libro arabico, intitolato <i>Il libro del
-secreto della creatura del saggio Belinus</i> (il quale Belinus
-si crede con buon fondamento essere Apollonio
-Tianeo)<a class="tag" id="tag26" href="#note26">[26]</a>, si narra che nella città di Tuaya (probabilmente
-Tiana) c'era una statua di Ermete, sul cui capo leggevasi
-scritto: <i>Se alcuno desidera conoscere il secreto della
-creazione degli esseri, e come fu formata la natura,
-guardi sotto a' miei piedi</i>. Nessuno aveva mai saputo
-scoprirci nulla; ma Belinus scavò sotto i piè della statua,
-e trovò un sotterraneo, e nel sotterraneo un vecchio seduto
-sopra un trono d'oro, con innanzi un libro aperto.
-Belinus tolse il libro, e acquistò per esso la cognizione
-di tutte le cose<a class="tag" id="tag27" href="#note27">[27]</a>. Similmente la storia dei tesori trovati
-nel sotterraneo fu narrata, prima che di Gerberto, di altri.
-Il già citato cronista Sigeberto di Gembloux racconta,
-all'anno 1039, che in Sicilia era una statua marmorea,
-la quale recava scritto intorno al capo: <i>Alle calende di
-maggio, nascente il sole, avrò il capo d'oro</i>. Un Saraceno,
-fatto prigione da Boberto Guiscardo, intendendo il significato
-di quelle parole, il dì primo di maggio, al nascer
-del sole, notò diligentemente il luogo ove giungeva l'ombra
-della statua, e quivi, scavata la terra, trovò un infinito
-tesoro, col quale potè riscattarsi. Di questo caso fa ricordo
-anche il Petrarca nel suo libro delle cose memorabili<a class="tag" id="tag28" href="#note28">[28]</a>.
-L'avventura non ebbe così buon fine per un
-chierico innominato, di cui si narra la storia nei <i>Gesta
-Romanorum</i>. Costui, penetrato, come Gerberto, in luogo
-sotterraneo, ov'era accolto un inestimabile tesoro, non
-seppe frenare la voglia, e tolse un coltello: immediatamente
-un sagittario scoccò la freccia nel carbonchio che
-illuminava la caverna, e il temerario chierico, non potendo
-più, fra le tenebre, rinvenir la via dell'uscita, morì
-miseramente. Quel sagittario, o uno che assai gli somiglia,
-appare anche in altri racconti: nella leggenda di Virgilio
-<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span>
-mago, nella <i>Image du monde</i>, nella Eneide del tedesco
-Enrico di Weldeke<a class="tag" id="tag29" href="#note29">[29]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Veniamo alla testa artifiziata che dà responsi. Teste
-così fatte, o anche intere statue favellatrici, o androidi,
-furono pure attribuite ad Alberto Magno, a Ruggero Bacone,
-ad Arnaldo di Villanuova, a Enrico di Villena, a
-un rabbino per nome Löw. Di una si parlò nel famoso
-processo dei Templari, e Guglielmo di Newbury, storico
-inglese morto il 1208, racconta di un procuratore di
-Andegavia, per nome Stefano, ingannato, come Gerberto,
-da una testa magica<a class="tag" id="tag30" href="#note30">[30]</a>; e chi non ricorda la gherminella
-fatta con una testa presunta magica al povero Don Chisciotte?
-Se Gerberto sia stato il primo ad averne una
-dalla generosità della leggenda è difficile dire, e non è
-gran fatto probabile; ma certo il fallace responso ch'egli
-ebbe da essa, o dal diavolo, altri ebbero assai prima di
-lui, come altri ebbero dopo. Di responsi ambigui e fallaci
-è assai spesso ricordo negli scrittori dell'antichità<a class="tag" id="tag31" href="#note31">[31]</a>.
-Di un responso, o, a dir meglio, di un avvertimento, non
-diabolico, ma divino, nel quale, come nella risposta data
-a Gerberto, si ha una equivocazione sul nome di Gerusalemme,
-narra Giovanni Villani riferendola a Roberto
-Guiscardo. «Questo Ruberto Guiscardo, dopo molte nobili
-opere e cose fatte in Puglia, per cagione di devozione
-si dispose d'andare in Gerusalemme in peregrinaggio, e
-detto li fu in visione che morrebbe in Gerusalemme.
-Adunque accomandato il regno a Ruggieri suo figliuolo,
-prese per mare viaggio verso Gerusalemme. E pervenendo
-in Grecia al porto che si chiamò poi per lui porto Guiscardo,
-cominciò a gravare di malattia. E confidandosi
-nella revelazione a lui fatta, in nullo modo temea di morire.
-Era incontro al detto porto una isola, alla quale,
-per cagione di prendere riposo e forza, vi si fece portare,
-e là portato non migliorava, anzi più aggravava. Allora
-<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span>
-dimandoe come si chiamava quella isola: fu risposto per
-li marinari che per antico si chiamava Gerusalemme. La
-qual cosa udita, incontanente certificato di sua morte,
-divotamente di tutte le cose che a salute dell'anima si
-appartengono sì si ordinò, e divotamente si acconciò e
-morio nella grazia d'iddio nelli anni di Cristo 1090»<a class="tag" id="tag32" href="#note32">[32]</a>.
-Nella leggenda di Cecco d'Ascoli si ha, come in quella
-di Gerberto un inganno diabolico. Il diavolo aveva annunziato
-a Cecco ch'e' non morrebbe se non tra Africa e Campo
-de' Fiori. Condotto al supplizio, l'infelice non dava segno
-di timore alcuno, aspettando che quegli venisse a liberarlo;
-ma saputo allora come Africo fosse il nome di un
-fiumicello che scorreva ivi presso, intese sotto il nome di
-Campo de' Fiori celarsi Firenze, e si conobbe perduto.
-Il mago polacco Twardowsky fu, dice la leggenda, ingannato
-dal diavolo con una equivocazione sul nome di
-Roma, che aveva pure un piccolo villaggio in Polonia<a class="tag" id="tag33" href="#note33">[33]</a>;
-Enrico IV d'Inghilterra, nel dramma dello Shakespeare
-che da lui s'intitola, è ancor egli ingannato col nome
-di Gerusalemme<a class="tag" id="tag34" href="#note34">[34]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Per ciò che spetta alla terribile penitenza con cui Gerberto
-espiò le sue colpe e si liberò dalle mani del diavolo,
-la tradizione è certo assai antica, perchè si trova
-già, come abbiam veduto, nello scritto di Benone, sebbene
-poi Sigeberto di Gembloux ne taccia. Il medio evo
-è pieno di così fatti racconti di penitenze spaventose, intesi
-a mostrare l'efficacia appunto della penitenza, e come
-non siavi peccato, per quanto grande e mostruoso, che
-non possa ottenere il perdono di Dio: si direbbe che
-quella età abbia a bella posta inventati peccatori sceleratissimi,
-per poi farli pentire, e renderli degni del Paradiso.
-Anche la penitenza di Gerberto ha non pochi riscontri.
-Guglielmo di Malmesbury ne racconta una in
-tutto simile di un mago Palumbo<a class="tag" id="tag35" href="#note35">[35]</a>, e Tommaso Cantipratense
-<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span>
-reca l'esempio di un malvagio pentito, che,
-condannato a morte, chiede in grazia d'essere tagliato a
-pezzi<a class="tag" id="tag36" href="#note36">[36]</a>. Taluno di tali racconti è ancor vivo nelle letterature
-popolari<a class="tag" id="tag37" href="#note37">[37]</a>.
-</p>
-
-<p>
-In relazione con la notizia data da Gualtiero Map, che
-Gerberto più non comunicò durante tutto il tempo del
-suo sacerdozio, è quanto dice un altro scrittore inglese
-del secolo XIII, Giraldo Cambrense, il quale, ricordato
-quel caso, soggiunge: «onde fu statuito nella Chiesa Romana
-che i sommi pontefici, nel momento della comunione,
-dovessero voltarsi verso il popolo»<a class="tag" id="tag38" href="#note38">[38]</a>; precauzione che ricorda
-quella secondo altri racconti usata per accertarsi
-del sesso dei pontefici dopo la scandalosa avventura della
-papessa Giovanna.
-</p>
-
-<p>
-Finalmente la favola del sepolcro che suda acqua. Il
-primo a farne cenno sembra essere un diacono Giovanni,
-che in Roma, ai tempi di Alessandro III (1159-1181)
-compose un <i>Liber de ecclesia Lateranensi</i>. Egli dice che
-il sepolcro di Gerberto, sebbene non fosse in luogo umido,
-mandava fuori, anche quando l'aria era in tutto serena,
-gocce d'acqua, e che ciò era agli uomini cagione d'ammirazione<a class="tag" id="tag39" href="#note39">[39]</a>.
-Di presagi non fa parola; ma gli è assai
-probabile che qualche immaginazione simile a quella che
-in proposito riferisce Gualtiero, fosse già nata in Roma
-fra il popolo.
-</p>
-
-<p>
-La leggenda di Gerberto faceva ciò che sempre fanno
-le leggende maggiori, congiunte ad alcuna persona illustre,
-o ad alcun memorabile avvenimento: come un rivo nato
-di picciola fonte, il quale ingrossa di sempre nuove acque
-trovate per via, essa ingrossava di quante finzioni le si
-paravano innanzi consentanee al suo spirito e conformi
-al suo tema.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span>
-</p>
-
-<h3>V.</h3>
-
-<p>
-Guglielmo di Malmesbury e Gualtiero Map ci dànno
-la leggenda nella sua forma più piena e colorita, quale
-sembra siasi foggiata, per ragioni che ci sfuggono, in
-Inghilterra. Da indi in poi essa si diffonde sempre più,
-ma accrescimenti nuovi, di molto rilievo, più non ne riceve;
-anzi si assottiglia alquanto cammin facendo, e ciò
-assai prima d'essere pervenuta all'età della declinazione
-e dell'esaurimento. La storia della figlia del preposto e
-della bella Meridiana, benchè tale da dover necessariamente
-piacere alle fantasie di quei tempi, si perde, nè
-è possibile dire perchè: rimangono al loro posto, ma non
-tutte salde egualmente, le altre parti, il patto col diavolo,
-la testa magica, il responso ingannevole, l'ultima messa,
-la penitenza, il miracolo del sepolcro. Talvolta, dell'antica
-leggenda, tramenata di qua e di là, strappata fuori da
-tanti libri e cacciata dentro a tanti altri, rinarrata spesso
-da chi non l'aveva più se non imperfettamente nella memoria,
-si lascia vedere solo un membro divelto, come un
-rottame di nave perduta che galleggi a fior d'acqua.
-</p>
-
-<p>
-Ma l'opinione della veracità sua, l'opinione che fosse
-non favola, ma storia, per lungo tempo sempre più si
-rafferma. Sigeberto di Gembloux, Guglielmo di Malmesbury
-e alcun'altro, avevano espresso un dubbio in proposito,
-dubbio proprio o d'altrui. Sigeberto, narrate le
-cose che abbiamo udite, soggiungeva: «Ciò udii da altri;
-se vero o falso, lascio giudicare al lettore». Guglielmo
-accennava al dubbio che da taluno si sarebbe potuto
-muovere; ma, diceva, a farlo dileguare basta la prova
-della morte; nè gli veniva in mente che anche la storia
-<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span>
-della morte potesse esser favola. Nel secolo successivo
-ogni dubbio si tace.
-</p>
-
-<p>
-Chi volesse ricordare tutte le scritture in cui, per lo
-spazio di quattro secoli, dal XIII al XVI, ricomparisce
-la leggenda di Gerberto, dovrebbe recitare una litania
-non più finita. Io mi contenterò di ricordare le più importanti,
-notando certe variazioni che, per esse, si andavano
-introducendo nella leggenda.
-</p>
-
-<p>
-La fonte principalissima, quando diretta e quando indiretta,
-dei nuovi, o, per dir meglio, rinnovati racconti,
-è Guglielmo, la cui opera fu assai nota nel continente,
-e usufruita e saccheggiata da molti. Da lui attinse, negli
-anni intorno al 1230, Alberico dalle Tre Fontane<a class="tag" id="tag40" href="#note40">[40]</a>, e
-da lui attinse, circa quel medesimo tempo, Vincenzo Bellovacense,
-il cui <i>Speculum historiale</i> procacciò, con la
-grande sua diffusione, nuova celebrità alla leggenda, e
-divenne a sua volta una fonte a cui attinsero molti<a class="tag" id="tag41" href="#note41">[41]</a>.
-In quello stesso secolo la leggenda è narrata, ma solamente
-in parte, da Filippo Mousket (il quale non visse
-oltre il 1244) in una sua fastidiosissima cronica rimata<a class="tag" id="tag42" href="#note42">[42]</a>,
-e dal celebre Martino Polono, il quale morì nel 1279<a class="tag" id="tag43" href="#note43">[43]</a>.
-Il <i>Chronicon</i> di Martino fu, per tutto il rimanente medio
-evo, il libro di storia più letto e più frequentemente citato,
-e accrebbe di molto, se pur era possibile, la diffusione
-e il credito della leggenda. In esso è per la prima
-volta ricordata una particolarità curiosa circa il seppellimento
-di Gerberto. Fattosi troncare le membra, il contrito
-pontefice ordinò che il suo tronco fosse posto sopra
-una biga, e sepolto nel luogo ove lo traessero e si fermassero
-gli animali aggiogati: questi lo trassero a San
-Giovanni Laterano, e quivi fu sepolto. Della biga molti
-poi ebbero a ricordarsi, facendola tirare da buoi, da bufali,
-da cavalli indomiti, rinnovando il tema di altre leggende,
-così sacre, come profane. Quando Martino scriveva,
-<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span>
-nessuno più dubitava della veracità di quei racconti, i
-quali erano stati accolti e condensati in apposita iscrizione,
-incisa sul sepolcro del pontefice mago. A tale iscrizione
-accenna chiaramente Martino in fine della sua narrazione.
-Parve duro a taluno credere che la Chiesa stessa
-volesse, con l'autorità che le è propria, in luogo sacro,
-farsi mallevadrice di tante e così ingiuriose favole; ma
-la iscrizione ci fu veramente; anzi ce ne furono due, di
-consimil carattere, l'una in San Giovanni, e l'altra in Santa
-Croce, vedute entrambe da Michele Montaigne, che ne
-fa espresso ricordo<a class="tag" id="tag44" href="#note44">[44]</a>. Quella di Santa Croce era, dice
-Raimondo Besozzi nella storia che scrisse di tale basilica<a class="tag" id="tag45" href="#note45">[45]</a>,
-nel lato diritto della cordonata che conduce alla
-cappella di San Gregorio, e ci fu conservata da Lorenzo
-Schrader nell'opera sua intitolata <i>Monumenta Italiae</i><a class="tag" id="tag46" href="#note46">[46]</a>,
-dove si legge del tenore seguente: <i>Anno domini MIII
-tempore Otthonis III Sylvester Papa Secundus qui
-fuerat ante Otthonis praeceptor, non satis rite forsan
-Pontificatum adeptus, a spiritu praemonitus qua die
-Hierusalem accederet se fore moriturum, nesciens forte
-hoc sacellum esse Hierusalem secundum, sui Pontificatus
-anno quinto, statuta die rem hic divinam faciens, ipsa
-die moritur. Eo tamen divina gratia ante communionem,
-cum se jam tunc moriturum intellexisset, propter dignam
-poenitudinem et lacrymas ac loci sanctitatem ad statum
-verisimilem salutis reducto: reseratis enim post divina
-populo criminibus suis et ordinatione praemissa, ut in
-criminum ultionem exanime corpus suum ab indomitis
-equis per urbem quaqua versum discurrentibus traheretur,
-et inhumatum dimitteretur, nisi Deus sua pietate aliud
-disponeret, equisque post longiorem cursum intra Lateranam
-aedem moratis, istich ab Otthone tumulatur. Sergiusque
-IIII successor mausoleum deinde expolitius reddidit.</i>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma qui nasce un dubbio. Sergio IV, uno dei primi
-successori di Gerberto (1009-1012), compose, o fece comporre,
-per il predecessore suo un lungo e pomposo epitafio
-in distici, che tuttora esiste, sebbene non esista più
-il sepolcro a cui appartenne<a class="tag" id="tag47" href="#note47">[47]</a>. In esso molte e magnifiche
-lodi, e non un minimo cenno di leggenda ingiuriosa.
-Non è egli dunque da credere che abbia errato Martino
-Polono, ricordando come incisa sul sepolcro una iscrizione
-ispirata dalla leggenda, e che abbia traveduto il Montaigne,
-credendo di leggere in San Giovanni Laterano
-una iscrizione simile a quella di Santa Croce in Gerusalemme?
-L'epitafio di Sergio, epitafio che appunto leggevasi
-in San Giovanni, non escludeva, con la sua presenza,
-ogni iscrizione di carattere leggendario ed ingiurioso?
-Non parmi; e mostrerebbe di conoscere assai malamente
-il medio evo chi, per affermarlo, si fondasse sulla contraddizione
-palese e violenta. A ben altre contraddizioni
-quella età si acconciava, senza addarsene punto, o senza
-torsene briga. L'affermazione di Martino, il quale (si noti)
-fu lunghi anni in Roma cappellano e penitenziario papale,
-è categorica e degna in tutto di fede, com'è categorica
-e degna di fede l'affermazione di Michele Montaigne,
-ed entrambe sono avvalorate dalle parole di un
-devotissimo tedesco, del quale sarà fatto ricordo più oltre.
-Ben più strana della notata sarebbe a ogni modo l'altra
-contraddizione, che la leggenda si potesse veder descritta
-in Santa Croce, e, poco di là discosto, in San Giovanni,
-sulla tomba del Pontefice, non se n'avesse traccia. Noi
-possiamo dunque tener per fermo che una iscrizione di
-carattere leggendario sulla tomba ci fosse: a canto ad
-essa il panegirico del buon papa Sergio si reggeva come
-poteva.
-</p>
-
-<p>
-Insieme con quella della biga vengono fuori qua e là,
-altre particolarità curiose. Dice Martino che, in segno
-<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span>
-della ottenuta misericordia, il sepolcro di Gerberto, così
-per l'agitazione e il rumore delle ossa che vi son dentro,
-come pel trasudare dell'acqua, annunzia la imminente
-morte dei pontefici. Di quel tumultuar delle ossa molti
-parlano di poi<a class="tag" id="tag48" href="#note48">[48]</a>; al qual proposito è da osservare che
-l'agitarsi dei morti nelle tombe, è, di solito, considerato
-quale un segno, non di salvazione, ma di dannazione.
-</p>
-
-<p>
-L'acqua, in certi racconti, si muta in olio<a class="tag" id="tag49" href="#note49">[49]</a>, e si parla
-di una indulgenza accordata a quanti si recano a visitare
-la tomba e vi recitano un <i>Pater noster</i><a class="tag" id="tag50" href="#note50">[50]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Nei racconti più antichi, Gerberto, pentito, si fa tagliare
-a pezzi, e la cosa finisce lì; racconti posteriori
-accolgono il fatto, ma ci mettono un po' di frasca intorno.
-Filippo Mousket, nella già citata sua cronaca, insiste
-molto, e con manifesto compiacimento, sopra quella macellazione
-finale. Le membra del malcapitato pontefice
-sono date a mangiare ai cani. I diavoli, che, sotto forma
-di nerissimi corvi e di orribili avvoltoi, erano accorsi in
-gran numero (più di 536, dice il cronista tirato dalla
-rima), le contendono ai cani, e se le contendono fra loro,
-menando un chiasso veramente indiavolato. Enenkel fa,
-come si è veduto, che i diavoli giuochino con quelle povere
-membra alla palla. Tali racconti, intesi ad accrescere
-l'orrore e l'efficacità dell'esempio, trovano ripetitori
-e rimaneggiatori: due secoli dopo Sant'Antonino, sente il
-bisogno di mitigare alquanto le feroci immaginazioni de'
-suoi predecessori, e con lodevole accorgimento vuole che
-il papa si faccia tagliare a pezzi dopo morto<a class="tag" id="tag51" href="#note51">[51]</a>. Circa il
-1260, il così detto Minorita Erfordiense narra, con parole
-di santa esecrazione, che nella cappella dove seguì
-l'orribil fatto, nessun papa volle più mettere il piede<a class="tag" id="tag52" href="#note52">[52]</a>.
-</p>
-
-<p>
-E la leggenda sempre più si diffonde, passando di secolo
-in secolo e di gente in gente. Sin qui non abbiamo
-trovato scrittori italiani che la narrassero. Romualdo Salernitano,
-<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span>
-morto nel 1181, sembra che la ignorasse affatto;
-ma nel secolo XIV molti Italiani la narrano, primi Riccobaldo
-da Ferrara<a class="tag" id="tag53" href="#note53">[53]</a> e Leone d'Orvieto<a class="tag" id="tag54" href="#note54">[54]</a>. Con essi la
-leggenda penetra nelle storie speciali dei pontefici, d'onde
-non uscirà più, se non molto tardi. Narrano quasi con
-le stesse parole, succintamente, e nulla recano di nuovo.
-Ad essi tengono dietro Tolomeo da Lucca<a class="tag" id="tag55" href="#note55">[55]</a> il quale cita
-Vincenzo Bellovacense e Martino Polono; Giovanni Colonna<a class="tag" id="tag56" href="#note56">[56]</a>,
-il quale attinge da Guglielmo di Malmesbury;
-Domenico Cavalca, nel <i>Pungilingua</i>, il quale, del resto,
-è poco più che traduzione di un libro francese, e nei
-<i>Frutti della Lingua</i><a class="tag" id="tag57" href="#note57">[57]</a>; Andrea Dandolo, che parla della
-statua e dell'ambiguo responso<a class="tag" id="tag58" href="#note58">[58]</a>. Fuori d'Italia ripetono
-la leggenda Matteo di Westminster<a class="tag" id="tag59" href="#note59">[59]</a>, Bernardo Guidonis<a class="tag" id="tag60" href="#note60">[60]</a>,
-Roberto Holkot<a class="tag" id="tag61" href="#note61">[61]</a>, Pietro Bersuire (o Berchorio)<a class="tag" id="tag62" href="#note62">[62]</a>,
-Amaury d'Augier<a class="tag" id="tag63" href="#note63">[63]</a>, Enrico di Ervordia<a class="tag" id="tag64" href="#note64">[64]</a>, Giovanni
-d'Outremeuse<a class="tag" id="tag65" href="#note65">[65]</a>, l'autore del <i>Chronicon Vezeliacense</i><a class="tag" id="tag66" href="#note66">[66]</a>,
-ed altri parecchi. A forza di viaggiare, la leggenda era
-giunta, già nella prima metà di quel secolo, se non anche
-prima, sino in Islanda<a class="tag" id="tag67" href="#note67">[67]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Nel secolo seguente, l'antica favola, non punto scemata
-di credito, riappare nelle già citate Istorie di Sant'Antonino,
-il quale altro quasi non fa se non copiare Giovanni
-Colonna; nelle Vite dei Pontefici del Platina; nella
-<i>Fleur des histoires</i> di Giovanni Mansel; nelle <i>Rapsodiae
-historiarum</i> di Marc'Antonio Sabellico; nelle <i>Novissimae
-historiarum omnium repercussiones</i> di Jacopo Filippo da
-Bergamo; negli <i>Annales silesiaci compilati</i>, ecc.; e nel
-secolo XVI la riferiscono, Giovanni Wier nel libro suo
-<i>De praestigiis daemonum</i>; Hans Sachs in una delle innumerevoli
-sue poesie; Giovanni Guglielmo Kirchhof nel
-<i>Wendunmuth</i>; i così detti Centuriatori di Magdeburgo
-nella loro <i>Historia ecclesiastica</i>, e parecchi altri scrittori
-della Riforma, ai quali stava molto a cuore di narrar le
-<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span>
-gesta di un papa che s'era venduto al diavolo. Nel 1599
-Giorgio Rodolfo Widmann introduceva la novella di Santa
-Croce in Gerusalemme nella sua Storia di Fausto.
-</p>
-
-<p>
-Ben s'intende come alla longeva e vagabonda leggenda
-dovesse far codazzo un popolo di errori, che la leggenda,
-veramente, non chiedeva, alcuni dei quali, anzi, essa volentieri
-avrebbe respinti, ma che in sua compagnia non
-facevano poi troppo brutta figura. Ne additerò alcuni.
-</p>
-
-<p>
-Gualtiero Map, forse più per proposito che per errore,
-fa nascere Gerberto di nobile prosapia; ma molto prima
-di lui, in un Catalogo di pontefici, attribuito, non so con
-quanta ragione, a Mariano Scoto, il quale visse fino al
-1086, Gerberto era stato fatto a dirittura figliuolo dell'imperatore
-Ottone (di quale?)<a class="tag" id="tag68" href="#note68">[68]</a>. In alcuni, come nell'autore
-della cronaca che andava sotto il nome di Guglielmo
-Godell, nasce un dubbio, se, cioè, Gerberto e Silvestro II
-sieno una sola e stessa persona, e in certi <i>Annales remenses
-et colonienses</i> si dice risolutamente che Silvestro II
-fece deporre Gerberto, il quale aveva usurpato il luogo
-di Arnulfo, arcivescovo di Reims, e sospendere i vescovi
-che avevano consentita la sua consacrazione<a class="tag" id="tag69" href="#note69">[69]</a>. Altri, a
-cominciare da Guglielmo di Malmesbury, confondono Silvestro
-II con Giovanni XVI, l'antipapa che da Crescenzio
-fu opposto a Gregorio V, e a questo Gregorio Ugo di Flavigny
-fa precedere Silvestro, che invece fu suo successore.
-Il nome stesso di Gerberto si altera in varii modi: Guiberto,
-Gilberto, Giriberto, Goberto, Uberto, e talvolta,
-come or ora vedremo, si muta, in nomi di tutt'altro suono.
-Gli anni della esaltazione e della morte oscillano molto,
-e per solo citare due esempii estremi, mentre, nel secolo XI,
-l'autore di una parte di certi <i>Annales Formoselenses</i><a class="tag" id="tag70" href="#note70">[70]</a>
-pone l'esaltazione all'anno 895, con errore di più che
-cent'anni, Giovanni d'Outremeuse, nel secolo XIV, fa che
-Gerberto riceva dal diavolo il fallace responso il 7 di
-<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span>
-giugno del 1022. Gli anni del papato variano da meno di
-uno a sette. Qui pure sono da ricordare certe affermazioni
-di storici, le quali contraddicono, o poco, o molto, alla
-leggenda diabolica. Più cronisti asseverano, quando già
-la leggenda è larghissimamente diffusa, che fu il popolo
-romano tutto intero quello che acclamò pontefice Gerberto<a class="tag" id="tag71" href="#note71">[71]</a>;
-e più altri ricordano una santa visione che Gerberto
-ebbe concernente il conferimento della corona d'Ungheria<a class="tag" id="tag72" href="#note72">[72]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ci riman da vedere come la leggenda traviasse, e come
-da ultimo si perdesse, simile a un fiume, che, dopo
-lungo corso, dilegui, bevuto dalle sabbie del deserto e
-dal sole.
-</p>
-
-<p>
-Un poemetto inglese del secolo XIII narra la meravigliosa
-istoria di Silvestro II, ma riferendola a un papa
-Celestino, il quale, evidentemente, non può aver nulla di
-comune con Celestino II. Esso ricorda in principio, per
-le cose che narra, il poemetto latino che ho già citato,
-ma poi se ne scosta molto nel séguito. Celestino, perduto
-assai tempo nelle scuole senza apprendere nulla, si dà al
-diavolo, e il diavolo l'ammaestra, e nel corso di pochi
-anni lo fa arcidiacono, poi arcivescovo, poi cardinale, poi
-papa. Divenuto papa, Celestino predica, per dodici mesi
-consecutivi, contro la fede, poi un bel giorno gli viene in
-mente che ha pur da morire, e vuol sapere quando morrà.
-Il diavolo, appositamente evocato, lo inganna con quell'ambiguo
-responso della messa da celebrare in Gerusalemme.
-Venuto il dì fatale, e scoperta la frode, il papa
-si pente, e invoca l'ajuto di Gesù. Vengono mille diavoli,
-urlando, strepitando, schizzando fuoco, e fanno ressa alla
-porta della cappella, gridando a gran voci: Il papa è
-nostro; il papa è nostro! Il povero papa si confessa davanti
-al popolo adunato, disputa e contrasta con i sette
-peccati capitali, che sono poi altrettanti diavoli, e non
-<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span>
-cessa di raccomandarsi a Cristo redentore e alla Vergine
-Maria. I diavoli traggono innanzi un orribile cavallo alato,
-per portare il papa in Inferno, e menano intorno alla
-cappella una scorribanda furiosa. Celestino fa testamento,
-e lascia agli avversarii le vesti, e le membra, che si fa
-troncar dal carnefice. Quando costui s'appresta a tagliare
-il capo, ecco scende di cielo la Vergine, con una schiera
-di angeli e consola il pentito, e gli promette l'eterna
-salute. Il carnefice compie allora il suo officio, e getta
-il capo del papa al diavolo Avarizia, che subito lo acciuffa
-e lo divora. Le altre membra sono trasportate nella basilica
-di San Pietro, e lo stesso principe degli apostoli
-scende con cento angioli dal cielo, per assistere alla sepoltura
-del suo successore, e per dire che il trono di lui
-è in Paradiso, accanto al suo proprio<a class="tag" id="tag73" href="#note73">[73]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Nel racconto molto più tardo di un buon tedesco, cittadino
-cospicuo di Norimberga, Niccolò Muffel, che nell'anno
-1452 venne in Roma per l'incoronazione dell'imperatore
-Federico III, e ivi comperò, a buon mercato
-(così egli dice), una notabile indulgenza, Celestino si tramuta
-in Istefano. E perchè non rimanga alcun dubbio,
-Niccolò narra la storia due volte. Quando il papa Stefano
-vide venire i diavoli in figura di corvi e di cornacchie
-innumerevoli, subito si confessò, e si fece tagliare a pezzi,
-e gli uccelli diabolici ne portarono via i lacerti e le
-viscere, meno il cuore che fu sepolto in San Giovanni
-Laterano. Niccolò avverte espressamente che il ricordo di
-questi fatti si leggeva nella chiesa di San Giovanni<a class="tag" id="tag74" href="#note74">[74]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Finalmente, ai tempi di Francesco I re di Francia, la
-vecchia leggenda riappare in una novella di Niccolò di
-Troyes; ma, come una moneta, che a forza di correre
-per le mani degli uomini abbia perduto l'impronta del
-conio, essa ha perduto l'effigie di Gerberto e non poco
-di ciò che v'era scritto intorno: pur nondimeno gli è facile
-<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span>
-riconoscerla. Un cardinale di Roma desiderava ardentemente
-di diventar papa. Gli viene innanzi il diavolo,
-e gli promette dieci anni di papato, e di non porgli le
-mani addosso se non in <i>sancta civitas</i> (sic). Trascorso il
-termine, il papa va a celebrar messa in una chiesa di
-Roma, e come appena v'è entrato, ecco più di dieci mila
-corvi calar d'ogni banda e posarsi sul tetto. La chiesa
-è detta appunto in <i>sancta civitas</i>. Il papa non si perde
-di animo: celebra la messa con gran devozione, chiede
-a Dio perdono de' suoi peccati, e ottenutolo, vive ancora
-molt'anni senza paura e senza pericolo<a class="tag" id="tag75" href="#note75">[75]</a>.
-</p>
-
-<p>
-La leggenda, sfinita, si perde.
-</p>
-
-<h3>VI.</h3>
-
-<p>
-A mezzo il secolo XV, in pien concilio di Basilea,
-Tommaso de Corsellis, uomo, dice Enea Silvio Piccolomini,
-storico del concilio stesso, di mirabile dottrina,
-amabilità e modestia, usciva dinanzi ai padri assembrati,
-in queste parole: «Voi non ignorate che Marcellino, per
-comando dell'imperatore, incensò gl'idoli, e che un altro
-pontefice, cosa ben più grave ed orribile, salì al pontificato
-con l'ajuto del diavolo»<a class="tag" id="tag76" href="#note76">[76]</a>. Egli non nominava Silvestro
-II, e non aveva bisogno di nominarlo: tutti a quel
-cenno intendevano di chi si parlava.
-</p>
-
-<p>
-Ma i tempi erano già molto mutati, e sempre più si
-venivano mutando. Era nata la critica, e innanzi a lei,
-sotto il suo sguardo scrutatore, le grandi e immaginose
-leggende venute su di mezzo alle caligini del medio evo,
-cominciavano a vacillare, a diradarsi, a smarrirsi, e non
-molto dopo dovevano dileguarsi affatto, come nubi leggiere
-in un cielo caldo d'estate. Il secolo XVI vide sorgere
-i primi difensori di Gerberto, i primi restauratori
-<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span>
-della sua fama, da tanti secoli offesa. Un domenicano
-spagnuolo, Alfonso Chacon (Ciaconio), morto in Borna
-verso il 1600, inseriva nelle sue <i>Vitae et gesta romanorum
-pontificum et cardinalium</i> un epigramma latino,
-in cui la imputazione di magia fatta a Gerberto era
-ascritta alla inerzia ed ignoranza del volgo<a class="tag" id="tag77" href="#note77">[77]</a>. Due cardinali
-celebri, il Baronio e il Bellarmino, sgravarono l'antico
-pontefice di un'accusa che a molti oramai sembrava
-assurda, e lo stesso fece il dotto medico francese Gabriele
-Naudé nella sua <i>Apologie pour tous les grands personnages
-qui ont été faussement soupçonnez de magie</i>, stampata
-la prima volta nel 1625. Finalmente un domenicano
-polacco, Abramo Bzovio, nato nel 1567, morto nel 1637,
-compose in onor di Gerberto, e in trentotto capitoli, un
-vero panegirico, che vide la luce in Roma nel 1629, e
-diede alla tenebrosa leggenda il colpo di grazia. Peccato
-che alle favole antiche egli, di suo capo, sostituisse una
-favola nuova, facendo di Gerberto un discendente della
-gente Cesia, di Temeno re d'Argo e di Ercole. Gli stessi
-protestanti rinunziarono a usare della leggenda come di
-un'arma contro la Chiesa di Roma, e alcuni di essi risolutamente
-la confutarono.
-</p>
-
-<p>
-Del resto, una smentita, per dir così, materiale, non
-si fece aspettar troppo a lungo. L'anno 1648, rifacendosi
-per ordine d'Innocenzo X le fondamenta alla basilica di
-San Giovanni, fu aperta l'arca marmorea di Silvestro II,
-e il pontefice scelerato, che s'era fatto tagliare a pezzi,
-e le cui membra erano state involate e divorate da corvi,
-da cani e da diavoli, apparve, dice il canonico Cesare
-Rasponi, intero ed illeso, vestito degli abiti pontificali,
-con le braccia in croce, e la tiara in capo; ma appena
-sentì l'aria si sciolse in polvere<a class="tag" id="tag78" href="#note78">[78]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Così finiva, dopo quasi sei secoli di vita, una delle più
-curiose e celebri leggende del medio evo, meravigliosa
-<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span>
-per le finzioni di cui è tessuta, notabile pel senso che
-racchiude. Nessuno la stimi una immaginazione scioperata,
-fatta solo di sogno e di nebbia. Storia essa non è, ma
-della storia è come un corollario e un commento. Anzi,
-in certo senso, al pari d'altre leggende senza numero, è
-storia più generale e più recondita, perchè se non narra
-singoli fatti veri, esprime ragioni e condizioni di fatti,
-desiderii e terrori di popoli, spirito, grandezza e miseria
-di secoli.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span>
-</p>
-
-<h3 id="notepont">NOTE</h3>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note1">
-<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Veggasi intorno a Gerberto: <span class="smcap">Hock</span>, <i>Gerbert oder Papst Sylvester
-II und sein Jahrhundert</i>, Vienna, 1837; <span class="smcap">Olleris</span>, <i>Oeuvres
-de Gerbert</i>, Clermont, 1867, Introduzione; <span class="smcap">Werner</span>, <i>Gerbert von
-Aurillac, die Kirche und Wissenschaft seiner Zeit</i>, Vienna, 1878.
-Questi autori discorrono della leggenda in modo affatto insufficiente,
-e così ancora il <span class="smcap">Doellinger</span>, <i>Die Papst-Fabeln des
-Mittelalters</i>, edizione curata da I. Friedrich, Stoccarda, 1890,
-pp. 184-8. In questi ultimi anni molto si scrisse intorno a Gerberto,
-considerato nella politica, nella scienza, nell'insegnamento,
-nel ministero ecclesiastico. Meritano particolar menzione due
-pubblicazioni recenti che hanno per oggetto le lettere di lui,
-cioè la fonte principale per la sua biografia: <span class="smcap">Niccolò Bubnow</span>,
-<i>Le lettere di Gerberto considerate come fonte storica</i> (in russo),
-Pietroburgo, 1888 sgg.: <i>Lettres de Gerbert publiées avec une introduction
-et des notes par</i> <span class="smcap">Julien Havet</span>, Parigi, 1889.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note2">
-<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Magni ingenii ac vivi eloquii vir, quo postmodum tota Gallia
-acri lucerna ardente, vibrabunda refulsit</i> etc., etc. <i>Historiarum</i>
-l. IV, ap. <span class="smcap">Pertz</span>, <i>Mon. Germ. hist., SS.</i>, t. III, pp. 616-21, 648-53.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note3">
-<p><span class="label"><a href="#tag3">3</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ai citati aggiungansi gli anonimi compilatori degli <i>Annales
-Hildesheimenses</i>, degli <i>Annales Pragenses</i>, degli <i>Annales Augustani</i>,
-degli <i>Annales Sancti Vincentii Mettensis</i>, ecc.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note4">
-<p><span class="label"><a href="#tag4">4</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Bouquet</span>, <i>Recueil des historiens des Gaules et de la France</i>,
-t. X, p. 67, vv. 166-7. Cf. le note di Adriano Valesio, pp. 82-3.
-La data del 1006 è resa più che probabile dal Mabillon.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note5">
-<p><span class="label"><a href="#tag5">5</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ho dinanzi, non potendo averne altro, il testo dato da <span class="smcap">Giovanni
-Wolf</span>, <i>Lectionum memorabilium et reconditarum centenarii
-XVI</i>, Lavingae, 1600, t. I, pp. 292-5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note6">
-<p><span class="label"><a href="#tag6">6</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Chronicon</i>, l. I, ap. Pertz, SS., t. VIII, pp. 366-7.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note7">
-<p><span class="label"><a href="#tag7">7</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il <span class="smcap">Doellinger</span> (op. cit., p. 185) è d'altra opinione. Egli crede
-che Ugo abbia inteso parlare di sole arti cortigianesche, di
-<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span>
-lenocinii. Certo, nel latino classico, il vocabolo <i>praestigia</i> ebbe
-anche quel significato; ma nel latino medievale prevalse l'altro
-di <i>artifizio magico</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note8">
-<p><span class="label"><a href="#tag8">8</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ap. <span class="smcap">Pertz</span>, <i>SS.</i>, t. VI, p. 353.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note9">
-<p><span class="label"><a href="#tag9">9</a>.&nbsp;&nbsp;</span>L. I, ap. <span class="smcap">Pertz</span>, <i>SS.</i>, t. XXVI, pp. 11-2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note10">
-<p><span class="label"><a href="#tag10">10</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nella Vita che, dopo il 1042, scrisse di Roberto il Pio;
-ap. <span class="smcap">Bouquet</span>, <i>Rec.</i>, t. X, p. 99.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note11">
-<p><span class="label"><a href="#tag11">11</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Chronicon</i>, l. VI, cap. 61, ap. <span class="smcap">Pertz</span>, <i>SS.</i>, t. III, p. 835.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note12">
-<p><span class="label"><a href="#tag12">12</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Historiarum</i> l. III, ap. <span class="smcap">Pertz</span>, <i>SS.</i>, t. IV, p. 130.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note13">
-<p><span class="label"><a href="#tag13">13</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">Chasles</span>, <i>Explication des traités de l'Abacus, et particulièrement
-du Traité de Gerbert, Comptes rendus des séances de
-l'Académie des sciences</i>, t. XVI, 1843, pp. 156 sgg.; <span class="smcap">Martin</span>, <i>Recherches
-nouvelles concernant les origines de notre système de numération
-écrite, Revue archéologique</i>, t. XIII, parte 2ª, pp. 509
-sgg., 588 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note14">
-<p><span class="label"><a href="#tag14">14</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Loc. cit.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note15">
-<p><span class="label"><a href="#tag15">15</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ep. XVI, ediz. Olleris.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note16">
-<p><span class="label"><a href="#tag16">16</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Op. cit.</i>, pp. 186.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note17">
-<p><span class="label"><a href="#tag17">17</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De gestis regum anglorum</i>, l. II, capp. 167, 168, 169, 172,
-ap. <span class="smcap">Pertz</span>, <i>SS.</i>, t. X, pp. 461-4. Non traduco alla lettera; anzi
-in più luoghi do solamente la sostanza del racconto del benedettino
-inglese.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note18">
-<p><span class="label"><a href="#tag18">18</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pubblicato dal <span class="smcap">Mone</span>, in <i>Anzeiger für Kunde des deutschen
-Mittelalters</i>, anno 1833, coll. 188-9.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note19">
-<p><span class="label"><a href="#tag19">19</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De nugis curialium</i>, dist. IV, cap. 11, ap. <span class="smcap">Pertz</span>, <i>SS.</i>, t. XXVII,
-pp. 70-2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note20">
-<p><span class="label"><a href="#tag20">20</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi, in questo volume, lo scritto intitolato <i>Demonologia
-di Dante</i>, e <span class="smcap">Liebrecht</span>, <i>Zur Volkskunde</i>, Heilbronn, 1879, p. 28.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note21">
-<p><span class="label"><a href="#tag21">21</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi in proposito <span class="smcap">J. W. Wolf</span>, <i>Beiträge zur deutschen Mythologie</i>,
-Gottinga, 1857, parte 2ª, pp. 235 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note22">
-<p><span class="label"><a href="#tag22">22</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cronaca detta di Guglielmo Godell, l. III, ap. <span class="smcap">Pertz</span>, <i>SS.</i>,
-t. XXVI, p. 196.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note23">
-<p><span class="label"><a href="#tag23">23</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Weltbuch</i>, in <span class="smcap">Von der Hagen</span>, <i>Gesammtabenteuer</i>, Stoccarda
-e Tubinga 1850, vol. II, pp. 553-62.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note24">
-<p><span class="label"><a href="#tag24">24</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Negli <i>Annales Parchenses</i> (ap. <span class="smcap">Pertz</span>, <i>SS.</i>, t. XVI, p. 601),
-il verso si trova ridotto a metà. Ottone fa Gerberto, prima arcivescovo
-di Ravenna, poi papa: <i>unde dictum est: Scandit ab
-R. Gerbertus ad R.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note25">
-<p><span class="label"><a href="#tag25">25</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ap. <span class="smcap">Pertz</span>, <i>SS.</i>, t. XXIII, p. 89.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note26">
-<p><span class="label"><a href="#tag26">26</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">Steinschneider</span>, <i>Apollonius von Thyana</i> (<i>oder Balinas</i>)
-<i>bei den Arabern, Zeitschrift der Deutschen Morgenländischen Gesellschaft</i>,
-voi. XLV (1891), pp. 439-46.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note27">
-<p><span class="label"><a href="#tag27">27</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Notices et extraits des manuscrits de la Bibliothèque Nationale</i>,
-t. IV, pp. 118-20. Il libro è analizzato da Silvestro de Sacy.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note28">
-<p><span class="label"><a href="#tag28">28</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Rerum memorandarum</i> l. IV (<i>Recentiores, Innominatus</i>), Opera,
-Basilea, 1521, p. 486.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note29">
-<p><span class="label"><a href="#tag29">29</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Gesta Romanorum</i>, ed. <span class="smcap">Oesterley</span>, Berlino, 1872, cap. 107;
-<span class="smcap">Comparetti</span>, <i>Virgilio nel medio evo</i>, Livorno, 1872, vol. II, pp. 183-5;
-<i>Die Êneide</i>, ediz. di Lipsia 1852, col. 255; <span class="smcap">Graf</span>, <i>Roma nella
-memoria e nelle immaginazioni del medio evo</i>, Torino, 1882-3,
-vol. I, pp. 161-70; vol. II, p. 241.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note30">
-<p><span class="label"><a href="#tag30">30</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De rebus anglicis sui temporis</i>, ediz. di Parigi 1610, l. V,
-cap. 6, p. 562.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note31">
-<p><span class="label"><a href="#tag31">31</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi le note del <span class="smcap">Berneccer</span> alle <i>Istorie</i> di <span class="smcap">Giustino</span>, l. XII, c. 2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note32">
-<p><span class="label"><a href="#tag32">32</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Istorie fiorentine</span>, l. IV, c. 18. Vedi pure ciò che il Villani
-(l. VI, cap. 73) e l'autore degli <i>Annales mediolanenses</i> (ap. <span class="smcap">Muratori</span>,
-<i>Scriptores</i>, t. XIV, coll. 661-2) narrano di Ezzelino da
-Romano morente, e cf. A. <span class="smcap">Bonardi</span>, <i>Leggende e storielle su Ezelino
-da Romano</i>, Padova e Verona, 1892, pp. 70-1.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note33">
-<p><span class="label"><a href="#tag33">33</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Scheible</span>, <i>Das Kloster</i>, t. XI, Stoccarda, 1849, p. 529.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note34">
-<p><span class="label"><a href="#tag34">34</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Liebrecht</span>, <i>Op. cit.</i>, p. 48.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note35">
-<p><span class="label"><a href="#tag35">35</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Op. cit.</i>, p. 472.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note36">
-<p><span class="label"><a href="#tag36">36</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Bonum universale de apibus</i>, Duaci, 1627, r. II, cap. 51,
-num. 5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note37">
-<p><span class="label"><a href="#tag37">37</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi per esempio <span class="smcap">Luzel</span>, <i>Légendes chrétiennes de la Basse-Bretagne</i>,
-Parigi, 1881, vol. I, pp. 161, 175.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note38">
-<p><span class="label"><a href="#tag38">38</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Gemma ecclesiastica</i>, ap. <span class="smcap">Pertz</span>, <i>SS.</i>, t. XXVII, p. 412.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note39">
-<p><span class="label"><a href="#tag39">39</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ap. <span class="smcap">Mabillon</span>, <i>Museum Italicum</i>, t. II, p. 568.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note40">
-<p><span class="label"><a href="#tag40">40</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Chronica Albrici monachi Trium Fontium a monacho novi
-monasterii Hoiensis interpolata</i>, ap. <span class="smcap">Pertz</span>, <i>SS.</i>, t. XXIII, pp. 774, 778.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note41">
-<p><span class="label"><a href="#tag41">41</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Speculum historiale</i>, l. XXV, capp. 98-101.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note42">
-<p><span class="label"><a href="#tag42">42</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Chronique rimée</i>, ap. Pertz, SS., t. XXVI, pp. 727-9.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note43">
-<p><span class="label"><a href="#tag43">43</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Chronicon pontificum et imperatorum</i>, ap. <span class="smcap">Pertz</span>, <i>SS.</i>, t. XXII,
-p. 432.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note44">
-<p><span class="label"><a href="#tag44">44</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Je ne sçai pourquoi aucuns se scandalisent de voir librement
-accuser la vie de quelque particulier prelat, quand il est connu
-et publicq; car ce jour là, et à S. Jean de Latran, et à l'église
-Sainte Croix en Jerusalem, je vis l'histoire escrite au long en lieu
-tres apparant, du Pape Silvestre second, qui est la plus injurieuse
-qui se puisse imaginer</i>. <span class="smcap">D'Ancona</span>, <i>L'Italia alla fine del secolo
-XVI. Giornale del viaggio di</i> <span class="smcap">Michele de Montaigne</span> <i>in Italia
-nel 1580 e 1581</i>, Città di Castello, 1889, p. 297.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note45">
-<p><span class="label"><a href="#tag45">45</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Roma, 1750, p. 78.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note46">
-<p><span class="label"><a href="#tag46">46</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Helmstadii, 1592, f. 128 r.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note47">
-<p><span class="label"><a href="#tag47">47</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lo reca, fra gli altri, il <span class="smcap">Gregorovius</span>, <i>Le tombe dei papi</i>
-(trad. dal tedesco), Roma, 1879, pp. 203-4.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note48">
-<p><span class="label"><a href="#tag48">48</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Secondo l'autore di certi <i>Flores temporum</i>, composti negli
-ultimi anni del secolo XIII, il sepolcro suda o rumoreggia
-quando il pontefice è morto. Ap. <span class="smcap">Pertz</span>, <i>SS.</i>, t. XXIV, p. 245.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note49">
-<p><span class="label"><a href="#tag49">49</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi, per esempio, gli <i>Annales Marbacenses</i> del secolo XIII,
-ap. <span class="smcap">Pertz</span>, <i>SS.</i>, t. XVII, p. 154.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note50">
-<p><span class="label"><a href="#tag50">50</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Alberico delle Tre Fontane</span>, Op. cit., p. 778.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note51">
-<p><span class="label"><a href="#tag51">51</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Historiarum</i> P. II, tit. XVI, cap. I, § 18.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note52">
-<p><span class="label"><a href="#tag52">52</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Chronicon minor</i>, ap. Pertz, SS., t. XXIV, p. 187.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note53">
-<p><span class="label"><a href="#tag53">53</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Historia pontificum romanorum</i>, ap. <span class="smcap">Muratori</span>, <i>SS</i>. t. IX,
-coll. 172-3.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note54">
-<p><span class="label"><a href="#tag54">54</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Chronica romanorum pontificum</i>, ap. <span class="smcap">Lami</span>, <i>Deliciae eruditorum</i>,
-t. II, pp. 162-83.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note55">
-<p><span class="label"><a href="#tag55">55</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Historia ecclesiastica</i>, l. XVIII, capp. 6-8, ap. <span class="smcap">Muratori</span>, SS.,
-t. XI, coll. 1049-50.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note56">
-<p><span class="label"><a href="#tag56">56</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Mare historiarum</i> (in massima parte ancora inedito), l. VIII,
-cap. 27. Ebbi copia del capitolo ove la leggenda è narrata dalla
-cortesia del signor A. Salmon, che la trasse dal cod. 4914 della
-Nazionale di Parigi.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note57">
-<p><span class="label"><a href="#tag57">57</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Il Pungilingua</i>, ediz. di Milano 1837, cap. XXX, pp. 264-5;
-<i>I Frutti della lingua</i>, ediz. di Milano, 1837, cap. XXXVII,
-pp. 343-4.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note58">
-<p><span class="label"><a href="#tag58">58</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Chronicon venetum</i>, lib. IX, cap. I, part. XXXIV, ap. <span class="smcap">Muratori</span>,
-SS., t. XII, col. 231.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note59">
-<p><span class="label"><a href="#tag59">59</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Flores historiarum</i>, Londra, 1570, pp. 383-5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note60">
-<p><span class="label"><a href="#tag60">60</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Catalogus pontificum romanorum</i>, ap. <span class="smcap">Mai</span>, <i>Spicilegium romanum</i>,
-t. VI, Roma, 1841, pp. 244-5. Il Mai non riferisce il
-racconto per intero.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note61">
-<p><span class="label"><a href="#tag61">61</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Opus super sapientiam Salomonis</i>, lect. CLXXXIX, ediz. di
-Basilea, 1506, f. 172 v.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note62">
-<p><span class="label"><a href="#tag62">62</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Reductorium morale</i>, Parigi, 1521, l. XIV, cap. 62.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note63">
-<p><span class="label"><a href="#tag63">63</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ap. <span class="smcap">Muratori</span>, <i>SS.</i>, t. III, P. 2ª, col. 336.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note64">
-<p><span class="label"><a href="#tag64">64</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Liber de rebus memorabilioribus</i>, Gottinga, 1859, pp. 86, 91-3.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note65">
-<p><span class="label"><a href="#tag65">65</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ly myreur des histors</i>, Bruxelles, 1869-80, t. IV, p. 205-6.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note66">
-<p><span class="label"><a href="#tag66">66</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ap. <span class="smcap">Labbe</span>, <i>Nova Bibliotheca manuscriptorum librorum</i>, t. I,
-p. 395.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note67">
-<p><span class="label"><a href="#tag67">67</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Islendzk Aeventyri. Isländische Legenden Novellen und Märchen
-herausgegeben von</i> <span class="smcap">Hugo Gering</span>, Halle a. S., 1882-4, v. I,
-pp. 47-9; v. II, pp. 32-3.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note68">
-<p><span class="label"><a href="#tag68">68</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Catalogus pontificum Mariani ut videtur</i>, ap. Pertz, SS.,
-t. XIII, p. 78.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note69">
-<p><span class="label"><a href="#tag69">69</a>.&nbsp;&nbsp;</span>In una parte scritta probabilmente prima del 1150; ap.
-<span class="smcap">Pertz</span>, <i>SS.</i>, t. XVI, p. 731.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note70">
-<p><span class="label"><a href="#tag70">70</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ap. <span class="smcap">Pertz</span>, <i>SS.</i>, t. V, p. 35.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note71">
-<p><span class="label"><a href="#tag71">71</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Romualdo Salernitano</span>, già cit.; <i>Historia Francorum senonensis</i>,
-ap. <span class="smcap">Pertz</span>, <i>SS.</i>, t. IX, p. 368; <i>Historia regum Francorum
-monasterii Sancti Dionysii</i>, ibid., p. 403, ecc.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note72">
-<p><span class="label"><a href="#tag72">72</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Annales Kamenzenses</i>, ap. Pertz, SS., t. XIX, p. 581; <i>Annales
-Cracovienses compilati</i>, ibid., p. 586; <i>Annales Polonorum</i>,
-ibid., pp. 618, 619; <i>Annales Sanctae Crucis polonici</i>, ibid., p. 678.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note73">
-<p><span class="label"><a href="#tag73">73</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pubblicato da <span class="smcap">C. Horstmann</span> nell'Anglia, v. I, 1878, pp. 67-85.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note74">
-<p><span class="label"><a href="#tag74">74</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Nikolaus Muffels</span> <i>Beschreibung der Stadt Rom. Bibliothek
-des litterarischen Vereins in Stuttgart</i>, CXXVIII, Tubinga, 1876,
-pp. 12-3, 35-6.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note75">
-<p><span class="label"><a href="#tag75">75</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Le grand parangon des nouvelles nouvelles</i>, nov. 37, ediz. di
-<span class="smcap">E. Mabille</span>, Parigi, 1869, pp. 161-3.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note76">
-<p><span class="label"><a href="#tag76">76</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Aeneae Sylvii</span> <i>postea</i> <span class="smcap">Pii II</span> <i>pontificis romani, commentariorum
-historicorum libri III de Concilio Basileensi</i>, Cattopoli,
-1667, p. 15.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note77">
-<p><span class="label"><a href="#tag77">77</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Eccolo:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Ne mirare Magum fatui quod inertia vulgi</p>
-<p class="i02"> Me (veri minime gnara) fuisse putat,</p>
-<p class="i01">Archimedis studium quod eram sophiaeque secutus</p>
-<p class="i02"> Tum cum magna fuit gloria scire nihil.</p>
-<p class="i01">Credebat magicum esse rudes sed busta loquuntur</p>
-<p class="i02"> Quam pius, integer et religiosus eram.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Qui si allude alla iscrizione posta da Sergio IV.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note78">
-<p><span class="label"><a href="#tag78">78</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De basilica et patriarchio Lateranensi</i>, Roma, 1656, pp. 75-6.</p>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span>
-</p>
-
-<h3 id="appont">APPENDICE
-<span class="smaller">ALCUNI TESTI DELLA LEGGENDA DI SILVESTRO II.</span></h3>
-</div>
-
-<h4>1.</h4>
-
-<p>
-<span class="smcap">Benone</span> (m. 1098), <i>Vita et gesta Hildebrandi</i>, ap. <span class="smcap">Wolf</span>,
-<i>Lectiones memorabiles</i>, Lavingae, 1600, t. I, p. 295.
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Theophilacto autem et Laurentio adhuc juvenibus, infecerat
-urbem iis maleficiis Gerbertus ille, de quo dictum est:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Transit ab R. Gerbertus ad R. post Papa viget R.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Et iste Gerbertus quidem paulo post completum millenarium,
-ascendens de abysso permissionis divinae, quatuor annis sedit,
-mutato nomine dictus Sylvester secundus. At per quae multos
-decepit, per eadem daemonum responsa deceptus, morte improvisa,
-Dei judicio, est interceptus. Hic responsum a suo daemone
-acceperat, se non moriturum nisi prius in Hierusalem missa ab
-eo celebrata. Hac ambage, hac nominis aequivocatione delusus,
-dum Palestinae civitatem Hierusalem praedictam sibi credit,
-Romae in ecclesia, quae vocatur Hierusalem missam faciens in
-die stationis, ibidem miserabili et horrida morte praeventus,
-inter ipsas mortis angustias supplicat, manus et linguam sibi
-abscindi, per quas sacrificando daemonibus, Deum inhonoravit.
-</p>
-</div>
-
-<h4>2.</h4>
-<p>
-<span class="smcap">Sigeberto Gemblacense</span> (m. 1112), <i>Chronographia</i>, ad
-a. 995 (ap. <span class="smcap">Pertz</span>, <i>Mon. Germ., Script.</i>, t. VI, p. 353).
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Gerbertus, qui et Silvester, Romanae ecclesiae 140<sup>us</sup> presidet,
-qui et ipse inter scientia litterarum claros egregie claruit.
-<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span>
-Quidam transito Silvestro Agapitum papam hoc in loco ponunt;
-quod non otiose factum esse creditur. Quia enim is Silvester
-non per ostium intrasse dicitur; — quippe qui a quibusdam
-etiam nichromantiae arguitur; de morte quoque eius non recte
-tractatur; a diabolo enim percussus dicitur obisse; quam rem
-nos in medio relinquimus; — a numero paparum exclusus videtur.
-Unde lector quaeso, ut et hic et alibi, si qua dissonantia
-te offenderit de nominibus vel annis vel temporibus paparum,
-non mihi imputes, qui non visa, sed audita vel lecta scribo.
-</p>
-</div>
-
-<h4>3.</h4>
-<p>
-<span class="smcap">Orderico Vital</span>, <i>Historia ecclesiastica</i>, l. I (ap. <span class="smcap">Pertz</span>,
-<i>Mon. Germ., Script.</i>, t. XXVI, pp. 11-12). Orderico
-scrisse la <i>Historia</i> fra il 1124 e il 1142.
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Gerbertus in divinis et secularibus libris eruditissimus fuit,
-et in sua scola famosos et sullimes discipulos habuit, Rodbertum
-scilicet regem et Leothericum Senonensem archiepiscopum, Remigium
-presulem Autisiodorensium, Haimonem atque Huboldum
-aliosque plurimos fulgentes in choro sophystarum. Remigius
-pontifex luculentam expositionem super missam edidit et artem
-vel editionem Donati gramatici utiliter exposuit. Haimo [p. 12]
-quoque sancti Pauli apostoli epistolas laudabiliter explanavit
-et alia multa de evangeliis aliisque sacris scripturis spiritualiter
-tractavit. Huboldus autem musicae artis peritus ad laudem
-Creatoris in ecclesia personuit et de sancta Trinitate dulcem
-historiam cecinit aliosque multos delectabiles cantus de Deo et
-sanctis eius composuit. Hos aliosque plures Gerbertus erudivit,
-quorum multiplex sequenti tempore scientia ecclesiae Dei plurimum
-profuit. Qui postquam de throno Remensi, quem illicite
-usurpaverat, depositus est, cum rubore et indignatione Galliam
-relinquens, ad Ottonem imperatorem profectus est; et tam ab
-ipso quam a populo ad praesulatum Ravennae electus est. Inde
-post aliquot annos ad sedem apostolicam translatus est, annoque
-dominicae incarnationis 999. Silvester papa sullimatus est.
-</p>
-
-<p>
-Fertur de illo, quod dum scolasticus esset, cum demone locutus
-fuerit et quid sibi futurum immineret inquisierit; a quo
-protinus ambiguum monadicon audivit:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Transit ab R Gerbertus ad R, post papa vigens R.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span>
-</p>
-
-<p>
-Versipellis oraculum tunc quidem ad intelligendum satis fuit
-obscurum, quod tamen postmodum manifeste videmus impletum.
-Gerbertus enim de Remensi kathedra transivit ad presulatum
-Ravennae ac postmodum papa factus est Romae.
-</p>
-</div>
-
-<h4>4.</h4>
-<p>
-<span class="smcap">Guglielmo di Malmesbury</span> (m. 1141), <i>De gestis regum
-anglorum</i>, l. II, capp. 167-72 (ap. <span class="smcap">Pertz</span>, <i>Mon. Germ.,
-Script.</i>, t. X, pp. 461-4).
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="center">
-167. <i>De Gerberto</i>.
-</p>
-
-<p>
-Decedente hoc Iohanne, successit Gregorius. Ei item Iohannes
-sextus decimus. De hoc sane Iohanne, qui et Gerbertus dictus
-est, non absurdum erit, ut opinor, si litteris mandemus quae
-per omnium ora volitant. Ex Gallia natus, monachus a puero
-apud Floriacum adolevit; mox cum Pitagoricum bivium attigisset,
-seu taedio monachatus seu gloriae cupiditate captus, nocte
-profugit Hispaniam, animo precipue intendens ut astrologiam
-et ceteras id genus artes a Sarracenis edisceret. Hispania, olim
-multis annis a Romanis possessa, tempore Honorii imperatoris
-in ius Gothorum concesserat. Gothi usque ad tempora beati Gregorii
-Arriani, tunc per Leandrum episcopum Hispalis et per Ricaredum
-regem, fratrem Herminigildi, quem pater nocte paschali
-pro fidei confessione interfecerat, catholico choro uniti sunt.
-Successit Leandro Isidorus, doctrina et sanctitate nobilis, cuius
-corpus nostra aetate Aldefonsus rex Galatiae Toletum transtulit,
-ad pondus auro comparatum. Sarraceni enim, qui Gothos subiugarant,
-ipsi quoque a Karolo Magno victi, Galatiam et Lusitaniam,
-maximas Hispaniae provincias, amiserunt. Possident
-usque hodie superiores regiones. Et sicut christiani Toletum,
-ita ipsi Hispalim, quam Sibiliam vulgariter vocant, caput regni
-habent, divinationibus et incantationibus more gentis familiari
-studentes. Ad hos igitur, ut dixi, Gerbertus perveniens, desiderio
-satisfecit. Ibi vicit scientia Ptholomeum in astrolabio,
-Alandraeum in astrorum interstitio, Iulium Firmicum in fato.
-Ibi quid cantus et volatus avium portendant didicit, ibi excire
-tenues ex inferno figuras, ibi postremo quicquid vel noxium,
-<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span>
-vel salubre curiositas humana deprehendit. Nam de licitis artibus,
-arithmetica, musica et astronomia et geometria, nihil
-attinet dicere; quas ita ebibit, ut inferiores ingenio suo ostenderet
-et magna industria revocaret in Galliam omnino ibi iam
-pridem obsoletas. Abacum certe primus a Sarracenis rapiens,
-regulas dedit quae a sudantibus abacistis vix intelliguntur.
-Hospitabatur apud quendam sectae illius philosophum, quem
-multis primo expensis, post etiam promissis, demerebatur. Nec
-deerat Sarracenus qui scientiam venditaret; assidere frequenter,
-nunc de seriis, nunc de nugis colloqui, libros ad scribendum
-praebere. Unus erat codex, totius artis conscius, quem nullo
-modo elicere poterat. Ardebat contra Gerbertus librum quoquo
-modo ancillari. <i>Semper enim in vetitum nitimur, et quicquid negatur
-pretiosius putatur</i>. Ad preces ergo conversus, orare per
-Deum, per amicitiam, multa offerre, plura polliceri. Ubi id
-parum procedit, nocturnas insidias temptat. Ita hominem, connivente
-etiam filia, cum qua assiduitas familiaritatem paraverat,
-vino invadens, volumen sub cervicali positum abripuit, et fugit.
-Ille somno excussus, indicio stellarum, qua peritus erat arte,
-insequitur fugitantem. Profugus quoque respiciens, eademque
-scientia periculum comperiens, sub ponte ligneo, qui proximus,
-se occulit; pendulus et pontem amplectens, ut nec aquam nec
-terram tangeret. Ita [p. 462] quaerentis aviditas frustrata, domum
-revertit. Tum Gerbertus viam celerans, devenit ad mare. Ibi
-per incantationes diabolo accersito, perpetuum paciscitur hominium,
-si se, ab illo qui denuo insequebatur defensatum, ultra
-pelagus eveheret. Et factum est. Sed haec vulgariter ficta crediderit
-aliquis, quod soleat populus litteratorum famam laedere,
-dicens illum loqui cum demone quem in aliquo viderint excellentem
-opere. Unde Boetius in libro de Consolatione Philosophiae
-queritur, se propter studium sapientiae de talibus notatum,
-quasi conscientiam suam sacrilegio polluiset ob ambitum
-dignitatis. <i>Non conveniebat</i>, inquit, <i>vilissimorum me spirituum
-praesidia captare, quem tu in hanc excellentiam componebas, ut
-consimilem Deo faceres. Atqui hoc ipso videmur affines maleficio,
-quod tuis imbuti disciplinis, tuis instituti moribus sumus</i>. Haec
-Boetius. Mihi vero fidem facit de istius sacrilegio inaudita mortis
-excogitatio. Cur enim se moriens, ut postea dicemus, excarnificaret
-ipse sui corporis horrendus lanista, nisi novi sceleris
-<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span>
-conscius esset? Unde in vetusto volumine, quod in manus meas
-incidit, ubi omnium apostolicorum nomina continebantur et
-anni, ita scriptum vidi: «Iohannes qui et Gerbertus, menses
-decem. Hic turpiter vitam suam finivit».
-</p>
-
-<p class="center">
-168. <i>De discipulis Gerberti</i>.
-</p>
-
-<p>
-Gerbertus Galliam repatrians, publicasque scholas professus,
-arcem magisterii attigit. Habebat conphilosophos et studiorum
-socios Constantinum abbatem monasterii sancti Maximini, quod
-est iuxta Aurelianis, ad quem edidit regulas de abaco; Adelboldum
-episcopum, ut dicunt, Winterburgensem, qui et ipse
-ingenii sui monimenta dedit in epistola quam facit ad Gerbertum
-de quaestione diametri super Macrobium et in nonnullis
-aliis. Habuit discipulos praedicandae indolis et prosapiae nobilis,
-Rodbertum filium Hugonis cognomento Capet, Otonem
-filium imperatoris Otonis. Rodbertus, postea rex Franciae, magistro
-vicem reddidit, et archiepiscopum Remensem fecit.
-Extant apud illam ecclesiam doctrinae ipsius documenta: horologium
-arte mechanica compositum, organa hydraulica, ubi
-mirum in modum per aquae calefactae violentiam ventus
-emergens implet concavitatem barbiti et per multiforatiles
-tractus aereae fistulae modulatos clamores emittunt. Et erat
-ipse rex in ecclesiasticis cantibus non mediocriter doctus; et
-tum in his tum in ceteris multum ecclesiae profuit. Denique
-pulcherrimam sequentiam <i>Sancti Spiritus assit nobis gratia</i>, et
-responsorium <i>O Iuda et Ierusalem</i> contexuit, et alia plura, quae
-non me pigeret dicere, si non alios pigeret audire. Otho, post
-patrem imperator Italiae, Gerbertum archiepiscopum Ravennatem
-et mox papam Romanum creavit. Urgebat ipse fortunas
-suas, fautore diabolo, ut nihil quod semel excogitasset imperfectum
-relinqueret. Denique thesauros olim a gentibus defossos,
-arte nigromantiae molibus eruderatis inventos, cupiditatibus
-suis implicuit. Adeo improborum vilis in Deum affectus et eius
-abutuntur patientia, quos ipse mallet redire quam perire. Sed
-reperit tandem ubi magister suus haereret, et, ut dici solet,
-quasi cornix cornicis oculos effoderet, dum pari arte temptamentis
-eius occurreret.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span>
-</p>
-
-<p class="center">
-169. <i>Quomodo Gerbertus thesauros Octoviani invenit</i>.
-</p>
-
-<p>
-Erat iuxta Romam in Campo Martio statua, aerea an ferrea
-incertum mihi, dextrae manus indicem digitum extentum habens,
-scriptum quoque in capite: <i>Hic percute</i>. Quod superioris aevi
-homines ita intelligendum rati quasi ibi thesaurum invenirent,
-multis securium ictibus innocentem statuam laniaverant. Sed
-illorum Gerbertus redarguit errorem, longe aliter ambiguitate
-absoluta. Namque meridie, sole in centro existente, notans quo
-protenderetur umbra digiti, ibi palum figit. Mox superveniente
-nocte, solo cubiculario laternam portante comitatus, eo contendit.
-Ibi terra solitis artibus dehiscens, latum ingredientibus
-patefecit introitum. Conspicantur ingentem regiam, aureos parietes,
-aurea lacunaria, aurea omnia, milites aureos aureis tesseris
-quasi animum oblectantes, regem metallicum cum regina
-discumbentem, apposita obsonia, astantes ministros, pateras
-multi ponderis [p. 463] et pretii, ubi naturam vincebat opus.
-In interiori parte domus carbunculus, lapis inprimis nobilis et
-parvus inventu tenebras noctis fugabat. In contrario angulo
-stabat puer, arcum tenens, extento nervo et harundine intenta.
-Ita in omnibus, cum oculos spectantium ars pretiosa raptaret,
-nihil erat quod posset tangi etsi posset videri. Continuo enim
-ut quis manum ad contingendum aptaret, videbantur omnes illae
-imagines prosilire et impetum in praesumptorem facere. Quo
-timore pressus Gerbertus, ambitum suum fregit. Sed non abstinuit
-cubicularius, quin mirabilis artificii cultellum, quem
-mensae impositum videret, abriperet, arbitratus scilicet in tanta
-praeda parvum latrocinium posse latere. Verum mox omnibus
-imaginibus cum fremitu exsurgentibus, puer quoque, emissa
-harundine in carbunculum, tenebras induxit. Et nisi ille monitu
-domini cultellum reicere accelerasset, graves ambo poenas dedissent.
-Sic insatiata cupiditatis voragine, laterna gressus ducente,
-discessum. Talia illum adversis praestigiis machinatum
-fuisse, constans vulgi opinio est. Veruntamen si quis verum
-diligenter exsculpat, videbit nec Salomonem, cui Deus ipse dederit
-sapientiam, huiusce inscium commenti fuisse — ut enim
-Iosephus auctor est, thesauros multos cum patre defodit in loculis,
-<i>qui erant</i>, inquit, <i>mechanico modo reconditi sub terra</i> — nec
-<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span>
-Hircanum, prophetia et fortitudine clarum, qui, ut obsidionis
-levaret iniuriam, de David sepulchro tria milia talenta
-auri arte mechanica eruit, ut obsessori partem enumeraret, parte
-xenodochia construeret. At vere Herodes, qui magis presumptione
-quam consilio idem aggredi voluerit, multos ex satellitibus,
-igne ex interiori parte prodeunte, amiserit. Praeterea cum audio
-dominum Iesum dicentem: Pater meus usque modo operatur,
-et ego operor, credo quod qui dederit Salomoni virtutem super
-demones, ut idem historiographus testatur, adeo ut dicat etiam
-suo tempore fuisse viros qui illos ab obsessis corporibus expellerent,
-apposito naribus patientis anulo habente sigillum a Salomone
-monstratum: credo, inquam, quod et isti hanc scientiam
-dare potuerit, nec tamen affirmo quod dederit.
-</p>
-
-<p class="center">
-170. <i>Quomodo quidam thesauros Octoviani quaesierunt.</i>
-</p>
-
-<p class="dots">················</p>
-
-<p class="center">
-[p. 464] 171. <i>De aniculis quae iuvenem asinum videri fecerunt.</i>
-</p>
-
-<p class="dots">················</p>
-
-<p class="center">
-172. <i>De capite statuae loquentis</i>.
-</p>
-
-<p>
-Haec Aquitannici verba ideo inserui, ne cui mirum videatur
-quod de Gerberto fama dispersit: fudisse sibi statuae caput,
-certa inspectione syderum, cum videlicet omnes planetae exordia
-cursus sui meditarentur, quod non nisi interrogatum loqueretur,
-sed verum vel affirmative vel negative pronunciaret. Verbi gratia
-diceret Gerbertus: Ero apostolicus? responderet statua: Etiam —:
-Moriar antequam cantem missam in Jerusalem? Non. Quo illum
-ambiguo deceptum ferunt, ut nihil excogitaret poenitentiae, qui
-animo blandiretur suo de longo tempore vitae. Quando enim
-Ierosolymam ire deliberaret, ut mortem stimularet? Nec providit
-quod est Romae ecclesia Ierusalem dicta, id est Visio
-pacis; quia quicumque illuc confugerit, cuiuscumque criminis
-obnoxius, subsidium invenit. Hanc in ipsius Urbis rudimentis
-Asylum accepimus dictam, quod ibi Romulus, ut augeret civium
-numerum, statuisset omnium reorum refugium. Ibi cantat missam
-papa tribus dominicis quibus praetitulatur Statio ad Ierusalem.
-<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span>
-Quocirca cum uno illorum dierum Gerbertus ad missam se pararet,
-invaletudinis ictus ingemuit, eademque crescente decubuit:
-consulta statua, deceptionem et mortem suam cognovit. Advocatis
-igitur cardinalibus, diu facinora sua deploravit. Quibus
-inopinato stupore nec aliquid referre valentibus, ille insaniens
-et prae dolore ratione hebetata, minutatim se dilaniari et membratim
-foras proici iussit: <i>Habeat</i>, inquiens, <i>membrorum officium
-qui eorum quaesivit hominium; namque animus meus nunquam
-illud adamavit sacramentum, immo sacrilegium</i>.
-</p>
-</div>
-
-<h4>5.</h4>
-<p>
-<i>Cronaca detta</i> di <span class="smcap">Guglielmo Godell</span>, l. III (ap. <span class="smcap">Pertz</span>,
-<i>Mon. Germ., Script.</i>, t. XXVI, p. 196). L'autore, ignoto,
-era, per sua stessa dichiarazione, assai giovane nel 1144:
-visse sin dopo il 1173.
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Iohannes vero XVI. papa Romanus post 10 menses lacrimabiliter
-satis vitam finivit. Succedit ei Silvester papa annis 4
-et mensibus 5. Hunc dicunt quidam Gerbertum fuisse; quod
-utrum verum sit, certum non habeo. Fertur enim de Gerberto
-hoc, quod fuerit primo monachus Sancti Benedicti Floriacensis;
-sed quia nimis cupidus honoris et temporalis proprietatis, ut
-dicunt, fuit, deceptus a demone adeo fertur, ut hosti antiquo
-homonagium faceret, quatinus per eius potestatem ad libitum
-suum voti sui compos efficeretur. Loquebatur etenim cum eo
-hostis ipse, et ille eius obsequiis insistere non verebatur.
-Huiusmodi pessimo federe inito, explevit ei pro voto que poscebat;
-et licet exterius pareret, intro quam sublimis efficiebatur,
-videlicet quia regibus servierat et ab eis talem gratiam
-fuerat nactus, permittente tamen Domino, qui de nostris malis
-solus novit operari meliora. Ceterum adeo factus est miser ille,
-ut ab hoste expeteret et hosti ascriberet, quod, etsi hostis suggestione
-et placita voluntate acceleratum est, non tamen nisi
-Dei voluntate vel permissione illi ad effectum perductum. Primo
-itaque Remensis archiepiscopus, secundo Ravennensis archipresul,
-postremo urbis Rome papa effectus est. Inter hec interrogans
-hostem de fine suo, responsum ab eo accepit, quod
-non esset moriturus, donec in Ierusalem celebraret mysteria
-divina. Quod cecus papa audiens, gavisus est, reputans apud
-<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span>
-se, tam longe se esse a fine suo, quam se sentiebat longe ab
-huiusmodi peregrinationis voto ac voluntate. Post hec proxima
-mediante quadragesima ex more pape missam celebrans in palatio
-Constantini, in capella que dicitur Ierusalem, subito intra
-sacra mysteria sibi adesse sentiens mortem, suspiravit et ingemuit;
-et licet nequissimus et sceleratissimus, seram non
-credens in vita hac penitentiam, speravit et promeruit veniam.
-Precepitque, ut dicunt, se particulatim detruncari, ut temporali
-supplicio extingueret dolores eternos. Factum est ut imperavit,
-et Deus, ut promiserat penitenti veraciter veniam non negavit.
-Sepultus ergo Rome est, et super eum huiusmodi epitaphium
-inditum:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Scandit ab R Gerbertus ad R post papa vigens R.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Huius vero nunc antistitis sepulcrum fertur tale indicium de
-Romani pontificis morte conferre, ut paululum, antequam ipsius
-instet finis, tantam de se humoris inundantiam effundat, ut in
-circuitu sui lutum faciat. Si vero cardinalis aliquis vel persona
-quelibet magna in cetu clericorum summe sedis migrare per
-mortem debet, super se sepulchrum tantum aque emittat, ut
-irrigari videatur. Hec de prefato Gerberto papa ab aliis audivi;
-utrum vero sint subnixa veritate, lectoris arbitrio inquirenda
-derelinquo.
-</p>
-</div>
-
-<h4>6.</h4>
-
-<p>
-<span class="smcap">Anonimo</span> (XII o XIII secolo). Testo pubblicato dal <span class="smcap">Mone</span> di
-su un codice di Heidelberg, negli <i>Anzeiger für Kunde
-des deutschen Mittelalters</i>, anno 1833, coll. 188-9.
-</p>
-
-<p class="pad2 center">
-<i>Surgit ab R. Gerbertus ad R., fit papa potens R.</i>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Ortus Remensis praeclaris moenibus urbis</p>
-<p class="i01">illic Gerbertus libris datur erudiendus;</p>
-<p class="i01">discere non potuit et ob hoc trepidando refugit.</p>
-<p class="i01">Ut silvas iniit, Sathanas huic obvius ivit:</p>
-<p class="i01">«quid Gerberte fugis? vel quo tam concite vadis?» <span class='linenum'>5</span></p>
-<p class="i01">«Discere non possum», dixit, «fugioque magistrum».</p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span></p>
-<p class="i01">«Heus, ait ille, mihi si vis tantum modo subdi,</p>
-<p class="i01">ne quis Gerberto sit doctior en ego faxo».</p>
-<p class="i01">Annuit his ille, secum subit abdita silvae,</p>
-<p class="i01">sedulo quem docuit, cunctos precellere fecit. <span class='linenum'>10</span></p>
-<p class="i01">Silvas linquentem post haec scolas repetentem</p>
-<p class="i01">doctor derisit: «rufus es, hinc perfidus! inquit».</p>
-<p class="i01">Ille refert: «nigrum simulas tu valde tyrannum».</p>
-<p class="i01">Respondet: «magro similem te vinco tyranno».</p>
-<p class="i01">Disceptant ambo de libris tempore longo, <span class='linenum'>15</span></p>
-<p class="i01">confundit victum Gerbertus et ipse magistrum;</p>
-<p class="i01">mox urbem liquit, Sathanan consultat et infit:</p>
-<p class="i01">«Heus pedagoge, virum mihi nunc ostende peritum,</p>
-<p class="i01">cum quo scripturis possim confligere divis».</p>
-<p class="i01">Dixit daemon: «ini Ravennam concite, fili, <span class='linenum'>20</span></p>
-<p class="i01">pontificem clarum libris cernes ibi gnarum».</p>
-<p class="i01">Pergit et aggreditur conflictu denique justum,</p>
-<p class="i01">qui cito Gerbertum jussit discedere victum.</p>
-<p class="i01">Hinc rediit moestus, huic narrat et haec furibundus.</p>
-<p class="i01">Tum docuit talem, quae dicitur abacus artem, <span class='linenum'>25</span></p>
-<p class="i01">in tabulam scripsit Ravennam ferreque jussit.</p>
-<p class="i01">Haec cum legisset, nescire pudebat et inquit:</p>
-<p class="i01">«sit mihi quaeso trium dilatio, posco, dierum».</p>
-<p class="i01">Ibat Gerbertus, sacer est, dominumque precatur:</p>
-<p class="i01">«si venit de te mihi res, deus optime, pande, <span class='linenum'>30</span></p>
-<p class="i01">sin autem, nunquam Gerbertum fac rogo cernam».</p>
-<p class="i01">Praesul migravit, Gerbertus dum remeavit,</p>
-<p class="i01">sedem Ravennae mox praesul suscipit ille.</p>
-<p class="i01">Post haec Romanam possedit papa cathedram.</p>
-<p class="i01">Debeat hic Zabulum consultat vivere quantum. <span class='linenum'>35</span></p>
-<p class="i01">«Ut cantes inibi, Solimam venies,» ait illi.</p>
-<p class="i01">Est statio Solimam vocat hanc populusque.</p>
-<p class="i01">In xlmae medio missam celebrante</p>
-<p class="i01">Gerberto dirum dixisse ferunt inimicum:</p>
-<p class="i01">«nolis sive velis, Gerberte, cito morieris, <span class='linenum'>40</span></p>
-<p class="i01">sic venies ad me tua te merces manet ex me».</p>
-<p class="i01">«Fraus tua jam magna, Gerbertus ait, patet, illa,</p>
-<p class="i01">qua genus humanum capiebas et protoplastum;</p>
-<p class="i01">dum Solimam dire me dixisti prius ire,</p>
-<p class="i01">daemon ades vere nequaquam falleris a me». <span class='linenum'>45</span></p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span></p>
-<p class="i01">Advocat hic populum cunctum vel in ordine clerum,</p>
-<p class="i01">rem pandit cunctis veniam deposcit ab illis.</p>
-</div></div>
-
-<h4>7.</h4>
-
-<p>
-<span class="smcap">Gualtiero Map</span>, <i>De Nugis Curialium</i>, dist. IV, cap. 11
-(ap. <span class="smcap">Pertz</span>, <i>Mon. Germ., Script.</i>, t. XXVII, pp. 70-2).
-Gualtiero nacque, sembra, fra il 1135 e il 1140; morì
-nei primi anni del sec. XIII.
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="center">
-<i>De fantastica decepcione Gerberti.</i>
-</p>
-
-<p>
-Quis fantasticam famosi nescit illusionem Gerberti? Gerbertus,
-a Burgundia, puer genere, moribus et fama nobilis, Remis id
-agebat intentus, ut tam indigenas quam adventicios pectore
-vinceret et ore scolares, et obtinuit. Erat autem ea tempestate
-filia prepositi Remensis quasi speculum et admiratio civitatis,
-in quam omnium intendebant suspiria, votis hominum et desiderio
-dives. Egreditur, videt, admiratur, cupit, et alloquitur;
-audit et allicitur; haurit ab apotheca Scille furorem, et a matre
-Morphoseos edoctus, oblivisci morem suo non abnegat veneno,
-cuius virtute degenerat in asinum, ad onera fortis, ad verbera
-durus, ad opera deses, ad operas ineptus, in omni semper miseria
-petulcus. Non ei sentitur inflicta calamitas, non eum castigationum
-flagella movent, torpens ad strenuitates, impromptus
-ad argutias; incircumspecte iugiter inhiat impetigini, suppliciter
-petit, acriter instat, obstinate perdurat, et obtuso per
-improbitatem mentis acumine, certa desperatione torquetur, et
-ab animi tranquillitate decidens, conturbato se et extra modum
-posito, rem moderari vel statui suo provideri non potest. Depereunt
-igitur res; oneratur debitis, subicitur usuris, derelinquitur
-a servis, vitatur ab amicis, et substantia denique
-penitus direpta, domi solus residet, sui negligens, hirtus et squalidus,
-horridus et incultus, una tamen felix miseria, ultima
-scilicet egestate, que ipsum a principe miseriarum absoluit
-amore, que sui memoria non sinit eius reminisci. Hec tua sunt,
-Dyane, tam dolorosa quam dolosa dispendia, que pro tue militie
-stipendiis tuis impendis equitibus, ut a te circa finem
-ridiculi reddantur palamque confusi, sive tuis doloribus cunctis
-<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span>
-habeantur ostentui. Miser hic, de quo nobis sermo, paupertate
-magistra, solutus ab hamo Veneris, ingratus est ei, que solvit,
-quia que preterierunt angustie faciles videntur comparate presentibus,
-dignamque dicit inediam mercede leonis, qui damulam
-lupis aufert, ut eam devoret.
-</p>
-
-<p>
-Exit una dierum Gerbertus civitatem hora meridiana quasi
-spaciatum, et fame torquebatur ad luctum, et totus extra se
-pedetentim longe defertur in nemus, et in saltum deveniens,
-feminam ibi reperit inaudite pulcritudinis, maximo insedentem
-panno serico, habentem coram positum maximum denariorum
-acervum. Subtrahit ergo pedem furtim, ut effugiat, fantasma
-sive prestigium timens. At illa, ipsum ex nomine vocans, confidere
-iubet et, quasi miserta eius, pecuniam ei presentem et
-quantam desiderare potest divitiarum copiam spondet, dummodo
-filiam prepositi, que ipsum tam insolenter spreverat,
-dedignetur et sibi non tanquam domine vel maiori, sed tanquam
-pari et amice velit adherere, adiciens: «Meridiana vocor,
-et generosissimo producta stemmate, id semper summopere
-curavi, ut michi parem omnimodi invenirem, qui mee virginitatis
-primos decerpere flores dignus haberetur, nec quemquam
-repperi, qui non in aliquo michi dissideret, usque ad te. Unde
-quia michi per omnia places, ne differas omnem suscipere felicitatem,
-quam tibi de celo pluit Altissimus, cuius ego creatura
-sum ut tu. Quoniam, nisi iustas extorseris iras a me, beatus es
-omni rerum et status opulentia, tantum cum mea reflorueris ad
-plenum diligentia, eadem ipsam superbiam repellas, quae te
-ipsa miserabilem fecit. Scio enim, quod penitebit eam et revertetur
-ad spreta, si liceat. Si tuos odisset instinctu castitatis
-amores, in tua meruisset gratiam victoria. Sed id solum in
-causa fuit, ut, te, qui omnium iudicio super omnes eras amabilis,
-insolenter abiecto, sine suspicione faveret aliis, falsoque
-Minerve peplo velavit Affroditem, et sub tue pretextu repulse
-in suam alii divaricationem appulerunt. Proh dolor! expulsa
-Pallade, tegitur sub egide Gorgon, et tua manifesta confusio
-dedit umbraculum lupe spurciciis, quam si digne semper dixeris
-tuis indignam amplexibus, precelsum te faciam in omnibus
-excelsis terre. Times forsitan illudi et succubi demonis in me
-vitare tendis argutias. Frustra. Nam illi, quos metuis, cavent
-similiter hominum fallacias et, non, nisi data [p. 71] fide vel
-<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span>
-alia securitate, se credunt alicui et nichil preter peccatum ab
-eis referunt, qui falluntur. Nam si quando, quod raro fit, vel
-successus vel opes afferunt, aut tam inutiliter et tam vane
-transeunt, ut nichil sint aut in cruciatum cedunt et perniciem
-deceptorum. Ego autem nullam a te expecto securitatem, mores
-tue sinceritatis edocta plenissime. Nec secura contendo fieri,
-sed te securum facere. Ego tibi cuncta libens expono et volo
-tecum hec deferas antequam coeamus; et sepe revertaris ad
-plura tollenda, donec universo debito soluto, probaveris, fantasticam
-non esse pecuniam, et non timeas veri amoris impendiis
-iustas rependere vices. Amari cupio, non dominari nec
-etiam tibi parificari, sed ancilla fieri. Nichil in me reperies,
-quod non sentias amorem sapere. Nullum adversitatis in me
-signum deprehendere poterunt vera indicta». Hec et similia
-multa Marianna, cum non oporteret. Avidus enim oblatorum,
-Gerbertus fere mediis eam rapit sermonibus ad annuendum,
-anxius paupertatis evadere copiosus et velox venustissimum
-Veneris periculum inire. Supplex igitur omnia spondet, fidem
-offert et, quod non petitur, iuramentum, oscula iungit, salvo
-pudoris reliquo tactu.
-</p>
-
-<p>
-Redit honustus Gerbertus, nuncios advenisse creditoribus
-fingit et lente, ne thesauros invenisse videatur, se debitis exhonerat.
-Porro iam liber et Marianne muneribus habundus, supellectile
-ditatur, familia crescit, vestium mutatoriis et ere
-cumulatur, cibariis et potu stabilitur, ut sit eius in Remis copia
-similis glorie Salomonis in Ierusalem et lecti secura letitia non
-minor, licet ille fuit multarum, hic unius amator. Singulis ab
-ipsa, que preteritorum habebat scientiam, docetur noctibus quid
-in die sit agendum. Hec sunt noctes admiratissimi Nume, quibus
-Romani fingebant sacrificia fieri, colloquia deorum ascisci, cum
-unicam coleret, cui nocturno studio sudabat occulte sapientiam.
-Duplici proficit doctrina Gerbertus, thori et scole, et ad summa
-fame propugnacula triumphat in gloria; nec minus eum promovet
-lectio lectoris in studio quam lectricis in lecto. Huius
-in rebus agendis ad summam gloriam, illius adiuventis ex
-artibus ad illuminationem in modico fit impar omnibus, universos
-excedit, fit panis esurientium, vestis egentium et omnis
-oppressionis prompta redempcio; et non est civitas, cui non sit
-invidiosa Remis.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span>
-</p>
-
-<p>
-Audiens hec et videns filia Babilonis misera, que per superbiam
-ipsum in vallem redegerat, consuetos expectat auribus
-arrectis nuncios moramque miratur et arguit, et se tandem
-spretam intelligens, quos fastidiosa repulerat, tum primo concipit
-ignes. Iam vivit lautius et cultius incedit et ipsi verecundius
-obviat et reverentius loquitur, et se per omnia delapsam
-in viteperium sentiens et abiectionem, eo bibit cifo rancorem
-animi, quo propinaverat amatori suo furorem. Frenum igitur
-arripit amens et, quo lora flectant aut retrahant, non curat, sed
-quibus impetitur calcaribus, toto facit obedientiam cursu et,
-quibuscunque modis ipsam ille tentaverat, id est omnibus,
-ipsum aduncare conatur. Sed frustra fiunt insidie, tenduntur
-retia, iaciuntur hami. Nam odii veteris ultor et novi adulator
-amoris ei quicquid dare solet dilectio negat, quicquid odium
-infligere iaculatur. Exinanitis ergo conatibus, augmentatur
-in amentiam amor, sensumque doloris excedit acerbitas et,
-sicut medicinam membrorum stupor non admittat, sic animus
-exhauste spei solatia non sentit. Excitat eam tandem, quasi
-mortuam suscitat anus vicina Gerberti et ipsum a tugurio suo
-per foramen ostendit deambulantem in medio modico pomerio
-in fervore diei post cenam solum, quem etiam post pusillum
-decumbere sub umbra vident esculi tortulose sopitumque quiescere.
-At non illa quiescit, sed, pallio reiecto, sola camisia vestita,
-sub ipsius se clamide totam toti coniungit capiteque
-velato ipsum osculis et amplexibus excitat. A vinolento et saturo
-leviter optinet quod quesierat; in unum enim Veneris
-estum convenerant iuventutis et temporis, ciborum et vini
-fervor. Sic nimirum semper assurgunt Veneri Phebus et Pan,
-Ceres et Bacus, a quorum ubique conventu celebri Pallas excluditur.
-Instat illa complexibus et osculis et tacita verborum
-adulari blanditie, donec ille Marianne memor, pudore confusus
-et non modico timore trepidus, eam tamen verecunde vitare
-volens, sub redeundi promisso recedit et in nemore solito a
-pedibus Meridiane veniam petit erratui. Illa diu despicit insolenter
-et tandem eius hominium ad securitatem, quia deliquerat,
-poscit et optinet et in eius perseverat tutus obsequio.
-</p>
-
-<p>
-Contigit interea archiepiscopum Remensem in fata cedere et
-Gerbertum fame sue meritis incathedrari. Deinceps etiam suscepti
-negotium honoris exsequens, dum Rome moram faceret,
-<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span>
-fit a domino papa cardinalis et archiepiscopus Ravennas et
-post pauca, defuncto papa [p. 72], sedis illius electione publica
-gradum ascendit. Et toto sacerdotii sui tempore confecto sacramento
-corporis et sanguinis dominici non gustabat ob timorem
-vel ob reverentiam et cautissimo furto, quod non agebatur
-simulabat. Apparuit autem ei Meridiana anno sui papatus ultimo,
-designans ei vite securitatem, donec Ierosolimis missam celebrasset,
-quod Rome commorans pro voto suo cavere putabat.
-Contigit autem ipsum ibi celebrare, ubi asserem illum aiunt
-depositum, quem Pilatus summitati crucis dominice titulo sue
-passionis inscriptum affixerat, que quidem ecclesia usque in
-hodiernum diem Ierusalem dicitur, et ecce! sibi ex opposito
-applaudebat Meridiana quasi de adventu suo proximo ad ipsam
-gavisura. Qua visa et intellecta, nomenque loci edoctus, cardinales
-omnes, clerum et populum convocat, publice confitetur
-nec aliquem totius vite sue nevum irrelevatum observat. Statuit
-etiam, ut deinceps contra clerum et populum in facie omnium
-fieret consecratio. Unde multi altari celebrant interposito, dominus
-autem papa percipit facie ad faciem omnium sedens. Gerbertus
-modicum vite sue residuum assidua et acerrima penitentia
-sincere beavit et in bona confessione decessit. Sepultus est
-autem in ecclesia beati Iohannis Laterani in mausoleo marmoreo,
-quod igitur sudat, sed non adunantur in rivum gutte,
-nisi mortem alicuius divitis Romani prophetantes. Aiunt enim,
-quod, cum imminet domino pape migratio, rivus in terram
-defluit; cum alicui magnatum, usque ad tertiam vel quartam
-vel quintam partem emanat, quasi cuiusque dignitatem arto
-designans vel ampliori fluento. Licet autem Gerbertus avaricie
-causa glutino diaboli diutissime detentus fuerit, magnifice tamen
-in manu forti Romanam rexit ecclesiam, a cuius, ut dicitur,
-possessionibus omnium successorum suorum temporibus aliquit
-defluxit.
-</p>
-</div>
-
-<h4>8.</h4>
-
-<p>
-<i>Chronica Albrici monachi Trium Fontium a monacho
-novi monasterii Hoiensis interpolata</i> (ap. <span class="smcap">Pertz</span>, <i>Mon.
-Germ., Script.</i>, t. XXIII, pp. 774, 778.) Alberico scriveva
-negli anni intorno al 1280; l'interpolatore (che
-poche cose aggiunse) prima del 1295.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span>
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Guido: Bis igitur in regno Francie iam mutata regali serie,
-fit regum tertio nova successio de Hugonis Magni progenie.
-Nam Clodovei primo Pipinus Karoli Magni pater a sceptris
-amovit heredes. Secundo dux Hugo Karoli Magni sobolem extirpavit
-a regni solio, quod sibi suoque generi confirmavit. Venerat
-et gratiam magnam apud ipsum invenerat ille peritus
-artium et famosus ingenii subtilitate Gerbertus, qui in Gallia
-Remis ut dicitur natus, monachus a puero apud Floriacum
-adolevit, mox in Hyspaniam profugiens, ut astrologiam a Sarracenis
-disceret, et desiderio satisfecit. Ibi liberales artes ita
-ebibit, quod eas industria magna revocaret in Galliam, omnino
-ibidem pridem obsoletas. Abbacum certe primus a Sarracenis
-rapuit, et regulas dedit que a sudantibus abbacistis vix intelliguntur.
-Ibi quid cantus et volatus avium portendat edidicit,
-ibi etiam excire tenues ex inferno figuras, ibi quidquid noxium
-vel salubre curiositas humana scrutabatur, deprehendit. Unus
-erat codex magistri sui totius artis conscius, quem sub eius
-cervicali positum nocte rapuit et aufugit. Profugus ergo respiciens
-eadem peritia, qua persequebatur eum magister suus,
-sub ponte ligneo, qui proximus erat, se pendulus occulit, pontem
-amplectens, ut nec aquam nec terram tangeret. Ita querentis
-aviditate frustrata devenit ad mare. Ibi per incantationem dyabolo
-accersito perpetuum illi paciscitur hominium, si se a persequente
-ultra pelagus eveheret defensatum; et ita factum est.
-Inde cum redisset in Franciam et arcem in doctrina teneret
-artium, quia regis Hugonis filium Robertum liberalibus disciplinis
-instruxit; idem rex eum in sedem Remensis ecclesie irreverenter,
-ut postea dicetur, intrusit [p. 774].
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ex relatione Guidonis et Guilelmi: Gerbertus, qui et Silvester
-papa, de quo premisimus, fuderat sibi caput certa inspectione
-siderum, quod non nisi interrogatum loqueretur, sed verum vel
-affirmative vel negative. Verbi gratia diceret Gerbertus: <i>Ero
-apostolicus?</i> responderet statua: <i>Etiam. Moriar, antequam cantem
-missam in Ierusalem? Non.</i> Quo illum ambiguo deceptum ferunt.
-Nec enim providit, quod est Rome ecclesia Ierusalem dicta, ad
-quam quicumque reus criminis confugerit, subsidium pacis invenit.
-Hanc ferunt fuisse Romuli asilum. In hac ergo, cum ex
-more cantasset, invaletudinis ictus ingemuit consultaque statua
-<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span>
-deceptionem et mortem suam cognovit. Advocatis igitur cardinalibus,
-cum facinora sua deplorasset, dilaniari se membratim
-et foras proiici iussit: <i>Habeat</i> inquiens <i>membrorum officium, qui
-eorum quesivit hominium.</i>
-</p>
-
-<p>
-De hoc ergo in quodam libello, ubi agitur de sanctuario
-Lateranensis ecclesie, ita scriptum reperitur: In dextro latere
-ecclesie Lateranensis prope altare sanctorum Vincentii et Anastasii
-martirum iacet Gerbertus Remorum archiepiscopus, qui
-papa effectus Silvester fuit appellatus. Quod autem tumba eius
-guttas quasi lacrimarum emittat, quando aliquis papa vel aliquis
-cardinalis magnus mortuus est, satis probatum est et satis vulgatum.
-Dicitur etiam, quod quicumque tumbam eius visitaverit
-et <i>Pater noster</i> ibi dixerit, quotiens hoc fecerit, indulgentiam
-obtineat aliquot dierum a summis pontificibus statutam [p. 778].
-</p>
-</div>
-
-<h4>9.</h4>
-
-<p>
-<span class="smcap">Filippo Mousket</span>, <i>Chronique rimée</i>, vv. 15434-15599
-(ap. <span class="smcap">Pertz</span>, <i>Mon. Germ., Script.</i>, t. XXVI, pp. 727-9).
-Filippo non visse oltre il 1244.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Kapès, cil rois, bien m'en sai ciert,</p>
-<p class="i01">Fist faire arcevesque Gerbiert <span class='linenum'>15435</span></p>
-<p class="i01">A Rains, et puis fu desposés.</p>
-<p class="i01">Si s'en est a Othon alés,</p>
-<p class="i01">Qui de Roume estoit emperere,</p>
-<p class="i01">Et la mellour de son empere</p>
-<p class="i01">Arcevesquié lues li dona, <span class='linenum'>15440</span></p>
-<p class="i01">C'est Ravenne, u il l'asena.</p>
-<p class="i01">Et tout çou fu par l'anemi,</p>
-<p class="i01">Dont Gerbiers ot fait son ami</p>
-<p class="i01">Puis l'ama il si durement,</p>
-<p class="i01">Qu'il le fist aukes fausement <span class='linenum'>15445</span></p>
-<p class="i01">Apostole sacrer a Roume,</p>
-<p class="i01">Dont l'escriture cest vier nomme:</p>
-<p class="i01"><i>Scandit ab er Gerbertus ad er,</i></p>
-<p class="i01"><i>Fit papa vigens vigens er.</i></p>
-<p class="i01">C'est a dire que d'er monta <span class='linenum'>15450</span></p>
-<p class="i01">Gerbiers a er, point n'i douta,</p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span></p>
-<p class="i01">Et apriès si refu d'er pappe,</p>
-<p class="i01">Ki Rains, Ravenne et Rome atrape.</p>
-<p class="i01">Car par R comence Rains,</p>
-<p class="i01">Et de Ravenne premerains, <span class='linenum'>15455</span></p>
-<p class="i01">Est R li mos; ausi de Rome</p>
-<p class="i01">Li mos premiers est R. c'on nomme.</p>
-<p class="i01">Mais çou dïent li anciien,</p>
-<p class="i01">Que cil papes Gerbiers sans bien</p>
-<p class="i01">Siervi son signour le deable, <span class='linenum'>15460</span></p>
-<p class="i01">Tant qu'il en vint a tele estable</p>
-<p class="i01">Qu'en la tiere de Belleem</p>
-<p class="i01">Quida canter en Jhursalem.</p>
-<p class="i01">S'a defors Rome une capiele,</p>
-<p class="i01">Jursalem a non, moult est biele. <span class='linenum'>15465</span></p>
-<p class="i01">Gerbiers ot demandé un jour</p>
-<p class="i01">Al deable, le sien signour,</p>
-<p class="i01">K'il li desist quant il morroit.</p>
-<p class="i01">Et il li dist qu'il feniroit,</p>
-<p class="i01">Quant canteroit en Jhursalem. <span class='linenum'>15470</span></p>
-<p class="i01">Li pape entendi Belleem</p>
-<p class="i01">Et Jherusalem en Surïe,</p>
-<p class="i01">Si pensa que la n'iroit mïe,</p>
-<p class="i01">Et dont ne morroit il ja mais,</p>
-<p class="i01">Si durroit sa joie et ses mais. <span class='linenum'>15475</span></p>
-<p class="i01">A la capiele dont jou di,</p>
-<p class="i01">Defors Romme vint un mardi.</p>
-<p class="i01">La se vot Gerbiers pour canter,</p>
-<p class="i01">De l'autre Jursalem oster.</p>
-<p class="i01">Et il comença le sierviche <span class='linenum'>15480</span></p>
-<p class="i01">De male pensee et faintiche,</p>
-<p class="i01">Ensi com il ot fait maint jor</p>
-<p class="i01">El despit de nostre signor.</p>
-<p class="i01">Mais pour faillir ne pour trecier</p>
-<p class="i01">Ne pooit il point empirier <span class='linenum'>15485</span></p>
-<p class="i01">Le siervice k'il devoit faire,</p>
-<p class="i01">Coment qu'il fust en mal afaire,</p>
-<p class="i01">Ne ausi ne puet autres om</p>
-<p class="i01">Del comencement jusqu'à som.</p>
-<p class="i01">Car Dameldieux si l'a fait tel, <span class='linenum'>15490</span></p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span></p>
-<p class="i01">Pour ke priestres vient a l'autel</p>
-<p class="i01">Pour le siervice comenchier,</p>
-<p class="i01">N'acroistre ne apetichier</p>
-<p class="i01">Nel puet il; mais s'il i quiert mal,</p>
-<p class="i01">Lui mëismes met en traval, <span class='linenum'>15495</span></p>
-<p class="i01">En painne et en dampnation</p>
-<p class="i01">Par sa male devotion;</p>
-<p class="i01">Et comment qu'il soit fel ne faus,</p>
-<p class="i01">S'est li cors Dieu sacrés et saus.</p>
-<p class="i01">Si con pappe Gerbiers cantoit, <span class='linenum'>15500</span></p>
-<p class="i01">Ki del cors Dieu ne s'i gaitoit,</p>
-<p class="i01">Es vous d'infier les anemis,</p>
-<p class="i01">Tous a guise de corbous mis,</p>
-<p class="i01">Par l'air volant, et de woltoirs</p>
-<p class="i01">Grant noisse faissant, lais et noirs; <span class='linenum'>15505</span></p>
-<p class="i01">Sour la capiele sont asis</p>
-<p class="i01">Plus de cinc cens et trente sis;</p>
-<p class="i01">Quar pour son desloial peciet</p>
-<p class="i01">Li avoient cel jor ficiet.</p>
-<p class="i01">Et quant li pappe mious s'envoisse, <span class='linenum'>15510</span></p>
-<p class="i01">Si demenerent si grant noisse</p>
-<p class="i01">Que li peules et li clergiés</p>
-<p class="i01">S'en est forment esmiervilliés:</p>
-<p class="i01">Quar moult s'aloient deferant.</p>
-<p class="i01">Gerbiers s'i reconnut esrant; <span class='linenum'>15515</span></p>
-<p class="i01">Quar dit li ot li anemis,</p>
-<p class="i01">Ki ses sire iert et ses amis,</p>
-<p class="i01">Et il ses om et ses siergans,</p>
-<p class="i01">Si l'ot mis a ces honors grans,</p>
-<p class="i01">Dont il estoit en cel peril <span class='linenum'>15520</span></p>
-<p class="i01">Que jusqu'à tant ne morroit il</p>
-<p class="i01">K'en Jerusalem canteroit;</p>
-<p class="i01">Et il, qui garder s'en quidoit,</p>
-<p class="i01">Ot canté en cele capiele,</p>
-<p class="i01">Pour quoi li anemis l'apiele, <span class='linenum'>15525</span></p>
-<p class="i01">Quar ses tiermes iert acomplis.</p>
-<p class="i01">Gerbiers en fu moult asoplis;</p>
-<p class="i01">Ses viestemens a desviestus,</p>
-<p class="i01">S'en est al ventaile venus.</p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span></p>
-<p class="i01">De cuer moult tristre et nonjoiant <span class='linenum'>15530</span></p>
-<p class="i01">Regehi tout, la gent oiant,</p>
-<p class="i01">Comment le diable ot siervi,</p>
-<p class="i01">Par quoi il ot çou desiervi,</p>
-<p class="i01">Qu'il l'avoit mis en tele honor</p>
-<p class="i01">K'il ne pooit avoir grignor. <span class='linenum'>15535</span></p>
-<p class="i01">Et dist: 'Signour, pour Dieu mierci,</p>
-<p class="i01">Si m'a diables avanchi'.</p>
-<p class="i01">Lors apiela un sien siergant</p>
-<p class="i01">Et fist prendre un coutiel trençant</p>
-<p class="i01">Que il a son keus demanda, <span class='linenum'>15540</span></p>
-<p class="i01">Et puis al siergant commanda,</p>
-<p class="i01">En remission des peciés</p>
-<p class="i01">Dont il estoit plus enteciés,</p>
-<p class="i01">Et pour Jhesu Crist autresi,</p>
-<p class="i01">Ki li avoit souffiert ensi, <span class='linenum'>15545</span></p>
-<p class="i01">Que maintenant, voiant tamains,</p>
-<p class="i01">Li trençast les pies et les mains,</p>
-<p class="i01">Dont il estoit devenus om</p>
-<p class="i01">Al diable jusques a som,</p>
-<p class="i01">Et sa langue trençast apriès, <span class='linenum'>15550</span></p>
-<p class="i01">Dont il fu de parler engriès;</p>
-<p class="i01">Et les pies ans deus li trençast,</p>
-<p class="i01">Si que ja mais viers lui n'alast,</p>
-<p class="i01">Qu'il fist premiers et maintes fois.</p>
-<p class="i01">A çou faire n'ot nul defois: <span class='linenum'>15555</span></p>
-<p class="i01">Mains et langue et pies li trença,</p>
-<p class="i01">Les pieches fors en balancha,</p>
-<p class="i01">Et li corbiel les em portoient,</p>
-<p class="i01">Voiant tous çaus ki la estoient.</p>
-<p class="i01">Et dont fist il ses ious crever, <span class='linenum'>15560</span></p>
-<p class="i01">Pour l'afaire mious aciever,</p>
-<p class="i01">Dont le diable avoit vëu,</p>
-<p class="i01">Ki tant li avoit pourvëu.</p>
-<p class="i01">Et puis fist ses levres coper,</p>
-<p class="i01">Pour s'arme plus a descouper, <span class='linenum'>15565</span></p>
-<p class="i01">Dont il ot l'anemi baissié,</p>
-<p class="i01">Ki si l'avoit mal aaissié.</p>
-<p class="i01">Les gens en orent grans miervelles,</p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span></p>
-<p class="i01">Quar il fit trencier ses orelles,</p>
-<p class="i01">Dont il ot öis les mesdis <span class='linenum'>15570</span></p>
-<p class="i01">Que li sathanas li ot dis.</p>
-<p class="i01">Voians tous, non mïe sos cape,</p>
-<p class="i01">Fist decoper Gerbiers li pappe</p>
-<p class="i01">Trestous ses menbres un et un</p>
-<p class="i01">Et fors gieter as cans cascun, <span class='linenum'>15575</span></p>
-<p class="i01">Pour çou qu'en lieu desconvenable</p>
-<p class="i01">En avoit siervi le diable.</p>
-<p class="i01">Et li corbou et li woutoir,</p>
-<p class="i01">Ki diable ierent lait et noir,</p>
-<p class="i01">Les pieces entr'aus devoroient. <span class='linenum'>15580</span></p>
-<p class="i01">Et moult grant noisse demenoient</p>
-<p class="i01">Pour l'arme k'il orent pierdüe,</p>
-<p class="i01">Dont fait orent longe atendüe.</p>
-<p class="i01">Tout ensi cil pappe Gerbiers</p>
-<p class="i01">Ne fu pas en la fin bobiers, <span class='linenum'>15585</span></p>
-<p class="i01">Mais del tout a Dieu s'asenti,</p>
-<p class="i01">Si que pour mort vïe senti,</p>
-<p class="i01">Et Dieux ne voloit perdre mïe</p>
-<p class="i01">L'arme qu'il li avoit cargïe.</p>
-<p class="i01">Si fait savoir, qui de cuer fin <span class='linenum'>15590</span></p>
-<p class="i01">Se doune a Dieu devant sa fin;</p>
-<p class="i01">Quar, puis que faire le savra,</p>
-<p class="i01">Ja tant de peciés fais n'avra</p>
-<p class="i01">Que Dameldieux n'en ait mierci.</p>
-<p class="i01">Pappe Gerbiers s'adevanci, <span class='linenum'>15595</span></p>
-<p class="i01">Car point ne se desespera:</p>
-<p class="i01">Se li cors son mal compera,</p>
-<p class="i01">L'arme fu sauve, ce croit l'on,</p>
-<p class="i01">A quanque savoir en puet l'on.</p>
-</div></div>
-
-<h4>10.</h4>
-
-<p>
-<i>Chronica minor auctore minorita Erphordiensi</i> (ap. <span class="smcap">Pertz</span>,
-<i>Mon. Germ., Script.</i>, t. XXIV, pp. 186-7). L'ignoto
-autore compose la sua cronica negli anni 1261-6.
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Post hunc papam Johannem 149, qui sedit menses 10, et
-ultimo excecatum et precipitatum, Silvester papa 150 ordinatur,
-<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span>
-sedit annis 4, mens. 5. Iste vocabatur Gerbertus. Iste dicitur
-fuisse in papatu magus et nigromanticus et dyabolum pro diviciis
-adorasse, et ei a dyabolo fuisse promissum, quod nunquam
-moreretur, nisi prius veniret in Ierusalem. Hoc intellexit papa
-de Ierusalem ultra mare et quomodo voluit vixit. Set cum hic
-papa quadam die Rome in capella, quam construxit Constantinus
-et Helena, ubi et plurimas [p. 187] reliquias recondiderunt,
-que vocatur Ierusalem, missarum sollempnia celebrasset, dixit
-ei suus dominus dyabolus: 'Ecce in Ierusalem fuisti, nunc
-morieris tu et non vives'. Quo audito, Silvester qui et Gerbertus
-male sibi conscius, ostendens magna signa compunccionis,
-in quadam capella, que Rome sita est inter Lateranum et Coliseum,
-iussit se ipsum, amputatis manibus et pedibus suis ac
-aliis membris, enormiter et crudeliter mutilari, et sic vitam
-Gerbertus in ipsa capella finivit. Unde in eandem capellam,
-que Gerberti appellatur, nullus papa in detestacionem illius
-facti postea intrare voluit nec curavit.
-</p>
-</div>
-
-<h4>11.</h4>
-
-<p>
-<span class="smcap">Martino Polono</span> (m. 1279), <i>Chronicon</i> (ap. <span class="smcap">Pertz</span>, <i>Mon.
-Germ., Script.</i>, t. XXII, p. 432).
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Silvester II. sedit annis 4, mense 1, diebus 8, et cessavit
-episcopatus diebus 23. Iste nacione Gallicus nomine Gilbertus
-mortuus fuit ad Sanctam crucem in Iherusalem. Hic primum
-iuvenis Floriacensis cenobii in Aurelianensi diocesi monachus
-fuit, sed dimisso monasterio homagium diabolo fecit, ut sibi
-omnia succederent ad votum, quod diabolus promisit adimplere.
-Ipse obsequiis diaboli frequenter insistens, super desideriis suis
-cum eo loquebatur. Veniens autem in Hyspalim Hispaniae causa
-discendi in tantum profecit, quod sua doctrina etiam maximis
-placuit. Habuit enim discipulos Ottonem imperatorem et Robertum
-regem Francie, qui inter alia sequenciam <i>Sancti spiritus
-adsit nobis gratia</i> composuit, et Leothericum, qui post fuit
-archiepiscopus Senonensis. Sed quia idem Gilbertus quam plurimum
-honores ambiebat, diabolus ea quae petebat ad votum
-implevit. Fuit enim primo Remensis archiepiscopus, post Ravennas,
-tandem papa, et tunc quaesivit a diabolo, quamdiu
-<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span>
-viveret in papatu. Responsum habuit, quamdiu non celebraret
-in Iherusalem. Gavisus fuit valde, sperans se longe esse a fine,
-sicut fuit longe a voluntate peregrinacionis in Iherusalem ultra
-mare. Et cum in quadragesima ad ecclesiam que dicitur Iherusalem
-in Laterano celebraret, ex strepitu demonum sensit
-sibi mortem adesse. Suspirans ingemuit; licet autem sceleratissimus
-esset, de misericordia Dei non desperans, revelando coram
-omnibus peccatum, menbra omnia, quibus obsequium diabolo
-prestiterat, iussit precidi et demum truncum mortuum super
-bigam poni, et ut ubicumque animalia perducerent et subsisterent,
-ibi sepeliretur. Quod et factum est. Sepultusque est in
-ecclesia Lateranensi, et in signum misericordie consecute sepulchrum
-ipsius tam ex tumultu ossium, quam ex sudore presagium
-est morituri pape, sicut in eodem sepulchro est litteris
-exaratum.
-</p>
-</div>
-
-<h4>12.</h4>
-
-<p>
-<i>Flores temporum auctore fratre ordinis minorum</i> (ap.
-<span class="smcap">Pertz</span>, <i>Mon. Germ., Script.</i>, t. XXIV, p. 245). Furono
-scritti negli ultimi anni del secolo XIII.
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Silvester II anno Domini 997, sedit annos 4, mensem unum.
-De cuius vita pessima et morte bona breviter est dicendum.
-Gilbertus antea vocabatur, apostata nigromanticus se dyabolo
-sub iuramento tradens, ut daret sibi divicias, sciencias et honores
-magnos. Igitur discipulos congregavit, scilicet Ottonem
-imperatorem, Rupertum regem Francie, Leotonium archiepiscopum
-Senensem, adhuc pueros. Quorum auxilio tres archiepiscopatus
-adeptus est, Remensem, Ravennensem et papatum. Cui
-dyabolus promisit vitam, donec in Ierusalem missam celebraret.
-Sic autem vocatur capella [in Roma], quam fecit Helena. Ubi
-dum celebraret, ex demonum strepitu mortem timens, publice
-confessus est; et pedibus ac manibus amputatis, super bigam
-cum equo indomito positus, ad Lateranensem ecclesiam est devectus.
-Cuius sepulchrum insudat vel strepit, quando papa
-mortuus est; et hoc [est] in signum misericordie consecute.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span>
-</p>
-
-<h4>13.</h4>
-
-<p>
-<span class="smcap">Leone d'Orvieto</span>, <i>Chronica Summorum Pontificum</i> (ap.
-<span class="smcap">Lami</span>, <i>Deliciae eruditorum</i>, vol. II, pp. 162-3). Leone
-condusse la sua Cronica sino al 1314.
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Silvester, natione Gallicus, nomine Gilbertus, qui mortuus
-fuit ad sanctam Crucem in Ierusalem, sedit annis tribus, mense
-uno. Hic primum iuvenis Floriacensis coenobii in Aurelianensi
-dioecesi Monachus fuit, sed dimisso Monasterio, homagium diabolo
-fecit, ut sibi omnia ad votum succederent, quod diabolus
-promisit implere. Ipse obsequiis diaboli insistens, frequenter
-super desideriis suis cum eo loquebatur. Veniens autem Hispalim
-Hispaniae, causa discendi, in tantum profecit, quod sua doctrina
-etiam maximis placuit; habuit enim discipulos, Othonem Imperatorem,
-et Robertum Regem Franciae (qui inter alia Sequentiam
-[p. 163], <i>Sancti Spiritus adsit nobis gratia</i>, composuit)
-et Leoteringum, qui post fuit Episcopus Senonensis. Sed idem
-Gilbertus quia plurimum honores ambiebat, diabolus, ea quae
-petebat, ad votum implevit; fuit enim post Remensis Archiepiscopus;
-post Ravennensis, vel Ravennas; tandem Papa: et
-tunc quaesivit a diabolo, quantum viveret in Papatu; responsum
-habuit, quamdiu non celebraret in Ierusalem. Gavisus fuit valde,
-sperans se longe vivere, et longe esse a fine, sicut longe fuit
-a voluntate peregrinationis in Ierusalem ultra mare. Et quum
-in Quadragesima in ecclesia, quae dicitur Ierusalem, celebraret,
-ex strepitu daemonum, praesensit sibi mortem imminere, et
-suspirans ingemuit. Licet autem sceleratissimus esset, de misericordia
-Dei non desperans, coram omnibus revelando peccatum
-suum, membra omnia, quibus diabolo obsequium praestiterat,
-iussit praecidi, et demum truncum mortuum super bigam
-poni, ut ubicumque animalia perducerent, et subsisterent, ibi
-sepelirent; sepultusque est in Lateranensi ecclesia, et in signum
-misericordiae consequutae, sepulcrum ipsius, tam ex tumultu
-ossium, quam ex sudore, praesagium est morituri Papae, sicut
-in eodem sepulcro est in litteris exaratum.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span>
-</p>
-
-<h4>14.</h4>
-
-<p>
-<span class="smcap">Ricobaldo da Ferrara</span>, <i>Historia pontificum romanorum</i>
-(ap. <span class="smcap">Muratori</span>, <i>Scriptores</i>, t. IX, coll. 172-3). Ricobaldo
-fioriva nei primi anni del secolo XIV.
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Silvester Secundus sedit ann. IV mens. I. dies VIII. et cessavit
-diebus XXIII. imperante Ottone III. et post Henrico Primo.
-Hic natione Gallicus nomine proprio Gilbertus, mortuus fuit
-Romae ad Sanctam Crucem in Jerusalem. Hic primum juvenis
-Coenobii Floriacensis Monachus fuit, mox omisso Monachatu
-Diabolo fecit homagium, ut voti sui compos a Diabolo fieret,
-et Diaboli familiaris alloquio multum per ipsum obtinuit. Studuit
-itaque in Hispali Hispaniae, et in tantum profecit in Nigromantia,
-quod sua doctrina maximis placuit. Habuit quoque
-Ottonem Imperatorem discipulum et Robertum Regem Franciae,
-qui inter alia composuit sequentiam: <i>Sancti Spiritus adsit nobis
-gratia, etc.</i> et Neothericum, qui mox fuit archiepiscopus Senonensis.
-Ceterum idem Gilbertus nimium honores ambiebat. Diabolus
-vero eum voti compotem fecit. Fuit enim primo Archiepiscopus
-Remensis, post Ravennas, et tandem Urbis Episcopus.
-Et Papatu fungens quaesivit a Diabolo, quamdiu viveret in
-Papatu? responsum habuit; quamdiu non celebraret in Jerusalem.
-Tunc valde gavisus, sperans multum a morte abesse,
-sicut multum longe aberat a voluntate peregrinationis in Jerusalem
-ultra mare. Cum autem in Quadragesima ad Ecclesiam
-[col. 173] quae dicitur in Jerusalem apud Lateranum celebraret,
-per strepitum Daemonum sensit mortem adesse. Suspirans igitur
-ingemuit; et licet esset sceleratissimus, de Dei misericordia non
-desperans coram omnibus peccatum suum confessus est, et
-membra omnia, quibus Diabolo obsequium fecit, sibi jussit
-praecidi, et demum truncum corporis sui exanimem super biga
-poni, et quocumque animalia illud perducerent, ibi sisterent,
-atque ibi sepeliretur; quod factum est. Sepultus est igitur in
-Lateranensi Ecclesia in misericordiae signum, cum ad transeuntes
-sepulchrum ipsius, tam ex tumultu ossium, quam ex sudore
-praesagium est morituri Papae; sicut eodem sepulchro
-est literis exaratum.
-</p>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span>
-</p>
-
-<h2 id="demdante">DEMONOLOGIA DI DANTE</h2>
-</div>
-
-<p>
-Una dottrina demonologica ordinata e compiuta negli
-scritti di Dante non si trova, e nemmeno poteva esserci;
-ma da molti luoghi della <i>Commedia</i>, e più particolarmente
-dell'<i>Inferno</i>, nei quali o sono introdotti demonii,
-o si parla di demonii, e da alcuni altri sparsi qua e là
-per le rimanenti opere, confrontati fra loro e aggruppati
-opportunamente, si ricava un certo numero di credenze e
-di opinioni che giova esaminare congiuntamente e conoscere.
-E come appena siensi esaminate alquanto, una cosa
-anzi tutto si rileva, ed è che la demonologia del poeta, in
-parte è dottrinale e dommatica, si rannoda cioè alla speculazione
-e alla disquisizione teologica, in parte è popolare,
-conforme cioè a certe immaginazioni comuni ai credenti
-del tempo; senza che manchino per altro qua e là, dentro
-di essa, vestigia di un pensar proprio e personale. Per
-ciò che riguarda la parte dottrinale, il poeta l'ha senza
-dubbio attinta dalla teologia scolastica, di cui egli si
-mostra, come tutti sanno, assai ampio conoscitore, e più
-particolarmente dalle opere di S. Bonaventura, di Alberto
-Magno, di S. Tommaso d'Aquino, il suo dottor prediletto.
-Non è improbabile tuttavia che egli abbia udito in una
-od altra Università d'Italia, forse anche di fuori, lezioni
-e dispute sopra un argomento di tanta importanza quale
-si era nel medio evo la dottrina dei demonii, intimamente
-<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span>
-congiunta con quella degli eterni castighi, e intorno a cui
-s'erano sino dai primi tempi della Chiesa esercitati gl'ingegni
-più acuti e più alacri. Se non che sono così scarse
-ed incerte le notizie tramandateci degli studii e delle peregrinazioni
-di Dante, che nulla si può affermare in proposito.
-Se fosse vero quanto afferma Giovanni Villani, e
-infiniti ripeterono dopo lui, che Dante, sbandito di Firenze,
-se ne andò allo studio di Bologna; quivi avrebbe potuto
-il poeta apprendere di molte cose circa l'essere e le operazioni
-di Satana e degli angeli suoi. Una ragione per
-crederlo si ha in quelle parole che egli pone in bocca a
-frate Catalano de' Malavolti:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i07"> Io udi' già dire a Bologna</p>
-<p class="i01">Del diavol vizii assai, tra i quali udi'</p>
-<p class="i01">Ch'egli è bugiardo, e padre di menzogna<a class="tag" id="tag79" href="#note79">[79]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ma comunque se la procacciasse, il poeta del mondo invisibile
-non poteva non avere una dottrina demonologica:
-senza curarci d'altro, vediamo qual sia<a class="tag" id="tag80" href="#note80">[80]</a>.
-</p>
-
-<h3>I.</h3>
-
-<p>
-Gli è noto che il mito della ribellione e della caduta
-degli angeli si fonda sopra alcuni luoghi del Nuovo Testamento,
-i quali non sono di troppo sicura significazione.
-Un mito parallelo, e che ha radice nel Testamento Antico,
-narra di angeli, che avendo avuto commercio con le figlie
-degli uomini furono cacciati dal cielo. Entrambi i miti
-trovarono credito fra i Padri dei primi secoli; ma poi il
-primo soperchiò e fece in qualche modo dimenticare il
-secondo. Dante osserva su questo punto la comune credenza
-del tempo suo. Nel <i>Convivio</i> egli chiama in generale
-i demonii <i>intelligenzie che sono in esilio della superna
-<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span>
-patria</i><a class="tag" id="tag81" href="#note81">[81]</a>, e <i>piovuti dal cielo</i> li dice nel c. VIII
-dell'Inferno<a class="tag" id="tag82" href="#note82">[82]</a>; di Lucifero,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Che fu la somma d'ogni creatura,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-dice nel XIX del Paradiso, che
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Per non aspettar lume cadde acerbo<a class="tag" id="tag83" href="#note83">[83]</a>;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-ma nel VII della prima cantica allude alla parte più
-drammatica del mitico racconto, alla cacciata dei ribelli,
-vinti dall'arcangelo Michele, che
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Fe' la vendetta del superbo strupo<a class="tag" id="tag84" href="#note84">[84]</a>;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e <i>cacciati dal ciel, gente dispetta</i> li chiama nel IX<a class="tag" id="tag85" href="#note85">[85]</a>.
-Essi corsero in colpa immediatamente dopo la loro creazione:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Nè giungeriesi, numerando, al venti</p>
-<p class="i02"> Sì tosto, come degli angeli parte</p>
-<p class="i02"> Turbò il suggetto dei vostri elementi<a class="tag" id="tag86" href="#note86">[86]</a>;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e ciò avvenne fuori della intenzione divina, benchè non
-fuori della divina prescienza<a class="tag" id="tag87" href="#note87">[87]</a>. Cagione della colpa fu la
-superbia; e invidia e superbia sono, secondo S. Tommaso,
-i due soli peccati, che possano propriamente capire nella
-diabolica natura<a class="tag" id="tag88" href="#note88">[88]</a>.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Principio del cader fu il maledetto</p>
-<p class="i02"> Superbir di colui che tu vedesti</p>
-<p class="i02"> Da tutti i pesi del mondo costretto,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-dice Beatrice al poeta<a class="tag" id="tag89" href="#note89">[89]</a>; di colui che <i>fu primo suberbo</i><a class="tag" id="tag90" href="#note90">[90]</a>, e
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Contra il suo Fattore alzò le ciglia<a class="tag" id="tag91" href="#note91">[91]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Di tutti gli ordini degli angeli <i>si perderono alquanti
-tosto che furono creati, forse in numero della decima
-<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span>
-parte; alla quale restaurare fu l'umana natura poi
-creata</i><a class="tag" id="tag92" href="#note92">[92]</a>. I cacciati dal cielo furono precipitati sopra la
-terra: Lucifero cadde <i>folgoreggiando</i><a class="tag" id="tag93" href="#note93">[93]</a>, dalla parte dell'emisfero
-australe,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> E la terra, che pria di qua si sporse,</p>
-<p class="i02"> Per paura di lui fe' del mar velo,</p>
-<p class="i01">E venne all'emisperio nostro; e forse</p>
-<p class="i02"> Per fuggir lui lasciò qui il loco voto</p>
-<p class="i02"> Quella che appar di qua e su ricorse<a class="tag" id="tag94" href="#note94">[94]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Questa mirabile immaginazione è, per quanto io so, tutta
-propria di Dante, e dà luogo ad alcune difficoltà sulle
-quali io non intendo di trattenermi<a class="tag" id="tag95" href="#note95">[95]</a>. Ma non tutti gli
-angeli tristi peccarono egualmente: alcuni di essi si serbarono
-neutrali;
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i07"> non furon ribelli,</p>
-<p class="i01">Nè fûr fedeli a Dio, ma per sè foro.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Cacciati dal cielo, e rifiutati dal profondo Inferno, essi
-scontano la loro pena nel vestibolo, insieme con
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i07"> l'anime triste di coloro</p>
-<p class="i01">Che visser senza infamia e senza lodo<a class="tag" id="tag96" href="#note96">[96]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Dicono i commentatori, ultimo lo Scartazzini, tal classe
-di angeli neutrali non trovarsi nella Bibbia, ed esser forse
-invenzione di Dante. Che nella Bibbia non si trovi è verissimo<a class="tag" id="tag97" href="#note97">[97]</a>;
-ma non così che Dante ne sia l'inventore. Nella
-leggenda del Viaggio di S. Brandano, la cui redazione
-latina risale, per lo meno, all'XI secolo, si legge che, nel
-corso della sua avventurosa navigazione, il santo, co' suoi
-compagni, giunse ad un'isola, dove trovò un albero meraviglioso,
-popolato di uccelli candidissimi, i quali erano
-appunto angeli caduti, ma non però malvagi<a class="tag" id="tag98" href="#note98">[98]</a>. Essi non
-<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span>
-soffron castigo, ma sono fuori dell'eterna beatitudine. Certo,
-la finzione della ingenua leggenda si scosta per più ragioni
-da quella del poeta, ma ha con essa un concetto
-comune, il concetto di una schiera di angeli che, travolti
-nella ruina, perdettero il cielo, senza diventar propriamente
-ospiti dell'Inferno. La leggenda di S. Brandano fu
-una delle più diffuse nel medio evo, e passò dalle redazioni
-latine, di cui rimangono ancora innumerevoli manoscritti,
-nelle volgari, dove ebbe spesso a soffrire alterazioni di più
-maniere. Si può tenere per certo che Dante la conobbe. Del
-resto quella finzione non ricorre soltanto nella leggenda
-di S. Brandano. Ugone di Alvernia, eroe di uno strano
-romanzo, del quale, perdutasi la redazione francese originale,
-non rimangono se non rifacimenti franco-italiani
-e italiani, viaggiando alla volta dell'Inferno, trova, in
-prossimità del Paradiso terrestre, e in forma di uccelli
-neri, demonii d'intermedia natura, i quali han riposo la
-domenica<a class="tag" id="tag99" href="#note99">[99]</a>. Ora, sebbene nella descrizione dell'Inferno,
-quale si ha nei rifacimenti nostri, sieno evidenti gl'influssi
-danteschi, molto nulladimeno è in essa che va esente
-da tali influssi e che certamente appartiene a immaginazioni
-e tradizioni predantesche, accolte nel poema primitivo<a class="tag" id="tag100" href="#note100">[100]</a>.
-E al poema primitivo tengo per fermo che spetti
-quanto si dice di quei demonii intermedii, la cui condizione
-è non poco disforme dalla condizione che Dante
-attribuisce agli angeli del <i>cattivo coro</i>. Assai probabilmente
-la intera finzione passò nell'<i>Ugone d'Alvernia</i> dalla
-leggenda di S. Brandano. Nè questo basta. Una finzione
-consimile si trova in un altro poema, di un buon secolo
-anteriore alla <i>Divina Commedia</i>. Wolfram von Eschenbach
-(m. c. il 1220) fa dire a Trevrizent, nel suo <i>Parzival</i>,
-che i primi custodi del Santo Gral furono gli <a id="g83"></a>angeli
-che nella battaglia fra Lucifero e Dio si mantenner neutrali<a class="tag" id="tag101" href="#note101">[101]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span>
-</p>
-
-<h3>II.</h3>
-
-<p>
-I demonii che Dante pone nel suo Inferno si possono,
-avuto riguardo ai luoghi di loro provenienza, dividere in
-due classi, demonii biblici e demonii mitologici, secondochè
-sono tolti alla tradizione scritturale e patristica, o
-al mito pagano. Così è che insieme con Satana, o Beelzebub,
-o Lucifero<a class="tag" id="tag102" href="#note102">[102]</a>, troviamo nel doloroso regno Caronte,
-Minosse, Cerbero, Plutone, Flegias, le Furie, Medusa,
-Proserpina<a class="tag" id="tag103" href="#note103">[103]</a>, il Minotauro, i Centauri, le Arpie, Gerione,
-Caco, i Giganti. E non solo il poeta ricorda molti più
-demonii mitologici che non biblici; ma assegna inoltre a
-quelli, fatta eccezione pel solo Lucifero, officii assai più
-importanti che a questi; infatti, mentre agli altri demonii
-è solo commesso di tormentare alcune classi di dannati,
-il che è pure commesso ai Centauri e alle Arpie, Caronte
-traghetta le anime, Minosse le giudica, Cerbero e Plutone
-stanno a guardia, l'uno del terzo, l'altro del quarto
-cerchio, e via discorrendo. Ma qui c'è argomento a parecchie
-osservazioni.
-</p>
-
-<p>
-Più volte fu Dante ripreso per aver mescolato insieme
-cose appartenenti al mito pagano e cose appartenenti alla
-credenza cristiana; e chi lo riprese in nome di questa
-credenza medesima, contaminata, in qualche modo, per
-tale immistione; chi in nome di certe convenienze estetiche,
-quanto evidenti e necessarie a chi le propugna,
-tanto ignote ai tempi di Dante e un gran tratto ancora
-prima e dopo di lui. Considerare poi quella mescolanza
-come l'effetto anticipato di certe tendenze e di certe usanze
-dell'umanesimo, se non è erroneo in tutto, è erroneo in
-gran parte, e bisogna a questo proposito distinguere una
-doppia tradizione, letteraria e popolare.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span>
-</p>
-
-<p>
-Echi e riflessi del mito pagano si trovano in molte
-descrizioni dell'Inferno cristiano, a cominciare dai primi secoli
-della Chiesa e a venir giù giù sino ai tempi che immediatamente
-precedono Dante. Il Tartaro, l'Averno, il Flegetonte
-e gli altri fiumi infernali, la palude Stigia, Caronte,
-Cerbero, ricorrono frequentissimi<a class="tag" id="tag104" href="#note104">[104]</a>. L'Inferno descritto nel
-<i>Roman de la Rose</i> ha tra' suoi abitatori Issione, Tantalo,
-Sisifo, le Danaidi, Tizio<a class="tag" id="tag105" href="#note105">[105]</a>; e Alano de Insulis pone
-a dominare nelle <i>tartaree sedi</i> le Furie<a class="tag" id="tag106" href="#note106">[106]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Qui noi ci troviamo di fronte a una tradizione letteraria;
-ma questa non è la sola, chè insieme con essa va
-anche una tradizione popolare.
-</p>
-
-<p>
-È noto che la Chiesa cristiana non giunse a far ciò,
-che a un certo punto della loro storia religiosa (ma a un
-certo punto solamente) fecero gli Ebrei: negare cioè in
-modo reciso e assoluto l'esistenza degli dei delle genti.
-La Chiesa cristiana, qual che ne fosse la ragione, che a
-noi ora non tocca indagare, non negò l'esistenza delle
-deità pagane, ma la divinità, e con lo stesso giudizio le
-convertì in demonii. Non è cosa su cui gli apologeti e
-i Padri della Chiesa primitiva insistano con più vigore;
-nè il fatto è tale da doverne stupire se si pensa che in
-molte altre religioni avvenne per appunto il medesimo<a class="tag" id="tag107" href="#note107">[107]</a>.
-Così si trasformarono in diavoli, non solamente gli dei
-maggiori e minori, ma ancora i semidei, e degli dei quelli
-più facilmente, come ben s'intende, cui già i pagani attribuivano
-qualità paurose e maligne: inoltre le Lamie, le
-Empuse, le Arpie, le Chimere, i Gerioni, non furono spenti,
-ma diventarono ospiti dell'Inferno, sudditi e aiutatori di
-Satanasso.
-</p>
-
-<p>
-Si potrebbe tessere di questa trasformazione un'assai
-lunga e curiosa istoria. I nomi delle antiche divinità, o
-almeno di alcune di esse, continuarono a vivere nella
-memoria dei popoli bene o male convertiti, e intorno a
-<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span>
-quei nomi nacquero superstizioni, leggende e fantasie.
-Sant'Antonio incontrava nel deserto un centauro, e San
-Gerolamo non sa risolvere se fosse apparizione diabolica, o
-mostro naturale<a class="tag" id="tag108" href="#note108">[108]</a>. Incontrava anche un satiro che parlava
-e lodava Dio, ma per eccezione certamente, giacchè quella
-del satiro fu una delle forme che più di spesso si diedero
-al diavolo<a class="tag" id="tag109" href="#note109">[109]</a>. Ai tempi di Gervasio da Tilbury (XII e
-XIII sec.) si parlava ancora di fauni, di satiri, di silvani,
-di Pani, e molti affermavano averli veduti<a class="tag" id="tag110" href="#note110">[110]</a>: i fauni s'invocavano
-ancora nella diocesi di Lione ai tempi di Stefano
-di Borbone (m. verso il 1262)<a class="tag" id="tag111" href="#note111">[111]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Mercurio diventa un diavolo nella leggenda di Giuliano
-l'Apostata; Venere un diavolo in parecchie leggende,
-di cui la più famosa è quella del cavaliere Tanhäuser<a class="tag" id="tag112" href="#note112">[112]</a>;
-un diavolo, com'è del resto assai naturale, Vulcano. Sigeberto
-Gemblacense ricorda che certe bocche vulcaniche
-in Sicilia, le quali si credevano essere spiracoli dell'Inferno,
-si chiamavano da quegli abitanti col nome di Ollae
-Vulcani<a class="tag" id="tag113" href="#note113">[113]</a>. C'erano diavoli acquatici che si chiamavano
-Nettuni, pericolosi a chi si trovava in prossimità di acque
-profonde, e infesti, pare, alle donne<a class="tag" id="tag114" href="#note114">[114]</a>; c'erano le sirene
-che, come in antico, traevano a perdizione col canto gl'incauti
-navigatori<a class="tag" id="tag115" href="#note115">[115]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Demonio di molta importanza diventò Diana, certamente
-in grazia della identificazione sua con Ecate e con Proserpina.
-Di Diana demonio si discorre nella leggenda di
-S. Niccolò<a class="tag" id="tag116" href="#note116">[116]</a>, mentre altre leggende la designano più propriamente
-come il demonio meridiano<a class="tag" id="tag117" href="#note117">[117]</a>. In una Vita di
-S. Cesario, vescovo di Arles (m. 542) si fa menzione di
-un demonio chiamato Dianum dai campagnuoli<a class="tag" id="tag118" href="#note118">[118]</a>. Un
-canone, indebitamente attribuito al sinodo di Ancira dell'anno
-314, ma riportato da Reginone, abate di Prüm
-(m. 915)<a class="tag" id="tag119" href="#note119">[119]</a>, da Burcardo di Worms (m. 1024)<a class="tag" id="tag120" href="#note120">[120]</a>, da Graziano
-(m. 1204?)<a class="tag" id="tag121" href="#note121">[121]</a>, fa menzione di donne le quali s'immaginavano
-<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span>
-di andare in giro la notte, a cavallo di varii animali,
-in compagnia di Diana e di Erodiade; e a questa stessa
-superstiziosa credenza alludono, un Capitolare di Lodovico
-II imperatore, dell'anno 867<a class="tag" id="tag122" href="#note122">[122]</a>, il già citato Stefano
-di Borbone<a class="tag" id="tag123" href="#note123">[123]</a>, Giovanni Herolt (m. 1418)<a class="tag" id="tag124" href="#note124">[124]</a>, e altri. Anzi
-è da notare che il nome di Diana e la credenza accennata
-non sono per anche in tutto dileguati dalla memoria
-di alcuni popoli cristiani<a class="tag" id="tag125" href="#note125">[125]</a>. Sant'Eligio, morto poco oltre
-il mezzo del settimo secolo, dice in un sermone famoso,
-combattendo certi avanzi di credenze pagane: <i>Nullus nomina
-daemonum, aut Neptunum, aut Orcum, aut Dianam
-invocare praesumat</i><a class="tag" id="tag126" href="#note126">[126]</a>. Il pessimo pontefice Giovanni XII
-fu, nel sinodo romano del 963, accusato d'aver bevuto
-alla salute del diavolo, <i>diaboli in amorem</i>, e di avere,
-giocando a dadi, invocato l'ajuto di Giove, di Venere,
-<i>ceterorumque demonum</i><a class="tag" id="tag127" href="#note127">[127]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Se, dunque, le antiche divinità s'erano tramutate in
-demonii, era, non pure lecito, ma necessario, porle con gli
-altri demonii in Inferno. Gli autori delle <i>Chansons de
-geste</i> ricordano spesso quali diavoli Giove ed Apollo, talvolta
-i Nettuni rammentati di sopra e Cerbero<a class="tag" id="tag128" href="#note128">[128]</a>. Cerbero
-apparisce inoltre come cane infernale in alcun documento
-di poesia medievale tedesca<a class="tag" id="tag129" href="#note129">[129]</a>, e in molti di poesia latina<a class="tag" id="tag130" href="#note130">[130]</a>.
-Nella Visione di Tundalo, Vulcano e i suoi ministri
-arroventano nel fuoco le anime, le martellano sulle
-incudini<a class="tag" id="tag131" href="#note131">[131]</a>; nella <i>Kaiserchronik</i> si racconta che l'anima
-di Teodorico fu portata dai demonii nel monte, a Vulcano,
-<i>in den berc ze Vulkân</i><a class="tag" id="tag132" href="#note132">[132]</a>. Dante anche in ciò non
-fece se non seguire la tradizione e il costume, salvo che
-egli si contentò di porre nell'Inferno cristiano divinità
-pagane infernali, e lasciò in pace Giove, Apollo e gli altri;
-anzi il nome di sommo Giove diede a Cristo. Forse non
-gli bastò l'animo di abbassare alla condizione di diavoli
-malvagi e deformi le divinità luminose di cui la fantasia
-<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span>
-di lui doveva pure essersi innamorata leggendo Virgilio
-e gli altri poeti latini<a class="tag" id="tag133" href="#note133">[133]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ma i diavoli mitologici dell'Inferno dantesco porgono
-argomento a più altre considerazioni.
-</p>
-
-<p>
-Dante ricorda parecchi giganti tolti al mito pagano
-(Efialte, Briareo, Anteo, Tizio, Tifeo) e uno tolto al mito
-biblico (Nembrot): sono essi demonii nel concetto del
-poeta? Credo che sieno a quel modo che i Centauri, ed
-anche perchè, quelli del mito pagano almeno, sono, non
-uomini, ma dei. Quanto a Nembrot si può osservare che,
-sonando il corno, e poi con le inintelligibili e orrende
-parole, egli sembra, o volere spaventare i poeti che si
-avvicinano, o avvertire Lucifero di loro venuta<a class="tag" id="tag134" href="#note134">[134]</a>, e così
-fa presso a poco ciò che già prima avevano fatto Caronte,
-Minosse, Cerbero, Plutone. Perciò non si può dire che i
-giganti sieno in luogo a loro non conveniente, laggiù nel
-pozzo dell'ottavo cerchio. Demonii appunto erano, secondo
-un'antica opinione, i giganti nati dal commercio degli
-angeli e delle figlie degli uomini<a class="tag" id="tag135" href="#note135">[135]</a>; giganti nerissimi,
-trova Carlo il Grosso<a class="tag" id="tag136" href="#note136">[136]</a> nell'Inferno da lui veduto, intesi
-ad accendere ogni maniera di fuochi<a class="tag" id="tag137" href="#note137">[137]</a>; nelle <i>Chansons
-de geste</i> i giganti sono spesso considerati come diavoli
-venuti fuor dall'Inferno, o come figli di diavoli<a class="tag" id="tag138" href="#note138">[138]</a>, e Tundalo
-vede due enormi giganti tenere aperta la voraginosa
-bocca del mostro Acheronte, la quale <i>capere poterat novem
-milia hominum armatorum</i><a class="tag" id="tag139" href="#note139">[139]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Minosse e Flegias sono due semidei, figlio di Giove
-l'uno, di Ares o Marte l'altro. A prima giunta sembra
-che se ciò che in essi era di divino doveva rendere possibile
-e provocare la trasformazione in demonii, ciò che
-era di umano doveva impedirla, se non per Minosse, il
-quale aveva già trovato posto, come giudice, nell'Inferno
-pagano, almeno per Flegias<a class="tag" id="tag140" href="#note140">[140]</a>. Ma, in verità, questo impedimento
-non c'era. Nei demonii Giuseppe Flavio riconosceva
-<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span>
-le anime degli uomini malvagi (ανθρῶπων πονηρῶν
-πνεύματα)<a class="tag" id="tag141" href="#note141">[141]</a>: nelle <i>Chansons de geste</i> appajono spesso
-come demonii Nerone, Maometto, Pilato<a class="tag" id="tag142" href="#note142">[142]</a>; e come demonio
-appare Maometto nel poema di Giacomino da Verona,
-<i>De Babilonia civitate infernali</i><a class="tag" id="tag143" href="#note143">[143]</a>. Dante stesso
-riconosce una grande affinità fra lo spirito dell'uomo
-malvagio e il demonio, quando col nome di demonio appunto
-chiama l'anima dannata<a class="tag" id="tag144" href="#note144">[144]</a>, e Demonio dice Maghinardo
-Pagani<a class="tag" id="tag145" href="#note145">[145]</a>. Come Dante di Minosse, Wolfram von
-Eschenbach fa un diavolo di Radamanto<a class="tag" id="tag146" href="#note146">[146]</a>.
-</p>
-
-<h3>III.</h3>
-
-<p>
-Dante dà un corpo ai demonii, seguendo in ciò la opinione
-di molti Padri e Dottori della Chiesa e la vulgata
-credenza<a class="tag" id="tag147" href="#note147">[147]</a>; ma di che natura è desso? Sia che il poeta
-non avesse in proposito concetti ben definiti, sia che la
-materia del suo poema e certe convenienze di trattazione
-non gli permettessero di sempre osservarli, fatto sta che
-in quanto egli dice o accenna a tale riguardo si nota
-incertezza e contraddizione. Le opinioni stesse dei Padri
-non sono troppo concordi. Fra quella di Gregorio Magno,
-che voleva i diavoli al tutto incorporei<a class="tag" id="tag148" href="#note148">[148]</a>, e quella di Taziano,
-che volentieri esagerava la materialità loro<a class="tag" id="tag149" href="#note149">[149]</a>, alcuna
-ve n'è più temperata; ma si ammetteva quasi generalmente
-che i demonii avessero un corpo formato d'aria o
-di fuoco; anzi un corpo si attribuiva anche agli angeli,
-e si diceva che, dopo la caduta, quello dei demonii era
-divenuto più grossolano e più spesso. Dante ha gli angeli
-in conto di forme pure, di <i>sustanze separate da materia</i><a class="tag" id="tag150" href="#note150">[150]</a>,
-e nulla dice del modo onde i demonii acquistarono un
-corpo; ma forse ci può dar qualche lume in proposito,
-quanto egli dice del modo che tengon le anime uscite di
-<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span>
-questa vita nel formarsene uno d'aria condensata<a class="tag" id="tag151" href="#note151">[151]</a>. E
-badisi che qui si discorre del corpo che i demonii hanno
-in proprio, e non di quello onde possono rivestirsi accidentalmente,
-per loro particolari propositi.
-</p>
-
-<p>
-Ho accennato a incertezze e contraddizioni di Dante in
-sì fatto argomento. Il corpo di cui è provveduto il demonio
-Flegias è certo un corpo sottilissimo, non più pesante
-dell'aria entro a cui si muove, e in tutto simile all'ombra
-di Virgilio, giacchè la barca con cui egli fa passare ai
-due poeti la palude degli iracondi sembra carca solo
-quando Dante vi entra<a class="tag" id="tag152" href="#note152">[152]</a>. Il corpo di Lucifero per contro
-dev'essere assai più denso e grave, non solo per quel suo
-essersi sprofondato sino al punto
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Al qual si traggon d'ogni parte i pesi;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e perchè la <i>ghiaccia</i> lo stringe tutto intorno e ritiene,
-come solo può fare solido con solido; ma ancora perchè i
-due poeti, e specialmente Dante, che è d'ossa e di polpe,
-possono scendere e arrampicarsi sopra di esso non altrimenti
-che se fosse una rupe<a class="tag" id="tag153" href="#note153">[153]</a>. Può darsi che Dante abbia
-con pensato proposito dato un corpo più grossolano e più
-denso al più malvagio degli angeli ribelli, a colui che è
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Da tutti i pesi del mondo costretto<a class="tag" id="tag154" href="#note154">[154]</a>;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-ma vuolsi notare che qualche incertezza egli lascia scorgere
-anche riguardo ai nuovi corpi rivestiti dalle anime
-dannate o purganti. Nell'Antipurgatorio il poeta vuole
-abbracciare Casella e non può:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">O ombre vane, fuor che nell'aspetto!</p>
-<p class="i02"> Tre volte dietro a lei le mani avvinsi,</p>
-<p class="i02"> E tante mi tornai con esse al petto<a class="tag" id="tag155" href="#note155">[155]</a>;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e pure trova poco più oltre le anime dei superbi che si
-accasciano sotto i ponderosi massi<a class="tag" id="tag156" href="#note156">[156]</a>. Nel terzo cerchio
-<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span>
-dell'Inferno i poeti passano <i>su per l'ombre che adona la
-greve pioggia</i>, e pongono le piante
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Sopra lor vanità che par persona<a class="tag" id="tag157" href="#note157">[157]</a>;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-ma nel nono Dante <i>forte percote il piè nel viso ad una</i>
-delle anime triste dell'Antenora<a class="tag" id="tag158" href="#note158">[158]</a>. Virgilio non isparge
-ombra in terra<a class="tag" id="tag159" href="#note159">[159]</a>; ma è in grado di sollevare e portar
-Dante<a class="tag" id="tag160" href="#note160">[160]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Quanto alla forma e all'aspetto de' suoi demonii Dante
-non dice gran che, fatta eccezion per Lucifero. Caronte è
-da lui dipinto<a class="tag" id="tag161" href="#note161">[161]</a> quale già il dipinse Virgilio. Minosse ha
-più del bestiale e del diabolico: sta orribilmente, ringhia,
-agita una lunga coda, con cui può cingersi ben nove volte
-il corpo, quanti sono i cerchi dell'Inferno<a class="tag" id="tag162" href="#note162">[162]</a>. Plutone, che
-Virgilio chiama <i>maladetto lupo</i>, mostra altrui un volto
-gonfio d'ira (<i>enfiata labbia</i>), una sembianza di <i>fiera crudele</i>,
-ha la voce <i>chioccia</i><a class="tag" id="tag163" href="#note163">[163]</a>. Gerione, mutato l'aspetto che
-già ebbe nel mito, ha faccia d'uom giusto, il resto di
-serpe, due branche pelose, coda aguzza, il dorso, il petto,
-le coste simbolicamente dipinti di nodi e di rotelle<a class="tag" id="tag164" href="#note164">[164]</a>.
-Cerbero<a class="tag" id="tag165" href="#note165">[165]</a>, le Furie<a class="tag" id="tag166" href="#note166">[166]</a>, il Minotauro<a class="tag" id="tag167" href="#note167">[167]</a>, i Centauri<a class="tag" id="tag168" href="#note168">[168]</a>, le
-Arpie<a class="tag" id="tag169" href="#note169">[169]</a>, serbano invariate le forme tradizionali; e così
-dicasi dei Giganti, dei quali non si descrive se non la
-smisurata statura<a class="tag" id="tag170" href="#note170">[170]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ma non mancano nell'Inferno dantesco diavoli in cui
-più propriamente si scorge l'aspetto che ai nemici dell'uman
-genere attribuì la turbata fantasia dei credenti,
-specie nel medio evo. Questi diavoli sono neri (<i>angeli
-neri<a class="tag" id="tag171" href="#note171">[171]</a>, neri cherubini</i>)<a class="tag" id="tag172" href="#note172">[172]</a>, quali già s'immaginavano nel
-IV secolo<a class="tag" id="tag173" href="#note173">[173]</a>, e con forma umana, la forma che in quel
-medesimo tempo si attribuì loro<a class="tag" id="tag174" href="#note174">[174]</a>. I demonii che sferzano
-i mezzani nella prima bolgia dell'ottavo cerchio, sono
-cornuti<a class="tag" id="tag175" href="#note175">[175]</a>; Ciriatto è sannuto<a class="tag" id="tag176" href="#note176">[176]</a>; Cagnazzo mostra, non un
-<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span>
-volto, ma un muso<a class="tag" id="tag177" href="#note177">[177]</a>; ed essi e i compagni loro sono armati
-di artigli<a class="tag" id="tag178" href="#note178">[178]</a>. Il demonio che butta giù nella pegola spessa
-dei barattieri <i>uno degli anziani di Santa Zita</i> è dipinto
-quale infinite opere d'arte del medio evo appunto cel mostrano:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Ahi, quanto egli era nell'aspetto fiero!</p>
-<p class="i02"> E quanto mi parea nell'atto acerbo,</p>
-<p class="i02"> Con l'ale aperte e sovra i piè leggiero!</p>
-<p class="i01">L'omero suo, ch'era acuto e superbo,</p>
-<p class="i02"> Carcava un peccator con ambo l'anche,</p>
-<p class="i02"> E quei tenea de' piè ghermito il nerbo<a class="tag" id="tag179" href="#note179">[179]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Se non che bisogna dire che Dante, trattenuto forse da
-un delicato sentimento d'arte, non diede a nessuno dei
-demonii suoi, nemmeno a Lucifero, la deformità abbominevole
-che spesso hanno i demonii descritti nelle leggende,
-o ritratti da pittori e scultori nel medio evo<a class="tag" id="tag180" href="#note180">[180]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Lucifero, il principe dei demonii,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">La creatura ch'ebbe il bel sembiante<a class="tag" id="tag181" href="#note181">[181]</a>,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-è da Dante rappresentato di smisurata grandezza, brutto
-quanto già fu bello, e forse più, con <i>tre facce alla sua testa</i>,
-l'una vermiglia, tra bianca e gialla l'altra, nera la terza,
-sei enormi ali di pipistrello, corpo peloso<a class="tag" id="tag182" href="#note182">[182]</a>. Quelle tre
-facce diedero assai da pensare ai commentatori, parecchi
-dei quali attribuirono loro significati, cui non sarebbero
-certo andati a rintracciare, se invece di stimarle una immaginazione
-propria di Dante, avessero saputo che assai prima
-di Dante si trovano. I commentatori più antichi, i quali
-dovevano saperlo, ne diedero, in generale, interpretazione
-assai più giusta che non i moderni, e non si smarrirono
-dietro a sogni, come il Lombardi, che nelle tre facce vide
-simboleggiate le tre parti del mondo onde Satana ha tributo
-<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span>
-di anime, e come il Rossetti che vi riconobbe Roma,
-Firenze, la Francia.
-</p>
-
-<p>
-Questo Lucifero con tre facce non balza fuori per la
-prima volta dall'accesa fantasia di Dante; già innanzi
-la coscienza religiosa l'aveva immaginato e scorto, già
-le arti l'avevano raffigurato. Esso è come l'antitesi della
-Trinità, o come il suo rovescio. La Trinità fu qualche
-volta nel medio evo rappresentata sotto specie di un uomo
-con tre volti; e poichè il concetto della Trinità divina
-suggerisce il concetto di una Trinità diabolica, e poichè
-inoltre nello spirito del male si supponeva essere tre facoltà
-o attributi opposti e contraddicenti a quelli che si
-spartiscono fra le tre persone divine, così era naturale che
-si ricorresse per rappresentare il principe de' demonii a
-una figurazione atta a far riscontro a quella con che si
-rappresentava il Dio uno e trino. Lucifero appare con tre
-facce in iscolture, in pitture su vetro, in miniature di
-manoscritti, quando cinto il capo di corona, quando sormontato
-di corna, tenente fra le mani talvolta uno scettro,
-talvolta una spada, o anche due<a class="tag" id="tag183" href="#note183">[183]</a>. Quanto tal figurazione
-sia antica è difficile dire. Un manoscritto anglo-sassone
-del Museo Britannico, appartenente alla prima metà del
-secolo XI, reca una immagine di Satana, nella quale si
-vede, dietro l'orecchio sinistro (la figura è di profilo), spuntare
-di traverso una seconda faccia<a class="tag" id="tag184" href="#note184">[184]</a>. Più tardi il corpo
-dei demonii ebbe spesso a coprirsi di facce, significative
-di malvagi istinti. Senza dubbio Dante volle con le tre
-che dà al suo Lucifero, conformemente a una usanza già
-antica, rappresentare gli attributi diabolici opposti ai divini;
-e poichè, per lo stesso Dante, come per S. Tommaso,
-il Padre è potestà, il Figliuolo è sapienza, lo Spirito Santo
-è amore<a class="tag" id="tag185" href="#note185">[185]</a>, le tre facce non possono simboleggiare se non
-impotenza, ignoranza, odio, come rettamente giudicarono
-alcuni dei commentatori più antichi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span>
-</p>
-
-<p>
-Non solo Dante non immaginò, egli primo, il Lucifero
-con tre facce; ma nemmen primo immaginò di porre in
-ciascuna delle tre bocche immani un peccatore non degno
-di minor pena. Nella chiesa di Sant'Angelo in Formis,
-presso Capua, una grande pittura, stimata opera del secolo
-XI, rappresenta Lucifero in atto di maciullar Giuda<a class="tag" id="tag186" href="#note186">[186]</a>.
-Nella chiesa di S. Basilio, in Étampes, una scultura
-del XII rappresenta appunto Lucifero che maciulla tre
-peccatori, e rappresentazioni sì fatte erano, sembra, frequenti
-in Francia<a class="tag" id="tag187" href="#note187">[187]</a>. Il Boccaccio ricorda il Lucifero da
-San Gallo<a class="tag" id="tag188" href="#note188">[188]</a>, e il Sansovino dice che nella chiesa di San
-Gallo, in Firenze, era dipinto un diavolo con più bocche<a class="tag" id="tag189" href="#note189">[189]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Dante parla del terror che lo colse alla vista di Lucifero:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Com'io divenni allor gelato e fioco,</p>
-<p class="i02"> Nol dimandar, lettor, ch'io non lo scrivo,</p>
-<p class="i02"> Però ch'ogni parlar sarebbe poco.</p>
-<p class="i01">Io non morii e non rimasi vivo.</p>
-<p class="i02"> Pensa oramai per te, s'hai fior d'ingegno,</p>
-<p class="i02"> Qual io divenni d'uno e d'altro privo<a class="tag" id="tag190" href="#note190">[190]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Non è forse da tacere, a tale proposito, che la vista del
-diavolo si credeva potesse essere perniciosa e letale. Cesario
-di Heisterbach narra di due giovani che languirono gran
-tempo per aver veduto il diavolo in forma di donna<a class="tag" id="tag191" href="#note191">[191]</a>;
-Tommaso Cantipratense dice che la vista del diavolo fa
-ammutolire<a class="tag" id="tag192" href="#note192">[192]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Dante non dice nulla delle forme varie che i demonii
-possono assumere a lor piacimento. Egli fa ricordo di
-<i>cagne bramose e correnti</i> che lacerano i violenti contro
-a se stessi<a class="tag" id="tag193" href="#note193">[193]</a>; di serpenti che tormentano i ladri<a class="tag" id="tag194" href="#note194">[194]</a>; di
-un drago, che stando sulle spalle di Caco, <i>affoca qualunque
-s'intoppa</i><a class="tag" id="tag195" href="#note195">[195]</a>; ma non dice che sieno demonii, e
-noi non possiamo indovinare con sicurezza il pensier suo
-<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span>
-a tale riguardo. Animali diabolici s'incontrano nelle Visioni:
-in quella di Alberico si fa espressa menzione di due
-demonii che hanno forma, l'uno di cane, l'altro di leone<a class="tag" id="tag196" href="#note196">[196]</a>;
-ma, da altra banda è da ricordare che serpenti e scorpioni
-smisurati e lupi e leoni sono nell'Inferno di Maometto, e
-che molte fiere selvagge e voraci sono nell'Inferno indiano<a class="tag" id="tag197" href="#note197">[197]</a>.
-</p>
-
-<h3>IV.</h3>
-
-<p>
-Circa la natura morale dei demonii Dante non ha, e
-non poteva avere cose nuove da dire: conosciuti erano gli
-atti e portamenti loro; la loro riputazione era fatta.
-</p>
-
-<p>
-Lucifero fu creato più nobile d'ogni altra creatura<a class="tag" id="tag198" href="#note198">[198]</a>;
-ma il peccato, il <i>superbo strupo</i><a class="tag" id="tag199" href="#note199">[199]</a>, cancellò in lui, come
-ne' seguaci suoi, ogni natia nobiltà. La superbia fu il suo
-primo peccato<a class="tag" id="tag200" href="#note200">[200]</a>; fu il secondo l'invidia, e questa trasse
-a perdizione i primi parenti, e con essi tutto il genere
-umano<a class="tag" id="tag201" href="#note201">[201]</a>. Egli è il nemico antico ed implacabile dell'umana
-prosperità<a class="tag" id="tag202" href="#note202">[202]</a>, l'<i>antico avversaro</i><a class="tag" id="tag203" href="#note203">[203]</a> di tutti gli
-uomini, ma più di quelli che non vanno per le sue vie,
-e cui egli tenta trarre a peccato e a ruina; il <i>vermo reo
-che il mondo fora</i><a class="tag" id="tag204" href="#note204">[204]</a>. Perciò egli con amo invescato attira
-le anime<a class="tag" id="tag205" href="#note205">[205]</a>, e tenta insidiarle persino in Purgatorio, donde
-lo cacciano gli angeli<a class="tag" id="tag206" href="#note206">[206]</a>. Egli, <i>il perverso</i><a class="tag" id="tag207" href="#note207">[207]</a> κατ’ ἐξοχήν,
-<i>è bugiardo e padre di menzogna</i><a class="tag" id="tag208" href="#note208">[208]</a>. <i>Il mal voler, che
-pur mal chiede</i><a class="tag" id="tag209" href="#note209">[209]</a>, è fatto natura sua e degli angeli suoi:
-Dante, con tutti i teologi del suo tempo, rifiuta e condanna
-la opinion di Origene e di alcuni seguaci di lui,
-che i demonii possano ravvedersi e trovar grazia. L'ira e
-la rabbia sono passioni principali dei <i>maledetti</i><a class="tag" id="tag210" href="#note210">[210]</a>. Caronte
-parla iracondo, si cruccia, batte col remo qualunque
-anima si adagia<a class="tag" id="tag211" href="#note211">[211]</a>; Minosse si morde per gran rabbia la
-<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span>
-coda<a class="tag" id="tag212" href="#note212">[212]</a>; Plutone <i>consuma dentro</i> sè con la sua <i>rabbia</i><a class="tag" id="tag213" href="#note213">[213]</a>;
-Flegias, conosciuto il proprio inganno, se ne rammarca
-<i>nell'ira accolta</i><a class="tag" id="tag214" href="#note214">[214]</a>; i demonii che stanno a custodia della
-città di Dite parlan tra loro <i>stizzosamente</i><a class="tag" id="tag215" href="#note215">[215]</a>, il Minotauro
-morde se stesso,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Sì come quei cui l'ira dentro fiacca<a class="tag" id="tag216" href="#note216">[216]</a>;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e non parliam delle Furie e d'altri demonii che con atti
-o con parole fan manifesta la rabbia che li divora. Quelli
-della quinta bolgia dell'ottavo cerchio digrignano i denti
-e <i>con le ciglia minaccian duoli</i><a class="tag" id="tag217" href="#note217">[217]</a>. Opportuna perciò la
-comparazione che più di una volta Dante fa de' suoi demonii
-con mastini sciolti, con cani furibondi e crudeli<a class="tag" id="tag218" href="#note218">[218]</a>.
-Se Rubicante è pazzo, come Malacoda lo chiama<a class="tag" id="tag219" href="#note219">[219]</a>, la
-sua è certo pazzia furiosa.
-</p>
-
-<p>
-I demonii sono gelosi del loro regno, e malvolentieri
-vedono altri penetrarvi e aggirarvisi, se non è condotto
-da loro e in lor servitù. Come già si opposero alla discesa
-di Cristo<a class="tag" id="tag220" href="#note220">[220]</a>, così si oppongono al viaggio di Dante. Caronte,
-Minosse, Cerbero, Plutone, i demonii della città di
-Dite, le Furie, forse anche Nembrot, cercano in varii modi
-e con varii argomenti di farlo retrocedere<a class="tag" id="tag221" href="#note221">[221]</a>. Allo stesso
-modo, nella leggenda del Pozzo di S. Patrizio, i demonii
-tentano ripetutamente di far tornare addietro il cavaliere
-Owen. La tracotanza e l'insolenza sono proprie qualità dei
-superbi caduti, a umiliare le quali è talvolta necessario
-l'intervento divino<a class="tag" id="tag222" href="#note222">[222]</a>. E anche quando sanno non essere
-senza l'espresso volere di Dio l'andata dei due poeti, i
-demonii più protervi si studiano di nuocer loro, minaccian
-Dante coi raffii<a class="tag" id="tag223" href="#note223">[223]</a>, ingannano Virgilio con false informazioni<a class="tag" id="tag224" href="#note224">[224]</a>,
-inseguono l'uno e l'altro per prenderli, dopo averli
-lasciati andare<a class="tag" id="tag225" href="#note225">[225]</a>. Nella Visione di Carlo il Grosso appaiono
-<i>nigerrimi demones advolantes cum uncis igneis</i>, i
-<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span>
-quali tentano di uncinare Carlo, e ne sono impediti dall'angelo
-che lo guida<a class="tag" id="tag226" href="#note226">[226]</a>; nella Visione di un uomo di
-Nortumbria, narrata da Beda, demonii minacciano di afferrare
-con ignee tenaglie l'intruso<a class="tag" id="tag227" href="#note227">[227]</a>; anche Alberico è minacciato
-da un diavolo e difeso da S. Pietro<a class="tag" id="tag228" href="#note228">[228]</a>. Giunto
-in prossimità dell'Inferno, il Mandeville si vide contrastare
-il passo da un nugolo d'avversarii, ed ebbe da uno
-di loro una mala percossa, di cui portò il segno per ben
-diciott'anni. Che con un naturale sì fatto i diavoli non
-possano amarsi tra loro s'intende facilmente. Come Alichino
-e Calcabrina fanno, là, nella bolgia dei barattieri<a class="tag" id="tag229" href="#note229">[229]</a>,
-così debbono gli altri azzuffarsi quando l'occasione se ne
-porga. Vero è che Barbariccia, co' suoi, tiran poi fuori del
-<i>bollente stagno</i>, in cui eran caduti, i due combattenti.
-</p>
-
-<p>
-Quest'opera di fraterno soccorso ci lascia pensare che
-anche nei diavoli possa talvolta essere alcun che di men
-tristo. Minosse, il <i>conoscitor delle peccata</i>, ha da avere,
-se non altro, un sicuro sentimento di giustizia, senza di
-che non potrebbe assegnare a ciascun peccatore la pena
-che gli si conviene. Chirone dà una <i>scorta fida</i> ai poeti<a class="tag" id="tag230" href="#note230">[230]</a>;
-Gerione concede loro il suo dorso<a class="tag" id="tag231" href="#note231">[231]</a>; Anteo li posa sull'ultimo
-fondo d'inferno<a class="tag" id="tag232" href="#note232">[232]</a>.
-</p>
-
-<p>
-È opinione comune dei teologi che l'intelletto dei demonii
-siasi ottenebrato dopo la caduta, di maniera che,
-se vince ancora, e di molto, l'umano, è di gran lunga
-inferiore all'angelico. Essi non conoscono il futuro se non
-in quanto Dio lo fa loro palese, o in quanto possono argomentarlo
-da indizii e da fenomeni naturali; similmente
-non penetrano l'animo umano, ma da segni esteriori argomentano
-ciò che in esso si muove<a class="tag" id="tag233" href="#note233">[233]</a>. Dante non pare abbia
-pensato altrimenti, sebbene, sul conto del saper loro, mostri
-di essere incorso in qualche contraddizione. A suo giudizio
-i demonii non possono filosofare, <i>perocchè amore è
-in loro del tutto spento, e a filosofare..... è necessario
-<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span>
-amore</i><a class="tag" id="tag234" href="#note234">[234]</a>; ciò nondimeno, il demonio che se ne porta
-l'anima di Guido da Montefeltro può vantarsi d'esser
-<i>loico</i>, e de' buoni<a class="tag" id="tag235" href="#note235">[235]</a>. Caronte conosce essere Dante un'anima
-buona<a class="tag" id="tag236" href="#note236">[236]</a>: da che? non sappiamo. Flegias, per contro,
-crede vedere in Virgilio un'anima rea<a class="tag" id="tag237" href="#note237">[237]</a>. Del resto nè
-Caronte, nè Minosse, nè Plutone, nè i demonii della città
-di Dite, sanno la ragione del viaggio di Dante e il divino
-patrocinio sotto cui esso si compie, e Virgilio a più riprese
-deve far ciò manifesto. Ora tale ignoranza può parere un
-po' strana, se si pensa che Dante stesso afferma non avere
-i demonii bisogno della parola per conoscere l'uno i pensamenti
-dell'altro<a class="tag" id="tag238" href="#note238">[238]</a>. Dato dunque, che non potessero penetrare
-nella mente di Virgilio e di Dante, essi avrebbero
-dovuto aver cognizione del fatto come prima uno dei loro
-l'avesse avuta. Ma i demonii, che Dante trova in Inferno,
-usano della parola anche quando conversan tra loro<a class="tag" id="tag239" href="#note239">[239]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Della potenza diabolica Dante non dice gran che; ma
-si conforma in tutto alla comune opinione quando attribuisce
-ai demonii potestà sugli elementi, e narra della
-procella da essi suscitata, che travolse con le sue acque
-il corpo di Buonconte da Montefeltro<a class="tag" id="tag240" href="#note240">[240]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Il demonio può invadere il corpo umano e produrre in
-esso turbazioni simili a quelle che arrecano certi morbi<a class="tag" id="tag241" href="#note241">[241]</a>;
-può inoltre animare i corpi morti e dar loro tutte le apparenze
-e gli atti della vita. I traditori della Tolomea hanno,
-secondo dice frate Alberigo a Dante, questa sorte, che
-l'anima loro piomba in Inferno e pena, mentre il corpo,
-governato da un demonio, si rimane, in apparenza ancor
-vivo, nel mondo:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Cotal vantaggio ha questa Tolomea,</p>
-<p class="i02"> Che spesse volte l'anima ci cade</p>
-<p class="i02"> Innanzi ch'Atropós mossa le dea.</p>
-<p class="i01">E perchè tu più volentier mi rade</p>
-<p class="i02"> Le invetriate lagrime dal volto,</p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span></p>
-<p class="i02"> Sappi che tosto che l'anima trade,</p>
-<p class="i01">Come fec'io, il corpo suo l'è tolto</p>
-<p class="i02"> Da un dimonio, che poscia il governa</p>
-<p class="i02"> Mentre che il tempo suo tutto sia vôlto<a class="tag" id="tag242" href="#note242">[242]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Nella medesima condizione si trovano Branca d'Oria, che
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> In anima in Cocito già si bagna,</p>
-<p class="i01">Ed in corpo par vivo ancor di sopra,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-ed un suo <i>prossimano</i><a class="tag" id="tag243" href="#note243">[243]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ora questa <i>ingegnosa invenzione</i> non è, come sembra
-allo Scartazzini<a class="tag" id="tag244" href="#note244">[244]</a>, una invenzione di Dante, suggerita
-da quanto nell'Evangelo di Giovanni (XIII, 27) si dice
-di Giuda: <i>Et post bucellam introivit in eum Satanas</i>;
-perchè con tali parole l'Evangelista non vuole dir altro
-se non che da indi in poi Giuda fu in potestà di Satana,
-e come invasato del maligno spirito. In fatti Giuda non
-muore allora, ma, dopo consumato il tradimento, da se
-stesso si uccide. La invenzione, o, meglio, la immaginazione,
-Dante la trovò già bella e formata, e le citate parole
-dell'Evangelista poterono tutto il più suggerirgli l'idea di
-applicarla a pessimi peccatori, traditori come Giuda. Cesario
-di Heisterbach racconta la storia di un chierico
-<i>cuius corpus diabolus loco animae vegetabat</i>. Questo
-chierico cantava con voce soavissima e incomparabile; ma
-un bel giorno un sant'uomo uditolo, disse: Questa non è
-voce d'uomo, anzi è di demonio; e fatti suoi esorcismi
-costrinse il diavolo a venir fuori, e il cadavere cadde a
-terra<a class="tag" id="tag245" href="#note245">[245]</a>. Tommaso Cantipratense racconta come un diavolo
-entrò nel corpo di un morto, che era deposto in una
-chiesa, e tentò di spaventare una santa vergine che pregava;
-ma la santa vergine, datogli un buon picchio sul
-capo, lo fece chetare<a class="tag" id="tag246" href="#note246">[246]</a>. Di un diavolo, che, per tentare
-un recluso, assunse il corpo di una donna morta, narra
-Giacomo da Voragine<a class="tag" id="tag247" href="#note247">[247]</a>. Ma la immaginazione è assai
-<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span>
-più antica. Di un diavolo, che, entrato nel corpo di un
-dannato, traghettava a un fiume i viandanti, con isperanza
-di poter loro nuocere, si legge nella Vita di San Gilduino<a class="tag" id="tag248" href="#note248">[248]</a>;
-di un altro, che teneva vivo il corpo di un malvagio
-uomo, si legge nella Vita di Sant'Odrano<a class="tag" id="tag249" href="#note249">[249]</a>. Se e
-come in quei corpi dei traditori animati dai demonii si
-compiessero le funzioni vitali, Dante non dice: la opinione
-che non si compiessero se non in apparenza doveva essere
-la più diffusa. Nei racconti testè citati di Cesario e di
-Giacomo, i cadaveri, appena abbandonati dagli spiriti maligni,
-presentano tutti i caratteri di una inoltrata putrefazione,
-e ciò conformemente ad altre opinioni e credenze,
-delle quali non mi dilungo a discorrere.
-</p>
-
-<h3>V.</h3>
-
-<p>
-I demonii avevano due sedi, l'Inferno, per punizione
-loro e dei dannati, e l'aria, per esercitazione degli uomini,
-sino al dì del Giudizio<a class="tag" id="tag250" href="#note250">[250]</a>. Della sede aerea Dante non
-dice nulla di proposito; ma la suppone evidentemente
-quando accenna a tentazioni diaboliche, quando parla della
-potestà che hanno i demonii di suscitar procelle, o di
-demonii che contendono agli angeli le anime dei morti.
-</p>
-
-<p>
-In Purgatorio Dante non pone demonii: l'antico avversario
-tenta di penetrarvi in forma di biscia,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Forse qual diede ad Eva il cibo amaro;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-ma gli angeli, <i>gli astor celestïali</i>, lo volgono in fuga<a class="tag" id="tag251" href="#note251">[251]</a>.
-I teologi sono comunemente d'accordo nel ritenere che in
-Purgatorio non ci siano demonii a tormentare le anime;
-ma moltissime Visioni rappresentano il Purgatorio pieno
-anch'esso di diavoli, intesi a farvi il consueto officio di
-tormentatori. La Chiesa, che solo nel 1439, nel concilio
-<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span>
-di Firenze, fermò il dogma del Purgatorio, la cui dottrina
-era stata innanzi svolta da S. Gregorio e da S. Tommaso,
-non si pronunziò sopra questo punto particolare<a class="tag" id="tag252" href="#note252">[252]</a>. Dante,
-che, quanto alla situazione e alla struttura del Purgatorio
-ha immaginazioni e concetti proprii, quanto alla relazion
-di esso coi demonii tiene la opinion dei teologi, rifiutando
-quella dei mistici.
-</p>
-
-<p>
-Della situazione dell'Inferno, erano state, ed erano tuttavia,
-molte svariate opinioni<a class="tag" id="tag253" href="#note253">[253]</a>; la più accreditata e
-diffusa lo poneva nel centro della terra, e questa è appunto
-l'opinione seguita da Dante. Nell'Inferno dantesco i demonii
-sono variamente distribuiti, conforme al concetto
-che il poeta s'era formato della gravità delle colpe e della
-conseguente gravità dei castighi. Che demonii non debbano
-essere nel limbo, dove sono gli spiriti magni, solo
-esclusi dal cielo <i>perchè non ebber battesmo</i>, e i fanciulli
-morti prima di averlo, s'intende facilmente; e mezzi demonii
-si possono dire quelli che nel vestibolo scontano lor
-pena insieme con gli <i>sciaurati che mai non fur vivi</i>. Il
-primo vero demonio che Dante incontri è Caronte, ed è
-strano abbastanza che egli non ne abbia posto alcuno a
-guardia della porta su cui sono le parole di colore oscuro,
-e che, forzata da Cristo, trovasi ancora, a dir di Virgilio,
-senza serrame<a class="tag" id="tag254" href="#note254">[254]</a>. Nel secondo cerchio è Minosse, solo nominato;
-ma debbono pure esservi altri demonii esecutori
-delle sentenze di lui, quelli per le cui mani le anime
-giudicate <i>son giù vôlte</i><a class="tag" id="tag255" href="#note255">[255]</a>.1 diavoli appajono per la prima
-volta numerosi (più di mille) sulle porte della città di
-Dite<a class="tag" id="tag256" href="#note256">[256]</a>. Possono i diavoli che sono in Inferno, e cui è
-commesso di tormentare le anime, uscir di là entro? Dante
-nol dice, ma per alcuni espressamente lo nega. Lucifero
-è confitto nel ghiaccio, nè si può muovere, suggerita senza
-dubbio la immaginazione da quel luogo dell'Apocalissi,
-detta di S. Giovanni, ove si narra che l'arcangelo Michele
-<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span>
-prese il dragone e lo legò per mille anni<a class="tag" id="tag257" href="#note257">[257]</a>. Lucifero
-legato nell'ultimo fondo dell'Inferno appare anche in alcune
-Visioni<a class="tag" id="tag258" href="#note258">[258]</a>. Efialte è legato<a class="tag" id="tag259" href="#note259">[259]</a>, mentre Anteo è sciolto<a class="tag" id="tag260" href="#note260">[260]</a>.
-I diavoli della quinta bolgia del cerchio ottavo, non possono
-uscire di là,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Chè l'alta provvidenza che lor volle</p>
-<p class="i02"> Porre ministri della fossa quinta,</p>
-<p class="i02"> Poder di partirsi indi a tutti tolle<a class="tag" id="tag261" href="#note261">[261]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ed è assai probabile che Dante abbia inteso il medesimo
-dei diavoli che nell'altre bolge e negli altri cerchi hanno
-ufficio di punitori.
-</p>
-
-<p>
-S. Tommaso, al pari di molti altri teologi, e conformemente
-a quanto è accennato nel Nuovo Testamento, ammette
-che fra i demonii come fra gli angeli rimasti fedeli,
-ci sieno varii ordini e una gerarchia, a capo della quale
-è Beelzebub<a class="tag" id="tag262" href="#note262">[262]</a>. Dante non esprime a tale riguardo una
-opinione categorica; ma presenta Lucifero quale re dell'Inferno
-e principe dei demonii<a class="tag" id="tag263" href="#note263">[263]</a>, cui forse Plutone invoca
-nel suo inintelligibile linguaggio<a class="tag" id="tag264" href="#note264">[264]</a>. Quanto agli
-altri demonii si può notare qua e là qualche indizio di
-primazia e di soggezione. Abbiamo già veduto che Minosse
-deve avere altri demonii sotto di sè, esecutori delle sue
-sentenze. Chirone sembra essere il duce dei Centauri<a class="tag" id="tag265" href="#note265">[265]</a>:
-Malacoda sembra avere alcuna signoria sui diavoli che
-tormentano i barattieri<a class="tag" id="tag266" href="#note266">[266]</a>. Forse Dante ebbe anche a ricordarsi
-dell'antica opinione di Erma, di Clemente Alessandrino,
-di Origene e di altri, che ordinavano i demonii
-secondo le varie specie di peccati a promuovere i quali
-più specialmente attendevano: questo dubbio nasce quando
-si vede l'iracondo Flegias fatto navicellajo della palude
-degli iracondi<a class="tag" id="tag267" href="#note267">[267]</a>; il ladro Caco perseguitare i ladri<a class="tag" id="tag268" href="#note268">[268]</a>;
-Lucifero, il primo traditore, dirompere coi denti i tre
-grandi traditori<a class="tag" id="tag269" href="#note269">[269]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span>
-</p>
-
-<p>
-Dante considera l'Inferno quale un regno opposto e contrario
-al regno de' cieli, e come Dio è <i>l'imperador che
-lassù regna, l'alto sire</i> del regno della beatitudine, così
-Lucifero è
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Lo imperador del doloroso regno<a class="tag" id="tag270" href="#note270">[270]</a>,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e le Furie sono
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i09"> le meschine</p>
-<p class="i01">Della regina dell'eterno pianto<a class="tag" id="tag271" href="#note271">[271]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Questo concetto di un regno satanico si trova già negli
-Evangeli<a class="tag" id="tag272" href="#note272">[272]</a> e in Padri della Chiesa, onde si trasse argomento,
-nelle rappresentazioni dell'arte, a dare a Lucifero,
-quali insegne della sua potestà, scettro e corona. Con tali
-insegne, o seduto sopra un trono, comparve anche Satana
-fuori dell'Inferno, in molte leggende<a class="tag" id="tag273" href="#note273">[273]</a>. Giacomino da
-Verona chiama anch'egli Lucifero re dell'Inferno<a class="tag" id="tag274" href="#note274">[274]</a>; ma,
-come Dante, gli nega ogni segno e fregio di signoria.
-</p>
-
-<h3>VI.</h3>
-
-<p>
-Vediamo ora i demonii di Dante in relazione coi dannati,
-nell'ufficio loro di giustizieri e tormentatori infernali.
-</p>
-
-<p>
-Quando muore Guido da Montefeltro, resosi, dopo una
-vita tutta piena di colpe, <i>cordigliero</i>, S. Francesco viene
-per raccorne l'anima; ma <i>un de' neri Cherubini</i> gli dice:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i05"> Nol portar; non mi far torto.</p>
-<p class="i01">Venir se ne dee giù tra' miei meschini,</p>
-<p class="i02"> Perchè diede il consiglio frodolente,</p>
-<p class="i02"> Dal quale in qua stato gli sono a' crini;</p>
-<p class="i01">Ch'assolver non si può chi non si pente,</p>
-<p class="i02"> Nè péntere e volere insieme puossi</p>
-<p class="i02"> Per la contradizion che nol consente<a class="tag" id="tag275" href="#note275">[275]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span>
-</p>
-
-<p>
-Quando invece muore Buonconte, sinceramente pentito,
-e col nome di Maria sulle labbra, viene l'<i>angel di Dio</i>
-e ne prende l'anima; ma <i>quel d'Inferno</i> grida:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i04"> O tu dal ciel, perchè mi privi?</p>
-<p class="i01">Tu te ne porti di costui l'eterno</p>
-<p class="i02"> Per una lagrimetta che il mi toglie:</p>
-<p class="i02"> Ma io farò dell'altro altro governo<a class="tag" id="tag276" href="#note276">[276]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Qui abbiamo, se non isvolti, indicati due contrasti, del
-demonio e d'un santo l'uno, del demonio e dell'angelo
-l'altro: nel primo vince il demonio; nel secondo l'angelo.
-</p>
-
-<p>
-È noto che contrasti sì fatti furono popolarissimi nel
-medio evo, e varie letterature di quella età ne serbano
-numerosi documenti<a class="tag" id="tag277" href="#note277">[277]</a>. Il concetto che li inspira scaturisce
-del resto dall'intimo della credenza cristiana e non
-è d'indole popolare soltanto. La lotta fra il divino e il
-diabolico è in essa iniziale, immanente. Prima Lucifero
-si ribella al suo fattore, poi perverte i primi parenti e
-tutta l'umana generazione; Cristo vince Lucifero e spoglia
-l'inferno; Maria calpesta l'antico serpente; l'Anticristo,
-campione di Satana, rinnoverà la pugna. Se oggetto dell'interminabile
-contesa è l'umanità, gli è giusto che per
-ogni singola anima le contrarie potestà combattano. La
-credenza che ciascun uomo sia, lungo il corso di tutta la
-vita, accompagnato, a destra da un angelo, da un demonio
-a sinistra, è tanto antica quanto ovvia<a class="tag" id="tag278" href="#note278">[278]</a>, e poichè, mentre
-dura la vita di quello, i due spiriti avversarii tentano di
-sopraffarsi a vicenda, l'uno persuadendo il bene, l'altro
-istigando al male, ragion vuole che il contrasto non cessi,
-anzi si faccia più vivo in quel supremo momento in cui
-si decide il destino immutabile delle anime e si suggella
-sopr'esse l'eternità. In una lettera che i vescovi Remensi
-e Rotomagensi scrissero nell'858 a Luigi il Germanico si
-dice che i diavoli sono sempre presenti alla morte degli
-<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span>
-uomini, così dei malvagi, come dei giusti<a class="tag" id="tag279" href="#note279">[279]</a>; e poichè,
-da altra banda, son pur presenti gli angeli, il contrasto
-è inevitabile. Un tale, di cui narra la Visione S. Bonifazio,
-apostolo della Germania (683-755), assistè a una
-specie di contrasto generale delle milizie celesti e infernali:
-<i>Innumerabilem quoque malignorum spirituum turbam
-nec non et clarissimum chorum supernorum angelorum
-adfuisse, narravit. Et maximam inter se miserrimos spiritus
-et sanctos angelos de animabus egredientibus de
-corpore disputationem habuisse, daemones accusando et
-peccatorum pondus gravando, angelos vero relevando et
-excusando</i><a class="tag" id="tag280" href="#note280">[280]</a>. Nel <i>Muspilli</i> è detto che ogni qual volta
-un'anima esce dal corpo angeli e diavoli s'azzuffan tra loro.
-</p>
-
-<p>
-L'immaginazione di sì fatti contrasti è assai antica.
-Nella epistola cattolica di Giuda, tenuta ora generalmente
-apocrifa dai critici, ma che si trova già ricordata nel
-secondo secolo, si accenna (v. 9) ad un alterco che l'arcangelo
-Michele ebbe col diavolo pel corpo di Mosè<a class="tag" id="tag281" href="#note281">[281]</a>.
-Di Sant'Antonio racconta Sant'Atanasio, che una volta fu
-rapito in ispirito, e levato dagli angeli in cielo. I diavoli,
-ciò vedendo, cominciarono a contrastare, e gli angeli a
-chiedere perchè il facessero, non essendo in Antonio macchia
-di peccato. I diavoli allora presero a ricordare tutti
-i peccati che egli aveva commessi prima di abbracciare
-la vita solitaria, sin dalla nascita, e ad aggiungerne molt'altri,
-da loro calunniosamente inventati. Finalmente,
-non riuscendo loro la cosa, sgombrarono il passo<a class="tag" id="tag282" href="#note282">[282]</a>. I
-Mongoli credono che ogni anima d'uomo che muore giunga
-in presenza del supremo giudice accompagnata da uno
-spirito buono e da un spirito malvagio, i quali, con sassolini
-bianchi e neri fanno il novero delle sue buone e
-cattive azioni.
-</p>
-
-<p>
-Il contrasto è più spesso tra demonii e angeli; talvolta
-è tra demonii e santi, come si vede nella lettera apocrifa
-<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span>
-che si volle scritta da S. Cirillo, arcivescovo di Gerusalemme
-a Sant'Agostino, e nella Visione che un sant'uomo ebbe
-della liberazione dell'anima di re Dagoberto<a class="tag" id="tag283" href="#note283">[283]</a>. Talvolta
-pure è tra i demonii e la Vergine, e ne' varii casi assume
-varia forma e vario carattere, secondo tempi, luoghi, e condizioni
-di persone. Come s'è veduto, Dante accenna appena
-ad un diverbio; anzi diverbio propriamente non pone, giacchè
-S. Francesco nulla risponde alle ragioni del diavolo loico,
-e nulla risponde l'angelo ai rimproveri del vinto avversario.
-Ma di forme così parche e temperate non avrebbe
-potuto appagarsi nè la fantasia dei mistici, nè la fantasia
-popolare, e per esse il contrasto doveva, facendosi sempre
-più grossolano, accogliere in sè tutti i possibili modi della
-contestazione e della contesa. Il libro dove sono notate
-tutte le buone azioni, e il libro, di solito molto maggiore,
-dove tutti i peccati son registrati, l'uno recato dagli angeli,
-l'altro dai diavoli, figurano già nella storia di un malvagio
-cavaliere del re Coenredo, narrata da Beda<a class="tag" id="tag284" href="#note284">[284]</a>, ripetuta
-dal Passavanti. Essi trovansi del resto anche in altre mitologie.
-I Mongoli credono che il dio della morte ha un
-libro dove nota tutte le azioni degli uomini. In altre leggende
-cristiane si ha la bilancia con cui angeli e diavoli
-pesano azioni buone e cattive<a class="tag" id="tag285" href="#note285">[285]</a>. In una delle Visioni di
-S. Furseo, i demonii disputano assai dottamente con gli
-angeli di peccati e di penitenza, citano le Scritture, e
-non si mostrano men buoni dialettici del diavolo che se
-ne porta l'anima di Guido<a class="tag" id="tag286" href="#note286">[286]</a>. Per l'anima di Baronto
-contrastano due demonii e l'arcangelo Raffaele. Disputano
-un giorno intero, senza venire a nessuna conclusione:
-allora l'arcangelo, spazientito, tenta di levar senz'altro
-l'anima in cielo; ma invano, perchè l'uno dei demonii
-l'acchiappa dal lato sinistro, l'altro, da tergo, la tempesta
-di calci. La battaglia dura un pezzo, si fa più aspra. Sopraggiungono
-altri quattro demonii in ajuto de' compagni,
-<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span>
-altri due angeli in ajuto di Raffaele. Dàgli e picchia, finalmente
-le potestà celesti trionfano<a class="tag" id="tag287" href="#note287">[287]</a>. Notevole esempio di
-antropomorfismo anche questo, da aggiungersi agl'infinti
-onde è piena la storia di tutte le religioni. Con certe forme
-di tali contrasti ha stretta relazione quello che fu chiamato
-il processo di Satana, di cui io qui non mi curo<a class="tag" id="tag288" href="#note288">[288]</a>.
-Noterò solo che in Dante il contrasto non passa oltre ad
-un grado, che si potrebbe chiamare, sebbene impropriamente,
-di prima istanza. Nè S. Francesco per l'anima di
-Guido, nè il demonio per l'anima di Buonconte, si richiamano
-di quanto nel primo caso risolve il diavolo loico,
-di quanto nel secondo pare abbia già risoluto l'angelo.
-Così non avviene in molti altri contrasti. Nella Visione
-di S. Furseo angelo e demonio, non potendo accordarsi
-circa il possesso di un'anima, si appellano a Dio. Giacomo
-da Vitry narra di un gran peccatore che, in punto di morte
-si confessò al diavolo, credendo confessarsi a un prete.
-Morto il peccatore, angeli e demonii furono, contrastando,
-intorno all'anima, e quelli dicevano che la confessione era
-valida, perchè fatta in buona fede, e questi gridavano che
-non poteva valere, perchè fatta al demonio. Per giudizio
-di Dio il peccatore risuscitò e potè rifare la confessione.
-Questa storia è ripetuta dal Cavalca<a class="tag" id="tag289" href="#note289">[289]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Degno di attenzione nel secondo contrasto narrato da
-Dante è il mal governo che il demonio, non potendo avere
-l'anima, fa del corpo di Buonconte<a class="tag" id="tag290" href="#note290">[290]</a>; giacchè, di solito,
-non è data ai demonii potestà di offendere i corpi di chi
-muore riconciliato con Dio. Bensì sono spesso dati loro
-in balìa i corpi degli scelerati le cui anime vanno in Inferno;
-e molte storie spaventevoli si raccontano di corpi
-che furono strappati a furia fuor delle chiese, bruciati
-negli avelli, o fatti a pezzi. Le peripezie del corpo di Pilato
-sono note abbastanza.
-</p>
-
-<p>
-Ma qui viene in taglio un'altra osservazione. Il diavolo
-<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span>
-loico prende l'anima di Guido da Montefeltro, e la porta
-a Minosse, che la giudica e la manda fra i <i>rei del foco
-furo</i><a class="tag" id="tag291" href="#note291">[291]</a>. Come ciò? Dice Virgilio che le anime di coloro
-che <i>muojon nell'ira di Dio convengnon d'ogni paese</i> alla
-triste riviera d'Acheronte, e che son pronte a passare il
-fiume, così spronandole la divina giustizia che <i>la tema
-si volge in desio</i><a class="tag" id="tag292" href="#note292">[292]</a>. Se esse convengono di per sè al fiume;
-se Caronte è quegli che le traghetta; se per tal via giungono
-in cospetto del giudice infernale, come va che l'anima
-di Guido è portata al giudizio da un diavolo? Si può
-rispondere che Dante, narrando il passaggio delle anime
-oltre il fiume ebbe in mente il mito pagano, e che narrando
-poi di Guido, si scordò quel mito, e si sovvenne
-della comune credenza de' tempi suoi, secondo la quale
-le anime malvage erano portate via dai diavoli, e non le
-anime soltanto, ma qualche volta anche i corpi. Nè Dante
-ebbe a sovvenirsene in questo caso soltanto. Il diavolo che
-porta nella bolgia dei barattieri l'anziano di santa Zita,
-dice:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Mettetel sotto, ch'io torno per anche</p>
-<p class="i01">A quella terra che n'ho ben fornita<a class="tag" id="tag293" href="#note293">[293]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Anche nell'Inferno dantesco i diavoli hanno per ufficio
-di tormentare i dannati; ma bisogna subito dire che tale
-officio essi non adempiono con la frequenza, il furore,
-l'atrocità di cui porgono tanti esempii le altre Visioni.
-Caronte si contenta di battere col remo qualunque si
-adagia<a class="tag" id="tag294" href="#note294">[294]</a>; poi, per tutto il primo e secondo cerchio, come
-già innanzi nel vestibolo dove sono i vigliacchi<a class="tag" id="tag295" href="#note295">[295]</a>, non è
-più cenno di diavoli tormentatori, fino a Cerbero, che
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Graffia gli spirti, gli scuoja ed isquatra<a class="tag" id="tag296" href="#note296">[296]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Minosse assegna soltanto a ciascun'anima la pena adeguata.
-Dante volle, non senza un concetto profondo, che
-<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span>
-i dannati trovassero lor castigo, almeno nella più parte
-dei casi, in una condizione prestabilita, in un ordinamento
-fisso e costante di pene, nelle quali i demonii non han
-troppa ingerenza, e volle ancora sovente che i dannati
-stessi fossero gli uni contro gli altri esecutori e strumenti
-del meritato castigo. Così gli avari e i prodighi del quarto
-cerchio percotonsi coi pesi che van <i>voltando per forza di
-poppa</i><a class="tag" id="tag297" href="#note297">[297]</a>; così le <i>fangose genti</i> fanno strazio di Filippo
-Argenti<a class="tag" id="tag298" href="#note298">[298]</a>; così il conte Ugolino rode il teschio dell'arcivescovo
-Ruggieri con denti <i>come d'un can forti</i><a class="tag" id="tag299" href="#note299">[299]</a>. Però
-non vediamo nell'Inferno di Dante demonii far bollire le
-anime in pentole affocate, arrostirle infisse in lunghi spiedi,
-struggerle in padelle roventi, segarle per lungo e per traverso,
-come in tante Visioni e rappresentazioni dell'Inferno
-interviene. L'orribile cuoco dell'Inferno di Giacomino
-da Verona<a class="tag" id="tag300" href="#note300">[300]</a> non ha luogo nell'Inferno di Dante,
-dove l'opera dei diavoli tormentatori comincia propriamente
-solo nel primo girone del settimo cerchio. Quivi i Centauri
-vanno a mille a mille intorno al fosso, saettando le
-anime che alcuna parte di sè levan fuori dal sangue bollente<a class="tag" id="tag301" href="#note301">[301]</a>.
-Ora, col settimo cerchio comincia quella parte
-dell'Inferno nella quale sono puniti i più malvagi, secondo
-dice Virgilio<a class="tag" id="tag302" href="#note302">[302]</a>. Da indi in poi troviamo, per non parlare
-delle cagne nere, bramose e correnti che inseguono e lacerano
-i violenti contro a se stessi<a class="tag" id="tag303" href="#note303">[303]</a>, e dei serpi che mordono
-i ladri<a class="tag" id="tag304" href="#note304">[304]</a>, le Arpie, le quali si pascono delle fronde
-degli arbusti in che pure le anime dei violenti contro a
-se stessi son prigioniere<a class="tag" id="tag305" href="#note305">[305]</a>; i diavoli cornuti, che con
-grandi sferze battono di dietro i mezzani<a class="tag" id="tag306" href="#note306">[306]</a>; quelli che
-coi raffii arroncigliano i barattieri<a class="tag" id="tag307" href="#note307">[307]</a>; il diavolo che
-<i>accisma</i> i seminatori di scandalo e di scisma<a class="tag" id="tag308" href="#note308">[308]</a>; Lucifero,
-che maciulla i tre massimi peccatori, e col vento delle
-grandi ale aggela Cocito<a class="tag" id="tag309" href="#note309">[309]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ma i demonii cui è commesso l'ufficio di tormentare i
-<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span>
-dannati soffrono essi pure una qualche pena, oltre a quella
-cui soggiacciono per la esclusione dal regno dei cieli, e
-per l'avvilimento di lor natura, conseguenza della caduta?
-Non mancano scrittori i quali dicono che dei tormenti
-infernali essi non soffrono, perchè, se ne soffrissero, assai
-di mala voglia attenderebbero a quel loro officio, e all'altro
-di tentare i cristiani; e spesso nelle rappresentazioni dell'arte
-i diavoli tormentatori mostrano in viso il compiacimento
-che provano di quel loro esercizio. Del solo Lucifero
-Dante accenna, più che non narri, l'intimo crucio,
-quando dice che
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Con sei occhi piangeva, e per tre menti</p>
-<p class="i01">Gocciava il pianto e sanguinosa bava<a class="tag" id="tag310" href="#note310">[310]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Il Lucifero di Dante è confitto nel ghiaccio, nè si può
-muovere: altrove siede tra le fiamme, o è dagli stessi
-demonii suoi arrostito a fuoco vivo. Ad ogni modo le torture
-dei demonii non sono senza refrigerio, se è vero, come
-gli scrittori affermano, che essi godono del commesso peccato,
-dell'ingiuria fatta a Dio e ai santi, dell'anima che
-piomba in Inferno, dei mali infiniti che affliggono la misera
-umanità. Dante dice che Lucifero nel suo fondo si placa,
-vedendo le brutture e le nefandità della Curia di Roma<a class="tag" id="tag311" href="#note311">[311]</a>.
-</p>
-
-<h3>VII.</h3>
-
-<p>
-I diavoli che Dante trova nella quinta bolgia del cerchio
-ottavo, se hanno del terribile, hanno anche del comico.
-Essi stringono la lingua coi denti per far cenno al lor
-duce, come è usanza dei monelli, e il lor duce fa trombetta
-di ciò che non occorre rammentare<a class="tag" id="tag312" href="#note312">[312]</a>. Si lasciano
-ingannare da Ciampolo, o chi altri si sia il <i>famiglio del
-buon re Tebaldo</i><a class="tag" id="tag313" href="#note313">[313]</a>, e due di loro, Alichino e Calcabrina,
-<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span>
-si azzuffano per ciò, e cadono nel bel mezzo del bollente
-stagno<a class="tag" id="tag314" href="#note314">[314]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Diavoli così fatti, se possono incutere terrore (e molto
-ne incutono a Dante), possono anche muovere a riso, ed
-hanno grande somiglianza con quelli che si vedono trescare
-per entro ai Misteri e alle Moralità del medio evo.
-Io non ho a ricercare qui come la fantasia popolare, e
-anche la non popolare, pure ingombre come erano dei
-terrori dell'Inferno, giungessero a ideare il demonio burlesco,
-sciocco, ridicolo. Molti elementi concorrono in sì
-fatto concetto, a sceverare i quali sarebbe necessaria un'accurata
-analisi. Ricorderò solo che il diavolo appar ridicolo
-in numerose leggende<a class="tag" id="tag315" href="#note315">[315]</a>, e che viene un tempo in cui
-l'officio principale suo sulla scena è quello di far ridere
-gli spettatori<a class="tag" id="tag316" href="#note316">[316]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Se fu in Francia, il che è assai dubbio, Dante può
-avervi veduto, in certe rappresentazioni di sacro argomento,,
-diavoli molto simili a quelli ch'ei pone nella bolgia dei
-barattieri, poichè, già nel XII secolo, alla rappresentazione
-del <i>Mistère d'Adam</i>, si vedevano demonii correre
-per la piazza, tra il popolo<a class="tag" id="tag317" href="#note317">[317]</a>: ma è da credere che anche
-in Italia Dante potesse vedere così fatti demonii, sebbene
-sia vero ciò che nota il D'Ancona, non avere, cioè, più
-tardi, nelle Sacre Rappresentazioni nostre, il diavolo raggiunto
-mai quel grado di ridicolo che raggiunse in Francia<a class="tag" id="tag318" href="#note318">[318]</a>.
-La rappresentazione dell'Inferno, fattasi in Firenze
-nel 1304, e nella quale erano, secondo narra Giovanni
-Villani<a class="tag" id="tag319" href="#note319">[319]</a>, diavoli <i>orribili a vedere</i>, è possibile non si
-facesse in quell'anno la prima volta. In una sua costituzione,
-del 1210, Innocenzo III parla di <i>monstra larvarum</i>,
-che s'introducevano nelle chiese, ed è assai probabile che
-tra esse ce ne fossero di diaboliche.
-</p>
-
-<p>
-Anche i nomi che Dante dà a que' suoi demonii rimandano
-a Misteri e a Sacre rappresentazioni, dove nomi
-<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span>
-consimili occorrono frequenti. Tali Misteri e tali Sacre
-Rappresentazioni sono, gli è vero, posteriori alla <i>Divina
-Commedia</i>; ma nulla vieta di credere che essi occorressero
-già in drammi più antichi, non pervenuti sino a noi<a class="tag" id="tag320" href="#note320">[320]</a>.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span>
-</p>
-
-<h3 id="notedante">NOTE</h3>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note79">
-<p><span class="label"><a href="#tag79">79</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXIII, 142-4.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note80">
-<p><span class="label"><a href="#tag80">80</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Non so che il tema da me preso a trattare in questo scritto
-sia stato già trattato da altri, ordinatamente e in modo compiuto.
-I commentatori non troppo se ne impacciarono, e nel
-toccarlo errarono spesso. Coloro che di proposito discorsero della
-teologia di Dante, come Gian Lorenzo Berti, Melchiorre Missirini,
-A. F. Ozanam, Antonio Fischer, Ferdinando Piper, Fr. Hettinger,
-altri, nemmeno essi se ne curarono gran che, quasi fosse
-argomento di poca importanza trattandosi del poeta che descrive
-<i>fondo a tutto l'universo</i>. Fr. Hettinger, l'ultimo venuto,
-se ne sbriga in un pajo di pagine. (<i>Die Theologie der göttlichen
-Komödie des Dante Alighieri in ihren Grundzügen. Erste Vereinschrift
-der Görres-Gesellschaft für 1879</i>, Colonia, 1879, pp. 37-9).
-Gli scritti seguenti concernono in particolar modo questo o
-quello dei demonii danteschi, ma sono per la più parte condotti
-con criterii puramente letterarii ed estetici, o hanno speciale
-riguardo alla significazione allegorica, della quale io non
-mi curo: <span class="smcap">F. Lanci</span>, <i>Della forma di Gerione e di molti particolari
-ad esso demone attenenti, in Giornale arcadico</i>, nuova serie, t. VII;
-<span class="smcap">L. C. Ferrucci</span>, <i>Sul Cerbero di Dante</i>, in <i>Giornale arcadico</i>, t. XXII;
-<span class="smcap">G. Franciosi</span>, <i>Il Satana dantesco</i> in <i>Scritti danteschi</i>, Firenze, 1876;
-2ª ediz., Parma, 1889; <span class="smcap">P. G. Giozza</span>, <i>Iddio e Satana nel poema di
-Dante</i>, Palermo (s. a.); <span class="smcap">V. Miagostovich</span>, <i>Lucifero nella Divina
-Commedia di Dante</i> (Programm der Städtischen Ober-Realschule
-in Triest), Trieste, 1878; <span class="smcap">R. Fornaciari</span>, <i>Il mito delle Furie in
-Dante</i>, in <i>Nuova Antologia</i>, 15 agosto, 1879; inserito poi nel
-volume <i>Studi su Dante</i>, Milano, 1883, pp. 47-93. <span class="smcap">V. Duina</span>, <i>L'ira
-e i mostri dell'Inferno dantesco, Commentarî dell'Ateneo di Brescia
-per l'anno 1886</i>. Cf. nel vol. VI, p<sup>te</sup> 1ª, della <i>Storia della letteratura
-italiana</i> di <span class="smcap">Adolfo Bartoli</span>, Firenze, 1887, uscito in luce
-dopo la prima pubblicazione del presente scritto, il capitolo
-intitolato <i>I Demoni, gli Angeli, le Persone Divine</i>. Senza sapere
-l'uno degli studii dell'altro sopra questo speciale argomento,
-il dottissimo mio amico ed io ci trovammo concordi in molte
-opinioni e conclusioni.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note81">
-<p><span class="label"><a href="#tag81">81</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tratt. III, c. 13.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note82">
-<p><span class="label"><a href="#tag82">82</a>.&nbsp;&nbsp;</span>V. 83. Cfr. <i>De vulg. el.</i>, I, 2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note83">
-<p><span class="label"><a href="#tag83">83</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vv. 46-8.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note84">
-<p><span class="label"><a href="#tag84">84</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vv. 11-12.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note85">
-<p><span class="label"><a href="#tag85">85</a>.&nbsp;&nbsp;</span>V. 91.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note86">
-<p><span class="label"><a href="#tag86">86</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Parad.</i>, XXIX, 49-51. Cfr. <span class="smcap">S. Tommaso</span>, <i>Summa theol.</i>, P. I,
-qu. XLIII, art. 6.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note87">
-<p><span class="label"><a href="#tag87">87</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Conv.</i>, III, 12. Punto delicato intorno a cui i teologi annasparono
-assai.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note88">
-<p><span class="label"><a href="#tag88">88</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Summa theol.</i>, P. I, qu. LXIII, art. 2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note89">
-<p><span class="label"><a href="#tag89">89</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Parad.</i>, XXIX, 55-7.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note90">
-<p><span class="label"><a href="#tag90">90</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Parad.</i>, XIX, 46.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note91">
-<p><span class="label"><a href="#tag91">91</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXXIV, 35.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note92">
-<p><span class="label"><a href="#tag92">92</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Conv.</i>, II, 6. Cfr. <span class="smcap">Alberto Magno</span>, <i>Summa theol.</i>, P. II,
-tratt. IV, qu. 20, m. 1; <span class="smcap">S. Tommaso</span>, <i>Summa theol.</i>, P. I, qu. LXIII,
-art. 7, 9.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note93">
-<p><span class="label"><a href="#tag93">93</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Purgat.</i>, XII, 27. Nell'evangelo di Luca, X, 18, è scritto:
-<i>Videbam Satanam sicut fulgur de coelo cadentem</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note94">
-<p><span class="label"><a href="#tag94">94</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXXIV, 122-6.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note95">
-<p><span class="label"><a href="#tag95">95</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi le giuste osservazioni che a questo luogo appunto fa
-lo Scartazzini nel suo commento.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note96">
-<p><span class="label"><a href="#tag96">96</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, III, 34-42.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note97">
-<p><span class="label"><a href="#tag97">97</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il solo passo delle Scritture che, volendo, si potrebbe in
-qualche modo adattare alla condizione e al castigo degli angeli
-neutrali, è nell'Apocalissi, III, 15, 16: <i>Scio opera tua: quia neque
-frigidus es, neque calidus: utinam frigidus esses, aut calidus: — Sed
-quia tepidus es, et nec frigidus, nec calidus, incipiam te
-evomere ex ore meo</i>.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note98">
-<p><span class="label"><a href="#tag98">98</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Uno di quegli strani uccelli dice a S. Brandano: «Nos
-sumus de magna illa ruina antiqui hostis; set non peccando
-aut consentiendo sumus lapsi; set Dei pietate predestinati,
-nam ubi sumus creati, per lapsum istius cum suis satellitibus
-contigit nostra ruina. Deus autem omnipotens, qui justus est
-et verax, suo judicio misit nos in istum locum. Penas non
-sustinemus. Presentiam Dei ex parte non videre possumus,
-tantum alienavit nos consorcium illorum, qui steterunt. Vagamur
-per diversas partes hujus seculi, aeris et firmamenti
-et terrarum sicut et alii spiritus qui mittuntur. Set in sanctis
-diebus dominicis, accipimus corpora talia que tu vides, et
-per Dei dispensacionem commoramur hic et laudamus creatorem
-nostrum». (<span class="smcap">Jubinal</span>, <i>La légende latine de S. Brandaines</i>,
-Parigi, 1836, p. 16). La ragione del cadere, oscura, a dir vero,
-un po' più del bisogno, non fu troppo bene intesa da rifacitori
-e da trascrittori, e non è nelle varie redazioni espressa sempre
-a un modo; ma il concetto fondamentale passa in quasi tutte.
-Vedi <span class="smcap">Jubinal</span>, <i>Op. cit.</i>, pp. 70-71, 121; <span class="smcap">Schroeder</span>, <i>Sanct Brandan.
-Ein lateinischer und drei deutsche Texte</i>, Erlangen, 1871, pp. 12, 78;
-<span class="smcap">Francisque Michel</span>, <i>Les voyages merveilleux de Saint Brandan</i>,
-Parigi, 1878, pp. 26-7; <span class="smcap">Villari</span>, <i>Alcune leggende e tradizioni che
-illustrano la Divina Commedia</i>, in <i>Annali delle Università toscane</i>,
-t. VIII, Pisa, 1866, p. 143; ecc. Nel testo italiano pubblicato dal
-Villari di su un codice Magliabechiano del secolo XIV, l'uccello
-dice al santo: «O servo di Dio, noi siamo di quella grande
-compagnia che caddono di cielo con quello agnolo Lucifero,
-lo quale è nimico dell'umana generazione. Noi non peccammo
-per noi, ma per consentimento; e per questo non siamo dove
-noi fummo creati, anzi siamo cacciati di fuori con quelli che
-peccarono gravemente». Cfr. <span class="smcap">Alberto Magno</span>, <i>Summa theol.</i>,
-P. II, tratt. IV, qu. 20, m. 2. Il riscontro fu, del resto, già notato
-dall'<span class="smcap">Ozanam</span>, <i>Dante et la philosophie catholique au treizième
-siècle</i>, nuova ediz., Parigi, 1845, p. 343, e dal <span class="smcap">D'Ancona</span>, <i>I precursori
-di Dante</i>, Firenze, 1874, p. 52.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note99">
-<p><span class="label"><a href="#tag99">99</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ecco in che modo uno di quegli uccelli informa Ugone di
-loro caduta e di loro stato. I versi che seguono, e di cui debbo
-comunicazione alla grande gentilezza del prof. Tobler, sono tolti
-dalla redazione più antica giunta sino a noi, e contenuta in un
-codice del Museo Regio di Berlino, già Hamilton, codice finito
-di scrivere nel 1341, e identificato con quello che si registra
-nel noto catalogo dei libri posseduti da Federico Gonzaga
-nel 1407 (Vedi <span class="smcap">Tobler</span>, <i>Die Berliner Handschrift des Huon
-d'Auvergne</i>, in <i>Sitzungsb. d. k. preuss. Akad. d. Wiss.</i>, phil.-hist.
-Cl., vol. XXVII, 1884):
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Qvant li ber oit soe oraison complie,</p>
-<p class="i02"> Vn des osiaus qe auech soy stesie</p>
-<p class="i02"> En l'auernaus lengaçe le desplie:</p>
-<p class="i02"> Tu as diex del tron feit proierie,</p>
-<p class="i02"> Par qui ci somes de sauoir en partie:</p>
-<p class="i02"> Nos le diron: or met bien en oie.</p>
-<p class="i02"> A yh'u plest qe auqes de ses secrie</p>
-<p class="i02"> Sauome en part, qe autremant non mie.</p>
-<p class="i02"> Conois adonqe qe sons de cel regnie,</p>
-<p class="i02"> Que deualla en l'abis parfondie,</p>
-<p class="i02"> Que enferne mant homes apellie.</p>
-<p class="i02"> De celle entente non somes nemie,</p>
-<p class="i02"> Quant vint le pont de la departie,</p>
-<p class="i02"> Tot environ le ciel avoit scrolie:</p>
-<p class="i02"> Angle et archangle, et tot le monarchie,</p>
-<p class="i02"> Tot de paor auront tuit fremie,</p>
-<p class="i02"> Sol a la voiç deu per, quant ot parllie.</p>
-<p class="i02"> Tot li malfer iluech si demostrie;</p>
-<p class="i02"> Tant defendrent cum auront uigorie:</p>
-<p class="i02"> Quant non porent il plus, aual sont trabuchie;</p>
-<p class="i02"> Autre remis en aer, autre in terre icie,</p>
-<p class="i02"> Autre en abisme trauailient la lor uie.</p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i01">Vasal, dit li diable en forme d'oiselons,</p>
-<p class="i02"> Nos, qe ci somes, ne bien, ni mal feisons;</p>
-<p class="i02"> Mes pur il ere la nostre entencions</p>
-<p class="i02"> Te tenir sempre cum cil qi uencerons.</p>
-<p class="i02"> Por ce qe deu per conoit nos pensasons,</p>
-<p class="i02"> En guisse de oisel trasfigura cum sons.</p>
-<p class="i02"> D'alor auant uenimes a cis mons,</p>
-<p class="i02"> Maint torment auomes, mais de peior lisons.</p>
-<p class="i02"> Vne uos en diray, les autres taiserons,</p>
-<p class="i02"> Que a uos riens ne fesist, se elle conterons.</p>
-<p class="i02"> En air et en mer façon nos peschesons,</p>
-<p class="i02"> Si cum onde nos maine tot ensinqe alons:</p>
-<p class="i02"> Pescher sauomes et nulle nen prendrons:</p>
-<p class="i02"> Ensi estoit nostre destrucions.</p>
-<p class="i02"> Vn ior de la semaine une remedie auons;</p>
-<p class="i02"> Ce estoit la domenege, qe enei nos demorons:</p>
-<p class="i02"> Ce estoit li nostre paradis, qui clamons;</p>
-<p class="i02"> Ci aurons hosteler, anuit demorerons;</p>
-<p class="i02"> Pues domain al aube apres si partirons,</p>
-<p class="i02"> E sosteromes ce qe destineç nos sons.</p>
-<p class="i02"> Mentre qe nos ci somes auons repoisesons;</p>
-<p class="i02"> Enforçon nostre uoiç al bien dir qe poisons,</p>
-<p class="i02"> Tot a los de deu pere, ce bien sauons.</p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span></p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i01">Par foy, ce dit le cont, bele uertue aues,</p>
-<p class="i02"> Pois qe remedie da deu aues uos troues;</p>
-<p class="i02"> E deu sor tot soie regracies.</p>
-<p class="i02"> D'une autre çouse uoil auoir da uos scoutes:</p>
-<p class="i02"> Si uos riens de ma qeste car rien uos en saves.</p>
-<p class="i02"> J'en sai tant, fit il, cum vos oir pores.</p>
-<p class="i02"> Vestre uoie ert mout longe de ci, uoil qe sachies;</p>
-<p class="i02"> Sanç la deuine puisance la aler non poreç mes.</p>
-<p class="i02"> Mes bien plait a deu, et si moy ert rouelles,</p>
-<p class="i02"> Que en ceste este sia del tot aquites;</p>
-<p class="i02"> Mes auant qe cil auiegne uereç meruoille ases:</p>
-<p class="i02"> Non say plus de ce dir: uostre signor serues:</p>
-<p class="i02"> Si l'ameç de bon quuer, il ert uestre auoes,</p>
-<p class="i02"> Qui en la fin ert chaschun de soe oure loes;</p>
-<p class="i02"> Le merit en atent de tot ce cha oures.</p>
-<p class="i02"> E ge l'en croy trop bien, respond li quuens ades.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Lo stesso si ha, su per giù, nel testo della Nazionale di Torino,
-cod. N, III, 19, f. 116 r. a 117 r., e nel romanzo in prosa (<span class="smcap">Andrea
-da Barberino</span>, <i>Storia di Ugone d'Alvernia</i>, Bologna, 1882, <i>Scelta
-di cur. lett.</i>, disp. 188, 190, vol. II, p. 33). Nel testo della Biblioteca
-del Seminario in Padova, cod. 82, questa parte manca,
-come il prof. Crescini mi avverte, e come può anche rilevarsi
-dall'analisi che egli ne diede (<i>Orlando nella Chanson de Roland
-e nei poemi del Boiardo e dell'Ariosto. Segue una appendice sul
-poema franco-veneto Ugo d'Alvernia</i>, estratto dal <i>Propugnatore</i>,
-vol. XIII, 1880, p. 96).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note100">
-<p><span class="label"><a href="#tag100">100</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi quanto osserva in proposito il <span class="smcap">Renier</span>, <i>La discesa di
-Ugo d'Alvernia allo Inferno</i>, Bologna, 1883 (<i>Scelta di cur. lett.</i>,
-disp. 194), pp. <span class="smcap lowercase">CXLV-CLIV</span>. La imitazione di Dante è del resto già
-penetrata nella redazione più antica, del codice di Berlino.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note101">
-<p><span class="label"><a href="#tag101">101</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ediz. di C. Bartsch, Lipsia, 1870-1, l. IX, vv. 1155-65. Lo
-stesso Trevrizent, per altro, confessa poi a Parzival che quanto
-disse in proposito è favola (l. XVI, vv. 341-60). Cfr. <span class="smcap">Birch-Hirschfeld</span>,
-<i>Die Sage vom Gral, ihre Entwicklung und dichterische
-Ausbildung in Frankreich und Deutschland im 12. und 13. Jahrhundert</i>,
-Lipsia, 1877, p. 250.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note102">
-<p><span class="label"><a href="#tag102">102</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Satana, Beelzebub, Lucifero, sono per Dante tre nomi dello
-stesso principe dei demonii.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note103">
-<p><span class="label"><a href="#tag103">103</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Che Proserpina sia tra i demonii si argomenta, sebbene
-il poeta non dica altro di lei, dai vv. 43-4 del c. IX dell'<i>Inferno</i>,
-e da quelle parole di Farinata degli Uberti, X, 79-81:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Ma non cinquanta volte fia raccesa</p>
-<p class="i02"> La faccia della donna che qui regge,</p>
-<p class="i02"> Che tu saprai quanto quell'arte pesa.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note104">
-<p><span class="label"><a href="#tag104">104</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per esempio, nell'<i>Hamartigenia</i> di <span class="smcap">Prudenzio</span>, nei <i>Commentarii
-in Genesim</i> di <span class="smcap">Claudio Mario Vittore</span>, in un inno di <span class="smcap">Rabano
-Mauro</span>, nel <i>De imagine mundi</i> di <span class="smcap">Onorio d'Autun</span>, ecc., ecc.
-Cfr. <span class="smcap">Maury</span>, <i>La magie et l'astrologie dans l'antiquité et au moyen-âge</i>,
-Parigi, 1877, pp. 168-9. <span class="smcap">San Giovanni Crisostomo</span> biasimò
-(<i>Adv. oppugnat. vitae monasticae</i>, II, 10), quest'assimilazione
-dell'Inferno cristiano all'Inferno pagano, ma senza frutto.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note105">
-<p><span class="label"><a href="#tag105">105</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ediz. di Francisque Michel, Parigi, 1864, vv. 20212-40.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note106">
-<p><span class="label"><a href="#tag106">106</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Anticlaudianus</i>, VIII, 3.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note107">
-<p><span class="label"><a href="#tag107">107</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cfr. <span class="smcap">Roskoff</span>, <i>Geschichte des Teufels</i>, Lipsia, 1869, vol. II,
-pp. 2-3.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note108">
-<p><span class="label"><a href="#tag108">108</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">San Gerolamo</span>, <i>De vita S. Pauli eremitae</i>. Nella Vita che di
-Sant'Antonio scrisse Sant'Atanasio di Alessandria, si dice che
-quel santo vide una volta un mostro, che, sino al pube, aveva
-figura d'uomo, il resto d'asino: a un segno di croce sparì.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note109">
-<p><span class="label"><a href="#tag109">109</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cfr. <span class="smcap">Piper</span>, <i>Mythologie der christlichen Kunst</i>, Weimar, 1847-51,
-vol. I, pp. 405-6.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note110">
-<p><span class="label"><a href="#tag110">110</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Otia imperialia, in einer Auswahl neu herausgegeben von</i>
-<span class="smcap">Felix Liebrecht</span>, Hannover, 1856, prima decis., XVIII; tertia
-decis., LXXVI. Tale credenza era assai antica: cfr. <span class="smcap">Giovanni
-Cassiano</span>, <i>Collationes patrum</i>, collat. VIII, c. 32.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note111">
-<p><span class="label"><a href="#tag111">111</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Anecdotes historiques, légendes et apologues tirés du recueil
-inédit d'Etienne de Bourbon, publiés par</i> <span class="smcap">A. Lecoy de la Marche</span>,
-Parigi, 1877, p. 327. Satiri e fauni si confondevano coi dusii,
-ricordati dallo stesso Gervasio e da altri. Vedi <i>Otia imperialia</i>,
-ed. cit., p. 145, e <span class="smcap">Giacomo Grimm</span>, <i>Deutsche Mythologie</i>, 4ª ediz.,
-Berlino, 1875-8, vol. I, p. 398.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note112">
-<p><span class="label"><a href="#tag112">112</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per la leggenda di Giuliano l'Apostata e per le varie leggende
-in cui comparisce la Venere diabolica, vedi il mio libro,
-<i>Roma nella memoria e nelle immaginazioni del medio evo</i>, Torino,
-1882-3, vol. II, pp. 121-52, 382-406. <span class="smcap">Giovanni Nyder</span> (m. 1438)
-racconta ancora nel suo <i>Formicarius</i> la storia di un cavaliere
-che, addormentatosi pensando di penetrare nel Monte di Venere,
-si trovò, allo svegliarsi, in un pantano.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note113">
-<p><span class="label"><a href="#tag113">113</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Chronographia</i>, ad a. 998.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note114">
-<p><span class="label"><a href="#tag114">114</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Gervasio da Tilbury</span>, <i>Op. cit.</i>, tertia decis., LXI; <span class="smcap">Tommaso
-Cantipratense</span>, <i>Bonum universale de apibus</i>, Duaci, 1627, l. II,
-c. 57, num. 5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note115">
-<p><span class="label"><a href="#tag115">115</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Gervasio da Tilbury</span>, <i>Op. cit.</i>, tertia decis., LXIV. Anche
-S. Brandano incontra sirene in certe redazioni della leggenda;
-Brunetto Latini alle sirene classiche (ricordate con certa frequenza
-dai lirici nostri delle origini) non crede più, e anche
-Dante sembra ricordarle solo come un mito (<i>Purg.</i>, XIX, 19;
-XXXI, 45; <i>Parad.</i>, XII, 8). Cfr. <span class="smcap">Berger de Xivrey</span>, <i>Traditions
-tératologiques</i>, Parigi, 1886, pp. 25-7, 539; <span class="smcap">Piper</span>, <i>Op. cit.</i>, pp. 383
-sgg. Il diavolo fu spesso rappresentato in figura di sirena.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note116">
-<p><span class="label"><a href="#tag116">116</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Giacomo da Voragine</span>, <i>Legenda aurea</i>, ediz. di Th. Grässe,
-Dresda e Lipsia, 1846; c. III, 5, p. 24; <span class="smcap">Vincenzo Bellovacense</span>,
-<i>Speculum historiale</i>, l. XIII, c. 71.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note117">
-<p><span class="label"><a href="#tag117">117</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <i>Passio S. Symphoriani</i> in <span class="smcap">Ruinart</span>, <i>Acta martyrum
-sincera</i>, Verona, 1731, p. 71, col. 1ª. Circa il diavolo meridiano,
-vedi <span class="smcap">Gregorio di Tours</span>, <i>Historia Francorum</i>, l. VIII, c. 33, e
-<i>De miraculis S. Martini</i>, l. IV, c. 36; <i>Vita S. Rusticulae</i> in <span class="smcap">Mabillon</span>,
-<i>Acta sanctorum ordinis S. Benedicti</i>, saec. II, p. 135, n. c.;
-<span class="smcap">Cesario di Heisterbach</span>, <i>Dialogus miraculorum</i>, ed. dello Strange,
-1851, dist. V, cap. 2. Meridiana (o Marianna) chiamavasi il diavolo
-succubo con cui, secondo la leggenda, ebbe commercio
-Gerberto.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note118">
-<p><span class="label"><a href="#tag118">118</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Du Cange</span>, <i>Glossarium</i>, s. v. <i>Dianum</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note119">
-<p><span class="label"><a href="#tag119">119</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Libri duo de sinodalibus caussis et disciplinis ecclesiasticis</i>,
-ediz. di Lipsia, 1840, l. II, c. 37.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note120">
-<p><span class="label"><a href="#tag120">120</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Libri decretorum collect.</i>, l. X, c. 1</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note121">
-<p><span class="label"><a href="#tag121">121</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Decretum</i>, II, 26, quaest. 5, 12, § 1.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note122">
-<p><span class="label"><a href="#tag122">122</a>.&nbsp;&nbsp;</span>XIII, <i>De sortilegis et sortiariis</i>, ap. <span class="smcap">Baluze</span>, <i>Capitularia
-regum Francorum</i>, t. II, col. 365.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note123">
-<p><span class="label"><a href="#tag123">123</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Op. cit.</i>, pp. 323-4.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note124">
-<p><span class="label"><a href="#tag124">124</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Sermones discipuli de tempore et de sanctis</i>, serm. 11. Cfr.
-<span class="smcap">Soldan</span>, <i>Geschichte der Hexenprozesse</i>, ediz. rifatta da Enrico
-Heppe, Stoccarda, 1880, vol. I, pp. 130-1.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note125">
-<p><span class="label"><a href="#tag125">125</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">G. Grimm</span>, <i>Op. cit.</i>, vol. II, p. 778, n. 2; vol. III, p. 282.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note126">
-<p><span class="label"><a href="#tag126">126</a>.&nbsp;&nbsp;</span>In <span class="smcap">D'Achery</span>, <i>Spicilegium veterum aliquot scriptorum</i> etc.,
-1ª ediz., t. V, p. 215. Cfr. <span class="smcap">Caspari</span>, <i>Eine Augustin fälschlich beilegte
-Homilia de sacrilegiis</i>, Cristiania, 1886, pp. 18-9.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note127">
-<p><span class="label"><a href="#tag127">127</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">Liudprando</span>, <i>Liber de rebus gestis Ottonis Magni imperatoris</i>,
-ap. <span class="smcap">Pertz</span>, <i>Mon. Germ., Script.</i>, t. III, p. 343. Cfr. <span class="smcap">Vogel</span>,
-<i>Ratherius von Verona und das zehnte Jahrhundert</i>, Jena, 1854,
-vol. I, p. 284.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note128">
-<p><span class="label"><a href="#tag128">128</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">Schroeder</span>, <i>Glaube und Aberglaube in den altfranzösischen
-Dichtungen</i>, Erlangen, 1886, pp. 63 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note129">
-<p><span class="label"><a href="#tag129">129</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Dreyer</span>, <i>Der Teufel in der deutschen Dichtung des Mittelalters</i>,
-P. 1ª, Rostock, 1884, p. 18.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note130">
-<p><span class="label"><a href="#tag130">130</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per es., nel <i>Rhytmus de pugna fontanetica</i>, ap. <span class="smcap">Duemmler</span>,
-<i>Poëtae latini aevi Carolini</i>, t. II, Berlino, 1883-84, p. 138; nel
-<i>Liber de fonte vitae</i> di <span class="smcap">Andrado Modico</span>, <i>id.</i>, t. III, P. 1ª, 1886,
-p. 78, ecc., ecc.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note131">
-<p><span class="label"><a href="#tag131">131</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Visio Tnugdali</i>, ediz. Schade, Halis Saxonum, 1869, c. 11;
-<span class="smcap">Wagner</span>, <i>Visio Tnugdali, lateinisch und altdeutsch</i>, Erlangen,
-1882, p. 31. Così pure nelle versioni.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note132">
-<p><span class="label"><a href="#tag132">132</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Kaiserchronik</i>, ediz. Massmann, Quedlimburgo e Lipsia,
-1849-54, V. 14191.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note133">
-<p><span class="label"><a href="#tag133">133</a>.&nbsp;&nbsp;</span>In un luogo del <i>Convivio</i>, II, 5, Dante assimila le divinità
-dei gentili alle idee di Platone; ma tale assimilazione mal si
-conviene agli <i>dei falsi e bugiardi</i> ricordati nel I dell'<i>Inferno</i>,
-i quali non possono essere se non demonii.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note134">
-<p><span class="label"><a href="#tag134">134</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXXI, 12-8, 67-75. Cf. uno studio di <span class="smcap">M. Scherillo</span>,
-<i>Accidia, invidia e superbia ed i giganti nella</i> Divina Commedia,
-<i>Nuova Antologia</i>, serie 3ª, vol. XVIII (1888).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note135">
-<p><span class="label"><a href="#tag135">135</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">Dillmann</span>, <i>Das Buch Henoch</i>, Lipsia, 1853, p. <span class="smcap lowercase">XLII</span>;
-<span class="smcap">Gfroerer</span>, <i>Geschichte des Urchristenthums</i>, Stoccarda, 1838, vol. I,
-p. 385.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note136">
-<p><span class="label"><a href="#tag136">136</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Meglio Carlo III: il soprannome di Grosso viene in uso
-solamente nel XII secolo. Vedi <span class="smcap">Duemmler</span>, <i>Geschichte des ostfränkischen
-Reichs</i>, Berlino, 1862-5, vol. II, p. 292.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note137">
-<p><span class="label"><a href="#tag137">137</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ap. <span class="smcap">Pertz</span>, <i>Mon. Germ., Script.</i>, t. V, p. 458.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note138">
-<p><span class="label"><a href="#tag138">138</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">Schroeder</span>, <i>Glaube und Aberglaube</i>, ecc., p. 102.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note139">
-<p><span class="label"><a href="#tag139">139</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Edizioni citate, c. 7. I due giganti si chiamano Fergusius
-e Conallus, <i>et suis temporibus in secta ipsorum tam fideles sicut
-ipsi non sunt inventi: quorum nomina</i>, dice l'angelo a Tundalo,
-<i>tu bene nosti</i>. Fergusius è probabilmente il Ferracutus, che nella
-Cronica dello Pseudo Turpino disputa di teologia con Orlando
-ed è vinto da lui. (<span class="smcap">Turpini</span>, <i>Historia Karoli Magni et Rotholandi</i>,
-ediz. Castets, Montpellier e Parigi, 1880, c. XVII, pp. 27 sgg.,
-e nota ivi pp. 27-28). Esso comparisce anche, in condizioni del
-tutto simili, nell'<i>Entrée de Spagne</i>, dove è detto espressamente
-che l'anima di lui è portata via dai diavoli. Notisi che <i>Fergusius</i>
-riproduce, non la forma latina del nome, ma la francese,
-<i>Fergus</i>. Quel Conallus non so chi sia. I nomi dei due giganti
-suonano Conallus e Ferguncius nel poema latino (ediz. Wagner,
-V. 985); ma mancano nel racconto che <span class="smcap">Vincenzo Bellovacense</span>
-introduce nel suo <i>Speculum historiale</i>, l. XXVIII, c. 91, e che
-staccatosene, riappare da sè, come redazione abbreviata, in
-molti manoscritti. (Non altro è il testo latino ripubblicato dal
-<span class="smcap">Villari</span>, <i>Op. cit.</i>, pp. 55-74. Vedi <span class="smcap">Mussafia</span>, <i>Sulla Visione di
-Tundalo</i>, in <i>Sitzungsb. d. k. Akad. d. Wiss.</i>, philos.-hist. Cl.,
-t. LXVII, 1871, p. 162). La redazione italiana riprodotta dal
-<span class="smcap">Villari</span>, e che è tutt'uno con quella inserita in alcune stampe
-antiche delle <i>Vite dei Santi Padri</i>, reca (<i>Op. cit.</i>, p. 81) Feragudo
-e Chinelaco; quella pubblicata da <span class="smcap">F. Corazzini</span> (<i>Visione di
-Tugdalo</i>, Bologna, 1872, <i>Sc. di cur. lett.</i>, disp. 128, p. 29) ha
-Fergugi e Conali; ma i nomi mancano nell'altra, pubblicata
-dal <span class="smcap">Giuliari</span> (<i>Il libro di Theodolo o vero la Visione di Tantolo</i>,
-Bologna, 1870, <i>Sc. di cur. lett.</i>, disp. 112, p. 25). I nomi mancano
-del pari nel poema tedesco di Alber (ediz. Wagner, vv. 681-2).
-Nella versione catalana pubblicata dal <span class="smcap">Baist</span> (<i>Zeitschrift für
-romanische Philologie</i>, vol. IV, pp. 313 sgg.) suonano Sergus e
-Tonalt. Non ho agio di riscontrare la versione francese, la provenzale
-ecc., nè alcune pubblicazioni, come quelle del <span class="smcap">Turnbull</span>
-(<i>The Vision of Tundale</i>, Londra, 1843) e dello <span class="smcap">Sprenger</span> (<i>Albers
-Tundalus</i>, Halle, 1875) dove questo punto potrebbe essere esaminato.
-Nella <i>Passion</i> del <span class="smcap">Gresban</span>, edita da G. Paris, si ha,
-V. 33476, un demonio Fergalus.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note140">
-<p><span class="label"><a href="#tag140">140</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Federigo Frezzi, il quale più di una volta, nel suo poema,
-si arroga di corregger Dante, restituisce Flegias alla sua prima
-e naturai condizione (Il <i>Quadriregio</i>, l. II, c. 12).</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note141">
-<p><span class="label"><a href="#tag141">141</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De bello judaico</i>, VII, 6, 3.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note142">
-<p><span class="label"><a href="#tag142">142</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">Schroeder</span>, <i>Glaube und Aberglaube</i>, ecc., pp. 63 sgg.
-Per Nerone demonio vedi più particolarmente il già citato
-mio libro, <i>Roma</i> ecc., vol. II, pp. 356-7.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note143">
-<p><span class="label"><a href="#tag143">143</a>.&nbsp;&nbsp;</span>V. 46, in <span class="smcap">Mussafia</span>, <i>Monumenti di antichi dialetti italiani,
-Sitz. d. k. Akad. d. Wiss. in Wien</i>, phil.-hist. Cl., vol. XLVI, 1864.
-Insieme con Maometto, Giacomino ricorda Trifon, Barachin e
-Sathan. Barachin potrebbe essere il Baratron dei poemi francesi,
-il quale, ora significa opportunamente l'abisso infernale,
-ora è nome di demonio: non so che dire di quel Trifon, nome
-di parecchi santi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note144">
-<p><span class="label"><a href="#tag144">144</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXX, 117. Il verso non mi pare di dubbia interpretazione.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note145">
-<p><span class="label"><a href="#tag145">145</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Purgat.</i>, XIV, 118. Fra Filippo da Siena racconta (<i>Gli assempri</i>,
-Siena, 1864, cap. 25) di certo ser Giontino da Monte
-Luccio, notajo, il quale diventò, dopo morto, notajo dell'Inferno;
-diventò, cioè, uno degli officiali del regno di Satanasso.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note146">
-<p><span class="label"><a href="#tag146">146</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Parzival</i>, l. IX, v. 911, ediz. cit.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note147">
-<p><span class="label"><a href="#tag147">147</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">Roskoff</span>, <i>Op. cit.</i>, vol. I, pp. 233, 268, 290, 300-1, e il
-mio libro <i>Il Diavolo</i>, Milano, 1889, pp. 39 sgg. <span class="smcap">San Tommaso</span>,
-nella XVI delle sue <i>Quaestiones disputatae de potentia Dei (De
-daemonibus</i>, art. 1) recate in mezzo le contrarie opinioni di chi
-attribuiva un corpo ai demonii e di chi lo negava loro, conclude:
-<i>Dicendum, quod sive daemones habeant corpora sibi naturaliter
-unita, sive non habeant, hoc non multum refert ad fidei
-christianae doctrinam</i>. Cfr. <span class="smcap">Alberto Magno</span>, <i>Summa theol.</i>, P. II,
-tratt. V, qu. 25, m. 2, art. 1, partic. 1.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note148">
-<p><span class="label"><a href="#tag148">148</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Dialog.</i>, l. IV, c. 29. Il Vida chiama espressamente i demonii
-<i>rabidum sine corpore vulgus</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note149">
-<p><span class="label"><a href="#tag149">149</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Oratio contra Graecos, Max. biblioth. vet. pat.</i>, t. II, p. 27.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note150">
-<p><span class="label"><a href="#tag150">150</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Parad.</i>, XXIX, 22 sgg.; <i>Conv.</i>, II, 5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note151">
-<p><span class="label"><a href="#tag151">151</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Purgat.</i>, XXV, 79-108.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note152">
-<p><span class="label"><a href="#tag152">152</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, VIII, 27.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note153">
-<p><span class="label"><a href="#tag153">153</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXXIV, 28 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note154">
-<p><span class="label"><a href="#tag154">154</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Parad.</i>, XXIX, 57.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note155">
-<p><span class="label"><a href="#tag155">155</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Purgat.</i>, II, 79-81.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note156">
-<p><span class="label"><a href="#tag156">156</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Purgat.</i>, X, 118 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note157">
-<p><span class="label"><a href="#tag157">157</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, VI, 34-6.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note158">
-<p><span class="label"><a href="#tag158">158</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXXII, 79.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note159">
-<p><span class="label"><a href="#tag159">159</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Purgat.</i>, III, 16-21.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note160">
-<p><span class="label"><a href="#tag160">160</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXI, 24 sgg.; XXIII, 37 sgg. Notisi che Chirone si
-meraviglia vedendo Dante muovere ciò che tocca. Egli dice
-ai compagni (<i>Inf.</i>, XII, 80-2):
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i07"> Siete voi accorti</p>
-<p class="i01">Che quel di retro move ciò ch'ei tocca?</p>
-<p class="i01">Così non soglion fare i piè dei morti.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note161">
-<p><span class="label"><a href="#tag161">161</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, III, 82 sgg. Cfr. <i>Aeneid.</i>, VI, 298 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note162">
-<p><span class="label"><a href="#tag162">162</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, V, 4 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note163">
-<p><span class="label"><a href="#tag163">163</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, VII, 1 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note164">
-<p><span class="label"><a href="#tag164">164</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XVII, 1 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note165">
-<p><span class="label"><a href="#tag165">165</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, VI, 13-8, 22-33.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note166">
-<p><span class="label"><a href="#tag166">166</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, IX, 37-42.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note167">
-<p><span class="label"><a href="#tag167">167</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XII, 11-25.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note168">
-<p><span class="label"><a href="#tag168">168</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XII, 55 sgg.; XXV, 19-21.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note169">
-<p><span class="label"><a href="#tag169">169</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XIII, 10-5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note170">
-<p><span class="label"><a href="#tag170">170</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXXI, 19 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note171">
-<p><span class="label"><a href="#tag171">171</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXIII, 131.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note172">
-<p><span class="label"><a href="#tag172">172</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXVII, 113.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note173">
-<p><span class="label"><a href="#tag173">173</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Secondo narra <span class="smcap">Palladio</span> nella <i>Historia Lausiaca</i>, c. XXVIII,
-Sant'Antonio vide una volta il demonio in figura di gigante
-nero ed altissimo. Nel racconto di Sant'Atanasio questa particolarità
-del colore non è menzionata. Altra volta Sant'Antonio
-vide il demonio voltolargli ai piedi in forma di un fanciullo
-orrido e nero. Cfr. <span class="smcap">Teodoreto</span>, <i>Historia ecclesiastica</i>, l. V, c. 21.
-Di un demonio che, sotto forma di fanciullo nero, distoglieva
-un monaco dalla preghiera, narra <span class="smcap">San Gregorio</span>, <i>Dialog.</i>, l. II, c. 4.
-Sono innumerevoli le leggende in cui il diavolo comparisce in
-figura di Etiope; in tal forma ebbe ancora a vederlo S. Tommaso
-d'Aquino. I diavoli di <span class="smcap">Giacomino da Verona</span>, non solo sono
-neri, ma cento volte più neri del carbone, <i>De Babilonia civitate
-infernali</i>, v. 99, ediz. cit.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note174">
-<p><span class="label"><a href="#tag174">174</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">Roskoff</span>, <i>Op. cit.</i>, vol. I, p. 283.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note175">
-<p><span class="label"><a href="#tag175">175</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XVIII, 35.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note176">
-<p><span class="label"><a href="#tag176">176</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXI, 121.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note177">
-<p><span class="label"><a href="#tag177">177</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXII, 106.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note178">
-<p><span class="label"><a href="#tag178">178</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXII, 136-41.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note179">
-<p><span class="label"><a href="#tag179">179</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXI, 31-6. Un demonio dalle scapule acute descrive
-<span class="smcap">Cesario di Heisterbach</span>, <i>Op. cit.</i>, dist. V, cap. 5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note180">
-<p><span class="label"><a href="#tag180">180</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I diavoli che tormentavano San Gutlac (m. 714) sono, per
-citare un esempio, così descritti: <i>Erant enim aspectu truces,
-forma terribiles, capitibus magnis, collis longis, macilenta facie,
-lurido vultu, squallida barba, auribus hispidis, fronte torva, trucibus
-oculis, ore foetido, dentibus equinis, gutture flammivomo,
-faucibus tortis, labro lato, vocibus horrisonis, comis combustis,
-buccula crassa, pectore arduo, femoribus scabris, genibus nodosis,
-cruribus uncis, talo tumido, plantis aversis, ore patulo, clamoribus
-raucisonis</i>. (<i>Acta Sanctorum</i>, Apr., t. I, p. 42). Confronta con
-questi i diavoli veduti da S. Furseo che avevan capi come caldaje
-di rame. (<i>Acta Sanctorum</i>, Genn., t. II, p. 37. Avverto che
-l'edizione degli <i>AA. SS.</i> da me citata è sempre quella di Venezia).
-A cominciare dall'XI secolo la figura del diavolo si fa sempre
-più mostruosa, e raccoglie in sè, accozza e sovrappone tutte le
-possibili forme e parvenze del brutto, dello sconcio, dell'orrendo.
-La pittura e la scoltura, quasi per dare immagine della ingenita
-disarmonia della natura diabolica, a gara congiunsero nei
-corpi maledetti le forme più disparate e più repugnanti dell'umano
-e del bestiale, trasmodando spesso nella più pazza
-caricatura, e preparando le paurose e in un comiche immaginazioni
-di Gerolamo Bosch, di Pietro Breughel, di Giacomo
-Callot e di Salvator Rosa. Per la figura attribuita ai demonii
-nel medio evo, vedi <span class="smcap">Von Blomberg</span>, <i>Studien zur Kunstgeschichte
-und Aesthetik</i>, P. I: <i>Der Teufel und seine Gesellen in der bildenden
-Kunst</i>, Berlino, 1867, pp. 25-53; <span class="smcap">Wessely</span>, <i>Die Gestalten des
-Todes und des Teufels in der darstellenden Kunst</i>, Lipsia, 1876,
-pp. 75-92; <span class="smcap">Twining</span>, <i>Symbols of early christian art</i>, Londra, 1860,
-tav. LXXV-LXXX; <span class="smcap">Wright</span>, <i>A History of Caricature and Grotesque
-in Literature and Art</i>, Londra, 1875, cc. III, IV, XVII e
-passim.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note181">
-<p><span class="label"><a href="#tag181">181</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXXIV, 18.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note182">
-<p><span class="label"><a href="#tag182">182</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXXIV, 28 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note183">
-<p><span class="label"><a href="#tag183">183</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">Didron</span>, <i>Iconographie chrétienne. Histoire de Dieu
-(Collection de documents inédits de l'histoire de France)</i>, Parigi,
-1843, pp. 543-6; <span class="smcap">Didron</span> et <span class="smcap">Durand</span>, <i>Manuel d'iconographie chrétienne</i>,
-Parigi, 1845, p. 78; <span class="smcap">Viollet-Le-Duc</span>, <i>Dictionnaire raisonné
-de l'architecture</i>, Parigi, 1867-68, s. v. <i>Trinité</i>. Non è dunque il
-caso di ricordarsi con l'<span class="smcap">Ozanam</span>, <i>Op. cit.</i>, p. 108, di Ecate Triforme,
-e nemmeno è da ricordarsi di Cerbero, sebbene Cerbero
-possa aver suggerito l'idea di un demonio, non con tre facce,
-ma con tre teste. Al ricordo di Cerbero è dovuto probabilmente
-il tricefalo Beelzebub che si ha in una omelia di Eusebio di
-Alessandria (sec. VI?) e altrove (<span class="smcap">Piper</span>, <i>Op. cit.</i>, vol. I, p. 403).
-<span class="smcap">Giovanni Wier</span> dice che il demonio Bael ha tre teste, una di
-rospo, l'altra d'uomo, la terza di gatto (<i>Pseudomonarchia daemonum</i>,
-<i>Opera</i>, Amsterdam, 1660, p. 650).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note184">
-<p><span class="label"><a href="#tag184">184</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedila riprodotta nella citata opera del <span class="smcap">Wright</span>, p. 56.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note185">
-<p><span class="label"><a href="#tag185">185</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, III, 5-6.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note186">
-<p><span class="label"><a href="#tag186">186</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Caravita</span>, <i>I codici e le arti a Montecassino</i>, Montecassino,
-1869 sgg., vol. I, pp. 245 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note187">
-<p><span class="label"><a href="#tag187">187</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Didron</span> et <span class="smcap">Durand</span>, <i>Op. cit.</i>, p. 78. Se la figurazione in discorso
-era già familiare alle arti rappresentative, prima che
-Dante la recasse nel suo poema, si vede quanto bisogni andar
-guardinghi nell'asserire che il tale o tale altro pittore contemporaneo
-di Dante, o di poco posteriore, da Dante appunto ne
-abbia tratto il concetto. Ciò si afferma comunemente di Giotto,
-dell'Orcagna, dell'incerto, che nel Campo Santo di Pisa dipinse
-il Giudizio Universale, di altri. Quanto all'Orcagna non può
-esservi dubbio, perchè il Lucifero da lui dipinto nella Cappella
-degli Strozzi in Santa Maria Novella di Firenze, risponde a
-capello al Lucifero dantesco, meno la particolarità di un serpente
-che il pittore attorcigliò al braccio destro del suo demonio,
-e di cui non è cenno nel poeta. (Cfr. <span class="smcap">Dobbert</span>, <i>Orcagna</i>,
-nella raccolta del <span class="smcap">Dohme</span>, <i>Kunst und Künstler des Mittelalters
-und der Neuzeit</i>, Lipsia, 1875 sgg., t. II, P. I, p. 63). Ma la cosa
-va altrimenti pel Lucifero che con sola una bocca divora i
-dannati, dipinto da Giotto nell'Oratorio degli Scrovegni, nell'Arena
-di Padova, e per quello che campeggia nel Giudizio
-Universale del Campo Santo di Pisa. Rispetto al primo basterebbe
-avvertire che gli affreschi di Giotto in Padova sono anteriori
-alla <i>Divina Commedia</i>. Ad ogni modo nota in proposito
-<span class="smcap">G. G. Ampère</span>: <i>La tradition veut que le Giotto ait exprimé dans
-ces peintures les idées de Dante; elle ajoute même que le peintre
-était venu à Padoue tout exprès pour y voir le poëte. Le premier
-coup d'oeil donné au</i> Jugement dernier <i>peint par le Giotto sur
-un des murs de l'</i>Arena, <i>montre l'erreur de cette supposition</i>.
-(<i>Voyage dantesque. La Grèce, Rome et Dante, études littéraires</i>,
-nuova edizione, Parigi, 1859, p. 333). Nulla più plausibile, del
-resto, mi sembra l'opinione espressa dal <span class="smcap">Jessen</span>, <i>Die Darstellung
-des Weltgerichts bis auf Michelangelo</i>, Berlino, 1883, pp. 44, 49,
-che Dante abbia tolta da Giotto l'idea del suo Lucifero. Rispetto
-al Lucifero del Campo Santo di Pisa, basta far osservare:
-che esso è senz'ali; seduto tra le fiamme, e non confitto
-nel ghiaccio; che ha un peccatore in ciascuna mano; che altri
-peccatori gli escon dal corpo, o gli entran nel corpo, per due
-aperture, nell'epigastrio e nell'inguine; ch'egli ha il corpo rivestito
-di ferrea armatura; il tutto conformemente a figurazioni
-già ricevute nell'arte. E pure dice lo stesso <span class="smcap">Ampère</span>, <i>Op. cit.</i>,
-p. 239, che questo Lucifero è ritratto da quello di Dante. Una
-bocca nell'epigastrio, o nell'inguine, ha anche il Lucifero veduto
-da Guerino il Meschino. Cf. <span class="smcap">Renier</span>, <i>Op. cit.</i>, p. cix. Vedi
-pure <span class="smcap">Thode</span>, <i>Franz von Assisi und die Anfänge der Kunst der
-Renaissance in Italien</i>, Berlino, 1885, p. 460.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note188">
-<p><span class="label"><a href="#tag188">188</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Decam.</i>, gior. VIII, nov. 9. Che dovesse essere un Lucifero
-maciullator di dannati, si rileva dalle parole che il Boccaccio
-pone in bocca a Bruno: «O me!... maestro, che mi domandate
-voi? egli è troppo gran segreto quello che voi volete
-sapere, et è cosa da disfarmi e da cacciarmi del mondo; anzi
-da farmi mettere in bocca del Lucifero da San Gallo, se altri
-il risapesse...».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note189">
-<p><span class="label"><a href="#tag189">189</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Così notò il Fanfani nella edizion del <i>Decamerone</i> da lui
-procurata. Io non ho agio di compulsar tutti i numerosi libri
-dello scrittor veneziano, e però non posso dire in quale di essi
-la notizia si trovi. Nel <i>Ritratto delle più nobili et famose città
-d'Italia</i>, là dove si parla di Firenze, non n'è cenno.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note190">
-<p><span class="label"><a href="#tag190">190</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXXIV, 22-7.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note191">
-<p><span class="label"><a href="#tag191">191</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Op. cit.</i>, dist. V, c. 30.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note192">
-<p><span class="label"><a href="#tag192">192</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Op. cit.</i>, l. II, c. 57, num. 38.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note193">
-<p><span class="label"><a href="#tag193">193</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XIII, 124-9.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note194">
-<p><span class="label"><a href="#tag194">194</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXIV, 82 sgg.; XXV, 4 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note195">
-<p><span class="label"><a href="#tag195">195</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXV, 22-5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note196">
-<p><span class="label"><a href="#tag196">196</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cap. 14, nel IV volume della <i>Divina Commedia</i>, ediz. del
-De Romanis, Roma, 1817, p. 120. La Visione si trova anche
-nelle edizioni della Minerva e del Ciardetti.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note197">
-<p><span class="label"><a href="#tag197">197</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cf. nel vol. I dei <i>Principles of Sociology</i> dello <span class="smcap">Spencer</span> l'istruttivo
-capitolo intitolato <i>Animal-worship</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note198">
-<p><span class="label"><a href="#tag198">198</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Purg.</i>, XII, 25-6; <i>Parad.</i>, XIX, 47.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note199">
-<p><span class="label"><a href="#tag199">199</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Che <i>strupo</i> stia per <i>stupro</i>, con metatesi della <i>r</i>, ammise
-recentemente anche lo <span class="smcap">Zingarelli</span>, <i>Parole e forme della</i> Divina
-Commedia <i>aliene dal dialetto fiorentino</i>, nel fasc. 1º degli <i>Studî
-di filologia romanza</i> del <span class="smcap">Monaci</span>, Roma, 1884, p. 158.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note200">
-<p><span class="label"><a href="#tag200">200</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi sopra p. 81.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note201">
-<p><span class="label"><a href="#tag201">201</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Parad.</i>, IX, 129. <i>Invidia autem diaboli mors introivit in
-orbem terrarum</i> (Sap. II, 24). Se la <i>invidia prima</i> cui accenna
-Virgilio (<i>Inf.</i>, I, 109), sia questa stessa invidia di Satana, è cosa
-che lascerò giudicare ad altri. Cfr. <span class="smcap">Poletto</span>, <i>Dizionario dantesco</i>,
-s. v. <i>Diavolo</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note202">
-<p><span class="label"><a href="#tag202">202</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Lettera</i> VII, 1, ediz. Fraticelli.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note203">
-<p><span class="label"><a href="#tag203">203</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Purgat.</i>, XI, 20.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note204">
-<p><span class="label"><a href="#tag204">204</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXXIV, 108.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note205">
-<p><span class="label"><a href="#tag205">205</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Purgat.</i>, XIV, 145-6.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note206">
-<p><span class="label"><a href="#tag206">206</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Purgat.</i>, VIII, 95 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note207">
-<p><span class="label"><a href="#tag207">207</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Parad.</i>, XXVII, 26.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note208">
-<p><span class="label"><a href="#tag208">208</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXIII, 144.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note209">
-<p><span class="label"><a href="#tag209">209</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXIII, 16; <i>Purgat.</i>, V, 112.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note210">
-<p><span class="label"><a href="#tag210">210</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXII, 42.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note211">
-<p><span class="label"><a href="#tag211">211</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, III, 84 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note212">
-<p><span class="label"><a href="#tag212">212</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXVII, 126.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note213">
-<p><span class="label"><a href="#tag213">213</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, VII, 9.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note214">
-<p><span class="label"><a href="#tag214">214</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, VIII, 23-4.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note215">
-<p><span class="label"><a href="#tag215">215</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, VIII, 83-4.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note216">
-<p><span class="label"><a href="#tag216">216</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XII, 14-5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note217">
-<p><span class="label"><a href="#tag217">217</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXI, 131-2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note218">
-<p><span class="label"><a href="#tag218">218</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXI, 44, 67-8; XXIII, 16-8.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note219">
-<p><span class="label"><a href="#tag219">219</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXI, 123.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note220">
-<p><span class="label"><a href="#tag220">220</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, VIII, 124-6. Alla discesa di Cristo all'Inferno, conformemente
-al racconto dell'apocrifo Evangelo di Nicodemo, allude
-Dante in altri due luoghi (<i>Inf.</i>, IV, 52-63; VII, 38-9). È
-noto che molti libri apocrifi ebbero nel medio evo autorità non
-minore dei libri canonici: l'Evangelo di Nicodemo fu uno dei
-più diffusi. Vedi <span class="smcap">Wuelcker</span>, <i>Das Evangelium Nicodemi in der
-abendländischen Literatur</i>, Paderborn, 1872. Una versione italiana
-di esso, fatta nel Trecento, fu pubblicata da <span class="smcap">Cesare Guasti</span>,
-<i>Il Passio o Vangelo di Nicodemo</i>, Bologna, 1862, <i>Sc. di cur. lett.</i>,
-disp. 12.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note221">
-<p><span class="label"><a href="#tag221">221</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, III, 88-93; V, 16-20; VI, 22-4; VII, 1-6; VIII, 82 sgg.;
-IX, 52-4; XXXI, 12 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note222">
-<p><span class="label"><a href="#tag222">222</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Caronte, Minosse, Plutone, altri demonii, si chetano alle
-parole di Virgilio e non fanno altro contrasto; ma a vincere
-la resistenza dei demonii che custodiscono la città di Dite, è
-necessario scenda un angelo apposta (<i>Inf.</i>, IX, 76-103). Anche
-qui, come sempre, gli angeli sono i naturali avversarii dei diavoli.
-Nelle Visioni molto spesso gli angeli vengono in soccorso
-delle anime che compiono il periglioso viaggio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note223">
-<p><span class="label"><a href="#tag223">223</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXI, 100-2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note224">
-<p><span class="label"><a href="#tag224">224</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXIII, 139-41.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note225">
-<p><span class="label"><a href="#tag225">225</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXIII, 34-6.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note226">
-<p><span class="label"><a href="#tag226">226</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ap. <span class="smcap">Pertz</span>, <i>Mon. Germ., Script.</i>, t. V, p. 458. Un caso consimile
-si ha nella Visione del cavaliere Owen.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note227">
-<p><span class="label"><a href="#tag227">227</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Historia ecclesiastica</i>, l. V, c. 12.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note228">
-<p><span class="label"><a href="#tag228">228</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cap. 15.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note229">
-<p><span class="label"><a href="#tag229">229</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXII, 133-41. Una zuffa di diavoli si ha pure nella
-<i>Visio Tnugdali</i>, c. 3.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note230">
-<p><span class="label"><a href="#tag230">230</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XII, 97-102.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note231">
-<p><span class="label"><a href="#tag231">231</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XVII, 79 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note232">
-<p><span class="label"><a href="#tag232">232</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXXI, 130 sgg.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note233">
-<p><span class="label"><a href="#tag233">233</a>.&nbsp;&nbsp;</span>S'intende che opinioni più o meno disformi da queste non
-mancarono. Vedi <span class="smcap">S. Tommaso</span>, <i>Quaestiones disputatae de potentia
-Dei</i>, quaest. XVI, art. 6, 7, 8;<i> Summa theol.</i>, P. I, qu. LXXXVI,
-art. 4; <span class="smcap">S. Bonaventura</span>, <i>Sententiae</i>, l. II, dist. VII, P. 2ª, art. I,
-qu. 3. Secondo <span class="smcap">Onorio Augustodunense</span> i demonii conoscono le
-male cogitazioni degli uomini, non le buone (<i>Scala coeli</i>, c. 12):
-in molte storie d'indemoniati si legge che gli spiriti maligni
-rivelarono occultissimi pensamenti degli esorcisti, o di altre
-persone.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note234">
-<p><span class="label"><a href="#tag234">234</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Conv.</i>, III, 13.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note235">
-<p><span class="label"><a href="#tag235">235</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXVII, 121-3. In un racconto di Cesario di Heisterbach
-il principe dei demonii dice ad un suo consigliere: Olivere,
-semper curialis fuisti (Dialogus miraculorum, ediz. cit., dist. V,
-c. 3: questo demonio curiale è ricordato anche nel c. 35 della
-stessa distinzione). Buon loico si mostra anche il demonio nel
-contrasto suo con la Vergine, narrato da Bonvesin da Riva. Se
-ignaro della buona filosofia, il demonio doveva essere edotto
-della sofistica, anzi maestro d'essa; ricordisi la storia di quello
-scolare di Parigi, che morto e andato a perdizione, apparve al
-maestro con una cappa tutta piena di sofismi indosso, storia
-narrata dal <span class="smcap">Passavanti</span>, <i>Specchio della vera penitenza</i>, dist. III,
-c. 2. E non dimentichiamo che il demonio disputava assai acremente
-di teologia con Lutero.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note236">
-<p><span class="label"><a href="#tag236">236</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, III, 88-93, 127-9.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note237">
-<p><span class="label"><a href="#tag237">237</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, VIII, 18. In ben più grossi errori potevano cadere i
-demonii. <span class="smcap">Gregorio Magno</span> racconta (<i>Dialog.</i>, l. IV, c. 36) di certo
-uomo nobile, per nome Stefano, il quale, in Costantinopoli, subitamente
-infermò e morì. Condotto dinanzi al giudice infernale,
-udì questo gridare: «Io ordinai di portar giù Stefano ferrajo e
-non costui». Ed ecco, tornato al mondo Stefano nobile, muore
-incontanente Stefano ferrajo. Notisi la presenza di quel giudice
-infernale, come in Dante.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note238">
-<p><span class="label"><a href="#tag238">238</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De vulg. el.</i>, I, 2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note239">
-<p><span class="label"><a href="#tag239">239</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Veramente Dante sembra aver conceduto più scienza alle
-anime dannate che ai demonii. Esse hanno cognizione del futuro:
-Ciacco (<i>Inf.</i>, V, 64-75), Farinata degli Uberti (X, 79-81),
-Reginaldo degli Scrovegni (o chi altri si sia, XVII, 67-9), Vanni
-Fucci (XXIV, 142-51), predicono varii casi al poeta. Dovrebbero,
-invece, secondo dice lo stesso Farinata (X, 108-4), ignorare le
-cose prossime o presenti; ma Ciacco sa la pena di altri dannati
-(VI, 85-7).</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note240">
-<p><span class="label"><a href="#tag240">240</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Purgat.</i>, V, 109-29. San Tommaso ammette che il diavolo
-possa, non <i>naturali cursu</i>, ma <i>artificialiter</i>, produrre pioggia e
-vento (<i>Comment. in Job.</i>, c. 1 e altrove). I fenomeni atmosferici
-erano più particolarmente soggetti alla potestà del demonio:
-<span class="smcap">Tommaso Cantipratense</span> attribuiva al demonio le illusioni della
-<i>fata morgana</i> (<i>Op. cit.</i>, l. II, c. 57, n. 29).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note241">
-<p><span class="label"><a href="#tag241">241</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXIV, 112-4.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note242">
-<p><span class="label"><a href="#tag242">242</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXXIII, 124-32.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note243">
-<p><span class="label"><a href="#tag243">243</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXXIII, 134-57.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note244">
-<p><span class="label"><a href="#tag244">244</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Commento</i>, al c. cit., v. 130.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note245">
-<p><span class="label"><a href="#tag245">245</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Op. cit.</i>, ed. cit., dist. XII, c. 4.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note246">
-<p><span class="label"><a href="#tag246">246</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Op. cit.</i>, ed. cit., l. II, c. 57, num. 5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note247">
-<p><span class="label"><a href="#tag247">247</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Op. cit.</i>, ed. cit., c. CXVIII, p. 504.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note248">
-<p><span class="label"><a href="#tag248">248</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Acta SS.</i>, Genn., t. II, p. 792.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note249">
-<p><span class="label"><a href="#tag249">249</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Acta SS.</i>, Febbr., t. III, p. 132. La credenza durò a lungo
-anche dopo Dante: vedi, a questo proposito, una predica di
-Giovanni Geiler di Kaisersberg (1445-1510) sommariamente riferita
-da <span class="smcap">A. Stoeber</span>, <i>Zur Geschichte des Volksaberglaubens im
-Anfange des XVI Jahrhunderts</i>, 2ª ediz., Basilea, 1875, p. 68.
-Nel secolo XVIII tale credenza non era ancora in tutto dileguata.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note250">
-<p><span class="label"><a href="#tag250">250</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">San Bonaventura</span>, <i>Sententiae</i>, l. II, dist. V, art. II, qu. 1;
-<span class="smcap">Alberto Magno</span>, <i>Summa theol.</i>, P. II, tratt. V, qu. 25, m. 3;
-<span class="smcap">S. Tommaso</span>, <i>Summa theol.</i>, P. I, qu. LXIV, art. 4. Anche a proposito
-di ciò si trova del resto qualche incertezza.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note251">
-<p><span class="label"><a href="#tag251">251</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Purgat.</i>, VIII, 94-108.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note252">
-<p><span class="label"><a href="#tag252">252</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">Bautz</span>, <i>Das Fegfeuer</i>, Magonza, 1883, p. 149.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note253">
-<p><span class="label"><a href="#tag253">253</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Alcuni posero l'Inferno nell'aria, altri nella Valle di Giosafat,
-sotto i poli, agli antipodi, nel sole, in isole remote, nell'estremo
-Oriente, nei vulcani, fuori del mondo. Vedi <span class="smcap">Rusca</span>,
-<i>De inferno et statu daemonum ante mundi exitium</i>, Milano, 1621,
-capp. 31-50.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note254">
-<p><span class="label"><a href="#tag254">254</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, VIII, 126.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note255">
-<p><span class="label"><a href="#tag255">255</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, V, 15.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note256">
-<p><span class="label"><a href="#tag256">256</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, VIII, 84-5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note257">
-<p><span class="label"><a href="#tag257">257</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Apocalyp.</i>, XX, 1-3.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note258">
-<p><span class="label"><a href="#tag258">258</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nella <i>Visio Tnugdali</i>, c. 14, Lucifero, rappresentato gigantesco,
-come nella <i>Divina Commedia</i>, e con mille braccia, è legato
-con catene sopra una graticola e arrostito in eterno.
-(Cfr. una immagine tolta da un manoscritto contenente poesie
-dell'anglosassone Caedmon nella citata opera del <span class="smcap">Wright</span>, p. 55).
-Un Satana legato è pure nell'Evangelo apocrifo di San Giovanni
-secondo i Catari, e nella <i>Pistis Sophia</i>, apocrifo gnostico.
-Nella Visione di Alberico (c. 9) un <i>vermis infinitae magnitudinis</i>
-è legato con una catena dinanzi alla entrata dell'Inferno ed è
-forse reminiscenza di Cerbero. Di solito Lucifero si pone nel
-fondo dell'abisso (vedi la Visione di un monaco narrata da
-<span class="smcap">Beda</span>, <i>Hist, eccl.</i>, l. V, c. 14; la Visione del fanciullo Guillero,
-riferita da <span class="smcap">Vincenzo Bellovacense</span>, <i>Spec. hist.</i>, l. XXVIII, c. 84, ecc.).
-Circa l'opinione che Lucifero non possa uscir dall'Inferno, cfr.
-<span class="smcap">Bautz</span>. <i>Die Hölle</i>, Magonza, 1882, p. 135.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note259">
-<p><span class="label"><a href="#tag259">259</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXXI, 85-90.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note260">
-<p><span class="label"><a href="#tag260">260</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXXI, 101.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note261">
-<p><span class="label"><a href="#tag261">261</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXIII, 55-7.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note262">
-<p><span class="label"><a href="#tag262">262</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Summa theol.</i>, P. I, qu. CIX, art. I, II. Cfr. <span class="smcap">Alberto Magno</span>,
-<i>Summa theol.</i>, P. II, tratt. VI, qu. 26, m. 1. Una gerarchia diabolica
-si ha già nel <i>Libro d'Enoch</i>, anteriore al cristianesimo.
-Cfr. <span class="smcap">Bautz</span>, <i>Die Hölle</i>, pp. 135-6. Beelzebub è detto principe dei
-demonii nell'Evangelo di Matteo, XII, 24; in quello di Luca,
-XI, 15.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note263">
-<p><span class="label"><a href="#tag263">263</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXXIV, 1, 28.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note264">
-<p><span class="label"><a href="#tag264">264</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, VII, 1.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note265">
-<p><span class="label"><a href="#tag265">265</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XII, 64 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note266">
-<p><span class="label"><a href="#tag266">266</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXI, 76 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note267">
-<p><span class="label"><a href="#tag267">267</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, VIII, 13 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note268">
-<p><span class="label"><a href="#tag268">268</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXV, 16 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note269">
-<p><span class="label"><a href="#tag269">269</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXXIV, 55 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note270">
-<p><span class="label"><a href="#tag270">270</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXXIV, 28.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note271">
-<p><span class="label"><a href="#tag271">271</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, IX, 43-4. <i>Meschine</i> nel significato del fr. <i>meschines</i>,
-ancelle.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note272">
-<p><span class="label"><a href="#tag272">272</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Luc., XI, 18; Giov., XII, 31.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note273">
-<p><span class="label"><a href="#tag273">273</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi, p. es., la Vita che di San Basilio, arcivescovo di Cesarea,
-scrisse Amfilochio, vescovo d'Iconio, in <span class="smcap">Roswey</span> (e non
-<span class="smcap">Rosweyd</span>, come si scrive comunemente) <i>Vitae Patrum</i>, Anversa,
-1615, p. 156; <span class="smcap">Giacomo da Voragine</span>, <i>Legenda aurea</i>, ed.
-cit., c. LXVIII, p. 310; <i>Acta SS.</i>, Maggio, t. VI, p. 405; <span class="smcap">Guglielmo
-di Malmesbury</span>, <i>De gestis regum Anglorum</i>, ap. <span class="smcap">Pertz</span>,
-<i>Mon. Germ., Script.</i>, t. X, pp. 471-2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note274">
-<p><span class="label"><a href="#tag274">274</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De Bab. civ. inf.</i>, ediz. cit., vv. 25, 65, 125.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note275">
-<p><span class="label"><a href="#tag275">275</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXVII, 112-20.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note276">
-<p><span class="label"><a href="#tag276">276</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Purgat.</i>, V, 100-8.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note277">
-<p><span class="label"><a href="#tag277">277</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Di questa specie di contrasti, pure molto importanti, non
-è cenno nel recente libro di<span class="smcap"> L. Selbach</span>,<i> Das Streitgedicht in
-der altprovenzalischen Lyrik, und sein Verhältniss zu ähnlichen
-Dichtungen anderer Litteraturen</i>, Marburgo, 1886, dove di molte
-altre specie si tocca. Vedi quanto di essa dicono lo <span class="smcap">Zarncke</span>,
-<i>Ueber das althochdeutsche Gedicht vom Muspilli, Ber. üb. d. Verhandl.
-d. k. sächs. Gesellsch. d. Wiss.</i> Philol.-hist. Cl., t. XVIII,
-1866, pp. 202-13, e il <span class="smcap">D'Ancona</span>, <i>Origini del teatro in Italia</i>,
-Firenze, 1877, vol. II, pp. 29-36; 2ª ediz., Torino, 1891, pp. 552-60.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note278">
-<p><span class="label"><a href="#tag278">278</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">Giovanni Cassiano</span> (m. poco dopo il 432), <i>Collationes
-patrum,</i> collat. VIII, c. 17.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note279">
-<p><span class="label"><a href="#tag279">279</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Baluze</span>, <i>Capitularia</i>, t. II, p. 104.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note280">
-<p><span class="label"><a href="#tag280">280</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epist</i>. 10, in <span class="smcap">Jaffè</span>, <i>Monumenta Moguntina, Bibl. rer. germ.</i>,
-t. III, Berlino, 1866, p. 55. Il contrasto assume qui un carattere
-anche più largo. L'anonimo visionario si udì accusare dai proprii
-peccati, difendere dalle proprie virtù, fatti in certo modo persone:
-un uomo già da lui percosso e ferito, compare, tuttochè
-vivo ancora, ad accusarlo. Abbiamo già l'embrione di un regolare
-processo. Angeli e demonii formavano due eserciti,
-sempre in guerra tra loro. Una volta, nel deserto, l'abate Isidoro
-mostrò all'abate Mosè, dalla parte di Occidente l'esercito
-dei diavoli, dalla parte di Oriente l'esercito degli angeli, quello
-pronto ad assaltare i santi uomini, questo a difenderli: <span class="smcap">Rufino
-di Aquileja</span>, <i>De vitis patrum</i>, l. II, c. 10.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note281">
-<p><span class="label"><a href="#tag281">281</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Probabilmente era questa una tradizione rabbinica. I rabbini
-narrarono pure una specie di contrasto fra Sammaele,
-l'angelo della morte, e Mosè, che non vuol morire, e lo mette
-in fuga; poi fra l'anima di Mosè, la quale non vuole uscire
-del corpo, e Dio stesso, che è venuto per prenderla. Vedi <span class="smcap">Eisenmenger</span>,
-<i>Entdecktes Judenthum</i>, Königsberg, 1711, vol. I, pp. 858-61.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note282">
-<p><span class="label"><a href="#tag282">282</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cfr. per la credenza, anche fuori del cristianesimo, <span class="smcap">Maury</span>,
-<i>Essai sur les légendes pieuses du moyen-âge</i>, Parigi, 1843, p. 81.
-Per la opinione, del resto non sostenibile, che le origini della
-credenza cristiana sieno da cercare nel paganesimo germanico,
-vedi <span class="smcap">Grimm</span>, <i>Op. cit.</i>, vol. I, pp. 349; II, 698-9.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note283">
-<p><span class="label"><a href="#tag283">283</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Bouquet</span>, <i>Recueil des historiens des Gaules</i>, t. II, p. 593.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note284">
-<p><span class="label"><a href="#tag284">284</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Hist. eccl.</i>, l. V, c. 13. Sant'Agostino vide una volta il diavolo
-con un gran libro sopra le spalle, il libro dove notava
-per ordine tutti i peccati degli uomini. Aveva ad esser ben
-grande: di solito ciascun peccatore ha il suo libro particolare.
-L'idea di questo libro diabolico fu suggerita, probabilmente,
-per ragion di contrasto, dal libro della vita, di cui è più d'una
-volta menzione nelle Scritture.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note285">
-<p><span class="label"><a href="#tag285">285</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Caratteristico a tale proposito è il racconto riferito da
-<span class="smcap">Leone Marsicano</span> (m. 1115) nella <i>Chronica Montis Casinensis</i>,
-all'anno 1024. Un monaco, stando in orazione la notte, vede
-passare con grande ruina una turba di diavoli. Chiamatone
-uno, gli chiede ove vadano, e avutone in risposta che vanno
-a torsi l'anima dell'imperatore Enrico III, protesta di non credere
-che Dio possa darla loro nelle mani, e gl'impone di venirne
-a lui al ritorno, a narrargli l'evento. Passati due giorni,
-ecco riapparire il malvagio spirito, con volto dimesso, con portamento
-lugubre, e narrare al monaco la disfatta propria e
-de' suoi. Già era durata un pezzo la contesa fra gli angeli ed
-essi, quando di comune accordo fu risoluto di pesare con una
-bilancia le buone e le male azioni del morto, e decidere così
-a chi dovesse appartenerne l'anima. Dato mano all'esperimento,
-traboccava la bilancia in favor dei demonii quand'ecco accorrere
-anelante San Lorenzo (<i>semiarsus ille Laurentius</i>) e gettar
-con grand'impeto nel piatto contrario un calice d'oro che tempo
-innanzi l'imperatore aveva donato a una basilica di lui. Incontanente
-la bilancia trabocca da quella parte, e i diavoli debbono,
-confusi e scornati, abbandonare la preda. L. II, c. 47,
-ap. <span class="smcap">Pertz</span>, <i>Mon. Germ., Scrip.</i>, t. VII, pp. 658-9. Una storia consimile
-si narra dell'anima di Carlo Magno dallo Pseudo Turpino,
-c. 32. Queste son due delle parecchie Visioni che dovrebbero
-essere registrate e non sono nell'opuscolo, per più rispetti
-manchevole, di <span class="smcap">C. Fritsche</span>, <i>Die lateinischen Visionen des Mittelalters
-bis zur Mitte des 12. Jahrhunderts</i>, Halle, 1885. La ponderazione
-delle anime, o delle azioni, fu spesso figurata dall'arte
-cristiana in dipinti, in bassirilievi, nelle chiese, sopra
-tombe, ecc., ecc. Com'è noto, la immaginazione antichissima
-occorre in Egitto, in India, in Persia, in Grecia, fra' maomettani,
-fra' Mandaiti, ecc., ecc. Cf. <span class="smcap">Maury</span>, <i>Recherches sur l'origine
-des représentations figurées de la psychostasie, ou pèsement des
-âmes et sur les croyances qui s'y rattachent, Revue archéologique</i>,
-anno 1844, p<sup>te</sup> 1ª, pp. 235-49, 291-307; <i>Remarques sur la psychostasie</i>,
-etc., Rev. arch., anno 1845, p<sup>te</sup> 2ª, pp. 707-17; De Witte,
-<i>Scènes de la psychostasie homérique, Rev. arch.</i>, anno 1844, p<sup>te</sup> 2ª,
-pp. 647-56.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note286">
-<p><span class="label"><a href="#tag286">286</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Acta SS.</i>, Genn., t. II, p. 37.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note287">
-<p><span class="label"><a href="#tag287">287</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Acta SS.</i>, Marzo, t. III, pp. 570-1. Già <span class="smcap">Gregorio Magno</span>,
-<i>Dial.</i>, IV, 36, narra di un'anima contrastata, che i diavoli tirano
-per le gambe, gli angeli per le braccia, quelli verso l'Inferno,
-verso il cielo questi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note288">
-<p><span class="label"><a href="#tag288">288</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi per le origini <span class="smcap">Roskoff</span>, <i>Op. cit.</i>, vol. I, p. 230.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note289">
-<p><span class="label"><a href="#tag289">289</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Frutti della lingua</i>, cap. 37.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note290">
-<p><span class="label"><a href="#tag290">290</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Purgat.</i>, V, 109-29.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note291">
-<p><span class="label"><a href="#tag291">291</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXVII, 121-7.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note292">
-<p><span class="label"><a href="#tag292">292</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, III, 121-6.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note293">
-<p><span class="label"><a href="#tag293">293</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXI, 39-40. Innumerevoli sono le leggende in cui si
-narra di sceleratissimi uomini le cui anime, e spesso anche i
-corpi, sono portati via a furia dai diavoli. Vedi <span class="smcap">Cesario di
-Heisterbach</span>, <i>Dial. Mirac.</i>, dist. XII, cc. 7, 8, 9, 13; <span class="smcap">Passavanti</span>,
-<i>Sp. d. vera penit.</i>, dist. II, c. 6; <span class="smcap">Giacomo da Voragine</span>, <i>Leg. aurea</i>,
-ed. cit., c. CXIX, p. 516; Pietro il <span class="smcap">Venerabile</span>, <i>De miraculis</i>,
-l. I, c. 14; <span class="smcap">Fra Filippo da Siena</span>, <i>Op. cit.</i>, passim. Morto l'imperatore
-Enrico II, un eremita vide una turba di diavoli portarne
-l'anima, sotto forma di un orso, al giudizio, che le riuscì
-per altro favorevole (<i>Acta SS.</i>, Giugno, t. II, p. 1003).</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note294">
-<p><span class="label"><a href="#tag294">294</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, III, 111.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note295">
-<p><span class="label"><a href="#tag295">295</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ma, pel vestibolo, bisogna tener conto dei mosconi e delle
-vespe, che ai vigliacchi rigano di sangue il volto, e che potrebbero
-essere diavoli trasformati.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note296">
-<p><span class="label"><a href="#tag296">296</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, VI, 18.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note297">
-<p><span class="label"><a href="#tag297">297</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, VII, 25-30.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note298">
-<p><span class="label"><a href="#tag298">298</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, VIII, 58-60.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note299">
-<p><span class="label"><a href="#tag299">299</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXXII, 130-2; XXXIII, 76-8.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note300">
-<p><span class="label"><a href="#tag300">300</a>.&nbsp;&nbsp;</span>L'anima è già in preda a tutti i tormenti dell'arsura e
-del gelo che si avvicendano:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Staganto en quel tormento, sovra ge ven un cogo,</p>
-<p class="i01">Ço è Baçabù, de li peçor del logo,</p>
-<p class="i01">Ke lo meto a rostir, com'un bel porco, al fogo,</p>
-<p class="i01">En un gran spe de fer, per farlo tosto cosro.</p>
-<p class="i02"> E po prendo aqua e sal e caluçen e vin</p>
-<p class="i01">E fel e fort aseo, tosego e venin,</p>
-<p class="i01">E si ne faso un solso ke tant è bon e fin,</p>
-<p class="i01">Ca ognunca Cristian sì guarda el Re divin.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<i>De Bab. civ. inf.</i>, ediz. cit., vv. 117-24. Veggansi le pene descritte
-nella Visione di Tundalo, le più spaventose forse e le
-più strane che mai siensi immaginate da mente in delirio. Se
-è vero ciò che San Gregorio Magno afferma, essere i tormenti
-dei dannati gradito spettacolo agli eletti, Dante mostrò di avere
-del gusto dei santi miglior concetto che non i contemporanei
-suoi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note301">
-<p><span class="label"><a href="#tag301">301</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XII, 73-5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note302">
-<p><span class="label"><a href="#tag302">302</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XI, 76-90.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note303">
-<p><span class="label"><a href="#tag303">303</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XIII, 124-9.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note304">
-<p><span class="label"><a href="#tag304">304</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXIV, 82 sgg.; XXV, 1 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note305">
-<p><span class="label"><a href="#tag305">305</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XIII, 101-2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note306">
-<p><span class="label"><a href="#tag306">306</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XVIII, 35-6.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note307">
-<p><span class="label"><a href="#tag307">307</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXI, 52-7; XXII, 34-6.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note308">
-<p><span class="label"><a href="#tag308">308</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXVIII, 37-8.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note309">
-<p><span class="label"><a href="#tag309">309</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXXIV, 52-7. Cfr. quanto dei demonii, quali tormentatori
-dei dannati, dice <span class="smcap">S. Tommaso</span>, <i>Suppl</i>. qu. LXXXIX, art. 4.
-L'idea di porre nelle bocche, o fra gli artigli di Lucifero, o più
-prossimi a lui i peccatori massimi, era una idea ragionevole e
-ovvia. Già un monaco, di cui Beda narra la Visione <i>(Hist. eccl.</i>,
-l. V, c. 14), vide Satana immerso nel più profondo dell'Inferno,
-e vicino a lui Caifa e gli altri che uccisero Cristo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note310">
-<p><span class="label"><a href="#tag310">310</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXXIV, 53-4.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note311">
-<p><span class="label"><a href="#tag311">311</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Parad.</i>, XXVII, 22-7.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note312">
-<p><span class="label"><a href="#tag312">312</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXI, 137-9.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note313">
-<p><span class="label"><a href="#tag313">313</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXII, 97-123.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note314">
-<p><span class="label"><a href="#tag314">314</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XXII, 133-51.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note315">
-<p><span class="label"><a href="#tag315">315</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nella leggenda di S. Caradoc si vede il diavolo far lazzi
-e capriole da saltimbanco e da buffone (<i>Acta SS.</i>, Apr., t. II,
-p. 151). San Gerolamo racconta che un sant'uomo vide una
-volta un diavolo ridere sgangheratamente. Chiestagli il santo
-la cagion del suo riso, quegli rispose che un suo compagno
-diavolo stava seduto sullo strascico di una donna, e ch'egli lo
-vide tombolare per terra, quando la donna, dovendo passare
-un luogo fangoso, alzò la veste. Una volta il diavolo tenta con
-una gran sete S. Lupo, mentre sta in orazione. Il santo si fa
-recare un vaso d'acqua fresca, e il diavolo subito ci si caccia
-dentro, sperando di poter così entrare in corpo al buon servo
-di Dio; ma il buon servo di Dio, che ha conosciuto l'inganno,
-pone sul vaso il guanciale del letto, e tiene prigioniero il diavolo
-sino alla mattina, lasciandolo strillare a sua posta (<span class="smcap">Giacomo
-da Voragine</span>, <i>Legenda aurea</i>, ediz. cit., c. CXXVIII, p. 580).
-Esempii sì fatti si potrebbero moltiplicare all'infinito. Il diavolo
-appar ridicolo anche in alcuni <i>fableaux</i> e <i>contes dévots</i>, e
-ridicolissimo spesso lo rappresentano le arti.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note316">
-<p><span class="label"><a href="#tag316">316</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">Collier</span>,<i> The history of english dramatic poetry</i>,
-Londra, 1831, vol. II, p. 262; <span class="smcap">Roskoff</span>, <i>Op. cit.</i>, vol. I, pp. 359 sgg.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note317">
-<p><span class="label"><a href="#tag317">317</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Adam, drame anglo-normand du XII<sup>e</sup> siècle</i>, pubblicato la
-prima volta da <span class="smcap">V. Luzarche</span>, Tours, 1854, pp. 16, 18, 43. Una
-nuova edizione, critica, pubblicò <span class="smcap">L. Palustre</span>, Parigi, 1877.
-Cfr. <span class="smcap">Petit de Julleville</span>, <i>Les Mystères</i>, Parigi, 1880, vol. I, p. 83.
-Una delle didascalie del dramma (ediz., Luzarche, p. 43) dice
-così: <i>Tunc veniet diabolus, et tres vel quatuor diaboli cum eo,
-deferentes in manibus chatenas et vinctos ferreos, quos ponent in
-collo Ade ed Eve. Et quidam eos impellunt, alii eos trahunt ad
-infernum. Alii vero diaboli erunt juxta infernum obviam venientibus,
-et magnum tripudium inter se faciunt de eorum perdicione;
-et singuli alii diaboli illos venientes monstrabunt, et eos suscipient
-et in infernum mittent, et in eo facient fumum magnum exurgere, et
-vociferabuntur inter se in inferno gaudentes, et collident caldaria
-et lebetes suos, ut exterius audiantur. Et facta aliquantula mora,
-exibunt diaboli discurientes per plateas; quidam vero remanebunt
-in infernum</i>. Di che natura avessero ad essere quei tripudii e
-a quali scene dovessero dar luogo quelle corse per la piazza,
-tra il popolo, possiamo immaginare facilmente.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note318">
-<p><span class="label"><a href="#tag318">318</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Origini del teatro in Italia</i>, vol. II, p. 13; 2ª ediz., vol. I,
-p. 534.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note319">
-<p><span class="label"><a href="#tag319">319</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Cronica</i>, l. VIII, c. 70.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note320">
-<p><span class="label"><a href="#tag320">320</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Questi nomi sono: Malebranche, nome collettivo, Malacoda,
-Scarmiglione, Alichino, Calcabrina, Cagnazzo, Barbariccia, Libicocco,
-Draghignazzo, Ciriatto, Graffiacane, Farfarello, Rubicante.
-Parecchi di essi diedero da arzigogolare ai commentatori;
-e su che cosa non arzigogolarono i commentatori? Io non
-imiterò il loro esempio; noterò solo che <i>Alichino</i>, anzichè derivare
-dal <i>chinar le ali</i>, come piacque ad alcuno, potrebbe essere
-l'<i>Hellequin</i> dei Francesi, che già si trova ricordato da
-Elinando e da Vincenzo Bellovacense.</p>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span>
-</p>
-
-<h2 id="pilato">UN MONTE DI PILATO IN ITALIA</h2>
-</div>
-
-<p>
-Fra le devote leggende più diffuse e più celebri nel
-medio evo, diffusissima e celeberrima fu quella di Pilato.
-Germogliata nei primi secoli del cristianesimo, cresciuta
-smisuratamente dipoi, trapiantata d'uno in altro suolo,
-essa soggiacque a varia fortuna, ebbe molte e curiose vicende,
-si mutò in tutto da quella ch'era stata in origine.
-I primi cristiani, solleciti di raccogliere quante più prove
-e testimonianze potevano in favore dell'insidiata e combattuta
-lor fede, giudicarono molto benignamente il giudice
-pusillanime; affermarono ch'egli aveva fatto quant'era
-in poter suo per istrappar Gesù all'ingiusto supplizio;
-mostrarono una lettera da lui scritta all'imperatore, nella
-quale era ampiamente riconosciuta l'innocenza del Nazareno
-ed esecrata la malvagità de' nemici suoi; giunsero
-a dire persino ch'egli era morto martire della fede. Mutati
-i tempi, e assicurato il trionfo della Chiesa, mutarono
-anche i giudizii. La sospetta testimonianza, divenuta
-inutile ormai, fu lasciata volentieri in disparte, e sotto
-l'influsso di un altro pensiero, in virtù di un postulato
-della coscienza che voleva colpiti da formidabile e condegno
-castigo quanti, in un modo o in un altro, avevano
-avuto parte nella condanna e nella morte del Redentore,
-cominciò un lavoro delle fantasie in tutto diverso da quel
-di prima, e la leggenda si trasformò, e, starei per dire,
-si capovolse. Ecco Pilato diventare un pessimo scelerato,
-<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span>
-degno d'andarne alla pari co' rei giudici del Tempio e
-con lo stesso Giuda. Si narra allora come l'imperatore
-lo chiamasse al suo cospetto per chiedergli conto della
-morte del Giusto; come rigorosamente il punisse; come
-il punito si togliesse da se stesso la vita, e il maledetto
-suo corpo fosse tramutato di luogo in luogo, cagione
-sempre alla terra che raccoglieva di turbamenti e di calamità.
-Si ricercano le origini di lui, il paese ove nacque,
-i primi suoi fatti, e tutta una storia s'immagina, la quale
-cel mostra malvagio sino dalla puerizia, e spiega il gran
-misfatto finale. La sua leggenda si lega ad altre leggende
-celebri, a quella della Veronica, a quella della vendetta
-del Salvatore, fa corpo con esse, riceve da esse nuovo vigore
-e notorietà nuova. Egli finisce con Giuda, e con alcun
-altro massimo scelerato, fra le mascelle formidabili di un
-Satanasso trifronte, nel più profondo e tenebroso abisso
-d'inferno.
-</p>
-
-<p>
-Io ho ricordate brevemente le origini e le vicende della
-leggenda di Pilato; ma non è mio proposito di addentrarmi
-nello esame e nella discussione di essa. Tale
-lavoro fu già fatto, se non in modo che possa dirsi
-compiuto, almeno in modo sufficiente, e qui non accade
-ripeterlo<a class="tag" id="tag321" href="#note321">[321]</a>. Io intendo solamente far parola di alcune
-immaginazioni che si riferiscono alla presenza di Pilato
-in Italia, e che propriamente appartengono a quella parte
-della leggenda ove si narra della sorte toccata al corpo
-di lui. In tale argomento sono da notare alcune cose che
-non furono, per quanto io mi sappia, notate e che non
-mancano di curiosità.
-</p>
-
-<p>
-La leggenda, o, a meglio dire, le varie versioni di essa,
-fanno nascere Pilato in Vienna di Francia, o in Lione,
-o in Magonza, o in Forchheim, o nei dintorni di Bamberga,
-o in Ispagna. La ragione di tale varietà facilmente
-s'intende quando si pensi che, affermando patria di alcun
-<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span>
-celebre tristo la tale o tal città, la tale o tale regione,
-si dava sfogo di consueto a passioni d'inimicizia e di gelosia,
-e durevole e concreta espressione a un intendimento
-ingiurioso. Ciò che si fece per Pilato si fece, com'era
-naturale, anche per Giuda. In un luogo del <i>Dittamondo</i>
-Fazio degli Uberti dice:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Entrati nella Marca, com'io conto,</p>
-<p class="i02"> Io vidi Scarïotto onde fu Giuda,</p>
-<p class="i02"> Secondo il dir d'alcun, da cui fu conto<a class="tag" id="tag322" href="#note322">[322]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Giuda fu dunque fatto nascere, oltrechè in molti altri
-luoghi, anche in Italia, e in più luoghi d'Italia, similmente,
-fu fatto nascere Pilato. Durante il medio evo soleva
-mostrarsi in Roma, tra l'altre cose mirabili, anche
-una torre, o casa, o palazzo di Pilato<a class="tag" id="tag323" href="#note323">[323]</a>.
-</p>
-
-<p>
-La fine di Pilato è, nelle varie versioni della leggenda,
-narrata assai diversamente. Egli morì sotto Tiberio, sotto
-Caligola, sotto Nerone, sotto Vespasiano e Tito: fu fatto
-decapitare; fu ucciso dallo stesso Nerone furente; fu scorticato;
-fu cucito, come si usava coi parricidi, in una pelle
-di bue, insieme con un gallo, una vipera ed una scimia,
-e lasciato morire al sole; fu chiuso in una torre, ed egli
-con le proprie sue mani si uccise; fu, con la torre insieme,
-inghiottito dalla terra. La credenza che egli si
-fosse ucciso, suggerita forse dall'esempio di Giuda, e dal
-desiderio di far commettere al reo un'ultima colpa, a
-giudizio di cristiani gravissima, è molto antica e quasi
-cancellò tutte le altre: ad essa si legano, e da essa in
-certo qual modo derivano, i racconti in cui si dice delle
-vicende cui andò soggetto dopo la morte il corpo maledetto,
-e dei danni ch'esso produsse. Secondo un racconto
-più antico, Pilato si uccise nella città di Vienna, dov'era
-stato chiuso in una torre, e il suo corpo fu gettato nel
-Rodano. Secondo un racconto più recente, e che ebbe poi
-<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span>
-molto maggior diffusione, Pilato si uccise in Roma, e il
-corpo suo fu da prima gettato nel Tevere, poi tolto di
-là, trasportato in Gallia e buttato nel Rodano, ove non
-rimase nemmeno. Non solamente questi due racconti, che
-io reco qui in una forma meramente schematica, ma
-anche altri, sui quali non ho bisogno di soffermarmi, dan
-notizia dei turbamenti prodotti dal corpo sommerso del
-suicida e delle successive traslazioni che ne furono la
-conseguenza<a class="tag" id="tag324" href="#note324">[324]</a>.
-</p>
-
-<p>
-In un racconto latino intitolato <i>Mors Pilati qui Jhesum
-condemnavit</i>, pubblicato dal Tischendorf<a class="tag" id="tag325" href="#note325">[325]</a>, si dice che
-Tiberio, fatto venire a Roma Pilato, ordinò fosse chiuso
-in un carcere, poi radunò il consiglio perchè pronunziasse
-sentenza sopra di lui. Saputo d'essere stato condannato a
-morire di morte turpissima (<i>ut morte turpissima damnaretur</i>)
-Pilato con un coltello si uccise. «Informato
-della morte di Pilato, Cesare disse: Veramente è morto
-di morte turpissima colui che non risparmiò se stesso.
-Fu legato a un enorme masso e gettato nel Tevere. Ma
-gli spiriti maligni e sordidi, tripudiando per amor di quel
-corpo maligno e sordido, si agitavano tutti nell'acqua,
-suscitando terribilmente nell'aria folgori e bufere e tuoni
-e grandini, così che teneva gli uomini un orribil timore.
-Onde i Romani, trattolo dal Tevere, lo portarono per vituperio
-a Vienna, e lo sommersero nel Rodano: Vienna,
-gli è come dire via Gehennae, poichè era allora luogo di
-maledizione. Ma anche quivi accorsero i malvagi spiriti,
-producendo le medesime turbazioni. Però gli uomini di
-quel paese, non potendo sopportare tanta infestazione di
-demonii, allontanarono da sè quel vaso di maledizione e
-lo buttarono in certo pozzo, ch'era tutto intorno serrato
-di monti, dove, per riferimento d'alcuni, si vedono sobbollire
-tuttavia le diaboliche macchinazioni»<a class="tag" id="tag326" href="#note326">[326]</a>. Così l'ingenuo
-ed incognito narratore.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il codice ambrosiano, dal quale il Tischendorf trasse
-questo racconto, è del secolo <span class="smcap lowercase">XIV</span>; ma il racconto stesso
-risale per lo meno al <span class="smcap lowercase">XII</span>, nel qual tempo si congiunse
-alla già ricordata leggenda dei natali e dei primi fatti
-del proconsole romano, e diventò parte di maggior racconto,
-che, sotto il titolo di <i>Vita Pilati</i>, ebbe più redazioni
-diverse, e grandissima diffusione. Ciò che nella <i>Mors
-Pilati</i> si narra del corpo di costui, sommerso prima nel
-Tevere, poi nel Rodano, e gettato da ultimo in un pozzo
-fra' monti, accenna evidentemente a più leggende locali
-già sorte, e al desiderio dell'autore del racconto di legarle
-possibilmente tra loro senza negarne nessuna. L'autore,
-o, per dir meglio, il compilatore della <i>Vita</i>, procede
-alquanto più oltre su questa via, e dice che dal Tevere
-il corpo passò nel Rodano: che tolto dal Rodano, fu trasportato
-a Losanna; e che tolto finalmente anche da Losanna,
-sempre per le stesse ragioni, fu buttato in un pozzo
-dell'Alpi. Questa è la versione che, insieme con molti
-altri, accetta anche Giacomo da Voragine (m. 1298) nella
-<i>Legenda aurea</i><a class="tag" id="tag327" href="#note327">[327]</a>. L'anonimo autore di un commento allo
-<i>Speculum regum</i> di Gotofredo da Viterbo dice, sebbene
-in modo erroneo, qualche cosa di più, che accenna a nuove
-leggende locali; dice, cioè, che il corpo di Pilato, estratto
-dal Rodano, fu gettato in una palude tra' monti, non
-lungi da Losanna, vicino a Lucerna: <i>in montanis</i> circa
-<i>Losoniam</i> (o Losaniam) <i>prope Lucernam in quandam
-paludem proiecerunt</i><a class="tag" id="tag328" href="#note328">[328]</a>. L'anonimo, il quale sembra fosse
-romano, fonde qui insieme due tradizioni diverse, l'una
-che si riferiva a Losanna, l'altra che si riferiva a Lucerna,
-e, propriamente, al famoso Monte di Pilato, che
-sorge a ridosso di quella città<a class="tag" id="tag329" href="#note329">[329]</a>. Altre tradizioni del resto
-sembra non mancassero in Isvizzera. Un canonico di Zurigo,
-Corrado a Mure, dice nel suo <i>Fabularium</i>, finito di
-scrivere nel 1273, che dal Rodano il corpo di Pilato fu
-<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span>
-trasportato sul monte Septimer, poco lungi da Chiavenna<a class="tag" id="tag330" href="#note330">[330]</a>.
-Forse quand'egli scriveva, la leggenda lucernese
-non era nata ancora: il primo a fare espresso ricordo
-di quello che ora si chiama il Pilato, e che prima
-fu detto il Fracmont, Frakmünd ecc. (<i>mons fractus</i>) sembra
-sia stato Felice Haemmerlin (Malleolus), morto in Lucerna
-nel 1457. S'intende facilmente come la Svizzera,
-in grazia della sua stessa configurazione fisica, dovesse
-essere paese assai favorevole alla moltiplicazione di così
-fatte leggende<a class="tag" id="tag331" href="#note331">[331]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Con la sommersione del corpo di Pilato nel Tevere,
-con la credenza che in Roma si vedesse ancora quella
-ch'era stata casa del giudice malvagio, sembra che l'Italia,
-o almeno una regione di essa, volesse richiamare più risolutamente
-a sè una leggenda illustre, la quale per più
-altri rispetti le apparteneva. Una leggenda più particolarmente
-italiana era sorta; ma questa doveva, come
-abbiam veduto, comporsi con altre leggende più antiche,
-e se voleva tener dietro, come lo stesso suo spirito le
-dettava, alle vicende cui andava soggetto il corpo dello
-scelerato suicida, doveva uscire d'Italia. Doveva, dico,
-sino a tanto che non avesse trovato modo di supplire alle
-leggende straniere, e di liberarsi dallo straniero concorso.
-Ora, un tal modo, o prima o poi, l'aveva a trovar facilmente.
-</p>
-
-<p>
-Notiamo anzi tutto che il luogo della relegazione e
-della prigionia di Pilato non era al tutto certo. Si credeva
-più generalmente fosse stato in Vienna; ma un racconto
-famoso, la <i>Vindicta Salvatoris</i>, lo poneva in Damasco<a class="tag" id="tag332" href="#note332">[332]</a>,
-e un altro racconto, famoso ancor esso, e di
-origine sicuramente italiana, la <i>Cura sanitatis Tiberii</i>,
-lo poneva in una città di Toscana, variamente detta nei
-manoscritti Ameria, Amerina, Cimerina, Timernia, Arimena<a class="tag" id="tag333" href="#note333">[333]</a>.
-La città di Toscana, qual ch'essa fosse, facendo
-<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span>
-dimenticare Vienna, faceva dimenticare anche l'avventura
-del Rodano, e poneva la leggenda italiana, sciolta da ogni
-legame con tradizioni straniere, in condizione di poter
-narrare a suo modo, e con intendimento italiano, le vicende
-del corpo di Pilato. In un racconto latino intitolato
-<i>De Veronilla et de imagine domini in sindone depicta</i>,
-e che volentieri crederei composto in Italia, o derivato
-da alcuna fonte italiana, si dice che Pilato fu
-imprigionato in Roma; che quivi di sua mano si uccise;
-che il corpo di lui fu gettato nel mare, dove tutti i pesci
-morirono; che trattolo dal mare, i cittadini lo portarono
-in un luogo deserto che non si nomina: <i>in heremum tam
-longe duxerunt, ubi nullum hominem venire ultra sciverunt</i><a class="tag" id="tag334" href="#note334">[334]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Non mancavano luoghi in Italia a cui la leggenda del
-corpo di Pilato poteva essere opportunamente legata.
-Tutte le tradizioni di cui ho fatto cenno sin qui parlano
-di danni recati da quel corpo, e parecchie dicono più
-specificatamente di formidabili procelle suscitate da esso.
-Una conseguenza si può subito prevedere: i luoghi di
-fama paurosa, le solitudini de' monti che si credevano
-infestate dai demonii, i laghi portentosi di cui da tempo
-antichissimo si diceva non potervisi gettar dentro un sassolino
-senza che se ne levassero tempeste devastatrici,
-dovevano, naturalmente, attrarre a sè la leggenda, dovevano,
-o almeno potevano, diventare monti e laghi di Pilato.
-In Italia monti e laghi così fatti erano meno frequenti
-che altrove, ma non mancavano: l'Etna aveva le
-sue leggende, le aveva il Lago d'Averno presso Pozzuoli,
-e Giovanni Boccacci parla del lago Scaffajolo negli Apennini,
-il quale suscitava procelle spaventose, come appena
-ci si gettasse dentro alcuna cosa<a class="tag" id="tag335" href="#note335">[335]</a>. I monti e il lago
-di Norcia avevano un'antica riputazione diabolica e magica
-diffusa per tutta Italia. Quivi ponevasi un antro
-<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span>
-della Sibilla, che diè luogo a leggende molto simili a
-quelle sorte in Germania intorno al Monte di Venere<a class="tag" id="tag336" href="#note336">[336]</a>;
-quivi ancora si raccolse la leggenda di Pilato.
-</p>
-
-<p>
-Pietro Bersuire (m. 1362) racconta nel suo <i>Reductorium
-morale</i><a class="tag" id="tag337" href="#note337">[337]</a> la seguente istoria: «Di un terribile esempio
-che si ha presso Norcia<a class="tag" id="tag338" href="#note338">[338]</a>, città d'Italia, udii narrare,
-come di cosa vera e cento volte esperimentata, da certo
-prelato, fra tutti degnissimo di fede. Diceva egli pertanto
-essere tra' monti prossimi a detta città un lago, dagli
-antichi consacrato ai demonii, e dai demonii sensibilmente
-abitato, al quale nessuno oggi può appressarsi (salvo che
-i necromanti) senz'essere da quelli portato via. Perciò
-fu cinto il lago di muri, guardati da custodi, affinchè
-non possano andarvi i necromanti a consacrare i libri loro
-ai diavoli. E la cosa più terribile è questa, che la città
-deve, ciascun anno, mandar per tributo ai demonii, entro
-la cerchia dei muri, presso al lago, un uomo vivo, il quale
-subito e visibilmente è da essi lacerato e divorato: e dicono
-che se ciò non si facesse, sarebbe quella città distrutta
-dalle tempeste. Ogni anno sceglie la città alcuno
-scelerato, e lo manda per tributo ai demonii. Nè questo
-io crederei, non avendone mai trovato cenno in iscrittura
-alcuna, se da tanto vescovo non l'avessi udito asserir fermamente»<a class="tag" id="tag339" href="#note339">[339]</a>.
-</p>
-
-<p>
-La storia narrata da Pietro Bersuire ha molta somiglianza
-con quella che del monte Cannaro in Catalogna
-racconta Gervasio da Tilbury nei suoi <i>Otia Imperalia</i><a class="tag" id="tag340" href="#note340">[340]</a>.
-In essa non è fatto cenno di Pilato, come non ne è fatto
-cenno nel <i>Guerino Meschino</i>, il quale fu composto poco
-dopo il tempo in cui il benedettino francese compilava
-il suo <i>Reductorium</i>, e dove si parla a lungo dell'antro
-della Sibilla e della lieta vita che si menava nei regni
-sotterranei di lei<a class="tag" id="tag341" href="#note341">[341]</a>; ciò nondimeno, una leggenda in cui
-figurava Pilato era indubitatamente già nata, giacchè se
-<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span>
-ne trova il ricordo nel <i>Dittamondo</i> di Fazio degli Uberti, il
-quale visse sino circa il 1367. Nel già citato luogo di
-questo poema, Fazio dice, continuando a parlare della
-Marca:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">La fama qui non vo' rimanga nuda</p>
-<p class="i02"> Del monte di Pilato, ov'è uno lago</p>
-<p class="i02"> Che si guarda la state a muda a muda.</p>
-<p class="i01">Perchè, quale s'intende in Simon Mago</p>
-<p class="i02"> Per sagrar il suo libro là su monta,</p>
-<p class="i02"> Onde tempesta poi con grande smago,</p>
-<p class="i01">Secondo che per quei di là si conta.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Il Capello nota a questo passo: «El monte de Pilato se
-dice ch'è supra Norcia, e lì è un luogo di diavoli, al
-qual vanno quei che si vogliono intendere de arte magica»,
-e non aggiunge altro, e forse non sapeva altro.
-Può darsi che lo stesso Fazio abbia avuto notizia di questa
-leggenda un po' tardi, giacchè in un precedente luogo del
-poema si trova ricordo dell'altra, che poneva in Vienna
-la prigionia e la morte di Pilato, e le due difficilmente
-possono insieme accordarsi. Nel L. II, cap. 5, il poeta
-così si esprime:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Qui ti vo' dir, perchè ti sia diletto,</p>
-<p class="i02"> Pilato fue confinato a Vienna,</p>
-<p class="i02"> Dove s'uccise d'ira e di dispetto.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Merita considerazione un riscontro, forse non fortuito.
-Pietro Bersuire e Fazio degli Uberti parlano di guardie
-poste al lago per impedire ai necromanti di accedervi,
-e il simile si racconta del Monte di Pilato presso Lucerna,
-su cui, ancora nello scorso secolo, era vietato di salire.
-Nel 1387 sei ecclesiastici di Lucerna furono messi in prigione,
-perchè avevano tentata l'ascensione del Fracmont<a class="tag" id="tag342" href="#note342">[342]</a>,
-e il già citato commentatore dello <i>Speculum regum</i> dice,
-<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span>
-seguitando a parlare della palude in cui era stato gettato
-il corpo di Pilato: «Egli è certo che ogni qual volta
-si gitti nella palude alcuna cosa, per minuta che sia, incontanente
-si muovon bufere e grandini e folgori e tuoni.
-Perciò vi si pongono custodi, che in tempo d'estate non
-lasciano che nessuno vi salga<a class="tag" id="tag343" href="#note343">[343]</a>». Anche vicino a Lione
-si poneva un Mont Pilate con un lago suscitatore di tempeste;
-ma non so se fosse vietato l'andarvi.
-</p>
-
-<p>
-La leggenda raccolta da Fazio fu ripetuta da altri, con
-le variazioni consuete e inevitabili. Un predicator di Foligno,
-fra Bernardino Bonavoglia, ebbe, sembra, a recitarla
-dal pulpito: egli nulla sa di muri o di custodi.
-«Dicesi che presso Norcia sia un monte, e quivi un lago,
-detto di Pilato, essendo opinione quasi di molti che il
-corpo di lui fosse quivi portato dai diavoli sovra un carro
-tirato da tori. E da luoghi prossimi, e da remoti, si recano
-colà uomini diabolici, e formano are con tre circoli,
-e ponendosi, con alcuna offerta, nel terzo circolo, chiamano
-quel diavolo che vogliono, leggendo il libro che da
-esso debb'essere consacrato. E venendo il diavolo con grande
-strepito e clamore, dice: A che mi citi? Risponde: Voglio
-consacrar questo libro; voglio cioè che tu ti obblighi
-a fare quanto in esso è scritto, quante volte io te ne
-richiederò, e in premio ti darò l'anima mia. E così fermato
-il patto, il diavolo toglie il libro, e vi segna alcuni
-caratteri, dopo di che egli è pronto a fare ogni male,
-quando altri lo legga. Ecco in che modo son fatti schiavi
-quei miseri e dannati uomini. Accadde una volta che un
-tale, voglioso di consacrare nel modo predetto il suo
-libro, stando nel circolo ordinato, chiamò certo demonio,
-e gli fu risposto, ch'e' non v'era allora, ma era ito nella
-città di Ascoli, per farvi morire molti di ferro, così dei
-fuorusciti, come de' cittadini che hanno il dominio, e che
-tornerebbe ad opera compiuta, e farebbe ciò onde fosse richiesto.
-<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span>
-Meravigliato di tale risposta, colui s'avviò verso
-Ascoli per conoscere la verità di sì gran fatto, e giunse ad
-un luogo dei frati minori, ove dimorava allora il santissimo
-fratello Savino da Campello, e narrato per ordine
-quant'eragli occorso, riseppe che la notte precedente trenta
-de' fuorusciti erano stati impiccati in piazza, e che molti
-dell'una e dell'altra parte erano, nella città, morti di ferro.
-Venuto a cognizione di ciò, il detto uomo fermamente
-risolvette... di rinunziare all'arte magica e agl'incanti,
-considerando grande esser l'arte del diavolo in accalappiare
-e perder le anime. Ciò riferì il detto sant'uomo
-frate Savino, a certo frate nostro de' predicatori»<a class="tag" id="tag344" href="#note344">[344]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Fra Bernardino accenna ad uomini che venivano da
-remoti paesi per attendere a lor pratiche di magia;
-sembra in fatti che la fama dell'antro della Sibilla e del
-monte e lago di Pilato che si ponevano presso Norcia, si
-diffondessero per la Germania e per la Francia, e ne richiamassero
-frequenti visitatori. Nel 1420 vi capitò un
-noto cavaliere e poeta francese, Antonio de la Sale, che
-raccontò poi le cose vedute<a class="tag" id="tag345" href="#note345">[345]</a>, e nel 1497 ne imitò l'esempio
-Arnaldo di Harff, patrizio di Colonia<a class="tag" id="tag346" href="#note346">[346]</a>. Leandro
-Alberti, dopo aver parlato, nella sua <i>Descrittione di tutta
-l'Italia</i>, dell'antro della Sibilla, così prosegue: «Poscia
-alquanto più in su nell'Apennino, nel territorio Nursino,
-vi è il Lago, non meno biasimevole della Grotta, addimandato
-Lago di Norsa, nel quale dicono gli ignoranti
-notare i diavoli, imperò che continuamente si veggono
-salire et abbassare l'acque di quello in tal maniera che
-fanno maravigliare ciascuno che le guarda, parendogli
-cosa sopra naturale, non intendendo la cagione di tal movimento.
-La onde in tal guisa essendo volgata la fama
-di detto Lago, et non meno dell'antidetta Caverna appresso
-gli huomini, non solamente d'Italia, ma altresì
-fuori, cioè che quivi soggiornano i Diavoli, et danno risposta
-<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span>
-a chi gli interroga, si mossero già alquanto tempo
-(come scrive il Razzano) alcuni uomini di lontano paese
-(però leggiermente) et vennero a questi luoghi per consagrare
-libri scelerati et malvagi al Diavolo, per poter
-ottenere alcuni suoi biasimevoli desiderii, cioè di ricchezze,
-di honori, d'amorosi piaceri, et di simili cose... Vedendo
-i Norsini tanto concorso d'incantatori, che salivano sopra
-questi aspri et alti monti, acciò non possano passare a
-detti luoghi, hanno serrata primieramente detta Caverna,
-et poi tengono buone guardie al Lago»<a class="tag" id="tag347" href="#note347">[347]</a>. L'Alberti, che
-scriveva verso il mezzo del secolo <span class="smcap lowercase">XVI</span>, di Pilato propriamente
-non fa menzione, ma cita i versi di Fazio che lo
-ricordano. Il Razzano da lui nominato è quel Pietro, che
-nacque in Palermo nel 1420, fu domenicano, storico, oratore
-e poeta, e morì vescovo di Lucera nel 1492, lasciando
-molte opere manoscritte. Egli aveva avuto occasione di
-parlare con alcuni tedeschi dai quali era stato inutilmente
-tentato l'esperimento della consacrazione<a class="tag" id="tag348" href="#note348">[348]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Nel 1621 ricorda il lago portentoso di Norcia Paolo
-Merula, nella sua <i>Cosmographia generalis</i>: «Nel Piceno,
-di fianco al Monte Vittore, dalla parte che guarda
-a Oriente, è un lago nobilitato dalla fama, detto Nursino.
-Dice il volgo ignorante che in esso nuotano i diavoli, e
-ciò perchè quelle acque si vedono con perpetui moti salire
-e calare a vicenda, non senza grandissima ammirazione
-di coloro che ne ignoran la causa». Riferisce ancor
-egli, come l'Alberti, quanto aveva già detto il Razzano;
-ma non fa parola di Pilato<a class="tag" id="tag349" href="#note349">[349]</a>. Sembra del resto che
-queste leggende norcine cominciassero allora, o poco
-dopo, a perdere della loro celebrità, perchè non se ne
-trova cenno in una poesia che in vituperio di Norcia
-scrisse monsignor Francesco Maria di Montevecchio, andatovi
-per sua sciagura prefetto<a class="tag" id="tag350" href="#note350">[350]</a>, e nemmeno nei due
-capitoli che a Pilato e a Norcia consacrò il Marucelli
-<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span>
-nel suo sterminato <i>Mare magnum</i>, che manoscritto si
-conserva in Firenze nella biblioteca da lui nominata<a class="tag" id="tag351" href="#note351">[351]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Quando la leggenda norcina di Pilato sia nata io non
-so, nè vorrei affermare che qualche concorso di elementi
-e qualche suggestione non le sieno venuti d'oltr'alpe. Essa
-ha perduto ormai ogni celebrità, e appena ne rimane
-qualche vestigio tra il popolo di quella provincia<a class="tag" id="tag352" href="#note352">[352]</a>; e
-mentre il Monte di Pilato presso Lucerna è cognito a
-tutti, e attrae ogni anno migliaja e migliaja di visitatori,
-son ben pochi coloro che conoscano l'esistenza di un
-monte e di un lago di Pilato fra gli Apennini, nel cuore
-d'Italia.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span>
-</p>
-
-<h3 id="notepilato">NOTE</h3>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note321">
-<p><span class="label"><a href="#tag321">321</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">Mone</span>, <i>Die Sage von Pilatus, nell'Anzeiger für Kunde
-der teutschen Vorzeit</i>, annata 1835, coll. 421 sgg., e nell'annata
-1838, coll. 526 sgg.; <span class="smcap">Du Méril</span>, <i>Poésies populaires latines du
-moyen-âge</i>, Parigi, 1847, pp. 340 sgg.; <span class="smcap">Massmann</span>, <i>Der keiser und
-der kunige buoch oder die sogenannte Kaiserchronik</i>, Quedlimburgo
-e Lipsia, 1849-54, vol. III, pp. 573 sgg., 594 sgg.; <span class="smcap">Creizenach</span>,
-<i>Legenden und Sagen von Pilatus, nei Beiträge zur Geschichte
-der deutschen Sprache und Literatur</i>, vol. I (1873),
-p. 89 sgg.; <span class="smcap">Graf</span>, <i>Roma nella memoria e nelle immaginazioni
-del medio evo</i>, Torino, 1882-3, vol. I, pp. 345 sgg., 370 sgg. Per
-la bibliografia della leggenda vedi <span class="smcap">Herzog</span>, <i>Theologische Realencyclopädie</i>,
-Gotha, 1859, XI, 663. Vedi pure una recensione che
-di questo mio scritto, quando lo pubblicai la prima volta, fece
-F. Torraca nella <i>Nuova Antologia</i>, serie 3ª, vol. XXV (1890:
-<i>Rassegna della letteratura italiana</i>). Debbo ad essa alcune correzioni.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note322">
-<p><span class="label"><a href="#tag322">322</a>.&nbsp;&nbsp;</span>L. III, cap. 1. <span class="smcap">Guglielmo Capello</span>, nell'inedito suo commento
-al poema (ms. della Nazionale di Torino N, I, 5, f. 94 v.)
-nota solo:<i> Scharioto è una villa de Ascoli ove nacque Juda che
-fu discipulo di Christo e poi il tradì</i>. Di questo Scariotto fa pure
-ricordo il cronista e novelliere Giovanni Sercambi: vedi <i>Novelle
-inedite di</i> <span class="smcap">Giovanni Sercambi</span> <i>tratte dal codice trivulziano CXCIII
-per cura di</i> Rodolfo Renier, Torino, 1889, pp. lvii e 218.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note323">
-<p><span class="label"><a href="#tag323">323</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Domus Pilati, palatium Pilati</i>, anche casa di Crescenzio e
-casa di Cola di Rienzo. Era una torre presso Ponte Rotto. A
-Nus, in Val d'Aosta, un castello della seconda metà del secolo
-XII si chiama <i>Château de Pilate</i>. «On appelle ces ruines
-le château de Pilate, et ce n'est pas sans une répugnance manifeste
-que les habitants du pays prononcent le nom de ce
-Romain, détestable complice de la mort de Notre-Seigneur».
-Così in un suo libro intitolato <i>La Vallée d'Aoste</i>, Parigi, 1860,
-pp. 163-4, <span class="smcap">Edoardo Aubert</span>, il quale ricorda pure una tradizione,
-secondo cui Pilato, recandosi a Vienna, sarebbe passato per la
-Val d'Aosta, sostando in casa di un senatore romano suo amico.
-Debbo questa notizia alla cortesia del barone Bollati di St. Pierre.
-L'egregia signora Caterina Pigorini Beri mi avverte gentilmente
-che, secondo tradizioni tuttora vive nel mezzogiorno d'Italia,
-Giuda e Pilato sarebbero stati calabresi; che Pilato si fa nascere
-anche in Ponza (d'onde Ponzio) ecc. Una tradizione friulana
-indica quale patria di Pilato il villaggio d'Imponzo. Vedi
-nelle <i>Pagine Friulane</i>, anno III (1890), num. 4, una nota intitolata
-<i>Le leggende intorno a Pilato</i>.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note324">
-<p><span class="label"><a href="#tag324">324</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Io sorpasso a tutto ciò molto rapidamente, e senza entrare
-in disamine e in discussioni che sarebbero, per sè, opportune
-e necessarie, ma che non fanno ora al proposito mio. Vedi gli
-scritti circa la leggenda citati più sopra.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note325">
-<p><span class="label"><a href="#tag325">325</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Evangelia apocrypha</i>, Lipsia, 1853, pp. 432-5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note326">
-<p><span class="label"><a href="#tag326">326</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cognita Caesar morte Pilati dixit: Vere mortuus est morte
-turpissima, cui manus propria non pepercit. Moli igitur ingenti
-alligatur et in Tiberim fluvium immergitur. Spiritus vero maligni
-et sordidi, corpori maligno et sordido congaudentes, omnes
-in aquis movebantur, et fulgura et tempestates, tonitrua et grandines
-in aere terribiliter gerebant, ita ut cuncti timore horribili
-tenerentur. Quapropter Romani ipsum a Tiberis fluvio extrahentes,
-derisionis causa ipsum in Viennam deportaverunt et
-Rhodani fluvio immerserunt: Vienna enim dicitur quasi via
-Gehennae, quia erat tunc locus maledictionis. Sed ibi nequam
-spiritus affuerunt, ibidem eadem operantes. Homines ergo illi
-tantam infestationem daemonum non sustinentes vas illud maledictionis
-a se removerunt et in quodam puteo montibus circumsepto
-immerserunt, ubi adhuc relatione quorumdam quaedam
-diabolicae machinationes ebullire dicuntur.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note327">
-<p><span class="label"><a href="#tag327">327</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Legenda aurea vulgo historia lombardica dicta</i>, rec. Th. Graesse,
-Dresda e Lipsia, 1856, cap. liii, p. 235.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note328">
-<p><span class="label"><a href="#tag328">328</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ap. <span class="smcap">Pertz</span>, <i>Monumenta Germaniae, Scriptores</i> t. XXII, p. 71.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note329">
-<p><span class="label"><a href="#tag329">329</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Un racconto tedesco dice che quei di Losanna gettarono il
-corpo di Pilato in una palude del monte Toritonio. <span class="smcap">Du Méril</span>,
-<i>Op. cit.</i>, p. 356, n. 7.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note330">
-<p><span class="label"><a href="#tag330">330</a>.&nbsp;&nbsp;</span>In un codice del secolo XII, conservato nella Biblioteca
-Regia di Monaco, in fine alla storia apocrifa di Pilato si legge:
-«puteus autem hic vicinus est monti qui vocatur septimus
-mons, vel quod montibus aliis circumseptus, vel septimus mons
-tamquam de septem montibus eminentioribus unus». Forse di
-qui ebbe Corrado a Mure la suggestione a porre la tomba di
-Pilato sul Septimerpass. Vedi <span class="smcap">Herschel</span>, <i>Zur Pilatussage, Anzeiger
-f. Kunde d. deutschen Vorz.</i>, neue Folge, vol. XI (1864),
-col. 364.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note331">
-<p><span class="label"><a href="#tag331">331</a>.&nbsp;&nbsp;</span>In una storia della Passione, che in versi tedeschi compose
-Giovanni Rothe (1370-1434), si dice che il corpo di Pilato fu
-prima gettato nel Rodano, poi sepolto presso Losanna, poi gettato
-in uno stagno sulla cima di un alto monte, a due o tre
-miglia da Costanza, presso il Reno, nel territorio del duca
-d'Austria. Vedi lo scritto testè citato del Herschel (coll. 366-9),
-il quale afferma, senza nessuna ragione, che il monte di cui
-qui si discorre è quello presso Lucerna, e che il Rothe accennò
-a Costanza solo perchè non conosceva bene i luoghi. Certo la
-leggenda si legò a più e diversi luoghi e monti. Il prof. Carlo
-Salvioni mi assicura che, secondo una leggenda del Canton Ticino,
-l'anima di Pilato sarebbe confinata in un laghetto suscitator
-di tempeste, nella Val Bavona, poco lungi da Locarno.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note332">
-<p><span class="label"><a href="#tag332">332</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ap. <span class="smcap">Tischendorf</span>, Op. cit., p. 462.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note333">
-<p><span class="label"><a href="#tag333">333</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Roma nella memoria</i>, ecc., vol. I, pp. 346, 381. Nota il
-Torraca, nello scritto citato, che l'antica Ameria è oggi Amelia,
-dove un palazzo è tuttavia detto dal popolo <i>palazzo di Pilato</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note334">
-<p><span class="label"><a href="#tag334">334</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Massmann</span>, Op. cit., vol. III, pp. 605-6. In una delle redazioni
-della <i>Vengeance de Vespasien</i>, si dice che Pilato fu inghiottito
-in Roma da una voragine che gli si aprì sotto ai
-piedi. Ms. L, II, 14 della Nazionale di Torino, f. 102 r.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note335">
-<p><span class="label"><a href="#tag335">335</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De montibus, sylvis, fontibus</i>, etc. Dopo il Boccaccio il lago
-Scaffajolo fu ricordato da molti: v. <span class="smcap">De Stefani</span>, <i>I laghi dell'Apennino
-settentrionale, Bollettino del Club Alpino italiano</i>, anno
-1883, pp. 100-2. Per altri laghi simili vedi <span class="smcap">Simone Majolo</span>, <i>Dies
-caniculares</i>, Roma, 1597, p. 580; <span class="smcap">Atanasio Kircher</span>, <i>Mundus subterraneus</i>,
-Amsterdam, 1678, l. V, cap. 6; <span class="smcap">Gian Giacomo Scheuchzer</span>,
-<i>Itinera per Helvetiae alpinas regiones</i>, Lugduni Batavorum, 1723,
-pp. 92-3; <span class="smcap">Antonio Matani</span>, <i>Delle produzioni naturali del territorio
-pistojese</i>, Pistoja, 1762, p. 99; <span class="smcap">Grimm</span>, <i>Deutsche Mythologie</i>,
-4ª ediz., Berlino, 1875-78, vol. I, p. 496; <span class="smcap">Liebrecht</span>, <i>Des Gervasius
-von Tilbury Otia imperialia</i>, Hannover, 1856, pp. 146-9.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note336">
-<p><span class="label"><a href="#tag336">336</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">Reumont</span>, <i>Il Monte di Venere in Italia</i>, nei <i>Saggi di
-storia e letteratura</i>, Firenze, 1882, pp. 378-94.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note337">
-<p><span class="label"><a href="#tag337">337</a>.&nbsp;&nbsp;</span>L. XIV, c. 30.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note338">
-<p><span class="label"><a href="#tag338">338</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nella stampa, che io ho tra mani, si legge con manifesto
-errore <i>Noricam</i>. Non è improbabile che il Bersuire abbia scritto
-<i>Norciam</i>, in luogo di <i>Nursiam</i>, agevolando così lo scambio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note339">
-<p><span class="label"><a href="#tag339">339</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«Exemplum terribile esse circa Nursiam Italiae civitatem
-audivi pro vero et pro centies experto narrari a quodam praelato
-summe inter alios fide digno. Dicebat enim inter montes
-isti civitati proximos esse lacum ab antiquis daemonibus consecratum
-et ab ipsis sensibiliter inhabitatum, ad quem nullus
-hodie praeter necromanticos potest accedere, quin a daemonibus
-rapiatur. Igitur circa terminos lacus facti sunt muri qui a custodibus
-servantur, ne necromantici pro libris suis consecrandis
-daemonibus illuc accedere permittantur. Est ergo istud ibi
-summe terribile, quia civitas illa omni anno unum hominem
-vivum pro tributo infra ambitum murorum iuxta lacum ad
-daemones mittit, qui statim visibiliter illum hominem lacerant
-et consumunt, quod (ut ajunt) nisi civitas faceret, patria tempestatibus
-deperiret. Civitas ergo annuatim aliquem sceleratum
-eligit, et pro tributo illuc daemonibus mittit. Istud autem quia
-alicubi non legi, nullatenus crederem, nisi a tanto episcopo firmiter
-asseri audivissem.»</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note340">
-<p><span class="label"><a href="#tag340">340</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Decis. III, LXXVI nella citata edizione del Liebrecht, dov'è
-pure da vedere la nota a pp. 137-40.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note341">
-<p><span class="label"><a href="#tag341">341</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi tutto il libro V.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note342">
-<p><span class="label"><a href="#tag342">342</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Runge</span>, <i>Pilatus und St. Dominik</i>, Zurigo, 1859, estratto dal
-vol. XII delle <i>Mittheilungen der antiquarischen Gesellschaft in
-Zürich</i>, p. 6.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note343">
-<p><span class="label"><a href="#tag343">343</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«Et certum est, quod quandocumque aliquis homo aliquid
-quantumcumque parvum mittit in paludem, tunc incontinenti
-fiunt tempestates, grandines, fulgura et tonitrua. Ideo sunt
-homines custodes constituti, qui tempore estatis custodiunt, ne
-aliquis advena ascendat.»</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note344">
-<p><span class="label"><a href="#tag344">344</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«Dicitur autem quod iuxta Nursiam est quidam mons in
-quo est lacus qui dicitur Pilati, quia opinio est quasi multorum,
-illuc corpus eius fuisse a dyabolis per tauros in vehiculo deportatum.
-Ad hunc locum veniunt homines diabolici de propinquis
-et remotis partibus, et faciunt ibi aras cum tribus circulis,
-et ponentes se cum oblatione in tertio circulo, vocant
-demonem nomine quem volunt, legendo librum consecrandum
-a dyabulo. Qui veniens cum magno strepitu et clamore dicit:
-Cur me queris? Respondet: Volo hunc librum consecrare, idest
-volo ut tenearis facere omnia que in ipso scripta sunt quoties
-te invocavero, et pro labore tuo dabo animam meam. Et sic
-firmato pacto accipit librum dyabolus, et designat in eo quosdam
-characteres, et deinceps legendo librum dyabolus promptus est
-ad omnia mala faciendum. Ecce qualiter captivantur illi miseri
-et dampnati homines. Semel accidit quod quidam, dum vellet
-modo predicto consecrare librum, stans in circulo ibi ordinato,
-vocavit quendam demonem, cui datum responsum ibi non adesse,
-sed ivisse ad civitatem Asculi, ut multos perire faciat gladio
-de exulibus simul et civibus qui tenent statum, hoc peracto
-revertitur statim et faciet quod postulas. Admiratus ille de tali
-responso, accepit iter versus Asculum, ut cognoscat tante rei
-veritatem, et pervenit ad locum fratrum minorum, ubi tunc
-manebat sanctissimus frater Savinus de Campello, quo cum
-pervenisset, exposuit per ordinem omnia gesta, et invenit quod
-nocte precedenti de exulibus xxx fuerunt suspensi in platea, et
-de interfectis gladio ex utraque parte strages magna fuit in
-civitate. Hoc quidem comperto, statuit firmiter superdictus vir...
-dimittere artem magicam et incantationum, considerans magnam
-esse artem in dyabulo ad animas capiendas atque perdendas.
-Hoc retulit supradictus sanctus vir frater Savinus cuidam fratri
-nostro officio predicatori.» — Debbo comunicazione di questo
-testo alla cortesia di Michele Faloci Pulignani, che lo trasse
-da un manoscritto del secolo XV, contenente prediche di fra
-Bernardino, e conservato sotto la segnatura AH, II, 10 nella
-Comunale di Foligno.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note345">
-<p><span class="label"><a href="#tag345">345</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Kervyn de Lettenhove</span>, <i>La dernière Sibylle</i>, nei <i>Bulletins
-de l'Académie royale de Belgique, Lettres</i>, anno 1862, pp. 64-74,
-citato dal <span class="smcap">Reumont</span>, che riporta in succinto il racconto, <i>Op. cit.</i>,
-pp. 387-9.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note346">
-<p><span class="label"><a href="#tag346">346</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Die Pilgerfahrt des Ritters</i> <span class="smcap">Arnold von Harff</span>, <i>herausgegeben
-von</i> Dr. E. von Groote, Colonia, 1860, pp. 37-8, e <span class="smcap">Reumont</span>, <i>Op. cit.</i>,
-pp. 390-2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note347">
-<p><span class="label"><a href="#tag347">347</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Terzadecima Regione, Marca Anconitana. Cito dall'edizione
-di Venezia, 1596, f. 273 r. e v.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note348">
-<p><span class="label"><a href="#tag348">348</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Intorno al Razzano (latinamente Ransanus) vedi <span class="smcap">Quétif</span> et
-<span class="smcap">Echard</span>, <i>Scriptores ordinis praedicatorum</i>, t. I, pp. 876-8. L'Alberti
-attinge sovente dalle opere storiche e geografiche di lui. <span class="smcap">Benvenuto
-Cellini</span> racconta nella <i>Vita</i>, l. I, LXV, che un prete
-siciliano, necromante, con cui ebbe una strana e ridicola avventura
-nel Colosseo, gli disse che il luogo più a proposito per
-la consacrazione dei libri magici era nelle montagne di Norcia.
-Benvenuto era deliberato d'andarvi e farne esperimento, come
-prima avesse finite certe medaglie per il papa, intorno alle
-quali lavorava; ma poi seguì caso che lo svolse da quel pensiero.
-Nemmen egli fa cenno di Pilato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note349">
-<p><span class="label"><a href="#tag349">349</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«In Piceno ad latus Montis Victoris, quo in Orientem
-spectat, lacus invenitur fama nobilitatus; Nursinum dicunt. In
-eo cacodaemones innatare vulgus imperitum dictitat: quoniam
-aquae perpetuis motibus salire, et vicissim subsidere cernuntur,
-equidem non sine ingenti illorum admiratione, qui caussam
-ignorant.» <i>Cosmographia generalis</i>, Amsterdam, 1621, p. 579. Il
-Merula non è fra gli scrittori citati dal Reumont, che parlarono
-dell'antro della Sibilla presso Norcia. Reco qui le sue parole,
-quali si leggono a pag. 387, sebbene differiscano poco da quelle
-che l'Alberti scrive intorno lo stesso argomento. «Est et alius
-Sibyllae specus in Piceno, haud procul Castello D. Mariae Gallicanae,
-in Apennino, immanis sane et horribilis. De eo vulgi
-sermo est aut verius insulsa et putida fabula: hac ad Sibyllam
-patere aditum; quae regnum intus luculentum atque spaciosum
-possideat, magnificis aedibus et basilicis plenum, in quibus innumerae
-gentes versentur, oblectationibus veneriis inter choros
-puellarum lascivientium, et per ea iucundissima tecta et amoenissimos
-hortos diffluentes; id vero interdium tantum accidere,
-noctu enim viros mulieresque pariter atque una Sibyllam ipsam
-in terribiles mutari dracones, simulque cum teterrimis illis
-belluis primum opere venerio congredi iis necesse esse, qui
-intra admitti cupiunt; nec ante annum exactum quemquam
-contra voluntatem retineri, nisi quod unum omnino quotannis,
-ex numero, qui tunc recepti fuerunt, manere oporteat. Ad hanc
-porro auram inde reversis tantas Sibyllam praerogativas elargiri,
-ut felicissimo deinceps toto vitae cursu utantur». Qualche
-altro scrittore che fa menzione dell'antro della Sibilla ricorda
-il Torraca nello scritto citato.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note350">
-<p><span class="label"><a href="#tag350">350</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Scelta di poesie italiane non mai per l'addietro stampate
-de' più nobili autori del nostro secolo</i>, Venezia, 1686, pp. 67-72.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note351">
-<p><span class="label"><a href="#tag351">351</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vol. IV, art. 5; voi. XCVII, art. 17. Non ne è cenno neanche
-nel raro e curioso libro di <span class="smcap">H. Kornmann</span>, <i>De Monte Veneris,
-d. i. die wunderbare und eigentliche Beschreibung der alten heidnischen
-und neuen Scribenten Meynung von der Göttin Venus,
-ihrem Ursprünge, Verehrung und königlichen Wohnung mit deren
-Gesellschaft, wie auch von der Wasser-, Erde-, Luft- und Feuer-Menschen</i>,
-Francoforte, 1614.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note352">
-<p><span class="label"><a href="#tag352">352</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il Witte nota a proposito dei famosi versi del IV del
-<i>Purgatorio</i>, ove Manfredi narra la sorte toccata al proprio
-corpo. «Oberhalb der Stelle, wo Tronto und Verde sich vereinigen,
-bei Arquata im Gränzegebirge gegen Norcia liegt ein
-übelberüchtigter See, bei dem der Volksglaube den Eingang
-zur Hölle zeigt». <i>Dante Alighieri's Göttliche Komödie</i>, Berlino,
-1865, p. 593. Da una lettera, con cui il prof. Vincenzo Ghinassi
-del R. Liceo di Spoleto gentilmente rispondeva ad alcune mie
-domande, rilevo che un picciolo stagno presso Norcia serba
-ancora il nome di Lago di Pilato, ma che tra il popolo s'è
-perduto il ricordo della leggenda antica, e che a spiegar quel
-nome un'altra immaginazione si produsse, assai poco acconcia,
-a dir vero. «Quando accadde in Giudea», così il prof. Ghinassi,
-«il grande avvenimento della crocifissione di Cristo, i
-montanari che passavano per quel luogo vedevano deserta la
-grotta della Sibilla, l'acqua del lago rosseggiante come per
-sangue, ed inoltre intorno al laghetto, da allora in poi, germogliò
-una pianticella, le cui foglie hanno sembianza di due
-mani riunite per il dosso, laonde la fantasia del volgo vede
-raffigurate in esse le mani del Redentore, congiunte insieme
-e perforate dai chiodi, argomentando ciò da un segno che si
-scorge nel mezzo di tali foglie. La fuga della Sibilla, il fenomeno
-delle acque del lago e della circostante vegetazione,
-avendo impressionato l'animo degli abitanti della montagna,
-questi battezzarono il detto lago col nome di Pilato, che fece
-eseguire la sentenza di morte contro il Nazareno. Ecco quanto
-confusamente, ed in varii modi, si narra per le montagne di
-Norcia, ed a questo si aggiunge ancora che i vecchi montanari
-affermano di vedere qualche volta dei pesci di forme stranissime
-notare nelle acque del famoso laghetto». Questi pesci
-pajono essere una reminiscenza affievolita degli antichi demonii.
-Così le immaginose e paurose leggende di altri tempi si vanno
-scolorando, attenuando e perdendo anche tra i volghi, e nelle
-più recondite vallate, loro ultimo asilo.</p>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span>
-</p>
-
-<h2 id="boccaccio">FU SUPERSTIZIOSO IL BOCCACCIO?</h2>
-</div>
-
-<h3>I.</h3>
-
-<p>
-Gustavo Körting, parlando, in un suo libro assai noto
-agli studiosi della letteratura italiana, del sapere del
-Boccaccio e di quello che si potrebbe chiamare l'indirizzo
-della mente di lui, notate alcune false opinioni e alcune
-irragionevoli credenze che si trovan qua e là ne' suoi
-scritti, non dubita di affermare che, generalmente parlando,
-il Certaldese, per quanto s'appartiene alla superstizione
-e alla credenza nel meraviglioso, è, pressochè in
-tutto, un uomo de' tempi suoi, mentre il Petrarca è anche
-per questo, come per altri rispetti, quasi un uomo dei
-tempi nostri<a class="tag" id="tag353" href="#note353">[353]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Un sì fatto giudizio parrà, non solamente eccessivo, ma
-a dirittura falso a molti, che, leggendo più propriamente
-il <i>Decamerone</i>, avran creduto di riconoscere nell'autore
-di esso uno spirito disinvolto e spregiudicato, amabilmente
-scettico e beffardo, niente devoto della tradizione, poco
-rispettoso dell'autorità, aperto assai più alle impressioni
-della vita reale, di cui fu dipintore insuperato, che non
-ai sogni della leggenda e alle ubbie di una fede superstiziosa.
-Dire che il Boccaccio è, pressochè in tutto, un
-uomo de' tempi suoi, quanto a credulità e gusto del meraviglioso,
-gli è come dire ch'egli sta quasi alla pari con
-Gervasio da Tilbury, con Cesario di Heisterbach, col
-<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span>
-troppo famoso Elinando. La conseguenza a cui si giunge
-è manifestamente mostruosa. Altri recarono del Boccaccio
-ben altro giudizio, un giudizio, se non iscevro di esagerazione,
-assai più giusto sotto ogni rispetto. Col Boccaccio
-il Settembrini fa principiare un'era nuova, <i>il terrore cessato,
-cominciato il riso e lo scetticismo</i><a class="tag" id="tag354" href="#note354">[354]</a>; col Boccaccio
-fa principiare un nuovo mondo il De Sanctis<a class="tag" id="tag355" href="#note355">[355]</a>; vanto che
-non gli si potrebbe in nessun modo concedere se, in fatto
-di credulità e d'inclinazione al meraviglioso, egli fosse in
-tutto ancora, o quasi in tutto, un uomo del medio evo.
-Parlando del libro <i>De montibus, fluminibus</i>, ecc., il
-Landau riconosce che, quanto a spirito critico, il Boccaccio
-vince i suoi contemporanei<a class="tag" id="tag356" href="#note356">[356]</a>; e l'Hortis, il più profondo
-conoscitore e l'illustrator più felice delle opere latine
-del Certaldese, giustamente osserva<a class="tag" id="tag357" href="#note357">[357]</a>; «Il Boccaccio fu
-spesso accusato di ripetere di molte fole;... se non che
-sarebbe gran torto non avvertire che la massima parte
-delle favole deriva dagli antichi da lui copiati, e che il
-Boccaccio ripete bensì mille favole, ma per questo e' non
-le crede. Quando scrive che agli antichi non osa contraddire
-e crede più a loro che agli occhi propri, e' non va
-creduto sulla parola. Quando questi antichi narrano un
-che d'inverosimile, il Boccaccio li trascrive fedelmente,
-però vi aggiunge, «ma ciò non cred'io,» «ciò mi sembra
-impossibile,» «questa è a mio giudizio una favola,»
-oppure osserva arditamente: «cotesto io lo stimo ridicolo!»
-</p>
-
-<p>
-Noi udiamo ora un tutt'altro linguaggio. Quale dei
-giudici ha ragione? L'argomento non è senza curiosità e
-senza importanza, e merita, parmi, che se ne discorra
-un poco.
-</p>
-
-<p>
-Vediamo anzi tutto quali sono le prove su cui il Körting
-fonda la sua accusa. Eccole, nell'ordine stesso con
-cui egli le reca. Il Boccaccio credeva nei sogni<a class="tag" id="tag358" href="#note358">[358]</a>; il Boccaccio
-credeva che i moribondi potessero esser fatti partecipi
-<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span>
-dello spirito profetico<a class="tag" id="tag359" href="#note359">[359]</a>; il Boccaccio credeva nell'astrologia<a class="tag" id="tag360" href="#note360">[360]</a>;
-il Boccaccio credeva che lo strabismo fosse
-indizio di anima perversa<a class="tag" id="tag361" href="#note361">[361]</a>; il Boccaccio credeva che nelle
-evocazioni dei morti comparissero, non già questi, ma
-diavoli<a class="tag" id="tag362" href="#note362">[362]</a>; il Boccaccio credeva che Enea fosse veramente
-sceso all'Inferno, e che Virgilio avesse costruito ogni
-specie d'ingegni magici<a class="tag" id="tag363" href="#note363">[363]</a>. Qui c'è luogo a parecchie osservazioni.
-Anzi tutto giustizia vorrebbe che, enumerate le
-cose cui il Boccaccio erroneamente credeva, si ricordassero
-quelle cui molto saviamente il Boccaccio non dava
-fede, e quelle ancora di cui dubitava prudentemente. La
-lista loro riuscirebbe assai lunga a volerla fare compiuta.
-Così il Boccaccio non credeva (e il Körting stesso lo avverte)
-che certe subite infermità, e certe morti improvvise, avvenissero
-per opera del demonio, come era opinione dei meno
-sani (son sue parole); ma a tali fenomeni assegnava cause
-in tutto naturali<a class="tag" id="tag364" href="#note364">[364]</a>. Il Boccaccio chiama a dirittura ridicola
-la credenza secondo cui la gramigna nascerebbe dal
-sangue dell'uomo<a class="tag" id="tag365" href="#note365">[365]</a>. Il Boccaccio stima una favola ciò
-che di quell'arche sepolcrali ricordate da Dante, le quali
-presso ad Arles facevano <i>il loco varo</i>, dicevano quei del
-paese, cioè che fossero opera divina<a class="tag" id="tag366" href="#note366">[366]</a>. Il Boccaccio non
-crede che il re Artù sia sopravvissuto alle sue ferite, e
-debba tornare, secondo l'opinione dei Brettoni; ma dice
-che morì e fu sepolto segretamente<a class="tag" id="tag367" href="#note367">[367]</a>. E notisi che questa
-opinione, non al tutto spenta in Iscozia, nemmen oggi,
-fu tanto diffusa ed ebbe già tanta forza, che, secondo
-afferma uno scrittore spagnuolo, Filippo II, nel dar la
-mano a Maria d'Inghilterra, dovette far solenne giuramento
-di rinunziare al diritto acquistato sopra quel regno
-nel caso che il re Artù facesse ritorno. Il Boccaccio non
-diede fede alle accuse mosse ai Templari, tra le quali
-non era ultima l'imputazione di magia. In nessun luogo
-delle sue opere il Boccaccio mostra d'aver creduto ai miracoli
-<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span>
-dell'alchimia. Parlando di Giuliano l'Apostata nel
-l. VII del <i>De casibus virorum illustrium</i>, fa pure ricordo
-delle arti magiche esercitate da quell'imperatore, secondo<i>
-piace ad alcuni</i>; ma non dice di credere egli ciò che
-quegli alcuni credevano. Parlando del lago d'Averno nel
-libro <i>De montibus, silvis</i>, ecc., dice <i>dagli ignoranti</i> essere
-stato anticamente creduto si potesse andare per esso ai
-regni infernali; ma non fa motto, nè degli uccelli negri
-che, secondo San Pier Damiano e Vincenzo Bellovacense,
-vi aleggiavano intorno dal vespero del sabato all'alba del
-lunedì, e non erano se non anime dannate; nè delle ingenti
-porte di bronzo, infrante da Cristo, che, a detta del
-veracissimo Gervasio da Tilbury, ci si vedevano in fondo.
-Discorrendo, nel già citato libro <i>De montibus</i>, delle fonti,
-ripete, gli è vero, parecchie favole spacciate già dagli
-antichi; ma queste parecchie son pur poche in confronto
-di quelle infinite che si leggono in altri e molti consimili
-trattati del medio evo.
-</p>
-
-<p>
-Oltre a ciò se il Boccaccio crede a certe cose, non per
-questo si deve sempre dargliene carico, o si deve dargliene
-solo con certa misura, avuto riguardo alla qualità delle
-credenze, o al modo tenuto dallo scrittore nel farle palesi,
-o anche alle condizioni generali del sapere e della coltura
-ai tempi suoi; e quelle che hanno più particolarmente
-carattere di errori scientifici non debbono dare argomento
-a taccia di superstizione, essendo l'errore scientifico e la
-superstizione due cose troppo diverse fra loro.
-</p>
-
-<p>
-Se il Boccaccio crede che lo strabismo sia indizio di
-animo malvagio, noi non lo accuseremo per questo di
-partecipare ad un error popolare, dopochè si son veduti
-criminalisti e psichiatri riconoscere in questa e in molte
-altre deformità un indizio (non una prova certa) d'imperfezione
-morale e di predisposizione a delinquere; onde viene
-a trovar conferma l'antico adagio latino: <i>cave a signatis</i>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span>
-</p>
-
-<p>
-Narrata nel l. II, del <i>De casibus</i> la storia di Astiage,
-il Boccaccio soggiunge alcune considerazioni sui sogni e
-afferma, provandolo con altri esempii, che per essi l'uomo
-può avere cognizione dell'avvenire; ma attenua poi di
-molto egli stesso il valore delle sue parole, avvertendo
-che non sempre si vuole ai sogni dar fede. Un cristiano
-difficilmente poteva andar più in là, perchè la veracità
-di certi sogni è solennemente attestata dalla Scrittura, e
-di sogni profetici sono piene le vite dei santi. Il Boccaccio
-non fu in ciò più credulo di Dante, del Petrarca, o di
-chi, come il Cardano, sulla interpretazione dei sogni scriveva
-ancora in pieno Rinascimento.
-</p>
-
-<p>
-Quanto all'astrologia la questione è un po' più complicata.
-Il Boccaccio non nega gl'influssi degli astri, ma
-dice che di questi influssi l'uomo non può aver cognizione,
-e così dicendo nega la scienza astrologica, e riconosce
-per vani e per illusorii i pronostici degli astrologi<a class="tag" id="tag368" href="#note368">[368]</a>.
-Inoltre, sebbene in ciò qualche volta si contraddica,
-pure afferma che gli astri nulla possono sugli animi
-umani, e che la libertà dell'arbitrio non ne rimane in
-modo alcuno menomata. Anzichè biasimo, noi dovremmo
-dar lode al Boccaccio d'aver tenuto una opinione così
-misurata e prudente in un tempo in cui la credenza comune
-dava agl'influssi celesti qualità d'irresistibili e di
-fatali, e un Cecco d'Ascoli (in ciò non primo nè ultimo)
-assoggettava al corso degli astri la vita dello stesso Cristo,
-e i principi d'Italia e le stesse città libere tenevano ai
-loro stipendii astrologi, con gli avvertimenti de' quali si
-governavano. In certo suo sonetto Cino da Pistoja pregava
-Cecco di scrutare ne' cieli e di dirgli quali stelle egli
-s'avesse favorevoli e quali contrarie, soggiungendo:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">E so da tal giudizio non s'appella.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-La dottrina professata da Dante quanto agl'influssi
-<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span>
-celesti non è per nulla disforme da quella seguìta dal
-Boccaccio<a class="tag" id="tag369" href="#note369">[369]</a>, e con questo si accorda anche Giovanni Villani,
-il quale, del rimanente, si mostra assai più proclive
-al meraviglioso e più credulo. Certo, il Petrarca mostrò
-maggiore risolutezza nel bandire la fallacia dell'astrologia
-e nel combattere gli astrologi; ma bisogna anche
-dire che le ragioni di cui egli si giova sono assai più
-religiose che scientifiche<a class="tag" id="tag370" href="#note370">[370]</a>. Del resto, quando pure il Boccaccio
-avesse avuto nell'astrologia assai più fede che veramente
-non ebbe, non sarebbe questo un buon argomento
-per aggravargli addosso l'accusa d'essere troppo impigliato
-nella superstizione del medio evo, giacchè l'astrologia
-fiorì assai più dopo il Rinascimento che non prima, ed
-è superstizione intimamente legata con l'umanesimo, come
-non poche altre rinovellate allora dall'antichità<a class="tag" id="tag371" href="#note371">[371]</a>. Certo,
-nessuno vorrà accusare di tendenze e d'idee medievali
-uomini come il Pontano e il Campanella, e pure il Pontano
-e il Campanella furono partigiani convinti dell'astrologia.
-Il primo che l'abbia combattuta con altri argomenti
-che non sieno i religiosi e i morali, fu Pico della
-Mirandola.
-</p>
-
-<p>
-Di alcune altre credenze superstiziose il Boccaccio non
-dev'essere troppo severamente ripreso, perchè assai difficilmente
-si sarebbero potute allora, e assai difficilmente
-si potrebbero anche oggidì, staccare in tutto dalla credenza
-religiosa: così di quella che concerne le apparizioni
-degli spiriti maligni. Veggasi, in fatto di apparizioni,
-quali fanfaluche potesse spacciare in pieno Rinascimento
-un umanista come Alessandro Alessandri, in quella imitazione
-delle <i>Notti attiche</i> di Aulo Gellio da lui intitolata
-<i>Dies geniales</i>.
-</p>
-
-<p>
-Ma c'è ben altro da dire.
-</p>
-
-<p>
-Da che libri deriva il Körting le prove della credulità
-e della superstizione del Boccaccio? L'abbiam veduto:
-<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span>
-dalla <i>Genealogia degli Dei</i>, dai <i>Casi degli uomini illustri</i>,
-dal <i>Comento</i> a Dante. Or che libri son questi? Son libri di
-conto per molti rispetti, libri su cui riposa in gran parte
-la riputazione del Boccaccio come umanista e come erudito,
-ma libri che hanno, quanto all'argomento di cui si
-discorre, sia lecito dirlo, un vizio comune e non piccolo,
-quello cioè di essere, in tutto o in parte, frutti piuttosto
-tardi dell'ingegno dello scrittore, di appartenere più o meno
-all'età decadente di lui. La <i>Genealogia degli Dei</i>, sebbene
-cominciata negli anni giovanili, non uscì dalle mani del
-suo autore prima del 1373, due soli anni innanzi alla
-morte. La interpretazione naturale che in questo suo trattato
-il Boccaccio dà di molti miti dell'antichità classica
-fa testimonio di una mente tutt'altro che inviluppata negli
-abiti intellettuali del medio evo, e può ancora porgere
-occasione di meraviglia a noi, tanto più addentro di lui
-nei misteri della mitologia; ma nessuno è in grado di
-dire che cosa, nel corso del lungo lavoro, egli abbia aggiunto
-o tolto all'opera sua. Così ancora non prima di
-quello stesso anno 1373 uscì in pubblico il libro dei <i>Casi
-degli uomini illustri</i>. Quanto al <i>Comento</i>, esso fu in quell'anno
-medesimo cominciato, e il Boccaccio, soprappreso
-da gravissima infermità, e poi dalla morte, non potè condurlo
-a termine. Il libro dei <i>Casi</i> dunque, il <i>Comento</i>,
-e, in parte almeno, anche la <i>Genealogia</i>, sono opere senili
-del Boccaccio, e questa loro qualità dà più che sufficiente
-ragione di certi caratteri e di certe tendenze che si notano
-in esse.
-</p>
-
-<p>
-La vecchiezza, tutti lo sanno, è assai più inclinata alla
-superstizione che non la gioventù. Il sentimento della
-decadenza crescente, la preoccupazione angustiosa di una
-prossima fine, il sospetto d'insidie celate e di subiti danni,
-a cui non può fare più schermo l'affievolita natura, lo
-sfiacchimento della mente, che di signora ridiventa serva,
-<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span>
-lo stesso arcano della morte che come più incombe più
-riempie l'animo di meraviglia paurosa, dispongono e quasi
-forzano a una inclinazione così fatta. Nel detto: <i>aniles
-fabulae</i>, non è senza grande ragion quell'epiteto. Ed è
-noto ancora come risorgano irresistibili nel vecchio i sogni
-e le ubbie onde fu malamente nutrita la mente del fanciullo.
-</p>
-
-<p>
-Il Boccaccio ebbe anticipata vecchiezza. I primi segni
-di scadimento fisico erano già apparsi, quando, a provocare
-ne' pensieri e nella vita di lui un totale rivolgimento,
-ecco capitargli addosso il certosino Gioachino Ciani con
-quella diavoleria delle visioni e delle minacce del santo
-frate Pietro de' Petroni. Io non ho bisogno di ripetere
-questa storia notissima, alla quale, non so perchè, si vuole
-da taluno scemare importanza. Quanto il Boccaccio ne
-rimanesse sbigottito, e come, ravveduto, si proponesse di
-fare ammenda de' suoi trascorsi, è noto del pari. Egli rinnegò
-i frutti migliori del suo ingegno; egli detestò l'opera
-maggiore, per cui il nome suo vive e vivrà perpetuo nella
-memoria degli uomini; e ci volle tutta l'autorità del Petrarca
-per impedirgli di vendere i libri con tanto amore
-e con tante fatiche raccolti, rinunziare a ogni studio,
-darsi all'anima interamente. L'infelice avvenimento non
-ringiovanì certo il Boccaccio, anzi confermò in lui la già
-sopravvenuta vecchiezza. E che questa vecchiezza non
-fosse nemmen prima solamente fisica, ma dovesse, in parte,
-essere anche morale, lo prova il fatto stesso; giacchè il
-Boccaccio, grandissimo beffatore di frati, e canzonatore di
-loro miracoli, si sarebbe dato assai poco pensiero dei sogni
-di fra Pietro e delle prediche di fra Gioachino, se fosse
-durata in lui la giovanile baldanza e vivezza del pensiero,
-l'antico vigore della ragione, e la secura indipendenza del
-giudizio. Dicono che irreligioso e miscredente il Boccaccio
-non sia mai stato, e ne recano le prove. Io non lo nego;
-<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span>
-sebbene si vorrebbe vedere quanto le prove valgano, e
-quanto addentro ci mettano nella coscienza del nostro
-autore: ad ogni modo gli è certo che la fede non gli diede
-mai briga soverchia negli anni della gioventù e della virilità
-più rigogliosa.
-</p>
-
-<p>
-La visita di fra Gioachino dovette produrre un doppio
-effetto nell'animo del Boccaccio; rinfocolarvi la fede non
-ben calda, ed eccitarvi il senso del meraviglioso rimasto
-insino allora sopito. Dando fede al racconto mirabile del
-frate, il Boccaccio veniva a mettere il piede sopra la via
-maestra della superstizione e della credulità, via sulla
-quale un passo tira l'altro, e ad ogni passo si perde un
-tanto di spirito critico e di libertà di giudizio. Se, per
-esempio, egli credeva alla veracità dei sogni, questa sua
-credenza doveva farsi più certa che mai. Se aveva opinione
-che i moribondi vedessero le cose avvenire, questa opinione
-doveva levarsi in lui al disopra di ogni dubbio.
-Pentito d'avere speso le forze dell'ingegno in opere che
-ora gli pajono riprovevoli, il Boccaccio rifugge dal libero
-esercizio del suo pensiero, e si dà a lavori di compilazione
-e di erudizione, nei quali la sua mente è come
-infrenata dal soggetto, si fa recettiva delle opinioni altrui,
-e perde a poco a poco l'abito e il gusto della critica. La
-condizione di spirito, in cui egli per tal modo si ridusse,
-ebbe necessariamente ad aggravarsi quando l'infermità
-prese a travagliare l'organismo già affaticato. Nella state
-del 1372, o in quel torno, il Boccaccio potè credersi in
-fin di vita. Nella lettera che scrisse allora all'amicissimo
-suo Maghinardo de' Cavalcanti, lettera tutta inspirata a
-sensi di profondo sconforto, egli, detto de' mali fisici che
-lo affliggevano, non tace i morali: avversione per lo studio,
-odio pei libri, indebolimento delle facoltà mentali, perdita
-della memoria. Il pensare gli si era fatto difficile,
-e tutti i suoi pensieri erano rivolti alla morte e al
-<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span>
-sepolcro<a class="tag" id="tag372" href="#note372">[372]</a>. In quel tempo appunto egli adoperava lo stremo
-delle sue forze intorno al laborioso <i>Comento</i>: non doveva
-lo studio del <i>poema sacro</i>, la cui azione si svolge tutta nei
-regni del soprannaturale, inclinar più sempre l'animo
-angosciato del comentatore verso il meraviglioso, ottundere
-in esso il senso del reale, farlo vago di quanto trascende
-l'esperienza, o vince la ragione? Nel <i>Comento</i>, più
-che in altra scrittura del Boccaccio, occorrono frequenti
-segni di credenza superstiziosa; ma e' non poteva essere
-diversamente. Noi non dobbiamo già meravigliarci e scandalizzarci
-di alcune non gravi superstizioni penetrate negli
-scritti senili del novellatore pentito e turbato; bensì dobbiamo
-meravigliarci che il numero loro non sia molto
-maggiore, e molto più trista la lor qualità.
-</p>
-
-<p>
-Ma perchè giudicare superstizioso il Boccaccio sulla
-testimonianza de' suoi scritti senili? Perchè, ravvisato, o
-creduto ravvisare certo aspetto del vecchio, dire: tale fu
-l'uomo? Perchè non cercare piuttosto i documenti del
-suo pensiero e della sua credenza nelle opere da lui composte
-nel tempo migliore? Perchè non rintracciarle, sopra
-tutto, in quell'immortale <i>Decamerone</i>, in cui il poeta
-mise la miglior parte di sè, e che in ogni sua pagina
-attesta il vigore degli anni e dell'intelletto? Ponetevi a
-questo studio, e vedete come si giunga a tutt'altra conclusione
-e a tutt'altro giudizio.
-</p>
-
-<h3>II.</h3>
-
-<p>
-Io non dirò col De Sanctis che il <i>Decamerone sia una
-catastrofe, o una rivoluzione, che da un dì all'altro ti
-presenta il mondo mutato</i><a class="tag" id="tag373" href="#note373">[373]</a>. Non lo dirò, perchè non
-credo a queste catastrofi letterarie più che dagli scienziati
-non si creda alle catastrofi geologiche; perchè ho
-ferma fede che la legge, di evoluzione, la quale governa
-<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span>
-le cose tutte che vivono, e quelle ancora che non vivono,
-non patisce eccezione; perchè ho per sicuro che se un
-libro può molto nel rifare uomini e cose, il mondo è già
-profondamente mutato quando appare il libro che porge,
-come dipinta in un quadro, la mutazione. Quando si dice
-<i>fonti del Decamerone</i>, s'intende parlare dei luoghi d'onde
-provengono, per via più o meno lunga, i temi delle novelle
-raccontate nel libro; ma nel libro non ci sono le novelle
-soltanto; ci è anche un complesso d'idee, di sentimenti
-e di giudizii, un modo di considerar la vita, un indirizzo
-generale di mente, che pajono essere in tutto il fatto dell'autore,
-e che fatto suo non sono se non in parte. Anche
-di queste cose ci sono le fonti; ma non è così agevole
-dire quali e dove sieno, come non è agevole indicare la
-fonte di un fiume che nasca d'infiniti rivoli, di scaturigini
-sparse e recondite. Le fonti sono nel pensiero, ancora
-malamente determinato, di una età tutta intera; il che
-è tanto vero, che quando poi il libro è nato, nel quale
-un nuovo pensiero si affaccia in forme vigorose e scolpite,
-gli uomini di quella età lo riconoscono per cosa loro e
-si compiacciono in esso. Dico ciò perchè non voglio presentare
-il Boccaccio come un eroe del libero e spregiudicato
-pensare, nato di sovrumani connubii, e perchè, con
-affermare che il suo modo di sentire e di giudicare ha
-pur le sue ragioni nel pensiero de' tempi, non credo di
-fargli maggior torto di quello si faccia a un bell'albero
-rigoglioso con dire che esso si nutre degli elementi della
-terra in cui figge le radici, e degli elementi dell'aria in
-cui distende i rami e le foglie. Del resto, io non ho qui
-a parlare del <i>Decamerone</i> in quanto ha significazione
-storica generale, ma ho da parlarne solo in quanto porge
-documento dell'animo del suo autore rispetto alla credenza
-superstiziosa. E il documento, a mio credere, non potrebbe
-essere nè più esplicito, nè più favorevole.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span>
-</p>
-
-<p>
-Incominciamo dalla Introduzione.
-</p>
-
-<p>
-Nella Introduzione, com'è noto, il Boccaccio descrive
-la spaventosa peste del 1348, uno dei più tremendi flagelli
-che la storia umana ricordi, perchè si calcola che
-nel giro che fece per l'Europa uccidesse non meno di
-25,000,000 di persone. Quale occasione migliore di questa
-per lasciarsi trascinare dalla fantasia e dare un tonfo nel
-meraviglioso e nel soprannaturale più sformato? Ma mentre
-qua e là per l'Europa le menti eccitate dalla paura si
-smarrivano in mille strane immaginazioni<a class="tag" id="tag374" href="#note374">[374]</a>, sino a credere
-la moria opera dei demonii, il Boccaccio, serbando
-la serenità del giudizio, non dice altro, se non che essa
-sopravvenne <i>per operazion de' corpi superiori</i>, o per l'ira
-di Dio, a correzione della iniquità umana. Qui, senza
-dubbio, la superstizione fa capolino; ma il poco che se ne
-mostra è proprio un nulla in confronto di ciò che hassi
-altrove; e toccato appena delle cause, il Boccaccio passa
-a fare quella magistral descrizione degli effetti fisici e
-morali del morbo, la quale tutti conoscono, e che rivela
-qualità di osservatore eminenti. In certo luogo accenna a
-<i>diverse paure ed immaginazioni</i> che nascevano negli animi
-conturbati, ma non dice quali fossero. Nel <i>Comento</i> invece
-ne ricorda una con le seguenti parole<a class="tag" id="tag375" href="#note375">[375]</a>: «E se io ho il
-vero inteso, perciocchè in quei tempi io non ci era, io
-odo, che in questa città (<i>Firenze</i>) avvenne a molti nell'anno
-pestifero del MCCCXLVIII, che essendo soprappresi
-gli uomini dalla peste, e vicini alla morte, ne furon
-più e più, li quali de' loro amici, chi uno e chi due, e
-chi più ne chiamò, dicendo: vienne tale e tale; de' quali
-chiamati e nominati, assai, secondo l'ordine tenuto dal
-chiamatore, s'eran morti, e andatine appresso al chiamatore».
-Il <i>Comento</i> fu scritto vent'anni dopo l'Introduzione
-e il Boccaccio, pur lasciandosi andare a raccontare
-il miracolo, non nasconde un certo dubbio che gli si
-<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span>
-leva nell'animo. Vent'anni innanzi egli non lo aveva creduto
-meritevole di ricordo; e in fatto, come avrebbe
-potuto pensare altrimente chi, accingendosi a narrare
-cosa tutt'altro che soprannaturale ed incredibile, qual è
-quella dell'appiccarsi del contagio agli animali, non pare
-che sappia scusarsi abbastanza, ed esce in queste precise
-parole che si leggono nella Introduzione: «Maravigliosa
-cosa è ad udire quello che io debbo dire: il che, se dagli
-occhi di molti e da' miei non fosse stato veduto, appena
-che io ardissi di crederlo, non che di scriverlo, quantunque
-da fededegno udito l'avessi»? Certo, chi andava così peritoso
-in riferir cosa, insolita, se vuolsi, ma al tutto naturale,
-non doveva essere troppo disposto a raccoglier leggende
-e a dar loro lo spaccio.
-</p>
-
-<p>
-La novella 1ª della I giornata ha per noi molta importanza.
-In essa il Boccaccio racconta assai piacevolmente
-la storia di quel Ser Ciappelletto, che avendone fatte
-d'ogni risma in vita, muore, in virtù di una falsa confessione,
-in concetto di santità, e, dopo morto, fa miracoli
-e dispensa grazie ai suoi molti e creduli devoti. In più
-altre novelle il Boccaccio si fa beffe della santità bugiarda;
-ma in questa egli va più oltre, e se non deride a dirittura,
-mette in mala vista, senza voler parere, e con l'usato
-suo accorgimento, il culto smodato dei santi, e le pratiche
-ond'esso è occasione al volgo, pratiche in cui poco o nulla
-è che s'innalzi sopra la superstizione più grossolana, e
-biasimate assai volte dagli uomini di fede più illuminata.
-Nelle letterature del medio evo non mancano altri esempii
-e documenti di satira contro sì fatto culto. La storia di
-San Nessuno, <i>contemporaneo di Dio padre, e in essenza
-consimile al figlio</i>, è un'ardita e abbastanza gustosa parodia
-di quelle prediche fratesche, in cui si celebravano
-le virtù e i miracoli dei santi patroni<a class="tag" id="tag376" href="#note376">[376]</a>. Nella letteratura
-francese abbiamo Saint Tortu e Saint Harenc, e nell'italiana
-<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span>
-San Buono. Santa Nafissa, di cui parla il Caro, e
-narra l'opere benedette l'Aretino in uno de' suoi <i>ragionamenti</i>,
-appartiene al Rinascimento. Ma la novella del
-Boccaccio tende a scalzare le basi stesse del culto dei
-santi. Se un solenne gaglioffo può, con una semplicissima
-gherminella, farsi credere santo, chi ci assicura che molti
-santi del calendario, onorati in sugli altari, non sieno
-stati gaglioffi? L'ultima, più solenne e più irrecusabile
-prova della santità, il miracolo, diventa ingannevole anch'essa,
-se sul sepolcro d'uno scelerato possono avvenire
-quegli stessi prodigi che sui sepolcri dei santi uomini.
-«E se così è,» nota il Boccaccio con fine ironia, «grandissima
-si può la benignità di Dio cognoscere verso noi,
-la quale, non al nostro errore, ma alla purità della fede
-riguardando, così facendo noi nostro mezzano un suo nemico,
-amico credendolo, ci esaudisce, come se ad uno
-veramente santo, per mezzano della sua grazia, ricorressimo».
-Dunque indifferente la qualità del mezzano; dunque
-inutile il mezzano stesso, se a muovere la grazia di Dio
-il buon animo basta, in qualunque modo esso si dia a
-conoscere; dunque biasimevole questo ricorrere sempre a
-mezzani di dubbia fede e di credito incerto, quando la
-misericordia di Dio ha sì gran braccia che, senza bisogno
-di sollecitazione o di ajuto,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Accoglie ciò che si rivolve a lei;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-dunque assurda, antireligiosa, ridicola quella <i>distribuzione
-e division di lavoro</i> fatta tra i santi, con attribuire
-a ciascuno una particolare cognizione degli umani bisogni,
-una giurisdizion propria e una personal competenza in
-fatto di grazie e di miracoli. Le ragioni che, nel medio
-evo, fecero sorgere e dilatare oltre misura il culto dei
-santi, in guisa da torre di grado quasi la intera Trinità,
-<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span>
-con alterazione profonda della idea cristiana, son note
-anche troppo. Si badi che io intendo parlare più particolarmente
-della forma che quel culto assunse tra le plebi
-mezzo barbare. La principale e la più increscevole la
-porse il desiderio, naturale del resto in animi grossolani,
-di conseguire con l'ajuto di patroni potenti, senza merito
-proprio, senza interna dignificazione, senza operosa volontà
-del bene, benefizii che invano si sarebbero chiesti alla
-severa ed incorruttibile giustizia di Dio. Il culto dei santi
-si risolve in una vera e propria clientela, nella quale il
-devoto è tenuto a prestare certe servitù, e il santo accorda
-in ricambio protezione ed ajuto. Ognuno può eleggersi il
-suo particolare patrono, è non v'è così grande scelerato
-che non possa sperare mercè sua di salvarsi. Per tal modo
-l'opera del patrono potrà spesso esercitarsi, non solo intempestivamente,
-ma ancora in aperta contraddizione con
-la giustizia, colmando di favori chi manco n'è degno. In
-più di una leggenda si vede la Vergine riscattare dalla
-morte o dall'Inferno chi, dimentico di ogni legge divina
-ed umana, non serbò in fondo all'animo efferato altro sentimento
-irriprovevole che una sterile devozione al nome
-di lei. In altre si vedono i santi strappare a viva forza
-dagli artigli dei diavoli le anime dei loro devoti, le quali,
-non senza giusto decreto del supremo giudice, erano dannate
-agli eterni castighi. Il culto dei santi, inteso a quel
-modo, è una grande superstizione cresciuta dentro e sopra
-al cristianesimo, e noi abbiamo buon argomento per dire
-che a questa superstizione non partecipò il Boccaccio<a class="tag" id="tag377" href="#note377">[377]</a>.
-</p>
-
-<p>
-A questo medesimo argomento appartiene il culto delle
-reliquie, e che cosa pensasse di questo culto il Boccaccio
-si rileva dalla novella 10ª della giornata VI, dove, con
-vena comica impareggiabile, è narrata la storia di frate
-Cipolla. A quale e quanta superstizione di credenze e di
-pratiche, a quale esercizio d'impostura desse occasione
-<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span>
-nel medio evo il culto delle reliquie, è noto abbastanza.
-I leggendarii, le cronache claustrali, le memorie di chiese
-infinite, son piene dei documenti di questa triste istoria.
-Il sentimento che si ritrova in fondo a un culto sì fatto
-contraddice nel modo più risoluto ai principii essenziali
-di quella religione dello spirito che è, o avrebbe dovuto
-essere il cristianesimo. Riappare in esso, mal dissimulato,
-un feticismo stolto, antica e grossa religione degli uomini,
-riappare la credenza nella magia. La reliquia è un amuleto
-o un talismano, il quale, secondo la varietà dei casi,
-preserva dai morbi, guarda dalla folgore, difende dai
-ladri, partecipa alle armi vittoriosa efficacia, lega i demonii,
-assecura contro i perigli del mare, e in mille e
-mille altri modi protegge, ajuta, salva chi ne è in possesso,
-e ciò per una sua propria connaturata virtù, la
-quale può esercitarsi anche se il possessore sia in tutto
-fuori della grazia di Dio. Così ne' vecchi poemi epici francesi
-si veggono i maledetti Saracini porre ogni opera a
-procacciarsi le reliquie tenute più care dai cristiani, e,
-avutele, giovarsene contro di questi, in onta a Cristo.
-Informe e sconcia superstizione, a più potere favorita e
-rinforzata dai frati, che si fecero mercanti di vere o false
-reliquie, moltiplicarono le più celebrate, le più stravaganti
-inventarono, e spesso con l'ajuto loro procacciarono ai
-proprii conventi assai più riputazione di quello avrebbero
-potuto fare dando esempio altrui di vita santa e veramente
-cristiana<a class="tag" id="tag378" href="#note378">[378]</a>. Invecchiato, il Boccaccio cedette ancor
-egli alla universal frenesia, e si diede a raccoglier reliquie:
-da giovane egli certamente derise la superstiziosa
-credenza, e la sua novella lo prova.
-</p>
-
-<p>
-Frate Cipolla, ignorantissimo, ma facile parlatore, e
-piacevol compare, andava ogni anno in Valdelsa, come
-usano questi frati, <i>a ricogliere le limosine fatte loro
-dagli sciocchi</i>. A promuovere la carità, un po' infingarda,
-<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span>
-di que' buoni terrazzani, egli, una volta, promette di far
-veder loro una stupenda reliquia, da lui riportata d'Oriente,
-una penna dell'angelo Gabriele, rimasta nella camera
-di Maria, quando l'angelo venne a farle l'annunzio
-divino. Questa è satira mordace, che va più direttamente
-a colpire certe reliquie non meno solenni che strane, le
-quali si veneravano qua e là nelle maggiori chiese di
-Europa, come il latte della Vergine, o la lacrima versata
-da Gesù sopra il corpo di San Lazzaro, o un pezzo della
-carne arrostita di San Lorenzo, o proprio penne dell'arcangelo
-Gabriele e dell'arcangelo Michele. E non è se non
-il principio; perchè, trovati, per la beffa ordinata da due
-giovani sollazzevoli, carboni spenti nella cassetta ove aveva
-riposta la penna dell'angelo, la quale non era se non una
-penna di pappagallo, il frate, senza smarrirsi, entra in
-uno spropositatissimo racconto dei viaggi da lui fatti per
-mezzo mondo, e ricorda le reliquie da lui vedute in Gerusalemme,
-le quali erano: <i>il dito dello Spirito Santo,
-così intero e saldo come fu mai; et il ciuffetto del Serafino
-che apparve a San Francesco; et una dell'unghie
-de' Cherubini; e de' vestimenti della Santa Fè cattolica;
-et alquanti de' raggi della stella che apparve a' tre Magi
-in Oriente; et una ampolla del sudore di San Michele,
-quando combattè col diavolo; e la mascella della morte
-di San Lazzaro et altre</i>. Poi ricorda come nella stessa
-città di Gerusalemme avesse in dono da quel santo patriarca
-<i>uno de' denti della Santa Croce, et in una ampolletta
-alquanto del suono delle campane del tempio di
-Salomone, e la penna dello Agnolo Gabriello</i>, e altro
-ancora. In Firenze ebbe poi di quei carboni onde fu arrostito
-San Lorenzo, e son quegli appunto ch'egli ha nella
-cassetta.
-</p>
-
-<p>
-Che in parecchie novelle del <i>Decamerone</i>, come nella 2ª
-della giornata II, nella 1ª della giornata VII, si parla
-<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span>
-con molta irriverenza di certe orazioni e della loro efficacia,
-basta qui ricordar di passaggio; e tale irriverenza
-è, non già in ciò che di esse dicono i personaggi introdotti
-nella novella; ma nella intenzione che l'autor lascia
-scorgere, nel riso con cui egli manifestamente accompagna,
-e vuole sieno accolte dai lettori, le parole dei superstiziosi
-e dei creduli. Togliere argomento di riso e di beffa
-dalle sciocche credenze del volgo è solo proprio di chi
-non partecipa a quelle credenze. Parlando di frate Puccio
-nella novella 4ª della giornata III, il Boccaccio dice:
-«E per ciò che uomo idiota era e di grossa pasta, diceva
-suoi paternostri, andava alle prediche, stava alle messe,
-nè mai falliva che alle laude che cantavano i secolari esso
-non fosse, e digiunava e disciplinavasi, e bucinavasi che
-egli era degli scopatori». Qui non le orazioni soltanto,
-ma tutte quasi le pratiche di devozione son giudicate cose
-da <i>uomini idioti e di grossa pasta</i>, non altrimenti da
-quanto fecero poi più tardi, nel Cinquecento, molti umanisti.
-Una stolta penitenza, ma non più stolta di molte
-inventate dal superstizioso ascetismo, dà occasione a quanto
-poi nella novella si viene narrando, e s'intreccia nel modo
-più comico, ma più profano ancora, coi fatti tutt'altro
-che ascetici ond'essa è pel rimanente intessuta.
-</p>
-
-<p>
-Che una mente, quale si è quella che il Boccaccio addimostra
-in queste novelle non dovesse essere troppo inclina
-a credere ai miracoli s'intende facilmente; e sta il fatto
-che in tutto il libro non se ne trova uno solo che sia
-narrato da senno, ma sempre sono burle e ciurmerie, e
-non se ne cava se non argomento di riso. Nella novella 1ª
-della giornata II abbiamo un facchino tedesco, alla cui
-morte in Treviso, sonarono, <i>secondo che i Trivigiani affermano</i>,
-tutte le campane della chiesa maggiore, senza che
-nessun le toccasse. «Il che in luogo di miracolo avendo,
-questo Arrigo esser santo dicevano tutti; e concorso tutto
-<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span>
-il popolo della città alla casa nella quale il suo corpo
-giaceva, quello a guisa d'un corpo santo, nella chiesa
-maggiore ne portarono, menando quivi zoppi, et attratti,
-e ciechi, et altri di qualunque infermità o difetto impediti,
-quasi tutti dovessero dal toccamento di questo corpo
-divenir sani.» Un Martellino, buffone, si finge attratto
-e mostra di guarire sul corpo del santo. Scoperto l'inganno,
-il popolo fanatico gli è addosso, e lo concia pel dì delle
-feste. Dato in mano al giudice, il malcapitato corre pericolo
-della forca, finchè il signore della città, udita la
-cosa, e fattene <i>grandissime risa</i>, ne lo manda sano e salvo,
-col dono di una roba per giunta. E il buon sant'Arrigo
-si riman con le beffe. Un altro bel miracolo si ha nella
-novella 2ª della giornata IV, dove frate Alberto si trasforma
-nell'angelo Gabriele, con quel che segue. Come
-lo sciocco Ferondo si muoja, vada in purgatorio, e risusciti
-per le preghiere del santo abate, si può vedere nella
-novella 8ª della giornata IV, dove non solamente, a parer
-mio, si deridono le risurrezioni, ma ancora quei fantastici
-viaggi nel mondo di là, che con tanta frequenza occorrono
-nella letteratura leggendaria del medio evo. Ferondo, domandato
-di molte cose, «a tutti rispondeva e diceva loro
-novelle dell'anime de' parenti loro, e faceva da sè medesimo
-le più belle favole del mondo de' fatti del purgatoro,
-et in pien popolo raccontò la revelazione statagli
-fatta per la bocca del Ragnolo Braghiello»<a class="tag" id="tag379" href="#note379">[379]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Dalla considerazione delle cose che precedono mi pare
-si possa ricavare il seguente giudizio. Il Boccaccio, quando
-componeva il <i>Decamerone</i>, non sarà stato un miscredente,
-ma certo non era un credenzone. Nulla prova che egli
-negasse i dogmi fondamentali della fede cristiana; ma
-tutto mostra che, di fronte a certe pratiche religiose, di
-fronte al miracolo e alle credenze volgari, egli assumeva
-un contegno risolutamente scettico e beffardo. Il Boccaccio
-<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span>
-non era accessibile allora a nessuna forma di superstizione
-religiosa, e sotto questo aspetto, sarebbe grande
-ingiustizia, non solo il dire che egli si manteneva tuttavia,
-come il Körting dice, al <i>basso livello del medio evo</i>, ma
-il non riconoscere che sopra quel livello si levava di molto.
-</p>
-
-<h3>III.</h3>
-
-<p>
-Oltre le superstizioni di carattere più particolarmente
-religioso, molte ve ne sono, le quali con la credenza religiosa
-o non han che vedere, oppure hanno solamente una
-qualche attinenza lontana. E anche per queste si possono
-trovare nel <i>Decamerone</i> i documenti del pensiero del
-Boccaccio.
-</p>
-
-<p>
-Anzi tutto si vuole avvertire novamente che certe opinioni,
-sebbene contrarie a verità non vogliono reputarsi
-superstiziose, fondandosi esse sopra semplici errori di fatto.
-Nella novella 7ª della giornata IV si narra come Pasquino
-e la Simona morissero dopo essersi fregata ai denti una
-foglia di salvia, e come dell'esser divenuta velenosa la
-salvia fosse cagione una botta, o specie di rospo, che trovandosi
-nel cesto della pianta l'aveva col fiato attossicata.
-Che il rospo fosse velenoso fu credenza comune nel medio
-evo, derivata dagli antichi. Alessandro Neckam, nel suo
-libro <i>De naturis rerum</i>, Corrado di Megenberg, nel suo
-<i>Buch der Natur</i>, ed altri, dicono che il rospo mangia
-volentieri la salvia, e comunica spesso il suo veleno alle
-radici di essa. Checchessia di ciò, al rospo, oltre a parecchie
-qualità naturali abbastanza strane, non poche se ne
-attribuivano soprannaturali e diaboliche. Cesario di Heisterbach
-racconta la meravigliosa storia di un rospo, che
-ucciso più volte, bruciato e ridotto in cenere, perseguitò
-senza requie il suo uccisore, finchè potè morderlo e vendicarsi<a class="tag" id="tag380" href="#note380">[380]</a>.
-<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span>
-Nelle pratiche di magia il rospo figura continuamente.
-Il Boccaccio nella sua novella non accenna se
-non ad una proprietà naturale.
-</p>
-
-<p>
-Che il Boccaccio credesse nei sogni fu già avvertito di
-sopra, ed è provato ancora dalle novelle 5ª e 6ª della
-giornata IV, e 7ª della giornata IX. Di questa credenza,
-la quale non appartiene ad ogni modo alla superstizione
-più grossolana, non voglio scusarlo; ma è da notare per
-altro che egli non la séguita senza recarvi qualche restrizione.
-Cominciando a narrare la novella dell'Andreuola e
-di Gabriotto, Pamfilo, che esprime qui evidentemente la
-opinione dell'autore, dice: «..... molti a ciascun sogno
-tanta fede prestano, quanta presterieno a quelle cose che
-vegghiando vedessero; e per li lor sogni stessi s'attristano
-e s'allegrano, secondo che per quegli o temono o sperano.
-Et in contrario son di quelli che niuno ne credono, se
-non poi che nel premostrato pericolo caduti si veggono.
-De' quali nè l'uno nè l'altro commendo, per ciò che nè
-sempre son veri, nè ogni volta falsi».
-</p>
-
-<p>
-Tra le molte credenze superstiziose del medio evo una
-delle più diffuse e delle più irrazionali fu quella che
-attribuiva alle pietre preziose svariate virtù soprannaturali.
-Basta leggere il <i>Liber lapidum</i> che va sotto il nome
-di Marbodo, vescovo di Rennes (morto nel 1123) e gl'innumerevoli
-<i>Lapidarii</i> che ne derivano, per vedere a quali
-stranezze quella credenza, ereditata del resto in massima
-parte dagli antichi, potesse giungere. C'erano pietre che
-rendevano invulnerabili, pietre che assicuravano la vittoria,
-pietre che componevano le discordie, pietre che
-davano la sanità, pietre che fugavano i diavoli, pietre che
-mettevano in grazia di Dio.
-</p>
-
-<p>
-Gli è certo cosa strana, e tale da poter offrire argomento
-a più di una considerazione, il vedere come nella opinione
-dei superstiziosi le pietre potessero, per virtù propria,
-<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span>
-operare moltissimi di quegli effetti mirabili a cui le reliquie
-dei santi erano atte solo per una specie di partecipazione
-di grazia divina. Che il Boccaccio non prestasse
-fede alcuna a quelle fole, tuttochè confermate dall'autorità
-di scrittori di molta riputazione, come Isodoro di Siviglia,
-Alessandro Neckam, Alberto Magno, Vincenzo Bellovacense,
-ed altri in gran numero, si può sicuramente argomentare
-dalla novella 3ª della giornata III. Notisi che
-quelle fole sono riportate per intiero nel <i>Poema dell'Intelligenza</i>,
-e dal Sacchetti in un suo trattatello <i>Delle
-proprietà e virtù delle pietre preziose</i>; e nel <i>Novellino</i>
-si racconta molto seriamente come il Prete Gianni mandasse
-a donare all'imperatore Federico II tre preziosissime
-gemme, delle quali l'una aveva questa virtù, che rendeva
-invisibile chi se la recava in pugno. Alle virtù delle pietre
-Marsilio Ficino credeva ancora, e così pure Giambattista
-Porta e Simone Majolo. Nella novella del <i>Decamerone</i>
-testè citata si tratta appunto di una pietra che ha virtù
-di rendere invisibile, l'elitropia, alla quale Marbodo attribuisce,
-oltre a questa, parecchie altre qualità mirabili,
-come di dare spirito profetico e buona reputazione, assicurare
-l'incolumità, ecc. L'eroe della novella del Boccaccio
-è quel Calandrino, che anche altrove, nel <i>Decamerone</i>,
-fa così bella figura, e il cui nome è passato in proverbio.
-Che certe fanfaluche si mettano appunto in istretta relazione
-con la insuperabile sciocchezza di lui, è già buono
-argomento a giudicare del concetto in cui quelle fanfaluche
-si hanno dall'autore. Udendo l'astuto Maso, che
-vuole burlarsi di lui, parlare delle virtù delle pietre preziose,
-Calandrino domanda ove tali pietre si trovino, e
-Maso risponde «che le più si trovavano in Berlinzone,
-terra de' Baschi, in una contrada che si chiamava Bengodi,
-nella quale si legano le vigne con le salsicce, et
-avevasi un'oca a denajo et un papero giunta, ecc.» Richiesto
-<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span>
-da Calandrino, se di quelle pietre, non si trovino
-anche là, presso a Firenze, Maso risponde che sì; essercene
-due di grandissima virtù, i macigni da Settignano
-e da Montisci, di cui si fanno le macine da molino, e
-l'elitropia, che rende l'uomo invisibile. Vago di trovare
-tal pietra, Calandrino, con gli altri due famosi burloni
-Bruno e Buffalmacco, ne va in cerca nel letto del torrente
-Mugnone, e ci fa quell'acquisto che nella novella si può
-vedere e che qui non accade ripetere. Non poteva il Boccaccio
-schernire più saporitamente la sciocca credenza;
-nè si obbietti che nel <i>Filocopo</i> egli parla di certo anello
-dotato di virtù miracolose, perchè ei non ne parla se non
-per maniera di finzione romanzesca, e senza credervi più
-di quello credesse l'Ariosto all'Ippogrifo.
-</p>
-
-<p>
-Un'altra superstizione assai diffusa nel medio evo fu
-quella delle malie amorose, e contro questa direi che il
-Boccaccio dovesse avere un'avversione particolare. Il Boccaccio
-conosce troppo bene il cuore umano, e nella cognizione
-di quella che si potrebbe dire storia naturale dell'amore
-non v'è chi gli vada innanzi. Egli sa come l'affetto
-nasca spontaneo o provocato, come cresca e si nutra,
-ov'abbia le radici, a quali vicende soggiaccia, come venga
-meno e si spenga. Egli ha dell'amore un concetto talmente
-naturalistico che nessuna credenza superstiziosa vi si potrebbe
-appiccare. Miracoli d'amore egli non conosce se
-non dovuti a gioventù, a bellezza, a gentilezza d'animo,
-a naturale concupiscenza: son queste le vere malie a cui
-si deve ogni amoroso effetto. A che pro i filtri se la seduzione
-può trionfare di ogni animo più restio? Non v'è
-incantamento che possa aver più forza d'uno sguardo, di
-una paroletta, di un riso. Di un'amorosa malia si discorre
-nella novella 5ª della giornata IX; se non che, a farci
-intendere sin dalla bella prima quale sia la disposizione
-d'animo dell'autore, ecco anche qui farcisi incontro il
-<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span>
-buon Calandrino, il <i>nuovo uccello</i>, a cui non è fandonia
-che non si possa dare ad intendere. Calandrino, pazzamente
-invaghito di una femmina di mal affare, ricorre
-per ajuto a Bruno, il quale fa di carta non nata un certo
-suo breve magico e dà a credere all'innamorato che, tocca
-con esso la donna, questa non potrà fare che non lo segua
-dove più a lui piacerà di condurla. Il povero Calandrino,
-secondo il solito, paga le pene della sua credulità, uscendo
-dall'avventura tutto pesto e graffiato. Altre più gravi e
-complicate malie s'hanno nella novella 7ª della giornata
-VIII, ma non per altro fine che per servire ad un
-fiero inganno e ad un'atroce vendetta. Cagione del tutto
-anche qui una sciocca credulità. La Elena è abbandonata
-dall'amante suo, e non può darsene pace; la fante «non
-trovando modo da levar la sua donna dal dolor preso,.....
-entrò in uno sciocco pensiero, e ciò fu che l'amante della
-donna sua ad amarla come far solea si dovesse poter riducere
-per alcuna nigromantica operazione».
-</p>
-
-<p>
-Che cosa, del resto, il Boccaccio sentisse degl'incanti,
-degli affatturamenti, della tregenda e dell'arti magiche
-in genere, si scorge chiaro dalle novelle 3ª e 9ª della
-giornata VII, 6ª e 9ª della giornata VIII, 10ª della giornata
-IX. In quest'ultima è assai piacevolmente messa in
-canzone la credenza che, per arte magica, gli uomini si
-possano mutare in bruti, e in tutte l'altre i pretesi incantamenti
-non servono se non a dar materia di beffa e di
-riso. Nella novella 9ª della giornata VIII è nominato il
-famoso negromante Michele Scotto, di cui è memoria in
-tante scritture di quella età<a class="tag" id="tag381" href="#note381">[381]</a>; ma non per altro è nominato
-che per burlarsi di quel pover uomo di maestro
-Simone.
-</p>
-
-<p>
-Si potrebbe obbiettare che nelle novelle 5ª e 9ª della
-giornata X, il Boccaccio racconta di prodigi operati per
-arte magica come di cose veramente accadute. Nella prima
-<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span>
-si narra di un fiorente giardino fatto sorgere di pien gennajo
-da un negromante, storia narrata anche di Alberto
-Magno e di molti altri presunti incantatori; nella seconda,
-ch'è la notissima storia di messer Torello e del Saladino,
-si racconta del buon cavaliere cristiano, come per arte
-magica, in una notte, fu trasportato sur un letto da Alessandria
-d'Egitto a Pavia. Ma queste due novelle, tanto
-provano che il Boccaccio avesse fede nella magia, quanto
-che l'avesse il Goethe può provare il <i>Fausto</i>. Qui abbiamo
-due temi di racconto assai diffusi nel medio evo e
-che il Boccaccio accoglie nel <i>Decamerone</i>, non perchè li
-creda veri, ma perchè li conosce assai vaghi, e tali da
-poterne con l'arte sua far ottimo uso. Accoltili, s'egli
-vuole che ne segua l'effetto, bisogna non tocchi alla loro
-menzogna; e in fatto egli si guarda, contro l'usanza sua
-che per più esempii abbiam potuto vedere in altre novelle
-qual sia, di dir pure una parola che lo mostri incredulo,
-o volga in beffa la credenza altrui. Così facendo egli segue
-un supremo precetto d'arte, non già la sua propria opinione,
-la quale è sin troppo chiarita da tutte le altre
-testimonianze che siam venuti notando. Il parlare seriamente
-di una cosa non può essere indizio di fede, quando
-c'entrino le ragioni dell'arte e della storia, mentre è prova
-certa d'incredulità il parlarne con ironia o con riso.
-</p>
-
-<p>
-Questa considerazione vale anche per ciò che mi rimane
-a dire delle apparizioni e dei fantasmi.
-</p>
-
-<p>
-Nella novella 3ª della giornata V si narra di quella
-bellissima e formidabile apparizione veduta da un giovine
-di Ravenna nella pineta di Chiassi, quando s'incontrò in
-una donna ignuda che fuggiva, inseguita da due grandi
-mastini e da un cavaliere bruno montato sopra un cavallo
-nero. L'apparizione è qui data per reale, e quella donna
-e quel cavaliere per vere anime dannate in atto di esercitare
-esse stesse il castigo loro imposto. Il Boccaccio tolse
-<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span>
-la storia della apparizione da Elinando, o dal Passavanti,
-ma l'innestò in un racconto tutto naturale ed umano, e,
-per giunta, la fece servire ad un fine cui certo non avevan
-pensato coloro che la narrarono primi. Alle mani del Boccaccio
-l'apparizione diventa una <i>macchina</i> di racconto
-romanzesco. Nella novella 10ª della giornata VII un giovane
-popolano, stato gran tempo amante di una sua comare,
-muore, e dopo qualche giorno, apparisce, secondo
-certo accordo fatto, ad un suo amico, per dargli nuove
-dell'altro mondo e per dirgli, che cosa? che di là non si
-tiene conto alcuno dei peccati commessi con le comari,
-e non se ne paga nessuna pena. Parodia bella e buona
-di quelle apparizioni d'anime dannate o purganti onde i
-leggendarii del medio evo son pieni. Che razza di fantasima
-poi sia la fantasima scongiurata da Gianni Lotteringhi
-e dalla moglie sua nella novella 1ª della giornata
-VII, e di che maniera sia lo scongiuro, non ho bisogno
-di ricordare. Nella già citata novella 3ª della giornata
-III, raccontando Lauretta come l'abate fosse creduto
-esser l'anima di Ferondo che andasse in giro facendo penitenza,
-dice che ciò porse argomento di molte novelle
-<i>tra la gente grossa della villa</i>. Il mondo dei fantasmi
-non era un mondo in cui potesse compiacersi una mente
-come quella del Boccaccio, aperta solo ai colori e alle
-forme del mondo reale, una fantasia come la sua, pittrice
-e scultrice della vita. Il temperamento secondava in lui
-la coltura, ed entrambi congiunti non gli permettevano
-di smarrirsi nel regno nebuloso dei sogni.
-</p>
-
-<p>
-Dal sin qui detto parmi risulti in modo assai chiaro
-che il Boccaccio, quanto a superstizione, non solo non
-s'allenta dietro al medio evo, ma anzi se ne trae fuori
-tanto quanto è possibile ad uomo di quel tempo. Io non
-voglio negare che anche il Petrarca non abbia in questa
-parte meriti grandissimi, perchè in troppi luoghi delle
-<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span>
-sue opere se ne ha solenne testimonianza; ma non parmi
-ci sia ragione di mettere il Boccaccio tanto al disotto di
-lui, nè credo giusto trar l'uno sulle più alte cime del
-sano ed illuminato pensiero per lasciar l'altro giù nella
-valle della superstizione. E il Petrarca e il Boccaccio non
-sono uomini nuovi se non in parte; entrambi sono ancora
-legati al passato; entrambi si rivolgono e tornano ad esso.
-Quale dei due n'uscì maggiormente? Quale vi retrocesse
-più addentro? Non è cosa agevole dirlo. Il Boccaccio detestò
-gli studii prima adorati, rinnegò l'opera sua maggiore;
-ma di lui, ad ogni modo, noi non abbiam libri da
-mettere a riscontro del <i>Secreto</i>, dei <i>Rimedii dell'una e
-dell'altra fortuna</i>, del <i>Trattato della vita solitaria</i>, coi
-quali il Petrarca, non per una od altra opinione particolare,
-ma per il sentimento stesso della vita e per gli abiti
-della mente ripiomba nel medio evo a capo fitto. L'ascetismo
-del Petrarca il Boccaccio non lo conobbe.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span>
-</p>
-
-<h3 id="notebocc">NOTE</h3>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note353">
-<p><span class="label"><a href="#tag353">353</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Boccaccio's Leben und Werke</i>, Lipsia, 1880, p. 371.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note354">
-<p><span class="label"><a href="#tag354">354</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Lezioni di letteratura italiana</i>, 9ª ed., 1883, v. I, p. 167.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note355">
-<p><span class="label"><a href="#tag355">355</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«Dante chiude un mondo: il Boccaccio ne apre un altro.»
-<i>Storia della letteratura italiana</i>, 3ª ed., 1879, v. I, p. 302.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note356">
-<p><span class="label"><a href="#tag356">356</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Giovanni Boccaccio, sein Leben und seine Werke</i>, Stoccarda,
-1877, p. 303.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note357">
-<p><span class="label"><a href="#tag357">357</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Accenni alle scienze naturali nelle opere di Giovanni Boccaccio</i>,
-Trieste, 1877, pp. 60-1; <i>Studi sulle opere latine del Boccaccio</i>,
-Trieste, 1879, p. 254.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note358">
-<p><span class="label"><a href="#tag358">358</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De genealogia Deorum</i>, l. I, c. 31; <i>De casibus virorum illustrium</i>,
-l. II, c. 7.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note359">
-<p><span class="label"><a href="#tag359">359</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Comento sopra la Commedia di Dante</i>, ed. Milanesi, Firenze,
-1863, v. II, p. 19.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note360">
-<p><span class="label"><a href="#tag360">360</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De gen.</i>, l. I, c. 10; l. III, c. 22; l. IX, c. 4; <i>Com</i>. v. I,
-p. 480 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note361">
-<p><span class="label"><a href="#tag361">361</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Com</i>. v. II, p. 56.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note362">
-<p><span class="label"><a href="#tag362">362</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Com</i>. v. II, p. 166.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note363">
-<p><span class="label"><a href="#tag363">363</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Com</i>. v. I, p. 216, 121.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note364">
-<p><span class="label"><a href="#tag364">364</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Com</i>. v. I, p. 278.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note365">
-<p><span class="label"><a href="#tag365">365</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De gen.</i>, l. II, c. 52.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note366">
-<p><span class="label"><a href="#tag366">366</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Com</i>. v. II, p. 185.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note367">
-<p><span class="label"><a href="#tag367">367</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De cas.</i>, l. VIII, c. 19.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note368">
-<p><span class="label"><a href="#tag368">368</a>.&nbsp;&nbsp;</span>V. specialmente <i>Com</i>. v. II, p. 69.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note369">
-<p><span class="label"><a href="#tag369">369</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Purgat.</i>, c. XVI; <i>Parad.</i>, c. XXII.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note370">
-<p><span class="label"><a href="#tag370">370</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">C. Geiger</span>, <i>Petrarka</i>, Lipsia, 1874, pp. 87-91; <span class="smcap">Voigt</span>, <i>Die
-Wiederbelebung des classischen Alterthums</i>, 2ª ed., Berlino, 1880-81,
-v. I, pp. 73-4.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note371">
-<p><span class="label"><a href="#tag371">371</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">Burckhardt</span>, <i>Die Cultur der Renaissance in Italien</i>,
-3ª ed., Lipsia, 1877-78, v. II, p. 279 sgg., e uno scritto di <span class="smcap">F. Gabotto</span>,
-<i>L'astrologia nel Quattrocento</i>, nella <i>Rivista di filosofia scientifica</i>,
-anno VIII (1889).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note372">
-<p><span class="label"><a href="#tag372">372</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Le lettere edite ed inedite di Giovanni Boccacci tradotte e
-commentate da</i> <span class="smcap">F. Corazzini</span>, Firenze, 1877, p. 281.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note373">
-<p><span class="label"><a href="#tag373">373</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Op. cit.</i>, v. I, p. 287.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note374">
-<p><span class="label"><a href="#tag374">374</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Se ne può vedere un saggio nella Cronica di Matteo Villani,
-l. I, c. III, in fine. In molti luoghi fu data colpa del contagio
-agli Ebrei, che pagarono a caro prezzo, secondo il solito,
-l'ignoranza e il fanatismo dei loro persecutori. Cf. <span class="smcap">Hecker</span>, <i>Die
-grossen Volkskrankheiten des Mittelalters</i>, Berlino, 1865, p. 57 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note375">
-<p><span class="label"><a href="#tag375">375</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vol. II, p. 19.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note376">
-<p><span class="label"><a href="#tag376">376</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Historia Neminis, mitgetheilt von W. Wattenbach, Anzeiger
-für Kunde der deutschen Vorzeit</i>, 1866, col. 381 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note377">
-<p><span class="label"><a href="#tag377">377</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La novella di Ser Ciappelletto è storica probabilmente;
-narra cioè un fatto realmente avvenuto, o che si credette avvenuto.
-Fonti non se ne conoscono: per qualche riscontro vedi
-<span class="smcap">Landau</span>, <i>Die Quellen des Dekameron</i>, 2ª ediz., Stoccarda, 1884,
-p. 250. L'esistenza del buon notajo fu provata da <span class="smcap">Cesare Paoli</span>,
-<i>Documenti di Ser Ciappelletto, in Giornale storico della letteratura
-italiana</i>, vol. V (1885), pp. 329 sgg. Cf. <span class="smcap">Manni</span>, <i>Istoria del Decamerone</i>,
-Firenze, 1742, p. 147.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note378">
-<p><span class="label"><a href="#tag378">378</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Più di un santo ebbe a moltiplicarsi, in tutto o in parte,
-per far contenti coloro che pretendevano essere in possesso dei
-preziosi avanzi. San Giorgio e San Pancrazio ebbero trenta corpi
-ciascuno; Santa Giuliana giunse ad averne venti, con ventisei
-teste. San Gerolamo ebbe due soli corpi, con quattro teste, ma
-raccolse in compenso sessantatrè dita, ecc., ecc., ecc. Un gesuita
-savojardo, per nome Giovanni Ferrand, in un suo libraccione
-sulle reliquie, spiega la cosa dicendo che Dio può bene avere
-moltiplicato que' capi e quei corpi a dimostrazione della propria
-potenza e a maggiore edificazion dei credenti. Vedi <span class="smcap">Lalanne</span>,
-<i>Curiosités des traditions, des mœurs et des légendes</i>, Parigi, 1847,
-pp. 117 sgg.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note379">
-<p><span class="label"><a href="#tag379">379</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Di falsi santi, di falsi miracoli e di false reliquie, parla
-a più riprese <span class="smcap">Salimbene</span> nella sua <i>Chronica</i>, Parma, 1857,
-pp. 38-9, 274-6. Egli ricorda, tra l'altro, un Alberto, che ha
-non poca somiglianza con l'Arrigo del Boccaccio. Stefano di
-Borbone parla di un ladro venerato per santo, e di un santo
-il quale fu, in origine, un cane (<i>Anedoctes historiques, légendes
-et apologues tirés du recueil inédit d'</i><span class="smcap">Etienne de Bourbon</span> <i>dominicain
-du XIII<sup>e</sup> siècle, publiés par</i> A. Lecoy de la Marche, Parigi,
-1877, pp. 328, 325). Intorno a certe particolarità della
-credenza religiosa e del culto vedi alcune belle considerazioni
-di <span class="smcap">M. Guyau</span>, <i>L'irréligion de l'avenir</i>, Parigi, 1887, pp. 90 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note380">
-<p><span class="label"><a href="#tag380">380</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Dialogus miraculorum</i>, ediz. Strange, 1851, dist. X, c. 67.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note381">
-<p><span class="label"><a href="#tag381">381</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi in questo volume lo scritto intitolato <i>La leggenda di
-un filosofo.</i></p>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span>
-</p>
-
-<h2 id="giuliano">SAN GIULIANO NEL «DECAMERONE»
-<span class="smaller">E ALTROVE</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Tutti conoscono la storia poco edificante narrata nella
-novella 2ª della seconda giornata del <i>Decamerone: Rinaldo
-d'Asti rubato, capita a Castel Guglielmo, et è
-albergato da una donna vedova, e, de' suoi danni ristorato,
-sano e salvo si torna a casa sua</i>. Di che maniera
-fosse l'albergare della buona vedova l'argomento non dice,
-ma dice, anzi fa vedere, la novella, dove, per giunta, la
-buona ventura toccata al mercante astigiano è messa in
-istretta relazione col così detto <i>Paternostro</i> di San Giuliano
-l'Ospitaliere, e con la devozione grandissima che si
-ebbe, durante tutto il medio evo, a questo santo famoso.
-</p>
-
-<p>
-Quell'uomo dabbene che fu monsignor Giovanni Bottari,
-parlando, in una delle sue <i>Lezioni sopra il Decamerone</i><a class="tag" id="tag382" href="#note382">[382]</a>,
-di questa saporita novella, fitto sempre in
-quel suo caritatevole pensiero di voler purgare l'autore
-d'ogni sospetto di miscredenza o d'eresia, dice che in essa,
-il Boccaccio, da buon cattolico, e non altrimenti, volle
-biasimare e deridere una tra le tante pratiche superstiziose
-in uso a' suoi tempi, e una di quelle appunto che
-più contrastano col sentimento religioso sincero e legittimo.
-Ora, che il Boccaccio abbia voluto farsi beffe di una
-sciocca superstizione, come di molt'altre superstizioni si
-fa beffe in altre novelle sue, è cosa in tutto fuor d'ogni
-dubbio; ma che egli abbia fatto ciò con gl'intendimenti
-<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span>
-che monsignor Bottari gli attribuisce, è cosa che non potrebbe
-provarla nemmanco il Dottor Angelico, se tornasse
-al mondo.
-</p>
-
-<p>
-In fatto, se quelli fossero stati gl'intendimenti suoi, il
-Boccaccio, per dar loro effetto, non aveva a far altro che
-troncar la novella nel punto in cui, spogliato d'ogni suo
-avere dai malandrini, e abbandonato da essi nel fitto della
-notte, in mezzo alla neve, il malcapitato di Rinaldo poteva
-vedere quanto fosse vana la fede da lui riposta in
-San Giuliano, e quanto fallace la speranza di compiere,
-mercè sua, felicemente il viaggio e ottener buono albergo.
-Il Boccaccio stesso ci mostra Rinaldo starsene in quel
-brutto frangente tutto tristo e cruccioso, <i>spesse volte dolendosi
-a San Giuliano, dicendo questo non essere della
-fede che aveva in lui. Ma</i>, soggiunge poi subito, <i>San
-Giuliano avendo a lui riguardo, senza troppo indugio gli
-apparecchiò buon albergo</i>.
-</p>
-
-<p>
-E fu buono albergo davvero, perchè Rinaldo vi trovò,
-non solo tavola apparecchiata e letto sprimacciato, ma
-ancora certa donna del marchese Azzo di Ferrara, la quale
-divenne per quella notte la sua, e dalla quale ebbe soprammercato,
-in partirsi, buona quantità di denari. Ora,
-non erano certamente questi gli argomenti più acconci
-a far persuasi della vanità della superstizione gli uomini
-creduli e grossi, e il Boccaccio stesso pare che ce ne
-voglia avvertire, quando fa che Rinaldo, levatosi la mattina,
-ringrazii della venturosa nottata Dio e San Giuliano.
-</p>
-
-<p>
-Vorremo noi fare un altro pensiero e credere che messer
-Giovanni abbia, di suo capo, allargata a quel modo, oltre
-ai termini consueti e men disdicevoli, l'azione benefica
-del santo protettore, tratto a ciò da certo suo spirito di
-empietà, e dal desiderio di farlo conoscere altrui? Certo,
-non mancano nel <i>Decamerone</i> fatti e parole d'onde agevolmente
-si potrebbero trarre argomenti in sostegno di
-<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span>
-una tal congettura; ma qui non si tratta di sapere che
-cosa il Boccaccio avrebbe potuto volere secondando certe
-tendenze del suo spirito; si tratta di sapere che cosa egli
-fece veramente. Facciamo un'altra ipotesi. Se quanto nella
-nostra novella è men conforme a devozione appartenesse
-insiem col resto, e al par del resto, alla credenza superstiziosa
-messa in azione e derisa? Se il Boccaccio non
-avesse avuto bisogno d'inventar nulla, nè aggiungere nulla;
-se nulla avesse narrato che una fede guasta e travolta
-non potesse, direi normalmente, ripromettersi dal favore
-di San Giuliano? Se così fosse, la novella, non contenendo
-inframmesse di un carattere personale troppo spiccato
-verrebbe ad avere un valore storico anche maggiore
-e sarebbe tutta satira schietta, senza commistione alcuna
-di parodia. Ora gli è così veramente, e che sia, prova
-già lo stesso Rinaldo, il quale non si stupisce punto di
-quanto da ultimo gl'interviene, nè dà in modo alcuno a
-conoscere che nel beneficio ricevuto gli paja esserci qualche
-eccesso, o sconvenevolezza; ma ogni cosa egualmente riferisce
-alla grazia del santo, il buon albergo, i denari e
-la donna. Egli nulla riceve che non potesse, in certo qual
-modo, ragionevolmente e legittimamente aspettarsi.
-</p>
-
-<p>
-Il Galvani, prendendo appunto argomento da questa novella
-del Boccaccio, compose, intorno a San Giuliano,
-un'apposita dissertazioncella<a class="tag" id="tag383" href="#note383">[383]</a>; la quale, per altro, non
-tocca menomamente la questione qui messa innanzi, ed
-è anche sotto più altri rispetti assai manchevole. Perciò
-spero che la notizia che segue non sia per tornare nè discara
-nè inutile agli studiosi del nostro massimo novellatore.
-</p>
-
-<p>
-Volgiamoci dapprima alla letteratura italiana e vediamo
-se in essa non ci occorra qualche testimonianza e qualche
-prova del fatto che abbiamo congetturato: la protezione
-di San Giuliano essersi estesa anche ai facili amori, alle
-buone venture. Notiamo peraltro, prima di andare innanzi,
-<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span>
-che di una estension così fatta non è punto a meravigliarsi.
-Chi ha qualche pratica dell'agiologia popolare del
-medio evo, sa che le plebi cristiane attribuirono spesso
-ai santi qualità ed offici, che con la santità si accordano
-veramente assai poco, e non mancarono di cercar patroni
-persino al vizio e alla colpa. I ladri ebbero a protettori
-San Disma e San Nicola; le donne da partito si raccomandarono
-a Santa Maddalena, a Sant'Afra, a Santa Brigida.
-Se i matti furono protetti da San Maturino, non
-poteva mancare, e non mancò, un protettore agli innamorati,
-e questo fu San Valentino. Ma essendo quello
-dell'amore un gran regno e con molte faccende, da non
-potervi attendere un solo, ne fu data partitamente giurisdizione
-più o meno onorevole a parecchi santi, e di
-questi San Giuliano fu uno.
-</p>
-
-<p>
-San Giuliano è spesso ricordato in libri nostri di ogni
-tempo<a class="tag" id="tag384" href="#note384">[384]</a>; ma non tutti quei ricordi fanno per noi. Quelli,
-per esempio, che si hanno nel <i>Pataffio</i><a class="tag" id="tag385" href="#note385">[385]</a> e in una novella
-di Franco Sacchetti<a class="tag" id="tag386" href="#note386">[386]</a>, provano che il <i>Paternostro</i>
-di San Giuliano era assai cognito, e da molti, all'occasione,
-recitato, ma non provano altro. Non così un luogo di
-certa novella del <i>Pecorone</i><a class="tag" id="tag387" href="#note387">[387]</a>. Quivi si narra di una bellissima
-donna, vestita da frate, della quale s'innamora, non
-conoscendola, la figliuola di un oste. Un prete, che viaggia
-con lei, credendola frate davvero, avvedutosi di quell'amore,
-dice alla sua compagna: <i>Per certo voi diceste stamane
-il Pater nostro di San Giuliano, però che noi non potremmo
-avere migliore albergo, nè la più bella oste, nè
-la più cortese</i>. Qui, di sbieco se si vuole, c'è un accenno
-ad altro che ad albergo. Ma testimonianze più sicure e
-più esplicite non mancano. Di Livia, supposta innamorata
-di Parabolano, dice il Rosso, nella <i>Cortegiana</i> dell'Aretino,
-che <i>ha detto il Pater nostro di San Giuliano
-a guastarsi di lui</i><a class="tag" id="tag388" href="#note388">[388]</a>. Nella stessa commedia, l'Alvigia
-<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span>
-mezzana, trovandosi a un brutto sbaraglio, si raccomanda
-al beato Angelo Raffaello, a San Tobia, e più particolarmente
-a San Giuliano, dicendo: <i>messer San Giuliano,
-scampa l'avvocata del tuo Pater nostro</i><a class="tag" id="tag389" href="#note389">[389]</a>. Ora, avvocata
-del Pater nostro di San Giuliano, in questo caso non può
-voler dir altro che mezzana. Si potrebbero moltiplicare
-gli esempii, i quali proverebbero pure che il culto di
-San Giuliano era non meno vivo nel Cinquecento che nel
-Trecento. San Giuliano era uno dei santi più popolari e
-più spesso invocati, e lo prova il Franco quando fa dire
-alla sua loquace lucerna: «Veggo i carrettieri et i falconieri
-diventare in terra da più di San Vito e di San
-Giuliano nel paradiso»<a class="tag" id="tag390" href="#note390">[390]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Se non che, essendo gli esempii recati di sopra posteriori
-al Boccaccio, si potrebbe dir che non provano, e si
-potrebbe riconoscere in essi, anzi che un riflesso della
-credenza popolare, un semplice riflesso della novella stessa
-del <i>Decamerone</i>, cognita universalmente e passata in certo
-modo in proverbio<a class="tag" id="tag391" href="#note391">[391]</a>. Ma altrettanto non si potrà certo
-dire delle testimonianze che ci offre la letteratura francese.
-</p>
-
-<p>
-Se San Giuliano fu popolare in Italia, in Francia fu
-assai più, e v'ebbe più offici, giacchè, non soltanto protettor
-dei viandanti, e procacciatore di buono albergo, ma
-vi fu anche patrono delle corporazioni dei menestrelli e
-dei poveri, e invocato da coloro che languivano in ischiavitù
-o in prigionia. Vero è che l'officio suo principale
-rimaneva pur sempre quello di provvedere di buono albergo
-i suoi devoti. In Parigi c'era una chiesa a lui consacrata,
-e un poeta, ricordandola insieme con l'altre molte
-ch'erano nella città, dice:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i08"> Saint Juliens</p>
-<p class="i01">Qui herberge les Chrestiens<a class="tag" id="tag392" href="#note392">[392]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ora l'albergare di San Giuliano poteva (non dico che
-<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span>
-dovesse) essere della maniera appunto che si vede nella
-novella del <i>Decamerone</i>; e <i>avoir l'ostel Saint Julien</i> voleva
-dire, non solo avere buona stanza, ma spesso anche
-avere la buona nottata, come Rinaldo d'Asti. Il Legrand
-d'Aussy cita da una canzone manoscritta i seguenti versi,
-con cui un poeta, Giacomo d'Ostun, avendo passato la
-notte con la sua dama, celebra la goduta felicità:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Saint Julien qui puet bien tant,</p>
-<p class="i01">Ne fist à nul home mortel</p>
-<p class="i01">Si doux, si bon, si noble ostel<a class="tag" id="tag393" href="#note393">[393]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Nel <i>fableau</i> di <i>Boivin de Provins</i>, alcuni che si credono
-di accalappiare Boivin, traendolo in casa di una sgualdrina,
-gli dicono:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Par saint Pierre le bon apostre,</p>
-<p class="i01">L'ostel aurez saint Julien<a class="tag" id="tag394" href="#note394">[394]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Eustachio Deschamps intende l'<i>ostel</i> nel senso che l'intende
-Giacomo d'Ostun, quando dice:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">On quiert l'ostel Saint Julien<a class="tag" id="tag395" href="#note395">[395]</a>,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e quando, facendo il proprio ritratto, esce in questa confessione:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Je ne désir fors que Saint Julien</p>
-<p class="i01">Et son hostel, dont bon fait trouver l'uis;</p>
-<p class="i01">De saint George pas grant compte ne tien,</p>
-<p class="i01">De sa guerre n'est mie grant deduis<a class="tag" id="tag396" href="#note396">[396]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Questi esempii provano che non fu il Boccaccio ad attribuire
-a San Giuliano il poco onesto officio; ma come
-mai la devota superstizione fu essa condotta ad affidarglielo?
-Non è troppo difficile il dirlo. Si tenga ben presente
-che San Giuliano, il quale per far penitenza della
-<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span>
-involontaria uccisione del padre e della madre, da lui
-commessa, fondò un ospizio, dove per molti anni accolse
-liberalmente i pellegrini, è come il santo titolare della
-ospitalità<a class="tag" id="tag397" href="#note397">[397]</a>; si ricordi che la ospitalità nel medio evo fu
-intesa assai più largamente di quanto a noi possa parere
-dicevole, e che era in certo qual modo obbligo di cortesia,
-nei baronali manieri, offrire all'ospite, oltre alla stanza e
-alla tavola, anche una compagna di letto per la notte<a class="tag" id="tag398" href="#note398">[398]</a>,
-e si avrà piena ragione e spiegazione del fatto. Un albergo
-non si considerò interamente buono se non c'era, diciam
-così, quel complemento, e San Giuliano che procacciava
-il buono albergo, procacciava il complemento insiem col
-resto. S'intende poi come trovatori, troveri, menestrelli,
-uomini che campavano dell'ospitalità e liberalità altrui,
-si raccomandassero a San Giuliano per tutto quanto era
-stato così posto sotto la sua giurisdizione. E certo a tutti
-i favori che il santo poteva largire pensava Pietro Vidal
-quando diceva:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Domna, ben aic l'alberc saint Julian,</p>
-<p class="i01">quan fui ab vos dins vostre ric ostal<a class="tag" id="tag399" href="#note399">[399]</a>,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e quando il proposito di rimanere in Italia esprimeva in
-quei versi:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Era m'alberc deus e sans Julias</p>
-<p class="i01">e la doussa terra de Canaves,</p>
-<p class="i01">qu'en Proensa no tornarai eu ges</p>
-<p class="i01">pos sai m'acoilh Lameiras e Milas,</p>
-<p class="i01">car s'aver posc cela qu'ai tant enquiza,</p>
-<p class="i01"><span class="dotted">. . . . . . . . . . . . . .</span><a class="tag" id="tag400" href="#note400">[400]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-E a tutti quei favori similmente doveva aver la mente il
-Monaco di Montaudon, quando, in una sua canzone<a class="tag" id="tag401" href="#note401">[401]</a>,
-introduce lo stesso San Giuliano a lamentarsi dinanzi a
-Dio che la decadenza dei costumi cavallereschi, e il picciol
-<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span>
-animo dei signori abbiano in tutto screditato il suo nome
-e quasi tolto il suo culto. Considerata ogni cosa, non si
-stenta troppo a capire come Guglielmo IX di Poitiers, il
-più scapestrato dei trovatori, potesse render grazie a Dio
-e a San Giuliano della molta perizia ch'egli si vanta di
-avere nel dolce giuoco di amore:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Dieus en laus e sanh Jolia;</p>
-<p class="i02"> Tant ai apres del juec doussa,</p>
-<p class="i02"> Que sobre totz n'ai bona ma<a class="tag" id="tag402" href="#note402">[402]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Del resto San Giuliano non deve troppo dolersi di quell'officio
-commessogli certo contro sua voglia, giacchè officio
-in tutto simile si trova pure commesso a santi che non
-avevan poi sulla coscienza ciò che egli ci aveva. In un
-vecchio poemetto tedesco, intitolato <i>Die Treue Magd</i><a class="tag" id="tag403" href="#note403">[403]</a>,
-si racconta di uno studente che aveva in uso di recitare
-ogni giorno due preghiere, l'una il mattino alla Santissima
-Trinità, perchè non lo facesse capitar male, l'altra
-la sera a Santa Gertrude (quale delle parecchie registrate
-nei cataloghi?) per ottenere da lei buono albergo. Si
-mette in viaggio alla volta di Parigi, e giunta la sera
-si raccomanda alla santa. Per non fermarci troppo sui
-particolari, ecco che egli capita in casa di una donna bellissima,
-il cui marito è assente, e vi trova quelle stesse
-accoglienze che Rinaldo d'Asti trova in casa dell'amica
-del marchese Azzo. Sopraggiunge in mal punto il marito;
-ma allora Santa Gertrude, più sollecita de' suoi devoti
-che lo stesso San Giuliano non sia, suggerisce (così almeno
-il poeta dice di credere) alla fantesca della donna un buon
-provvedimento che salva ogni cosa. Lo scolare riconoscente
-non dimentica di ringraziare la santa, e tutti contenti.
-Notisi che il giovane s'era mosso alla volta di Parigi con
-l'intenzione di attendere non meno agli amori che agli
-studii.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span>
-</p>
-
-<p>
-Così pure non si vede quale ragione potesse indurre il
-volgo credente in Francia a prendersi una confidenza in
-tutto simile con San Martino, se non si ammette che,
-essendo San Martino un santo molto popolare e bonario,
-il popolo potè credersi licenziato a ricorrere al suo patrocinio
-anche in casi nei quali l'ajuto dei santi non pare
-troppo a proposito. Fatto sta che <i>ostel saint Martin</i> significò
-quel medesimo che <i>ostel saint Julien</i>. Il <i>fableau</i>
-intitolato <i>Le meunier et les II clers</i>, che corrisponde alla
-novella 6ª della Giornata IX del <i>Decamerone</i>, ce ne porge
-una prova. Il poeta, narrati i casi venturosi ch'ebbero i
-due giovani albergando la notte in casa del mugnajo, dice:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Il orent l'ostel saint Martin<a class="tag" id="tag404" href="#note404">[404]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-E in un'<i>alba</i> di Guiraut de Borneil non invoca il vigile
-amico la protezione di Dio sopra l'amante troppo felice
-che non cura il sopravvenire del giorno?
-</p>
-
-<p>
-Il Manni crede che la storia di Rinaldo d'Asti narrata
-dal Boccaccio, non sia cosa inventata, ma vera<a class="tag" id="tag405" href="#note405">[405]</a>. Ciò può
-ben essere; ma in tal caso, inclinerei a credere che al
-fatto sostanziale vero il Boccaccio avesse messo egli quel
-contorno di comica superstizione, traendolo, sia da altre
-storie a lui note, sia dalla divulgata credenza. Ad ogni
-modo non intendo che si voglia dire L. Cappelletti, quando
-afferma che le fonti della novella del Boccaccio sono il
-<i>Panciatantra, le gesta Romanorum, c. XVIII, e la Legenda
-aurea, hist. XXII</i><a class="tag" id="tag406" href="#note406">[406]</a>. Certo riscontro con una novella
-del <i>Panciatantra</i> fu notato, e sta bene; ma nei
-<i>Gesta Romanorum</i> e nella <i>Legenda aurea</i> si narra la
-storia di San Giuliano, e non si trova indizio di quelle
-particolarità del culto a esso San Giuliano prestato che
-appunto sono di capitale importanza nella novella del Boccaccio;
-e per sapere che San Giuliano l'Ospitaliere era
-<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span>
-protettor dei viandanti, il Boccaccio non aveva bisogno di
-ricorrere a quei racconti, ma bastava che ponesse mente
-al nome di lui, e aprisse le orecchie a' discorsi degli innumerevoli
-credenti.
-</p>
-
-<p>
-Per carità, un po' più adagio in questa faccenda delle
-fonti.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span>
-</p>
-
-<h3 id="notegiul">NOTE</h3>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note382">
-<p><span class="label"><a href="#tag382">382</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Firenze, 1818, vol. II, pp. 146 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note383">
-<p><span class="label"><a href="#tag383">383</a>.&nbsp;&nbsp;</span>È la VI delle sue <i>Lezioni accademiche</i>, Modena, 1839-40,
-vol. II. Agli autori rammentati in proposito dal Galvani, e a
-quelli che registra lo <span class="smcap">Chevalier</span>, <i>Répertoire des sources historiques
-du moyen-âge</i>, coll. 1316-7, si possono aggiungere i seguenti:
-<span class="smcap">Lecointre-Dupont</span>, <i>Mémoires de la Sociétè des Antiquaires
-de l'Ouest</i>, t. V (1835); <span class="smcap">Du Méril</span>, <i>Histoire de la poésie scandinave</i>,
-Parigi, 1839, p. 345, n. 2; <span class="smcap">Foglietti</span>, <i>San Giuliano l'Ospitatore,
-cenni storici</i>, Firenze, 1879. (Vedi anche il <i>Giornale storico
-della letteratura italiana</i>, vol. VI (1885), p. 419). Circa la
-persona di San Giuliano mosse ragionevolmente alcuni dubbii
-lo <span class="smcap">Zambrini</span> nel <i>Propugnatore</i>, t. V, P. 1ª pp. 169-70. Fra le
-Istorie e Leggende registrate dallo stesso <span class="smcap">Zambrini</span>, <i>Opere volgari</i>,
-ecc., 4ª ed. con Appendice, Bologna, 1884, coll. 568, 581,
-761, non trovo un poemetto di 32 ottave intitolato: <i>La devotissima
-e bella istoria di San Giuliano dove s'intende che per inganno
-del demonio uccise il padre e la madre</i>, Lucca, per Domenico
-Ciuffetti, 1702. Non lo registra nemmeno il <span class="smcap">Passano</span> ne' suoi
-<i>Novellieri in verso</i> (Bologna, 1868), e non so se si tratti di cosa
-antica o moderna.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note384">
-<p><span class="label"><a href="#tag384">384</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Pico Luri di Vassano</span> (Ludovico Passarini) nei suoi <i>Modi di
-dire proverbiali</i> ecc., Roma, 1875, pp. 564-5, cita solamente la
-novella del Boccaccio, un luogo dell'<i>Orlando innamorato</i> del
-Berni (c. XXVIII, st. 8), il noto <i>Paternostro</i> e la nota <i>Orazione</i>.
-Altre indicazioni si possono vedere nei Vocabolarii sotto Paternostro.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note385">
-<p><span class="label"><a href="#tag385">385</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cap. VII.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note386">
-<p><span class="label"><a href="#tag386">386</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nov. 33.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note387">
-<p><span class="label"><a href="#tag387">387</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giorn. III, nov. 1.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note388">
-<p><span class="label"><a href="#tag388">388</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Atto III, sc. 8.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note389">
-<p><span class="label"><a href="#tag389">389</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Atto V, sc. 16.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note390">
-<p><span class="label"><a href="#tag390">390</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Le pistole volgari</i>, Venezia, 1542, f. 157 r.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note391">
-<p><span class="label"><a href="#tag391">391</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La novella 52 di Giovanni Sercambi è la novella stessa del
-Boccaccio, mutati i nomi e alcune particolarità. Vedi <i>Novelle
-inedite</i> di <span class="smcap">Giovanni Sercambi</span> t<i>ratte dal Codice Trivulziano CXCIII
-per cura di</i> Rodolfo Renier, Torino, 1889, pp. 186-90.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note392">
-<p><span class="label"><a href="#tag392">392</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Les moustiers de Paris</i>, in Barbazan-Méon, <i>Fabliaux et
-contes</i>, Parigi, 1808, vol. II, p. 288.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note393">
-<p><span class="label"><a href="#tag393">393</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Fabliaux ou contes du XII<sup>e</sup> et du XIII<sup>e</sup> siècle</i>, Parigi, 1779-81,
-vol. III, p. 108. Questi versi, con altri due che precedono, furono
-riportati anche nel III volume della <i>Chronique des ducs
-de Normandie</i> di <span class="smcap">Benoît</span> (Parigi, 1838-44), p. 819.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note394">
-<p><span class="label"><a href="#tag394">394</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">De Montaiglon et Raynaud</span>, <i>Recueil général et complet des
-fabliaux des XIII<sup>e</sup> et XIV<sup>e</sup> siècles</i>, t. V, Parigi, 1883, p. 57.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note395">
-<p><span class="label"><a href="#tag395">395</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Oeuvres complètes</i>, pubblicazione della <i>Société des anciens
-textes français</i>, vol. II, Parigi, 1880, p. 72.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note396">
-<p><span class="label"><a href="#tag396">396</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ibid.</i>, p. 313. Non so se nelle <i>chansons de geste</i> si trovino
-esempii che possano esser messi accosto a quelli recati di sopra.
-<span class="smcap">J. Altona</span>, <i>Gebete und Anrufungen in den altfranzösischen Chansons
-de geste</i>, Marburgo, 1833, p. 9; <span class="smcap">R. Schröder</span>, <i>Glaube und Aberglaube
-in den altfranzösischen Dichtungen</i>, Erlangen, 1886, pp. 51-2,
-recano parecchi luoghi di poemi, dove è menzione di San Giuliano,
-ma nessuno che contenga allusioni a cose d'amore.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note397">
-<p><span class="label"><a href="#tag397">397</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi vol. 1, pp. 286 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note398">
-<p><span class="label"><a href="#tag398">398</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedine, per la Francia, le prove in <span class="smcap">Méray</span>, <i>La vie au temps
-des trouvères</i>, Parigi-Lione, 1873, pp. 76-80, e per i paesi germanici
-in <span class="smcap">Weinhold</span>, <i>Die deutschen Frauen in dem Mittelalter</i>,
-vol. II, Vienna, 1882, pp. 199-200.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note399">
-<p><span class="label"><a href="#tag399">399</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Canzone: <i>Tart mi veiran mei amic en Tolzan</i>. Vedi <span class="smcap">Peire
-Vidal's</span> <i>Lieder</i>, ed. Bartsch, Berlino, 1857, p. 69.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note400">
-<p><span class="label"><a href="#tag400">400</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Canzone: <i>Bon'aventura don deus als Pizas</i>, ed. cit., p. 76.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note401">
-<p><span class="label"><a href="#tag401">401</a>.&nbsp;&nbsp;</span>È la canzone che comincia: <i>L'autre jorn m'en pogei el cel</i>.
-La ripubblicarono ultimamente <span class="smcap">E. Philippson</span>, <i>Der Mönch von
-Montaudon</i>, Halle a. S., 1873, pp. 41-3, e <span class="smcap">O. Klein</span>, <i>Die Dichtungen
-des Mönchs von Montaudon</i>, Marburgo, 1885, pp. 39-41.
-Il Galvani ne diede la traduzione nel citato suo scritto.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note402">
-<p><span class="label"><a href="#tag402">402</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Canzone: <i>Ben vuelh, que sapchon li plusor</i>. <span class="smcap">W. Holland</span> e
-<span class="smcap">A. Keller</span>, <i>Die Lieder Guillems IX</i>, 2ª ed., Tubinga, 1850, p. 8.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note403">
-<p><span class="label"><a href="#tag403">403</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pubblicato da <span class="smcap">F. H. von der Hagen</span>, <i>Gesammtabenteuer</i>,
-Stoccarda e Tubinga, 1850, t. II, pp. 315-31.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note404">
-<p><span class="label"><a href="#tag404">404</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Di questo <i>fableau</i> ci sono due redazioni diverse, e il verso
-citato si legge solamente in una. Vedi <span class="smcap">De Montaiglon</span> et <span class="smcap">Raynaud</span>,
-<i>Recueil</i> ecc., t. V, pp. 94, 325.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note405">
-<p><span class="label"><a href="#tag405">405</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Istoria del Decamerone</i>, Firenze, 1742, pp. 197-9.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note406">
-<p><span class="label"><a href="#tag406">406</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Osservazioni storiche e letterarie e notizie sulle fonti del Decamerone</i>,
-in <i>Propugnatore</i>, anno XVI, p. 50.</p>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span>
-</p>
-
-<h2 id="celestino">IL RIFIUTO DI CELESTINO V</h2>
-</div>
-
-<p>
-Tra le molte novelle che, com'è noto, Ser Giovanni
-Fiorentino trasse, quasi copiando a parola, dalle Cronache
-di Giovanni Villani<a class="tag" id="tag407" href="#note407">[407]</a>, è pure la 26ª, nella quale si narra
-come Celestino V rinunziasse il papato. Anche qui il novelliere
-altro quasi non fa se non trascrivere lo storico,
-salvo che, venuto quasi al fine della narrazione, v'interpola
-di suo la notizia seguente<a class="tag" id="tag408" href="#note408">[408]</a>: «Vero è che molti dicono,
-che il detto Cardinale (<i>Benedetto Gaetani, che poi
-fu papa col nome di Bonifazio VIII</i>) gli venne una
-notte segretamente con una tromba a capo al letto e
-chiamollo tre volte, ove Papa Celestino gli rispose e
-disse: chi sei tu? Rispose quel dalla tromba: io sono
-l'Angel da Iddio mandato a te come suo divoto servo;
-e da parte sua ti dico, che tu abbia più cara l'anima
-tua che le pompe di questo mondo, e subito si partì».
-Udita questa ammonizione, e credendo gli venisse veramente
-da Dio, Celestino, che già assai di mal animo sosteneva
-il gravissimo officio, depose il manto e la tiara.
-Ser Giovanni, che cominciò a scrivere il <i>Pecorone</i> l'anno
-1378, non inventò questa storiella; essa era già nata da
-un pezzo, e, come le parole stesse di lui ci provano
-(molti dicono), era allora largamente diffusa. Poniamoci
-sulle sue tracce e vediamo fin dove ci possano condurre.
-</p>
-
-<p>
-La storiella testè riferita si ha generalmente in conto
-di leggenda<a class="tag" id="tag409" href="#note409">[409]</a>, e a confermarla tale fu osservato che i contemporanei
-e i testimoni di veduta non ne fanno cenno<a class="tag" id="tag410" href="#note410">[410]</a>.
-<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span>
-Che ne tacessero i fautori e gli amici di Bonifazio s'intende;
-ma fatto è che nemmeno i suoi nemici ne parlano.
-Nel famoso libello<a class="tag" id="tag411" href="#note411">[411]</a>, che da Longhezza i due cardinali
-Giacomo e Pietro Colonna scagliarono (10 maggio 1297)
-contro quel pontefice, si dice bensì che nella rinunzia di
-Celestino (13 decembre 1294) entrarono <i>multae fraudes
-et doli, conditiones, et intendimenta et machinamenta</i>;
-ma si rimane così sulle generali, senza specificar nulla.
-Jacopone da Todi, che diceva a Bonifazio:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Come la salamandra</p>
-<p class="i02"> Sempre vive nel fuoco,</p>
-<p class="i02"> Così par che lo scandalo</p>
-<p class="i02"> Te sia sollazzo et joco<a class="tag" id="tag412" href="#note412">[412]</a>,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-non avrebbe taciuta la frode se gli fosse stata nota. I fautori
-di Filippo il Bello, che tante accuse terribili lanciarono
-contro il nemico pontefice, e fra l'altre quella d'intendersela
-col diavolo, non avrebbero mancato d'imputargli anche
-questo gravissimo sacrilegio della usurpata qualità di
-messo celeste, se qualche fama ne fosse loro venuta all'orecchio.
-E Dante n'ebbe egli un qualche sentore? Crediamo
-di no; o, se l'ebbe, non se ne diè per inteso. Tutti
-sanno quanto siasi disputato intorno all'essere di colui
-che nel III canto dell'Inferno Dante accusa di viltà per
-aver fatto <i>il gran rifiuto</i>. Non entreremo in queste disputazioni,
-chè la soluzione del dubbio non importa ora al
-nostro bisogno. Supposto che Dante intendesse parlare
-di Celestino, gli è chiaro che la leggenda non entrava
-per nulla in quel suo giudizio, perchè, se egli avesse potuto
-credere alla gherminella di Benedetto, questa gli
-avrebbe dato argomento a giudicar Celestino uomo credulo
-e semplice, vile non già. Ma che il poeta ignorava
-la leggenda, o, conoscendola, non le dava credenza, si desume
-da altri due luoghi di quella medesima Cantica.
-<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span>
-Nel c. XIX, vv. 55-7, Niccolò III, credendo di parlare a
-Bonifazio, dice:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Se' tu sì tosto di quell'aver sazio</p>
-<p class="i02"> Per lo qual non temesti tôrre a inganno</p>
-<p class="i02"> La bella donna, e poi di farne strazio?</p>
-</div></div>
-
-<p>
-La bella donna, non ostante qualche interpretazione diversa<a class="tag" id="tag413" href="#note413">[413]</a>,
-è senza dubbio la Chiesa, e quel <i>tôrre a inganno</i>
-può riferirsi, tanto alle male arti usate per indurre Celestino
-a rinunziare, quanto a quelle usate poi per succedergli.
-Ma che in quelle parole non si contenga nessuna
-allusione alla frode della leggenda, provano i vv. 104-5
-del c. XXVII, dove lo stesso Bonifazio dice:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i05"> Però son due le chiavi</p>
-<p class="i01">Che il mio antecessor non ebbe care.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Dante credeva dunque che Celestino avesse rinunziato alla
-dignità papale per insufficienza d'animo, per non sentirsi
-atto all'officio, e non, oltre che per queste ragioni, anche
-per obbedienza a un presunto comandamento divino.
-</p>
-
-<p>
-Ma il non farsi dai citati sin qui ricordo alcuno della
-leggenda non prova che la leggenda non fosse già nata;
-ed anzi noi abbiamo i documenti in mano che ce la mostrano
-nata quasi ad un tempo coi fatti che le diedero
-origine. Il Tosti cita, come il più antico autore che la
-riferisca, il cronista Ferreto Vicentino, che scrisse circa
-trentadue anni dopo la rinunzia di Celestino; ma essa si
-trova già narrata in una cronica fiorentina, detta di Brunetto
-Latini, e pubblicata anni sono dall'Hartwig<a class="tag" id="tag414" href="#note414">[414]</a>. L'autore
-di essa, ignoto del resto, era già adulto nel 1292<a class="tag" id="tag415" href="#note415">[415]</a>,
-e non condusse la sua narrazione oltre il 1303. Egli
-racconta la leggenda nei termini seguenti<a class="tag" id="tag416" href="#note416">[416]</a>: «Questi
-(<i>Celestino</i>) essendo homo religioso e di santa vita elli
-fue ingannato sottilmente da papa Bonifazio per questa
-<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span>
-maniera, ch'ello<a class="tag" id="tag417" href="#note417">[417]</a> detto papa per suo trattato e per
-molta moneta, che spese al patrizio nuch (<i>sic</i>) vedevasi
-la notte nella camera del papa ed aveva una tromba
-lunga e parlava nella tromba sopra il letto dello papa
-e dicea: Io sono l'angelo, chetti sono mandato a parlare
-e comandoti dalla parte di Dio glorioso, che tu immantanente
-debbi rinunziare al papatico e ritorna ad essere
-romito. E così fece tre notti continue, tanto chelli
-crette alla boce dinganto (<i>sic</i>)<a class="tag" id="tag418" href="#note418">[418]</a>, e rinunciò al papatico
-del mese di dicembre, e con animo deliberato colli suoi
-frati cardinali dispose se medesimo ed elesse papa un
-cardinale d'Anangna, chaveva nome Messer Benedetto
-Gatani, e suo nome papale Bonifazio ottavo». Qui la
-leggenda è bella e formata, e non si dà come leggenda,
-ma come storia certa: solo è da notare che l'autore attribuisce
-bensì a Bonifazio l'idea della frode, ma non la
-materiale esecuzione di essa, mentre i più di coloro che
-la narreranno poi ne faranno Bonifazio inventore ed esecutore
-ad un tempo.
-</p>
-
-<p>
-Abbiam parlato sin qui di leggenda; ma non è poi assolutamente
-provato che leggenda sia e non istoria. Un
-uomo di pochi scrupoli, come Bonifazio VIII, poteva bene,
-trovandosi a fronte un uomo semplice e dappoco, quale
-era appunto Celestino, ricorrere, per conseguire il suo intento,
-a una gherminella indecorosa sì, ma certo non
-inefficace. Se non che ciò poco importa al caso nostro.
-Ammesso che sia leggenda, s'intende come la nota scaltrezza
-di Bonifazio e la non men nota semplicità di Celestino
-dovessero farla nascere, e dovessero farla nascere
-in tempo assai prossimo agli avvenimenti che le davano
-appiglio, quando di questi avvenimenti appunto si cercava
-di dar ragione, e quando le passioni suscitate da
-essi erano calde ancora. Forse il Marino accenna alla vera
-origine della leggenda in un luogo della sua vita di Celestino V<a class="tag" id="tag419" href="#note419">[419]</a>,
-<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span>
-notando come, dopo la rinunzia, si spargesse
-per Roma la fama, e Pietro Grasso, notajo regio, attestasse,
-avere Cristo parlato a Celestino, dicendo: <i>Quid
-prodest homini si universum mundum lucretur, animae
-vero suae detrimentum patiatur?</i> Non ci voleva un grande
-sforzo di fantasia per porre al luogo di Cristo il cardinale
-Benedetto. Che poi la leggenda, per alcun tempo, dopo
-esser nata, potesse rimanersi chiusa entro una cerchia
-piuttosto stretta, in guisa da non venire a cognizione di
-chi avrebbe potuto giovarsene contro il pontefice, non farà
-meraviglia a nessuno.
-</p>
-
-<p>
-La leggenda, di cui un cronista ci offre la testimonianza
-più antica, riappare poi in altri cronisti del secolo
-XIV; e s'intende come con l'andar del tempo, allargandosi
-anche fuori d'Italia, si venisse in varii modi
-alterando. Il già citato Ferreto non dà la cosa per sicura,
-come fa il cronista fiorentino, ma dice: <i>ferunt</i>, e operatore
-del dolo fa lo stesso Bonifazio<a class="tag" id="tag420" href="#note420">[420]</a>. Giovanni Vittoriense
-non dubita, pare, della frode, ma lascia dubbio se si dovesse
-o no a Bonifazio<a class="tag" id="tag421" href="#note421">[421]</a>. Alberto Argentinense riferisce la
-cosa, senza affermar nulla<a class="tag" id="tag422" href="#note422">[422]</a>. Ma nella seconda metà del
-XVI secolo Gilberto Genebrardo l'afferma risolutamente<a class="tag" id="tag423" href="#note423">[423]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Se non che le notizie più curiose della leggenda ci
-sono offerte, non dai cronisti, ma dai commentatori di
-Dante, alcuno dei quali è forse anteriore a Ferreto. Cominciamo
-da uno dei più antichi, dall'anonimo autore delle
-Chiose alla prima Cantica pubblicate dal Selmi. In quella
-parte di esse che si riferisce al noto luogo del c. III noi
-troviamo, non senza meraviglia, la leggenda in una forma
-assai svolta, e con isfoggio di particolari fantastici che non
-si riscontrano altrove; il che accennerebbe già di per sè
-ad una lunga elaborazione. Il racconto merita d'essere
-qui riportato per intero<a class="tag" id="tag424" href="#note424">[424]</a>. «Questi che per viltà fece il
-gran rifiuto fu papa Cilestrino, il quale essendo Romito
-<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span>
-Murato, perciò che di poco bene era sazio, e avea le
-genti d'intorno crediano che fosse santo uomo, e' cardinali
-credendolo che fosse sufficiente persona, sì lo chiamaro
-papa, e fu confermato papa. Bonifazio che si fu accorto
-della miseria e della cattività sua, fece fare ali e volto
-e mani e una scritta con cose che lucono di notte e non
-di dì; e poi, a sua posta, celato di notte tempo i lumi,
-spenti in prima tutti i lumi, entrò ne la camera sua,
-lui dormendo, e chiamò con uno organo: Cilestrino, Cilestrino,
-tre volte. Questi si svegliò dicendo: Domine,
-chi mi chiama?... E' rispose: messo di Dio. Cilestrino
-il mirò, e vide solo le mani e l'ali e 'l volto lucenti.
-Maravigliossi molto, e disse: che comandi? E que' rispose:
-a Dio spiace molto la tua vita, e hai lasciata
-la via del paradiso e vuoli ire a l'inferno. Leggi questa
-carta del comandamento. E la scritta dicea: i' ti comando,
-che domattina, fatto il dì, tu prenda il manto
-e 'l pasturale, e 'l primo cardinale che tu truovi fa sedere
-in su la sedia di San Pietro, e vestilo d'ogni cosa
-come l'hai tu, e poi rifiuta, e partiti in maniera che non
-sii veduto esser partito. Letta la scrittura che d'oro
-paria, credette per certo che Agnolo di Dio fosse. Disse
-che si farebbe. Papa Bonifazio ravolse le cose e sparì,
-e la mattina si levò sì tosto che fu dì. Prima Cilestrino
-lo vide, aempiè il comandamento, e poselo in
-sulla sedia, e Cardinali furono d'intorno, e da' più fu
-confermato a cui parve ragione, e tali per amore, e tali
-per promesse, e altri per paura, sì che papa rimase».
-</p>
-
-<p>
-Nel commento di anonimo pubblicato da Lord Vernon
-e nelle chiose attribuite a Jacopo Alighieri la leggenda
-non è ricordata; ma questa poi riappare, tuttochè in forma
-più semplice e compendiosa, in parecchi dei commentatori
-posteriori. Secondo Jacopo della Lana furono i cardinali,
-e non il solo Benedetto, a ordir l'inganno<a class="tag" id="tag425" href="#note425">[425]</a>. L'Ottimo
-<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span>
-paria di <i>certi artificj</i>, ma non dice quali fossero: Pietro
-Alighieri non fa cenno nemmeno di artifizii. Giovanni
-Boccacci riferisce una versione secondo la quale a far
-l'inganno Bonifazio si sarebbe accordato con alcuni suoi
-servitori<a class="tag" id="tag426" href="#note426">[426]</a>. Il falso Boccaccio (<i>Chiose sopra Dante</i>, pubblicate
-da Lord Vernon) parla di ragioni e di argomenti
-usati da Bonifazio, non d'altro; e Benvenuto da Imola
-crede che il reo del gran rifiuto sia Esaù, non Celestino.
-Francesco da Buti dice che Bonifazio usò e della persuasione
-e della frode<a class="tag" id="tag427" href="#note427">[427]</a>. L'Anonimo Fiorentino, pubblicato
-dal Fanfani, attinge per la narrazione dal Villani; poi, al
-c. XIX, narra l'inganno, introducendo un fanciullo a far
-la parte dell'angelo; ma pare stimi il tutto una favola<a class="tag" id="tag428" href="#note428">[428]</a>.
-Guiniforto delli Bargigi tace della leggenda, e ne tacciono
-ancora il Landino, il Vellutello, il Daniello. E tra coloro
-che ne tacciono sia qui ancora ricordato il Petrarca che,
-come altri, solo ad umiltà attribuisce la rinunzia di Celestino<a class="tag" id="tag429" href="#note429">[429]</a>.
-</p>
-
-<p>
-La varietà delle versioni che abbiam vedute sin qui, e
-il richiamarsi, che i narratori spesso fanno, alla voce pubblica,
-provano, ci sembra, la diffusione della leggenda.
-Non ci recherà dunque meraviglia il ritrovar questa in
-un racconto islandese contenuto in un codice del sec. XV,
-e fatto, non ha molto, di pubblica ragione<a class="tag" id="tag430" href="#note430">[430]</a>. S'intende
-come la leggenda non abbia potuto compiere un così lungo
-viaggio senza molto alterarsi; ma ecco la sostanza del
-non breve racconto. Celestino aveva accettato assai malvolentieri
-la dignità papale; Bonifazio, per contro, uomo
-di facili costumi, e padre di dodici figliuoli, ad essa aspirava.
-Nella camera del papa erano due letti, uno per
-lui, l'altro per la sua sposa la Chiesa. Bonifazio scrisse
-con lettere d'oro una epistola, e dicendo di averla trovata
-nel letto della Chiesa, la consegnò a Celestino. Questi,
-apertala, vi trovò una comunicazione della Chiesa celeste
-<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span>
-alla terrena, nella qual comunicazione si diceva che, non
-piacendogli l'ufficio, il papa poteva liberamente rinunziarlo;
-e il papa rinunziò, e Bonifazio ne prese il luogo.
-Bisogna confessare che, migrando tanto lontano dal suo
-luogo di origine, la leggenda si fece molto più sciocca, e
-il povero Celestino tramutò a dirittura di semplice in
-istolido. Ciò che si dice della epistola scritta con lettere
-d'oro ricorda la epistola luminosa di cui parla l'autore
-delle Chiose anonime.
-</p>
-
-<p>
-In questo campo ci sarà senza dubbio da spigolare dell'altro,
-e altri il faccia, se lo stima opportuno. Prima di
-lasciar l'argomento una sola cosa vorremmo avvertire ancora,
-e cioè, che la leggenda di cui abbiam parlato, specie
-nella forma che assume nelle Chiose pubblicate dal Selmi,
-entra nel copioso gruppo di quei racconti, diffusi così in
-Oriente come in Occidente, nei quali un mortale prende
-l'aspetto e gli attributi di alcun essere soprannaturale,
-per così ingannare altrui e ottenere i suoi fini<a class="tag" id="tag431" href="#note431">[431]</a>.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span>
-</p>
-
-<h3 id="notecel">NOTE</h3>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note407">
-<p><span class="label"><a href="#tag407">407</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedile notate dal <span class="smcap">Landau</span>, <i>Beiträge zur Geschichte der italienischen
-Novelle</i>, Vienna, 1875, pp. 29-30. Cfr. <span class="smcap">Gorra</span>, <i>Studi di
-storia letteraria</i>, Bologna, 1892, Il Pecorone.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note408">
-<p><span class="label"><a href="#tag408">408</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ed. dei <i>Classici italiani</i>, vol. I, p. 255.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note409">
-<p><span class="label"><a href="#tag409">409</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il <span class="smcap">Doellinger</span> non ne parla nel suo libro <i>Die Papst-Fabeln
-des Mittelalters</i>, Monaco, 1863; seconda edizione, accresciuta di
-note da J. Friedrich, Stoccarda, 1890.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note410">
-<p><span class="label"><a href="#tag410">410</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Tosti</span>, <i>Storia di Bonifazio VIII e de' suoi tempi</i>, vol. I,
-pp. 231 sgg.: <span class="smcap">Gregorovius</span>, <i>Geschichte der Stadt Rom im Mittelalter</i>,
-vol. V, p. 515. Non e esatto il Drumann quando, non conoscendo
-la fonte di cui si dirà più oltre, afferma la storiella
-essere già narrata da contemporanei, <i>Geschichte des Bonifacius
-des Achten</i>, Königsberg, 1852, parte I, p. 11.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note411">
-<p><span class="label"><a href="#tag411">411</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lo ripubblicò il <span class="smcap">Tosti</span>, <i>Op. cit.</i>, vol. I, Documento (P),
-pp. 275-8.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note412">
-<p><span class="label"><a href="#tag412">412</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nella famosa invettiva che comincia:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">O papa Bonifatio,</p>
-<p class="i01">Molto hai jocato al mondo.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note413">
-<p><span class="label"><a href="#tag413">413</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">Selmi</span>, <i>Chiose anonime alla prima Cantica della Divina
-Commedia</i>, Torino, 1865, p. 107.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note414">
-<p><span class="label"><a href="#tag414">414</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Quellen und Forschungen zur ältesten Geschichte der Stadt
-Florenz</i>, parte II, Halle, 1880, pp. 221 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note415">
-<p><span class="label"><a href="#tag415">415</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ibid.</i>, p. 217.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note416">
-<p><span class="label"><a href="#tag416">416</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ibid.</i>, p. 235.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note417">
-<p><span class="label"><a href="#tag417">417</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Così l'Hartwig: l.<i> che llo</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note418">
-<p><span class="label"><a href="#tag418">418</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>D'incanto?</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note419">
-<p><span class="label"><a href="#tag419">419</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Acta Sanctorum</i>, t. IV di maggio (1685), p. 523.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note420">
-<p><span class="label"><a href="#tag420">420</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Historia</i>, l. II, ap. Muratori, <i>Scriptores</i>, t. IX, coi. 966:
-«Ferunt etiam et hunc virum dolosum (<i>sc. Bonifacium</i>) quatenus
-ad hoc illum (<i>sc. Coelestinum</i>) flagrantius incitaret, dum
-somno excitatus noctu Deum contenplaretur, per foramen,
-quod arte fabricaverat, voce tenui saepe dixisse etc.». <span class="smcap">Francesco
-Pipino</span>, contemporaneo di Ferreto, non parla (<i>Chronicon</i>,
-ap. Muratori, t. cit., col. 735) se non di persuasioni fraudolente
-usate da alcuni cardinali e in ispecie da Benedetto.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note421">
-<p><span class="label"><a href="#tag421">421</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ap. <span class="smcap">Böhmer</span>, <i>Fontes rerum germanicarum</i>, t. I, p. 334:
-«Celestinus... resignavit per hunc modum: dum enim quiesceret,
-vox ad eum facta est per tubam, quasi esset angelus domini,
-per tres vices, ut quantocitius propter mundiales occupationes
-contemplationi insisteret, curam deponeret. Quo facto Bonifacius
-octavus succedit eodem anno in vigilia nativitatis domini
-electus, qui hanc fraudolentiam <i>dicitur</i> procurasse».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note422">
-<p><span class="label"><a href="#tag422">422</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Chronicon</i>, ap. <span class="smcap">Urstisius</span>, <i>Germaniae historicorum p. altera</i>,
-p. 111: «Hic est Bonifacius, de quo dicitur, quod Caelestino
-praedecessori suo, viro utique sancto, de quo Curia doluit se
-in lucris non proficere, per longam cannam loquebatur ad
-lectum <i>Caelestine cede, Caelestine cede</i>».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note423">
-<p><span class="label"><a href="#tag423">423</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Chronographia</i>, Parigi, 1585, l. IV, p. 659: «Per cannam
-deceptus est (<i>sc. Coelestinus</i>) voce tanquam coelitus missa insonantem,
-ut deseret Pontificatum et Bonifacium institueret».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note424">
-<p><span class="label"><a href="#tag424">424</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Chiose anonime</i>, ecc., pp. 18-9. Il Selmi le stimò scritte
-mentre il poeta era ancora in vita; ma vedi, a questo proposito,
-<span class="smcap">Rocca</span>,<i> Di alcuni commenti della</i> Divina Commedia <i>composti
-nei primi vent'anni dopo la morte di Dante</i>, Firenze, 1891,
-pp. 108 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note425">
-<p><span class="label"><a href="#tag425">425</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«E ingegnonno certi cannoni, li quali rispondeano nella
-sua camera, e per quelli li parlavano di notte, dicendo
-com'elli erano angeli da Dio messi; e che nel conspetto di
-Dio era ch'elli non era sufficiente a tanto offizio, e però
-ch'elli dovesse rifiutare». Jacopo riferisce il dantesco <i>tôrre
-a inganno</i> notato di sopra, così alla simonia come alla frode
-usata a Celestino.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note426">
-<p><span class="label"><a href="#tag426">426</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«..... alcuni voglion dire che esso usò con alcuni suoi segreti
-servidori, che la notte voci s'udivano nella camera del
-predetto papa» ecc.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note427">
-<p><span class="label"><a href="#tag427">427</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«Et oltre a questo ordinò un buco, che veniva sopra lo
-letto del papa, avendosi fatto dare una camera a lato a quella
-del papa, abitando di dì e di notte con lui, perchè il papa
-sopradetto si fidava molto di lui, et a certe ore della notte
-metteva uno cannone per questo buco e diceva al papa ch'elli
-era l'agnolo mandato da Dio, e comandavali» ecc.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note428">
-<p><span class="label"><a href="#tag428">428</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«Dice ancora alcuno che messer Benedetto Gaetani, essendo
-papa Cilestrino ancora nella sedia apostolica, per farlo
-rinunziare, veggendo ch'egli n'avea voglia, misse alcuno fanciullo
-di notte segretamente nella camera sua, dicendogli la
-notte ch'egli rinunziasse al papato, et simili inganni facendogli;
-ma come che le favole si dicano, la verità fu che per
-consiglio di Papa Bonifazio et per sua arte et inganno et
-sagacità papa Cilestrino rinunziò il papato».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note429">
-<p><span class="label"><a href="#tag429">429</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De vita solitaria</i>, II, 18.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note430">
-<p><span class="label"><a href="#tag430">430</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Islendzk Aeventyri. Isländische Legenden Novellen und Märchen
-herausgegeben von</i> <span class="smcap">Hugo Gering</span>, Halle a. S., 1882-4, vol. I,
-pp. 77-80; vol. II, pp. 65-6.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note431">
-<p><span class="label"><a href="#tag431">431</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi intorno a questi racconti <span class="smcap">Benfey</span>, <i>Pantschatantra</i>, vol. I,
-§ 56, pp. 159-63; <span class="smcap">G. Paris</span>, <i>Le récit</i> Roma <i>dans les</i> Sept Sages,
-<i>Romania</i>, vol. IV, pp. 125 sgg. A questo gruppo appartengono,
-un racconto di <span class="smcap">Cesario di Heisterbach</span> (<i>Dialog. mirac.</i>, dist. II,
-cap. 24), la novella 2ª, giorn. IV del <i>Decamerone</i>, la 69ª del
-<span class="smcap">Morlini</span>, la 2ª di <span class="smcap">Masuccio Salernitano</span> e altre.</p>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span>
-</p>
-
-<h2 id="filosofo">LA LEGGENDA DI UN FILOSOFO
-<span class="smaller">(Michele Scotto)</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Nella quarta bolgia dell'ottavo cerchio infernale, Virgilio,
-redento ormai dalla dubbia fama di mago che per
-secoli ne aveva infoscato e snaturato il carattere, addita e
-nomina a Dante gl'indovini ed i maghi che quivi son
-puniti di lor tracotanza. Accennatine alcuni antichi, Anfiarao,
-Tiresia, Aronta, Manto, Euripilo, e detto alcun che
-dei loro fatti, il maestro volge l'attenzione del discepolo
-sopra un moderno:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Quell'altro che ne' fianchi è così poco,</p>
-<p class="i02"> Michele Scotto fu, che veramente</p>
-<p class="i02"> Delle magiche frode seppe il gioco<a class="tag" id="tag432" href="#note432">[432]</a>;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-poi nomina ancora Guido Bonatti e Asdente, e, senza più
-far nomi, accenna al popol minuto delle fattucchiere, alle
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> triste che lasciaron l'ago,</p>
-<p class="i01">La spola e il fuso e fecersi indovine;</p>
-<p class="i01">Fecer malie con erbe e con imago.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Se Dante tornasse al mondo, e riscrivesse la <i>Commedia</i>,
-si può tener per sicuro che Michele Scotto non sarebbe
-più posto da lui in quella bolgia, tra quei dannati, quando
-pure il poeta rinascesse così buon cattolico quale già fu,
-e così inclinato a certe credenze come un cattolico non
-può quasi non essere; ma, dato il tempo in cui il poeta
-<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span>
-visse e fu composto il poema; data la celebrità grande
-di cui Michele Scotto ebbe a godere in quel tempo, e
-le ragioni e l'indole di tal celebrità, era assai difficile,
-per non dire impossibile, che il poeta non ponesse il filosofo
-a quella pena. Dante avrebbe potuto bensì non
-parlarne, come di tanti altri non parla; ma il giudizio
-ch'egli avrebbe <i>pensato</i> sarebbe stato in sostanza quel
-medesimo ch'espresse parlando. E se noi porgiamo orecchio
-alle voci insistenti della leggenda e della tradizione,
-intenderemo chiaramente il perchè<a class="tag" id="tag433" href="#note433">[433]</a>.
-</p>
-
-<h3>I.</h3>
-
-<p>
-Le notizie storiche pervenuteci intorno a Michele Scotto
-sono molto scarse e molto incerte, e il nome stesso di
-lui dà luogo a dispareri e a dubbiezze. Vuole taluno che
-Scotto sia forma italiana del cognome Scott, frequente in
-Iscozia; vogliono altri che Scotto sia nome, non di famiglia,
-ma di nazione, e che perciò s'abbia a dire e scrivere
-Michele Scoto, come si dice e scrive Duno Scoto,
-Clemente Scoto, Ugo Scoto, ecc.<a class="tag" id="tag434" href="#note434">[434]</a>. Se non che è da notare
-che nel medio evo il nome etnico si scrisse indifferentemente
-<i>Scotus</i> e <i>Scottus</i>, <i>Scoto</i> e <i>Scotto</i>; ed io, seguendo
-l'uso degli antichi nostri, scriverò Scotto, senza impacciarmi
-in questioni, che, nel caso nostro, non importan
-gran fatto.
-</p>
-
-<p>
-Del resto, i dubbii circa il nome debbono essere stati
-promossi, almeno in parte, da dubbii che si ebbero circa
-la patria. Secondo Jacopo della Lana, Michele sarebbe
-stato spagnuolo<a class="tag" id="tag435" href="#note435">[435]</a>; ma gli altri commentatori di Dante lo
-dissero, per la più parte, scozzese<a class="tag" id="tag436" href="#note436">[436]</a>; e v'è un anonimo il
-quale, non solo il conosce per tale, ma sa pure avere egli
-sì fattamente ammaestrati gli Scozzesi nell'arte sua, <i>che
-<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span>
-anche non fanno passo che arte magica non seguiscano</i>,
-e avere per giunta insegnato <i>loro portare calze bianche
-e gonelle con maniche cuscite insieme</i><a class="tag" id="tag437" href="#note437">[437]</a>. Dei biografi, alcuni
-lo vollero scozzese, altri inglese, e la opinion dei
-secondi ebbe seguitatori recentissimi, come gli ebbe la
-opinione dei primi<a class="tag" id="tag438" href="#note438">[438]</a>. Che Michele Scotto nascesse italiano,
-e più propriamente salernitano, fu, credo, opinione, particolarissima
-di un Pier Luigi Castellomata, riferita e accettata
-per buona da Nicola Toppi<a class="tag" id="tag439" href="#note439">[439]</a>; ma non meritevole
-di nessun riguardo. La opinion più plausibile è insomma
-quella che fa Michele scozzese, confortata anche dal fatto
-che la leggenda di lui serbavasi viva in Iscozia in principio
-di questo secolo, come vedremo tra poco, e viva
-forse ci si serba tuttora.
-</p>
-
-<p>
-Per non allungarci troppo stringiamo in poche parole
-i non molti fatti della vita di Michele che si possono
-dire accertati, o che si possono considerare come certi
-fino a prova contraria. Michele nacque verso il 1190, in
-Belwearie, nella contea di Fife; studiò prima in Oxford,
-poi in Parigi; soggiornò un tempo in Toledo, ov'era nel
-1217; si recò, dopo il 1240, in Germania, dove fu conosciuto
-e bene accolto da Federico II; fece dimora, certamente
-non breve, in Italia, nella corte di quell'imperatore,
-e, si può credere, in parecchie altre città<a class="tag" id="tag440" href="#note440">[440]</a>; si ridusse, non
-si sa quando, in patria; morì verso il 1250<a class="tag" id="tag441" href="#note441">[441]</a>. Stando a
-tradizioni scozzesi, egli fu sepolto, o in Holme Coltrame,
-nel Cumberland, o nell'Abbazia di Melrose.
-</p>
-
-<p>
-Michele Scotto occupa un luogo onorevole nella storia
-della filosofia del medio evo, sebbene Ruggero Bacone
-abbia scritto di lui ch'e' fu ignaro così delle parole come
-delle cose, e Alberto Magno ch'ei non conobbe la natura
-e non intese a dovere i libri di Aristotele. Ch'e' non abbia
-inteso a dovere i libri di Aristotele gli è un fatto; ma
-quanti furono in quella età coloro che non li frantesero?
-<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span>
-Un merito, ad ogni modo, non si può togliere a Michele,
-ed è d'avere efficacissimamente cooperato a diffondere, o,
-come lo stesso Ruggero Bacone si esprime, a magnificar
-tra i Latini la filosofia dello Stagirita, e d'essere stato
-uno degli ajutatori di Federico II nell'opera della restaurazione
-del sapere da quel principe con tanto ardore promossa<a class="tag" id="tag442" href="#note442">[442]</a>.
-Per Federico II egli tradusse il compendio che
-Avicenna aveva tratto della Istoria degli animali di Aristotele;
-per Federico II compose un <i>Liber physionomiae</i>
-ch'ebbe grandissima celebrità, fu messo a stampa ed ebbe
-molte edizioni, a cominciare dalla prima di data certa, che
-è del 1477; poi fu tradotto in italiano, e così impresso in
-Venezia nel 1537<a class="tag" id="tag443" href="#note443">[443]</a>. Voltò di arabico in latino parecchi
-libri di Aristotele, sebbene non tanti probabilmente quanti,
-ne' manoscritti, se ne veggono col suo nome; un trattato
-di Alpetrongi sopra la Sfera; un trattato e alcuni commenti
-di Averroe, che da lui primamente, secondo avverte
-il Renan, fu fatto conoscere ai Latini; compose
-trattati di astrologia e di chiromanzia; tradusse, o compose
-di suo, parecchi altri libri, de' quali alcuno, attribuitogli
-certo senza ragione, sta pure a far testimonianza
-del gran credito in che fu tenuto il suo sapere<a class="tag" id="tag444" href="#note444">[444]</a>. Certo
-è calunnia quanto asserisce il già citato Ruggero Bacone,
-che Michele, al pari d'altri parecchi che s'arrogarono di
-tradurre le scritture altrui, non avesse cognizione nè delle
-scienze, nè delle lingue; nemmeno della lingua latina; e
-usurpasse l'opera e il merito di un Ebreo per nome Andrea,
-pubblicando come sue le versioni di costui; sebbene
-sia vero che del sapere e dell'ajuto di questo Andrea egli
-ebbe a giovarsi. La corte di Federico II non era corte
-dove fosse agevole a un ignorante acquistar credito di
-sapiente, e perchè Federico non era uomo da lasciarsi
-così facilmente ingannare, e perchè i molti dotti ch'egli
-si raccoglieva d'attorno avrebbero presto scoperto l'inganno
-<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span>
-e smascherato l'ingannatore. Per contro noi abbiam prove
-della riputazion grande onde Michele ebbe a godere appresso
-gli uomini dotti d'allora. Leonardo Fibonacci, il celebre
-matematico, dedicò a Michele la seconda parte del suo
-Abaco. In una epistola in versi che Federico d'Avranches
-scriveva, l'anno 1236 all'imperatore, Michele è celebrato
-quale astrologo, indovino e nuovo Apollo, profetante felicissime
-sorti all'impero<a class="tag" id="tag445" href="#note445">[445]</a>. Finalmente un papa, Gregorio IX,
-in una lettera scritta il 28 di aprile del 1227 all'arcivescovo
-di Cantorbery, chiama Michele il <i>nostro caro figliuolo</i>,
-e di lui loda lo zelo per lo studio, la cognizione
-del latino, dell'ebraico, dell'arabico, il vasto sapere<a class="tag" id="tag446" href="#note446">[446]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Fra Salimbene racconta del sapere, specie astrologico,
-di Michele una storiella veramente sbalorditiva. Trovandosi
-un giorno in certo palazzo, Federico II chiese all'astrologo
-quanta distanza corresse da quello al cielo. Michele
-rispose come la scienza sua gl'insegnava; dopo di
-che l'imperatore, sotto pretesto d'andarne a diporto, lo
-condusse in altra parte del regno, e quivi lo trattenne più
-mesi, nel qual tempo ordinò ai suoi architetti, o ai suoi
-legnajuoli, di sbassare la sala, per modo che nessuno potesse
-avvedersene; e così fu fatto. Dopo molti giorni, tornato
-nel medesimo palazzo, l'imperatore, volgendo accortamente
-il discorso, ripetè all'astrologo la domanda stessa
-dell'altra volta, e l'astrologo, fatti suoi calcoli, rispose che,
-o il cielo s'era alzato, o la terra s'era abbassata: ed allora
-conobbe l'imperatore ch'egli era astrologo davvero<a class="tag" id="tag447" href="#note447">[447]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Avviene della buona e della rea fama degli uomini
-come delle valanghe: queste ingrossano della neve e dei
-sassi che incontrano giù per la china del monte; quelle,
-giù per la china del tempo, ingrossano d'infinite opinioni,
-d'infiniti errori e d'infinite novelle. Così, in bene e in
-male, si formano le riputazioni eccessive, che la critica
-storica scompone e riduce a' suoi elementi; così, in parte,
-<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span>
-fuori dalla consueta mezzanità umana, si levano gli eroi,
-i santi, i mostri tipici.
-</p>
-
-<p>
-Il sapere di Michele parve grande, fatta qualche eccezione,
-agli uomini del suo tempo: agli uomini de' tempi
-che seguirono, per lungo tratto, esso parve sempre più
-grande. Di tale fama crescente noi troviamo le testimonianze
-in tutti, o quasi tutti, gli scrittori che parlarono
-di lui; e nei più moderni dura ancora il suono delle lodi
-con cui era stato celebrato il suo nome, dura l'ammirazion
-d'un sapere fatto ormai universale: Michele, oltre la
-lingua sua propria e qualche altro linguaggio volgare,
-oltre il latino, ebbe familiari il greco, l'ebraico, il caldaico,
-l'arabico; Michele fu matematico insigne, teologo
-egregio, astrologo insuperato, medico meraviglioso, conoscitore
-profondo di tutti i segreti della natura. Pico della
-Mirandola, seguendo gli esempii di Alberto Magno e di
-Ruggero Bacone, lo giudicherà, gli è vero, scrittore di
-nessun peso, e di molta superstizione<a class="tag" id="tag448" href="#note448">[448]</a>; ma l'opinion di
-quelli e sua rimarrà opinion di pochissimi.
-</p>
-
-<h3>II.</h3>
-
-<p>
-Come mai, di filosofo ch'egli fu, Michele si tramutò in
-profeta ed in mago? Come nacque la leggenda che per
-secoli frondeggiò intorno al suo nome, e che forse conserva
-ancora, mentr'io ne ragiono, alcun sarmento vivo e
-alcuna foglia verde? Quel tramutamento seguì ne' modi
-consueti; la leggenda nacque come molt'altre così fatte
-nacquero.
-</p>
-
-<p>
-Notiamo anzi tutto che tra le opere conosciute di Michele
-non ve n'ha nessuna che tratti di magia; ma notiam
-pure che non v'era punto bisogno d'un tal documento
-per dar l'aire alle fantasie, sebbene poi la leggenda
-<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span>
-sel produca da sè. Nel caso presente sono da distinguere
-una ragion generale e due ragioni particolari. La ragion
-generale è questa, che in secoli di comune ignoranza la
-fama di dotto basta di per se stessa a produr la fama di
-mago; onde noi vediamo dalle fantasie degli uomini del
-medio evo trasformati in maghi i sapienti così degli antichi
-come de' nuovi tempi, e ciò con un procedimento
-uniforme e sommario che mette tutti in un fascio filosofi
-e poeti e matematici e pontefici e santi e persino uomini
-così poco <i>necromantici</i> come fu messer Giovanni Boccacci.
-Libri di magia furono attribuiti anche a San Tommaso
-d'Aquino: Alberto Magno e Ruggero Bacone, così sprezzanti,
-come s'è veduto, di Michele Scotto, furono ascritti
-con lui alla stessa famiglia di maghi, ispirarono lo stesso
-rispetto pauroso, ebbero la stessa celebrità. Sarebbe in
-tutto superfluo moltiplicar le prove e gli esempii di cosa
-ormai molte volte discorsa e notissima: già ebbe a dire
-Apulejo, parlando de' tempi suoi, che le plebi sospettavano
-di magia tutti i filosofi.
-</p>
-
-<p>
-Questa, dunque, la ragion generale nel caso nostro; le
-ragioni particolari, o, per lo meno, due delle ragioni particolari,
-le abbiamo presumibilmente nella dimora che
-Michele fece in Toledo negli anni della sua giovinezza, e,
-per qualche parte, nella dimestichezza ch'egli ebbe con Federico
-II.
-</p>
-
-<p>
-Durante tutto il medio evo la città di Toledo godette,
-in materia di scienze occulte, grandissima riputazione:
-ivi fiorivano l'arti magiche; ivi fioriva una scuola di magia
-celebre fra quante ne fossero in terra di Saraceni o di
-cristiani; celebre tanto che la scienza insegnatavi fu detta
-per antonomasia talvolta <i>scientia toletana</i>. Virgilio v'aveva
-studiato; persuaso dal diavolo, vi studiò Sant'Egidio prima
-della sua conversione<a class="tag" id="tag449" href="#note449">[449]</a>; e così vi studiarono molti altri.
-Il monaco Elinando afferma nella sua Cronica che i chierici
-<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span>
-andavano «a Parigi a studiare le arti liberali, a
-Bologna i codici, a Salerno i medicamenti, e in nessun
-posto i buoni costumi»<a class="tag" id="tag450" href="#note450">[450]</a>. Nei romanzi di cavalleria Toledo
-e la sua scuola sono mentovate assai spesso, e Luigi
-Pulci, ricordandosi di quanto altri assai avevano detto
-prima di lui, scrisse nel Morgante (XXV, 259):
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Questa città di Tolleto solea</p>
-<p class="i01">Tenere studio di negromanzia;</p>
-<p class="i01">Quivi di magic'arte si leggea</p>
-<p class="i01">Pubblicamente e di piromanzia;</p>
-<p class="i01">E molti geomanti sempre avea,</p>
-<p class="i01">E sperimenti assai d'idromanzia,</p>
-<p class="i01">E d'altre false opinion di sciocchi,</p>
-<p class="i01">Come è fatture o spesso batter gli occhi.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Il troppo famoso Dalrio ricordava ancora quello studio
-come celebre e detestabile. Michele <i>doveva</i> essere stato
-condotto a Toledo dal desiderio di apprendervi l'arte
-magica.
-</p>
-
-<p>
-Federico II diede argomento a due diverse, anzi contrarie
-tradizioni, delle quali, l'una si diffuse più largamente
-e prevalse in Germania, l'altra si diffuse più largamente
-e prevalse in Italia; la prima ghibellina ed a
-lui favorevole; la seconda guelfa ed a lui sfavorevole. Di
-quella non abbiamo ora a curarci: di questa basterà notare
-che per essa Federico II fu spogliato di ogni virtù,
-gravato di ogni nequizia, dipinto quale uomo diabolico,
-identificato persino con l'Anticristo. Del carattere che
-così la leggenda gli veniva attribuendo un'ombra s'aveva
-a stendere su tutto ciò che gli stava d'intorno; e ch'egli
-e i familiari suoi avessero intelligenza con Satanasso doveva
-parere presunzione, più che ragionevole, necessaria.
-Strani uomini si vedevano in quella corte; strane cose vi
-si facevano; di più miracoli dell'arti occulte (così dicevasi)
-<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span>
-vi si dava saggio e spettacolo. Quivi Saraceni in
-gran numero, i quali tutti eran tenuti accoliti e serventi
-del diavolo; quivi messi, che da paesi remoti ed incogniti
-recavano meraviglie non più vedute; quivi giocolieri d'ogni
-nazione e maestria; quivi maghi, operatori d'inauditi prodigi<a class="tag" id="tag451" href="#note451">[451]</a>.
-Federico II traeva a sè gli uomini singolari come
-la calamita il ferro. Nell'anno 1231, essendo egli alla
-dieta di Ravenna, ebbe a trovarsi (così narra il cronista
-Tommaso Tusco) con certo Riccardo, venutovi in compagnia
-d'altri cavalieri d'Alemagna, il quale si spacciava
-per iscudiero di Olivieri, del paladino morto da quattro
-secoli, e asseriva d'essere stato altra volta in Ravenna insieme
-col suo signore, con Carlo Magno e con Orlando.
-Richiesto dall'imperatore di dar qualche prova di quanto
-affermava, fece discoprire certa cappella e certe arche sepolcrali
-da gran tempo interrate, e scovare sul davanzale
-di una finestra altissima certi sproni rugginosi, dimenticativi
-da un gigantesco cavaliere di Carlo<a class="tag" id="tag452" href="#note452">[452]</a>. Dei miracoli
-d'arte che i suoi maestri sapevano oprare diede un saggio
-Federico quando, volendo ricambiare il soldano di certi
-ricchissimi doni che n'avea ricevuti, gli mandò, oltre a
-cento stendardi d'oro, e cento destrieri di Spagna, e cento
-palafreni da sollazzo, «uno albero tutto pieno d'uccegli,
-e tutti erano d'argento; e quando traeva alcuno vento,
-tutti cantavano e dirizzavansi e chinavansi, ed erano a
-vedere una grande meraviglia: e questo albero si commetteva
-tutto insieme<a class="tag" id="tag453" href="#note453">[453]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Chi sa mai quant'altre così fatte novelle dovettero narrarsi
-di Federico II, le quali non son venute sino a noi,
-ma che tutte dovevano riuscire a questo effetto, di sollevare
-e di stendere intorno a lui e alla sua corte come
-una caligine di meraviglioso, attissima a mutar volto e
-colore alle persone che ci si movevan dentro, e che già
-per altre ragioni eran disposte e inchinevoli al mutamento.
-<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span>
-Fra Salimbene ebbe certo a udirne di molte, che
-a noi rincresce sieno state passate da lui sotto silenzio,
-dicendo egli in due luoghi della sua Cronica: Di Federico
-io so molt'altre superstizioni e curiosità e maledizioni e
-perversità e inganni, dei quali alcuni consegnai in altra
-mia cronica, e di cui taccio ora per amor di brevità, e
-perchè mi rincresce riferire tante sue fatuità<a class="tag" id="tag454" href="#note454">[454]</a>. Sebbene
-di Michele Scotto non sia mai ricordo nei Regesti di Federico,
-se non in quanto si accenni ad alcuna delle sue
-versioni; e sebbene non sia da credere all'Anonimo Fiorentino
-che lo crea senz'altro maestro dell'imperatore<a class="tag" id="tag455" href="#note455">[455]</a>;
-pur nondimeno non è da dubitare ch'ei non fosse uno de'
-familiari suoi, un frequentatore della sua corte, e forse
-uno dei molti astrologi che l'imperatore si teneva d'attorno.
-Ma, s'avesse egli, o non s'avesse cotale ufficio, da
-quella familiarità e da quella frequentazione doveva venire
-nuovo argomento e nuovo stimolo alla leggenda magica
-che già, per altre ragioni, era per formarsi intorno
-al suo nome.
-</p>
-
-<h3>III.</h3>
-
-<p>
-La leggenda di Michele Scotto, simile in questo a tutte
-le altre leggende, non nacque certo già bella e formata,
-ma si venne formando a poco a poco, in virtù di svolgimenti
-e di aggregazioni successive. In essa si possono
-distinguere due parti principali: l'una, che narra di lui
-come conoscitor del futuro o indovino; l'altra, che narra
-di lui come mago; ma dire qual delle due preceda in
-ordine di tempo, o se entrambe non sorgano congiuntamente,
-è cosa impossibile ora. Gli è vero che Salimbene
-ricorda di lui soltanto le predizioni, e nulla dice dell'arte
-magica più propriamente detta; ma ciò non significa
-<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span>
-punto che l'altra parte della leggenda non fosse già nata,
-se non cresciuta; o che Salimbene dovesse ignorarla; mentre
-vediamo che Pietro Alighieri, fatto di questa consapevole,
-se non da altro, dai versi stessi del poema paterno che
-commentava, dice dell'indovino, o, com'egli latinamente lo
-chiama, grande augure, ma non tocca punto del mago<a class="tag" id="tag456" href="#note456">[456]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Dante condanna alla stessa pena, promiscuamente, gli
-indovini ed i maghi; e un altro de' commentatori suoi,
-quello che chiaman l'Ottimo, giunto ai versi ov'è fatta
-menzione di Michele Scotto, nota: «Qui descrive l'autore
-d'un'altra specie d'indovini, li quali usano arte magica»<a class="tag" id="tag457" href="#note457">[457]</a>.
-Ma indovini e maghi non erano propriamente la stessa
-cosa; anzi, tra gli uni e gli altri, più che diversità, c'era,
-a rigor di dottrina, opposizione e contrasto; dappoichè, se
-l'arte magica non si poteva esercitare senza la cooperazion
-dei demonii, la divinazione escludeva ogni loro concorso,
-essendo opinione universalmente professata che i
-demonii non conoscessero il futuro. Di solito, questi indovini
-andavano debitori di quella molta o poca cognizione
-dell'avvenire ch'e' si vantavan d'avere alla scienza
-astrologica; ma tal cognizione poteva, alle volte, avere
-altra origine, essere di natura divina, confondersi col dono
-di profezia; e tale essendo, poteva (la qual cosa parrà, ed
-è forse, un po' strana) accompagnarsi con l'esercizio dell'arte
-magica, di un'arte iniqua e dannata. In Virgilio,
-quale se lo venne figurando la fantasia medievale, c'è il
-profeta di Cristo e c'è il mago; Merlino è profeta e mago
-ad un tempo; e profeta e mago in uno dovette sembrare
-a molti Michele Scotto. Graziolo de' Bambagioli, o come
-altrimenti suoni il suo nome, accenna senza dubbio a
-scienza astrologica, là dove dice: «Jste Michael Scottus
-fuit valde peritus in magicis artibus et scientia auguri,
-qui temporibus suis potissime stetit in curia Federici
-Jmperatoris»<a class="tag" id="tag458" href="#note458">[458]</a>; ma Salimbene parla propriamente di profezie,
-<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span>
-e così pure Fazio degli Uberti, nel cui <i>Dittamondo</i>
-si legge:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">In questo tempo che m'odi contare,</p>
-<p class="i02"> Michele Scotto fu, che per sua arte</p>
-<p class="i02"> Sapeva Simon mago contraffare.</p>
-<p class="i01">E se tu leggerai nelle sue carte,</p>
-<p class="i02"> Le profezie ch'ei fece troverai</p>
-<p class="i02"> Vere venire dove sono sparte<a class="tag" id="tag459" href="#note459">[459]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Non vorrei arrischiarmi in una congettura temeraria; ma
-se Dante non pose nella quarta bolgia, insieme con gli
-altri indovini, anche Merlino, quel Merlino che assai più
-di Anfiarao, di Tiresia, di Aronta, di Manto, di Euripilo,
-era allora noto all'universale, la ragione del non avervelo
-posto potrebbe essere questa, che il poeta, con altri molti,
-credeva di origine divina le profezie dell'antico bardo, alle
-quali solo una decisione del concilio di Trento tolse da
-ultimo il credito e la riputazione. Comunque sia, e' si
-vuole avvertire che noi ci troviamo qui in presenza di
-cose, di concetti, di credenze, i cui caratteri, la cui significazione,
-i cui confini, sono per le condizioni stesse
-del pensiero e della vita del medio evo, incerti ed instabili,
-con trapassi e straripamenti continui, e commutazioni
-infinite, e che in tanta mobilità e promiscuità non può
-esser luogo a definizioni troppo rigorose, a distinzioni fisse
-e perspicue.
-</p>
-
-<p>
-E la unione del profeta col mago in persona di Michele
-Scotto era agevolata dalla qualità di mago buono ch'egli
-ebbe insieme con altri parecchi. Qui ci si para dinanzi
-un fatto che nell'argomento nostro è di capitale importanza
-e vuol essere inteso a dovere. Antichissima, e serbata
-durante tutto il medio evo, è la distinzione tra la
-magia divina e la diabolica, o, se si vuol dare alla parola
-magia un più ristretto significato, tra la teurgia, che
-moveva da Dio, e la magia, che moveva dal Diavolo<a class="tag" id="tag460" href="#note460">[460]</a>.
-<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span>
-Ma anche questa distinzione non è così costante e sicura
-come potrebbe a primo aspetto sembrare. La teurgia apparteneva
-ai santi; ma la magia non apparteneva di necessità
-ad uomini malvagi e diabolici; giacchè c'erano
-maghi buoni e maghi rei, e alcuna volta è assai difficile
-distinguere il santo dal mago buono. E in vero, non solo
-operavano entrambi, su per giù, gli stessi prodigi, ma gli
-operavano ancora con lo stesso animo e con gli stessi intendimenti.
-Virgilio, se fosse stato cristiano<a class="tag" id="tag461" href="#note461">[461]</a>, sarebbe
-diventato un santo; e la leggenda narra che San Paolo
-pianse sulla sua tomba, e che San Cadoco ebbe quasi la
-prova ch'egli era salvo. Alberto Magno, di cui si disse
-che esercitasse la magia in beneficio della fede e con licenza
-del papa, al quale aveva salva in certa occasione
-la vita, fu canonizzato davvero<a class="tag" id="tag462" href="#note462">[462]</a>. Ruggero Bacone fu così
-buon cristiano che una volta punì certo suo servitore
-perchè non digiunava quand'era prescritto; un'altra volta
-riscattò un gentiluomo che per quattrini s'era obbligato
-al diavolo; e da ultimo, preso da scrupoli, bruciò tutti i
-suoi libri di magia, e si rinserrò in una cella, donde più
-non uscì, e dove finì di vivere in capo di due anni, tutti
-consacrati a pratiche di devozione. Avicenna fu un mago
-buono tra i musulmani. Mago buono è il Malagigi dei
-romanzi cavallereschi; ottimo il Prospero della <i>Tempesta</i>
-dello Shakespeare. Di questi e di altri simili maghi, storici
-o immaginarii, si può dire ciò che di Cipriano dice
-uno de' famuli suoi nel dramma del Calderon:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Yo solamente resuelvo</p>
-<p class="i01">Que, si el es mágico, ha sido</p>
-<p class="i01">El mágico de los cielos<a class="tag" id="tag463" href="#note463">[463]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Come immaginò i demonii servizievoli e amici dell'uomo,
-così immaginò la fantasia popolare i maghi buoni, stimandoli
-tali anche quando ricorressero ad arti prave ed
-<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span>
-illecite. La massima che il fine giustifica i mezzi è massima,
-in secreto o in palese, professata universalmente;
-non sempre così malvagia come molti la dicono; e non
-tale a ogni modo che se ne debbano considerare inventori
-ed osservatori i soli gesuiti, a cui, generalmente, suol
-farsene colpa. Oltre di ciò, la opinione che col cielo si
-possa tergiversare, venire a patti ed a transazioni, è
-ancor essa in fondo alla coscienza comune; e se noi la
-vediamo accolta come norma di temperamento, o, a dirittura,
-come principio regolativo della vita, in più di una
-religione pratica, ciò non vuol dir altro se non che le
-religioni, <i>in pratica</i>, prendono sempre forma dalla coscienza
-comune.
-</p>
-
-<p>
-C'è, del resto, un criterio, per cui si può abbastanza
-sicuramente conoscere il mago buono dal mago reo. Il
-reo stringe col diavolo un patto, in forza del quale ei si
-impegna di dargli l'anima in pagamento dell'ajuto che
-da esso avrà. Il buono non si obbliga con patto alcuno,
-ma riman libero, ed esercita l'arte, bensì con la cooperazione
-del diavolo, ma in virtù di un alto potere ch'egli
-s'è procacciato. Il primo esercita l'arte da mercante, e,
-in realtà, serve al diavolo, cui par che comandi: il secondo
-esercita l'arte da gran signore, e comanda al diavolo,
-cui può chiedere tutto senza concedere nulla. Così
-è che Salomone poteva forzare i diavoli a ballargli davanti;
-e dicono i maomettani che chi avesse l'anello di
-Salomone potrebbe comandare ai diavoli ogni cosa che gli
-fosse in piacere. Orbene; chi sapeva leggere nei libri magici
-poteva fare altrettanto<a class="tag" id="tag464" href="#note464">[464]</a>. Certo, questi commerci e
-queste pratiche non erano senza pericolo, come non erano
-senza peccato; ma il pericolo non era poi troppo terribile,
-e il peccato, a giudizio almeno di chi non fosse teologo
-di professione, non era grandissimo. Il Talmud permette
-d'interrogare i demonii, di chiedere loro consiglio ed ajuto:
-<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span>
-i cristiani non potevan certo giovarsi delle permissioni
-del Talmud; ma certe permissioni, quando loro faceva
-comodo, se le prendevan da sè.
-</p>
-
-<p>
-Michele Scotto fu dunque un mago buono, il quale
-comandò ai diavoli per iscienza, senza (che si sappia) obbligarsi
-loro nè in vita nè in morte. Non fu, da quanto
-mostra la sua leggenda, così largo benefattore degli uomini
-come l'unico Virgilio, ma non abusò dell'arte sua,
-e dovette essere servizievole uomo e liberale, se a due
-suoi discepoli, che lasciò in Firenze, impose (come attesta
-il Boccaccio) fossero sempre presti ad ogni piacere di
-certi gentili uomini che l'avevano onorato, e se quelli,
-obbedienti al precetto, «servivano i predetti gentili uomini
-di certi loro innamoramenti e d'altre cosette liberamente».
-Di sua bontà vedremo qualche altra prova più
-innanzi. Anche fu dabbene cristiano, tuttochè si lasciasse
-vincere in questa parte da altri, e Alberto Magno accusi
-in certo qual modo di empietà un suo libro intitolato
-<i>Quaestiones Nicolai Peripatetici</i>, e parecchi notino ch'egli
-non era troppo devoto. Vedremo, tuttavia, che un atto di
-devozione fu, in parte almeno, cagione della sua morte.
-</p>
-
-<p>
-E ora, senza più oltre indugiarci, prendiamo in esame
-le predizioni dell'indovino, o, se meglio piace, del profeta,
-e i prodigi del mago: e cominciam dalle predizioni.
-</p>
-
-<h3>IV.</h3>
-
-<p>
-Varia e copiosa fiorì in Italia, nei tre secoli XII, XIII
-e XIV, la letteratura profetica, e due furono le ragioni
-principali del suo fiorire: il ravvivarsi del sentimento religioso;
-la passione politica. Il sentimento religioso naturalmente
-inclina l'uomo a ideare un avvenire conforme
-a certi dati della fede, o a certi postulati della coscienza,
-<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span>
-e, ideatolo, a palesarlo e bandirlo<a class="tag" id="tag465" href="#note465">[465]</a>. La passione politica
-lo inclina a cercar nella predizione un concetto che lo
-sorregga e diriga, un'arme di combattimento, un principio
-di giustificazione. Nascono per tal modo due maniere
-di profezie, l'una più propriamente ascetica, l'altra
-più propriamente politica; sebbene tra le due non sia divario
-di specie a specie, ma solo di varietà a varietà; e
-sebbene delle due se ne faccia assai volte una sola: e nel
-riguardo della politica è in più particolar modo da distinguere
-la profezia che dirò suggestiva, la quale s'adopera
-a drizzar gli eventi piuttosto per una che per altra
-via; e la profezia retroattiva, la quale, descrivendo o narrando
-ciò che assume di predire, giustifica e sancisce,
-<i>post eventum</i>, un dato ordine di fatti.
-</p>
-
-<p>
-Da Gioacchino di Fiora, il quale fu
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Di spirito profetico dotato,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-a Jacopone da Todi, i profeti moltiplicarono in Italia<a class="tag" id="tag466" href="#note466">[466]</a>;
-e quasichè i nostrani non bastassero, furono tratti a questa
-volta e forzati a immischiarsi nelle cose nostre anche i
-forastieri. Di ciò nessun altro esempio più calzante per
-noi, e che più faccia al caso, di quello di Merlino, profeta
-e mago.
-</p>
-
-<p>
-Le supposte profezie di Merlino, in grazia della compilazione
-latina che ne fece Goffredo di Monmouth, si
-diffusero rapidamente e largamente per l'Europa, acquistando
-fra disparatissime genti meravigliosa e durevole
-celebrità. Esse furono accolte nelle istorie, come un lume
-atto a rischiarare le umane vicende e a guidare il giudizio;
-furono commentate e interpretate da uomini di
-grande dottrina ed autorità, qual fu uno Alano de Insulis,
-che consacrò loro un'opera divisa in sette libri. Esse ebbero
-ad influire più d'una volta sugli avvenimenti, e si
-<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span>
-serbarono in credito, e si seguitarono a stampare e citare,
-finchè non sopraggiunse, come s'è notato, il Concilio di
-Trento, che le dichiarò false e le proibì<a class="tag" id="tag467" href="#note467">[467]</a>. In grazia di
-quella tanta sua riputazione, Merlino non fu più soltanto il
-profeta dei Brettoni, ma diventò un profeta universale, a cui
-si attribuirono a mano a mano altri vaticinii, risguardanti,
-quando le sorti di una particolare nazione, quando eventi
-di carattere più generale. Così fu ch'ei divenne profeta
-anche per l'Italia, dove, già nella prima metà del secolo
-XIII, un Riccardo, che abitava in Messina, compose
-in francese, a richiesta di Federico II (si noti questo particolare),
-e spacciandola per autentica, una nuova raccolta
-di profezie di Merlino, tutte molto favorevoli all'imperatore
-e altrettanto avverse alla curia romana<a class="tag" id="tag468" href="#note468">[468]</a>. Non so se
-ad esse si riferiscano in qualche modo certe parole del
-già citato <i>Fioretto di croniche degli imperadori</i>, in un
-luogo dove, parlando appunto di Federico II, l'autore, che
-gli si addimostra assai favorevole, nota: «E se Merlino
-o vero la savia Sibilla dicono veritade, in questo Imperadore
-Federigo finì la dignitade»<a class="tag" id="tag469" href="#note469">[469]</a>. Col titolo di <i>Versus
-Merlini</i> il Muratori pubblicò in calce al <i>Memoriale potestatum
-Regiensium</i> sessanta versi leonini, assai rozzi,
-nei quali si accenna confusamente ai casi di molte città
-e province d'Italia<a class="tag" id="tag470" href="#note470">[470]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<a id="g255"></a>Qualche altra prova si potrebbe recare della fama onde,
-come profeta, Merlino ebbe a godere in Italia; ma quelle
-recate potranno bastare.
-</p>
-
-<p>
-Certo, Michele Scotto non ebbe, nè poteva avere, per
-questa parte, fama eguale a quella di Merlino, il cui
-nome era cognito a quanti (ed erano innumerevoli) avessero
-qualche dimestichezza con le leggende vaghissime,
-<i>ambages pulcherrimae</i>, come Dante le chiama, del ciclo
-arturiano, e la cui vita favolosa aveva dato materia a un
-romanzo famoso, il <i>Merlin</i> di Roberto di Borron, notissimo,
-<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span>
-come gli altri del ciclo, in Italia, e tradotto nel
-volgare nostro l'anno 1375. Nè pure ebb'egli la celebrità
-meravigliosa onde fruì più tardi Michele Nostradamus;
-ma ebbe, ciò nondimeno, come profeta, non picciolo nome.
-Salimbene, che nella sua cronica riferisce parecchie profezie
-di Merlino e d'altri, ne riferisce anche una dello
-Scotto, in versi, contenente <i>Futura praesagia Lombardiae,
-Tusciae, Romagnolae et aliarum partium</i>, e nota in proposito:
-Quanto sieno state vere queste predizioni, fu da
-molti potuto vedere, ed io stesso il vidi e lo intesi; e la
-mente mia contemplò assai cose sapientemente, e fui ammaestrato;
-onde so che, se alcune poche ne togli, furono
-vere<a class="tag" id="tag471" href="#note471">[471]</a>. Il cronista bolognese Francesco Pipino, il quale
-fiorì nella prima metà del secolo XIV, ricorda che lo
-Scotto diede fuori certi versi (probabilmente quegli stessi
-che Salimbene riporta) ov'era predetta la rovina di parecchie
-città d'Italia, con altri avvenimenti<a class="tag" id="tag472" href="#note472">[472]</a>; e Benvenuto
-da Imola assicura che parecchie profezie del nostro
-filosofo si avverarono<a class="tag" id="tag473" href="#note473">[473]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Le profezie qui ricordate furono esse veramente opera
-di Michele Scotto? o non piuttosto furono a lui attribuite
-per acquistar loro il credito e la celebrità onde quegli
-godeva, così come s'era fatto già, o tuttavia si veniva facendo,
-con Merlino? Che Michele s'arrogasse l'officio di
-profeta è provato da quanto dice in proposito Enrico
-d'Avranches, ricordato di sopra; ma che le profezie a lui
-attribuite sieno proprio di lui non si può provare, e che
-quella riferita da Salimbene non sia si può affermare sicuramente,
-quando si consideri che essa è, in sostanza,
-non favorevole, ma avversa a Federico II. Comunque sia,
-ciò che più importa a noi si è che dalla comune credenza
-e dalla leggenda ei fu tenuto profeta.
-</p>
-
-<p>
-E la leggenda altro narra in proposito. Il cronista Saba
-Malaspina (sec. XIII), avvertito come Federico II desse
-<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span>
-molta fede ad astrologi e negromanti, e si governasse con
-loro parole, soggiunge che essendogli stato predetto da
-certi <i>aruspici</i> che morrebbe <i>sub flore</i>, desideroso di vivere
-immortale, evitò con ogni studio d'entrare così in Firenze,
-come in Fiorentino di Campania, senza, per questo, poter
-fuggire alla sorte che l'aspettava<a class="tag" id="tag474" href="#note474">[474]</a>. Chi quegli aruspici
-fossero Saba non dice. Giovanni Villani narra: «Lo Imperadore
-venuto in Toscana non volle entrare in Firenze,
-nè mai non v'era intrato, però che se ne guardava, trovando
-per suoi augurj, ovvero detto d'alcuno demonio,
-ovvero profezia, come dovea morire in Firenze, onde forte
-ne temea;» e alquanto più oltre, narrando come Federico
-morisse in Firenzuola, soggiunge: «ma male seppe interpretare
-le parole mendaci, che 'l demonio li avea dette»<a class="tag" id="tag475" href="#note475">[475]</a>.
-Giovanni non sa donde propriamente venisse, di che natura
-fosse l'avvertimento; ma inclina da ultimo a crederlo
-avvertimento ingannevole di demonio. Altri, e sono
-il maggior numero, attribuiscono l'avvertimento a Michele
-Scotto. Benvenuto da Imola, notato come Michele mescolasse
-la negromanzia con l'astrologia, e come delle predizioni
-ch'ei fece alcune ebbero ad avverarsi, dice che
-male per altro s'appose quando annunziò a Federico che
-morrebbe in Firenze, mentre morì in Fiorenzuola di Puglia
-(<i>sic</i>). L'autore del <i>Fioretto delle croniche</i> degli imperadori
-nomina Michele Scotto, ma non accenna a errore
-o equivocazion di nome: «E andando per lo cammino
-(<i>lo imperadore</i>) giunse in Campania a una terra che si
-chiama Fiorentino, e quivi morì. E tutto ciò gli disse di
-sua morte Maestro Michele Scotto negli anni domini
-MCCL:» e avverte poi che Merlino parlò di Federico II,
-e profetò che vivrebbe settantasette anni. Sant'Antonino
-ricorda l'equivocazione dei nomi, ma di Michele Scotto
-non parla<a class="tag" id="tag476" href="#note476">[476]</a>; mentre alcuni fra i commentatori meno antichi
-di Dante, come il Landino, il Vellutello, il Daniello,
-<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span>
-ne fanno espresso ricordo. Taluno d'essi parla, non di
-Fiorenzuola, ma di Firenzuola. Com'è noto, Federico morì
-veramente in Fiorentino di Puglia.
-</p>
-
-<p>
-Non ispenderò parole intorno all'indole di questa profezia
-la quale arieggia certi responsi ambigui degli oracoli
-antichi: mi basterà notare ch'essa ha numerosi riscontri<a class="tag" id="tag477" href="#note477">[477]</a>.
-</p>
-
-<p>
-A Cecco d'Ascoli, mutato come Michele Scotto in mago,
-furono, come a Michele Scotto, attribuite parecchie profezie,
-ricordate da Giovanni Villani e da altri<a class="tag" id="tag478" href="#note478">[478]</a>.
-</p>
-
-<h3>V.</h3>
-
-<p>
-Se celebre come profeta, assai più celebre fu Michele
-Scotto come mago.
-</p>
-
-<p>
-Abbiam già udito il Landino affermare essere stata opinione
-universale che Michele «fusse ottimo astrologo et
-gran mago;» e l'Anonimo Fiorentino ch'ei «fu grande
-nigromante». Il Boccaccio lo fa dire da Bruno «gran
-maestro in nigromanzia», e Guiniforto delli Bargigi lo
-vanta «grande incantatore nella corte di Federico II»<a class="tag" id="tag479" href="#note479">[479]</a>.
-Nel <i>Paradiso degli Alberti</i>, Maestro Luigi Marsilii, facendosi
-a narrare una novella che vedremo or ora, dice
-di voler narrare «uno caso assai famoso e noto e pubblicamente
-fatto da tale, che, secondo che certo si crede,
-non fu in Italia già moltissimi secoli più dotto e famoso
-mago». Aveva dunque avuto ragione Dante di affermare
-che Michele seppe <i>veramente</i> quel gioco, e Fazio degli
-Uberti ch'ei seppe contraffare Simon Mago, maestro e
-principe di tutti i maghi. In sul finire del secolo XV e
-in sul principiar del seguente questa celebrità di Michele
-Scotto non era ancor dileguata: Teofilo Folengo, nella
-maccheronea XVIII ce ne fa testimonianza.
-</p>
-
-<p>
-La leggenda magica di Michele Scotto non dovett'essere
-<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span>
-per certo, così copiosa e compaginata come fu quella di
-Virgilio; ma certo fu più compaginata e copiosa di quanto
-ora appaja a noi, che non siam più in grado di conoscerla
-tutta. Di ciò le prove non mancano. Benvenuto da Imola
-ricorda avere udito narrar di Michele, <i>de quo jam toties
-dictum est et dicetur</i>, assai cose, che pajono a lui piuttosto
-immaginate che vere<a class="tag" id="tag480" href="#note480">[480]</a>; e l'Anonimo Fiorentino:
-«Dicesi di lui molte cose meravigliose in quell'arte».
-Più secoli dopo il Dempster nota che ancora a' suoi tempi
-si narravan di lui innumerevoli fiabe, <i>innumerabiles</i>...
-aniles fabulae. Avvertasi che la leggenda magica di Michele
-Scotto nasceva e prendeva vigore giusto nel tempo
-in cui cominciava ad appalesarsi in modo più risentito
-il triste vaneggiamento superstizioso che tante sciagure
-procacciò di poi; quando contro gli stregoni e le streghe
-s'instruivano i primi processi e s'accendevano i primi
-roghi; quando Gregorio IX, di cui abbiamo udite le lodi
-date al filosofo, si levava con impetuoso sdegno contro
-l'arte dannata e contro i rei che osavan di professarla.
-Nasceva la leggenda e prendeva vigore in un tempo assai
-favorevole al suo nascere ed al suo crescere.
-</p>
-
-<p>
-I racconti in cui la leggenda prende corpo e colore si
-possono spartire in due gruppi: l'uno, di quelli nati in
-Italia, o, per lo meno, riferiti da autori italiani; l'altro,
-di quelli nati fuori d'Italia, e più propriamente nella
-patria del filosofo, in Iscozia. Tra questi due gruppi non
-è diversità quanto al concetto che li informa e sorregge;
-ma non è nemmeno continuità: li tiene congiunti insieme
-il nome di colui che diede argomento alla leggenda. Volgiamoci
-primamente al primo.
-</p>
-
-<p>
-Jacopo della Lana, Francesco da Buti, l'Anonimo Fiorentino,
-Cristoforo Landino, Alessandro Vellutello, narrano,
-quale più in breve, quale più in disteso, e con particolarità
-che variano dall'uno all'altro, come, essendo in Bologna,
-<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span>
-Michele invitasse a banchetto molti gentili uomini
-della città, senza apparecchiare vivanda alcuna, e neanco
-accendere il fuoco in cucina, e come, essendo i convitati
-seduti intorno alle mense, cominciassero a venir per l'aria
-serviti di molte vivande, e Michele dicesse loro: questo
-viene dalla cucina del re di Francia; quest'altro dalla
-cucina del re d'Inghilterra, e così di séguito; e il tutto avveniva
-per diligenza di spiriti, comandati da Michele<a class="tag" id="tag481" href="#note481">[481]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Il qual Michele, per altro, non potrebbe vantarsi d'essere
-stato al mondo solo operatore di tanto prodigio, chè
-altri l'operarono prima, e altri dopo di lui. Di Pasete, <i>il
-quale superò tutti gli uomini nell'arte magica</i>, ricorda
-Suida come facesse apparire sontuosi banchetti, e donzelli
-che li servivano, e il tutto novamente sparire<a class="tag" id="tag482" href="#note482">[482]</a>; e miracoli
-simili narra Origene dei maghi d'Egitto<a class="tag" id="tag483" href="#note483">[483]</a>. Numa
-Pompilio, Virgilio, Tiridate I, re d'Armenia, un re dei
-Bramani, Alberto Magno, Ruggero Bacone, Pietro Barliario,
-Fausto, un rabbino per nome Löw, conobbero tutti
-quest'arte, e la praticarono con ottimo successo<a class="tag" id="tag484" href="#note484">[484]</a>. Il diavolo
-Astarotte imbandì a Rinaldo e a Ricciardetto un banchetto
-sontuoso, e avendo i due paladini domandato
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i07"> onde l'oste abbia avute</p>
-<p class="i03"> Queste vivande che son lor venute;</p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i01">Rispose il diavol: Questa colezione,</p>
-<p class="i02"> E le vivande che mangiato avete,</p>
-<p class="i02"> Apparecchiava il re Marsilione;</p>
-<p class="i02"> E giunti in Roncisvalle lo saprete,</p>
-<p class="i02"> Che i servi insieme ne fecion quistione;</p>
-<p class="i02"> E se del vostro imperador volete</p>
-<p class="i02"> Ch'io faccia qui venir lesso o arrosto,</p>
-<p class="i02"> Comanda pur, chè ci sarà tantosto<a class="tag" id="tag485" href="#note485">[485]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Nè potrebbe il nostro Michele vantarsi d'essere stato il
-solo che sapesse operare il miracolo, riferito dall'Anonimo
-Fiorentino, di far comparire «essendo di gennaio, viti
-<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span>
-piene di pampani et con molte uve mature», le quali
-sparvero subito che i presenti si furono accinti a tagliare
-i grappoli co' coltelli; perchè un miracolo in tutto simile
-a questo seppe operare anche Fausto<a class="tag" id="tag486" href="#note486">[486]</a>, e altri incantatori
-seppero, di pieno verno, far comparire interi giardini, verdi
-e fioriti. Così l'Ebreo Sedecia, di cui si dice, nel <i>Paradiso
-degli Alberti</i>, che l'anno 876 fece sorgere, in presenza
-dell'imperator Lodovico, uno stupendo giardino,
-tutto odoroso di fiori, tutto sonante del canto d'infiniti
-uccelli; così Alberto Magno, che in un giardino miracoloso
-imbandì un miracoloso banchetto; così Cecco d'Ascoli,
-di cui si racconta che «in un convito di dame, a tempo
-d'inverno, fece apparir pergolati, e fiori e frutta, come di
-primavera e autunno»<a class="tag" id="tag487" href="#note487">[487]</a>. Ma il prodigio più pomposo e
-mirabile fu quello operato dal secondo. Nel cuor del verno,
-Alberto Magno pregò una volta l'imperatore Guglielmo
-di volersi recare, con tutta la corte, a desinare in sua
-casa. V'andò l'imperatore, e il buon mago lo menò, insieme
-col séguito, in un giardino, dove, tra gli alberi
-sfrondati, in mezzo alla neve ed al ghiaccio che coprivano
-intorno ogni cosa, si vedeva apparecchiato il convito. I
-cortigiani cominciarono a mormorare, sembrando loro uno
-strano scherzo quello dell'ospite che li aveva condotti a
-intirizzir di freddo; ma come l'imperatore si fu seduto
-a mensa, e gli altri similmente, ciascuno secondo il suo
-grado, ecco splendere in cielo un sole estivo, ecco disfarsi
-in un baleno la neve ed il ghiaccio, la terra e gli alberi
-germinare e vestirsi di verzura e di fiori, brillar tra le
-fronde i frutti maturi, e l'aria d'intorno sonare del canto
-soavissimo d'infiniti uccelli. In breve la caldura crebbe
-di sorta, che i convitati cominciarono a togliersi i panni
-di dosso, e, mezzo ignudi, ripararono all'ombra degli alberi.
-Fornito il mangiare, i numerosi e leggiadri valletti
-che avevan servito sparvero come nebbia, e di subito il
-<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span>
-cielo si rabbujò, e le piante si dispogliarono, e un orrido
-gelo ravvolse novamente ogni cosa, con sì acerba freddura,
-che gli ospiti, tremando, corsero in casa, e si accalcarono
-intorno al fuoco<a class="tag" id="tag488" href="#note488">[488]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Non estraneo forse ai banchetti magici di Michele era
-un barletto portentoso, che mai non si votava. Si racconta
-nelle chiose sopra Dante alle quali si dà il titolo di Falso
-Boccaccio, che nel campo e nel padiglione dell'imperator
-Federico, il giorno in cui questi fu sconfitto da' Parmigiani
-assediati, un povero ciabattino, andatovi con altri
-infiniti a far preda, trovò un barletto pien di vino squisitissimo,
-e sel portò a casa. Egli e la donna sua ogni dì
-ne spillavano; ma per quanto ne spillassero, non potevano
-vederne la fine: onde il pover uomo, meravigliato, volle
-vedere che mai ci fosse dentro, e ruppe il barletto, e vi
-trovò una piccola figurina di un angelo d'argento, il
-quale con l'un de' piedi premeva un grappolo d'uva,
-similmente d'argento, e dal grappolo usciva quel perfettissimo
-vino. Così appagò egli la sua curiosità; ma
-tosto se n'ebbe a pentire, perchè dal barletto non uscì più
-nemmeno un gocciolo; e il barletto «era fatto per arte
-magicha e di negromanzia, e questo fecie Tales, overo
-Michele Scotto, per la sua scienzia e virtù»<a class="tag" id="tag489" href="#note489">[489]</a>. L'autore
-di queste chiose è il solo che affibbii a Michele il nome
-di Tales (Talete?), nè so dire perchè sel faccia. Di un
-altro botticino che non si votava mai, ma che avrebbe
-perduta la virtù il giorno in cui alcuno avesse voluto
-guardarvi dentro, fu autore Virgilio, secondo attesta Bonamente
-Aliprando<a class="tag" id="tag490" href="#note490">[490]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Questi racconti hanno popolare l'origine, popolare il
-carattere. Stimolata dal bisogno e talora dalla fame, la
-fantasia vagheggiò nell'arte magica un mezzo sbrigativo
-e sicuro di sovvenire alla fame e al bisogno. Di qui sì
-fatte ed altre simili finzioni, le quali perpetuamente rinascono
-<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span>
-dal desiderio perpetuo. La borsa inesauribile di
-Fortunato passa di mano in mano: a Pietro d'Abano i
-denari spesi facevano ritorno da sè, fedelmente; l'antico
-Pasete, già ricordato, aveva un mezzo obolo che sempre
-gli rivolava in tasca, e che diede argomento a un proverbio.
-</p>
-
-<p>
-Di tutt'altro carattere, e più romanzesco, e men comune,
-è un altro prodigio che del nostro mago si narra.
-</p>
-
-<p>
-Federico II celebrava in Palermo, con solennissime feste,
-la elezione sua a re dei Romani. Il giorno della festa
-maggiore, essendo chiarissimo il cielo, e già seduti intorno
-alle mense i convitati, e cominciato a dar l'acqua alle
-mani, si presentò all'imperatore Michele Scotto, insieme
-con un suo compagno, entrambi in abito di Caldei, e ricordato
-come da un mese circa non fosse più stato in
-corte, offerse di dar saggio dell'arte sua. L'imperatore lo
-pregò di far rinfrescare, con un buono scataroscio di pioggia,
-l'aria, ch'era caldissima. Obbedì il mago, e tosto, rannuvolatosi
-il cielo, imperversò una furiosa procella, la quale
-si chetò prontamente, come appena l'imperatore n'ebbe
-espresso il desiderio. Ammirato e lieto di tal meraviglia,
-l'imperatore invitò i savii a chiedergli quale grazia più
-loro piacesse, ch'egli era pronto a concederla, e Michele
-il pregò di voler dar loro uno de' suoi baroni, perchè fosse
-loro campione, e li aiutasse ad aver ragione di certi nemici,
-co' quali erano in guerra. Acconsentì Federico, e li
-invitò a scegliere tra' cavalieri presenti quello che loro
-fosse più in grado, ed essi scelsero un cavaliere tedesco,
-per nome Ulfo, e subito, con esso lui (così parve al cavaliere)
-si posero in viaggio, sopra due grandi e magnifiche
-galere, avendo seco numerosa e bella compagnia.
-Navigando a seconda, risalirono lungo la costa occidentale
-d'Italia, ridiscesero lungo la costa orientale di Spagna,
-valicarono lo stretto di Gibilterra, e giunsero «a liti
-<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span>
-assai domestichi e piacevoli», dove si fe' loro incontro
-molto popolo festante, ed ebbero, come signori di quel paese,
-meravigliose accoglienze; e di lì passarono a un luogo,
-ov'era accampato un grandissimo esercito, pronto a muovere
-contro il nemico, e dell'esercito, Ulfo fu gridato capitano.
-Comincia allora una micidialissima guerra. Si
-combattono due grandi battaglie campali, a cui tien dietro
-la espugnazione d'una città. Ulfo uccide di sua mano il
-re nemico, ne occupa il trono, ne sposa la figliuola, e
-riman, d'ogni cosa, per volontà di Michele, solo ed assoluto
-signore. Michele e il compagno chiedono allora licenza e
-si partono, e Ulfo vive lietissimo in compagnia della
-moglie, che adora, e ha da lei più figliuoli, così maschi
-come femmine. Trascorsi quasi vent'anni, Michele e il
-compagno tornano a lui, e lo sollecitano ad andarsene con
-loro in Sicilia, alla corte dell'imperatore. Ulfo, benchè di
-mala voglia si parta dalla famiglia e dal regno, cede
-alla loro preghiera, si pone con essi in viaggio, giunge
-con essi a Palermo, ed ecco ritrova, con sua stupefazione
-grandissima, nella corte di Federico, le cose tutte in quella
-condizione medesima in cui le aveva lasciate, chè dai donzelli
-non s'era ancor finito di dar l'acqua alle mani. Quelli
-che ad Ulfo erano, per illusion di magia, sembrati molt'anni,
-non erano stati se non pochi istanti; e la novella
-soggiunge che il povero cavaliere non potè racconsolarsi
-mai più della felicità che credeva di aver goduta e perduta.
-In quel punto medesimo Michele e il compagno
-sparirono, e per quanto Federico, doglioso della tristezza
-del suo cavaliere, li facesse cercare, non fu più possibile
-di trovarli.
-</p>
-
-<p>
-La novella di cui io ho qui dato un sunto, è narrata
-molto per disteso nel <i>Paradiso degli Alberti</i><a class="tag" id="tag491" href="#note491">[491]</a>; ma, assai
-prima che in questo romanzo, fu introdotta nel <i>Novellino</i>,
-salvo che qui è narrata, come le altre del libro, in forma
-<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span>
-assai compendiosa, e che il luogo di Michele Scotto e del
-suo compagno vi è tenuto da «tre maestri di nigromanzia»,
-di nessun de' quali si dice il nome, e un conte
-di San Bonifazio fa le veci del cavaliere Ulfo<a class="tag" id="tag492" href="#note492">[492]</a>. L'avventura,
-o, a meglio dire, l'incantesimo che le porge argomento,
-riappare, variato più o meno, in numerosi racconti<a class="tag" id="tag493" href="#note493">[493]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Della valentia di Michele Scotto nell'arti magiche, e
-dei prodigi operati da lui, rimase lungo ricordo in Italia.
-Nella maccheronea XVIII del <i>Baldo</i>, Teofilo Folengo,
-enumerando le varie figure di maghi ond'era adorno il
-libro di Muselina, non dimentica Michele, e fa cenno
-de' suoi incantamenti: immagini diaboliche; filtri amatorii;
-un cavallo invisibile, che rapido come saetta, il
-portava dovunque gli piacesse d'andare; certa nave disegnata
-sulla riva, che si mutò in vera e propria nave
-trasvolante pei mari; una cappa che faceva invisibile chi
-la indossava, ma lasciava scorgere l'ombra del corpo, se
-quegli, incauto, si fosse esposto al sole<a class="tag" id="tag494" href="#note494">[494]</a>. Non so se altri,
-prima del Folengo, avesse attribuiti a Michele sì fatti
-prodigi, che dagli autori più antichi non si vedono ricordati;
-ma quanto ai prodigi stessi, l'invenzione non è
-del Folengo. Un cavallo molto simile a quello da lui
-descritto ci si parerà dinanzi a momenti: il miracolo
-della nave si racconta di Eliodoro, di Virgilio, di Pietro
-Barliario, di altri<a class="tag" id="tag495" href="#note495">[495]</a>: delle immagini, dei filtri, della cappa
-che rende l'uomo invisibile, nulla è da dire, tanto sono
-comuni. In principio del secolo XVII, Antonio Maria Spelta
-ricordava ancora, ma per burlarsene, i banchetti magici
-di Michele Scotto<a class="tag" id="tag496" href="#note496">[496]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ora sarebbe a dire della morte di Michele secondo la
-tradizione italiana; ma avendosi, circa quella morte, anche
-una tradizione scozzese, dirò di entrambe congiuntamente
-più oltre.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span>
-</p>
-
-<h3>VI.</h3>
-
-<p>
-I racconti intorno al nostro buon mago dovettero essere
-in Iscozia, e anche in Inghilterra, assai numerosi. Abbiam
-veduto il Dempster accennare a <i>favole innumerevoli</i>:
-Gualtiero Scott, alla cui diligenza dobbiamo le poche di
-cui s'abbia notizia, dice di riferire alcune delle molte che
-a' suoi tempi narravansi ancora. E sono queste che seguono<a class="tag" id="tag497" href="#note497">[497]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Certi sudditi del re di Francia avevano, in danno di
-certi sudditi del re di Scozia, commesso non so che atti
-di pirateria. Il re di Scozia pregò Michele d'andarne a
-chiedere soddisfazione e risarcimento, e Michele accettò
-l'ufficio; ma, anzichè provvedersi di sontuoso equipaggio,
-come richiedeva la condizione d'ambasciatore, egli si ritrasse
-nel suo studio, aperse un suo libro magico, evocò
-un demonio in figura di un gran cavallo nero, gli montò
-addosso, e lo forzò a volare per l'aria alla volta di Francia.
-Mentre così volavano sopra il mare, il demonio chiese
-insidiosamente al suo cavaliere che cosa mai borbottassero
-le vecchie donnicciuole di Scozia in sul punto di
-mettersi a letto. Un incantator meno esperto avrebbe risposto:
-Il <i>Pater noster</i>; e subito il nemico se lo sarebbe
-scosso dal dorso e l'avrebbe precipitato nell'onde. Ma Michele
-severamente rispose: Di ciò che t'importa? Sali,
-diavolo, e vola! Giunto in Parigi, legò il cavallo alla
-porta del palazzo, si presentò al re, espose arditamente il
-suo messaggio. Il re accolse poco rispettosamente un ambasciatore
-che si mostrava in così povero arnese, e stava
-per rispondergli con un superbo rifiuto, quando Michele
-il pregò di voler soprassedere ad ogni risoluzione fino a
-che il suo cavallo avesse dato tre zampate in terra. Alla
-<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span>
-prima zampata traballarono tutti i campanili di Parigi,
-sonarono tutte le campane; alla seconda tre torri del
-palazzo rovinarono; e l'infernal palafreno stava per picchiare
-la terza, quando il re, prima di vederne gli effetti,
-concesse a Michele tutto quanto gli aveva domandato.
-</p>
-
-<p>
-Questo di un viaggio per l'aria, compiuto con l'ajuto
-di un diavolo, in brevissimo tempo, è tema di racconto
-assai comune<a class="tag" id="tag498" href="#note498">[498]</a>; e comune la finzione del cavallo diabolico<a class="tag" id="tag499" href="#note499">[499]</a>,
-e l'accorgimento o il precetto di non far atto, o
-profferir parola, che abbia carattere religioso. Le streghe,
-che a cavalcioni d'una granata, o sul dorso di un caprone,
-si recavan di notte, per l'aria, alla tregenda, erano precipitate
-a terra se facevano il segno della croce, se invocavano
-Dio o i santi.
-</p>
-
-<p>
-Un'altra volta Michele, mentre dimorava nella torre di
-Oakwood, sul fiume Ettrick, a circa tre miglia da Selkirk,
-udì parlare di una strega, detta la strega di Falsehope,
-la quale aveva sua stanza sull'altra sponda del fiume. Una
-mattina egli si recò da lei, per metterla alla prova; ma
-fu deluso, poichè quella negò d'avere qualsiasi cognizione
-dell'arte magica. Discorrendo, Michele posò sbadatamente
-la verga sopra una tavola, e la strega, datole
-subitamente di piglio, lo percosse con quella e lo trasformò
-in lepre. Egli, così mutato, sguizzò fuori; ma si
-imbattè nel suo proprio servitore, e ne' proprii suoi cani,
-i quali presero a corrergli dietro, e in breve l'ebbero serrato
-così da vicino, che egli, per avere un momento di
-respiro e poter disfar l'incanto, si dovette cacciare, dopo
-faticosissima fuga, in una cloaca. Desideroso di vendicarsi,
-Michele, una bella mattina, nel tempo del raccolto, andò,
-co' suoi cani, sopra di un colle, e mandò il servo dalla
-strega, a chiederle un po' di pane per le bestie, istruendolo
-di quanto dovesse fare in caso che ne avesse un rifiuto.
-La strega ricusò con parole ingiuriose, e il servo
-<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span>
-attaccò all'uscio un breve, datogli dal padrone, ove, insieme
-con più parole cabalistiche, si potevan leggere questi
-due versi:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Il servitore di Michele Scotto</p>
-<p class="i01">Chiese del pane e invece ebbe un rimbrotto<a class="tag" id="tag500" href="#note500">[500]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Senza por tempo in mezzo, la vecchia, tralasciata la occupazion
-sua, ch'era di cuocere il pane pei mietitori, prese
-a ballare intorno al fuoco, ripetendo que' versi. Giunta
-l'ora del desinare, il marito di lei, non vedendo venire le
-provvigioni, mandò l'uno dopo l'altro i suoi uomini a vedere
-quale fosse la cagion del ritardo; ma tutti furono
-colti dalla stessa malia, e tutti, senza più pensare a tornarsene
-indietro, entrarono nella danza. Da ultimo si
-mosse anche il marito, ma veduto Michele sul colle, sapendo
-del brutto scherzo fattogli dalla donna, fu più cauto
-degli altri, e non entrò in casa, ma guardò dalla finestra,
-e vide i suoi mietitori, i quali, trescando senza volere,
-trascinavano la moglie sua, oramai più morta che viva,
-quando intorno, e quando attraverso il fuoco, che, secondo
-l'uso, ardeva nel bel mezzo della stanza. Non cercò altro,
-ma sellato un cavallo, corse sul colle, si umiliò dinanzi
-a Michele, e lo pregò di far cessare l'incanto, grazia che
-il buon mago subito gli concesse, avvertendolo di entrare
-in casa a ritroso, e di staccare con la mano sinistra il
-breve dall'uscio. Così fece il buon uomo e l'incanto cessò.
-</p>
-
-<p>
-Ci sono due cose in questo racconto che richiamano
-più particolarmente la nostra attenzione: la metamorfosi
-del mago in lepre; la danza magica forzata.
-</p>
-
-<p>
-È credenza antichissima, e comune a tutte le razze
-umane, che, per virtù di magia, l'uomo possa mutarsi, o
-essere mutato in bruto, e che una simile mutazione possa
-anche operare il volere di un nume<a class="tag" id="tag501" href="#note501">[501]</a>. La mitologia classica
-abbonda, a questo riguardo, di notissimi esempii, a
-<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span>
-cui fa riscontro, nella Bibbia, il caso di Nabucco, e fanno
-riscontro molti miti fanciulleschi di genti selvagge. Il
-medio evo conservò sì fatta credenza, se pur non l'accrebbe,
-e per secoli nessuno dubitò della realtà della licantropia<a class="tag" id="tag502" href="#note502">[502]</a>,
-nessuno negò che gli stregoni e le streghe
-potessero prendere la forma di quell'animale che più fosse
-loro piaciuto, o farla prendere altrui<a class="tag" id="tag503" href="#note503">[503]</a>. La trasformazione
-era del corpo propriamente, e dicevasi che l'anima, nel
-corpo mutato, serbavasi inalterata; ma anche in questa,
-come in tante altre opinioni del tempo, è difetto di precisione
-e di certezza. Più e più cronisti narrano il caso
-del re Gontrano di Francia, la cui anima, sotto forma di
-un topo, fu veduta uscire dalla bocca di lui dormente,
-passare un ruscello, entrare nel cavo di un monte, scoprirvi
-un tesoro, e rientrar poi d'ond'era uscita; e molte
-e molte leggende ascetiche narran di anime vaganti in
-forma d'uno o d'altro animale, il più sovente di uccelli.
-Gli è assai difficile dire dove, secondo le idee medievali,
-cessi il bruto e l'uomo incominci, tanto quello è fatto
-prossimo a questo. Sono senza numero le pie leggende in
-cui si vedono i leoni e le tigri rispettare i martiri; i
-santi anacoreti vivere familiarmente con le fiere del deserto,
-avere da esse nutrimento e difesa, e talvolta operar
-miracoli in loro beneficio; varii animali esser fatti messi
-del cielo, ammonire i peccatori, predir l'avvenire, o, se
-non altro, osservare le feste<a class="tag" id="tag504" href="#note504">[504]</a>. Perciò, come non è a meravigliare
-dell'uso che il medio evo fece degli animali in
-servigio della esemplificazione e del simbolo, così non è
-da stupire delle procedure giudiziali, delle sentenze, delle
-maledizioni e delle scomuniche cui, più d'una volta, essi
-porsero occasione e argomento. Perciò San Francesco aveva
-ragione di predicare agli animali e di farli assistere alla
-santa messa; aveva ragione di chiamarli fratelli; e non
-ebbe torto il giorno in cui maledisse una troja che aveva
-<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span>
-ammazzato un agnello, e che per la forza di quella maledizione
-morì in capo di tre giorni<a class="tag" id="tag505" href="#note505">[505]</a>. Dopo la morte,
-l'uomo ritrovava gli animali in inferno; ne ritrovava qualcuno,
-secondo la popolare credenza, in paradiso.
-</p>
-
-<p>
-Di danze forzate sono molti esempii in leggendarii, in
-croniche, in novelle popolari. Sempre hanno carattere o di
-burla maligna o di castigo, e chi le promuove può essere
-così un mago come un sant'uomo. Ruggero Bacone forzò
-tre ladri a ballare tutta una notte. Infiniti sono i racconti
-ove si vedono colte successivamente alla stessa
-malia molte persone, delle quali quelle che giungon dopo
-vengono col proposito di vedere che cosa sia occorso alle
-altre, giunte prima, o con quello di liberarle. Il caso di
-Michele e della strega porge inoltre esempio di quelle
-gare di maghi onde tanti altri esempii si hanno, a cominciare
-da quello celebre di Mosè e dei maghi d'Egitto.
-</p>
-
-<p>
-Dice Gualtiero Scott che a tempo suo, nel mezzodì
-della Scozia, ogni fabbrica antica e di gran lavoro si credeva
-opera del <i>vecchio Michele</i>, o di Sir Guglielmo Wallace,
-o del diavolo. Ben s'intende che il vecchio Michele,
-come ogni altro mago, s'era in ciò giovato della forza e
-della industria dei diavoli. E la leggenda narra di uno
-di questi diavoli, il quale era sempre attorno a Michele,
-e non voleva mai starsi con le mani in mano, ma lo importunava
-senza fine perchè volesse dargli faccenda. Michele
-gli ordinò di costruire una diga attraverso il fiume
-Tweed, a Kelso, e in una notte la diga fu fatta. Poi Michele
-gl'ingiunse di spartire in tre il colle di Eildon, e
-in un'altra notte il colle fu spartito. Finalmente Michele
-gl'impose d'intrecciar corde d'arena, e a questa disperata
-bisogna il buon diavolo attende tuttora. Notisi che evocare
-i diavoli, e non occuparli subito in qualche cosa,
-poteva portar pericolo. Il <i>famulus</i> di Virgilio, avendone
-evocati molti storditamente, e vedendoli impazienti e minacciosi,
-<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span>
-ordinò che lastricassero la strada da Roma a
-Napoli, e così fecero. I ponti, i muri, gli acquedotti, i
-palazzi fabbricati dai diavoli sono innumerevoli: tra le
-opere loro si ha pure qualche bella chiesa, e più di un
-convento.
-</p>
-
-<p>
-La morte di Michele Scotto è narrata in modi affatto
-diversi dalla tradizione italiana e dalla tradizione scozzese.
-</p>
-
-<p>
-Francesco Pipino, già ricordato, racconta: Dicesi che
-Michele Scotto, avendo trovato d'avere a morire della percossa
-di un sassolino di peso determinato, immaginò una
-nuova armatura del capo, detta cervelliera, e di quella
-andava sempre coperto. Un giorno, essendo in una chiesa,
-nel momento della ostensione o elevazione del corpo di
-Cristo, egli, per consueta reverenza, si nudò il capo, e in
-quella appunto il fatal sassolino, cadendo dall'alto, il percosse,
-e lievemente il piagò. Postolo in una bilancia, e
-trovatolo del peso che avea preveduto, intese esser giunta
-la sua fine, e dato ordine alle cose sue, di quella ferita
-indi a poco morì<a class="tag" id="tag506" href="#note506">[506]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Con leggiere varianti questa novella è narrata pure da
-Benvenuto da Imola, dal Capello, commentatore del Dittamondo,
-dal Daniello, dal Landino, dal Vellutello, e, riferendosi,
-senza dubbio, ad essa, parecchi cronisti dicono,
-come il Pipino, Michele inventore della cervelliera<a class="tag" id="tag507" href="#note507">[507]</a>.
-Questa morte di Michele Scotto ricorda quella di Virgilio,
-che avvertito, secondo la leggenda, di guardarsi il
-capo, morì d'insolazione.
-</p>
-
-<p>
-Stando alla tradizione scozzese, Michele Scotto morì per
-la malvagità di una donna, sua moglie, o concubina. Costei
-riuscì a farsi palesare da lui ciò che, insino allora, egli
-aveva tenuto a tutti celato; cioè che con l'arte sua egli
-poteva premunirsi da ogni pericolo, salvo che dalla velenosa
-virtù di un brodo fatto con la carne di una troja
-furiosa. Cotal brodo per lo appunto ella gli diede a bere,
-<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span>
-e il povero mago se ne andò all'altro mondo; non così
-presto tuttavia, che non gli rimanesse tempo di punir con
-la morte la traditrice.
-</p>
-
-<p>
-Per questo racconto Michele entra a far parte della
-numerosa famiglia degli ingannati dalle donne, famiglia
-così spesso ricordata da poeti e romanzatoti del medio evo,
-e nella quale figurano Adamo, Salomone, Sansone, Aristotele,
-Virgilio, Merlino, Artù e parecchi altri.
-</p>
-
-<p>
-Dei libri magici di Michele Scotto durò lungo il ricordo
-in Iscozia. A' tempi del Dempster si credeva che
-essi esistessero ancora, ma non si potessero aprire senza
-spavento, a cagione de' prestigi diabolici che tosto si offerivano
-a chi li aprisse<a class="tag" id="tag508" href="#note508">[508]</a>. Del pericolo che gl'inesperti
-potevan correre in aprire i libri magici son molti esempii:
-due nipoti di Pietro Barliario vi lasciarono la vita. I libri
-di Michele, dicevasi, erano stati sepolti con lui, o si conservavano
-nel convento ov'egli era morto, o in un castello,
-appesi ad arpioni di ferro. Del libro magico di Cecco
-d'Ascoli si disse in Italia che fosse conservato nella Laurenziana,
-o sopra le volte di San Lorenzo, assicurato con
-catene. Nel canto II del suo <i>Lay of the last Minstrel</i>,
-Gualtiero Scott narra la storia di un cavaliere, per nome
-Guglielmo Debraine, il quale con l'ajuto di un vecchio
-monaco, che già aveva conosciuto Michele Scotto, apre la
-tomba del mago e ne toglie il libro magico. In mezzo a
-una luce meravigliosa, che riempie la tomba, il mago
-appar loro come fosse ancor vivo, maestoso nell'aspetto,
-col libro del comando nella mano sinistra, una croce d'argento
-nella destra, e quasi co' segni della eterna salute
-nel volto<a class="tag" id="tag509" href="#note509">[509]</a>. Tutto ciò è invenzion del poeta.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span>
-</p>
-
-<h3>VII.</h3>
-
-<p>
-De' prodigi che la leggenda attribuisce a Michele Scotto,
-non pochi, come abbiam veduto, si narrano di altri maghi;
-e in generale può dirsi che le numerose leggende di maghi
-pervenute, in tutto o in parte, sino a noi, presentano, insieme
-con alcune picciole parti divariate e proprie, una
-parte, di molto maggiore, uniforme e comune. Di questa
-uniformità e comunanza son due ragioni: la prima, che
-i temi principali della finzione sono naturalmente di numero
-assai ristretto, e, in condizioni simili di coltura e
-di vita, rinascono e si ripetono simili; la seconda, che i
-temi passano d'una in altra leggenda, di modo che i
-maghi nuovi ereditano dagli antichi; i maghi celebri arricchiscono
-a spese degli oscuri. Abbiamo qui un caso
-speciale di quel generale procedimento di attrazione e di
-accumulazione per cui tutte le leggende crescono, e di
-cui tanti esempii ci porgono le storie favolose e mirabili
-degli eroi epici, dei santi, ecc. Così fu che la leggenda
-di Virgilio crebbe di numerose sottrazioni fatte alle leggende
-di altri maghi; così fu che crebbe la leggenda di
-Fausto.
-</p>
-
-<p>
-Virgilio, Ruggero Bacone, Pietro Barliario, Cecco
-d'Ascoli, Fausto, diedero materia a storie popolari, nelle
-quali si pensò d'avere raccolti ordinatamente tutti i miracoli
-che loro si attribuivano, narrata per intero la vita,
-dal nascimento alla morte. In essi appare, non più la
-leggenda disgregata, ma la leggenda integrata, venuta a
-termine di crescenza. Non si sa che di Michele Scotto
-siasi scritta una cotale storia in Italia; ma potrebbe darsi
-che fosse stata scritta in Iscozia. Un poeta, per nome
-Satchells, ignoto alle storie letterarie e ai repertorii bibliografici,
-<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span>
-ma citato, non so con quanta veridicità, da
-Gualtiero Scott, parla di una storia di Michele Scotto da
-lui veduta<a class="tag" id="tag510" href="#note510">[510]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Come le altre leggende di presunti maghi, la leggenda
-di Michele Scotto cominciò a trovar molti increduli, e fu
-risolutamente negata, dopo che la nuova coltura ebbe sgombrate
-le menti dalle caligini medievali. Il Pits, il Dempster,
-il Leland, il Naudé, altri, schifano la leggenda, esaltano,
-come s'è veduto, il sapere di Michele, dicono ch'egli fu
-mago solo nell'opinione del volgo. Nel 1739, un Giovanni
-Gotofredo Schmutzer scrisse un'apposita dissertazione per
-difendere Michele Scotto dalla imputazione di veneficio<a class="tag" id="tag511" href="#note511">[511]</a>.
-Per veneficio l'autore intese probabilmente, come dai Latini
-molte volte s'intese, maleficio, sortilegio: a me non
-fu dato di veder quest'opuscolo.
-</p>
-
-<p>
-In Italia le leggende di Pietro Barliario e di Cecco
-d'Ascoli son vive tuttora, offron tuttora alcun pascolo alla
-curiosità popolare; ma quella di Michele Scotto è spenta
-già da gran tempo<a class="tag" id="tag512" href="#note512">[512]</a>. In Iscozia, la leggenda di Michele
-Scotto, viva ai tempi dell'autore d'<i>Ivanhoe</i>, è forse viva
-anche ora; ma non andrà molto che e questa, e quelle,
-ed altre parecchie, andranno a raggiungere le innumerevoli
-che i nuovi tempi, i nuovi costumi e le nuove idee
-hanno cancellate per sempre dal libro della vita. Allora,
-solo nei libri degli eruditi esse troveranno ricetto e riposo.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span>
-</p>
-
-<h3 id="notefilos">NOTE</h3>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note432">
-<p><span class="label"><a href="#tag432">432</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XX, 115-7.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note433">
-<p><span class="label"><a href="#tag433">433</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Scrive <span class="smcap">Adolfo Bartoli</span> nel VI volume della sua <i>Storia della
-letteratura italiana,</i> parte 2ª, p. 78: «Non molto ci interessano
-gli indovini della quarta bolgia, se non forse per dimostrarci
-che Dante non prestava fede all'arte magica. In tale giudizio
-non posso accordarmi con l'illustre amico mio, profondo conoscitore
-dell'opere tutte dell'Alighieri. Da più luoghi del poema,
-e in particolar modo dal racconto posto in bocca a Virgilio nel
-IX canto dell'<i>Inferno</i>, vv. 22-7, si ricava, parmi, con sicurezza,
-che Dante non dissentiva, per questo capo, dalla comune credenza
-de' tempi suoi, credenza che Tommaso d'Aquino aveva,
-con logico procedimento, ridotto in forme dottrinali. Dante vide
-nella magia un'arte diabolica, nascente dalla mostruosa alleanza
-dell'uomo con le potenze infernali; e se potè credere, con altri
-assai, che i prodigi per essa operati non fossero se non finzioni
-e frodi del diabolico ingegno, non però credette quell'arte
-un'arte vana, come oggi s'intende. Già <span class="smcap">Lattanzio</span> aveva detto,
-parlando dei demonii: «Eorum inventa sunt astrologia, et
-aruspicina, et auguratio, et ipsa quae dicuntur oracula, et necromantia,
-et ars magica». (<i>De origine erroris</i>, l. II, cap. 16).
-Non altrimenti la pensò Dante; e s'egli disviluppò Virgilio dalla
-leggenda magica che gli s'era stretta d'attorno, penso il facesse,
-non tanto perchè tal leggenda gli paresse assurda in sè stessa,
-quanto perchè gli premeva purgare da un'accusa gravissima il
-nome venerato del suo maestro ed autore. Cfr. uno scritto recente
-di <span class="smcap">F. D'Ovidio</span>, <i>Dante e la magia</i>, nella <i>Nuova Antologia
-</i>del 16 settembre 1892.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note434">
-<p><span class="label"><a href="#tag434">434</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I biografi che scrissero in latino s'attengono alla forma
-<i>Scotus</i>, e il <span class="smcap">Dempster</span> espressamente avverte (<i>Historia ecclesiastica
-gentis Scotorum</i>, Bologna, 1627, p. 494): «cognomentum
-etiam Scoti non est familiae sed nationis». Vedi in contrario
-<span class="smcap">Wuestenfeld</span>, <i>Die Uebersetzungen arabischer Werke in das Lateinische
-seit dem XI. Jahrhundert,</i> estr. dalle <i>Abhandlungen der
-königlichen Gesellschaft der Wissenschaften zu Göttingen</i>, vol. XXII,
-1877, p. 99. Gualtiero Scott (v. citazione più sotto) scrisse <i>Michael
-Scott.</i></p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note435">
-<p><span class="label"><a href="#tag435">435</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«E dice l'autore poetando che <i>ne' fianchi è poco</i>, quasi a
-dire: elli fu spagnuolo, in per quello che li spagnuoli nel suo
-abito fanno strette vestimenta». <i>Commedia di</i> <span class="smcap">Dante degli Allagherii</span>
-<i>col commento di Jacopo di Giovanni dalla Lana Bolognese</i>,
-Milano (1865), p. 93.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note436">
-<p><span class="label"><a href="#tag436">436</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Così pure il <span class="smcap">Boccaccio</span> (<i>Decam.</i>, giorn. VIII, nov. 9ª): «... ebbe
-riome Michele Scotto, perciò che di Scozia era». Il Landino,
-avvertito come alcuni volessero lo Scotto spagnuolo, altri scozzese,
-soggiunge, senza brigarsi di sapere chi abbia ragione e
-chi torto: «Ma tutti conchiudono, che fosse ottimo astrologo,
-et gran mago».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note437">
-<p><span class="label"><a href="#tag437">437</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Chiose anonime alla prima cantica della</i> Divina Commedia <i>di
-un contemporaneo del poeta, pubblicate da</i> Francesco Selmi, Torino,
-1865, p. 114. La seconda notizia data dall'anonimo è da
-collegare, senza dubbio, con una delle interpretazioni di quelle
-parole del poeta: <i>che ne' fianchi è così poco</i>, allusive, secondo
-alcuni, a certa foggia di vestire: «abiti corti e strettissimi
-usati da Scozzesi, Inglesi e Fiamminghi», dice il Daniello.
-Altri vuole che quelle parole alludano a forma naturale della
-persona, o a magrezza prodotta da soverchio studio: dubbio
-grande, che lasceremo volentieri insoluto.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note438">
-<p><span class="label"><a href="#tag438">438</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi: <span class="smcap">Balaeus</span>, <i>Illustrium Majoris Britanniae scriptorum,
-hoc est Angliae, Cambriae et Scotiae summarium</i>, s. l., 1548,
-f. 120 r.; <span class="smcap">Pits</span>, <i>De rebus anglicis</i>, Parigi, 1619, t. I, p. 374;
-<span class="smcap">Dempster</span>, <i>Op. cit., l. cit</i>.; <span class="smcap">Leland</span>, <i>Commentarii de scriptoribus
-britannicis</i>, Oxford, 1709, vol. I, p. 254; <span class="smcap">Tanner</span>, <i>Bibliotheca
-Britannico-Hibernica</i>, Londra, 1748, p. 525; <span class="smcap">Huillard-Bréholles</span>,
-<i>Historia diplomatica Friderici secundi</i>, Parigi, 1859-61, t. I,
-p<sup>e</sup> 1ª, Introduzione, p. <span class="smcap lowercase">DXXII</span>; <i>Nouvelle biographie générale</i> (1861);
-<span class="smcap">Wuestenfeld</span>, <i>Op. cit.</i>, l. cit.; <span class="smcap">Hauréau</span>, <i>Histoire de la philosophie
-scolastique</i>, Parigi, 1872-80, p<sup>e</sup> 2ª, vol. I, p. 124; <i>Encyclopaedia
-britannica</i>, s. <i>Scot</i>.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note439">
-<p><span class="label"><a href="#tag439">439</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Biblioteca Napoletana</i>, Napoli, 1678, p. 216. <span class="smcap">Pier Luigi Castellomata</span>
-avrebbe espresso quella opinione in un suo libro intitolato
-<i>Amor della patria</i>, libro che a me non venne fatto di
-ritrovare nemmeno nelle biblioteche di Napoli. Il <span class="smcap">Nicodemo</span>,
-nelle <i>Addizioni</i> alla <i>Biblioteca</i> del <span class="smcap">Toppi</span>, Napoli, 1683, p. 174,
-rimise le cose a posto, dicendo che lo Scotto, da alcuni era
-stimato scozzese, da altri inglese.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note440">
-<p><span class="label"><a href="#tag440">440</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il <span class="smcap">Boccaccio</span>, <i>Decam.</i>, nov. cit., fa dire a Bruno che Michele
-fu un tempo in Firenze, e vi lasciò due suoi discepoli; Jacopo
-della Lana, Francesco da Buti, l'Anonimo Fiorentino dicono
-ch'egli fu in Bologna.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note441">
-<p><span class="label"><a href="#tag441">441</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Parecchi fanno vivere Michele sino verso il 1290 e anche
-più tardi; ma vedi in contrario <span class="smcap">Budinszky</span>, Die Universität Paris
-und die Fremden an derselben im Mittelalter, Berlino, 1876,
-p. 96. Il Pits dice a dirittura: «Claruit anno post incarnatum
-Dei Verbum 1290, dum Anglicani Regni solio sedebat Edwardus
-Primus»; e altri soggiungono che Michele fu in molta grazia
-presso quel re, e s'ebbe da lui, nel 1286, una missione importante.
-Ma poichè l'anno della nascita di poco può essere spostato,
-recando una delle traduzioni di Michele la data del 1217,
-si vede quanto quelle notizie, che farebbero vivere il filosofo
-un secolo, o più, sieno poco probabili. L'errore nacque, senza
-dubbio, da eguaglianza di nomi. <span class="smcap">Ruggero Bacone</span>, <i>Opus majus</i>,
-parte 2ª, cap. 8, si scostò meno dal vero dicendo Michele apparso
-<i>annis Domini 1230 transactis</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note442">
-<p><span class="label"><a href="#tag442">442</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi intorno al sapere di Michele Scotto, e al luogo che
-gli spetta nella storia della filosofia, <span class="smcap">Stöckl</span>, <i>Geschichte der Philosophie
-des Mittelalters</i>, Magonza, 1864-6, t. II, parte 1ª, p. 346;
-<span class="smcap">Reuter</span>, <i>Geschichte der religiösen Aufklärung im Mittelalter</i>, Berlino,
-1875-7, vol. II, pp. 271-2; ma soprattutto Hauréau, Op. cit.,
-l. cit.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note443">
-<p><span class="label"><a href="#tag443">443</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Physonomia. La qual compilò</i> <span class="smcap">Maestro Michael Scotto</span><i> a
-preghi de Federico Romano Imperatore, huomo de gran scientia.
-Et è cosa molto notabile e da tener secreta</i>, ecc. Vinegia, Bindoni
-e Pasini, 1537. Di questo libro ebbe a ricordarsi l'Aretino,
-quando, per burlarsi della scienza ond'esso s'intitola, fece dire
-a messer Biondello medico, nella scena 4ª dell'atto III dell'<i>Ipocrito</i>:
-«È studio molto dilettevole e pulcro quel de la fisonomia,
-e però ho fatto uno opuscolo <i>de cognitione hominum per
-aspectum</i> secondo Aristotile, Scoto, Cocle, Indagine e la eccellenza
-di me filosofo moderno, perocchè <i>frons magna et cuperata
-est inditium potatoris, nasus aquilinus testis est majestatis imperatoriae,
-et facies rugosa testimonium senectutis</i>».</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note444">
-<p><span class="label"><a href="#tag444">444</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Fare un elenco esatto, sia delle traduzioni, sia delle opere
-originali di Michele Scotto non è possibile. Vedi, oltre agli
-autori già citati, che parlano del filosofo, <i>Jourdain</i>, Recherches<i>
-sur l'âge et l'origine des traductions latines d'Aristote</i>, nuova
-edizione, Parigi, 1843; <span class="smcap">Hartwig</span>, <i>Uebersetzungsliteratur Unteritaliens</i>,
-1886, p. 21. Per le stampe vedi le opere bibliografiche
-dell'Hain, del Brunet et del Grässe. Qui ricorderò ancora che
-sotto il nome di Michele va un <i>Libro della Sfera</i>, in ottava
-rima, s. l. nè a., che io non potei vedere, ma che probabilmente
-fu desunto dalla versione del trattato di Alpetrongi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note445">
-<p><span class="label"><a href="#tag445">445</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi l'Appendice, num. 2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note446">
-<p><span class="label"><a href="#tag446">446</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Huillard-Bréholles</span>, <i>Op. cit., t. cit.</i>, p. dxxiv.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note447">
-<p><span class="label"><a href="#tag447">447</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Chronica</i>, Parma, 1857, pp. 169-70. V. l'Appendice, num. 3.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note448">
-<p><span class="label"><a href="#tag448">448</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>In astrologiam</i>, l. XII, c. 7.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note449">
-<p><span class="label"><a href="#tag449">449</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Acta Sanctorum</i>, t. II di maggio, p. 405.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note450">
-<p><span class="label"><a href="#tag450">450</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Comparetti</span>, <i>Virgilio nel medio evo</i>, Livorno, 1872, vol. II,
-pp. 96-7.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note451">
-<p><span class="label"><a href="#tag451">451</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Novellino</i>, nov. XXI del testo gualteruzziano.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note452">
-<p><span class="label"><a href="#tag452">452</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">D'Ancona</span>, <i>Tradizioni carolingie in Italia, Rendiconti della
-R. Accademia dei Lincei, Cl. di sc. mor., stor. e filol.</i>, t. V,
-1º sem., fasc. 6. Quivi, per trascorso di penna, il fatto, anzichè
-a Federico II, è riferito a Federico Barbarossa. Questo Riccardo
-miracoloso non fu il solo della sua specie. Da più cronisti è
-ricordato certo Giovanni, detto, non senza ragione, de Temporibus,
-il quale, essendo stato a' servigi di Carlo Magno, morì
-circa il mezzo del secolo XII, in età di più che 350 anni. Lo
-stesso Carlo ebbe a dare argomento a qualche leggenda consimile.
-Nella <i>Chanson de Roland</i> dice re Marsilio a Ganellone
-(vv. 537-9, testo di T. Müller):
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i06"> Mult me puis merveillier</p>
-<p class="i01">De Carlemague qui est canuz et vielz,</p>
-<p class="i01">Mien escientre, dous cenz ans ad e mielz.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span>
-</p>
-
-<p>
-Qui può essere ricordato pure quell'Artefio, che, secondo più
-scrittori del medio evo, visse 1025 anni, e fu tutt'uno con Apollonio
-Tianeo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note453">
-<p><span class="label"><a href="#tag453">453</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Fioretto di croniche degli Imperadori</i>, Lucca, 1858, p. 30.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note454">
-<p><span class="label"><a href="#tag454">454</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>L. cit.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note455">
-<p><span class="label"><a href="#tag455">455</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Anonimo Fiorentino</span>, <i>Commento alla</i> Divina Commedia, <i>stampato
-a cura di</i> Pietro Fanfani, Bologna, 1866-74, vol. I, p. 452.
-V. l'Appendice, num. 9. Si sa che questo commento è originale
-soltanto per l'Inferno e parte del Purgatorio; nel rimanente è
-tutt'uno con quello di Jacopo della Lana.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note456">
-<p><span class="label"><a href="#tag456">456</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Petri Allegherii</span> <i>super</i> Dantis <i>ipsius genitoris</i> Comoediam
-<i>commentarium</i>, Firenze, 1846, p. 209.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note457">
-<p><span class="label"><a href="#tag457">457</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>L'Ottimo Commento della</i> Divina Commedia, Pisa, 1827,
-vol. I, p. 372.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note458">
-<p><span class="label"><a href="#tag458">458</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Fiammazzo</span>, <i>I codici friulani della</i> Divina Commedia, Parte 2ª,
-<i>Il commento più antico e la più antica versione latina dell'</i>Inferno
-<i>dal codice di Sandaniele</i>, Udine, 1892, p. 89.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note459">
-<p><span class="label"><a href="#tag459">459</a>.&nbsp;&nbsp;</span>L. II, cap. 27.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note460">
-<p><span class="label"><a href="#tag460">460</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tale distinzione è anche fatta dai musulmani. Vedi <span class="smcap">Maury</span>,
-<i>La magie et l'astrologie dans l'antiquitè et au moyen-âge</i>, 4ª ediz.,
-Parigi, 1877, p. 196. Sanno tutti di quanta celebrità abbia goduto
-fra' rabbini, e goda tuttavia fra' seguaci di Maometto,
-Salomone, quale institutore massimo della magia divina.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note461">
-<p><span class="label"><a href="#tag461">461</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Veramente non mancò nel medio evo chi il facesse cristiano.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note462">
-<p><span class="label"><a href="#tag462">462</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Alcuno vi fu cui spiacque dirlo mago, e che i prodigi operati
-da lui ascrisse a solo saper naturale. Nel <i>Rosajo della vita</i>
-di <span class="smcap">Matteo Corsini</span> (Firenze, 1845, pp. 15-16) si legge: « Troviamo
-che uno Alberto Magno, el quale fu de' Frati Predicatori,
-venne a tanta perfezione di senno, che per la sua grande
-sapienzia fe' una statua di metallo a sì fatti corsi di pianeti,
-e colsela sì di ragione, ch'ella favellava: e non fu per arte
-diabolica nè per negromanzia: però che gli grandi intelletti
-non si dilettano di cioè, perchè è cosa da perdere l'anima e 'l
-corpo; che è vietata tale arte dalla fede di Cristo. Onde uno
-frate chiamando frate Alberto alla sua cella, egli non essendogli,
-la statua rispose. Costui credendo che fosse idolo di mala
-ragione, la guastò. Tornando frate Alberto, gli disse molto
-male, e disse che trenta anni ci avea durata fatica, e: Non
-imparai questa scienza nell'ordine de' Frati. El frate dicea:
-Male ho fatto; perdonami. Come! non ne potrai fare un'altra?
-Rispose frate Alberto, di qui a trenta migliaia d'anni non se ne
-potrebbe fare un'altra per lui; però che quello pianeto ha fatto
-el suo corso, e non ritornerà mai più per infino a detto tempo».
-Questa novella, che ha riscontri assai numerosi, fu, da altri,
-narrata alquanto diversamente. Confrontisi con ciò che <span class="smcap">Filippo
-Villani</span> (<i>Vite di uomini illustri</i>) narra di una statua costruita
-da Guido Bonatti, <i>non arte magica, ut infamatores sui nominis
-voluerunt, sed astrologiae diligentia et observatione</i>. (<span class="smcap">Boncompagni</span>,
-<i>Della vita e delle opere di Guido Bonatti, astrologo ed astronomo
-del secolo XIII</i>, Roma, 1851, pp. 6-7).</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note463">
-<p><span class="label"><a href="#tag463">463</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>El mágico prodigioso</i>, giorn. III, in fine.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note464">
-<p><span class="label"><a href="#tag464">464</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I demonografi sono pressochè concordi nel dire che il diavolo
-non può essere forzato, e che la sua obbedienza ai maghi
-è finzione ancor essa; ma la credenza popolare contraddisse in
-questo, come in altri punti, alla opinione dei trattatisti di professione.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note465">
-<p><span class="label"><a href="#tag465">465</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Intorno alla condizione del sentimento religioso in Italia,
-in quel tempo, vedi il bel libro del <span class="smcap">Gebhart</span>, <i>L'Italie mystique.
-Histoire de la renaissance religieuse au moyen-âge</i>, Parigi, 1890.
-Vedi pure: <i>Briefe heiliger und gotterfürchtiger Italiener gesammelt
-und erläutert von</i> <span class="smcap">Alfred von Reumont</span>, Friburgo, i. B., 1877,
-Prefazione.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note466">
-<p><span class="label"><a href="#tag466">466</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cfr. intorno all'argomento <span class="smcap">Gaspary</span>, <i>Geschichte der italienischen
-Literatur,</i> vol. I, Lipsia, 1855, pp. 355 sgg.; <span class="smcap">Mazzatinti</span>,
-<i>Un profeta umbro del secolo XIV</i> (Tommasuccio da Foligno) nel
-<i>Propugnatore</i>, vol. XV (1882), parte 1ª.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note467">
-<p><span class="label"><a href="#tag467">467</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">San-Marte</span> (<span class="smcap">A. Schulz</span>), <i>Die Sagen von Merlin</i>, Halle,
-1858, pp. 9 sgg., 262 sgg.; <span class="smcap">Hersart de la Villemarqué</span>, <i>Myrdhinn
-ou l'enchanteur Merlin</i>, Parigi, 1862, pp. 291 sgg. Il celebre
-Battista Mantovano (1448-1516), in fine del suo poema in
-tre libri su Niccolò da Tolentino, parla ancora di Merlino come
-di un uomo singolare, generato dal diavolo e dotato di spirito
-profetico.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note468">
-<p><span class="label"><a href="#tag468">468</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Hersart de la Willemarqué</span>, <i>Op. cit.</i>, pp. 343 sgg. G. Manni,
-in una nota apposta alla Cronaca di Buonaccorso Pitti, da lui
-pubblicata (Firenze, 1720, p. 93, n. 1) ricorda una <i>Profezia di
-Merlino, tradotta in toscano da un certo Paulino</i>, contenuta, secondo
-egli dice, in un manoscritto antico, posseduto allora
-dall'abate Pier Andrea Andreini.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note469">
-<p><span class="label"><a href="#tag469">469</a>.&nbsp;&nbsp;</span>P. 29. Il <i>Fioretto</i> è scrittura dei primi anni del sec. XIV.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note470">
-<p><span class="label"><a href="#tag470">470</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Scriptores rerum italicarum</i>, t. VIII, pp. 1177-8. Li riprodusse
-il San-Marte, Op. cit., pp. 264-5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note471">
-<p><span class="label"><a href="#tag471">471</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pp. 176-8.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note472">
-<p><span class="label"><a href="#tag472">472</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Chronicon</i>, ap. <span class="smcap">Muratori</span>, <i>Scriptores</i>, t. IX, p. 670. V. l'Appendice,
-num. 1.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note473">
-<p><span class="label"><a href="#tag473">473</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">L'Huillard-Bréholles</span> pubblicò alcuni versi che sono, in
-parte, quelli stessi riportati da Salimbene, ma disposti in altro
-ordine. Essi trovansi adespoti nel codice onde li trasse; ma un
-codice di Bruxelles li attribuisce a Michele Scotto (<i>Chronicon</i>
-<i>placentinum et chronicon de rebus in Italia gestis</i>, Parigi, 1856,
-Prefazione, pp. <span class="smcap lowercase">XXI-XXII</span>).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note474">
-<p><span class="label"><a href="#tag474">474</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Rerum sicularum libri sex</i>, l. I, cap. 2, ap. <span class="smcap">Muratori</span>, <span class="smcap">Scriptores</span>,
-t. VIII, coll. 788-9.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note475">
-<p><span class="label"><a href="#tag475">475</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Cronica</i>, l. VI, capp. 36 e 41. Avverte ancora il Villani che
-nemmeno in Faenza volle mai por piede Federico.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note476">
-<p><span class="label"><a href="#tag476">476</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Historiae</i>, Lione, 1527, parte III, tit. XIX, cap. 6, § 2,
-f. 42 r., col. 1.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note477">
-<p><span class="label"><a href="#tag477">477</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi in questo volume a p. 26.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note478">
-<p><span class="label"><a href="#tag478">478</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">Castelli</span>, <i>La vita e le opere di Cecco d'Ascoli</i>, Bologna,
-1892, pp. 47, 155.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note479">
-<p><span class="label"><a href="#tag479">479</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Lo</i> Inferno <i>della</i> Commedia <i>di</i> <span class="smcap">Dante Alighieri</span> <i>col comento
-di</i> <span class="smcap">Guiniforto delli Bargigi</span>, Marsiglia e Firenze, 1858, p. 477.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note480">
-<p><span class="label"><a href="#tag480">480</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Comentum super</i> <span class="smcap">Dantis Aldigherij</span> Comoediam, Firenze,
-1887 sgg., vol. II, p. 88.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note481">
-<p><span class="label"><a href="#tag481">481</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Jacopo della Lana</span>, <i>l. cit,; Commento di</i> <span class="smcap">Francesco da Buti
-</span><i>sopra la</i> Divina Commedia di <span class="smcap">Dante Allighieri</span>, Pisa, 1858,
-vol. I. p. 533; <span class="smcap">Anonimo Fiorentino</span>, l. cit.; <span class="smcap">Dante</span> <i>con l'espositioni
-di</i> <span class="smcap">Cristoforo Landino</span> <i>et d</i><span class="smcap">'Alessandro Vellutello</span>, Venezia,
-1596, f. 106 v.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note482">
-<p><span class="label"><a href="#tag482">482</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Lexicon</i>, s. v. Πάσης. Di questo Pasete ebbe a parlare
-anche Apione Grammatico, in un suo libro <i>De mago</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note483">
-<p><span class="label"><a href="#tag483">483</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Contra Celsum</i>, I, 68.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note484">
-<p><span class="label"><a href="#tag484">484</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Plutarco</span>, <i>Vitae, Numa</i>, 15; <span class="smcap">Plinio</span>, <i>Hist. nat.</i>, XXX, 6;
-<span class="smcap">Filostrato</span>, <i>De vita Apollonii Thyanaei</i>, III, 27; Comparetti,
-<i>Op. cit.</i>, vol. II, pp. 137-8, 146, 257-8, 300; <i>Albertus Magnus in
-Geschichte und Sage</i>, Colonia, 1880, pp. 155-9; <span class="smcap">Graesse</span>, <i>Sagenbuch
-des preussischen Staats</i>, Glogau, 1868-71, vol. II, pp. 72-3; <i>The
-famous Historie of Fryer Bacon, Early english Prose Romances,
-with bibliographical and historical Introductions, edited by</i> <span class="smcap">William
-J. Thoms</span>, 2ª ediz., Londra, 1858, vol. I, p. 195;<i> Historia von
-Doctor Johann Fausten, in Simrock, Die deutschen Volksbücher</i>, volume
-IV, p. 45; <span class="smcap">Scheible</span>, <i>Das Kloster</i>, vol. V, Stoccarda, 1847,
-pp. 169-70; vol. XI, 1849, pp. 1130 sg.; <span class="smcap">Zambrini</span>, <i>Meraviglie
-diaboliche, Propugnatore</i>, vol. I, 1868, pp. 238-9.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note485">
-<p><span class="label"><a href="#tag485">485</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Morgante Maggiore</i>, c. XXV, st. 220-1.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note486">
-<p><span class="label"><a href="#tag486">486</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Filippo Camerario</span>, <i>Operae horarum subcisivarum</i>, centuria
-prima, nuova edizione accresciuta, Francoforte 1644, cap. LXX.
-Il Goethe ebbe a giovarsi di questa novella nella scena della
-cantina di Auerbach.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note487">
-<p><span class="label"><a href="#tag487">487</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Palermo</span>, <i>I manoscritti palatini di Firenze</i>, vol. II, Firenze,
-1860, p. 252.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note488">
-<p><span class="label"><a href="#tag488">488</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Magnum Chronicon Belgicum</i>, in <span class="smcap">Pistorius</span>, <i>Rerum germanicarum
-scriptores</i>, ediz. dello Struvio, Ratisbona, 1726 sg., t. III,
-pp. 268-9; <span class="smcap">Trithemius</span>, <span class="smcap">Chronicon Hirsaugiense</span>, ad ann. 1254, ecc.
-Cfr. la nov. 5 della giorn. X del <i>Decamerone</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note489">
-<p><span class="label"><a href="#tag489">489</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Chiose sopra</i> <span class="smcap">Dante</span>, pubblicate a cura di Lord Vernon,
-Firenze, 1846, pp. 162-3, V. l'Appendice, num. 8.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note490">
-<p><span class="label"><a href="#tag490">490</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Cronica</i>, cap. 8, ap. <span class="smcap">Muratori</span>, <i>Scriptores</i>, t. V, coll. 1076-7.
-Virgilio fece in Napoli anche una fontana,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">La quale sempre olio si gittava,</p>
-<p class="i01">E dal gittare mai non s'astenia.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note491">
-<p><span class="label"><a href="#tag491">491</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Il Paradiso degli Alberti</i>, edito da <span class="smcap">A. Wesselofsky</span>, vol. II,
-Bologna, 1867, p. 180-217 (<i>Sc. di cur. lett.</i>, disp. 86-7).</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note492">
-<p><span class="label"><a href="#tag492">492</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nov. cit. Questa novella, che è la XX del testo borghiniano,
-può vedersi pure, segnata col n. XXVIII, fra le Novelle<i>
-antiche dei codici Panciatichiano-Palatino 138 e Laurenziano-Gaddiano
-193</i>, edite a cura di <span class="smcap">Guido Biagi</span>, Firenze, 1880,
-pp. 36-8.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note493">
-<p><span class="label"><a href="#tag493">493</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi, a questo riguardo, <span class="smcap">D'Ancona</span>, <i>Le fonti del Novellino,
-in Studj di critica e storia letteraria</i>, Bologna, 1880, pp. 310-12.
-La novella trovasi pure fra quelle suppositizie che Gaetano
-Cioni mise sotto il nome di Giraldo Giraldi, e nella seconda
-edizione, Amsterdam (Firenze) 1819, sta a pp. 183-98. Basta
-darle un'occhiata per farsi certo che il Cioni conobbe il romanzo
-di Giovanni da Prato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note494">
-<p><span class="label"><a href="#tag494">494</a>.&nbsp;&nbsp;</span>V. l'Appendice, num. 10.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note495">
-<p><span class="label"><a href="#tag495">495</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Queste navi, le quali, alcuna volta, anzichè sull'acqua, correvan
-per l'aria, servivano ai maghi, sia per sottrarsi a particolari
-nemici, sia per sottrarsi alla giustizia. Spesso si vedono
-i maghi, sia buoni, sia malvagi, deludere i giudici, uscire miracolosamente
-di carcere, sgusciar di mano al carnefice; tema
-di racconti di cui è facile riconoscere il carattere affatto popolare.
-Non citerò esempii, essendovene in grandissimo numero.
-(Vedi <span class="smcap">Comparetti</span>, <i>Op. cit.</i>, vol. II, pp. 133-5, 137, 155-6, 255-6,
-277-9, 292, 296, 300-1; Camerario, Op. e l. cit.). Bensì possono
-essere ricordate a questo proposito le navi aeree di cui si servivano
-i malvagi incantatori per trasportare nel paese di Magonia
-le messi rubate. (Cf. <i>Des</i> <span class="smcap">Gervasius von Tilbury</span>, <i>Otia imperialia
-in einer Auswahl, neu herausgegeben und mit Anmerkungen
-begleitet von</i> <span class="smcap">Felix Liebrecht</span>, Hannover, 1856, pp. 2-3, 62, 261).
-Intorno a Pietro Barliario vedi <span class="smcap">D'Ancona</span>, <i>Un filosofo e un mago</i>,
-in <i>Varietà storiche e letterarie</i>, Milano, 1883-5, vol. I, pp. 15-38.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note496">
-<p><span class="label"><a href="#tag496">496</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>La saggia pazzia, fonte d'allegrezza, madre de' piaceri, regina
-de' belli humori</i>, Pavia, 1607, l. II, pp. 53-4. Questo libro
-ebbe la poco meritata ventura di due traduzioni francesi. L'autore
-ricorda pure un altro Scotto, <i>più moderno</i>, del quale dicevasi
-che ajutato da spiriti facesse «giuochi d'importanza»
-e facesse «stravedere alle persone». Di quest'altro Scotto non
-so nulla. Di Michele si fa beffe anche il <span class="smcap">Garzoni</span>, nella <i>Piazza
-universale di tutte le professioni del mondo</i>, disc. XL.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note497">
-<p><span class="label"><a href="#tag497">497</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>The Lay of the last Minstrel</i>, note 11, 13, 14 al canto II.
-Non tutte le edizioni hanno queste note, e non tutte quelle che
-le hanno le han per intero: esse si possono vedere, tradotte,
-anche nel commento di Filalete (<span class="smcap">Dante Alighieri's</span> <i>Göttliche
-Comödie metrisch übertragen und mit kritischen und historischen
-Erläuterungen versehen von Philaletes</i>, Lipsia, 1865-6).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note498">
-<p><span class="label"><a href="#tag498">498</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">Landau</span>, <i>La novella di messer Torello (Decam., X, 9),
-e le sue attinenze mitiche e leggendarie, nel Giornale storico della
-letteratura italiana</i>, vol. II (1883), pp. 58-78. Pietro Barliario
-ascoltò in uno stesso giorno tre messe, in Roma, in San Giacomo
-di Compostella, in Gerusalemme; ovvero nella stessa
-notte, in Londra, in Parigi, in Salerno (<span class="smcap">Torraca</span>, <i>A proposito
-di Pietro Barliario, Rassegna settimanale</i>, 19 decembre 1880). Il
-dottore Torralva, che nel primo quarto del secolo XVI ebbe
-grande riputazione di mago, compiè parecchi di questi viaggi
-miracolosi (<span class="smcap">Wright</span>, <i>Narratives of sorcery and magic</i>, Londra, 1851,
-vol. II, pp. 5 sgg.).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note499">
-<p><span class="label"><a href="#tag499">499</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi il mio libro <i>Il Diavolo</i>, Milano, 1889, pp. 299 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note500">
-<p><span class="label"><a href="#tag500">500</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I versi inglesi propriamente dicono:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Maister Michael Scott's man</p>
-<p class="i01">Sought meat and gate nane.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note501">
-<p><span class="label"><a href="#tag501">501</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">Maury</span>, Op. cit., p. 20, n. 2; p. 51; <span class="smcap">C. Meyer</span>, <i>Der
-Aberglaube des Mittelalters</i>, Basilea, 1884, pp. 367-8.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note502">
-<p><span class="label"><a href="#tag502">502</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">Hertz</span>, <i>Der Werwolf, Beitrag zur Sagengeschichte</i>, Stoccarda,
-1862; <span class="smcap">Leubuscher</span>, <i>Ueber die Wehrwölfe und Thierwandlungen
-im Mittelalter</i>, Berlino, 1850.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note503">
-<p><span class="label"><a href="#tag503">503</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Dice <span class="smcap">Gervasio da Tilbury</span>, parlando delle streghe (<i>Otia
-imperialia</i>, decis. III, c. 93): «Scimus quasdam in forma cattarum
-a furtivo vigilantibus de nocte visas ac vulneratas, in
-crastino vulnera truncationesque membrorum ostendisse». Cf.
-<span class="smcap">Roskoff</span>, <i>Geschichte des Teufels</i>, Lipsia, 1869, vol. I, pp. 305-6.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note504">
-<p><span class="label"><a href="#tag504">504</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Negli <i>Assempri</i> di <i>Fra Filippo da Siena</i> (Siena, 1864), è un
-capitolo (il 51) intitolato: <i>Come le bestie e gli animali bruti
-guardano le feste</i>.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note505">
-<p><span class="label"><a href="#tag505">505</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Su questo tema ci sarebbe da scrivere un libro non meno
-istruttivo che dilettevole, ed io da gran tempo l'ho in mente.
-Quel tanto che se n'è scritto sinora è poco, rispetto alla vastità
-del tema. Cito: <span class="smcap">Maury</span>, <i>Essai sur les légendes pieuses du
-moyen-âge</i>, Parigi, 1843; <span class="smcap">Cahier</span> et <span class="smcap">Martin</span>, <i>Mélanges d'archéologie,
-d'histoire et de littérature sur le moyen-âge</i>, Parigi, 1847-56;
-vol. II, pp. 106-228; vol. III, pp. 203-83; <span class="smcap">Kollof</span>, <i>Die sagenhafte
-und symbolische Thiergeschichte des Mittelalters</i>, in <span class="smcap">Raumer</span>, <i>Historisches
-Taschenbuch</i>, serie IV, vol. VII, 1867; <span class="smcap">Cahier</span>, <i>Nouveaux
-mélanges</i>, etc., Parigi, 1874, pp. 106-64; <span class="smcap">Masci</span>, La leggenda
-degli animali, Napoli, 1888; <span class="smcap">Menabrea</span>, <i>De l'origine, de la forme
-et de l'esprit des jugements rendus au moyen-âge contre les animaux</i>,
-Chambéry, 1854; <span class="smcap">Agnel</span>, <i>Curiosités judiciaires et historiques.
-Procès contre les animaux</i>, Parigi, 1858; <span class="smcap">Pertile</span>, <i>Gli
-animali in giudizio, Atti del R. Istituto Veneto</i>, serie VI, t. IV;
-<span class="smcap">Harou</span>, <i>Procès contre les animaux, La Tradition</i>, anni 1891-2;
-<span class="smcap">D'Addosio</span>, <i>Bestie delinquenti</i>, Napoli, 1892.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note506">
-<p><span class="label"><a href="#tag506">506</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ap. <span class="smcap">Muratori</span>, <i>Scriptores</i>, t. IX, col. 670. Vedi l'Appendice,
-num. 4.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note507">
-<p><span class="label"><a href="#tag507">507</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Riccobaldo da Ferrara</span>, <i>Historia imperatorum</i>, ap. <span class="smcap">Muratori</span>,
-<i>Scriptores</i>, t. IX, col. 128; <i>Annales caesenates</i>, Murat.,
-t. XIV, col. 1095. Per un curioso errore <span class="smcap">Giovanni da Serravalle</span>
-(<i>Translatio et comentum totius libri</i> <span class="smcap">Dantis Aldigherii</span>,
-Prato, 1891) narra che Michele predisse cotal morte a Federico
-II. Il <span class="smcap">Naudè</span> (<i>Apologie pour tous les grands personnages
-qui ont esté soupçonnez de magie</i>, La Haye, 1653, p. 497), ricordato
-come, secondo la leggenda, Michele avesse preveduto
-di dover morire in una chiesa soggiunge: «comme il y estoit
-un jour la teste descouverte pour adorer le corps et sang de
-Jesus-Christ, la cordelle de la cloche que l'on sonnoit fit
-tomber un pierre sur sa teste qui le coursa mort au mesme lieu
-ou il fust enterré». Non so d'onde il Naudé togliesse questi
-particolari; ma dal libro del Naudé probabilmente passò nel
-<i>Grand Dictionnaire universel du XIX<sup>e</sup> siècle</i> del Larousse la
-notizia che Michele fu «<i>écrasé</i> dans une église par la chute
-d'une pierre».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note508">
-<p><span class="label"><a href="#tag508">508</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Op. e l. cit</i>.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note509">
-<p><span class="label"><a href="#tag509">509</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Before their eyes the wizard lay,</p>
-<p class="i01">As if he had not dead a day.</p>
-<p class="i01">His hoary beard in silver roll'd,</p>
-<p class="i01">He seem'd some seventy winters old;</p>
-<p class="i01">A palmer's amice wrapp'd him round,</p>
-<p class="i01">With a wrought Spanish baldric bound,</p>
-<p class="i01">Like a pilgrim from beyond the sea;</p>
-<p class="i01">His left hand held his book of might;</p>
-<p class="i01">A silver cross was in his right;</p>
-<p class="i01">The lamp was placed beside his knee;</p>
-<p class="i01">High and majestic was his look,</p>
-<p class="i01">At which the feilest fiends had shook,</p>
-<p class="i01">And all unruffled was his face;</p>
-<p class="i01">They trusted his soul had gotten grace.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note510">
-<p><span class="label"><a href="#tag510">510</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi l'Appendice, num. 11.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note511">
-<p><span class="label"><a href="#tag511">511</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De Michaele Scoto, veneficii injuste damnato</i>, Lipsia, 1739.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note512">
-<p><span class="label"><a href="#tag512">512</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Fu vivissima un tempo in Italia anche la leggenda di
-Pietro d'Abano, di cui, tra l'altro, si narrò, come di Virgilio,
-che avesse preparato il bisognevole per risuscitare, ma non risuscitò,
-per colpa di un servitore che non seppe osservare i suoi
-ordini. Il <span class="smcap">Mazzuchelli</span> fa memoria di una «celebre popolare
-commedia», che traeva argomento dalla vita di Pietro, e rappresentata
-circa il mezzo del secolo XVIII (<i>Notizie storiche e
-critiche intorno alla vita di Pietro d'Abano</i>, nella <i>Raccolta d'opuscoli
-scientifici e filologici</i> del <span class="smcap">Calogerà</span>, vol. XXIII, Venezia, 1741,
-p. III). La leggenda era ancor viva negli ultimi anni di quel
-secolo, quando <span class="smcap">Francesco Maria Colle</span> scriveva la <i>Storia scientifico-letteraria
-dello Studio di Padova</i> (Padova, 1824, vol. II,
-p. 128); ma non so se tale siasi serbata anche dopo. Il <span class="smcap">Vedova</span>
-(<i>Scrittori padovani</i>) e il <span class="smcap">Ronzoni</span> (<i>Della vita e delle opere di
-Pietro d'Abano, Atti della R. Accademia dei Lincei, serie terza,
-Memorie della classe di scienze morali, storiche e filologiche</i>, vol. II,
-1878, pp. 526-50) non dicon nulla di questo.</p>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span>
-</p>
-
-<h3 id="appscotto">APPENDICE
-<span class="smaller">ALCUNI TESTI DELLA LEGGENDA DI MICHELE SCOTTO</span></h3>
-</div>
-
-<h4>1.</h4>
-
-<p>
-<i>Futura praesagia Lombardiae, Tusciae, Romagnolae et
-aliarum partium per magistrum Michaelem Scothum
-declarata</i> (<i>Chronica</i> <span class="smcap">Fr. Salimbene</span> <i>Parmensis ordinis
-minorum ex codice Bibliothecae Vaticanae nunc primum
-edita</i>, Parma, 1857, pp. 176-7). Li riproduco tali
-e quali.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Regis vexilla timens, fugiet velamina Brixa</p>
-<p class="i02"> Et suos non poterit filios propriosque tueri.</p>
-<p class="i02"> Brixia stans fortis, secundi certamine Regis.</p>
-<p class="i02"> Post Mediolani sternentur moenia griphi.</p>
-<p class="i02"> Mediolanum territum cruore fervido necis,</p>
-<p class="i02"> Resuscitabit viso cruore mortis.</p>
-<p class="i02"> In numeris errantes erunt atque sylvestres.</p>
-<p class="i02"> Deinde Vercellus veniunt, Novaria, Laudum.</p>
-<p class="i02"> Affuerint dies, quod aegra Papia erit.</p>
-<p class="i02"> Vastata curabitur, moesta dolore flendo.</p>
-<p class="i02"> Munera quae meruit diu parata vicinis.</p>
-<p class="i02"> Pavida mandatis parebit Placentia Regis.</p>
-<p class="i02"> Oppressa resiliet, passa damnosa strage.</p>
-<p class="i02"> Cum fuerit unita, in firmitate manebit.</p>
-<p class="i02"> Placentia patebit grave pondus sanguine mixtum.</p>
-<p class="i02"> Parma parens viret, totisque frondibus uret.</p>
-<p class="i02"> Serpens in obliquo, tumida exitque draconi.</p>
-<p class="i02"> Parma Regi parens, tumida percutiet illum,</p>
-<p class="i02"> Vipera draconem. Florumque virescet amoenum</p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span></p>
-<p class="i02"> Tu ipsa Cremona patieris flammae dolorem.</p>
-<p class="i02"> In fine praedito, conscia tanti mali,</p>
-<p class="i02"> Et Regis partes insimul mala verba tenebunt.</p>
-<p class="i02"> Paduae magnatum plorabunt filii necem.</p>
-<p class="i02"> Duram et horrendam, datam catuloque Veronae.</p>
-<p class="i02"> Marchia succumbet, gravi servitute coacta.</p>
-<p class="i02"> Ob viam Antenoris, quamque secuti erunt,</p>
-<p class="i02"> Languida resurget, catulo moriente, Verona.</p>
-<p class="i02"> Mantua, vae tibi tanto dolore plena,</p>
-<p class="i02"> Cur ne vacillas, nam tui pars ruet?</p>
-<p class="i02"> Ferraria fallax, fides falsa nil tibi prodest</p>
-<p class="i02"> Subire te cunctis, cum tua facta ruent</p>
-<p class="i02"> Peregre missura, quos tua mala parant.</p>
-<p class="i02"> Faventia iniet tecum, videns tentoria, pacem.</p>
-<p class="i02"> Corruet in pestem, ducto velamine pacis.</p>
-<p class="i02"> Bononia renuens ipsam, vastabitur agmine circa,</p>
-<p class="i02"> Sed dabit immensum, purgato agmine, censum.</p>
-<p class="i02"> Mutina fremescet, sibi certando sub lima,</p>
-<p class="i02"> Quae, dico, tepescet, tandem trahetur ad ima.</p>
-<p class="i02"> Pergami deorsum excelsa moenia cadent.</p>
-<p class="i02"> Rursus et amoris ascendet stimulus arcem.</p>
-<p class="i02"> Trivisii duae partes offerent non signa salutis.</p>
-<p class="i02"> Gaudia fugantes, vexilla praebendo ruinae.</p>
-<p class="i02"> Roma diu titubans, longis terroribus acta,</p>
-<p class="i02"> Corruet, et mundi desinet esse caput.</p>
-<p class="i02"> Fata monent, stellaeque docent, aviumque volatus,</p>
-<p class="i02"> Quod Fridericus malleus orbis erit.</p>
-<p class="i02"> Vivet draco magnus cum immenso turbine mundi.</p>
-<p class="i02"> Fata silent, stellaeque tacent, aviumque volatus,</p>
-<p class="i02"> Quod Petri navis desinet esse caput.</p>
-<p class="i02"> Reviviscet mater: malleabit caput draconis.</p>
-<p class="i02"> Non diu stolida florebit Florentia florum;</p>
-<p class="i02"> Corruet in feudum, dissimulando vivet.</p>
-<p class="i02"> Venecia aperiet venas, percutiet undique Regem.</p>
-<p class="i02"> Infra millenos, ducenos, sexque decennos</p>
-<p class="i02"> Erunt sedata immensa turbina mundi.</p>
-<p class="i02"> Morietur gripho, aufugient undique pennae.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span>
-</p>
-
-<h4>2.</h4>
-
-<p>
-<span class="smcap">Enrico d'Avranches</span>, <i>Ad imperatorem Fr</i>[<i>ethericum</i>],
-<i>cujus commendat prudenciam</i> (<i>Forschungen zur deutschen
-Geschichte</i>, vol. XVIII (1878), p. 486).
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">A Michaele Scoto me percepisse recordor,</p>
-<p class="i01">Qui fuit astrorum scrutator, qui fuit augur,</p>
-<p class="i01">Qui fuit ariolus, et qui fuit alter Apollo.</p>
-<p class="i01">Hunc super imperio cum multi multa rogarent:</p>
-<p class="i01">Esse sibi, dixit, certa ratione probatum,</p>
-<p class="i01">Quod status imperii, te supportante, resurget.</p>
-<p class="i01">Prelatis adhibere fidem nolentibus illi,</p>
-<p class="i01">Addidit hiis verbis formalem pandere causam:</p>
-<p class="i01">'Hac princeps, et non alia, ratione regendis</p>
-<p class="i01">Preficitur populis, ipsius ut una voluntas</p>
-<p class="i01">Unanimes faciat populos, sua jussa sequentes.</p>
-<p class="i01">Sic opus est; nec enim poterit consistere regnum</p>
-<p class="i01">In se divisum, sed desolabitur. Hoc est</p>
-<p class="i01">Ergo: quod imperii rupisse videtur habenas</p>
-<p class="i01">Principis ad nutum plebs dedignata moveri.</p>
-<p class="i01">Sed sic est — celum si non mentitur, et astra</p>
-<p class="i01">Si non delirant, et mobilitate perhenni</p>
-<p class="i01">Corpora si sequitur supracelestia mundus —:</p>
-<p class="i01">Excellens alias prudencia principis hujus</p>
-<p class="i01">Cisma voluntatum dirimet, populosque rebelles</p>
-<p class="i01">Conteret et legum dabit irresecabile frenun.</p>
-<p class="i01">Nec tamen arma feret spontanea, sed spoliatus</p>
-<p class="i01">In spoliatores, quos talio puniet equa:</p>
-<p class="i01">Omnia dat qui justiciam negat arma tenenti'.</p>
-<p class="i01">Veridicus vates Michael, hae pauca locutus,</p>
-<p class="i01">Plura locuturus, obmutuit, et sua mundo</p>
-<p class="i01">Non paciens archana plebescere, jussit</p>
-<p class="i01">Ejus ut in tenues prodiret hanelitus auras.</p>
-<p class="i01">Sic acusator fatorum fata subivit.</p>
-<p class="i01">Neve fide careant tanti presagia vatis:</p>
-<p class="i01 dotted">. . . . . . . . . . . . . . .</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Séguita, dando a Federico suggerimenti conformi alle sentenze
-e alle predizioni di Michele.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span>
-</p>
-
-<h4>3.</h4>
-
-<p>
-<span class="smcap">Salimbene</span>, <i>Chronica</i>, Parma, 1857, pp. 169-70.
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Septima et ultima curiositas ejus (sc. <i>Friderici</i>) et superstitio
-fuit, sicut etiam in alia chronica posui, quia, cum quadam die
-in quodam palatio existens interrogasset Michaelem Scothum
-astrologum suum quantum distabat a coelo, et ille quod visum
-sibi fuerat, respondisset, duxit eum ad alia loca regni, quasi
-sub occasione spatiandi, et per plures menses detinuit, praecipiens
-architectis, sive fabris lignariis, ut salam palatii ita
-deprimerent quod nullus posset advertere: factumque est ita.
-Cumque post multos dies, in eodem palatio cum praedicto
-astrologo consisteret Imperator, quasi aliunde incipiens, quaesivit
-ab eo, utrum tantum distaret a coelo, quantum alia vice
-jam dixerat; qui computata ratione sua, dixit, quod aut coelum
-erat elevatum, aut certe terra depressa: et tunc cognovit Imperator
-quod vere esset astrologus.
-</p>
-</div>
-
-<h4>4.</h4>
-
-<p>
-<span class="smcap">Francesco Pipino</span>, <i>Chronicon</i>, cap. L, <i>De Michaële Scotto
-Astronomo</i> (<span class="smcap">Muratori</span>, <i>Rerum italicarum scriptores</i>,
-t. IX, col. 670).
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Michaël Scottus Astronomiae peritus hoc tempore agnoscitur,
-imperante juniore scilicet Friderico. Hic, ut fertur, quum comperisset
-se moriturum lapillo certi ponderis parvi, excogitavit
-novam capitis armaturam, quae vulgo <i>cerebrerium</i> sive <i>cerobotarium</i>
-appellatur, qua jugiter caput munitum habebat. Quadam
-autem die dum in Ecclesia hora sacrificii in ostensione videlicet
-sive elevatione Dominici Corporis caput ea munitione pro
-reverentia solita exuisset, lapillus fatalis in caput ejus decidit,
-atque illud sauciauit pusillum. Quo bilance pensato, et tanti
-ponderis invento, quanti timebat, certus mortis disposuit rebus
-suis, eoque vulnere post modicum fati legem implevit. Ejus
-igitur occasu, modo, quo dictum est, praecognito, verificatum
-in eo cernitur verbum Flavii Josephi disertissimi Historiographi,
-<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span>
-qui ait: Fatum homines evitare non possunt, etiamsi praeviderint.
-Michaël iste dictus est spiritu prophetico claruisse.
-Edidit enim versus, quibus quarumdam Urbium Italiae ruinam,
-variosque praedixit eventus.
-</p>
-</div>
-
-<h4>5.</h4>
-
-<p>
-<span class="smcap">Jacopo della Lana</span> (<i>Comedia di Dante degli Allagherii
-col commento di</i> <span class="smcap">Jacopo di Giovanni dalla Lana</span> <i>Bolognese</i>,
-Milano (1865), p. 93). Lo stesso nella edizione
-di Bologna, 1866, vol. I, p. 351.
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Qui fa menzione di Michele Scotto il quale fu indovino dell'imperadore
-Federigo; ebbe molto per mano l'arte magica, sì
-la parte delle coniurazioni come eziandio quella delle imagini;
-del quale si ragiona ch'essendo in Bologna, e usando con gentili
-uomini e cavalieri, e mangiando come s'usa tra essi in
-brigata a casa l'uno dell'altro, quando venia la volta a lui
-d'apparecchiare, mai non facea fare alcuna cosa di cucina in
-casa, ma avea spiriti a suo comandamento, che li facea levare
-lo lesso dalla cucina dello re di Francia, lo rosto di quella del
-re d'Inghilterra, le tramesse di quella del re di Cicilia, lo pane
-d'un luogo, e 'l vino d'un altro, confetti e frutta la onde li
-piacea; e queste vivande dava alla sua brigata, poi dopo pasto
-li contava: del lesso lo re di Francia fu nostro oste, del rosto
-quel d'Inghilterra <i>etc.</i>
-</p>
-</div>
-
-<h4>6.</h4>
-
-<p>
-<span class="smcap">Benvenuti de Rambaldis de Imola</span> <i>Comentum super</i>
-<span class="smcap">Dantis Aldigherij</span> <i>Comoediam</i>, Firenze, 1887 segg.,
-vol. II, pp. 88-9.
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Hic fuit Michael Scottus, famosus astrologus Federici II, de
-quo jam toties dictum est et dicetur: cui imperatori ipse
-Michael fecit librum pulcrum valde, quem vidi, in quo aperte
-curavit dare sibi notitiam multorum naturalium, et inter alia
-multa dicit de istis auguriis. Et nota quod Michael Scottus admiscuit
-<span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span>
-nigromantiam astrologiae; ideo creditus est dicere
-multa vera. Praedixit enim quaedam de civitatibus quibusdam
-Italiae, quarum aliqua verificata videmus, sicut de Mantua
-praedicta, de qua dixit: <i>Mantua, vae tibi, tanto dolore plaena!
-</i>Male tamen praevidit mortem domini sui Federici, cui praedixerat,
-quod erat moriturus in Florentia; sed mortuus est in
-Florentiola in Apulia, et sic diabolus quasi semper fallit sub
-aequivoco. Michael tamen dicitur praevidisse mortem suam, quam
-vitare non potuit; praeviderat enim se moriturum ex ictu parvi
-lapilli certi ponderis casuri in caput suum: ideo providerat
-sibi, quod semper portabat celatam ferream sub caputeo ad evitandum
-talem casum. Sed semel cum intrasset in unam ecclesiam,
-in qua pulsabatur ad Corpus Domini, removit caputeum
-cum celata, ut honoraret Dominum; magis tamen, ut credo, ne
-notaretur a vulgo, quam amore Christi, in quo parum credebat.
-Et ecce statim cecidit lapillus super caput nudum, et parum
-laesit cutim; quo accepto et ponderato, Michael reperit, quod
-tanti erat ponderis, quanti praeviderat; quare de morte sua
-certus, disposuit rebus suis, et eo vulnere mortuus est.
-</p>
-</div>
-
-<h4>7.</h4>
-
-<p>
-<i>Commento di</i> <span class="smcap">Francesco da Buti</span> <i>sopra la</i> Divina Commedia
-<i>di</i> <span class="smcap">Dante Allighieri</span>, vol. I, Pisa, 1858, p. 533.
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Questo Michele fu con lo imperadore Federigo secondo, e fu
-ancora in Bologna per alcun tempo, e facea spesse volte conviti
-con li gentili uomini e non apparecchiava niente: se non
-che comandava a certi spiriti che avea costretti, ch'andassino
-per la roba, e così recavano di diverse parti le imbandigioni,
-e quando era a mensa con li valenti uomini, dicea: Questo
-lesso fu del re di Francia, l'arrosto del re d'Inghilterra, e così
-dell'altre cose; e però dice che seppe il gioco delle magiche
-frode; che questo non era se non inganno: imperò che parea
-forse loro mangiare e non mangiavano, o pareano quelle vivande
-quel che non erano.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span>
-</p>
-
-<h4>8.</h4>
-
-<p>
-<i>Chiose sopra Dante</i> (Falso Boccaccio) pubblicate a cura
-di Lord Vernon, Firenze, 1846, pp. 162-3.
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Effu il primo filoxafo eastrolagho talese effuchostui altempo
-dello imperador federigho secondo effu nemico disanta chiesa
-evenne addosso apparma eassediolla efecie difuori unacittadella
-allaquale puose nome vittoria. Laonde veggiendosi iparmigiani
-istretti forti uscirono fuori tutti a romore dipopolo si eintalmodo
-cheglisconfissono loste delre federigho. Onde rubando
-iparmigiani ilcanpo unpovero huomo ciabattiere discharpette
-andava perghuadagnare entro nel padiglione delre enonvi trovo
-altro chun botticiello dunasoma pieno eportosenelo achasa
-eimaginando dentro vi fosse vino epostolo inchasa undi ne trasse
-unbicchiere etrovo chera unperfetto vino eunaltro bicchiere ne
-diede alladonna sua eognidi ne veniva aumodo etanto natignieva
-quanto bisogniava diche acierto tempo ilpovero huomo
-simaraviglio chelbotticino nomanchava volle sapere quelche
-questo volesse dire eruppe ilbotticiello nelquale dentro vaveva
-unagnolo dariento piccholo il quale teneva unodesuopiedi insunungrappolo
-duva dargiento ediquesto grappolo usciva questo
-perfetto vino. E questo erafatto perarte magicha edinegromanzia
-equesto fecie tales overo michele scotto perlasua scienzia e virtu
-eilpovero huomo perde ilsuo bere ellasua vignia ellasua ventura
-incio.
-</p>
-</div>
-
-<h4>9.</h4>
-
-<p>
-<span class="smcap">Anonimo Fiorentino</span>, <i>Commento alla</i> Divina Commedia,
-<i>stampato a cura di</i> Pietro Fanfani (<i>Collezione di opere
-inedite o rare dei primi tre secoli della lingua</i>), Bologna,
-1866-74, vol. I, pp. 452-3.
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-Questo Michele Scoto fu grande nigromante, et fu maestro
-dello imperadore Federigo secondo. Dicesi di lui molte cose
-maravigliose in quell'arte; et fra l'altre che, essendo giunto in
-Bologna, invitò una mattina a mangiare seco quasi tutti i maggiori
-della terra, et la mattina fuoco non era acceso in sua
-casa. Il fante suo si maravigliava, et gli altri che 'l sapeano
-<span class="pagenum" id="Page_298">[298]</span>
-diceano: <i>Come farà costui? uccella egli tanta buona gente?</i> Ultimamente,
-venuta la brigata in sua casa, essendo a tavola, disse
-Michele: <i>Venga della vivanda del re di Francia;</i> incontanente
-apparirono sergenti co' taglieri in mano, et pongono innanzi a
-costoro, et costoro mangiono. <i>Venga della vivanda del re d'Inghilterra;
-</i>et così d'uno signore et d'altro, egli tenne costoro
-la mattina meglio che niuno signore — <i>Delle magiche frode
-seppe</i>. Però che questa arte magica si può in due modi usare:
-o egli fanno con inganno apparire certi corpi d'aria che pajono
-veri; o elli fanno apparire cose che hanno apparenza di vere
-et non sono vere, et nell'uno modo et nell'altro fue Michele gran
-maestro. Fue questo Michele della Provincia di Scozia; et dicesi
-per novella che, essendo adunata molta gente a desinare, che
-essendo richiesto Michele che mostrasse alcuna cosa mirabile,
-fece apparire sopra le tavole, essendo di gennajo, viti piene di
-pampani et con molte uve mature; et dicendo loro che ciascheduno
-ne prendesse un grappolo, ma ch'eglino non tagliassono,
-s'egli nol dicesse; et dicendo <i>tagliate</i>, sparvono l'uve, e
-ciascheduno si trova col coltellino et col suo manico in mano.
-Predisse Michele molte cose delle città d'Italia, cominciando
-da Roma; et molte cose avvennono di quelle ch'egli predisse:
-et fra l'altre dice della città di Firenze: <i>Non diu solida stabit
-Florentia, florem Decidet in foetidum, dissimulando ruet etc.</i>
-</p>
-</div>
-
-<h4>10.</h4>
-
-<p>
-<span class="smcap">Teofilo Folengo</span>, <span class="smcap">Baldus</span>, maccheronea XVIII (<i>Le opere
-maccheroniche di</i> <span class="smcap">Merlin Cocai</span>, ediz. di A. Portioli,
-Mantova, 1883 sgg.).
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Ecce Michaelis de incantu gegula Scoti,</p>
-<p class="i01">Qua post sex formas cereae fabricatur imago</p>
-<p class="i01">Daemonii Sathan, Saturni facta piombo.</p>
-<p class="i01">Cui suffimigio per sirica rubra cremato,</p>
-<p class="i01">Hac, licet obsistant, coguntur amare puellae.</p>
-<p class="i01">Ecce idem Scotus, qui stando sub arboris umbra,</p>
-<p class="i01">Ante characteribus designat millibus orbem,</p>
-<p class="i01">Quatuor inde vocat magna cum voce diablos.</p>
-<p class="i01">Unus ab occasu properat, venit alter ab ortu,</p>
-<p class="i01">Meridies terzum mandat, septemtrio quartum,</p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span></p>
-<p class="i01">Consecrare facit froenum conforme per ipsos,</p>
-<p class="i01">Cum quo vincit equum nigrum, nulloque vedutum,</p>
-<p class="i01">Quem, quot vult, tanquam turchesca sagitta cavalcat,</p>
-<p class="i01">Sacrificatque comas ejusdem saepe cavalli.</p>
-<p class="i01">En quoque depingit magus idem in littore navem,</p>
-<p class="i01">Quae vogat totum octo remis ducta per orbem,</p>
-<p class="i01">Humanae spinae suffimigat inde medullam.</p>
-<p class="i01">En docet ut magicis cappam sacrare susurris,</p>
-<p class="i01">Quam sacrando fremunt plorantque per aera turbae</p>
-<p class="i01">Spiritum, quoniam verbis nolendo tiramur.</p>
-<p class="i01">Hanc quicunque gerit gradiens ubicunque locorum</p>
-<p class="i01">Aspicitur nusquam, caveat tamen ire per album</p>
-<p class="i01">Solis splendorem, quia tunc sua cernitur umbra.</p>
-</div></div>
-
-<h4>11.</h4>
-
-<p>
-<span class="smcap">Satchells</span>, <i>History of the Right Honourable Name of
-Scott</i> (citato da <span class="smcap">Gualtiero Scott</span>, nella nota 11 al
-canto II del <i>Lay of the last Minstrel</i>).
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">He said the book which he gave me</p>
-<p class="i01">Was of Sir Michael Scot's historie;</p>
-<p class="i01">Which historie was never yet read through,</p>
-<p class="i01">Nor never will, for no man dare it do.</p>
-<p class="i01">Young scholars have pick'd out something</p>
-<p class="i01">From the contents, that dare not read within.</p>
-<p class="i01">He carried me along the castle then,</p>
-<p class="i01">And shew'd his written book hanging on an iron pin.</p>
-<p class="i01">His writing pen did seem to me to be</p>
-<p class="i01">Of hardened metal, like steel, or accumie;</p>
-<p class="i01">The volume of it did seem so large to me,</p>
-<p class="i01">As the book of Martyrs and Turks historie.</p>
-<p class="i01">Then in the church he let me see</p>
-<p class="i01">A stone where Mr. Michael Scott did lie;</p>
-<p class="i01">I asked at him how that could appear,</p>
-<p class="i01">Mr. Michael had been dead above five hundred year?</p>
-<p class="i01">He shew'd me none durst bury under that stone,</p>
-<p class="i01">More than he had been dead a few years agone;</p>
-<p class="i01">For Mr. Michael's name doth terrify each one.</p>
-</div></div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span>
-</p>
-
-<h2 id="artu">ARTÙ NELL'ETNA</h2>
-</div>
-
-<h3>I.</h3>
-
-<p>
-Per secoli fu creduto che Artù, mortalmente ferito in
-battaglia, non fosse mai morto, ma vivesse in luogo incantato
-e recondito, d'onde sarebbe, una volta o l'altra,
-per far ritorno e prender vendetta de' nemici del suo popolo
-e suoi. Si sa quale luogo tenesse nella coscienza dei
-Brettoni vinti, ma non caduti di animo, sì fatta credenza;
-come intimamente si legassero ad essa i ricordi loro più
-dolorosi e le più accarezzate speranze; come tutto il sentimento
-loro di nazione trovasse in essa una consacrazione
-ed un simbolo. Alano de Insulis (m. 1202) ricorda come
-ai tempi suoi quella credenza fosse ancora così viva e
-comune in Armorica che il contraddirla avrebbe portato
-pericolo di lapidazione<a class="tag" id="tag513" href="#note513">[513]</a>. Fra le genti d'altra stirpe la
-lunga e paziente aspettativa diede il tema a locuzioni
-proverbiali notissime; e <i>Arturum expectare</i> tanto venne
-a dire quanto aspettar ciò che non può nè deve avvenire<a class="tag" id="tag514" href="#note514">[514]</a>;
-e <i>speranza brettone</i> fu sinonimo di speranza vana ed assurda.
-A sì fatta speranza sono frequenti accenni nei trovatori
-di Provenza<a class="tag" id="tag515" href="#note515">[515]</a>, e dai trovatori di Provenza, se non
-da altri, avrebbero gl'italiani potuto averne agevolmente
-contezza. Arrigo da Settimello, nel suo poema latino <i>De
-diversitate fortunae et philosophiae consolatione</i>, composto
-circa il 1192, la rammenta due volte:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Et prius Arturus veniet vetus ille Britannus,</p>
-<p class="i02"> Quam ferat adversis falsus amicus opem.</p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i01">Qui cupit auferre naturam seminat herbam</p>
-<p class="i02"> Cujus in Arturi tempore fructus erit<a class="tag" id="tag516" href="#note516">[516]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Nel 1248 quei di Parma, assediati da Federico II, colta
-un giorno l'occasione che l'imperatore era andato a cacciare,
-uscirono fuori con grande impeto, e presero e distrussero
-la città di Vittoria, dai nemici edificata quasi
-sotto le loro mura. Non molto dopo, l'avvenimento fu
-celebrato in tre carmi, nel terzo de' quali l'anonimo poeta,
-accennando alle vane minacce dell'imperatore, dice:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Cominatur impius, dolens de iacturis,</p>
-<p class="i01">Cum suo, Britonibus Arturo venturis<a class="tag" id="tag517" href="#note517">[517]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Secondo l'antica tradizione brettone raccolta da Galfredo
-di Monmouth, Morgana aveva trasportato Artù ferito
-in quella paradisiaca isola di Avalon, altrimenti detta
-Insula pomorum, o Fortunata, della quale è sì frequente
-ricordo in croniche e in poemi del medio evo<a class="tag" id="tag518" href="#note518">[518]</a>; ma non
-era possibile che, o prima o poi, la finzione non variasse
-su questo punto, specie migrando fuor di patria, prendendo
-ad allignare fra nuove genti, incontrandosi con altre
-finzioni, offerendosi a esplicazioni e connettimenti nuovi.
-Come Orlando, fatto cittadino di altre patrie, ebbe mutato
-il luogo della sua nascita e il teatro delle prime sue
-gesta, così Artù ebbe mutato il luogo della sua miracolosa
-segregazione.
-</p>
-
-<p>
-Ed ecco farcisi innanzi una tradizione, la quale sembra
-abbia smarrito ogni ricordo dell'isola di Avalon, e pone
-la incantata dimora di Artù nell'interno dell'Etna. Gervasio
-da Tilbury, primo fra gli scrittori di cui abbiamo
-notizia, la riferisce nel modo che segue: «In Sicilia è
-il monte Etna, ardente d'incendii sulfurei, e prossimo
-<span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span>
-alla città di Catania, ove si mostra il tesoro del gloriosissimo
-corpo di sant'Agata vergine e martire, preservatrice
-di essa. Volgarmente quel monte dicesi Mongibello;
-e narran gli abitatori essere apparso ai dì nostri, fra le
-sue balze deserte, il grande Arturo. Avvenne un giorno
-che un palafreno del vescovo di Catania, colto, per essere
-troppo bene pasciuto, da un subitano impeto di lascivia,
-fuggì di mano al palafreniere che lo strigliava, e, fatto
-libero, sparve. Il palafreniere, cercatolo invano per dirupi
-e burroni, stimolato da crescente preoccupazione, si mise
-dentro al cavo tenebroso del monte. A che moltiplicar le
-parole? per un sentiero angustissimo ma piano, giunse
-il garzone in una campagna assai spaziosa e gioconda, e
-piena d'ogni delizia; e quivi, in un palazzo di mirabil
-fattura, trovò Arturo adagiato sopra un letto regale. Saputa
-il re la ragione del suo venire, subito fece menare
-e restituire al garzone il cavallo, perchè lo tornasse al
-vescovo, e narrò come, ferito anticamente in una battaglia
-da lui combattuta contro il nipote Modred e Childerico,
-duce dei Sassoni, quivi stesse già da gran tempo, rincrudendosi
-tutti gli anni le sue ferite. E, secondochè dagli
-indigeni mi fu detto, mandò al vescovo suoi donativi,
-veduti da molti e ammirati per la novità favolosa del
-fatto»<a class="tag" id="tag519" href="#note519">[519]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Esaminiamo un po' questo curioso racconto. Gervasio
-lo dà per genuino ed autentico, e diffuso tra i Siciliani,
-almeno tra quelli di Catania e della rimanente regione
-circostante all'Etna. Intorno a ciò si potrebbe muovere
-un primo dubbio, e sospettare che il tutto sia invenzione
-di Gervasio; e il sospetto non sarebbe certo irragionevole.
-Negli scrittori siciliani che trattano dell'Etna e dell'altre
-singolarità dell'isola, non si trova cenno di così fatta novella.
-Oltre di ciò Gervasio fu inglese; compose per un
-principe inglese il suo <i>Liber facetiarum</i>, ancora inedito,
-<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span>
-e per un imperatore mezzo inglese, Ottone IV, i suoi <i>Otia</i>;
-così che si può dire ch'egli dovesse essere trascinato a
-narrare, in un libro tutto pieno di favole, anche qualche
-nuova favola di Artù, e non trovandone alcuna che già
-non fosse notissima, inventarla. Altri scrittori, in picciol
-numero, l'avrebbero, più tardi, attinta da lui. Ma a queste
-considerazioni altre se ne possono opporre, che conducono
-a diverso giudizio. Gervasio passa per uno degli scrittori
-più bugiardi del medio evo; ma tale opinione, se non
-vuol essere ingiuriosa ed erronea, deve ridursi in più
-giusti termini. Gervasio è bugiardo perchè riferisce molte
-cose non vere; non già perchè se le inventi: volendo
-parlar rettamente egli è favoloso e non bugiardo; e come
-scrittore favoloso appunto ha, in questi ultimi tempi,
-acquistato importanza notabile agli occhi di quanti attendono
-allo studio dei miti e delle leggende medievali.
-Gervasio viaggiò pressochè tutta l'Italia<a class="tag" id="tag520" href="#note520">[520]</a>, e negli <i>Otia</i>
-molte cose racconta imparate per lo appunto in Italia:
-fu in Sicilia, ai servigi di re Guglielmo, innanzi al 1190,
-ed ebbe agio di conoscere direttamente, o per informazioni
-immediate, molte particolarità di quella terra, delle quali
-dà conto nel capitolo stesso in cui narra la leggenda trascritta
-pur ora. E nel racconto di tale leggenda sono alcuni
-accenni a cose vere e reali, che, mentre rivelano nell'autore
-un testimone di veduta, o un ripetitore bene informato,
-confermano il carattere tradizionale di esso. Dei
-miracoli operati dal corpo di Sant'Agata in guardar la
-città di Catania dagl'incendii dell'Etna, è frequente il
-ricordo nelle croniche siciliane. Ciò che si dice del cavallo
-del vescovo è pure conforme al vero; giacchè sappiamo,
-non solo che su quelle pendici del vulcano si allevavano
-cavalli di molto pregio e vigore, non meno agili
-che animosi; ma, ancora, che per la troppa ubertà dei
-paschi, gli animali d'armento o di greggia ci venivano
-<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span>
-soverchio gagliardi e baliosi, cosicchè a certi tempi dell'anno
-bisognava trar loro sangue dalle orecchie. Subito
-dopo aver narrata la leggenda siciliana, Gervasio ne narra
-un'altra, diffusa per le due Brettagne, e dove Artù si
-presenta sotto l'aspetto del cacciatore selvaggio; e questa
-seconda leggenda è sicurissimamente popolare<a class="tag" id="tag521" href="#note521">[521]</a>. Finalmente,
-un po' più oltre, ricorda come, <i>secondo la volgare
-tradizione</i> dei Brettoni, Artù fosse stato trasportato nell'isola
-di Davalim (<i>sic</i>), e come quivi Morgana lo custodisse
-e curasse<a class="tag" id="tag522" href="#note522">[522]</a>. Poichè entrambe queste leggende appartengono
-notoriamente alla tradizione, noi abbiamo una
-ragione di più per credere che alla tradizione appartenga
-anche la prima.
-</p>
-
-<p>
-E che vi appartenga davvero cel prova, oltre a quanto
-dovrò dire più innanzi, anche il fatto del trovarla narrata,
-in forma alquanto diversa, da uno scrittore di poco posteriore
-a Gervasio, e da lui indipendente; Cesario di
-Heisterbach, che la racconta in tal modo. «Nel tempo in
-cui l'imperatore Enrico soggiogò la Sicilia, era nella
-Chiesa di Palermo un decano, di nazione, secondo ch'io
-penso, tedesco. Avendo costui, un giorno, smarrito il suo
-palafreno, che ottimo era, mandò il servo per diversi
-luoghi a farne ricerca. Un vecchio, fattosi incontro al
-servo, gli chiese: Dove vai? e che cerchi? Rispostogli da
-quello che cercava il cavallo del suo padrone, soggiunse
-il vecchio: Io so dov'è. — E dove? — Nel monte Gyber
-(<i>sic</i>), in potere del re Arturo, mio signore. Quel monte
-vomita fiamme come Vulcano. Stupì il servo in udire tali
-parole, e l'altro soggiunse: Di' al tuo padrone che da oggi
-a quattordici dì venga alla corte solenne di lui; e sappii
-che tralasciando di dirglielo, sarai punito aspramente.
-Tornato addietro, il servo espose, non senza timore, quanto
-aveva udito. Il decano si rise di quell'invito alla corte del
-re Arturo; ma, ammalatosi, morì il giorno prestabilito»<a class="tag" id="tag523" href="#note523">[523]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_308">[308]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il racconto è, in parte, quello stesso di Gervasio, e, in
-parte, è diverso. Il cavallo smarrito, il servo che ne va
-in traccia, la misteriosa dimora di Artù, sono comuni ad
-entrambi, mostrano che i due hanno, quanto alla sostanza,
-la medesima origine; ma, da altra banda, quello di Cesario
-differisce tanto da quello di Gervasio che, ragionevolmente,
-non si può supporre ne sia derivato. Nel <i>Dialogus
-miraculorum</i> non è neppure un indizio che Cesario
-abbia avuto conoscenza degli <i>Otia</i>. Si potrebbe, gli è vero,
-pensare che Cesario, togliendo il racconto a Gervasio, lo
-alterasse e foggiasse deliberatamente a quel modo, per
-meglio accomodarlo all'indole della distinzione XII del
-suo libro; ma contro questa congettura sta il fatto che
-Cesario è, nel narrare, coscienzioso e fedele sino allo scrupolo;
-che ripete esattamente, senza aggiungervi di suo,
-gli altrui racconti; e che sempre, quando può, cita i
-nomi di coloro da cui gli ebbe, o i libri onde li trasse<a class="tag" id="tag524" href="#note524">[524]</a>.
-Oltre di ciò, non si vede che di quell'alterazione egli potesse
-molto giovarsi per i suoi fini, dacchè il racconto,
-quale egli lo reca, è, fra quanti ne novera la distinzione XII,
-il più povero di significato, quello di cui meno s'intende
-l'insegnamento. Altre cose poi son da notare, le quali
-accennano a fonti diverse e di più torbida e tortuosa vena.
-Cesario parla di un decano di Palermo, e sembra ponga
-Palermo dov'è Catania, alle falde dell'Etna. La forma
-<i>Palernensi</i>, usata da lui, non è nè latina, nè italiana,
-ma francese, trovandosi spesso ne' testi francesi Palerne
-per Palerme (<i>Guillaume de Palerne</i> ecc.). Può ciò bastare
-per supporre una fonte francese? gli è poco, ma gli
-è pur qualche cosa. Alcuna considerazione vuol pure quel
-monte Gyber. Il nome di <i>Mongibello</i> fu fatto capricciosamente
-derivare da <i>Mulcibero</i>, da <i>Mons Cybeles</i>, da
-<i>Monte Bello</i>, e persino da <i>Monte di Beel</i>; ma esso è
-veramente nome composto di due nomi comuni e d'egual
-<span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span>
-significato, italiano l'uno, <i>monte</i>, arabico l'altro, gibel,
-che non vuol altro dire che monte; e trovasi non di rado
-scritto disgiuntamente, come appunto in Cesario<a class="tag" id="tag525" href="#note525">[525]</a>. <i>Monte
-Gibero</i> si ha in testi italiani; <i>perg Gyfers</i> o <i>Givers</i> in
-testi tedeschi. Per quell'avvertimento che si dice dato
-dall'incognito vecchio al servo, e concernente il decano,
-il racconto di Cesario si raccosta a una intera e numerosa
-famiglia di racconti esemplari, di cui dirò fra poco,
-e nei quali i vulcani hanno parte cospicua. In fondo il
-racconto di Cesario è quello stesso di Gervasio, ma alterato
-alquanto, per infiltrazioni penetratevi, come pare, da
-un gruppo d'altri racconti, molto più antichi, e d'indole
-affatto diversa. I due si accordano inoltre abbastanza
-quanto al tempo. Gervasio dice il fatto accaduto <i>nostris
-temporibus</i>; Cesario <i>eo tempore quo Henricus imperator
-subjugavit sibi Syciliam</i>. Nulla vieta di riferire la espressione
-di Gervasio agli ultimi tempi del soggiorno di lui
-in Sicilia; e quanto alla conquista di Enrico VI, si sa
-che avvenne nel 1294.
-</p>
-
-<p>
-Il racconto di Cesario rivela, come diceva testè, certe
-infiltrazioni che in quello di Gervasio non appajono. Penetra
-in esso un elemento pauroso e tetro, alcun che di
-infernale e di diabolico che certamente fu estraneo alla
-tradizion primitiva e più genuina. In esso la leggenda
-epica non è ancor trasformata, ma tende già a trasformarsi
-in leggenda ascetica: in un altro racconto, posteriore
-di poco a quello di Cesario, la trasformazione si
-vede compiuta. Stefano di Borbone, morto circa il 1261,
-narra il fatto a questo modo. «Udii narrare a un frate
-di Puglia, per nome Giovanni, il quale diceva esser ciò
-avvenuto dalle sue parti, che cert'uomo, andato in traccia
-del cavallo del suo signore su pel monte presso a Vulcano
-(<i>sic</i>), ove si crede sia il purgatorio, vicino alla città
-di Catania<a class="tag" id="tag526" href="#note526">[526]</a>, trovò secondo gli parve, una città, che
-<span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span>
-aveva una postierla di ferro, e a colui che la custodiva
-chiese notizia del cavallo che andava cercando. Il custode
-gli rispose che n'andasse sino alla corte del principe, il
-quale, o gliel farebbe restituire, o gliene darebbe notizia;
-e richiesto dall'altro, in nome di Dio, di alcuna norma
-circa quell'andata, soggiunse badasse bene di non mangiare
-di nessuna vivanda che potesse essergli offerta. Parve
-al cercatore di vedere per le vie di essa città tanti uomini
-quanti ne sono nel mondo, di ogni generazione e condizione.
-Passando per molte sale, giunse ad una, ove scorse
-il principe circondato da' suoi. Ecco gli offrono molti cibi,
-ed ei non vuole gustar di nessuno: gli mostrano quattro
-letti, e gli dicono che l'uno d'essi è apparecchiato pel
-suo signore, gli altri tre per tre usurai. E gli dice il
-principe che al signor suo e ai tre usurai assegnava certo
-giorno come termine perentorio a comparire, e che mancando,
-sarebbero menati a forza; e gli dà un nappo d'oro,
-con coperchio d'oro, e lo ammonisce che non l'apra, ma
-lo rechi in segno della cosa, al padrone, perchè questi
-beva della sua bevanda; e, di giunta, gli fa restituire il
-cavallo. Se ne torna il famiglio; adempie il precetto:
-s'apre il nappo e ne schizza fiamma; si getta il nappo
-nel mare e il mare si accende. Quei quattro, sebbene
-confessi (per timore solo, e non per penitenza<a class="tag" id="tag527" href="#note527">[527]</a>) il dì
-assegnato sono rapiti sopra quattro cavalli neri»<a class="tag" id="tag528" href="#note528">[528]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Qui abbiamo, in sostanza, il fatto stesso narrato da
-Gervasio e da Cesario, ma con particolarità nuove, che
-mostrano un crescente infoscamento della leggenda, e la
-preponderanza presa dagli elementi infernali e diabolici.
-Secondo Gervasio, Artù mandò regali al padrone del cavallo,
-nè in modo alcuno gli nocque: secondo Cesario, un
-ministro di Artù impose, per mezzo del servo, al padrone
-del cavallo di presentarsi a giorno fisso alla corte del
-principe: secondo Stefano, il principe assegnò il giorno
-<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span>
-del comparire al padrone del cavallo e a tre usurai ad
-un tempo. Nel racconto di Cesario non s'intende il perchè
-di quell'assegnazione; ma ben s'intende nel racconto di
-Stefano, dove la coppa ignivoma, che parrebbe un simbolo
-del vulcano, e la compagnia de' tre usurai, e quei quattro
-letti, che non dovevano essere letti di rose, e, più che
-tutto, i quattro cavalli negri rapitori, lasciano subito intendere
-di che cosa si tratti. Quella città è una città
-infernale: quel principe, se non è Satanasso in persona,
-è uno de' suoi maggiori ministri; e perciò non si chiama
-più Artù, sebbene sia stato Artù in origine. Anche quella
-particolarità di non dovere accettare cosa che sia offerta,
-si trova in numerose leggende diaboliche. Stefano di Borbone
-compose il libro ove questo racconto si legge negli
-ultimi anni di sua vita, e conobbe gli <i>Otia</i> di Gervasio
-e li cita; ma alla narrazion di costui preferì, egli che
-andava in traccia di <i>esempii predicabili</i>, la narrazion più
-opportuna dell'ignoto frate di Puglia.
-</p>
-
-<p>
-Vedremo or ora che questa graduale alterazione della
-leggenda, lungi dall'essere capricciosa e arbitraria, era in
-certo qual modo ragionevole e necessaria; ma devesi, innanzi
-a tutto, insistere sul fatto che la version primitiva
-non è quella di Stefano, e nemmeno quella di Cesario;
-ma bensì quella di Gervasio; anzi una in cui l'elemento
-romanzesco e cavalleresco doveva essere assai più copioso
-che nel racconto di Gervasio non sia. Tale prima versione
-dovette essere affatto serena, affatto consentanea alle forme
-e allo spirito dell'altre finzioni brettoni; e noi possiamo
-credere di rintracciarla, o di rintracciarne una che poco se
-ne discosti, in un vecchio poema francese intitolato <i>Florian
-et Florète</i>, e pochissimo noto<a class="tag" id="tag529" href="#note529">[529]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Questo poema, composto già forse nel secolo XIII, ma
-più probabilmente nel successivo, è di pochissimo pregio,
-rileva assai poco nella storia delle finzioni brettoni, e non
-<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span>
-avrebbe anzi, rispetto ad esse, importanza alcuna, se non
-fosse per quella leggenda arturiana che ci si vede intessuta.
-Qui la leggenda non è, come nei racconti di Gervasio,
-di Cesario e di Stefano, una immaginazione slegata
-e smarrita, ma si allaccia a un'azione epica, qual ch'essa
-sia, e fa corpo con altre leggende e immaginazioni del
-ciclo. È questa una prima ragione che il rende meritevole
-d'attenzione e di studio; ma ce ne sono dell'altre. Nei
-racconti di Gervasio e di Cesario (lasciamo in disparte
-ora quello di Stefano) si narra un fatto particolare, occorso
-ai tempi di quegli scrittori; ma fanno difetto le ragioni
-e i presupposti del fatto stesso. La leggenda in essi narrata
-rimanda necessariamente ad un'altra più antica, nella
-quale doveva dirsi come e perchè Artù fosse capitato nell'Etna.
-Ora, quelle ragioni e quei presupposti, e quella
-più antica leggenda, noi troviamo per l'appunto, almeno
-in parte, nel romanzo francese, la cui azione si svolge
-mentre il re Artù è ancora nel suo regno, a capo de' suoi
-cavalieri. Qui l'Etna è una specie di regno fatato, dimora
-consueta della sorella di Artù, Morgana, e del numeroso
-suo séguito: è quello che nei romanzi francesi del medio
-evo si chiama comunemente <i>Faerie</i>, ossia paese o città
-delle fate: <i>c'estoit leur maistre chastel</i>, dice il poeta,
-parlando di Morgana e delle sue compagne. In esso Morgana
-conduce Floriant, figliuolo di un re Elyadus di Sicilia,
-il quale era stato ucciso dal traditore Maragot, e
-ve lo fa educare. Il luogo è assai piacente, e ci si mena
-vita giojosa, e non ci si può morire. Floriant torna poi
-nel mondo, e incontra molte avventure; ma la buona
-Morgana, quando conosce ch'egli è prossimo alla sua fine,
-lo attira di nuovo nell'incantato soggiorno, e ci fa venire
-anche la moglie di lui, Florète. Artù, che si suppone
-ancora sano e fiorente, ci andrà poi ancor egli a suo tempo,
-come annunzia la stessa Morgana (vv. 8238-40):
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Li rois Artus, au defenir,</p>
-<p class="i01">Mes freres i ert amenez</p>
-<p class="i01">Quant il sera a mort menez.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Quando poi Artù ci fu andato, s'intende che ogni occasione
-poteva esser buona a fare ch'egli palesasse in qualche
-modo la sua presenza; e s'intende pure ch'egli dovesse
-diventare il personaggio principale di quella corte fatata,
-e respinger nell'ombra, se non far dimenticare, tutti gli
-altri. Così la leggenda si circoscriveva e si addensava,
-diventando più particolarmente la leggenda di <i>Artù nell'Etna</i>.
-E in vero, nei due racconti di Gervasio e di Cesario,
-Morgana non è neppur nominata: in quello del
-primo, il monte è la curia, o corte, di Artù; in quello
-del secondo, Artù è signore del monte. Ora io credo che
-la cagione prima del trasponimento della <i>Faerie</i> di Morgana
-nell'Etna, sia appunto Artù, e ciò per ragioni che
-vedremo alquanto più oltre.
-</p>
-
-<p>
-Ecco dunque uno scrittore inglese, uno scrittore tedesco,
-due scrittori francesi, porgere documento di una leggenda
-medesima, variata, dirò così, nella buccia, ma rimasta
-pur sempre quella nel nocciolo e nel midollo. E le testimonianze
-non finiscono qui, potendosi alle forastiere aggiungerne
-una nostrana, assai scarsa ed asciutta a dir
-vero, ma non però meno significativa. In una rozza e bizzarra
-poesia, appartenente, come pare, al secolo XIII, e
-pubblicata son pochi anni<a class="tag" id="tag530" href="#note530">[530]</a>, due cavalieri, interrogati
-dell'esser loro da un misterioso personaggio che si fa chiamare
-Gatto Lupesco, rispondono:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Cavalieri siamo di Bretangna,</p>
-<p class="i01">ke vengnamo de la montagna,</p>
-<p class="i01">ke ll'omo apella Mongibello.</p>
-<p class="i01">Assai vi semo stati ad ostello</p>
-<p class="i01">per apparare ed invenire</p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span></p>
-<p class="i01">la veritade di nostro sire,</p>
-<p class="i01">lo re Artù k'avemo perduto</p>
-<p class="i01">e non sapemo ke sia venuto.</p>
-<p class="i01">Or ne torniamo in nostra terra</p>
-<p class="i01">ne lo reame d'Inghilterra.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Qui si allude, senz'alcun dubbio, a una credenza secondo
-la quale Artù sarebbe nell'Etna; ma non si afferma
-già ch'ei ci sia veramente. La cosa rimane in dubbio.
-I cavalieri se ne tornano indietro senz'essersi potuti accertare
-del vero (<i>e non sapemo ke sia venuto</i>), e da tutto
-il passo sembra traspaja qualcosa della solita incredulità
-italiana in fatto di meraviglioso<a class="tag" id="tag531" href="#note531">[531]</a>. Oltre che a quella
-credenza, vi è accennato, ma in modo indiretto, all'antica
-opinione che Artù dovesse tornare.
-</p>
-
-<p>
-Da ciò che precede rimane, parmi, provata l'esistenza,
-nei secoli XIII e XIV, di una vera e propria leggenda
-(non di una semplice e scioperata immaginazione individuale),
-la quale poneva nell'Etna la dimora di Artù, e
-riman provato che tale leggenda fu cognita a molti allora
-in Sicilia, se pur non fu popolare. Ma il tema nostro non
-è per anche esaurito, e alcuni dubbii che nascon da esso,
-e alcune particolarità che in esso si notano, richiedon ora
-la nostra attenzione.
-</p>
-
-<h3>II.</h3>
-
-<p>
-Come mai, e per quale ragione, ed a chi potè venire
-primamente in pensiero di strappare Artù all'isola di
-Avalon per porlo nell'interno di un vulcano, in Sicilia?
-Dobbiam noi credere che inventori della strana finzione
-sieno stati que' Siciliani medesimi tra cui Gervasio, secondo
-attesta, la trovò divulgata? Dobbiam per contrario
-credere che altri uomini ne sieno stati inventori? Il dubbio,
-<span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span>
-credo, sarà chiarito se si riesce a dimostrare: 1º che i
-Siciliani non avevano ragione di sorta, nè quasi possibilità
-d'immaginaria; 2º che la finzione stessa, specie nella
-forma che veste in Gervasio, ha in sè tutti i caratteri di
-una finzione, non italica, ma germanica, rimanda a un
-vero e proprio mito germanico.
-</p>
-
-<p>
-Cominciamo dal primo punto.
-</p>
-
-<p>
-Che i Siciliani non dovessero avere nessuna ragione, e
-quasi nemmeno la possibilità d'immaginar la finzione,
-s'intende assai agevolmente. La finzione stessa presuppone
-sentimenti, credenze, fantasie, che i Siciliani non avevano
-e non potevano avere: un ricordevole affetto per Artù;
-un desiderio immaginoso di raccostarsi in qualche modo
-all'eroe; una vaga speranza di vederlo tornare, quando
-che fosse, nel mondo. Chi poneva Artù nell'Etna doveva
-sentirsi legato a lui da vincoli particolari, da vincoli di
-cui nessuna ragione potrebbe trovarsi nella storia, nelle
-costumanze, nelle aspirazioni del popolo di Sicilia; e se
-la finzione fosse stata frutto naturale e spontaneo della
-fantasia di quel popolo, noi dovremmo, sembra, trovarne
-vestigio in alcuna delle sue croniche, laddove non ce ne
-troviamo nessuno.
-</p>
-
-<p>
-Fatto sta che ai Siciliani l'Etna ricordava altre meraviglie
-e suggeriva altre immaginazioni: fatto sta che
-anche in Sicilia, come per tanti esempii si vede essere
-avvenuto nella rimanente Italia, la memoria e la fantasia
-tornavano ostinatamente alle storie e ai miti dell'antichità
-classica, ne' quali, come in cosa lor propria, si compiacevano.
-Nelle croniche dell'isola si trovano ricordati i Ciclopi,
-i giganti fulminati da Giove, il ratto di Proserpina,
-la fine di Empedocle, ecc.; e si può credere che nella
-coscienza popolare questi fossero più che semplici ricordi
-di tradizioni e di favole antiche, fossero anzi, alcuni di
-essi, miti tuttora viventi. Di un'apparizione dei Ciclopi
-<span class="pagenum" id="Page_316">[316]</span>
-e di Vulcano si fa ricordo ancora nel 1536, poco prima
-di una grande eruzione dell'Etna<a class="tag" id="tag532" href="#note532">[532]</a>. Come in antico, si
-credeva che il monte ignivomo (e altrettanto dicasi degli
-altri vulcani, non escluso quello d'Islanda) fosse uno spiracolo
-dell'inferno; e le leggende che più facilmente dovevano
-accreditarsi in Sicilia e diffondersi, erano le leggende
-monacali ed ascetiche, le quali appunto si conformavano
-a quella credenza, e narravano di anime dannate,
-portate a volo entro il monte dai diavoli, e d'altre meraviglie
-paurose. Di queste leggende è grande il numero,
-e qui basterà ricordare quelle di Eumorfio e di Teodorico,
-narrate da Gregorio Magno<a class="tag" id="tag533" href="#note533">[533]</a>, e quella del re Dagoberto,
-narrata dallo storico Aimoino<a class="tag" id="tag534" href="#note534">[534]</a>. Subito dopo aver narrata
-la storia del decano di Palermo, Cesario racconta<a class="tag" id="tag535" href="#note535">[535]</a> quella
-di Bertoldo V, duca di Zähringen, a cui i diavoli preparano
-nell'Etna il meritato castigo. Secondo certo racconto
-riferito da Pier Damiano nella Vita di Odilone, dentro
-l'Etna si udivano le querele delle anime purganti, tormentate
-da infiniti demonii<a class="tag" id="tag536" href="#note536">[536]</a>. Nel nome stesso dell'Etna
-si trovava indicata la condizione sua. Isidoro da Siviglia
-dice: «Mons Aetnae ex igne et sulphure dictus, unde et
-Gehenna<a class="tag" id="tag537" href="#note537">[537]</a>». Gotofredo da Viterbo raccoglie la comune
-opinione:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Mons ibi flammarum, quas evomit, Aetna vocatur:</p>
-<p class="i02"> Hoc ibi tartareum dicitur esse caput.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-In Sicilia queste credenze dovevano essere assai divulgate.
-Parlando della grande eruzione del 1329 Nicola
-Speciale dice: «Parecchi, nelle vicinanze del monte, furono
-portati via dai diavoli, che assumendo varii corpi,
-predicavano nell'aria terribili menzogne»<a class="tag" id="tag538" href="#note538">[538]</a>. Quand'anche
-non si voglia far conto della trista esperienza che i Siciliani
-avevano della natura del loro vulcano; quand'anche
-s'immagini ch'essi avessero perduto il ricordo dei danni
-<span class="pagenum" id="Page_317">[317]</span>
-sofferti per esso, e poco o niun pensiero si dessero delle
-sue perpetue minacce, la opinione ch'essi ne avevano, come
-di una bocca spalancata dell'Inferno, doveva bastare a
-vietar loro di fingervi dentro il regno incantato di Morgana
-e il soggiorno di Artù; mentre a finger tai cose
-potevano essere tratti assai più facilmente uomini venuti
-d'altronde, i quali non ben conoscessero la natura del
-monte, e ai quali men tetre fantasie potessero essere suggerite
-a primo aspetto da quella tanta feracità di campi
-e giocondità di aspetti, cui già gli antichi non s'erano
-stancati di ammirare e di celebrare<a class="tag" id="tag539" href="#note539">[539]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Veniamo ora al secondo punto.
-</p>
-
-<p>
-La leggenda di Artù nell'Etna non è, come s'è già
-notato, una leggenda nuova; è una leggenda variata; ma
-nella variazione sua sono alcune particolarità che meritano
-d'essere considerate attentamente. Secondo la leggenda
-brettone originale, Artù vivo, ma ferito, dimora in
-Avalon, la quale è veramente un'isola del fiume Bret,
-nella contea di Somerset, e antica sede dei druidi. La
-poetica fantasia abbellì quest'umile isola, e ne fece un
-luogo di delizie da porre a riscontro delle famose Isole
-Fortunate. Goffredo di Monmouth dice di essa, nella Vita
-Merlini:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Insula pomorum quae fortunata vocatur.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Secondo la leggenda derivata, che, per comodità di espressione,
-seguiteremo a dir siciliana, Artù dimora nell'interno
-dell'Etna.
-</p>
-
-<p>
-Questa innovazione non incontrò molto favore; e noi
-vediamo altri eroi, come, per esempio, Uggeri il Danese
-e Rainouart, andare a raggiungere il buon re Artù nell'isola
-e non nel monte; ma non però si può dire ch'essa
-fosse al tutto arbitraria e illegittima. Circa il 1139 avvenne
-un fatto che avrebbe potuto a dirittura tagliar le
-<span class="pagenum" id="Page_318">[318]</span>
-radici alla leggenda della miracolosa sopravvivenza di
-Artù: si credette d'aver trovato, o si disse d'aver trovato,
-appunto nell'isola di Avalon, presso l'abbazia di San
-Dnustano, il corpo di Artù, morto e sepolto da secoli<a class="tag" id="tag540" href="#note540">[540]</a>.
-Ma tale ritrovamento, cui non fu, sembra, estranea la
-politica, non valse a togliere certe dubbiezze, che forse
-già da gran tempo si avevano circa il vero luogo del rifugio
-di Artù, e circa alcune altre particolarità della sua
-leggenda. Di tali dubbiezze abbiamo parecchi indizii, oltre
-a quello contenuto nei versi italiani riportati di sopra.
-Il trovatore Aimeric de Peguilain (1205-70) dice in un
-suo serventese (<i>Totas honors</i>):
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Part totz los monz voill qu'an mon sirventes</p>
-<p class="i01">E part totas las mars, si ja pogues</p>
-<p class="i01">Home trobar que il saubes novas dir</p>
-<p class="i01">Del rei Artus, e quan deu revenir.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-In un codice di Helmstadt, contenente il già citato poema
-<i>De diversitate Fortunae</i> di Arrigo da Settimello, si trova
-una nota ov'è detto che Artù, combattendo contro certa
-belva, perdette i suoi cavalieri, e avendo ucciso la belva,
-non fece più ritorno a casa; onde i Brettoni lo aspettano
-ancora. Del luogo ov'egli possa essere andato non v'è pur
-cenno<a class="tag" id="tag541" href="#note541">[541]</a>. Ma, secondo l'autore del <i>Lohengrin</i>, Artù è in
-un monte dell'India, insieme coi cavalieri del Santo Gral<a class="tag" id="tag542" href="#note542">[542]</a>;
-e nel <i>Wartburgkrieg</i> si dice che Artù dimora entro un
-monte, insieme con Giunone e con Felicia, figliuola di
-Sibilla<a class="tag" id="tag543" href="#note543">[543]</a>. Da tutto ciò si rileva che, fuori di Brettagna,
-la tradizione era alquanto vaga e malsicura, se non circa
-la rimozione e la vita soprannaturale di Artù, almeno
-circa il luogo di sua dimora; e che per tempo una opinione
-era sorta, la quale poneva quella misteriosa dimora
-nell'interno di un monte.
-</p>
-
-<p>
-Ora, qui, noi ci troviamo in presenza di una finzione
-<span class="pagenum" id="Page_319">[319]</span>
-essenzialmente germanica. L'immaginazione dell'eroe rimosso
-dal mondo, serbato miracolosamente in vita, e destinato
-a futuro ritorno, è comune a molte e svariate
-genti; ma la immaginazione di un sì fatto eroe (o dio)
-chiuso nel cavo di un monte è, più specificatamente, germanica<a class="tag" id="tag544" href="#note544">[544]</a>.
-Nella mitologia settentrionale ne sono parecchi
-esempii. Il dio Wodan abita nell'interno di un monte;
-in monti hanno stanza, insieme con le loro famiglie, Frau
-Holda e Frau Venus; in monti stanno rinchiusi, aspettando
-il giorno del loro riapparire nel mondo, Carlo Magno,
-Federico II<a class="tag" id="tag545" href="#note545">[545]</a>, Carlo V. Questi misteriosi rifugi non sono
-inaccessibili agli uomini. Abbiam veduto, nel racconto di
-Gervasio, il servo del vescovo di Catania penetrare nel
-meraviglioso soggiorno di Artù; ma, similmente, Tanhäuser
-penetra nel monte ove alberga Frau Venus; un pastore
-penetra in quello ove Federico aspetta l'ora segnata, ecc.
-Nel racconto di Gervasio il servo riceve da Artù doni pel
-suo signore, ed è questa un'altra particolarità che ha numerosi
-riscontri in miti affini germanici. Non sarà fuor
-di luogo notare a tale proposito che Artù si trova, in
-modo abbastanza strano, involto in un altro concetto mitico
-germanico, il quale ha stretta relazione con quello
-del trasferimento in un monte, il concetto, cioè, della
-imprecazione (Verwünschung)<a class="tag" id="tag546" href="#note546">[546]</a>. Leggesi nella <i>Vita Paterni</i><a class="tag" id="tag547" href="#note547">[547]</a>
-che questo santo, il quale fu vescovo di Vannes,
-e morì circa il 448, minacciato da Artù, imprecò contro
-di lui, dicendo: «Possa la terra inghiottirlo!» le quali
-parole profferite, tosto la terra si aperse, e inghiottì Artù
-sino al mento, e nol lasciò fino a che non si fu pentito
-ed ebbe chiesto perdono.
-</p>
-
-<p>
-Esaminata e discussa attentamente ogni cosa, parmi sia
-questa la conclusione più ragionevole: essere sommamente
-improbabile che i Siciliani abbiano immaginata una leggenda,
-la quale, per una parte, contraddice a quanto essi
-<span class="pagenum" id="Page_320">[320]</span>
-sapevano, o congetturavano, della natura del loro vulcano,
-e involge, per l'altra, un mito germanico; essere
-sommamente probabile che essa leggenda sia stata immaginata
-da uomini venuti di fuori, i quali, mentre col vulcano
-avevan poca pratica, potevano recar seco il ricordo
-di quel mito germanico, o aver conoscenza di alcuna variazione
-già introdotta nella leggenda di Artù.
-</p>
-
-<p>
-Che uomini poteron essere quelli? non gli Arabi, certo;
-dunque i Normanni. Vediamo quali fatti e quali ragioni
-si possano addurre a sostegno di tale congettura.
-</p>
-
-<h3>III.</h3>
-
-<p>
-Come e in che tempo penetrarono e si diffusero primamente
-in Italia le immaginose leggende onde s'intreccia
-il cielo brettone? Quali sono tra noi le loro più antiche
-vestigia? Quando si tratta delle finzioni del cielo carolingio,
-rispondere a così fatte domande riesce molto più
-agevole. Noi vediamo anzitutto le ragioni storiche, e diciam
-pure morali, che dovevano, in certo modo, tirar di qua
-dall'Alpi la leggenda carolingia: Carlo Magno, campione
-della fede e della Chiesa, vincitore dei Saraceni infedeli,
-non era solamente un eroe franco, era un eroe universale
-cristiano; e questo eroe cristiano aveva, in Italia, fiaccata
-per sempre la potenza dei Longobardi; aveva, in Roma,
-cinta la corona del rinnovato impero. Oltre di ciò, noi
-possiamo seguitar le tracce di quei giullari vaganti, di
-quei <i>cantores francigenarum</i>, e di quei pellegrini o romei,
-che ce la recavano in casa, la rinarravano nelle castella
-e nelle corti nostre, la propagavano tra i nostri volghi<a class="tag" id="tag548" href="#note548">[548]</a>.
-Poi vediamo com'essa metta radici e propaggini nelle croniche
-nostre; poi vediamo come divenga quasi cosa nostra,
-ripetuta da prima in quella lingua stessa con che era
-<span class="pagenum" id="Page_321">[321]</span>
-giunta fra noi, o in tale che vorrebbe a quella rassomigliarsi;
-ripetuta poi in volgare nostro, accomodata all'indole
-e al sentimento di nuovi poeti e di nuovi uditori,
-cresciuta, variata, rimaneggiata in più modi. Per le finzioni
-del cielo brettone la cosa procede altrimenti. Non
-solo la diffusione loro tra noi non fu provocata e sollecitata
-da quelle ragioni che tanto favorirono la diffusione
-delle finzioni carolinge, nè da altre equivalenti od affini;
-ma le vie stesse ed i gradi per cui quella diffusione si
-venne pure compiendo non ci si lasciano mai vedere distintamente.
-Esse erano cognite fra noi sin dai primordii
-della nostra letteratura: è questo un fatto innegabile; ma
-quando vogliamo intendere e spiegare il fatto, ci è forza
-ricorrere alle congetture, appagarci degl'indizii.
-</p>
-
-<p>
-Che la poesia provenzale abbia largamente contribuito
-a far conoscere e diffondere tra di noi quelle finzioni, è
-cosa di cui non si può dubitare. Nei trovatori, i personaggi
-e i fatti principali che occorrono in esse sono ricordati
-con molta frequenza, e nei loro <i>ensenhamen</i> esse
-tengon luogo cospicuo fra le molte che il giullare, sollecito
-di sua arte, non deve ignorare. Passando in Italia,
-la poesia dei trovatori doveva non solo recarvi la notizia
-sommaria di quelle finzioni, ma, ancora, stimolare efficacemente
-la curiosità, suscitare il desiderio di conoscerle
-alquanto più a fondo. I primi trovatori vennero in Italia,
-per quanto se ne sa, sul cadere del secolo XII, quando
-l'epopea brettone (chiamiamola così) già sorta, anzi già
-famosa e divulgatissima in Francia, stava per ricevere
-l'ultima mano, ed esser levata a quel più alto grado di
-perfezione a cui allora potesse attingere, dal suo maggiore
-poeta, da Cristiano da Troyes. I più antichi, della cui venuta
-fra noi si abbia certo ricordo, sembrano essere stati
-Pietro Vidal e Rambaldo di Vaqueiras<a class="tag" id="tag549" href="#note549">[549]</a>; e nelle loro
-poesie accenni alle leggende brettoni non fanno difetto.
-<span class="pagenum" id="Page_322">[322]</span>
-Le poesie di Rambaldo in cui se ne trovano furono composte
-in Italia fra il 1192 e il 1202. L'uso di tali accenni
-passò certamente dai trovatori provenzali ai trovatori
-italiani che rimarono in provenzale, e poscia a quelli che
-rimarono in italiano. In una delle sue canzoni Bartolomeo
-Zorzi ricorda gli amori di Tristano e d'Isotta; in una
-sestina ricorda un fatto della storia di Perceval<a class="tag" id="tag550" href="#note550">[550]</a>. Ma
-assai prima che ce la recassero i trovatori di Provenza,
-si dovette aver contezza in Italia delle finzioni onde
-ebbero materia, nella seconda metà del XII secolo, i romanzi
-francesi, chè non si potrebbe intendere, senza di ciò,
-come nomi di persona, tolti alla gesta brettone, compajano
-per entro all'onomastica italiana sino dai primi anni del
-secolo XII, e compajano in modo da lasciar credere che non
-sia quello il primo tempo del loro introdursi in essa<a class="tag" id="tag551" href="#note551">[551]</a>.
-Molt'anni innanzi che ci venissero i trovatori, dovettero
-recar la <i>materia</i> brettone in Italia i Normanni.
-</p>
-
-<p>
-Si pensi alla parte che i Normanni ebbero nella diffusione
-della materia brettone. E per ragioni geografiche, e
-per ragioni storiche, essi diventarono i naturali promotori
-e propagatori di quelle immaginazioni, di quella poesia.
-I Brettoni del continente assai per tempo strinsero con
-loro legami di salda amicizia; e nel 1066, combatterono
-in buon numero, alla battaglia di Hastings, sotto le vittoriose
-bandiere di Guglielmo il Conquistatore. I Brettoni
-insulari poi accolsero come liberatori i Normanni, la cui
-vittoria diede termine all'odiato dominio anglosassone. Più
-tardi, Enrico II, non solo cercò, per propria soddisfazione,
-le vecchie leggende di Artù, ma fece ancora il poter suo
-perchè fossero largamente diffuse e gustate. Il trovero
-Gaimar, che primo mise in versi la <i>Historia Britonum</i>
-di Goffredo di Monmouth, fu normanno, e normanno fu
-quel Wace che ne imitò con più fortuna l'esempio, a tacere
-di altri<a class="tag" id="tag552" href="#note552">[552]</a>. Leggende brettoni e leggende normanne
-<span class="pagenum" id="Page_323">[323]</span>
-s'innestarono, si fusero insieme, come può vedersi nel
-<i>Roman de Rou</i> dello stesso Wace. A gente d'indole avventurosa,
-quale in tutta la vita loro si danno a divedere
-i Normanni, la storia poetica d'Artù doveva piacere naturalmente;
-e le guerre combattute con gli Anglosassoni,
-e le vittorie riportate sopra di essi, dovevano esser cagione
-che quella storia poetica fosse dai Normanni considerata
-quasi come cosa lor propria. Innamorati di quelle colorite
-leggende, le quali non narravano solamente, ma vaticinavano
-ancora, movevano da un passato glorioso e mettevan
-capo in un più glorioso avvenire, essi, avidi d'avventure
-e di gloria, dovevano recarle con sè dovunque andassero,
-come un suffragio poetico ai loro ardimenti, dovevano ripeterle
-e propagarle dovunque fermassero stanza. Con sè
-certamente le recarono essi in Napoli, in Puglia, in Sicilia,
-e in grazia loro dovettero le leggende brettoni esser
-conosciute per la prima volta in Italia.
-</p>
-
-<p>
-Di sì fatta introduzione noi non abbiamo, gli è vero,
-prove dirette. Nessuno dei cronisti (e non son pochi) i
-quali narrano le gesta dei Normanni in Italia, fa il più
-lieve accenno alle leggende brettoni, o lascia intendere in
-qualsiasi modo che i Normanni avessero recato dalla patria
-loro un ciclo di tradizioni o di favole, e si adoprassero a
-diffondere le une o le altre. Ma, dopo quanto s'è notato
-pur ora circa lo spirito delle croniche nostre, a quel silenzio
-non è da badar troppo come argomento in contrario;
-il valor positivo della verosimiglianza vince, in tal caso,
-quello tutto negativo del silenzio.
-</p>
-
-<p>
-Torniamo al soggetto nostro particolare.
-</p>
-
-<p>
-Gervasio, nel suo racconto, parla di una pianura assai
-spaziosa e gioconda, e di un palazzo di mirabile struttura.
-Non si può credere che i Siciliani immaginassero sì fatte
-cose nel monte; ma non parrà, troppo strano che ce le
-immaginassero i Normanni, i quali avevano nella fantasia
-<span class="pagenum" id="Page_324">[324]</span>
-la deliziosa e incantata isola di Avalon, e credevano forse
-di riconoscere alcune delle proprietà di essa nella ubertosa
-campagna in mezzo a cui sorge arduo e maestoso il vulcano.
-Si sa che i primi Normanni che approdarono alle
-coste dell'Italia meridionale, tornati in patria, narrarono
-meraviglie di quelle terre sorrise dal sole, e recaron con
-sè il desiderio di ritornarvi, come poi fecero, cresciuti di
-baldanza e di numero. Forse l'isola di Sicilia tutta intera
-assunse agli occhi loro l'aspetto della paradisiaca isola di
-Avalon, stanza di Morgana e di Artù.
-</p>
-
-<p>
-Pongasi mente ad un altro fatto.
-</p>
-
-<p>
-Mentre in Sicilia, come in altre parti d'Italia, sono frequenti
-i nomi di luoghi e le locuzioni proverbiali derivate
-dalle leggende del ciclo carolingio, la qual cosa prova che
-tali leggende erano veramente passate nella letteratura
-orale e nella coscienza del popolo, nulla di consimile si
-vede essere avvenuto rispetto alle leggende del cielo brettone;
-e ciò prova che il popolo non ebbe gusto alle leggende
-brettoni, o che se l'ebbe, fu sì debole e scarso da
-escludere affatto l'ipotesi ch'esso potesse lavorarvi intorno
-di suo<a class="tag" id="tag553" href="#note553">[553]</a>. Una eccezione vuol farsi in favore della fata
-Morgana. Ho già detto che costei dovette penetrare nell'Etna
-insieme con Artù. Ora è noto che col nome di fata
-Morgana si designa un fenomeno ottico (ciò che i Francesi
-chiamano <i>mirage</i>) solito a lasciarsi vedere con maggiore
-frequenza e perspicuità appunto nello stretto di Messina.
-Quel nome designa presentemente il fenomeno stesso, e
-non accenna più ad alcuna individuata e soprannaturale
-potenza che ne sia cagione; ma in origine non dovette
-essere così. Si credette allora alla reale presenza della fata
-in quei luoghi, e il fenomeno si considerò come un'opera
-dell'arte sua, forse com'uno dei giuochi o degli allettamenti
-ond'ella abbelliva l'ore e il soggiorno a' suoi compagni
-di <i>faerie</i><a class="tag" id="tag554" href="#note554">[554]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_325">[325]</span>
-</p>
-
-<p>
-Non è, nè può esser provato, ma è molto probabile che
-assai prima di approdare in Sicilia i Normanni avessero
-cognizione di una leggenda che poneva Artù nell'interno
-di un monte: approdati in Sicilia, essi non ebbero a fare
-un grande sforzo di fantasia per porre l'eroe entro il massimo
-monte dell'isola. Può darsi ancora che, prima d'approdarvi,
-essi avessero una generale notizia della possibile
-rimozione e dimora degli eroi nell'interno di un monte, o
-una particolare notizia di alcuno eroe in tal modo rimosso
-e dimorante, e che, trovatisi in presenza del meraviglioso
-vulcano, pensassero senz'altro di trasporvi il re Artù. Se
-parecchi poemi francesi pongono la scena della loro azione
-in Sicilia; se in molti altri la Sicilia è ricordata; se di
-parecchi si può ragionevolmente congetturare che sieno
-stati composti nell'isola<a class="tag" id="tag555" href="#note555">[555]</a>, noi dobbiamo esserne grati,
-soprattutto, ai Normanni; e dai Normanni dobbiam riconoscere
-la leggenda arturiana che Gervasio da Tilbury fu
-primo a raccogliere e a tramandare.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_329">[329]</span>
-</p>
-
-<h3 id="noteartu">NOTE</h3>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note513">
-<p><span class="label"><a href="#tag513">513</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Explanatio in prophetias Merlini</i>, l. III, c. 26.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note514">
-<p><span class="label"><a href="#tag514">514</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">Du Cange</span>, <i>Glossarium mediae et infimae latinitatis</i>, ediz.
-Henschel, s. v. <i>Arturum expectare</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note515">
-<p><span class="label"><a href="#tag515">515</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">Raynouard</span>, <i>Choix des poésies originales des troubadours</i>,
-Parigi, 1816-21, t. II, p. 129, col. 2ª; p. 255, col. 2ª; <span class="smcap">Birch-Hirschfeld</span>,
-<i>Ueber die den provenzalischen Troubadours des XII.
-und XII. Jahrhunderts bekannten epischen Stoffe</i>, Halle a. S.,
-1878, pp. 58-4. Vedi inoltre, intorno alla credenza, Ag. <span class="smcap">Thierry</span>,
-<i>Histoire de la conquête de l'Angleterre par les Normands</i>, 3ª ediz.,
-Parigi, 1830, vol. I, p. 22; De la Rue, Essais historiques sur les
-bardes, les jongleurs et les trouvères normands et anglo-normands,
-Caen, 1834, t. I, p. 73; <span class="smcap">San-Marte</span>, <i>Gottfried's von Monmouth
-Historia regum Britanniae</i>, ecc. Halle, 1854, pp. 417 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note516">
-<p><span class="label"><a href="#tag516">516</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Arrighetto, ovvero trattato contro all'avversità della Fortuna</i>,
-edizione del Manni, Firenze, 1730, pp. 9, 23.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note517">
-<p><span class="label"><a href="#tag517">517</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ap. <span class="smcap">Pertz</span>, Scriptores rerum germanicarum, t. XVIII, p. 796.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note518">
-<p><span class="label"><a href="#tag518">518</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">San-Marte</span>, <i>Op. cit.</i>, pp. 423 sgg. Descrizioni dell'isola
-si hanno, per esempio, nella <i>Bataille Loquifer</i> e in una delle
-rame dell'<i>Ogier</i>.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_330">[330]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note519">
-<p><span class="label"><a href="#tag519">519</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ecco le parole stesse di Gervasio, le quali, date le fiorettature
-di cui si dilettava, troppo più del bisogno, l'autore, difficilmente,
-e con danno del senso, si potrebbero tradurre alla
-lettera: «In Sicilia est mons Aetna, cujus exustu sulphurea
-fiunt incendia, in cujus confinio est civitas Catanensis, in qua
-gloriosissimi corporis B. Agathae virginis ac martyris thesaurus
-ostenditur, suo beneficio civitatem illam servans ab incendio.
-Hunc autem montem vulgares Mongibel appellant. In hujus deserto
-narrant indigenae Arturum Magnum nostris temporibus
-apparuisse. Cum enim uno aliquo die custos palefredi episcopi
-Catanensis commissum sibi equum depulveraret, subito impetu
-lascivae pinguedinis equus exiliens ac in propriam se recipiens
-libertatem, fugit. Ab inseguente ministro per montis ardua praecipitiaque
-quaesitus nec inventus, timore pedissequo succrescente,
-circa montis opaca perquiritur. Quid plura? arctissima
-semita sed plana est inventa; puer in spatiosissimam planitiem
-jucundam omnibusque deliciis plenam venit, ibique in palatio
-miro opere constructo reperit Arturum in strato regii apparatus
-recubantem. Cumque ab advena et peregrino causam sui adventus
-percontaretur, agnita causa itineris, statim palefridum
-episcopi facit adduci, ipsumque praesuli reddendum, ministro
-commendat, adjiciens, se illic antiquitus in bello, cum Modredo
-nepote suo et Childerico duce Saxonum pridem commisso, vulneribus
-quotannis recrudescentibus, saucium diu mansisse, quinimo,
-ut ab indigenis accepi, xenia sua ad antistitem illum destinavit,
-quae a multis visa et a pluribus fabulosa novitate
-admirata sunt». <i>Otia imperialia, secunda decisio</i>, ap. <span class="smcap">Leibnitz</span>,
-<i>Scriptores rerum brunsvicensium</i>, t. I, p. 921; <span class="smcap">Liebrecht</span>, <i>Des
-Gervasius von Tilbury Otia imperialia</i>, Hannover, 1856, pp. 12-13.
-A questo racconto accennò <span class="smcap">G. Paris</span> in un suo scritto intitolato
-<i>La Sicile dans la littérature française</i>, in <i>Romania</i>, t. V,
-p. 110, e lo ricordò di nuovo il <span class="smcap">Pitrè</span>, <i>Le tradizioni cavalleresche
-popolari in Sicilia</i>, in <i>Romania</i>, t. XIII, p. 391.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note520">
-<p><span class="label"><a href="#tag520">520</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per la vita di Gervasio vedi la prefazione del Leibnitz nel
-volume citato; <span class="smcap">Wright</span>, <i>Biographia britannica literaria</i>, parte 2ª,
-Londra, 1846, pp. 283-90; <span class="smcap">Wattenbach</span>, <i>Deutschlands Geschichtsquellen
-im Mittelalter</i>, Berlino, 4ª ediz., 1877-8, vol. II, p. 375.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note521">
-<p><span class="label"><a href="#tag521">521</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pagg. 921-2: «Sed et in sylvis Britanniae majoris aut minoris
-consimilia contigisse referuntur, narrantibus nemorum
-custodibus, quos forestarios, quasi indaginum ac vivariorum
-ferinorum aut regiorum nemorum, vulgus nominat, se alternis
-diebus circa horam meridianam et in primo noctium conticinio
-sub plenilunio luna lucente, saepissime videre militum copiam
-venantium et canuum et cornuum strepitum, qui sciscitantibus,
-se de societate et familia Arturi esse dicunt». È questa la
-leggenda del <i>wilde Jäger</i>, della <i>mesnie Hellequin</i> ecc., sparsa
-pressochè per tutta Europa, e nella quale compariscono, oltre
-Artù, anche Teodorico, Carlo Magno ed altri. In Iscozia essa
-era ancor viva nella seconda metà del secolo scorso, ed è forse
-tuttavia.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_331">[331]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note522">
-<p><span class="label"><a href="#tag522">522</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pag. 937.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note523">
-<p><span class="label"><a href="#tag523">523</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«Eo tempore quo Henricus imperator subiugavit sibi Syciliam,
-in Ecclesia Palernensi quidam erat Decanus, natione ut
-puto Theutonicus. Hic cum die quadam suum qui optimus erat
-perdidisset palefredum, servum suum ad diversa loca misit ad
-investigandum illum. Cui homo senex occurens, ait: Quo vadis,
-aut quid quaeris? Dicente illo, equum domini mei quaero; subiunxit
-homo: Ego novi ubi sit. Et ubi est? inquit. Respondit:
-In monte Gyber; ibi eum habet dominus meus Rex Arcturus.
-Idem mons flammas evomit sicut Vulcanus. Stupente servo ad
-verba illius, subiunxit: Dic domino tuo ut ad dies quatuordecim
-illuc veniat ad curiam eius sollemnem. Quod si ei dicere omiseris,
-graviter punieris. Reversus servus, quae audivit domino
-suo exposuit cum timore tamen. Decanus ad curiam Arcturi se
-invitatum audiens et irridens, infirmatus die praefixa mortuus
-est». <i>Dialogus miraculorum</i>, ediz. Strange, Colonia, Bonn e
-Bruxelles, 1851, dist. XII, cap. 12. Il racconto di Cesario fu
-noto a <span class="smcap">Ottavio Gaetani</span>, siracusano (1566-1620), che lo ricorda
-nella sua <i>Isagoge ad historiam siculam illustrandam</i>, cap. XII,
-ap. <span class="smcap">Graevius</span>, <i>Thesaurus antiquitatum Siciliae</i>, t. II, col. 52.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note524">
-<p><span class="label"><a href="#tag524">524</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Kaufmann</span>, <i>Caesarius von Heisterbach, Ein Beitrag zur Kulturgeschichte
-des zwölften und dreizehnten Jahrhunderts</i>, Colonia,
-1850, p. 46.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note525">
-<p><span class="label"><a href="#tag525">525</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Brunetto Latini scrive (Li Livre dou Tresor, ediz. Chabaille,
-Parigi, 1863, p. 64): mont Gibel, qui tozjors giete feu ecc.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note526">
-<p><span class="label"><a href="#tag526">526</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per errore, nel testo: <i>prope civitatem Cathenam</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note527">
-<p><span class="label"><a href="#tag527">527</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Parole aggiunte in margine nel manoscritto.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_332">[332]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note528">
-<p><span class="label"><a href="#tag528">528</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«Item audivi a quodam fratre Apulo, Johanne dicto, qui
-hoc dicebat in partibus suis accidisse, quod, cum quidam monte
-juxta Vulcanum, ubi dicitur locus purgatorii, prope civitatem
-Cathenam, quereret equum domini sui, inveniret, ut sibi visum
-est, civitatem quamdam, cujus erat hostiolum ferreum, et quesivit
-a portitore de equo quem querebat: qui respondit quod
-iret usque ad aulam domini sui, qui vel redderet eum vel doceret;
-et adjuratus ab eo portitor per Deum quod diceret ei
-quid ageret, dixit ei portitor quod caveret ne comederet de
-aliquo ferculo quod ei daretur. Videbatur ei quod videbat per
-vicos illius civitatis tot homines quot sunt in mundo, de omni
-gente et artificio. Transiens per multas aulas, venit in quamdam,
-ubi videt principem suis circumvallatum; offerunt ei multa fercula:
-non vult de eis gustare; ostenduntur ei quatuor lecti, et
-dicitur ei quod unus eorum erat domino suo paratus, et alii
-tres trium feneratorum. Et dicit ei princeps ille quod assignabat
-diem domino suo talem peremptoriam et tribus dictis feneratoribus,
-alioquin venirent inviti; et dedit ei ciphum aureum,
-coopertum cooperculo aureo. Dicit ei ne illum discooperiret,
-sed illum in hujus rei intersignum presentaret domino suo, ut
-biberet de potu suo. Equus suus ei redditur; reddit, implet
-jussa: cifus aperitur, flamma ebullit, in mari cum cifo proicitur,
-mare inflammatur. Hi quatuor, licet confessi fuissent (ex timore
-solo, et non vere penitentes) die sibi assignata, rapiuntur super
-quatuor equos nigros». (<i>Anedoctes historiques, légendes et apologues
-tirés du recueil inédit d'Étienne de Bourbon dominicain du
-XIII<sup>e</sup> siècle, publiés par</i> A. Lecoy de la Marche, Parigi, 1877,
-p. 32).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note529">
-<p><span class="label"><a href="#tag529">529</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pubblicato da Francisque Michel pel Roxburghe Club, Edimburgo,
-1873. Non fu posto in commercio, ma se ne ha un'analisi
-abbastanza minuta nell'<i>Histoire littéraire de la France</i>,
-t. XXVIII, pp. 139-79. Di essa mi giovo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note530">
-<p><span class="label"><a href="#tag530">530</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Da <span class="smcap">T. Casini</span> nel <i>Propugnatore</i>, vol. XV, parte 2ª, pp. 335-9.
-La rammentò il Pitrè, nello scritto citato, p. 392.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note531">
-<p><span class="label"><a href="#tag531">531</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Questo scetticismo italiano da taluni si esagera, specie in
-riguardo al medio evo, ma non può essere negato, e ad esso
-in parte si deve la scarsezza della nostra produzione leggendaria.
-Chi ha qualche dimestichezza con le croniche nostre e
-con le forastiere sa quanto il meraviglioso sia più abbondante
-in queste che in quelle, e come in molte di quelle, o manchi
-affatto, o si lasci scorgere appena. Il primo ad avvertire ciò fu
-il <span class="smcap">Muratori</span>, il quale dice nella dissertazione XLIV (<i>Antiquitates
-italicae medii aevi</i>, t. III, col. 963): «Temperatiora vero in ejusmodi
-studio inani fuisse Italicorum ingenia, mihi persuadeo,
-quum raros hanc in rem foetus ab eorum calamo profectos Bibliothecae
-nobis offerant. Immo Guilielmus Ventura Historicus
-in Chronica Astensi, dum postremas tabulas Anno MCCCX, conderet,
-inter alia monita liberis suis relicta, hoc etiam protulit.
-Tomo XI, pag. 228. Rer. Italicarum: <i>Fabulas scriptas in Libris,
-qui Romanzi vocantur, vitare debeant, quos semper odio habui</i>».</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_333">[333]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note532">
-<p><span class="label"><a href="#tag532">532</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Li horrendi et spaventosi prodigi et fuochi aparsi in Sicilia
-nel Monte de Ethna o vero Mongibello</i> ecc., s. l. ed a. Cfr. <span class="smcap">Praetorius</span>,
-<i>Anthropodemus plutonicus</i>, Magdeburgo, 1666, vol. I,
-p. 266.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note533">
-<p><span class="label"><a href="#tag533">533</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Dialogorum</i> l. IV, cc. 30, 35.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note534">
-<p><span class="label"><a href="#tag534">534</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Historia Francorum</i>, l. IV, cap. 34. Vedi inoltre il mio
-libro, <i>Roma nella memoria e nelle immaginazioni del medio evo</i>,
-Torino, 1882-3, vol. II, pp. 360-2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note535">
-<p><span class="label"><a href="#tag535">535</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Dist. XII, cap. 13.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note536">
-<p><span class="label"><a href="#tag536">536</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cf. <span class="smcap">Gervasio</span>, <i>Otia</i>, decis. III, pp. 965-6.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note537">
-<p><span class="label"><a href="#tag537">537</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Etymologiarum</i> l. XIV, cap. 8. <span class="smcap">Vincenzo Bellovacense</span> ripete,
-<i>Speculum naturale</i>, l. VII, cap. 22.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note538">
-<p><span class="label"><a href="#tag538">538</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«Plures etiam in confinibus montis a daemonibus, qui tunc
-diversa corpora sumentes in aera terribilia mendacia praedicabant,
-arrepti sunt». <i>Historiae</i>, l. VIII, cap. 2, ap. <span class="smcap">Muratori</span>,
-<i>Scriptores</i>, t. X, col. 1079. Anche in monti non vulcanici, del
-resto, si misero ad abitare i diavoli. Veggasi, per esempio, ciò
-che del monte Cavagum, o Convagum, nel cui interno era un
-palazzo popolato di demonii, dice <span class="smcap">Gervasio</span>, <i>Otia</i>, decis. III,
-pp. 982-3.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note539">
-<p><span class="label"><a href="#tag539">539</a>.&nbsp;&nbsp;</span>A questo proposito dice il <span class="smcap">Bembo</span> nel suo dialogo <i>De Aetna</i>:
-«Hic amoenissima loca circumquaque, hic fluvii personantes,
-hic obstrepentes rivi, hic gelidissimae fontium perennitates, hic
-prata in floribus semper et omni verna die, ut facile quilibet
-puellam Proserpinam hinc fuisse raptam putet, hic arborum
-multijugae species, et ad umbram crescentium, et ad foecunditatem;
-in qua etiam tantum excellunt caeteras omnes arbores,
-ut mihi quidem magis huic loco convenire videantur ea, quae
-de Alcinoi hortis finxit Homerus quam ipsi Feaciae».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note540">
-<p><span class="label"><a href="#tag540">540</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Molte notizie circa il fatto reca l'Usserius, <i>Britannicarum
-ecclesiarum antiquitates</i>, seconda edizione, Londra, 1687, pp. 61 sgg.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_334">[334]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note541">
-<p><span class="label"><a href="#tag541">541</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ap. <span class="smcap">Leyser</span>, <i>Historia poetarum et poematum medii aevii</i>,
-Halae Magdeb., 1721, p. 459.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note542">
-<p><span class="label"><a href="#tag542">542</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Lohengrin, ein altteutsches Gedicht</i> ecc., Eidelberga, 1813,
-p. 179:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i06"> hoch eia gebirge lit</p>
-<p class="i01">In indern Yndia, daz ist niht wit,</p>
-<p class="i01">Den gral mit all den helden ez besleuzzet,</p>
-<p class="i01">Die Artus praht mit im dar.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Non ho potuto riscontrare l'edizione critica e più recente del
-Rueckert, Quedlimburgo e Lipsia, 1858.
-</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note543">
-<p><span class="label"><a href="#tag543">543</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Felicia, Sibillen kint,</p>
-<p class="i01">und Juno, die mit Artus in dem berge sint,</p>
-<p class="i01">die haben vleisch, sam wir, unde ouch gebeine</p>
-<p class="i01">Die vraget'ich, wie der künik lebe,</p>
-<p class="i01"><i>Ecc.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="smcap">Von der Hagen</span>, <i>Minnesinger</i>, Lipsia, 1838, parte III, p. 182.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note544">
-<p><span class="label"><a href="#tag544">544</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">J. Grimm</span>, <i>Deutsche Mythologie</i>, 4ª edizione, Berlino,
-1875-8, cap. XXXII (vol. II, pp. 794 sgg.).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note545">
-<p><span class="label"><a href="#tag545">545</a>.&nbsp;&nbsp;</span>E non Federico Barbarossa, come fu immaginato e scritto
-più tardi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note546">
-<p><span class="label"><a href="#tag546">546</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Grimm</span>, <i>Op. cit.</i>, pp. 794-5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note547">
-<p><span class="label"><a href="#tag547">547</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cap. 2, in <i>Acta Sanctorum</i>, 15 aprile.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note548">
-<p><span class="label"><a href="#tag548">548</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi il bello e succoso scritto del <span class="smcap">Rajna</span>, <i>Un'iscrizione nepesina
-del 1131</i>, nell'<i>Archivio storico italiano</i>, t. XIX (1887),
-scritto pieno di fatti e d'induzioni ingegnose.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note549">
-<p><span class="label"><a href="#tag549">549</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Che prima di Pietro Vidal facesse dimora in Italia Bernardo
-di Ventadorn, asserirono, anche ultimamente, parecchi;
-ma non pare sia vero. Vedi <span class="smcap">Carducci</span>, <i>Un poeta d'amore del secolo
-XII</i>, in <i>Nuova Antologia</i>, serie 2ª, vol. XXV (1881), pp. 15-6.
-Che un altro trovator di Provenza, Uggero del Viennese, sia
-stato in Italia sino dal 1154, è semplice supposizione dell'immaginoso
-Fauriel, non suffragata da prova alcuna.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note550">
-<p><span class="label"><a href="#tag550">550</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La canzone <i>Atressi cum lo camel</i>; la sestina <i>En tal dezir
-mos cors intra</i>. Vedi <span class="smcap">Émil Levy</span>, <i>Der Troubadour Bertolome Zorzi</i>,
-Halle, 1883, pp. 44, 68.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_335">[335]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note551">
-<p><span class="label"><a href="#tag551">551</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi in proposito le preziose notizie procurate dal Rajna,
-<i>Gli eroi brettoni nell'onomastica italiana del secolo XII</i>, nella
-<i>Romania</i>, t. XVII, 1888, pp. 161-85, 355-65.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note552">
-<p><span class="label"><a href="#tag552">552</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cf. <span class="smcap">G. Paris</span>, <i>La littérature française au moyen-âge</i>, 2ª edizione,
-Parigi, 1890, § 54, pp. 88-90.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note553">
-<p><span class="label"><a href="#tag553">553</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi il citato scritto del Pitrè, pp. 380-3, 391-2. Intorno
-al ciclo brettone, in Italia, si lavora molto di fantasia; ma non
-si può dire che esso metta radici in terra nostra e dia fuori
-nuove propaggini, fatta eccezione per quel tanto che si è veduto
-di Artù, e che, volendo, si potrebbe veder di Merlino.
-Nell'Appendice II do notizia di alcun'altra immaginazione, ove
-si scorge il desiderio di legare in qualche modo leggende brettoni
-con tradizioni nostrane.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note554">
-<p><span class="label"><a href="#tag554">554</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lo prova uno scrittore siciliano del secolo XVII, Placido
-Reyna, con le seguenti parole: «Haec vero de sirenibus fabula
-aliam vulgi de saga quadam cui nomen Morgana, narrationem
-aeque fabulosam in memoriam mihi revocat, quoniam et haec
-ad delicias tractus Peloritani declarandas inventa videtur. Formosissimam
-hanc esse sagam narrant, quae terram nostram incolat
-ac saepennumero, qua potentia praedita sit, admirabili
-ratione demonstrat» (<i>Ad notitiam historicam urbis Messanae
-Introductio</i>, col. 36, ap. <span class="smcap">Graevius</span>, <i>Thesaurus</i>, t. IX). Non sembra
-del resto che il Reyna sapesse altro intorno alla fata Morgana.
-Questo, e il ricordo che, come ho notato innanzi, Ottavio Gaetani
-fa della leggenda narrata da Cesario, sono i soli accenni
-a leggende brettoni che io abbia potuto trovare nei molti ed
-eruditi illustratori della storia e della topografia della Sicilia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note555">
-<p><span class="label"><a href="#tag555">555</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">G. Paris</span>, <i>La Sicile dans la littérature française</i>, già
-cit., pp. 110, 112.</p>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_339">[339]</span>
-</p>
-
-<h3 id="app1artu">APPENDICE I.
-<span class="smaller">ACCENNI A PERSONAGGI E LEGGENDE BRETTONI
-NEI POETI ITALIANI DELLE ORIGINI.</span></h3>
-</div>
-
-<p>
-Arrigo da Settimello, di cui abbiam notato due allusioni al
-presunto ritorno di Artù<a class="tag" id="tag556" href="#note556">[556]</a> allude pure alle storie ultime venute
-nel ciclo, alle storie cioè di Tristano, in un luogo ove dice:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i10"> Quis ille</p>
-<p class="i01">Tristanus, qui me tristia plura tulit?<a class="tag" id="tag557" href="#note557">[557]</a></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Se Arrigo dovesse la sua cognizione dei casi di Tristano al
-perduto poema di Cristiano da Troyes, o ad altra storia in
-verso o in prosa, è dubbio che certamente non tenterem di
-risolvere, tanto più che egli può bene aver preso quegli accenni,
-passati ormai in uso proverbiale, dai trovatori, senza
-avere cognizione diretta dei romanzi francesi. E questo stesso
-dubbio può esser mosso per ciascuno degli accenni particolari
-che noi troviamo nei lirici nostri dei primi due secoli, dove
-essi occorrono accompagnati con quelle solite allusioni a miti
-dell'antichità classica, a proprietà di animali ecc., che formavano
-anche in Provenza un frasario d'obbligo nella lingua d'amore.
-Ciò nondimeno non si può non credere che a quegli accenni,
-presi in generale, non corrispondesse una cognizione diretta
-dei romanzi francesi della Tavola Rotonda, che, com'è noto, passarono
-ancor essi agevolmente le Alpi e si diffusero per l'Italia.
-Gli accenni in parola, del resto, non sono assai numerosi, ed
-io non credo di far cosa inutile riportando qui quelli che m'è
-<span class="pagenum" id="Page_340">[340]</span>
-avvenuto di raccogliere, e a cui altri più se ne potrebbero aggiungere
-facilmente.
-</p>
-
-<p>
-Tristano ed Isotta sono i personaggi delle storie brettoni che
-pajono avere destata in più particolar modo l'attenzione e la
-sollecitudine dei nostri poeti d'amore, e quelli a cui si riferiscono
-ancora gli accenni più antichi. La meravigliosa storia dei
-loro amori spiega una tal preferenza, della quale porge esempio
-del resto, anche la poesia dei trovatori. Messer lo re Giovanni
-che sarebbe, secondo la opinione universalmente ammessa, Giovanni
-di Brienne (n. nel 1158) suocero di Federigo II, nella
-canzone che comincia <i>Donna, audite como</i>, dà a dirittura nei
-versi seguenti l'argomento del romanzo di Tristano<a class="tag" id="tag558" href="#note558">[558]</a>:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Quella c'amo più 'n cielato</p>
-<p class="i01">Che Tristano non facia</p>
-<p class="i01">Isotta, com'è cantato,</p>
-<p class="i01">Ancor che le fosse zia;</p>
-<p class="i01">Lo re Marco era 'ngannato.</p>
-<p class="i01">Perchè ['n] lui si confidia.</p>
-<p class="i01">Ello n'era smisurato,</p>
-<p class="i01">E Tristan se ne godia</p>
-<p class="i01">Delo bel viso rosato</p>
-<p class="i01">Ch'Isaotta blonda avia.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Quelle parole <i>com'è cantato</i> (se pur non s'ha a leggere <i>com'è
-contato</i>: vedi <span class="smcap">Monaci</span>, <i>Crestomazia italiana dei primi secoli</i>, fasc. I,
-Città di Castello, 1889, p. 71) non possono riferirsi che a un
-racconto in verso. Altri accenni sono più compendiosi. Notar
-Giacomo (discordo: <i>Dal core mi vene</i>):
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Tristano ed Isalda</p>
-<p class="i01">Non amâr sì forte.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Giacomino Pugliese, o Pier delle Vigne (canzone: <i>La dolcie
-ciera piagiente):</i>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">E non credo che Tristano</p>
-<p class="i01">Isotta tanto amasse.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_341">[341]</span>
-</p>
-
-<p>
-Inghilfredi Siciliano (?) (canzone: <i>Del meo voler dir l'ombra</i>)
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">La mia fede è più casta</p>
-<p class="i01 dotted">. . . . . . . . . . .</p>
-<p class="i01 dotted">. . . . . . . . . . .</p>
-<p class="i01">E più lealtà serva</p>
-<p class="i01">Ch'en suo dir non conserva</p>
-<p class="i01">Lo bon Tristano al cui presgio s'adasta.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Dante da Majano (sonetto: <i>Rosa e giglio e fiore aloroso</i>)<a class="tag" id="tag559" href="#note559">[559]</a>:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Nulla bellezza in voi è mancata;</p>
-<p class="i01">Isotta ne passate e Blanzifiore.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Canzone anonima: (<i>Piacente viso adorno angelicato</i>)<a class="tag" id="tag560" href="#note560">[560]</a>:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">per te patisco doloroso affano</p>
-<p class="i01">più che non fe' per Isotta Tristano.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Bonaggiunta Urbiciani (canzone: Donna vostre bellezze)<a class="tag" id="tag561" href="#note561">[561]</a>:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Innamorato son di voi assai</p>
-<p class="i01">Più che non fu giammai Tristan d'Isolda.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Garbino Ghiberti (canzone: <i>Disioso cantare</i>):
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Credo lo buon Tristano</p>
-<p class="i01">Tanto amor non portàra.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Jacopo da Lentino (?) (sonetto: <i>Fino amor di fin cor ven di
-valenza</i>):
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">E di ciò porta la testamonanza</p>
-<p class="i02"> Tristano ed Isaotta co' ragione.</p>
-<p class="i02"> Che non partir giamai di lor amanza.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Domenico da Prato (canzonetta a ballo):
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Cantando un giorno d'Isotta la bionda</p>
-<p class="i01">Mi ricordai di mia donna gioconda<a class="tag" id="tag562" href="#note562">[562]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_342">[342]</span>
-</p>
-
-<p>
-Bruzio Visconti, descrivendo le bellezze di Madonna (canzone:
-<i>Mal d'amor parla chi d'amor non sente</i>)<a class="tag" id="tag563" href="#note563">[563]</a>:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">sicchè la mano fu sanza magagnia,</p>
-<p class="i01">qual si legge d'Isotta di Brettagnia.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-L'Orcagna, in uno di quei suoi guazzabugli di sonetti senza
-senso, ricorda, fra molte altre cose, l'ampolla di Napoli, fabbricata
-da Virgilio, secondo la leggenda, e la <i>reina Isotta</i><a class="tag" id="tag564" href="#note564">[564]</a>; e
-Frate Tommasuccio, ricorda nella sua nota <i>Profezia</i>, non so con
-quale intenzione, Tristano<a class="tag" id="tag565" href="#note565">[565]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Qualche volta Tristano ed Isotta sono ricordati insieme con
-altri personaggi appartenenti al ciclo. Brunetto Latini (<i>Tesoretto</i>,
-cap. I):
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Lancielotto e Tristano</p>
-<p class="i01">Non valse me' di voe.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Bonaggiunta Urbiciani (discordo: <i>Oi amadori intendete l'affanno</i>):
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">E messere Ivano</p>
-<p class="i01">E 'l dolze Tristano,</p>
-<p class="i01">Ciascuno fue sotano</p>
-<p class="i01">Inver me di languire.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Saviozzo da Siena (canzone: <i>Donne leggiadre e pellegrini amanti</i>)<a class="tag" id="tag566" href="#note566">[566]</a>:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Io non so se giammai gli uomini erranti,</p>
-<p class="i01">I' dico di Tristano o Lancilotto,</p>
-<p class="i01">O quel che fu più dotto</p>
-<p class="i01">Da' colpi suoi sapesse or dichiararmi.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Frate Stoppa de' Bostichi (ballata: <i>Se la fortuna e 'l modo</i>)<a class="tag" id="tag567" href="#note567">[567]</a>:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Tristano e Lancialotto,</p>
-<p class="i01">Ancor nel mondo la lor fama vale?</p>
-<p class="i01">Li altri di Cammellotto</p>
-<p class="i01">Per la fortuna fecer l'altrettale.</p>
-<p class="i01 dotted">. . . . . . . . . . . . .</p>
-<p class="i01">Dov'è la gran bellezza</p>
-<p class="i01">Di Ginevra, d'Isotta e d'Ansalone?</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_343">[343]</span>
-</p>
-
-<p>
-In una delle canzonette a ballo inserite nel <i>Pecorone</i>, Ser
-Giovanni Fiorentino fa memoria dei molti che <i>per amor fûr di
-vita privati</i>; ma non nomina se non due, Tristano ed Achille:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Lo specchio abbiam de' famosi passati,</p>
-<p class="i01">Del bon Tristan, del valoroso Achille<a class="tag" id="tag568" href="#note568">[568]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Gli altri personaggi sono ricordati assai più di rado. Guittone
-d'Arezzo ricorda Lancilotto (sonetto: <i>Ben aggia ormai la fede,
-e l'amor meo</i>)<a class="tag" id="tag569" href="#note569">[569]</a>:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Siccome a Lancillotto uomo simiglia</p>
-<p class="i01">Un prode cavalier.....</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Lo ricorda anche Folgore da San Gemignano (sonetto: <i>Alla
-brigata nobile e cortese</i>)<a class="tag" id="tag570" href="#note570">[570]</a>:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Prodi e cortesi più che Lancilotto;</p>
-<p class="i02"> Se bisognasse con le lance in mano</p>
-<p class="i02"> Fariano torneamenti a Camelotto.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Di Morgana fanno menzione parecchi. Guido Giudice (canzone:
-<i>La mia gran pena e lo gravoso afanno</i>):
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Chè se Morgana — fosse infra la giente,</p>
-<p class="i01">In ver Madonna non paria neiente.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Canzone anonima: (<i>Quando la primavera</i>):
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Tu c'avanzi Morgana.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Chiaro Davanzati (canzone: <i>Madonna, lungiamente agio portato</i>):
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">E ave più valere — e 'nsengnamento</p>
-<p class="i01">Che non ebe Morgana ne Tisbia.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-(E canzone: <i>Di lontana riviera</i>):
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Che non credo Tisbia,</p>
-<p class="i01">Alèna nè Morgana</p>
-<p class="i01">Avesson di bieltà tanto valore.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_344">[344]</span>
-</p>
-
-<p>
-Incerto (sonetto: <i>Lo gran valor di voi, donna sovrana</i>):
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Più mi rilucie che stella diana</p>
-<p class="i02"> A voi sotana — è tutto valimento,</p>
-<p class="i02"> Ne Blanziflor, ne Isaotta [o] Morgana</p>
-<p class="i02"> Non eber quanto voi di piacimento.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Chiaro Davanzati (sonetto):
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Ringrazio Amore de l'aventurosa</p>
-<p class="i02"> Gioja et allegreza che m'à data,</p>
-<p class="i02"> Che mi donò a servir la più amorosa</p>
-<p class="i02"> Che nom fu Tisbia o Morgana la fata.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Merlino figura, sia in compagnia dei grandi sapienti, sia in
-quella degl'ingannati dalle donne. Leonardo del Guallaco (serventese:
-<i>Siccome il pescie a nasso</i>):
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Se lo scritto non mente</p>
-<p class="i02"> Da femina treciera</p>
-<p class="i02"> Sì fue Merlin diriso.</p>
-<p class="i02"> E Sanson malamente</p>
-<p class="i02"> Tradilo una leciera.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Sonetto anonimo: (<i>Qual uom di donna fusse chanoscente</i>)<a class="tag" id="tag571" href="#note571">[571]</a>:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Merlino e Salamon e lo s[accen]te</p>
-<p class="i01">e Aristotile ne fu inghannato.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Monte (canzone: <i>Donna di voi si rancura</i>):
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Chè Troja andò im perdizione</p>
-<p class="i01">Mirllino e Salamone.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Lapo Saltarello (sonetto: <i>Considerando ingegno e pregio fino</i>)<a class="tag" id="tag572" href="#note572">[572]</a>:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Che Salomon, Sanson e 'l buon Merlino,</p>
-<p class="i01">David divino hai vinto per sentenza.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Paolo Zoppo da Castello (sonetto: <i>Maestro Pietro lo vostro sermone</i>)<a class="tag" id="tag573" href="#note573">[573]</a>:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Davit, Merlin o ver lo buon Sansone.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_345">[345]</span>
-</p>
-
-<p>
-In una frottola dubbia attribuita a Fazio degli Uberti (<i>O pellegrina
-Italia</i>) Merlino è nominato dopo Giovanni, Matteo, Daniele,
-Gioele, Abacuc, Salomone, l'abate Gioacchino<a class="tag" id="tag574" href="#note574">[574]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Guittone d'Arezzo ricorda Perceval (canzone: <i>Amor tant'altamente</i>):
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Se 'n atendendo alasso</p>
-<p class="i01">Poi m'avenisse, lasso!</p>
-<p class="i01">Che mi trovasse in fallo</p>
-<p class="i01">Sicome Prezevallo — nom cherere.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Al ritorno di Artù allude Fazio degli Uberti (sonetto: <i>Non
-so chi sia, ma non fa ben colui</i>)<a class="tag" id="tag575" href="#note575">[575]</a>:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Nè Re Artù, nè altro tempo aspetto.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-E poichè siam giunti all'enciclopedico Fazio, non lo lasciam
-così subito. Fazio allude al ritorno di Artù anche nel <i>Dittamondo</i><a class="tag" id="tag576" href="#note576">[576]</a>:
-ricordato Uterpendragon e Merlino, detto come Artù
-succedesse al padre, soggiunge:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Tanto da' suoi fu temuto ed amato,</p>
-<p class="i02"> Che lungamente dopo la sua morte</p>
-<p class="i02"> Ch'ei dovesse tornar fu aspettato.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Nè gli accenni finiscon qui. Nel cap. 23 egli ricorda la torre in
-cui Ginevra difese il suo onore, il castello espugnato da Lancilotto,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">L'anno secondo che a prodezza intese,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Camelotto disfatto, il petron di Merlino, e altro e altro. Nel
-cap. 22 ricorda i casi della donzella Dorens, e come Artù uccidesse
-Flores, e come Tristano uccidesse l'Amorotto ed Elia di
-Sassogna, e si sofferma con particolar compiacenza sulla storia
-dell'ellera che usciva dalla tomba di Tristano e penetrava in
-quella d'Isotta, storia allora famosa. Questi passi meriterebbero
-d'essere riportati per intero e assoggettati a più minuto esame;
-<span class="pagenum" id="Page_346">[346]</span>
-ma per far ciò bisognerebbe restituirne il testo, corrotto come
-tutto il poema<a class="tag" id="tag577" href="#note577">[577]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_347">[347]</span>
-</p>
-
-<p>
-Lo stesso Fazio accenna alla leggendaria morte di Mordret
-nella sua Invettiva contro Carlo IV<a class="tag" id="tag578" href="#note578">[578]</a>:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">come a Mordret il sol ti passi il casso.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Nella poesia dialettale dell'Italia del settentrione non trovo
-accenni a personaggi o leggende brettoni, il che non vuol punto
-dire che quelle leggende e quei personaggi non ci fossero noti.
-Il poeta anonimo (probabilmente Giacomino da Verona) che in
-un componimento sopra l'amore di Gesù ricorda Rolando, Oliviero,
-Carlo Magno e Uggeri il Danese<a class="tag" id="tag579" href="#note579">[579]</a> conosceva anche,
-senza dubbio, Artù e Lancilotto e Tristano; e tra le <i>fable e ditti
-de buffoni</i>, di cui parlano con tanto disprezzo lo stesso frate Giacomino
-e Uguccione da Lodi e l'ignoto autore di un poemetto
-sulla passione di Cristo, dovevano essere comprese certamente
-anche le favole di Brettagna<a class="tag" id="tag580" href="#note580">[580]</a>. Tali favole dovevano avere a
-mente e recitare quell'Osmondo da Verona, ricordato in una
-poesia delle lodi della Vergine, e quegli altri giullari, cui il
-poeta accusa di <i>gran folia e gran mençogna</i> quando ardiscono
-chiamar giglio e fiore altra donna che non sia la Vergine<a class="tag" id="tag581" href="#note581">[581]</a>, e
-quelli similmente che si ricordano in una delle poesie genovesi
-pubblicate dal Lagomaggiore<a class="tag" id="tag582" href="#note582">[582]</a>. Una prova notabile della lor
-diffusione si ha nel poema tedesco di un autore italiano, il
-<i>Wälsche Gast</i> di Tommasino de' Cerchiali friulano (Thomasin
-<span class="pagenum" id="Page_348">[348]</span>
-von Zerclar, Zerclaere, Zirklere, ecc.)<a class="tag" id="tag583" href="#note583">[583]</a>. Questo poema fu composto
-circa il 1216, come si rileva dalle parole stesse dell'autore
-che dice di averlo scritto 28 anni dopo che il Saladino
-ebbe presa Gerusalemme (1187). Parecchi sono i luoghi di esso
-in cui si ricordano fatti e personaggi della epopea brettone<a class="tag" id="tag584" href="#note584">[584]</a>;
-ma il più importante è un lungo passo del primo libro, passo
-che comprende non meno di 38 versi<a class="tag" id="tag585" href="#note585">[585]</a>. In esso il poeta parla
-della educazione che si vuol dare ai giovani, dopo aver parlato
-nei versi che immediatamente precedono di quella che si conviene
-alle fanciulle. Le fanciulle, egli dice, debbono leggere le
-storie di Andromaca, di Enida<a class="tag" id="tag586" href="#note586">[586]</a>, di Penelope, di Enone, di
-Galiana<a class="tag" id="tag587" href="#note587">[587]</a>, di Biancofiore, di Sordamor<a class="tag" id="tag588" href="#note588">[588]</a>. I giovani poi debbono
-<span class="pagenum" id="Page_349">[349]</span>
-a dirittura formarsi sui romanzi e prendere esempio dai cavalieri
-della Tavola Rotonda. Tommasino si fa un gran concetto
-del valore educativo di quei romanzi, o, com'egli li chiama alla
-tedesca, avventure (<i>âventiure</i>). Le avventure, egli dice, contengono
-sotto velo di menzogna, buone verità e utili insegnamenti<a class="tag" id="tag589" href="#note589">[589]</a>.
-I giovani debbono conoscere le istorie di Galvano, di
-Cligés, di Erec, d'Ivano; debbono agli esempii del buon Galvano
-conformare la vita loro; debbono seguitare Artù, Carlo
-Magno, Alessandro, Tristano, Sagremor, Calogran, ma non il
-maligno Keu, il quale ha pur troppo molti seguaci, e che tanto
-è diverso dall'ottimo Perceval. Tommasino ricorda come sì fatti
-ammaestramenti avesse già dati in un suo libro <i>Della Cortesia</i><a class="tag" id="tag590" href="#note590">[590]</a>;
-<span class="pagenum" id="Page_350">[350]</span>
-e a far maggiormente intendere quanto avesse in pregio le
-storie di Brettagna, ringrazia coloro che le avevan recate in
-tedesco <a class="tag" id="tag591" href="#note591">[591]</a>. Ma certamente egli era in grado d'intendere anche
-gli originali francesi e li conobbe<a class="tag" id="tag592" href="#note592">[592]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<a id="g350"></a>Un'altra prova, e molto importante, del favore onde godevano
-nel secolo XIII in Italia, tra le persone colte, le storie
-brettoni, l'abbiamo nel fatto che un poeta latino celebre di
-quei tempi, il Padovano Lovato<a class="tag" id="tag593" href="#note593">[593]</a>, di cui fa tante lodi il Petrarca,
-compose un poema sugli amori di Tristano e d'Isotta.
-Di questo poema, probabilmente latino, non si fa ricordo da
-nessuno storico della nostra letteratura; ma il prof. Novati mi
-avverte che un'allusione ad esso si trova nell'<i>Ecloga</i> che al
-Mussato indirizzò Giovanni del Vergilio. Ecco i versi che la
-contengono<a class="tag" id="tag594" href="#note594">[594]</a>:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Ipse..... Lycidas cantaverat Isidis ignes</p>
-<p class="i01">Isidis, ibat enim flavis fugibundula tricis,</p>
-<p class="i01">Non minus eluso quam sit zelata marito,</p>
-<p class="i01">Per silvas totiens, per pascua sola reperta,</p>
-<p class="i01">Qua simul heroes decertavere Britanni</p>
-<p class="i01">Lanciloth et Lamiroth et nescio quis Palamedes.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Le glosse spiegano: <i>Isidis, Isottae. Flavis tricis dicitur eo quod
-<span class="pagenum" id="Page_351">[351]</span>
-dicebatur Isotta la bionda. Fugiens regem Marcum maritum suum
-et Palamedem</i>. Dall'ultimo verso pare peraltro che Giovanni
-confondesse le storie di Tristano con quelle di Lancilotto; e in
-quel <i>nescio</i> si fiuta un certo disprezzo di latinista per le favole
-romanze.
-</p>
-
-<p>
-Quando avrò detto che nel poema dell'<i>Intelligenza</i> tutta la
-materia della <i>Tavola Ritonda</i> è accennata in pochi versi<a class="tag" id="tag595" href="#note595">[595]</a>, e
-ricordate le note allusioni di Dante, del Petrarca e del Boccaccio,
-avrò, non esaurita, ma chiusa questa breve rassegna; non tuttavia
-senza prima richiamar l'attenzione sopra un cronista verseggiatore,
-il quale ci porge uno dei più antichi documenti che
-della diffusione delle leggende brettoni si riscontrino nella
-nostra letteratura. È questi Gotofredo da Viterbo, nel cui
-<i>Pantheon</i>, alla particola XVIII, si narrano le storie di Uter e
-di Aurelio, di Vortigerno, della regina Anglia, di Merlino, della
-duchessa Jema (Ingerna), sino al concepimento di Artù<a class="tag" id="tag596" href="#note596">[596]</a>. Per
-tutto questo favoloso racconto Gotofredo si accorda, in sostanza
-con Goffredo di Monmouth; ma presenta pure alcune lievi differenze
-particolari, le quali si possono spiegare, o con dire
-ch'egli alterò così di suo arbitrio il racconto dello storico inglese,
-o con supporre ch'egli abbia avuto dinanzi un libro
-molto affine a quello di costui, quale, secondo l'opinione dello
-Scheffer-Boichorst, sarebbe il caso per Alberico delle Tre Fontane
-<a class="tag" id="tag597" href="#note597">[597]</a>. Asserire senz'altro ch'egli attinse da Goffredo di Monmouth,
-come fanno l'Ulmann<a class="tag" id="tag598" href="#note598">[598]</a>, il Wattenbach<a class="tag" id="tag599" href="#note599">[599]</a>, e il Waitz<a class="tag" id="tag600" href="#note600">[600]</a>,
-non si può. Checchessia di ciò, Gotofredo da Viterbo fu assai
-probabilmente il primo ad introdurre mediante uno scritto in
-<span class="pagenum" id="Page_352">[352]</span>
-Italia parte della leggenda brettone. Egli non finì di lavorare
-intorno al <i>Pantheon</i> se non nel 1191; ma già nel 1186 aveva
-dedicato una prima redazione del libro al papa Urbano III.
-Con questa data si risale ai tempi della venuta dei primi
-trovatori fra noi. Ma non solamente il Pantheon fu composto
-in Italia; Gotofredo fu egli stesso italiano; e questa sua
-qualità accresce per noi l'importanza di quella parte della sua
-storia universale. L'opinione ch'egli fosse tedesco fu messa innanzi
-in forma dubitativa primamente dal Baronio, poi sostenuta
-con tutta risolutezza dal Ficker<a class="tag" id="tag601" href="#note601">[601]</a>, e ad essa tuttavia si
-attiene il Wattenbach<a class="tag" id="tag602" href="#note602">[602]</a>; ma l'opinione contraria, professata
-dagli istoriografi più antichi, fu, parmi, dall'Ulmann dimostrato
-essere la vera<a class="tag" id="tag603" href="#note603">[603]</a>.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h3>NOTE</h3>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note556">
-<p><span class="label"><a href="#tag556">556</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi indietro, pp. 303-4.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note557">
-<p><span class="label"><a href="#tag557">557</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Arrighetto</i>, ecc., ediz. cit., p. 6.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note558">
-<p><span class="label"><a href="#tag558">558</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Quando non indico altrimenti s'intende che cito secondo la lezione del
-cod. Vaticano 3793, edito a cura del <span class="smcap">D'Ancona</span> e del <span class="smcap">Comparetti</span>, <i>Le antiche
-rime volgari</i> ecc., Bologna, 1875-88.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note559">
-<p><span class="label"><a href="#tag559">559</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Nannucci</span>, <i>Manuale</i>, 3ª ed., vol. I, p. 310. Non tengo conto dei dubbii
-sollevati intorno a Dante da Majano dal Borgognoni, perchè credo che il
-Novati sia riuscito a dissiparli.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note560">
-<p><span class="label"><a href="#tag560">560</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Casini</span>, <i>Le rime dei poeti bolognesi del secolo XIII</i>, Bologna, 1881 (<i>Sc. di
-cur. lett.</i>, disp. CLXXXV), p 167.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note561">
-<p><span class="label"><a href="#tag561">561</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Nannucci</span>, <i>Manuale</i>, vol. I, p. 150.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note562">
-<p><span class="label"><a href="#tag562">562</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Trucchi</span>, <i>Poesie italiane inedite di dugento autori</i>, Prato, 1846-7, vol. II,
-p. 358.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note563">
-<p><span class="label"><a href="#tag563">563</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Liriche edite ed inedite di</i> <span class="smcap">Fazio degli Uberti</span> per cura di R. Renier,
-Firenze, 1883, p. 233.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note564">
-<p><span class="label"><a href="#tag564">564</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Trucchi</span>, <i>Op. cit.</i>, vol. II, p. 29.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note565">
-<p><span class="label"><a href="#tag565">565</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Id.</i>, vol. II, p. 134.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note566">
-<p><span class="label"><a href="#tag566">566</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Santeschi</span>, <i>Poesie minori del secolo XIV</i>, Bologna, 1867 (<i>Sc. di cur.
-lett.</i>, disp. LXXVII), p. 46.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note567">
-<p><span class="label"><a href="#tag567">567</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Carducci</span>, <i>Cantilene e ballate, strambotti e madrigali nei secoli XIII
-e XIV</i>, ecc., Pisa, 1871, pp. 107, 108.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note568">
-<p><span class="label"><a href="#tag568">568</a>.&nbsp;&nbsp;</span>È la canzonetta che séguita alla nov. 2ª della giorn. VII.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note569">
-<p><span class="label"><a href="#tag569">569</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Le rime di</i> <span class="smcap">Guittone d'Arezzo</span>, ed. Valeriani, Firenze, 1828, vol. II, p. 86.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note570">
-<p><span class="label"><a href="#tag570">570</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Navone</span>, <i>Le rime di Folgore da San Gemignano e di Cene da la Chitarra</i>,
-Bologna, 1880 (<i>Sc. di cur. lett.</i>, disp. CLXXII), p. 3. Nel verso che
-immediatamente precede ai riportati si troverebbe ricordato il re Dano,
-padre di Lancilotto, secondo il testo di altre edizioni; secondo il testo di
-quella del Navone è ricordato il re Priano, cioè Priamo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note571">
-<p><span class="label"><a href="#tag571">571</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Propugnatore</i>, vol. XV, parte 2ª, p. 339.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note572">
-<p><span class="label"><a href="#tag572">572</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Valeriani</span>, <i>Poeti del primo secolo</i>, Firenze, 1816, vol. II, p. 434.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note573">
-<p><span class="label"><a href="#tag573">573</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Casini</span>, <i>Le rime</i> ecc., p. 125.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note574">
-<p><span class="label"><a href="#tag574">574</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Liriche</i>, ediz. cit., p. 193.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note575">
-<p><span class="label"><a href="#tag575">575</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Liriche</i>, ediz. cit., pp. 159-60. Cfr. p. <span class="smcap lowercase">CCXC</span>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note576">
-<p><span class="label"><a href="#tag576">576</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. IV, cap. 24, ed. dell'Antonelli, Venezia, 1835. V. anche l. II, cap. 15.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note577">
-<p><span class="label"><a href="#tag577">577</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sopra un caso particolare credo opportuno di richiamar qui l'attenzione
-del lettore. L'edizione milanese del 1826, e la veneziana testè citata, e l'altra
-veneziana dell'Andreola (<i>Parnaso italiano</i>, voll. IX-XI, 1820) leggono a
-questo modo (non curando alcune differenze di niun rilievo) la terzina 34 del
-cap. 22, l. IV:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Intanto ivi udii contar allora</p>
-<p class="i02"> D'un'ellera che dello avello uscia</p>
-<p class="i02"> Là dove il corpo di Tristan dimora.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Quell'<i>Intanto ivi</i> è certamente un errore, nato dal non sapere intendere ciò
-che il testo recava veramente. Nella edizione del 1501 il primo verso del
-terzetto si legge così:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Intintoil udi contare alhora.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Similmente nel Cod. N. I, 5 della Nazionale di Torino (altre edizioni e codici
-non posso ora consultare):
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Intintoil udi contar allora,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e senza dubbio si vuole scrivere:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">In Tintagoil udii contar allora;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-oppure, senza mutar nulla:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">In Tintoil udii contar allora.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Tintaguel, Tintagel, Tintajoil in francese (v. <span class="smcap">Francisque Michel</span>, <i>Tristan,
-Recueil de ce qui reste des poëmes relatifs à ses aventures</i>, Londra, 1835,
-vol. I, pp. 15, 44, ecc.), Tintagoil in provenzale, Tintajoele in tedesco (<span class="smcap">Gottfried
-von Strasbourg</span>, <i>Tristan und Isolde</i>, Breslavia, 1823, v. 476 ecc.), era
-il nome della residenza del re Marc, dove appunto sorgevano le tombe dei
-due amanti. Nel <i>Roman de Brut</i> è il castello in cui è rinchiusa Igierna,
-madre di Artù. Nel <i>Roman de Flamenca</i>, edito da P. Meyer, Parigi, 1865,
-si ricorda, vv. 591-2, un <i>lais de Tintagoil</i>:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">L'uns viola [l] lais del Cabrefoil</p>
-<p class="i01">E l'autre cel de Tintagoil.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-È questo un altro saggio delle infinite correzioni che il testo del <i>Dittamondo</i>
-richiede. Non voglio lasciare l'argomento senza recare una curiosa nota che
-Guglielmo Capello appose qui per l'appunto, e che dice così: «Questa parte
-di questo capitolo, signor mio marchese, non chioso, pero che de queste historie
-francesi sono ignorante quasi, e pochi libri francesi ho veduti non che lecti.
-E per lo simile in la. 2ª. cantica supra, ove fa mentione di vterpendragon,
-lasciai a chiosare; et anchora perchè voi, signore, site copioso e docto delle
-dicte historie, porite intendere e chiosare a uostro modo». Il Capello compose
-il suo commento ad instanza di un marchese di Ferrara, che non so propriamente
-quale si fosse. (Vedi per quanto concerne il Capello e il codice di
-Torino, <span class="smcap">Renier</span>, <i>Op. cit.</i>, p. cli n). La nota di lui può servire d'illustrazione
-all'inventario dei codici francesi posseduti dagli Estensi nel sec. XV, pubblicato
-dal <span class="smcap">Rajna</span> nella <i>Romania</i>, vol. II.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note578">
-<p><span class="label"><a href="#tag578">578</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Liriche</i>, ediz. cit., p. 121.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note579">
-<p><span class="label"><a href="#tag579">579</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Mussafia</span>, <i>Monumenti antichi di dialetti italiani</i>, in <i>Sitzungsberichte
-der k. Akademie der Wissenschaften, philos.-hist. Cl.</i>, vol. XVI, Vienna,
-1864, p. 162.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note580">
-<p><span class="label"><a href="#tag580">580</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De Babilonia civitate infernali</i>, ap. <span class="smcap">Mussafia</span>, <i>Op. cit.</i>, p. 158; <span class="smcap">Tobler</span>,
-<i>Das Buch des Uguçon da Laodho</i>, verso 197, <i>Abhandl. d. k. Preuss. Akad.
-d. Wiss. zu Berlin, philos.-hist. Cl.</i>, 1884; <i>La passione e Risurrezione,
-poemetto veronese del secolo XIII</i>, pubblicato integralmente per la prima
-volta da <span class="smcap">L. Biadene</span> in <i>Studj di filologia romanza</i>, fasc. 2º. 1884, p. 243.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note581">
-<p><span class="label"><a href="#tag581">581</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Mussafia</span>, <i>Op. cit.</i>, pp. 194-5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note582">
-<p><span class="label"><a href="#tag582">582</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Archivio glottologico italiano</i>, vol. II, p. 231.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note583">
-<p><span class="label"><a href="#tag583">583</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Der welhische Gast</i>, pubblicato dal <span class="smcap">Rueckert</span>, Quedlimburgo e Lipsia, 1852.
-Intorno ai poema vedi più particolarmente <span class="smcap">Gervinus</span>, <i>Geschichte der deutschen
-Dichtung</i>, 5ª ed., vol. II, pp. 9 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note584">
-<p><span class="label"><a href="#tag584">584</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vv. 77-8, 1033, 1041 sgg., 3535, 3539, 6325 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note585">
-<p><span class="label"><a href="#tag585">585</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vv. 1041-78.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note586">
-<p><span class="label"><a href="#tag586">586</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Verso 1033. Certamente la Enide de' cui casi fece un poema Cristiano da
-Troyes, il quale dice di sè stesso nel primo verso del <i>Cligés</i> (pubblicato per
-la prima volta da <span class="smcap">W. Foerster</span>, <i>Christian von Troyes sämtliche Werke</i>;
-vol. I, Halle, 1884):
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Cil qui fist d'Erec et d'Enide.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Un'altra Enide (Inida) si ha nell'<i>Ugone d'Alvernia</i>, ma il perduto originale
-di questo romanzo fu, senza dubbio, di molto posteriore a Tommasino.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note587">
-<p><span class="label"><a href="#tag587">587</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Probabilmente non la Galiana presunta moglie di Carlo Magno, la quale
-non dà troppo buon esempio di sè nel <i>Garin de Monglane</i>, ma l'altra, che
-figura nel <i>Roman de Fregus et Galienne</i>, o <i>Roman du Chevalier au bel
-escu</i>, di Guillaume clerc de Normandie. Vedi un'analisi di questo poema in
-<span class="smcap">De la Rue</span>, <i>Op. cit.</i>, t. III, p. 13-7.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note588">
-<p><span class="label"><a href="#tag588">588</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Soredamors, sorella di Gauvain nel <i>Cligés</i> cit., v. 445 ecc. Come si vede,
-in fatto di educazione femminile, Tommasino aveva criterii molto più larghi
-e più liberali che non Francesco da Barberino, il quale nel libro suo <i>Del
-reggimento e costumi di donna</i>, così dice della fanciulla, la quale abbia già
-passata l'età del <i>maritaggio</i> (e a maggior ragione si deve intendere di ogni
-altra):
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Fugga d'udir[e] tutti libri e novelle,</p>
-<p class="i01">Canzoni, ed anchor trattati d'amore:</p>
-<p class="i01">Ch'el gli è agievole a vincier la torre,</p>
-<p class="i01">C'a dentro dassè l[o] nimico mortale.</p>
-<p class="i01">Onde colei che el nimico cacciar</p>
-<p class="i01">Non può dassè, almen[o] nolgli de' dare</p>
-<p class="i01">Tal nodrimento che 'l faccia ingrassare.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Parte III, ed. di C. Baudi di Vesme (<i>Collezione di opere inedite e rare</i>),
-Bologna, 1875, p. 83.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note589">
-<p><span class="label"><a href="#tag589">589</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vv. 1131-4:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">sint die âventiur niht wâr,</p>
-<p class="i01">si bezeichent doch vil gar</p>
-<p class="i01">waz ein ieglîch man tuon sol</p>
-<p class="i01">der nach vrümkeit wil leben wol.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note590">
-<p><span class="label"><a href="#tag590">590</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vv. 1173-5:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">alsô ich hân hie vor geseit</p>
-<p class="i01">an mîm buoch von der hüffcheit</p>
-<p class="i01">daz ich welhschen hân gemacht.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Due libri dice Tommasino di aver composto prima del <i>Wälsche Gast</i>, l'uno
-<i>Della Cortesia</i>, già citato, l'altro <i>Della Falsità</i>. In che lingua erano composti
-questi due libri? Dice il Rückert nella Prefazione al poema, p. <span class="smcap lowercase">IX</span>:
-«Merkwürdig ist es, dass er, der sich ausdrücklich auch als Dichter in
-wälscher Sprache, d. h. in nordfranzösischer, aufführt, doch keine grösseren
-Einwirkungen der Formengesetze einer fremden Verskunst zeigt, als sie
-überhaupt die ganze damalige deutsche Poesie in den hörischen Reimpaaren
-aufweist». Ma che ragion c'è di credere che quei libri fossero scritti in
-francese? Tommasino usa <i>welhsch</i> sempre in significato d'italiano e non di
-francese. Egli si chiama da sè stesso <i>welhsche gast</i>, cioè ospite italiano; egli
-dice (vv. 34-6) di non voler mescolare parole della sua lingua (<i>welhische worte</i>)
-nella lingua del suo poema. Quei libri erano certamente scritti in italiano,
-e però sarebbero tra i più antichi monumenti della nostra letteratura volgare.
-Del libro <i>Della Cortesia</i> non s'è potuto sin qui trovar traccia; ma
-potrebbero forse avere qualche parziale attinenza con esso la poesia di <span class="smcap">Bonvesin
-da Riva</span>, <i>De quinquaginta curialitatibus ad mensam</i>, e l'anonima di
-affine argomento pubblicata dal <span class="smcap">Bartsch</span>, <i>Rivista di filologia romanza</i>, v. II,
-p. 43. Quanto all'altro, il Grion credette potessero esserne frammento alcuni
-versi volgari pubblicati dal <span class="smcap">Mussafia</span>, <i>Analecta aus der Marcusbibliothek,
-Jahrbuch für romanische und englische Litteratur</i>, v. VIII (1867), p. 211
-(<span class="smcap">Grion</span>, <i>Frîdanc, in Zeitschrift für deutsche Philologie</i>, v. II (1870), p. 432).
-Questa congettura, o, piuttosto, questo semplice dubbio, parve del tutto
-infondato al Bartsch (<span class="smcap">August Koberstein's</span> <i>Grundriss der Geschichte
-der deutschen Nationalliteratur, fünfte umgearbeitete Auflage von</i> Karl
-Bartsch, Lipsia, 1872-4, v. I, p. 245, n. 5). Il prezioso codice Saibante, d'onde
-lo Zeno trasse quei versi pubblicati dal Mussafia, si credette lungo tempo
-perduto; ma, com'è noto, esso riapparve, non ha molto, fra i manoscritti
-della collezione Hamilton, e trovasi ora a Berlino. Il prof. Tobler ha già pubblicato
-di su quel codice una versione veneta dei <i>Disticha Catonis</i>, il libro
-di Uguccione da Lodi già citato, il libro di Girardo Pateg, e certi <i>Proverbia
-que dicuntur super natura feminarum</i>, ove quei versi per lo appunto ricorrono.
-L'autore di questi Proverbia rimane ignoto per ora: esso non fu certamente
-Tommasino de' Cerchiari (Zeitschrift für romanische Philologie,
-vol. IX (1885), p. 288).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note591">
-<p><span class="label"><a href="#tag591">591</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vv. 1135-7.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note592">
-<p><span class="label"><a href="#tag592">592</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nota il Foerster nella Introduzione al Cligés cit. p. <span class="smcap lowercase">XXV</span>, che le allusioni
-che nel <i>Wälsche Gast</i> si trovano fatte a questo romanzo, riferisconsi
-al poema francese, essendo posteriori di tempo i rifacimenti tedeschi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note593">
-<p><span class="label"><a href="#tag593">593</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi intorno ad esso <span class="smcap">Tiraboschi</span>, <i>Storia della lett. ital.</i>, ed. dei Classici,
-t. V, pp. 877 sgg. Il <span class="smcap">Vedova</span>, nella sua <i>Biografia degli Scrittori Padovani</i>,
-non ne registra nemmeno il nome.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note594">
-<p><span class="label"><a href="#tag594">594</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Bandini</span>, <i>Catalogus codicum latinorum</i> etc., t. II, col. 19.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note595">
-<p><span class="label"><a href="#tag595">595</a>.&nbsp;&nbsp;</span>St. 287-8, 294.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note596">
-<p><span class="label"><a href="#tag596">596</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ap. <span class="smcap">Struvio</span>, <i>Scriptores</i>, t. II, parte 2ª pp. 357 sgg.; <span class="smcap">Muratori</span>, <i>Scriptores</i>,
-t. VII, coll. 469 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note597">
-<p><span class="label"><a href="#tag597">597</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">Pertz</span>, <i>Scriptores</i>, t. XXIII, p. 669.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note598">
-<p><span class="label"><a href="#tag598">598</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Gotfrid von Viterbo. Beitrag zur Historiographie des Mittelalters</i>,
-Gottinga, 1863, pp. 73-5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note599">
-<p><span class="label"><a href="#tag599">599</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Deutschlands Geschichtsquellen im Mittelalter</i>, 4ª ed., Berlino, 1877-8,
-vol. II, p. 228.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note600">
-<p><span class="label"><a href="#tag600">600</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ap. <span class="smcap">Pertz</span>, <i>Scriptores</i>, t. XXII, p. 8. Circa una <i>Historia Britannica</i>,
-pretesa intermediaria, secondo il <span class="smcap">De la Borderie</span> (<i>L'Historia Britonum attribué
-à Nennius</i> etc., Parigi, 1883) fra la <i>Historia Britonum</i> di Nennio e
-l'<i>Historia regum Britanniae</i> di Goffredo di Monmouth, v. <span class="smcap">G. Paris</span>, in <i>Romania</i>,
-vol. XII, p. 371-5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note601">
-<p><span class="label"><a href="#tag601">601</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nella prefazione al <i>Carmen de gestis Friderici I</i>, da lui edito, Innsbruck,
-1853.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note602">
-<p><span class="label"><a href="#tag602">602</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Op. cit.</i>, vol II, p. 223.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note603">
-<p><span class="label"><a href="#tag603">603</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Op. cit.</i>, pp. 4 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_353">[353]</span>
-</p>
-
-<h3 id="app2artu">APPENDICE II.
-<span class="smaller">DI ALCUN RIMESSITICCIO ITALIANO
-DI LEGGENDA BRETTONE.</span></h3>
-</div>
-
-<p>
-Galvano Fiamma (prima metà del sec. XIV) inserisce nel suo
-<i>Opusculum de rebus gestis Azonis Vicecomitis</i> il seguente racconto<a class="tag" id="tag604" href="#note604">[604]</a>:
-</p>
-
-<p>
-«Anno supradicto scilicet in MCCCXXXIX, stantibus supradictis
-concurrentiis Johannes Brusatus de Brixia factus est Potestas
-Mediolanensis, et coepit regere die penultimo Madii........
-Eodem anno sub castro Seprii in Monasterio de Torbeth flante
-quodam vento terribili, quaedam magna arbor divinitus est
-evulsa radicitus, subque inventa fuit sepultura ex marmore
-multae pulchritudinis: in hoc sepulcro jacebat Rex Galdanus
-de Turbet Rex Longobardorum; in cujus capite erat corona ex
-auro in qua erant tres lapides pretiosi, scilicet Carbunculus
-pretii mille florenorum, et unus adamans pretii II. millium florenorum,
-et unus achates pretii D. florenorum. In manu sinistra
-habebat unum pomum aureum, a latere erat unus ensis habens
-dentem in acie satis magnum, qui fuerat Tristantis de Lyonos,
-cum quo interfecerat Lamorath Durlanth. Unde in pomo ensis
-sic erat scriptum: <i>Cel est l'espée de Meser Tristant, un il ocist
-l'Amoroyt de Yrlant</i>. In manu sinistra habe[b]at scripturam continentem
-hos Versiculos:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">«Zesu. Saldi de Turbigez</p>
-<p class="i01">Roy de Lombars incoronez</p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_354">[354]</span></p>
-<p class="i01">Soles altres Barons aprexiés</p>
-<p class="i01">Zo che vos véez emportés</p>
-<p class="i01">Per Deo vos pri no me robez».</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Questo strano racconto è riferito parola per parola nel <i>Flos
-florum</i>, cronaca del secolo XIV, attribuita, ma senza prove, ad
-Ambrogio Bossi<a class="tag" id="tag605" href="#note605">[605]</a>. Alcune lievi differenze si hanno nei luoghi
-in francese e vogliono essere notate. L'iscrizione del pomo della
-spada è data nel <i>Flos Florum</i> così (cod. Braidense A. G. IX, 35,
-f. 211, t.):
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Cil est le spee de miser tristant</p>
-<p class="i01">unde il ocisse lamorath de xilant;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e i versi della <i>scriptura</i> nel seguente modo:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Za qui galdi de turbigez</p>
-<p class="i01">Roy de lombars incoronez</p>
-<p class="i01">Soles autres barons aprisiez</p>
-<p class="i01">Zo che vos veez ne portez</p>
-<p class="i01">por dio vos pri ne me robez.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Il testo di questi versi, tanto nel Fiamma, quanto nel <i>Flos
-Florum</i>, è abbastanza corrotto, ma si potrebbe restituir facilmente.
-Il <i>Zesu</i> del primo si risolve in un <i>Je suy;</i> il <i>Soles altres
-</i>in <i>Sor les altres</i>. Il verso <i>Zo che vos véez emportés</i>, vuol esser
-corretto col riscontro dell'altro testo in <i>Ço que vos veez n'emportez</i>,
-come richiede anche il senso. Ma la restituzione si ferma
-poi dinanzi ad un dubbio: questi versi son essi schiettamente
-francesi, alterati da trascrittori italiani, o non sono piuttosto
-franco-italiani sin dalla origine? A questa e a parecchie altre
-interrogazioni che spontaneamente si affacciano, è impossibile
-dare risposta soddisfacente. Nella iscrizione della spada si accenna
-a un noto personaggio e a un noto fatto delle istorie di
-Tristano: quell'Amoroyt è il Morhault dei racconti francesi: ma
-a che altra favola si alluda nei versi che vengon poi, confesso
-di non sapere. Seprio è ora un villaggio sulla destra dell'Olona,
-in provincia di Milano, comune di Gallarate. Turbigo, che certamente
-è da riconoscere sotto il Turbeth latino e il Turbigez
-<span class="pagenum" id="Page_355">[355]</span>
-francese, è un altro paesello di quella stessa provincia. Seprio
-ebbe nel medio evo assai più importanza che non abbia ora, e
-fu capoluogo di un contado di abbastanza larghi confini, come
-si può vedere dallo stesso Galvano Fiamma, che ne parla nel
-suo <i>Manipulus florum</i><a class="tag" id="tag606" href="#note606">[606]</a>. Ma di quel Galdanus, o Galdi (<i>Saldi</i> è
-un error di scrittura) re coronato dei Lombardi, non so in verità
-che mi dire. La forma <i>Galdanus</i> riduce alla mente Galvanus
-(Gauvain, Gavein ecc.), il magno eroe della Tavola Rotonda;
-ma Galvano non fu mai, ch'io sappia, incoronato re dei
-Lombardi. <i>Galdi</i> suggerisce <i>Galdinus</i>, nome frequente in Lombardia;
-ma con questo nome trovo bensì un san Galdino, arcivescovo
-di Milano nel 1166, e altre persone di conto, non un
-re dei Lombardi. Non so pertanto se noi ci troviamo qui dinanzi
-ad una vera e propria leggenda, oppure dinanzi ad una
-semplice finzione autogenetica e slegata. Propendo tuttavia per
-questa seconda opinione, giacchè l'intero racconto m'ha l'aria
-di una di quelle storielle inventate per uno scopo pratico determinato
-e speciale. Si sa quale lavoro fu fatto durante tutto
-il medio evo attorno a certe armi famose e, direi, storiche; a
-quante favole di ritrovamenti inopinati diedero esse argomento;
-come spesso si collegarono ad esse diritti, prerogative e primazie.
-Le spade di Costantino, di Attila e di Carlo Magno figuravano
-tra le insegne dell'impero<a class="tag" id="tag607" href="#note607">[607]</a>; per le diligenze di Enrico
-II, fu ritrovata Calibourne, la famosa spada di Artù<a class="tag" id="tag608" href="#note608">[608]</a>. Nel
-racconto del Fiamma quel ritrovamento della spada di Tristano
-nella tomba del re lombardo Galdano o Galdino, rimanda indubitatamente,
-a mio credere, a qualche aspirazione o pretensione
-di carattere politico; ma a quale, propriamente, non sono
-in grado di dire. Giova inoltre notare che il racconto del
-Fiamma viene ad urtare contro un altro racconto, secondo il
-quale la spada di Tristano, molto tempo innanzi sarebbe passata
-<span class="pagenum" id="Page_356">[356]</span>
-dalla Germania nella Gran Brettagna, fra le mani di Giovanni
-Senza Terra (1199-1216)<a class="tag" id="tag609" href="#note609">[609]</a>, cui certo non mancavano ragioni
-per procacciarsi a ogni modo un'arme di tanto pregio e di tanta
-virtù. Ma checchessia di ciò, il racconto del cronista milanese
-ci porge un curioso esempio dell'innesto di una leggenda brettone
-nelle cose nostre, e in ciò sta la capitale se non unica
-importanza sua.
-</p>
-
-<p>
-Ad esso un'altra finzione può essere raccostata, la quale pone
-eroi della leggenda brettone in relazione con cose nostre. Si sa
-che uno dei codici della <i>Historia Imperialis</i> di Giovanni Diacono
-si conserva nella Capitolare di Verona<a class="tag" id="tag610" href="#note610">[610]</a>. In calce alla
-<i>Historia</i>, dopo la epistola del Petrarca sull'officio dell'imperatore,
-si trova una breve descrizione dell'Arena, ossia anfiteatro
-di Verona, scritta, come si può giudicare dalla forma della lettera,
-sul cadere del secolo XIV<a class="tag" id="tag611" href="#note611">[611]</a>, e già ricordata dal Tartarotti<a class="tag" id="tag612" href="#note612">[612]</a>.
-Di essa ebbe a giovarsi, oltre al Saraina e al Panvinio<a class="tag" id="tag613" href="#note613">[613]</a>, anche
-l'anonimo autore di una descrizione delle città d'Italia, la quale,
-in carattere del secolo XV ex., leggesi in un altro codice di
-quella stessa Biblioteca Capitolare<a class="tag" id="tag614" href="#note614">[614]</a>: l'anonimo anzi la trascrive,
-solo con qualche rimaneggiamento nella forma, e l'attribuisce
-allo stesso Giovanni Diacono, stranamente confondendolo, per
-giunta, con l'Arcidiacono Pacifico, il quale visse nell'VIII e IX
-secolo. Ecco ora questo breve testo nella sua genuina barbarie:
-</p>
-
-<p>
-«Quomodo preliaverunt lancelotus de lachu, et malgaretes
-regis groonç filius ad invicem in civitate marmorea in antro
-arene. Set ut ulterius non procedam uolo declarare locum ubi
-isti malgaretes mundi preliaverunt ad invicem. Nam vocatus
-fuit arena ab antiquo. Erat enim locus iste rotundus per totum
-magnis sassis undique prefilatus cum cubalis multis intus, multis
-<span class="pagenum" id="Page_357">[357]</span>
-formis redimitus. In (?) eius (?)<a class="tag" id="tag615" href="#note615">[615]</a> rotunditate scales (<i>sic</i>) magnis
-saxis erant apposite, et secundum quod in altitudine veniebant
-tanto plus in rotunditate videntur ampliare. Nam scale iste
-sunt infinite, et secundum dictum pro maiori parte plus quam
-.l. cubitus erant in altitudine. Erant enim in circuitu a latere
-rotunditatis atrij huius multa loca nobilia, in cuius sumitate
-quidam locus magnus et nobilis multis formis laboratus alabastro
-lapide circumquaque redimitus erat. In quo loco pomerius
-nobilis erat. In quo pomerio barones et nobiles solacium capiebant.
-Et propter diversitatem temporis plumbeo metallo undique
-erat cohopertus secundum rotunditatis gradum. In cuius
-rotunditatem in inferiori parte de suptus erat spatium magnum,
-in quo spacio, et angulo, magnates isti, prelium ad invicem
-fecerunt. Et secundum dictum nobilium, quidam nobilis princeps
-romanus nomine marchus metilia de metellis, fecit hoc atrium
-edifficare, et vocatur arena».
-</p>
-
-<p>
-Così finisce in tronco la scrittura, e, come pare, propriamente
-nel luogo dove avrebbe dovuto cominciare l'annunciata descrizione
-del combattimento. Mancando il meglio, essa non può
-dare argomento a osservazioni di qualche rilievo. La <i>civitas
-marmorea</i> è la stessa città di Verona, così denominata nel
-medio evo dalla copia de' suoi marmorei edifizii (secondo trovasi
-notato), o dai marmi che si cavavano nel suo territorio. Giovanni
-Diacono dice in un luogo della sua <i>Historia</i>: «Haec
-civitas ab originibus prius Marmor dicta est a copia marmorum».
-Di qui il nome di Marmorina che, per citare un
-esempio, si vede usato dal Boccaccio nel <i>Filocolo</i><a class="tag" id="tag616" href="#note616">[616]</a>. Chi possa
-essere quel Malgaretes, figlio del re Groonz, veramente non so;
-ma notisi che mentre il nome di Malgaretes è dapprima usato
-come nome proprio di singola persona, poco dopo fa ufficio di
-appellativo comune, dato ad entrambi i prodi combattenti, <i>malgaretes
-mundi</i>, quasi dicesse per figura di lode <i>magaritae mundi</i>.
-La immaginazione di quel combattimento non si può dire in
-<span class="pagenum" id="Page_358">[358]</span>
-tutto scioperata, perchè è un fatto che più di una volta nell'anfiteatro
-di Verona si combatterono, durante il medio evo,
-duelli giudiziarii; ma, ad ogni modo, non mi venne fatto di scovrirne
-vestigio altrove. Il Maffei dice, parlando dell'Arena nella
-<i>Verona illustrata</i>:<a class="tag" id="tag617" href="#note617">[617]</a> «Fole si raccontano, e in supposti documenti
-si leggono, di battaglie fattevi da Lancellotto del Lago
-e dagli eroi romanzieri». Quali sieno questi <i>supposti documenti</i>
-non so, e il Maffei non lo dice.
-</p>
-
-<p>
-E poichè siamo a parlar dell'Arena, non credo inutile accennare
-ad un'altra leggenda, non so veramente quanto antica,
-che in altro modo la connette con le finzioni brettoni. In un
-carme in lode della città di Verona, carme che il Cremonese
-Domenico Bordigallo inserì nella sua Cronica<a class="tag" id="tag618" href="#note618">[618]</a>, si leggono
-questi due versi:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Condidit arte sua maga Merlinus harenam (<i>sic</i>)</p>
-<p class="i02"> Quem rapuit Minos fraude, dolo, miserum.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Nella <i>Carminum exposicio rerumque sensus Verone urbis ad
-intelligentiam</i> che segue, il Bordigallo, venuto ai due versi citati,
-narra che, a testimonianza del vescovo Sicardo e di Galvano
-Fiamma, l'Arena fu edificata dal mago Merlino, e che la
-sua immagine si vede tuttavia scolpita a cavallo, con un corno
-in mano, un cane e un cervo vicino e i versi <i>O Regem stultum</i> etc.
-sulle porte di S. Zenone. Come si vede, qui Merlino è sostituito
-nella leggenda a Teodorico. Di una tale sostituzione che cosa
-si deve pensare? Il Bordigallo componeva in Verona stessa il
-suo carme nell'ottobre del 1522, col proposito di celebrare
-quella città, di rammemorare tutte le glorie sue favolose o
-reali<a class="tag" id="tag619" href="#note619">[619]</a>. Raccolse egli quella favola da una tradizione già formata,
-o l'inventò di pianta? Non è possibile risolvere con sicurezza
-il dubbio, ma confesso che mi sento propendere per la
-seconda congettura. Anzi tutto Sicardo e Galvano Fiamma, citati
-come testimoni, non dicon verbo di quest'opera di Merlino;
-poi par difficile ad ammettere che i Veronesi potessero in leggenda
-<span class="pagenum" id="Page_359">[359]</span>
-di tanto rilievo scartar Teodorico, sì strettamente legato
-alla storia della loro città, per porre in suo luogo Merlino, che
-con quella storia non aveva relazione di sorta; da ultimo è da
-notare che di quell'attribuzione della fabbrica dell'Arena a
-Merlino non appar segno altrove. Ad ogni modo, anche ammesso
-che il Bordigallo non l'inventasse, nulla prova che questa favola
-fosse antica.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<h3>NOTE</h3>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note604">
-<p><span class="label"><a href="#tag604">604</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ap. <span class="smcap">Muratori</span>, Scriptores, t. XII, coll. 1027-8. Questo racconto fu già
-riferito altre due volte, prima da <span class="smcap">Gualtiero Scott</span>, <i>Sir Tristrem</i>, ed. 1819
-p. 298, poi dal <span class="smcap">Michel</span>, <i>Tristan</i>, già cit., vol. II, pp. 163-4. Cfr. anche <span class="smcap">De
-Castro</span>, <i>La storia nella poesia pop. mil.</i>, Milano, 1879, p. 32.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note605">
-<p><span class="label"><a href="#tag605">605</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi Ghiron, <i>Bibliografia lombarda, Catalogo dei manoscritti intorno
-alla storia della Lombardia esistenti nella Biblioteca Nazionale di Brera</i>,
-Milano, 1884 (estratto dall'<i>Arch. stor. lomb.</i>), p. 29.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note606">
-<p><span class="label"><a href="#tag606">606</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ap. <span class="smcap">Muratori</span>, <i>Scriptores</i>, t. XI, col. 654.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note607">
-<p><span class="label"><a href="#tag607">607</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi per le insegne dell'impero e per la importanza che loro si attribuiva,
-il già citato mio libro, <i>Roma nella memoria e nelle immaginazioni del
-medio evo</i>, vol. II, pp. 456 sgg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note608">
-<p><span class="label"><a href="#tag608">608</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Di ritrovamenti così fatti ci sono nel medio evo esempii assai antichi.
-Narra <span class="smcap">Paolo Diacono</span> (<i>Historia Langobardorum</i>, l. II, c. 28), come Giselperto,
-duca di Verona, aprisse la tomba di Alboino e ne togliesse la spada
-e altre cose di valore: <i>qui se ob hanc causam vanitate solita apud indoctos
-homines Albuinum se vidisse jactabat</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note609">
-<p><span class="label"><a href="#tag609">609</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Così si narra in un curioso documento conservato nella torre di Londra
-e che, dopo altri, pubblicò il <span class="smcap">Michel</span>, <i>Op. cit.</i>, vol. II, pp. 164-5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note610">
-<p><span class="label"><a href="#tag610">610</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Segnato CCIV, 189.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note611">
-<p><span class="label"><a href="#tag611">611</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Debbo questa indicazione, e alcune altre in proposito, al chiarissimo
-prof. Carlo Cipolla, il quale ebbe la gentilezza di trascrivere per me l'aneddoto.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note612">
-<p><span class="label"><a href="#tag612">612</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Relazione d'un manoscritto dell'istoria manoscritta di Giovanni Diacono
-Veronese</i>, nel t. XVIII della <i>Raccolta d'opuscoli scientifici e filologici
-</i>del <span class="smcap">Calogerà</span>, Venezia, 1738, pp. 137-8.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note613">
-<p><span class="label"><a href="#tag613">613</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Tartarotti</span>, scritto cit., p. 138.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note614">
-<p><span class="label"><a href="#tag614">614</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Segnato CCVI, 194.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note615">
-<p><span class="label"><a href="#tag615">615</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I due vocaboli sono d'incerta lettura; nella trascrizione rimaneggiata
-di cui s'è fatto testè parola si legge a questo luogo: <i>in huius autem rotunditate</i> etc.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note616">
-<p><span class="label"><a href="#tag616">616</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">V. Novati</span>, <i>Sulla composizione del Filocolo</i>, in <i>Giornale di filologia
-romanza</i>, t. III, p. 162-3, dove si hanno circa quel nome altre testimonianze«
-e <span class="smcap">Sgulmero</span>, <i>Sulla corografia del Filocolo</i>, in <i>Rivista minima</i>, XII, 7.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note617">
-<p><span class="label"><a href="#tag617">617</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ed. dei Classici, Milano, 1825-6, t. V, p. 140.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note618">
-<p><span class="label"><a href="#tag618">618</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Inedita. Vedi intorno ad essa e al suo autore, <i>Archivio veneto</i>, t. III,
-parte I.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note619">
-<p><span class="label"><a href="#tag619">619</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">Novati</span>, scritto cit., p. 65.</p>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_363">[363]</span>
-</p>
-
-<h2 id="mitogeo">UN MITO GEOGRAFICO
-<span class="smaller">(Il Monte della Calamita)</span></h2>
-</div>
-
-<h3>I.</h3>
-
-<p>
-Il terzo calendero, figliuolo di re, narra, nelle <i>Mille e
-una Notte</i>, come dopo aver corso, con dieci navi, moltissimo
-mare, e sostenuta una furiosa procella, egli ed i suoi
-smarrissero per sì fatto modo il cammino, che nessuno
-sapeva più dov'e' fossero. Un giorno, dall'alto dell'albero
-maestro, un marinajo, che stava in vedetta, gridò che
-non vedeva, tutto all'intorno, se non acqua e cielo, meno
-che dalla parte di prua, dove appariva una gran macchia
-nera. A tale annunzio il nocchiero mutò colore, buttò il
-turbante sul ponte, si picchiò il viso, e piangendo gridò:
-O mio re, noi siam tutti perduti! Sollecitato a spiegarsi,
-disse quella macchia nera non essere altro che il Monte
-della Calamita, il quale ormai traeva a sè irresistibilmente
-le navi, per cagion dei chiodi e dell'altre ferramenta
-ch'erano in esse, e palesò a tutti ciò ch'era per
-seguire, ciò che in fatto seguì. Le navi s'andarono sempre
-più approssimando alla formidabil montagna, e il dì seguente,
-a certo punto, le ferramenta loro, sbarbate dal
-legname, volarono ad essa, e con ispaventoso rumore aderirono
-alla sua superficie, la quale d'altre infinite ferramenta
-vedevasi ingombra. In un súbito le navi si sfasciarono,
-<span class="pagenum" id="Page_364">[364]</span>
-e quanti erano in esse furon sommersi nel mare,
-ch'era ivi di profondità smisurata. Tutti perirono, meno
-il principe. Costui potè raggiungere il monte, e per una
-angustissima gradinata salire fin sulla cima, dove, sotto
-una cupola, vedevasi un cavaliere di bronzo, sopra un
-cavallo similmente di bronzo; opera magica, da cui veniva
-alla rupe la sua perniciosa virtù, e che doveva essere
-distrutta perchè quel mare tornasse sgombro d'ogni pericolo
-ai naviganti. Istruito da un vecchio, durante il sonno,
-di ciò ch'ei dovesse fare, il principe disseppellì un arco
-e tre frecce, saettò il cavaliere, e lo fece precipitare nell'onde,
-le quali presero a gonfiare ed a crescere, tanto che
-raggiunsero la cima del monte. Allora venne dal largo
-una navicella, condotta da un navicellajo di bronzo, e
-dentr'essa il principe potè allontanarsi e scampare.
-</p>
-
-<p>
-È questo un racconto che potrebbe dirsi secondario e
-composito, nel quale un tema originale, semplice e schietto,
-appare sformato e adulterato da sovrapposizioni più tarde
-e affatto disacconce. Il tema originale (altrove leggermente
-variato) noi lo abbiamo in quel Monte di Calamita che
-trae a sè e ad irreparabile perdizione le navi; le sovrapposizioni
-le abbiamo in quel cavaliere e in quel cavallo
-di bronzo, in quell'artificio magico, il quale, o appar esso
-superfluo, quando si lasci (come qui si lascia) alla calamita
-la sua propria e naturale virtù, o, per contro, fa
-apparire superflua la calamita.
-</p>
-
-<p>
-Il tema originale ci si appalesa in parecchi racconti,
-di cui dirò or ora, e in una doppia tradizione geografica
-e romanzesca, orientale per l'una parte, occidentale per
-l'altra; ma giova, nondimeno, avvertir subito, che l'adulterazione
-di cui porge esempio il racconto delle <i>Mille e
-una Notte</i>, appare, in qualche modo, anche altrove.
-</p>
-
-<p>
-La tradizione occidentale è assai antica. Plinio fa menzione
-di due monti, prossimi al fiume Indo, di cui l'uno
-<span class="pagenum" id="Page_365">[365]</span>
-ha virtù di attrarre il ferro, l'altro di respingerlo, per
-modo che chi abbia calzari con bollette di quel metallo
-non può dall'uno staccare il piede, nè fermarlo nell'altro<a class="tag" id="tag620" href="#note620">[620]</a>.
-Parlando delle isole dell'India, Tolomeo ricorda le dieci
-Maniole, dalle quali dicevansi trattenute le navi le quali
-fossero, in qualche modo, munite di ferramenta; per la
-qual cosa le navi che frequentavano quei mari usavansi
-compaginare di solo legname<a class="tag" id="tag621" href="#note621">[621]</a>. Questa favola riappare in
-un trattatello <i>De Brachmanibus</i>, composto da un Palladio,
-che certamente non fu Palladio da Metone, sofista
-fiorito ai tempi di Costantino Magno, e nemmeno, secondo
-è più ragionevole credere, Palladio vescovo di Elenopoli
-(388-407), ma fu, probabilmente, un uomo che visitò
-l'India, e quivi intese narrare parecchie delle cose che
-riferisce<a class="tag" id="tag622" href="#note622">[622]</a>: riappare, inoltre, in un opuscolo <i>De moribus
-Brachmanorum</i>, malamente attribuito a Sant'Ambrogio,
-e dipendente dal trattatello di Palladio<a class="tag" id="tag623" href="#note623">[623]</a>, d'onde la deriva
-lo Pseudo-Callistene, o un interpolatore del romanzo che
-va sotto tal nome<a class="tag" id="tag624" href="#note624">[624]</a>. Costantino Africano, il celebre medico
-e monaco cassinense, il quale, nella seconda metà del secolo
-XI, viaggiò gran parte dell'Oriente e si spinse sino
-nell'India, narra, in una delle numerose sue opere, su per
-giù le medesime cose, ma senza far ricordo di quelle isole
-Maniole, e citando un libro <i>De lapidibus</i> di Aristotele,
-che lo Stagirita mai non iscrisse, e che a lui fu probabilmente
-attribuito dagli Arabi<a class="tag" id="tag625" href="#note625">[625]</a>. Alberto Magno parla
-del fatto succintamente<a class="tag" id="tag626" href="#note626">[626]</a>. Vincenzo Bellovacense attinge,
-parlando della calamita, da Plinio e da Isidoro da Siviglia,
-e riferisce anche il passo di Costantino; ma, sostituendo
-al vecchio un nuovo errore, attribuisce quel libro
-<i>De lapidibus</i> a Galeno<a class="tag" id="tag627" href="#note627">[627]</a>. Il Mandeville, che tanti miracoli
-vide, ebbe a vedere anco questo; e poichè la relazion
-del suo viaggio fu una delle più divulgate scritture del
-medio evo, e molto giovò, senz'alcun dubbio, a diffondere
-<span class="pagenum" id="Page_366">[366]</span>
-vie più la notizia che del miracolo già s'aveva in Europa,
-non sarà inopportuno riferire, nell'antica versione italiana,
-le parole con cui egli lo vien descrivendo. «Ad Ormes
-sono le nave di legnio sanza chiovi di ferro per li sassi
-della calamita, della quale nel mare è tanta quantità,
-che è una maraviglia. E se per questi confini passassi
-una nave che avessi ferro, di subito perirebbe; però che
-la calamita tira a sè per natura el ferro. Per la quale
-cagione tirerebbe a sè la nave, nè più di là si potrebbe
-partire»... «in quel mare (<i>il mare che bagna il regno
-del Prete Gianni, in India</i>) in molti luoghi, sono molti
-scogli, e assai sassi di calamita, che tira a sè il ferro co
-la sua propietà; e per questo non passa nave ove sia
-chiovi o bandelle di fero. Questi sassi di calamita, per
-sua propietà, tirono le nave, e mai più di lì non si posono
-partire. Io medesimo vidi in quel mare, di lungi a
-modo d'una isoletta, ove erano alberi, spine e pruni in
-quantità; e dicevono e marinai, che ciò erano nave, che
-quivi erono restate pei sassi de la calamita; e perchè
-erono marcite, lì erono cresciuti questi alberi, spine, pruni
-e altre erbe, che vi sono in gran quantità. Questi sassi
-vi sono in molti luoghi in quele parte, e però non v'usano
-passare mercatanti, se egliono non sanno molto bene la
-via, o se e' non hanno buono guidatore»<a class="tag" id="tag628" href="#note628">[628]</a>. Pietro Berchorio
-e Felice Faber ridicono su per giù le medesime
-cose<a class="tag" id="tag629" href="#note629">[629]</a>, e sul finire del secolo XVI, Simone Majolo ripete
-ancora la divulgatissima favola<a class="tag" id="tag630" href="#note630">[630]</a>.
-</p>
-
-<p>
-La qual favola non poteva non variarsi in più modi;
-onde abbiamo udito alcuni parlare d'intere isole di calamita,
-altri di singoli monti, altri di scogli sparsi pel
-mare; nè mancarono alcuni che, come Giovanni di Hese,
-dissero il fondo stesso del mare, in certi luoghi, formato
-di calamita, per modo che le navi, le quali vi passavano
-sopra, erano irresistibilmente inghiottite<a class="tag" id="tag631" href="#note631">[631]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_367">[367]</span>
-</p>
-
-<p>
-Nè farà meraviglia che monti e rupi di calamita, simili
-a quelli che s'immaginavano in mare, s'immaginassero
-pure entro terra. I monti ricordati da Plinio non
-sembra fossero in mare. Giovanni del Pian dei Carpini parla
-di una spedizione di Gengis Chan, la quale non sortì
-l'esito sperato, perchè certi monti di calamita attrassero
-a sè tutte le armi de' suoi soldati<a class="tag" id="tag632" href="#note632">[632]</a>.
-</p>
-
-<p>
-La tradizione orientale fu, senza dubbio, assai più copiosa
-dell'occidentale; ma noi non la conosciamo se non
-in piccola parte. So Sung, scrittore cinese dell'XI secolo,
-parla in un suo Erbario, citando certe <i>Memorie delle
-cose meravigliose che si vedono nei paesi meridionali</i>,
-di pietre di calamita giacenti nei bassifondi del mare
-che bagna le coste del Tonchino e della Cocincina, pietre
-che fermano le navi armate di lastre di ferro<a class="tag" id="tag633" href="#note633">[633]</a>. Nel
-libro arabico sulle pietre attribuito ad Aristotele, e citato
-da Bailak Kibgiaki, si legge: «A detta d'Aristotele,
-si trova nel mare una montagna di calamita. Se le
-navi le si accostano, tutti i chiodi e l'altre ferramenta
-sono sconficcati dal legno, e volano come tanti uccelli
-verso il monte, senza che il legno li possa trattenere; e
-per tale ragione le navi che corron quel mare non hanno
-chiodi di ferro, ma sono tenute insieme da corde fatte
-con le fibre dell'albero di coco, fermate con caviglie di
-legno molle che gonfia nell'acqua. I popoli del Jemen
-legan pure le navi loro con liste staccate dalle palme.
-Dicesi inoltre che una simile montagna di calamita si
-trovi sulle coste del mare d'India, ecc.»<a class="tag" id="tag634" href="#note634">[634]</a>. Parlando
-dell'Africa orientale, Edrîsi fa ricordo di una montagna
-per nome Agiud, la quale attrae a sè le navi che troppo
-le si avvicinano<a class="tag" id="tag635" href="#note635">[635]</a>: Abulfeda pone il Monte della Calamita
-in prossimità dell'Indo.
-</p>
-
-<p>
-E nei mari d'india, o della Cina, lo pongono più generalmente
-coloro che ne parlano; ma nel poema tedesco
-<span class="pagenum" id="Page_368">[368]</span>
-di <i>Gudruna</i> esso è trasposto agli estremi confini dell'Occidente,
-e Guido Guinizelli scrisse:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">In quelle parti sotto tramontana</p>
-<p class="i02"> Sono li monti della calamita,</p>
-<p class="i02"> Che dan virtute all'a're</p>
-<p class="i02"> Di trar lo ferro<a class="tag" id="tag636" href="#note636">[636]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<h3>II.</h3>
-
-<p>
-Che questa immaginazione del Monte della Calamita
-(parlo solo del monte, perchè gli è quello che si trova
-ricordato più spesso) sia orientale di origine, e passata
-d'Oriente in Occidente, non si può, cred'io, dubitare. Ma
-come e quando passata la prima volta nessuno può dire.
-Non sarebbe forse troppo irragionevole congettura quella
-che la facesse giungere in Europa coi reduci della spedizione
-di Alessandro Magno, sebbene in Arriano, e negli
-altri narratori delle imprese del Macedone, e descrittori
-dell'India, non se ne trovi cenno. Ben si può tener per
-sicuro che l'antica memoria, raccolta da Plinio, fosse in
-varii modi, e a più riprese, rinfrescata, oltrechè da notizie
-di viaggiatori, da racconti giunti nei tempi di mezzo fra
-le genti cristiane per quelle medesime vie per cui giunsero,
-dal remoto Oriente, tanti altri racconti. Di ciò vedremo,
-tra breve, alcuna prova complessa; ma non sono
-da trascurare, per questo rispetto, certi parallelismi e riscontri
-che difficilmente si posson credere casuali e spontanei.
-</p>
-
-<p>
-Ho notato nel racconto delle <i>Mille e una Notte</i> sommariamente
-riferito in principio, la sovrapposizione di un
-elemento estraneo ed eterogeneo a quello che senza dubbio
-dovette essere il tema primitivo e genuino. Per esso, il
-<span class="pagenum" id="Page_369">[369]</span>
-Monte della Calamita, perduta quasi la sua virtù naturale,
-diventa mezzo e strumento di magico potere. Che
-direm noi quando, in racconti occidentali, vedremo questo
-medesimo accoppiamento del Monte della Calamita con
-alcun magico artificio, ovvero il Monte fatto dimora di
-maghi e di fate? Nel poema tedesco anonimo intitolato:
-<i>Reinfrit von Braunschweig</i><a class="tag" id="tag637" href="#note637">[637]</a>, e composto sul finire del
-secolo XIII, o sul principiare del seguente, si narra una
-strana storia di un gran negromante per nome Zabulon,
-il quale, dimorando sul Monte della Calamita, aveva letto
-nelle stelle la venuta di Cristo milledugento anni prima
-che accadesse, e per impedirla aveva scritto parecchi libri
-di negromanzia e di astrologia, delle quali scienze era
-inventore. Poco tempo prima che Cristo nascesse, Virgilio,
-uomo di gran sapere e di singolare virtù, avuta notizia
-di questo mago e delle male sue arti, navigò alla volta
-del Monte della Calamita, e mercè l'ajuto di uno spirito,
-riuscì a impadronirsi dei tesori e dei libri di lui. Venuto il
-termine prescritto, la Vergine potè dare alla luce Gesù.
-Enrico di Müglin narra in una sua poesia<a class="tag" id="tag638" href="#note638">[638]</a> come Virgilio,
-in compagnia di molti nobili signori, partisse da
-Venezia sopra una nave tratta da due grifoni, giungesse
-al Monte della Calamita, trovasse quivi, chiuso in una
-fiala, un demonio, il quale, a patto d'avere la libertà,
-gl'insegnò come potesse impadronirsi di un libro di magia,
-ch'era dentro una tomba. Avuto il libro ed apertolo,
-Virgilio si vide comparir dinanzi ottantamila diavoli, ai
-quali comandò subito di costruire una buona strada, dopo
-di che se ne tornò tranquillamente co' suoi compagni a
-Venezia. Queste fantasie fan capolino anche nel <i>Wartburgkrieg</i><a class="tag" id="tag639" href="#note639">[639]</a>.
-Di un magnifico palazzo, sorgente sul Monte
-della Calamita, e abitato da cinque fate, si narra nel
-séguito dell'<i>Huon de Bordeaux</i> in prosa<a class="tag" id="tag640" href="#note640">[640]</a>, ed è senza
-dubbio tutt'uno collo <i>chastel d'aimant</i> descritto in una
-<span class="pagenum" id="Page_370">[370]</span>
-redazione tarda dell'<i>Ogier</i><a class="tag" id="tag641" href="#note641">[641]</a>. In un romanzo francese in
-prosa, composto probabilmente nel secolo XV, il Monte,
-o piuttosto lo Scoglio di Calamita è abitato da maghi e
-incantato, e per potersene allontanare, dopo esserne stati
-attirati, bisogna, conformemente a quanto è detto in certa
-iscrizione, gettar nel mare un anello, ch'è in cima alla
-rupe<a class="tag" id="tag642" href="#note642">[642]</a>. Non è ciò singolarmente conforme a quanto si legge
-nel racconto del terzo calendero? S'avverta inoltre che nei
-lapidarii, dove molte immaginazioni si trovano venuteci
-dall'Oriente, la calamita è messa in istretta relazione con
-l'arti magiche. In quello attribuito a Marbodo si legge:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Deendor magus hoc (<i>lapide</i>) primum dicitur usus,</p>
-<p class="i01">Conscius in magica nihil esse potentius arte.</p>
-<p class="i01">Post illum fertur famosa venefica Circe</p>
-<p class="i01">Hoc in praestigiis magicis specialiter usa<a class="tag" id="tag643" href="#note643">[643]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Alberto Magno ed altri parlano ancor essi delle virtù
-magiche della calamita<a class="tag" id="tag644" href="#note644">[644]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Dopo quanto abbiam veduto non ci parrà cosa troppo
-fuori del ragionevole che il Monte della Calamita diventasse
-il beato soggiorno, oltre che delle fate, anche di
-Artù, come si vede essere avvenuto in un vecchio romanzo
-francese intitolato <i>Roman de Mabrian</i><a class="tag" id="tag645" href="#note645">[645]</a>, e ci sarà
-men difficile intendere come e perchè, nel poema di <i>Gudruna</i>,
-il Monte della Calamita s'identificasse col monte
-Gîvers, o Mongibello, dove una leggenda, di cui discorro
-in questo stesso volume, pose per l'appunto la dimora
-di Artù, e divenisse stanza di un popolo felice, che vive
-nell'abbondanza, ed abita in palazzi d'oro<a class="tag" id="tag646" href="#note646">[646]</a>. A immaginare
-così fatta stanza e così fatto popolo, sollecitava anche,
-in certo qual modo, la credenza che le infinite navi tratte
-da ogni banda inverso il monte, vi recassero copia delle
-ricchezze tutte della terra.
-</p>
-
-<p>
-Che l'idea di porre in relazione col Monte della Calamita
-<span class="pagenum" id="Page_371">[371]</span>
-i grifoni, facendo di questi un mezzo di scampo per
-alcuni naufraghi più ingegnosi e più arditi, sia ancor
-essa orientale di origine, parmi cosa, come vedremo tra
-breve, più che probabile. Beniamino da Tudela parla di
-certe, com'egli le chiama, angustie del mar della Cina,
-dalle quali le navi che ci si smarrivano più non potevano
-districarsi, onde, venendo a mancare le vettovaglie,
-conveniva che i naviganti si morissero di fame. Perciò i
-meglio avveduti portavano con sè pelli di buoi, e quando
-non rimaneva loro altro scampo, si avvolgevano in esse,
-e si lasciavan rapire da certe aquile grandi, che li portavano
-a terra; e così molti se ne salvavano<a class="tag" id="tag647" href="#note647">[647]</a>. Fra quelle
-angustie del mare si cela di sicuro il Monte, o si celano,
-per lo meno, gli scogli, o i bassifondi di calamita, e quelle
-aquile grandi sono i ruc o roc delle novelle orientali, divenuti
-poi, in Occidente, grifoni.
-</p>
-
-<p>
-In racconti occidentali il Monte della Calamita è posto
-spesso nel bel mezzo del Mare coagulato<a class="tag" id="tag648" href="#note648">[648]</a>: così nel
-<i>Herzog Ernst</i>, di cui dirò or ora, nel <i>Jüngere Titurel</i>,
-ecc.<a class="tag" id="tag649" href="#note649">[649]</a>. Il poema di <i>Gudruna</i> lo pone nel Mar tenebroso<a class="tag" id="tag650" href="#note650">[650]</a>.
-Che sì fatti collegamenti fossero già prima avvenuti
-in Oriente, parmi probabile; ma vuolsi per altro
-avvertire che la fantasia doveva essere, non meno qua che
-laggiù, naturalmente inclinata a raccogliere insieme i
-pericoli tutti del mare; e gli è per ciò che, in parecchi
-racconti occidentali, al Mare coagulato, al Monte della
-Calamita, vanno a tener compagnia le sirene.
-</p>
-
-<h3>III.</h3>
-
-<p>
-Come in Oriente, così in Occidente, il Monte della
-Calamita non doveva figurare soltanto nelle relazioni più
-e men veridiche dei viaggiatori e nei trattati dei geografi
-<span class="pagenum" id="Page_372">[372]</span>
-e dei naturalisti, ma, come quello che poteva dare argomento
-a descrizioni fantasiose e poetiche, e occasione a
-strane avventure, doveva, o prima o poi, figurare anche
-in racconti d'indole romanzesca, e, più particolarmente in
-quelli che narravano di lontane peregrinazioni, di favolose
-imprese. Non era quasi possibile ch'esso non trovasse
-luogo in quelli che, con nome appropriato, si potrebbero
-dire i romanzi del mare: se l'antico poeta, che narrò i
-lunghi errori e i patimenti d'Ulisse e de' compagni suoi,
-ne avesse avuta contezza, il Monte della Calamita sarebbe
-apparso probabilmente nell'Odissea, fuori dall'onde di
-alcun remoto ed incognito mare.
-</p>
-
-<p>
-Dire a qual tempo risalga la prima redazione del racconto
-del terzo calendero nelle <i>Mille e una Notte</i> gli è
-impossibile ora; ma si può, per contro, indicare, se non
-altro con sufficiente approssimazione, il tempo in cui fu
-composto il più antico racconto romanzesco occidentale
-dove si parli del Monte della Calamita. Tale racconto
-è quello tedesco, ricordato pur ora, del <i>Duca Ernesto</i>,
-<i>Herzog Ernst</i>. La primitiva redazione latina di questa
-storia cavalleresca non s'è potuta rintracciare sinora; ma,
-da essa derivò, tra il 1170 e il 1180, un poema basso
-renano, di cui rimangono solo frammenti, e la cui sostanza
-passò nell'anonimo poema tedesco (tra l'XI e il XII secolo)
-dal quale io trarrò, ridotto in breve, il racconto che si
-riferisce al Monte della Calamita; in un altro poema, a
-torto attribuito a Enrico di Weldecke (composto tra il
-1277 e il 1285); nel poema latino di un Odone (prima
-del 1230); in un racconto prosastico latino; in un racconto
-prosastico tedesco e popolare.
-</p>
-
-<p>
-Nel più antico poema pervenuto intero sino a noi, il
-racconto procede nel modo che segue<a class="tag" id="tag651" href="#note651">[651]</a>. Dopo lunga e
-faticosa navigazione, il duca Ernesto e i compagni suoi
-giungono in vista di un arduo monte, alle cui falde
-<span class="pagenum" id="Page_373">[373]</span>
-spesseggia come una gran selva di alberi di nave. Uno
-dei nocchieri, avendo riconosciuta la natura del monte,
-il quale s'alza fuori dalle onde pigre del mare coagulato,
-annunzia al duca e agli altri la rovina irreparabile. Alla
-forza attrattiva della calamita non è possibile di resistere:
-tutti quegli alberi sono di navi naufragate; la morte per
-fame attende i naufraghi. Udito così tristo annunzio, il
-duca senza smarrirsi, parla amorevole ai suoi, li esorta
-a innalzar l'anima a Dio, a pentirsi d'ogni errore commesso,
-a prepararsi ad entrare, con la divina grazia, nel
-regno dei cieli. Tutti si conformano alle sue esortazioni,
-ed intanto la nave, con impetuosissimo corso, s'approssima
-al monte, e a guisa di un cuneo si caccia tra l'altre
-navi, molte delle quali sono, per vetustà, marcite, e con
-ispaventevole fragore, sfondando fianchi e travolgendo rottami,
-passa oltre, e cozza alla rupe. Le ricchezze perdute
-che s'offron quivi agli sguardi dei naufraghi son tali e
-tante che non si posson descrivere. Ma a che giovano?
-Il monte sorge in mezzo a remotissimo oceano e da nessuna
-banda si scorge la terra. A poco a poco vengon meno
-le vettovaglie; l'un dopo l'altro quei valorosi periscon di
-fame; soppraggiungono i grifoni e ne rubano i corpi, per
-pascerne i loro nati. Da ultimo rimangon vivi solo il duca
-e sette compagni, e delle provviste più non avanza se
-non mezzo pane. Allora il conte Wetzel, illuminato da
-una miracolosa idea, propone ai soci di avvolgersi in pelli
-di bue e lasciarsi rapir dai grifoni, non essendovi, fuor
-di questa, altra speranza di scampo. Il consiglio è accolto
-con applauso e con giubilo. Vestiti di tutte l'armi, si
-fanno, primi, cucir nelle pelli il duca ed il conte: vengono
-a volo steso i grifoni, li levano in aria, li portan
-di là dal mare. Quando si sentono sul sodo, i due fendono
-con le spade le pelli, balzan fuori, son salvi. E nella
-stessa maniera si salvano gli altri, meno uno, che rimasto
-<span class="pagenum" id="Page_374">[374]</span>
-ultimo, non ha chi lo ajuti ad avvolgersi nella pelle, e
-muore di fame. Ma, per partirsi dal luogo dove i grifoni
-li hanno deposti, i superstiti debbono abbandonarsi, sopra
-una zattera, al corso impetuoso di un fiume sotterraneo,
-il cui letto è tutto sparso di preziosissime gemme.
-</p>
-
-<p>
-Ugone da Bordeaux, il noto eroe della gesta carolingia,
-corse gli stessi pericoli, si salvò nel medesimo modo; e
-tra il racconto che narra di lui e quello che narra del
-duca Ernesto non sono, per questa parte, se non picciole
-differenze e di poco rilievo<a class="tag" id="tag652" href="#note652">[652]</a>. Ugone sopravvive solo ai
-suoi compagni di sventura, e perciò bisogna che si lasci
-rapir dal grifone senza ravvolgersi in una pelle di bue,
-e il grifone lo trasporta in un'isola paradisiaca, dove scaturisce
-una fonte e maturan pomi che hanno virtù di
-ridare la giovinezza, e d'onde l'eroe non può altramente
-partirsi che affidandosi al corso di un fiume sotterraneo,
-in tutto simile a quello descritto nel poema del duca
-Ernesto. La differenza maggiore si nota, non tra le avventure
-dei due cavalieri, ma tra i due cavalieri medesimi.
-Ernesto affronta impavido il periglio e la morte,
-incuora e sorregge i suoi: Ugone piange, si dispera, sviene,
-è confortato dai suoi, scambia i grifoni per diavoli. Egli
-è di quella picciola schiera di eroi, non meno timorati
-e piagnucolosi che prodi, a cui appartengono anche Ugone
-d'Alvernia e Guerino il Meschino.
-</p>
-
-<p>
-Non è chi non avverta subito la somiglianza grandissima
-che questi racconti occidentali, oltrechè col racconto
-del terzo calendero, hanno con quello del sesto viaggio
-di Sindbad il navigatore, quale si legge pur esso nelle
-<i>Mille e una Notte</i>. Anche la nave di Sindbad è tratta
-irresistibilmente verso un monte le cui radici sono ingombre
-di rottami di navi naufragate e d'infinite ricchezze;
-anche Sindbad, solo sopravvissuto ai compagni
-periti di fame, scampa, lasciandosi trascinare, sopra una
-<span class="pagenum" id="Page_375">[375]</span>
-zattera, da un fiume copioso di gemme, che scorre sotterra.
-E io credo che i racconti occidentali porgano, se
-non una prova, un indizio, che il racconto orientale è,
-in certo punto, difettoso o alterato, e dieno anche modo
-di restituirlo alla integrità e sincerità primitiva. Sindbad
-non dice che il monte ov'ei naufragò sia il Monte della
-Calamita; ma che tale fosse veramente in origine parmi
-si possa argomentare dalle particolarità stesse della descrizione,
-e dai collegamenti che hanno i varii racconti
-tra loro. Per le ragioni medesime credo s'abbia ad identificare
-col Monte della Calamita la montagna smisurata,
-e lucida come se fosse di acciajo forbito, verso la quale
-è trascinata la nave di Abulfauaris nei <i>Mille ed un Giorno</i>.
-A questo proposito un riscontro curioso e notabile. Nella
-storia prosastica latina del duca Ernesto si dice che il
-Monte della Calamita sorgeva tutto corrusco dall'onde,
-come se fosse di fiamma viva<a class="tag" id="tag653" href="#note653">[653]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Molti altri eroi, oltre al duca Ernesto e ad Ugone da
-Bordeaux, corsero questa memorabile e gloriosa avventura.
-Ho già accennato a racconti intessuti nella <i>Gudruna</i>,
-nel <i>Reinfrit von Braunschweig</i>, nel <i>Jüngere Titurel</i>,
-in una tarda redazione dell'<i>Ogier</i>, ecc.: ricorderò ancora
-la storia tedesca di Enrico il Leone, e una redazione, pure
-tedesca, del viaggio di quel San Brandano cui nessuno
-dei miracoli del mare doveva rimanere occulto<a class="tag" id="tag654" href="#note654">[654]</a>. La molteplicità
-e varietà di sì fatti racconti mostrano quanto
-diffusa e celebre fosse in Europa l'antica favola nata in
-Oriente, la favola che il Goethe ricordava d'avere udito
-narrare quand'era ancora fanciullo.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_379">[379]</span>
-</p>
-
-<h3 id="notemito">NOTE</h3>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note620">
-<p><span class="label"><a href="#tag620">620</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Historia naturalis</i>, l. II, cap. 98 (ediz. Lemaire, Parigi,
-1827-32): «Duo sunt montes juxta flumen Indum: alteri natura
-est, ut ferrum omne teneat, alteri ut respuat. Itaque si sint
-clavi in calceamento, vestigia avelli in altero non posse, in
-altero sisti». Nel l. XXXVI, cap. 25, lo stesso Plinio, parlando
-della calamita, dice: «Magnes appellatus est ab inventore (ut
-auctor est Nicander) in Ida repertus: namque et passim invenitur,
-ut in Hispania quoque. Invenisse autem fertur, clavis
-crepidarum et baculi cuspide haerentibus, quum armenta pasceret».
-Può nascer dubbio se questa seconda notizia non si
-riferisca all'uno de' monti a cui si riferisce la prima. Alcuni
-codici della <i>Historia</i> recano <i>in India</i> anzichè <i>in Ida</i>, e in India
-deve aver letto Isidoro da Siviglia, il quale nel l. XVI, cap. 4
-delle <i>Etymologiae</i> scrisse: «Magnes, lapis indicus, ab inventore
-vocatus. Fuit autem in India ita primum repertus: clavis crepidarum,
-baculique cuspidi haerens, quum armenta idem Magnes
-pasceret: postea et passim inventus». I versi di Nicandro, che
-potrebbero sciogliere il dubbio, andarono perduti; ma notisi
-che nei lapidarii, e in altri trattati la calamita è comunemente
-ricordata come pietra dell'India.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note621">
-<p><span class="label"><a href="#tag621">621</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Geographia</i>, l. VII, cap. 2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note622">
-<p><span class="label"><a href="#tag622">622</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Versione latina: «Mille vero, aut eo circiter, insulae (nisi
-falsum est quod fertur) isti insulae (<i>Taprobanae</i>) circumjacent,
-quas Mare rubrum interfluit: ibique, in insulis quae vocantur
-Maniolae, magnes lapis nascitur, ferri attractor, apud quas
-siqua navis ferreis armata clavis advenerit, virtute lapidis illico
-adducitur et in cursu sistitur. Ideoque in Taprobanem profecturi,
-navigiis in eum specialiter usum clavis ligneis compactis
-utuntur». <span class="smcap">Palladius</span>, <i>De gentibus Indiae et Bragmanibus</i>;
-<span class="smcap">S. Ambrosius</span>, <i>De moribus Brachmanorum</i>; <span class="smcap">Anonymus</span>, <i>De Bragmanibus</i>,
-Londra, 1665, p. 4.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_380">[380]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note623">
-<p><span class="label"><a href="#tag623">623</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«Hic ille, quem Magnetem appellant, reperitur lapis, qui
-ferri naturam ad se vi sua trahere dicitur. Cum ergo navis
-aliqua clavos habens ferreos illic applicuerit, illico retinetur,
-nec quoquam ire permittitur, vi nescio quadam lapidis occulta
-impediente, ob id naves ibi ligneis clavis construi dicebat».
-P. 59. Ciò si dice a proposito delle isole Maniole, trasformate,
-forse per error di scrittura, in Mammole, e sulla fede di un
-Tebeo Scolastico, il quale sarebbe stato in India.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note624">
-<p><span class="label"><a href="#tag624">624</a>.&nbsp;&nbsp;</span>L. III, cap. 7, ediz. di Carlo Müller, Parigi, 1846, p. 103.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note625">
-<p><span class="label"><a href="#tag625">625</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Liber de gradibus, De tertio gradu, Opera</i>, Basilea, 1536,
-p. 378: «Aristot. dixit esse lapidem in ripa maris Indiae inventum.
-Cuius natura cal. et sic. in 3. gradu. Dixit etiam in
-libro de lapidibus quod nautae non audent transire cum naves
-ferreos clavos habentes, aut aliquod artificium ferri in ea ducere.
-Navi etiam illis montanis appropinquante, omnes clavi,
-et quicquid ex ferro aeditum a montanis attrahitur cum proprietate
-quam habet».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note626">
-<p><span class="label"><a href="#tag626">626</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De lapidibus nominatis et eorum virtutibus</i>: «Magnes sive
-magnetes lapis est ferruginei coloris, qui secundum plurimum
-in mari Indico invenitur, et intantum abundare dicitur, quod
-periculosum est in eo navigare navibus quae superiores clavos
-habent».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note627">
-<p><span class="label"><a href="#tag627">627</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Speculum naturale</i>, l. VII, cap. 25. Egli dice pure, nè so
-d'onde attinga: «Magnes gignitur circa litus oceani, apud Trogloditas
-magnas habens virtutes... ». Nel <i>Liber lapidum</i> attribuito
-a <span class="smcap">Marbodo</span>, § 19, si legge:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Magnetes lapis est inventus apud Troglodytas,</p>
-<p class="i01">Quem lapidum genetrix nihilominus India mittit.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ediz. di Giovanni Beckmann, Gottinga, 1799, p. 42. Le testimonianze
-di Plinio, di Tolomeo, dello Pseudo Sant'Ambrogio,
-d'Isidoro da Siviglia, di Costantino, di Vincenzo Bellovacense,
-sono ricordate dal <span class="smcap">Klaproth</span>, <i>Lettre à M. le baron de Humboldt
-sur l'invention de la boussole</i>, Parigi, 1834, ma assai in confuso,
-e non senza qualche errore.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_381">[381]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note628">
-<p><span class="label"><a href="#tag628">628</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>I viaggi</i> di <span class="smcap">Giovanni da Mandavilla</span>, <i>volgarizzamento antico
-toscano</i>, Bologna, 1870 (<i>Sc. di cur. lett.</i>, disp. CXIII-CXIV),
-vol. II, pp. 31, 151-2. I passi corrispondenti della redazione latina
-e della inglese mi provano la fedeltà della versione italiana.
-Del rimanente gli è noto che il testo del Mandeville fu
-rimaneggiato e interpolato in più modi, e che parecchie versioni
-presentano, col testo originale e fra loro, diversità di
-rilievo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note629">
-<p><span class="label"><a href="#tag629">629</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Pietro Berchorio</span>, <i>Reductorium morale</i>, Venezia, 1575, l. XI,
-cap. 94, p. 482 (per errore 484): «In aliquibus partis maris
-sunt montes et scopuli de lapidibus magnetis, et ideo tanto
-impetu naves attrahunt propter ferrum quod ibi est, quod contra
-eos franguntur, et penitus dissolvuntur, secundum Isido. et Diosc.».
-Non so se il Berchorio sia debitore ad altri di questa assai
-poco opportuna citazione d'Isidoro e di Dioscoride. <span class="smcap">Felice Faber</span>,
-<i>Evagatorium in Terrae Sanctae, Arabiae et Aegypti peregrinationem</i>,
-vol. II, Stoccarda, 1843 (<i>Bibl. d. litter. Ver.</i>), pp. 469-70,
-parlando del porto di Thor, detto già Beronice, o Ardech, nel
-Mar Rosso: «Ille enim est ultimus Orientis portus nobis notus,
-in quo semper sunt multae et magnae naves indianae, quae
-tamen ita compactae et fabricatae sunt, ut nullum ferrum in
-eis sit, nec audent habere anchoras ferreas nec secures nec
-bipennes nec aliquod ferreum instrumentum. Ratio autem huius,
-est quia in littore maris indici sunt scopuli et montes lapidosi
-de lapidibus magnetum, per quos naves in Arabiam ire volentes
-transire oportet. Si ergo navis ferramenta aliqua continens ibi
-veniret, statim magnes propter ferrum navem attraheret et
-illideretur navis in scopulos et frangeretur. Est enim magnes
-mirabilis raptor ferri. Si cui placet legere, videat in Spec. Nat.
-L. X. C. 20».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note630">
-<p><span class="label"><a href="#tag630">630</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Dies caniculares</i>, Roma, 1597, p. 729: «Narrant nautae
-nostrates in ima India esse maritimas cautes magneticas, quae
-medio cursu navigia, si quid sit in eis ferri, vel clavus unus,
-sistant, detineant, attrahant. Idcirco qui illac sunt praeternavigaturi,
-postes navium ligneis clavis solitos compingere».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note631">
-<p><span class="label"><a href="#tag631">631</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Peregrinatio</i> (<span class="smcap">Zarncke</span>, <i>Der Priester Johannes, Abhandl. d.
-philol-hist. Cl. d. k. Sächsischen Gesellschaft d. Wiss.</i>, vol. VIII,
-1876, p. 164): «Et mare iecoreum est talis naturae quod attrahit
-naves in profundum propter ferrum in navibus, quia
-fundus illius maris dicitur quod sit lapideus de lapide adamante,
-qui est attractivus».</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_382">[382]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note632">
-<p><span class="label"><a href="#tag632">632</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Johannis de Plano Carpini</span> <i>Antivariensis Archiepiscopi Historia
-Mongolorum quos nos Tartaros appellamus, in Recueil de
-voyages et de mémoires publiè par la Sociétè de Géographie</i>, t. VI,
-Parigi, 1839, p. 659: «Chingis can etiam, eodem tempore quo
-divisit alios exercitus, ivit in expeditione contra Orientem per
-terram Kergis, quo bello non vicit: et ut nobis dicebatur,
-ibidem usque ad Caspios montes pervenit; montes autem illi
-in ea parte ad quam applicuerunt, sunt de lapide adamantino:
-unde eorum sagittas et arma ferrea ad se traxerunt». Per la
-confusione tra il diamante e la calamita cfr. <span class="smcap">Diez</span>, <i>Etymologisches
-Wörterbuch der romanischen Sprachen</i>, terza edizione,
-Bonn, 1869-70, s. v. <i>diamante</i>. Strano che Giovanni ponga i
-Monti Caspii all'oriente dei Tartari mentre sono a occidente.
-(Vedi l'osservazione del D'Avezac, pp. 565-6). Cfr. <span class="smcap">Majolo</span>, <i>Op.
-cit.</i>, p. 730.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note633">
-<p><span class="label"><a href="#tag633">633</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Klaproth</span>, Lettera cit., pp. 116-7.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note634">
-<p><span class="label"><a href="#tag634">634</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Id., <i>ibid.</i>, pp. 121-2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note635">
-<p><span class="label"><a href="#tag635">635</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Géographie d'</i><span class="smcap">Édrisi</span>, <i>traduite de l'arabe en français d'après
-deux manuscrits de la Bibliothèque du roi et accompagnée de notes
-par</i> P. Amédée Jaubert, Parigi, 1836-40, vol. I, p. 57 (<i>Recueil
-de voyages et de mémoires publiè par la Société de Géographie</i>).
-Il traduttore nota: «L'auteur veut probablement parler des
-courants qui peuvent porter sur la côte (Voy. <span class="smcap">D'Herbelot</span>, <i>Bibl.
-or</i>. au mot <i>aguird</i>); peut-être aussi fait-il allusion aux prétendues
-montagnes d'aimant (<span class="smcap">Hartmann</span>, <i>Edris. Afr.</i>, pag. 101)».
-Questa seconda supposizione sembra a me essere la vera. Avverto
-che non in tutte le edizioni della <i>Bibliothèque orientale</i> si
-trova il passo qui citato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note636">
-<p><span class="label"><a href="#tag636">636</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Canzone: <i>Madonna il fine amore ch'eo vi porto</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note637">
-<p><span class="label"><a href="#tag637">637</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pubblicato dal Bartsch, Stoccarda, 1871 (<i>Bibl. d. liter. Ver</i>.).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note638">
-<p><span class="label"><a href="#tag638">638</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pubblicata primamente dallo Zingerle nella <i>Germania</i> del
-Pfeiffer, vol. V, pp. 369 sgg.; riprodotta dal <span class="smcap">Comparetti</span> in appendice
-al vol. II della sua opera <i>Virgilio nel medio evo</i>, Livorno,
-1872, pp. 221-4.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_383">[383]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note639">
-<p><span class="label"><a href="#tag639">639</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Edizione di Carlo Simrock, Stoccarda ed Augusta, 1858,
-pp. 195, 201, 209. Quivi è detto, tra l'altro, che Aristotele ebbe
-contezza del Monte della Calamita.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note640">
-<p><span class="label"><a href="#tag640">640</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Dunlop-Liebrecht</span>, <i>Geschichte des Prosadichtungen</i>, Berlino,
-1851, pp. 128-9, 532-3.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note641">
-<p><span class="label"><a href="#tag641">641</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Del secolo XIV, inedito. Codice della Nazionale di Parigi
-num. 2985, p. 633:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Tant ala le Danois dont je fais mencion</p>
-<p class="i01">Que l'aiamant sacha tellement son dromon</p>
-<p class="i01">Que les maronniers virent le plus noble doongon</p>
-<p class="i01">Qui onques feust veuz en nulle region.</p>
-<p class="i01">Ils ont dit a Ogier: Ves la noble maison</p>
-<p class="i01">Qu'onques mais n'en veismes nul de telle façon,</p>
-<p class="i01">Ne savons a qui s'est, ne coment a a non.</p>
-<p class="i01">Moult en fu lies Ogier qui euer ot de lion.</p>
-<p class="i01">Mais droit a une roche d'aimant tout en son</p>
-<p class="i01">Arriva li vaissel dont je fai mençon,</p>
-<p class="i01">En aussi bien s'atacha la endroit, ce dit on,</p>
-<p class="i01">Qu'il y feust joins acolè entour et emmon,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Di questo poema diede particolare notizia il <span class="smcap">Renier</span>, <i>Ricerche
-intorno alla leggenda di Uggeri il Danese in Francia, Memorie
-della R. Accademia delle Scienze di Torino</i>, serie II, t. XLI (1891).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note642">
-<p><span class="label"><a href="#tag642">642</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>La description forme et histoire du noble chevalier Berinus,
-et du vaillant et très-chevalereux champion Aigres de l'Aimant
-son fils</i>, etc., Parigi, per Giovanni Bonfons, s. a. Vedine una
-minuta analisi nella parte V, sez. 2ª (<i>Romans du seizième siècle</i>)
-dei <i>Mélanges tirés d'une grande bibliothèque</i>, Parigi, 1780, pp. 225-77.
-In questo romanzo sono molte fantasie e novelle tratte di qua
-e di là, alcune dal <i>Libro dei Sette Savii</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note643">
-<p><span class="label"><a href="#tag643">643</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>L. cit.</i> In quel Deendor incognito è forse un ricordo della
-biblica maga d'Endor?</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note644">
-<p><span class="label"><a href="#tag644">644</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Alberto Magno</span>, <i>Op. cit</i>.: «In magicis autem traditur, quod
-phantasias mirabiliter commovet, principaliter seu precipue, si
-consecratus obsecratione et caractère sit, sicut docetur in magicis».</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_384">[384]</span>
-</p>
-
-<div class="footnote" id="note645">
-<p><span class="label"><a href="#tag645">645</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«Sire, dist le Chevalier, au dessus de l'aiement, en la
-vallée, y a un chasteau nompareil qu'on appelle Faé, parceque
-Artus et les Fayes y habitent, abondance y a de vivres qui y
-pourroit entrer: mais avant que parvenir à l'entrée il convient
-durement combatre, non pas à deux ny à trois escuyers, mais
-à quinze ou vingt meilleurs Chevaliers du monde, qui par
-Faërie ont là esté mis pour garder ledict chasteau Faé».
-<span class="smcap">Graesse</span>, <i>Lehrbuch einer allgemeinen Literärgeschichte</i>, Dresda e
-Lipsia, 1837 sgg., divis. III, parte 1ª, p. 339.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note646">
-<p><span class="label"><a href="#tag646">646</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Kudrun</i>, Avventura XXII, st. 1126 sgg. Vedi lo scritto che
-a questo precede, intitolato <i>Artù nell'Etna</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note647">
-<p><span class="label"><a href="#tag647">647</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Itinerarium</i>, Anversa, 1575, pp. 97-8.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note648">
-<p><span class="label"><a href="#tag648">648</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi, intorno al Mare coagulato, il vol. I, p. 106.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note649">
-<p><span class="label"><a href="#tag649">649</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi la prefazione del <span class="smcap">Bartsch</span> all'edizione da lui curata del
-<i>Herzog Ernst</i>, Vienna, 1869, pp. CXLVII-CXLVIII, e <span class="smcap">Schroeder</span>,
-<i>Sanct Brandan</i>, Erlangen, 1871, p. 111. Cf. il passo già citato
-di Giovanni di Hese.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note650">
-<p><span class="label"><a href="#tag650">650</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Intorno al Mar tenebroso vedi il vol. I, p. 106.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note651">
-<p><span class="label"><a href="#tag651">651</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Edizione citata del Bartsch, vv. 3883-4481.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note652">
-<p><span class="label"><a href="#tag652">652</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi il testo in appendice, e l'analisi del romanzo in prosa
-in <span class="smcap">Dunlop-Liebrecht</span>, <i>Op. e l. cit</i>,</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note653">
-<p><span class="label"><a href="#tag653">653</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Testo pubblicato da Maurizio Haupt, nella Zeitschrift <i>für
-deutsches Alterthum</i>, vol. VII (1849), p. 223.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note654">
-<p><span class="label"><a href="#tag654">654</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Museum für altdeutsche Literatur und Kunst</i>, vol. I (1809),
-p. 298. R. Schroeder, riportando alcuni versi del <i>Gui de Bourgogne</i>,
-dove si parla di acque che cavalieri armati non possono
-attraversare perchè impediti da pietre di calamita, dice (<i>Glaube
-und Aberglaube in den altfranzösischen Dichtungen</i>, Erlangen,
-1886, p. 124) che la favola del Monte della Calamita non si
-trova nella letteratura francese del medio evo, perchè i Francesi,
-in quel tempo, si curaron poco del navigare. Lasciando
-stare la ragione al tutto immaginaria da lui recata, si vede
-che la opinion sua è molto lungi dal vero. Chi fosse vago di
-qualche altra notizia e citazione intorno a questa favola, vegga,
-oltre alla prefazione del Bartsch e al luogo del Graesse già
-ricordati, <span class="smcap">Dunlop-Liebrecht</span>, <i>Op. cit.</i>, p. 477, n. 208.</p>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_387">[387]</span>
-</p>
-
-<h3 id="appmito">APPENDICE</h3>
-</div>
-
-<p>
-Séguito dell'<i>Huon de Bordeaux</i> in versi, nel cod. L, II, 14
-della Nazionale di Torino, f. 360 v., col. 1ª, a f. 362 v.,
-col. 2ª.
-</p>
-
-<p>
-Giuda, l'apostolo traditore, dannato a perpetuo castigo in
-mezzo a un gran vortice del mare<a class="tag" id="tag655" href="#note655">[655]</a>, annunzia ad Ugone la vicinanza della calamita e l'imminente naufragio.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">«Tu ies perdus», ce li a dit Judas;</p>
-<p class="i01">Car ens u gouffre a l'aymant en bas».</p>
-<p class="i01">Li maronniers et Hues se seigna;</p>
-<p class="i01">Tenrement pleurent, car cascuns s'esmaia.</p>
-<p class="i01">III jours siglerent puis c'ont laissié Judas:</p>
-<p class="i01">Li maronniers remonte sor le mast,</p>
-<p class="i01">Devant lui garde tant que bos veu a.</p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i02"> Li maronniers, quant le bos ot coisi,</p>
-<p class="i01">Moult liement l'a dit a Huelin:</p>
-<p class="i01">«Je voi la bos a .xx. liues de chi»</p>
-<p class="i01">«Vrais dix» dist Hues, «je vous en rench merci!</p>
-<p class="i01">Moult a lonc tans que jou terre ne vi.</p>
-<p class="i01">Quant bos i a, de la terre ist il».</p>
-<p class="i01">Atant s'en vont et ont siglé tous dis,</p>
-<p class="i01">Tant qu'a .iij. liues li maronniers pres vint:</p>
-<p class="i01">Dont choizi mas et grans callans gentis,</p>
-<p class="i01">Nes et dromons et grans callans de pris.</p>
-<p class="i01">Adont s'escrie: «He las, je suis trais!</p>
-<p class="i01">He bons quens Hues, or nous convient morir!</p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_388">[388]</span></p>
-<p class="i01">C'est l'aymans que je voi devant mi:</p>
-<p class="i01">Jamais de lui ne porrons mes partir».</p>
-<p class="i01">«He las!» dist Hues «pour coi fui aine nasquis</p>
-<p class="i01">Quant il m'estuet en tel liu prendre fin?»</p>
-<p class="i01">il voit tant barge et dromons et sapins:</p>
-<p class="i01">De tant de naves s'est Hues esbahis.</p>
-<p class="i01">«Par foi», dist il «se trestous li pais</p>
-<p class="i01">Qui onques fussent arrivassent ichi,</p>
-<p class="i01">S'a il trop barges et dromons entour li.</p>
-<p class="i01">He, aymans, con tu fais a hair!</p>
-<p class="i01">Tante persone as ci faite morir».</p>
-<p class="i01">La nef aproce, pres de l'aymant vint,</p>
-<p class="i01">Tant aussi près qu'elle se pot tenir.</p>
-<p class="i01">Quant ele areste dont pleure Huelins.</p>
-<p class="i01">«Si m'ait dix!» li maronniers a dit:</p>
-<p class="i01">Jamais nul jour ne partirons de chi.</p>
-<p class="i01">Confessons nous, qu'il nous convient morir;</p>
-<p class="i01">Si nous estoit la vitaille partir».</p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i02"> Or est li nave a l'aymant tournée.</p>
-<p class="i01">Le jour entier ne font el qu'il plorerent</p>
-<p class="i01">Dusqu'au demain que l'aube aparut clere.</p>
-<p class="i01">Li maroniers dist Huon sa pensée:</p>
-<p class="i01">«Biax sire Hues, par la vertu nommée,</p>
-<p class="i01">De no vitaille iert droiture moustrée.</p>
-<p class="i01">Il est droiture parmi la mer salée</p>
-<p class="i01">Que la moitiés est au seignour donnée».</p>
-<p class="i01">«Amis», dis Hues, «c'est bonne destinée;</p>
-<p class="i01">Ja de par moy ne sera refuzée».</p>
-<p class="i01">Li .xiiij. homme la vitaille aporterent;</p>
-<p class="i01">Dont le partirent, a Huon l'ont livrée:</p>
-<p class="i01">En une nave l'a Huelins posée;</p>
-<p class="i01">Tant que porra iert sa vie salvée.</p>
-<p class="i01">Dont fu sa terre durement regrettée,</p>
-<p class="i01">Et Esclarmonde qu'il avoit espouzée:</p>
-<p class="i01">«Suer douce amie, ci a grief destinée.</p>
-<p class="i01">Je vous avoie de vo terre jetée;</p>
-<p class="i01">Royne fasses de fin or couronée,</p>
-<p class="i01">En poverté vous ai mize et pozée.</p>
-<p class="i01">He, quens Raoul, mal de l'ame ton pere!</p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_389">[389]</span></p>
-<p class="i01">Par toi sui jou caciés de ma contrée.</p>
-<p class="i01">Auberon sire, ma fois iert parjurée.</p>
-<p class="i01">A vous de voie aler la tierce anée;</p>
-<p class="i01">Mais jou voi bien que ma vie iert outrée».</p>
-<p class="i01">Dont se pasma; sa gent pour lui plorerent:</p>
-<p class="i01">Au redrecier moult bel le conforterent.</p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i02"> Quant Hues fu de pasmisons levés,</p>
-<p class="i01">Tenrement pleure, ne se puet acesser.</p>
-<p class="i01">Li maronier l'ont moult réconfortè:</p>
-<p class="i01">«He, Hues sire, que vaut vostres plourers?</p>
-<p class="i01">Ains pour duel faire ne vi riens conquester».</p>
-<p class="i01">«Seignour», dist il, «jou le lairai ester,</p>
-<p class="i01">Car je voi bien ne le puis amender».</p>
-<p class="i01">II moys et plus ont iluec sejorné;</p>
-<p class="i01">Mais a court terme les converra finer,</p>
-<p class="i01">Car lor vitaille ne puet plus lor durer.</p>
-<p class="i01">Quant Hues voit ses homes empirer,</p>
-<p class="i01">Et de famine et morir et enfler,</p>
-<p class="i01">De sa vitaille lor commence a doner:</p>
-<p class="i01">Tant lor depart li gentis adoubés</p>
-<p class="i01">Qu'il n'en a mais qu'a .iiij. jours passer.</p>
-<p class="i01">Et non pourquant sunt tout mort et outré,</p>
-<p class="i01">Fors que Huon n'en a plus demoré.</p>
-<p class="i01">L'un apres l'autre les voit Hues finer;</p>
-<p class="i01">Dont les commence Hues a regreter:</p>
-<p class="i01">«He las» fait il, «franc chevalier membré,</p>
-<p class="i01">O moi venistes par si grant amisté;</p>
-<p class="i01">Or estes mort et a vo fin alé;</p>
-<p class="i01">Or ait Jhesus de vos ames pité».</p>
-<p class="i01">Dont se perchoit Hues qu'[il] est esseulés,</p>
-<p class="i01">N'il ne set mais a cui il puist parler.</p>
-<p class="i01">«He las», dist il, «con poi me doi amer</p>
-<p class="i01">Quant chi me voi en si grant poverté,</p>
-<p class="i01">Ne je ne pui de cest liu escaper.</p>
-<p class="i01">Auberon sire, or m'as tu oublié:</p>
-<p class="i01">Malabron frere, je ne t'os apeler.</p>
-<p class="i01">En tante painne as pour mon cors esté,</p>
-<p class="i01">Li cuers du ventre me deveroit crever».</p>
-<p class="i01">Entre ses mors s'est Huelins clinés:</p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_390">[390]</span></p>
-<p class="i01">N'est hom vivans, s'il l'oist dementer,</p>
-<p class="i01">Et Esclarmonde sa femme regreter,</p>
-<p class="i01">Et les barons qu'o lui ot amenés,</p>
-<p class="i01">Que grant merveilles n'en eust grant pité.</p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i02"> Moult parfu Hues li quens en grant freour</p>
-<p class="i01">Quant il se voit enclos en mer majour.</p>
-<p class="i01">«Sainte Marie», dist Hues li frans hom,</p>
-<p class="i01">«Tant ai eu et grietés et dolors,</p>
-<p class="i01">Ains n'en eut tant nus caitis a nul jour.</p>
-<p class="i01">Oublié m'a li bons roys Auberons,</p>
-<p class="i01">Et sa maisnie et li preus Malabrons.</p>
-<p class="i01">Or voi je bien jamais ne me verront.</p>
-<p class="i01">Mort sunt mi home, dont j'ai au ceuer dolour,</p>
-<p class="i01">Car pour .i. poi que li cuers ne me font.</p>
-<p class="i01">Pucelle dame, mere au creatour,</p>
-<p class="i01">Tante miracle a Jhesus fait pour vous;</p>
-<p class="i01">Je vous reclaimme con uns hom peurous.</p>
-<p class="i01">Destroit de mort est forment soufraitous;</p>
-<p class="i01">Vo doulch enfant, cui je tieng a seignor,</p>
-<p class="i01">Voellies priier qu'il m'oste de dolour,</p>
-<p class="i01">La ou je sui en si grant tenebrour.</p>
-<p class="i01">Tres douce dame, tant aves de valour;</p>
-<p class="i01">Qui vous reclaimme bien doit avoir secours.</p>
-<p class="i01">Tant crierai apres vous nuit et jour,</p>
-<p class="i01">Que s'il vous plaist vous en ares tenrour».</p>
-<p class="i01">Ensi que Hues crioit sa garison,</p>
-<p class="i01">Une noise ot venir par mer majour,</p>
-<p class="i01">Et avolant voit venir .i. griffon,</p>
-<p class="i01">Qui est plus grans c'uns destrier de valour.</p>
-<p class="i01">Tant a volè par la mer a bandon,</p>
-<p class="i01">Que pour .i. poi que en l'aigue ne font.</p>
-<p class="i01">Envers les naves venoit a garison;</p>
-<p class="i01">Des mors avoit sentu la flairison;</p>
-<p class="i01">Si les vient querre pour porter ses faons.</p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i02"> Quant li quens Hues voit le griffon venir,</p>
-<p class="i01">Qui plus est grans c'uns destrier arrabis,</p>
-<p class="i01">De sor le mast de sa nef est assis;</p>
-<p class="i01">Tout le conploie du grant branle qu'il fist.</p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_391">[391]</span></p>
-<p class="i01">Tant ot volé que moult fu amatis,</p>
-<p class="i01">Car pour .i. poi qu'en la mer n'est flatis;</p>
-<p class="i01">Fors de la goule li langue li sali;</p>
-<p class="i01">Le bec ot lonc bien .ij. pies et demi;</p>
-<p class="i01">Grans ot les ongles, u mast les enbati,</p>
-<p class="i01">Tous li plus cours ot bien piét et demi.</p>
-<p class="i01">Or cuide Hues ce soit uns anemis:</p>
-<p class="i01">N'est pas mervelle s'il ot paour de lui.</p>
-<p class="i01">Il le regarde; tous li sans li bouli:</p>
-<p class="i01">Repus estoit pour le griffon veis:</p>
-<p class="i01">La mere dieu reclama de cuer fin:</p>
-<p class="i01">«Très douce dame, royne genitris,</p>
-<p class="i01">Je vous aour au soir et au matin,</p>
-<p class="i01">Et vous reclaimme de vrai cuer enterin.</p>
-<p class="i01">Secoures moi, s'il est vostres plaisirs,</p>
-<p class="i01">Que ne m'ocie cis cuivers anemis.</p>
-<p class="i01">Las, je croi bien qu'il m'a assenti!»</p>
-<p class="i01">Et li griffons quant son repos ot pris,</p>
-<p class="i01">Tourne sa teste et regarda son pris:</p>
-<p class="i01">Moult se hirece; en la nef descendi;</p>
-<p class="i01">.I. des mors homme a ses ongles saizi,</p>
-<p class="i01">Sor le mast monte, a voiler s'escuelli.</p>
-<p class="i01">Hues se saigne, a regarder le prist,</p>
-<p class="i01">Et li oisiax s'en vola sans detri,</p>
-<p class="i01">A ses faons liés et joians s'en vint:</p>
-<p class="i01">Chascun jour va pour les mors Huelin.</p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i02"> Li bons quens Hues forment s'esmerveilla</p>
-<p class="i01">Pour le griffon qui sa gent emporta.</p>
-<p class="i01">«Vrais dix», dist Hues, «qui le monde formas,</p>
-<p class="i01">En a il terre la ou cis oisiax va?»</p>
-<p class="i01">D'une mervelle quens Hues s'apensa,</p>
-<p class="i01">Qu'en aventure le cors de lui metra;</p>
-<p class="i01">A cel oizel son cors abandonra;</p>
-<p class="i01">S'il plaist a diu a terre le metra.</p>
-<p class="i01">A dameldiu de euer se confessa,</p>
-<p class="i01">Dame Esclarmonde de bon cuer regreta,</p>
-<p class="i01">Et Clarissette, sa fille qu'engenra:</p>
-<p class="i01">En plorant dist que mais ne les verra.</p>
-<p class="i01">Bien s'est armés; .ij. haubers endossa,</p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_392">[392]</span></p>
-<p class="i01">Puis chaint l'espée, près de lui le sacha;</p>
-<p class="i01">Son hiaume lace, en son cief le ferma;</p>
-<p class="i01">Entre les mors en plourant se coucha;</p>
-<p class="i01">Et li griffons par la mer avolla,</p>
-<p class="i01">Grant bruit demainne, si s'assist sor le mast.</p>
-<p class="i01">Hues le voit, tous li sans li mua,</p>
-<p class="i01">Et li oisiax vollentiers l'esgarda,</p>
-<p class="i01">Ains des armures forment s'esmervilla.</p>
-<p class="i01">Li oisiax pense cis est et gros et cras,</p>
-<p class="i01">A ses faons, s'il puet, l'emportera.</p>
-<p class="i01">Repozés fu, a Huon s'adrecha,</p>
-<p class="i01">Ses trenchans ongles u haubert li enbat,</p>
-<p class="i01">Toutes ses armes erramment li percha,</p>
-<p class="i01">Demie paume li fiert dedens le char.</p>
-<p class="i01">Hues le sent ne mais crier n'osa,</p>
-<p class="i01">Les dens estrainst pour l'angoisse qu'il a,</p>
-<p class="i01">Et li oisiaus a tout lui si s'en va.</p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i02"> Deseur la mer li griffons s'aridele,</p>
-<p class="i01">De ses .ij. elles moult durement ventele,</p>
-<p class="i01">Huon as ongles detrence le char bele,</p>
-<p class="i01">Li sans li foite, entour lui s'aclotele;</p>
-<p class="i01">Souspirer n'oze, le chief ot desous l'elme,</p>
-<p class="i01">Ains dist embas: «Sainte Marie belle,</p>
-<p class="i01">Secoures moi; je croi que jou voi terre».</p>
-<p class="i01">Une montaigne acoiste moult bele;</p>
-<p class="i01">Chou est une ille a l'amirant de Perse.</p>
-<p class="i01">Mais ains nus hom ne monta en la terre</p>
-<p class="i01">Pour les oisiax qui i font tel moleste;</p>
-<p class="i01">Iluecques sont et si ont lor repere.</p>
-<p class="i01">Sains est li lix et la montaigne bele;</p>
-<p class="i01">Ains n'i vit nuis orage ne tempeste.</p>
-<p class="i01">La repoza Jhesucris nos salveres;</p>
-<p class="i01">Si le saigna de sa main digne et bele.</p>
-<p class="i01">De tous les fruis c'on a veu sor terre</p>
-<p class="i01">La plenté gisant sunt desor l'erbe:</p>
-<p class="i01">Bel sont li arbre gent et haut et honeste.</p>
-<p class="i01">En la montaigne ot une fontenele</p>
-<p class="i01">Que dix i fist quant il alla par terre.</p>
-<p class="i01">Contre soleil ot une ente moulte bele,</p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_393">[393]</span></p>
-<p class="i01">Les brances vont tout entour dusc'a terre;</p>
-<p class="i01">La est li fruis de jovent par ma teste:</p>
-<p class="i01">Sous ciel n'a home, pucelle ne ancelle,</p>
-<p class="i01">Que s'il avoit .m. ans vescu sor terre,</p>
-<p class="i01">S'ele en mengast ne sainblast jovencele.</p>
-<p class="i01">Iluec descent li griffons desor l'erbe;</p>
-<p class="i01">Huon met jus, n'i a fait lonc arreste,</p>
-<p class="i01">Qu'il avoit pris a l'aymant rubeste.</p>
-</div></div>
-
-<div class="chapter">
-<h3>NOTE</h3>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note655">
-<p><span class="label"><a href="#tag655">655</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi vol. I, pp. 253-4.</p>
-</div>
-
-<div class="giunte">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_395">[395]</span>
-</p>
-
-<h2 id="giunte">GIUNTE E CORREZIONI</h2>
-</div>
-
-<h3>VOLUME I.</h3>
-
-<p>
-Pagina 5. — Quando scrissi quella pagina io credeva assai più
-che ora non creda all'autenticità del trattatello De
-aqua et terra attribuito a <span class="smcap">Dante</span>. Vedi nel <i>Giornale storico
-della letteratura italiana</i>, vol. XX (1892), pp. 125 sgg.
-un importante scritto del <span class="smcap">Luzio</span> e del <span class="smcap">Renier</span>, intitolato
-<i>Il probabile falsificatore della «Quaestio de aqua
-et terra</i>».
-</p>
-
-<p>
-Pag. 71. — Il poemetto <i>La Fenice</i>, da me ricordato come cosa
-che stia da sè, non è se non parte della Quinta Giornata
-del <i>Mondo creato del Tasso</i>, parte che fu anche
-impressa separatamente; onde l'errore.
-</p>
-
-<p>
-Pag. 98. — Intorno ai manoscritti della <i>Navigatio Brendani</i>
-vedi <span class="smcap">Steinweg</span>, <i>Die handschriftlichen Gestaltungen der
-lateinischen Navigatio Brendani</i>, in <i>Romanische Forschungen</i>,
-vol. VII, fasc. 1 (1 decembre 1891), pp. 1 sgg.
-</p>
-
-<p>
-Pag. 166, n. 54. — Iššah significa donna in ebraico.
-</p>
-
-<p>
-Pag. 182, n. 40. — Cf. il libro di <span class="smcap">A. Middleton Reeves</span>, <i>The
-finding of Wineland the good, the history of the icelandic
-discovery of America, edited and translated from the
-earliest records</i>, Londra, 1890.
-</p>
-
-<p>
-Pag. 185, n. 58. — Intorno alle versioni italiane della <i>Navigatio
-Brendani</i> vedi <span class="smcap">Novati</span>, <i>La «Navigatio Sancti
-Brendani»</i> in antico veneziano, Bergamo, 1892.
-</p>
-
-<p>
-Pag. 236, n. 29. — Non è esatto il dire che l'isola di Papimanie,
-descritta dal <span class="smcap">Rabelais</span> nel l. IV, cc. 48 e sgg.
-del <i>Pantagruel</i> somigli molto al Paese di Cuccagna. In
-<span class="pagenum" id="Page_396">[396]</span>
-quell'isola, Homenaz descrive, dopo desinare, la felicità
-di cui godrebbe il mondo sotto l'impero delle santissime
-decretali, felicità non dissimile da quella che nel
-Paese di Cuccagna si gode.
-</p>
-
-<h3>VOLUME II.</h3>
-
-<p>
-Pagg. <a href="#g83">83-4</a>. — Intorno agli angeli neutrali si legge nella <i>Zeitschrift
-für deutsche Philologie</i>, vol. XXIV (1892), un
-breve scritto di <span class="smcap">J. Seeber</span>, intitolato <i>Ueber die «Neutralen
-Engel» bei Wolfram von Eschenbach und Dante</i>.
-Oltre a Wolfram e a Dante, l'autore ricorda anche il
-Suarez, una cronica rimata tedesca del secolo XIV, un
-pajo di tradizioni popolari; ma non fa cenno del Viaggio
-di San Brandano e dell'<i>Ugone d'Alvernia</i>.
-</p>
-
-<p>
-Pag. <a href="#g255">255</a>. — Fra i molti ricordi che di Merlino e delle sue
-profezie occorrono in iscritture italiane dei secoli XIII
-e XIV merita d'essere in più special modo notato
-quello che si ha in un luogo della <i>Fiorita</i> di <span class="smcap">Armannino
-Giudice</span>. Vedi <span class="smcap">Mazzatinti</span>, <i>La Fiorita di Armannino
-Giudice in Giornale di filologia romanza</i>, vol. III,
-p. 16.
-</p>
-
-<p>
-Pag. <a href="#g350">350</a>. — Alle prove del favore onde godettero in Italia,
-nel secolo XIII, le storie del ciclo brettone merita d'essere
-aggiunto il ricordo di una brigata di giovani,
-detta della Tavola Rotonda, fatto da <span class="smcap">Boncompagno</span> in
-quello de' suoi trattati cui pose titolo <i>Cedrus</i> (c. 1215).
-Vedi <span class="smcap">Gaspary</span>, <i>Geschichte der italienischen Literatur</i>,
-vol. I, Berlino, 1885, p. 218.
-</p>
-
-<p class="pad2 center large">
-FINE DEL VOLUME SECONDO E DELL'OPERA.
-</p>
-
-<div class="somm">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_397">[397]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="indice" href="#indfront">
-INDICE</a></h2>
-
-<table class="indice" summary="">
- <tr>
- <td colspan="2">La leggenda di un pontefice</td> <td class="pag"><a href="#pontefice">pag. 3</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td>Note</td> <td class="pag"><a href="#notepont">43</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td>Appendice</td> <td class="pag"><a href="#appont">51</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">Demonologia di Dante</td> <td class="pag"><a href="#demdante">79</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td>Note</td> <td class="pag"><a href="#notedante">115</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">Un monte di Pilato in Italia</td> <td class="pag"><a href="#pilato">143</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td>Note</td> <td class="pag"><a href="#notepilato">159</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">Fu superstizioso il Boccaccio?</td> <td class="pag"><a href="#boccaccio">169</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td>Note</td> <td class="pag"><a href="#notebocc">199</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">San Giuliano nel <i>Decamerone</i> e altrove</td> <td class="pag"><a href="#giuliano">205</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td>Note</td> <td class="pag"><a href="#notegiul">217</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">Il rifiuto di Celestino V</td> <td class="pag"><a href="#celestino">223</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td>Note</td> <td class="pag"><a href="#notecel">233</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">La leggenda di un filosofo</td> <td class="pag"><a href="#filosofo">239</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td>Note</td> <td class="pag"><a href="#notefilos">277</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td>Appendice</td> <td class="pag"><a href="#appscotto">291</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td><span class="pagenum" id="Page_398">[398]</span></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">Artù nell'Etna</td> <td class="pag"><a href="#artu">303</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td>Note</td> <td class="pag"><a href="#noteartu">329</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td>Appendice I</td> <td class="pag"><a href="#app1artu">339</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td>Appendice II</td> <td class="pag"><a href="#app2artu">353</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">Un mito geografico</td> <td class="pag"><a href="#mitogeo">363</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td>Note</td> <td class="pag"><a href="#notemito">379</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td>Appendice</td> <td class="pag"><a href="#appmito">387</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2">Giunte e correzioni</td> <td class="pag"><a href="#giunte">395</a></td>
- </tr>
-</table>
-
-<hr />
-</div>
-
-<div class="tnote">
-<p class="tntitle">
-Nota del Trascrittore
-</p>
-
-<p>
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione
-minimi errori tipografici.
-</p>
-
-<p class="covernote">
-Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
-</p>
-</div>
-
-
-
-
-
-
-
-
-<pre>
-
-
-
-
-
-End of the Project Gutenberg EBook of Miti, leggende e superstizioni del
-Medio Evo, vol. II, by Arturo Graf
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK MITI, LEGGENDE ***
-
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-Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm
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-Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
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-Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
-Literary Archive Foundation
-
-Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
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-increasing the number of public domain and licensed works that can be
-freely distributed in machine readable form accessible by the widest
-array of equipment including outdated equipment. Many small donations
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-States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
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-
-Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
-Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be
-freely shared with anyone. For forty years, he produced and
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