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-The Project Gutenberg EBook of La vita operosa, by Massimo Bontempelli
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
-almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
-re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included
-with this eBook or online at www.gutenberg.org/license
-
-
-Title: La vita operosa
- Nuovi racconti d'avventure
-
-Author: Massimo Bontempelli
-
-Release Date: February 17, 2017 [EBook #54178]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA OPEROSA ***
-
-
-
-
-Produced by Barbara Magni and the Online Distributed
-Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was
-produced from images generously made available by The
-Internet Archive)
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-
- MASSIMO BONTEMPELLI
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-
- La vita operosa
-
- NUOVI RACCONTI D'AVVENTURE
-
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-
- VALLECCHI EDITORE FIRENZE
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-
- [Questi racconti furono pubblicati
- nei numeri dal settembre al novembre
- 1920 della rivista _I. I. I._].
-
- _Proprietà letteraria riservata._
-
- Firenze, 1921 — Stabilimenti Grafici A. Vallecchi — Via Ricasoli, 8.
-
-
-
-
- _.... Mediolani mira omnia: copia rerum,
- innumerae cultaeque domus, facunda virorum
- ingenia...._
-
- AUSONIO.
-
-
-
-
-CAPITOLO PRIMO
-
-APERTA CAMPAGNA
-
-
-1.
-
-Il Catechismo.
-
-Alla scuola degli allievi ufficiali io e i miei compagni studiavamo
-le molteplici bellicose materie su certi quaderni che si venivano
-trasmettendo dinasticamente di corso in corso.
-
-Poichè i corsi duravano due mesi, il succedersi delle nostre
-generazioni era rapido. Passavano gli studenti; ma restava, inesausto
-come il sole e il pensiero, il Quaderno. Molti degli studenti li portò
-via la guerra; i quaderni li dovè distruggere la pace, perchè l'uomo è
-un animale improvvido, e probabilmente nessuno ha pensato a conservare,
-per qualche ventura guerra con corsi accelerati, quelle concentrazioni
-manoscritte delle discipline di Marte e di Bellona.
-
-Ricordo che il quaderno di una delle materie meno omicide — la
-topografia — era fatto a domande e risposte, esattamente come i
-catechismi della dottrina cristiana e gli opuscoli di propaganda
-socialista: la quale triplice coincidenza potrebbe far fede che la
-umanità elementare è fondamentalmente dialogica.
-
-Il capitolo intorno all'orientamento in aperta campagna finiva con
-queste battute:
-
-— D. Come si fa a orientarsi in aperta campagna?
-
-— R. Con una bussola, che è uno strumento ecc. ecc.
-
-— D. E quando non si ha la bussola?
-
-— R. Con un orologio che si espone orizzontalmente al sole avendo cura,
-ecc. ecc.
-
-— D. E se è notte?
-
-— R. Con le stelle, una delle quali chiamasi polare, e si trova tirando
-una linea immaginaria, ecc. ecc.
-
-— D. E se è giorno e non si ha l'orologio?
-
-— R. Col sole.
-
-— D. E se il sole è coperto?
-
-— R. Esaminando i tronchi degli alberi: la parte dove sono più verdi,
-poichè è quella dove non vengono battuti dal sole, è il nord: la parte
-opposta naturalmente è il sud.
-
-A questo punto finiva il capitolo, e cominciava un altro argomento.
-
-Ma a quel punto io sentivo un vuoto improvviso. Forse qualcuno dei
-lettori l'ha sentito con me. M'auguro che siano pochi: li avverto che
-è un fenomeno morboso, prodotto in noi da una malsana tendenza verso
-l'infinità.
-
-Infatti, allora, ho potuto fare alcune osservazioni sul contegno che
-i miei compagni tenevano di fronte all'interruzione. La maggioranza
-non aveva nessuna impressione o curiosità particolare: studiava quelle
-nozioni senza desiderarne altre. Qualcuno, d'intelletto notevolmente
-preciso, ne dedusse che la guerra si fa sempre ed esclusivamente in
-luoghi ove ci siano almeno degli alberi. Pochissimi si accorgevano
-che il trattato ereditario di topografia militare lasciava insoluto un
-grave problema: come si fa a orientarsi in aperta campagna quando si è
-perduta la bussola, si è rotto l'orologio, il sole è coperto di nuvole,
-e non ci sono alberi.
-
-Quei pochissimi finivano per concludere che in quel caso ognuno fa
-quello che può: — che in effetto è il solo insegnamento sicuro e
-fondamentale per tutte le discipline pratiche della guerra e della
-pace.
-
-
-2.
-
-Estasi.
-
-Quando, due mesi dopo l'armistizio, rientrai — come dicevamo allora
-— in Italia, mi sono trovato nella città di Milano, aperta campagna
-per le maggiori battaglie della vita: mi sono ritrovato nell'aperta
-campagna di Milano, senza bussola, nè orologio, nè sole, nè stelle.
-
-Ho girato dunque per la città respirando la vita e cercando
-affannosamente un albero per vedere da che parte sta il nord.
-
-Quanto mi piacquero quel giorno i bar con le bottiglie di tanti colori!
-I colori dei bar, gli specchi dei caffè, i cristalli delle vetrine, e
-le donne che salgono in una carrozza o anche in un tranvai, furono i
-beni terrestri di cui il soldato sentì maggiore nostalgia.
-
-I liquori colorati, gli specchi, le vetrine e le donne, scossero
-ebriosamente la mia fantasia rinfanciullita nella lunga assenza dai
-piaceri del mondo.
-
-E così agitando lo sguardo goloso dall'uno all'altro dei molti
-esemplari d'ognuna di quelle specie benefiche, a un certo punto mi
-avvenne di fermarlo in modo particolare sopra una donna, la quale non
-saliva in tranvai, ma camminava morbidamente verso non so qual suo
-sogno o realtà fascinosa, e presto mi scomparve e non ebbe mai nome per
-me; era bellissima e aveva corta e densa la pelliccia e lunghe e rade
-le calze, e due occhi di carbone e di luce.
-
-Come si allontanava, mi sorpresi a mormorare una frase di estasi
-ammirativa, che fu la seguente:
-
-— Perdio! qui bisogna trovar modo di far molti quattrini.
-
-Poichè intanto la donna era vanita del tutto dal mio orizzonte, un mio
-vigile Genio o Dàimone personale, che è loico e ironico di natura, mi
-domandò:
-
-— Quale rapporto così diretto e immediato supponi tu dunque che gli dèi
-abbian posto tra la visione della bellezza e il pensiero del danaro?
-
-Ma, contro il Dàimone, ho insistito, d'istinto, nell'affermare quel
-rapporto come reale, e forse anzi fondamentale ed eterno. Forse quando
-nacque la divina Afrodite dal mare e si presentò sul lido terrestre
-vestita alla moderna di poca spuma, forse allora i Tritoni e i mortali
-si mormorarono l'un l'altro ammirandola:
-
-— Per Zeus! qui bisogna trovare il modo di far molti talenti.
-
-
-3.
-
-Facilità.
-
-Il cielo era coperto, come si conviene a una città di vita operosa.
-L'aria avvolgeva un velo di grigio intorno alle cose, com'è opportuno
-in una aperta campagna delle battaglie della vita.
-
-Il cielo era coperto e l'aria un velo grigio: ma di tratto in tratto
-le vie s'illuminavano di lunghi bagliori folgoranti, perchè rapide
-correnti d'oro invadevano il cielo, s'insinuavano tra le linee dei
-tetti, volavano sopra le strade della città con una voce d'aeroplano
-giovane. Le correnti dell'oro a ogni momento urtando negli spigoli dei
-tetti si frangevano e mandavan giù rutilanti cascate a zampillar sui
-marciapiedi sotto lo sguardo dei passanti.
-
-Le donne non si chinavano a raccogliere quell'oro: lo raccoglievano gli
-uomini per esse.
-
-Le correnti e gli zampilli s'allontanavano, si spegnevano,
-ricominciavano qua o là bizzarramente.
-
-A un certo punto mi domandai perchè non mi ero chinato anch'io come gli
-altri. Era facile. Chiunque può chinarsi e raccogliere.
-
-È facile chinarsi, ma non è facile pensarvi. Certi uomini, quando
-sarebbe il momento di chinarsi, continuano invece a contemplare la
-pelliccia corta che si allontana, e non fanno a tempo a raccogliere
-l'oro per lei. Questa è la differenza tra essi e gli altri.
-
-Non me ne rimproverai troppo. Tutto era ancora nuovo per me, che mi
-trovavo senza bussola nè orologio nè sole nè stelle in mezzo all'aperta
-campagna della nuova vita. Bisogna prima orientarsi. E proseguii
-l'esplorazione per la città, alla ricerca di alberi che m'indicassero
-il settentrione e l'oriente. Era l'ora che Milano è più bella: quando
-l'aria si risolve a essere scura del tutto, e s'accendono i lumi delle
-strade e delle case.
-
-
-4.
-
-Le aristocrazie.
-
-Per intonarmi all'ora, sono andato al caffè.
-
-Sono entrato in un caffè che ha fama di ritrovo elegante.
-
-Ricordo che molti anni sono, quando ogni tanto venivo per qualche
-giorno a Milano da una città di provincia che dette i natali a Dante
-e a Machiavelli, solevo entrare in quel caffè con una specie di
-timorosa reverenza. Mi pareva che tutti i presenti si voltassero a
-guardarmi con severità, mentre entravo e m'affrettavo a prendere un
-posto. Mi aspettavo, ogni volta, che il cameriere prima di servirmi mi
-domandasse:
-
-— Il signore ha la tessera?
-
-Il cameriere non me la chiese mai: ma certo tutti quei signori e
-quelle signore avevano una tessera d'intellettualità cittadina, che
-concedeva loro la qualità di assidui in quel luogo, pubblico ma eletto:
-e s'indovinava subito, a vederli conversare così da lontano, che
-discorrevano d'arte, specialmente di teatro, e che erano gli uomini e
-le donne più intelligenti della città.
-
-Più tardi — ma sempre prima della guerra — ero venuto anch'io ad
-abitare a Milano, e anch'io un bel giorno, frugandomi per caso nella
-tasca del soprabito, ci avevo trovato la mia tessera d'intellettuale
-milanese. Però non ne abusai; non andai più che raramente nel luogo
-pubblico ma eletto, e sempre senza mostrare la tessera.
-
-Ci sono dunque tornato quel giorno che mi aggiravo alla ricerca d'un
-albero orientatore.
-
-C'erano molte persone, e un colore diverso da quello d'un tempo.
-
-Ignoro se le persone che vi si trovavano rappresentassero ancora il
-fiore dell'intellettualità cittadina. Certo non tutti quei gruppi
-discorrevano d'arte, di teatro, e d'altre cose supreme.
-
-Appena entrato, senza che subito mi rendessi conto della causa, mi
-sorprese un ricordo del fronte: rividi in un lampo stendersi Valdirose
-fra Tarnova e San Marco, dolce valle in un'aria d'autunno, recisa
-duramente da un lungo reticolato che s'arrampicava per una china
-ripida.
-
-Invece ero in un caffè, che ha nome di ritrovo elegante.
-
-Guardando traverso il fumo e il suono dei violini, vidi in fondo alla
-piccola sala, attorno a un tavolino, un gruppo composto di quattro
-gentiluomini e due signore. Le due signore stavano a guardare i quattro
-gentiluomini, e i quattro gentiluomini giocavano: giocavano alla morra.
-
-Allora mi spiegai il ricordo che m'era venuto incontro all'entrare. Un
-tempo, appunto all'osservatorio di Cuore in Valdirose, un sergente di
-fanteria aveva cominciato a insegnarmi il gioco della morra.
-
-Era un piacevole iniziatore, e sotto la sua guida ero venuto in
-una grande ammirazione per l'italianissimo gioco, pieno di acute
-profondità. Il sergente, ottimo giocatore, aveva anche qualche
-attitudine alla trattazione scientificamente metodica. M'aveva
-dunque spiegato che all'eccellenza nella morra si giunge conquistando
-successivamente tre gradi:
-
-il _primo grado_ consiste nell'apprendere a variare di continuo
-il ritmo delle proprie gettate, in modo da renderle imprevedibili
-all'avversario;
-
-il _secondo grado_ insegna a scoprire qual'è il ritmo caratteristico
-delle variazioni dell'avversario stesso.
-
-Può sembrare ai profani che la raggiunta unione di questi due gradi
-esaurisca compiutamente il campo dell'abilità di un perfetto giocatore.
-Non è così. Il giocatore — mi spiegava il maestro — non può chiamarsi
-tale se non arriva al
-
-_terzo grado_, — il quale non è più, come i due primi, esclusivamente
-cerebrale e intellettivo, ma importa anche abilità tecnica della
-mano e delle dita: consiste cioè nell'arrivare col proprio punto
-impercettibilmente più tardi dell'avversario, ma quell'infinitesimo
-ritardo dev'essere sufficiente per modificare, se occorre, la propria
-gettata a seconda di quella dell'altro.
-
-Non so se i quattro gentiluomini fossero arrivati al terzo grado.
-Giocavano, a turni di due per volta, con serenità e senza alzar troppo
-le voci, come si conviene a gentiluomini in un ritrovo elegante.
-Le signore seguivano il gioco con un'aria di noia tranquilla, come
-si conviene a signore, e mangiavano a quattro palmenti pasticcini,
-_marrons-glacés_, tartine col prosciutto e altre cose delicate. Io mi
-sentivo più che mai senza tessera. Dopo un poco m'alzai, passai con
-qualche timidità davanti al tavolino della morra, andai nell'altra
-sala a veder ballare il _fox-trott_ e altri balli nello stesso
-idioma. Le danzatrici erano tutte signorine della più ricca società;
-tutte giovanissime, dai quattordici ai diciotto anni: avevano gambe
-tornite, e spalle candide sotto i capelli che portavano sciolti come
-si conveniva alla loro età, e morbide braccia. Divina incoscienza della
-puerizia!
-
-La sala brulicava di contorcimenti maliosi sotto le fruste delle luci.
-
-Contemplai un poco, dallo stipite, la nuova società nata dal lavoro
-moderno e dalla vittoria: poi involsi in mi ultimo sguardo quelle
-innocenze elette, e pensai una volta ancora il mio pensiero d'estasi
-contemplativa:
-
-— Perdio! qui è necessario trovare il modo di far molti quattrini.
-
-Perciò uscii in fretta per vedere se nelle strade fossero ricominciati
-gli zampilli e le cascate dell'oro: ero risoluto a raccoglierne a piene
-mani e riempirmene bene le tasche prima di tornare nei luoghi ove la
-Volontà e la Potenza di vivere mi s'eran presentate sotto una forma
-inattesa e straordinariamente imperativa.
-
-
-5.
-
-Nuova incarnazione del Verbo.
-
-Ma fuori, in quel frattempo, la Volontà di vivere aveva lanciato
-attorno manate di luce, che s'erano impiastrate contro gli sporti
-delle botteghe, s'erano appese ai cornicioni dei tetti; e di quella
-luce n'era sparsa in terra, sotto i piedi, nell'aria, dappertutto. La
-Volontà di vivere gridava dalle ruote delle carrozze e dalle campanelle
-dei tranvai. La commentavano gli strilloni dei giornali e i banditori
-davanti alle porte dei cinematografi. Uno di questi investiva così
-violentemente con le sue lusinghe i passanti, che gli girai lontano
-perchè non avrei avuto il coraggio di dirgli di no.
-
-Ogni tanto mi fermavo estatico tra gli urli della folla e stentavo a
-frenare nel petto entusiasta il grido della mia ammirazione per l'uomo.
-
-Da tutti i piccoli lumi tenaci di fede che la rassegnazione alla morte
-aveva accesi per quattro anni nelle trincee verminose, da quelli dunque
-era folgorata al sopravvissuto mondo tutta la luce che io calpestavo
-sui marciapiedi della città?
-
-Poi il mio pensiero si fece più minuto e commosso.
-
-— Tutti questi uomini — mi dissi — sono stati alla guerra; tutte queste
-donne durante la guerra hanno aspettato, presso un focolare scarso, un
-ritorno: ora gli uni e le altre celebrano volonterosamente i saturnali
-della vittoria.
-
-Il mio genio, o Dàimone personale, mi tirò per la manica:
-
-— Non precipitare — mi disse — le tue interpretazioni. Tu sei qui
-per orientarti, non per fare della storia o della filosofia. Il primo
-orientamento è quello là.
-
-E mi additò i cartelloni che coprivano una vasta e caduca impalcatura
-d'assi, dietro la quale immaginai fervido il lavorìo della
-ricostruzione per il benessere della nuova società.
-
-La prima parola di quasi tutti i cartelloni — la più grossa e visibile
-— era questa:
-
-OGGI.
-
-A poco a poco, continuando a ricircolare lo sguardo su quegli scritti,
-non riuscii a distinguere altra parola che quella:
-
-OGGI.
-
-Il rimanente si confondeva e si cancellava ai miei occhi.
-
-Il Verbo è eterno, ma le sue incarnazioni sono caduche come gli assi
-delle impalcature, si succedono come le dinastie dei monarchi mortali.
-A Zeus succedette Prometeo e ad Adonai succedettero Cristo ed Allah.
-Ma a tutti gli dèi più resistenti, a Brahama ad Allah a Cristo stesso,
-succede ora, in tutte le latitudini, il nuovo Dio, che si chiama
-
-OGGI.
-
-OGGI è il nome della Volontà di vivere nata dalla rassegnazione a
-morire.
-
-— Per questo, allora, la nota più costante e più acuta del mondo nuovo
-è la calza di seta e la scollatura cospicua delle fanciulle e delle
-donne, dai quattordici ai quarantacinque anni? È, dunque, la volontà
-ferma di rifare all'Italia i cinquecentomila ròsi dai vermi del Piave e
-del Carso?
-
-Il Dàimone qui mi trattenne un'altra volta sulla china pericolosa
-delle interpretazioni storiche, e mi fermò presso due fanciulle che
-s'estasiavano davanti a una vetrina di gioielli. Erano strette come
-una coppia di amanti, e ogni tanto si guardavano negli occhi con un
-sorriso rauco. Fissai i fianchi delle due fanciulle, e non mi riuscì
-d'immaginarli sussultare se non di spasimi senza dolore.
-
-— E allora? — domandai. — Questa volontà di vivere è forse lo sforzo
-del moribondo per non soffocare? È la improvvisa larghezza del
-giocatore agli estremi che butta sul tappeto la somma più grossa di
-tutta la sua serata, ma quella somma è l'ultima, e dopo, se perde, non
-gli resterà che la fuga o la morte?
-
-Il Dàimone mormorò:
-
-— Quando non si ha bussola, nè orologio, nè sole, nè stelle, si
-esaminano i tronchi degli alberi.
-
-— E se non ci sono alberi, — continuai io-ognuno fa quello che può.
-
-— Precisamente.
-
-Allora per una breve traversa egli mi condusse dal Corso nella
-piazzetta Belgioioso, dalla luce più violenta nell'ombra più raccolta;
-e dalle immagini d'un fermento pazzo mi spinse di fronte a un'ombra
-religiosa.
-
-Davanti alla casa di Alessandro Manzoni mi trovai molto meno timido che
-al cospetto dei gentiluomini del Cova o del banditore di cinematografo
-sotto i Portici Settentrionali.
-
-Sentii la presenza di lui, e lo interrogai con rispetto:
-
-— Se Ella — domandai — se Ella, che fu un sacerdote dell'Equilibrio
-Profondo, se Ella vivesse oggi tra noi, e con Lei vivessero oggi
-tra noi Raffaello e San Francesco e Machiavelli e Giuseppe Verdi,
-mi dica, La prego, come inserirebbero nel quadro di questa vita la
-Trasfigurazione, e il Cantico delle Creature, e i Discorsi sulle Deche,
-e i Promessi Sposi, e il Trovatore o il Falstaff?
-
-Con una ironica balbuzie, il sacerdote pronunziò:
-
-— Capitolo ottavo: «Così va spesso il mondo.... voglio dire, così
-andava nel secolo decimosettimo».
-
-— Ho capito — risposi —; Ella, al solito, non vuole compromettersi.
-
-
-6.
-
-La saracinesca.
-
-Io invece non ho mai evitato di compromettermi. Ho sempre ignorato
-la virtù della prudenza. Mio danno, e mia passione. M'allontanai,
-rimanendomi insoluto il problema su Raffaello e compagni. Una
-saracinesca, calando con gran rumore di ferro a chiudere un magazzino,
-mi gridò:
-
-— Frègatene.
-
-Anche nelle vie per le quali camminavo ora con una specie di rapida
-rabbia inconfessata — anche in quelle vie d'ombra e di silenzio ogni
-tanto giungeva l'eco degli omaggi popolari al dio Oggi. Giurai di
-portargli anche i miei. Giurai di chinarmi a ogni passaggio delle
-correnti auree sopra le vie della città operosa. Per chinarsi non
-occorrono nè bussola nè orologio nè sole nè stelle nè alberi. Nella
-cattedrale del dio Oggi non sono punti cardinali. Non è necessario
-orientarsi. Basta la conclusione dei più intelligenti tra i miei
-compagni della scuola di Artiglieria: — Ognuno farà quello che potrà.
-— La Trasfigurazione e i Discorsi sulle Deche pensino da sè ai casi
-propri. Ora trascinavo io furiosamente il mio Dàimone. Lo riportai
-nella luce, lo condussi a pranzare in una trattoria splendida.
-
-— Domani — gli dissi — cominciamo a far quattrini.
-
-— Domani no — mi rispose —, perchè domani è venerdì. Cominceremo lunedì
-venturo.
-
-
-
-
-CAPITOLO SECONDO
-
-LA STATUA DI BARTOLO
-
-
-1.
-
-Un consiglio di Cavour.
-
-Sono in piazza Cavour, disoccupato e perplesso.
-
-La mia disoccupazione è figlia del sole, come Circe. Oggi c'è il sole.
-Da una giornata bigia egli è uscito d'un tratto, mentre m'accingevo a
-scrivere, per i posteri, non so quali miei pensieri o immaginazioni:
-quel lume improvviso mi ha mostrato la lunghezza della posterità, e
-conseguentemente la poca urgenza della mia opera.
-
-Ma arrivato in piazza Cavour, alla disoccupazione si aggiunge la
-perplessità. Da una parte si sforzano di verdeggiare i Giardini,
-dall'altra, oltre i portoni massicci, scampanella via Alessandro
-Manzoni. A sinistra troverei un poco di alberi, dell'acqua, e certi
-uccelli come nei francobolli delle collezioni; oggi c'è il sole, e ci
-sarà movimento; ci saranno anche dei bambini con le loro balie.
-
-— Balie, sì, e cameriere — dice il Dàimone — potrai studiare i
-progressi della smobilitazione.
-
-Ma a destra la vita: le due vite: la Vita Intensa e la Vita Operosa. Il
-Dàimone riprende la parola:
-
-— La Vita Intensa, di coloro che non fanno niente? e la Vita Operosa,
-di coloro che si danno l'aria d'aver molto da fare.
-
-Mi ribello allo scetticismo del Dàimone. La guerra è finita, da due
-mesi, e c'è il sole, a Milano in gennaio! Bisogna afferrare queste
-eccellenti occasioni d'essere ottimisti.
-
-— Mi ribello, caro Dàimone; fino a oggi t'ho dato troppo retta, e m'hai
-condotto per l'aja come fossi un cane (se posso servirmi d'una vetusta
-immagine di cui non ho mai capito l'origine); ma d'oggi innanzi la mia
-vita sarà una continua ribellione ai tuoi istinti sofistici e sterili.
-Andiamo verso le due, le mille vite; guarda: anche Camillo Benso, conte
-di Cavour, ci fa segno di andare da quella parte.
-
-
-2.
-
-Ercole e il Cappuccetto Rosso.
-
-È impossibile immaginare con qualche probabilità come si sarebbe svolta
-la serie della nostra vita, se in un momento qualunque del passato
-avessimo compiuto un atto diverso da quello che abbiamo compiuto. Ogni
-volta che un uomo, anche nel più ozioso vagabondaggio, prende a destra
-piuttosto che a sinistra, può produrre una incalcolabile mutazione nei
-propri destini, e ignorerà sempre, dolorosamente, la portata di questa
-mutazione. Da ciò deriva la scarsa efficacia delle favole morali. Si
-racconta ai ragazzi che Ercole figlio di Alcmena, avendo al noto bivio
-scelto la via faticosa e aspra, sia perciò, attraverso dodici e più
-fatiche, pervenuto alla eccellente condizione e sinecura di semidio.
-Ma non possiamo dire in coscienza a che cosa Ercole sarebbe pervenuto
-se avesse scelto la strada piacevole e facile. Forse sarebbe diventato
-semidio ugualmente, e senza le dodici fatiche; forse sarebbe arrivato
-anche più là, l'avrebbero fatto dio addirittura; e non soltanto in
-India e in Siria, dove dovette come dio cambiare nome e chiamarsi Rama
-e Baal, ma sarebbe successo apertamente a Zeus, invece di Cristo, in
-tutto il mondo occidentale: chi sa?
-
-Tutte le favole, di tutte le epoche, sono altrettanto scarsamente
-probanti. Cappuccetto Rosso per aver preso la strada più lunga nel
-bosco finì divorata dal lupo. Verissimo. Ma se avesse preso la strada
-più corta, possiamo noi affermare che non le sarebbe accaduto anche
-di peggio? per esempio essere violata da un malandrino, e di lì finire
-nella vita disonesta, che, come ognuno sa, è peggiore della morte?
-
-— Bisogna anche considerare che la storia degli uomini celebri per
-diventare esempio morale subisce spesso riadattamenti che ne modificano
-profondamente la portata. Così dovette avvenire appunto della vita di
-Ercole, ch'era l'uomo più celebre del suo tempo. Il fatto del Bivio
-ci è raccontato per la prima volta da Prodico sofista, che visse nel
-quinto secolo avanti Cristo, cioè circa milleduecento anni dopo Ercole.
-Ma su quel fatto c'è in un testo poco noto una versione anteriore a
-quella di Prodico, versione che fu poi dimenticata, sommersa dalla
-nuova, forse perchè la prima parve un po' cinica. La leggenda poco
-nota è questa: Ercole fin da ragazzo aveva sentito dire molte volte
-da Alcmena che la virtù è bellissima e il vizio orribile. Trovatosi
-al Bivio, vedendo una strada brutta e fetida si cacciò subito in
-quella, convinto di entrare nella strada del vizio. Quando s'accorse
-dell'errore non era più a tempo a tornare indietro; ciò che del
-resto è avvenuto e avviene in ogni tempo anche a uomini comuni, i
-quali, avendo, per contingenze o per naturale timidità, cominciata
-la carriera di persone per bene, per quanto poi se ne pentano si
-trovano siffattamente intricati nella vita onesta che non possono
-più liberarsene, e si rassegnano alla virtù per il rimanente dei loro
-giorni. —
-
-Non occorre ch'io avverta che quest'ultima divagazione l'ha fatta il
-Dàimone, col quale ormai ho stabilito di romperla su tutti i punti. Io
-mi sono accontentato di stare per un momento a contemplare i massicci
-portoni che debbo attraversare per avventurarmi verso il centro vivo
-della città. Chi sa mai chi avrei incontrato, e quale corso avrebbero
-seguìto i miei fati, se fossi andato ai Giardini. Inoltrandomi per via
-Alessandro Manzoni incontro un tenente dei mitraglieri.
-
-
-3.
-
-Improvvisazione.
-
-L'ho conosciuto un anno fa, non so più dove, ma certo di là dal Brenta
-e di qua dal Piave. È ancora grigioverde, io no: tuttavia lui riconosce
-me e non io lui, sulle prime. Ma non me ne faccio accorgere e rispondo
-con entusiasmo al suo entusiastico abbraccio.
-
-— Non sono ancora smobilitato — mi assicura — ma sono libero, e mi son
-messo a lavorare.
-
-Intanto mi risovvengo, non del suo nome, ma di lui, e ne fo sfoggio.
-
-— Se non ricordo male, eri ingegnere, appena laureato....
-
-— Appunto.
-
-— E avevi intenzione di entrare nelle Ferrovie.
-
-— Hai buona memoria. Ma niente Ferrovie. Ti paion tempi questi? Faccio
-della pubblicità.
-
-Da quando sono tornato ho già incontrato non meno di dieci persone, di
-classi studi e professioni diversissime, che mi hanno detto: — Faccio
-della pubblicità. — Non ho un'idea chiarissima di quello che fanno, e
-non mi sono mai permesso di chiedere spiegazioni precise.
-
-— E tu — dice l'amico — che fai? Scrivi sempre?
-
-— Io?... Non so ancora bene.... forse mi metterò anch'io a fare della
-pubblicità.
-
-Questa risposta non sorprende lui: invece sorprende me, che non la
-aspettavo affatto. Il tenente — non m'è ancora venuto a galla il nome,
-aspetto qualche occasione per farglielo dire senza parere — il tenente
-approva:
-
-— Bravo! perchè non provi a venire con noi?
-
-— Dove?
-
-— Alla B. A. I. A.!
-
-
-4.
-
-Dal signor A. al signor Z.
-
-Ci fu un tempo che frequentavo dei letterati. Qualche volta m'era
-avvenuto che taluno di essi nel corso della conversazione uscisse in
-frasi del seguente tenore:
-
-— È qualche cosa, sai, come l'episodio di Aladina nella mia _Suprema
-Salvezza_.
-
-Oppure:
-
-— Non hai che pensare al mio finale del secondo atto di _Libagioni_.
-
-Io frequentavo quei letterati, ma non avevo letto _La suprema
-salvezza_, non avevo sentito _Libagioni_. Senonchè gli autori li
-citavano con una così candida e poderosa convinzione, che non osavo
-chiedere maggiori lumi in proposito.
-
-Ciò avveniva prima della guerra. Il simile avvenne quando, dopo la
-guerra, in un giorno di gennaio del 1919, un tenente mitragliere mi
-nominò senz'altro la B. A. I. A., nome nuovo alla mia mente.
-
-Perciò dissi soltanto: — Ah —, ed egli continuò soddisfatto:
-
-— Forse non sapevi che la dirige mio fratello.
-
-— Non ne ero certo.
-
-— Sì, sì. Ci faremo dare un appuntamento. Del resto mio fratello lo
-conosci.
-
-— Non mi pare.
-
-— Come? Mi ha detto che vi siete conosciuti, non so bene, in una città
-dell'Italia Centrale.... molti anni fa....
-
-— Può darsi.... Si chiama?
-
-— Luigi.
-
-— Voglio dire, il cognome.
-
-— Come ha da chiamarsi? Come me, Gattoni.
-
-— Naturalmente.... Sì! ora ricordo. L'avvocato Gattoni.
-
-— È lui. Stai a sentire: aspettami là in Galleria. Io arrivo qui allo
-studio a informarmi quando può riceverti, e torno a dirtelo. Se potesse
-sùbito, tanto meglio.
-
-Poichè era lunedì gridavano dappertutto _La Gazzetta dello Sport_, al
-quale richiamo la nuova gioventù correva in folla.
-
-L'aspettazione in Galleria la occupai leggendo con cura i titoli
-dei libri nelle vetrine di Treves e di Baldini e Castoldi (con la
-quale esplorazione mi misi in breve e compiutamente a giorno degli
-spiriti e delle forme della nostra letteratura contemporanea) e
-riandando col pensiero al tempo in cui, sei o sette anni prima, avevo
-conosciuto l'avvocato Luigi Gattoni, giudice di tribunale in una
-città di provincia. Lo ricordavo perfettamente come un uomo placido:
-duplice barba grigia alla Palmerston da cui emergeva raso il mento:
-appassionato giocatore di scopone: un giudice per bene: una persona
-qualunque: Gattoni. Non avevo ancora capito nulla dell'avventura
-improvvisa che ora legava quel giudice qualunque, dimenticato da
-tanti anni, con la mia persona, attraverso le premure d'un mitragliere
-conosciuto tra Piave e Brenta, sullo sfondo misterioso d'una B. A. I.
-A.
-
-Queste quattro lettere m'apparvero poco di poi, sempre più misteriose,
-nere su un cartello bianco smaltato, sopra la porta d'un ammezzato
-oscuro in una via operosa e brulicante. Il mitragliere mi precedè in
-un'anticamera buia e mi disse:
-
-— Aspetta qui.
-
-Mentre aspettavo, il Dàimone mi ammonì:
-
-— Stai attento a non comprometterti.
-
-— Non seccarmi — gli risposi.
-
-Dopo una mezz'ora il tenente ricomparve:
-
-— Vieni.
-
-Sorrideva con gli occhi e coi denti: il lume candido del suo sorriso
-dissipò le nubi dispettose che quella mezz'ora aveva accumulate nel mio
-spirito.
-
-M'introdusse in uno studio ampio, illuminato a luce elettrica sebbene
-fossero le prime ore del pomeriggio.
-
-Cercavo, con lo sguardo abbagliato, la barba alla Palmerston d'una
-persona qualunque; invece mi venne incontro un personaggio importante,
-adorno d'un'elegante e contenuta pinguedine, e tutto raso; una faccia
-quadrata, un mento quadrato; anche la testa era quadrata perchè la
-completa calvizie rivelava la forma appiattita del cranio.
-
-— Sono io — mi disse con rotondità —: lei non mi avrebbe riconosciuto?
-Lei invece è rimasto tale e quale. Si accomodi. Mi permette?
-
-Prima che intendessi che cosa avrei dovuto permettergli, aveva
-chiamato al telefono un mistico numero, aveva dato con brevi parole un
-misterioso appuntamento.
-
-Intanto il Dàimone mi tirò per la manica e mi additò due cose
-interessanti. La prima di queste due cose era il contegno di
-compiaciuto e raggiante rispetto con cui il tenente mitragliere
-stava, in piedi addossato a una scaffalatura di noce, al cospetto di
-suo fratello. L'altra era un busto di marmo, su un alto piedistallo
-cilindrico che riempiva l'angolo estremo dello studio: busto severo e
-togato, di cui non riconobbi l'originale.
-
-— Sa chi è quello là? — disse il personaggio — gliela dò in mille. È
-Bartolo, Bartolo da Sassoferrato, l'immortale giureconsulto, glossatore
-del _Corpus juris_. L'ho fatto fare, e mettere lì, per ricordarmi del
-mio passato. Io non mi vergogno di aver fatto il magistrato. Lo sanno
-tutti, lo dico a tutti. Io sono un uomo semplice e sincero.
-
-Per qualche minuto, dopo quelle parole esemplari, la sala fu piena di
-un rispettoso silenzio.
-
-— Ma veniamo a lei. Lei che fa?
-
-Mi sentii arrossire, rispondendogli:
-
-— Scrivo....
-
-Fu benigno; s'accontentò di abbassare di mezzo tono la voce, e dirmi:
-
-— Ricordo, sì, che lei aveva delle velleità letterarie....
-
-— Dirò meglio — ripresi io rinfrancato — scrivevo.
-
-— Ecco, ecco: s'intende. Tempi nuovi. Ma anche lei, come me, come tutti
-gli onesti, non si vergogna del suo passato. E anche lei riuscirà. Lo
-sento. Glie lo assicuro. Ha dei progetti?.
-
-Ricominciai a improvvisare:
-
-— Stavo maturando delle invenzioni....
-
-— Non è il momento — m'interruppe —. L'inventore va incontro a troppi
-pericoli: pericoli di attuazione, pericoli di incomprensione.... E pure
-nel migliore dei casi, l'invenzione è lenta. Oggi occorre rapidità.
-Oggi non è necessario inventare, è necessario: produrre. Anche dal
-punto di vista individuale, badi, è meglio produrre che inventare,
-meglio vendere che produrre, e meglio far vendere che vendere. Qui
-siamo nel cuore della B. A. I. A.: la B. A. I. A. è il cervello della
-pubblicità. Lei ha delle idee?
-
-— Qualche volta....
-
-— Le venda. Gliele faccio vendere. Ora le spiego. Il signor A.,
-supponiamo, apre un commercio di specchietti per farsi la barba,
-il signor B. inventa un aperitivo, il signor C. fonda un teatro di
-varietà, o crea una cravatta che si annoda in un modo nuovo, quello che
-crede. Vogliono farsi conoscere. Debbono andare da un cartellonista,
-dargli delle idee per le _affiches_; da un poeta, dargli uno spunto
-per una poesia da inserire nelle quarte pagine dei quotidiani, e via
-discorrendo. Ma ai signori A. B. C. eccetera, mancano le idee, gli
-spunti. Non sanno neppure trovare un bel titolo per la loro azienda.
-Si rivolgono a questo o a quello, a caso. Non solo: anche dopo
-trovato il tutto qua e là, s'accorgeranno di avere tra mano della
-pubblicità disorganica, disordinata, scombinata, che non risponde
-alla loro necessità; la quale, badi, è quella di far convergere tutta
-l'attenzione, direi tutti i sensi del passante, di tutti i passanti,
-verso la spasmodica persuasione che quello specchietto, quel liquore,
-quello spettacolo e quella cravatta gli sono indispensabili, a lui
-passante, come il pane quotidiano.
-
-Rividi e risentii, in un attimo, la tregenda di luci e di rumori che
-m'aveano investito nella mia prima passeggiata per la nuova città;
-mentre il personaggio continuava:
-
-— Il signor A. viene alla B. A. I. A., ed espone il suo caso. La B. A.
-I. A. gli dà il titolo, il motto, il marchio, le idee dei cartelloni,
-gli spunti per le poesie, tutte le più minute indicazioni per il lancio
-più efficace. Idee. Badi: qui non si disegna, qui non si scrive: idee:
-pure idee, per tutti. E ne vengono, sa? Ho citato i signori A., B., C.,
-ma arrivi pure fino alla Zeta, e poi ricominci. E i signori A., B., C.,
-A¹, B¹ C¹, eccetera, pagano pagano pagano le idee, e se ne vanno. B. A.
-I. A. è la grande officina, negozio, emporio, bazar, caravanserraglio
-delle idee per tutto l'alfabeto degli uomini che inventano producono
-vendono, o credono di inventare produrre vendere: di tutti gli uomini
-che hanno capito la vita nuova, di tutti gli uomini che stanno creando
-il nostro grande domani, gli uomini, signore, della Italia di Vittorio
-Veneto.
-
-M'avvidi che, così favellando, ei s'era ritto in piedi e teneva la
-destra poderosamente infilata nell'apertura del panciotto. Così stette
-un istante, fissandomi immobile come la statua di Bartolo che gli
-faceva da sfondo.
-
-
-5.
-
-Lina e il "Lotòs".
-
-Nella minuscola stanzina che mi fu assegnata, ricevetti la visita di
-una vecchia e di una giovine.
-
-Sedettero. La giovine sorrise: anzi, schiuse la bocca a un sorriso e
-poi si tenne quel sorriso fisso lì e immoto, durante tutto il tempo che
-la vecchia parlò. E le prime parole della vecchia furono le seguenti:
-
-— Questa è mia figlia, e io sono sua madre. Suo padre, mio marito, non
-è più.
-
-— Benissimo.
-
-— Sì, ha ragione di dire benissimo. Perchè mio marito, suo padre,
-era un uomo di scarsi principii morali; quand'era vivo, me mi batteva
-tutti i giorni, e lei tentò alcune volte di violentarla, che era ancora
-minorenne.
-
-— Perdio!
-
-— Lasciamo andare che questa alla fine è stata una fortuna per me,
-perchè non ho più avuto da pensare alla sua educazione morale. Sicuro.
-Dopo quegli incidenti le è rimasta, anche diventata maggiorenne, una
-invincibile ripugnanza per gli uomini, dimodochè non ho avuto da fare
-nessuna fatica per mantenerla, lei mi intende, sulla retta via.
-
-— Tutto ciò è molto semplice.
-
-— Già: ma nello stesso tempo ciò produce che la ragazza, che ormai
-ha ventiquattro anni, deve lavorare per vivere. Allora ho domandato
-consiglio al signor Gianni: lei non lo conosce ma non importa. Il
-signor Gianni dice bene; dice: — Cosa vuole? Con quella particolarità
-della Lina — si chiama Lina — non è il caso di farle fare nè la
-cantante, nè l'attrice, o simili. — Senza contare, dico io, che per
-fare la cantante non ha voce, e per fare l'attrice ci ha fin da bambina
-quel difetto dell'_esse_ e dell'_erre_. — Questo sarebbe il meno;
-risponde lui. — In conclusione, l'importante è che doveva scegliere una
-professione assolutamente, come a dire, immacolata.
-
-— Giustissimo.
-
-— Guardi cos'ha pensato il signor Gianni: dice: — dia retta a me, che
-ho vissuto tanto tempo a Parigi a tenere il banco delle scommesse nelle
-corse dei cavalli, dia retta a me: in Italia, fino a oggi non si sa
-cosa sia la vita. Se fosse cinque o sei anni fa le direi: mi dia la
-Lina e me la porto a Parigi. Ma adesso Parigi è giù, molto giù. È il
-momento di far noi qualche cosa, in Italia. Infatti, si guardi attorno,
-vedrà che anche qui cominciano a vivere. Ma a casaccio, da provinciali.
-Veda, per dirne una, la cocaina: tutti ne parlano; c'è della gente
-che ci prova, delle cocottes, degli autori teatrali, delle sartine;
-ma così, senza un criterio: molti si disgustano subito, non c'è in
-Italia il vero genio per queste cose, non c'è organizzazione. E poi non
-conoscono tutto il resto: altro che cocaina! dunque; con pochissimo
-capitale, che si trova, la Lina può aprire una specie di bar, con un
-bel titolo che dica press'a poco «alle specialità del Vero Oriente»,
-o qualche cosa di simile. Guardi, signore, che ripeto proprio come
-dice il signor Gianni, un uomo d'esperienza. Un piccolo bar, che non
-sia neanche tanto in vista: la prima stanza come i soliti bar, con le
-solite cose, e in più delle bibite e dei frutti e dei dolci orientali;
-e poi due o tre stanzine riservate per gli _habitués_ sicuri, e là si
-danno le specialità più intime del vero oriente. La Lina, che è una
-bella figliola, vestita giusto mezzo all'orientale, un po' di qua un
-po' di là, a dirigere e tenere i conti. È semplicissimo.
-
-— È geniale.
-
-— Ecco, geniale, è come ha detto il signor Gianni. E mi ha anche detto:
-— ci vuole il lancio, la réclame; una réclame diffusa ma discreta: chè
-le cose più importanti non bisogna dirle. Lei — dice — vada alla B. A.
-I. A., e si faccia dare delle idee per la réclame. Il resto verrà da
-sè. Guardi signore, qui ci ho la lista di qualche specialità del vero
-Oriente, che non riuscivo a ricordarmi i nomi. Lei già le conoscerà
-bene queste cose, per il suo mestiere.
-
-Mi porse un foglietto, su cui lessi:
-
-«Haschisch» — «dawamesk» — «oppio» — «etere» — «cocaina» — e altri nomi
-meno noti.
-
-(— Non ci manca — disse il Dàimone — che un po' di coprofagia).
-
-Io più seriamente risposi:
-
-— Ho inteso, signora. Poichè la cosa è molto speciale, bisogna che lei
-mi lasci qualche giorno. Passi tra una settimana giusta, a quest'ora.
-
-La salutai. La bella Lina fece un inchino di scuola, e finalmente
-disfece quel sorriso; parve come uno che si levi la dentiera e se la
-metta in tasca. Scomparvero.
-
-Io mi misi d'impegno a studiare il piano per il lancio delle
-«Specialità del vero Oriente». Volli prima familiarizzarmi un poco
-con la materia, e studiai sui testi il modo di trarre dalla canape
-indiana l'haschisch, m'informai degli ingredienti che variano il verde
-haschisch nel più pallido dawamesk, non trascurai di consultare i
-riflessi classici e letterari di questa materia da Erodoto e Plinio a
-Baudelaire; feci una corsa, dietro la scorta dei viaggi di Marco Polo,
-nella leggenda del Vecchio della Montagna e dei suoi Haschischins
-o Assassini, m'interessai delle tre grandi fasi dell'ebbrezza e
-delle loro possibili varietà. Altrettanto minutamente m'occupai
-dell'oppio, sia per l'aspetto poetico leggendomi la _Confessioni_ del
-De Quincey, sia per quello scientifico ricercando in una farmacopea
-le differenze tra l'oppio giapponese più aromatico e l'europeo più
-potente, attraverso l'oppio indiano che si avvolge in stagnole sotto
-forma di piccoli semi di color perso. Credetti per un momento di
-avere intravisto il motivo della mia réclame nella fantasiosa notizia
-che i Giapponesi fanno la raccolta dell'oppio la seconda sera dopo
-il plenilunio di giugno, avendovi praticato ventiquattro ore innanzi
-l'incisione, al punto dell'imbrunire. Ma ricordai a tempo che il lancio
-doveva essere prudente e discreto. Allora risalii a Omero; pensai al
-nepente che Elena aveva avuto in dono da un'egiziana, e al loto che
-ai compagni d'Ulisse faceva dimenticare la patria e il ritorno. Anzi,
-il bar di Lina doveva chiamarsi omericamente «Lotòs». Ci voleva una
-pubblicità indiretta e suggestiva, che preparasse l'animo del pubblico
-a cercare il «Lotòs», senza ricorrere alla solita volgarità dei
-cartelloni o dei quotidiani, anzi senza nominarlo neppure. Mi fiorirono
-idee semplici ed efficaci. Così che la mattina del settimo giorno mi
-presentai nello studio grande al commendatore avvocato Gattoni, mio
-principale: gli esposi in succinto le parole della vecchia — ed egli mi
-accompagnava con uno strano brontolìo basso —, poi senz'altro gli porsi
-il foglio su cui avevo segnato i risultati delle mie trovate.
-
-Il commendatore prese con qualche diffidenza quel documento, che era
-così concepito:
-
- _Progetto per il lancio (diffuso ma discreto)
- del bar «Lotòs»_
-
- 1) _Far tenere alla locale Università Popolare, da qualche dotto
- ellenista, una lettura e commento del libro IX dell'Odissea, dove
- si parla del loto._
-
- 2) _Incaricare un commediografo alla romana di scrivere una
- commedia in cui il brillante sia un appassionato di haschisch._
-
- 3) _Commettere a un prosatore alla milanese un romanzo in cui sia
- descritta la vita di un bar del tipo che vogliamo lanciare._
-
- NOTA. — _Queste tre manifestazioni debbono essere tra loro
- contemporanee, e precedere di poco l'apertura del bar «Lotòs»._
-
-Il commendatore Gattoni lesse, con un mormorìo agitato, il mio
-progetto; poi lo gettò sul tavolino dicendomi:
-
-— Lei è matto.
-
-
-6.
-
-Forze maggiori.
-
-— Lei è matto — ripetè — e glie lo spiego. Prima di tutto quando
-viene gente di quel genere la si manda via.... o almeno.... almeno....
-Insomma, bisogna saper bene se si ha a fare con persone serie, prima di
-compromettersi.
-
-(— Te lo dico sempre io! — brontolò il Dàimone).
-
-— In secondo luogo, a parte l'opportunità, questo suo piano è assurdo;
-mi fa vedere che lei non è entrato nello spirito della B. A. I. A.,
-nello spirito dei tempi, nello spirito della rinata Italia. Oltre la
-irrealizzabilità, e il tempo che richiederebbe, non sente come tutto
-questo puzza di letteratura? Di scuola e di letteratura: professorume
-e scrivaneria. Non ci voleva che un ex-professore per andare a pensare
-a Omero, al Lotòs, e alla Università, sia pure popolare. Non ci
-voleva che uno scrittore per andare a pensare a commedie e romanzi.
-Niente niente. Quando tornerà quella signora lei la mandi a spasso
-con una scusa qualunque. E facciamo un altro tentativo. Guardi: c'è
-uno, una persona seria, badi, un ex-colonnello dell'esercito, che è
-stato silurato fin dalle nostre prime azioni dell'Isonzo, il quale ha
-inventato una tappezzeria luminosa da mettere negli appartamenti invece
-della solita carta da parati. Questa tappezzeria, dice, è impregnata
-d'una sostanza chimica fosforescente, che di giorno non si vede; ma
-è composta in modo che verso sera, di mano in mano che la luce del
-giorno vien meno, si sprigiona gradatamente la luce dalla carta stessa.
-Così la stanza continua a essere illuminata, con eguale intensità.
-Abolizione d'ogni illuminazione. Sarà vero? non sarà vero? Questo non
-c'interessa. Lei trovi un'idea per rivelare al pubblico l'invenzione.
-Ma un'idea che si attui presto, semplice, rapida, penetrativa, e per
-carità, senza romanzi e senza università. Ha capito?
-
-— Perfettamente.
-
-Me n'andai nello studiolo piccolo, per pensare alla tappezzeria
-luminosa e aspettare l'arrivo della vecchia e della giovane. Ma trovai
-un biglietto della vecchia, che si scusava di non poter venire: «Per
-quanto disgraziati — scriveva — siamo gente beneducata, e avendo
-l'appuntamento bisogna che l'avverta che non posso venire causa forza
-maggiore, trovandomi ora improvvisamente in prigione, come pure il
-signor Gianni e la Lina, in seguito a un incidente. A rivederla». Non
-sapevo che diavolo avrei immaginato per le tappezzerie autofotogene
-dell'ex-colonnello. Il mio minuscolo tavolino era incastrato nel
-vano d'una finestra: di là dai vetri la strada distraeva ed eccitava
-insieme il mio cervello. Ora tra i carretti, che urlavano, dei
-merciai ambulanti sul crocicchio, scorsi a un tratto il cesto, pieno
-di garofani pallidi e di mimose, d'una venditrice di fiori; e da
-quei fiori saliva sino a me, traverso i vetri e la bruma, un'onda
-d'incomprensibile malinconia. Ma la malinconia non entra nello
-spirito dei tempi nuovi. Negli ammezzati della casa di faccia vedevo
-le teste di due dattilografe chine verso le tastiere. Pensai a Lina,
-che era in prigione. Desiderai d'essere in prigione anch'io per non
-dover pensare alle tappezzerie luminose del colonnello silurato. In
-prigione con Lina: Lina, col suo sorriso smontabile e il difetto
-dell'_esse_ e dell'_erre_ fin da bambina e la repugnanza per gli
-uomini. Anch'io ho alcuni difetti fin dall'infanzia irrimediabili, e
-alcune invincibili repugnanze. Che diavolo inventare per l'invenzione
-del colonnello? Gli inebriati dell'oppio e del nepente del bar di Lina
-avrebbero viste luminose anche le prigioni più oscure, senza bisogno di
-pareti fosforee. Perchè diavolo il colonnello s'è messo a fare delle
-invenzioni? Se non lo siluravano, a quest'ora sarebbe morto, sarebbe
-generale, chi sa? Come Ercole se prendeva il cammino piacevole. Come me
-se quel giorno andavo ai Giardini.
-
-— Sei ancora a tempo a provarci — disse il Dàimone.
-
-— Tu sai che oggi è già tutt'altra cosa da allora, da ieri, da un'ora
-fa — gli obiettai.
-
-— Ma nessuno t'impedisce di provare, anche subito.
-
-— E il commendatore Gattoni, ex magistrato e mio principale?
-
-— Tanto lui non sa che farsene di te, e sarebbe ben felice di perderti.
-
-— Lo so. Ma come atto, è poco educato. Bisognerebbe almeno scrivergli
-un biglietto.
-
-— Scrivi. Hai qui un modello eccellente. Con pochi ritocchi, va bene
-anche per te e per me: «Per quanto letterati, siamo gente beneducata,
-e avendo l'impegno bisogna che l'avverta che non posso continuare in
-questa professione, causa forza maggiore. A rivederla».
-
-
-
-
-CAPITOLO TERZO
-
-PESCECANEA
-
-
-1.
-
-Cinque spettatori in tre poltrone.
-
-Nell'età delle palafitte, e più precisamente un anno avanti lo scoppio
-della guerra europea, avevo conosciuto a Firenze una fanciulla.
-
-Era venuta di Valdarno a portarmi una traduzione da Rimbaud sulla
-quale voleva il mio giudizio. Credo che episodi simili non se ne
-producano più nell'èra presente. Aveva cominciato a leggere: _In quella
-stagione la piscina delle cinque gallerie era un punto di noia. Pareva
-un sinistro lavatoio_.... Mentre leggeva, io la guardavo. Quand'ebbe
-finito io non avevo capito ancora se la signorina fosse bella o brutta:
-propendevo a crederla bella. Neppure avevo capito se fosse brutta o
-bella la traduzione; propendevo a crederla brutta. Poi la fanciulla se
-n'andò lasciandomi il manoscritto.
-
-Del manoscritto non s'incontra più traccia o memoria alcuna nelle
-storie e nelle leggende dei tempi che seguirono. La fanciulla l'ho
-ritrovata dopo sei anni a Milano.
-
-Una sera m'ero calato in un certo sotterraneo fumoso e stavo là seduto
-tra file di gente similmente seduta che beveva, fumava e leggeva i
-giornali. A un lato del sotterraneo c'era anche un palcoscenico, e
-sul palcoscenico una compagnia di prosa stava tossendo e recitando
-una commedia novissima. Nella poltrona accanto alla mia c'era una
-fanciulla: quella fanciulla di Valdarno: la signorina Giovanna.
-
-Tra lei e me il mio Dàimone, invisibile e silenzioso. Dall'altra
-parte di lei sedeva una sua compagna similmente silenziosa, e tanto
-insignificante da potersi anch'ella considerare come invisibile. In
-un punto imprecisato, ma definito entro la breve cerchia delle nostre
-quattro sostanze, n'era presente una quinta, cioè il Destino, che
-imprevedutamente aveva ravvicinato, per i suoi fini reconditi, quelle
-sparse entità.
-
-La signorina Giovanna alla fine del primo atto mi riconobbe. E mentre
-la compagna leggeva con diligenza il programma dello spettacolo, e il
-Dàimone placidamente dormiva, il Destino tessè tra me e la traduttrice
-valdarnese un breve dialogo denso di avvenire. Io ebbi il pessimo
-gusto di ricordare a lei quella traduzione preistorica di _Una stagione
-all'inferno_. Ella ebbe il buon gusto di mettersi a ridere.
-
-— Non traduco più — aggiunse rifacendosi seria — ora sono a Milano a
-studiare il canto.
-
-So che quando una signora afferma «studio il canto», come quando
-un maschio dichiara «sono negli affari», non è opportuno domandare
-particolari più precisi, se il maschio o la signora non li offrono
-spontaneamente. Perciò tacqui, e cominciò il secondo atto della
-commedia, e dopo un certo tempo fatalmente finì. Giovanna riprese il
-discorso al punto esatto ove l'avevamo interrotto, annullando in questo
-modo in un attimo tutta l'azione che s'era svolta laboriosamente sulla
-scena al nostro cospetto.
-
-— Sapevo che eravate a Milano, abbiamo parlato di voi l'altro
-giorno.... oh non ricordo con chi: ma non importa.
-
-Perchè mi dava del voi? C'è tutta una casta di donne — non casta
-professionale, casta mentale — che hanno abolito il lei, e con esso
-il primo dei gradi d'una possibile scala d'intimità. È un fenomeno di
-tendenza al veloce, come tanti altri del tempo nostro.
-
-— E m'ha detto, mi pare, che vi siete messo negli affari.
-
-— Io? Sì. È vero.
-
-— Che affari?
-
-— Mio dio! fino a pochi giorni sono ho fatto della pubblicità. Ora ho
-delle idee...
-
-— Fate bene.
-
-La sua approvazione mi fu di grande conforto. Ella era alquanto più
-elegante di quand'era venuta da Valdarno a Firenze. Così cominciò il
-terzo atto della commedia.
-
-Quando stava per finire, ella mi fece un invito:
-
-— Venite domani a prendere il tè in casa mia? Vi prometto che non
-canterò. Vi presenterò due buoni amici. Di Malco, e Valacarda; li
-conoscete?
-
-— No.
-
-— Possono esservi utili. Uno è professore di merceologia.
-
-— Cos'è?
-
-— Non so. Una cosa molto importante. È com'era una volta essere
-professore di filosofia. L'altro è un pescecane.
-
-— Brava! Non ne ho ancora visto neppur uno.
-
-— Venite dunque, e attaccatevi al pescecane.
-
-Rincasando pensavo a quella prodigiosa Giovanna, che sei anni avanti
-traduceva Rimbaud in Valdarno e me lo portava a Firenze, e ora
-studiava il canto a Milano e mi offriva un pescecane col tè. Tutto
-ciò è modernissimo. Una donna così non la trovate nelle commedie di
-Goldoni. Nemmeno nel _Satyricon_ di Petronio. E nemmeno più giù, nel
-Romanticismo o nel Secondo Impero. Sono posteriori a Carlo Marx e a Max
-Stirner.
-
-Ma ancora non ero riuscito a capire se era piuttosto bella o piuttosto
-brutta. D'altra parte ciò non ebbe alcuna importanza nella mia vita,
-come non ne ha alcuna nel seguito di questo racconto.
-
-
-2.
-
-Una visita d'affari.
-
-Era seduta al pianoforte, ma appena entrai si voltò e abbandonò la
-tastiera esclamando:
-
-— Bravo! avete mantenuto la vostra promessa, e io mantengo la mia.
-
-Poi fece le presentazioni.
-
-Illustrò il mio nome con le parole «un mio vecchio amico quasi
-compatriota», al che io nulla opposi. I nomi degli altri due non li
-commentò:
-
-— Questo è di Malco. E questo è Valacarda.
-
-— Piacere....
-
-— .... piacere.
-
-— Piacere....
-
-— .... piacere.
-
-— E badi che è vero — aggiunse subito quello che si chiamava Valacarda.
-— Ci sono dei puritani che dicono: «questa frase è un'ipocrisia». No.
-Si ha sempre piacere di conoscere una persona nuova. È una speranza
-che rinasce su un mucchio ognora crescente di ceneri. Ogni persona
-nuova che conosciamo, è una possibilità di più, che ci si presenta, di
-giustificare il credito illimitato che rinnoviamo continuamente alla
-simpatia dell'umanità.
-
-— Valacarda — spiegò la signorina — è un incorreggibile ragionatore e
-divagatore, il che fa a pugni con la sua professione.
-
-Infatti a me e al Dàimone Valacarda era già piaciuto. Di statura mite,
-baffi piccoli e neri, appariva uomo di spirito aperto e sottile. Lo
-sentimmo fraterno, là, dove avevamo il secreto tremore di trovarci tra
-estranei. L'altro no.
-
-L'altro, di Malco, taceva. Riconobbi in lui a prima vista la formula
-estetica e morale del pescecane-tipo, quale è stata sorpresa e
-divulgata dai caricaturisti: alto e denso, con un volto raso e un po'
-grasso, vestito e atteggiato con severità pomposa: un forte anello
-al dito medio, le lenti legate in oro; e portava la testa alquanto
-rovesciata indietro sul collo, al duplice fine di reggere quelle lenti
-e di scrutare l'umanità traverso due feritoie di ciglia socchiuse.
-
-Mentre lo guardavo come si guarda un quadro su di una parete, egli,
-quasi per completare ai miei occhi la figurazione popolare del
-pescecane classico, trasse un astuccio, poi dall'astuccio un sigaro
-panciuto: lo accese e cominciò a fumare con eloquenza.
-
-Di Malco osservò ch'io lo contemplavo, e cercò di rendermisi gradito
-domandandomi:
-
-— Ha visto l'ultima opera di Puccini?
-
-— Io? — esclamai allibito — io non ho mai visto neanche la prima.
-
-Appena mi fui sentita uscire questa risposta inopportuna, guardai la
-nostra ospite, la fanciulla volonterosa che m'aveva raccomandato di
-attaccarmi al pescecane.
-
-Ma l'ospite dal suo sgabello non badava a noi.
-
-Le spalle volte al pianoforte, le braccia tese all'indietro e
-tenendosi appoggiata con le mani alle due estremità della tastiera,
-ella si bilanciava su due gambe dello sgabello, e fisso lo sguardo
-in una lontananza inafferrabile, corrugava la fronte con una vaga
-preoccupazione: tanto che Valacarda le domandò:
-
-— A che cosa pensate?
-
-— Pensavo — rispose velando la voce — che questo mese non ho ancora
-ricevuto il burro della tessera.
-
-Un placido profumo di latteria svizzera, di cucina olandese e di
-biblico girarrosto si soffuse per il salottino semimondano a quella
-parola domestica. Respirammo tutti e quattro silenziosamente per alcuni
-secondi un tepore di sole sull'aia, di forno casereccio, di gatto sulla
-pietra del focolare. Sentimmo scampanare dietro la siepe una capretta
-mansueta. Poi una nuvola invase morbidamente quel mondo, e per l'etere
-soavemente ci riportò a un terzo piano in via Monte Napoleone, davanti
-a quattro tazze di tè. Il fumo del tè saliva a raggiungere il fumo
-dell'avana del pescecane. Io m'alzai per osservare un'acquaforte.
-
-— Vi piace? — mi domandò Giovanna.
-
-— Non so, non m'intendo di pittura.
-
-— Non dica «non m'intendo di pittura» — mi redarguì Valacarda. —
-Si procuri cinque o sei frasi, e se ne intenderà. Comincerà con
-l'applicarle un po' a caso: poi quelle cinque o sei ne germineranno
-spontaneamente altre nella sua abitudine, e lei si troverà un
-vocabolario. Quando avrà un vocabolario critico, necessariamente le
-verranno delle idee critiche.
-
-— Una specie di pistica applicata alla critica? Ma intanto
-quell'acquaforte non mi suggerisce nulla.
-
-— Quell'acquaforte è fatta di segni neri; allora è elegantissimo dire:
-«che senso del colore c'è qui dentro!».
-
-— Che senso del colore c'è qui dentro, qui dentro, qui deeeeentro.... —
-gorgheggiò l'allieva di canto sopra una fioritura rossiniana.
-
-Il pescecane si tolse l'avana di bocca, fissò un momento da lontano
-l'acquaforte, poi asserì:
-
-— È un maiale con due maialini.
-
-— Badi — continuò Valacarda — che ogni tanto bisogna rifornirsi
-di sostantivi e di aggettivi. Prima della guerra c'erano le parole
-«sensibilità», «dinamico», «musicale»; oggi invece le pietre basilari
-del vocabolario critico sono «costruito», «corposo», «architettura». Un
-vocabolario di questo genere può durare dai tre ai cinque anni. Anche
-per il contenuto è così. Fino a qualche anno fa serviva molto la «gioia
-di vivere». Oggi....
-
-— Voi — interruppe la cantante — siete contento di vivere?
-
-La guardammo tutti e tre per sapere a chi avesse rivolto la domanda. Ma
-ella non guardava nessuno di noi. Seguendo il suo sguardo vedemmo che
-andava a finire su una mensoletta di ottone fissa al muro, di quelle a
-parecchi intagli, che servono per tenerci appoggiate e sospese le pipe.
-Pipe non ce n'erano. In ogni modo non pareva probabile che la fanciulla
-desse del voi a una mensoletta d'ottone, e le facesse una domanda di
-quel genere. Perciò nessuno di noi rispose subito. Il primo a spiegarsi
-fu il pescecane:
-
-— Io sarei contento di vivere — pronunciò — ma ho la nevrastenia.
-
-— Un dottore — disse la fanciulla — a un mio amico nevrastenico
-consigliò le divine emozioni dell'aeroplano.
-
-Valacarda si oppose:
-
-— L'aeroplano come divertimento è uno dei più insipidi che possa
-consigliare la retorica moderna. Io ci sono stato. Se uno non ha paura,
-la sensazione che dà è quella della perfetta idiozìa.
-
-— E se ha paura?
-
-— Se ha paura, non ci va.
-
-Decisamente questo Valacarda è un sorprendente personaggio. Professore
-di merceologia! Che cosa è la merceologia? Tuttavia io cominciavo a
-domandarmi con qualche maraviglia perchè mai il Destino, già una volta
-sei anni prima mandandomi a Firenze la traduttrice, e poi la sera
-avanti deponendomi in un teatro a fianco alla medesima rinnovellata —
-perchè mai il Destino avesse lavorato tanto per produrre quell'incontro
-eterogeneo attorno a quattro tazze vuote con paesaggio di pianoforte.
-
-— Non pensiamo a questo — mi ripresi internamente —: io sono qui per
-affari.
-
-Anche quando, poco appresso, mi avvenne d'un tratto di domandarmi
-curiosamente che legami ci fossero tra Giovanna e uno almeno dei due
-personaggi ch'ella mi aveva presentati, finii con l'ammonirmi una volta
-ancora:
-
-— Che importa? Io non sono qui per fare della psicologia, e nemmeno per
-mondanità. Sono qui per ragioni serie. Bisogna attaccarsi al pescecane.
-
-
-3.
-
-Il fulmine.
-
-Ma mentre cercavo il modo di attuare questo maturo proposito, Giovanna
-d'un tratto balzò in piedi e annunziò:
-
-— Vado a mettermi il cappello.
-
-Andò, e tornò dopo brevissimo tempo, incappellata e impellicciata,
-prima che io avessi trovato una frase di avvicinamento, abbordo ed
-attacco verso il corposo di Malco.
-
-Uscimmo.
-
-— Passeggiamo? — propose lei quando si fu sul portone — chi ama
-camminare?
-
-— Io no — risposi. — Nietzsche amava camminare, ed è finito matto.
-
-— Andiamo al Savini a sentire un po' di musica — propose Valacarda.
-
-— Io ho bisogno di camminare — dichiarò di Malco.
-
-— Allora — concluse la donna — noi due andiamo a passeggio e voi due
-andate al caffè. Forse vi raggiungeremo là: e se non vi raggiungeremo
-ci ritroveremo qui a casa stasera. Libertà.
-
-Così se n'andò, prima che avessimo annuito. Oh le donne! m'aveva
-raccomandato d'attaccarmi al pescecane, e ora se lo portava via e mi
-lasciava solo con l'altro. Per fortuna l'altro mi era simpatico. E
-forse io a lui.
-
-La nostra simpatia si svolse nel silenzio fino che ebbimo raggiunto e
-imboccato il Corso.
-
-Sul Corso ci fermiamo davanti a una grande e illustre vetrina di colore
-viennese. Valacarda mi addita una bambola con i capelli di seta, e
-osserva:
-
-— Assomiglia alla nostra amica.
-
-— È vero — risposi. E dopo una breve pausa, mentre riprendevamo
-l'andare, còlto da una frivola curiosità insinuai:
-
-— La nostra amica si è portato via il pescecane....
-
-Valacarda si fermò subito di nuovo, mi guardò, poi disse dolcemente:
-
-— Lei s'è ingannato, signore: il pescecane sono io.
-
-Io m'appoggiai alla cantonata per non cadere.
-
-
-4.
-
-Zoologia.
-
-Lo stranimento per il mio granchio e per la conseguente _gaffe_ mi
-tenne ancora per un poco, mentre a fianco camminavamo tra gli urti
-della folla vespertina, ed egli parlava.
-
-Egli parlava, e io ripetevo entro me: — l'altro dunque, con pancia e
-avana, era il merceologo! E questo savio raffinato e sagace.... Non
-aprirò mai più un giornale umoristico.
-
-Valacarda parlava, e io ero sperduto ancora, e così non so come ci
-trovammo seduti a un tavolinetto d'un minuscolo bar cristallino: io
-avevo ordinato due cocktails. Soltanto allora ricominciai a udire le
-parole del mio affascinante compagno, che ragionava con semplicità
-velata appena di malinconia.
-
-— E il risultamento di tutto ciò? — continuava Valacarda.
-
-Il risultamento di che? Lasciamolo parlare.
-
-— Il risultamento di tutto ciò? Personalmente, una pregiudiziale di
-disprezzo pauroso che ci avvolge....
-
-— Non è questo che importerebbe — lo ripresi io, fattomi animo ormai —:
-lei è un uomo fine, e m'intende. La diffidenza che ispira il cosidetto
-pescecane, salvo i casi di semplice invidia, è per il pericolo che
-rappresenta l'opera sua di fronte alla vita sociale, nel momento
-stesso ch'essa anela a raggiungere quell'umano equilibrio, cui tende da
-secoli....
-
-M'interruppi udendo un forte ridere vicino a me. Mi voltai. Ma non
-c'era nessuno che avesse l'aria di aver riso. Solo allora capii ch'era
-stato il Dàimone, di cui m'ero dimenticato. Intanto il pescecane
-filosofo già s'era avvolto in una sua complicata risposta:
-
-— Quale pericolo? Vediamo oggi due grandi energie in lotta: c'è chi le
-chiama borghesia e proletariato, c'è chi le chiama energia rinnovatrice
-ed energia conservatrice. Questa lotta per lungo tempo è rimasta
-frantumata in guerriglie parziali e multiformi, ora s'è semplificata
-e ingrandita. È una vasta battaglia tra due eserciti, che insieme
-assommano all'intera società. A ogni fenomeno storico che si produca
-o si riproduca nel mondo, ciascuno dei due eserciti cerca di farsene
-uno strumento della lotta. Così è stato della guerra. Così è, ora,
-della pace. Il simile avverrà press'a poco delle nostre costruzioni.
-Noi pescicani, grossi e piccoli, tranquilli e arrabbiati, sa che cosa
-stiamo accumulando laboriosamente? Delle enormi riserve di forze —
-danaro, lavoro, organismi di uomini — forze, insomma: e un bel giorno,
-vicino o lontano non so, un bel giorno, o se ne impadroniranno le masse
-conservatrici per tentare l'ultimo colpo, o, se esse saranno state
-disfatte, le afferreranno gli altri, un minuto dopo la vittoria.
-
-— Voi dunque non siete la espressione culminante della borghesia?
-
-— No no no! Siamo (non noi in persona, s'intende, ma l'energia che
-accantoniamo) siamo come una riserva neutra. Può darsi che il destino
-del pescecanismo, com'è stato già di far durare la guerra fino alla
-vittoria, sia ora di salvare la borghesia, o almeno prolungarle
-la vita; e può altrettanto darsi che sia quello di farla morire
-d'aneurisma e d'ingorgo: non s'esce da questo dilemma. Ma nè il
-borghese nel primo caso, nè il nuovo vincitore nel secondo, erigeranno
-certo un monumento di gratitudine al pescecane, come le nazioni lo
-erigono al fante che le ha salvate. Non sappiamo chi si dividerà le
-nostre spoglie: ma il nostro destino inevitabile è di essere spoglie.
-
-— Spoglie opime — feci io.
-
-— Opime sì: per questo voi scrittori e i vostri aiutanti disegnatori
-hanno avuto una certa ragione di raffigurarsi il pescecane (o cosidetto
-pescecane, come dice lei per cortesia) in forma corpulenta e ingombra.
-Ma, come lei vede, è un'allegoria.
-
-— E i suoi.... colleghi, la pensano tutti come lei?
-
-— Nemmen per idea. Non ne trova uno su cinquanta che dica «noi
-pescicani»; e quello che lo dice, lo dice per simulazione di
-disinvoltura e per difesa personale. Il curioso è, che io stesso non ho
-capito se loro credono di essere immortali e costruire per l'eternità;
-o se lo sanno che van vivendo alla giornata più della rondine quando
-gira col becco aperto pei cieli all'ora del tramonto.
-
-— Anche questo tramonto è un'allegoria?
-
-— Forse. Del resto anche se qualcuno, come me, si rende conto del
-fenomeno, che gli serve? Ognuno è trascinato dal suo proprio spirito,
-ha detto Lucrezio. Lucrezio dice _voluptas_. È la stessa cosa. Lei
-scrive, e scriverà sempre....
-
-Io non rettificai.
-
-— .... anche quando, come oggi, veda intorno a sè a quale turpitudine
-di mal gusto è trascinata la sua arte. Scriverà, anche persuaso che le
-cose sue che più le hanno costato di travaglio debbano rimanere in un
-cassetto.
-
-— Ma scrivo per i posteri — dissi cercando di fargli credere che
-celiavo.
-
-— Anche il pescecane lavora in effetto per un postero: non importa
-se la sua posterità invece che tra un secolo possa cominciare domani
-o stasera. Ma in realtà lei non lavora per i posteri ma per sè: e
-anche lui lavora per sè: per quella sua _voluptas_, che non sempre è
-spregevole. Naturalmente tutto ciò le appare strano. Lei dice che sono
-un uomo fine, perchè ho letto tre o quattro libri e perchè ragiono
-intorno alle cose invece di andarvi a cozzare contro a testa china con
-le corna di qualche pregiudiziale ostinata. E anche questo le appare
-strano. Perchè lei è uno scrittore, e agli scrittori per farsi leggere
-occorrono figurazioni precise: il demonio, l'angelo, il pescecane
-grasso e cùpido, il fante energico e macerato. Specialmente oggi,
-che si ha sempre fretta: fretta di capir subito senza sforzo con chi
-si ha a che fare. Loro scrittori debbono essere o dei sentimentali
-o dei cinici, se no il pubblico si disorienta. Come quando si fa
-della politica ai contadini: bisogna parlare o da clericali o da
-rivoluzionari. Lei le cose che ho dette non le potrebbe scrivere.
-Uno come me, lei non lo presenterebbe: apparirei incomprensibile e
-mostruoso; molto più mostruoso che se il pescecane fosse stato il
-nostro buon amico di Malco, il quale a quest'ora, più e meno saggio
-di noi, sta pranzando con la nostra buona amica Giovanna in qualche
-trattoria spensierata. Se facessimo altrettanto?
-
-— Volentieri.
-
-Pagai i due cocktails, e il filosofo alzandosi mi promise:
-
-— Le farò conoscere, o almeno vedere, qualche mio collega, se ci tiene.
-
-
-5.
-
-Apocalissi.
-
-Infatti alla trattoria incontrò, mi presentò, e invitò a sedersi alla
-nostra tavola, un uomo biondiccio e un po' sbilenco con due grossi
-baffi da foca e una penzolante giacca color tabacco. Rideva e parlava
-continuamente; cioè raccontava storielle oscene e poi ne rideva lui
-stesso con fragore, e accompagnava quello stridere con gran suoni di
-posate sui piatti. E questi era il socio di Valacarda. Come mai? Oh la
-_voluptas_.
-
-Ora il nuovo compagno raccontava una sua avventura di viaggio con due
-cameriere d'albergo. Ma Valacarda, accorgendosi ch'io guardavo a un
-altro tavolino, mi domandò:
-
-— Le piace quella bruna?
-
-— Sì: ha un'aria aristocratica; bellezza imperatoria e fine nello
-stesso tempo, e un contegno da Olimpo. Oserei affermare che è una
-signora.
-
-— Ha indovinato, è una signora, la signora di quello che c'è insieme.
-Prima lei faceva parte di una compagnia di equilibristi del Trianon, e
-manteneva lui. Ora lui s'è tirato su col filo spinato, e l'ha sposata.
-Al mondo c'è ancora della gratitudine e altre virtù.
-
-Il commensale color tabacco si voltò a guardarli. Così vide entrare
-nella sala un giovinotto disinvolto e lo salutò ad alta voce da
-lontano. Poi si volse a me annunziandomi:
-
-— Spolette da shrapnell.
-
-— E questo alla mia destra? — domandai io accennando al più elegante di
-tutto il consesso. — Cos'è? Zàini? fulmicotone?
-
-Guardarono e uscirono tutt'e e due a ridere con irriverenza.
-
-— Questa volta ha sbagliato — disse Valacarda. — Quello lì è un pittore.
-
-— Pittore!
-
-— Sì: vive alle spalle di quello che gli è vicino: pezze da piedi
-e propaganda per i prestiti. S'è fatto fondare da lui una rivista
-illustrata. Sono i pidocchi del pescecane.
-
-Rabbrividii.
-
-Quel mondo luccicava tutto e parevami gorgogliare e spumare d'una
-superiore letizia. Sognai per un momento di assistere a una festa
-furinale, quali i Romani, spiriti larghi, celebravano in onore dei
-ladri.
-
-Mi scossi, e tratto da una vecchia abitudine domandai:
-
-— Come s'intitola la rivista illustrata?
-
-— Non parliamo di porcherie — ammonì l'uomo color tabacco. — Guardi
-quella bionda così seria, laggiù. Una mattina, nell'anticamera del mio
-studio, l'ho....
-
-Ma non sentii il seguito. Non sentivo più le loro parole. Il mio
-spirito era abbuiato.
-
-Mi trovavo dunque nel centro di quella terza Babilonia su cui Valacarda
-aveva predetto prossimo non so che fuoco divino o sociale. Ma non
-pensavo più ai suoi vaticinî. Le immagini mi presero nel loro possesso.
-L'aria della sala intorno a noi si fece liquida e verde come in fondo a
-un oceano, oceano scivolato da grandi belve corsare che aprivano gole
-di Satana, arrotavano i denti alle rocce subacquee, e come d'intesa
-movevano tutte obliquamente, leviatani torvi, dall'abisso gelido in
-su, verso un'alta luce d'incendio lontano che le traeva: e il corteo
-non avea fine, sempre più enormi e nere, con la smorfia d'un ringhio di
-cui non si udiva la voce, battendo le code nel liquido muto, su, verso
-l'alto. Poi un cameriere traversò con grazia secura lo stormo, e si
-chinò davanti al nostro tavolino presentandoci il conto.
-
-
-6.
-
-Compensazioni.
-
-Valacarda trovò un errore nel conto e lo fece correggere. Poi fece la
-divisione per tre, ognuno di noi pagò la sua parte, e l'amico festevole
-ci lasciò. Noi ci avviammo a via Monte Napoleone, ma arrivati al
-portone di Giovanna, Valacarda si fermò:
-
-— Non salgo: ho sonno, e domani mattina debbo partire presto: sì, starò
-fuori qualche tempo. Troverà di Malco, e forse altri; mi scusi con la
-signorina. Grazie.
-
-Su, venne ad aprirmi la signorina in persona. Non c'era di Malco. Non
-c'era nessuno.
-
-— Sono stata brava? — mi gridò subito. — V'ho lasciato col pescecane.
-Che n'avete fatto?
-
-Mi guardai bene dal raccontarle il primitivo granchio. Risposi:
-
-— l'ho lasciato ora, qui sotto; abbiamo pranzato insieme.
-
-— E avete combinato qualche buon affare?
-
-— Mio Dio, no.... Per il primo pescecane che incontro, era così
-raffinato, arguto.... e poi mi ha detto due o tre volte «lei che
-scrive, e continuerà a scrivere». Non potevo disingannarlo.
-
-L'amica alzò gli occhi al cielo.
-
-— Dio, che uomo d'azione siete! Pensare che glie lo avevo detto che
-volevate darvi agli affari, che vi aiutasse....
-
-— Gli avete detto!?...
-
-— Non sarete mai buono a nulla.
-
-( — Non sarai mai buono a nulla — echeggiò il Dàimone, ma con minore
-scandalo).
-
-— E come s'è liberato bene di voi!
-
-Era veramente afflitta.
-
-( — Stai zitto, non facciamoci scorgere troppo — sussurrai al Dàimone
-che non voleva chetarsi).
-
-Giovanna seguiva il filo di non so quale pensiero. Poi scosse il capo e
-mi guardò. E concluse con voce consolatoria:
-
-— Troverete di meglio, pazienza. Meno male che ci avete almeno
-guadagnato un invito a pranzo.
-
-Non volli deluderla. Era una buona figliuola, come tutte le fanciulle
-che dopo aver tradotto Rimbaud in Valdarno vengono a Milano a studiare
-il canto. Ora taceva, e per un po' tutto tacque tra noi. Sospettai che
-la buona figliuola pensasse di dovermi qualche geniale risarcimento per
-lo scarso esito della mia giornata...
-
-Ma qui si raccontano storie d'affari, cose serie; e non dobbiamo
-occuparci di frivolezze.
-
-
-
-
-CAPITOLO QUARTO
-
-PER BELLOVESO
-
-
-1.
-
-Preludio mirabile.
-
-La piattaforma del tranvai è la glandola pineale della vita moderna.
-Trovandomi io un giorno sulla piattaforma d'un tranvai di Milano, un
-individuo con barba grigia e cappello verde alla calabrese mi stralunò
-in volto due occhi quasi bianchi spiritati, poi disse:
-
-— Scusi, signore....
-
-Non avrei mai immaginato che quegli occhi potessero pronunciare una
-frase tanto garbata. Mi rimisi dunque dalla prima impressione ch'era
-stata alquanto sgomenta.
-
-— Scusi, signore: sa dirmi dov'è via Belloveso?
-
-— Non so — risposi con la maggior grazia possibile. — Sa, — aggiunsi
-poi sentendo non so qual dovere di giustificarmi — io non sono di
-Milano.
-
-— Ah.
-
-Questo «ah» non fu un «ah» di quelli grassi, sdraiati, episcopali, che
-nei dialoghi della vita indicano soddisfatta conclusione e lasciano
-l'animo pacato: fu un «ah» arido, giallo di sarcasmi. I romanzieri
-non hanno ancora trovato la maniera di distinguerli nella scrittura, e
-mettono «ah» senz'altro, in tutt'e due i detti casi e anche nei loro
-infiniti intermedi e collaterali: la quale è una lacuna non lieve
-dell'arte nostra.
-
-Io n'ero rimasto oscuratamente scontento e guardingo, mentre il tranvai
-continuava la sua rotolante corsa per le rette e le curve della Città
-Operosa.
-
-Infatti l'uomo imminendomi ribadì:
-
-— E se fosse di Milano?
-
-— Se fossi di Milano — risposi con pronta dialettica — sarebbe più
-probabile, non però certo, ch'io sapessi dov'è via Belloveso.
-
-La soddisfazione di questa nitida risposta mi ristorò: e per un momento
-credetti d'essere libero dal sorprendente personaggio, perchè subito
-egli si rivolse al più vicino dei nostri compagni di andare, uomo
-comune con cappello duro e spilla nella cravatta. Con gli stessi occhi
-e con la stessa voce domandò a lui:
-
-— Scusi, signore, è di Milano lei?
-
-— Sì — rispose il signore volonteroso col cappello duro — sono proprio
-di Milano, del Verziere.
-
-— E lei che è proprio di Milano, sa dirmi dov'è via Belloveso?
-
-— No: non l'ho mai neanche sentita nominare.
-
-— Ma se l'avesse sentita nominare — incalzò l'incontentabile, —
-saprebbe dirmi perchè si chiama via Belloveso?
-
-L'uomo comune s'inalberò:
-
-— Come sarebbe a dire?
-
-— Sa lei, signore di Milano, sa lei chi era Belloveso?
-
-L'altro lo guardò un momento, poi guardò me, poi tutti gli altri
-intorno, torse un'occhiata più lunga alla strada che fuggiva sotto
-i nostri occhi: e d'un tratto, poichè il tranvai rallentava, scese
-precipitosamente e senza voltarsi indietro si inabissò nella prima via
-trasversale.
-
-Il tranvai finì di rallentare e fermò del tutto. L'energumeno gentile
-tornò a me:
-
-— Lei, signore, che almeno non è di Milano, la prego: scenda con me.
-
-Non so quale forza mi spinse ad acconsentirgli.
-
-Sopra una cantonata una guardia di città sonnecchiava a capo chino.
-L'amico lo svegliò:
-
-— Vigile, sa dirmi dov'è via Belloveso?
-
-L'altro riscosso mormorò:
-
-— Pellevese, Pellevese.... nun saccio.
-
-— Potrebbe guardare nella guida.
-
-L'esule partenopeo si cavò blandamente di seno un libretto e cominciò a
-sfogliarlo:
-
-— Come avete detto? Pellurese?
-
-— No: Bel-lo-ve-so: col bi.
-
-Il pubblico funzionario compitò con scrupoloso travaglio parecchi
-nomi del suo indice alfabetico: — Bec-ca-ria — Bel-fio-re —
-Bel-gio-io-so.... quest'è, Belgioioso?
-
-— No: Bel-lo-ve-so.
-
-— Bel-lez-za — Bel-li-ni — Bel-lot-ti.,.. mo' ce stiamo 'n coppa —
-Be-na-co.... no: Bellevese nun ce sta, Eccellenza.
-
-Lo piantammo, chè era esausto. Seguivo faticosamente e con grande
-interesse la mia agitata guida. Lo vidi precipitarsi contro una
-carrozza vuota che veniva traballando placidamente verso noi. La
-fermammo, le demmo la scalata, occupammo il sedile. Quando ci sentimmo
-saldi nella conquistata posizione, il mio compagno comandò con aria
-sciolta:
-
-— Portaci in via Belloveso.
-
-Allora, con mia suprema stupefazione, avvenne questo fatto mirabile:
-che il vetturino non disse nulla, e neppure si voltò a noi; ma dette
-una frustata all'aria, una voce al cavallo, e partì; e tutti partimmo
-con lui.
-
-
-2.
-
-Fatale andare.
-
-E la carrozza camminò rassegnata e fatidica per vie folte e piazze
-illustri e ardimentosi crocicchi, tra la folla sonora onde Milano trae
-l'incitamento perenne al lavoro e all'impeto, alla Vita Intensa e alla
-Vita Operosa. Il mio compagno s'era chiuso in un degno silenzio; china
-sulla fronte la tesa verde del cappello calabrese ora si contemplava
-misticamente le quadrate estremità delle scarpe. Io rispettai quel
-silenzio e quella contemplazione. M'interessavo alle vicende del nostro
-andare e al civile paesaggio che percorrevamo. Ma già le piazze e le
-vie si facevano a mano a mano meno affollate e meno illustri. L'aspetto
-delle botteghe e delle case graduava rapidamente dalla metropoli
-al suburbio. Entrammo nell'ignoto. Raggiungemmo l'aborigeno. Ogni
-tanto la carrozza, mossa da non so quali occulte cagioni, invece di
-proseguire diritta svoltava in vie laterali, e quasi a ognuna di quelle
-mutazioni di rotta il colore delle muraglie e dei selciati si faceva
-più languido e afflitto. Le sfilate di muri grigi presentavano ormai
-rara l'interruzione di una donchisciottesca barbieria o d'una drogheria
-sudicia rinforzata dalla giunta d'un romantico bar.
-
-Poi ai bar succedettero francamente le osterie, mentre la carrozza
-sobbalzava sempre più con singhiozzanti nostalgie dei lastricati
-lontani.
-
-Essa proseguiva il suo cammino mortale, e a me l'anima si andava
-fasciando di lenta malinconia: ma ecco, dopo un incerto vagare tra
-larve di strade d'ambiguo colore e di spiriti crepuscolari, e dopo due
-o tre svolte più impensate, ecco di lì a poco m'accorsi che la luce si
-rifaceva nitida, ch'erano scomparse le cànove e riapparsi i romantici
-bar con le drogherie luridissime: risentii un saluto d'aure familiari,
-spuntarono al mobile orizzonte più frequenti botteghe, poi grandi
-vetrate. Riudivo qua e là sonorità umane: e a mano a mano ritrovando
-il sorriso di vie e piazze note recuperai gli spiriti, fino a che per
-pochi ultimi audaci quadrivi mi riconobbi tornato presso al cuore del
-gran corpo di cui avevo rapidamente poco innanzi raggiunto gli arti più
-lontani.
-
-A questo punto, senza espresso superiore comando nè per altre cagioni
-apparenti, il cavallo a capo chino ristette, la carrozza sostò, e noi
-tutti con essa e dentro essa fummo fermi.
-
-Appunto in quell'istante il mio compagno ebbe conchiusa la sua
-contemplazione, e dalle quadrate estremità delle scarpe levò gli
-occhi ai due bottoni argentei ond'era insignito il dorso dell'auriga.
-Tutti tacevamo. Poi l'auriga si voltò e inclinò alquanto verso noi,
-candidamente così favellando:
-
-— _Avevi minga capii ben: che via l'à dit?_
-
-— Via Belloveso.
-
-— _Adess o capii: la gh'è minga quela via lì a Milan._
-
-Il mio prodigioso compagno si volse a me e disse:
-
-— Lo sapevo, che non c'era.
-
-— E allora, — arrischiai — perchè la cerca?
-
-— Perchè non c'è!
-
-Tutti, il cavallo, l'auriga, la carrozza, il personaggio e io, eravamo
-muti e fermi: solo si mosse e, credo, mandò una tenuissima voce col
-suo scatto il meccanismo prestigioso del tassametro. Io ne distolsi lo
-sguardo. Il personaggio domandò:
-
-— Di dov'è lei, signore?
-
-Io ho sempre pronte diverse città natali a seconda delle varie
-occorrenze della vita. Ebbi la eccellente ispirazione di rispondere:
-
-— Sono di Roma.
-
-— Sa lei, signore, chi furono Romolo e Remo?
-
-Rividi in un attimo nella memoria la scuola della mia puerizia, e
-recitai:
-
-— Romolo e Remo, signore, furono i fondatori di Roma, capitale d'Italia.
-
-— E che direbbe ella, signore, di un romano il quale non sapesse
-rispondere chi furono Romolo e Remo?
-
-— Direi, signore, che è sordomuto.
-
-— Sordomuto: sia ella benedetta ora e sempre per questa parola. I
-milanesi — e indicò con la mano spiegata la schiena dell'auriga, la
-coda del cavallo, il lastrico, la casa di fronte, la folla dei passanti
-— i milanesi sono dei sordomuti. Non sanno chi fu Belloveso. Belloveso
-fu il Romolo e Remo di Milano. Il gallo Belloveso, signore, che era
-nipote di un re dei Biturigi, quasi seicent'anni avanti Cristo varcò
-le Alpi e qui accampandosi fondò Milano, capitale morale d'Italia. E a
-Milano nessuno, nessuno, nessuno lo sa. A Milano non c'è una via, una
-piazza, un corso, un viale, un bastione, un monumento, un vicolo, un
-portico, un caffè, una scuola, un postribolo, che sia dedicato al nome
-di Belloveso. Scendiamo, signore. La carrozza la pago io o la paga lei?
-
-— La paghi lei — proposi.
-
-— Sì.
-
-Pagò, e discese, e io dietro lui: ma mentre m'accingevo a salutarlo
-egli era scomparso, magicamente scomparso davanti a me, o che
-il movimento della folla me l'abbia sùbito nascosto, o che, come
-sembrami più probabile, vaporando nell'etere ei sia stato assunto,
-definitivamente o provvisoriamente, nei cieli.
-
-
-3.
-
-Via Belloveso.
-
-Egli era scomparso; ma io, raggiunta in pochi passi quella che avevo
-sempre veduta essere la piazza del Duomo, io trovai ora che non vi
-scorgevo più il Duomo, nè il frivolo calamaio di bronzo del monumento
-a Vittorio Emanuele, nè intorno a esso il girotondo dei tranvai con i
-trolleys rigidi a scarrucolare verso il cielo; e nemmeno si stendevano
-più, ai lati di quella, lo scenario dei portici settentrionali nè
-l'obliquo fondale di Palazzo Regio: ma tutto il luogo era occupato
-non da altro che da basse capanne, in mezzo a suono di ferrame, perchè
-tra le capanne s'aggiravano vasti guerrieri baffuti con risa oscene. E
-bisognò qualche tempo e qualche sforzo alla mia fantasia avanti che mi
-riuscisse di ritrasformare a' miei occhi il rude accampamento dei Galli
-di Belloveso nel cuore civile e facondo della capitale morale.
-
-L'ossessione mi tenne più giorni. Sotto la larva d'ogni ragioniere
-milanese vedevo corruscare un Biturigio superbo, ogni dattilografa
-parevami una sacerdotessa accorrente ad aggiunger fiamme a un
-sacrificio umano: vidi appunto sull'angolo del Corso sorgere ed
-elevarsi d'un tratto immani fantocci di vimini, alti come torrioni, e
-gli eubagi riempirli d'uomini vivi e appiccarvi il fuoco in onore di
-Hesus, dio sanguinolento armato di scure. Di là, all'aspro odore di
-quella fiamma, un druido spiegava ai milanesi la trasmigrazione delle
-anime d'una in altra forma mortale. Vidi anche sotto i miei sguardi
-la colonna di San Babila tumefarsi e coprirsi di corteccia rugosa e
-ramificando trasformarsi in quercia, e guerrieri braccati chiamavan
-quella quercia Teutates ardendovi attorno olocausti di cani.
-
-Non mi riusciva sottrarmi alla suggestione morbosa. Riconoscendone
-esattamente l'origine, pensai che il passante grigio apparsomi un
-giorno sulla piattaforma del tranvai fosse stato una incarnazione
-dell'Antico Maligno, che s'era messo vaste scarpe quadrate per
-nascondere gli zoccoli. — O forse più semplicemente — mi dissi — quegli
-fu lo spirito stesso di Belloveso che nel mondo degli immortali non
-trova requie pensando all'immemore ingratitudine di venticinque secoli
-di posterità.
-
-Occorreva, per liberarsi, placare lo spirito di Belloveso. In qual modo?
-
-Forse un tempo, quand'ero immerso in classici studi, avrei pensato a
-scrivere su Belloveso una truculenta e compassata tragedia. Più tardi,
-poi che la vagante sorte m'ebbe sfiorato con le ibride penne del
-giornalismo — bizzarra chimera biforme tra l'arte e la vita pratica
-— avrei tentato di quetare lo spirito di Belloveso ed il mio con una
-serie di articoli agitanti la proposta di un monumento: tutti gli
-scultori e i procacciatori di Comitati sarebbero stati con me.
-
-Ma erano i giorni in cui, colpito dall'aspetto del tempo nuovo, avevo
-stabilito d'uniformarmi a esso e darmi agli affari. Ed ecco dalla mia
-ossessione germinò l'idea d'un affare vasto e mirifico.
-
-A Belloveso non possiamo offrire un monumento o una caduca tragedia.
-
-Belloveso, primevo animatore della Città Operosa, dev'essere
-rammemorato con imporre il suo nome a una via della città stessa.
-Egli in persona, in quel giorno e in quella carrozza fatali, me lo ha
-suggerito.
-
-A qual via? Egli principiatore del rozzo antico nucleo, deve avere per
-sè la via più moderna e perfetta: la più lontana da quei rudimenti: una
-via definitiva.
-
-Occorre costruirla apposta. E bisogna ch'essa sia di tanto più grande e
-nuova delle presenti, di quanto le presenti sono più grandi e stabili
-e solenni delle capanne dei Biturigi di duemilacinquecento anni fa.
-L'ultima parola della modernità. Il non visto ancora tra noi. Una via
-costruita tutta, sì, tutta di grattacieli, di grandi grattacieli, di
-grattacieli di cemento armato: via Belloveso.
-
-
-4.
-
-A grandissime linee.
-
-All'opera, ideatore, animatore, organatore: questa è speculazione, nel
-senso più maturo e degno della parola. All'opera dunque, Speculatore.
-
-Il programma da attuare era semplice: un progetto edilizio, un
-preventivo per la costituzione di un capitale, un piano per lanciare e
-popolarizzare l'impresa.
-
-Il lanciamento sarebbe stato facilissimo: bastava fondare una rivista
-d'arte, dedicata specialmente al rinnovamento dell'architettura. Sulla
-rivista iniziare immediatamente una impetuosa campagna, di natura
-pratica, a favore del cemento armato, e una di natura estetica per le
-case a molti piani: le industrie cementizie e le fabbriche di ascensori
-faranno ampiamente le spese della rivista.
-
-Iniziato il movimento generale, subito esporre sulla rivista stessa
-l'idea della via nuova: ma l'offerta votiva di questa alla memoria del
-duce gallo (effettivo movente intimo della mia ideazione) apparirà come
-l'ultimo pensiero, una culta eleganza sovrapposta all'idea originaria,
-quasi un fregio.
-
-La fame di case, che già in quel tempo travagliava insopportabilmente
-la vita della città, avrebbe favorito in modo incredibile il mio
-còmpito.
-
-Verrà, dunque, dopo il lancio, subito il resto: e disegni e preventivi
-saranno opera dei competenti.
-
-Ma prima d'interrogare i competenti, e di esporre a chicchessia il mio
-pensiero, buttai giù un piano a grandissime linee, quanto occorreva a
-far intendere la mia idea, così facile, ai capitalisti che avrebbero
-dovuto costituirsi in società per attuarla. Quella gente vuol cifre.
-E cifre siano. Bastano approssimative, per ora, tanto per dimostrare
-l'affare. — Ogni palazzo, calcolai, avrà duecentoventi metri d'altezza
-e centocinquanta di base: la via sarà di trentasei grattacieli,
-diciotto per parte, dacchè il numero 9 e i suoi multipli mi sono sempre
-stati propizi. Una via dunque — con i brevi intervalli tra un palazzo
-e l'altro — lunga circa tre chilometri: rettilinea. Trentasei case,
-ognuna di cinquanta piani.
-
-Poniamo che ogni casa costi due o tre milioni: una spesa complessiva di
-circa cento milioni: quest'è il passivo.
-
-E l'attivo: trentasei case, di cinquanta piani ciascuna, fanno in tutto
-mille e ottocento piani. Suppongo che ogni piano darà sei appartamenti:
-in tutto sono diecimila e ottocento appartamenti. Se ognuno di questi
-rende, per esempio, diecimila lire annue, fanno centootto milioni
-all'anno di attivo: e perchè in queste materie bisogna andar cauti,
-invece di centootto diciamo pure soltanto cento milioni annui di
-entrata. È quanto dire che il primo anno, il solo primo anno, dodici
-rapidi mesi di questa così fugace vita mortale, ripagheranno il
-capitale iniziale. E subito dopo la società, la mia società, ha un
-guadagno annuo di cento milioni.
-
-Qualcuna di queste cifre sarà certo inesatta, forse qualche
-moltiplicazione sarà sbagliata, ma non importa: si correggeranno: si
-aumenterà, se occorre, il numero dei piani. Il freddo competente darà
-le cifre precise: io ero tutto invaso del calore della mia costruzione
-ideale; anche lo spirito di Belloveso parevami cominciasse, a queste
-semplici cifre, a placarsi.
-
-Si noti che per fare cento milioni bastano dieci persone che mettano
-dieci milioni l'una, oppure cinque persone che ne mettano venti: qui
-non c'è neppure il dubbio d'avere sbagliato l'operazione aritmetica. Ed
-ecco via Belloveso.
-
-Stesi questo piano in un accurato memoriale. Non mancai di aggiungervi
-certa considerazione che nacque nella mia mente mentre già avevo
-cominciato a compilarlo. Era questa. Quando, venticinque secoli sono,
-in seguito all'invasione dei Kymri nell'Aquitania il re Biturigio
-Ambigate mandò oltr'Alpe Belloveso (e questi stabilì l'accampamento
-che sarebbe divenuto Milano) — nello stesso tempo il fratello di lui
-(ch'era addobbato similmente d'un audace nome, Sigoveso) passò il
-Reno e andò a stabilirsi nella regione Ercinia in Germania. Quali
-accampamenti fondasse non so: ma parevami probabile che da qualcuno di
-questi fosse nata, come Milano da quelli, la tedesca città di Baden,
-che i Romani conobbero. Si sarebbe potuto cercare negli storici la
-maggior esattezza di tale mia induzione, ma intanto era certo che in
-una regione germanica era sorta una città sorella, o almeno cugina,
-a Milano: che, dunque, un'impresa identica alla mia qui, poteva a un
-parto farsi nascere là, in onore di Sigoveso; che forse le due imprese
-potevano originarsi insieme dalla società e dal capitale medesimo: in
-ogni modo ciò poteva dare origine a un'audace e utile veduta politica,
-poteva additare un legame franco-italo-germanico più saldamente fondato
-di quello che intravide Caillaux, e pregno forse di più maturabili
-destini.
-
-Stesi dunque il mio complesso memoriale
-artistico-storico-finanziario-politico; lo portai a copiare in dodici
-esemplari a una dattilografa fidata: spesi in quella copia lire
-sessanta, che segnai sopra un candido quaderno come la prima spesa e
-insieme il primo atto effettivo della mia creazione.
-
-
-5.
-
-La mia dimora.
-
-Dopo avere riletto e corretto il memoriale, m'indugiai per poco in
-qualche pensiero domestico.
-
-Stabilii di scegliere, nel centro della via, al numero 18, la mia casa.
-È giusto. Mi farò fare i biglietti di visita; i primi, credo, della mia
-vita, e con l'indirizzo: «18, via Belloveso, Milano». Abiterò al piano
-nobile, il cinquantesimo. Avrò un ascensore particolare che in trenta
-secondi, senza fermate ai piani intermedi, porterà su direttamente me,
-la mia famiglia, i miei amici. Perchè anche là gli amici verranno a
-trovarmi, come ora. Ma se verranno dopo le dieci di sera, non potranno
-più, come fanno ora, chiamarmi dalla strada per farsi gettare la chiave
-del portone. Faremo dunque nella nostra rivista una campagna perchè i
-portoni di Milano siano muniti di un campanello corrispondente a ogni
-appartamento, e di un congegno a pila elettrica per aprire il portone
-stesso dall'alto, come a Firenze, che almeno in questo è assai più
-civile di Milano. Ogni portone avrà così trecento bottoni elettrici,
-centocinquanta per parte: se ne potranno trarre motivi decorativi
-ultramoderni. Ma quale cuccagna per i nottambuli, fedeli al gioco
-candido e giocondo di sonare i campanelli e poi darsi fanciullescamente
-alla fuga!
-
-
-6.
-
-Crepuscolo.
-
-Già da tre giorni gli esemplari del mio sublime piano smaniavano
-d'essere avviati ai loro destini. Io ero meno impaziente. L'opera era
-troppo grande perch'io dovessi economizzare qualche giorno o qualche
-ora, e affrettarmi a compiere quell'atto facile — la costituzione della
-società: — anzi mi piaceva trattenere ancora un poco la mia impresa nel
-mondo puro delle cose pensate e non ancor attuate. S'aggiunga che per
-il momento non sapevo bene a chi avrei potuto portare o mandare quei
-piani. Ma questo è il meno: a Milano — tutti lo dicono — basta andar
-camminando per le strade per vedersi scaturire l'oro attorno. Altri
-dice: — basta battere il piede sul suolo. Pensate quanto oro per colui
-che andasse a camminare per le strade battendo forte il piede in terra
-a ogni passo. Ma non folleggiamo dietro l'allettamento delle immagini
-e delle immaginazioni, com'era un tempo nostro deplorevole costume. Ora
-son tempi nuovi, anche per me. Così pensando arrivai al limite vago ove
-la città dalle tredici porte esita a dileguarsi nella campagna.
-
-Andavo a caso. L'erba era polverosa e l'orizzonte era bigio, perchè
-Milano è un'austera città.
-
-D'un tratto mi sorprese un fremito gradevole e inaspettato: sentii, al
-mio fianco, la presenza del mio Dàimone, e insieme mi resi conto che da
-parecchi giorni non l'avevo sentita più, che avevo operato fino a quel
-punto senza di lui.
-
-— Dàimone — gli dissi — mi hai tu forse abbandonato? non sai dunque che
-sto maturando un'opera nuova, semplice e grande?
-
-— Lo so.
-
-— Senza l'aiuto tuo l'ho pensata, forse: ma non per questo devi
-disprezzarla: anzi d'ora in avanti la seguirai con affetto, come hai
-sempre seguìto tutte le cose della mia vita anche quando io facevo al
-contrario de' tuoi incitamenti.
-
-— Fai pure — mormorò — se ciò ti diverte.
-
-La sua freddezza m'indispettì. Non gli parlai più, ma lo sentivo
-a lato seguirmi e vigilarmi. Parevami sospettoso, e sospettoso mi
-feci io contro il suo sospetto, e contro lui stesso, contro il mio
-Dàimone, o Genio personale! Mi sforzavo di dimenticarlo, ma un disagio
-inesplicabile gemeva in fondo al mio spirito.
-
-Sedetti sopra l'umile sponda d'un canale di poco lusinghevole aspetto
-ma di lunga e solida fama: quel Naviglio della Martesana, umanistica
-speculazione del condottiero Francesco Sforza. Qua e là qualche
-piccola costruzioncina bislacca si dava importanza di villino: goffi
-pescecanili rutilanti di preziosità. La pianura si perdeva nel bigio
-infinito, tratteggiata da rigidi pali di ferro e da bassi alberi
-asciutti, potati d'ogni fronda e d'ogni ramo —. Qui — gridai nel mio
-pensiero — questo è il luogo!
-
-E così forte e solenne fu il mio grido interiore, che le poche ville
-pretensiose, subito intimorite, si scostarono ognuna dal loro luogo,
-e portandosi via le torrette rosse e i cancelletti di ferro battuto,
-s'allontanarono e scomparvero; e insieme i pali di ferro e gli alberi
-di legno dileguarono; poi dalla terra bigia cominciarono a scaturire
-fasce di biancori gelidi che rapidamente al mio sguardo impietrivano
-allineandosi in una duplice fuga parallela, accennavano per un istante
-l'ondulamento d'un ritmo di danza; poi si arrestarono; elasticamente
-immobili e altissimi, guardando tutti a me con le pupille nere e
-rettangolari d'un numero infinito di finestre simmetriche: diciotto
-e diciotto eccelsi edifizi, in due file che andavano a incontrarsi e
-perdersi in direzione delle lontane e invisibili dolcezze delle regioni
-lacustri: diciotto e diciotto grattacieli di cemento armato; la mia
-creazione: via Belloveso. — Ecco-gridai generosamente al Dàimone — ecco
-l'opera nostra!
-
-— Io non c'entro — rispose.
-
-Mi voltai verso lui di scatto, dimenticando ch'egli è invisibile.
-
-— Ma guarda! — incalzai. — Questa è la moderna bellezza. L'opera
-nostra: via Belloveso.
-
-E mi rivolsi a ricontemplarla. Ora alle quarantamila finestre s'erano
-affacciate più di quarantamila teste vive d'ogni sesso e d'ogni età:
-non già i barbari Biturigi ch'io avevo salutati tra le capanne nel
-primo memorabile mattino, ma quaranta migliaia di modernissimi uomini,
-donne e fanciulli, che tutti insieme conclamavano verso l'avvenire del
-nuovo cuore operoso d'Italia.
-
-Come fu finito il clamore, e le quarantamila teste s'erano ritirate,
-un grigio silenzio tornò a incombere su tutta la pianura, e di là
-mi premeva intorno e mi filtrava entro il cuore. La sudicia nebbia
-cominciò ad assediare e assaltare le belle case di cinquanta piani.
-Le vidi tutte barcollare davanti a' miei occhi inumiditi. Poi apparve
-un prodigio: chè ognuno dei piani di quelle parve sfaldarsi dal suo
-edificio, e, ogni piano, dico, per conto suo, per ogni parte si venne
-spostando qua e là orizzontalmente nell'aria e in aperte volute
-calarono a terra e si distesero a occupare tutto il suolo della
-pianura: ma ancora di là da essi nuova pianura dilagava, all'infinito,
-grigia e molle, tratteggiata innumerevolmente di pali di ferro e
-d'alberi di legno: poi il suolo riassorbì anche quella distesa di piani
-e rividi tornate le villette tronfie ridere con sofficienza dalle rosse
-torrette, in mezzo alla nebbia cinerea che cinge Milano, austera città.
-
-Io mi alzai, infreddolito e aggranchito. Mi rimisi in sesto stirando le
-braccia e battendo i piedi in terra; ma in quel moto mi venne su dal
-profondo e scaturì per le fauci e squillò al cielo un ampio, sferico,
-fondamentale sbadiglio; uno sbadiglio quale non ricordo d'aver messo
-insieme il simile mai nella mia vita: cui risposero vastamente tutti
-gli echi della pianura e della lontana invisibile regione lacustre fino
-ai primi gioghi dell'Alpe.
-
-Ecco una voce allegra del Dàimone gridarmi:
-
-— Così mi piace. Torniamo amici? Questo sbadiglio è il più bel pensiero
-che tu abbia fatto da parecchi giorni a questa parte.
-
-— Così credi? — gli risposi. — Sta bene: facciamo la pace.
-
-Mentre stavamo per raggiungere le prime vie della città, il Dàimone mi
-domandò ancora, con tono malizioso ma con bontà d'intenzione:
-
-— E Belloveso?
-
-— Stavo pensando — gli risposi — che sarebbe poco nazionale, e oggi
-anche poco politico, riferire troppo solennemente la nascita della
-Capitale morale d'Italia a un'origine gallica.
-
-
-
-
-CAPITOLO QUINTO
-
-L'ULTIMO VAMPIRO
-
-
-1.
-
-L'altare.
-
-S'eleva al mio cospetto la forma di un audace altare, e scintilla di
-molti colori: più bassa gli gira attorno un'ara di marmo a venature
-violacee con un vasto orlo d'arabeschi dorati; in alto ai due lati
-dell'altare quattro marmoree candele hanno per fiamme lampadine
-elettriche dall'acuta punta. Anche, a tratti, questo altare suscita
-— a me che lo contemplo — la vaga memoria d'un organo, se non che le
-canne sono brevi, e variopinte come le piume degli uccelli dei tropici:
-lo sfolgorìo dei loro colori s'addoppia riflesso nella superficie di
-specchio che riveste tutto lo sfondo dell'altare.
-
-Tra l'altare e l'ara, _inter aras et altaria_ come dice Plinio il
-giovine, e davanti l'ara stessa — verso me che contemplo — officiano,
-bizzarramente passando e ripassando con offerte votive, rapidi
-sacerdoti vestiti di nero con sprazzi di biancori intorno al collo e
-sul petto.
-
-Così contemplando l'altare, l'ara, l'organo e l'officio, tengo le
-spalle appoggiate a una parete di cristallo. Le mie labbra suggono una
-bevanda neoromantica il cui sapore cupo non rivela il misterio della
-sua origine vegetale o animale.
-
-È con me Graziano, e con Graziano un terzo di cui non ho capito il
-nome. Anche Graziano appoggia le spalle alla parete cristallina. Dietro
-noi, di là da quella, s'io mi volto vedo genti di cui m'appaiono i moti
-e gli atti senza sentirne le voci: genti occupate a passare, o a star
-immote, o, visibilmente, ad aspettare con irrequietudine altre genti.
-
-Graziano non contempla l'altare. La tesa del cappello gli scende sugli
-occhi. Tutto il luogo è abituale per lui. Egli viene ogni giorno qua,
-dopo conclusi i suoi negozi più importanti, a riposare e disegnarne
-di nuovi. Questa prima sala del Caffè Campari in Milano, città di vita
-operosa, è luogo classico per incontri d'affari.
-
-Infatti Graziano dice:
-
-— Ci sarebbe un piccolo affare: ho a Caprino Bergamasco dei vagoni di
-legna tagliata. La do a undici al quintale.
-
-— Me ne posso occupare — risposi —. Veramente la legna non è il mio
-genere.
-
-— In affari — ammonisce — non ci sono generi.
-
-— Come in letteratura?
-
-Mi guarda ma non replica. Intanto il terzo domandò:
-
-— Quanti vagoni?
-
-Questo terzo me lo ha presentato poco fa Graziano. Ha una faccia
-incantata, due occhi rossicci, il cappotto spalancato, e la sottoveste
-abbottonata a contrattempo: cioè il primo bottone nel secondo occhiello
-e così di seguito, in maniera che abbasso a destra avanza un tratto
-di sottoveste col bottone e in alto a sinistra avanza un tratto di
-sottoveste con l'occhiello.
-
-— Sei vagoni — rispose Graziano. Al che seguirono poche indicazioni
-tecniche.
-
-Durante queste fui distratto dall'entrare di due fanciulle emaciate e
-impennacchiate. Sedettero a un tavolino vicino al nostro, poi si misero
-a leggere insieme con grande interesse una lettera, ch'era listata a
-lutto.
-
-Quel terzo annunziò:
-
-— Vado a fare una telefonata. Ti ritrovo qui?
-
-— Sì — rispose Graziano — fino alla mezza non mi muovo.
-
-Il caffè s'andava affollando, e intorno all'ara cresceva il movimento
-dei sacerdoti in frack e sparato bianco, correndo in direzioni varie e
-gridando i comandi come centurioni in battaglia.
-
-Graziano ha conosciuto la fama, se non la gloria. Dieci anni sono ha
-vinto un campionato ciclistico. Poi cominciava a ingrassare, onde la
-sua vita fu diretta verso altre mète. La vigilia della guerra lo trovò
-negoziante di accessorî per automobili. La guerra lo ebbe furiere in
-un ufficio d'aviazione militare a Roma e gl'insegnò di là le vie della
-ricchezza. L'armistizio lo ricondusse a Milano in un'automobile sua.
-Tuttavia s'è conservato modesto; non ha preso nè moglie ricca nè amanti
-costose, e neppure ha cambiato il sarto, nè si è messo a comperare
-romanzi con la copertina illustrata: le quali cose lo distinguono da
-altri arricchiti dell'ora presente.
-
-Dalla partenza del terzo, ho visto in brevissimo tempo ben tre persone
-accostarsi successivamente a Graziano, scambiare con lui poche parole
-misteriose, andarsene. Dopo ognuno di quegli episodi egli mi ha sorriso
-con bontà. Ora pronuncia una sentenza degna dei Savi dell'Ellade:
-
-— Non c'è che il lavoro che dia delle vere soddisfazioni.
-
-Le due fanciulle hanno finito di leggere la lettera, il che non le ha
-rese più belle nè meno malinconiche. Ora discorrono modestamente col
-cameriere. Io, spronato forse dalla sentenza morale del mio compagno,
-m'alzo e gli dico:
-
-— Penserò a quello che mi hai detto: sei vagoni. Ti ritrovo qui stasera?
-
-— Sì; ogni sera dopo le nove e mezzo, fino alla chiusura.
-
-— A rivederci.
-
-Mentre m'avvio, sta rientrando il terzo con la sua sottoveste
-abbottonata a contrattempo; siede al mio posto dicendo a Graziano:
-
-— Ecco qui....
-
-
-2.
-
-Uno, il basilisco, e il cameriere Giovanni.
-
-— L'affare è il meccanismo più semplice del congegno sociale. Consiste
-essenzialmente in ciò: comperare a un prezzo, e rivendere subito tutto
-a un prezzo più elevato. È l'insegnamento supremo di Ermete Leisterio.
-
-«L'Affare va poi distinto recisamente dal Lavoro. Il lavoro corrisponde
-a una possibilità limitata, l'affare è illimitato, come il Tempo e lo
-Spazio, categorie della mente universale. Se un lavoro richiede una
-determinabile somma di tempo e di energia, un lavoro doppio richiede
-doppio tempo e doppia energia. Invece lo stesso tempo e gli stessi
-atti che concludono un affare uguale a dieci, possono concluderne uno
-uguale a cento, mille: il campo di potenza d'un uomo d'affari è perciò
-illimitato.
-
-«Ne deriva come primo effetto naturalissimo che l'uomo che fa degli
-affari arricchisca infinitamente più di qualunque semplice lavoratore
-del braccio o del pensiero; il che spesso dà scandalo a chi non sa
-andare al fondo delle cose. E ne deriva come secondo effetto che
-l'affare, cioè il comperare e rivendere all'infinito, è l'operazione
-umana che gode maggior credito: così diciamo, per esempio, che
-l'America è la più grande tra le nazioni (sebbene abbia penuria di
-poeti, filosofi e altri uomini d'intelletto) perchè è la nazione
-che fa più e più grossi affari: e similmente si afferma che Milano
-è la capitale morale d'Italia, perchè è la città italiana in cui più
-rapidamente si compera e si rivende.
-
-«E questa è la ragione per cui mi sono dato agli affari. —
-
-Così venivo ripensando e in me bene riaffermando i principii generali
-che avevano determinato la mia situazione teorica e pratica: e in
-questa sboccai dalla Galleria verso piazza della Scala, ove una
-superstite simpatia mi soffermò un istante a contemplare le spalle
-ammantate di Leonardo, buono amatore d'ogni arte e d'ogni scienza. Poi,
-ripreso il cammino, venni più particolarmente a considerare l'affare
-che avevo tra mano.
-
-La mia opera si delineava così:
-
-1º — Crearmi rapidamente un minimo di competenza riguardo alla legna
-tagliata e ai suoi prezzi.
-
-2º — Andare a Caprino Bergamasco a vedere e valutare i sei vagoni di
-Graziano.
-
-3º — Trovare un compratore.
-
-4º — Tornare a Caprino Bergamasco e di là spedire la legna al
-compratore.
-
-5º — Ritirare il maggior prezzo da questo e sborsare il minor prezzo a
-Graziano.
-
-In tal modo dividendomi in pensiero il còmpito nelle sue fasi
-progressive, mi trovai all'angolo del Cova, storico luogo di sosta di
-tutti gli uomini di pensiero e d'azione della Città operosa.
-
-Ivi ristetti, incerto sulle prime del cammino da prendere: un poco
-in disparte tuttavia perchè m'era noto che in quell'ora la miglior
-porzione del marciapiede illustre tocca, per diritto consuetudinario, a
-un esiguo numero di mortali che di là sanno contemplare la vita fugace
-con occhio di semidei.
-
-Mentre in tal modo me ne stavo, mi si fe' incontro uno, e m'appoggiò
-sulla spalla una mano benigna.
-
-Quali fossero il nome, l'aspetto esteriore e le intime qualità di
-quest'uno, non importa al racconto. Disse:
-
-— Beato te che puoi startene bellimbustando sull'angolo del Cova a
-insidiare le succinte passanti.
-
-Così offeso, mi difesi:
-
-— Tu t'inganni. Io sono qui da pochi secondi, e di passaggio, e operosi
-pensieri mi occupano. Forse la Fortuna ha mandato te incontro ai miei
-pensieri. Entriamo: io ti offrirò un americano col seltz, e tu mi darai
-in cambio un'informazione.
-
-Poi che ebbimo libato un sorso della miscela pungente, io entrai subito
-nel vivo dell'argomento:
-
-— Dimmi — gli domandai — tu che sei padre di famiglia: quanto la paghi
-la legna al quintale?
-
-Egli impallidì, poi m'indagò con lo sguardo onde Beatrice guardò Dante
-Alighieri quando questi le domandava ragione della levità del proprio
-corpo appena assunto al primo dei cieli: cioè — per coloro che non
-avessero a fiore della memoria il _Paradiso_ — mi guardò come si guarda
-un matto. E mi prese il polso.
-
-— È regolare — disse tranquillato. — Ti sei dato, come Senofonte a
-Scillunte nel suo dopoguerra, alla scienza dell'economia domestica? I
-tempi non sono propizi a studi di questo genere.
-
-— Non divagare — lo interruppi — e rispondi alla mia domanda.
-
-— Non so risponderti. Non compero legna. In casa mia c'è il
-termosifone. Da tre anni è spento, ma c'è: per questo non adopero
-legna.
-
-Ebbi, certo, un aspetto di somma delusione, perchè subito l'amico cercò
-di aiutarmi:
-
-— Aspetta — propose — domandiamo a Carletto.
-
-Carletto era uno che passava, e che io non conoscevo. Il mio compagno
-lo fermò:
-
-— Dimmi, Carletto, quanto la paghi la legna al quintale?
-
-Carletto proiettò due occhi quali sogliono proiettarli, nei giorni
-di umore più malefico, i giovani basilischi. Questo basilisco bipede,
-che aveva aspetto d'uomo e si fermava al nome di Carletto, era avvolto
-in un botticelliano cappotto stretto alla vita con una cintura, e la
-cintura fermata sul davanti con un fibbione. Divincolandosi in quelle
-spire, sibilò:
-
-— La legna! la legna! La pago quello che mi chiedono, la pago. Chi ne
-capisce più niente?
-
-Intuii subito in Carletto il tipo classico dell'uomo inviperito contro
-il proprio tempo.
-
-Il mio ospite si volse a me desolatamente:
-
-— Vedi? — gemeva — al giorno d'oggi non c'è sugo.
-
-Ma subito si distolse da me perchè in quella passava un cameriere, ed
-egli nel suo zelo lo arrestò a volo.
-
-— Mi dica, Giovanni, come farebbe lei per sapere quanto costa oggi la
-legna al quintale?
-
-Il cameriere Giovanni, ciò udendo, si eresse rigidamente sulla
-flessuosa persona: bilanciò un istante sopra la palma sinistra il
-vassoio, onusto di coppe sottocoppe e lampeggianti caraffe; strinse e
-scosse energicamente il tovagliolo che brandiva con la destra; scrutò
-fissamente dinanzi a sè l'infinito; indi:
-
-— L'unica — pronunziò — sarebbe di andare a domandarne a un negozio di
-legna.
-
-Scagliate queste parole, il cameriere Giovanni partì dirittamente
-dietro il proprio sguardo.
-
-Il mio ospite si volse a me con umiltà:
-
-— Mi dispiace — sospirava — io ci ho messo tutta la buona volontà.
-L'americano me lo paghi lo stesso?
-
-
-3.
-
-Imprevedibile.
-
-Nel pomeriggio di quel giorno medesimo, dopo un'abbondante colazione
-e un degno riposo, che mi rifecero dei faticosi turbamenti della
-mattinata, uscii di casa e mi diressi risolutamente a una via ove
-sapevo esistere un negozio di legna.
-
-Confesso che mi avvicinavo con tremore a quel luogo, per me affatto
-nuovo. È universale il tremore del nuovo. Ognuno può riscontrarlo
-entrando in un caffè, in un salotto, in una biblioteca, in un bar
-automatico, in un tribunale civile o penale, in qualunque pubblico o
-privato luogo, per la prima volta in vita sua. Tale tremore è fatto
-soprattutto di pudore. Io credo che se mi portassero in prigione,
-il mio turbamento per questo fatto, che di regola è spiacevole a
-ognuno per la sua stessa essenza, si farebbe in me singolarmente
-insopportabile per il pensiero che la mia inesperienza del luogo si
-traduca in atti goffi che la dimostrino in modo ridicolo ai presenti.
-Così avvenne quel giorno, perchè, lo confesso, non ero mai stato in un
-negozio di legna. Perciò avvicinandomi rallentavo il passo.
-
-Ma, giuntovi d'un tratto in vista, il luogo mi colpì subito
-gradevolmente. Non c'era vetrina nè sporti e nessuna porta lo chiudeva,
-così che dal marciapiede potevo scorgere magnificamente l'interno.
-
-Era una stanza vasta: per tre lati le pareti fino al soffitto n'erano
-coperte di scaffalature, come una biblioteca, ma invece di dorsi di
-libri vi si scorgevano ampie distese di sezioni di tronchi di legna.
-Ognuna di quelle sezioni appariva figurata a cerchi concentrici in bei
-colori caldi, e così sovrapposte e distese in una moltitudine vasta
-facevano un bellissimo vedere: impressione di leggerezza e di asciutta
-solidità. Un soppalco basso dava ricetto a una bruna e nebulosa
-fantasmagoria di fascine. In un angolo in terra tumultuava un cumulo
-di ciocchi. Nella parte di fondo era ritagliato un usciolino, tutto
-ricinto e come oppresso dalle scaffalature intorno, e di là da quello
-profondavasi una regione nerissima e opaca, con polverio di carbone.
-
-Il luogo mi piacque. Fui lieto d'averlo visto. Ciò mi costituiva
-un principio di competenza: mi sovvenni del rimprovero che Antonio
-Furetière, uomo litigioso e abate di Chalivoy, mosse a Lafontaine
-accusandolo d'ignorare la differenza tra il legno cortecciato e il
-legno «marmanteau». Ma scossi subito il ricordo come intempestivo e
-inadatto.
-
-Ho accennato, nella mia sommaria descrizione, a sole tre pareti. La
-quarta presentava un particolare sorprendente, cioè era costituita da
-un gran tramezzo di tavole in cui s'apriva uno sportello come nelle
-banche, o, chi non sia mai stato a una banca, come nei botteghini dei
-teatri e nelle biglietterie delle stazioni ferroviarie. Che cosa vi
-fosse di là dal finestrino dello sportello non so, chè davanti vi si
-pigiavano tre o quattro avventori, e vociferavano.
-
-Io m'ero già coraggiosamente avanzato fin sul limite del luogo, quando
-uno dei vociferanti, ch'era un signore tozzo e con la cispa agli occhi,
-si staccò dal gruppo e si volse verso l'uscita. Così m'avvicinò,
-e vedendomi fermo e tranquillo mi giudicò, certamente, in ozio. Si
-diresse dunque a me con la facilità che muove gli uomini di semplice
-natura verso i loro simili, e mi rivolse una domanda; una domanda
-inattesa; una domanda paradossale: la quale per qualche minuto mi tenne
-come inchiodato davanti a lui per lo stupore.
-
-La domanda che l'avventore cisposo e socievole rivolse a me innocente,
-fu questa:
-
-— Scusi, signore, quanto la paga lei la legna al quintale?
-
-
-4.
-
-Colloquio.
-
-Allo stupore succedette il terrore, perchè era necessario rispondere.
-
-Ma l'uomo in istato di terrore rifugge dalle soluzioni più semplici
-del problema che lo assedia; e non l'uomo soltanto, chè vedemmo gli
-uccelletti dal ramo, sgomenti alla vista d'un cobra precipitarsi giù
-tra le sue fauci, invece di volar via come sarebbe loro assai facile.
-Non pensai di rispondergli che nulla ne sapevo. Sgomento, indugiai; e
-più avevo indugiato, e maggiore sentivo l'obbligo critico di dargli una
-precisa risposta. In quel punto la memoria offerse d'un tratto al mio
-sguardo come in uno specchio l'immagine di Graziano davanti all'altare
-dei beveraggi multicolori, fe' risonare a' miei orecchi come da un
-fonografo la sua voce quando aveva detto «la do a undici al quintale»:
-questo numero s'isolò in me e divenne imperioso e si fece motore della
-mia risoluzione e del mio atto sensibile; il quale fu di pronunziare
-quella sola parola, che parve una risposta:
-
-— Undici.
-
-Il volto dell'Interlocutore si tese tutto e imporporò. Come l'eco
-molteplice di certe valli, la bocca smisurata di quel volto mi rimandò
-tre volte la mia parola:
-
-— Undici! undici!! undici!!!
-
-Ed erano queste voci — al contrario di quelle degli echi molteplici —
-in crescendo. All'ultima controrisposi io, ma su un tono più smorzato e
-quasi sommesso, rimormorando:
-
-— Undici.
-
-Egli implorò:
-
-— La prego, signore: prendiamo una carrozza, a mie spese, e mi conduca
-dove ha comperata la legna a undici.
-
-— Ah no! — gridai.
-
-Questo grido m'era sgorgato dall'anima per il ricordo dell'increscioso
-sèguito ch'ebbe la mia scarrozzata con uno sconosciuto, come si narra
-nel capitolo intitolato «Per Belloveso».
-
-L'altro s'inalberò:
-
-— Perchè?
-
-Non stimai opportuno esporgli la storia di Belloveso. Risposi:
-
-— Ho fatto un voto.
-
-— Un voto?
-
-— Sì: alla Vergine: il voto di non andare più in alcuna carrozza,
-pubblica o privata, coperta o scoperta, a uno o a più cavalli, fino a
-che non riceva una certa grazia che ho domandata.
-
-— Io rispetto il suo voto. Andiamo dunque in tranvai.
-
-— In tranvai?... Non è possibile.
-
-— Perchè?
-
-— Veda: sono le sedici e quarantanove. Ho notizia sicura che alle
-diciassette scoppierà uno sciopero di tranvieri.
-
-— Se andassimo a piedi?
-
-— È troppo lontano, e io ho i piedi anchilosati da certi reumatismi che
-ho presi nelle paludi del Tanganika facendo le cacce al pellicano.
-
-— Mio Dio, se mi desse l'indirizzo, ci vo io.
-
-— È inutile: quel negoziante non ha più legna.
-
-— Come lo sa?
-
-— L'ho comperata tutta io la settimana scorsa.
-
-— Era molta?
-
-— Cento quintali.
-
-— Oh, la prego: mi ceda un po' dei suoi quintali.
-
-— Li ho consumati tutti.
-
-— In una settimana?
-
-— Sì. Faccio delle esperienze, come Bernardo di Palissy. E come lui in
-un giorno famoso di cui si narra la storia nelle letture anglicane,
-così è avvenuto a me l'altro ieri: ho finito di bruciare i cento
-quintali, nonchè la scrivania, le poltrone, l'impiantito, i battenti
-degli usci, i ritratti di famiglia, il cavallo a dondolo di mio figlio
-e il pianoforte a coda di mia moglie.
-
-Allora l'Interlocutore mi domandò con aria ambiguamente satura di
-velenose intenzioni:
-
-— Lei non è di Milano, signore?
-
-— Mi aspettavo — lo rimproverai — un'altra domanda.
-
-— Quale?
-
-— Lei doveva domandarmi se, dopo tanto sacrificio di combustibili
-varii, la mia esperienza è riuscita, come a Palissy quando inventò lo
-smalto per le ceramiche.
-
-— Le dicevo che non è di Milano, perchè altrimenti saprebbe, caro il
-mio signore, che con i Milanesi non si scherza: e sia contento che ne
-ha trovato uno di pasta buona.
-
-Ciò detto, con una smorfia di disprezzo mi abbandonò. S'avviò a passi
-obliqui fino a raggiungere le rotaie del tranvai, guatandone uno che
-arrivava di corsa al fondo della via. Come il tranvai fu giunto a
-tiro, l'uomo si precipitò a testa bassa come un toro contro il suo
-fianco, agguantò energicamente la sbarra d'ottone, piantò un piede sul
-predellino, si tirò su descrivendo con tutto il corpo un mezzo giro
-spirale: e mentre il tranvai continuava fulmineo, di là ebbe ancora la
-forza di farmi un gesto sconcio con l'avambraccio, finchè la sua figura
-oscena si smarrì nelle lontananze vorticose e scomparve.
-
-
-5.
-
-Convinzioni.
-
-Mi sono quasi convinto che prima di addentrarmi nella questione dei
-prezzi è meglio che faccia la gita a Caprino Bergamasco.
-
-Stasera da Graziano mi farò dare i particolari necessari. Per ora, in
-piedi davanti a un bancone dell'Agenzia di viaggi, mettendo insieme
-le varie informazioni avute or ora agli sportelli, e con l'aiuto di un
-orario delle ferrovie e di una carta della Lombardia, sono riuscito a
-stabilire che per andare a Caprino Bergamasco, rimanervi qualche ora,
-e tornare, mi occorrono tre giorni. Peccato che Graziano i suoi vagoni
-non li abbia a Napoli! Ci metterei lo stesso tempo e mi divertirei di
-più.
-
-Ma intanto mi son quasi convinto che prima di fare la gita a Caprino è
-meglio esaurire la questione dei prezzi.
-
-Ora è tardi. A domani. E stasera anderò a cercare Graziano per studiar
-bene il problema.
-
-
-6.
-
-Il vampirismo.
-
-Nella luce elettrica l'altare s'è irrigidito. Ha assunto un aspetto
-ostile. I bei colori iridescenti del mattino si son fatti venefici.
-
-Graziano mi guarda con aria stupita. Perchè io gli ho annunziato:
-
-— Posso andarci domani a Caprino Bergamasco.
-
-Il suo volto continua a mostrarsi immemore, ond'io credo opportuno
-ripetere:
-
-— Ci vado domani, che è sabato, e lunedì sera sono di ritorno. Nota
-che per domenica avevo un invito a pranzo e domani c'è un concerto
-importante al Conservatorio e ci tenevo a sentirlo, ma gli affari
-innanzi tutto: ho scritto per disimpegnarmi dall'invito, e ho regalato
-il biglietto per il concerto, che avevo già comperato.
-
-— E, scusa, cosa ci vai a fare a Caprino Bergamasco?
-
-— Ma per il tuo affare: i sei vagoni di legna.
-
-— Arrivi tardi: li ho già venduti.
-
-— Ah!...
-
-— Sai chi m'ha fatto l'affare? Il Cosi, quello di stamattina, ricordi?
-
-— Quello con la sottoveste abbottonata a contrattempo?
-
-— Sarà. Ti ricordi che è andato a telefonare? Era per quello. È
-tornato, l'hai visto, e l'affare era fatto. Ma questa è robetta, non ti
-ci confondere. Aspetta qualche cosa di più grosso.
-
-— Hai ragione.
-
-Aveva ragione. Nel silenzio che seguì, pensai ai vampiri: al
-_Phillostoma spectrum_ dei naturalisti, e al suo fabuloso consanguineo
-delle leggende schiavone e moreane. Avevo letto in un giornale una
-violenta campagna contro i mediatori, il cui intervento nefasto è una
-delle principali cagioni del disagio postguerresco; ed eran paragonati
-ai vampiri. Il vampiro sorge notturnamente dai sepolcri e va sul mondo
-a succhiare il sangue degli addormentati. Con questa immagine in capo,
-come darmi a cosiffatti affari? No. No. Salvo, come consiglia Graziano,
-che siano grandi. Bisogna riuscire al grande, o nel bene o nel male.
-Comperare e rivendere, in un colpo, non sei vagoni di legna, ma, che
-so io? tutta la produzione d'un popolo, oppure tutto un esercito:
-appaltare una guerra, o una rivoluzione; comperare e rivendere un
-impero, una religione.... Oscurare così, con una impresa enorme, alla
-soglia dell'èra nuova, tutto questo minuto e caduco vampirismo da
-caffè. Essere il semidio del Vampirismo. Il Vampirismo si sarebbe fatto
-eroico, e poi sarebbe morto, con me.
-
-Anche Apollo, racconta Heine, decapitato dai cristiani del terzo secolo
-trasformossi in vampiro.
-
-Graziano è quasi addormentato. Ma le lampade della sala cominciano qua
-e là a spegnersi e riaccendersi, ch'è il segnale postbellico della
-chiusura. Di là dai cristalli le saracinesche tempestano. Qualcuno
-degli avventori nicchia e imbroncia come i bambini all'ora d'andare
-a letto. Ma i camerieri devastano e denudano i tavolini, le luci
-ricominciano più nervosamente il loro giuoco, poi la sala rimane nella
-penombra: tutti questi segni riescono a farci sentire che là dentro
-non siamo più graditi; bisogna andarsene. Si esce, curvandoci sotto la
-saracinesca abbassata a mezzo.
-
-Accompagno per un tratto Graziano. Traversata piazza del Duomo,
-c'introduciamo in certe vie oscure.
-
-Ed ecco, in una di queste vie, entro il ritaglio d'un portone chiuso
-vediamo muovere alcune larve, e da quelle staccarsi una forma e far
-cenno di rivolgersi a noi, che subito ci fermiamo.
-
-Erano una donna anziana e tre donne giovani. Quella che s'era mossa era
-l'anziana; e ora parlava, e disse:
-
-— Li prego, signori, d'una carità. Noi stiamo a porta Romana, ma poco
-fa abbiamo fatto un brutto incontro e ora le mie ragazze hanno paura.
-Se loro vanno da quella parte, se volessero accompagnarci....
-
-Noi non andavamo precisamente da quella parte, ma Graziano disse:
-
-— Avanti pure!
-
-Anzi si mise senz'altro familiarmente in mezzo a due delle giovani
-prendendole sotto il braccio una per parte, e così s'avviarono. Io
-non osai tanta familiarità con l'anziana e con la giovane superstite.
-Graziano dunque con le due angiole apriva la marcia, quasi in linea con
-essi un poco in disparte andava la terza, e io e l'anziana chiudevamo
-il corteo.
-
-Tanto per dir qualche cosa io domandai:
-
-— Loro stanno a Porta Romana?
-
-— No.... cioè sì.... da quella parte, insomma.
-
-— E queste signorine sono le sue figlie?
-
-— È come se lo fossero. Ma quando si nasce disgraziati, caro
-signore.... Pensi che fino a ieri stavamo tanto bene, eravamo in via
-Visconti, dove abbiamo sempre lavorato onestamente senza far male
-a nessuno: ma la disgrazia ci ha fatto conoscere un delegato della
-polizia, che dio lo stramaledica, che veniva una volta la settimana, il
-mercoledì, per la Flora; e un bel giorno avendo bisogno d'un alloggio,
-come succede, s'è messo a perseguitarci, e con la scusa che non avevamo
-la patente in regola (e io neppure lo sapevo, ma mi fidavo di lui)
-mi ha fatto sfrattare dal padrone di casa, da un giorno all'altro. Io
-le ho detto una piccola bugia, non è vero che stiamo a Porta Romana,
-stiamo sul lastrico, io e queste povere figlie: e per mettere in regola
-la patente, se no eran guai, ho dovuto far la dichiarazione che i
-mobili erano della casa, e non era vero. Ora siamo in perfetta regola,
-ma senza un buco da dormire e da ricevere, senza un lenzuolo, nè una
-catinella da lavarsi la faccia e il resto: e denari ce ne ho, alla
-banca, ma non s'è trovato una stanza girando tutto il giorno, tanto più
-volendo stare unite se no quelle figliole mi si perdono. Oh, signore, e
-pensare che io non sono mai stata d'accordo con quelli che volevano la
-guerra, e non mi meritavo davvero di trovarmi in questi stati.
-
-Ella piangeva e io non sapevo come consolarla. Le due angiole ai
-fianchi di Graziano ogni tanto uscivano in una risata scordata: la
-superstite camminava sonnambolicamente, giù dal marciapiede, mormorando
-una nenia in un idioma somigliante al francese. Lungo il nostro
-cammino s'alternavano luci e tenebre sregolatamente. Ogni tanto vedevo
-scivolare lungo i muri un pallido lèmure.
-
-Ora la matrona, asciugata una lagrima fumante, riprese:
-
-— Lei, forse, signore, potrebbe aiutarmi.
-
-— Come?!
-
-— Sì, loro che son uomini di mondo, e girano, gente che sa gli
-affari... se trovasse un posto adatto per collocarci tutte insieme
-al più presto possibile.... non avrebbe poi da trovarsene scontento.
-O magari collocarmi provvisoriamente in qualche buona casa le tre
-ragazze, intanto che io mi sistemo: lei mi capisce, piange il cuore a
-lasciare lì tutto quel capitale morto.... Ci pensi, signore: s'intende,
-col suo interesse.
-
-Graziano aveva sentito, perchè si voltò, e tutto giocondo mi gridò:
-
-— Pensaci: ecco un affare.
-
-Eravamo arrivati alla sua casa. Egli svincolò le sue braccia da
-quelle delle ragazze, e introducendo la chiave nella toppa del portone
-annunziò:
-
-— Intanto queste due qui per questa notte penso io a dargli da dormire.
-Lei, madama, passi a prenderle domattina alle sette.
-
-— Benissimo, e buona notte. E lei, signore, da che parte va?
-
-Queste parole erano rivolte a me che tacevo. Io ebbi la prontezza di
-rispondere:
-
-— Bisogna che la lasci, signora, perchè mi viene in mente che ho un
-appuntamento importante.
-
-— E al mio affare, quello che lo ho detto, ci penserà?
-
-— Non è il mio genere, signora. Io ho dovuto specializzarmi.
-
-
-
-
-CAPITOLO SESTO
-
-L'ISOLA DI IRENE
-
-
-1.
-
-Chiarimento storico.
-
-Andando io verso la Galleria, per uno de' miei appuntamenti operosi,
-l'ingresso n'era sbarrato da una fila di sorridenti soldati.
-
-Di là da essa fila vedevo gente gesticolare, e gridavano moderatamente.
-Qualcuno, dopo aver gridato, usciva dalla Galleria e veniva a
-mescolarsi con la folla di piazza della Scala, ov'io ero.
-
-Anche qui c'era gente che gridava, ma più forte; e molti, così
-vociferando, guardavano verso quel palazzo che nel maturo Rinascimento
-l'operoso genovese Tomaso Marino si fè costruire per propria dimora; ma
-nel tempo di cui parlo era, ed è oggi ancora, sede della municipalità
-di Milano.
-
-V'erano anche taluni che invece di gridare e guardare le finestre del
-palazzo, tentavano d'entrare nella Galleria: se non che quei sorridenti
-soldati, i quali ne lasciavano uscire chiunque, non vi lasciavano
-per contro entrare persona. Era matematico che con un tale sistema la
-Galleria, in un lasso imprecisato di tempo, avrebbe finito con l'essere
-sgombra.
-
-Ma l'occupare o lo sgombrare Galleria Vittorio Emanuele non erano le
-tesi principali su cui stavan divisi gli animi in quel pomeriggio,
-che fu nel febbraio del primo anno del dopoguerra. Trattavasi d'una
-questione di bandiere.
-
-C'era in quel tempo (e c'è oggi ancora; ma poichè un giorno, come
-ogni cosa mortale, non sarà più, mi piace lasciarne in queste storie
-il curioso ricordo) c'era dunque quella specie di parte politica,
-acceso avanzo dei recenti spiriti di guerra, denominata «fascismo», e
-trovavasi in reciso contrasto di atteggiamenti con il rivoluzionarismo
-comunista. Ora, appunto quel giorno era avvenuto che i fascisti
-avessero bruciato una bandiera rossa, e similmente i rivoluzionari
-avessero bruciato una bandiera tricolore. Tuttavia nè gli uni nè gli
-altri erano paghi dell'equilibrio così stabilito. Di qui il tumulto.
-Perchè in quell'epoca storica, e poi per qualche tempo ancora, tali
-gare pittoresche furono il segno più visibile del travaglio politico
-dell'epoca: il quale era in realtà, ed è, assai più profondo e fecondo,
-come il sèguito degli avvenimenti dimostrerà a quanti avranno la
-fortuna di sopravvivere per qualche anno.
-
-I cittadini d'Italia — cioè coloro che non avevano una fede assoluta
-in alcuna delle tesi politiche in contrasto — erano mossi da un
-solo spassionato desiderio: il desiderio che una qualunque delle due
-bandiere — oppure una terza, o una quarta, o una ennesima — riuscisse a
-bruciare tutte le altre e imporsi amabilmente sul paese, che appariva
-abbandonato a se stesso e alla malfida signoria del dio Caso. Ma
-nessuna bandiera osava assumersi un così onorevole còmpito.
-
-Non ignoro che se queste pagine saranno lette da qualche curioso tra
-molti anni, forse egli trarrà da alcune delle mie parole ragioni
-d'incertezza e di dubbio. Ho nominato il tricolore fascista. Ma a
-quel tempo non c'era — si domanderà quel postero dubitoso — non c'era
-appunto un tricolore ufficiale, da cui moveva il reggimento della cosa
-pubblica? il «fascismo» era dunque al potere?
-
-No. Nessuno dei lettori odierni può confondere il tricolore ufficiale
-con quello politico di cui ho parlato, e ch'era stato bruciato
-dai rossi; nè i rossi avevano compiuto un siffatto olocausto come
-manifestazione ostile al Governo. In quel tempo, del tricolore
-ufficiale governativo non sopravviveva che l'asta: e si badi bene
-di non intendere questa governante asta come simbolo di inflessibile
-rigidità.
-
-
-2.
-
-Spirito d'avventura.
-
-Dalla parte di San Fedele — crescendo il vocìo e moltiplicandosi
-qua e là per la piazza episodi personali e violenti — cominciarono a
-scaturire gruppi di militi, meno sorridenti di quelli che chiudevano il
-passo alla Galleria: e a ognuno di quegli arrivi nascevano d'improvviso
-sussultori impeti entro la folla, nei quali sussulti qualche fianco
-s'ammaccava e qualche gola tramutava il grido di parte in imprecazione
-di dolore. Allora alcune donne e giovinette, che qua e là s'erano
-spinte avanti, rinculavano verso il fondo della piazza strillando
-come ninfe sorprese dai satiri o galline investite da una bicicletta:
-poi, appena riagguagliatosi il movimento, tornavano a ficcarsi
-innanzi con pertinacia degna d'un sesso più costante e di moventi
-più efficaci. Ma d'un tratto con duro ansimar di motore sgorgò sulla
-piazza un'autopompa; un getto d'acqua salì altissimo a brillare al sole
-invernale e ricadde con fredda eleganza sui gruppi centrali della folla
-animosa.
-
-C'è chi sostiene che nelle pubbliche dimostrazioni una pompa
-lanciatrice di pura acqua di fonte faccia più paura d'una
-mitragliatrice. Non so che cosa sarebbe avvenuto all'apparire
-d'una mitragliatrice: al primo lampeggiare dell'acqua fui travolto
-improvvisamente da una fuga ruinosa. Mi sentii come trainato e sommerso
-in una corrente, sbattuto contro un muro, sollevato a mezz'aria e
-alfine precipitato in un vano. Solo allora potei sciogliermi, sollevare
-il capo, guardarmi attorno. Eravamo, otto o dieci, nell'atrio d'una
-casa, e due de' miei accidentali compagni stavano precipitosamente
-serrando e sprangando il portone.
-
-Come fummo separati dal rimanente universo, tendemmo l'orecchio.
-
-Fuori il fragore dei marosi politici si andava qua e là punteggiando
-di spari secchi; ogni tanto gli spari cessavano, poi riprendevano; ogni
-tanto dall'urlo scaturivano strilli.
-
-Uno dei due che avevan chiuso, com'ebbe contemplato irosamente
-l'effetto della savia operazione ruggì:
-
-— Mascalzoni!
-
-Non appurai se l'apostrofe fosse diretta all'una, oppure all'altra,
-delle fazioni dimostranti, o ai pompieri, o a tutta insieme l'umanità
-tumultuante nelle piazze e nelle vie a preparare l'età nuova: non
-approfondii questo punto, perchè in quell'istante mi occupò un altro
-problema. Il mio primo movimento — appena il mio corpo si trovò sciolto
-dall'amalgama umano e rifatto individuo — il mio primo affettuoso
-movimento era stato di correr con le mani alla tasca a cercarvi il
-pacchetto delle sigarette.
-
-Ma esso era tutto miserevolmente schiacciato.
-
-Di sigarette non n'era rimasta intera e fruibile neppur una.
-
-Esclamai:
-
-— Questo sì mi dispiace.
-
-Il duro sbarrator di portoni mi gettò un'occhiata sprezzante.
-
-Ma un terzo, che doveva aver assistito con simpatia al mio dramma, si
-fece avanti con un sorriso e un portasigarette aperto e ricolmo, e mi
-porse l'uno e l'altro invitandomi:
-
-— La prego, si serva.
-
-Intanto il rumore delle strade pareva allontanarsi. Io m'ero seduto
-sul primo gradino d'una scala che metteva in quell'atrio. Gli spari
-cessarono del tutto. Qualcuno dei più curiosi propose di aprire il
-portone, ma l'arrabbiato non volle. L'uomo tranquillo che mi aveva
-offerto una sigaretta, venne a sedere, anch'egli fumando, accanto a me
-sul gradino, e mi disse con grande serenità:
-
-— Da otto giorni non piove, per questo fa tanto freddo.
-
-Questa superiorità ci affratellò, improvvisamente ci distinse e separò
-dal gruppo dei curiosi e degli affannati. Assaporammo l'inattesa
-fratellanza fumando per un poco in silenzio.
-
-Fu riaperto il portone. Uscimmo tutti. Il tumulto era finito. La piazza
-era un lago.
-
-— Lei da che parte è diretto? — mi domandò il mio compagno.
-
-— Avevo un appuntamento d'affari, ma ormai è tardi. Anderò a pranzo in
-qualche trattoria.
-
-— Perchè non viene alla mia pensione?
-
-— Dove?
-
-— Si fidi di me: si troverà bene.
-
-Un invincibile spirito di avventura ha sempre spinto la mia vita ad
-accogliere di buona voglia ogni invito dell'imprevisto. Accettai; e
-docilmente seguii colui che m'avea soccorso in un momento difficile
-della vita.
-
-Camminando a fianco a fianco con lui, m'aspettavo ch'egli mi si
-presentasse; e perdurando il silenzio, mi domandavo che cosa lo
-tratteneva ancora dal compiere quel dovere elementare. Più in là mi
-risposi che forse egli aspettava mi presentassi io. Poco profondo in
-tale materia, deplorai di non possedere qualche principio generale di
-cui poter compiere dialetticamente l'applicazione al caso presente.
-
-Mentre in questi pensieri tacito combattevo entro me, eravamo giunti,
-ch'io non m'ero reso conto del cammino percorso, alla mèta a me ignota.
-
-— Eccoci.
-
-Salimmo una scala stretta e chiara quali usano nelle modernissime
-case delle città operose, cioè con le pareti a mattonelle bianche
-lisce e lucidissime, da parer perpetuamente bagnate, e danno tutte
-un'invincibile impressione di waterclosets ben tenuti. Al secondo piano
-entrammo in un lindo appartamento; nell'anticamera c'era una specie
-di palmizio. La mia guida s'affacciò a un uscio avvertendo: — C'è un
-signore che rimane a pranzo, è con me — poi mi scortò a un salottino
-con un piccolo divano messo d'angolo in un canto e dietro il divano
-un alto specchio molato sormontato da una minacciosa aquila di legno.
-Entrò una signora assai giovane, ma piuttosto grassa, e la mia guida
-proclamò:
-
-— La signora Irene, la nostra padrona.
-
-Stimai opportuno, inchinandomi, di mormorare approssimativamente il mio
-cognome.
-
-— Lei è di Milano?
-
-— Sono qui da un mese.
-
-La signora Irene si volse all'introduttore:
-
-— Questo signore rimarrà dei nostri?
-
-— Lo spero — rispose l'altro, — mi pare che ci abbia una eccellente
-disposizione.
-
-Io trasecolai.
-
-
-3.
-
-Il primo e il secondo.
-
-Trasecolai, e credo che con la persona mi ritraessi in un improvviso
-moto di diffidenza: quasi temevo oscuramente d'essere giunto a chi sa
-quale turpe agguato. La mia guida disse:
-
-— Con permesso.
-
-E se n'andò verso le stanze interne di quella dimora misteriosa. Ciò
-aumentò il mio turbamento, anche perchè le donne grassocce non mi
-piacciono. Ma quasi subito dall'anticamera entrò un uomo grave, e la
-signora me lo presentò:
-
-— Questo è Giulio, mio marito.
-
-E subito aggiunse:
-
-— Il mio secondo marito.
-
-Dopo il consueto convenevole anche il nuovo venuto scomparve dalla
-parte ond'era uscito l'altro. Io e la vedova rimaritata rimanemmo soli.
-Mi risolsi a sedermi. E nell'anticamera sentii sorgere una voce bassa
-che canterellava un'aria della _Nina_ di Paisiello, e si avvicinava:
-la quale cantilena s'interruppe nel momento in cui balzò di lì nel
-salottino un nuovo personaggio, piccolo, panciuto, vivace, che quasi
-in ritmo di danza si chinò davanti alla signora, le baciò la mano, e le
-domandò:
-
-— Come state, donna Irene?
-
-Donna Irene me lo presentò:
-
-— Il signor Pietro.
-
-E subito aggiunse:
-
-— Il mio primo marito.
-
-Sentii il mio volto impallidire, i capelli drizzarmisi tragicamente sul
-capo. Un vento gelido mi soffiò sulla fronte.
-
-Ma il signor Pietro non era uno spettro, perchè gli spettri, quando se
-ne vanno, scompaiono silenziosamente dalla vista dei mortali; invece
-il primo marito della vedova rimaritata chiese cerimoniosamente licenza
-d'andare a lavarsi le mani (cosa che gli spettri non fanno), mi salutò
-porgendomi la destra di quelle (ed era calda e carnosa) e uscendo
-riprese a mezza voce la canzoncina interrotta nell'anticamera.
-
-Tutti questi sintomi di vita normale valsero a temperare alquanto il
-gelido terrore che mi aveva sconvolto. Ripresi un sufficiente dominio
-di me medesimo. Ma sentii che questa volta il silenzio tra me e donna
-Irene sarebbe stato insostenibile. Era necessario ch'io squarciassi
-i veli che si addensavano intorno a me. M'imposi di avviare una
-conversazione. E le domandai:
-
-— Dov'è stata in campagna l'estate scorsa, signora?
-
-Ella aggrottò un momento le ciglia come per ricordarsi, poi d'un tratto
-sospirò:
-
-— Ah non mi parli dell'estate scorsa.
-
-Mi sentii smontato. Ma con uno sforzo mi ripresi, e ritornai per un
-altro varco all'assalto.
-
-— Dove andrà in campagna l'estate prossima, signora?
-
-La interrogata questa volta sorrise; tuttavia mi raccomandò:
-
-— Non mi parli della villeggiatura dell'estate prossima.
-
-— Scusi — mi ribellai, — ma di che villeggiatura le debbo parlare?
-
-— Dunque lei — replicò con grande ragionevolezza donna Irene — lei ha
-proprio la necessità di parlare di villeggiatura?
-
-Questa osservazione mi colpì in pieno, mi rivelò che fino a
-quell'istante, senza ch'io me ne avvedessi, i miei spiriti erano
-rimasti in una condizione di turbamento profondo, e avevo parlato come
-ebro.
-
-— Ha ragione, signora — gridai. — E io non vorrei ch'ella credesse
-ch'io ho l'idea fissa della villeggiatura. No. Non ne parlo mai.
-Non ci penso mai. Non ci vado neppure, per ragioni profonde che ho
-spiegate in un mio racconto intitolato «Florestano e le chiavi», che
-mi permetto di raccomandarle perchè non scrivo più e mi son dato agli
-affari. Così, com'ella vede, con un brevissimo intreccio di parole
-la ho messa al corrente di me, della mia indole, del mio passato e
-del mio presente. L'avvenire è sulle ginocchia di Zeus. Le dirò una
-cosa ancora: la occupazione principale cui la sorte ha votato la mia
-vita, nelle ore d'ozio, è quella di ascoltare. Lei non può immaginare
-quanto io ascolti. Tutti, di giorno e di notte, d'estate e d'inverno, e
-anche nelle stagioni intermedie, mi narrano, e io ascolto. Mi narrano
-la loro vita le loro speranze i loro affanni le loro crisi le loro
-perversioni spirituali sessuali cerebrali, e io ascolto ascolto tutto,
-tutti, tutte: idioti e sapienti, infanti e decrepiti, uomini donne
-invertiti, cortigiane fanciulle semifanciulle, mogli, avole, vedove
-semplici, vedove rimaritate. Se lei, signora, appartiene a una di
-queste categorie, mi parli di sè, e io la ascolterò. Se appartiene a
-una categoria diversa, ch'io abbia dimenticata o mi sia ancora ignota,
-racconti racconti, e io avrò una sottospecie di più da aggiungere alle
-varietà delle persone che mi hanno raccontato i fatti loro. Intanto, se
-permette, fumo una sigaretta.
-
-Così dicendo mi ricordai che n'ero sprovvisto. Prima però che rivelassi
-alla donna questa difficoltà all'attuazione del mio proposito, ella me
-ne aveva porta una scatola colma. Ma frattanto l'incidente, richiamando
-improvviso al mio pensiero la scena di mezz'ora prima, sotto il
-portone, dopo i tumulti politici di piazza della Scala, mi fece
-sentire d'un tratto ch'io non sapevo dove fossi, neppure in qual via
-o quartiere della città, nè per che scopo gli dèi mi avessero posto di
-fronte a donna Irene. Mi sentii fuori del tempo e del mondo.
-
-La signora sorrise. Sorrise come sorridono tutte le donne piccole e
-grassocce, cioè non con gli occhi e la bocca soli, ma con gli zigomi,
-con le guance e con tutto il seno. Poi disse:
-
-— Fino a sei mesi fa ho vissuto in provincia, e non conta. Sei mesi fa
-sono venuta a stare a Milano con mio marito, il mio primo marito....
-
-Questa parola produsse automaticamente sul mio volto un'aria contrita
-e commossa quale si usa quando una vedova parla del marito defunto.
-Ma subito ricordai che il marito defunto mi aveva stretto la mano
-pochi minuti prima e se n'era andato cantando la _Nina_ di Paisiello.
-Allora m'affrettai a tornare sorridente e attento. Fu lo specchio,
-sotto l'artiglio dell'aquila scolpita, a rilevarmi queste successive
-espressioni del mio volto. La signora non s'era avvista della mia
-momentanea distrazione.
-
-— Ci siamo portati, naturalmente, il nostro bambino che ha due anni. Ma
-a Milano a grande stento abbiamo trovato una camera, una sola, piccola
-e brutta, ci vivevamo in tre, stretti, malissimo, come può immaginare.
-E fu inutile ogni nostra più affannosa ricerca di un quartierino.
-Mio marito aveva un amico, Giulio, che era scapolo e solo e aveva un
-appartamento grande, questo qui. Allora, com'era giusto, ho divorziato
-da Pietro e ho sposato Giulio.
-
-— Divorziato!
-
-— Divorzio privato, si capisce: quando verrà il divorzio legale, se
-intanto la crisi degli alloggi non sarà risolta, faremo anche quello.
-E amichevole. Qui c'erano stanze in soprannumero: abbiamo aperto una
-piccola pensione: uno dei primi pensionanti sa chi fu? Pietro.
-
-— Il defunto?
-
-— Come sarebbe a dire?
-
-— Niente. Ciò che lei mi ha narrato, signora, è estremamente attuale e
-patetico.
-
-— Tutto questo ci ha dato delle idee: una magnifica idea: è a
-quest'idea, suppongo, che debbo la sua presenza qui.
-
-— La mia presenza?...
-
-Ma mentre aspettavo l'agognata spiegazione, entrò la cameriera ad
-annunciare che il pranzo era servito. La signora s'avviò, la seguii;
-mentre giungevamo in sala da pranzo, da usci varî contemporaneamente vi
-sgorgavano tutti i commensali, cioè, oltre la mia guida e i due mariti
-di donna Irene, tre altre persone, tra le quali una donna.
-
-
-4.
-
-Cenacolo platonico.
-
-C'era una tavola rettangolare attorno a cui sedemmo tutti, cioè: nel
-mezzo d'uno dei lati lunghi la signora Irene, con a destra un prete e
-a sinistra il signor Pietro, che continuava a canterellare nei brevi
-intervalli tra un boccone e l'altro o tra una parola e l'altra. Io in
-faccia alla signora, alla mia destra una donna o fanciulla piuttosto
-piacevole, alla mia sinistra un signore importante con barba assira
-e redingote. Ai due lati più corti sedevano da una parte il presente
-marito di Irene, dall'altra il mio introduttore, che poco di poi sentii
-chiamarsi Gionata.
-
-Da principio mangiammo in silenzio. Io cercavo di occuparmi della mia
-sorridente e serpeggiante vicina. Le prime parole che udii chiare tra
-quei croscìi di mascelle, uscirono dalla bocca del più silenzioso tra
-tutti, cioè Giulio, cioè l'attuale marito, persona grave; e fu una
-parola gastronomica, la quale ebbe per argomento il grado di cottura
-del pollo che stavamo mangiando. Fin qui nulla di strano: ma dopo
-quella osservazione culinaria io ne aspettavo un'altra, di natura
-economica. Tornato ormai da un mese dal fronte, non era passato giorno
-che a tavola, o fossi in casa mia o in casa d'altri o alla trattoria,
-a ogni cibo, animale o vegetale, semplice o complicato, crudo o cotto,
-io non avessi sentito parlare del rincaro del genere. E da quel giorno
-a oggi che scrivo son passati altri quindici mesi, che è a dire circa
-cinquecento giorni, cioè quasi mille pasti: il che importa che, dal
-mio ritorno, più di mille volte ho sentito discorrere del rincaro degli
-alimenti, e similmente, in tutte le altre contingenze quotidiane, del
-rincaro di tutte l'altre cose necessarie o superflue; e sono rassegnato
-ormai a sentirmi esporre per tutta la vita fino alla più tarda età
-(perchè tutti i chiromanti sono concordi a concedermi una lunghissima
-esistenza) il confronto tra i prezzi nuovi e quelli anteriori al 1914.
-
-In quel tempo, poichè il supplizio durava da soli trenta giorni, non mi
-ero ancora adattato: perciò con piacevole maraviglia udii le parole di
-Giulio, e le poche di alcuni commensali che gli risposero, contenersi
-nella cerchia gastronomica, cioè nella pura estetica. Maggiori
-maraviglie mi preparava quella conversazione conviviale. Un uscio,
-passandone la cameriera che ci serviva, cigolò. Il signor Pietro da
-uomo pratico osservò che occorreva unger d'olio l'arpione. La signora
-Irene da donna romantica, quali sono tutte le donne un po' grasse,
-disse morbidamente:
-
-— Pare che si lamenti d'un abbandono.
-
-Allora colui che m'aveva offerto una sigaretta all'uscire dal
-naufragio, colui che m'aveva introdotto in quel ritiro arcano, colui
-che si chiamava Gionata come l'inventore di Gulliver e il figlio di
-Saul, parlò, e disse:
-
-— La sua osservazione, donna Irene, mi richiama a uno dei problemi
-che da qualche tempo più mi torturano. Ed è questo: se un uscio avesse
-senso e sentimento, e perciò fantasia e desiderio, preferirebbe esser
-chiuso o essere aperto?
-
-Io lo guardai con estasi. Gli altri non parvero maravigliarsi del
-tormento spirituale di Gionata.
-
-— Ho dato — continuò — una soluzione provvisoria al problema. È
-necessario stabilire se la natura, cioè il fine, dell'uscio, è di
-separare o di congiungere. Seguitemi. L'uscio in quanto è un vano
-lasciato in una parete, ha lo scopo manifesto di far comunicare
-una stanza con l'altra. Ma l'uscio in quanto battente ha l'ufficio
-contrario, cioè quello di poter interrompere temporaneamente detta
-comunicazione ricostituendo l'interrotta unità della parete. Quando
-l'uscio è chiuso il vano è inutile: quando l'uscio è aperto il battente
-è inutile.
-
-Assaporò un sorso di luminoso Chianti. Il signor Pietro canticchiava la
-cavatina del Don Pasquale, le cui note furono subito novamente dominate
-dalla parlante voce di Gionata:
-
-— Ma l'uscio è una unità metafisicamente inscindibile di vano e
-battente: l'uscio dunque, immaginandolo sensibile, l'uscio nella
-sua totalità personale dovrebb'essere tormentato da un perpetuo e
-insuperabile dissidio interiore.
-
-Seguì un silenzio, perchè nessuno ebbe parola da opporre alla
-dialettica di Gionata, che si dimostrava esperto nelle più fini e
-feconde pratiche del filosofare.
-
-Dopo un istante di silenzio, e avendo ingoiato una sanguigna targa di
-barbabietola, egli ci offrì un corollario immaginoso:
-
-— Quando cigola dolorosamente, che cosa cigola dell'uscio? L'arpione, o
-ganghero che dir si voglia. Cioè, precisamente il punto per cui le due
-nature si congegnano, per cui il battente si connette col vano.
-
-La mia natura d'uomo pratico — non si dimentichi che in quel tempo io
-m'ero tutto dedito agli affari-mi fe' cercare un'applicazione politica
-alla loica disinteressata di Gionata. Esordii:
-
-— La sua acuminosa osservazione, signor Gionata, può trovare un
-riscontro curioso nel presente stato sociale.
-
-A queste mie parole vidi dipingersi sul volto di tutti i commensali
-un'aspettazione vigile. Tutti s'interruppero nell'operazione
-che stavano compiendo: e in tal modo, chi col bicchiere in mano
-a mezz'aria, chi con la forchetta infilata in un boccone, chi
-col tovagliolo alla bocca, impietriti ciascuno nell'atto suo, mi
-guardarono. Sulle labbra d'Irene vagolò un sorriso materno.
-
-— Poichè noi viviamo oggi in un'epoca di faticosa transizione....
-
-A questo punto del mio secondo esordio, due o tre colpi di tosse,
-manifestamente artificiale, si fecero udire da punti diversi della
-tavola. Io incauto continuavo:
-
-— .... e poichè il tenebroso travaglio in cui ci ha gettati la
-guerra, sia per la sua necessità, sia per gli errori di certe sue
-conclusioni....
-
-Un urlo m'interruppe, ma urlo giocondo:
-
-— Paghi!
-
-E due altri lo echeggiarono:
-
-— Paghi!! Deve pagare!!!
-
-Io guardai intontito verso Irene. Ella abbozzò una languida difesa:
-
-— Il signore, certo, non sa....
-
-— L'ignoranza della legge non è ammessa — tonò Pietro.
-
-— Forse — disse Gionata — la colpa è mia, che non la ho avvertita. Lei
-deve sapere che qui è proibito, sotto pena del pagamento di bottiglie
-due, di parlare, in bene o in male, seriamente o facetamente, a lungo o
-con una sola allusione, delle condizioni della vita presente.
-
-— Divinamente — gridai —: la legge mi piace a maraviglia, e mi permetto
-di non accettare la difesa di donna Irene, anzi la prego di disporre
-per la immediata esecuzione della pena.
-
-Donna Irene fe' cenno alla cameriera e comparvero due vetuste bottiglie
-di vino rosato. L'assiro che sedeva alla mia sinistra osservò:
-
-— Ciò non diminuisce la colpa di Gionata: secondo me, deve pagare anche
-lui.
-
-I commensali acclamarono, e mentre già il vino roseo della mia multa
-circolava, la cameriera sollecita aveva messo in fresco due bottiglie
-di champagne per conto di Gionata.
-
-— Non creda — disse questi a me — che la detta legge sia isolata e per
-sè stante. Non è se non la conseguenza d'una norma più ampia, che è la
-ragione stessa della nostra riunione. Qui — e si fece solenne — qui non
-può trovarsi e frequentare se non una sola categoria ristrettissima
-di persone: cioè, le rare persone che sono soddisfatte, per qualche
-ragione, dell'attuale stato di cose.
-
-— Mi pare — obiettai — che non siano rare. I fornitori e arricchiti
-d'ogni genere, i mercanti di mode, i politicanti socialisti e popolari,
-i lavoratori del....
-
-— No, no — m'interruppe Gionata —: non mi ha lasciato finire. Parlo
-dei soddisfatti, non degli oberati da materiali vantaggi. Soddisfatti:
-_satis-factus_: senso di moderazione. Coloro che hanno ricevuto grossi
-vantaggi dai volgimenti storici odierni, sono necessariamente in una
-condizione di sovraccarico, e di precarietà, e di stupefazione, e
-di angoscia: è un successo affannoso: e, in più, perdura in loro un
-bisogno d'inquieta operosità, contraria quanto mai allo spirito di
-questo cenacolo, o isola di beati, od oasi di filosofi, o abbazia
-telemitica che ella voglia chiamarla. Il principio n'è un soddisfatto
-acconciamento per piccole cause, per aver còlto, dallo squilibrio
-universale, modesti e calmi motivi di equilibrio personale. L'esempio
-luminoso, eccolo: donna Irene. Altri da difficoltà simili alle sue
-fu abbattuto e sommerso: ella ne ha saputo genialmente ricavare una
-ragione serena di vita. E da questa è nato il pensiero del nostro
-cenobio. Onore a donna Irene, e al suo primo, e al suo secondo marito.
-
-Tutti clamorosamente brindarono alla trifida coppia: e chi brindò col
-rosso e chi col biondo: i due colori scintillanti dominavano la mensa,
-e cominciarono a scintillare mescolandosi anche nei nostri pensieri e
-nelle nostre parole.
-
-Dopo essermi coscienziosamente unito al brindisi, dissi:
-
-— A rischio di cadere una seconda volta in contravvenzione, confesso
-che, poichè furono saggiamente esclusi i pescicani d'ogni sorta, non
-vedo tuttavia quali altri casi di soddisfazione potrebbero trovarsi,
-del genere moderato e quotidiano che il signor Gionata ha definito.
-
-— Ho già detto che son rari, qualche volta sottili. Ecco il nostro
-reverendo amico — e accennava al prete. — Egli ha sempre bevuto il
-caffè senza zucchero: un tempo questo fatto non aveva per lui una
-speciale portata, nè gli creava una situazione personale nella società.
-Ma da quando tutti i bevitori di caffè bestemmiano due o più volte
-al giorno contro la saccarina, egli gode del senso d'una particolare
-situazione di superiorità in cui la sua abitudine lo pone oggi, e però
-ne ricava un gaudio raffinato e continuamente rinnovato del trovarsi
-a vivere nel periodo storico della saccarina; il quale gaudio gli ha
-conferito il pieno diritto di aver parte a questa mensa.
-
-Il prete stava appunto allora bevendo il caffè. Lo sorbiva nel piattino
-come dicono facesse Guglielmo ex-imperatore: ma forse è una delle
-calunnie antitedesche che la guerra rese necessarie. E così, col volto
-acceso chino a sorbire la bevanda, alzava gli occhi verso me, il naso
-leggermente arricciato, asserendomi mutamente la sua beatitudine che
-certo era complessa e superava il piacere puramente sensuale. Intanto
-erano stati serviti con abbondanza liquori di varia natura ed origine.
-
-Allora il mio vicino di sinistra, asciugandosi col tovagliolo la barba
-assira, parlò:
-
-— Di fronte all'esemplare candore della soddisfazione di questo
-reverendo io quasi mi domando se posso senza rimorso rimanere tra voi.
-La mia è così complessa, che io ho talvolta il dubbio di dover essere
-noverato tra uno dei grandi avvantaggiati, così giustamente esclusi
-da quest'oasi. Io sono uno storico, cioè un artista. E come tale io
-amo la materia del mio studio per se stessa. Sono un medievalista.
-E adoro il Medio Evo. Per molti anni ho rimpianto di non essere nato
-ai tempi di Romolo Augustolo o di Abelardo, di non aver frequentato
-la reggia di Carlomagno, come Eginardo storico che innamorò di sè
-Emma, figlia dell'Imperatore. Odio il telefono, il motore a scoppio,
-i versi liberi, la Camera del Lavoro, il microscopio, il frack e il
-Parlamento. Ora, da qualche anno io mi sento lentamente ma sicuramente
-condurre, e oso dire sollevare, verso il medio evo de' miei studi e de'
-miei sogni. Anzitutto, per più di quattro anni, dal benedetto agosto
-del '14 al novembre del '18, già mi beavo sentendo il mondo pieno di
-fazioni guerresche, soverchiamenti di razze, invasioni. La mia anima
-ha esultato la prima notte che ho veduto la città immersa nell'ombra.
-Quando scioperano i tranvieri godo di andarmene per le vie a guardare
-le inutili rotaie, e spero che tutto il procedere del tempo nuovo le
-risommerga entro il suolo donde mai avrebbero dovuto scaturire alla
-luce. Amo sapere che ogni notte nelle vie della città si aggredisce
-a mano armata il passante e si devasta con sicurtà il magazzino come
-ai tempi di Eriberto d'Intimiano. E se penso che questi non sono che
-piccoli segni, quando prevedo che presto avremo lo spettacolo, prima di
-una dittatura industriale, poi di una rivoluzione, con alterne vicende
-e fasi, e così saremo (almeno per qualche tempo, certo per tutto il
-tempo della mia vita) ricondotti a un pieno medioevo da una alternativa
-di oligarchie diverse ma tutte avide ugualmente di lotta....
-
-— Paga! Paghi!! Pagare!!!
-
-Non ricordo di qual colore fosse il nuovo vino comparso a questa
-intimazione piacevole.
-
-Voltomi alla ridente e profumata donna o fanciulla che sedeva al mio
-fianco, io le domandai:
-
-— Lei, se non sono indiscreto, per quale titolo porta a questa riunione
-la fortuna della sua presenza?
-
-La donna o fanciulla rise più giocondamente, e mi guardò di sotto in
-su con l'aria di un'oca cui agitino dionisiaci fantasmi, aria, come
-ognuno sa, estremamente turbativa, che subito mi fece dimenticare la
-mia stessa domanda. Ma già vi rispondeva, per la fanciulla, Gionata
-l'Imperterrito, così:
-
-— In qualunque tempo viva una donna, quello è il tempo migliore per
-lei. La signorina è qui come rappresentante eletta di questa verità
-generale.
-
-Non ricordo se il filosofo continuasse nella sua dissertazione, e forse
-neppure allora me ne avvidi, perchè, lo confesso, il mio cervello non
-si trovava in condizione di seguire un discorso diffuso o una serie di
-concetti.
-
-Ricordo solo, assai lucidamente, che a un certo punto e quasi
-d'improvviso m'avvidi che l'abbondanza dell'elemento liquido che
-dall'esterno avevo introdotto nel mio interno, mi fe' sentire una
-imperiosa brama di ristabilire l'equilibrio tra me e il macrocosmo
-mediante un corrispondente espellimento di elemento liquido dal mio
-interno verso il mondo esteriore.
-
-
-5.
-
-Le liquide vie.
-
-Ma una vergogna, che è altrettanto assurda quanto generale e pertinace
-negli uomini civili, e forse è appunto l'indice più esatto e il portato
-più certo della civiltà, — quella vergogna m'impediva di manifestare il
-mio desiderio a qualcuno de' miei ospiti. Ricordo quell'istante della
-mia vita come un turbine di fumi, profumi, luce, voci squillanti, e al
-centro di quel turbine il mio desiderio, che facevasi a ogni minuto più
-inquietante, pungiglioso e spasmodico.
-
-Non ricordo come e a chi pagassi il doveroso contributo per la mia cena
-e per la contravvenzione, non ricordo se promettessi di tornare, e con
-quali parole mi accomiatassi, e chi m'abbia accompagnato all'uscita:
-questo so, che a un certo punto mi trovai uscito, mi trovai nella
-strada, ch'era solitaria e quasi buia, e corsa nel mezzo da un solido
-marciapiede di pietra; e su quel marciapiede, nella solitudine muta del
-mondo e sotto il gelido cielo, sostai, sostai lungamente, levando lo
-sguardo al firmamento. Orione splendeva sul mio capo in tutto il suo
-fulgore, mentre io sostavo fermo così nel mezzo della ospite via: e a
-mano a mano, mentre ne contavo le stelle, fluiva ogni irrequietudine
-fuori di me e sentivo il mio spirito e i miei nervi rapidamente e
-lungamente placarsi.
-
-Quando fui conscio d'aver raggiunto il desiderato equilibrio, mi parve
-anche d'esser più saldo sulle gambe e quasi snebbiato il cervello.
-Ritornai lo sguardo dalle sfere celesti al solido suolo. E tra la
-penombra distinsi con paterno orgoglio, in mezzo alla via, una specie
-di arcadico rio che spumeggiando la correva in giù e si perdeva lontano
-nell'ombra. Non potei frenare a quella vista un impeto d'irragionevole
-riso. E altrettanto irragionevolmente il giuoco della fantasia mi portò
-a seguire l'andar di quel rio, e così percorsi per un tratto la via
-senza che la mia direzione avesse altro movente più savio. A un certo
-punto ogni traccia della mia creazione recente svaniva e perdevasi nel
-suolo, ma l'inerzia mi portò avanti ancora. Cominciai, così camminando
-come alla ventura, a ripensare il curioso impiego della mia serata,
-dai tumulti pomeridiani di piazza della Scala fino a quell'ora.
-Ebbi qualche rimorso della giornata inoperosa, poi scusai me stesso
-pensando ch'era stato un legittimo riposo alla operosa vita dei giorni
-precedenti. D'uno in altro pensiero vagavo, senza afferrarne alcuno
-con chiarità; e credo che in quel procedere piegai ogni tanto d'una in
-altra strada. Ed ecco mi trovai in una piccola piazza, e fermato nel
-centro di quella, così guardandomi attorno, stavo per riconoscerla;
-quando a un tratto una voce, che parve uscire dal muro buio, mi gelò.
-Il muro avea detto:
-
-— Signore!
-
-
-6.
-
-Un ginnosofista.
-
-Detti un passo indietro e ficcai gli occhi verso la plaga del muro
-in oscurità. Allora vidi un'ombra staccarsene, e con voce umile
-implorarmi:
-
-— Signore, avrebbe un fiammifero?
-
-Le parole erano alquanto rassicuranti; il mio spirito si calmò dunque,
-e osservai l'uomo. Vidi con gran maraviglia ch'egli era in frack e
-senza pastrano, e a capo nudo, onde sulle prime pensai ch'egli fosse un
-Ginnosofista piovuto ivi dall'India di Alessandro il Macedone.
-
-Tuttavia non osai esporgli questa mia ipotesi. Me gli avvicinai e gli
-porsi il fiammifero; stavo per andarmene, quand'egli con una leggera
-esitazione aggiunse:
-
-— Per caso, avrebbe anche la sigaretta?
-
-Me n'avevano rifornito nell'isola beata retta dalla placida Irene. Gli
-porsi la sigaretta. Allora l'incognito, come dopo un intimo sforzo, con
-voce risoluta incalzò:
-
-— E avrebbe anche cinque lire?
-
-Io detti novamente un balzo indietro, perchè lì per lì mi balenò il
-sospetto che l'ignoto stesse per assalirmi. Egli capì il mio timore e
-sùbito cercò di tranquillarmi:
-
-— No, no, non tema, signore; per chi m'ha preso?
-
-Poi la sua voce si paludò d'una certa nobiltà, proclamando:
-
-— Io sono un mendicante.
-
-Seguì un breve silenzio. Cercavo una frase cortese per farmi perdonare
-il mio movimento ingiurioso. Volli mostrargli che m'interessavo alla
-sua sorte e alla confidenza che m'aveva fatto. Poichè in questa ricerca
-generosa indugiavo, l'ignoto ripetè:
-
-— Faccio il mendicante.
-
-Io, avendo finalmente trovato, gli domandai:
-
-— Da quanto tempo?
-
-— Da poche ore — rispose.
-
-— Io l'avevo preso per un ginnosofista.
-
-— Non conosco. Fino ad alcuni mesi sono io vivevo modestamente e
-tranquillamente del mio lavoro. La disgrazia mi raggiunse vestendo
-l'aspetto di fortuna. Abitavo un piccolo quartiere quasi centrale,
-e il mio guadagno mi bastava per la mia vita mediocre. Una ditta di
-lubrificanti mi offerse ventimila lire per cederle il mio quartiere.
-La somma mi parve enorme: accettai. Ma non trovai altra casa, non
-trovai una stanza modesta: soltanto una camera, salotto e bagno in un
-albergo di prim'ordine. Speravo fosse per pochi giorni, invece non
-trovai più altro, mai. Le mie ventimila lire sfumarono o per meglio
-dire passarono dalla parte dell'albergatore. Frattanto avevo consumato
-tutti i miei vestiti, senza potermene fare altri. Non mi è rimasto,
-come vede, che il frack. Non ho più potuto comperare un cappello,
-l'ultimo m'ha abbandonato ieri. Il frutto del mio lavoro, che bastava
-alla mia vita modesta quando avevo un alloggio, ora basta soltanto a
-pagare la mia camera con salotto e bagno. Per mangiare non mi rimane
-che la mendicità. Ecco perchè ella, signore, mi trova in frack e a
-capo nudo a mendicare su questa piazza. Sia maledetto ora e sempre ogni
-lubrificante.
-
-Gli detti silenziosamente le cinque lire. Egli mi ringraziò con
-effusione e disse ancora:
-
-— Se al fiammifero, alla sigaretta e alle cinque lire, ella, signore,
-volesse aggiungere qualche indicazione o consiglio sul da farsi nella
-mia critica condizione!...
-
-— Non saprei, signor ginnosofista. Ma l'uomo è fatto di anima e di
-corpo. Cerchi di porre il corpo sotto il dominio dell'anima: è il solo
-refugio e rimedio possibile in questi tempi assurdi e calamitosi.
-
-— Non intendo bene.
-
-— Neanch'io. Io sono un uomo dedito agli affari. Ma un filosofo
-potrebbe insegnarle il modo di convincersi che la sua situazione
-presente è la più fortunata. Provi a rivolgersi al signor Gionata,
-presso la signora Irene.
-
-— Mi vuol dire l'indirizzo?
-
-Colpito in pieno dalla domanda, m'accorsi d'un tratto che nè all'andare
-nè al ritorno, per ragioni diverse, avevo badato alla strada fatta.
-Volli tentare di ricostruirne il corso. Mi guardai attorno.
-
-— Vediamo — gli dissi —: sa lei da qual parte io sia sboccato in questa
-piazza?
-
-— No, signore. Io ero quasi assopito, e l'ho visto che lei era già
-fermo, in quel punto, guardandosi attorno proprio come fa ora.
-
-Dopo un istante d'intenso e inutile raccoglimento:
-
-— Ma allora — gridai esterrefatto — allora neppur io potrò tornare
-più all'isola dei beati, all'abbazia telemitica, al cenacolo platonico
-della placida Irene!
-
-Il ginnosofista scosse il capo; poi cercò di consolarmi:
-
-— Non ci pensi, signore. E se per caso ha un cappello che non porta
-più, me lo mandi, la prego. Eccole il mio nome.
-
-Trasse un lapis e un pezzo di carta, e mi scrisse il suo nome, che qui
-non occorre ripetere, e il suo recapito, ch'era quello del più illustre
-e fastoso albergo della città.
-
-— Buona notte.
-
-
-
-
-CAPITOLO SETTIMO
-
-PANTELESTESI
-
-
-1.
-
-Diagnosi.
-
-Il giorno 9 febbraio del 1919, alle ore 10 e 45 del mattino, mi venne
-il mal di capo.
-
-Postomi a ricercare le possibili cause di questo fatto straordinario,
-non tardai a persuadermi ch'esso era certamente da attribuirsi
-all'intenso lavoro compiuto nelle precedenti settimane, da un mese
-a quel punto. Precisamente un mese innanzi, il 9 di gennaio, io
-ero tornato dall'esercizio del corpo a quello dell'anima, dalla
-quadrupedante e arcadica vita militare al cerebroso turbine della
-metropoli.
-
-Mi spaurii accorgendomi della brevità del tempo in cui tante e così
-intense esperienze avean potuto cumularsi. Un mese dunque, un solo mese
-innanzi, trentun giorni precisi, ero dato in secco nell'aperta campagna
-della Città Operosa, la avevo corsa come in una rapida ricognizione,
-mi s'eran rivelate le correnti e le cascate dell'oro sovrastarla e
-sommoverla, avevo intuito il nuovo costume e la nuova religione sorti
-d'un tratto sul suolo intenso dall'influsso della guerra lontana.
-Un esatto mese innanzi, all'ordine imperioso delle nuove necessità,
-io, per molti anni dedicato allo studio e poi per breve parentesi
-alla milizia, m'ero d'improvviso riplasmato uomo d'affari. Nel nuovo
-esercizio i miei assaggi profondi s'erano successi e cumulati con
-rapidità maravigliosamente varia, com'è narrato nei sei capitoli che
-qui precedono. Chi li abbia letti, e pensi che tanta opera, e per me
-insolita e non prima prevista (se anche nei portati non fecondissima)
-si compiè nel rapido giro di trentun giorni solari — non dovrà
-maravigliarsi al sentire che il mattino del trentaduesimo io mi sentii
-d'un tratto affaticato ed esausto.
-
-Se tuttavia il lettore del presente capitolo non ha letto i sei che
-precedono, non importa: per l'intelligenza di questo basta ch'egli
-sappia che la mattina del 9 di febbraio, alle ore 10 e 45, mi venne il
-mal di capo.
-
-
-2.
-
-Appressamento d'un mistero.
-
-Stabilii di concedermi qualche giorno di riposo: e senz'altro indugio,
-la mattina appresso partii. Andai in campagna, cosa assai piacevole
-a farsi nelle stagioni in cui solitamente gli uomini se ne astengono.
-In poche ore raggiunsi il paese che avevo scelto, sulla riva d'un lago
-lombardo.
-
-Ma il caso m'impigliò quivi in una complicata e mirabile avventura
-la quale mise in serio pericolo il mio amore e la mia fede nella
-vita moderna, e con essi minacciò tutto il nuovo orientamento che la
-presenza del dopoguerra aveva offerto al mio spirito.
-
-Nella piccola pensione in cui mi allogai erano due ospiti: un
-giovane e una giovane. Mi si presentarono come fratello e sorella.
-Il che appariva in ogni modo al primo sguardo per la loro singolare
-somiglianza, accresciuta dal fatto che il giovane, quasi un
-adolescente, era di lineamenti assai delicati. Il solo carattere
-chiaramente diverso tra i loro visi era nell'espressione dello sguardo.
-La sorella avea dolci gli occhi e velati di malinconia anche quando
-sorrideva, o, più raramente, rideva. Invece il giovane portava in fondo
-alle pupille perennemente accesa una mobile luce maniaca.
-
-Quella prima mattina scambiammo pochi discorsi incolori. La sera
-all'ora del pranzo trovai sola la fanciulla alla tavola comune. Mi
-disse:
-
-— Bruno è andato a Milano, e tornerà domattina.
-
-Ella si chiamava Laura.
-
-Quando un uomo e una donna si trovano in presenza, comincia la tortuosa
-lotta dei sessi.
-
-Il nostro colloquio ritegnoso e coperto si prolungò qualche tempo
-dopo la fine del pranzo. Ella era garbata, e a gradi si fe' quasi
-lieta. Da ultimo avvenne a me di nominare suo fratello. La serenità di
-Laura rabbrividì d'un tratto come al calar d'una nube. Dopo un breve
-silenzio, levandosi e porgendomi la mano, ella con profonda convinzione
-sospirò:
-
-— Mio fratello è un uomo di genio.
-
-Con scarso senso d'opportunità le risposi:
-
-— Io sono un uomo d'affari.
-
-M'accorsi subito d'aver detto ciò meccanicamente, come mi accadeva
-spesso in quel tempo, anche fuor di proposito. La stonatura m'irritò.
-Rimasto solo me n'andai a passeggiare con un senso di corruccio.
-
-Il mattino appresso Bruno era tornato. La fiamma di mania gli
-luceva sempre in fondo agli occhi, ma come esagitata da una gioiosa
-inquietudine.
-
-L'aria in quella stagione era gelida e arida, e il lago la notte gemeva
-come fa il mare.
-
-Il quarto giorno della mia dimora nella campagna lacustre, alle prime
-ore del pomeriggio Bruno m'invitò quasi misteriosamente a uscire con
-lui, mi guidò a una casetta isolata e per una scala oscura mi fe'
-salire: m'introdusse in una stanza ov'erano due grandi tavole da lavoro
-coperte di carte disegnate e strumenti d'aspetto scientifico, che mi
-riuscirono al tutto nuovi e incomprensibili.
-
-
-3.
-
-Silenzi e musiche.
-
-Bruno mi disse:
-
-— Ho fiducia e confidenza in lei.
-
-— Grazie — gli risposi —. Tutti gli uomini e le donne che ho conosciuto
-hanno avuto fiducia e confidenza in me. Forse per questo non sono
-ancora riuscito a nulla di solido nella guerreggiante conquista della
-vita.
-
-Egli non mostrò di apprezzare la mia divagazione egoistica.
-
-Aperse l'usciolo d'una specie di complicato e pesante stipo metallico
-ch'era in mezzo a una delle grandi tavole. Da un cavo dell'interno di
-quello trasse una specie di cuffia telefonica e me la porse. Dalla
-cuffia si partiva un filo che andava a collegarsi con le misteriose
-interiorità dello stipo.
-
-— Se la metta — mi comandò. — E mi dica che cosa sente.
-
-M'aiutò ad aggiustarmela col nastro d'acciaio adattato lungo la curva
-del cranio e i due dischi ricevitori strettamente applicati agli
-orecchi.
-
-Da principio non sentii nulla. Poi m'accorsi che quel silenzio stesso
-era terribilmente singolare. Allora sentii ch'io sentivo uno spaventoso
-silenzio.
-
-Tesi invano tutte le mie facoltà per cogliere in quel vuoto una qualche
-menoma vibrazione: ma il silenzio era totale, snaturato e mostruoso.
-
-Avevo i miei occhi fissi in quelli di Bruno, che mi guardava e osava
-sorridere: ma quel sorriso, solo nel mondo enorme che attorno a me
-s'era avvelenato e congelato di silenzio, mi sconvolgeva vie più. Pure
-non osavo muovermi. Poi con grande stento mi risolsi a parlare: ma le
-poche parole che pronunciai non so quali furono, chè d'un più vasto
-terrore mi gelò accorgermi ch'io non sentivo il suono della mia voce,
-onde come ossesso m'interruppi. E sempre fissando io la faccia di
-Bruno, quella si mise a ridere, e la vedevo imbestiarsi nelle smorfie
-del riso le quali in quel moto senza suono mi apparivano sardonici
-contorcimenti. Ma così sussultando ei continuava a guardarmi. Allora
-con uno sforzo enorme della volontà m'alzai in piedi e mi strappai lo
-strumento dal capo.
-
-Improvviso, cessando il contatto del metallo, sentii il riso di Bruno:
-tra le cento voci dell'aria rifluì nella stanza il senso tepido della
-vita.
-
-— Ha sentito? — domandò.
-
-Una calda felicità m'invase udendo le sue parole, sentendo che sentivo
-la mia voce rispondergli:
-
-— Sì.
-
-— Questo strumento è tirannico — spiegava Bruno — non permette che si
-senta altro suono se non quelli che lo interessano.
-
-— Come sarebbe a dire?
-
-— Ecco.
-
-Svolse dal cavo del diabolico stipo un secondo filo, che anch'esso per
-un capo vi rimaneva infisso, e dall'altro terminava in una spina a due
-punte brevi e sottili acuminate come spilli. Così tenendo in mano la
-spina m'incorò:
-
-— Si rimetta la cuffia.
-
-Ecco fui ripiombato nell'ultramondano silenzio. Di là vidi Bruno
-scostarsi qualche passo guardandosi intorno; poi risolutamente andò
-verso lo stipite dell'uscio, ch'era di larice bianco, lo tentò un poco
-con una mano, infine vi conficcò e sforzò dentro le due punte della
-spina.
-
-Quasi subito il silenzio sovraceleste che m'avvolgeva parve corrersi
-di fremiti leggieri che venissero da remotissime altitudini, pungenti
-brividi sonori, che d'ogni attorno si scivolavano incontro e così
-scontrandosi uno sull'altro s'intrecciavano: qua e là tratto tratto
-rompevansi in tenui scoppi; dappertutto s'avvolgevano di ronzii. A
-certi istanti quelle note acute e sommesse parevano arrotolarsi come
-in congegnamenti meccanici: poi novamente allentate abbandonandosi
-impallidivano, sfuggivano a esaurirsi vacillanti sugli orli di abissi
-lontani.
-
-Assorto nella visione maravigliosa, teso nell'ansia che mi sfuggisse,
-i miei occhi non avevano più scorto l'uomo; d'un tratto lo vidi
-avvicinato chinarsi sopra me, e mi tolse delicatamente l'apparecchio di
-sul capo: poi andò a sconficcare la spina dal legno.
-
-— Ha sentito?
-
-— Sì.
-
-— Che cosa?
-
-Indugiai. Avrei voluto dirgli che avevo sentito preludiare le
-pitagoriche armonie d'un qualche sistema sidereo non ancora formato;
-o forse un pallido dialogo tra il piano astrale e il piano buddico dei
-teosofi. Ma mi feci pudore di esporre simili ipotesi ultrapoetiche. E
-risposi:
-
-— Suppongo, il rumore di un tarlo nel legno?
-
-Bruno ricominciò a ridere scotendosi come pazzo.
-
-— Se in quel legno ci fosse un tarlo, con questo microfono lei udrebbe
-un fragore assordante come di macchinari o d'immense cascate. Anzi
-il suo errore mi fa pensare ora che una delle applicazioni pratiche
-dello strumento potrebbe essere appunto di far riconoscere la presenza
-dei tarli nei legni preziosi. Ma ciò non m'interessa: di simili
-sfruttamenti, se vorrà, se n'occuperà lei, che è uomo d'affari.
-
-— Ma allora quei suoni?...
-
-— Sono gli infinitesimi e inesauribili movimenti atomici della materia
-organica.
-
-Lo guardai stupefatto.
-
-— Lei può immaginare da questo la potenza del mio microfono
-moltiplicatore a isolatore acustico.
-
-— È una sua invenzione?
-
-— Dica che non è che la minima parte, che un particolare isolato,
-della mia invenzione. C'è assai più, e presto vedrà. Ma prima occorre
-che lei ne conosca un altro elemento, il più sorprendente: lo specchio
-allocatoptotrico.
-
-Dopo un'attesa, accennò con una sorta di mistero verso una piccola
-porta a muro ch'era in fondo alla stanza.
-
-In quella s'udì la voce di Laura dalla strada chiamare:
-
-— Bruno!...
-
-
-4.
-
-Laura.
-
-Senza rispondere alla chiamata, nè altro dirmi, Bruno ripose
-rapidamente ogni cosa e scendemmo. Laura col cappello e il bavero
-impellicciato che le saliva a mezzo il volto appariva più donna, avea
-acquistato un che di maturo e turbante. I suoi occhi erano più neri e
-più fondi.
-
-— Bruno — disse — è l'ora della passeggiata. Venga anche lei.
-
-Così dicendo mi guardò. Mi sentii impallidire. Quando i palpiti del mio
-cuore tornaron calmi, risposi:
-
-— No.
-
-— Allora, a più tardi.
-
-Fino a sera pensai a Laura. Ma di tratto in tratto la sua figura e il
-suo volto scomparivano istantaneamente alla mia memoria: in quelle
-lacune sentivo in me e intorno a me un flutto di vacuo e gelante
-silenzio: vi riconobbi l'immagine di quello che m'avea avvolto e quasi
-fatto demente durante la prima esperienza nel gabinetto del fratello di
-lei.
-
-— Costoro mi farebbero impazzire — mi dissi alla fine. — Bei riposi ho
-trovato nella solitudine della campagna! Strana sorte la mia: io sono
-sempre stato, sono, e sempre sarò, irrimediabilmente savio; e insieme
-la sorte ha messo occultamente tra le mie mani non so che potentissima
-calamita di pazzi.
-
-E quando, poche ore dopo, c'incontrammo alla tavola comune, subito
-annunziai recisamente:
-
-— Tra due giorni torno a Milano. La mia vacanza finisce.
-
-— Tra due giorni? — domandò Bruno — cioè?...
-
-— Cioè sabato: dopodomani; con la corsa del mattino.
-
-Egli echeggiò:
-
-— Sabato, con la corsa del mattino.
-
-E aggiunse:
-
-— Benissimo.
-
-Rinunciai a capire il suo pensiero. Dopo un poco soggiunse:
-
-— Io invece parto domani mattina.
-
-Ebbi la tentazione di rispondergli anch'io: «Benissimo», ma me ne
-trattenni. Fui per accennare alle cose mirifiche che m'aveva mostrate,
-a quelle più mirifiche che m'aveva promesse. Ma un oscuro istinto
-maligno m'impose silenzio anche su questo argomento. Mi pareva che
-un'aura d'odio aleggiasse fra le nostre tre sostanze. Poi i silenzi
-obliqui che strisciavano tra noi cominciarono a travagliarmi. Cercai
-qualche argomento di discorso che ci portasse giù, in un'aria più
-respirabile e solita: avrei voluto poter pronunciare qualche volgarità.
-Dovetti fare uno sforzo per ricordarmi quali fossero i discorsi più
-consueti che si tengono nel mondo, il mondo degli uomini comuni, gli
-uomini sani. Finalmente dissi così:
-
-— Speriamo che sabato non ci siano scioperi.
-
-Bruno mi guardò come se avessi immaginato una inverosimile ipotesi di
-turbamenti cosmici.
-
-— Vero è — continuavo imperterrito — che oggi è necessario imparare
-a vivere giorno per giorno, ma nello stesso tempo a contare sopra un
-domani imperturbato e sicuro. Dicono che siamo in un fiero momento di
-trapasso. Credo tuttavia che qualunque tempo, visto da vicino, dovè
-parere agli uomini pensosi un fiero momento di trapasso.
-
-Poichè entrambi tacevano, continuai:
-
-— Forse lei vuole ricordarmi il nostro anteguerra...
-
-— Noi viviamo — m'interruppe Laura — come fuori del mondo, da molti
-anni. Come in un'isola ignota.
-
-— L'isola di Irene! — esclamai, colpito improvvisamente dal singolare
-ricordo. Non avevo mai più pensato ad Irene.
-
-— Dov'è — domandò Laura con gentilezza-l'isola di Irene?
-
-— Lontano.
-
-— C'è stato?
-
-— Sì.
-
-— Quando?
-
-— In un tempo irricordabile. Mi lasci pensare. Ci fui.... mio Dio! pare
-fantastico, eppure è: c'ero sei giorni sono. È credibile?
-
-Parlavo, così dicendo, più a me stesso che a quei due dissensati. Ma
-non eran persone da maravigliarsi per sì poco. Laura consentì:
-
-— Non è incredibile. I luoghi più lontani sono quelli da cui si ritorna
-più rapidamente. Ma non si ritrovano mai più.
-
-Così, brevissimamente, ella aveva risollevato il discorso nelle regioni
-della pura pazzìa. Non feci altri sforzi per riportarlo alla saggezza.
-Pensavo tra me se non avrei potuto precipitare ancor più la mia
-partenza. Laura mi appariva, ogni volta ch'io la riguardavo, più bella.
-
-Alla fine del pranzo Bruno s'accomiatò:
-
-— Debbo fare qualche ultimo preparativo. Arivederla dunque a Milano.
-
-Non contradissi, e scomparve.
-
-Laura s'era messa in una poltrona a un lato d'un vecchio camino acceso.
-Non ebbi la forza di andarmene. Sedetti nell'altra poltrona, all'altro
-lato del camino.
-
-Laura sorrise e mi disse:
-
-— Non è una buona ragione per essere tanto crucciato con noi.
-
-— Signorina — la implorai — mi dica qualche cosa di lei, mi dica che è
-nata in un luogo, in un giorno, così, come nascono tutte le donne.
-
-Sorrise ancora:
-
-— Non abbia paura: sono nata in un luogo di questo mondo e in un giorno
-del calendario; e sono nata proprio come tutte le donne, e anche tutti
-gli uomini. Vuole di più? ho un po' freddo, sebbene siamo accanto
-al fuoco. Ho freddo, capisce? credo che questo possa rassicurarla
-completamente sul conto mio. E le propongo di fare ora la passeggiata
-che non ha voluto fare oggi.
-
-Perciò poco dopo camminavo al suo fianco lungo la riva del lago al
-chiarore delle stelle. Ella teneva gli occhi a terra, chè la strada
-era irregolare e sassosa. Ogni tanto la sua pelliccia sfiorava il mio
-braccio. L'aria rigida, e qualcosa d'inumano che accompagnandosi a
-noi ci vigilava, impedì le parole. Poi ella si fermò e senza levare lo
-sguardo mi disse:
-
-— Torniamo.
-
-Ma, tornando, appoggiò la mano nel mio braccio, e così ve la tenne,
-fino che fummo giunti alla nostra dimora, ove mi salutò, quasi senza
-parole.
-
-
-5.
-
-La soglia.
-
-Il giorno dopo la cameriera mi portò i saluti della signorina,
-avvertendomi ch'ella era indisposta e non si sarebbe mossa di camera.
-Quella giornata fu la più vacua, stizzosa e lunga di tutta la mia vita.
-
-La mattina seguente, pronto per andarmene, mandai la stessa cameriera a
-recarle i miei saluti. Mi riportò un biglietto di lei. V'era scritto:
-
- _A rivederci per una volta ancora._
-
- _Laura._
-
-E partii.
-
-Il viaggio mattutino — prima lungo la riva del lago che il freddo
-colorava d'acciaio, poi traverso brughiere e boscaglie di brina e
-di ghiaccioli — mi rischiarò. Quando scesi alla stazione di Milano
-mi sentivo assai lontano dal luogo, dalle persone e dai giorni
-trascorsi: li lasciavo dietro me quali un passato, che sentivo ben
-chiuso, consacrato come in una irritrovabile lontananza. Soltanto
-un senso di lassitudine, che parevami esserne rimasto in fondo a me,
-dominava oscuramente il mio spirito: ma me ne riscossi, e m'immersi
-con una specie di piacere fisico nella piccola folla che s'accalcava
-all'uscita. Fuori, mentre guardavo intorno cercando una carrozza, mi
-sentii chiamare da una voce che mi gelò di sorpresa e d'irragionevole
-spavento. Mi voltai.
-
-— Lei è stato puntuale — gridò Bruno venendomi incontro festosamente. —
-Bravo. Venga con me.
-
-Allora la forza ignota che domina spesso la mia vita e i miei atti —
-e solo dopo la morte, concludendo le somme, potrò risolvere se mi fu
-amorevole o maligna — mi spinse a non oppormi al suo desiderio. Bruno
-aveva un'automobile. Poich'era mattino avanzato, disse:
-
-— Andiamo a far colazione.
-
-Mi condusse in una trattoria assai nota, rumorosa. Non riconoscevo
-l'uomo. Era vivace e socievole. Spesso rideva. Io gli dissi:
-
-— Rieccoci in piena vita moderna. Non pensavo che lei amasse tutte le
-cose che qui ora ci vediamo intorno.
-
-— Non le amo — rispose — Mi servono. Io vivo, per mio conto, nel secolo
-ventesimo, come fossi un uomo di dieci secoli prima o di dieci secoli
-più tardi. Il mio spirito e la mia consuetudine sono perfettamente
-soli. Qualche volta penso che questi uomini e queste donne non mi
-vedano neppure, tanto mi sento fatto d'una diversa sostanza. Ma me ne
-valgo. Questa ansia verso la velocità — soppressione del tempo e della
-lontananza — che è il carattere primo dell'epoca, è il materiale bruto
-della mia creazione. Perciò costoro mi servono, e senza intenzione
-forse io creando li servo.
-
-— Così! — esclamai. — Sento in queste sue parole uno spirito fraterno.
-Lei ha definito esattamente, mi perdoni se parlo un momento di me,
-quello ch'io vorrei essere, se fossi un'artista: sol che la mia
-creazione sarebbe fantastica, mentre la sua è pratica. Anch'io vorrei
-operare su questa materia, come se l'amassi, senza amarla, e creando
-giovarle senza intenzione ne' suoi piaceri o ne' suoi ozi: ma la mia
-sostanza sentirsene estranea e lontana, più là o più qua, sola.
-
-— Perciò lei è degno d'essere il primo che sperimenterà la mia
-invenzione. Poco m'importerebbe che fosse anche l'ultimo.
-
-— Dove andiamo?
-
-— Non lontano.
-
-Arrivammo a una via solitaria, in una piccola casa. E Bruno
-m'introdusse in una stanza quasi nuda, mi fe' sedere, e parlò in questo
-modo:
-
-— Lei vede quella porta a muro. È simile a quella che lei ha visto in
-fondo al mio studio laggiù.
-
-A questa parola «laggiù» sentii il mio cuore accelerare stranamente i
-suoi palpiti.
-
-— È il gabinetto pantelestetico. Tutto l'ambiente ne è acusticamente
-isolato, senza che occorra la cuffia. Di lì senz'altro lei sentirà
-telefonicamente le parole del gabinetto lontano ch'è in comunicazione
-con questo. E fin qui non abbiamo che un perfezionamento della
-telefonia. Ma una delle pareti del gabinetto è uno specchio, uno
-specchio allocatoptotrico, in cui si vede, distintamente, il luogo e la
-persona con cui si parla: la si vede parlare e muoversi, vivere. Data
-l'audizione e la visione, perfettissime entrambe, ogni distanza tra gli
-uomini è con ciò pienamente abolita.
-
-Una irrequietudine pungente sommergeva a tratti e intorbidava in me
-l'interesse per l'esperienza prodigiosa. Bruno mi disse ancora:
-
-— L'avverto che sarà in comunicazione soltanto quando sarà seduto sulla
-poltrona.
-
-Così dicendo eravamo presso la tragica porta. Bruno aperse, mi spinse
-dentro, e rapidamente, dietro le mie spalle, richiuse.
-
-
-6.
-
-Convegno.
-
-Piombato nel silenzio, volsi gli occhi attorno per la cabina, che
-senz'aperture nè lampade era chiara d'una luce diurna. Riabbassando
-lentamente lo sguardo dal soffitto alla parete in faccia a me,
-d'un tratto agghiacciai. Quella parete era quasi tutta di specchio,
-lucidissimo specchio, e in esso vedevo riprodursi esattamente le forme
-del luogo ov'io ero — tre brevi pareti e nel mezzo una piccola poltrona
-— ma nello specchio non c'era nessuno, non c'ero io.
-
-Dalle radici alle cime mi squassò un brivido che parve squarciarmi;
-credo che detti un urlo e che mi rivoltai per fuggire, ma seppi
-dominarmi, e stringendomi con le mani le tempie chiusi gli occhi.
-Allora nella sùbita oscurità anche l'immane silenzio mi parve
-confortevole, o forse m'era di sicurezza sentire quelle stesse mie mani
-tenagliarmi duramente la fronte. Così mi placai, riebbi la conoscenza
-del luogo e delle cause. Tuttavia tenevo ancor serrati gli occhi: a
-tentoni girai intorno alla poltrona e mi vi posi.
-
-Sùbito il silenzio si tacque, s'animò di lontani susurri diffusi, voce
-d'un'atmosfera che nuova m'avvolgeva. Così ebbi cuore di riaprire gli
-occhi. E vidi che lo specchio davanti a me s'era annebbiato come di
-veli grigi che tutto lo fluttuavano, e già diradavan dai lati verso il
-centro; fin che il campo si sgomberò, e là in faccia a me era seduta
-una forma umana, era la forma di Laura. L'immagine di Laura moveva il
-capo con dolcezza, levava una mano verso me con un cenno. Anche le sue
-labbra vidi agitarsi, e udii la voce che diceva:
-
-— Sono io, sì, sono Laura.
-
-Io fissavo quell'immagine negli occhi, ma non mi riusciva d'incontrarne
-lo sguardo, che ancora vagava come disperso in un diverso etere. Allora
-anch'io parlai, e dissi all'immagine:
-
-— Perchè non mi guarda?
-
-La figura di Laura rispose:
-
-— Ancora non mi riesce. Tenga fermo il suo sguardo, la prego.
-
-Io mi tesi con uno sforzo d'immobilità di tutto il mio essere. Vedevo
-lo sguardo di lei in un contorcimento divincolarsi dalle lontananze che
-lo trattenevano, fin che d'un tratto scattò sulla linea del mio: e ci
-trovammo così, gli occhi fissi negli occhi, penetrandoci paurosamente
-fin nel profondo delle anime, perduti di passione.
-
-— Parla — mi implorò.
-
-E poichè sgomento io tacevo:
-
-— Ti avevo avvertito — mi disse come in un soffio — che ci saremmo
-riveduti una volta ancora.
-
-Il suo volto pallido s'invermigliò, ma gli occhi non si chinarono, neri
-e fondi come li avevo visti un vespero in riva al lago gemente.
-
-— S'io ti vedessi di là da un fiume — le dissi — penserei di passarlo
-per venirti a parlare. Ma come posso parlarti così?
-
-— Vedi come ti sono vicina.
-
-Mi parve che alzasse una mano verso me.
-
-— Laura — gridai, e irresistibilmente levatomi mi lanciai verso le sue
-braccia. Ma d'improvviso a quel moto il campo dello specchio come in
-un baleno si vuotò, e davanti a me non era più nulla: con le mani urtai
-contro il vetro solido.
-
-Ansando mi precipitai novamente a sedere. Lo specchio si scombuiò tutto
-di nuvole, come poco innanzi; poi le nuvole vaporando vidi tornata la
-figura di Laura, e il suo sguardo era ancora diritto nel mio. Laura ora
-stava protesa verso me, e tremando pregava:
-
-— Non mi abbandonare.
-
-Muti allora, per un tempo che parve immenso, ci guardammo così
-dolorosamente, abisso contro abisso; poi mormoravamo parole senza
-forma; e le nostre forme e le nostre voci eran vicine, sì che a un
-punto le anime crederono toccarsi; ma poichè le mani non potevano
-raggiungersi e sentirsi stringere vive, d'un tratto anche le
-nostre sostanze s'intesero disperatamente lontane: sentii lei più
-infinitamente remota da me che se l'avessi pensata senza vederne gli
-atti nè udirne la voce; e come nello spasimo di quell'assurdo ella a
-un momento apparve tutta spingersi a me col volto pallido e la bocca
-implorante, m'invase un così disperato e rabbioso furore che quasi
-cieco e pazzo mi levai, sradicata la poltrona dal suolo la scagliai
-contro il cristallo infernale che si sfranse col fragore di cento
-scoppi, mi sbattei ululando contro le pareti e l'uscio della cabina,
-ne fuggii non so come, distrussi non so che, precipitai invasato senza
-più pensiero o memoria non so dove: appena ricordo che per giorni e
-notti errai tremando le vie più paurose della città, come una bestia
-inseguita in caccia, sconquassato, pavido d'ogni ombra e d'ogni luce,
-scontroso a ogni forma apparente e mobile della vita; e solo dopo
-assai tempo riuscii per la stanchezza a sedermi placato, a ritrovare la
-mia casa e la consuetudine del mio pensiero e della mia vita: ma ivi
-chiuso per più giorni ancora me ne stetti senza voler vedere persona,
-macerato in un odio torvo contro ogni intelligenza dell'uomo, in un
-sincero spasimo di desiderio verso l'indifferente inerzia delle cose
-insensitive e dei bruti.
-
-
-
-
-CAPITOLO OTTAVO
-
-IL DÀIMONE NELL'ANTICAMERA
-
-
-1.
-
-Telefonico.
-
-Ero appena disceso dal letto — s'era dunque, come è facile immaginare,
-di mattina — quando strilla il campanello del telefono. Reggendomi non
-so che con la sinistra, mi precipito di là e afferro con la destra
-il ricevitore. — Pronto! — Una voce qualunque (maschile) m'investe
-senz'altro, tutto d'un fiato, con le seguenti parole: — La prego, si
-trovi tra un'ora al Bar del Commercio, che devo farle una comunicazione
-importante. — Stavo per chiedere maggiori spiegazioni, ma un improvviso
-fragore d'olio friggente scaturì dalle profonde viscere dell'ordigno e
-per qualche minuto m'impedì di sentire o far sentire una sola parola.
-Poi d'improvviso le lontananze ignote trasmisero lungo il mistero dei
-fili sino al mio orecchio il più profondo glaciale universale silenzio.
-Provai a sonare chiamare urlare fischiare guaire, — ma ai miei sforzi
-più inumanamente rumorosi non rispondeva se non quel silenzio, così
-totale e impassibile che a un certo punto lo sentii sacro, e preso
-d'improvviso da un reverenziale timore di profanarlo riappoggiai piano
-piano il ricevitore al suo posto, sostai un istante trattenendo il
-respiro, poi in punta di piedi me ne tornai nella mia camera. Finii di
-vestirmi, e uscii di casa.
-
-
-2.
-
-Patologico.
-
-Andandomene a piedi (non ricordo il perchè: forse v'era sciopero di
-tranvieri e altri trasportatori della persona umana) verso il bar
-del Commercio, che era, ed è tuttora, al lato meridionale di piazza
-del Duomo — andandomene dunque a piedi verso l'arcano dell'anonimo
-convegno, mi avvenne un fatto alquanto singolare, cioè, ch'io non mi
-sentivo abbastanza incuriosito di quell'arcano, nè della persona, non
-ancora identificata, che m'aspettava laggiù.
-
-La causa di questa mia condizione non va cercata in un superiore
-disprezzo delle cose pratiche e mondane, ma in un fatto assolutamente
-morboso. Io m'ero svegliato quella mattina con una frase in capo,
-venutavi chi sa donde, ed era questa:
-
-— La standardizzazione del ferro....
-
-Certo i miei occhi dovevano aver letto quelle parole il giorno avanti
-scorrendo in distrazione la rubrica industriale di qualche giornale. Ma
-l'Antico Avversario s'era divertito a coglierle e metterle in serbo,
-per poi ficcarmele nel cervello durante la notte, quando le scolte
-dell'intelletto non vigilano alle porte.
-
-— Che cosa, che cosa è mai la standardizzazione del ferro?
-
-Così angosciosamente domandandomi camminavo. Non so se più m'irritava
-l'ignorare il senso di quella locuzione, o la sua forma fonica,
-fastidiosa d'imbarbarita civiltà. Invano cercavo una distrazione
-nelle cento immagini che le strade operose offrono ai più preoccupati
-passanti. A ogni insegna di ferro e a ogni rotaia di tranvai, mi
-avveniva di domandarmi:
-
-— Chi sa, mio Dio, se quel ferro è standardizzato!
-
-Passavano creature fascinose, ma non valeva la loro vista a consolarmi.
-E credo che se la più bella di esse m'avesse rapito e tratto a sè e
-offertami la bocca, io su quella avrei languidamente mormorato una sola
-parola:
-
-— Standardizzarti....
-
-E il mio stomaco era ancora digiuno.
-
-In queste condizioni pietose giunsi alla mèta.
-
-
-3.
-
-Divagativo.
-
-Uno scrupoloso esame mi convinse che in nessuna parte del bar si
-trovavano ancora persone di mia conoscenza. E nessuno, vedendomi
-passare e guardare, mi fe' cenno di riconoscermi nè mi abbordò con i
-caratteristici fonemi che si usano verso gli arrivanti a un convegno.
-
-Sedetti dunque, e poichè quella mattina non v'era latte e i biscotti
-erano finiti, accettai con rassegnazione il consiglio, che un imperioso
-cameriere mi rivolgeva, di ordinare un ponce. Cominciai desolatamente a
-contemplare la macchina lucidissima che dall'alto del bancone di marmo
-continuava, con grandi fremiti e sbuffi, a esprimere robustamente dalle
-metalliche viscere negre spume di caffè, e ogni tanto, a un mezzo girar
-di manubrio, si convolveva di nuvole come Zeus pronto a discendere sul
-mondo.
-
-Non c'era molta gente. M'incuriosirono, in piedi presso l'estremo del
-bancone, tre o quattro giovanotti fatti tutti alla stessa maniera come
-fossero stati colati in serie da uno stampo: cioè tutti erano alti e
-stretti; portavano il cappello duro e piccolo, spinto assai indietro
-sull'occipite: cappotti grigi a scacchi, aderentissimi sotto la schiena
-con una larga martingala, abbasso assai corti e in alto compiuti da
-folti baveri di pelo nero. Anche quei giovanotti bevevano il ponce, e
-vidi che tutti avevano all'anulare destro un grosso anello.
-
-Uno di quelli, volendo chiamare il cameriere, venne a battere sul piano
-del mio tavolino col duro castone di quell'anello: di sotto alla gemma
-osservai che sfuggivano due o tre setole nere. Il mio tavolino tremò
-alquanto e un poco del liquido si versò nel sottocoppa, ma nella sua
-semplicità e padronanza colui non vi fe' caso.
-
-Quanto a me, proprio in quel momento m'avvidi che, distratto dalla
-contemplazione del luogo e de' suoi indigeni, non avevo più pensato
-alla standardizzazione del ferro.
-
-Temei che, così avvedendomene ora, stesse per ricominciare
-l'ossessione. Ma d'un tratto mi sentii dare un'affettuosa manata sulle
-spalle.
-
-Mi volto e scorgo un ilare viso di cui non ricordavo il nome.
-
-— Era lei? — domandai.
-
-— Che cosa? — rispose egli sedendo rumorosamente al mio fianco. E
-senza aspettare spiegazioni continuò: — Bravo! era un pezzo che non ti
-vedevo! Voglio pagarti un ponce.
-
-Io ero mortificato d'aver dato del lei a uno che con tanta effusione
-mi dava del tu, e invocai tra me un'occasione di farmi perdonare
-e mostrargli il mio affetto. Perciò gli raccontai la mia avventura
-telefonica.
-
-Egli pronunciò: — Certamente quel signore aveva chiamato un altro
-numero.
-
-Guardai con ammirazione l'uomo prodigioso che a primo colpo aveva
-risolto un intricatissimo problema. Egli intanto parlava con
-abbondanza. Aveva cominciato col raccontarmi altri aneddoti telefonici
-d'ogni genere, s'era interrotto per apostrofare piacevolmente due donne
-che passavano, poi aveva ripreso a dissertare, non più di telefoni, ma
-della situazione politica; a un certo punto mi costrinse ad accettare
-un secondo ponce — e per me era il terzo —; mi domandò il prezzo del
-mio vestito e mi fece solennemente promettere di servirmi d'ora innanzi
-dal suo sarto; poi d'un tratto s'alzò come un vento, dicendo:
-
-— Dieci minuti a mezzogiorno. Tu ora m'accompagni un momento alla
-Succursale.
-
-Uscimmo; i tre ponci dal mio stomaco digiuno si scontrarono
-torbidamente col freddo intenso della strada, fumigarono con ira verso
-le estreme regioni inferiori e superiori del mio corpo. Arrivati a una
-delle vie interne del centro della città, il compagno, che aveva sempre
-parlato, si fermò a un portone basso. Cercai di salutarlo ma egli
-gridò:
-
-— Sarebbe bella che tu mi piantassi qui a questo modo!
-
-Salimmo a un secondo piano e accettammo l'invito d'un cartello bianco
-che da un uscio vetrato diceva: _Avanti_. Nè, parlando egli, ebbi mai
-agio di domandargli di che cosa fosse succursale il luogo che aveva
-così designato, nè l'aspetto dell'anticamera m'istruì al proposito.
-
-Eravamo appena entrati e cercavamo qualcuno cui rivolgerci, quando
-d'un tratto nella parete di fondo vedemmo sollevarsi una portiera di
-stoffa, e uscirne, sbattendo violentemente un uscio, una signora con
-un cappello e un petto poderosamente sviluppati in ampiezza, la quale
-traversò la stanza come un turbine gridando:
-
-— .... e ricordatevi che in questo schifoso casino non ci metterò mai
-più i piedi.
-
-Questa frase durò esattamente il tempo che occorse al ciclone per
-coprire la lunghezza della stanza dalla detta portiera all'uscio
-d'ingresso, dal quale ella uscì, similmente sbattendolo: onde il
-tragitto fulmineo e la pittoresca frase di quell'apparizione corpulenta
-rimasero come incorniciati e incastonati tra due tonfi.
-
-Io m'ero ritratto istintivamente temendo forse d'essere assorbito
-dall'aria ch'ella aveva smossa. Come il mio timore fu quetato,
-cominciai a esaminare se dalla metafora ch'era uscita dalla sua bocca
-irosa potessi trarre qualche lume per riconoscere il luogo in cui mi
-trovavo.
-
-
-4.
-
-Diabolico.
-
-Il mio compagno guardò, come un cane che annusi, dietro la traccia
-della donna, e pronunciò:
-
-— Perdio che pezzo....
-
-Poi, scosso il capo, s'avviò risolutamente verso quell'uscio di fondo
-che la fragorosa visione ci aveva rivelato.
-
-Ma d'un tratto, da un angolo in ombra al lato sinistro di esso uscio,
-vedemmo levarsi una figura che parve essa pure fatta di ombra tanto era
-fluida e sottile.
-
-— «Or vedete, che bel portinaio!» — mormorai io con le parole onde
-Bruno Nolano gratifica un prefazionatore di Copernico.
-
-Infatti quell'apparizione avea funzioni d'usciere, perchè con voce
-tremula avanzando verso il mio compagno lo interrogò:
-
-— Dove va, signore? Il cavaliere a quest'ora non riceve più.
-
-Il mio compagno non era persona da arrestarsi per questo.
-
-— M'aspetta — proclamò; e risolutamente sollevò la portiera che subito
-ricadde ondeggiando dietro le sue fuggevoli spalle.
-
-L'usciere tremulo rimase un istante in sospeso, poi rassegnato si
-volse a me, che m'ero seduto sopra un divano di dubitoso colore tra
-l'aragosta non ancor finita di cuocere e il teocriteo amaranto.
-
-— E lei chi cerca?
-
-— Io sono con quel signore.
-
-— E quest'altro è con lei?
-
-Così domandando, additava alla mia sinistra: stupefatto mi voltai, ma
-al mio fianco, sul divano, dov'egli additava, non c'era nessuno.
-
-Guardai quella tremante larva filamentosa, che sopra una fronte ossuta
-ergeva una chioma candidissima. Ma essa parlava con la maggior serietà
-del mondo. Infatti ripetè:
-
-— E questo signore?
-
-Sebbene ogni giorno m'avvenga di dover trattare con dei matti, io
-stavo a disagio, chè i matti quotidiani sono di un'altra natura. Ma
-d'un tratto mi credei d'ammattire io, chè al mio fianco, al mio fianco
-sinistro, dal divano su cui stavo, dove avevo ben visto che non c'era
-nessuno, una voce mi parlò incorandomi:
-
-— Diglielo dunque, chi sono.
-
-Stetti per urlare dal terrore, ma intanto avevo riconosciuto la voce, e
-subito al terrore frammettendosi una tepida commozione, esclamai:
-
-— Tu!...
-
-— Sì, io — rispose il Dàimone: — da un pezzo t'eri dimenticato di me.
-
-— Ma costui, costui? — gli domandai con angoscia: — io non ti ho mai
-visto; credevo che tu avessi voce, ma non forma visibile. Come avviene
-che questo simulacro d'uomo ti vede?
-
-— Non so, è merito suo: non offenderlo.
-
-L'usciere canuto non s'era offeso; ma con imperturbabilità, senza
-alzare d'un tono quella sua voce caprina, insistette:
-
-— E questo signore?
-
-— È il mio Dàimone.
-
-— Dunque è con lei. E lei è con quello che è entrato dal cavaliere. Va
-bene. Dovevo saperlo, per regolarità.
-
-E tranquillamente tornò a ritirarsi nel suo recesso ombroso,
-soddisfatto del dovere compiuto.
-
-
-5.
-
-Metafisico.
-
-Io gridai al Dàimone:
-
-— Voglio vederti anch'io, perdio!
-
-— Questa tua violenza — mi ammonì — è puerile e puntigliosa: è dettata
-più dal dispetto di sentirti inferiore a un usciere, usciere di
-Succursale, che non a un desiderio nativo e profondo di conoscenza.
-
-— E io voglio vederti — reiterai, testardo come un bambino; e non
-potrei giurare che così dicendo io non battessi i piedi forte per
-terra.
-
-— Questa tua ostinazione non è degna d'un filosofo, ma tutt'al più d'un
-uomo d'azione.
-
-— E io sono un uomo d'azione!
-
-— Allora, se sei un uomo d'azione, siedi in quell'angolo e non ti
-muovere. Sì: sulla sedia che è a destra della porta con portiera, a
-riscontro con l'altra ove riposa e dorme quel degno usciere verso cui
-ti morde una ignobile invidia.
-
-Com'io fui seduto simmetricamente alla larva canuta, che appunto s'era
-addormentata profondamente, la voce del mio Dàimone riprese:
-
-— S'io mi rendo per un tratto di tempo visibile a te, per quel tratto
-medesimo avviene che tu diventi invisibile a tutti. E intanto tu non
-avrai forza di muoverti nè di parlare, ma sarai come una porzione
-cosciente e inattiva del nulla.
-
-— Ne avrò molto piacere.
-
-— Io intanto agirò, come se fossi vivo e umano.
-
-— Un momento, per carità: non hai mica una forma spaventosa?
-
-— Vigliacco! No. Io non ho nessuna forma: dovrò prenderne una
-qualunque, la prima che mi venga in mente.
-
-— Scegli bene! — lo implorai — sai che sono sensibile. — E tacqui.
-
-Tacendo, mi sentii d'un tratto illanguidire come avviene per lunga
-inedia o per subita anemia, gli occhi mi si annebbiarono, per un
-istante parve che ogni appoggio mi mancasse intorno come al punto di
-precipitare nel vuoto.
-
-Quando fui riavuto da quel vanimento di tutto l'essere, gli occhi mi si
-riapersero, e vidi per la stanza aggirarsi l'usciere canuto e sottile,
-ma ora sorrideva con giovinezza. Mentre mi domandavo che cosa avesse
-potuto restaurarlo così, mi venne fatto di guardare al luogo ov'egli si
-trovava poco innanzi a dormire, cioè sulla sedia a sinistra dell'uscio.
-
-Sulla sedia a sinistra dell'uscio c'era l'usciere filamentoso e canuto,
-e continuava a dormire profondamente.
-
-Il mio stupore durò solo un menomo istante, perchè capii subito che
-quegli che girava giovenilmente per la stanza era il mio Dàimone.
-
-Pensai di dirgli: — Sei tu? — ma non potevo parlare. Mi resi conto che,
-com'egli m'aveva predetto, io non possedevo più altro al mondo se non
-la coscienza di me medesimo, privata d'ogni forma d'azione.
-
-Allora attesi serenamente gli avvenimenti.
-
-Poi che il mio Dàimone ebbe dato ancora uno o due giri per la stanza,
-s'udì un busso discreto all'uscio d'entrata. Il Dàimone non rispose;
-e udimmo un altro busso. Finalmente l'uscio si schiuse timidamente, e
-s'affacciò una testa spaurita, dicendo:
-
-— Si può entrare?
-
-— Provi — rispose il mio Dàimone.
-
-La testa spaurita provò, e infatti fu tutta dentro, e con lei la
-mediocre persona su cui quella testa era infissa. Il Dàimone gli
-domandò:
-
-— Sa leggere?
-
-— Sì — rispose alquanto interdetto il nuovo venuto; — lo credo: ho la
-licenza tecnica.
-
-— E io credo di no — ribattè il mio Dàimone — perchè altrimenti avrebbe
-letto che sull'uscio sta scritto Avanti.
-
-Mentre il perplesso arrossiva e si rigirava il cappello tra le mani
-cercando invano un'adeguata risposta, l'uscio medesimo si riaperse come
-per una ventata ed entrò un giovinetto sbadato: contro il quale il mio
-Dàimone mosse subito investendolo con queste parole:
-
-— Perchè è entrato senza domandare permesso?
-
-Il giovine sventato rispose prontissimo:
-
-— Perchè c'è scritto _Avanti_.
-
-— Qui la volevo — disse il Dàimone. — _Avanti_ è una risposta:
-quando qualcuno dice _Permesso_, gli si risponde _Avanti_. Lì dunque,
-sull'uscio, c'è la risposta preparata per uno che abbia domandato. Ma
-per chi, come lei, non ha domandato niente, il cartello, avendo natura
-di risposta, non vale, ed è come non esistesse.
-
-Il giovinetto rispose con risolutezza:
-
-— Lei è matto.
-
-— È quello che pensavo anch'io — strillò il primo venuto, cui la
-presenza dell'altro dava un'improvvisa violenza di reazione.
-
-— No — gli ribattè pronto il mio Dàimone — lei non ha diritto di
-pensarlo, perchè a lei avevo detto proprio il contrario di quello che
-ho detto ora a questo signore: dunque se sono matto verso lui, sono
-savissimo verso lei, o viceversa. Scelgano, signori.
-
-— Scegliere?!
-
-— Sicuro: scelgano per quale dei due sono matto e per quale sono
-savio. In mancanza di un criterio logico di scelta, possono giocarsela
-a scacchi, a primiera, a pari e caffo, a regola di baccarà, a cinque
-punti di morra, a testa e croce, a tre giri di briscola, alla paglia
-lunga e corta....
-
-— Oh — interruppe il secondo venuto — io non ho tempo da perdere; io
-debbo parlare al cavaliere, per un impiego.
-
-— Anch'io — echeggiò il primo venuto — ho bisogno di vedere il signor
-cavaliere, per una cambiale.
-
-— Il signor cavaliere — disse il mio Dàimone con sussiego — a quest'ora
-non riceve.
-
-Proprio in quel punto, quasi per smentirlo sul fatto, la portiera
-dell'uscio di fondo fluttuò; l'uscio si aperse, e irruppe nella stanza
-il gioviale compagnone che m'aveva condotto in quel luogo.
-
-— Vede se non riceve! — gridarono i due postulanti.
-
-Ma il compagnone, senza badar loro, si rivolse impetuosamente al mio
-Dàimone.
-
-— Usciere — gli disse — questi sono dieci franchi per voi. Ma dovete
-dirmi una cosa: chi era quella magnifica signora che è uscita di qui un
-quarto d'ora fa, quando sono entrato io?
-
-— Che storie?! — — protestò lo sventato. — Badi a me, che ho fretta.
-
-— E io — piagnucolò lo spaurito — sono venuto prima di lei, dunque ho
-più fretta.
-
-Il mio compagno si sovrappose ad entrambi:
-
-— Usciere, mi risponda: io le do dieci franchi, dunque ho più fretta di
-tutti.
-
-Il mio Dàimone, alzando solennemente una mano, rispose:
-
-— Ciò che ella chiede, signore, esorbita dalle mie funzioni, che sono
-esclusivamente spirituali.
-
-Lo sventato lo sostenne:
-
-— Questo galantuomo ha ragione.
-
-— È un'immoralità — rincalzò il timido, a qualche distanza.
-
-Il mio compagnone ruggì:
-
-— Immorale a me! io!! io!!!
-
-E fattosi sopra l'altro gli lasciò andare un esattissimo manrovescio.
-
-Lo sventato allora, in difesa del suo recente alleato, saltò al collo
-dello schiaffeggiatore; e così lo scoteva e cercava di strozzarlo,
-mentre il percosso strillava: — Bravo, gli dia, gli dia — e girando
-attorno ai due avvinghiati lanciava alla meglio qualche esile pedata
-nei garretti al mio compagno.
-
-A questo punto il mio Dàimone credette opportuno d'intervenire,
-gettando sul gruppo immondo dei tre rissanti questo stratagemmatico
-grido:
-
-— Il Cavaliere!
-
-
-6.
-
-Ethico.
-
-Come si scioglie improvvisamente una sciarada, appena viene nella mente
-nostra la parola del totale, — così a quella parola «Cavaliere!» si
-sciolse in un attimo e quasi d'incanto l'ignobile viluppo. Ognuno cercò
-di ricomporsi come poteva, e tutti e tre, improvvisamente affratellati
-nella paura, rimasero a bocca aperta e impietriti: solo movevansi le
-tre coppie di sguardi andando e tornando a più riprese dalla faccia del
-mio Dàimone all'uscio di fondo.
-
-Allora il Dàimone pronunciò:
-
-— Si vergognino!
-
-— Mio Dio.... — implorò il timido, ch'era il più incolume dei tre.
-
-— Taccia, ella non sa neppure di che cosa deve vergognarsi.
-
-— Sì, capisco, di questa scena involontaria che....
-
-— No! no! Non è per questa amena e umanissima rissa ch'io li invito
-a vergognarsi. Ma è per averla interrotta appena io ho pronunciato la
-parola «Cavaliere».
-
-I tre riuscirono ad aprire e tenere aperte ancora più ampiamente le
-bocche. Ma ora non guardavano più l'immobile portiera, sibbene il mio
-Dàimone, che li dominava. Il quale continuò:
-
-— Chi è il cavaliere? uno che qualche decennio fa batteva le
-anticamere, come loro, per ragioni vili, come le loro: anticamere di
-qualche cavaliere che ne aveva battute altre simili qualche decennio
-prima. Per paura di un simile essere loro rinunciano all'umano e
-candido piacere di picchiarsi.
-
-Le tre bocche si richiusero. Uno solo, il mio compagno, cercò di
-servirsi della propria dicendo:
-
-— Capirà....
-
-Il mio Dàimone l'interruppe:
-
-— Io capisco una cosa sola, cioè, che questo signore che cerca impiego,
-quest'altro che cerca danaro, e lei, il peggiore di tutti, che oltre
-il resto vorrebbe buttar via dieci lire per correr dietro alla bipede
-che è uscita di qua, — io capisco che loro ignorano completamente la
-vita dello spirito. Vivono come i bruti, correndo alla soddisfazione
-momentanea degli appetiti più bassi, senz'alcuna ansia di lasciare
-ai posteri qualche traccia del loro passaggio mortale nel mondo. Ma
-il bruto ha una scusa: egli ignora l'infinità. Invece l'uomo, e non
-soltanto lei che ha la licenza tecnica, ma anche il meno istruito, sa
-almeno che il tempo e lo spazio sono infiniti.
-
-— — Ma noi pensiamo al nostro avvenire, e le bestie no — obbiettò
-quello che aveva la licenza tecnica.
-
-— Peggio — ribattè il Dàimone. — Pensare al proprio avvenire è
-essere più bestie delle bestie, perchè la bestia è bestia dietro un
-appetito del momento, mentre provvedere al proprio avvenire è essere
-premeditatamente bestie per una lunga serie di momenti, giorni e anni,
-cioè moltiplicare a ogni istante e proiettare in indefinito la propria
-bestialità. Elleno, o signori, sono un vivente insulto alla Natura e
-alla Storia.
-
-Dopo un momento di raccolto silenzio, il mio gioviale compagnone, uomo
-conciliante, disse:
-
-— Usciere, voi avete ragione, e m'avete persuaso. E queste sono non
-dieci, ma venti lire. E ora ditemi, per piacere, l'indirizzo di quella
-magnifica signora che è uscita di qui mezz'ora fa, quando sono entrato
-io.
-
-— E poi ci annuncerà al cavaliere — fecero gli altri.
-
-Così dicendo, i tre erano in mezzo alla stanza.
-
-Il Dàimone si ritrasse di qualche passo. Essi lo guardarono, aspettando.
-
-In quell'istante io sentii una specie di mobile tepore ricorrermi le
-vene.
-
-Mentre i tre guardavano al Dàimone, questi alzò le braccia lunghissime,
-le tenne melodrammaticamente levate un istante, poi repentinamente
-sparì.
-
-I tre dettero un urlo. Agitarono un momento le braccia come invasati,
-poi voltarono le spalle e si precipitarono all'uscita. Due si
-dileguarono di là; il terzo, ch'era il mio compagno, inciampò sulla
-soglia, vi cadde bocconi, e vinto dalla paura non riusciva più ad
-alzarsi.
-
-Corsi a lui.
-
-Riconoscendomi, mormorò:
-
-— Sei ancora qui? Hai visto? hai visto?
-
-— Che cosa? — feci io candidamente.
-
-Il gioviale compagnone arrossì.
-
-— Nulla.... Mi sento un po' disturbato... Fammi il piacere di
-accompagnarmi a una carrozza.
-
-Come l'ebbi messo dentro e salutato, e la carrozza fu partita, la voce
-del mio Dàimone mi domandò:
-
-— Sei soddisfatto?
-
-— No — gli risposi —. Non c'è stato molto gusto. Io vorrei vederti come
-sei.
-
-— Ti ho già detto che non ho una forma materiale mia.
-
-— Ma io vorrei sapere in quale forma, e soprattutto per quale ragione,
-quel vecchio usciere poteva vederti.
-
-— Questo è il mistero. Che Dàimone sarei, se intorno a me non ci fosse
-per te nulla di misterioso?
-
-
-
-
-CAPITOLO NONO
-
-CONSOLAZIONE DELLA FILOSOFIA
-
-
-1.
-
-Principio della fine.
-
-Da un anno a questa parte — anzi da un anno e un terzo, perchè quella
-mattina era gelida mentre oggi che scrivo l'insubre cielo s'impiomba
-sotto i segni congiunti del Leone e della Vergine — da un anno e
-quattro mesi io sono còlto talvolta in mezzo all'oscillazione di due
-diversi pensieri.
-
-L'uno è facile fino alla volgarità, ed è questo:
-
-— Quale solenne, invidiato ed esemplare collocamento nel mondo sociale
-avrei io oggi, se quella mattina, un anno e un terzo fa, la mattina del
-22 di febbraio del 1919, primo anno del Dopoguerra, se quella mattina
-io fossi andato da Sua Eccellenza!
-
-L'altro, che gli si oppone, è più fino, e ha del metafisico:
-
-— Ognuno fa ciò verso cui è nato, e niente altro. E questa non è già la
-sua predestinazione, ma la forma soggettiva della sua felicità.
-
-Il che vale a dire: — Io non sono nato per collocarmi solennemente,
-invidiabilmente ed esemplarmente nel mondo sociale. Perciò, se quella
-mattina fossi andato da Sua Eccellenza avrei perduto alcune ore di
-sonno, e oggi sarei esattissimamente dove e quale sono; quel mio
-sforzo, rimasto sterile, non si sarebbe inserito in alcun modo nella
-serie della mia biografia, così appunto come non parteciparono alla
-biografia del mondo gli atti delle nazioni e dei popoli inessenziali,
-secondo insegnò Giorgio Hegel.
-
-E s'io ricordo qui — nelle pagine estreme e conclusive del libro della
-mia vita d'azione — quella vicenda mattutina, si è per placare in una
-nota di calma l'appassionato turbinio in cui ho dovuto trascinare il
-lettore traverso l'incalzare di troppo operose avventure.
-
-Forse, così narrando l'ultima di esse, le sopprimerò tutte interamente
-dal mio ricordo, e dalla loro stessa esistenza. Allora non mi avverrà
-più di sentirmi oscillare tra i due pensieri che ho esposti, e si
-concluderà in me ogni dissidio tra l'uomo comune e l'uomo filosofo.
-Placato in tal modo ogni superstite interessamento verso gli aspetti
-episodici della vita, potrò intraprendere, come da tempo è mio
-desiderio, la descrizione di avvenimenti di ben più durevole e vasta
-portata e fecondità.
-
-
-2.
-
-Le cause prime.
-
-La sera avanti quella mattina, cioè la sera del 21 di febbraio, che è
-a dire del giorno in cui il mio Dàimone s'era degnato di mostrarmisi
-in forma umana — quella sera io ed egli ci mettemmo (l'idea fu sua) a
-sfogliare un taccuino dov'io ero venuto segnando gli appunti de' miei
-affari e avvenimenti più importanti.
-
-Il Dàimone con rapida sintesi mi disse:
-
-— Eccoti sbarcato nella Città Operosa, e per aver visto passare un paio
-di sgualdrine ti fai prendere dalla febbre del danaro! Avanti dunque.
-Bei principii, nel covo di pubblicità di quell'equivoco magistrato! E
-con che diritta decisione navighi nell'oceano dei pescicani! Di tutta
-la fantasia che hai poi buttato al vento quando hai voluto donar Milano
-di una foresta di grattacieli, credo più generoso non ti parlare.
-Ed ecco, 5 di febbraio, ecco qui i tuoi vani sforzi per crearti
-diplomatico mediatore di compere e vendite all'ingrosso. Perfino quando
-ti trovi, poco dopo, a fronte alla più stupefacente tra le invenzioni
-moderne, non sai trarne motivo che a un'insipida larva di amore. Molti,
-in questa facile èra, sono riusciti ad afferrare la ricchezza e il
-potere incontrando molto minori e più semplici occasioni di quelle che
-si sono presentate a te. Tu vi hai fatto una passeggiata.
-
-«Or vediamo: sai almeno dirmi perchè non hai potuto attuare da tutto
-ciò nulla di pratico? —
-
-Pensai un momento, poi con umile franchezza gli risposi:
-
-— Perchè la prima volta per non cominciare di venerdì ho rimandato al
-lunedì; e a farlo apposta, il lunedì era il giorno 13 del mese: guarda
-il calendario.
-
-— Bravo! — esclamò il Dàimone. — Un imbecille di primo grado m'avrebbe
-risposto: «perchè le occasioni non erano buone». Un imbecille di
-secondo grado avrebbe detto: «perchè non sono stato abbastanza abile
-nel coglierle». Tu m'hai dato la sola ragione che potesse piacermi:
-vedo che posso ancora sperar bene di te.
-
-
-3.
-
-Un intervento.
-
-In quel punto bussarono, e mi fu recapitato un biglietto.
-
-Lo portava, e me lo consegnò, un adolescente fattorino d'albergo.
-
-Era un biglietto di Giacomino.
-
-È perfettamente inutile spiegar qui in particolare chi era, e credo
-sia tuttora, Giacomino. Basti dire che è uno degli innumerevoli amici
-avvalangatimi dalle multiformi vicende della mia vita.
-
-Inoltre, Giacomino era, e credo sia tuttora, segretario particolare e
-influentissimo d'una persona che fu più volte ministro.
-
-Essa persona in quel tempo era appunto ministro, cioè Eccellenza.
-
-Il biglietto di Giacomino diceva:
-
- «_Caro amico,_
-
- «_Sua Eccellenza è a Milano. Abbiamo parlato lungamente di te;
- ti ho ottenuto un colloquio con lui per domani mattina alle 7, al
- «Continental». Si tratta di una cosa interessante e importante, per
- cui occorrono il tuo ingegno e la tua attività. Sarà la tua rapida
- fortuna!.... Ci sarò anch'io, a introdurti. A domattina, dunque;
- saluti_».
-
-L'adolescente fattorino aspettava una risposta.
-
-Scrissi la risposta: la quale non fu che una meccanica eco delle ultime
-parole della proposta: «_A domattina, dunque: saluti_».
-
-
-Appena fu richiuso l'uscio dietro le tenui spalle del fattorino, sentii
-una specie di freddo. Ma la stufa era accesa. Il freddo era interiore.
-
-Capii ch'esso mi veniva dalla parte del mio Dàimone. Poich'egli taceva,
-ebbi l'umile bisogno di scusarmi:
-
-— È una cosa speciale — gli spiegai —: non potevo dire di no.
-
-— Io vado a dormire — rispose.
-
-Quella sera dovevo essere singolarmente disposto all'imitazione. Come
-avevo echeggiato l'ultima riga del biglietto di Giacomino, così copiai
-l'ultimo atto del Dàimone e me n'andai a letto.
-
-Ma prima presi le mie precauzioni. Calcolai che la mattina appresso mi
-sarebbe occorsa mezz'ora per vestirmi e un quarto d'ora per recarmi
-fino al «Continental». Arrotondando, un'ora. Bisognava dunque che mi
-svegliassi alle 6. Caricai lo svegliarino e per colmo di previdenza lo
-misi un po' prima delle sei, perchè è manifesto che con una Eccellenza
-bisogna essere esageratamente puntuali.
-
-
-4.
-
-Il sonno dell'ingiusto.
-
-Prima di addormentarmi, cercai di prevedere in che cosa avrei potuto
-essere utile a Sua Eccellenza.
-
-Senza concludere nulla in proposito, fantasticai vagamente di me stesso
-arrivante uomo nuovo per rapide e lucide strade al potere.
-
-Neppure in tale fantasticare sostai, nè seppi dedurne chiare immagini.
-Perchè più imperiosa e curiosa mi si presentò un'altra domanda: — che
-aspetto avrà Sua Eccellenza?
-
-Titubai alquanto tra il tipo anglo-americano raso e rapido, e il tipo
-classicheggiante, barbuto e pomposo. D'un tratto m'agitai, accorgendomi
-che non sapevo di quale specialità Sua Eccellenza fosse ministro.
-
-Intanto cominciavo ad addormentarmi.
-
-Ma non mi riuscì di ritrovare subito il solido sonno delle mie notti
-d'innocenza. L'inquieta larva dell'ambizione venne a poggiarsi sul
-mio guanciale, nel punto che stavo assopendomi, e di lì cominciò
-a torturarmi con insidie vili e sottili. Intravidi un lunghissimo
-porticato marmoreo, sotto cui svolgevasi come una maestosa e sterminata
-panatenaica, e io da un trono sfavillante la contemplavo passare sotto
-i miei piedi e perdersi nel lontano verso un cielo marino. Ma già i
-marmi s'erano disciolti e alla luce solare era successa l'ombra funerea
-d'un non so qual salotto o gabinetto arcigno, e io stavo ingarbugliando
-sconnessi discorsi a un uomo sdegnoso, che un po' apparivami raso come
-un quacquero e un po' barbuto come un merovingio; e avvedendomi del mio
-divagante parlare incespicavo, e non osavo dirgli che la causa n'era
-quella sua forma mutevole. D'un tratto, chinando gli occhi, m'accorsi
-che non avevo la cravatta, e che il merovingio anglosassonizzato
-guardava duramente allo sparato ignudo della mia camicia: il quale
-contrattempo completamente mi paralizzò.
-
-A questo punto m'addormentai meglio, ma il mio sogno mi riferì a
-preoccupazioni più pratiche e reali. Cioè, sognai di svegliarmi in
-ritardo, e di buttarmi angosciato giù dal letto, e ivi infilare una
-scarpa, poi l'altra, poi accorgermi di non avere più la prima. E indi
-precipitarmi giù dalle scale, ch'erano infinite: e d'una si passava per
-vasti androni in un'altra, e talvolta mi sorprendevo a salire anzichè
-scendere: anzi ero sempre salito, e allora tornavo indietro, indietro:
-e a tratti m'accorgevo di sognare e perciò mi sforzavo di mandar
-fuori un gemito, un urlo, una voce qualunque che mi destasse. Invece
-mi addormentai del tutto. Ma ecco, irruento come un'orda, atroce, uno
-squillo improvviso mi sveglia.
-
-
-5.
-
-La necessità.
-
-Quando m'accorsi ch'era lo svegliarino, cacciai la testa sotto le
-coperte per lasciarlo finire. Di là lo sentivo, fioco, infinitamente
-lontano. Passò un'eternità. Socchiusi le coperte, e il suono
-ridiventava uno scroscio stridulo bestiale. Mi ricacciavo sotto.
-Finalmente cessò.
-
-Ero sveglio e ricordavo ogni cosa. Erano le sei. Giacomino m'aveva
-scritto. Sua Eccellenza m'aspettava alle sette. Erano le sei.
-Bisognava levarsi, vestirsi con cura, e correre al «Continental»,
-all'appuntamento concesso da Sua Eccellenza. Erano le sei. Ma che magra
-luce e livida, a quell'ora, intorno alle cose!
-
-— Cinque minuti per rimettermi.
-
-In quei cinque minuti dolcissimi mi si ricominciavano ad annebbiare le
-idee. Me ne spaventai a tempo.
-
-— No no: mi riaddormento!
-
-Allora mi levai a sedere sul letto. M'investì un freddo tremendo.
-
-— Come si fa a ricevere alle sette? Anche Gladstone era mattiniero.
-Dev'essere una particolarità degli uomini di Stato. Bel gusto.
-
-Cercavo, così stando seduto, di tirare in su le coperte fino al mento.
-Ma in quei moti grandi ventate gelide entravano sotto.
-
-— Che ci vado a fare, in fin dei conti? Che cosa debbo dirgli?
-
-Era troppo freddo a rimanere a quel modo. Mi rispinsi sotto per
-ritrovare un po' di calore prima di scendere dal letto. E ripresi a
-disputare:
-
-— Bell'avvenire mi aspetta! Quella gente là s'alzano tutti a quest'ora?
-Lavorano come ciuchi. Per gli altri. E io debbo diventare di quella
-gente?
-
-Ma poco di poi una domanda, una proposta, si presentò, non so donde,
-già formulata, non so da chi, nel mio cervello:
-
-— Se non ci andassi?
-
-Aspettavo da me stesso un'obiezione. Invece arrivò un rincalzo:
-
-— Se mi fossi ammalato questa notte?... Ci andrei un'altra volta.
-
-Diventai sottile, quasi arguto:
-
-— Vediamo. Il colloquio di stamattina non può avere nessun carattere
-di indispensabile e di definitivo. Ieri a desinare non lo sospettavo
-neppure. Sua Eccellenza non è, suppongo, venuto a Milano per questo.
-Può, da un fatto così poco determinato e privo d'ogni carattere di
-coscienza e di necessità, può nascere una cosa importante qual'è
-l'avvenire d'un uomo? Evidentemente no.
-
-Mi sporsi a guardare lo svegliarino. Taceva, ma guardava egli me con
-una specie di ghigno bianco schernevole. Segnava le sei e venti.
-
-— Bisognerebbe risolvere.
-
-Mi strinsi più forte tra le coperte, come nell'abbraccio d'un
-abbandono. Ora un tepore paradisiaco m'avea avvolto il corpo e lo
-spirito. Quel tepore mi spinse verso le morbide rotondità della
-retorica:
-
-— Oh quanto sarebbe più nobile accontentarsi del piccolo bene presente:
-qualche ora di buon sonno! E, cosa indispensabile alla tranquilla
-coscienza, senza il danno di nessuno: Sua Eccellenza non può avere una
-così urgente necessità di farmi una posizione.
-
-In quella si riaffacciò alla mia mente il dubbio sulla più probabile
-condizione dei peli facciali di Sua Eccellenza; e non potei trattenermi
-dal ridere. Da quell'immagine, per non so che sotterranei canali, mi
-ritrovai improvvisamente di fronte a un'altra figura, cioè alla donna
-che avevo vista passare impellicciata e profumata per le vie di Milano,
-la prima sera del mio ritorno alla città. Mi convolgevo così tra
-vaporati fantasmi di riso e di dolcezza. Ero quasi beato, con una punta
-di tremore. Quella mia annuvolata beatitudine fu lunga, vanì in un
-avvolgimento tepido di oblio attorno a tutta la mia sostanza. Fu lunga.
-
-A un tratto m'accorsi sussultando ch'essa da incalcolabili momenti mi
-stava risospingendo subdolamente verso il sonno. Balzai, tesi il collo
-a guardar l'ora.
-
-— Perdio! Le sei e cinquantacinque! Ho forse dormito?
-
-Feci un calcolo rapido: venti minuti vestirmi, quindici di strada
-trovando subito una carrozza: e la barba? Anche a fare miracoli non era
-possibile esser da Sua Eccellenza prima delle sette e quaranta.
-
-Il che sarebbe stato assai peggio che non andarci affatto. Non
-vedendomi, poteva immaginarmi morto: ma nulla avrebbe potuto
-giustificare un ritardo di quaranta minuti.
-
-Mi rificcai sotto.
-
-Risvegliandomi, tre ore più tardi, che la stanza era invasa di luce,
-riconobbi che quest'ultimo, sì, era stato il sonno pieno e soddisfatto
-dell'uomo giusto.
-
-
-6.
-
-Idillio.
-
-Pure, c'era un'ombra ancora in fondo al mio cuore. Qualcosa in me aveva
-bisogno di un conforto.
-
-Per confortarmi, pensai:
-
-— Sarà contento il mio Dàimone.
-
-Infatti la sua voce risonò subito sul mio capo, ilare e definitiva come
-non l'avevo più sentita da un pezzo:
-
-— Sì — disse — solo ora sono veramente contento, anzi orgoglioso di
-te. E da questo momento innanzi, lo sento, non sarò più quasi un altro
-essere al tuo fianco, ma sarò te stesso, e tu me, fusi in una sostanza
-unica indissolubilmente.
-
- FINE.
-
-
-
-
-INDICE
-
-
- Capitolo I. APERTA CAMPAGNA _Pag._ 7
- 1. Il catechismo.
- 2. Estasi.
- 3. Facilità.
- 4. Le aristocrazie.
- 5. Nuova incarnazione del Verbo.
- 6. La saracinesca.
-
- » II. LA STATUA DI BARTOLO 25
- 1. Un consiglio di Cavour.
- 2. Ercole e il Cappuccetto Rosso.
- 3. Improvvisazione.
- 4. Dal signor A. al signor Z.
- 5. Lina e il «Lotòs».
- 6. Forze maggiori.
-
- » III. PESCECANEA 49
- 1. Cinque spettatori in tre poltrone.
- 2. Una visita d'affari.
- 3. Il fulmine.
- 4. Zoologia.
- 5. Apocalissi.
- 6. Compensazioni.
-
- » IV. PER BELLOVESO 71
- 1. Preludio mirabile.
- 2. Fatale andare.
- 3. Via Belloveso.
- 4. A grandissime linee.
- 5. La mia dimora.
- 6. Crepuscolo.
-
- » V. L'ULTIMO VAMPIRO 93
- 1. L'altare.
- 2. Uno, il basilisco, e il cameriere Giovanni.
- 3. Imprevedibile.
- 4. Colloquio.
- 5. Convinzioni.
- 6. Il Vampirismo.
-
- » VI. L'ISOLA DI IRENE 117
- 1. Chiarimento storico.
- 2. Spirito d'avventura.
- 3. Il primo e il secondo.
- 4. Cenacolo platonico.
- 5. Le liquide vie.
- 6. Un ginnosofista.
-
- » VII. PANTELESTESI 147
- 1. Diagnosi.
- 2. Appressamento d'un mistero.
- 3. Silenzi e musiche.
- 4. Laura.
- 5. La soglia.
- 6. Convegno.
-
- » VIII. IL DÀIMONE NELL'ANTICAMERA 169
- 1. Telefonico.
- 2. Patologico.
- 3. Divagativo.
- 4. Diabolico.
- 5. Metafisico.
- 6. Ethico.
-
- » IX. CONSOLAZIONE DELLA FILOSOFIA 189
- 1. Principio della fine.
- 2. Le cause prime.
- 3. Un intervento.
- 4. Il sonno dell'ingiusto.
- 5. La necessità.
- 6. Idillio.
-
-
-
-
-_DELLO STESSO AUTORE:_
-
-(ed. Vallecchi)
-
-
- _La vita intensa_ — romanzo dei romanzi.
- _Sette savi_ — racconti (4.ª edizione).
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-
-
-
-
-End of the Project Gutenberg EBook of La vita operosa, by Massimo Bontempelli
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA OPEROSA ***
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-works. See paragraph 1.E below.
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-Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm
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-and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4
-and the Foundation web page at http://www.pglaf.org.
-
-
-Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive
-Foundation
-
-The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
-501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
-state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
-Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
-number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at
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-Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent
-permitted by U.S. federal laws and your state's laws.
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-The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S.
-Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
-throughout numerous locations. Its business office is located at
-809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email
-business@pglaf.org. Email contact links and up to date contact
-information can be found at the Foundation's web site and official
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-Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
-Literary Archive Foundation
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-Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
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-The Project Gutenberg EBook of La vita operosa, by Massimo Bontempelli
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-Title: La vita operosa
- Nuovi racconti d'avventure
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-Author: Massimo Bontempelli
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-Release Date: February 17, 2017 [EBook #54178]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
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-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA OPEROSA ***
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-Produced by Barbara Magni and the Online Distributed
-Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was
-produced from images generously made available by The
-Internet Archive)
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-</pre>
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-
-<div class="booktitle">
-<h1>
-La vita operosa
-</h1>
-</div>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="titlepage">
-<p class="x-large">
-MASSIMO BONTEMPELLI
-</p>
-
-<p class="pad2 main-t">
-La vita operosa
-</p>
-
-<p class="pad2 large">
-NUOVI RACCONTI D'AVVENTURE
-</p>
-
-<p class="pad6 small">
-VALLECCHI EDITORE FIRENZE
-</p>
-</div>
-
-<div class="verso">
-<hr class="mid" />
-<p>
-[Questi racconti furono pubblicati<br />
-nei numeri dal settembre al novembre<br />
-1920 della rivista <i>I. I. I.</i>].
-</p>
-
-<p>
-<i>Proprietà letteraria riservata.</i>
-</p>
-
-<p>
-Firenze, 1921 — Stabilimenti Grafici A. Vallecchi — Via Ricasoli, 8.
-</p>
-<hr class="mid" />
-</div>
-
-<div class="somm">
-<hr />
-<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p>
-<hr />
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<div class="container-right">
-<div class="quote">
-<p>
-<i>.... Mediolani mira omnia: copia rerum,
-innumerae cultaeque domus, facunda virorum
-ingenia....</i>
-</p>
-
-<p class="indr">
-AUSONIO.
-</p>
-</div>
-</div>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap1"><span class="smaller">CAPITOLO PRIMO</span>
-APERTA CAMPAGNA</h2>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span>
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">1.</span>
-Il Catechismo.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Alla scuola degli allievi ufficiali io e i miei compagni
-studiavamo le molteplici bellicose materie su certi
-quaderni che si venivano trasmettendo dinasticamente
-di corso in corso.
-</p>
-
-<p>
-Poichè i corsi duravano due mesi, il succedersi
-delle nostre generazioni era rapido. Passavano gli studenti;
-ma restava, inesausto come il sole e il pensiero,
-il Quaderno. Molti degli studenti li portò via la guerra;
-i quaderni li dovè distruggere la pace, perchè l'uomo
-è un animale improvvido, e probabilmente nessuno ha
-pensato a conservare, per qualche ventura guerra con
-corsi accelerati, quelle concentrazioni manoscritte delle
-discipline di Marte e di Bellona.
-</p>
-
-<p>
-Ricordo che il quaderno di una delle materie meno
-omicide — la topografia — era fatto a domande e risposte,
-esattamente come i catechismi della dottrina
-cristiana e gli opuscoli di propaganda socialista: la
-quale triplice coincidenza potrebbe far fede che la umanità
-elementare è fondamentalmente dialogica.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il capitolo intorno all'orientamento in aperta campagna
-finiva con queste battute:
-</p>
-
-<p>
-— D. Come si fa a orientarsi in aperta campagna?
-</p>
-
-<p>
-— R. Con una bussola, che è uno strumento ecc. ecc.
-</p>
-
-<p>
-— D. E quando non si ha la bussola?
-</p>
-
-<p>
-— R. Con un orologio che si espone orizzontalmente
-al sole avendo cura, ecc. ecc.
-</p>
-
-<p>
-— D. E se è notte?
-</p>
-
-<p>
-— R. Con le stelle, una delle quali chiamasi polare,
-e si trova tirando una linea immaginaria, ecc. ecc.
-</p>
-
-<p>
-— D. E se è giorno e non si ha l'orologio?
-</p>
-
-<p>
-— R. Col sole.
-</p>
-
-<p>
-— D. E se il sole è coperto?
-</p>
-
-<p>
-— R. Esaminando i tronchi degli alberi: la parte
-dove sono più verdi, poichè è quella dove non vengono
-battuti dal sole, è il nord: la parte opposta naturalmente
-è il sud.
-</p>
-
-<p>
-A questo punto finiva il capitolo, e cominciava un
-altro argomento.
-</p>
-
-<p>
-Ma a quel punto io sentivo un vuoto improvviso.
-Forse qualcuno dei lettori l'ha sentito con me. M'auguro
-che siano pochi: li avverto che è un fenomeno
-morboso, prodotto in noi da una malsana tendenza
-verso l'infinità.
-</p>
-
-<p>
-Infatti, allora, ho potuto fare alcune osservazioni sul
-contegno che i miei compagni tenevano di fronte all'interruzione.
-La maggioranza non aveva nessuna impressione
-o curiosità particolare: studiava quelle nozioni
-senza desiderarne altre. Qualcuno, d'intelletto notevolmente
-preciso, ne dedusse che la guerra si fa sempre ed
-<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span>
-esclusivamente in luoghi ove ci siano almeno degli alberi.
-Pochissimi si accorgevano che il trattato ereditario
-di topografia militare lasciava insoluto un grave
-problema: come si fa a orientarsi in aperta campagna
-quando si è perduta la bussola, si è rotto l'orologio, il
-sole è coperto di nuvole, e non ci sono alberi.
-</p>
-
-<p>
-Quei pochissimi finivano per concludere che in quel
-caso ognuno fa quello che può: — che in effetto è il
-solo insegnamento sicuro e fondamentale per tutte le
-discipline pratiche della guerra e della pace.
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">2.</span>
-Estasi.</h3>
-
-<p>
-Quando, due mesi dopo l'armistizio, rientrai — come
-dicevamo allora — in Italia, mi sono trovato nella
-città di Milano, aperta campagna per le maggiori battaglie
-della vita: mi sono ritrovato nell'aperta campagna di
-Milano, senza bussola, nè orologio, nè sole, nè
-stelle.
-</p>
-
-<p>
-Ho girato dunque per la città respirando la vita e
-cercando affannosamente un albero per vedere da che
-parte sta il nord.
-</p>
-
-<p>
-Quanto mi piacquero quel giorno i bar con le bottiglie
-di tanti colori! I colori dei bar, gli specchi dei
-caffè, i cristalli delle vetrine, e le donne che salgono in
-<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span>
-una carrozza o anche in un tranvai, furono i beni terrestri
-di cui il soldato sentì maggiore nostalgia.
-</p>
-
-<p>
-I liquori colorati, gli specchi, le vetrine e le donne,
-scossero ebriosamente la mia fantasia rinfanciullita
-nella lunga assenza dai piaceri del mondo.
-</p>
-
-<p>
-E così agitando lo sguardo goloso dall'uno all'altro
-dei molti esemplari d'ognuna di quelle specie benefiche,
-a un certo punto mi avvenne di fermarlo in modo
-particolare sopra una donna, la quale non saliva in
-tranvai, ma camminava morbidamente verso non so
-qual suo sogno o realtà fascinosa, e presto mi scomparve
-e non ebbe mai nome per me; era bellissima e aveva
-corta e densa la pelliccia e lunghe e rade le calze, e due
-occhi di carbone e di luce.
-</p>
-
-<p>
-Come si allontanava, mi sorpresi a mormorare una
-frase di estasi ammirativa, che fu la seguente:
-</p>
-
-<p>
-— Perdio! qui bisogna trovar modo di far molti
-quattrini.
-</p>
-
-<p>
-Poichè intanto la donna era vanita del tutto dal
-mio orizzonte, un mio vigile Genio o Dàimone personale,
-che è loico e ironico di natura, mi domandò:
-</p>
-
-<p>
-— Quale rapporto così diretto e immediato supponi
-tu dunque che gli dèi abbian posto tra la visione della
-bellezza e il pensiero del danaro?
-</p>
-
-<p>
-Ma, contro il Dàimone, ho insistito, d'istinto, nell'affermare
-quel rapporto come reale, e forse anzi fondamentale
-ed eterno. Forse quando nacque la divina
-Afrodite dal mare e si presentò sul lido terrestre vestita
-alla moderna di poca spuma, forse allora i Tritoni
-e i mortali si mormorarono l'un l'altro ammirandola:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Per Zeus! qui bisogna trovare il modo di far
-molti talenti.
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">3.</span>
-Facilità.</h3>
-
-<p>
-Il cielo era coperto, come si conviene a una città
-di vita operosa. L'aria avvolgeva un velo di grigio intorno
-alle cose, com'è opportuno in una aperta campagna
-delle battaglie della vita.
-</p>
-
-<p>
-Il cielo era coperto e l'aria un velo grigio: ma
-di tratto in tratto le vie s'illuminavano di lunghi bagliori
-folgoranti, perchè rapide correnti d'oro invadevano
-il cielo, s'insinuavano tra le linee dei tetti, volavano
-sopra le strade della città con una voce d'aeroplano
-giovane. Le correnti dell'oro a ogni momento
-urtando negli spigoli dei tetti si frangevano e mandavan
-giù rutilanti cascate a zampillar sui marciapiedi
-sotto lo sguardo dei passanti.
-</p>
-
-<p>
-Le donne non si chinavano a raccogliere quell'oro:
-lo raccoglievano gli uomini per esse.
-</p>
-
-<p>
-Le correnti e gli zampilli s'allontanavano, si spegnevano,
-ricominciavano qua o là bizzarramente.
-</p>
-
-<p>
-A un certo punto mi domandai perchè non mi ero
-chinato anch'io come gli altri. Era facile. Chiunque
-può chinarsi e raccogliere.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span>
-</p>
-
-<p>
-È facile chinarsi, ma non è facile pensarvi. Certi
-uomini, quando sarebbe il momento di chinarsi, continuano
-invece a contemplare la pelliccia corta che si allontana,
-e non fanno a tempo a raccogliere l'oro per lei.
-Questa è la differenza tra essi e gli altri.
-</p>
-
-<p>
-Non me ne rimproverai troppo. Tutto era ancora
-nuovo per me, che mi trovavo senza bussola nè orologio
-nè sole nè stelle in mezzo all'aperta campagna della
-nuova vita. Bisogna prima orientarsi. E proseguii
-l'esplorazione per la città, alla ricerca di alberi che
-m'indicassero il settentrione e l'oriente. Era l'ora che
-Milano è più bella: quando l'aria si risolve a essere
-scura del tutto, e s'accendono i lumi delle strade e
-delle case.
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">4.</span>
-Le aristocrazie.</h3>
-
-<p>
-Per intonarmi all'ora, sono andato al caffè.
-</p>
-
-<p>
-Sono entrato in un caffè che ha fama di ritrovo
-elegante.
-</p>
-
-<p>
-Ricordo che molti anni sono, quando ogni tanto
-venivo per qualche giorno a Milano da una città di
-provincia che dette i natali a Dante e a Machiavelli,
-solevo entrare in quel caffè con una specie di timorosa
-reverenza. Mi pareva che tutti i presenti si voltassero
-<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span>
-a guardarmi con severità, mentre entravo e m'affrettavo
-a prendere un posto. Mi aspettavo, ogni volta,
-che il cameriere prima di servirmi mi domandasse:
-</p>
-
-<p>
-— Il signore ha la tessera?
-</p>
-
-<p>
-Il cameriere non me la chiese mai: ma certo tutti
-quei signori e quelle signore avevano una tessera d'intellettualità
-cittadina, che concedeva loro la qualità
-di assidui in quel luogo, pubblico ma eletto: e s'indovinava
-subito, a vederli conversare così da lontano, che
-discorrevano d'arte, specialmente di teatro, e che erano
-gli uomini e le donne più intelligenti della città.
-</p>
-
-<p>
-Più tardi — ma sempre prima della guerra — ero
-venuto anch'io ad abitare a Milano, e anch'io un bel
-giorno, frugandomi per caso nella tasca del soprabito,
-ci avevo trovato la mia tessera d'intellettuale milanese.
-Però non ne abusai; non andai più che raramente
-nel luogo pubblico ma eletto, e sempre senza mostrare
-la tessera.
-</p>
-
-<p>
-Ci sono dunque tornato quel giorno che mi aggiravo
-alla ricerca d'un albero orientatore.
-</p>
-
-<p>
-C'erano molte persone, e un colore diverso da
-quello d'un tempo.
-</p>
-
-<p>
-Ignoro se le persone che vi si trovavano rappresentassero
-ancora il fiore dell'intellettualità cittadina. Certo
-non tutti quei gruppi discorrevano d'arte, di teatro,
-e d'altre cose supreme.
-</p>
-
-<p>
-Appena entrato, senza che subito mi rendessi
-conto della causa, mi sorprese un ricordo del fronte:
-rividi in un lampo stendersi Valdirose fra Tarnova e
-San Marco, dolce valle in un'aria d'autunno, recisa
-<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span>
-duramente da un lungo reticolato che s'arrampicava
-per una china ripida.
-</p>
-
-<p>
-Invece ero in un caffè, che ha nome di ritrovo elegante.
-</p>
-
-<p>
-Guardando traverso il fumo e il suono dei violini,
-vidi in fondo alla piccola sala, attorno a un tavolino,
-un gruppo composto di quattro gentiluomini e due
-signore. Le due signore stavano a guardare i quattro
-gentiluomini, e i quattro gentiluomini giocavano: giocavano
-alla morra.
-</p>
-
-<p>
-Allora mi spiegai il ricordo che m'era venuto incontro
-all'entrare. Un tempo, appunto all'osservatorio di
-Cuore in Valdirose, un sergente di fanteria aveva cominciato
-a insegnarmi il gioco della morra.
-</p>
-
-<p>
-Era un piacevole iniziatore, e sotto la sua guida ero
-venuto in una grande ammirazione per l'italianissimo
-gioco, pieno di acute profondità. Il sergente, ottimo
-giocatore, aveva anche qualche attitudine alla trattazione
-scientificamente metodica. M'aveva dunque spiegato
-che all'eccellenza nella morra si giunge conquistando
-successivamente tre gradi:
-</p>
-
-<p>
-il <i>primo grado</i> consiste nell'apprendere a variare di
-continuo il ritmo delle proprie gettate, in modo da
-renderle imprevedibili all'avversario;
-</p>
-
-<p>
-il <i>secondo grado</i> insegna a scoprire qual'è il ritmo
-caratteristico delle variazioni dell'avversario stesso.
-</p>
-
-<p>
-Può sembrare ai profani che la raggiunta unione di
-questi due gradi esaurisca compiutamente il campo
-dell'abilità di un perfetto giocatore. Non è così. Il giocatore — mi
-<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span>
-spiegava il maestro — non può chiamarsi
-tale se non arriva al
-</p>
-
-<p>
-<i>terzo grado</i>, — il quale non è più, come i due primi,
-esclusivamente cerebrale e intellettivo, ma importa
-anche abilità tecnica della mano e delle dita: consiste
-cioè nell'arrivare col proprio punto impercettibilmente
-più tardi dell'avversario, ma quell'infinitesimo ritardo
-dev'essere sufficiente per modificare, se occorre, la
-propria gettata a seconda di quella dell'altro.
-</p>
-
-<p>
-Non so se i quattro gentiluomini fossero arrivati al
-terzo grado. Giocavano, a turni di due per volta, con
-serenità e senza alzar troppo le voci, come si conviene
-a gentiluomini in un ritrovo elegante. Le signore seguivano
-il gioco con un'aria di noia tranquilla, come si
-conviene a signore, e mangiavano a quattro palmenti
-pasticcini, <i>marrons-glacés</i>, tartine col prosciutto e altre
-cose delicate. Io mi sentivo più che mai senza tessera.
-Dopo un poco m'alzai, passai con qualche timidità davanti
-al tavolino della morra, andai nell'altra sala a
-veder ballare il <i>fox-trott</i> e altri balli nello stesso idioma.
-Le danzatrici erano tutte signorine della più ricca società;
-tutte giovanissime, dai quattordici ai diciotto
-anni: avevano gambe tornite, e spalle candide sotto i
-capelli che portavano sciolti come si conveniva alla
-loro età, e morbide braccia. Divina incoscienza della
-puerizia!
-</p>
-
-<p>
-La sala brulicava di contorcimenti maliosi sotto le
-fruste delle luci.
-</p>
-
-<p>
-Contemplai un poco, dallo stipite, la nuova società
-<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span>
-nata dal lavoro moderno e dalla vittoria: poi
-involsi in mi ultimo sguardo quelle innocenze elette, e
-pensai una volta ancora il mio pensiero d'estasi contemplativa:
-</p>
-
-<p>
-— Perdio! qui è necessario trovare il modo di far
-molti quattrini.
-</p>
-
-<p>
-Perciò uscii in fretta per vedere se nelle strade
-fossero ricominciati gli zampilli e le cascate dell'oro:
-ero risoluto a raccoglierne a piene mani e riempirmene
-bene le tasche prima di tornare nei luoghi ove la Volontà
-e la Potenza di vivere mi s'eran presentate sotto
-una forma inattesa e straordinariamente imperativa.
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">5.</span>
-Nuova incarnazione del Verbo.</h3>
-
-<p>
-Ma fuori, in quel frattempo, la Volontà di vivere
-aveva lanciato attorno manate di luce, che s'erano
-impiastrate contro gli sporti delle botteghe, s'erano
-appese ai cornicioni dei tetti; e di quella luce n'era
-sparsa in terra, sotto i piedi, nell'aria, dappertutto. La
-Volontà di vivere gridava dalle ruote delle carrozze
-e dalle campanelle dei tranvai. La commentavano gli
-strilloni dei giornali e i banditori davanti alle porte dei
-cinematografi. Uno di questi investiva così violentemente
-con le sue lusinghe i passanti, che gli girai lontano
-perchè non avrei avuto il coraggio di dirgli di no.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ogni tanto mi fermavo estatico tra gli urli della
-folla e stentavo a frenare nel petto entusiasta il grido
-della mia ammirazione per l'uomo.
-</p>
-
-<p>
-Da tutti i piccoli lumi tenaci di fede che la rassegnazione
-alla morte aveva accesi per quattro anni nelle
-trincee verminose, da quelli dunque era folgorata al
-sopravvissuto mondo tutta la luce che io calpestavo
-sui marciapiedi della città?
-</p>
-
-<p>
-Poi il mio pensiero si fece più minuto e commosso.
-</p>
-
-<p>
-— Tutti questi uomini — mi dissi — sono stati
-alla guerra; tutte queste donne durante la guerra
-hanno aspettato, presso un focolare scarso, un ritorno:
-ora gli uni e le altre celebrano volonterosamente i saturnali
-della vittoria.
-</p>
-
-<p>
-Il mio genio, o Dàimone personale, mi tirò per la
-manica:
-</p>
-
-<p>
-— Non precipitare — mi disse — le tue interpretazioni.
-Tu sei qui per orientarti, non per fare della
-storia o della filosofia. Il primo orientamento è quello là.
-</p>
-
-<p>
-E mi additò i cartelloni che coprivano una vasta
-e caduca impalcatura d'assi, dietro la quale immaginai
-fervido il lavorìo della ricostruzione per il benessere
-della nuova società.
-</p>
-
-<p>
-La prima parola di quasi tutti i cartelloni — la
-più grossa e visibile — era questa:
-</p>
-
-<p>
-OGGI.
-</p>
-
-<p>
-A poco a poco, continuando a ricircolare lo sguardo
-su quegli scritti, non riuscii a distinguere altra parola
-che quella:
-</p>
-
-<p>
-OGGI.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il rimanente si confondeva e si cancellava ai miei
-occhi.
-</p>
-
-<p>
-Il Verbo è eterno, ma le sue incarnazioni sono caduche
-come gli assi delle impalcature, si succedono
-come le dinastie dei monarchi mortali. A Zeus succedette
-Prometeo e ad Adonai succedettero Cristo ed
-Allah. Ma a tutti gli dèi più resistenti, a Brahama ad
-Allah a Cristo stesso, succede ora, in tutte le latitudini,
-il nuovo Dio, che si chiama
-</p>
-
-<p>
-OGGI.
-</p>
-
-<p>
-OGGI è il nome della Volontà di vivere nata dalla
-rassegnazione a morire.
-</p>
-
-<p>
-— Per questo, allora, la nota più costante e più
-acuta del mondo nuovo è la calza di seta e la scollatura
-cospicua delle fanciulle e delle donne, dai quattordici
-ai quarantacinque anni? È, dunque, la volontà
-ferma di rifare all'Italia i cinquecentomila ròsi
-dai vermi del Piave e del Carso?
-</p>
-
-<p>
-Il Dàimone qui mi trattenne un'altra volta sulla
-china pericolosa delle interpretazioni storiche, e mi
-fermò presso due fanciulle che s'estasiavano davanti
-a una vetrina di gioielli. Erano strette come una coppia
-di amanti, e ogni tanto si guardavano negli occhi
-con un sorriso rauco. Fissai i fianchi delle due fanciulle,
-e non mi riuscì d'immaginarli sussultare se non di
-spasimi senza dolore.
-</p>
-
-<p>
-— E allora? — domandai. — Questa volontà di
-vivere è forse lo sforzo del moribondo per non soffocare?
-È la improvvisa larghezza del giocatore agli estremi
-<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span>
-che butta sul tappeto la somma più grossa di tutta la
-sua serata, ma quella somma è l'ultima, e dopo, se
-perde, non gli resterà che la fuga o la morte?
-</p>
-
-<p>
-Il Dàimone mormorò:
-</p>
-
-<p>
-— Quando non si ha bussola, nè orologio, nè sole,
-nè stelle, si esaminano i tronchi degli alberi.
-</p>
-
-<p>
-— E se non ci sono alberi, — continuai io-ognuno
-fa quello che può.
-</p>
-
-<p>
-— Precisamente.
-</p>
-
-<p>
-Allora per una breve traversa egli mi condusse dal
-Corso nella piazzetta Belgioioso, dalla luce più violenta
-nell'ombra più raccolta; e dalle immagini d'un fermento
-pazzo mi spinse di fronte a un'ombra religiosa.
-</p>
-
-<p>
-Davanti alla casa di Alessandro Manzoni mi trovai
-molto meno timido che al cospetto dei gentiluomini
-del Cova o del banditore di cinematografo sotto i Portici
-Settentrionali.
-</p>
-
-<p>
-Sentii la presenza di lui, e lo interrogai con rispetto:
-</p>
-
-<p>
-— Se Ella — domandai — se Ella, che fu un
-sacerdote dell'Equilibrio Profondo, se Ella vivesse oggi
-tra noi, e con Lei vivessero oggi tra noi Raffaello e San
-Francesco e Machiavelli e Giuseppe Verdi, mi dica, La
-prego, come inserirebbero nel quadro di questa vita la
-Trasfigurazione, e il Cantico delle Creature, e i Discorsi
-sulle Deche, e i Promessi Sposi, e il Trovatore o il
-Falstaff?
-</p>
-
-<p>
-Con una ironica balbuzie, il sacerdote pronunziò:
-</p>
-
-<p>
-— Capitolo ottavo: «Così va spesso il mondo....
-voglio dire, così andava nel secolo decimosettimo».
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ho capito — risposi —; Ella, al solito, non vuole
-compromettersi.
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">6.</span>
-La saracinesca.</h3>
-
-<p>
-Io invece non ho mai evitato di compromettermi.
-Ho sempre ignorato la virtù della prudenza. Mio danno,
-e mia passione. M'allontanai, rimanendomi insoluto
-il problema su Raffaello e compagni. Una saracinesca,
-calando con gran rumore di ferro a chiudere un magazzino,
-mi gridò:
-</p>
-
-<p>
-— Frègatene.
-</p>
-
-<p>
-Anche nelle vie per le quali camminavo ora con una
-specie di rapida rabbia inconfessata — anche in quelle
-vie d'ombra e di silenzio ogni tanto giungeva l'eco degli
-omaggi popolari al dio Oggi. Giurai di portargli anche i
-miei. Giurai di chinarmi a ogni passaggio delle correnti
-auree sopra le vie della città operosa. Per chinarsi non
-occorrono nè bussola nè orologio nè sole nè stelle nè
-alberi. Nella cattedrale del dio Oggi non sono punti
-cardinali. Non è necessario orientarsi. Basta la conclusione
-dei più intelligenti tra i miei compagni della
-scuola di Artiglieria: — Ognuno farà quello che potrà. — La
-Trasfigurazione e i Discorsi sulle Deche pensino
-da sè ai casi propri. Ora trascinavo io furiosamente
-<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span>
-il mio Dàimone. Lo riportai nella luce, lo condussi a
-pranzare in una trattoria splendida.
-</p>
-
-<p>
-— Domani — gli dissi — cominciamo a far quattrini.
-</p>
-
-<p>
-— Domani no — mi rispose —, perchè domani è
-venerdì. Cominceremo lunedì venturo.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap2"><span class="smaller">CAPITOLO SECONDO</span>
-LA STATUA DI BARTOLO</h2>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span>
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">1.</span>
-Un consiglio di Cavour.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Sono in piazza Cavour, disoccupato e perplesso.
-</p>
-
-<p>
-La mia disoccupazione è figlia del sole, come Circe.
-Oggi c'è il sole. Da una giornata bigia egli è uscito d'un
-tratto, mentre m'accingevo a scrivere, per i posteri,
-non so quali miei pensieri o immaginazioni: quel lume
-improvviso mi ha mostrato la lunghezza della posterità,
-e conseguentemente la poca urgenza della mia
-opera.
-</p>
-
-<p>
-Ma arrivato in piazza Cavour, alla disoccupazione
-si aggiunge la perplessità. Da una parte si sforzano di
-verdeggiare i Giardini, dall'altra, oltre i portoni massicci,
-scampanella via Alessandro Manzoni. A sinistra troverei
-un poco di alberi, dell'acqua, e certi uccelli come nei
-francobolli delle collezioni; oggi c'è il sole, e ci sarà
-movimento; ci saranno anche dei bambini con le loro
-balie.
-</p>
-
-<p>
-— Balie, sì, e cameriere — dice il Dàimone — potrai
-studiare i progressi della smobilitazione.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma a destra la vita: le due vite: la Vita Intensa e
-la Vita Operosa. Il Dàimone riprende la parola:
-</p>
-
-<p>
-— La Vita Intensa, di coloro che non fanno niente?
-e la Vita Operosa, di coloro che si danno l'aria d'aver
-molto da fare.
-</p>
-
-<p>
-Mi ribello allo scetticismo del Dàimone. La guerra
-è finita, da due mesi, e c'è il sole, a Milano in gennaio!
-Bisogna afferrare queste eccellenti occasioni d'essere
-ottimisti.
-</p>
-
-<p>
-— Mi ribello, caro Dàimone; fino a oggi t'ho
-dato troppo retta, e m'hai condotto per l'aja come fossi
-un cane (se posso servirmi d'una vetusta immagine di
-cui non ho mai capito l'origine); ma d'oggi innanzi la
-mia vita sarà una continua ribellione ai tuoi istinti
-sofistici e sterili. Andiamo verso le due, le mille vite;
-guarda: anche Camillo Benso, conte di Cavour, ci fa
-segno di andare da quella parte.
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">2.</span>
-Ercole e il Cappuccetto Rosso.</h3>
-
-<p>
-È impossibile immaginare con qualche probabilità
-come si sarebbe svolta la serie della nostra vita, se in
-un momento qualunque del passato avessimo compiuto
-un atto diverso da quello che abbiamo compiuto. Ogni
-volta che un uomo, anche nel più ozioso vagabondaggio,
-<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span>
-prende a destra piuttosto che a sinistra, può produrre
-una incalcolabile mutazione nei propri destini, e ignorerà
-sempre, dolorosamente, la portata di questa mutazione.
-Da ciò deriva la scarsa efficacia delle favole morali.
-Si racconta ai ragazzi che Ercole figlio di Alcmena,
-avendo al noto bivio scelto la via faticosa e aspra,
-sia perciò, attraverso dodici e più fatiche, pervenuto
-alla eccellente condizione e sinecura di semidio. Ma
-non possiamo dire in coscienza a che cosa Ercole sarebbe
-pervenuto se avesse scelto la strada piacevole e facile.
-Forse sarebbe diventato semidio ugualmente, e senza le
-dodici fatiche; forse sarebbe arrivato anche più là,
-l'avrebbero fatto dio addirittura; e non soltanto in
-India e in Siria, dove dovette come dio cambiare nome
-e chiamarsi Rama e Baal, ma sarebbe successo apertamente
-a Zeus, invece di Cristo, in tutto il mondo occidentale:
-chi sa?
-</p>
-
-<p>
-Tutte le favole, di tutte le epoche, sono altrettanto
-scarsamente probanti. Cappuccetto Rosso per aver
-preso la strada più lunga nel bosco finì divorata dal
-lupo. Verissimo. Ma se avesse preso la strada più corta,
-possiamo noi affermare che non le sarebbe accaduto
-anche di peggio? per esempio essere violata da un malandrino,
-e di lì finire nella vita disonesta, che, come
-ognuno sa, è peggiore della morte?
-</p>
-
-<p>
-— Bisogna anche considerare che la storia degli
-uomini celebri per diventare esempio morale subisce
-spesso riadattamenti che ne modificano profondamente
-la portata. Così dovette avvenire appunto della
-vita di Ercole, ch'era l'uomo più celebre del suo tempo.
-<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span>
-Il fatto del Bivio ci è raccontato per la prima volta
-da Prodico sofista, che visse nel quinto secolo avanti
-Cristo, cioè circa milleduecento anni dopo Ercole. Ma
-su quel fatto c'è in un testo poco noto una versione
-anteriore a quella di Prodico, versione che fu poi dimenticata,
-sommersa dalla nuova, forse perchè la prima
-parve un po' cinica. La leggenda poco nota è questa:
-Ercole fin da ragazzo aveva sentito dire molte volte da
-Alcmena che la virtù è bellissima e il vizio orribile. Trovatosi
-al Bivio, vedendo una strada brutta e fetida si
-cacciò subito in quella, convinto di entrare nella strada
-del vizio. Quando s'accorse dell'errore non era più
-a tempo a tornare indietro; ciò che del resto è avvenuto
-e avviene in ogni tempo anche a uomini comuni, i
-quali, avendo, per contingenze o per naturale timidità,
-cominciata la carriera di persone per bene, per quanto
-poi se ne pentano si trovano siffattamente intricati nella
-vita onesta che non possono più liberarsene, e si rassegnano
-alla virtù per il rimanente dei loro giorni.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Non occorre ch'io avverta che quest'ultima divagazione
-l'ha fatta il Dàimone, col quale ormai ho stabilito
-di romperla su tutti i punti. Io mi sono accontentato
-di stare per un momento a contemplare i massicci portoni
-che debbo attraversare per avventurarmi verso il
-centro vivo della città. Chi sa mai chi avrei incontrato,
-e quale corso avrebbero seguìto i miei fati, se fossi andato
-ai Giardini. Inoltrandomi per via Alessandro Manzoni
-incontro un tenente dei mitraglieri.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span>
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">3.</span>
-Improvvisazione.</h3>
-
-<p>
-L'ho conosciuto un anno fa, non so più dove, ma
-certo di là dal Brenta e di qua dal Piave. È ancora
-grigioverde, io no: tuttavia lui riconosce me e non io
-lui, sulle prime. Ma non me ne faccio accorgere e rispondo
-con entusiasmo al suo entusiastico abbraccio.
-</p>
-
-<p>
-— Non sono ancora smobilitato — mi assicura — ma
-sono libero, e mi son messo a lavorare.
-</p>
-
-<p>
-Intanto mi risovvengo, non del suo nome, ma di
-lui, e ne fo sfoggio.
-</p>
-
-<p>
-— Se non ricordo male, eri ingegnere, appena laureato....
-</p>
-
-<p>
-— Appunto.
-</p>
-
-<p>
-— E avevi intenzione di entrare nelle Ferrovie.
-</p>
-
-<p>
-— Hai buona memoria. Ma niente Ferrovie. Ti
-paion tempi questi? Faccio della pubblicità.
-</p>
-
-<p>
-Da quando sono tornato ho già incontrato non
-meno di dieci persone, di classi studi e professioni diversissime,
-che mi hanno detto: — Faccio della pubblicità. — Non
-ho un'idea chiarissima di quello che fanno,
-e non mi sono mai permesso di chiedere spiegazioni
-precise.
-</p>
-
-<p>
-— E tu — dice l'amico — che fai? Scrivi sempre?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Io?... Non so ancora bene.... forse mi metterò
-anch'io a fare della pubblicità.
-</p>
-
-<p>
-Questa risposta non sorprende lui: invece sorprende
-me, che non la aspettavo affatto. Il tenente — non m'è
-ancora venuto a galla il nome, aspetto qualche occasione
-per farglielo dire senza parere — il tenente approva:
-</p>
-
-<p>
-— Bravo! perchè non provi a venire con noi?
-</p>
-
-<p>
-— Dove?
-</p>
-
-<p>
-— Alla B. A. I. A.!
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">4.</span>
-Dal signor A. al signor Z.</h3>
-
-<p>
-Ci fu un tempo che frequentavo dei letterati. Qualche
-volta m'era avvenuto che taluno di essi nel corso
-della conversazione uscisse in frasi del seguente tenore:
-</p>
-
-<p>
-— È qualche cosa, sai, come l'episodio di Aladina
-nella mia <i>Suprema Salvezza</i>.
-</p>
-
-<p>
-Oppure:
-</p>
-
-<p>
-— Non hai che pensare al mio finale del secondo
-atto di <i>Libagioni</i>.
-</p>
-
-<p>
-Io frequentavo quei letterati, ma non avevo letto
-<i>La suprema salvezza</i>, non avevo sentito <i>Libagioni</i>. Senonchè
-gli autori li citavano con una così candida e
-<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span>
-poderosa convinzione, che non osavo chiedere maggiori
-lumi in proposito.
-</p>
-
-<p>
-Ciò avveniva prima della guerra. Il simile avvenne
-quando, dopo la guerra, in un giorno di gennaio del
-1919, un tenente mitragliere mi nominò senz'altro la
-B. A. I. A., nome nuovo alla mia mente.
-</p>
-
-<p>
-Perciò dissi soltanto: — Ah —, ed egli continuò
-soddisfatto:
-</p>
-
-<p>
-— Forse non sapevi che la dirige mio fratello.
-</p>
-
-<p>
-— Non ne ero certo.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, sì. Ci faremo dare un appuntamento. Del
-resto mio fratello lo conosci.
-</p>
-
-<p>
-— Non mi pare.
-</p>
-
-<p>
-— Come? Mi ha detto che vi siete conosciuti, non
-so bene, in una città dell'Italia Centrale.... molti
-anni fa....
-</p>
-
-<p>
-— Può darsi.... Si chiama?
-</p>
-
-<p>
-— Luigi.
-</p>
-
-<p>
-— Voglio dire, il cognome.
-</p>
-
-<p>
-— Come ha da chiamarsi? Come me, Gattoni.
-</p>
-
-<p>
-— Naturalmente.... Sì! ora ricordo. L'avvocato
-Gattoni.
-</p>
-
-<p>
-— È lui. Stai a sentire: aspettami là in Galleria.
-Io arrivo qui allo studio a informarmi quando può riceverti,
-e torno a dirtelo. Se potesse sùbito, tanto meglio.
-</p>
-
-<p>
-Poichè era lunedì gridavano dappertutto <i>La Gazzetta
-dello Sport</i>, al quale richiamo la nuova gioventù
-correva in folla.
-</p>
-
-<p>
-L'aspettazione in Galleria la occupai leggendo con
-cura i titoli dei libri nelle vetrine di Treves e di Baldini
-<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span>
-e Castoldi (con la quale esplorazione mi misi in
-breve e compiutamente a giorno degli spiriti e delle
-forme della nostra letteratura contemporanea) e riandando
-col pensiero al tempo in cui, sei o sette anni
-prima, avevo conosciuto l'avvocato Luigi Gattoni, giudice
-di tribunale in una città di provincia. Lo ricordavo
-perfettamente come un uomo placido: duplice barba
-grigia alla Palmerston da cui emergeva raso il mento:
-appassionato giocatore di scopone: un giudice per
-bene: una persona qualunque: Gattoni. Non avevo
-ancora capito nulla dell'avventura improvvisa che ora
-legava quel giudice qualunque, dimenticato da tanti
-anni, con la mia persona, attraverso le premure d'un
-mitragliere conosciuto tra Piave e Brenta, sullo sfondo
-misterioso d'una B. A. I. A.
-</p>
-
-<p>
-Queste quattro lettere m'apparvero poco di poi,
-sempre più misteriose, nere su un cartello bianco smaltato,
-sopra la porta d'un ammezzato oscuro in una
-via operosa e brulicante. Il mitragliere mi precedè in
-un'anticamera buia e mi disse:
-</p>
-
-<p>
-— Aspetta qui.
-</p>
-
-<p>
-Mentre aspettavo, il Dàimone mi ammonì:
-</p>
-
-<p>
-— Stai attento a non comprometterti.
-</p>
-
-<p>
-— Non seccarmi — gli risposi.
-</p>
-
-<p>
-Dopo una mezz'ora il tenente ricomparve:
-</p>
-
-<p>
-— Vieni.
-</p>
-
-<p>
-Sorrideva con gli occhi e coi denti: il lume candido
-del suo sorriso dissipò le nubi dispettose che quella mezz'ora
-aveva accumulate nel mio spirito.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span>
-</p>
-
-<p>
-M'introdusse in uno studio ampio, illuminato a luce
-elettrica sebbene fossero le prime ore del pomeriggio.
-</p>
-
-<p>
-Cercavo, con lo sguardo abbagliato, la barba alla
-Palmerston d'una persona qualunque; invece mi venne
-incontro un personaggio importante, adorno d'un'elegante
-e contenuta pinguedine, e tutto raso; una faccia
-quadrata, un mento quadrato; anche la testa era
-quadrata perchè la completa calvizie rivelava la forma
-appiattita del cranio.
-</p>
-
-<p>
-— Sono io — mi disse con rotondità —: lei non mi
-avrebbe riconosciuto? Lei invece è rimasto tale e
-quale. Si accomodi. Mi permette?
-</p>
-
-<p>
-Prima che intendessi che cosa avrei dovuto permettergli,
-aveva chiamato al telefono un mistico numero,
-aveva dato con brevi parole un misterioso appuntamento.
-</p>
-
-<p>
-Intanto il Dàimone mi tirò per la manica e mi additò
-due cose interessanti. La prima di queste due cose
-era il contegno di compiaciuto e raggiante rispetto con
-cui il tenente mitragliere stava, in piedi addossato a
-una scaffalatura di noce, al cospetto di suo fratello.
-L'altra era un busto di marmo, su un alto piedistallo
-cilindrico che riempiva l'angolo estremo dello studio:
-busto severo e togato, di cui non riconobbi l'originale.
-</p>
-
-<p>
-— Sa chi è quello là? — disse il personaggio — gliela
-dò in mille. È Bartolo, Bartolo da Sassoferrato,
-l'immortale giureconsulto, glossatore del <i>Corpus juris</i>.
-L'ho fatto fare, e mettere lì, per ricordarmi del mio
-passato. Io non mi vergogno di aver fatto il magistrato.
-<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span>
-Lo sanno tutti, lo dico a tutti. Io sono un uomo semplice
-e sincero.
-</p>
-
-<p>
-Per qualche minuto, dopo quelle parole esemplari,
-la sala fu piena di un rispettoso silenzio.
-</p>
-
-<p>
-— Ma veniamo a lei. Lei che fa?
-</p>
-
-<p>
-Mi sentii arrossire, rispondendogli:
-</p>
-
-<p>
-— Scrivo....
-</p>
-
-<p>
-Fu benigno; s'accontentò di abbassare di mezzo
-tono la voce, e dirmi:
-</p>
-
-<p>
-— Ricordo, sì, che lei aveva delle velleità letterarie....
-</p>
-
-<p>
-— Dirò meglio — ripresi io rinfrancato — scrivevo.
-</p>
-
-<p>
-— Ecco, ecco: s'intende. Tempi nuovi. Ma anche
-lei, come me, come tutti gli onesti, non si vergogna
-del suo passato. E anche lei riuscirà. Lo sento. Glie
-lo assicuro. Ha dei progetti?.
-</p>
-
-<p>
-Ricominciai a improvvisare:
-</p>
-
-<p>
-— Stavo maturando delle invenzioni....
-</p>
-
-<p>
-— Non è il momento — m'interruppe —. L'inventore
-va incontro a troppi pericoli: pericoli di attuazione,
-pericoli di incomprensione.... E pure nel migliore
-dei casi, l'invenzione è lenta. Oggi occorre rapidità.
-Oggi non è necessario inventare, è necessario:
-produrre. Anche dal punto di vista individuale, badi,
-è meglio produrre che inventare, meglio vendere che
-produrre, e meglio far vendere che vendere. Qui siamo
-nel cuore della B. A. I. A.: la B. A. I. A. è il cervello
-della pubblicità. Lei ha delle idee?
-</p>
-
-<p>
-— Qualche volta....
-</p>
-
-<p>
-— Le venda. Gliele faccio vendere. Ora le spiego.
-Il signor A., supponiamo, apre un commercio di specchietti
-<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span>
-per farsi la barba, il signor B. inventa un aperitivo,
-il signor C. fonda un teatro di varietà, o crea una
-cravatta che si annoda in un modo nuovo, quello che
-crede. Vogliono farsi conoscere. Debbono andare da
-un cartellonista, dargli delle idee per le <i>affiches</i>; da
-un poeta, dargli uno spunto per una poesia da inserire
-nelle quarte pagine dei quotidiani, e via discorrendo.
-Ma ai signori A. B. C. eccetera, mancano le idee, gli
-spunti. Non sanno neppure trovare un bel titolo per
-la loro azienda. Si rivolgono a questo o a quello, a caso.
-Non solo: anche dopo trovato il tutto qua e là, s'accorgeranno
-di avere tra mano della pubblicità disorganica,
-disordinata, scombinata, che non risponde alla
-loro necessità; la quale, badi, è quella di far convergere
-tutta l'attenzione, direi tutti i sensi del passante, di
-tutti i passanti, verso la spasmodica persuasione che
-quello specchietto, quel liquore, quello spettacolo e
-quella cravatta gli sono indispensabili, a lui passante,
-come il pane quotidiano.
-</p>
-
-<p>
-Rividi e risentii, in un attimo, la tregenda di luci
-e di rumori che m'aveano investito nella mia prima
-passeggiata per la nuova città; mentre il personaggio
-continuava:
-</p>
-
-<p>
-— Il signor A. viene alla B. A. I. A., ed espone il
-suo caso. La B. A. I. A. gli dà il titolo, il motto, il marchio,
-le idee dei cartelloni, gli spunti per le poesie, tutte le
-più minute indicazioni per il lancio più efficace. Idee.
-Badi: qui non si disegna, qui non si scrive: idee: pure
-idee, per tutti. E ne vengono, sa? Ho citato i signori
-A., B., C., ma arrivi pure fino alla Zeta, e poi ricominci.
-<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span>
-E i signori A., B., C., A¹, B¹ C¹, eccetera, pagano pagano
-pagano le idee, e se ne vanno. B. A. I. A. è la grande
-officina, negozio, emporio, bazar, caravanserraglio delle
-idee per tutto l'alfabeto degli uomini che inventano
-producono vendono, o credono di inventare produrre
-vendere: di tutti gli uomini che hanno capito la vita
-nuova, di tutti gli uomini che stanno creando il nostro
-grande domani, gli uomini, signore, della Italia di Vittorio
-Veneto.
-</p>
-
-<p>
-M'avvidi che, così favellando, ei s'era ritto in piedi
-e teneva la destra poderosamente infilata nell'apertura
-del panciotto. Così stette un istante, fissandomi immobile
-come la statua di Bartolo che gli faceva da sfondo.
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">5.</span>
-Lina e il "Lotòs".</h3>
-
-<p>
-Nella minuscola stanzina che mi fu assegnata, ricevetti
-la visita di una vecchia e di una giovine.
-</p>
-
-<p>
-Sedettero. La giovine sorrise: anzi, schiuse la bocca
-a un sorriso e poi si tenne quel sorriso fisso lì e immoto,
-durante tutto il tempo che la vecchia parlò. E le prime
-parole della vecchia furono le seguenti:
-</p>
-
-<p>
-— Questa è mia figlia, e io sono sua madre. Suo
-padre, mio marito, non è più.
-</p>
-
-<p>
-— Benissimo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sì, ha ragione di dire benissimo. Perchè mio
-marito, suo padre, era un uomo di scarsi principii morali;
-quand'era vivo, me mi batteva tutti i giorni, e lei
-tentò alcune volte di violentarla, che era ancora minorenne.
-</p>
-
-<p>
-— Perdio!
-</p>
-
-<p>
-— Lasciamo andare che questa alla fine è stata una
-fortuna per me, perchè non ho più avuto da pensare alla
-sua educazione morale. Sicuro. Dopo quegli incidenti
-le è rimasta, anche diventata maggiorenne, una invincibile
-ripugnanza per gli uomini, dimodochè non ho avuto
-da fare nessuna fatica per mantenerla, lei mi intende,
-sulla retta via.
-</p>
-
-<p>
-— Tutto ciò è molto semplice.
-</p>
-
-<p>
-— Già: ma nello stesso tempo ciò produce che
-la ragazza, che ormai ha ventiquattro anni, deve lavorare
-per vivere. Allora ho domandato consiglio al signor
-Gianni: lei non lo conosce ma non importa. Il
-signor Gianni dice bene; dice: — Cosa vuole? Con
-quella particolarità della Lina — si chiama Lina — non
-è il caso di farle fare nè la cantante, nè l'attrice, o
-simili. — Senza contare, dico io, che per fare la cantante
-non ha voce, e per fare l'attrice ci ha fin da bambina
-quel difetto dell'<i>esse</i> e dell'<i>erre</i>. — Questo sarebbe
-il meno; risponde lui. — In conclusione, l'importante
-è che doveva scegliere una professione assolutamente,
-come a dire, immacolata.
-</p>
-
-<p>
-— Giustissimo.
-</p>
-
-<p>
-— Guardi cos'ha pensato il signor Gianni: dice: — dia
-retta a me, che ho vissuto tanto tempo a Parigi
-<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span>
-a tenere il banco delle scommesse nelle corse dei cavalli,
-dia retta a me: in Italia, fino a oggi non si sa cosa
-sia la vita. Se fosse cinque o sei anni fa le direi: mi dia
-la Lina e me la porto a Parigi. Ma adesso Parigi è giù,
-molto giù. È il momento di far noi qualche cosa, in
-Italia. Infatti, si guardi attorno, vedrà che anche qui
-cominciano a vivere. Ma a casaccio, da provinciali.
-Veda, per dirne una, la cocaina: tutti ne parlano; c'è
-della gente che ci prova, delle cocottes, degli autori
-teatrali, delle sartine; ma così, senza un criterio: molti
-si disgustano subito, non c'è in Italia il vero genio per
-queste cose, non c'è organizzazione. E poi non conoscono
-tutto il resto: altro che cocaina! dunque; con
-pochissimo capitale, che si trova, la Lina può aprire
-una specie di bar, con un bel titolo che dica press'a poco
-«alle specialità del Vero Oriente», o qualche cosa di
-simile. Guardi, signore, che ripeto proprio come dice
-il signor Gianni, un uomo d'esperienza. Un piccolo bar,
-che non sia neanche tanto in vista: la prima stanza come
-i soliti bar, con le solite cose, e in più delle bibite e dei
-frutti e dei dolci orientali; e poi due o tre stanzine riservate
-per gli <i>habitués</i> sicuri, e là si danno le specialità
-più intime del vero oriente. La Lina, che è una bella
-figliola, vestita giusto mezzo all'orientale, un po' di
-qua un po' di là, a dirigere e tenere i conti. È semplicissimo.
-</p>
-
-<p>
-— È geniale.
-</p>
-
-<p>
-— Ecco, geniale, è come ha detto il signor Gianni.
-E mi ha anche detto: — ci vuole il lancio, la réclame;
-<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span>
-una réclame diffusa ma discreta: chè le cose più
-importanti non bisogna dirle. Lei — dice — vada alla
-B. A. I. A., e si faccia dare delle idee per la réclame.
-Il resto verrà da sè. Guardi signore, qui ci ho la lista
-di qualche specialità del vero Oriente, che non riuscivo
-a ricordarmi i nomi. Lei già le conoscerà bene queste
-cose, per il suo mestiere.
-</p>
-
-<p>
-Mi porse un foglietto, su cui lessi:
-</p>
-
-<p>
-«Haschisch» — «dawamesk» — «oppio» — «etere» — «cocaina» — e
-altri nomi meno noti.
-</p>
-
-<p>
-(— Non ci manca — disse il Dàimone — che un
-po' di coprofagia).
-</p>
-
-<p>
-Io più seriamente risposi:
-</p>
-
-<p>
-— Ho inteso, signora. Poichè la cosa è molto speciale,
-bisogna che lei mi lasci qualche giorno. Passi tra
-una settimana giusta, a quest'ora.
-</p>
-
-<p>
-La salutai. La bella Lina fece un inchino di scuola,
-e finalmente disfece quel sorriso; parve come uno che
-si levi la dentiera e se la metta in tasca. Scomparvero.
-</p>
-
-<p>
-Io mi misi d'impegno a studiare il piano per il
-lancio delle «Specialità del vero Oriente». Volli prima
-familiarizzarmi un poco con la materia, e studiai
-sui testi il modo di trarre dalla canape indiana
-l'haschisch, m'informai degli ingredienti che variano
-il verde haschisch nel più pallido dawamesk, non trascurai
-di consultare i riflessi classici e letterari di questa
-materia da Erodoto e Plinio a Baudelaire; feci una
-corsa, dietro la scorta dei viaggi di Marco Polo, nella
-leggenda del Vecchio della Montagna e dei suoi Haschischins
-<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span>
-o Assassini, m'interessai delle tre grandi fasi
-dell'ebbrezza e delle loro possibili varietà. Altrettanto
-minutamente m'occupai dell'oppio, sia per l'aspetto
-poetico leggendomi la <i>Confessioni</i> del De Quincey, sia
-per quello scientifico ricercando in una farmacopea le
-differenze tra l'oppio giapponese più aromatico e l'europeo
-più potente, attraverso l'oppio indiano che si
-avvolge in stagnole sotto forma di piccoli semi di color
-perso. Credetti per un momento di avere intravisto il
-motivo della mia réclame nella fantasiosa notizia che
-i Giapponesi fanno la raccolta dell'oppio la seconda
-sera dopo il plenilunio di giugno, avendovi praticato ventiquattro
-ore innanzi l'incisione, al punto dell'imbrunire.
-Ma ricordai a tempo che il lancio doveva essere prudente
-e discreto. Allora risalii a Omero; pensai al nepente
-che Elena aveva avuto in dono da un'egiziana,
-e al loto che ai compagni d'Ulisse faceva dimenticare
-la patria e il ritorno. Anzi, il bar di Lina doveva chiamarsi
-omericamente «Lotòs». Ci voleva una pubblicità
-indiretta e suggestiva, che preparasse l'animo del pubblico
-a cercare il «Lotòs», senza ricorrere alla solita
-volgarità dei cartelloni o dei quotidiani, anzi senza
-nominarlo neppure. Mi fiorirono idee semplici ed efficaci.
-Così che la mattina del settimo giorno mi presentai
-nello studio grande al commendatore avvocato Gattoni,
-mio principale: gli esposi in succinto le parole
-della vecchia — ed egli mi accompagnava con uno
-strano brontolìo basso —, poi senz'altro gli porsi il
-foglio su cui avevo segnato i risultati delle mie trovate.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il commendatore prese con qualche diffidenza quel
-documento, che era così concepito:
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="center">
-<i>Progetto per il lancio (diffuso ma discreto)
-del bar «Lotòs»</i>
-</p>
-
-<p>
-1) <i>Far tenere alla locale Università Popolare, da
-qualche dotto ellenista, una lettura e commento del libro
-IX dell'Odissea, dove si parla del loto.</i>
-</p>
-
-<p>
-2) <i>Incaricare un commediografo alla romana di scrivere
-una commedia in cui il brillante sia un appassionato
-di haschisch.</i>
-</p>
-
-<p>
-3) <i>Commettere a un prosatore alla milanese un romanzo
-in cui sia descritta la vita di un bar del tipo che
-vogliamo lanciare.</i>
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Nota.</span> — <i>Queste tre manifestazioni debbono essere
-tra loro contemporanee, e precedere di poco l'apertura
-del bar «Lotòs».</i>
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Il commendatore Gattoni lesse, con un mormorìo
-agitato, il mio progetto; poi lo gettò sul tavolino
-dicendomi:
-</p>
-
-<p>
-— Lei è matto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span>
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">6.</span>
-Forze maggiori.</h3>
-
-<p>
-— Lei è matto — ripetè — e glie lo spiego. Prima di
-tutto quando viene gente di quel genere la si manda
-via.... o almeno.... almeno.... Insomma, bisogna saper
-bene se si ha a fare con persone serie, prima di compromettersi.
-</p>
-
-<p>
-(— Te lo dico sempre io! — brontolò il Dàimone).
-</p>
-
-<p>
-— In secondo luogo, a parte l'opportunità, questo
-suo piano è assurdo; mi fa vedere che lei non è entrato
-nello spirito della B. A. I. A., nello spirito dei tempi,
-nello spirito della rinata Italia. Oltre la irrealizzabilità,
-e il tempo che richiederebbe, non sente come tutto
-questo puzza di letteratura? Di scuola e di letteratura:
-professorume e scrivaneria. Non ci voleva che un ex-professore
-per andare a pensare a Omero, al Lotòs, e
-alla Università, sia pure popolare. Non ci voleva che
-uno scrittore per andare a pensare a commedie e romanzi.
-Niente niente. Quando tornerà quella signora
-lei la mandi a spasso con una scusa qualunque. E facciamo
-un altro tentativo. Guardi: c'è uno, una persona
-seria, badi, un ex-colonnello dell'esercito, che è
-stato silurato fin dalle nostre prime azioni dell'Isonzo,
-il quale ha inventato una tappezzeria luminosa da mettere
-negli appartamenti invece della solita carta da
-<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span>
-parati. Questa tappezzeria, dice, è impregnata d'una
-sostanza chimica fosforescente, che di giorno non si
-vede; ma è composta in modo che verso sera, di mano
-in mano che la luce del giorno vien meno, si sprigiona
-gradatamente la luce dalla carta stessa. Così la stanza
-continua a essere illuminata, con eguale intensità. Abolizione
-d'ogni illuminazione. Sarà vero? non sarà vero?
-Questo non c'interessa. Lei trovi un'idea per rivelare
-al pubblico l'invenzione. Ma un'idea che si attui
-presto, semplice, rapida, penetrativa, e per carità, senza
-romanzi e senza università. Ha capito?
-</p>
-
-<p>
-— Perfettamente.
-</p>
-
-<p>
-Me n'andai nello studiolo piccolo, per pensare alla
-tappezzeria luminosa e aspettare l'arrivo della vecchia
-e della giovane. Ma trovai un biglietto della vecchia,
-che si scusava di non poter venire: «Per quanto
-disgraziati — scriveva — siamo gente beneducata, e
-avendo l'appuntamento bisogna che l'avverta che
-non posso venire causa forza maggiore, trovandomi
-ora improvvisamente in prigione, come pure il signor
-Gianni e la Lina, in seguito a un incidente. A
-rivederla». Non sapevo che diavolo avrei immaginato
-per le tappezzerie autofotogene dell'ex-colonnello. Il
-mio minuscolo tavolino era incastrato nel vano d'una
-finestra: di là dai vetri la strada distraeva ed eccitava
-insieme il mio cervello. Ora tra i carretti, che urlavano,
-dei merciai ambulanti sul crocicchio, scorsi a un tratto il
-cesto, pieno di garofani pallidi e di mimose, d'una venditrice
-di fiori; e da quei fiori saliva sino a me, traverso
-i vetri e la bruma, un'onda d'incomprensibile malinconia.
-<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span>
-Ma la malinconia non entra nello spirito dei
-tempi nuovi. Negli ammezzati della casa di faccia vedevo
-le teste di due dattilografe chine verso le tastiere.
-Pensai a Lina, che era in prigione. Desiderai d'essere
-in prigione anch'io per non dover pensare alle tappezzerie
-luminose del colonnello silurato. In prigione con
-Lina: Lina, col suo sorriso smontabile e il difetto dell'<i>esse</i>
-e dell'<i>erre</i> fin da bambina e la repugnanza per gli
-uomini. Anch'io ho alcuni difetti fin dall'infanzia irrimediabili,
-e alcune invincibili repugnanze. Che diavolo
-inventare per l'invenzione del colonnello? Gli inebriati
-dell'oppio e del nepente del bar di Lina avrebbero viste
-luminose anche le prigioni più oscure, senza bisogno di
-pareti fosforee. Perchè diavolo il colonnello s'è messo
-a fare delle invenzioni? Se non lo siluravano, a quest'ora
-sarebbe morto, sarebbe generale, chi sa? Come
-Ercole se prendeva il cammino piacevole. Come me se
-quel giorno andavo ai Giardini.
-</p>
-
-<p>
-— Sei ancora a tempo a provarci — disse il Dàimone.
-</p>
-
-<p>
-— Tu sai che oggi è già tutt'altra cosa da allora,
-da ieri, da un'ora fa — gli obiettai.
-</p>
-
-<p>
-— Ma nessuno t'impedisce di provare, anche subito.
-</p>
-
-<p>
-— E il commendatore Gattoni, ex magistrato e
-mio principale?
-</p>
-
-<p>
-— Tanto lui non sa che farsene di te, e sarebbe ben
-felice di perderti.
-</p>
-
-<p>
-— Lo so. Ma come atto, è poco educato. Bisognerebbe
-almeno scrivergli un biglietto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Scrivi. Hai qui un modello eccellente. Con pochi
-ritocchi, va bene anche per te e per me: «Per quanto
-letterati, siamo gente beneducata, e avendo l'impegno
-bisogna che l'avverta che non posso continuare
-in questa professione, causa forza maggiore. A rivederla».
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap3"><span class="smaller">CAPITOLO TERZO</span>
-PESCECANEA</h2>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span>
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">1.</span>
-Cinque spettatori in tre poltrone.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Nell'età delle palafitte, e più precisamente un anno
-avanti lo scoppio della guerra europea, avevo conosciuto
-a Firenze una fanciulla.
-</p>
-
-<p>
-Era venuta di Valdarno a portarmi una traduzione
-da Rimbaud sulla quale voleva il mio giudizio. Credo
-che episodi simili non se ne producano più nell'èra presente.
-Aveva cominciato a leggere: <i>In quella stagione
-la piscina delle cinque gallerie era un punto di noia. Pareva
-un sinistro lavatoio</i>.... Mentre leggeva, io la guardavo.
-Quand'ebbe finito io non avevo capito ancora se
-la signorina fosse bella o brutta: propendevo a crederla
-bella. Neppure avevo capito se fosse brutta o
-bella la traduzione; propendevo a crederla brutta. Poi
-la fanciulla se n'andò lasciandomi il manoscritto.
-</p>
-
-<p>
-Del manoscritto non s'incontra più traccia o memoria
-alcuna nelle storie e nelle leggende dei tempi che
-seguirono. La fanciulla l'ho ritrovata dopo sei anni a
-Milano.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span>
-</p>
-
-<p>
-Una sera m'ero calato in un certo sotterraneo fumoso
-e stavo là seduto tra file di gente similmente seduta
-che beveva, fumava e leggeva i giornali. A un lato del
-sotterraneo c'era anche un palcoscenico, e sul palcoscenico
-una compagnia di prosa stava tossendo e recitando
-una commedia novissima. Nella poltrona accanto
-alla mia c'era una fanciulla: quella fanciulla di
-Valdarno: la signorina Giovanna.
-</p>
-
-<p>
-Tra lei e me il mio Dàimone, invisibile e silenzioso.
-Dall'altra parte di lei sedeva una sua compagna similmente
-silenziosa, e tanto insignificante da potersi anch'ella
-considerare come invisibile. In un punto imprecisato,
-ma definito entro la breve cerchia delle nostre
-quattro sostanze, n'era presente una quinta, cioè il
-Destino, che imprevedutamente aveva ravvicinato, per
-i suoi fini reconditi, quelle sparse entità.
-</p>
-
-<p>
-La signorina Giovanna alla fine del primo atto mi
-riconobbe. E mentre la compagna leggeva con diligenza
-il programma dello spettacolo, e il Dàimone placidamente
-dormiva, il Destino tessè tra me e la traduttrice
-valdarnese un breve dialogo denso di avvenire. Io
-ebbi il pessimo gusto di ricordare a lei quella traduzione
-preistorica di <i>Una stagione all'inferno</i>. Ella ebbe
-il buon gusto di mettersi a ridere.
-</p>
-
-<p>
-— Non traduco più — aggiunse rifacendosi seria — ora
-sono a Milano a studiare il canto.
-</p>
-
-<p>
-So che quando una signora afferma «studio il
-canto», come quando un maschio dichiara «sono negli
-affari», non è opportuno domandare particolari più
-precisi, se il maschio o la signora non li offrono spontaneamente.
-<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span>
-Perciò tacqui, e cominciò il secondo atto della
-commedia, e dopo un certo tempo fatalmente finì. Giovanna
-riprese il discorso al punto esatto ove l'avevamo
-interrotto, annullando in questo modo in un attimo
-tutta l'azione che s'era svolta laboriosamente sulla
-scena al nostro cospetto.
-</p>
-
-<p>
-— Sapevo che eravate a Milano, abbiamo parlato
-di voi l'altro giorno.... oh non ricordo con chi: ma
-non importa.
-</p>
-
-<p>
-Perchè mi dava del voi? C'è tutta una casta di
-donne — non casta professionale, casta mentale — che
-hanno abolito il lei, e con esso il primo dei gradi
-d'una possibile scala d'intimità. È un fenomeno di
-tendenza al veloce, come tanti altri del tempo nostro.
-</p>
-
-<p>
-— E m'ha detto, mi pare, che vi siete messo negli
-affari.
-</p>
-
-<p>
-— Io? Sì. È vero.
-</p>
-
-<p>
-— Che affari?
-</p>
-
-<p>
-— Mio dio! fino a pochi giorni sono ho fatto della
-pubblicità. Ora ho delle idee...
-</p>
-
-<p>
-— Fate bene.
-</p>
-
-<p>
-La sua approvazione mi fu di grande conforto. Ella
-era alquanto più elegante di quand'era venuta da
-Valdarno a Firenze. Così cominciò il terzo atto della
-commedia.
-</p>
-
-<p>
-Quando stava per finire, ella mi fece un invito:
-</p>
-
-<p>
-— Venite domani a prendere il tè in casa mia?
-Vi prometto che non canterò. Vi presenterò due buoni
-amici. Di Malco, e Valacarda; li conoscete?
-</p>
-
-<p>
-— No.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Possono esservi utili. Uno è professore di merceologia.
-</p>
-
-<p>
-— Cos'è?
-</p>
-
-<p>
-— Non so. Una cosa molto importante. È com'era
-una volta essere professore di filosofia. L'altro
-è un pescecane.
-</p>
-
-<p>
-— Brava! Non ne ho ancora visto neppur uno.
-</p>
-
-<p>
-— Venite dunque, e attaccatevi al pescecane.
-</p>
-
-<p>
-Rincasando pensavo a quella prodigiosa Giovanna,
-che sei anni avanti traduceva Rimbaud in Valdarno
-e me lo portava a Firenze, e ora studiava il canto a
-Milano e mi offriva un pescecane col tè. Tutto ciò è
-modernissimo. Una donna così non la trovate nelle
-commedie di Goldoni. Nemmeno nel <i>Satyricon</i> di Petronio.
-E nemmeno più giù, nel Romanticismo o nel
-Secondo Impero. Sono posteriori a Carlo Marx e a
-Max Stirner.
-</p>
-
-<p>
-Ma ancora non ero riuscito a capire se era piuttosto
-bella o piuttosto brutta. D'altra parte ciò non ebbe
-alcuna importanza nella mia vita, come non ne ha alcuna
-nel seguito di questo racconto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span>
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">2.</span>
-Una visita d'affari.</h3>
-
-<p>
-Era seduta al pianoforte, ma appena entrai si voltò
-e abbandonò la tastiera esclamando:
-</p>
-
-<p>
-— Bravo! avete mantenuto la vostra promessa, e
-io mantengo la mia.
-</p>
-
-<p>
-Poi fece le presentazioni.
-</p>
-
-<p>
-Illustrò il mio nome con le parole «un mio vecchio
-amico quasi compatriota», al che io nulla opposi. I
-nomi degli altri due non li commentò:
-</p>
-
-<p>
-— Questo è di Malco. E questo è Valacarda.
-</p>
-
-<p>
-— Piacere....
-</p>
-
-<p>
-— .... piacere.
-</p>
-
-<p>
-— Piacere....
-</p>
-
-<p>
-— .... piacere.
-</p>
-
-<p>
-— E badi che è vero — aggiunse subito quello che
-si chiamava Valacarda. — Ci sono dei puritani che dicono:
-«questa frase è un'ipocrisia». No. Si ha sempre piacere
-di conoscere una persona nuova. È una speranza che
-rinasce su un mucchio ognora crescente di ceneri. Ogni
-persona nuova che conosciamo, è una possibilità di
-più, che ci si presenta, di giustificare il credito illimitato
-che rinnoviamo continuamente alla simpatia dell'umanità.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Valacarda — spiegò la signorina — è un incorreggibile
-ragionatore e divagatore, il che fa a pugni con
-la sua professione.
-</p>
-
-<p>
-Infatti a me e al Dàimone Valacarda era già piaciuto.
-Di statura mite, baffi piccoli e neri, appariva
-uomo di spirito aperto e sottile. Lo sentimmo fraterno,
-là, dove avevamo il secreto tremore di trovarci tra estranei.
-L'altro no.
-</p>
-
-<p>
-L'altro, di Malco, taceva. Riconobbi in lui a prima
-vista la formula estetica e morale del pescecane-tipo,
-quale è stata sorpresa e divulgata dai caricaturisti:
-alto e denso, con un volto raso e un po' grasso, vestito
-e atteggiato con severità pomposa: un forte
-anello al dito medio, le lenti legate in oro; e portava
-la testa alquanto rovesciata indietro sul collo, al duplice
-fine di reggere quelle lenti e di scrutare l'umanità
-traverso due feritoie di ciglia socchiuse.
-</p>
-
-<p>
-Mentre lo guardavo come si guarda un quadro su
-di una parete, egli, quasi per completare ai miei occhi
-la figurazione popolare del pescecane classico, trasse un
-astuccio, poi dall'astuccio un sigaro panciuto: lo accese
-e cominciò a fumare con eloquenza.
-</p>
-
-<p>
-Di Malco osservò ch'io lo contemplavo, e cercò di
-rendermisi gradito domandandomi:
-</p>
-
-<p>
-— Ha visto l'ultima opera di Puccini?
-</p>
-
-<p>
-— Io? — esclamai allibito — io non ho mai visto
-neanche la prima.
-</p>
-
-<p>
-Appena mi fui sentita uscire questa risposta inopportuna,
-guardai la nostra ospite, la fanciulla volonterosa
-<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span>
-che m'aveva raccomandato di attaccarmi al pescecane.
-</p>
-
-<p>
-Ma l'ospite dal suo sgabello non badava a noi.
-</p>
-
-<p>
-Le spalle volte al pianoforte, le braccia tese all'indietro
-e tenendosi appoggiata con le mani alle due
-estremità della tastiera, ella si bilanciava su due gambe
-dello sgabello, e fisso lo sguardo in una lontananza inafferrabile,
-corrugava la fronte con una vaga preoccupazione:
-tanto che Valacarda le domandò:
-</p>
-
-<p>
-— A che cosa pensate?
-</p>
-
-<p>
-— Pensavo — rispose velando la voce — che questo
-mese non ho ancora ricevuto il burro della tessera.
-</p>
-
-<p>
-Un placido profumo di latteria svizzera, di cucina
-olandese e di biblico girarrosto si soffuse per il salottino
-semimondano a quella parola domestica. Respirammo
-tutti e quattro silenziosamente per alcuni secondi
-un tepore di sole sull'aia, di forno casereccio, di
-gatto sulla pietra del focolare. Sentimmo scampanare
-dietro la siepe una capretta mansueta. Poi una nuvola
-invase morbidamente quel mondo, e per l'etere
-soavemente ci riportò a un terzo piano in via
-Monte Napoleone, davanti a quattro tazze di tè. Il
-fumo del tè saliva a raggiungere il fumo dell'avana del
-pescecane. Io m'alzai per osservare un'acquaforte.
-</p>
-
-<p>
-— Vi piace? — mi domandò Giovanna.
-</p>
-
-<p>
-— Non so, non m'intendo di pittura.
-</p>
-
-<p>
-— Non dica «non m'intendo di pittura» — mi
-redarguì Valacarda. — Si procuri cinque o sei frasi, e
-se ne intenderà. Comincerà con l'applicarle un po' a
-<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span>
-caso: poi quelle cinque o sei ne germineranno spontaneamente
-altre nella sua abitudine, e lei si troverà
-un vocabolario. Quando avrà un vocabolario critico,
-necessariamente le verranno delle idee critiche.
-</p>
-
-<p>
-— Una specie di pistica applicata alla critica? Ma
-intanto quell'acquaforte non mi suggerisce nulla.
-</p>
-
-<p>
-— Quell'acquaforte è fatta di segni neri; allora è
-elegantissimo dire: «che senso del colore c'è qui dentro!».
-</p>
-
-<p>
-— Che senso del colore c'è qui dentro, qui dentro,
-qui deeeeentro.... — gorgheggiò l'allieva di canto sopra
-una fioritura rossiniana.
-</p>
-
-<p>
-Il pescecane si tolse l'avana di bocca, fissò un
-momento da lontano l'acquaforte, poi asserì:
-</p>
-
-<p>
-— È un maiale con due maialini.
-</p>
-
-<p>
-— Badi — continuò Valacarda — che ogni tanto bisogna
-rifornirsi di sostantivi e di aggettivi. Prima della
-guerra c'erano le parole «sensibilità», «dinamico», «musicale»;
-oggi invece le pietre basilari del vocabolario
-critico sono «costruito», «corposo», «architettura».
-Un vocabolario di questo genere può durare dai tre
-ai cinque anni. Anche per il contenuto è così. Fino a
-qualche anno fa serviva molto la «gioia di vivere».
-Oggi....
-</p>
-
-<p>
-— Voi — interruppe la cantante — siete contento
-di vivere?
-</p>
-
-<p>
-La guardammo tutti e tre per sapere a chi avesse
-rivolto la domanda. Ma ella non guardava nessuno di
-noi. Seguendo il suo sguardo vedemmo che andava
-a finire su una mensoletta di ottone fissa al muro, di
-quelle a parecchi intagli, che servono per tenerci appoggiate
-<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span>
-e sospese le pipe. Pipe non ce n'erano. In ogni
-modo non pareva probabile che la fanciulla desse del
-voi a una mensoletta d'ottone, e le facesse una domanda
-di quel genere. Perciò nessuno di noi rispose subito. Il
-primo a spiegarsi fu il pescecane:
-</p>
-
-<p>
-— Io sarei contento di vivere — pronunciò — ma
-ho la nevrastenia.
-</p>
-
-<p>
-— Un dottore — disse la fanciulla — a un mio
-amico nevrastenico consigliò le divine emozioni dell'aeroplano.
-</p>
-
-<p>
-Valacarda si oppose:
-</p>
-
-<p>
-— L'aeroplano come divertimento è uno dei più
-insipidi che possa consigliare la retorica moderna. Io
-ci sono stato. Se uno non ha paura, la sensazione che
-dà è quella della perfetta idiozìa.
-</p>
-
-<p>
-— E se ha paura?
-</p>
-
-<p>
-— Se ha paura, non ci va.
-</p>
-
-<p>
-Decisamente questo Valacarda è un sorprendente
-personaggio. Professore di merceologia! Che cosa è la merceologia?
-Tuttavia io cominciavo a domandarmi con
-qualche maraviglia perchè mai il Destino, già una
-volta sei anni prima mandandomi a Firenze la traduttrice,
-e poi la sera avanti deponendomi in un teatro a
-fianco alla medesima rinnovellata — perchè mai il
-Destino avesse lavorato tanto per produrre quell'incontro
-eterogeneo attorno a quattro tazze vuote con
-paesaggio di pianoforte.
-</p>
-
-<p>
-— Non pensiamo a questo — mi ripresi internamente —:
-io sono qui per affari.
-</p>
-
-<p>
-Anche quando, poco appresso, mi avvenne d'un
-<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span>
-tratto di domandarmi curiosamente che legami ci fossero
-tra Giovanna e uno almeno dei due personaggi
-ch'ella mi aveva presentati, finii con l'ammonirmi una
-volta ancora:
-</p>
-
-<p>
-— Che importa? Io non sono qui per fare della
-psicologia, e nemmeno per mondanità. Sono qui per
-ragioni serie. Bisogna attaccarsi al pescecane.
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">3.</span>
-Il fulmine.</h3>
-
-<p>
-Ma mentre cercavo il modo di attuare questo maturo
-proposito, Giovanna d'un tratto balzò in piedi
-e annunziò:
-</p>
-
-<p>
-— Vado a mettermi il cappello.
-</p>
-
-<p>
-Andò, e tornò dopo brevissimo tempo, incappellata
-e impellicciata, prima che io avessi trovato una frase
-di avvicinamento, abbordo ed attacco verso il corposo
-di Malco.
-</p>
-
-<p>
-Uscimmo.
-</p>
-
-<p>
-— Passeggiamo? — propose lei quando si fu sul
-portone — chi ama camminare?
-</p>
-
-<p>
-— Io no — risposi. — Nietzsche amava camminare,
-ed è finito matto.
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo al Savini a sentire un po' di musica — propose
-Valacarda.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Io ho bisogno di camminare — dichiarò di
-Malco.
-</p>
-
-<p>
-— Allora — concluse la donna — noi due andiamo
-a passeggio e voi due andate al caffè. Forse vi raggiungeremo
-là: e se non vi raggiungeremo ci ritroveremo
-qui a casa stasera. Libertà.
-</p>
-
-<p>
-Così se n'andò, prima che avessimo annuito. Oh le
-donne! m'aveva raccomandato d'attaccarmi al pescecane,
-e ora se lo portava via e mi lasciava solo con l'altro.
-Per fortuna l'altro mi era simpatico. E forse io
-a lui.
-</p>
-
-<p>
-La nostra simpatia si svolse nel silenzio fino che
-ebbimo raggiunto e imboccato il Corso.
-</p>
-
-<p>
-Sul Corso ci fermiamo davanti a una grande e illustre
-vetrina di colore viennese. Valacarda mi addita
-una bambola con i capelli di seta, e osserva:
-</p>
-
-<p>
-— Assomiglia alla nostra amica.
-</p>
-
-<p>
-— È vero — risposi. E dopo una breve pausa,
-mentre riprendevamo l'andare, còlto da una frivola
-curiosità insinuai:
-</p>
-
-<p>
-— La nostra amica si è portato via il pescecane....
-</p>
-
-<p>
-Valacarda si fermò subito di nuovo, mi guardò,
-poi disse dolcemente:
-</p>
-
-<p>
-— Lei s'è ingannato, signore: il pescecane sono io.
-</p>
-
-<p>
-Io m'appoggiai alla cantonata per non cadere.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span>
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">4.</span>
-Zoologia.</h3>
-
-<p>
-Lo stranimento per il mio granchio e per la conseguente
-<i>gaffe</i> mi tenne ancora per un poco, mentre a
-fianco camminavamo tra gli urti della folla vespertina,
-ed egli parlava.
-</p>
-
-<p>
-Egli parlava, e io ripetevo entro me: — l'altro
-dunque, con pancia e avana, era il merceologo! E questo
-savio raffinato e sagace.... Non aprirò mai più un
-giornale umoristico.
-</p>
-
-<p>
-Valacarda parlava, e io ero sperduto ancora, e così
-non so come ci trovammo seduti a un tavolinetto d'un
-minuscolo bar cristallino: io avevo ordinato due cocktails.
-Soltanto allora ricominciai a udire le parole del
-mio affascinante compagno, che ragionava con semplicità
-velata appena di malinconia.
-</p>
-
-<p>
-— E il risultamento di tutto ciò? — continuava
-Valacarda.
-</p>
-
-<p>
-Il risultamento di che? Lasciamolo parlare.
-</p>
-
-<p>
-— Il risultamento di tutto ciò? Personalmente,
-una pregiudiziale di disprezzo pauroso che ci avvolge....
-</p>
-
-<p>
-— Non è questo che importerebbe — lo ripresi io,
-fattomi animo ormai —: lei è un uomo fine, e m'intende.
-La diffidenza che ispira il cosidetto pescecane,
-<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span>
-salvo i casi di semplice invidia, è per il pericolo che
-rappresenta l'opera sua di fronte alla vita sociale, nel
-momento stesso ch'essa anela a raggiungere quell'umano
-equilibrio, cui tende da secoli....
-</p>
-
-<p>
-M'interruppi udendo un forte ridere vicino a me.
-Mi voltai. Ma non c'era nessuno che avesse l'aria di
-aver riso. Solo allora capii ch'era stato il Dàimone, di
-cui m'ero dimenticato. Intanto il pescecane filosofo
-già s'era avvolto in una sua complicata risposta:
-</p>
-
-<p>
-— Quale pericolo? Vediamo oggi due grandi energie
-in lotta: c'è chi le chiama borghesia e proletariato,
-c'è chi le chiama energia rinnovatrice ed energia conservatrice.
-Questa lotta per lungo tempo è rimasta
-frantumata in guerriglie parziali e multiformi, ora s'è
-semplificata e ingrandita. È una vasta battaglia tra
-due eserciti, che insieme assommano all'intera società.
-A ogni fenomeno storico che si produca o si
-riproduca nel mondo, ciascuno dei due eserciti cerca di
-farsene uno strumento della lotta. Così è stato della
-guerra. Così è, ora, della pace. Il simile avverrà press'a
-poco delle nostre costruzioni. Noi pescicani, grossi e
-piccoli, tranquilli e arrabbiati, sa che cosa stiamo accumulando
-laboriosamente? Delle enormi riserve di forze — danaro,
-lavoro, organismi di uomini — forze, insomma:
-e un bel giorno, vicino o lontano non so, un
-bel giorno, o se ne impadroniranno le masse conservatrici
-per tentare l'ultimo colpo, o, se esse saranno state disfatte,
-le afferreranno gli altri, un minuto dopo la vittoria.
-</p>
-
-<p>
-— Voi dunque non siete la espressione culminante
-della borghesia?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span>
-</p>
-
-<p>
-— No no no! Siamo (non noi in persona, s'intende,
-ma l'energia che accantoniamo) siamo come una riserva
-neutra. Può darsi che il destino del pescecanismo,
-com'è stato già di far durare la guerra fino alla vittoria,
-sia ora di salvare la borghesia, o almeno prolungarle
-la vita; e può altrettanto darsi che sia quello di
-farla morire d'aneurisma e d'ingorgo: non s'esce da
-questo dilemma. Ma nè il borghese nel primo caso, nè
-il nuovo vincitore nel secondo, erigeranno certo un
-monumento di gratitudine al pescecane, come le nazioni
-lo erigono al fante che le ha salvate. Non sappiamo
-chi si dividerà le nostre spoglie: ma il nostro destino
-inevitabile è di essere spoglie.
-</p>
-
-<p>
-— Spoglie opime — feci io.
-</p>
-
-<p>
-— Opime sì: per questo voi scrittori e i vostri
-aiutanti disegnatori hanno avuto una certa ragione di
-raffigurarsi il pescecane (o cosidetto pescecane, come
-dice lei per cortesia) in forma corpulenta e ingombra.
-Ma, come lei vede, è un'allegoria.
-</p>
-
-<p>
-— E i suoi.... colleghi, la pensano tutti come lei?
-</p>
-
-<p>
-— Nemmen per idea. Non ne trova uno su cinquanta
-che dica «noi pescicani»; e quello che lo dice,
-lo dice per simulazione di disinvoltura e per difesa personale.
-Il curioso è, che io stesso non ho capito se loro
-credono di essere immortali e costruire per l'eternità;
-o se lo sanno che van vivendo alla giornata più della
-rondine quando gira col becco aperto pei cieli all'ora
-del tramonto.
-</p>
-
-<p>
-— Anche questo tramonto è un'allegoria?
-</p>
-
-<p>
-— Forse. Del resto anche se qualcuno, come me,
-<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span>
-si rende conto del fenomeno, che gli serve? Ognuno è
-trascinato dal suo proprio spirito, ha detto Lucrezio.
-Lucrezio dice <i>voluptas</i>. È la stessa cosa. Lei scrive, e
-scriverà sempre....
-</p>
-
-<p>
-Io non rettificai.
-</p>
-
-<p>
-— .... anche quando, come oggi, veda intorno a sè
-a quale turpitudine di mal gusto è trascinata la sua
-arte. Scriverà, anche persuaso che le cose sue che più
-le hanno costato di travaglio debbano rimanere in
-un cassetto.
-</p>
-
-<p>
-— Ma scrivo per i posteri — dissi cercando di fargli
-credere che celiavo.
-</p>
-
-<p>
-— Anche il pescecane lavora in effetto per un postero:
-non importa se la sua posterità invece che tra
-un secolo possa cominciare domani o stasera. Ma in
-realtà lei non lavora per i posteri ma per sè: e anche
-lui lavora per sè: per quella sua <i>voluptas</i>, che non sempre
-è spregevole. Naturalmente tutto ciò le appare
-strano. Lei dice che sono un uomo fine, perchè ho letto
-tre o quattro libri e perchè ragiono intorno alle cose
-invece di andarvi a cozzare contro a testa china con le
-corna di qualche pregiudiziale ostinata. E anche questo
-le appare strano. Perchè lei è uno scrittore, e agli scrittori
-per farsi leggere occorrono figurazioni precise: il
-demonio, l'angelo, il pescecane grasso e cùpido, il fante
-energico e macerato. Specialmente oggi, che si ha sempre
-fretta: fretta di capir subito senza sforzo con chi
-si ha a che fare. Loro scrittori debbono essere o dei sentimentali
-o dei cinici, se no il pubblico si disorienta.
-Come quando si fa della politica ai contadini: bisogna
-<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span>
-parlare o da clericali o da rivoluzionari. Lei le cose che
-ho dette non le potrebbe scrivere. Uno come me, lei
-non lo presenterebbe: apparirei incomprensibile e mostruoso;
-molto più mostruoso che se il pescecane fosse
-stato il nostro buon amico di Malco, il quale a quest'ora,
-più e meno saggio di noi, sta pranzando con la
-nostra buona amica Giovanna in qualche trattoria
-spensierata. Se facessimo altrettanto?
-</p>
-
-<p>
-— Volentieri.
-</p>
-
-<p>
-Pagai i due cocktails, e il filosofo alzandosi mi
-promise:
-</p>
-
-<p>
-— Le farò conoscere, o almeno vedere, qualche
-mio collega, se ci tiene.
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">5.</span>
-Apocalissi.</h3>
-
-<p>
-Infatti alla trattoria incontrò, mi presentò, e invitò
-a sedersi alla nostra tavola, un uomo biondiccio
-e un po' sbilenco con due grossi baffi da foca e una
-penzolante giacca color tabacco. Rideva e parlava continuamente;
-cioè raccontava storielle oscene e poi ne
-rideva lui stesso con fragore, e accompagnava quello
-stridere con gran suoni di posate sui piatti. E questi
-era il socio di Valacarda. Come mai? Oh la <i>voluptas</i>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ora il nuovo compagno raccontava una sua avventura
-di viaggio con due cameriere d'albergo. Ma Valacarda,
-accorgendosi ch'io guardavo a un altro tavolino,
-mi domandò:
-</p>
-
-<p>
-— Le piace quella bruna?
-</p>
-
-<p>
-— Sì: ha un'aria aristocratica; bellezza imperatoria
-e fine nello stesso tempo, e un contegno da Olimpo.
-Oserei affermare che è una signora.
-</p>
-
-<p>
-— Ha indovinato, è una signora, la signora di
-quello che c'è insieme. Prima lei faceva parte di una
-compagnia di equilibristi del Trianon, e manteneva lui.
-Ora lui s'è tirato su col filo spinato, e l'ha sposata. Al
-mondo c'è ancora della gratitudine e altre virtù.
-</p>
-
-<p>
-Il commensale color tabacco si voltò a guardarli.
-Così vide entrare nella sala un giovinotto disinvolto e
-lo salutò ad alta voce da lontano. Poi si volse a me
-annunziandomi:
-</p>
-
-<p>
-— Spolette da shrapnell.
-</p>
-
-<p>
-— E questo alla mia destra? — domandai io accennando
-al più elegante di tutto il consesso. — Cos'è?
-Zàini? fulmicotone?
-</p>
-
-<p>
-Guardarono e uscirono tutt'e e due a ridere con
-irriverenza.
-</p>
-
-<p>
-— Questa volta ha sbagliato — disse Valacarda. — Quello
-lì è un pittore.
-</p>
-
-<p>
-— Pittore!
-</p>
-
-<p>
-— Sì: vive alle spalle di quello che gli è vicino:
-pezze da piedi e propaganda per i prestiti. S'è fatto
-fondare da lui una rivista illustrata. Sono i pidocchi
-del pescecane.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span>
-</p>
-
-<p>
-Rabbrividii.
-</p>
-
-<p>
-Quel mondo luccicava tutto e parevami gorgogliare
-e spumare d'una superiore letizia. Sognai per un momento
-di assistere a una festa furinale, quali i Romani,
-spiriti larghi, celebravano in onore dei ladri.
-</p>
-
-<p>
-Mi scossi, e tratto da una vecchia abitudine domandai:
-</p>
-
-<p>
-— Come s'intitola la rivista illustrata?
-</p>
-
-<p>
-— Non parliamo di porcherie — ammonì l'uomo
-color tabacco. — Guardi quella bionda così seria, laggiù.
-Una mattina, nell'anticamera del mio studio,
-l'ho....
-</p>
-
-<p>
-Ma non sentii il seguito. Non sentivo più le loro
-parole. Il mio spirito era abbuiato.
-</p>
-
-<p>
-Mi trovavo dunque nel centro di quella terza Babilonia
-su cui Valacarda aveva predetto prossimo non so
-che fuoco divino o sociale. Ma non pensavo più ai suoi
-vaticinî. Le immagini mi presero nel loro possesso. L'aria
-della sala intorno a noi si fece liquida e verde come in
-fondo a un oceano, oceano scivolato da grandi belve
-corsare che aprivano gole di Satana, arrotavano i
-denti alle rocce subacquee, e come d'intesa movevano
-tutte obliquamente, leviatani torvi, dall'abisso gelido
-in su, verso un'alta luce d'incendio lontano che le traeva:
-e il corteo non avea fine, sempre più enormi e
-nere, con la smorfia d'un ringhio di cui non si udiva la
-voce, battendo le code nel liquido muto, su, verso l'alto.
-Poi un cameriere traversò con grazia secura lo stormo,
-e si chinò davanti al nostro tavolino presentandoci
-il conto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span>
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">6.</span>
-Compensazioni.</h3>
-
-<p>
-Valacarda trovò un errore nel conto e lo fece correggere.
-Poi fece la divisione per tre, ognuno di noi
-pagò la sua parte, e l'amico festevole ci lasciò. Noi ci
-avviammo a via Monte Napoleone, ma arrivati al portone
-di Giovanna, Valacarda si fermò:
-</p>
-
-<p>
-— Non salgo: ho sonno, e domani mattina debbo
-partire presto: sì, starò fuori qualche tempo. Troverà
-di Malco, e forse altri; mi scusi con la signorina. Grazie.
-</p>
-
-<p>
-Su, venne ad aprirmi la signorina in persona. Non
-c'era di Malco. Non c'era nessuno.
-</p>
-
-<p>
-— Sono stata brava? — mi gridò subito. — V'ho
-lasciato col pescecane. Che n'avete fatto?
-</p>
-
-<p>
-Mi guardai bene dal raccontarle il primitivo granchio.
-Risposi:
-</p>
-
-<p>
-— l'ho lasciato ora, qui sotto; abbiamo pranzato
-insieme.
-</p>
-
-<p>
-— E avete combinato qualche buon affare?
-</p>
-
-<p>
-— Mio Dio, no.... Per il primo pescecane che incontro,
-era così raffinato, arguto.... e poi mi ha detto due
-o tre volte «lei che scrive, e continuerà a scrivere».
-Non potevo disingannarlo.
-</p>
-
-<p>
-L'amica alzò gli occhi al cielo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Dio, che uomo d'azione siete! Pensare che glie
-lo avevo detto che volevate darvi agli affari, che vi
-aiutasse....
-</p>
-
-<p>
-— Gli avete detto!?...
-</p>
-
-<p>
-— Non sarete mai buono a nulla.
-</p>
-
-<p>
-(— Non sarai mai buono a nulla — echeggiò il
-Dàimone, ma con minore scandalo).
-</p>
-
-<p>
-— E come s'è liberato bene di voi!
-</p>
-
-<p>
-Era veramente afflitta.
-</p>
-
-<p>
-(— Stai zitto, non facciamoci scorgere troppo — sussurrai
-al Dàimone che non voleva chetarsi).
-</p>
-
-<p>
-Giovanna seguiva il filo di non so quale pensiero.
-Poi scosse il capo e mi guardò. E concluse con voce
-consolatoria:
-</p>
-
-<p>
-— Troverete di meglio, pazienza. Meno male che
-ci avete almeno guadagnato un invito a pranzo.
-</p>
-
-<p>
-Non volli deluderla. Era una buona figliuola, come
-tutte le fanciulle che dopo aver tradotto Rimbaud in
-Valdarno vengono a Milano a studiare il canto. Ora
-taceva, e per un po' tutto tacque tra noi. Sospettai che
-la buona figliuola pensasse di dovermi qualche geniale
-risarcimento per lo scarso esito della mia giornata...
-</p>
-
-<p>
-Ma qui si raccontano storie d'affari, cose serie; e
-non dobbiamo occuparci di frivolezze.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap4"><span class="smaller">CAPITOLO QUARTO</span>
-PER BELLOVESO</h2>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span>
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">1.</span>
-Preludio mirabile.</h3>
-</div>
-
-<p>
-La piattaforma del tranvai è la glandola pineale
-della vita moderna. Trovandomi io un giorno sulla piattaforma
-d'un tranvai di Milano, un individuo con barba
-grigia e cappello verde alla calabrese mi stralunò in
-volto due occhi quasi bianchi spiritati, poi disse:
-</p>
-
-<p>
-— Scusi, signore....
-</p>
-
-<p>
-Non avrei mai immaginato che quegli occhi potessero
-pronunciare una frase tanto garbata. Mi rimisi
-dunque dalla prima impressione ch'era stata alquanto
-sgomenta.
-</p>
-
-<p>
-— Scusi, signore: sa dirmi dov'è via Belloveso?
-</p>
-
-<p>
-— Non so — risposi con la maggior grazia possibile. — Sa, — aggiunsi
-poi sentendo non so qual dovere
-di giustificarmi — io non sono di Milano.
-</p>
-
-<p>
-— Ah.
-</p>
-
-<p>
-Questo «ah» non fu un «ah» di quelli grassi, sdraiati,
-episcopali, che nei dialoghi della vita indicano soddisfatta
-conclusione e lasciano l'animo pacato: fu un «ah»
-<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span>
-arido, giallo di sarcasmi. I romanzieri non hanno ancora
-trovato la maniera di distinguerli nella scrittura,
-e mettono «ah» senz'altro, in tutt'e due i detti casi e
-anche nei loro infiniti intermedi e collaterali: la quale
-è una lacuna non lieve dell'arte nostra.
-</p>
-
-<p>
-Io n'ero rimasto oscuratamente scontento e guardingo,
-mentre il tranvai continuava la sua rotolante
-corsa per le rette e le curve della Città Operosa.
-</p>
-
-<p>
-Infatti l'uomo imminendomi ribadì:
-</p>
-
-<p>
-— E se fosse di Milano?
-</p>
-
-<p>
-— Se fossi di Milano — risposi con pronta dialettica — sarebbe
-più probabile, non però certo, ch'io
-sapessi dov'è via Belloveso.
-</p>
-
-<p>
-La soddisfazione di questa nitida risposta mi ristorò:
-e per un momento credetti d'essere libero dal sorprendente
-personaggio, perchè subito egli si rivolse al
-più vicino dei nostri compagni di andare, uomo comune
-con cappello duro e spilla nella cravatta. Con gli
-stessi occhi e con la stessa voce domandò a lui:
-</p>
-
-<p>
-— Scusi, signore, è di Milano lei?
-</p>
-
-<p>
-— Sì — rispose il signore volonteroso col cappello
-duro — sono proprio di Milano, del Verziere.
-</p>
-
-<p>
-— E lei che è proprio di Milano, sa dirmi dov'è
-via Belloveso?
-</p>
-
-<p>
-— No: non l'ho mai neanche sentita nominare.
-</p>
-
-<p>
-— Ma se l'avesse sentita nominare — incalzò l'incontentabile, — saprebbe
-dirmi perchè si chiama via
-Belloveso?
-</p>
-
-<p>
-L'uomo comune s'inalberò:
-</p>
-
-<p>
-— Come sarebbe a dire?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sa lei, signore di Milano, sa lei chi era Belloveso?
-</p>
-
-<p>
-L'altro lo guardò un momento, poi guardò me, poi
-tutti gli altri intorno, torse un'occhiata più lunga alla
-strada che fuggiva sotto i nostri occhi: e d'un tratto,
-poichè il tranvai rallentava, scese precipitosamente e
-senza voltarsi indietro si inabissò nella prima via trasversale.
-</p>
-
-<p>
-Il tranvai finì di rallentare e fermò del tutto. L'energumeno
-gentile tornò a me:
-</p>
-
-<p>
-— Lei, signore, che almeno non è di Milano, la
-prego: scenda con me.
-</p>
-
-<p>
-Non so quale forza mi spinse ad acconsentirgli.
-</p>
-
-<p>
-Sopra una cantonata una guardia di città sonnecchiava
-a capo chino. L'amico lo svegliò:
-</p>
-
-<p>
-— Vigile, sa dirmi dov'è via Belloveso?
-</p>
-
-<p>
-L'altro riscosso mormorò:
-</p>
-
-<p>
-— Pellevese, Pellevese.... nun saccio.
-</p>
-
-<p>
-— Potrebbe guardare nella guida.
-</p>
-
-<p>
-L'esule partenopeo si cavò blandamente di seno un
-libretto e cominciò a sfogliarlo:
-</p>
-
-<p>
-— Come avete detto? Pellurese?
-</p>
-
-<p>
-— No: Bel-lo-ve-so: col bi.
-</p>
-
-<p>
-Il pubblico funzionario compitò con scrupoloso travaglio
-parecchi nomi del suo indice alfabetico: — Bec-ca-ria — Bel-fio-re — Bel-gio-io-so....
-quest'è,
-Belgioioso?
-</p>
-
-<p>
-— No: Bel-lo-ve-so.
-</p>
-
-<p>
-— Bel-lez-za — Bel-li-ni — Bel-lot-ti.,.. mo' ce
-stiamo 'n coppa — Be-na-co.... no: Bellevese nun ce
-sta, Eccellenza.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span>
-</p>
-
-<p>
-Lo piantammo, chè era esausto. Seguivo faticosamente
-e con grande interesse la mia agitata guida. Lo
-vidi precipitarsi contro una carrozza vuota che veniva
-traballando placidamente verso noi. La fermammo, le
-demmo la scalata, occupammo il sedile. Quando ci sentimmo
-saldi nella conquistata posizione, il mio compagno
-comandò con aria sciolta:
-</p>
-
-<p>
-— Portaci in via Belloveso.
-</p>
-
-<p>
-Allora, con mia suprema stupefazione, avvenne questo
-fatto mirabile: che il vetturino non disse nulla,
-e neppure si voltò a noi; ma dette una frustata all'aria,
-una voce al cavallo, e partì; e tutti partimmo con lui.
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">2.</span>
-Fatale andare.</h3>
-
-<p>
-E la carrozza camminò rassegnata e fatidica per
-vie folte e piazze illustri e ardimentosi crocicchi, tra
-la folla sonora onde Milano trae l'incitamento perenne al
-lavoro e all'impeto, alla Vita Intensa e alla Vita Operosa.
-Il mio compagno s'era chiuso in un degno silenzio;
-china sulla fronte la tesa verde del cappello calabrese
-ora si contemplava misticamente le quadrate
-estremità delle scarpe. Io rispettai quel silenzio e
-quella contemplazione. M'interessavo alle vicende del
-nostro andare e al civile paesaggio che percorrevamo.
-<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span>
-Ma già le piazze e le vie si facevano a mano a mano meno
-affollate e meno illustri. L'aspetto delle botteghe e delle
-case graduava rapidamente dalla metropoli al suburbio.
-Entrammo nell'ignoto. Raggiungemmo l'aborigeno.
-Ogni tanto la carrozza, mossa da non so quali occulte
-cagioni, invece di proseguire diritta svoltava in vie laterali,
-e quasi a ognuna di quelle mutazioni di rotta
-il colore delle muraglie e dei selciati si faceva più languido
-e afflitto. Le sfilate di muri grigi presentavano ormai
-rara l'interruzione di una donchisciottesca barbieria
-o d'una drogheria sudicia rinforzata dalla giunta
-d'un romantico bar.
-</p>
-
-<p>
-Poi ai bar succedettero francamente le osterie, mentre
-la carrozza sobbalzava sempre più con singhiozzanti
-nostalgie dei lastricati lontani.
-</p>
-
-<p>
-Essa proseguiva il suo cammino mortale, e a me
-l'anima si andava fasciando di lenta malinconia: ma
-ecco, dopo un incerto vagare tra larve di strade d'ambiguo
-colore e di spiriti crepuscolari, e dopo due o tre
-svolte più impensate, ecco di lì a poco m'accorsi che la
-luce si rifaceva nitida, ch'erano scomparse le cànove e
-riapparsi i romantici bar con le drogherie luridissime:
-risentii un saluto d'aure familiari, spuntarono al mobile
-orizzonte più frequenti botteghe, poi grandi vetrate.
-Riudivo qua e là sonorità umane: e a mano a mano ritrovando
-il sorriso di vie e piazze note recuperai gli spiriti,
-fino a che per pochi ultimi audaci quadrivi mi riconobbi
-tornato presso al cuore del gran corpo di cui
-avevo rapidamente poco innanzi raggiunto gli arti più
-lontani.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span>
-</p>
-
-<p>
-A questo punto, senza espresso superiore comando
-nè per altre cagioni apparenti, il cavallo a capo chino
-ristette, la carrozza sostò, e noi tutti con essa e dentro
-essa fummo fermi.
-</p>
-
-<p>
-Appunto in quell'istante il mio compagno ebbe
-conchiusa la sua contemplazione, e dalle quadrate estremità
-delle scarpe levò gli occhi ai due bottoni argentei
-ond'era insignito il dorso dell'auriga. Tutti tacevamo.
-Poi l'auriga si voltò e inclinò alquanto verso noi, candidamente
-così favellando:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Avevi minga capii ben: che via l'à dit?</i>
-</p>
-
-<p>
-— Via Belloveso.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Adess o capii: la gh'è minga quela via lì a Milan.</i>
-</p>
-
-<p>
-Il mio prodigioso compagno si volse a me e disse:
-</p>
-
-<p>
-— Lo sapevo, che non c'era.
-</p>
-
-<p>
-— E allora, — arrischiai — perchè la cerca?
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non c'è!
-</p>
-
-<p>
-Tutti, il cavallo, l'auriga, la carrozza, il personaggio
-e io, eravamo muti e fermi: solo si mosse e, credo, mandò
-una tenuissima voce col suo scatto il meccanismo prestigioso
-del tassametro. Io ne distolsi lo sguardo. Il
-personaggio domandò:
-</p>
-
-<p>
-— Di dov'è lei, signore?
-</p>
-
-<p>
-Io ho sempre pronte diverse città natali a seconda
-delle varie occorrenze della vita. Ebbi la eccellente
-ispirazione di rispondere:
-</p>
-
-<p>
-— Sono di Roma.
-</p>
-
-<p>
-— Sa lei, signore, chi furono Romolo e Remo?
-</p>
-
-<p>
-Rividi in un attimo nella memoria la scuola della
-mia puerizia, e recitai:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Romolo e Remo, signore, furono i fondatori di
-Roma, capitale d'Italia.
-</p>
-
-<p>
-— E che direbbe ella, signore, di un romano il
-quale non sapesse rispondere chi furono Romolo e
-Remo?
-</p>
-
-<p>
-— Direi, signore, che è sordomuto.
-</p>
-
-<p>
-— Sordomuto: sia ella benedetta ora e sempre per
-questa parola. I milanesi — e indicò con la mano spiegata
-la schiena dell'auriga, la coda del cavallo, il lastrico,
-la casa di fronte, la folla dei passanti — i milanesi sono
-dei sordomuti. Non sanno chi fu Belloveso. Belloveso
-fu il Romolo e Remo di Milano. Il gallo Belloveso,
-signore, che era nipote di un re dei Biturigi, quasi seicent'anni
-avanti Cristo varcò le Alpi e qui accampandosi
-fondò Milano, capitale morale d'Italia. E a Milano
-nessuno, nessuno, nessuno lo sa. A Milano non
-c'è una via, una piazza, un corso, un viale, un bastione,
-un monumento, un vicolo, un portico, un caffè,
-una scuola, un postribolo, che sia dedicato al nome di
-Belloveso. Scendiamo, signore. La carrozza la pago
-io o la paga lei?
-</p>
-
-<p>
-— La paghi lei — proposi.
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-Pagò, e discese, e io dietro lui: ma mentre m'accingevo
-a salutarlo egli era scomparso, magicamente
-scomparso davanti a me, o che il movimento della
-folla me l'abbia sùbito nascosto, o che, come sembrami
-più probabile, vaporando nell'etere ei sia stato assunto,
-definitivamente o provvisoriamente, nei cieli.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span>
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">3.</span>
-Via Belloveso.</h3>
-
-<p>
-Egli era scomparso; ma io, raggiunta in pochi
-passi quella che avevo sempre veduta essere la piazza
-del Duomo, io trovai ora che non vi scorgevo più il
-Duomo, nè il frivolo calamaio di bronzo del monumento
-a Vittorio Emanuele, nè intorno a esso il girotondo
-dei tranvai con i trolleys rigidi a scarrucolare
-verso il cielo; e nemmeno si stendevano più, ai lati
-di quella, lo scenario dei portici settentrionali nè l'obliquo
-fondale di Palazzo Regio: ma tutto il luogo era
-occupato non da altro che da basse capanne, in mezzo
-a suono di ferrame, perchè tra le capanne s'aggiravano
-vasti guerrieri baffuti con risa oscene. E bisognò qualche
-tempo e qualche sforzo alla mia fantasia avanti
-che mi riuscisse di ritrasformare a' miei occhi il rude
-accampamento dei Galli di Belloveso nel cuore civile
-e facondo della capitale morale.
-</p>
-
-<p>
-L'ossessione mi tenne più giorni. Sotto la larva
-d'ogni ragioniere milanese vedevo corruscare un Biturigio
-superbo, ogni dattilografa parevami una sacerdotessa
-accorrente ad aggiunger fiamme a un sacrificio
-umano: vidi appunto sull'angolo del Corso sorgere ed
-elevarsi d'un tratto immani fantocci di vimini, alti
-come torrioni, e gli eubagi riempirli d'uomini vivi e
-<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span>
-appiccarvi il fuoco in onore di Hesus, dio sanguinolento
-armato di scure. Di là, all'aspro odore di quella
-fiamma, un druido spiegava ai milanesi la trasmigrazione
-delle anime d'una in altra forma mortale. Vidi
-anche sotto i miei sguardi la colonna di San Babila tumefarsi
-e coprirsi di corteccia rugosa e ramificando trasformarsi
-in quercia, e guerrieri braccati chiamavan quella
-quercia Teutates ardendovi attorno olocausti di cani.
-</p>
-
-<p>
-Non mi riusciva sottrarmi alla suggestione morbosa.
-Riconoscendone esattamente l'origine, pensai che
-il passante grigio apparsomi un giorno sulla piattaforma
-del tranvai fosse stato una incarnazione dell'Antico
-Maligno, che s'era messo vaste scarpe quadrate per
-nascondere gli zoccoli. — O forse più semplicemente — mi
-dissi — quegli fu lo spirito stesso di Belloveso che
-nel mondo degli immortali non trova requie pensando
-all'immemore ingratitudine di venticinque secoli di
-posterità.
-</p>
-
-<p>
-Occorreva, per liberarsi, placare lo spirito di Belloveso.
-In qual modo?
-</p>
-
-<p>
-Forse un tempo, quand'ero immerso in classici
-studi, avrei pensato a scrivere su Belloveso una truculenta
-e compassata tragedia. Più tardi, poi che la
-vagante sorte m'ebbe sfiorato con le ibride penne del
-giornalismo — bizzarra chimera biforme tra l'arte e
-la vita pratica — avrei tentato di quetare lo spirito di
-Belloveso ed il mio con una serie di articoli agitanti la
-proposta di un monumento: tutti gli scultori e i procacciatori
-di Comitati sarebbero stati con me.
-</p>
-
-<p>
-Ma erano i giorni in cui, colpito dall'aspetto del
-<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span>
-tempo nuovo, avevo stabilito d'uniformarmi a esso
-e darmi agli affari. Ed ecco dalla mia ossessione germinò
-l'idea d'un affare vasto e mirifico.
-</p>
-
-<p>
-A Belloveso non possiamo offrire un monumento o
-una caduca tragedia.
-</p>
-
-<p>
-Belloveso, primevo animatore della Città Operosa,
-dev'essere rammemorato con imporre il suo nome a
-una via della città stessa. Egli in persona, in quel
-giorno e in quella carrozza fatali, me lo ha suggerito.
-</p>
-
-<p>
-A qual via? Egli principiatore del rozzo antico nucleo,
-deve avere per sè la via più moderna e perfetta:
-la più lontana da quei rudimenti: una via definitiva.
-</p>
-
-<p>
-Occorre costruirla apposta. E bisogna ch'essa sia
-di tanto più grande e nuova delle presenti, di quanto
-le presenti sono più grandi e stabili e solenni delle capanne
-dei Biturigi di duemilacinquecento anni fa. L'ultima
-parola della modernità. Il non visto ancora tra
-noi. Una via costruita tutta, sì, tutta di grattacieli, di
-grandi grattacieli, di grattacieli di cemento armato:
-via Belloveso.
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">4.</span>
-A grandissime linee.</h3>
-
-<p>
-All'opera, ideatore, animatore, organatore: questa
-è speculazione, nel senso più maturo e degno della
-parola. All'opera dunque, Speculatore.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il programma da attuare era semplice: un progetto
-edilizio, un preventivo per la costituzione di un
-capitale, un piano per lanciare e popolarizzare l'impresa.
-</p>
-
-<p>
-Il lanciamento sarebbe stato facilissimo: bastava
-fondare una rivista d'arte, dedicata specialmente al
-rinnovamento dell'architettura. Sulla rivista iniziare
-immediatamente una impetuosa campagna, di natura
-pratica, a favore del cemento armato, e una di natura
-estetica per le case a molti piani: le industrie cementizie
-e le fabbriche di ascensori faranno ampiamente le
-spese della rivista.
-</p>
-
-<p>
-Iniziato il movimento generale, subito esporre sulla
-rivista stessa l'idea della via nuova: ma l'offerta votiva
-di questa alla memoria del duce gallo (effettivo movente
-intimo della mia ideazione) apparirà come l'ultimo
-pensiero, una culta eleganza sovrapposta all'idea
-originaria, quasi un fregio.
-</p>
-
-<p>
-La fame di case, che già in quel tempo travagliava
-insopportabilmente la vita della città, avrebbe favorito
-in modo incredibile il mio còmpito.
-</p>
-
-<p>
-Verrà, dunque, dopo il lancio, subito il resto: e
-disegni e preventivi saranno opera dei competenti.
-</p>
-
-<p>
-Ma prima d'interrogare i competenti, e di esporre a
-chicchessia il mio pensiero, buttai giù un piano a grandissime
-linee, quanto occorreva a far intendere la mia
-idea, così facile, ai capitalisti che avrebbero dovuto
-costituirsi in società per attuarla. Quella gente vuol
-cifre. E cifre siano. Bastano approssimative, per ora,
-tanto per dimostrare l'affare. — Ogni palazzo, calcolai,
-avrà duecentoventi metri d'altezza e centocinquanta
-<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span>
-di base: la via sarà di trentasei grattacieli, diciotto
-per parte, dacchè il numero 9 e i suoi multipli
-mi sono sempre stati propizi. Una via dunque — con
-i brevi intervalli tra un palazzo e l'altro — lunga circa
-tre chilometri: rettilinea. Trentasei case, ognuna di
-cinquanta piani.
-</p>
-
-<p>
-Poniamo che ogni casa costi due o tre milioni: una
-spesa complessiva di circa cento milioni: quest'è il
-passivo.
-</p>
-
-<p>
-E l'attivo: trentasei case, di cinquanta piani ciascuna,
-fanno in tutto mille e ottocento piani. Suppongo
-che ogni piano darà sei appartamenti: in tutto sono
-diecimila e ottocento appartamenti. Se ognuno di questi
-rende, per esempio, diecimila lire annue, fanno centootto
-milioni all'anno di attivo: e perchè in queste
-materie bisogna andar cauti, invece di centootto diciamo
-pure soltanto cento milioni annui di entrata.
-È quanto dire che il primo anno, il solo primo anno,
-dodici rapidi mesi di questa così fugace vita mortale,
-ripagheranno il capitale iniziale. E subito dopo la società,
-la mia società, ha un guadagno annuo di cento
-milioni.
-</p>
-
-<p>
-Qualcuna di queste cifre sarà certo inesatta, forse
-qualche moltiplicazione sarà sbagliata, ma non importa:
-si correggeranno: si aumenterà, se occorre, il numero
-dei piani. Il freddo competente darà le cifre precise:
-io ero tutto invaso del calore della mia costruzione
-ideale; anche lo spirito di Belloveso parevami cominciasse,
-a queste semplici cifre, a placarsi.
-</p>
-
-<p>
-Si noti che per fare cento milioni bastano dieci
-<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span>
-persone che mettano dieci milioni l'una, oppure cinque
-persone che ne mettano venti: qui non c'è neppure il
-dubbio d'avere sbagliato l'operazione aritmetica. Ed
-ecco via Belloveso.
-</p>
-
-<p>
-Stesi questo piano in un accurato memoriale. Non
-mancai di aggiungervi certa considerazione che nacque
-nella mia mente mentre già avevo cominciato a compilarlo.
-Era questa. Quando, venticinque secoli sono,
-in seguito all'invasione dei Kymri nell'Aquitania il re
-Biturigio Ambigate mandò oltr'Alpe Belloveso (e questi
-stabilì l'accampamento che sarebbe divenuto Milano) — nello
-stesso tempo il fratello di lui (ch'era addobbato
-similmente d'un audace nome, Sigoveso) passò
-il Reno e andò a stabilirsi nella regione Ercinia in Germania.
-Quali accampamenti fondasse non so: ma parevami
-probabile che da qualcuno di questi fosse nata,
-come Milano da quelli, la tedesca città di Baden, che i
-Romani conobbero. Si sarebbe potuto cercare negli
-storici la maggior esattezza di tale mia induzione, ma
-intanto era certo che in una regione germanica era
-sorta una città sorella, o almeno cugina, a Milano:
-che, dunque, un'impresa identica alla mia qui, poteva
-a un parto farsi nascere là, in onore di Sigoveso; che
-forse le due imprese potevano originarsi insieme dalla
-società e dal capitale medesimo: in ogni modo ciò poteva
-dare origine a un'audace e utile veduta politica,
-poteva additare un legame franco-italo-germanico più
-saldamente fondato di quello che intravide Caillaux, e
-pregno forse di più maturabili destini.
-</p>
-
-<p>
-Stesi dunque il mio complesso memoriale artistico-storico-finanziario-politico;
-<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span>
-lo portai a copiare in dodici
-esemplari a una dattilografa fidata: spesi in quella
-copia lire sessanta, che segnai sopra un candido quaderno
-come la prima spesa e insieme il primo atto effettivo
-della mia creazione.
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">5.</span>
-La mia dimora.</h3>
-
-<p>
-Dopo avere riletto e corretto il memoriale, m'indugiai
-per poco in qualche pensiero domestico.
-</p>
-
-<p>
-Stabilii di scegliere, nel centro della via, al numero
-18, la mia casa. È giusto. Mi farò fare i biglietti di visita;
-i primi, credo, della mia vita, e con l'indirizzo:
-«18, via Belloveso, Milano». Abiterò al piano nobile,
-il cinquantesimo. Avrò un ascensore particolare che
-in trenta secondi, senza fermate ai piani intermedi,
-porterà su direttamente me, la mia famiglia, i miei
-amici. Perchè anche là gli amici verranno a trovarmi,
-come ora. Ma se verranno dopo le dieci di sera, non
-potranno più, come fanno ora, chiamarmi dalla strada
-per farsi gettare la chiave del portone. Faremo dunque
-nella nostra rivista una campagna perchè i portoni di
-Milano siano muniti di un campanello corrispondente a
-ogni appartamento, e di un congegno a pila elettrica
-per aprire il portone stesso dall'alto, come a Firenze,
-<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span>
-che almeno in questo è assai più civile di Milano. Ogni
-portone avrà così trecento bottoni elettrici, centocinquanta
-per parte: se ne potranno trarre motivi decorativi
-ultramoderni. Ma quale cuccagna per i nottambuli,
-fedeli al gioco candido e giocondo di sonare i campanelli
-e poi darsi fanciullescamente alla fuga!
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">6.</span>
-Crepuscolo.</h3>
-
-<p>
-Già da tre giorni gli esemplari del mio sublime piano
-smaniavano d'essere avviati ai loro destini. Io ero meno
-impaziente. L'opera era troppo grande perch'io dovessi
-economizzare qualche giorno o qualche ora, e affrettarmi
-a compiere quell'atto facile — la costituzione
-della società: — anzi mi piaceva trattenere ancora un
-poco la mia impresa nel mondo puro delle cose pensate
-e non ancor attuate. S'aggiunga che per il momento
-non sapevo bene a chi avrei potuto portare o mandare
-quei piani. Ma questo è il meno: a Milano — tutti lo
-dicono — basta andar camminando per le strade per
-vedersi scaturire l'oro attorno. Altri dice: — basta
-battere il piede sul suolo. Pensate quanto oro per colui
-che andasse a camminare per le strade battendo forte
-il piede in terra a ogni passo. Ma non folleggiamo dietro
-l'allettamento delle immagini e delle immaginazioni,
-<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span>
-com'era un tempo nostro deplorevole costume. Ora
-son tempi nuovi, anche per me. Così pensando arrivai
-al limite vago ove la città dalle tredici porte esita a
-dileguarsi nella campagna.
-</p>
-
-<p>
-Andavo a caso. L'erba era polverosa e l'orizzonte
-era bigio, perchè Milano è un'austera città.
-</p>
-
-<p>
-D'un tratto mi sorprese un fremito gradevole e
-inaspettato: sentii, al mio fianco, la presenza del mio
-Dàimone, e insieme mi resi conto che da parecchi giorni
-non l'avevo sentita più, che avevo operato fino a quel
-punto senza di lui.
-</p>
-
-<p>
-— Dàimone — gli dissi — mi hai tu forse abbandonato?
-non sai dunque che sto maturando un'opera
-nuova, semplice e grande?
-</p>
-
-<p>
-— Lo so.
-</p>
-
-<p>
-— Senza l'aiuto tuo l'ho pensata, forse: ma non
-per questo devi disprezzarla: anzi d'ora in avanti la
-seguirai con affetto, come hai sempre seguìto tutte le
-cose della mia vita anche quando io facevo al contrario
-de' tuoi incitamenti.
-</p>
-
-<p>
-— Fai pure — mormorò — se ciò ti diverte.
-</p>
-
-<p>
-La sua freddezza m'indispettì. Non gli parlai più,
-ma lo sentivo a lato seguirmi e vigilarmi. Parevami sospettoso,
-e sospettoso mi feci io contro il suo sospetto,
-e contro lui stesso, contro il mio Dàimone, o Genio personale!
-Mi sforzavo di dimenticarlo, ma un disagio
-inesplicabile gemeva in fondo al mio spirito.
-</p>
-
-<p>
-Sedetti sopra l'umile sponda d'un canale di poco
-lusinghevole aspetto ma di lunga e solida fama: quel
-Naviglio della Martesana, umanistica speculazione del
-<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span>
-condottiero Francesco Sforza. Qua e là qualche piccola
-costruzioncina bislacca si dava importanza di villino:
-goffi pescecanili rutilanti di preziosità. La pianura si
-perdeva nel bigio infinito, tratteggiata da rigidi pali di
-ferro e da bassi alberi asciutti, potati d'ogni fronda e
-d'ogni ramo —. Qui — gridai nel mio pensiero — questo
-è il luogo!
-</p>
-
-<p>
-E così forte e solenne fu il mio grido interiore, che
-le poche ville pretensiose, subito intimorite, si scostarono
-ognuna dal loro luogo, e portandosi via le torrette
-rosse e i cancelletti di ferro battuto, s'allontanarono e
-scomparvero; e insieme i pali di ferro e gli alberi di
-legno dileguarono; poi dalla terra bigia cominciarono
-a scaturire fasce di biancori gelidi che rapidamente al
-mio sguardo impietrivano allineandosi in una duplice
-fuga parallela, accennavano per un istante l'ondulamento
-d'un ritmo di danza; poi si arrestarono; elasticamente
-immobili e altissimi, guardando tutti a me
-con le pupille nere e rettangolari d'un numero infinito
-di finestre simmetriche: diciotto e diciotto eccelsi edifizi,
-in due file che andavano a incontrarsi e perdersi
-in direzione delle lontane e invisibili dolcezze delle regioni
-lacustri: diciotto e diciotto grattacieli di cemento
-armato; la mia creazione: via Belloveso. — Ecco-gridai
-generosamente al Dàimone — ecco l'opera nostra!
-</p>
-
-<p>
-— Io non c'entro — rispose.
-</p>
-
-<p>
-Mi voltai verso lui di scatto, dimenticando ch'egli
-è invisibile.
-</p>
-
-<p>
-— Ma guarda! — incalzai. — Questa è la moderna
-bellezza. L'opera nostra: via Belloveso.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span>
-</p>
-
-<p>
-E mi rivolsi a ricontemplarla. Ora alle quarantamila
-finestre s'erano affacciate più di quarantamila teste
-vive d'ogni sesso e d'ogni età: non già i barbari Biturigi
-ch'io avevo salutati tra le capanne nel primo
-memorabile mattino, ma quaranta migliaia di modernissimi
-uomini, donne e fanciulli, che tutti insieme
-conclamavano verso l'avvenire del nuovo cuore operoso
-d'Italia.
-</p>
-
-<p>
-Come fu finito il clamore, e le quarantamila teste
-s'erano ritirate, un grigio silenzio tornò a incombere su
-tutta la pianura, e di là mi premeva intorno e mi filtrava
-entro il cuore. La sudicia nebbia cominciò ad assediare
-e assaltare le belle case di cinquanta piani. Le vidi
-tutte barcollare davanti a' miei occhi inumiditi. Poi apparve
-un prodigio: chè ognuno dei piani di quelle parve
-sfaldarsi dal suo edificio, e, ogni piano, dico, per conto
-suo, per ogni parte si venne spostando qua e là orizzontalmente
-nell'aria e in aperte volute calarono a terra e
-si distesero a occupare tutto il suolo della pianura: ma
-ancora di là da essi nuova pianura dilagava, all'infinito,
-grigia e molle, tratteggiata innumerevolmente di pali
-di ferro e d'alberi di legno: poi il suolo riassorbì anche
-quella distesa di piani e rividi tornate le villette tronfie
-ridere con sofficienza dalle rosse torrette, in mezzo
-alla nebbia cinerea che cinge Milano, austera città.
-</p>
-
-<p>
-Io mi alzai, infreddolito e aggranchito. Mi rimisi in
-sesto stirando le braccia e battendo i piedi in terra;
-ma in quel moto mi venne su dal profondo e scaturì
-per le fauci e squillò al cielo un ampio, sferico, fondamentale
-sbadiglio; uno sbadiglio quale non ricordo d'aver
-<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span>
-messo insieme il simile mai nella mia vita: cui risposero
-vastamente tutti gli echi della pianura e della
-lontana invisibile regione lacustre fino ai primi gioghi
-dell'Alpe.
-</p>
-
-<p>
-Ecco una voce allegra del Dàimone gridarmi:
-</p>
-
-<p>
-— Così mi piace. Torniamo amici? Questo sbadiglio
-è il più bel pensiero che tu abbia fatto da parecchi
-giorni a questa parte.
-</p>
-
-<p>
-— Così credi? — gli risposi. — Sta bene: facciamo
-la pace.
-</p>
-
-<p>
-Mentre stavamo per raggiungere le prime vie della
-città, il Dàimone mi domandò ancora, con tono malizioso
-ma con bontà d'intenzione:
-</p>
-
-<p>
-— E Belloveso?
-</p>
-
-<p>
-— Stavo pensando — gli risposi — che sarebbe
-poco nazionale, e oggi anche poco politico, riferire
-troppo solennemente la nascita della Capitale morale
-d'Italia a un'origine gallica.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap5"><span class="smaller">CAPITOLO QUINTO</span>
-L'ULTIMO VAMPIRO</h2>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span>
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">1.</span>
-L'altare.</h3>
-</div>
-
-<p>
-S'eleva al mio cospetto la forma di un audace altare,
-e scintilla di molti colori: più bassa gli gira attorno
-un'ara di marmo a venature violacee con un vasto orlo
-d'arabeschi dorati; in alto ai due lati dell'altare quattro
-marmoree candele hanno per fiamme lampadine
-elettriche dall'acuta punta. Anche, a tratti, questo altare
-suscita — a me che lo contemplo — la vaga memoria
-d'un organo, se non che le canne sono brevi, e variopinte
-come le piume degli uccelli dei tropici: lo sfolgorìo
-dei loro colori s'addoppia riflesso nella superficie di
-specchio che riveste tutto lo sfondo dell'altare.
-</p>
-
-<p>
-Tra l'altare e l'ara, <i>inter aras et altaria</i> come dice
-Plinio il giovine, e davanti l'ara stessa — verso me
-che contemplo — officiano, bizzarramente passando e
-ripassando con offerte votive, rapidi sacerdoti vestiti
-di nero con sprazzi di biancori intorno al collo e sul
-petto.
-</p>
-
-<p>
-Così contemplando l'altare, l'ara, l'organo e l'officio,
-tengo le spalle appoggiate a una parete di cristallo. Le
-<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span>
-mie labbra suggono una bevanda neoromantica il cui
-sapore cupo non rivela il misterio della sua origine vegetale
-o animale.
-</p>
-
-<p>
-È con me Graziano, e con Graziano un terzo di cui
-non ho capito il nome. Anche Graziano appoggia le
-spalle alla parete cristallina. Dietro noi, di là da quella,
-s'io mi volto vedo genti di cui m'appaiono i moti e
-gli atti senza sentirne le voci: genti occupate a passare,
-o a star immote, o, visibilmente, ad aspettare con irrequietudine
-altre genti.
-</p>
-
-<p>
-Graziano non contempla l'altare. La tesa del cappello
-gli scende sugli occhi. Tutto il luogo è abituale per
-lui. Egli viene ogni giorno qua, dopo conclusi i suoi
-negozi più importanti, a riposare e disegnarne di nuovi.
-Questa prima sala del Caffè Campari in Milano, città
-di vita operosa, è luogo classico per incontri d'affari.
-</p>
-
-<p>
-Infatti Graziano dice:
-</p>
-
-<p>
-— Ci sarebbe un piccolo affare: ho a Caprino Bergamasco
-dei vagoni di legna tagliata. La do a undici
-al quintale.
-</p>
-
-<p>
-— Me ne posso occupare — risposi —. Veramente
-la legna non è il mio genere.
-</p>
-
-<p>
-— In affari — ammonisce — non ci sono generi.
-</p>
-
-<p>
-— Come in letteratura?
-</p>
-
-<p>
-Mi guarda ma non replica. Intanto il terzo domandò:
-</p>
-
-<p>
-— Quanti vagoni?
-</p>
-
-<p>
-Questo terzo me lo ha presentato poco fa Graziano.
-Ha una faccia incantata, due occhi rossicci, il cappotto
-spalancato, e la sottoveste abbottonata a contrattempo:
-cioè il primo bottone nel secondo occhiello e così di
-<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span>
-seguito, in maniera che abbasso a destra avanza un
-tratto di sottoveste col bottone e in alto a sinistra
-avanza un tratto di sottoveste con l'occhiello.
-</p>
-
-<p>
-— Sei vagoni — rispose Graziano. Al che seguirono
-poche indicazioni tecniche.
-</p>
-
-<p>
-Durante queste fui distratto dall'entrare di due
-fanciulle emaciate e impennacchiate. Sedettero a un
-tavolino vicino al nostro, poi si misero a leggere insieme
-con grande interesse una lettera, ch'era listata a lutto.
-</p>
-
-<p>
-Quel terzo annunziò:
-</p>
-
-<p>
-— Vado a fare una telefonata. Ti ritrovo qui?
-</p>
-
-<p>
-— Sì — rispose Graziano — fino alla mezza non
-mi muovo.
-</p>
-
-<p>
-Il caffè s'andava affollando, e intorno all'ara cresceva
-il movimento dei sacerdoti in frack e sparato
-bianco, correndo in direzioni varie e gridando i comandi
-come centurioni in battaglia.
-</p>
-
-<p>
-Graziano ha conosciuto la fama, se non la gloria.
-Dieci anni sono ha vinto un campionato ciclistico. Poi
-cominciava a ingrassare, onde la sua vita fu diretta
-verso altre mète. La vigilia della guerra lo trovò negoziante
-di accessorî per automobili. La guerra lo ebbe furiere
-in un ufficio d'aviazione militare a Roma e gl'insegnò
-di là le vie della ricchezza. L'armistizio lo ricondusse
-a Milano in un'automobile sua. Tuttavia s'è
-conservato modesto; non ha preso nè moglie ricca nè
-amanti costose, e neppure ha cambiato il sarto, nè si
-è messo a comperare romanzi con la copertina illustrata:
-le quali cose lo distinguono da altri arricchiti dell'ora
-presente.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span>
-</p>
-
-<p>
-Dalla partenza del terzo, ho visto in brevissimo
-tempo ben tre persone accostarsi successivamente a
-Graziano, scambiare con lui poche parole misteriose,
-andarsene. Dopo ognuno di quegli episodi egli mi ha
-sorriso con bontà. Ora pronuncia una sentenza degna
-dei Savi dell'Ellade:
-</p>
-
-<p>
-— Non c'è che il lavoro che dia delle vere soddisfazioni.
-</p>
-
-<p>
-Le due fanciulle hanno finito di leggere la lettera, il
-che non le ha rese più belle nè meno malinconiche. Ora
-discorrono modestamente col cameriere. Io, spronato
-forse dalla sentenza morale del mio compagno, m'alzo
-e gli dico:
-</p>
-
-<p>
-— Penserò a quello che mi hai detto: sei vagoni.
-Ti ritrovo qui stasera?
-</p>
-
-<p>
-— Sì; ogni sera dopo le nove e mezzo, fino alla
-chiusura.
-</p>
-
-<p>
-— A rivederci.
-</p>
-
-<p>
-Mentre m'avvio, sta rientrando il terzo con la sua
-sottoveste abbottonata a contrattempo; siede al mio
-posto dicendo a Graziano:
-</p>
-
-<p>
-— Ecco qui....
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span>
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">2.</span>
-Uno, il basilisco, e il cameriere Giovanni.</h3>
-
-<p>
-— L'affare è il meccanismo più semplice del congegno
-sociale. Consiste essenzialmente in ciò: comperare
-a un prezzo, e rivendere subito tutto a un prezzo più
-elevato. È l'insegnamento supremo di Ermete Leisterio.
-</p>
-
-<p>
-«L'Affare va poi distinto recisamente dal Lavoro. Il
-lavoro corrisponde a una possibilità limitata, l'affare è
-illimitato, come il Tempo e lo Spazio, categorie della
-mente universale. Se un lavoro richiede una determinabile
-somma di tempo e di energia, un lavoro doppio
-richiede doppio tempo e doppia energia. Invece lo
-stesso tempo e gli stessi atti che concludono un affare
-uguale a dieci, possono concluderne uno uguale a
-cento, mille: il campo di potenza d'un uomo d'affari
-è perciò illimitato.
-</p>
-
-<p>
-«Ne deriva come primo effetto naturalissimo che
-l'uomo che fa degli affari arricchisca infinitamente più
-di qualunque semplice lavoratore del braccio o del
-pensiero; il che spesso dà scandalo a chi non sa andare
-al fondo delle cose. E ne deriva come secondo effetto che
-l'affare, cioè il comperare e rivendere all'infinito, è
-l'operazione umana che gode maggior credito: così
-diciamo, per esempio, che l'America è la più grande tra le
-<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span>
-nazioni (sebbene abbia penuria di poeti, filosofi e altri
-uomini d'intelletto) perchè è la nazione che fa più e più
-grossi affari: e similmente si afferma che Milano è la
-capitale morale d'Italia, perchè è la città italiana in
-cui più rapidamente si compera e si rivende.
-</p>
-
-<p>
-«E questa è la ragione per cui mi sono dato agli
-affari.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Così venivo ripensando e in me bene riaffermando
-i principii generali che avevano determinato la mia
-situazione teorica e pratica: e in questa sboccai dalla
-Galleria verso piazza della Scala, ove una superstite
-simpatia mi soffermò un istante a contemplare le spalle
-ammantate di Leonardo, buono amatore d'ogni arte
-e d'ogni scienza. Poi, ripreso il cammino, venni più
-particolarmente a considerare l'affare che avevo tra
-mano.
-</p>
-
-<p>
-La mia opera si delineava così:
-</p>
-
-<p>
-1º — Crearmi rapidamente un minimo di competenza
-riguardo alla legna tagliata e ai suoi prezzi.
-</p>
-
-<p>
-2º — Andare a Caprino Bergamasco a vedere e valutare
-i sei vagoni di Graziano.
-</p>
-
-<p>
-3º — Trovare un compratore.
-</p>
-
-<p>
-4º — Tornare a Caprino Bergamasco e di là spedire
-la legna al compratore.
-</p>
-
-<p>
-5º — Ritirare il maggior prezzo da questo e sborsare
-il minor prezzo a Graziano.
-</p>
-
-<p>
-In tal modo dividendomi in pensiero il còmpito nelle
-sue fasi progressive, mi trovai all'angolo del Cova, storico
-luogo di sosta di tutti gli uomini di pensiero e
-d'azione della Città operosa.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ivi ristetti, incerto sulle prime del cammino da
-prendere: un poco in disparte tuttavia perchè m'era
-noto che in quell'ora la miglior porzione del marciapiede
-illustre tocca, per diritto consuetudinario, a un
-esiguo numero di mortali che di là sanno contemplare
-la vita fugace con occhio di semidei.
-</p>
-
-<p>
-Mentre in tal modo me ne stavo, mi si fe' incontro
-uno, e m'appoggiò sulla spalla una mano benigna.
-</p>
-
-<p>
-Quali fossero il nome, l'aspetto esteriore e le intime
-qualità di quest'uno, non importa al racconto. Disse:
-</p>
-
-<p>
-— Beato te che puoi startene bellimbustando sull'angolo
-del Cova a insidiare le succinte passanti.
-</p>
-
-<p>
-Così offeso, mi difesi:
-</p>
-
-<p>
-— Tu t'inganni. Io sono qui da pochi secondi, e di
-passaggio, e operosi pensieri mi occupano. Forse la Fortuna
-ha mandato te incontro ai miei pensieri. Entriamo:
-io ti offrirò un americano col seltz, e tu mi darai
-in cambio un'informazione.
-</p>
-
-<p>
-Poi che ebbimo libato un sorso della miscela pungente,
-io entrai subito nel vivo dell'argomento:
-</p>
-
-<p>
-— Dimmi — gli domandai — tu che sei padre di
-famiglia: quanto la paghi la legna al quintale?
-</p>
-
-<p>
-Egli impallidì, poi m'indagò con lo sguardo onde
-Beatrice guardò Dante Alighieri quando questi le domandava
-ragione della levità del proprio corpo appena
-assunto al primo dei cieli: cioè — per coloro che non
-avessero a fiore della memoria il <i>Paradiso</i> — mi guardò
-come si guarda un matto. E mi prese il polso.
-</p>
-
-<p>
-— È regolare — disse tranquillato. — Ti sei dato,
-come Senofonte a Scillunte nel suo dopoguerra, alla
-<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span>
-scienza dell'economia domestica? I tempi non sono
-propizi a studi di questo genere.
-</p>
-
-<p>
-— Non divagare — lo interruppi — e rispondi alla
-mia domanda.
-</p>
-
-<p>
-— Non so risponderti. Non compero legna. In
-casa mia c'è il termosifone. Da tre anni è spento, ma
-c'è: per questo non adopero legna.
-</p>
-
-<p>
-Ebbi, certo, un aspetto di somma delusione, perchè
-subito l'amico cercò di aiutarmi:
-</p>
-
-<p>
-— Aspetta — propose — domandiamo a Carletto.
-</p>
-
-<p>
-Carletto era uno che passava, e che io non conoscevo.
-Il mio compagno lo fermò:
-</p>
-
-<p>
-— Dimmi, Carletto, quanto la paghi la legna al
-quintale?
-</p>
-
-<p>
-Carletto proiettò due occhi quali sogliono proiettarli,
-nei giorni di umore più malefico, i giovani basilischi.
-Questo basilisco bipede, che aveva aspetto d'uomo
-e si fermava al nome di Carletto, era avvolto in un
-botticelliano cappotto stretto alla vita con una cintura,
-e la cintura fermata sul davanti con un fibbione. Divincolandosi
-in quelle spire, sibilò:
-</p>
-
-<p>
-— La legna! la legna! La pago quello che mi chiedono,
-la pago. Chi ne capisce più niente?
-</p>
-
-<p>
-Intuii subito in Carletto il tipo classico dell'uomo
-inviperito contro il proprio tempo.
-</p>
-
-<p>
-Il mio ospite si volse a me desolatamente:
-</p>
-
-<p>
-— Vedi? — gemeva — al giorno d'oggi non c'è
-sugo.
-</p>
-
-<p>
-Ma subito si distolse da me perchè in quella passava
-un cameriere, ed egli nel suo zelo lo arrestò a volo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Mi dica, Giovanni, come farebbe lei per sapere
-quanto costa oggi la legna al quintale?
-</p>
-
-<p>
-Il cameriere Giovanni, ciò udendo, si eresse rigidamente
-sulla flessuosa persona: bilanciò un istante
-sopra la palma sinistra il vassoio, onusto di coppe sottocoppe
-e lampeggianti caraffe; strinse e scosse energicamente
-il tovagliolo che brandiva con la destra; scrutò
-fissamente dinanzi a sè l'infinito; indi:
-</p>
-
-<p>
-— L'unica — pronunziò — sarebbe di andare a
-domandarne a un negozio di legna.
-</p>
-
-<p>
-Scagliate queste parole, il cameriere Giovanni partì
-dirittamente dietro il proprio sguardo.
-</p>
-
-<p>
-Il mio ospite si volse a me con umiltà:
-</p>
-
-<p>
-— Mi dispiace — sospirava — io ci ho messo tutta
-la buona volontà. L'americano me lo paghi lo stesso?
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">3.</span>
-Imprevedibile.</h3>
-
-<p>
-Nel pomeriggio di quel giorno medesimo, dopo
-un'abbondante colazione e un degno riposo, che mi
-rifecero dei faticosi turbamenti della mattinata, uscii
-di casa e mi diressi risolutamente a una via ove sapevo
-esistere un negozio di legna.
-</p>
-
-<p>
-Confesso che mi avvicinavo con tremore a quel
-luogo, per me affatto nuovo. È universale il tremore del
-<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span>
-nuovo. Ognuno può riscontrarlo entrando in un caffè,
-in un salotto, in una biblioteca, in un bar automatico,
-in un tribunale civile o penale, in qualunque pubblico
-o privato luogo, per la prima volta in vita sua. Tale
-tremore è fatto soprattutto di pudore. Io credo che
-se mi portassero in prigione, il mio turbamento per
-questo fatto, che di regola è spiacevole a ognuno per la
-sua stessa essenza, si farebbe in me singolarmente insopportabile
-per il pensiero che la mia inesperienza del
-luogo si traduca in atti goffi che la dimostrino in modo
-ridicolo ai presenti. Così avvenne quel giorno, perchè,
-lo confesso, non ero mai stato in un negozio di legna.
-Perciò avvicinandomi rallentavo il passo.
-</p>
-
-<p>
-Ma, giuntovi d'un tratto in vista, il luogo mi colpì
-subito gradevolmente. Non c'era vetrina nè sporti e
-nessuna porta lo chiudeva, così che dal marciapiede potevo
-scorgere magnificamente l'interno.
-</p>
-
-<p>
-Era una stanza vasta: per tre lati le pareti fino al
-soffitto n'erano coperte di scaffalature, come una biblioteca,
-ma invece di dorsi di libri vi si scorgevano ampie
-distese di sezioni di tronchi di legna. Ognuna di quelle
-sezioni appariva figurata a cerchi concentrici in bei
-colori caldi, e così sovrapposte e distese in una moltitudine
-vasta facevano un bellissimo vedere: impressione
-di leggerezza e di asciutta solidità. Un soppalco basso
-dava ricetto a una bruna e nebulosa fantasmagoria di
-fascine. In un angolo in terra tumultuava un cumulo
-di ciocchi. Nella parte di fondo era ritagliato un usciolino,
-tutto ricinto e come oppresso dalle scaffalature
-<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span>
-intorno, e di là da quello profondavasi una regione nerissima
-e opaca, con polverio di carbone.
-</p>
-
-<p>
-Il luogo mi piacque. Fui lieto d'averlo visto. Ciò mi
-costituiva un principio di competenza: mi sovvenni del
-rimprovero che Antonio Furetière, uomo litigioso e abate
-di Chalivoy, mosse a Lafontaine accusandolo d'ignorare
-la differenza tra il legno cortecciato e il legno
-«marmanteau». Ma scossi subito il ricordo come intempestivo
-e inadatto.
-</p>
-
-<p>
-Ho accennato, nella mia sommaria descrizione, a
-sole tre pareti. La quarta presentava un particolare
-sorprendente, cioè era costituita da un gran tramezzo
-di tavole in cui s'apriva uno sportello come nelle banche,
-o, chi non sia mai stato a una banca, come nei botteghini
-dei teatri e nelle biglietterie delle stazioni ferroviarie.
-Che cosa vi fosse di là dal finestrino dello sportello
-non so, chè davanti vi si pigiavano tre o quattro
-avventori, e vociferavano.
-</p>
-
-<p>
-Io m'ero già coraggiosamente avanzato fin sul limite
-del luogo, quando uno dei vociferanti, ch'era un
-signore tozzo e con la cispa agli occhi, si staccò dal
-gruppo e si volse verso l'uscita. Così m'avvicinò, e
-vedendomi fermo e tranquillo mi giudicò, certamente,
-in ozio. Si diresse dunque a me con la facilità che
-muove gli uomini di semplice natura verso i loro simili,
-e mi rivolse una domanda; una domanda inattesa;
-una domanda paradossale: la quale per qualche
-minuto mi tenne come inchiodato davanti a lui
-per lo stupore.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span>
-</p>
-
-<p>
-La domanda che l'avventore cisposo e socievole
-rivolse a me innocente, fu questa:
-</p>
-
-<p>
-— Scusi, signore, quanto la paga lei la legna al
-quintale?
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">4.</span>
-Colloquio.</h3>
-
-<p>
-Allo stupore succedette il terrore, perchè era necessario
-rispondere.
-</p>
-
-<p>
-Ma l'uomo in istato di terrore rifugge dalle soluzioni
-più semplici del problema che lo assedia; e non l'uomo
-soltanto, chè vedemmo gli uccelletti dal ramo, sgomenti
-alla vista d'un cobra precipitarsi giù tra le sue
-fauci, invece di volar via come sarebbe loro assai facile.
-Non pensai di rispondergli che nulla ne sapevo.
-Sgomento, indugiai; e più avevo indugiato, e maggiore
-sentivo l'obbligo critico di dargli una precisa risposta.
-In quel punto la memoria offerse d'un tratto al mio
-sguardo come in uno specchio l'immagine di Graziano
-davanti all'altare dei beveraggi multicolori, fe' risonare
-a' miei orecchi come da un fonografo la sua voce
-quando aveva detto «la do a undici al quintale»:
-questo numero s'isolò in me e divenne imperioso e si
-fece motore della mia risoluzione e del mio atto sensibile;
-<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span>
-il quale fu di pronunziare quella sola parola, che
-parve una risposta:
-</p>
-
-<p>
-— Undici.
-</p>
-
-<p>
-Il volto dell'Interlocutore si tese tutto e imporporò.
-Come l'eco molteplice di certe valli, la bocca smisurata
-di quel volto mi rimandò tre volte la mia parola:
-</p>
-
-<p>
-— Undici! undici!! undici!!!
-</p>
-
-<p>
-Ed erano queste voci — al contrario di quelle degli
-echi molteplici — in crescendo. All'ultima controrisposi
-io, ma su un tono più smorzato e quasi sommesso,
-rimormorando:
-</p>
-
-<p>
-— Undici.
-</p>
-
-<p>
-Egli implorò:
-</p>
-
-<p>
-— La prego, signore: prendiamo una carrozza, a mie
-spese, e mi conduca dove ha comperata la legna a undici.
-</p>
-
-<p>
-— Ah no! — gridai.
-</p>
-
-<p>
-Questo grido m'era sgorgato dall'anima per il ricordo
-dell'increscioso sèguito ch'ebbe la mia scarrozzata
-con uno sconosciuto, come si narra nel capitolo
-intitolato «Per Belloveso».
-</p>
-
-<p>
-L'altro s'inalberò:
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?
-</p>
-
-<p>
-Non stimai opportuno esporgli la storia di Belloveso.
-Risposi:
-</p>
-
-<p>
-— Ho fatto un voto.
-</p>
-
-<p>
-— Un voto?
-</p>
-
-<p>
-— Sì: alla Vergine: il voto di non andare più in
-alcuna carrozza, pubblica o privata, coperta o scoperta,
-a uno o a più cavalli, fino a che non riceva una certa
-grazia che ho domandata.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Io rispetto il suo voto. Andiamo dunque in
-tranvai.
-</p>
-
-<p>
-— In tranvai?... Non è possibile.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè?
-</p>
-
-<p>
-— Veda: sono le sedici e quarantanove. Ho notizia
-sicura che alle diciassette scoppierà uno sciopero di
-tranvieri.
-</p>
-
-<p>
-— Se andassimo a piedi?
-</p>
-
-<p>
-— È troppo lontano, e io ho i piedi anchilosati da
-certi reumatismi che ho presi nelle paludi del Tanganika
-facendo le cacce al pellicano.
-</p>
-
-<p>
-— Mio Dio, se mi desse l'indirizzo, ci vo io.
-</p>
-
-<p>
-— È inutile: quel negoziante non ha più legna.
-</p>
-
-<p>
-— Come lo sa?
-</p>
-
-<p>
-— L'ho comperata tutta io la settimana scorsa.
-</p>
-
-<p>
-— Era molta?
-</p>
-
-<p>
-— Cento quintali.
-</p>
-
-<p>
-— Oh, la prego: mi ceda un po' dei suoi quintali.
-</p>
-
-<p>
-— Li ho consumati tutti.
-</p>
-
-<p>
-— In una settimana?
-</p>
-
-<p>
-— Sì. Faccio delle esperienze, come Bernardo di
-Palissy. E come lui in un giorno famoso di cui si narra
-la storia nelle letture anglicane, così è avvenuto a me
-l'altro ieri: ho finito di bruciare i cento quintali, nonchè
-la scrivania, le poltrone, l'impiantito, i battenti degli
-usci, i ritratti di famiglia, il cavallo a dondolo di mio
-figlio e il pianoforte a coda di mia moglie.
-</p>
-
-<p>
-Allora l'Interlocutore mi domandò con aria ambiguamente
-satura di velenose intenzioni:
-</p>
-
-<p>
-— Lei non è di Milano, signore?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Mi aspettavo — lo rimproverai — un'altra
-domanda.
-</p>
-
-<p>
-— Quale?
-</p>
-
-<p>
-— Lei doveva domandarmi se, dopo tanto sacrificio
-di combustibili varii, la mia esperienza è riuscita,
-come a Palissy quando inventò lo smalto per le
-ceramiche.
-</p>
-
-<p>
-— Le dicevo che non è di Milano, perchè altrimenti
-saprebbe, caro il mio signore, che con i Milanesi
-non si scherza: e sia contento che ne ha trovato uno
-di pasta buona.
-</p>
-
-<p>
-Ciò detto, con una smorfia di disprezzo mi abbandonò.
-S'avviò a passi obliqui fino a raggiungere le rotaie del
-tranvai, guatandone uno che arrivava di corsa al
-fondo della via. Come il tranvai fu giunto a tiro,
-l'uomo si precipitò a testa bassa come un toro contro il
-suo fianco, agguantò energicamente la sbarra d'ottone,
-piantò un piede sul predellino, si tirò su descrivendo con
-tutto il corpo un mezzo giro spirale: e mentre il tranvai
-continuava fulmineo, di là ebbe ancora la forza di
-farmi un gesto sconcio con l'avambraccio, finchè la sua
-figura oscena si smarrì nelle lontananze vorticose e
-scomparve.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span>
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">5.</span>
-Convinzioni.</h3>
-
-<p>
-Mi sono quasi convinto che prima di addentrarmi
-nella questione dei prezzi è meglio che faccia la gita a
-Caprino Bergamasco.
-</p>
-
-<p>
-Stasera da Graziano mi farò dare i particolari necessari.
-Per ora, in piedi davanti a un bancone dell'Agenzia
-di viaggi, mettendo insieme le varie informazioni
-avute or ora agli sportelli, e con l'aiuto di un orario
-delle ferrovie e di una carta della Lombardia, sono
-riuscito a stabilire che per andare a Caprino Bergamasco,
-rimanervi qualche ora, e tornare, mi occorrono tre
-giorni. Peccato che Graziano i suoi vagoni non li abbia
-a Napoli! Ci metterei lo stesso tempo e mi divertirei
-di più.
-</p>
-
-<p>
-Ma intanto mi son quasi convinto che prima di fare
-la gita a Caprino è meglio esaurire la questione dei
-prezzi.
-</p>
-
-<p>
-Ora è tardi. A domani. E stasera anderò a cercare
-Graziano per studiar bene il problema.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span>
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">6.</span>
-Il vampirismo.</h3>
-
-<p>
-Nella luce elettrica l'altare s'è irrigidito. Ha assunto
-un aspetto ostile. I bei colori iridescenti del
-mattino si son fatti venefici.
-</p>
-
-<p>
-Graziano mi guarda con aria stupita. Perchè io gli
-ho annunziato:
-</p>
-
-<p>
-— Posso andarci domani a Caprino Bergamasco.
-</p>
-
-<p>
-Il suo volto continua a mostrarsi immemore, ond'io
-credo opportuno ripetere:
-</p>
-
-<p>
-— Ci vado domani, che è sabato, e lunedì sera sono
-di ritorno. Nota che per domenica avevo un invito a
-pranzo e domani c'è un concerto importante al Conservatorio
-e ci tenevo a sentirlo, ma gli affari innanzi tutto:
-ho scritto per disimpegnarmi dall'invito, e ho regalato
-il biglietto per il concerto, che avevo già comperato.
-</p>
-
-<p>
-— E, scusa, cosa ci vai a fare a Caprino Bergamasco?
-</p>
-
-<p>
-— Ma per il tuo affare: i sei vagoni di legna.
-</p>
-
-<p>
-— Arrivi tardi: li ho già venduti.
-</p>
-
-<p>
-— Ah!...
-</p>
-
-<p>
-— Sai chi m'ha fatto l'affare? Il Cosi, quello di
-stamattina, ricordi?
-</p>
-
-<p>
-— Quello con la sottoveste abbottonata a contrattempo?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sarà. Ti ricordi che è andato a telefonare? Era
-per quello. È tornato, l'hai visto, e l'affare era fatto.
-Ma questa è robetta, non ti ci confondere. Aspetta
-qualche cosa di più grosso.
-</p>
-
-<p>
-— Hai ragione.
-</p>
-
-<p>
-Aveva ragione. Nel silenzio che seguì, pensai ai
-vampiri: al <i>Phillostoma spectrum</i> dei naturalisti, e al
-suo fabuloso consanguineo delle leggende schiavone e
-moreane. Avevo letto in un giornale una violenta campagna
-contro i mediatori, il cui intervento nefasto è
-una delle principali cagioni del disagio postguerresco;
-ed eran paragonati ai vampiri. Il vampiro sorge notturnamente
-dai sepolcri e va sul mondo a succhiare il
-sangue degli addormentati. Con questa immagine in
-capo, come darmi a cosiffatti affari? No. No. Salvo,
-come consiglia Graziano, che siano grandi. Bisogna
-riuscire al grande, o nel bene o nel male. Comperare e
-rivendere, in un colpo, non sei vagoni di legna, ma,
-che so io? tutta la produzione d'un popolo, oppure
-tutto un esercito: appaltare una guerra, o una rivoluzione;
-comperare e rivendere un impero, una religione....
-Oscurare così, con una impresa enorme, alla
-soglia dell'èra nuova, tutto questo minuto e caduco
-vampirismo da caffè. Essere il semidio del Vampirismo.
-Il Vampirismo si sarebbe fatto eroico, e poi sarebbe
-morto, con me.
-</p>
-
-<p>
-Anche Apollo, racconta Heine, decapitato dai cristiani
-del terzo secolo trasformossi in vampiro.
-</p>
-
-<p>
-Graziano è quasi addormentato. Ma le lampade della
-sala cominciano qua e là a spegnersi e riaccendersi,
-<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span>
-ch'è il segnale postbellico della chiusura. Di là dai
-cristalli le saracinesche tempestano. Qualcuno degli
-avventori nicchia e imbroncia come i bambini all'ora
-d'andare a letto. Ma i camerieri devastano e denudano
-i tavolini, le luci ricominciano più nervosamente il
-loro giuoco, poi la sala rimane nella penombra: tutti
-questi segni riescono a farci sentire che là dentro non
-siamo più graditi; bisogna andarsene. Si esce, curvandoci
-sotto la saracinesca abbassata a mezzo.
-</p>
-
-<p>
-Accompagno per un tratto Graziano. Traversata
-piazza del Duomo, c'introduciamo in certe vie oscure.
-</p>
-
-<p>
-Ed ecco, in una di queste vie, entro il ritaglio d'un
-portone chiuso vediamo muovere alcune larve, e da
-quelle staccarsi una forma e far cenno di rivolgersi a
-noi, che subito ci fermiamo.
-</p>
-
-<p>
-Erano una donna anziana e tre donne giovani.
-Quella che s'era mossa era l'anziana; e ora parlava,
-e disse:
-</p>
-
-<p>
-— Li prego, signori, d'una carità. Noi stiamo a
-porta Romana, ma poco fa abbiamo fatto un brutto
-incontro e ora le mie ragazze hanno paura. Se loro
-vanno da quella parte, se volessero accompagnarci....
-</p>
-
-<p>
-Noi non andavamo precisamente da quella parte,
-ma Graziano disse:
-</p>
-
-<p>
-— Avanti pure!
-</p>
-
-<p>
-Anzi si mise senz'altro familiarmente in mezzo a
-due delle giovani prendendole sotto il braccio una
-per parte, e così s'avviarono. Io non osai tanta familiarità
-con l'anziana e con la giovane superstite. Graziano
-dunque con le due angiole apriva la marcia, quasi in
-<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span>
-linea con essi un poco in disparte andava la terza, e
-io e l'anziana chiudevamo il corteo.
-</p>
-
-<p>
-Tanto per dir qualche cosa io domandai:
-</p>
-
-<p>
-— Loro stanno a Porta Romana?
-</p>
-
-<p>
-— No.... cioè sì.... da quella parte, insomma.
-</p>
-
-<p>
-— E queste signorine sono le sue figlie?
-</p>
-
-<p>
-— È come se lo fossero. Ma quando si nasce disgraziati,
-caro signore.... Pensi che fino a ieri stavamo
-tanto bene, eravamo in via Visconti, dove abbiamo
-sempre lavorato onestamente senza far male a nessuno:
-ma la disgrazia ci ha fatto conoscere un delegato
-della polizia, che dio lo stramaledica, che veniva
-una volta la settimana, il mercoledì, per la Flora; e
-un bel giorno avendo bisogno d'un alloggio, come succede,
-s'è messo a perseguitarci, e con la scusa che non
-avevamo la patente in regola (e io neppure lo sapevo,
-ma mi fidavo di lui) mi ha fatto sfrattare dal padrone
-di casa, da un giorno all'altro. Io le ho detto una piccola
-bugia, non è vero che stiamo a Porta Romana,
-stiamo sul lastrico, io e queste povere figlie: e per mettere
-in regola la patente, se no eran guai, ho dovuto far
-la dichiarazione che i mobili erano della casa, e non
-era vero. Ora siamo in perfetta regola, ma senza un
-buco da dormire e da ricevere, senza un lenzuolo, nè
-una catinella da lavarsi la faccia e il resto: e denari
-ce ne ho, alla banca, ma non s'è trovato una stanza
-girando tutto il giorno, tanto più volendo stare unite
-se no quelle figliole mi si perdono. Oh, signore, e pensare
-che io non sono mai stata d'accordo con quelli che
-<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span>
-volevano la guerra, e non mi meritavo davvero di
-trovarmi in questi stati.
-</p>
-
-<p>
-Ella piangeva e io non sapevo come consolarla.
-Le due angiole ai fianchi di Graziano ogni tanto uscivano
-in una risata scordata: la superstite camminava
-sonnambolicamente, giù dal marciapiede, mormorando
-una nenia in un idioma somigliante al francese. Lungo
-il nostro cammino s'alternavano luci e tenebre sregolatamente.
-Ogni tanto vedevo scivolare lungo i muri un
-pallido lèmure.
-</p>
-
-<p>
-Ora la matrona, asciugata una lagrima fumante,
-riprese:
-</p>
-
-<p>
-— Lei, forse, signore, potrebbe aiutarmi.
-</p>
-
-<p>
-— Come?!
-</p>
-
-<p>
-— Sì, loro che son uomini di mondo, e girano,
-gente che sa gli affari... se trovasse un posto adatto per
-collocarci tutte insieme al più presto possibile.... non
-avrebbe poi da trovarsene scontento. O magari collocarmi
-provvisoriamente in qualche buona casa le tre
-ragazze, intanto che io mi sistemo: lei mi capisce,
-piange il cuore a lasciare lì tutto quel capitale morto....
-Ci pensi, signore: s'intende, col suo interesse.
-</p>
-
-<p>
-Graziano aveva sentito, perchè si voltò, e tutto
-giocondo mi gridò:
-</p>
-
-<p>
-— Pensaci: ecco un affare.
-</p>
-
-<p>
-Eravamo arrivati alla sua casa. Egli svincolò le
-sue braccia da quelle delle ragazze, e introducendo la
-chiave nella toppa del portone annunziò:
-</p>
-
-<p>
-— Intanto queste due qui per questa notte penso
-<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span>
-io a dargli da dormire. Lei, madama, passi a prenderle
-domattina alle sette.
-</p>
-
-<p>
-— Benissimo, e buona notte. E lei, signore, da
-che parte va?
-</p>
-
-<p>
-Queste parole erano rivolte a me che tacevo. Io
-ebbi la prontezza di rispondere:
-</p>
-
-<p>
-— Bisogna che la lasci, signora, perchè mi viene
-in mente che ho un appuntamento importante.
-</p>
-
-<p>
-— E al mio affare, quello che lo ho detto, ci penserà?
-</p>
-
-<p>
-— Non è il mio genere, signora. Io ho dovuto specializzarmi.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap6"><span class="smaller">CAPITOLO SESTO</span>
-L'ISOLA DI IRENE</h2>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span>
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">1.</span>
-Chiarimento storico.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Andando io verso la Galleria, per uno de' miei appuntamenti
-operosi, l'ingresso n'era sbarrato da una
-fila di sorridenti soldati.
-</p>
-
-<p>
-Di là da essa fila vedevo gente gesticolare, e gridavano
-moderatamente. Qualcuno, dopo aver gridato,
-usciva dalla Galleria e veniva a mescolarsi con la folla
-di piazza della Scala, ov'io ero.
-</p>
-
-<p>
-Anche qui c'era gente che gridava, ma più forte;
-e molti, così vociferando, guardavano verso quel
-palazzo che nel maturo Rinascimento l'operoso genovese
-Tomaso Marino si fè costruire per propria dimora;
-ma nel tempo di cui parlo era, ed è oggi ancora, sede
-della municipalità di Milano.
-</p>
-
-<p>
-V'erano anche taluni che invece di gridare e guardare
-le finestre del palazzo, tentavano d'entrare nella
-Galleria: se non che quei sorridenti soldati, i quali ne
-lasciavano uscire chiunque, non vi lasciavano per contro
-entrare persona. Era matematico che con un tale sistema
-<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span>
-la Galleria, in un lasso imprecisato di tempo,
-avrebbe finito con l'essere sgombra.
-</p>
-
-<p>
-Ma l'occupare o lo sgombrare Galleria Vittorio
-Emanuele non erano le tesi principali su cui stavan
-divisi gli animi in quel pomeriggio, che fu nel febbraio
-del primo anno del dopoguerra. Trattavasi d'una questione
-di bandiere.
-</p>
-
-<p>
-C'era in quel tempo (e c'è oggi ancora; ma poichè
-un giorno, come ogni cosa mortale, non sarà più, mi
-piace lasciarne in queste storie il curioso ricordo) c'era
-dunque quella specie di parte politica, acceso avanzo
-dei recenti spiriti di guerra, denominata «fascismo», e
-trovavasi in reciso contrasto di atteggiamenti con il
-rivoluzionarismo comunista. Ora, appunto quel giorno
-era avvenuto che i fascisti avessero bruciato una bandiera
-rossa, e similmente i rivoluzionari avessero bruciato
-una bandiera tricolore. Tuttavia nè gli uni nè
-gli altri erano paghi dell'equilibrio così stabilito. Di
-qui il tumulto. Perchè in quell'epoca storica, e poi per
-qualche tempo ancora, tali gare pittoresche furono il
-segno più visibile del travaglio politico dell'epoca: il
-quale era in realtà, ed è, assai più profondo e fecondo,
-come il sèguito degli avvenimenti dimostrerà a quanti
-avranno la fortuna di sopravvivere per qualche anno.
-</p>
-
-<p>
-I cittadini d'Italia — cioè coloro che non avevano
-una fede assoluta in alcuna delle tesi politiche in contrasto — erano
-mossi da un solo spassionato desiderio:
-il desiderio che una qualunque delle due bandiere — oppure
-una terza, o una quarta, o una ennesima — riuscisse
-a bruciare tutte le altre e imporsi amabilmente
-<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span>
-sul paese, che appariva abbandonato a se stesso
-e alla malfida signoria del dio Caso. Ma nessuna bandiera
-osava assumersi un così onorevole còmpito.
-</p>
-
-<p>
-Non ignoro che se queste pagine saranno lette da
-qualche curioso tra molti anni, forse egli trarrà da
-alcune delle mie parole ragioni d'incertezza e di dubbio.
-Ho nominato il tricolore fascista. Ma a quel tempo
-non c'era — si domanderà quel postero dubitoso — non
-c'era appunto un tricolore ufficiale, da cui moveva
-il reggimento della cosa pubblica? il «fascismo» era
-dunque al potere?
-</p>
-
-<p>
-No. Nessuno dei lettori odierni può confondere il
-tricolore ufficiale con quello politico di cui ho parlato,
-e ch'era stato bruciato dai rossi; nè i rossi avevano
-compiuto un siffatto olocausto come manifestazione
-ostile al Governo. In quel tempo, del tricolore ufficiale
-governativo non sopravviveva che l'asta: e si badi
-bene di non intendere questa governante asta come
-simbolo di inflessibile rigidità.
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">2.</span>
-Spirito d'avventura.</h3>
-
-<p>
-Dalla parte di San Fedele — crescendo il vocìo e
-moltiplicandosi qua e là per la piazza episodi personali
-e violenti — cominciarono a scaturire gruppi di militi,
-<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span>
-meno sorridenti di quelli che chiudevano il passo alla
-Galleria: e a ognuno di quegli arrivi nascevano d'improvviso
-sussultori impeti entro la folla, nei quali sussulti
-qualche fianco s'ammaccava e qualche gola tramutava
-il grido di parte in imprecazione di dolore.
-Allora alcune donne e giovinette, che qua e là s'erano
-spinte avanti, rinculavano verso il fondo della piazza
-strillando come ninfe sorprese dai satiri o galline investite
-da una bicicletta: poi, appena riagguagliatosi il
-movimento, tornavano a ficcarsi innanzi con pertinacia
-degna d'un sesso più costante e di moventi più
-efficaci. Ma d'un tratto con duro ansimar di motore
-sgorgò sulla piazza un'autopompa; un getto d'acqua salì
-altissimo a brillare al sole invernale e ricadde con fredda
-eleganza sui gruppi centrali della folla animosa.
-</p>
-
-<p>
-C'è chi sostiene che nelle pubbliche dimostrazioni
-una pompa lanciatrice di pura acqua di fonte faccia
-più paura d'una mitragliatrice. Non so che cosa sarebbe
-avvenuto all'apparire d'una mitragliatrice: al primo
-lampeggiare dell'acqua fui travolto improvvisamente
-da una fuga ruinosa. Mi sentii come trainato e sommerso
-in una corrente, sbattuto contro un muro, sollevato a
-mezz'aria e alfine precipitato in un vano. Solo allora
-potei sciogliermi, sollevare il capo, guardarmi attorno.
-Eravamo, otto o dieci, nell'atrio d'una casa, e due de'
-miei accidentali compagni stavano precipitosamente
-serrando e sprangando il portone.
-</p>
-
-<p>
-Come fummo separati dal rimanente universo, tendemmo
-l'orecchio.
-</p>
-
-<p>
-Fuori il fragore dei marosi politici si andava qua e là
-<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span>
-punteggiando di spari secchi; ogni tanto gli spari cessavano,
-poi riprendevano; ogni tanto dall'urlo scaturivano
-strilli.
-</p>
-
-<p>
-Uno dei due che avevan chiuso, com'ebbe contemplato
-irosamente l'effetto della savia operazione ruggì:
-</p>
-
-<p>
-— Mascalzoni!
-</p>
-
-<p>
-Non appurai se l'apostrofe fosse diretta all'una,
-oppure all'altra, delle fazioni dimostranti, o ai pompieri,
-o a tutta insieme l'umanità tumultuante nelle
-piazze e nelle vie a preparare l'età nuova: non approfondii
-questo punto, perchè in quell'istante mi occupò
-un altro problema. Il mio primo movimento — appena
-il mio corpo si trovò sciolto dall'amalgama umano e
-rifatto individuo — il mio primo affettuoso movimento
-era stato di correr con le mani alla tasca a cercarvi il
-pacchetto delle sigarette.
-</p>
-
-<p>
-Ma esso era tutto miserevolmente schiacciato.
-</p>
-
-<p>
-Di sigarette non n'era rimasta intera e fruibile neppur
-una.
-</p>
-
-<p>
-Esclamai:
-</p>
-
-<p>
-— Questo sì mi dispiace.
-</p>
-
-<p>
-Il duro sbarrator di portoni mi gettò un'occhiata
-sprezzante.
-</p>
-
-<p>
-Ma un terzo, che doveva aver assistito con simpatia
-al mio dramma, si fece avanti con un sorriso e un portasigarette
-aperto e ricolmo, e mi porse l'uno e l'altro
-invitandomi:
-</p>
-
-<p>
-— La prego, si serva.
-</p>
-
-<p>
-Intanto il rumore delle strade pareva allontanarsi.
-Io m'ero seduto sul primo gradino d'una scala che
-<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span>
-metteva in quell'atrio. Gli spari cessarono del tutto.
-Qualcuno dei più curiosi propose di aprire il portone,
-ma l'arrabbiato non volle. L'uomo tranquillo che mi
-aveva offerto una sigaretta, venne a sedere, anch'egli
-fumando, accanto a me sul gradino, e mi disse con
-grande serenità:
-</p>
-
-<p>
-— Da otto giorni non piove, per questo fa tanto
-freddo.
-</p>
-
-<p>
-Questa superiorità ci affratellò, improvvisamente ci
-distinse e separò dal gruppo dei curiosi e degli affannati.
-Assaporammo l'inattesa fratellanza fumando per un
-poco in silenzio.
-</p>
-
-<p>
-Fu riaperto il portone. Uscimmo tutti. Il tumulto era
-finito. La piazza era un lago.
-</p>
-
-<p>
-— Lei da che parte è diretto? — mi domandò il
-mio compagno.
-</p>
-
-<p>
-— Avevo un appuntamento d'affari, ma ormai è
-tardi. Anderò a pranzo in qualche trattoria.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non viene alla mia pensione?
-</p>
-
-<p>
-— Dove?
-</p>
-
-<p>
-— Si fidi di me: si troverà bene.
-</p>
-
-<p>
-Un invincibile spirito di avventura ha sempre spinto
-la mia vita ad accogliere di buona voglia ogni invito
-dell'imprevisto. Accettai; e docilmente seguii colui che
-m'avea soccorso in un momento difficile della vita.
-</p>
-
-<p>
-Camminando a fianco a fianco con lui, m'aspettavo
-ch'egli mi si presentasse; e perdurando il silenzio, mi
-domandavo che cosa lo tratteneva ancora dal compiere
-quel dovere elementare. Più in là mi risposi che forse
-<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span>
-egli aspettava mi presentassi io. Poco profondo in
-tale materia, deplorai di non possedere qualche principio
-generale di cui poter compiere dialetticamente l'applicazione
-al caso presente.
-</p>
-
-<p>
-Mentre in questi pensieri tacito combattevo entro
-me, eravamo giunti, ch'io non m'ero reso conto del
-cammino percorso, alla mèta a me ignota.
-</p>
-
-<p>
-— Eccoci.
-</p>
-
-<p>
-Salimmo una scala stretta e chiara quali usano nelle
-modernissime case delle città operose, cioè con le pareti
-a mattonelle bianche lisce e lucidissime, da parer perpetuamente
-bagnate, e danno tutte un'invincibile impressione
-di waterclosets ben tenuti. Al secondo piano
-entrammo in un lindo appartamento; nell'anticamera
-c'era una specie di palmizio. La mia guida s'affacciò
-a un uscio avvertendo: — C'è un signore che rimane
-a pranzo, è con me — poi mi scortò a un salottino
-con un piccolo divano messo d'angolo in un canto
-e dietro il divano un alto specchio molato sormontato
-da una minacciosa aquila di legno. Entrò una signora
-assai giovane, ma piuttosto grassa, e la mia guida
-proclamò:
-</p>
-
-<p>
-— La signora Irene, la nostra padrona.
-</p>
-
-<p>
-Stimai opportuno, inchinandomi, di mormorare approssimativamente
-il mio cognome.
-</p>
-
-<p>
-— Lei è di Milano?
-</p>
-
-<p>
-— Sono qui da un mese.
-</p>
-
-<p>
-La signora Irene si volse all'introduttore:
-</p>
-
-<p>
-— Questo signore rimarrà dei nostri?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Lo spero — rispose l'altro, — mi pare che ci
-abbia una eccellente disposizione.
-</p>
-
-<p>
-Io trasecolai.
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">3.</span>
-Il primo e il secondo.</h3>
-
-<p>
-Trasecolai, e credo che con la persona mi ritraessi
-in un improvviso moto di diffidenza: quasi temevo oscuramente
-d'essere giunto a chi sa quale turpe agguato.
-La mia guida disse:
-</p>
-
-<p>
-— Con permesso.
-</p>
-
-<p>
-E se n'andò verso le stanze interne di quella dimora
-misteriosa. Ciò aumentò il mio turbamento, anche
-perchè le donne grassocce non mi piacciono. Ma
-quasi subito dall'anticamera entrò un uomo grave, e
-la signora me lo presentò:
-</p>
-
-<p>
-— Questo è Giulio, mio marito.
-</p>
-
-<p>
-E subito aggiunse:
-</p>
-
-<p>
-— Il mio secondo marito.
-</p>
-
-<p>
-Dopo il consueto convenevole anche il nuovo venuto
-scomparve dalla parte ond'era uscito l'altro. Io e la
-vedova rimaritata rimanemmo soli. Mi risolsi a sedermi.
-E nell'anticamera sentii sorgere una voce bassa
-che canterellava un'aria della <i>Nina</i> di Paisiello, e si
-avvicinava: la quale cantilena s'interruppe nel momento
-<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span>
-in cui balzò di lì nel salottino un nuovo personaggio,
-piccolo, panciuto, vivace, che quasi in ritmo di
-danza si chinò davanti alla signora, le baciò la mano,
-e le domandò:
-</p>
-
-<p>
-— Come state, donna Irene?
-</p>
-
-<p>
-Donna Irene me lo presentò:
-</p>
-
-<p>
-— Il signor Pietro.
-</p>
-
-<p>
-E subito aggiunse:
-</p>
-
-<p>
-— Il mio primo marito.
-</p>
-
-<p>
-Sentii il mio volto impallidire, i capelli drizzarmisi
-tragicamente sul capo. Un vento gelido mi soffiò sulla
-fronte.
-</p>
-
-<p>
-Ma il signor Pietro non era uno spettro, perchè gli
-spettri, quando se ne vanno, scompaiono silenziosamente
-dalla vista dei mortali; invece il primo marito
-della vedova rimaritata chiese cerimoniosamente licenza
-d'andare a lavarsi le mani (cosa che gli spettri
-non fanno), mi salutò porgendomi la destra di quelle
-(ed era calda e carnosa) e uscendo riprese a mezza voce
-la canzoncina interrotta nell'anticamera.
-</p>
-
-<p>
-Tutti questi sintomi di vita normale valsero a temperare
-alquanto il gelido terrore che mi aveva sconvolto.
-Ripresi un sufficiente dominio di me medesimo.
-Ma sentii che questa volta il silenzio tra me e donna
-Irene sarebbe stato insostenibile. Era necessario ch'io
-squarciassi i veli che si addensavano intorno a me.
-M'imposi di avviare una conversazione. E le domandai:
-</p>
-
-<p>
-— Dov'è stata in campagna l'estate scorsa, signora?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ella aggrottò un momento le ciglia come per ricordarsi,
-poi d'un tratto sospirò:
-</p>
-
-<p>
-— Ah non mi parli dell'estate scorsa.
-</p>
-
-<p>
-Mi sentii smontato. Ma con uno sforzo mi ripresi,
-e ritornai per un altro varco all'assalto.
-</p>
-
-<p>
-— Dove andrà in campagna l'estate prossima, signora?
-</p>
-
-<p>
-La interrogata questa volta sorrise; tuttavia mi
-raccomandò:
-</p>
-
-<p>
-— Non mi parli della villeggiatura dell'estate
-prossima.
-</p>
-
-<p>
-— Scusi — mi ribellai, — ma di che villeggiatura
-le debbo parlare?
-</p>
-
-<p>
-— Dunque lei — replicò con grande ragionevolezza
-donna Irene — lei ha proprio la necessità di parlare
-di villeggiatura?
-</p>
-
-<p>
-Questa osservazione mi colpì in pieno, mi rivelò che
-fino a quell'istante, senza ch'io me ne avvedessi, i
-miei spiriti erano rimasti in una condizione di turbamento
-profondo, e avevo parlato come ebro.
-</p>
-
-<p>
-— Ha ragione, signora — gridai. — E io non vorrei
-ch'ella credesse ch'io ho l'idea fissa della villeggiatura.
-No. Non ne parlo mai. Non ci penso mai. Non ci vado
-neppure, per ragioni profonde che ho spiegate in un
-mio racconto intitolato «Florestano e le chiavi», che
-mi permetto di raccomandarle perchè non scrivo più
-e mi son dato agli affari. Così, com'ella vede, con
-un brevissimo intreccio di parole la ho messa al corrente
-di me, della mia indole, del mio passato e del
-mio presente. L'avvenire è sulle ginocchia di Zeus.
-<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span>
-Le dirò una cosa ancora: la occupazione principale cui
-la sorte ha votato la mia vita, nelle ore d'ozio, è quella
-di ascoltare. Lei non può immaginare quanto io ascolti.
-Tutti, di giorno e di notte, d'estate e d'inverno, e anche
-nelle stagioni intermedie, mi narrano, e io ascolto.
-Mi narrano la loro vita le loro speranze i loro affanni
-le loro crisi le loro perversioni spirituali sessuali cerebrali,
-e io ascolto ascolto tutto, tutti, tutte: idioti e
-sapienti, infanti e decrepiti, uomini donne invertiti,
-cortigiane fanciulle semifanciulle, mogli, avole, vedove
-semplici, vedove rimaritate. Se lei, signora, appartiene
-a una di queste categorie, mi parli di sè, e io la ascolterò.
-Se appartiene a una categoria diversa, ch'io abbia dimenticata
-o mi sia ancora ignota, racconti racconti,
-e io avrò una sottospecie di più da aggiungere alle varietà
-delle persone che mi hanno raccontato i fatti loro.
-Intanto, se permette, fumo una sigaretta.
-</p>
-
-<p>
-Così dicendo mi ricordai che n'ero sprovvisto. Prima
-però che rivelassi alla donna questa difficoltà all'attuazione
-del mio proposito, ella me ne aveva porta
-una scatola colma. Ma frattanto l'incidente, richiamando
-improvviso al mio pensiero la scena di mezz'ora
-prima, sotto il portone, dopo i tumulti politici di piazza
-della Scala, mi fece sentire d'un tratto ch'io non sapevo
-dove fossi, neppure in qual via o quartiere della
-città, nè per che scopo gli dèi mi avessero posto di fronte
-a donna Irene. Mi sentii fuori del tempo e del
-mondo.
-</p>
-
-<p>
-La signora sorrise. Sorrise come sorridono tutte le
-donne piccole e grassocce, cioè non con gli occhi e la
-<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span>
-bocca soli, ma con gli zigomi, con le guance e con
-tutto il seno. Poi disse:
-</p>
-
-<p>
-— Fino a sei mesi fa ho vissuto in provincia, e non
-conta. Sei mesi fa sono venuta a stare a Milano con
-mio marito, il mio primo marito....
-</p>
-
-<p>
-Questa parola produsse automaticamente sul mio
-volto un'aria contrita e commossa quale si usa quando
-una vedova parla del marito defunto. Ma subito ricordai
-che il marito defunto mi aveva stretto la mano pochi
-minuti prima e se n'era andato cantando la <i>Nina</i> di
-Paisiello. Allora m'affrettai a tornare sorridente e
-attento. Fu lo specchio, sotto l'artiglio dell'aquila scolpita,
-a rilevarmi queste successive espressioni del mio
-volto. La signora non s'era avvista della mia momentanea
-distrazione.
-</p>
-
-<p>
-— Ci siamo portati, naturalmente, il nostro bambino
-che ha due anni. Ma a Milano a grande stento abbiamo
-trovato una camera, una sola, piccola e brutta,
-ci vivevamo in tre, stretti, malissimo, come può immaginare.
-E fu inutile ogni nostra più affannosa ricerca di
-un quartierino. Mio marito aveva un amico, Giulio,
-che era scapolo e solo e aveva un appartamento grande,
-questo qui. Allora, com'era giusto, ho divorziato da
-Pietro e ho sposato Giulio.
-</p>
-
-<p>
-— Divorziato!
-</p>
-
-<p>
-— Divorzio privato, si capisce: quando verrà il
-divorzio legale, se intanto la crisi degli alloggi non
-sarà risolta, faremo anche quello. E amichevole. Qui
-c'erano stanze in soprannumero: abbiamo aperto una
-<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span>
-piccola pensione: uno dei primi pensionanti sa chi fu?
-Pietro.
-</p>
-
-<p>
-— Il defunto?
-</p>
-
-<p>
-— Come sarebbe a dire?
-</p>
-
-<p>
-— Niente. Ciò che lei mi ha narrato, signora, è
-estremamente attuale e patetico.
-</p>
-
-<p>
-— Tutto questo ci ha dato delle idee: una magnifica
-idea: è a quest'idea, suppongo, che debbo la sua
-presenza qui.
-</p>
-
-<p>
-— La mia presenza?...
-</p>
-
-<p>
-Ma mentre aspettavo l'agognata spiegazione, entrò
-la cameriera ad annunciare che il pranzo era servito.
-La signora s'avviò, la seguii; mentre giungevamo in
-sala da pranzo, da usci varî contemporaneamente vi
-sgorgavano tutti i commensali, cioè, oltre la mia guida
-e i due mariti di donna Irene, tre altre persone, tra le
-quali una donna.
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">4.</span>
-Cenacolo platonico.</h3>
-
-<p>
-C'era una tavola rettangolare attorno a cui sedemmo
-tutti, cioè: nel mezzo d'uno dei lati lunghi la signora
-Irene, con a destra un prete e a sinistra il signor
-Pietro, che continuava a canterellare nei brevi intervalli
-<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span>
-tra un boccone e l'altro o tra una parola e
-l'altra. Io in faccia alla signora, alla mia destra una
-donna o fanciulla piuttosto piacevole, alla mia sinistra
-un signore importante con barba assira e redingote.
-Ai due lati più corti sedevano da una parte il presente
-marito di Irene, dall'altra il mio introduttore, che
-poco di poi sentii chiamarsi Gionata.
-</p>
-
-<p>
-Da principio mangiammo in silenzio. Io cercavo di
-occuparmi della mia sorridente e serpeggiante vicina.
-Le prime parole che udii chiare tra quei croscìi di mascelle,
-uscirono dalla bocca del più silenzioso tra tutti,
-cioè Giulio, cioè l'attuale marito, persona grave; e fu
-una parola gastronomica, la quale ebbe per argomento
-il grado di cottura del pollo che stavamo mangiando.
-Fin qui nulla di strano: ma dopo quella osservazione
-culinaria io ne aspettavo un'altra, di natura economica.
-Tornato ormai da un mese dal fronte, non era passato
-giorno che a tavola, o fossi in casa mia o in casa d'altri
-o alla trattoria, a ogni cibo, animale o vegetale, semplice
-o complicato, crudo o cotto, io non avessi sentito
-parlare del rincaro del genere. E da quel giorno a oggi
-che scrivo son passati altri quindici mesi, che è a dire
-circa cinquecento giorni, cioè quasi mille pasti: il che
-importa che, dal mio ritorno, più di mille volte ho sentito
-discorrere del rincaro degli alimenti, e similmente,
-in tutte le altre contingenze quotidiane, del rincaro di
-tutte l'altre cose necessarie o superflue; e sono rassegnato
-ormai a sentirmi esporre per tutta la vita fino alla più
-tarda età (perchè tutti i chiromanti sono concordi a
-<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span>
-concedermi una lunghissima esistenza) il confronto tra
-i prezzi nuovi e quelli anteriori al 1914.
-</p>
-
-<p>
-In quel tempo, poichè il supplizio durava da soli
-trenta giorni, non mi ero ancora adattato: perciò con
-piacevole maraviglia udii le parole di Giulio, e le poche
-di alcuni commensali che gli risposero, contenersi
-nella cerchia gastronomica, cioè nella pura estetica.
-Maggiori maraviglie mi preparava quella conversazione
-conviviale. Un uscio, passandone la cameriera
-che ci serviva, cigolò. Il signor Pietro da uomo
-pratico osservò che occorreva unger d'olio l'arpione.
-La signora Irene da donna romantica, quali sono
-tutte le donne un po' grasse, disse morbidamente:
-</p>
-
-<p>
-— Pare che si lamenti d'un abbandono.
-</p>
-
-<p>
-Allora colui che m'aveva offerto una sigaretta all'uscire
-dal naufragio, colui che m'aveva introdotto in
-quel ritiro arcano, colui che si chiamava Gionata come
-l'inventore di Gulliver e il figlio di Saul, parlò, e disse:
-</p>
-
-<p>
-— La sua osservazione, donna Irene, mi richiama
-a uno dei problemi che da qualche tempo più mi torturano.
-Ed è questo: se un uscio avesse senso e sentimento,
-e perciò fantasia e desiderio, preferirebbe esser chiuso
-o essere aperto?
-</p>
-
-<p>
-Io lo guardai con estasi. Gli altri non parvero maravigliarsi
-del tormento spirituale di Gionata.
-</p>
-
-<p>
-— Ho dato — continuò — una soluzione provvisoria
-al problema. È necessario stabilire se la natura, cioè il
-fine, dell'uscio, è di separare o di congiungere. Seguitemi.
-L'uscio in quanto è un vano lasciato in una parete, ha
-<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span>
-lo scopo manifesto di far comunicare una stanza con
-l'altra. Ma l'uscio in quanto battente ha l'ufficio contrario,
-cioè quello di poter interrompere temporaneamente
-detta comunicazione ricostituendo l'interrotta unità
-della parete. Quando l'uscio è chiuso il vano è inutile:
-quando l'uscio è aperto il battente è inutile.
-</p>
-
-<p>
-Assaporò un sorso di luminoso Chianti. Il signor
-Pietro canticchiava la cavatina del Don Pasquale, le
-cui note furono subito novamente dominate dalla parlante
-voce di Gionata:
-</p>
-
-<p>
-— Ma l'uscio è una unità metafisicamente inscindibile
-di vano e battente: l'uscio dunque, immaginandolo
-sensibile, l'uscio nella sua totalità personale
-dovrebb'essere tormentato da un perpetuo e insuperabile
-dissidio interiore.
-</p>
-
-<p>
-Seguì un silenzio, perchè nessuno ebbe parola da
-opporre alla dialettica di Gionata, che si dimostrava
-esperto nelle più fini e feconde pratiche del filosofare.
-</p>
-
-<p>
-Dopo un istante di silenzio, e avendo ingoiato una
-sanguigna targa di barbabietola, egli ci offrì un corollario
-immaginoso:
-</p>
-
-<p>
-— Quando cigola dolorosamente, che cosa cigola
-dell'uscio? L'arpione, o ganghero che dir si voglia.
-Cioè, precisamente il punto per cui le due nature si
-congegnano, per cui il battente si connette col vano.
-</p>
-
-<p>
-La mia natura d'uomo pratico — non si dimentichi
-che in quel tempo io m'ero tutto dedito agli affari-mi
-fe' cercare un'applicazione politica alla loica disinteressata
-di Gionata. Esordii:
-</p>
-
-<p>
-— La sua acuminosa osservazione, signor Gionata,
-<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span>
-può trovare un riscontro curioso nel presente stato
-sociale.
-</p>
-
-<p>
-A queste mie parole vidi dipingersi sul volto di
-tutti i commensali un'aspettazione vigile. Tutti s'interruppero
-nell'operazione che stavano compiendo: e
-in tal modo, chi col bicchiere in mano a mezz'aria, chi
-con la forchetta infilata in un boccone, chi col tovagliolo
-alla bocca, impietriti ciascuno nell'atto suo, mi
-guardarono. Sulle labbra d'Irene vagolò un sorriso
-materno.
-</p>
-
-<p>
-— Poichè noi viviamo oggi in un'epoca di faticosa
-transizione....
-</p>
-
-<p>
-A questo punto del mio secondo esordio, due o tre
-colpi di tosse, manifestamente artificiale, si fecero udire
-da punti diversi della tavola. Io incauto continuavo:
-</p>
-
-<p>
-— .... e poichè il tenebroso travaglio in cui ci ha
-gettati la guerra, sia per la sua necessità, sia per gli
-errori di certe sue conclusioni....
-</p>
-
-<p>
-Un urlo m'interruppe, ma urlo giocondo:
-</p>
-
-<p>
-— Paghi!
-</p>
-
-<p>
-E due altri lo echeggiarono:
-</p>
-
-<p>
-— Paghi!! Deve pagare!!!
-</p>
-
-<p>
-Io guardai intontito verso Irene. Ella abbozzò una
-languida difesa:
-</p>
-
-<p>
-— Il signore, certo, non sa....
-</p>
-
-<p>
-— L'ignoranza della legge non è ammessa — tonò
-Pietro.
-</p>
-
-<p>
-— Forse — disse Gionata — la colpa è mia, che
-non la ho avvertita. Lei deve sapere che qui è proibito,
-sotto pena del pagamento di bottiglie due, di parlare,
-<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span>
-in bene o in male, seriamente o facetamente, a lungo o
-con una sola allusione, delle condizioni della vita
-presente.
-</p>
-
-<p>
-— Divinamente — gridai —: la legge mi piace a
-maraviglia, e mi permetto di non accettare la difesa di
-donna Irene, anzi la prego di disporre per la immediata
-esecuzione della pena.
-</p>
-
-<p>
-Donna Irene fe' cenno alla cameriera e comparvero
-due vetuste bottiglie di vino rosato. L'assiro che sedeva
-alla mia sinistra osservò:
-</p>
-
-<p>
-— Ciò non diminuisce la colpa di Gionata: secondo
-me, deve pagare anche lui.
-</p>
-
-<p>
-I commensali acclamarono, e mentre già il vino
-roseo della mia multa circolava, la cameriera sollecita
-aveva messo in fresco due bottiglie di champagne per
-conto di Gionata.
-</p>
-
-<p>
-— Non creda — disse questi a me — che la detta
-legge sia isolata e per sè stante. Non è se non la conseguenza
-d'una norma più ampia, che è la ragione stessa
-della nostra riunione. Qui — e si fece solenne — qui non
-può trovarsi e frequentare se non una sola categoria
-ristrettissima di persone: cioè, le rare persone che
-sono soddisfatte, per qualche ragione, dell'attuale stato
-di cose.
-</p>
-
-<p>
-— Mi pare — obiettai — che non siano rare. I fornitori
-e arricchiti d'ogni genere, i mercanti di mode, i politicanti
-socialisti e popolari, i lavoratori del....
-</p>
-
-<p>
-— No, no — m'interruppe Gionata —: non mi ha
-lasciato finire. Parlo dei soddisfatti, non degli oberati da
-materiali vantaggi. Soddisfatti: <i>satis-factus</i>: senso di
-<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span>
-moderazione. Coloro che hanno ricevuto grossi vantaggi
-dai volgimenti storici odierni, sono necessariamente
-in una condizione di sovraccarico, e di precarietà,
-e di stupefazione, e di angoscia: è un successo affannoso:
-e, in più, perdura in loro un bisogno d'inquieta
-operosità, contraria quanto mai allo spirito di questo
-cenacolo, o isola di beati, od oasi di filosofi, o abbazia
-telemitica che ella voglia chiamarla. Il principio n'è
-un soddisfatto acconciamento per piccole cause, per aver
-còlto, dallo squilibrio universale, modesti e calmi motivi
-di equilibrio personale. L'esempio luminoso, eccolo:
-donna Irene. Altri da difficoltà simili alle sue fu abbattuto
-e sommerso: ella ne ha saputo genialmente ricavare
-una ragione serena di vita. E da questa è nato il
-pensiero del nostro cenobio. Onore a donna Irene, e al
-suo primo, e al suo secondo marito.
-</p>
-
-<p>
-Tutti clamorosamente brindarono alla trifida coppia:
-e chi brindò col rosso e chi col biondo: i due colori
-scintillanti dominavano la mensa, e cominciarono a
-scintillare mescolandosi anche nei nostri pensieri e nelle
-nostre parole.
-</p>
-
-<p>
-Dopo essermi coscienziosamente unito al brindisi,
-dissi:
-</p>
-
-<p>
-— A rischio di cadere una seconda volta in contravvenzione,
-confesso che, poichè furono saggiamente esclusi
-i pescicani d'ogni sorta, non vedo tuttavia quali altri
-casi di soddisfazione potrebbero trovarsi, del genere
-moderato e quotidiano che il signor Gionata ha definito.
-</p>
-
-<p>
-— Ho già detto che son rari, qualche volta sottili.
-Ecco il nostro reverendo amico — e accennava al
-<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span>
-prete. — Egli ha sempre bevuto il caffè senza zucchero: un
-tempo questo fatto non aveva per lui una speciale portata,
-nè gli creava una situazione personale nella società.
-Ma da quando tutti i bevitori di caffè bestemmiano due
-o più volte al giorno contro la saccarina, egli gode del
-senso d'una particolare situazione di superiorità in cui
-la sua abitudine lo pone oggi, e però ne ricava un gaudio
-raffinato e continuamente rinnovato del trovarsi
-a vivere nel periodo storico della saccarina; il quale
-gaudio gli ha conferito il pieno diritto di aver parte
-a questa mensa.
-</p>
-
-<p>
-Il prete stava appunto allora bevendo il caffè. Lo
-sorbiva nel piattino come dicono facesse Guglielmo
-ex-imperatore: ma forse è una delle calunnie antitedesche
-che la guerra rese necessarie. E così, col volto
-acceso chino a sorbire la bevanda, alzava gli occhi verso
-me, il naso leggermente arricciato, asserendomi mutamente
-la sua beatitudine che certo era complessa e superava
-il piacere puramente sensuale. Intanto erano
-stati serviti con abbondanza liquori di varia natura ed
-origine.
-</p>
-
-<p>
-Allora il mio vicino di sinistra, asciugandosi col tovagliolo
-la barba assira, parlò:
-</p>
-
-<p>
-— Di fronte all'esemplare candore della soddisfazione
-di questo reverendo io quasi mi domando se posso
-senza rimorso rimanere tra voi. La mia è così complessa,
-che io ho talvolta il dubbio di dover essere noverato tra
-uno dei grandi avvantaggiati, così giustamente esclusi
-da quest'oasi. Io sono uno storico, cioè un artista. E
-come tale io amo la materia del mio studio per se stessa.
-<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span>
-Sono un medievalista. E adoro il Medio Evo. Per
-molti anni ho rimpianto di non essere nato ai tempi di
-Romolo Augustolo o di Abelardo, di non aver frequentato
-la reggia di Carlomagno, come Eginardo storico
-che innamorò di sè Emma, figlia dell'Imperatore.
-Odio il telefono, il motore a scoppio, i versi liberi,
-la Camera del Lavoro, il microscopio, il frack e il Parlamento.
-Ora, da qualche anno io mi sento lentamente
-ma sicuramente condurre, e oso dire sollevare, verso il
-medio evo de' miei studi e de' miei sogni. Anzitutto, per
-più di quattro anni, dal benedetto agosto del '14 al novembre
-del '18, già mi beavo sentendo il mondo pieno
-di fazioni guerresche, soverchiamenti di razze, invasioni.
-La mia anima ha esultato la prima notte che ho
-veduto la città immersa nell'ombra. Quando scioperano
-i tranvieri godo di andarmene per le vie a guardare le
-inutili rotaie, e spero che tutto il procedere del tempo
-nuovo le risommerga entro il suolo donde mai avrebbero
-dovuto scaturire alla luce. Amo sapere che ogni notte
-nelle vie della città si aggredisce a mano armata il passante
-e si devasta con sicurtà il magazzino come ai
-tempi di Eriberto d'Intimiano. E se penso che questi
-non sono che piccoli segni, quando prevedo che presto
-avremo lo spettacolo, prima di una dittatura industriale,
-poi di una rivoluzione, con alterne vicende e fasi, e così
-saremo (almeno per qualche tempo, certo per tutto il
-tempo della mia vita) ricondotti a un pieno medioevo
-da una alternativa di oligarchie diverse ma tutte avide
-ugualmente di lotta....
-</p>
-
-<p>
-— Paga! Paghi!! Pagare!!!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span>
-</p>
-
-<p>
-Non ricordo di qual colore fosse il nuovo vino
-comparso a questa intimazione piacevole.
-</p>
-
-<p>
-Voltomi alla ridente e profumata donna o fanciulla
-che sedeva al mio fianco, io le domandai:
-</p>
-
-<p>
-— Lei, se non sono indiscreto, per quale titolo porta
-a questa riunione la fortuna della sua presenza?
-</p>
-
-<p>
-La donna o fanciulla rise più giocondamente, e mi
-guardò di sotto in su con l'aria di un'oca cui agitino
-dionisiaci fantasmi, aria, come ognuno sa, estremamente
-turbativa, che subito mi fece dimenticare la mia stessa
-domanda. Ma già vi rispondeva, per la fanciulla, Gionata
-l'Imperterrito, così:
-</p>
-
-<p>
-— In qualunque tempo viva una donna, quello è il
-tempo migliore per lei. La signorina è qui come rappresentante
-eletta di questa verità generale.
-</p>
-
-<p>
-Non ricordo se il filosofo continuasse nella sua
-dissertazione, e forse neppure allora me ne avvidi,
-perchè, lo confesso, il mio cervello non si trovava in
-condizione di seguire un discorso diffuso o una serie
-di concetti.
-</p>
-
-<p>
-Ricordo solo, assai lucidamente, che a un certo
-punto e quasi d'improvviso m'avvidi che l'abbondanza
-dell'elemento liquido che dall'esterno avevo introdotto
-nel mio interno, mi fe' sentire una imperiosa brama
-di ristabilire l'equilibrio tra me e il macrocosmo mediante
-un corrispondente espellimento di elemento liquido
-dal mio interno verso il mondo esteriore.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span>
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">5.</span>
-Le liquide vie.</h3>
-
-<p>
-Ma una vergogna, che è altrettanto assurda quanto
-generale e pertinace negli uomini civili, e forse è appunto
-l'indice più esatto e il portato più certo della
-civiltà, — quella vergogna m'impediva di manifestare
-il mio desiderio a qualcuno de' miei ospiti. Ricordo
-quell'istante della mia vita come un turbine di fumi,
-profumi, luce, voci squillanti, e al centro di quel turbine
-il mio desiderio, che facevasi a ogni minuto più inquietante,
-pungiglioso e spasmodico.
-</p>
-
-<p>
-Non ricordo come e a chi pagassi il doveroso contributo
-per la mia cena e per la contravvenzione, non
-ricordo se promettessi di tornare, e con quali parole mi
-accomiatassi, e chi m'abbia accompagnato all'uscita:
-questo so, che a un certo punto mi trovai uscito, mi trovai
-nella strada, ch'era solitaria e quasi buia, e corsa
-nel mezzo da un solido marciapiede di pietra; e su quel
-marciapiede, nella solitudine muta del mondo e sotto
-il gelido cielo, sostai, sostai lungamente, levando lo
-sguardo al firmamento. Orione splendeva sul mio capo
-in tutto il suo fulgore, mentre io sostavo fermo così
-nel mezzo della ospite via: e a mano a mano, mentre
-ne contavo le stelle, fluiva ogni irrequietudine fuori di
-<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span>
-me e sentivo il mio spirito e i miei nervi rapidamente e
-lungamente placarsi.
-</p>
-
-<p>
-Quando fui conscio d'aver raggiunto il desiderato
-equilibrio, mi parve anche d'esser più saldo sulle gambe
-e quasi snebbiato il cervello. Ritornai lo sguardo dalle
-sfere celesti al solido suolo. E tra la penombra distinsi
-con paterno orgoglio, in mezzo alla via, una specie di
-arcadico rio che spumeggiando la correva in giù e si
-perdeva lontano nell'ombra. Non potei frenare a quella
-vista un impeto d'irragionevole riso. E altrettanto irragionevolmente
-il giuoco della fantasia mi portò a
-seguire l'andar di quel rio, e così percorsi per un tratto
-la via senza che la mia direzione avesse altro movente
-più savio. A un certo punto ogni traccia della mia creazione
-recente svaniva e perdevasi nel suolo, ma l'inerzia
-mi portò avanti ancora. Cominciai, così camminando
-come alla ventura, a ripensare il curioso impiego
-della mia serata, dai tumulti pomeridiani di piazza della
-Scala fino a quell'ora. Ebbi qualche rimorso della giornata
-inoperosa, poi scusai me stesso pensando ch'era
-stato un legittimo riposo alla operosa vita dei giorni
-precedenti. D'uno in altro pensiero vagavo, senza afferrarne
-alcuno con chiarità; e credo che in quel procedere
-piegai ogni tanto d'una in altra strada. Ed ecco
-mi trovai in una piccola piazza, e fermato nel centro
-di quella, così guardandomi attorno, stavo per riconoscerla;
-quando a un tratto una voce, che parve uscire
-dal muro buio, mi gelò. Il muro avea detto:
-</p>
-
-<p>
-— Signore!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span>
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">6.</span>
-Un ginnosofista.</h3>
-
-<p>
-Detti un passo indietro e ficcai gli occhi verso la
-plaga del muro in oscurità. Allora vidi un'ombra staccarsene,
-e con voce umile implorarmi:
-</p>
-
-<p>
-— Signore, avrebbe un fiammifero?
-</p>
-
-<p>
-Le parole erano alquanto rassicuranti; il mio spirito
-si calmò dunque, e osservai l'uomo. Vidi con gran maraviglia
-ch'egli era in frack e senza pastrano, e a capo nudo,
-onde sulle prime pensai ch'egli fosse un Ginnosofista
-piovuto ivi dall'India di Alessandro il Macedone.
-</p>
-
-<p>
-Tuttavia non osai esporgli questa mia ipotesi. Me
-gli avvicinai e gli porsi il fiammifero; stavo per andarmene,
-quand'egli con una leggera esitazione aggiunse:
-</p>
-
-<p>
-— Per caso, avrebbe anche la sigaretta?
-</p>
-
-<p>
-Me n'avevano rifornito nell'isola beata retta dalla
-placida Irene. Gli porsi la sigaretta. Allora l'incognito,
-come dopo un intimo sforzo, con voce risoluta incalzò:
-</p>
-
-<p>
-— E avrebbe anche cinque lire?
-</p>
-
-<p>
-Io detti novamente un balzo indietro, perchè lì per
-lì mi balenò il sospetto che l'ignoto stesse per assalirmi.
-Egli capì il mio timore e sùbito cercò di tranquillarmi:
-</p>
-
-<p>
-— No, no, non tema, signore; per chi m'ha preso?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span>
-</p>
-
-<p>
-Poi la sua voce si paludò d'una certa nobiltà, proclamando:
-</p>
-
-<p>
-— Io sono un mendicante.
-</p>
-
-<p>
-Seguì un breve silenzio. Cercavo una frase cortese
-per farmi perdonare il mio movimento ingiurioso. Volli
-mostrargli che m'interessavo alla sua sorte e alla confidenza
-che m'aveva fatto. Poichè in questa ricerca generosa
-indugiavo, l'ignoto ripetè:
-</p>
-
-<p>
-— Faccio il mendicante.
-</p>
-
-<p>
-Io, avendo finalmente trovato, gli domandai:
-</p>
-
-<p>
-— Da quanto tempo?
-</p>
-
-<p>
-— Da poche ore — rispose.
-</p>
-
-<p>
-— Io l'avevo preso per un ginnosofista.
-</p>
-
-<p>
-— Non conosco. Fino ad alcuni mesi sono io vivevo
-modestamente e tranquillamente del mio lavoro. La
-disgrazia mi raggiunse vestendo l'aspetto di fortuna.
-Abitavo un piccolo quartiere quasi centrale, e il mio
-guadagno mi bastava per la mia vita mediocre. Una
-ditta di lubrificanti mi offerse ventimila lire per cederle
-il mio quartiere. La somma mi parve enorme: accettai.
-Ma non trovai altra casa, non trovai una stanza modesta:
-soltanto una camera, salotto e bagno in un albergo
-di prim'ordine. Speravo fosse per pochi giorni,
-invece non trovai più altro, mai. Le mie ventimila lire
-sfumarono o per meglio dire passarono dalla parte dell'albergatore.
-Frattanto avevo consumato tutti i miei
-vestiti, senza potermene fare altri. Non mi è rimasto,
-come vede, che il frack. Non ho più potuto comperare
-un cappello, l'ultimo m'ha abbandonato ieri. Il frutto
-del mio lavoro, che bastava alla mia vita modesta quando
-<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span>
-avevo un alloggio, ora basta soltanto a pagare la mia
-camera con salotto e bagno. Per mangiare non mi
-rimane che la mendicità. Ecco perchè ella, signore, mi
-trova in frack e a capo nudo a mendicare su questa
-piazza. Sia maledetto ora e sempre ogni lubrificante.
-</p>
-
-<p>
-Gli detti silenziosamente le cinque lire. Egli mi ringraziò
-con effusione e disse ancora:
-</p>
-
-<p>
-— Se al fiammifero, alla sigaretta e alle cinque lire,
-ella, signore, volesse aggiungere qualche indicazione o
-consiglio sul da farsi nella mia critica condizione!...
-</p>
-
-<p>
-— Non saprei, signor ginnosofista. Ma l'uomo è
-fatto di anima e di corpo. Cerchi di porre il corpo sotto
-il dominio dell'anima: è il solo refugio e rimedio possibile
-in questi tempi assurdi e calamitosi.
-</p>
-
-<p>
-— Non intendo bene.
-</p>
-
-<p>
-— Neanch'io. Io sono un uomo dedito agli affari.
-Ma un filosofo potrebbe insegnarle il modo di convincersi
-che la sua situazione presente è la più fortunata.
-Provi a rivolgersi al signor Gionata, presso la signora
-Irene.
-</p>
-
-<p>
-— Mi vuol dire l'indirizzo?
-</p>
-
-<p>
-Colpito in pieno dalla domanda, m'accorsi d'un
-tratto che nè all'andare nè al ritorno, per ragioni diverse,
-avevo badato alla strada fatta. Volli tentare di
-ricostruirne il corso. Mi guardai attorno.
-</p>
-
-<p>
-— Vediamo — gli dissi —: sa lei da qual parte io
-sia sboccato in questa piazza?
-</p>
-
-<p>
-— No, signore. Io ero quasi assopito, e l'ho visto
-che lei era già fermo, in quel punto, guardandosi attorno
-proprio come fa ora.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span>
-</p>
-
-<p>
-Dopo un istante d'intenso e inutile raccoglimento:
-</p>
-
-<p>
-— Ma allora — gridai esterrefatto — allora neppur
-io potrò tornare più all'isola dei beati, all'abbazia telemitica,
-al cenacolo platonico della placida Irene!
-</p>
-
-<p>
-Il ginnosofista scosse il capo; poi cercò di consolarmi:
-</p>
-
-<p>
-— Non ci pensi, signore. E se per caso ha un cappello
-che non porta più, me lo mandi, la prego. Eccole
-il mio nome.
-</p>
-
-<p>
-Trasse un lapis e un pezzo di carta, e mi scrisse il
-suo nome, che qui non occorre ripetere, e il suo recapito,
-ch'era quello del più illustre e fastoso albergo della
-città.
-</p>
-
-<p>
-— Buona notte.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap7"><span class="smaller">CAPITOLO SETTIMO</span>
-PANTELESTESI</h2>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span>
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">1.</span>
-Diagnosi.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Il giorno 9 febbraio del 1919, alle ore 10 e 45 del
-mattino, mi venne il mal di capo.
-</p>
-
-<p>
-Postomi a ricercare le possibili cause di questo
-fatto straordinario, non tardai a persuadermi ch'esso
-era certamente da attribuirsi all'intenso lavoro compiuto
-nelle precedenti settimane, da un mese a quel
-punto. Precisamente un mese innanzi, il 9 di gennaio,
-io ero tornato dall'esercizio del corpo a quello
-dell'anima, dalla quadrupedante e arcadica vita militare
-al cerebroso turbine della metropoli.
-</p>
-
-<p>
-Mi spaurii accorgendomi della brevità del tempo in
-cui tante e così intense esperienze avean potuto cumularsi.
-Un mese dunque, un solo mese innanzi, trentun
-giorni precisi, ero dato in secco nell'aperta campagna
-della Città Operosa, la avevo corsa come in una rapida
-ricognizione, mi s'eran rivelate le correnti e le cascate
-dell'oro sovrastarla e sommoverla, avevo intuito il
-nuovo costume e la nuova religione sorti d'un tratto
-<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span>
-sul suolo intenso dall'influsso della guerra lontana. Un
-esatto mese innanzi, all'ordine imperioso delle nuove
-necessità, io, per molti anni dedicato allo studio e poi
-per breve parentesi alla milizia, m'ero d'improvviso
-riplasmato uomo d'affari. Nel nuovo esercizio i miei
-assaggi profondi s'erano successi e cumulati con rapidità
-maravigliosamente varia, com'è narrato nei sei capitoli
-che qui precedono. Chi li abbia letti, e pensi che tanta
-opera, e per me insolita e non prima prevista (se anche
-nei portati non fecondissima) si compiè nel rapido
-giro di trentun giorni solari — non dovrà maravigliarsi
-al sentire che il mattino del trentaduesimo io mi sentii
-d'un tratto affaticato ed esausto.
-</p>
-
-<p>
-Se tuttavia il lettore del presente capitolo non ha
-letto i sei che precedono, non importa: per l'intelligenza
-di questo basta ch'egli sappia che la mattina del 9
-di febbraio, alle ore 10 e 45, mi venne il mal di capo.
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">2.</span>
-Appressamento d'un mistero.</h3>
-
-<p>
-Stabilii di concedermi qualche giorno di riposo: e
-senz'altro indugio, la mattina appresso partii. Andai
-in campagna, cosa assai piacevole a farsi nelle stagioni
-in cui solitamente gli uomini se ne astengono. In poche
-<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span>
-ore raggiunsi il paese che avevo scelto, sulla riva d'un
-lago lombardo.
-</p>
-
-<p>
-Ma il caso m'impigliò quivi in una complicata e
-mirabile avventura la quale mise in serio pericolo il
-mio amore e la mia fede nella vita moderna, e con essi
-minacciò tutto il nuovo orientamento che la presenza
-del dopoguerra aveva offerto al mio spirito.
-</p>
-
-<p>
-Nella piccola pensione in cui mi allogai erano
-due ospiti: un giovane e una giovane. Mi si presentarono
-come fratello e sorella. Il che appariva in ogni
-modo al primo sguardo per la loro singolare somiglianza,
-accresciuta dal fatto che il giovane, quasi un adolescente,
-era di lineamenti assai delicati. Il solo carattere chiaramente
-diverso tra i loro visi era nell'espressione dello
-sguardo. La sorella avea dolci gli occhi e velati di malinconia
-anche quando sorrideva, o, più raramente, rideva.
-Invece il giovane portava in fondo alle pupille
-perennemente accesa una mobile luce maniaca.
-</p>
-
-<p>
-Quella prima mattina scambiammo pochi discorsi
-incolori. La sera all'ora del pranzo trovai sola la fanciulla
-alla tavola comune. Mi disse:
-</p>
-
-<p>
-— Bruno è andato a Milano, e tornerà domattina.
-</p>
-
-<p>
-Ella si chiamava Laura.
-</p>
-
-<p>
-Quando un uomo e una donna si trovano in presenza,
-comincia la tortuosa lotta dei sessi.
-</p>
-
-<p>
-Il nostro colloquio ritegnoso e coperto si prolungò
-qualche tempo dopo la fine del pranzo. Ella era garbata,
-e a gradi si fe' quasi lieta. Da ultimo avvenne a
-me di nominare suo fratello. La serenità di Laura
-rabbrividì d'un tratto come al calar d'una nube. Dopo
-<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span>
-un breve silenzio, levandosi e porgendomi la mano,
-ella con profonda convinzione sospirò:
-</p>
-
-<p>
-— Mio fratello è un uomo di genio.
-</p>
-
-<p>
-Con scarso senso d'opportunità le risposi:
-</p>
-
-<p>
-— Io sono un uomo d'affari.
-</p>
-
-<p>
-M'accorsi subito d'aver detto ciò meccanicamente,
-come mi accadeva spesso in quel tempo, anche fuor
-di proposito. La stonatura m'irritò. Rimasto solo me
-n'andai a passeggiare con un senso di corruccio.
-</p>
-
-<p>
-Il mattino appresso Bruno era tornato. La fiamma
-di mania gli luceva sempre in fondo agli occhi, ma
-come esagitata da una gioiosa inquietudine.
-</p>
-
-<p>
-L'aria in quella stagione era gelida e arida, e il lago
-la notte gemeva come fa il mare.
-</p>
-
-<p>
-Il quarto giorno della mia dimora nella campagna
-lacustre, alle prime ore del pomeriggio Bruno m'invitò
-quasi misteriosamente a uscire con lui, mi guidò a una
-casetta isolata e per una scala oscura mi fe' salire:
-m'introdusse in una stanza ov'erano due grandi tavole
-da lavoro coperte di carte disegnate e strumenti d'aspetto
-scientifico, che mi riuscirono al tutto nuovi e
-incomprensibili.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span>
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">3.</span>
-Silenzi e musiche.</h3>
-
-<p>
-Bruno mi disse:
-</p>
-
-<p>
-— Ho fiducia e confidenza in lei.
-</p>
-
-<p>
-— Grazie — gli risposi —. Tutti gli uomini e le
-donne che ho conosciuto hanno avuto fiducia e confidenza
-in me. Forse per questo non sono ancora riuscito
-a nulla di solido nella guerreggiante conquista della vita.
-</p>
-
-<p>
-Egli non mostrò di apprezzare la mia divagazione
-egoistica.
-</p>
-
-<p>
-Aperse l'usciolo d'una specie di complicato e pesante
-stipo metallico ch'era in mezzo a una delle grandi
-tavole. Da un cavo dell'interno di quello trasse una
-specie di cuffia telefonica e me la porse. Dalla cuffia si
-partiva un filo che andava a collegarsi con le misteriose
-interiorità dello stipo.
-</p>
-
-<p>
-— Se la metta — mi comandò. — E mi dica che
-cosa sente.
-</p>
-
-<p>
-M'aiutò ad aggiustarmela col nastro d'acciaio adattato
-lungo la curva del cranio e i due dischi ricevitori
-strettamente applicati agli orecchi.
-</p>
-
-<p>
-Da principio non sentii nulla. Poi m'accorsi che quel
-silenzio stesso era terribilmente singolare. Allora sentii
-ch'io sentivo uno spaventoso silenzio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span>
-</p>
-
-<p>
-Tesi invano tutte le mie facoltà per cogliere in quel
-vuoto una qualche menoma vibrazione: ma il silenzio
-era totale, snaturato e mostruoso.
-</p>
-
-<p>
-Avevo i miei occhi fissi in quelli di Bruno, che mi
-guardava e osava sorridere: ma quel sorriso, solo nel
-mondo enorme che attorno a me s'era avvelenato e
-congelato di silenzio, mi sconvolgeva vie più. Pure non
-osavo muovermi. Poi con grande stento mi risolsi a
-parlare: ma le poche parole che pronunciai non so
-quali furono, chè d'un più vasto terrore mi gelò accorgermi
-ch'io non sentivo il suono della mia voce, onde
-come ossesso m'interruppi. E sempre fissando io la
-faccia di Bruno, quella si mise a ridere, e la vedevo
-imbestiarsi nelle smorfie del riso le quali in quel moto
-senza suono mi apparivano sardonici contorcimenti. Ma
-così sussultando ei continuava a guardarmi. Allora con
-uno sforzo enorme della volontà m'alzai in piedi e mi
-strappai lo strumento dal capo.
-</p>
-
-<p>
-Improvviso, cessando il contatto del metallo, sentii
-il riso di Bruno: tra le cento voci dell'aria rifluì nella
-stanza il senso tepido della vita.
-</p>
-
-<p>
-— Ha sentito? — domandò.
-</p>
-
-<p>
-Una calda felicità m'invase udendo le sue parole,
-sentendo che sentivo la mia voce rispondergli:
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— Questo strumento è tirannico — spiegava Bruno — non
-permette che si senta altro suono se non
-quelli che lo interessano.
-</p>
-
-<p>
-— Come sarebbe a dire?
-</p>
-
-<p>
-— Ecco.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span>
-</p>
-
-<p>
-Svolse dal cavo del diabolico stipo un secondo filo,
-che anch'esso per un capo vi rimaneva infisso, e dall'altro
-terminava in una spina a due punte brevi e sottili
-acuminate come spilli. Così tenendo in mano la
-spina m'incorò:
-</p>
-
-<p>
-— Si rimetta la cuffia.
-</p>
-
-<p>
-Ecco fui ripiombato nell'ultramondano silenzio. Di
-là vidi Bruno scostarsi qualche passo guardandosi
-intorno; poi risolutamente andò verso lo stipite dell'uscio,
-ch'era di larice bianco, lo tentò un poco con
-una mano, infine vi conficcò e sforzò dentro le due
-punte della spina.
-</p>
-
-<p>
-Quasi subito il silenzio sovraceleste che m'avvolgeva
-parve corrersi di fremiti leggieri che venissero da
-remotissime altitudini, pungenti brividi sonori, che d'ogni
-attorno si scivolavano incontro e così scontrandosi
-uno sull'altro s'intrecciavano: qua e là tratto tratto
-rompevansi in tenui scoppi; dappertutto s'avvolgevano
-di ronzii. A certi istanti quelle note acute e sommesse
-parevano arrotolarsi come in congegnamenti meccanici:
-poi novamente allentate abbandonandosi impallidivano,
-sfuggivano a esaurirsi vacillanti sugli orli
-di abissi lontani.
-</p>
-
-<p>
-Assorto nella visione maravigliosa, teso nell'ansia
-che mi sfuggisse, i miei occhi non avevano più scorto
-l'uomo; d'un tratto lo vidi avvicinato chinarsi sopra
-me, e mi tolse delicatamente l'apparecchio di sul capo:
-poi andò a sconficcare la spina dal legno.
-</p>
-
-<p>
-— Ha sentito?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa?
-</p>
-
-<p>
-Indugiai. Avrei voluto dirgli che avevo sentito preludiare
-le pitagoriche armonie d'un qualche sistema sidereo
-non ancora formato; o forse un pallido dialogo
-tra il piano astrale e il piano buddico dei teosofi. Ma mi
-feci pudore di esporre simili ipotesi ultrapoetiche. E
-risposi:
-</p>
-
-<p>
-— Suppongo, il rumore di un tarlo nel legno?
-</p>
-
-<p>
-Bruno ricominciò a ridere scotendosi come pazzo.
-</p>
-
-<p>
-— Se in quel legno ci fosse un tarlo, con questo microfono
-lei udrebbe un fragore assordante come di
-macchinari o d'immense cascate. Anzi il suo errore mi
-fa pensare ora che una delle applicazioni pratiche dello
-strumento potrebbe essere appunto di far riconoscere
-la presenza dei tarli nei legni preziosi. Ma ciò non m'interessa:
-di simili sfruttamenti, se vorrà, se n'occuperà
-lei, che è uomo d'affari.
-</p>
-
-<p>
-— Ma allora quei suoni?...
-</p>
-
-<p>
-— Sono gli infinitesimi e inesauribili movimenti
-atomici della materia organica.
-</p>
-
-<p>
-Lo guardai stupefatto.
-</p>
-
-<p>
-— Lei può immaginare da questo la potenza del
-mio microfono moltiplicatore a isolatore acustico.
-</p>
-
-<p>
-— È una sua invenzione?
-</p>
-
-<p>
-— Dica che non è che la minima parte, che un
-particolare isolato, della mia invenzione. C'è assai più,
-e presto vedrà. Ma prima occorre che lei ne conosca
-un altro elemento, il più sorprendente: lo specchio
-allocatoptotrico.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span>
-</p>
-
-<p>
-Dopo un'attesa, accennò con una sorta di mistero
-verso una piccola porta a muro ch'era in fondo alla
-stanza.
-</p>
-
-<p>
-In quella s'udì la voce di Laura dalla strada chiamare:
-</p>
-
-<p>
-— Bruno!...
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">4.</span>
-Laura.</h3>
-
-<p>
-Senza rispondere alla chiamata, nè altro dirmi,
-Bruno ripose rapidamente ogni cosa e scendemmo.
-Laura col cappello e il bavero impellicciato che le saliva
-a mezzo il volto appariva più donna, avea acquistato
-un che di maturo e turbante. I suoi occhi erano
-più neri e più fondi.
-</p>
-
-<p>
-— Bruno — disse — è l'ora della passeggiata.
- Venga anche lei.
-</p>
-
-<p>
-Così dicendo mi guardò. Mi sentii impallidire. Quando
-i palpiti del mio cuore tornaron calmi, risposi:
-</p>
-
-<p>
-— No.
-</p>
-
-<p>
-— Allora, a più tardi.
-</p>
-
-<p>
-Fino a sera pensai a Laura. Ma di tratto in tratto
-la sua figura e il suo volto scomparivano istantaneamente
-alla mia memoria: in quelle lacune sentivo in
-<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span>
-me e intorno a me un flutto di vacuo e gelante silenzio:
-vi riconobbi l'immagine di quello che m'avea avvolto
-e quasi fatto demente durante la prima esperienza nel
-gabinetto del fratello di lei.
-</p>
-
-<p>
-— Costoro mi farebbero impazzire — mi dissi alla
-fine. — Bei riposi ho trovato nella solitudine della campagna!
-Strana sorte la mia: io sono sempre stato, sono,
-e sempre sarò, irrimediabilmente savio; e insieme la
-sorte ha messo occultamente tra le mie mani non so
-che potentissima calamita di pazzi.
-</p>
-
-<p>
-E quando, poche ore dopo, c'incontrammo alla
-tavola comune, subito annunziai recisamente:
-</p>
-
-<p>
-— Tra due giorni torno a Milano. La mia vacanza
-finisce.
-</p>
-
-<p>
-— Tra due giorni? — domandò Bruno — cioè?...
-</p>
-
-<p>
-— Cioè sabato: dopodomani; con la corsa del
-mattino.
-</p>
-
-<p>
-Egli echeggiò:
-</p>
-
-<p>
-— Sabato, con la corsa del mattino.
-</p>
-
-<p>
-E aggiunse:
-</p>
-
-<p>
-— Benissimo.
-</p>
-
-<p>
-Rinunciai a capire il suo pensiero. Dopo un poco
-soggiunse:
-</p>
-
-<p>
-— Io invece parto domani mattina.
-</p>
-
-<p>
-Ebbi la tentazione di rispondergli anch'io: «Benissimo»,
-ma me ne trattenni. Fui per accennare alle
-cose mirifiche che m'aveva mostrate, a quelle più
-mirifiche che m'aveva promesse. Ma un oscuro istinto
-maligno m'impose silenzio anche su questo argomento.
-Mi pareva che un'aura d'odio aleggiasse fra le nostre
-<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span>
-tre sostanze. Poi i silenzi obliqui che strisciavano tra
-noi cominciarono a travagliarmi. Cercai qualche argomento
-di discorso che ci portasse giù, in un'aria più
-respirabile e solita: avrei voluto poter pronunciare
-qualche volgarità. Dovetti fare uno sforzo per ricordarmi
-quali fossero i discorsi più consueti che si tengono
-nel mondo, il mondo degli uomini comuni, gli
-uomini sani. Finalmente dissi così:
-</p>
-
-<p>
-— Speriamo che sabato non ci siano scioperi.
-</p>
-
-<p>
-Bruno mi guardò come se avessi immaginato una
-inverosimile ipotesi di turbamenti cosmici.
-</p>
-
-<p>
-— Vero è — continuavo imperterrito — che oggi
-è necessario imparare a vivere giorno per giorno, ma
-nello stesso tempo a contare sopra un domani imperturbato
-e sicuro. Dicono che siamo in un fiero momento
-di trapasso. Credo tuttavia che qualunque
-tempo, visto da vicino, dovè parere agli uomini pensosi
-un fiero momento di trapasso.
-</p>
-
-<p>
-Poichè entrambi tacevano, continuai:
-</p>
-
-<p>
-— Forse lei vuole ricordarmi il nostro anteguerra...
-</p>
-
-<p>
-— Noi viviamo — m'interruppe Laura — come
-fuori del mondo, da molti anni. Come in un'isola
-ignota.
-</p>
-
-<p>
-— L'isola di Irene! — esclamai, colpito improvvisamente
-dal singolare ricordo. Non avevo mai più
-pensato ad Irene.
-</p>
-
-<p>
-— Dov'è — domandò Laura con gentilezza-l'isola
-di Irene?
-</p>
-
-<p>
-— Lontano.
-</p>
-
-<p>
-— C'è stato?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— Quando?
-</p>
-
-<p>
-— In un tempo irricordabile. Mi lasci pensare. Ci
-fui.... mio Dio! pare fantastico, eppure è: c'ero sei
-giorni sono. È credibile?
-</p>
-
-<p>
-Parlavo, così dicendo, più a me stesso che a quei
-due dissensati. Ma non eran persone da maravigliarsi
-per sì poco. Laura consentì:
-</p>
-
-<p>
-— Non è incredibile. I luoghi più lontani sono quelli
-da cui si ritorna più rapidamente. Ma non si ritrovano
-mai più.
-</p>
-
-<p>
-Così, brevissimamente, ella aveva risollevato il discorso
-nelle regioni della pura pazzìa. Non feci altri
-sforzi per riportarlo alla saggezza. Pensavo tra me se
-non avrei potuto precipitare ancor più la mia partenza.
-Laura mi appariva, ogni volta ch'io la riguardavo,
-più bella.
-</p>
-
-<p>
-Alla fine del pranzo Bruno s'accomiatò:
-</p>
-
-<p>
-— Debbo fare qualche ultimo preparativo. Arivederla
-dunque a Milano.
-</p>
-
-<p>
-Non contradissi, e scomparve.
-</p>
-
-<p>
-Laura s'era messa in una poltrona a un lato d'un
-vecchio camino acceso. Non ebbi la forza di andarmene.
-Sedetti nell'altra poltrona, all'altro lato del camino.
-</p>
-
-<p>
-Laura sorrise e mi disse:
-</p>
-
-<p>
-— Non è una buona ragione per essere tanto crucciato
-con noi.
-</p>
-
-<p>
-— Signorina — la implorai — mi dica qualche cosa
-di lei, mi dica che è nata in un luogo, in un giorno, così,
-come nascono tutte le donne.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span>
-</p>
-
-<p>
-Sorrise ancora:
-</p>
-
-<p>
-— Non abbia paura: sono nata in un luogo di
-questo mondo e in un giorno del calendario; e sono
-nata proprio come tutte le donne, e anche tutti gli
-uomini. Vuole di più? ho un po' freddo, sebbene siamo
-accanto al fuoco. Ho freddo, capisce? credo che
-questo possa rassicurarla completamente sul conto
-mio. E le propongo di fare ora la passeggiata che non
-ha voluto fare oggi.
-</p>
-
-<p>
-Perciò poco dopo camminavo al suo fianco lungo
-la riva del lago al chiarore delle stelle. Ella teneva gli
-occhi a terra, chè la strada era irregolare e sassosa.
-Ogni tanto la sua pelliccia sfiorava il mio braccio. L'aria
-rigida, e qualcosa d'inumano che accompagnandosi
-a noi ci vigilava, impedì le parole. Poi ella si fermò e
-senza levare lo sguardo mi disse:
-</p>
-
-<p>
-— Torniamo.
-</p>
-
-<p>
-Ma, tornando, appoggiò la mano nel mio braccio,
-e così ve la tenne, fino che fummo giunti alla nostra
-dimora, ove mi salutò, quasi senza parole.
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">5.</span>
-La soglia.</h3>
-
-<p>
-Il giorno dopo la cameriera mi portò i saluti della
-signorina, avvertendomi ch'ella era indisposta e non
-si sarebbe mossa di camera. Quella giornata fu la più
-vacua, stizzosa e lunga di tutta la mia vita.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span>
-</p>
-
-<p>
-La mattina seguente, pronto per andarmene, mandai
-la stessa cameriera a recarle i miei saluti. Mi riportò
-un biglietto di lei. V'era scritto:
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-<i>A rivederci per una volta ancora.</i>
-</p>
-
-<p class="indr">
-<i>Laura.</i>
-</p>
-</div>
-
-<p>
-E partii.
-</p>
-
-<p>
-Il viaggio mattutino — prima lungo la riva del
-lago che il freddo colorava d'acciaio, poi traverso brughiere
-e boscaglie di brina e di ghiaccioli — mi rischiarò.
-Quando scesi alla stazione di Milano mi sentivo assai
-lontano dal luogo, dalle persone e dai giorni trascorsi:
-li lasciavo dietro me quali un passato, che sentivo
-ben chiuso, consacrato come in una irritrovabile lontananza.
-Soltanto un senso di lassitudine, che parevami
-esserne rimasto in fondo a me, dominava oscuramente
-il mio spirito: ma me ne riscossi, e m'immersi con una
-specie di piacere fisico nella piccola folla che s'accalcava
-all'uscita. Fuori, mentre guardavo intorno cercando
-una carrozza, mi sentii chiamare da una voce
-che mi gelò di sorpresa e d'irragionevole spavento.
-Mi voltai.
-</p>
-
-<p>
-— Lei è stato puntuale — gridò Bruno venendomi
-incontro festosamente. — Bravo. Venga con me.
-</p>
-
-<p>
-Allora la forza ignota che domina spesso la mia vita
-e i miei atti — e solo dopo la morte, concludendo le
-somme, potrò risolvere se mi fu amorevole o maligna — mi
-spinse a non oppormi al suo desiderio. Bruno
-aveva un'automobile. Poich'era mattino avanzato, disse:
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo a far colazione.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span>
-</p>
-
-<p>
-Mi condusse in una trattoria assai nota, rumorosa.
-Non riconoscevo l'uomo. Era vivace e socievole. Spesso
-rideva. Io gli dissi:
-</p>
-
-<p>
-— Rieccoci in piena vita moderna. Non pensavo
-che lei amasse tutte le cose che qui ora ci vediamo
-intorno.
-</p>
-
-<p>
-— Non le amo — rispose — Mi servono. Io vivo,
-per mio conto, nel secolo ventesimo, come fossi un
-uomo di dieci secoli prima o di dieci secoli più tardi.
-Il mio spirito e la mia consuetudine sono perfettamente
-soli. Qualche volta penso che questi uomini e queste
-donne non mi vedano neppure, tanto mi sento fatto
-d'una diversa sostanza. Ma me ne valgo. Questa ansia
-verso la velocità — soppressione del tempo e della
-lontananza — che è il carattere primo dell'epoca, è
-il materiale bruto della mia creazione. Perciò costoro
-mi servono, e senza intenzione forse io creando li servo.
-</p>
-
-<p>
-— Così! — esclamai. — Sento in queste sue parole
-uno spirito fraterno. Lei ha definito esattamente, mi
-perdoni se parlo un momento di me, quello ch'io vorrei
-essere, se fossi un'artista: sol che la mia creazione
-sarebbe fantastica, mentre la sua è pratica. Anch'io
-vorrei operare su questa materia, come se l'amassi,
-senza amarla, e creando giovarle senza intenzione ne'
-suoi piaceri o ne' suoi ozi: ma la mia sostanza sentirsene
-estranea e lontana, più là o più qua, sola.
-</p>
-
-<p>
-— Perciò lei è degno d'essere il primo che sperimenterà
-la mia invenzione. Poco m'importerebbe che
-fosse anche l'ultimo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Dove andiamo?
-</p>
-
-<p>
-— Non lontano.
-</p>
-
-<p>
-Arrivammo a una via solitaria, in una piccola casa.
-E Bruno m'introdusse in una stanza quasi nuda,
-mi fe' sedere, e parlò in questo modo:
-</p>
-
-<p>
-— Lei vede quella porta a muro. È simile a quella
-che lei ha visto in fondo al mio studio laggiù.
-</p>
-
-<p>
-A questa parola «laggiù» sentii il mio cuore accelerare
-stranamente i suoi palpiti.
-</p>
-
-<p>
-— È il gabinetto pantelestetico. Tutto l'ambiente
-ne è acusticamente isolato, senza che occorra la cuffia.
-Di lì senz'altro lei sentirà telefonicamente le parole del
-gabinetto lontano ch'è in comunicazione con questo.
-E fin qui non abbiamo che un perfezionamento della
-telefonia. Ma una delle pareti del gabinetto è uno specchio,
-uno specchio allocatoptotrico, in cui si vede, distintamente,
-il luogo e la persona con cui si parla: la
-si vede parlare e muoversi, vivere. Data l'audizione
-e la visione, perfettissime entrambe, ogni distanza tra
-gli uomini è con ciò pienamente abolita.
-</p>
-
-<p>
-Una irrequietudine pungente sommergeva a tratti
-e intorbidava in me l'interesse per l'esperienza prodigiosa.
-Bruno mi disse ancora:
-</p>
-
-<p>
-— L'avverto che sarà in comunicazione soltanto
-quando sarà seduto sulla poltrona.
-</p>
-
-<p>
-Così dicendo eravamo presso la tragica porta. Bruno
-aperse, mi spinse dentro, e rapidamente, dietro le mie
-spalle, richiuse.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span>
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">6.</span>
-Convegno.</h3>
-
-<p>
-Piombato nel silenzio, volsi gli occhi attorno per la
-cabina, che senz'aperture nè lampade era chiara d'una
-luce diurna. Riabbassando lentamente lo sguardo dal
-soffitto alla parete in faccia a me, d'un tratto agghiacciai.
-Quella parete era quasi tutta di specchio, lucidissimo
-specchio, e in esso vedevo riprodursi esattamente
-le forme del luogo ov'io ero — tre brevi pareti e nel
-mezzo una piccola poltrona — ma nello specchio non
-c'era nessuno, non c'ero io.
-</p>
-
-<p>
-Dalle radici alle cime mi squassò un brivido che
-parve squarciarmi; credo che detti un urlo e che mi
-rivoltai per fuggire, ma seppi dominarmi, e stringendomi
-con le mani le tempie chiusi gli occhi. Allora nella
-sùbita oscurità anche l'immane silenzio mi parve confortevole,
-o forse m'era di sicurezza sentire quelle
-stesse mie mani tenagliarmi duramente la fronte. Così
-mi placai, riebbi la conoscenza del luogo e delle cause.
-Tuttavia tenevo ancor serrati gli occhi: a tentoni
-girai intorno alla poltrona e mi vi posi.
-</p>
-
-<p>
-Sùbito il silenzio si tacque, s'animò di lontani susurri
-diffusi, voce d'un'atmosfera che nuova m'avvolgeva.
-Così ebbi cuore di riaprire gli occhi. E vidi che lo specchio
-davanti a me s'era annebbiato come di veli grigi
-<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span>
-che tutto lo fluttuavano, e già diradavan dai lati verso
-il centro; fin che il campo si sgomberò, e là in faccia
-a me era seduta una forma umana, era la forma di
-Laura. L'immagine di Laura moveva il capo con dolcezza,
-levava una mano verso me con un cenno. Anche
-le sue labbra vidi agitarsi, e udii la voce che diceva:
-</p>
-
-<p>
-— Sono io, sì, sono Laura.
-</p>
-
-<p>
-Io fissavo quell'immagine negli occhi, ma non mi
-riusciva d'incontrarne lo sguardo, che ancora vagava
-come disperso in un diverso etere. Allora anch'io parlai,
-e dissi all'immagine:
-</p>
-
-<p>
-— Perchè non mi guarda?
-</p>
-
-<p>
-La figura di Laura rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Ancora non mi riesce. Tenga fermo il suo sguardo,
-la prego.
-</p>
-
-<p>
-Io mi tesi con uno sforzo d'immobilità di tutto
-il mio essere. Vedevo lo sguardo di lei in un contorcimento
-divincolarsi dalle lontananze che lo trattenevano,
-fin che d'un tratto scattò sulla linea del mio: e ci trovammo
-così, gli occhi fissi negli occhi, penetrandoci
-paurosamente fin nel profondo delle anime, perduti di
-passione.
-</p>
-
-<p>
-— Parla — mi implorò.
-</p>
-
-<p>
-E poichè sgomento io tacevo:
-</p>
-
-<p>
-— Ti avevo avvertito — mi disse come in un soffio — che
-ci saremmo riveduti una volta ancora.
-</p>
-
-<p>
-Il suo volto pallido s'invermigliò, ma gli occhi non
-si chinarono, neri e fondi come li avevo visti un vespero
-in riva al lago gemente.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span>
-</p>
-
-<p>
-— S'io ti vedessi di là da un fiume — le dissi — penserei
-di passarlo per venirti a parlare. Ma come
-posso parlarti così?
-</p>
-
-<p>
-— Vedi come ti sono vicina.
-</p>
-
-<p>
-Mi parve che alzasse una mano verso me.
-</p>
-
-<p>
-— Laura — gridai, e irresistibilmente levatomi mi
-lanciai verso le sue braccia. Ma d'improvviso a quel
-moto il campo dello specchio come in un baleno si
-vuotò, e davanti a me non era più nulla: con le mani
-urtai contro il vetro solido.
-</p>
-
-<p>
-Ansando mi precipitai novamente a sedere. Lo
-specchio si scombuiò tutto di nuvole, come poco innanzi;
-poi le nuvole vaporando vidi tornata la figura di Laura,
-e il suo sguardo era ancora diritto nel mio. Laura ora
-stava protesa verso me, e tremando pregava:
-</p>
-
-<p>
-— Non mi abbandonare.
-</p>
-
-<p>
-Muti allora, per un tempo che parve immenso, ci
-guardammo così dolorosamente, abisso contro abisso;
-poi mormoravamo parole senza forma; e le nostre forme
-e le nostre voci eran vicine, sì che a un punto le
-anime crederono toccarsi; ma poichè le mani non potevano
-raggiungersi e sentirsi stringere vive, d'un
-tratto anche le nostre sostanze s'intesero disperatamente
-lontane: sentii lei più infinitamente remota da
-me che se l'avessi pensata senza vederne gli atti nè
-udirne la voce; e come nello spasimo di quell'assurdo
-ella a un momento apparve tutta spingersi a me col
-volto pallido e la bocca implorante, m'invase un così
-disperato e rabbioso furore che quasi cieco e pazzo mi
-<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span>
-levai, sradicata la poltrona dal suolo la scagliai contro
-il cristallo infernale che si sfranse col fragore di cento
-scoppi, mi sbattei ululando contro le pareti e l'uscio
-della cabina, ne fuggii non so come, distrussi non so
-che, precipitai invasato senza più pensiero o memoria
-non so dove: appena ricordo che per giorni e notti errai
-tremando le vie più paurose della città, come una bestia
-inseguita in caccia, sconquassato, pavido d'ogni
-ombra e d'ogni luce, scontroso a ogni forma apparente
-e mobile della vita; e solo dopo assai tempo riuscii
-per la stanchezza a sedermi placato, a ritrovare la mia
-casa e la consuetudine del mio pensiero e della mia
-vita: ma ivi chiuso per più giorni ancora me ne stetti
-senza voler vedere persona, macerato in un odio torvo
-contro ogni intelligenza dell'uomo, in un sincero spasimo
-di desiderio verso l'indifferente inerzia delle cose
-insensitive e dei bruti.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap8"><span class="smaller">CAPITOLO OTTAVO</span>
-IL DÀIMONE NELL'ANTICAMERA</h2>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span>
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">1.</span>
-Telefonico.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Ero appena disceso dal letto — s'era dunque, come
-è facile immaginare, di mattina — quando strilla il
-campanello del telefono. Reggendomi non so che con
-la sinistra, mi precipito di là e afferro con la destra il
-ricevitore. — Pronto! — Una voce qualunque (maschile)
-m'investe senz'altro, tutto d'un fiato, con le
-seguenti parole: — La prego, si trovi tra un'ora al
-Bar del Commercio, che devo farle una comunicazione
-importante. — Stavo per chiedere maggiori spiegazioni,
-ma un improvviso fragore d'olio friggente scaturì dalle
-profonde viscere dell'ordigno e per qualche minuto
-m'impedì di sentire o far sentire una sola parola. Poi
-d'improvviso le lontananze ignote trasmisero lungo
-il mistero dei fili sino al mio orecchio il più profondo
-glaciale universale silenzio. Provai a sonare chiamare
-urlare fischiare guaire, — ma ai miei sforzi più inumanamente
-rumorosi non rispondeva se non quel silenzio,
-così totale e impassibile che a un certo punto lo sentii
-<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span>
-sacro, e preso d'improvviso da un reverenziale timore
-di profanarlo riappoggiai piano piano il ricevitore al
-suo posto, sostai un istante trattenendo il respiro, poi
-in punta di piedi me ne tornai nella mia camera. Finii
-di vestirmi, e uscii di casa.
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">2.</span>
-Patologico.</h3>
-
-<p>
-Andandomene a piedi (non ricordo il perchè: forse
-v'era sciopero di tranvieri e altri trasportatori della
-persona umana) verso il bar del Commercio, che era,
-ed è tuttora, al lato meridionale di piazza del Duomo — andandomene
-dunque a piedi verso l'arcano dell'anonimo
-convegno, mi avvenne un fatto alquanto singolare,
-cioè, ch'io non mi sentivo abbastanza incuriosito
-di quell'arcano, nè della persona, non ancora identificata,
-che m'aspettava laggiù.
-</p>
-
-<p>
-La causa di questa mia condizione non va cercata
-in un superiore disprezzo delle cose pratiche e mondane,
-ma in un fatto assolutamente morboso. Io m'ero svegliato
-quella mattina con una frase in capo, venutavi
-chi sa donde, ed era questa:
-</p>
-
-<p>
-— La standardizzazione del ferro....
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span>
-</p>
-
-<p>
-Certo i miei occhi dovevano aver letto quelle parole
-il giorno avanti scorrendo in distrazione la rubrica
-industriale di qualche giornale. Ma l'Antico Avversario
-s'era divertito a coglierle e metterle in serbo, per poi
-ficcarmele nel cervello durante la notte, quando le
-scolte dell'intelletto non vigilano alle porte.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa, che cosa è mai la standardizzazione
-del ferro?
-</p>
-
-<p>
-Così angosciosamente domandandomi camminavo.
-Non so se più m'irritava l'ignorare il senso di quella
-locuzione, o la sua forma fonica, fastidiosa d'imbarbarita
-civiltà. Invano cercavo una distrazione nelle
-cento immagini che le strade operose offrono ai più
-preoccupati passanti. A ogni insegna di ferro e a ogni
-rotaia di tranvai, mi avveniva di domandarmi:
-</p>
-
-<p>
-— Chi sa, mio Dio, se quel ferro è standardizzato!
-</p>
-
-<p>
-Passavano creature fascinose, ma non valeva la
-loro vista a consolarmi. E credo che se la più bella di
-esse m'avesse rapito e tratto a sè e offertami la bocca,
-io su quella avrei languidamente mormorato una sola
-parola:
-</p>
-
-<p>
-— Standardizzarti....
-</p>
-
-<p>
-E il mio stomaco era ancora digiuno.
-</p>
-
-<p>
-In queste condizioni pietose giunsi alla mèta.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span>
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">3.</span>
-Divagativo.</h3>
-
-<p>
-Uno scrupoloso esame mi convinse che in nessuna
-parte del bar si trovavano ancora persone di mia conoscenza.
-E nessuno, vedendomi passare e guardare, mi
-fe' cenno di riconoscermi nè mi abbordò con i caratteristici
-fonemi che si usano verso gli arrivanti a un
-convegno.
-</p>
-
-<p>
-Sedetti dunque, e poichè quella mattina non v'era
-latte e i biscotti erano finiti, accettai con rassegnazione
-il consiglio, che un imperioso cameriere mi rivolgeva,
-di ordinare un ponce. Cominciai desolatamente a contemplare
-la macchina lucidissima che dall'alto del bancone
-di marmo continuava, con grandi fremiti e sbuffi,
-a esprimere robustamente dalle metalliche viscere negre
-spume di caffè, e ogni tanto, a un mezzo girar di manubrio,
-si convolveva di nuvole come Zeus pronto a
-discendere sul mondo.
-</p>
-
-<p>
-Non c'era molta gente. M'incuriosirono, in piedi
-presso l'estremo del bancone, tre o quattro giovanotti
-fatti tutti alla stessa maniera come fossero stati colati
-in serie da uno stampo: cioè tutti erano alti e stretti;
-portavano il cappello duro e piccolo, spinto assai indietro
-sull'occipite: cappotti grigi a scacchi, aderentissimi
-<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span>
-sotto la schiena con una larga martingala, abbasso
-assai corti e in alto compiuti da folti baveri di pelo
-nero. Anche quei giovanotti bevevano il ponce, e vidi
-che tutti avevano all'anulare destro un grosso anello.
-</p>
-
-<p>
-Uno di quelli, volendo chiamare il cameriere, venne
-a battere sul piano del mio tavolino col duro castone
-di quell'anello: di sotto alla gemma osservai che sfuggivano
-due o tre setole nere. Il mio tavolino tremò alquanto
-e un poco del liquido si versò nel sottocoppa, ma
-nella sua semplicità e padronanza colui non vi fe' caso.
-</p>
-
-<p>
-Quanto a me, proprio in quel momento m'avvidi
-che, distratto dalla contemplazione del luogo e de'
-suoi indigeni, non avevo più pensato alla standardizzazione
-del ferro.
-</p>
-
-<p>
-Temei che, così avvedendomene ora, stesse per ricominciare
-l'ossessione. Ma d'un tratto mi sentii dare
-un'affettuosa manata sulle spalle.
-</p>
-
-<p>
-Mi volto e scorgo un ilare viso di cui non ricordavo
-il nome.
-</p>
-
-<p>
-— Era lei? — domandai.
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa? — rispose egli sedendo rumorosamente
-al mio fianco. E senza aspettare spiegazioni continuò: — Bravo!
-era un pezzo che non ti vedevo! Voglio
-pagarti un ponce.
-</p>
-
-<p>
-Io ero mortificato d'aver dato del lei a uno che
-con tanta effusione mi dava del tu, e invocai tra me
-un'occasione di farmi perdonare e mostrargli il mio affetto.
-Perciò gli raccontai la mia avventura telefonica.
-</p>
-
-<p>
-Egli pronunciò: — Certamente quel signore aveva
-chiamato un altro numero.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span>
-</p>
-
-<p>
-Guardai con ammirazione l'uomo prodigioso che
-a primo colpo aveva risolto un intricatissimo problema.
-Egli intanto parlava con abbondanza. Aveva cominciato
-col raccontarmi altri aneddoti telefonici d'ogni
-genere, s'era interrotto per apostrofare piacevolmente
-due donne che passavano, poi aveva ripreso a dissertare,
-non più di telefoni, ma della situazione politica; a un
-certo punto mi costrinse ad accettare un secondo ponce — e
-per me era il terzo —; mi domandò il prezzo del
-mio vestito e mi fece solennemente promettere di servirmi
-d'ora innanzi dal suo sarto; poi d'un tratto
-s'alzò come un vento, dicendo:
-</p>
-
-<p>
-— Dieci minuti a mezzogiorno. Tu ora m'accompagni
-un momento alla Succursale.
-</p>
-
-<p>
-Uscimmo; i tre ponci dal mio stomaco digiuno si
-scontrarono torbidamente col freddo intenso della strada,
-fumigarono con ira verso le estreme regioni inferiori
-e superiori del mio corpo. Arrivati a una delle
-vie interne del centro della città, il compagno, che aveva
-sempre parlato, si fermò a un portone basso. Cercai
-di salutarlo ma egli gridò:
-</p>
-
-<p>
-— Sarebbe bella che tu mi piantassi qui a questo
-modo!
-</p>
-
-<p>
-Salimmo a un secondo piano e accettammo l'invito
-d'un cartello bianco che da un uscio vetrato diceva:
-<i>Avanti</i>. Nè, parlando egli, ebbi mai agio di domandargli
-di che cosa fosse succursale il luogo che aveva
-così designato, nè l'aspetto dell'anticamera m'istruì al
-proposito.
-</p>
-
-<p>
-Eravamo appena entrati e cercavamo qualcuno cui
-<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span>
-rivolgerci, quando d'un tratto nella parete di fondo
-vedemmo sollevarsi una portiera di stoffa, e uscirne,
-sbattendo violentemente un uscio, una signora con
-un cappello e un petto poderosamente sviluppati in
-ampiezza, la quale traversò la stanza come un turbine
-gridando:
-</p>
-
-<p>
-— .... e ricordatevi che in questo schifoso casino
-non ci metterò mai più i piedi.
-</p>
-
-<p>
-Questa frase durò esattamente il tempo che occorse
-al ciclone per coprire la lunghezza della stanza dalla
-detta portiera all'uscio d'ingresso, dal quale ella uscì,
-similmente sbattendolo: onde il tragitto fulmineo e la
-pittoresca frase di quell'apparizione corpulenta rimasero
-come incorniciati e incastonati tra due tonfi.
-</p>
-
-<p>
-Io m'ero ritratto istintivamente temendo forse d'essere
-assorbito dall'aria ch'ella aveva smossa. Come il
-mio timore fu quetato, cominciai a esaminare se dalla
-metafora ch'era uscita dalla sua bocca irosa potessi
-trarre qualche lume per riconoscere il luogo in cui mi
-trovavo.
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">4.</span>
-Diabolico.</h3>
-
-<p>
-Il mio compagno guardò, come un cane che annusi,
-dietro la traccia della donna, e pronunciò:
-</p>
-
-<p>
-— Perdio che pezzo....
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span>
-</p>
-
-<p>
-Poi, scosso il capo, s'avviò risolutamente verso quell'uscio
-di fondo che la fragorosa visione ci aveva rivelato.
-</p>
-
-<p>
-Ma d'un tratto, da un angolo in ombra al lato sinistro
-di esso uscio, vedemmo levarsi una figura che
-parve essa pure fatta di ombra tanto era fluida e sottile.
-</p>
-
-<p>
-— «Or vedete, che bel portinaio!» — mormorai
-io con le parole onde Bruno Nolano gratifica un prefazionatore
-di Copernico.
-</p>
-
-<p>
-Infatti quell'apparizione avea funzioni d'usciere,
-perchè con voce tremula avanzando verso il mio compagno
-lo interrogò:
-</p>
-
-<p>
-— Dove va, signore? Il cavaliere a quest'ora non
-riceve più.
-</p>
-
-<p>
-Il mio compagno non era persona da arrestarsi per
-questo.
-</p>
-
-<p>
-— M'aspetta — proclamò; e risolutamente sollevò
-la portiera che subito ricadde ondeggiando dietro
-le sue fuggevoli spalle.
-</p>
-
-<p>
-L'usciere tremulo rimase un istante in sospeso, poi
-rassegnato si volse a me, che m'ero seduto sopra un divano
-di dubitoso colore tra l'aragosta non ancor finita
-di cuocere e il teocriteo amaranto.
-</p>
-
-<p>
-— E lei chi cerca?
-</p>
-
-<p>
-— Io sono con quel signore.
-</p>
-
-<p>
-— E quest'altro è con lei?
-</p>
-
-<p>
-Così domandando, additava alla mia sinistra: stupefatto
-mi voltai, ma al mio fianco, sul divano, dov'egli
-additava, non c'era nessuno.
-</p>
-
-<p>
-Guardai quella tremante larva filamentosa, che sopra
-una fronte ossuta ergeva una chioma candidissima. Ma
-<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span>
-essa parlava con la maggior serietà del mondo. Infatti
-ripetè:
-</p>
-
-<p>
-— E questo signore?
-</p>
-
-<p>
-Sebbene ogni giorno m'avvenga di dover trattare
-con dei matti, io stavo a disagio, chè i matti quotidiani
-sono di un'altra natura. Ma d'un tratto mi credei d'ammattire
-io, chè al mio fianco, al mio fianco sinistro, dal
-divano su cui stavo, dove avevo ben visto che non c'era
-nessuno, una voce mi parlò incorandomi:
-</p>
-
-<p>
-— Diglielo dunque, chi sono.
-</p>
-
-<p>
-Stetti per urlare dal terrore, ma intanto avevo riconosciuto
-la voce, e subito al terrore frammettendosi
-una tepida commozione, esclamai:
-</p>
-
-<p>
-— Tu!...
-</p>
-
-<p>
-— Sì, io — rispose il Dàimone: — da un pezzo t'eri
-dimenticato di me.
-</p>
-
-<p>
-— Ma costui, costui? — gli domandai con angoscia: — io
-non ti ho mai visto; credevo che tu avessi
-voce, ma non forma visibile. Come avviene che questo
-simulacro d'uomo ti vede?
-</p>
-
-<p>
-— Non so, è merito suo: non offenderlo.
-</p>
-
-<p>
-L'usciere canuto non s'era offeso; ma con imperturbabilità,
-senza alzare d'un tono quella sua voce caprina,
-insistette:
-</p>
-
-<p>
-— E questo signore?
-</p>
-
-<p>
-— È il mio Dàimone.
-</p>
-
-<p>
-— Dunque è con lei. E lei è con quello che è entrato
-dal cavaliere. Va bene. Dovevo saperlo, per regolarità.
-</p>
-
-<p>
-E tranquillamente tornò a ritirarsi nel suo recesso
-ombroso, soddisfatto del dovere compiuto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span>
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">5.</span>
-Metafisico.</h3>
-
-<p>
-Io gridai al Dàimone:
-</p>
-
-<p>
-— Voglio vederti anch'io, perdio!
-</p>
-
-<p>
-— Questa tua violenza — mi ammonì — è puerile
-e puntigliosa: è dettata più dal dispetto di sentirti
-inferiore a un usciere, usciere di Succursale, che non a
-un desiderio nativo e profondo di conoscenza.
-</p>
-
-<p>
-— E io voglio vederti — reiterai, testardo come
-un bambino; e non potrei giurare che così dicendo io
-non battessi i piedi forte per terra.
-</p>
-
-<p>
-— Questa tua ostinazione non è degna d'un filosofo,
-ma tutt'al più d'un uomo d'azione.
-</p>
-
-<p>
-— E io sono un uomo d'azione!
-</p>
-
-<p>
-— Allora, se sei un uomo d'azione, siedi in quell'angolo
-e non ti muovere. Sì: sulla sedia che è a destra
-della porta con portiera, a riscontro con l'altra ove riposa
-e dorme quel degno usciere verso cui ti morde una
-ignobile invidia.
-</p>
-
-<p>
-Com'io fui seduto simmetricamente alla larva canuta,
-che appunto s'era addormentata profondamente,
-la voce del mio Dàimone riprese:
-</p>
-
-<p>
-— S'io mi rendo per un tratto di tempo visibile
-a te, per quel tratto medesimo avviene che tu diventi
-invisibile a tutti. E intanto tu non avrai forza di muoverti
-<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span>
-nè di parlare, ma sarai come una porzione cosciente
-e inattiva del nulla.
-</p>
-
-<p>
-— Ne avrò molto piacere.
-</p>
-
-<p>
-— Io intanto agirò, come se fossi vivo e umano.
-</p>
-
-<p>
-— Un momento, per carità: non hai mica una
-forma spaventosa?
-</p>
-
-<p>
-— Vigliacco! No. Io non ho nessuna forma: dovrò
-prenderne una qualunque, la prima che mi venga in
-mente.
-</p>
-
-<p>
-— Scegli bene! — lo implorai — sai che sono sensibile. — E
-tacqui.
-</p>
-
-<p>
-Tacendo, mi sentii d'un tratto illanguidire come avviene
-per lunga inedia o per subita anemia, gli occhi mi
-si annebbiarono, per un istante parve che ogni appoggio
-mi mancasse intorno come al punto di precipitare
-nel vuoto.
-</p>
-
-<p>
-Quando fui riavuto da quel vanimento di tutto l'essere,
-gli occhi mi si riapersero, e vidi per la stanza aggirarsi
-l'usciere canuto e sottile, ma ora sorrideva con
-giovinezza. Mentre mi domandavo che cosa avesse potuto
-restaurarlo così, mi venne fatto di guardare al
-luogo ov'egli si trovava poco innanzi a dormire, cioè
-sulla sedia a sinistra dell'uscio.
-</p>
-
-<p>
-Sulla sedia a sinistra dell'uscio c'era l'usciere filamentoso
-e canuto, e continuava a dormire profondamente.
-</p>
-
-<p>
-Il mio stupore durò solo un menomo istante, perchè
-capii subito che quegli che girava giovenilmente per la
-stanza era il mio Dàimone.
-</p>
-
-<p>
-Pensai di dirgli: — Sei tu? — ma non potevo parlare.
-Mi resi conto che, com'egli m'aveva predetto, io
-<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span>
-non possedevo più altro al mondo se non la coscienza
-di me medesimo, privata d'ogni forma d'azione.
-</p>
-
-<p>
-Allora attesi serenamente gli avvenimenti.
-</p>
-
-<p>
-Poi che il mio Dàimone ebbe dato ancora uno o due
-giri per la stanza, s'udì un busso discreto all'uscio d'entrata.
-Il Dàimone non rispose; e udimmo un altro
-busso. Finalmente l'uscio si schiuse timidamente, e s'affacciò
-una testa spaurita, dicendo:
-</p>
-
-<p>
-— Si può entrare?
-</p>
-
-<p>
-— Provi — rispose il mio Dàimone.
-</p>
-
-<p>
-La testa spaurita provò, e infatti fu tutta dentro,
-e con lei la mediocre persona su cui quella testa era
-infissa. Il Dàimone gli domandò:
-</p>
-
-<p>
-— Sa leggere?
-</p>
-
-<p>
-— Sì — rispose alquanto interdetto il nuovo venuto; — lo
-credo: ho la licenza tecnica.
-</p>
-
-<p>
-— E io credo di no — ribattè il mio Dàimone — perchè
-altrimenti avrebbe letto che sull'uscio sta scritto
-Avanti.
-</p>
-
-<p>
-Mentre il perplesso arrossiva e si rigirava il cappello
-tra le mani cercando invano un'adeguata risposta, l'uscio
-medesimo si riaperse come per una ventata ed
-entrò un giovinetto sbadato: contro il quale il mio Dàimone
-mosse subito investendolo con queste parole:
-</p>
-
-<p>
-— Perchè è entrato senza domandare permesso?
-</p>
-
-<p>
-Il giovine sventato rispose prontissimo:
-</p>
-
-<p>
-— Perchè c'è scritto <i>Avanti</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Qui la volevo — disse il Dàimone. — <i>Avanti</i> è
-una risposta: quando qualcuno dice <i>Permesso</i>, gli si
-risponde <i>Avanti</i>. Lì dunque, sull'uscio, c'è la risposta
-<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span>
-preparata per uno che abbia domandato. Ma per chi,
-come lei, non ha domandato niente, il cartello, avendo
-natura di risposta, non vale, ed è come non esistesse.
-</p>
-
-<p>
-Il giovinetto rispose con risolutezza:
-</p>
-
-<p>
-— Lei è matto.
-</p>
-
-<p>
-— È quello che pensavo anch'io — strillò il primo
-venuto, cui la presenza dell'altro dava un'improvvisa
-violenza di reazione.
-</p>
-
-<p>
-— No — gli ribattè pronto il mio Dàimone — lei
-non ha diritto di pensarlo, perchè a lei avevo detto
-proprio il contrario di quello che ho detto ora a questo
-signore: dunque se sono matto verso lui, sono savissimo
-verso lei, o viceversa. Scelgano, signori.
-</p>
-
-<p>
-— Scegliere?!
-</p>
-
-<p>
-— Sicuro: scelgano per quale dei due sono matto
-e per quale sono savio. In mancanza di un criterio logico
-di scelta, possono giocarsela a scacchi, a primiera,
-a pari e caffo, a regola di baccarà, a cinque punti di
-morra, a testa e croce, a tre giri di briscola, alla paglia
-lunga e corta....
-</p>
-
-<p>
-— Oh — interruppe il secondo venuto — io non
-ho tempo da perdere; io debbo parlare al cavaliere,
-per un impiego.
-</p>
-
-<p>
-— Anch'io — echeggiò il primo venuto — ho bisogno
-di vedere il signor cavaliere, per una cambiale.
-</p>
-
-<p>
-— Il signor cavaliere — disse il mio Dàimone con
-sussiego — a quest'ora non riceve.
-</p>
-
-<p>
-Proprio in quel punto, quasi per smentirlo sul
-fatto, la portiera dell'uscio di fondo fluttuò; l'uscio si
-<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span>
-aperse, e irruppe nella stanza il gioviale compagnone
-che m'aveva condotto in quel luogo.
-</p>
-
-<p>
-— Vede se non riceve! — gridarono i due postulanti.
-</p>
-
-<p>
-Ma il compagnone, senza badar loro, si rivolse impetuosamente
-al mio Dàimone.
-</p>
-
-<p>
-— Usciere — gli disse — questi sono dieci franchi
-per voi. Ma dovete dirmi una cosa: chi era quella magnifica
-signora che è uscita di qui un quarto d'ora fa,
-quando sono entrato io?
-</p>
-
-<p>
-— Che storie?! — — protestò lo sventato. — Badi
-a me, che ho fretta.
-</p>
-
-<p>
-— E io — piagnucolò lo spaurito — sono venuto
-prima di lei, dunque ho più fretta.
-</p>
-
-<p>
-Il mio compagno si sovrappose ad entrambi:
-</p>
-
-<p>
-— Usciere, mi risponda: io le do dieci franchi, dunque
-ho più fretta di tutti.
-</p>
-
-<p>
-Il mio Dàimone, alzando solennemente una mano,
-rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Ciò che ella chiede, signore, esorbita dalle mie
-funzioni, che sono esclusivamente spirituali.
-</p>
-
-<p>
-Lo sventato lo sostenne:
-</p>
-
-<p>
-— Questo galantuomo ha ragione.
-</p>
-
-<p>
-— È un'immoralità — rincalzò il timido, a qualche
-distanza.
-</p>
-
-<p>
-Il mio compagnone ruggì:
-</p>
-
-<p>
-— Immorale a me! io!! io!!!
-</p>
-
-<p>
-E fattosi sopra l'altro gli lasciò andare un esattissimo
-manrovescio.
-</p>
-
-<p>
-Lo sventato allora, in difesa del suo recente alleato,
-saltò al collo dello schiaffeggiatore; e così lo scoteva e cercava
-<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span>
-di strozzarlo, mentre il percosso strillava: — Bravo,
-gli dia, gli dia — e girando attorno ai due avvinghiati
-lanciava alla meglio qualche esile pedata nei
-garretti al mio compagno.
-</p>
-
-<p>
-A questo punto il mio Dàimone credette opportuno
-d'intervenire, gettando sul gruppo immondo dei tre
-rissanti questo stratagemmatico grido:
-</p>
-
-<p>
-— Il Cavaliere!
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">6.</span>
-Ethico.</h3>
-
-<p>
-Come si scioglie improvvisamente una sciarada, appena
-viene nella mente nostra la parola del totale, — così
-a quella parola «Cavaliere!» si sciolse in un attimo
-e quasi d'incanto l'ignobile viluppo. Ognuno cercò
-di ricomporsi come poteva, e tutti e tre, improvvisamente
-affratellati nella paura, rimasero a bocca aperta
-e impietriti: solo movevansi le tre coppie di sguardi
-andando e tornando a più riprese dalla faccia del mio
-Dàimone all'uscio di fondo.
-</p>
-
-<p>
-Allora il Dàimone pronunciò:
-</p>
-
-<p>
-— Si vergognino!
-</p>
-
-<p>
-— Mio Dio.... — implorò il timido, ch'era il più
-incolume dei tre.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Taccia, ella non sa neppure di che cosa deve
-vergognarsi.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, capisco, di questa scena involontaria che....
-</p>
-
-<p>
-— No! no! Non è per questa amena e umanissima
-rissa ch'io li invito a vergognarsi. Ma è per averla interrotta
-appena io ho pronunciato la parola «Cavaliere».
-</p>
-
-<p>
-I tre riuscirono ad aprire e tenere aperte ancora
-più ampiamente le bocche. Ma ora non guardavano
-più l'immobile portiera, sibbene il mio Dàimone, che
-li dominava. Il quale continuò:
-</p>
-
-<p>
-— Chi è il cavaliere? uno che qualche decennio fa
-batteva le anticamere, come loro, per ragioni vili,
-come le loro: anticamere di qualche cavaliere che ne
-aveva battute altre simili qualche decennio prima.
-Per paura di un simile essere loro rinunciano all'umano
-e candido piacere di picchiarsi.
-</p>
-
-<p>
-Le tre bocche si richiusero. Uno solo, il mio compagno,
-cercò di servirsi della propria dicendo:
-</p>
-
-<p>
-— Capirà....
-</p>
-
-<p>
-Il mio Dàimone l'interruppe:
-</p>
-
-<p>
-— Io capisco una cosa sola, cioè, che questo signore
-che cerca impiego, quest'altro che cerca danaro,
-e lei, il peggiore di tutti, che oltre il resto vorrebbe buttar
-via dieci lire per correr dietro alla bipede che è
-uscita di qua, — io capisco che loro ignorano completamente
-la vita dello spirito. Vivono come i bruti, correndo
-alla soddisfazione momentanea degli appetiti
-più bassi, senz'alcuna ansia di lasciare ai posteri qualche
-traccia del loro passaggio mortale nel mondo.
-Ma il bruto ha una scusa: egli ignora l'infinità. Invece
-<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span>
-l'uomo, e non soltanto lei che ha la licenza tecnica, ma
-anche il meno istruito, sa almeno che il tempo e lo
-spazio sono infiniti.
-</p>
-
-<p>
-— — Ma noi pensiamo al nostro avvenire, e le bestie
-no — obbiettò quello che aveva la licenza tecnica.
-</p>
-
-<p>
-— Peggio — ribattè il Dàimone. — Pensare al proprio
-avvenire è essere più bestie delle bestie, perchè la
-bestia è bestia dietro un appetito del momento, mentre
-provvedere al proprio avvenire è essere premeditatamente
-bestie per una lunga serie di momenti, giorni e
-anni, cioè moltiplicare a ogni istante e proiettare in
-indefinito la propria bestialità. Elleno, o signori, sono un
-vivente insulto alla Natura e alla Storia.
-</p>
-
-<p>
-Dopo un momento di raccolto silenzio, il mio gioviale
-compagnone, uomo conciliante, disse:
-</p>
-
-<p>
-— Usciere, voi avete ragione, e m'avete persuaso.
-E queste sono non dieci, ma venti lire. E ora ditemi, per
-piacere, l'indirizzo di quella magnifica signora che è
-uscita di qui mezz'ora fa, quando sono entrato io.
-</p>
-
-<p>
-— E poi ci annuncerà al cavaliere — fecero gli altri.
-</p>
-
-<p>
-Così dicendo, i tre erano in mezzo alla stanza.
-</p>
-
-<p>
-Il Dàimone si ritrasse di qualche passo. Essi lo guardarono,
-aspettando.
-</p>
-
-<p>
-In quell'istante io sentii una specie di mobile tepore
-ricorrermi le vene.
-</p>
-
-<p>
-Mentre i tre guardavano al Dàimone, questi alzò
-le braccia lunghissime, le tenne melodrammaticamente
-levate un istante, poi repentinamente sparì.
-</p>
-
-<p>
-I tre dettero un urlo. Agitarono un momento le
-braccia come invasati, poi voltarono le spalle e si precipitarono
-<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span>
-all'uscita. Due si dileguarono di là; il terzo,
-ch'era il mio compagno, inciampò sulla soglia, vi
-cadde bocconi, e vinto dalla paura non riusciva più
-ad alzarsi.
-</p>
-
-<p>
-Corsi a lui.
-</p>
-
-<p>
-Riconoscendomi, mormorò:
-</p>
-
-<p>
-— Sei ancora qui? Hai visto? hai visto?
-</p>
-
-<p>
-— Che cosa? — feci io candidamente.
-</p>
-
-<p>
-Il gioviale compagnone arrossì.
-</p>
-
-<p>
-— Nulla.... Mi sento un po' disturbato... Fammi
-il piacere di accompagnarmi a una carrozza.
-</p>
-
-<p>
-Come l'ebbi messo dentro e salutato, e la carrozza
-fu partita, la voce del mio Dàimone mi domandò:
-</p>
-
-<p>
-— Sei soddisfatto?
-</p>
-
-<p>
-— No — gli risposi —. Non c'è stato molto gusto.
-Io vorrei vederti come sei.
-</p>
-
-<p>
-— Ti ho già detto che non ho una forma materiale
-mia.
-</p>
-
-<p>
-— Ma io vorrei sapere in quale forma, e soprattutto
-per quale ragione, quel vecchio usciere poteva vederti.
-</p>
-
-<p>
-— Questo è il mistero. Che Dàimone sarei, se intorno
-a me non ci fosse per te nulla di misterioso?
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap9"><span class="smaller">CAPITOLO NONO</span>
-CONSOLAZIONE DELLA FILOSOFIA</h2>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span>
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">1.</span>
-Principio della fine.</h3>
-</div>
-
-<p>
-Da un anno a questa parte — anzi da un anno e un
-terzo, perchè quella mattina era gelida mentre oggi che
-scrivo l'insubre cielo s'impiomba sotto i segni congiunti
-del Leone e della Vergine — da un anno e quattro
-mesi io sono còlto talvolta in mezzo all'oscillazione
-di due diversi pensieri.
-</p>
-
-<p>
-L'uno è facile fino alla volgarità, ed è questo:
-</p>
-
-<p>
-— Quale solenne, invidiato ed esemplare collocamento
-nel mondo sociale avrei io oggi, se quella mattina,
-un anno e un terzo fa, la mattina del 22 di febbraio
-del 1919, primo anno del Dopoguerra, se quella mattina
-io fossi andato da Sua Eccellenza!
-</p>
-
-<p>
-L'altro, che gli si oppone, è più fino, e ha del metafisico:
-</p>
-
-<p>
-— Ognuno fa ciò verso cui è nato, e niente altro.
-E questa non è già la sua predestinazione, ma la forma
-soggettiva della sua felicità.
-</p>
-
-<p>
-Il che vale a dire: — Io non sono nato per collocarmi
-solennemente, invidiabilmente ed esemplarmente
-<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span>
-nel mondo sociale. Perciò, se quella mattina fossi andato
-da Sua Eccellenza avrei perduto alcune ore di
-sonno, e oggi sarei esattissimamente dove e quale sono;
-quel mio sforzo, rimasto sterile, non si sarebbe inserito
-in alcun modo nella serie della mia biografia, così appunto
-come non parteciparono alla biografia del mondo
-gli atti delle nazioni e dei popoli inessenziali, secondo
-insegnò Giorgio Hegel.
-</p>
-
-<p>
-E s'io ricordo qui — nelle pagine estreme e conclusive
-del libro della mia vita d'azione — quella vicenda
-mattutina, si è per placare in una nota di calma l'appassionato
-turbinio in cui ho dovuto trascinare il lettore
-traverso l'incalzare di troppo operose avventure.
-</p>
-
-<p>
-Forse, così narrando l'ultima di esse, le sopprimerò
-tutte interamente dal mio ricordo, e dalla loro stessa
-esistenza. Allora non mi avverrà più di sentirmi oscillare
-tra i due pensieri che ho esposti, e si concluderà
-in me ogni dissidio tra l'uomo comune e l'uomo filosofo.
-Placato in tal modo ogni superstite interessamento verso
-gli aspetti episodici della vita, potrò intraprendere, come
-da tempo è mio desiderio, la descrizione di avvenimenti
-di ben più durevole e vasta portata e fecondità.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span>
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">2.</span>
-Le cause prime.</h3>
-
-<p>
-La sera avanti quella mattina, cioè la sera del 21
-di febbraio, che è a dire del giorno in cui il mio Dàimone
-s'era degnato di mostrarmisi in forma umana — quella
-sera io ed egli ci mettemmo (l'idea fu sua) a sfogliare
-un taccuino dov'io ero venuto segnando gli appunti
-de' miei affari e avvenimenti più importanti.
-</p>
-
-<p>
-Il Dàimone con rapida sintesi mi disse:
-</p>
-
-<p>
-— Eccoti sbarcato nella Città Operosa, e per aver
-visto passare un paio di sgualdrine ti fai prendere dalla
-febbre del danaro! Avanti dunque. Bei principii, nel covo
-di pubblicità di quell'equivoco magistrato! E con che
-diritta decisione navighi nell'oceano dei pescicani! Di
-tutta la fantasia che hai poi buttato al vento quando
-hai voluto donar Milano di una foresta di grattacieli,
-credo più generoso non ti parlare. Ed ecco, 5 di febbraio,
-ecco qui i tuoi vani sforzi per crearti diplomatico mediatore
-di compere e vendite all'ingrosso. Perfino quando
-ti trovi, poco dopo, a fronte alla più stupefacente tra
-le invenzioni moderne, non sai trarne motivo che a
-un'insipida larva di amore. Molti, in questa facile
-èra, sono riusciti ad afferrare la ricchezza e il potere
-incontrando molto minori e più semplici occasioni di
-<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span>
-quelle che si sono presentate a te. Tu vi hai fatto una
-passeggiata.
-</p>
-
-<p>
-«Or vediamo: sai almeno dirmi perchè non hai
-potuto attuare da tutto ciò nulla di pratico?&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Pensai un momento, poi con umile franchezza gli
-risposi:
-</p>
-
-<p>
-— Perchè la prima volta per non cominciare di
-venerdì ho rimandato al lunedì; e a farlo apposta, il
-lunedì era il giorno 13 del mese: guarda il calendario.
-</p>
-
-<p>
-— Bravo! — esclamò il Dàimone. — Un imbecille
-di primo grado m'avrebbe risposto: «perchè le occasioni
-non erano buone». Un imbecille di secondo grado avrebbe
-detto: «perchè non sono stato abbastanza abile
-nel coglierle». Tu m'hai dato la sola ragione che potesse
-piacermi: vedo che posso ancora sperar bene di te.
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">3.</span>
-Un intervento.</h3>
-
-<p>
-In quel punto bussarono, e mi fu recapitato un
-biglietto.
-</p>
-
-<p>
-Lo portava, e me lo consegnò, un adolescente fattorino
-d'albergo.
-</p>
-
-<p>
-Era un biglietto di Giacomino.
-</p>
-
-<p>
-È perfettamente inutile spiegar qui in particolare
-chi era, e credo sia tuttora, Giacomino. Basti dire che
-<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span>
-è uno degli innumerevoli amici avvalangatimi dalle
-multiformi vicende della mia vita.
-</p>
-
-<p>
-Inoltre, Giacomino era, e credo sia tuttora, segretario
-particolare e influentissimo d'una persona che
-fu più volte ministro.
-</p>
-
-<p>
-Essa persona in quel tempo era appunto ministro,
-cioè Eccellenza.
-</p>
-
-<p>
-Il biglietto di Giacomino diceva:
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="indl">
-«<i>Caro amico,</i>
-</p>
-
-<p>
-«<i>Sua Eccellenza è a Milano. Abbiamo parlato lungamente
-di te; ti ho ottenuto un colloquio con lui per domani
-mattina alle 7, al «Continental». Si tratta di una cosa
-interessante e importante, per cui occorrono il tuo ingegno
-e la tua attività. Sarà la tua rapida fortuna!.... Ci sarò
-anch'io, a introdurti. A domattina, dunque; saluti</i>».
-</p>
-</div>
-
-<p>
-L'adolescente fattorino aspettava una risposta.
-</p>
-
-<p>
-Scrissi la risposta: la quale non fu che una meccanica
-eco delle ultime parole della proposta: «<i>A domattina,
-dunque: saluti</i>».
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Appena fu richiuso l'uscio dietro le tenui spalle
-del fattorino, sentii una specie di freddo. Ma la stufa era
-accesa. Il freddo era interiore.
-</p>
-
-<p>
-Capii ch'esso mi veniva dalla parte del mio Dàimone.
-Poich'egli taceva, ebbi l'umile bisogno di scusarmi:
-</p>
-
-<p>
-— È una cosa speciale — gli spiegai —: non potevo
-dire di no.
-</p>
-
-<p>
-— Io vado a dormire — rispose.
-</p>
-
-<p>
-Quella sera dovevo essere singolarmente disposto
-all'imitazione. Come avevo echeggiato l'ultima riga del
-<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span>
-biglietto di Giacomino, così copiai l'ultimo atto del
-Dàimone e me n'andai a letto.
-</p>
-
-<p>
-Ma prima presi le mie precauzioni. Calcolai che la
-mattina appresso mi sarebbe occorsa mezz'ora per
-vestirmi e un quarto d'ora per recarmi fino al «Continental».
-Arrotondando, un'ora. Bisognava dunque che
-mi svegliassi alle 6. Caricai lo svegliarino e per colmo
-di previdenza lo misi un po' prima delle sei, perchè
-è manifesto che con una Eccellenza bisogna essere
-esageratamente puntuali.
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">4.</span>
-Il sonno dell'ingiusto.</h3>
-
-<p>
-Prima di addormentarmi, cercai di prevedere in
-che cosa avrei potuto essere utile a Sua Eccellenza.
-</p>
-
-<p>
-Senza concludere nulla in proposito, fantasticai vagamente
-di me stesso arrivante uomo nuovo per rapide
-e lucide strade al potere.
-</p>
-
-<p>
-Neppure in tale fantasticare sostai, nè seppi dedurne
-chiare immagini. Perchè più imperiosa e curiosa mi si
-presentò un'altra domanda: — che aspetto avrà Sua
-Eccellenza?
-</p>
-
-<p>
-Titubai alquanto tra il tipo anglo-americano raso e
-rapido, e il tipo classicheggiante, barbuto e pomposo.
-<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span>
-D'un tratto m'agitai, accorgendomi che non sapevo di
-quale specialità Sua Eccellenza fosse ministro.
-</p>
-
-<p>
-Intanto cominciavo ad addormentarmi.
-</p>
-
-<p>
-Ma non mi riuscì di ritrovare subito il solido sonno
-delle mie notti d'innocenza. L'inquieta larva dell'ambizione
-venne a poggiarsi sul mio guanciale, nel punto
-che stavo assopendomi, e di lì cominciò a torturarmi
-con insidie vili e sottili. Intravidi un lunghissimo porticato
-marmoreo, sotto cui svolgevasi come una maestosa
-e sterminata panatenaica, e io da un trono sfavillante
-la contemplavo passare sotto i miei piedi e perdersi nel
-lontano verso un cielo marino. Ma già i marmi s'erano
-disciolti e alla luce solare era successa l'ombra funerea
-d'un non so qual salotto o gabinetto arcigno, e io stavo
-ingarbugliando sconnessi discorsi a un uomo sdegnoso,
-che un po' apparivami raso come un quacquero e
-un po' barbuto come un merovingio; e avvedendomi del
-mio divagante parlare incespicavo, e non osavo dirgli
-che la causa n'era quella sua forma mutevole. D'un
-tratto, chinando gli occhi, m'accorsi che non avevo la
-cravatta, e che il merovingio anglosassonizzato guardava
-duramente allo sparato ignudo della mia camicia:
-il quale contrattempo completamente mi paralizzò.
-</p>
-
-<p>
-A questo punto m'addormentai meglio, ma il mio
-sogno mi riferì a preoccupazioni più pratiche e reali.
-Cioè, sognai di svegliarmi in ritardo, e di buttarmi angosciato
-giù dal letto, e ivi infilare una scarpa, poi l'altra,
-poi accorgermi di non avere più la prima. E indi
-precipitarmi giù dalle scale, ch'erano infinite: e d'una
-si passava per vasti androni in un'altra, e talvolta mi
-<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span>
-sorprendevo a salire anzichè scendere: anzi ero sempre
-salito, e allora tornavo indietro, indietro: e a tratti
-m'accorgevo di sognare e perciò mi sforzavo di mandar
-fuori un gemito, un urlo, una voce qualunque che mi
-destasse. Invece mi addormentai del tutto. Ma ecco,
-irruento come un'orda, atroce, uno squillo improvviso
-mi sveglia.
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">5.</span>
-La necessità.</h3>
-
-<p>
-Quando m'accorsi ch'era lo svegliarino, cacciai la
-testa sotto le coperte per lasciarlo finire. Di là lo sentivo,
-fioco, infinitamente lontano. Passò un'eternità. Socchiusi
-le coperte, e il suono ridiventava uno scroscio
-stridulo bestiale. Mi ricacciavo sotto. Finalmente cessò.
-</p>
-
-<p>
-Ero sveglio e ricordavo ogni cosa. Erano le sei. Giacomino
-m'aveva scritto. Sua Eccellenza m'aspettava
-alle sette. Erano le sei. Bisognava levarsi, vestirsi con
-cura, e correre al «Continental», all'appuntamento concesso
-da Sua Eccellenza. Erano le sei. Ma che magra
-luce e livida, a quell'ora, intorno alle cose!
-</p>
-
-<p>
-— Cinque minuti per rimettermi.
-</p>
-
-<p>
-In quei cinque minuti dolcissimi mi si ricominciavano
-ad annebbiare le idee. Me ne spaventai a tempo.
-</p>
-
-<p>
-— No no: mi riaddormento!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span>
-</p>
-
-<p>
-Allora mi levai a sedere sul letto. M'investì un
-freddo tremendo.
-</p>
-
-<p>
-— Come si fa a ricevere alle sette? Anche Gladstone
-era mattiniero. Dev'essere una particolarità degli uomini
-di Stato. Bel gusto.
-</p>
-
-<p>
-Cercavo, così stando seduto, di tirare in su le coperte
-fino al mento. Ma in quei moti grandi ventate gelide
-entravano sotto.
-</p>
-
-<p>
-— Che ci vado a fare, in fin dei conti? Che cosa
-debbo dirgli?
-</p>
-
-<p>
-Era troppo freddo a rimanere a quel modo. Mi rispinsi
-sotto per ritrovare un po' di calore prima di scendere
-dal letto. E ripresi a disputare:
-</p>
-
-<p>
-— Bell'avvenire mi aspetta! Quella gente là s'alzano
-tutti a quest'ora? Lavorano come ciuchi. Per
-gli altri. E io debbo diventare di quella gente?
-</p>
-
-<p>
-Ma poco di poi una domanda, una proposta, si presentò,
-non so donde, già formulata, non so da chi, nel
-mio cervello:
-</p>
-
-<p>
-— Se non ci andassi?
-</p>
-
-<p>
-Aspettavo da me stesso un'obiezione. Invece arrivò
-un rincalzo:
-</p>
-
-<p>
-— Se mi fossi ammalato questa notte?... Ci andrei
-un'altra volta.
-</p>
-
-<p>
-Diventai sottile, quasi arguto:
-</p>
-
-<p>
-— Vediamo. Il colloquio di stamattina non può
-avere nessun carattere di indispensabile e di definitivo.
-Ieri a desinare non lo sospettavo neppure. Sua Eccellenza
-non è, suppongo, venuto a Milano per questo.
-Può, da un fatto così poco determinato e privo d'ogni
-<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span>
-carattere di coscienza e di necessità, può nascere una
-cosa importante qual'è l'avvenire d'un uomo? Evidentemente
-no.
-</p>
-
-<p>
-Mi sporsi a guardare lo svegliarino. Taceva, ma
-guardava egli me con una specie di ghigno bianco schernevole.
-Segnava le sei e venti.
-</p>
-
-<p>
-— Bisognerebbe risolvere.
-</p>
-
-<p>
-Mi strinsi più forte tra le coperte, come nell'abbraccio
-d'un abbandono. Ora un tepore paradisiaco m'avea
-avvolto il corpo e lo spirito. Quel tepore mi spinse verso
-le morbide rotondità della retorica:
-</p>
-
-<p>
-— Oh quanto sarebbe più nobile accontentarsi del
-piccolo bene presente: qualche ora di buon sonno! E,
-cosa indispensabile alla tranquilla coscienza, senza il
-danno di nessuno: Sua Eccellenza non può avere una
-così urgente necessità di farmi una posizione.
-</p>
-
-<p>
-In quella si riaffacciò alla mia mente il dubbio sulla
-più probabile condizione dei peli facciali di Sua Eccellenza;
-e non potei trattenermi dal ridere. Da quell'immagine,
-per non so che sotterranei canali, mi ritrovai
-improvvisamente di fronte a un'altra figura, cioè alla
-donna che avevo vista passare impellicciata e profumata
-per le vie di Milano, la prima sera del mio ritorno
-alla città. Mi convolgevo così tra vaporati fantasmi
-di riso e di dolcezza. Ero quasi beato, con una
-punta di tremore. Quella mia annuvolata beatitudine
-fu lunga, vanì in un avvolgimento tepido di oblio attorno
-a tutta la mia sostanza. Fu lunga.
-</p>
-
-<p>
-A un tratto m'accorsi sussultando ch'essa da incalcolabili
-<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span>
-momenti mi stava risospingendo subdolamente
-verso il sonno. Balzai, tesi il collo a guardar l'ora.
-</p>
-
-<p>
-— Perdio! Le sei e cinquantacinque! Ho forse
-dormito?
-</p>
-
-<p>
-Feci un calcolo rapido: venti minuti vestirmi, quindici
-di strada trovando subito una carrozza: e la barba?
-Anche a fare miracoli non era possibile esser da Sua
-Eccellenza prima delle sette e quaranta.
-</p>
-
-<p>
-Il che sarebbe stato assai peggio che non andarci
-affatto. Non vedendomi, poteva immaginarmi morto:
-ma nulla avrebbe potuto giustificare un ritardo di
-quaranta minuti.
-</p>
-
-<p>
-Mi rificcai sotto.
-</p>
-
-<p>
-Risvegliandomi, tre ore più tardi, che la stanza era
-invasa di luce, riconobbi che quest'ultimo, sì, era stato
-il sonno pieno e soddisfatto dell'uomo giusto.
-</p>
-
-<h3><span class="smaller">6.</span>
-Idillio.</h3>
-
-<p>
-Pure, c'era un'ombra ancora in fondo al mio cuore.
-Qualcosa in me aveva bisogno di un conforto.
-</p>
-
-<p>
-Per confortarmi, pensai:
-</p>
-
-<p>
-— Sarà contento il mio Dàimone.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span>
-</p>
-
-<p>
-Infatti la sua voce risonò subito sul mio capo, ilare
-e definitiva come non l'avevo più sentita da un pezzo:
-</p>
-
-<p>
-— Sì — disse — solo ora sono veramente contento,
-anzi orgoglioso di te. E da questo momento innanzi, lo
-sento, non sarò più quasi un altro essere al tuo fianco,
-ma sarò te stesso, e tu me, fusi in una sostanza unica
-indissolubilmente.
-</p>
-
-<p class="pad2 center large">
-<span class="smcap">Fine.</span>
-</p>
-
-<div class="somm">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="indice" href="#indfront">
-INDICE</a></h2>
-
-<table class="indice" summary="">
- <tr>
- <td>Capitolo I. <span class="smcap">Aperta campagna</span></td> <td class="pag"><a href="#cap1"><i>Pag.</i> 7</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">1. Il catechismo.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">2. Estasi.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">3. Facilità.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">4. Le aristocrazie.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">5. Nuova incarnazione del Verbo.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">6. La saracinesca.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Capitolo II. <span class="smcap">La statua di Bartolo</span></td> <td class="pag"><a href="#cap2">25</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">1. Un consiglio di Cavour.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">2. Ercole e il Cappuccetto Rosso.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">3. Improvvisazione.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">4. Dal signor A. al signor Z.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">5. Lina e il «Lotòs».</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">6. Forze maggiori.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Capitolo III. <span class="smcap">Pescecanea</span></td> <td class="pag"><a href="#cap3">49</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">1. Cinque spettatori in tre poltrone.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">2. Una visita d'affari.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">3. Il fulmine.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">4. Zoologia.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">5. Apocalissi.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">6. Compensazioni.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Capitolo IV. <span class="smcap">Per Belloveso</span></td> <td class="pag"><a href="#cap4">71</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">1. Preludio mirabile.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">2. Fatale andare.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">3. Via Belloveso.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">4. A grandissime linee.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">5. La mia dimora.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">6. Crepuscolo.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Capitolo V. <span class="smcap">L'ultimo Vampiro</span></td> <td class="pag"><a href="#cap5">93</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">1. L'altare.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">2. Uno, il basilisco, e il cameriere Giovanni.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">3. Imprevedibile.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">4. Colloquio.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">5. Convinzioni.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">6. Il Vampirismo.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Capitolo VI. <span class="smcap">L'isola di Irene</span></td> <td class="pag"><a href="#cap6">117</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">1. Chiarimento storico.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">2. Spirito d'avventura.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">3. Il primo e il secondo.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">4. Cenacolo platonico.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">5. Le liquide vie.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">6. Un ginnosofista.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Capitolo VII. <span class="smcap">Pantelestesi</span></td> <td class="pag"><a href="#cap7">147</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">1. Diagnosi.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">2. Appressamento d'un mistero.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">3. Silenzi e musiche.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">4. Laura.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">5. La soglia.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">6. Convegno.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Capitolo VIII. <span class="smcap">Il Dàimone nell'anticamera</span></td> <td class="pag"><a href="#cap8">169</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">1. Telefonico.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">2. Patologico.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">3. Divagativo.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">4. Diabolico.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">5. Metafisico.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">6. Ethico.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Capitolo IX. <span class="smcap">Consolazione della Filosofia</span></td> <td class="pag"><a href="#cap9">189</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">1. Principio della fine.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">2. Le cause prime.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">3. Un intervento.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">4. Il sonno dell'ingiusto.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">5. La necessità.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td class="spaced">6. Idillio.</td>
- </tr>
-</table>
-<hr />
-</div>
-
-<div class="opere">
-<p class="title">
-<i>DELLO STESSO AUTORE:</i>
-</p>
-
-<p class="center">
-(ed. Vallecchi)
-</p>
-
-<ul class="pad2">
-<li><i>La vita intensa</i> — romanzo dei romanzi.</li>
-<li><i>Sette savi</i> — racconti (4.ª edizione).</li>
-</ul>
-
-</div>
-
-<div class="tnote">
-<p class="tntitle">
-Nota del Trascrittore
-</p>
-
-<p>
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione
-minimi errori tipografici.
-</p>
-
-<p class="covernote">
-Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
-</p>
-</div>
-
-
-
-
-
-
-
-
-<pre>
-
-
-
-
-
-End of the Project Gutenberg EBook of La vita operosa, by Massimo Bontempelli
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA OPEROSA ***
-
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-
-Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
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-To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
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-and the Foundation web page at http://www.pglaf.org.
-
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-Foundation
-
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