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You may copy it, give it away or -re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included -with this eBook or online at www.gutenberg.org/license - - -Title: La vita operosa - Nuovi racconti d'avventure - -Author: Massimo Bontempelli - -Release Date: February 17, 2017 [EBook #54178] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA OPEROSA *** - - - - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images generously made available by The -Internet Archive) - - - - - - - MASSIMO BONTEMPELLI - - - La vita operosa - - NUOVI RACCONTI D'AVVENTURE - - - - VALLECCHI EDITORE FIRENZE - - - - - [Questi racconti furono pubblicati - nei numeri dal settembre al novembre - 1920 della rivista _I. I. I._]. - - _Proprietà letteraria riservata._ - - Firenze, 1921 — Stabilimenti Grafici A. Vallecchi — Via Ricasoli, 8. - - - - - _.... Mediolani mira omnia: copia rerum, - innumerae cultaeque domus, facunda virorum - ingenia...._ - - AUSONIO. - - - - -CAPITOLO PRIMO - -APERTA CAMPAGNA - - -1. - -Il Catechismo. - -Alla scuola degli allievi ufficiali io e i miei compagni studiavamo -le molteplici bellicose materie su certi quaderni che si venivano -trasmettendo dinasticamente di corso in corso. - -Poichè i corsi duravano due mesi, il succedersi delle nostre -generazioni era rapido. Passavano gli studenti; ma restava, inesausto -come il sole e il pensiero, il Quaderno. Molti degli studenti li portò -via la guerra; i quaderni li dovè distruggere la pace, perchè l'uomo è -un animale improvvido, e probabilmente nessuno ha pensato a conservare, -per qualche ventura guerra con corsi accelerati, quelle concentrazioni -manoscritte delle discipline di Marte e di Bellona. - -Ricordo che il quaderno di una delle materie meno omicide — la -topografia — era fatto a domande e risposte, esattamente come i -catechismi della dottrina cristiana e gli opuscoli di propaganda -socialista: la quale triplice coincidenza potrebbe far fede che la -umanità elementare è fondamentalmente dialogica. - -Il capitolo intorno all'orientamento in aperta campagna finiva con -queste battute: - -— D. Come si fa a orientarsi in aperta campagna? - -— R. Con una bussola, che è uno strumento ecc. ecc. - -— D. E quando non si ha la bussola? - -— R. Con un orologio che si espone orizzontalmente al sole avendo cura, -ecc. ecc. - -— D. E se è notte? - -— R. Con le stelle, una delle quali chiamasi polare, e si trova tirando -una linea immaginaria, ecc. ecc. - -— D. E se è giorno e non si ha l'orologio? - -— R. Col sole. - -— D. E se il sole è coperto? - -— R. Esaminando i tronchi degli alberi: la parte dove sono più verdi, -poichè è quella dove non vengono battuti dal sole, è il nord: la parte -opposta naturalmente è il sud. - -A questo punto finiva il capitolo, e cominciava un altro argomento. - -Ma a quel punto io sentivo un vuoto improvviso. Forse qualcuno dei -lettori l'ha sentito con me. M'auguro che siano pochi: li avverto che -è un fenomeno morboso, prodotto in noi da una malsana tendenza verso -l'infinità. - -Infatti, allora, ho potuto fare alcune osservazioni sul contegno che -i miei compagni tenevano di fronte all'interruzione. La maggioranza -non aveva nessuna impressione o curiosità particolare: studiava quelle -nozioni senza desiderarne altre. Qualcuno, d'intelletto notevolmente -preciso, ne dedusse che la guerra si fa sempre ed esclusivamente in -luoghi ove ci siano almeno degli alberi. Pochissimi si accorgevano -che il trattato ereditario di topografia militare lasciava insoluto un -grave problema: come si fa a orientarsi in aperta campagna quando si è -perduta la bussola, si è rotto l'orologio, il sole è coperto di nuvole, -e non ci sono alberi. - -Quei pochissimi finivano per concludere che in quel caso ognuno fa -quello che può: — che in effetto è il solo insegnamento sicuro e -fondamentale per tutte le discipline pratiche della guerra e della -pace. - - -2. - -Estasi. - -Quando, due mesi dopo l'armistizio, rientrai — come dicevamo allora -— in Italia, mi sono trovato nella città di Milano, aperta campagna -per le maggiori battaglie della vita: mi sono ritrovato nell'aperta -campagna di Milano, senza bussola, nè orologio, nè sole, nè stelle. - -Ho girato dunque per la città respirando la vita e cercando -affannosamente un albero per vedere da che parte sta il nord. - -Quanto mi piacquero quel giorno i bar con le bottiglie di tanti colori! -I colori dei bar, gli specchi dei caffè, i cristalli delle vetrine, e -le donne che salgono in una carrozza o anche in un tranvai, furono i -beni terrestri di cui il soldato sentì maggiore nostalgia. - -I liquori colorati, gli specchi, le vetrine e le donne, scossero -ebriosamente la mia fantasia rinfanciullita nella lunga assenza dai -piaceri del mondo. - -E così agitando lo sguardo goloso dall'uno all'altro dei molti -esemplari d'ognuna di quelle specie benefiche, a un certo punto mi -avvenne di fermarlo in modo particolare sopra una donna, la quale non -saliva in tranvai, ma camminava morbidamente verso non so qual suo -sogno o realtà fascinosa, e presto mi scomparve e non ebbe mai nome per -me; era bellissima e aveva corta e densa la pelliccia e lunghe e rade -le calze, e due occhi di carbone e di luce. - -Come si allontanava, mi sorpresi a mormorare una frase di estasi -ammirativa, che fu la seguente: - -— Perdio! qui bisogna trovar modo di far molti quattrini. - -Poichè intanto la donna era vanita del tutto dal mio orizzonte, un mio -vigile Genio o Dàimone personale, che è loico e ironico di natura, mi -domandò: - -— Quale rapporto così diretto e immediato supponi tu dunque che gli dèi -abbian posto tra la visione della bellezza e il pensiero del danaro? - -Ma, contro il Dàimone, ho insistito, d'istinto, nell'affermare quel -rapporto come reale, e forse anzi fondamentale ed eterno. Forse quando -nacque la divina Afrodite dal mare e si presentò sul lido terrestre -vestita alla moderna di poca spuma, forse allora i Tritoni e i mortali -si mormorarono l'un l'altro ammirandola: - -— Per Zeus! qui bisogna trovare il modo di far molti talenti. - - -3. - -Facilità. - -Il cielo era coperto, come si conviene a una città di vita operosa. -L'aria avvolgeva un velo di grigio intorno alle cose, com'è opportuno -in una aperta campagna delle battaglie della vita. - -Il cielo era coperto e l'aria un velo grigio: ma di tratto in tratto -le vie s'illuminavano di lunghi bagliori folgoranti, perchè rapide -correnti d'oro invadevano il cielo, s'insinuavano tra le linee dei -tetti, volavano sopra le strade della città con una voce d'aeroplano -giovane. Le correnti dell'oro a ogni momento urtando negli spigoli dei -tetti si frangevano e mandavan giù rutilanti cascate a zampillar sui -marciapiedi sotto lo sguardo dei passanti. - -Le donne non si chinavano a raccogliere quell'oro: lo raccoglievano gli -uomini per esse. - -Le correnti e gli zampilli s'allontanavano, si spegnevano, -ricominciavano qua o là bizzarramente. - -A un certo punto mi domandai perchè non mi ero chinato anch'io come gli -altri. Era facile. Chiunque può chinarsi e raccogliere. - -È facile chinarsi, ma non è facile pensarvi. Certi uomini, quando -sarebbe il momento di chinarsi, continuano invece a contemplare la -pelliccia corta che si allontana, e non fanno a tempo a raccogliere -l'oro per lei. Questa è la differenza tra essi e gli altri. - -Non me ne rimproverai troppo. Tutto era ancora nuovo per me, che mi -trovavo senza bussola nè orologio nè sole nè stelle in mezzo all'aperta -campagna della nuova vita. Bisogna prima orientarsi. E proseguii -l'esplorazione per la città, alla ricerca di alberi che m'indicassero -il settentrione e l'oriente. Era l'ora che Milano è più bella: quando -l'aria si risolve a essere scura del tutto, e s'accendono i lumi delle -strade e delle case. - - -4. - -Le aristocrazie. - -Per intonarmi all'ora, sono andato al caffè. - -Sono entrato in un caffè che ha fama di ritrovo elegante. - -Ricordo che molti anni sono, quando ogni tanto venivo per qualche -giorno a Milano da una città di provincia che dette i natali a Dante -e a Machiavelli, solevo entrare in quel caffè con una specie di -timorosa reverenza. Mi pareva che tutti i presenti si voltassero a -guardarmi con severità, mentre entravo e m'affrettavo a prendere un -posto. Mi aspettavo, ogni volta, che il cameriere prima di servirmi mi -domandasse: - -— Il signore ha la tessera? - -Il cameriere non me la chiese mai: ma certo tutti quei signori e -quelle signore avevano una tessera d'intellettualità cittadina, che -concedeva loro la qualità di assidui in quel luogo, pubblico ma eletto: -e s'indovinava subito, a vederli conversare così da lontano, che -discorrevano d'arte, specialmente di teatro, e che erano gli uomini e -le donne più intelligenti della città. - -Più tardi — ma sempre prima della guerra — ero venuto anch'io ad -abitare a Milano, e anch'io un bel giorno, frugandomi per caso nella -tasca del soprabito, ci avevo trovato la mia tessera d'intellettuale -milanese. Però non ne abusai; non andai più che raramente nel luogo -pubblico ma eletto, e sempre senza mostrare la tessera. - -Ci sono dunque tornato quel giorno che mi aggiravo alla ricerca d'un -albero orientatore. - -C'erano molte persone, e un colore diverso da quello d'un tempo. - -Ignoro se le persone che vi si trovavano rappresentassero ancora il -fiore dell'intellettualità cittadina. Certo non tutti quei gruppi -discorrevano d'arte, di teatro, e d'altre cose supreme. - -Appena entrato, senza che subito mi rendessi conto della causa, mi -sorprese un ricordo del fronte: rividi in un lampo stendersi Valdirose -fra Tarnova e San Marco, dolce valle in un'aria d'autunno, recisa -duramente da un lungo reticolato che s'arrampicava per una china -ripida. - -Invece ero in un caffè, che ha nome di ritrovo elegante. - -Guardando traverso il fumo e il suono dei violini, vidi in fondo alla -piccola sala, attorno a un tavolino, un gruppo composto di quattro -gentiluomini e due signore. Le due signore stavano a guardare i quattro -gentiluomini, e i quattro gentiluomini giocavano: giocavano alla morra. - -Allora mi spiegai il ricordo che m'era venuto incontro all'entrare. Un -tempo, appunto all'osservatorio di Cuore in Valdirose, un sergente di -fanteria aveva cominciato a insegnarmi il gioco della morra. - -Era un piacevole iniziatore, e sotto la sua guida ero venuto in -una grande ammirazione per l'italianissimo gioco, pieno di acute -profondità. Il sergente, ottimo giocatore, aveva anche qualche -attitudine alla trattazione scientificamente metodica. M'aveva -dunque spiegato che all'eccellenza nella morra si giunge conquistando -successivamente tre gradi: - -il _primo grado_ consiste nell'apprendere a variare di continuo -il ritmo delle proprie gettate, in modo da renderle imprevedibili -all'avversario; - -il _secondo grado_ insegna a scoprire qual'è il ritmo caratteristico -delle variazioni dell'avversario stesso. - -Può sembrare ai profani che la raggiunta unione di questi due gradi -esaurisca compiutamente il campo dell'abilità di un perfetto giocatore. -Non è così. Il giocatore — mi spiegava il maestro — non può chiamarsi -tale se non arriva al - -_terzo grado_, — il quale non è più, come i due primi, esclusivamente -cerebrale e intellettivo, ma importa anche abilità tecnica della -mano e delle dita: consiste cioè nell'arrivare col proprio punto -impercettibilmente più tardi dell'avversario, ma quell'infinitesimo -ritardo dev'essere sufficiente per modificare, se occorre, la propria -gettata a seconda di quella dell'altro. - -Non so se i quattro gentiluomini fossero arrivati al terzo grado. -Giocavano, a turni di due per volta, con serenità e senza alzar troppo -le voci, come si conviene a gentiluomini in un ritrovo elegante. -Le signore seguivano il gioco con un'aria di noia tranquilla, come -si conviene a signore, e mangiavano a quattro palmenti pasticcini, -_marrons-glacés_, tartine col prosciutto e altre cose delicate. Io mi -sentivo più che mai senza tessera. Dopo un poco m'alzai, passai con -qualche timidità davanti al tavolino della morra, andai nell'altra -sala a veder ballare il _fox-trott_ e altri balli nello stesso -idioma. Le danzatrici erano tutte signorine della più ricca società; -tutte giovanissime, dai quattordici ai diciotto anni: avevano gambe -tornite, e spalle candide sotto i capelli che portavano sciolti come -si conveniva alla loro età, e morbide braccia. Divina incoscienza della -puerizia! - -La sala brulicava di contorcimenti maliosi sotto le fruste delle luci. - -Contemplai un poco, dallo stipite, la nuova società nata dal lavoro -moderno e dalla vittoria: poi involsi in mi ultimo sguardo quelle -innocenze elette, e pensai una volta ancora il mio pensiero d'estasi -contemplativa: - -— Perdio! qui è necessario trovare il modo di far molti quattrini. - -Perciò uscii in fretta per vedere se nelle strade fossero ricominciati -gli zampilli e le cascate dell'oro: ero risoluto a raccoglierne a piene -mani e riempirmene bene le tasche prima di tornare nei luoghi ove la -Volontà e la Potenza di vivere mi s'eran presentate sotto una forma -inattesa e straordinariamente imperativa. - - -5. - -Nuova incarnazione del Verbo. - -Ma fuori, in quel frattempo, la Volontà di vivere aveva lanciato -attorno manate di luce, che s'erano impiastrate contro gli sporti -delle botteghe, s'erano appese ai cornicioni dei tetti; e di quella -luce n'era sparsa in terra, sotto i piedi, nell'aria, dappertutto. La -Volontà di vivere gridava dalle ruote delle carrozze e dalle campanelle -dei tranvai. La commentavano gli strilloni dei giornali e i banditori -davanti alle porte dei cinematografi. Uno di questi investiva così -violentemente con le sue lusinghe i passanti, che gli girai lontano -perchè non avrei avuto il coraggio di dirgli di no. - -Ogni tanto mi fermavo estatico tra gli urli della folla e stentavo a -frenare nel petto entusiasta il grido della mia ammirazione per l'uomo. - -Da tutti i piccoli lumi tenaci di fede che la rassegnazione alla morte -aveva accesi per quattro anni nelle trincee verminose, da quelli dunque -era folgorata al sopravvissuto mondo tutta la luce che io calpestavo -sui marciapiedi della città? - -Poi il mio pensiero si fece più minuto e commosso. - -— Tutti questi uomini — mi dissi — sono stati alla guerra; tutte queste -donne durante la guerra hanno aspettato, presso un focolare scarso, un -ritorno: ora gli uni e le altre celebrano volonterosamente i saturnali -della vittoria. - -Il mio genio, o Dàimone personale, mi tirò per la manica: - -— Non precipitare — mi disse — le tue interpretazioni. Tu sei qui -per orientarti, non per fare della storia o della filosofia. Il primo -orientamento è quello là. - -E mi additò i cartelloni che coprivano una vasta e caduca impalcatura -d'assi, dietro la quale immaginai fervido il lavorìo della -ricostruzione per il benessere della nuova società. - -La prima parola di quasi tutti i cartelloni — la più grossa e visibile -— era questa: - -OGGI. - -A poco a poco, continuando a ricircolare lo sguardo su quegli scritti, -non riuscii a distinguere altra parola che quella: - -OGGI. - -Il rimanente si confondeva e si cancellava ai miei occhi. - -Il Verbo è eterno, ma le sue incarnazioni sono caduche come gli assi -delle impalcature, si succedono come le dinastie dei monarchi mortali. -A Zeus succedette Prometeo e ad Adonai succedettero Cristo ed Allah. -Ma a tutti gli dèi più resistenti, a Brahama ad Allah a Cristo stesso, -succede ora, in tutte le latitudini, il nuovo Dio, che si chiama - -OGGI. - -OGGI è il nome della Volontà di vivere nata dalla rassegnazione a -morire. - -— Per questo, allora, la nota più costante e più acuta del mondo nuovo -è la calza di seta e la scollatura cospicua delle fanciulle e delle -donne, dai quattordici ai quarantacinque anni? È, dunque, la volontà -ferma di rifare all'Italia i cinquecentomila ròsi dai vermi del Piave e -del Carso? - -Il Dàimone qui mi trattenne un'altra volta sulla china pericolosa -delle interpretazioni storiche, e mi fermò presso due fanciulle che -s'estasiavano davanti a una vetrina di gioielli. Erano strette come -una coppia di amanti, e ogni tanto si guardavano negli occhi con un -sorriso rauco. Fissai i fianchi delle due fanciulle, e non mi riuscì -d'immaginarli sussultare se non di spasimi senza dolore. - -— E allora? — domandai. — Questa volontà di vivere è forse lo sforzo -del moribondo per non soffocare? È la improvvisa larghezza del -giocatore agli estremi che butta sul tappeto la somma più grossa di -tutta la sua serata, ma quella somma è l'ultima, e dopo, se perde, non -gli resterà che la fuga o la morte? - -Il Dàimone mormorò: - -— Quando non si ha bussola, nè orologio, nè sole, nè stelle, si -esaminano i tronchi degli alberi. - -— E se non ci sono alberi, — continuai io-ognuno fa quello che può. - -— Precisamente. - -Allora per una breve traversa egli mi condusse dal Corso nella -piazzetta Belgioioso, dalla luce più violenta nell'ombra più raccolta; -e dalle immagini d'un fermento pazzo mi spinse di fronte a un'ombra -religiosa. - -Davanti alla casa di Alessandro Manzoni mi trovai molto meno timido che -al cospetto dei gentiluomini del Cova o del banditore di cinematografo -sotto i Portici Settentrionali. - -Sentii la presenza di lui, e lo interrogai con rispetto: - -— Se Ella — domandai — se Ella, che fu un sacerdote dell'Equilibrio -Profondo, se Ella vivesse oggi tra noi, e con Lei vivessero oggi -tra noi Raffaello e San Francesco e Machiavelli e Giuseppe Verdi, -mi dica, La prego, come inserirebbero nel quadro di questa vita la -Trasfigurazione, e il Cantico delle Creature, e i Discorsi sulle Deche, -e i Promessi Sposi, e il Trovatore o il Falstaff? - -Con una ironica balbuzie, il sacerdote pronunziò: - -— Capitolo ottavo: «Così va spesso il mondo.... voglio dire, così -andava nel secolo decimosettimo». - -— Ho capito — risposi —; Ella, al solito, non vuole compromettersi. - - -6. - -La saracinesca. - -Io invece non ho mai evitato di compromettermi. Ho sempre ignorato -la virtù della prudenza. Mio danno, e mia passione. M'allontanai, -rimanendomi insoluto il problema su Raffaello e compagni. Una -saracinesca, calando con gran rumore di ferro a chiudere un magazzino, -mi gridò: - -— Frègatene. - -Anche nelle vie per le quali camminavo ora con una specie di rapida -rabbia inconfessata — anche in quelle vie d'ombra e di silenzio ogni -tanto giungeva l'eco degli omaggi popolari al dio Oggi. Giurai di -portargli anche i miei. Giurai di chinarmi a ogni passaggio delle -correnti auree sopra le vie della città operosa. Per chinarsi non -occorrono nè bussola nè orologio nè sole nè stelle nè alberi. Nella -cattedrale del dio Oggi non sono punti cardinali. Non è necessario -orientarsi. Basta la conclusione dei più intelligenti tra i miei -compagni della scuola di Artiglieria: — Ognuno farà quello che potrà. -— La Trasfigurazione e i Discorsi sulle Deche pensino da sè ai casi -propri. Ora trascinavo io furiosamente il mio Dàimone. Lo riportai -nella luce, lo condussi a pranzare in una trattoria splendida. - -— Domani — gli dissi — cominciamo a far quattrini. - -— Domani no — mi rispose —, perchè domani è venerdì. Cominceremo lunedì -venturo. - - - - -CAPITOLO SECONDO - -LA STATUA DI BARTOLO - - -1. - -Un consiglio di Cavour. - -Sono in piazza Cavour, disoccupato e perplesso. - -La mia disoccupazione è figlia del sole, come Circe. Oggi c'è il sole. -Da una giornata bigia egli è uscito d'un tratto, mentre m'accingevo a -scrivere, per i posteri, non so quali miei pensieri o immaginazioni: -quel lume improvviso mi ha mostrato la lunghezza della posterità, e -conseguentemente la poca urgenza della mia opera. - -Ma arrivato in piazza Cavour, alla disoccupazione si aggiunge la -perplessità. Da una parte si sforzano di verdeggiare i Giardini, -dall'altra, oltre i portoni massicci, scampanella via Alessandro -Manzoni. A sinistra troverei un poco di alberi, dell'acqua, e certi -uccelli come nei francobolli delle collezioni; oggi c'è il sole, e ci -sarà movimento; ci saranno anche dei bambini con le loro balie. - -— Balie, sì, e cameriere — dice il Dàimone — potrai studiare i -progressi della smobilitazione. - -Ma a destra la vita: le due vite: la Vita Intensa e la Vita Operosa. Il -Dàimone riprende la parola: - -— La Vita Intensa, di coloro che non fanno niente? e la Vita Operosa, -di coloro che si danno l'aria d'aver molto da fare. - -Mi ribello allo scetticismo del Dàimone. La guerra è finita, da due -mesi, e c'è il sole, a Milano in gennaio! Bisogna afferrare queste -eccellenti occasioni d'essere ottimisti. - -— Mi ribello, caro Dàimone; fino a oggi t'ho dato troppo retta, e m'hai -condotto per l'aja come fossi un cane (se posso servirmi d'una vetusta -immagine di cui non ho mai capito l'origine); ma d'oggi innanzi la mia -vita sarà una continua ribellione ai tuoi istinti sofistici e sterili. -Andiamo verso le due, le mille vite; guarda: anche Camillo Benso, conte -di Cavour, ci fa segno di andare da quella parte. - - -2. - -Ercole e il Cappuccetto Rosso. - -È impossibile immaginare con qualche probabilità come si sarebbe svolta -la serie della nostra vita, se in un momento qualunque del passato -avessimo compiuto un atto diverso da quello che abbiamo compiuto. Ogni -volta che un uomo, anche nel più ozioso vagabondaggio, prende a destra -piuttosto che a sinistra, può produrre una incalcolabile mutazione nei -propri destini, e ignorerà sempre, dolorosamente, la portata di questa -mutazione. Da ciò deriva la scarsa efficacia delle favole morali. Si -racconta ai ragazzi che Ercole figlio di Alcmena, avendo al noto bivio -scelto la via faticosa e aspra, sia perciò, attraverso dodici e più -fatiche, pervenuto alla eccellente condizione e sinecura di semidio. -Ma non possiamo dire in coscienza a che cosa Ercole sarebbe pervenuto -se avesse scelto la strada piacevole e facile. Forse sarebbe diventato -semidio ugualmente, e senza le dodici fatiche; forse sarebbe arrivato -anche più là, l'avrebbero fatto dio addirittura; e non soltanto in -India e in Siria, dove dovette come dio cambiare nome e chiamarsi Rama -e Baal, ma sarebbe successo apertamente a Zeus, invece di Cristo, in -tutto il mondo occidentale: chi sa? - -Tutte le favole, di tutte le epoche, sono altrettanto scarsamente -probanti. Cappuccetto Rosso per aver preso la strada più lunga nel -bosco finì divorata dal lupo. Verissimo. Ma se avesse preso la strada -più corta, possiamo noi affermare che non le sarebbe accaduto anche -di peggio? per esempio essere violata da un malandrino, e di lì finire -nella vita disonesta, che, come ognuno sa, è peggiore della morte? - -— Bisogna anche considerare che la storia degli uomini celebri per -diventare esempio morale subisce spesso riadattamenti che ne modificano -profondamente la portata. Così dovette avvenire appunto della vita di -Ercole, ch'era l'uomo più celebre del suo tempo. Il fatto del Bivio -ci è raccontato per la prima volta da Prodico sofista, che visse nel -quinto secolo avanti Cristo, cioè circa milleduecento anni dopo Ercole. -Ma su quel fatto c'è in un testo poco noto una versione anteriore a -quella di Prodico, versione che fu poi dimenticata, sommersa dalla -nuova, forse perchè la prima parve un po' cinica. La leggenda poco -nota è questa: Ercole fin da ragazzo aveva sentito dire molte volte -da Alcmena che la virtù è bellissima e il vizio orribile. Trovatosi -al Bivio, vedendo una strada brutta e fetida si cacciò subito in -quella, convinto di entrare nella strada del vizio. Quando s'accorse -dell'errore non era più a tempo a tornare indietro; ciò che del -resto è avvenuto e avviene in ogni tempo anche a uomini comuni, i -quali, avendo, per contingenze o per naturale timidità, cominciata -la carriera di persone per bene, per quanto poi se ne pentano si -trovano siffattamente intricati nella vita onesta che non possono -più liberarsene, e si rassegnano alla virtù per il rimanente dei loro -giorni. — - -Non occorre ch'io avverta che quest'ultima divagazione l'ha fatta il -Dàimone, col quale ormai ho stabilito di romperla su tutti i punti. Io -mi sono accontentato di stare per un momento a contemplare i massicci -portoni che debbo attraversare per avventurarmi verso il centro vivo -della città. Chi sa mai chi avrei incontrato, e quale corso avrebbero -seguìto i miei fati, se fossi andato ai Giardini. Inoltrandomi per via -Alessandro Manzoni incontro un tenente dei mitraglieri. - - -3. - -Improvvisazione. - -L'ho conosciuto un anno fa, non so più dove, ma certo di là dal Brenta -e di qua dal Piave. È ancora grigioverde, io no: tuttavia lui riconosce -me e non io lui, sulle prime. Ma non me ne faccio accorgere e rispondo -con entusiasmo al suo entusiastico abbraccio. - -— Non sono ancora smobilitato — mi assicura — ma sono libero, e mi son -messo a lavorare. - -Intanto mi risovvengo, non del suo nome, ma di lui, e ne fo sfoggio. - -— Se non ricordo male, eri ingegnere, appena laureato.... - -— Appunto. - -— E avevi intenzione di entrare nelle Ferrovie. - -— Hai buona memoria. Ma niente Ferrovie. Ti paion tempi questi? Faccio -della pubblicità. - -Da quando sono tornato ho già incontrato non meno di dieci persone, di -classi studi e professioni diversissime, che mi hanno detto: — Faccio -della pubblicità. — Non ho un'idea chiarissima di quello che fanno, e -non mi sono mai permesso di chiedere spiegazioni precise. - -— E tu — dice l'amico — che fai? Scrivi sempre? - -— Io?... Non so ancora bene.... forse mi metterò anch'io a fare della -pubblicità. - -Questa risposta non sorprende lui: invece sorprende me, che non la -aspettavo affatto. Il tenente — non m'è ancora venuto a galla il nome, -aspetto qualche occasione per farglielo dire senza parere — il tenente -approva: - -— Bravo! perchè non provi a venire con noi? - -— Dove? - -— Alla B. A. I. A.! - - -4. - -Dal signor A. al signor Z. - -Ci fu un tempo che frequentavo dei letterati. Qualche volta m'era -avvenuto che taluno di essi nel corso della conversazione uscisse in -frasi del seguente tenore: - -— È qualche cosa, sai, come l'episodio di Aladina nella mia _Suprema -Salvezza_. - -Oppure: - -— Non hai che pensare al mio finale del secondo atto di _Libagioni_. - -Io frequentavo quei letterati, ma non avevo letto _La suprema -salvezza_, non avevo sentito _Libagioni_. Senonchè gli autori li -citavano con una così candida e poderosa convinzione, che non osavo -chiedere maggiori lumi in proposito. - -Ciò avveniva prima della guerra. Il simile avvenne quando, dopo la -guerra, in un giorno di gennaio del 1919, un tenente mitragliere mi -nominò senz'altro la B. A. I. A., nome nuovo alla mia mente. - -Perciò dissi soltanto: — Ah —, ed egli continuò soddisfatto: - -— Forse non sapevi che la dirige mio fratello. - -— Non ne ero certo. - -— Sì, sì. Ci faremo dare un appuntamento. Del resto mio fratello lo -conosci. - -— Non mi pare. - -— Come? Mi ha detto che vi siete conosciuti, non so bene, in una città -dell'Italia Centrale.... molti anni fa.... - -— Può darsi.... Si chiama? - -— Luigi. - -— Voglio dire, il cognome. - -— Come ha da chiamarsi? Come me, Gattoni. - -— Naturalmente.... Sì! ora ricordo. L'avvocato Gattoni. - -— È lui. Stai a sentire: aspettami là in Galleria. Io arrivo qui allo -studio a informarmi quando può riceverti, e torno a dirtelo. Se potesse -sùbito, tanto meglio. - -Poichè era lunedì gridavano dappertutto _La Gazzetta dello Sport_, al -quale richiamo la nuova gioventù correva in folla. - -L'aspettazione in Galleria la occupai leggendo con cura i titoli -dei libri nelle vetrine di Treves e di Baldini e Castoldi (con la -quale esplorazione mi misi in breve e compiutamente a giorno degli -spiriti e delle forme della nostra letteratura contemporanea) e -riandando col pensiero al tempo in cui, sei o sette anni prima, avevo -conosciuto l'avvocato Luigi Gattoni, giudice di tribunale in una -città di provincia. Lo ricordavo perfettamente come un uomo placido: -duplice barba grigia alla Palmerston da cui emergeva raso il mento: -appassionato giocatore di scopone: un giudice per bene: una persona -qualunque: Gattoni. Non avevo ancora capito nulla dell'avventura -improvvisa che ora legava quel giudice qualunque, dimenticato da -tanti anni, con la mia persona, attraverso le premure d'un mitragliere -conosciuto tra Piave e Brenta, sullo sfondo misterioso d'una B. A. I. -A. - -Queste quattro lettere m'apparvero poco di poi, sempre più misteriose, -nere su un cartello bianco smaltato, sopra la porta d'un ammezzato -oscuro in una via operosa e brulicante. Il mitragliere mi precedè in -un'anticamera buia e mi disse: - -— Aspetta qui. - -Mentre aspettavo, il Dàimone mi ammonì: - -— Stai attento a non comprometterti. - -— Non seccarmi — gli risposi. - -Dopo una mezz'ora il tenente ricomparve: - -— Vieni. - -Sorrideva con gli occhi e coi denti: il lume candido del suo sorriso -dissipò le nubi dispettose che quella mezz'ora aveva accumulate nel mio -spirito. - -M'introdusse in uno studio ampio, illuminato a luce elettrica sebbene -fossero le prime ore del pomeriggio. - -Cercavo, con lo sguardo abbagliato, la barba alla Palmerston d'una -persona qualunque; invece mi venne incontro un personaggio importante, -adorno d'un'elegante e contenuta pinguedine, e tutto raso; una faccia -quadrata, un mento quadrato; anche la testa era quadrata perchè la -completa calvizie rivelava la forma appiattita del cranio. - -— Sono io — mi disse con rotondità —: lei non mi avrebbe riconosciuto? -Lei invece è rimasto tale e quale. Si accomodi. Mi permette? - -Prima che intendessi che cosa avrei dovuto permettergli, aveva -chiamato al telefono un mistico numero, aveva dato con brevi parole un -misterioso appuntamento. - -Intanto il Dàimone mi tirò per la manica e mi additò due cose -interessanti. La prima di queste due cose era il contegno di -compiaciuto e raggiante rispetto con cui il tenente mitragliere -stava, in piedi addossato a una scaffalatura di noce, al cospetto di -suo fratello. L'altra era un busto di marmo, su un alto piedistallo -cilindrico che riempiva l'angolo estremo dello studio: busto severo e -togato, di cui non riconobbi l'originale. - -— Sa chi è quello là? — disse il personaggio — gliela dò in mille. È -Bartolo, Bartolo da Sassoferrato, l'immortale giureconsulto, glossatore -del _Corpus juris_. L'ho fatto fare, e mettere lì, per ricordarmi del -mio passato. Io non mi vergogno di aver fatto il magistrato. Lo sanno -tutti, lo dico a tutti. Io sono un uomo semplice e sincero. - -Per qualche minuto, dopo quelle parole esemplari, la sala fu piena di -un rispettoso silenzio. - -— Ma veniamo a lei. Lei che fa? - -Mi sentii arrossire, rispondendogli: - -— Scrivo.... - -Fu benigno; s'accontentò di abbassare di mezzo tono la voce, e dirmi: - -— Ricordo, sì, che lei aveva delle velleità letterarie.... - -— Dirò meglio — ripresi io rinfrancato — scrivevo. - -— Ecco, ecco: s'intende. Tempi nuovi. Ma anche lei, come me, come tutti -gli onesti, non si vergogna del suo passato. E anche lei riuscirà. Lo -sento. Glie lo assicuro. Ha dei progetti?. - -Ricominciai a improvvisare: - -— Stavo maturando delle invenzioni.... - -— Non è il momento — m'interruppe —. L'inventore va incontro a troppi -pericoli: pericoli di attuazione, pericoli di incomprensione.... E pure -nel migliore dei casi, l'invenzione è lenta. Oggi occorre rapidità. -Oggi non è necessario inventare, è necessario: produrre. Anche dal -punto di vista individuale, badi, è meglio produrre che inventare, -meglio vendere che produrre, e meglio far vendere che vendere. Qui -siamo nel cuore della B. A. I. A.: la B. A. I. A. è il cervello della -pubblicità. Lei ha delle idee? - -— Qualche volta.... - -— Le venda. Gliele faccio vendere. Ora le spiego. Il signor A., -supponiamo, apre un commercio di specchietti per farsi la barba, -il signor B. inventa un aperitivo, il signor C. fonda un teatro di -varietà, o crea una cravatta che si annoda in un modo nuovo, quello che -crede. Vogliono farsi conoscere. Debbono andare da un cartellonista, -dargli delle idee per le _affiches_; da un poeta, dargli uno spunto -per una poesia da inserire nelle quarte pagine dei quotidiani, e via -discorrendo. Ma ai signori A. B. C. eccetera, mancano le idee, gli -spunti. Non sanno neppure trovare un bel titolo per la loro azienda. -Si rivolgono a questo o a quello, a caso. Non solo: anche dopo -trovato il tutto qua e là, s'accorgeranno di avere tra mano della -pubblicità disorganica, disordinata, scombinata, che non risponde -alla loro necessità; la quale, badi, è quella di far convergere tutta -l'attenzione, direi tutti i sensi del passante, di tutti i passanti, -verso la spasmodica persuasione che quello specchietto, quel liquore, -quello spettacolo e quella cravatta gli sono indispensabili, a lui -passante, come il pane quotidiano. - -Rividi e risentii, in un attimo, la tregenda di luci e di rumori che -m'aveano investito nella mia prima passeggiata per la nuova città; -mentre il personaggio continuava: - -— Il signor A. viene alla B. A. I. A., ed espone il suo caso. La B. A. -I. A. gli dà il titolo, il motto, il marchio, le idee dei cartelloni, -gli spunti per le poesie, tutte le più minute indicazioni per il lancio -più efficace. Idee. Badi: qui non si disegna, qui non si scrive: idee: -pure idee, per tutti. E ne vengono, sa? Ho citato i signori A., B., C., -ma arrivi pure fino alla Zeta, e poi ricominci. E i signori A., B., C., -A¹, B¹ C¹, eccetera, pagano pagano pagano le idee, e se ne vanno. B. A. -I. A. è la grande officina, negozio, emporio, bazar, caravanserraglio -delle idee per tutto l'alfabeto degli uomini che inventano producono -vendono, o credono di inventare produrre vendere: di tutti gli uomini -che hanno capito la vita nuova, di tutti gli uomini che stanno creando -il nostro grande domani, gli uomini, signore, della Italia di Vittorio -Veneto. - -M'avvidi che, così favellando, ei s'era ritto in piedi e teneva la -destra poderosamente infilata nell'apertura del panciotto. Così stette -un istante, fissandomi immobile come la statua di Bartolo che gli -faceva da sfondo. - - -5. - -Lina e il "Lotòs". - -Nella minuscola stanzina che mi fu assegnata, ricevetti la visita di -una vecchia e di una giovine. - -Sedettero. La giovine sorrise: anzi, schiuse la bocca a un sorriso e -poi si tenne quel sorriso fisso lì e immoto, durante tutto il tempo che -la vecchia parlò. E le prime parole della vecchia furono le seguenti: - -— Questa è mia figlia, e io sono sua madre. Suo padre, mio marito, non -è più. - -— Benissimo. - -— Sì, ha ragione di dire benissimo. Perchè mio marito, suo padre, -era un uomo di scarsi principii morali; quand'era vivo, me mi batteva -tutti i giorni, e lei tentò alcune volte di violentarla, che era ancora -minorenne. - -— Perdio! - -— Lasciamo andare che questa alla fine è stata una fortuna per me, -perchè non ho più avuto da pensare alla sua educazione morale. Sicuro. -Dopo quegli incidenti le è rimasta, anche diventata maggiorenne, una -invincibile ripugnanza per gli uomini, dimodochè non ho avuto da fare -nessuna fatica per mantenerla, lei mi intende, sulla retta via. - -— Tutto ciò è molto semplice. - -— Già: ma nello stesso tempo ciò produce che la ragazza, che ormai -ha ventiquattro anni, deve lavorare per vivere. Allora ho domandato -consiglio al signor Gianni: lei non lo conosce ma non importa. Il -signor Gianni dice bene; dice: — Cosa vuole? Con quella particolarità -della Lina — si chiama Lina — non è il caso di farle fare nè la -cantante, nè l'attrice, o simili. — Senza contare, dico io, che per -fare la cantante non ha voce, e per fare l'attrice ci ha fin da bambina -quel difetto dell'_esse_ e dell'_erre_. — Questo sarebbe il meno; -risponde lui. — In conclusione, l'importante è che doveva scegliere una -professione assolutamente, come a dire, immacolata. - -— Giustissimo. - -— Guardi cos'ha pensato il signor Gianni: dice: — dia retta a me, che -ho vissuto tanto tempo a Parigi a tenere il banco delle scommesse nelle -corse dei cavalli, dia retta a me: in Italia, fino a oggi non si sa -cosa sia la vita. Se fosse cinque o sei anni fa le direi: mi dia la -Lina e me la porto a Parigi. Ma adesso Parigi è giù, molto giù. È il -momento di far noi qualche cosa, in Italia. Infatti, si guardi attorno, -vedrà che anche qui cominciano a vivere. Ma a casaccio, da provinciali. -Veda, per dirne una, la cocaina: tutti ne parlano; c'è della gente -che ci prova, delle cocottes, degli autori teatrali, delle sartine; -ma così, senza un criterio: molti si disgustano subito, non c'è in -Italia il vero genio per queste cose, non c'è organizzazione. E poi non -conoscono tutto il resto: altro che cocaina! dunque; con pochissimo -capitale, che si trova, la Lina può aprire una specie di bar, con un -bel titolo che dica press'a poco «alle specialità del Vero Oriente», -o qualche cosa di simile. Guardi, signore, che ripeto proprio come -dice il signor Gianni, un uomo d'esperienza. Un piccolo bar, che non -sia neanche tanto in vista: la prima stanza come i soliti bar, con le -solite cose, e in più delle bibite e dei frutti e dei dolci orientali; -e poi due o tre stanzine riservate per gli _habitués_ sicuri, e là si -danno le specialità più intime del vero oriente. La Lina, che è una -bella figliola, vestita giusto mezzo all'orientale, un po' di qua un -po' di là, a dirigere e tenere i conti. È semplicissimo. - -— È geniale. - -— Ecco, geniale, è come ha detto il signor Gianni. E mi ha anche detto: -— ci vuole il lancio, la réclame; una réclame diffusa ma discreta: chè -le cose più importanti non bisogna dirle. Lei — dice — vada alla B. A. -I. A., e si faccia dare delle idee per la réclame. Il resto verrà da -sè. Guardi signore, qui ci ho la lista di qualche specialità del vero -Oriente, che non riuscivo a ricordarmi i nomi. Lei già le conoscerà -bene queste cose, per il suo mestiere. - -Mi porse un foglietto, su cui lessi: - -«Haschisch» — «dawamesk» — «oppio» — «etere» — «cocaina» — e altri nomi -meno noti. - -(— Non ci manca — disse il Dàimone — che un po' di coprofagia). - -Io più seriamente risposi: - -— Ho inteso, signora. Poichè la cosa è molto speciale, bisogna che lei -mi lasci qualche giorno. Passi tra una settimana giusta, a quest'ora. - -La salutai. La bella Lina fece un inchino di scuola, e finalmente -disfece quel sorriso; parve come uno che si levi la dentiera e se la -metta in tasca. Scomparvero. - -Io mi misi d'impegno a studiare il piano per il lancio delle -«Specialità del vero Oriente». Volli prima familiarizzarmi un poco -con la materia, e studiai sui testi il modo di trarre dalla canape -indiana l'haschisch, m'informai degli ingredienti che variano il verde -haschisch nel più pallido dawamesk, non trascurai di consultare i -riflessi classici e letterari di questa materia da Erodoto e Plinio a -Baudelaire; feci una corsa, dietro la scorta dei viaggi di Marco Polo, -nella leggenda del Vecchio della Montagna e dei suoi Haschischins -o Assassini, m'interessai delle tre grandi fasi dell'ebbrezza e -delle loro possibili varietà. Altrettanto minutamente m'occupai -dell'oppio, sia per l'aspetto poetico leggendomi la _Confessioni_ del -De Quincey, sia per quello scientifico ricercando in una farmacopea -le differenze tra l'oppio giapponese più aromatico e l'europeo più -potente, attraverso l'oppio indiano che si avvolge in stagnole sotto -forma di piccoli semi di color perso. Credetti per un momento di -avere intravisto il motivo della mia réclame nella fantasiosa notizia -che i Giapponesi fanno la raccolta dell'oppio la seconda sera dopo -il plenilunio di giugno, avendovi praticato ventiquattro ore innanzi -l'incisione, al punto dell'imbrunire. Ma ricordai a tempo che il lancio -doveva essere prudente e discreto. Allora risalii a Omero; pensai al -nepente che Elena aveva avuto in dono da un'egiziana, e al loto che -ai compagni d'Ulisse faceva dimenticare la patria e il ritorno. Anzi, -il bar di Lina doveva chiamarsi omericamente «Lotòs». Ci voleva una -pubblicità indiretta e suggestiva, che preparasse l'animo del pubblico -a cercare il «Lotòs», senza ricorrere alla solita volgarità dei -cartelloni o dei quotidiani, anzi senza nominarlo neppure. Mi fiorirono -idee semplici ed efficaci. Così che la mattina del settimo giorno mi -presentai nello studio grande al commendatore avvocato Gattoni, mio -principale: gli esposi in succinto le parole della vecchia — ed egli mi -accompagnava con uno strano brontolìo basso —, poi senz'altro gli porsi -il foglio su cui avevo segnato i risultati delle mie trovate. - -Il commendatore prese con qualche diffidenza quel documento, che era -così concepito: - - _Progetto per il lancio (diffuso ma discreto) - del bar «Lotòs»_ - - 1) _Far tenere alla locale Università Popolare, da qualche dotto - ellenista, una lettura e commento del libro IX dell'Odissea, dove - si parla del loto._ - - 2) _Incaricare un commediografo alla romana di scrivere una - commedia in cui il brillante sia un appassionato di haschisch._ - - 3) _Commettere a un prosatore alla milanese un romanzo in cui sia - descritta la vita di un bar del tipo che vogliamo lanciare._ - - NOTA. — _Queste tre manifestazioni debbono essere tra loro - contemporanee, e precedere di poco l'apertura del bar «Lotòs»._ - -Il commendatore Gattoni lesse, con un mormorìo agitato, il mio -progetto; poi lo gettò sul tavolino dicendomi: - -— Lei è matto. - - -6. - -Forze maggiori. - -— Lei è matto — ripetè — e glie lo spiego. Prima di tutto quando -viene gente di quel genere la si manda via.... o almeno.... almeno.... -Insomma, bisogna saper bene se si ha a fare con persone serie, prima di -compromettersi. - -(— Te lo dico sempre io! — brontolò il Dàimone). - -— In secondo luogo, a parte l'opportunità, questo suo piano è assurdo; -mi fa vedere che lei non è entrato nello spirito della B. A. I. A., -nello spirito dei tempi, nello spirito della rinata Italia. Oltre la -irrealizzabilità, e il tempo che richiederebbe, non sente come tutto -questo puzza di letteratura? Di scuola e di letteratura: professorume -e scrivaneria. Non ci voleva che un ex-professore per andare a pensare -a Omero, al Lotòs, e alla Università, sia pure popolare. Non ci -voleva che uno scrittore per andare a pensare a commedie e romanzi. -Niente niente. Quando tornerà quella signora lei la mandi a spasso -con una scusa qualunque. E facciamo un altro tentativo. Guardi: c'è -uno, una persona seria, badi, un ex-colonnello dell'esercito, che è -stato silurato fin dalle nostre prime azioni dell'Isonzo, il quale ha -inventato una tappezzeria luminosa da mettere negli appartamenti invece -della solita carta da parati. Questa tappezzeria, dice, è impregnata -d'una sostanza chimica fosforescente, che di giorno non si vede; ma -è composta in modo che verso sera, di mano in mano che la luce del -giorno vien meno, si sprigiona gradatamente la luce dalla carta stessa. -Così la stanza continua a essere illuminata, con eguale intensità. -Abolizione d'ogni illuminazione. Sarà vero? non sarà vero? Questo non -c'interessa. Lei trovi un'idea per rivelare al pubblico l'invenzione. -Ma un'idea che si attui presto, semplice, rapida, penetrativa, e per -carità, senza romanzi e senza università. Ha capito? - -— Perfettamente. - -Me n'andai nello studiolo piccolo, per pensare alla tappezzeria -luminosa e aspettare l'arrivo della vecchia e della giovane. Ma trovai -un biglietto della vecchia, che si scusava di non poter venire: «Per -quanto disgraziati — scriveva — siamo gente beneducata, e avendo -l'appuntamento bisogna che l'avverta che non posso venire causa forza -maggiore, trovandomi ora improvvisamente in prigione, come pure il -signor Gianni e la Lina, in seguito a un incidente. A rivederla». Non -sapevo che diavolo avrei immaginato per le tappezzerie autofotogene -dell'ex-colonnello. Il mio minuscolo tavolino era incastrato nel -vano d'una finestra: di là dai vetri la strada distraeva ed eccitava -insieme il mio cervello. Ora tra i carretti, che urlavano, dei -merciai ambulanti sul crocicchio, scorsi a un tratto il cesto, pieno -di garofani pallidi e di mimose, d'una venditrice di fiori; e da -quei fiori saliva sino a me, traverso i vetri e la bruma, un'onda -d'incomprensibile malinconia. Ma la malinconia non entra nello -spirito dei tempi nuovi. Negli ammezzati della casa di faccia vedevo -le teste di due dattilografe chine verso le tastiere. Pensai a Lina, -che era in prigione. Desiderai d'essere in prigione anch'io per non -dover pensare alle tappezzerie luminose del colonnello silurato. In -prigione con Lina: Lina, col suo sorriso smontabile e il difetto -dell'_esse_ e dell'_erre_ fin da bambina e la repugnanza per gli -uomini. Anch'io ho alcuni difetti fin dall'infanzia irrimediabili, e -alcune invincibili repugnanze. Che diavolo inventare per l'invenzione -del colonnello? Gli inebriati dell'oppio e del nepente del bar di Lina -avrebbero viste luminose anche le prigioni più oscure, senza bisogno di -pareti fosforee. Perchè diavolo il colonnello s'è messo a fare delle -invenzioni? Se non lo siluravano, a quest'ora sarebbe morto, sarebbe -generale, chi sa? Come Ercole se prendeva il cammino piacevole. Come me -se quel giorno andavo ai Giardini. - -— Sei ancora a tempo a provarci — disse il Dàimone. - -— Tu sai che oggi è già tutt'altra cosa da allora, da ieri, da un'ora -fa — gli obiettai. - -— Ma nessuno t'impedisce di provare, anche subito. - -— E il commendatore Gattoni, ex magistrato e mio principale? - -— Tanto lui non sa che farsene di te, e sarebbe ben felice di perderti. - -— Lo so. Ma come atto, è poco educato. Bisognerebbe almeno scrivergli -un biglietto. - -— Scrivi. Hai qui un modello eccellente. Con pochi ritocchi, va bene -anche per te e per me: «Per quanto letterati, siamo gente beneducata, -e avendo l'impegno bisogna che l'avverta che non posso continuare in -questa professione, causa forza maggiore. A rivederla». - - - - -CAPITOLO TERZO - -PESCECANEA - - -1. - -Cinque spettatori in tre poltrone. - -Nell'età delle palafitte, e più precisamente un anno avanti lo scoppio -della guerra europea, avevo conosciuto a Firenze una fanciulla. - -Era venuta di Valdarno a portarmi una traduzione da Rimbaud sulla -quale voleva il mio giudizio. Credo che episodi simili non se ne -producano più nell'èra presente. Aveva cominciato a leggere: _In quella -stagione la piscina delle cinque gallerie era un punto di noia. Pareva -un sinistro lavatoio_.... Mentre leggeva, io la guardavo. Quand'ebbe -finito io non avevo capito ancora se la signorina fosse bella o brutta: -propendevo a crederla bella. Neppure avevo capito se fosse brutta o -bella la traduzione; propendevo a crederla brutta. Poi la fanciulla se -n'andò lasciandomi il manoscritto. - -Del manoscritto non s'incontra più traccia o memoria alcuna nelle -storie e nelle leggende dei tempi che seguirono. La fanciulla l'ho -ritrovata dopo sei anni a Milano. - -Una sera m'ero calato in un certo sotterraneo fumoso e stavo là seduto -tra file di gente similmente seduta che beveva, fumava e leggeva i -giornali. A un lato del sotterraneo c'era anche un palcoscenico, e -sul palcoscenico una compagnia di prosa stava tossendo e recitando -una commedia novissima. Nella poltrona accanto alla mia c'era una -fanciulla: quella fanciulla di Valdarno: la signorina Giovanna. - -Tra lei e me il mio Dàimone, invisibile e silenzioso. Dall'altra -parte di lei sedeva una sua compagna similmente silenziosa, e tanto -insignificante da potersi anch'ella considerare come invisibile. In -un punto imprecisato, ma definito entro la breve cerchia delle nostre -quattro sostanze, n'era presente una quinta, cioè il Destino, che -imprevedutamente aveva ravvicinato, per i suoi fini reconditi, quelle -sparse entità. - -La signorina Giovanna alla fine del primo atto mi riconobbe. E mentre -la compagna leggeva con diligenza il programma dello spettacolo, e il -Dàimone placidamente dormiva, il Destino tessè tra me e la traduttrice -valdarnese un breve dialogo denso di avvenire. Io ebbi il pessimo -gusto di ricordare a lei quella traduzione preistorica di _Una stagione -all'inferno_. Ella ebbe il buon gusto di mettersi a ridere. - -— Non traduco più — aggiunse rifacendosi seria — ora sono a Milano a -studiare il canto. - -So che quando una signora afferma «studio il canto», come quando -un maschio dichiara «sono negli affari», non è opportuno domandare -particolari più precisi, se il maschio o la signora non li offrono -spontaneamente. Perciò tacqui, e cominciò il secondo atto della -commedia, e dopo un certo tempo fatalmente finì. Giovanna riprese il -discorso al punto esatto ove l'avevamo interrotto, annullando in questo -modo in un attimo tutta l'azione che s'era svolta laboriosamente sulla -scena al nostro cospetto. - -— Sapevo che eravate a Milano, abbiamo parlato di voi l'altro -giorno.... oh non ricordo con chi: ma non importa. - -Perchè mi dava del voi? C'è tutta una casta di donne — non casta -professionale, casta mentale — che hanno abolito il lei, e con esso -il primo dei gradi d'una possibile scala d'intimità. È un fenomeno di -tendenza al veloce, come tanti altri del tempo nostro. - -— E m'ha detto, mi pare, che vi siete messo negli affari. - -— Io? Sì. È vero. - -— Che affari? - -— Mio dio! fino a pochi giorni sono ho fatto della pubblicità. Ora ho -delle idee... - -— Fate bene. - -La sua approvazione mi fu di grande conforto. Ella era alquanto più -elegante di quand'era venuta da Valdarno a Firenze. Così cominciò il -terzo atto della commedia. - -Quando stava per finire, ella mi fece un invito: - -— Venite domani a prendere il tè in casa mia? Vi prometto che non -canterò. Vi presenterò due buoni amici. Di Malco, e Valacarda; li -conoscete? - -— No. - -— Possono esservi utili. Uno è professore di merceologia. - -— Cos'è? - -— Non so. Una cosa molto importante. È com'era una volta essere -professore di filosofia. L'altro è un pescecane. - -— Brava! Non ne ho ancora visto neppur uno. - -— Venite dunque, e attaccatevi al pescecane. - -Rincasando pensavo a quella prodigiosa Giovanna, che sei anni avanti -traduceva Rimbaud in Valdarno e me lo portava a Firenze, e ora -studiava il canto a Milano e mi offriva un pescecane col tè. Tutto -ciò è modernissimo. Una donna così non la trovate nelle commedie di -Goldoni. Nemmeno nel _Satyricon_ di Petronio. E nemmeno più giù, nel -Romanticismo o nel Secondo Impero. Sono posteriori a Carlo Marx e a Max -Stirner. - -Ma ancora non ero riuscito a capire se era piuttosto bella o piuttosto -brutta. D'altra parte ciò non ebbe alcuna importanza nella mia vita, -come non ne ha alcuna nel seguito di questo racconto. - - -2. - -Una visita d'affari. - -Era seduta al pianoforte, ma appena entrai si voltò e abbandonò la -tastiera esclamando: - -— Bravo! avete mantenuto la vostra promessa, e io mantengo la mia. - -Poi fece le presentazioni. - -Illustrò il mio nome con le parole «un mio vecchio amico quasi -compatriota», al che io nulla opposi. I nomi degli altri due non li -commentò: - -— Questo è di Malco. E questo è Valacarda. - -— Piacere.... - -— .... piacere. - -— Piacere.... - -— .... piacere. - -— E badi che è vero — aggiunse subito quello che si chiamava Valacarda. -— Ci sono dei puritani che dicono: «questa frase è un'ipocrisia». No. -Si ha sempre piacere di conoscere una persona nuova. È una speranza -che rinasce su un mucchio ognora crescente di ceneri. Ogni persona -nuova che conosciamo, è una possibilità di più, che ci si presenta, di -giustificare il credito illimitato che rinnoviamo continuamente alla -simpatia dell'umanità. - -— Valacarda — spiegò la signorina — è un incorreggibile ragionatore e -divagatore, il che fa a pugni con la sua professione. - -Infatti a me e al Dàimone Valacarda era già piaciuto. Di statura mite, -baffi piccoli e neri, appariva uomo di spirito aperto e sottile. Lo -sentimmo fraterno, là, dove avevamo il secreto tremore di trovarci tra -estranei. L'altro no. - -L'altro, di Malco, taceva. Riconobbi in lui a prima vista la formula -estetica e morale del pescecane-tipo, quale è stata sorpresa e -divulgata dai caricaturisti: alto e denso, con un volto raso e un po' -grasso, vestito e atteggiato con severità pomposa: un forte anello -al dito medio, le lenti legate in oro; e portava la testa alquanto -rovesciata indietro sul collo, al duplice fine di reggere quelle lenti -e di scrutare l'umanità traverso due feritoie di ciglia socchiuse. - -Mentre lo guardavo come si guarda un quadro su di una parete, egli, -quasi per completare ai miei occhi la figurazione popolare del -pescecane classico, trasse un astuccio, poi dall'astuccio un sigaro -panciuto: lo accese e cominciò a fumare con eloquenza. - -Di Malco osservò ch'io lo contemplavo, e cercò di rendermisi gradito -domandandomi: - -— Ha visto l'ultima opera di Puccini? - -— Io? — esclamai allibito — io non ho mai visto neanche la prima. - -Appena mi fui sentita uscire questa risposta inopportuna, guardai la -nostra ospite, la fanciulla volonterosa che m'aveva raccomandato di -attaccarmi al pescecane. - -Ma l'ospite dal suo sgabello non badava a noi. - -Le spalle volte al pianoforte, le braccia tese all'indietro e -tenendosi appoggiata con le mani alle due estremità della tastiera, -ella si bilanciava su due gambe dello sgabello, e fisso lo sguardo -in una lontananza inafferrabile, corrugava la fronte con una vaga -preoccupazione: tanto che Valacarda le domandò: - -— A che cosa pensate? - -— Pensavo — rispose velando la voce — che questo mese non ho ancora -ricevuto il burro della tessera. - -Un placido profumo di latteria svizzera, di cucina olandese e di -biblico girarrosto si soffuse per il salottino semimondano a quella -parola domestica. Respirammo tutti e quattro silenziosamente per alcuni -secondi un tepore di sole sull'aia, di forno casereccio, di gatto sulla -pietra del focolare. Sentimmo scampanare dietro la siepe una capretta -mansueta. Poi una nuvola invase morbidamente quel mondo, e per l'etere -soavemente ci riportò a un terzo piano in via Monte Napoleone, davanti -a quattro tazze di tè. Il fumo del tè saliva a raggiungere il fumo -dell'avana del pescecane. Io m'alzai per osservare un'acquaforte. - -— Vi piace? — mi domandò Giovanna. - -— Non so, non m'intendo di pittura. - -— Non dica «non m'intendo di pittura» — mi redarguì Valacarda. — -Si procuri cinque o sei frasi, e se ne intenderà. Comincerà con -l'applicarle un po' a caso: poi quelle cinque o sei ne germineranno -spontaneamente altre nella sua abitudine, e lei si troverà un -vocabolario. Quando avrà un vocabolario critico, necessariamente le -verranno delle idee critiche. - -— Una specie di pistica applicata alla critica? Ma intanto -quell'acquaforte non mi suggerisce nulla. - -— Quell'acquaforte è fatta di segni neri; allora è elegantissimo dire: -«che senso del colore c'è qui dentro!». - -— Che senso del colore c'è qui dentro, qui dentro, qui deeeeentro.... — -gorgheggiò l'allieva di canto sopra una fioritura rossiniana. - -Il pescecane si tolse l'avana di bocca, fissò un momento da lontano -l'acquaforte, poi asserì: - -— È un maiale con due maialini. - -— Badi — continuò Valacarda — che ogni tanto bisogna rifornirsi -di sostantivi e di aggettivi. Prima della guerra c'erano le parole -«sensibilità», «dinamico», «musicale»; oggi invece le pietre basilari -del vocabolario critico sono «costruito», «corposo», «architettura». Un -vocabolario di questo genere può durare dai tre ai cinque anni. Anche -per il contenuto è così. Fino a qualche anno fa serviva molto la «gioia -di vivere». Oggi.... - -— Voi — interruppe la cantante — siete contento di vivere? - -La guardammo tutti e tre per sapere a chi avesse rivolto la domanda. Ma -ella non guardava nessuno di noi. Seguendo il suo sguardo vedemmo che -andava a finire su una mensoletta di ottone fissa al muro, di quelle a -parecchi intagli, che servono per tenerci appoggiate e sospese le pipe. -Pipe non ce n'erano. In ogni modo non pareva probabile che la fanciulla -desse del voi a una mensoletta d'ottone, e le facesse una domanda di -quel genere. Perciò nessuno di noi rispose subito. Il primo a spiegarsi -fu il pescecane: - -— Io sarei contento di vivere — pronunciò — ma ho la nevrastenia. - -— Un dottore — disse la fanciulla — a un mio amico nevrastenico -consigliò le divine emozioni dell'aeroplano. - -Valacarda si oppose: - -— L'aeroplano come divertimento è uno dei più insipidi che possa -consigliare la retorica moderna. Io ci sono stato. Se uno non ha paura, -la sensazione che dà è quella della perfetta idiozìa. - -— E se ha paura? - -— Se ha paura, non ci va. - -Decisamente questo Valacarda è un sorprendente personaggio. Professore -di merceologia! Che cosa è la merceologia? Tuttavia io cominciavo a -domandarmi con qualche maraviglia perchè mai il Destino, già una volta -sei anni prima mandandomi a Firenze la traduttrice, e poi la sera -avanti deponendomi in un teatro a fianco alla medesima rinnovellata — -perchè mai il Destino avesse lavorato tanto per produrre quell'incontro -eterogeneo attorno a quattro tazze vuote con paesaggio di pianoforte. - -— Non pensiamo a questo — mi ripresi internamente —: io sono qui per -affari. - -Anche quando, poco appresso, mi avvenne d'un tratto di domandarmi -curiosamente che legami ci fossero tra Giovanna e uno almeno dei due -personaggi ch'ella mi aveva presentati, finii con l'ammonirmi una volta -ancora: - -— Che importa? Io non sono qui per fare della psicologia, e nemmeno per -mondanità. Sono qui per ragioni serie. Bisogna attaccarsi al pescecane. - - -3. - -Il fulmine. - -Ma mentre cercavo il modo di attuare questo maturo proposito, Giovanna -d'un tratto balzò in piedi e annunziò: - -— Vado a mettermi il cappello. - -Andò, e tornò dopo brevissimo tempo, incappellata e impellicciata, -prima che io avessi trovato una frase di avvicinamento, abbordo ed -attacco verso il corposo di Malco. - -Uscimmo. - -— Passeggiamo? — propose lei quando si fu sul portone — chi ama -camminare? - -— Io no — risposi. — Nietzsche amava camminare, ed è finito matto. - -— Andiamo al Savini a sentire un po' di musica — propose Valacarda. - -— Io ho bisogno di camminare — dichiarò di Malco. - -— Allora — concluse la donna — noi due andiamo a passeggio e voi due -andate al caffè. Forse vi raggiungeremo là: e se non vi raggiungeremo -ci ritroveremo qui a casa stasera. Libertà. - -Così se n'andò, prima che avessimo annuito. Oh le donne! m'aveva -raccomandato d'attaccarmi al pescecane, e ora se lo portava via e mi -lasciava solo con l'altro. Per fortuna l'altro mi era simpatico. E -forse io a lui. - -La nostra simpatia si svolse nel silenzio fino che ebbimo raggiunto e -imboccato il Corso. - -Sul Corso ci fermiamo davanti a una grande e illustre vetrina di colore -viennese. Valacarda mi addita una bambola con i capelli di seta, e -osserva: - -— Assomiglia alla nostra amica. - -— È vero — risposi. E dopo una breve pausa, mentre riprendevamo -l'andare, còlto da una frivola curiosità insinuai: - -— La nostra amica si è portato via il pescecane.... - -Valacarda si fermò subito di nuovo, mi guardò, poi disse dolcemente: - -— Lei s'è ingannato, signore: il pescecane sono io. - -Io m'appoggiai alla cantonata per non cadere. - - -4. - -Zoologia. - -Lo stranimento per il mio granchio e per la conseguente _gaffe_ mi -tenne ancora per un poco, mentre a fianco camminavamo tra gli urti -della folla vespertina, ed egli parlava. - -Egli parlava, e io ripetevo entro me: — l'altro dunque, con pancia e -avana, era il merceologo! E questo savio raffinato e sagace.... Non -aprirò mai più un giornale umoristico. - -Valacarda parlava, e io ero sperduto ancora, e così non so come ci -trovammo seduti a un tavolinetto d'un minuscolo bar cristallino: io -avevo ordinato due cocktails. Soltanto allora ricominciai a udire le -parole del mio affascinante compagno, che ragionava con semplicità -velata appena di malinconia. - -— E il risultamento di tutto ciò? — continuava Valacarda. - -Il risultamento di che? Lasciamolo parlare. - -— Il risultamento di tutto ciò? Personalmente, una pregiudiziale di -disprezzo pauroso che ci avvolge.... - -— Non è questo che importerebbe — lo ripresi io, fattomi animo ormai —: -lei è un uomo fine, e m'intende. La diffidenza che ispira il cosidetto -pescecane, salvo i casi di semplice invidia, è per il pericolo che -rappresenta l'opera sua di fronte alla vita sociale, nel momento -stesso ch'essa anela a raggiungere quell'umano equilibrio, cui tende da -secoli.... - -M'interruppi udendo un forte ridere vicino a me. Mi voltai. Ma non -c'era nessuno che avesse l'aria di aver riso. Solo allora capii ch'era -stato il Dàimone, di cui m'ero dimenticato. Intanto il pescecane -filosofo già s'era avvolto in una sua complicata risposta: - -— Quale pericolo? Vediamo oggi due grandi energie in lotta: c'è chi le -chiama borghesia e proletariato, c'è chi le chiama energia rinnovatrice -ed energia conservatrice. Questa lotta per lungo tempo è rimasta -frantumata in guerriglie parziali e multiformi, ora s'è semplificata -e ingrandita. È una vasta battaglia tra due eserciti, che insieme -assommano all'intera società. A ogni fenomeno storico che si produca -o si riproduca nel mondo, ciascuno dei due eserciti cerca di farsene -uno strumento della lotta. Così è stato della guerra. Così è, ora, -della pace. Il simile avverrà press'a poco delle nostre costruzioni. -Noi pescicani, grossi e piccoli, tranquilli e arrabbiati, sa che cosa -stiamo accumulando laboriosamente? Delle enormi riserve di forze — -danaro, lavoro, organismi di uomini — forze, insomma: e un bel giorno, -vicino o lontano non so, un bel giorno, o se ne impadroniranno le masse -conservatrici per tentare l'ultimo colpo, o, se esse saranno state -disfatte, le afferreranno gli altri, un minuto dopo la vittoria. - -— Voi dunque non siete la espressione culminante della borghesia? - -— No no no! Siamo (non noi in persona, s'intende, ma l'energia che -accantoniamo) siamo come una riserva neutra. Può darsi che il destino -del pescecanismo, com'è stato già di far durare la guerra fino alla -vittoria, sia ora di salvare la borghesia, o almeno prolungarle -la vita; e può altrettanto darsi che sia quello di farla morire -d'aneurisma e d'ingorgo: non s'esce da questo dilemma. Ma nè il -borghese nel primo caso, nè il nuovo vincitore nel secondo, erigeranno -certo un monumento di gratitudine al pescecane, come le nazioni lo -erigono al fante che le ha salvate. Non sappiamo chi si dividerà le -nostre spoglie: ma il nostro destino inevitabile è di essere spoglie. - -— Spoglie opime — feci io. - -— Opime sì: per questo voi scrittori e i vostri aiutanti disegnatori -hanno avuto una certa ragione di raffigurarsi il pescecane (o cosidetto -pescecane, come dice lei per cortesia) in forma corpulenta e ingombra. -Ma, come lei vede, è un'allegoria. - -— E i suoi.... colleghi, la pensano tutti come lei? - -— Nemmen per idea. Non ne trova uno su cinquanta che dica «noi -pescicani»; e quello che lo dice, lo dice per simulazione di -disinvoltura e per difesa personale. Il curioso è, che io stesso non ho -capito se loro credono di essere immortali e costruire per l'eternità; -o se lo sanno che van vivendo alla giornata più della rondine quando -gira col becco aperto pei cieli all'ora del tramonto. - -— Anche questo tramonto è un'allegoria? - -— Forse. Del resto anche se qualcuno, come me, si rende conto del -fenomeno, che gli serve? Ognuno è trascinato dal suo proprio spirito, -ha detto Lucrezio. Lucrezio dice _voluptas_. È la stessa cosa. Lei -scrive, e scriverà sempre.... - -Io non rettificai. - -— .... anche quando, come oggi, veda intorno a sè a quale turpitudine -di mal gusto è trascinata la sua arte. Scriverà, anche persuaso che le -cose sue che più le hanno costato di travaglio debbano rimanere in un -cassetto. - -— Ma scrivo per i posteri — dissi cercando di fargli credere che -celiavo. - -— Anche il pescecane lavora in effetto per un postero: non importa -se la sua posterità invece che tra un secolo possa cominciare domani -o stasera. Ma in realtà lei non lavora per i posteri ma per sè: e -anche lui lavora per sè: per quella sua _voluptas_, che non sempre è -spregevole. Naturalmente tutto ciò le appare strano. Lei dice che sono -un uomo fine, perchè ho letto tre o quattro libri e perchè ragiono -intorno alle cose invece di andarvi a cozzare contro a testa china con -le corna di qualche pregiudiziale ostinata. E anche questo le appare -strano. Perchè lei è uno scrittore, e agli scrittori per farsi leggere -occorrono figurazioni precise: il demonio, l'angelo, il pescecane -grasso e cùpido, il fante energico e macerato. Specialmente oggi, -che si ha sempre fretta: fretta di capir subito senza sforzo con chi -si ha a che fare. Loro scrittori debbono essere o dei sentimentali -o dei cinici, se no il pubblico si disorienta. Come quando si fa -della politica ai contadini: bisogna parlare o da clericali o da -rivoluzionari. Lei le cose che ho dette non le potrebbe scrivere. -Uno come me, lei non lo presenterebbe: apparirei incomprensibile e -mostruoso; molto più mostruoso che se il pescecane fosse stato il -nostro buon amico di Malco, il quale a quest'ora, più e meno saggio -di noi, sta pranzando con la nostra buona amica Giovanna in qualche -trattoria spensierata. Se facessimo altrettanto? - -— Volentieri. - -Pagai i due cocktails, e il filosofo alzandosi mi promise: - -— Le farò conoscere, o almeno vedere, qualche mio collega, se ci tiene. - - -5. - -Apocalissi. - -Infatti alla trattoria incontrò, mi presentò, e invitò a sedersi alla -nostra tavola, un uomo biondiccio e un po' sbilenco con due grossi -baffi da foca e una penzolante giacca color tabacco. Rideva e parlava -continuamente; cioè raccontava storielle oscene e poi ne rideva lui -stesso con fragore, e accompagnava quello stridere con gran suoni di -posate sui piatti. E questi era il socio di Valacarda. Come mai? Oh la -_voluptas_. - -Ora il nuovo compagno raccontava una sua avventura di viaggio con due -cameriere d'albergo. Ma Valacarda, accorgendosi ch'io guardavo a un -altro tavolino, mi domandò: - -— Le piace quella bruna? - -— Sì: ha un'aria aristocratica; bellezza imperatoria e fine nello -stesso tempo, e un contegno da Olimpo. Oserei affermare che è una -signora. - -— Ha indovinato, è una signora, la signora di quello che c'è insieme. -Prima lei faceva parte di una compagnia di equilibristi del Trianon, e -manteneva lui. Ora lui s'è tirato su col filo spinato, e l'ha sposata. -Al mondo c'è ancora della gratitudine e altre virtù. - -Il commensale color tabacco si voltò a guardarli. Così vide entrare -nella sala un giovinotto disinvolto e lo salutò ad alta voce da -lontano. Poi si volse a me annunziandomi: - -— Spolette da shrapnell. - -— E questo alla mia destra? — domandai io accennando al più elegante di -tutto il consesso. — Cos'è? Zàini? fulmicotone? - -Guardarono e uscirono tutt'e e due a ridere con irriverenza. - -— Questa volta ha sbagliato — disse Valacarda. — Quello lì è un pittore. - -— Pittore! - -— Sì: vive alle spalle di quello che gli è vicino: pezze da piedi -e propaganda per i prestiti. S'è fatto fondare da lui una rivista -illustrata. Sono i pidocchi del pescecane. - -Rabbrividii. - -Quel mondo luccicava tutto e parevami gorgogliare e spumare d'una -superiore letizia. Sognai per un momento di assistere a una festa -furinale, quali i Romani, spiriti larghi, celebravano in onore dei -ladri. - -Mi scossi, e tratto da una vecchia abitudine domandai: - -— Come s'intitola la rivista illustrata? - -— Non parliamo di porcherie — ammonì l'uomo color tabacco. — Guardi -quella bionda così seria, laggiù. Una mattina, nell'anticamera del mio -studio, l'ho.... - -Ma non sentii il seguito. Non sentivo più le loro parole. Il mio -spirito era abbuiato. - -Mi trovavo dunque nel centro di quella terza Babilonia su cui Valacarda -aveva predetto prossimo non so che fuoco divino o sociale. Ma non -pensavo più ai suoi vaticinî. Le immagini mi presero nel loro possesso. -L'aria della sala intorno a noi si fece liquida e verde come in fondo a -un oceano, oceano scivolato da grandi belve corsare che aprivano gole -di Satana, arrotavano i denti alle rocce subacquee, e come d'intesa -movevano tutte obliquamente, leviatani torvi, dall'abisso gelido in -su, verso un'alta luce d'incendio lontano che le traeva: e il corteo -non avea fine, sempre più enormi e nere, con la smorfia d'un ringhio di -cui non si udiva la voce, battendo le code nel liquido muto, su, verso -l'alto. Poi un cameriere traversò con grazia secura lo stormo, e si -chinò davanti al nostro tavolino presentandoci il conto. - - -6. - -Compensazioni. - -Valacarda trovò un errore nel conto e lo fece correggere. Poi fece la -divisione per tre, ognuno di noi pagò la sua parte, e l'amico festevole -ci lasciò. Noi ci avviammo a via Monte Napoleone, ma arrivati al -portone di Giovanna, Valacarda si fermò: - -— Non salgo: ho sonno, e domani mattina debbo partire presto: sì, starò -fuori qualche tempo. Troverà di Malco, e forse altri; mi scusi con la -signorina. Grazie. - -Su, venne ad aprirmi la signorina in persona. Non c'era di Malco. Non -c'era nessuno. - -— Sono stata brava? — mi gridò subito. — V'ho lasciato col pescecane. -Che n'avete fatto? - -Mi guardai bene dal raccontarle il primitivo granchio. Risposi: - -— l'ho lasciato ora, qui sotto; abbiamo pranzato insieme. - -— E avete combinato qualche buon affare? - -— Mio Dio, no.... Per il primo pescecane che incontro, era così -raffinato, arguto.... e poi mi ha detto due o tre volte «lei che -scrive, e continuerà a scrivere». Non potevo disingannarlo. - -L'amica alzò gli occhi al cielo. - -— Dio, che uomo d'azione siete! Pensare che glie lo avevo detto che -volevate darvi agli affari, che vi aiutasse.... - -— Gli avete detto!?... - -— Non sarete mai buono a nulla. - -( — Non sarai mai buono a nulla — echeggiò il Dàimone, ma con minore -scandalo). - -— E come s'è liberato bene di voi! - -Era veramente afflitta. - -( — Stai zitto, non facciamoci scorgere troppo — sussurrai al Dàimone -che non voleva chetarsi). - -Giovanna seguiva il filo di non so quale pensiero. Poi scosse il capo e -mi guardò. E concluse con voce consolatoria: - -— Troverete di meglio, pazienza. Meno male che ci avete almeno -guadagnato un invito a pranzo. - -Non volli deluderla. Era una buona figliuola, come tutte le fanciulle -che dopo aver tradotto Rimbaud in Valdarno vengono a Milano a studiare -il canto. Ora taceva, e per un po' tutto tacque tra noi. Sospettai che -la buona figliuola pensasse di dovermi qualche geniale risarcimento per -lo scarso esito della mia giornata... - -Ma qui si raccontano storie d'affari, cose serie; e non dobbiamo -occuparci di frivolezze. - - - - -CAPITOLO QUARTO - -PER BELLOVESO - - -1. - -Preludio mirabile. - -La piattaforma del tranvai è la glandola pineale della vita moderna. -Trovandomi io un giorno sulla piattaforma d'un tranvai di Milano, un -individuo con barba grigia e cappello verde alla calabrese mi stralunò -in volto due occhi quasi bianchi spiritati, poi disse: - -— Scusi, signore.... - -Non avrei mai immaginato che quegli occhi potessero pronunciare una -frase tanto garbata. Mi rimisi dunque dalla prima impressione ch'era -stata alquanto sgomenta. - -— Scusi, signore: sa dirmi dov'è via Belloveso? - -— Non so — risposi con la maggior grazia possibile. — Sa, — aggiunsi -poi sentendo non so qual dovere di giustificarmi — io non sono di -Milano. - -— Ah. - -Questo «ah» non fu un «ah» di quelli grassi, sdraiati, episcopali, che -nei dialoghi della vita indicano soddisfatta conclusione e lasciano -l'animo pacato: fu un «ah» arido, giallo di sarcasmi. I romanzieri -non hanno ancora trovato la maniera di distinguerli nella scrittura, e -mettono «ah» senz'altro, in tutt'e due i detti casi e anche nei loro -infiniti intermedi e collaterali: la quale è una lacuna non lieve -dell'arte nostra. - -Io n'ero rimasto oscuratamente scontento e guardingo, mentre il tranvai -continuava la sua rotolante corsa per le rette e le curve della Città -Operosa. - -Infatti l'uomo imminendomi ribadì: - -— E se fosse di Milano? - -— Se fossi di Milano — risposi con pronta dialettica — sarebbe più -probabile, non però certo, ch'io sapessi dov'è via Belloveso. - -La soddisfazione di questa nitida risposta mi ristorò: e per un momento -credetti d'essere libero dal sorprendente personaggio, perchè subito -egli si rivolse al più vicino dei nostri compagni di andare, uomo -comune con cappello duro e spilla nella cravatta. Con gli stessi occhi -e con la stessa voce domandò a lui: - -— Scusi, signore, è di Milano lei? - -— Sì — rispose il signore volonteroso col cappello duro — sono proprio -di Milano, del Verziere. - -— E lei che è proprio di Milano, sa dirmi dov'è via Belloveso? - -— No: non l'ho mai neanche sentita nominare. - -— Ma se l'avesse sentita nominare — incalzò l'incontentabile, — -saprebbe dirmi perchè si chiama via Belloveso? - -L'uomo comune s'inalberò: - -— Come sarebbe a dire? - -— Sa lei, signore di Milano, sa lei chi era Belloveso? - -L'altro lo guardò un momento, poi guardò me, poi tutti gli altri -intorno, torse un'occhiata più lunga alla strada che fuggiva sotto -i nostri occhi: e d'un tratto, poichè il tranvai rallentava, scese -precipitosamente e senza voltarsi indietro si inabissò nella prima via -trasversale. - -Il tranvai finì di rallentare e fermò del tutto. L'energumeno gentile -tornò a me: - -— Lei, signore, che almeno non è di Milano, la prego: scenda con me. - -Non so quale forza mi spinse ad acconsentirgli. - -Sopra una cantonata una guardia di città sonnecchiava a capo chino. -L'amico lo svegliò: - -— Vigile, sa dirmi dov'è via Belloveso? - -L'altro riscosso mormorò: - -— Pellevese, Pellevese.... nun saccio. - -— Potrebbe guardare nella guida. - -L'esule partenopeo si cavò blandamente di seno un libretto e cominciò a -sfogliarlo: - -— Come avete detto? Pellurese? - -— No: Bel-lo-ve-so: col bi. - -Il pubblico funzionario compitò con scrupoloso travaglio parecchi -nomi del suo indice alfabetico: — Bec-ca-ria — Bel-fio-re — -Bel-gio-io-so.... quest'è, Belgioioso? - -— No: Bel-lo-ve-so. - -— Bel-lez-za — Bel-li-ni — Bel-lot-ti.,.. mo' ce stiamo 'n coppa — -Be-na-co.... no: Bellevese nun ce sta, Eccellenza. - -Lo piantammo, chè era esausto. Seguivo faticosamente e con grande -interesse la mia agitata guida. Lo vidi precipitarsi contro una -carrozza vuota che veniva traballando placidamente verso noi. La -fermammo, le demmo la scalata, occupammo il sedile. Quando ci sentimmo -saldi nella conquistata posizione, il mio compagno comandò con aria -sciolta: - -— Portaci in via Belloveso. - -Allora, con mia suprema stupefazione, avvenne questo fatto mirabile: -che il vetturino non disse nulla, e neppure si voltò a noi; ma dette -una frustata all'aria, una voce al cavallo, e partì; e tutti partimmo -con lui. - - -2. - -Fatale andare. - -E la carrozza camminò rassegnata e fatidica per vie folte e piazze -illustri e ardimentosi crocicchi, tra la folla sonora onde Milano trae -l'incitamento perenne al lavoro e all'impeto, alla Vita Intensa e alla -Vita Operosa. Il mio compagno s'era chiuso in un degno silenzio; china -sulla fronte la tesa verde del cappello calabrese ora si contemplava -misticamente le quadrate estremità delle scarpe. Io rispettai quel -silenzio e quella contemplazione. M'interessavo alle vicende del nostro -andare e al civile paesaggio che percorrevamo. Ma già le piazze e le -vie si facevano a mano a mano meno affollate e meno illustri. L'aspetto -delle botteghe e delle case graduava rapidamente dalla metropoli -al suburbio. Entrammo nell'ignoto. Raggiungemmo l'aborigeno. Ogni -tanto la carrozza, mossa da non so quali occulte cagioni, invece di -proseguire diritta svoltava in vie laterali, e quasi a ognuna di quelle -mutazioni di rotta il colore delle muraglie e dei selciati si faceva -più languido e afflitto. Le sfilate di muri grigi presentavano ormai -rara l'interruzione di una donchisciottesca barbieria o d'una drogheria -sudicia rinforzata dalla giunta d'un romantico bar. - -Poi ai bar succedettero francamente le osterie, mentre la carrozza -sobbalzava sempre più con singhiozzanti nostalgie dei lastricati -lontani. - -Essa proseguiva il suo cammino mortale, e a me l'anima si andava -fasciando di lenta malinconia: ma ecco, dopo un incerto vagare tra -larve di strade d'ambiguo colore e di spiriti crepuscolari, e dopo due -o tre svolte più impensate, ecco di lì a poco m'accorsi che la luce si -rifaceva nitida, ch'erano scomparse le cànove e riapparsi i romantici -bar con le drogherie luridissime: risentii un saluto d'aure familiari, -spuntarono al mobile orizzonte più frequenti botteghe, poi grandi -vetrate. Riudivo qua e là sonorità umane: e a mano a mano ritrovando -il sorriso di vie e piazze note recuperai gli spiriti, fino a che per -pochi ultimi audaci quadrivi mi riconobbi tornato presso al cuore del -gran corpo di cui avevo rapidamente poco innanzi raggiunto gli arti più -lontani. - -A questo punto, senza espresso superiore comando nè per altre cagioni -apparenti, il cavallo a capo chino ristette, la carrozza sostò, e noi -tutti con essa e dentro essa fummo fermi. - -Appunto in quell'istante il mio compagno ebbe conchiusa la sua -contemplazione, e dalle quadrate estremità delle scarpe levò gli -occhi ai due bottoni argentei ond'era insignito il dorso dell'auriga. -Tutti tacevamo. Poi l'auriga si voltò e inclinò alquanto verso noi, -candidamente così favellando: - -— _Avevi minga capii ben: che via l'à dit?_ - -— Via Belloveso. - -— _Adess o capii: la gh'è minga quela via lì a Milan._ - -Il mio prodigioso compagno si volse a me e disse: - -— Lo sapevo, che non c'era. - -— E allora, — arrischiai — perchè la cerca? - -— Perchè non c'è! - -Tutti, il cavallo, l'auriga, la carrozza, il personaggio e io, eravamo -muti e fermi: solo si mosse e, credo, mandò una tenuissima voce col -suo scatto il meccanismo prestigioso del tassametro. Io ne distolsi lo -sguardo. Il personaggio domandò: - -— Di dov'è lei, signore? - -Io ho sempre pronte diverse città natali a seconda delle varie -occorrenze della vita. Ebbi la eccellente ispirazione di rispondere: - -— Sono di Roma. - -— Sa lei, signore, chi furono Romolo e Remo? - -Rividi in un attimo nella memoria la scuola della mia puerizia, e -recitai: - -— Romolo e Remo, signore, furono i fondatori di Roma, capitale d'Italia. - -— E che direbbe ella, signore, di un romano il quale non sapesse -rispondere chi furono Romolo e Remo? - -— Direi, signore, che è sordomuto. - -— Sordomuto: sia ella benedetta ora e sempre per questa parola. I -milanesi — e indicò con la mano spiegata la schiena dell'auriga, la -coda del cavallo, il lastrico, la casa di fronte, la folla dei passanti -— i milanesi sono dei sordomuti. Non sanno chi fu Belloveso. Belloveso -fu il Romolo e Remo di Milano. Il gallo Belloveso, signore, che era -nipote di un re dei Biturigi, quasi seicent'anni avanti Cristo varcò -le Alpi e qui accampandosi fondò Milano, capitale morale d'Italia. E a -Milano nessuno, nessuno, nessuno lo sa. A Milano non c'è una via, una -piazza, un corso, un viale, un bastione, un monumento, un vicolo, un -portico, un caffè, una scuola, un postribolo, che sia dedicato al nome -di Belloveso. Scendiamo, signore. La carrozza la pago io o la paga lei? - -— La paghi lei — proposi. - -— Sì. - -Pagò, e discese, e io dietro lui: ma mentre m'accingevo a salutarlo -egli era scomparso, magicamente scomparso davanti a me, o che -il movimento della folla me l'abbia sùbito nascosto, o che, come -sembrami più probabile, vaporando nell'etere ei sia stato assunto, -definitivamente o provvisoriamente, nei cieli. - - -3. - -Via Belloveso. - -Egli era scomparso; ma io, raggiunta in pochi passi quella che avevo -sempre veduta essere la piazza del Duomo, io trovai ora che non vi -scorgevo più il Duomo, nè il frivolo calamaio di bronzo del monumento -a Vittorio Emanuele, nè intorno a esso il girotondo dei tranvai con i -trolleys rigidi a scarrucolare verso il cielo; e nemmeno si stendevano -più, ai lati di quella, lo scenario dei portici settentrionali nè -l'obliquo fondale di Palazzo Regio: ma tutto il luogo era occupato -non da altro che da basse capanne, in mezzo a suono di ferrame, perchè -tra le capanne s'aggiravano vasti guerrieri baffuti con risa oscene. E -bisognò qualche tempo e qualche sforzo alla mia fantasia avanti che mi -riuscisse di ritrasformare a' miei occhi il rude accampamento dei Galli -di Belloveso nel cuore civile e facondo della capitale morale. - -L'ossessione mi tenne più giorni. Sotto la larva d'ogni ragioniere -milanese vedevo corruscare un Biturigio superbo, ogni dattilografa -parevami una sacerdotessa accorrente ad aggiunger fiamme a un -sacrificio umano: vidi appunto sull'angolo del Corso sorgere ed -elevarsi d'un tratto immani fantocci di vimini, alti come torrioni, e -gli eubagi riempirli d'uomini vivi e appiccarvi il fuoco in onore di -Hesus, dio sanguinolento armato di scure. Di là, all'aspro odore di -quella fiamma, un druido spiegava ai milanesi la trasmigrazione delle -anime d'una in altra forma mortale. Vidi anche sotto i miei sguardi -la colonna di San Babila tumefarsi e coprirsi di corteccia rugosa e -ramificando trasformarsi in quercia, e guerrieri braccati chiamavan -quella quercia Teutates ardendovi attorno olocausti di cani. - -Non mi riusciva sottrarmi alla suggestione morbosa. Riconoscendone -esattamente l'origine, pensai che il passante grigio apparsomi un -giorno sulla piattaforma del tranvai fosse stato una incarnazione -dell'Antico Maligno, che s'era messo vaste scarpe quadrate per -nascondere gli zoccoli. — O forse più semplicemente — mi dissi — quegli -fu lo spirito stesso di Belloveso che nel mondo degli immortali non -trova requie pensando all'immemore ingratitudine di venticinque secoli -di posterità. - -Occorreva, per liberarsi, placare lo spirito di Belloveso. In qual modo? - -Forse un tempo, quand'ero immerso in classici studi, avrei pensato a -scrivere su Belloveso una truculenta e compassata tragedia. Più tardi, -poi che la vagante sorte m'ebbe sfiorato con le ibride penne del -giornalismo — bizzarra chimera biforme tra l'arte e la vita pratica -— avrei tentato di quetare lo spirito di Belloveso ed il mio con una -serie di articoli agitanti la proposta di un monumento: tutti gli -scultori e i procacciatori di Comitati sarebbero stati con me. - -Ma erano i giorni in cui, colpito dall'aspetto del tempo nuovo, avevo -stabilito d'uniformarmi a esso e darmi agli affari. Ed ecco dalla mia -ossessione germinò l'idea d'un affare vasto e mirifico. - -A Belloveso non possiamo offrire un monumento o una caduca tragedia. - -Belloveso, primevo animatore della Città Operosa, dev'essere -rammemorato con imporre il suo nome a una via della città stessa. -Egli in persona, in quel giorno e in quella carrozza fatali, me lo ha -suggerito. - -A qual via? Egli principiatore del rozzo antico nucleo, deve avere per -sè la via più moderna e perfetta: la più lontana da quei rudimenti: una -via definitiva. - -Occorre costruirla apposta. E bisogna ch'essa sia di tanto più grande e -nuova delle presenti, di quanto le presenti sono più grandi e stabili -e solenni delle capanne dei Biturigi di duemilacinquecento anni fa. -L'ultima parola della modernità. Il non visto ancora tra noi. Una via -costruita tutta, sì, tutta di grattacieli, di grandi grattacieli, di -grattacieli di cemento armato: via Belloveso. - - -4. - -A grandissime linee. - -All'opera, ideatore, animatore, organatore: questa è speculazione, nel -senso più maturo e degno della parola. All'opera dunque, Speculatore. - -Il programma da attuare era semplice: un progetto edilizio, un -preventivo per la costituzione di un capitale, un piano per lanciare e -popolarizzare l'impresa. - -Il lanciamento sarebbe stato facilissimo: bastava fondare una rivista -d'arte, dedicata specialmente al rinnovamento dell'architettura. Sulla -rivista iniziare immediatamente una impetuosa campagna, di natura -pratica, a favore del cemento armato, e una di natura estetica per le -case a molti piani: le industrie cementizie e le fabbriche di ascensori -faranno ampiamente le spese della rivista. - -Iniziato il movimento generale, subito esporre sulla rivista stessa -l'idea della via nuova: ma l'offerta votiva di questa alla memoria del -duce gallo (effettivo movente intimo della mia ideazione) apparirà come -l'ultimo pensiero, una culta eleganza sovrapposta all'idea originaria, -quasi un fregio. - -La fame di case, che già in quel tempo travagliava insopportabilmente -la vita della città, avrebbe favorito in modo incredibile il mio -còmpito. - -Verrà, dunque, dopo il lancio, subito il resto: e disegni e preventivi -saranno opera dei competenti. - -Ma prima d'interrogare i competenti, e di esporre a chicchessia il mio -pensiero, buttai giù un piano a grandissime linee, quanto occorreva a -far intendere la mia idea, così facile, ai capitalisti che avrebbero -dovuto costituirsi in società per attuarla. Quella gente vuol cifre. -E cifre siano. Bastano approssimative, per ora, tanto per dimostrare -l'affare. — Ogni palazzo, calcolai, avrà duecentoventi metri d'altezza -e centocinquanta di base: la via sarà di trentasei grattacieli, -diciotto per parte, dacchè il numero 9 e i suoi multipli mi sono sempre -stati propizi. Una via dunque — con i brevi intervalli tra un palazzo -e l'altro — lunga circa tre chilometri: rettilinea. Trentasei case, -ognuna di cinquanta piani. - -Poniamo che ogni casa costi due o tre milioni: una spesa complessiva di -circa cento milioni: quest'è il passivo. - -E l'attivo: trentasei case, di cinquanta piani ciascuna, fanno in tutto -mille e ottocento piani. Suppongo che ogni piano darà sei appartamenti: -in tutto sono diecimila e ottocento appartamenti. Se ognuno di questi -rende, per esempio, diecimila lire annue, fanno centootto milioni -all'anno di attivo: e perchè in queste materie bisogna andar cauti, -invece di centootto diciamo pure soltanto cento milioni annui di -entrata. È quanto dire che il primo anno, il solo primo anno, dodici -rapidi mesi di questa così fugace vita mortale, ripagheranno il -capitale iniziale. E subito dopo la società, la mia società, ha un -guadagno annuo di cento milioni. - -Qualcuna di queste cifre sarà certo inesatta, forse qualche -moltiplicazione sarà sbagliata, ma non importa: si correggeranno: si -aumenterà, se occorre, il numero dei piani. Il freddo competente darà -le cifre precise: io ero tutto invaso del calore della mia costruzione -ideale; anche lo spirito di Belloveso parevami cominciasse, a queste -semplici cifre, a placarsi. - -Si noti che per fare cento milioni bastano dieci persone che mettano -dieci milioni l'una, oppure cinque persone che ne mettano venti: qui -non c'è neppure il dubbio d'avere sbagliato l'operazione aritmetica. Ed -ecco via Belloveso. - -Stesi questo piano in un accurato memoriale. Non mancai di aggiungervi -certa considerazione che nacque nella mia mente mentre già avevo -cominciato a compilarlo. Era questa. Quando, venticinque secoli sono, -in seguito all'invasione dei Kymri nell'Aquitania il re Biturigio -Ambigate mandò oltr'Alpe Belloveso (e questi stabilì l'accampamento -che sarebbe divenuto Milano) — nello stesso tempo il fratello di lui -(ch'era addobbato similmente d'un audace nome, Sigoveso) passò il -Reno e andò a stabilirsi nella regione Ercinia in Germania. Quali -accampamenti fondasse non so: ma parevami probabile che da qualcuno di -questi fosse nata, come Milano da quelli, la tedesca città di Baden, -che i Romani conobbero. Si sarebbe potuto cercare negli storici la -maggior esattezza di tale mia induzione, ma intanto era certo che in -una regione germanica era sorta una città sorella, o almeno cugina, -a Milano: che, dunque, un'impresa identica alla mia qui, poteva a un -parto farsi nascere là, in onore di Sigoveso; che forse le due imprese -potevano originarsi insieme dalla società e dal capitale medesimo: in -ogni modo ciò poteva dare origine a un'audace e utile veduta politica, -poteva additare un legame franco-italo-germanico più saldamente fondato -di quello che intravide Caillaux, e pregno forse di più maturabili -destini. - -Stesi dunque il mio complesso memoriale -artistico-storico-finanziario-politico; lo portai a copiare in dodici -esemplari a una dattilografa fidata: spesi in quella copia lire -sessanta, che segnai sopra un candido quaderno come la prima spesa e -insieme il primo atto effettivo della mia creazione. - - -5. - -La mia dimora. - -Dopo avere riletto e corretto il memoriale, m'indugiai per poco in -qualche pensiero domestico. - -Stabilii di scegliere, nel centro della via, al numero 18, la mia casa. -È giusto. Mi farò fare i biglietti di visita; i primi, credo, della mia -vita, e con l'indirizzo: «18, via Belloveso, Milano». Abiterò al piano -nobile, il cinquantesimo. Avrò un ascensore particolare che in trenta -secondi, senza fermate ai piani intermedi, porterà su direttamente me, -la mia famiglia, i miei amici. Perchè anche là gli amici verranno a -trovarmi, come ora. Ma se verranno dopo le dieci di sera, non potranno -più, come fanno ora, chiamarmi dalla strada per farsi gettare la chiave -del portone. Faremo dunque nella nostra rivista una campagna perchè i -portoni di Milano siano muniti di un campanello corrispondente a ogni -appartamento, e di un congegno a pila elettrica per aprire il portone -stesso dall'alto, come a Firenze, che almeno in questo è assai più -civile di Milano. Ogni portone avrà così trecento bottoni elettrici, -centocinquanta per parte: se ne potranno trarre motivi decorativi -ultramoderni. Ma quale cuccagna per i nottambuli, fedeli al gioco -candido e giocondo di sonare i campanelli e poi darsi fanciullescamente -alla fuga! - - -6. - -Crepuscolo. - -Già da tre giorni gli esemplari del mio sublime piano smaniavano -d'essere avviati ai loro destini. Io ero meno impaziente. L'opera era -troppo grande perch'io dovessi economizzare qualche giorno o qualche -ora, e affrettarmi a compiere quell'atto facile — la costituzione della -società: — anzi mi piaceva trattenere ancora un poco la mia impresa nel -mondo puro delle cose pensate e non ancor attuate. S'aggiunga che per -il momento non sapevo bene a chi avrei potuto portare o mandare quei -piani. Ma questo è il meno: a Milano — tutti lo dicono — basta andar -camminando per le strade per vedersi scaturire l'oro attorno. Altri -dice: — basta battere il piede sul suolo. Pensate quanto oro per colui -che andasse a camminare per le strade battendo forte il piede in terra -a ogni passo. Ma non folleggiamo dietro l'allettamento delle immagini -e delle immaginazioni, com'era un tempo nostro deplorevole costume. Ora -son tempi nuovi, anche per me. Così pensando arrivai al limite vago ove -la città dalle tredici porte esita a dileguarsi nella campagna. - -Andavo a caso. L'erba era polverosa e l'orizzonte era bigio, perchè -Milano è un'austera città. - -D'un tratto mi sorprese un fremito gradevole e inaspettato: sentii, al -mio fianco, la presenza del mio Dàimone, e insieme mi resi conto che da -parecchi giorni non l'avevo sentita più, che avevo operato fino a quel -punto senza di lui. - -— Dàimone — gli dissi — mi hai tu forse abbandonato? non sai dunque che -sto maturando un'opera nuova, semplice e grande? - -— Lo so. - -— Senza l'aiuto tuo l'ho pensata, forse: ma non per questo devi -disprezzarla: anzi d'ora in avanti la seguirai con affetto, come hai -sempre seguìto tutte le cose della mia vita anche quando io facevo al -contrario de' tuoi incitamenti. - -— Fai pure — mormorò — se ciò ti diverte. - -La sua freddezza m'indispettì. Non gli parlai più, ma lo sentivo -a lato seguirmi e vigilarmi. Parevami sospettoso, e sospettoso mi -feci io contro il suo sospetto, e contro lui stesso, contro il mio -Dàimone, o Genio personale! Mi sforzavo di dimenticarlo, ma un disagio -inesplicabile gemeva in fondo al mio spirito. - -Sedetti sopra l'umile sponda d'un canale di poco lusinghevole aspetto -ma di lunga e solida fama: quel Naviglio della Martesana, umanistica -speculazione del condottiero Francesco Sforza. Qua e là qualche -piccola costruzioncina bislacca si dava importanza di villino: goffi -pescecanili rutilanti di preziosità. La pianura si perdeva nel bigio -infinito, tratteggiata da rigidi pali di ferro e da bassi alberi -asciutti, potati d'ogni fronda e d'ogni ramo —. Qui — gridai nel mio -pensiero — questo è il luogo! - -E così forte e solenne fu il mio grido interiore, che le poche ville -pretensiose, subito intimorite, si scostarono ognuna dal loro luogo, -e portandosi via le torrette rosse e i cancelletti di ferro battuto, -s'allontanarono e scomparvero; e insieme i pali di ferro e gli alberi -di legno dileguarono; poi dalla terra bigia cominciarono a scaturire -fasce di biancori gelidi che rapidamente al mio sguardo impietrivano -allineandosi in una duplice fuga parallela, accennavano per un istante -l'ondulamento d'un ritmo di danza; poi si arrestarono; elasticamente -immobili e altissimi, guardando tutti a me con le pupille nere e -rettangolari d'un numero infinito di finestre simmetriche: diciotto -e diciotto eccelsi edifizi, in due file che andavano a incontrarsi e -perdersi in direzione delle lontane e invisibili dolcezze delle regioni -lacustri: diciotto e diciotto grattacieli di cemento armato; la mia -creazione: via Belloveso. — Ecco-gridai generosamente al Dàimone — ecco -l'opera nostra! - -— Io non c'entro — rispose. - -Mi voltai verso lui di scatto, dimenticando ch'egli è invisibile. - -— Ma guarda! — incalzai. — Questa è la moderna bellezza. L'opera -nostra: via Belloveso. - -E mi rivolsi a ricontemplarla. Ora alle quarantamila finestre s'erano -affacciate più di quarantamila teste vive d'ogni sesso e d'ogni età: -non già i barbari Biturigi ch'io avevo salutati tra le capanne nel -primo memorabile mattino, ma quaranta migliaia di modernissimi uomini, -donne e fanciulli, che tutti insieme conclamavano verso l'avvenire del -nuovo cuore operoso d'Italia. - -Come fu finito il clamore, e le quarantamila teste s'erano ritirate, -un grigio silenzio tornò a incombere su tutta la pianura, e di là -mi premeva intorno e mi filtrava entro il cuore. La sudicia nebbia -cominciò ad assediare e assaltare le belle case di cinquanta piani. -Le vidi tutte barcollare davanti a' miei occhi inumiditi. Poi apparve -un prodigio: chè ognuno dei piani di quelle parve sfaldarsi dal suo -edificio, e, ogni piano, dico, per conto suo, per ogni parte si venne -spostando qua e là orizzontalmente nell'aria e in aperte volute -calarono a terra e si distesero a occupare tutto il suolo della -pianura: ma ancora di là da essi nuova pianura dilagava, all'infinito, -grigia e molle, tratteggiata innumerevolmente di pali di ferro e -d'alberi di legno: poi il suolo riassorbì anche quella distesa di piani -e rividi tornate le villette tronfie ridere con sofficienza dalle rosse -torrette, in mezzo alla nebbia cinerea che cinge Milano, austera città. - -Io mi alzai, infreddolito e aggranchito. Mi rimisi in sesto stirando le -braccia e battendo i piedi in terra; ma in quel moto mi venne su dal -profondo e scaturì per le fauci e squillò al cielo un ampio, sferico, -fondamentale sbadiglio; uno sbadiglio quale non ricordo d'aver messo -insieme il simile mai nella mia vita: cui risposero vastamente tutti -gli echi della pianura e della lontana invisibile regione lacustre fino -ai primi gioghi dell'Alpe. - -Ecco una voce allegra del Dàimone gridarmi: - -— Così mi piace. Torniamo amici? Questo sbadiglio è il più bel pensiero -che tu abbia fatto da parecchi giorni a questa parte. - -— Così credi? — gli risposi. — Sta bene: facciamo la pace. - -Mentre stavamo per raggiungere le prime vie della città, il Dàimone mi -domandò ancora, con tono malizioso ma con bontà d'intenzione: - -— E Belloveso? - -— Stavo pensando — gli risposi — che sarebbe poco nazionale, e oggi -anche poco politico, riferire troppo solennemente la nascita della -Capitale morale d'Italia a un'origine gallica. - - - - -CAPITOLO QUINTO - -L'ULTIMO VAMPIRO - - -1. - -L'altare. - -S'eleva al mio cospetto la forma di un audace altare, e scintilla di -molti colori: più bassa gli gira attorno un'ara di marmo a venature -violacee con un vasto orlo d'arabeschi dorati; in alto ai due lati -dell'altare quattro marmoree candele hanno per fiamme lampadine -elettriche dall'acuta punta. Anche, a tratti, questo altare suscita -— a me che lo contemplo — la vaga memoria d'un organo, se non che le -canne sono brevi, e variopinte come le piume degli uccelli dei tropici: -lo sfolgorìo dei loro colori s'addoppia riflesso nella superficie di -specchio che riveste tutto lo sfondo dell'altare. - -Tra l'altare e l'ara, _inter aras et altaria_ come dice Plinio il -giovine, e davanti l'ara stessa — verso me che contemplo — officiano, -bizzarramente passando e ripassando con offerte votive, rapidi -sacerdoti vestiti di nero con sprazzi di biancori intorno al collo e -sul petto. - -Così contemplando l'altare, l'ara, l'organo e l'officio, tengo le -spalle appoggiate a una parete di cristallo. Le mie labbra suggono una -bevanda neoromantica il cui sapore cupo non rivela il misterio della -sua origine vegetale o animale. - -È con me Graziano, e con Graziano un terzo di cui non ho capito il -nome. Anche Graziano appoggia le spalle alla parete cristallina. Dietro -noi, di là da quella, s'io mi volto vedo genti di cui m'appaiono i moti -e gli atti senza sentirne le voci: genti occupate a passare, o a star -immote, o, visibilmente, ad aspettare con irrequietudine altre genti. - -Graziano non contempla l'altare. La tesa del cappello gli scende sugli -occhi. Tutto il luogo è abituale per lui. Egli viene ogni giorno qua, -dopo conclusi i suoi negozi più importanti, a riposare e disegnarne -di nuovi. Questa prima sala del Caffè Campari in Milano, città di vita -operosa, è luogo classico per incontri d'affari. - -Infatti Graziano dice: - -— Ci sarebbe un piccolo affare: ho a Caprino Bergamasco dei vagoni di -legna tagliata. La do a undici al quintale. - -— Me ne posso occupare — risposi —. Veramente la legna non è il mio -genere. - -— In affari — ammonisce — non ci sono generi. - -— Come in letteratura? - -Mi guarda ma non replica. Intanto il terzo domandò: - -— Quanti vagoni? - -Questo terzo me lo ha presentato poco fa Graziano. Ha una faccia -incantata, due occhi rossicci, il cappotto spalancato, e la sottoveste -abbottonata a contrattempo: cioè il primo bottone nel secondo occhiello -e così di seguito, in maniera che abbasso a destra avanza un tratto -di sottoveste col bottone e in alto a sinistra avanza un tratto di -sottoveste con l'occhiello. - -— Sei vagoni — rispose Graziano. Al che seguirono poche indicazioni -tecniche. - -Durante queste fui distratto dall'entrare di due fanciulle emaciate e -impennacchiate. Sedettero a un tavolino vicino al nostro, poi si misero -a leggere insieme con grande interesse una lettera, ch'era listata a -lutto. - -Quel terzo annunziò: - -— Vado a fare una telefonata. Ti ritrovo qui? - -— Sì — rispose Graziano — fino alla mezza non mi muovo. - -Il caffè s'andava affollando, e intorno all'ara cresceva il movimento -dei sacerdoti in frack e sparato bianco, correndo in direzioni varie e -gridando i comandi come centurioni in battaglia. - -Graziano ha conosciuto la fama, se non la gloria. Dieci anni sono ha -vinto un campionato ciclistico. Poi cominciava a ingrassare, onde la -sua vita fu diretta verso altre mète. La vigilia della guerra lo trovò -negoziante di accessorî per automobili. La guerra lo ebbe furiere in -un ufficio d'aviazione militare a Roma e gl'insegnò di là le vie della -ricchezza. L'armistizio lo ricondusse a Milano in un'automobile sua. -Tuttavia s'è conservato modesto; non ha preso nè moglie ricca nè amanti -costose, e neppure ha cambiato il sarto, nè si è messo a comperare -romanzi con la copertina illustrata: le quali cose lo distinguono da -altri arricchiti dell'ora presente. - -Dalla partenza del terzo, ho visto in brevissimo tempo ben tre persone -accostarsi successivamente a Graziano, scambiare con lui poche parole -misteriose, andarsene. Dopo ognuno di quegli episodi egli mi ha sorriso -con bontà. Ora pronuncia una sentenza degna dei Savi dell'Ellade: - -— Non c'è che il lavoro che dia delle vere soddisfazioni. - -Le due fanciulle hanno finito di leggere la lettera, il che non le ha -rese più belle nè meno malinconiche. Ora discorrono modestamente col -cameriere. Io, spronato forse dalla sentenza morale del mio compagno, -m'alzo e gli dico: - -— Penserò a quello che mi hai detto: sei vagoni. Ti ritrovo qui stasera? - -— Sì; ogni sera dopo le nove e mezzo, fino alla chiusura. - -— A rivederci. - -Mentre m'avvio, sta rientrando il terzo con la sua sottoveste -abbottonata a contrattempo; siede al mio posto dicendo a Graziano: - -— Ecco qui.... - - -2. - -Uno, il basilisco, e il cameriere Giovanni. - -— L'affare è il meccanismo più semplice del congegno sociale. Consiste -essenzialmente in ciò: comperare a un prezzo, e rivendere subito tutto -a un prezzo più elevato. È l'insegnamento supremo di Ermete Leisterio. - -«L'Affare va poi distinto recisamente dal Lavoro. Il lavoro corrisponde -a una possibilità limitata, l'affare è illimitato, come il Tempo e lo -Spazio, categorie della mente universale. Se un lavoro richiede una -determinabile somma di tempo e di energia, un lavoro doppio richiede -doppio tempo e doppia energia. Invece lo stesso tempo e gli stessi -atti che concludono un affare uguale a dieci, possono concluderne uno -uguale a cento, mille: il campo di potenza d'un uomo d'affari è perciò -illimitato. - -«Ne deriva come primo effetto naturalissimo che l'uomo che fa degli -affari arricchisca infinitamente più di qualunque semplice lavoratore -del braccio o del pensiero; il che spesso dà scandalo a chi non sa -andare al fondo delle cose. E ne deriva come secondo effetto che -l'affare, cioè il comperare e rivendere all'infinito, è l'operazione -umana che gode maggior credito: così diciamo, per esempio, che -l'America è la più grande tra le nazioni (sebbene abbia penuria di -poeti, filosofi e altri uomini d'intelletto) perchè è la nazione -che fa più e più grossi affari: e similmente si afferma che Milano -è la capitale morale d'Italia, perchè è la città italiana in cui più -rapidamente si compera e si rivende. - -«E questa è la ragione per cui mi sono dato agli affari. — - -Così venivo ripensando e in me bene riaffermando i principii generali -che avevano determinato la mia situazione teorica e pratica: e in -questa sboccai dalla Galleria verso piazza della Scala, ove una -superstite simpatia mi soffermò un istante a contemplare le spalle -ammantate di Leonardo, buono amatore d'ogni arte e d'ogni scienza. Poi, -ripreso il cammino, venni più particolarmente a considerare l'affare -che avevo tra mano. - -La mia opera si delineava così: - -1º — Crearmi rapidamente un minimo di competenza riguardo alla legna -tagliata e ai suoi prezzi. - -2º — Andare a Caprino Bergamasco a vedere e valutare i sei vagoni di -Graziano. - -3º — Trovare un compratore. - -4º — Tornare a Caprino Bergamasco e di là spedire la legna al -compratore. - -5º — Ritirare il maggior prezzo da questo e sborsare il minor prezzo a -Graziano. - -In tal modo dividendomi in pensiero il còmpito nelle sue fasi -progressive, mi trovai all'angolo del Cova, storico luogo di sosta di -tutti gli uomini di pensiero e d'azione della Città operosa. - -Ivi ristetti, incerto sulle prime del cammino da prendere: un poco -in disparte tuttavia perchè m'era noto che in quell'ora la miglior -porzione del marciapiede illustre tocca, per diritto consuetudinario, a -un esiguo numero di mortali che di là sanno contemplare la vita fugace -con occhio di semidei. - -Mentre in tal modo me ne stavo, mi si fe' incontro uno, e m'appoggiò -sulla spalla una mano benigna. - -Quali fossero il nome, l'aspetto esteriore e le intime qualità di -quest'uno, non importa al racconto. Disse: - -— Beato te che puoi startene bellimbustando sull'angolo del Cova a -insidiare le succinte passanti. - -Così offeso, mi difesi: - -— Tu t'inganni. Io sono qui da pochi secondi, e di passaggio, e operosi -pensieri mi occupano. Forse la Fortuna ha mandato te incontro ai miei -pensieri. Entriamo: io ti offrirò un americano col seltz, e tu mi darai -in cambio un'informazione. - -Poi che ebbimo libato un sorso della miscela pungente, io entrai subito -nel vivo dell'argomento: - -— Dimmi — gli domandai — tu che sei padre di famiglia: quanto la paghi -la legna al quintale? - -Egli impallidì, poi m'indagò con lo sguardo onde Beatrice guardò Dante -Alighieri quando questi le domandava ragione della levità del proprio -corpo appena assunto al primo dei cieli: cioè — per coloro che non -avessero a fiore della memoria il _Paradiso_ — mi guardò come si guarda -un matto. E mi prese il polso. - -— È regolare — disse tranquillato. — Ti sei dato, come Senofonte a -Scillunte nel suo dopoguerra, alla scienza dell'economia domestica? I -tempi non sono propizi a studi di questo genere. - -— Non divagare — lo interruppi — e rispondi alla mia domanda. - -— Non so risponderti. Non compero legna. In casa mia c'è il -termosifone. Da tre anni è spento, ma c'è: per questo non adopero -legna. - -Ebbi, certo, un aspetto di somma delusione, perchè subito l'amico cercò -di aiutarmi: - -— Aspetta — propose — domandiamo a Carletto. - -Carletto era uno che passava, e che io non conoscevo. Il mio compagno -lo fermò: - -— Dimmi, Carletto, quanto la paghi la legna al quintale? - -Carletto proiettò due occhi quali sogliono proiettarli, nei giorni -di umore più malefico, i giovani basilischi. Questo basilisco bipede, -che aveva aspetto d'uomo e si fermava al nome di Carletto, era avvolto -in un botticelliano cappotto stretto alla vita con una cintura, e la -cintura fermata sul davanti con un fibbione. Divincolandosi in quelle -spire, sibilò: - -— La legna! la legna! La pago quello che mi chiedono, la pago. Chi ne -capisce più niente? - -Intuii subito in Carletto il tipo classico dell'uomo inviperito contro -il proprio tempo. - -Il mio ospite si volse a me desolatamente: - -— Vedi? — gemeva — al giorno d'oggi non c'è sugo. - -Ma subito si distolse da me perchè in quella passava un cameriere, ed -egli nel suo zelo lo arrestò a volo. - -— Mi dica, Giovanni, come farebbe lei per sapere quanto costa oggi la -legna al quintale? - -Il cameriere Giovanni, ciò udendo, si eresse rigidamente sulla -flessuosa persona: bilanciò un istante sopra la palma sinistra il -vassoio, onusto di coppe sottocoppe e lampeggianti caraffe; strinse e -scosse energicamente il tovagliolo che brandiva con la destra; scrutò -fissamente dinanzi a sè l'infinito; indi: - -— L'unica — pronunziò — sarebbe di andare a domandarne a un negozio di -legna. - -Scagliate queste parole, il cameriere Giovanni partì dirittamente -dietro il proprio sguardo. - -Il mio ospite si volse a me con umiltà: - -— Mi dispiace — sospirava — io ci ho messo tutta la buona volontà. -L'americano me lo paghi lo stesso? - - -3. - -Imprevedibile. - -Nel pomeriggio di quel giorno medesimo, dopo un'abbondante colazione -e un degno riposo, che mi rifecero dei faticosi turbamenti della -mattinata, uscii di casa e mi diressi risolutamente a una via ove -sapevo esistere un negozio di legna. - -Confesso che mi avvicinavo con tremore a quel luogo, per me affatto -nuovo. È universale il tremore del nuovo. Ognuno può riscontrarlo -entrando in un caffè, in un salotto, in una biblioteca, in un bar -automatico, in un tribunale civile o penale, in qualunque pubblico o -privato luogo, per la prima volta in vita sua. Tale tremore è fatto -soprattutto di pudore. Io credo che se mi portassero in prigione, -il mio turbamento per questo fatto, che di regola è spiacevole a -ognuno per la sua stessa essenza, si farebbe in me singolarmente -insopportabile per il pensiero che la mia inesperienza del luogo si -traduca in atti goffi che la dimostrino in modo ridicolo ai presenti. -Così avvenne quel giorno, perchè, lo confesso, non ero mai stato in un -negozio di legna. Perciò avvicinandomi rallentavo il passo. - -Ma, giuntovi d'un tratto in vista, il luogo mi colpì subito -gradevolmente. Non c'era vetrina nè sporti e nessuna porta lo chiudeva, -così che dal marciapiede potevo scorgere magnificamente l'interno. - -Era una stanza vasta: per tre lati le pareti fino al soffitto n'erano -coperte di scaffalature, come una biblioteca, ma invece di dorsi di -libri vi si scorgevano ampie distese di sezioni di tronchi di legna. -Ognuna di quelle sezioni appariva figurata a cerchi concentrici in bei -colori caldi, e così sovrapposte e distese in una moltitudine vasta -facevano un bellissimo vedere: impressione di leggerezza e di asciutta -solidità. Un soppalco basso dava ricetto a una bruna e nebulosa -fantasmagoria di fascine. In un angolo in terra tumultuava un cumulo -di ciocchi. Nella parte di fondo era ritagliato un usciolino, tutto -ricinto e come oppresso dalle scaffalature intorno, e di là da quello -profondavasi una regione nerissima e opaca, con polverio di carbone. - -Il luogo mi piacque. Fui lieto d'averlo visto. Ciò mi costituiva -un principio di competenza: mi sovvenni del rimprovero che Antonio -Furetière, uomo litigioso e abate di Chalivoy, mosse a Lafontaine -accusandolo d'ignorare la differenza tra il legno cortecciato e il -legno «marmanteau». Ma scossi subito il ricordo come intempestivo e -inadatto. - -Ho accennato, nella mia sommaria descrizione, a sole tre pareti. La -quarta presentava un particolare sorprendente, cioè era costituita da -un gran tramezzo di tavole in cui s'apriva uno sportello come nelle -banche, o, chi non sia mai stato a una banca, come nei botteghini dei -teatri e nelle biglietterie delle stazioni ferroviarie. Che cosa vi -fosse di là dal finestrino dello sportello non so, chè davanti vi si -pigiavano tre o quattro avventori, e vociferavano. - -Io m'ero già coraggiosamente avanzato fin sul limite del luogo, quando -uno dei vociferanti, ch'era un signore tozzo e con la cispa agli occhi, -si staccò dal gruppo e si volse verso l'uscita. Così m'avvicinò, -e vedendomi fermo e tranquillo mi giudicò, certamente, in ozio. Si -diresse dunque a me con la facilità che muove gli uomini di semplice -natura verso i loro simili, e mi rivolse una domanda; una domanda -inattesa; una domanda paradossale: la quale per qualche minuto mi tenne -come inchiodato davanti a lui per lo stupore. - -La domanda che l'avventore cisposo e socievole rivolse a me innocente, -fu questa: - -— Scusi, signore, quanto la paga lei la legna al quintale? - - -4. - -Colloquio. - -Allo stupore succedette il terrore, perchè era necessario rispondere. - -Ma l'uomo in istato di terrore rifugge dalle soluzioni più semplici -del problema che lo assedia; e non l'uomo soltanto, chè vedemmo gli -uccelletti dal ramo, sgomenti alla vista d'un cobra precipitarsi giù -tra le sue fauci, invece di volar via come sarebbe loro assai facile. -Non pensai di rispondergli che nulla ne sapevo. Sgomento, indugiai; e -più avevo indugiato, e maggiore sentivo l'obbligo critico di dargli una -precisa risposta. In quel punto la memoria offerse d'un tratto al mio -sguardo come in uno specchio l'immagine di Graziano davanti all'altare -dei beveraggi multicolori, fe' risonare a' miei orecchi come da un -fonografo la sua voce quando aveva detto «la do a undici al quintale»: -questo numero s'isolò in me e divenne imperioso e si fece motore della -mia risoluzione e del mio atto sensibile; il quale fu di pronunziare -quella sola parola, che parve una risposta: - -— Undici. - -Il volto dell'Interlocutore si tese tutto e imporporò. Come l'eco -molteplice di certe valli, la bocca smisurata di quel volto mi rimandò -tre volte la mia parola: - -— Undici! undici!! undici!!! - -Ed erano queste voci — al contrario di quelle degli echi molteplici — -in crescendo. All'ultima controrisposi io, ma su un tono più smorzato e -quasi sommesso, rimormorando: - -— Undici. - -Egli implorò: - -— La prego, signore: prendiamo una carrozza, a mie spese, e mi conduca -dove ha comperata la legna a undici. - -— Ah no! — gridai. - -Questo grido m'era sgorgato dall'anima per il ricordo dell'increscioso -sèguito ch'ebbe la mia scarrozzata con uno sconosciuto, come si narra -nel capitolo intitolato «Per Belloveso». - -L'altro s'inalberò: - -— Perchè? - -Non stimai opportuno esporgli la storia di Belloveso. Risposi: - -— Ho fatto un voto. - -— Un voto? - -— Sì: alla Vergine: il voto di non andare più in alcuna carrozza, -pubblica o privata, coperta o scoperta, a uno o a più cavalli, fino a -che non riceva una certa grazia che ho domandata. - -— Io rispetto il suo voto. Andiamo dunque in tranvai. - -— In tranvai?... Non è possibile. - -— Perchè? - -— Veda: sono le sedici e quarantanove. Ho notizia sicura che alle -diciassette scoppierà uno sciopero di tranvieri. - -— Se andassimo a piedi? - -— È troppo lontano, e io ho i piedi anchilosati da certi reumatismi che -ho presi nelle paludi del Tanganika facendo le cacce al pellicano. - -— Mio Dio, se mi desse l'indirizzo, ci vo io. - -— È inutile: quel negoziante non ha più legna. - -— Come lo sa? - -— L'ho comperata tutta io la settimana scorsa. - -— Era molta? - -— Cento quintali. - -— Oh, la prego: mi ceda un po' dei suoi quintali. - -— Li ho consumati tutti. - -— In una settimana? - -— Sì. Faccio delle esperienze, come Bernardo di Palissy. E come lui in -un giorno famoso di cui si narra la storia nelle letture anglicane, -così è avvenuto a me l'altro ieri: ho finito di bruciare i cento -quintali, nonchè la scrivania, le poltrone, l'impiantito, i battenti -degli usci, i ritratti di famiglia, il cavallo a dondolo di mio figlio -e il pianoforte a coda di mia moglie. - -Allora l'Interlocutore mi domandò con aria ambiguamente satura di -velenose intenzioni: - -— Lei non è di Milano, signore? - -— Mi aspettavo — lo rimproverai — un'altra domanda. - -— Quale? - -— Lei doveva domandarmi se, dopo tanto sacrificio di combustibili -varii, la mia esperienza è riuscita, come a Palissy quando inventò lo -smalto per le ceramiche. - -— Le dicevo che non è di Milano, perchè altrimenti saprebbe, caro il -mio signore, che con i Milanesi non si scherza: e sia contento che ne -ha trovato uno di pasta buona. - -Ciò detto, con una smorfia di disprezzo mi abbandonò. S'avviò a passi -obliqui fino a raggiungere le rotaie del tranvai, guatandone uno che -arrivava di corsa al fondo della via. Come il tranvai fu giunto a -tiro, l'uomo si precipitò a testa bassa come un toro contro il suo -fianco, agguantò energicamente la sbarra d'ottone, piantò un piede sul -predellino, si tirò su descrivendo con tutto il corpo un mezzo giro -spirale: e mentre il tranvai continuava fulmineo, di là ebbe ancora la -forza di farmi un gesto sconcio con l'avambraccio, finchè la sua figura -oscena si smarrì nelle lontananze vorticose e scomparve. - - -5. - -Convinzioni. - -Mi sono quasi convinto che prima di addentrarmi nella questione dei -prezzi è meglio che faccia la gita a Caprino Bergamasco. - -Stasera da Graziano mi farò dare i particolari necessari. Per ora, in -piedi davanti a un bancone dell'Agenzia di viaggi, mettendo insieme -le varie informazioni avute or ora agli sportelli, e con l'aiuto di un -orario delle ferrovie e di una carta della Lombardia, sono riuscito a -stabilire che per andare a Caprino Bergamasco, rimanervi qualche ora, -e tornare, mi occorrono tre giorni. Peccato che Graziano i suoi vagoni -non li abbia a Napoli! Ci metterei lo stesso tempo e mi divertirei di -più. - -Ma intanto mi son quasi convinto che prima di fare la gita a Caprino è -meglio esaurire la questione dei prezzi. - -Ora è tardi. A domani. E stasera anderò a cercare Graziano per studiar -bene il problema. - - -6. - -Il vampirismo. - -Nella luce elettrica l'altare s'è irrigidito. Ha assunto un aspetto -ostile. I bei colori iridescenti del mattino si son fatti venefici. - -Graziano mi guarda con aria stupita. Perchè io gli ho annunziato: - -— Posso andarci domani a Caprino Bergamasco. - -Il suo volto continua a mostrarsi immemore, ond'io credo opportuno -ripetere: - -— Ci vado domani, che è sabato, e lunedì sera sono di ritorno. Nota -che per domenica avevo un invito a pranzo e domani c'è un concerto -importante al Conservatorio e ci tenevo a sentirlo, ma gli affari -innanzi tutto: ho scritto per disimpegnarmi dall'invito, e ho regalato -il biglietto per il concerto, che avevo già comperato. - -— E, scusa, cosa ci vai a fare a Caprino Bergamasco? - -— Ma per il tuo affare: i sei vagoni di legna. - -— Arrivi tardi: li ho già venduti. - -— Ah!... - -— Sai chi m'ha fatto l'affare? Il Cosi, quello di stamattina, ricordi? - -— Quello con la sottoveste abbottonata a contrattempo? - -— Sarà. Ti ricordi che è andato a telefonare? Era per quello. È -tornato, l'hai visto, e l'affare era fatto. Ma questa è robetta, non ti -ci confondere. Aspetta qualche cosa di più grosso. - -— Hai ragione. - -Aveva ragione. Nel silenzio che seguì, pensai ai vampiri: al -_Phillostoma spectrum_ dei naturalisti, e al suo fabuloso consanguineo -delle leggende schiavone e moreane. Avevo letto in un giornale una -violenta campagna contro i mediatori, il cui intervento nefasto è una -delle principali cagioni del disagio postguerresco; ed eran paragonati -ai vampiri. Il vampiro sorge notturnamente dai sepolcri e va sul mondo -a succhiare il sangue degli addormentati. Con questa immagine in capo, -come darmi a cosiffatti affari? No. No. Salvo, come consiglia Graziano, -che siano grandi. Bisogna riuscire al grande, o nel bene o nel male. -Comperare e rivendere, in un colpo, non sei vagoni di legna, ma, che -so io? tutta la produzione d'un popolo, oppure tutto un esercito: -appaltare una guerra, o una rivoluzione; comperare e rivendere un -impero, una religione.... Oscurare così, con una impresa enorme, alla -soglia dell'èra nuova, tutto questo minuto e caduco vampirismo da -caffè. Essere il semidio del Vampirismo. Il Vampirismo si sarebbe fatto -eroico, e poi sarebbe morto, con me. - -Anche Apollo, racconta Heine, decapitato dai cristiani del terzo secolo -trasformossi in vampiro. - -Graziano è quasi addormentato. Ma le lampade della sala cominciano qua -e là a spegnersi e riaccendersi, ch'è il segnale postbellico della -chiusura. Di là dai cristalli le saracinesche tempestano. Qualcuno -degli avventori nicchia e imbroncia come i bambini all'ora d'andare -a letto. Ma i camerieri devastano e denudano i tavolini, le luci -ricominciano più nervosamente il loro giuoco, poi la sala rimane nella -penombra: tutti questi segni riescono a farci sentire che là dentro -non siamo più graditi; bisogna andarsene. Si esce, curvandoci sotto la -saracinesca abbassata a mezzo. - -Accompagno per un tratto Graziano. Traversata piazza del Duomo, -c'introduciamo in certe vie oscure. - -Ed ecco, in una di queste vie, entro il ritaglio d'un portone chiuso -vediamo muovere alcune larve, e da quelle staccarsi una forma e far -cenno di rivolgersi a noi, che subito ci fermiamo. - -Erano una donna anziana e tre donne giovani. Quella che s'era mossa era -l'anziana; e ora parlava, e disse: - -— Li prego, signori, d'una carità. Noi stiamo a porta Romana, ma poco -fa abbiamo fatto un brutto incontro e ora le mie ragazze hanno paura. -Se loro vanno da quella parte, se volessero accompagnarci.... - -Noi non andavamo precisamente da quella parte, ma Graziano disse: - -— Avanti pure! - -Anzi si mise senz'altro familiarmente in mezzo a due delle giovani -prendendole sotto il braccio una per parte, e così s'avviarono. Io -non osai tanta familiarità con l'anziana e con la giovane superstite. -Graziano dunque con le due angiole apriva la marcia, quasi in linea con -essi un poco in disparte andava la terza, e io e l'anziana chiudevamo -il corteo. - -Tanto per dir qualche cosa io domandai: - -— Loro stanno a Porta Romana? - -— No.... cioè sì.... da quella parte, insomma. - -— E queste signorine sono le sue figlie? - -— È come se lo fossero. Ma quando si nasce disgraziati, caro -signore.... Pensi che fino a ieri stavamo tanto bene, eravamo in via -Visconti, dove abbiamo sempre lavorato onestamente senza far male -a nessuno: ma la disgrazia ci ha fatto conoscere un delegato della -polizia, che dio lo stramaledica, che veniva una volta la settimana, il -mercoledì, per la Flora; e un bel giorno avendo bisogno d'un alloggio, -come succede, s'è messo a perseguitarci, e con la scusa che non avevamo -la patente in regola (e io neppure lo sapevo, ma mi fidavo di lui) -mi ha fatto sfrattare dal padrone di casa, da un giorno all'altro. Io -le ho detto una piccola bugia, non è vero che stiamo a Porta Romana, -stiamo sul lastrico, io e queste povere figlie: e per mettere in regola -la patente, se no eran guai, ho dovuto far la dichiarazione che i -mobili erano della casa, e non era vero. Ora siamo in perfetta regola, -ma senza un buco da dormire e da ricevere, senza un lenzuolo, nè una -catinella da lavarsi la faccia e il resto: e denari ce ne ho, alla -banca, ma non s'è trovato una stanza girando tutto il giorno, tanto più -volendo stare unite se no quelle figliole mi si perdono. Oh, signore, e -pensare che io non sono mai stata d'accordo con quelli che volevano la -guerra, e non mi meritavo davvero di trovarmi in questi stati. - -Ella piangeva e io non sapevo come consolarla. Le due angiole ai -fianchi di Graziano ogni tanto uscivano in una risata scordata: la -superstite camminava sonnambolicamente, giù dal marciapiede, mormorando -una nenia in un idioma somigliante al francese. Lungo il nostro -cammino s'alternavano luci e tenebre sregolatamente. Ogni tanto vedevo -scivolare lungo i muri un pallido lèmure. - -Ora la matrona, asciugata una lagrima fumante, riprese: - -— Lei, forse, signore, potrebbe aiutarmi. - -— Come?! - -— Sì, loro che son uomini di mondo, e girano, gente che sa gli -affari... se trovasse un posto adatto per collocarci tutte insieme -al più presto possibile.... non avrebbe poi da trovarsene scontento. -O magari collocarmi provvisoriamente in qualche buona casa le tre -ragazze, intanto che io mi sistemo: lei mi capisce, piange il cuore a -lasciare lì tutto quel capitale morto.... Ci pensi, signore: s'intende, -col suo interesse. - -Graziano aveva sentito, perchè si voltò, e tutto giocondo mi gridò: - -— Pensaci: ecco un affare. - -Eravamo arrivati alla sua casa. Egli svincolò le sue braccia da -quelle delle ragazze, e introducendo la chiave nella toppa del portone -annunziò: - -— Intanto queste due qui per questa notte penso io a dargli da dormire. -Lei, madama, passi a prenderle domattina alle sette. - -— Benissimo, e buona notte. E lei, signore, da che parte va? - -Queste parole erano rivolte a me che tacevo. Io ebbi la prontezza di -rispondere: - -— Bisogna che la lasci, signora, perchè mi viene in mente che ho un -appuntamento importante. - -— E al mio affare, quello che lo ho detto, ci penserà? - -— Non è il mio genere, signora. Io ho dovuto specializzarmi. - - - - -CAPITOLO SESTO - -L'ISOLA DI IRENE - - -1. - -Chiarimento storico. - -Andando io verso la Galleria, per uno de' miei appuntamenti operosi, -l'ingresso n'era sbarrato da una fila di sorridenti soldati. - -Di là da essa fila vedevo gente gesticolare, e gridavano moderatamente. -Qualcuno, dopo aver gridato, usciva dalla Galleria e veniva a -mescolarsi con la folla di piazza della Scala, ov'io ero. - -Anche qui c'era gente che gridava, ma più forte; e molti, così -vociferando, guardavano verso quel palazzo che nel maturo Rinascimento -l'operoso genovese Tomaso Marino si fè costruire per propria dimora; ma -nel tempo di cui parlo era, ed è oggi ancora, sede della municipalità -di Milano. - -V'erano anche taluni che invece di gridare e guardare le finestre del -palazzo, tentavano d'entrare nella Galleria: se non che quei sorridenti -soldati, i quali ne lasciavano uscire chiunque, non vi lasciavano -per contro entrare persona. Era matematico che con un tale sistema la -Galleria, in un lasso imprecisato di tempo, avrebbe finito con l'essere -sgombra. - -Ma l'occupare o lo sgombrare Galleria Vittorio Emanuele non erano le -tesi principali su cui stavan divisi gli animi in quel pomeriggio, -che fu nel febbraio del primo anno del dopoguerra. Trattavasi d'una -questione di bandiere. - -C'era in quel tempo (e c'è oggi ancora; ma poichè un giorno, come -ogni cosa mortale, non sarà più, mi piace lasciarne in queste storie -il curioso ricordo) c'era dunque quella specie di parte politica, -acceso avanzo dei recenti spiriti di guerra, denominata «fascismo», e -trovavasi in reciso contrasto di atteggiamenti con il rivoluzionarismo -comunista. Ora, appunto quel giorno era avvenuto che i fascisti -avessero bruciato una bandiera rossa, e similmente i rivoluzionari -avessero bruciato una bandiera tricolore. Tuttavia nè gli uni nè gli -altri erano paghi dell'equilibrio così stabilito. Di qui il tumulto. -Perchè in quell'epoca storica, e poi per qualche tempo ancora, tali -gare pittoresche furono il segno più visibile del travaglio politico -dell'epoca: il quale era in realtà, ed è, assai più profondo e fecondo, -come il sèguito degli avvenimenti dimostrerà a quanti avranno la -fortuna di sopravvivere per qualche anno. - -I cittadini d'Italia — cioè coloro che non avevano una fede assoluta -in alcuna delle tesi politiche in contrasto — erano mossi da un -solo spassionato desiderio: il desiderio che una qualunque delle due -bandiere — oppure una terza, o una quarta, o una ennesima — riuscisse a -bruciare tutte le altre e imporsi amabilmente sul paese, che appariva -abbandonato a se stesso e alla malfida signoria del dio Caso. Ma -nessuna bandiera osava assumersi un così onorevole còmpito. - -Non ignoro che se queste pagine saranno lette da qualche curioso tra -molti anni, forse egli trarrà da alcune delle mie parole ragioni -d'incertezza e di dubbio. Ho nominato il tricolore fascista. Ma a -quel tempo non c'era — si domanderà quel postero dubitoso — non c'era -appunto un tricolore ufficiale, da cui moveva il reggimento della cosa -pubblica? il «fascismo» era dunque al potere? - -No. Nessuno dei lettori odierni può confondere il tricolore ufficiale -con quello politico di cui ho parlato, e ch'era stato bruciato -dai rossi; nè i rossi avevano compiuto un siffatto olocausto come -manifestazione ostile al Governo. In quel tempo, del tricolore -ufficiale governativo non sopravviveva che l'asta: e si badi bene -di non intendere questa governante asta come simbolo di inflessibile -rigidità. - - -2. - -Spirito d'avventura. - -Dalla parte di San Fedele — crescendo il vocìo e moltiplicandosi -qua e là per la piazza episodi personali e violenti — cominciarono a -scaturire gruppi di militi, meno sorridenti di quelli che chiudevano il -passo alla Galleria: e a ognuno di quegli arrivi nascevano d'improvviso -sussultori impeti entro la folla, nei quali sussulti qualche fianco -s'ammaccava e qualche gola tramutava il grido di parte in imprecazione -di dolore. Allora alcune donne e giovinette, che qua e là s'erano -spinte avanti, rinculavano verso il fondo della piazza strillando -come ninfe sorprese dai satiri o galline investite da una bicicletta: -poi, appena riagguagliatosi il movimento, tornavano a ficcarsi -innanzi con pertinacia degna d'un sesso più costante e di moventi -più efficaci. Ma d'un tratto con duro ansimar di motore sgorgò sulla -piazza un'autopompa; un getto d'acqua salì altissimo a brillare al sole -invernale e ricadde con fredda eleganza sui gruppi centrali della folla -animosa. - -C'è chi sostiene che nelle pubbliche dimostrazioni una pompa -lanciatrice di pura acqua di fonte faccia più paura d'una -mitragliatrice. Non so che cosa sarebbe avvenuto all'apparire -d'una mitragliatrice: al primo lampeggiare dell'acqua fui travolto -improvvisamente da una fuga ruinosa. Mi sentii come trainato e sommerso -in una corrente, sbattuto contro un muro, sollevato a mezz'aria e -alfine precipitato in un vano. Solo allora potei sciogliermi, sollevare -il capo, guardarmi attorno. Eravamo, otto o dieci, nell'atrio d'una -casa, e due de' miei accidentali compagni stavano precipitosamente -serrando e sprangando il portone. - -Come fummo separati dal rimanente universo, tendemmo l'orecchio. - -Fuori il fragore dei marosi politici si andava qua e là punteggiando -di spari secchi; ogni tanto gli spari cessavano, poi riprendevano; ogni -tanto dall'urlo scaturivano strilli. - -Uno dei due che avevan chiuso, com'ebbe contemplato irosamente -l'effetto della savia operazione ruggì: - -— Mascalzoni! - -Non appurai se l'apostrofe fosse diretta all'una, oppure all'altra, -delle fazioni dimostranti, o ai pompieri, o a tutta insieme l'umanità -tumultuante nelle piazze e nelle vie a preparare l'età nuova: non -approfondii questo punto, perchè in quell'istante mi occupò un altro -problema. Il mio primo movimento — appena il mio corpo si trovò sciolto -dall'amalgama umano e rifatto individuo — il mio primo affettuoso -movimento era stato di correr con le mani alla tasca a cercarvi il -pacchetto delle sigarette. - -Ma esso era tutto miserevolmente schiacciato. - -Di sigarette non n'era rimasta intera e fruibile neppur una. - -Esclamai: - -— Questo sì mi dispiace. - -Il duro sbarrator di portoni mi gettò un'occhiata sprezzante. - -Ma un terzo, che doveva aver assistito con simpatia al mio dramma, si -fece avanti con un sorriso e un portasigarette aperto e ricolmo, e mi -porse l'uno e l'altro invitandomi: - -— La prego, si serva. - -Intanto il rumore delle strade pareva allontanarsi. Io m'ero seduto -sul primo gradino d'una scala che metteva in quell'atrio. Gli spari -cessarono del tutto. Qualcuno dei più curiosi propose di aprire il -portone, ma l'arrabbiato non volle. L'uomo tranquillo che mi aveva -offerto una sigaretta, venne a sedere, anch'egli fumando, accanto a me -sul gradino, e mi disse con grande serenità: - -— Da otto giorni non piove, per questo fa tanto freddo. - -Questa superiorità ci affratellò, improvvisamente ci distinse e separò -dal gruppo dei curiosi e degli affannati. Assaporammo l'inattesa -fratellanza fumando per un poco in silenzio. - -Fu riaperto il portone. Uscimmo tutti. Il tumulto era finito. La piazza -era un lago. - -— Lei da che parte è diretto? — mi domandò il mio compagno. - -— Avevo un appuntamento d'affari, ma ormai è tardi. Anderò a pranzo in -qualche trattoria. - -— Perchè non viene alla mia pensione? - -— Dove? - -— Si fidi di me: si troverà bene. - -Un invincibile spirito di avventura ha sempre spinto la mia vita ad -accogliere di buona voglia ogni invito dell'imprevisto. Accettai; e -docilmente seguii colui che m'avea soccorso in un momento difficile -della vita. - -Camminando a fianco a fianco con lui, m'aspettavo ch'egli mi si -presentasse; e perdurando il silenzio, mi domandavo che cosa lo -tratteneva ancora dal compiere quel dovere elementare. Più in là mi -risposi che forse egli aspettava mi presentassi io. Poco profondo in -tale materia, deplorai di non possedere qualche principio generale di -cui poter compiere dialetticamente l'applicazione al caso presente. - -Mentre in questi pensieri tacito combattevo entro me, eravamo giunti, -ch'io non m'ero reso conto del cammino percorso, alla mèta a me ignota. - -— Eccoci. - -Salimmo una scala stretta e chiara quali usano nelle modernissime -case delle città operose, cioè con le pareti a mattonelle bianche -lisce e lucidissime, da parer perpetuamente bagnate, e danno tutte -un'invincibile impressione di waterclosets ben tenuti. Al secondo piano -entrammo in un lindo appartamento; nell'anticamera c'era una specie -di palmizio. La mia guida s'affacciò a un uscio avvertendo: — C'è un -signore che rimane a pranzo, è con me — poi mi scortò a un salottino -con un piccolo divano messo d'angolo in un canto e dietro il divano -un alto specchio molato sormontato da una minacciosa aquila di legno. -Entrò una signora assai giovane, ma piuttosto grassa, e la mia guida -proclamò: - -— La signora Irene, la nostra padrona. - -Stimai opportuno, inchinandomi, di mormorare approssimativamente il mio -cognome. - -— Lei è di Milano? - -— Sono qui da un mese. - -La signora Irene si volse all'introduttore: - -— Questo signore rimarrà dei nostri? - -— Lo spero — rispose l'altro, — mi pare che ci abbia una eccellente -disposizione. - -Io trasecolai. - - -3. - -Il primo e il secondo. - -Trasecolai, e credo che con la persona mi ritraessi in un improvviso -moto di diffidenza: quasi temevo oscuramente d'essere giunto a chi sa -quale turpe agguato. La mia guida disse: - -— Con permesso. - -E se n'andò verso le stanze interne di quella dimora misteriosa. Ciò -aumentò il mio turbamento, anche perchè le donne grassocce non mi -piacciono. Ma quasi subito dall'anticamera entrò un uomo grave, e la -signora me lo presentò: - -— Questo è Giulio, mio marito. - -E subito aggiunse: - -— Il mio secondo marito. - -Dopo il consueto convenevole anche il nuovo venuto scomparve dalla -parte ond'era uscito l'altro. Io e la vedova rimaritata rimanemmo soli. -Mi risolsi a sedermi. E nell'anticamera sentii sorgere una voce bassa -che canterellava un'aria della _Nina_ di Paisiello, e si avvicinava: -la quale cantilena s'interruppe nel momento in cui balzò di lì nel -salottino un nuovo personaggio, piccolo, panciuto, vivace, che quasi -in ritmo di danza si chinò davanti alla signora, le baciò la mano, e le -domandò: - -— Come state, donna Irene? - -Donna Irene me lo presentò: - -— Il signor Pietro. - -E subito aggiunse: - -— Il mio primo marito. - -Sentii il mio volto impallidire, i capelli drizzarmisi tragicamente sul -capo. Un vento gelido mi soffiò sulla fronte. - -Ma il signor Pietro non era uno spettro, perchè gli spettri, quando se -ne vanno, scompaiono silenziosamente dalla vista dei mortali; invece -il primo marito della vedova rimaritata chiese cerimoniosamente licenza -d'andare a lavarsi le mani (cosa che gli spettri non fanno), mi salutò -porgendomi la destra di quelle (ed era calda e carnosa) e uscendo -riprese a mezza voce la canzoncina interrotta nell'anticamera. - -Tutti questi sintomi di vita normale valsero a temperare alquanto il -gelido terrore che mi aveva sconvolto. Ripresi un sufficiente dominio -di me medesimo. Ma sentii che questa volta il silenzio tra me e donna -Irene sarebbe stato insostenibile. Era necessario ch'io squarciassi -i veli che si addensavano intorno a me. M'imposi di avviare una -conversazione. E le domandai: - -— Dov'è stata in campagna l'estate scorsa, signora? - -Ella aggrottò un momento le ciglia come per ricordarsi, poi d'un tratto -sospirò: - -— Ah non mi parli dell'estate scorsa. - -Mi sentii smontato. Ma con uno sforzo mi ripresi, e ritornai per un -altro varco all'assalto. - -— Dove andrà in campagna l'estate prossima, signora? - -La interrogata questa volta sorrise; tuttavia mi raccomandò: - -— Non mi parli della villeggiatura dell'estate prossima. - -— Scusi — mi ribellai, — ma di che villeggiatura le debbo parlare? - -— Dunque lei — replicò con grande ragionevolezza donna Irene — lei ha -proprio la necessità di parlare di villeggiatura? - -Questa osservazione mi colpì in pieno, mi rivelò che fino a -quell'istante, senza ch'io me ne avvedessi, i miei spiriti erano -rimasti in una condizione di turbamento profondo, e avevo parlato come -ebro. - -— Ha ragione, signora — gridai. — E io non vorrei ch'ella credesse -ch'io ho l'idea fissa della villeggiatura. No. Non ne parlo mai. -Non ci penso mai. Non ci vado neppure, per ragioni profonde che ho -spiegate in un mio racconto intitolato «Florestano e le chiavi», che -mi permetto di raccomandarle perchè non scrivo più e mi son dato agli -affari. Così, com'ella vede, con un brevissimo intreccio di parole -la ho messa al corrente di me, della mia indole, del mio passato e -del mio presente. L'avvenire è sulle ginocchia di Zeus. Le dirò una -cosa ancora: la occupazione principale cui la sorte ha votato la mia -vita, nelle ore d'ozio, è quella di ascoltare. Lei non può immaginare -quanto io ascolti. Tutti, di giorno e di notte, d'estate e d'inverno, e -anche nelle stagioni intermedie, mi narrano, e io ascolto. Mi narrano -la loro vita le loro speranze i loro affanni le loro crisi le loro -perversioni spirituali sessuali cerebrali, e io ascolto ascolto tutto, -tutti, tutte: idioti e sapienti, infanti e decrepiti, uomini donne -invertiti, cortigiane fanciulle semifanciulle, mogli, avole, vedove -semplici, vedove rimaritate. Se lei, signora, appartiene a una di -queste categorie, mi parli di sè, e io la ascolterò. Se appartiene a -una categoria diversa, ch'io abbia dimenticata o mi sia ancora ignota, -racconti racconti, e io avrò una sottospecie di più da aggiungere alle -varietà delle persone che mi hanno raccontato i fatti loro. Intanto, se -permette, fumo una sigaretta. - -Così dicendo mi ricordai che n'ero sprovvisto. Prima però che rivelassi -alla donna questa difficoltà all'attuazione del mio proposito, ella me -ne aveva porta una scatola colma. Ma frattanto l'incidente, richiamando -improvviso al mio pensiero la scena di mezz'ora prima, sotto il -portone, dopo i tumulti politici di piazza della Scala, mi fece -sentire d'un tratto ch'io non sapevo dove fossi, neppure in qual via -o quartiere della città, nè per che scopo gli dèi mi avessero posto di -fronte a donna Irene. Mi sentii fuori del tempo e del mondo. - -La signora sorrise. Sorrise come sorridono tutte le donne piccole e -grassocce, cioè non con gli occhi e la bocca soli, ma con gli zigomi, -con le guance e con tutto il seno. Poi disse: - -— Fino a sei mesi fa ho vissuto in provincia, e non conta. Sei mesi fa -sono venuta a stare a Milano con mio marito, il mio primo marito.... - -Questa parola produsse automaticamente sul mio volto un'aria contrita -e commossa quale si usa quando una vedova parla del marito defunto. -Ma subito ricordai che il marito defunto mi aveva stretto la mano -pochi minuti prima e se n'era andato cantando la _Nina_ di Paisiello. -Allora m'affrettai a tornare sorridente e attento. Fu lo specchio, -sotto l'artiglio dell'aquila scolpita, a rilevarmi queste successive -espressioni del mio volto. La signora non s'era avvista della mia -momentanea distrazione. - -— Ci siamo portati, naturalmente, il nostro bambino che ha due anni. Ma -a Milano a grande stento abbiamo trovato una camera, una sola, piccola -e brutta, ci vivevamo in tre, stretti, malissimo, come può immaginare. -E fu inutile ogni nostra più affannosa ricerca di un quartierino. -Mio marito aveva un amico, Giulio, che era scapolo e solo e aveva un -appartamento grande, questo qui. Allora, com'era giusto, ho divorziato -da Pietro e ho sposato Giulio. - -— Divorziato! - -— Divorzio privato, si capisce: quando verrà il divorzio legale, se -intanto la crisi degli alloggi non sarà risolta, faremo anche quello. -E amichevole. Qui c'erano stanze in soprannumero: abbiamo aperto una -piccola pensione: uno dei primi pensionanti sa chi fu? Pietro. - -— Il defunto? - -— Come sarebbe a dire? - -— Niente. Ciò che lei mi ha narrato, signora, è estremamente attuale e -patetico. - -— Tutto questo ci ha dato delle idee: una magnifica idea: è a -quest'idea, suppongo, che debbo la sua presenza qui. - -— La mia presenza?... - -Ma mentre aspettavo l'agognata spiegazione, entrò la cameriera ad -annunciare che il pranzo era servito. La signora s'avviò, la seguii; -mentre giungevamo in sala da pranzo, da usci varî contemporaneamente vi -sgorgavano tutti i commensali, cioè, oltre la mia guida e i due mariti -di donna Irene, tre altre persone, tra le quali una donna. - - -4. - -Cenacolo platonico. - -C'era una tavola rettangolare attorno a cui sedemmo tutti, cioè: nel -mezzo d'uno dei lati lunghi la signora Irene, con a destra un prete e -a sinistra il signor Pietro, che continuava a canterellare nei brevi -intervalli tra un boccone e l'altro o tra una parola e l'altra. Io in -faccia alla signora, alla mia destra una donna o fanciulla piuttosto -piacevole, alla mia sinistra un signore importante con barba assira -e redingote. Ai due lati più corti sedevano da una parte il presente -marito di Irene, dall'altra il mio introduttore, che poco di poi sentii -chiamarsi Gionata. - -Da principio mangiammo in silenzio. Io cercavo di occuparmi della mia -sorridente e serpeggiante vicina. Le prime parole che udii chiare tra -quei croscìi di mascelle, uscirono dalla bocca del più silenzioso tra -tutti, cioè Giulio, cioè l'attuale marito, persona grave; e fu una -parola gastronomica, la quale ebbe per argomento il grado di cottura -del pollo che stavamo mangiando. Fin qui nulla di strano: ma dopo -quella osservazione culinaria io ne aspettavo un'altra, di natura -economica. Tornato ormai da un mese dal fronte, non era passato giorno -che a tavola, o fossi in casa mia o in casa d'altri o alla trattoria, -a ogni cibo, animale o vegetale, semplice o complicato, crudo o cotto, -io non avessi sentito parlare del rincaro del genere. E da quel giorno -a oggi che scrivo son passati altri quindici mesi, che è a dire circa -cinquecento giorni, cioè quasi mille pasti: il che importa che, dal -mio ritorno, più di mille volte ho sentito discorrere del rincaro degli -alimenti, e similmente, in tutte le altre contingenze quotidiane, del -rincaro di tutte l'altre cose necessarie o superflue; e sono rassegnato -ormai a sentirmi esporre per tutta la vita fino alla più tarda età -(perchè tutti i chiromanti sono concordi a concedermi una lunghissima -esistenza) il confronto tra i prezzi nuovi e quelli anteriori al 1914. - -In quel tempo, poichè il supplizio durava da soli trenta giorni, non mi -ero ancora adattato: perciò con piacevole maraviglia udii le parole di -Giulio, e le poche di alcuni commensali che gli risposero, contenersi -nella cerchia gastronomica, cioè nella pura estetica. Maggiori -maraviglie mi preparava quella conversazione conviviale. Un uscio, -passandone la cameriera che ci serviva, cigolò. Il signor Pietro da -uomo pratico osservò che occorreva unger d'olio l'arpione. La signora -Irene da donna romantica, quali sono tutte le donne un po' grasse, -disse morbidamente: - -— Pare che si lamenti d'un abbandono. - -Allora colui che m'aveva offerto una sigaretta all'uscire dal -naufragio, colui che m'aveva introdotto in quel ritiro arcano, colui -che si chiamava Gionata come l'inventore di Gulliver e il figlio di -Saul, parlò, e disse: - -— La sua osservazione, donna Irene, mi richiama a uno dei problemi -che da qualche tempo più mi torturano. Ed è questo: se un uscio avesse -senso e sentimento, e perciò fantasia e desiderio, preferirebbe esser -chiuso o essere aperto? - -Io lo guardai con estasi. Gli altri non parvero maravigliarsi del -tormento spirituale di Gionata. - -— Ho dato — continuò — una soluzione provvisoria al problema. È -necessario stabilire se la natura, cioè il fine, dell'uscio, è di -separare o di congiungere. Seguitemi. L'uscio in quanto è un vano -lasciato in una parete, ha lo scopo manifesto di far comunicare -una stanza con l'altra. Ma l'uscio in quanto battente ha l'ufficio -contrario, cioè quello di poter interrompere temporaneamente detta -comunicazione ricostituendo l'interrotta unità della parete. Quando -l'uscio è chiuso il vano è inutile: quando l'uscio è aperto il battente -è inutile. - -Assaporò un sorso di luminoso Chianti. Il signor Pietro canticchiava la -cavatina del Don Pasquale, le cui note furono subito novamente dominate -dalla parlante voce di Gionata: - -— Ma l'uscio è una unità metafisicamente inscindibile di vano e -battente: l'uscio dunque, immaginandolo sensibile, l'uscio nella -sua totalità personale dovrebb'essere tormentato da un perpetuo e -insuperabile dissidio interiore. - -Seguì un silenzio, perchè nessuno ebbe parola da opporre alla -dialettica di Gionata, che si dimostrava esperto nelle più fini e -feconde pratiche del filosofare. - -Dopo un istante di silenzio, e avendo ingoiato una sanguigna targa di -barbabietola, egli ci offrì un corollario immaginoso: - -— Quando cigola dolorosamente, che cosa cigola dell'uscio? L'arpione, o -ganghero che dir si voglia. Cioè, precisamente il punto per cui le due -nature si congegnano, per cui il battente si connette col vano. - -La mia natura d'uomo pratico — non si dimentichi che in quel tempo io -m'ero tutto dedito agli affari-mi fe' cercare un'applicazione politica -alla loica disinteressata di Gionata. Esordii: - -— La sua acuminosa osservazione, signor Gionata, può trovare un -riscontro curioso nel presente stato sociale. - -A queste mie parole vidi dipingersi sul volto di tutti i commensali -un'aspettazione vigile. Tutti s'interruppero nell'operazione -che stavano compiendo: e in tal modo, chi col bicchiere in mano -a mezz'aria, chi con la forchetta infilata in un boccone, chi -col tovagliolo alla bocca, impietriti ciascuno nell'atto suo, mi -guardarono. Sulle labbra d'Irene vagolò un sorriso materno. - -— Poichè noi viviamo oggi in un'epoca di faticosa transizione.... - -A questo punto del mio secondo esordio, due o tre colpi di tosse, -manifestamente artificiale, si fecero udire da punti diversi della -tavola. Io incauto continuavo: - -— .... e poichè il tenebroso travaglio in cui ci ha gettati la -guerra, sia per la sua necessità, sia per gli errori di certe sue -conclusioni.... - -Un urlo m'interruppe, ma urlo giocondo: - -— Paghi! - -E due altri lo echeggiarono: - -— Paghi!! Deve pagare!!! - -Io guardai intontito verso Irene. Ella abbozzò una languida difesa: - -— Il signore, certo, non sa.... - -— L'ignoranza della legge non è ammessa — tonò Pietro. - -— Forse — disse Gionata — la colpa è mia, che non la ho avvertita. Lei -deve sapere che qui è proibito, sotto pena del pagamento di bottiglie -due, di parlare, in bene o in male, seriamente o facetamente, a lungo o -con una sola allusione, delle condizioni della vita presente. - -— Divinamente — gridai —: la legge mi piace a maraviglia, e mi permetto -di non accettare la difesa di donna Irene, anzi la prego di disporre -per la immediata esecuzione della pena. - -Donna Irene fe' cenno alla cameriera e comparvero due vetuste bottiglie -di vino rosato. L'assiro che sedeva alla mia sinistra osservò: - -— Ciò non diminuisce la colpa di Gionata: secondo me, deve pagare anche -lui. - -I commensali acclamarono, e mentre già il vino roseo della mia multa -circolava, la cameriera sollecita aveva messo in fresco due bottiglie -di champagne per conto di Gionata. - -— Non creda — disse questi a me — che la detta legge sia isolata e per -sè stante. Non è se non la conseguenza d'una norma più ampia, che è la -ragione stessa della nostra riunione. Qui — e si fece solenne — qui non -può trovarsi e frequentare se non una sola categoria ristrettissima -di persone: cioè, le rare persone che sono soddisfatte, per qualche -ragione, dell'attuale stato di cose. - -— Mi pare — obiettai — che non siano rare. I fornitori e arricchiti -d'ogni genere, i mercanti di mode, i politicanti socialisti e popolari, -i lavoratori del.... - -— No, no — m'interruppe Gionata —: non mi ha lasciato finire. Parlo -dei soddisfatti, non degli oberati da materiali vantaggi. Soddisfatti: -_satis-factus_: senso di moderazione. Coloro che hanno ricevuto grossi -vantaggi dai volgimenti storici odierni, sono necessariamente in una -condizione di sovraccarico, e di precarietà, e di stupefazione, e -di angoscia: è un successo affannoso: e, in più, perdura in loro un -bisogno d'inquieta operosità, contraria quanto mai allo spirito di -questo cenacolo, o isola di beati, od oasi di filosofi, o abbazia -telemitica che ella voglia chiamarla. Il principio n'è un soddisfatto -acconciamento per piccole cause, per aver còlto, dallo squilibrio -universale, modesti e calmi motivi di equilibrio personale. L'esempio -luminoso, eccolo: donna Irene. Altri da difficoltà simili alle sue -fu abbattuto e sommerso: ella ne ha saputo genialmente ricavare una -ragione serena di vita. E da questa è nato il pensiero del nostro -cenobio. Onore a donna Irene, e al suo primo, e al suo secondo marito. - -Tutti clamorosamente brindarono alla trifida coppia: e chi brindò col -rosso e chi col biondo: i due colori scintillanti dominavano la mensa, -e cominciarono a scintillare mescolandosi anche nei nostri pensieri e -nelle nostre parole. - -Dopo essermi coscienziosamente unito al brindisi, dissi: - -— A rischio di cadere una seconda volta in contravvenzione, confesso -che, poichè furono saggiamente esclusi i pescicani d'ogni sorta, non -vedo tuttavia quali altri casi di soddisfazione potrebbero trovarsi, -del genere moderato e quotidiano che il signor Gionata ha definito. - -— Ho già detto che son rari, qualche volta sottili. Ecco il nostro -reverendo amico — e accennava al prete. — Egli ha sempre bevuto il -caffè senza zucchero: un tempo questo fatto non aveva per lui una -speciale portata, nè gli creava una situazione personale nella società. -Ma da quando tutti i bevitori di caffè bestemmiano due o più volte -al giorno contro la saccarina, egli gode del senso d'una particolare -situazione di superiorità in cui la sua abitudine lo pone oggi, e però -ne ricava un gaudio raffinato e continuamente rinnovato del trovarsi -a vivere nel periodo storico della saccarina; il quale gaudio gli ha -conferito il pieno diritto di aver parte a questa mensa. - -Il prete stava appunto allora bevendo il caffè. Lo sorbiva nel piattino -come dicono facesse Guglielmo ex-imperatore: ma forse è una delle -calunnie antitedesche che la guerra rese necessarie. E così, col volto -acceso chino a sorbire la bevanda, alzava gli occhi verso me, il naso -leggermente arricciato, asserendomi mutamente la sua beatitudine che -certo era complessa e superava il piacere puramente sensuale. Intanto -erano stati serviti con abbondanza liquori di varia natura ed origine. - -Allora il mio vicino di sinistra, asciugandosi col tovagliolo la barba -assira, parlò: - -— Di fronte all'esemplare candore della soddisfazione di questo -reverendo io quasi mi domando se posso senza rimorso rimanere tra voi. -La mia è così complessa, che io ho talvolta il dubbio di dover essere -noverato tra uno dei grandi avvantaggiati, così giustamente esclusi -da quest'oasi. Io sono uno storico, cioè un artista. E come tale io -amo la materia del mio studio per se stessa. Sono un medievalista. -E adoro il Medio Evo. Per molti anni ho rimpianto di non essere nato -ai tempi di Romolo Augustolo o di Abelardo, di non aver frequentato -la reggia di Carlomagno, come Eginardo storico che innamorò di sè -Emma, figlia dell'Imperatore. Odio il telefono, il motore a scoppio, -i versi liberi, la Camera del Lavoro, il microscopio, il frack e il -Parlamento. Ora, da qualche anno io mi sento lentamente ma sicuramente -condurre, e oso dire sollevare, verso il medio evo de' miei studi e de' -miei sogni. Anzitutto, per più di quattro anni, dal benedetto agosto -del '14 al novembre del '18, già mi beavo sentendo il mondo pieno di -fazioni guerresche, soverchiamenti di razze, invasioni. La mia anima -ha esultato la prima notte che ho veduto la città immersa nell'ombra. -Quando scioperano i tranvieri godo di andarmene per le vie a guardare -le inutili rotaie, e spero che tutto il procedere del tempo nuovo le -risommerga entro il suolo donde mai avrebbero dovuto scaturire alla -luce. Amo sapere che ogni notte nelle vie della città si aggredisce -a mano armata il passante e si devasta con sicurtà il magazzino come -ai tempi di Eriberto d'Intimiano. E se penso che questi non sono che -piccoli segni, quando prevedo che presto avremo lo spettacolo, prima di -una dittatura industriale, poi di una rivoluzione, con alterne vicende -e fasi, e così saremo (almeno per qualche tempo, certo per tutto il -tempo della mia vita) ricondotti a un pieno medioevo da una alternativa -di oligarchie diverse ma tutte avide ugualmente di lotta.... - -— Paga! Paghi!! Pagare!!! - -Non ricordo di qual colore fosse il nuovo vino comparso a questa -intimazione piacevole. - -Voltomi alla ridente e profumata donna o fanciulla che sedeva al mio -fianco, io le domandai: - -— Lei, se non sono indiscreto, per quale titolo porta a questa riunione -la fortuna della sua presenza? - -La donna o fanciulla rise più giocondamente, e mi guardò di sotto in -su con l'aria di un'oca cui agitino dionisiaci fantasmi, aria, come -ognuno sa, estremamente turbativa, che subito mi fece dimenticare la -mia stessa domanda. Ma già vi rispondeva, per la fanciulla, Gionata -l'Imperterrito, così: - -— In qualunque tempo viva una donna, quello è il tempo migliore per -lei. La signorina è qui come rappresentante eletta di questa verità -generale. - -Non ricordo se il filosofo continuasse nella sua dissertazione, e forse -neppure allora me ne avvidi, perchè, lo confesso, il mio cervello non -si trovava in condizione di seguire un discorso diffuso o una serie di -concetti. - -Ricordo solo, assai lucidamente, che a un certo punto e quasi -d'improvviso m'avvidi che l'abbondanza dell'elemento liquido che -dall'esterno avevo introdotto nel mio interno, mi fe' sentire una -imperiosa brama di ristabilire l'equilibrio tra me e il macrocosmo -mediante un corrispondente espellimento di elemento liquido dal mio -interno verso il mondo esteriore. - - -5. - -Le liquide vie. - -Ma una vergogna, che è altrettanto assurda quanto generale e pertinace -negli uomini civili, e forse è appunto l'indice più esatto e il portato -più certo della civiltà, — quella vergogna m'impediva di manifestare il -mio desiderio a qualcuno de' miei ospiti. Ricordo quell'istante della -mia vita come un turbine di fumi, profumi, luce, voci squillanti, e al -centro di quel turbine il mio desiderio, che facevasi a ogni minuto più -inquietante, pungiglioso e spasmodico. - -Non ricordo come e a chi pagassi il doveroso contributo per la mia cena -e per la contravvenzione, non ricordo se promettessi di tornare, e con -quali parole mi accomiatassi, e chi m'abbia accompagnato all'uscita: -questo so, che a un certo punto mi trovai uscito, mi trovai nella -strada, ch'era solitaria e quasi buia, e corsa nel mezzo da un solido -marciapiede di pietra; e su quel marciapiede, nella solitudine muta del -mondo e sotto il gelido cielo, sostai, sostai lungamente, levando lo -sguardo al firmamento. Orione splendeva sul mio capo in tutto il suo -fulgore, mentre io sostavo fermo così nel mezzo della ospite via: e a -mano a mano, mentre ne contavo le stelle, fluiva ogni irrequietudine -fuori di me e sentivo il mio spirito e i miei nervi rapidamente e -lungamente placarsi. - -Quando fui conscio d'aver raggiunto il desiderato equilibrio, mi parve -anche d'esser più saldo sulle gambe e quasi snebbiato il cervello. -Ritornai lo sguardo dalle sfere celesti al solido suolo. E tra la -penombra distinsi con paterno orgoglio, in mezzo alla via, una specie -di arcadico rio che spumeggiando la correva in giù e si perdeva lontano -nell'ombra. Non potei frenare a quella vista un impeto d'irragionevole -riso. E altrettanto irragionevolmente il giuoco della fantasia mi portò -a seguire l'andar di quel rio, e così percorsi per un tratto la via -senza che la mia direzione avesse altro movente più savio. A un certo -punto ogni traccia della mia creazione recente svaniva e perdevasi nel -suolo, ma l'inerzia mi portò avanti ancora. Cominciai, così camminando -come alla ventura, a ripensare il curioso impiego della mia serata, -dai tumulti pomeridiani di piazza della Scala fino a quell'ora. -Ebbi qualche rimorso della giornata inoperosa, poi scusai me stesso -pensando ch'era stato un legittimo riposo alla operosa vita dei giorni -precedenti. D'uno in altro pensiero vagavo, senza afferrarne alcuno -con chiarità; e credo che in quel procedere piegai ogni tanto d'una in -altra strada. Ed ecco mi trovai in una piccola piazza, e fermato nel -centro di quella, così guardandomi attorno, stavo per riconoscerla; -quando a un tratto una voce, che parve uscire dal muro buio, mi gelò. -Il muro avea detto: - -— Signore! - - -6. - -Un ginnosofista. - -Detti un passo indietro e ficcai gli occhi verso la plaga del muro -in oscurità. Allora vidi un'ombra staccarsene, e con voce umile -implorarmi: - -— Signore, avrebbe un fiammifero? - -Le parole erano alquanto rassicuranti; il mio spirito si calmò dunque, -e osservai l'uomo. Vidi con gran maraviglia ch'egli era in frack e -senza pastrano, e a capo nudo, onde sulle prime pensai ch'egli fosse un -Ginnosofista piovuto ivi dall'India di Alessandro il Macedone. - -Tuttavia non osai esporgli questa mia ipotesi. Me gli avvicinai e gli -porsi il fiammifero; stavo per andarmene, quand'egli con una leggera -esitazione aggiunse: - -— Per caso, avrebbe anche la sigaretta? - -Me n'avevano rifornito nell'isola beata retta dalla placida Irene. Gli -porsi la sigaretta. Allora l'incognito, come dopo un intimo sforzo, con -voce risoluta incalzò: - -— E avrebbe anche cinque lire? - -Io detti novamente un balzo indietro, perchè lì per lì mi balenò il -sospetto che l'ignoto stesse per assalirmi. Egli capì il mio timore e -sùbito cercò di tranquillarmi: - -— No, no, non tema, signore; per chi m'ha preso? - -Poi la sua voce si paludò d'una certa nobiltà, proclamando: - -— Io sono un mendicante. - -Seguì un breve silenzio. Cercavo una frase cortese per farmi perdonare -il mio movimento ingiurioso. Volli mostrargli che m'interessavo alla -sua sorte e alla confidenza che m'aveva fatto. Poichè in questa ricerca -generosa indugiavo, l'ignoto ripetè: - -— Faccio il mendicante. - -Io, avendo finalmente trovato, gli domandai: - -— Da quanto tempo? - -— Da poche ore — rispose. - -— Io l'avevo preso per un ginnosofista. - -— Non conosco. Fino ad alcuni mesi sono io vivevo modestamente e -tranquillamente del mio lavoro. La disgrazia mi raggiunse vestendo -l'aspetto di fortuna. Abitavo un piccolo quartiere quasi centrale, -e il mio guadagno mi bastava per la mia vita mediocre. Una ditta di -lubrificanti mi offerse ventimila lire per cederle il mio quartiere. -La somma mi parve enorme: accettai. Ma non trovai altra casa, non -trovai una stanza modesta: soltanto una camera, salotto e bagno in un -albergo di prim'ordine. Speravo fosse per pochi giorni, invece non -trovai più altro, mai. Le mie ventimila lire sfumarono o per meglio -dire passarono dalla parte dell'albergatore. Frattanto avevo consumato -tutti i miei vestiti, senza potermene fare altri. Non mi è rimasto, -come vede, che il frack. Non ho più potuto comperare un cappello, -l'ultimo m'ha abbandonato ieri. Il frutto del mio lavoro, che bastava -alla mia vita modesta quando avevo un alloggio, ora basta soltanto a -pagare la mia camera con salotto e bagno. Per mangiare non mi rimane -che la mendicità. Ecco perchè ella, signore, mi trova in frack e a -capo nudo a mendicare su questa piazza. Sia maledetto ora e sempre ogni -lubrificante. - -Gli detti silenziosamente le cinque lire. Egli mi ringraziò con -effusione e disse ancora: - -— Se al fiammifero, alla sigaretta e alle cinque lire, ella, signore, -volesse aggiungere qualche indicazione o consiglio sul da farsi nella -mia critica condizione!... - -— Non saprei, signor ginnosofista. Ma l'uomo è fatto di anima e di -corpo. Cerchi di porre il corpo sotto il dominio dell'anima: è il solo -refugio e rimedio possibile in questi tempi assurdi e calamitosi. - -— Non intendo bene. - -— Neanch'io. Io sono un uomo dedito agli affari. Ma un filosofo -potrebbe insegnarle il modo di convincersi che la sua situazione -presente è la più fortunata. Provi a rivolgersi al signor Gionata, -presso la signora Irene. - -— Mi vuol dire l'indirizzo? - -Colpito in pieno dalla domanda, m'accorsi d'un tratto che nè all'andare -nè al ritorno, per ragioni diverse, avevo badato alla strada fatta. -Volli tentare di ricostruirne il corso. Mi guardai attorno. - -— Vediamo — gli dissi —: sa lei da qual parte io sia sboccato in questa -piazza? - -— No, signore. Io ero quasi assopito, e l'ho visto che lei era già -fermo, in quel punto, guardandosi attorno proprio come fa ora. - -Dopo un istante d'intenso e inutile raccoglimento: - -— Ma allora — gridai esterrefatto — allora neppur io potrò tornare -più all'isola dei beati, all'abbazia telemitica, al cenacolo platonico -della placida Irene! - -Il ginnosofista scosse il capo; poi cercò di consolarmi: - -— Non ci pensi, signore. E se per caso ha un cappello che non porta -più, me lo mandi, la prego. Eccole il mio nome. - -Trasse un lapis e un pezzo di carta, e mi scrisse il suo nome, che qui -non occorre ripetere, e il suo recapito, ch'era quello del più illustre -e fastoso albergo della città. - -— Buona notte. - - - - -CAPITOLO SETTIMO - -PANTELESTESI - - -1. - -Diagnosi. - -Il giorno 9 febbraio del 1919, alle ore 10 e 45 del mattino, mi venne -il mal di capo. - -Postomi a ricercare le possibili cause di questo fatto straordinario, -non tardai a persuadermi ch'esso era certamente da attribuirsi -all'intenso lavoro compiuto nelle precedenti settimane, da un mese -a quel punto. Precisamente un mese innanzi, il 9 di gennaio, io -ero tornato dall'esercizio del corpo a quello dell'anima, dalla -quadrupedante e arcadica vita militare al cerebroso turbine della -metropoli. - -Mi spaurii accorgendomi della brevità del tempo in cui tante e così -intense esperienze avean potuto cumularsi. Un mese dunque, un solo mese -innanzi, trentun giorni precisi, ero dato in secco nell'aperta campagna -della Città Operosa, la avevo corsa come in una rapida ricognizione, -mi s'eran rivelate le correnti e le cascate dell'oro sovrastarla e -sommoverla, avevo intuito il nuovo costume e la nuova religione sorti -d'un tratto sul suolo intenso dall'influsso della guerra lontana. -Un esatto mese innanzi, all'ordine imperioso delle nuove necessità, -io, per molti anni dedicato allo studio e poi per breve parentesi -alla milizia, m'ero d'improvviso riplasmato uomo d'affari. Nel nuovo -esercizio i miei assaggi profondi s'erano successi e cumulati con -rapidità maravigliosamente varia, com'è narrato nei sei capitoli che -qui precedono. Chi li abbia letti, e pensi che tanta opera, e per me -insolita e non prima prevista (se anche nei portati non fecondissima) -si compiè nel rapido giro di trentun giorni solari — non dovrà -maravigliarsi al sentire che il mattino del trentaduesimo io mi sentii -d'un tratto affaticato ed esausto. - -Se tuttavia il lettore del presente capitolo non ha letto i sei che -precedono, non importa: per l'intelligenza di questo basta ch'egli -sappia che la mattina del 9 di febbraio, alle ore 10 e 45, mi venne il -mal di capo. - - -2. - -Appressamento d'un mistero. - -Stabilii di concedermi qualche giorno di riposo: e senz'altro indugio, -la mattina appresso partii. Andai in campagna, cosa assai piacevole -a farsi nelle stagioni in cui solitamente gli uomini se ne astengono. -In poche ore raggiunsi il paese che avevo scelto, sulla riva d'un lago -lombardo. - -Ma il caso m'impigliò quivi in una complicata e mirabile avventura -la quale mise in serio pericolo il mio amore e la mia fede nella -vita moderna, e con essi minacciò tutto il nuovo orientamento che la -presenza del dopoguerra aveva offerto al mio spirito. - -Nella piccola pensione in cui mi allogai erano due ospiti: un -giovane e una giovane. Mi si presentarono come fratello e sorella. -Il che appariva in ogni modo al primo sguardo per la loro singolare -somiglianza, accresciuta dal fatto che il giovane, quasi un -adolescente, era di lineamenti assai delicati. Il solo carattere -chiaramente diverso tra i loro visi era nell'espressione dello sguardo. -La sorella avea dolci gli occhi e velati di malinconia anche quando -sorrideva, o, più raramente, rideva. Invece il giovane portava in fondo -alle pupille perennemente accesa una mobile luce maniaca. - -Quella prima mattina scambiammo pochi discorsi incolori. La sera -all'ora del pranzo trovai sola la fanciulla alla tavola comune. Mi -disse: - -— Bruno è andato a Milano, e tornerà domattina. - -Ella si chiamava Laura. - -Quando un uomo e una donna si trovano in presenza, comincia la tortuosa -lotta dei sessi. - -Il nostro colloquio ritegnoso e coperto si prolungò qualche tempo -dopo la fine del pranzo. Ella era garbata, e a gradi si fe' quasi -lieta. Da ultimo avvenne a me di nominare suo fratello. La serenità di -Laura rabbrividì d'un tratto come al calar d'una nube. Dopo un breve -silenzio, levandosi e porgendomi la mano, ella con profonda convinzione -sospirò: - -— Mio fratello è un uomo di genio. - -Con scarso senso d'opportunità le risposi: - -— Io sono un uomo d'affari. - -M'accorsi subito d'aver detto ciò meccanicamente, come mi accadeva -spesso in quel tempo, anche fuor di proposito. La stonatura m'irritò. -Rimasto solo me n'andai a passeggiare con un senso di corruccio. - -Il mattino appresso Bruno era tornato. La fiamma di mania gli -luceva sempre in fondo agli occhi, ma come esagitata da una gioiosa -inquietudine. - -L'aria in quella stagione era gelida e arida, e il lago la notte gemeva -come fa il mare. - -Il quarto giorno della mia dimora nella campagna lacustre, alle prime -ore del pomeriggio Bruno m'invitò quasi misteriosamente a uscire con -lui, mi guidò a una casetta isolata e per una scala oscura mi fe' -salire: m'introdusse in una stanza ov'erano due grandi tavole da lavoro -coperte di carte disegnate e strumenti d'aspetto scientifico, che mi -riuscirono al tutto nuovi e incomprensibili. - - -3. - -Silenzi e musiche. - -Bruno mi disse: - -— Ho fiducia e confidenza in lei. - -— Grazie — gli risposi —. Tutti gli uomini e le donne che ho conosciuto -hanno avuto fiducia e confidenza in me. Forse per questo non sono -ancora riuscito a nulla di solido nella guerreggiante conquista della -vita. - -Egli non mostrò di apprezzare la mia divagazione egoistica. - -Aperse l'usciolo d'una specie di complicato e pesante stipo metallico -ch'era in mezzo a una delle grandi tavole. Da un cavo dell'interno di -quello trasse una specie di cuffia telefonica e me la porse. Dalla -cuffia si partiva un filo che andava a collegarsi con le misteriose -interiorità dello stipo. - -— Se la metta — mi comandò. — E mi dica che cosa sente. - -M'aiutò ad aggiustarmela col nastro d'acciaio adattato lungo la curva -del cranio e i due dischi ricevitori strettamente applicati agli -orecchi. - -Da principio non sentii nulla. Poi m'accorsi che quel silenzio stesso -era terribilmente singolare. Allora sentii ch'io sentivo uno spaventoso -silenzio. - -Tesi invano tutte le mie facoltà per cogliere in quel vuoto una qualche -menoma vibrazione: ma il silenzio era totale, snaturato e mostruoso. - -Avevo i miei occhi fissi in quelli di Bruno, che mi guardava e osava -sorridere: ma quel sorriso, solo nel mondo enorme che attorno a me -s'era avvelenato e congelato di silenzio, mi sconvolgeva vie più. Pure -non osavo muovermi. Poi con grande stento mi risolsi a parlare: ma le -poche parole che pronunciai non so quali furono, chè d'un più vasto -terrore mi gelò accorgermi ch'io non sentivo il suono della mia voce, -onde come ossesso m'interruppi. E sempre fissando io la faccia di -Bruno, quella si mise a ridere, e la vedevo imbestiarsi nelle smorfie -del riso le quali in quel moto senza suono mi apparivano sardonici -contorcimenti. Ma così sussultando ei continuava a guardarmi. Allora -con uno sforzo enorme della volontà m'alzai in piedi e mi strappai lo -strumento dal capo. - -Improvviso, cessando il contatto del metallo, sentii il riso di Bruno: -tra le cento voci dell'aria rifluì nella stanza il senso tepido della -vita. - -— Ha sentito? — domandò. - -Una calda felicità m'invase udendo le sue parole, sentendo che sentivo -la mia voce rispondergli: - -— Sì. - -— Questo strumento è tirannico — spiegava Bruno — non permette che si -senta altro suono se non quelli che lo interessano. - -— Come sarebbe a dire? - -— Ecco. - -Svolse dal cavo del diabolico stipo un secondo filo, che anch'esso per -un capo vi rimaneva infisso, e dall'altro terminava in una spina a due -punte brevi e sottili acuminate come spilli. Così tenendo in mano la -spina m'incorò: - -— Si rimetta la cuffia. - -Ecco fui ripiombato nell'ultramondano silenzio. Di là vidi Bruno -scostarsi qualche passo guardandosi intorno; poi risolutamente andò -verso lo stipite dell'uscio, ch'era di larice bianco, lo tentò un poco -con una mano, infine vi conficcò e sforzò dentro le due punte della -spina. - -Quasi subito il silenzio sovraceleste che m'avvolgeva parve corrersi -di fremiti leggieri che venissero da remotissime altitudini, pungenti -brividi sonori, che d'ogni attorno si scivolavano incontro e così -scontrandosi uno sull'altro s'intrecciavano: qua e là tratto tratto -rompevansi in tenui scoppi; dappertutto s'avvolgevano di ronzii. A -certi istanti quelle note acute e sommesse parevano arrotolarsi come -in congegnamenti meccanici: poi novamente allentate abbandonandosi -impallidivano, sfuggivano a esaurirsi vacillanti sugli orli di abissi -lontani. - -Assorto nella visione maravigliosa, teso nell'ansia che mi sfuggisse, -i miei occhi non avevano più scorto l'uomo; d'un tratto lo vidi -avvicinato chinarsi sopra me, e mi tolse delicatamente l'apparecchio di -sul capo: poi andò a sconficcare la spina dal legno. - -— Ha sentito? - -— Sì. - -— Che cosa? - -Indugiai. Avrei voluto dirgli che avevo sentito preludiare le -pitagoriche armonie d'un qualche sistema sidereo non ancora formato; -o forse un pallido dialogo tra il piano astrale e il piano buddico dei -teosofi. Ma mi feci pudore di esporre simili ipotesi ultrapoetiche. E -risposi: - -— Suppongo, il rumore di un tarlo nel legno? - -Bruno ricominciò a ridere scotendosi come pazzo. - -— Se in quel legno ci fosse un tarlo, con questo microfono lei udrebbe -un fragore assordante come di macchinari o d'immense cascate. Anzi -il suo errore mi fa pensare ora che una delle applicazioni pratiche -dello strumento potrebbe essere appunto di far riconoscere la presenza -dei tarli nei legni preziosi. Ma ciò non m'interessa: di simili -sfruttamenti, se vorrà, se n'occuperà lei, che è uomo d'affari. - -— Ma allora quei suoni?... - -— Sono gli infinitesimi e inesauribili movimenti atomici della materia -organica. - -Lo guardai stupefatto. - -— Lei può immaginare da questo la potenza del mio microfono -moltiplicatore a isolatore acustico. - -— È una sua invenzione? - -— Dica che non è che la minima parte, che un particolare isolato, -della mia invenzione. C'è assai più, e presto vedrà. Ma prima occorre -che lei ne conosca un altro elemento, il più sorprendente: lo specchio -allocatoptotrico. - -Dopo un'attesa, accennò con una sorta di mistero verso una piccola -porta a muro ch'era in fondo alla stanza. - -In quella s'udì la voce di Laura dalla strada chiamare: - -— Bruno!... - - -4. - -Laura. - -Senza rispondere alla chiamata, nè altro dirmi, Bruno ripose -rapidamente ogni cosa e scendemmo. Laura col cappello e il bavero -impellicciato che le saliva a mezzo il volto appariva più donna, avea -acquistato un che di maturo e turbante. I suoi occhi erano più neri e -più fondi. - -— Bruno — disse — è l'ora della passeggiata. Venga anche lei. - -Così dicendo mi guardò. Mi sentii impallidire. Quando i palpiti del mio -cuore tornaron calmi, risposi: - -— No. - -— Allora, a più tardi. - -Fino a sera pensai a Laura. Ma di tratto in tratto la sua figura e il -suo volto scomparivano istantaneamente alla mia memoria: in quelle -lacune sentivo in me e intorno a me un flutto di vacuo e gelante -silenzio: vi riconobbi l'immagine di quello che m'avea avvolto e quasi -fatto demente durante la prima esperienza nel gabinetto del fratello di -lei. - -— Costoro mi farebbero impazzire — mi dissi alla fine. — Bei riposi ho -trovato nella solitudine della campagna! Strana sorte la mia: io sono -sempre stato, sono, e sempre sarò, irrimediabilmente savio; e insieme -la sorte ha messo occultamente tra le mie mani non so che potentissima -calamita di pazzi. - -E quando, poche ore dopo, c'incontrammo alla tavola comune, subito -annunziai recisamente: - -— Tra due giorni torno a Milano. La mia vacanza finisce. - -— Tra due giorni? — domandò Bruno — cioè?... - -— Cioè sabato: dopodomani; con la corsa del mattino. - -Egli echeggiò: - -— Sabato, con la corsa del mattino. - -E aggiunse: - -— Benissimo. - -Rinunciai a capire il suo pensiero. Dopo un poco soggiunse: - -— Io invece parto domani mattina. - -Ebbi la tentazione di rispondergli anch'io: «Benissimo», ma me ne -trattenni. Fui per accennare alle cose mirifiche che m'aveva mostrate, -a quelle più mirifiche che m'aveva promesse. Ma un oscuro istinto -maligno m'impose silenzio anche su questo argomento. Mi pareva che -un'aura d'odio aleggiasse fra le nostre tre sostanze. Poi i silenzi -obliqui che strisciavano tra noi cominciarono a travagliarmi. Cercai -qualche argomento di discorso che ci portasse giù, in un'aria più -respirabile e solita: avrei voluto poter pronunciare qualche volgarità. -Dovetti fare uno sforzo per ricordarmi quali fossero i discorsi più -consueti che si tengono nel mondo, il mondo degli uomini comuni, gli -uomini sani. Finalmente dissi così: - -— Speriamo che sabato non ci siano scioperi. - -Bruno mi guardò come se avessi immaginato una inverosimile ipotesi di -turbamenti cosmici. - -— Vero è — continuavo imperterrito — che oggi è necessario imparare -a vivere giorno per giorno, ma nello stesso tempo a contare sopra un -domani imperturbato e sicuro. Dicono che siamo in un fiero momento di -trapasso. Credo tuttavia che qualunque tempo, visto da vicino, dovè -parere agli uomini pensosi un fiero momento di trapasso. - -Poichè entrambi tacevano, continuai: - -— Forse lei vuole ricordarmi il nostro anteguerra... - -— Noi viviamo — m'interruppe Laura — come fuori del mondo, da molti -anni. Come in un'isola ignota. - -— L'isola di Irene! — esclamai, colpito improvvisamente dal singolare -ricordo. Non avevo mai più pensato ad Irene. - -— Dov'è — domandò Laura con gentilezza-l'isola di Irene? - -— Lontano. - -— C'è stato? - -— Sì. - -— Quando? - -— In un tempo irricordabile. Mi lasci pensare. Ci fui.... mio Dio! pare -fantastico, eppure è: c'ero sei giorni sono. È credibile? - -Parlavo, così dicendo, più a me stesso che a quei due dissensati. Ma -non eran persone da maravigliarsi per sì poco. Laura consentì: - -— Non è incredibile. I luoghi più lontani sono quelli da cui si ritorna -più rapidamente. Ma non si ritrovano mai più. - -Così, brevissimamente, ella aveva risollevato il discorso nelle regioni -della pura pazzìa. Non feci altri sforzi per riportarlo alla saggezza. -Pensavo tra me se non avrei potuto precipitare ancor più la mia -partenza. Laura mi appariva, ogni volta ch'io la riguardavo, più bella. - -Alla fine del pranzo Bruno s'accomiatò: - -— Debbo fare qualche ultimo preparativo. Arivederla dunque a Milano. - -Non contradissi, e scomparve. - -Laura s'era messa in una poltrona a un lato d'un vecchio camino acceso. -Non ebbi la forza di andarmene. Sedetti nell'altra poltrona, all'altro -lato del camino. - -Laura sorrise e mi disse: - -— Non è una buona ragione per essere tanto crucciato con noi. - -— Signorina — la implorai — mi dica qualche cosa di lei, mi dica che è -nata in un luogo, in un giorno, così, come nascono tutte le donne. - -Sorrise ancora: - -— Non abbia paura: sono nata in un luogo di questo mondo e in un giorno -del calendario; e sono nata proprio come tutte le donne, e anche tutti -gli uomini. Vuole di più? ho un po' freddo, sebbene siamo accanto -al fuoco. Ho freddo, capisce? credo che questo possa rassicurarla -completamente sul conto mio. E le propongo di fare ora la passeggiata -che non ha voluto fare oggi. - -Perciò poco dopo camminavo al suo fianco lungo la riva del lago al -chiarore delle stelle. Ella teneva gli occhi a terra, chè la strada -era irregolare e sassosa. Ogni tanto la sua pelliccia sfiorava il mio -braccio. L'aria rigida, e qualcosa d'inumano che accompagnandosi a -noi ci vigilava, impedì le parole. Poi ella si fermò e senza levare lo -sguardo mi disse: - -— Torniamo. - -Ma, tornando, appoggiò la mano nel mio braccio, e così ve la tenne, -fino che fummo giunti alla nostra dimora, ove mi salutò, quasi senza -parole. - - -5. - -La soglia. - -Il giorno dopo la cameriera mi portò i saluti della signorina, -avvertendomi ch'ella era indisposta e non si sarebbe mossa di camera. -Quella giornata fu la più vacua, stizzosa e lunga di tutta la mia vita. - -La mattina seguente, pronto per andarmene, mandai la stessa cameriera a -recarle i miei saluti. Mi riportò un biglietto di lei. V'era scritto: - - _A rivederci per una volta ancora._ - - _Laura._ - -E partii. - -Il viaggio mattutino — prima lungo la riva del lago che il freddo -colorava d'acciaio, poi traverso brughiere e boscaglie di brina e -di ghiaccioli — mi rischiarò. Quando scesi alla stazione di Milano -mi sentivo assai lontano dal luogo, dalle persone e dai giorni -trascorsi: li lasciavo dietro me quali un passato, che sentivo ben -chiuso, consacrato come in una irritrovabile lontananza. Soltanto -un senso di lassitudine, che parevami esserne rimasto in fondo a me, -dominava oscuramente il mio spirito: ma me ne riscossi, e m'immersi -con una specie di piacere fisico nella piccola folla che s'accalcava -all'uscita. Fuori, mentre guardavo intorno cercando una carrozza, mi -sentii chiamare da una voce che mi gelò di sorpresa e d'irragionevole -spavento. Mi voltai. - -— Lei è stato puntuale — gridò Bruno venendomi incontro festosamente. — -Bravo. Venga con me. - -Allora la forza ignota che domina spesso la mia vita e i miei atti — -e solo dopo la morte, concludendo le somme, potrò risolvere se mi fu -amorevole o maligna — mi spinse a non oppormi al suo desiderio. Bruno -aveva un'automobile. Poich'era mattino avanzato, disse: - -— Andiamo a far colazione. - -Mi condusse in una trattoria assai nota, rumorosa. Non riconoscevo -l'uomo. Era vivace e socievole. Spesso rideva. Io gli dissi: - -— Rieccoci in piena vita moderna. Non pensavo che lei amasse tutte le -cose che qui ora ci vediamo intorno. - -— Non le amo — rispose — Mi servono. Io vivo, per mio conto, nel secolo -ventesimo, come fossi un uomo di dieci secoli prima o di dieci secoli -più tardi. Il mio spirito e la mia consuetudine sono perfettamente -soli. Qualche volta penso che questi uomini e queste donne non mi -vedano neppure, tanto mi sento fatto d'una diversa sostanza. Ma me ne -valgo. Questa ansia verso la velocità — soppressione del tempo e della -lontananza — che è il carattere primo dell'epoca, è il materiale bruto -della mia creazione. Perciò costoro mi servono, e senza intenzione -forse io creando li servo. - -— Così! — esclamai. — Sento in queste sue parole uno spirito fraterno. -Lei ha definito esattamente, mi perdoni se parlo un momento di me, -quello ch'io vorrei essere, se fossi un'artista: sol che la mia -creazione sarebbe fantastica, mentre la sua è pratica. Anch'io vorrei -operare su questa materia, come se l'amassi, senza amarla, e creando -giovarle senza intenzione ne' suoi piaceri o ne' suoi ozi: ma la mia -sostanza sentirsene estranea e lontana, più là o più qua, sola. - -— Perciò lei è degno d'essere il primo che sperimenterà la mia -invenzione. Poco m'importerebbe che fosse anche l'ultimo. - -— Dove andiamo? - -— Non lontano. - -Arrivammo a una via solitaria, in una piccola casa. E Bruno -m'introdusse in una stanza quasi nuda, mi fe' sedere, e parlò in questo -modo: - -— Lei vede quella porta a muro. È simile a quella che lei ha visto in -fondo al mio studio laggiù. - -A questa parola «laggiù» sentii il mio cuore accelerare stranamente i -suoi palpiti. - -— È il gabinetto pantelestetico. Tutto l'ambiente ne è acusticamente -isolato, senza che occorra la cuffia. Di lì senz'altro lei sentirà -telefonicamente le parole del gabinetto lontano ch'è in comunicazione -con questo. E fin qui non abbiamo che un perfezionamento della -telefonia. Ma una delle pareti del gabinetto è uno specchio, uno -specchio allocatoptotrico, in cui si vede, distintamente, il luogo e la -persona con cui si parla: la si vede parlare e muoversi, vivere. Data -l'audizione e la visione, perfettissime entrambe, ogni distanza tra gli -uomini è con ciò pienamente abolita. - -Una irrequietudine pungente sommergeva a tratti e intorbidava in me -l'interesse per l'esperienza prodigiosa. Bruno mi disse ancora: - -— L'avverto che sarà in comunicazione soltanto quando sarà seduto sulla -poltrona. - -Così dicendo eravamo presso la tragica porta. Bruno aperse, mi spinse -dentro, e rapidamente, dietro le mie spalle, richiuse. - - -6. - -Convegno. - -Piombato nel silenzio, volsi gli occhi attorno per la cabina, che -senz'aperture nè lampade era chiara d'una luce diurna. Riabbassando -lentamente lo sguardo dal soffitto alla parete in faccia a me, -d'un tratto agghiacciai. Quella parete era quasi tutta di specchio, -lucidissimo specchio, e in esso vedevo riprodursi esattamente le forme -del luogo ov'io ero — tre brevi pareti e nel mezzo una piccola poltrona -— ma nello specchio non c'era nessuno, non c'ero io. - -Dalle radici alle cime mi squassò un brivido che parve squarciarmi; -credo che detti un urlo e che mi rivoltai per fuggire, ma seppi -dominarmi, e stringendomi con le mani le tempie chiusi gli occhi. -Allora nella sùbita oscurità anche l'immane silenzio mi parve -confortevole, o forse m'era di sicurezza sentire quelle stesse mie mani -tenagliarmi duramente la fronte. Così mi placai, riebbi la conoscenza -del luogo e delle cause. Tuttavia tenevo ancor serrati gli occhi: a -tentoni girai intorno alla poltrona e mi vi posi. - -Sùbito il silenzio si tacque, s'animò di lontani susurri diffusi, voce -d'un'atmosfera che nuova m'avvolgeva. Così ebbi cuore di riaprire gli -occhi. E vidi che lo specchio davanti a me s'era annebbiato come di -veli grigi che tutto lo fluttuavano, e già diradavan dai lati verso il -centro; fin che il campo si sgomberò, e là in faccia a me era seduta -una forma umana, era la forma di Laura. L'immagine di Laura moveva il -capo con dolcezza, levava una mano verso me con un cenno. Anche le sue -labbra vidi agitarsi, e udii la voce che diceva: - -— Sono io, sì, sono Laura. - -Io fissavo quell'immagine negli occhi, ma non mi riusciva d'incontrarne -lo sguardo, che ancora vagava come disperso in un diverso etere. Allora -anch'io parlai, e dissi all'immagine: - -— Perchè non mi guarda? - -La figura di Laura rispose: - -— Ancora non mi riesce. Tenga fermo il suo sguardo, la prego. - -Io mi tesi con uno sforzo d'immobilità di tutto il mio essere. Vedevo -lo sguardo di lei in un contorcimento divincolarsi dalle lontananze che -lo trattenevano, fin che d'un tratto scattò sulla linea del mio: e ci -trovammo così, gli occhi fissi negli occhi, penetrandoci paurosamente -fin nel profondo delle anime, perduti di passione. - -— Parla — mi implorò. - -E poichè sgomento io tacevo: - -— Ti avevo avvertito — mi disse come in un soffio — che ci saremmo -riveduti una volta ancora. - -Il suo volto pallido s'invermigliò, ma gli occhi non si chinarono, neri -e fondi come li avevo visti un vespero in riva al lago gemente. - -— S'io ti vedessi di là da un fiume — le dissi — penserei di passarlo -per venirti a parlare. Ma come posso parlarti così? - -— Vedi come ti sono vicina. - -Mi parve che alzasse una mano verso me. - -— Laura — gridai, e irresistibilmente levatomi mi lanciai verso le sue -braccia. Ma d'improvviso a quel moto il campo dello specchio come in -un baleno si vuotò, e davanti a me non era più nulla: con le mani urtai -contro il vetro solido. - -Ansando mi precipitai novamente a sedere. Lo specchio si scombuiò tutto -di nuvole, come poco innanzi; poi le nuvole vaporando vidi tornata la -figura di Laura, e il suo sguardo era ancora diritto nel mio. Laura ora -stava protesa verso me, e tremando pregava: - -— Non mi abbandonare. - -Muti allora, per un tempo che parve immenso, ci guardammo così -dolorosamente, abisso contro abisso; poi mormoravamo parole senza -forma; e le nostre forme e le nostre voci eran vicine, sì che a un -punto le anime crederono toccarsi; ma poichè le mani non potevano -raggiungersi e sentirsi stringere vive, d'un tratto anche le -nostre sostanze s'intesero disperatamente lontane: sentii lei più -infinitamente remota da me che se l'avessi pensata senza vederne gli -atti nè udirne la voce; e come nello spasimo di quell'assurdo ella a -un momento apparve tutta spingersi a me col volto pallido e la bocca -implorante, m'invase un così disperato e rabbioso furore che quasi -cieco e pazzo mi levai, sradicata la poltrona dal suolo la scagliai -contro il cristallo infernale che si sfranse col fragore di cento -scoppi, mi sbattei ululando contro le pareti e l'uscio della cabina, -ne fuggii non so come, distrussi non so che, precipitai invasato senza -più pensiero o memoria non so dove: appena ricordo che per giorni e -notti errai tremando le vie più paurose della città, come una bestia -inseguita in caccia, sconquassato, pavido d'ogni ombra e d'ogni luce, -scontroso a ogni forma apparente e mobile della vita; e solo dopo -assai tempo riuscii per la stanchezza a sedermi placato, a ritrovare la -mia casa e la consuetudine del mio pensiero e della mia vita: ma ivi -chiuso per più giorni ancora me ne stetti senza voler vedere persona, -macerato in un odio torvo contro ogni intelligenza dell'uomo, in un -sincero spasimo di desiderio verso l'indifferente inerzia delle cose -insensitive e dei bruti. - - - - -CAPITOLO OTTAVO - -IL DÀIMONE NELL'ANTICAMERA - - -1. - -Telefonico. - -Ero appena disceso dal letto — s'era dunque, come è facile immaginare, -di mattina — quando strilla il campanello del telefono. Reggendomi non -so che con la sinistra, mi precipito di là e afferro con la destra -il ricevitore. — Pronto! — Una voce qualunque (maschile) m'investe -senz'altro, tutto d'un fiato, con le seguenti parole: — La prego, si -trovi tra un'ora al Bar del Commercio, che devo farle una comunicazione -importante. — Stavo per chiedere maggiori spiegazioni, ma un improvviso -fragore d'olio friggente scaturì dalle profonde viscere dell'ordigno e -per qualche minuto m'impedì di sentire o far sentire una sola parola. -Poi d'improvviso le lontananze ignote trasmisero lungo il mistero dei -fili sino al mio orecchio il più profondo glaciale universale silenzio. -Provai a sonare chiamare urlare fischiare guaire, — ma ai miei sforzi -più inumanamente rumorosi non rispondeva se non quel silenzio, così -totale e impassibile che a un certo punto lo sentii sacro, e preso -d'improvviso da un reverenziale timore di profanarlo riappoggiai piano -piano il ricevitore al suo posto, sostai un istante trattenendo il -respiro, poi in punta di piedi me ne tornai nella mia camera. Finii di -vestirmi, e uscii di casa. - - -2. - -Patologico. - -Andandomene a piedi (non ricordo il perchè: forse v'era sciopero di -tranvieri e altri trasportatori della persona umana) verso il bar -del Commercio, che era, ed è tuttora, al lato meridionale di piazza -del Duomo — andandomene dunque a piedi verso l'arcano dell'anonimo -convegno, mi avvenne un fatto alquanto singolare, cioè, ch'io non mi -sentivo abbastanza incuriosito di quell'arcano, nè della persona, non -ancora identificata, che m'aspettava laggiù. - -La causa di questa mia condizione non va cercata in un superiore -disprezzo delle cose pratiche e mondane, ma in un fatto assolutamente -morboso. Io m'ero svegliato quella mattina con una frase in capo, -venutavi chi sa donde, ed era questa: - -— La standardizzazione del ferro.... - -Certo i miei occhi dovevano aver letto quelle parole il giorno avanti -scorrendo in distrazione la rubrica industriale di qualche giornale. Ma -l'Antico Avversario s'era divertito a coglierle e metterle in serbo, -per poi ficcarmele nel cervello durante la notte, quando le scolte -dell'intelletto non vigilano alle porte. - -— Che cosa, che cosa è mai la standardizzazione del ferro? - -Così angosciosamente domandandomi camminavo. Non so se più m'irritava -l'ignorare il senso di quella locuzione, o la sua forma fonica, -fastidiosa d'imbarbarita civiltà. Invano cercavo una distrazione -nelle cento immagini che le strade operose offrono ai più preoccupati -passanti. A ogni insegna di ferro e a ogni rotaia di tranvai, mi -avveniva di domandarmi: - -— Chi sa, mio Dio, se quel ferro è standardizzato! - -Passavano creature fascinose, ma non valeva la loro vista a consolarmi. -E credo che se la più bella di esse m'avesse rapito e tratto a sè e -offertami la bocca, io su quella avrei languidamente mormorato una sola -parola: - -— Standardizzarti.... - -E il mio stomaco era ancora digiuno. - -In queste condizioni pietose giunsi alla mèta. - - -3. - -Divagativo. - -Uno scrupoloso esame mi convinse che in nessuna parte del bar si -trovavano ancora persone di mia conoscenza. E nessuno, vedendomi -passare e guardare, mi fe' cenno di riconoscermi nè mi abbordò con i -caratteristici fonemi che si usano verso gli arrivanti a un convegno. - -Sedetti dunque, e poichè quella mattina non v'era latte e i biscotti -erano finiti, accettai con rassegnazione il consiglio, che un imperioso -cameriere mi rivolgeva, di ordinare un ponce. Cominciai desolatamente a -contemplare la macchina lucidissima che dall'alto del bancone di marmo -continuava, con grandi fremiti e sbuffi, a esprimere robustamente dalle -metalliche viscere negre spume di caffè, e ogni tanto, a un mezzo girar -di manubrio, si convolveva di nuvole come Zeus pronto a discendere sul -mondo. - -Non c'era molta gente. M'incuriosirono, in piedi presso l'estremo del -bancone, tre o quattro giovanotti fatti tutti alla stessa maniera come -fossero stati colati in serie da uno stampo: cioè tutti erano alti e -stretti; portavano il cappello duro e piccolo, spinto assai indietro -sull'occipite: cappotti grigi a scacchi, aderentissimi sotto la schiena -con una larga martingala, abbasso assai corti e in alto compiuti da -folti baveri di pelo nero. Anche quei giovanotti bevevano il ponce, e -vidi che tutti avevano all'anulare destro un grosso anello. - -Uno di quelli, volendo chiamare il cameriere, venne a battere sul piano -del mio tavolino col duro castone di quell'anello: di sotto alla gemma -osservai che sfuggivano due o tre setole nere. Il mio tavolino tremò -alquanto e un poco del liquido si versò nel sottocoppa, ma nella sua -semplicità e padronanza colui non vi fe' caso. - -Quanto a me, proprio in quel momento m'avvidi che, distratto dalla -contemplazione del luogo e de' suoi indigeni, non avevo più pensato -alla standardizzazione del ferro. - -Temei che, così avvedendomene ora, stesse per ricominciare -l'ossessione. Ma d'un tratto mi sentii dare un'affettuosa manata sulle -spalle. - -Mi volto e scorgo un ilare viso di cui non ricordavo il nome. - -— Era lei? — domandai. - -— Che cosa? — rispose egli sedendo rumorosamente al mio fianco. E -senza aspettare spiegazioni continuò: — Bravo! era un pezzo che non ti -vedevo! Voglio pagarti un ponce. - -Io ero mortificato d'aver dato del lei a uno che con tanta effusione -mi dava del tu, e invocai tra me un'occasione di farmi perdonare -e mostrargli il mio affetto. Perciò gli raccontai la mia avventura -telefonica. - -Egli pronunciò: — Certamente quel signore aveva chiamato un altro -numero. - -Guardai con ammirazione l'uomo prodigioso che a primo colpo aveva -risolto un intricatissimo problema. Egli intanto parlava con -abbondanza. Aveva cominciato col raccontarmi altri aneddoti telefonici -d'ogni genere, s'era interrotto per apostrofare piacevolmente due donne -che passavano, poi aveva ripreso a dissertare, non più di telefoni, ma -della situazione politica; a un certo punto mi costrinse ad accettare -un secondo ponce — e per me era il terzo —; mi domandò il prezzo del -mio vestito e mi fece solennemente promettere di servirmi d'ora innanzi -dal suo sarto; poi d'un tratto s'alzò come un vento, dicendo: - -— Dieci minuti a mezzogiorno. Tu ora m'accompagni un momento alla -Succursale. - -Uscimmo; i tre ponci dal mio stomaco digiuno si scontrarono -torbidamente col freddo intenso della strada, fumigarono con ira verso -le estreme regioni inferiori e superiori del mio corpo. Arrivati a una -delle vie interne del centro della città, il compagno, che aveva sempre -parlato, si fermò a un portone basso. Cercai di salutarlo ma egli -gridò: - -— Sarebbe bella che tu mi piantassi qui a questo modo! - -Salimmo a un secondo piano e accettammo l'invito d'un cartello bianco -che da un uscio vetrato diceva: _Avanti_. Nè, parlando egli, ebbi mai -agio di domandargli di che cosa fosse succursale il luogo che aveva -così designato, nè l'aspetto dell'anticamera m'istruì al proposito. - -Eravamo appena entrati e cercavamo qualcuno cui rivolgerci, quando -d'un tratto nella parete di fondo vedemmo sollevarsi una portiera di -stoffa, e uscirne, sbattendo violentemente un uscio, una signora con -un cappello e un petto poderosamente sviluppati in ampiezza, la quale -traversò la stanza come un turbine gridando: - -— .... e ricordatevi che in questo schifoso casino non ci metterò mai -più i piedi. - -Questa frase durò esattamente il tempo che occorse al ciclone per -coprire la lunghezza della stanza dalla detta portiera all'uscio -d'ingresso, dal quale ella uscì, similmente sbattendolo: onde il -tragitto fulmineo e la pittoresca frase di quell'apparizione corpulenta -rimasero come incorniciati e incastonati tra due tonfi. - -Io m'ero ritratto istintivamente temendo forse d'essere assorbito -dall'aria ch'ella aveva smossa. Come il mio timore fu quetato, -cominciai a esaminare se dalla metafora ch'era uscita dalla sua bocca -irosa potessi trarre qualche lume per riconoscere il luogo in cui mi -trovavo. - - -4. - -Diabolico. - -Il mio compagno guardò, come un cane che annusi, dietro la traccia -della donna, e pronunciò: - -— Perdio che pezzo.... - -Poi, scosso il capo, s'avviò risolutamente verso quell'uscio di fondo -che la fragorosa visione ci aveva rivelato. - -Ma d'un tratto, da un angolo in ombra al lato sinistro di esso uscio, -vedemmo levarsi una figura che parve essa pure fatta di ombra tanto era -fluida e sottile. - -— «Or vedete, che bel portinaio!» — mormorai io con le parole onde -Bruno Nolano gratifica un prefazionatore di Copernico. - -Infatti quell'apparizione avea funzioni d'usciere, perchè con voce -tremula avanzando verso il mio compagno lo interrogò: - -— Dove va, signore? Il cavaliere a quest'ora non riceve più. - -Il mio compagno non era persona da arrestarsi per questo. - -— M'aspetta — proclamò; e risolutamente sollevò la portiera che subito -ricadde ondeggiando dietro le sue fuggevoli spalle. - -L'usciere tremulo rimase un istante in sospeso, poi rassegnato si -volse a me, che m'ero seduto sopra un divano di dubitoso colore tra -l'aragosta non ancor finita di cuocere e il teocriteo amaranto. - -— E lei chi cerca? - -— Io sono con quel signore. - -— E quest'altro è con lei? - -Così domandando, additava alla mia sinistra: stupefatto mi voltai, ma -al mio fianco, sul divano, dov'egli additava, non c'era nessuno. - -Guardai quella tremante larva filamentosa, che sopra una fronte ossuta -ergeva una chioma candidissima. Ma essa parlava con la maggior serietà -del mondo. Infatti ripetè: - -— E questo signore? - -Sebbene ogni giorno m'avvenga di dover trattare con dei matti, io -stavo a disagio, chè i matti quotidiani sono di un'altra natura. Ma -d'un tratto mi credei d'ammattire io, chè al mio fianco, al mio fianco -sinistro, dal divano su cui stavo, dove avevo ben visto che non c'era -nessuno, una voce mi parlò incorandomi: - -— Diglielo dunque, chi sono. - -Stetti per urlare dal terrore, ma intanto avevo riconosciuto la voce, e -subito al terrore frammettendosi una tepida commozione, esclamai: - -— Tu!... - -— Sì, io — rispose il Dàimone: — da un pezzo t'eri dimenticato di me. - -— Ma costui, costui? — gli domandai con angoscia: — io non ti ho mai -visto; credevo che tu avessi voce, ma non forma visibile. Come avviene -che questo simulacro d'uomo ti vede? - -— Non so, è merito suo: non offenderlo. - -L'usciere canuto non s'era offeso; ma con imperturbabilità, senza -alzare d'un tono quella sua voce caprina, insistette: - -— E questo signore? - -— È il mio Dàimone. - -— Dunque è con lei. E lei è con quello che è entrato dal cavaliere. Va -bene. Dovevo saperlo, per regolarità. - -E tranquillamente tornò a ritirarsi nel suo recesso ombroso, -soddisfatto del dovere compiuto. - - -5. - -Metafisico. - -Io gridai al Dàimone: - -— Voglio vederti anch'io, perdio! - -— Questa tua violenza — mi ammonì — è puerile e puntigliosa: è dettata -più dal dispetto di sentirti inferiore a un usciere, usciere di -Succursale, che non a un desiderio nativo e profondo di conoscenza. - -— E io voglio vederti — reiterai, testardo come un bambino; e non -potrei giurare che così dicendo io non battessi i piedi forte per -terra. - -— Questa tua ostinazione non è degna d'un filosofo, ma tutt'al più d'un -uomo d'azione. - -— E io sono un uomo d'azione! - -— Allora, se sei un uomo d'azione, siedi in quell'angolo e non ti -muovere. Sì: sulla sedia che è a destra della porta con portiera, a -riscontro con l'altra ove riposa e dorme quel degno usciere verso cui -ti morde una ignobile invidia. - -Com'io fui seduto simmetricamente alla larva canuta, che appunto s'era -addormentata profondamente, la voce del mio Dàimone riprese: - -— S'io mi rendo per un tratto di tempo visibile a te, per quel tratto -medesimo avviene che tu diventi invisibile a tutti. E intanto tu non -avrai forza di muoverti nè di parlare, ma sarai come una porzione -cosciente e inattiva del nulla. - -— Ne avrò molto piacere. - -— Io intanto agirò, come se fossi vivo e umano. - -— Un momento, per carità: non hai mica una forma spaventosa? - -— Vigliacco! No. Io non ho nessuna forma: dovrò prenderne una -qualunque, la prima che mi venga in mente. - -— Scegli bene! — lo implorai — sai che sono sensibile. — E tacqui. - -Tacendo, mi sentii d'un tratto illanguidire come avviene per lunga -inedia o per subita anemia, gli occhi mi si annebbiarono, per un -istante parve che ogni appoggio mi mancasse intorno come al punto di -precipitare nel vuoto. - -Quando fui riavuto da quel vanimento di tutto l'essere, gli occhi mi si -riapersero, e vidi per la stanza aggirarsi l'usciere canuto e sottile, -ma ora sorrideva con giovinezza. Mentre mi domandavo che cosa avesse -potuto restaurarlo così, mi venne fatto di guardare al luogo ov'egli si -trovava poco innanzi a dormire, cioè sulla sedia a sinistra dell'uscio. - -Sulla sedia a sinistra dell'uscio c'era l'usciere filamentoso e canuto, -e continuava a dormire profondamente. - -Il mio stupore durò solo un menomo istante, perchè capii subito che -quegli che girava giovenilmente per la stanza era il mio Dàimone. - -Pensai di dirgli: — Sei tu? — ma non potevo parlare. Mi resi conto che, -com'egli m'aveva predetto, io non possedevo più altro al mondo se non -la coscienza di me medesimo, privata d'ogni forma d'azione. - -Allora attesi serenamente gli avvenimenti. - -Poi che il mio Dàimone ebbe dato ancora uno o due giri per la stanza, -s'udì un busso discreto all'uscio d'entrata. Il Dàimone non rispose; -e udimmo un altro busso. Finalmente l'uscio si schiuse timidamente, e -s'affacciò una testa spaurita, dicendo: - -— Si può entrare? - -— Provi — rispose il mio Dàimone. - -La testa spaurita provò, e infatti fu tutta dentro, e con lei la -mediocre persona su cui quella testa era infissa. Il Dàimone gli -domandò: - -— Sa leggere? - -— Sì — rispose alquanto interdetto il nuovo venuto; — lo credo: ho la -licenza tecnica. - -— E io credo di no — ribattè il mio Dàimone — perchè altrimenti avrebbe -letto che sull'uscio sta scritto Avanti. - -Mentre il perplesso arrossiva e si rigirava il cappello tra le mani -cercando invano un'adeguata risposta, l'uscio medesimo si riaperse come -per una ventata ed entrò un giovinetto sbadato: contro il quale il mio -Dàimone mosse subito investendolo con queste parole: - -— Perchè è entrato senza domandare permesso? - -Il giovine sventato rispose prontissimo: - -— Perchè c'è scritto _Avanti_. - -— Qui la volevo — disse il Dàimone. — _Avanti_ è una risposta: -quando qualcuno dice _Permesso_, gli si risponde _Avanti_. Lì dunque, -sull'uscio, c'è la risposta preparata per uno che abbia domandato. Ma -per chi, come lei, non ha domandato niente, il cartello, avendo natura -di risposta, non vale, ed è come non esistesse. - -Il giovinetto rispose con risolutezza: - -— Lei è matto. - -— È quello che pensavo anch'io — strillò il primo venuto, cui la -presenza dell'altro dava un'improvvisa violenza di reazione. - -— No — gli ribattè pronto il mio Dàimone — lei non ha diritto di -pensarlo, perchè a lei avevo detto proprio il contrario di quello che -ho detto ora a questo signore: dunque se sono matto verso lui, sono -savissimo verso lei, o viceversa. Scelgano, signori. - -— Scegliere?! - -— Sicuro: scelgano per quale dei due sono matto e per quale sono -savio. In mancanza di un criterio logico di scelta, possono giocarsela -a scacchi, a primiera, a pari e caffo, a regola di baccarà, a cinque -punti di morra, a testa e croce, a tre giri di briscola, alla paglia -lunga e corta.... - -— Oh — interruppe il secondo venuto — io non ho tempo da perdere; io -debbo parlare al cavaliere, per un impiego. - -— Anch'io — echeggiò il primo venuto — ho bisogno di vedere il signor -cavaliere, per una cambiale. - -— Il signor cavaliere — disse il mio Dàimone con sussiego — a quest'ora -non riceve. - -Proprio in quel punto, quasi per smentirlo sul fatto, la portiera -dell'uscio di fondo fluttuò; l'uscio si aperse, e irruppe nella stanza -il gioviale compagnone che m'aveva condotto in quel luogo. - -— Vede se non riceve! — gridarono i due postulanti. - -Ma il compagnone, senza badar loro, si rivolse impetuosamente al mio -Dàimone. - -— Usciere — gli disse — questi sono dieci franchi per voi. Ma dovete -dirmi una cosa: chi era quella magnifica signora che è uscita di qui un -quarto d'ora fa, quando sono entrato io? - -— Che storie?! — — protestò lo sventato. — Badi a me, che ho fretta. - -— E io — piagnucolò lo spaurito — sono venuto prima di lei, dunque ho -più fretta. - -Il mio compagno si sovrappose ad entrambi: - -— Usciere, mi risponda: io le do dieci franchi, dunque ho più fretta di -tutti. - -Il mio Dàimone, alzando solennemente una mano, rispose: - -— Ciò che ella chiede, signore, esorbita dalle mie funzioni, che sono -esclusivamente spirituali. - -Lo sventato lo sostenne: - -— Questo galantuomo ha ragione. - -— È un'immoralità — rincalzò il timido, a qualche distanza. - -Il mio compagnone ruggì: - -— Immorale a me! io!! io!!! - -E fattosi sopra l'altro gli lasciò andare un esattissimo manrovescio. - -Lo sventato allora, in difesa del suo recente alleato, saltò al collo -dello schiaffeggiatore; e così lo scoteva e cercava di strozzarlo, -mentre il percosso strillava: — Bravo, gli dia, gli dia — e girando -attorno ai due avvinghiati lanciava alla meglio qualche esile pedata -nei garretti al mio compagno. - -A questo punto il mio Dàimone credette opportuno d'intervenire, -gettando sul gruppo immondo dei tre rissanti questo stratagemmatico -grido: - -— Il Cavaliere! - - -6. - -Ethico. - -Come si scioglie improvvisamente una sciarada, appena viene nella mente -nostra la parola del totale, — così a quella parola «Cavaliere!» si -sciolse in un attimo e quasi d'incanto l'ignobile viluppo. Ognuno cercò -di ricomporsi come poteva, e tutti e tre, improvvisamente affratellati -nella paura, rimasero a bocca aperta e impietriti: solo movevansi le -tre coppie di sguardi andando e tornando a più riprese dalla faccia del -mio Dàimone all'uscio di fondo. - -Allora il Dàimone pronunciò: - -— Si vergognino! - -— Mio Dio.... — implorò il timido, ch'era il più incolume dei tre. - -— Taccia, ella non sa neppure di che cosa deve vergognarsi. - -— Sì, capisco, di questa scena involontaria che.... - -— No! no! Non è per questa amena e umanissima rissa ch'io li invito -a vergognarsi. Ma è per averla interrotta appena io ho pronunciato la -parola «Cavaliere». - -I tre riuscirono ad aprire e tenere aperte ancora più ampiamente le -bocche. Ma ora non guardavano più l'immobile portiera, sibbene il mio -Dàimone, che li dominava. Il quale continuò: - -— Chi è il cavaliere? uno che qualche decennio fa batteva le -anticamere, come loro, per ragioni vili, come le loro: anticamere di -qualche cavaliere che ne aveva battute altre simili qualche decennio -prima. Per paura di un simile essere loro rinunciano all'umano e -candido piacere di picchiarsi. - -Le tre bocche si richiusero. Uno solo, il mio compagno, cercò di -servirsi della propria dicendo: - -— Capirà.... - -Il mio Dàimone l'interruppe: - -— Io capisco una cosa sola, cioè, che questo signore che cerca impiego, -quest'altro che cerca danaro, e lei, il peggiore di tutti, che oltre -il resto vorrebbe buttar via dieci lire per correr dietro alla bipede -che è uscita di qua, — io capisco che loro ignorano completamente la -vita dello spirito. Vivono come i bruti, correndo alla soddisfazione -momentanea degli appetiti più bassi, senz'alcuna ansia di lasciare -ai posteri qualche traccia del loro passaggio mortale nel mondo. Ma -il bruto ha una scusa: egli ignora l'infinità. Invece l'uomo, e non -soltanto lei che ha la licenza tecnica, ma anche il meno istruito, sa -almeno che il tempo e lo spazio sono infiniti. - -— — Ma noi pensiamo al nostro avvenire, e le bestie no — obbiettò -quello che aveva la licenza tecnica. - -— Peggio — ribattè il Dàimone. — Pensare al proprio avvenire è -essere più bestie delle bestie, perchè la bestia è bestia dietro un -appetito del momento, mentre provvedere al proprio avvenire è essere -premeditatamente bestie per una lunga serie di momenti, giorni e anni, -cioè moltiplicare a ogni istante e proiettare in indefinito la propria -bestialità. Elleno, o signori, sono un vivente insulto alla Natura e -alla Storia. - -Dopo un momento di raccolto silenzio, il mio gioviale compagnone, uomo -conciliante, disse: - -— Usciere, voi avete ragione, e m'avete persuaso. E queste sono non -dieci, ma venti lire. E ora ditemi, per piacere, l'indirizzo di quella -magnifica signora che è uscita di qui mezz'ora fa, quando sono entrato -io. - -— E poi ci annuncerà al cavaliere — fecero gli altri. - -Così dicendo, i tre erano in mezzo alla stanza. - -Il Dàimone si ritrasse di qualche passo. Essi lo guardarono, aspettando. - -In quell'istante io sentii una specie di mobile tepore ricorrermi le -vene. - -Mentre i tre guardavano al Dàimone, questi alzò le braccia lunghissime, -le tenne melodrammaticamente levate un istante, poi repentinamente -sparì. - -I tre dettero un urlo. Agitarono un momento le braccia come invasati, -poi voltarono le spalle e si precipitarono all'uscita. Due si -dileguarono di là; il terzo, ch'era il mio compagno, inciampò sulla -soglia, vi cadde bocconi, e vinto dalla paura non riusciva più ad -alzarsi. - -Corsi a lui. - -Riconoscendomi, mormorò: - -— Sei ancora qui? Hai visto? hai visto? - -— Che cosa? — feci io candidamente. - -Il gioviale compagnone arrossì. - -— Nulla.... Mi sento un po' disturbato... Fammi il piacere di -accompagnarmi a una carrozza. - -Come l'ebbi messo dentro e salutato, e la carrozza fu partita, la voce -del mio Dàimone mi domandò: - -— Sei soddisfatto? - -— No — gli risposi —. Non c'è stato molto gusto. Io vorrei vederti come -sei. - -— Ti ho già detto che non ho una forma materiale mia. - -— Ma io vorrei sapere in quale forma, e soprattutto per quale ragione, -quel vecchio usciere poteva vederti. - -— Questo è il mistero. Che Dàimone sarei, se intorno a me non ci fosse -per te nulla di misterioso? - - - - -CAPITOLO NONO - -CONSOLAZIONE DELLA FILOSOFIA - - -1. - -Principio della fine. - -Da un anno a questa parte — anzi da un anno e un terzo, perchè quella -mattina era gelida mentre oggi che scrivo l'insubre cielo s'impiomba -sotto i segni congiunti del Leone e della Vergine — da un anno e -quattro mesi io sono còlto talvolta in mezzo all'oscillazione di due -diversi pensieri. - -L'uno è facile fino alla volgarità, ed è questo: - -— Quale solenne, invidiato ed esemplare collocamento nel mondo sociale -avrei io oggi, se quella mattina, un anno e un terzo fa, la mattina del -22 di febbraio del 1919, primo anno del Dopoguerra, se quella mattina -io fossi andato da Sua Eccellenza! - -L'altro, che gli si oppone, è più fino, e ha del metafisico: - -— Ognuno fa ciò verso cui è nato, e niente altro. E questa non è già la -sua predestinazione, ma la forma soggettiva della sua felicità. - -Il che vale a dire: — Io non sono nato per collocarmi solennemente, -invidiabilmente ed esemplarmente nel mondo sociale. Perciò, se quella -mattina fossi andato da Sua Eccellenza avrei perduto alcune ore di -sonno, e oggi sarei esattissimamente dove e quale sono; quel mio -sforzo, rimasto sterile, non si sarebbe inserito in alcun modo nella -serie della mia biografia, così appunto come non parteciparono alla -biografia del mondo gli atti delle nazioni e dei popoli inessenziali, -secondo insegnò Giorgio Hegel. - -E s'io ricordo qui — nelle pagine estreme e conclusive del libro della -mia vita d'azione — quella vicenda mattutina, si è per placare in una -nota di calma l'appassionato turbinio in cui ho dovuto trascinare il -lettore traverso l'incalzare di troppo operose avventure. - -Forse, così narrando l'ultima di esse, le sopprimerò tutte interamente -dal mio ricordo, e dalla loro stessa esistenza. Allora non mi avverrà -più di sentirmi oscillare tra i due pensieri che ho esposti, e si -concluderà in me ogni dissidio tra l'uomo comune e l'uomo filosofo. -Placato in tal modo ogni superstite interessamento verso gli aspetti -episodici della vita, potrò intraprendere, come da tempo è mio -desiderio, la descrizione di avvenimenti di ben più durevole e vasta -portata e fecondità. - - -2. - -Le cause prime. - -La sera avanti quella mattina, cioè la sera del 21 di febbraio, che è -a dire del giorno in cui il mio Dàimone s'era degnato di mostrarmisi -in forma umana — quella sera io ed egli ci mettemmo (l'idea fu sua) a -sfogliare un taccuino dov'io ero venuto segnando gli appunti de' miei -affari e avvenimenti più importanti. - -Il Dàimone con rapida sintesi mi disse: - -— Eccoti sbarcato nella Città Operosa, e per aver visto passare un paio -di sgualdrine ti fai prendere dalla febbre del danaro! Avanti dunque. -Bei principii, nel covo di pubblicità di quell'equivoco magistrato! E -con che diritta decisione navighi nell'oceano dei pescicani! Di tutta -la fantasia che hai poi buttato al vento quando hai voluto donar Milano -di una foresta di grattacieli, credo più generoso non ti parlare. -Ed ecco, 5 di febbraio, ecco qui i tuoi vani sforzi per crearti -diplomatico mediatore di compere e vendite all'ingrosso. Perfino quando -ti trovi, poco dopo, a fronte alla più stupefacente tra le invenzioni -moderne, non sai trarne motivo che a un'insipida larva di amore. Molti, -in questa facile èra, sono riusciti ad afferrare la ricchezza e il -potere incontrando molto minori e più semplici occasioni di quelle che -si sono presentate a te. Tu vi hai fatto una passeggiata. - -«Or vediamo: sai almeno dirmi perchè non hai potuto attuare da tutto -ciò nulla di pratico? — - -Pensai un momento, poi con umile franchezza gli risposi: - -— Perchè la prima volta per non cominciare di venerdì ho rimandato al -lunedì; e a farlo apposta, il lunedì era il giorno 13 del mese: guarda -il calendario. - -— Bravo! — esclamò il Dàimone. — Un imbecille di primo grado m'avrebbe -risposto: «perchè le occasioni non erano buone». Un imbecille di -secondo grado avrebbe detto: «perchè non sono stato abbastanza abile -nel coglierle». Tu m'hai dato la sola ragione che potesse piacermi: -vedo che posso ancora sperar bene di te. - - -3. - -Un intervento. - -In quel punto bussarono, e mi fu recapitato un biglietto. - -Lo portava, e me lo consegnò, un adolescente fattorino d'albergo. - -Era un biglietto di Giacomino. - -È perfettamente inutile spiegar qui in particolare chi era, e credo -sia tuttora, Giacomino. Basti dire che è uno degli innumerevoli amici -avvalangatimi dalle multiformi vicende della mia vita. - -Inoltre, Giacomino era, e credo sia tuttora, segretario particolare e -influentissimo d'una persona che fu più volte ministro. - -Essa persona in quel tempo era appunto ministro, cioè Eccellenza. - -Il biglietto di Giacomino diceva: - - «_Caro amico,_ - - «_Sua Eccellenza è a Milano. Abbiamo parlato lungamente di te; - ti ho ottenuto un colloquio con lui per domani mattina alle 7, al - «Continental». Si tratta di una cosa interessante e importante, per - cui occorrono il tuo ingegno e la tua attività. Sarà la tua rapida - fortuna!.... Ci sarò anch'io, a introdurti. A domattina, dunque; - saluti_». - -L'adolescente fattorino aspettava una risposta. - -Scrissi la risposta: la quale non fu che una meccanica eco delle ultime -parole della proposta: «_A domattina, dunque: saluti_». - - -Appena fu richiuso l'uscio dietro le tenui spalle del fattorino, sentii -una specie di freddo. Ma la stufa era accesa. Il freddo era interiore. - -Capii ch'esso mi veniva dalla parte del mio Dàimone. Poich'egli taceva, -ebbi l'umile bisogno di scusarmi: - -— È una cosa speciale — gli spiegai —: non potevo dire di no. - -— Io vado a dormire — rispose. - -Quella sera dovevo essere singolarmente disposto all'imitazione. Come -avevo echeggiato l'ultima riga del biglietto di Giacomino, così copiai -l'ultimo atto del Dàimone e me n'andai a letto. - -Ma prima presi le mie precauzioni. Calcolai che la mattina appresso mi -sarebbe occorsa mezz'ora per vestirmi e un quarto d'ora per recarmi -fino al «Continental». Arrotondando, un'ora. Bisognava dunque che mi -svegliassi alle 6. Caricai lo svegliarino e per colmo di previdenza lo -misi un po' prima delle sei, perchè è manifesto che con una Eccellenza -bisogna essere esageratamente puntuali. - - -4. - -Il sonno dell'ingiusto. - -Prima di addormentarmi, cercai di prevedere in che cosa avrei potuto -essere utile a Sua Eccellenza. - -Senza concludere nulla in proposito, fantasticai vagamente di me stesso -arrivante uomo nuovo per rapide e lucide strade al potere. - -Neppure in tale fantasticare sostai, nè seppi dedurne chiare immagini. -Perchè più imperiosa e curiosa mi si presentò un'altra domanda: — che -aspetto avrà Sua Eccellenza? - -Titubai alquanto tra il tipo anglo-americano raso e rapido, e il tipo -classicheggiante, barbuto e pomposo. D'un tratto m'agitai, accorgendomi -che non sapevo di quale specialità Sua Eccellenza fosse ministro. - -Intanto cominciavo ad addormentarmi. - -Ma non mi riuscì di ritrovare subito il solido sonno delle mie notti -d'innocenza. L'inquieta larva dell'ambizione venne a poggiarsi sul -mio guanciale, nel punto che stavo assopendomi, e di lì cominciò -a torturarmi con insidie vili e sottili. Intravidi un lunghissimo -porticato marmoreo, sotto cui svolgevasi come una maestosa e sterminata -panatenaica, e io da un trono sfavillante la contemplavo passare sotto -i miei piedi e perdersi nel lontano verso un cielo marino. Ma già i -marmi s'erano disciolti e alla luce solare era successa l'ombra funerea -d'un non so qual salotto o gabinetto arcigno, e io stavo ingarbugliando -sconnessi discorsi a un uomo sdegnoso, che un po' apparivami raso come -un quacquero e un po' barbuto come un merovingio; e avvedendomi del mio -divagante parlare incespicavo, e non osavo dirgli che la causa n'era -quella sua forma mutevole. D'un tratto, chinando gli occhi, m'accorsi -che non avevo la cravatta, e che il merovingio anglosassonizzato -guardava duramente allo sparato ignudo della mia camicia: il quale -contrattempo completamente mi paralizzò. - -A questo punto m'addormentai meglio, ma il mio sogno mi riferì a -preoccupazioni più pratiche e reali. Cioè, sognai di svegliarmi in -ritardo, e di buttarmi angosciato giù dal letto, e ivi infilare una -scarpa, poi l'altra, poi accorgermi di non avere più la prima. E indi -precipitarmi giù dalle scale, ch'erano infinite: e d'una si passava per -vasti androni in un'altra, e talvolta mi sorprendevo a salire anzichè -scendere: anzi ero sempre salito, e allora tornavo indietro, indietro: -e a tratti m'accorgevo di sognare e perciò mi sforzavo di mandar -fuori un gemito, un urlo, una voce qualunque che mi destasse. Invece -mi addormentai del tutto. Ma ecco, irruento come un'orda, atroce, uno -squillo improvviso mi sveglia. - - -5. - -La necessità. - -Quando m'accorsi ch'era lo svegliarino, cacciai la testa sotto le -coperte per lasciarlo finire. Di là lo sentivo, fioco, infinitamente -lontano. Passò un'eternità. Socchiusi le coperte, e il suono -ridiventava uno scroscio stridulo bestiale. Mi ricacciavo sotto. -Finalmente cessò. - -Ero sveglio e ricordavo ogni cosa. Erano le sei. Giacomino m'aveva -scritto. Sua Eccellenza m'aspettava alle sette. Erano le sei. -Bisognava levarsi, vestirsi con cura, e correre al «Continental», -all'appuntamento concesso da Sua Eccellenza. Erano le sei. Ma che magra -luce e livida, a quell'ora, intorno alle cose! - -— Cinque minuti per rimettermi. - -In quei cinque minuti dolcissimi mi si ricominciavano ad annebbiare le -idee. Me ne spaventai a tempo. - -— No no: mi riaddormento! - -Allora mi levai a sedere sul letto. M'investì un freddo tremendo. - -— Come si fa a ricevere alle sette? Anche Gladstone era mattiniero. -Dev'essere una particolarità degli uomini di Stato. Bel gusto. - -Cercavo, così stando seduto, di tirare in su le coperte fino al mento. -Ma in quei moti grandi ventate gelide entravano sotto. - -— Che ci vado a fare, in fin dei conti? Che cosa debbo dirgli? - -Era troppo freddo a rimanere a quel modo. Mi rispinsi sotto per -ritrovare un po' di calore prima di scendere dal letto. E ripresi a -disputare: - -— Bell'avvenire mi aspetta! Quella gente là s'alzano tutti a quest'ora? -Lavorano come ciuchi. Per gli altri. E io debbo diventare di quella -gente? - -Ma poco di poi una domanda, una proposta, si presentò, non so donde, -già formulata, non so da chi, nel mio cervello: - -— Se non ci andassi? - -Aspettavo da me stesso un'obiezione. Invece arrivò un rincalzo: - -— Se mi fossi ammalato questa notte?... Ci andrei un'altra volta. - -Diventai sottile, quasi arguto: - -— Vediamo. Il colloquio di stamattina non può avere nessun carattere -di indispensabile e di definitivo. Ieri a desinare non lo sospettavo -neppure. Sua Eccellenza non è, suppongo, venuto a Milano per questo. -Può, da un fatto così poco determinato e privo d'ogni carattere di -coscienza e di necessità, può nascere una cosa importante qual'è -l'avvenire d'un uomo? Evidentemente no. - -Mi sporsi a guardare lo svegliarino. Taceva, ma guardava egli me con -una specie di ghigno bianco schernevole. Segnava le sei e venti. - -— Bisognerebbe risolvere. - -Mi strinsi più forte tra le coperte, come nell'abbraccio d'un -abbandono. Ora un tepore paradisiaco m'avea avvolto il corpo e lo -spirito. Quel tepore mi spinse verso le morbide rotondità della -retorica: - -— Oh quanto sarebbe più nobile accontentarsi del piccolo bene presente: -qualche ora di buon sonno! E, cosa indispensabile alla tranquilla -coscienza, senza il danno di nessuno: Sua Eccellenza non può avere una -così urgente necessità di farmi una posizione. - -In quella si riaffacciò alla mia mente il dubbio sulla più probabile -condizione dei peli facciali di Sua Eccellenza; e non potei trattenermi -dal ridere. Da quell'immagine, per non so che sotterranei canali, mi -ritrovai improvvisamente di fronte a un'altra figura, cioè alla donna -che avevo vista passare impellicciata e profumata per le vie di Milano, -la prima sera del mio ritorno alla città. Mi convolgevo così tra -vaporati fantasmi di riso e di dolcezza. Ero quasi beato, con una punta -di tremore. Quella mia annuvolata beatitudine fu lunga, vanì in un -avvolgimento tepido di oblio attorno a tutta la mia sostanza. Fu lunga. - -A un tratto m'accorsi sussultando ch'essa da incalcolabili momenti mi -stava risospingendo subdolamente verso il sonno. Balzai, tesi il collo -a guardar l'ora. - -— Perdio! Le sei e cinquantacinque! Ho forse dormito? - -Feci un calcolo rapido: venti minuti vestirmi, quindici di strada -trovando subito una carrozza: e la barba? Anche a fare miracoli non era -possibile esser da Sua Eccellenza prima delle sette e quaranta. - -Il che sarebbe stato assai peggio che non andarci affatto. Non -vedendomi, poteva immaginarmi morto: ma nulla avrebbe potuto -giustificare un ritardo di quaranta minuti. - -Mi rificcai sotto. - -Risvegliandomi, tre ore più tardi, che la stanza era invasa di luce, -riconobbi che quest'ultimo, sì, era stato il sonno pieno e soddisfatto -dell'uomo giusto. - - -6. - -Idillio. - -Pure, c'era un'ombra ancora in fondo al mio cuore. Qualcosa in me aveva -bisogno di un conforto. - -Per confortarmi, pensai: - -— Sarà contento il mio Dàimone. - -Infatti la sua voce risonò subito sul mio capo, ilare e definitiva come -non l'avevo più sentita da un pezzo: - -— Sì — disse — solo ora sono veramente contento, anzi orgoglioso di -te. E da questo momento innanzi, lo sento, non sarò più quasi un altro -essere al tuo fianco, ma sarò te stesso, e tu me, fusi in una sostanza -unica indissolubilmente. - - FINE. - - - - -INDICE - - - Capitolo I. APERTA CAMPAGNA _Pag._ 7 - 1. Il catechismo. - 2. Estasi. - 3. Facilità. - 4. Le aristocrazie. - 5. Nuova incarnazione del Verbo. - 6. La saracinesca. - - » II. LA STATUA DI BARTOLO 25 - 1. Un consiglio di Cavour. - 2. Ercole e il Cappuccetto Rosso. - 3. Improvvisazione. - 4. Dal signor A. al signor Z. - 5. Lina e il «Lotòs». - 6. Forze maggiori. - - » III. PESCECANEA 49 - 1. Cinque spettatori in tre poltrone. - 2. Una visita d'affari. - 3. Il fulmine. - 4. Zoologia. - 5. Apocalissi. - 6. Compensazioni. - - » IV. PER BELLOVESO 71 - 1. Preludio mirabile. - 2. Fatale andare. - 3. Via Belloveso. - 4. A grandissime linee. - 5. La mia dimora. - 6. Crepuscolo. - - » V. L'ULTIMO VAMPIRO 93 - 1. L'altare. - 2. Uno, il basilisco, e il cameriere Giovanni. - 3. Imprevedibile. - 4. Colloquio. - 5. Convinzioni. - 6. Il Vampirismo. - - » VI. L'ISOLA DI IRENE 117 - 1. Chiarimento storico. - 2. Spirito d'avventura. - 3. Il primo e il secondo. - 4. Cenacolo platonico. - 5. Le liquide vie. - 6. Un ginnosofista. - - » VII. PANTELESTESI 147 - 1. Diagnosi. - 2. Appressamento d'un mistero. - 3. Silenzi e musiche. - 4. Laura. - 5. La soglia. - 6. Convegno. - - » VIII. IL DÀIMONE NELL'ANTICAMERA 169 - 1. Telefonico. - 2. Patologico. - 3. Divagativo. - 4. Diabolico. - 5. Metafisico. - 6. Ethico. - - » IX. CONSOLAZIONE DELLA FILOSOFIA 189 - 1. Principio della fine. - 2. Le cause prime. - 3. Un intervento. - 4. Il sonno dell'ingiusto. - 5. La necessità. - 6. Idillio. - - - - -_DELLO STESSO AUTORE:_ - -(ed. Vallecchi) - - - _La vita intensa_ — romanzo dei romanzi. - _Sette savi_ — racconti (4.ª edizione). - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of La vita operosa, by Massimo Bontempelli - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA OPEROSA *** - -***** This file should be named 54178-0.txt or 54178-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/5/4/1/7/54178/ - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images generously made available by The -Internet Archive) - - -Updated editions will replace the previous one--the old editions -will be renamed. - -Creating the works from public domain print editions means that no -one owns a United States copyright in these works, so the Foundation -(and you!) can copy and distribute it in the United States without -permission and without paying copyright royalties. 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You may copy it, give it away or -re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included -with this eBook or online at www.gutenberg.org/license - - -Title: La vita operosa - Nuovi racconti d'avventure - -Author: Massimo Bontempelli - -Release Date: February 17, 2017 [EBook #54178] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA OPEROSA *** - - - - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images generously made available by The -Internet Archive) - - - - - - -</pre> - - -<div class="booktitle"> -<h1> -La vita operosa -</h1> -</div> - -<hr class="silver" /> - -<div class="titlepage"> -<p class="x-large"> -MASSIMO BONTEMPELLI -</p> - -<p class="pad2 main-t"> -La vita operosa -</p> - -<p class="pad2 large"> -NUOVI RACCONTI D'AVVENTURE -</p> - -<p class="pad6 small"> -VALLECCHI EDITORE FIRENZE -</p> -</div> - -<div class="verso"> -<hr class="mid" /> -<p> -[Questi racconti furono pubblicati<br /> -nei numeri dal settembre al novembre<br /> -1920 della rivista <i>I. I. I.</i>]. -</p> - -<p> -<i>Proprietà letteraria riservata.</i> -</p> - -<p> -Firenze, 1921 — Stabilimenti Grafici A. Vallecchi — Via Ricasoli, 8. -</p> -<hr class="mid" /> -</div> - -<div class="somm"> -<hr /> -<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p> -<hr /> -</div> - -<div class="chapter"> -<div class="container-right"> -<div class="quote"> -<p> -<i>.... Mediolani mira omnia: copia rerum, -innumerae cultaeque domus, facunda virorum -ingenia....</i> -</p> - -<p class="indr"> -AUSONIO. -</p> -</div> -</div> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span> -</p> - -<h2 id="cap1"><span class="smaller">CAPITOLO PRIMO</span> -APERTA CAMPAGNA</h2> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span> -</p> - -<h3><span class="smaller">1.</span> -Il Catechismo.</h3> -</div> - -<p> -Alla scuola degli allievi ufficiali io e i miei compagni -studiavamo le molteplici bellicose materie su certi -quaderni che si venivano trasmettendo dinasticamente -di corso in corso. -</p> - -<p> -Poichè i corsi duravano due mesi, il succedersi -delle nostre generazioni era rapido. Passavano gli studenti; -ma restava, inesausto come il sole e il pensiero, -il Quaderno. Molti degli studenti li portò via la guerra; -i quaderni li dovè distruggere la pace, perchè l'uomo -è un animale improvvido, e probabilmente nessuno ha -pensato a conservare, per qualche ventura guerra con -corsi accelerati, quelle concentrazioni manoscritte delle -discipline di Marte e di Bellona. -</p> - -<p> -Ricordo che il quaderno di una delle materie meno -omicide — la topografia — era fatto a domande e risposte, -esattamente come i catechismi della dottrina -cristiana e gli opuscoli di propaganda socialista: la -quale triplice coincidenza potrebbe far fede che la umanità -elementare è fondamentalmente dialogica. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span> -</p> - -<p> -Il capitolo intorno all'orientamento in aperta campagna -finiva con queste battute: -</p> - -<p> -— D. Come si fa a orientarsi in aperta campagna? -</p> - -<p> -— R. Con una bussola, che è uno strumento ecc. ecc. -</p> - -<p> -— D. E quando non si ha la bussola? -</p> - -<p> -— R. Con un orologio che si espone orizzontalmente -al sole avendo cura, ecc. ecc. -</p> - -<p> -— D. E se è notte? -</p> - -<p> -— R. Con le stelle, una delle quali chiamasi polare, -e si trova tirando una linea immaginaria, ecc. ecc. -</p> - -<p> -— D. E se è giorno e non si ha l'orologio? -</p> - -<p> -— R. Col sole. -</p> - -<p> -— D. E se il sole è coperto? -</p> - -<p> -— R. Esaminando i tronchi degli alberi: la parte -dove sono più verdi, poichè è quella dove non vengono -battuti dal sole, è il nord: la parte opposta naturalmente -è il sud. -</p> - -<p> -A questo punto finiva il capitolo, e cominciava un -altro argomento. -</p> - -<p> -Ma a quel punto io sentivo un vuoto improvviso. -Forse qualcuno dei lettori l'ha sentito con me. M'auguro -che siano pochi: li avverto che è un fenomeno -morboso, prodotto in noi da una malsana tendenza -verso l'infinità. -</p> - -<p> -Infatti, allora, ho potuto fare alcune osservazioni sul -contegno che i miei compagni tenevano di fronte all'interruzione. -La maggioranza non aveva nessuna impressione -o curiosità particolare: studiava quelle nozioni -senza desiderarne altre. Qualcuno, d'intelletto notevolmente -preciso, ne dedusse che la guerra si fa sempre ed -<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span> -esclusivamente in luoghi ove ci siano almeno degli alberi. -Pochissimi si accorgevano che il trattato ereditario -di topografia militare lasciava insoluto un grave -problema: come si fa a orientarsi in aperta campagna -quando si è perduta la bussola, si è rotto l'orologio, il -sole è coperto di nuvole, e non ci sono alberi. -</p> - -<p> -Quei pochissimi finivano per concludere che in quel -caso ognuno fa quello che può: — che in effetto è il -solo insegnamento sicuro e fondamentale per tutte le -discipline pratiche della guerra e della pace. -</p> - -<h3><span class="smaller">2.</span> -Estasi.</h3> - -<p> -Quando, due mesi dopo l'armistizio, rientrai — come -dicevamo allora — in Italia, mi sono trovato nella -città di Milano, aperta campagna per le maggiori battaglie -della vita: mi sono ritrovato nell'aperta campagna di -Milano, senza bussola, nè orologio, nè sole, nè -stelle. -</p> - -<p> -Ho girato dunque per la città respirando la vita e -cercando affannosamente un albero per vedere da che -parte sta il nord. -</p> - -<p> -Quanto mi piacquero quel giorno i bar con le bottiglie -di tanti colori! I colori dei bar, gli specchi dei -caffè, i cristalli delle vetrine, e le donne che salgono in -<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span> -una carrozza o anche in un tranvai, furono i beni terrestri -di cui il soldato sentì maggiore nostalgia. -</p> - -<p> -I liquori colorati, gli specchi, le vetrine e le donne, -scossero ebriosamente la mia fantasia rinfanciullita -nella lunga assenza dai piaceri del mondo. -</p> - -<p> -E così agitando lo sguardo goloso dall'uno all'altro -dei molti esemplari d'ognuna di quelle specie benefiche, -a un certo punto mi avvenne di fermarlo in modo -particolare sopra una donna, la quale non saliva in -tranvai, ma camminava morbidamente verso non so -qual suo sogno o realtà fascinosa, e presto mi scomparve -e non ebbe mai nome per me; era bellissima e aveva -corta e densa la pelliccia e lunghe e rade le calze, e due -occhi di carbone e di luce. -</p> - -<p> -Come si allontanava, mi sorpresi a mormorare una -frase di estasi ammirativa, che fu la seguente: -</p> - -<p> -— Perdio! qui bisogna trovar modo di far molti -quattrini. -</p> - -<p> -Poichè intanto la donna era vanita del tutto dal -mio orizzonte, un mio vigile Genio o Dàimone personale, -che è loico e ironico di natura, mi domandò: -</p> - -<p> -— Quale rapporto così diretto e immediato supponi -tu dunque che gli dèi abbian posto tra la visione della -bellezza e il pensiero del danaro? -</p> - -<p> -Ma, contro il Dàimone, ho insistito, d'istinto, nell'affermare -quel rapporto come reale, e forse anzi fondamentale -ed eterno. Forse quando nacque la divina -Afrodite dal mare e si presentò sul lido terrestre vestita -alla moderna di poca spuma, forse allora i Tritoni -e i mortali si mormorarono l'un l'altro ammirandola: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span> -</p> - -<p> -— Per Zeus! qui bisogna trovare il modo di far -molti talenti. -</p> - -<h3><span class="smaller">3.</span> -Facilità.</h3> - -<p> -Il cielo era coperto, come si conviene a una città -di vita operosa. L'aria avvolgeva un velo di grigio intorno -alle cose, com'è opportuno in una aperta campagna -delle battaglie della vita. -</p> - -<p> -Il cielo era coperto e l'aria un velo grigio: ma -di tratto in tratto le vie s'illuminavano di lunghi bagliori -folgoranti, perchè rapide correnti d'oro invadevano -il cielo, s'insinuavano tra le linee dei tetti, volavano -sopra le strade della città con una voce d'aeroplano -giovane. Le correnti dell'oro a ogni momento -urtando negli spigoli dei tetti si frangevano e mandavan -giù rutilanti cascate a zampillar sui marciapiedi -sotto lo sguardo dei passanti. -</p> - -<p> -Le donne non si chinavano a raccogliere quell'oro: -lo raccoglievano gli uomini per esse. -</p> - -<p> -Le correnti e gli zampilli s'allontanavano, si spegnevano, -ricominciavano qua o là bizzarramente. -</p> - -<p> -A un certo punto mi domandai perchè non mi ero -chinato anch'io come gli altri. Era facile. Chiunque -può chinarsi e raccogliere. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span> -</p> - -<p> -È facile chinarsi, ma non è facile pensarvi. Certi -uomini, quando sarebbe il momento di chinarsi, continuano -invece a contemplare la pelliccia corta che si allontana, -e non fanno a tempo a raccogliere l'oro per lei. -Questa è la differenza tra essi e gli altri. -</p> - -<p> -Non me ne rimproverai troppo. Tutto era ancora -nuovo per me, che mi trovavo senza bussola nè orologio -nè sole nè stelle in mezzo all'aperta campagna della -nuova vita. Bisogna prima orientarsi. E proseguii -l'esplorazione per la città, alla ricerca di alberi che -m'indicassero il settentrione e l'oriente. Era l'ora che -Milano è più bella: quando l'aria si risolve a essere -scura del tutto, e s'accendono i lumi delle strade e -delle case. -</p> - -<h3><span class="smaller">4.</span> -Le aristocrazie.</h3> - -<p> -Per intonarmi all'ora, sono andato al caffè. -</p> - -<p> -Sono entrato in un caffè che ha fama di ritrovo -elegante. -</p> - -<p> -Ricordo che molti anni sono, quando ogni tanto -venivo per qualche giorno a Milano da una città di -provincia che dette i natali a Dante e a Machiavelli, -solevo entrare in quel caffè con una specie di timorosa -reverenza. Mi pareva che tutti i presenti si voltassero -<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span> -a guardarmi con severità, mentre entravo e m'affrettavo -a prendere un posto. Mi aspettavo, ogni volta, -che il cameriere prima di servirmi mi domandasse: -</p> - -<p> -— Il signore ha la tessera? -</p> - -<p> -Il cameriere non me la chiese mai: ma certo tutti -quei signori e quelle signore avevano una tessera d'intellettualità -cittadina, che concedeva loro la qualità -di assidui in quel luogo, pubblico ma eletto: e s'indovinava -subito, a vederli conversare così da lontano, che -discorrevano d'arte, specialmente di teatro, e che erano -gli uomini e le donne più intelligenti della città. -</p> - -<p> -Più tardi — ma sempre prima della guerra — ero -venuto anch'io ad abitare a Milano, e anch'io un bel -giorno, frugandomi per caso nella tasca del soprabito, -ci avevo trovato la mia tessera d'intellettuale milanese. -Però non ne abusai; non andai più che raramente -nel luogo pubblico ma eletto, e sempre senza mostrare -la tessera. -</p> - -<p> -Ci sono dunque tornato quel giorno che mi aggiravo -alla ricerca d'un albero orientatore. -</p> - -<p> -C'erano molte persone, e un colore diverso da -quello d'un tempo. -</p> - -<p> -Ignoro se le persone che vi si trovavano rappresentassero -ancora il fiore dell'intellettualità cittadina. Certo -non tutti quei gruppi discorrevano d'arte, di teatro, -e d'altre cose supreme. -</p> - -<p> -Appena entrato, senza che subito mi rendessi -conto della causa, mi sorprese un ricordo del fronte: -rividi in un lampo stendersi Valdirose fra Tarnova e -San Marco, dolce valle in un'aria d'autunno, recisa -<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span> -duramente da un lungo reticolato che s'arrampicava -per una china ripida. -</p> - -<p> -Invece ero in un caffè, che ha nome di ritrovo elegante. -</p> - -<p> -Guardando traverso il fumo e il suono dei violini, -vidi in fondo alla piccola sala, attorno a un tavolino, -un gruppo composto di quattro gentiluomini e due -signore. Le due signore stavano a guardare i quattro -gentiluomini, e i quattro gentiluomini giocavano: giocavano -alla morra. -</p> - -<p> -Allora mi spiegai il ricordo che m'era venuto incontro -all'entrare. Un tempo, appunto all'osservatorio di -Cuore in Valdirose, un sergente di fanteria aveva cominciato -a insegnarmi il gioco della morra. -</p> - -<p> -Era un piacevole iniziatore, e sotto la sua guida ero -venuto in una grande ammirazione per l'italianissimo -gioco, pieno di acute profondità. Il sergente, ottimo -giocatore, aveva anche qualche attitudine alla trattazione -scientificamente metodica. M'aveva dunque spiegato -che all'eccellenza nella morra si giunge conquistando -successivamente tre gradi: -</p> - -<p> -il <i>primo grado</i> consiste nell'apprendere a variare di -continuo il ritmo delle proprie gettate, in modo da -renderle imprevedibili all'avversario; -</p> - -<p> -il <i>secondo grado</i> insegna a scoprire qual'è il ritmo -caratteristico delle variazioni dell'avversario stesso. -</p> - -<p> -Può sembrare ai profani che la raggiunta unione di -questi due gradi esaurisca compiutamente il campo -dell'abilità di un perfetto giocatore. Non è così. Il giocatore — mi -<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span> -spiegava il maestro — non può chiamarsi -tale se non arriva al -</p> - -<p> -<i>terzo grado</i>, — il quale non è più, come i due primi, -esclusivamente cerebrale e intellettivo, ma importa -anche abilità tecnica della mano e delle dita: consiste -cioè nell'arrivare col proprio punto impercettibilmente -più tardi dell'avversario, ma quell'infinitesimo ritardo -dev'essere sufficiente per modificare, se occorre, la -propria gettata a seconda di quella dell'altro. -</p> - -<p> -Non so se i quattro gentiluomini fossero arrivati al -terzo grado. Giocavano, a turni di due per volta, con -serenità e senza alzar troppo le voci, come si conviene -a gentiluomini in un ritrovo elegante. Le signore seguivano -il gioco con un'aria di noia tranquilla, come si -conviene a signore, e mangiavano a quattro palmenti -pasticcini, <i>marrons-glacés</i>, tartine col prosciutto e altre -cose delicate. Io mi sentivo più che mai senza tessera. -Dopo un poco m'alzai, passai con qualche timidità davanti -al tavolino della morra, andai nell'altra sala a -veder ballare il <i>fox-trott</i> e altri balli nello stesso idioma. -Le danzatrici erano tutte signorine della più ricca società; -tutte giovanissime, dai quattordici ai diciotto -anni: avevano gambe tornite, e spalle candide sotto i -capelli che portavano sciolti come si conveniva alla -loro età, e morbide braccia. Divina incoscienza della -puerizia! -</p> - -<p> -La sala brulicava di contorcimenti maliosi sotto le -fruste delle luci. -</p> - -<p> -Contemplai un poco, dallo stipite, la nuova società -<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span> -nata dal lavoro moderno e dalla vittoria: poi -involsi in mi ultimo sguardo quelle innocenze elette, e -pensai una volta ancora il mio pensiero d'estasi contemplativa: -</p> - -<p> -— Perdio! qui è necessario trovare il modo di far -molti quattrini. -</p> - -<p> -Perciò uscii in fretta per vedere se nelle strade -fossero ricominciati gli zampilli e le cascate dell'oro: -ero risoluto a raccoglierne a piene mani e riempirmene -bene le tasche prima di tornare nei luoghi ove la Volontà -e la Potenza di vivere mi s'eran presentate sotto -una forma inattesa e straordinariamente imperativa. -</p> - -<h3><span class="smaller">5.</span> -Nuova incarnazione del Verbo.</h3> - -<p> -Ma fuori, in quel frattempo, la Volontà di vivere -aveva lanciato attorno manate di luce, che s'erano -impiastrate contro gli sporti delle botteghe, s'erano -appese ai cornicioni dei tetti; e di quella luce n'era -sparsa in terra, sotto i piedi, nell'aria, dappertutto. La -Volontà di vivere gridava dalle ruote delle carrozze -e dalle campanelle dei tranvai. La commentavano gli -strilloni dei giornali e i banditori davanti alle porte dei -cinematografi. Uno di questi investiva così violentemente -con le sue lusinghe i passanti, che gli girai lontano -perchè non avrei avuto il coraggio di dirgli di no. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span> -</p> - -<p> -Ogni tanto mi fermavo estatico tra gli urli della -folla e stentavo a frenare nel petto entusiasta il grido -della mia ammirazione per l'uomo. -</p> - -<p> -Da tutti i piccoli lumi tenaci di fede che la rassegnazione -alla morte aveva accesi per quattro anni nelle -trincee verminose, da quelli dunque era folgorata al -sopravvissuto mondo tutta la luce che io calpestavo -sui marciapiedi della città? -</p> - -<p> -Poi il mio pensiero si fece più minuto e commosso. -</p> - -<p> -— Tutti questi uomini — mi dissi — sono stati -alla guerra; tutte queste donne durante la guerra -hanno aspettato, presso un focolare scarso, un ritorno: -ora gli uni e le altre celebrano volonterosamente i saturnali -della vittoria. -</p> - -<p> -Il mio genio, o Dàimone personale, mi tirò per la -manica: -</p> - -<p> -— Non precipitare — mi disse — le tue interpretazioni. -Tu sei qui per orientarti, non per fare della -storia o della filosofia. Il primo orientamento è quello là. -</p> - -<p> -E mi additò i cartelloni che coprivano una vasta -e caduca impalcatura d'assi, dietro la quale immaginai -fervido il lavorìo della ricostruzione per il benessere -della nuova società. -</p> - -<p> -La prima parola di quasi tutti i cartelloni — la -più grossa e visibile — era questa: -</p> - -<p> -OGGI. -</p> - -<p> -A poco a poco, continuando a ricircolare lo sguardo -su quegli scritti, non riuscii a distinguere altra parola -che quella: -</p> - -<p> -OGGI. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span> -</p> - -<p> -Il rimanente si confondeva e si cancellava ai miei -occhi. -</p> - -<p> -Il Verbo è eterno, ma le sue incarnazioni sono caduche -come gli assi delle impalcature, si succedono -come le dinastie dei monarchi mortali. A Zeus succedette -Prometeo e ad Adonai succedettero Cristo ed -Allah. Ma a tutti gli dèi più resistenti, a Brahama ad -Allah a Cristo stesso, succede ora, in tutte le latitudini, -il nuovo Dio, che si chiama -</p> - -<p> -OGGI. -</p> - -<p> -OGGI è il nome della Volontà di vivere nata dalla -rassegnazione a morire. -</p> - -<p> -— Per questo, allora, la nota più costante e più -acuta del mondo nuovo è la calza di seta e la scollatura -cospicua delle fanciulle e delle donne, dai quattordici -ai quarantacinque anni? È, dunque, la volontà -ferma di rifare all'Italia i cinquecentomila ròsi -dai vermi del Piave e del Carso? -</p> - -<p> -Il Dàimone qui mi trattenne un'altra volta sulla -china pericolosa delle interpretazioni storiche, e mi -fermò presso due fanciulle che s'estasiavano davanti -a una vetrina di gioielli. Erano strette come una coppia -di amanti, e ogni tanto si guardavano negli occhi -con un sorriso rauco. Fissai i fianchi delle due fanciulle, -e non mi riuscì d'immaginarli sussultare se non di -spasimi senza dolore. -</p> - -<p> -— E allora? — domandai. — Questa volontà di -vivere è forse lo sforzo del moribondo per non soffocare? -È la improvvisa larghezza del giocatore agli estremi -<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span> -che butta sul tappeto la somma più grossa di tutta la -sua serata, ma quella somma è l'ultima, e dopo, se -perde, non gli resterà che la fuga o la morte? -</p> - -<p> -Il Dàimone mormorò: -</p> - -<p> -— Quando non si ha bussola, nè orologio, nè sole, -nè stelle, si esaminano i tronchi degli alberi. -</p> - -<p> -— E se non ci sono alberi, — continuai io-ognuno -fa quello che può. -</p> - -<p> -— Precisamente. -</p> - -<p> -Allora per una breve traversa egli mi condusse dal -Corso nella piazzetta Belgioioso, dalla luce più violenta -nell'ombra più raccolta; e dalle immagini d'un fermento -pazzo mi spinse di fronte a un'ombra religiosa. -</p> - -<p> -Davanti alla casa di Alessandro Manzoni mi trovai -molto meno timido che al cospetto dei gentiluomini -del Cova o del banditore di cinematografo sotto i Portici -Settentrionali. -</p> - -<p> -Sentii la presenza di lui, e lo interrogai con rispetto: -</p> - -<p> -— Se Ella — domandai — se Ella, che fu un -sacerdote dell'Equilibrio Profondo, se Ella vivesse oggi -tra noi, e con Lei vivessero oggi tra noi Raffaello e San -Francesco e Machiavelli e Giuseppe Verdi, mi dica, La -prego, come inserirebbero nel quadro di questa vita la -Trasfigurazione, e il Cantico delle Creature, e i Discorsi -sulle Deche, e i Promessi Sposi, e il Trovatore o il -Falstaff? -</p> - -<p> -Con una ironica balbuzie, il sacerdote pronunziò: -</p> - -<p> -— Capitolo ottavo: «Così va spesso il mondo.... -voglio dire, così andava nel secolo decimosettimo». -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span> -</p> - -<p> -— Ho capito — risposi —; Ella, al solito, non vuole -compromettersi. -</p> - -<h3><span class="smaller">6.</span> -La saracinesca.</h3> - -<p> -Io invece non ho mai evitato di compromettermi. -Ho sempre ignorato la virtù della prudenza. Mio danno, -e mia passione. M'allontanai, rimanendomi insoluto -il problema su Raffaello e compagni. Una saracinesca, -calando con gran rumore di ferro a chiudere un magazzino, -mi gridò: -</p> - -<p> -— Frègatene. -</p> - -<p> -Anche nelle vie per le quali camminavo ora con una -specie di rapida rabbia inconfessata — anche in quelle -vie d'ombra e di silenzio ogni tanto giungeva l'eco degli -omaggi popolari al dio Oggi. Giurai di portargli anche i -miei. Giurai di chinarmi a ogni passaggio delle correnti -auree sopra le vie della città operosa. Per chinarsi non -occorrono nè bussola nè orologio nè sole nè stelle nè -alberi. Nella cattedrale del dio Oggi non sono punti -cardinali. Non è necessario orientarsi. Basta la conclusione -dei più intelligenti tra i miei compagni della -scuola di Artiglieria: — Ognuno farà quello che potrà. — La -Trasfigurazione e i Discorsi sulle Deche pensino -da sè ai casi propri. Ora trascinavo io furiosamente -<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span> -il mio Dàimone. Lo riportai nella luce, lo condussi a -pranzare in una trattoria splendida. -</p> - -<p> -— Domani — gli dissi — cominciamo a far quattrini. -</p> - -<p> -— Domani no — mi rispose —, perchè domani è -venerdì. Cominceremo lunedì venturo. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span> -</p> - -<h2 id="cap2"><span class="smaller">CAPITOLO SECONDO</span> -LA STATUA DI BARTOLO</h2> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span> -</p> - -<h3><span class="smaller">1.</span> -Un consiglio di Cavour.</h3> -</div> - -<p> -Sono in piazza Cavour, disoccupato e perplesso. -</p> - -<p> -La mia disoccupazione è figlia del sole, come Circe. -Oggi c'è il sole. Da una giornata bigia egli è uscito d'un -tratto, mentre m'accingevo a scrivere, per i posteri, -non so quali miei pensieri o immaginazioni: quel lume -improvviso mi ha mostrato la lunghezza della posterità, -e conseguentemente la poca urgenza della mia -opera. -</p> - -<p> -Ma arrivato in piazza Cavour, alla disoccupazione -si aggiunge la perplessità. Da una parte si sforzano di -verdeggiare i Giardini, dall'altra, oltre i portoni massicci, -scampanella via Alessandro Manzoni. A sinistra troverei -un poco di alberi, dell'acqua, e certi uccelli come nei -francobolli delle collezioni; oggi c'è il sole, e ci sarà -movimento; ci saranno anche dei bambini con le loro -balie. -</p> - -<p> -— Balie, sì, e cameriere — dice il Dàimone — potrai -studiare i progressi della smobilitazione. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span> -</p> - -<p> -Ma a destra la vita: le due vite: la Vita Intensa e -la Vita Operosa. Il Dàimone riprende la parola: -</p> - -<p> -— La Vita Intensa, di coloro che non fanno niente? -e la Vita Operosa, di coloro che si danno l'aria d'aver -molto da fare. -</p> - -<p> -Mi ribello allo scetticismo del Dàimone. La guerra -è finita, da due mesi, e c'è il sole, a Milano in gennaio! -Bisogna afferrare queste eccellenti occasioni d'essere -ottimisti. -</p> - -<p> -— Mi ribello, caro Dàimone; fino a oggi t'ho -dato troppo retta, e m'hai condotto per l'aja come fossi -un cane (se posso servirmi d'una vetusta immagine di -cui non ho mai capito l'origine); ma d'oggi innanzi la -mia vita sarà una continua ribellione ai tuoi istinti -sofistici e sterili. Andiamo verso le due, le mille vite; -guarda: anche Camillo Benso, conte di Cavour, ci fa -segno di andare da quella parte. -</p> - -<h3><span class="smaller">2.</span> -Ercole e il Cappuccetto Rosso.</h3> - -<p> -È impossibile immaginare con qualche probabilità -come si sarebbe svolta la serie della nostra vita, se in -un momento qualunque del passato avessimo compiuto -un atto diverso da quello che abbiamo compiuto. Ogni -volta che un uomo, anche nel più ozioso vagabondaggio, -<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span> -prende a destra piuttosto che a sinistra, può produrre -una incalcolabile mutazione nei propri destini, e ignorerà -sempre, dolorosamente, la portata di questa mutazione. -Da ciò deriva la scarsa efficacia delle favole morali. -Si racconta ai ragazzi che Ercole figlio di Alcmena, -avendo al noto bivio scelto la via faticosa e aspra, -sia perciò, attraverso dodici e più fatiche, pervenuto -alla eccellente condizione e sinecura di semidio. Ma -non possiamo dire in coscienza a che cosa Ercole sarebbe -pervenuto se avesse scelto la strada piacevole e facile. -Forse sarebbe diventato semidio ugualmente, e senza le -dodici fatiche; forse sarebbe arrivato anche più là, -l'avrebbero fatto dio addirittura; e non soltanto in -India e in Siria, dove dovette come dio cambiare nome -e chiamarsi Rama e Baal, ma sarebbe successo apertamente -a Zeus, invece di Cristo, in tutto il mondo occidentale: -chi sa? -</p> - -<p> -Tutte le favole, di tutte le epoche, sono altrettanto -scarsamente probanti. Cappuccetto Rosso per aver -preso la strada più lunga nel bosco finì divorata dal -lupo. Verissimo. Ma se avesse preso la strada più corta, -possiamo noi affermare che non le sarebbe accaduto -anche di peggio? per esempio essere violata da un malandrino, -e di lì finire nella vita disonesta, che, come -ognuno sa, è peggiore della morte? -</p> - -<p> -— Bisogna anche considerare che la storia degli -uomini celebri per diventare esempio morale subisce -spesso riadattamenti che ne modificano profondamente -la portata. Così dovette avvenire appunto della -vita di Ercole, ch'era l'uomo più celebre del suo tempo. -<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span> -Il fatto del Bivio ci è raccontato per la prima volta -da Prodico sofista, che visse nel quinto secolo avanti -Cristo, cioè circa milleduecento anni dopo Ercole. Ma -su quel fatto c'è in un testo poco noto una versione -anteriore a quella di Prodico, versione che fu poi dimenticata, -sommersa dalla nuova, forse perchè la prima -parve un po' cinica. La leggenda poco nota è questa: -Ercole fin da ragazzo aveva sentito dire molte volte da -Alcmena che la virtù è bellissima e il vizio orribile. Trovatosi -al Bivio, vedendo una strada brutta e fetida si -cacciò subito in quella, convinto di entrare nella strada -del vizio. Quando s'accorse dell'errore non era più -a tempo a tornare indietro; ciò che del resto è avvenuto -e avviene in ogni tempo anche a uomini comuni, i -quali, avendo, per contingenze o per naturale timidità, -cominciata la carriera di persone per bene, per quanto -poi se ne pentano si trovano siffattamente intricati nella -vita onesta che non possono più liberarsene, e si rassegnano -alla virtù per il rimanente dei loro giorni. — -</p> - -<p> -Non occorre ch'io avverta che quest'ultima divagazione -l'ha fatta il Dàimone, col quale ormai ho stabilito -di romperla su tutti i punti. Io mi sono accontentato -di stare per un momento a contemplare i massicci portoni -che debbo attraversare per avventurarmi verso il -centro vivo della città. Chi sa mai chi avrei incontrato, -e quale corso avrebbero seguìto i miei fati, se fossi andato -ai Giardini. Inoltrandomi per via Alessandro Manzoni -incontro un tenente dei mitraglieri. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span> -</p> - -<h3><span class="smaller">3.</span> -Improvvisazione.</h3> - -<p> -L'ho conosciuto un anno fa, non so più dove, ma -certo di là dal Brenta e di qua dal Piave. È ancora -grigioverde, io no: tuttavia lui riconosce me e non io -lui, sulle prime. Ma non me ne faccio accorgere e rispondo -con entusiasmo al suo entusiastico abbraccio. -</p> - -<p> -— Non sono ancora smobilitato — mi assicura — ma -sono libero, e mi son messo a lavorare. -</p> - -<p> -Intanto mi risovvengo, non del suo nome, ma di -lui, e ne fo sfoggio. -</p> - -<p> -— Se non ricordo male, eri ingegnere, appena laureato.... -</p> - -<p> -— Appunto. -</p> - -<p> -— E avevi intenzione di entrare nelle Ferrovie. -</p> - -<p> -— Hai buona memoria. Ma niente Ferrovie. Ti -paion tempi questi? Faccio della pubblicità. -</p> - -<p> -Da quando sono tornato ho già incontrato non -meno di dieci persone, di classi studi e professioni diversissime, -che mi hanno detto: — Faccio della pubblicità. — Non -ho un'idea chiarissima di quello che fanno, -e non mi sono mai permesso di chiedere spiegazioni -precise. -</p> - -<p> -— E tu — dice l'amico — che fai? Scrivi sempre? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span> -</p> - -<p> -— Io?... Non so ancora bene.... forse mi metterò -anch'io a fare della pubblicità. -</p> - -<p> -Questa risposta non sorprende lui: invece sorprende -me, che non la aspettavo affatto. Il tenente — non m'è -ancora venuto a galla il nome, aspetto qualche occasione -per farglielo dire senza parere — il tenente approva: -</p> - -<p> -— Bravo! perchè non provi a venire con noi? -</p> - -<p> -— Dove? -</p> - -<p> -— Alla B. A. I. A.! -</p> - -<h3><span class="smaller">4.</span> -Dal signor A. al signor Z.</h3> - -<p> -Ci fu un tempo che frequentavo dei letterati. Qualche -volta m'era avvenuto che taluno di essi nel corso -della conversazione uscisse in frasi del seguente tenore: -</p> - -<p> -— È qualche cosa, sai, come l'episodio di Aladina -nella mia <i>Suprema Salvezza</i>. -</p> - -<p> -Oppure: -</p> - -<p> -— Non hai che pensare al mio finale del secondo -atto di <i>Libagioni</i>. -</p> - -<p> -Io frequentavo quei letterati, ma non avevo letto -<i>La suprema salvezza</i>, non avevo sentito <i>Libagioni</i>. Senonchè -gli autori li citavano con una così candida e -<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span> -poderosa convinzione, che non osavo chiedere maggiori -lumi in proposito. -</p> - -<p> -Ciò avveniva prima della guerra. Il simile avvenne -quando, dopo la guerra, in un giorno di gennaio del -1919, un tenente mitragliere mi nominò senz'altro la -B. A. I. A., nome nuovo alla mia mente. -</p> - -<p> -Perciò dissi soltanto: — Ah —, ed egli continuò -soddisfatto: -</p> - -<p> -— Forse non sapevi che la dirige mio fratello. -</p> - -<p> -— Non ne ero certo. -</p> - -<p> -— Sì, sì. Ci faremo dare un appuntamento. Del -resto mio fratello lo conosci. -</p> - -<p> -— Non mi pare. -</p> - -<p> -— Come? Mi ha detto che vi siete conosciuti, non -so bene, in una città dell'Italia Centrale.... molti -anni fa.... -</p> - -<p> -— Può darsi.... Si chiama? -</p> - -<p> -— Luigi. -</p> - -<p> -— Voglio dire, il cognome. -</p> - -<p> -— Come ha da chiamarsi? Come me, Gattoni. -</p> - -<p> -— Naturalmente.... Sì! ora ricordo. L'avvocato -Gattoni. -</p> - -<p> -— È lui. Stai a sentire: aspettami là in Galleria. -Io arrivo qui allo studio a informarmi quando può riceverti, -e torno a dirtelo. Se potesse sùbito, tanto meglio. -</p> - -<p> -Poichè era lunedì gridavano dappertutto <i>La Gazzetta -dello Sport</i>, al quale richiamo la nuova gioventù -correva in folla. -</p> - -<p> -L'aspettazione in Galleria la occupai leggendo con -cura i titoli dei libri nelle vetrine di Treves e di Baldini -<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span> -e Castoldi (con la quale esplorazione mi misi in -breve e compiutamente a giorno degli spiriti e delle -forme della nostra letteratura contemporanea) e riandando -col pensiero al tempo in cui, sei o sette anni -prima, avevo conosciuto l'avvocato Luigi Gattoni, giudice -di tribunale in una città di provincia. Lo ricordavo -perfettamente come un uomo placido: duplice barba -grigia alla Palmerston da cui emergeva raso il mento: -appassionato giocatore di scopone: un giudice per -bene: una persona qualunque: Gattoni. Non avevo -ancora capito nulla dell'avventura improvvisa che ora -legava quel giudice qualunque, dimenticato da tanti -anni, con la mia persona, attraverso le premure d'un -mitragliere conosciuto tra Piave e Brenta, sullo sfondo -misterioso d'una B. A. I. A. -</p> - -<p> -Queste quattro lettere m'apparvero poco di poi, -sempre più misteriose, nere su un cartello bianco smaltato, -sopra la porta d'un ammezzato oscuro in una -via operosa e brulicante. Il mitragliere mi precedè in -un'anticamera buia e mi disse: -</p> - -<p> -— Aspetta qui. -</p> - -<p> -Mentre aspettavo, il Dàimone mi ammonì: -</p> - -<p> -— Stai attento a non comprometterti. -</p> - -<p> -— Non seccarmi — gli risposi. -</p> - -<p> -Dopo una mezz'ora il tenente ricomparve: -</p> - -<p> -— Vieni. -</p> - -<p> -Sorrideva con gli occhi e coi denti: il lume candido -del suo sorriso dissipò le nubi dispettose che quella mezz'ora -aveva accumulate nel mio spirito. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span> -</p> - -<p> -M'introdusse in uno studio ampio, illuminato a luce -elettrica sebbene fossero le prime ore del pomeriggio. -</p> - -<p> -Cercavo, con lo sguardo abbagliato, la barba alla -Palmerston d'una persona qualunque; invece mi venne -incontro un personaggio importante, adorno d'un'elegante -e contenuta pinguedine, e tutto raso; una faccia -quadrata, un mento quadrato; anche la testa era -quadrata perchè la completa calvizie rivelava la forma -appiattita del cranio. -</p> - -<p> -— Sono io — mi disse con rotondità —: lei non mi -avrebbe riconosciuto? Lei invece è rimasto tale e -quale. Si accomodi. Mi permette? -</p> - -<p> -Prima che intendessi che cosa avrei dovuto permettergli, -aveva chiamato al telefono un mistico numero, -aveva dato con brevi parole un misterioso appuntamento. -</p> - -<p> -Intanto il Dàimone mi tirò per la manica e mi additò -due cose interessanti. La prima di queste due cose -era il contegno di compiaciuto e raggiante rispetto con -cui il tenente mitragliere stava, in piedi addossato a -una scaffalatura di noce, al cospetto di suo fratello. -L'altra era un busto di marmo, su un alto piedistallo -cilindrico che riempiva l'angolo estremo dello studio: -busto severo e togato, di cui non riconobbi l'originale. -</p> - -<p> -— Sa chi è quello là? — disse il personaggio — gliela -dò in mille. È Bartolo, Bartolo da Sassoferrato, -l'immortale giureconsulto, glossatore del <i>Corpus juris</i>. -L'ho fatto fare, e mettere lì, per ricordarmi del mio -passato. Io non mi vergogno di aver fatto il magistrato. -<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span> -Lo sanno tutti, lo dico a tutti. Io sono un uomo semplice -e sincero. -</p> - -<p> -Per qualche minuto, dopo quelle parole esemplari, -la sala fu piena di un rispettoso silenzio. -</p> - -<p> -— Ma veniamo a lei. Lei che fa? -</p> - -<p> -Mi sentii arrossire, rispondendogli: -</p> - -<p> -— Scrivo.... -</p> - -<p> -Fu benigno; s'accontentò di abbassare di mezzo -tono la voce, e dirmi: -</p> - -<p> -— Ricordo, sì, che lei aveva delle velleità letterarie.... -</p> - -<p> -— Dirò meglio — ripresi io rinfrancato — scrivevo. -</p> - -<p> -— Ecco, ecco: s'intende. Tempi nuovi. Ma anche -lei, come me, come tutti gli onesti, non si vergogna -del suo passato. E anche lei riuscirà. Lo sento. Glie -lo assicuro. Ha dei progetti?. -</p> - -<p> -Ricominciai a improvvisare: -</p> - -<p> -— Stavo maturando delle invenzioni.... -</p> - -<p> -— Non è il momento — m'interruppe —. L'inventore -va incontro a troppi pericoli: pericoli di attuazione, -pericoli di incomprensione.... E pure nel migliore -dei casi, l'invenzione è lenta. Oggi occorre rapidità. -Oggi non è necessario inventare, è necessario: -produrre. Anche dal punto di vista individuale, badi, -è meglio produrre che inventare, meglio vendere che -produrre, e meglio far vendere che vendere. Qui siamo -nel cuore della B. A. I. A.: la B. A. I. A. è il cervello -della pubblicità. Lei ha delle idee? -</p> - -<p> -— Qualche volta.... -</p> - -<p> -— Le venda. Gliele faccio vendere. Ora le spiego. -Il signor A., supponiamo, apre un commercio di specchietti -<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span> -per farsi la barba, il signor B. inventa un aperitivo, -il signor C. fonda un teatro di varietà, o crea una -cravatta che si annoda in un modo nuovo, quello che -crede. Vogliono farsi conoscere. Debbono andare da -un cartellonista, dargli delle idee per le <i>affiches</i>; da -un poeta, dargli uno spunto per una poesia da inserire -nelle quarte pagine dei quotidiani, e via discorrendo. -Ma ai signori A. B. C. eccetera, mancano le idee, gli -spunti. Non sanno neppure trovare un bel titolo per -la loro azienda. Si rivolgono a questo o a quello, a caso. -Non solo: anche dopo trovato il tutto qua e là, s'accorgeranno -di avere tra mano della pubblicità disorganica, -disordinata, scombinata, che non risponde alla -loro necessità; la quale, badi, è quella di far convergere -tutta l'attenzione, direi tutti i sensi del passante, di -tutti i passanti, verso la spasmodica persuasione che -quello specchietto, quel liquore, quello spettacolo e -quella cravatta gli sono indispensabili, a lui passante, -come il pane quotidiano. -</p> - -<p> -Rividi e risentii, in un attimo, la tregenda di luci -e di rumori che m'aveano investito nella mia prima -passeggiata per la nuova città; mentre il personaggio -continuava: -</p> - -<p> -— Il signor A. viene alla B. A. I. A., ed espone il -suo caso. La B. A. I. A. gli dà il titolo, il motto, il marchio, -le idee dei cartelloni, gli spunti per le poesie, tutte le -più minute indicazioni per il lancio più efficace. Idee. -Badi: qui non si disegna, qui non si scrive: idee: pure -idee, per tutti. E ne vengono, sa? Ho citato i signori -A., B., C., ma arrivi pure fino alla Zeta, e poi ricominci. -<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span> -E i signori A., B., C., A¹, B¹ C¹, eccetera, pagano pagano -pagano le idee, e se ne vanno. B. A. I. A. è la grande -officina, negozio, emporio, bazar, caravanserraglio delle -idee per tutto l'alfabeto degli uomini che inventano -producono vendono, o credono di inventare produrre -vendere: di tutti gli uomini che hanno capito la vita -nuova, di tutti gli uomini che stanno creando il nostro -grande domani, gli uomini, signore, della Italia di Vittorio -Veneto. -</p> - -<p> -M'avvidi che, così favellando, ei s'era ritto in piedi -e teneva la destra poderosamente infilata nell'apertura -del panciotto. Così stette un istante, fissandomi immobile -come la statua di Bartolo che gli faceva da sfondo. -</p> - -<h3><span class="smaller">5.</span> -Lina e il "Lotòs".</h3> - -<p> -Nella minuscola stanzina che mi fu assegnata, ricevetti -la visita di una vecchia e di una giovine. -</p> - -<p> -Sedettero. La giovine sorrise: anzi, schiuse la bocca -a un sorriso e poi si tenne quel sorriso fisso lì e immoto, -durante tutto il tempo che la vecchia parlò. E le prime -parole della vecchia furono le seguenti: -</p> - -<p> -— Questa è mia figlia, e io sono sua madre. Suo -padre, mio marito, non è più. -</p> - -<p> -— Benissimo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span> -</p> - -<p> -— Sì, ha ragione di dire benissimo. Perchè mio -marito, suo padre, era un uomo di scarsi principii morali; -quand'era vivo, me mi batteva tutti i giorni, e lei -tentò alcune volte di violentarla, che era ancora minorenne. -</p> - -<p> -— Perdio! -</p> - -<p> -— Lasciamo andare che questa alla fine è stata una -fortuna per me, perchè non ho più avuto da pensare alla -sua educazione morale. Sicuro. Dopo quegli incidenti -le è rimasta, anche diventata maggiorenne, una invincibile -ripugnanza per gli uomini, dimodochè non ho avuto -da fare nessuna fatica per mantenerla, lei mi intende, -sulla retta via. -</p> - -<p> -— Tutto ciò è molto semplice. -</p> - -<p> -— Già: ma nello stesso tempo ciò produce che -la ragazza, che ormai ha ventiquattro anni, deve lavorare -per vivere. Allora ho domandato consiglio al signor -Gianni: lei non lo conosce ma non importa. Il -signor Gianni dice bene; dice: — Cosa vuole? Con -quella particolarità della Lina — si chiama Lina — non -è il caso di farle fare nè la cantante, nè l'attrice, o -simili. — Senza contare, dico io, che per fare la cantante -non ha voce, e per fare l'attrice ci ha fin da bambina -quel difetto dell'<i>esse</i> e dell'<i>erre</i>. — Questo sarebbe -il meno; risponde lui. — In conclusione, l'importante -è che doveva scegliere una professione assolutamente, -come a dire, immacolata. -</p> - -<p> -— Giustissimo. -</p> - -<p> -— Guardi cos'ha pensato il signor Gianni: dice: — dia -retta a me, che ho vissuto tanto tempo a Parigi -<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span> -a tenere il banco delle scommesse nelle corse dei cavalli, -dia retta a me: in Italia, fino a oggi non si sa cosa -sia la vita. Se fosse cinque o sei anni fa le direi: mi dia -la Lina e me la porto a Parigi. Ma adesso Parigi è giù, -molto giù. È il momento di far noi qualche cosa, in -Italia. Infatti, si guardi attorno, vedrà che anche qui -cominciano a vivere. Ma a casaccio, da provinciali. -Veda, per dirne una, la cocaina: tutti ne parlano; c'è -della gente che ci prova, delle cocottes, degli autori -teatrali, delle sartine; ma così, senza un criterio: molti -si disgustano subito, non c'è in Italia il vero genio per -queste cose, non c'è organizzazione. E poi non conoscono -tutto il resto: altro che cocaina! dunque; con -pochissimo capitale, che si trova, la Lina può aprire -una specie di bar, con un bel titolo che dica press'a poco -«alle specialità del Vero Oriente», o qualche cosa di -simile. Guardi, signore, che ripeto proprio come dice -il signor Gianni, un uomo d'esperienza. Un piccolo bar, -che non sia neanche tanto in vista: la prima stanza come -i soliti bar, con le solite cose, e in più delle bibite e dei -frutti e dei dolci orientali; e poi due o tre stanzine riservate -per gli <i>habitués</i> sicuri, e là si danno le specialità -più intime del vero oriente. La Lina, che è una bella -figliola, vestita giusto mezzo all'orientale, un po' di -qua un po' di là, a dirigere e tenere i conti. È semplicissimo. -</p> - -<p> -— È geniale. -</p> - -<p> -— Ecco, geniale, è come ha detto il signor Gianni. -E mi ha anche detto: — ci vuole il lancio, la réclame; -<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span> -una réclame diffusa ma discreta: chè le cose più -importanti non bisogna dirle. Lei — dice — vada alla -B. A. I. A., e si faccia dare delle idee per la réclame. -Il resto verrà da sè. Guardi signore, qui ci ho la lista -di qualche specialità del vero Oriente, che non riuscivo -a ricordarmi i nomi. Lei già le conoscerà bene queste -cose, per il suo mestiere. -</p> - -<p> -Mi porse un foglietto, su cui lessi: -</p> - -<p> -«Haschisch» — «dawamesk» — «oppio» — «etere» — «cocaina» — e -altri nomi meno noti. -</p> - -<p> -(— Non ci manca — disse il Dàimone — che un -po' di coprofagia). -</p> - -<p> -Io più seriamente risposi: -</p> - -<p> -— Ho inteso, signora. Poichè la cosa è molto speciale, -bisogna che lei mi lasci qualche giorno. Passi tra -una settimana giusta, a quest'ora. -</p> - -<p> -La salutai. La bella Lina fece un inchino di scuola, -e finalmente disfece quel sorriso; parve come uno che -si levi la dentiera e se la metta in tasca. Scomparvero. -</p> - -<p> -Io mi misi d'impegno a studiare il piano per il -lancio delle «Specialità del vero Oriente». Volli prima -familiarizzarmi un poco con la materia, e studiai -sui testi il modo di trarre dalla canape indiana -l'haschisch, m'informai degli ingredienti che variano -il verde haschisch nel più pallido dawamesk, non trascurai -di consultare i riflessi classici e letterari di questa -materia da Erodoto e Plinio a Baudelaire; feci una -corsa, dietro la scorta dei viaggi di Marco Polo, nella -leggenda del Vecchio della Montagna e dei suoi Haschischins -<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span> -o Assassini, m'interessai delle tre grandi fasi -dell'ebbrezza e delle loro possibili varietà. Altrettanto -minutamente m'occupai dell'oppio, sia per l'aspetto -poetico leggendomi la <i>Confessioni</i> del De Quincey, sia -per quello scientifico ricercando in una farmacopea le -differenze tra l'oppio giapponese più aromatico e l'europeo -più potente, attraverso l'oppio indiano che si -avvolge in stagnole sotto forma di piccoli semi di color -perso. Credetti per un momento di avere intravisto il -motivo della mia réclame nella fantasiosa notizia che -i Giapponesi fanno la raccolta dell'oppio la seconda -sera dopo il plenilunio di giugno, avendovi praticato ventiquattro -ore innanzi l'incisione, al punto dell'imbrunire. -Ma ricordai a tempo che il lancio doveva essere prudente -e discreto. Allora risalii a Omero; pensai al nepente -che Elena aveva avuto in dono da un'egiziana, -e al loto che ai compagni d'Ulisse faceva dimenticare -la patria e il ritorno. Anzi, il bar di Lina doveva chiamarsi -omericamente «Lotòs». Ci voleva una pubblicità -indiretta e suggestiva, che preparasse l'animo del pubblico -a cercare il «Lotòs», senza ricorrere alla solita -volgarità dei cartelloni o dei quotidiani, anzi senza -nominarlo neppure. Mi fiorirono idee semplici ed efficaci. -Così che la mattina del settimo giorno mi presentai -nello studio grande al commendatore avvocato Gattoni, -mio principale: gli esposi in succinto le parole -della vecchia — ed egli mi accompagnava con uno -strano brontolìo basso —, poi senz'altro gli porsi il -foglio su cui avevo segnato i risultati delle mie trovate. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span> -</p> - -<p> -Il commendatore prese con qualche diffidenza quel -documento, che era così concepito: -</p> - -<div class="blockquote"> -<p class="center"> -<i>Progetto per il lancio (diffuso ma discreto) -del bar «Lotòs»</i> -</p> - -<p> -1) <i>Far tenere alla locale Università Popolare, da -qualche dotto ellenista, una lettura e commento del libro -IX dell'Odissea, dove si parla del loto.</i> -</p> - -<p> -2) <i>Incaricare un commediografo alla romana di scrivere -una commedia in cui il brillante sia un appassionato -di haschisch.</i> -</p> - -<p> -3) <i>Commettere a un prosatore alla milanese un romanzo -in cui sia descritta la vita di un bar del tipo che -vogliamo lanciare.</i> -</p> - -<p> -<span class="smcap">Nota.</span> — <i>Queste tre manifestazioni debbono essere -tra loro contemporanee, e precedere di poco l'apertura -del bar «Lotòs».</i> -</p> -</div> - -<p> -Il commendatore Gattoni lesse, con un mormorìo -agitato, il mio progetto; poi lo gettò sul tavolino -dicendomi: -</p> - -<p> -— Lei è matto. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span> -</p> - -<h3><span class="smaller">6.</span> -Forze maggiori.</h3> - -<p> -— Lei è matto — ripetè — e glie lo spiego. Prima di -tutto quando viene gente di quel genere la si manda -via.... o almeno.... almeno.... Insomma, bisogna saper -bene se si ha a fare con persone serie, prima di compromettersi. -</p> - -<p> -(— Te lo dico sempre io! — brontolò il Dàimone). -</p> - -<p> -— In secondo luogo, a parte l'opportunità, questo -suo piano è assurdo; mi fa vedere che lei non è entrato -nello spirito della B. A. I. A., nello spirito dei tempi, -nello spirito della rinata Italia. Oltre la irrealizzabilità, -e il tempo che richiederebbe, non sente come tutto -questo puzza di letteratura? Di scuola e di letteratura: -professorume e scrivaneria. Non ci voleva che un ex-professore -per andare a pensare a Omero, al Lotòs, e -alla Università, sia pure popolare. Non ci voleva che -uno scrittore per andare a pensare a commedie e romanzi. -Niente niente. Quando tornerà quella signora -lei la mandi a spasso con una scusa qualunque. E facciamo -un altro tentativo. Guardi: c'è uno, una persona -seria, badi, un ex-colonnello dell'esercito, che è -stato silurato fin dalle nostre prime azioni dell'Isonzo, -il quale ha inventato una tappezzeria luminosa da mettere -negli appartamenti invece della solita carta da -<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span> -parati. Questa tappezzeria, dice, è impregnata d'una -sostanza chimica fosforescente, che di giorno non si -vede; ma è composta in modo che verso sera, di mano -in mano che la luce del giorno vien meno, si sprigiona -gradatamente la luce dalla carta stessa. Così la stanza -continua a essere illuminata, con eguale intensità. Abolizione -d'ogni illuminazione. Sarà vero? non sarà vero? -Questo non c'interessa. Lei trovi un'idea per rivelare -al pubblico l'invenzione. Ma un'idea che si attui -presto, semplice, rapida, penetrativa, e per carità, senza -romanzi e senza università. Ha capito? -</p> - -<p> -— Perfettamente. -</p> - -<p> -Me n'andai nello studiolo piccolo, per pensare alla -tappezzeria luminosa e aspettare l'arrivo della vecchia -e della giovane. Ma trovai un biglietto della vecchia, -che si scusava di non poter venire: «Per quanto -disgraziati — scriveva — siamo gente beneducata, e -avendo l'appuntamento bisogna che l'avverta che -non posso venire causa forza maggiore, trovandomi -ora improvvisamente in prigione, come pure il signor -Gianni e la Lina, in seguito a un incidente. A -rivederla». Non sapevo che diavolo avrei immaginato -per le tappezzerie autofotogene dell'ex-colonnello. Il -mio minuscolo tavolino era incastrato nel vano d'una -finestra: di là dai vetri la strada distraeva ed eccitava -insieme il mio cervello. Ora tra i carretti, che urlavano, -dei merciai ambulanti sul crocicchio, scorsi a un tratto il -cesto, pieno di garofani pallidi e di mimose, d'una venditrice -di fiori; e da quei fiori saliva sino a me, traverso -i vetri e la bruma, un'onda d'incomprensibile malinconia. -<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span> -Ma la malinconia non entra nello spirito dei -tempi nuovi. Negli ammezzati della casa di faccia vedevo -le teste di due dattilografe chine verso le tastiere. -Pensai a Lina, che era in prigione. Desiderai d'essere -in prigione anch'io per non dover pensare alle tappezzerie -luminose del colonnello silurato. In prigione con -Lina: Lina, col suo sorriso smontabile e il difetto dell'<i>esse</i> -e dell'<i>erre</i> fin da bambina e la repugnanza per gli -uomini. Anch'io ho alcuni difetti fin dall'infanzia irrimediabili, -e alcune invincibili repugnanze. Che diavolo -inventare per l'invenzione del colonnello? Gli inebriati -dell'oppio e del nepente del bar di Lina avrebbero viste -luminose anche le prigioni più oscure, senza bisogno di -pareti fosforee. Perchè diavolo il colonnello s'è messo -a fare delle invenzioni? Se non lo siluravano, a quest'ora -sarebbe morto, sarebbe generale, chi sa? Come -Ercole se prendeva il cammino piacevole. Come me se -quel giorno andavo ai Giardini. -</p> - -<p> -— Sei ancora a tempo a provarci — disse il Dàimone. -</p> - -<p> -— Tu sai che oggi è già tutt'altra cosa da allora, -da ieri, da un'ora fa — gli obiettai. -</p> - -<p> -— Ma nessuno t'impedisce di provare, anche subito. -</p> - -<p> -— E il commendatore Gattoni, ex magistrato e -mio principale? -</p> - -<p> -— Tanto lui non sa che farsene di te, e sarebbe ben -felice di perderti. -</p> - -<p> -— Lo so. Ma come atto, è poco educato. Bisognerebbe -almeno scrivergli un biglietto. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span> -</p> - -<p> -— Scrivi. Hai qui un modello eccellente. Con pochi -ritocchi, va bene anche per te e per me: «Per quanto -letterati, siamo gente beneducata, e avendo l'impegno -bisogna che l'avverta che non posso continuare -in questa professione, causa forza maggiore. A rivederla». -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span> -</p> - -<h2 id="cap3"><span class="smaller">CAPITOLO TERZO</span> -PESCECANEA</h2> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span> -</p> - -<h3><span class="smaller">1.</span> -Cinque spettatori in tre poltrone.</h3> -</div> - -<p> -Nell'età delle palafitte, e più precisamente un anno -avanti lo scoppio della guerra europea, avevo conosciuto -a Firenze una fanciulla. -</p> - -<p> -Era venuta di Valdarno a portarmi una traduzione -da Rimbaud sulla quale voleva il mio giudizio. Credo -che episodi simili non se ne producano più nell'èra presente. -Aveva cominciato a leggere: <i>In quella stagione -la piscina delle cinque gallerie era un punto di noia. Pareva -un sinistro lavatoio</i>.... Mentre leggeva, io la guardavo. -Quand'ebbe finito io non avevo capito ancora se -la signorina fosse bella o brutta: propendevo a crederla -bella. Neppure avevo capito se fosse brutta o -bella la traduzione; propendevo a crederla brutta. Poi -la fanciulla se n'andò lasciandomi il manoscritto. -</p> - -<p> -Del manoscritto non s'incontra più traccia o memoria -alcuna nelle storie e nelle leggende dei tempi che -seguirono. La fanciulla l'ho ritrovata dopo sei anni a -Milano. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span> -</p> - -<p> -Una sera m'ero calato in un certo sotterraneo fumoso -e stavo là seduto tra file di gente similmente seduta -che beveva, fumava e leggeva i giornali. A un lato del -sotterraneo c'era anche un palcoscenico, e sul palcoscenico -una compagnia di prosa stava tossendo e recitando -una commedia novissima. Nella poltrona accanto -alla mia c'era una fanciulla: quella fanciulla di -Valdarno: la signorina Giovanna. -</p> - -<p> -Tra lei e me il mio Dàimone, invisibile e silenzioso. -Dall'altra parte di lei sedeva una sua compagna similmente -silenziosa, e tanto insignificante da potersi anch'ella -considerare come invisibile. In un punto imprecisato, -ma definito entro la breve cerchia delle nostre -quattro sostanze, n'era presente una quinta, cioè il -Destino, che imprevedutamente aveva ravvicinato, per -i suoi fini reconditi, quelle sparse entità. -</p> - -<p> -La signorina Giovanna alla fine del primo atto mi -riconobbe. E mentre la compagna leggeva con diligenza -il programma dello spettacolo, e il Dàimone placidamente -dormiva, il Destino tessè tra me e la traduttrice -valdarnese un breve dialogo denso di avvenire. Io -ebbi il pessimo gusto di ricordare a lei quella traduzione -preistorica di <i>Una stagione all'inferno</i>. Ella ebbe -il buon gusto di mettersi a ridere. -</p> - -<p> -— Non traduco più — aggiunse rifacendosi seria — ora -sono a Milano a studiare il canto. -</p> - -<p> -So che quando una signora afferma «studio il -canto», come quando un maschio dichiara «sono negli -affari», non è opportuno domandare particolari più -precisi, se il maschio o la signora non li offrono spontaneamente. -<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span> -Perciò tacqui, e cominciò il secondo atto della -commedia, e dopo un certo tempo fatalmente finì. Giovanna -riprese il discorso al punto esatto ove l'avevamo -interrotto, annullando in questo modo in un attimo -tutta l'azione che s'era svolta laboriosamente sulla -scena al nostro cospetto. -</p> - -<p> -— Sapevo che eravate a Milano, abbiamo parlato -di voi l'altro giorno.... oh non ricordo con chi: ma -non importa. -</p> - -<p> -Perchè mi dava del voi? C'è tutta una casta di -donne — non casta professionale, casta mentale — che -hanno abolito il lei, e con esso il primo dei gradi -d'una possibile scala d'intimità. È un fenomeno di -tendenza al veloce, come tanti altri del tempo nostro. -</p> - -<p> -— E m'ha detto, mi pare, che vi siete messo negli -affari. -</p> - -<p> -— Io? Sì. È vero. -</p> - -<p> -— Che affari? -</p> - -<p> -— Mio dio! fino a pochi giorni sono ho fatto della -pubblicità. Ora ho delle idee... -</p> - -<p> -— Fate bene. -</p> - -<p> -La sua approvazione mi fu di grande conforto. Ella -era alquanto più elegante di quand'era venuta da -Valdarno a Firenze. Così cominciò il terzo atto della -commedia. -</p> - -<p> -Quando stava per finire, ella mi fece un invito: -</p> - -<p> -— Venite domani a prendere il tè in casa mia? -Vi prometto che non canterò. Vi presenterò due buoni -amici. Di Malco, e Valacarda; li conoscete? -</p> - -<p> -— No. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span> -</p> - -<p> -— Possono esservi utili. Uno è professore di merceologia. -</p> - -<p> -— Cos'è? -</p> - -<p> -— Non so. Una cosa molto importante. È com'era -una volta essere professore di filosofia. L'altro -è un pescecane. -</p> - -<p> -— Brava! Non ne ho ancora visto neppur uno. -</p> - -<p> -— Venite dunque, e attaccatevi al pescecane. -</p> - -<p> -Rincasando pensavo a quella prodigiosa Giovanna, -che sei anni avanti traduceva Rimbaud in Valdarno -e me lo portava a Firenze, e ora studiava il canto a -Milano e mi offriva un pescecane col tè. Tutto ciò è -modernissimo. Una donna così non la trovate nelle -commedie di Goldoni. Nemmeno nel <i>Satyricon</i> di Petronio. -E nemmeno più giù, nel Romanticismo o nel -Secondo Impero. Sono posteriori a Carlo Marx e a -Max Stirner. -</p> - -<p> -Ma ancora non ero riuscito a capire se era piuttosto -bella o piuttosto brutta. D'altra parte ciò non ebbe -alcuna importanza nella mia vita, come non ne ha alcuna -nel seguito di questo racconto. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span> -</p> - -<h3><span class="smaller">2.</span> -Una visita d'affari.</h3> - -<p> -Era seduta al pianoforte, ma appena entrai si voltò -e abbandonò la tastiera esclamando: -</p> - -<p> -— Bravo! avete mantenuto la vostra promessa, e -io mantengo la mia. -</p> - -<p> -Poi fece le presentazioni. -</p> - -<p> -Illustrò il mio nome con le parole «un mio vecchio -amico quasi compatriota», al che io nulla opposi. I -nomi degli altri due non li commentò: -</p> - -<p> -— Questo è di Malco. E questo è Valacarda. -</p> - -<p> -— Piacere.... -</p> - -<p> -— .... piacere. -</p> - -<p> -— Piacere.... -</p> - -<p> -— .... piacere. -</p> - -<p> -— E badi che è vero — aggiunse subito quello che -si chiamava Valacarda. — Ci sono dei puritani che dicono: -«questa frase è un'ipocrisia». No. Si ha sempre piacere -di conoscere una persona nuova. È una speranza che -rinasce su un mucchio ognora crescente di ceneri. Ogni -persona nuova che conosciamo, è una possibilità di -più, che ci si presenta, di giustificare il credito illimitato -che rinnoviamo continuamente alla simpatia dell'umanità. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span> -</p> - -<p> -— Valacarda — spiegò la signorina — è un incorreggibile -ragionatore e divagatore, il che fa a pugni con -la sua professione. -</p> - -<p> -Infatti a me e al Dàimone Valacarda era già piaciuto. -Di statura mite, baffi piccoli e neri, appariva -uomo di spirito aperto e sottile. Lo sentimmo fraterno, -là, dove avevamo il secreto tremore di trovarci tra estranei. -L'altro no. -</p> - -<p> -L'altro, di Malco, taceva. Riconobbi in lui a prima -vista la formula estetica e morale del pescecane-tipo, -quale è stata sorpresa e divulgata dai caricaturisti: -alto e denso, con un volto raso e un po' grasso, vestito -e atteggiato con severità pomposa: un forte -anello al dito medio, le lenti legate in oro; e portava -la testa alquanto rovesciata indietro sul collo, al duplice -fine di reggere quelle lenti e di scrutare l'umanità -traverso due feritoie di ciglia socchiuse. -</p> - -<p> -Mentre lo guardavo come si guarda un quadro su -di una parete, egli, quasi per completare ai miei occhi -la figurazione popolare del pescecane classico, trasse un -astuccio, poi dall'astuccio un sigaro panciuto: lo accese -e cominciò a fumare con eloquenza. -</p> - -<p> -Di Malco osservò ch'io lo contemplavo, e cercò di -rendermisi gradito domandandomi: -</p> - -<p> -— Ha visto l'ultima opera di Puccini? -</p> - -<p> -— Io? — esclamai allibito — io non ho mai visto -neanche la prima. -</p> - -<p> -Appena mi fui sentita uscire questa risposta inopportuna, -guardai la nostra ospite, la fanciulla volonterosa -<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span> -che m'aveva raccomandato di attaccarmi al pescecane. -</p> - -<p> -Ma l'ospite dal suo sgabello non badava a noi. -</p> - -<p> -Le spalle volte al pianoforte, le braccia tese all'indietro -e tenendosi appoggiata con le mani alle due -estremità della tastiera, ella si bilanciava su due gambe -dello sgabello, e fisso lo sguardo in una lontananza inafferrabile, -corrugava la fronte con una vaga preoccupazione: -tanto che Valacarda le domandò: -</p> - -<p> -— A che cosa pensate? -</p> - -<p> -— Pensavo — rispose velando la voce — che questo -mese non ho ancora ricevuto il burro della tessera. -</p> - -<p> -Un placido profumo di latteria svizzera, di cucina -olandese e di biblico girarrosto si soffuse per il salottino -semimondano a quella parola domestica. Respirammo -tutti e quattro silenziosamente per alcuni secondi -un tepore di sole sull'aia, di forno casereccio, di -gatto sulla pietra del focolare. Sentimmo scampanare -dietro la siepe una capretta mansueta. Poi una nuvola -invase morbidamente quel mondo, e per l'etere -soavemente ci riportò a un terzo piano in via -Monte Napoleone, davanti a quattro tazze di tè. Il -fumo del tè saliva a raggiungere il fumo dell'avana del -pescecane. Io m'alzai per osservare un'acquaforte. -</p> - -<p> -— Vi piace? — mi domandò Giovanna. -</p> - -<p> -— Non so, non m'intendo di pittura. -</p> - -<p> -— Non dica «non m'intendo di pittura» — mi -redarguì Valacarda. — Si procuri cinque o sei frasi, e -se ne intenderà. Comincerà con l'applicarle un po' a -<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span> -caso: poi quelle cinque o sei ne germineranno spontaneamente -altre nella sua abitudine, e lei si troverà -un vocabolario. Quando avrà un vocabolario critico, -necessariamente le verranno delle idee critiche. -</p> - -<p> -— Una specie di pistica applicata alla critica? Ma -intanto quell'acquaforte non mi suggerisce nulla. -</p> - -<p> -— Quell'acquaforte è fatta di segni neri; allora è -elegantissimo dire: «che senso del colore c'è qui dentro!». -</p> - -<p> -— Che senso del colore c'è qui dentro, qui dentro, -qui deeeeentro.... — gorgheggiò l'allieva di canto sopra -una fioritura rossiniana. -</p> - -<p> -Il pescecane si tolse l'avana di bocca, fissò un -momento da lontano l'acquaforte, poi asserì: -</p> - -<p> -— È un maiale con due maialini. -</p> - -<p> -— Badi — continuò Valacarda — che ogni tanto bisogna -rifornirsi di sostantivi e di aggettivi. Prima della -guerra c'erano le parole «sensibilità», «dinamico», «musicale»; -oggi invece le pietre basilari del vocabolario -critico sono «costruito», «corposo», «architettura». -Un vocabolario di questo genere può durare dai tre -ai cinque anni. Anche per il contenuto è così. Fino a -qualche anno fa serviva molto la «gioia di vivere». -Oggi.... -</p> - -<p> -— Voi — interruppe la cantante — siete contento -di vivere? -</p> - -<p> -La guardammo tutti e tre per sapere a chi avesse -rivolto la domanda. Ma ella non guardava nessuno di -noi. Seguendo il suo sguardo vedemmo che andava -a finire su una mensoletta di ottone fissa al muro, di -quelle a parecchi intagli, che servono per tenerci appoggiate -<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span> -e sospese le pipe. Pipe non ce n'erano. In ogni -modo non pareva probabile che la fanciulla desse del -voi a una mensoletta d'ottone, e le facesse una domanda -di quel genere. Perciò nessuno di noi rispose subito. Il -primo a spiegarsi fu il pescecane: -</p> - -<p> -— Io sarei contento di vivere — pronunciò — ma -ho la nevrastenia. -</p> - -<p> -— Un dottore — disse la fanciulla — a un mio -amico nevrastenico consigliò le divine emozioni dell'aeroplano. -</p> - -<p> -Valacarda si oppose: -</p> - -<p> -— L'aeroplano come divertimento è uno dei più -insipidi che possa consigliare la retorica moderna. Io -ci sono stato. Se uno non ha paura, la sensazione che -dà è quella della perfetta idiozìa. -</p> - -<p> -— E se ha paura? -</p> - -<p> -— Se ha paura, non ci va. -</p> - -<p> -Decisamente questo Valacarda è un sorprendente -personaggio. Professore di merceologia! Che cosa è la merceologia? -Tuttavia io cominciavo a domandarmi con -qualche maraviglia perchè mai il Destino, già una -volta sei anni prima mandandomi a Firenze la traduttrice, -e poi la sera avanti deponendomi in un teatro a -fianco alla medesima rinnovellata — perchè mai il -Destino avesse lavorato tanto per produrre quell'incontro -eterogeneo attorno a quattro tazze vuote con -paesaggio di pianoforte. -</p> - -<p> -— Non pensiamo a questo — mi ripresi internamente —: -io sono qui per affari. -</p> - -<p> -Anche quando, poco appresso, mi avvenne d'un -<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span> -tratto di domandarmi curiosamente che legami ci fossero -tra Giovanna e uno almeno dei due personaggi -ch'ella mi aveva presentati, finii con l'ammonirmi una -volta ancora: -</p> - -<p> -— Che importa? Io non sono qui per fare della -psicologia, e nemmeno per mondanità. Sono qui per -ragioni serie. Bisogna attaccarsi al pescecane. -</p> - -<h3><span class="smaller">3.</span> -Il fulmine.</h3> - -<p> -Ma mentre cercavo il modo di attuare questo maturo -proposito, Giovanna d'un tratto balzò in piedi -e annunziò: -</p> - -<p> -— Vado a mettermi il cappello. -</p> - -<p> -Andò, e tornò dopo brevissimo tempo, incappellata -e impellicciata, prima che io avessi trovato una frase -di avvicinamento, abbordo ed attacco verso il corposo -di Malco. -</p> - -<p> -Uscimmo. -</p> - -<p> -— Passeggiamo? — propose lei quando si fu sul -portone — chi ama camminare? -</p> - -<p> -— Io no — risposi. — Nietzsche amava camminare, -ed è finito matto. -</p> - -<p> -— Andiamo al Savini a sentire un po' di musica — propose -Valacarda. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span> -</p> - -<p> -— Io ho bisogno di camminare — dichiarò di -Malco. -</p> - -<p> -— Allora — concluse la donna — noi due andiamo -a passeggio e voi due andate al caffè. Forse vi raggiungeremo -là: e se non vi raggiungeremo ci ritroveremo -qui a casa stasera. Libertà. -</p> - -<p> -Così se n'andò, prima che avessimo annuito. Oh le -donne! m'aveva raccomandato d'attaccarmi al pescecane, -e ora se lo portava via e mi lasciava solo con l'altro. -Per fortuna l'altro mi era simpatico. E forse io -a lui. -</p> - -<p> -La nostra simpatia si svolse nel silenzio fino che -ebbimo raggiunto e imboccato il Corso. -</p> - -<p> -Sul Corso ci fermiamo davanti a una grande e illustre -vetrina di colore viennese. Valacarda mi addita -una bambola con i capelli di seta, e osserva: -</p> - -<p> -— Assomiglia alla nostra amica. -</p> - -<p> -— È vero — risposi. E dopo una breve pausa, -mentre riprendevamo l'andare, còlto da una frivola -curiosità insinuai: -</p> - -<p> -— La nostra amica si è portato via il pescecane.... -</p> - -<p> -Valacarda si fermò subito di nuovo, mi guardò, -poi disse dolcemente: -</p> - -<p> -— Lei s'è ingannato, signore: il pescecane sono io. -</p> - -<p> -Io m'appoggiai alla cantonata per non cadere. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span> -</p> - -<h3><span class="smaller">4.</span> -Zoologia.</h3> - -<p> -Lo stranimento per il mio granchio e per la conseguente -<i>gaffe</i> mi tenne ancora per un poco, mentre a -fianco camminavamo tra gli urti della folla vespertina, -ed egli parlava. -</p> - -<p> -Egli parlava, e io ripetevo entro me: — l'altro -dunque, con pancia e avana, era il merceologo! E questo -savio raffinato e sagace.... Non aprirò mai più un -giornale umoristico. -</p> - -<p> -Valacarda parlava, e io ero sperduto ancora, e così -non so come ci trovammo seduti a un tavolinetto d'un -minuscolo bar cristallino: io avevo ordinato due cocktails. -Soltanto allora ricominciai a udire le parole del -mio affascinante compagno, che ragionava con semplicità -velata appena di malinconia. -</p> - -<p> -— E il risultamento di tutto ciò? — continuava -Valacarda. -</p> - -<p> -Il risultamento di che? Lasciamolo parlare. -</p> - -<p> -— Il risultamento di tutto ciò? Personalmente, -una pregiudiziale di disprezzo pauroso che ci avvolge.... -</p> - -<p> -— Non è questo che importerebbe — lo ripresi io, -fattomi animo ormai —: lei è un uomo fine, e m'intende. -La diffidenza che ispira il cosidetto pescecane, -<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span> -salvo i casi di semplice invidia, è per il pericolo che -rappresenta l'opera sua di fronte alla vita sociale, nel -momento stesso ch'essa anela a raggiungere quell'umano -equilibrio, cui tende da secoli.... -</p> - -<p> -M'interruppi udendo un forte ridere vicino a me. -Mi voltai. Ma non c'era nessuno che avesse l'aria di -aver riso. Solo allora capii ch'era stato il Dàimone, di -cui m'ero dimenticato. Intanto il pescecane filosofo -già s'era avvolto in una sua complicata risposta: -</p> - -<p> -— Quale pericolo? Vediamo oggi due grandi energie -in lotta: c'è chi le chiama borghesia e proletariato, -c'è chi le chiama energia rinnovatrice ed energia conservatrice. -Questa lotta per lungo tempo è rimasta -frantumata in guerriglie parziali e multiformi, ora s'è -semplificata e ingrandita. È una vasta battaglia tra -due eserciti, che insieme assommano all'intera società. -A ogni fenomeno storico che si produca o si -riproduca nel mondo, ciascuno dei due eserciti cerca di -farsene uno strumento della lotta. Così è stato della -guerra. Così è, ora, della pace. Il simile avverrà press'a -poco delle nostre costruzioni. Noi pescicani, grossi e -piccoli, tranquilli e arrabbiati, sa che cosa stiamo accumulando -laboriosamente? Delle enormi riserve di forze — danaro, -lavoro, organismi di uomini — forze, insomma: -e un bel giorno, vicino o lontano non so, un -bel giorno, o se ne impadroniranno le masse conservatrici -per tentare l'ultimo colpo, o, se esse saranno state disfatte, -le afferreranno gli altri, un minuto dopo la vittoria. -</p> - -<p> -— Voi dunque non siete la espressione culminante -della borghesia? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span> -</p> - -<p> -— No no no! Siamo (non noi in persona, s'intende, -ma l'energia che accantoniamo) siamo come una riserva -neutra. Può darsi che il destino del pescecanismo, -com'è stato già di far durare la guerra fino alla vittoria, -sia ora di salvare la borghesia, o almeno prolungarle -la vita; e può altrettanto darsi che sia quello di -farla morire d'aneurisma e d'ingorgo: non s'esce da -questo dilemma. Ma nè il borghese nel primo caso, nè -il nuovo vincitore nel secondo, erigeranno certo un -monumento di gratitudine al pescecane, come le nazioni -lo erigono al fante che le ha salvate. Non sappiamo -chi si dividerà le nostre spoglie: ma il nostro destino -inevitabile è di essere spoglie. -</p> - -<p> -— Spoglie opime — feci io. -</p> - -<p> -— Opime sì: per questo voi scrittori e i vostri -aiutanti disegnatori hanno avuto una certa ragione di -raffigurarsi il pescecane (o cosidetto pescecane, come -dice lei per cortesia) in forma corpulenta e ingombra. -Ma, come lei vede, è un'allegoria. -</p> - -<p> -— E i suoi.... colleghi, la pensano tutti come lei? -</p> - -<p> -— Nemmen per idea. Non ne trova uno su cinquanta -che dica «noi pescicani»; e quello che lo dice, -lo dice per simulazione di disinvoltura e per difesa personale. -Il curioso è, che io stesso non ho capito se loro -credono di essere immortali e costruire per l'eternità; -o se lo sanno che van vivendo alla giornata più della -rondine quando gira col becco aperto pei cieli all'ora -del tramonto. -</p> - -<p> -— Anche questo tramonto è un'allegoria? -</p> - -<p> -— Forse. Del resto anche se qualcuno, come me, -<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span> -si rende conto del fenomeno, che gli serve? Ognuno è -trascinato dal suo proprio spirito, ha detto Lucrezio. -Lucrezio dice <i>voluptas</i>. È la stessa cosa. Lei scrive, e -scriverà sempre.... -</p> - -<p> -Io non rettificai. -</p> - -<p> -— .... anche quando, come oggi, veda intorno a sè -a quale turpitudine di mal gusto è trascinata la sua -arte. Scriverà, anche persuaso che le cose sue che più -le hanno costato di travaglio debbano rimanere in -un cassetto. -</p> - -<p> -— Ma scrivo per i posteri — dissi cercando di fargli -credere che celiavo. -</p> - -<p> -— Anche il pescecane lavora in effetto per un postero: -non importa se la sua posterità invece che tra -un secolo possa cominciare domani o stasera. Ma in -realtà lei non lavora per i posteri ma per sè: e anche -lui lavora per sè: per quella sua <i>voluptas</i>, che non sempre -è spregevole. Naturalmente tutto ciò le appare -strano. Lei dice che sono un uomo fine, perchè ho letto -tre o quattro libri e perchè ragiono intorno alle cose -invece di andarvi a cozzare contro a testa china con le -corna di qualche pregiudiziale ostinata. E anche questo -le appare strano. Perchè lei è uno scrittore, e agli scrittori -per farsi leggere occorrono figurazioni precise: il -demonio, l'angelo, il pescecane grasso e cùpido, il fante -energico e macerato. Specialmente oggi, che si ha sempre -fretta: fretta di capir subito senza sforzo con chi -si ha a che fare. Loro scrittori debbono essere o dei sentimentali -o dei cinici, se no il pubblico si disorienta. -Come quando si fa della politica ai contadini: bisogna -<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span> -parlare o da clericali o da rivoluzionari. Lei le cose che -ho dette non le potrebbe scrivere. Uno come me, lei -non lo presenterebbe: apparirei incomprensibile e mostruoso; -molto più mostruoso che se il pescecane fosse -stato il nostro buon amico di Malco, il quale a quest'ora, -più e meno saggio di noi, sta pranzando con la -nostra buona amica Giovanna in qualche trattoria -spensierata. Se facessimo altrettanto? -</p> - -<p> -— Volentieri. -</p> - -<p> -Pagai i due cocktails, e il filosofo alzandosi mi -promise: -</p> - -<p> -— Le farò conoscere, o almeno vedere, qualche -mio collega, se ci tiene. -</p> - -<h3><span class="smaller">5.</span> -Apocalissi.</h3> - -<p> -Infatti alla trattoria incontrò, mi presentò, e invitò -a sedersi alla nostra tavola, un uomo biondiccio -e un po' sbilenco con due grossi baffi da foca e una -penzolante giacca color tabacco. Rideva e parlava continuamente; -cioè raccontava storielle oscene e poi ne -rideva lui stesso con fragore, e accompagnava quello -stridere con gran suoni di posate sui piatti. E questi -era il socio di Valacarda. Come mai? Oh la <i>voluptas</i>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span> -</p> - -<p> -Ora il nuovo compagno raccontava una sua avventura -di viaggio con due cameriere d'albergo. Ma Valacarda, -accorgendosi ch'io guardavo a un altro tavolino, -mi domandò: -</p> - -<p> -— Le piace quella bruna? -</p> - -<p> -— Sì: ha un'aria aristocratica; bellezza imperatoria -e fine nello stesso tempo, e un contegno da Olimpo. -Oserei affermare che è una signora. -</p> - -<p> -— Ha indovinato, è una signora, la signora di -quello che c'è insieme. Prima lei faceva parte di una -compagnia di equilibristi del Trianon, e manteneva lui. -Ora lui s'è tirato su col filo spinato, e l'ha sposata. Al -mondo c'è ancora della gratitudine e altre virtù. -</p> - -<p> -Il commensale color tabacco si voltò a guardarli. -Così vide entrare nella sala un giovinotto disinvolto e -lo salutò ad alta voce da lontano. Poi si volse a me -annunziandomi: -</p> - -<p> -— Spolette da shrapnell. -</p> - -<p> -— E questo alla mia destra? — domandai io accennando -al più elegante di tutto il consesso. — Cos'è? -Zàini? fulmicotone? -</p> - -<p> -Guardarono e uscirono tutt'e e due a ridere con -irriverenza. -</p> - -<p> -— Questa volta ha sbagliato — disse Valacarda. — Quello -lì è un pittore. -</p> - -<p> -— Pittore! -</p> - -<p> -— Sì: vive alle spalle di quello che gli è vicino: -pezze da piedi e propaganda per i prestiti. S'è fatto -fondare da lui una rivista illustrata. Sono i pidocchi -del pescecane. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span> -</p> - -<p> -Rabbrividii. -</p> - -<p> -Quel mondo luccicava tutto e parevami gorgogliare -e spumare d'una superiore letizia. Sognai per un momento -di assistere a una festa furinale, quali i Romani, -spiriti larghi, celebravano in onore dei ladri. -</p> - -<p> -Mi scossi, e tratto da una vecchia abitudine domandai: -</p> - -<p> -— Come s'intitola la rivista illustrata? -</p> - -<p> -— Non parliamo di porcherie — ammonì l'uomo -color tabacco. — Guardi quella bionda così seria, laggiù. -Una mattina, nell'anticamera del mio studio, -l'ho.... -</p> - -<p> -Ma non sentii il seguito. Non sentivo più le loro -parole. Il mio spirito era abbuiato. -</p> - -<p> -Mi trovavo dunque nel centro di quella terza Babilonia -su cui Valacarda aveva predetto prossimo non so -che fuoco divino o sociale. Ma non pensavo più ai suoi -vaticinî. Le immagini mi presero nel loro possesso. L'aria -della sala intorno a noi si fece liquida e verde come in -fondo a un oceano, oceano scivolato da grandi belve -corsare che aprivano gole di Satana, arrotavano i -denti alle rocce subacquee, e come d'intesa movevano -tutte obliquamente, leviatani torvi, dall'abisso gelido -in su, verso un'alta luce d'incendio lontano che le traeva: -e il corteo non avea fine, sempre più enormi e -nere, con la smorfia d'un ringhio di cui non si udiva la -voce, battendo le code nel liquido muto, su, verso l'alto. -Poi un cameriere traversò con grazia secura lo stormo, -e si chinò davanti al nostro tavolino presentandoci -il conto. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span> -</p> - -<h3><span class="smaller">6.</span> -Compensazioni.</h3> - -<p> -Valacarda trovò un errore nel conto e lo fece correggere. -Poi fece la divisione per tre, ognuno di noi -pagò la sua parte, e l'amico festevole ci lasciò. Noi ci -avviammo a via Monte Napoleone, ma arrivati al portone -di Giovanna, Valacarda si fermò: -</p> - -<p> -— Non salgo: ho sonno, e domani mattina debbo -partire presto: sì, starò fuori qualche tempo. Troverà -di Malco, e forse altri; mi scusi con la signorina. Grazie. -</p> - -<p> -Su, venne ad aprirmi la signorina in persona. Non -c'era di Malco. Non c'era nessuno. -</p> - -<p> -— Sono stata brava? — mi gridò subito. — V'ho -lasciato col pescecane. Che n'avete fatto? -</p> - -<p> -Mi guardai bene dal raccontarle il primitivo granchio. -Risposi: -</p> - -<p> -— l'ho lasciato ora, qui sotto; abbiamo pranzato -insieme. -</p> - -<p> -— E avete combinato qualche buon affare? -</p> - -<p> -— Mio Dio, no.... Per il primo pescecane che incontro, -era così raffinato, arguto.... e poi mi ha detto due -o tre volte «lei che scrive, e continuerà a scrivere». -Non potevo disingannarlo. -</p> - -<p> -L'amica alzò gli occhi al cielo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span> -</p> - -<p> -— Dio, che uomo d'azione siete! Pensare che glie -lo avevo detto che volevate darvi agli affari, che vi -aiutasse.... -</p> - -<p> -— Gli avete detto!?... -</p> - -<p> -— Non sarete mai buono a nulla. -</p> - -<p> -(— Non sarai mai buono a nulla — echeggiò il -Dàimone, ma con minore scandalo). -</p> - -<p> -— E come s'è liberato bene di voi! -</p> - -<p> -Era veramente afflitta. -</p> - -<p> -(— Stai zitto, non facciamoci scorgere troppo — sussurrai -al Dàimone che non voleva chetarsi). -</p> - -<p> -Giovanna seguiva il filo di non so quale pensiero. -Poi scosse il capo e mi guardò. E concluse con voce -consolatoria: -</p> - -<p> -— Troverete di meglio, pazienza. Meno male che -ci avete almeno guadagnato un invito a pranzo. -</p> - -<p> -Non volli deluderla. Era una buona figliuola, come -tutte le fanciulle che dopo aver tradotto Rimbaud in -Valdarno vengono a Milano a studiare il canto. Ora -taceva, e per un po' tutto tacque tra noi. Sospettai che -la buona figliuola pensasse di dovermi qualche geniale -risarcimento per lo scarso esito della mia giornata... -</p> - -<p> -Ma qui si raccontano storie d'affari, cose serie; e -non dobbiamo occuparci di frivolezze. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span> -</p> - -<h2 id="cap4"><span class="smaller">CAPITOLO QUARTO</span> -PER BELLOVESO</h2> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span> -</p> - -<h3><span class="smaller">1.</span> -Preludio mirabile.</h3> -</div> - -<p> -La piattaforma del tranvai è la glandola pineale -della vita moderna. Trovandomi io un giorno sulla piattaforma -d'un tranvai di Milano, un individuo con barba -grigia e cappello verde alla calabrese mi stralunò in -volto due occhi quasi bianchi spiritati, poi disse: -</p> - -<p> -— Scusi, signore.... -</p> - -<p> -Non avrei mai immaginato che quegli occhi potessero -pronunciare una frase tanto garbata. Mi rimisi -dunque dalla prima impressione ch'era stata alquanto -sgomenta. -</p> - -<p> -— Scusi, signore: sa dirmi dov'è via Belloveso? -</p> - -<p> -— Non so — risposi con la maggior grazia possibile. — Sa, — aggiunsi -poi sentendo non so qual dovere -di giustificarmi — io non sono di Milano. -</p> - -<p> -— Ah. -</p> - -<p> -Questo «ah» non fu un «ah» di quelli grassi, sdraiati, -episcopali, che nei dialoghi della vita indicano soddisfatta -conclusione e lasciano l'animo pacato: fu un «ah» -<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span> -arido, giallo di sarcasmi. I romanzieri non hanno ancora -trovato la maniera di distinguerli nella scrittura, -e mettono «ah» senz'altro, in tutt'e due i detti casi e -anche nei loro infiniti intermedi e collaterali: la quale -è una lacuna non lieve dell'arte nostra. -</p> - -<p> -Io n'ero rimasto oscuratamente scontento e guardingo, -mentre il tranvai continuava la sua rotolante -corsa per le rette e le curve della Città Operosa. -</p> - -<p> -Infatti l'uomo imminendomi ribadì: -</p> - -<p> -— E se fosse di Milano? -</p> - -<p> -— Se fossi di Milano — risposi con pronta dialettica — sarebbe -più probabile, non però certo, ch'io -sapessi dov'è via Belloveso. -</p> - -<p> -La soddisfazione di questa nitida risposta mi ristorò: -e per un momento credetti d'essere libero dal sorprendente -personaggio, perchè subito egli si rivolse al -più vicino dei nostri compagni di andare, uomo comune -con cappello duro e spilla nella cravatta. Con gli -stessi occhi e con la stessa voce domandò a lui: -</p> - -<p> -— Scusi, signore, è di Milano lei? -</p> - -<p> -— Sì — rispose il signore volonteroso col cappello -duro — sono proprio di Milano, del Verziere. -</p> - -<p> -— E lei che è proprio di Milano, sa dirmi dov'è -via Belloveso? -</p> - -<p> -— No: non l'ho mai neanche sentita nominare. -</p> - -<p> -— Ma se l'avesse sentita nominare — incalzò l'incontentabile, — saprebbe -dirmi perchè si chiama via -Belloveso? -</p> - -<p> -L'uomo comune s'inalberò: -</p> - -<p> -— Come sarebbe a dire? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span> -</p> - -<p> -— Sa lei, signore di Milano, sa lei chi era Belloveso? -</p> - -<p> -L'altro lo guardò un momento, poi guardò me, poi -tutti gli altri intorno, torse un'occhiata più lunga alla -strada che fuggiva sotto i nostri occhi: e d'un tratto, -poichè il tranvai rallentava, scese precipitosamente e -senza voltarsi indietro si inabissò nella prima via trasversale. -</p> - -<p> -Il tranvai finì di rallentare e fermò del tutto. L'energumeno -gentile tornò a me: -</p> - -<p> -— Lei, signore, che almeno non è di Milano, la -prego: scenda con me. -</p> - -<p> -Non so quale forza mi spinse ad acconsentirgli. -</p> - -<p> -Sopra una cantonata una guardia di città sonnecchiava -a capo chino. L'amico lo svegliò: -</p> - -<p> -— Vigile, sa dirmi dov'è via Belloveso? -</p> - -<p> -L'altro riscosso mormorò: -</p> - -<p> -— Pellevese, Pellevese.... nun saccio. -</p> - -<p> -— Potrebbe guardare nella guida. -</p> - -<p> -L'esule partenopeo si cavò blandamente di seno un -libretto e cominciò a sfogliarlo: -</p> - -<p> -— Come avete detto? Pellurese? -</p> - -<p> -— No: Bel-lo-ve-so: col bi. -</p> - -<p> -Il pubblico funzionario compitò con scrupoloso travaglio -parecchi nomi del suo indice alfabetico: — Bec-ca-ria — Bel-fio-re — Bel-gio-io-so.... -quest'è, -Belgioioso? -</p> - -<p> -— No: Bel-lo-ve-so. -</p> - -<p> -— Bel-lez-za — Bel-li-ni — Bel-lot-ti.,.. mo' ce -stiamo 'n coppa — Be-na-co.... no: Bellevese nun ce -sta, Eccellenza. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span> -</p> - -<p> -Lo piantammo, chè era esausto. Seguivo faticosamente -e con grande interesse la mia agitata guida. Lo -vidi precipitarsi contro una carrozza vuota che veniva -traballando placidamente verso noi. La fermammo, le -demmo la scalata, occupammo il sedile. Quando ci sentimmo -saldi nella conquistata posizione, il mio compagno -comandò con aria sciolta: -</p> - -<p> -— Portaci in via Belloveso. -</p> - -<p> -Allora, con mia suprema stupefazione, avvenne questo -fatto mirabile: che il vetturino non disse nulla, -e neppure si voltò a noi; ma dette una frustata all'aria, -una voce al cavallo, e partì; e tutti partimmo con lui. -</p> - -<h3><span class="smaller">2.</span> -Fatale andare.</h3> - -<p> -E la carrozza camminò rassegnata e fatidica per -vie folte e piazze illustri e ardimentosi crocicchi, tra -la folla sonora onde Milano trae l'incitamento perenne al -lavoro e all'impeto, alla Vita Intensa e alla Vita Operosa. -Il mio compagno s'era chiuso in un degno silenzio; -china sulla fronte la tesa verde del cappello calabrese -ora si contemplava misticamente le quadrate -estremità delle scarpe. Io rispettai quel silenzio e -quella contemplazione. M'interessavo alle vicende del -nostro andare e al civile paesaggio che percorrevamo. -<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span> -Ma già le piazze e le vie si facevano a mano a mano meno -affollate e meno illustri. L'aspetto delle botteghe e delle -case graduava rapidamente dalla metropoli al suburbio. -Entrammo nell'ignoto. Raggiungemmo l'aborigeno. -Ogni tanto la carrozza, mossa da non so quali occulte -cagioni, invece di proseguire diritta svoltava in vie laterali, -e quasi a ognuna di quelle mutazioni di rotta -il colore delle muraglie e dei selciati si faceva più languido -e afflitto. Le sfilate di muri grigi presentavano ormai -rara l'interruzione di una donchisciottesca barbieria -o d'una drogheria sudicia rinforzata dalla giunta -d'un romantico bar. -</p> - -<p> -Poi ai bar succedettero francamente le osterie, mentre -la carrozza sobbalzava sempre più con singhiozzanti -nostalgie dei lastricati lontani. -</p> - -<p> -Essa proseguiva il suo cammino mortale, e a me -l'anima si andava fasciando di lenta malinconia: ma -ecco, dopo un incerto vagare tra larve di strade d'ambiguo -colore e di spiriti crepuscolari, e dopo due o tre -svolte più impensate, ecco di lì a poco m'accorsi che la -luce si rifaceva nitida, ch'erano scomparse le cànove e -riapparsi i romantici bar con le drogherie luridissime: -risentii un saluto d'aure familiari, spuntarono al mobile -orizzonte più frequenti botteghe, poi grandi vetrate. -Riudivo qua e là sonorità umane: e a mano a mano ritrovando -il sorriso di vie e piazze note recuperai gli spiriti, -fino a che per pochi ultimi audaci quadrivi mi riconobbi -tornato presso al cuore del gran corpo di cui -avevo rapidamente poco innanzi raggiunto gli arti più -lontani. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span> -</p> - -<p> -A questo punto, senza espresso superiore comando -nè per altre cagioni apparenti, il cavallo a capo chino -ristette, la carrozza sostò, e noi tutti con essa e dentro -essa fummo fermi. -</p> - -<p> -Appunto in quell'istante il mio compagno ebbe -conchiusa la sua contemplazione, e dalle quadrate estremità -delle scarpe levò gli occhi ai due bottoni argentei -ond'era insignito il dorso dell'auriga. Tutti tacevamo. -Poi l'auriga si voltò e inclinò alquanto verso noi, candidamente -così favellando: -</p> - -<p> -— <i>Avevi minga capii ben: che via l'à dit?</i> -</p> - -<p> -— Via Belloveso. -</p> - -<p> -— <i>Adess o capii: la gh'è minga quela via lì a Milan.</i> -</p> - -<p> -Il mio prodigioso compagno si volse a me e disse: -</p> - -<p> -— Lo sapevo, che non c'era. -</p> - -<p> -— E allora, — arrischiai — perchè la cerca? -</p> - -<p> -— Perchè non c'è! -</p> - -<p> -Tutti, il cavallo, l'auriga, la carrozza, il personaggio -e io, eravamo muti e fermi: solo si mosse e, credo, mandò -una tenuissima voce col suo scatto il meccanismo prestigioso -del tassametro. Io ne distolsi lo sguardo. Il -personaggio domandò: -</p> - -<p> -— Di dov'è lei, signore? -</p> - -<p> -Io ho sempre pronte diverse città natali a seconda -delle varie occorrenze della vita. Ebbi la eccellente -ispirazione di rispondere: -</p> - -<p> -— Sono di Roma. -</p> - -<p> -— Sa lei, signore, chi furono Romolo e Remo? -</p> - -<p> -Rividi in un attimo nella memoria la scuola della -mia puerizia, e recitai: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span> -</p> - -<p> -— Romolo e Remo, signore, furono i fondatori di -Roma, capitale d'Italia. -</p> - -<p> -— E che direbbe ella, signore, di un romano il -quale non sapesse rispondere chi furono Romolo e -Remo? -</p> - -<p> -— Direi, signore, che è sordomuto. -</p> - -<p> -— Sordomuto: sia ella benedetta ora e sempre per -questa parola. I milanesi — e indicò con la mano spiegata -la schiena dell'auriga, la coda del cavallo, il lastrico, -la casa di fronte, la folla dei passanti — i milanesi sono -dei sordomuti. Non sanno chi fu Belloveso. Belloveso -fu il Romolo e Remo di Milano. Il gallo Belloveso, -signore, che era nipote di un re dei Biturigi, quasi seicent'anni -avanti Cristo varcò le Alpi e qui accampandosi -fondò Milano, capitale morale d'Italia. E a Milano -nessuno, nessuno, nessuno lo sa. A Milano non -c'è una via, una piazza, un corso, un viale, un bastione, -un monumento, un vicolo, un portico, un caffè, -una scuola, un postribolo, che sia dedicato al nome di -Belloveso. Scendiamo, signore. La carrozza la pago -io o la paga lei? -</p> - -<p> -— La paghi lei — proposi. -</p> - -<p> -— Sì. -</p> - -<p> -Pagò, e discese, e io dietro lui: ma mentre m'accingevo -a salutarlo egli era scomparso, magicamente -scomparso davanti a me, o che il movimento della -folla me l'abbia sùbito nascosto, o che, come sembrami -più probabile, vaporando nell'etere ei sia stato assunto, -definitivamente o provvisoriamente, nei cieli. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span> -</p> - -<h3><span class="smaller">3.</span> -Via Belloveso.</h3> - -<p> -Egli era scomparso; ma io, raggiunta in pochi -passi quella che avevo sempre veduta essere la piazza -del Duomo, io trovai ora che non vi scorgevo più il -Duomo, nè il frivolo calamaio di bronzo del monumento -a Vittorio Emanuele, nè intorno a esso il girotondo -dei tranvai con i trolleys rigidi a scarrucolare -verso il cielo; e nemmeno si stendevano più, ai lati -di quella, lo scenario dei portici settentrionali nè l'obliquo -fondale di Palazzo Regio: ma tutto il luogo era -occupato non da altro che da basse capanne, in mezzo -a suono di ferrame, perchè tra le capanne s'aggiravano -vasti guerrieri baffuti con risa oscene. E bisognò qualche -tempo e qualche sforzo alla mia fantasia avanti -che mi riuscisse di ritrasformare a' miei occhi il rude -accampamento dei Galli di Belloveso nel cuore civile -e facondo della capitale morale. -</p> - -<p> -L'ossessione mi tenne più giorni. Sotto la larva -d'ogni ragioniere milanese vedevo corruscare un Biturigio -superbo, ogni dattilografa parevami una sacerdotessa -accorrente ad aggiunger fiamme a un sacrificio -umano: vidi appunto sull'angolo del Corso sorgere ed -elevarsi d'un tratto immani fantocci di vimini, alti -come torrioni, e gli eubagi riempirli d'uomini vivi e -<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span> -appiccarvi il fuoco in onore di Hesus, dio sanguinolento -armato di scure. Di là, all'aspro odore di quella -fiamma, un druido spiegava ai milanesi la trasmigrazione -delle anime d'una in altra forma mortale. Vidi -anche sotto i miei sguardi la colonna di San Babila tumefarsi -e coprirsi di corteccia rugosa e ramificando trasformarsi -in quercia, e guerrieri braccati chiamavan quella -quercia Teutates ardendovi attorno olocausti di cani. -</p> - -<p> -Non mi riusciva sottrarmi alla suggestione morbosa. -Riconoscendone esattamente l'origine, pensai che -il passante grigio apparsomi un giorno sulla piattaforma -del tranvai fosse stato una incarnazione dell'Antico -Maligno, che s'era messo vaste scarpe quadrate per -nascondere gli zoccoli. — O forse più semplicemente — mi -dissi — quegli fu lo spirito stesso di Belloveso che -nel mondo degli immortali non trova requie pensando -all'immemore ingratitudine di venticinque secoli di -posterità. -</p> - -<p> -Occorreva, per liberarsi, placare lo spirito di Belloveso. -In qual modo? -</p> - -<p> -Forse un tempo, quand'ero immerso in classici -studi, avrei pensato a scrivere su Belloveso una truculenta -e compassata tragedia. Più tardi, poi che la -vagante sorte m'ebbe sfiorato con le ibride penne del -giornalismo — bizzarra chimera biforme tra l'arte e -la vita pratica — avrei tentato di quetare lo spirito di -Belloveso ed il mio con una serie di articoli agitanti la -proposta di un monumento: tutti gli scultori e i procacciatori -di Comitati sarebbero stati con me. -</p> - -<p> -Ma erano i giorni in cui, colpito dall'aspetto del -<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span> -tempo nuovo, avevo stabilito d'uniformarmi a esso -e darmi agli affari. Ed ecco dalla mia ossessione germinò -l'idea d'un affare vasto e mirifico. -</p> - -<p> -A Belloveso non possiamo offrire un monumento o -una caduca tragedia. -</p> - -<p> -Belloveso, primevo animatore della Città Operosa, -dev'essere rammemorato con imporre il suo nome a -una via della città stessa. Egli in persona, in quel -giorno e in quella carrozza fatali, me lo ha suggerito. -</p> - -<p> -A qual via? Egli principiatore del rozzo antico nucleo, -deve avere per sè la via più moderna e perfetta: -la più lontana da quei rudimenti: una via definitiva. -</p> - -<p> -Occorre costruirla apposta. E bisogna ch'essa sia -di tanto più grande e nuova delle presenti, di quanto -le presenti sono più grandi e stabili e solenni delle capanne -dei Biturigi di duemilacinquecento anni fa. L'ultima -parola della modernità. Il non visto ancora tra -noi. Una via costruita tutta, sì, tutta di grattacieli, di -grandi grattacieli, di grattacieli di cemento armato: -via Belloveso. -</p> - -<h3><span class="smaller">4.</span> -A grandissime linee.</h3> - -<p> -All'opera, ideatore, animatore, organatore: questa -è speculazione, nel senso più maturo e degno della -parola. All'opera dunque, Speculatore. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span> -</p> - -<p> -Il programma da attuare era semplice: un progetto -edilizio, un preventivo per la costituzione di un -capitale, un piano per lanciare e popolarizzare l'impresa. -</p> - -<p> -Il lanciamento sarebbe stato facilissimo: bastava -fondare una rivista d'arte, dedicata specialmente al -rinnovamento dell'architettura. Sulla rivista iniziare -immediatamente una impetuosa campagna, di natura -pratica, a favore del cemento armato, e una di natura -estetica per le case a molti piani: le industrie cementizie -e le fabbriche di ascensori faranno ampiamente le -spese della rivista. -</p> - -<p> -Iniziato il movimento generale, subito esporre sulla -rivista stessa l'idea della via nuova: ma l'offerta votiva -di questa alla memoria del duce gallo (effettivo movente -intimo della mia ideazione) apparirà come l'ultimo -pensiero, una culta eleganza sovrapposta all'idea -originaria, quasi un fregio. -</p> - -<p> -La fame di case, che già in quel tempo travagliava -insopportabilmente la vita della città, avrebbe favorito -in modo incredibile il mio còmpito. -</p> - -<p> -Verrà, dunque, dopo il lancio, subito il resto: e -disegni e preventivi saranno opera dei competenti. -</p> - -<p> -Ma prima d'interrogare i competenti, e di esporre a -chicchessia il mio pensiero, buttai giù un piano a grandissime -linee, quanto occorreva a far intendere la mia -idea, così facile, ai capitalisti che avrebbero dovuto -costituirsi in società per attuarla. Quella gente vuol -cifre. E cifre siano. Bastano approssimative, per ora, -tanto per dimostrare l'affare. — Ogni palazzo, calcolai, -avrà duecentoventi metri d'altezza e centocinquanta -<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span> -di base: la via sarà di trentasei grattacieli, diciotto -per parte, dacchè il numero 9 e i suoi multipli -mi sono sempre stati propizi. Una via dunque — con -i brevi intervalli tra un palazzo e l'altro — lunga circa -tre chilometri: rettilinea. Trentasei case, ognuna di -cinquanta piani. -</p> - -<p> -Poniamo che ogni casa costi due o tre milioni: una -spesa complessiva di circa cento milioni: quest'è il -passivo. -</p> - -<p> -E l'attivo: trentasei case, di cinquanta piani ciascuna, -fanno in tutto mille e ottocento piani. Suppongo -che ogni piano darà sei appartamenti: in tutto sono -diecimila e ottocento appartamenti. Se ognuno di questi -rende, per esempio, diecimila lire annue, fanno centootto -milioni all'anno di attivo: e perchè in queste -materie bisogna andar cauti, invece di centootto diciamo -pure soltanto cento milioni annui di entrata. -È quanto dire che il primo anno, il solo primo anno, -dodici rapidi mesi di questa così fugace vita mortale, -ripagheranno il capitale iniziale. E subito dopo la società, -la mia società, ha un guadagno annuo di cento -milioni. -</p> - -<p> -Qualcuna di queste cifre sarà certo inesatta, forse -qualche moltiplicazione sarà sbagliata, ma non importa: -si correggeranno: si aumenterà, se occorre, il numero -dei piani. Il freddo competente darà le cifre precise: -io ero tutto invaso del calore della mia costruzione -ideale; anche lo spirito di Belloveso parevami cominciasse, -a queste semplici cifre, a placarsi. -</p> - -<p> -Si noti che per fare cento milioni bastano dieci -<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span> -persone che mettano dieci milioni l'una, oppure cinque -persone che ne mettano venti: qui non c'è neppure il -dubbio d'avere sbagliato l'operazione aritmetica. Ed -ecco via Belloveso. -</p> - -<p> -Stesi questo piano in un accurato memoriale. Non -mancai di aggiungervi certa considerazione che nacque -nella mia mente mentre già avevo cominciato a compilarlo. -Era questa. Quando, venticinque secoli sono, -in seguito all'invasione dei Kymri nell'Aquitania il re -Biturigio Ambigate mandò oltr'Alpe Belloveso (e questi -stabilì l'accampamento che sarebbe divenuto Milano) — nello -stesso tempo il fratello di lui (ch'era addobbato -similmente d'un audace nome, Sigoveso) passò -il Reno e andò a stabilirsi nella regione Ercinia in Germania. -Quali accampamenti fondasse non so: ma parevami -probabile che da qualcuno di questi fosse nata, -come Milano da quelli, la tedesca città di Baden, che i -Romani conobbero. Si sarebbe potuto cercare negli -storici la maggior esattezza di tale mia induzione, ma -intanto era certo che in una regione germanica era -sorta una città sorella, o almeno cugina, a Milano: -che, dunque, un'impresa identica alla mia qui, poteva -a un parto farsi nascere là, in onore di Sigoveso; che -forse le due imprese potevano originarsi insieme dalla -società e dal capitale medesimo: in ogni modo ciò poteva -dare origine a un'audace e utile veduta politica, -poteva additare un legame franco-italo-germanico più -saldamente fondato di quello che intravide Caillaux, e -pregno forse di più maturabili destini. -</p> - -<p> -Stesi dunque il mio complesso memoriale artistico-storico-finanziario-politico; -<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span> -lo portai a copiare in dodici -esemplari a una dattilografa fidata: spesi in quella -copia lire sessanta, che segnai sopra un candido quaderno -come la prima spesa e insieme il primo atto effettivo -della mia creazione. -</p> - -<h3><span class="smaller">5.</span> -La mia dimora.</h3> - -<p> -Dopo avere riletto e corretto il memoriale, m'indugiai -per poco in qualche pensiero domestico. -</p> - -<p> -Stabilii di scegliere, nel centro della via, al numero -18, la mia casa. È giusto. Mi farò fare i biglietti di visita; -i primi, credo, della mia vita, e con l'indirizzo: -«18, via Belloveso, Milano». Abiterò al piano nobile, -il cinquantesimo. Avrò un ascensore particolare che -in trenta secondi, senza fermate ai piani intermedi, -porterà su direttamente me, la mia famiglia, i miei -amici. Perchè anche là gli amici verranno a trovarmi, -come ora. Ma se verranno dopo le dieci di sera, non -potranno più, come fanno ora, chiamarmi dalla strada -per farsi gettare la chiave del portone. Faremo dunque -nella nostra rivista una campagna perchè i portoni di -Milano siano muniti di un campanello corrispondente a -ogni appartamento, e di un congegno a pila elettrica -per aprire il portone stesso dall'alto, come a Firenze, -<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span> -che almeno in questo è assai più civile di Milano. Ogni -portone avrà così trecento bottoni elettrici, centocinquanta -per parte: se ne potranno trarre motivi decorativi -ultramoderni. Ma quale cuccagna per i nottambuli, -fedeli al gioco candido e giocondo di sonare i campanelli -e poi darsi fanciullescamente alla fuga! -</p> - -<h3><span class="smaller">6.</span> -Crepuscolo.</h3> - -<p> -Già da tre giorni gli esemplari del mio sublime piano -smaniavano d'essere avviati ai loro destini. Io ero meno -impaziente. L'opera era troppo grande perch'io dovessi -economizzare qualche giorno o qualche ora, e affrettarmi -a compiere quell'atto facile — la costituzione -della società: — anzi mi piaceva trattenere ancora un -poco la mia impresa nel mondo puro delle cose pensate -e non ancor attuate. S'aggiunga che per il momento -non sapevo bene a chi avrei potuto portare o mandare -quei piani. Ma questo è il meno: a Milano — tutti lo -dicono — basta andar camminando per le strade per -vedersi scaturire l'oro attorno. Altri dice: — basta -battere il piede sul suolo. Pensate quanto oro per colui -che andasse a camminare per le strade battendo forte -il piede in terra a ogni passo. Ma non folleggiamo dietro -l'allettamento delle immagini e delle immaginazioni, -<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span> -com'era un tempo nostro deplorevole costume. Ora -son tempi nuovi, anche per me. Così pensando arrivai -al limite vago ove la città dalle tredici porte esita a -dileguarsi nella campagna. -</p> - -<p> -Andavo a caso. L'erba era polverosa e l'orizzonte -era bigio, perchè Milano è un'austera città. -</p> - -<p> -D'un tratto mi sorprese un fremito gradevole e -inaspettato: sentii, al mio fianco, la presenza del mio -Dàimone, e insieme mi resi conto che da parecchi giorni -non l'avevo sentita più, che avevo operato fino a quel -punto senza di lui. -</p> - -<p> -— Dàimone — gli dissi — mi hai tu forse abbandonato? -non sai dunque che sto maturando un'opera -nuova, semplice e grande? -</p> - -<p> -— Lo so. -</p> - -<p> -— Senza l'aiuto tuo l'ho pensata, forse: ma non -per questo devi disprezzarla: anzi d'ora in avanti la -seguirai con affetto, come hai sempre seguìto tutte le -cose della mia vita anche quando io facevo al contrario -de' tuoi incitamenti. -</p> - -<p> -— Fai pure — mormorò — se ciò ti diverte. -</p> - -<p> -La sua freddezza m'indispettì. Non gli parlai più, -ma lo sentivo a lato seguirmi e vigilarmi. Parevami sospettoso, -e sospettoso mi feci io contro il suo sospetto, -e contro lui stesso, contro il mio Dàimone, o Genio personale! -Mi sforzavo di dimenticarlo, ma un disagio -inesplicabile gemeva in fondo al mio spirito. -</p> - -<p> -Sedetti sopra l'umile sponda d'un canale di poco -lusinghevole aspetto ma di lunga e solida fama: quel -Naviglio della Martesana, umanistica speculazione del -<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span> -condottiero Francesco Sforza. Qua e là qualche piccola -costruzioncina bislacca si dava importanza di villino: -goffi pescecanili rutilanti di preziosità. La pianura si -perdeva nel bigio infinito, tratteggiata da rigidi pali di -ferro e da bassi alberi asciutti, potati d'ogni fronda e -d'ogni ramo —. Qui — gridai nel mio pensiero — questo -è il luogo! -</p> - -<p> -E così forte e solenne fu il mio grido interiore, che -le poche ville pretensiose, subito intimorite, si scostarono -ognuna dal loro luogo, e portandosi via le torrette -rosse e i cancelletti di ferro battuto, s'allontanarono e -scomparvero; e insieme i pali di ferro e gli alberi di -legno dileguarono; poi dalla terra bigia cominciarono -a scaturire fasce di biancori gelidi che rapidamente al -mio sguardo impietrivano allineandosi in una duplice -fuga parallela, accennavano per un istante l'ondulamento -d'un ritmo di danza; poi si arrestarono; elasticamente -immobili e altissimi, guardando tutti a me -con le pupille nere e rettangolari d'un numero infinito -di finestre simmetriche: diciotto e diciotto eccelsi edifizi, -in due file che andavano a incontrarsi e perdersi -in direzione delle lontane e invisibili dolcezze delle regioni -lacustri: diciotto e diciotto grattacieli di cemento -armato; la mia creazione: via Belloveso. — Ecco-gridai -generosamente al Dàimone — ecco l'opera nostra! -</p> - -<p> -— Io non c'entro — rispose. -</p> - -<p> -Mi voltai verso lui di scatto, dimenticando ch'egli -è invisibile. -</p> - -<p> -— Ma guarda! — incalzai. — Questa è la moderna -bellezza. L'opera nostra: via Belloveso. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span> -</p> - -<p> -E mi rivolsi a ricontemplarla. Ora alle quarantamila -finestre s'erano affacciate più di quarantamila teste -vive d'ogni sesso e d'ogni età: non già i barbari Biturigi -ch'io avevo salutati tra le capanne nel primo -memorabile mattino, ma quaranta migliaia di modernissimi -uomini, donne e fanciulli, che tutti insieme -conclamavano verso l'avvenire del nuovo cuore operoso -d'Italia. -</p> - -<p> -Come fu finito il clamore, e le quarantamila teste -s'erano ritirate, un grigio silenzio tornò a incombere su -tutta la pianura, e di là mi premeva intorno e mi filtrava -entro il cuore. La sudicia nebbia cominciò ad assediare -e assaltare le belle case di cinquanta piani. Le vidi -tutte barcollare davanti a' miei occhi inumiditi. Poi apparve -un prodigio: chè ognuno dei piani di quelle parve -sfaldarsi dal suo edificio, e, ogni piano, dico, per conto -suo, per ogni parte si venne spostando qua e là orizzontalmente -nell'aria e in aperte volute calarono a terra e -si distesero a occupare tutto il suolo della pianura: ma -ancora di là da essi nuova pianura dilagava, all'infinito, -grigia e molle, tratteggiata innumerevolmente di pali -di ferro e d'alberi di legno: poi il suolo riassorbì anche -quella distesa di piani e rividi tornate le villette tronfie -ridere con sofficienza dalle rosse torrette, in mezzo -alla nebbia cinerea che cinge Milano, austera città. -</p> - -<p> -Io mi alzai, infreddolito e aggranchito. Mi rimisi in -sesto stirando le braccia e battendo i piedi in terra; -ma in quel moto mi venne su dal profondo e scaturì -per le fauci e squillò al cielo un ampio, sferico, fondamentale -sbadiglio; uno sbadiglio quale non ricordo d'aver -<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span> -messo insieme il simile mai nella mia vita: cui risposero -vastamente tutti gli echi della pianura e della -lontana invisibile regione lacustre fino ai primi gioghi -dell'Alpe. -</p> - -<p> -Ecco una voce allegra del Dàimone gridarmi: -</p> - -<p> -— Così mi piace. Torniamo amici? Questo sbadiglio -è il più bel pensiero che tu abbia fatto da parecchi -giorni a questa parte. -</p> - -<p> -— Così credi? — gli risposi. — Sta bene: facciamo -la pace. -</p> - -<p> -Mentre stavamo per raggiungere le prime vie della -città, il Dàimone mi domandò ancora, con tono malizioso -ma con bontà d'intenzione: -</p> - -<p> -— E Belloveso? -</p> - -<p> -— Stavo pensando — gli risposi — che sarebbe -poco nazionale, e oggi anche poco politico, riferire -troppo solennemente la nascita della Capitale morale -d'Italia a un'origine gallica. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span> -</p> - -<h2 id="cap5"><span class="smaller">CAPITOLO QUINTO</span> -L'ULTIMO VAMPIRO</h2> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span> -</p> - -<h3><span class="smaller">1.</span> -L'altare.</h3> -</div> - -<p> -S'eleva al mio cospetto la forma di un audace altare, -e scintilla di molti colori: più bassa gli gira attorno -un'ara di marmo a venature violacee con un vasto orlo -d'arabeschi dorati; in alto ai due lati dell'altare quattro -marmoree candele hanno per fiamme lampadine -elettriche dall'acuta punta. Anche, a tratti, questo altare -suscita — a me che lo contemplo — la vaga memoria -d'un organo, se non che le canne sono brevi, e variopinte -come le piume degli uccelli dei tropici: lo sfolgorìo -dei loro colori s'addoppia riflesso nella superficie di -specchio che riveste tutto lo sfondo dell'altare. -</p> - -<p> -Tra l'altare e l'ara, <i>inter aras et altaria</i> come dice -Plinio il giovine, e davanti l'ara stessa — verso me -che contemplo — officiano, bizzarramente passando e -ripassando con offerte votive, rapidi sacerdoti vestiti -di nero con sprazzi di biancori intorno al collo e sul -petto. -</p> - -<p> -Così contemplando l'altare, l'ara, l'organo e l'officio, -tengo le spalle appoggiate a una parete di cristallo. Le -<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span> -mie labbra suggono una bevanda neoromantica il cui -sapore cupo non rivela il misterio della sua origine vegetale -o animale. -</p> - -<p> -È con me Graziano, e con Graziano un terzo di cui -non ho capito il nome. Anche Graziano appoggia le -spalle alla parete cristallina. Dietro noi, di là da quella, -s'io mi volto vedo genti di cui m'appaiono i moti e -gli atti senza sentirne le voci: genti occupate a passare, -o a star immote, o, visibilmente, ad aspettare con irrequietudine -altre genti. -</p> - -<p> -Graziano non contempla l'altare. La tesa del cappello -gli scende sugli occhi. Tutto il luogo è abituale per -lui. Egli viene ogni giorno qua, dopo conclusi i suoi -negozi più importanti, a riposare e disegnarne di nuovi. -Questa prima sala del Caffè Campari in Milano, città -di vita operosa, è luogo classico per incontri d'affari. -</p> - -<p> -Infatti Graziano dice: -</p> - -<p> -— Ci sarebbe un piccolo affare: ho a Caprino Bergamasco -dei vagoni di legna tagliata. La do a undici -al quintale. -</p> - -<p> -— Me ne posso occupare — risposi —. Veramente -la legna non è il mio genere. -</p> - -<p> -— In affari — ammonisce — non ci sono generi. -</p> - -<p> -— Come in letteratura? -</p> - -<p> -Mi guarda ma non replica. Intanto il terzo domandò: -</p> - -<p> -— Quanti vagoni? -</p> - -<p> -Questo terzo me lo ha presentato poco fa Graziano. -Ha una faccia incantata, due occhi rossicci, il cappotto -spalancato, e la sottoveste abbottonata a contrattempo: -cioè il primo bottone nel secondo occhiello e così di -<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span> -seguito, in maniera che abbasso a destra avanza un -tratto di sottoveste col bottone e in alto a sinistra -avanza un tratto di sottoveste con l'occhiello. -</p> - -<p> -— Sei vagoni — rispose Graziano. Al che seguirono -poche indicazioni tecniche. -</p> - -<p> -Durante queste fui distratto dall'entrare di due -fanciulle emaciate e impennacchiate. Sedettero a un -tavolino vicino al nostro, poi si misero a leggere insieme -con grande interesse una lettera, ch'era listata a lutto. -</p> - -<p> -Quel terzo annunziò: -</p> - -<p> -— Vado a fare una telefonata. Ti ritrovo qui? -</p> - -<p> -— Sì — rispose Graziano — fino alla mezza non -mi muovo. -</p> - -<p> -Il caffè s'andava affollando, e intorno all'ara cresceva -il movimento dei sacerdoti in frack e sparato -bianco, correndo in direzioni varie e gridando i comandi -come centurioni in battaglia. -</p> - -<p> -Graziano ha conosciuto la fama, se non la gloria. -Dieci anni sono ha vinto un campionato ciclistico. Poi -cominciava a ingrassare, onde la sua vita fu diretta -verso altre mète. La vigilia della guerra lo trovò negoziante -di accessorî per automobili. La guerra lo ebbe furiere -in un ufficio d'aviazione militare a Roma e gl'insegnò -di là le vie della ricchezza. L'armistizio lo ricondusse -a Milano in un'automobile sua. Tuttavia s'è -conservato modesto; non ha preso nè moglie ricca nè -amanti costose, e neppure ha cambiato il sarto, nè si -è messo a comperare romanzi con la copertina illustrata: -le quali cose lo distinguono da altri arricchiti dell'ora -presente. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span> -</p> - -<p> -Dalla partenza del terzo, ho visto in brevissimo -tempo ben tre persone accostarsi successivamente a -Graziano, scambiare con lui poche parole misteriose, -andarsene. Dopo ognuno di quegli episodi egli mi ha -sorriso con bontà. Ora pronuncia una sentenza degna -dei Savi dell'Ellade: -</p> - -<p> -— Non c'è che il lavoro che dia delle vere soddisfazioni. -</p> - -<p> -Le due fanciulle hanno finito di leggere la lettera, il -che non le ha rese più belle nè meno malinconiche. Ora -discorrono modestamente col cameriere. Io, spronato -forse dalla sentenza morale del mio compagno, m'alzo -e gli dico: -</p> - -<p> -— Penserò a quello che mi hai detto: sei vagoni. -Ti ritrovo qui stasera? -</p> - -<p> -— Sì; ogni sera dopo le nove e mezzo, fino alla -chiusura. -</p> - -<p> -— A rivederci. -</p> - -<p> -Mentre m'avvio, sta rientrando il terzo con la sua -sottoveste abbottonata a contrattempo; siede al mio -posto dicendo a Graziano: -</p> - -<p> -— Ecco qui.... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span> -</p> - -<h3><span class="smaller">2.</span> -Uno, il basilisco, e il cameriere Giovanni.</h3> - -<p> -— L'affare è il meccanismo più semplice del congegno -sociale. Consiste essenzialmente in ciò: comperare -a un prezzo, e rivendere subito tutto a un prezzo più -elevato. È l'insegnamento supremo di Ermete Leisterio. -</p> - -<p> -«L'Affare va poi distinto recisamente dal Lavoro. Il -lavoro corrisponde a una possibilità limitata, l'affare è -illimitato, come il Tempo e lo Spazio, categorie della -mente universale. Se un lavoro richiede una determinabile -somma di tempo e di energia, un lavoro doppio -richiede doppio tempo e doppia energia. Invece lo -stesso tempo e gli stessi atti che concludono un affare -uguale a dieci, possono concluderne uno uguale a -cento, mille: il campo di potenza d'un uomo d'affari -è perciò illimitato. -</p> - -<p> -«Ne deriva come primo effetto naturalissimo che -l'uomo che fa degli affari arricchisca infinitamente più -di qualunque semplice lavoratore del braccio o del -pensiero; il che spesso dà scandalo a chi non sa andare -al fondo delle cose. E ne deriva come secondo effetto che -l'affare, cioè il comperare e rivendere all'infinito, è -l'operazione umana che gode maggior credito: così -diciamo, per esempio, che l'America è la più grande tra le -<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span> -nazioni (sebbene abbia penuria di poeti, filosofi e altri -uomini d'intelletto) perchè è la nazione che fa più e più -grossi affari: e similmente si afferma che Milano è la -capitale morale d'Italia, perchè è la città italiana in -cui più rapidamente si compera e si rivende. -</p> - -<p> -«E questa è la ragione per cui mi sono dato agli -affari. — -</p> - -<p> -Così venivo ripensando e in me bene riaffermando -i principii generali che avevano determinato la mia -situazione teorica e pratica: e in questa sboccai dalla -Galleria verso piazza della Scala, ove una superstite -simpatia mi soffermò un istante a contemplare le spalle -ammantate di Leonardo, buono amatore d'ogni arte -e d'ogni scienza. Poi, ripreso il cammino, venni più -particolarmente a considerare l'affare che avevo tra -mano. -</p> - -<p> -La mia opera si delineava così: -</p> - -<p> -1º — Crearmi rapidamente un minimo di competenza -riguardo alla legna tagliata e ai suoi prezzi. -</p> - -<p> -2º — Andare a Caprino Bergamasco a vedere e valutare -i sei vagoni di Graziano. -</p> - -<p> -3º — Trovare un compratore. -</p> - -<p> -4º — Tornare a Caprino Bergamasco e di là spedire -la legna al compratore. -</p> - -<p> -5º — Ritirare il maggior prezzo da questo e sborsare -il minor prezzo a Graziano. -</p> - -<p> -In tal modo dividendomi in pensiero il còmpito nelle -sue fasi progressive, mi trovai all'angolo del Cova, storico -luogo di sosta di tutti gli uomini di pensiero e -d'azione della Città operosa. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span> -</p> - -<p> -Ivi ristetti, incerto sulle prime del cammino da -prendere: un poco in disparte tuttavia perchè m'era -noto che in quell'ora la miglior porzione del marciapiede -illustre tocca, per diritto consuetudinario, a un -esiguo numero di mortali che di là sanno contemplare -la vita fugace con occhio di semidei. -</p> - -<p> -Mentre in tal modo me ne stavo, mi si fe' incontro -uno, e m'appoggiò sulla spalla una mano benigna. -</p> - -<p> -Quali fossero il nome, l'aspetto esteriore e le intime -qualità di quest'uno, non importa al racconto. Disse: -</p> - -<p> -— Beato te che puoi startene bellimbustando sull'angolo -del Cova a insidiare le succinte passanti. -</p> - -<p> -Così offeso, mi difesi: -</p> - -<p> -— Tu t'inganni. Io sono qui da pochi secondi, e di -passaggio, e operosi pensieri mi occupano. Forse la Fortuna -ha mandato te incontro ai miei pensieri. Entriamo: -io ti offrirò un americano col seltz, e tu mi darai -in cambio un'informazione. -</p> - -<p> -Poi che ebbimo libato un sorso della miscela pungente, -io entrai subito nel vivo dell'argomento: -</p> - -<p> -— Dimmi — gli domandai — tu che sei padre di -famiglia: quanto la paghi la legna al quintale? -</p> - -<p> -Egli impallidì, poi m'indagò con lo sguardo onde -Beatrice guardò Dante Alighieri quando questi le domandava -ragione della levità del proprio corpo appena -assunto al primo dei cieli: cioè — per coloro che non -avessero a fiore della memoria il <i>Paradiso</i> — mi guardò -come si guarda un matto. E mi prese il polso. -</p> - -<p> -— È regolare — disse tranquillato. — Ti sei dato, -come Senofonte a Scillunte nel suo dopoguerra, alla -<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span> -scienza dell'economia domestica? I tempi non sono -propizi a studi di questo genere. -</p> - -<p> -— Non divagare — lo interruppi — e rispondi alla -mia domanda. -</p> - -<p> -— Non so risponderti. Non compero legna. In -casa mia c'è il termosifone. Da tre anni è spento, ma -c'è: per questo non adopero legna. -</p> - -<p> -Ebbi, certo, un aspetto di somma delusione, perchè -subito l'amico cercò di aiutarmi: -</p> - -<p> -— Aspetta — propose — domandiamo a Carletto. -</p> - -<p> -Carletto era uno che passava, e che io non conoscevo. -Il mio compagno lo fermò: -</p> - -<p> -— Dimmi, Carletto, quanto la paghi la legna al -quintale? -</p> - -<p> -Carletto proiettò due occhi quali sogliono proiettarli, -nei giorni di umore più malefico, i giovani basilischi. -Questo basilisco bipede, che aveva aspetto d'uomo -e si fermava al nome di Carletto, era avvolto in un -botticelliano cappotto stretto alla vita con una cintura, -e la cintura fermata sul davanti con un fibbione. Divincolandosi -in quelle spire, sibilò: -</p> - -<p> -— La legna! la legna! La pago quello che mi chiedono, -la pago. Chi ne capisce più niente? -</p> - -<p> -Intuii subito in Carletto il tipo classico dell'uomo -inviperito contro il proprio tempo. -</p> - -<p> -Il mio ospite si volse a me desolatamente: -</p> - -<p> -— Vedi? — gemeva — al giorno d'oggi non c'è -sugo. -</p> - -<p> -Ma subito si distolse da me perchè in quella passava -un cameriere, ed egli nel suo zelo lo arrestò a volo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span> -</p> - -<p> -— Mi dica, Giovanni, come farebbe lei per sapere -quanto costa oggi la legna al quintale? -</p> - -<p> -Il cameriere Giovanni, ciò udendo, si eresse rigidamente -sulla flessuosa persona: bilanciò un istante -sopra la palma sinistra il vassoio, onusto di coppe sottocoppe -e lampeggianti caraffe; strinse e scosse energicamente -il tovagliolo che brandiva con la destra; scrutò -fissamente dinanzi a sè l'infinito; indi: -</p> - -<p> -— L'unica — pronunziò — sarebbe di andare a -domandarne a un negozio di legna. -</p> - -<p> -Scagliate queste parole, il cameriere Giovanni partì -dirittamente dietro il proprio sguardo. -</p> - -<p> -Il mio ospite si volse a me con umiltà: -</p> - -<p> -— Mi dispiace — sospirava — io ci ho messo tutta -la buona volontà. L'americano me lo paghi lo stesso? -</p> - -<h3><span class="smaller">3.</span> -Imprevedibile.</h3> - -<p> -Nel pomeriggio di quel giorno medesimo, dopo -un'abbondante colazione e un degno riposo, che mi -rifecero dei faticosi turbamenti della mattinata, uscii -di casa e mi diressi risolutamente a una via ove sapevo -esistere un negozio di legna. -</p> - -<p> -Confesso che mi avvicinavo con tremore a quel -luogo, per me affatto nuovo. È universale il tremore del -<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span> -nuovo. Ognuno può riscontrarlo entrando in un caffè, -in un salotto, in una biblioteca, in un bar automatico, -in un tribunale civile o penale, in qualunque pubblico -o privato luogo, per la prima volta in vita sua. Tale -tremore è fatto soprattutto di pudore. Io credo che -se mi portassero in prigione, il mio turbamento per -questo fatto, che di regola è spiacevole a ognuno per la -sua stessa essenza, si farebbe in me singolarmente insopportabile -per il pensiero che la mia inesperienza del -luogo si traduca in atti goffi che la dimostrino in modo -ridicolo ai presenti. Così avvenne quel giorno, perchè, -lo confesso, non ero mai stato in un negozio di legna. -Perciò avvicinandomi rallentavo il passo. -</p> - -<p> -Ma, giuntovi d'un tratto in vista, il luogo mi colpì -subito gradevolmente. Non c'era vetrina nè sporti e -nessuna porta lo chiudeva, così che dal marciapiede potevo -scorgere magnificamente l'interno. -</p> - -<p> -Era una stanza vasta: per tre lati le pareti fino al -soffitto n'erano coperte di scaffalature, come una biblioteca, -ma invece di dorsi di libri vi si scorgevano ampie -distese di sezioni di tronchi di legna. Ognuna di quelle -sezioni appariva figurata a cerchi concentrici in bei -colori caldi, e così sovrapposte e distese in una moltitudine -vasta facevano un bellissimo vedere: impressione -di leggerezza e di asciutta solidità. Un soppalco basso -dava ricetto a una bruna e nebulosa fantasmagoria di -fascine. In un angolo in terra tumultuava un cumulo -di ciocchi. Nella parte di fondo era ritagliato un usciolino, -tutto ricinto e come oppresso dalle scaffalature -<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span> -intorno, e di là da quello profondavasi una regione nerissima -e opaca, con polverio di carbone. -</p> - -<p> -Il luogo mi piacque. Fui lieto d'averlo visto. Ciò mi -costituiva un principio di competenza: mi sovvenni del -rimprovero che Antonio Furetière, uomo litigioso e abate -di Chalivoy, mosse a Lafontaine accusandolo d'ignorare -la differenza tra il legno cortecciato e il legno -«marmanteau». Ma scossi subito il ricordo come intempestivo -e inadatto. -</p> - -<p> -Ho accennato, nella mia sommaria descrizione, a -sole tre pareti. La quarta presentava un particolare -sorprendente, cioè era costituita da un gran tramezzo -di tavole in cui s'apriva uno sportello come nelle banche, -o, chi non sia mai stato a una banca, come nei botteghini -dei teatri e nelle biglietterie delle stazioni ferroviarie. -Che cosa vi fosse di là dal finestrino dello sportello -non so, chè davanti vi si pigiavano tre o quattro -avventori, e vociferavano. -</p> - -<p> -Io m'ero già coraggiosamente avanzato fin sul limite -del luogo, quando uno dei vociferanti, ch'era un -signore tozzo e con la cispa agli occhi, si staccò dal -gruppo e si volse verso l'uscita. Così m'avvicinò, e -vedendomi fermo e tranquillo mi giudicò, certamente, -in ozio. Si diresse dunque a me con la facilità che -muove gli uomini di semplice natura verso i loro simili, -e mi rivolse una domanda; una domanda inattesa; -una domanda paradossale: la quale per qualche -minuto mi tenne come inchiodato davanti a lui -per lo stupore. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span> -</p> - -<p> -La domanda che l'avventore cisposo e socievole -rivolse a me innocente, fu questa: -</p> - -<p> -— Scusi, signore, quanto la paga lei la legna al -quintale? -</p> - -<h3><span class="smaller">4.</span> -Colloquio.</h3> - -<p> -Allo stupore succedette il terrore, perchè era necessario -rispondere. -</p> - -<p> -Ma l'uomo in istato di terrore rifugge dalle soluzioni -più semplici del problema che lo assedia; e non l'uomo -soltanto, chè vedemmo gli uccelletti dal ramo, sgomenti -alla vista d'un cobra precipitarsi giù tra le sue -fauci, invece di volar via come sarebbe loro assai facile. -Non pensai di rispondergli che nulla ne sapevo. -Sgomento, indugiai; e più avevo indugiato, e maggiore -sentivo l'obbligo critico di dargli una precisa risposta. -In quel punto la memoria offerse d'un tratto al mio -sguardo come in uno specchio l'immagine di Graziano -davanti all'altare dei beveraggi multicolori, fe' risonare -a' miei orecchi come da un fonografo la sua voce -quando aveva detto «la do a undici al quintale»: -questo numero s'isolò in me e divenne imperioso e si -fece motore della mia risoluzione e del mio atto sensibile; -<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span> -il quale fu di pronunziare quella sola parola, che -parve una risposta: -</p> - -<p> -— Undici. -</p> - -<p> -Il volto dell'Interlocutore si tese tutto e imporporò. -Come l'eco molteplice di certe valli, la bocca smisurata -di quel volto mi rimandò tre volte la mia parola: -</p> - -<p> -— Undici! undici!! undici!!! -</p> - -<p> -Ed erano queste voci — al contrario di quelle degli -echi molteplici — in crescendo. All'ultima controrisposi -io, ma su un tono più smorzato e quasi sommesso, -rimormorando: -</p> - -<p> -— Undici. -</p> - -<p> -Egli implorò: -</p> - -<p> -— La prego, signore: prendiamo una carrozza, a mie -spese, e mi conduca dove ha comperata la legna a undici. -</p> - -<p> -— Ah no! — gridai. -</p> - -<p> -Questo grido m'era sgorgato dall'anima per il ricordo -dell'increscioso sèguito ch'ebbe la mia scarrozzata -con uno sconosciuto, come si narra nel capitolo -intitolato «Per Belloveso». -</p> - -<p> -L'altro s'inalberò: -</p> - -<p> -— Perchè? -</p> - -<p> -Non stimai opportuno esporgli la storia di Belloveso. -Risposi: -</p> - -<p> -— Ho fatto un voto. -</p> - -<p> -— Un voto? -</p> - -<p> -— Sì: alla Vergine: il voto di non andare più in -alcuna carrozza, pubblica o privata, coperta o scoperta, -a uno o a più cavalli, fino a che non riceva una certa -grazia che ho domandata. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span> -</p> - -<p> -— Io rispetto il suo voto. Andiamo dunque in -tranvai. -</p> - -<p> -— In tranvai?... Non è possibile. -</p> - -<p> -— Perchè? -</p> - -<p> -— Veda: sono le sedici e quarantanove. Ho notizia -sicura che alle diciassette scoppierà uno sciopero di -tranvieri. -</p> - -<p> -— Se andassimo a piedi? -</p> - -<p> -— È troppo lontano, e io ho i piedi anchilosati da -certi reumatismi che ho presi nelle paludi del Tanganika -facendo le cacce al pellicano. -</p> - -<p> -— Mio Dio, se mi desse l'indirizzo, ci vo io. -</p> - -<p> -— È inutile: quel negoziante non ha più legna. -</p> - -<p> -— Come lo sa? -</p> - -<p> -— L'ho comperata tutta io la settimana scorsa. -</p> - -<p> -— Era molta? -</p> - -<p> -— Cento quintali. -</p> - -<p> -— Oh, la prego: mi ceda un po' dei suoi quintali. -</p> - -<p> -— Li ho consumati tutti. -</p> - -<p> -— In una settimana? -</p> - -<p> -— Sì. Faccio delle esperienze, come Bernardo di -Palissy. E come lui in un giorno famoso di cui si narra -la storia nelle letture anglicane, così è avvenuto a me -l'altro ieri: ho finito di bruciare i cento quintali, nonchè -la scrivania, le poltrone, l'impiantito, i battenti degli -usci, i ritratti di famiglia, il cavallo a dondolo di mio -figlio e il pianoforte a coda di mia moglie. -</p> - -<p> -Allora l'Interlocutore mi domandò con aria ambiguamente -satura di velenose intenzioni: -</p> - -<p> -— Lei non è di Milano, signore? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span> -</p> - -<p> -— Mi aspettavo — lo rimproverai — un'altra -domanda. -</p> - -<p> -— Quale? -</p> - -<p> -— Lei doveva domandarmi se, dopo tanto sacrificio -di combustibili varii, la mia esperienza è riuscita, -come a Palissy quando inventò lo smalto per le -ceramiche. -</p> - -<p> -— Le dicevo che non è di Milano, perchè altrimenti -saprebbe, caro il mio signore, che con i Milanesi -non si scherza: e sia contento che ne ha trovato uno -di pasta buona. -</p> - -<p> -Ciò detto, con una smorfia di disprezzo mi abbandonò. -S'avviò a passi obliqui fino a raggiungere le rotaie del -tranvai, guatandone uno che arrivava di corsa al -fondo della via. Come il tranvai fu giunto a tiro, -l'uomo si precipitò a testa bassa come un toro contro il -suo fianco, agguantò energicamente la sbarra d'ottone, -piantò un piede sul predellino, si tirò su descrivendo con -tutto il corpo un mezzo giro spirale: e mentre il tranvai -continuava fulmineo, di là ebbe ancora la forza di -farmi un gesto sconcio con l'avambraccio, finchè la sua -figura oscena si smarrì nelle lontananze vorticose e -scomparve. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span> -</p> - -<h3><span class="smaller">5.</span> -Convinzioni.</h3> - -<p> -Mi sono quasi convinto che prima di addentrarmi -nella questione dei prezzi è meglio che faccia la gita a -Caprino Bergamasco. -</p> - -<p> -Stasera da Graziano mi farò dare i particolari necessari. -Per ora, in piedi davanti a un bancone dell'Agenzia -di viaggi, mettendo insieme le varie informazioni -avute or ora agli sportelli, e con l'aiuto di un orario -delle ferrovie e di una carta della Lombardia, sono -riuscito a stabilire che per andare a Caprino Bergamasco, -rimanervi qualche ora, e tornare, mi occorrono tre -giorni. Peccato che Graziano i suoi vagoni non li abbia -a Napoli! Ci metterei lo stesso tempo e mi divertirei -di più. -</p> - -<p> -Ma intanto mi son quasi convinto che prima di fare -la gita a Caprino è meglio esaurire la questione dei -prezzi. -</p> - -<p> -Ora è tardi. A domani. E stasera anderò a cercare -Graziano per studiar bene il problema. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span> -</p> - -<h3><span class="smaller">6.</span> -Il vampirismo.</h3> - -<p> -Nella luce elettrica l'altare s'è irrigidito. Ha assunto -un aspetto ostile. I bei colori iridescenti del -mattino si son fatti venefici. -</p> - -<p> -Graziano mi guarda con aria stupita. Perchè io gli -ho annunziato: -</p> - -<p> -— Posso andarci domani a Caprino Bergamasco. -</p> - -<p> -Il suo volto continua a mostrarsi immemore, ond'io -credo opportuno ripetere: -</p> - -<p> -— Ci vado domani, che è sabato, e lunedì sera sono -di ritorno. Nota che per domenica avevo un invito a -pranzo e domani c'è un concerto importante al Conservatorio -e ci tenevo a sentirlo, ma gli affari innanzi tutto: -ho scritto per disimpegnarmi dall'invito, e ho regalato -il biglietto per il concerto, che avevo già comperato. -</p> - -<p> -— E, scusa, cosa ci vai a fare a Caprino Bergamasco? -</p> - -<p> -— Ma per il tuo affare: i sei vagoni di legna. -</p> - -<p> -— Arrivi tardi: li ho già venduti. -</p> - -<p> -— Ah!... -</p> - -<p> -— Sai chi m'ha fatto l'affare? Il Cosi, quello di -stamattina, ricordi? -</p> - -<p> -— Quello con la sottoveste abbottonata a contrattempo? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span> -</p> - -<p> -— Sarà. Ti ricordi che è andato a telefonare? Era -per quello. È tornato, l'hai visto, e l'affare era fatto. -Ma questa è robetta, non ti ci confondere. Aspetta -qualche cosa di più grosso. -</p> - -<p> -— Hai ragione. -</p> - -<p> -Aveva ragione. Nel silenzio che seguì, pensai ai -vampiri: al <i>Phillostoma spectrum</i> dei naturalisti, e al -suo fabuloso consanguineo delle leggende schiavone e -moreane. Avevo letto in un giornale una violenta campagna -contro i mediatori, il cui intervento nefasto è -una delle principali cagioni del disagio postguerresco; -ed eran paragonati ai vampiri. Il vampiro sorge notturnamente -dai sepolcri e va sul mondo a succhiare il -sangue degli addormentati. Con questa immagine in -capo, come darmi a cosiffatti affari? No. No. Salvo, -come consiglia Graziano, che siano grandi. Bisogna -riuscire al grande, o nel bene o nel male. Comperare e -rivendere, in un colpo, non sei vagoni di legna, ma, -che so io? tutta la produzione d'un popolo, oppure -tutto un esercito: appaltare una guerra, o una rivoluzione; -comperare e rivendere un impero, una religione.... -Oscurare così, con una impresa enorme, alla -soglia dell'èra nuova, tutto questo minuto e caduco -vampirismo da caffè. Essere il semidio del Vampirismo. -Il Vampirismo si sarebbe fatto eroico, e poi sarebbe -morto, con me. -</p> - -<p> -Anche Apollo, racconta Heine, decapitato dai cristiani -del terzo secolo trasformossi in vampiro. -</p> - -<p> -Graziano è quasi addormentato. Ma le lampade della -sala cominciano qua e là a spegnersi e riaccendersi, -<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span> -ch'è il segnale postbellico della chiusura. Di là dai -cristalli le saracinesche tempestano. Qualcuno degli -avventori nicchia e imbroncia come i bambini all'ora -d'andare a letto. Ma i camerieri devastano e denudano -i tavolini, le luci ricominciano più nervosamente il -loro giuoco, poi la sala rimane nella penombra: tutti -questi segni riescono a farci sentire che là dentro non -siamo più graditi; bisogna andarsene. Si esce, curvandoci -sotto la saracinesca abbassata a mezzo. -</p> - -<p> -Accompagno per un tratto Graziano. Traversata -piazza del Duomo, c'introduciamo in certe vie oscure. -</p> - -<p> -Ed ecco, in una di queste vie, entro il ritaglio d'un -portone chiuso vediamo muovere alcune larve, e da -quelle staccarsi una forma e far cenno di rivolgersi a -noi, che subito ci fermiamo. -</p> - -<p> -Erano una donna anziana e tre donne giovani. -Quella che s'era mossa era l'anziana; e ora parlava, -e disse: -</p> - -<p> -— Li prego, signori, d'una carità. Noi stiamo a -porta Romana, ma poco fa abbiamo fatto un brutto -incontro e ora le mie ragazze hanno paura. Se loro -vanno da quella parte, se volessero accompagnarci.... -</p> - -<p> -Noi non andavamo precisamente da quella parte, -ma Graziano disse: -</p> - -<p> -— Avanti pure! -</p> - -<p> -Anzi si mise senz'altro familiarmente in mezzo a -due delle giovani prendendole sotto il braccio una -per parte, e così s'avviarono. Io non osai tanta familiarità -con l'anziana e con la giovane superstite. Graziano -dunque con le due angiole apriva la marcia, quasi in -<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span> -linea con essi un poco in disparte andava la terza, e -io e l'anziana chiudevamo il corteo. -</p> - -<p> -Tanto per dir qualche cosa io domandai: -</p> - -<p> -— Loro stanno a Porta Romana? -</p> - -<p> -— No.... cioè sì.... da quella parte, insomma. -</p> - -<p> -— E queste signorine sono le sue figlie? -</p> - -<p> -— È come se lo fossero. Ma quando si nasce disgraziati, -caro signore.... Pensi che fino a ieri stavamo -tanto bene, eravamo in via Visconti, dove abbiamo -sempre lavorato onestamente senza far male a nessuno: -ma la disgrazia ci ha fatto conoscere un delegato -della polizia, che dio lo stramaledica, che veniva -una volta la settimana, il mercoledì, per la Flora; e -un bel giorno avendo bisogno d'un alloggio, come succede, -s'è messo a perseguitarci, e con la scusa che non -avevamo la patente in regola (e io neppure lo sapevo, -ma mi fidavo di lui) mi ha fatto sfrattare dal padrone -di casa, da un giorno all'altro. Io le ho detto una piccola -bugia, non è vero che stiamo a Porta Romana, -stiamo sul lastrico, io e queste povere figlie: e per mettere -in regola la patente, se no eran guai, ho dovuto far -la dichiarazione che i mobili erano della casa, e non -era vero. Ora siamo in perfetta regola, ma senza un -buco da dormire e da ricevere, senza un lenzuolo, nè -una catinella da lavarsi la faccia e il resto: e denari -ce ne ho, alla banca, ma non s'è trovato una stanza -girando tutto il giorno, tanto più volendo stare unite -se no quelle figliole mi si perdono. Oh, signore, e pensare -che io non sono mai stata d'accordo con quelli che -<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span> -volevano la guerra, e non mi meritavo davvero di -trovarmi in questi stati. -</p> - -<p> -Ella piangeva e io non sapevo come consolarla. -Le due angiole ai fianchi di Graziano ogni tanto uscivano -in una risata scordata: la superstite camminava -sonnambolicamente, giù dal marciapiede, mormorando -una nenia in un idioma somigliante al francese. Lungo -il nostro cammino s'alternavano luci e tenebre sregolatamente. -Ogni tanto vedevo scivolare lungo i muri un -pallido lèmure. -</p> - -<p> -Ora la matrona, asciugata una lagrima fumante, -riprese: -</p> - -<p> -— Lei, forse, signore, potrebbe aiutarmi. -</p> - -<p> -— Come?! -</p> - -<p> -— Sì, loro che son uomini di mondo, e girano, -gente che sa gli affari... se trovasse un posto adatto per -collocarci tutte insieme al più presto possibile.... non -avrebbe poi da trovarsene scontento. O magari collocarmi -provvisoriamente in qualche buona casa le tre -ragazze, intanto che io mi sistemo: lei mi capisce, -piange il cuore a lasciare lì tutto quel capitale morto.... -Ci pensi, signore: s'intende, col suo interesse. -</p> - -<p> -Graziano aveva sentito, perchè si voltò, e tutto -giocondo mi gridò: -</p> - -<p> -— Pensaci: ecco un affare. -</p> - -<p> -Eravamo arrivati alla sua casa. Egli svincolò le -sue braccia da quelle delle ragazze, e introducendo la -chiave nella toppa del portone annunziò: -</p> - -<p> -— Intanto queste due qui per questa notte penso -<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span> -io a dargli da dormire. Lei, madama, passi a prenderle -domattina alle sette. -</p> - -<p> -— Benissimo, e buona notte. E lei, signore, da -che parte va? -</p> - -<p> -Queste parole erano rivolte a me che tacevo. Io -ebbi la prontezza di rispondere: -</p> - -<p> -— Bisogna che la lasci, signora, perchè mi viene -in mente che ho un appuntamento importante. -</p> - -<p> -— E al mio affare, quello che lo ho detto, ci penserà? -</p> - -<p> -— Non è il mio genere, signora. Io ho dovuto specializzarmi. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span> -</p> - -<h2 id="cap6"><span class="smaller">CAPITOLO SESTO</span> -L'ISOLA DI IRENE</h2> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span> -</p> - -<h3><span class="smaller">1.</span> -Chiarimento storico.</h3> -</div> - -<p> -Andando io verso la Galleria, per uno de' miei appuntamenti -operosi, l'ingresso n'era sbarrato da una -fila di sorridenti soldati. -</p> - -<p> -Di là da essa fila vedevo gente gesticolare, e gridavano -moderatamente. Qualcuno, dopo aver gridato, -usciva dalla Galleria e veniva a mescolarsi con la folla -di piazza della Scala, ov'io ero. -</p> - -<p> -Anche qui c'era gente che gridava, ma più forte; -e molti, così vociferando, guardavano verso quel -palazzo che nel maturo Rinascimento l'operoso genovese -Tomaso Marino si fè costruire per propria dimora; -ma nel tempo di cui parlo era, ed è oggi ancora, sede -della municipalità di Milano. -</p> - -<p> -V'erano anche taluni che invece di gridare e guardare -le finestre del palazzo, tentavano d'entrare nella -Galleria: se non che quei sorridenti soldati, i quali ne -lasciavano uscire chiunque, non vi lasciavano per contro -entrare persona. Era matematico che con un tale sistema -<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span> -la Galleria, in un lasso imprecisato di tempo, -avrebbe finito con l'essere sgombra. -</p> - -<p> -Ma l'occupare o lo sgombrare Galleria Vittorio -Emanuele non erano le tesi principali su cui stavan -divisi gli animi in quel pomeriggio, che fu nel febbraio -del primo anno del dopoguerra. Trattavasi d'una questione -di bandiere. -</p> - -<p> -C'era in quel tempo (e c'è oggi ancora; ma poichè -un giorno, come ogni cosa mortale, non sarà più, mi -piace lasciarne in queste storie il curioso ricordo) c'era -dunque quella specie di parte politica, acceso avanzo -dei recenti spiriti di guerra, denominata «fascismo», e -trovavasi in reciso contrasto di atteggiamenti con il -rivoluzionarismo comunista. Ora, appunto quel giorno -era avvenuto che i fascisti avessero bruciato una bandiera -rossa, e similmente i rivoluzionari avessero bruciato -una bandiera tricolore. Tuttavia nè gli uni nè -gli altri erano paghi dell'equilibrio così stabilito. Di -qui il tumulto. Perchè in quell'epoca storica, e poi per -qualche tempo ancora, tali gare pittoresche furono il -segno più visibile del travaglio politico dell'epoca: il -quale era in realtà, ed è, assai più profondo e fecondo, -come il sèguito degli avvenimenti dimostrerà a quanti -avranno la fortuna di sopravvivere per qualche anno. -</p> - -<p> -I cittadini d'Italia — cioè coloro che non avevano -una fede assoluta in alcuna delle tesi politiche in contrasto — erano -mossi da un solo spassionato desiderio: -il desiderio che una qualunque delle due bandiere — oppure -una terza, o una quarta, o una ennesima — riuscisse -a bruciare tutte le altre e imporsi amabilmente -<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span> -sul paese, che appariva abbandonato a se stesso -e alla malfida signoria del dio Caso. Ma nessuna bandiera -osava assumersi un così onorevole còmpito. -</p> - -<p> -Non ignoro che se queste pagine saranno lette da -qualche curioso tra molti anni, forse egli trarrà da -alcune delle mie parole ragioni d'incertezza e di dubbio. -Ho nominato il tricolore fascista. Ma a quel tempo -non c'era — si domanderà quel postero dubitoso — non -c'era appunto un tricolore ufficiale, da cui moveva -il reggimento della cosa pubblica? il «fascismo» era -dunque al potere? -</p> - -<p> -No. Nessuno dei lettori odierni può confondere il -tricolore ufficiale con quello politico di cui ho parlato, -e ch'era stato bruciato dai rossi; nè i rossi avevano -compiuto un siffatto olocausto come manifestazione -ostile al Governo. In quel tempo, del tricolore ufficiale -governativo non sopravviveva che l'asta: e si badi -bene di non intendere questa governante asta come -simbolo di inflessibile rigidità. -</p> - -<h3><span class="smaller">2.</span> -Spirito d'avventura.</h3> - -<p> -Dalla parte di San Fedele — crescendo il vocìo e -moltiplicandosi qua e là per la piazza episodi personali -e violenti — cominciarono a scaturire gruppi di militi, -<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span> -meno sorridenti di quelli che chiudevano il passo alla -Galleria: e a ognuno di quegli arrivi nascevano d'improvviso -sussultori impeti entro la folla, nei quali sussulti -qualche fianco s'ammaccava e qualche gola tramutava -il grido di parte in imprecazione di dolore. -Allora alcune donne e giovinette, che qua e là s'erano -spinte avanti, rinculavano verso il fondo della piazza -strillando come ninfe sorprese dai satiri o galline investite -da una bicicletta: poi, appena riagguagliatosi il -movimento, tornavano a ficcarsi innanzi con pertinacia -degna d'un sesso più costante e di moventi più -efficaci. Ma d'un tratto con duro ansimar di motore -sgorgò sulla piazza un'autopompa; un getto d'acqua salì -altissimo a brillare al sole invernale e ricadde con fredda -eleganza sui gruppi centrali della folla animosa. -</p> - -<p> -C'è chi sostiene che nelle pubbliche dimostrazioni -una pompa lanciatrice di pura acqua di fonte faccia -più paura d'una mitragliatrice. Non so che cosa sarebbe -avvenuto all'apparire d'una mitragliatrice: al primo -lampeggiare dell'acqua fui travolto improvvisamente -da una fuga ruinosa. Mi sentii come trainato e sommerso -in una corrente, sbattuto contro un muro, sollevato a -mezz'aria e alfine precipitato in un vano. Solo allora -potei sciogliermi, sollevare il capo, guardarmi attorno. -Eravamo, otto o dieci, nell'atrio d'una casa, e due de' -miei accidentali compagni stavano precipitosamente -serrando e sprangando il portone. -</p> - -<p> -Come fummo separati dal rimanente universo, tendemmo -l'orecchio. -</p> - -<p> -Fuori il fragore dei marosi politici si andava qua e là -<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span> -punteggiando di spari secchi; ogni tanto gli spari cessavano, -poi riprendevano; ogni tanto dall'urlo scaturivano -strilli. -</p> - -<p> -Uno dei due che avevan chiuso, com'ebbe contemplato -irosamente l'effetto della savia operazione ruggì: -</p> - -<p> -— Mascalzoni! -</p> - -<p> -Non appurai se l'apostrofe fosse diretta all'una, -oppure all'altra, delle fazioni dimostranti, o ai pompieri, -o a tutta insieme l'umanità tumultuante nelle -piazze e nelle vie a preparare l'età nuova: non approfondii -questo punto, perchè in quell'istante mi occupò -un altro problema. Il mio primo movimento — appena -il mio corpo si trovò sciolto dall'amalgama umano e -rifatto individuo — il mio primo affettuoso movimento -era stato di correr con le mani alla tasca a cercarvi il -pacchetto delle sigarette. -</p> - -<p> -Ma esso era tutto miserevolmente schiacciato. -</p> - -<p> -Di sigarette non n'era rimasta intera e fruibile neppur -una. -</p> - -<p> -Esclamai: -</p> - -<p> -— Questo sì mi dispiace. -</p> - -<p> -Il duro sbarrator di portoni mi gettò un'occhiata -sprezzante. -</p> - -<p> -Ma un terzo, che doveva aver assistito con simpatia -al mio dramma, si fece avanti con un sorriso e un portasigarette -aperto e ricolmo, e mi porse l'uno e l'altro -invitandomi: -</p> - -<p> -— La prego, si serva. -</p> - -<p> -Intanto il rumore delle strade pareva allontanarsi. -Io m'ero seduto sul primo gradino d'una scala che -<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span> -metteva in quell'atrio. Gli spari cessarono del tutto. -Qualcuno dei più curiosi propose di aprire il portone, -ma l'arrabbiato non volle. L'uomo tranquillo che mi -aveva offerto una sigaretta, venne a sedere, anch'egli -fumando, accanto a me sul gradino, e mi disse con -grande serenità: -</p> - -<p> -— Da otto giorni non piove, per questo fa tanto -freddo. -</p> - -<p> -Questa superiorità ci affratellò, improvvisamente ci -distinse e separò dal gruppo dei curiosi e degli affannati. -Assaporammo l'inattesa fratellanza fumando per un -poco in silenzio. -</p> - -<p> -Fu riaperto il portone. Uscimmo tutti. Il tumulto era -finito. La piazza era un lago. -</p> - -<p> -— Lei da che parte è diretto? — mi domandò il -mio compagno. -</p> - -<p> -— Avevo un appuntamento d'affari, ma ormai è -tardi. Anderò a pranzo in qualche trattoria. -</p> - -<p> -— Perchè non viene alla mia pensione? -</p> - -<p> -— Dove? -</p> - -<p> -— Si fidi di me: si troverà bene. -</p> - -<p> -Un invincibile spirito di avventura ha sempre spinto -la mia vita ad accogliere di buona voglia ogni invito -dell'imprevisto. Accettai; e docilmente seguii colui che -m'avea soccorso in un momento difficile della vita. -</p> - -<p> -Camminando a fianco a fianco con lui, m'aspettavo -ch'egli mi si presentasse; e perdurando il silenzio, mi -domandavo che cosa lo tratteneva ancora dal compiere -quel dovere elementare. Più in là mi risposi che forse -<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span> -egli aspettava mi presentassi io. Poco profondo in -tale materia, deplorai di non possedere qualche principio -generale di cui poter compiere dialetticamente l'applicazione -al caso presente. -</p> - -<p> -Mentre in questi pensieri tacito combattevo entro -me, eravamo giunti, ch'io non m'ero reso conto del -cammino percorso, alla mèta a me ignota. -</p> - -<p> -— Eccoci. -</p> - -<p> -Salimmo una scala stretta e chiara quali usano nelle -modernissime case delle città operose, cioè con le pareti -a mattonelle bianche lisce e lucidissime, da parer perpetuamente -bagnate, e danno tutte un'invincibile impressione -di waterclosets ben tenuti. Al secondo piano -entrammo in un lindo appartamento; nell'anticamera -c'era una specie di palmizio. La mia guida s'affacciò -a un uscio avvertendo: — C'è un signore che rimane -a pranzo, è con me — poi mi scortò a un salottino -con un piccolo divano messo d'angolo in un canto -e dietro il divano un alto specchio molato sormontato -da una minacciosa aquila di legno. Entrò una signora -assai giovane, ma piuttosto grassa, e la mia guida -proclamò: -</p> - -<p> -— La signora Irene, la nostra padrona. -</p> - -<p> -Stimai opportuno, inchinandomi, di mormorare approssimativamente -il mio cognome. -</p> - -<p> -— Lei è di Milano? -</p> - -<p> -— Sono qui da un mese. -</p> - -<p> -La signora Irene si volse all'introduttore: -</p> - -<p> -— Questo signore rimarrà dei nostri? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span> -</p> - -<p> -— Lo spero — rispose l'altro, — mi pare che ci -abbia una eccellente disposizione. -</p> - -<p> -Io trasecolai. -</p> - -<h3><span class="smaller">3.</span> -Il primo e il secondo.</h3> - -<p> -Trasecolai, e credo che con la persona mi ritraessi -in un improvviso moto di diffidenza: quasi temevo oscuramente -d'essere giunto a chi sa quale turpe agguato. -La mia guida disse: -</p> - -<p> -— Con permesso. -</p> - -<p> -E se n'andò verso le stanze interne di quella dimora -misteriosa. Ciò aumentò il mio turbamento, anche -perchè le donne grassocce non mi piacciono. Ma -quasi subito dall'anticamera entrò un uomo grave, e -la signora me lo presentò: -</p> - -<p> -— Questo è Giulio, mio marito. -</p> - -<p> -E subito aggiunse: -</p> - -<p> -— Il mio secondo marito. -</p> - -<p> -Dopo il consueto convenevole anche il nuovo venuto -scomparve dalla parte ond'era uscito l'altro. Io e la -vedova rimaritata rimanemmo soli. Mi risolsi a sedermi. -E nell'anticamera sentii sorgere una voce bassa -che canterellava un'aria della <i>Nina</i> di Paisiello, e si -avvicinava: la quale cantilena s'interruppe nel momento -<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span> -in cui balzò di lì nel salottino un nuovo personaggio, -piccolo, panciuto, vivace, che quasi in ritmo di -danza si chinò davanti alla signora, le baciò la mano, -e le domandò: -</p> - -<p> -— Come state, donna Irene? -</p> - -<p> -Donna Irene me lo presentò: -</p> - -<p> -— Il signor Pietro. -</p> - -<p> -E subito aggiunse: -</p> - -<p> -— Il mio primo marito. -</p> - -<p> -Sentii il mio volto impallidire, i capelli drizzarmisi -tragicamente sul capo. Un vento gelido mi soffiò sulla -fronte. -</p> - -<p> -Ma il signor Pietro non era uno spettro, perchè gli -spettri, quando se ne vanno, scompaiono silenziosamente -dalla vista dei mortali; invece il primo marito -della vedova rimaritata chiese cerimoniosamente licenza -d'andare a lavarsi le mani (cosa che gli spettri -non fanno), mi salutò porgendomi la destra di quelle -(ed era calda e carnosa) e uscendo riprese a mezza voce -la canzoncina interrotta nell'anticamera. -</p> - -<p> -Tutti questi sintomi di vita normale valsero a temperare -alquanto il gelido terrore che mi aveva sconvolto. -Ripresi un sufficiente dominio di me medesimo. -Ma sentii che questa volta il silenzio tra me e donna -Irene sarebbe stato insostenibile. Era necessario ch'io -squarciassi i veli che si addensavano intorno a me. -M'imposi di avviare una conversazione. E le domandai: -</p> - -<p> -— Dov'è stata in campagna l'estate scorsa, signora? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span> -</p> - -<p> -Ella aggrottò un momento le ciglia come per ricordarsi, -poi d'un tratto sospirò: -</p> - -<p> -— Ah non mi parli dell'estate scorsa. -</p> - -<p> -Mi sentii smontato. Ma con uno sforzo mi ripresi, -e ritornai per un altro varco all'assalto. -</p> - -<p> -— Dove andrà in campagna l'estate prossima, signora? -</p> - -<p> -La interrogata questa volta sorrise; tuttavia mi -raccomandò: -</p> - -<p> -— Non mi parli della villeggiatura dell'estate -prossima. -</p> - -<p> -— Scusi — mi ribellai, — ma di che villeggiatura -le debbo parlare? -</p> - -<p> -— Dunque lei — replicò con grande ragionevolezza -donna Irene — lei ha proprio la necessità di parlare -di villeggiatura? -</p> - -<p> -Questa osservazione mi colpì in pieno, mi rivelò che -fino a quell'istante, senza ch'io me ne avvedessi, i -miei spiriti erano rimasti in una condizione di turbamento -profondo, e avevo parlato come ebro. -</p> - -<p> -— Ha ragione, signora — gridai. — E io non vorrei -ch'ella credesse ch'io ho l'idea fissa della villeggiatura. -No. Non ne parlo mai. Non ci penso mai. Non ci vado -neppure, per ragioni profonde che ho spiegate in un -mio racconto intitolato «Florestano e le chiavi», che -mi permetto di raccomandarle perchè non scrivo più -e mi son dato agli affari. Così, com'ella vede, con -un brevissimo intreccio di parole la ho messa al corrente -di me, della mia indole, del mio passato e del -mio presente. L'avvenire è sulle ginocchia di Zeus. -<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span> -Le dirò una cosa ancora: la occupazione principale cui -la sorte ha votato la mia vita, nelle ore d'ozio, è quella -di ascoltare. Lei non può immaginare quanto io ascolti. -Tutti, di giorno e di notte, d'estate e d'inverno, e anche -nelle stagioni intermedie, mi narrano, e io ascolto. -Mi narrano la loro vita le loro speranze i loro affanni -le loro crisi le loro perversioni spirituali sessuali cerebrali, -e io ascolto ascolto tutto, tutti, tutte: idioti e -sapienti, infanti e decrepiti, uomini donne invertiti, -cortigiane fanciulle semifanciulle, mogli, avole, vedove -semplici, vedove rimaritate. Se lei, signora, appartiene -a una di queste categorie, mi parli di sè, e io la ascolterò. -Se appartiene a una categoria diversa, ch'io abbia dimenticata -o mi sia ancora ignota, racconti racconti, -e io avrò una sottospecie di più da aggiungere alle varietà -delle persone che mi hanno raccontato i fatti loro. -Intanto, se permette, fumo una sigaretta. -</p> - -<p> -Così dicendo mi ricordai che n'ero sprovvisto. Prima -però che rivelassi alla donna questa difficoltà all'attuazione -del mio proposito, ella me ne aveva porta -una scatola colma. Ma frattanto l'incidente, richiamando -improvviso al mio pensiero la scena di mezz'ora -prima, sotto il portone, dopo i tumulti politici di piazza -della Scala, mi fece sentire d'un tratto ch'io non sapevo -dove fossi, neppure in qual via o quartiere della -città, nè per che scopo gli dèi mi avessero posto di fronte -a donna Irene. Mi sentii fuori del tempo e del -mondo. -</p> - -<p> -La signora sorrise. Sorrise come sorridono tutte le -donne piccole e grassocce, cioè non con gli occhi e la -<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span> -bocca soli, ma con gli zigomi, con le guance e con -tutto il seno. Poi disse: -</p> - -<p> -— Fino a sei mesi fa ho vissuto in provincia, e non -conta. Sei mesi fa sono venuta a stare a Milano con -mio marito, il mio primo marito.... -</p> - -<p> -Questa parola produsse automaticamente sul mio -volto un'aria contrita e commossa quale si usa quando -una vedova parla del marito defunto. Ma subito ricordai -che il marito defunto mi aveva stretto la mano pochi -minuti prima e se n'era andato cantando la <i>Nina</i> di -Paisiello. Allora m'affrettai a tornare sorridente e -attento. Fu lo specchio, sotto l'artiglio dell'aquila scolpita, -a rilevarmi queste successive espressioni del mio -volto. La signora non s'era avvista della mia momentanea -distrazione. -</p> - -<p> -— Ci siamo portati, naturalmente, il nostro bambino -che ha due anni. Ma a Milano a grande stento abbiamo -trovato una camera, una sola, piccola e brutta, -ci vivevamo in tre, stretti, malissimo, come può immaginare. -E fu inutile ogni nostra più affannosa ricerca di -un quartierino. Mio marito aveva un amico, Giulio, -che era scapolo e solo e aveva un appartamento grande, -questo qui. Allora, com'era giusto, ho divorziato da -Pietro e ho sposato Giulio. -</p> - -<p> -— Divorziato! -</p> - -<p> -— Divorzio privato, si capisce: quando verrà il -divorzio legale, se intanto la crisi degli alloggi non -sarà risolta, faremo anche quello. E amichevole. Qui -c'erano stanze in soprannumero: abbiamo aperto una -<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span> -piccola pensione: uno dei primi pensionanti sa chi fu? -Pietro. -</p> - -<p> -— Il defunto? -</p> - -<p> -— Come sarebbe a dire? -</p> - -<p> -— Niente. Ciò che lei mi ha narrato, signora, è -estremamente attuale e patetico. -</p> - -<p> -— Tutto questo ci ha dato delle idee: una magnifica -idea: è a quest'idea, suppongo, che debbo la sua -presenza qui. -</p> - -<p> -— La mia presenza?... -</p> - -<p> -Ma mentre aspettavo l'agognata spiegazione, entrò -la cameriera ad annunciare che il pranzo era servito. -La signora s'avviò, la seguii; mentre giungevamo in -sala da pranzo, da usci varî contemporaneamente vi -sgorgavano tutti i commensali, cioè, oltre la mia guida -e i due mariti di donna Irene, tre altre persone, tra le -quali una donna. -</p> - -<h3><span class="smaller">4.</span> -Cenacolo platonico.</h3> - -<p> -C'era una tavola rettangolare attorno a cui sedemmo -tutti, cioè: nel mezzo d'uno dei lati lunghi la signora -Irene, con a destra un prete e a sinistra il signor -Pietro, che continuava a canterellare nei brevi intervalli -<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span> -tra un boccone e l'altro o tra una parola e -l'altra. Io in faccia alla signora, alla mia destra una -donna o fanciulla piuttosto piacevole, alla mia sinistra -un signore importante con barba assira e redingote. -Ai due lati più corti sedevano da una parte il presente -marito di Irene, dall'altra il mio introduttore, che -poco di poi sentii chiamarsi Gionata. -</p> - -<p> -Da principio mangiammo in silenzio. Io cercavo di -occuparmi della mia sorridente e serpeggiante vicina. -Le prime parole che udii chiare tra quei croscìi di mascelle, -uscirono dalla bocca del più silenzioso tra tutti, -cioè Giulio, cioè l'attuale marito, persona grave; e fu -una parola gastronomica, la quale ebbe per argomento -il grado di cottura del pollo che stavamo mangiando. -Fin qui nulla di strano: ma dopo quella osservazione -culinaria io ne aspettavo un'altra, di natura economica. -Tornato ormai da un mese dal fronte, non era passato -giorno che a tavola, o fossi in casa mia o in casa d'altri -o alla trattoria, a ogni cibo, animale o vegetale, semplice -o complicato, crudo o cotto, io non avessi sentito -parlare del rincaro del genere. E da quel giorno a oggi -che scrivo son passati altri quindici mesi, che è a dire -circa cinquecento giorni, cioè quasi mille pasti: il che -importa che, dal mio ritorno, più di mille volte ho sentito -discorrere del rincaro degli alimenti, e similmente, -in tutte le altre contingenze quotidiane, del rincaro di -tutte l'altre cose necessarie o superflue; e sono rassegnato -ormai a sentirmi esporre per tutta la vita fino alla più -tarda età (perchè tutti i chiromanti sono concordi a -<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span> -concedermi una lunghissima esistenza) il confronto tra -i prezzi nuovi e quelli anteriori al 1914. -</p> - -<p> -In quel tempo, poichè il supplizio durava da soli -trenta giorni, non mi ero ancora adattato: perciò con -piacevole maraviglia udii le parole di Giulio, e le poche -di alcuni commensali che gli risposero, contenersi -nella cerchia gastronomica, cioè nella pura estetica. -Maggiori maraviglie mi preparava quella conversazione -conviviale. Un uscio, passandone la cameriera -che ci serviva, cigolò. Il signor Pietro da uomo -pratico osservò che occorreva unger d'olio l'arpione. -La signora Irene da donna romantica, quali sono -tutte le donne un po' grasse, disse morbidamente: -</p> - -<p> -— Pare che si lamenti d'un abbandono. -</p> - -<p> -Allora colui che m'aveva offerto una sigaretta all'uscire -dal naufragio, colui che m'aveva introdotto in -quel ritiro arcano, colui che si chiamava Gionata come -l'inventore di Gulliver e il figlio di Saul, parlò, e disse: -</p> - -<p> -— La sua osservazione, donna Irene, mi richiama -a uno dei problemi che da qualche tempo più mi torturano. -Ed è questo: se un uscio avesse senso e sentimento, -e perciò fantasia e desiderio, preferirebbe esser chiuso -o essere aperto? -</p> - -<p> -Io lo guardai con estasi. Gli altri non parvero maravigliarsi -del tormento spirituale di Gionata. -</p> - -<p> -— Ho dato — continuò — una soluzione provvisoria -al problema. È necessario stabilire se la natura, cioè il -fine, dell'uscio, è di separare o di congiungere. Seguitemi. -L'uscio in quanto è un vano lasciato in una parete, ha -<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span> -lo scopo manifesto di far comunicare una stanza con -l'altra. Ma l'uscio in quanto battente ha l'ufficio contrario, -cioè quello di poter interrompere temporaneamente -detta comunicazione ricostituendo l'interrotta unità -della parete. Quando l'uscio è chiuso il vano è inutile: -quando l'uscio è aperto il battente è inutile. -</p> - -<p> -Assaporò un sorso di luminoso Chianti. Il signor -Pietro canticchiava la cavatina del Don Pasquale, le -cui note furono subito novamente dominate dalla parlante -voce di Gionata: -</p> - -<p> -— Ma l'uscio è una unità metafisicamente inscindibile -di vano e battente: l'uscio dunque, immaginandolo -sensibile, l'uscio nella sua totalità personale -dovrebb'essere tormentato da un perpetuo e insuperabile -dissidio interiore. -</p> - -<p> -Seguì un silenzio, perchè nessuno ebbe parola da -opporre alla dialettica di Gionata, che si dimostrava -esperto nelle più fini e feconde pratiche del filosofare. -</p> - -<p> -Dopo un istante di silenzio, e avendo ingoiato una -sanguigna targa di barbabietola, egli ci offrì un corollario -immaginoso: -</p> - -<p> -— Quando cigola dolorosamente, che cosa cigola -dell'uscio? L'arpione, o ganghero che dir si voglia. -Cioè, precisamente il punto per cui le due nature si -congegnano, per cui il battente si connette col vano. -</p> - -<p> -La mia natura d'uomo pratico — non si dimentichi -che in quel tempo io m'ero tutto dedito agli affari-mi -fe' cercare un'applicazione politica alla loica disinteressata -di Gionata. Esordii: -</p> - -<p> -— La sua acuminosa osservazione, signor Gionata, -<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span> -può trovare un riscontro curioso nel presente stato -sociale. -</p> - -<p> -A queste mie parole vidi dipingersi sul volto di -tutti i commensali un'aspettazione vigile. Tutti s'interruppero -nell'operazione che stavano compiendo: e -in tal modo, chi col bicchiere in mano a mezz'aria, chi -con la forchetta infilata in un boccone, chi col tovagliolo -alla bocca, impietriti ciascuno nell'atto suo, mi -guardarono. Sulle labbra d'Irene vagolò un sorriso -materno. -</p> - -<p> -— Poichè noi viviamo oggi in un'epoca di faticosa -transizione.... -</p> - -<p> -A questo punto del mio secondo esordio, due o tre -colpi di tosse, manifestamente artificiale, si fecero udire -da punti diversi della tavola. Io incauto continuavo: -</p> - -<p> -— .... e poichè il tenebroso travaglio in cui ci ha -gettati la guerra, sia per la sua necessità, sia per gli -errori di certe sue conclusioni.... -</p> - -<p> -Un urlo m'interruppe, ma urlo giocondo: -</p> - -<p> -— Paghi! -</p> - -<p> -E due altri lo echeggiarono: -</p> - -<p> -— Paghi!! Deve pagare!!! -</p> - -<p> -Io guardai intontito verso Irene. Ella abbozzò una -languida difesa: -</p> - -<p> -— Il signore, certo, non sa.... -</p> - -<p> -— L'ignoranza della legge non è ammessa — tonò -Pietro. -</p> - -<p> -— Forse — disse Gionata — la colpa è mia, che -non la ho avvertita. Lei deve sapere che qui è proibito, -sotto pena del pagamento di bottiglie due, di parlare, -<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span> -in bene o in male, seriamente o facetamente, a lungo o -con una sola allusione, delle condizioni della vita -presente. -</p> - -<p> -— Divinamente — gridai —: la legge mi piace a -maraviglia, e mi permetto di non accettare la difesa di -donna Irene, anzi la prego di disporre per la immediata -esecuzione della pena. -</p> - -<p> -Donna Irene fe' cenno alla cameriera e comparvero -due vetuste bottiglie di vino rosato. L'assiro che sedeva -alla mia sinistra osservò: -</p> - -<p> -— Ciò non diminuisce la colpa di Gionata: secondo -me, deve pagare anche lui. -</p> - -<p> -I commensali acclamarono, e mentre già il vino -roseo della mia multa circolava, la cameriera sollecita -aveva messo in fresco due bottiglie di champagne per -conto di Gionata. -</p> - -<p> -— Non creda — disse questi a me — che la detta -legge sia isolata e per sè stante. Non è se non la conseguenza -d'una norma più ampia, che è la ragione stessa -della nostra riunione. Qui — e si fece solenne — qui non -può trovarsi e frequentare se non una sola categoria -ristrettissima di persone: cioè, le rare persone che -sono soddisfatte, per qualche ragione, dell'attuale stato -di cose. -</p> - -<p> -— Mi pare — obiettai — che non siano rare. I fornitori -e arricchiti d'ogni genere, i mercanti di mode, i politicanti -socialisti e popolari, i lavoratori del.... -</p> - -<p> -— No, no — m'interruppe Gionata —: non mi ha -lasciato finire. Parlo dei soddisfatti, non degli oberati da -materiali vantaggi. Soddisfatti: <i>satis-factus</i>: senso di -<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span> -moderazione. Coloro che hanno ricevuto grossi vantaggi -dai volgimenti storici odierni, sono necessariamente -in una condizione di sovraccarico, e di precarietà, -e di stupefazione, e di angoscia: è un successo affannoso: -e, in più, perdura in loro un bisogno d'inquieta -operosità, contraria quanto mai allo spirito di questo -cenacolo, o isola di beati, od oasi di filosofi, o abbazia -telemitica che ella voglia chiamarla. Il principio n'è -un soddisfatto acconciamento per piccole cause, per aver -còlto, dallo squilibrio universale, modesti e calmi motivi -di equilibrio personale. L'esempio luminoso, eccolo: -donna Irene. Altri da difficoltà simili alle sue fu abbattuto -e sommerso: ella ne ha saputo genialmente ricavare -una ragione serena di vita. E da questa è nato il -pensiero del nostro cenobio. Onore a donna Irene, e al -suo primo, e al suo secondo marito. -</p> - -<p> -Tutti clamorosamente brindarono alla trifida coppia: -e chi brindò col rosso e chi col biondo: i due colori -scintillanti dominavano la mensa, e cominciarono a -scintillare mescolandosi anche nei nostri pensieri e nelle -nostre parole. -</p> - -<p> -Dopo essermi coscienziosamente unito al brindisi, -dissi: -</p> - -<p> -— A rischio di cadere una seconda volta in contravvenzione, -confesso che, poichè furono saggiamente esclusi -i pescicani d'ogni sorta, non vedo tuttavia quali altri -casi di soddisfazione potrebbero trovarsi, del genere -moderato e quotidiano che il signor Gionata ha definito. -</p> - -<p> -— Ho già detto che son rari, qualche volta sottili. -Ecco il nostro reverendo amico — e accennava al -<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span> -prete. — Egli ha sempre bevuto il caffè senza zucchero: un -tempo questo fatto non aveva per lui una speciale portata, -nè gli creava una situazione personale nella società. -Ma da quando tutti i bevitori di caffè bestemmiano due -o più volte al giorno contro la saccarina, egli gode del -senso d'una particolare situazione di superiorità in cui -la sua abitudine lo pone oggi, e però ne ricava un gaudio -raffinato e continuamente rinnovato del trovarsi -a vivere nel periodo storico della saccarina; il quale -gaudio gli ha conferito il pieno diritto di aver parte -a questa mensa. -</p> - -<p> -Il prete stava appunto allora bevendo il caffè. Lo -sorbiva nel piattino come dicono facesse Guglielmo -ex-imperatore: ma forse è una delle calunnie antitedesche -che la guerra rese necessarie. E così, col volto -acceso chino a sorbire la bevanda, alzava gli occhi verso -me, il naso leggermente arricciato, asserendomi mutamente -la sua beatitudine che certo era complessa e superava -il piacere puramente sensuale. Intanto erano -stati serviti con abbondanza liquori di varia natura ed -origine. -</p> - -<p> -Allora il mio vicino di sinistra, asciugandosi col tovagliolo -la barba assira, parlò: -</p> - -<p> -— Di fronte all'esemplare candore della soddisfazione -di questo reverendo io quasi mi domando se posso -senza rimorso rimanere tra voi. La mia è così complessa, -che io ho talvolta il dubbio di dover essere noverato tra -uno dei grandi avvantaggiati, così giustamente esclusi -da quest'oasi. Io sono uno storico, cioè un artista. E -come tale io amo la materia del mio studio per se stessa. -<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span> -Sono un medievalista. E adoro il Medio Evo. Per -molti anni ho rimpianto di non essere nato ai tempi di -Romolo Augustolo o di Abelardo, di non aver frequentato -la reggia di Carlomagno, come Eginardo storico -che innamorò di sè Emma, figlia dell'Imperatore. -Odio il telefono, il motore a scoppio, i versi liberi, -la Camera del Lavoro, il microscopio, il frack e il Parlamento. -Ora, da qualche anno io mi sento lentamente -ma sicuramente condurre, e oso dire sollevare, verso il -medio evo de' miei studi e de' miei sogni. Anzitutto, per -più di quattro anni, dal benedetto agosto del '14 al novembre -del '18, già mi beavo sentendo il mondo pieno -di fazioni guerresche, soverchiamenti di razze, invasioni. -La mia anima ha esultato la prima notte che ho -veduto la città immersa nell'ombra. Quando scioperano -i tranvieri godo di andarmene per le vie a guardare le -inutili rotaie, e spero che tutto il procedere del tempo -nuovo le risommerga entro il suolo donde mai avrebbero -dovuto scaturire alla luce. Amo sapere che ogni notte -nelle vie della città si aggredisce a mano armata il passante -e si devasta con sicurtà il magazzino come ai -tempi di Eriberto d'Intimiano. E se penso che questi -non sono che piccoli segni, quando prevedo che presto -avremo lo spettacolo, prima di una dittatura industriale, -poi di una rivoluzione, con alterne vicende e fasi, e così -saremo (almeno per qualche tempo, certo per tutto il -tempo della mia vita) ricondotti a un pieno medioevo -da una alternativa di oligarchie diverse ma tutte avide -ugualmente di lotta.... -</p> - -<p> -— Paga! Paghi!! Pagare!!! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span> -</p> - -<p> -Non ricordo di qual colore fosse il nuovo vino -comparso a questa intimazione piacevole. -</p> - -<p> -Voltomi alla ridente e profumata donna o fanciulla -che sedeva al mio fianco, io le domandai: -</p> - -<p> -— Lei, se non sono indiscreto, per quale titolo porta -a questa riunione la fortuna della sua presenza? -</p> - -<p> -La donna o fanciulla rise più giocondamente, e mi -guardò di sotto in su con l'aria di un'oca cui agitino -dionisiaci fantasmi, aria, come ognuno sa, estremamente -turbativa, che subito mi fece dimenticare la mia stessa -domanda. Ma già vi rispondeva, per la fanciulla, Gionata -l'Imperterrito, così: -</p> - -<p> -— In qualunque tempo viva una donna, quello è il -tempo migliore per lei. La signorina è qui come rappresentante -eletta di questa verità generale. -</p> - -<p> -Non ricordo se il filosofo continuasse nella sua -dissertazione, e forse neppure allora me ne avvidi, -perchè, lo confesso, il mio cervello non si trovava in -condizione di seguire un discorso diffuso o una serie -di concetti. -</p> - -<p> -Ricordo solo, assai lucidamente, che a un certo -punto e quasi d'improvviso m'avvidi che l'abbondanza -dell'elemento liquido che dall'esterno avevo introdotto -nel mio interno, mi fe' sentire una imperiosa brama -di ristabilire l'equilibrio tra me e il macrocosmo mediante -un corrispondente espellimento di elemento liquido -dal mio interno verso il mondo esteriore. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span> -</p> - -<h3><span class="smaller">5.</span> -Le liquide vie.</h3> - -<p> -Ma una vergogna, che è altrettanto assurda quanto -generale e pertinace negli uomini civili, e forse è appunto -l'indice più esatto e il portato più certo della -civiltà, — quella vergogna m'impediva di manifestare -il mio desiderio a qualcuno de' miei ospiti. Ricordo -quell'istante della mia vita come un turbine di fumi, -profumi, luce, voci squillanti, e al centro di quel turbine -il mio desiderio, che facevasi a ogni minuto più inquietante, -pungiglioso e spasmodico. -</p> - -<p> -Non ricordo come e a chi pagassi il doveroso contributo -per la mia cena e per la contravvenzione, non -ricordo se promettessi di tornare, e con quali parole mi -accomiatassi, e chi m'abbia accompagnato all'uscita: -questo so, che a un certo punto mi trovai uscito, mi trovai -nella strada, ch'era solitaria e quasi buia, e corsa -nel mezzo da un solido marciapiede di pietra; e su quel -marciapiede, nella solitudine muta del mondo e sotto -il gelido cielo, sostai, sostai lungamente, levando lo -sguardo al firmamento. Orione splendeva sul mio capo -in tutto il suo fulgore, mentre io sostavo fermo così -nel mezzo della ospite via: e a mano a mano, mentre -ne contavo le stelle, fluiva ogni irrequietudine fuori di -<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span> -me e sentivo il mio spirito e i miei nervi rapidamente e -lungamente placarsi. -</p> - -<p> -Quando fui conscio d'aver raggiunto il desiderato -equilibrio, mi parve anche d'esser più saldo sulle gambe -e quasi snebbiato il cervello. Ritornai lo sguardo dalle -sfere celesti al solido suolo. E tra la penombra distinsi -con paterno orgoglio, in mezzo alla via, una specie di -arcadico rio che spumeggiando la correva in giù e si -perdeva lontano nell'ombra. Non potei frenare a quella -vista un impeto d'irragionevole riso. E altrettanto irragionevolmente -il giuoco della fantasia mi portò a -seguire l'andar di quel rio, e così percorsi per un tratto -la via senza che la mia direzione avesse altro movente -più savio. A un certo punto ogni traccia della mia creazione -recente svaniva e perdevasi nel suolo, ma l'inerzia -mi portò avanti ancora. Cominciai, così camminando -come alla ventura, a ripensare il curioso impiego -della mia serata, dai tumulti pomeridiani di piazza della -Scala fino a quell'ora. Ebbi qualche rimorso della giornata -inoperosa, poi scusai me stesso pensando ch'era -stato un legittimo riposo alla operosa vita dei giorni -precedenti. D'uno in altro pensiero vagavo, senza afferrarne -alcuno con chiarità; e credo che in quel procedere -piegai ogni tanto d'una in altra strada. Ed ecco -mi trovai in una piccola piazza, e fermato nel centro -di quella, così guardandomi attorno, stavo per riconoscerla; -quando a un tratto una voce, che parve uscire -dal muro buio, mi gelò. Il muro avea detto: -</p> - -<p> -— Signore! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span> -</p> - -<h3><span class="smaller">6.</span> -Un ginnosofista.</h3> - -<p> -Detti un passo indietro e ficcai gli occhi verso la -plaga del muro in oscurità. Allora vidi un'ombra staccarsene, -e con voce umile implorarmi: -</p> - -<p> -— Signore, avrebbe un fiammifero? -</p> - -<p> -Le parole erano alquanto rassicuranti; il mio spirito -si calmò dunque, e osservai l'uomo. Vidi con gran maraviglia -ch'egli era in frack e senza pastrano, e a capo nudo, -onde sulle prime pensai ch'egli fosse un Ginnosofista -piovuto ivi dall'India di Alessandro il Macedone. -</p> - -<p> -Tuttavia non osai esporgli questa mia ipotesi. Me -gli avvicinai e gli porsi il fiammifero; stavo per andarmene, -quand'egli con una leggera esitazione aggiunse: -</p> - -<p> -— Per caso, avrebbe anche la sigaretta? -</p> - -<p> -Me n'avevano rifornito nell'isola beata retta dalla -placida Irene. Gli porsi la sigaretta. Allora l'incognito, -come dopo un intimo sforzo, con voce risoluta incalzò: -</p> - -<p> -— E avrebbe anche cinque lire? -</p> - -<p> -Io detti novamente un balzo indietro, perchè lì per -lì mi balenò il sospetto che l'ignoto stesse per assalirmi. -Egli capì il mio timore e sùbito cercò di tranquillarmi: -</p> - -<p> -— No, no, non tema, signore; per chi m'ha preso? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span> -</p> - -<p> -Poi la sua voce si paludò d'una certa nobiltà, proclamando: -</p> - -<p> -— Io sono un mendicante. -</p> - -<p> -Seguì un breve silenzio. Cercavo una frase cortese -per farmi perdonare il mio movimento ingiurioso. Volli -mostrargli che m'interessavo alla sua sorte e alla confidenza -che m'aveva fatto. Poichè in questa ricerca generosa -indugiavo, l'ignoto ripetè: -</p> - -<p> -— Faccio il mendicante. -</p> - -<p> -Io, avendo finalmente trovato, gli domandai: -</p> - -<p> -— Da quanto tempo? -</p> - -<p> -— Da poche ore — rispose. -</p> - -<p> -— Io l'avevo preso per un ginnosofista. -</p> - -<p> -— Non conosco. Fino ad alcuni mesi sono io vivevo -modestamente e tranquillamente del mio lavoro. La -disgrazia mi raggiunse vestendo l'aspetto di fortuna. -Abitavo un piccolo quartiere quasi centrale, e il mio -guadagno mi bastava per la mia vita mediocre. Una -ditta di lubrificanti mi offerse ventimila lire per cederle -il mio quartiere. La somma mi parve enorme: accettai. -Ma non trovai altra casa, non trovai una stanza modesta: -soltanto una camera, salotto e bagno in un albergo -di prim'ordine. Speravo fosse per pochi giorni, -invece non trovai più altro, mai. Le mie ventimila lire -sfumarono o per meglio dire passarono dalla parte dell'albergatore. -Frattanto avevo consumato tutti i miei -vestiti, senza potermene fare altri. Non mi è rimasto, -come vede, che il frack. Non ho più potuto comperare -un cappello, l'ultimo m'ha abbandonato ieri. Il frutto -del mio lavoro, che bastava alla mia vita modesta quando -<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span> -avevo un alloggio, ora basta soltanto a pagare la mia -camera con salotto e bagno. Per mangiare non mi -rimane che la mendicità. Ecco perchè ella, signore, mi -trova in frack e a capo nudo a mendicare su questa -piazza. Sia maledetto ora e sempre ogni lubrificante. -</p> - -<p> -Gli detti silenziosamente le cinque lire. Egli mi ringraziò -con effusione e disse ancora: -</p> - -<p> -— Se al fiammifero, alla sigaretta e alle cinque lire, -ella, signore, volesse aggiungere qualche indicazione o -consiglio sul da farsi nella mia critica condizione!... -</p> - -<p> -— Non saprei, signor ginnosofista. Ma l'uomo è -fatto di anima e di corpo. Cerchi di porre il corpo sotto -il dominio dell'anima: è il solo refugio e rimedio possibile -in questi tempi assurdi e calamitosi. -</p> - -<p> -— Non intendo bene. -</p> - -<p> -— Neanch'io. Io sono un uomo dedito agli affari. -Ma un filosofo potrebbe insegnarle il modo di convincersi -che la sua situazione presente è la più fortunata. -Provi a rivolgersi al signor Gionata, presso la signora -Irene. -</p> - -<p> -— Mi vuol dire l'indirizzo? -</p> - -<p> -Colpito in pieno dalla domanda, m'accorsi d'un -tratto che nè all'andare nè al ritorno, per ragioni diverse, -avevo badato alla strada fatta. Volli tentare di -ricostruirne il corso. Mi guardai attorno. -</p> - -<p> -— Vediamo — gli dissi —: sa lei da qual parte io -sia sboccato in questa piazza? -</p> - -<p> -— No, signore. Io ero quasi assopito, e l'ho visto -che lei era già fermo, in quel punto, guardandosi attorno -proprio come fa ora. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span> -</p> - -<p> -Dopo un istante d'intenso e inutile raccoglimento: -</p> - -<p> -— Ma allora — gridai esterrefatto — allora neppur -io potrò tornare più all'isola dei beati, all'abbazia telemitica, -al cenacolo platonico della placida Irene! -</p> - -<p> -Il ginnosofista scosse il capo; poi cercò di consolarmi: -</p> - -<p> -— Non ci pensi, signore. E se per caso ha un cappello -che non porta più, me lo mandi, la prego. Eccole -il mio nome. -</p> - -<p> -Trasse un lapis e un pezzo di carta, e mi scrisse il -suo nome, che qui non occorre ripetere, e il suo recapito, -ch'era quello del più illustre e fastoso albergo della -città. -</p> - -<p> -— Buona notte. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span> -</p> - -<h2 id="cap7"><span class="smaller">CAPITOLO SETTIMO</span> -PANTELESTESI</h2> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span> -</p> - -<h3><span class="smaller">1.</span> -Diagnosi.</h3> -</div> - -<p> -Il giorno 9 febbraio del 1919, alle ore 10 e 45 del -mattino, mi venne il mal di capo. -</p> - -<p> -Postomi a ricercare le possibili cause di questo -fatto straordinario, non tardai a persuadermi ch'esso -era certamente da attribuirsi all'intenso lavoro compiuto -nelle precedenti settimane, da un mese a quel -punto. Precisamente un mese innanzi, il 9 di gennaio, -io ero tornato dall'esercizio del corpo a quello -dell'anima, dalla quadrupedante e arcadica vita militare -al cerebroso turbine della metropoli. -</p> - -<p> -Mi spaurii accorgendomi della brevità del tempo in -cui tante e così intense esperienze avean potuto cumularsi. -Un mese dunque, un solo mese innanzi, trentun -giorni precisi, ero dato in secco nell'aperta campagna -della Città Operosa, la avevo corsa come in una rapida -ricognizione, mi s'eran rivelate le correnti e le cascate -dell'oro sovrastarla e sommoverla, avevo intuito il -nuovo costume e la nuova religione sorti d'un tratto -<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span> -sul suolo intenso dall'influsso della guerra lontana. Un -esatto mese innanzi, all'ordine imperioso delle nuove -necessità, io, per molti anni dedicato allo studio e poi -per breve parentesi alla milizia, m'ero d'improvviso -riplasmato uomo d'affari. Nel nuovo esercizio i miei -assaggi profondi s'erano successi e cumulati con rapidità -maravigliosamente varia, com'è narrato nei sei capitoli -che qui precedono. Chi li abbia letti, e pensi che tanta -opera, e per me insolita e non prima prevista (se anche -nei portati non fecondissima) si compiè nel rapido -giro di trentun giorni solari — non dovrà maravigliarsi -al sentire che il mattino del trentaduesimo io mi sentii -d'un tratto affaticato ed esausto. -</p> - -<p> -Se tuttavia il lettore del presente capitolo non ha -letto i sei che precedono, non importa: per l'intelligenza -di questo basta ch'egli sappia che la mattina del 9 -di febbraio, alle ore 10 e 45, mi venne il mal di capo. -</p> - -<h3><span class="smaller">2.</span> -Appressamento d'un mistero.</h3> - -<p> -Stabilii di concedermi qualche giorno di riposo: e -senz'altro indugio, la mattina appresso partii. Andai -in campagna, cosa assai piacevole a farsi nelle stagioni -in cui solitamente gli uomini se ne astengono. In poche -<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span> -ore raggiunsi il paese che avevo scelto, sulla riva d'un -lago lombardo. -</p> - -<p> -Ma il caso m'impigliò quivi in una complicata e -mirabile avventura la quale mise in serio pericolo il -mio amore e la mia fede nella vita moderna, e con essi -minacciò tutto il nuovo orientamento che la presenza -del dopoguerra aveva offerto al mio spirito. -</p> - -<p> -Nella piccola pensione in cui mi allogai erano -due ospiti: un giovane e una giovane. Mi si presentarono -come fratello e sorella. Il che appariva in ogni -modo al primo sguardo per la loro singolare somiglianza, -accresciuta dal fatto che il giovane, quasi un adolescente, -era di lineamenti assai delicati. Il solo carattere chiaramente -diverso tra i loro visi era nell'espressione dello -sguardo. La sorella avea dolci gli occhi e velati di malinconia -anche quando sorrideva, o, più raramente, rideva. -Invece il giovane portava in fondo alle pupille -perennemente accesa una mobile luce maniaca. -</p> - -<p> -Quella prima mattina scambiammo pochi discorsi -incolori. La sera all'ora del pranzo trovai sola la fanciulla -alla tavola comune. Mi disse: -</p> - -<p> -— Bruno è andato a Milano, e tornerà domattina. -</p> - -<p> -Ella si chiamava Laura. -</p> - -<p> -Quando un uomo e una donna si trovano in presenza, -comincia la tortuosa lotta dei sessi. -</p> - -<p> -Il nostro colloquio ritegnoso e coperto si prolungò -qualche tempo dopo la fine del pranzo. Ella era garbata, -e a gradi si fe' quasi lieta. Da ultimo avvenne a -me di nominare suo fratello. La serenità di Laura -rabbrividì d'un tratto come al calar d'una nube. Dopo -<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span> -un breve silenzio, levandosi e porgendomi la mano, -ella con profonda convinzione sospirò: -</p> - -<p> -— Mio fratello è un uomo di genio. -</p> - -<p> -Con scarso senso d'opportunità le risposi: -</p> - -<p> -— Io sono un uomo d'affari. -</p> - -<p> -M'accorsi subito d'aver detto ciò meccanicamente, -come mi accadeva spesso in quel tempo, anche fuor -di proposito. La stonatura m'irritò. Rimasto solo me -n'andai a passeggiare con un senso di corruccio. -</p> - -<p> -Il mattino appresso Bruno era tornato. La fiamma -di mania gli luceva sempre in fondo agli occhi, ma -come esagitata da una gioiosa inquietudine. -</p> - -<p> -L'aria in quella stagione era gelida e arida, e il lago -la notte gemeva come fa il mare. -</p> - -<p> -Il quarto giorno della mia dimora nella campagna -lacustre, alle prime ore del pomeriggio Bruno m'invitò -quasi misteriosamente a uscire con lui, mi guidò a una -casetta isolata e per una scala oscura mi fe' salire: -m'introdusse in una stanza ov'erano due grandi tavole -da lavoro coperte di carte disegnate e strumenti d'aspetto -scientifico, che mi riuscirono al tutto nuovi e -incomprensibili. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span> -</p> - -<h3><span class="smaller">3.</span> -Silenzi e musiche.</h3> - -<p> -Bruno mi disse: -</p> - -<p> -— Ho fiducia e confidenza in lei. -</p> - -<p> -— Grazie — gli risposi —. Tutti gli uomini e le -donne che ho conosciuto hanno avuto fiducia e confidenza -in me. Forse per questo non sono ancora riuscito -a nulla di solido nella guerreggiante conquista della vita. -</p> - -<p> -Egli non mostrò di apprezzare la mia divagazione -egoistica. -</p> - -<p> -Aperse l'usciolo d'una specie di complicato e pesante -stipo metallico ch'era in mezzo a una delle grandi -tavole. Da un cavo dell'interno di quello trasse una -specie di cuffia telefonica e me la porse. Dalla cuffia si -partiva un filo che andava a collegarsi con le misteriose -interiorità dello stipo. -</p> - -<p> -— Se la metta — mi comandò. — E mi dica che -cosa sente. -</p> - -<p> -M'aiutò ad aggiustarmela col nastro d'acciaio adattato -lungo la curva del cranio e i due dischi ricevitori -strettamente applicati agli orecchi. -</p> - -<p> -Da principio non sentii nulla. Poi m'accorsi che quel -silenzio stesso era terribilmente singolare. Allora sentii -ch'io sentivo uno spaventoso silenzio. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span> -</p> - -<p> -Tesi invano tutte le mie facoltà per cogliere in quel -vuoto una qualche menoma vibrazione: ma il silenzio -era totale, snaturato e mostruoso. -</p> - -<p> -Avevo i miei occhi fissi in quelli di Bruno, che mi -guardava e osava sorridere: ma quel sorriso, solo nel -mondo enorme che attorno a me s'era avvelenato e -congelato di silenzio, mi sconvolgeva vie più. Pure non -osavo muovermi. Poi con grande stento mi risolsi a -parlare: ma le poche parole che pronunciai non so -quali furono, chè d'un più vasto terrore mi gelò accorgermi -ch'io non sentivo il suono della mia voce, onde -come ossesso m'interruppi. E sempre fissando io la -faccia di Bruno, quella si mise a ridere, e la vedevo -imbestiarsi nelle smorfie del riso le quali in quel moto -senza suono mi apparivano sardonici contorcimenti. Ma -così sussultando ei continuava a guardarmi. Allora con -uno sforzo enorme della volontà m'alzai in piedi e mi -strappai lo strumento dal capo. -</p> - -<p> -Improvviso, cessando il contatto del metallo, sentii -il riso di Bruno: tra le cento voci dell'aria rifluì nella -stanza il senso tepido della vita. -</p> - -<p> -— Ha sentito? — domandò. -</p> - -<p> -Una calda felicità m'invase udendo le sue parole, -sentendo che sentivo la mia voce rispondergli: -</p> - -<p> -— Sì. -</p> - -<p> -— Questo strumento è tirannico — spiegava Bruno — non -permette che si senta altro suono se non -quelli che lo interessano. -</p> - -<p> -— Come sarebbe a dire? -</p> - -<p> -— Ecco. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span> -</p> - -<p> -Svolse dal cavo del diabolico stipo un secondo filo, -che anch'esso per un capo vi rimaneva infisso, e dall'altro -terminava in una spina a due punte brevi e sottili -acuminate come spilli. Così tenendo in mano la -spina m'incorò: -</p> - -<p> -— Si rimetta la cuffia. -</p> - -<p> -Ecco fui ripiombato nell'ultramondano silenzio. Di -là vidi Bruno scostarsi qualche passo guardandosi -intorno; poi risolutamente andò verso lo stipite dell'uscio, -ch'era di larice bianco, lo tentò un poco con -una mano, infine vi conficcò e sforzò dentro le due -punte della spina. -</p> - -<p> -Quasi subito il silenzio sovraceleste che m'avvolgeva -parve corrersi di fremiti leggieri che venissero da -remotissime altitudini, pungenti brividi sonori, che d'ogni -attorno si scivolavano incontro e così scontrandosi -uno sull'altro s'intrecciavano: qua e là tratto tratto -rompevansi in tenui scoppi; dappertutto s'avvolgevano -di ronzii. A certi istanti quelle note acute e sommesse -parevano arrotolarsi come in congegnamenti meccanici: -poi novamente allentate abbandonandosi impallidivano, -sfuggivano a esaurirsi vacillanti sugli orli -di abissi lontani. -</p> - -<p> -Assorto nella visione maravigliosa, teso nell'ansia -che mi sfuggisse, i miei occhi non avevano più scorto -l'uomo; d'un tratto lo vidi avvicinato chinarsi sopra -me, e mi tolse delicatamente l'apparecchio di sul capo: -poi andò a sconficcare la spina dal legno. -</p> - -<p> -— Ha sentito? -</p> - -<p> -— Sì. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span> -</p> - -<p> -— Che cosa? -</p> - -<p> -Indugiai. Avrei voluto dirgli che avevo sentito preludiare -le pitagoriche armonie d'un qualche sistema sidereo -non ancora formato; o forse un pallido dialogo -tra il piano astrale e il piano buddico dei teosofi. Ma mi -feci pudore di esporre simili ipotesi ultrapoetiche. E -risposi: -</p> - -<p> -— Suppongo, il rumore di un tarlo nel legno? -</p> - -<p> -Bruno ricominciò a ridere scotendosi come pazzo. -</p> - -<p> -— Se in quel legno ci fosse un tarlo, con questo microfono -lei udrebbe un fragore assordante come di -macchinari o d'immense cascate. Anzi il suo errore mi -fa pensare ora che una delle applicazioni pratiche dello -strumento potrebbe essere appunto di far riconoscere -la presenza dei tarli nei legni preziosi. Ma ciò non m'interessa: -di simili sfruttamenti, se vorrà, se n'occuperà -lei, che è uomo d'affari. -</p> - -<p> -— Ma allora quei suoni?... -</p> - -<p> -— Sono gli infinitesimi e inesauribili movimenti -atomici della materia organica. -</p> - -<p> -Lo guardai stupefatto. -</p> - -<p> -— Lei può immaginare da questo la potenza del -mio microfono moltiplicatore a isolatore acustico. -</p> - -<p> -— È una sua invenzione? -</p> - -<p> -— Dica che non è che la minima parte, che un -particolare isolato, della mia invenzione. C'è assai più, -e presto vedrà. Ma prima occorre che lei ne conosca -un altro elemento, il più sorprendente: lo specchio -allocatoptotrico. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span> -</p> - -<p> -Dopo un'attesa, accennò con una sorta di mistero -verso una piccola porta a muro ch'era in fondo alla -stanza. -</p> - -<p> -In quella s'udì la voce di Laura dalla strada chiamare: -</p> - -<p> -— Bruno!... -</p> - -<h3><span class="smaller">4.</span> -Laura.</h3> - -<p> -Senza rispondere alla chiamata, nè altro dirmi, -Bruno ripose rapidamente ogni cosa e scendemmo. -Laura col cappello e il bavero impellicciato che le saliva -a mezzo il volto appariva più donna, avea acquistato -un che di maturo e turbante. I suoi occhi erano -più neri e più fondi. -</p> - -<p> -— Bruno — disse — è l'ora della passeggiata. - Venga anche lei. -</p> - -<p> -Così dicendo mi guardò. Mi sentii impallidire. Quando -i palpiti del mio cuore tornaron calmi, risposi: -</p> - -<p> -— No. -</p> - -<p> -— Allora, a più tardi. -</p> - -<p> -Fino a sera pensai a Laura. Ma di tratto in tratto -la sua figura e il suo volto scomparivano istantaneamente -alla mia memoria: in quelle lacune sentivo in -<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span> -me e intorno a me un flutto di vacuo e gelante silenzio: -vi riconobbi l'immagine di quello che m'avea avvolto -e quasi fatto demente durante la prima esperienza nel -gabinetto del fratello di lei. -</p> - -<p> -— Costoro mi farebbero impazzire — mi dissi alla -fine. — Bei riposi ho trovato nella solitudine della campagna! -Strana sorte la mia: io sono sempre stato, sono, -e sempre sarò, irrimediabilmente savio; e insieme la -sorte ha messo occultamente tra le mie mani non so -che potentissima calamita di pazzi. -</p> - -<p> -E quando, poche ore dopo, c'incontrammo alla -tavola comune, subito annunziai recisamente: -</p> - -<p> -— Tra due giorni torno a Milano. La mia vacanza -finisce. -</p> - -<p> -— Tra due giorni? — domandò Bruno — cioè?... -</p> - -<p> -— Cioè sabato: dopodomani; con la corsa del -mattino. -</p> - -<p> -Egli echeggiò: -</p> - -<p> -— Sabato, con la corsa del mattino. -</p> - -<p> -E aggiunse: -</p> - -<p> -— Benissimo. -</p> - -<p> -Rinunciai a capire il suo pensiero. Dopo un poco -soggiunse: -</p> - -<p> -— Io invece parto domani mattina. -</p> - -<p> -Ebbi la tentazione di rispondergli anch'io: «Benissimo», -ma me ne trattenni. Fui per accennare alle -cose mirifiche che m'aveva mostrate, a quelle più -mirifiche che m'aveva promesse. Ma un oscuro istinto -maligno m'impose silenzio anche su questo argomento. -Mi pareva che un'aura d'odio aleggiasse fra le nostre -<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span> -tre sostanze. Poi i silenzi obliqui che strisciavano tra -noi cominciarono a travagliarmi. Cercai qualche argomento -di discorso che ci portasse giù, in un'aria più -respirabile e solita: avrei voluto poter pronunciare -qualche volgarità. Dovetti fare uno sforzo per ricordarmi -quali fossero i discorsi più consueti che si tengono -nel mondo, il mondo degli uomini comuni, gli -uomini sani. Finalmente dissi così: -</p> - -<p> -— Speriamo che sabato non ci siano scioperi. -</p> - -<p> -Bruno mi guardò come se avessi immaginato una -inverosimile ipotesi di turbamenti cosmici. -</p> - -<p> -— Vero è — continuavo imperterrito — che oggi -è necessario imparare a vivere giorno per giorno, ma -nello stesso tempo a contare sopra un domani imperturbato -e sicuro. Dicono che siamo in un fiero momento -di trapasso. Credo tuttavia che qualunque -tempo, visto da vicino, dovè parere agli uomini pensosi -un fiero momento di trapasso. -</p> - -<p> -Poichè entrambi tacevano, continuai: -</p> - -<p> -— Forse lei vuole ricordarmi il nostro anteguerra... -</p> - -<p> -— Noi viviamo — m'interruppe Laura — come -fuori del mondo, da molti anni. Come in un'isola -ignota. -</p> - -<p> -— L'isola di Irene! — esclamai, colpito improvvisamente -dal singolare ricordo. Non avevo mai più -pensato ad Irene. -</p> - -<p> -— Dov'è — domandò Laura con gentilezza-l'isola -di Irene? -</p> - -<p> -— Lontano. -</p> - -<p> -— C'è stato? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span> -</p> - -<p> -— Sì. -</p> - -<p> -— Quando? -</p> - -<p> -— In un tempo irricordabile. Mi lasci pensare. Ci -fui.... mio Dio! pare fantastico, eppure è: c'ero sei -giorni sono. È credibile? -</p> - -<p> -Parlavo, così dicendo, più a me stesso che a quei -due dissensati. Ma non eran persone da maravigliarsi -per sì poco. Laura consentì: -</p> - -<p> -— Non è incredibile. I luoghi più lontani sono quelli -da cui si ritorna più rapidamente. Ma non si ritrovano -mai più. -</p> - -<p> -Così, brevissimamente, ella aveva risollevato il discorso -nelle regioni della pura pazzìa. Non feci altri -sforzi per riportarlo alla saggezza. Pensavo tra me se -non avrei potuto precipitare ancor più la mia partenza. -Laura mi appariva, ogni volta ch'io la riguardavo, -più bella. -</p> - -<p> -Alla fine del pranzo Bruno s'accomiatò: -</p> - -<p> -— Debbo fare qualche ultimo preparativo. Arivederla -dunque a Milano. -</p> - -<p> -Non contradissi, e scomparve. -</p> - -<p> -Laura s'era messa in una poltrona a un lato d'un -vecchio camino acceso. Non ebbi la forza di andarmene. -Sedetti nell'altra poltrona, all'altro lato del camino. -</p> - -<p> -Laura sorrise e mi disse: -</p> - -<p> -— Non è una buona ragione per essere tanto crucciato -con noi. -</p> - -<p> -— Signorina — la implorai — mi dica qualche cosa -di lei, mi dica che è nata in un luogo, in un giorno, così, -come nascono tutte le donne. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span> -</p> - -<p> -Sorrise ancora: -</p> - -<p> -— Non abbia paura: sono nata in un luogo di -questo mondo e in un giorno del calendario; e sono -nata proprio come tutte le donne, e anche tutti gli -uomini. Vuole di più? ho un po' freddo, sebbene siamo -accanto al fuoco. Ho freddo, capisce? credo che -questo possa rassicurarla completamente sul conto -mio. E le propongo di fare ora la passeggiata che non -ha voluto fare oggi. -</p> - -<p> -Perciò poco dopo camminavo al suo fianco lungo -la riva del lago al chiarore delle stelle. Ella teneva gli -occhi a terra, chè la strada era irregolare e sassosa. -Ogni tanto la sua pelliccia sfiorava il mio braccio. L'aria -rigida, e qualcosa d'inumano che accompagnandosi -a noi ci vigilava, impedì le parole. Poi ella si fermò e -senza levare lo sguardo mi disse: -</p> - -<p> -— Torniamo. -</p> - -<p> -Ma, tornando, appoggiò la mano nel mio braccio, -e così ve la tenne, fino che fummo giunti alla nostra -dimora, ove mi salutò, quasi senza parole. -</p> - -<h3><span class="smaller">5.</span> -La soglia.</h3> - -<p> -Il giorno dopo la cameriera mi portò i saluti della -signorina, avvertendomi ch'ella era indisposta e non -si sarebbe mossa di camera. Quella giornata fu la più -vacua, stizzosa e lunga di tutta la mia vita. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span> -</p> - -<p> -La mattina seguente, pronto per andarmene, mandai -la stessa cameriera a recarle i miei saluti. Mi riportò -un biglietto di lei. V'era scritto: -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -<i>A rivederci per una volta ancora.</i> -</p> - -<p class="indr"> -<i>Laura.</i> -</p> -</div> - -<p> -E partii. -</p> - -<p> -Il viaggio mattutino — prima lungo la riva del -lago che il freddo colorava d'acciaio, poi traverso brughiere -e boscaglie di brina e di ghiaccioli — mi rischiarò. -Quando scesi alla stazione di Milano mi sentivo assai -lontano dal luogo, dalle persone e dai giorni trascorsi: -li lasciavo dietro me quali un passato, che sentivo -ben chiuso, consacrato come in una irritrovabile lontananza. -Soltanto un senso di lassitudine, che parevami -esserne rimasto in fondo a me, dominava oscuramente -il mio spirito: ma me ne riscossi, e m'immersi con una -specie di piacere fisico nella piccola folla che s'accalcava -all'uscita. Fuori, mentre guardavo intorno cercando -una carrozza, mi sentii chiamare da una voce -che mi gelò di sorpresa e d'irragionevole spavento. -Mi voltai. -</p> - -<p> -— Lei è stato puntuale — gridò Bruno venendomi -incontro festosamente. — Bravo. Venga con me. -</p> - -<p> -Allora la forza ignota che domina spesso la mia vita -e i miei atti — e solo dopo la morte, concludendo le -somme, potrò risolvere se mi fu amorevole o maligna — mi -spinse a non oppormi al suo desiderio. Bruno -aveva un'automobile. Poich'era mattino avanzato, disse: -</p> - -<p> -— Andiamo a far colazione. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span> -</p> - -<p> -Mi condusse in una trattoria assai nota, rumorosa. -Non riconoscevo l'uomo. Era vivace e socievole. Spesso -rideva. Io gli dissi: -</p> - -<p> -— Rieccoci in piena vita moderna. Non pensavo -che lei amasse tutte le cose che qui ora ci vediamo -intorno. -</p> - -<p> -— Non le amo — rispose — Mi servono. Io vivo, -per mio conto, nel secolo ventesimo, come fossi un -uomo di dieci secoli prima o di dieci secoli più tardi. -Il mio spirito e la mia consuetudine sono perfettamente -soli. Qualche volta penso che questi uomini e queste -donne non mi vedano neppure, tanto mi sento fatto -d'una diversa sostanza. Ma me ne valgo. Questa ansia -verso la velocità — soppressione del tempo e della -lontananza — che è il carattere primo dell'epoca, è -il materiale bruto della mia creazione. Perciò costoro -mi servono, e senza intenzione forse io creando li servo. -</p> - -<p> -— Così! — esclamai. — Sento in queste sue parole -uno spirito fraterno. Lei ha definito esattamente, mi -perdoni se parlo un momento di me, quello ch'io vorrei -essere, se fossi un'artista: sol che la mia creazione -sarebbe fantastica, mentre la sua è pratica. Anch'io -vorrei operare su questa materia, come se l'amassi, -senza amarla, e creando giovarle senza intenzione ne' -suoi piaceri o ne' suoi ozi: ma la mia sostanza sentirsene -estranea e lontana, più là o più qua, sola. -</p> - -<p> -— Perciò lei è degno d'essere il primo che sperimenterà -la mia invenzione. Poco m'importerebbe che -fosse anche l'ultimo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span> -</p> - -<p> -— Dove andiamo? -</p> - -<p> -— Non lontano. -</p> - -<p> -Arrivammo a una via solitaria, in una piccola casa. -E Bruno m'introdusse in una stanza quasi nuda, -mi fe' sedere, e parlò in questo modo: -</p> - -<p> -— Lei vede quella porta a muro. È simile a quella -che lei ha visto in fondo al mio studio laggiù. -</p> - -<p> -A questa parola «laggiù» sentii il mio cuore accelerare -stranamente i suoi palpiti. -</p> - -<p> -— È il gabinetto pantelestetico. Tutto l'ambiente -ne è acusticamente isolato, senza che occorra la cuffia. -Di lì senz'altro lei sentirà telefonicamente le parole del -gabinetto lontano ch'è in comunicazione con questo. -E fin qui non abbiamo che un perfezionamento della -telefonia. Ma una delle pareti del gabinetto è uno specchio, -uno specchio allocatoptotrico, in cui si vede, distintamente, -il luogo e la persona con cui si parla: la -si vede parlare e muoversi, vivere. Data l'audizione -e la visione, perfettissime entrambe, ogni distanza tra -gli uomini è con ciò pienamente abolita. -</p> - -<p> -Una irrequietudine pungente sommergeva a tratti -e intorbidava in me l'interesse per l'esperienza prodigiosa. -Bruno mi disse ancora: -</p> - -<p> -— L'avverto che sarà in comunicazione soltanto -quando sarà seduto sulla poltrona. -</p> - -<p> -Così dicendo eravamo presso la tragica porta. Bruno -aperse, mi spinse dentro, e rapidamente, dietro le mie -spalle, richiuse. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span> -</p> - -<h3><span class="smaller">6.</span> -Convegno.</h3> - -<p> -Piombato nel silenzio, volsi gli occhi attorno per la -cabina, che senz'aperture nè lampade era chiara d'una -luce diurna. Riabbassando lentamente lo sguardo dal -soffitto alla parete in faccia a me, d'un tratto agghiacciai. -Quella parete era quasi tutta di specchio, lucidissimo -specchio, e in esso vedevo riprodursi esattamente -le forme del luogo ov'io ero — tre brevi pareti e nel -mezzo una piccola poltrona — ma nello specchio non -c'era nessuno, non c'ero io. -</p> - -<p> -Dalle radici alle cime mi squassò un brivido che -parve squarciarmi; credo che detti un urlo e che mi -rivoltai per fuggire, ma seppi dominarmi, e stringendomi -con le mani le tempie chiusi gli occhi. Allora nella -sùbita oscurità anche l'immane silenzio mi parve confortevole, -o forse m'era di sicurezza sentire quelle -stesse mie mani tenagliarmi duramente la fronte. Così -mi placai, riebbi la conoscenza del luogo e delle cause. -Tuttavia tenevo ancor serrati gli occhi: a tentoni -girai intorno alla poltrona e mi vi posi. -</p> - -<p> -Sùbito il silenzio si tacque, s'animò di lontani susurri -diffusi, voce d'un'atmosfera che nuova m'avvolgeva. -Così ebbi cuore di riaprire gli occhi. E vidi che lo specchio -davanti a me s'era annebbiato come di veli grigi -<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span> -che tutto lo fluttuavano, e già diradavan dai lati verso -il centro; fin che il campo si sgomberò, e là in faccia -a me era seduta una forma umana, era la forma di -Laura. L'immagine di Laura moveva il capo con dolcezza, -levava una mano verso me con un cenno. Anche -le sue labbra vidi agitarsi, e udii la voce che diceva: -</p> - -<p> -— Sono io, sì, sono Laura. -</p> - -<p> -Io fissavo quell'immagine negli occhi, ma non mi -riusciva d'incontrarne lo sguardo, che ancora vagava -come disperso in un diverso etere. Allora anch'io parlai, -e dissi all'immagine: -</p> - -<p> -— Perchè non mi guarda? -</p> - -<p> -La figura di Laura rispose: -</p> - -<p> -— Ancora non mi riesce. Tenga fermo il suo sguardo, -la prego. -</p> - -<p> -Io mi tesi con uno sforzo d'immobilità di tutto -il mio essere. Vedevo lo sguardo di lei in un contorcimento -divincolarsi dalle lontananze che lo trattenevano, -fin che d'un tratto scattò sulla linea del mio: e ci trovammo -così, gli occhi fissi negli occhi, penetrandoci -paurosamente fin nel profondo delle anime, perduti di -passione. -</p> - -<p> -— Parla — mi implorò. -</p> - -<p> -E poichè sgomento io tacevo: -</p> - -<p> -— Ti avevo avvertito — mi disse come in un soffio — che -ci saremmo riveduti una volta ancora. -</p> - -<p> -Il suo volto pallido s'invermigliò, ma gli occhi non -si chinarono, neri e fondi come li avevo visti un vespero -in riva al lago gemente. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span> -</p> - -<p> -— S'io ti vedessi di là da un fiume — le dissi — penserei -di passarlo per venirti a parlare. Ma come -posso parlarti così? -</p> - -<p> -— Vedi come ti sono vicina. -</p> - -<p> -Mi parve che alzasse una mano verso me. -</p> - -<p> -— Laura — gridai, e irresistibilmente levatomi mi -lanciai verso le sue braccia. Ma d'improvviso a quel -moto il campo dello specchio come in un baleno si -vuotò, e davanti a me non era più nulla: con le mani -urtai contro il vetro solido. -</p> - -<p> -Ansando mi precipitai novamente a sedere. Lo -specchio si scombuiò tutto di nuvole, come poco innanzi; -poi le nuvole vaporando vidi tornata la figura di Laura, -e il suo sguardo era ancora diritto nel mio. Laura ora -stava protesa verso me, e tremando pregava: -</p> - -<p> -— Non mi abbandonare. -</p> - -<p> -Muti allora, per un tempo che parve immenso, ci -guardammo così dolorosamente, abisso contro abisso; -poi mormoravamo parole senza forma; e le nostre forme -e le nostre voci eran vicine, sì che a un punto le -anime crederono toccarsi; ma poichè le mani non potevano -raggiungersi e sentirsi stringere vive, d'un -tratto anche le nostre sostanze s'intesero disperatamente -lontane: sentii lei più infinitamente remota da -me che se l'avessi pensata senza vederne gli atti nè -udirne la voce; e come nello spasimo di quell'assurdo -ella a un momento apparve tutta spingersi a me col -volto pallido e la bocca implorante, m'invase un così -disperato e rabbioso furore che quasi cieco e pazzo mi -<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span> -levai, sradicata la poltrona dal suolo la scagliai contro -il cristallo infernale che si sfranse col fragore di cento -scoppi, mi sbattei ululando contro le pareti e l'uscio -della cabina, ne fuggii non so come, distrussi non so -che, precipitai invasato senza più pensiero o memoria -non so dove: appena ricordo che per giorni e notti errai -tremando le vie più paurose della città, come una bestia -inseguita in caccia, sconquassato, pavido d'ogni -ombra e d'ogni luce, scontroso a ogni forma apparente -e mobile della vita; e solo dopo assai tempo riuscii -per la stanchezza a sedermi placato, a ritrovare la mia -casa e la consuetudine del mio pensiero e della mia -vita: ma ivi chiuso per più giorni ancora me ne stetti -senza voler vedere persona, macerato in un odio torvo -contro ogni intelligenza dell'uomo, in un sincero spasimo -di desiderio verso l'indifferente inerzia delle cose -insensitive e dei bruti. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span> -</p> - -<h2 id="cap8"><span class="smaller">CAPITOLO OTTAVO</span> -IL DÀIMONE NELL'ANTICAMERA</h2> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span> -</p> - -<h3><span class="smaller">1.</span> -Telefonico.</h3> -</div> - -<p> -Ero appena disceso dal letto — s'era dunque, come -è facile immaginare, di mattina — quando strilla il -campanello del telefono. Reggendomi non so che con -la sinistra, mi precipito di là e afferro con la destra il -ricevitore. — Pronto! — Una voce qualunque (maschile) -m'investe senz'altro, tutto d'un fiato, con le -seguenti parole: — La prego, si trovi tra un'ora al -Bar del Commercio, che devo farle una comunicazione -importante. — Stavo per chiedere maggiori spiegazioni, -ma un improvviso fragore d'olio friggente scaturì dalle -profonde viscere dell'ordigno e per qualche minuto -m'impedì di sentire o far sentire una sola parola. Poi -d'improvviso le lontananze ignote trasmisero lungo -il mistero dei fili sino al mio orecchio il più profondo -glaciale universale silenzio. Provai a sonare chiamare -urlare fischiare guaire, — ma ai miei sforzi più inumanamente -rumorosi non rispondeva se non quel silenzio, -così totale e impassibile che a un certo punto lo sentii -<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span> -sacro, e preso d'improvviso da un reverenziale timore -di profanarlo riappoggiai piano piano il ricevitore al -suo posto, sostai un istante trattenendo il respiro, poi -in punta di piedi me ne tornai nella mia camera. Finii -di vestirmi, e uscii di casa. -</p> - -<h3><span class="smaller">2.</span> -Patologico.</h3> - -<p> -Andandomene a piedi (non ricordo il perchè: forse -v'era sciopero di tranvieri e altri trasportatori della -persona umana) verso il bar del Commercio, che era, -ed è tuttora, al lato meridionale di piazza del Duomo — andandomene -dunque a piedi verso l'arcano dell'anonimo -convegno, mi avvenne un fatto alquanto singolare, -cioè, ch'io non mi sentivo abbastanza incuriosito -di quell'arcano, nè della persona, non ancora identificata, -che m'aspettava laggiù. -</p> - -<p> -La causa di questa mia condizione non va cercata -in un superiore disprezzo delle cose pratiche e mondane, -ma in un fatto assolutamente morboso. Io m'ero svegliato -quella mattina con una frase in capo, venutavi -chi sa donde, ed era questa: -</p> - -<p> -— La standardizzazione del ferro.... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span> -</p> - -<p> -Certo i miei occhi dovevano aver letto quelle parole -il giorno avanti scorrendo in distrazione la rubrica -industriale di qualche giornale. Ma l'Antico Avversario -s'era divertito a coglierle e metterle in serbo, per poi -ficcarmele nel cervello durante la notte, quando le -scolte dell'intelletto non vigilano alle porte. -</p> - -<p> -— Che cosa, che cosa è mai la standardizzazione -del ferro? -</p> - -<p> -Così angosciosamente domandandomi camminavo. -Non so se più m'irritava l'ignorare il senso di quella -locuzione, o la sua forma fonica, fastidiosa d'imbarbarita -civiltà. Invano cercavo una distrazione nelle -cento immagini che le strade operose offrono ai più -preoccupati passanti. A ogni insegna di ferro e a ogni -rotaia di tranvai, mi avveniva di domandarmi: -</p> - -<p> -— Chi sa, mio Dio, se quel ferro è standardizzato! -</p> - -<p> -Passavano creature fascinose, ma non valeva la -loro vista a consolarmi. E credo che se la più bella di -esse m'avesse rapito e tratto a sè e offertami la bocca, -io su quella avrei languidamente mormorato una sola -parola: -</p> - -<p> -— Standardizzarti.... -</p> - -<p> -E il mio stomaco era ancora digiuno. -</p> - -<p> -In queste condizioni pietose giunsi alla mèta. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span> -</p> - -<h3><span class="smaller">3.</span> -Divagativo.</h3> - -<p> -Uno scrupoloso esame mi convinse che in nessuna -parte del bar si trovavano ancora persone di mia conoscenza. -E nessuno, vedendomi passare e guardare, mi -fe' cenno di riconoscermi nè mi abbordò con i caratteristici -fonemi che si usano verso gli arrivanti a un -convegno. -</p> - -<p> -Sedetti dunque, e poichè quella mattina non v'era -latte e i biscotti erano finiti, accettai con rassegnazione -il consiglio, che un imperioso cameriere mi rivolgeva, -di ordinare un ponce. Cominciai desolatamente a contemplare -la macchina lucidissima che dall'alto del bancone -di marmo continuava, con grandi fremiti e sbuffi, -a esprimere robustamente dalle metalliche viscere negre -spume di caffè, e ogni tanto, a un mezzo girar di manubrio, -si convolveva di nuvole come Zeus pronto a -discendere sul mondo. -</p> - -<p> -Non c'era molta gente. M'incuriosirono, in piedi -presso l'estremo del bancone, tre o quattro giovanotti -fatti tutti alla stessa maniera come fossero stati colati -in serie da uno stampo: cioè tutti erano alti e stretti; -portavano il cappello duro e piccolo, spinto assai indietro -sull'occipite: cappotti grigi a scacchi, aderentissimi -<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span> -sotto la schiena con una larga martingala, abbasso -assai corti e in alto compiuti da folti baveri di pelo -nero. Anche quei giovanotti bevevano il ponce, e vidi -che tutti avevano all'anulare destro un grosso anello. -</p> - -<p> -Uno di quelli, volendo chiamare il cameriere, venne -a battere sul piano del mio tavolino col duro castone -di quell'anello: di sotto alla gemma osservai che sfuggivano -due o tre setole nere. Il mio tavolino tremò alquanto -e un poco del liquido si versò nel sottocoppa, ma -nella sua semplicità e padronanza colui non vi fe' caso. -</p> - -<p> -Quanto a me, proprio in quel momento m'avvidi -che, distratto dalla contemplazione del luogo e de' -suoi indigeni, non avevo più pensato alla standardizzazione -del ferro. -</p> - -<p> -Temei che, così avvedendomene ora, stesse per ricominciare -l'ossessione. Ma d'un tratto mi sentii dare -un'affettuosa manata sulle spalle. -</p> - -<p> -Mi volto e scorgo un ilare viso di cui non ricordavo -il nome. -</p> - -<p> -— Era lei? — domandai. -</p> - -<p> -— Che cosa? — rispose egli sedendo rumorosamente -al mio fianco. E senza aspettare spiegazioni continuò: — Bravo! -era un pezzo che non ti vedevo! Voglio -pagarti un ponce. -</p> - -<p> -Io ero mortificato d'aver dato del lei a uno che -con tanta effusione mi dava del tu, e invocai tra me -un'occasione di farmi perdonare e mostrargli il mio affetto. -Perciò gli raccontai la mia avventura telefonica. -</p> - -<p> -Egli pronunciò: — Certamente quel signore aveva -chiamato un altro numero. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span> -</p> - -<p> -Guardai con ammirazione l'uomo prodigioso che -a primo colpo aveva risolto un intricatissimo problema. -Egli intanto parlava con abbondanza. Aveva cominciato -col raccontarmi altri aneddoti telefonici d'ogni -genere, s'era interrotto per apostrofare piacevolmente -due donne che passavano, poi aveva ripreso a dissertare, -non più di telefoni, ma della situazione politica; a un -certo punto mi costrinse ad accettare un secondo ponce — e -per me era il terzo —; mi domandò il prezzo del -mio vestito e mi fece solennemente promettere di servirmi -d'ora innanzi dal suo sarto; poi d'un tratto -s'alzò come un vento, dicendo: -</p> - -<p> -— Dieci minuti a mezzogiorno. Tu ora m'accompagni -un momento alla Succursale. -</p> - -<p> -Uscimmo; i tre ponci dal mio stomaco digiuno si -scontrarono torbidamente col freddo intenso della strada, -fumigarono con ira verso le estreme regioni inferiori -e superiori del mio corpo. Arrivati a una delle -vie interne del centro della città, il compagno, che aveva -sempre parlato, si fermò a un portone basso. Cercai -di salutarlo ma egli gridò: -</p> - -<p> -— Sarebbe bella che tu mi piantassi qui a questo -modo! -</p> - -<p> -Salimmo a un secondo piano e accettammo l'invito -d'un cartello bianco che da un uscio vetrato diceva: -<i>Avanti</i>. Nè, parlando egli, ebbi mai agio di domandargli -di che cosa fosse succursale il luogo che aveva -così designato, nè l'aspetto dell'anticamera m'istruì al -proposito. -</p> - -<p> -Eravamo appena entrati e cercavamo qualcuno cui -<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span> -rivolgerci, quando d'un tratto nella parete di fondo -vedemmo sollevarsi una portiera di stoffa, e uscirne, -sbattendo violentemente un uscio, una signora con -un cappello e un petto poderosamente sviluppati in -ampiezza, la quale traversò la stanza come un turbine -gridando: -</p> - -<p> -— .... e ricordatevi che in questo schifoso casino -non ci metterò mai più i piedi. -</p> - -<p> -Questa frase durò esattamente il tempo che occorse -al ciclone per coprire la lunghezza della stanza dalla -detta portiera all'uscio d'ingresso, dal quale ella uscì, -similmente sbattendolo: onde il tragitto fulmineo e la -pittoresca frase di quell'apparizione corpulenta rimasero -come incorniciati e incastonati tra due tonfi. -</p> - -<p> -Io m'ero ritratto istintivamente temendo forse d'essere -assorbito dall'aria ch'ella aveva smossa. Come il -mio timore fu quetato, cominciai a esaminare se dalla -metafora ch'era uscita dalla sua bocca irosa potessi -trarre qualche lume per riconoscere il luogo in cui mi -trovavo. -</p> - -<h3><span class="smaller">4.</span> -Diabolico.</h3> - -<p> -Il mio compagno guardò, come un cane che annusi, -dietro la traccia della donna, e pronunciò: -</p> - -<p> -— Perdio che pezzo.... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span> -</p> - -<p> -Poi, scosso il capo, s'avviò risolutamente verso quell'uscio -di fondo che la fragorosa visione ci aveva rivelato. -</p> - -<p> -Ma d'un tratto, da un angolo in ombra al lato sinistro -di esso uscio, vedemmo levarsi una figura che -parve essa pure fatta di ombra tanto era fluida e sottile. -</p> - -<p> -— «Or vedete, che bel portinaio!» — mormorai -io con le parole onde Bruno Nolano gratifica un prefazionatore -di Copernico. -</p> - -<p> -Infatti quell'apparizione avea funzioni d'usciere, -perchè con voce tremula avanzando verso il mio compagno -lo interrogò: -</p> - -<p> -— Dove va, signore? Il cavaliere a quest'ora non -riceve più. -</p> - -<p> -Il mio compagno non era persona da arrestarsi per -questo. -</p> - -<p> -— M'aspetta — proclamò; e risolutamente sollevò -la portiera che subito ricadde ondeggiando dietro -le sue fuggevoli spalle. -</p> - -<p> -L'usciere tremulo rimase un istante in sospeso, poi -rassegnato si volse a me, che m'ero seduto sopra un divano -di dubitoso colore tra l'aragosta non ancor finita -di cuocere e il teocriteo amaranto. -</p> - -<p> -— E lei chi cerca? -</p> - -<p> -— Io sono con quel signore. -</p> - -<p> -— E quest'altro è con lei? -</p> - -<p> -Così domandando, additava alla mia sinistra: stupefatto -mi voltai, ma al mio fianco, sul divano, dov'egli -additava, non c'era nessuno. -</p> - -<p> -Guardai quella tremante larva filamentosa, che sopra -una fronte ossuta ergeva una chioma candidissima. Ma -<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span> -essa parlava con la maggior serietà del mondo. Infatti -ripetè: -</p> - -<p> -— E questo signore? -</p> - -<p> -Sebbene ogni giorno m'avvenga di dover trattare -con dei matti, io stavo a disagio, chè i matti quotidiani -sono di un'altra natura. Ma d'un tratto mi credei d'ammattire -io, chè al mio fianco, al mio fianco sinistro, dal -divano su cui stavo, dove avevo ben visto che non c'era -nessuno, una voce mi parlò incorandomi: -</p> - -<p> -— Diglielo dunque, chi sono. -</p> - -<p> -Stetti per urlare dal terrore, ma intanto avevo riconosciuto -la voce, e subito al terrore frammettendosi -una tepida commozione, esclamai: -</p> - -<p> -— Tu!... -</p> - -<p> -— Sì, io — rispose il Dàimone: — da un pezzo t'eri -dimenticato di me. -</p> - -<p> -— Ma costui, costui? — gli domandai con angoscia: — io -non ti ho mai visto; credevo che tu avessi -voce, ma non forma visibile. Come avviene che questo -simulacro d'uomo ti vede? -</p> - -<p> -— Non so, è merito suo: non offenderlo. -</p> - -<p> -L'usciere canuto non s'era offeso; ma con imperturbabilità, -senza alzare d'un tono quella sua voce caprina, -insistette: -</p> - -<p> -— E questo signore? -</p> - -<p> -— È il mio Dàimone. -</p> - -<p> -— Dunque è con lei. E lei è con quello che è entrato -dal cavaliere. Va bene. Dovevo saperlo, per regolarità. -</p> - -<p> -E tranquillamente tornò a ritirarsi nel suo recesso -ombroso, soddisfatto del dovere compiuto. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span> -</p> - -<h3><span class="smaller">5.</span> -Metafisico.</h3> - -<p> -Io gridai al Dàimone: -</p> - -<p> -— Voglio vederti anch'io, perdio! -</p> - -<p> -— Questa tua violenza — mi ammonì — è puerile -e puntigliosa: è dettata più dal dispetto di sentirti -inferiore a un usciere, usciere di Succursale, che non a -un desiderio nativo e profondo di conoscenza. -</p> - -<p> -— E io voglio vederti — reiterai, testardo come -un bambino; e non potrei giurare che così dicendo io -non battessi i piedi forte per terra. -</p> - -<p> -— Questa tua ostinazione non è degna d'un filosofo, -ma tutt'al più d'un uomo d'azione. -</p> - -<p> -— E io sono un uomo d'azione! -</p> - -<p> -— Allora, se sei un uomo d'azione, siedi in quell'angolo -e non ti muovere. Sì: sulla sedia che è a destra -della porta con portiera, a riscontro con l'altra ove riposa -e dorme quel degno usciere verso cui ti morde una -ignobile invidia. -</p> - -<p> -Com'io fui seduto simmetricamente alla larva canuta, -che appunto s'era addormentata profondamente, -la voce del mio Dàimone riprese: -</p> - -<p> -— S'io mi rendo per un tratto di tempo visibile -a te, per quel tratto medesimo avviene che tu diventi -invisibile a tutti. E intanto tu non avrai forza di muoverti -<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span> -nè di parlare, ma sarai come una porzione cosciente -e inattiva del nulla. -</p> - -<p> -— Ne avrò molto piacere. -</p> - -<p> -— Io intanto agirò, come se fossi vivo e umano. -</p> - -<p> -— Un momento, per carità: non hai mica una -forma spaventosa? -</p> - -<p> -— Vigliacco! No. Io non ho nessuna forma: dovrò -prenderne una qualunque, la prima che mi venga in -mente. -</p> - -<p> -— Scegli bene! — lo implorai — sai che sono sensibile. — E -tacqui. -</p> - -<p> -Tacendo, mi sentii d'un tratto illanguidire come avviene -per lunga inedia o per subita anemia, gli occhi mi -si annebbiarono, per un istante parve che ogni appoggio -mi mancasse intorno come al punto di precipitare -nel vuoto. -</p> - -<p> -Quando fui riavuto da quel vanimento di tutto l'essere, -gli occhi mi si riapersero, e vidi per la stanza aggirarsi -l'usciere canuto e sottile, ma ora sorrideva con -giovinezza. Mentre mi domandavo che cosa avesse potuto -restaurarlo così, mi venne fatto di guardare al -luogo ov'egli si trovava poco innanzi a dormire, cioè -sulla sedia a sinistra dell'uscio. -</p> - -<p> -Sulla sedia a sinistra dell'uscio c'era l'usciere filamentoso -e canuto, e continuava a dormire profondamente. -</p> - -<p> -Il mio stupore durò solo un menomo istante, perchè -capii subito che quegli che girava giovenilmente per la -stanza era il mio Dàimone. -</p> - -<p> -Pensai di dirgli: — Sei tu? — ma non potevo parlare. -Mi resi conto che, com'egli m'aveva predetto, io -<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span> -non possedevo più altro al mondo se non la coscienza -di me medesimo, privata d'ogni forma d'azione. -</p> - -<p> -Allora attesi serenamente gli avvenimenti. -</p> - -<p> -Poi che il mio Dàimone ebbe dato ancora uno o due -giri per la stanza, s'udì un busso discreto all'uscio d'entrata. -Il Dàimone non rispose; e udimmo un altro -busso. Finalmente l'uscio si schiuse timidamente, e s'affacciò -una testa spaurita, dicendo: -</p> - -<p> -— Si può entrare? -</p> - -<p> -— Provi — rispose il mio Dàimone. -</p> - -<p> -La testa spaurita provò, e infatti fu tutta dentro, -e con lei la mediocre persona su cui quella testa era -infissa. Il Dàimone gli domandò: -</p> - -<p> -— Sa leggere? -</p> - -<p> -— Sì — rispose alquanto interdetto il nuovo venuto; — lo -credo: ho la licenza tecnica. -</p> - -<p> -— E io credo di no — ribattè il mio Dàimone — perchè -altrimenti avrebbe letto che sull'uscio sta scritto -Avanti. -</p> - -<p> -Mentre il perplesso arrossiva e si rigirava il cappello -tra le mani cercando invano un'adeguata risposta, l'uscio -medesimo si riaperse come per una ventata ed -entrò un giovinetto sbadato: contro il quale il mio Dàimone -mosse subito investendolo con queste parole: -</p> - -<p> -— Perchè è entrato senza domandare permesso? -</p> - -<p> -Il giovine sventato rispose prontissimo: -</p> - -<p> -— Perchè c'è scritto <i>Avanti</i>. -</p> - -<p> -— Qui la volevo — disse il Dàimone. — <i>Avanti</i> è -una risposta: quando qualcuno dice <i>Permesso</i>, gli si -risponde <i>Avanti</i>. Lì dunque, sull'uscio, c'è la risposta -<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span> -preparata per uno che abbia domandato. Ma per chi, -come lei, non ha domandato niente, il cartello, avendo -natura di risposta, non vale, ed è come non esistesse. -</p> - -<p> -Il giovinetto rispose con risolutezza: -</p> - -<p> -— Lei è matto. -</p> - -<p> -— È quello che pensavo anch'io — strillò il primo -venuto, cui la presenza dell'altro dava un'improvvisa -violenza di reazione. -</p> - -<p> -— No — gli ribattè pronto il mio Dàimone — lei -non ha diritto di pensarlo, perchè a lei avevo detto -proprio il contrario di quello che ho detto ora a questo -signore: dunque se sono matto verso lui, sono savissimo -verso lei, o viceversa. Scelgano, signori. -</p> - -<p> -— Scegliere?! -</p> - -<p> -— Sicuro: scelgano per quale dei due sono matto -e per quale sono savio. In mancanza di un criterio logico -di scelta, possono giocarsela a scacchi, a primiera, -a pari e caffo, a regola di baccarà, a cinque punti di -morra, a testa e croce, a tre giri di briscola, alla paglia -lunga e corta.... -</p> - -<p> -— Oh — interruppe il secondo venuto — io non -ho tempo da perdere; io debbo parlare al cavaliere, -per un impiego. -</p> - -<p> -— Anch'io — echeggiò il primo venuto — ho bisogno -di vedere il signor cavaliere, per una cambiale. -</p> - -<p> -— Il signor cavaliere — disse il mio Dàimone con -sussiego — a quest'ora non riceve. -</p> - -<p> -Proprio in quel punto, quasi per smentirlo sul -fatto, la portiera dell'uscio di fondo fluttuò; l'uscio si -<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span> -aperse, e irruppe nella stanza il gioviale compagnone -che m'aveva condotto in quel luogo. -</p> - -<p> -— Vede se non riceve! — gridarono i due postulanti. -</p> - -<p> -Ma il compagnone, senza badar loro, si rivolse impetuosamente -al mio Dàimone. -</p> - -<p> -— Usciere — gli disse — questi sono dieci franchi -per voi. Ma dovete dirmi una cosa: chi era quella magnifica -signora che è uscita di qui un quarto d'ora fa, -quando sono entrato io? -</p> - -<p> -— Che storie?! — — protestò lo sventato. — Badi -a me, che ho fretta. -</p> - -<p> -— E io — piagnucolò lo spaurito — sono venuto -prima di lei, dunque ho più fretta. -</p> - -<p> -Il mio compagno si sovrappose ad entrambi: -</p> - -<p> -— Usciere, mi risponda: io le do dieci franchi, dunque -ho più fretta di tutti. -</p> - -<p> -Il mio Dàimone, alzando solennemente una mano, -rispose: -</p> - -<p> -— Ciò che ella chiede, signore, esorbita dalle mie -funzioni, che sono esclusivamente spirituali. -</p> - -<p> -Lo sventato lo sostenne: -</p> - -<p> -— Questo galantuomo ha ragione. -</p> - -<p> -— È un'immoralità — rincalzò il timido, a qualche -distanza. -</p> - -<p> -Il mio compagnone ruggì: -</p> - -<p> -— Immorale a me! io!! io!!! -</p> - -<p> -E fattosi sopra l'altro gli lasciò andare un esattissimo -manrovescio. -</p> - -<p> -Lo sventato allora, in difesa del suo recente alleato, -saltò al collo dello schiaffeggiatore; e così lo scoteva e cercava -<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span> -di strozzarlo, mentre il percosso strillava: — Bravo, -gli dia, gli dia — e girando attorno ai due avvinghiati -lanciava alla meglio qualche esile pedata nei -garretti al mio compagno. -</p> - -<p> -A questo punto il mio Dàimone credette opportuno -d'intervenire, gettando sul gruppo immondo dei tre -rissanti questo stratagemmatico grido: -</p> - -<p> -— Il Cavaliere! -</p> - -<h3><span class="smaller">6.</span> -Ethico.</h3> - -<p> -Come si scioglie improvvisamente una sciarada, appena -viene nella mente nostra la parola del totale, — così -a quella parola «Cavaliere!» si sciolse in un attimo -e quasi d'incanto l'ignobile viluppo. Ognuno cercò -di ricomporsi come poteva, e tutti e tre, improvvisamente -affratellati nella paura, rimasero a bocca aperta -e impietriti: solo movevansi le tre coppie di sguardi -andando e tornando a più riprese dalla faccia del mio -Dàimone all'uscio di fondo. -</p> - -<p> -Allora il Dàimone pronunciò: -</p> - -<p> -— Si vergognino! -</p> - -<p> -— Mio Dio.... — implorò il timido, ch'era il più -incolume dei tre. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span> -</p> - -<p> -— Taccia, ella non sa neppure di che cosa deve -vergognarsi. -</p> - -<p> -— Sì, capisco, di questa scena involontaria che.... -</p> - -<p> -— No! no! Non è per questa amena e umanissima -rissa ch'io li invito a vergognarsi. Ma è per averla interrotta -appena io ho pronunciato la parola «Cavaliere». -</p> - -<p> -I tre riuscirono ad aprire e tenere aperte ancora -più ampiamente le bocche. Ma ora non guardavano -più l'immobile portiera, sibbene il mio Dàimone, che -li dominava. Il quale continuò: -</p> - -<p> -— Chi è il cavaliere? uno che qualche decennio fa -batteva le anticamere, come loro, per ragioni vili, -come le loro: anticamere di qualche cavaliere che ne -aveva battute altre simili qualche decennio prima. -Per paura di un simile essere loro rinunciano all'umano -e candido piacere di picchiarsi. -</p> - -<p> -Le tre bocche si richiusero. Uno solo, il mio compagno, -cercò di servirsi della propria dicendo: -</p> - -<p> -— Capirà.... -</p> - -<p> -Il mio Dàimone l'interruppe: -</p> - -<p> -— Io capisco una cosa sola, cioè, che questo signore -che cerca impiego, quest'altro che cerca danaro, -e lei, il peggiore di tutti, che oltre il resto vorrebbe buttar -via dieci lire per correr dietro alla bipede che è -uscita di qua, — io capisco che loro ignorano completamente -la vita dello spirito. Vivono come i bruti, correndo -alla soddisfazione momentanea degli appetiti -più bassi, senz'alcuna ansia di lasciare ai posteri qualche -traccia del loro passaggio mortale nel mondo. -Ma il bruto ha una scusa: egli ignora l'infinità. Invece -<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span> -l'uomo, e non soltanto lei che ha la licenza tecnica, ma -anche il meno istruito, sa almeno che il tempo e lo -spazio sono infiniti. -</p> - -<p> -— — Ma noi pensiamo al nostro avvenire, e le bestie -no — obbiettò quello che aveva la licenza tecnica. -</p> - -<p> -— Peggio — ribattè il Dàimone. — Pensare al proprio -avvenire è essere più bestie delle bestie, perchè la -bestia è bestia dietro un appetito del momento, mentre -provvedere al proprio avvenire è essere premeditatamente -bestie per una lunga serie di momenti, giorni e -anni, cioè moltiplicare a ogni istante e proiettare in -indefinito la propria bestialità. Elleno, o signori, sono un -vivente insulto alla Natura e alla Storia. -</p> - -<p> -Dopo un momento di raccolto silenzio, il mio gioviale -compagnone, uomo conciliante, disse: -</p> - -<p> -— Usciere, voi avete ragione, e m'avete persuaso. -E queste sono non dieci, ma venti lire. E ora ditemi, per -piacere, l'indirizzo di quella magnifica signora che è -uscita di qui mezz'ora fa, quando sono entrato io. -</p> - -<p> -— E poi ci annuncerà al cavaliere — fecero gli altri. -</p> - -<p> -Così dicendo, i tre erano in mezzo alla stanza. -</p> - -<p> -Il Dàimone si ritrasse di qualche passo. Essi lo guardarono, -aspettando. -</p> - -<p> -In quell'istante io sentii una specie di mobile tepore -ricorrermi le vene. -</p> - -<p> -Mentre i tre guardavano al Dàimone, questi alzò -le braccia lunghissime, le tenne melodrammaticamente -levate un istante, poi repentinamente sparì. -</p> - -<p> -I tre dettero un urlo. Agitarono un momento le -braccia come invasati, poi voltarono le spalle e si precipitarono -<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span> -all'uscita. Due si dileguarono di là; il terzo, -ch'era il mio compagno, inciampò sulla soglia, vi -cadde bocconi, e vinto dalla paura non riusciva più -ad alzarsi. -</p> - -<p> -Corsi a lui. -</p> - -<p> -Riconoscendomi, mormorò: -</p> - -<p> -— Sei ancora qui? Hai visto? hai visto? -</p> - -<p> -— Che cosa? — feci io candidamente. -</p> - -<p> -Il gioviale compagnone arrossì. -</p> - -<p> -— Nulla.... Mi sento un po' disturbato... Fammi -il piacere di accompagnarmi a una carrozza. -</p> - -<p> -Come l'ebbi messo dentro e salutato, e la carrozza -fu partita, la voce del mio Dàimone mi domandò: -</p> - -<p> -— Sei soddisfatto? -</p> - -<p> -— No — gli risposi —. Non c'è stato molto gusto. -Io vorrei vederti come sei. -</p> - -<p> -— Ti ho già detto che non ho una forma materiale -mia. -</p> - -<p> -— Ma io vorrei sapere in quale forma, e soprattutto -per quale ragione, quel vecchio usciere poteva vederti. -</p> - -<p> -— Questo è il mistero. Che Dàimone sarei, se intorno -a me non ci fosse per te nulla di misterioso? -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span> -</p> - -<h2 id="cap9"><span class="smaller">CAPITOLO NONO</span> -CONSOLAZIONE DELLA FILOSOFIA</h2> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span> -</p> - -<h3><span class="smaller">1.</span> -Principio della fine.</h3> -</div> - -<p> -Da un anno a questa parte — anzi da un anno e un -terzo, perchè quella mattina era gelida mentre oggi che -scrivo l'insubre cielo s'impiomba sotto i segni congiunti -del Leone e della Vergine — da un anno e quattro -mesi io sono còlto talvolta in mezzo all'oscillazione -di due diversi pensieri. -</p> - -<p> -L'uno è facile fino alla volgarità, ed è questo: -</p> - -<p> -— Quale solenne, invidiato ed esemplare collocamento -nel mondo sociale avrei io oggi, se quella mattina, -un anno e un terzo fa, la mattina del 22 di febbraio -del 1919, primo anno del Dopoguerra, se quella mattina -io fossi andato da Sua Eccellenza! -</p> - -<p> -L'altro, che gli si oppone, è più fino, e ha del metafisico: -</p> - -<p> -— Ognuno fa ciò verso cui è nato, e niente altro. -E questa non è già la sua predestinazione, ma la forma -soggettiva della sua felicità. -</p> - -<p> -Il che vale a dire: — Io non sono nato per collocarmi -solennemente, invidiabilmente ed esemplarmente -<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span> -nel mondo sociale. Perciò, se quella mattina fossi andato -da Sua Eccellenza avrei perduto alcune ore di -sonno, e oggi sarei esattissimamente dove e quale sono; -quel mio sforzo, rimasto sterile, non si sarebbe inserito -in alcun modo nella serie della mia biografia, così appunto -come non parteciparono alla biografia del mondo -gli atti delle nazioni e dei popoli inessenziali, secondo -insegnò Giorgio Hegel. -</p> - -<p> -E s'io ricordo qui — nelle pagine estreme e conclusive -del libro della mia vita d'azione — quella vicenda -mattutina, si è per placare in una nota di calma l'appassionato -turbinio in cui ho dovuto trascinare il lettore -traverso l'incalzare di troppo operose avventure. -</p> - -<p> -Forse, così narrando l'ultima di esse, le sopprimerò -tutte interamente dal mio ricordo, e dalla loro stessa -esistenza. Allora non mi avverrà più di sentirmi oscillare -tra i due pensieri che ho esposti, e si concluderà -in me ogni dissidio tra l'uomo comune e l'uomo filosofo. -Placato in tal modo ogni superstite interessamento verso -gli aspetti episodici della vita, potrò intraprendere, come -da tempo è mio desiderio, la descrizione di avvenimenti -di ben più durevole e vasta portata e fecondità. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span> -</p> - -<h3><span class="smaller">2.</span> -Le cause prime.</h3> - -<p> -La sera avanti quella mattina, cioè la sera del 21 -di febbraio, che è a dire del giorno in cui il mio Dàimone -s'era degnato di mostrarmisi in forma umana — quella -sera io ed egli ci mettemmo (l'idea fu sua) a sfogliare -un taccuino dov'io ero venuto segnando gli appunti -de' miei affari e avvenimenti più importanti. -</p> - -<p> -Il Dàimone con rapida sintesi mi disse: -</p> - -<p> -— Eccoti sbarcato nella Città Operosa, e per aver -visto passare un paio di sgualdrine ti fai prendere dalla -febbre del danaro! Avanti dunque. Bei principii, nel covo -di pubblicità di quell'equivoco magistrato! E con che -diritta decisione navighi nell'oceano dei pescicani! Di -tutta la fantasia che hai poi buttato al vento quando -hai voluto donar Milano di una foresta di grattacieli, -credo più generoso non ti parlare. Ed ecco, 5 di febbraio, -ecco qui i tuoi vani sforzi per crearti diplomatico mediatore -di compere e vendite all'ingrosso. Perfino quando -ti trovi, poco dopo, a fronte alla più stupefacente tra -le invenzioni moderne, non sai trarne motivo che a -un'insipida larva di amore. Molti, in questa facile -èra, sono riusciti ad afferrare la ricchezza e il potere -incontrando molto minori e più semplici occasioni di -<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span> -quelle che si sono presentate a te. Tu vi hai fatto una -passeggiata. -</p> - -<p> -«Or vediamo: sai almeno dirmi perchè non hai -potuto attuare da tutto ciò nulla di pratico? — -</p> - -<p> -Pensai un momento, poi con umile franchezza gli -risposi: -</p> - -<p> -— Perchè la prima volta per non cominciare di -venerdì ho rimandato al lunedì; e a farlo apposta, il -lunedì era il giorno 13 del mese: guarda il calendario. -</p> - -<p> -— Bravo! — esclamò il Dàimone. — Un imbecille -di primo grado m'avrebbe risposto: «perchè le occasioni -non erano buone». Un imbecille di secondo grado avrebbe -detto: «perchè non sono stato abbastanza abile -nel coglierle». Tu m'hai dato la sola ragione che potesse -piacermi: vedo che posso ancora sperar bene di te. -</p> - -<h3><span class="smaller">3.</span> -Un intervento.</h3> - -<p> -In quel punto bussarono, e mi fu recapitato un -biglietto. -</p> - -<p> -Lo portava, e me lo consegnò, un adolescente fattorino -d'albergo. -</p> - -<p> -Era un biglietto di Giacomino. -</p> - -<p> -È perfettamente inutile spiegar qui in particolare -chi era, e credo sia tuttora, Giacomino. Basti dire che -<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span> -è uno degli innumerevoli amici avvalangatimi dalle -multiformi vicende della mia vita. -</p> - -<p> -Inoltre, Giacomino era, e credo sia tuttora, segretario -particolare e influentissimo d'una persona che -fu più volte ministro. -</p> - -<p> -Essa persona in quel tempo era appunto ministro, -cioè Eccellenza. -</p> - -<p> -Il biglietto di Giacomino diceva: -</p> - -<div class="blockquote"> -<p class="indl"> -«<i>Caro amico,</i> -</p> - -<p> -«<i>Sua Eccellenza è a Milano. Abbiamo parlato lungamente -di te; ti ho ottenuto un colloquio con lui per domani -mattina alle 7, al «Continental». Si tratta di una cosa -interessante e importante, per cui occorrono il tuo ingegno -e la tua attività. Sarà la tua rapida fortuna!.... Ci sarò -anch'io, a introdurti. A domattina, dunque; saluti</i>». -</p> -</div> - -<p> -L'adolescente fattorino aspettava una risposta. -</p> - -<p> -Scrissi la risposta: la quale non fu che una meccanica -eco delle ultime parole della proposta: «<i>A domattina, -dunque: saluti</i>». -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Appena fu richiuso l'uscio dietro le tenui spalle -del fattorino, sentii una specie di freddo. Ma la stufa era -accesa. Il freddo era interiore. -</p> - -<p> -Capii ch'esso mi veniva dalla parte del mio Dàimone. -Poich'egli taceva, ebbi l'umile bisogno di scusarmi: -</p> - -<p> -— È una cosa speciale — gli spiegai —: non potevo -dire di no. -</p> - -<p> -— Io vado a dormire — rispose. -</p> - -<p> -Quella sera dovevo essere singolarmente disposto -all'imitazione. Come avevo echeggiato l'ultima riga del -<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span> -biglietto di Giacomino, così copiai l'ultimo atto del -Dàimone e me n'andai a letto. -</p> - -<p> -Ma prima presi le mie precauzioni. Calcolai che la -mattina appresso mi sarebbe occorsa mezz'ora per -vestirmi e un quarto d'ora per recarmi fino al «Continental». -Arrotondando, un'ora. Bisognava dunque che -mi svegliassi alle 6. Caricai lo svegliarino e per colmo -di previdenza lo misi un po' prima delle sei, perchè -è manifesto che con una Eccellenza bisogna essere -esageratamente puntuali. -</p> - -<h3><span class="smaller">4.</span> -Il sonno dell'ingiusto.</h3> - -<p> -Prima di addormentarmi, cercai di prevedere in -che cosa avrei potuto essere utile a Sua Eccellenza. -</p> - -<p> -Senza concludere nulla in proposito, fantasticai vagamente -di me stesso arrivante uomo nuovo per rapide -e lucide strade al potere. -</p> - -<p> -Neppure in tale fantasticare sostai, nè seppi dedurne -chiare immagini. Perchè più imperiosa e curiosa mi si -presentò un'altra domanda: — che aspetto avrà Sua -Eccellenza? -</p> - -<p> -Titubai alquanto tra il tipo anglo-americano raso e -rapido, e il tipo classicheggiante, barbuto e pomposo. -<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span> -D'un tratto m'agitai, accorgendomi che non sapevo di -quale specialità Sua Eccellenza fosse ministro. -</p> - -<p> -Intanto cominciavo ad addormentarmi. -</p> - -<p> -Ma non mi riuscì di ritrovare subito il solido sonno -delle mie notti d'innocenza. L'inquieta larva dell'ambizione -venne a poggiarsi sul mio guanciale, nel punto -che stavo assopendomi, e di lì cominciò a torturarmi -con insidie vili e sottili. Intravidi un lunghissimo porticato -marmoreo, sotto cui svolgevasi come una maestosa -e sterminata panatenaica, e io da un trono sfavillante -la contemplavo passare sotto i miei piedi e perdersi nel -lontano verso un cielo marino. Ma già i marmi s'erano -disciolti e alla luce solare era successa l'ombra funerea -d'un non so qual salotto o gabinetto arcigno, e io stavo -ingarbugliando sconnessi discorsi a un uomo sdegnoso, -che un po' apparivami raso come un quacquero e -un po' barbuto come un merovingio; e avvedendomi del -mio divagante parlare incespicavo, e non osavo dirgli -che la causa n'era quella sua forma mutevole. D'un -tratto, chinando gli occhi, m'accorsi che non avevo la -cravatta, e che il merovingio anglosassonizzato guardava -duramente allo sparato ignudo della mia camicia: -il quale contrattempo completamente mi paralizzò. -</p> - -<p> -A questo punto m'addormentai meglio, ma il mio -sogno mi riferì a preoccupazioni più pratiche e reali. -Cioè, sognai di svegliarmi in ritardo, e di buttarmi angosciato -giù dal letto, e ivi infilare una scarpa, poi l'altra, -poi accorgermi di non avere più la prima. E indi -precipitarmi giù dalle scale, ch'erano infinite: e d'una -si passava per vasti androni in un'altra, e talvolta mi -<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span> -sorprendevo a salire anzichè scendere: anzi ero sempre -salito, e allora tornavo indietro, indietro: e a tratti -m'accorgevo di sognare e perciò mi sforzavo di mandar -fuori un gemito, un urlo, una voce qualunque che mi -destasse. Invece mi addormentai del tutto. Ma ecco, -irruento come un'orda, atroce, uno squillo improvviso -mi sveglia. -</p> - -<h3><span class="smaller">5.</span> -La necessità.</h3> - -<p> -Quando m'accorsi ch'era lo svegliarino, cacciai la -testa sotto le coperte per lasciarlo finire. Di là lo sentivo, -fioco, infinitamente lontano. Passò un'eternità. Socchiusi -le coperte, e il suono ridiventava uno scroscio -stridulo bestiale. Mi ricacciavo sotto. Finalmente cessò. -</p> - -<p> -Ero sveglio e ricordavo ogni cosa. Erano le sei. Giacomino -m'aveva scritto. Sua Eccellenza m'aspettava -alle sette. Erano le sei. Bisognava levarsi, vestirsi con -cura, e correre al «Continental», all'appuntamento concesso -da Sua Eccellenza. Erano le sei. Ma che magra -luce e livida, a quell'ora, intorno alle cose! -</p> - -<p> -— Cinque minuti per rimettermi. -</p> - -<p> -In quei cinque minuti dolcissimi mi si ricominciavano -ad annebbiare le idee. Me ne spaventai a tempo. -</p> - -<p> -— No no: mi riaddormento! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span> -</p> - -<p> -Allora mi levai a sedere sul letto. M'investì un -freddo tremendo. -</p> - -<p> -— Come si fa a ricevere alle sette? Anche Gladstone -era mattiniero. Dev'essere una particolarità degli uomini -di Stato. Bel gusto. -</p> - -<p> -Cercavo, così stando seduto, di tirare in su le coperte -fino al mento. Ma in quei moti grandi ventate gelide -entravano sotto. -</p> - -<p> -— Che ci vado a fare, in fin dei conti? Che cosa -debbo dirgli? -</p> - -<p> -Era troppo freddo a rimanere a quel modo. Mi rispinsi -sotto per ritrovare un po' di calore prima di scendere -dal letto. E ripresi a disputare: -</p> - -<p> -— Bell'avvenire mi aspetta! Quella gente là s'alzano -tutti a quest'ora? Lavorano come ciuchi. Per -gli altri. E io debbo diventare di quella gente? -</p> - -<p> -Ma poco di poi una domanda, una proposta, si presentò, -non so donde, già formulata, non so da chi, nel -mio cervello: -</p> - -<p> -— Se non ci andassi? -</p> - -<p> -Aspettavo da me stesso un'obiezione. Invece arrivò -un rincalzo: -</p> - -<p> -— Se mi fossi ammalato questa notte?... Ci andrei -un'altra volta. -</p> - -<p> -Diventai sottile, quasi arguto: -</p> - -<p> -— Vediamo. Il colloquio di stamattina non può -avere nessun carattere di indispensabile e di definitivo. -Ieri a desinare non lo sospettavo neppure. Sua Eccellenza -non è, suppongo, venuto a Milano per questo. -Può, da un fatto così poco determinato e privo d'ogni -<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span> -carattere di coscienza e di necessità, può nascere una -cosa importante qual'è l'avvenire d'un uomo? Evidentemente -no. -</p> - -<p> -Mi sporsi a guardare lo svegliarino. Taceva, ma -guardava egli me con una specie di ghigno bianco schernevole. -Segnava le sei e venti. -</p> - -<p> -— Bisognerebbe risolvere. -</p> - -<p> -Mi strinsi più forte tra le coperte, come nell'abbraccio -d'un abbandono. Ora un tepore paradisiaco m'avea -avvolto il corpo e lo spirito. Quel tepore mi spinse verso -le morbide rotondità della retorica: -</p> - -<p> -— Oh quanto sarebbe più nobile accontentarsi del -piccolo bene presente: qualche ora di buon sonno! E, -cosa indispensabile alla tranquilla coscienza, senza il -danno di nessuno: Sua Eccellenza non può avere una -così urgente necessità di farmi una posizione. -</p> - -<p> -In quella si riaffacciò alla mia mente il dubbio sulla -più probabile condizione dei peli facciali di Sua Eccellenza; -e non potei trattenermi dal ridere. Da quell'immagine, -per non so che sotterranei canali, mi ritrovai -improvvisamente di fronte a un'altra figura, cioè alla -donna che avevo vista passare impellicciata e profumata -per le vie di Milano, la prima sera del mio ritorno -alla città. Mi convolgevo così tra vaporati fantasmi -di riso e di dolcezza. Ero quasi beato, con una -punta di tremore. Quella mia annuvolata beatitudine -fu lunga, vanì in un avvolgimento tepido di oblio attorno -a tutta la mia sostanza. Fu lunga. -</p> - -<p> -A un tratto m'accorsi sussultando ch'essa da incalcolabili -<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span> -momenti mi stava risospingendo subdolamente -verso il sonno. Balzai, tesi il collo a guardar l'ora. -</p> - -<p> -— Perdio! Le sei e cinquantacinque! Ho forse -dormito? -</p> - -<p> -Feci un calcolo rapido: venti minuti vestirmi, quindici -di strada trovando subito una carrozza: e la barba? -Anche a fare miracoli non era possibile esser da Sua -Eccellenza prima delle sette e quaranta. -</p> - -<p> -Il che sarebbe stato assai peggio che non andarci -affatto. Non vedendomi, poteva immaginarmi morto: -ma nulla avrebbe potuto giustificare un ritardo di -quaranta minuti. -</p> - -<p> -Mi rificcai sotto. -</p> - -<p> -Risvegliandomi, tre ore più tardi, che la stanza era -invasa di luce, riconobbi che quest'ultimo, sì, era stato -il sonno pieno e soddisfatto dell'uomo giusto. -</p> - -<h3><span class="smaller">6.</span> -Idillio.</h3> - -<p> -Pure, c'era un'ombra ancora in fondo al mio cuore. -Qualcosa in me aveva bisogno di un conforto. -</p> - -<p> -Per confortarmi, pensai: -</p> - -<p> -— Sarà contento il mio Dàimone. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span> -</p> - -<p> -Infatti la sua voce risonò subito sul mio capo, ilare -e definitiva come non l'avevo più sentita da un pezzo: -</p> - -<p> -— Sì — disse — solo ora sono veramente contento, -anzi orgoglioso di te. E da questo momento innanzi, lo -sento, non sarò più quasi un altro essere al tuo fianco, -ma sarò te stesso, e tu me, fusi in una sostanza unica -indissolubilmente. -</p> - -<p class="pad2 center large"> -<span class="smcap">Fine.</span> -</p> - -<div class="somm"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span> -</p> - -<h2><a id="indice" href="#indfront"> -INDICE</a></h2> - -<table class="indice" summary=""> - <tr> - <td>Capitolo I. <span class="smcap">Aperta campagna</span></td> <td class="pag"><a href="#cap1"><i>Pag.</i> 7</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">1. Il catechismo.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">2. Estasi.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">3. Facilità.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">4. Le aristocrazie.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">5. Nuova incarnazione del Verbo.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">6. La saracinesca.</td> - </tr> - <tr> - <td>Capitolo II. <span class="smcap">La statua di Bartolo</span></td> <td class="pag"><a href="#cap2">25</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">1. Un consiglio di Cavour.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">2. Ercole e il Cappuccetto Rosso.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">3. Improvvisazione.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">4. Dal signor A. al signor Z.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">5. Lina e il «Lotòs».</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">6. Forze maggiori.</td> - </tr> - <tr> - <td>Capitolo III. <span class="smcap">Pescecanea</span></td> <td class="pag"><a href="#cap3">49</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">1. Cinque spettatori in tre poltrone.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">2. Una visita d'affari.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">3. Il fulmine.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">4. Zoologia.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">5. Apocalissi.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">6. Compensazioni.</td> - </tr> - <tr> - <td><span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span></td> - </tr> - <tr> - <td>Capitolo IV. <span class="smcap">Per Belloveso</span></td> <td class="pag"><a href="#cap4">71</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">1. Preludio mirabile.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">2. Fatale andare.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">3. Via Belloveso.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">4. A grandissime linee.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">5. La mia dimora.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">6. Crepuscolo.</td> - </tr> - <tr> - <td>Capitolo V. <span class="smcap">L'ultimo Vampiro</span></td> <td class="pag"><a href="#cap5">93</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">1. L'altare.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">2. Uno, il basilisco, e il cameriere Giovanni.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">3. Imprevedibile.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">4. Colloquio.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">5. Convinzioni.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">6. Il Vampirismo.</td> - </tr> - <tr> - <td>Capitolo VI. <span class="smcap">L'isola di Irene</span></td> <td class="pag"><a href="#cap6">117</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">1. Chiarimento storico.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">2. Spirito d'avventura.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">3. Il primo e il secondo.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">4. Cenacolo platonico.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">5. Le liquide vie.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">6. Un ginnosofista.</td> - </tr> - <tr> - <td>Capitolo VII. <span class="smcap">Pantelestesi</span></td> <td class="pag"><a href="#cap7">147</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">1. Diagnosi.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">2. Appressamento d'un mistero.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">3. Silenzi e musiche.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">4. Laura.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">5. La soglia.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">6. Convegno.</td> - </tr> - <tr> - <td>Capitolo VIII. <span class="smcap">Il Dàimone nell'anticamera</span></td> <td class="pag"><a href="#cap8">169</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">1. Telefonico.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">2. Patologico.</td> - </tr> - <tr> - <td><span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span></td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">3. Divagativo.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">4. Diabolico.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">5. Metafisico.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">6. Ethico.</td> - </tr> - <tr> - <td>Capitolo IX. <span class="smcap">Consolazione della Filosofia</span></td> <td class="pag"><a href="#cap9">189</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">1. Principio della fine.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">2. Le cause prime.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">3. Un intervento.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">4. Il sonno dell'ingiusto.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">5. La necessità.</td> - </tr> - <tr> - <td class="spaced">6. Idillio.</td> - </tr> -</table> -<hr /> -</div> - -<div class="opere"> -<p class="title"> -<i>DELLO STESSO AUTORE:</i> -</p> - -<p class="center"> -(ed. Vallecchi) -</p> - -<ul class="pad2"> -<li><i>La vita intensa</i> — romanzo dei romanzi.</li> -<li><i>Sette savi</i> — racconti (4.ª edizione).</li> -</ul> - -</div> - -<div class="tnote"> -<p class="tntitle"> -Nota del Trascrittore -</p> - -<p> -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione -minimi errori tipografici. -</p> - -<p class="covernote"> -Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio. -</p> -</div> - - - - - - - - -<pre> - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of La vita operosa, by Massimo Bontempelli - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA OPEROSA *** - -***** This file should be named 54178-h.htm or 54178-h.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/5/4/1/7/54178/ - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images generously made available by The -Internet Archive) - - -Updated editions will replace the previous one--the old editions -will be renamed. - -Creating the works from public domain print editions means that no -one owns a United States copyright in these works, so the Foundation -(and you!) can copy and distribute it in the United States without -permission and without paying copyright royalties. Special rules, -set forth in the General Terms of Use part of this license, apply to -copying and distributing Project Gutenberg-tm electronic works to -protect the PROJECT GUTENBERG-tm concept and trademark. Project -Gutenberg is a registered trademark, and may not be used if you -charge for the eBooks, unless you receive specific permission. If you -do not charge anything for copies of this eBook, complying with the -rules is very easy. You may use this eBook for nearly any purpose -such as creation of derivative works, reports, performances and -research. They may be modified and printed and given away--you may do -practically ANYTHING with public domain eBooks. Redistribution is -subject to the trademark license, especially commercial -redistribution. - - - -*** START: FULL LICENSE *** - -THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE -PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK - -To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free -distribution of electronic works, by using or distributing this work -(or any other work associated in any way with the phrase "Project -Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full Project -Gutenberg-tm License (available with this file or online at -http://gutenberg.org/license). - - -Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project Gutenberg-tm -electronic works - -1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm -electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to -and accept all the terms of this license and intellectual property -(trademark/copyright) agreement. 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It exists -because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from -people in all walks of life. - -Volunteers and financial support to provide volunteers with the -assistance they need, are critical to reaching Project Gutenberg-tm's -goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will -remain freely available for generations to come. In 2001, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure -and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations. -To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation -and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 -and the Foundation web page at http://www.pglaf.org. - - -Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive -Foundation - -The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit -501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the -state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal -Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification -number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at -http://pglaf.org/fundraising. Contributions to the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent -permitted by U.S. federal laws and your state's laws. - -The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S. -Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered -throughout numerous locations. Its business office is located at -809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email -business@pglaf.org. Email contact links and up to date contact -information can be found at the Foundation's web site and official -page at http://pglaf.org - -For additional contact information: - Dr. Gregory B. Newby - Chief Executive and Director - gbnewby@pglaf.org - - -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation - -Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide -spread public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. - -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. 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