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If you are not located in the United States, you'll have -to check the laws of the country where you are located before using this ebook. - -Title: Il Falco - (Cronaca del 1796) - -Author: Alessandro Varaldo - -Release Date: October 23, 2016 [EBook #53350] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL FALCO *** - - - - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - - - - - - - ALESSANDRO VARALDO - - LA MAREA - - - IL FALCO - - (CRONACA DEL 1796) - - - - MILANO — ROMA - EDIZIONI A. MONDADORI - - - - - _PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA_ - - _I diritti di riproduzione e traduzione sono - riservati per tutti i paesi, compresi - la Svezia, la Norvegia e - l'Olanda_ - - * - - _Copyright by Alessandro Varaldo_ - 1922 - - IV. MIGLIAIO - - - - - A - DARIO NICCODEMI - - A. V. - - - - - _Tum meae (si quid loquar audiendum)_ - _Vocis accedet BONA PARS; et, «o Sol_ - _Pulcher! o laudande!» canam, recepto_ - _Caesare felix._ - - ORAZIO — _Carm._ IV, 2 - - - - -PREFAZIONE - - - “Multa incredibilia vera, - multa credibilia falsa”. - - - Frequentez vous les bouquinistes? - -_Queste parole, di colore forse oscuro per la comune dei lettori mi -apparvero all'aprir che feci un volumetto attinto in una cassetta di -rivenditor di libri usati._ - -_Amo i viaggi di avanscoperta nelle bottegucce buie spesso e ingombre -e impregnate di quel caratteristico odor di muffa dei vecchi libri, -bottegucce pudicamente celate in vecchie strade, o nel doppio fondo -ermetico dei cortili: amo tuffar le mani fra le cartapecore spesso -taglienti, le pelli umide e i fogli molli, macchiati le più volte di -quella specie di giallume lebbroso, che si è convenuto di chiamar il -mal sottile dei libri. È fra i diletti più cari non d'un sapiente — che -monsignor Gesù ne scampi! — ma di un curioso di sapienza, chè il libro -è tutto, poichè tutto racchiude e compendia. Ora appunto questo viaggio -nelle bottegucce dei rivenditor di libri usati si chiama bouquiner, -secondo il grande dizionario dell'Accademia Francese, riassunto da -un curioso amante di libri, Carlo Nodier, bibliotecario dell'Arsenale -e accademico, in un vocabolario manuale che i fratelli Firmin Didot, -librai editori, divulgarono:_ - -Bouquiner — chercher de vieux livres, des livres d'occasion; - -Bouquineur — celui qui aime à bouquiner; - -Bouquiniste — celui qui achète et revend des vieux livres. - -_Comprenderete adesso perchè quelle parole di colore oscuro — forse — -mi fermarono. Scossi lo strato di polvere veneranda, che ammantava il -libercolo, maneggiandolo alla marinara, sottovento, perchè la polvere -non coprisse me, che rispetto la vecchiaia sì, ma senza entusiasmo -quando si tratti di strati polverizzati di ragnatele annose. Nel -battere il volume, delicatamente, vi prego di crederlo, ne sbirciai il -frontespizio._ - -“Les Francs — Taupins — Histoire du temps de Charles VII, 1440, par P. -L. Jacob Bibliophile, membre de toutes les Académies”. - -_L'edizione era del Meline di Bruxelles, formato piccolo, ornata -sulle due copertine d'una vignetta rappresentante un _beffroi_. Se ne -trovano ancora di tali volumi qualche volta: apparvero in lunga serie e -compresero tutto il movimento romantico dopo il Renduel e il Gosselin: -caratteri precisi, nel gusto gotico, curati fino allo scrupolo: chi sa -che magnifici principeschi correttori di bozze in quel tempo!_ - -_Il bibliofilo Jacob — al secolo P. L. Lacroix — fu in quel fiorire -del romanticismo un paziente studioso, intabarrato d'artista: l'opera -sua non ha il valore della _Cronaca di Carlo IX_, o di _Cinq-Mars_, -di _Nostra Signora di Parigi_ e nemmeno di _Isabella di Baviera_. Ma -come fedeltà pittoresca le sorpassa ancora, forse. Preso a modello -Walter Scott, si diè cura di ambientare e di arredare i suoi racconti -(probabilmente il Manzoni nel creare la sua teoria lo ricordò spesso) -con una precisione di particolari (come fra noi, cinquant'anni dopo, -l'ingiustamente dimenticato Edoardo Calandra) che raggiungevano la -meticolosità. Oggi ad esempio cambia ad ogni stagione la moda: in -allora — prendiamo il 1440 — mutava secondo il capriccio di un principe -o di una gran dama che possedesse qualche pizzico di fantasia; e non la -moda soltanto delle vesti, ma delle armi, dell'else, e delle iscrizioni -sulle lame, dei gioielli, de' bei modi di società, di quanto insomma -aveva attinenza alla persona. Forse un gentiluomo campagnolo poteva -nel 1446 portare pugnale con impugnatura borchiata ad aspra invenzione -d'orafo peregrino del 1435: non era ammissibile che un cortigiano -la ostentasse. Descrivere in modo sommario un abbigliamento, una -corazza, un giustacuore ricamato, l'equipaggiamento di una cavalcatura -non era permesso: la fedeltà storica e l'amore del pittoresco non -lo permettevano. Vediamo a prova, fra noi, come Tomaso Grossi fa -parlare un armaiuolo, e come il dottor Carlo Varese descrive un -cavaliere italiano errante al tempo di Marignano. Ma io vi parlavo dei -_Francs-Taupins_ e del Bibliofilo Jacob: orbene credete che non me ne -allontano._ - -_Spolverato il volume l'aprii, ed ecco a inchiodarmi curioso una -prefazione: _L'histoire et le roman historique_. Naturalmente l'autore -parla di Walter Scott: ed è naturale. Al principio del secolo scorso -il grande romanziere scozzese ha esercitato un'enorme influenza nella -letteratura europea e nord-americana. Si può dire che l'ha dominata. E -dichiariamolo subito: influenza benefica, salvataggio, rinnovazione, -resurrezione: Walter Scott, fu, si può dire, il Cristo della -letteratura._ - -_La dominazione d'un'idea in un'epoca non è mai duplice: quando -prevale la politica decade la letteraria. Napoleone è l'esempio tipico. -Rotto l'impero della forza fisica ecco risorgere quello della forza -intellettuale._ - -_La Francia non è mai rifiorita letterariamente come dopo una -disfatta: ad esempio dopo il '70. Ed a maggior ragione vinto l'impero -e distrutto, fiorisce il romanticismo che fu, si può dire, la salvezza -della letteratura non soltanto francese. Walter Scott dominò così da -capitanare discepoli come Balzac (se ne vanta lo stesso autore degli -_Chouans_: vedi _Illusioni Perdute_) come Hugo, come Dumas, come -Merimée, come il Barante, lo storico dei duchi di Borgogna, e come -il nostro bibliofilo Jacob, astro minore artisticamente, stella di -prima grandezza come coscienza d'antiquario, e fedeltà di particolari -cronologici. Influenza benefica ripeto, poichè il romanziere, che -prendeva a maestro lo scozzese, imparava due grandi verità che ogni -scrittore, il quale pretenda raccontare, dovrebbe avere impresse -dinanzi agli occhi: la coscienza dei particolari, l'ausilio della -fantasia._ - -_Ed eccoci all'Assente._ - -_Parlo della Fantasia._ - -_La miseria letteraria d'oggigiorno, e l'Italia in fatto di miseria -letteraria non ischerza, è dovuta all'Assente, a Madonna Fantasia, la -decima musa, che s'è chiusa nella torre d'avorio, sdegnosamente, regale -fuoruscita, e senza la quale purtroppo, non c'è salvezza! Oggi non si -sa più raccontare._ - -_Il male francese del naturalismo ha tutto infestato. L'esempio -deleterio di Emilio Zola ha tutto inquinato. Si bandì la crociata -contro la fantasia. Il romanziere non ha che da guardarsi intorno, e -descrivere quello che vede. È un escursionista munito di Kodak. Non -si costruisce più il romanzo, basta incominciarlo, introdurre due -o tre personaggi, farli parlare e qualche volta muovere, infilzare -cronaca spicciola su cronaca spicciola, sommariamente, e qualche volta -sbadigliare sopra una teoria politica o sociale malamente digerita o -annusata su qualche articolo di fondo._ - -_Il giorno infausto in cui Emilio Zola aprì il famoso libro di Claudio -Bernard, fonte di tutta la sua sapienza e si pompeggiò, come d'un -vestito da veglione, della teoria determinista e _si documentò_, -la strada facilona fu aperta. Che divennero la minuziosa ricerca di -Gustavo Flaubert _(sono le minuzie che fanno la perfezione, diceva -Michelangelo)_, la precisione e la proprietà dei Goncourt, ed il colore -di Alfonso Daudet, davanti alle centomila copie _dell'Assommoir_? -Madonna Fantasia fu scacciata come una serva infedele. Ed il pontefice -del naturalismo (?) poteva scrivere in uno degli articoli che -periodicamente mandava a un giornale russo, _Le Messager de l'Europe_, -articoli raccolti poi nel volume _Les romanciers naturalistes_, queste -parole di cui non si sa se lamentare più l'ignoranza o l'impudenza _“Ce -qui je saisis moins c'est la profonde admiration de Balzac pour Walter -Scott.... Il est très curieux de voir le fondateur du roman naturaliste -(?) se passionner ainsi pour l'écrivain bourgeois, qui a traité -l'histoire en romance. Walter Scott n'est qu'un arrangeur habile...”__ - -_Come del resto poteva comprendere una passione, o semplicemente un -entusiasmo di Balzac, il naturalista (?) Emilio Zola?_ - -_Il male fu che la foga bruta iconoclasta prese la letteratura, che -trovò una così facile strada aperta: la composizione del romanzo come -un muro a secco, o meglio come un terrapieno od uno sterro in cui -non si sa quello che si mette o dove si mette tutto quello che capita -sottomano._ - -_La fantasia fu così bandita, come può essere bandita la moneta d'oro -da chi non possiede che la valuta cartacea._ - -_Il perchè è semplice._ - -_Chi possiede il dono meraviglioso della fantasia è un narratore per -eccellenza, narratore come Schahrazade, come i poeti epici da Omero -all'Ariosto, come i novellieri nostri di Toscana, come Walter Scott. È -colui che nel canto del fuoco intrattiene fino a tarda notte, finchè -non siano spente le ultime braci e consumati i rami resinosi negli -anelli, corti principesche o veglie di popolo: chi possiede la fantasia -sa costrurre un edificio di racconto senza annoiar mai, ma tenendo -ben desta e vigile e fresca l'attenzione anche — e specialmente — se -descrive una contrada o un mobile o un manto o un'elsa o uno strumento: -chi possiede la fantasia fa vivere verbalmente e non si accontenta -d'accatastar marionette di gesso o di fango sopra un'asse mal sicura: -chi possiede la fantasia insomma è colui che solo ha diritto di narrare -e di essere ascoltato._ - -_Ecco perchè Onorato di Balzac, signore della Fantasia, si inchinava -a Walter Scott ed ecco perchè il marionettista da fiera che si -inorgogliva d'una coltura occasionale fatta sopra un libro mal compreso -di Claudio Bernard non lo poteva capire. Ma chi possiede la fantasia -è un gran signore e non si accontenta di una facile vittoria sopra -un borgo di villani: va in Terrasanta, nel regno del Prete Gianni, e -piange quando sente che non potrà conquistar la luna. Ma chi possiede -la fantasia ama il pittoresco e costruisce pittorescamente, e narra con -tutte le risorse che la decima musa gli fornisce._ - -_Ma chi possiede la decima musa osserva l'undicesimo comandamento: non -annoiare._ - -_Dov'è oggi? Ahimè! oggi la Fantasia è assente._ - -_Parlo dell'Italia, chè gli scrittori Inglesi e un nuovo manipolo -di francesi, oggi se ne gloriano. Ed Eça de Queiroz, oggi, basta ad -illuminare una nazione che par brancolare nel buio, soltanto perchè -agita la face della fantasia._ - - * * * - -_Siamo lontani, non è vero dal Bibliofilo Jacob? Forse. Ne siamo -lontani se ci frulla per il capo d'aprire un libro, oggi, un libro -italiano. Pare che gli scrittori montino in cattedra e si camuffino -da retori politici, o da predicatori sociali. Si gonfiano, rane di -Esopo, convinti di avere una missione morale: vogliono esser detti gli -storici del costume, i cronisti dell'evoluzione, piccoli Villani che -vantano una ricchezza culturale da banchieri del dopoguerra e credono -in buona pace d'aver qualche cosa da dire per salvare, o ammaestrare -o indirizzare l'umanità. Per conto mio ripeto un verso di Alfredo De -Musset:_ - -Il mio bicchiere è piccolo ma io bevo nel mio bicchiere. - -_Voglio raccontare solamente, semplicemente, come la bella tradizione -nostrana mi ha mostrato da messer Giovanni Boccaccio ad Alessandro -Manzoni, voglio raccontare come se parlassi a una comitiva da tener -desta, voglio raccontare avendo per divisa l'undecimo comandamento, -raccogliendo le belle memorie della mia terra e porgendole all'orecchio -del benigno lettore: Me lo insegnò messer Torquato:_ - - .................. asperso - di soave liquor l'orlo del vaso - -_Ed avrò dinanzi per esempio fedele i narratori felici, che, pur -minuziosamente descrivendo luoghi cose e persone, hanno allietato -generazioni intere, compagni ed amici inestimabili e cari, sempre vivi, -poichè non si vive che nella gratitudine di chi resta._ - -_Ed ogni mattina al sorgere del sole nel sedermi al mio tavolo da -lavoro con gioia, eleverò una preghiera all'Assente, perchè sia -Presente._ - - Milano, Aprile del 1922. - - - - -PROLOGO - -CRONACA DEL 1794 - - -L'anno 1794, cominciato con una crescente agitazione sul litorale e -per le vallate, avea ridotta la città di Ventimiglia ad una pericolosa -anarchia. Le riforme e le vittorie della grande rivoluzione, la -fuga del Re di Piemonte, le contese dei partiti nobiliari, che si -disputavano le redini della città, apersero un adito a quel borghese -vento di Fronda, ringagliardito dal concorso popolare, che, in modo -tanto irruento, distrusse o trascinò, abbattè o domò, quanto si -opponeva al suo cammino. - -Le guerre di successione avevano esaurito quello che una libertà -comunale ed una dominazione di ferro s'erano studiate d'accumular -di resistenza e di orgoglio: un Governo borghese di Magnifici finì -per distruggere l'orma, forse feudale, ma potente, d'una gloriosa -autonomia. Sicchè alle prime avvisaglie della rivoluzione e della -discesa del generale Massena, coloro, che i nobili sprezzantemente -chiamavano la canaglia, drizzarono l'albero della libertà sormontato -dal berretto frigio, ed obbligarono le più nobili dame a ballarvi -intorno. Pochi si ribellarono ai santi diritti di ballo del popolo: -tre soltanto resistettero e furono il conte Luca Lascaris, il nobile -Camillo Altariva, ed il duca Almerico di Nervia. - -Abitavano i castelli aviti posti fra Mentone e Bordighera ove si -asserragliarono da prima con forse duecento partigiani, sperando -con una guerriglia di opporsi all'invasione sul litorale, come -l'imprendibile fortezza di Saorgio si sarebbe opposta fra le prealpi. - -Subito le intenzioni dei nobili signori parvero mirabilmente riuscire: -la città cedette ed il generale Arena si ritirò senza aver ottenuto il -chiesto passaggio libero per l'esercito della Repubblica. - -Ma il pericolo maggiore di Massena si avvicinava con troppa celerità: -L'Altariva che aveva ottenuto il comando in capo dei insorti, fece -distruggere un lungo tratto della via della Cornice, per impedire -il transito delle pesanti artiglierie francesi e poi, lasciando che -la città si disbrigasse come poteva meglio, sicuro di Saorgio difesa -dal Saint-Amour, si ritirò a seguitare le ostilità sullo sbocco della -vallata del Nervia. - -La sera del sei di Aprile, che incombeva triste e nuvolosa e pesante -sulle colline e sul mare, lo sorprese accampato sopra uno sprone di -collina, alle porte del comune di Camporosso, che si sospettava di -fellonia e ch'era necessario sorvegliare. - -Nell'attendamento non si udiva alcun rumore: le scolte vegliavano ed i -fuochi erano spenti. - -Camillo Altariva giaceva per terra avvolto in un ampio mantello: era -a testa scoperta e s'appoggiava al cubito. Non si distinguevano per -il crepuscolo bigio che gli occhi lucenti e grifagni e l'impugnatura -d'oro della spada. Il Nervia tranquillamente russava coperto pure da un -mantello. - -Presso di lui, seduto sopra un tamburo, il conte Luca Lascaris, esile -e fine come una giovinetta, elegantemente vestito di un abito a coda -attillato e di calzoni di pelle bianca, intrecciava sul cappello -rotondo un nastro d'oro che dovea sostenere la coccarda bianca della -reazione. Calzava stivaloni lucidi dalle risvolte bianche e portava -gli speroni d'oro. L'alto colletto, avvolto con più d'un giro dalla -cravatta ampia di merletto, usciva da un panciotto ricamato, sotto -il quale spuntava il calcio d'argento d'una lunga pistola. Piccole -mani e piccoli piedi e spiovente capigliatura: pareva una travestita -eroina cavalleresca. Taceva assorto nella sua frivola occupazione -di personalità del mondo elegante, come se fosse dietro un paravento -presso la bella marchesa di Spigno, per la quale si diceva sospirasse -in segreto. - -Si prolungava il silenzio: non giungeva che a quando a quando il rumore -volontario che facevano le scolte urtando fucile e spada per provar più -a sè stesse che agli altri di vigilare. - -Ad un tratto sotto la collina, fra gli ulivi, per ben tre volte si udì, -troncato subito, il grido riconoscibile della civetta. Un soldato che -giaceva presso il Nervia alzò il capo destandolo col movimento lieve -ed ascoltò: poi ad un cenno dell'Altariva, allo stesso modo rispose tre -volte. - -I tre signori s'erano alzati ed attendevano: così, di fronte, una -differenza notevole appariva fra di loro: per quanto d'effeminato, di -delicato, di fragile mostrava il Lascaris, altrettanto di robustezza -di forza e di fierezza risaltava dall'Altariva e dal Nervia. Il secondo -pareva padre del primo ed aveva forse qualche anno di meno. - -Come il canto della civetta si ripetè per tre volte ancora, avanzarono -fino ad un breve spianato che finiva la collina ed attesero. - -Una mano di cavalieri che saliva lo sprone a briglia sciolta si fermò -ad un comando e colui che li precedeva, uno scherano del Nervia, -chiamato il Seborga, s'inchinò profondamente gridando: - -— Per il Re! - -L'Altariva ed il Lascaris a mezza voce risposero: - -— Per il Re! - -Ed il Nervia interrogò invece: - -— Che notizie porti? - -— Cattive, signor duca — rispose il Seborga. - -— Che ti caschi la lingua!.... — incominciò i Lascaris. - -Ma l'Altariva lo interruppe: - -— Conte, le brutte notizie ci sono state sempre compagne da che la -guerra ebbe principio: non può esser colpa del Seborga se continuano. - -— Sicuro che la colpa non è mia, signore, ed il signor duca mio padrone -sa che sono abituato a guardare il fuoco nemico. Così tutti avessero -fatto sempre come me. - -— E chi non l'ha fatto? — domandò il Lascaris. - -— Saint-Amour, signor conte. - -— Saint-Amour? - -— Posso giurarlo. Il generale Massena girando la città si mostrò -all'improvviso davanti a Saorgio, senza che potessero giocar le nostre -artiglierie: Saorgio è francese e la strada è libera per Massena. Il -comandante Saint-Amour non ebbe neppur gli onori delle armi. - -Nessuno fiatò: i soldati cercarono i rosari. - -— Ma non c'era che un sentiero — mormorò il Nervia — qualcuno dunque li -guidò? - -— Sì, padrone — rispose il Seborga — qualcuno che abbiamo colto con le -mani nel sacco. - -— Ah! ah! Prigionieri? - -L'Altariva ch'era rimasto sopra pensieri interloquì. - -— Se le notizie del Seborga sono vere, noi siamo perduti. E non -possiamo dubitare delle sue parole. Massena sarà padrone della vallata -domani, forse questa notte. Non ci rimane che una via di scampo: il -mare e il rifugio in Sardegna. - -— Ma la città? — gridò il Lascaris. - -— La città non fugge. Ritorneremo. - -Saltò in sella e tutti l'imitarono. - -— Incendiate il bosco! — brevemente ordinò. - -Alcuni uomini l'obbedirono. - -— Ma i prigionieri? — fece osservare il Seborga. - -— Legateli ad un albero, morranno di fame. - -— Ed arrostiranno graziosamente — aggiunse il Nervia lisciando -mollemente la criniera del cavallo. - -— Non li volete interrogare, signore? - -— A che pro? Non hai detto di averli trovati con le mani nel sacco? - -— Sicuro — confermò il Seborga — si vantavano di avere insegnato il -valico agli azzurri e avevano centomila franchi d'assegnati nelle -tasche. - -— Dunque basta, legali ad un albero! - -S'avanzarono due cavalieri che portavano in groppa ciascuno un corpo -legato: scaricati e sciolti, apparvero una vecchia e un fanciullo, che -si gettarono in ginocchio appena liberi. - -La vecchia donna potè appena articolare la parola pietà che il -fanciullo cadde all'indietro come un cencio. - -Allora si gettò sul piccolo corpo con un grido rauco. - -— Non abbiamo fatto nulla, ve lo giuro, per la Madonna benedetta di -Lampedusa. Due soldati ci hanno chiesto per dove si passava e l'abbiamo -indicato a quei poveri giovani morti di freddo. Non è far del male -indicare una strada, miei buoni signori! - -Mentre parlava pensò forse al denaro che le avevano sequestrato: lo -credette ingente e n'ebbe paura. - -Vedeva due soldati spogliare il tronco d'un olivo: temette di dover -essere impiccata. Raddoppiò gli urli della rauca voce stanca. - -— Pietà! Pietà! - -S'accorse di non essere ascoltata: si trascinò presso il Lascaris e gli -abbracciò le ginocchia. - -— Se abbiamo fatto del male è mia la colpa, solamente mia: salvate -il ragazzo ch'è innocente, ve lo giuro, che non mostrò la strada -ai soldati. Sono io che li accompagnai. È così giovane, mio buon -signore, ed è così duro morire quando si è giovani! È innocente come -Nostro Signore sulla Croce. Non importa se mi farete morire; io sono -vecchia.... - -— Taci, strega! — mormorò un soldato respingendola col calcio del -fucile. - -Ma gettò un urlo di dolore alla scudisciata del Lascaris, che -s'intromise: - -— Siamo gentiluomini, Altariva, siamo cristiani, Nervia! Perchè -incrudelire sopra una vecchia e un bimbo? - -La donna indovinò l'aiuto. - -— Ah! mio buon signore, che la Madonna vi tenga la sua santa mano sul -capo. - -— Lascaris — gli rispose a mezza voce l'Altariva — pensa che i francesi -domani saccheggieranno il tuo castello, che i tuoi furono obbligati a -fuggire in esilio.... - -Non finì, chè l'altro senza più far parola, bruscamente, con una -strappata di briglia sparve di galoppo dall'altura. E per lungo tempo -udì ancora gli urli della donna, che bastavano soli a destar nella -notte illune gli echi della vallata. Poi non li udì più, con le proprie -orecchie, ma sibbene attraverso la voce del Nervia che bestemmiava: - -— Per la croce di Dio! Mettetele il bavaglio! - -E allora gli giunse l'imprecazione: - -— Maledetti!.... Maledetti i vostri figli!... - -Non altro. Rabbrividì, mentre il bosco parve d'un tratto una sola -fiamma. - -Un sordo galoppo lo seguì. L'Altariva e il Nervia giungevano a briglia -sciolta con i soldati. - -— Che ha urlato? — chiese ai sopraggiunti il Lascaris con la voce un -po' incerta. - -L'Altariva ebbe la parola tronca da un tremito. - -— Lasciate, conte: è cornacchia, e conviene che gracchi. - -A sua volta il Nervia mormorò: - -— Forse era meglio un colpo di pistola, ma la polvere è preziosa. - -L'Altariva arrestò d'improvviso il cavallo. - -— Seborga, fa suonar la sosta! - -I soldati si fermarono. - -— Nervia, Lascaris, conviene dividerci. Io tenterò di rientrare in -città: per voi la salvezza del mare. Non ribellatevi, voglio così; mi -avete giurato obbedienza. - -La piccola truppa si divise in due silenziosamente: i tre gentiluomini -si abbracciarono. - -— Chiunque di noi, amici — continuò l'Altariva — giungerà salvo dal Re, -gli ricordi che fummo fedeli sino alla morte. Addio! - -S'alzarono tre possenti gridi che la vallata accolse con gli echi -sonori. - -— Altariva, per il Re! - -— Lascaris, per il Re! - -— Nervia, per il Re! - -E sparvero nella notte. Il sonito ferrato dei cavalli, il rumore delle -armi urtate sopravvissero ancora, poi s'allontanarono, tacquero. - -Il silenzio riprese possesso della notte per la vallata. - -Solo brillava l'incendio come un faro. - - - - -CRONACA DEL 1796 - - - - -I. - - -Uscita dalla piccola città la cavalcata si radunò sul breve piazzale -dominante la discesa ripida verso il mare. Comandava Emanuele -Embriaco, fuoruscito genovese, che s'era voluta concedere la voluttà -d'attraversare terre interdette. Disceso dalla vallata del Nervia -con i sessanta uomini concessigli dal marchese di Spigno aveva, non -per solo capriccio di condottiere avventuroso, impunemente bravata -la guarnigione di Ventimiglia, chiedendo il salvacondotto per -oltrepassare, col pretesto di dover riconoscere le terre a settentrione -sulla catena che costeggia il Roia ed adempiere un incarico della -Repubblica segretamente ostile al Re di Piemonte. - -Il comandante della città, vecchio soldato, che di raggiri poco -s'intendeva, benchè avesse qualche mese prima fatto bandire il premio -vistoso di cento lire non genovesi a chi vivo o morto riuscisse a -consegnare l'Embriaco, abboccò all'amo e discese in persona sino a -metà del ponte per incontrar l'avventuriere col quale s'intrattenne -amichevolmente. Lo volle ospite anche nella sua casa e gli donò un -bel pugnale con le borchie d'argento che l'Embriaco galantemente gli -contraccambiò con una scatola di guanti profumati per la signorina sua -figlia, donna Chiara, sospiro di innumerevoli provinciali. Ed alla -porta della città il comandante con molti inchini s'era accomiatato -dall'ospite senza menomamente sospettare d'aver avuto in mano per quasi -tutto un pomeriggio quel bandito che a Genova continuavano a credere -nelle terre di Ventimiglia e contro il quale riceveva di continuo -raccomandazioni di vigilare sui dintorni e per le vallate. - -Il sole discendeva quietamente dietro il monte di Roccabruna, quando -i sessanta uomini dell'Embriaco sotto gli ordini di Bracciodiferro e -del Ricciuto, luogotenenti, si disposero su quattro file ed attesero -l'ordine di cominciar l'ascesa. - -Emanuele Embriaco robusto gentiluomo di mezza età, dai capegli tutti -neri ancora e dal viso aperto ed infuocato, ritto sulle staffe, -sollevando la spada, fissò la porta, che si richiudeva, con un -sorriso di scherno e salutò ancora il Comandante che dal poggiolo -amichevolmente cennava. Poi comandò la marcia con la abitual voce -imperiosa, brevemente. E seguì il drappello. - -Uomini abbronzati dai volti bestiali e dagli sguardi feroci facevano -parte della squadra scelta di Bracciodiferro, vecchio bravo del -marchese di Spigno: salvati più volte dal capestro e dalle galere, gli -ubbidivano ciecamente e lo seguivano con una fedeltà degna di eroi. -Le casacche di cuoio greggio, i larghi cinturoni di pelle, bianca una -volta, gli stivali informi ed i cappellacci usati dalle intemperie -attestavano poco della eleganza; ma l'uomo di guerra sùbito appariva -dalle armi. Il moschetto, la spada lunga, le pistole, il coltellaccio -da lupi, tutto quanto era arnese di guerra, si mostrava accuratamente -forbito, lucido, quasi prova d'un'informe civetteria d'amanti: le -borchie risaltavano, le canne luccicavano, le lame risplendevano: -gli ottoni dei foderi pareano d'oro. I diciotto sottoposti di -Bracciodiferro compivano dunque una degna corona al loro capo. - -Breve, tarchiato, nerboruto, dalle corte gambe, ma dalle braccia -lunghe, lo scherano dell'accorto marchese di Spigno, tra i suoi uomini, -anche da chi ne ignorava il grado, non poteva che essere creduto il -capo. Le mani sgraziate ma possenti, dalle dita erculee, mancavano -accuratamente di tutte le unghie, che gli erano state strappate dalla -tortura quando, ai soldi meschini di un nobile di Lunigiana, aveva -dato l'assalto ad un villaggio, non lasciando pietra su pietra. Il -suo padrone s'era fatto in quattro per salvarlo, ma la Repubblica -genovese inflessibilmente s'era imposta, e poichè Bracciodiferro -non aveva menzionato complici o mandanti (si supponeva nel Fregoso -padrone di Molasso l'incitatore) la tortura l'aveva conciato in tal -modo, con qualche tratto di corda per compenso, da credere di guarirlo -moralmente per sempre. Curato, rimase per qualche anno prigioniero -in un castellaccio presso Novi che restò, dopo un lungo processo, di -proprietà del marchese di Spigno, il quale s'intendeva d'uomini e di -guerriglie come un condottiere o meglio un politico del seicento. - -Bracciodiferro cominciò ad impietosire la marchesa Fiorina, e poichè, -alla giovine sposa il vecchio marchese nulla negava, il prigioniero -liberato fu ammesso agli stipendi grassi del marchesato. In poco -tempo se ne mostrò riconoscente e fu elevato di grado, finchè, -al comando d'una squadra un bel giorno si trovò a seguir le sorti -dell'Embriaco. Al contrario di Bracciodiferro, il Ricciuto non era -uomo di guerra, ma chierico fuggito da un complicato affare di donne -che egli attribuiva al suo cattivo destino. Esile, biondo, pallido, -vestito con ricercatezza di velluto nero, con guanti di pelle nera e -con una spada signorile, il Ricciuto comandava negligentemente venti -soldati dell'esercito regolare del Re di Piemonte che appartenevano al -presidio della Ferania. Potea vantare il grado onorifico di maresciallo -d'alloggio ma non vestiva l'uniforme, perchè distaccato in permanenza -al marchesato. - -Bracciodiferro aveva il viso attraversato da un colpo di spada, -il Ricciuto l'aveva adornato da un civettuolo neo biondo in fondo -alla guancia sinistra. Tutti e due nella rabbia arrossavano i loro -particolari contrassegni: il primo sentiva diventar vermiglia l'ampia -cicatrice, il secondo la pelle tesa intorno al neo ricciuto, che gli -aveva dato il soprannome. Entrambi però d'un coraggio consono al tempo -eroico e turbinoso in cui si svolgeva la loro vita avventurosa. - -Nel salire il declivio incolto della collina indifferentemente stavano -a capo degli uomini che loro appartenevano, e badavano a dirigere -la cavalcatura tra i cespugli e le roccie ingombranti il sentiero -appena tracciato sino ad un fortino di brutta apparenza. Veniva ultimo -l'Embriaco soprapensieri. Dominò il silenzio nella comitiva sino al -primo ciglione di muro a secco oltre il quale una breve piazzetta -preludiava altre trincee del forte, che s'alzava minaccioso e torvo -sulle loro teste. Ma l'Embriaco non dubitava di poterlo oltrepassare -con l'astuzia usata in città, astuzia che gli aveva procacciato un -salvacondotto in piena regola. Quando adunque sulla piazzetta le -cavalcature dei due luogotenenti si fermarono ed i soldati poggiarono -a terra i moschetti, egli tolse dalla tasca d'arcione il foglio e -l'infilò sulla baionetta del soldato che aveva più vicino. - -— Ricciuto — disse — portati con quattro uomini a chiedere il passaggio. - -Il comandato obbedì senza parola, benchè sembrasse stupito che un -fortino tanto minaccioso in apparenza, non avesse neppure l'indizio -d'una sentinella avanzata che annunciasse un arrivo d'armati. Ma -riflettendo, che con tutta probabilità il Comandante di Ventimiglia -poteva aver già dato gli ordini opportuni per mezzo del passaggio -segreto che senza dubbio doveva unire il forte alla città, sparve nelle -trincee con gli uomini. - -L'Embriaco rimasto nello spiazzo libero conquistato, guardava la -collina che declinava al mare con una ripida scesa e la città ineguale -che distendeva sino al Roia le case nere e la geometrica riga delle -mura chiazzate di muschio e lucenti d'artiglierie. Vedeva al di là del -fiume una pianura verdeggiante di canneti e di strami, poi la linea -d'argento del torrente Nervia, poi del verde più rado contornato da -roccie crude, poi sulla punta nel mare Bordighera inerpicata e raccolta -come un alveare. Prima, al di là di Ventimiglia, i monti ripidi e -bui delle Maure, dalla folta e selvaggia chioma di pini e di quercie -secolari, spiegavano quasi una spalliera misteriosa alla città. Oltre -il declivio di sterpi e di assi, il mare deserto sino all'ultimo -orizzonte: il sole che tramontava parea delineare degli strati vermigli -e turchini con dei toni lattei, dei riflessi d'agata, degli opachi -luccichii d'onice sull'infinita distesa tranquilla, che il cielo d'un -tenero perla a poco a poco nel lontano inchinante al grigio limitava -tangibilmente. - -— Ritornano — mormorò Bracciodiferro, tirando a sè le redini con -un moto brusco abituale, per far sì che il cavallo si scuotesse -impennandosi, e s'accingesse al nuovo cammino. - -L'Embriaco volse il capo, tranquillo in viso, ma poco sicuro dentro di -sè. - -Ritornava infatti il Ricciuto, lentamente e si teneva all'indietro del -cavallo che discendeva con isforzo il ciglione montano. Lo precedevano -sparsamente i quattro uomini, uno dei quali portava sempre infilato -sulla baionetta il salvacondotto. - -— La strada è libera, monsignore — gridò il pallido luogotenente. - -— Avanti dunque, — comandò l'Embriaco agli uomini che l'attorniavano. E -pensò: — Prudenza ad ogni modo. - -Salirono ancora. Il sentiero che s'inerpicava tra le roccie ed -i terrapieni, malagevolmente nascondeva alla vista il forte. Lo -scoprirono d'un tratto allorchè vi furono dappresso e doveano passare -quasi rasentandolo. Andavano a gruppi dispersi progredendo come -potevano per le asperità del cammino: veniva ultimo il condottiero. - -Al di là del forte continuava il ciglio estremo della collina che -s'univa ad una seconda poi ad una terza finchè non apparivano le grandi -torri d'un castello feudale adorno d'un'ampia bandiera svettante al -vento del crepuscolo. - -Emanuele Embriaco guardava quel castello, quando quasi senza -accorgersene, oltrepassò un corpo di guardia, munito d'una specie di -postierla, il cui selciato risuonò sotto i passi dei cavalli. S'udì -nell'interno un sùbito comando: - -— Fuoco! - -Rispose un grido d'allarme. E sibilarono proiettili nell'aria. - - - - -II. - - -Prima però che l'Embriaco avesse potuto rendersi conto di ciò che -succedeva, una voce forte e risoluta che giungeva dall'altro versante -della breve collina, gridò: - -— Olà del forte! Olà del forte! - -Il fuoco cessò come per incanto, senza aver fatto alcuna vittima -e l'Embriaco, non ancora uscito dallo stupore, stava per inviare -il Ricciuto a chiedere la ragione della brusca accoglienza, quando -apparve una cavalcata elegante, quantunque poco numerosa, a varcare il -ciglio estremo risolutamente. La capitanava un'amazzone di età dubbia, -fortemente conformata, che domava uno stallone bianco di meravigliosa -bellezza. La donna vestiva d'un panno marrone chiaro con ricami -d'argento e di seta nera, e portava sui capegli quasi grigi un ampio -cappello a falde larghe d'un feltro pure marrone, sormontato da una -piuma nera. La seguivano due dame d'inferior condizione e due scudieri -disarmati. - -Avanzò scuotendo lo scudiscio, mostrando l'ira che le accendeva la -faccia risoluta e le faceva balenar lo sguardo imperioso. - -D'un solo balzo lo stallone raggiunse la vetta del colle da quel -ciglione ove era apparso e fece risuonare sotto le zampe ferrate le -selci dure e gli echi dell'archivolto. - -— Dov'è il Comandante? Chiamatemi il Comandante! - -Al silenzio, che il primo grido mandato dalla signora aveva imposto, -era succeduto un sussurrio nel corpo di guardia: apparivano dalle -feritoie visi di soldati sorpresi e canne di fucile, che sùbito -sparivano. Si faceva notare una grande animazione ed un vocìo attenuato -e contradditorio d'ordini a mala pena interpretati e sùbito repressi. - -Finalmente, quando già la signora, stanca della breve attesa, come -colei ch'era avvezza ad essere obbedita ad un cenno, aveva fatto -impennare lo stallone incitandolo a varcare un breve grado che -divideva il sentiero dalla parte superiore dell'archivolto ove -s'apriva il portone del fortino, le porte massiccie gravemente si -schiusero ed in mezzo ai soldati apparve con la spada sguainata il -Comandante. Comandava allora il castelletto un vecchio soldato della -repubblica, Nicola Borzone, avanzo della guerra di successione, uomo -rigido e fedele osservatore di consegne che si conosceva sotto il -nome di _Senza-dio_, non perchè professasse le teorie d'ateismo che -cominciavano a diventar di moda in provincia, ma perchè mancava del -pollice della mano destra: _senza-dito_ quindi, ma poichè _dito_ in -genovese è pronunciato _dio_, quel nomignolo, come succede spesso per -nomi storpiati, era senz'altro rimasto al vecchio soldato. - -Nicola Senza-dio, apparso in arme sulla porta del castello, vedendo -la signora che aveva spinto il cavallo sin presso allo scalino, -indietreggiò arrossendo e fece un goffo inchino. Nello spingersi -indietro urtò nei soldati ed il rumore di ferracci smossi violentemente -sembrò assai poco gradevole allo stallone signorile, che tentò -d'impennarsi di sorpresa, ma che fu sùbito ricondotto al dovere da una -piccola mano che si mostrò greve sotto il guanto di sottil cuoio. - -— Comandante — gli chiese la donna sul cui viso l'ira splendeva ancora -— da quando in qua mi si accoglie a fucilate? Mi avete presa per una -vivandiera sanculotta od abbiamo una nuova armata di Spagna alla vista? -Sarei curiosa di sapere che cosa ne penserebbe mio figlio se conoscesse -la bella accoglienza che mi fanno i vostri soldati! Per Nostra Signora -del Miracolo, non voglio ritardarmi di molto il piacere della curiosità -sodisfatta. Ve la sbrigherete con lui, Comandante: siete vecchio, è -vero, e lo sono io pure, ma le dame hanno diritto a ben altri madrigali -che non siano di piombo come i vostri, signor mio. Intanto sappiate -che io vado secondo il mio piacere e che non mi alletterebbe molto una -seconda salve di gioia come quella di poco fa. Date gli ordini, ve ne -prego. E fate presto! - -Il Borzone, rosso dalla vergogna e umiliato, si avanzò inchinandosi -ancor più goffamente nel modo maldestro di chi è uso ad indossar la -casacca più che gli abiti di seta, i nastri e le fibbie ingioiellate. - -— Signora marchesa, incominciò..... - -Ma l'amazzone, senza dargli il tempo di scusarsi, lo interruppe -irosamente e sarcasticamente. - -— E mi parlate con la spada in mano, Comandante? Non sono il signor -marchese de Sade io per compiacermi a certe nudità oscene di ferraccio. -Nascondete codesto schidione anzi tutto e badate alle convenienze -quando vi si permette di parlare ad una dama. - -Il Comandante ringuainò la spada: ma trovandosi libere allora le -mani il suo impaccio crebbe: onde non seppe che allargare le braccia -ed accorciare il collo fino ad avvicinare il mento, non troppo -accuratamente sbarbato, al collare unto della casacca. - -— Signora Marchesa — ripetè — signora Marchesa, vi prego di scusarmi: -Vostra Signoria sbaglia pensando che il fuoco dei miei soldati le fosse -diretto: sono troppo vostro umile servitore e l'illustrissimo Signor -Conte mi onora troppo della sua benevolenza perchè un simile pensiero -mi possa neppur attraversare il capo.... - -— Ed allora perchè?.... - -Ma nel mentre la dama s'accingeva a parlare, lo stallone fece un brusco -movimento di scarto e l'amazzone scorse gli uomini dell'Embriaco, fermi -ed in armi, dall'altro versante del colle, a pochi metri da lei. - -— Per Nostra Signora del Miracolo — gridò — degli altri soldati? Ma è -un agguato questo! - -Il Comandante si decise ad uscire dalla soglia. - -— Su quelli avevo dato ordine del fuoco! Il comandante di quei banditi, -quel nero laggiù vestito di velluto, è il fuoruscito Emanuele Embriaco, -su cui pesa una taglia della Serenissima Repubblica di Genova! - -L'Embriaco aveva assistito in silenzio al dialogo fra l'amazzone e il -vecchio soldato: la naturale configurazione del terreno l'aveva per -di più tenuto nascosto alla cavalcata ultima venuta, e la cui signora -egli aveva udita chiamare Marchesa. Pensò giustamente che doveva essere -la marchesa Isabella di Spigno, contessa Lascaris, madre del conte -attuale a cui apparteneva il turrito castello che vedeva pompeggiare -nell'azzurro chiaro del giorno morente sopra un culmine di collina a -dominare la vecchia città, l'antica strada romana ed il declivio ripido -al mare tra i faggi i pini e gli olivi. - -L'avventuriero misurò d'un tratto geniale quanto fosse precaria la -posizione in cui si trovava: fuoruscito perseguitato, bandito dalla -potente Repubblica, tra una città nemica posta sotto la protezione -della Repubblica stessa ed un vecchio soldato di quel governo che egli -aveva tentato invano di rovesciare, con pochi soldati, riconosciuto -oramai, posto quasi nell'impossibilità di combattere, assolutamente di -indietreggiare: a quale partito più scaltro appigliarsi dunque se non a -cercare una salvaguardia in quella signora altera e sprezzante che la -benigna fortuna aveva posta sulla sua strada? Per il che, fatto cenno -ai suoi di non seguirlo, s'avanzò verso la dama che lo guardava stupita -e, salutandola con la cortigianeria di chi è uso ad una società che non -doveva esser la stessa del Borzone, fatto tre volte sventolare l'ampio -cappello, e toccate della piuma nera l'aria e la strada, piegando -il ginocchio così s'espresse, con voce ferma e dolce, senza tremiti -nè timori, guardando con occhi pieni di una lieta meraviglia e d'una -grande confidenza la cavalcatrice: - -— Eccellenza, illustre e bella marchesa di Spigno, contessa Lascaris -di Tenda, permettete ch'io deponga ai vostri piedi l'omaggio mio -personale.... - -Ed alzandosi poi alteramente: - -— .... e che vi dia novella del fratel vostro mio benamato caro -ed illustre signore, il Marchese Ibleto di Spigno, che mi manda -messaggero, umile per una causa grande, ma fedele per meritarmi la -sua benevolenza, al figlio vostro, il glorioso conte Luca Lascaris di -Tenda, che Nostra Signora del Rimedio conservi lunghi anni per l'onore -della nobiltà di Liguria e l'esempio a quella di tutto il mondo. - -S'inginocchiò di nuovo. - -— Ho detto. Voglia ora l'Eccellenza Vostra darmi con benigna -condiscendenza facoltà d'alzarmi e permettermi, giunti al castello -dei Lascaris, che il discendente d'un patrizio genovese possa, o bella -signora, vantarsi di avervi retta la staffa. - -Il Borzone, per quanto rude ignorante e duro soldato, si accorse che -tutto il brillante parlare dell'avventuriero ad altro non mirava che -a togliersi dal passo pericoloso in cui si trovava, onde, senza altro, -avanzandosi fin presso all'Embriaco, stizzosamente borbottò: - -— Che mi va cianciando costui? Ho dalla Serenissima l'ordine di -arrestarlo! Dunque si leghi! Olà! - -Ma la Marchesa, fiammeggiando ira dagli occhi, spinse il cavallo fra i -due. - -— Signor Comandante, avete giurata quest'oggi la mia dannazione? Per -Nostra Signora del Miracolo, volete voi questa notte, pendere a capo -all'ingiù dai merli della vostra bicocca? Quando mio figlio saprà in -qual modo accogliete gli ambasciatori che i suoi congiunti gli mandano, -giuro per la salvezza dell'anima mia, che non vorrei trovarmi neppur -vostra vicina! - -E come il Borzone aveva fatto il gesto d'afferrare il freno del -cavallo, alzò lo scudiscio. - -— Olà signore, voi mi diventate pazzo? Vi ho concesso l'onore di -conversar con voi e da villano ne abusate di già? V'ordino allora -di lasciar libera la strada al mio seguito: mi piace di tornar al -castello. - -— Ma è l'Embriaco! È un bandito! — mormorava ruggendo Nicola Borzone, -mordendosi fino al sangue il labbro inferiore. - -— Fosse l'ultimo dei ribaldi, viene a me sotto il nome di mio fratello. -Sgombrate! - -E tratte le redini si volse, incamminandosi per l'erta, seguita -dall'Embriaco, discreto nella vittoria, e dai soldati del Ricciuto e -dai bravi di Bracciodiferro. - -Nicola Borzone immobile sotto l'archivolta, vide il seguito numeroso -campeggiare sullo sfondo azzurro chiaro del tramonto sereno, poi, -seguendo la strada romana, che serpeggiava di vetta in vetta tra le -colline, dirigersi verso il castello dei Lascaris che si stagliava -cupamente illuminato da un sinistro bagliore di croco nello sfondo -sotto l'egida possente del feudale gonfalone. - - - - -III. - - -La cavalcata giunse al castello dei Lascaris nell'assenza del conte -Luca, uscito per la caccia. - -L'Embriaco fu condotto nell'appartamento destinato agli ospiti -ed il Ricciuto ve lo seguì. Quando furono soli, ed il fuoruscito, -spogliatosi della rude casacca e deposta la spada, si fu sdraiato in -una soffice poltrona, lo scherano guardò con un sorriso di confidenza -l'avventuriero e tentennò il capo. - -— Che hai, Ricciuto — chiese l'Embriaco — o che vuoi? - -— Magnifico signore, vorrei la sicurezza. - -— Non lo siamo forse noi sicuri? — rispose il fuoruscito osservando -all'intorno le forti muraglie del castello, della cui resistenza e -solidità facevano testimonianza i profondi vani delle finestre. - -— Vossignoria s'illude — mormorò mestamente il Ricciuto. — Affè mia, -preferirei essere all'aria aperta con la mia brava carabina sulla -spalla, e trovarmi anche sotto il tiro delle artiglierie del Borzone. -Qui mi par d'essere in trappola. - -— Suvvia, sei lugubre, Ricciuto, come un vecchio barbagianni -spennacchiato! - -— Vedo giusto, signor conte! - -— Vedi giusto? — esclamò l'Embriaco. — Osi dire di veder giusto, quando -la stessa Marchesa madre mi ha offerto ospitalità? - -— La Marchesa madre, sicuro, non il Conte figlio. - -— Che vuoi dire? - -— Voglio dire, signor conte, che in questi tempi la politica fa spesso -esser di diverso parere moglie e marito, come i Marchesi di Spigno -possono dimostrare e tanto più madre e figlio; in ispecie quando, come -nel caso nostro, vedono diversamente. - -— Tu parli per enigmi, Ricciuto! - -— Io parlo per verità. Non ricordate forse, signor conte, che se la -Marchesa di Spigno tiene per il Re di Piemonte, il marito apertamente -parteggia per le nuove idee venute di Francia? - -— Ma non abbiamo a che fare coi Marchesi di Spigno, qui! Sono lontani, -per volontà di Dio! - -— Non molto, signor conte: la bella Marchesa Fiorina di Spigno, in -altri tempi, assai recenti del resto, fece gli occhi dolci al conte -Luca Lascaris, che, a quanto sottovoce si narra non fu insensibile, nè, -pare, sfortunato. - -— Va bene! Lo so! E con questo? - -— Credete voi, signor mio, che la bella Marchesa di Spigno, degna di -ben più alti cuori, si sarebbe abbandonata ad un amoretto annacquato -col giovine cugino senza un ragione tanto più forte quanto più nascosa? - -L'Embriaco ascoltava interessato. - -— E cioè? - -— E cioè di guadagnare alla causa del Re di Piemonte il conte Lascaris: -il Re di Piemonte ha un grande amico in queste riviere.... - -S'avvicinò alla finestra e mostrò un castello nero e solitario sopra -una scogliera presso il mare. - -— .... Il nobile Camillo Altariva. Se potesse guadagnare anche il conte -Lascaris, le nuove idee di Francia non arriverebbero nè a Genova nè a -Torino. - -— E tu credi? - -— Io nulla credo: quando si tratta di una donna bella ed astuta come la -marchesa Fiorina, non si può dubitare: è certo. - -— Dunque Lascaris cospira con la Spigno? In questo caso sono -salvo. — - -Il Ricciuto rise sotto il mento. - -— Lo credete, padrone? - -— Per il Papa, se lo credo! Siamo partigiani. - -— Io non lo credo però! - -— Perchè? - -— Perchè il conte Lascaris non ha alcun interesse a rompere con la -Serenissima apertamente: se l'avesse, avrebbe già rotto. No, signor -conte; si cospira. Dunque si teme la luce del sole. E poichè la -Repubblica di Genova dubita del conte Lascaris, e con ragione, il conte -Lascaris darà del fumo negli occhi alla Serenissima, consegnandovi -al Borzone. Chi siete voi, dopo tutto? Un uomo fuori della legge, -pericoloso per amici e nemici. Consegnandovi, il conte Lascaris farà -palese la sua buona fede di amico della Repubblica e cospirerà poi con -tutta sicurtà. - -L'Embriaco preoccupato osservò: - -— Ma se l'intesa fra Luca e Fiorina fosse già avvenuta? - -— Non può essere avvenuta! Il messaggero non cammina come noi! - -— Secondo te, dunque io sarei perduto.... - -— Certamente.... a meno che.... - -— A meno che? - -— Non foste voi davvero il messaggero tra Fiorina e Luca Lascaris. - -L'Embriaco si alzò: - -— Che dovrei dunque dire a Luca? - -— Nulla dire, signor conte, mostrare! - -— Mostrar che cosa? - -— Una lettera della marchesa di Spigno. - -I due si guardarono. - -— E tu credi che.... - -— La bella marchesa di Spigno è troppo gran dama per degnarsi di -scrivere.... firma soltanto ed ancora con una tal quale disinvoltura -che la rende illegibile. Così. - -Togliendosi dalla cintura un calamaio di legno ed un fascio di fogli, -il Ricciuto, con bella sicurezza, tracciò un ghirigoro che l'Embriaco -osservò arrossendo. - -— È proprio la firma di Fiorina! - -— Precisa! Certo il Marchese di Spigno scrive da erudito e legge il -signor di Voltaire. Ma la Marchesa.... ecco qui tutto il suo sapere. - -L'Embriaco esitava. L'altro proseguì: - -— Vi piacerebbe pendere appiccato dai merli del fortino? - -L'Embriaco non rispose. - -— Salvarsi da tutte le reti per incappare nelle mani di un Borzone! A -Genova ne riderebbero della grossa. - -In quella, un suon di corno giunse da lontano. - -— Il conte Luca ritorna! — mormorò il Ricciuto. - -Il suon di corno risuonò più vicino. - -— Decidetevi dunque: volete? - -Allora l'Embriaco, quasi scuotesse di dosso l'uggia d'una risoluzione -impellente, mormorò: - -— Ho sonno, Ricciuto: occupati tu dei miei affari, ti prego. - - - - -IV. - - -Il Conte Luca Lascaris tornato dalla caccia ebbe un colloquio -temporalesco ma breve con la marchesa Isabella: poi con la rude -cortesia che anche nei momenti meno simpatici gli era abituale, si fece -annunziar presso l'ospite. - -L'Embriaco lo ricevette con un grazioso inchino. - -— Scusatemi, signor conte, — gli disse il Lascaris — se l'ospitalità -del mio castello non è quella che si conviene ad un gentiluomo pari -vostro.... - -L'Embriaco non lo interruppe. - -— .... ma vi assicuro che io sarò dolente allorchè ne varcherete la -soglia per i molteplici negozi che senza dubbio reclamano fuori di qui -la vostra presenza. - -— Il che vuol dire — il fuoruscito rispose — che bellamente mi negate -asilo? - -— Negarvi asilo? Dio non voglia. Ma il mio castello non è nè chiesa del -Signore, nè convento riconosciuto e tanto meno piazza forte. D'altra -parte il mio patto di fedeltà alla Serenissima Repubblica di Genova mi -vieta di ricevere i suoi nemici. - -— E così mi consegnerete al Borzone? - -— Vi prego di non male interpretare le mie parole. Finchè sarete sulle -mie terre nessuno oserà toccarvi: quando ne uscirete, alla grazia di -Dio! - -L'Embriaco chinò il capo. - -— Quando dovrò uscire dal castello? - -— A piacer vostro, signor conte! - -— Subito allora. - -Il Lascaris non rispose. Restò un po' curvo, ciò che l'aggraziava, -giacchè era un bel gentiluomo, elegantissimo, quasi effeminato, ed -amava d'eguale amore armi e profumi. - -— Prima però, — l'Embriaco riprese — permettete che io adempia sino -all'ultimo l'incarico affidatomi da una dama. - -Il Conte Lascaris trasalì. - -— Un incarico per me? - -— Per voi. Date ordine che ci lascino soli. - -Ad un cenno la scorta del castellano si ritirò nell'antisala. -L'Embriaco lentamente, quasi centellinasse, quasi succhiellasse ogni -parola, continuò: - -— Ed ora vogliate scusarmi se mi spoglio innanzi a voi. - -Si tolse la casacca, sbottonò il giustacuore, poi fra la camicia ed un -sottil giaco tolse una lista di pergamena avvolta intorno alla persona. -Il Lascaris lo seguiva dello sguardo stupefatto: accolse con diffidenza -la pergamena che l'Embriaco gli porse, vi gettò uno sguardo annoiato ed -arrossì violentemente. - -— Chi ve la diede? — esclamò afferrando la mano del genovese. - -— Scusatemi se io ve la porto senza sigillo nè stemma e senza nastri. -Ero malsicuro per i passaggi guardati. Ho dovuto avvolgerla, sotto il -giaco, alla persona, perchè all'occorrenza passasse con me. - -— Vi ringrazio — potè appena articolare il castellano — vi ringrazio e -vi prego di non tener calcolo delle mie parole di poco fa. - -Gli tremavano le mani, il viso gli si era fatto più pallido del -consueto. - -— Ad ogni modo credete che vi libererò presto della mia presenza — -l'Embriaco riprese crudelmente. — Vi potrete ad ogni modo servir di me -per una risposta, se vi parrà che ne valga la pena. - -Il Lascaris non rispose: leggeva concitato e tremante. Poi alzò gli -occhi in viso all'ospite. - -— Fu la marchesa Fiorina a consegnarvi questa lettera? - -— Fu la marchesa Fiorina. Ma siccome non ignorava i pericoli ai quali -andavo incontro, volle che imparassi a memoria la missiva che forse non -avrei potuto consegnarvi. - -— Vi ringrazio — cominciava il Lascaris. - -In quella uno scudiero si avanzò nel vano della porta. - -— Il signor Nicola Borzone chiede di parlare al signor conte. - -Si voltò di scatto il Lascaris. - -— Dite al signor Borzone che non l'ho fatto chiamare: che attenda i -miei ordini al fortino. - -Un lampo di gioia, subito celato, illuminò il volto dell'avventuriero. - -— Perdonatemi — susurrò il Lascaris, e si raddrizzò con aggraziata -alterezza: perdonatemi. Sono tempi questi in cui bisogna diffidare -anche delle persone più legate dal sangue. Non me ne vorrete, io spero, -se ho dubitato di voi. - -— Non ve ne voglio. Tutt'altro. Penso che il primo dovere di chi -cospira, sia il sospettar di tutto e di tutti. - -— E chi vi ha detto che io cospiri? — domandò il giovane castellano -corrugando le sopracciglie, ripreso a suo malgrado dalla diffidenza. - -L'Embriaco evitò lo sguardo inquisitore, non troppo abile nè penetrante -del resto, e sorrise. - -— Chi non cospira oggi? È dovere ed è l'unico piacere che ci si -permetta ancora. Fra due contendenti si parteggia, fra tre si cospira. -La Repubblica genovese da una parte, la Francia dall'altra, il Re di -Piemonte e cioè l'Austria.... - -Il Lascaris era troppo giovane: trasalì. - -— Vedete — riprese l'Embriaco — vedete? Cospirate anche voi, e fate -ottima cosa. Però cospirar da soli è sterile e voi non siete uomo da -perdervi in vanità. Non mi parlate, non vi confidate. Vediamo prima: -colui che la marchesa Fiorina di Spigno degnò della propria confidenza, -può essere un amico per voi? - -— Lo può! - -— E allora.... non parlate, no, chè può legarvi un giuramento! Parlerò -io. - -— Parlate. - -— Tre uomini in questo estremo lembo di Liguria possono opporsi -all'invasione francese: voi e Camillo Altariva per queste vallate -e il signor duca di Nervia per la sua: stretta fra voi la città -di Ventimiglia, ove si dibattono chi parteggia per Francia e chi -per Genova, è innocua: il Re può così esser sicuro di conservar -le sue terre e il suo potere: finchè voi vorrete i francesi non -passeranno..... - -— È certo che non passeranno. - -— Lo penso anch'io. Ditemi solo una parola che non vi può -compromettere: Per il Re? - -Luca Lascaris tese la mano. - -— Per il Re! - -— Alla buon'ora! — esclamò l'Embriaco stringendogli la mano tesa. — -Alla buon'ora! Vedete come ci s'intende facilmente! Alla buon'ora! - -Un ultimo dubbio serpeggiava nel cuore del castellano mentre mesceva -all'ospite il bicchiere del benvenuto. Ma l'Embriaco dissipò anche -quest'ultima nube. - -— Al diavolo la politica e le cure degli affari di guerra. Non bevo -a voi, signor conte, ma al fiore della cortesia, della grazia e della -bellezza, all'impareggiabile Marchesa Fiorina di Spigno, degna del Re -Sole.... o di voi! - -E i calici gaiamente tintinnarono. - - - - -V. - - -Lo stesso giorno, mentre accadeva quanto è oggetto dei capitoli -precedenti, in una casa della città verso le mura e prospicente quindi -la vallata del Roia, si notava un allegro via vai. - -Betto Grimaldi, il comandante della città, ritornava dall'aver -accompagnato l'Embriaco, recando alla figliola il dono -dell'avventuriero. Lo scortavano alcuni soldati che si fermarono al -portone, tutto aspro di chiodi, e già salutavano il vecchio soldato -che s'accingeva ad entrare, quando un rumore di passi pesanti e sonori -s'udì nella viuzza. - -— Guarda chi arriva, Giano — ingiunse il Grimaldi a un soldato della -scorta, il più giovane, il più lisciato, che pareva d'origine meno -popolaresca del restante. - -— È il Moncherino, Comandante — rispose l'interrogato. - -— Lo manda il Borzone, dunque? O che mai vorrà? Digli che si spieghi a -te. - -E stava per rinchiudersi dietro il battente, quando colui che -sopraggiungeva esclamò ansimando: — Magnifico messere! magnifico -messere! Cerca proprio di me — notò Betto Grimaldi un po' inquieto, e -soggiunse: - -— Spiegati, e spicciati, che ti colga il malanno! - -Il nuovo arrivato era un vecchio adusto e asciutto, vestito d'una -rozza casacca ed armato d'un paio di pistole, tutt'e due da un lato. E -questo perchè gli mancava la mano sinistra, donde il soprannome che lo -distingueva. - -— Magnifico messere, è il comandante Borzone che mi manda, e che vi -prega di raccogliere quanti più uomini potete e correre a dargli aiuto! - -— O che? Sono comparsi i francesi? O il nobile Altariva s'è ribellato? -O che..... - -— Magnifico messere, il traditore Embriaco..... - -Al nome del bandito, il vecchio Betto fece un salto. - -— È avvistato l'Embriaco? Fulmini del cielo! Corri tu dal capitano -Cavalli e che faccia sonar la raccolta! - -Si trovò nelle mani la scatola di guanti, dono dell'Embriaco per -madamigella Chiara: la porse a Giano dicendogli: - -— Tieni, porta questa scatola a mia figlia e raggiungimi. - -Giano, bastardo Lercari, alfiere della Serenissima Repubblica di -Genova, ma più innamorato che alfiere, afferrò l'occasione con gioia e -la scatola con ambe le mani, affrontando poi di corsa la ripida scala -che metteva al piano abitato dal Comandante. Fu fermato in antisala da -una vispa servetta che gli fece riverenza. - -— Qual buon vento vi porta, messer Giano? - -— Annunciami a Madonna, Gilda: è il magnifico suo padre che m'incarica -di consegnarle questo.... - -— Posso io stessa recarlo a Madamigella — rispose Gilda allungando le -mani. - -Ma il Lercari fece tre passi indietro e crollò il capo. - -— Obbedisci, Gilda! E annunciami a Madamigella. - -La cameriera con una smorfietta si diresse verso l'interno e Giano -la seguì. Non era troppo vasta la casa abitata dal Grimaldi: ad una -porta mascherata da un ampio arazzo e che apparve in capo al breve -corridoio nel quale finiva l'antisala, s'arrestarono entrambi e Gilda -bussò leggermente. Rispose una voce limpida e tranquilla che l'invitò -ad entrare, e la cameriera obbedì scostando la tenda per agevolare il -passo al Lercari. - -Una stanza non ampia, addobbata a salotto, un salotto rococò in cui -stonavano delle poltrone recenti venute di Francia, sotto dei grandi -mobili secenteschi, illuminata da due finestre all'uno e all'altro lato -dell'angolo, aperte, e inquadranti il paesaggio fronzuto della vallata, -apparve come impari cornice a una dolce figura di giovane donna, -vestita di bianco, ritta dinanzi ad una minuscola scrivania ingombra di -carta elegante e di sigilli. - -— Siete voi, Giano? — domandò la damigella Chiara fissando gli occhi -azzurri sul soldato. - -— Sono io, Madamigella. Il Magnifico vostro signor padre vi manda -questa scatola...... - -— Che cos'è, Giano? - -— Credo che siano guanti, Madamigella, - -— Guanti? giunti da Genova o da Torino? - -— Lo ignoro. Li ha donati per voi al Comandante un cavaliere straniero. - -— Vediamo! Vediamo! - -Aiutata da Gilda aprì la scatola, ne trasse con brevi gridi giocondi i -guanti bianchi e neri, da conversazione e da cavalcare e battè poi le -mani come una bimba. Quindi si ricordò: - -— E mio padre, Giano? Perchè non è con voi? - -— Vostro padre, Madamigella, fu chiamato dal Borzone! - -— Ah! - -Un istante d'imbarazzante silenzio. Poi la damigella Chiara con voce -tremula riprese: - -— Voi lo raggiungerete, Giano? - -— Sì, Madonna! - -— Al forte del Borzone? - -— Suppongo. - -— E non c'è lassù, almeno, dite, non deve trovarsi lassù un inviato del -generale francese? - -— Un inviato del generale francese? Domani, Madamigella.... O, scusate, -anzi avete ragione: deve già trovarsi colassù. - -— Ecco — rispose soddisfatta la damigella Chiara — ecco! E vi -dispiacerebbe incaricarvi d'un mio messaggio...? - -Sospese. Ma il Lercari arrossendo compì: - -— Perchè l'inviato di Francia lo consegni al vostro fidanzato? - -Stava per aggiungere: - -— Non è precisamente l'incarico che bramerei. - -Ma lo tenne per sè. Abbozzò invece un inchino e tacque. - -— Appunto — riprese la fanciulla. — Ve ne sarei tanto grata, messere! - -— Ai vostri ordini. Madamigella! - -La figlia del Grimaldi non avvertì il celato dispetto di chi le -rispondeva. Nel suo egoista piacere sorrise invece al giovane e -raccomandò alla Gilda di servirgli dei rinfreschi. - -— Stavo appunto scrivendo quando mi foste annunziato, messere. Datemi -licenza, vi prego, che finisca la lettera perchè possa consegnarvela. - -Giano Lercari s'inchinò e seguì poi la Gilda che lo precedette -allegramente, soddisfatta in cuor suo dello scacco subìto -dell'innamorato alfiere. - -Rimasta sola, donna Chiara s'avvicinò alla piccola scrivania, sedette -su la punta d'una scranna leggera venuta di recente dalla Francia e -riprese la lettera incominciata. Rilesse innanzi tutto quello che aveva -scritto. La lettera diceva così: - - Ventimiglia 19 giugno 17.... - -_Rompo il mio lungo silenzio, giacchè mi si presenta questo poco di -tempo opportuno, per rispondere alle vostre graziose ed a me care -lettere._ - -_Sento dalla pregiata vostra prima datatami dei dodici giugno, che le -mie _non adorabili_ grazie mi hanno assicurato il vostro cuore. Non so -quale idea vi abbia fatto scegliere una compagna che certo non ha mai -pensato sulla vostra amabile persona, per molti motivi, li quali mi -riserbo con più lunghezza di tempo a farveli noti. Ma visto che tale -è il vostro genio, non posso a meno che tenermi fortunata di poter -acquistare un compagno sì bello, sì grazioso, sì amabile, quale siete -voi. Ciò non pertanto...._ - -La lettera dalla venuta di Giano Lercari era rimasta interrotta a -questo punto. La fanciulla tagliò accuratamente un'altra penna e -continuò: _..... vi faccio sapere che da me non dipende il tutto, e che -bisogna che prima consultiate i miei superiori, dalli quali ne dipende -il tutto, ed una volta consultati favorevolmente questi, potete dire -che avete navigato senza alcun contrasto. Sento poi dall'ultima vostra -un rimprovero, che certo non mi si conviene, dell'abboccamento che -doveva aver luogo. Vi posso assicurare sulla mia fede che io non ho -saputo niente di questo, e che nissuna persona me ne ha parlato._ - -_Finisco per la brevità del tempo e pregandovi di tener celata la -presente e di compatire li miei mal espressi sentimenti e brutti -caratteri._ - -_Favorite aggradire tutti li epiteti e cerimonie di cui nelle care -vostre voi mi fregiate (sebbene contro tutti li miei meriti), nel -mentre che ho il bene di sottoscrivermi e dirmi la più fortunata di -tutte le giovani_ - - _vostra affezionata ed umile amica_ - - Chiara Grimaldi - -Quand'ebbe scritto, con un sospiro di sollievo, piegò il foglio in -quattro e lo sigillò con un'ostia minuscola, color ciliegia, che non si -peritò di umettar da sè. Poi sul foglio così chiuso, a caratteri minuti -scrisse: - - _A colui, che mi adora, ed ama._ - -Nel tracciare i motti ingenui, sorrise quasi ad un ricordo. Cercò in un -cassetto che aveva daccanto un sacchettino di pelle bianca sul quale di -sua mano aveva ricamato un nome: Filippo Balbi, in vermiglio e verde, -vi chiuse la lettera e ne cucì la bocca con un filo d'oro i cui capi -riunì e sigillò con cera bianca imprimendovi il castone d'un grosso -anello che portava appeso alla cintura. - -Il tramonto che rallegrava la ripida scesa del colle verso il mare, -incupiva invece la selvaggia vallata del Roia, quella vallata che, -appunto in quelli anni, il Foscolo facea percorrere al fatale Jacopo, -il quale dal ponte presso la marina aveva “_spinto gli occhi fin dove -può giungere la vista; e percorrendo due argini di altissime rupi e -di burroni cavernosi, appena si vedono imposte sulle cervici dell'alpi -altre alpi di neve che s'immergono nel cielo e tutto biancheggia e si -confonde.....”_ - -Jacopo, probabilmente dispeptico, vedeva tutto in nero, ma lo scenario -non era meno selvaggio, e la criniera di pini che coronavano le roccie -di Roverino e le balze che attorniavano la foce del torrente Bevera non -erano meno irsute. Lo spettacolo si presentava pur tuttavia grandioso -per la vastità del letto del fiume e l'ampiezza della valle: era tale -da attristire per la cornice buia della cupa verzura nel tramonto -rossastro. - -Chiara abbrividì. Alzò alle labbra il sacchetto di pelle bianca, lo -baciò e cercò di guardar se contro luce lo scritto apparisse. - -Nell'alzare gli occhi s'accorse d'un lume di fiaccola agitata laggiù -dove il torrente Bevera sfociava nel Roia. Il segnale non le parve -ignoto; era un alzar verticale, ed un seguire orizzontale della -fiaccola, come se si volesse tracciare una gigantesca croce di fuoco. -La fanciulla trasalì. Poi retrocesse, fino alla porta e chiamò: - -— Gilda! Signor Giano! - -I chiamati accorsero. - -— È pronta la lettera, Madamigella? La notte si avvicina e la strada è -malagevole. - -— Eccola! - -L'alfiere s'inginocchiò, ricevette il sacchetto che nascose -nell'interno della giubba, poi s'inchinò per accommiatarsi. - -— Guardate laggiù, signor Giano — disse allora Chiara additandogli il -segnale luminoso. - -In silenzio, curvandosi per meglio acuire gli sguardi, il giovane -osservò. Quando rialzò il capo era agitato, quasi febbrile. - -— Che Iddio nol voglia! — mormorò. - -E poi: - -— Datemi licenza, Madamigella! È necessario che raggiunga il Comandante. - -— Ma — insistette Chiara — non vi sembra un segnale?.... - -Non compì. Compì l'altro invece. - -— È il segnale dei realisti infatti, Madamigella! È il segnale dei -ribelli Altariva e Nervia, Madamigella! Ma come sono discesi nella -nostra valle? Ed a chi fanno il segno di riconoscimento? Chi invitano o -chi aspettano? - -Alzò gli occhi. Sopra il fortino del Borzone, sulla collina mozza, -svettava il gonfalone dei Lascaris. Rabbrividì. - -— Che Iddio nol voglia! — ripetè. - -S'inchinò. - -— Madamigella, spero che il vostro messaggio giunga questa sera istessa -a destinazione. Pregate il cielo che sia così.... - -E mentalmente proseguì: - -— O siamo tutti perduti. - -E si ritirò prestamente seguito dalla Gilda. - -Chiara, sopra pensiero, tornò alla finestra. La sera scendeva rapida, i -picchi di Roverino rosseggiavano, ma i recessi della vallata opposti al -tramonto annerivano come se li avviluppasse un cupo velario. - -E il segno infuocato della croce si ripeteva laggiù, nel sinistro -silenzio dell'ora. Ad un tratto s'udirono i rintocchi d'una campana -della città, poi d'un'altra, poi d'una terza. A poco a poco risposero -le pievi e gli eremi dispersi nell'alto in mezzo alle foreste. - -La croce di fuoco si spense. - - - - -VI. - - -Il signor abate Bernardino Viale, in Arcadia Amarillo Glucosio, -invitato dalla Marchesa Isabella aveva alzato il bicchiere sottile -colmo di giallo vino spumoso, così cominciando un sonetto improvvisato -ad onor dell'Embriaco: - - _L'ospite viator, che, stanco il piede,_ - _bussa alla porta della magion, sia,_ - _poichè di Marte dai perigli riede,_ - _il bene accetto.................._ - -quando contro ogni etichetta, all'improvviso, i due battenti della -porta che sbarrava la gran sala s'aprirono ed apparve fra due torce, -un volto severo di gentiluomo. Se l'abate rimase interdetto e gli si -essicò nel gorgozzule la fonte d'Ippocrene, se la Marchesa Isabella -aggrottò le sopracciglia spazientita, se l'Embriaco sentì rimescolarsi -in cuore un non so che di simile all'inquietudine, il Conte Luca -Lascaris invece si alzò di scatto col viso irradiato dalla gioia, e -gridò: - -— Camillo! - -Il nuovo arrivato, un uomo di mezza statura dal volto più che severo, -cupo, d'un pallore ossessionante che spiccava ancor più sull'abito -nero privo, meno che ai polsi, di un qualsiasi pizzo o ricamo, fece -un inchino profondo alla Marchesa e, prima di fermarsi sull'Embriaco, -lasciò per un attimo posar lo sguardo un po' sprezzante sull'abate, -il quale, appena lo potè senza farsi scorgere, si crocesegnò -frettolosamente e borbottò una preghiera latina che sapeva di -esorcismo. - -E del resto Camillo Altariva autorizzava paure e scongiuri. Nobile -senza titolo, possessore d'una ingente fortuna e del castelletto -grifagno sul mare che quello dei Lascaris teneva in soggezione, -era temuto più per idea che per volontà, giacchè fuggiva i simili -e non viveva che tra i vecchi libri pieni del dubbio di cui andava -stanca e infelice l'età penosa che attraversava. Non superbo forse, -ma schivo degli uomini che forse non odiava, ma non amava certo, -dal solitario nido ove passava la triste vita, s'era ad un tratto -mischiato ai suoi pari, per nascita se non per pensiero, incitandoli -alla resistenza contro la marea eguagliatrice dell'invasione francese. -Il conte Luca Lascaris ne subìva l'influsso in modo tale che il solo -nome dell'Altariva bastava a farlo ribellare pur anche alla madre, -autoritaria così che la nuora aveva dovuto abbandonare il castello per -sottrarsi ad un dominio che non sapeva tollerare. Anzi la fuoruscita -della contessa, che si usava attribuire alle inquietudini dei tempi -— aveva emigrato a Torino e seguiva ora le peripezie della Corte di -Savoia — era avvenuta per consiglio dello stesso Altariva, donde la -poca cordialità della marchesa Isabella, sempre all'erta e sempre -sospettosa. - -Fermo sulla soglia il nuovo venuto si guardò intorno un attimo, fece -poi un profondo inchino alla dama, un cenno breve all'abate, un più -cordiale al Lascaris e frenò la poco piacevole meraviglia scorgendo -l'Embriaco a lui ignoto di persona. - -— Mio nobile vicino — disse il conte Luca non senza una qualche -titubanza — voi mi avete fatto felice venendo al mio castello. Vi -prego, prendete posto accanto alla mia signora Madre: l'ospite nostro, -il conte Emanuele Embriaco..... - -L'Altariva impercettibilmente trasalì. - -— .... sarà felice al par di me nel conoscere il nobile Camillo -Altariva. - -— Il nobile Camillo Altariva! — ripetè l'Embriaco alzandosi di scatto. -— Ma io mi vanterò di questo giorno come del più fortunato..... - -— _Albo signanda lapillo_ — mormorò l'abate seccato d'esser rimasto a -mezzo del suo peccato con le Muse. - -— Vi ringrazio di tutto cuore, signor Conte — rispose l'Altariva con -una certa quale freddezza non priva d'una punta d'ironia. — E mi duole -dover rispondere poco aggradevolmente alla vostra cortesia chiedendovi -licenza di sottrarvi la compagnia del conte Luca, al quale ho una -importante e urgente comunicazione da fare. - -L'Embriaco rispose a sua volta con un inchino garbato ma non privo -d'altezzosità. - -— A me chiedete venia, signore? Chi son io se non l'ultimo degli -ospiti, quando è presente la graziosa marchesa Isabella di Spigno, -contessa Lascaris di Tenda? - -Corse il figlio al riparo, e d'impeto come soleva: - -— Camillo, che c'è di così misterioso che mia madre e il mio maestro -— fece un cenno all'abate — non possano ascoltare? In quanto al conte -Embriaco..... - -Qui s'arrestò. Non voleva confessare che gli giungeva latore d'un -biglietto della Marchesa di Spigno. Ma l'esitazione del figliolo fu -tagliata a corto dalla madre, che intervenne prontamente. - -— Il conte Embriaco è un amico, signor Altariva. - -Pronunciò la parola _amico_ quasi le donasse uno strano significato. E -l'Altariva ascoltò senza stupore, o almeno senza mostrarne. Soggiunse -appena: - -— Vorrei poter dire altrettanto. - -— Mi lusingate, signore d'Altariva — replicò il fuoruscito. - -Al che l'altro pronto: - -— Altariva soltanto, signor Conte! - -— Come si diceva soltanto Rohan allora, fino a pochi anni or sono. - -— La nobiltà degli Altariva, intervenne in buon punto l'abate, risale -a Magone cartaginese, come risale alla Imperatrice Eudossia, per non -addentrarci nelle caligine dei tempi barbari, quella dei Lascaris. Voi -non ignorate, signor Conte, che la famiglia dei Barca..... - -— L'abate è partito con la lancia in resta — esclamò il Lascaris, -e se non interviene la signora mia Madre, nessuno qui ha potestà di -arrestarlo.... - -— Magone cartaginese nella sua terza spedizione contro gli Ingauni, -cacciato nell'occidente da un Appio romano o ligure con cittadinanza -non bene identificata, approdò secondo la tradizione.... - -L'Altariva lo fermò col gesto: - -— Non mi sembra, signor Abate, degno della vostra abitual cortesia -tessere lodi alle nostre famiglie, quando è dinanzi a voi il -discendente d'uno dei ventinove Alberghi della Serenissima, nobile del -Portico vecchio e del libro chiuso..... - -— Tu non m'inganni con le tue spagnolerie, — pensava intanto il -fuoruscito, — e sarebbe assai meglio farti sputare quello che mastichi -e che può essere interessante, per me almeno. Ma come fare? - -La Marchesa Isabella era intervenuta nel dibattito. L'udir vantare la -schiatta dei Lascaris l'era dolce, ma non quanto le lodi e glorie degli -Spigno. - -— La nobiltà piemontese — disse — non la cede a nessuna per antichità e -per belle imprese. La famiglia degli Spigno..... - -— ....è antica almeno quanto lo son le rose, — aggiunse con bel garbo -il genovese — e non vedo la necessità di cercarne la ragione risalendo -a Bisanzio o tanto meno a Magone. - -Un sorriso della dama fu il ringraziamento, e non il solo. Amarillo -Glucosio andò in estasi, levò le braccia al cielo e chiese all'Embriaco -il permesso di tornire un madrigale sul detto memorabile. E l'Embriaco -stava per accordare il chiesto permesso, quando giunse all'orecchio -dei commensali, non troppo chiaro ma sicuro, il brusìo crescente -di una folla, brusìo che il vento di ponente a intervalli portava -distintissimo come se la gente si trovasse nella stanza vicina. - - - - -VII. - - -La Marchesa s'era alzata e batteva sul timpano: ma non ci fu bisogno -di chiamare, apparve il maggiordomo, e dietro di lui, brutto di -fango e gli abiti in disordine, un vecchio adusto ed asciutto. Nè il -maggiordomo aveva ancòra aperta la bocca, nè il vecchio apparso per -conto suo aveva articolato parola, che già l'Altariva, freddamente e -pacatamente rivolto all'ultimo arrivato gli diceva: - -— Sappiamo tutto, Moncherino, sappiamo tutto. - -— Tutto che cosa? — esclamò la dama. - -— Gesù, Giuseppe e Maria, tutto che cosa? — appoggiò l'abate, -pallidissimo. - -— Quello che con buona licenza di Magone cartaginese e di Eudossia di -Bisanzio, avrei già detto, — replicò l'Altariva — se qui non si fosse -parlato d'altro mentre il villaggio di Sant'Antonio bruciava. - -— Il mio villaggio di Sant'Antonio brucia? E perchè? Chi è causa -dell'incendio? Altariva che ne sapete voi? — urlava il Lascaris. - -— Quello che vi dirò probabilmente se mi lascerete parlare: ed è breve: -un improvviso sconfinamento di sanculotti, come al solito: questa volta -più grave poichè sono giunti sin sotto la città. - -— E i terrazzani, e i poveri terrazzani di Sant'Antonio! — chiese il -conte Luca impetuosamente. - -Parve che il brusìo portato dal vento di ponente s'incaricasse di -rispondergli: giunse trascicato come un ulular di dolore in tutti i -toni, dai bassi agli argentini, misto di imprecazioni, di pianti, di -lamenti, voci di donne e di bimbi, disperate, ansimanti. - -— Maledetti francesi! - -— Maledetti, perchè? — l'Altariva replicò. — Perchè adoperano, la forza -come possono? O perchè l'hanno questa forza? Perchè si battono coi -denti e con le unghie? Perchè.... - -— Voi li difendete? Voi? - -— Difenderli? Si difendono, anzi offendono! Ma non li difendo io. Vi -faccio osservare che imprecare e odiare è impotenza. Io li combatterò, -io cercherò di schiacciarli come potrò, con l'astuzia o con la frode, -chè in guerra tutto è permesso, ma è inutile imprecare e perdersi in -vane querele. - -— E che fare allora? - -— I fatti! Quali sono i fatti? - -— Interroghiamo quella gente! - -— È inutile — interruppe l'Altariva — so tutto io, ho visto ogni cosa -e se quei poveri terrazzani sono qui e se all'incendio ed al bottino -materiale non si è aggiunto l'assassinio o la retata degli uomini -validi alla coscrizione, come i francesi usano fare, se tutto ciò fu -evitato lo si deve a me. Una colonna di predoni, poichè voi sapete che, -se pur sono truppe regolari, sconfinano senza ordine di capi e soltanto -perchè spinti dalla fame e comunque dal bisogno, una colonna di -centocinquanta predoni almeno e forse più, non discende il versante di -Roccabruna, senz'essere avvertita. Ho capito che avevano l'intenzione -di gettarsi sul villaggio più vicino, Sant'Antonio, ho fatto avvertire -gli abitanti, e anzi li ho incolonnati, carichi di quello che potevano -portare, il bestiame innanzi, e sciolto quello che non poteva correre, -di modo che i francesi trovando poco o niente hanno incendiato le -case. Poco male. Non è il tempo di vivere alla Florian nei villaggi, -questo: l'uomo di qualunque età, sano o capace di sollevare una falce, -combatte: vecchi e donne e bimbi si chiudano in città o nei porti o -nei castelli. Difender poco per poterlo difender bene, ecco quello che -occorre. - -— Ben detto! — esclamò l'Embriaco — ben detto, signor Altariva. Ma -scusate: avete parlato della città, mi pare. - -— Sì: ho detto che son giunti presso la città. Perchè? - -— Ventimiglia? - -— Ventimiglia. Perchè no? - -— Siete sicuro di Betto Grimaldi e di Nicola Borzone? - -Il Moncherino fece sentire un grugnito di poco buon augurio, ma -l'Embriaco gli poggiò la mano sull'omero confidenzialmente. - -— So chi sei tu, amico senza paura, ma so pure, signor Altariva, -che cos'è la Serenissima Repubblica di Genova. Verrà a patti, ve lo -garantisco io. - -Intervenne il Lascaris. - -— Permettete, conte. La vostra avversione al governo della Serenissima -offusca forse il vostro giudizio che so limpido, acuto e sereno. Non -posso accettare il vostro punto di vista, per rispettabile che sia. -Qui c'è presente — e additò il Moncherino — un messo del signor Betto -Grimaldi: ciò prova che tanto il Grimaldi quanto il Borzone hanno -idea di opporsi ai sanculotti ed alla sanculotteria, armata e non -armata..... - -— Per Nostra Signora delle Virtù, giuro che il signor Conte Lascaris ha -pienamente ragione — esclamò il Moncherino. - -— Che volete concludere, Luca? — domandò l'Altariva. - -— Questo. Che se il Grimaldi ci dà una mano, ci opporremo d'ora innanzi -agli sconfinamenti degli scamiciati predoni. - -— Amen — mormorò l'abate. - -Un momento di silenzio e d'attesa, rotto da un gesto della Marchesa, -la quale mosse verso la porta. Il Conte Lascaris l'interrogò dello -sguardo. - -— Vado — ella rispose — a dar gli ordini opportuni perchè quella povera -gente sia ricevuta e sfamata, come ce ne sarà di bisogno. Quando un -vassallo si presenta fiancheggiato dalla sventura, diventa un nostro -simile, disse un Lascaris che fu cavalier errante e trovatore di -Clemenza Isaura. - -— Ben detto, signora Marchesa! Noi dal canto nostro, ci renderemo conto -del pericolo che ci minaccia. - -La Marchesa uscì scortata dall'abate. Rimasero i quattro uomini a -fissarsi in silenzio. - -— Credo — pronunciò finalmente l'Altariva — che il Moncherino ed io -potremo bastare ad una ricognizione che occorre fare questa notte -stessa. Sono persuaso che si tratti, come al solito, di una mano -d'affamati straccioni in rottura di bando e di disciplina, ma è -necessario sapere con esattezza e non mi fido che dei miei occhi. - -— Spero che non vorrete privarmi della vostra compagnia, Camillo — -aggiunse il Lascaris: — abbiamo fino ad oggi diviso disagi e pericoli: -non mi farete l'ingiuria di lasciarmi qui dove basta mia Madre. - -— Come vorrete, Luca. - -L'Embriaco fece un passo avanti. - -— Ci conosciamo da pochi momenti, signor Altariva, da poche ore, Conte. -Non pretendo che abbiate in me la fiducia che vi ricambiate tra voi. -Non vi domando quindi che il posto più pericoloso perchè possiate -mettere a prova — e speriamo dura — la mia fraternità e l'amor mio per -quello che amate più della vita. - -Camillo Altariva esitò brevemente, poi tese la mano all'avventuriero. - -— Sia pure, signor Conte. E vi ringrazio. Non siamo così ricchi -d'uomini e di energie da poterne rifiutare. Venite con me. - -— Vi seguiremo, Camillo — dichiarò Luca Lascaris. - -— So dove occorre trovarsi. Credo che potremo far senza scorta. È più -semplice e più facile fra di noi. Mi promettete di obbedirmi anche se -ve ne possa dolere? - -— Lo promettiamo. - -— E allora non perdiamo tempo. - - - - -VIII. - - -Betto Grimaldi ricevette il Borzone frenando a stento l'impazienza che -lo dominava. - -— Notizie dell'Embriaco? Avete notizie dell'Embriaco, vecchio -_Senza-dio_? Dov'è? Dov'è? - -Non era certamente il rude soldato preposto al comando del fortino che -avrebbe potuto far dell'ironia, tono che ignorava affatto. Pure le sue -prime parole furono della schietta ironia, quantunque sincere e piene -di stupore. - -— Notizie dell'Embriaco, magnifico signore? Ma ne avrete certamente voi -più di me. - -— Ehi! Nicola Borzone! Giochiamo agli indovinelli come nella notte del -primo dell'anno? Non siete voi che mi avete fatto chiamare col pretesto -del dannato Embriaco? Animo dunque: sputate! - -Il vecchio _Senza-dio_ nutriva ancora un'illusione: che cioè l'Embriaco -fosse passato attraverso la città con un salvacondotto. La politica -della Serenissima era così tortuosa, venivano tanto spesso ordini e -contrordini, si bandivano e si raccoglievano subito dopo a braccia -aperte tanti uomini pericolosi, vigeva insomma un tale altalenarsi di -partiti, che dopo il primo tentativo d'arresto, e dopo l'opposizione -della contessa ratificata dal conte Lascaris, aveva persino sospettato -d'essere incorso in un errore grossolano. - -— Che l'Embriaco, — aveva pensato — sia di nuovo in buona con Palazzo -Ducale? Che il partito del Cattaneo sia in prevalenza? Non si sa mai! - -A Genova il magnifico Cattaneo impersonava le antiche tradizioni -repubblicane, rigide: voleva l'opposizione ad oltranza contro la -Francia e quindi si trovava spesso in urto col tentennante governo -dogale. Verissimo pur anche il fatto che il franco ed esigente Cattaneo -non poteva fornicare con un avventuriero della risma di Emanuele -Embriaco: ma come esser certi della politica genovese? - -— Non si sa mai! — aveva concluso il Borzone. - -E quindi era sceso in città per fare un rapporto più che per dare un -allarme. E tuttavia dinanzi allo stupore del Grimaldi, sentì rinascere -i propri dubbi ed anzi restò convinto della verità. Disse con una - -tal quale peritanza che gli affilò persino la voce roca: - -— Perdonate, magnifico signore: non avete avuto oggi quale ospite -l'Embriaco? - -— Oggi.... ospite.... - -Un sudor freddo coronò la fronte del comandante: gli traballò -improvvisamente la vista: ripetè: - -— Oggi.... ospite.... io?..... - -E cadde pesantemente sopra una scranna, annichilito. - -Qualche istante di silenzio passò per la stanza, imbarazzante silenzio -che nessuno osò peraltro interrompere. Poi, vincendosi con isforzi e -con pena, Betto Grimaldi sospirò: - -— Cercate il bando per l'Embriaco, vi prego, capitano Cavalli. - -Il Cavalli usci e rientrò poco dopo seguito da un vecchietto -rinsecchito, dalla barbetta rada e dal naso adunco sormontato da due -occhi spenti: erano le prime qualità avvertibili del sopraggiunto. -Poi lo sguardo si doveva fermare sopra una palandrana di velluto -spelacchiato e una papalina di seta, nera in origine, ma diventata -quasi verde. - -Null'altro meritava d'essere guardato, sopra tutto le mani sporche, -orlate di nero da qualche lustro. Era il nobile Orengo, archivista -del Governatorato. Portava seco — non avrebbe permesso che un atto -qualsiasi passasse per altre mani che le sue o quelle del comandante -— portava seco un foglio arrotolato che spiegò e cercò di leggere -strisciandovi sopra il naso inquietante. - -— Qua, date qua, vi prego — esclamò il Grimaldi strappandogli il foglio. - -S'avvicinò al doppiere, lesse, anzi cominciò a leggere chè gli -cascarono le braccia. - -— Volete che legga io, magnifico — chiese il capitano Cavalli. - -Ma non c'era quel bisogno: un'occhiata, nè ci voleva di più per -convincersi dai connotati, che il cavaliere gentile, donator di guanti -profumati per la damigella Chiara, altri non era che il fuoruscito -su cui pendeva una taglia e la cui cattura avrebbe procurato a lui, -Betto Grimaldi, senatore della Serenissima in disfavore del partito -preponderante e quindi relegato in un governatorato di secondo ordine -e dei più pericolosi, un enorme successo, la possibilità di tornare in -Genova e chissà, forse, a fin d'anno, la berretta dogale. - -All'istante di smarrimento tenne dietro una sorda rabbia dell'impotente -e quel natural tentativo di scaricare su qualcuno la responsabilità che -gli pesava addosso. - -— Io... io... sta bene.... posso aver sbagliato! Chi si ricordava quei -benedetti connotati? Ma voi, voi Borzone, che lo conoscevate di persona -mentre io non l'avevo mai veduto, come va che voi l'avete lasciato -passare? Animo, Borzone, che potete dirmi per giustificarvi? - -Preso alla sprovvista e di petto, il vecchio soldato non abituato alla -retorica, s'impapinò. - -— Io?.... Io?.... Per San Teodoro, magnifico! Io.... io?.... - -— Voi, sicuro, voi! Come va che vi è passato per la bocca, sotto -l'archivolto del forte, senza che almeno gli abbiate scaricato addosso -la vostra ferraglia? E voi lo conoscevate di persona, voi?! - -Dopo qualche momento di bocca spalancata dalla stordita meraviglia, il -Borzone potè finalmente difendersi. - -— La contessa Lascaris, magnifico! - -— Che c'entra adesso la contessa Lascaris? - -Con un po' di garbuglio, con idee non troppo chiare e qualche -circonvoluzione, Betto Grimaldi fu dal Borzone messo al corrente -dell'accaduto. Vide subito il senatore genovese una sua propria -scusante nella ribellione della contessa Lascaris: e d'altra parte -teneva tante lettere pressanti ricevute da Genova e istruzioni di -cercare ogni mezzo per attrarre nell'orbita della politica genovese -il Lascaris, tante volte gli era stato ingiunto di non guastarsi con i -signori del Castello _ad ogni costo_, che forse, pensava, la scusa era -bella e trovata. Ciò non ostante bisognava correre al riparo. - -— Siete voi certo, Borzone, che l'Embriaco sia ospite dei Lascaris? - -— Lo suppongo, magnifico signore. - -— Ebbene, andate a chiederlo in consegna a mio nome. - -Nel mentre il vecchio _Senza-dio_ si recava al castello dei Lascaris -con quel costrutto che conosciamo, Betto Grimaldi rifletteva, come -poche volte, ai casi suoi. Non erano tempi da riflettere quelli: -la vita non correva: annaspava. Non i due partiti che impongono -la decisione, ma i molti, i troppi che fan vivere tentennanti e -all'erta. Genova seguiva una politica la quale per voler essere troppo -furba, finiva per diventare inabile: tentennamenti verso la Francia, -tentennamenti verso il Re di Piemonte e l'Austria, adattamenti col -partito della tradizione che, per agire in qualche modo come faceva, -diventava sempre più simpatico al popolino pronto in ogni momento a -seguire chi si muove ed urla di più. - -Il Re di Piemonte pur non confessandolo nemmeno a se stesso, faceva -quasi l'istessa politica di Genova: sottomesso all'Austria, sì, ma -volentieri patteggiante con la Francia, benchè in opera si mostrasse -tutto all'opposto. In verità non si sapeva, nè si intuiva che strada -prendere: le armate repubblicane s'erano fatte rispettare e temere. Già -vittoriose, respinta l'invasione legittimista e tedesca, lasciavano -trasparire il desiderio di portar la guerra fuori dei confini, sia -per offendere, il che è più pratico che difendersi, ed anche, e -specialmente, per far bottino e livellare così l'esausto bilancio della -repubblica. Fortunatamente per gli offesi la disciplina del giovane -esercito repubblicano era più scarsa ancora dei mezzi di cui disponeva, -e quindi facile o almeno possibile il cercar d'opporsi alla invasione -o meglio agli sconfinamenti di bande avide e senza disegno fisso. Le -soldatesche della Serenissima e le truppe regolari del Re di Piemonte e -dell'Austria fino al giorno del nostro racconto erano sempre riuscite -ad impedire assalti e parziali invasioni: mancava alla repubblica un -braccio ed un cervello uniti in un sol uomo, ciò che non erano Massena, -Kellermann od uno qualunque dei generali francesi. - -Tale dunque lo stato delle cose che faceva, se non riflettere, pensare -almeno Betto Grimaldi nell'ora che trascorse dalla partenza del Borzone -al suo ritorno con le pive nel sacco e l'umiliante confessione che il -conte Lascaris non lo aveva per anco voluto ricevere. - -Quell'ora di attesa aveva tuttavia calmato lo spirito di Betto -Grimaldi, non più nuovo alle traversie d'ogni genere ed al pericolo -di cadere in disgrazia del governo dogale. C'era sempre, in quei -tempi, la risorsa di alzare lo stendardo avverso. Contro il Senato pel -Cattaneo, contro il Cattaneo pel Lascaris, contro i due insieme pel -Re di Piemonte, contro il Piemonte per l'Austria o per la Francia, -quando non era forse meglio chiudersi a Monaco nella bicocca avita -e dichiararsi neutrale e cioè amico del più forte. Ciò che acuiva la -curiosità di Betto Grimaldi era sopratutto il sapere quale politica -avrebbe seguito il nobile Camillo Altariva, unica incognita che avesse -qualche ragione d'essere. Delle tre grandi famiglie feudali di quella -estrema Liguria di occidente, il duca di Nervia s'era subito dichiarato -per il Re di Piemonte contro la Francia e poichè Genova s'era mostrata -neutrale, pur non intrattenendo con Ventimiglia relazioni di alcun -genere, aveva permesso od almeno non s'era opposto al transito per la -vallata importante come chiave strategica da cui prendeva il nome. -Il Lascaris invece oscillava ancora ma il suo attaccamento per la -marchesa di Spigno facea prevedere o sospettare quale sarebbe stata la -sua condotta. Di Camillo Altariva invece nulla aveva ancora tradito il -celato pensiero. Lo si diceva d'accordo col Nervia, sì, ma lo si sapeva -amicissimo del marchese Ibleto di Spigno, volterriano ammiratore delle -insanità degli enciclopedisti, all'avanguardia del Piemonte, odiato dal -Re e dalla Corte, amico di Barras e incitatore dalle Langhe all'Entella -d'ogni spirito bizzarro e libero: s'era addottorato in medicina, non -teneva abate nel castello, spirito libertario insomma che pubblicamente -insegnava le dottrine della trilogia rivoluzionaria. Che pensare dunque -di Camillo Altariva? - -Meglio rinunciare a stillarsi inutilmente il cervello e Betto Grimaldi -rinunciava quando gli entrò nella stanza eccitato e ansimante, il -bastardo Lercari. - -Anche il bel Giano portava notizie: il segnale di fuoco alla foce del -torrente Bavera. - -— Un segnale? Avete veduto un segnale? Non sarà forse la missione -francese che ci è stata annunciata per domani? - -— Una croce di fuoco, magnifico signore, una croce di fuoco! Quando -mai la repubblica francese ha usato dei segnali a forma di croce? È -contrario alla teoria dell'Ente Supremo. - -— Teoria in disuso, Lercari. Ma può darsi che abbiate ragione e che sia -un segnale diverso. Che cosa ne arguite voi, animo, parlate franco e -chiaro. - -— Penso che il duca di Nervia e Camillo Altariva si siano finalmente -intesi e che vogliano tentare un colpo di mano sulla città. - -Il vecchio _Senza-dio_ crollò il capo dubbioso. Ma il capitano Cavalli -giovane e impetuoso entrò a dire la sua tumultuosamente. - -— Niente di più probabile, magnifico messere, niente di più probabile. -Sommate gli avvenimenti di questa fatale giornata. Il bandito Embriaco -che osa attraversare le terre della Serenissima, la contessa Lascaris -che lo salva dal Borzone e lo ospita nel suo castello, il conte -Lascaris complice della madre. - -— Un momento! Un momento! Potete aver ragione, ma restiamo calmi. -Bisogna osservar da vicino quello che accade alla foce del Bevera, ecco -l'importante. - -— Datemi licenza e vi corro con la mia compagnia. - -— Grazie tante! Sessanta uomini e rumore per mille! Mi congratulo con -voi! - -— Posso andar solo! - -— Perchè se vi si uccide, noi si resti all'oscuro? Di bene in meglio. - -Il bastardo Lercari avanzò: - -— Datemi licenza, magnifico signore, d'andare col capitano Cavalli. - -— E con me, per San Teodoro! — esclamò il Borzone. - -— Non voi, vecchio _Senza-dio_! Chi resterebbe al fortino? Andate pur -voi due, Cavalli e Lercari: mi raccomando prudenza innanzi tutto: il -valore temerario è inutile oggi e sarebbe assai dannoso a tutti noi. -Siate prudenti e tornate, mi raccomando. - -— Uno almeno — sussurrò il Borzone. - -I due promisero tutto quanto chiedeva Betto Grimaldi e s'allontanarono. -Prima però che uscissero il governatore li ammonì di avvertire il -Moncherino che si recasse da lui. - -— E subito! - -Anche il Moncherino fu incaricato di una missione di fiducia che -nessuno seppe, nessuno, nemmeno il Borzone, il quale aveva riguadagnato -il suo forte. - -Infine, Betto Grimaldi nè tranquillo nè soddisfatto, ma con la -coscienza che quasi gli perdonava l'avventura del pomeriggio, si ritirò -in silenzio e fece onore alla cena che l'aspettava da più di un'ora e -che per verità non aveva guadagnato nell'attesa. - - - - -IX. - - -Appena fuori dalla porta Giano Lercari chiese al Cavalli: - -— Che si fa, Capitano? - -Era il Cavalli uomo di lettere e d'armi come non raramente se ne -incontravano allora nei gradi superiori. Giovane ancòra, povero, -lontano dalla politica e dagli intrighi, non viveva che per il -servizio e per Virgilio. Portava seco in una delle profonde tasche -dell'uniforme un piccolo volume che comprendeva l'Eneide e qualche -pagina delle Georgiche: il resto mancava: probabilmente aveva servito -da stoppaccio a qualche fucile. Il capitano Lavinio Cavalli, uscito dal -gran Seminario di Genova un giorno per passeggio, non era più tornato. -L'avevano proclamato disertore, come in allora si usava, durante il -refettorio serale, mentre il giovinetto seguendo una compagnia di -ventura che aveva ammirato sur un ciglione dominante la Doria, provava -la differenza che esisteva fra i dolci ozi della _Somma teologica_ e -il duro terreno su cui quella sera stessa aveva dovuto dormicchiare. -Ma non s'era pentito. Possedeva una tenacia non rara in quei tempi: il -latino l'avea servito anche sotto le armi e quando la Compagnia, come -avveniva di frequente, era stata assoldata dalla repubblica genovese, -il Cavalli aveva fatto passaggio d'armi col grado superiore, grado -non superato da dieci anni ormai senza querimonie inutili. Prendeva -il mondo come veniva, impassibile, da uomo che ne aveva contemplate -di cotte e di crude e si consolava con Virgilio. Nel Seminario aveva -appreso che durante l'umanesimo il poeta latino era tenuto in conto di -profeta: non aveva infatti predetta quarant'anni prima la nascita del -Redentore in quella quarta egloga che fu oggetto di tanti commenti? -Il mago Virgilio era consultato in ogni occasione: si apriva il dolce -libro e si leggeva a caso, interpretando poi con infinite deduzioni. - -Alla domanda repentina di Giano Lercari, il capitano Cavalli fermò un -soldato che precedeva una pattuglia e le rischiarava il buio vicolo -con una lanterna: gli comandò d'alzarla e traendo il libercolo di tasca -l'aprì a caso. Lesse un verso, il primo che gli venne sott'occhi, del -decimo libro: - -— .... _litora praecipere et venientis pellere terra._ e guardò poi -sorridendo Giano Lercari che ben di donne s'intendeva ma non di latino, -facendogli cenno di seguirlo. - -Uscirono dalla città per la porta del Piemonte e seguirono la strada -buia finchè si mantenne a ridosso della collina. Poi d'improvviso fu -illuminata dalla luna che aveva fatto capolino sopra Nostra Signora -delle Virtù e le Maure di ponente. Allora sostarono. - -Laggiù, dopo San Bernardo, allo sfocio del Bevera, nulla più si -scorgeva del segnale che Giano Lercari aveva con tanta chiarezza -descritto: un silenzio grave, non turbato nè dalle rane o dai grilli -canterini o da quello sconosciuto sussurrìo dei mille esseri invisibili -che dominavano i luoghi agresti e solitari, s'imponeva. - -— Dove andiamo, capitano? - -— .... _litora praecipere_ — mormorò il Cavalli abbandonando la strada -e lasciandosi cadere di ciglione in ciglione verso il letto del Roia. - -E il bastardo lo seguì. - -Camminarono a lungo nell'intrico di sterpi e di strami che costeggiava -il fiume: l'acqua corrente era lontana chè il letto immenso parea -congiungere le due linee di colline buie: la luna era sparita dietro -Roverino e soltanto la Grande Orsa e Cassiopea scintillavano opacamente -come perle ammirate nell'ombra. - -Raggiunsero la foce del Bevera a notte fonda, risalirono sopra un -sentiero ove riposarono alquanto, spossati. - -— Vedete nulla ancora, Lercari? - -— Nulla, capitano. - -— .... _et venientis pellere terra_. - -— Che significa? - -— Vedrete. Andiamo avanti. - -— Andiamo pure, Capitano. Ma non sarebbe meglio armare una pistola? - -— Guardatevene! Potreste servirvene all'occasione e saremmo scoperti. -Meglio l'arma bianca. - -— Come volete. - -Il sentiero piegava a gomito brusco. Al di là buio ancora più fondo. -Sotto, ad una distanza poco apprezzabile, il torrente Bevera mormorava -come un ruscelletto dell'Astrea. Mormorava dolcemente narrando al -virgiliano Cavalli strane istorie di ninfe boscherecce, le oreadi -montane, le driadi delle selve, le napee dei campi e le amadriadi -sbucanti dagli alberi prediletti e il sognatore s'inebriava dei freschi -profumi notturni e della via lattea che parea quasi vicina in quella -solitudine e premeva con una mano il caro volume, dolendosi d'una -cosa, d'una soltanto e cioè di non potersi sedere _sub tegmine fagi_ ed -aprirlo e dissetarsi a quell'_Ippocrene_ secolare. - -Ma Giano Lercari più pratico e forse anche più stanco ad un certo punto -si fermò. - -— Con buona pace del vostro latino, capitano, mi sembra che qui si -proceda alla cieca! - -— Virgilio non può sbagliare, signor Lercari, — gli rispose Cavalli -bruscamente scosso dall'estasi. - -Nel mentre profferiva il suo asserto, qualche ombra più nera -della notte piombò sul sentiero e i due soldati vennero senz'altro -imbavagliati. - -— Avvicinati, Moncherino — comandò una voce sonora — e smaschera la -lanterna. - -L'interpellato obbedì: alzò la fiammella oleosa in volto ai catturati -ed esclamò: - -— Giano Lercari! e il capitano Cavalli! - -— Siamo in paese di conoscenze, a quanto vedo — sussurrò un'altra voce. - -E quella di prima: - -— Che fate qui, signori? - -Il Moncherino aveva già ritolto il bavaglio a Giano Lercari, il quale -altezzosamente replicò: - -— Prima di rispondervi, con che diritto ci avete fermati? - -— Diritto? — sghignazzò una voce sconosciuta, mentre le prime due -possedevano dei toni noti — diritto! Ci vuole una bella ingenuità per -parlare di diritto a quest'ora, di notte e su questo sentiero! - -— Sono il conte Luca Lascaris! — invece rispose una delle due voci di -prima. - -Il capitano Cavalli abbozzò un inchino verso il punto donde gli era -pervenuto il noto nome. - -— Buona sera, signor Conte! A voi posso dire che probabilmente ci -conduce qui la vostra istessa ragione. - -— E cioè? - -Giano Lercari urtò leggermente il braccio del compagno con l'intenzione -di farlo tacere, ma il Cavalli non credette opportuno accontentarlo. - -— Furono segnalati dei fuochi al confluente del Bevera, signor Conte: -non siete qui voialtri forse per riconoscerli? - -— Avete ragione. Ma non c'è più nulla da fare. - -— Li avete scoperti? - -— Li abbiamo scoperti. È un'avanguardia francese. - -Giano Lercari sorrise nell'ombra, ma nel sorridere parve che -sogghignasse. Il Conte Lascaris gli si volse di scatto. - -— Non credete? - -— Mi permetto, signor Conte, di avere un'opinione diversa dalla vostra. - -— E quale, se v'aggrada? - -Giano Lercari esitò. Ma la presenza del Moncherino accanto al Lascaris -lo rassicurò. - -— Questa: chi s'accorse del fuoco al confluente del Bevera fu l'umile -vostro servo che vi parla. Ma non mi accorsi di un fuoco..... - -— E allora? - -— M'accorsi di un segnale. - -— Un segnale? - -— Una croce, signor Conte, il segno dei ribelli Nervia ed Altariva. - -Gravò qualche istante di silenzio, frettoloso, come se avesse -impazienza di passare. Una delle due voci ignote di poco prima, la più -calma e la più grave interrogò: - -— Perchè chiamate ribelli Nervia e Altariva? - -— Permettete anzitutto che opponga alla dichiarazione del signor Conte -Lascaris qualche cosa di preciso. Non possono esservi francesi al -confluente del Bevera. - -— E perchè? - -— Per la ragione che domani in città si attende un parlamentario del -nuovo generale di Nizza. - -— Che prova questo? - -— Non si entra a viva forza quando c'è ancora la possibilità di entrare -pacificamente. - -— Dunque il signor Betto Grimaldi ha intenzione di lasciar libero -passaggio ai sanculotti? - -— Ignoro le intenzioni del mio comandante e se non le ignorassi certo -non ve le direi. Ma suppongo che il nuovo generale non sia così inabile -da offendere dopo aver preannunciato un parlamentare, all'oscuro com'è -delle intenzioni nostre che gli potrebbero anche essere favorevoli. - -Il silenzio gravò di nuovo. Finalmente _quella voce_ riprese: - -— Io sono Camillo Altariva..... - -— Ah! - -— .... e posso assicurarvi, signor mio, che non ho per adesso -intenzioni ribelli, come non ne ha il signor duca di Nervia... - -— Che è quel signore laggiù? - -L'unica ombra sconosciuta ancora, crollò il capo. - -— ... che non è qui, — riprese l'Altariva pazientemente — ma le cui -intenzioni io conosco. E posso anche assicurarvi che i fuochi in -questione appartengono ad un bivacco di sanculotti. Posso anche dirvi -di più. - -— Che cosa? - -— Non sono truppe regolari francesi. È una banda nizzarda sconfinata -per cercar bottino. E l'ha trovato. Il villaggio di Sant'Antonio non -esiste più: fu messo a ferro e a fuoco. - -— E gli abitanti uccisi? - -— Fortunatamente s'accorsero in tempo dell'invasione e, salvo qualche -malato incapace di muoversi e qualche imprudente o traditore, sono -tutti ricoverati nel castello del conte Lascaris. - -— Ah! maledetti! — sordamente esclamò il capitano Cavalli. - -— Imprecare è vano, signori. Voi sostenete che domani un parlamentario -del nuovo generale verrà in città? - -— Lo crediamo almeno. Dovrebbe a quest'ora trovarsi di già nel fortino -del Borzone. - -— Tanto meglio. Lasciatemi credere che ci unisca lo stesso interesse, -opporci all'invasione. Lasciatemi credere che la Serenissima una buona -volta si tolga alle sue eterne incertezze.... - -— Permettete che v'interrompa, signore! Non dimenticate che ho l'onore -di servire la Serenissima — s'affrettò a gridare il Cavalli. - -— Non ho l'intenzione di offendere il vostro governo. - -— Vi ringrazio. - -— Spero soltanto che mi facciate l'onore d'incaricarvi di un nostro -messaggio al vostro comandante. - -— Non vedo che vi si opponga inconveniente di sorta. - -Anche Giano Lercari assentì. - -— Ripetete a Betto Grimaldi quello che vi ho detto circa l'assalto al -villaggio di Sant'Antonio e chiedetegli a nome del conte Lascaris e -mio, se vuole accogliere quella povera gente in città, quella parte -almeno che il castello del conte Lascaris non può contenere. - -— Glielo dirò, signor Altariva, — promise il Cavalli. - -— E presentategli anche a mio nome una preghiera — aggiunse Luca -Lascaris. - -— Dite, signor Conte! - -— Desidero avere un colloquio con Betto Grimaldi, prima dell'arrivo del -parlamentare francese, o anche alla sua presenza. Non dopo almeno. - -— Sarò lieto di fare la vostra ambasciata, signor Conte. - -— Me ne congratulo. Buona notte signori! Vi lasciamo il Moncherino con -la sua lanterna. Siamo i più vicini. - -Le ombre si divisero: i tre sparvero quasi per incanto. - -— Sarei curioso di sapere chi fosse il terzo personaggio che non -ha avuto la cortesia di presentarsi, — sussurrò quasi fra sè Giano -Lercari. - -Dall'oscurità, in alto, una voce beffarda gli rispose: - -— Ti contento sùbito, bastardo. Sono Emanuele Embriaco, e ti prego -di.... - -Giano Lercari fece fuoco in direzione della voce. - -— .... salutar Betto Grimaldi e di chiedere a madamigella Chiarina se i -guanti erano di misura. - -Un'altra detonazione del Lercari. La voce beffarda riprese, dalla parte -opposta: - -— Sei bastardo anche nel tirare! - -E più lontana, ma sempre sghignazzante: - -— Buona notte! - - - - -X. - - -Fine di marzo, dolce mattina. - -Il primo sole penetrava nella stanza di madamigella Chiara, in quella -non ampia, addobbata a salotto, un salotto rococò in cui stonavano -delle poltrone recenti venute di Francia sotto dei grandi mobili -secenteschi e illuminava la sottile figura vestita di bianco, sparsi -i capegli biondi per le spalle, ritta dinanzi a un _coffano coperto -di veluto cremisi di tolla a fiori indorati_, ove Gilda inginocchiata -stava accomodando il corredo prezioso della promessa sposa. Presso la -finestra l'archivista Orengo sostava spesso, leggendo con voce stanca -la _lista dei giocali dati a Madamigella Chiara Grimaldi in occasione -del di lei matrimonio coll'illustrissimo signor Filippo Balbi_. - -L'omuncolo leggeva trascicando la voce nasale: - -— _Quattro donzine di camicie, cioè una donzina e mezzo di tela -Constans Silisia e Olanda ed il rimanente di lino, ma di prima qualità -e tutte guernite di Mussolina e pizzi._ - -— Signore Eterno Padre dacci la vita santa, che bellezza, madamigella! -Queste devono carezzar la pelle più delle nobili mani del signor -Filippo! - -— Gilda! Gilda! Taci, ti prego — mormorava Chiara arrossendo. - -— _Sei pezze di tela di lino di bellissima qualità..._ Madamigella -Gilda, vi prego di non gingillarvi.... _Quattro donzine di fazzoletti, -cioè una donzina di tela di Troes, una di lino nuovi, una di tela Pista -di prima qualità, sei di Batis con pizzi, e sei di seta._ - -— Bisognerebbe esser osso di prosciutto come siete voi, magnifico -Orengo, per non sentir la voglia d'accarezzare tutte queste belle cose! -Quattro donzine come dite. - -— Gilda, Gilda, un po' di rispetto per il signor Archivista, ti prego. - -— Lasciatela dire, nobile damigella! Non gliene voglio! So bene che — -scusate l'irriverenza e l'ardire — so bene che raglio d'asino non va in -cielo! - -E assicurandosi gli occhiali malfermi continuò: - -— _Otto Braziere, cioè due di Obletto di Francia, due di tela di Troes -e quattro di tela di lino.... una tovaglia ricamata di Picardia...._ - -Nel frattempo Gilda alzati gli sguardi alla padrona, aveva mormorato: - -— Se è quello il cielo, preferisco l'eresia! - -— Gilda, Gilda, ti prego! - -— _Otto mude di scuffie lugagianti e Tornato cioè una di pizzo di -Fiandra alto quattro deta...._ - -— Quattro delle mie, sei di madamigella, ma per lo meno otto delle -vostre che sembrano gli stecchini che usano i cinesi per il riso, come -assicura il capitano Cavalli che non so davvero come faccia a sapere -tutte quelle cose, a meno che non le legga nel suo latinorum. - -— _.... due di pizzo di Melines nuove....._ - -— Sant'Anna, che bellezza! Guardatele, magnifico Orengo! Farebbero -bello anche voi! - -— _.... una di pizzo di Milano fatto a Mignonetta_ — brontolò -l'archivista come se trangugiasse amaro. - -Ritta dinanzi ad una delle finestre, il volto pieno di sole, parea che -Chiara bevesse avidamente l'azzurro. Si sentiva pienamente felice. -In quei tempi avventurosi bisognava godere l'ora fuggente, superare -l'ansia del domani ed afferrarsi come si poteva meglio a tutte le brevi -ineguali moriture dolcezze dell'oggi. Bimba ancora, Chiara Grimaldi, -della stirpe dei Principi di Monaco, figlia di un senatore della -Serenissima, aveva dovuto ballare intorno all'albero della libertà, -due anni prima con degli scamiciati puzzolenti d'aglio e di sudore -represso, al tempo della prima invasione francese al comando di Arena. -Poi, forzato e girato Saorgio dall'esercito della repubblica, la fuga -di notte nell'alta valle del Roia, il ramingo errare per i casolari -alpestri fino a quando, ritiratasi la marea invadente, ricomposti -animi e affari, potè col padre e le poche soldatesche fedeli tornare -in città, nella casa devastata e insozzata, col cuore in continuo -sobbalzo e la bocca sempre amara. Purtuttavia quasi due anni erano -trascorsi in una tal quale relativa tranquillità. Erano tornati il -nobile Altariva nel castello sul mare, e il conte Lascaris in quello -della via Romana: solamente il duca di Nervia non avea ripreso possesso -del suo: bivaccava continuamente per tenere in soggezione la sua -vallata, con incarico segreto del Re di Piemonte, in guardia sempre -contro la Serenissima. Non era tornata la contessa Lascaris, l'amica di -Chiarina Grimaldi: la si dicea col figliuoletto in Sardegna. Ma quasi -a supplirla nel cuore della fanciulla, solitario cuor timoroso, ecco -Filippo Balbi, ufficiale della Serenissima distaccato presso l'esercito -francese. Nobile del portico nuovo, Filippo Balbi, ambizioso, di -stretto cervello, oggi lo si direbbe con nuovo termine appropriato -un arrivista. Ma elegante, abituato agli imbottiti salotti genovesi, -svenevole, profumato, figura di moscardino in burbera uniforme. Bello, -di una bellezza delicata, bianco e roseo e biondo, magro, piccole mani -e piccoli piedi, parlare affettato e ristretto cervello, ma ne cresceva -per turbar la fantasia di una piccola provinciale pavida e sognatrice. - -Ritta dinanzi alla finestra aperta, bevendo l'azzurro, Chiarina -guardava le linee delle colline oltre il Bevera, ove presumibilmente -s'era fermata la missione francese. Nulla sapea la damigella ancora -dell'incendio del villaggio di Sant'Antonio: siffatte notizie non -le giungevano che con molto ritardo e del resto villaggi a sacco e -sconfinamenti di bande erano all'ordine del giorno. - -— _Sei scuffie fatte a disaspuer di muzzolina, cioè tre soglie e tre -guarnite di picò tutte però guernite di bindello_ — continuava l'Orengo -con la sua voce fioca. - -E adesso anche Gilda, stanca, l'aiutava. - -— Undici paia di calzette..... - -— Un momento, un momento. - -E ripeteva leggendo la lista de' giocali: - -— _Undeci para di calzette, cioè sei para di lino, due para di seta, -due para di Fioretto e un para di castor da inverno...._ - -— Perchè poi proprio undici? Non si poteva compir la dozzina? - -— Giustamente, madamigella Gilda, ma il duodecimo vestirà i piedi della -damigella Chiara, nel giorno delle sue nozze. - -— È vero, non ci pensavo. Un'andriena, signor magnifico! - -— Quale, madamigella. Forse quella di _brocato in seta con fondo color -di perla, o quella di color di rosa con bordi d'argento di Grodetor_? - -— Nè l'una nè l'altra, signor magnifico! - -— Ah! ecco: _Andriena di satino fiorato con fondo color d'oliva_. Un -momento, un momento: seguiamo l'ordine, vi prego, madamigella Gilda! - -Chiara stanca a sua volta e un po' vinta dal sole che si facea forte -e imbiancava l'azzurro, si voltò verso i due. Le passavano sotto -gli occhi tutte le cose belle e nuove di zecca preparate per il -corredo, cose utili ed inutili, accomodate nei cofani come insensibili -morticini, fredde ancòra, ignote al morbido corpo, vuote. A terra -su carta fiorata, giacevano i ninnoli: i ventagli di tartaruga e di -madreperla, i bottoni di _Grillo ligati in argento_, le fibbie per -la cintura e le scarpette, un paio di forbici d'argento e un ditale, -una spazzola per pettini, una croce di perle fine legate in oro, dei -pendenti di Grillo, una collana di perle e persino un paio d'anelli -d'oro con castelli di pietre diverse. - -E la voce dell'Orengo: - -— _Un petanlor di satino con fondo giallo fiorato, un busto di grodetor -bianco, due gardanfan...._ - -D'un tratto la Gilda uscì in un'esclamazione di maraviglia: - -— Madamigella! Madamigella! Guardate! Che bella cosa? Che sarà mai, -magnifico Orengo? - -— Un momento! Un momento! Dell'ordine prima di tutto.. Verrà il turno -di quell'arnese! - -— Arnese? Me lo chiama arnese, l'eretico! - -Chiara s'era avvicinata curiosa e preso dalle mani di Gilda una specie -di cuscino trapunto in damasco giallo, foderato di taffetà e bordato -d'argento, lo esaminava attentamente. - -— Sant'Anna benedetta! La si direbbe una coperta da bambole, -madamigella. - -L'archivista però aveva raggiunto sulla lista l'oggetto. - -— Un momento! Eccolo! Non può essere che questo: _un coperto da -culla...._ - -Ah! che dolor dolce, che trafittura dolcissima al cuore di madamigella -Chiara, e la ferita le si dilatava e la gola le si chiudeva, quasi fino -a svenire. - -Ah, che dolor dolce! - - - - -XI. - - -Un bussar rispettoso alla porta. - -— _Due manizze, una di piuma, l'altra di pelo...._ - -Invece di rispondere Gilda corse all'uscio. - -— È il Moncherino, madamigella. - -Il vecchio soldato fece un goffo inchino, restando sul passo dell'uscio -socchiuso e restò in silenzio aspettando per rispetto d'essere -interrogato. - -— Buon dì, amico. Che vuoi? - -Chiarina Grimaldi era l'idolo dei soldati che l'avevano veduta bambina -e che la tenevano un po' come figliola comune: l'amavano perchè era -famigliare e non si rifiutava mai di intercedere presso il padre o -il Borzone, perchè donava spesso e, come potea, largamente, e perchè -sapeva suggerir farmachi o allacciar bende. Il Moncherino parlò dunque -abbastanza sciolto e rapido e, in fe' di Dio, credo anche abbozzando un -sorriso, ciò che era contro ogni disciplina. - -— Porto una buona notizia, madamigella. - -Chiara si fece di scarlatto. - -— È arrivato!.... — esclamò precipitosamente e non meno -precipitosamente s'interruppe. - -— È arrivato, sì, il magnifico signor Filippo Balbi ed è con il -magnifico signor padre di madamigella: anzi è il magnifico signor padre -che mi ha dato ordine di venire ad annunciarli. - -— Vengono qui, Moncherino? Hai capito bene? Vengono qui?! Il magnifico -signor mio padre non mi fa chiamare nelle sue stanze? - -— No, madamigella: vengono proprio qui: ho capito bene, anzi mi -sono fatto ripetere l'ordine. Viene il magnifico signor padre di -Madamigella, il magnifico signor Filippo e forse il capitano Cavalli -che era seco loro poco fa. - -— Oh! poveretta me! Hai capito Gilda? presto, presto nascondi tutto -questo inventario..... - -Afferrò dalle mani dell'archivista, il quale a bocca aperta era rimasto -interrotto e interdetto, la lista dei giocali e la gettò alla rinfusa -nel cofano più vicino con qualche cosa che le capitò tra le dita. - -— _Un para di mitine...._ Un momento, un momento, madamigella, vi -prego! Un momento, o tutto il nostro lavoro sudato di stamane sarà -inutile! - -— Viene il mio signor padre con gente di condizione, e non voglio che -tutto il mio corredo sia esposto a occhi profani! - -— Un momento! Un momento! Per carità! - -— Presto, presto, Gilda! - -La vispa camerista ridendo sotto il naso adunco del vecchietto parea si -desse d'attorno ad aumentare il disordine, gettando con apparente furia -nei due cofani alla rinfusa le camicie coi fazzoletti, le braziere, le -mantelline, le scuffie, le _andriene_, i busti, i guanti e quante belle -cose linde si trovavano sparse per la camera, mentre l'Orengo, le mani -nei capegli — pochi ed unti — levava dolorose interiezioni. Finalmente -calati i coperti, e seduta sopra il più vicino, Gilda esclamò: - -— Auff! Non s'addolori il magnifico Orengo! Avremo così il piacere di -rivederlo un'altra volta oggi stesso o domani! - -— Ma ho da prestar l'opera mia al governatorato — gemeva il vecchietto -— tre decreti almeno da classificare e da spulciare! - -— Vergogna! Posporre le dame a un brutto decreto su carta raschiata! - -La palinodia non avrebbe vista così presto la parola _fine_ senza un -susurrio di voci ed uno strepito di passi speronati che aumentavano -avvicinandosi. - -Chiara sbiancò, cadde a sedere sulla scranna più vicina, ma poi -facendosi forza e comprimendo il cuore con ambe le palme, ciò che -poteva anche parere un preparativo per il prossimo reverente inchino, -avanzò di tre passi verso l'uscio socchiuso, sul quale comparve sùbito -il Grimaldi, pomposo, precedendo un giovane ufficiale vestito della -divisa francese; ed infine la faccia assente del Cavalli sporse fra i -due seria e meditabonda. - -— Chiara, ecco il signor Filippo Balbi, tuo sposo promesso — annunciò -il governatore ed aggiunse: - -— Le cure del suo e nostro ministero ne hanno alquanto sofferto ma il -signor Balbi era impaziente di vederti e di confermarti l'affetto suo. - -— Benvenuto il signor Filippo Balbi — mormorò con un filo di voce -Chiarina inchinata più forse del necessario che del conveniente, -premendosi però sempre con ambe le palme il cuore. - -— Chiedo umilmente perdono se non troverò parole degne, — rispose il -Balbi profondamente chinato — ma la felicità mi toglie ogni possesso di -me stesso. - -Il lambiccato complimento fu detto con voce metallica e precisa che -mal combinava con la pretesa emozione delle parole. E probabilmente il -secco animo del giovane non si sarebbe che addentrato in un ginepraio -di belle frasi fredde, pur abilmente poi uscendo con tutto l'onore -delle armi dal labirinto, se la Gilda avanzando le sedie non avesse -posto quella del Grimaldi fra Chiara e Filippo. Il bel conversare non -si aggirò dunque che sulle notizie di Genova e di Francia: anzi il -governatore che teneva assai ad essere informato interrogò più spesso -che non fosse interrogato distraendo, a pro suo, pensiero e viso del -promesso sposo dalla sposa promessa. - -Eppure, anche dalle sterili nuove senza interesse per lei attingeva -Chiara grande felicità: si parlava del governo frivolo succeduto al -terrore, di cose senza importanza, di uomini sconosciuti, eppure ogni -parola di lui era dolce per lei, come se fosse parola d'amore, perchè -usciva dalla bocca del fidanzato. - -Pendeva la fanciulla da quelle labbra strette e sottili che s'aprivano -di rado interamente, per non far vedere tutta la dentatura sana, ma -ineguale e non candida. Benchè non mordesse la cartuccia Filippo Balbi -usava però nei bivacchi la lunga pipa soldatesca, ciò che non si confà -alla dentatura. Ma non importava a Chiarina ch'egli parlasse con grazia -e di che parlasse; purchè potesse abbeverarsi e disalterarsi a quella -fonte poco badava donde sgorgasse la bella linfa che le riempiva il -cuore. - -— Il governo di Barras è scettico, teoria del giorno per giorno, del -rattoppare per non rifare, sforzo di diplomazia più che azione.... - -— Ma i generali? Hoche? Massena? Moreau? - -— Braccia valide e sicure, ma braccia. Non è ancora apparso l'uomo che -abbia in sè pensiero ed azione e non credo che si trovi. S'era sperato -in Dumoriez, l'unico che possedesse un cervello ma dopo la catastrofe -che crollo anche per Dumoriez! Hoche? Un santo, capace d'ogni -sacrificio ma non di costruire. Massena un testardo intrigante. Moreau -un intrigante bello, cospiratore fallito e sempre con la tentazione -di ricominciare. No, credete, nulla, il vuoto. La povera Francia -non ha che il cervello di Barras e la bellezza di madame Thermidor, -null'altro, ed è poco, molto poco. - -— Genova non ha nemmeno un Barras. - -— Ha peggio. Il magnifico Cattaneo è un fanatico, e le nazioni non si -conducono nè col fanatismo nè con lo scetticismo. La giusta misura, -l'uomo capace di far l'epopea e il codice, di ragionare e di far -sragionare, di dominare i cervelli e di trascinar le masse, l'uomo che -sia prosa e appaia poesia.. - -Chiarina ascoltava: i bei conversari a poco a poco si riducevano ad un -solo conversare, quello di Filippo Balbi, che abbeverato ed anzi saturo -dei temi unici delle conversazioni mille volte udite nei salotti e -nei caffè della Parigi del direttorio se ne pavoneggiava pur tuttavia -usando della grazia e della scioltezza elegante. - -Più spesso Chiarina non comprendeva, non seguiva, non riesciva a -capire, ma il suono di quella voce la cullava in tanti tanti sogni -d'oro nei quali faceva capolino — chissà perchè poi? — _il coperto da -culla di damasco giallo foderato di taffetà bordato d'argento_! E senza -una ragione al mondo la fanciulla arrossiva e per impedire alle sue -guance di farsi scarlatte si costringeva in uno sforzo che diventando -coscienza la faceva arrossire vieppiù. - -Ora il conversare s'aggirava sul campo di concentramento francese a -Nizza, tema d'attualità. - -— Quanti uomini? — aveva chiesto il Cavalli. - -— A un dipresso trentamila. - -— Come: a un dipresso? - -— E chi può contare, magnifico signore, le bande affamate, lacere, -scalze, prive d'armi di munizioni e di capi, ribelli ad ogni fede e -ad ogni disciplina, prive di soldo da mesi, ridotte a procacciarsi -il vitto con i furti e le scorribande, chi può contare quella valanga -immonda presso la quale mi trovo al seguito d'una specie di generale. - -— C'è dunque finalmente un generale? - -— E chiamiamolo pure così, se vi piace. È un paria còrso, affamato -come i suoi soldati, mingherlino e mal nutrito che pochi anni or sono -vegetava nell'artiglieria e che oggi per intrighi di donne..... - -S'interruppe per rispetto a madamigella Chiarina. Ma il Grimaldi, -curioso come tutti coloro abituati alla grande città e costretti invece -alla provincia, non istette in sè. - -— Raccontate, raccontate, signor Filippo Balbi. Il vostro nuovo -generale è salito per intrighi di donne? - -— A Parigi tutto è possibile, magnifico signore: a Parigi ove un prete -spretato, ex-vescovo scomunicato, regge la diplomazia, e un libertino -senza legge e pudore governa, anzi sgoverna con favorite e con -ballerine peggio ma peggio assai che ai tempi del Reggente o di Luigi -il bene-amato, a Parigi tutto è possibile! - -S'interruppe ancòra e guardò Chiara. Ma la fanciulla aveva ricuperato -il suo bell'incarnato più tendente al pallore che al rossore: pareva in -estasi, al settimo cielo, troppo lontana, troppo estranea alle brutture -di quaggiù. E d'altronde non era possibile che comprendesse nelle -velate insinuazioni, il senso recondito che gli uomini afferravano -immediatamente e gustavano. - -— Voi non potete, magnifico signore, farvi una idea della corruzione -e della incuranza della classe dirigente a Parigi. La rivoluzione ha -avuto almeno degli uomini: il Terrore, che Iddio lo danni, ha avuto -degli uomini. Ma il Direttorio non ne ha. Armate sul Reno fiorenti -affidate a generali — badate a generali, il che non vuol dire uomini -di capacità direttiva civilmente — affidate a generali di coraggio e -di fortuna: la Vandea pacificata per merito di Hoche, uomo di Plutarco -più che del nostro secolo, e che, se un Richelieu od anche un Andrea -Doria lo dirigesse, potrebbe conquistare il mondo come Alessandro il -Macedone, ma che senza spalliera civile si sente a disagio e inabile -a malgrado la dichiarazione di Salvator della patria come capo -dell'Armata dell'Oceano: poichè hanno delle trovate letterarie quei -ballerini di Parigi. Ordunque Reno e Vandea ben guarniti, mezzogiorno -pur con le bande custodito, la Francia a prima vista parrebbe sicura. -Ma nelle frontiere, entro i suoi confini ha il nemico peggiore: la -sommossa quotidiana, il popolo disoccupato, la mancanza del pane, -l'agricoltura abbandonata e Parigi, il cervello, nelle mani di un -cinico e di una turba femminile avida di lusso e di piacere. La -prima donnetta senza scrupoli che vi capiti diventa una Caterina dei -Medici. Poco tempo fa è piombata come una cavalletta dispersa dal -vento, una creola, una certa vedova Beauharnais, bellezza del diavolo, -femmina fino alle unghie, la quale si gettò nelle braccia di Barras -per conquistare in un sol blocco fama e fortuna. Ma Barras è infido -peggio del mare e si stanca presto, peggio di un sultano: e allora per -liberarsi della donna la fa sposare a una sua creatura, già creatura -di Robespierre, un soldato di fortuna caduto in disgrazia, un certo -Bonaparte.... - -Il capitano Cavalli alzò il capo sorpreso. - -— Bonaparte? Aspettate, signor Filippo. Un giovane quasi nero di viso, -dai capegli lunghi e incolti, un aspetto di tisicuzzo..... - -— Perfettamente. Lo conoscete? - -— Sicuro: due anni or sono, mi pare, fui chiamato a Palazzo e mi fu -affidata una missione di fiducia: aspettare alla Lanterna un inviato -di Francia, inviato _in incognito_. E mi trovai con codesto Bonaparte, -se è lui, allora generale dell'Armata del Varo, se non erro. Credo che -avesse il segreto incarico di spiare il Faipoult. Rimase a Genova poco -tempo e se ne andò di punto in bianco senza prendere congedo nemmeno da -me. Uomo di poche parole, nervoso, malato, che tossiva, specialmente di -notte in modo spaventevole, e che perdette gli occhi sugli affreschi di -Palazzo Spinola, ove sono le piante di qualche nostra città capitale. -Viveva d'erbe e non beveva mai vino, ma leggeva il sommo Virgilio nella -traduzione dell'abate Delille. Ciò me lo rese quasi simpatico. - -— E invece lo è poco, signor capitano. Generale per merito di donne! -Se ne accorgerà la nazione! Me lo vedo, il giovanotto generale delle -sottane a rimettere in assetto le bande indisciplinate e disorganizzate -del Varo! E a questo proposito, magnifico Grimaldi, mi permetterete -più tardi di darvi comunicazione dei suoi ordini..... poichè li chiama -ordini il côrso favorito. - -— Ordini! Benissimo! — E il Grimaldi rise amabilmente. — Benissimo. Ma -attendendo di conoscere gli ordini del vostro generale ballerino non -vi dispiacerebbe di rinfrescarvi con un po' di sciroppo di rose? Animo, -Gilda, prepara le guantiere, e tu Chiarina, fa la padrona di casa! - - - - -XII. - - -Fine di marzo: tempestoso tramonto. - -Le nubi si accavallavano migrando in cirri giganteschi verso l'alta -vallata del Nervia già quasi tutta verde per l'inizio precoce della -primavera. Il castello dei duchi di Nervia, disabitato, le finestre -in disordine, ma il gran portone chiuso in fondo al parco devastato, -parea un albergo di spettri. Almerico di Nervia non lo abitava più da -lungo tempo, forse due anni, dalla prima invasione francese. Teneva in -possesso la vallata con i più fedeli fra i contadini delle sue terre -e qualche soldato del Re di Piemonte: bivaccava qua e là ramingo per -la valle ove gli parea che più fosse necessaria l'opera sua per tener -soggetti i paesi vassalli, che aveano preso gusto a tutte le licenze -dell'albero della libertà. - -In quella sera della fine di marzo mentre le nubi gonfie di pioggia -turbinavano risalendo giganti verso le gole montane, aveva fissato -il proprio accampamento sopra il paese d'Isolabona al confluente -d'un minaccioso torrentaccio, gonfio per lo scioglier delle nevi, che -scendeva al Nervia dalle alture di Perinaldo, raccolti gli innumerevoli -rivi e rigagnoli e fossi di quella marca vulcanica ove s'aderge il -paese di Baiardo e per cui si discende poi nell'opposta parte a San -Romolo e quindi a San Remo. Per quella strada lunga e disagevole -aspettava Almerico di Nervia una visita inusitata. Nientemeno aspettava -la marchesa Fiorina di Spigno, emissaria del generale Colli, il -comandante delle Armate di Piemonte e d'Austria. Il litorale non -era sicuro: il generale francese Serrurier da Garessio a Savona — si -credeva — Cervoni a Voltri: le valli fino al Finale risuonavano della -Carmagnola e della Marsigliese. Per questo la bella marchesa di Spigno, -con una mano d'uomini, cavalcando un muletto alpino s'era lanciata -all'arembaggio di tutti i valichi anche i più tortuosi e per le valli -del Cento e dell'Impero e poi per l'Argentina aveva intrapreso la -strada poco sicura che per San Romolo, Perinaldo e Apricale discendeva -a Isolabona. Una staffetta l'avea preceduta di poche ore e Almerico -di Nervia, fatta continuare la staffetta al Lascaris, impiantato il -bivacco a cavaliere delle due valli, attendeva impaziente. - -Dovevano essere importanti le notizie perchè la bella marchesa si -sobbarcasse a un tanto disagioso cammino! Il Nervia, uomo di mezza età, -la barba piena e rotonda, gli occhi vivaci, possente di corporatura, -vestito di cuoio alla cacciatora senza sproni agli alti stivali, seduto -sopra un albero dimezzato dal fulmine, tentava di spingere lo sguardo -fin dove la gola già quasi buia e le nubi che parevano basse e gettate -a ferirsi in fra gli alberi spettrali, lo permettevano. Non portava -altra arme che un coltello da caccia alla cintura e la mano impaziente -agitava lo scudiscio e le labbra irrequiete lasciavano sfuggire un -fischiettar sordo e frammentario. - -Una calma enorme teneva le vallate, chè il vento era troppo in alto -e, se accavallava le nubi, non giungeva ad urlar fra le gole: soltanto -lo scrosciar dell'acqua precipitosa del torrentaccio scandiva la pace -solenne. E a volta a volta lo stridulo grido delle scolte, un misto di -civetta e di cucùlo, chè ovunque si avversava la rivoluzione l'allarme -e l'avvertimento degli _chouans_ vandeani s'era imposto. Soltanto, -a un dato momento furono due i richiami che giunsero da un punto -imprecisato, due che si seguirono a breve distanza, isocroni. Il duca -lasciò di flagellarsi lo stivalone con lo scudiscio, s'alzò e tese -l'orecchio. Il richiamo doppio si ripetè. - -Nello stesso tempo, quasi rispondesse telepaticamente a un muto -appello, dalla tenda più vicina che era appunto quella del comandante, -benchè non differenziasse dalle altre che per le dimensioni e per -essere più esposta ad ogni pericolo del cielo e degli uomini, un -vecchio sbucò all'improvviso. - -— Hai udito anche tu, Seborga? - -— Sì, monsignore, e se non erro è stato il Monferrino. - -— Il Monferrino? Ma non è di guardia verso Isolabona. - -— Sì, Monsignore! - -— Non è dunque ancora avvistata questa benedetta Marchesa? - -— No, monsignore: credo che sia invece il conte Lascaris. - -A malgrado l'impazienza che l'aduggiava, il duca Almerico non potè -trattenere un sorriso. - -— Benedetti gli innamorati! - -— Dice un proverbio, monsignore — confidenzialmente aggiunse il Seborga -— che il cuore marcia con gli stivali delle sette leghe. - -— Avrei preferito parlare senza testimoni con Fiorina! - -— Ma il conte Lascaris se ne sarebbe offeso. - -— Hai ragione, vecchio Seborga. Nella tua bocca si forma il buon senso. -Va' all'incontro degli ospiti, amico mio. - -Il vecchio obbedì, come un fedele scudiero doveva ubbidire. Fido servo -del Nervia, nato sulle terre feudali vent'anni prima del suo padrone, -il Seborga non se n'era staccato un solo giorno da quando lo conduceva -a tuffarsi nel mare, e gli insegnava a cavalcare a dorso nudo. Non -viveva che di lui e per lui, e ne conosceva i più reconditi pensieri, -quelli anche, forse, che Almerico non confessava neppure a se stesso. -Muto, impassibile, non apriva bocca e non diceva la propria opinione -che in presenza del suo solo padrone, a tu per tu, senza ambagi e senza -falsi rispetti. Almerico di Nervia conservava una superstiziosa fiducia -nei giudizi sommarï del vecchio Seborga: anche in quella sera quando lo -vide tornare precedendo gli ospiti, l'interrogò con lo sguardo fisso. -Il vecchio crollò il capo, segno che qualche cosa non gli garbava. Ma -non potè saperne il pensiero completo: dietro di lui, concitato apparve -il Lascaris seguito da un gruppo di uomini ignoti al Nervia. - -— Ebbene, Almerico? - -— Nulla ancora, Luca: sii calmo, te ne prego. - -Con un cenno interrogativo mostrò le persone sconosciute che seguivano -l'ospite e che s'erano fermate a qualche passo di distanza. Il Lascaris -si ricompose. - -— Hai ragione, duca, hai ragione. - -D'un gesto staccò una persona dal gruppo: - -— Il conte Emanuele Embriaco. - -Mentre alzava lo sguardo al sopraggiunto, Almerico di Nervia incontrò -l'occhio assonnato per abitudine ed ora sfavillante del Seborga. Per il -che osservò attentamente, quanto almeno la cortesia gli permetteva, il -gentiluomo presentato e che si inchinava amabilmente. - -— Benvenuto, signor conte, — disse poi. — Sapevo che da qualche giorno -eravate ospite dei nostri in oggi poco ospitali paraggi. E ringrazio il -conte Lascaris di avervi qui condotto.... - -Luca l'interruppe. - -— Almerico, permetti! Il conte Embriaco non sa ancora la ragione della -mia venuta. Abbiamo fatto diverse strade: io pel litorale, egli per la -Rocchetta e non ci siamo congiunti che al confluente giù, ove credevo -di trovar Camillo Altariva disceso per le Maure, e che invece è ancora -in ritardo. Appena raggiunto, mi premeva correr qui da te.... - -— Comprendo, comprendo. Tanto più ti comprendo..... - -Strana cosa! Il muto Seborga, vassallo dalla nascita e come tale -quindi beneducato a rimanere al suo posto davanti a personaggi pari al -padrone, intervenne con una famigliarità che soltanto un ecclesiastico -potea permettersi pur essendo di rango inferiore. - -— .... in quanto la signora marchesa di Spigno non giungerà, questa -sera almeno. - -Padrone di se stesso Emanuele Embriaco lo era e lo dimostrò nel non -lasciar muovere un sol muscolo del viso: ma non così il Ricciuto che -gli stava a qualche passo dietro e che trasalì di colpo. Almerico -di Nervia osservò l'ombra che s'era spostata violentemente al solo -pronunciar di un nome e sporse il capo come se interrogasse il Lascaris -sulla scorta. - -— Gente fida, Almerico: gente mia e del conte Embriaco. - -Troppo uso l'avventuriero agli agguati ed alle sorprese d'ogni genere -per lasciarsi placar da un cenno di capo rassicurante: aveva seguito -lo sguardo parlante del Seborga, drizzate le orecchie all'infrazione -d'etichetta che nemmeno il trovarsi in campagna autorizzava, e per -di più lo scatto del Ricciuto e la curiosità istintiva del Nervia -erano sopravvenuti per non lasciarlo troppo tranquillo. Per la qual -cosa credette opportuno di correre al riparo e lo fece con scioltezza -elegante. - -— Gente fida, sì, duca, ma non mia. Il conte Lascaris non ricorda -esattamente. Ricciuto, Bracciodiferro, avanzatevi. - -I nominati obbedirono. - -— Permettetemi signor duca: il Ricciuto, maresciallo d'alloggio del Re -di Piemonte, Nostra Sacra Real Maestà.... - -Si scoprì e tutti l'imitarono. Poi continuò: - -— .... appartenente al Presidio della Ferania. E Bracciodiferro -vassallo del signor marchese di Spigno. - -Un istante di silenzio. Rumoreggiò il tuono al nord verso il monte -Altomoro. Qualche rada goccia di pioggia crepitò sulle foglie novelle. -Nel silenzio il torrente raddoppiò lo scrosciare. - -A ricomporre animi e visi, ecco il Seborga impassibile, nella sua -compostezza servile di vassallo di gran casa: - -— Il signor duca e gli ospiti del signor duca sono serviti di -rinfreschi nella tenda del signor duca! - - - - -XIII. - - -Primo a rompere il silenzio fu Luca Lascaris. Il pensiero che -l'assillava mal gli faceva sopportar l'inazione. Avrebbe voluto -muoversi, avrebbe voluto risalir verso Perinaldo incontro alla donna -tanto più amata quanto più da mesi e mesi ne ignorava la esistenza -sentimentale. - -— Mi stupisco di una cosa, di una soltanto, duca, e cioè di vederti qui -inattivo e neghittoso mentre una dama corre chi sa quali pericoli, alle -prese con le spie francesi e con i banditi della vallata. Muoviamoci, -per Nostra Signora di Lampedusa, andiamo tutti incontro alla dama che -viene verso di noi: le abbrevieremo almeno le fatiche del cammino. - -— Perfettamente ragionato, Luca, — rispose il Nervia pacatamente — Non -sono io l'uomo al quale tu puoi rimproverare di mancar di riguardo non -solo verso una dama del nostro mondo, ma neppure verso una donna. Ti -prego soltanto di prestarmi attenzione e di arrischiare uno sguardo -fuori di questa tenda: è posta sull'innesto di due sentieri, l'uno che -sale a Perinaldo, l'altro che s'inerpica verso il nord, e precisamente -verso il valico del Cravana. Da qual parte discenderà la marchesa? -Non potevo arrischiare di mandarle incontro il mio vecchio Seborga, -quantunque conosca le parole di benarrivo, degne di una tal dama.... - -Il Seborga afferrò immediatamente l'occasione che gli porgeva il suo -signore. Disse, umile, con voce dimessa: - -— E d'altra parte il signor duca bramava attendere gli eccellentissimi -signori conte Lascaris e Camillo d'Altariva.... - -Anche il Seborga si rifiutava di pronunciare il nome Altariva privo -dell'attestazione di nobiltà. - -— Eccomi, — interruppe Luca — dividiamoci ed avviamoci! - -Almerico di Nervia consultò con lo sguardo il fido scudiero e replicò: - -— Che ne consigli, Seborga? - -Il vecchio servo rispose: - -— Ho l'onore di approvare il progetto dell'eccellentissimo signor conte -Lascaris. - -— Ben parlato, per Nostra Signora di Lampedusa. Questo è per te, -vecchio Seborga: tienlo per mio ricordo! - -Staccò dalla cintola il pugnale dall'impugnatura aspra di borchie -preziose e lo porse allo scudiero. - -— Umilmente ringrazio Vostra Eccellenza, e mi auguro di sguainarlo -presto in vostro servizio.... - -— E della marchesa Fiorina! - -— E della eccellentissima e graziosa signora marchesa di Spigno. - -— Sia pure — concluse il Nervia — dividiamoci. Ma chi attenderà Camillo -Altariva? - -Incoraggiato dal buon successo, il vecchio Seborga si permise ancora di -interloquire. - -— Se le Vostre Eccellenze permettono..... - -— Ascoltiamo il parere del mio buon Seborga, — annuì Almerico di Nervia -— Se avesse presto il braccio come ha pronto il senno, ci porterebbe -certo a guidare contro le masnade avide e brute di Barras e di Arena. - -— Se pure è sempre Arena che ci viene incontro dal Varo — mormorò Luca -Lascaris — Mi parlò il Grimaldi d'un generale ballerino mantenuto di -donne..... - -— O Arena o chi sia lo sapremo sempre a tempo, Luca: ma ascoltiamo il -piano del Seborga! - -Anche l'Embriaco ne parve desideroso. - -— Ecco, eccellentissimo: sarei dell'umile parere che il mio eccelso -signore qui rimanesse ad attendere il signor d'Altariva, o la illustre -dama di Spigno, la quale potrebbe — e non ne stupirei — ben anco -evitare i sentieri e scendere direttamente dai monti. Il signor Conte -Lascaris ed il signor Conte Embriaco potrebbero affrontare i due -sentieri. - -— E come divideresti la scolta, Seborga? - -Il vecchio scudiero non rispose: parve attendere che altri lo facesse -in vece sua: ma nessuno fiatò. - -Un'occhiata dell'Embriaco era bastata per fermare un'imprudente offerta -del Ricciuto che aveva seguiti i nobili signori nella tenda per invito -del Seborga. - -Il quale allora terminò: - -— Bracciodiferro, vassallo del Marchesato, potrebbe seguire il signor -conte Embriaco ed andare così incontro alla sua nobile signora, ed -il Ricciuto — lo salutò graziosamente — far la scorta al signor conte -Lascaris. - -— Accetto — rispose l'Embriaco. - -E parve felice. - -— Accetto — ripetè il Lascaris. - -E poi: - -— Affrontiamo la via prima che faccia notte. - -— Non senza il bicchier della staffa, eccellentissimi ospiti ed amici — -propose il duca. - -Il vino rosso di Dolceacqua fu mesciuto nelle ciotole di legno che il -Nervia usava portar seco nella sua vita errabonda: tanto l'Embriaco che -il Lascaris vi appressarono appena le labbra, e così pure il Ricciuto. -Ma Bracciodiferro che fumava la pipa seduto sul tronco d'albero su -cui ci è apparso il Nervia, non si fece pregare: ne bevve anzi più -del necessario. Ora, il vino rosso di Dolceacqua è traditore, dà alle -gambe: sicchè quando le due piccole truppe vollero incamminarsi, il -vassallo del signor marchese di Spigno tentò inutilmente d'alzarsi. - -— Per tutti i diavoli di Satanasso — masticò la lingua grossa e la -bocca pastosa — per tutti i diavoli di Satanasso, giuro che non mi è -mai capitata una cosa simile! - -— Ciò significa, signor mio, che non avete mai trincato del vino di -Dolceacqua, — gli osservò mellifluamente il Seborga. - -— Vino di Dolceacqua? Che canchero mi va dicendo il vecchio Gelindo! -Vino di Dolceacqua? Ma ho tracannato botticini di vini delle Langhe e -del Monferrato, del Polcevera e delle Cinque Terre, senza che le gambe -mi facessero mai un simile scherzo. Per tutti i diavoli di Satanasso -e per le sue cinquecentomila spose! non avrei mai creduto che un -bicchierotto di legno col fondo alto un dito mi conciasse in questo -modo! Alle gambe il vino! Ho sempre creduto che salisse al cervello! - -— Al cervello di chi ne possiede, balordo — gli rispose ben secco -l'Embriaco, apparso per l'appunto sul passo della tenda — al cervello -di chi lo ha! Per intanto eccomi qui ridotto senza scudiero! - -— Non sia mai detto che la Eccellenza vostra non venga servita come -merita! E che debba privarsi di chi le regga la staffa, — replicò -il Seborga. — In mancanza di questo balordo, che davvero, m'accorgo, -non può muoversi, ascriverò a somma ventura di offrire i miei umili e -modesti ma zelanti servigi al signor conte! - -Solo allora l'avventuriero comprese che il tiro non era accidentale, ma -servito con tutte le regole, e che il Seborga nascondeva un pericoloso -disegno a suo svantaggio. Già ne aveva avuto il primo sospetto -nell'udirgli svelare il probabile arrivo della marchesa di Spigno, che -il Lascaris gli aveva taciuto, morso da un po' di gelosia, di cui non -sapeva padroneggiarsi dopo la famosa lettera. Ma quello che era stato -quasi fanciullesco pudore e innata ritrosia qualificò per disegno a suo -danno ed unì Luca e Seborga in una sola intesa. - -— Attento Emanuele — mormorò internamente a se stesso — qui si congiura -contro di te. Attento, mio caro! - -Ma padrone de' propri nervi mostrò un viso ilare alla cattiva fortuna e -cennò amicalmente al vecchio scudiero del duca di Nervia. - -— Ci guadagno una guida senza pari, — dichiarò. — Per il che, -tutto sommato, posso anche perdonarti l'infrazione alla disciplina, -Bracciodiferro. Ma ne riparleremo al mio ritorno, se tutto sarà andato -a dovere. - -Bracciodiferro apparve così sbalordito che trangugiò senza far motto il -balordo regalatogli prodigalmente dal Seborga, mentre in tempi normali -avrebbe per lo meno denudato, senza pudore alcuno lo schidione che -teneva fra le mani. - -Il Lascaris già in sella, impaziente, frenetico quasi, troncò la -possibile querimonia. - -— Andiamo! Andiamo dunque! - -— Sii prudente, Luca — ammonì il Nervia. - -Per tutta risposta l'altro spronò il cavallo. - -Il Seborga resse la staffa all'Embriaco, il quale salutò l'ospite con -tutta cortesia. Poi lo seguì. Le due piccole truppe s'avviarono per -qualche diecina di minuti entro lo stesso malagevole sentiero, poi, -giunte ad un bivio, senza parola si separarono, dirigendosi l'una verso -levante e l'altra, quella dell'avventuriero, verso il nord, fosco e -chiuso. - - - - -XIV. - - -Per un po' di tempo cavaliere e scudiero — quest'ultimo a piedi presso -la staffa a sinistra — tennero la testa del manipolo composto di sei -valligiani. E stettero silenziosi. - -La strada era d'altronde malagevole, un sentiero da capre, che soltanto -il cavallo montato dall'Embriaco, un cavallino tozzo delle scuderie del -Nervia, poteva arbitrarsi a tenere. S'inerpicava il sentiero nel buio -fondo incassato entro una specie di depressione del terreno, spoglia -d'alberi e d'erbe, e rocciosa a giudicarne dal battere isocrono della -zampa equina, che tentava ogni volta, prima di posarsi. - -— Da che parte mi conduci, amico? — domandò l'Embriaco al Seborga -chinandosi nel buio, ove possibilmente potea trovarsi il compagno. - -— Che la Eccellenza vostra si lasci guidare, mio grazioso signore: -potrò forse errare, chè tutti noi, miseri mortali, siamo soggetti -all'errore, ma ho nel pensiero che la nobilissima signora marchesa -per più sicurezza abbia preferito scendere dal Monte Acuto, e, fra il -Bucarin e il Cravana, girando quest'ultimo, riprendere per Apricale. -In questo caso è proprio verso di noi, fortunati, che apparirà -d'improvviso. - -— Me ne dispiace per il conte Lascaris, — osservò ridendo -l'avventuriero. — Ma perchè hai scelto questa strada per me, amico? - -— Non ho scelto, mio nobile signore. Il conte Lascaris si è avventato -sulla via di Perinaldo, su quella cioè che gli è parsa la più -probabile. Ma ho in animo che abbia errato, se posso così esprimermi -per un tanto illustre signore. - -— Andiamo dunque incontro alla bella Fiorina! E chi sa che non -l'accompagni il buon Ibleto pel quale certo l'amico arcade Amarillo -Glucosio troverebbe la rima in faceto. - -— Il signor marchese di Spigno! Voi credete che il signor marchese di -Spigno possa viaggiare in compagnia della illustre signora marchesa? - -Tutto quanto era di pertinenza del marito, aggettivi e titoli il -Seborga pronunciava con un'apparente colore di sprezzo, mentre -riserbava la tinta, dell'entusiasmo per la bella Fiorina. - -— E perchè no? Forse che non sono marito e moglie? O monsignore il Papa -ha scoperto per dividerli qualche impedimento? - -— Sono, è vero, marito e moglie, — replicò il Seborga con tanta -serietà nella voce che l'altro ne fu colpito — ma sono pur anche, -e più profondamente del burrone che fra poco fiancheggeremo, divisi -dalla politica. La marchesa è per il Re. Il marito è un giacobino e un -volterriano. Credevo che la Eccellenza vostra, che ha dimestichezza con -le corte di Spigno, non l'ignorasse. - -L'Embriaco drizzò le orecchie. La parola dimestichezza era stata -pronunciata con una tal qual tinta d'ironia che mal gli suonò: -l'altra parte ogni motto del vecchio scudiero gli giungeva fasciato -d'intenzioni oscure e gli facea bollire in petto impeti d'ira -trattenuta. - -Le relazioni fra l'Embriaco e i marchesi di Spigno erano state cordiali -sì, ma solamente col marito: per la sua avversione alla Repubblica -di Genova, dominazione oligarchica senza alcun effetto di governo -reale, fastosa, vuota, solenne e nulla, s'era trovato l'avventuriero -immediatamente d'accordo con Ibleto di Spigno: con Fiorina invece poca -dimestichezza: il Ricciuto con i suoi uomini s'erano accompagnati per -un tratto breve di strada, quello che dalla Ferania va a Savona, poi -tanto l'Embriaco che il Ricciuto conosciutisi ed apprezzatisi a vicenda -avevano allungato insieme il cammino, semplicemente. - -I soldati in quel tempo camminavano come tante pecore dietro il -campanello del capo mandra, nè si sarebbero stupiti se il Ricciuto li -avesse condotti in Bretagna o in Iscozia, come avvenne per l'invasione -francese dell'Irlanda. D'altra parte Bracciodiferro e i suoi scherani -seguivano l'Embriaco: o perchè non avrebbero dovuto seguirlo i soldati -regolari del Ricciuto? - -Tutto questo però non aveva aumentati i rapporti dell'avventuriero con -la marchesa Fiorina, che conosceva appena. - -Ora per l'appunto, dati simili precedenti, ecco la ragione -dell'inquieto animo di Emanuele Embriaco! Infine, che cosa sapeva quel -dannato vecchio scudiero? Era forse a cognizione della falsa lettera di -Fiorina a Luca Lascaris? Sospettava o non sospettava nell'avventuriero -quello che era veramente? O che era poi veramente Emanuele Embriaco? -Fino a quel punto uno spettatore, e disinteressato, che avrebbe potuto -decidersi o per il Piemonte o per la Francia, a seconda, od anche per -la Serenissima ove i Serra, i Brignole ed i Cattaneo fossero mandati a -piantar cavoli nei propri orti feudali: non aveva preferenze Emanuele -Embriaco, e soddisfatto qualche odio personale non avrebbe chiesto -che una buona paga e le terre e i palazzi confiscati. Tale era la sua -posizione dopo tutto: ma chi può ben giudicare delle persone e chi è -giusto? Non il Seborga certo. - -Il quale Seborga, sospettoso, come tutti coloro che tengono ambe le -chiavi del cuore del proprio signore, ma pur furbo, lavorava, secondo -il pensier suo, diplomaticamente. - -— Non è forse la Eccellenza Vostra addentro alle cose della corte di -Spigno, come il signor conte Lascaris ha assicurato al mio padrone? - -— Ah! cani, — mormorò fra sè l'Embriaco — te la darei io la corte di -Spigno, a te e a quel zotico del tuo padrone! - -Zotico no, ma vestito fuori di moda sì: in certo qual modo il damerino -Embriaco s'apponeva. - -E ad alta voce: - -— Sono, è vero, intimo di quella che tu chiami la corte di Spigno, ma -se ho parlato di politica, qualche volta col marchese Ibleto, mi sono -ben guardato dall'importunare la graziosa marchesa. - -— Si tratta di princìpi, non di politica, illustre signor conte! - -A questo punto, miglior guida del Seborga, il cavallo dello Embriaco -si fermò duro sopra un ciglione rifiutandosi d'avanzare e scuotendo la -testa e tentando impennarsi. - -— Manda a vedere che accade, scudiero! - -Il Seborga obbedì: mandò due degli uomini di scorta, i quali tornarono -subito con la lieta notizia che si trattava di un impiccato. - -— Che ne avete fatto? - -— Lo abbiamo gettato nel precipizio. - -L'Embriaco si curvò nel buio e chiese con la sua voce più tranquilla e -più melliflua: - -— C'è un precipizio, vicino? - -— Sì, mio illustre signore, un burrone a dirupo: lo costeggeremo fra -poco. Ma non temete: conosco la via. - -— Sono perfettamente tranquillo con te, amico. Se non che un passo -falso è presto fatto ed un altro qualunque impiccato può farmi -impennare il cavallo. È dunque meglio che i tuoi uomini ci precedano, -come del resto mi par prudente: daranno meno o meglio l'avviso. - -Il Seborga approvò. - -— L'illustre signor conte Embriaco ha ragione! - -I sei uomini che rimanevano al seguito raggiunsero i due che si -trovavano all'avanguardia. Ed il drappello riprese il suo cammino: -soltanto il Seborga rimase alla retroguardia, qualche passo dopo la -staffa destra dell'Embriaco, avvicinandosi e mettendosi quindi alla -pari quando intendeva parlare. - -Il tempo carico e buio s'era mantenuto calmo come se aspettasse lo -scoppiare della tempesta. A volte nello addentrarsi della comitiva in -qualche gola si sentiva il vento fischiare e gli alberi svettare, a -volte invece la calma era di tomba. Quando però il drappello riprese il -cammino nell'ordine sopra descritto cominciarono a cadere grosse goccie -di pioggia. Poi rumoreggiò il tuono, lontano. - -— Fra poco avremo un regalo — susurrò nel buio la voce del Seborga. - -L'Embriaco istintivamente si tastò alla cintura, sentì il largo e -acuminato coltellaccio da cinghiale e pensò che meglio sarebbe stato -entro le carni del vecchio scudiero che non nello sdruscito fodero di -grosso cuoio. Ma riflettè che un grido solo, un solo grido l'avrebbe -dato nelle mani della scorta a lottare contro gli otto contadini. - -— Eppure — pensava — quest'uomo m'incomoda. Che cos'abbia con me -non so, che sospetti non so nemmeno. Sento che mi prepara qualche -brutto scherzo. Ad ogni modo sarebbe prudente che scomparisse prima -d'un probabile incontro con la Spigno, poichè sento che proprio noi, -a maggior dispetto di Luca Lascaris, incontreremo la bella Fiorina. -Scomparire è presto detto: ma come? - -Quasi in risposta guizzò in capo alla gola un lampo violento, mostrando -nel serpeggiar che fece scoscese pareti di monti irti di alberi -spettrali e profondo incavo di valle. - -— Tenetevi a sinistra, signor mio colendissimo, — avvertì il Seborga -alle spalle del cavaliere — chè siamo in prossimità del burrone. - -Per tutta risposta l'Embriaco liberò dalla staffa il piede destro. Un -altro lampo guizzò, il tuono rombò a breve distanza. Le rade goccie -s'erano mutate in pioggia dirotta, che ad uno svolto improvviso -lanciata dal vento venne a flagellar la comitiva. Poi uno scrosciar -d'acqua quasi sotterraneo risuonò nell'abisso. - -— Dove siamo, Seborga? Sul burrone? - -— Sì, monsignore! Tenetevi a sinistra! - -Un altro lampo: e al breve lume l'avventuriero scorse alla sua destra -un precipizio scosceso e roccioso come fauci spalancate ad inghiottire. -Allora frenò impercettibilmente il cavallo, così da permettere allo -scudiero che lo seguiva di mettersi al suo passo. Come lo avvertì -aderente alla gamba destra libera dalla staffa, l'inarcò, la sferrò, -e d'un calcio possente lanciò il vecchio che non stava sulle sue e che -non ebbe il tempo d'un urlo, nell'abisso. - - - - -XV. - - -La notte nera e tempestosa a poco a poco nello schiarir dell'alba -s'acquetava quando un primo strappo nella cortina plumbea s'appalesò -verso l'alta valle del Nervia. Un cane lupo tutto nero, dagli occhi -di brage abbaiò furiosamente da un greppo spianato su cui sorgeva una -capanna da pecoraio in maggese, muro a secco e tetto di paglia. In quel -primo livido incerto apparir del giorno, quel cane avventato sul ciglio -del greppo, le orecchie e la coda inarcate, il pelo arruffato, aperte -le fauci e le pupille sinistre, parea l'unica viva cosa del creato, -l'unico ribelle. - -— Nerone! Che c'è, Nerone? - -Il cane scuotendo la coda raddoppiò il furore. - -— Nerone! - -La voce che chiamava il cane era evidentemente una voce di donna: -veniva dalla capanna nuda al cui stipite dell'imposta era addossata -la sentinella, un soldato regolare piemontese, la doppia tracolla -allentata, il fucile fra le gambe, il capo coperto dal berretto a -punte e le ghette color cioccolata. Probabilmente la guardia s'era -addormentata, nè l'abbaiar del cane nè la voce femminile erano -abbastanza forti per destarlo. - -— Nerone! - -Il cane si voltò scodinzolando come se presentisse l'apparire di -qualcuno, e infatti, scostando appena l'imposta pesante ed informe, -apparve sulla soglia un'amazzone. Probabilmente non la si sarebbe -creduta pericolosa se chi la doveva giudicare si fosse fermato -all'apparenza: una statuetta di Sassonia bionda, esile, guance color di -rosa e nasino impertinente a dividere due occhi azzurri insondabili. - -Il cane lupo, che rispondeva al nome di Nerone, venne a prostrarsi -dinanzi a due piedini minuscoli calzati d'alti stivaloni rossi e poi -s'alzò a lambire due manine di fata, nude però, dalle unghie rosse, -così, che parea si fossero intonate alle guance. Tanto i piedini come -le piccole mani — a quanto parve — non bastarono a Nerone perchè d'un -balzo tentò una più ardita carezza, nientemeno che di lambire una -guancia. - -Ma una frustata della fragile mano che si mostrò invece di ferro, lo -fece ricadere a terra mortificato, e Nerone per darsi un contegno o -per rimediare con un servigio l'ardimento, si rilanciò ad abbaiare -furiosamente sull'orlo del ciglione. - -— È certo che Nerone sente qualcuno! — mormorò la dama aguzzando la -vista per quanto la foschia mattutina glielo permetteva. - -In quella che si chinava come se volesse lanciar lo sguardo nel vuoto, -inarcando la bella gamba che lo stivalone rosso calzava come un guanto, -dalla capanna rimasta semiaperta uscì un nuovo personaggio. Era un -vecchio segaligno dal viso arrugato e non raso da qualche giorno, -chiuso in un pastrano color nocciola a doppia fila di mantellina -che non passava il gomito: non ne usciva da una parte che la testa e -dall'altra i piedi chiusi in stivaloni gialli sormontati da una fibbia -di ferro greggio. Camminò verso la dama a piccoli passi da salotto, -soffiandosi accuratamente sulle dita. Poi disse: - -— Fiorina, amica mia, vi pare il modo forse di lasciar socchiusa la -porta di quella stamberga? Una stamberga che neanche Gian Giacomo -avrebbe accettato per mèta delle _Passeggiate d'un solitario_? -E solitario mi avete lasciato, mia bella amica? E di amici si ha -bisogno!..... - -Senza ascoltarlo, intenta verso il vuoto velato dalla nebbia, la dama -gli chiese, noncurandosi nemmeno di voltarsi: - -— Ma davvero, Ibleto, non sentite nulla? - -Il cane raddoppiò i latrati furiosi, irto il pelo, quasi inferocito -contro l'invisibile. - -— Sentire? Sentite qualche cosa? E che cosa? - -— Ascoltate, ascoltate! Ma silenzio! - -— Silenzio? Silenzio, se volete. Volete che la mia voce possa far -concorrenza a quella di una donna? - -— Ascoltate, ascoltate! - -L'altro tese l'orecchio, docilmente. - -— Ascolto. Ascoltiamo. - -L'occhio gli brillò: tutto un impeto di sarcasmo che non gli colorì il -viso nè glielo illuminò, visse nella pupilla. - -Ma la piccola dama non gli badò; per qualche momento se ne stette nella -posizione d'attenta aspettativa, sporta sul ciglione, poi ad un tratto -esclamò: - -— Ecco, guardate, non m'ingannavo! - -Dalla bruma sottostante uscirono prima il rumore di sassi scostati ed -urtati, poi delle voci, infine delle vaghe siloette umane. A capo delle -quali un cavallo col relativo cavaliere, seguito da una scorta di otto -soldati regolari. - -— Guarda! Guarda! Guardiamo! Per il primo neo vezzoso che hai portato, -Fiorina, giurerei di conoscere quell'uomo! Quell'uomo ha già fatto -breccia nella mia memoria di prim'ordine dopo quella del signor di -Fontenelle. - -— Non posso dire altrettanto, Ibleto. Quell'uomo mi è perfettamente -sconosciuto. - -In quella ecco la cavalcata salir l'erta del ciglione e presentarsi -dinanzi all'accampamento. Il cavaliere che la precedeva, senza -attendere che qualcuno gli reggesse la staffa, balzò di sella e venne -precipitosamente a piegare il ginocchio davanti alla marchesa, radendo -il suolo col feltro. - -— Ecco, a malgrado le brume, il sole è già sorto per me, chè i -miei occhi vedono la bellissima signora Marchesa Fiorina di Spigno -e si rasserenano poi nel contemplar la saggezza fatta persona, -l'eccellentissimo e nobilissimo signor marchese Ibleto di Spigno! - -— Per la natura maestra di tutti noi! Ma è l'Embriaco, quella buona -lana di Emanuele Embriaco! In fede mia, Embriaco, mi par di leggere un -capitolo del Gran Ciro o dell'Astrea o un romanzo del signor De Foe, -tanto mi stupisco! - -La marchesa di Spigno aggrottava le sopracciglia in segno di contenuto -dispetto: aveva sperato fino a quel punto, complice la semi-oscurità -della mattina, che fosse un altro il cavalier dell'incontro. E lo -sapeva quest'altro che Fiorina si trovava per istrada collo specioso -pretesto della politica, ma in verità per arrendersi all'ardore di -certe lettere insensate e pazze. - -_«Fiorina, anima mia, — _diceva qualcuna di quelle lettere,_ — pietà -di me che non vivo più, che ti sogno anche ad occhi aperti, che -ti desidero come un assetato, non vivendo che per te, macerandomi -nell'impossibilità di correre a te come tutto il mio essere pretende. -Fiorina, anima mia, come non senti la mia passione e poichè l'amor mio -qui m'incatena, perchè non ti muovi alla mia volta, crudelissima cara, -tiranna dolce di colui che una volta si chiamava....»_ - -E qualcun'altra: - -_«Il mio dovere lo so è oggi più forte dell'amor mio. Ma domani, ma -domani, Fiorina? Per carità, vieni! Tu che mi fosti accesa amante, -siimi da lontano amica, per tramutarti poi quando le mie braccia ti -stringeranno al mio seno, come si tramutavano le Dee quando accorrevano -ai mortali che le adoravano in sogno»._ - -E un'altra ancora: - -_«Questa notte mi sono apparsi gli avi miei, dal prode che si oppose a -Magone Cartaginese a quello che vinse il Cesare romano, dall'imperatore -di Bisanzio al Trovatore di Provenza, dal Crociato che seguì Pietro -l'Eremita al consigliere sereno del Bearnese: tutti dall'amico di -Filiberto, che gli cavalcò vicino quando entrò in Pinerolo, a colui che -digiunò con Vittorio Amedeo: tutti mi apparvero piangendo, Fiorina, -tendendomi le braccia e scuotendo mestamente le teste pensose. — Che -avete, lor chiesi, perchè piangete? — E quelli: — Perchè tu certo -domani calpesterai l'onor della tua casa e abbandonando le tue terre -all'invasore correrai pazzamente da una donna, che è la tua signora, -e pel cui bacio daresti — che monsignor Gesù te lo perdoni — anche -l'anima tua e la tua vita eterna»._ - -Ed altre ed altre ed altre, tante da emular in numero le opere del -signor Aronet di Voltaire o del grande Muratori. Tante che Fiorina -aveva dovuto ordinare un cofano capace e comandarne la serratura a un -fabbro fiorentino sotto un falso nome perchè un'altra simile non si -trovasse nel Regno di Sardegna. Tante che le avevano fatto dimenticar -senno e prudenza e spinta al viaggio penoso, poichè in quei tempi -politica e guerra non servivano spesso che di pretesto all'amore. - -Non aveva, pudor di dama contegnosa, osato certo di avvertir l'amante -dell'arrivo prossimo, no, ma sibbene il duca di Nervia, di tutto -consapevole, e che non avrebbe mancato di fare, anche indirettamente, -l'ambasciata. Ciò che noi sappiamo era infatti avvenuto. - -Ed ecco, invece del bel cognito viso, della persona ben cognita, un -volto ed un uomo sconosciuti, il quale pur tuttavia sembrava gentiluomo -a giudicarlo dal gesto corretto con cui si tolse il feltro sformato -dalla pioggia e dall'inchino profondo sì, profondissimo anzi, ma di -stile, che gli piegò la persona per qualche minuto e cioè fino alla -prima parola che la marchesa pronunciò, e che fu: - -— Buon giorno, signore! - -— Fiorina, mia cara, permettete ch'io faccia le presentazioni. Vi -presento il conte Emanuele Embriaco, che suppongo del partito.... - -— .... della bellezza. - -Così l'interruppe il nuovo arrivato. E continuò: - -— È impossibile che in questo fosco mattino, il quale pretende -farci credere che il sole sia nascosto mentre acceca me poveretto ma -prediletto dagli dei, è impossibile pensare con altro che con gli occhi -se pure abbacinati. Prego la eccellentissima signora marchesa di Spigno -di accogliere il mio umile fervente e devoto saluto come in Elicona le -Muse accoglievano benigne anche i più umili canti dei semplici pastori. - -La marchesa — le donne facilmente sono disarmate dalle parole -sonore che forse non comprendono ma che sempre intendono — sorrise -all'Embriaco, mentre Ibleto di Spigno, sarcastico ma fine, proruppe: - -— Ben tornito, ben tornito, il madrigale! Madrigale che il cavaliere -di Parny avrebbe chiuso certo nel castone di una quartina e Piron -entro uno snello epigramma, li vedo, ma non vedo chi li avrebbe detti -meglio in prosa, nè gli Scudery, nè l'abate Bernardino Viale, mio -collega in Arcadia, e dolce più del miele attico, siccome mi dice il -nome di Glucosio che porta. A proposito di porta, se rientrassimo nella -capanna? Punge il mattino, Fiorina, più che le spine delle rose di -Ronsard. - - - - -XVI. - - -La Marchesa con un cenno del capo approvò l'invito, e precedette i due -nobili signori nella capanna. - -Oggi, la pratica vita che viviamo fa degli accampamenti notturni -improvvisati un sommario emporio delle pochissime cose indispensabili: -l'individuo esce dalla cornice abituale, cornice dorata, per entrare, -una notte almeno, entro una cornice grezza e si obbliga a tante -piccole rinunzie che addizionate formano il disagio. Non allora. Il -lettore ne avrà un esempio se mi permetterà di mostrare succintamente -l'interno della capanna, il giorno prima oscuro e miserevole abitacolo -di mandriani, oggi, ossia nel giorno in cui vi entriamo, non indegno -ricetto della marchesa di Spigno. - -Pareti e tetto occultati da pesanti cortinaggi di broccato rosso ed il -terreno battuto coperto di tappeti folti: un paravento alto la tagliava -a metà ed occultava il letto della signora, ma non l'inginocchiatoio: -al di qua una tavola bassa, molti cuscini e persino qualche stampa di -scena villereccia appuntata nella tappezzeria: sulla tavola un volume -aperto ed una lucerna a molti becchi. Semplice, come il lettore vede, -facilmente smontabile e facilmente ricostruibile, ma comodo e tiepido, -chè non vi mancava un bracere per mitigare la temperatura notturna. - -Emanuele Embriaco non era certamente abituato alle mollezze, ma le -pregiava, e quando gli era possibile se ne circondava. Sedette quindi -volentieri ad un cenno della marchesa in sui cuscini offerti ed accettò -una tazzina di caffè dalle mani d'Ibleto. Poi cominciarono a conversare -e conversarono amabilmente, anche parlando di cose quotidiane e -pressanti. Diede la stura il signor di Spigno che assillava la -curiosità. - -— Come e perchè, se mi è permesso interrogarvi, e v'interrogo -nell'interesse comune, ho la fortuna di vedervi sorgere dalla bruma in -questa mattina che ha la pretesa di annunciare la primavera, o valoroso -Embriaco? - -Parve all'avventuriero di sentir fissi e imponenti sopra di sè due -formidabili occhi femminili. Già nel vedersi dinanzi invece della sola -Fiorina anche Ibleto, avea pensato che l'appuntamento col Nervia e gli -amici suoi dato dalla marchesa fosse dal marito ignorato. Era doppio il -gioco e lo sguardo parlante di Fiorina chiedeva all'Embriaco una tal -quale complicità, se, come sospettava la dama, fosse l'avventuriero -in relazione col Nervia: ed ecco perchè aveva guardato e non parlato: -poteva l'Embriaco trovarsi sbandato e solo senza alcuna relazione con i -cospiratori. - -Ma la complicità con Fiorina serviva all'avventuriero, il quale -ricambiò lo sguardo con un altro d'intesa e in cuor suo si rallegrò -di non aver al seguito nè il Ricciuto nè Bracciodiferro troppo noti al -marchese di Spigno. Pensò: - -— Quel maligno di un Seborga — pace all'anima sua, _requiem aeternam_ — -è stato di una furberia che si è voltata a mio vantaggio: gli farò dire -una messa quando ne avrò l'occasione. Per intanto liquidiamo Genova. - -E rispose ad alta voce: - -— Se vi è permesso interrogarmi? Ve ne prego. O sono indotto in -grossolano errore o mi par che voi pure, eccellentissimo, non vediate -di buon occhio, la politica della Serenissima.... - -E pensava: - -— Genova posso buttarla a mare impunemente: nè Fiorina nè Ibleto ci -tengono. - -Infatti il marchese scoppiò in una stridula risata. - -— La Serenissima! Darei volentieri un Manuzio petrarchesco, che amo -come la pupilla degli occhi miei, per sapere che cosa macchina la -repubblica di Genova. E lo darei in pura perdita, gioco, poichè la -repubblica di Genova, a mio avviso, non macchina un bel niente. Poichè -niente può macchinare un cervello vuoto. - -— Sono del vostro avviso per il partito al potere. Ma il popolare del -farmacista Morando e dell'eccellentissimo Cattaneo? - -— Popolare? Che popolare mi andate cianciando? Ciance, vere ciance -quelle del partito del popolo: levati di lì che mi ci metto io. Non c'è -partito di popolo senza libertà, uguaglianza e fraternità. - -— Lo supponevo — fra sè gioì l'Embriaco. - -Ma l'occhio fisso ed insistente di Fiorina pesava sempre -sull'avventuriero, il quale rispose con uno sguardo d'intesa. - -Intanto Ibleto proseguiva: - -— Ma per tornare a voi, signor conte, e sempre con vostra licenza, -qual'è lo scopo vostro nell'errare che fate in questi luoghi a capo -d'una scorta di soldati regolari? - -— Come i vostri, signor marchese. - -— Come i miei, ne convengo, benchè i miei siano più di scorta alla -marchesa che non a me. Io non conto, e me ne trovo benissimo: conta -Fiorina, ciò che le fa piacere, e contenti tutti e due. Ma voi..... - -— Io, se mi è lecito il paragone, sono vostro pari nelle condizioni -momentanee: non conto. Chi conta è un brav'uomo di scudiero che -suppongo appartenere alla casa Nervia..... - -Occhiata di Fiorina, ricambiata. - -— .... e che mi ha raccolto questa notte e poi s'è allontanato, ignoro -con quali intenzioni, lasciandomi in balìa di questi soldati che ne -sanno, credo, meno di me. Ecco la mia storia, marchese. - -— Ma Bracciodiferro, conte? - -Qui l'Embriaco rimase un po' dubbioso. La domanda a bruciapelo -vagamente l'intimoriva. Quali interessi coesistevano fra i due coniugi -perchè le aspirazioni e le simpatie od anche il partito dell'uno o -dell'altra avessero il sopravvento? Quale dei due era da temere? Quale -dei due da giocare? Non s'illudeva l'avventuriero: marciava sopra il -filo d'un rasoio e non un rasoio da barbiere di reggimento, no, ma -sopra un taglientissimo affilatissimo rasoio. Avrebbe potuto durarla -a lungo? D'altra parte il marchese di Spigno aveva con somma abilità -scelto il _ruolo_ dell'interrogante, facile anche per chi doveva -rispondere, ma non a lungo. Pure che fare? Quel nome di Bracciodiferro -gettato là a che scopo? Che sapeva Ibleto? Che nascondeva Fiorina? -Rispose: - -— Non avete dunque incontrato Bracciodiferro? - -Occhiata di Fiorina ricambiata. E la dama accorse: - -— Avete forse inviato Bracciodiferro al Nervia? - -— Per l'appunto, nobile signora. - -— Ecco, vedete, marchese, a che approda la vostra testardaggine? A non -farci incontrar Bracciodiferro. - -Ibleto alzò le spalle. - -— Mi curo di Bracciodiferro come della mia prima parrucca, e non -ne domandavo che incidentalmente. Piuttosto, conte, quali notizie -dell'esercito francese? - -La marchesa di Spigno raddrizzò la snella personcina ed il viso di -maiolica le si colorì tanto che gli occhi vispi apparvero iniettati di -sangue. Parve pendere dal labbro dell'Embriaco. - -— I francesi? - -— L'esercito, sì, l'esercito francese al comando del nuovo generale, il -piccolo Bonaparte? - -— L'esercito del Varo? - -— Ma sì, l'esercito del Varo. - -— Lo credo a Nizza il vostro esercito del Varo. - -— A Nizza? Come? Non è ancora incominciata la formidabile avanzata? - -— No, ch'io mi sappia. - -Marito e moglie s'interrogarono dello sguardo. Poi: - -— Le informazioni erano precise — fece lei. - -— Induzioni forse, previsioni, ma non informazioni, che il malanno -colga gli informatori intelligenti! — borbottò lui. - -— Aspettate — replicò allora l'Embriaco — Se per esercito del -Varo intendete le bande senza freno e legge che si sono adunate su -Nizza aspettando munizioni e soldo, e se per avanzata alludete agli -sconfinamenti abituali, anzi giornalieri delle dette bande, posso darvi -forse delle notizie fresche. - -Viva curiosità della illustre coppia. - -— Non più tardi.... aspettate.... di due giorni or sono fui spettatore -d'uno di quei sconfinamenti. - -— Spettatore? E in qual modo? - -— Ecco, veramente spettatore no, ma ne ho avuto notizie precise.... Si -tratta del sacco d'un villaggio.... - -— Quale? - -— Sant'Antonio, mi pare. - -— Proprio alle spalle di Ventimiglia, allora? - -— Precisamente. Aspettate, ora che ci penso, credo che ci sia sotto -qualche cosa di più grave. - -— Ah! davvero? - -— Credo. Ho sentito parlare di un ufficiale francese in missione presso -il comandante Grimaldi. - -— Non si trattava allora d'una banda spersa o d'uno sconfinamento senza -importanza? - -La marchesa intervenne: - -— Potrebbe darsi che le due cose fossero indipendenti l'una dall'altra. - -Lo Spigno scosse il capo in aria dubbiosa. - -— Mi spiace assai contraddire una dama di tanto valore, — aggiunse al -dubbio di Ibleto l'Embriaco — ma ora che ci ripenso, mi sembra che si -parlasse d'un messaggero, non francese, sibbene d'un ufficiale genovese -addetto al comando nemico. - -— Aspettate: Filippo Balbi! - -— Il fidanzato di Chiarina Grimaldi! — esclamò la marchesa. - -— Per l'appunto, per l'appunto: quello! - -Qualche istante di silenzio gravò sotto il damasco della capanna. Chi -lo ruppe fu il marchese di Spigno, lisciandosi la barbetta in aria -pensierosa. - -— Fiorina, mia cara amica, Embriaco amico mio, ho bisogno del vostro -consenso. Sopportar forte disagio, mia dama, e voi conte, condurci al -presunto attendamento francese: è cosa della massima importanza e della -massima urgenza. - - - - -XVII. - - -La Marchesa curvò il capo. L'Embriaco si premette la destra palma sul -cuore e si chinò. - -— Sono ai vostri ordini Marchese! - -Ibleto pensò a lungo, poi riprese: - -— Che consiglio mi dareste in coscienza, conte? - -— Consiglio? Su quello che avete detto? - -— Grazie no: sulla via da seguire. - -— Capisco: lasciatemi riflettere. - -Meditò che l'Altariva ultimo atteso al convegno doveva essere a -quell'ora giunto da tempo e che quindi s'offriva la strada che avea -tenuto colui e cioè quella delle Maure. La quale non metteva pur -tuttavia che ai piedi della città e allora o prendere il mare per -isbarcare a Latte.... - -— Niente mare — dichiarò Fiorina. - -— .... o continuare il sentiero alpestre fino a Siestro, girar la punta -di Roverino ed attraversare il Roia dinanzi al confluente del Bevera. - -— È lunga la strada? - -— Meno assai d'una tappa fino al Roja: poi nelle mani di Dio. - -— Il fiume è gonfio? - -— Non più di quello che sia un fiume in istagione prossima allo -scioglier delle nevi, ma ignoro il guado. - -— Quindi: incognita? - -— Vi ripeto: nelle mani di Dio. - -— E allora consigliate la via del mare? - -— Umilmente, sì. Specie scegliendo la notte per dar meno nell'occhio. - -— Una barca di pescatori non potrebbe destare sospetti. - -— Una barca, no davvero. Ma basterà? - -— Per tre persone? certamente. - -— Tre persone? E le scorte? - -Ibleto di Spigno lisciandosi la barbetta rispose: - -— Le scorte? A che servirebbero? - -— A difenderci. - -— O non piuttosto a darci un'apparenza offensiva? No, niente scorte. -O si trattò di pochi sbandati ed a quest'ora fatto il bottino sono -rientrati a Nizza: o si tratta d'una vera avanzata e allora a che -servirebbero le scorte composte di pochi uomini, sia pure dell'esercito -regolare del Piemonte! - -Dopo tutto non era meglio per l'avventuriero il perdere una buona -volta quei soldati non suoi e che gli potevano costituire un pericolo -continuo? Il disegno di Ibleto gli quadrò. - -— Avete ragione, Marchese, come un teorema, direbbe il padre Pesante -mio degno ex precettore. Seguiamo dunque la vostra idea. Ma prendiamo -le Maure e discendiamo a San Secondo. - -Il castellano di Spigno diede un ordine e in poco meno di mezz'ora -la capanna rustica fu restituita al suo primitivo squallore. La -marchesa Fiorina pur tuttavia non disdegnò dal presiedere in persona -al ripiegamento dei tappeti, alla smontatura del letto, dello -inginocchiatoio e della tavola: il tutto fu legato con cura, le -suppellettili e i cuscini in cassette e pacchi, i tappeti arrotolati -e fasciati in balla: ne risultarono sei colli che furono caricati su -due muli poderosi. Ad un cenno la carovana si dispose in fila indiana -e preceduta dall'Embriaco discese nella valle. I soldati del Nervia -passivamente seguirono i compagni. - -Il mattino persisteva nuvoloso, ma verso il mare cirri enormi -erano accavallati dal vento, un vento di tramontana che spianava -ed increspava le acque giallastre fino quasi a un miglio da terra e -fin dove si spingevano le due correnti del fiume e del torrente che -convergevano, sicchè il solo delta era giallastro: il restante della -marina mostrava un colore ferrugigno livido instabile come ferrugigni -lividi instabili si mantenevano i monti di cirri fumosi. - -Il delta formato dal triangolo addossato al bosco delle Maure e -limitato nei due cateti dal fiume Roja e dal torrente Nervia fino -al mare, ciò che poi fu il borgo Sant'Agostino e la spiaggia delle -Asse, appariva breve e stretto in allora: dalla parte del torrente era -un groviglio di strami e d'ontani sopra un fondo paludoso e vergine -di sentieri o guadi, meno la breve striscia della cornice fangosa o -polverosa a seconda delle stagioni: verso il fiume Roja era più triste -e sinistro ancora: ospitava un cimitero là ove si stende oggi la -stazione della ferrovia, poi gli speroni delle colline si confondevano -entro una chioma di pini silvestri, rossa d'estate come se avesse -patito un incendio, nera nelle altre stagioni e irsuta come la chioma -d'un gigante da leggenda. - -La strada di comunicazione della Cornice aveva qua e là il segnacolo -di qualche casetta, rivendugliolo od oste, un maniscalco, ma rozzi -abituri sperduti che non mettevano in quel sinistro paesaggio -foscoliano nemmeno quasi la nota della vita. Sul ponticello del rio -San Secondo esisteva un corpo di guardia perduto, il primo segno della -città vicina. La scorta avrebbe permesso di prenderne cura e certo il -graduato e i suoi uomini che l'occupavano avrebbero fatto _pro forma_ -opposizione al passaggio d'una carovana così imponente. Ma — chi sa -mai — avrebbero potuto anche dare l'allarme, cosa spiacevole e di -fastidiose conseguenze. Per il che l'Embriaco si permise di consigliare -la fermata e l'attendamento provvisorio della scorta che sarebbe -poi penetrata in città con i passaporti ad attendere gli illustri ed -eccellentissimi signori. Ed intanto loro tre ed un solo bravo avrebbero -potuto discendere alla spiaggia e trovare infallantemente una barca -peschereccia. Così fecero e un'ora dopo si trovarono al bordo umile -d'una paranzella che si mosse a vela doppiando al largo la foce del -Roja con tutta l'apparenza di cercar buona pesca con la rete d'alto -mare. - -Da un miglio in mare, costa colli monti e città assumevano tragici -aspetti. Natura selvaggia, chiomata di neri pini, folta, bizzarra, -seminata di ciglioni calvi di puro macigno e di caverne dall'aspetto -preistorico, feroce. Una sopra le altre, a metà delle Maure, occhio -ineguale acciecato come quello del Ciclope d'Odisseo parea che -fissasse immobile, senza vederlo, dal cavo profondo, il mare fangoso -che attraversavano. La pianura verso Bordighera tutta marese e dune -intersecate dagli speroni delle colline a segnar le vallette: la punta -di Sant'Ampeglio a capo della pianura, pareva una macchia nera sul -mare giallo. A sinistra facea spalliera alla città di Ventimiglia, -punto avvallato di congiunzione di due infinite ali di montagne, una -sequenza di montagnole più sinistre ancora delle altre e si perdeva -nella valle del Roja bieca e spoglia nell'alto. Ventimiglia assumeva -l'aspetto d'un immane teschio posato sul vertice d'una collina di tufo, -e pronto a ruinar sempre verso il mare a dirupo verso la spalliera -misteriosa d'ombre e di foreste sottomarine che ancor oggi si chiama -delle Calandre e che vista dal largo ha l'apparenza precisa d'un -nordico fiordo. Soltanto il campanile della cattedrale, un antico -tempio romano, rompeva l'aspetto di teschio mozzo assunto dalla città, -e posato in un piatto il cui orlo era formato dalla cintura delle -fortificazioni. Sotto il cielo nuvoloso, chi sa per quale rifrazione, -il cumulo dei tetti livellato prendeva certi toni biancastri molto -simili a quelli del marmo sfaldato da tempo con venature di ruggine -simili alle giunture d'un cranio disseppellito. - -— No davvero ch'io non invidio Betto Grimaldi — susurrò il marchese -di Spigno — la residenza in una simile città non deve avere nulla di -piacevole! - -— E sopra tutto la dolce Chiarina — aggiunse la marchesa — io sento in -coscienza di non invidiare: preferisco il mio castello del Monferrato -per noioso che sia! - -— Certamente che la nobiltà vostra ornata di grazie e di doni morali, -— rispose l'Embriaco — farebbe in quel costone laggiù l'effetto d'una -regina rediviva entro una necropoli: ma, e ne sono sicuro, ravviverebbe -la cornice malinconica e muffita come certe castellane vostre antenate -avrebbero tenuto corti d'amore in bicocche nude e fredde e spoglie -delle Langhe e della Val d'Aosta! - -Fiorina sorrise all'elogio, e Ibleto riprese: - -— Sapete voi, conte, con precisione da chi sia circondato Betto -Grimaldi? - -— Gente di nessun conto, se ne si eccettui il capitano Cavalli. - -— Lavinio Cavalli, l'innamorato di Virgilio? - -— Perfettamente: il resto non val la pena di menzione: c'è, ve lo noto -di sfuggita, quel soldataccio di Nicola Borzone, detto Senza-dio.... - -— Un volterriano? - -— Che? un analfabeta privo d'un dito..... - -— Ah! ah! capisco: grazioso il bisticcio. E poi? - -— E poi, che so? Ah! aspettate: un bastardo di casa Lercari, Giano, -lisciato e impomatato come un'insegna di profumiere..... - -Fiorina parve risovvenirsi: - -— Giano Lercari? Mi pare di averne avuto notizia. - -— L'avrete probabilmente incontrato l'inverno scorso nelle -conversazioni di casa Brignole. Fu lasciando il vecchio Brignole che -ottenne il grado d'alfiere. - -— Sì, mi ricordo: aveva un certo spirito nei conversari! - -— Può darsi: quel che però è sicuro è che non l'affina laggiù. - -E mostrò la città che stavano doppiando. - -La barca peschereccia che li portava al suo bordo aveva oltrepassato le -Calandre: qualche breve punta apparve e quindi la scogliera che vietava -l'accesso dal mare al castello Altariva. - -— Voi conoscete Camillo? — domandò Ibleto. - -L'Embriaco accennò approvando. - -— Lo conosco, se per conoscere volete intendere che l'abbia avvicinato. - -— Naturalmente. Che ne pensate? - -L'interrogato si strinse nelle spalle. - -— Penso che tenga per il Re: Credo che di questo non faccia mistero. - -— D'accordo. Ma con quale scopo? Dopo i primi entusiasmi della -giovinezza non si milita in un partito, o non si sposa una causa, -anche nobile, senza un interesse qualsiasi, immediato o lontano. -Ch'io mi sappia Camillo Altariva non fu mai alla Corte, non ebbe mai -dimestichezza con Sua Maestà nè con chi l'avvicinava. Non avvicina -persona, Camillo Altariva. Perchè dunque si lega ad una causa che non -può credere che perduta? - -La marchesa mormorò senza volerlo: - -— Forse per questo. - -Ibleto si fe' pensieroso. - -— Potete aver ragione, mia cara amica. - -L'Embriaco osservò: - -— Ma ben altri l'hanno sposata senza una ragione: il Nervia, Luca -Lascaris.... - -Lo Spigno sorrise leggermente. Poi rispose: - -— È diverso il punto di vista, mio caro. È diverso per i due che avete -citato. Hanno fatto ambedue la scuola dei paggi, hanno abitata la -Corte, Luca vi ha trovato moglie. - -Fiorina trasalì, ma Ibleto non parve accorgersene. Continuò: - -— .... ed Almerico di Nervia è ambizioso e Luca Lascaris è impulsivo. -Ma Camillo nulla chiede e riflette troppo. Perchè dunque? Si sposa una -causa.... - -— .... quando non si ama nessuno — completò Fiorina. - -Il marchese rise argutamente. - -— Diderot non avrebbe meglio risposto, amica mia. - -Anche il castello Altariva restò a poppa. - -Si profilava come centro d'un piccolo seno la spiaggia che forma un -ruscello chiuso nella foce dall'alzarsi delle dune: quella spiaggia -però vantava una caratteristica afferrabile a prima vista: aveva le -arene candide. - -Il pescatore, che teneva la scotta della vela latina, sputò -silenziosamente nel mare come se compisse un rito, poi sempre muto alzò -gli occhi a fissare i passeggeri. - -— Che c'è, amico? — gli domandò Ibleto. - -Per tutta risposta il marinaio puntò l'indice verso le arene candide, -poi con isforzo pronunciò: - -— Latte. - -— Ah! siamo dunque giunti? - -Per tutta risposta un cenno del capo. - -I tre si guardarono incerti. Parve che in ognuno dominasse un pensiero -diverso che convergeva però in un unico pensiero, e finalmente il -marchese domandò: - -— Da Latte si va a Sant'Antonio? - -Un cenno affermativo. - -— La strada è lunga? - -Un cenno negativo. - -— E allora, Fiorina, amica mia, e voi, conte, consigliatemi. - -— Approdiamo — fu la risposta dell'Embriaco. - -La Marchesa parve indifferente, per il che Ibleto rivolto al pescatore -impassibile, ordinò: - -— Approda! - - - - -XVIII. - - -Dopo un'infruttuosa nottata di ricerche febbrili, tornava Luca -Lascaris furioso all'accampamento del Nervia, con la speranza ardente -di trovarvi chi aveva inutilmente cercato, quando all'incrocio di -due sentieri vide nel basso inerpicarsi un gruppetto di contadini che -parevano sorreggere un pacco voluminoso e portarlo con molto rispetto. -A malgrado l'impazienza che lo dominava, per la volontà, superiore -ad ogni passione, di non lasciarsi dietro gente ignota, si voltò al -Ricciuto che lo seguiva e gli disse: - -— Guarda che succede laggiù. - -— Debbo andare, Monsignore? - -— Naturalmente, ma spicciati e torna subito. - -Il comandato obbedì. Scese dalla cavalcatura, ne affidò le redini -al soldato più vicino e s'avviò. Raggiunse la comitiva ignota un -centinaio di metri più sotto. Erano sei villani e un prete che salivano -salmodiando: precedeva un giovanottone dal viso ebete e dai capelli -rasi che reggeva una rozza croce nera; seguivano quattro gagliardi -montanari portando un'informe graticciata di pini selvatici sulla quale -giaceva un corpo coperto nella parte superiore da uno straccio che -avrebbe anche potuto passare per un pezzo di coperta da muli; seguiva -il prete fiancheggiato da un vecchio untuoso che ripeteva le preci -dei morti. Il Ricciuto giudicò inutile prender lingua dal villano che -precedeva e la cui forza ebete mal gli pareva dovesse rispondere a un -questionario anche succinto: si scostò addossandosi alle piante umide -ancora della parte a monte per lasciar passar graticcio e portatori, e -rivolgersi al prete che seguiva: - -— Posso chiedervi, padre mio, chi accompagnate al cimitero di così buon -mattino? - -— Figlio — rispose il prete interrompendo le preci, ma non sospendendo -il cammino — figlio, si tratta di un disgraziato il quale secondo ogni -previsione mise un piede in fallo al passo delle Martore. Lo hanno -trovato questi miei parrocchiani e lo portiamo adesso a dormire i suoi -sonni eterni lassù, nel sacro recinto d'Apricale. _Requiem aeternam_... - -— ... _et lux perpetua_.... - -Il Ricciuto si fece il segno della croce, si tolse il feltro sformato -dalla pioggia e seguì mestamente il convoglio unendosi alle risposte -del sagrestano. Giunta la comitiva ove il Lascaris aspettava, per -rispetto si fermò, e il prete riprese le sue spiegazioni. - -— Sapete chi sia, padre? — domandò il gentiluomo. - -— Lo ignoro, colendissimo domine. Precipitò probabilmente assonnato, -senza il tempo di riprendersi, testa all'ingiù, fracassandosela: è -irriconoscibile. Tanto che credo inutile scoprirlo per non lasciare una -trista memoria nei vostri occhi, Monsignore. - -— Padre, non sono un damerino profumato, nè una svenevole damigella. -Ne ho visto d'ogni colore. D'altra parte attendo amici che avrebbero -dovuto giungere fin da ieri. Per levarmi dunque dall'ansia, vi prego di -scoprire codesto morto, affinchè m'assicuri dell'esser suo. - -— V'obbedisco, monsignore, quand'è così. - -Uno dei portatori tolse la rozza coperta ed apparve un corpo coricato -di fianco: abbigliamento dimesso, scarponi da montagna e giubbone di -nessuna eleganza: il capo informe, una poltiglia di rossastro e di -grigio impastata con ciocche di capegli bianchi. - -— È strano — mormorò il Lascaris — come abbia potuto conciarsi così: -direi quasi che dovette subìre una spinta o una violenza! - -— Profondo è il passo delle Martore, monsignore, e tutto irto di rocce -nude. Fu trovato proprio in fondo. - -— Pace all'anima sua! Che Nostro Signore gli conceda il purgatorio, se -non trapassò in peccato mortale! Ricopritelo pure, buona gente, ch'io -non lo conosco..... No, no, un momento, aspettate! - -Sporto dall'alto del cavallo, discopriva la parte celata del cadavere. -Si accorse di un lucicchìo vivo. - -— Guardate, vi prego, che arma porta alla cintura. - -— Un pugnale, monsignore! - -— Datemelo, vi prego. - -— È peccato grave, colendissimo domine, di spogliare i morti! - -— Obbedite! - -Il più vicino dei portatori consultò dello sguardo il prete che -annuì, poi si curvò sul morto e gli trasse dalla cintura un pugnale -dall'impugnatura aspra di borchie preziose che Luca riconobbe -immediatamente. - -— Per nostra Signora del Miracolo! O mi prendono le traveggole o -codesto è il pugnale che ieri ho donato io stesso al Seborga in premio -dei suoi saggi consigli! Porgetemelo padre, ve ne prego! - -Chè il villano aveva consegnata l'arme al prete. Il quale la benedisse -e la porse al Lascaris. - -— Non c'è alcun dubbio: è lo stesso. Costui che giace morto davanti a -noi è forse dunque il buon Seborga? - -Ad uno ad uno gli uomini del Lascaris vennero curiosamente ad esaminare -il cadavere: ma tutti appartenevano al drappello del Ricciuto ed -avevano intravveduto il Seborga a mala pena la sera prima. Nessuno -dunque lo riconobbe. - -— Padre — dichiarò Luca allora — io sono il conte Lascaris..... - -I villici si sberrettarono e il prete s'inchinò. - -— .... ed ho il sospetto che codesto povero morto sia lo scudiero del -duca di Nervia..... - -Nuovo sberrettamento e nuovo inchino. - -— .... che accampa qui vicino. Ve ne prego, non vi spiaccia di -allungare per poco la strada: il mio illustre amico ve ne sarà grato se -i miei sospetti s'appongono. - -— Nulla abbiamo da rifiutare all'eccellentissimo signor conte Lascaris -ed al nostro signore il possente duca di Nervia: indicateci il cammino, -monsignore, ed i vostri umili servi seguiranno le vostre traccie. - -S'avviarono lentamente ma senza più salmodiare poichè non avevano più -per mèta il cimitero. - - - - -XIX. - - -Nella notte in cui era avvenuta la morte violenta del Seborga, mentre -Luca Lascaris da una parte e l'Embriaco dall'altra, erravano alla -ricerca dei marchesi di Spigno, Camillo Altariva accompagnato da due -servi giunse all'accampamento del Nervia. Edotto sommariamente di -quanto era accaduto e della partenza dei due drappelli, partenza che -disapprovò, si ritrasse nella tenda di Almerico e più regolarmente dei -due che erano partiti lo mise a giorno degli avvenimenti. Parlò così: - -— Posso errare, sebbene non lo creda, ma l'assalto di Sant'Antonio -mi fa pensare che non si tratti d'una delle solite scorribande -francesi, nè di semplici affamati alla ricerca di bottino. Sono -accaduti tre fatti che non mi spiego. In primo luogo i banditi che -hanno occupato Sant'Antonio non sono fuggiti dopo il colpo di mano, -ma l'occupano ancora. Perchè? Si sentono dunque protetti alle spalle -e quindi si tratterebbe d'un'avanzata vera e propria, non d'un -semplice sconfinamento. È un'avanguardia, lo sento. Ma di chi? Forse -dell'esercito del Varo? Ma fino a pochi giorni or sono l'esercito del -Varo si componeva di pezzenti privi non solo d'armi e di munizioni, ma -di vestiti e di vettovaglie. Fino a pochi giorni or sono si trattava -di un'accozzaglia indisciplinata con qualche ufficiale per insegna -più che per vera inquadratura d'esercito. Si è dunque compita una -riforma radicale, ed una mano robusta ha preso la guida di quel gregge -disperso? È un pensiero che m'assilla e mi preoccupa davvero. - -— Lo comprendo, Camillo — rispose il Nervia. - -— Altro fatto non meno importante. Betto Grimaldi ha ricevuto un -messaggero. Si tratta, è vero, di Filippo Balbi, suo futuro genero, -il quale per quanto messaggero _pro forma_, è sempre ufficiale della -Serenissima distaccato presso il Comando Francese. Quale comando? Ecco -il problema. Fino ad oggi fu a Parigi. Ma oggi? Che abbia seguito -il nuovo generale in capo e che sia presso il Grimaldi per chiedere -il lascia passare? Voi sapete che cosa ci sia costato l'opporci ai -francesi due anni or sono..... - -Almerico di Nervia aggrottò le sopracciglia: qualcuno meno temprato di -lui avrebbe rabbrividito. Rispose con voce sorda: - -— Lo so. - -— Non risolleviamo dolorosi ricordi. Se è destino si compirà. Ma -ricordate però — questo sì — che la città, ligia a Betto Grimaldi e -alla Serenissima, oggi, e ieri presa dalla fremebonda pazzia parigina -tanto da innalzare quello scherzo di cattivo genere, parodia d'albero -di cuccagna, che chiamarono albero della libertà, ricordate che la -città sola è nostra nemica e che merita un esempio. Vassalla dei -Lascaris, dei Nervia e degli Altariva, si darebbe al primo venuto -piuttosto che a noi ed al re. Mi comprendete? Mi approvate? - -— Vi comprendo e v'approvo. - -— Ordunque stringiamoci noi due, noi due, in questo patto: la città -nostra! - -— Per il Re! - -— Sia: per il Re. Ma nostra! - -— E di Luca Lascaris! - -— E di Luca Lascaris. Ma poco possiamo contare sul nostro compagno -valoroso e fedele di due anni or sono. È dominato da una folle passione -per quella castellana di Spigno.... - -— Ma Fiorina è con noi, per il Re! - -— La donna segue il vincitore. - -S'alzò, uscì sulla soglia della tenda e rientrò. - -— Che notte! Sembra fondo inverno. Che ore saranno? - -— L'alba fra poco. Ma non mi avete confidato il terzo avvenimento al -quale alludevate poco fa. - -Camillo Altariva fece appello alla memoria. - -— Avete ragione: ecco qua: è sparita la contessa Lascaris madre. - -Il Nervia più che colpito guardò stupito l'interlocutore. - -— Sparita! E in che modo? Spiegatevi. - -— Facilmente. Ieri mattina la contessa uscì dal castello per la -cavalcata abituale, seguita al solito da una scorta di quattro uomini. -Non tornò, od almeno ieri poco prima del tramonto, quando io sono -passato al castello per cercarvi Luca e recarmi qui con lui, seppi -che non era tornata. Il fatto è senza precedenti: la contessa Isabella -non ha mai prolungato oltre due ore la cavalcata mattutina. Le ultime -notizie sono queste, madre e figlio uscirono insieme, girarono il -forte, si separarono: Luca discese per guadare il Roia e girar Roverino -per recarsi al vostro convegno, e la contessa, pare, scese verso il -Bevera. Poi nulla più se ne sa. - -— E in città? Che sia rimasta presso Chiarina Grimaldi? - -— No: l'abate Bernardino Viale che vidi al castello, veniva appunto di -città: niente contessa Isabella. - -— E allora che sospettate? - -Camillo Altariva si strinse nelle spalle. - -— Sospettare è inutile. Credo che sia al campo francese. - -— Al campo francese? Sostenete allora che esista un campo francese? - -— Non lo metto più in dubbio. - -Seguì un lungo silenzio. Lo ruppe il grido d'allarmi della scolta. -I due gentiluomini s'alzarono e trassero verso l'uscita. Un sergente -s'avvicinava. Fece il saluto e rimase in posizione immobile. - -— Che c'è, sergente? — chiese il Nervia. - -— È avvistata una mano d'uomini, monsignori. - -— Conosciuti? - -— La scorta dell'illustrissimo signor Conte Lascaris. - -— Sta bene. Libero passo. Chi sa — proseguì rivolto all'Altariva — che -Luca non ci accompagni i marchesi di Spigno. Avremo così qualche altra -notizia importante. Ibleto è un gazzettino ambulante. Del resto, avete -mai osservato, Camillo, che le notizie su ciò che ne avvicina arrivano -sempre da lontano e ci sono portate dagli estranei? - -— È naturale. Anime e cervelli sono presbiti, Almerico. - -S'incamminarono verso il limite del breve spiazzo a dorso di collina su -cui l'accampamento sorgeva. Il duca di Nervia doveva essere ben sicuro -del suo servizio di scolte d'avamposti e di sentinelle perdute per -accampare in luogo così facile a sorprese, sprofondato fra i picchi e -le creste, avvallamento a sua volta vertice di collina ma circondato -da minacciose muraglie scoscese, oltre le quali avrebbero potuto -impunemente affacciarsi truppe nemiche dopo una preparazione facile -d'imboscata. Vero è che vi si intrecciavano i due sentieri, ma il -luogo era chiuso, era soffocato, e sotto lo spicchio di cielo nuvoloso -tagliato e frastagliato bizzarramente dai picchi, avea l'apparenza -d'una fossa difficilissima ad essere difesa e pronta a diventar tomba. - -— M'accorgo adesso, Almerico, della strana località che avete scelto -per accampamento, — disse Camillo un po' sorpreso. - -— Non l'ho scelta: l'ho subìta. Ma non temete: ho disposto un vasto -servizio di sorveglianza in alto e in basso. - -— Oh! lo credo: vi conosco. - -Proseguirono in silenzio, fino ad una gola oltre la quale si scopriva -un tratto di sentiero già occupato dalla truppa che giungeva. - -— È Luca Lascaris. Ma chi viene con lui? Si direbbe una portantina o -una barella. - -— Che abbia incontrato gli Spigno? — rispose Camillo con qualche cosa -su le labbra che somigliava ad un sorriso: è proprio il caso di dire -che Eros lo protegge. - -— Se è portantina, è troppo rozza per esser degna della bellissima -Fiorina. Ma non mi sembra, no anzi non è. Guardate: si direbbe un -convoglio funebre. - -— Avete ragione. - -I due, preoccupati, avanzarono lentamente, non perdendo mai di vista la -comitiva sopravveniente. La quale incominciava adesso la salita per cui -la rozza portantina vista di scorcio, somigliava ad un informe bagaglio -sopportato da due uomini di fatica. - -— È una barella! — esclamò ad un tratto il Nervia. - -— Lo sospettavo! — rispose l'Altariva. - -La comitiva si mostrava a breve distanza: i due gentiluomini -affrettarono il passo. - -— Almerico — gridò la voce di Luca Lascaris, — avvicinati, amico! - -Il chiamato obbedì: la truppa sostò e si divise in due ali: non rimase -nel centro che la barella deposta sul terreno e il prete ritto da capo. - -Luca Lascaris prese la parola, sordamente: - -— Guarda tu, Almerico, se riconosci colui che giace morto colà: io gli -ho tolto stamane quello che ieri gli avevo donato poichè l'anima sua -più non bada ai doni terreni. Guarda, Almerico! - -— Il mio vecchio Seborga! - -Non una lagrima brillò sul viso bruno del Nervia: impietrò. Piegato -il ginocchio vicino alla barella, tese la mano sul capo informe del -cadavere. - -— Che monsignore Iddio ti abbia presso di sè, mio vecchio Seborga! - -— Amen — rispose il prete. - -— Camillo, Luca, io desidero che il mio vecchio servo riposi vicino -a coloro che ha servito ed amato durante una lunga vita che fu tutta -devozione e sacrificio. Non vi dispiaccia unirvi a me nel pio tributo -che intendo portare a colui che considero della mia casa. - -— Noi siamo con te, Almerico — rispose Camillo Altariva. - -Luca Lascaris piegò, annuendo, sulla sella. - -— Al castello dei Nervia! - - - - -XX. - - -Il nido secolare dei Nervia di forma tozza e quadra, con la grande -torre verso occidente, era posto sul declivio della collina che in -allora chiudeva la valle a sinistra, separata dalla foce e dal mare da -torbidi acquitrini e poi dallo accavallarsi di mobili dune. Il parco -immenso lo precedeva e lo circondava ed il parco a sua volta era chiuso -da una cerchia di mura in massima parte a secco, larghe e massicce che -dal basso risalivano fino al vertice della collina e si riversavano -sul declivio opposto. Da tre anni almeno, e cioè dalle prime minacce -dell'invasione, Almerico aveva, con i servi più fedeli, inviato la -duchessa e i due figli a Genova, donde, secondo l'abitudine incorsa, -avevano preso imbarco per la Sardegna, l'isola essendo per la Corte -di Piemonte e la nobiltà ligia un rifugio più sicuro. Da tre anni -dunque parco e castello erano quasi abbandonati: pini sulla collina e -platani nella pianura non più disciplinati dalle cesoie messe di moda -da Le Nôtre, parevano tornati allo stato selvaggio: l'erba appariva -alta sul largo viale che si mostrava dietro il cancello: giardino ed -orto incolto s'erano arruffati come una capellatura non pettinata. A -quei tempi, dal paese di Camporosso al mare, il torrente aveva tanto -allargato il letto che occupava tutta la vasta cuna adagiata fra i due -sproni di collina, quella delle Maure verso Ventimiglia e l'opposta -verso Vallecrosia. Sicchè girato a monte il paesetto silenzioso, la -cavalcata discese a valle quasi dinanzi al chiuso parco dei Nervia, -e si accinse ad attraversare il letto del torrente, a secco in gran -parte, chè non era ancor cominciato lo sciogliersi delle nevi, ma -ingombro d'alti strami, d'ontani a macchie, di tutta insomma quella -vegetazione posticcia che cresce a vista d'occhio là donde le acque si -ritirano apparentemente. - -— Possiamo attraversar con franchezza — dichiarò l'Altariva dominando -con uno sguardo il paesaggio che pareva deserto e silenzioso e -arcigno e quasi feroce. Nè il castello sbarrato e il parco folto -l'ingentilivano poichè parevano laggiù di faccia drizzarsi a respingere -chi minacciasse un'invasione. - -— Sì, — annuì Luca Lascaris di malumore perchè obbligato a lasciare -l'accampamento ove Fiorina poteva di momento in momento arrivare. Sì, -non vedo pericolo alcuno, fuorchè nel _gaogrosso_. - -Nel dialetto quasi provenzale dell'estrema Liguria, si dice _gaogrosso_ -al corso d'acqua maggiore che esista nel letto d'un fiume o d'un -torrente, quello appunto che ne costituisce l'essenza. Per tutta -risposta il Nervia alzò la mano libera dalle guide, e apparve un -omuncolo sciancato, rivestito di pelli caprigne, il capo coperto da -un cencio a guisa di turbante, reggendo con ambe le mani al petto -un'enorme conchiglia univalva di forma allungata, simile ad una tromba -rustica. - -— Il Bagato va a cercare il guado — mormorò un soldato, e il mormorio -si propagò e la truppa guardò curiosamente l'essere informe che -saltabeccava agilmente fra gli strami e gli ontani e il cui nome -evidentemente era derivato dal gioco dei tarocchi, anzi dal primo -tarocco. - -Le popolazioni marinare e in ispecie quelle dei pescatori, hanno -in ogni tempo — l'estrema Liguria non ne mancò mai — qualche essere -sgraziato e segnato dalla nascita che, un po' matto e un po' scemo, -passa il suo tempo a studiare il cielo e il mare, a predire il vento -e la pioggia, il fortunale e la tempesta, dando l'allarme ai dintorni, -soffiando in una conchiglia univalva e traendone un suono cupo simile -ad un muggito. - -Il Bagato era evidentemente un rustico Nostradamus, ed i soldati che -furono sempre i bimbi della feroce umanità, s'impossessarono del -novello gioco offerto e attesero con giuliva curiosità il segnale -che doveva avvertire della scoperta d'un guado. Nè il segnale tardò. -Un muggito d'un tono solo ma lento, stanco e strascicato si levò dal -centro del letto, là dove presumibilmente il _gaogrosso_ scorreva; e la -truppa seguendo Almerico di Nervia, che per il primo lanciò il cavallo -nella discesa, si diresse disordinatamente serpeggiando verso il punto -donde il cupo muggito giungeva a intervalli. - -A poco a poco erbe e rami contorti d'ontani diradarono, qualche spiazzo -di greto disseccato s'allargò, poi delle chiazze verdastre di muffa -apparirono e degli acquitrini e delle pozzanghere, specchi di cielo -intorbidati dalle zampe dei cavalli, poi una specie di baluardo di -grosse e bianche selci calcaree e il torrente — il gao — apparve, -largo venti metri almeno, nella sua parte più strozzata: nel mezzo -il Bagato opponeva il corpo alle onde schiumose e scroscianti alzando -la conchiglia alla bocca, statua vivente d'un piccolo fauno bacchico -irsuto e giocondo. - -La truppa guadò, risalì un altro baluardo di selci calcaree, poi -ricominciarono i greti sgombri e gli acquitrini e finalmente per una -penosa scarpata rovinante si trovò sulla strada maestra della vallata. -Si fermò. Il Nervia s'occupò di piazzare personalmente le sentinelle, -verso valle e verso mare, poi col restante s'avviò risoluto al cancello -che s'intravvedeva fra i platani e gli ippocastani torreggianti. -Invece di sciogliere l'enorme groviglio di catene arrugginite che -avvinghiava le sbarre, vi postò due altre sentinelle, poi scostando i -rami che piovevano in disordine dagli alberi annosi, cercò il muro di -cinta. Scese allora da cavallo e fu dagli altri imitato. I due servi -dell'Altariva alzarono la barella ove giaceva il corpo del Seborga -appoggiandosene l'estremità sulle spalle e seguirono Almerico, poi Luca -e Camillo e il Bagato chiusero la marcia. Il rimanente della truppa -restò sul viale dinanzi al cancello celata fra gli alberi. - -Il Nervia costeggiò a lungo penosamente il muro di cinta e il cammino -era malagevole per lui più che per gli altri, anche per i due servi -carichi della barella, poichè s'insinuavano nello spazio che egli -faceva. Giunsero finalmente là dove il muro a secco incominciava: il -fogliame v'era più folto e l'edera polverosa e pelosa vi si abbarbicava -quasi con accanimento, formando una vasta placca nerastra. Senza -sforzo alcuno il Duca alzò la cortina che pareva formare un corpo solo -col muraglione ed apparve una breccia a fior di terra, un largo buco -informe d'un metro almeno di diametro. Per il primo Almerico si chinò -e passò. Poi passarono i due col funebre fardello, poi gli altri: il -Bagato per ultimo lasciò cader la cortina. Al di là un altro busso -vietava il passaggio: ma fu lasciato a sinistra ed apparve una radura, -a capo della quale una cappella rotonda mostrava un pronao dorico e la -porta aperta. Vi si diresse il duca di Nervia, ma, come fu vicino al -pronao, si voltò ai due gentiluomini. - -— Qui, voi lo sapete, dormono nella pace del Signore, quelli della mia -casa che non lasciarono la vita in battaglia o nel mare o in prigionia -presso i nemici o gli infedeli. Pochi uomini degli avi miei qui -giacciono dunque e quasi tutte le donne invece. Non vi stupisca, amici, -che intenda qui dar sepoltura al mio fedele Seborga: già un altro servo -dei Nervia vi riposa, morto degnamente difendendo il castello da una -scorreria di Dragutte il Barbarossa. Non già servo, ma amico fedele fu -il Seborga per me. Mi cullò bimbo fra le sue braccia, m'insegnò i primi -passi, mi pose per il primo su un cavallo, mi curò in una malattia -mortale e contagiosa, fu in guerra con me, dormì nel bivacco al mio -fianco, si privò della sua razione per sfamarmi, mi difese col suo -corpo a scudo in battaglia, avrebbe dato per me, che Monsignor Gesù non -ne veda che l'intenzione onesta, l'anima sua, la vita eterna per me! - -Stese le mani sulla salma. Gli astanti si scoprirono. - -— Povero amico, l'avversa fortuna ha voluto ch'io dovessi renderti -il pietoso omaggio ch'io ti rendo. Ma te felice almeno che qui dormi -fra coloro che hai tanto amato e tanto fedelmente servito! Chi sa, -mio Seborga, ove dormirà il tuo padrone, mentre oggi profugo della -sua casa non la visita che furtivamente, come un lupo inseguito, solo -ormai, lontano da chi ama, ultimo fedele d'una causa perduta. Verranno -i giorni migliori, forse, e i miei figli, tornando sulle nostre terre, -me forse non troveranno a dormire nel sepolcro dei miei. Ma te almeno -troveranno mio Seborga: ebbene, faccia il Signore Iddio che le lagrime -e le preghiere che udranno queste tombe siano fra te e me divise, -fedele amico, siccome abbiamo tutte le buone e le male venture nella -vita. E se tu qui mi rappresenterai, ebbene, che i miei figli piangano -sul tuo sepolcro come se fosse il mio! - -Tacque. D'un gesto sobrio indicò il fondo ai servi dell'Altariva; -i servi s'alzarono e vi si avviarono. C'era, fra due grandi urne di -pietra, una rozza tomba in muratura coperta da una lastra di marmo -sulla quale era impressa a punta di pugnale una croce e sotto due -parole: _Fido Sebastiano_. - -— Sollevate quel marmo — comandò il Nervia. - -Il coperchio del sepolcro fu smosso: apparvero poche ossa bianche e un -teschio lucente in mezzo a polvere nera impalpabile. - -— Il fedel Seborga può dormire col fedel Sebastiano. - -Il cadavere tolto dalla barella fu adagiato nella polvere nera e -v'affondò come se le braccia del fedel Sebastiano s'aprissero per -accogliere l'altro servo fedele. E il marmo tolse per sempre agli -sguardi profani il corpo che l'anima certo contemplava da un mondo -migliore. - - - - -XXI. - - -Quando si ritrovarono di nuovo sullo spiazzo dinanzi all'attico pronao, -Almerico sostò e chiese: - -— Che pensate, amici, della morte del Seborga? - -Silenzio: i due curvarono il capo. - -— Dunque: il mio sospetto. - -Luca Lascaris parlò: - -— Sospetto è vaga parola ed è accusa grave. Il Seborga partì con -Emanuele Embriaco della cui onestà posso rispondere..... - -— Sono davvero i tempi in cui si può rispondere della onestà di -qualcuno! — mormorò sordamente l'Altariva. - -Il Conte s'impennò: - -— Camillo, vi prego di ricordarvi che l'Embriaco venne a me con una -lettera della cui verità nessuno ha il diritto di dubitare me vivente e -sano. Emanuele Embriaco è fuoruscito.... - -— Bandito. - -— .... sia pure, bandito genovese: titolo di stima per noi che -combattiamo per il Re. Venne con soldati regolari e con vassalli del -marchese di Spigno. Si rifugiò nel mio castello..... - -— Per iscampare dal Grimaldi e dal Borzone. - -— .... potrei rispondervi che era munito di tal lettera che gli dava -pieno diritto alla mia ospitalità. E se pur venne per iscampare dal -Grimaldi e dal Borzone lo fece nella sua qualità di fuoruscito.... o -bandito se meglio vi piace. Da allora però seguì la nostra fortuna -fedelmente. Vi faccio anche notare che ieri a notte chi divise i -drappelli fu il Seborga che mi diede lo scudiere dell'Embriaco e s'unì -alla scorta del Conte.... - -Almerico di Nervia intervenne. - -— Lascaris, non accuso dicendo che sospetto.... come del resto voi due -sospettate: Camillo..... - -— .... fin dal primo momento. - -— .... e voi Luca nell'interno del cuore, a malgrado le ragioni che -accumulate. Può darsi che nella notte buia sia sdrucciolato un piede -al vecchio Seborga, benchè a giudizio di chi l'ha raccolto sia stato -rinvenuto proprio nel fondo senza che l'erba e le piante del precipizio -presentino traccia alcuna del passaggio. E chi pone un piede in fallo -s'aggrappa, lotta, urla, chiede aiuto. Come non l'hanno udito? Pur -tuttavia non accuso, no, sospetto.. Abbiamo per buona ventura di che -fortificare o dissipare il nostro sospetto. Abbiamo i due scudieri di -Emanuele Embriaco, l'uno rimasto con me, l'altro.... - -— Venuto e tornato meco. - -— Precisamente. Sapremo da quei due la verità. Sono all'accampamento: -mando un ordine per farli qui proseguire. - -— Bada, — fece osservare l'Altariva — bada a quello che fai. Ho più -d'una volta osservato i due scherani: l'uno è grossolano soldato, un -reitro del buon tempo antico, e non lo credo al corrente dei fatti e -pensamenti del suo padrone. L'altro, quello che vi seguì, Luca, è volpe -fina, astuto come un chierico: non ne caverete nulla. - -Il Nervia sorrise: - -— O con l'oro o con la tortura parlerà. - -— Possibile: tentar non nuoce. - -In quella ululò la conchiglia. Ma contemporaneamente il verso della -civetta si fece sentire tre volte a eguali intervalli: poi le frasche -fuor del muro di cinta stormirono, agitate con violenza come da persona -che vi si intromettesse. L'Altariva e il Lascaris avevano per istinto -messo mano alle armi: il Nervia era invece rimasto tranquillo. - -— Non v'esaltate: qualcuno dei miei. - -L'edera della breccia venne sollevata dall'esterno e apparve un -montanaro per nulla dissimile dagli altri del Nervia. - -— Sei tu, Becco-in-croce? Che notizie porti? - -E prima che l'altro parlasse, rivolto ai due gentiluomini, Almerico -proseguì: - -— Probabilmente nulla d'importante: è la sentinella che sorveglia la -spiaggia. Notizie della città. - -Rivolto al nuovo venuto gli diè licenza: - -— Parla, Becco-in-croce! - -L'uomo parlò: - -— Vostra Eccellenza.... questa mattina... il gentiluomo che abita con -sua Eccellenza il Conte — mostrò Luca — si è imbarcato con un altro -gentiluomo e una gentildonna e un servo. - -I tre si guardarono sbalorditi. - -— Fiorina! — esclamò il Lascaris. - -Un cenno: il Nervia interrogò: - -— Non hai sbagliato, Becco-in-croce? Hai proprio riconosciuto il -gentiluomo che è ospite del Conte Lascaris? - -— Sì, Vostra Eccellenza. - -— Com'erano i suoi compagni? - -— Un gentiluomo d'età, col viso che pareva una pera martina secca, e -una barbetta quasi bianca.... - -— Ibleto di Spigno! - -— .... e una gentildonna giovane e bella, che vestita da uomo pareva un -ragazzo..... - -— Bionda? - -Becco-in-croce pensò un poco: poi trionfalmente: - -— Sì, Vostra Eccellenza! - -— Fiorina! È Fiorina, non c'è più dubbio! - -— Luca! - -Ancora fuor di sè il Lascaris si voltò a scudisciare una pianta. - -— Si sono imbarcati, Becco-in-croce? - -— Sì, Vostra Eccellenza. - -— Verso? - -— Verso Latte, Vostra Eccellenza, ma doppiando la foce al largo d'un -miglio almeno. - -— A che ora presso a poco? - -— Tre ore di giorno almeno, Vostra Eccellenza, ed anche quattro. - -— E soltanto adesso vieni a riferirlo? - -Becco-in-croce non parve intimidito. - -— Vostra Eccellenza mi perdoni, ma come potevo immaginare che Vostra -Eccellenza fosse al castello? - -— E da chi l'hai saputo? - -— L'ho saputo all'accampamento, Vostra Eccellenza! - -— Vieni dunque di là? - -— Sì, Vostra Eccellenza. - -Il Nervia riflettè un momento, poi chiese consiglio. - -— La posta al bivio di Apricale non ha più ragion d'essere da poi che -gli Spigno sono passati a nostra insaputa e ne ha beneficato il conte -Embriaco.... - -Luca flagellò con raddoppiato vigore l'albero. - -— .... nulla più ci trattiene lassù: che ne direste d'uno spostamento -di campo? - -— Dove? — domandò l'Altariva. - -Senza rispondere alla domanda il Nervia ripetè: - -— Spostiamo dunque l'accampamento? - -— Spostiamolo, per tutti i diavoli! — urlò Luca. - -Camillo annuì. - -— Becco-in-croce — comandò il Luca — ritorna al campo e dà ordine che -si levino le tende e che si discenda e si passi il _gao_, a metà strada -fra Dolceacqua e Camporosso. Noi vi saremo e la conchiglia del Bagato -indicherà il punto preciso. Va Becco-in-croce e porta l'ordine mio. - -Il montanaro s'inchinò e ripassò la breccia. - -— Ed ora a noi. Il mio sospetto, Luca, aveva ragione d'essere secondo -quanto abbiamo udito. L'Embriaco si liberò violentemente del mio povero -Seborga. - -— Ma gli Spigno? - -— Ibleto ha sempre fornicato con i francesi: lo sappiamo tutti. Credo -che a quest'ora sbarcati a Latte e in istrada per Nizza, o per mare -tuttavia, si riducano al campo dei sanculotti sul Varo. - -— E Fiorina? - -— Di buono o di malgrado li segue. - -Luca Lascaris alzò le pugna al cielo. - -— Voi mi sembrate un ragazzo imbelle, Conte, un ragazzo imbelle al -quale abbiano furato il giocattolo. Siate uomo, per nostra signora -di Lampedusa! Verrà la nostra volta, e vinceremo la nostra posta. Per -intanto vi apro intero il cor mio: sono stanco di questa vita raminga -e inutile. Rivedere il mio castello dopo sì lungo tempo mi ha rimessi -in cuore i germi della nostalgia. Liberiamoci, prendiamo una decisione, -scegliamo un nemico. Siamo qui esitanti fra Genova e la Francia: -pretendiamo tenerle in ballo tutte e due. Grave errore. Facciamo onor -stragrande alla Serenissima, che fa paura o meglio vuol far paura con -le mani vuote. Vi offro una via d'uscita: giriamo le Maure, usciamo -dopo Roverino, per il Bevera, piombiamo sui predoni di Sant'Antonio, -e appena li avremo liquidati assalteremo la città isolando il fortino -del Borzone. Ventimiglia non ha che un Governatore di figura e pochi -uomini di parata dei quali verremo presto a fine. Riprenderemo poi -la guerriglia con una difesa come la città, il forte ed il vostro -Castello, Conte Lascaris. I Francesi non passeranno o gireranno da -Saorgio. Guadagneremo tempo ad ogni modo, che ve ne pare? - -Camillo Altariva prese la parola. - -— Il tuo piano, Almerico, è buono come linea generale: ma i particolari -verranno. Per intanto l'approvo fino all'assalto dei predoni di -Sant'Antonio. - -— Io tutto approvo — esclamò Luca Lascaris, — purchè ci si muova e non -si resti qui neghittosi. Ho bisogno di far del male a qualcuno. - -— Ne avrete presto l'occasione, conte. Quando ci congiungeremo con -la mia truppa troveremo i due scherani dell'ospite vostro: se mi -permetterò d'interrogarli io stesso, per la memoria invendicata del mio -povero Seborga, li consegnerò poi dopo alla vostra giustizia, chè vi -appartengono. - -— Vi ringrazio, Almerico! - -Ma il progetto del Nervia non potè avere esecuzione. A metà strada fra -Dolceacqua e Camporosso attendeva bensì la truppa del Nervia, ma il -Ricciuto e Bracciodiferro non ne facevano parte. S'erano allontanati -con gli uomini che comandavano, subito appena apparso Becco-in-croce, e -conosciuto che ebbero la nuova direzione dell'Embriaco, pretendendo il -Ricciuto d'aver ordini tassativi in proposito. - -— Non importa — osservò il Nervia — ignorano il nostro piano e quindi -non ci sarà allarme: del resto potremo raggiungerli: non perdiamo -tempo! - - - - -XXII. - - -La nuvolosa mattina che per la campagna diffondeva pur tuttavia una -luce tutta eguale, manteneva in città un buio di tomba. Le undici; i -cavalli scalpitavano sul selciato di pietra attraversato nel mezzo da -una guida di mattoni sanguigni: le due mule che reggevano la portantina -davano appena segno di vita col dondolar la coda infiocchettata fra le -stanghe a batocchio, e due soldati reggevano le torcie per illuminar la -viuzza caduta nel buio, fondo per le alte case. - -Nell'ufficio del governatore due lucerne spandevano queto chiaror -raccolto: sotto l'una sgobbava l'archivista Orengo raschiando con la -penna d'oca una carta ruvida e slabbrata sotto pretesto di vergare -un'ordinanza. Sotto l'altra lucerna il capitano Cavalli attentissimo e -lontano dal mondo leggeva Virgilio. - -In una stanza da letto interna che avrebbe dovuto prender luce da un -vicolo, il quale naturalmente non manteneva le sue promesse, Betto -Grimaldi si abbigliava aiutato dal Moncherino, il quale a sua volta, -e poveretto non per colpa sua, dava aiuto come il vicolo dava luce: ma -il governatore non aveva fretta, parea che succhiellasse il tempo per -farlo passar lentamente. - -In un'altra stanza, che conosciamo appuntino, la vispa Gilda -s'affaccendava intorno a Chiara e benchè un po' più di luce vi -penetrasse dalla finestra verso la vallata, la bella camerista -brontolava pretendendo che si fosse non quasi a mezzo il giorno, ma nel -crepuscolo del mattino. Mentre questo accadeva, due altri personaggi -di nostra conoscenza misuravano i cento passi dell'allea del Fontanino, -fuori della porta omonima; l'uno parlava pacatamente come se ragionasse -d'Euclide o di d'Alembert, l'altro ascoltava bevendo le parole e -l'interesse gli traspariva dagli occhi lucidi. - -— Credete a me, Giano de' Lercari, — dicea Filippo Balbi — credete -a me, che vedo lungi le cose, imitatemi. Non c'è per noi che una -via aperta oggi, le armi. Eppure non a me, cadetto di gran casa, ma -cadetto, e non a voi di gran casa ma, non v'offendete, più cadetto di -me perchè irregolare, possono offrir qualche futura fortuna le armi -della Serenissima. Non ci illudiamo: stanno di fronte l'Austria e la -Francia, chè non vi conto il Re di Piemonte, boccone maggiore, nè la -Repubblica di Genova, boccone minore. Austria e Francia: l'una contro -l'altra oggi e domani: decidersi: o la carriera delle armi in Piemonte -e quindi in Austria, ma a quale scopo Lercari? Allo scopo di poltrire -e ammuffire nei gradi subalterni e vedersi di punto in bianco anteposto -un damerino di Corte, con un gran nome, un moccioso irresponsabile che -viene a comandarvi, a farvi sgobbare e rischiar la vita per prendere -il merito ove ne sia il caso senza rimetterci del suo perchè troppo con -le spalle al muro, figlio di papà o di mammà, uscito dalle gonne della -favorita. Giano, credetemi: sono un cadetto della casa Balbi, grande -casa a Genova; ma nato capitano morrei capitano, come voi nato alfiere -morreste alfiere. E a quale scopo infine? Se l'Austria schiaccerà -la Francia servire l'Imperatore, se la Francia schiaccerà l'Austria -venire incorporati a forza nelle masnade sanculotte. Credetemi, Giano -Lercari, fate come ho fatto io: saltate il fosso. Il Piccolo Bonaparte -ci lascerà probabilmente l'anima che regge coi denti, ma c'è Massena, -Moreau e Hoche e tanti altri e c'è il capo di Stato Maggiore del -_piccolo_ Bonaparte, il serio greve e ponderato Berthier, il quale mi -ha promesso un battaglione al primo fatto d'armi e un reggimento al -secondo. C'è poi anche il caso che il piccolo Bonaparte riesca nel suo -disegno, tenebroso disegno che niuno conosce, forse nemmeno Berthier, -ma che può essere grande come è audace chi l'ha concepito. E il piccolo -generale che ha tutta l'aria di un falchetto pronto a piombar sulla -preda, a malgrado la sua amicizia con Robespierre il Giovane e le sue -imprese di Vendemmaire, è un aristocratico, ama circondarsi di nomi ed -aiuterebbe voi e me, piuttosto che quel garzone birraio di Murat, che -ha per aiutante di campo, o che quel legulejo di Junot, altro aiutante, -che non l'abbandona un momento. - -Giano Lercari ascoltava come se gli si raccontasse una fiaba. - -— La verità è — osservò — che agli ordini della Serenissima si muffisce -in guarnigioni come questa. - -— Mentre che in un esercito combattente c'è l'impreveduto che aspetta e -fa la vita varia. - -— E voi credete, Filippo, che fra l'Austria e la Francia si debba -preferire la Francia? - -— Non vi ripeto che il mio giudizio, quello che io stesso ho giudicato -preferibile, ma non intendo nè darvi consigli precisi, nè invitarvi -a prendere una decisione qualsiasi. Restate pure l'alfiere della -Serenissima, presso questo nobile Comando. Soltanto, per semplice -spirito d'amicizia, vi offro di pensare se vi convenga. - -— Avete ragione Filippo. Ma pure, ammesso che mi decida.... - -Ne aveva tanta voglia che fra sè avea già preso la risoluzione di -imitare il Balbi. - -— .... in che modo debbo contenermi? - -— Per far che cosa? - -— Per imitarvi. Non posso già disertare. - -— Chi vi parla di disertare! Fate come ho fatto io, e cioè fatevi -attaccare all'esercito francese dal vostro comandante. - -— Betto Grimaldi? Irresoluto com'è e con la paura del Governo di -Genova, non lo farà mai. - -— Chiedetelo a Genova. - -— Non avrò risposta, e, se pur l'avrò, sarà qui fra un mese almeno! - -— Non c'è che un mezzo, allora. - -— Cioè? - -— Farvi chiedere dal Generale Bonaparte, o dal Berthier, ciò che avrà -anche più autorità. - -— Chiedere? Al Governo della Serenissima? - -— No: a Betto Grimaldi. - -— E credete che accetterà? Che dirà di sì? - -— E credete voi che Betto Grimaldi negherà o dirà di no a un desiderio -del Generale che con lo stringere un pugno può domani stritolar lui e -la città? - -E poichè Giano Lercari crollava il capo continuò: - -— Betto Grimaldi col suo cervello corto ma di buon senso crede sè il -più debole dei due, oggi. Non già una banda sconfinante ha davanti, ma -trentamila uomini inquadrati, irregolarmente ancora, ma inquadrati e -condotti da un falchetto che ha voglia di preda e che l'ha promessa ai -suoi sanculotti. La prova che si crede di già debole l'avete davanti -agli occhi. - -Indicò la porta del Fontanino da cui usciva la cavalcata ufficiale -preceduta da un trombettiere e da quattro soldati: seguivano Betto -Grimaldi e il capitano Cavalli e infine la lettiga portata dalle due -mule: chiudevano la marcia altri due soldati. - -— Se Betto Grimaldi si fosse ritenuto il più forte avrebbe invitato il -Generale nemico in città e invece si scomoda per recarsi da lui e porta -con sè la mia fidanzata..... - -Lo aveva Filippo stesso suggerito al Governatore, ma non lo disse. - -— .... per omaggio e degnazione. Credete voi, Giano mio, che se a -quell'uomo con la paura dipinta in volto si chiedesse qualunque cosa, -la rifiuterebbe? - -No che in verità Giano Lercari non lo poteva credere. - -— E allora decidetevi! - -— Sia: fatemi domandare al comandante. - -— Alla buon'ora. Qua la mano: correremo la stessa fortuna. Vi prometto -il mio grado al primo fatto d'armi. - -— Naturalmente conto su di voi, amico Filippo. - -— Contateci: ma per adesso acqua in bocca. - -Lasciò il compagno, inforcò il cavallo che un soldato gli teneva a -poca distanza e corse di carriera verso la cavalcata che s'avvicinava -lentamente. - -— Il buon mattino a Vostra Eccellenza, comandante Grimaldi, e col -vostro permesso, il buon mattino alla Bellezza nostra. - -Chiara sporse il capo dalla lettiga, rossa in viso, ma felice porse la -mano al fidanzato, che si piegò in arcioni con magnifico e difficile -spostamento per baciarla. - - - - -XXIII. - - -Quando la barca peschereccia ebbe sbarcati i suoi passeggeri alla foce -di un torrentello schiumoso, colui che la conduceva rimase ad attendere -gli ordini. Ma Ibleto gli porse una moneta d'argento che l'altro -ricevette con l'avidità di una scimmia alla quale si offra un frutto -acerbo. E per verità il danaro in metallo era già raro: da due anni -almeno correvano gli assegnati e i buoni di qualunque specie firmati da -nomi e da Autorità eteroclite, dal Sergente al Generale, dal Giudice al -Governatore. - -— Devo aspettare, monsignore? — chiese il marinaio al quale pareva che -il dono meritasse almeno un titolo. - -I due Spigno ricambiarono uno sguardo. - -— Non importa! — rispose Emanuele Embriaco. - -Ed aggiunse, rivolto ai compagni: - -— Voglio sperare, per la Dama almeno, che non si tornerà per mare. - -Fiorina gli sorrise. - -— Conte, avete ragione, ragione da vendere! — concluse Ibleto. - -E licenziò la barca. - -Mentre per un istinto comune la guardavano allontanarsi, il marchese -fece schermo della mano destra agli occhi, curvandosi: quindi esclamò: - -— Ecco quel che temevo! - -Alla sinistra indicò, forse a due miglia al largo, verso la Madonna -della Ruota od almeno all'altezza di Sant'Ampelio, la siloetta di una -nave. - -— L'abbiamo scampata bella! - -— Che è, Ibleto? — domandò Fiorina. - -— La prima delle cannoniere inglesi che sorvegliano la costa, e -probabilmente mancano di notizie poichè invece d'essere laggiù -sarebbero qui. - -L'Embriaco alzò le spalle. - -— A che servono le cannoniere inglesi? - -— Ben detto, il moscardino! — esclamò una voce sonora. - -Ed uno scoppio di risa coronò l'interruzione. - -Dopo il breve greto della foce, una specie di muro a secco si alzava -che parea sbarrasse il corso del torrentello. E proprio lassù i tre che -s'erano voltati di scatto alla risata videro una strana apparizione. - -Sporgevano dal muro a secco tre o quattro visi sporchi, dai capegli -arruffati, ma visi ridenti, dentature meravigliose ed occhi neri o -azzurri, brillanti. Sulle teste, in piedi sul vertice del muraglione, -un giovane iddio pompeggiava, un Bacco giovane con qualche fattezza -di pastore omerico. Vestiva una specie di divisa soldatesca a falde -rialzate sopra un paio di calzoni a righe, corti e sfrangiati: -null'altro: nè camicia, nè berretto, nè tracolle, nè armi, nulla -fuorchè una sciabola brandita dalla destra in alto sopra la selva dei -capegli biondi arruffati. Le carni bianche apparivano da innumerevoli -buchi dei calzoni, legati pur tuttavia un po' sotto il ginocchio da un -nastro rosa, che vantava chissà quale provenienza. - -— Ben detto, il moscardino! — ripetè quel giovane iddio selvaggio — ben -detto, parola di Tibullo, qui presente, soldato della Repubblica, una e -indivisibile, armata del Varo! - -Le teste apparenti sul muro a secco fecero un coro assordante. - -— Per l'Ente Supremo e per le corna di Barras, riprese Tibullo sempre -rivolto ai tre attoniti, o l'unico figlio di mia madre, la gloriosa -Cornelia delle Halles, si sbaglia come un deputato, o scorgo un viso -degno dell'ex Maria, sposa dell'ex Giuseppe e Madre del cittadino -Gesù! Non sia mai detto che i soldati della Repubblica dimentichino -gli omaggi dovuti al sesso! Io mi rammento d'essere figlio di -_Brin-d'amour_, sergente bianco del tiranno Capeto e amico personale -di Danton il quale come ognun sa, aveva un forte debole per le donne. -Camerati, un evviva per la cittadina che viene dal mare come la -ex-Venere! - -Il coro assordante ricominciò. Poi tacque ad un tratto sotto l'ordine -di Tibullo, il quale saltò dal baluardo, venne innanzi alla marchesa -e fece un inchino strisciato degno d'un maestro di ballo, alzò la -sciabola lucente e d'un colpo si tagliò, tenendola tesa con la sinistra -una ciocca di capelli che sparse ai piedi della dama. - -— Non ho berretto da levarmi e debbo scoprirmi ad ogni modo davanti al -sesso. Scusa, cittadina, ma ognuno si scopre come può. - -— Sei galante, cittadino Tibullo — rispose Ibleto rinvenuto per il -primo dalla sorpresa — e grazie all'Ente Supremo che ti ha posto sulla -nostra strada! Libertà, eguaglianza.... - -— .... e fraternità! — compì il soldato. - -Le teste sul muro a secco s'agitarono. - -— In quanto a voi, camerati, rimettete le vostre ricche assise per -presentarvi convenientemente dinanzi alla dama. - -Le teste scomparvero. - -— E tu, cittadino, — chiese Tibullo volto all'Embriaco, per il quale -provava un'istintiva simpatia per gratitudine dello sprezzo verso le -cannoniere inglesi — non dici nulla, cittadino? Hai esaurito il tuo -repertorio? - -— Ti ascolto, cittadino, e imparo! - -La celata ironia non isfuggì al soldato che aggrottò le sopraciglia. - -— Oh! Oh! Cittadino, la tua risposta puzza d'aristo una lega lontano. -Non c'è più Massimiliano, è vero, ma il _piccolo_ ama i _çi-devants_ -come il fumo negli occhi, te ne avverto. - -— Chi è il _piccolo_, cittadino? - -Apparvero di dietro al muraglione abbigliati, chi più chi meno come -Tibullo, cinque o sei soldati ridendo a gola spiegata. - -— Il _piccolo_? Domanda chi è il _piccolo_? - -— È il _piccino_! Il _tira l'anima coi denti_! - -— Il nostro generale che ci ha promesso grasse città e belle donne. - -— Ed ha ragione! - -Una mano si levò per carezzare il viso di Fiorina ma si ritrasse -immediatamente sotto una scudisciata. - -— Morde la donnetta — urlò il colpito. - -— E morderà ancora! — aggiunse Fiorina lasciando ricadere lo scudiscio -sopra un viso che s'avvicinava troppo al suo. - -Qualche picca e qualche sciabola fu brandita e non mancò un fucile -maneggiato — per qualche evidente ragione d'utilità immediata — come -un bastone. Ma Ibleto e l'Embriaco fecero scudo alla dama e Tibullo -s'interpose. - -— Giù le zampe, camerati! - -Con un po' di buona volontà s'ottenne un relativo silenzio, quale -almeno occorreva per farsi intendere. E ne profittò immediatamente -Ibleto rivolgendosi al soldato: - -— Non siamo qui nè per errore e nemmeno naufraghi, come i tuoi camerati -vogliono credere, cittadino: siamo qui venuti volontariamente e -portiamo con noi un salvacondotto che speriamo ci procurerà un po' di -rispetto. - -Tibullo non battè ciglio: attendeva. Lo Spigno continuò: - -— Una lettera del generale Laharpe..... - -Il soldato salutò. - -— .... al generale Nissard.... - -Nuovo saluto. - -— ... che comanda, crediamo, la tua divisione. - -Tibullo crollò il capo. - -— Niente Nissard, cittadino. - -— Comanda forse Massena? - -— Niente Massena, cittadino. - -— È tornato per caso Serrurier? Fa lo stesso. - -— Niente Serrurier! - -— Augereau allora? - -— Niente Augereau! - -I due Spigno e l'Embriaco si guardarono. - -— Chi comanda allora? — chiese Ibleto. - -Un urlo s'elevò dai soldati rimasti qualche passo discosti. - -— Il _piccino!_ - -— Il _piccino!_ - -— Il _piccino_, il _piccino_, il _piccino!_ - -Tibullo impose il silenzio. Poi: - -— Hai inteso, cittadino? Qui comanda il _piccino_ o se meglio ti piace -il generale Bonaparte. - -Fiorina spalancò i begli occhi sbalordita e Ibleto si tirò la barbetta -caprina. Ma l'Embriaco risoluto prese la parola. - -— E sta bene, cittadino! Andiamo dal generale Bonaparte! - - - - -XXIV. - - -Al di là del muro a secco un sentiero s'inerpicava sulla riva sinistra, -ma un sentiero da capre, disegnato appena fra i sassi calcarei e i -magri ontani bistorti. La stretta valle però si presentava ridente -a malgrado il giorno coperto. Un'occhiata ed una smorfia di Fiorina -destarono la galanteria di Tibullo. - -— Sono dolente, cittadina, di non poterti offrire un cavallo almeno. -Sono forse quindici giorni che abbiamo mangiato l'ultimo e sarebbe -stato assai meglio che l'avessimo mangiato quindici anni prima. Con un -sorriso la marchesa ringraziò il soldato ed aggiunse: - -— Grazie, cittadino, ma non temere: so camminare anch'io. - -— Sui tappeti, a giudicarne dai tuoi piccoli piedi. Ma non importa: -quando sarai stanca ti porteremo. - -Il sentiero si allargava sulla ripa e, nell'addentrarsi che fecero -entro la valle, i viaggiatori, dopo la temperatura quasi rigida -provata nel tragitto marino, ecco una quasi tepida ne trovarono come se -entrassero in una serra. - -— Qui fa quasi caldo — fece osservare Tibullo che s'accorse del -refrigerio provato dai suoi ospiti: — il _piccino_ ci si crogiola a -suo bell'agio. E ne aveva bisogno. Tiene l'anima coi denti e per di -più, dicono, ha sposato l'amante di Barras, una creola bella e sana da -far impazzire, una donna da mettere a terra più uomini che Kleber non -isfianchi cavalcature. - -— Già, l'ho sentito dire — osservò Ibleto mellifluamente — ed ho -sentito dire che il comando dell'armata del Varo fu il cestello di -nozze di Barras.... per gratitudine. - -Tibullo aggrottò le sopraciglie. - -— Spero che non ci sia niente di losco nelle tue parole, cittadino..... - -— Lungi da me tal pensiero! — s'affrettò a replicare lo Spigno. - -— .... perchè t'avverto, senza complimenti, che per istare in concordia -con noi non bisogna dir male del _piccino_, neanche per ombra! Di' -quello che vuoi di Massena e degli altri, e di tutti i politicanti di -Parigi, ai quali farei portare per qualche settimana i cannoni, invece -dei muli che non abbiamo: parla male anche di Hoche, se vuoi, ma lascia -stare il _piccino_: il _piccino_ non si tocca! - -— Vuoi molto bene al tuo generale a quel che vedo, amico? — susurrò -Fiorina per aiutare il marito — Lo conoscevi forse prima che giungesse -a Nizza? - -— No, cittadina, mai visto prima. E che bisogno ce ne sarebbe stato? -Gli uomini si conoscono a colpo d'occhio, come io ho conosciuto il tuo -vecchietto.... - -Ibleto si raddrizzò offeso. - -— .... e quell'altro là dietro che non parla, ma che sarebbe un -magnifico capo di battaglione. Gli uomini si conoscono all'occhio... - -— E le donne, Tibullo? — domandò un soldato ridendo. - -— Al tatto. - -Le risa raddoppiarono svegliando gli echi della vallata. - -— Cosicchè, cittadino — chiese Fiorina divertendosi, — tu hai -conosciuto all'occhio il tuo generale? - -— E all'orecchio. Sfido io! Come si fa a non seguire un _piccino_ -che invece di parlarti di Repubblica una e indivisibile, di onore -(quello del Direttorio) e di patria (la pancia di quei signori) e di -tante altre cose da farti crescere la barba tanto da camminarvi sopra, -arriva senza complimenti, non degna di uno sguardo i colonnelli e i -generali, ma si mette in mezzo a noi e ci dice senza tanti preamboli: -«Ragazzi miei, vedo che avete fame e freddo: dividiamo quello che c'è -e visto che quei signori di Parigi non sono buoni che a chiacchierare -e a mantener sgualdrine, venite con me che vi porto in un posto dove -troverete da mangiare come papi, da bere come frati e da.... carezzar -donne come cardinali». Ti pare, cittadina, che un piccino simile non -meriti simpatia? - -— Evviva il _piccino_! — urlarono i soldati entusiasti. - -E colui che possedeva un simulacro di fucile fece partire un colpo in -aria! - -— Che succede, olà, camerati? — urlò una voce stentorea dall'alto d'un -ciglione: accompagnate forse il carro del bue grasso? - -La comitiva sostò, gli occhi di tutti s'orientarono donde veniva la -voce: ne furono abbagliati e bisogna dire che ce n'era ad usura la -ragione. Figuratevi un giovane di forse venticinque anni ed in tutto -lo sfarzo della giovinezza che sboccia senza freni. Snello ed aitante, -una copiosa capellatura — a testa nuda come usavano in allora i giovani -ufficiali della giovane Repubblica — la faccia colorita, stretto -nella uniforme d'aiutante di campo, prestigiosa ed aiutata ancora da -una fascia fantasia intorno alle reni e da una sciabola turca munita -d'un'elsa solare: stivaloni alla scudiera su calzoni attillati grigio -perla: sopra un enorme cavallo velloso nelle gambe e sul muso come -una cavalcatura cosacca, arricchito da una gualdrappa di velluto rosso -acceso, di provenienza ignota benchè il bordo tutto d'oro la facesse -sospettare appannaggio di chiesa: ecco l'apparizione che stupì, anzi -che sbalordì i nostri viaggiatori. Byron deve aver tratto od essersi -ispirato da un ritratto di Murat giovane per il suo Mazzeppa, senza -dubbio. La comitiva sostò per un momento, poi Tibullo con la confidenza -che in allora esisteva tra soldati e ufficiali, rispose a voce -spiegata, facendosi schermo della mano ad imbuto: - -— Cittadino aiutante Murat, ti conduciamo degli aristo che vantano una -lettera per il cittadino generale in capo. - -— Avanti gli aristo, cittadino! - -Fece d'un salto varcare al cavallo il ciglione e compì l'ardua impresa -con una tal grazia che tradiva il suo recente passato di guardia -costituzionale del Re Luigi e di cacciatore a cavallo, abituato a -caracollare dinanzi alle belle ragazze ed a sfidare il pericolo nelle -cariche sfrenate. Quando si trovò davanti ai tre viaggiatori e vide -per il primo Emanuele Embriaco che celava in certo qual modo Fiorina, -mentre Ibleto di Spigno s'era tanto profondamente chinato da celare il -viso, non potè trattenere un gesto di sorpresa e di diffidenza. - -— Corpo d'una pipa! — esclamò — dei vandeani anche qui! - -E certo l'abbigliamento dell'avventuriero potea giustificare ed -avvalorare l'esclamazione. Se non che l'Embriaco, il quale mentalmente -con sintesi degna di Tacito, avea pensato che le parole — qualunque -fossero — sarebbero state oggetto d'una interpretazione sommaria da -soldataccio incolto, e che quindi era meglio stare zitti fino a tempo -opportuno, fece la mossa più abile che cortigiano consumato potesse -immaginare: si tirò da un lato e scoprì Fiorina. - -Murat ne restò abbagliato. Mormorò: - -— Corpo di..... - -Ma non andò oltre. Discese però da cavallo. E s'accorse d'Ibleto -piegato in due, tutto intento a lisciarsi la barbetta. Assunse allora -un'aria burbera per darsi del contegno: - -— Che vuoi tu, cittadino? - -— Cittadino aiutante — rispose Ibleto cercando le parole — ho qui -una lettera del generale Laharpe per il tuo generale, il cittadino -Bonaparte. - -— Qua la lettera! - -Il marchese di Spigno esitò: - -— Ma.... - -Intervenne allora Fiorina col più seducente dei sorrisi: - -— Porgete dunque la lettera al cittadino aiutante, amico mio! - -L'altro obbedì. Porse un plico ben suggellato a Murat, il quale -imbarazzato più che mai lo voltò e rivoltò fra le dita incerto. - -— Come vedi, cittadino aiutante, — continuò sorridendo la marchesa — è -indirizzato al generale in capo, ma poichè tu ne sei l'aiutante, credo -che potresti aprirlo. - -Il _credo_ fu pronunciato con una tal quale inflessione ironica che -sfuggì completamente al burbero Murat. - -E colui, che doveva coprirsi di tanta gloria personale, era fin -d'allora quell'essere debole che si dimostrò di poi, quando entrò -nella storia, offerto cioè all'influenza del primo o della prima che lo -sapesse dominare adulandolo o gettandolo nei bivii più crudeli. - -— Naturalmente che lo potrei — rispose gonfiandosi come un tacchino — -ma non ne vedo la necessità. Il generale è qui a due passi, in un luogo -detto San Bartolomeo, e può ben leggere da sè. - -All'udir Murat esprimersi in tal guisa si sarebbe supposto che avesse -col Bonaparte un'intimità da camerata. - -— E possiamo noi, cittadino aiutante, accompagnar la lettera? - -— Naturalmente che lo puoi, cittadina... anzi lo potete..... - -Fissò la donna, che gli sorrideva, ma non ne sostenne lo sguardo. - -— E — continuò Fiorina — poichè sono stanca, non puoi tu, cittadino -aiutante, prestarmi il tuo cavallo? - -Per tutta risposta, davanti a Tibullo ed ai soldati stupefatti, Murat -si chinò, raccolse, come se fosse un bimbo, la marchesa nelle mani e la -depose sulla gualdrappa fantastica. - - - - -XXV. - - -_L'altra_ comitiva non aveva passato le avventurose peripezie della -_prima_. Discesa dalla strada romana in poco tempo aveva raggiunto San -Bartolomeo ove l'attendeva un aiutante di campo del generale Bonaparte, -il quale era partito di buon mattino per riconoscere strade e valichi, -personalmente, accompagnato da Berthier suo capo di Stato Maggiore, -e da un altro aiutante di campo che non si discostava un passo dalla -persona del generale in capo. L'aiutante che ricevette il Governatore -di Ventimiglia e il seguito, era un giovane ufficiale segaligno, -dallo sguardo freddo e tagliente, asciutto di viso, di poche parole: -non aveva che ventidue anni e ne dimostrava almeno trenta: labbra -sottili, fronte rannuvolata, parca sempre sopra pensieri, preoccupato -dell'avvenire e celava sotto l'apparenza impassibile quell'inquietudine -che è oggi chiamata, con una barbara parola, _arrivismo_. - -— Buon giorno, aiutante Marmont — disse Filippo Balbi, smontando — -spero di non essere in ritardo. - -— Anche se tu lo fossi, capitano Balbi, poco male! - -— Ho capito: il generale Bonaparte è partito per qualche ricognizione. -C'è almeno Berthier? - -— Accompagna il generale con Junot. - -— Ah! il fido Acate! - -Udendo nominare un personaggio virgiliano il capitano Cavalli -s'avvicinò. - -— Chi parla di fido Acate, capitano Balbi? - -— È il nomignolo dell'aiutante di campo Junot, che non si distacca mai -d'una linea dal generale Bonaparte. Ma non si tratta di questo, ora: -permettimi, Marmont, di fare le presentazioni. - -Condusse l'aiutante dal Grimaldi che lo ricevette con sussiego e che -fu trattato da quantità trascurabile. Probabilmente il chiuso aiutante -di campo non lo giudicò persona adatta per servire in qualche modo -da gradino. Consentì purtuttavia a sgelarsi davanti a madamigella -Chiarina: apparteneva a discreta famiglia Marmont, ed era figlio -d'un capitano del reggimento d'Hainaut. Davanti ad una dama (come del -resto accadeva a quasi tutti gli ufficiali di cui Napoleone Bonaparte -si circondava) assumeva un atteggiamento Reggenza. Fece un inchino -passabile ed aiutò la damigella ad uscir dalla lettiga. - -— Non abbiamo salotti per le dame, — disse mostrando la casa rustica, -la quale serviva d'alloggio per lo Stato Maggiore — nemmeno la stanza -del generale s'adatterebbe: c'è però quella di Murat. - -E ripetendo l'inchino precedette la comitiva nella stanza di Murat, che -merita l'onore d'una breve sosta. - -L'uomo pomposo, che doveva diventare Re di Napoli, rivelava fin -d'allora le sue attitudini al fasto, e le rivelava naturalmente come -poteva. La stamberga al piano terreno ove abitava era uno strano -amalgama delle cose più disparate. Due tamburi coperti da vecchie -gualdrappe dai colori vivaci, l'una gialla, e verde l'altra, servivano -da sedie. L'una delle pareti spariva sotto una bandiera nazionale -spiegata e nuova di zecca: Murat se l'era fatta prestare probabilmente -dal commissario. Sulla parete di fondo un labaro, chi sa a qual chiesa -di Provenza rubato, mostrava le _Tre Marie_ che scendono dal mare -sulla Crau; nel fondo un mostro tutto cresta sul dorso raffigurava -la famosa _Tarasque_. Sulla terza parete un piviale con un sole -fiammante nel centro, affetto da calvizie, ed accanto al piviale, -conficcata con chiodi celati da coccarde nazionali una carta.... della -Turchia, sormontata da un pezzo di carta pecora dipinto rozzamente -e raffigurante un'orgia di fucili e cannoni con una divisa in fondo -che portava la leggenda: _Souvien-toi d'Alexandre_. Probabilmente -alludeva al Macedone. Una sciabola, nell'angolo a destra, dal fodero -infiocchettato come una mula spagnola e il cappello d'ordinanza appeso -in alto sopra Alessandro il Macedone e riccamente guarnito d'una -penna color canarino piantata là dove i tirolesi portano la propria. -L'impiantito di mattoni spariva sotto una tovaglia riccamente macchiata -di vino a guisa di tappeto. - -Nell'entrare, madamigella Chiarina trattenne appena un grido di -sorpresa, ma Gilda battè le mani. - -— Madonnina! — esclamò — par d'essere dall'indovina coi tarocchi! - -Non presero purtuttavia meno possesso della stanza così stranamente -apparata e madamigella Chiarina sedette sopra un tamburo, Betto -Grimaldi sull'altro e la Gilda restò in piedi accanto alla padrona. Il -capitano Cavalli rimase appoggiato allo stipite della porta e cavò di -tasca il vecchio Virgilio immergendosi nella lettura. - -— È un prete o un ufficiale il vostro compagno? — domandò l'aiutante -Marmont a Filippo Balbi, additandogli il capitano che parea leggesse il -breviario. - -— È un dotto come il fu signor di Voltaire — gli rispose l'interrogato. - -E trasse in disparte il francese. - -— Questo giovane alfiere — gli disse a bassa voce, si chiama Giano -Lercari ed è di illustre famiglia genovese..... - -Marmont alzò gli occhi sul bastardo e salutò. - -— .... e chiede per sè quello che Berthier ha ottenuto per me. - -L'aiutante fe' cenno d'aver compreso. - -— Credete voi la cosa possibile? - -Strano: fra due ufficiali a tu per tu correva il _voi_ dell'_ancien -régime_, che in pubblico il tu era regolamentare: gli era perchè -Marmont ci teneva, come del resto una gran parte degli ufficiali -di Bonaparte e di Massena e di Moreau (meno quelli di Hoche) a -disinteressarsi della rivoluzione, della Repubblica e del Governo e del -popolaccio di Parigi: facevano anzi a gara nel disprezzarlo. - -— Credo possibilissima la cosa, mio caro, purchè il vostro amico non -domandi di appartenere allo Stato Maggiore..... - -Fin d'allora esisteva quella sorda ostilità dei preferiti del giovane -generale contro i possibili competitori e la tendenza ad isolare -il Bonaparte, tendenza di cui Napoleone si lamentò spesso e che -lo spingeva qualche volta, più per malinconia da vincere che per -popolarità da coltivare, a mischiarsi con i soldati, famigliarmente. - -— Ma — continuò Marmont — se chiederà di prestar servizio ad esempio -col generale Serrurier o col generale Laharpe ci avrà tutto da -guadagnare. Che grado ha il vostro amico? - -— Alfiere. - -— Chiedete dunque per lui a Berthier il grado di capitano presso -Serrurier che è a Garessio. Capitano d'una Compagnia di ricognizione. È -un bel posto e può rendere utili servizi. - -— Seguirò il vostro consiglio — annuì Filippo. - -— Volete che parli io stesso a Berthier? - -— Grazie, non vi scomodate: parlerò io. - -Giano Lercari credette suo dovere cercar qualche parola di -ringraziamento, ma l'aiutante non gliene diede il tempo, chè gli porse -la mano, diventato affabile. - -— Eccoci camerati! Buona fortuna! - -E poichè s'udì un rullo di tamburo si lanciò donde il suono veniva. -Sul sentiero che conduceva al mare un'altra comitiva s'inoltrava. -L'imponente cavallo di Murat parea superbo di portare una perfetta -figurina di dama. Due gentiluomini seguivano e lo stesso aiutante -di campo Murat precedeva tenendo al guinzaglio il cavallone. Un -nugolo di scarmigliati sanculotti avvolgeva il gruppo. Il quale -appena era apparso allo svolto del sentiero che metteva nel sagrato -di San Bartolomeo quando il capitano Cavalli (leggeva sì, Virgilio, -ma probabilmente leggeva con un solo occhio come la gatta di Masino -dormiva) saltò su urlando e sguainando la spada: - -— Ah! L'impudente traditore! - -D'un balzo fu davanti alla comitiva che giungeva e portandosi di -rimpetto a l'Embriaco lo percosse col piatto sulla spalla gridando: - -— Tu sei bandito dalla Serenissima e sei mio prigioniero! - -Il colpito non mosse ciglio, ma l'aiutante Murat, con gli occhi -fiammeggianti di collera subitanea, frammettendosi, urlò a sua volta -stentoreamente: - -— Chi è che parla di far dei prigionieri nel campo francese? - -— Questo è territorio della Serenissima — ribattè il Cavalli — ed ho -diritto d'arrestare i banditi. - -— Arrestatemi intanto quest'insolente! - -E prima che il buon Capitano avesse potuto nemmeno mettersi sulla -difensiva fu disarmato e ridotto alla impotenza da un nugolo di soldati -sanculotti. - -— Protesto! — urlava il Cavalli. - -Ma ebbe uno sforzo disperato quando s'accorse che un soldato s'era -impadronito del suo caro Virgilio. Si liberò con una forza erculea, -rincorse il rapitore, gli tolse il suo tesoro e si fermò ansante e -bollente davanti a Murat. - - - - -XXVI. - - -L'affare non ebbe seguito. S'intromise Betto Grimaldi, il quale riuscì -a calmare l'esasperato capitano: fu restituita la spada confiscata e -l'aiutante Murat si degnò d'offrire con le sue stesse mani una coppa di -vino a colui che aveva fatto arrestare. - -Il subbuglio aveva richiamato sulla porta Gilda prima di tutti e poi -anche la damigella Chiarina un po' spaventata. Ma lo spavento si mutò -in lieta sorpresa quando la fanciulla si vide innanzi a pochi passi una -figura di donna che le sorrideva come se l'invitasse. - -— Fiorina! - -— Chiarina! - -I due fiori si piegarono l'un verso l'altro, avrebbe detto l'abate -Bernardino Viale, in Arcadia Amarillo Glucosio, nel casto amplesso -delle corolle fresche. E senza occuparsi degli inchini di Ibleto -e di Betto, i quali non trovarono di meglio che offrirsi a vicenda -la tabacchiera, scrutandosi nel bianco dell'occhio, le due amiche -ripresero possesso della stanza eteroclita dell'aiutante Murat, stanza -che risvegliò alte meraviglie e adorabili smorfiette nella marchesa. - -— Chiara, mia dolce Chiara, da quanto tempo non ti vedo? - -— Tre anni almeno, mia Fiorina! - -Tre anni! Un secolo nella vita d'una giovane donna e d'una fanciulla! -Amiche di collegio, il nobile collegio di Santa Brigida, inseparabili -Chiara Grimaldi e Fiorina Adorno! Caratteri opposti: l'una dolce -come l'evangelico agnello, tutta fuoco l'altra, indomita, come uno -scoiattolo. - -— Rammenti? - -Fiorina arrossì ma rispose: - -— Rammento. - -Candidamente Chiarina ricordava la grande novella che Fiorina le avea -dato ad un ritorno d'autunno. Grande novella davvero per la buona -fanciulla onesta e contegnosa che non avrebbe ardito levare gli occhi -in volto ad un uomo, fosse quest'uomo suo padre o l'archivista Orengo, -Dio! la grande novella! Fiorina aveva permesso ad un giovane — oh! di -gran casa naturalmente — di dirle che la trovava bella, che l'aveva -colpito, che l'amava! Dio! Buon Gesù, che immediata confessione aveva -suggerito Chiara all'audacissima Fiorina! - -— Rammenti? - -— Rammento. - -Il consiglio di Chiarina fu seguito e che scandalo ne seguì! La -reproba Fiorina fu tenuta un mese almeno senza assoluzione, e senza -poter quindi la domenica appressarsi alla mensa del Signore. Pianti, -disperazioni, digiuni che sortirono strano effetto. Interrogata -da Chiara, Fiorina ebbe a confessarle che, a malgrado la sospesa -assoluzione e lo scandalo, provava uno struggente piacere ogni qual -volta rammentava la dichiarazione d'amore del giovane di gran casa. - -Fiorina Adorno era uscita per la prima dal convento, per andare a -nozze. E quando l'amica le aveva chiesto se il promesso sposo fosse -colui della dichiarazione, era scoppiata in un pianto disperato. Non -era, no, lo sconosciuto giovane di gran casa — sconosciuto da tutti -anche da Chiara, chè l'amica s'era cucita la bocca — ma il marchese di -Spigno già vecchio e mai veduto. La povera Fiorina veniva sacrificata -alle convenienze della famiglia che si dibatteva nelle ristrettezze, -come gran parte dei nobili Genovesi i quali avevano abbandonato le -mercature e quindi speso senza incassar più. Le nozze con Ibleto erano -una fortuna per la famiglia e la povera Fiorina aveva dovuto curvare il -capo. Ma l'amore non era cessato. - -— Rammenti? - -— Rammento, cara. Ma, o tu, Chiarina? Parliamo di te. - -Chiarina arrossendo narrò il fidanzamento con Filippo Balbi. - -— L'ami? - -— È il mio fidanzato! - -Candore delle nostre nonne! Come non amare il fidanzato scelto dal -padre! dal signor padre, anzi! - -Fiorina crollò il capo sogguardando attraverso l'uscio aperto Filippo -Balbi in istretto colloquio con l'aiutante Marmont. - -— Com'è bello, non è vero, Fiorina? - -— Hum! — fece la marchesa di Spigno. - -Certo Filippo Balbi non poteva che esser dichiarato bello, ma pure -quella fronte buia e quelle labbra sottili non convincevano Fiorina. La -quale a suo malgrado lo comparava con Luca Lascaris. - -Il maschio volto, l'altero portamento, l'occhio sicuro e pieno di -disinteresse non erano tali da subire un confronto, con le fattezze -forse più regolari, ma chiuse del Balbi: l'uno era tutto vigoria, -l'altro invece si facea notare per una certa aria di sufficenza, quale -in allora si mostrava comunissima nella classe dirigente, sia delle -corti che dei reggimenti così detti a volontà libera di popolo. Ma Luca -Lascaris, aveva a suo vantaggio il lato romanzesco. Fiorina e Luca -s'erano incontrati in un settembre ormai quasi lontano, un settembre -di cinque anni prima, quando la Serenissima inquieta per la prima volta -della grande Rivoluzione aveva chiamato _ad audiendum verbum_ i nobili -delle provincie. - -Luca Lascaris, ospite in casa Adorno, s'era invaghito della fanciulla -in tutto e per tutto differente dalle dame che avea conosciuto e che -conducevano una vita da Reggenza. - -Casa Adorno, austera, imponeva ai figlioli un rispetto esagerato e -se il fratello di Fiorina, Giacomo Adorno si permetteva di giocare -al pallone e quindi anche di cospirar contro il Governo (pare che in -allora l'una cosa non si separasse mai dall'altra), Fiorina mutava -l'educandato con un'altra prigione, la casa paterna, ove si trovava -sola in un giardino chiuso ed entro un'alta biblioteca. - -Non che il Senatore Tomaso Adorno, l'imponente padre, fosse un dotto, -no, e nemmeno un lettore, ma la biblioteca esisteva in casa Adorno e -quindi la si doveva accrescere con le opere nuove, in abbonamento o in -sottoscrizione. - -Se ne occupava l'abate Borlasca, il vecchio precettore di casa, asino -candido, che acquistava i libri ad offerta e non leggeva che quel -tanto di breviario per cui aveva l'obbligo canonico. Nessuno quindi -aveva impedito a Fiorina di leggere un'opera strana intitolata: _La -nuova Eloisa o Lettere di due amanti_, e di divorarla. In quel tempo -era capitato Luca Lascaris, immagine vivente secondo la fanciulla, -di Saint-Preux, donde l'idillio presto, ahimè, troncato dalla volontà -ferrea della contessa Isabella, madre di Luca, la quale aveva preparato -per il figliolo un matrimonio ricco e di gran parentado. Ma il caso -volle che Ibleto di Spigno, fratello di Isabella e zio di Luca, si -portasse all'altare con Fiorina: il caso ha spesso di simili circoli -brevi, ciò che spesso ha fatto osservare come sia piccino il mondo. -Ecco di nuovo adunque Luca e Fiorina di fronte. Una breve sosta del -Lascaris al castello di Spigno per interessi di famiglia, li aveva -riavvicinati, nè il marchese, diplomatico sottile s'era minimamente -insospettito. Anzi, pretestando un viaggetto qualunque, li aveva -lasciati soli. Soli nell'ampio castello complice, nel complice -amplissimo parco tutto seduzioni primaverili, in una solitudine, -in quella solitudine ch'è già mezzo peccato, poichè poche tempre vi -potrebbero resistere: e l'Aretino avrebbe ragione di chiamarle inumane -in quei suoi _Ragionamenti d'Amore_ che sono oggi l'esempio del primo -determinismo di cuore! - - _Quel giorno più non vi leggemmo avante!_ - -E naturalmente! avrebbe esclamato il sincero Gian Giacomo. - -Tornato in cattivo punto lo Spigno, gli amanti incominciarono le loro -imprudenze come tutti gli amanti che si rispettano. Ma il vecchio -marchese divenne cieco, moralmente s'intende. Cieco fino al giorno in -cui Luca alzò risolutamente la bandiera del Re di Piemonte col Nervia -e l'Altariva. Soltanto allora parve che il marchese cominciasse a -vederci chiaro, a fare il terzo incomodo, a trovarsi dove discretamente -non avrebbe dovuto, ad abbandonare la biblioteca per il salotto della -moglie, a seguirla nel parco e a segregarla di notte. La posizione -diventò insostenibile, tanto che Luca cedendo ad un richiamo della -madre tornò a Ventimiglia e Fiorina rimase libera, libera anche di -Ibleto che lasciò parco e salotto per la biblioteca, e i conversari -alla moda per ricevere ceffi di dubbia pulizia e per leggere lettere -di ancor più dubbia letteratura. Una soltanto la ragione: Ibleto -non sapeva come orientarsi fra quei quattro punti cardinali che si -chiamavano Piemonte, Austria, Francia e Genova, donde la partenza -per la frontiera per rendersi conto _de visu_ della situazione, e -risolversi, dato che ne fosse il caso. - -Le cose erano a questo punto quando la fortuna, o sfortuna che fosse, -volle riuniti in pochi metri quadrati quasi tutti i personaggi di -questa istoria, nelle strettoie dell'improvvisato campo francese e -nella attesa di quel famoso generale ballerino, salito per voler di -Barras e per intrighi di donne ad una responsabilità che probabilmente -— così almeno doveva essere nel disegno di chi l'aveva spinto — -l'avrebbe schiacciato. La disposizione dei personaggi è adunque, per -l'intelligibilità del lettore, così riassunta in quattro gruppi; Chiara -e Fiorina quasi sull'uscio della stanza di Murat: Marmont, Filippo -Balbi ed il bastardo Lercari dall'un lato: Betto Grimaldi e Ibleto di -Spigno dall'altro. Come sfondo il gruppo dei soldati sanculotti, il -giovane Tibullo, Murat ed il capitano Cavalli, col prezioso Virgilio -sotto braccio e il fraterno bicchiere in mano. - -E qui è necessario che i lettori ascoltino contemporaneamente il -dialogare utile od inutile dei quattro gruppi. - - - - -XXVII. - - -Soglia della stanza di Murat: - -_Fiorina_. — È quello dunque il tuo fidanzato? - -_Chiara_. — Com'è bello! Non è vero, Fiorina? - -_Fiorina_. — Non potrei dire il contrario. E tu l'ami? - -_Chiara_. — Oh! Ne dubiti forse? Come lo puoi? - -_Fiorina_. — Ma non ne dubito, carissima: ti domando se l'ami? - -_Chiara_. — Perchè me lo domandi allora? - -_Fiorina_. — Perchè mi sembra una cosa tanto rara di poter amare il -proprio fidanzato, e poi di potersi unire per sempre all'uomo che si -ama! Sei felice, tu, dunque, Chiarina? - -_Chiara_. — Tanto! E tu non lo sei felice, Fiorina, col tuo sposo? - -— _Fiorina_. — L'hai ben guardato? - -L'umile dolce sguardo della damigella Chiarina si posò sul gruppo -formato da Ibleto e da Betto. - - * - * * - -Leggero declivio verso il torrente: Betto Grimaldi e Ibleto di Spigno. - -_Betto_. — Non avrei pensato di trovarvi qui, marchese. - -_Ibleto_. — Il che prova la potenza della vostra polizia, Grimaldi. - -_Betto_. — Forse, ma prova che ci possiamo incontrare nelle idee -investigatrici, Spigno. - -_Ibleto_. — Avreste forse l'orgoglio di equipararci agli auguri di -Catone, Grimaldi? - -_Betto_. — Me ne guardi il cielo, Spigno! Vorrei soltanto conoscere le -ragioni che vi trassero qui. - -_Ibleto_. — Le vostre probabilmente. - -_Betto_. — Non ho ragioni, Ibleto: non ho che dei doveri. - -_Ibleto_. — Ve ne lodo, tanto più che io stesso obbedisco a delle -ragioni che possono dirsi doveri. - -_Betto_. — Ve ne do lode a mia volta.... - -Uno scroscio di risa li fece volgere al lato opposto ove il gruppo dei -soldati e del Cavalli s'intratteneva giocondamente per un'interruzione -di Tibullo, e per la seguente ragione: - -_Il capitano Cavalli_. — È certo, aiutante Murat, che la vostra vita è -più lieta della mia. - -_Aiutante Murat_. — Non potrei, mio caro capitano, adattarmi alla vita -di guarnigione. - -_Il capitano Cavalli_. — La sorte del soldato è tutta nell'obbedienza -passiva, aiutante Murat. - -_Aiutante Murat_. — Nell'obbedienza passiva, come ben dite, mio -capitano, quando ci sia un generale. - -_Il capitano Cavalli_. — (a mezza voce) _Imperator_. - -_Aiutante Murat_ — (sobbalzando). Mi permetto di farvi osservare, mio -capitano, che, dopo la rivoluzione sono cessati fra noi i Re e gli -Imperatori. - -_Il capitano Cavalli_. — Vi prego di scusarmi, aiutante Murat. Ho -chiamato _Imperator_ il vostro generale alla maniera dei romani: duce -supremo, palladio, insegna della Patria. - -Aiutante Murat — (sfolgorando). Ci sto, mio capitano. Voi non potevate -definir meglio il pic... il generale Bonaparte. Imperator! È lui, -sputato. E con lui che bella vita piena d'avventure! Altro che la -vostra di guarnigione! - -_Il capitano Cavalli_. — (soprapensieri pronuncia come se succhiasse e -centellinasse qualche cosa di sciropposo); Deus nobis... - -_Tibullo_. — (interrompendo e continuando)...... _haec otia fecit_. - -Stupore del capitano Cavalli che ha trovato un collega là dove non -credeva esistesse che crassa ignoranza e risata di Murat per lo stupore -del capitano ed eco dei soldati. Ma un solo gruppo non se ne accorse, -quello formato da Marmont, da Filippo Balbi e dal bastardo Lercari. - -_Marmont_. — Credo che la vostra decisione, signor Lercari, sia quella -che vi convenga di più, ed io dunque l'approvo. E dò lode al capitano -Balbi che vi ha suggerito la buona via da seguire. Credo che il -generale vi chiederà al vostro comandante ma non credo sia opportuno -che il capitano Balbi ed io stesso ci facciamo vostri presentatori. - -_Giano_. — E chi allora? - -_Marmont_. — Voi stesso, mio caro. Che ne dite, capitano Balbi? - -_Balbi_. — Credo che abbiate ragione. - -_Marmont_. — Il nostro generale è sopratutto un soldato. Intende che -non esista barriera fra il suo grado e l'ultimo dei fantaccini. Quando -passa tra le file prende per il mento e per l'orecchio il soldato che -lo fissa più risoluto. Non c'è generale della Repubblica, meno forse -Hoche, che unisca tanto bene la disciplina con la cordialità, anzi con -la famigliarità. Ognuno, anche il più umile, ha il diritto di fermarlo, -di interrogarlo e di chiedergli a tu a tu quello che desidera. Accorda -o nega: e allora guai a insistere. Ma teme le vie tortuose, odia -gl'intrighi e la diplomazia. Dicono che fosse amico di Robespierre -il giovane, ma io credo che ammirasse il dispotismo di Massimiliano -perchè ama le posizioni nette: comandare o obbedire. Ed anche perchè -crede che ogni Stato si debba reggere come ogni esercito, sotto il -dispotismo di uno solo. Dice sempre che è più utile un mediocre, ma -unico, al Governo, che dieci saggi, con dieci pareri diversi, quindi. -Crede alla forza ed alla velocità, anche se la forza possa degenerare -in prepotenza e la velocità in turbine. Ha in sè l'anima di un Brenno -con in più tutta l'esperienza dei secoli sopraggiunti. Travolge: da -Parigi a Nizza ci ha stupìti e ci ha spaventati. A Nizza attendevano -un bellimbusto, come spesso Barras ama distribuire — per disprezzo -scettico di ciò che non sia se stesso — nelle ambascierie, nei comandi -e in tutte le rischiose avventure che tenta da quel rotto giocatore -che è; attendevano un _blanc-bec_ da mangiarsi in un boccone e si -sono trovati dinanzi un giovane, sì, anzi un ragazzo, che se regge -l'anima coi denti e tosse e sputa sangue forse, ha tanto fuoco negli -occhi e tanta febbre nei polsi da domare ben altro che un esercito di -scavezzacolli, ma facili all'entusiasmo, come i nostri soldati. - -_Balbi_. — Parlate bene, aiutante Marmont. - -_Marmont_. — Vi prego, anzi, di scusarmi, se ho fuorviato, ma col capo -di Stato Maggiore Berthier, con Murat e Junot, io posso intuire del -nostro generale quello che più si avvicina alla verità. E per questo vi -ripeto, signor de' Lercari: se volete che il generale Bonaparte vi noti -e vi esaudisca, domandategli voi stesso quello che desiderate. - -_Lercari_. — Seguirò il vostro consiglio, aiutante Marmont. - - * - * * - -_Chiara_. — Mi sembri poco propensa al mio fidanzato, Fiorina. Perchè? - -_Fiorina_. — Non vorrei darti un dispiacere od anche un dolore -confessandoti che non mi piace, Chiara. - -_Chiara_. — (con i dolci occhi pieni all'improvviso di lagrime). Perchè? - -_Fiorina_. — Ho paura che non ami persona più di se stesso, mia -adorata. Mala raccomandazione per un futuro compagno della vita, di -tutta quanta la vita, Chiarina. Più di te, più del tuo pensiero e -dell'amor tuo, nell'occhio suo freddo e fra le sue labbra sottili -dubito che predomini la sfrenata ambizione. - -_Chiara_. — Tutti gli uomini — ce l'hanno insegnato nella storia — -vivono per qualche cosa d'altro che non sia l'amore! - -_Fiorina_. — È naturale: per qualche cosa di nobile..... (e stava per -aggiungere: non per qualche cosa di basso come è l'ambizione, ma si -frenò e disse invece)..... ma che importa se tu lo ami! L'importante è -amare: l'essere amati è secondario! E tu l'ami, non è vero, Chiarina? - -_Chiarina_. — Se l'amo? L'amo per tutti e due! (e si fece di scarlatto). - - * - * * - -Betto. — Credete voi a questo generale di Barras, marchese? - -_Ibleto_. — Credo a quello che vedo, anzi a quello che vedrò, Grimaldi. - - * - * * - -_Il capitano Cavalli_. — Voi dunque conoscete Virgilio, amico? - -_Tibullo_. — Ci posso marciar sopra, cittadino capitano: sono -baccelliere. E tu? - -_L'aiutante Murat_ (pensando, una delle poche volte in cui ha pensato). -Che cosa si sarebbe detto qualche anno fa nelle _Guardie Francesi_ -udendo un capitano interpellar col _voi_ un caporale, e il caporale -rispondere col _tu_ al capitano? - - * - * * - -Un rullare scrosciante di tamburi. Ed una voce stentorea. - -— Il Generale! - - - - -XXVIII. - - -Lo spiazzo, a monte, nel viluppo degli alberi selvaggi, si coronava -d'un ciglione a picco, scenario invidiabile per l'apparizione di -Colui che tutta quella gente, con desideri e sentimenti diversi, -confessabili o no, attendeva. E l'Atteso apparve, lassù, dominando la -scena sottostante. Apparve un omino che neppure l'uniforme prestante -da generale della repubblica riusciva ad aiutare, un omino che parea -fasciato nella sciarpa tricolore, sproporzionata, come il nano della -favola dal collare del mastino. Tre cose in quell'omino colpivano -a prima vista: gli stivaloni alti, la sciarpa altissima e la selva -scarmigliata dei capegli incolti, spioventi sulle spalle a zazzera -e lungo le guancie, ineguali, sottili e pur ruvidi, stiliformi come -capegli di zingari, lisciati dal sudore più che dall'unguento, ignari -di barbitonsore come il vello d'un capro del Tibet o d'un muflone -sardo. - -Poi si scorgeva un naso affilato, grifagno, pesantemente accentuato, -dominatore di tutto il viso scarno, emaciato, dalle guancie affossate -d'un color livido, rossi gli zigomi sporgenti, esangui le labbra sempre -chiuse, come in uno sforzo a nascondere i denti. Splendevano gli occhi -però, incavati sotto la fronte invasa dai capegli incolti, occhi di -fascino brucianti, isolatori, imperiosi, pregni d'una volontà feroce, -implacabile, sovrumana. - -Il generale Bonaparte si fermò un attimo sul ciglione. Senza muovere il -capo avvolse d'uno sguardo circolare li astanti uniti e rispettosamente -inchinati, ad eccezione degli ufficiali e dei soldati rigidi e -impettiti: poi discese rapido, quasi di corsa, ed entrò in una casetta -dietro a quella di Murat, scandendo poche parole che oscillarono dietro -di lui come se fossero trapunte sur un gonfalone. - -— Berthier e l'aiutante di servizio! - -Marmont, lasciando il Balbi ed il Lercari si precipitò dietro il -generale, mentre Murat accorreva ad avvertire Berthier che lavorava -insensibile e invisibile al piano superiore della casetta, il cui -terreno era stato trasformato in tenda addobbata in quella eteroclita -maniera che sappiamo. - -Soltanto allora gli ufficiali ed i soldati, discesi dal ciglione col -Bonaparte, si mischiarono con coloro che già riempivano lo spiazzo, -e un giovanotto robusto e paffuto, nell'assisa di aiutante, venne -curiosamente ad esaminare le due dame che si mostravano sulla porta -della stanza di Murat. Passò una prima volta dignitosamente, con l'aria -un po' spavalda che assumono spesso i timidi davanti alle donne, e si -dimenticò di salutare: allora, pentito e confuso ripassò di nuovo e -fece un saluto in piena regola, ciò che provocò le risa di Fiorina, e -quindi raddoppiò l'imbarazzo del giovanotto. - -Capitò in buon punto Filippo Balbi, rimasto vedovo di Marmont, e -prendendo il giovane ufficiale per un braccio lo portò davanti alla -fidanzata. - -— Chiarina, permettetemi di presentarvi l'aiutante Junot. - -Saluto di grande parata ed inchino profondo da parte della damigella. - -— Ed ora, Chiarina, vi prego, presentateci entrambi alla signora -marchesa di Spigno. - -In quel punto l'aiutante Marmont uscì sulla porta della casetta ov'era -sparito il generale Bonaparte e chiamò ad alta voce: - -— Signor conte Emanuele Embriaco? - -— To', a proposito, dove s'era nascosto l'Embriaco? — pensò ad alta -voce Fiorina. - -Un'eguale domanda si dovevano aver fatta così Betto Grimaldi che Ibleto -di Spigno, poichè si avvicinarono alle dame e così pure il capitano -Cavalli che a sua volta ad alta voce pensò: - -— Già: dove s'è rintanato il.... - -— .... bandito. Completate pure il vostro pensiero, capitano: sono -bandito, fuggiasco, fuoruscito come lo fu il vostro Enea. Ma forse non -lo sapete: le pagine del secondo canto mancano probabilmente al vostro -Virgilio. - -E l'Embriaco, apparendo all'improvviso, passò davanti al gruppo, salutò -da provetto cortigiano le dame, fe' un cenno d'intesa allo Spigno, -sorrise beffardamente al Grimaldi, e, seguendo Marmont, entrò nella -casetta del Comando Generale. - -— Bestemmiatore! — gli mormorò dietro il Cavalli indignato. - -— Consolatevi, capitano, — gli disse Fiorina la quale da gran dama -poteva permettersi di rivolgere la parola a persona che ancora non le -fosse presentata, consolatevi: se il conte Embriaco vi ha toccato sul -vivo, che dovremmo dir noi, signore e padrone di vassalli, di quel -generale sanculotto, che ci è passato davanti senza nemmeno degnarsi di -farci un breve cenno di saluto? - -Junot e Murat fecero un salto di traverso all'udir così maltrattare il -generale in capo, ma Fiorina allegramente non se ne diede per intesa e -proseguì: - -— Dicono che ce lo mandi Barras, il quale secondo le buone lingue ha -installata una nuova era di reggenza. Ma il suo generale non gli fa -onore: è spettinato come uno spazzacamino, e magro come uno studente -di Salamanca. È inutile che mi facciate gli occhiacci, aiutante Junot: -dite come me e vi permetto di baciarmi la mano. - -Gliela tese e poichè il giovine ufficiale la baciò si sarebbe potuto -affermare che dividesse le teorie della marchesa. Ma il giovane -aiutante, prima d'arruolarsi, era stato studente: non era dunque il -volgaretto sanculotto salito dalla giberna come uno spauracchio per -fanciulli, buono soltanto a menar le mani e non la lingua. - -— Bacio volentieri la mano alla marchesa — disse — ma darei la vita per -il mio generale.... - -— E per me, aiutante, non la dareste? — l'interpellò Fiorina col più -civettuolo de' suoi sorrisi. - -— Per voi, marchesa, la conserverei per servirvi come ad un uomo si -conviene e s'addice. - -— Ben risposto, sangue di Giove! — esclamò Murat. - -Gli astanti sorrisero, Ibleto un po' a denti stretti, il Balbi con -deferenza: Fiorina ricevette la botta da leale giostratrice, sorrise a -piene labbra e seguì il filo del discorso. - -— Lo amate dunque tanto il vostro generale? - -— Sì, marchesa, lo amiamo e, quel che più importa, gli crediamo, -ciecamente. Prima di muoverci da Nizza ci ha promesso la vittoria e la -conquista dell'Italia.... - -— .... le belle donne e le buone bottiglie — mormorò Murat leccandosi -le labbra. - -— .... e la gloria — completò Junot — ed è come, scusate la popolaresca -espressione, se l'avessimo in tasca. - -Intervenne Betto Grimaldi. - -— Ci sono settantamila Austro-Piemontesi a difendere la strada di -Genova, signor aiutante, e dei generali provati e provetti come il -vecchio Beaulieu, per non parlare del generale Colli che anche lui ha -il suo merito. Credo che troverete del filo da torcere. - -— E lo torceremo, cittadino! — proruppe Murat. - -— Le sorti delle battaglie non dipendono dal numero degli uomini che le -combattono, — sentenziò Ibleto di Spigno. — Si legge in Plutarco che un -milione di Persi furono vinti dai pochi. Ma del resto voi tutti sapete -di Serse e sapete di Salamina.... - -— Mio Dio, ecco Ibleto che ha inforcato il cavallo con le ali — esclamò -Fiorina — parliamo d'altro, signori! Vi pare un argomento degno di -intavolar con le dame la guerra? - -— La guerra è bella — sussurrò il capitano Cavalli — e rende nobili gli -uomini..... - -— .... se non li rende feroci! - -— Piuttosto — intervenne furtivamente Giano Lercari — che cosa è -l'amore se non una guerra? - -— Oh! — esclamò Chiara battendo le palme per protesta. - -— Il cittadino ha ragione — approvò Murat — ci sto per l'eguaglianza -della guerra e dell'amore. Quando amo credo sempre di entrare in un -quadrato a cavallo con la spada in mano! - -— Esagerate, aiutante, esagerate — ribattè Fiorina, che si divertiva a -tener testa a tutti quegli uomini. — Spada in mano, quadrato, cavallo! -Esagerate, aiutante. - -— Murat usa il linguaggio figurato — disse Junot. - -— E non ha torto — aggiunse Ibleto — potrei citarvi dei testi delle -scritture che lo suffragano. - -Il capitano Cavalli si fece nuovamente in mezzo. - -— La guerra e l'amore! Ecco l'argomento di tutti i poemi, da quelli -d'Omero e di Virgilio, a quelli... - -— Del signor di Voltaire — completò Ibleto. - -La valletta dal dolce clima cominciava ad oscurarsi: i soldati -all'intorno accendevano i fuochi: qualche rullo di tamburo vicino e -lontano accennava il mutar della guardia. Sul puro cielo colline e -profili di monti parevano appena posati delicatamente da mani femminili -che ricamassero. - -Una campana rintoccò ed ogni altro rumore, anche quelli del servizio, -parvero per un istante assopirsi, finchè il rintocco risuonò grave e -melanconico nell'aria immota. - -— Quali intenzioni ha il mio signore e padrone, — chiese Fiorina — come -e dove si pernotterà? - -Betto Grimaldi s'inchinò: - -— La città è vicina e la mia casa s'onorerà d'ospitarvi. - -— È più vicino il castello dei Lascaris. - -— Non credo che il conte vi si trovi. - -— Vi sarà certamente Isabella — osservò Ibleto. - -Murat e Junot si guardavano stupiti come se davanti a loro si parlasse -una lingua sconosciuta. Il secondo finalmente si decise ad aprir bocca. - -— Scusate, signora marchesa, ma voi parlate di tornare in città od al -castello del conte Lascaris. La camera del mio collega Murat e la mia -non bastano a madamigella Grimaldi ed a voi? - -— E se vi rispondessi che non bastano? - -— Proverei l'immenso dolore di dichiararvi che nessuno può uscire -dall'accampamento senza l'ordine del generale. - -— Cioè: siamo prigionieri. - -— Siamo noi vostri prigionieri, marchesa! - -Un silenzio imbarazzante interrotto dall'aiutante Marmont. - -— Il generale aspetta il signor marchese Ibleto di Spigno. - -L'interpellato si mosse, ma l'aiutante con un cenno lo pregò di -attendere. - -— Ordine del generale: Junot e Murat cedete le vostre stanze alla -marchesa e alla damigella Grimaldi. Le signore sono pregate di -ritirarsi. Il Capo di Stato Maggiore Berthier attende il signor -comandante Grimaldi, il signor Capitano Cavalli ed il signor Alfiere -Lercari. - -— Ma questi sono ordini, mi pare? — esclamò Fiorina impennandosi. - -Freddamente rispose Marmont, inchinandosi appena: - -— Ordini, signora marchesa, del generale in capo. - - - - -XXIX. - - -La prima cosa che colpì Ibleto di Spigno nell'entrare entro la -stanza in cui Marmont lo aveva preceduto, fu la nudità delle pareti -e la crudezza del battuto. Non vide che un basso letticciuolo, d'un -dubbio candore, ed una rozza, ampia tavola, formata d'assi posate su -cavalletti. Sopra la tavola una carta geografica ed un pezzetto di -carbone: la carta qua e là conservava traccie evidenti di nero fumo, -a tal punto che un osservatore anche non superficiale ben poco ci si -sarebbe potuto raccapezzare. - -Nell'alzare gli occhi dalle suppellettili alle persone vide Ibleto il -generale Bonaparte, il cui viso nella semi oscurità rotta appena da una -lucernetta appesa al soffitto parea più infossato e gli occhi più vivi -e brucianti: vide poi anche, ma soltanto perchè il Bonaparte gli si -rivolse, l'Embriaco. - -— Andate, dunque, conte: siamo intesi. - -— Perfettamente: ai vostri ordini, generale. - -Anche l'aria spavalda e ambigua dell'avventuriero aveva ceduto: -appariva quasi umile, strisciante, desideroso d'eclissarsi, come se -la presenza del giovine condottiero gli pesasse o lo incomodasse o lo -intimidisse. - -Rimasto solo con lo Spigno — chè anche Marmont ad un cenno era uscito — -il Bonaparte senz'altri preamboli domandò: - -— Quanti sono? - -Il marchese s'irrigidì quasi avesse provato l'effetto d'una guanciata. - -— Quanti sono? Che intendete dire, generale? - -Gli occhi brucianti fissarono il visetto vizzo del vecchietto. - -— Intendo dire: quanti sono gli Austro-Piemontesi? - -— Mi prendete per una spia, generale? Sono il marchese Ibleto di Spigno. - -— Lo so. - -— E allora? - -— E allora vi chiedo: quanti sono? Mi pare che soltanto per questo vi -siate mosso, dietro ordine di Barras..... - -— Dietro invito, vi prego. - -— Non mi piace d'essere interrotto: ricordatelo una volta per sempre. -Barras mi ha fissato qui il convegno con voi: qui devo sapere a che -cosa vado incontro. - -— Non lo sapete? - -— Nè m'importa saperlo. La mia missione è d'andare, ma la mia volontà è -anche d'infrangere ogni ostacolo. Ricordatelo. - -Un istante di silenzio. Poi: - -— Sono circa settantamila. - -— Molti. - -— Forse anche di più. - -— Troppi. Ma non importa. Dove sono? - -— Sbarrano tutti i valichi dalle langhe al mare. - -— Muniti? - -— Eccellentemente. - -— La via è libera fino....? - -— Quasi al Finale. - -Il giovane generale si piegò sulla carta e rimase immobile. Il silenzio -gravò a lungo. Senza alzare il capo, ad un dato momento chiese: - -— Qui c'è uno sbarramento? Un forte? - -— Dove? - -— Qui, sopra Savona. A sinistra del colle d'Altare. - -Ibleto di Spigno si curvò sulla carta. - -— Forse: è da codeste parti il castello di Cosseria. - -— Ben munito? - -— Lo credo anzi sguernito. - -— Può sostenere un assedio di due giorni? - -— Può. Domina le langhe da ogni parte. - -— Penseranno ad occuparlo? - -— Beaulieu è volpe vecchia. Colli.... - -— .... è un asino. Ha l'esperienza d'Arena e di Saorgio e mi lascia via -libera. - -Ibleto parve riflettere. - -— Via libera? Chissà. Forse qui c'è chi vi può trattenere. - -— So. I tre nobili, guerriglia da _chouans_. Infatti mi possono far -perdere un giorno: ma non di più. - -— Chissà! - -— Io lo so: e mi basta. D'altra parte Colli non lo sa e mi basta anche -questo. Guerriglie da chouans, dilettantismo guerresco! La guerra non è -un ideale, è una necessità. Offendere o difendere degli interessi, non -delle idee. Neanche le crociate lo hanno fatto. - -Ibleto di Spigno alzò il volto su cui errava un leggiero sogghigno e si -lisciò la barbetta caprigna. - -— Credevo che gli eserciti della Repubblica avessero la missione di -svelare ai popoli la libertà, la eguaglianza e la fraternità. - -Il viso del Bonaparte si rischiarò. - -— Precisamente: come Roma largiva ovunque la propria cittadinanza. - -— Roma..... - -— Roma fu la forza ed ogni forza è Roma. - -Troncò d'un gesto rapido la discussione. Rispose. - -— I vostri tre nobili mi ostacoleranno? - -— Forse. Ove il conte Embriaco non li dissuada. - -Il generale Bonaparte si tirò il lobo inferiore dell'orecchio sinistro. - -— Vedete molte cose, voi! - -— Sono vecchio, ho molto osservato, ho riflettuto molto, ed ho cercato -non di indovinare gli effetti, ma di cercare le cause. L'avvenire è -tutto qui. - -Un silenzio. - -— Continuate. - -— Voi, generale, siete un forte. I pochi che vi conoscono lo sanno -e chi vi ha dato in mano i mezzi di rivelarvi non vi conosce. Non vi -avrebbe favorito. È così che spesso il destino procede: chi crede di -far precipitare offre invece il declivio per la salita rapida. - -— Continuate. - -— Continuerei volentieri se vi vedessi una qualche utilità..... - -— Per voi...? - -— Per me? No. Che posso temere? Io non ho da conquistare: non ho che da -conservare e per conservare debbo orientarmi verso il più forte. Ora -intuisco chi è il più forte e del resto l'avevo già prima sospettato. -Purtuttavia posso anche ammettere di vedere una qualche utilità per -me: sì, posso essere utile e quindi chiedere che utili mi si sia: -posso essere utile perchè ho l'esperienza, perchè conosco gli uomini -per quel tanto che è dato conoscerli e perchè li guardo con serenità -sopra le passioni umane, sopra gli odii e gli amori, al di là della -fortuna, lontano dagl'immediati interessi: posso essere utile e aver -dell'utilità, cioè soddisfare il mio spirito osservatore e giocare con -le anime come voi, generale, giocate coi corpi. - -Il Bonaparte stava curvo sulla tavola, come se studiasse i segni del -carboncino senza preoccuparsi di quanto diceva l'uomo vizzo e magro che -parlava lisciandosi la barbetta caprina. Pure quando l'ometto si tacque -alzò il viso e domandò: - -— E verreste voi con me? - -— Sì, verrei con voi. Vi credo: credo in voi. E debbo essere il primo a -dirvelo. - -— Il primo? - -— Credo di sì. Non conto coloro che vi amano, chè, non hanno merito -a credervi. Conto solamente coloro che con lucido spirito vi hanno -osservato. Non credo che siano molti, e voi non sareste al posto che -occupate. - -— Può darsi che abbiate ragione. - -— L'ho. Non ne dubitate nemmeno voi. - -Il generale repubblicano piegò di nuovo il capo sulla carta mormorando: - -— Riparleremo di tutto questo. - -— A piacer vostro. - -Un cenno che poteva passare per un commiato. Ibleto di Spigno salutò e -si diresse alla porta. Fu richiamato. - -— Marchese! - -— Generale! - -— Vi prego di avvertire la marchesa che le presenterò fra poco i miei -omaggi. - -— La marchesa ne sarà onorata e ve ne ringrazia a mezzo mio. Dubito -però che possa ricevervi come desidererebbe e come meritate. - -— Ho disposto perchè Junot le cedesse la propria stanza. - -— Ve ne ringrazio. - -Un nuovo cenno del capo, breve, come un comando. Ibleto uscì ed il -Bonaparte ripiegò il viso sulla carta. - -Passò forse un'ora: il giovane dai capegli incolti, fasciato nella -sciarpa tricolore e insaccato negli alti stivali rimase immobile. -Pareva addormentato. - -La lucernetta appesa al soffitto spandeva un lume fioco: il silenzio -era profondo. Attraverso le imposte sconnesse lo sguardo avrebbe -potuto affondarsi nel cielo buio, così buio che puranco le stelle -vi scomparivano. A tratti un passo cadenzato di sentinella frangeva -il silenzio: con probabilità camminava sull'erba, rotta per un breve -spazio da un po' di lastricato, forse la pietra d'un pozzo. - -Tutto dormiva, forse, all'intorno, meno il giovane febbricitante che -inseguiva il destino! Parea d'un pezzo solo con la tavola e la carta. - -Quando anche la lucernetta diede gli ultimi guizzi, e si spense, il -giovane condottiero non si mosse, quasi che le linee tracciate sulla -carta gli permanessero nella retina e le vedesse anche al buio. Restò -così a lungo a lungo, poi con un gesto secco e risoluto s'alzò e si -avvicinò alla finestra. Tuffò la testa bruciante nel fresco della -notte, ne provò un refrigerio, macchinalmente s'aggiustò la sciarpa e -si ravviò con la destra i capegli. Poi si avviò verso la porta, l'aprì, -se la richiuse dietro. - - - - -XXX. - - -La marchesa Fiorina di Spigno stava acconciandosi per la toilette -notturna aiutata da Gilda, la quale dopo aver messo a letto — se si -poteva chiamare letto l'esiguo numero di tappeti e di coperte possedute -da Murat — la padrona come aveva potuto meglio, era passata dalla -marchesa a ripetere le sue funzioni. - -Chiarina dormiva di già sotto la protezione delle _Tre Marie_, ciò che -l'aveva più consolata del letto reso abbastanza soffice dai cuscini -della lettiga. La Spigno invece aveva penato alquanto per ridurre la -cuccia di Junot all'alta carica di letto marchionale, ed ora dimessi -gli abiti maschili s'era avvolta in un accappatoio formato alla bell'e -meglio dal damasco che copriva la lettiga dei Grimaldi, e seduta sur un -cassone abbandonava la bella chioma fluente, così lunga che l'avrebbe -potuta ricoprir come una santa Agnese, nelle mani di Gilda, la quale -felice di maneggiarla non si sbrigava davvero, protestando che prima -di ravvolgerla entro un fazzoletto di seta adattato a cuffia, le era -necessario districarla pazientemente. Ed intanto chiacchierava, da -stordita qual'era. - -— Sono tutti allegri questi soldati! Sembra che vadano a festa più -che alla guerra. E il signor Tibullo è il più allegro di tutti, ma si -prende troppe libertà con le ragazze onorate.... - -— L'avrai però messo a posto, imagino, Gilda! - -— Ho tentato, signora marchesa: ma non è facile, chè questi soldati -forse abituati con le vivandiere sono latini di mano più che di -lingua.... - -— Ha voluto abbracciarti eh! Tibullo? - -— Il signor Tibullo s'è preso un bello e buono rovescio di mano sul -viso..... - -— Gli avrai fatto poco male: hai le mani soffici. - -— Non tanto, chè ci ho le nocche anch'io, e lo sa oltre il signor -Tibullo anche il signor aiutante Murat.... - -— Come? Anche l'aiutante? Ma tu fai strage più del cannone, Gilda! - -La vispa cameriera un po' confusa apriva tuttavia la bocca per -replicare, quando la porta si spalancò e Marmont annunciò vibrato e -imperioso: - -— Il Generale! - -Entrò il Bonaparte a passi brevi e rapidi e licenziò d'un cenno Gilda, -la quale spaventata s'ecclissò davanti a Marmont che richiuse la porta -uscendo. - -— Signore — esclamò la marchesa alzandosi e raccogliendosi intorno -alla persona la coperta di damasco — in quale società di villani avete -imparato a trattar con le donne? Vi prevengo che nelle mie stanze non -entra che chi piace a me, dopo che me ne ha chiesto permesso! - -La coperta di damasco era più lunga che larga, di modo che una spalla -e le gambe dal ginocchio in giù ne sfuggivano: una spalla non piena -ma dal puro contorno, e due gambe affusolate, che la calza carnicina -svelava scrupolosamente. I capegli fluenti, lunghi, serici e gli -occhi sfolgoranti di dispetto davano alla piccola marchesa, che nel -parlare s'era alzata sulla punta dei piedini, l'apparenza dell'angelo -armato di fuoco posto a guardia del Paradiso Terrestre. Ma il giovane -generale non ebbe un solo sguardo nè per la spalla nuda, nè per le -gambe perfette, nè per la vibrante capigliatura: sedette sopra un alto -cassone e come se domandasse la cosa più semplice di questo mondo, le -chiese: - -— Dov'è il vostro amante? - -Accade spesso che gettando fuoco su fuoco, invece di ravvivarsi -maggiormente, sembri spegnersi lì per lì: così la marchesa rimase -interdetta sotto il nuovo insulto. - -Mormorò: - -— Il mio amante? - -— Sì, il conte Lascaris. - -Tutto poteva aspettarsi la marchesa dal nuovo ignoto che le stava -dinanzi come un giudice ed un padrone, tutto, meno che le svelasse -i suoi stessi segreti, quelli che credeva difesi da tutti, lontani -da ogni sospetto. Mormorò ancora fissando il giovane generale quasi -spaurita: - -— Il mio amante? - -— Il vostro amante. So che insieme al duca di Nervia ed al signor -d'Altariva sta facendo una guerriglia da _chouans_ e che s'illude -d'opporsi al mio passaggio. È per questo che vi chiedo se sapete dov'è -in questo momento e se vi incarichereste di dirgli da parte mia che è -pazzo. - -Fiorina a poco a poco riprendeva l'imperio di se stessa. Quel vedersi -trattata come un oggetto qualunque, senza l'etichetta alla quale era -abituata e la distanza che scavava un abisso fra la gente di corte e la -borghesia, alla quale il giovane generale doveva appartenere, borghesia -da codino stremenzito e senza parrucca, quel discorso a tu per tu da -padrone ad inferiore la fece impennare. - -— In quale fattoria di villani avete imparato a star seduto dinanzi ad -una dama in piedi? - -— Preferite che vi tratti da dama, anzi da donna, poichè la rivoluzione -ha abolito gli aristo? - -S'alzò, le si avvicinò, le posò una mano sulla spalla nuda -brancicandola. - -— Villano! - -E la marchesa torcendosi tentò di sottrarsi alla mano adunca e -imperiosa: ma il cassone che aveva dietro glielo impedì. - -— Villano! Lasciatemi o grido. - -— Gridate a piacere vostro, piccina! Potete star certa che nessuno -aprirà quella porta. - -Fiorina sentì gli occhi pieni di lagrime, forse lagrime di rabbia, ma -lagrime. Ed implorò quasi: - -— Lasciatemi.... mi fate male! - -Forse ogni altra parola, anche violenta, anzi meglio violenta, avrebbe -allontanato dalla donna il giovane generale, che non s'era mosso che -per ragioni d'interesse bellico. Ma l'animo tenebroso del Bonaparte -chiudeva istinti quasi sadici e subiva eccitamenti improvvisi che -dovevano essere sodisfatti subito per non farlo dolorare come per -insostenibile tortura. - -L'implorazione femminile lo richiamò all'idea della donna e la donna -gli mise nel sangue altri pensieri che non erano i politici. E quindi -invece di lasciarla, più fortemente la brancicò: sopra la spalla nuda, -la mano adunca si chiuse come un artiglio: con l'altra mano la cinse -alla cintura e s'inchinò sopra il volto spaventato avvicinando la bocca -alla piccola e fresca bocca che pareva socchiusa dal singhiozzo. - -In quel pericoloso momento l'altro spirito indomito che si dibatteva -in contrasto al maschile, ridiventò padrone di se stesso: il corpo -della donna s'irrigidì, si torse, le mani libere sfiorarono il muro che -avevano d'accanto: l'una trovò i fiocchi della sciabola di Junot che -era appesa alla parete, per istinto salì all'elsa. Ed era sciabola di -buon soldato facile ad uscir dal fodero e ne uscì. - -Fu librata nell'aria e ricadde sul capo del Bonaparte. - -Fortunatamente per i destini del futuro imperatore la mano era debole e -per calare un fendente occorre un braccio nervoso e cinque dita sicure -nell'elsa. La sciabola cadde a piattonata ma il colpo bastò a stordire -l'uomo che ricadde all'indietro sui tappeti del lettuccio e vi restò -senza fiato, immobile. - -Un gorgoglio rauco saliva dalla bocca dell'abbattuto fino alla marchesa -spaventata e senza fiato, gli occhi sbarrati e nell'anima il vago -timore di una catastrofe. - -Il quadro avrebbe sedotto più d'un famoso pennello: il giovane generale -a metà sdraiato sul lettuccio, i capegli all'indietro e le mani -contratte, fasciato della sciarpa tricolore, in iscorcio, duro il mento -volontario, divaricate le gambe sottili: dall'altro lato la donna un -po' curva, sciolta dalla coperta di damasco e difesa quindi dalla sola -camicia corta e sottile, la sciabola pesante con la punta a terra, -il volto contratto, la capigliatura intorno al corpo, nel biblico e -leggendario costume d'Eva pittoresca, ma anelante, la bocca aperta, gli -occhi gonfi di paura: il quadro avrebbe certo meritato, almeno quale -documento storico, una matita fedele e geniale. - -Rimasero lunghi istanti così, nell'immobilità della stanchezza e -dello stordimento, finchè il Bonaparte non si rialzò con uno sforzo, -puntando le mani sotto le reni. E la donna pure si raddrizzò, rialzando -la coperta damascata e fasciandovisi. Poi coraggiosamente impugnò la -sciabola a due mani e gridò: - -— Se vi avvicinate vi ferisco! - -Ma l'altro, subito, non la guardò nemmeno. Si ravviò i capegli, si -riaggiustò gli alti stivali e la sciarpa e lo sparato. Poi s'avviò alla -porta, di là si volse. Aveva una faccia grifagna e macchiata di tracce -sanguigne, la bocca torcentesi in un _rictus_ sinistro. L'immagine d'un -uccello di rapina frustato nella furibonda calata sulla preda. Con uno -strappo aprì la porta e se la richiuse dietro con violenza. - - - - -XXXI. - - -L'aria fredda notturna gli fece bene. Avidamente la bevve. - -Poi mosse il primo passo. - -E allora Marmont si fece innanzi impassibile e mormorò: - -— L'altra dama è nella stanza di Murat. - -Ed ebbe un cenno di risposta e restò irrigidito finchè l'ombra sottile -non si perdette nella notte. - -Nei pressi della stanza di Murat due altre ombre s'aggiravano -guardinghe, furtive, celandosi all'angolo della casetta ove una specie -di tettoia rozza, evidentemente adibita a ricovero di carri offriva un -complice rifugio. - -— Credete, amico Filippo, che il generale accoglierà la mia domanda? - -— Giano mio, lo credo. Aspettate purtuttavia che l'aiutante Junot vi -rassicuri sull'umore del generale. Bisogna andare a colpo sicuro: un no -sarebbe sgradevole e per sempre. Aspettate il parere di Junot. - -— Anche l'aiutante Marmont... - -— Non vi fidate dell'aiutante Marmont: è geloso di chiunque e credo -che mi ostacoli la promozione a comandante. Ah! Se potessi fra un anno -ottenere la brigata che mi era stata promessa! - -— Io mi accontenterei del grado di capitano. - -— Naturalmente, ma io debbo scontar delle promesse: fino ad oggi le -cose sono andate come le avevo presagite e il generale è sempre grato a -chi non lo induce in errore. - -— Che cosa avevate presagito, Filippo? - -Un silenzio. Poi: - -— Giano mio, non bisogna essere curiosi! - -E quindi, quasi a correttivo della lezione: - -— Sono affari di servizio! Scusate se non credo lecito di ripeterveli. - -— Avete ragione — rispose il Lercari confuso — scusatemi voi. - -E tacquero. - -In quella un'altra ombra, sottile, irrequieta ma non guardinga apparve -dal lato opposto dirigendosi verso la porta della stanza di Murat. - -— Per Iddio — sclamò soffocatamente il Balbi. - -— Chi si fa lecito d'avvicinarsi alla stanza della mia fidanzata? - -D'un balzo fu quasi a tu per tu con la nuova ombra apparsa. - -— Olà! Chi siete e che volete? - -Giano che l'aveva seguito alzò d'improvviso la lanterna sul viso dello -sconosciuto. Filippo Balbi fece un balzo all'indietro. - -— Il generale! - -— Il generale! — ripetè Giano. - -— All'ordine, signori ufficiali! — Il Bonaparte seccamente replicò. — -Che fate voi stessi qui? - -Filippo Balbi interdetto rispose: - -— Generale, in questa stanza riposa la mia fidanzata. - -— La vostra fidanzata! - -— La damigella Grimaldi, generale! - -— E voi? Chi siete voi? - -— Il capitano Filippo Balbi, generale. - -— Ed io sono il cugino, l'alfiere Giano Lercari.... - -Il Bonaparte frenò un gesto d'impazienza. - -— Dov'è Murat allora? Dov'è Murat? - -Al Balbi non era ignoto che l'ordine d'alloggio per le due dame era -stato dato dallo stesso Bonaparte: vide la scusa, s'insospettì, frenò -un guizzo torbido e rispose: - -— Vuole il generale che m'informi? - -— Sì, andate.... ambedue..... - -Un rigido saluto e l'ombra li riavvolse. Ma dopo alcuni passi, -nell'angolo che possedeva la tettoia, il Balbi spinse lungi da sè -Giano. - -— Va, va, lasciami! - -L'altro esitava. - -— Va.... presto.... va! Rispondo io del tuo grado! - -Ed il Lercari s'allontanò velocemente. - -Rimasto solo Filippo Balbi tese l'orecchio sporgendosi dal ricovero. -Udì il rumore secco e distinto del rozzo chiavistello che cedeva e il -cigolare gemente della porta che s'apriva. Entro la stanza c'era una -lucerna accesa: ne apparve uno sbiadito rettangolo sul terreno e quella -fioca luce fu subito invasa da un corpo che però non l'occupava tutta. - -— Dio! — mormorò Filippo fra sè. - -La porta fu richiusa. L'ombra era entrata o no? - -Il Balbi non istette in forse, ma si lanciò fuori dalla tettoia e in -due passi fu all'uscio. Era chiuso. Allora accostò l'orecchio alla -toppa. - -Il cuore gli batteva così che subito non concepì alcun rumore anche -leggiero: ma poi gli parve d'udire uno strisciar felpato di passi. -E quindi il silenzio. Ed il silenzio durò a lungo. Che faceva colui -nell'interno dinanzi alla fanciulla che giaceva nel sonno casto e -verginale? Esitava? Si pentiva? Sarebbe tornato? Od era in preda al -torbido fuoco del desiderio impuro e pur tuttavia si tratteneva come -dinanzi a cosa sacra? - -Il silenzio durò a lungo. E il cuore batteva al giovane ufficiale fino -a spezzarglisi in petto, gli batteva sordamente e dolorosamente sì, ma -più d'attesa che d'orrore. Con l'orecchia incollata alla toppa, le mani -aggrinzate sul petto a comprimersi il sobbalzar doloroso, attendeva. - -Attese a lungo. Finalmente un grido sùbito soffocato echeggiò -nella stanza terrena, poi giunse l'eco d'una breve lotta, poi delle -implorazioni femminili; - -— Pietà.... padre.... Filip..... - -L'udire il proprio nome sussurrato in aiuto fece sul giovane ufficiale -l'effetto d'una guanciata. Ma non si mosse. Di dentro la sorda lotta -continuò, poi un grido lacerante, poi un lamento gorgogliato come di -bimbo che piangesse in silenzio, poi nulla più. - -Ma nel momento istesso in cui, stanco, si rialzava, sull'omero di -Filippo una mano tremante si posò: - -— Balbi.... avete udito? - -Riconobbe la voce di Betto Grimaldi, tremula e si drizzò di scatto. - -— Ho udito — rispose con la voce malferma, — ho udito..... ed ho -creduto che fosse.... vostra figlia. - -La voce tremula domandò: - -— E.... non era? - -— Mi.... sembra.... che no. - -Tacquero. Non si potevano vedere chiaramente in viso, ma s'indovinavano. - -L'uno respirò: - -— Mi sento più tranquillo! - -L'altro gli fece eco nel respirare. - -— Anch'io! - -L'una voce non era già più tremula, nè più mal ferma l'altra. - -E stettero in forse. - -— Andate a riposare, Filippo? - -— Stavo per farlo, Grimaldi! - -In quella, ecco, l'uscio della stanza, dinanzi a cui si trattenevano, -s'aprì. Una voce imperiosa chiamò: - -— Marmont! - -— Generale! — Rispose il chiamato. - -E l'aiutante alzando una lanterna uscì dall'ombra. Stettero a -guardarsi, immobili. Poi sotto gli occhi di fuoco del giovane -condottiero pallidissimo, scarmigliato, sudante, gli altri occhi -si abbassarono. E ruppe il silenzio brutalmente chi più degli altri -avrebbe dovuto tacere. - -— Conte — parlò secco e deciso — mi meraviglio di trovarvi qui.... - -L'altro barcollò. Il Bonaparte riprese: - -— .... Credevo, speravo, che aveste già assunto, il comando della -vostra mezza brigata. - -Filippo Balbi sentì un'onda vorticosa di sangue salire dal cuore al -cervello. Mormorò: - -— Generale!.... - -— Non mi ringraziate — fu la breve risposta, che s'addolcì, per quanto -lo poteva la voce nata per il comando. - -Parlava a Betto. - -— Signor Grimaldi, non ho alcuna intenzione di prendere la vostra -città. Conservatevela. - -— Generale!..... - -— Non mi ringraziate! - -E poi: - -— Buona notte, signori! - -Solo con l'aiutante Marmont, senza guardarlo, anzi volgendogli quasi le -spalle, ordinò: - -— Fra un'ora firmerò brevetto e salvacondotto. - -Mosse un passo: ristè ancora. - -— Marmont, cerca la cameriera di madamigella Grimaldi! Credo che ce ne -sia bisogno! - - - - -XXXII. - - -Nell'ampia sala del Castello dei Lascaris la marchesa Isabella seduta -rigidamente presso la tavola pareva immobile, mentre dall'altro lato -l'abate Bernardino Viale, in Arcadia Amarillo Glucosio, curvo sotto -un'alta lampada a quattro becchi — un alone d'oro morbido nel buio -fondo — leggeva monotono e grave e cadenzato dei versi: - - _L'azzurro mar preclude il varco al mondo_ - _novo, che divinò ligure mente:_ - _i colli e i monti in diadema tondo_ - _serran da tergo il pian qui e là spiovente:_ - _in alto s'inabissa il ciel profondo:_ - _è breve terra ma superba gente_ - _v'opra ed è figlia prediletta al sole:_ - _ma chi v'impera è bizantina prole._ - -— Spero — sussurrò l'abate dopo aver atteso invano una parola -d'approvazione — spero, confido d'essermi chiaramente espresso nella -sommaria esposizione di quello che sarà il soggetto del primo canto -del mio poema. L'argomento del detto canto è la descrizione della -terra di Liguria, fra il mare, i monti e il cielo, sotto il dominio -della possente famiglia dei Lascaris. Nutro la speranza che la -signora marchesa approvi l'epiteto _bizantina_ in omaggio a Teodossia, -principessa di Bisanzio, capostipite..... - -— Ho gustato l'epiteto, abate, e l'approvo. Quello che mi lascia -dubbioso è l'affermazione che sulla terra di Liguria imperi la mia -famiglia. Mi sembra alquanto esagerato. - -— Mi permetto di contraddire calorosamente la signora marchesa, e di -dimostrarle in pari tempo la verità del mio asserto. Nei poemi, che -precedono il mio, c'è ovunque, per indicare un popolo, indicata invece -una prosapia. Così nella enumerazione delle forze greche nell'Iliade, -che mi dicono il signor cavalier Vincenzo Monti stia traducendo in -versi liberi con l'aiuto del dotto grecista padre Biamonti: così -Virgilio enuncia i popoli dell'Italia che Enea sconfigge, così Stazio -e così Lucano, e per venire ai moderni il Tasso, che, ad esempio, -sottomette le Puglie a Tancredi. Ecco perchè ho chiamato poeticamente -ad imperare sulla Liguria i conti Lascaris, pensando che ne hanno i -titoli. Quale famiglia infatti risale a così antichissima origine che -si perde nella notte dei tempi? Nessuna invero, neppur quella dei Re di -Sardegna. - -— In questo sono con voi, abate! - -— Godo d'aver con le deboli forze della mia circoscritta mente saputo -convincere l'illustre e dotta marchesa Isabella di Spigno, contessa -Lascaris di Tenda. E chiedo quindi licenza di proseguire. - -— Proseguite pure, abate. - -Amarillo Glucosio — scusino i lettori — l'abate Bernardino Viale -tossicchiò, si dimenò sulla sedia e, quasi gli spiovesse dalle labbra -il miele ibleo, accarezzò così le parole: - -— Canto primo: invocazione. Non ho invocato la vergine musa, no: temo -d'aver tanto osato. Chiamo a me la musa madre, Mnemosine..... - - _Madre, che sulle mitiche pendici,_ - _donde Pegaso a vol l'aere fendea,_ - _tra le figlie traevi i dì felici_ - _sul mondo, che dal tuo labro pendea,_ - _tu stessa il plettro mio guida, tu dici_ - _che madre e prole è qui maggior d'Enea:_ - _Madre che bina una corona preme,_ - _Prole che è Marte e che è Minerva insieme._ - -L'abate si tacque modestamente e curvò il capo gravato dal peso -dell'alloro e la marchesa lusingata stava per aprir bocca ad assentire -per largirgli il premio dovuto quando si aprì invece la porta ed il -Moncherino annunciò: - -— Il signor conte Emanuele Embriaco! - -Prima ancora che la marchesa concedesse l'assenso, ecco l'avventuriero -sulla soglia, sprofondarsi in un inchino e spazzare delle piume del -feltro l'impiantito. - -— Conte, benvenuto! Quali novelle portate di mio figlio? - -— Liete novelle, spero, illustre signora marchesa, e più liete e sicure -saranno se avrò l'ausiglio vostro. - -— Parlate sibillino, conte! - -Da qualche istante l'abate ritto sotto l'alta lucerna faceva profondi -saluti all'Embriaco, il quale finalmente se ne accorse e li restituì -affabilmente, pur rispondendo in pari tempo alla dama: - -— Quali parole possono sembrar sibilline all'acuto discernimento della -illustre signora marchesa? - -— Le vostre, conte mio, le vostre che vi prego di spiegarmi. - -— Agli ordini della illustre signora marchesa se vorrà darmi benigno -ascolto. M'accorgo però — e me ne dolgo — d'aver interrotto l'eminente -signor abate. La illustre signora marchesa perderà di leggieri nel -confronto! - -L'abate si profuse in inchini e in sorrisi mentre la dama rispondeva: - -— Tregua ai motti ricercati, conte, e parlatemi di mio figlio. - -— La signora marchesa non ne ha avute più notizie da quando partì meco? - -— Nessuna, conte. Voi lo lasciaste da poco, vero? Ed è lui che vi manda? - -— Due giorni or sono mi distaccai da lui. Ma non vengo a suo nome. -Vengo bensì per lui. - -— Parlate! Parlate! - -L'Embriaco parve raccogliersi un istante: poi dichiarò: - -— Un grave pericolo sovrasta sul capo del conte Lascaris..... - -— Di mio figlio?! - -— Del conte Lascaris, del signor d'Altariva e del signor duca di Nervia -e sul vostro, signora marchesa, e sulla città..... - -— Un grave pericolo? - -— Gravissimo. Le orde repubblicane si rovesciano di nuovo sugli Stati -d'Italia! - -— Ripasseranno l'Alpi come due anni or sono. - -— Temo che no. Le guida oggi, non una vecchia giberna come Arena, ma un -giovane generale che vede lunge e che sprona sete di gloria e ambizione -di potere. Le comanda un intelletto degno di comandare. - -— E questo genio è a Parigi fra gli eleganti e le creole? - -— È qui fra i soldati e i cannoni. - -— Qui? - -— A pochi passi, a San Bartolomeo. I villani di Sant'Antonio non furono -cacciati da bande sperse che sconfinarono, ma da esercito ingordo di -bottino ed anelante di saziarsi sulle belle contrade e le bellissime -donne. - -— Orrore! — sclamò l'abate facendosi il segno della croce. - -Anche la marchesa Isabella rabbrividì, ma nascose il turbamento ed -eluse il discorso. - -— Mio figlio? dov'è mio figlio? - -— Il conte Lascaris, col signor d'Altariva e il duca di Nervia, -bivaccano a oriente della città, ripromettendosi probabilmente -d'opporsi all'invasione. Folle pensiero. Poche centinaia di partigiani -male equipaggiati come potranno resistere ad un esercito regolare -trecento volte più numeroso, dotato d'artiglierie e fornito di -munizioni ad esuberanza? - -Tacque. Concluse: - -— Saranno travolti, annientati, e inutilmente. - -Un istante di silenzio. Poi la voce della marchesa sibilò: - -— Venite a nome delle orde repubblicane, conte Embriaco? - -Rimase interdetto, subito, preso così a bruciapelo, l'interpellato. Ma -si rinfrancò e fu calma la risposta. - -— Vengo come amico, vengo come colui che per vostra bontà, illustre -signora marchesa, non si logora le mascelle in un qualche sotterraneo -della Serenissima; infine vengo come colui che sedette a questa tavola, -mangiò il vostro pane e bevette nel vostro bicchiere. E vi prego di -credermi e d'aiutarmi. - -— Credere che cosa? Aiutarvi in che? - -— Credere in me, nella mia sincerità, nelle mie buone intenzioni. -Aiutarmi a persuader vostro figlio. - -— Persuaderlo a far che? - -— A non resistere. - -— A tradire? - -— A non resistere, vi ripeto, dato che la resistenza è inutile e che -sacrificherebbe delle vite umane senza costrutto. - -La marchesa sogghignò: - -— Non vi avrei mai creduto accessibile alla pietà, conte Embriaco. Affè -mia che vi consiglierei quasi di cambiare la casacca che indossate con -l'abito del signor abate. - -— Voi scherzate sopra un vulcano, marchesa! - -— Prova che non mi avete convinto. - -— Volete permettermelo? - -— Fate. - -— Badate che il tempo stringe e che forse a quest'ora.... - -— V'avverto che impiegate argomenti poco atti a convincermi. Qui -l'abate non vi troverà certo somiglianza alcuna con i grandi oratori -del passato. - -L'Embriaco si raccolse — o parve — poi risolutamente: - -— Vi prego di ascoltarmi seriamente, marchesa. - -— Vi ascolto. - -La porta si spalancò all'improvviso. - -— Vi prego di dire: v'ascoltiamo, madre mia! - -Ed il conte Luca Lascaris penetrò nella stanza con Camillo Altariva e -col duca Almerico di Nervia. - - - - -XXXIII. - - -Dal distacco nella notte infernale a quest'altra notte che poteva -ben diventare infernale peggio della prima, i quattro patrizi non si -erano trovati più di fronte. I sospetti iniziali de l'Altariva, quegli -altri sospetti del Nervia, non erano pure tuttavia suffragati da prove -evidenti nè da ragioni essenziali. E per di più Luca Lascaris non -poteva dimenticare che portator d'una cara lettera gli era giunto colui -che in quel momento, stando alle apparenze, avevano quasi forzato nel -covo. Emanuele Embriaco per troppe emozioni della vita avventurosa ben -si era fatto un uso del pericolo continuo: se l'esistenza gli premeva, -pur tuttavia la rischiava come il giuocatore la borsa colma d'oro, che -gli è tutto e solo patrimoniale. - -Alla voce del Lascaris non diede subito a veder di commuoversi, ma -pensando poi che un apparenza di insensibilità avrebbe potuto essere -interpretata a suo favore e accrescere i sospetti, se ve n'erano, si -voltò sorridente in viso di lieta sorpresa e salutò con effusione mal -trattenuta, quasi che il rispetto dovuto alla dama gl'impedisse di -mostrarsi quale avrebbe voluto e l'amicizia richiesto. - -— Mi chiamo pupillo della fortuna! E godo che qui a saggiare gli -argomenti, semplici del resto, ch'esporrò, siano tre miei pari, provati -dalla guerra, maestra sempre di pratiche soluzioni, anche se guidi o -sproni un ideale. - -La marchesa Isabella si trovava separata dal figlio appunto da -l'Embriaco: s'accontentò quindi d'uno sguardo, intuendo che qualche -cosa di ben più importante d'un'effusione materna stava per accadere. -Ci fu quindi un attimo d'immobilità nella sala. Poi Luca, restituendo -il saluto, ripetè: - -— Vi ascoltiamo dunque, conte Embriaco: parlate liberamente. - -— Liberamente parlerò, certo, Lascaris! Quello ch'io debbo dire -è troppo importante e voi troppo sottili, perchè non abbia il suo -effetto: debbo dir questo. Abbiamo alle spalle un esercito agguerrito -e possente; e lo guida un giovane generale spregiudicato che fra noi -piomba come falco sulla preda. - -Non rotea già più, ma piomba. L'esercito è composto d'orde scamiciate e -indemoniate che scatena per l'anima un canto patriottico, bollente come -acquavite in fiamma, e per il corpo uno sfrenato desiderio di bottino -nelle nostre ubertose campagne e nelle pingui e grasse città. Nulla e -nessuno varrà a frenare l'impeto irruente dell'orda: non l'esercito -d'apparato del Beaulieu, nè quello mal condotto dal Colli. Sfortuna -vuole che scaglioni repubblicani si trovino già sulle terre nostre: al -rovesciarsi del fiume, tutti i torrenti vi sboccheranno, v'affluiranno -i rivi, e se ne avvantaggierà per non indietreggiare. Ha un vantaggio -sulla coalizione austro-piemontese: ma che dico un vantaggio: ne ha -mille. Questi: È formato di volontarï e voi sapete, perchè capitanate -volontarï, quanto siano preferibili, per la guerra che facciamo, ai -regolari, alle truppe di lunga ferma, che assomiglierei volentieri alle -ciurme delle galere, ai condannati al remo, posti in comparazione coi -forsennati _buonavoglie_. Di più non hanno da difendere che se stessi, -non terre, non famiglie, non averi. Ma che dico difendere! Essi giocano -la pelle nella posta con la fortuna. Ed escono da città in preda al -disordine ove han sofferto la fame e si son visti pendere sul capo la -mannaia. Dicono di portar la libertà ma invece vengono a conquistarla. -Faranno la guerra di Alessandro e di Cesare: avanzeranno cioè senza -curarsi delle spalle, finchè non possederanno qualche cosa da mettere -in salvo. Il che non avverrà certo fino a che non irromperanno nelle -pianure di Lombardia. Eccovi in breve dunque che cos'è l'esercito che -non isconfina per bande in cerca di che sfamarsi, ma deliberatamente -per una conquista organizzata. Migliaia migliaia e migliaia d'uomini -ben decisi e ben guidati. Ho detto. Adesso chiedetemi. - -Un penoso silenzio gravò nella sala: immobili tutti, meno l'abate che -si fece il segno della croce. Infine Luca Lascaris mostrò di voler -parlare, ma fu fermato da Camillo Altariva. - -— Vi prego, Lascaris, lasciate ch'io solo interroghi il conte Embriaco -sulla situazione. - -— Fate, Camillo. - -L'avventuriero con un cenno mostrò d'attendere. L'altro fu breve e fu -reciso. - -— Vi manda il generale Bonaparte? - -L'interpellato ebbe un moto, subito represso. Volle chiedere: - -— Subisco forse un interrogatorio? - -Ma si morse la lingua. E rispose tranquillamente: - -— Sì, oggi, il generale Bonaparte manda me. - -— Perchè, _oggi_? — non potè trattenersi dal domandare l'irruente Luca -Lascaris. - -L'Altariva represse un atto di stizza. Ma il male era fatto ed Emanuele -Embriaco ne approfittò subito. - -— Perchè domani, se per qualunque ragione il mio passo d'oggi fallisse -mi seguirebbe un oratore ben più convincente. - -Non aspettò questa volta d'essere interrogato. Compì: - -— Il marchese Ibleto di Spigno. - -— Voi mentite! — urlò il conte Lascaris mettendo per istinto mano alla -spada. - -Anche questa volta l'avventuriero seppe afferrar l'occasione che gli si -presentava. Con accento doloroso esclamò: - -— Sono ospite vostro e sono disarmato. Datemi campo e modo, quello che -vi converrà, di rispondervi. - -Camillo Altariva intervenne: - -— Luca, ve ne prego, frenatevi. Il signor conte Embriaco vi ha mal -compreso e vi comprenderà meglio se porrà mente a un fatto importante: -la parentela che vi congiunge agli Spigno. - -Un sorriso ambiguo dell'Embriaco diede luogo a varie interpretazioni. -E per non lasciare che il Lascaris, a pena calmato, ancora si desse in -braccio alla imperizia, l'Altariva domandò senz'altro: - -— Il marchese di Spigno è dunque al campo francese? - -— Vi apponete. - -— E voi l'accompagnaste colà? - -— L'incontrai nella mattina di ieri, dopo una notte d'incerto cammino, -poichè avevo nelle strade buie e malagevoli smarrita la scorta: fui dal -marchese condotto al campo francese. E se domani Ibleto di Spigno verrà -ufficialmente a convincervi, oggi io mi sono allontanato per poche ore, -senza alcun incarico, spontaneamente. - -— Per noi? - -— Non per voi: non credevo di trovarvi, non lo speravo. Ma bene speravo -di veder qui la illustre marchesa. - -— E qual'era il vostro pensiero? - -— Questo: non v'opponete: è inutile. Ritarderete d'un giorno il -passaggio del generale Bonaparte, forse. Dico forse perchè può qui -lasciare un migliaio d'uomini a combattervi se guerriglierete e correre -innanzi come vuol correre. Non ne guadagnerete dunque nulla e perderete -i vostri uomini e perderete voi stessi: le vostre campagne saranno -devastate, o, quel che è peggio, date in balìa al popolo di Ventimiglia -che non vi seguirà, poichè Betto Grimaldi è al campo e tratta, e -peggio, spera in un salvacondotto che gli permetta di conservare la -città. Saranno spianati i vostri castelli e condotta in prigionia la -nobile marchesa qui presente, e voi, se resterete in vita. Sacrificio -inutile, credete a me. - -Stava per protestare Luca Lascaris, e la stessa marchesa per -intervenire, quando l'Altariva rispose: - -— Vi credo! - -Qui lo stesso Embriaco fu sorpreso. - -— Vi credo — replicò l'Altariva — ma pongo due condizioni. - -— Ditele. - -— Veder domattina Ibleto di Spigno ed avere un colloquio col generale -Bonaparte. - -— Le credo accettabili. - -Gravò il silenzio per qualche istante. - -— Siamo dunque d'accordo, Emanuele Embriaco? - -— D'accordo. E vado a comunicar quanto chiedete. - -Un inchino, e l'Altariva si scostò scoprendo Almerico di Nervia, il -quale era stato fino allora silenzioso e che si fece avanti, cupo in -volto, lentamente. - -— Vi chiedo scusa, signori. Desidererei domandare qualche breve -schiarimento al signor conte Embriaco. - -L'avventuriero provò un senso di gelo. Ma cortesemente rispose -inchinandosi: - -— Dite pure, duca. Sono ai vostri ordini. - -— Vi ringrazio e sarò breve. - -Parve riflettere, parve riordinare memorie e frasi. Poi con uno sforzo -evidente, che si appalesava quasi commosso, incominciò: - -— Diceste, se non erro, poco fa che incontraste nella mattina di ieri -il marchese di Spigno, quando smarrito e abbandonato dalla scorta -erravate lungi dalla buona strada. - -— Credo infatti d'essermi espresso così. - -— Vi ringrazio. Ma poichè v'avevo accolto nel mio accampamento ed io -stesso v'avevo data la scorta vedo in quello che avvenne un po' di -colpa mia..... - -— Duca! Che dite! - -— Lasciatemi dire. Ho mancato, spero crederete inavvertitamente, ai -doveri elementari dell'ospitalità: ho mancato e tengo davanti a questi -nobili uomini a chiedervene perdono. - -— Duca! Ve ne prego! - -— Lasciatemi dire.... - -— Non una parola di più, duca! Me ne offenderei. - -— Perdonate! Ma non ho finito. Errai, mi perdonaste e ve ne son grato. -Ben altri però hanno errato più di me, e tengo a che vi chiedano scusa. - -Nella sala regnava profondo stupore. Nessuno comprendeva: anzi il -Lascaris pensò che il duca vaneggiasse. Ma il rude gentiluomo non si -distrasse. Dichiarò: - -— Permettete che vi chiami il colpevole maggiore. E grazie se lo -perdonerete, conte Embriaco. - -Si voltò verso la porta, la spalancò di colpo e con voce stentorea -gridò: - -— Olà, vecchio Seborga, vieni avanti! - - - - -XXXIV. - - -Per quanto si possa per infinite ragioni di vita avventurosa, e per non -contar nulla, o meno di nulla, da anni giorno per giorno la vita, rotti -ad ogni improvvisa emozione, ed abituati a dominarsi corpo e spirito, -nervi ed atti, pur tuttavia dinanzi al soprannaturale sempre l'uomo -esita e barcolla e sente smarrirsi, anche per un attimo che può bastare -alla sua perdita senza speranza alcuna. - -Fu all'appello stentoreo del Nervia, a quella voce potente, a -quel gesto teatrale di spalancar la porta, a quel nome che più non -credeva d'udir sulla terra, a tutto quell'improvviso apparato per una -resurrezione di Lazzaro, che Emanuele Embriaco perdette la partita; -e si scavò la fossa ai piedi. Aprì gli occhi smisuratamente, con le -braccia annaspò nell'aria, indietreggiò fino al muro e stette immobile -sperduto intento al miracolo della risurrezione che doveva avvenire, -o che in quell'istante aveva creduto e credeva che dovesse avvenire. -Ma nessuno apparve sulla soglia: restò la porta spalancata, niun passo -marcò la scalea, nel quadro non s'incorniciò alcuna figura spettrale. -Ed il silenzio fu così profondo come in nessun deserto mai d'Arabia o -dei ghiacci. - -Allora Almerico di Nervia mosse un passo, richiuse la porta e con la -voce sorda pronunciò: - -— La prova è palese: vi siete accusato d'assassinio. Ed io, duca -Almerico di Nervia, vi getto sul viso, conte Emanuele Embriaco, l'onta -di fellonia! - -— Ben giocato — rispose l'avventuriero tornato in un attimo padrone di -sè, ben giocato! - -Ansava ancora, leggermente, poichè si dominava, ma sorrise e continuò: - -— Potrei dirvi che non sono forte negli enigmi, e che non capisco la -vostra accusa. Ma ben invece comprendo che l'accusa di fellonia m'avete -gettata per mettervi al mio paro, giacchè suppongo che mi vogliate -assassinare. - -— V'ingannate, signor conte! Il duca Almerico di Nervia non assassina. -Ha diritto d'alta e bassa giustizia e potrebbe condannarvi per volere -di Nostro Signore Iddio. Ma ben sa che il vostro nome, quantunque -indegnamente portato, è titolo nobiliare pari al suo. Fra eguali di -casta non c'è che una soluzione quando si getta come ho gettato in viso -ad un nobile di schiatta l'onta di fellonia. Non c'è che il Giudizio di -Dio e che una giustiziera: questa! — - -E sguainò la spada. - -— Alla buon'ora! Ecco una proposta piacevole! Avevo appunto bisogno di -sgranchirmi le braccia! - -Si volse con un inchino alla marchesa impietrita: - -— Non sarà spettacolo il più acconcio, per una dama, quello delle -smorfie e degli sgambetti d'un moribondo, poichè non vedo altro esito -a quello che il signor duca appella _Giudizio di Dio_ pomposamente, -mentre io più semplicemente lo chiamerei un preziosissimo piccolo -sgozzamento o sdrucio al corpo. E quindi mi permetto d'offrirvi il -braccio, marchesa e contessa, per condurvi alla soglia. - -— Vi ringrazio, signor conte, — rispose Isabella — una marchesa -di Spigno, contessa Lascaris di Tenda non è una borghesuccia per -ispaventarsi di qualche goccia di sangue azzurro! Se questi nobili -signori mi permettono, una nobile dama farà da testimone al nuovo -Giudizio di Dio! - -— Madre!.... — esitò il conte Lascaris. - -— Ho detto, Luca! - -Tre inchini rispettosi furono la risposta. La marchesa Isabella sedette -nel vano della finestra in fondo alla sala, e pallido e tremante -le si rannicchiò vicino l'abate, il quale non isperò più di potersi -allontanare. S'inginocchiò, il viso al muro, la faccia nelle mani, -mormorando con la voce rotta: - -— Mio Dio! Mio Dio! Buon signor Gesù! - -Dinanzi ai due fu dal Lascaris e dall'Altariva trascinata la grande -tavola del centro e disposta in modo da far barriera: poi la sala -fu sgombrata dagli scranni e i due nobili signori assumendo senza -invito, con necessaria semplicità, l'incarico di testimoni, misurarono -l'impiantito e si degnarono d'accendere i doppieri che guarnivano le -mura all'intorno. - -L'ampio vano apparve così sfavillante di luce e soltanto avvolto -in semioscurità restò il fondo ove i due spettatori, l'una rigida e -imponente, l'altro umile e raggomitolato, assunsero l'apparenza di -figure immobili ed indecise di cera. - -— Le vostre spade, signori! — chiese Luca Lascaris. - -Ciascuno degli avversari tese l'arme propria. La precauzione era di -prammatica, ma inutile, chè tutte le spade in uso fra la gente di -corte e di guerra erano della stessa misura. Differenziavano però -nella larghezza della lama: più sottile quella di Emanuele Embriaco, -più piatta quella del Nervia. Camillo Altariva fece l'osservazione -e il conte Luca, sguainata la propria la confrontò con quella -dell'avventuriero. Parevano gemelle. Mentre però si voltava per -porgerla al Nervia, l'Embriaco intervenne: - -— L'insulto maggiore che un gentiluomo possa subire, dopo quello -all'onore, è di vedersi privato dalla propria spada in leale -combattimento. Ve ne prego, adunque, conte Lascaris: lasciate al signor -duca la spada. Troppo mi dorrebbe d'un vantaggio anche leggero.... - -Finì sorridendo. - -— .... e troppo mi dorrebbe se dovessi cadere per l'arme vostra, conte, -nel vostro castello. - -— Vi ringrazio — fu la risposta del Nervia. - -Gli avversari furono posti con le spalle al muro al lato opposto a -quello ove la marchesa e l'abate si trovavano: ebbero quindi alla -sinistra il muro sul quale potevano appoggiarsi con la mano libera -invece di brandire il pugnale, che non usava più, è vero, nei duelli, -ma che sarebbe stato di regola nei Giudizi di Dio! L'Altariva e il -Lascaris, nude le spalle contro il corpo, con l'elsa sul petto e le -braccia incrociate si disposero. Secondo l'uso d'allora, non si diede -segnale d'attacco: non si poteva nemmeno intervenire che nel caso -di palese slealtà d'uno dei due: i padrini erano puri testimoni e, -sull'onore, non dovevano trar parola. Non dovevano che intervenire -dietro appello d'un avversario nei duelli semplici: in niun caso in -quelli che non sarebbero terminati che lealmente. - -Il silenzio e l'immobilità regnarono dunque nella sala. Prima il Nervia -accusatore, poi l'Embriaco accusato, salutarono, rigidamente: alzarono -quindi le armi, per invito ad attacco: subito il duca abbassò la -propria ed attaccò. - -Stavano di fronte due maestri della nobile arte, due maestri che -troppi anni e troppe occasioni avevano consumati nel fedele maneggiar -dell'arme: si riconobbero a vicenda la maestria, si saggiarono, e si -attaccarono, l'uno impassibile, sorridente l'altro. Si riattaccarono, -alte le spade, le coccie al petto, d'impeto, a corpo a corpo: di -comune pensiero si ristaccarono con un salto. E la schermaglia -continuò. Le botte personali, messe in uso, fallirono: erano botte -segrete, ma ognuno dei due sapeva che l'altro avrebbe messo in uso -una botta segreta e dalla guardia stretta quando uno si toglieva, -contemporaneamente si chiudeva in una più stretta difesa. Giunse -un momento in cui, anelanti, i due si guardarono, le punte a terra, -lontani, addossati alle due pareti opposte. - -Nemmeno allora i due padrini si mossero: pareva che la gran sala non -ospitasse che figure di pietra. - -Finalmente a un gesto del Nervia anche l'Embriaco si mosse e le spade -s'incrociarono di nuovo. Questa volta però nessuno dei due si gettò -a capofitto nell'assalto furioso, ma bensì a vicenda attaccarono e -si difesero pacatamente, come se si trovassero in una palestra con le -lame mozze della punta. Si svolse allora un'accademia alla quale, pur -immobili restando, s'appassionarono i due padrini e la stessa marchesa, -tutti capaci d'apprezzar le maestrie. - -Ad un momento l'Embriaco fece un passo falso e barcollò: l'avversario -lo sostenne. Ad un altro momento un abile girata di mano dell'Embriaco -fece saltar la spada al Nervia. Avrebbe avuto il diritto l'avventuriero -di ferire e d'uccidere l'inerme avversario: il Nervia allargò anche le -braccia sussurrando una preghiera. Ma l'arme dell'Embriaco si abbassò: - -— Riprendete la spada, duca: cortesia per cortesia. - -Il disarmato obbedì con un inchino. - -Si fece allora innanzi Camillo Altariva. - -— Assai vi lodo, nobili cavalieri! E poichè m'avvedo che nessuno di voi -due intende approfittare d'una possibile inferiorità dell'avversario vi -chiedo se non sarebbe opportuno che v'assicuraste l'elsa alla mano. - -Due sguardi d'interrogazione e due assensi. - -L'Altariva ringuainò la propria spada e s'accinse a servir da scudiere -al Nervia legandogli l'elsa alla mano, ed altrettanto fece il Lascaris -per l'Embriaco. - -In quel momento di sosta dall'altro lato della sala un breve dialogo -s'intrecciò: - -— Ve ne prego, signor abate, allontanatevi, che ve ne dò licenza. Vedo -che le forze non vi sostengono più. - -— Le forze, è vero, mi mancano, illustre signora, ma la vostra presenza -e l'abito che porto mi sosterranno, spero, chè non mi è permesso..... - -— Ve ne dò licenza, allontanatevi. - -— Sono cristiano e vi sono servo..... - -— E allora ve lo impongo! - -Non potè l'altro replicare che già i due padrini avevano ripreso la -posizione di prima ed il duello era ricominciato. E continuava pacato. -E poichè i due non si sarebbero scostati più dalla condotta che -tenevano, più di difesa che di offesa, troppo maestri dell'arte loro -per non contar che sulla stanchezza fisica, il Giudizio di Dio sarebbe -durato a lungo, e probabilmente anche sospeso. - -Ma il caso — come sempre accade — se ne immischiò. - -Un grido soffocato della marchesa che vide cadere come un sacco il -povero abate svenuto, risuonò smorzato nella sala. Almerico di Nervia -non badò: più curioso l'Embriaco stornò per un attimo lo sguardo e -nello stesso istante cadde di colpo trapassato il petto dalla lama -avversaria. - -E si torse appena sull'impiantito: e s'immobilizzò. Subito l'Altariva -ed il Lascaris si curvarono sul caduto: poi si rialzò il primo e crollò -il capo. Ma compiè il suo dovere come l'uso imponeva e lo chiamò tre -volte a nome: - -— Conte Emanuele Embriaco! - -La marchesa cadde a ginocchio alzando le mani giunte. - -— Conte Emanuele Embriaco! - -Anche Luca piegò il ginocchio. - -— Conte Emanuele Embriaco! - -Ed allora ad alta voce: - -— Monsignore Iddio si è pronunciato! Giustizia è fatta! - -Almerico di Nervia si diresse verso la grande tavola, vi prese un -foglio sul quale delle lineette eguali erano tracciate. Vi gettò lo -sguardo senza forse vedere e, senza accorgersene forse, lesse: - - _L'azzurro mar preclude il varco...._ - -Alzò la spada insozzata di sangue e la ripulì ben tranquillamente sul -foglio segnato dai versi dell'abate. - - - - -XXXV. - - -Qualche istante meditabondo si librò increscioso per la vasta sala -silenziosa. Il Nervia ringuainò dopo aver salutato il morto, poi si -volse interrogativo al Lascaris, il quale comprese ed agitò il cordone -del campanello che si profilava sull'arazzo. - -Al tenue strepito del passo la Marchesa s'alzò. - -— Vi chiedo licenza di ritirarmi, nobili signori. - -Tre inchini, poi: - -— Il signor abate non può offrirvi la mano, signora madre — rispose -Luca Lascaris — Mi permetterete d'accompagnarvi. - -Ma l'abate, pur tremando e battendo i denti, s'alzò e pose ogni studio -nel volger le terga al cadavere e, pur essendone attirato ad ogni -passo dalla mala curiosità, pervenne a raddrizzarsi, a irrigidirsi, ad -assumere un contegno decente e, quantunque barcollando, ad alzare la -destra e ad offrirla quasi galantemente alla dama. - -— Signor abate, voi siete un eroe — gli sogghignò dietro il Nervia. - -Un servo accorso alla scampanellata alzò la portiera e la coppia -scomparve. Il servo ad un cenno di Luca ne chiamò altri e tutti insieme -s'accinsero a sollevare il cadavere dopo averlo avvolto nel mantello. - -Mentre il funebre gruppo s'avviava lentamente passando innanzi ai tre -signori, due dei quali in omaggio pio si fecero il segno della croce -curvando il ginocchio, un gentiluomo s'affacciò alla porta e poi si -fece da parte perchè il gruppo avesse agio ad uscire. - -— Il conte Embriaco è caduto sopra la punta fatale — disse il nuovo -venuto — _Qui gladio ferit, gladio perit._ Buona pace! - -Espresso così leggermente l'epitaffio al morto avventuriero entrò nella -sala e salutò: - -— Godo assai, Luca, nel vedervi in buona salute. - -— Il marchese Ibleto di Spigno! - -— In persona, in ossa e cartilàgini e pelo annesso. La vostra nobile -signora Madre è vegeta e sana? E quel famoso colpo di spada, il cui -effetto ho appunto osservato, è dunque opera vostra? - -— Opera mia, signor marchese! - -— Almerico di Nervia! Signor duca, vi sono schiavo, e mi dichiaro -lieto di trovarmi in paese di conoscenze. Cioè, domando perdono.... -presentatemi al signore, vi prego. Luca! - -— Il nobile Camillo Altariva — mormorò invece il Lascaris additando -nello scostarsi il terzo presente. - -L'occhio vivo dello Spigno ebbe un guizzo. Il vecchietto si sprofondò -subito, per celare la propria sorpresa, in un vasto inchino e -s'accarezzò la barbetta concitato. - -— Godo assai nel conoscervi, nobile Altariva! - -— Conosco per fama la vostra saggezza, marchese! - -— La mia saggezza è frutto di alcuni libri letti e di molto genere -umano osservato. È dunque dovuta più all'età che al merito, dato che vi -piaccia chiamarla saggezza. E godo nel poter constatare che la saggezza -non esiste, dato che esistono soltanto le cose o le astrazioni compiute -e non quelle in via di formazione. La mia saggezza oggi con voi tre -potrebbe completarsi. - -— Parlate sempre a indovinelli, Ibleto? Non ne avete perduta ancora -l'abitudine? — esclamò Almerico di Nervia rozzamente. — Le vostre -cartaccie polverose vi divertono dunque ancora? - -— Sempre, Almerico, nella guisa istessa che a voi piace di schidionar -la gente. - -— Alludete al mio colpo di spada? Fu dato in disfida leale, vi prego di -crederlo, e non senza la testimonianza di questi due signori. - -— Vi credo, poffarbacco, vi credo! Emanuele Embriaco non era uomo -da lasciarsi cavare una libbra di sangue senza pretendere di vederci -chiaro e disputarla coi denti e con le unghie. Ve lo credo, Almerico! -E mi dispiace di non aver assistito al certame singolare, appetto al -quale le battaglie scozzesi che l'abate Cesarotti sta mettendo in versi -volgari furono passatempi di bimbi, certamente! E se il conte Embriaco, -non avesse voluto, da ingordo, qual'era, lasciarmi indietro, non ne -sarei stato dal cattivo destino privato! - -Camillo Altariva aggrottò le sopracciglia. - -— Perdonate, signor marchese, ho mal compreso o avete voluto -comunicarci che dovevate qui venire in compagnia del conte Embriaco? - -— V'apponete, infatti, nobile signore? - -— Mandati ambedue dalla stessa persona? - -— Dal generale Bonaparte, sicuro. Credo anzi che se il generale avesse -un po' prima parlato col vostro umile servo, di me solo si sarebbe -servito, non d'altri, nemmeno del conte Embriaco, ciò che avrebbe -portato assai meglio per lui! - -Luca Lascaris e l'Altariva si guardarono: il Nervia più semplice -esclamò: - -— Come! Come! Spiegatevi, Ibleto. - -— Sono qui per questo. Fatemi portare, vi prego, di che umettar la -gola.... nè vino però, nè rosolio, che la mia renella me lo vieta: un -po' di pura acqua, _acqua fontis, splendidior vitro_ secondo il parere -del Flacco. Ve ne sarò veramente grato! - -Fu servito e bevve a lungo. - -— L'acqua è veramente il primo di tutti gli elementi — osservò nel -posar la tazza — elemento primo perchè ci dà la salute del corpo di -dentro e di fuori, mentre gli altri non sono mai duplici. Credo però -che questa osservazione sia già stata fatta... - -— Lo spero — interruppe l'impaziente Almerico, — e spero altresì che -non siate venuto per fare degli esperimenti sull'acqua del pozzo di -Luca! - -— Avete ragione, Almerico! Ma che volete, la vecchia abitudine di -argomentare e di sottilizzare mi prende troppo spesso la mano. - -Si lisciò la barba diamantata di qualche goccia. - -— Una presa? - -Porse al Nervia la tabacchiera. - -— Vi ringrazio, ma preferirei ascoltarvi. - -— Eccomi dunque a voi. - -Parve raccogliersi, ma sorrise invece. - -— V'aspettate probabilmente ch'io sia qui per riferirvi o per proporvi -chi sa che. No. Sono qui per consigliarvi..... - -— Come il conte Embriaco? - -Ibleto di Spigno parve lieto della intenzione irruente del Nervia. - -— Come volete ch'io sappia quello che vi ha consigliato la buon'anima -dell'Embriaco? Anzi, guardate, per meglio intenderci, ditemelo. - -— Possiamo contentarvi con poche parole. Ci consigliò di non opporci -all'invasione francese. - -— E perchè? - -— Pretendeva inutile ogni reazione. - -— Nulla è inutile al mondo — rispose Ibleto — ogni parola anche la -più astratta ha il suo corrispondente reale. Appunto perchè c'è la -parola, esiste la cosa. Le due sillabe _spettro_, ci offrono una -realtà, come le tre _anima_ e le cinque _perseveranza_. Ogni reazione -è dunque utile. Riconosco alle pretese esposte l'incolto spirito del -conte Embriaco. È vero che si riprendeva spesso la rivincita con altre -qualità. Ma non dobbiamo trattare di ciò. Vi ha dato, mi è duopo di -riconoscerlo, dei consigli, ben superbi ed anche presuntuosi. Comprendo -agevolmente la vostra ribellione. Che! Io non sono qui per offendervi, -che certi consigli sono offese. Io sono qui invece per offrirvi il -destro di confermarvi nei vostri propositi. - -I tre si guardarono sorpresi ed Almerico non trovò motto. - -— Spiegatevi — disse invece l'Altariva fino allora silenzioso. - -— È facile. Avete un nemico, poichè volete combatterlo. Ma lo -conoscete? Questo è uno stato di fatto. Non lo conoscete? E allora -prima di combatterlo, cercatelo. - -— Ci portate un invito del generale Bonaparte. - -— Ahimè non ho questo incarico. Vi dico soltanto: posso introdurre uno -di voi nella tenda del generale. - -Li guardò ad uno ad uno. Poi: - -— Signor Camillo Altariva, non vi piacerebbe e non vi gioverebbe di -conoscere il vostro nemico? - -Non vi fu lungo silenzio. - -— Sì, mi piacerebbe, marchese! - - - - -XXXVI. - - -— Non crediate ch'io speri molto nell'incontro che il marchese di -Spigno ha con tanta abilità preparato, — aveva detto Camillo Altariva -ai due sodali prima di lasciarli nel castello ad attenderlo. — Non -ispero anzi affatto. Ma il signor Marchese ha ragione. Chiunque abbia -alle dipendenze degli esseri umani ne risponde: ha la cura delle anime -— qui sorrise — e della salute dei corpi. Debbo io dunque, anche per -voi, sapere qual nemico abbiamo dinanzi e qual pericolo ci sovrasti. A -conoscere il nemico, diceva Cesare, si guadagna già mezza battaglia. -Andrò da quel generale fortunato e giovane, sulle cui spalle grava -un peso così vasto e che si accinge alla conquista con la istessa -leggerezza del Macedone. Non credo che mi convincerà, nè che lo -tratterrò con le mie parole, ma credo, sì, che ne trarrò un vantaggio -per la nostra causa. È del resto un dovere e col dovere non si discute. -Che ne dite? - -— Vi approviamo, Camillo, — aveva risposto Luca Lascaris. - -Più rude il Nervia invece: - -— Quanti ragionamenti, per morire! Se sarà necessario morremo! - -— Morremo, sì, noi, ma gli altri? - -— Gli altri? quali altri? - -— Coloro che ci seguono e combattono per noi. - -Qui Almerico di Nervia parve cascar dalle nuvole. - -— I miei vassalli? Ma devo forse interpellar le pietre del mio castello -se mi piace di farlo crollar su di me? - -Nè il Lascaris, nè l'Altariva replicarono. - -L'indomani, alto già il mattino, due cavalieri con la sola scorta d'un -servo uscirono dal castello dei Lascaris e fiancheggiando il vecchio -edificio seguirono la strada romana avviandosi verso il campo francese -nel dislivello delle colline. - -La primavera imperava dal mare ai monti: il cielo sgombro e puro, -l'aria chiara, l'orizzonte distanziato a perdita d'occhio. Ma -l'allegria della natura si limitava al cielo e al mare: pareva che la -terra non partecipasse al gaudio comune. Campi e maggesi per i declivi -delle colline apparivano spogli e abbandonati, gli alberi troppo -ramati per la mancata potatura, l'erbaccia lussureggiante che allignava -dovunque, i termini, le siepi, le barriere sfondate, slabbrati i canali -irrigatoi, le cisterne e le peschiere ingombre di rifiuti e di melma, -i pagliai spettrali, vuote le rimesse, aperte le stalle; si andava -nella desolazione. Parea che la terra madre aprisse le braccia alla -crocifissione. - -— Ecco l'effetto della guerra! — esclamò Ibleto fermando la cavalcatura -sul margine più alto della strada. - -Ed accennò in alto e in basso il quadro disastroso. - -— Guardate laggiù, nobile signore! - -Un aratro spezzato giaceva a mezzo sepolto dalle zolle erbose nel -centro d'un campo tutto rosso di fango, di quel rosso vivo che -caratterizza le terre di Provenza. - -— Laddove il lavoro muore appare il sangue, nobile signore! - -L'Altariva rispose: - -— Pure la guerra è una necessità. - -— Ve l'ammetto: necessità di salasso della umanità rigogliosa troppo. -Ma — badate; è un'ipotesi — non potrebbe il salasso diventar periodico -e smungere tutti gli inutili? - -— Chi chiamate inutile, marchese? - -— Difficile domanda. Pure credo che potrò rispondere chiarendo il -mio pensiero. Perchè non potrebbe governare un'aristocrazia qual -s'intendeva _ab antiquo_, e cioè una selezione di saggi, la quale -distribuisse vite e beni serenamente, estirpando quanto non concorresse -con la mente, le braccia, o la bellezza al bene comune? - -— Vorreste forse comporre una lunga novella ad imitazione di quelle del -signor di Voltaire, marchese? - -— Perchè no, mio nobile signore? Dalle fantasie accese spesso è -sgorgato più bene che dai cervelli ragionanti. - -L'Altariva stava per replicare quando uscì da un avallamento del -terreno una voce gioconda: - -— Olà! olà! _Sero venientibus ossa!_ Mi dispiace per voi, cittadini -cavalieri, ma la zuppa è già discesa fino ai calcagni e non vi possiamo -offrire che qualche magro inchino alla maniera d'una volta! - -La faccia ridente di Tibullo apparve nello svolto della strada in -discesa. L'allegro e spregiudicato sanculotto precedeva un gruppo di -compagni che reggevano infilato ad un'antenna il formidabile marmittone -del rancio: più indietro altri soldati circondavano una lettiga e -quindi seguivano un'amazzone ed un cavaliere appesantito in arcione. - -— Buon mattino, amico, — rispose Ibleto. — E, se ti è lecito -confidarmelo, chi precedi? O casco in grossolano errore e v'è da -incolpar la mia vista vacillante — ahi! _dura senectus_! — o mi sembra -di intravedere laggiù la mia diletta consorte e signora! - -— Vedresti una pulce sopra un campanile, cittadino _çi-devant_, e -quella è proprio la tua invidiabile moglie sibarita privilegiato, -poichè la rivoluzione non ha tolto il privilegio del monopolio d'una -bella donna per un sol uomo! - -— O perchè dunque Fiorina è partita senza attendermi com'era convenuto? -— chiese a sè stesso il marchese volgendosi però all'Altariva che si -strinse nelle spalle. - -— O bella, cittadino, — rispose Tibullo — per accompagnar probabilmente -la damigella sua amica malata! - -Soltanto allora lo Spigno pose mente alla lettiga che avanzava -lentamente. Era non più la splendida portantina della vigilia, ma -una rozza barella, retta su due travi e portante su tappeti un corpo -disteso. La parte superiore a curva della lettiga era priva di tende -nei due lati e soltanto chiusa in avanti e nel fondo. Il corpo che -vi giaceva si potea dunque soltanto scorgere a mezzo: una mano bianca -tuttavia pendeva dall'orlo e un enorme cane da pastore che camminava -di conserva, ogni poco alzava le fauci pericolose e lambiva quella mano -inerte. - -— Nobile signore — disse allora Ibleto a Camillo — sproniamo se non vi -dispiace! - -— Vi seguo, marchese. - -Spronarono e in pochi tratti raggiunsero la lettiga. - -Benchè non fosse tale da abbandonarsi alla curiosità Camillo Altariva -nel passare accanto al gruppo si chinò a pena. E scorse abbandonata, -come se fosse morta, sui tappeti scomposti Chiarina Grimaldi. Non -vide che la massa dei serici capegli schiacciati sul cuscino e un -viso arrossato, un viso in fiamme, ardente nella congestione più negli -zigomi e sulle tempia, e tumefatte le labbra semiaperte e inchiodati -i denti. Parea morta. Le braccia pesavano tanto sui tappeti, che vi -segnavano un solco. - -— È molto malata quella giovane dama — disse Camillo Altariva senza -poter distogliere gli occhi della lettiga. - -E non udì nemmeno la presentazione che di lui faceva il marchese Ibleto -di Spigno alla sopraggiunta coppia di cavalieri. - -— È molto malata infatti — ripetè Fiorina. - -— Se la stagione mite m'autorizzasse — osservò Ibleto — direi che può -essere stato un colpo di sole. - -— Ma se ieri di tarda sera s'intrattenne con me piacevolmente e scherzò -e costrusse progetti fino all'ora di separarci! — replicò la marchesa. - -E aggiunse: - -— Fu soltanto questa mattina che Gilda la trovò così come ora la vedete! - -Uno scoppio di pianto risuonò dall'altro lato della lettiga, donde la -vispa camerista apparve disfatta dalla commozione. - -— Oh! Signore Iddio..... la ho creduta morta.... faceva paura — -singhiozzò. - -E poi timidamente: - -— Che l'abbia punta il vampiro notturno? - -Soltanto allora Ibleto e Camillo alzarono quasi di comune accordo gli -occhi sul cavaliere ch'era rimasto indietro, muto, a capo chino. Videro -un volto più terreo e più sfatto che quello d'un cadavere. - -— Vi faccio auguri di gran cuore, Betto Grimaldi — pronunciò a mezza -voce lo Spigno. - -E s'ebbe in risposta un saluto abbozzato. - -Soldati, lettiga e cavaliere proseguirono, passarono. Rimase indietro -la marchesa. Esclamò corrugando le sopracciglia: - -— Non vi stupisce una cosa, Ibleto? - -— Quale, Fiorina? - -— Un'assenza? - -— Un'assenza? E chi, se vi piace? - -— Ma come? La povera Chiarina è così malata che fa l'impressione di -vederla passare di momento in momento, ed il suo fidanzato non è qui -con noi, presso di lei? - -Camillo Altariva intervenne: - -— Permettete: non è la nobile damigella Grimaldi promessa sposa del -marchese Filippo Balbi? - -— È quella stessa: v'apponete. E non è qui con lei! - -— Forse — le osservò lo Spigno — è trattenuto dal suo servizio, chè, se -non erro, è capitano della Serenissima. - -— È colonnello, da oggi, colonnello comandante una mezza brigata e -francese per giunta. - -— Poffarbacco! Fa carriera _le jeune homme!_ - -— Forse lo trattiene il dovere al campo — notò l'Altariva. - -— Dovere? Ma quando vi facciamo l'onore d'amarvi, signori uomini, il -vostro dovere è di restar presso di noi, a nostra volontà! - -E la piccola marchesa spronando il cavallo si allontanò al galoppo. - - - - -XXXVII. - - -— Sarebbe un dovere che si assolverebbe di gran cuore — concluse -Ibleto di Spigno rivolto al compagno. — Ma guadagnamo il tempo che si è -perduto: il generale ci attende. - -Giunsero al campo francese in brev'ora e lo trovarono in piena -effervescenza, che si levavano le tende: e benchè spiccia fosse la -bisogna per i succinti eserciti della giovane repubblica, pure del -tempo ne occorreva anche per gli stracci e le povere suppellettili. -Passarono quindi quasi inosservati, se non urtati nell'infuriar delle -faccende e quindi, accolti e preceduti poi da Murat, aiutante di -servizio, giunsero dinanzi alla porta dietro la quale si celavano i -destini d'Italia. - -Murat bussò: s'ebbe in risposta un breve: - -— Avanti! — Ed entrò. Riuscì subito e fece passare Ibleto. Anche -quest'ultimo si fermò pochi momenti: riapparve sulla soglia, tenne -socchiusa la porta e cennò al compagno. - -Il generale Napoleone Bonaparte ed il nobile Camillo Altariva si -trovarono di fronte. - -Più giovane, più impetuoso, meno padrone di se stesso, il primo annodò -le mani dietro la schiena e fissò l'antagonista che aveva di fronte -battendo la punta del piede sinistro sull'impiantito e gonfiando il -petto, e stirandosi per assumere, forse incoscientemente, dinanzi -all'ignoto, il contegno adeguato alla propria importanza, ciò che fu -sempre una delle preoccupazioni sia del generale che del primo console -e dell'imperatore, poichè Napoleone Bonaparte ebbe sempre il torto di -vergognarsi della propria fisica persona. - -L'Altariva ne sostenne lo sguardo, ma senza mostrar turbamento, nè -assumere pose teatrali, nè cercar di parlare. Attese. Non molto. - -— Voi siete il capo degli insorti? — gli domandò a bruciapelo il -giovane generale. - -— Insorti? Ch'io sappia s'insorge contro un'autorità legittima o -costituita, che non vedo in voi. - -— Poche parole: siete il capo di coloro che si oppongono a me. - -— Come voi siete il capo di coloro, che invadono e saccheggiano le mie -terre. - -Invece di provar sorpresa o sdegno il Bonaparte sorrise: - -— Diritto di conquista, signore. - -— Diritto di difesa, generale. - -— Bene, mi piace: siete un _çi-devant_ che ragiona, voi. - -— Non sono il solo. - -— Me ne compiaccio: faciliteremo le risoluzioni. - -— Non domando di meglio. - -E tacquero. Poi: - -— Sedetevi, signore. - -— Grazie, generale. - -E sedettero. - -L'ombrosa suscettibilità dell'ombroso condottiero repubblicano, il -quale vedeva in tutti ed in tutto, sempre, un assalto o un dispregio -alla propria autorità, pareva placata. Forse vedevasi di fronte ad -un pericolo reale, e dinanzi al pericolo colui che fu Napoleone, si -ritrovava, dominava i propri nervi, comandava alla propria diffidenza: -acquistava insomma la piena disponibilità delle proprie risorse. - -Parlò quasi pianamente: - -— Dunque, signore, voi vi opponete a me. - -— Ieri, forse, generale: oggi è un'altra cosa. - -— Ah? E perchè? - -— Perchè bisogna essere pazzi per contrastare con quattrocento uomini -il passaggio d'un esercito. Odio gli eroismi inutili e del resto -m'accorgo che non è vostra intenzione depredare il paese. - -— Da che cosa ve ne accorgete? - -— Dal ritorno delle donne e delle autorità in Ventimiglia. Alla città -che si vuol mettere a sacco non si rimandano gli abitanti. - -— Bene. E allora? - -— E allora noi non vi contrastiamo..... - -— Vi ritirate? - -— Ci ritiriamo. - -Spuntò un'unghia del leone. - -— Se ve lo permetterò. - -Senza perdere la sua funebre calma l'Altariva replicò: - -— Credete di poterlo impedire? - -— E perchè no? Voi stesso avete osservato che ho un esercito contro un -pugno d'uomini. - -— Altra cosa è sgominare i lupi discesi dai monti ed altra catturarli. - -— Può darsi, ma il mio preciso dovere è di catturarli, perchè le leggi -militari della repubblica francese impongono d'accrescere l'esercito di -tutte le popolazioni conquistate. - -— E allora catturate. - -— Cominciando da voi? - -Si guardarono fissamente. - -— Potrei dirvi che sono un parlamentare. - -— E così ritiro la parola cattura e la sostituisco con un'altra. - -— Quale? - -— Vi invito. - -— Vi ringrazio..... - -Senza un gesto continuò: - -— .... ma non accetto. - -— Comprendo. Vi trattiene un giuramento. - -— Vi sbagliate. Non ho giurato fedeltà ad alcuno. - -— Pure difendete la causa del vostro re. - -— Perchè è la mia. - -— La vostra.... forse. Non quella dei vostri vassalli. - -— Vi sbagliate ancora: quella dei miei vassalli più che la mia. - -Il generale Bonaparte aggrottò le sopracciglia. - -— Voi disconoscete dunque le conquiste della rivoluzione? - -— Quali, vi prego? - -— La libertà, l'eguaglianza, la fraternità. - -Per la prima volta un sorriso, leggero e profondo insieme, si disegnò -sulle labbra del nobile Altariva. Le sopracciglia del Bonaparte già -aggrottate, si contrassero. - -— Negate forse che la rivoluzione abbia dato al popolo e libertà ed -uguaglianza? - -— Vedete che anche voi adesso vi rimangiate la fraternità, e fate bene. -Un sentimento non s'impone, nè sovvertendo l'ordine, nè abbassando o -alzando uomini. Sulla vostra bandiera c'è dunque già una parola almeno -inutile. - -— Ma la libertà? Ma l'eguaglianza? - -— Quale eguaglianza? Il _tu_ che accomuna tutti? Il dovere di -dare spiegazioni anche agli ubbriachi? Il diritto di sospettare, -di insultare, di mettere alla gogna, di chiedere umilianti -giustificazioni? Quale eguaglianza, ditemelo, esiste fra voi e — non -voglio troppo discendere — il generale che vien dopo di voi? Quale -eguaglianza fra voi e il vostro governo centrale? - -— E le prerogative nobiliari, le _corvées_, le esazioni, le decime.... - -— Abusi..... come quelli del resto che farete voi. - -— Ah! Voi li condannate? - -— Non li voglio nemmeno discutere, chè non debbono esistere. - -— Ma esistono.... o almeno ci furono. - -— E i vassalli si ribellarono, come la corda tesa a lungo si spezza. -Anche questo è nell'ordine naturale delle cose. Non legge, ma -consuetudine, consacrò gli abusi. Quando avvenne il tacito patto fra -l'uomo d'arme ed il contadino: _tu mi difendi ed io ti mantengo_, abusi -non esistevano: l'abuso cominciò dal diritto inumano d'ereditarietà, -non dei beni acquistati, ma di quelli tramandati.... - -— L'ammettete? - -— Certamente. Ma credete voi che ne sarete immuni? Mio generale, l'uomo -è accentratore, è conservatore, è rapace, è avido, e vuole vivere anche -oltre la morte, almeno nelle cose sue. L'idea di patria è supplementare -a quella di proprietà. Chi non possiede non ha patria. Chi non -obbedisce non ama l'ordine e l'ordine è tutto: è quello che regge il -mondo, è quello che fa vivere, è quello che dà la fiducia. Voi siete -l'ordine, ed è per questo che siete anche il primo nemico della vostra -rivoluzione. - -Il volto del generale Bonaparte s'era totalmente ricomposto, muscoli -rilassati, rughe e ciglia appianate. Pareva una statua: soltanto — e -forse involontariamente — l'occhio scintillava. - -— Credete, generale, che l'uomo aborre dai reggimenti democratici. -L'uomo è nato per avere un padrone, per farsi difendere e lavorare e -produrre in pace all'ombra della protezione altrui. La libertà non è -che una parola astratta: nulla c'è di libero al mondo, tutto è legato, -poi che tutto è costretto nell'ordine infinito e incommensurabile. La -libertà è una figura politica, è il nutrimento a buon prezzo che si dà -al povero volgo in cambio delle braccia e del sangue. Ah! meglio assai -la franchezza dei padroni veri che davano il pane! E del resto che cosa -fece la vostra rivoluzione se non imporre dei nuovi padroni? Volete, -generale, che vi dica la risposta d'un mio avo al quale, per metterlo -in guardia contro un intendente ladro, si susurrava che possedesse -ricchezze esorbitanti? Rispose: «_Colui è già ricco: se lo cambio, il -nuovo vorrà diventarlo_». Voi siete i nuovi padroni ed il popolo..... -non fu sagace come l'avo mio. - -Il volto marmoreo del Bonaparte non espresse alcun sentimento. - -— Non c'è dunque mai sotto il sole una lotta di principii, ma soltanto -di uomini. Soltanto i sognatori, i martiri, i crocefissi agitarono -delle idee: gli altri non isventolarono che dei contratti. - -Questa volta il generale sorrise. - -— Gian Giacomo sottoscriverebbe la vostra teoria? - -— È forse errata? - -— E lo chiedete a me? - -— Non lo chiedo: la credo giusta, e me lo auguro e lo spero. Voi che -uscite da una tutela ne subite un'altra peggiore oggi. E badate, non -difendo i miei pari, chè non ne ho: difendo la verità, poichè riduco -tutto alla sua ragion vera d'essere! Il popolo è fanciullo: ama cambiar -di trastulli, ama rompere i trastulli con i quali si è divertito, o che -ha ammirato: il popolo non ama la libertà, ma la sicurezza, il pane ed -i giochi del circo. La libertà? Ma si può morire per una donna o per -una memoria, o per una bella frase, ma sempre alla condizione d'essere -ebbri. - -S'era acceso parlando. Parve, non pentirsi delle sue parole, ma -crederle superflue, chè mosse un passo verso il generale repubblicano e -gli chiese a bruciapelo: - -— Siete voi come io vi penso? Siete un padrone? - -— Che intendete? - -— Intendo questo: se è vostra intenzione, se è scopo vostro chiudere -nella vostra mano le fedi tarlate e i cervelli codardi e asservirli a -voi per il bene di tutti. Io che vi parlo, e che sono fra gli uomini -più intelligenti e sicuro di me in apparenza, io sono, come tutti sono, -dall'umil servo della gleba alla testa coronata: cerco un padrone che -pensi per me, che risolva per me, che giochi anche per me. Tenetevi la -vostra vana libertà, brandello di cencio, e datemi invece un padrone! - -— Un padrone?! - -S'era lanciato ma si riprese: - -— Datemi la mano, signor d'Altariva. Forse un giorno verrà ch'io vi -ricordi le vostre parole. - -Spinse d'un colpo la porta, quasi per sottrarsi ad un pericolo o ad una -paura: - -— Murat! - -L'aiutante apparve. - -— Il signor d'Altariva sia munito di salvacondotto, per sè e per coloro -di cui darà i nomi. - -Una stretta di mano ed una parola tanto a bassa voce, pronunciata, che -non si sarebbe potuto dire chi l'aveva emessa: - -— Grazie. - - - - -XXXVII. - - -Nella stanza non ampia, addobbata a salotto rococò in cui stonavano -delle poltrone recenti venute di Francia sotto dei grandi mobili -secenteschi, la damigella Chiarina moriva. - -Immobile, chiusi gli occhi, giaceva nel letto verginale, affondata -nei guanciali, nimbata dai capegli biondi e parea che non respirasse -nemmeno. Accanto al letto Gilda, muta e in lagrime, sventolava un -pannolino sul viso della malata. Nel vano della finestra, chiuso, il -cofano del corredo. - -Ad un tratto nell'anticamera suonò uno strepito di passi: la porta fu -schiusa e il naso affilato dell'archivista Orengo fè capolino. Susurrò -l'ometto, meno d'un soffio: - -— Gilda! - -La camerista non si mosse. Quegli, più forte, ripetè: - -— Madamigella Gilda! - -L'interpellata si scosse, volse il capo e s'attraversò la bocca -coll'indice: - -— Ssssss! - -— Gilda — ripetè l'archivista, — il magnifico Grimaldi chiede se -madamigella può ricever visite? - -— Visite? Ma se è qui come morta! Benedetta la Madre dei sette dolori, -lasciatela in pace! - -L'ometto ritrasse il capo, ma non per questo la porta si richiuse, -chè anzi fu spalancata e la contessa Isabella Lascaris e la marchesa -Fiorina di Spigno entrarono seguite da Betto Grimaldi e dall'abate -Bernardino Viale. - -— Chiara! — mormorò Fiorina curvandosi in singulti sul letto. - -La malata non si scosse. - -— Suvvia, ricomponiti — susurrò alla marchesa di Spigno, ch'era -scoppiata in lagrime, la marchesa Isabella. - -Ed al Grimaldi inebetito: - -— Che dice il medico? - -S'ebbe in risposta uno sguardo atono. - -— Non si cercò di rianimarla con qualche cordiale? — chiese l'Abate. - -— Cordiale? — rispose Gilda. — È da stamani in questo stato. Il medico -teme la congestione. - -— E non le cavarono sangue? E non le applicarono mignatte? - -Fiorina aveva preso il posto di Gilda ed agitava il pannolino, quando -sulla soglia apparve il capitano Cavalli. - -— Magnifico Grimaldi entrano i francesi in città! - -— Vengo! Vengo! — rispose il comandante e si profuse in inchini. - -— Chiedo licenza! Chiedo licenza! Il dovere..... - -— Andate, Betto, andate, rimaniamo noi!..... - -Il capitano Cavalli immobile, osservava la malata. - -— Povera damigella — mormorò poi seguendo il Grimaldi — pare.... -pare.... — - -Sospirò. - -— .... la vergine Lavinia! - -La stanza ricadde nel silenzio. - -Dalla finestra aperta il tramonto d'oro penetrava. Di faccia incupiva -la rocca di Roverino, mentre un po' della chioma fronzuta di Siestro -rifletteva il sole morente. - -Silenzio ancora, pesante, inquietante. - -Ad un tratto risuonarono giù, sotto la città, sul ponte del Roia dei -prolungati rulli di tamburo. - -— I francesi! Passano i francesi! — disse Gilda sporgendosi verso la -finestra aperta. - -— I francesi? — ripetè la contessa Isabella curiosamente accorrendo. - -I rulli di tamburo crescevano, un brusìo soffocato da prima, poi -sonoro, pieno, di folla tumultuante si propagò, e l'eco delle colline -lo respinse e tutta l'aria se ne riempì. La gran dama e la camerista -accumunate dal desiderio di vedere si sporsero maggiormente e Fiorina -si staccò dal letto attratta dallo spettacolo insolito. - -I rulli marcarono il passo della moltitudine, poi nel rullar solenne si -sposò un coro marziale: - - _Allons enfants de la patrie...._ - -— No!.... No!.... No!.... - -Il monosillabo raucamente risuonò. Le dame e la camerista trasalirono, -si volsero, accorsero. - -Chiarina s'era alzata a sedere, puntando nelle coltri i pugni, gli -occhi spalancati, sciolti i capegli, pallidissima, spettrale. - -Già il coro diventava assordante. - -— No!.... No!.... No!.... - -Ricadde nelle braccia di Fiorina, annaspò delle dita nelle coltri, -torse la bocca, gli occhi le si arrovesciarono. Ma fu un attimo. Il -volto dolcissimo si ricompose, le labbra socchiuse lasciarono sfuggire -delle parole. - -— Che dice? — esclamò Fiorina. - -Curvò sulla bocca della fanciulla, che teneva sul petto, l'orecchio. -Chiarina ripetè accorata e soave: - -— Filippo.... perdonami.... - -E spirò. - - - - -EPILOGO - - -Poca gente rimaneva nella cattedrale di Ventimiglia, antico tempio di -Giunone, inginocchiata sul marmo inciso di fresco per rammentare che si -celava là sotto il frale di Chiarina Grimaldi, volata nel grembo del -Signore, angelo purissimo, vergine pia, sposa celeste, lasciando nel -dolore eterno il nobile padre ed il nobile fidanzato. - -La folla uscendo per le due porte laterali si cacciava nei vicoli -angusti della vecchia città e spariva, chè la sera discendeva, dopo -il breve crepuscolo, veloce, e per le ordinanze della Serenissima -il coprifuoco essendo in vigore, se non brillasse la luna, c'era da -trovarsi al buio peggio che nella bocca del lupo. - -Una figura femminile pur tuttavia giaceva inginocchiata sul marmo: -e poichè all'entrata della cappella quattro servitori con le torcie -l'attendevano, c'era da supporre che fosse nobil donna. Rimase l'ultima -e soltanto quando lo scaccino s'aggirò per le navate facendo suonar -le chiavi, si riscosse e s'alzò. Allora soltanto un'ombra parve uscire -dall'ultima colonna, quella d'un uomo alto, ammantellato, che tuffando -la mano entro la pila porse l'acqua benedetta alla dama. Ed a malgrado -il buio parvero riconoscersi, chè le due mani si toccarono tremanti. -Fuori, verso le Crotte, nello sboccar d'un vicolo buio, la nobile -signora sostò e l'ombra le si avvicinò. - -— Siete voi, Luca? - -— Sono io, Fiorina. - -Tacquero. S'incamminarono. La donna riprese. - -— Ho saputo da vostra madre, Luca, che avete ottenuto un salvacondotto -e libere le terre e il castello. Ne godo per voi. - -Il Lascaris crollò le spalle: - -— Che me ne importa! - -Riprese: - -— Non per questo mi tengo legato: altri mercanteggiarono per me. Forse -Camillo ebbe ragione guardando le cose e i sentimenti come le guarda. -Ragiona, e ragiona troppo. Io sento. Ma purtuttavia, Fiorina, guardate: -lascerò le mie terre, il mio castello e mia madre, tutto lascerò dietro -di me, anche il giuramento che mi lega al Re, immemore di noi.... tutto -sono pronto a lasciare, se manterrete la vostra promessa. - -Camminavano lentamente, ma la dama ristette e con lei si fermarono -i servi protendendo le torcie accese sicchè ne illuminarono il volto -stupito. - -— La mia promessa, Luca? Quale? - -— Immemore siete dunque, voi, come il Re, Fiorina? E pure è promessa -recente e non di parola che il vento possa portarsi..... - -Ebbe timore la dama che il conte vaneggiasse. Cennò ai servi che -s'avvicinassero e quelli impassibili, alte le torcie enormi, la -chiusero in un quadrato inespugnabile. - -— Ve ne prego, Luca, parlate chiaro.... - -Per tutta risposta il conte si svolse dal mantello, cacciò la mano -entro l'abito, dalla parte del cuore e ne trasse un foglio piegato a -tricorno e legato d'un nastro azzurro. - -— Ecco. Mi duole però dover constatare come le vostre promesse vi -stiano così poco a cuore. - -Fiorina afferrò il foglio, lo svolse, l'aprì, s'avvicinò ad un servo -che abbassò la torcia e lesse: - - _Luca,_ - -_il conte Embriaco vi porta il presente per dirvi che mi precede e -ch'io vengo a voi, fiduciosa che i nostri destini s'uniscano finalmente -come desiderate e come desidera pur sempre_ - - FIORINA DI SPIGNO. - -— Ma è falso, Luca! Io non ho mai scritto, io non potevo mai -scrivere.... Dio! Perchè insultarmi così, Luca? - -L'uomo provò la sensazione d'una mazzata: vacillò, s'afferrò al servo -più vicino, d'impeto, sicchè quegli cedette e la torcia violentemente -scossa gli bruttò le mani di cera scottante e ne bruttò la fronte del -nobile signore. Il servo urlò dal dolore, ma il conte parve invece -averne un refrigerio. - -S'irrigidì. Mormorò soltanto: - -— Ed ho lasciato che l'uccidesse Almerico! - -S'avvolse di nuovo nel mantello. - -— Addio, Fiorina. - -— Luca, Luca, ascoltate — gli sussurrò la dama — calmatevi, salite con -me, datemi questa consolazione..... - -— Grazie, vi ringrazio, ma non posso venire con voi.... Ho bisogno di -restar solo.... - -— Domani, domani almeno! Vi attendo. Promettetemi di non mancare. -Ibleto vi vedrà con piacere. - -— Addio, Fiorina, — rispose il conte crollando il capo e cercando di -svincolarsi, chè quella lo teneva come in una strettoia. - -— Luca.... vi prego.... Luca.... - -— Badate ai servi, marchesa — ebbe la forza di susurrarle con la voce -quasi calma. - -La donna lo lasciò. Ma insistette: - -— Verrete domani? Me lo promettete? - -— Addio, Fiorina, — rispose il Lascaris e fuggì precipitosamente -ingoiato dall'oscurità. - -— Lancia, Borgogna, correte! — ordinò Fiorina, ma si riprese subito. — -No, avvicinate le torcie. - -Rilesse il biglietto, fece una smorfia, poi ridusse in minutissimi -pezzi la carta. Le rimase il nastro azzurro. Se lo annodò al polso con -un nodo d'amore. - - * - * * - -L'ordine di servizio portava scritto: - -— «_All'avanguardia la mezza brigata del colonnello Balbi...._». - -La sera, presa Cosseria, il Bonaparte chiese a Berthier: - -— Come si comportò la mezza brigata del colonnello Balbi? - -— Eroicamente, generale. - -— E il colonnello? - -— Morto all'assalto. - -— Ah! - - - _FINE._ - - - - - OPERE - DI ALESSANDRO VARALDO - - - VERSI - - _Marine Liguri_ (esaurito). - _Romanze e Notturni_ (esaurito). - _Le Settembrine e le Odi Funambolesche._ - - - ROMANZI - - _Due nemici._ - _Un fanciullo alla guerra._ - _La Bella e la Bestia._ - _I Re Magi:_ I. L'Ultimo Peccato; - II. La grande Passione; - III. L'amante di Ieri. - _La Marea:_ I. Il Falco; - II. Cuori Solitari; - III. Mio zio il Diavolo. - - - NOVELLE - - _La Principessa Lontana_ (esaurito). - _Una Rosa d'Autunno._ - _Genova sentimentale._ - _Le Avventure._ - _La Costa Azzurra._ - _Moralità Immorali._ - _Il Carnevale di Nizza,_ - _Donne profumi e fiori._ - - - CRITICA - - _Per un poeta della Vecchia Scuola._ (esaurito). - _Fra vizio e belletto — Profili d'Attrici e d'Attori._ - - - TEATRO - - Vol. I. — _L'Altalena_ — _Il Medico delle anime_ — - _Un marito innamorato_. - Vol. II — _La conquista di Fiammetta_ — _L'amante del sole_ — - _Appassionatamente_. - Vol. III — _Diamante o Castone_ — _Il più sincero dei tre_ — - _Una sciarada_ — _Il selenita_ — _Il Gatto nero_ — - _Don Giovanni si pente_. - - - IN PREPARAZIONE - - _Commemorazioni — Profili di Scrittori e di Attori._ - _Il Cerchio Magico_ — Commedia in 3 atti. - _Il fiore d'agave_ — Novelle. - _Il Cavaliere Errante_ — Romanzo. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of Il Falco, by Alessandro Varaldo - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL FALCO *** - -***** This file should be named 53350-0.txt or 53350-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/5/3/3/5/53350/ - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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You may copy it, give it away or re-use it under the terms of -the Project Gutenberg License included with this eBook or online at -www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll have -to check the laws of the country where you are located before using this ebook. - -Title: Il Falco - (Cronaca del 1796) - -Author: Alessandro Varaldo - -Release Date: October 23, 2016 [EBook #53350] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL FALCO *** - - - - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - - - - - - -</pre> - - -<div class="booktitle"> -<h1> -IL FALCO -</h1> -</div> - -<hr class="silver" /> - -<div class="titlepage"> -<p class="x-large"> -ALESSANDRO VARALDO -</p> - -<p class="pad2 large"> -<span class="smcap">La Marea</span> -</p> - -<p class="pad2 main-t"> -IL FALCO -</p> - -<p class="pad1 large"> -(CRONACA DEL 1796) -</p> - -<p class="pad6"> -MILANO — ROMA<br /> -EDIZIONI A. MONDADORI -</p> -</div> - -<div class="verso"> -<hr class="mid" /> -<p> -<i>PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA</i> -</p> - -<p> -<i>I diritti di riproduzione e traduzione sono -riservati per tutti i paesi, compresi -la Svezia, la Norvegia e -l'Olanda</i> -</p> - -<p> -* -</p> - -<p> -<i>Copyright by Alessandro Varaldo</i> -1922 -</p> - -<p> -IV. MIGLIAIO -</p> -<hr class="mid" /> -</div> - -<div class="dedica"> -<p> -<span class="smcap">A<br /><br /> -Dario Niccodemi</span> -</p> - -<p class="pad2"> -<span class="spaced4">A. V.</span> -</p> -</div> - -<div class="chapter"> -<div class="poem-container"> -<div class="poem inl"> -<p><i>Tum meae (si quid loquar audiendum)</i></p> -<p><i>Vocis accedet BONA PARS; et, «o Sol</i></p> -<p><i>Pulcher! o laudande!» canam, recepto</i></p> -<p class="i6"><i>Caesare felix.</i></p> -<p> </p> -<p class="i5"><span class="smcap">Orazio</span> — <i>Carm.</i> IV, 2</p> -</div> -</div> - -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_xi">[xi]</span> -</p> - -<h2>PREFAZIONE</h2> -</div> - -<p class="indr"> -“Multa incredibilia vera,<br /> -multa credibilia falsa”. -</p> - -<p class="pad2 indl"> -Frequentez vous les bouquinistes? -</p> - -<p> -<i>Queste parole, di colore forse oscuro per la comune -dei lettori mi apparvero all'aprir che feci un -volumetto attinto in una cassetta di rivenditor di -libri usati.</i> -</p> - -<p> -<i>Amo i viaggi di avanscoperta nelle bottegucce -buie spesso e ingombre e impregnate di quel caratteristico -odor di muffa dei vecchi libri, bottegucce pudicamente -celate in vecchie strade, o nel doppio fondo -ermetico dei cortili: amo tuffar le mani fra le cartapecore -spesso taglienti, le pelli umide e i fogli molli, -macchiati le più volte di quella specie di giallume -lebbroso, che si è convenuto di chiamar il mal sottile -dei libri. È fra i diletti più cari non d'un sapiente — che -monsignor Gesù ne scampi! — ma di un curioso -<span class="pagenum" id="Page_xiv">[xiv]</span> -di sapienza, chè il libro è tutto, poichè tutto racchiude -e compendia. Ora appunto questo viaggio nelle bottegucce -dei rivenditor di libri usati si chiama bouquiner, -secondo il grande dizionario dell'Accademia -Francese, riassunto da un curioso amante di libri, -Carlo Nodier, bibliotecario dell'Arsenale e accademico, -in un vocabolario manuale che i fratelli Firmin -Didot, librai editori, divulgarono:</i> -</p> - -<p> -Bouquiner — chercher de vieux livres, des livres -d'occasion; -</p> - -<p> -Bouquineur — celui qui aime à bouquiner; -</p> - -<p> -Bouquiniste — celui qui achète et revend des -vieux livres. -</p> - -<p> -<i>Comprenderete adesso perchè quelle parole di colore -oscuro — forse — mi fermarono. Scossi lo strato -di polvere veneranda, che ammantava il libercolo, -maneggiandolo alla marinara, sottovento, perchè la -polvere non coprisse me, che rispetto la vecchiaia sì, -ma senza entusiasmo quando si tratti di strati polverizzati -di ragnatele annose. Nel battere il volume, -delicatamente, vi prego di crederlo, ne sbirciai il -frontespizio.</i> -</p> - -<p> -“Les Francs — Taupins — Histoire du temps de -Charles VII, 1440, par P. L. Jacob Bibliophile, -membre de toutes les Académies”. -</p> - -<p> -<i>L'edizione era del Meline di Bruxelles, formato -piccolo, ornata sulle due copertine d'una vignetta -<span class="pagenum" id="Page_xv">[xv]</span> -rappresentante un <span class="upright">beffroi</span>. Se ne trovano ancora di -tali volumi qualche volta: apparvero in lunga serie -e compresero tutto il movimento romantico dopo il -Renduel e il Gosselin: caratteri precisi, nel gusto -gotico, curati fino allo scrupolo: chi sa che magnifici -principeschi correttori di bozze in quel tempo!</i> -</p> - -<p> -<i>Il bibliofilo Jacob — al secolo P. L. Lacroix — fu -in quel fiorire del romanticismo un paziente studioso, -intabarrato d'artista: l'opera sua non ha il -valore della <span class="upright">Cronaca di Carlo IX</span>, o di <span class="upright">Cinq-Mars</span>, -di <span class="upright">Nostra Signora di Parigi</span> e nemmeno di <span class="upright">Isabella -di Baviera</span>. Ma come fedeltà pittoresca le sorpassa -ancora, forse. Preso a modello Walter Scott, si diè -cura di ambientare e di arredare i suoi racconti (probabilmente -il Manzoni nel creare la sua teoria lo -ricordò spesso) con una precisione di particolari -(come fra noi, cinquant'anni dopo, l'ingiustamente -dimenticato Edoardo Calandra) che raggiungevano la -meticolosità. Oggi ad esempio cambia ad ogni stagione -la moda: in allora — prendiamo il 1440 — mutava -secondo il capriccio di un principe o di una -gran dama che possedesse qualche pizzico di fantasia; -e non la moda soltanto delle vesti, ma delle armi, -dell'else, e delle iscrizioni sulle lame, dei gioielli, de' -bei modi di società, di quanto insomma aveva attinenza -alla persona. Forse un gentiluomo campagnolo -poteva nel 1446 portare pugnale con impugnatura -<span class="pagenum" id="Page_xvi">[xvi]</span> -borchiata ad aspra invenzione d'orafo peregrino del -1435: non era ammissibile che un cortigiano la ostentasse. -Descrivere in modo sommario un abbigliamento, -una corazza, un giustacuore ricamato, l'equipaggiamento -di una cavalcatura non era permesso: -la fedeltà storica e l'amore del pittoresco non lo permettevano. -Vediamo a prova, fra noi, come Tomaso -Grossi fa parlare un armaiuolo, e come il dottor -Carlo Varese descrive un cavaliere italiano errante al -tempo di Marignano. Ma io vi parlavo dei <span class="upright">Francs-Taupins</span> -e del Bibliofilo Jacob: orbene credete che -non me ne allontano.</i> -</p> - -<p> -<i>Spolverato il volume l'aprii, ed ecco a inchiodarmi -curioso una prefazione: <span class="upright">L'histoire et le roman historique</span>. -Naturalmente l'autore parla di Walter Scott: -ed è naturale. Al principio del secolo scorso il grande -romanziere scozzese ha esercitato un'enorme influenza -nella letteratura europea e nord-americana. Si può -dire che l'ha dominata. E dichiariamolo subito: -influenza benefica, salvataggio, rinnovazione, resurrezione: -Walter Scott, fu, si può dire, il Cristo della -letteratura.</i> -</p> - -<p> -<i>La dominazione d'un'idea in un'epoca non è -mai duplice: quando prevale la politica decade la -letteraria. Napoleone è l'esempio tipico. Rotto l'impero -della forza fisica ecco risorgere quello della forza -intellettuale.</i> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_xvii">[xvii]</span> -</p> - -<p> -<i>La Francia non è mai rifiorita letterariamente -come dopo una disfatta: ad esempio dopo il '70. Ed -a maggior ragione vinto l'impero e distrutto, fiorisce -il romanticismo che fu, si può dire, la salvezza -della letteratura non soltanto francese. Walter Scott -dominò così da capitanare discepoli come Balzac (se -ne vanta lo stesso autore degli <span class="upright">Chouans</span>: vedi <span class="upright">Illusioni -Perdute</span>) come Hugo, come Dumas, come Merimée, -come il Barante, lo storico dei duchi di Borgogna, -e come il nostro bibliofilo Jacob, astro minore -artisticamente, stella di prima grandezza come coscienza -d'antiquario, e fedeltà di particolari cronologici. -Influenza benefica ripeto, poichè il romanziere, -che prendeva a maestro lo scozzese, imparava due grandi -verità che ogni scrittore, il quale pretenda raccontare, -dovrebbe avere impresse dinanzi agli occhi: la coscienza -dei particolari, l'ausilio della fantasia.</i> -</p> - -<p> -<i>Ed eccoci all'Assente.</i> -</p> - -<p> -<i>Parlo della Fantasia.</i> -</p> - -<p> -<i>La miseria letteraria d'oggigiorno, e l'Italia in -fatto di miseria letteraria non ischerza, è dovuta all'Assente, -a Madonna Fantasia, la decima musa, -che s'è chiusa nella torre d'avorio, sdegnosamente, -regale fuoruscita, e senza la quale purtroppo, non c'è -salvezza! Oggi non si sa più raccontare.</i> -</p> - -<p> -<i>Il male francese del naturalismo ha tutto infestato. -L'esempio deleterio di Emilio Zola ha tutto inquinato. -<span class="pagenum" id="Page_xviii">[xviii]</span> -Si bandì la crociata contro la fantasia. Il romanziere -non ha che da guardarsi intorno, e descrivere quello che -vede. È un escursionista munito di Kodak. Non si -costruisce più il romanzo, basta incominciarlo, introdurre -due o tre personaggi, farli parlare e qualche -volta muovere, infilzare cronaca spicciola su cronaca -spicciola, sommariamente, e qualche volta sbadigliare -sopra una teoria politica o sociale malamente -digerita o annusata su qualche articolo di fondo.</i> -</p> - -<p> -<i>Il giorno infausto in cui Emilio Zola aprì il famoso -libro di Claudio Bernard, fonte di tutta la sua -sapienza e si pompeggiò, come d'un vestito da veglione, -della teoria determinista e <span class="upright">si documentò</span>, la -strada facilona fu aperta. Che divennero la minuziosa -ricerca di Gustavo Flaubert <span class="upright">(sono le minuzie -che fanno la perfezione, diceva Michelangelo)</span>, la -precisione e la proprietà dei Goncourt, ed il colore di -Alfonso Daudet, davanti alle centomila copie <span class="upright">dell'Assommoir</span>? -Madonna Fantasia fu scacciata come -una serva infedele. Ed il pontefice del naturalismo (?) -poteva scrivere in uno degli articoli che periodicamente -mandava a un giornale russo, <span class="upright">Le Messager de -l'Europe</span>, articoli raccolti poi nel volume <span class="upright">Les romanciers -naturalistes</span>, queste parole di cui non si sa se -lamentare più l'ignoranza o l'impudenza <span class="upright">“Ce qui -je saisis moins c'est la profonde admiration de Balzac -pour Walter Scott.... Il est très curieux de voir -<span class="pagenum" id="Page_xix">[xix]</span> -le fondateur du roman naturaliste (?) se passionner -ainsi pour l'écrivain bourgeois, qui a traité -l'histoire en romance. Walter Scott n'est qu'un arrangeur -habile...”</span></i> -</p> - -<p> -<i>Come del resto poteva comprendere una passione, -o semplicemente un entusiasmo di Balzac, il naturalista (?) -Emilio Zola?</i> -</p> - -<p> -<i>Il male fu che la foga bruta iconoclasta prese la -letteratura, che trovò una così facile strada aperta: -la composizione del romanzo come un muro a secco, -o meglio come un terrapieno od uno sterro in cui -non si sa quello che si mette o dove si mette tutto quello -che capita sottomano.</i> -</p> - -<p> -<i>La fantasia fu così bandita, come può essere bandita -la moneta d'oro da chi non possiede che la valuta -cartacea.</i> -</p> - -<p> -<i>Il perchè è semplice.</i> -</p> - -<p> -<i>Chi possiede il dono meraviglioso della fantasia -è un narratore per eccellenza, narratore come Schahrazade, -come i poeti epici da Omero all'Ariosto, come -i novellieri nostri di Toscana, come Walter Scott. -È colui che nel canto del fuoco intrattiene fino a tarda -notte, finchè non siano spente le ultime braci e consumati -i rami resinosi negli anelli, corti principesche o -veglie di popolo: chi possiede la fantasia sa costrurre -un edificio di racconto senza annoiar mai, ma tenendo -ben desta e vigile e fresca l'attenzione anche — e -<span class="pagenum" id="Page_xx">[xx]</span> -specialmente — se descrive una contrada o un -mobile o un manto o un'elsa o uno strumento: chi -possiede la fantasia fa vivere verbalmente e non si -accontenta d'accatastar marionette di gesso o di fango -sopra un'asse mal sicura: chi possiede la fantasia -insomma è colui che solo ha diritto di narrare e di -essere ascoltato.</i> -</p> - -<p> -<i>Ecco perchè Onorato di Balzac, signore della -Fantasia, si inchinava a Walter Scott ed ecco perchè -il marionettista da fiera che si inorgogliva d'una -coltura occasionale fatta sopra un libro mal compreso -di Claudio Bernard non lo poteva capire. Ma chi -possiede la fantasia è un gran signore e non si accontenta -di una facile vittoria sopra un borgo di villani: -va in Terrasanta, nel regno del Prete Gianni, -e piange quando sente che non potrà conquistar la -luna. Ma chi possiede la fantasia ama il pittoresco e -costruisce pittorescamente, e narra con tutte le risorse -che la decima musa gli fornisce.</i> -</p> - -<p> -<i>Ma chi possiede la decima musa osserva l'undicesimo -comandamento: non annoiare.</i> -</p> - -<p> -<i>Dov'è oggi? Ahimè! oggi la Fantasia è assente.</i> -</p> - -<p> -<i>Parlo dell'Italia, chè gli scrittori Inglesi e un nuovo -manipolo di francesi, oggi se ne gloriano. Ed Eça -de Queiroz, oggi, basta ad illuminare una nazione -che par brancolare nel buio, soltanto perchè agita la -face della fantasia.</i> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_xxi">[xxi]</span> -</p> - -<p class="ast">* * *</p> - -<p> -<i>Siamo lontani, non è vero dal Bibliofilo Jacob? -Forse. Ne siamo lontani se ci frulla per il capo d'aprire -un libro, oggi, un libro italiano. Pare che gli -scrittori montino in cattedra e si camuffino da retori -politici, o da predicatori sociali. Si gonfiano, rane di -Esopo, convinti di avere una missione morale: vogliono -esser detti gli storici del costume, i cronisti dell'evoluzione, -piccoli Villani che vantano una ricchezza -culturale da banchieri del dopoguerra e credono -in buona pace d'aver qualche cosa da dire per salvare, -o ammaestrare o indirizzare l'umanità. Per conto mio -ripeto un verso di Alfredo De Musset:</i> -</p> - -<p> -Il mio bicchiere è piccolo ma io bevo nel mio bicchiere. -</p> - -<p> -<i>Voglio raccontare solamente, semplicemente, come -la bella tradizione nostrana mi ha mostrato da messer -Giovanni Boccaccio ad Alessandro Manzoni, voglio -raccontare come se parlassi a una comitiva da tener -desta, voglio raccontare avendo per divisa l'undecimo -comandamento, raccogliendo le belle memorie della -mia terra e porgendole all'orecchio del benigno lettore: -Me lo insegnò messer Torquato:</i> -</p> - -<div class="poem"> -<p>.................. asperso</p> -<p>di soave liquor l'orlo del vaso</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_xxii">[xxii]</span> -</p> - -<p> -<i>Ed avrò dinanzi per esempio fedele i narratori -felici, che, pur minuziosamente descrivendo luoghi cose -e persone, hanno allietato generazioni intere, compagni -ed amici inestimabili e cari, sempre vivi, poichè non -si vive che nella gratitudine di chi resta.</i> -</p> - -<p> -<i>Ed ogni mattina al sorgere del sole nel sedermi -al mio tavolo da lavoro con gioia, eleverò una preghiera -all'Assente, perchè sia Presente.</i> -</p> - -<p class="pad2 indl"> -Milano, Aprile del 1922. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_xxiv">[xxiv]</span> -</p> - -<h2>PROLOGO -<span class="smaller">CRONACA DEL 1794</span></h2> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_xxv">[xxv]</span> -</p> - -<p> -L'anno 1794, cominciato con una crescente agitazione -sul litorale e per le vallate, avea ridotta la -città di Ventimiglia ad una pericolosa anarchia. Le -riforme e le vittorie della grande rivoluzione, la -fuga del Re di Piemonte, le contese dei partiti nobiliari, -che si disputavano le redini della città, apersero -un adito a quel borghese vento di Fronda, ringagliardito -dal concorso popolare, che, in modo -tanto irruento, distrusse o trascinò, abbattè o domò, -quanto si opponeva al suo cammino. -</p> - -<p> -Le guerre di successione avevano esaurito quello -che una libertà comunale ed una dominazione di -ferro s'erano studiate d'accumular di resistenza e -di orgoglio: un Governo borghese di Magnifici finì -per distruggere l'orma, forse feudale, ma potente, -d'una gloriosa autonomia. Sicchè alle prime avvisaglie -della rivoluzione e della discesa del generale -Massena, coloro, che i nobili sprezzantemente chiamavano -<span class="pagenum" id="Page_xxvi">[xxvi]</span> -la canaglia, drizzarono l'albero della libertà -sormontato dal berretto frigio, ed obbligarono -le più nobili dame a ballarvi intorno. Pochi -si ribellarono ai santi diritti di ballo del popolo: -tre soltanto resistettero e furono il conte Luca Lascaris, -il nobile Camillo Altariva, ed il duca Almerico -di Nervia. -</p> - -<p> -Abitavano i castelli aviti posti fra Mentone e -Bordighera ove si asserragliarono da prima con -forse duecento partigiani, sperando con una guerriglia -di opporsi all'invasione sul litorale, come l'imprendibile -fortezza di Saorgio si sarebbe opposta -fra le prealpi. -</p> - -<p> -Subito le intenzioni dei nobili signori parvero -mirabilmente riuscire: la città cedette ed il generale -Arena si ritirò senza aver ottenuto il chiesto -passaggio libero per l'esercito della Repubblica. -</p> - -<p> -Ma il pericolo maggiore di Massena si avvicinava -con troppa celerità: L'Altariva che aveva ottenuto -il comando in capo dei insorti, fece distruggere un lungo -tratto della via della Cornice, per impedire il -transito delle pesanti artiglierie francesi e poi, lasciando -che la città si disbrigasse come poteva -meglio, sicuro di Saorgio difesa dal Saint-Amour, -si ritirò a seguitare le ostilità sullo sbocco della vallata -del Nervia. -</p> - -<p> -La sera del sei di Aprile, che incombeva triste e -<span class="pagenum" id="Page_xxvii">[xxvii]</span> -nuvolosa e pesante sulle colline e sul mare, lo sorprese -accampato sopra uno sprone di collina, alle -porte del comune di Camporosso, che si sospettava -di fellonia e ch'era necessario sorvegliare. -</p> - -<p> -Nell'attendamento non si udiva alcun rumore: -le scolte vegliavano ed i fuochi erano spenti. -</p> - -<p> -Camillo Altariva giaceva per terra avvolto in -un ampio mantello: era a testa scoperta e s'appoggiava -al cubito. Non si distinguevano per il crepuscolo -bigio che gli occhi lucenti e grifagni e l'impugnatura -d'oro della spada. Il Nervia tranquillamente -russava coperto pure da un mantello. -</p> - -<p> -Presso di lui, seduto sopra un tamburo, il conte -Luca Lascaris, esile e fine come una giovinetta, elegantemente -vestito di un abito a coda attillato e -di calzoni di pelle bianca, intrecciava sul cappello -rotondo un nastro d'oro che dovea sostenere la -coccarda bianca della reazione. Calzava stivaloni -lucidi dalle risvolte bianche e portava gli speroni -d'oro. L'alto colletto, avvolto con più d'un giro -dalla cravatta ampia di merletto, usciva da un -panciotto ricamato, sotto il quale spuntava il calcio -d'argento d'una lunga pistola. Piccole mani e -piccoli piedi e spiovente capigliatura: pareva una -travestita eroina cavalleresca. Taceva assorto nella -sua frivola occupazione di personalità del mondo -elegante, come se fosse dietro un paravento presso -<span class="pagenum" id="Page_xxviii">[xxviii]</span> -la bella marchesa di Spigno, per la quale si diceva -sospirasse in segreto. -</p> - -<p> -Si prolungava il silenzio: non giungeva che a -quando a quando il rumore volontario che facevano -le scolte urtando fucile e spada per provar più a -sè stesse che agli altri di vigilare. -</p> - -<p> -Ad un tratto sotto la collina, fra gli ulivi, per -ben tre volte si udì, troncato subito, il grido riconoscibile -della civetta. Un soldato che giaceva -presso il Nervia alzò il capo destandolo col movimento -lieve ed ascoltò: poi ad un cenno dell'Altariva, -allo stesso modo rispose tre volte. -</p> - -<p> -I tre signori s'erano alzati ed attendevano: -così, di fronte, una differenza notevole appariva -fra di loro: per quanto d'effeminato, di delicato, -di fragile mostrava il Lascaris, altrettanto di robustezza -di forza e di fierezza risaltava dall'Altariva -e dal Nervia. Il secondo pareva padre del primo -ed aveva forse qualche anno di meno. -</p> - -<p> -Come il canto della civetta si ripetè per tre volte -ancora, avanzarono fino ad un breve spianato che -finiva la collina ed attesero. -</p> - -<p> -Una mano di cavalieri che saliva lo sprone a -briglia sciolta si fermò ad un comando e colui che -li precedeva, uno scherano del Nervia, chiamato -il Seborga, s'inchinò profondamente gridando: -</p> - -<p> -— Per il Re! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_xxix">[xxix]</span> -</p> - -<p> -L'Altariva ed il Lascaris a mezza voce risposero: -</p> - -<p> -— Per il Re! -</p> - -<p> -Ed il Nervia interrogò invece: -</p> - -<p> -— Che notizie porti? -</p> - -<p> -— Cattive, signor duca — rispose il Seborga. -</p> - -<p> -— Che ti caschi la lingua!.... — incominciò i -Lascaris. -</p> - -<p> -Ma l'Altariva lo interruppe: -</p> - -<p> -— Conte, le brutte notizie ci sono state sempre -compagne da che la guerra ebbe principio: non -può esser colpa del Seborga se continuano. -</p> - -<p> -— Sicuro che la colpa non è mia, signore, ed -il signor duca mio padrone sa che sono abituato a -guardare il fuoco nemico. Così tutti avessero fatto -sempre come me. -</p> - -<p> -— E chi non l'ha fatto? — domandò il Lascaris. -</p> - -<p> -— Saint-Amour, signor conte. -</p> - -<p> -— Saint-Amour? -</p> - -<p> -— Posso giurarlo. Il generale Massena girando la -città si mostrò all'improvviso davanti a Saorgio, -senza che potessero giocar le nostre artiglierie: Saorgio -è francese e la strada è libera per Massena. Il -comandante Saint-Amour non ebbe neppur gli -onori delle armi. -</p> - -<p> -Nessuno fiatò: i soldati cercarono i rosari. -</p> - -<p> -— Ma non c'era che un sentiero — mormorò il -Nervia — qualcuno dunque li guidò? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_xxx">[xxx]</span> -</p> - -<p> -— Sì, padrone — rispose il Seborga — qualcuno -che abbiamo colto con le mani nel sacco. -</p> - -<p> -— Ah! ah! Prigionieri? -</p> - -<p> -L'Altariva ch'era rimasto sopra pensieri interloquì. -</p> - -<p> -— Se le notizie del Seborga sono vere, noi siamo -perduti. E non possiamo dubitare delle sue -parole. Massena sarà padrone della vallata domani, -forse questa notte. Non ci rimane che una via -di scampo: il mare e il rifugio in Sardegna. -</p> - -<p> -— Ma la città? — gridò il Lascaris. -</p> - -<p> -— La città non fugge. Ritorneremo. -</p> - -<p> -Saltò in sella e tutti l'imitarono. -</p> - -<p> -— Incendiate il bosco! — brevemente ordinò. -</p> - -<p> -Alcuni uomini l'obbedirono. -</p> - -<p> -— Ma i prigionieri? — fece osservare il Seborga. -</p> - -<p> -— Legateli ad un albero, morranno di fame. -</p> - -<p> -— Ed arrostiranno graziosamente — aggiunse -il Nervia lisciando mollemente la criniera del cavallo. -</p> - -<p> -— Non li volete interrogare, signore? -</p> - -<p> -— A che pro? Non hai detto di averli trovati -con le mani nel sacco? -</p> - -<p> -— Sicuro — confermò il Seborga — si vantavano -di avere insegnato il valico agli azzurri e -avevano centomila franchi d'assegnati nelle tasche. -</p> - -<p> -— Dunque basta, legali ad un albero! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_xxxi">[xxxi]</span> -</p> - -<p> -S'avanzarono due cavalieri che portavano in -groppa ciascuno un corpo legato: scaricati e sciolti, -apparvero una vecchia e un fanciullo, che si gettarono -in ginocchio appena liberi. -</p> - -<p> -La vecchia donna potè appena articolare la -parola pietà che il fanciullo cadde all'indietro come -un cencio. -</p> - -<p> -Allora si gettò sul piccolo corpo con un grido -rauco. -</p> - -<p> -— Non abbiamo fatto nulla, ve lo giuro, per la -Madonna benedetta di Lampedusa. Due soldati ci -hanno chiesto per dove si passava e l'abbiamo -indicato a quei poveri giovani morti di freddo. Non -è far del male indicare una strada, miei buoni -signori! -</p> - -<p> -Mentre parlava pensò forse al denaro che le -avevano sequestrato: lo credette ingente e n'ebbe -paura. -</p> - -<p> -Vedeva due soldati spogliare il tronco d'un -olivo: temette di dover essere impiccata. Raddoppiò -gli urli della rauca voce stanca. -</p> - -<p> -— Pietà! Pietà! -</p> - -<p> -S'accorse di non essere ascoltata: si trascinò -presso il Lascaris e gli abbracciò le ginocchia. -</p> - -<p> -— Se abbiamo fatto del male è mia la colpa, -solamente mia: salvate il ragazzo ch'è innocente, -ve lo giuro, che non mostrò la strada ai soldati. -<span class="pagenum" id="Page_xxxii">[xxxii]</span> -Sono io che li accompagnai. È così giovane, mio buon -signore, ed è così duro morire quando si è giovani! -È innocente come Nostro Signore sulla Croce. Non -importa se mi farete morire; io sono vecchia.... -</p> - -<p> -— Taci, strega! — mormorò un soldato respingendola -col calcio del fucile. -</p> - -<p> -Ma gettò un urlo di dolore alla scudisciata del -Lascaris, che s'intromise: -</p> - -<p> -— Siamo gentiluomini, Altariva, siamo cristiani, -Nervia! Perchè incrudelire sopra una vecchia -e un bimbo? -</p> - -<p> -La donna indovinò l'aiuto. -</p> - -<p> -— Ah! mio buon signore, che la Madonna vi -tenga la sua santa mano sul capo. -</p> - -<p> -— Lascaris — gli rispose a mezza voce l'Altariva — pensa -che i francesi domani saccheggieranno -il tuo castello, che i tuoi furono obbligati a -fuggire in esilio.... -</p> - -<p> -Non finì, chè l'altro senza più far parola, bruscamente, -con una strappata di briglia sparve di galoppo -dall'altura. E per lungo tempo udì ancora gli urli -della donna, che bastavano soli a destar nella notte -illune gli echi della vallata. Poi non li udì più, con le -proprie orecchie, ma sibbene attraverso la voce -del Nervia che bestemmiava: -</p> - -<p> -— Per la croce di Dio! Mettetele il bavaglio! -</p> - -<p> -E allora gli giunse l'imprecazione: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_xxxiii">[xxxiii]</span> -</p> - -<p> -— Maledetti!.... Maledetti i vostri figli!... -</p> - -<p> -Non altro. Rabbrividì, mentre il bosco parve d'un -tratto una sola fiamma. -</p> - -<p> -Un sordo galoppo lo seguì. L'Altariva e il Nervia -giungevano a briglia sciolta con i soldati. -</p> - -<p> -— Che ha urlato? — chiese ai sopraggiunti il -Lascaris con la voce un po' incerta. -</p> - -<p> -L'Altariva ebbe la parola tronca da un tremito. -</p> - -<p> -— Lasciate, conte: è cornacchia, e conviene -che gracchi. -</p> - -<p> -A sua volta il Nervia mormorò: -</p> - -<p> -— Forse era meglio un colpo di pistola, ma la -polvere è preziosa. -</p> - -<p> -L'Altariva arrestò d'improvviso il cavallo. -</p> - -<p> -— Seborga, fa suonar la sosta! -</p> - -<p> -I soldati si fermarono. -</p> - -<p> -— Nervia, Lascaris, conviene dividerci. Io tenterò -di rientrare in città: per voi la salvezza del mare. -Non ribellatevi, voglio così; mi avete giurato obbedienza. -</p> - -<p> -La piccola truppa si divise in due silenziosamente: -i tre gentiluomini si abbracciarono. -</p> - -<p> -— Chiunque di noi, amici — continuò l'Altariva — giungerà -salvo dal Re, gli ricordi che fummo -fedeli sino alla morte. Addio! -</p> - -<p> -S'alzarono tre possenti gridi che la vallata accolse -con gli echi sonori. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_xxxiv">[xxxiv]</span> -</p> - -<p> -— Altariva, per il Re! -</p> - -<p> -— Lascaris, per il Re! -</p> - -<p> -— Nervia, per il Re! -</p> - -<p> -E sparvero nella notte. Il sonito ferrato dei cavalli, -il rumore delle armi urtate sopravvissero ancora, -poi s'allontanarono, tacquero. -</p> - -<p> -Il silenzio riprese possesso della notte per la -vallata. -</p> - -<p> -Solo brillava l'incendio come un faro. -</p> - -<div class="chapter"> -<h2>CRONACA DEL 1796</h2> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span> -</p> - -<h3>I.</h3> - -<p> -Uscita dalla piccola città la cavalcata si radunò -sul breve piazzale dominante la discesa ripida verso -il mare. Comandava Emanuele Embriaco, fuoruscito -genovese, che s'era voluta concedere la voluttà -d'attraversare terre interdette. Disceso dalla vallata -del Nervia con i sessanta uomini concessigli -dal marchese di Spigno aveva, non per solo capriccio -di condottiere avventuroso, impunemente bravata -la guarnigione di Ventimiglia, chiedendo il salvacondotto -per oltrepassare, col pretesto di dover -riconoscere le terre a settentrione sulla catena che -costeggia il Roia ed adempiere un incarico della -Repubblica segretamente ostile al Re di Piemonte. -</p> - -<p> -Il comandante della città, vecchio soldato, che -di raggiri poco s'intendeva, benchè avesse qualche -mese prima fatto bandire il premio vistoso di cento -<span class="pagenum" id="Page_2">[2]</span> -lire non genovesi a chi vivo o morto riuscisse a consegnare -l'Embriaco, abboccò all'amo e discese in persona -sino a metà del ponte per incontrar l'avventuriere -col quale s'intrattenne amichevolmente. Lo -volle ospite anche nella sua casa e gli donò un bel -pugnale con le borchie d'argento che l'Embriaco -galantemente gli contraccambiò con una scatola di -guanti profumati per la signorina sua figlia, donna -Chiara, sospiro di innumerevoli provinciali. Ed alla -porta della città il comandante con molti inchini -s'era accomiatato dall'ospite senza menomamente -sospettare d'aver avuto in mano per quasi tutto un -pomeriggio quel bandito che a Genova continuavano -a credere nelle terre di Ventimiglia e contro -il quale riceveva di continuo raccomandazioni di -vigilare sui dintorni e per le vallate. -</p> - -<p> -Il sole discendeva quietamente dietro il monte -di Roccabruna, quando i sessanta uomini dell'Embriaco -sotto gli ordini di Bracciodiferro e del Ricciuto, -luogotenenti, si disposero su quattro file ed -attesero l'ordine di cominciar l'ascesa. -</p> - -<p> -Emanuele Embriaco robusto gentiluomo di mezza -età, dai capegli tutti neri ancora e dal viso aperto -ed infuocato, ritto sulle staffe, sollevando la spada, -fissò la porta, che si richiudeva, con un sorriso di -scherno e salutò ancora il Comandante che dal poggiolo -amichevolmente cennava. Poi comandò la marcia -<span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span> -con la abitual voce imperiosa, brevemente. E -seguì il drappello. -</p> - -<p> -Uomini abbronzati dai volti bestiali e dagli -sguardi feroci facevano parte della squadra scelta -di Bracciodiferro, vecchio bravo del marchese di -Spigno: salvati più volte dal capestro e dalle galere, -gli ubbidivano ciecamente e lo seguivano con una -fedeltà degna di eroi. Le casacche di cuoio greggio, -i larghi cinturoni di pelle, bianca una volta, gli stivali -informi ed i cappellacci usati dalle intemperie -attestavano poco della eleganza; ma l'uomo di -guerra sùbito appariva dalle armi. Il moschetto, -la spada lunga, le pistole, il coltellaccio da lupi, -tutto quanto era arnese di guerra, si mostrava accuratamente -forbito, lucido, quasi prova d'un'informe -civetteria d'amanti: le borchie risaltavano, -le canne luccicavano, le lame risplendevano: gli -ottoni dei foderi pareano d'oro. I diciotto sottoposti -di Bracciodiferro compivano dunque una degna -corona al loro capo. -</p> - -<p> -Breve, tarchiato, nerboruto, dalle corte gambe, -ma dalle braccia lunghe, lo scherano dell'accorto -marchese di Spigno, tra i suoi uomini, anche da -chi ne ignorava il grado, non poteva che essere creduto -il capo. Le mani sgraziate ma possenti, dalle -dita erculee, mancavano accuratamente di tutte -le unghie, che gli erano state strappate dalla tortura -<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span> -quando, ai soldi meschini di un nobile di Lunigiana, -aveva dato l'assalto ad un villaggio, non -lasciando pietra su pietra. Il suo padrone s'era fatto -in quattro per salvarlo, ma la Repubblica genovese -inflessibilmente s'era imposta, e poichè Bracciodiferro -non aveva menzionato complici o mandanti -(si supponeva nel Fregoso padrone di Molasso -l'incitatore) la tortura l'aveva conciato in tal modo, -con qualche tratto di corda per compenso, da credere -di guarirlo moralmente per sempre. Curato, -rimase per qualche anno prigioniero in un castellaccio -presso Novi che restò, dopo un lungo processo, -di proprietà del marchese di Spigno, il quale -s'intendeva d'uomini e di guerriglie come un condottiere -o meglio un politico del seicento. -</p> - -<p> -Bracciodiferro cominciò ad impietosire la marchesa -Fiorina, e poichè, alla giovine sposa il vecchio -marchese nulla negava, il prigioniero liberato fu -ammesso agli stipendi grassi del marchesato. In -poco tempo se ne mostrò riconoscente e fu elevato -di grado, finchè, al comando d'una squadra un -bel giorno si trovò a seguir le sorti dell'Embriaco. -Al contrario di Bracciodiferro, il Ricciuto -non era uomo di guerra, ma chierico fuggito da un -complicato affare di donne che egli attribuiva al -suo cattivo destino. Esile, biondo, pallido, vestito -con ricercatezza di velluto nero, con guanti di pelle -<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span> -nera e con una spada signorile, il Ricciuto comandava -negligentemente venti soldati dell'esercito regolare -del Re di Piemonte che appartenevano al presidio -della Ferania. Potea vantare il grado onorifico -di maresciallo d'alloggio ma non vestiva l'uniforme, -perchè distaccato in permanenza al marchesato. -</p> - -<p> -Bracciodiferro aveva il viso attraversato da -un colpo di spada, il Ricciuto l'aveva adornato da -un civettuolo neo biondo in fondo alla guancia sinistra. -Tutti e due nella rabbia arrossavano i loro -particolari contrassegni: il primo sentiva diventar -vermiglia l'ampia cicatrice, il secondo la pelle tesa -intorno al neo ricciuto, che gli aveva dato il soprannome. -Entrambi però d'un coraggio consono al tempo -eroico e turbinoso in cui si svolgeva la loro vita avventurosa. -</p> - -<p> -Nel salire il declivio incolto della collina indifferentemente -stavano a capo degli uomini che loro -appartenevano, e badavano a dirigere la cavalcatura -tra i cespugli e le roccie ingombranti il sentiero -appena tracciato sino ad un fortino di brutta -apparenza. Veniva ultimo l'Embriaco soprapensieri. -Dominò il silenzio nella comitiva sino al primo ciglione -di muro a secco oltre il quale una breve piazzetta -preludiava altre trincee del forte, che s'alzava -minaccioso e torvo sulle loro teste. Ma l'Embriaco -non dubitava di poterlo oltrepassare con l'astuzia -<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span> -usata in città, astuzia che gli aveva procacciato -un salvacondotto in piena regola. Quando adunque -sulla piazzetta le cavalcature dei due luogotenenti -si fermarono ed i soldati poggiarono a terra i moschetti, -egli tolse dalla tasca d'arcione il foglio e -l'infilò sulla baionetta del soldato che aveva più vicino. -</p> - -<p> -— Ricciuto — disse — portati con quattro -uomini a chiedere il passaggio. -</p> - -<p> -Il comandato obbedì senza parola, benchè sembrasse -stupito che un fortino tanto minaccioso in -apparenza, non avesse neppure l'indizio d'una sentinella -avanzata che annunciasse un arrivo d'armati. -Ma riflettendo, che con tutta probabilità il -Comandante di Ventimiglia poteva aver già dato -gli ordini opportuni per mezzo del passaggio segreto -che senza dubbio doveva unire il forte alla città, -sparve nelle trincee con gli uomini. -</p> - -<p> -L'Embriaco rimasto nello spiazzo libero conquistato, -guardava la collina che declinava al mare -con una ripida scesa e la città ineguale che distendeva -sino al Roia le case nere e la geometrica riga -delle mura chiazzate di muschio e lucenti d'artiglierie. -Vedeva al di là del fiume una pianura verdeggiante -di canneti e di strami, poi la linea d'argento -del torrente Nervia, poi del verde più rado contornato -da roccie crude, poi sulla punta nel mare Bordighera -inerpicata e raccolta come un alveare. -<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span> -Prima, al di là di Ventimiglia, i monti ripidi e bui -delle Maure, dalla folta e selvaggia chioma di pini -e di quercie secolari, spiegavano quasi una spalliera -misteriosa alla città. Oltre il declivio di sterpi e di -assi, il mare deserto sino all'ultimo orizzonte: il -sole che tramontava parea delineare degli strati -vermigli e turchini con dei toni lattei, dei riflessi -d'agata, degli opachi luccichii d'onice sull'infinita -distesa tranquilla, che il cielo d'un tenero perla a -poco a poco nel lontano inchinante al grigio limitava -tangibilmente. -</p> - -<p> -— Ritornano — mormorò Bracciodiferro, tirando -a sè le redini con un moto brusco abituale, -per far sì che il cavallo si scuotesse impennandosi, -e s'accingesse al nuovo cammino. -</p> - -<p> -L'Embriaco volse il capo, tranquillo in viso, ma -poco sicuro dentro di sè. -</p> - -<p> -Ritornava infatti il Ricciuto, lentamente e si -teneva all'indietro del cavallo che discendeva con -isforzo il ciglione montano. Lo precedevano sparsamente -i quattro uomini, uno dei quali portava -sempre infilato sulla baionetta il salvacondotto. -</p> - -<p> -— La strada è libera, monsignore — gridò il -pallido luogotenente. -</p> - -<p> -— Avanti dunque, — comandò l'Embriaco agli -uomini che l'attorniavano. E pensò: — Prudenza -ad ogni modo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span> -</p> - -<p> -Salirono ancora. Il sentiero che s'inerpicava tra -le roccie ed i terrapieni, malagevolmente nascondeva -alla vista il forte. Lo scoprirono d'un tratto -allorchè vi furono dappresso e doveano passare -quasi rasentandolo. Andavano a gruppi dispersi -progredendo come potevano per le asperità del -cammino: veniva ultimo il condottiero. -</p> - -<p> -Al di là del forte continuava il ciglio estremo della -collina che s'univa ad una seconda poi ad una terza -finchè non apparivano le grandi torri d'un castello -feudale adorno d'un'ampia bandiera svettante al -vento del crepuscolo. -</p> - -<p> -Emanuele Embriaco guardava quel castello, -quando quasi senza accorgersene, oltrepassò un corpo -di guardia, munito d'una specie di postierla, il cui -selciato risuonò sotto i passi dei cavalli. S'udì nell'interno -un sùbito comando: -</p> - -<p> -— Fuoco! -</p> - -<p> -Rispose un grido d'allarme. E sibilarono proiettili -nell'aria. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span> -</p> - -<h3>II.</h3> -</div> - -<p> -Prima però che l'Embriaco avesse potuto rendersi -conto di ciò che succedeva, una voce forte e -risoluta che giungeva dall'altro versante della breve -collina, gridò: -</p> - -<p> -— Olà del forte! Olà del forte! -</p> - -<p> -Il fuoco cessò come per incanto, senza aver fatto -alcuna vittima e l'Embriaco, non ancora uscito -dallo stupore, stava per inviare il Ricciuto a chiedere -la ragione della brusca accoglienza, quando -apparve una cavalcata elegante, quantunque poco -numerosa, a varcare il ciglio estremo risolutamente. -La capitanava un'amazzone di età dubbia, fortemente -conformata, che domava uno stallone bianco -di meravigliosa bellezza. La donna vestiva d'un -panno marrone chiaro con ricami d'argento e di -seta nera, e portava sui capegli quasi grigi un ampio -cappello a falde larghe d'un feltro pure marrone, -<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span> -sormontato da una piuma nera. La seguivano due -dame d'inferior condizione e due scudieri disarmati. -</p> - -<p> -Avanzò scuotendo lo scudiscio, mostrando l'ira -che le accendeva la faccia risoluta e le faceva balenar -lo sguardo imperioso. -</p> - -<p> -D'un solo balzo lo stallone raggiunse la vetta -del colle da quel ciglione ove era apparso e fece risuonare -sotto le zampe ferrate le selci dure e gli -echi dell'archivolto. -</p> - -<p> -— Dov'è il Comandante? Chiamatemi il Comandante! -</p> - -<p> -Al silenzio, che il primo grido mandato dalla -signora aveva imposto, era succeduto un sussurrio -nel corpo di guardia: apparivano dalle feritoie visi -di soldati sorpresi e canne di fucile, che sùbito -sparivano. Si faceva notare una grande animazione -ed un vocìo attenuato e contradditorio d'ordini a -mala pena interpretati e sùbito repressi. -</p> - -<p> -Finalmente, quando già la signora, stanca della -breve attesa, come colei ch'era avvezza ad essere -obbedita ad un cenno, aveva fatto impennare lo -stallone incitandolo a varcare un breve grado che -divideva il sentiero dalla parte superiore dell'archivolto -ove s'apriva il portone del fortino, le porte -massiccie gravemente si schiusero ed in mezzo ai -soldati apparve con la spada sguainata il Comandante. -Comandava allora il castelletto un vecchio -<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span> -soldato della repubblica, Nicola Borzone, avanzo -della guerra di successione, uomo rigido e fedele -osservatore di consegne che si conosceva sotto il -nome di <i>Senza-dio</i>, non perchè professasse le teorie -d'ateismo che cominciavano a diventar di moda -in provincia, ma perchè mancava del pollice della -mano destra: <i>senza-dito</i> quindi, ma poichè <i>dito</i> -in genovese è pronunciato <i>dio</i>, quel nomignolo, come -succede spesso per nomi storpiati, era senz'altro -rimasto al vecchio soldato. -</p> - -<p> -Nicola Senza-dio, apparso in arme sulla porta -del castello, vedendo la signora che aveva spinto il -cavallo sin presso allo scalino, indietreggiò arrossendo -e fece un goffo inchino. Nello spingersi indietro -urtò nei soldati ed il rumore di ferracci smossi -violentemente sembrò assai poco gradevole allo -stallone signorile, che tentò d'impennarsi di sorpresa, -ma che fu sùbito ricondotto al dovere da una -piccola mano che si mostrò greve sotto il guanto di -sottil cuoio. -</p> - -<p> -— Comandante — gli chiese la donna sul cui -viso l'ira splendeva ancora — da quando in qua mi -si accoglie a fucilate? Mi avete presa per una vivandiera -sanculotta od abbiamo una nuova armata -di Spagna alla vista? Sarei curiosa di sapere che -cosa ne penserebbe mio figlio se conoscesse la bella -accoglienza che mi fanno i vostri soldati! Per Nostra -<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span> -Signora del Miracolo, non voglio ritardarmi di -molto il piacere della curiosità sodisfatta. Ve la sbrigherete -con lui, Comandante: siete vecchio, è vero, e -lo sono io pure, ma le dame hanno diritto a ben altri -madrigali che non siano di piombo come i vostri, -signor mio. Intanto sappiate che io vado secondo -il mio piacere e che non mi alletterebbe molto una -seconda salve di gioia come quella di poco fa. Date -gli ordini, ve ne prego. E fate presto! -</p> - -<p> -Il Borzone, rosso dalla vergogna e umiliato, si -avanzò inchinandosi ancor più goffamente nel modo -maldestro di chi è uso ad indossar la casacca più -che gli abiti di seta, i nastri e le fibbie ingioiellate. -</p> - -<p> -— Signora marchesa, incominciò..... -</p> - -<p> -Ma l'amazzone, senza dargli il tempo di scusarsi, -lo interruppe irosamente e sarcasticamente. -</p> - -<p> -— E mi parlate con la spada in mano, Comandante? -Non sono il signor marchese de Sade io per -compiacermi a certe nudità oscene di ferraccio. Nascondete -codesto schidione anzi tutto e badate alle -convenienze quando vi si permette di parlare ad -una dama. -</p> - -<p> -Il Comandante ringuainò la spada: ma trovandosi -libere allora le mani il suo impaccio crebbe: -onde non seppe che allargare le braccia ed accorciare -il collo fino ad avvicinare il mento, non troppo accuratamente -sbarbato, al collare unto della casacca. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span> -</p> - -<p> -— Signora Marchesa — ripetè — signora Marchesa, -vi prego di scusarmi: Vostra Signoria sbaglia -pensando che il fuoco dei miei soldati le fosse diretto: -sono troppo vostro umile servitore e l'illustrissimo -Signor Conte mi onora troppo della sua benevolenza -perchè un simile pensiero mi possa neppur -attraversare il capo.... -</p> - -<p> -— Ed allora perchè?.... -</p> - -<p> -Ma nel mentre la dama s'accingeva a parlare, -lo stallone fece un brusco movimento di scarto e -l'amazzone scorse gli uomini dell'Embriaco, fermi ed in -armi, dall'altro versante del colle, a pochi metri da lei. -</p> - -<p> -— Per Nostra Signora del Miracolo — gridò — degli -altri soldati? Ma è un agguato questo! -</p> - -<p> -Il Comandante si decise ad uscire dalla soglia. -</p> - -<p> -— Su quelli avevo dato ordine del fuoco! Il -comandante di quei banditi, quel nero laggiù vestito -di velluto, è il fuoruscito Emanuele Embriaco, -su cui pesa una taglia della Serenissima Repubblica -di Genova! -</p> - -<p> -L'Embriaco aveva assistito in silenzio al dialogo -fra l'amazzone e il vecchio soldato: la naturale configurazione -del terreno l'aveva per di più tenuto nascosto -alla cavalcata ultima venuta, e la cui signora -egli aveva udita chiamare Marchesa. Pensò giustamente -che doveva essere la marchesa Isabella -di Spigno, contessa Lascaris, madre del conte attuale -<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span> -a cui apparteneva il turrito castello che vedeva -pompeggiare nell'azzurro chiaro del giorno -morente sopra un culmine di collina a dominare la -vecchia città, l'antica strada romana ed il declivio -ripido al mare tra i faggi i pini e gli olivi. -</p> - -<p> -L'avventuriero misurò d'un tratto geniale quanto -fosse precaria la posizione in cui si trovava: fuoruscito -perseguitato, bandito dalla potente Repubblica, -tra una città nemica posta sotto la protezione -della Repubblica stessa ed un vecchio soldato -di quel governo che egli aveva tentato invano -di rovesciare, con pochi soldati, riconosciuto oramai, -posto quasi nell'impossibilità di combattere, assolutamente -di indietreggiare: a quale partito più -scaltro appigliarsi dunque se non a cercare una salvaguardia -in quella signora altera e sprezzante che -la benigna fortuna aveva posta sulla sua strada? -Per il che, fatto cenno ai suoi di non seguirlo, s'avanzò -verso la dama che lo guardava stupita e, -salutandola con la cortigianeria di chi è uso ad una -società che non doveva esser la stessa del Borzone, -fatto tre volte sventolare l'ampio cappello, e toccate -della piuma nera l'aria e la strada, piegando il -ginocchio così s'espresse, con voce ferma e dolce, -senza tremiti nè timori, guardando con occhi pieni -di una lieta meraviglia e d'una grande confidenza -la cavalcatrice: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span> -</p> - -<p> -— Eccellenza, illustre e bella marchesa di Spigno, -contessa Lascaris di Tenda, permettete ch'io -deponga ai vostri piedi l'omaggio mio personale.... -</p> - -<p> -Ed alzandosi poi alteramente: -</p> - -<p> -— .... e che vi dia novella del fratel vostro mio -benamato caro ed illustre signore, il Marchese -Ibleto di Spigno, che mi manda messaggero, umile -per una causa grande, ma fedele per meritarmi la -sua benevolenza, al figlio vostro, il glorioso conte -Luca Lascaris di Tenda, che Nostra Signora del -Rimedio conservi lunghi anni per l'onore della nobiltà -di Liguria e l'esempio a quella di tutto il -mondo. -</p> - -<p> -S'inginocchiò di nuovo. -</p> - -<p> -— Ho detto. Voglia ora l'Eccellenza Vostra -darmi con benigna condiscendenza facoltà d'alzarmi -e permettermi, giunti al castello dei Lascaris, -che il discendente d'un patrizio genovese possa, o -bella signora, vantarsi di avervi retta la staffa. -</p> - -<p> -Il Borzone, per quanto rude ignorante e duro -soldato, si accorse che tutto il brillante parlare -dell'avventuriero ad altro non mirava che a togliersi -dal passo pericoloso in cui si trovava, onde, senza -altro, avanzandosi fin presso all'Embriaco, stizzosamente -borbottò: -</p> - -<p> -— Che mi va cianciando costui? Ho dalla Serenissima -l'ordine di arrestarlo! Dunque si leghi! Olà! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span> -</p> - -<p> -Ma la Marchesa, fiammeggiando ira dagli occhi, -spinse il cavallo fra i due. -</p> - -<p> -— Signor Comandante, avete giurata quest'oggi -la mia dannazione? Per Nostra Signora del Miracolo, -volete voi questa notte, pendere a capo all'ingiù -dai merli della vostra bicocca? Quando mio -figlio saprà in qual modo accogliete gli ambasciatori -che i suoi congiunti gli mandano, giuro per -la salvezza dell'anima mia, che non vorrei trovarmi -neppur vostra vicina! -</p> - -<p> -E come il Borzone aveva fatto il gesto d'afferrare -il freno del cavallo, alzò lo scudiscio. -</p> - -<p> -— Olà signore, voi mi diventate pazzo? Vi ho -concesso l'onore di conversar con voi e da villano -ne abusate di già? V'ordino allora di lasciar libera -la strada al mio seguito: mi piace di tornar al castello. -</p> - -<p> -— Ma è l'Embriaco! È un bandito! — mormorava -ruggendo Nicola Borzone, mordendosi fino al -sangue il labbro inferiore. -</p> - -<p> -— Fosse l'ultimo dei ribaldi, viene a me sotto -il nome di mio fratello. Sgombrate! -</p> - -<p> -E tratte le redini si volse, incamminandosi per -l'erta, seguita dall'Embriaco, discreto nella vittoria, -e dai soldati del Ricciuto e dai bravi di Bracciodiferro. -</p> - -<p> -Nicola Borzone immobile sotto l'archivolta, vide -il seguito numeroso campeggiare sullo sfondo azzurro -<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span> -chiaro del tramonto sereno, poi, seguendo la -strada romana, che serpeggiava di vetta in vetta tra -le colline, dirigersi verso il castello dei Lascaris che -si stagliava cupamente illuminato da un sinistro -bagliore di croco nello sfondo sotto l'egida possente -del feudale gonfalone. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span> -</p> - -<h3>III.</h3> -</div> - -<p> -La cavalcata giunse al castello dei Lascaris -nell'assenza del conte Luca, uscito per la caccia. -</p> - -<p> -L'Embriaco fu condotto nell'appartamento destinato -agli ospiti ed il Ricciuto ve lo seguì. Quando -furono soli, ed il fuoruscito, spogliatosi della rude -casacca e deposta la spada, si fu sdraiato in una -soffice poltrona, lo scherano guardò con un sorriso -di confidenza l'avventuriero e tentennò il capo. -</p> - -<p> -— Che hai, Ricciuto — chiese l'Embriaco — o -che vuoi? -</p> - -<p> -— Magnifico signore, vorrei la sicurezza. -</p> - -<p> -— Non lo siamo forse noi sicuri? — rispose il -fuoruscito osservando all'intorno le forti muraglie -del castello, della cui resistenza e solidità facevano -testimonianza i profondi vani delle finestre. -</p> - -<p> -— Vossignoria s'illude — mormorò mestamente -il Ricciuto. — Affè mia, preferirei essere all'aria -<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span> -aperta con la mia brava carabina sulla spalla, e trovarmi -anche sotto il tiro delle artiglierie del Borzone. -Qui mi par d'essere in trappola. -</p> - -<p> -— Suvvia, sei lugubre, Ricciuto, come un vecchio -barbagianni spennacchiato! -</p> - -<p> -— Vedo giusto, signor conte! -</p> - -<p> -— Vedi giusto? — esclamò l'Embriaco. — Osi -dire di veder giusto, quando la stessa Marchesa -madre mi ha offerto ospitalità? -</p> - -<p> -— La Marchesa madre, sicuro, non il Conte -figlio. -</p> - -<p> -— Che vuoi dire? -</p> - -<p> -— Voglio dire, signor conte, che in questi tempi -la politica fa spesso esser di diverso parere moglie e -marito, come i Marchesi di Spigno possono dimostrare -e tanto più madre e figlio; in ispecie quando, -come nel caso nostro, vedono diversamente. -</p> - -<p> -— Tu parli per enigmi, Ricciuto! -</p> - -<p> -— Io parlo per verità. Non ricordate forse, -signor conte, che se la Marchesa di Spigno tiene -per il Re di Piemonte, il marito apertamente parteggia -per le nuove idee venute di Francia? -</p> - -<p> -— Ma non abbiamo a che fare coi Marchesi di -Spigno, qui! Sono lontani, per volontà di Dio! -</p> - -<p> -— Non molto, signor conte: la bella Marchesa -Fiorina di Spigno, in altri tempi, assai recenti del -resto, fece gli occhi dolci al conte Luca Lascaris, -<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span> -che, a quanto sottovoce si narra non fu insensibile, -nè, pare, sfortunato. -</p> - -<p> -— Va bene! Lo so! E con questo? -</p> - -<p> -— Credete voi, signor mio, che la bella Marchesa -di Spigno, degna di ben più alti cuori, si sarebbe -abbandonata ad un amoretto annacquato -col giovine cugino senza un ragione tanto più forte -quanto più nascosa? -</p> - -<p> -L'Embriaco ascoltava interessato. -</p> - -<p> -— E cioè? -</p> - -<p> -— E cioè di guadagnare alla causa del Re di -Piemonte il conte Lascaris: il Re di Piemonte ha -un grande amico in queste riviere.... -</p> - -<p> -S'avvicinò alla finestra e mostrò un castello -nero e solitario sopra una scogliera presso il mare. -</p> - -<p> -— .... Il nobile Camillo Altariva. Se potesse guadagnare -anche il conte Lascaris, le nuove idee -di Francia non arriverebbero nè a Genova nè a -Torino. -</p> - -<p> -— E tu credi? -</p> - -<p> -— Io nulla credo: quando si tratta di una donna -bella ed astuta come la marchesa Fiorina, non si -può dubitare: è certo. -</p> - -<p> -— Dunque Lascaris cospira con la Spigno? -In questo caso sono salvo. — -</p> - -<p> -Il Ricciuto rise sotto il mento. -</p> - -<p> -— Lo credete, padrone? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span> -</p> - -<p> -— Per il Papa, se lo credo! Siamo partigiani. -</p> - -<p> -— Io non lo credo però! -</p> - -<p> -— Perchè? -</p> - -<p> -— Perchè il conte Lascaris non ha alcun interesse -a rompere con la Serenissima apertamente: -se l'avesse, avrebbe già rotto. No, signor conte; -si cospira. Dunque si teme la luce del sole. E poichè -la Repubblica di Genova dubita del conte Lascaris, -e con ragione, il conte Lascaris darà del fumo negli -occhi alla Serenissima, consegnandovi al Borzone. -Chi siete voi, dopo tutto? Un uomo fuori della legge, -pericoloso per amici e nemici. Consegnandovi, il -conte Lascaris farà palese la sua buona fede di amico -della Repubblica e cospirerà poi con tutta sicurtà. -</p> - -<p> -L'Embriaco preoccupato osservò: -</p> - -<p> -— Ma se l'intesa fra Luca e Fiorina fosse già -avvenuta? -</p> - -<p> -— Non può essere avvenuta! Il messaggero -non cammina come noi! -</p> - -<p> -— Secondo te, dunque io sarei perduto.... -</p> - -<p> -— Certamente.... a meno che.... -</p> - -<p> -— A meno che? -</p> - -<p> -— Non foste voi davvero il messaggero tra Fiorina -e Luca Lascaris. -</p> - -<p> -L'Embriaco si alzò: -</p> - -<p> -— Che dovrei dunque dire a Luca? -</p> - -<p> -— Nulla dire, signor conte, mostrare! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span> -</p> - -<p> -— Mostrar che cosa? -</p> - -<p> -— Una lettera della marchesa di Spigno. -</p> - -<p> -I due si guardarono. -</p> - -<p> -— E tu credi che.... -</p> - -<p> -— La bella marchesa di Spigno è troppo gran -dama per degnarsi di scrivere.... firma soltanto ed -ancora con una tal quale disinvoltura che la rende -illegibile. Così. -</p> - -<p> -Togliendosi dalla cintura un calamaio di legno -ed un fascio di fogli, il Ricciuto, con bella sicurezza, -tracciò un ghirigoro che l'Embriaco osservò arrossendo. -</p> - -<p> -— È proprio la firma di Fiorina! -</p> - -<p> -— Precisa! Certo il Marchese di Spigno scrive -da erudito e legge il signor di Voltaire. Ma la Marchesa.... -ecco qui tutto il suo sapere. -</p> - -<p> -L'Embriaco esitava. L'altro proseguì: -</p> - -<p> -— Vi piacerebbe pendere appiccato dai merli -del fortino? -</p> - -<p> -L'Embriaco non rispose. -</p> - -<p> -— Salvarsi da tutte le reti per incappare nelle -mani di un Borzone! A Genova ne riderebbero della -grossa. -</p> - -<p> -In quella, un suon di corno giunse da lontano. -</p> - -<p> -— Il conte Luca ritorna! — mormorò il Ricciuto. -</p> - -<p> -Il suon di corno risuonò più vicino. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span> -</p> - -<p> -— Decidetevi dunque: volete? -</p> - -<p> -Allora l'Embriaco, quasi scuotesse di dosso l'uggia -d'una risoluzione impellente, mormorò: -</p> - -<p> -— Ho sonno, Ricciuto: occupati tu dei miei -affari, ti prego. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span> -</p> - -<h3>IV.</h3> -</div> - -<p> -Il Conte Luca Lascaris tornato dalla caccia ebbe un -colloquio temporalesco ma breve con la marchesa -Isabella: poi con la rude cortesia che anche nei -momenti meno simpatici gli era abituale, si fece -annunziar presso l'ospite. -</p> - -<p> -L'Embriaco lo ricevette con un grazioso inchino. -</p> - -<p> -— Scusatemi, signor conte, — gli disse il Lascaris — se -l'ospitalità del mio castello non è quella -che si conviene ad un gentiluomo pari vostro.... -</p> - -<p> -L'Embriaco non lo interruppe. -</p> - -<p> -— .... ma vi assicuro che io sarò dolente allorchè -ne varcherete la soglia per i molteplici negozi -che senza dubbio reclamano fuori di qui la vostra -presenza. -</p> - -<p> -— Il che vuol dire — il fuoruscito rispose — che -bellamente mi negate asilo? -</p> - -<p> -— Negarvi asilo? Dio non voglia. Ma il mio -<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span> -castello non è nè chiesa del Signore, nè convento -riconosciuto e tanto meno piazza forte. D'altra parte -il mio patto di fedeltà alla Serenissima Repubblica -di Genova mi vieta di ricevere i suoi nemici. -</p> - -<p> -— E così mi consegnerete al Borzone? -</p> - -<p> -— Vi prego di non male interpretare le mie parole. -Finchè sarete sulle mie terre nessuno oserà -toccarvi: quando ne uscirete, alla grazia di Dio! -</p> - -<p> -L'Embriaco chinò il capo. -</p> - -<p> -— Quando dovrò uscire dal castello? -</p> - -<p> -— A piacer vostro, signor conte! -</p> - -<p> -— Subito allora. -</p> - -<p> -Il Lascaris non rispose. Restò un po' curvo, ciò -che l'aggraziava, giacchè era un bel gentiluomo, elegantissimo, -quasi effeminato, ed amava d'eguale -amore armi e profumi. -</p> - -<p> -— Prima però, — l'Embriaco riprese — permettete -che io adempia sino all'ultimo l'incarico -affidatomi da una dama. -</p> - -<p> -Il Conte Lascaris trasalì. -</p> - -<p> -— Un incarico per me? -</p> - -<p> -— Per voi. Date ordine che ci lascino soli. -</p> - -<p> -Ad un cenno la scorta del castellano si ritirò -nell'antisala. L'Embriaco lentamente, quasi centellinasse, -quasi succhiellasse ogni parola, continuò: -</p> - -<p> -— Ed ora vogliate scusarmi se mi spoglio innanzi -a voi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span> -</p> - -<p> -Si tolse la casacca, sbottonò il giustacuore, poi -fra la camicia ed un sottil giaco tolse una lista di -pergamena avvolta intorno alla persona. Il Lascaris -lo seguiva dello sguardo stupefatto: accolse con -diffidenza la pergamena che l'Embriaco gli porse, -vi gettò uno sguardo annoiato ed arrossì violentemente. -</p> - -<p> -— Chi ve la diede? — esclamò afferrando la -mano del genovese. -</p> - -<p> -— Scusatemi se io ve la porto senza sigillo -nè stemma e senza nastri. Ero malsicuro per i passaggi -guardati. Ho dovuto avvolgerla, sotto il giaco, -alla persona, perchè all'occorrenza passasse con me. -</p> - -<p> -— Vi ringrazio — potè appena articolare il -castellano — vi ringrazio e vi prego di non tener -calcolo delle mie parole di poco fa. -</p> - -<p> -Gli tremavano le mani, il viso gli si era fatto -più pallido del consueto. -</p> - -<p> -— Ad ogni modo credete che vi libererò presto -della mia presenza — l'Embriaco riprese crudelmente. — Vi -potrete ad ogni modo servir di me per -una risposta, se vi parrà che ne valga la pena. -</p> - -<p> -Il Lascaris non rispose: leggeva concitato e -tremante. Poi alzò gli occhi in viso all'ospite. -</p> - -<p> -— Fu la marchesa Fiorina a consegnarvi questa -lettera? -</p> - -<p> -— Fu la marchesa Fiorina. Ma siccome non -<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span> -ignorava i pericoli ai quali andavo incontro, volle -che imparassi a memoria la missiva che forse non -avrei potuto consegnarvi. -</p> - -<p> -— Vi ringrazio — cominciava il Lascaris. -</p> - -<p> -In quella uno scudiero si avanzò nel vano della -porta. -</p> - -<p> -— Il signor Nicola Borzone chiede di parlare al -signor conte. -</p> - -<p> -Si voltò di scatto il Lascaris. -</p> - -<p> -— Dite al signor Borzone che non l'ho fatto -chiamare: che attenda i miei ordini al fortino. -</p> - -<p> -Un lampo di gioia, subito celato, illuminò il -volto dell'avventuriero. -</p> - -<p> -— Perdonatemi — susurrò il Lascaris, e si raddrizzò -con aggraziata alterezza: perdonatemi. Sono -tempi questi in cui bisogna diffidare anche delle -persone più legate dal sangue. Non me ne vorrete, -io spero, se ho dubitato di voi. -</p> - -<p> -— Non ve ne voglio. Tutt'altro. Penso che il -primo dovere di chi cospira, sia il sospettar di tutto -e di tutti. -</p> - -<p> -— E chi vi ha detto che io cospiri? — domandò -il giovane castellano corrugando le sopracciglie, ripreso -a suo malgrado dalla diffidenza. -</p> - -<p> -L'Embriaco evitò lo sguardo inquisitore, non -troppo abile nè penetrante del resto, e sorrise. -</p> - -<p> -— Chi non cospira oggi? È dovere ed è l'unico -<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span> -piacere che ci si permetta ancora. Fra due contendenti -si parteggia, fra tre si cospira. La Repubblica -genovese da una parte, la Francia dall'altra, il Re -di Piemonte e cioè l'Austria.... -</p> - -<p> -Il Lascaris era troppo giovane: trasalì. -</p> - -<p> -— Vedete — riprese l'Embriaco — vedete? Cospirate -anche voi, e fate ottima cosa. Però cospirar da -soli è sterile e voi non siete uomo da perdervi in -vanità. Non mi parlate, non vi confidate. Vediamo -prima: colui che la marchesa Fiorina di Spigno -degnò della propria confidenza, può essere un amico -per voi? -</p> - -<p> -— Lo può! -</p> - -<p> -— E allora.... non parlate, no, chè può legarvi -un giuramento! Parlerò io. -</p> - -<p> -— Parlate. -</p> - -<p> -— Tre uomini in questo estremo lembo di Liguria -possono opporsi all'invasione francese: voi -e Camillo Altariva per queste vallate e il signor -duca di Nervia per la sua: stretta fra voi la città -di Ventimiglia, ove si dibattono chi parteggia per -Francia e chi per Genova, è innocua: il Re può così -esser sicuro di conservar le sue terre e il suo potere: -finchè voi vorrete i francesi non passeranno..... -</p> - -<p> -— È certo che non passeranno. -</p> - -<p> -— Lo penso anch'io. Ditemi solo una parola che -non vi può compromettere: Per il Re? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span> -</p> - -<p> -Luca Lascaris tese la mano. -</p> - -<p> -— Per il Re! -</p> - -<p> -— Alla buon'ora! — esclamò l'Embriaco stringendogli -la mano tesa. — Alla buon'ora! Vedete -come ci s'intende facilmente! Alla buon'ora! -</p> - -<p> -Un ultimo dubbio serpeggiava nel cuore del -castellano mentre mesceva all'ospite il bicchiere del -benvenuto. Ma l'Embriaco dissipò anche quest'ultima -nube. -</p> - -<p> -— Al diavolo la politica e le cure degli affari -di guerra. Non bevo a voi, signor conte, ma al fiore -della cortesia, della grazia e della bellezza, all'impareggiabile -Marchesa Fiorina di Spigno, degna del -Re Sole.... o di voi! -</p> - -<p> -E i calici gaiamente tintinnarono. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span> -</p> - -<h3>V.</h3> -</div> - -<p> -Lo stesso giorno, mentre accadeva quanto è oggetto -dei capitoli precedenti, in una casa della città -verso le mura e prospicente quindi la vallata del -Roia, si notava un allegro via vai. -</p> - -<p> -Betto Grimaldi, il comandante della città, ritornava -dall'aver accompagnato l'Embriaco, recando -alla figliola il dono dell'avventuriero. Lo scortavano -alcuni soldati che si fermarono al portone, tutto -aspro di chiodi, e già salutavano il vecchio soldato -che s'accingeva ad entrare, quando un rumore di -passi pesanti e sonori s'udì nella viuzza. -</p> - -<p> -— Guarda chi arriva, Giano — ingiunse il Grimaldi -a un soldato della scorta, il più giovane, il -più lisciato, che pareva d'origine meno popolaresca -del restante. -</p> - -<p> -— È il Moncherino, Comandante — rispose -l'interrogato. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span> -</p> - -<p> -— Lo manda il Borzone, dunque? O che mai -vorrà? Digli che si spieghi a te. -</p> - -<p> -E stava per rinchiudersi dietro il battente, -quando colui che sopraggiungeva esclamò ansimando: — Magnifico -messere! magnifico messere! -Cerca proprio di me — notò Betto Grimaldi un po' -inquieto, e soggiunse: -</p> - -<p> -— Spiegati, e spicciati, che ti colga il malanno! -</p> - -<p> -Il nuovo arrivato era un vecchio adusto e asciutto, -vestito d'una rozza casacca ed armato d'un paio -di pistole, tutt'e due da un lato. E questo perchè -gli mancava la mano sinistra, donde il soprannome -che lo distingueva. -</p> - -<p> -— Magnifico messere, è il comandante Borzone -che mi manda, e che vi prega di raccogliere quanti -più uomini potete e correre a dargli aiuto! -</p> - -<p> -— O che? Sono comparsi i francesi? O il nobile -Altariva s'è ribellato? O che..... -</p> - -<p> -— Magnifico messere, il traditore Embriaco..... -</p> - -<p> -Al nome del bandito, il vecchio Betto fece un -salto. -</p> - -<p> -— È avvistato l'Embriaco? Fulmini del cielo! -Corri tu dal capitano Cavalli e che faccia sonar la -raccolta! -</p> - -<p> -Si trovò nelle mani la scatola di guanti, dono -dell'Embriaco per madamigella Chiara: la porse a -Giano dicendogli: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span> -</p> - -<p> -— Tieni, porta questa scatola a mia figlia e -raggiungimi. -</p> - -<p> -Giano, bastardo Lercari, alfiere della Serenissima -Repubblica di Genova, ma più innamorato -che alfiere, afferrò l'occasione con gioia e la scatola -con ambe le mani, affrontando poi di corsa la ripida -scala che metteva al piano abitato dal Comandante. -Fu fermato in antisala da una vispa servetta -che gli fece riverenza. -</p> - -<p> -— Qual buon vento vi porta, messer Giano? -</p> - -<p> -— Annunciami a Madonna, Gilda: è il magnifico -suo padre che m'incarica di consegnarle questo.... -</p> - -<p> -— Posso io stessa recarlo a Madamigella — rispose -Gilda allungando le mani. -</p> - -<p> -Ma il Lercari fece tre passi indietro e crollò il -capo. -</p> - -<p> -— Obbedisci, Gilda! E annunciami a Madamigella. -</p> - -<p> -La cameriera con una smorfietta si diresse verso -l'interno e Giano la seguì. Non era troppo vasta la -casa abitata dal Grimaldi: ad una porta mascherata -da un ampio arazzo e che apparve in capo al -breve corridoio nel quale finiva l'antisala, s'arrestarono -entrambi e Gilda bussò leggermente. Rispose -una voce limpida e tranquilla che l'invitò -ad entrare, e la cameriera obbedì scostando la tenda -per agevolare il passo al Lercari. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span> -</p> - -<p> -Una stanza non ampia, addobbata a salotto, -un salotto rococò in cui stonavano delle poltrone -recenti venute di Francia, sotto dei grandi mobili -secenteschi, illuminata da due finestre all'uno e -all'altro lato dell'angolo, aperte, e inquadranti il -paesaggio fronzuto della vallata, apparve come -impari cornice a una dolce figura di giovane donna, -vestita di bianco, ritta dinanzi ad una minuscola -scrivania ingombra di carta elegante e di sigilli. -</p> - -<p> -— Siete voi, Giano? — domandò la damigella -Chiara fissando gli occhi azzurri sul soldato. -</p> - -<p> -— Sono io, Madamigella. Il Magnifico vostro signor -padre vi manda questa scatola...... -</p> - -<p> -— Che cos'è, Giano? -</p> - -<p> -— Credo che siano guanti, Madamigella, -</p> - -<p> -— Guanti? giunti da Genova o da Torino? -</p> - -<p> -— Lo ignoro. Li ha donati per voi al Comandante -un cavaliere straniero. -</p> - -<p> -— Vediamo! Vediamo! -</p> - -<p> -Aiutata da Gilda aprì la scatola, ne trasse con -brevi gridi giocondi i guanti bianchi e neri, da conversazione -e da cavalcare e battè poi le mani come -una bimba. Quindi si ricordò: -</p> - -<p> -— E mio padre, Giano? Perchè non è con voi? -</p> - -<p> -— Vostro padre, Madamigella, fu chiamato dal -Borzone! -</p> - -<p> -— Ah! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span> -</p> - -<p> -Un istante d'imbarazzante silenzio. Poi la damigella -Chiara con voce tremula riprese: -</p> - -<p> -— Voi lo raggiungerete, Giano? -</p> - -<p> -— Sì, Madonna! -</p> - -<p> -— Al forte del Borzone? -</p> - -<p> -— Suppongo. -</p> - -<p> -— E non c'è lassù, almeno, dite, non deve trovarsi -lassù un inviato del generale francese? -</p> - -<p> -— Un inviato del generale francese? Domani, -Madamigella.... O, scusate, anzi avete ragione: -deve già trovarsi colassù. -</p> - -<p> -— Ecco — rispose soddisfatta la damigella Chiara — ecco! -E vi dispiacerebbe incaricarvi d'un mio -messaggio...? -</p> - -<p> -Sospese. Ma il Lercari arrossendo compì: -</p> - -<p> -— Perchè l'inviato di Francia lo consegni al -vostro fidanzato? -</p> - -<p> -Stava per aggiungere: -</p> - -<p> -— Non è precisamente l'incarico che bramerei. -</p> - -<p> -Ma lo tenne per sè. Abbozzò invece un inchino -e tacque. -</p> - -<p> -— Appunto — riprese la fanciulla. — Ve ne -sarei tanto grata, messere! -</p> - -<p> -— Ai vostri ordini. Madamigella! -</p> - -<p> -La figlia del Grimaldi non avvertì il celato dispetto -di chi le rispondeva. Nel suo egoista piacere -sorrise invece al giovane e raccomandò alla Gilda -di servirgli dei rinfreschi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span> -</p> - -<p> -— Stavo appunto scrivendo quando mi foste -annunziato, messere. Datemi licenza, vi prego, che -finisca la lettera perchè possa consegnarvela. -</p> - -<p> -Giano Lercari s'inchinò e seguì poi la Gilda che -lo precedette allegramente, soddisfatta in cuor suo -dello scacco subìto dell'innamorato alfiere. -</p> - -<p> -Rimasta sola, donna Chiara s'avvicinò alla piccola -scrivania, sedette su la punta d'una scranna -leggera venuta di recente dalla Francia e riprese -la lettera incominciata. Rilesse innanzi tutto quello -che aveva scritto. La lettera diceva così: -</p> - -<p class="indr"> -Ventimiglia 19 giugno 17.... -</p> - -<p> -<i>Rompo il mio lungo silenzio, giacchè mi si presenta -questo poco di tempo opportuno, per rispondere -alle vostre graziose ed a me care lettere.</i> -</p> - -<p> -<i>Sento dalla pregiata vostra prima datatami dei -dodici giugno, che le mie <span class="upright">non adorabili</span> grazie mi -hanno assicurato il vostro cuore. Non so quale idea -vi abbia fatto scegliere una compagna che certo non -ha mai pensato sulla vostra amabile persona, per -molti motivi, li quali mi riserbo con più lunghezza di -tempo a farveli noti. Ma visto che tale è il vostro genio, -non posso a meno che tenermi fortunata di poter -acquistare un compagno sì bello, sì grazioso, sì amabile, -quale siete voi. Ciò non pertanto....</i> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span> -</p> - -<p> -La lettera dalla venuta di Giano Lercari era -rimasta interrotta a questo punto. La fanciulla -tagliò accuratamente un'altra penna e continuò: -<i>..... vi faccio sapere che da me non dipende il tutto, e -che bisogna che prima consultiate i miei superiori, -dalli quali ne dipende il tutto, ed una volta consultati -favorevolmente questi, potete dire che avete navigato -senza alcun contrasto. Sento poi dall'ultima vostra -un rimprovero, che certo non mi si conviene, -dell'abboccamento che doveva aver luogo. Vi posso assicurare -sulla mia fede che io non ho saputo niente di -questo, e che nissuna persona me ne ha parlato.</i> -</p> - -<p> -<i>Finisco per la brevità del tempo e pregandovi di -tener celata la presente e di compatire li miei mal -espressi sentimenti e brutti caratteri.</i> -</p> - -<p> -<i>Favorite aggradire tutti li epiteti e cerimonie di -cui nelle care vostre voi mi fregiate (sebbene contro -tutti li miei meriti), nel mentre che ho il bene di sottoscrivermi -e dirmi la più fortunata di tutte le giovani</i> -</p> - -<p class="indr"> -<i>vostra affezionata ed umile amica</i> -</p> - -<p class="indr"> -Chiara Grimaldi -</p> - -<p class="pad2"> -Quand'ebbe scritto, con un sospiro di sollievo, -piegò il foglio in quattro e lo sigillò con un'ostia -minuscola, color ciliegia, che non si peritò di umettar -<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span> -da sè. Poi sul foglio così chiuso, a caratteri minuti -scrisse: -</p> - -<p class="indl"> -<i>A colui, che mi adora, ed ama.</i> -</p> - -<p> -Nel tracciare i motti ingenui, sorrise quasi ad -un ricordo. Cercò in un cassetto che aveva daccanto -un sacchettino di pelle bianca sul quale di sua -mano aveva ricamato un nome: Filippo Balbi, in -vermiglio e verde, vi chiuse la lettera e ne cucì -la bocca con un filo d'oro i cui capi riunì e sigillò -con cera bianca imprimendovi il castone d'un grosso -anello che portava appeso alla cintura. -</p> - -<p> -Il tramonto che rallegrava la ripida scesa del -colle verso il mare, incupiva invece la selvaggia -vallata del Roia, quella vallata che, appunto in quelli -anni, il Foscolo facea percorrere al fatale Jacopo, -il quale dal ponte presso la marina aveva “<i>spinto -gli occhi fin dove può giungere la vista; e percorrendo -due argini di altissime rupi e di burroni cavernosi, -appena si vedono imposte sulle cervici dell'alpi altre -alpi di neve che s'immergono nel cielo e tutto biancheggia -e si confonde.....”</i> -</p> - -<p> -Jacopo, probabilmente dispeptico, vedeva tutto -in nero, ma lo scenario non era meno selvaggio, e -la criniera di pini che coronavano le roccie di Roverino -e le balze che attorniavano la foce del torrente -Bevera non erano meno irsute. Lo spettacolo -<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span> -si presentava pur tuttavia grandioso per la vastità -del letto del fiume e l'ampiezza della valle: era -tale da attristire per la cornice buia della cupa verzura -nel tramonto rossastro. -</p> - -<p> -Chiara abbrividì. Alzò alle labbra il sacchetto -di pelle bianca, lo baciò e cercò di guardar se contro -luce lo scritto apparisse. -</p> - -<p> -Nell'alzare gli occhi s'accorse d'un lume di fiaccola -agitata laggiù dove il torrente Bevera sfociava -nel Roia. Il segnale non le parve ignoto; era un alzar -verticale, ed un seguire orizzontale della fiaccola, -come se si volesse tracciare una gigantesca -croce di fuoco. La fanciulla trasalì. Poi retrocesse, -fino alla porta e chiamò: -</p> - -<p> -— Gilda! Signor Giano! -</p> - -<p> -I chiamati accorsero. -</p> - -<p> -— È pronta la lettera, Madamigella? La notte -si avvicina e la strada è malagevole. -</p> - -<p> -— Eccola! -</p> - -<p> -L'alfiere s'inginocchiò, ricevette il sacchetto che -nascose nell'interno della giubba, poi s'inchinò per -accommiatarsi. -</p> - -<p> -— Guardate laggiù, signor Giano — disse allora -Chiara additandogli il segnale luminoso. -</p> - -<p> -In silenzio, curvandosi per meglio acuire gli -sguardi, il giovane osservò. Quando rialzò il capo -era agitato, quasi febbrile. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span> -</p> - -<p> -— Che Iddio nol voglia! — mormorò. -</p> - -<p> -E poi: -</p> - -<p> -— Datemi licenza, Madamigella! È necessario -che raggiunga il Comandante. -</p> - -<p> -— Ma — insistette Chiara — non vi sembra un -segnale?.... -</p> - -<p> -Non compì. Compì l'altro invece. -</p> - -<p> -— È il segnale dei realisti infatti, Madamigella! -È il segnale dei ribelli Altariva e Nervia, Madamigella! -Ma come sono discesi nella nostra valle? Ed -a chi fanno il segno di riconoscimento? Chi invitano -o chi aspettano? -</p> - -<p> -Alzò gli occhi. Sopra il fortino del Borzone, sulla -collina mozza, svettava il gonfalone dei Lascaris. -Rabbrividì. -</p> - -<p> -— Che Iddio nol voglia! — ripetè. -</p> - -<p> -S'inchinò. -</p> - -<p> -— Madamigella, spero che il vostro messaggio -giunga questa sera istessa a destinazione. Pregate -il cielo che sia così.... -</p> - -<p> -E mentalmente proseguì: -</p> - -<p> -— O siamo tutti perduti. -</p> - -<p> -E si ritirò prestamente seguito dalla Gilda. -</p> - -<p> -Chiara, sopra pensiero, tornò alla finestra. La -sera scendeva rapida, i picchi di Roverino rosseggiavano, -ma i recessi della vallata opposti al tramonto -annerivano come se li avviluppasse un cupo velario. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span> -</p> - -<p> -E il segno infuocato della croce si ripeteva laggiù, -nel sinistro silenzio dell'ora. Ad un tratto s'udirono i -rintocchi d'una campana della città, poi d'un'altra, -poi d'una terza. A poco a poco risposero le pievi -e gli eremi dispersi nell'alto in mezzo alle foreste. -</p> - -<p> -La croce di fuoco si spense. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span> -</p> - -<h3>VI.</h3> -</div> - -<p> -Il signor abate Bernardino Viale, in Arcadia -Amarillo Glucosio, invitato dalla Marchesa Isabella -aveva alzato il bicchiere sottile colmo di giallo vino -spumoso, così cominciando un sonetto improvvisato -ad onor dell'Embriaco: -</p> - -<div class="poem"> -<p><i>L'ospite viator, che, stanco il piede,</i></p> -<p class="i2"><i>bussa alla porta della magion, sia,</i></p> -<p class="i2"><i>poichè di Marte dai perigli riede,</i></p> -<p class="i2"><i>il bene accetto..................</i></p> -</div> - -<p> -quando contro ogni etichetta, all'improvviso, i due -battenti della porta che sbarrava la gran sala s'aprirono -ed apparve fra due torce, un volto severo di -gentiluomo. Se l'abate rimase interdetto e gli si -essicò nel gorgozzule la fonte d'Ippocrene, se la -Marchesa Isabella aggrottò le sopracciglia spazientita, -se l'Embriaco sentì rimescolarsi in cuore un -<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span> -non so che di simile all'inquietudine, il Conte Luca -Lascaris invece si alzò di scatto col viso irradiato -dalla gioia, e gridò: -</p> - -<p> -— Camillo! -</p> - -<p> -Il nuovo arrivato, un uomo di mezza statura -dal volto più che severo, cupo, d'un pallore ossessionante -che spiccava ancor più sull'abito nero -privo, meno che ai polsi, di un qualsiasi pizzo o -ricamo, fece un inchino profondo alla Marchesa -e, prima di fermarsi sull'Embriaco, lasciò per un -attimo posar lo sguardo un po' sprezzante sull'abate, -il quale, appena lo potè senza farsi scorgere, -si crocesegnò frettolosamente e borbottò una preghiera -latina che sapeva di esorcismo. -</p> - -<p> -E del resto Camillo Altariva autorizzava paure -e scongiuri. Nobile senza titolo, possessore d'una -ingente fortuna e del castelletto grifagno sul mare -che quello dei Lascaris teneva in soggezione, era -temuto più per idea che per volontà, giacchè fuggiva -i simili e non viveva che tra i vecchi libri pieni del -dubbio di cui andava stanca e infelice l'età penosa -che attraversava. Non superbo forse, ma schivo -degli uomini che forse non odiava, ma non amava -certo, dal solitario nido ove passava la triste vita, -s'era ad un tratto mischiato ai suoi pari, per nascita -se non per pensiero, incitandoli alla resistenza -contro la marea eguagliatrice dell'invasione francese. -<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span> -Il conte Luca Lascaris ne subìva l'influsso in -modo tale che il solo nome dell'Altariva bastava a -farlo ribellare pur anche alla madre, autoritaria così -che la nuora aveva dovuto abbandonare il castello -per sottrarsi ad un dominio che non sapeva tollerare. -Anzi la fuoruscita della contessa, che si usava -attribuire alle inquietudini dei tempi — aveva emigrato -a Torino e seguiva ora le peripezie della Corte -di Savoia — era avvenuta per consiglio dello stesso -Altariva, donde la poca cordialità della marchesa -Isabella, sempre all'erta e sempre sospettosa. -</p> - -<p> -Fermo sulla soglia il nuovo venuto si guardò -intorno un attimo, fece poi un profondo inchino alla -dama, un cenno breve all'abate, un più cordiale al -Lascaris e frenò la poco piacevole meraviglia scorgendo -l'Embriaco a lui ignoto di persona. -</p> - -<p> -— Mio nobile vicino — disse il conte Luca non -senza una qualche titubanza — voi mi avete fatto -felice venendo al mio castello. Vi prego, prendete -posto accanto alla mia signora Madre: l'ospite nostro, -il conte Emanuele Embriaco..... -</p> - -<p> -L'Altariva impercettibilmente trasalì. -</p> - -<p> -— .... sarà felice al par di me nel conoscere il -nobile Camillo Altariva. -</p> - -<p> -— Il nobile Camillo Altariva! — ripetè l'Embriaco -alzandosi di scatto. — Ma io mi vanterò di -questo giorno come del più fortunato..... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span> -</p> - -<p> -— <i>Albo signanda lapillo</i> — mormorò l'abate -seccato d'esser rimasto a mezzo del suo peccato -con le Muse. -</p> - -<p> -— Vi ringrazio di tutto cuore, signor Conte — rispose -l'Altariva con una certa quale freddezza -non priva d'una punta d'ironia. — E mi duole -dover rispondere poco aggradevolmente alla vostra -cortesia chiedendovi licenza di sottrarvi la compagnia -del conte Luca, al quale ho una importante -e urgente comunicazione da fare. -</p> - -<p> -L'Embriaco rispose a sua volta con un inchino -garbato ma non privo d'altezzosità. -</p> - -<p> -— A me chiedete venia, signore? Chi son io -se non l'ultimo degli ospiti, quando è presente la -graziosa marchesa Isabella di Spigno, contessa Lascaris -di Tenda? -</p> - -<p> -Corse il figlio al riparo, e d'impeto come soleva: -</p> - -<p> -— Camillo, che c'è di così misterioso che mia -madre e il mio maestro — fece un cenno all'abate — non -possano ascoltare? In quanto al conte -Embriaco..... -</p> - -<p> -Qui s'arrestò. Non voleva confessare che gli -giungeva latore d'un biglietto della Marchesa di -Spigno. Ma l'esitazione del figliolo fu tagliata a -corto dalla madre, che intervenne prontamente. -</p> - -<p> -— Il conte Embriaco è un amico, signor Altariva. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span> -</p> - -<p> -Pronunciò la parola <i>amico</i> quasi le donasse uno -strano significato. E l'Altariva ascoltò senza stupore, -o almeno senza mostrarne. Soggiunse appena: -</p> - -<p> -— Vorrei poter dire altrettanto. -</p> - -<p> -— Mi lusingate, signore d'Altariva — replicò -il fuoruscito. -</p> - -<p> -Al che l'altro pronto: -</p> - -<p> -— Altariva soltanto, signor Conte! -</p> - -<p> -— Come si diceva soltanto Rohan allora, fino -a pochi anni or sono. -</p> - -<p> -— La nobiltà degli Altariva, intervenne in buon -punto l'abate, risale a Magone cartaginese, come risale -alla Imperatrice Eudossia, per non addentrarci -nelle caligine dei tempi barbari, quella dei Lascaris. -Voi non ignorate, signor Conte, che la famiglia dei -Barca..... -</p> - -<p> -— L'abate è partito con la lancia in resta — esclamò -il Lascaris, e se non interviene la signora -mia Madre, nessuno qui ha potestà di arrestarlo.... -</p> - -<p> -— Magone cartaginese nella sua terza spedizione -contro gli Ingauni, cacciato nell'occidente da un Appio -romano o ligure con cittadinanza non bene identificata, -approdò secondo la tradizione.... -</p> - -<p> -L'Altariva lo fermò col gesto: -</p> - -<p> -— Non mi sembra, signor Abate, degno della -vostra abitual cortesia tessere lodi alle nostre famiglie, -quando è dinanzi a voi il discendente d'uno -<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span> -dei ventinove Alberghi della Serenissima, nobile -del Portico vecchio e del libro chiuso..... -</p> - -<p> -— Tu non m'inganni con le tue spagnolerie, — pensava -intanto il fuoruscito, — e sarebbe assai -meglio farti sputare quello che mastichi e che può -essere interessante, per me almeno. Ma come fare? -</p> - -<p> -La Marchesa Isabella era intervenuta nel dibattito. -L'udir vantare la schiatta dei Lascaris -l'era dolce, ma non quanto le lodi e glorie degli -Spigno. -</p> - -<p> -— La nobiltà piemontese — disse — non la -cede a nessuna per antichità e per belle imprese. La -famiglia degli Spigno..... -</p> - -<p> -— ....è antica almeno quanto lo son le rose, — aggiunse -con bel garbo il genovese — e non vedo la -necessità di cercarne la ragione risalendo a Bisanzio -o tanto meno a Magone. -</p> - -<p> -Un sorriso della dama fu il ringraziamento, e -non il solo. Amarillo Glucosio andò in estasi, levò -le braccia al cielo e chiese all'Embriaco il permesso -di tornire un madrigale sul detto memorabile. E -l'Embriaco stava per accordare il chiesto permesso, -quando giunse all'orecchio dei commensali, non -troppo chiaro ma sicuro, il brusìo crescente di una -folla, brusìo che il vento di ponente a intervalli -portava distintissimo come se la gente si trovasse -nella stanza vicina. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span> -</p> - -<h3>VII.</h3> -</div> - -<p> -La Marchesa s'era alzata e batteva sul timpano: -ma non ci fu bisogno di chiamare, apparve il maggiordomo, -e dietro di lui, brutto di fango e gli abiti in -disordine, un vecchio adusto ed asciutto. Nè il maggiordomo -aveva ancòra aperta la bocca, nè il vecchio -apparso per conto suo aveva articolato parola, che -già l'Altariva, freddamente e pacatamente rivolto -all'ultimo arrivato gli diceva: -</p> - -<p> -— Sappiamo tutto, Moncherino, sappiamo tutto. -</p> - -<p> -— Tutto che cosa? — esclamò la dama. -</p> - -<p> -— Gesù, Giuseppe e Maria, tutto che cosa? — appoggiò -l'abate, pallidissimo. -</p> - -<p> -— Quello che con buona licenza di Magone cartaginese -e di Eudossia di Bisanzio, avrei già detto, — replicò -l'Altariva — se qui non si fosse parlato -d'altro mentre il villaggio di Sant'Antonio bruciava. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span> -</p> - -<p> -— Il mio villaggio di Sant'Antonio brucia? E -perchè? Chi è causa dell'incendio? Altariva che ne -sapete voi? — urlava il Lascaris. -</p> - -<p> -— Quello che vi dirò probabilmente se mi lascerete -parlare: ed è breve: un improvviso sconfinamento -di sanculotti, come al solito: questa volta -più grave poichè sono giunti sin sotto la città. -</p> - -<p> -— E i terrazzani, e i poveri terrazzani di Sant'Antonio! — chiese -il conte Luca impetuosamente. -</p> - -<p> -Parve che il brusìo portato dal vento di ponente -s'incaricasse di rispondergli: giunse trascicato come -un ulular di dolore in tutti i toni, dai bassi agli argentini, -misto di imprecazioni, di pianti, di lamenti, -voci di donne e di bimbi, disperate, ansimanti. -</p> - -<p> -— Maledetti francesi! -</p> - -<p> -— Maledetti, perchè? — l'Altariva replicò. — Perchè -adoperano, la forza come possono? O perchè -l'hanno questa forza? Perchè si battono coi -denti e con le unghie? Perchè.... -</p> - -<p> -— Voi li difendete? Voi? -</p> - -<p> -— Difenderli? Si difendono, anzi offendono! -Ma non li difendo io. Vi faccio osservare che imprecare -e odiare è impotenza. Io li combatterò, -io cercherò di schiacciarli come potrò, con l'astuzia -o con la frode, chè in guerra tutto è permesso, ma è -inutile imprecare e perdersi in vane querele. -</p> - -<p> -— E che fare allora? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span> -</p> - -<p> -— I fatti! Quali sono i fatti? -</p> - -<p> -— Interroghiamo quella gente! -</p> - -<p> -— È inutile — interruppe l'Altariva — so tutto -io, ho visto ogni cosa e se quei poveri terrazzani -sono qui e se all'incendio ed al bottino materiale -non si è aggiunto l'assassinio o la retata degli uomini -validi alla coscrizione, come i francesi usano fare, -se tutto ciò fu evitato lo si deve a me. Una colonna -di predoni, poichè voi sapete che, se pur sono truppe -regolari, sconfinano senza ordine di capi e soltanto -perchè spinti dalla fame e comunque dal bisogno, -una colonna di centocinquanta predoni almeno e -forse più, non discende il versante di Roccabruna, -senz'essere avvertita. Ho capito che avevano l'intenzione -di gettarsi sul villaggio più vicino, Sant'Antonio, -ho fatto avvertire gli abitanti, e anzi li -ho incolonnati, carichi di quello che potevano portare, -il bestiame innanzi, e sciolto quello che non -poteva correre, di modo che i francesi trovando -poco o niente hanno incendiato le case. Poco male. -Non è il tempo di vivere alla Florian nei villaggi, -questo: l'uomo di qualunque età, sano o capace di -sollevare una falce, combatte: vecchi e donne e -bimbi si chiudano in città o nei porti o nei castelli. -Difender poco per poterlo difender bene, ecco quello -che occorre. -</p> - -<p> -— Ben detto! — esclamò l'Embriaco — ben -<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span> -detto, signor Altariva. Ma scusate: avete parlato -della città, mi pare. -</p> - -<p> -— Sì: ho detto che son giunti presso la città. -Perchè? -</p> - -<p> -— Ventimiglia? -</p> - -<p> -— Ventimiglia. Perchè no? -</p> - -<p> -— Siete sicuro di Betto Grimaldi e di Nicola -Borzone? -</p> - -<p> -Il Moncherino fece sentire un grugnito di poco -buon augurio, ma l'Embriaco gli poggiò la mano -sull'omero confidenzialmente. -</p> - -<p> -— So chi sei tu, amico senza paura, ma so pure, -signor Altariva, che cos'è la Serenissima Repubblica -di Genova. Verrà a patti, ve lo garantisco -io. -</p> - -<p> -Intervenne il Lascaris. -</p> - -<p> -— Permettete, conte. La vostra avversione al -governo della Serenissima offusca forse il vostro giudizio -che so limpido, acuto e sereno. Non posso accettare -il vostro punto di vista, per rispettabile che -sia. Qui c'è presente — e additò il Moncherino — un -messo del signor Betto Grimaldi: ciò prova che -tanto il Grimaldi quanto il Borzone hanno idea di -opporsi ai sanculotti ed alla sanculotteria, armata -e non armata..... -</p> - -<p> -— Per Nostra Signora delle Virtù, giuro che il -signor Conte Lascaris ha pienamente ragione — esclamò -il Moncherino. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span> -</p> - -<p> -— Che volete concludere, Luca? — domandò -l'Altariva. -</p> - -<p> -— Questo. Che se il Grimaldi ci dà una mano, -ci opporremo d'ora innanzi agli sconfinamenti degli -scamiciati predoni. -</p> - -<p> -— Amen — mormorò l'abate. -</p> - -<p> -Un momento di silenzio e d'attesa, rotto da un -gesto della Marchesa, la quale mosse verso la porta. -Il Conte Lascaris l'interrogò dello sguardo. -</p> - -<p> -— Vado — ella rispose — a dar gli ordini opportuni -perchè quella povera gente sia ricevuta e -sfamata, come ce ne sarà di bisogno. Quando un -vassallo si presenta fiancheggiato dalla sventura, -diventa un nostro simile, disse un Lascaris che fu -cavalier errante e trovatore di Clemenza Isaura. -</p> - -<p> -— Ben detto, signora Marchesa! Noi dal canto -nostro, ci renderemo conto del pericolo che ci minaccia. -</p> - -<p> -La Marchesa uscì scortata dall'abate. Rimasero -i quattro uomini a fissarsi in silenzio. -</p> - -<p> -— Credo — pronunciò finalmente l'Altariva — che -il Moncherino ed io potremo bastare ad una -ricognizione che occorre fare questa notte stessa. -Sono persuaso che si tratti, come al solito, di una -mano d'affamati straccioni in rottura di bando e -di disciplina, ma è necessario sapere con esattezza -e non mi fido che dei miei occhi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span> -</p> - -<p> -— Spero che non vorrete privarmi della vostra -compagnia, Camillo — aggiunse il Lascaris: — abbiamo -fino ad oggi diviso disagi e pericoli: non -mi farete l'ingiuria di lasciarmi qui dove basta mia -Madre. -</p> - -<p> -— Come vorrete, Luca. -</p> - -<p> -L'Embriaco fece un passo avanti. -</p> - -<p> -— Ci conosciamo da pochi momenti, signor Altariva, -da poche ore, Conte. Non pretendo che abbiate -in me la fiducia che vi ricambiate tra voi. -Non vi domando quindi che il posto più pericoloso -perchè possiate mettere a prova — e speriamo dura — la -mia fraternità e l'amor mio per quello che -amate più della vita. -</p> - -<p> -Camillo Altariva esitò brevemente, poi tese la -mano all'avventuriero. -</p> - -<p> -— Sia pure, signor Conte. E vi ringrazio. Non -siamo così ricchi d'uomini e di energie da poterne -rifiutare. Venite con me. -</p> - -<p> -— Vi seguiremo, Camillo — dichiarò Luca Lascaris. -</p> - -<p> -— So dove occorre trovarsi. Credo che potremo -far senza scorta. È più semplice e più facile -fra di noi. Mi promettete di obbedirmi anche se -ve ne possa dolere? -</p> - -<p> -— Lo promettiamo. -</p> - -<p> -— E allora non perdiamo tempo. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span> -</p> - -<h3>VIII.</h3> -</div> - -<p> -Betto Grimaldi ricevette il Borzone frenando a -stento l'impazienza che lo dominava. -</p> - -<p> -— Notizie dell'Embriaco? Avete notizie dell'Embriaco, -vecchio <i>Senza-dio</i>? Dov'è? Dov'è? -</p> - -<p> -Non era certamente il rude soldato preposto al -comando del fortino che avrebbe potuto far dell'ironia, -tono che ignorava affatto. Pure le sue prime -parole furono della schietta ironia, quantunque sincere -e piene di stupore. -</p> - -<p> -— Notizie dell'Embriaco, magnifico signore? -Ma ne avrete certamente voi più di me. -</p> - -<p> -— Ehi! Nicola Borzone! Giochiamo agli indovinelli -come nella notte del primo dell'anno? -Non siete voi che mi avete fatto chiamare col pretesto -del dannato Embriaco? Animo dunque: -sputate! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span> -</p> - -<p> -Il vecchio <i>Senza-dio</i> nutriva ancora un'illusione: -che cioè l'Embriaco fosse passato attraverso la città -con un salvacondotto. La politica della Serenissima -era così tortuosa, venivano tanto spesso ordini -e contrordini, si bandivano e si raccoglievano subito -dopo a braccia aperte tanti uomini pericolosi, -vigeva insomma un tale altalenarsi di partiti, -che dopo il primo tentativo d'arresto, e dopo l'opposizione -della contessa ratificata dal conte Lascaris, -aveva persino sospettato d'essere incorso in un errore -grossolano. -</p> - -<p> -— Che l'Embriaco, — aveva pensato — sia di -nuovo in buona con Palazzo Ducale? Che il partito -del Cattaneo sia in prevalenza? Non si sa mai! -</p> - -<p> -A Genova il magnifico Cattaneo impersonava le -antiche tradizioni repubblicane, rigide: voleva l'opposizione -ad oltranza contro la Francia e quindi -si trovava spesso in urto col tentennante governo -dogale. Verissimo pur anche il fatto che il franco -ed esigente Cattaneo non poteva fornicare con un -avventuriero della risma di Emanuele Embriaco: -ma come esser certi della politica genovese? -</p> - -<p> -— Non si sa mai! — aveva concluso il Borzone. -</p> - -<p> -E quindi era sceso in città per fare un rapporto -più che per dare un allarme. E tuttavia dinanzi allo -stupore del Grimaldi, sentì rinascere i propri dubbi -ed anzi restò convinto della verità. Disse con una -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span> -</p> - -<p> -tal quale peritanza che gli affilò persino la voce -roca: -</p> - -<p> -— Perdonate, magnifico signore: non avete avuto -oggi quale ospite l'Embriaco? -</p> - -<p> -— Oggi.... ospite.... -</p> - -<p> -Un sudor freddo coronò la fronte del comandante: -gli traballò improvvisamente la vista: -ripetè: -</p> - -<p> -— Oggi.... ospite.... io?..... -</p> - -<p> -E cadde pesantemente sopra una scranna, annichilito. -</p> - -<p> -Qualche istante di silenzio passò per la stanza, -imbarazzante silenzio che nessuno osò peraltro interrompere. -Poi, vincendosi con isforzi e con pena, -Betto Grimaldi sospirò: -</p> - -<p> -— Cercate il bando per l'Embriaco, vi prego, -capitano Cavalli. -</p> - -<p> -Il Cavalli usci e rientrò poco dopo seguito da un -vecchietto rinsecchito, dalla barbetta rada e dal -naso adunco sormontato da due occhi spenti: -erano le prime qualità avvertibili del sopraggiunto. -Poi lo sguardo si doveva fermare sopra una palandrana -di velluto spelacchiato e una papalina -di seta, nera in origine, ma diventata quasi verde. -</p> - -<p> -Null'altro meritava d'essere guardato, sopra tutto -le mani sporche, orlate di nero da qualche lustro. -Era il nobile Orengo, archivista del Governatorato. -<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span> -Portava seco — non avrebbe permesso che un atto -qualsiasi passasse per altre mani che le sue o quelle -del comandante — portava seco un foglio arrotolato -che spiegò e cercò di leggere strisciandovi sopra il -naso inquietante. -</p> - -<p> -— Qua, date qua, vi prego — esclamò il Grimaldi -strappandogli il foglio. -</p> - -<p> -S'avvicinò al doppiere, lesse, anzi cominciò a -leggere chè gli cascarono le braccia. -</p> - -<p> -— Volete che legga io, magnifico — chiese il -capitano Cavalli. -</p> - -<p> -Ma non c'era quel bisogno: un'occhiata, nè ci -voleva di più per convincersi dai connotati, che il -cavaliere gentile, donator di guanti profumati per -la damigella Chiara, altri non era che il fuoruscito -su cui pendeva una taglia e la cui cattura avrebbe -procurato a lui, Betto Grimaldi, senatore della Serenissima -in disfavore del partito preponderante e -quindi relegato in un governatorato di secondo ordine -e dei più pericolosi, un enorme successo, la possibilità -di tornare in Genova e chissà, forse, a fin -d'anno, la berretta dogale. -</p> - -<p> -All'istante di smarrimento tenne dietro una sorda -rabbia dell'impotente e quel natural tentativo di -scaricare su qualcuno la responsabilità che gli pesava -addosso. -</p> - -<p> -— Io... io... sta bene.... posso aver sbagliato! -<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span> -Chi si ricordava quei benedetti connotati? Ma voi, -voi Borzone, che lo conoscevate di persona mentre -io non l'avevo mai veduto, come va che voi l'avete -lasciato passare? Animo, Borzone, che potete -dirmi per giustificarvi? -</p> - -<p> -Preso alla sprovvista e di petto, il vecchio soldato -non abituato alla retorica, s'impapinò. -</p> - -<p> -— Io?.... Io?.... Per San Teodoro, magnifico! -Io.... io?.... -</p> - -<p> -— Voi, sicuro, voi! Come va che vi è passato per -la bocca, sotto l'archivolto del forte, senza che almeno -gli abbiate scaricato addosso la vostra ferraglia? -E voi lo conoscevate di persona, voi?! -</p> - -<p> -Dopo qualche momento di bocca spalancata dalla -stordita meraviglia, il Borzone potè finalmente -difendersi. -</p> - -<p> -— La contessa Lascaris, magnifico! -</p> - -<p> -— Che c'entra adesso la contessa Lascaris? -</p> - -<p> -Con un po' di garbuglio, con idee non troppo -chiare e qualche circonvoluzione, Betto Grimaldi fu -dal Borzone messo al corrente dell'accaduto. Vide -subito il senatore genovese una sua propria scusante -nella ribellione della contessa Lascaris: e -d'altra parte teneva tante lettere pressanti ricevute -da Genova e istruzioni di cercare ogni mezzo per -attrarre nell'orbita della politica genovese il Lascaris, -tante volte gli era stato ingiunto di non guastarsi -<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span> -con i signori del Castello <i>ad ogni costo</i>, che forse, -pensava, la scusa era bella e trovata. Ciò non ostante -bisognava correre al riparo. -</p> - -<p> -— Siete voi certo, Borzone, che l'Embriaco sia -ospite dei Lascaris? -</p> - -<p> -— Lo suppongo, magnifico signore. -</p> - -<p> -— Ebbene, andate a chiederlo in consegna a -mio nome. -</p> - -<p> -Nel mentre il vecchio <i>Senza-dio</i> si recava al castello -dei Lascaris con quel costrutto che conosciamo, -Betto Grimaldi rifletteva, come poche volte, -ai casi suoi. Non erano tempi da riflettere quelli: la -vita non correva: annaspava. Non i due partiti -che impongono la decisione, ma i molti, i troppi che -fan vivere tentennanti e all'erta. Genova seguiva una -politica la quale per voler essere troppo furba, finiva -per diventare inabile: tentennamenti verso la -Francia, tentennamenti verso il Re di Piemonte -e l'Austria, adattamenti col partito della tradizione -che, per agire in qualche modo come faceva, diventava -sempre più simpatico al popolino pronto in -ogni momento a seguire chi si muove ed urla di più. -</p> - -<p> -Il Re di Piemonte pur non confessandolo nemmeno -a se stesso, faceva quasi l'istessa politica di -Genova: sottomesso all'Austria, sì, ma volentieri -patteggiante con la Francia, benchè in opera si -mostrasse tutto all'opposto. In verità non si sapeva, -<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span> -nè si intuiva che strada prendere: le armate repubblicane -s'erano fatte rispettare e temere. Già vittoriose, -respinta l'invasione legittimista e tedesca, -lasciavano trasparire il desiderio di portar la guerra -fuori dei confini, sia per offendere, il che è più pratico -che difendersi, ed anche, e specialmente, per -far bottino e livellare così l'esausto bilancio della -repubblica. Fortunatamente per gli offesi la disciplina -del giovane esercito repubblicano era più scarsa -ancora dei mezzi di cui disponeva, e quindi facile o -almeno possibile il cercar d'opporsi alla invasione o -meglio agli sconfinamenti di bande avide e senza -disegno fisso. Le soldatesche della Serenissima e le -truppe regolari del Re di Piemonte e dell'Austria -fino al giorno del nostro racconto erano sempre riuscite -ad impedire assalti e parziali invasioni: mancava -alla repubblica un braccio ed un cervello uniti -in un sol uomo, ciò che non erano Massena, Kellermann -od uno qualunque dei generali francesi. -</p> - -<p> -Tale dunque lo stato delle cose che faceva, se -non riflettere, pensare almeno Betto Grimaldi nell'ora -che trascorse dalla partenza del Borzone al -suo ritorno con le pive nel sacco e l'umiliante confessione -che il conte Lascaris non lo aveva per anco -voluto ricevere. -</p> - -<p> -Quell'ora di attesa aveva tuttavia calmato lo -spirito di Betto Grimaldi, non più nuovo alle traversie -<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span> -d'ogni genere ed al pericolo di cadere in -disgrazia del governo dogale. C'era sempre, in quei -tempi, la risorsa di alzare lo stendardo avverso. -Contro il Senato pel Cattaneo, contro il Cattaneo -pel Lascaris, contro i due insieme pel Re di Piemonte, -contro il Piemonte per l'Austria o per la -Francia, quando non era forse meglio chiudersi a -Monaco nella bicocca avita e dichiararsi neutrale -e cioè amico del più forte. Ciò che acuiva la curiosità -di Betto Grimaldi era sopratutto il sapere -quale politica avrebbe seguito il nobile Camillo -Altariva, unica incognita che avesse qualche ragione -d'essere. Delle tre grandi famiglie feudali di quella -estrema Liguria di occidente, il duca di Nervia -s'era subito dichiarato per il Re di Piemonte contro -la Francia e poichè Genova s'era mostrata neutrale, -pur non intrattenendo con Ventimiglia relazioni -di alcun genere, aveva permesso od almeno non s'era -opposto al transito per la vallata importante come -chiave strategica da cui prendeva il nome. Il Lascaris -invece oscillava ancora ma il suo attaccamento -per la marchesa di Spigno facea prevedere -o sospettare quale sarebbe stata la sua condotta. -Di Camillo Altariva invece nulla aveva ancora tradito -il celato pensiero. Lo si diceva d'accordo col -Nervia, sì, ma lo si sapeva amicissimo del marchese -Ibleto di Spigno, volterriano ammiratore delle insanità -<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span> -degli enciclopedisti, all'avanguardia del Piemonte, -odiato dal Re e dalla Corte, amico di Barras -e incitatore dalle Langhe all'Entella d'ogni spirito -bizzarro e libero: s'era addottorato in medicina, -non teneva abate nel castello, spirito libertario insomma -che pubblicamente insegnava le dottrine -della trilogia rivoluzionaria. Che pensare dunque di -Camillo Altariva? -</p> - -<p> -Meglio rinunciare a stillarsi inutilmente il cervello -e Betto Grimaldi rinunciava quando gli entrò -nella stanza eccitato e ansimante, il bastardo Lercari. -</p> - -<p> -Anche il bel Giano portava notizie: il segnale di -fuoco alla foce del torrente Bavera. -</p> - -<p> -— Un segnale? Avete veduto un segnale? Non -sarà forse la missione francese che ci è stata annunciata -per domani? -</p> - -<p> -— Una croce di fuoco, magnifico signore, una -croce di fuoco! Quando mai la repubblica francese -ha usato dei segnali a forma di croce? È contrario -alla teoria dell'Ente Supremo. -</p> - -<p> -— Teoria in disuso, Lercari. Ma può darsi che -abbiate ragione e che sia un segnale diverso. Che cosa -ne arguite voi, animo, parlate franco e chiaro. -</p> - -<p> -— Penso che il duca di Nervia e Camillo Altariva -si siano finalmente intesi e che vogliano tentare -un colpo di mano sulla città. -</p> - -<p> -Il vecchio <i>Senza-dio</i> crollò il capo dubbioso. Ma -<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span> -il capitano Cavalli giovane e impetuoso entrò a -dire la sua tumultuosamente. -</p> - -<p> -— Niente di più probabile, magnifico messere, -niente di più probabile. Sommate gli avvenimenti -di questa fatale giornata. Il bandito Embriaco che -osa attraversare le terre della Serenissima, la contessa -Lascaris che lo salva dal Borzone e lo ospita -nel suo castello, il conte Lascaris complice della madre. -</p> - -<p> -— Un momento! Un momento! Potete aver -ragione, ma restiamo calmi. Bisogna osservar da -vicino quello che accade alla foce del Bevera, ecco -l'importante. -</p> - -<p> -— Datemi licenza e vi corro con la mia compagnia. -</p> - -<p> -— Grazie tante! Sessanta uomini e rumore per -mille! Mi congratulo con voi! -</p> - -<p> -— Posso andar solo! -</p> - -<p> -— Perchè se vi si uccide, noi si resti all'oscuro? -Di bene in meglio. -</p> - -<p> -Il bastardo Lercari avanzò: -</p> - -<p> -— Datemi licenza, magnifico signore, d'andare -col capitano Cavalli. -</p> - -<p> -— E con me, per San Teodoro! — esclamò il -Borzone. -</p> - -<p> -— Non voi, vecchio <i>Senza-dio</i>! Chi resterebbe -al fortino? Andate pur voi due, Cavalli e Lercari: -mi raccomando prudenza innanzi tutto: il valore -<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span> -temerario è inutile oggi e sarebbe assai dannoso a -tutti noi. Siate prudenti e tornate, mi raccomando. -</p> - -<p> -— Uno almeno — sussurrò il Borzone. -</p> - -<p> -I due promisero tutto quanto chiedeva Betto -Grimaldi e s'allontanarono. Prima però che uscissero -il governatore li ammonì di avvertire il Moncherino -che si recasse da lui. -</p> - -<p> -— E subito! -</p> - -<p> -Anche il Moncherino fu incaricato di una missione -di fiducia che nessuno seppe, nessuno, nemmeno -il Borzone, il quale aveva riguadagnato il -suo forte. -</p> - -<p> -Infine, Betto Grimaldi nè tranquillo nè soddisfatto, -ma con la coscienza che quasi gli perdonava l'avventura -del pomeriggio, si ritirò in silenzio e fece -onore alla cena che l'aspettava da più di un'ora e -che per verità non aveva guadagnato nell'attesa. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span> -</p> - -<h3>IX.</h3> -</div> - -<p> -Appena fuori dalla porta Giano Lercari chiese -al Cavalli: -</p> - -<p> -— Che si fa, Capitano? -</p> - -<p> -Era il Cavalli uomo di lettere e d'armi come non -raramente se ne incontravano allora nei gradi superiori. -Giovane ancòra, povero, lontano dalla politica -e dagli intrighi, non viveva che per il servizio -e per Virgilio. Portava seco in una delle profonde -tasche dell'uniforme un piccolo volume che comprendeva -l'Eneide e qualche pagina delle Georgiche: -il resto mancava: probabilmente aveva -servito da stoppaccio a qualche fucile. Il capitano -Lavinio Cavalli, uscito dal gran Seminario di Genova -un giorno per passeggio, non era più tornato. -L'avevano proclamato disertore, come in allora si -usava, durante il refettorio serale, mentre il giovinetto -seguendo una compagnia di ventura che aveva -<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span> -ammirato sur un ciglione dominante la Doria, provava -la differenza che esisteva fra i dolci ozi della -<i>Somma teologica</i> e il duro terreno su cui quella sera -stessa aveva dovuto dormicchiare. Ma non s'era -pentito. Possedeva una tenacia non rara in quei -tempi: il latino l'avea servito anche sotto le armi -e quando la Compagnia, come avveniva di frequente, -era stata assoldata dalla repubblica genovese, il -Cavalli aveva fatto passaggio d'armi col grado superiore, -grado non superato da dieci anni ormai senza -querimonie inutili. Prendeva il mondo come veniva, -impassibile, da uomo che ne aveva contemplate di -cotte e di crude e si consolava con Virgilio. Nel -Seminario aveva appreso che durante l'umanesimo -il poeta latino era tenuto in conto di profeta: non -aveva infatti predetta quarant'anni prima la nascita -del Redentore in quella quarta egloga che fu -oggetto di tanti commenti? Il mago Virgilio era -consultato in ogni occasione: si apriva il dolce -libro e si leggeva a caso, interpretando poi con infinite -deduzioni. -</p> - -<p> -Alla domanda repentina di Giano Lercari, il -capitano Cavalli fermò un soldato che precedeva -una pattuglia e le rischiarava il buio vicolo con una -lanterna: gli comandò d'alzarla e traendo il libercolo -di tasca l'aprì a caso. Lesse un verso, il primo -che gli venne sott'occhi, del decimo libro: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span> -</p> - -<p> -— .... <i>litora praecipere et venientis pellere terra.</i> -e guardò poi sorridendo Giano Lercari che ben di -donne s'intendeva ma non di latino, facendogli -cenno di seguirlo. -</p> - -<p> -Uscirono dalla città per la porta del Piemonte -e seguirono la strada buia finchè si mantenne a -ridosso della collina. Poi d'improvviso fu illuminata -dalla luna che aveva fatto capolino sopra Nostra -Signora delle Virtù e le Maure di ponente. Allora -sostarono. -</p> - -<p> -Laggiù, dopo San Bernardo, allo sfocio del Bevera, -nulla più si scorgeva del segnale che Giano Lercari -aveva con tanta chiarezza descritto: un silenzio -grave, non turbato nè dalle rane o dai grilli canterini -o da quello sconosciuto sussurrìo dei mille esseri -invisibili che dominavano i luoghi agresti e solitari, -s'imponeva. -</p> - -<p> -— Dove andiamo, capitano? -</p> - -<p> -— .... <i>litora praecipere</i> — mormorò il Cavalli -abbandonando la strada e lasciandosi cadere di -ciglione in ciglione verso il letto del Roia. -</p> - -<p> -E il bastardo lo seguì. -</p> - -<p> -Camminarono a lungo nell'intrico di sterpi e -di strami che costeggiava il fiume: l'acqua corrente -era lontana chè il letto immenso parea congiungere -le due linee di colline buie: la luna era sparita dietro -Roverino e soltanto la Grande Orsa e Cassiopea -<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span> -scintillavano opacamente come perle ammirate nell'ombra. -</p> - -<p> -Raggiunsero la foce del Bevera a notte fonda, risalirono -sopra un sentiero ove riposarono alquanto, -spossati. -</p> - -<p> -— Vedete nulla ancora, Lercari? -</p> - -<p> -— Nulla, capitano. -</p> - -<p> -— .... <i>et venientis pellere terra</i>. -</p> - -<p> -— Che significa? -</p> - -<p> -— Vedrete. Andiamo avanti. -</p> - -<p> -— Andiamo pure, Capitano. Ma non sarebbe -meglio armare una pistola? -</p> - -<p> -— Guardatevene! Potreste servirvene all'occasione -e saremmo scoperti. Meglio l'arma bianca. -</p> - -<p> -— Come volete. -</p> - -<p> -Il sentiero piegava a gomito brusco. Al di là -buio ancora più fondo. Sotto, ad una distanza poco -apprezzabile, il torrente Bevera mormorava come -un ruscelletto dell'Astrea. Mormorava dolcemente -narrando al virgiliano Cavalli strane istorie di ninfe -boscherecce, le oreadi montane, le driadi delle selve, -le napee dei campi e le amadriadi sbucanti dagli alberi -prediletti e il sognatore s'inebriava dei freschi -profumi notturni e della via lattea che parea quasi -vicina in quella solitudine e premeva con una mano -il caro volume, dolendosi d'una cosa, d'una soltanto -e cioè di non potersi sedere <i>sub tegmine fagi</i> -<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span> -ed aprirlo e dissetarsi a quell'<i>Ippocrene</i> secolare. -</p> - -<p> -Ma Giano Lercari più pratico e forse anche più -stanco ad un certo punto si fermò. -</p> - -<p> -— Con buona pace del vostro latino, capitano, -mi sembra che qui si proceda alla cieca! -</p> - -<p> -— Virgilio non può sbagliare, signor Lercari, — gli -rispose Cavalli bruscamente scosso dall'estasi. -</p> - -<p> -Nel mentre profferiva il suo asserto, qualche ombra -più nera della notte piombò sul sentiero e i -due soldati vennero senz'altro imbavagliati. -</p> - -<p> -— Avvicinati, Moncherino — comandò una voce -sonora — e smaschera la lanterna. -</p> - -<p> -L'interpellato obbedì: alzò la fiammella oleosa -in volto ai catturati ed esclamò: -</p> - -<p> -— Giano Lercari! e il capitano Cavalli! -</p> - -<p> -— Siamo in paese di conoscenze, a quanto vedo — sussurrò -un'altra voce. -</p> - -<p> -E quella di prima: -</p> - -<p> -— Che fate qui, signori? -</p> - -<p> -Il Moncherino aveva già ritolto il bavaglio a -Giano Lercari, il quale altezzosamente replicò: -</p> - -<p> -— Prima di rispondervi, con che diritto ci avete -fermati? -</p> - -<p> -— Diritto? — sghignazzò una voce sconosciuta, -mentre le prime due possedevano dei toni noti — diritto! -Ci vuole una bella ingenuità per parlare -di diritto a quest'ora, di notte e su questo sentiero! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span> -</p> - -<p> -— Sono il conte Luca Lascaris! — invece rispose -una delle due voci di prima. -</p> - -<p> -Il capitano Cavalli abbozzò un inchino verso il -punto donde gli era pervenuto il noto nome. -</p> - -<p> -— Buona sera, signor Conte! A voi posso dire -che probabilmente ci conduce qui la vostra istessa -ragione. -</p> - -<p> -— E cioè? -</p> - -<p> -Giano Lercari urtò leggermente il braccio del -compagno con l'intenzione di farlo tacere, ma il -Cavalli non credette opportuno accontentarlo. -</p> - -<p> -— Furono segnalati dei fuochi al confluente del -Bevera, signor Conte: non siete qui voialtri forse -per riconoscerli? -</p> - -<p> -— Avete ragione. Ma non c'è più nulla da fare. -</p> - -<p> -— Li avete scoperti? -</p> - -<p> -— Li abbiamo scoperti. È un'avanguardia francese. -</p> - -<p> -Giano Lercari sorrise nell'ombra, ma nel sorridere -parve che sogghignasse. Il Conte Lascaris gli si -volse di scatto. -</p> - -<p> -— Non credete? -</p> - -<p> -— Mi permetto, signor Conte, di avere un'opinione -diversa dalla vostra. -</p> - -<p> -— E quale, se v'aggrada? -</p> - -<p> -Giano Lercari esitò. Ma la presenza del Moncherino -accanto al Lascaris lo rassicurò. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span> -</p> - -<p> -— Questa: chi s'accorse del fuoco al confluente -del Bevera fu l'umile vostro servo che vi parla. Ma -non mi accorsi di un fuoco..... -</p> - -<p> -— E allora? -</p> - -<p> -— M'accorsi di un segnale. -</p> - -<p> -— Un segnale? -</p> - -<p> -— Una croce, signor Conte, il segno dei ribelli -Nervia ed Altariva. -</p> - -<p> -Gravò qualche istante di silenzio, frettoloso, come -se avesse impazienza di passare. Una delle due voci -ignote di poco prima, la più calma e la più grave -interrogò: -</p> - -<p> -— Perchè chiamate ribelli Nervia e Altariva? -</p> - -<p> -— Permettete anzitutto che opponga alla dichiarazione -del signor Conte Lascaris qualche cosa -di preciso. Non possono esservi francesi al confluente -del Bevera. -</p> - -<p> -— E perchè? -</p> - -<p> -— Per la ragione che domani in città si attende -un parlamentario del nuovo generale di Nizza. -</p> - -<p> -— Che prova questo? -</p> - -<p> -— Non si entra a viva forza quando c'è ancora -la possibilità di entrare pacificamente. -</p> - -<p> -— Dunque il signor Betto Grimaldi ha intenzione -di lasciar libero passaggio ai sanculotti? -</p> - -<p> -— Ignoro le intenzioni del mio comandante e -se non le ignorassi certo non ve le direi. Ma suppongo -<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span> -che il nuovo generale non sia così inabile da offendere -dopo aver preannunciato un parlamentare, -all'oscuro com'è delle intenzioni nostre che gli potrebbero -anche essere favorevoli. -</p> - -<p> -Il silenzio gravò di nuovo. Finalmente <i>quella -voce</i> riprese: -</p> - -<p> -— Io sono Camillo Altariva..... -</p> - -<p> -— Ah! -</p> - -<p> -— .... e posso assicurarvi, signor mio, che non -ho per adesso intenzioni ribelli, come non ne ha il -signor duca di Nervia... -</p> - -<p> -— Che è quel signore laggiù? -</p> - -<p> -L'unica ombra sconosciuta ancora, crollò il capo. -</p> - -<p> -— ... che non è qui, — riprese l'Altariva pazientemente — ma -le cui intenzioni io conosco. E posso -anche assicurarvi che i fuochi in questione appartengono -ad un bivacco di sanculotti. Posso anche -dirvi di più. -</p> - -<p> -— Che cosa? -</p> - -<p> -— Non sono truppe regolari francesi. È una banda -nizzarda sconfinata per cercar bottino. E l'ha -trovato. Il villaggio di Sant'Antonio non esiste più: -fu messo a ferro e a fuoco. -</p> - -<p> -— E gli abitanti uccisi? -</p> - -<p> -— Fortunatamente s'accorsero in tempo dell'invasione -e, salvo qualche malato incapace di muoversi -e qualche imprudente o traditore, sono tutti -ricoverati nel castello del conte Lascaris. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span> -</p> - -<p> -— Ah! maledetti! — sordamente esclamò il -capitano Cavalli. -</p> - -<p> -— Imprecare è vano, signori. Voi sostenete che -domani un parlamentario del nuovo generale verrà -in città? -</p> - -<p> -— Lo crediamo almeno. Dovrebbe a quest'ora -trovarsi di già nel fortino del Borzone. -</p> - -<p> -— Tanto meglio. Lasciatemi credere che ci -unisca lo stesso interesse, opporci all'invasione. -Lasciatemi credere che la Serenissima una buona -volta si tolga alle sue eterne incertezze.... -</p> - -<p> -— Permettete che v'interrompa, signore! Non -dimenticate che ho l'onore di servire la Serenissima — s'affrettò -a gridare il Cavalli. -</p> - -<p> -— Non ho l'intenzione di offendere il vostro -governo. -</p> - -<p> -— Vi ringrazio. -</p> - -<p> -— Spero soltanto che mi facciate l'onore d'incaricarvi -di un nostro messaggio al vostro comandante. -</p> - -<p> -— Non vedo che vi si opponga inconveniente -di sorta. -</p> - -<p> -Anche Giano Lercari assentì. -</p> - -<p> -— Ripetete a Betto Grimaldi quello che vi ho -detto circa l'assalto al villaggio di Sant'Antonio e -chiedetegli a nome del conte Lascaris e mio, se vuole -accogliere quella povera gente in città, quella parte -<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span> -almeno che il castello del conte Lascaris non può -contenere. -</p> - -<p> -— Glielo dirò, signor Altariva, — promise il -Cavalli. -</p> - -<p> -— E presentategli anche a mio nome una preghiera — aggiunse -Luca Lascaris. -</p> - -<p> -— Dite, signor Conte! -</p> - -<p> -— Desidero avere un colloquio con Betto Grimaldi, -prima dell'arrivo del parlamentare francese, -o anche alla sua presenza. Non dopo almeno. -</p> - -<p> -— Sarò lieto di fare la vostra ambasciata, signor -Conte. -</p> - -<p> -— Me ne congratulo. Buona notte signori! Vi -lasciamo il Moncherino con la sua lanterna. Siamo -i più vicini. -</p> - -<p> -Le ombre si divisero: i tre sparvero quasi per -incanto. -</p> - -<p> -— Sarei curioso di sapere chi fosse il terzo personaggio -che non ha avuto la cortesia di presentarsi, — sussurrò -quasi fra sè Giano Lercari. -</p> - -<p> -Dall'oscurità, in alto, una voce beffarda gli -rispose: -</p> - -<p> -— Ti contento sùbito, bastardo. Sono Emanuele -Embriaco, e ti prego di.... -</p> - -<p> -Giano Lercari fece fuoco in direzione della voce. -</p> - -<p> -— .... salutar Betto Grimaldi e di chiedere a -madamigella Chiarina se i guanti erano di misura. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span> -</p> - -<p> -Un'altra detonazione del Lercari. La voce beffarda -riprese, dalla parte opposta: -</p> - -<p> -— Sei bastardo anche nel tirare! -</p> - -<p> -E più lontana, ma sempre sghignazzante: -</p> - -<p> -— Buona notte! -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span> -</p> - -<h3>X.</h3> -</div> - -<p> -Fine di marzo, dolce mattina. -</p> - -<p> -Il primo sole penetrava nella stanza di madamigella -Chiara, in quella non ampia, addobbata a -salotto, un salotto rococò in cui stonavano delle -poltrone recenti venute di Francia sotto dei grandi -mobili secenteschi e illuminava la sottile figura -vestita di bianco, sparsi i capegli biondi per le -spalle, ritta dinanzi a un <i>coffano coperto di veluto -cremisi di tolla a fiori indorati</i>, ove Gilda inginocchiata -stava accomodando il corredo prezioso della -promessa sposa. Presso la finestra l'archivista Orengo -sostava spesso, leggendo con voce stanca la -<i>lista dei giocali dati a Madamigella Chiara Grimaldi -in occasione del di lei matrimonio coll'illustrissimo -signor Filippo Balbi</i>. -</p> - -<p> -L'omuncolo leggeva trascicando la voce nasale: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span> -</p> - -<p> -— <i>Quattro donzine di camicie, cioè una donzina -e mezzo di tela Constans Silisia e Olanda ed il -rimanente di lino, ma di prima qualità e tutte guernite -di Mussolina e pizzi.</i> -</p> - -<p> -— Signore Eterno Padre dacci la vita santa, -che bellezza, madamigella! Queste devono carezzar -la pelle più delle nobili mani del signor Filippo! -</p> - -<p> -— Gilda! Gilda! Taci, ti prego — mormorava -Chiara arrossendo. -</p> - -<p> -— <i>Sei pezze di tela di lino di bellissima qualità...</i> -Madamigella Gilda, vi prego di non gingillarvi.... -<i>Quattro donzine di fazzoletti, cioè una donzina di -tela di Troes, una di lino nuovi, una di tela Pista di -prima qualità, sei di Batis con pizzi, e sei di seta.</i> -</p> - -<p> -— Bisognerebbe esser osso di prosciutto come -siete voi, magnifico Orengo, per non sentir la voglia -d'accarezzare tutte queste belle cose! Quattro donzine -come dite. -</p> - -<p> -— Gilda, Gilda, un po' di rispetto per il signor -Archivista, ti prego. -</p> - -<p> -— Lasciatela dire, nobile damigella! Non gliene -voglio! So bene che — scusate l'irriverenza e l'ardire — so -bene che raglio d'asino non va in cielo! -</p> - -<p> -E assicurandosi gli occhiali malfermi continuò: -</p> - -<p> -— <i>Otto Braziere, cioè due di Obletto di Francia, -due di tela di Troes e quattro di tela di lino.... una -tovaglia ricamata di Picardia....</i> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span> -</p> - -<p> -Nel frattempo Gilda alzati gli sguardi alla padrona, -aveva mormorato: -</p> - -<p> -— Se è quello il cielo, preferisco l'eresia! -</p> - -<p> -— Gilda, Gilda, ti prego! -</p> - -<p> -— <i>Otto mude di scuffie lugagianti e Tornato cioè -una di pizzo di Fiandra alto quattro deta....</i> -</p> - -<p> -— Quattro delle mie, sei di madamigella, ma -per lo meno otto delle vostre che sembrano gli -stecchini che usano i cinesi per il riso, come assicura -il capitano Cavalli che non so davvero come -faccia a sapere tutte quelle cose, a meno che non -le legga nel suo latinorum. -</p> - -<p> -— <i>.... due di pizzo di Melines nuove.....</i> -</p> - -<p> -— Sant'Anna, che bellezza! Guardatele, magnifico -Orengo! Farebbero bello anche voi! -</p> - -<p> -— <i>.... una di pizzo di Milano fatto a Mignonetta</i> — brontolò -l'archivista come se trangugiasse amaro. -</p> - -<p> -Ritta dinanzi ad una delle finestre, il volto pieno -di sole, parea che Chiara bevesse avidamente l'azzurro. -Si sentiva pienamente felice. In quei tempi -avventurosi bisognava godere l'ora fuggente, superare -l'ansia del domani ed afferrarsi come si poteva -meglio a tutte le brevi ineguali moriture dolcezze -dell'oggi. Bimba ancora, Chiara Grimaldi, della stirpe -dei Principi di Monaco, figlia di un senatore della -Serenissima, aveva dovuto ballare intorno all'albero -della libertà, due anni prima con degli scamiciati puzzolenti -<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span> -d'aglio e di sudore represso, al tempo della -prima invasione francese al comando di Arena. Poi, -forzato e girato Saorgio dall'esercito della repubblica, -la fuga di notte nell'alta valle del Roia, il ramingo -errare per i casolari alpestri fino a quando, ritiratasi -la marea invadente, ricomposti animi e affari, -potè col padre e le poche soldatesche fedeli tornare -in città, nella casa devastata e insozzata, col cuore -in continuo sobbalzo e la bocca sempre amara. -Purtuttavia quasi due anni erano trascorsi in una -tal quale relativa tranquillità. Erano tornati il nobile -Altariva nel castello sul mare, e il conte Lascaris -in quello della via Romana: solamente il -duca di Nervia non avea ripreso possesso del suo: -bivaccava continuamente per tenere in soggezione -la sua vallata, con incarico segreto del Re di Piemonte, -in guardia sempre contro la Serenissima. -Non era tornata la contessa Lascaris, l'amica di -Chiarina Grimaldi: la si dicea col figliuoletto in -Sardegna. Ma quasi a supplirla nel cuore della fanciulla, -solitario cuor timoroso, ecco Filippo Balbi, -ufficiale della Serenissima distaccato presso l'esercito -francese. Nobile del portico nuovo, Filippo -Balbi, ambizioso, di stretto cervello, oggi lo si -direbbe con nuovo termine appropriato un arrivista. -Ma elegante, abituato agli imbottiti salotti -genovesi, svenevole, profumato, figura di moscardino -<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span> -in burbera uniforme. Bello, di una bellezza -delicata, bianco e roseo e biondo, magro, piccole -mani e piccoli piedi, parlare affettato e ristretto -cervello, ma ne cresceva per turbar la fantasia di -una piccola provinciale pavida e sognatrice. -</p> - -<p> -Ritta dinanzi alla finestra aperta, bevendo l'azzurro, -Chiarina guardava le linee delle colline oltre -il Bevera, ove presumibilmente s'era fermata la -missione francese. Nulla sapea la damigella ancora -dell'incendio del villaggio di Sant'Antonio: siffatte -notizie non le giungevano che con molto ritardo -e del resto villaggi a sacco e sconfinamenti di bande -erano all'ordine del giorno. -</p> - -<p> -— <i>Sei scuffie fatte a disaspuer di muzzolina, cioè -tre soglie e tre guarnite di picò tutte però guernite di -bindello</i> — continuava l'Orengo con la sua voce fioca. -</p> - -<p> -E adesso anche Gilda, stanca, l'aiutava. -</p> - -<p> -— Undici paia di calzette..... -</p> - -<p> -— Un momento, un momento. -</p> - -<p> -E ripeteva leggendo la lista de' giocali: -</p> - -<p> -— <i>Undeci para di calzette, cioè sei para di lino, -due para di seta, due para di Fioretto e un para di -castor da inverno....</i> -</p> - -<p> -— Perchè poi proprio undici? Non si poteva -compir la dozzina? -</p> - -<p> -— Giustamente, madamigella Gilda, ma il duodecimo -vestirà i piedi della damigella Chiara, nel -giorno delle sue nozze. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span> -</p> - -<p> -— È vero, non ci pensavo. Un'andriena, signor -magnifico! -</p> - -<p> -— Quale, madamigella. Forse quella di <i>brocato -in seta con fondo color di perla, o quella di color -di rosa con bordi d'argento di Grodetor</i>? -</p> - -<p> -— Nè l'una nè l'altra, signor magnifico! -</p> - -<p> -— Ah! ecco: <i>Andriena di satino fiorato con fondo -color d'oliva</i>. Un momento, un momento: seguiamo -l'ordine, vi prego, madamigella Gilda! -</p> - -<p> -Chiara stanca a sua volta e un po' vinta dal -sole che si facea forte e imbiancava l'azzurro, si -voltò verso i due. Le passavano sotto gli occhi -tutte le cose belle e nuove di zecca preparate per -il corredo, cose utili ed inutili, accomodate nei -cofani come insensibili morticini, fredde ancòra, -ignote al morbido corpo, vuote. A terra su carta -fiorata, giacevano i ninnoli: i ventagli di tartaruga -e di madreperla, i bottoni di <i>Grillo ligati in argento</i>, -le fibbie per la cintura e le scarpette, un paio di -forbici d'argento e un ditale, una spazzola per pettini, -una croce di perle fine legate in oro, dei pendenti -di Grillo, una collana di perle e persino un paio -d'anelli d'oro con castelli di pietre diverse. -</p> - -<p> -E la voce dell'Orengo: -</p> - -<p> -— <i>Un petanlor di satino con fondo giallo fiorato, -un busto di grodetor bianco, due gardanfan....</i> -</p> - -<p> -D'un tratto la Gilda uscì in un'esclamazione di -maraviglia: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span> -</p> - -<p> -— Madamigella! Madamigella! Guardate! Che -bella cosa? Che sarà mai, magnifico Orengo? -</p> - -<p> -— Un momento! Un momento! Dell'ordine -prima di tutto.. Verrà il turno di quell'arnese! -</p> - -<p> -— Arnese? Me lo chiama arnese, l'eretico! -</p> - -<p> -Chiara s'era avvicinata curiosa e preso dalle -mani di Gilda una specie di cuscino trapunto in -damasco giallo, foderato di taffetà e bordato d'argento, -lo esaminava attentamente. -</p> - -<p> -— Sant'Anna benedetta! La si direbbe una -coperta da bambole, madamigella. -</p> - -<p> -L'archivista però aveva raggiunto sulla lista -l'oggetto. -</p> - -<p> -— Un momento! Eccolo! Non può essere che -questo: <i>un coperto da culla....</i> -</p> - -<p> -Ah! che dolor dolce, che trafittura dolcissima al -cuore di madamigella Chiara, e la ferita le si dilatava -e la gola le si chiudeva, quasi fino a svenire. -</p> - -<p> -Ah, che dolor dolce! -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span> -</p> - -<h3>XI.</h3> -</div> - -<p> -Un bussar rispettoso alla porta. -</p> - -<p> -— <i>Due manizze, una di piuma, l'altra di pelo....</i> -</p> - -<p> -Invece di rispondere Gilda corse all'uscio. -</p> - -<p> -— È il Moncherino, madamigella. -</p> - -<p> -Il vecchio soldato fece un goffo inchino, restando -sul passo dell'uscio socchiuso e restò in silenzio -aspettando per rispetto d'essere interrogato. -</p> - -<p> -— Buon dì, amico. Che vuoi? -</p> - -<p> -Chiarina Grimaldi era l'idolo dei soldati che -l'avevano veduta bambina e che la tenevano un -po' come figliola comune: l'amavano perchè era -famigliare e non si rifiutava mai di intercedere presso -il padre o il Borzone, perchè donava spesso e, come -potea, largamente, e perchè sapeva suggerir farmachi -o allacciar bende. Il Moncherino parlò dunque -abbastanza sciolto e rapido e, in fe' di Dio, credo -<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span> -anche abbozzando un sorriso, ciò che era contro ogni -disciplina. -</p> - -<p> -— Porto una buona notizia, madamigella. -</p> - -<p> -Chiara si fece di scarlatto. -</p> - -<p> -— È arrivato!.... — esclamò precipitosamente e -non meno precipitosamente s'interruppe. -</p> - -<p> -— È arrivato, sì, il magnifico signor Filippo -Balbi ed è con il magnifico signor padre di madamigella: -anzi è il magnifico signor padre che mi ha -dato ordine di venire ad annunciarli. -</p> - -<p> -— Vengono qui, Moncherino? Hai capito bene? -Vengono qui?! Il magnifico signor mio padre non -mi fa chiamare nelle sue stanze? -</p> - -<p> -— No, madamigella: vengono proprio qui: ho -capito bene, anzi mi sono fatto ripetere l'ordine. -Viene il magnifico signor padre di Madamigella, il -magnifico signor Filippo e forse il capitano Cavalli -che era seco loro poco fa. -</p> - -<p> -— Oh! poveretta me! Hai capito Gilda? presto, -presto nascondi tutto questo inventario..... -</p> - -<p> -Afferrò dalle mani dell'archivista, il quale a -bocca aperta era rimasto interrotto e interdetto, la -lista dei giocali e la gettò alla rinfusa nel cofano più -vicino con qualche cosa che le capitò tra le dita. -</p> - -<p> -— <i>Un para di mitine....</i> Un momento, un momento, -madamigella, vi prego! Un momento, o -tutto il nostro lavoro sudato di stamane sarà inutile! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span> -</p> - -<p> -— Viene il mio signor padre con gente di condizione, -e non voglio che tutto il mio corredo sia esposto -a occhi profani! -</p> - -<p> -— Un momento! Un momento! Per carità! -</p> - -<p> -— Presto, presto, Gilda! -</p> - -<p> -La vispa camerista ridendo sotto il naso adunco -del vecchietto parea si desse d'attorno ad aumentare -il disordine, gettando con apparente furia nei due -cofani alla rinfusa le camicie coi fazzoletti, le braziere, -le mantelline, le scuffie, le <i>andriene</i>, i busti, -i guanti e quante belle cose linde si trovavano sparse -per la camera, mentre l'Orengo, le mani nei capegli — pochi -ed unti — levava dolorose interiezioni. -Finalmente calati i coperti, e seduta sopra il più -vicino, Gilda esclamò: -</p> - -<p> -— Auff! Non s'addolori il magnifico Orengo! -Avremo così il piacere di rivederlo un'altra volta -oggi stesso o domani! -</p> - -<p> -— Ma ho da prestar l'opera mia al governatorato — gemeva -il vecchietto — tre decreti almeno da -classificare e da spulciare! -</p> - -<p> -— Vergogna! Posporre le dame a un brutto -decreto su carta raschiata! -</p> - -<p> -La palinodia non avrebbe vista così presto la -parola <i>fine</i> senza un susurrio di voci ed uno strepito -di passi speronati che aumentavano avvicinandosi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span> -</p> - -<p> -Chiara sbiancò, cadde a sedere sulla scranna -più vicina, ma poi facendosi forza e comprimendo il -cuore con ambe le palme, ciò che poteva anche parere -un preparativo per il prossimo reverente inchino, -avanzò di tre passi verso l'uscio socchiuso, -sul quale comparve sùbito il Grimaldi, pomposo, -precedendo un giovane ufficiale vestito della divisa -francese; ed infine la faccia assente del Cavalli -sporse fra i due seria e meditabonda. -</p> - -<p> -— Chiara, ecco il signor Filippo Balbi, tuo sposo -promesso — annunciò il governatore ed aggiunse: -</p> - -<p> -— Le cure del suo e nostro ministero ne hanno -alquanto sofferto ma il signor Balbi era impaziente -di vederti e di confermarti l'affetto suo. -</p> - -<p> -— Benvenuto il signor Filippo Balbi — mormorò -con un filo di voce Chiarina inchinata più -forse del necessario che del conveniente, premendosi -però sempre con ambe le palme il cuore. -</p> - -<p> -— Chiedo umilmente perdono se non troverò -parole degne, — rispose il Balbi profondamente -chinato — ma la felicità mi toglie ogni possesso di -me stesso. -</p> - -<p> -Il lambiccato complimento fu detto con voce -metallica e precisa che mal combinava con la pretesa -emozione delle parole. E probabilmente il -secco animo del giovane non si sarebbe che addentrato -in un ginepraio di belle frasi fredde, pur -<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span> -abilmente poi uscendo con tutto l'onore delle armi -dal labirinto, se la Gilda avanzando le sedie non -avesse posto quella del Grimaldi fra Chiara e Filippo. -Il bel conversare non si aggirò dunque che -sulle notizie di Genova e di Francia: anzi il governatore -che teneva assai ad essere informato interrogò -più spesso che non fosse interrogato distraendo, -a pro suo, pensiero e viso del promesso sposo dalla -sposa promessa. -</p> - -<p> -Eppure, anche dalle sterili nuove senza interesse -per lei attingeva Chiara grande felicità: si parlava -del governo frivolo succeduto al terrore, di cose -senza importanza, di uomini sconosciuti, eppure -ogni parola di lui era dolce per lei, come se fosse -parola d'amore, perchè usciva dalla bocca del fidanzato. -</p> - -<p> -Pendeva la fanciulla da quelle labbra strette e -sottili che s'aprivano di rado interamente, per non -far vedere tutta la dentatura sana, ma ineguale e -non candida. Benchè non mordesse la cartuccia -Filippo Balbi usava però nei bivacchi la lunga pipa -soldatesca, ciò che non si confà alla dentatura. Ma -non importava a Chiarina ch'egli parlasse con grazia -e di che parlasse; purchè potesse abbeverarsi e -disalterarsi a quella fonte poco badava donde sgorgasse -la bella linfa che le riempiva il cuore. -</p> - -<p> -— Il governo di Barras è scettico, teoria del -<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span> -giorno per giorno, del rattoppare per non rifare, -sforzo di diplomazia più che azione.... -</p> - -<p> -— Ma i generali? Hoche? Massena? Moreau? -</p> - -<p> -— Braccia valide e sicure, ma braccia. Non è -ancora apparso l'uomo che abbia in sè pensiero ed -azione e non credo che si trovi. S'era sperato in Dumoriez, -l'unico che possedesse un cervello ma dopo -la catastrofe che crollo anche per Dumoriez! Hoche? -Un santo, capace d'ogni sacrificio ma non di costruire. -Massena un testardo intrigante. Moreau -un intrigante bello, cospiratore fallito e sempre con -la tentazione di ricominciare. No, credete, nulla, -il vuoto. La povera Francia non ha che il cervello -di Barras e la bellezza di madame Thermidor, null'altro, -ed è poco, molto poco. -</p> - -<p> -— Genova non ha nemmeno un Barras. -</p> - -<p> -— Ha peggio. Il magnifico Cattaneo è un fanatico, -e le nazioni non si conducono nè col fanatismo -nè con lo scetticismo. La giusta misura, -l'uomo capace di far l'epopea e il codice, di ragionare -e di far sragionare, di dominare i cervelli e di trascinar -le masse, l'uomo che sia prosa e appaia poesia.. -</p> - -<p> -Chiarina ascoltava: i bei conversari a poco a -poco si riducevano ad un solo conversare, quello di -Filippo Balbi, che abbeverato ed anzi saturo dei -temi unici delle conversazioni mille volte udite nei -salotti e nei caffè della Parigi del direttorio se ne -<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span> -pavoneggiava pur tuttavia usando della grazia e -della scioltezza elegante. -</p> - -<p> -Più spesso Chiarina non comprendeva, non seguiva, -non riesciva a capire, ma il suono di quella -voce la cullava in tanti tanti sogni d'oro nei quali -faceva capolino — chissà perchè poi? — <i>il coperto -da culla di damasco giallo foderato di taffetà bordato -d'argento</i>! E senza una ragione al mondo la fanciulla -arrossiva e per impedire alle sue guance di -farsi scarlatte si costringeva in uno sforzo che diventando -coscienza la faceva arrossire vieppiù. -</p> - -<p> -Ora il conversare s'aggirava sul campo di concentramento -francese a Nizza, tema d'attualità. -</p> - -<p> -— Quanti uomini? — aveva chiesto il Cavalli. -</p> - -<p> -— A un dipresso trentamila. -</p> - -<p> -— Come: a un dipresso? -</p> - -<p> -— E chi può contare, magnifico signore, le bande -affamate, lacere, scalze, prive d'armi di munizioni -e di capi, ribelli ad ogni fede e ad ogni disciplina, -prive di soldo da mesi, ridotte a procacciarsi il vitto -con i furti e le scorribande, chi può contare quella -valanga immonda presso la quale mi trovo al seguito -d'una specie di generale. -</p> - -<p> -— C'è dunque finalmente un generale? -</p> - -<p> -— E chiamiamolo pure così, se vi piace. È un -paria còrso, affamato come i suoi soldati, mingherlino -e mal nutrito che pochi anni or sono vegetava -<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span> -nell'artiglieria e che oggi per intrighi di donne..... -</p> - -<p> -S'interruppe per rispetto a madamigella Chiarina. -Ma il Grimaldi, curioso come tutti coloro abituati -alla grande città e costretti invece alla provincia, -non istette in sè. -</p> - -<p> -— Raccontate, raccontate, signor Filippo Balbi. -Il vostro nuovo generale è salito per intrighi di donne? -</p> - -<p> -— A Parigi tutto è possibile, magnifico signore: -a Parigi ove un prete spretato, ex-vescovo scomunicato, -regge la diplomazia, e un libertino senza legge -e pudore governa, anzi sgoverna con favorite e -con ballerine peggio ma peggio assai che ai tempi -del Reggente o di Luigi il bene-amato, a Parigi -tutto è possibile! -</p> - -<p> -S'interruppe ancòra e guardò Chiara. Ma la -fanciulla aveva ricuperato il suo bell'incarnato più -tendente al pallore che al rossore: pareva in estasi, -al settimo cielo, troppo lontana, troppo estranea alle -brutture di quaggiù. E d'altronde non era possibile -che comprendesse nelle velate insinuazioni, il -senso recondito che gli uomini afferravano immediatamente -e gustavano. -</p> - -<p> -— Voi non potete, magnifico signore, farvi una -idea della corruzione e della incuranza della classe -dirigente a Parigi. La rivoluzione ha avuto almeno -degli uomini: il Terrore, che Iddio lo danni, ha -avuto degli uomini. Ma il Direttorio non ne ha. Armate -<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span> -sul Reno fiorenti affidate a generali — badate -a generali, il che non vuol dire uomini di capacità -direttiva civilmente — affidate a generali di coraggio -e di fortuna: la Vandea pacificata per merito -di Hoche, uomo di Plutarco più che del nostro secolo, -e che, se un Richelieu od anche un Andrea Doria lo -dirigesse, potrebbe conquistare il mondo come Alessandro -il Macedone, ma che senza spalliera civile -si sente a disagio e inabile a malgrado la dichiarazione -di Salvator della patria come capo dell'Armata -dell'Oceano: poichè hanno delle trovate letterarie -quei ballerini di Parigi. Ordunque Reno e -Vandea ben guarniti, mezzogiorno pur con le bande -custodito, la Francia a prima vista parrebbe sicura. -Ma nelle frontiere, entro i suoi confini ha il nemico -peggiore: la sommossa quotidiana, il popolo disoccupato, -la mancanza del pane, l'agricoltura abbandonata -e Parigi, il cervello, nelle mani di un cinico -e di una turba femminile avida di lusso e di piacere. -La prima donnetta senza scrupoli che vi capiti diventa -una Caterina dei Medici. Poco tempo fa è piombata -come una cavalletta dispersa dal vento, una -creola, una certa vedova Beauharnais, bellezza del -diavolo, femmina fino alle unghie, la quale si gettò -nelle braccia di Barras per conquistare in un sol -blocco fama e fortuna. Ma Barras è infido peggio del -mare e si stanca presto, peggio di un sultano: e -<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span> -allora per liberarsi della donna la fa sposare a una sua -creatura, già creatura di Robespierre, un soldato di -fortuna caduto in disgrazia, un certo Bonaparte.... -</p> - -<p> -Il capitano Cavalli alzò il capo sorpreso. -</p> - -<p> -— Bonaparte? Aspettate, signor Filippo. Un -giovane quasi nero di viso, dai capegli lunghi e incolti, -un aspetto di tisicuzzo..... -</p> - -<p> -— Perfettamente. Lo conoscete? -</p> - -<p> -— Sicuro: due anni or sono, mi pare, fui chiamato -a Palazzo e mi fu affidata una missione di fiducia: -aspettare alla Lanterna un inviato di Francia, -inviato <i>in incognito</i>. E mi trovai con codesto -Bonaparte, se è lui, allora generale dell'Armata del -Varo, se non erro. Credo che avesse il segreto incarico -di spiare il Faipoult. Rimase a Genova poco -tempo e se ne andò di punto in bianco senza prendere -congedo nemmeno da me. Uomo di poche parole, -nervoso, malato, che tossiva, specialmente di -notte in modo spaventevole, e che perdette gli -occhi sugli affreschi di Palazzo Spinola, ove sono le -piante di qualche nostra città capitale. Viveva d'erbe -e non beveva mai vino, ma leggeva il sommo Virgilio -nella traduzione dell'abate Delille. Ciò me lo -rese quasi simpatico. -</p> - -<p> -— E invece lo è poco, signor capitano. Generale -per merito di donne! Se ne accorgerà la nazione! -Me lo vedo, il giovanotto generale delle sottane a -<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span> -rimettere in assetto le bande indisciplinate e disorganizzate -del Varo! E a questo proposito, magnifico -Grimaldi, mi permetterete più tardi di darvi comunicazione -dei suoi ordini..... poichè li chiama ordini -il côrso favorito. -</p> - -<p> -— Ordini! Benissimo! — E il Grimaldi rise amabilmente. — Benissimo. -Ma attendendo di conoscere -gli ordini del vostro generale ballerino non vi dispiacerebbe -di rinfrescarvi con un po' di sciroppo di -rose? Animo, Gilda, prepara le guantiere, e tu Chiarina, -fa la padrona di casa! -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span> -</p> - -<h3>XII.</h3> -</div> - -<p> -Fine di marzo: tempestoso tramonto. -</p> - -<p> -Le nubi si accavallavano migrando in cirri giganteschi -verso l'alta vallata del Nervia già quasi -tutta verde per l'inizio precoce della primavera. -Il castello dei duchi di Nervia, disabitato, le finestre -in disordine, ma il gran portone chiuso in fondo al -parco devastato, parea un albergo di spettri. Almerico -di Nervia non lo abitava più da lungo tempo, -forse due anni, dalla prima invasione francese. Teneva -in possesso la vallata con i più fedeli fra i contadini -delle sue terre e qualche soldato del Re di Piemonte: -bivaccava qua e là ramingo per la valle -ove gli parea che più fosse necessaria l'opera sua per -tener soggetti i paesi vassalli, che aveano preso -gusto a tutte le licenze dell'albero della libertà. -</p> - -<p> -In quella sera della fine di marzo mentre le nubi -gonfie di pioggia turbinavano risalendo giganti verso -<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span> -le gole montane, aveva fissato il proprio accampamento -sopra il paese d'Isolabona al confluente d'un -minaccioso torrentaccio, gonfio per lo scioglier delle -nevi, che scendeva al Nervia dalle alture di Perinaldo, -raccolti gli innumerevoli rivi e rigagnoli e -fossi di quella marca vulcanica ove s'aderge il paese -di Baiardo e per cui si discende poi nell'opposta parte -a San Romolo e quindi a San Remo. Per quella -strada lunga e disagevole aspettava Almerico di -Nervia una visita inusitata. Nientemeno aspettava -la marchesa Fiorina di Spigno, emissaria del generale -Colli, il comandante delle Armate di Piemonte -e d'Austria. Il litorale non era sicuro: il generale -francese Serrurier da Garessio a Savona — si credeva — Cervoni -a Voltri: le valli fino al Finale risuonavano -della Carmagnola e della Marsigliese. -Per questo la bella marchesa di Spigno, con una -mano d'uomini, cavalcando un muletto alpino s'era -lanciata all'arembaggio di tutti i valichi anche i -più tortuosi e per le valli del Cento e dell'Impero -e poi per l'Argentina aveva intrapreso la strada -poco sicura che per San Romolo, Perinaldo e Apricale -discendeva a Isolabona. Una staffetta l'avea -preceduta di poche ore e Almerico di Nervia, fatta -continuare la staffetta al Lascaris, impiantato il -bivacco a cavaliere delle due valli, attendeva impaziente. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span> -</p> - -<p> -Dovevano essere importanti le notizie perchè -la bella marchesa si sobbarcasse a un tanto disagioso -cammino! Il Nervia, uomo di mezza età, la -barba piena e rotonda, gli occhi vivaci, possente di -corporatura, vestito di cuoio alla cacciatora senza -sproni agli alti stivali, seduto sopra un albero dimezzato -dal fulmine, tentava di spingere lo sguardo -fin dove la gola già quasi buia e le nubi che parevano -basse e gettate a ferirsi in fra gli alberi spettrali, -lo permettevano. Non portava altra arme che -un coltello da caccia alla cintura e la mano impaziente -agitava lo scudiscio e le labbra irrequiete -lasciavano sfuggire un fischiettar sordo e frammentario. -</p> - -<p> -Una calma enorme teneva le vallate, chè il vento -era troppo in alto e, se accavallava le nubi, non giungeva -ad urlar fra le gole: soltanto lo scrosciar -dell'acqua precipitosa del torrentaccio scandiva la -pace solenne. E a volta a volta lo stridulo grido delle -scolte, un misto di civetta e di cucùlo, chè ovunque -si avversava la rivoluzione l'allarme e l'avvertimento -degli <i>chouans</i> vandeani s'era imposto. Soltanto, -a un dato momento furono due i richiami -che giunsero da un punto imprecisato, due che si -seguirono a breve distanza, isocroni. Il duca lasciò -di flagellarsi lo stivalone con lo scudiscio, s'alzò e -tese l'orecchio. Il richiamo doppio si ripetè. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span> -</p> - -<p> -Nello stesso tempo, quasi rispondesse telepaticamente -a un muto appello, dalla tenda più vicina -che era appunto quella del comandante, benchè -non differenziasse dalle altre che per le dimensioni -e per essere più esposta ad ogni pericolo del cielo -e degli uomini, un vecchio sbucò all'improvviso. -</p> - -<p> -— Hai udito anche tu, Seborga? -</p> - -<p> -— Sì, monsignore, e se non erro è stato il Monferrino. -</p> - -<p> -— Il Monferrino? Ma non è di guardia verso -Isolabona. -</p> - -<p> -— Sì, Monsignore! -</p> - -<p> -— Non è dunque ancora avvistata questa benedetta -Marchesa? -</p> - -<p> -— No, monsignore: credo che sia invece il -conte Lascaris. -</p> - -<p> -A malgrado l'impazienza che l'aduggiava, il -duca Almerico non potè trattenere un sorriso. -</p> - -<p> -— Benedetti gli innamorati! -</p> - -<p> -— Dice un proverbio, monsignore — confidenzialmente -aggiunse il Seborga — che il cuore marcia -con gli stivali delle sette leghe. -</p> - -<p> -— Avrei preferito parlare senza testimoni con -Fiorina! -</p> - -<p> -— Ma il conte Lascaris se ne sarebbe offeso. -</p> - -<p> -— Hai ragione, vecchio Seborga. Nella tua bocca -si forma il buon senso. Va' all'incontro degli ospiti, -amico mio. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span> -</p> - -<p> -Il vecchio obbedì, come un fedele scudiero doveva -ubbidire. Fido servo del Nervia, nato sulle -terre feudali vent'anni prima del suo padrone, il -Seborga non se n'era staccato un solo giorno da -quando lo conduceva a tuffarsi nel mare, e gli insegnava -a cavalcare a dorso nudo. Non viveva che -di lui e per lui, e ne conosceva i più reconditi pensieri, -quelli anche, forse, che Almerico non confessava -neppure a se stesso. Muto, impassibile, non apriva -bocca e non diceva la propria opinione che in presenza -del suo solo padrone, a tu per tu, senza ambagi -e senza falsi rispetti. Almerico di Nervia conservava -una superstiziosa fiducia nei giudizi sommarï -del vecchio Seborga: anche in quella sera -quando lo vide tornare precedendo gli ospiti, l'interrogò -con lo sguardo fisso. Il vecchio crollò il -capo, segno che qualche cosa non gli garbava. Ma -non potè saperne il pensiero completo: dietro di -lui, concitato apparve il Lascaris seguito da un -gruppo di uomini ignoti al Nervia. -</p> - -<p> -— Ebbene, Almerico? -</p> - -<p> -— Nulla ancora, Luca: sii calmo, te ne prego. -</p> - -<p> -Con un cenno interrogativo mostrò le persone -sconosciute che seguivano l'ospite e che s'erano -fermate a qualche passo di distanza. Il Lascaris -si ricompose. -</p> - -<p> -— Hai ragione, duca, hai ragione. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span> -</p> - -<p> -D'un gesto staccò una persona dal gruppo: -</p> - -<p> -— Il conte Emanuele Embriaco. -</p> - -<p> -Mentre alzava lo sguardo al sopraggiunto, Almerico -di Nervia incontrò l'occhio assonnato per -abitudine ed ora sfavillante del Seborga. Per il che -osservò attentamente, quanto almeno la cortesia gli -permetteva, il gentiluomo presentato e che si inchinava -amabilmente. -</p> - -<p> -— Benvenuto, signor conte, — disse poi. — Sapevo -che da qualche giorno eravate ospite dei -nostri in oggi poco ospitali paraggi. E ringrazio il -conte Lascaris di avervi qui condotto.... -</p> - -<p> -Luca l'interruppe. -</p> - -<p> -— Almerico, permetti! Il conte Embriaco non -sa ancora la ragione della mia venuta. Abbiamo -fatto diverse strade: io pel litorale, egli per la Rocchetta -e non ci siamo congiunti che al confluente -giù, ove credevo di trovar Camillo Altariva disceso -per le Maure, e che invece è ancora in ritardo. Appena -raggiunto, mi premeva correr qui da te.... -</p> - -<p> -— Comprendo, comprendo. Tanto più ti comprendo..... -</p> - -<p> -Strana cosa! Il muto Seborga, vassallo dalla -nascita e come tale quindi beneducato a rimanere -al suo posto davanti a personaggi pari al padrone, -intervenne con una famigliarità che soltanto un -ecclesiastico potea permettersi pur essendo di rango -inferiore. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span> -</p> - -<p> -— .... in quanto la signora marchesa di Spigno -non giungerà, questa sera almeno. -</p> - -<p> -Padrone di se stesso Emanuele Embriaco lo -era e lo dimostrò nel non lasciar muovere un sol -muscolo del viso: ma non così il Ricciuto che gli -stava a qualche passo dietro e che trasalì di colpo. -Almerico di Nervia osservò l'ombra che s'era spostata -violentemente al solo pronunciar di un nome e sporse -il capo come se interrogasse il Lascaris sulla scorta. -</p> - -<p> -— Gente fida, Almerico: gente mia e del conte -Embriaco. -</p> - -<p> -Troppo uso l'avventuriero agli agguati ed alle -sorprese d'ogni genere per lasciarsi placar da un -cenno di capo rassicurante: aveva seguito lo sguardo -parlante del Seborga, drizzate le orecchie all'infrazione -d'etichetta che nemmeno il trovarsi in campagna -autorizzava, e per di più lo scatto del Ricciuto -e la curiosità istintiva del Nervia erano sopravvenuti -per non lasciarlo troppo tranquillo. Per la -qual cosa credette opportuno di correre al riparo e -lo fece con scioltezza elegante. -</p> - -<p> -— Gente fida, sì, duca, ma non mia. Il conte -Lascaris non ricorda esattamente. Ricciuto, Bracciodiferro, -avanzatevi. -</p> - -<p> -I nominati obbedirono. -</p> - -<p> -— Permettetemi signor duca: il Ricciuto, maresciallo -d'alloggio del Re di Piemonte, Nostra -Sacra Real Maestà.... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span> -</p> - -<p> -Si scoprì e tutti l'imitarono. Poi continuò: -</p> - -<p> -— .... appartenente al Presidio della Ferania. E -Bracciodiferro vassallo del signor marchese di -Spigno. -</p> - -<p> -Un istante di silenzio. Rumoreggiò il tuono al -nord verso il monte Altomoro. Qualche rada goccia -di pioggia crepitò sulle foglie novelle. Nel silenzio -il torrente raddoppiò lo scrosciare. -</p> - -<p> -A ricomporre animi e visi, ecco il Seborga impassibile, -nella sua compostezza servile di vassallo -di gran casa: -</p> - -<p> -— Il signor duca e gli ospiti del signor duca sono -serviti di rinfreschi nella tenda del signor duca! -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span> -</p> - -<h3>XIII.</h3> -</div> - -<p> -Primo a rompere il silenzio fu Luca Lascaris. -Il pensiero che l'assillava mal gli faceva sopportar -l'inazione. Avrebbe voluto muoversi, avrebbe voluto -risalir verso Perinaldo incontro alla donna tanto -più amata quanto più da mesi e mesi ne ignorava -la esistenza sentimentale. -</p> - -<p> -— Mi stupisco di una cosa, di una soltanto, duca, -e cioè di vederti qui inattivo e neghittoso mentre -una dama corre chi sa quali pericoli, alle prese con -le spie francesi e con i banditi della vallata. Muoviamoci, -per Nostra Signora di Lampedusa, andiamo -tutti incontro alla dama che viene verso di noi: -le abbrevieremo almeno le fatiche del cammino. -</p> - -<p> -— Perfettamente ragionato, Luca, — rispose il -Nervia pacatamente — Non sono io l'uomo al quale -tu puoi rimproverare di mancar di riguardo non -<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span> -solo verso una dama del nostro mondo, ma neppure -verso una donna. Ti prego soltanto di prestarmi -attenzione e di arrischiare uno sguardo fuori di -questa tenda: è posta sull'innesto di due sentieri, -l'uno che sale a Perinaldo, l'altro che s'inerpica -verso il nord, e precisamente verso il valico del -Cravana. Da qual parte discenderà la marchesa? -Non potevo arrischiare di mandarle incontro il -mio vecchio Seborga, quantunque conosca le parole -di benarrivo, degne di una tal dama.... -</p> - -<p> -Il Seborga afferrò immediatamente l'occasione -che gli porgeva il suo signore. Disse, umile, con voce -dimessa: -</p> - -<p> -— E d'altra parte il signor duca bramava attendere -gli eccellentissimi signori conte Lascaris -e Camillo d'Altariva.... -</p> - -<p> -Anche il Seborga si rifiutava di pronunciare il -nome Altariva privo dell'attestazione di nobiltà. -</p> - -<p> -— Eccomi, — interruppe Luca — dividiamoci -ed avviamoci! -</p> - -<p> -Almerico di Nervia consultò con lo sguardo il -fido scudiero e replicò: -</p> - -<p> -— Che ne consigli, Seborga? -</p> - -<p> -Il vecchio servo rispose: -</p> - -<p> -— Ho l'onore di approvare il progetto dell'eccellentissimo -signor conte Lascaris. -</p> - -<p> -— Ben parlato, per Nostra Signora di Lampedusa. -<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span> -Questo è per te, vecchio Seborga: tienlo per -mio ricordo! -</p> - -<p> -Staccò dalla cintola il pugnale dall'impugnatura -aspra di borchie preziose e lo porse allo scudiero. -</p> - -<p> -— Umilmente ringrazio Vostra Eccellenza, e mi -auguro di sguainarlo presto in vostro servizio.... -</p> - -<p> -— E della marchesa Fiorina! -</p> - -<p> -— E della eccellentissima e graziosa signora marchesa -di Spigno. -</p> - -<p> -— Sia pure — concluse il Nervia — dividiamoci. -Ma chi attenderà Camillo Altariva? -</p> - -<p> -Incoraggiato dal buon successo, il vecchio Seborga -si permise ancora di interloquire. -</p> - -<p> -— Se le Vostre Eccellenze permettono..... -</p> - -<p> -— Ascoltiamo il parere del mio buon Seborga, — annuì -Almerico di Nervia — Se avesse presto il -braccio come ha pronto il senno, ci porterebbe certo -a guidare contro le masnade avide e brute di Barras -e di Arena. -</p> - -<p> -— Se pure è sempre Arena che ci viene incontro -dal Varo — mormorò Luca Lascaris — Mi parlò -il Grimaldi d'un generale ballerino mantenuto di -donne..... -</p> - -<p> -— O Arena o chi sia lo sapremo sempre a tempo, -Luca: ma ascoltiamo il piano del Seborga! -</p> - -<p> -Anche l'Embriaco ne parve desideroso. -</p> - -<p> -— Ecco, eccellentissimo: sarei dell'umile parere -<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span> -che il mio eccelso signore qui rimanesse ad attendere -il signor d'Altariva, o la illustre dama di Spigno, -la quale potrebbe — e non ne stupirei — ben anco -evitare i sentieri e scendere direttamente dai monti. -Il signor Conte Lascaris ed il signor Conte Embriaco -potrebbero affrontare i due sentieri. -</p> - -<p> -— E come divideresti la scolta, Seborga? -</p> - -<p> -Il vecchio scudiero non rispose: parve attendere -che altri lo facesse in vece sua: ma nessuno fiatò. -</p> - -<p> -Un'occhiata dell'Embriaco era bastata per fermare -un'imprudente offerta del Ricciuto che aveva -seguiti i nobili signori nella tenda per invito del -Seborga. -</p> - -<p> -Il quale allora terminò: -</p> - -<p> -— Bracciodiferro, vassallo del Marchesato, potrebbe -seguire il signor conte Embriaco ed andare -così incontro alla sua nobile signora, ed il Ricciuto — lo -salutò graziosamente — far la scorta al signor -conte Lascaris. -</p> - -<p> -— Accetto — rispose l'Embriaco. -</p> - -<p> -E parve felice. -</p> - -<p> -— Accetto — ripetè il Lascaris. -</p> - -<p> -E poi: -</p> - -<p> -— Affrontiamo la via prima che faccia notte. -</p> - -<p> -— Non senza il bicchier della staffa, eccellentissimi -ospiti ed amici — propose il duca. -</p> - -<p> -Il vino rosso di Dolceacqua fu mesciuto nelle -ciotole di legno che il Nervia usava portar seco nella -<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span> -sua vita errabonda: tanto l'Embriaco che il Lascaris -vi appressarono appena le labbra, e così pure il -Ricciuto. Ma Bracciodiferro che fumava la pipa seduto -sul tronco d'albero su cui ci è apparso il -Nervia, non si fece pregare: ne bevve anzi più -del necessario. Ora, il vino rosso di Dolceacqua è -traditore, dà alle gambe: sicchè quando le due piccole -truppe vollero incamminarsi, il vassallo del -signor marchese di Spigno tentò inutilmente d'alzarsi. -</p> - -<p> -— Per tutti i diavoli di Satanasso — masticò -la lingua grossa e la bocca pastosa — per tutti i -diavoli di Satanasso, giuro che non mi è mai capitata -una cosa simile! -</p> - -<p> -— Ciò significa, signor mio, che non avete mai -trincato del vino di Dolceacqua, — gli osservò mellifluamente -il Seborga. -</p> - -<p> -— Vino di Dolceacqua? Che canchero mi va -dicendo il vecchio Gelindo! Vino di Dolceacqua? -Ma ho tracannato botticini di vini delle Langhe e -del Monferrato, del Polcevera e delle Cinque Terre, -senza che le gambe mi facessero mai un simile scherzo. -Per tutti i diavoli di Satanasso e per le sue cinquecentomila -spose! non avrei mai creduto che un bicchierotto -di legno col fondo alto un dito mi conciasse -in questo modo! Alle gambe il vino! Ho -sempre creduto che salisse al cervello! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span> -</p> - -<p> -— Al cervello di chi ne possiede, balordo — gli -rispose ben secco l'Embriaco, apparso per l'appunto -sul passo della tenda — al cervello di chi lo ha! -Per intanto eccomi qui ridotto senza scudiero! -</p> - -<p> -— Non sia mai detto che la Eccellenza vostra -non venga servita come merita! E che debba privarsi -di chi le regga la staffa, — replicò il Seborga. — In -mancanza di questo balordo, che davvero, -m'accorgo, non può muoversi, ascriverò a somma -ventura di offrire i miei umili e modesti ma zelanti -servigi al signor conte! -</p> - -<p> -Solo allora l'avventuriero comprese che il tiro -non era accidentale, ma servito con tutte le regole, -e che il Seborga nascondeva un pericoloso disegno a -suo svantaggio. Già ne aveva avuto il primo sospetto -nell'udirgli svelare il probabile arrivo della -marchesa di Spigno, che il Lascaris gli aveva taciuto, -morso da un po' di gelosia, di cui non sapeva -padroneggiarsi dopo la famosa lettera. Ma quello -che era stato quasi fanciullesco pudore e innata ritrosia -qualificò per disegno a suo danno ed unì -Luca e Seborga in una sola intesa. -</p> - -<p> -— Attento Emanuele — mormorò internamente -a se stesso — qui si congiura contro di te. Attento, -mio caro! -</p> - -<p> -Ma padrone de' propri nervi mostrò un viso ilare -alla cattiva fortuna e cennò amicalmente al vecchio -scudiero del duca di Nervia. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span> -</p> - -<p> -— Ci guadagno una guida senza pari, — dichiarò. — Per -il che, tutto sommato, posso anche perdonarti -l'infrazione alla disciplina, Bracciodiferro. Ma ne -riparleremo al mio ritorno, se tutto sarà andato a -dovere. -</p> - -<p> -Bracciodiferro apparve così sbalordito che trangugiò -senza far motto il balordo regalatogli prodigalmente -dal Seborga, mentre in tempi normali -avrebbe per lo meno denudato, senza pudore alcuno -lo schidione che teneva fra le mani. -</p> - -<p> -Il Lascaris già in sella, impaziente, frenetico -quasi, troncò la possibile querimonia. -</p> - -<p> -— Andiamo! Andiamo dunque! -</p> - -<p> -— Sii prudente, Luca — ammonì il Nervia. -</p> - -<p> -Per tutta risposta l'altro spronò il cavallo. -</p> - -<p> -Il Seborga resse la staffa all'Embriaco, il quale -salutò l'ospite con tutta cortesia. Poi lo seguì. -Le due piccole truppe s'avviarono per qualche diecina -di minuti entro lo stesso malagevole sentiero, -poi, giunte ad un bivio, senza parola si separarono, -dirigendosi l'una verso levante e l'altra, quella dell'avventuriero, -verso il nord, fosco e chiuso. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span> -</p> - -<h3>XIV.</h3> -</div> - -<p> -Per un po' di tempo cavaliere e scudiero — quest'ultimo -a piedi presso la staffa a sinistra — tennero -la testa del manipolo composto di sei valligiani. -E stettero silenziosi. -</p> - -<p> -La strada era d'altronde malagevole, un sentiero -da capre, che soltanto il cavallo montato dall'Embriaco, -un cavallino tozzo delle scuderie del Nervia, -poteva arbitrarsi a tenere. S'inerpicava il sentiero -nel buio fondo incassato entro una specie di depressione -del terreno, spoglia d'alberi e d'erbe, e rocciosa -a giudicarne dal battere isocrono della zampa -equina, che tentava ogni volta, prima di posarsi. -</p> - -<p> -— Da che parte mi conduci, amico? — domandò -l'Embriaco al Seborga chinandosi nel buio, ove possibilmente -potea trovarsi il compagno. -</p> - -<p> -— Che la Eccellenza vostra si lasci guidare, mio -grazioso signore: potrò forse errare, chè tutti noi, -<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span> -miseri mortali, siamo soggetti all'errore, ma ho nel -pensiero che la nobilissima signora marchesa per -più sicurezza abbia preferito scendere dal Monte -Acuto, e, fra il Bucarin e il Cravana, girando quest'ultimo, -riprendere per Apricale. In questo caso è -proprio verso di noi, fortunati, che apparirà d'improvviso. -</p> - -<p> -— Me ne dispiace per il conte Lascaris, — osservò -ridendo l'avventuriero. — Ma perchè hai -scelto questa strada per me, amico? -</p> - -<p> -— Non ho scelto, mio nobile signore. Il conte -Lascaris si è avventato sulla via di Perinaldo, su -quella cioè che gli è parsa la più probabile. Ma ho -in animo che abbia errato, se posso così esprimermi -per un tanto illustre signore. -</p> - -<p> -— Andiamo dunque incontro alla bella Fiorina! -E chi sa che non l'accompagni il buon Ibleto pel -quale certo l'amico arcade Amarillo Glucosio troverebbe -la rima in faceto. -</p> - -<p> -— Il signor marchese di Spigno! Voi credete che -il signor marchese di Spigno possa viaggiare in compagnia -della illustre signora marchesa? -</p> - -<p> -Tutto quanto era di pertinenza del marito, aggettivi -e titoli il Seborga pronunciava con un'apparente -colore di sprezzo, mentre riserbava la tinta, -dell'entusiasmo per la bella Fiorina. -</p> - -<p> -— E perchè no? Forse che non sono marito e -<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span> -moglie? O monsignore il Papa ha scoperto per dividerli -qualche impedimento? -</p> - -<p> -— Sono, è vero, marito e moglie, — replicò -il Seborga con tanta serietà nella voce che l'altro -ne fu colpito — ma sono pur anche, e più profondamente -del burrone che fra poco fiancheggeremo, -divisi dalla politica. La marchesa è per il Re. Il -marito è un giacobino e un volterriano. Credevo che -la Eccellenza vostra, che ha dimestichezza con le -corte di Spigno, non l'ignorasse. -</p> - -<p> -L'Embriaco drizzò le orecchie. La parola dimestichezza -era stata pronunciata con una tal qual -tinta d'ironia che mal gli suonò: l'altra parte ogni -motto del vecchio scudiero gli giungeva fasciato d'intenzioni -oscure e gli facea bollire in petto impeti d'ira -trattenuta. -</p> - -<p> -Le relazioni fra l'Embriaco e i marchesi di Spigno -erano state cordiali sì, ma solamente col marito: -per la sua avversione alla Repubblica di Genova, -dominazione oligarchica senza alcun effetto di governo -reale, fastosa, vuota, solenne e nulla, s'era -trovato l'avventuriero immediatamente d'accordo -con Ibleto di Spigno: con Fiorina invece poca dimestichezza: -il Ricciuto con i suoi uomini s'erano -accompagnati per un tratto breve di strada, quello -che dalla Ferania va a Savona, poi tanto l'Embriaco -che il Ricciuto conosciutisi ed apprezzatisi -<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span> -a vicenda avevano allungato insieme il cammino, -semplicemente. -</p> - -<p> -I soldati in quel tempo camminavano come tante -pecore dietro il campanello del capo mandra, nè si -sarebbero stupiti se il Ricciuto li avesse condotti -in Bretagna o in Iscozia, come avvenne per l'invasione -francese dell'Irlanda. D'altra parte Bracciodiferro -e i suoi scherani seguivano l'Embriaco: -o perchè non avrebbero dovuto seguirlo i soldati regolari -del Ricciuto? -</p> - -<p> -Tutto questo però non aveva aumentati i rapporti -dell'avventuriero con la marchesa Fiorina, che -conosceva appena. -</p> - -<p> -Ora per l'appunto, dati simili precedenti, ecco -la ragione dell'inquieto animo di Emanuele Embriaco! -Infine, che cosa sapeva quel dannato vecchio -scudiero? Era forse a cognizione della falsa lettera -di Fiorina a Luca Lascaris? Sospettava o non sospettava -nell'avventuriero quello che era veramente? -O che era poi veramente Emanuele Embriaco? -Fino a quel punto uno spettatore, e disinteressato, -che avrebbe potuto decidersi o per il Piemonte o -per la Francia, a seconda, od anche per la Serenissima -ove i Serra, i Brignole ed i Cattaneo fossero -mandati a piantar cavoli nei propri orti feudali: -non aveva preferenze Emanuele Embriaco, e soddisfatto -qualche odio personale non avrebbe chiesto -<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span> -che una buona paga e le terre e i palazzi confiscati. -Tale era la sua posizione dopo tutto: ma chi può -ben giudicare delle persone e chi è giusto? Non -il Seborga certo. -</p> - -<p> -Il quale Seborga, sospettoso, come tutti coloro -che tengono ambe le chiavi del cuore del proprio -signore, ma pur furbo, lavorava, secondo il pensier -suo, diplomaticamente. -</p> - -<p> -— Non è forse la Eccellenza Vostra addentro alle -cose della corte di Spigno, come il signor conte Lascaris -ha assicurato al mio padrone? -</p> - -<p> -— Ah! cani, — mormorò fra sè l'Embriaco — te -la darei io la corte di Spigno, a te e a quel zotico -del tuo padrone! -</p> - -<p> -Zotico no, ma vestito fuori di moda sì: in certo -qual modo il damerino Embriaco s'apponeva. -</p> - -<p> -E ad alta voce: -</p> - -<p> -— Sono, è vero, intimo di quella che tu chiami -la corte di Spigno, ma se ho parlato di politica, qualche -volta col marchese Ibleto, mi sono ben guardato -dall'importunare la graziosa marchesa. -</p> - -<p> -— Si tratta di princìpi, non di politica, illustre -signor conte! -</p> - -<p> -A questo punto, miglior guida del Seborga, il -cavallo dello Embriaco si fermò duro sopra un -ciglione rifiutandosi d'avanzare e scuotendo la testa -e tentando impennarsi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span> -</p> - -<p> -— Manda a vedere che accade, scudiero! -</p> - -<p> -Il Seborga obbedì: mandò due degli uomini di -scorta, i quali tornarono subito con la lieta notizia -che si trattava di un impiccato. -</p> - -<p> -— Che ne avete fatto? -</p> - -<p> -— Lo abbiamo gettato nel precipizio. -</p> - -<p> -L'Embriaco si curvò nel buio e chiese con la sua -voce più tranquilla e più melliflua: -</p> - -<p> -— C'è un precipizio, vicino? -</p> - -<p> -— Sì, mio illustre signore, un burrone a dirupo: -lo costeggeremo fra poco. Ma non temete: conosco -la via. -</p> - -<p> -— Sono perfettamente tranquillo con te, amico. -Se non che un passo falso è presto fatto ed un altro -qualunque impiccato può farmi impennare il cavallo. -È dunque meglio che i tuoi uomini ci precedano, -come del resto mi par prudente: daranno meno -o meglio l'avviso. -</p> - -<p> -Il Seborga approvò. -</p> - -<p> -— L'illustre signor conte Embriaco ha ragione! -</p> - -<p> -I sei uomini che rimanevano al seguito raggiunsero -i due che si trovavano all'avanguardia. Ed -il drappello riprese il suo cammino: soltanto il -Seborga rimase alla retroguardia, qualche passo -dopo la staffa destra dell'Embriaco, avvicinandosi -e mettendosi quindi alla pari quando intendeva parlare. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span> -</p> - -<p> -Il tempo carico e buio s'era mantenuto calmo -come se aspettasse lo scoppiare della tempesta. A -volte nello addentrarsi della comitiva in qualche -gola si sentiva il vento fischiare e gli alberi svettare, -a volte invece la calma era di tomba. Quando però -il drappello riprese il cammino nell'ordine sopra -descritto cominciarono a cadere grosse goccie di -pioggia. Poi rumoreggiò il tuono, lontano. -</p> - -<p> -— Fra poco avremo un regalo — susurrò nel -buio la voce del Seborga. -</p> - -<p> -L'Embriaco istintivamente si tastò alla cintura, -sentì il largo e acuminato coltellaccio da cinghiale -e pensò che meglio sarebbe stato entro le carni del -vecchio scudiero che non nello sdruscito fodero di -grosso cuoio. Ma riflettè che un grido solo, un solo -grido l'avrebbe dato nelle mani della scorta a lottare -contro gli otto contadini. -</p> - -<p> -— Eppure — pensava — quest'uomo m'incomoda. -Che cos'abbia con me non so, che sospetti -non so nemmeno. Sento che mi prepara qualche brutto -scherzo. Ad ogni modo sarebbe prudente che scomparisse -prima d'un probabile incontro con la Spigno, -poichè sento che proprio noi, a maggior dispetto -di Luca Lascaris, incontreremo la bella Fiorina. -Scomparire è presto detto: ma come? -</p> - -<p> -Quasi in risposta guizzò in capo alla gola un -lampo violento, mostrando nel serpeggiar che fece -<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span> -scoscese pareti di monti irti di alberi spettrali e -profondo incavo di valle. -</p> - -<p> -— Tenetevi a sinistra, signor mio colendissimo, — avvertì -il Seborga alle spalle del cavaliere — chè -siamo in prossimità del burrone. -</p> - -<p> -Per tutta risposta l'Embriaco liberò dalla staffa -il piede destro. Un altro lampo guizzò, il tuono -rombò a breve distanza. Le rade goccie s'erano -mutate in pioggia dirotta, che ad uno svolto improvviso -lanciata dal vento venne a flagellar la comitiva. -Poi uno scrosciar d'acqua quasi sotterraneo risuonò -nell'abisso. -</p> - -<p> -— Dove siamo, Seborga? Sul burrone? -</p> - -<p> -— Sì, monsignore! Tenetevi a sinistra! -</p> - -<p> -Un altro lampo: e al breve lume l'avventuriero -scorse alla sua destra un precipizio scosceso e roccioso -come fauci spalancate ad inghiottire. Allora -frenò impercettibilmente il cavallo, così da permettere -allo scudiero che lo seguiva di mettersi al suo -passo. Come lo avvertì aderente alla gamba destra -libera dalla staffa, l'inarcò, la sferrò, e d'un calcio -possente lanciò il vecchio che non stava sulle sue e -che non ebbe il tempo d'un urlo, nell'abisso. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span> -</p> - -<h3>XV.</h3> -</div> - -<p> -La notte nera e tempestosa a poco a poco nello -schiarir dell'alba s'acquetava quando un primo -strappo nella cortina plumbea s'appalesò verso l'alta -valle del Nervia. Un cane lupo tutto nero, dagli -occhi di brage abbaiò furiosamente da un greppo -spianato su cui sorgeva una capanna da pecoraio -in maggese, muro a secco e tetto di paglia. In quel -primo livido incerto apparir del giorno, quel cane -avventato sul ciglio del greppo, le orecchie e la -coda inarcate, il pelo arruffato, aperte le fauci e le -pupille sinistre, parea l'unica viva cosa del creato, -l'unico ribelle. -</p> - -<p> -— Nerone! Che c'è, Nerone? -</p> - -<p> -Il cane scuotendo la coda raddoppiò il furore. -</p> - -<p> -— Nerone! -</p> - -<p> -La voce che chiamava il cane era evidentemente -una voce di donna: veniva dalla capanna nuda al -<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span> -cui stipite dell'imposta era addossata la sentinella, -un soldato regolare piemontese, la doppia tracolla -allentata, il fucile fra le gambe, il capo coperto -dal berretto a punte e le ghette color cioccolata. Probabilmente -la guardia s'era addormentata, nè l'abbaiar -del cane nè la voce femminile erano abbastanza -forti per destarlo. -</p> - -<p> -— Nerone! -</p> - -<p> -Il cane si voltò scodinzolando come se presentisse -l'apparire di qualcuno, e infatti, scostando -appena l'imposta pesante ed informe, apparve sulla -soglia un'amazzone. Probabilmente non la si -sarebbe creduta pericolosa se chi la doveva giudicare -si fosse fermato all'apparenza: una statuetta -di Sassonia bionda, esile, guance color di rosa e -nasino impertinente a dividere due occhi azzurri -insondabili. -</p> - -<p> -Il cane lupo, che rispondeva al nome di Nerone, venne -a prostrarsi dinanzi a due piedini minuscoli calzati -d'alti stivaloni rossi e poi s'alzò a lambire due manine -di fata, nude però, dalle unghie rosse, così, -che parea si fossero intonate alle guance. Tanto i -piedini come le piccole mani — a quanto parve — non -bastarono a Nerone perchè d'un balzo tentò una -più ardita carezza, nientemeno che di lambire una -guancia. -</p> - -<p> -Ma una frustata della fragile mano che si mostrò -<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span> -invece di ferro, lo fece ricadere a terra mortificato, -e Nerone per darsi un contegno o per rimediare -con un servigio l'ardimento, si rilanciò ad abbaiare -furiosamente sull'orlo del ciglione. -</p> - -<p> -— È certo che Nerone sente qualcuno! — mormorò -la dama aguzzando la vista per quanto la -foschia mattutina glielo permetteva. -</p> - -<p> -In quella che si chinava come se volesse lanciar -lo sguardo nel vuoto, inarcando la bella gamba che -lo stivalone rosso calzava come un guanto, dalla -capanna rimasta semiaperta uscì un nuovo personaggio. -Era un vecchio segaligno dal viso arrugato -e non raso da qualche giorno, chiuso in un -pastrano color nocciola a doppia fila di mantellina -che non passava il gomito: non ne usciva da -una parte che la testa e dall'altra i piedi chiusi in -stivaloni gialli sormontati da una fibbia di ferro -greggio. Camminò verso la dama a piccoli passi da -salotto, soffiandosi accuratamente sulle dita. Poi -disse: -</p> - -<p> -— Fiorina, amica mia, vi pare il modo forse di -lasciar socchiusa la porta di quella stamberga? -Una stamberga che neanche Gian Giacomo avrebbe -accettato per mèta delle <i>Passeggiate d'un solitario</i>? -E solitario mi avete lasciato, mia bella amica? E -di amici si ha bisogno!..... -</p> - -<p> -Senza ascoltarlo, intenta verso il vuoto velato -<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span> -dalla nebbia, la dama gli chiese, noncurandosi -nemmeno di voltarsi: -</p> - -<p> -— Ma davvero, Ibleto, non sentite nulla? -</p> - -<p> -Il cane raddoppiò i latrati furiosi, irto il pelo, -quasi inferocito contro l'invisibile. -</p> - -<p> -— Sentire? Sentite qualche cosa? E che cosa? -</p> - -<p> -— Ascoltate, ascoltate! Ma silenzio! -</p> - -<p> -— Silenzio? Silenzio, se volete. Volete che la -mia voce possa far concorrenza a quella di una -donna? -</p> - -<p> -— Ascoltate, ascoltate! -</p> - -<p> -L'altro tese l'orecchio, docilmente. -</p> - -<p> -— Ascolto. Ascoltiamo. -</p> - -<p> -L'occhio gli brillò: tutto un impeto di sarcasmo -che non gli colorì il viso nè glielo illuminò, visse nella -pupilla. -</p> - -<p> -Ma la piccola dama non gli badò; per qualche -momento se ne stette nella posizione d'attenta aspettativa, -sporta sul ciglione, poi ad un tratto esclamò: -</p> - -<p> -— Ecco, guardate, non m'ingannavo! -</p> - -<p> -Dalla bruma sottostante uscirono prima il rumore -di sassi scostati ed urtati, poi delle voci, infine -delle vaghe siloette umane. A capo delle quali un -cavallo col relativo cavaliere, seguito da una scorta -di otto soldati regolari. -</p> - -<p> -— Guarda! Guarda! Guardiamo! Per il primo -neo vezzoso che hai portato, Fiorina, giurerei di conoscere -<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span> -quell'uomo! Quell'uomo ha già fatto breccia -nella mia memoria di prim'ordine dopo quella del -signor di Fontenelle. -</p> - -<p> -— Non posso dire altrettanto, Ibleto. Quell'uomo -mi è perfettamente sconosciuto. -</p> - -<p> -In quella ecco la cavalcata salir l'erta del ciglione -e presentarsi dinanzi all'accampamento. Il -cavaliere che la precedeva, senza attendere che qualcuno -gli reggesse la staffa, balzò di sella e venne precipitosamente -a piegare il ginocchio davanti alla -marchesa, radendo il suolo col feltro. -</p> - -<p> -— Ecco, a malgrado le brume, il sole è già sorto -per me, chè i miei occhi vedono la bellissima signora -Marchesa Fiorina di Spigno e si rasserenano -poi nel contemplar la saggezza fatta persona, l'eccellentissimo -e nobilissimo signor marchese Ibleto -di Spigno! -</p> - -<p> -— Per la natura maestra di tutti noi! Ma è -l'Embriaco, quella buona lana di Emanuele Embriaco! -In fede mia, Embriaco, mi par di leggere -un capitolo del Gran Ciro o dell'Astrea o un romanzo -del signor De Foe, tanto mi stupisco! -</p> - -<p> -La marchesa di Spigno aggrottava le sopracciglia -in segno di contenuto dispetto: aveva sperato -fino a quel punto, complice la semi-oscurità della -mattina, che fosse un altro il cavalier dell'incontro. E -lo sapeva quest'altro che Fiorina si trovava per -<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span> -istrada collo specioso pretesto della politica, ma in -verità per arrendersi all'ardore di certe lettere insensate -e pazze. -</p> - -<p> -<i>«Fiorina, anima mia, — <span class="upright">diceva qualcuna di -quelle lettere,</span> — pietà di me che non vivo più, che -ti sogno anche ad occhi aperti, che ti desidero come -un assetato, non vivendo che per te, macerandomi -nell'impossibilità di correre a te come tutto il mio -essere pretende. Fiorina, anima mia, come non senti -la mia passione e poichè l'amor mio qui m'incatena, -perchè non ti muovi alla mia volta, crudelissima cara, -tiranna dolce di colui che una volta si chiamava....»</i> -</p> - -<p> -E qualcun'altra: -</p> - -<p> -<i>«Il mio dovere lo so è oggi più forte dell'amor -mio. Ma domani, ma domani, Fiorina? Per carità, -vieni! Tu che mi fosti accesa amante, siimi da lontano -amica, per tramutarti poi quando le mie braccia -ti stringeranno al mio seno, come si tramutavano le -Dee quando accorrevano ai mortali che le adoravano -in sogno».</i> -</p> - -<p> -E un'altra ancora: -</p> - -<p> -<i>«Questa notte mi sono apparsi gli avi miei, dal -prode che si oppose a Magone Cartaginese a quello -che vinse il Cesare romano, dall'imperatore di Bisanzio -al Trovatore di Provenza, dal Crociato che seguì -<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span> -Pietro l'Eremita al consigliere sereno del Bearnese: -tutti dall'amico di Filiberto, che gli cavalcò vicino quando -entrò in Pinerolo, a colui che digiunò con Vittorio -Amedeo: tutti mi apparvero piangendo, Fiorina, -tendendomi le braccia e scuotendo mestamente le -teste pensose. — Che avete, lor chiesi, perchè piangete? — E -quelli: — Perchè tu certo domani calpesterai -l'onor della tua casa e abbandonando le tue terre all'invasore -correrai pazzamente da una donna, che è -la tua signora, e pel cui bacio daresti — che monsignor -Gesù te lo perdoni — anche l'anima tua e la -tua vita eterna».</i> -</p> - -<p> -Ed altre ed altre ed altre, tante da emular in numero -le opere del signor Aronet di Voltaire o del -grande Muratori. Tante che Fiorina aveva dovuto ordinare -un cofano capace e comandarne la serratura -a un fabbro fiorentino sotto un falso nome perchè -un'altra simile non si trovasse nel Regno di Sardegna. -Tante che le avevano fatto dimenticar -senno e prudenza e spinta al viaggio penoso, poichè -in quei tempi politica e guerra non servivano spesso -che di pretesto all'amore. -</p> - -<p> -Non aveva, pudor di dama contegnosa, osato -certo di avvertir l'amante dell'arrivo prossimo, no, -ma sibbene il duca di Nervia, di tutto consapevole, -e che non avrebbe mancato di fare, anche indirettamente, -<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span> -l'ambasciata. Ciò che noi sappiamo era -infatti avvenuto. -</p> - -<p> -Ed ecco, invece del bel cognito viso, della persona -ben cognita, un volto ed un uomo sconosciuti, il -quale pur tuttavia sembrava gentiluomo a giudicarlo -dal gesto corretto con cui si tolse il feltro -sformato dalla pioggia e dall'inchino profondo sì, -profondissimo anzi, ma di stile, che gli piegò la persona -per qualche minuto e cioè fino alla prima parola -che la marchesa pronunciò, e che fu: -</p> - -<p> -— Buon giorno, signore! -</p> - -<p> -— Fiorina, mia cara, permettete ch'io faccia le -presentazioni. Vi presento il conte Emanuele Embriaco, -che suppongo del partito.... -</p> - -<p> -— .... della bellezza. -</p> - -<p> -Così l'interruppe il nuovo arrivato. E continuò: -</p> - -<p> -— È impossibile che in questo fosco mattino, -il quale pretende farci credere che il sole sia nascosto -mentre acceca me poveretto ma prediletto dagli -dei, è impossibile pensare con altro che con gli -occhi se pure abbacinati. Prego la eccellentissima -signora marchesa di Spigno di accogliere il mio umile -fervente e devoto saluto come in Elicona le Muse -accoglievano benigne anche i più umili canti dei -semplici pastori. -</p> - -<p> -La marchesa — le donne facilmente sono disarmate -dalle parole sonore che forse non comprendono -<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span> -ma che sempre intendono — sorrise all'Embriaco, -mentre Ibleto di Spigno, sarcastico ma fine, -proruppe: -</p> - -<p> -— Ben tornito, ben tornito, il madrigale! Madrigale -che il cavaliere di Parny avrebbe chiuso certo -nel castone di una quartina e Piron entro uno snello -epigramma, li vedo, ma non vedo chi li avrebbe -detti meglio in prosa, nè gli Scudery, nè l'abate -Bernardino Viale, mio collega in Arcadia, e dolce -più del miele attico, siccome mi dice il nome di Glucosio -che porta. A proposito di porta, se rientrassimo -nella capanna? Punge il mattino, Fiorina, più -che le spine delle rose di Ronsard. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span> -</p> - -<h3>XVI.</h3> -</div> - -<p> -La Marchesa con un cenno del capo approvò l'invito, -e precedette i due nobili signori nella capanna. -</p> - -<p> -Oggi, la pratica vita che viviamo fa degli accampamenti -notturni improvvisati un sommario emporio -delle pochissime cose indispensabili: l'individuo -esce dalla cornice abituale, cornice dorata, per entrare, -una notte almeno, entro una cornice grezza -e si obbliga a tante piccole rinunzie che addizionate -formano il disagio. Non allora. Il lettore ne avrà -un esempio se mi permetterà di mostrare succintamente -l'interno della capanna, il giorno prima -oscuro e miserevole abitacolo di mandriani, oggi, -ossia nel giorno in cui vi entriamo, non indegno -ricetto della marchesa di Spigno. -</p> - -<p> -Pareti e tetto occultati da pesanti cortinaggi di -broccato rosso ed il terreno battuto coperto di tappeti -folti: un paravento alto la tagliava a metà -<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span> -ed occultava il letto della signora, ma non l'inginocchiatoio: -al di qua una tavola bassa, molti cuscini e -persino qualche stampa di scena villereccia appuntata -nella tappezzeria: sulla tavola un volume aperto -ed una lucerna a molti becchi. Semplice, come il -lettore vede, facilmente smontabile e facilmente -ricostruibile, ma comodo e tiepido, chè non vi mancava -un bracere per mitigare la temperatura notturna. -</p> - -<p> -Emanuele Embriaco non era certamente abituato -alle mollezze, ma le pregiava, e quando gli era possibile -se ne circondava. Sedette quindi volentieri ad -un cenno della marchesa in sui cuscini offerti ed -accettò una tazzina di caffè dalle mani d'Ibleto. -Poi cominciarono a conversare e conversarono amabilmente, -anche parlando di cose quotidiane e pressanti. -Diede la stura il signor di Spigno che assillava -la curiosità. -</p> - -<p> -— Come e perchè, se mi è permesso interrogarvi, -e v'interrogo nell'interesse comune, ho la fortuna -di vedervi sorgere dalla bruma in questa mattina -che ha la pretesa di annunciare la primavera, o -valoroso Embriaco? -</p> - -<p> -Parve all'avventuriero di sentir fissi e imponenti -sopra di sè due formidabili occhi femminili. Già -nel vedersi dinanzi invece della sola Fiorina anche -Ibleto, avea pensato che l'appuntamento col Nervia -<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span> -e gli amici suoi dato dalla marchesa fosse dal -marito ignorato. Era doppio il gioco e lo sguardo -parlante di Fiorina chiedeva all'Embriaco una tal -quale complicità, se, come sospettava la dama, fosse -l'avventuriero in relazione col Nervia: ed ecco perchè -aveva guardato e non parlato: poteva l'Embriaco -trovarsi sbandato e solo senza alcuna relazione con -i cospiratori. -</p> - -<p> -Ma la complicità con Fiorina serviva all'avventuriero, -il quale ricambiò lo sguardo con un altro -d'intesa e in cuor suo si rallegrò di non aver al -seguito nè il Ricciuto nè Bracciodiferro troppo noti -al marchese di Spigno. Pensò: -</p> - -<p> -— Quel maligno di un Seborga — pace all'anima -sua, <i>requiem aeternam</i> — è stato di una furberia -che si è voltata a mio vantaggio: gli farò -dire una messa quando ne avrò l'occasione. Per intanto -liquidiamo Genova. -</p> - -<p> -E rispose ad alta voce: -</p> - -<p> -— Se vi è permesso interrogarmi? Ve ne prego. -O sono indotto in grossolano errore o mi par che voi -pure, eccellentissimo, non vediate di buon occhio, -la politica della Serenissima.... -</p> - -<p> -E pensava: -</p> - -<p> -— Genova posso buttarla a mare impunemente: -nè Fiorina nè Ibleto ci tengono. -</p> - -<p> -Infatti il marchese scoppiò in una stridula risata. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span> -</p> - -<p> -— La Serenissima! Darei volentieri un Manuzio -petrarchesco, che amo come la pupilla degli -occhi miei, per sapere che cosa macchina la repubblica -di Genova. E lo darei in pura perdita, gioco, -poichè la repubblica di Genova, a mio avviso, non -macchina un bel niente. Poichè niente può macchinare -un cervello vuoto. -</p> - -<p> -— Sono del vostro avviso per il partito al potere. -Ma il popolare del farmacista Morando e dell'eccellentissimo -Cattaneo? -</p> - -<p> -— Popolare? Che popolare mi andate cianciando? -Ciance, vere ciance quelle del partito del -popolo: levati di lì che mi ci metto io. Non c'è partito -di popolo senza libertà, uguaglianza e fraternità. -</p> - -<p> -— Lo supponevo — fra sè gioì l'Embriaco. -</p> - -<p> -Ma l'occhio fisso ed insistente di Fiorina pesava -sempre sull'avventuriero, il quale rispose con uno -sguardo d'intesa. -</p> - -<p> -Intanto Ibleto proseguiva: -</p> - -<p> -— Ma per tornare a voi, signor conte, e sempre -con vostra licenza, qual'è lo scopo vostro nell'errare -che fate in questi luoghi a capo d'una scorta -di soldati regolari? -</p> - -<p> -— Come i vostri, signor marchese. -</p> - -<p> -— Come i miei, ne convengo, benchè i miei -siano più di scorta alla marchesa che non a me. -<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span> -Io non conto, e me ne trovo benissimo: conta Fiorina, -ciò che le fa piacere, e contenti tutti e due. -Ma voi..... -</p> - -<p> -— Io, se mi è lecito il paragone, sono vostro pari -nelle condizioni momentanee: non conto. Chi conta -è un brav'uomo di scudiero che suppongo appartenere -alla casa Nervia..... -</p> - -<p> -Occhiata di Fiorina, ricambiata. -</p> - -<p> -— .... e che mi ha raccolto questa notte e poi -s'è allontanato, ignoro con quali intenzioni, lasciandomi -in balìa di questi soldati che ne sanno, credo, -meno di me. Ecco la mia storia, marchese. -</p> - -<p> -— Ma Bracciodiferro, conte? -</p> - -<p> -Qui l'Embriaco rimase un po' dubbioso. La domanda -a bruciapelo vagamente l'intimoriva. Quali -interessi coesistevano fra i due coniugi perchè le -aspirazioni e le simpatie od anche il partito dell'uno -o dell'altra avessero il sopravvento? Quale dei -due era da temere? Quale dei due da giocare? -Non s'illudeva l'avventuriero: marciava sopra il -filo d'un rasoio e non un rasoio da barbiere di reggimento, -no, ma sopra un taglientissimo affilatissimo -rasoio. Avrebbe potuto durarla a lungo? -D'altra parte il marchese di Spigno aveva con somma -abilità scelto il <i>ruolo</i> dell'interrogante, facile anche -per chi doveva rispondere, ma non a lungo. Pure -che fare? Quel nome di Bracciodiferro gettato là a -<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span> -che scopo? Che sapeva Ibleto? Che nascondeva -Fiorina? Rispose: -</p> - -<p> -— Non avete dunque incontrato Bracciodiferro? -</p> - -<p> -Occhiata di Fiorina ricambiata. E la dama -accorse: -</p> - -<p> -— Avete forse inviato Bracciodiferro al Nervia? -</p> - -<p> -— Per l'appunto, nobile signora. -</p> - -<p> -— Ecco, vedete, marchese, a che approda la -vostra testardaggine? A non farci incontrar Bracciodiferro. -</p> - -<p> -Ibleto alzò le spalle. -</p> - -<p> -— Mi curo di Bracciodiferro come della mia -prima parrucca, e non ne domandavo che incidentalmente. -Piuttosto, conte, quali notizie dell'esercito -francese? -</p> - -<p> -La marchesa di Spigno raddrizzò la snella personcina -ed il viso di maiolica le si colorì tanto che -gli occhi vispi apparvero iniettati di sangue. Parve -pendere dal labbro dell'Embriaco. -</p> - -<p> -— I francesi? -</p> - -<p> -— L'esercito, sì, l'esercito francese al comando -del nuovo generale, il piccolo Bonaparte? -</p> - -<p> -— L'esercito del Varo? -</p> - -<p> -— Ma sì, l'esercito del Varo. -</p> - -<p> -— Lo credo a Nizza il vostro esercito del Varo. -</p> - -<p> -— A Nizza? Come? Non è ancora incominciata -la formidabile avanzata? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span> -</p> - -<p> -— No, ch'io mi sappia. -</p> - -<p> -Marito e moglie s'interrogarono dello sguardo. -Poi: -</p> - -<p> -— Le informazioni erano precise — fece lei. -</p> - -<p> -— Induzioni forse, previsioni, ma non informazioni, -che il malanno colga gli informatori intelligenti! — borbottò -lui. -</p> - -<p> -— Aspettate — replicò allora l'Embriaco — Se -per esercito del Varo intendete le bande senza freno -e legge che si sono adunate su Nizza aspettando -munizioni e soldo, e se per avanzata alludete agli -sconfinamenti abituali, anzi giornalieri delle dette -bande, posso darvi forse delle notizie fresche. -</p> - -<p> -Viva curiosità della illustre coppia. -</p> - -<p> -— Non più tardi.... aspettate.... di due giorni -or sono fui spettatore d'uno di quei sconfinamenti. -</p> - -<p> -— Spettatore? E in qual modo? -</p> - -<p> -— Ecco, veramente spettatore no, ma ne ho -avuto notizie precise.... Si tratta del sacco d'un -villaggio.... -</p> - -<p> -— Quale? -</p> - -<p> -— Sant'Antonio, mi pare. -</p> - -<p> -— Proprio alle spalle di Ventimiglia, allora? -</p> - -<p> -— Precisamente. Aspettate, ora che ci penso, -credo che ci sia sotto qualche cosa di più grave. -</p> - -<p> -— Ah! davvero? -</p> - -<p> -— Credo. Ho sentito parlare di un ufficiale -<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span> -francese in missione presso il comandante Grimaldi. -</p> - -<p> -— Non si trattava allora d'una banda spersa -o d'uno sconfinamento senza importanza? -</p> - -<p> -La marchesa intervenne: -</p> - -<p> -— Potrebbe darsi che le due cose fossero indipendenti -l'una dall'altra. -</p> - -<p> -Lo Spigno scosse il capo in aria dubbiosa. -</p> - -<p> -— Mi spiace assai contraddire una dama di -tanto valore, — aggiunse al dubbio di Ibleto l'Embriaco — ma -ora che ci ripenso, mi sembra che si -parlasse d'un messaggero, non francese, sibbene d'un -ufficiale genovese addetto al comando nemico. -</p> - -<p> -— Aspettate: Filippo Balbi! -</p> - -<p> -— Il fidanzato di Chiarina Grimaldi! — esclamò -la marchesa. -</p> - -<p> -— Per l'appunto, per l'appunto: quello! -</p> - -<p> -Qualche istante di silenzio gravò sotto il damasco -della capanna. Chi lo ruppe fu il marchese -di Spigno, lisciandosi la barbetta in aria pensierosa. -</p> - -<p> -— Fiorina, mia cara amica, Embriaco amico -mio, ho bisogno del vostro consenso. Sopportar -forte disagio, mia dama, e voi conte, condurci al -presunto attendamento francese: è cosa della massima -importanza e della massima urgenza. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span> -</p> - -<h3>XVII.</h3> -</div> - -<p> -La Marchesa curvò il capo. L'Embriaco si premette -la destra palma sul cuore e si chinò. -</p> - -<p> -— Sono ai vostri ordini Marchese! -</p> - -<p> -Ibleto pensò a lungo, poi riprese: -</p> - -<p> -— Che consiglio mi dareste in coscienza, conte? -</p> - -<p> -— Consiglio? Su quello che avete detto? -</p> - -<p> -— Grazie no: sulla via da seguire. -</p> - -<p> -— Capisco: lasciatemi riflettere. -</p> - -<p> -Meditò che l'Altariva ultimo atteso al convegno -doveva essere a quell'ora giunto da tempo e che -quindi s'offriva la strada che avea tenuto colui e -cioè quella delle Maure. La quale non metteva pur -tuttavia che ai piedi della città e allora o prendere -il mare per isbarcare a Latte.... -</p> - -<p> -— Niente mare — dichiarò Fiorina. -</p> - -<p> -— .... o continuare il sentiero alpestre fino a -Siestro, girar la punta di Roverino ed attraversare -il Roia dinanzi al confluente del Bevera. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span> -</p> - -<p> -— È lunga la strada? -</p> - -<p> -— Meno assai d'una tappa fino al Roja: poi -nelle mani di Dio. -</p> - -<p> -— Il fiume è gonfio? -</p> - -<p> -— Non più di quello che sia un fiume in istagione -prossima allo scioglier delle nevi, ma ignoro -il guado. -</p> - -<p> -— Quindi: incognita? -</p> - -<p> -— Vi ripeto: nelle mani di Dio. -</p> - -<p> -— E allora consigliate la via del mare? -</p> - -<p> -— Umilmente, sì. Specie scegliendo la notte per -dar meno nell'occhio. -</p> - -<p> -— Una barca di pescatori non potrebbe destare -sospetti. -</p> - -<p> -— Una barca, no davvero. Ma basterà? -</p> - -<p> -— Per tre persone? certamente. -</p> - -<p> -— Tre persone? E le scorte? -</p> - -<p> -Ibleto di Spigno lisciandosi la barbetta rispose: -</p> - -<p> -— Le scorte? A che servirebbero? -</p> - -<p> -— A difenderci. -</p> - -<p> -— O non piuttosto a darci un'apparenza offensiva? -No, niente scorte. O si trattò di pochi sbandati -ed a quest'ora fatto il bottino sono rientrati -a Nizza: o si tratta d'una vera avanzata e allora a -che servirebbero le scorte composte di pochi uomini, -sia pure dell'esercito regolare del Piemonte! -</p> - -<p> -Dopo tutto non era meglio per l'avventuriero il -<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span> -perdere una buona volta quei soldati non suoi e -che gli potevano costituire un pericolo continuo? -Il disegno di Ibleto gli quadrò. -</p> - -<p> -— Avete ragione, Marchese, come un teorema, -direbbe il padre Pesante mio degno ex precettore. -Seguiamo dunque la vostra idea. Ma prendiamo le -Maure e discendiamo a San Secondo. -</p> - -<p> -Il castellano di Spigno diede un ordine e in poco -meno di mezz'ora la capanna rustica fu restituita al -suo primitivo squallore. La marchesa Fiorina pur -tuttavia non disdegnò dal presiedere in persona al -ripiegamento dei tappeti, alla smontatura del letto, -dello inginocchiatoio e della tavola: il tutto fu legato -con cura, le suppellettili e i cuscini in cassette e -pacchi, i tappeti arrotolati e fasciati in balla: ne -risultarono sei colli che furono caricati su due muli -poderosi. Ad un cenno la carovana si dispose in fila -indiana e preceduta dall'Embriaco discese nella -valle. I soldati del Nervia passivamente seguirono -i compagni. -</p> - -<p> -Il mattino persisteva nuvoloso, ma verso il mare -cirri enormi erano accavallati dal vento, un vento -di tramontana che spianava ed increspava le acque -giallastre fino quasi a un miglio da terra e fin dove si -spingevano le due correnti del fiume e del torrente -che convergevano, sicchè il solo delta era giallastro: -il restante della marina mostrava un colore ferrugigno -<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span> -livido instabile come ferrugigni lividi instabili -si mantenevano i monti di cirri fumosi. -</p> - -<p> -Il delta formato dal triangolo addossato al bosco -delle Maure e limitato nei due cateti dal fiume -Roja e dal torrente Nervia fino al mare, ciò che poi -fu il borgo Sant'Agostino e la spiaggia delle Asse, -appariva breve e stretto in allora: dalla parte del -torrente era un groviglio di strami e d'ontani sopra -un fondo paludoso e vergine di sentieri o guadi, -meno la breve striscia della cornice fangosa o polverosa -a seconda delle stagioni: verso il fiume Roja -era più triste e sinistro ancora: ospitava un cimitero -là ove si stende oggi la stazione della ferrovia, -poi gli speroni delle colline si confondevano entro -una chioma di pini silvestri, rossa d'estate come se -avesse patito un incendio, nera nelle altre stagioni -e irsuta come la chioma d'un gigante da leggenda. -</p> - -<p> -La strada di comunicazione della Cornice aveva -qua e là il segnacolo di qualche casetta, rivendugliolo -od oste, un maniscalco, ma rozzi abituri -sperduti che non mettevano in quel sinistro paesaggio -foscoliano nemmeno quasi la nota della vita. -Sul ponticello del rio San Secondo esisteva un corpo -di guardia perduto, il primo segno della città vicina. -La scorta avrebbe permesso di prenderne cura e -certo il graduato e i suoi uomini che l'occupavano -avrebbero fatto <i>pro forma</i> opposizione al passaggio -<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span> -d'una carovana così imponente. Ma — chi sa mai — avrebbero -potuto anche dare l'allarme, cosa spiacevole -e di fastidiose conseguenze. Per il che l'Embriaco -si permise di consigliare la fermata e l'attendamento -provvisorio della scorta che sarebbe poi penetrata -in città con i passaporti ad attendere gli illustri ed -eccellentissimi signori. Ed intanto loro tre ed un -solo bravo avrebbero potuto discendere alla spiaggia -e trovare infallantemente una barca peschereccia. -Così fecero e un'ora dopo si trovarono al bordo -umile d'una paranzella che si mosse a vela doppiando -al largo la foce del Roja con tutta l'apparenza -di cercar buona pesca con la rete d'alto mare. -</p> - -<p> -Da un miglio in mare, costa colli monti e città -assumevano tragici aspetti. Natura selvaggia, chiomata -di neri pini, folta, bizzarra, seminata di ciglioni -calvi di puro macigno e di caverne dall'aspetto -preistorico, feroce. Una sopra le altre, a metà delle -Maure, occhio ineguale acciecato come quello del -Ciclope d'Odisseo parea che fissasse immobile, senza -vederlo, dal cavo profondo, il mare fangoso che attraversavano. -La pianura verso Bordighera tutta -marese e dune intersecate dagli speroni delle colline -a segnar le vallette: la punta di Sant'Ampeglio -a capo della pianura, pareva una macchia nera sul -mare giallo. A sinistra facea spalliera alla città di -Ventimiglia, punto avvallato di congiunzione di due -<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span> -infinite ali di montagne, una sequenza di montagnole -più sinistre ancora delle altre e si perdeva -nella valle del Roja bieca e spoglia nell'alto. Ventimiglia -assumeva l'aspetto d'un immane teschio posato -sul vertice d'una collina di tufo, e pronto a -ruinar sempre verso il mare a dirupo verso la spalliera -misteriosa d'ombre e di foreste sottomarine -che ancor oggi si chiama delle Calandre e che vista -dal largo ha l'apparenza precisa d'un nordico fiordo. -Soltanto il campanile della cattedrale, un antico -tempio romano, rompeva l'aspetto di teschio mozzo -assunto dalla città, e posato in un piatto il cui orlo -era formato dalla cintura delle fortificazioni. Sotto -il cielo nuvoloso, chi sa per quale rifrazione, il cumulo -dei tetti livellato prendeva certi toni biancastri -molto simili a quelli del marmo sfaldato da -tempo con venature di ruggine simili alle giunture -d'un cranio disseppellito. -</p> - -<p> -— No davvero ch'io non invidio Betto Grimaldi — susurrò -il marchese di Spigno — la residenza in -una simile città non deve avere nulla di piacevole! -</p> - -<p> -— E sopra tutto la dolce Chiarina — aggiunse -la marchesa — io sento in coscienza di non invidiare: -preferisco il mio castello del Monferrato per -noioso che sia! -</p> - -<p> -— Certamente che la nobiltà vostra ornata di -grazie e di doni morali, — rispose l'Embriaco — farebbe -<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span> -in quel costone laggiù l'effetto d'una regina -rediviva entro una necropoli: ma, e ne sono -sicuro, ravviverebbe la cornice malinconica e muffita -come certe castellane vostre antenate avrebbero -tenuto corti d'amore in bicocche nude e fredde -e spoglie delle Langhe e della Val d'Aosta! -</p> - -<p> -Fiorina sorrise all'elogio, e Ibleto riprese: -</p> - -<p> -— Sapete voi, conte, con precisione da chi sia -circondato Betto Grimaldi? -</p> - -<p> -— Gente di nessun conto, se ne si eccettui il -capitano Cavalli. -</p> - -<p> -— Lavinio Cavalli, l'innamorato di Virgilio? -</p> - -<p> -— Perfettamente: il resto non val la pena di -menzione: c'è, ve lo noto di sfuggita, quel soldataccio -di Nicola Borzone, detto Senza-dio.... -</p> - -<p> -— Un volterriano? -</p> - -<p> -— Che? un analfabeta privo d'un dito..... -</p> - -<p> -— Ah! ah! capisco: grazioso il bisticcio. E poi? -</p> - -<p> -— E poi, che so? Ah! aspettate: un bastardo -di casa Lercari, Giano, lisciato e impomatato come -un'insegna di profumiere..... -</p> - -<p> -Fiorina parve risovvenirsi: -</p> - -<p> -— Giano Lercari? Mi pare di averne avuto notizia. -</p> - -<p> -— L'avrete probabilmente incontrato l'inverno -scorso nelle conversazioni di casa Brignole. Fu lasciando -il vecchio Brignole che ottenne il grado -d'alfiere. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span> -</p> - -<p> -— Sì, mi ricordo: aveva un certo spirito nei -conversari! -</p> - -<p> -— Può darsi: quel che però è sicuro è che non -l'affina laggiù. -</p> - -<p> -E mostrò la città che stavano doppiando. -</p> - -<p> -La barca peschereccia che li portava al suo -bordo aveva oltrepassato le Calandre: qualche -breve punta apparve e quindi la scogliera che vietava -l'accesso dal mare al castello Altariva. -</p> - -<p> -— Voi conoscete Camillo? — domandò Ibleto. -</p> - -<p> -L'Embriaco accennò approvando. -</p> - -<p> -— Lo conosco, se per conoscere volete intendere -che l'abbia avvicinato. -</p> - -<p> -— Naturalmente. Che ne pensate? -</p> - -<p> -L'interrogato si strinse nelle spalle. -</p> - -<p> -— Penso che tenga per il Re: Credo che di questo -non faccia mistero. -</p> - -<p> -— D'accordo. Ma con quale scopo? Dopo i -primi entusiasmi della giovinezza non si milita in -un partito, o non si sposa una causa, anche nobile, -senza un interesse qualsiasi, immediato o lontano. -Ch'io mi sappia Camillo Altariva non fu mai alla -Corte, non ebbe mai dimestichezza con Sua Maestà -nè con chi l'avvicinava. Non avvicina persona, -Camillo Altariva. Perchè dunque si lega ad una causa -che non può credere che perduta? -</p> - -<p> -La marchesa mormorò senza volerlo: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span> -</p> - -<p> -— Forse per questo. -</p> - -<p> -Ibleto si fe' pensieroso. -</p> - -<p> -— Potete aver ragione, mia cara amica. -</p> - -<p> -L'Embriaco osservò: -</p> - -<p> -— Ma ben altri l'hanno sposata senza una ragione: -il Nervia, Luca Lascaris.... -</p> - -<p> -Lo Spigno sorrise leggermente. Poi rispose: -</p> - -<p> -— È diverso il punto di vista, mio caro. È diverso -per i due che avete citato. Hanno fatto ambedue -la scuola dei paggi, hanno abitata la Corte, -Luca vi ha trovato moglie. -</p> - -<p> -Fiorina trasalì, ma Ibleto non parve accorgersene. -Continuò: -</p> - -<p> -— .... ed Almerico di Nervia è ambizioso e -Luca Lascaris è impulsivo. Ma Camillo nulla chiede -e riflette troppo. Perchè dunque? Si sposa una -causa.... -</p> - -<p> -— .... quando non si ama nessuno — completò -Fiorina. -</p> - -<p> -Il marchese rise argutamente. -</p> - -<p> -— Diderot non avrebbe meglio risposto, amica mia. -</p> - -<p> -Anche il castello Altariva restò a poppa. -</p> - -<p> -Si profilava come centro d'un piccolo seno la -spiaggia che forma un ruscello chiuso nella foce -dall'alzarsi delle dune: quella spiaggia però vantava -una caratteristica afferrabile a prima vista: aveva le -arene candide. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span> -</p> - -<p> -Il pescatore, che teneva la scotta della vela latina, -sputò silenziosamente nel mare come se compisse -un rito, poi sempre muto alzò gli occhi a -fissare i passeggeri. -</p> - -<p> -— Che c'è, amico? — gli domandò Ibleto. -</p> - -<p> -Per tutta risposta il marinaio puntò l'indice -verso le arene candide, poi con isforzo pronunciò: -</p> - -<p> -— Latte. -</p> - -<p> -— Ah! siamo dunque giunti? -</p> - -<p> -Per tutta risposta un cenno del capo. -</p> - -<p> -I tre si guardarono incerti. Parve che in ognuno -dominasse un pensiero diverso che convergeva però -in un unico pensiero, e finalmente il marchese domandò: -</p> - -<p> -— Da Latte si va a Sant'Antonio? -</p> - -<p> -Un cenno affermativo. -</p> - -<p> -— La strada è lunga? -</p> - -<p> -Un cenno negativo. -</p> - -<p> -— E allora, Fiorina, amica mia, e voi, conte, -consigliatemi. -</p> - -<p> -— Approdiamo — fu la risposta dell'Embriaco. -</p> - -<p> -La Marchesa parve indifferente, per il che Ibleto -rivolto al pescatore impassibile, ordinò: -</p> - -<p> -— Approda! -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span> -</p> - -<h3>XVIII.</h3> -</div> - -<p> -Dopo un'infruttuosa nottata di ricerche febbrili, -tornava Luca Lascaris furioso all'accampamento del -Nervia, con la speranza ardente di trovarvi chi -aveva inutilmente cercato, quando all'incrocio di -due sentieri vide nel basso inerpicarsi un gruppetto -di contadini che parevano sorreggere un pacco voluminoso -e portarlo con molto rispetto. A malgrado -l'impazienza che lo dominava, per la volontà, superiore -ad ogni passione, di non lasciarsi dietro -gente ignota, si voltò al Ricciuto che lo seguiva e -gli disse: -</p> - -<p> -— Guarda che succede laggiù. -</p> - -<p> -— Debbo andare, Monsignore? -</p> - -<p> -— Naturalmente, ma spicciati e torna subito. -</p> - -<p> -Il comandato obbedì. Scese dalla cavalcatura, -ne affidò le redini al soldato più vicino e s'avviò. -<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span> -Raggiunse la comitiva ignota un centinaio di metri -più sotto. Erano sei villani e un prete che salivano -salmodiando: precedeva un giovanottone dal viso -ebete e dai capelli rasi che reggeva una rozza croce -nera; seguivano quattro gagliardi montanari portando -un'informe graticciata di pini selvatici sulla -quale giaceva un corpo coperto nella parte superiore -da uno straccio che avrebbe anche potuto passare -per un pezzo di coperta da muli; seguiva il prete -fiancheggiato da un vecchio untuoso che ripeteva -le preci dei morti. Il Ricciuto giudicò inutile prender -lingua dal villano che precedeva e la cui forza -ebete mal gli pareva dovesse rispondere a un questionario -anche succinto: si scostò addossandosi alle -piante umide ancora della parte a monte per lasciar -passar graticcio e portatori, e rivolgersi al prete -che seguiva: -</p> - -<p> -— Posso chiedervi, padre mio, chi accompagnate -al cimitero di così buon mattino? -</p> - -<p> -— Figlio — rispose il prete interrompendo le -preci, ma non sospendendo il cammino — figlio, -si tratta di un disgraziato il quale secondo ogni -previsione mise un piede in fallo al passo delle Martore. -Lo hanno trovato questi miei parrocchiani -e lo portiamo adesso a dormire i suoi sonni eterni -lassù, nel sacro recinto d'Apricale. <i>Requiem aeternam</i>... -</p> - -<p> -— ... <i>et lux perpetua</i>.... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span> -</p> - -<p> -Il Ricciuto si fece il segno della croce, si tolse il -feltro sformato dalla pioggia e seguì mestamente il -convoglio unendosi alle risposte del sagrestano. -Giunta la comitiva ove il Lascaris aspettava, per -rispetto si fermò, e il prete riprese le sue spiegazioni. -</p> - -<p> -— Sapete chi sia, padre? — domandò il gentiluomo. -</p> - -<p> -— Lo ignoro, colendissimo domine. Precipitò -probabilmente assonnato, senza il tempo di riprendersi, -testa all'ingiù, fracassandosela: è irriconoscibile. -Tanto che credo inutile scoprirlo per non lasciare -una trista memoria nei vostri occhi, Monsignore. -</p> - -<p> -— Padre, non sono un damerino profumato, nè -una svenevole damigella. Ne ho visto d'ogni colore. -D'altra parte attendo amici che avrebbero dovuto -giungere fin da ieri. Per levarmi dunque dall'ansia, -vi prego di scoprire codesto morto, affinchè m'assicuri -dell'esser suo. -</p> - -<p> -— V'obbedisco, monsignore, quand'è così. -</p> - -<p> -Uno dei portatori tolse la rozza coperta ed apparve -un corpo coricato di fianco: abbigliamento -dimesso, scarponi da montagna e giubbone di nessuna -eleganza: il capo informe, una poltiglia di rossastro -e di grigio impastata con ciocche di capegli -bianchi. -</p> - -<p> -— È strano — mormorò il Lascaris — come -<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span> -abbia potuto conciarsi così: direi quasi che dovette -subìre una spinta o una violenza! -</p> - -<p> -— Profondo è il passo delle Martore, monsignore, -e tutto irto di rocce nude. Fu trovato proprio in -fondo. -</p> - -<p> -— Pace all'anima sua! Che Nostro Signore gli -conceda il purgatorio, se non trapassò in peccato -mortale! Ricopritelo pure, buona gente, ch'io non -lo conosco..... No, no, un momento, aspettate! -</p> - -<p> -Sporto dall'alto del cavallo, discopriva la parte -celata del cadavere. Si accorse di un lucicchìo vivo. -</p> - -<p> -— Guardate, vi prego, che arma porta alla -cintura. -</p> - -<p> -— Un pugnale, monsignore! -</p> - -<p> -— Datemelo, vi prego. -</p> - -<p> -— È peccato grave, colendissimo domine, di -spogliare i morti! -</p> - -<p> -— Obbedite! -</p> - -<p> -Il più vicino dei portatori consultò dello sguardo -il prete che annuì, poi si curvò sul morto e gli trasse -dalla cintura un pugnale dall'impugnatura aspra di -borchie preziose che Luca riconobbe immediatamente. -</p> - -<p> -— Per nostra Signora del Miracolo! O mi prendono -le traveggole o codesto è il pugnale che ieri -ho donato io stesso al Seborga in premio dei suoi -saggi consigli! Porgetemelo padre, ve ne prego! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span> -</p> - -<p> -Chè il villano aveva consegnata l'arme al prete. -Il quale la benedisse e la porse al Lascaris. -</p> - -<p> -— Non c'è alcun dubbio: è lo stesso. Costui -che giace morto davanti a noi è forse dunque il -buon Seborga? -</p> - -<p> -Ad uno ad uno gli uomini del Lascaris vennero -curiosamente ad esaminare il cadavere: ma tutti -appartenevano al drappello del Ricciuto ed avevano -intravveduto il Seborga a mala pena la sera prima. -Nessuno dunque lo riconobbe. -</p> - -<p> -— Padre — dichiarò Luca allora — io sono il -conte Lascaris..... -</p> - -<p> -I villici si sberrettarono e il prete s'inchinò. -</p> - -<p> -— .... ed ho il sospetto che codesto povero morto -sia lo scudiero del duca di Nervia..... -</p> - -<p> -Nuovo sberrettamento e nuovo inchino. -</p> - -<p> -— .... che accampa qui vicino. Ve ne prego, -non vi spiaccia di allungare per poco la strada: il -mio illustre amico ve ne sarà grato se i miei sospetti -s'appongono. -</p> - -<p> -— Nulla abbiamo da rifiutare all'eccellentissimo -signor conte Lascaris ed al nostro signore il possente -duca di Nervia: indicateci il cammino, monsignore, -ed i vostri umili servi seguiranno le vostre -traccie. -</p> - -<p> -S'avviarono lentamente ma senza più salmodiare -poichè non avevano più per mèta il cimitero. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span> -</p> - -<h3>XIX.</h3> -</div> - -<p> -Nella notte in cui era avvenuta la morte violenta -del Seborga, mentre Luca Lascaris da una -parte e l'Embriaco dall'altra, erravano alla ricerca -dei marchesi di Spigno, Camillo Altariva accompagnato -da due servi giunse all'accampamento del -Nervia. Edotto sommariamente di quanto era accaduto -e della partenza dei due drappelli, partenza -che disapprovò, si ritrasse nella tenda di Almerico -e più regolarmente dei due che erano partiti lo mise -a giorno degli avvenimenti. Parlò così: -</p> - -<p> -— Posso errare, sebbene non lo creda, ma l'assalto -di Sant'Antonio mi fa pensare che non si tratti -d'una delle solite scorribande francesi, nè di semplici -affamati alla ricerca di bottino. Sono accaduti -tre fatti che non mi spiego. In primo luogo i banditi -che hanno occupato Sant'Antonio non sono -fuggiti dopo il colpo di mano, ma l'occupano ancora. -<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span> -Perchè? Si sentono dunque protetti alle spalle e -quindi si tratterebbe d'un'avanzata vera e propria, -non d'un semplice sconfinamento. È un'avanguardia, -lo sento. Ma di chi? Forse dell'esercito del Varo? -Ma fino a pochi giorni or sono l'esercito del Varo -si componeva di pezzenti privi non solo d'armi e -di munizioni, ma di vestiti e di vettovaglie. Fino a -pochi giorni or sono si trattava di un'accozzaglia -indisciplinata con qualche ufficiale per insegna più -che per vera inquadratura d'esercito. Si è dunque -compita una riforma radicale, ed una mano robusta -ha preso la guida di quel gregge disperso? È un -pensiero che m'assilla e mi preoccupa davvero. -</p> - -<p> -— Lo comprendo, Camillo — rispose il Nervia. -</p> - -<p> -— Altro fatto non meno importante. Betto Grimaldi -ha ricevuto un messaggero. Si tratta, è vero, -di Filippo Balbi, suo futuro genero, il quale per -quanto messaggero <i>pro forma</i>, è sempre ufficiale della -Serenissima distaccato presso il Comando Francese. -Quale comando? Ecco il problema. Fino ad oggi fu -a Parigi. Ma oggi? Che abbia seguito il nuovo generale -in capo e che sia presso il Grimaldi per chiedere -il lascia passare? Voi sapete che cosa ci sia costato -l'opporci ai francesi due anni or sono..... -</p> - -<p> -Almerico di Nervia aggrottò le sopracciglia: qualcuno -meno temprato di lui avrebbe rabbrividito. -Rispose con voce sorda: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span> -</p> - -<p> -— Lo so. -</p> - -<p> -— Non risolleviamo dolorosi ricordi. Se è destino -si compirà. Ma ricordate però — questo sì — che -la città, ligia a Betto Grimaldi e alla Serenissima, -oggi, e ieri presa dalla fremebonda pazzia parigina -tanto da innalzare quello scherzo di cattivo -genere, parodia d'albero di cuccagna, che chiamarono -albero della libertà, ricordate che la città sola -è nostra nemica e che merita un esempio. Vassalla -dei Lascaris, dei Nervia e degli Altariva, si darebbe -al primo venuto piuttosto che a noi ed al re. Mi comprendete? -Mi approvate? -</p> - -<p> -— Vi comprendo e v'approvo. -</p> - -<p> -— Ordunque stringiamoci noi due, noi due, in -questo patto: la città nostra! -</p> - -<p> -— Per il Re! -</p> - -<p> -— Sia: per il Re. Ma nostra! -</p> - -<p> -— E di Luca Lascaris! -</p> - -<p> -— E di Luca Lascaris. Ma poco possiamo contare -sul nostro compagno valoroso e fedele di due -anni or sono. È dominato da una folle passione per -quella castellana di Spigno.... -</p> - -<p> -— Ma Fiorina è con noi, per il Re! -</p> - -<p> -— La donna segue il vincitore. -</p> - -<p> -S'alzò, uscì sulla soglia della tenda e rientrò. -</p> - -<p> -— Che notte! Sembra fondo inverno. Che ore -saranno? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span> -</p> - -<p> -— L'alba fra poco. Ma non mi avete confidato -il terzo avvenimento al quale alludevate poco fa. -</p> - -<p> -Camillo Altariva fece appello alla memoria. -</p> - -<p> -— Avete ragione: ecco qua: è sparita la contessa -Lascaris madre. -</p> - -<p> -Il Nervia più che colpito guardò stupito l'interlocutore. -</p> - -<p> -— Sparita! E in che modo? Spiegatevi. -</p> - -<p> -— Facilmente. Ieri mattina la contessa uscì -dal castello per la cavalcata abituale, seguita al -solito da una scorta di quattro uomini. Non tornò, -od almeno ieri poco prima del tramonto, quando -io sono passato al castello per cercarvi Luca e recarmi -qui con lui, seppi che non era tornata. Il fatto -è senza precedenti: la contessa Isabella non ha mai -prolungato oltre due ore la cavalcata mattutina. Le -ultime notizie sono queste, madre e figlio uscirono -insieme, girarono il forte, si separarono: Luca discese -per guadare il Roia e girar Roverino per recarsi -al vostro convegno, e la contessa, pare, scese -verso il Bevera. Poi nulla più se ne sa. -</p> - -<p> -— E in città? Che sia rimasta presso Chiarina -Grimaldi? -</p> - -<p> -— No: l'abate Bernardino Viale che vidi al -castello, veniva appunto di città: niente contessa -Isabella. -</p> - -<p> -— E allora che sospettate? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span> -</p> - -<p> -Camillo Altariva si strinse nelle spalle. -</p> - -<p> -— Sospettare è inutile. Credo che sia al campo -francese. -</p> - -<p> -— Al campo francese? Sostenete allora che esista -un campo francese? -</p> - -<p> -— Non lo metto più in dubbio. -</p> - -<p> -Seguì un lungo silenzio. Lo ruppe il grido d'allarmi -della scolta. I due gentiluomini s'alzarono e -trassero verso l'uscita. Un sergente s'avvicinava. -Fece il saluto e rimase in posizione immobile. -</p> - -<p> -— Che c'è, sergente? — chiese il Nervia. -</p> - -<p> -— È avvistata una mano d'uomini, monsignori. -</p> - -<p> -— Conosciuti? -</p> - -<p> -— La scorta dell'illustrissimo signor Conte Lascaris. -</p> - -<p> -— Sta bene. Libero passo. Chi sa — proseguì -rivolto all'Altariva — che Luca non ci accompagni -i marchesi di Spigno. Avremo così qualche altra -notizia importante. Ibleto è un gazzettino ambulante. -Del resto, avete mai osservato, Camillo, che le notizie -su ciò che ne avvicina arrivano sempre da lontano -e ci sono portate dagli estranei? -</p> - -<p> -— È naturale. Anime e cervelli sono presbiti, -Almerico. -</p> - -<p> -S'incamminarono verso il limite del breve spiazzo -a dorso di collina su cui l'accampamento sorgeva. -Il duca di Nervia doveva essere ben sicuro del suo -servizio di scolte d'avamposti e di sentinelle perdute -<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span> -per accampare in luogo così facile a sorprese, sprofondato -fra i picchi e le creste, avvallamento a -sua volta vertice di collina ma circondato da minacciose -muraglie scoscese, oltre le quali avrebbero -potuto impunemente affacciarsi truppe nemiche dopo -una preparazione facile d'imboscata. Vero è che vi si -intrecciavano i due sentieri, ma il luogo era chiuso, -era soffocato, e sotto lo spicchio di cielo nuvoloso -tagliato e frastagliato bizzarramente dai picchi, avea -l'apparenza d'una fossa difficilissima ad essere -difesa e pronta a diventar tomba. -</p> - -<p> -— M'accorgo adesso, Almerico, della strana -località che avete scelto per accampamento, — disse -Camillo un po' sorpreso. -</p> - -<p> -— Non l'ho scelta: l'ho subìta. Ma non temete: -ho disposto un vasto servizio di sorveglianza in alto -e in basso. -</p> - -<p> -— Oh! lo credo: vi conosco. -</p> - -<p> -Proseguirono in silenzio, fino ad una gola oltre -la quale si scopriva un tratto di sentiero già occupato -dalla truppa che giungeva. -</p> - -<p> -— È Luca Lascaris. Ma chi viene con lui? Si -direbbe una portantina o una barella. -</p> - -<p> -— Che abbia incontrato gli Spigno? — rispose -Camillo con qualche cosa su le labbra che somigliava -ad un sorriso: è proprio il caso di dire che Eros lo -protegge. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span> -</p> - -<p> -— Se è portantina, è troppo rozza per esser degna -della bellissima Fiorina. Ma non mi sembra, no anzi -non è. Guardate: si direbbe un convoglio funebre. -</p> - -<p> -— Avete ragione. -</p> - -<p> -I due, preoccupati, avanzarono lentamente, non -perdendo mai di vista la comitiva sopravveniente. La -quale incominciava adesso la salita per cui la rozza -portantina vista di scorcio, somigliava ad un informe -bagaglio sopportato da due uomini di fatica. -</p> - -<p> -— È una barella! — esclamò ad un tratto il -Nervia. -</p> - -<p> -— Lo sospettavo! — rispose l'Altariva. -</p> - -<p> -La comitiva si mostrava a breve distanza: i -due gentiluomini affrettarono il passo. -</p> - -<p> -— Almerico — gridò la voce di Luca Lascaris, — avvicinati, -amico! -</p> - -<p> -Il chiamato obbedì: la truppa sostò e si divise -in due ali: non rimase nel centro che la barella deposta -sul terreno e il prete ritto da capo. -</p> - -<p> -Luca Lascaris prese la parola, sordamente: -</p> - -<p> -— Guarda tu, Almerico, se riconosci colui che -giace morto colà: io gli ho tolto stamane quello -che ieri gli avevo donato poichè l'anima sua più -non bada ai doni terreni. Guarda, Almerico! -</p> - -<p> -— Il mio vecchio Seborga! -</p> - -<p> -Non una lagrima brillò sul viso bruno del Nervia: -impietrò. Piegato il ginocchio vicino alla barella, -tese la mano sul capo informe del cadavere. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span> -</p> - -<p> -— Che monsignore Iddio ti abbia presso di sè, -mio vecchio Seborga! -</p> - -<p> -— Amen — rispose il prete. -</p> - -<p> -— Camillo, Luca, io desidero che il mio vecchio -servo riposi vicino a coloro che ha servito ed amato -durante una lunga vita che fu tutta devozione e -sacrificio. Non vi dispiaccia unirvi a me nel pio -tributo che intendo portare a colui che considero -della mia casa. -</p> - -<p> -— Noi siamo con te, Almerico — rispose Camillo -Altariva. -</p> - -<p> -Luca Lascaris piegò, annuendo, sulla sella. -</p> - -<p> -— Al castello dei Nervia! -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span> -</p> - -<h3>XX.</h3> -</div> - -<p> -Il nido secolare dei Nervia di forma tozza e quadra, -con la grande torre verso occidente, era posto -sul declivio della collina che in allora chiudeva la -valle a sinistra, separata dalla foce e dal mare da -torbidi acquitrini e poi dallo accavallarsi di mobili -dune. Il parco immenso lo precedeva e lo circondava -ed il parco a sua volta era chiuso da una cerchia di -mura in massima parte a secco, larghe e massicce -che dal basso risalivano fino al vertice della collina -e si riversavano sul declivio opposto. Da tre anni -almeno, e cioè dalle prime minacce dell'invasione, -Almerico aveva, con i servi più fedeli, inviato la -duchessa e i due figli a Genova, donde, secondo -l'abitudine incorsa, avevano preso imbarco per la -Sardegna, l'isola essendo per la Corte di Piemonte -e la nobiltà ligia un rifugio più sicuro. Da tre -anni dunque parco e castello erano quasi abbandonati: -<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span> -pini sulla collina e platani nella pianura -non più disciplinati dalle cesoie messe di moda da -Le Nôtre, parevano tornati allo stato selvaggio: -l'erba appariva alta sul largo viale che si mostrava -dietro il cancello: giardino ed orto incolto s'erano -arruffati come una capellatura non pettinata. A -quei tempi, dal paese di Camporosso al mare, il torrente -aveva tanto allargato il letto che occupava -tutta la vasta cuna adagiata fra i due sproni di -collina, quella delle Maure verso Ventimiglia e l'opposta -verso Vallecrosia. Sicchè girato a monte il -paesetto silenzioso, la cavalcata discese a valle quasi -dinanzi al chiuso parco dei Nervia, e si accinse ad -attraversare il letto del torrente, a secco in gran -parte, chè non era ancor cominciato lo sciogliersi -delle nevi, ma ingombro d'alti strami, d'ontani a -macchie, di tutta insomma quella vegetazione posticcia -che cresce a vista d'occhio là donde le acque -si ritirano apparentemente. -</p> - -<p> -— Possiamo attraversar con franchezza — dichiarò -l'Altariva dominando con uno sguardo il -paesaggio che pareva deserto e silenzioso e arcigno e -quasi feroce. Nè il castello sbarrato e il parco folto -l'ingentilivano poichè parevano laggiù di faccia -drizzarsi a respingere chi minacciasse un'invasione. -</p> - -<p> -— Sì, — annuì Luca Lascaris di malumore perchè -obbligato a lasciare l'accampamento ove Fiorina -poteva di momento in momento arrivare. -<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span> -Sì, non vedo pericolo alcuno, fuorchè nel <i>gaogrosso</i>. -</p> - -<p> -Nel dialetto quasi provenzale dell'estrema Liguria, -si dice <i>gaogrosso</i> al corso d'acqua maggiore -che esista nel letto d'un fiume o d'un torrente, -quello appunto che ne costituisce l'essenza. Per -tutta risposta il Nervia alzò la mano libera dalle -guide, e apparve un omuncolo sciancato, rivestito -di pelli caprigne, il capo coperto da un cencio a -guisa di turbante, reggendo con ambe le mani al -petto un'enorme conchiglia univalva di forma allungata, -simile ad una tromba rustica. -</p> - -<p> -— Il Bagato va a cercare il guado — mormorò -un soldato, e il mormorio si propagò e la truppa -guardò curiosamente l'essere informe che saltabeccava -agilmente fra gli strami e gli ontani e il cui -nome evidentemente era derivato dal gioco dei -tarocchi, anzi dal primo tarocco. -</p> - -<p> -Le popolazioni marinare e in ispecie quelle dei -pescatori, hanno in ogni tempo — l'estrema Liguria -non ne mancò mai — qualche essere sgraziato -e segnato dalla nascita che, un po' matto e un po' -scemo, passa il suo tempo a studiare il cielo e il -mare, a predire il vento e la pioggia, il fortunale e -la tempesta, dando l'allarme ai dintorni, soffiando -in una conchiglia univalva e traendone un suono -cupo simile ad un muggito. -</p> - -<p> -Il Bagato era evidentemente un rustico Nostradamus, -<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span> -ed i soldati che furono sempre i bimbi della -feroce umanità, s'impossessarono del novello gioco -offerto e attesero con giuliva curiosità il segnale che -doveva avvertire della scoperta d'un guado. Nè -il segnale tardò. Un muggito d'un tono solo ma lento, -stanco e strascicato si levò dal centro del letto, là -dove presumibilmente il <i>gaogrosso</i> scorreva; e la -truppa seguendo Almerico di Nervia, che per il -primo lanciò il cavallo nella discesa, si diresse disordinatamente -serpeggiando verso il punto donde il -cupo muggito giungeva a intervalli. -</p> - -<p> -A poco a poco erbe e rami contorti d'ontani diradarono, -qualche spiazzo di greto disseccato s'allargò, -poi delle chiazze verdastre di muffa apparirono -e degli acquitrini e delle pozzanghere, specchi -di cielo intorbidati dalle zampe dei cavalli, poi una -specie di baluardo di grosse e bianche selci calcaree -e il torrente — il gao — apparve, largo venti metri -almeno, nella sua parte più strozzata: nel mezzo il -Bagato opponeva il corpo alle onde schiumose e -scroscianti alzando la conchiglia alla bocca, statua -vivente d'un piccolo fauno bacchico irsuto e giocondo. -</p> - -<p> -La truppa guadò, risalì un altro baluardo di -selci calcaree, poi ricominciarono i greti sgombri -e gli acquitrini e finalmente per una penosa scarpata -rovinante si trovò sulla strada maestra della -vallata. Si fermò. Il Nervia s'occupò di piazzare -<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span> -personalmente le sentinelle, verso valle e verso -mare, poi col restante s'avviò risoluto al cancello -che s'intravvedeva fra i platani e gli ippocastani -torreggianti. Invece di sciogliere l'enorme groviglio -di catene arrugginite che avvinghiava le sbarre, vi -postò due altre sentinelle, poi scostando i rami che -piovevano in disordine dagli alberi annosi, cercò -il muro di cinta. Scese allora da cavallo e fu dagli -altri imitato. I due servi dell'Altariva alzarono la -barella ove giaceva il corpo del Seborga appoggiandosene -l'estremità sulle spalle e seguirono Almerico, -poi Luca e Camillo e il Bagato chiusero la marcia. -Il rimanente della truppa restò sul viale dinanzi al -cancello celata fra gli alberi. -</p> - -<p> -Il Nervia costeggiò a lungo penosamente il muro -di cinta e il cammino era malagevole per lui più -che per gli altri, anche per i due servi carichi della -barella, poichè s'insinuavano nello spazio che egli -faceva. Giunsero finalmente là dove il muro a secco -incominciava: il fogliame v'era più folto e l'edera -polverosa e pelosa vi si abbarbicava quasi con accanimento, -formando una vasta placca nerastra. -Senza sforzo alcuno il Duca alzò la cortina che -pareva formare un corpo solo col muraglione ed -apparve una breccia a fior di terra, un largo buco -informe d'un metro almeno di diametro. Per il primo -Almerico si chinò e passò. Poi passarono i due col -<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span> -funebre fardello, poi gli altri: il Bagato per ultimo -lasciò cader la cortina. Al di là un altro busso vietava -il passaggio: ma fu lasciato a sinistra ed apparve -una radura, a capo della quale una cappella -rotonda mostrava un pronao dorico e la porta aperta. -Vi si diresse il duca di Nervia, ma, come fu -vicino al pronao, si voltò ai due gentiluomini. -</p> - -<p> -— Qui, voi lo sapete, dormono nella pace del -Signore, quelli della mia casa che non lasciarono la -vita in battaglia o nel mare o in prigionia presso i -nemici o gli infedeli. Pochi uomini degli avi miei -qui giacciono dunque e quasi tutte le donne invece. -Non vi stupisca, amici, che intenda qui dar sepoltura -al mio fedele Seborga: già un altro servo dei -Nervia vi riposa, morto degnamente difendendo il -castello da una scorreria di Dragutte il Barbarossa. -Non già servo, ma amico fedele fu il Seborga per me. -Mi cullò bimbo fra le sue braccia, m'insegnò i primi -passi, mi pose per il primo su un cavallo, mi curò -in una malattia mortale e contagiosa, fu in guerra -con me, dormì nel bivacco al mio fianco, si privò -della sua razione per sfamarmi, mi difese col suo -corpo a scudo in battaglia, avrebbe dato per me, che -Monsignor Gesù non ne veda che l'intenzione -onesta, l'anima sua, la vita eterna per me! -</p> - -<p> -Stese le mani sulla salma. Gli astanti si scoprirono. -</p> - -<p> -— Povero amico, l'avversa fortuna ha voluto -<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span> -ch'io dovessi renderti il pietoso omaggio ch'io ti -rendo. Ma te felice almeno che qui dormi fra coloro -che hai tanto amato e tanto fedelmente servito! -Chi sa, mio Seborga, ove dormirà il tuo padrone, -mentre oggi profugo della sua casa non la visita che -furtivamente, come un lupo inseguito, solo ormai, -lontano da chi ama, ultimo fedele d'una causa perduta. -Verranno i giorni migliori, forse, e i miei -figli, tornando sulle nostre terre, me forse non troveranno -a dormire nel sepolcro dei miei. Ma te almeno -troveranno mio Seborga: ebbene, faccia il -Signore Iddio che le lagrime e le preghiere che udranno -queste tombe siano fra te e me divise, fedele -amico, siccome abbiamo tutte le buone e le -male venture nella vita. E se tu qui mi rappresenterai, -ebbene, che i miei figli piangano sul tuo -sepolcro come se fosse il mio! -</p> - -<p> -Tacque. D'un gesto sobrio indicò il fondo ai -servi dell'Altariva; i servi s'alzarono e vi si avviarono. -C'era, fra due grandi urne di pietra, una rozza -tomba in muratura coperta da una lastra di marmo -sulla quale era impressa a punta di pugnale una croce -e sotto due parole: <i>Fido Sebastiano</i>. -</p> - -<p> -— Sollevate quel marmo — comandò il Nervia. -</p> - -<p> -Il coperchio del sepolcro fu smosso: apparvero -poche ossa bianche e un teschio lucente in mezzo a -polvere nera impalpabile. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span> -</p> - -<p> -— Il fedel Seborga può dormire col fedel Sebastiano. -</p> - -<p> -Il cadavere tolto dalla barella fu adagiato nella -polvere nera e v'affondò come se le braccia del fedel -Sebastiano s'aprissero per accogliere l'altro servo -fedele. E il marmo tolse per sempre agli sguardi -profani il corpo che l'anima certo contemplava da -un mondo migliore. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span> -</p> - -<h3>XXI.</h3> -</div> - -<p> -Quando si ritrovarono di nuovo sullo spiazzo -dinanzi all'attico pronao, Almerico sostò e chiese: -</p> - -<p> -— Che pensate, amici, della morte del Seborga? -</p> - -<p> -Silenzio: i due curvarono il capo. -</p> - -<p> -— Dunque: il mio sospetto. -</p> - -<p> -Luca Lascaris parlò: -</p> - -<p> -— Sospetto è vaga parola ed è accusa grave. -Il Seborga partì con Emanuele Embriaco della cui -onestà posso rispondere..... -</p> - -<p> -— Sono davvero i tempi in cui si può rispondere -della onestà di qualcuno! — mormorò sordamente -l'Altariva. -</p> - -<p> -Il Conte s'impennò: -</p> - -<p> -— Camillo, vi prego di ricordarvi che l'Embriaco -venne a me con una lettera della cui verità -nessuno ha il diritto di dubitare me vivente e sano. -Emanuele Embriaco è fuoruscito.... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span> -</p> - -<p> -— Bandito. -</p> - -<p> -— .... sia pure, bandito genovese: titolo di -stima per noi che combattiamo per il Re. Venne con -soldati regolari e con vassalli del marchese di Spigno. -Si rifugiò nel mio castello..... -</p> - -<p> -— Per iscampare dal Grimaldi e dal Borzone. -</p> - -<p> -— .... potrei rispondervi che era munito di tal -lettera che gli dava pieno diritto alla mia ospitalità. -E se pur venne per iscampare dal Grimaldi e dal -Borzone lo fece nella sua qualità di fuoruscito.... o -bandito se meglio vi piace. Da allora però seguì la -nostra fortuna fedelmente. Vi faccio anche notare -che ieri a notte chi divise i drappelli fu il Seborga -che mi diede lo scudiere dell'Embriaco e s'unì alla -scorta del Conte.... -</p> - -<p> -Almerico di Nervia intervenne. -</p> - -<p> -— Lascaris, non accuso dicendo che sospetto.... -come del resto voi due sospettate: Camillo..... -</p> - -<p> -— .... fin dal primo momento. -</p> - -<p> -— .... e voi Luca nell'interno del cuore, a malgrado -le ragioni che accumulate. Può darsi che nella -notte buia sia sdrucciolato un piede al vecchio Seborga, -benchè a giudizio di chi l'ha raccolto sia -stato rinvenuto proprio nel fondo senza che l'erba -e le piante del precipizio presentino traccia alcuna del -passaggio. E chi pone un piede in fallo s'aggrappa, -lotta, urla, chiede aiuto. Come non l'hanno udito? -<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span> -Pur tuttavia non accuso, no, sospetto.. Abbiamo per -buona ventura di che fortificare o dissipare il nostro -sospetto. Abbiamo i due scudieri di Emanuele Embriaco, -l'uno rimasto con me, l'altro.... -</p> - -<p> -— Venuto e tornato meco. -</p> - -<p> -— Precisamente. Sapremo da quei due la verità. -Sono all'accampamento: mando un ordine per farli -qui proseguire. -</p> - -<p> -— Bada, — fece osservare l'Altariva — bada a -quello che fai. Ho più d'una volta osservato i due -scherani: l'uno è grossolano soldato, un reitro del -buon tempo antico, e non lo credo al corrente dei -fatti e pensamenti del suo padrone. L'altro, quello -che vi seguì, Luca, è volpe fina, astuto come un chierico: -non ne caverete nulla. -</p> - -<p> -Il Nervia sorrise: -</p> - -<p> -— O con l'oro o con la tortura parlerà. -</p> - -<p> -— Possibile: tentar non nuoce. -</p> - -<p> -In quella ululò la conchiglia. Ma contemporaneamente -il verso della civetta si fece sentire tre -volte a eguali intervalli: poi le frasche fuor del muro -di cinta stormirono, agitate con violenza come da -persona che vi si intromettesse. L'Altariva e il Lascaris -avevano per istinto messo mano alle armi: -il Nervia era invece rimasto tranquillo. -</p> - -<p> -— Non v'esaltate: qualcuno dei miei. -</p> - -<p> -L'edera della breccia venne sollevata dall'esterno -<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span> -e apparve un montanaro per nulla dissimile dagli -altri del Nervia. -</p> - -<p> -— Sei tu, Becco-in-croce? Che notizie porti? -</p> - -<p> -E prima che l'altro parlasse, rivolto ai due gentiluomini, -Almerico proseguì: -</p> - -<p> -— Probabilmente nulla d'importante: è la sentinella -che sorveglia la spiaggia. Notizie della città. -</p> - -<p> -Rivolto al nuovo venuto gli diè licenza: -</p> - -<p> -— Parla, Becco-in-croce! -</p> - -<p> -L'uomo parlò: -</p> - -<p> -— Vostra Eccellenza.... questa mattina... il gentiluomo -che abita con sua Eccellenza il Conte — mostrò -Luca — si è imbarcato con un altro gentiluomo -e una gentildonna e un servo. -</p> - -<p> -I tre si guardarono sbalorditi. -</p> - -<p> -— Fiorina! — esclamò il Lascaris. -</p> - -<p> -Un cenno: il Nervia interrogò: -</p> - -<p> -— Non hai sbagliato, Becco-in-croce? Hai proprio -riconosciuto il gentiluomo che è ospite del Conte -Lascaris? -</p> - -<p> -— Sì, Vostra Eccellenza. -</p> - -<p> -— Com'erano i suoi compagni? -</p> - -<p> -— Un gentiluomo d'età, col viso che pareva una -pera martina secca, e una barbetta quasi bianca.... -</p> - -<p> -— Ibleto di Spigno! -</p> - -<p> -— .... e una gentildonna giovane e bella, che vestita -da uomo pareva un ragazzo..... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span> -</p> - -<p> -— Bionda? -</p> - -<p> -Becco-in-croce pensò un poco: poi trionfalmente: -</p> - -<p> -— Sì, Vostra Eccellenza! -</p> - -<p> -— Fiorina! È Fiorina, non c'è più dubbio! -</p> - -<p> -— Luca! -</p> - -<p> -Ancora fuor di sè il Lascaris si voltò a scudisciare -una pianta. -</p> - -<p> -— Si sono imbarcati, Becco-in-croce? -</p> - -<p> -— Sì, Vostra Eccellenza. -</p> - -<p> -— Verso? -</p> - -<p> -— Verso Latte, Vostra Eccellenza, ma doppiando -la foce al largo d'un miglio almeno. -</p> - -<p> -— A che ora presso a poco? -</p> - -<p> -— Tre ore di giorno almeno, Vostra Eccellenza, -ed anche quattro. -</p> - -<p> -— E soltanto adesso vieni a riferirlo? -</p> - -<p> -Becco-in-croce non parve intimidito. -</p> - -<p> -— Vostra Eccellenza mi perdoni, ma come potevo -immaginare che Vostra Eccellenza fosse al -castello? -</p> - -<p> -— E da chi l'hai saputo? -</p> - -<p> -— L'ho saputo all'accampamento, Vostra Eccellenza! -</p> - -<p> -— Vieni dunque di là? -</p> - -<p> -— Sì, Vostra Eccellenza. -</p> - -<p> -Il Nervia riflettè un momento, poi chiese consiglio. -</p> - -<p> -— La posta al bivio di Apricale non ha più -<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span> -ragion d'essere da poi che gli Spigno sono passati a -nostra insaputa e ne ha beneficato il conte Embriaco.... -</p> - -<p> -Luca flagellò con raddoppiato vigore l'albero. -</p> - -<p> -— .... nulla più ci trattiene lassù: che ne direste -d'uno spostamento di campo? -</p> - -<p> -— Dove? — domandò l'Altariva. -</p> - -<p> -Senza rispondere alla domanda il Nervia ripetè: -</p> - -<p> -— Spostiamo dunque l'accampamento? -</p> - -<p> -— Spostiamolo, per tutti i diavoli! — urlò Luca. -</p> - -<p> -Camillo annuì. -</p> - -<p> -— Becco-in-croce — comandò il Luca — ritorna -al campo e dà ordine che si levino le tende e -che si discenda e si passi il <i>gao</i>, a metà strada fra -Dolceacqua e Camporosso. Noi vi saremo e la conchiglia -del Bagato indicherà il punto preciso. Va -Becco-in-croce e porta l'ordine mio. -</p> - -<p> -Il montanaro s'inchinò e ripassò la breccia. -</p> - -<p> -— Ed ora a noi. Il mio sospetto, Luca, aveva ragione -d'essere secondo quanto abbiamo udito. L'Embriaco -si liberò violentemente del mio povero Seborga. -</p> - -<p> -— Ma gli Spigno? -</p> - -<p> -— Ibleto ha sempre fornicato con i francesi: -lo sappiamo tutti. Credo che a quest'ora sbarcati -a Latte e in istrada per Nizza, o per mare tuttavia, -si riducano al campo dei sanculotti sul Varo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span> -</p> - -<p> -— E Fiorina? -</p> - -<p> -— Di buono o di malgrado li segue. -</p> - -<p> -Luca Lascaris alzò le pugna al cielo. -</p> - -<p> -— Voi mi sembrate un ragazzo imbelle, Conte, -un ragazzo imbelle al quale abbiano furato il giocattolo. -Siate uomo, per nostra signora di Lampedusa! -Verrà la nostra volta, e vinceremo la nostra posta. -Per intanto vi apro intero il cor mio: sono stanco -di questa vita raminga e inutile. Rivedere il mio -castello dopo sì lungo tempo mi ha rimessi in cuore -i germi della nostalgia. Liberiamoci, prendiamo una -decisione, scegliamo un nemico. Siamo qui esitanti -fra Genova e la Francia: pretendiamo tenerle -in ballo tutte e due. Grave errore. Facciamo -onor stragrande alla Serenissima, che fa paura o -meglio vuol far paura con le mani vuote. Vi offro -una via d'uscita: giriamo le Maure, usciamo dopo -Roverino, per il Bevera, piombiamo sui predoni di -Sant'Antonio, e appena li avremo liquidati assalteremo -la città isolando il fortino del Borzone. -Ventimiglia non ha che un Governatore di figura e -pochi uomini di parata dei quali verremo presto a -fine. Riprenderemo poi la guerriglia con una difesa -come la città, il forte ed il vostro Castello, Conte -Lascaris. I Francesi non passeranno o gireranno da -Saorgio. Guadagneremo tempo ad ogni modo, che -ve ne pare? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span> -</p> - -<p> -Camillo Altariva prese la parola. -</p> - -<p> -— Il tuo piano, Almerico, è buono come linea -generale: ma i particolari verranno. Per intanto -l'approvo fino all'assalto dei predoni di Sant'Antonio. -</p> - -<p> -— Io tutto approvo — esclamò Luca Lascaris, — purchè -ci si muova e non si resti qui neghittosi. Ho -bisogno di far del male a qualcuno. -</p> - -<p> -— Ne avrete presto l'occasione, conte. Quando -ci congiungeremo con la mia truppa troveremo i -due scherani dell'ospite vostro: se mi permetterò -d'interrogarli io stesso, per la memoria invendicata -del mio povero Seborga, li consegnerò poi dopo alla -vostra giustizia, chè vi appartengono. -</p> - -<p> -— Vi ringrazio, Almerico! -</p> - -<p> -Ma il progetto del Nervia non potè avere esecuzione. -A metà strada fra Dolceacqua e Camporosso -attendeva bensì la truppa del Nervia, ma il Ricciuto -e Bracciodiferro non ne facevano parte. -S'erano allontanati con gli uomini che comandavano, -subito appena apparso Becco-in-croce, e conosciuto -che ebbero la nuova direzione dell'Embriaco, pretendendo -il Ricciuto d'aver ordini tassativi in proposito. -</p> - -<p> -— Non importa — osservò il Nervia — ignorano -il nostro piano e quindi non ci sarà allarme: del resto -potremo raggiungerli: non perdiamo tempo! -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span> -</p> - -<h3>XXII.</h3> -</div> - -<p> -La nuvolosa mattina che per la campagna diffondeva -pur tuttavia una luce tutta eguale, manteneva -in città un buio di tomba. Le undici; i cavalli scalpitavano -sul selciato di pietra attraversato nel mezzo -da una guida di mattoni sanguigni: le due mule che -reggevano la portantina davano appena segno di vita -col dondolar la coda infiocchettata fra le stanghe -a batocchio, e due soldati reggevano le torcie per -illuminar la viuzza caduta nel buio, fondo per le -alte case. -</p> - -<p> -Nell'ufficio del governatore due lucerne spandevano -queto chiaror raccolto: sotto l'una sgobbava -l'archivista Orengo raschiando con la penna d'oca -una carta ruvida e slabbrata sotto pretesto di vergare -un'ordinanza. Sotto l'altra lucerna il capitano Cavalli -attentissimo e lontano dal mondo leggeva Virgilio. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span> -</p> - -<p> -In una stanza da letto interna che avrebbe dovuto -prender luce da un vicolo, il quale naturalmente -non manteneva le sue promesse, Betto Grimaldi -si abbigliava aiutato dal Moncherino, il quale a sua -volta, e poveretto non per colpa sua, dava aiuto come -il vicolo dava luce: ma il governatore non aveva -fretta, parea che succhiellasse il tempo per farlo -passar lentamente. -</p> - -<p> -In un'altra stanza, che conosciamo appuntino, -la vispa Gilda s'affaccendava intorno a Chiara e -benchè un po' più di luce vi penetrasse dalla finestra -verso la vallata, la bella camerista brontolava -pretendendo che si fosse non quasi a mezzo il giorno, -ma nel crepuscolo del mattino. Mentre questo accadeva, -due altri personaggi di nostra conoscenza -misuravano i cento passi dell'allea del Fontanino, -fuori della porta omonima; l'uno parlava pacatamente -come se ragionasse d'Euclide o di d'Alembert, -l'altro ascoltava bevendo le parole e l'interesse -gli traspariva dagli occhi lucidi. -</p> - -<p> -— Credete a me, Giano de' Lercari, — dicea -Filippo Balbi — credete a me, che vedo lungi le -cose, imitatemi. Non c'è per noi che una via aperta -oggi, le armi. Eppure non a me, cadetto di gran -casa, ma cadetto, e non a voi di gran casa ma, non -v'offendete, più cadetto di me perchè irregolare, -possono offrir qualche futura fortuna le armi della -<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span> -Serenissima. Non ci illudiamo: stanno di fronte l'Austria -e la Francia, chè non vi conto il Re di Piemonte, -boccone maggiore, nè la Repubblica di Genova, boccone -minore. Austria e Francia: l'una contro l'altra -oggi e domani: decidersi: o la carriera delle armi -in Piemonte e quindi in Austria, ma a quale scopo -Lercari? Allo scopo di poltrire e ammuffire nei gradi -subalterni e vedersi di punto in bianco anteposto -un damerino di Corte, con un gran nome, un moccioso -irresponsabile che viene a comandarvi, a farvi -sgobbare e rischiar la vita per prendere il merito -ove ne sia il caso senza rimetterci del suo perchè -troppo con le spalle al muro, figlio di papà o di mammà, -uscito dalle gonne della favorita. Giano, credetemi: -sono un cadetto della casa Balbi, grande casa -a Genova; ma nato capitano morrei capitano, come -voi nato alfiere morreste alfiere. E a quale scopo -infine? Se l'Austria schiaccerà la Francia servire -l'Imperatore, se la Francia schiaccerà l'Austria venire -incorporati a forza nelle masnade sanculotte. -Credetemi, Giano Lercari, fate come ho fatto io: -saltate il fosso. Il Piccolo Bonaparte ci lascerà probabilmente -l'anima che regge coi denti, ma c'è -Massena, Moreau e Hoche e tanti altri e c'è il capo -di Stato Maggiore del <i>piccolo</i> Bonaparte, il serio -greve e ponderato Berthier, il quale mi ha promesso -un battaglione al primo fatto d'armi e un reggimento -<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span> -al secondo. C'è poi anche il caso che il piccolo Bonaparte -riesca nel suo disegno, tenebroso disegno che -niuno conosce, forse nemmeno Berthier, ma che può -essere grande come è audace chi l'ha concepito. E il -piccolo generale che ha tutta l'aria di un falchetto -pronto a piombar sulla preda, a malgrado la sua amicizia -con Robespierre il Giovane e le sue imprese di -Vendemmaire, è un aristocratico, ama circondarsi di -nomi ed aiuterebbe voi e me, piuttosto che quel -garzone birraio di Murat, che ha per aiutante di -campo, o che quel legulejo di Junot, altro aiutante, -che non l'abbandona un momento. -</p> - -<p> -Giano Lercari ascoltava come se gli si raccontasse -una fiaba. -</p> - -<p> -— La verità è — osservò — che agli ordini della -Serenissima si muffisce in guarnigioni come questa. -</p> - -<p> -— Mentre che in un esercito combattente c'è -l'impreveduto che aspetta e fa la vita varia. -</p> - -<p> -— E voi credete, Filippo, che fra l'Austria e la -Francia si debba preferire la Francia? -</p> - -<p> -— Non vi ripeto che il mio giudizio, quello che -io stesso ho giudicato preferibile, ma non intendo nè -darvi consigli precisi, nè invitarvi a prendere una -decisione qualsiasi. Restate pure l'alfiere della Serenissima, -presso questo nobile Comando. Soltanto, -per semplice spirito d'amicizia, vi offro di pensare -se vi convenga. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span> -</p> - -<p> -— Avete ragione Filippo. Ma pure, ammesso -che mi decida.... -</p> - -<p> -Ne aveva tanta voglia che fra sè avea già preso -la risoluzione di imitare il Balbi. -</p> - -<p> -— .... in che modo debbo contenermi? -</p> - -<p> -— Per far che cosa? -</p> - -<p> -— Per imitarvi. Non posso già disertare. -</p> - -<p> -— Chi vi parla di disertare! Fate come ho fatto -io, e cioè fatevi attaccare all'esercito francese dal -vostro comandante. -</p> - -<p> -— Betto Grimaldi? Irresoluto com'è e con la -paura del Governo di Genova, non lo farà mai. -</p> - -<p> -— Chiedetelo a Genova. -</p> - -<p> -— Non avrò risposta, e, se pur l'avrò, sarà qui -fra un mese almeno! -</p> - -<p> -— Non c'è che un mezzo, allora. -</p> - -<p> -— Cioè? -</p> - -<p> -— Farvi chiedere dal Generale Bonaparte, o -dal Berthier, ciò che avrà anche più autorità. -</p> - -<p> -— Chiedere? Al Governo della Serenissima? -</p> - -<p> -— No: a Betto Grimaldi. -</p> - -<p> -— E credete che accetterà? Che dirà di sì? -</p> - -<p> -— E credete voi che Betto Grimaldi negherà o -dirà di no a un desiderio del Generale che con lo -stringere un pugno può domani stritolar lui e la -città? -</p> - -<p> -E poichè Giano Lercari crollava il capo continuò: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span> -</p> - -<p> -— Betto Grimaldi col suo cervello corto ma di -buon senso crede sè il più debole dei due, oggi. Non -già una banda sconfinante ha davanti, ma trentamila -uomini inquadrati, irregolarmente ancora, ma -inquadrati e condotti da un falchetto che ha voglia di -preda e che l'ha promessa ai suoi sanculotti. La -prova che si crede di già debole l'avete davanti agli -occhi. -</p> - -<p> -Indicò la porta del Fontanino da cui usciva la -cavalcata ufficiale preceduta da un trombettiere e -da quattro soldati: seguivano Betto Grimaldi e il -capitano Cavalli e infine la lettiga portata dalle due -mule: chiudevano la marcia altri due soldati. -</p> - -<p> -— Se Betto Grimaldi si fosse ritenuto il più -forte avrebbe invitato il Generale nemico in città -e invece si scomoda per recarsi da lui e porta con sè -la mia fidanzata..... -</p> - -<p> -Lo aveva Filippo stesso suggerito al Governatore, -ma non lo disse. -</p> - -<p> -— .... per omaggio e degnazione. Credete voi, -Giano mio, che se a quell'uomo con la paura dipinta -in volto si chiedesse qualunque cosa, la rifiuterebbe? -</p> - -<p> -No che in verità Giano Lercari non lo poteva -credere. -</p> - -<p> -— E allora decidetevi! -</p> - -<p> -— Sia: fatemi domandare al comandante. -</p> - -<p> -— Alla buon'ora. Qua la mano: correremo la -<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span> -stessa fortuna. Vi prometto il mio grado al primo -fatto d'armi. -</p> - -<p> -— Naturalmente conto su di voi, amico Filippo. -</p> - -<p> -— Contateci: ma per adesso acqua in bocca. -</p> - -<p> -Lasciò il compagno, inforcò il cavallo che un soldato -gli teneva a poca distanza e corse di carriera -verso la cavalcata che s'avvicinava lentamente. -</p> - -<p> -— Il buon mattino a Vostra Eccellenza, comandante -Grimaldi, e col vostro permesso, il buon mattino -alla Bellezza nostra. -</p> - -<p> -Chiara sporse il capo dalla lettiga, rossa in viso, -ma felice porse la mano al fidanzato, che si piegò -in arcioni con magnifico e difficile spostamento per -baciarla. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span> -</p> - -<h3>XXIII.</h3> -</div> - -<p> -Quando la barca peschereccia ebbe sbarcati i -suoi passeggeri alla foce di un torrentello schiumoso, -colui che la conduceva rimase ad attendere gli ordini. -Ma Ibleto gli porse una moneta d'argento che -l'altro ricevette con l'avidità di una scimmia alla -quale si offra un frutto acerbo. E per verità il danaro -in metallo era già raro: da due anni almeno -correvano gli assegnati e i buoni di qualunque specie -firmati da nomi e da Autorità eteroclite, dal Sergente -al Generale, dal Giudice al Governatore. -</p> - -<p> -— Devo aspettare, monsignore? — chiese il -marinaio al quale pareva che il dono meritasse almeno -un titolo. -</p> - -<p> -I due Spigno ricambiarono uno sguardo. -</p> - -<p> -— Non importa! — rispose Emanuele Embriaco. -</p> - -<p> -Ed aggiunse, rivolto ai compagni: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span> -</p> - -<p> -— Voglio sperare, per la Dama almeno, che non -si tornerà per mare. -</p> - -<p> -Fiorina gli sorrise. -</p> - -<p> -— Conte, avete ragione, ragione da vendere! — concluse -Ibleto. -</p> - -<p> -E licenziò la barca. -</p> - -<p> -Mentre per un istinto comune la guardavano allontanarsi, -il marchese fece schermo della mano destra -agli occhi, curvandosi: quindi esclamò: -</p> - -<p> -— Ecco quel che temevo! -</p> - -<p> -Alla sinistra indicò, forse a due miglia al largo, -verso la Madonna della Ruota od almeno all'altezza -di Sant'Ampelio, la siloetta di una nave. -</p> - -<p> -— L'abbiamo scampata bella! -</p> - -<p> -— Che è, Ibleto? — domandò Fiorina. -</p> - -<p> -— La prima delle cannoniere inglesi che sorvegliano -la costa, e probabilmente mancano di notizie -poichè invece d'essere laggiù sarebbero qui. -</p> - -<p> -L'Embriaco alzò le spalle. -</p> - -<p> -— A che servono le cannoniere inglesi? -</p> - -<p> -— Ben detto, il moscardino! — esclamò una -voce sonora. -</p> - -<p> -Ed uno scoppio di risa coronò l'interruzione. -</p> - -<p> -Dopo il breve greto della foce, una specie di muro -a secco si alzava che parea sbarrasse il corso del -torrentello. E proprio lassù i tre che s'erano voltati -di scatto alla risata videro una strana apparizione. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span> -</p> - -<p> -Sporgevano dal muro a secco tre o quattro visi -sporchi, dai capegli arruffati, ma visi ridenti, dentature -meravigliose ed occhi neri o azzurri, brillanti. Sulle -teste, in piedi sul vertice del muraglione, un giovane -iddio pompeggiava, un Bacco giovane con qualche -fattezza di pastore omerico. Vestiva una specie di -divisa soldatesca a falde rialzate sopra un paio di -calzoni a righe, corti e sfrangiati: null'altro: nè -camicia, nè berretto, nè tracolle, nè armi, nulla fuorchè -una sciabola brandita dalla destra in alto sopra -la selva dei capegli biondi arruffati. Le carni bianche -apparivano da innumerevoli buchi dei calzoni, legati -pur tuttavia un po' sotto il ginocchio da un -nastro rosa, che vantava chissà quale provenienza. -</p> - -<p> -— Ben detto, il moscardino! — ripetè quel giovane -iddio selvaggio — ben detto, parola di Tibullo, -qui presente, soldato della Repubblica, una e indivisibile, -armata del Varo! -</p> - -<p> -Le teste apparenti sul muro a secco fecero un -coro assordante. -</p> - -<p> -— Per l'Ente Supremo e per le corna di Barras, -riprese Tibullo sempre rivolto ai tre attoniti, o -l'unico figlio di mia madre, la gloriosa Cornelia delle -Halles, si sbaglia come un deputato, o scorgo un -viso degno dell'ex Maria, sposa dell'ex Giuseppe e -Madre del cittadino Gesù! Non sia mai detto che -i soldati della Repubblica dimentichino gli omaggi -<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span> -dovuti al sesso! Io mi rammento d'essere figlio di -<i>Brin-d'amour</i>, sergente bianco del tiranno Capeto -e amico personale di Danton il quale come ognun -sa, aveva un forte debole per le donne. Camerati, -un evviva per la cittadina che viene dal mare come -la ex-Venere! -</p> - -<p> -Il coro assordante ricominciò. Poi tacque ad -un tratto sotto l'ordine di Tibullo, il quale saltò dal -baluardo, venne innanzi alla marchesa e fece un -inchino strisciato degno d'un maestro di ballo, alzò -la sciabola lucente e d'un colpo si tagliò, tenendola -tesa con la sinistra una ciocca di capelli che sparse -ai piedi della dama. -</p> - -<p> -— Non ho berretto da levarmi e debbo scoprirmi -ad ogni modo davanti al sesso. Scusa, cittadina, ma -ognuno si scopre come può. -</p> - -<p> -— Sei galante, cittadino Tibullo — rispose Ibleto -rinvenuto per il primo dalla sorpresa — e -grazie all'Ente Supremo che ti ha posto sulla nostra -strada! Libertà, eguaglianza.... -</p> - -<p> -— .... e fraternità! — compì il soldato. -</p> - -<p> -Le teste sul muro a secco s'agitarono. -</p> - -<p> -— In quanto a voi, camerati, rimettete le vostre -ricche assise per presentarvi convenientemente dinanzi -alla dama. -</p> - -<p> -Le teste scomparvero. -</p> - -<p> -— E tu, cittadino, — chiese Tibullo volto all'Embriaco, -<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span> -per il quale provava un'istintiva simpatia -per gratitudine dello sprezzo verso le cannoniere -inglesi — non dici nulla, cittadino? Hai esaurito -il tuo repertorio? -</p> - -<p> -— Ti ascolto, cittadino, e imparo! -</p> - -<p> -La celata ironia non isfuggì al soldato che aggrottò -le sopraciglia. -</p> - -<p> -— Oh! Oh! Cittadino, la tua risposta puzza -d'aristo una lega lontano. Non c'è più Massimiliano, -è vero, ma il <i>piccolo</i> ama i <i>çi-devants</i> come il fumo -negli occhi, te ne avverto. -</p> - -<p> -— Chi è il <i>piccolo</i>, cittadino? -</p> - -<p> -Apparvero di dietro al muraglione abbigliati, chi -più chi meno come Tibullo, cinque o sei soldati -ridendo a gola spiegata. -</p> - -<p> -— Il <i>piccolo</i>? Domanda chi è il <i>piccolo</i>? -</p> - -<p> -— È il <i>piccino</i>! Il <i>tira l'anima coi denti</i>! -</p> - -<p> -— Il nostro generale che ci ha promesso grasse -città e belle donne. -</p> - -<p> -— Ed ha ragione! -</p> - -<p> -Una mano si levò per carezzare il viso di Fiorina -ma si ritrasse immediatamente sotto una scudisciata. -</p> - -<p> -— Morde la donnetta — urlò il colpito. -</p> - -<p> -— E morderà ancora! — aggiunse Fiorina lasciando -ricadere lo scudiscio sopra un viso che s'avvicinava -troppo al suo. -</p> - -<p> -Qualche picca e qualche sciabola fu brandita e -<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span> -non mancò un fucile maneggiato — per qualche evidente -ragione d'utilità immediata — come un bastone. -Ma Ibleto e l'Embriaco fecero scudo alla -dama e Tibullo s'interpose. -</p> - -<p> -— Giù le zampe, camerati! -</p> - -<p> -Con un po' di buona volontà s'ottenne un relativo -silenzio, quale almeno occorreva per farsi intendere. -E ne profittò immediatamente Ibleto rivolgendosi -al soldato: -</p> - -<p> -— Non siamo qui nè per errore e nemmeno naufraghi, -come i tuoi camerati vogliono credere, cittadino: -siamo qui venuti volontariamente e portiamo -con noi un salvacondotto che speriamo ci procurerà -un po' di rispetto. -</p> - -<p> -Tibullo non battè ciglio: attendeva. Lo Spigno -continuò: -</p> - -<p> -— Una lettera del generale Laharpe..... -</p> - -<p> -Il soldato salutò. -</p> - -<p> -— .... al generale Nissard.... -</p> - -<p> -Nuovo saluto. -</p> - -<p> -— ... che comanda, crediamo, la tua divisione. -</p> - -<p> -Tibullo crollò il capo. -</p> - -<p> -— Niente Nissard, cittadino. -</p> - -<p> -— Comanda forse Massena? -</p> - -<p> -— Niente Massena, cittadino. -</p> - -<p> -— È tornato per caso Serrurier? Fa lo stesso. -</p> - -<p> -— Niente Serrurier! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span> -</p> - -<p> -— Augereau allora? -</p> - -<p> -— Niente Augereau! -</p> - -<p> -I due Spigno e l'Embriaco si guardarono. -</p> - -<p> -— Chi comanda allora? — chiese Ibleto. -</p> - -<p> -Un urlo s'elevò dai soldati rimasti qualche passo -discosti. -</p> - -<p> -— Il <i>piccino!</i> -</p> - -<p> -— Il <i>piccino!</i> -</p> - -<p> -— Il <i>piccino</i>, il <i>piccino</i>, il <i>piccino!</i> -</p> - -<p> -Tibullo impose il silenzio. Poi: -</p> - -<p> -— Hai inteso, cittadino? Qui comanda il <i>piccino</i> -o se meglio ti piace il generale Bonaparte. -</p> - -<p> -Fiorina spalancò i begli occhi sbalordita e Ibleto -si tirò la barbetta caprina. Ma l'Embriaco risoluto -prese la parola. -</p> - -<p> -— E sta bene, cittadino! Andiamo dal generale -Bonaparte! -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span> -</p> - -<h3>XXIV.</h3> -</div> - -<p> -Al di là del muro a secco un sentiero s'inerpicava -sulla riva sinistra, ma un sentiero da capre, disegnato -appena fra i sassi calcarei e i magri ontani -bistorti. La stretta valle però si presentava ridente a -malgrado il giorno coperto. Un'occhiata ed una smorfia -di Fiorina destarono la galanteria di Tibullo. -</p> - -<p> -— Sono dolente, cittadina, di non poterti offrire -un cavallo almeno. Sono forse quindici giorni che -abbiamo mangiato l'ultimo e sarebbe stato assai -meglio che l'avessimo mangiato quindici anni prima. -Con un sorriso la marchesa ringraziò il soldato ed -aggiunse: -</p> - -<p> -— Grazie, cittadino, ma non temere: so camminare -anch'io. -</p> - -<p> -— Sui tappeti, a giudicarne dai tuoi piccoli -piedi. Ma non importa: quando sarai stanca ti porteremo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span> -</p> - -<p> -Il sentiero si allargava sulla ripa e, nell'addentrarsi -che fecero entro la valle, i viaggiatori, dopo la -temperatura quasi rigida provata nel tragitto marino, -ecco una quasi tepida ne trovarono come se -entrassero in una serra. -</p> - -<p> -— Qui fa quasi caldo — fece osservare Tibullo -che s'accorse del refrigerio provato dai suoi ospiti: — il -<i>piccino</i> ci si crogiola a suo bell'agio. E ne aveva -bisogno. Tiene l'anima coi denti e per di più, dicono, -ha sposato l'amante di Barras, una creola bella e -sana da far impazzire, una donna da mettere a terra -più uomini che Kleber non isfianchi cavalcature. -</p> - -<p> -— Già, l'ho sentito dire — osservò Ibleto mellifluamente — ed -ho sentito dire che il comando dell'armata -del Varo fu il cestello di nozze di Barras.... -per gratitudine. -</p> - -<p> -Tibullo aggrottò le sopraciglie. -</p> - -<p> -— Spero che non ci sia niente di losco nelle tue -parole, cittadino..... -</p> - -<p> -— Lungi da me tal pensiero! — s'affrettò a -replicare lo Spigno. -</p> - -<p> -— .... perchè t'avverto, senza complimenti, -che per istare in concordia con noi non bisogna dir -male del <i>piccino</i>, neanche per ombra! Di' quello -che vuoi di Massena e degli altri, e di tutti i politicanti -di Parigi, ai quali farei portare per qualche -settimana i cannoni, invece dei muli che non abbiamo: -<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span> -parla male anche di Hoche, se vuoi, ma lascia -stare il <i>piccino</i>: il <i>piccino</i> non si tocca! -</p> - -<p> -— Vuoi molto bene al tuo generale a quel che -vedo, amico? — susurrò Fiorina per aiutare il marito — Lo -conoscevi forse prima che giungesse a -Nizza? -</p> - -<p> -— No, cittadina, mai visto prima. E che bisogno -ce ne sarebbe stato? Gli uomini si conoscono a -colpo d'occhio, come io ho conosciuto il tuo vecchietto.... -</p> - -<p> -Ibleto si raddrizzò offeso. -</p> - -<p> -— .... e quell'altro là dietro che non parla, ma -che sarebbe un magnifico capo di battaglione. Gli -uomini si conoscono all'occhio... -</p> - -<p> -— E le donne, Tibullo? — domandò un soldato -ridendo. -</p> - -<p> -— Al tatto. -</p> - -<p> -Le risa raddoppiarono svegliando gli echi della -vallata. -</p> - -<p> -— Cosicchè, cittadino — chiese Fiorina divertendosi, — tu -hai conosciuto all'occhio il tuo generale? -</p> - -<p> -— E all'orecchio. Sfido io! Come si fa a non -seguire un <i>piccino</i> che invece di parlarti di Repubblica -una e indivisibile, di onore (quello del Direttorio) -e di patria (la pancia di quei signori) e -di tante altre cose da farti crescere la barba tanto -<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span> -da camminarvi sopra, arriva senza complimenti, -non degna di uno sguardo i colonnelli e i generali, -ma si mette in mezzo a noi e ci dice senza tanti -preamboli: «Ragazzi miei, vedo che avete fame e -freddo: dividiamo quello che c'è e visto che quei -signori di Parigi non sono buoni che a chiacchierare -e a mantener sgualdrine, venite con me che vi porto -in un posto dove troverete da mangiare come papi, -da bere come frati e da.... carezzar donne come -cardinali». Ti pare, cittadina, che un piccino simile -non meriti simpatia? -</p> - -<p> -— Evviva il <i>piccino</i>! — urlarono i soldati -entusiasti. -</p> - -<p> -E colui che possedeva un simulacro di fucile -fece partire un colpo in aria! -</p> - -<p> -— Che succede, olà, camerati? — urlò una voce -stentorea dall'alto d'un ciglione: accompagnate -forse il carro del bue grasso? -</p> - -<p> -La comitiva sostò, gli occhi di tutti s'orientarono -donde veniva la voce: ne furono abbagliati e bisogna -dire che ce n'era ad usura la ragione. Figuratevi un -giovane di forse venticinque anni ed in tutto lo sfarzo -della giovinezza che sboccia senza freni. Snello ed -aitante, una copiosa capellatura — a testa nuda come -usavano in allora i giovani ufficiali della giovane Repubblica — la -faccia colorita, stretto nella uniforme -d'aiutante di campo, prestigiosa ed aiutata ancora -<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span> -da una fascia fantasia intorno alle reni e da una -sciabola turca munita d'un'elsa solare: stivaloni -alla scudiera su calzoni attillati grigio perla: sopra un -enorme cavallo velloso nelle gambe e sul muso come -una cavalcatura cosacca, arricchito da una gualdrappa -di velluto rosso acceso, di provenienza ignota -benchè il bordo tutto d'oro la facesse sospettare appannaggio -di chiesa: ecco l'apparizione che stupì, -anzi che sbalordì i nostri viaggiatori. Byron deve -aver tratto od essersi ispirato da un ritratto di Murat -giovane per il suo Mazzeppa, senza dubbio. -La comitiva sostò per un momento, poi Tibullo con -la confidenza che in allora esisteva tra soldati e -ufficiali, rispose a voce spiegata, facendosi schermo -della mano ad imbuto: -</p> - -<p> -— Cittadino aiutante Murat, ti conduciamo -degli aristo che vantano una lettera per il cittadino -generale in capo. -</p> - -<p> -— Avanti gli aristo, cittadino! -</p> - -<p> -Fece d'un salto varcare al cavallo il ciglione e -compì l'ardua impresa con una tal grazia che tradiva -il suo recente passato di guardia costituzionale -del Re Luigi e di cacciatore a cavallo, abituato a -caracollare dinanzi alle belle ragazze ed a sfidare -il pericolo nelle cariche sfrenate. Quando si trovò -davanti ai tre viaggiatori e vide per il primo Emanuele -Embriaco che celava in certo qual modo Fiorina, -<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span> -mentre Ibleto di Spigno s'era tanto profondamente -chinato da celare il viso, non potè trattenere -un gesto di sorpresa e di diffidenza. -</p> - -<p> -— Corpo d'una pipa! — esclamò — dei vandeani -anche qui! -</p> - -<p> -E certo l'abbigliamento dell'avventuriero potea -giustificare ed avvalorare l'esclamazione. Se non che -l'Embriaco, il quale mentalmente con sintesi degna di -Tacito, avea pensato che le parole — qualunque fossero — sarebbero -state oggetto d'una interpretazione -sommaria da soldataccio incolto, e che quindi -era meglio stare zitti fino a tempo opportuno, fece -la mossa più abile che cortigiano consumato potesse -immaginare: si tirò da un lato e scoprì Fiorina. -</p> - -<p> -Murat ne restò abbagliato. Mormorò: -</p> - -<p> -— Corpo di..... -</p> - -<p> -Ma non andò oltre. Discese però da cavallo. E -s'accorse d'Ibleto piegato in due, tutto intento a -lisciarsi la barbetta. Assunse allora un'aria burbera -per darsi del contegno: -</p> - -<p> -— Che vuoi tu, cittadino? -</p> - -<p> -— Cittadino aiutante — rispose Ibleto cercando le -parole — ho qui una lettera del generale Laharpe -per il tuo generale, il cittadino Bonaparte. -</p> - -<p> -— Qua la lettera! -</p> - -<p> -Il marchese di Spigno esitò: -</p> - -<p> -— Ma.... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span> -</p> - -<p> -Intervenne allora Fiorina col più seducente dei -sorrisi: -</p> - -<p> -— Porgete dunque la lettera al cittadino aiutante, -amico mio! -</p> - -<p> -L'altro obbedì. Porse un plico ben suggellato a -Murat, il quale imbarazzato più che mai lo voltò -e rivoltò fra le dita incerto. -</p> - -<p> -— Come vedi, cittadino aiutante, — continuò sorridendo -la marchesa — è indirizzato al generale -in capo, ma poichè tu ne sei l'aiutante, credo che -potresti aprirlo. -</p> - -<p> -Il <i>credo</i> fu pronunciato con una tal quale inflessione -ironica che sfuggì completamente al burbero -Murat. -</p> - -<p> -E colui, che doveva coprirsi di tanta gloria personale, -era fin d'allora quell'essere debole che si dimostrò -di poi, quando entrò nella storia, offerto -cioè all'influenza del primo o della prima che lo -sapesse dominare adulandolo o gettandolo nei bivii -più crudeli. -</p> - -<p> -— Naturalmente che lo potrei — rispose gonfiandosi -come un tacchino — ma non ne vedo la necessità. -Il generale è qui a due passi, in un luogo detto -San Bartolomeo, e può ben leggere da sè. -</p> - -<p> -All'udir Murat esprimersi in tal guisa si sarebbe -supposto che avesse col Bonaparte un'intimità da -camerata. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span> -</p> - -<p> -— E possiamo noi, cittadino aiutante, accompagnar -la lettera? -</p> - -<p> -— Naturalmente che lo puoi, cittadina... anzi -lo potete..... -</p> - -<p> -Fissò la donna, che gli sorrideva, ma non ne sostenne -lo sguardo. -</p> - -<p> -— E — continuò Fiorina — poichè sono stanca, -non puoi tu, cittadino aiutante, prestarmi il tuo -cavallo? -</p> - -<p> -Per tutta risposta, davanti a Tibullo ed ai soldati -stupefatti, Murat si chinò, raccolse, come se -fosse un bimbo, la marchesa nelle mani e la depose -sulla gualdrappa fantastica. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span> -</p> - -<h3>XXV.</h3> -</div> - -<p> -<i>L'altra</i> comitiva non aveva passato le avventurose -peripezie della <i>prima</i>. Discesa dalla strada romana -in poco tempo aveva raggiunto San Bartolomeo -ove l'attendeva un aiutante di campo del generale -Bonaparte, il quale era partito di buon mattino per -riconoscere strade e valichi, personalmente, accompagnato -da Berthier suo capo di Stato Maggiore, e -da un altro aiutante di campo che non si discostava -un passo dalla persona del generale in capo. -L'aiutante che ricevette il Governatore di Ventimiglia -e il seguito, era un giovane ufficiale segaligno, -dallo sguardo freddo e tagliente, asciutto di viso, di -poche parole: non aveva che ventidue anni e ne dimostrava -almeno trenta: labbra sottili, fronte rannuvolata, -parca sempre sopra pensieri, preoccupato -dell'avvenire e celava sotto l'apparenza impassibile -<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span> -quell'inquietudine che è oggi chiamata, con -una barbara parola, <i>arrivismo</i>. -</p> - -<p> -— Buon giorno, aiutante Marmont — disse Filippo -Balbi, smontando — spero di non essere in -ritardo. -</p> - -<p> -— Anche se tu lo fossi, capitano Balbi, poco male! -</p> - -<p> -— Ho capito: il generale Bonaparte è partito -per qualche ricognizione. C'è almeno Berthier? -</p> - -<p> -— Accompagna il generale con Junot. -</p> - -<p> -— Ah! il fido Acate! -</p> - -<p> -Udendo nominare un personaggio virgiliano il -capitano Cavalli s'avvicinò. -</p> - -<p> -— Chi parla di fido Acate, capitano Balbi? -</p> - -<p> -— È il nomignolo dell'aiutante di campo Junot, -che non si distacca mai d'una linea dal generale -Bonaparte. Ma non si tratta di questo, ora: permettimi, -Marmont, di fare le presentazioni. -</p> - -<p> -Condusse l'aiutante dal Grimaldi che lo ricevette -con sussiego e che fu trattato da quantità trascurabile. -Probabilmente il chiuso aiutante di campo -non lo giudicò persona adatta per servire in qualche -modo da gradino. Consentì purtuttavia a sgelarsi -davanti a madamigella Chiarina: apparteneva a -discreta famiglia Marmont, ed era figlio d'un capitano -del reggimento d'Hainaut. Davanti ad una dama -(come del resto accadeva a quasi tutti gli ufficiali -di cui Napoleone Bonaparte si circondava) assumeva -<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span> -un atteggiamento Reggenza. Fece un inchino -passabile ed aiutò la damigella ad uscir dalla lettiga. -</p> - -<p> -— Non abbiamo salotti per le dame, — disse -mostrando la casa rustica, la quale serviva d'alloggio -per lo Stato Maggiore — nemmeno la stanza del -generale s'adatterebbe: c'è però quella di Murat. -</p> - -<p> -E ripetendo l'inchino precedette la comitiva nella -stanza di Murat, che merita l'onore d'una breve -sosta. -</p> - -<p> -L'uomo pomposo, che doveva diventare Re di -Napoli, rivelava fin d'allora le sue attitudini al fasto, -e le rivelava naturalmente come poteva. La stamberga -al piano terreno ove abitava era uno strano -amalgama delle cose più disparate. Due tamburi -coperti da vecchie gualdrappe dai colori vivaci, -l'una gialla, e verde l'altra, servivano da sedie. -L'una delle pareti spariva sotto una bandiera nazionale -spiegata e nuova di zecca: Murat se l'era -fatta prestare probabilmente dal commissario. Sulla -parete di fondo un labaro, chi sa a qual chiesa di -Provenza rubato, mostrava le <i>Tre Marie</i> che scendono -dal mare sulla Crau; nel fondo un mostro tutto -cresta sul dorso raffigurava la famosa <i>Tarasque</i>. -Sulla terza parete un piviale con un sole fiammante -nel centro, affetto da calvizie, ed accanto al piviale, -conficcata con chiodi celati da coccarde nazionali -una carta.... della Turchia, sormontata da un pezzo -<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span> -di carta pecora dipinto rozzamente e raffigurante -un'orgia di fucili e cannoni con una divisa in fondo -che portava la leggenda: <i>Souvien-toi d'Alexandre</i>. -Probabilmente alludeva al Macedone. Una sciabola, -nell'angolo a destra, dal fodero infiocchettato come -una mula spagnola e il cappello d'ordinanza appeso -in alto sopra Alessandro il Macedone e riccamente -guarnito d'una penna color canarino piantata là -dove i tirolesi portano la propria. L'impiantito di -mattoni spariva sotto una tovaglia riccamente -macchiata di vino a guisa di tappeto. -</p> - -<p> -Nell'entrare, madamigella Chiarina trattenne appena -un grido di sorpresa, ma Gilda battè le mani. -</p> - -<p> -— Madonnina! — esclamò — par d'essere dall'indovina -coi tarocchi! -</p> - -<p> -Non presero purtuttavia meno possesso della -stanza così stranamente apparata e madamigella -Chiarina sedette sopra un tamburo, Betto Grimaldi -sull'altro e la Gilda restò in piedi accanto alla padrona. -Il capitano Cavalli rimase appoggiato allo -stipite della porta e cavò di tasca il vecchio Virgilio -immergendosi nella lettura. -</p> - -<p> -— È un prete o un ufficiale il vostro compagno? — domandò -l'aiutante Marmont a Filippo Balbi, -additandogli il capitano che parea leggesse il breviario. -</p> - -<p> -— È un dotto come il fu signor di Voltaire — gli -rispose l'interrogato. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span> -</p> - -<p> -E trasse in disparte il francese. -</p> - -<p> -— Questo giovane alfiere — gli disse a bassa -voce, si chiama Giano Lercari ed è di illustre famiglia -genovese..... -</p> - -<p> -Marmont alzò gli occhi sul bastardo e salutò. -</p> - -<p> -— .... e chiede per sè quello che Berthier ha -ottenuto per me. -</p> - -<p> -L'aiutante fe' cenno d'aver compreso. -</p> - -<p> -— Credete voi la cosa possibile? -</p> - -<p> -Strano: fra due ufficiali a tu per tu correva il -<i>voi</i> dell'<i>ancien régime</i>, che in pubblico il tu era -regolamentare: gli era perchè Marmont ci teneva, -come del resto una gran parte degli ufficiali -di Bonaparte e di Massena e di Moreau (meno quelli -di Hoche) a disinteressarsi della rivoluzione, della -Repubblica e del Governo e del popolaccio di Parigi: -facevano anzi a gara nel disprezzarlo. -</p> - -<p> -— Credo possibilissima la cosa, mio caro, purchè -il vostro amico non domandi di appartenere allo -Stato Maggiore..... -</p> - -<p> -Fin d'allora esisteva quella sorda ostilità dei -preferiti del giovane generale contro i possibili competitori -e la tendenza ad isolare il Bonaparte, tendenza -di cui Napoleone si lamentò spesso e che lo spingeva -qualche volta, più per malinconia da vincere -che per popolarità da coltivare, a mischiarsi con i -soldati, famigliarmente. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span> -</p> - -<p> -— Ma — continuò Marmont — se chiederà di -prestar servizio ad esempio col generale Serrurier o -col generale Laharpe ci avrà tutto da guadagnare. -Che grado ha il vostro amico? -</p> - -<p> -— Alfiere. -</p> - -<p> -— Chiedete dunque per lui a Berthier il grado -di capitano presso Serrurier che è a Garessio. Capitano -d'una Compagnia di ricognizione. È un bel -posto e può rendere utili servizi. -</p> - -<p> -— Seguirò il vostro consiglio — annuì Filippo. -</p> - -<p> -— Volete che parli io stesso a Berthier? -</p> - -<p> -— Grazie, non vi scomodate: parlerò io. -</p> - -<p> -Giano Lercari credette suo dovere cercar qualche -parola di ringraziamento, ma l'aiutante non gliene -diede il tempo, chè gli porse la mano, diventato -affabile. -</p> - -<p> -— Eccoci camerati! Buona fortuna! -</p> - -<p> -E poichè s'udì un rullo di tamburo si lanciò -donde il suono veniva. Sul sentiero che conduceva al -mare un'altra comitiva s'inoltrava. L'imponente -cavallo di Murat parea superbo di portare una perfetta -figurina di dama. Due gentiluomini seguivano e -lo stesso aiutante di campo Murat precedeva tenendo -al guinzaglio il cavallone. Un nugolo di scarmigliati -sanculotti avvolgeva il gruppo. Il quale appena -era apparso allo svolto del sentiero che metteva -nel sagrato di San Bartolomeo quando il capitano -<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span> -Cavalli (leggeva sì, Virgilio, ma probabilmente -leggeva con un solo occhio come la gatta di -Masino dormiva) saltò su urlando e sguainando -la spada: -</p> - -<p> -— Ah! L'impudente traditore! -</p> - -<p> -D'un balzo fu davanti alla comitiva che giungeva -e portandosi di rimpetto a l'Embriaco lo percosse -col piatto sulla spalla gridando: -</p> - -<p> -— Tu sei bandito dalla Serenissima e sei mio -prigioniero! -</p> - -<p> -Il colpito non mosse ciglio, ma l'aiutante Murat, -con gli occhi fiammeggianti di collera subitanea, -frammettendosi, urlò a sua volta stentoreamente: -</p> - -<p> -— Chi è che parla di far dei prigionieri nel campo -francese? -</p> - -<p> -— Questo è territorio della Serenissima — ribattè -il Cavalli — ed ho diritto d'arrestare i banditi. -</p> - -<p> -— Arrestatemi intanto quest'insolente! -</p> - -<p> -E prima che il buon Capitano avesse potuto nemmeno -mettersi sulla difensiva fu disarmato e ridotto -alla impotenza da un nugolo di soldati sanculotti. -</p> - -<p> -— Protesto! — urlava il Cavalli. -</p> - -<p> -Ma ebbe uno sforzo disperato quando s'accorse -che un soldato s'era impadronito del suo caro Virgilio. -Si liberò con una forza erculea, rincorse il -rapitore, gli tolse il suo tesoro e si fermò ansante e -bollente davanti a Murat. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span> -</p> - -<h3>XXVI.</h3> -</div> - -<p> -L'affare non ebbe seguito. S'intromise Betto -Grimaldi, il quale riuscì a calmare l'esasperato capitano: -fu restituita la spada confiscata e l'aiutante -Murat si degnò d'offrire con le sue stesse mani una -coppa di vino a colui che aveva fatto arrestare. -</p> - -<p> -Il subbuglio aveva richiamato sulla porta Gilda -prima di tutti e poi anche la damigella Chiarina un -po' spaventata. Ma lo spavento si mutò in lieta sorpresa -quando la fanciulla si vide innanzi a pochi passi -una figura di donna che le sorrideva come se l'invitasse. -</p> - -<p> -— Fiorina! -</p> - -<p> -— Chiarina! -</p> - -<p> -I due fiori si piegarono l'un verso l'altro, avrebbe -detto l'abate Bernardino Viale, in Arcadia Amarillo -Glucosio, nel casto amplesso delle corolle fresche. -E senza occuparsi degli inchini di Ibleto e -<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span> -di Betto, i quali non trovarono di meglio che offrirsi -a vicenda la tabacchiera, scrutandosi nel -bianco dell'occhio, le due amiche ripresero possesso -della stanza eteroclita dell'aiutante Murat, stanza -che risvegliò alte meraviglie e adorabili smorfiette -nella marchesa. -</p> - -<p> -— Chiara, mia dolce Chiara, da quanto tempo -non ti vedo? -</p> - -<p> -— Tre anni almeno, mia Fiorina! -</p> - -<p> -Tre anni! Un secolo nella vita d'una giovane donna -e d'una fanciulla! Amiche di collegio, il nobile -collegio di Santa Brigida, inseparabili Chiara Grimaldi -e Fiorina Adorno! Caratteri opposti: l'una -dolce come l'evangelico agnello, tutta fuoco l'altra, -indomita, come uno scoiattolo. -</p> - -<p> -— Rammenti? -</p> - -<p> -Fiorina arrossì ma rispose: -</p> - -<p> -— Rammento. -</p> - -<p> -Candidamente Chiarina ricordava la grande novella -che Fiorina le avea dato ad un ritorno d'autunno. -Grande novella davvero per la buona fanciulla -onesta e contegnosa che non avrebbe ardito -levare gli occhi in volto ad un uomo, fosse quest'uomo -suo padre o l'archivista Orengo, Dio! la grande -novella! Fiorina aveva permesso ad un giovane — oh! -di gran casa naturalmente — di dirle che la -trovava bella, che l'aveva colpito, che l'amava! -<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span> -Dio! Buon Gesù, che immediata confessione aveva -suggerito Chiara all'audacissima Fiorina! -</p> - -<p> -— Rammenti? -</p> - -<p> -— Rammento. -</p> - -<p> -Il consiglio di Chiarina fu seguito e che scandalo -ne seguì! La reproba Fiorina fu tenuta un mese -almeno senza assoluzione, e senza poter quindi la -domenica appressarsi alla mensa del Signore. Pianti, -disperazioni, digiuni che sortirono strano effetto. -Interrogata da Chiara, Fiorina ebbe a confessarle -che, a malgrado la sospesa assoluzione e lo scandalo, -provava uno struggente piacere ogni qual volta rammentava -la dichiarazione d'amore del giovane di -gran casa. -</p> - -<p> -Fiorina Adorno era uscita per la prima dal -convento, per andare a nozze. E quando l'amica le -aveva chiesto se il promesso sposo fosse colui della -dichiarazione, era scoppiata in un pianto disperato. -Non era, no, lo sconosciuto giovane di gran casa — sconosciuto -da tutti anche da Chiara, chè l'amica -s'era cucita la bocca — ma il marchese di Spigno -già vecchio e mai veduto. La povera Fiorina veniva -sacrificata alle convenienze della famiglia che si -dibatteva nelle ristrettezze, come gran parte dei -nobili Genovesi i quali avevano abbandonato le -mercature e quindi speso senza incassar più. Le nozze -con Ibleto erano una fortuna per la famiglia e la -<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span> -povera Fiorina aveva dovuto curvare il capo. Ma -l'amore non era cessato. -</p> - -<p> -— Rammenti? -</p> - -<p> -— Rammento, cara. Ma, o tu, Chiarina? Parliamo -di te. -</p> - -<p> -Chiarina arrossendo narrò il fidanzamento con -Filippo Balbi. -</p> - -<p> -— L'ami? -</p> - -<p> -— È il mio fidanzato! -</p> - -<p> -Candore delle nostre nonne! Come non amare -il fidanzato scelto dal padre! dal signor padre, anzi! -</p> - -<p> -Fiorina crollò il capo sogguardando attraverso -l'uscio aperto Filippo Balbi in istretto colloquio -con l'aiutante Marmont. -</p> - -<p> -— Com'è bello, non è vero, Fiorina? -</p> - -<p> -— Hum! — fece la marchesa di Spigno. -</p> - -<p> -Certo Filippo Balbi non poteva che esser dichiarato -bello, ma pure quella fronte buia e quelle -labbra sottili non convincevano Fiorina. La quale -a suo malgrado lo comparava con Luca Lascaris. -</p> - -<p> -Il maschio volto, l'altero portamento, l'occhio -sicuro e pieno di disinteresse non erano tali da subire -un confronto, con le fattezze forse più regolari, -ma chiuse del Balbi: l'uno era tutto vigoria, l'altro -invece si facea notare per una certa aria di sufficenza, -quale in allora si mostrava comunissima -nella classe dirigente, sia delle corti che dei reggimenti -<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span> -così detti a volontà libera di popolo. Ma -Luca Lascaris, aveva a suo vantaggio il lato romanzesco. -Fiorina e Luca s'erano incontrati in un settembre -ormai quasi lontano, un settembre di cinque -anni prima, quando la Serenissima inquieta per la -prima volta della grande Rivoluzione aveva chiamato -<i>ad audiendum verbum</i> i nobili delle provincie. -</p> - -<p> -Luca Lascaris, ospite in casa Adorno, s'era invaghito -della fanciulla in tutto e per tutto differente -dalle dame che avea conosciuto e che conducevano -una vita da Reggenza. -</p> - -<p> -Casa Adorno, austera, imponeva ai figlioli un rispetto -esagerato e se il fratello di Fiorina, Giacomo -Adorno si permetteva di giocare al pallone e quindi -anche di cospirar contro il Governo (pare che in allora -l'una cosa non si separasse mai dall'altra), Fiorina -mutava l'educandato con un'altra prigione, la casa -paterna, ove si trovava sola in un giardino chiuso ed -entro un'alta biblioteca. -</p> - -<p> -Non che il Senatore Tomaso Adorno, l'imponente -padre, fosse un dotto, no, e nemmeno un lettore, -ma la biblioteca esisteva in casa Adorno e -quindi la si doveva accrescere con le opere nuove, in -abbonamento o in sottoscrizione. -</p> - -<p> -Se ne occupava l'abate Borlasca, il vecchio precettore -di casa, asino candido, che acquistava i libri -ad offerta e non leggeva che quel tanto di breviario -<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span> -per cui aveva l'obbligo canonico. Nessuno quindi -aveva impedito a Fiorina di leggere un'opera strana -intitolata: <i>La nuova Eloisa o Lettere di due amanti</i>, -e di divorarla. In quel tempo era capitato Luca Lascaris, -immagine vivente secondo la fanciulla, di -Saint-Preux, donde l'idillio presto, ahimè, troncato -dalla volontà ferrea della contessa Isabella, -madre di Luca, la quale aveva preparato per il -figliolo un matrimonio ricco e di gran parentado. -Ma il caso volle che Ibleto di Spigno, fratello di -Isabella e zio di Luca, si portasse all'altare con -Fiorina: il caso ha spesso di simili circoli brevi, -ciò che spesso ha fatto osservare come sia piccino -il mondo. Ecco di nuovo adunque Luca e Fiorina di -fronte. Una breve sosta del Lascaris al castello di -Spigno per interessi di famiglia, li aveva riavvicinati, -nè il marchese, diplomatico sottile s'era minimamente -insospettito. Anzi, pretestando un viaggetto -qualunque, li aveva lasciati soli. Soli nell'ampio -castello complice, nel complice amplissimo -parco tutto seduzioni primaverili, in una solitudine, -in quella solitudine ch'è già mezzo peccato, -poichè poche tempre vi potrebbero resistere: e -l'Aretino avrebbe ragione di chiamarle inumane in -quei suoi <i>Ragionamenti d'Amore</i> che sono oggi l'esempio -del primo determinismo di cuore! -</p> - -<div class="poem"> -<p><i>Quel giorno più non vi leggemmo avante!</i></p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span> -</p> - -<p> -E naturalmente! avrebbe esclamato il sincero -Gian Giacomo. -</p> - -<p> -Tornato in cattivo punto lo Spigno, gli amanti -incominciarono le loro imprudenze come tutti gli -amanti che si rispettano. Ma il vecchio marchese -divenne cieco, moralmente s'intende. Cieco fino al -giorno in cui Luca alzò risolutamente la bandiera -del Re di Piemonte col Nervia e l'Altariva. Soltanto -allora parve che il marchese cominciasse a -vederci chiaro, a fare il terzo incomodo, a trovarsi -dove discretamente non avrebbe dovuto, ad abbandonare -la biblioteca per il salotto della moglie, a -seguirla nel parco e a segregarla di notte. La posizione -diventò insostenibile, tanto che Luca cedendo -ad un richiamo della madre tornò a Ventimiglia e -Fiorina rimase libera, libera anche di Ibleto che -lasciò parco e salotto per la biblioteca, e i conversari -alla moda per ricevere ceffi di dubbia pulizia -e per leggere lettere di ancor più dubbia letteratura. -Una soltanto la ragione: Ibleto non sapeva -come orientarsi fra quei quattro punti cardinali -che si chiamavano Piemonte, Austria, Francia e Genova, -donde la partenza per la frontiera per rendersi -conto <i>de visu</i> della situazione, e risolversi, dato che -ne fosse il caso. -</p> - -<p> -Le cose erano a questo punto quando la fortuna, -o sfortuna che fosse, volle riuniti in pochi -<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span> -metri quadrati quasi tutti i personaggi di questa -istoria, nelle strettoie dell'improvvisato campo francese -e nella attesa di quel famoso generale ballerino, -salito per voler di Barras e per intrighi di donne -ad una responsabilità che probabilmente — così -almeno doveva essere nel disegno di chi l'aveva -spinto — l'avrebbe schiacciato. La disposizione dei -personaggi è adunque, per l'intelligibilità del lettore, -così riassunta in quattro gruppi; Chiara e -Fiorina quasi sull'uscio della stanza di Murat: -Marmont, Filippo Balbi ed il bastardo Lercari dall'un -lato: Betto Grimaldi e Ibleto di Spigno dall'altro. -Come sfondo il gruppo dei soldati sanculotti, -il giovane Tibullo, Murat ed il capitano Cavalli, -col prezioso Virgilio sotto braccio e il fraterno -bicchiere in mano. -</p> - -<p> -E qui è necessario che i lettori ascoltino contemporaneamente -il dialogare utile od inutile dei quattro -gruppi. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span> -</p> - -<h3>XXVII.</h3> -</div> - -<p> -Soglia della stanza di Murat: -</p> - -<p> -<i>Fiorina</i>. — È quello dunque il tuo fidanzato? -</p> - -<p> -<i>Chiara</i>. — Com'è bello! Non è vero, Fiorina? -</p> - -<p> -<i>Fiorina</i>. — Non potrei dire il contrario. E tu -l'ami? -</p> - -<p> -<i>Chiara</i>. — Oh! Ne dubiti forse? Come lo puoi? -</p> - -<p> -<i>Fiorina</i>. — Ma non ne dubito, carissima: ti -domando se l'ami? -</p> - -<p> -<i>Chiara</i>. — Perchè me lo domandi allora? -</p> - -<p> -<i>Fiorina</i>. — Perchè mi sembra una cosa tanto -rara di poter amare il proprio fidanzato, e poi di -potersi unire per sempre all'uomo che si ama! -Sei felice, tu, dunque, Chiarina? -</p> - -<p> -<i>Chiara</i>. — Tanto! E tu non lo sei felice, Fiorina, -col tuo sposo? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span> -</p> - -<p> -— <i>Fiorina</i>. — L'hai ben guardato? -</p> - -<p> -L'umile dolce sguardo della damigella Chiarina -si posò sul gruppo formato da Ibleto e da Betto. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Leggero declivio verso il torrente: Betto Grimaldi -e Ibleto di Spigno. -</p> - -<p> -<i>Betto</i>. — Non avrei pensato di trovarvi qui, -marchese. -</p> - -<p> -<i>Ibleto</i>. — Il che prova la potenza della vostra -polizia, Grimaldi. -</p> - -<p> -<i>Betto</i>. — Forse, ma prova che ci possiamo incontrare -nelle idee investigatrici, Spigno. -</p> - -<p> -<i>Ibleto</i>. — Avreste forse l'orgoglio di equipararci -agli auguri di Catone, Grimaldi? -</p> - -<p> -<i>Betto</i>. — Me ne guardi il cielo, Spigno! Vorrei -soltanto conoscere le ragioni che vi trassero qui. -</p> - -<p> -<i>Ibleto</i>. — Le vostre probabilmente. -</p> - -<p> -<i>Betto</i>. — Non ho ragioni, Ibleto: non ho che -dei doveri. -</p> - -<p> -<i>Ibleto</i>. — Ve ne lodo, tanto più che io stesso -obbedisco a delle ragioni che possono dirsi doveri. -</p> - -<p> -<i>Betto</i>. — Ve ne do lode a mia volta.... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span> -</p> - -<p> -Uno scroscio di risa li fece volgere al lato opposto -ove il gruppo dei soldati e del Cavalli s'intratteneva -giocondamente per un'interruzione di -Tibullo, e per la seguente ragione: -</p> - -<p> -<i>Il capitano Cavalli</i>. — È certo, aiutante Murat, -che la vostra vita è più lieta della mia. -</p> - -<p> -<i>Aiutante Murat</i>. — Non potrei, mio caro capitano, -adattarmi alla vita di guarnigione. -</p> - -<p> -<i>Il capitano Cavalli</i>. — La sorte del soldato è -tutta nell'obbedienza passiva, aiutante Murat. -</p> - -<p> -<i>Aiutante Murat</i>. — Nell'obbedienza passiva, come -ben dite, mio capitano, quando ci sia un generale. -</p> - -<p> -<i>Il capitano Cavalli</i>. — (a mezza voce) <i>Imperator</i>. -</p> - -<p> -<i>Aiutante Murat</i> — (sobbalzando). Mi permetto -di farvi osservare, mio capitano, che, dopo la rivoluzione -sono cessati fra noi i Re e gli Imperatori. -</p> - -<p> -<i>Il capitano Cavalli</i>. — Vi prego di scusarmi, -aiutante Murat. Ho chiamato <i>Imperator</i> il vostro -generale alla maniera dei romani: duce supremo, -palladio, insegna della Patria. -</p> - -<p> -Aiutante Murat — (sfolgorando). Ci sto, mio -capitano. Voi non potevate definir meglio il pic... -il generale Bonaparte. Imperator! È lui, sputato. -E con lui che bella vita piena d'avventure! Altro -che la vostra di guarnigione! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span> -</p> - -<p> -<i>Il capitano Cavalli</i>. — (soprapensieri pronuncia -come se succhiasse e centellinasse qualche cosa -di sciropposo); Deus nobis... -</p> - -<p> -<i>Tibullo</i>. — (interrompendo e continuando)...... -<i>haec otia fecit</i>. -</p> - -<p> -Stupore del capitano Cavalli che ha trovato un -collega là dove non credeva esistesse che crassa -ignoranza e risata di Murat per lo stupore del capitano -ed eco dei soldati. Ma un solo gruppo non -se ne accorse, quello formato da Marmont, da -Filippo Balbi e dal bastardo Lercari. -</p> - -<p> -<i>Marmont</i>. — Credo che la vostra decisione, signor -Lercari, sia quella che vi convenga di più, ed -io dunque l'approvo. E dò lode al capitano Balbi -che vi ha suggerito la buona via da seguire. Credo -che il generale vi chiederà al vostro comandante -ma non credo sia opportuno che il capitano Balbi -ed io stesso ci facciamo vostri presentatori. -</p> - -<p> -<i>Giano</i>. — E chi allora? -</p> - -<p> -<i>Marmont</i>. — Voi stesso, mio caro. Che ne dite, -capitano Balbi? -</p> - -<p> -<i>Balbi</i>. — Credo che abbiate ragione. -</p> - -<p> -<i>Marmont</i>. — Il nostro generale è sopratutto un -soldato. Intende che non esista barriera fra il suo -grado e l'ultimo dei fantaccini. Quando passa tra -<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span> -le file prende per il mento e per l'orecchio il soldato -che lo fissa più risoluto. Non c'è generale della -Repubblica, meno forse Hoche, che unisca tanto -bene la disciplina con la cordialità, anzi con la -famigliarità. Ognuno, anche il più umile, ha il diritto -di fermarlo, di interrogarlo e di chiedergli a tu a tu -quello che desidera. Accorda o nega: e allora guai -a insistere. Ma teme le vie tortuose, odia gl'intrighi -e la diplomazia. Dicono che fosse amico di Robespierre -il giovane, ma io credo che ammirasse il dispotismo -di Massimiliano perchè ama le posizioni nette: -comandare o obbedire. Ed anche perchè crede che -ogni Stato si debba reggere come ogni esercito, -sotto il dispotismo di uno solo. Dice sempre che è -più utile un mediocre, ma unico, al Governo, che -dieci saggi, con dieci pareri diversi, quindi. Crede -alla forza ed alla velocità, anche se la forza possa -degenerare in prepotenza e la velocità in turbine. -Ha in sè l'anima di un Brenno con in più tutta l'esperienza -dei secoli sopraggiunti. Travolge: da Parigi -a Nizza ci ha stupìti e ci ha spaventati. A -Nizza attendevano un bellimbusto, come spesso -Barras ama distribuire — per disprezzo scettico di -ciò che non sia se stesso — nelle ambascierie, nei -comandi e in tutte le rischiose avventure che tenta -da quel rotto giocatore che è; attendevano un <i>blanc-bec</i> -da mangiarsi in un boccone e si sono trovati -<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span> -dinanzi un giovane, sì, anzi un ragazzo, che se regge -l'anima coi denti e tosse e sputa sangue forse, ha -tanto fuoco negli occhi e tanta febbre nei polsi da -domare ben altro che un esercito di scavezzacolli, -ma facili all'entusiasmo, come i nostri soldati. -</p> - -<p> -<i>Balbi</i>. — Parlate bene, aiutante Marmont. -</p> - -<p> -<i>Marmont</i>. — Vi prego, anzi, di scusarmi, se ho -fuorviato, ma col capo di Stato Maggiore Berthier, -con Murat e Junot, io posso intuire del nostro generale -quello che più si avvicina alla verità. E per -questo vi ripeto, signor de' Lercari: se volete che -il generale Bonaparte vi noti e vi esaudisca, domandategli -voi stesso quello che desiderate. -</p> - -<p> -<i>Lercari</i>. — Seguirò il vostro consiglio, aiutante -Marmont. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -<i>Chiara</i>. — Mi sembri poco propensa al mio fidanzato, -Fiorina. Perchè? -</p> - -<p> -<i>Fiorina</i>. — Non vorrei darti un dispiacere od -anche un dolore confessandoti che non mi piace, -Chiara. -</p> - -<p> -<i>Chiara</i>. — (con i dolci occhi pieni all'improvviso -di lagrime). Perchè? -</p> - -<p> -<i>Fiorina</i>. — Ho paura che non ami persona più -<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span> -di se stesso, mia adorata. Mala raccomandazione per -un futuro compagno della vita, di tutta quanta -la vita, Chiarina. Più di te, più del tuo pensiero e -dell'amor tuo, nell'occhio suo freddo e fra le sue -labbra sottili dubito che predomini la sfrenata ambizione. -</p> - -<p> -<i>Chiara</i>. — Tutti gli uomini — ce l'hanno insegnato -nella storia — vivono per qualche cosa d'altro -che non sia l'amore! -</p> - -<p> -<i>Fiorina</i>. — È naturale: per qualche cosa di nobile..... -(e stava per aggiungere: non per qualche cosa -di basso come è l'ambizione, ma si frenò e disse invece)..... -ma che importa se tu lo ami! L'importante -è amare: l'essere amati è secondario! E tu l'ami, -non è vero, Chiarina? -</p> - -<p> -<i>Chiarina</i>. — Se l'amo? L'amo per tutti e due! -(e si fece di scarlatto). -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Betto. — Credete voi a questo generale di Barras, -marchese? -</p> - -<p> -<i>Ibleto</i>. — Credo a quello che vedo, anzi a quello -che vedrò, Grimaldi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span> -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -<i>Il capitano Cavalli</i>. — Voi dunque conoscete -Virgilio, amico? -</p> - -<p> -<i>Tibullo</i>. — Ci posso marciar sopra, cittadino capitano: -sono baccelliere. E tu? -</p> - -<p> -<i>L'aiutante Murat</i> (pensando, una delle poche -volte in cui ha pensato). Che cosa si sarebbe detto -qualche anno fa nelle <i>Guardie Francesi</i> udendo un -capitano interpellar col <i>voi</i> un caporale, e il caporale -rispondere col <i>tu</i> al capitano? -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Un rullare scrosciante di tamburi. Ed una voce -stentorea. -</p> - -<p> -— Il Generale! -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span> -</p> - -<h3>XXVIII.</h3> -</div> - -<p> -Lo spiazzo, a monte, nel viluppo degli alberi selvaggi, -si coronava d'un ciglione a picco, scenario invidiabile -per l'apparizione di Colui che tutta quella -gente, con desideri e sentimenti diversi, confessabili -o no, attendeva. E l'Atteso apparve, lassù, dominando -la scena sottostante. Apparve un omino -che neppure l'uniforme prestante da generale della -repubblica riusciva ad aiutare, un omino che parea -fasciato nella sciarpa tricolore, sproporzionata, come -il nano della favola dal collare del mastino. Tre -cose in quell'omino colpivano a prima vista: gli -stivaloni alti, la sciarpa altissima e la selva scarmigliata -dei capegli incolti, spioventi sulle spalle -a zazzera e lungo le guancie, ineguali, sottili e pur -ruvidi, stiliformi come capegli di zingari, lisciati dal -sudore più che dall'unguento, ignari di barbitonsore -<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span> -come il vello d'un capro del Tibet o d'un muflone -sardo. -</p> - -<p> -Poi si scorgeva un naso affilato, grifagno, pesantemente -accentuato, dominatore di tutto il viso -scarno, emaciato, dalle guancie affossate d'un color -livido, rossi gli zigomi sporgenti, esangui le labbra -sempre chiuse, come in uno sforzo a nascondere i -denti. Splendevano gli occhi però, incavati sotto la -fronte invasa dai capegli incolti, occhi di fascino -brucianti, isolatori, imperiosi, pregni d'una volontà -feroce, implacabile, sovrumana. -</p> - -<p> -Il generale Bonaparte si fermò un attimo sul -ciglione. Senza muovere il capo avvolse d'uno -sguardo circolare li astanti uniti e rispettosamente -inchinati, ad eccezione degli ufficiali e dei soldati -rigidi e impettiti: poi discese rapido, quasi di corsa, -ed entrò in una casetta dietro a quella di Murat, -scandendo poche parole che oscillarono dietro di -lui come se fossero trapunte sur un gonfalone. -</p> - -<p> -— Berthier e l'aiutante di servizio! -</p> - -<p> -Marmont, lasciando il Balbi ed il Lercari si precipitò -dietro il generale, mentre Murat accorreva ad -avvertire Berthier che lavorava insensibile e invisibile -al piano superiore della casetta, il cui terreno -era stato trasformato in tenda addobbata in quella -eteroclita maniera che sappiamo. -</p> - -<p> -Soltanto allora gli ufficiali ed i soldati, discesi -<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span> -dal ciglione col Bonaparte, si mischiarono con coloro -che già riempivano lo spiazzo, e un giovanotto -robusto e paffuto, nell'assisa di aiutante, venne curiosamente -ad esaminare le due dame che si mostravano -sulla porta della stanza di Murat. Passò una -prima volta dignitosamente, con l'aria un po' spavalda -che assumono spesso i timidi davanti alle -donne, e si dimenticò di salutare: allora, pentito -e confuso ripassò di nuovo e fece un saluto in piena -regola, ciò che provocò le risa di Fiorina, e quindi -raddoppiò l'imbarazzo del giovanotto. -</p> - -<p> -Capitò in buon punto Filippo Balbi, rimasto -vedovo di Marmont, e prendendo il giovane ufficiale -per un braccio lo portò davanti alla fidanzata. -</p> - -<p> -— Chiarina, permettetemi di presentarvi l'aiutante -Junot. -</p> - -<p> -Saluto di grande parata ed inchino profondo -da parte della damigella. -</p> - -<p> -— Ed ora, Chiarina, vi prego, presentateci entrambi -alla signora marchesa di Spigno. -</p> - -<p> -In quel punto l'aiutante Marmont uscì sulla porta -della casetta ov'era sparito il generale Bonaparte -e chiamò ad alta voce: -</p> - -<p> -— Signor conte Emanuele Embriaco? -</p> - -<p> -— To', a proposito, dove s'era nascosto l'Embriaco? — pensò -ad alta voce Fiorina. -</p> - -<p> -Un'eguale domanda si dovevano aver fatta così -<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span> -Betto Grimaldi che Ibleto di Spigno, poichè si avvicinarono -alle dame e così pure il capitano Cavalli -che a sua volta ad alta voce pensò: -</p> - -<p> -— Già: dove s'è rintanato il.... -</p> - -<p> -— .... bandito. Completate pure il vostro pensiero, -capitano: sono bandito, fuggiasco, fuoruscito -come lo fu il vostro Enea. Ma forse non lo sapete: -le pagine del secondo canto mancano probabilmente -al vostro Virgilio. -</p> - -<p> -E l'Embriaco, apparendo all'improvviso, passò -davanti al gruppo, salutò da provetto cortigiano le -dame, fe' un cenno d'intesa allo Spigno, sorrise -beffardamente al Grimaldi, e, seguendo Marmont, -entrò nella casetta del Comando Generale. -</p> - -<p> -— Bestemmiatore! — gli mormorò dietro il -Cavalli indignato. -</p> - -<p> -— Consolatevi, capitano, — gli disse Fiorina la -quale da gran dama poteva permettersi di rivolgere -la parola a persona che ancora non le fosse presentata, -consolatevi: se il conte Embriaco vi ha toccato sul -vivo, che dovremmo dir noi, signore e padrone di -vassalli, di quel generale sanculotto, che ci è passato -davanti senza nemmeno degnarsi di farci un breve -cenno di saluto? -</p> - -<p> -Junot e Murat fecero un salto di traverso all'udir -così maltrattare il generale in capo, ma Fiorina -allegramente non se ne diede per intesa e proseguì: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span> -</p> - -<p> -— Dicono che ce lo mandi Barras, il quale secondo -le buone lingue ha installata una nuova era -di reggenza. Ma il suo generale non gli fa onore: è -spettinato come uno spazzacamino, e magro come uno -studente di Salamanca. È inutile che mi facciate gli -occhiacci, aiutante Junot: dite come me e vi permetto -di baciarmi la mano. -</p> - -<p> -Gliela tese e poichè il giovine ufficiale la baciò -si sarebbe potuto affermare che dividesse le teorie -della marchesa. Ma il giovane aiutante, prima d'arruolarsi, -era stato studente: non era dunque il volgaretto -sanculotto salito dalla giberna come uno -spauracchio per fanciulli, buono soltanto a menar -le mani e non la lingua. -</p> - -<p> -— Bacio volentieri la mano alla marchesa — disse — ma -darei la vita per il mio generale.... -</p> - -<p> -— E per me, aiutante, non la dareste? — l'interpellò -Fiorina col più civettuolo de' suoi sorrisi. -</p> - -<p> -— Per voi, marchesa, la conserverei per servirvi -come ad un uomo si conviene e s'addice. -</p> - -<p> -— Ben risposto, sangue di Giove! — esclamò -Murat. -</p> - -<p> -Gli astanti sorrisero, Ibleto un po' a denti stretti, -il Balbi con deferenza: Fiorina ricevette la botta -da leale giostratrice, sorrise a piene labbra e seguì -il filo del discorso. -</p> - -<p> -— Lo amate dunque tanto il vostro generale? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span> -</p> - -<p> -— Sì, marchesa, lo amiamo e, quel che più -importa, gli crediamo, ciecamente. Prima di muoverci -da Nizza ci ha promesso la vittoria e la conquista -dell'Italia.... -</p> - -<p> -— .... le belle donne e le buone bottiglie — mormorò -Murat leccandosi le labbra. -</p> - -<p> -— .... e la gloria — completò Junot — ed è -come, scusate la popolaresca espressione, se l'avessimo -in tasca. -</p> - -<p> -Intervenne Betto Grimaldi. -</p> - -<p> -— Ci sono settantamila Austro-Piemontesi a difendere -la strada di Genova, signor aiutante, e dei -generali provati e provetti come il vecchio Beaulieu, -per non parlare del generale Colli che anche lui ha -il suo merito. Credo che troverete del filo da torcere. -</p> - -<p> -— E lo torceremo, cittadino! — proruppe Murat. -</p> - -<p> -— Le sorti delle battaglie non dipendono dal -numero degli uomini che le combattono, — sentenziò -Ibleto di Spigno. — Si legge in Plutarco che un -milione di Persi furono vinti dai pochi. Ma del resto -voi tutti sapete di Serse e sapete di Salamina.... -</p> - -<p> -— Mio Dio, ecco Ibleto che ha inforcato il cavallo -con le ali — esclamò Fiorina — parliamo d'altro, -signori! Vi pare un argomento degno di intavolar -con le dame la guerra? -</p> - -<p> -— La guerra è bella — sussurrò il capitano Cavalli — e -rende nobili gli uomini..... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span> -</p> - -<p> -— .... se non li rende feroci! -</p> - -<p> -— Piuttosto — intervenne furtivamente Giano -Lercari — che cosa è l'amore se non una guerra? -</p> - -<p> -— Oh! — esclamò Chiara battendo le palme per -protesta. -</p> - -<p> -— Il cittadino ha ragione — approvò Murat — ci -sto per l'eguaglianza della guerra e dell'amore. -Quando amo credo sempre di entrare in un quadrato -a cavallo con la spada in mano! -</p> - -<p> -— Esagerate, aiutante, esagerate — ribattè Fiorina, -che si divertiva a tener testa a tutti quegli uomini. — Spada -in mano, quadrato, cavallo! Esagerate, -aiutante. -</p> - -<p> -— Murat usa il linguaggio figurato — disse Junot. -</p> - -<p> -— E non ha torto — aggiunse Ibleto — potrei -citarvi dei testi delle scritture che lo suffragano. -</p> - -<p> -Il capitano Cavalli si fece nuovamente in mezzo. -</p> - -<p> -— La guerra e l'amore! Ecco l'argomento di -tutti i poemi, da quelli d'Omero e di Virgilio, a quelli... -</p> - -<p> -— Del signor di Voltaire — completò Ibleto. -</p> - -<p> -La valletta dal dolce clima cominciava ad oscurarsi: -i soldati all'intorno accendevano i fuochi: -qualche rullo di tamburo vicino e lontano accennava -il mutar della guardia. Sul puro cielo colline -e profili di monti parevano appena posati -delicatamente da mani femminili che ricamassero. -</p> - -<p> -Una campana rintoccò ed ogni altro rumore, -<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span> -anche quelli del servizio, parvero per un istante -assopirsi, finchè il rintocco risuonò grave e melanconico -nell'aria immota. -</p> - -<p> -— Quali intenzioni ha il mio signore e padrone, — chiese -Fiorina — come e dove si pernotterà? -</p> - -<p> -Betto Grimaldi s'inchinò: -</p> - -<p> -— La città è vicina e la mia casa s'onorerà d'ospitarvi. -</p> - -<p> -— È più vicino il castello dei Lascaris. -</p> - -<p> -— Non credo che il conte vi si trovi. -</p> - -<p> -— Vi sarà certamente Isabella — osservò Ibleto. -</p> - -<p> -Murat e Junot si guardavano stupiti come se -davanti a loro si parlasse una lingua sconosciuta. -Il secondo finalmente si decise ad aprir bocca. -</p> - -<p> -— Scusate, signora marchesa, ma voi parlate -di tornare in città od al castello del conte Lascaris. -La camera del mio collega Murat e la mia non bastano -a madamigella Grimaldi ed a voi? -</p> - -<p> -— E se vi rispondessi che non bastano? -</p> - -<p> -— Proverei l'immenso dolore di dichiararvi che -nessuno può uscire dall'accampamento senza l'ordine -del generale. -</p> - -<p> -— Cioè: siamo prigionieri. -</p> - -<p> -— Siamo noi vostri prigionieri, marchesa! -</p> - -<p> -Un silenzio imbarazzante interrotto dall'aiutante -Marmont. -</p> - -<p> -— Il generale aspetta il signor marchese Ibleto -di Spigno. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span> -</p> - -<p> -L'interpellato si mosse, ma l'aiutante con un -cenno lo pregò di attendere. -</p> - -<p> -— Ordine del generale: Junot e Murat cedete le -vostre stanze alla marchesa e alla damigella Grimaldi. -Le signore sono pregate di ritirarsi. Il Capo di -Stato Maggiore Berthier attende il signor comandante -Grimaldi, il signor Capitano Cavalli ed il signor -Alfiere Lercari. -</p> - -<p> -— Ma questi sono ordini, mi pare? — esclamò -Fiorina impennandosi. -</p> - -<p> -Freddamente rispose Marmont, inchinandosi appena: -</p> - -<p> -— Ordini, signora marchesa, del generale in -capo. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span> -</p> - -<h3>XXIX.</h3> -</div> - -<p> -La prima cosa che colpì Ibleto di Spigno nell'entrare -entro la stanza in cui Marmont lo aveva -preceduto, fu la nudità delle pareti e la crudezza del -battuto. Non vide che un basso letticciuolo, d'un -dubbio candore, ed una rozza, ampia tavola, formata -d'assi posate su cavalletti. Sopra la tavola -una carta geografica ed un pezzetto di carbone: -la carta qua e là conservava traccie evidenti di nero -fumo, a tal punto che un osservatore anche non -superficiale ben poco ci si sarebbe potuto raccapezzare. -</p> - -<p> -Nell'alzare gli occhi dalle suppellettili alle persone -vide Ibleto il generale Bonaparte, il cui viso -nella semi oscurità rotta appena da una lucernetta -appesa al soffitto parea più infossato e gli occhi -più vivi e brucianti: vide poi anche, ma soltanto -perchè il Bonaparte gli si rivolse, l'Embriaco. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span> -</p> - -<p> -— Andate, dunque, conte: siamo intesi. -</p> - -<p> -— Perfettamente: ai vostri ordini, generale. -</p> - -<p> -Anche l'aria spavalda e ambigua dell'avventuriero -aveva ceduto: appariva quasi umile, strisciante, -desideroso d'eclissarsi, come se la presenza del -giovine condottiero gli pesasse o lo incomodasse -o lo intimidisse. -</p> - -<p> -Rimasto solo con lo Spigno — chè anche Marmont -ad un cenno era uscito — il Bonaparte senz'altri -preamboli domandò: -</p> - -<p> -— Quanti sono? -</p> - -<p> -Il marchese s'irrigidì quasi avesse provato l'effetto -d'una guanciata. -</p> - -<p> -— Quanti sono? Che intendete dire, generale? -</p> - -<p> -Gli occhi brucianti fissarono il visetto vizzo del -vecchietto. -</p> - -<p> -— Intendo dire: quanti sono gli Austro-Piemontesi? -</p> - -<p> -— Mi prendete per una spia, generale? Sono il -marchese Ibleto di Spigno. -</p> - -<p> -— Lo so. -</p> - -<p> -— E allora? -</p> - -<p> -— E allora vi chiedo: quanti sono? Mi pare -che soltanto per questo vi siate mosso, dietro ordine -di Barras..... -</p> - -<p> -— Dietro invito, vi prego. -</p> - -<p> -— Non mi piace d'essere interrotto: ricordatelo -<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span> -una volta per sempre. Barras mi ha fissato qui -il convegno con voi: qui devo sapere a che cosa -vado incontro. -</p> - -<p> -— Non lo sapete? -</p> - -<p> -— Nè m'importa saperlo. La mia missione è -d'andare, ma la mia volontà è anche d'infrangere -ogni ostacolo. Ricordatelo. -</p> - -<p> -Un istante di silenzio. Poi: -</p> - -<p> -— Sono circa settantamila. -</p> - -<p> -— Molti. -</p> - -<p> -— Forse anche di più. -</p> - -<p> -— Troppi. Ma non importa. Dove sono? -</p> - -<p> -— Sbarrano tutti i valichi dalle langhe al mare. -</p> - -<p> -— Muniti? -</p> - -<p> -— Eccellentemente. -</p> - -<p> -— La via è libera fino....? -</p> - -<p> -— Quasi al Finale. -</p> - -<p> -Il giovane generale si piegò sulla carta e rimase -immobile. Il silenzio gravò a lungo. Senza alzare -il capo, ad un dato momento chiese: -</p> - -<p> -— Qui c'è uno sbarramento? Un forte? -</p> - -<p> -— Dove? -</p> - -<p> -— Qui, sopra Savona. A sinistra del colle -d'Altare. -</p> - -<p> -Ibleto di Spigno si curvò sulla carta. -</p> - -<p> -— Forse: è da codeste parti il castello di Cosseria. -</p> - -<p> -— Ben munito? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span> -</p> - -<p> -— Lo credo anzi sguernito. -</p> - -<p> -— Può sostenere un assedio di due giorni? -</p> - -<p> -— Può. Domina le langhe da ogni parte. -</p> - -<p> -— Penseranno ad occuparlo? -</p> - -<p> -— Beaulieu è volpe vecchia. Colli.... -</p> - -<p> -— .... è un asino. Ha l'esperienza d'Arena e di -Saorgio e mi lascia via libera. -</p> - -<p> -Ibleto parve riflettere. -</p> - -<p> -— Via libera? Chissà. Forse qui c'è chi vi può -trattenere. -</p> - -<p> -— So. I tre nobili, guerriglia da <i>chouans</i>. Infatti -mi possono far perdere un giorno: ma non di più. -</p> - -<p> -— Chissà! -</p> - -<p> -— Io lo so: e mi basta. D'altra parte Colli non -lo sa e mi basta anche questo. Guerriglie da chouans, -dilettantismo guerresco! La guerra non è un ideale, -è una necessità. Offendere o difendere degli interessi, -non delle idee. Neanche le crociate lo hanno -fatto. -</p> - -<p> -Ibleto di Spigno alzò il volto su cui errava un -leggiero sogghigno e si lisciò la barbetta caprigna. -</p> - -<p> -— Credevo che gli eserciti della Repubblica -avessero la missione di svelare ai popoli la libertà, -la eguaglianza e la fraternità. -</p> - -<p> -Il viso del Bonaparte si rischiarò. -</p> - -<p> -— Precisamente: come Roma largiva ovunque -la propria cittadinanza. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span> -</p> - -<p> -— Roma..... -</p> - -<p> -— Roma fu la forza ed ogni forza è Roma. -</p> - -<p> -Troncò d'un gesto rapido la discussione. Rispose. -</p> - -<p> -— I vostri tre nobili mi ostacoleranno? -</p> - -<p> -— Forse. Ove il conte Embriaco non li dissuada. -</p> - -<p> -Il generale Bonaparte si tirò il lobo inferiore -dell'orecchio sinistro. -</p> - -<p> -— Vedete molte cose, voi! -</p> - -<p> -— Sono vecchio, ho molto osservato, ho riflettuto -molto, ed ho cercato non di indovinare gli -effetti, ma di cercare le cause. L'avvenire è tutto qui. -</p> - -<p> -Un silenzio. -</p> - -<p> -— Continuate. -</p> - -<p> -— Voi, generale, siete un forte. I pochi che vi -conoscono lo sanno e chi vi ha dato in mano i mezzi -di rivelarvi non vi conosce. Non vi avrebbe favorito. -È così che spesso il destino procede: chi crede di -far precipitare offre invece il declivio per la salita -rapida. -</p> - -<p> -— Continuate. -</p> - -<p> -— Continuerei volentieri se vi vedessi una qualche -utilità..... -</p> - -<p> -— Per voi...? -</p> - -<p> -— Per me? No. Che posso temere? Io non ho -da conquistare: non ho che da conservare e per -conservare debbo orientarmi verso il più forte. Ora -intuisco chi è il più forte e del resto l'avevo già -<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span> -prima sospettato. Purtuttavia posso anche ammettere -di vedere una qualche utilità per me: sì, posso -essere utile e quindi chiedere che utili mi si sia: -posso essere utile perchè ho l'esperienza, perchè -conosco gli uomini per quel tanto che è dato conoscerli -e perchè li guardo con serenità sopra le passioni -umane, sopra gli odii e gli amori, al di là della -fortuna, lontano dagl'immediati interessi: posso -essere utile e aver dell'utilità, cioè soddisfare il -mio spirito osservatore e giocare con le anime come -voi, generale, giocate coi corpi. -</p> - -<p> -Il Bonaparte stava curvo sulla tavola, come se -studiasse i segni del carboncino senza preoccuparsi -di quanto diceva l'uomo vizzo e magro che parlava -lisciandosi la barbetta caprina. Pure quando l'ometto -si tacque alzò il viso e domandò: -</p> - -<p> -— E verreste voi con me? -</p> - -<p> -— Sì, verrei con voi. Vi credo: credo in voi. E -debbo essere il primo a dirvelo. -</p> - -<p> -— Il primo? -</p> - -<p> -— Credo di sì. Non conto coloro che vi amano, -chè, non hanno merito a credervi. Conto solamente -coloro che con lucido spirito vi hanno osservato. -Non credo che siano molti, e voi non sareste al -posto che occupate. -</p> - -<p> -— Può darsi che abbiate ragione. -</p> - -<p> -— L'ho. Non ne dubitate nemmeno voi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span> -</p> - -<p> -Il generale repubblicano piegò di nuovo il capo -sulla carta mormorando: -</p> - -<p> -— Riparleremo di tutto questo. -</p> - -<p> -— A piacer vostro. -</p> - -<p> -Un cenno che poteva passare per un commiato. -Ibleto di Spigno salutò e si diresse alla porta. Fu -richiamato. -</p> - -<p> -— Marchese! -</p> - -<p> -— Generale! -</p> - -<p> -— Vi prego di avvertire la marchesa che le presenterò -fra poco i miei omaggi. -</p> - -<p> -— La marchesa ne sarà onorata e ve ne ringrazia -a mezzo mio. Dubito però che possa ricevervi come -desidererebbe e come meritate. -</p> - -<p> -— Ho disposto perchè Junot le cedesse la propria -stanza. -</p> - -<p> -— Ve ne ringrazio. -</p> - -<p> -Un nuovo cenno del capo, breve, come un comando. -Ibleto uscì ed il Bonaparte ripiegò il viso -sulla carta. -</p> - -<p> -Passò forse un'ora: il giovane dai capegli incolti, -fasciato nella sciarpa tricolore e insaccato -negli alti stivali rimase immobile. Pareva addormentato. -</p> - -<p> -La lucernetta appesa al soffitto spandeva un lume -fioco: il silenzio era profondo. Attraverso le imposte -sconnesse lo sguardo avrebbe potuto affondarsi nel -<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span> -cielo buio, così buio che puranco le stelle vi scomparivano. -A tratti un passo cadenzato di sentinella -frangeva il silenzio: con probabilità camminava -sull'erba, rotta per un breve spazio da un po' di -lastricato, forse la pietra d'un pozzo. -</p> - -<p> -Tutto dormiva, forse, all'intorno, meno il giovane -febbricitante che inseguiva il destino! Parea -d'un pezzo solo con la tavola e la carta. -</p> - -<p> -Quando anche la lucernetta diede gli ultimi guizzi, -e si spense, il giovane condottiero non si mosse, -quasi che le linee tracciate sulla carta gli permanessero -nella retina e le vedesse anche al buio. -Restò così a lungo a lungo, poi con un gesto secco e -risoluto s'alzò e si avvicinò alla finestra. Tuffò -la testa bruciante nel fresco della notte, ne provò -un refrigerio, macchinalmente s'aggiustò la sciarpa -e si ravviò con la destra i capegli. Poi si avviò verso -la porta, l'aprì, se la richiuse dietro. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span> -</p> - -<h3>XXX.</h3> -</div> - -<p> -La marchesa Fiorina di Spigno stava acconciandosi -per la toilette notturna aiutata da Gilda, la -quale dopo aver messo a letto — se si poteva chiamare -letto l'esiguo numero di tappeti e di coperte -possedute da Murat — la padrona come aveva potuto -meglio, era passata dalla marchesa a ripetere -le sue funzioni. -</p> - -<p> -Chiarina dormiva di già sotto la protezione delle -<i>Tre Marie</i>, ciò che l'aveva più consolata del letto -reso abbastanza soffice dai cuscini della lettiga. -La Spigno invece aveva penato alquanto per ridurre -la cuccia di Junot all'alta carica di letto marchionale, -ed ora dimessi gli abiti maschili s'era avvolta -in un accappatoio formato alla bell'e meglio -dal damasco che copriva la lettiga dei Grimaldi, -e seduta sur un cassone abbandonava la bella chioma -fluente, così lunga che l'avrebbe potuta ricoprir -<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span> -come una santa Agnese, nelle mani di Gilda, la -quale felice di maneggiarla non si sbrigava davvero, -protestando che prima di ravvolgerla entro un fazzoletto -di seta adattato a cuffia, le era necessario -districarla pazientemente. Ed intanto chiacchierava, -da stordita qual'era. -</p> - -<p> -— Sono tutti allegri questi soldati! Sembra che -vadano a festa più che alla guerra. E il signor Tibullo -è il più allegro di tutti, ma si prende troppe libertà -con le ragazze onorate.... -</p> - -<p> -— L'avrai però messo a posto, imagino, Gilda! -</p> - -<p> -— Ho tentato, signora marchesa: ma non è -facile, chè questi soldati forse abituati con le vivandiere -sono latini di mano più che di lingua.... -</p> - -<p> -— Ha voluto abbracciarti eh! Tibullo? -</p> - -<p> -— Il signor Tibullo s'è preso un bello e buono -rovescio di mano sul viso..... -</p> - -<p> -— Gli avrai fatto poco male: hai le mani soffici. -</p> - -<p> -— Non tanto, chè ci ho le nocche anch'io, e lo -sa oltre il signor Tibullo anche il signor aiutante -Murat.... -</p> - -<p> -— Come? Anche l'aiutante? Ma tu fai strage -più del cannone, Gilda! -</p> - -<p> -La vispa cameriera un po' confusa apriva tuttavia -la bocca per replicare, quando la porta si spalancò -e Marmont annunciò vibrato e imperioso: -</p> - -<p> -— Il Generale! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span> -</p> - -<p> -Entrò il Bonaparte a passi brevi e rapidi e licenziò -d'un cenno Gilda, la quale spaventata s'ecclissò -davanti a Marmont che richiuse la porta -uscendo. -</p> - -<p> -— Signore — esclamò la marchesa alzandosi e -raccogliendosi intorno alla persona la coperta di -damasco — in quale società di villani avete imparato -a trattar con le donne? Vi prevengo che nelle mie -stanze non entra che chi piace a me, dopo che me ne -ha chiesto permesso! -</p> - -<p> -La coperta di damasco era più lunga che larga, -di modo che una spalla e le gambe dal ginocchio in -giù ne sfuggivano: una spalla non piena ma dal -puro contorno, e due gambe affusolate, che la calza -carnicina svelava scrupolosamente. I capegli fluenti, -lunghi, serici e gli occhi sfolgoranti di dispetto davano -alla piccola marchesa, che nel parlare s'era -alzata sulla punta dei piedini, l'apparenza dell'angelo -armato di fuoco posto a guardia del Paradiso -Terrestre. Ma il giovane generale non ebbe un solo -sguardo nè per la spalla nuda, nè per le gambe perfette, -nè per la vibrante capigliatura: sedette sopra -un alto cassone e come se domandasse la cosa più -semplice di questo mondo, le chiese: -</p> - -<p> -— Dov'è il vostro amante? -</p> - -<p> -Accade spesso che gettando fuoco su fuoco, invece -di ravvivarsi maggiormente, sembri spegnersi -<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span> -lì per lì: così la marchesa rimase interdetta sotto -il nuovo insulto. -</p> - -<p> -Mormorò: -</p> - -<p> -— Il mio amante? -</p> - -<p> -— Sì, il conte Lascaris. -</p> - -<p> -Tutto poteva aspettarsi la marchesa dal nuovo -ignoto che le stava dinanzi come un giudice ed un -padrone, tutto, meno che le svelasse i suoi stessi -segreti, quelli che credeva difesi da tutti, lontani -da ogni sospetto. Mormorò ancora fissando il giovane -generale quasi spaurita: -</p> - -<p> -— Il mio amante? -</p> - -<p> -— Il vostro amante. So che insieme al duca di -Nervia ed al signor d'Altariva sta facendo una guerriglia -da <i>chouans</i> e che s'illude d'opporsi al mio -passaggio. È per questo che vi chiedo se sapete dov'è -in questo momento e se vi incarichereste di dirgli -da parte mia che è pazzo. -</p> - -<p> -Fiorina a poco a poco riprendeva l'imperio di -se stessa. Quel vedersi trattata come un oggetto -qualunque, senza l'etichetta alla quale era abituata -e la distanza che scavava un abisso fra la gente di -corte e la borghesia, alla quale il giovane generale -doveva appartenere, borghesia da codino stremenzito -e senza parrucca, quel discorso a tu per tu da -padrone ad inferiore la fece impennare. -</p> - -<p> -— In quale fattoria di villani avete imparato -a star seduto dinanzi ad una dama in piedi? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span> -</p> - -<p> -— Preferite che vi tratti da dama, anzi da donna, -poichè la rivoluzione ha abolito gli aristo? -</p> - -<p> -S'alzò, le si avvicinò, le posò una mano sulla -spalla nuda brancicandola. -</p> - -<p> -— Villano! -</p> - -<p> -E la marchesa torcendosi tentò di sottrarsi alla -mano adunca e imperiosa: ma il cassone che aveva -dietro glielo impedì. -</p> - -<p> -— Villano! Lasciatemi o grido. -</p> - -<p> -— Gridate a piacere vostro, piccina! Potete -star certa che nessuno aprirà quella porta. -</p> - -<p> -Fiorina sentì gli occhi pieni di lagrime, forse -lagrime di rabbia, ma lagrime. Ed implorò quasi: -</p> - -<p> -— Lasciatemi.... mi fate male! -</p> - -<p> -Forse ogni altra parola, anche violenta, anzi -meglio violenta, avrebbe allontanato dalla donna -il giovane generale, che non s'era mosso che per -ragioni d'interesse bellico. Ma l'animo tenebroso del -Bonaparte chiudeva istinti quasi sadici e subiva -eccitamenti improvvisi che dovevano essere sodisfatti -subito per non farlo dolorare come per insostenibile -tortura. -</p> - -<p> -L'implorazione femminile lo richiamò all'idea -della donna e la donna gli mise nel sangue altri pensieri -che non erano i politici. E quindi invece di -lasciarla, più fortemente la brancicò: sopra la spalla -nuda, la mano adunca si chiuse come un artiglio: -<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span> -con l'altra mano la cinse alla cintura e s'inchinò -sopra il volto spaventato avvicinando la bocca alla -piccola e fresca bocca che pareva socchiusa dal -singhiozzo. -</p> - -<p> -In quel pericoloso momento l'altro spirito indomito -che si dibatteva in contrasto al maschile, -ridiventò padrone di se stesso: il corpo della donna -s'irrigidì, si torse, le mani libere sfiorarono il -muro che avevano d'accanto: l'una trovò i fiocchi -della sciabola di Junot che era appesa alla parete, -per istinto salì all'elsa. Ed era sciabola di buon soldato -facile ad uscir dal fodero e ne uscì. -</p> - -<p> -Fu librata nell'aria e ricadde sul capo del Bonaparte. -</p> - -<p> -Fortunatamente per i destini del futuro imperatore -la mano era debole e per calare un fendente -occorre un braccio nervoso e cinque dita sicure -nell'elsa. La sciabola cadde a piattonata ma il colpo -bastò a stordire l'uomo che ricadde all'indietro -sui tappeti del lettuccio e vi restò senza fiato, immobile. -</p> - -<p> -Un gorgoglio rauco saliva dalla bocca dell'abbattuto -fino alla marchesa spaventata e senza fiato, -gli occhi sbarrati e nell'anima il vago timore di una -catastrofe. -</p> - -<p> -Il quadro avrebbe sedotto più d'un famoso pennello: -il giovane generale a metà sdraiato sul lettuccio, -<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span> -i capegli all'indietro e le mani contratte, -fasciato della sciarpa tricolore, in iscorcio, duro il -mento volontario, divaricate le gambe sottili: dall'altro -lato la donna un po' curva, sciolta dalla -coperta di damasco e difesa quindi dalla sola camicia -corta e sottile, la sciabola pesante con la punta a -terra, il volto contratto, la capigliatura intorno al -corpo, nel biblico e leggendario costume d'Eva pittoresca, -ma anelante, la bocca aperta, gli occhi -gonfi di paura: il quadro avrebbe certo meritato, -almeno quale documento storico, una matita fedele -e geniale. -</p> - -<p> -Rimasero lunghi istanti così, nell'immobilità -della stanchezza e dello stordimento, finchè il Bonaparte -non si rialzò con uno sforzo, puntando le -mani sotto le reni. E la donna pure si raddrizzò, -rialzando la coperta damascata e fasciandovisi. Poi -coraggiosamente impugnò la sciabola a due mani e -gridò: -</p> - -<p> -— Se vi avvicinate vi ferisco! -</p> - -<p> -Ma l'altro, subito, non la guardò nemmeno. Si -ravviò i capegli, si riaggiustò gli alti stivali e la sciarpa -e lo sparato. Poi s'avviò alla porta, di là si volse. -Aveva una faccia grifagna e macchiata di tracce -sanguigne, la bocca torcentesi in un <i>rictus</i> sinistro. -L'immagine d'un uccello di rapina frustato nella -furibonda calata sulla preda. Con uno strappo aprì -la porta e se la richiuse dietro con violenza. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span> -</p> - -<h3>XXXI.</h3> -</div> - -<p> -L'aria fredda notturna gli fece bene. Avidamente -la bevve. -</p> - -<p> -Poi mosse il primo passo. -</p> - -<p> -E allora Marmont si fece innanzi impassibile e -mormorò: -</p> - -<p> -— L'altra dama è nella stanza di Murat. -</p> - -<p> -Ed ebbe un cenno di risposta e restò irrigidito -finchè l'ombra sottile non si perdette nella notte. -</p> - -<p> -Nei pressi della stanza di Murat due altre ombre -s'aggiravano guardinghe, furtive, celandosi all'angolo -della casetta ove una specie di tettoia rozza, -evidentemente adibita a ricovero di carri offriva un -complice rifugio. -</p> - -<p> -— Credete, amico Filippo, che il generale accoglierà -la mia domanda? -</p> - -<p> -— Giano mio, lo credo. Aspettate purtuttavia -che l'aiutante Junot vi rassicuri sull'umore del generale. -<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span> -Bisogna andare a colpo sicuro: un no sarebbe -sgradevole e per sempre. Aspettate il parere -di Junot. -</p> - -<p> -— Anche l'aiutante Marmont... -</p> - -<p> -— Non vi fidate dell'aiutante Marmont: è geloso -di chiunque e credo che mi ostacoli la promozione -a comandante. Ah! Se potessi fra un anno -ottenere la brigata che mi era stata promessa! -</p> - -<p> -— Io mi accontenterei del grado di capitano. -</p> - -<p> -— Naturalmente, ma io debbo scontar delle promesse: -fino ad oggi le cose sono andate come le -avevo presagite e il generale è sempre grato a chi -non lo induce in errore. -</p> - -<p> -— Che cosa avevate presagito, Filippo? -</p> - -<p> -Un silenzio. Poi: -</p> - -<p> -— Giano mio, non bisogna essere curiosi! -</p> - -<p> -E quindi, quasi a correttivo della lezione: -</p> - -<p> -— Sono affari di servizio! Scusate se non credo -lecito di ripeterveli. -</p> - -<p> -— Avete ragione — rispose il Lercari confuso — scusatemi -voi. -</p> - -<p> -E tacquero. -</p> - -<p> -In quella un'altra ombra, sottile, irrequieta ma -non guardinga apparve dal lato opposto dirigendosi -verso la porta della stanza di Murat. -</p> - -<p> -— Per Iddio — sclamò soffocatamente il Balbi. -</p> - -<p> -— Chi si fa lecito d'avvicinarsi alla stanza della -mia fidanzata? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span> -</p> - -<p> -D'un balzo fu quasi a tu per tu con la nuova -ombra apparsa. -</p> - -<p> -— Olà! Chi siete e che volete? -</p> - -<p> -Giano che l'aveva seguito alzò d'improvviso la -lanterna sul viso dello sconosciuto. Filippo Balbi -fece un balzo all'indietro. -</p> - -<p> -— Il generale! -</p> - -<p> -— Il generale! — ripetè Giano. -</p> - -<p> -— All'ordine, signori ufficiali! — Il Bonaparte -seccamente replicò. — Che fate voi stessi qui? -</p> - -<p> -Filippo Balbi interdetto rispose: -</p> - -<p> -— Generale, in questa stanza riposa la mia -fidanzata. -</p> - -<p> -— La vostra fidanzata! -</p> - -<p> -— La damigella Grimaldi, generale! -</p> - -<p> -— E voi? Chi siete voi? -</p> - -<p> -— Il capitano Filippo Balbi, generale. -</p> - -<p> -— Ed io sono il cugino, l'alfiere Giano Lercari.... -</p> - -<p> -Il Bonaparte frenò un gesto d'impazienza. -</p> - -<p> -— Dov'è Murat allora? Dov'è Murat? -</p> - -<p> -Al Balbi non era ignoto che l'ordine d'alloggio -per le due dame era stato dato dallo stesso Bonaparte: -vide la scusa, s'insospettì, frenò un guizzo -torbido e rispose: -</p> - -<p> -— Vuole il generale che m'informi? -</p> - -<p> -— Sì, andate.... ambedue..... -</p> - -<p> -Un rigido saluto e l'ombra li riavvolse. Ma dopo -<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span> -alcuni passi, nell'angolo che possedeva la tettoia, -il Balbi spinse lungi da sè Giano. -</p> - -<p> -— Va, va, lasciami! -</p> - -<p> -L'altro esitava. -</p> - -<p> -— Va.... presto.... va! Rispondo io del tuo grado! -</p> - -<p> -Ed il Lercari s'allontanò velocemente. -</p> - -<p> -Rimasto solo Filippo Balbi tese l'orecchio sporgendosi -dal ricovero. Udì il rumore secco e distinto -del rozzo chiavistello che cedeva e il cigolare gemente -della porta che s'apriva. Entro la stanza c'era -una lucerna accesa: ne apparve uno sbiadito rettangolo -sul terreno e quella fioca luce fu subito invasa -da un corpo che però non l'occupava tutta. -</p> - -<p> -— Dio! — mormorò Filippo fra sè. -</p> - -<p> -La porta fu richiusa. L'ombra era entrata o no? -</p> - -<p> -Il Balbi non istette in forse, ma si lanciò fuori -dalla tettoia e in due passi fu all'uscio. Era chiuso. -Allora accostò l'orecchio alla toppa. -</p> - -<p> -Il cuore gli batteva così che subito non concepì -alcun rumore anche leggiero: ma poi gli parve d'udire -uno strisciar felpato di passi. E quindi il silenzio. -Ed il silenzio durò a lungo. Che faceva colui -nell'interno dinanzi alla fanciulla che giaceva -nel sonno casto e verginale? Esitava? Si pentiva? -Sarebbe tornato? Od era in preda al torbido fuoco -del desiderio impuro e pur tuttavia si tratteneva -come dinanzi a cosa sacra? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span> -</p> - -<p> -Il silenzio durò a lungo. E il cuore batteva al -giovane ufficiale fino a spezzarglisi in petto, gli -batteva sordamente e dolorosamente sì, ma più -d'attesa che d'orrore. Con l'orecchia incollata alla -toppa, le mani aggrinzate sul petto a comprimersi il -sobbalzar doloroso, attendeva. -</p> - -<p> -Attese a lungo. Finalmente un grido sùbito soffocato -echeggiò nella stanza terrena, poi giunse l'eco -d'una breve lotta, poi delle implorazioni femminili; -</p> - -<p> -— Pietà.... padre.... Filip..... -</p> - -<p> -L'udire il proprio nome sussurrato in aiuto fece -sul giovane ufficiale l'effetto d'una guanciata. Ma -non si mosse. Di dentro la sorda lotta continuò, poi -un grido lacerante, poi un lamento gorgogliato come -di bimbo che piangesse in silenzio, poi nulla più. -</p> - -<p> -Ma nel momento istesso in cui, stanco, si rialzava, -sull'omero di Filippo una mano tremante si posò: -</p> - -<p> -— Balbi.... avete udito? -</p> - -<p> -Riconobbe la voce di Betto Grimaldi, tremula -e si drizzò di scatto. -</p> - -<p> -— Ho udito — rispose con la voce malferma, — ho -udito..... ed ho creduto che fosse.... vostra figlia. -</p> - -<p> -La voce tremula domandò: -</p> - -<p> -— E.... non era? -</p> - -<p> -— Mi.... sembra.... che no. -</p> - -<p> -Tacquero. Non si potevano vedere chiaramente in -viso, ma s'indovinavano. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span> -</p> - -<p> -L'uno respirò: -</p> - -<p> -— Mi sento più tranquillo! -</p> - -<p> -L'altro gli fece eco nel respirare. -</p> - -<p> -— Anch'io! -</p> - -<p> -L'una voce non era già più tremula, nè più -mal ferma l'altra. -</p> - -<p> -E stettero in forse. -</p> - -<p> -— Andate a riposare, Filippo? -</p> - -<p> -— Stavo per farlo, Grimaldi! -</p> - -<p> -In quella, ecco, l'uscio della stanza, dinanzi a cui -si trattenevano, s'aprì. Una voce imperiosa chiamò: -</p> - -<p> -— Marmont! -</p> - -<p> -— Generale! — Rispose il chiamato. -</p> - -<p> -E l'aiutante alzando una lanterna uscì dall'ombra. -Stettero a guardarsi, immobili. Poi sotto gli -occhi di fuoco del giovane condottiero pallidissimo, -scarmigliato, sudante, gli altri occhi si abbassarono. -E ruppe il silenzio brutalmente chi più degli altri -avrebbe dovuto tacere. -</p> - -<p> -— Conte — parlò secco e deciso — mi meraviglio -di trovarvi qui.... -</p> - -<p> -L'altro barcollò. Il Bonaparte riprese: -</p> - -<p> -— .... Credevo, speravo, che aveste già assunto, -il comando della vostra mezza brigata. -</p> - -<p> -Filippo Balbi sentì un'onda vorticosa di sangue -salire dal cuore al cervello. Mormorò: -</p> - -<p> -— Generale!.... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span> -</p> - -<p> -— Non mi ringraziate — fu la breve risposta, -che s'addolcì, per quanto lo poteva la voce nata per -il comando. -</p> - -<p> -Parlava a Betto. -</p> - -<p> -— Signor Grimaldi, non ho alcuna intenzione -di prendere la vostra città. Conservatevela. -</p> - -<p> -— Generale!..... -</p> - -<p> -— Non mi ringraziate! -</p> - -<p> -E poi: -</p> - -<p> -— Buona notte, signori! -</p> - -<p> -Solo con l'aiutante Marmont, senza guardarlo, -anzi volgendogli quasi le spalle, ordinò: -</p> - -<p> -— Fra un'ora firmerò brevetto e salvacondotto. -</p> - -<p> -Mosse un passo: ristè ancora. -</p> - -<p> -— Marmont, cerca la cameriera di madamigella -Grimaldi! Credo che ce ne sia bisogno! -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span> -</p> - -<h3>XXXII.</h3> -</div> - -<p> -Nell'ampia sala del Castello dei Lascaris la marchesa -Isabella seduta rigidamente presso la tavola -pareva immobile, mentre dall'altro lato l'abate -Bernardino Viale, in Arcadia Amarillo Glucosio, curvo -sotto un'alta lampada a quattro becchi — un alone -d'oro morbido nel buio fondo — leggeva monotono -e grave e cadenzato dei versi: -</p> - -<div class="poem"> -<p><i>L'azzurro mar preclude il varco al mondo</i></p> -<p><i>novo, che divinò ligure mente:</i></p> -<p><i>i colli e i monti in diadema tondo</i></p> -<p><i>serran da tergo il pian qui e là spiovente:</i></p> -<p><i>in alto s'inabissa il ciel profondo:</i></p> -<p><i>è breve terra ma superba gente</i></p> -<p><i>v'opra ed è figlia prediletta al sole:</i></p> -<p><i>ma chi v'impera è bizantina prole.</i></p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span> -</p> - -<p> -— Spero — sussurrò l'abate dopo aver atteso -invano una parola d'approvazione — spero, confido -d'essermi chiaramente espresso nella sommaria esposizione -di quello che sarà il soggetto del primo canto -del mio poema. L'argomento del detto canto è la -descrizione della terra di Liguria, fra il mare, i -monti e il cielo, sotto il dominio della possente famiglia -dei Lascaris. Nutro la speranza che la signora -marchesa approvi l'epiteto <i>bizantina</i> in omaggio -a Teodossia, principessa di Bisanzio, capostipite..... -</p> - -<p> -— Ho gustato l'epiteto, abate, e l'approvo. -Quello che mi lascia dubbioso è l'affermazione che -sulla terra di Liguria imperi la mia famiglia. Mi -sembra alquanto esagerato. -</p> - -<p> -— Mi permetto di contraddire calorosamente la -signora marchesa, e di dimostrarle in pari tempo la -verità del mio asserto. Nei poemi, che precedono il -mio, c'è ovunque, per indicare un popolo, indicata -invece una prosapia. Così nella enumerazione delle -forze greche nell'Iliade, che mi dicono il signor cavalier -Vincenzo Monti stia traducendo in versi liberi -con l'aiuto del dotto grecista padre Biamonti: così -Virgilio enuncia i popoli dell'Italia che Enea sconfigge, -così Stazio e così Lucano, e per venire ai moderni -il Tasso, che, ad esempio, sottomette le Puglie a -Tancredi. Ecco perchè ho chiamato poeticamente -<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span> -ad imperare sulla Liguria i conti Lascaris, pensando -che ne hanno i titoli. Quale famiglia infatti risale a -così antichissima origine che si perde nella notte -dei tempi? Nessuna invero, neppur quella dei Re -di Sardegna. -</p> - -<p> -— In questo sono con voi, abate! -</p> - -<p> -— Godo d'aver con le deboli forze della mia circoscritta -mente saputo convincere l'illustre e dotta -marchesa Isabella di Spigno, contessa Lascaris di -Tenda. E chiedo quindi licenza di proseguire. -</p> - -<p> -— Proseguite pure, abate. -</p> - -<p> -Amarillo Glucosio — scusino i lettori — l'abate -Bernardino Viale tossicchiò, si dimenò sulla sedia -e, quasi gli spiovesse dalle labbra il miele ibleo, accarezzò -così le parole: -</p> - -<p> -— Canto primo: invocazione. Non ho invocato -la vergine musa, no: temo d'aver tanto osato. Chiamo -a me la musa madre, Mnemosine..... -</p> - -<div class="poem"> -<p><i>Madre, che sulle mitiche pendici,</i></p> -<p><i>donde Pegaso a vol l'aere fendea,</i></p> -<p><i>tra le figlie traevi i dì felici</i></p> -<p><i>sul mondo, che dal tuo labro pendea,</i></p> -<p><i>tu stessa il plettro mio guida, tu dici</i></p> -<p><i>che madre e prole è qui maggior d'Enea:</i></p> -<p><i>Madre che bina una corona preme,</i></p> -<p><i>Prole che è Marte e che è Minerva insieme.</i></p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span> -</p> - -<p> -L'abate si tacque modestamente e curvò il capo -gravato dal peso dell'alloro e la marchesa lusingata -stava per aprir bocca ad assentire per largirgli il -premio dovuto quando si aprì invece la porta ed -il Moncherino annunciò: -</p> - -<p> -— Il signor conte Emanuele Embriaco! -</p> - -<p> -Prima ancora che la marchesa concedesse l'assenso, -ecco l'avventuriero sulla soglia, sprofondarsi -in un inchino e spazzare delle piume del feltro l'impiantito. -</p> - -<p> -— Conte, benvenuto! Quali novelle portate di -mio figlio? -</p> - -<p> -— Liete novelle, spero, illustre signora marchesa, -e più liete e sicure saranno se avrò l'ausiglio -vostro. -</p> - -<p> -— Parlate sibillino, conte! -</p> - -<p> -Da qualche istante l'abate ritto sotto l'alta lucerna -faceva profondi saluti all'Embriaco, il quale -finalmente se ne accorse e li restituì affabilmente, -pur rispondendo in pari tempo alla dama: -</p> - -<p> -— Quali parole possono sembrar sibilline all'acuto -discernimento della illustre signora marchesa? -</p> - -<p> -— Le vostre, conte mio, le vostre che vi prego -di spiegarmi. -</p> - -<p> -— Agli ordini della illustre signora marchesa se -vorrà darmi benigno ascolto. M'accorgo però — e -me ne dolgo — d'aver interrotto l'eminente signor -<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span> -abate. La illustre signora marchesa perderà di leggieri -nel confronto! -</p> - -<p> -L'abate si profuse in inchini e in sorrisi mentre -la dama rispondeva: -</p> - -<p> -— Tregua ai motti ricercati, conte, e parlatemi -di mio figlio. -</p> - -<p> -— La signora marchesa non ne ha avute più -notizie da quando partì meco? -</p> - -<p> -— Nessuna, conte. Voi lo lasciaste da poco, -vero? Ed è lui che vi manda? -</p> - -<p> -— Due giorni or sono mi distaccai da lui. Ma -non vengo a suo nome. Vengo bensì per lui. -</p> - -<p> -— Parlate! Parlate! -</p> - -<p> -L'Embriaco parve raccogliersi un istante: poi -dichiarò: -</p> - -<p> -— Un grave pericolo sovrasta sul capo del conte -Lascaris..... -</p> - -<p> -— Di mio figlio?! -</p> - -<p> -— Del conte Lascaris, del signor d'Altariva e -del signor duca di Nervia e sul vostro, signora -marchesa, e sulla città..... -</p> - -<p> -— Un grave pericolo? -</p> - -<p> -— Gravissimo. Le orde repubblicane si rovesciano -di nuovo sugli Stati d'Italia! -</p> - -<p> -— Ripasseranno l'Alpi come due anni or sono. -</p> - -<p> -— Temo che no. Le guida oggi, non una vecchia -giberna come Arena, ma un giovane generale che -<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span> -vede lunge e che sprona sete di gloria e ambizione -di potere. Le comanda un intelletto degno di comandare. -</p> - -<p> -— E questo genio è a Parigi fra gli eleganti e -le creole? -</p> - -<p> -— È qui fra i soldati e i cannoni. -</p> - -<p> -— Qui? -</p> - -<p> -— A pochi passi, a San Bartolomeo. I villani -di Sant'Antonio non furono cacciati da bande sperse -che sconfinarono, ma da esercito ingordo di bottino -ed anelante di saziarsi sulle belle contrade e le bellissime -donne. -</p> - -<p> -— Orrore! — sclamò l'abate facendosi il segno -della croce. -</p> - -<p> -Anche la marchesa Isabella rabbrividì, ma nascose -il turbamento ed eluse il discorso. -</p> - -<p> -— Mio figlio? dov'è mio figlio? -</p> - -<p> -— Il conte Lascaris, col signor d'Altariva e il -duca di Nervia, bivaccano a oriente della città, -ripromettendosi probabilmente d'opporsi all'invasione. -Folle pensiero. Poche centinaia di partigiani -male equipaggiati come potranno resistere ad un -esercito regolare trecento volte più numeroso, dotato -d'artiglierie e fornito di munizioni ad esuberanza? -</p> - -<p> -Tacque. Concluse: -</p> - -<p> -— Saranno travolti, annientati, e inutilmente. -</p> - -<p> -Un istante di silenzio. Poi la voce della marchesa -sibilò: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span> -</p> - -<p> -— Venite a nome delle orde repubblicane, conte -Embriaco? -</p> - -<p> -Rimase interdetto, subito, preso così a bruciapelo, -l'interpellato. Ma si rinfrancò e fu calma la -risposta. -</p> - -<p> -— Vengo come amico, vengo come colui che per -vostra bontà, illustre signora marchesa, non si -logora le mascelle in un qualche sotterraneo della -Serenissima; infine vengo come colui che sedette a -questa tavola, mangiò il vostro pane e bevette nel -vostro bicchiere. E vi prego di credermi e d'aiutarmi. -</p> - -<p> -— Credere che cosa? Aiutarvi in che? -</p> - -<p> -— Credere in me, nella mia sincerità, nelle mie -buone intenzioni. Aiutarmi a persuader vostro figlio. -</p> - -<p> -— Persuaderlo a far che? -</p> - -<p> -— A non resistere. -</p> - -<p> -— A tradire? -</p> - -<p> -— A non resistere, vi ripeto, dato che la resistenza -è inutile e che sacrificherebbe delle vite umane -senza costrutto. -</p> - -<p> -La marchesa sogghignò: -</p> - -<p> -— Non vi avrei mai creduto accessibile alla -pietà, conte Embriaco. Affè mia che vi consiglierei -quasi di cambiare la casacca che indossate con l'abito -del signor abate. -</p> - -<p> -— Voi scherzate sopra un vulcano, marchesa! -</p> - -<p> -— Prova che non mi avete convinto. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span> -</p> - -<p> -— Volete permettermelo? -</p> - -<p> -— Fate. -</p> - -<p> -— Badate che il tempo stringe e che forse a -quest'ora.... -</p> - -<p> -— V'avverto che impiegate argomenti poco atti -a convincermi. Qui l'abate non vi troverà certo somiglianza -alcuna con i grandi oratori del passato. -</p> - -<p> -L'Embriaco si raccolse — o parve — poi risolutamente: -</p> - -<p> -— Vi prego di ascoltarmi seriamente, marchesa. -</p> - -<p> -— Vi ascolto. -</p> - -<p> -La porta si spalancò all'improvviso. -</p> - -<p> -— Vi prego di dire: v'ascoltiamo, madre mia! -</p> - -<p> -Ed il conte Luca Lascaris penetrò nella stanza -con Camillo Altariva e col duca Almerico di Nervia. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span> -</p> - -<h3>XXXIII.</h3> -</div> - -<p> -Dal distacco nella notte infernale a quest'altra -notte che poteva ben diventare infernale peggio -della prima, i quattro patrizi non si erano trovati -più di fronte. I sospetti iniziali de l'Altariva, quegli -altri sospetti del Nervia, non erano pure tuttavia -suffragati da prove evidenti nè da ragioni essenziali. -E per di più Luca Lascaris non poteva dimenticare -che portator d'una cara lettera gli era giunto colui -che in quel momento, stando alle apparenze, avevano -quasi forzato nel covo. Emanuele Embriaco -per troppe emozioni della vita avventurosa ben si -era fatto un uso del pericolo continuo: se l'esistenza -gli premeva, pur tuttavia la rischiava come il giuocatore -la borsa colma d'oro, che gli è tutto e solo -patrimoniale. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span> -</p> - -<p> -Alla voce del Lascaris non diede subito a veder -di commuoversi, ma pensando poi che un apparenza -di insensibilità avrebbe potuto essere interpretata -a suo favore e accrescere i sospetti, se ve -n'erano, si voltò sorridente in viso di lieta sorpresa -e salutò con effusione mal trattenuta, quasi che il -rispetto dovuto alla dama gl'impedisse di mostrarsi -quale avrebbe voluto e l'amicizia richiesto. -</p> - -<p> -— Mi chiamo pupillo della fortuna! E godo -che qui a saggiare gli argomenti, semplici del resto, -ch'esporrò, siano tre miei pari, provati dalla guerra, -maestra sempre di pratiche soluzioni, anche se guidi -o sproni un ideale. -</p> - -<p> -La marchesa Isabella si trovava separata dal figlio -appunto da l'Embriaco: s'accontentò quindi d'uno -sguardo, intuendo che qualche cosa di ben più importante -d'un'effusione materna stava per accadere. -Ci fu quindi un attimo d'immobilità nella sala. Poi -Luca, restituendo il saluto, ripetè: -</p> - -<p> -— Vi ascoltiamo dunque, conte Embriaco: parlate -liberamente. -</p> - -<p> -— Liberamente parlerò, certo, Lascaris! Quello -ch'io debbo dire è troppo importante e voi troppo -sottili, perchè non abbia il suo effetto: debbo dir -questo. Abbiamo alle spalle un esercito agguerrito -e possente; e lo guida un giovane generale spregiudicato -che fra noi piomba come falco sulla preda. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span> -</p> - -<p> -Non rotea già più, ma piomba. L'esercito è composto -d'orde scamiciate e indemoniate che scatena -per l'anima un canto patriottico, bollente come -acquavite in fiamma, e per il corpo uno sfrenato -desiderio di bottino nelle nostre ubertose campagne -e nelle pingui e grasse città. Nulla e nessuno varrà -a frenare l'impeto irruente dell'orda: non l'esercito -d'apparato del Beaulieu, nè quello mal condotto -dal Colli. Sfortuna vuole che scaglioni repubblicani -si trovino già sulle terre nostre: al rovesciarsi del -fiume, tutti i torrenti vi sboccheranno, v'affluiranno -i rivi, e se ne avvantaggierà per non indietreggiare. -Ha un vantaggio sulla coalizione austro-piemontese: -ma che dico un vantaggio: ne ha mille. -Questi: È formato di volontarï e voi sapete, -perchè capitanate volontarï, quanto siano preferibili, -per la guerra che facciamo, ai regolari, alle -truppe di lunga ferma, che assomiglierei volentieri -alle ciurme delle galere, ai condannati al remo, -posti in comparazione coi forsennati <i>buonavoglie</i>. -Di più non hanno da difendere che se stessi, non -terre, non famiglie, non averi. Ma che dico difendere! -Essi giocano la pelle nella posta con la fortuna. Ed -escono da città in preda al disordine ove han sofferto -la fame e si son visti pendere sul capo la mannaia. -Dicono di portar la libertà ma invece vengono a -conquistarla. Faranno la guerra di Alessandro e di -<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span> -Cesare: avanzeranno cioè senza curarsi delle spalle, -finchè non possederanno qualche cosa da mettere -in salvo. Il che non avverrà certo fino a che non irromperanno -nelle pianure di Lombardia. Eccovi -in breve dunque che cos'è l'esercito che non isconfina -per bande in cerca di che sfamarsi, ma deliberatamente -per una conquista organizzata. Migliaia -migliaia e migliaia d'uomini ben decisi e ben guidati. -Ho detto. Adesso chiedetemi. -</p> - -<p> -Un penoso silenzio gravò nella sala: immobili -tutti, meno l'abate che si fece il segno della croce. -Infine Luca Lascaris mostrò di voler parlare, ma -fu fermato da Camillo Altariva. -</p> - -<p> -— Vi prego, Lascaris, lasciate ch'io solo interroghi -il conte Embriaco sulla situazione. -</p> - -<p> -— Fate, Camillo. -</p> - -<p> -L'avventuriero con un cenno mostrò d'attendere. -L'altro fu breve e fu reciso. -</p> - -<p> -— Vi manda il generale Bonaparte? -</p> - -<p> -L'interpellato ebbe un moto, subito represso. -Volle chiedere: -</p> - -<p> -— Subisco forse un interrogatorio? -</p> - -<p> -Ma si morse la lingua. E rispose tranquillamente: -</p> - -<p> -— Sì, oggi, il generale Bonaparte manda me. -</p> - -<p> -— Perchè, <i>oggi</i>? — non potè trattenersi dal -domandare l'irruente Luca Lascaris. -</p> - -<p> -L'Altariva represse un atto di stizza. Ma il male -<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span> -era fatto ed Emanuele Embriaco ne approfittò -subito. -</p> - -<p> -— Perchè domani, se per qualunque ragione -il mio passo d'oggi fallisse mi seguirebbe un oratore -ben più convincente. -</p> - -<p> -Non aspettò questa volta d'essere interrogato. -Compì: -</p> - -<p> -— Il marchese Ibleto di Spigno. -</p> - -<p> -— Voi mentite! — urlò il conte Lascaris mettendo -per istinto mano alla spada. -</p> - -<p> -Anche questa volta l'avventuriero seppe afferrar -l'occasione che gli si presentava. Con accento doloroso -esclamò: -</p> - -<p> -— Sono ospite vostro e sono disarmato. Datemi -campo e modo, quello che vi converrà, di rispondervi. -</p> - -<p> -Camillo Altariva intervenne: -</p> - -<p> -— Luca, ve ne prego, frenatevi. Il signor conte -Embriaco vi ha mal compreso e vi comprenderà meglio -se porrà mente a un fatto importante: la parentela -che vi congiunge agli Spigno. -</p> - -<p> -Un sorriso ambiguo dell'Embriaco diede luogo -a varie interpretazioni. E per non lasciare che il -Lascaris, a pena calmato, ancora si desse in braccio -alla imperizia, l'Altariva domandò senz'altro: -</p> - -<p> -— Il marchese di Spigno è dunque al campo -francese? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span> -</p> - -<p> -— Vi apponete. -</p> - -<p> -— E voi l'accompagnaste colà? -</p> - -<p> -— L'incontrai nella mattina di ieri, dopo una -notte d'incerto cammino, poichè avevo nelle strade -buie e malagevoli smarrita la scorta: fui dal marchese -condotto al campo francese. E se domani -Ibleto di Spigno verrà ufficialmente a convincervi, -oggi io mi sono allontanato per poche ore, senza -alcun incarico, spontaneamente. -</p> - -<p> -— Per noi? -</p> - -<p> -— Non per voi: non credevo di trovarvi, non -lo speravo. Ma bene speravo di veder qui la illustre -marchesa. -</p> - -<p> -— E qual'era il vostro pensiero? -</p> - -<p> -— Questo: non v'opponete: è inutile. Ritarderete -d'un giorno il passaggio del generale Bonaparte, -forse. Dico forse perchè può qui lasciare un -migliaio d'uomini a combattervi se guerriglierete e -correre innanzi come vuol correre. Non ne guadagnerete -dunque nulla e perderete i vostri uomini e -perderete voi stessi: le vostre campagne saranno -devastate, o, quel che è peggio, date in balìa al popolo -di Ventimiglia che non vi seguirà, poichè -Betto Grimaldi è al campo e tratta, e peggio, spera -in un salvacondotto che gli permetta di conservare -la città. Saranno spianati i vostri castelli e condotta -in prigionia la nobile marchesa qui presente, e voi, -<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span> -se resterete in vita. Sacrificio inutile, credete a -me. -</p> - -<p> -Stava per protestare Luca Lascaris, e la stessa -marchesa per intervenire, quando l'Altariva rispose: -</p> - -<p> -— Vi credo! -</p> - -<p> -Qui lo stesso Embriaco fu sorpreso. -</p> - -<p> -— Vi credo — replicò l'Altariva — ma pongo -due condizioni. -</p> - -<p> -— Ditele. -</p> - -<p> -— Veder domattina Ibleto di Spigno ed avere -un colloquio col generale Bonaparte. -</p> - -<p> -— Le credo accettabili. -</p> - -<p> -Gravò il silenzio per qualche istante. -</p> - -<p> -— Siamo dunque d'accordo, Emanuele Embriaco? -</p> - -<p> -— D'accordo. E vado a comunicar quanto chiedete. -</p> - -<p> -Un inchino, e l'Altariva si scostò scoprendo Almerico -di Nervia, il quale era stato fino allora silenzioso -e che si fece avanti, cupo in volto, lentamente. -</p> - -<p> -— Vi chiedo scusa, signori. Desidererei domandare -qualche breve schiarimento al signor conte -Embriaco. -</p> - -<p> -L'avventuriero provò un senso di gelo. Ma cortesemente -rispose inchinandosi: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span> -</p> - -<p> -— Dite pure, duca. Sono ai vostri ordini. -</p> - -<p> -— Vi ringrazio e sarò breve. -</p> - -<p> -Parve riflettere, parve riordinare memorie e -frasi. Poi con uno sforzo evidente, che si appalesava -quasi commosso, incominciò: -</p> - -<p> -— Diceste, se non erro, poco fa che incontraste -nella mattina di ieri il marchese di Spigno, quando -smarrito e abbandonato dalla scorta erravate lungi -dalla buona strada. -</p> - -<p> -— Credo infatti d'essermi espresso così. -</p> - -<p> -— Vi ringrazio. Ma poichè v'avevo accolto nel -mio accampamento ed io stesso v'avevo data la -scorta vedo in quello che avvenne un po' di colpa -mia..... -</p> - -<p> -— Duca! Che dite! -</p> - -<p> -— Lasciatemi dire. Ho mancato, spero crederete -inavvertitamente, ai doveri elementari dell'ospitalità: -ho mancato e tengo davanti a questi nobili uomini -a chiedervene perdono. -</p> - -<p> -— Duca! Ve ne prego! -</p> - -<p> -— Lasciatemi dire.... -</p> - -<p> -— Non una parola di più, duca! Me ne offenderei. -</p> - -<p> -— Perdonate! Ma non ho finito. Errai, mi perdonaste -e ve ne son grato. Ben altri però hanno errato -più di me, e tengo a che vi chiedano scusa. -</p> - -<p> -Nella sala regnava profondo stupore. Nessuno -comprendeva: anzi il Lascaris pensò che il duca -<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span> -vaneggiasse. Ma il rude gentiluomo non si distrasse. -Dichiarò: -</p> - -<p> -— Permettete che vi chiami il colpevole maggiore. -E grazie se lo perdonerete, conte Embriaco. -</p> - -<p> -Si voltò verso la porta, la spalancò di colpo e -con voce stentorea gridò: -</p> - -<p> -— Olà, vecchio Seborga, vieni avanti! -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span> -</p> - -<h3>XXXIV.</h3> -</div> - -<p> -Per quanto si possa per infinite ragioni di vita -avventurosa, e per non contar nulla, o meno di nulla, -da anni giorno per giorno la vita, rotti ad ogni -improvvisa emozione, ed abituati a dominarsi corpo -e spirito, nervi ed atti, pur tuttavia dinanzi al soprannaturale -sempre l'uomo esita e barcolla e sente -smarrirsi, anche per un attimo che può bastare alla -sua perdita senza speranza alcuna. -</p> - -<p> -Fu all'appello stentoreo del Nervia, a quella voce -potente, a quel gesto teatrale di spalancar la porta, -a quel nome che più non credeva d'udir sulla terra, -a tutto quell'improvviso apparato per una resurrezione -di Lazzaro, che Emanuele Embriaco perdette -la partita; e si scavò la fossa ai piedi. Aprì -gli occhi smisuratamente, con le braccia annaspò -nell'aria, indietreggiò fino al muro e stette immobile -sperduto intento al miracolo della risurrezione che -<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span> -doveva avvenire, o che in quell'istante aveva creduto -e credeva che dovesse avvenire. Ma nessuno -apparve sulla soglia: restò la porta spalancata, -niun passo marcò la scalea, nel quadro non s'incorniciò -alcuna figura spettrale. Ed il silenzio fu così -profondo come in nessun deserto mai d'Arabia o -dei ghiacci. -</p> - -<p> -Allora Almerico di Nervia mosse un passo, richiuse -la porta e con la voce sorda pronunciò: -</p> - -<p> -— La prova è palese: vi siete accusato d'assassinio. -Ed io, duca Almerico di Nervia, vi getto sul -viso, conte Emanuele Embriaco, l'onta di fellonia! -</p> - -<p> -— Ben giocato — rispose l'avventuriero tornato -in un attimo padrone di sè, ben giocato! -</p> - -<p> -Ansava ancora, leggermente, poichè si dominava, -ma sorrise e continuò: -</p> - -<p> -— Potrei dirvi che non sono forte negli enigmi, -e che non capisco la vostra accusa. Ma ben invece -comprendo che l'accusa di fellonia m'avete gettata -per mettervi al mio paro, giacchè suppongo che -mi vogliate assassinare. -</p> - -<p> -— V'ingannate, signor conte! Il duca Almerico -di Nervia non assassina. Ha diritto d'alta e bassa -giustizia e potrebbe condannarvi per volere di Nostro -Signore Iddio. Ma ben sa che il vostro nome, -quantunque indegnamente portato, è titolo nobiliare -pari al suo. Fra eguali di casta non c'è che una -<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span> -soluzione quando si getta come ho gettato in viso -ad un nobile di schiatta l'onta di fellonia. Non -c'è che il Giudizio di Dio e che una giustiziera: -questa! — -</p> - -<p> -E sguainò la spada. -</p> - -<p> -— Alla buon'ora! Ecco una proposta piacevole! -Avevo appunto bisogno di sgranchirmi le -braccia! -</p> - -<p> -Si volse con un inchino alla marchesa impietrita: -</p> - -<p> -— Non sarà spettacolo il più acconcio, per una -dama, quello delle smorfie e degli sgambetti d'un -moribondo, poichè non vedo altro esito a quello che -il signor duca appella <i>Giudizio di Dio</i> pomposamente, -mentre io più semplicemente lo chiamerei un preziosissimo -piccolo sgozzamento o sdrucio al corpo. E -quindi mi permetto d'offrirvi il braccio, marchesa -e contessa, per condurvi alla soglia. -</p> - -<p> -— Vi ringrazio, signor conte, — rispose Isabella — una -marchesa di Spigno, contessa Lascaris di -Tenda non è una borghesuccia per ispaventarsi -di qualche goccia di sangue azzurro! Se questi nobili -signori mi permettono, una nobile dama farà -da testimone al nuovo Giudizio di Dio! -</p> - -<p> -— Madre!.... — esitò il conte Lascaris. -</p> - -<p> -— Ho detto, Luca! -</p> - -<p> -Tre inchini rispettosi furono la risposta. La marchesa -<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span> -Isabella sedette nel vano della finestra in -fondo alla sala, e pallido e tremante le si rannicchiò -vicino l'abate, il quale non isperò più di potersi -allontanare. S'inginocchiò, il viso al muro, la -faccia nelle mani, mormorando con la voce rotta: -</p> - -<p> -— Mio Dio! Mio Dio! Buon signor Gesù! -</p> - -<p> -Dinanzi ai due fu dal Lascaris e dall'Altariva -trascinata la grande tavola del centro e disposta -in modo da far barriera: poi la sala fu sgombrata -dagli scranni e i due nobili signori assumendo senza -invito, con necessaria semplicità, l'incarico di testimoni, -misurarono l'impiantito e si degnarono d'accendere -i doppieri che guarnivano le mura all'intorno. -</p> - -<p> -L'ampio vano apparve così sfavillante di luce e -soltanto avvolto in semioscurità restò il fondo ove -i due spettatori, l'una rigida e imponente, l'altro -umile e raggomitolato, assunsero l'apparenza di figure -immobili ed indecise di cera. -</p> - -<p> -— Le vostre spade, signori! — chiese Luca -Lascaris. -</p> - -<p> -Ciascuno degli avversari tese l'arme propria. La -precauzione era di prammatica, ma inutile, chè -tutte le spade in uso fra la gente di corte e di guerra -erano della stessa misura. Differenziavano però -nella larghezza della lama: più sottile quella di Emanuele -Embriaco, più piatta quella del Nervia. Camillo -<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span> -Altariva fece l'osservazione e il conte Luca, -sguainata la propria la confrontò con quella dell'avventuriero. -Parevano gemelle. Mentre però si -voltava per porgerla al Nervia, l'Embriaco intervenne: -</p> - -<p> -— L'insulto maggiore che un gentiluomo possa -subire, dopo quello all'onore, è di vedersi privato -dalla propria spada in leale combattimento. Ve ne -prego, adunque, conte Lascaris: lasciate al signor -duca la spada. Troppo mi dorrebbe d'un vantaggio -anche leggero.... -</p> - -<p> -Finì sorridendo. -</p> - -<p> -— .... e troppo mi dorrebbe se dovessi cadere -per l'arme vostra, conte, nel vostro castello. -</p> - -<p> -— Vi ringrazio — fu la risposta del Nervia. -</p> - -<p> -Gli avversari furono posti con le spalle al muro -al lato opposto a quello ove la marchesa e l'abate -si trovavano: ebbero quindi alla sinistra il muro -sul quale potevano appoggiarsi con la mano libera -invece di brandire il pugnale, che non usava più, -è vero, nei duelli, ma che sarebbe stato di regola -nei Giudizi di Dio! L'Altariva e il Lascaris, nude le -spalle contro il corpo, con l'elsa sul petto e le braccia -incrociate si disposero. Secondo l'uso d'allora, -non si diede segnale d'attacco: non si poteva nemmeno -intervenire che nel caso di palese slealtà d'uno -dei due: i padrini erano puri testimoni e, sull'onore, -<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span> -non dovevano trar parola. Non dovevano che intervenire -dietro appello d'un avversario nei duelli -semplici: in niun caso in quelli che non sarebbero -terminati che lealmente. -</p> - -<p> -Il silenzio e l'immobilità regnarono dunque nella -sala. Prima il Nervia accusatore, poi l'Embriaco -accusato, salutarono, rigidamente: alzarono quindi -le armi, per invito ad attacco: subito il duca abbassò -la propria ed attaccò. -</p> - -<p> -Stavano di fronte due maestri della nobile arte, -due maestri che troppi anni e troppe occasioni avevano -consumati nel fedele maneggiar dell'arme: si -riconobbero a vicenda la maestria, si saggiarono, e -si attaccarono, l'uno impassibile, sorridente l'altro. -Si riattaccarono, alte le spade, le coccie al petto, -d'impeto, a corpo a corpo: di comune pensiero si -ristaccarono con un salto. E la schermaglia continuò. -Le botte personali, messe in uso, fallirono: erano -botte segrete, ma ognuno dei due sapeva che l'altro -avrebbe messo in uso una botta segreta e dalla -guardia stretta quando uno si toglieva, contemporaneamente -si chiudeva in una più stretta difesa. -Giunse un momento in cui, anelanti, i due si guardarono, -le punte a terra, lontani, addossati alle due -pareti opposte. -</p> - -<p> -Nemmeno allora i due padrini si mossero: pareva -che la gran sala non ospitasse che figure di pietra. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span> -</p> - -<p> -Finalmente a un gesto del Nervia anche l'Embriaco -si mosse e le spade s'incrociarono di nuovo. -Questa volta però nessuno dei due si gettò a capofitto -nell'assalto furioso, ma bensì a vicenda attaccarono -e si difesero pacatamente, come se si trovassero -in una palestra con le lame mozze della -punta. Si svolse allora un'accademia alla quale, pur -immobili restando, s'appassionarono i due padrini -e la stessa marchesa, tutti capaci d'apprezzar le -maestrie. -</p> - -<p> -Ad un momento l'Embriaco fece un passo falso -e barcollò: l'avversario lo sostenne. Ad un altro momento -un abile girata di mano dell'Embriaco fece -saltar la spada al Nervia. Avrebbe avuto il diritto -l'avventuriero di ferire e d'uccidere l'inerme avversario: -il Nervia allargò anche le braccia sussurrando -una preghiera. Ma l'arme dell'Embriaco si -abbassò: -</p> - -<p> -— Riprendete la spada, duca: cortesia per -cortesia. -</p> - -<p> -Il disarmato obbedì con un inchino. -</p> - -<p> -Si fece allora innanzi Camillo Altariva. -</p> - -<p> -— Assai vi lodo, nobili cavalieri! E poichè -m'avvedo che nessuno di voi due intende approfittare -d'una possibile inferiorità dell'avversario vi -chiedo se non sarebbe opportuno che v'assicuraste -l'elsa alla mano. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span> -</p> - -<p> -Due sguardi d'interrogazione e due assensi. -</p> - -<p> -L'Altariva ringuainò la propria spada e s'accinse -a servir da scudiere al Nervia legandogli l'elsa -alla mano, ed altrettanto fece il Lascaris per l'Embriaco. -</p> - -<p> -In quel momento di sosta dall'altro lato della -sala un breve dialogo s'intrecciò: -</p> - -<p> -— Ve ne prego, signor abate, allontanatevi, che -ve ne dò licenza. Vedo che le forze non vi sostengono -più. -</p> - -<p> -— Le forze, è vero, mi mancano, illustre signora, -ma la vostra presenza e l'abito che porto mi sosterranno, -spero, chè non mi è permesso..... -</p> - -<p> -— Ve ne dò licenza, allontanatevi. -</p> - -<p> -— Sono cristiano e vi sono servo..... -</p> - -<p> -— E allora ve lo impongo! -</p> - -<p> -Non potè l'altro replicare che già i due padrini -avevano ripreso la posizione di prima ed il duello -era ricominciato. E continuava pacato. E poichè -i due non si sarebbero scostati più dalla condotta -che tenevano, più di difesa che di offesa, troppo -maestri dell'arte loro per non contar che sulla stanchezza -fisica, il Giudizio di Dio sarebbe durato a -lungo, e probabilmente anche sospeso. -</p> - -<p> -Ma il caso — come sempre accade — se ne -immischiò. -</p> - -<p> -Un grido soffocato della marchesa che vide -<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span> -cadere come un sacco il povero abate svenuto, -risuonò smorzato nella sala. Almerico di Nervia -non badò: più curioso l'Embriaco stornò per un -attimo lo sguardo e nello stesso istante cadde di -colpo trapassato il petto dalla lama avversaria. -</p> - -<p> -E si torse appena sull'impiantito: e s'immobilizzò. -Subito l'Altariva ed il Lascaris si curvarono -sul caduto: poi si rialzò il primo e crollò il capo. -Ma compiè il suo dovere come l'uso imponeva e -lo chiamò tre volte a nome: -</p> - -<p> -— Conte Emanuele Embriaco! -</p> - -<p> -La marchesa cadde a ginocchio alzando le mani -giunte. -</p> - -<p> -— Conte Emanuele Embriaco! -</p> - -<p> -Anche Luca piegò il ginocchio. -</p> - -<p> -— Conte Emanuele Embriaco! -</p> - -<p> -Ed allora ad alta voce: -</p> - -<p> -— Monsignore Iddio si è pronunciato! Giustizia -è fatta! -</p> - -<p> -Almerico di Nervia si diresse verso la grande -tavola, vi prese un foglio sul quale delle lineette -eguali erano tracciate. Vi gettò lo sguardo senza -forse vedere e, senza accorgersene forse, lesse: -</p> - -<div class="poem"> -<p><i>L'azzurro mar preclude il varco....</i></p> -</div> - -<p> -Alzò la spada insozzata di sangue e la ripulì -ben tranquillamente sul foglio segnato dai versi -dell'abate. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span> -</p> - -<h3>XXXV.</h3> -</div> - -<p> -Qualche istante meditabondo si librò increscioso -per la vasta sala silenziosa. Il Nervia ringuainò -dopo aver salutato il morto, poi si volse interrogativo -al Lascaris, il quale comprese ed agitò il -cordone del campanello che si profilava sull'arazzo. -</p> - -<p> -Al tenue strepito del passo la Marchesa s'alzò. -</p> - -<p> -— Vi chiedo licenza di ritirarmi, nobili signori. -</p> - -<p> -Tre inchini, poi: -</p> - -<p> -— Il signor abate non può offrirvi la mano, -signora madre — rispose Luca Lascaris — Mi permetterete -d'accompagnarvi. -</p> - -<p> -Ma l'abate, pur tremando e battendo i denti, -s'alzò e pose ogni studio nel volger le terga al cadavere -e, pur essendone attirato ad ogni passo dalla -mala curiosità, pervenne a raddrizzarsi, a irrigidirsi, -ad assumere un contegno decente e, quantunque -<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span> -barcollando, ad alzare la destra e ad offrirla quasi -galantemente alla dama. -</p> - -<p> -— Signor abate, voi siete un eroe — gli sogghignò -dietro il Nervia. -</p> - -<p> -Un servo accorso alla scampanellata alzò la -portiera e la coppia scomparve. Il servo ad un cenno -di Luca ne chiamò altri e tutti insieme s'accinsero a -sollevare il cadavere dopo averlo avvolto nel mantello. -</p> - -<p> -Mentre il funebre gruppo s'avviava lentamente -passando innanzi ai tre signori, due dei quali in -omaggio pio si fecero il segno della croce curvando -il ginocchio, un gentiluomo s'affacciò alla porta e -poi si fece da parte perchè il gruppo avesse agio ad -uscire. -</p> - -<p> -— Il conte Embriaco è caduto sopra la punta -fatale — disse il nuovo venuto — <i>Qui gladio ferit, -gladio perit.</i> Buona pace! -</p> - -<p> -Espresso così leggermente l'epitaffio al morto -avventuriero entrò nella sala e salutò: -</p> - -<p> -— Godo assai, Luca, nel vedervi in buona salute. -</p> - -<p> -— Il marchese Ibleto di Spigno! -</p> - -<p> -— In persona, in ossa e cartilàgini e pelo annesso. -La vostra nobile signora Madre è vegeta e -sana? E quel famoso colpo di spada, il cui effetto -ho appunto osservato, è dunque opera vostra? -</p> - -<p> -— Opera mia, signor marchese! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span> -</p> - -<p> -— Almerico di Nervia! Signor duca, vi sono -schiavo, e mi dichiaro lieto di trovarmi in paese di -conoscenze. Cioè, domando perdono.... presentatemi -al signore, vi prego. Luca! -</p> - -<p> -— Il nobile Camillo Altariva — mormorò invece -il Lascaris additando nello scostarsi il terzo -presente. -</p> - -<p> -L'occhio vivo dello Spigno ebbe un guizzo. Il -vecchietto si sprofondò subito, per celare la propria -sorpresa, in un vasto inchino e s'accarezzò la barbetta -concitato. -</p> - -<p> -— Godo assai nel conoscervi, nobile Altariva! -</p> - -<p> -— Conosco per fama la vostra saggezza, marchese! -</p> - -<p> -— La mia saggezza è frutto di alcuni libri letti -e di molto genere umano osservato. È dunque dovuta -più all'età che al merito, dato che vi piaccia -chiamarla saggezza. E godo nel poter constatare -che la saggezza non esiste, dato che esistono soltanto -le cose o le astrazioni compiute e non quelle -in via di formazione. La mia saggezza oggi con voi -tre potrebbe completarsi. -</p> - -<p> -— Parlate sempre a indovinelli, Ibleto? Non ne -avete perduta ancora l'abitudine? — esclamò Almerico -di Nervia rozzamente. — Le vostre cartaccie -polverose vi divertono dunque ancora? -</p> - -<p> -— Sempre, Almerico, nella guisa istessa che a -voi piace di schidionar la gente. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span> -</p> - -<p> -— Alludete al mio colpo di spada? Fu dato in -disfida leale, vi prego di crederlo, e non senza la -testimonianza di questi due signori. -</p> - -<p> -— Vi credo, poffarbacco, vi credo! Emanuele -Embriaco non era uomo da lasciarsi cavare una -libbra di sangue senza pretendere di vederci chiaro -e disputarla coi denti e con le unghie. Ve lo credo, -Almerico! E mi dispiace di non aver assistito al -certame singolare, appetto al quale le battaglie -scozzesi che l'abate Cesarotti sta mettendo in versi -volgari furono passatempi di bimbi, certamente! -E se il conte Embriaco, non avesse voluto, da ingordo, -qual'era, lasciarmi indietro, non ne sarei -stato dal cattivo destino privato! -</p> - -<p> -Camillo Altariva aggrottò le sopracciglia. -</p> - -<p> -— Perdonate, signor marchese, ho mal compreso -o avete voluto comunicarci che dovevate qui venire -in compagnia del conte Embriaco? -</p> - -<p> -— V'apponete, infatti, nobile signore? -</p> - -<p> -— Mandati ambedue dalla stessa persona? -</p> - -<p> -— Dal generale Bonaparte, sicuro. Credo anzi -che se il generale avesse un po' prima parlato col -vostro umile servo, di me solo si sarebbe servito, -non d'altri, nemmeno del conte Embriaco, ciò che -avrebbe portato assai meglio per lui! -</p> - -<p> -Luca Lascaris e l'Altariva si guardarono: il -Nervia più semplice esclamò: -</p> - -<p> -— Come! Come! Spiegatevi, Ibleto. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span> -</p> - -<p> -— Sono qui per questo. Fatemi portare, vi prego, -di che umettar la gola.... nè vino però, nè rosolio, -che la mia renella me lo vieta: un po' di pura acqua, -<i>acqua fontis, splendidior vitro</i> secondo il parere del -Flacco. Ve ne sarò veramente grato! -</p> - -<p> -Fu servito e bevve a lungo. -</p> - -<p> -— L'acqua è veramente il primo di tutti gli -elementi — osservò nel posar la tazza — elemento -primo perchè ci dà la salute del corpo di dentro e -di fuori, mentre gli altri non sono mai duplici. -Credo però che questa osservazione sia già stata fatta... -</p> - -<p> -— Lo spero — interruppe l'impaziente Almerico, — e -spero altresì che non siate venuto per fare -degli esperimenti sull'acqua del pozzo di Luca! -</p> - -<p> -— Avete ragione, Almerico! Ma che volete, -la vecchia abitudine di argomentare e di sottilizzare -mi prende troppo spesso la mano. -</p> - -<p> -Si lisciò la barba diamantata di qualche goccia. -</p> - -<p> -— Una presa? -</p> - -<p> -Porse al Nervia la tabacchiera. -</p> - -<p> -— Vi ringrazio, ma preferirei ascoltarvi. -</p> - -<p> -— Eccomi dunque a voi. -</p> - -<p> -Parve raccogliersi, ma sorrise invece. -</p> - -<p> -— V'aspettate probabilmente ch'io sia qui per -riferirvi o per proporvi chi sa che. No. Sono qui per -consigliarvi..... -</p> - -<p> -— Come il conte Embriaco? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span> -</p> - -<p> -Ibleto di Spigno parve lieto della intenzione irruente -del Nervia. -</p> - -<p> -— Come volete ch'io sappia quello che vi ha -consigliato la buon'anima dell'Embriaco? Anzi, guardate, -per meglio intenderci, ditemelo. -</p> - -<p> -— Possiamo contentarvi con poche parole. Ci -consigliò di non opporci all'invasione francese. -</p> - -<p> -— E perchè? -</p> - -<p> -— Pretendeva inutile ogni reazione. -</p> - -<p> -— Nulla è inutile al mondo — rispose Ibleto — ogni -parola anche la più astratta ha il suo corrispondente -reale. Appunto perchè c'è la parola, esiste -la cosa. Le due sillabe <i>spettro</i>, ci offrono una realtà, -come le tre <i>anima</i> e le cinque <i>perseveranza</i>. Ogni -reazione è dunque utile. Riconosco alle pretese -esposte l'incolto spirito del conte Embriaco. È vero -che si riprendeva spesso la rivincita con altre qualità. -Ma non dobbiamo trattare di ciò. Vi ha dato, -mi è duopo di riconoscerlo, dei consigli, ben superbi -ed anche presuntuosi. Comprendo agevolmente la -vostra ribellione. Che! Io non sono qui per offendervi, -che certi consigli sono offese. Io sono qui invece per -offrirvi il destro di confermarvi nei vostri propositi. -</p> - -<p> -I tre si guardarono sorpresi ed Almerico non -trovò motto. -</p> - -<p> -— Spiegatevi — disse invece l'Altariva fino allora -silenzioso. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span> -</p> - -<p> -— È facile. Avete un nemico, poichè volete -combatterlo. Ma lo conoscete? Questo è uno stato -di fatto. Non lo conoscete? E allora prima di combatterlo, -cercatelo. -</p> - -<p> -— Ci portate un invito del generale Bonaparte. -</p> - -<p> -— Ahimè non ho questo incarico. Vi dico soltanto: -posso introdurre uno di voi nella tenda del -generale. -</p> - -<p> -Li guardò ad uno ad uno. Poi: -</p> - -<p> -— Signor Camillo Altariva, non vi piacerebbe e -non vi gioverebbe di conoscere il vostro nemico? -</p> - -<p> -Non vi fu lungo silenzio. -</p> - -<p> -— Sì, mi piacerebbe, marchese! -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span> -</p> - -<h3>XXXVI.</h3> -</div> - -<p> -— Non crediate ch'io speri molto nell'incontro -che il marchese di Spigno ha con tanta abilità preparato, — aveva -detto Camillo Altariva ai due sodali -prima di lasciarli nel castello ad attenderlo. — Non -ispero anzi affatto. Ma il signor Marchese ha -ragione. Chiunque abbia alle dipendenze degli esseri -umani ne risponde: ha la cura delle anime — qui -sorrise — e della salute dei corpi. Debbo io dunque, -anche per voi, sapere qual nemico abbiamo dinanzi -e qual pericolo ci sovrasti. A conoscere il -nemico, diceva Cesare, si guadagna già mezza battaglia. -Andrò da quel generale fortunato e giovane, -sulle cui spalle grava un peso così vasto e -che si accinge alla conquista con la istessa leggerezza -del Macedone. Non credo che mi convincerà, -nè che lo tratterrò con le mie parole, ma credo, sì, -che ne trarrò un vantaggio per la nostra causa. -<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span> -È del resto un dovere e col dovere non si discute. -Che ne dite? -</p> - -<p> -— Vi approviamo, Camillo, — aveva risposto -Luca Lascaris. -</p> - -<p> -Più rude il Nervia invece: -</p> - -<p> -— Quanti ragionamenti, per morire! Se sarà -necessario morremo! -</p> - -<p> -— Morremo, sì, noi, ma gli altri? -</p> - -<p> -— Gli altri? quali altri? -</p> - -<p> -— Coloro che ci seguono e combattono per noi. -</p> - -<p> -Qui Almerico di Nervia parve cascar dalle nuvole. -</p> - -<p> -— I miei vassalli? Ma devo forse interpellar -le pietre del mio castello se mi piace di farlo crollar -su di me? -</p> - -<p> -Nè il Lascaris, nè l'Altariva replicarono. -</p> - -<p> -L'indomani, alto già il mattino, due cavalieri -con la sola scorta d'un servo uscirono dal castello -dei Lascaris e fiancheggiando il vecchio edificio -seguirono la strada romana avviandosi verso il -campo francese nel dislivello delle colline. -</p> - -<p> -La primavera imperava dal mare ai monti: il -cielo sgombro e puro, l'aria chiara, l'orizzonte distanziato -a perdita d'occhio. Ma l'allegria della natura -si limitava al cielo e al mare: pareva che la -terra non partecipasse al gaudio comune. Campi e -maggesi per i declivi delle colline apparivano spogli -e abbandonati, gli alberi troppo ramati per la mancata -<span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span> -potatura, l'erbaccia lussureggiante che allignava -dovunque, i termini, le siepi, le barriere -sfondate, slabbrati i canali irrigatoi, le cisterne e -le peschiere ingombre di rifiuti e di melma, i pagliai -spettrali, vuote le rimesse, aperte le stalle; si andava -nella desolazione. Parea che la terra madre -aprisse le braccia alla crocifissione. -</p> - -<p> -— Ecco l'effetto della guerra! — esclamò Ibleto -fermando la cavalcatura sul margine più alto della -strada. -</p> - -<p> -Ed accennò in alto e in basso il quadro disastroso. -</p> - -<p> -— Guardate laggiù, nobile signore! -</p> - -<p> -Un aratro spezzato giaceva a mezzo sepolto -dalle zolle erbose nel centro d'un campo tutto rosso -di fango, di quel rosso vivo che caratterizza le terre -di Provenza. -</p> - -<p> -— Laddove il lavoro muore appare il sangue, -nobile signore! -</p> - -<p> -L'Altariva rispose: -</p> - -<p> -— Pure la guerra è una necessità. -</p> - -<p> -— Ve l'ammetto: necessità di salasso della umanità -rigogliosa troppo. Ma — badate; è un'ipotesi — non -potrebbe il salasso diventar periodico e smungere -tutti gli inutili? -</p> - -<p> -— Chi chiamate inutile, marchese? -</p> - -<p> -— Difficile domanda. Pure credo che potrò rispondere -chiarendo il mio pensiero. Perchè non -<span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span> -potrebbe governare un'aristocrazia qual s'intendeva -<i>ab antiquo</i>, e cioè una selezione di saggi, la -quale distribuisse vite e beni serenamente, estirpando -quanto non concorresse con la mente, le braccia, -o la bellezza al bene comune? -</p> - -<p> -— Vorreste forse comporre una lunga novella -ad imitazione di quelle del signor di Voltaire, marchese? -</p> - -<p> -— Perchè no, mio nobile signore? Dalle fantasie -accese spesso è sgorgato più bene che dai cervelli -ragionanti. -</p> - -<p> -L'Altariva stava per replicare quando uscì da -un avallamento del terreno una voce gioconda: -</p> - -<p> -— Olà! olà! <i>Sero venientibus ossa!</i> Mi dispiace -per voi, cittadini cavalieri, ma la zuppa è già discesa -fino ai calcagni e non vi possiamo offrire che qualche -magro inchino alla maniera d'una volta! -</p> - -<p> -La faccia ridente di Tibullo apparve nello svolto -della strada in discesa. L'allegro e spregiudicato -sanculotto precedeva un gruppo di compagni -che reggevano infilato ad un'antenna il formidabile -marmittone del rancio: più indietro altri soldati circondavano -una lettiga e quindi seguivano un'amazzone -ed un cavaliere appesantito in arcione. -</p> - -<p> -— Buon mattino, amico, — rispose Ibleto. — E, -se ti è lecito confidarmelo, chi precedi? O casco -in grossolano errore e v'è da incolpar la mia vista -<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span> -vacillante — ahi! <i>dura senectus</i>! — o mi sembra di -intravedere laggiù la mia diletta consorte e signora! -</p> - -<p> -— Vedresti una pulce sopra un campanile, cittadino -<i>çi-devant</i>, e quella è proprio la tua invidiabile -moglie sibarita privilegiato, poichè la rivoluzione -non ha tolto il privilegio del monopolio d'una -bella donna per un sol uomo! -</p> - -<p> -— O perchè dunque Fiorina è partita senza attendermi -com'era convenuto? — chiese a sè stesso -il marchese volgendosi però all'Altariva che si strinse -nelle spalle. -</p> - -<p> -— O bella, cittadino, — rispose Tibullo — per -accompagnar probabilmente la damigella sua amica -malata! -</p> - -<p> -Soltanto allora lo Spigno pose mente alla lettiga -che avanzava lentamente. Era non più la splendida -portantina della vigilia, ma una rozza barella, -retta su due travi e portante su tappeti un corpo -disteso. La parte superiore a curva della lettiga era -priva di tende nei due lati e soltanto chiusa in avanti -e nel fondo. Il corpo che vi giaceva si potea dunque -soltanto scorgere a mezzo: una mano bianca tuttavia -pendeva dall'orlo e un enorme cane da pastore che -camminava di conserva, ogni poco alzava le fauci -pericolose e lambiva quella mano inerte. -</p> - -<p> -— Nobile signore — disse allora Ibleto a Camillo — sproniamo -se non vi dispiace! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span> -</p> - -<p> -— Vi seguo, marchese. -</p> - -<p> -Spronarono e in pochi tratti raggiunsero la lettiga. -</p> - -<p> -Benchè non fosse tale da abbandonarsi alla curiosità -Camillo Altariva nel passare accanto al gruppo -si chinò a pena. E scorse abbandonata, come se fosse -morta, sui tappeti scomposti Chiarina Grimaldi. Non -vide che la massa dei serici capegli schiacciati sul -cuscino e un viso arrossato, un viso in fiamme, ardente -nella congestione più negli zigomi e sulle -tempia, e tumefatte le labbra semiaperte e inchiodati -i denti. Parea morta. Le braccia pesavano tanto -sui tappeti, che vi segnavano un solco. -</p> - -<p> -— È molto malata quella giovane dama — disse -Camillo Altariva senza poter distogliere gli occhi -della lettiga. -</p> - -<p> -E non udì nemmeno la presentazione che di -lui faceva il marchese Ibleto di Spigno alla sopraggiunta -coppia di cavalieri. -</p> - -<p> -— È molto malata infatti — ripetè Fiorina. -</p> - -<p> -— Se la stagione mite m'autorizzasse — osservò -Ibleto — direi che può essere stato un colpo di sole. -</p> - -<p> -— Ma se ieri di tarda sera s'intrattenne con -me piacevolmente e scherzò e costrusse progetti -fino all'ora di separarci! — replicò la marchesa. -</p> - -<p> -E aggiunse: -</p> - -<p> -— Fu soltanto questa mattina che Gilda la trovò -così come ora la vedete! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span> -</p> - -<p> -Uno scoppio di pianto risuonò dall'altro lato -della lettiga, donde la vispa camerista apparve -disfatta dalla commozione. -</p> - -<p> -— Oh! Signore Iddio..... la ho creduta morta.... -faceva paura — singhiozzò. -</p> - -<p> -E poi timidamente: -</p> - -<p> -— Che l'abbia punta il vampiro notturno? -</p> - -<p> -Soltanto allora Ibleto e Camillo alzarono quasi -di comune accordo gli occhi sul cavaliere ch'era rimasto -indietro, muto, a capo chino. Videro un volto -più terreo e più sfatto che quello d'un cadavere. -</p> - -<p> -— Vi faccio auguri di gran cuore, Betto Grimaldi — pronunciò -a mezza voce lo Spigno. -</p> - -<p> -E s'ebbe in risposta un saluto abbozzato. -</p> - -<p> -Soldati, lettiga e cavaliere proseguirono, passarono. -Rimase indietro la marchesa. Esclamò corrugando -le sopracciglia: -</p> - -<p> -— Non vi stupisce una cosa, Ibleto? -</p> - -<p> -— Quale, Fiorina? -</p> - -<p> -— Un'assenza? -</p> - -<p> -— Un'assenza? E chi, se vi piace? -</p> - -<p> -— Ma come? La povera Chiarina è così malata -che fa l'impressione di vederla passare di momento in -momento, ed il suo fidanzato non è qui con noi, -presso di lei? -</p> - -<p> -Camillo Altariva intervenne: -</p> - -<p> -— Permettete: non è la nobile damigella Grimaldi -<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span> -promessa sposa del marchese Filippo Balbi? -</p> - -<p> -— È quella stessa: v'apponete. E non è qui -con lei! -</p> - -<p> -— Forse — le osservò lo Spigno — è trattenuto -dal suo servizio, chè, se non erro, è capitano della -Serenissima. -</p> - -<p> -— È colonnello, da oggi, colonnello comandante -una mezza brigata e francese per giunta. -</p> - -<p> -— Poffarbacco! Fa carriera <i>le jeune homme!</i> -</p> - -<p> -— Forse lo trattiene il dovere al campo — notò -l'Altariva. -</p> - -<p> -— Dovere? Ma quando vi facciamo l'onore d'amarvi, -signori uomini, il vostro dovere è di restar -presso di noi, a nostra volontà! -</p> - -<p> -E la piccola marchesa spronando il cavallo si -allontanò al galoppo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span> -</p> - -<h3>XXXVII.</h3> - -<p> -— Sarebbe un dovere che si assolverebbe di gran -cuore — concluse Ibleto di Spigno rivolto al compagno. — Ma -guadagnamo il tempo che si è perduto: -il generale ci attende. -</p> - -<p> -Giunsero al campo francese in brev'ora e lo trovarono -in piena effervescenza, che si levavano le -tende: e benchè spiccia fosse la bisogna per i succinti -eserciti della giovane repubblica, pure del tempo -ne occorreva anche per gli stracci e le povere suppellettili. -Passarono quindi quasi inosservati, se -non urtati nell'infuriar delle faccende e quindi, -accolti e preceduti poi da Murat, aiutante di servizio, -giunsero dinanzi alla porta dietro la quale si -celavano i destini d'Italia. -</p> - -<p> -Murat bussò: s'ebbe in risposta un breve: -</p> - -<p> -— Avanti! — Ed entrò. Riuscì subito e fece -passare Ibleto. Anche quest'ultimo si fermò pochi -<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span> -momenti: riapparve sulla soglia, tenne socchiusa -la porta e cennò al compagno. -</p> - -<p> -Il generale Napoleone Bonaparte ed il nobile -Camillo Altariva si trovarono di fronte. -</p> - -<p> -Più giovane, più impetuoso, meno padrone di -se stesso, il primo annodò le mani dietro la schiena -e fissò l'antagonista che aveva di fronte battendo la -punta del piede sinistro sull'impiantito e gonfiando -il petto, e stirandosi per assumere, forse incoscientemente, -dinanzi all'ignoto, il contegno adeguato alla -propria importanza, ciò che fu sempre una delle preoccupazioni -sia del generale che del primo console -e dell'imperatore, poichè Napoleone Bonaparte ebbe -sempre il torto di vergognarsi della propria fisica -persona. -</p> - -<p> -L'Altariva ne sostenne lo sguardo, ma senza -mostrar turbamento, nè assumere pose teatrali, -nè cercar di parlare. Attese. Non molto. -</p> - -<p> -— Voi siete il capo degli insorti? — gli domandò -a bruciapelo il giovane generale. -</p> - -<p> -— Insorti? Ch'io sappia s'insorge contro un'autorità -legittima o costituita, che non vedo in voi. -</p> - -<p> -— Poche parole: siete il capo di coloro che si -oppongono a me. -</p> - -<p> -— Come voi siete il capo di coloro, che invadono -e saccheggiano le mie terre. -</p> - -<p> -Invece di provar sorpresa o sdegno il Bonaparte -sorrise: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span> -</p> - -<p> -— Diritto di conquista, signore. -</p> - -<p> -— Diritto di difesa, generale. -</p> - -<p> -— Bene, mi piace: siete un <i>çi-devant</i> che ragiona, -voi. -</p> - -<p> -— Non sono il solo. -</p> - -<p> -— Me ne compiaccio: faciliteremo le risoluzioni. -</p> - -<p> -— Non domando di meglio. -</p> - -<p> -E tacquero. Poi: -</p> - -<p> -— Sedetevi, signore. -</p> - -<p> -— Grazie, generale. -</p> - -<p> -E sedettero. -</p> - -<p> -L'ombrosa suscettibilità dell'ombroso condottiero -repubblicano, il quale vedeva in tutti ed in -tutto, sempre, un assalto o un dispregio alla propria -autorità, pareva placata. Forse vedevasi di fronte -ad un pericolo reale, e dinanzi al pericolo colui che -fu Napoleone, si ritrovava, dominava i propri nervi, -comandava alla propria diffidenza: acquistava insomma -la piena disponibilità delle proprie risorse. -</p> - -<p> -Parlò quasi pianamente: -</p> - -<p> -— Dunque, signore, voi vi opponete a me. -</p> - -<p> -— Ieri, forse, generale: oggi è un'altra cosa. -</p> - -<p> -— Ah? E perchè? -</p> - -<p> -— Perchè bisogna essere pazzi per contrastare -con quattrocento uomini il passaggio d'un esercito. -Odio gli eroismi inutili e del resto m'accorgo che -non è vostra intenzione depredare il paese. -</p> - -<p> -— Da che cosa ve ne accorgete? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span> -</p> - -<p> -— Dal ritorno delle donne e delle autorità in -Ventimiglia. Alla città che si vuol mettere a sacco -non si rimandano gli abitanti. -</p> - -<p> -— Bene. E allora? -</p> - -<p> -— E allora noi non vi contrastiamo..... -</p> - -<p> -— Vi ritirate? -</p> - -<p> -— Ci ritiriamo. -</p> - -<p> -Spuntò un'unghia del leone. -</p> - -<p> -— Se ve lo permetterò. -</p> - -<p> -Senza perdere la sua funebre calma l'Altariva -replicò: -</p> - -<p> -— Credete di poterlo impedire? -</p> - -<p> -— E perchè no? Voi stesso avete osservato che -ho un esercito contro un pugno d'uomini. -</p> - -<p> -— Altra cosa è sgominare i lupi discesi dai monti -ed altra catturarli. -</p> - -<p> -— Può darsi, ma il mio preciso dovere è di catturarli, -perchè le leggi militari della repubblica francese -impongono d'accrescere l'esercito di tutte le -popolazioni conquistate. -</p> - -<p> -— E allora catturate. -</p> - -<p> -— Cominciando da voi? -</p> - -<p> -Si guardarono fissamente. -</p> - -<p> -— Potrei dirvi che sono un parlamentare. -</p> - -<p> -— E così ritiro la parola cattura e la sostituisco -con un'altra. -</p> - -<p> -— Quale? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span> -</p> - -<p> -— Vi invito. -</p> - -<p> -— Vi ringrazio..... -</p> - -<p> -Senza un gesto continuò: -</p> - -<p> -— .... ma non accetto. -</p> - -<p> -— Comprendo. Vi trattiene un giuramento. -</p> - -<p> -— Vi sbagliate. Non ho giurato fedeltà ad alcuno. -</p> - -<p> -— Pure difendete la causa del vostro re. -</p> - -<p> -— Perchè è la mia. -</p> - -<p> -— La vostra.... forse. Non quella dei vostri vassalli. -</p> - -<p> -— Vi sbagliate ancora: quella dei miei vassalli -più che la mia. -</p> - -<p> -Il generale Bonaparte aggrottò le sopracciglia. -</p> - -<p> -— Voi disconoscete dunque le conquiste della -rivoluzione? -</p> - -<p> -— Quali, vi prego? -</p> - -<p> -— La libertà, l'eguaglianza, la fraternità. -</p> - -<p> -Per la prima volta un sorriso, leggero e profondo -insieme, si disegnò sulle labbra del nobile Altariva. -Le sopracciglia del Bonaparte già aggrottate, -si contrassero. -</p> - -<p> -— Negate forse che la rivoluzione abbia dato al -popolo e libertà ed uguaglianza? -</p> - -<p> -— Vedete che anche voi adesso vi rimangiate la -fraternità, e fate bene. Un sentimento non s'impone, -nè sovvertendo l'ordine, nè abbassando o alzando -uomini. Sulla vostra bandiera c'è dunque già una -parola almeno inutile. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span> -</p> - -<p> -— Ma la libertà? Ma l'eguaglianza? -</p> - -<p> -— Quale eguaglianza? Il <i>tu</i> che accomuna tutti? -Il dovere di dare spiegazioni anche agli ubbriachi? -Il diritto di sospettare, di insultare, di mettere alla -gogna, di chiedere umilianti giustificazioni? Quale -eguaglianza, ditemelo, esiste fra voi e — non voglio -troppo discendere — il generale che vien dopo di -voi? Quale eguaglianza fra voi e il vostro governo -centrale? -</p> - -<p> -— E le prerogative nobiliari, le <i>corvées</i>, le esazioni, -le decime.... -</p> - -<p> -— Abusi..... come quelli del resto che farete voi. -</p> - -<p> -— Ah! Voi li condannate? -</p> - -<p> -— Non li voglio nemmeno discutere, chè non -debbono esistere. -</p> - -<p> -— Ma esistono.... o almeno ci furono. -</p> - -<p> -— E i vassalli si ribellarono, come la corda tesa -a lungo si spezza. Anche questo è nell'ordine naturale -delle cose. Non legge, ma consuetudine, consacrò -gli abusi. Quando avvenne il tacito patto fra l'uomo -d'arme ed il contadino: <i>tu mi difendi ed io ti mantengo</i>, -abusi non esistevano: l'abuso cominciò dal -diritto inumano d'ereditarietà, non dei beni acquistati, -ma di quelli tramandati.... -</p> - -<p> -— L'ammettete? -</p> - -<p> -— Certamente. Ma credete voi che ne sarete -immuni? Mio generale, l'uomo è accentratore, è -<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span> -conservatore, è rapace, è avido, e vuole vivere anche -oltre la morte, almeno nelle cose sue. L'idea di patria -è supplementare a quella di proprietà. Chi non -possiede non ha patria. Chi non obbedisce non ama -l'ordine e l'ordine è tutto: è quello che regge il -mondo, è quello che fa vivere, è quello che dà la -fiducia. Voi siete l'ordine, ed è per questo che siete -anche il primo nemico della vostra rivoluzione. -</p> - -<p> -Il volto del generale Bonaparte s'era totalmente -ricomposto, muscoli rilassati, rughe e ciglia appianate. -Pareva una statua: soltanto — e forse involontariamente — l'occhio -scintillava. -</p> - -<p> -— Credete, generale, che l'uomo aborre dai -reggimenti democratici. L'uomo è nato per avere un -padrone, per farsi difendere e lavorare e produrre in -pace all'ombra della protezione altrui. La libertà -non è che una parola astratta: nulla c'è di libero -al mondo, tutto è legato, poi che tutto è costretto -nell'ordine infinito e incommensurabile. La libertà -è una figura politica, è il nutrimento a buon prezzo -che si dà al povero volgo in cambio delle braccia e -del sangue. Ah! meglio assai la franchezza dei padroni -veri che davano il pane! E del resto che cosa -fece la vostra rivoluzione se non imporre dei nuovi -padroni? Volete, generale, che vi dica la risposta -d'un mio avo al quale, per metterlo in guardia contro -un intendente ladro, si susurrava che possedesse -<span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span> -ricchezze esorbitanti? Rispose: «<i>Colui è già ricco: -se lo cambio, il nuovo vorrà diventarlo</i>». Voi siete -i nuovi padroni ed il popolo..... non fu sagace come -l'avo mio. -</p> - -<p> -Il volto marmoreo del Bonaparte non espresse -alcun sentimento. -</p> - -<p> -— Non c'è dunque mai sotto il sole una lotta di -principii, ma soltanto di uomini. Soltanto i sognatori, -i martiri, i crocefissi agitarono delle idee: gli altri -non isventolarono che dei contratti. -</p> - -<p> -Questa volta il generale sorrise. -</p> - -<p> -— Gian Giacomo sottoscriverebbe la vostra -teoria? -</p> - -<p> -— È forse errata? -</p> - -<p> -— E lo chiedete a me? -</p> - -<p> -— Non lo chiedo: la credo giusta, e me lo auguro e -lo spero. Voi che uscite da una tutela ne subite un'altra -peggiore oggi. E badate, non difendo i miei pari, -chè non ne ho: difendo la verità, poichè riduco -tutto alla sua ragion vera d'essere! Il popolo è -fanciullo: ama cambiar di trastulli, ama rompere -i trastulli con i quali si è divertito, o che ha ammirato: -il popolo non ama la libertà, ma la sicurezza, -il pane ed i giochi del circo. La libertà? Ma si può -morire per una donna o per una memoria, o per una -bella frase, ma sempre alla condizione d'essere ebbri. -</p> - -<p> -S'era acceso parlando. Parve, non pentirsi delle -<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span> -sue parole, ma crederle superflue, chè mosse un passo -verso il generale repubblicano e gli chiese a bruciapelo: -</p> - -<p> -— Siete voi come io vi penso? Siete un padrone? -</p> - -<p> -— Che intendete? -</p> - -<p> -— Intendo questo: se è vostra intenzione, se è -scopo vostro chiudere nella vostra mano le fedi tarlate -e i cervelli codardi e asservirli a voi per il bene -di tutti. Io che vi parlo, e che sono fra gli uomini -più intelligenti e sicuro di me in apparenza, io sono, -come tutti sono, dall'umil servo della gleba alla testa -coronata: cerco un padrone che pensi per me, che -risolva per me, che giochi anche per me. Tenetevi -la vostra vana libertà, brandello di cencio, e datemi -invece un padrone! -</p> - -<p> -— Un padrone?! -</p> - -<p> -S'era lanciato ma si riprese: -</p> - -<p> -— Datemi la mano, signor d'Altariva. Forse -un giorno verrà ch'io vi ricordi le vostre parole. -</p> - -<p> -Spinse d'un colpo la porta, quasi per sottrarsi ad -un pericolo o ad una paura: -</p> - -<p> -— Murat! -</p> - -<p> -L'aiutante apparve. -</p> - -<p> -— Il signor d'Altariva sia munito di salvacondotto, -per sè e per coloro di cui darà i nomi. -</p> - -<p> -Una stretta di mano ed una parola tanto a -bassa voce, pronunciata, che non si sarebbe potuto -dire chi l'aveva emessa: -</p> - -<p> -— Grazie. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_298">[298]</span> -</p> - -<h3>XXXVII.</h3> -</div> - -<p> -Nella stanza non ampia, addobbata a salotto -rococò in cui stonavano delle poltrone recenti venute -di Francia sotto dei grandi mobili secenteschi, -la damigella Chiarina moriva. -</p> - -<p> -Immobile, chiusi gli occhi, giaceva nel letto -verginale, affondata nei guanciali, nimbata dai -capegli biondi e parea che non respirasse nemmeno. -Accanto al letto Gilda, muta e in lagrime, -sventolava un pannolino sul viso della malata. Nel -vano della finestra, chiuso, il cofano del corredo. -</p> - -<p> -Ad un tratto nell'anticamera suonò uno strepito -di passi: la porta fu schiusa e il naso affilato -dell'archivista Orengo fè capolino. Susurrò l'ometto, -meno d'un soffio: -</p> - -<p> -— Gilda! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span> -</p> - -<p> -La camerista non si mosse. Quegli, più forte, -ripetè: -</p> - -<p> -— Madamigella Gilda! -</p> - -<p> -L'interpellata si scosse, volse il capo e s'attraversò -la bocca coll'indice: -</p> - -<p> -— Ssssss! -</p> - -<p> -— Gilda — ripetè l'archivista, — il magnifico -Grimaldi chiede se madamigella può ricever visite? -</p> - -<p> -— Visite? Ma se è qui come morta! Benedetta -la Madre dei sette dolori, lasciatela in pace! -</p> - -<p> -L'ometto ritrasse il capo, ma non per questo la -porta si richiuse, chè anzi fu spalancata e la contessa -Isabella Lascaris e la marchesa Fiorina di -Spigno entrarono seguite da Betto Grimaldi e dall'abate -Bernardino Viale. -</p> - -<p> -— Chiara! — mormorò Fiorina curvandosi in -singulti sul letto. -</p> - -<p> -La malata non si scosse. -</p> - -<p> -— Suvvia, ricomponiti — susurrò alla marchesa -di Spigno, ch'era scoppiata in lagrime, la marchesa -Isabella. -</p> - -<p> -Ed al Grimaldi inebetito: -</p> - -<p> -— Che dice il medico? -</p> - -<p> -S'ebbe in risposta uno sguardo atono. -</p> - -<p> -— Non si cercò di rianimarla con qualche cordiale? — chiese -l'Abate. -</p> - -<p> -— Cordiale? — rispose Gilda. — È da stamani -<span class="pagenum" id="Page_300">[300]</span> -in questo stato. Il medico teme la congestione. -</p> - -<p> -— E non le cavarono sangue? E non le applicarono -mignatte? -</p> - -<p> -Fiorina aveva preso il posto di Gilda ed agitava -il pannolino, quando sulla soglia apparve il capitano -Cavalli. -</p> - -<p> -— Magnifico Grimaldi entrano i francesi in città! -</p> - -<p> -— Vengo! Vengo! — rispose il comandante e -si profuse in inchini. -</p> - -<p> -— Chiedo licenza! Chiedo licenza! Il dovere..... -</p> - -<p> -— Andate, Betto, andate, rimaniamo noi!..... -</p> - -<p> -Il capitano Cavalli immobile, osservava la malata. -</p> - -<p> -— Povera damigella — mormorò poi seguendo il -Grimaldi — pare.... pare.... — -</p> - -<p> -Sospirò. -</p> - -<p> -— .... la vergine Lavinia! -</p> - -<p> -La stanza ricadde nel silenzio. -</p> - -<p> -Dalla finestra aperta il tramonto d'oro penetrava. -Di faccia incupiva la rocca di Roverino, mentre un -po' della chioma fronzuta di Siestro rifletteva il -sole morente. -</p> - -<p> -Silenzio ancora, pesante, inquietante. -</p> - -<p> -Ad un tratto risuonarono giù, sotto la città, sul -ponte del Roia dei prolungati rulli di tamburo. -</p> - -<p> -— I francesi! Passano i francesi! — disse Gilda -sporgendosi verso la finestra aperta. -</p> - -<p> -— I francesi? — ripetè la contessa Isabella -curiosamente accorrendo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_301">[301]</span> -</p> - -<p> -I rulli di tamburo crescevano, un brusìo soffocato -da prima, poi sonoro, pieno, di folla tumultuante -si propagò, e l'eco delle colline lo respinse e -tutta l'aria se ne riempì. La gran dama e la camerista -accumunate dal desiderio di vedere si sporsero maggiormente -e Fiorina si staccò dal letto attratta dallo -spettacolo insolito. -</p> - -<p> -I rulli marcarono il passo della moltitudine, poi -nel rullar solenne si sposò un coro marziale: -</p> - -<div class="poem"> -<p><i>Allons enfants de la patrie....</i></p> -</div> - -<p> -— No!.... No!.... No!.... -</p> - -<p> -Il monosillabo raucamente risuonò. Le dame e -la camerista trasalirono, si volsero, accorsero. -</p> - -<p> -Chiarina s'era alzata a sedere, puntando nelle -coltri i pugni, gli occhi spalancati, sciolti i capegli, -pallidissima, spettrale. -</p> - -<p> -Già il coro diventava assordante. -</p> - -<p> -— No!.... No!.... No!.... -</p> - -<p> -Ricadde nelle braccia di Fiorina, annaspò delle -dita nelle coltri, torse la bocca, gli occhi le si arrovesciarono. -Ma fu un attimo. Il volto dolcissimo -si ricompose, le labbra socchiuse lasciarono sfuggire -delle parole. -</p> - -<p> -— Che dice? — esclamò Fiorina. -</p> - -<p> -Curvò sulla bocca della fanciulla, che teneva sul -petto, l'orecchio. Chiarina ripetè accorata e soave: -</p> - -<p> -— Filippo.... perdonami.... -</p> - -<p> -E spirò. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span></p> - -<h2>EPILOGO</h2> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span> -</p> - -<p> -Poca gente rimaneva nella cattedrale di Ventimiglia, -antico tempio di Giunone, inginocchiata sul -marmo inciso di fresco per rammentare che si celava -là sotto il frale di Chiarina Grimaldi, volata nel -grembo del Signore, angelo purissimo, vergine pia, -sposa celeste, lasciando nel dolore eterno il nobile -padre ed il nobile fidanzato. -</p> - -<p> -La folla uscendo per le due porte laterali si cacciava -nei vicoli angusti della vecchia città e spariva, -chè la sera discendeva, dopo il breve crepuscolo, -veloce, e per le ordinanze della Serenissima il coprifuoco -essendo in vigore, se non brillasse la luna, -c'era da trovarsi al buio peggio che nella bocca del -lupo. -</p> - -<p> -Una figura femminile pur tuttavia giaceva inginocchiata -sul marmo: e poichè all'entrata della -cappella quattro servitori con le torcie l'attendevano, -<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span> -c'era da supporre che fosse nobil donna. Rimase -l'ultima e soltanto quando lo scaccino s'aggirò -per le navate facendo suonar le chiavi, si riscosse -e s'alzò. Allora soltanto un'ombra parve uscire dall'ultima -colonna, quella d'un uomo alto, ammantellato, -che tuffando la mano entro la pila porse l'acqua -benedetta alla dama. Ed a malgrado il buio -parvero riconoscersi, chè le due mani si toccarono tremanti. -Fuori, verso le Crotte, nello sboccar d'un vicolo -buio, la nobile signora sostò e l'ombra le si avvicinò. -</p> - -<p> -— Siete voi, Luca? -</p> - -<p> -— Sono io, Fiorina. -</p> - -<p> -Tacquero. S'incamminarono. La donna riprese. -</p> - -<p> -— Ho saputo da vostra madre, Luca, che avete -ottenuto un salvacondotto e libere le terre e il -castello. Ne godo per voi. -</p> - -<p> -Il Lascaris crollò le spalle: -</p> - -<p> -— Che me ne importa! -</p> - -<p> -Riprese: -</p> - -<p> -— Non per questo mi tengo legato: altri mercanteggiarono -per me. Forse Camillo ebbe ragione -guardando le cose e i sentimenti come le guarda. -Ragiona, e ragiona troppo. Io sento. Ma purtuttavia, -Fiorina, guardate: lascerò le mie terre, il mio castello -e mia madre, tutto lascerò dietro di me, anche il -giuramento che mi lega al Re, immemore di noi.... -<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span> -tutto sono pronto a lasciare, se manterrete la vostra -promessa. -</p> - -<p> -Camminavano lentamente, ma la dama ristette e -con lei si fermarono i servi protendendo le torcie -accese sicchè ne illuminarono il volto stupito. -</p> - -<p> -— La mia promessa, Luca? Quale? -</p> - -<p> -— Immemore siete dunque, voi, come il Re, -Fiorina? E pure è promessa recente e non di parola -che il vento possa portarsi..... -</p> - -<p> -Ebbe timore la dama che il conte vaneggiasse. -Cennò ai servi che s'avvicinassero e quelli impassibili, -alte le torcie enormi, la chiusero in un quadrato -inespugnabile. -</p> - -<p> -— Ve ne prego, Luca, parlate chiaro.... -</p> - -<p> -Per tutta risposta il conte si svolse dal mantello, -cacciò la mano entro l'abito, dalla parte del cuore -e ne trasse un foglio piegato a tricorno e legato d'un -nastro azzurro. -</p> - -<p> -— Ecco. Mi duole però dover constatare come le -vostre promesse vi stiano così poco a cuore. -</p> - -<p> -Fiorina afferrò il foglio, lo svolse, l'aprì, s'avvicinò -ad un servo che abbassò la torcia e lesse: -</p> - -<p class="indl"> -<i>Luca,</i> -</p> - -<p> -<i>il conte Embriaco vi porta il presente per dirvi -che mi precede e ch'io vengo a voi, fiduciosa che i -nostri destini s'uniscano finalmente come desiderate -e come desidera pur sempre</i> -</p> - -<p class="indr"> -<span class="smcap">Fiorina di Spigno.</span> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_308">[308]</span> -</p> - -<p> -— Ma è falso, Luca! Io non ho mai scritto, -io non potevo mai scrivere.... Dio! Perchè insultarmi -così, Luca? -</p> - -<p> -L'uomo provò la sensazione d'una mazzata: -vacillò, s'afferrò al servo più vicino, d'impeto, sicchè -quegli cedette e la torcia violentemente scossa gli -bruttò le mani di cera scottante e ne bruttò la fronte -del nobile signore. Il servo urlò dal dolore, ma il -conte parve invece averne un refrigerio. -</p> - -<p> -S'irrigidì. Mormorò soltanto: -</p> - -<p> -— Ed ho lasciato che l'uccidesse Almerico! -</p> - -<p> -S'avvolse di nuovo nel mantello. -</p> - -<p> -— Addio, Fiorina. -</p> - -<p> -— Luca, Luca, ascoltate — gli sussurrò la -dama — calmatevi, salite con me, datemi questa -consolazione..... -</p> - -<p> -— Grazie, vi ringrazio, ma non posso venire con -voi.... Ho bisogno di restar solo.... -</p> - -<p> -— Domani, domani almeno! Vi attendo. Promettetemi -di non mancare. Ibleto vi vedrà con -piacere. -</p> - -<p> -— Addio, Fiorina, — rispose il conte crollando il -capo e cercando di svincolarsi, chè quella lo teneva -come in una strettoia. -</p> - -<p> -— Luca.... vi prego.... Luca.... -</p> - -<p> -— Badate ai servi, marchesa — ebbe la forza di -susurrarle con la voce quasi calma. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span> -</p> - -<p> -La donna lo lasciò. Ma insistette: -</p> - -<p> -— Verrete domani? Me lo promettete? -</p> - -<p> -— Addio, Fiorina, — rispose il Lascaris e fuggì -precipitosamente ingoiato dall'oscurità. -</p> - -<p> -— Lancia, Borgogna, correte! — ordinò Fiorina, -ma si riprese subito. — No, avvicinate le torcie. -</p> - -<p> -Rilesse il biglietto, fece una smorfia, poi ridusse -in minutissimi pezzi la carta. Le rimase il nastro -azzurro. Se lo annodò al polso con un nodo d'amore. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -L'ordine di servizio portava scritto: -</p> - -<p> -— «<i>All'avanguardia la mezza brigata del colonnello -Balbi....</i>». -</p> - -<p> -La sera, presa Cosseria, il Bonaparte chiese a -Berthier: -</p> - -<p> -— Come si comportò la mezza brigata del colonnello -Balbi? -</p> - -<p> -— Eroicamente, generale. -</p> - -<p> -— E il colonnello? -</p> - -<p> -— Morto all'assalto. -</p> - -<p> -— Ah! -</p> - -<p class="pad2 center large"> -<i>FINE.</i> -</p> - -<hr class="silver" /> - -<div class="opere"> -<p class="title"> -OPERE<br /> -DI ALESSANDRO VARALDO -</p> - -<p class="pad2 center"> -VERSI -</p> - -<ul> -<li><i>Marine Liguri</i> (esaurito).</li> -<li><i>Romanze e Notturni</i> (esaurito).</li> -<li><i>Le Settembrine e le Odi Funambolesche.</i></li> -</ul> - -<p class="center"> -ROMANZI -</p> - -<ul> -<li><i>Due nemici.</i></li> -<li><i>Un fanciullo alla guerra.</i></li> -<li><i>La Bella e la Bestia.</i></li> -<li><i>I Re Magi:</i> I. L'Ultimo Peccato;</li> -<li><span class="spaced2">II. La grande Passione;</span></li> -<li><span class="spaced2">III. L'amante di Ieri.</span></li> -<li><i>La Marea:</i> I. Il Falco;</li> -<li> <span class="spaced2">II. Cuori Solitari;</span></li> -<li> <span class="spaced2">III. Mio zio il Diavolo.</span></li> -</ul> - -<p class="center"> -NOVELLE -</p> - -<ul> -<li><i>La Principessa Lontana</i> (esaurito).</li> -<li><i>Una Rosa d'Autunno.</i></li> -<li><i>Genova sentimentale.</i></li> -<li><i>Le Avventure.</i></li> -<li><i>La Costa Azzurra.</i></li> -<li><i>Moralità Immorali.</i></li> -<li><i>Il Carnevale di Nizza,</i></li> -<li><i>Donne profumi e fiori.</i></li> -</ul> - -<p class="center"> -CRITICA -</p> - -<ul> -<li><i>Per un poeta della Vecchia Scuola.</i> (esaurito).</li> -<li><i>Fra vizio e belletto — Profili d'Attrici e d'Attori.</i></li> -</ul> - -<p class="center"> -TEATRO -</p> - -<ul> -<li>Vol. I. — <i>L'Altalena</i> — <i>Il Medico delle anime</i> — <i>Un marito innamorato</i>.</li> -<li>Vol. II — <i>La conquista di Fiammetta</i> — <i>L'amante del sole</i> — <i>Appassionatamente</i>.</li> -<li>Vol. III — <i>Diamante o Castone</i> — <i>Il più sincero dei tre</i> — <i>Una sciarada</i> — <i>Il selenita</i> — <i>Il Gatto nero</i> — <i>Don Giovanni si pente</i>.</li> -</ul> - -<p class="center"> -IN PREPARAZIONE -</p> - -<ul> -<li><i>Commemorazioni — Profili di Scrittori e di Attori.</i></li> -<li><i>Il Cerchio Magico</i> — Commedia in 3 atti.</li> -<li><i>Il fiore d'agave</i> — Novelle.</li> -<li><i>Il Cavaliere Errante</i> — Romanzo.</li> -</ul> - -</div> - -<div class="tnote"> -<p class="tntitle"> -Nota del Trascrittore -</p> - -<p> -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione -minimi errori tipografici. -</p> -</div> - - - - - - - - -<pre> - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of Il Falco, by Alessandro Varaldo - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL FALCO *** - -***** This file should be named 53350-h.htm or 53350-h.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/5/3/3/5/53350/ - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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