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If you are not located in the United States, you'll have -to check the laws of the country where you are located before using this ebook. - -Title: Il Falco - (Cronaca del 1796) - -Author: Alessandro Varaldo - -Release Date: October 23, 2016 [EBook #53350] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL FALCO *** - - - - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - - - - - - - ALESSANDRO VARALDO - - LA MAREA - - - IL FALCO - - (CRONACA DEL 1796) - - - - MILANO — ROMA - EDIZIONI A. MONDADORI - - - - - _PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA_ - - _I diritti di riproduzione e traduzione sono - riservati per tutti i paesi, compresi - la Svezia, la Norvegia e - l'Olanda_ - - * - - _Copyright by Alessandro Varaldo_ - 1922 - - IV. MIGLIAIO - - - - - A - DARIO NICCODEMI - - A. V. - - - - - _Tum meae (si quid loquar audiendum)_ - _Vocis accedet BONA PARS; et, «o Sol_ - _Pulcher! o laudande!» canam, recepto_ - _Caesare felix._ - - ORAZIO — _Carm._ IV, 2 - - - - -PREFAZIONE - - - “Multa incredibilia vera, - multa credibilia falsa”. - - - Frequentez vous les bouquinistes? - -_Queste parole, di colore forse oscuro per la comune dei lettori mi -apparvero all'aprir che feci un volumetto attinto in una cassetta di -rivenditor di libri usati._ - -_Amo i viaggi di avanscoperta nelle bottegucce buie spesso e ingombre -e impregnate di quel caratteristico odor di muffa dei vecchi libri, -bottegucce pudicamente celate in vecchie strade, o nel doppio fondo -ermetico dei cortili: amo tuffar le mani fra le cartapecore spesso -taglienti, le pelli umide e i fogli molli, macchiati le più volte di -quella specie di giallume lebbroso, che si è convenuto di chiamar il -mal sottile dei libri. È fra i diletti più cari non d'un sapiente — che -monsignor Gesù ne scampi! — ma di un curioso di sapienza, chè il libro -è tutto, poichè tutto racchiude e compendia. Ora appunto questo viaggio -nelle bottegucce dei rivenditor di libri usati si chiama bouquiner, -secondo il grande dizionario dell'Accademia Francese, riassunto da -un curioso amante di libri, Carlo Nodier, bibliotecario dell'Arsenale -e accademico, in un vocabolario manuale che i fratelli Firmin Didot, -librai editori, divulgarono:_ - -Bouquiner — chercher de vieux livres, des livres d'occasion; - -Bouquineur — celui qui aime à bouquiner; - -Bouquiniste — celui qui achète et revend des vieux livres. - -_Comprenderete adesso perchè quelle parole di colore oscuro — forse — -mi fermarono. Scossi lo strato di polvere veneranda, che ammantava il -libercolo, maneggiandolo alla marinara, sottovento, perchè la polvere -non coprisse me, che rispetto la vecchiaia sì, ma senza entusiasmo -quando si tratti di strati polverizzati di ragnatele annose. Nel -battere il volume, delicatamente, vi prego di crederlo, ne sbirciai il -frontespizio._ - -“Les Francs — Taupins — Histoire du temps de Charles VII, 1440, par P. -L. Jacob Bibliophile, membre de toutes les Académies”. - -_L'edizione era del Meline di Bruxelles, formato piccolo, ornata -sulle due copertine d'una vignetta rappresentante un _beffroi_. Se ne -trovano ancora di tali volumi qualche volta: apparvero in lunga serie e -compresero tutto il movimento romantico dopo il Renduel e il Gosselin: -caratteri precisi, nel gusto gotico, curati fino allo scrupolo: chi sa -che magnifici principeschi correttori di bozze in quel tempo!_ - -_Il bibliofilo Jacob — al secolo P. L. Lacroix — fu in quel fiorire -del romanticismo un paziente studioso, intabarrato d'artista: l'opera -sua non ha il valore della _Cronaca di Carlo IX_, o di _Cinq-Mars_, -di _Nostra Signora di Parigi_ e nemmeno di _Isabella di Baviera_. Ma -come fedeltà pittoresca le sorpassa ancora, forse. Preso a modello -Walter Scott, si diè cura di ambientare e di arredare i suoi racconti -(probabilmente il Manzoni nel creare la sua teoria lo ricordò spesso) -con una precisione di particolari (come fra noi, cinquant'anni dopo, -l'ingiustamente dimenticato Edoardo Calandra) che raggiungevano la -meticolosità. Oggi ad esempio cambia ad ogni stagione la moda: in -allora — prendiamo il 1440 — mutava secondo il capriccio di un principe -o di una gran dama che possedesse qualche pizzico di fantasia; e non la -moda soltanto delle vesti, ma delle armi, dell'else, e delle iscrizioni -sulle lame, dei gioielli, de' bei modi di società, di quanto insomma -aveva attinenza alla persona. Forse un gentiluomo campagnolo poteva -nel 1446 portare pugnale con impugnatura borchiata ad aspra invenzione -d'orafo peregrino del 1435: non era ammissibile che un cortigiano -la ostentasse. Descrivere in modo sommario un abbigliamento, una -corazza, un giustacuore ricamato, l'equipaggiamento di una cavalcatura -non era permesso: la fedeltà storica e l'amore del pittoresco non -lo permettevano. Vediamo a prova, fra noi, come Tomaso Grossi fa -parlare un armaiuolo, e come il dottor Carlo Varese descrive un -cavaliere italiano errante al tempo di Marignano. Ma io vi parlavo dei -_Francs-Taupins_ e del Bibliofilo Jacob: orbene credete che non me ne -allontano._ - -_Spolverato il volume l'aprii, ed ecco a inchiodarmi curioso una -prefazione: _L'histoire et le roman historique_. Naturalmente l'autore -parla di Walter Scott: ed è naturale. Al principio del secolo scorso -il grande romanziere scozzese ha esercitato un'enorme influenza nella -letteratura europea e nord-americana. Si può dire che l'ha dominata. E -dichiariamolo subito: influenza benefica, salvataggio, rinnovazione, -resurrezione: Walter Scott, fu, si può dire, il Cristo della -letteratura._ - -_La dominazione d'un'idea in un'epoca non è mai duplice: quando -prevale la politica decade la letteraria. Napoleone è l'esempio tipico. -Rotto l'impero della forza fisica ecco risorgere quello della forza -intellettuale._ - -_La Francia non è mai rifiorita letterariamente come dopo una -disfatta: ad esempio dopo il '70. Ed a maggior ragione vinto l'impero -e distrutto, fiorisce il romanticismo che fu, si può dire, la salvezza -della letteratura non soltanto francese. Walter Scott dominò così da -capitanare discepoli come Balzac (se ne vanta lo stesso autore degli -_Chouans_: vedi _Illusioni Perdute_) come Hugo, come Dumas, come -Merimée, come il Barante, lo storico dei duchi di Borgogna, e come -il nostro bibliofilo Jacob, astro minore artisticamente, stella di -prima grandezza come coscienza d'antiquario, e fedeltà di particolari -cronologici. Influenza benefica ripeto, poichè il romanziere, che -prendeva a maestro lo scozzese, imparava due grandi verità che ogni -scrittore, il quale pretenda raccontare, dovrebbe avere impresse -dinanzi agli occhi: la coscienza dei particolari, l'ausilio della -fantasia._ - -_Ed eccoci all'Assente._ - -_Parlo della Fantasia._ - -_La miseria letteraria d'oggigiorno, e l'Italia in fatto di miseria -letteraria non ischerza, è dovuta all'Assente, a Madonna Fantasia, la -decima musa, che s'è chiusa nella torre d'avorio, sdegnosamente, regale -fuoruscita, e senza la quale purtroppo, non c'è salvezza! Oggi non si -sa più raccontare._ - -_Il male francese del naturalismo ha tutto infestato. L'esempio -deleterio di Emilio Zola ha tutto inquinato. Si bandì la crociata -contro la fantasia. Il romanziere non ha che da guardarsi intorno, e -descrivere quello che vede. È un escursionista munito di Kodak. Non -si costruisce più il romanzo, basta incominciarlo, introdurre due -o tre personaggi, farli parlare e qualche volta muovere, infilzare -cronaca spicciola su cronaca spicciola, sommariamente, e qualche volta -sbadigliare sopra una teoria politica o sociale malamente digerita o -annusata su qualche articolo di fondo._ - -_Il giorno infausto in cui Emilio Zola aprì il famoso libro di Claudio -Bernard, fonte di tutta la sua sapienza e si pompeggiò, come d'un -vestito da veglione, della teoria determinista e _si documentò_, -la strada facilona fu aperta. Che divennero la minuziosa ricerca di -Gustavo Flaubert _(sono le minuzie che fanno la perfezione, diceva -Michelangelo)_, la precisione e la proprietà dei Goncourt, ed il colore -di Alfonso Daudet, davanti alle centomila copie _dell'Assommoir_? -Madonna Fantasia fu scacciata come una serva infedele. Ed il pontefice -del naturalismo (?) poteva scrivere in uno degli articoli che -periodicamente mandava a un giornale russo, _Le Messager de l'Europe_, -articoli raccolti poi nel volume _Les romanciers naturalistes_, queste -parole di cui non si sa se lamentare più l'ignoranza o l'impudenza _“Ce -qui je saisis moins c'est la profonde admiration de Balzac pour Walter -Scott.... Il est très curieux de voir le fondateur du roman naturaliste -(?) se passionner ainsi pour l'écrivain bourgeois, qui a traité -l'histoire en romance. Walter Scott n'est qu'un arrangeur habile...”__ - -_Come del resto poteva comprendere una passione, o semplicemente un -entusiasmo di Balzac, il naturalista (?) Emilio Zola?_ - -_Il male fu che la foga bruta iconoclasta prese la letteratura, che -trovò una così facile strada aperta: la composizione del romanzo come -un muro a secco, o meglio come un terrapieno od uno sterro in cui -non si sa quello che si mette o dove si mette tutto quello che capita -sottomano._ - -_La fantasia fu così bandita, come può essere bandita la moneta d'oro -da chi non possiede che la valuta cartacea._ - -_Il perchè è semplice._ - -_Chi possiede il dono meraviglioso della fantasia è un narratore per -eccellenza, narratore come Schahrazade, come i poeti epici da Omero -all'Ariosto, come i novellieri nostri di Toscana, come Walter Scott. È -colui che nel canto del fuoco intrattiene fino a tarda notte, finchè -non siano spente le ultime braci e consumati i rami resinosi negli -anelli, corti principesche o veglie di popolo: chi possiede la fantasia -sa costrurre un edificio di racconto senza annoiar mai, ma tenendo -ben desta e vigile e fresca l'attenzione anche — e specialmente — se -descrive una contrada o un mobile o un manto o un'elsa o uno strumento: -chi possiede la fantasia fa vivere verbalmente e non si accontenta -d'accatastar marionette di gesso o di fango sopra un'asse mal sicura: -chi possiede la fantasia insomma è colui che solo ha diritto di narrare -e di essere ascoltato._ - -_Ecco perchè Onorato di Balzac, signore della Fantasia, si inchinava -a Walter Scott ed ecco perchè il marionettista da fiera che si -inorgogliva d'una coltura occasionale fatta sopra un libro mal compreso -di Claudio Bernard non lo poteva capire. Ma chi possiede la fantasia -è un gran signore e non si accontenta di una facile vittoria sopra -un borgo di villani: va in Terrasanta, nel regno del Prete Gianni, e -piange quando sente che non potrà conquistar la luna. Ma chi possiede -la fantasia ama il pittoresco e costruisce pittorescamente, e narra con -tutte le risorse che la decima musa gli fornisce._ - -_Ma chi possiede la decima musa osserva l'undicesimo comandamento: non -annoiare._ - -_Dov'è oggi? Ahimè! oggi la Fantasia è assente._ - -_Parlo dell'Italia, chè gli scrittori Inglesi e un nuovo manipolo -di francesi, oggi se ne gloriano. Ed Eça de Queiroz, oggi, basta ad -illuminare una nazione che par brancolare nel buio, soltanto perchè -agita la face della fantasia._ - - * * * - -_Siamo lontani, non è vero dal Bibliofilo Jacob? Forse. Ne siamo -lontani se ci frulla per il capo d'aprire un libro, oggi, un libro -italiano. Pare che gli scrittori montino in cattedra e si camuffino -da retori politici, o da predicatori sociali. Si gonfiano, rane di -Esopo, convinti di avere una missione morale: vogliono esser detti gli -storici del costume, i cronisti dell'evoluzione, piccoli Villani che -vantano una ricchezza culturale da banchieri del dopoguerra e credono -in buona pace d'aver qualche cosa da dire per salvare, o ammaestrare -o indirizzare l'umanità. Per conto mio ripeto un verso di Alfredo De -Musset:_ - -Il mio bicchiere è piccolo ma io bevo nel mio bicchiere. - -_Voglio raccontare solamente, semplicemente, come la bella tradizione -nostrana mi ha mostrato da messer Giovanni Boccaccio ad Alessandro -Manzoni, voglio raccontare come se parlassi a una comitiva da tener -desta, voglio raccontare avendo per divisa l'undecimo comandamento, -raccogliendo le belle memorie della mia terra e porgendole all'orecchio -del benigno lettore: Me lo insegnò messer Torquato:_ - - .................. asperso - di soave liquor l'orlo del vaso - -_Ed avrò dinanzi per esempio fedele i narratori felici, che, pur -minuziosamente descrivendo luoghi cose e persone, hanno allietato -generazioni intere, compagni ed amici inestimabili e cari, sempre vivi, -poichè non si vive che nella gratitudine di chi resta._ - -_Ed ogni mattina al sorgere del sole nel sedermi al mio tavolo da -lavoro con gioia, eleverò una preghiera all'Assente, perchè sia -Presente._ - - Milano, Aprile del 1922. - - - - -PROLOGO - -CRONACA DEL 1794 - - -L'anno 1794, cominciato con una crescente agitazione sul litorale e -per le vallate, avea ridotta la città di Ventimiglia ad una pericolosa -anarchia. Le riforme e le vittorie della grande rivoluzione, la -fuga del Re di Piemonte, le contese dei partiti nobiliari, che si -disputavano le redini della città, apersero un adito a quel borghese -vento di Fronda, ringagliardito dal concorso popolare, che, in modo -tanto irruento, distrusse o trascinò, abbattè o domò, quanto si -opponeva al suo cammino. - -Le guerre di successione avevano esaurito quello che una libertà -comunale ed una dominazione di ferro s'erano studiate d'accumular -di resistenza e di orgoglio: un Governo borghese di Magnifici finì -per distruggere l'orma, forse feudale, ma potente, d'una gloriosa -autonomia. Sicchè alle prime avvisaglie della rivoluzione e della -discesa del generale Massena, coloro, che i nobili sprezzantemente -chiamavano la canaglia, drizzarono l'albero della libertà sormontato -dal berretto frigio, ed obbligarono le più nobili dame a ballarvi -intorno. Pochi si ribellarono ai santi diritti di ballo del popolo: -tre soltanto resistettero e furono il conte Luca Lascaris, il nobile -Camillo Altariva, ed il duca Almerico di Nervia. - -Abitavano i castelli aviti posti fra Mentone e Bordighera ove si -asserragliarono da prima con forse duecento partigiani, sperando -con una guerriglia di opporsi all'invasione sul litorale, come -l'imprendibile fortezza di Saorgio si sarebbe opposta fra le prealpi. - -Subito le intenzioni dei nobili signori parvero mirabilmente riuscire: -la città cedette ed il generale Arena si ritirò senza aver ottenuto il -chiesto passaggio libero per l'esercito della Repubblica. - -Ma il pericolo maggiore di Massena si avvicinava con troppa celerità: -L'Altariva che aveva ottenuto il comando in capo dei insorti, fece -distruggere un lungo tratto della via della Cornice, per impedire -il transito delle pesanti artiglierie francesi e poi, lasciando che -la città si disbrigasse come poteva meglio, sicuro di Saorgio difesa -dal Saint-Amour, si ritirò a seguitare le ostilità sullo sbocco della -vallata del Nervia. - -La sera del sei di Aprile, che incombeva triste e nuvolosa e pesante -sulle colline e sul mare, lo sorprese accampato sopra uno sprone di -collina, alle porte del comune di Camporosso, che si sospettava di -fellonia e ch'era necessario sorvegliare. - -Nell'attendamento non si udiva alcun rumore: le scolte vegliavano ed i -fuochi erano spenti. - -Camillo Altariva giaceva per terra avvolto in un ampio mantello: era -a testa scoperta e s'appoggiava al cubito. Non si distinguevano per -il crepuscolo bigio che gli occhi lucenti e grifagni e l'impugnatura -d'oro della spada. Il Nervia tranquillamente russava coperto pure da un -mantello. - -Presso di lui, seduto sopra un tamburo, il conte Luca Lascaris, esile -e fine come una giovinetta, elegantemente vestito di un abito a coda -attillato e di calzoni di pelle bianca, intrecciava sul cappello -rotondo un nastro d'oro che dovea sostenere la coccarda bianca della -reazione. Calzava stivaloni lucidi dalle risvolte bianche e portava -gli speroni d'oro. L'alto colletto, avvolto con più d'un giro dalla -cravatta ampia di merletto, usciva da un panciotto ricamato, sotto -il quale spuntava il calcio d'argento d'una lunga pistola. Piccole -mani e piccoli piedi e spiovente capigliatura: pareva una travestita -eroina cavalleresca. Taceva assorto nella sua frivola occupazione -di personalità del mondo elegante, come se fosse dietro un paravento -presso la bella marchesa di Spigno, per la quale si diceva sospirasse -in segreto. - -Si prolungava il silenzio: non giungeva che a quando a quando il rumore -volontario che facevano le scolte urtando fucile e spada per provar più -a sè stesse che agli altri di vigilare. - -Ad un tratto sotto la collina, fra gli ulivi, per ben tre volte si udì, -troncato subito, il grido riconoscibile della civetta. Un soldato che -giaceva presso il Nervia alzò il capo destandolo col movimento lieve -ed ascoltò: poi ad un cenno dell'Altariva, allo stesso modo rispose tre -volte. - -I tre signori s'erano alzati ed attendevano: così, di fronte, una -differenza notevole appariva fra di loro: per quanto d'effeminato, di -delicato, di fragile mostrava il Lascaris, altrettanto di robustezza -di forza e di fierezza risaltava dall'Altariva e dal Nervia. Il secondo -pareva padre del primo ed aveva forse qualche anno di meno. - -Come il canto della civetta si ripetè per tre volte ancora, avanzarono -fino ad un breve spianato che finiva la collina ed attesero. - -Una mano di cavalieri che saliva lo sprone a briglia sciolta si fermò -ad un comando e colui che li precedeva, uno scherano del Nervia, -chiamato il Seborga, s'inchinò profondamente gridando: - -— Per il Re! - -L'Altariva ed il Lascaris a mezza voce risposero: - -— Per il Re! - -Ed il Nervia interrogò invece: - -— Che notizie porti? - -— Cattive, signor duca — rispose il Seborga. - -— Che ti caschi la lingua!.... — incominciò i Lascaris. - -Ma l'Altariva lo interruppe: - -— Conte, le brutte notizie ci sono state sempre compagne da che la -guerra ebbe principio: non può esser colpa del Seborga se continuano. - -— Sicuro che la colpa non è mia, signore, ed il signor duca mio padrone -sa che sono abituato a guardare il fuoco nemico. Così tutti avessero -fatto sempre come me. - -— E chi non l'ha fatto? — domandò il Lascaris. - -— Saint-Amour, signor conte. - -— Saint-Amour? - -— Posso giurarlo. Il generale Massena girando la città si mostrò -all'improvviso davanti a Saorgio, senza che potessero giocar le nostre -artiglierie: Saorgio è francese e la strada è libera per Massena. Il -comandante Saint-Amour non ebbe neppur gli onori delle armi. - -Nessuno fiatò: i soldati cercarono i rosari. - -— Ma non c'era che un sentiero — mormorò il Nervia — qualcuno dunque li -guidò? - -— Sì, padrone — rispose il Seborga — qualcuno che abbiamo colto con le -mani nel sacco. - -— Ah! ah! Prigionieri? - -L'Altariva ch'era rimasto sopra pensieri interloquì. - -— Se le notizie del Seborga sono vere, noi siamo perduti. E non -possiamo dubitare delle sue parole. Massena sarà padrone della vallata -domani, forse questa notte. Non ci rimane che una via di scampo: il -mare e il rifugio in Sardegna. - -— Ma la città? — gridò il Lascaris. - -— La città non fugge. Ritorneremo. - -Saltò in sella e tutti l'imitarono. - -— Incendiate il bosco! — brevemente ordinò. - -Alcuni uomini l'obbedirono. - -— Ma i prigionieri? — fece osservare il Seborga. - -— Legateli ad un albero, morranno di fame. - -— Ed arrostiranno graziosamente — aggiunse il Nervia lisciando -mollemente la criniera del cavallo. - -— Non li volete interrogare, signore? - -— A che pro? Non hai detto di averli trovati con le mani nel sacco? - -— Sicuro — confermò il Seborga — si vantavano di avere insegnato il -valico agli azzurri e avevano centomila franchi d'assegnati nelle -tasche. - -— Dunque basta, legali ad un albero! - -S'avanzarono due cavalieri che portavano in groppa ciascuno un corpo -legato: scaricati e sciolti, apparvero una vecchia e un fanciullo, che -si gettarono in ginocchio appena liberi. - -La vecchia donna potè appena articolare la parola pietà che il -fanciullo cadde all'indietro come un cencio. - -Allora si gettò sul piccolo corpo con un grido rauco. - -— Non abbiamo fatto nulla, ve lo giuro, per la Madonna benedetta di -Lampedusa. Due soldati ci hanno chiesto per dove si passava e l'abbiamo -indicato a quei poveri giovani morti di freddo. Non è far del male -indicare una strada, miei buoni signori! - -Mentre parlava pensò forse al denaro che le avevano sequestrato: lo -credette ingente e n'ebbe paura. - -Vedeva due soldati spogliare il tronco d'un olivo: temette di dover -essere impiccata. Raddoppiò gli urli della rauca voce stanca. - -— Pietà! Pietà! - -S'accorse di non essere ascoltata: si trascinò presso il Lascaris e gli -abbracciò le ginocchia. - -— Se abbiamo fatto del male è mia la colpa, solamente mia: salvate -il ragazzo ch'è innocente, ve lo giuro, che non mostrò la strada -ai soldati. Sono io che li accompagnai. È così giovane, mio buon -signore, ed è così duro morire quando si è giovani! È innocente come -Nostro Signore sulla Croce. Non importa se mi farete morire; io sono -vecchia.... - -— Taci, strega! — mormorò un soldato respingendola col calcio del -fucile. - -Ma gettò un urlo di dolore alla scudisciata del Lascaris, che -s'intromise: - -— Siamo gentiluomini, Altariva, siamo cristiani, Nervia! Perchè -incrudelire sopra una vecchia e un bimbo? - -La donna indovinò l'aiuto. - -— Ah! mio buon signore, che la Madonna vi tenga la sua santa mano sul -capo. - -— Lascaris — gli rispose a mezza voce l'Altariva — pensa che i francesi -domani saccheggieranno il tuo castello, che i tuoi furono obbligati a -fuggire in esilio.... - -Non finì, chè l'altro senza più far parola, bruscamente, con una -strappata di briglia sparve di galoppo dall'altura. E per lungo tempo -udì ancora gli urli della donna, che bastavano soli a destar nella -notte illune gli echi della vallata. Poi non li udì più, con le proprie -orecchie, ma sibbene attraverso la voce del Nervia che bestemmiava: - -— Per la croce di Dio! Mettetele il bavaglio! - -E allora gli giunse l'imprecazione: - -— Maledetti!.... Maledetti i vostri figli!... - -Non altro. Rabbrividì, mentre il bosco parve d'un tratto una sola -fiamma. - -Un sordo galoppo lo seguì. L'Altariva e il Nervia giungevano a briglia -sciolta con i soldati. - -— Che ha urlato? — chiese ai sopraggiunti il Lascaris con la voce un -po' incerta. - -L'Altariva ebbe la parola tronca da un tremito. - -— Lasciate, conte: è cornacchia, e conviene che gracchi. - -A sua volta il Nervia mormorò: - -— Forse era meglio un colpo di pistola, ma la polvere è preziosa. - -L'Altariva arrestò d'improvviso il cavallo. - -— Seborga, fa suonar la sosta! - -I soldati si fermarono. - -— Nervia, Lascaris, conviene dividerci. Io tenterò di rientrare in -città: per voi la salvezza del mare. Non ribellatevi, voglio così; mi -avete giurato obbedienza. - -La piccola truppa si divise in due silenziosamente: i tre gentiluomini -si abbracciarono. - -— Chiunque di noi, amici — continuò l'Altariva — giungerà salvo dal Re, -gli ricordi che fummo fedeli sino alla morte. Addio! - -S'alzarono tre possenti gridi che la vallata accolse con gli echi -sonori. - -— Altariva, per il Re! - -— Lascaris, per il Re! - -— Nervia, per il Re! - -E sparvero nella notte. Il sonito ferrato dei cavalli, il rumore delle -armi urtate sopravvissero ancora, poi s'allontanarono, tacquero. - -Il silenzio riprese possesso della notte per la vallata. - -Solo brillava l'incendio come un faro. - - - - -CRONACA DEL 1796 - - - - -I. - - -Uscita dalla piccola città la cavalcata si radunò sul breve piazzale -dominante la discesa ripida verso il mare. Comandava Emanuele -Embriaco, fuoruscito genovese, che s'era voluta concedere la voluttà -d'attraversare terre interdette. Disceso dalla vallata del Nervia -con i sessanta uomini concessigli dal marchese di Spigno aveva, non -per solo capriccio di condottiere avventuroso, impunemente bravata -la guarnigione di Ventimiglia, chiedendo il salvacondotto per -oltrepassare, col pretesto di dover riconoscere le terre a settentrione -sulla catena che costeggia il Roia ed adempiere un incarico della -Repubblica segretamente ostile al Re di Piemonte. - -Il comandante della città, vecchio soldato, che di raggiri poco -s'intendeva, benchè avesse qualche mese prima fatto bandire il premio -vistoso di cento lire non genovesi a chi vivo o morto riuscisse a -consegnare l'Embriaco, abboccò all'amo e discese in persona sino a -metà del ponte per incontrar l'avventuriere col quale s'intrattenne -amichevolmente. Lo volle ospite anche nella sua casa e gli donò un -bel pugnale con le borchie d'argento che l'Embriaco galantemente gli -contraccambiò con una scatola di guanti profumati per la signorina sua -figlia, donna Chiara, sospiro di innumerevoli provinciali. Ed alla -porta della città il comandante con molti inchini s'era accomiatato -dall'ospite senza menomamente sospettare d'aver avuto in mano per quasi -tutto un pomeriggio quel bandito che a Genova continuavano a credere -nelle terre di Ventimiglia e contro il quale riceveva di continuo -raccomandazioni di vigilare sui dintorni e per le vallate. - -Il sole discendeva quietamente dietro il monte di Roccabruna, quando -i sessanta uomini dell'Embriaco sotto gli ordini di Bracciodiferro e -del Ricciuto, luogotenenti, si disposero su quattro file ed attesero -l'ordine di cominciar l'ascesa. - -Emanuele Embriaco robusto gentiluomo di mezza età, dai capegli tutti -neri ancora e dal viso aperto ed infuocato, ritto sulle staffe, -sollevando la spada, fissò la porta, che si richiudeva, con un -sorriso di scherno e salutò ancora il Comandante che dal poggiolo -amichevolmente cennava. Poi comandò la marcia con la abitual voce -imperiosa, brevemente. E seguì il drappello. - -Uomini abbronzati dai volti bestiali e dagli sguardi feroci facevano -parte della squadra scelta di Bracciodiferro, vecchio bravo del -marchese di Spigno: salvati più volte dal capestro e dalle galere, gli -ubbidivano ciecamente e lo seguivano con una fedeltà degna di eroi. -Le casacche di cuoio greggio, i larghi cinturoni di pelle, bianca una -volta, gli stivali informi ed i cappellacci usati dalle intemperie -attestavano poco della eleganza; ma l'uomo di guerra sùbito appariva -dalle armi. Il moschetto, la spada lunga, le pistole, il coltellaccio -da lupi, tutto quanto era arnese di guerra, si mostrava accuratamente -forbito, lucido, quasi prova d'un'informe civetteria d'amanti: le -borchie risaltavano, le canne luccicavano, le lame risplendevano: -gli ottoni dei foderi pareano d'oro. I diciotto sottoposti di -Bracciodiferro compivano dunque una degna corona al loro capo. - -Breve, tarchiato, nerboruto, dalle corte gambe, ma dalle braccia -lunghe, lo scherano dell'accorto marchese di Spigno, tra i suoi uomini, -anche da chi ne ignorava il grado, non poteva che essere creduto il -capo. Le mani sgraziate ma possenti, dalle dita erculee, mancavano -accuratamente di tutte le unghie, che gli erano state strappate dalla -tortura quando, ai soldi meschini di un nobile di Lunigiana, aveva -dato l'assalto ad un villaggio, non lasciando pietra su pietra. Il -suo padrone s'era fatto in quattro per salvarlo, ma la Repubblica -genovese inflessibilmente s'era imposta, e poichè Bracciodiferro -non aveva menzionato complici o mandanti (si supponeva nel Fregoso -padrone di Molasso l'incitatore) la tortura l'aveva conciato in tal -modo, con qualche tratto di corda per compenso, da credere di guarirlo -moralmente per sempre. Curato, rimase per qualche anno prigioniero -in un castellaccio presso Novi che restò, dopo un lungo processo, di -proprietà del marchese di Spigno, il quale s'intendeva d'uomini e di -guerriglie come un condottiere o meglio un politico del seicento. - -Bracciodiferro cominciò ad impietosire la marchesa Fiorina, e poichè, -alla giovine sposa il vecchio marchese nulla negava, il prigioniero -liberato fu ammesso agli stipendi grassi del marchesato. In poco -tempo se ne mostrò riconoscente e fu elevato di grado, finchè, -al comando d'una squadra un bel giorno si trovò a seguir le sorti -dell'Embriaco. Al contrario di Bracciodiferro, il Ricciuto non era -uomo di guerra, ma chierico fuggito da un complicato affare di donne -che egli attribuiva al suo cattivo destino. Esile, biondo, pallido, -vestito con ricercatezza di velluto nero, con guanti di pelle nera e -con una spada signorile, il Ricciuto comandava negligentemente venti -soldati dell'esercito regolare del Re di Piemonte che appartenevano al -presidio della Ferania. Potea vantare il grado onorifico di maresciallo -d'alloggio ma non vestiva l'uniforme, perchè distaccato in permanenza -al marchesato. - -Bracciodiferro aveva il viso attraversato da un colpo di spada, -il Ricciuto l'aveva adornato da un civettuolo neo biondo in fondo -alla guancia sinistra. Tutti e due nella rabbia arrossavano i loro -particolari contrassegni: il primo sentiva diventar vermiglia l'ampia -cicatrice, il secondo la pelle tesa intorno al neo ricciuto, che gli -aveva dato il soprannome. Entrambi però d'un coraggio consono al tempo -eroico e turbinoso in cui si svolgeva la loro vita avventurosa. - -Nel salire il declivio incolto della collina indifferentemente stavano -a capo degli uomini che loro appartenevano, e badavano a dirigere -la cavalcatura tra i cespugli e le roccie ingombranti il sentiero -appena tracciato sino ad un fortino di brutta apparenza. Veniva ultimo -l'Embriaco soprapensieri. Dominò il silenzio nella comitiva sino al -primo ciglione di muro a secco oltre il quale una breve piazzetta -preludiava altre trincee del forte, che s'alzava minaccioso e torvo -sulle loro teste. Ma l'Embriaco non dubitava di poterlo oltrepassare -con l'astuzia usata in città, astuzia che gli aveva procacciato un -salvacondotto in piena regola. Quando adunque sulla piazzetta le -cavalcature dei due luogotenenti si fermarono ed i soldati poggiarono -a terra i moschetti, egli tolse dalla tasca d'arcione il foglio e -l'infilò sulla baionetta del soldato che aveva più vicino. - -— Ricciuto — disse — portati con quattro uomini a chiedere il passaggio. - -Il comandato obbedì senza parola, benchè sembrasse stupito che un -fortino tanto minaccioso in apparenza, non avesse neppure l'indizio -d'una sentinella avanzata che annunciasse un arrivo d'armati. Ma -riflettendo, che con tutta probabilità il Comandante di Ventimiglia -poteva aver già dato gli ordini opportuni per mezzo del passaggio -segreto che senza dubbio doveva unire il forte alla città, sparve nelle -trincee con gli uomini. - -L'Embriaco rimasto nello spiazzo libero conquistato, guardava la -collina che declinava al mare con una ripida scesa e la città ineguale -che distendeva sino al Roia le case nere e la geometrica riga delle -mura chiazzate di muschio e lucenti d'artiglierie. Vedeva al di là del -fiume una pianura verdeggiante di canneti e di strami, poi la linea -d'argento del torrente Nervia, poi del verde più rado contornato da -roccie crude, poi sulla punta nel mare Bordighera inerpicata e raccolta -come un alveare. Prima, al di là di Ventimiglia, i monti ripidi e -bui delle Maure, dalla folta e selvaggia chioma di pini e di quercie -secolari, spiegavano quasi una spalliera misteriosa alla città. Oltre -il declivio di sterpi e di assi, il mare deserto sino all'ultimo -orizzonte: il sole che tramontava parea delineare degli strati vermigli -e turchini con dei toni lattei, dei riflessi d'agata, degli opachi -luccichii d'onice sull'infinita distesa tranquilla, che il cielo d'un -tenero perla a poco a poco nel lontano inchinante al grigio limitava -tangibilmente. - -— Ritornano — mormorò Bracciodiferro, tirando a sè le redini con -un moto brusco abituale, per far sì che il cavallo si scuotesse -impennandosi, e s'accingesse al nuovo cammino. - -L'Embriaco volse il capo, tranquillo in viso, ma poco sicuro dentro di -sè. - -Ritornava infatti il Ricciuto, lentamente e si teneva all'indietro del -cavallo che discendeva con isforzo il ciglione montano. Lo precedevano -sparsamente i quattro uomini, uno dei quali portava sempre infilato -sulla baionetta il salvacondotto. - -— La strada è libera, monsignore — gridò il pallido luogotenente. - -— Avanti dunque, — comandò l'Embriaco agli uomini che l'attorniavano. E -pensò: — Prudenza ad ogni modo. - -Salirono ancora. Il sentiero che s'inerpicava tra le roccie ed -i terrapieni, malagevolmente nascondeva alla vista il forte. Lo -scoprirono d'un tratto allorchè vi furono dappresso e doveano passare -quasi rasentandolo. Andavano a gruppi dispersi progredendo come -potevano per le asperità del cammino: veniva ultimo il condottiero. - -Al di là del forte continuava il ciglio estremo della collina che -s'univa ad una seconda poi ad una terza finchè non apparivano le grandi -torri d'un castello feudale adorno d'un'ampia bandiera svettante al -vento del crepuscolo. - -Emanuele Embriaco guardava quel castello, quando quasi senza -accorgersene, oltrepassò un corpo di guardia, munito d'una specie di -postierla, il cui selciato risuonò sotto i passi dei cavalli. S'udì -nell'interno un sùbito comando: - -— Fuoco! - -Rispose un grido d'allarme. E sibilarono proiettili nell'aria. - - - - -II. - - -Prima però che l'Embriaco avesse potuto rendersi conto di ciò che -succedeva, una voce forte e risoluta che giungeva dall'altro versante -della breve collina, gridò: - -— Olà del forte! Olà del forte! - -Il fuoco cessò come per incanto, senza aver fatto alcuna vittima -e l'Embriaco, non ancora uscito dallo stupore, stava per inviare -il Ricciuto a chiedere la ragione della brusca accoglienza, quando -apparve una cavalcata elegante, quantunque poco numerosa, a varcare il -ciglio estremo risolutamente. La capitanava un'amazzone di età dubbia, -fortemente conformata, che domava uno stallone bianco di meravigliosa -bellezza. La donna vestiva d'un panno marrone chiaro con ricami -d'argento e di seta nera, e portava sui capegli quasi grigi un ampio -cappello a falde larghe d'un feltro pure marrone, sormontato da una -piuma nera. La seguivano due dame d'inferior condizione e due scudieri -disarmati. - -Avanzò scuotendo lo scudiscio, mostrando l'ira che le accendeva la -faccia risoluta e le faceva balenar lo sguardo imperioso. - -D'un solo balzo lo stallone raggiunse la vetta del colle da quel -ciglione ove era apparso e fece risuonare sotto le zampe ferrate le -selci dure e gli echi dell'archivolto. - -— Dov'è il Comandante? Chiamatemi il Comandante! - -Al silenzio, che il primo grido mandato dalla signora aveva imposto, -era succeduto un sussurrio nel corpo di guardia: apparivano dalle -feritoie visi di soldati sorpresi e canne di fucile, che sùbito -sparivano. Si faceva notare una grande animazione ed un vocìo attenuato -e contradditorio d'ordini a mala pena interpretati e sùbito repressi. - -Finalmente, quando già la signora, stanca della breve attesa, come -colei ch'era avvezza ad essere obbedita ad un cenno, aveva fatto -impennare lo stallone incitandolo a varcare un breve grado che -divideva il sentiero dalla parte superiore dell'archivolto ove -s'apriva il portone del fortino, le porte massiccie gravemente si -schiusero ed in mezzo ai soldati apparve con la spada sguainata il -Comandante. Comandava allora il castelletto un vecchio soldato della -repubblica, Nicola Borzone, avanzo della guerra di successione, uomo -rigido e fedele osservatore di consegne che si conosceva sotto il -nome di _Senza-dio_, non perchè professasse le teorie d'ateismo che -cominciavano a diventar di moda in provincia, ma perchè mancava del -pollice della mano destra: _senza-dito_ quindi, ma poichè _dito_ in -genovese è pronunciato _dio_, quel nomignolo, come succede spesso per -nomi storpiati, era senz'altro rimasto al vecchio soldato. - -Nicola Senza-dio, apparso in arme sulla porta del castello, vedendo -la signora che aveva spinto il cavallo sin presso allo scalino, -indietreggiò arrossendo e fece un goffo inchino. Nello spingersi -indietro urtò nei soldati ed il rumore di ferracci smossi violentemente -sembrò assai poco gradevole allo stallone signorile, che tentò -d'impennarsi di sorpresa, ma che fu sùbito ricondotto al dovere da una -piccola mano che si mostrò greve sotto il guanto di sottil cuoio. - -— Comandante — gli chiese la donna sul cui viso l'ira splendeva ancora -— da quando in qua mi si accoglie a fucilate? Mi avete presa per una -vivandiera sanculotta od abbiamo una nuova armata di Spagna alla vista? -Sarei curiosa di sapere che cosa ne penserebbe mio figlio se conoscesse -la bella accoglienza che mi fanno i vostri soldati! Per Nostra Signora -del Miracolo, non voglio ritardarmi di molto il piacere della curiosità -sodisfatta. Ve la sbrigherete con lui, Comandante: siete vecchio, è -vero, e lo sono io pure, ma le dame hanno diritto a ben altri madrigali -che non siano di piombo come i vostri, signor mio. Intanto sappiate -che io vado secondo il mio piacere e che non mi alletterebbe molto una -seconda salve di gioia come quella di poco fa. Date gli ordini, ve ne -prego. E fate presto! - -Il Borzone, rosso dalla vergogna e umiliato, si avanzò inchinandosi -ancor più goffamente nel modo maldestro di chi è uso ad indossar la -casacca più che gli abiti di seta, i nastri e le fibbie ingioiellate. - -— Signora marchesa, incominciò..... - -Ma l'amazzone, senza dargli il tempo di scusarsi, lo interruppe -irosamente e sarcasticamente. - -— E mi parlate con la spada in mano, Comandante? Non sono il signor -marchese de Sade io per compiacermi a certe nudità oscene di ferraccio. -Nascondete codesto schidione anzi tutto e badate alle convenienze -quando vi si permette di parlare ad una dama. - -Il Comandante ringuainò la spada: ma trovandosi libere allora le -mani il suo impaccio crebbe: onde non seppe che allargare le braccia -ed accorciare il collo fino ad avvicinare il mento, non troppo -accuratamente sbarbato, al collare unto della casacca. - -— Signora Marchesa — ripetè — signora Marchesa, vi prego di scusarmi: -Vostra Signoria sbaglia pensando che il fuoco dei miei soldati le fosse -diretto: sono troppo vostro umile servitore e l'illustrissimo Signor -Conte mi onora troppo della sua benevolenza perchè un simile pensiero -mi possa neppur attraversare il capo.... - -— Ed allora perchè?.... - -Ma nel mentre la dama s'accingeva a parlare, lo stallone fece un brusco -movimento di scarto e l'amazzone scorse gli uomini dell'Embriaco, fermi -ed in armi, dall'altro versante del colle, a pochi metri da lei. - -— Per Nostra Signora del Miracolo — gridò — degli altri soldati? Ma è -un agguato questo! - -Il Comandante si decise ad uscire dalla soglia. - -— Su quelli avevo dato ordine del fuoco! Il comandante di quei banditi, -quel nero laggiù vestito di velluto, è il fuoruscito Emanuele Embriaco, -su cui pesa una taglia della Serenissima Repubblica di Genova! - -L'Embriaco aveva assistito in silenzio al dialogo fra l'amazzone e il -vecchio soldato: la naturale configurazione del terreno l'aveva per -di più tenuto nascosto alla cavalcata ultima venuta, e la cui signora -egli aveva udita chiamare Marchesa. Pensò giustamente che doveva essere -la marchesa Isabella di Spigno, contessa Lascaris, madre del conte -attuale a cui apparteneva il turrito castello che vedeva pompeggiare -nell'azzurro chiaro del giorno morente sopra un culmine di collina a -dominare la vecchia città, l'antica strada romana ed il declivio ripido -al mare tra i faggi i pini e gli olivi. - -L'avventuriero misurò d'un tratto geniale quanto fosse precaria la -posizione in cui si trovava: fuoruscito perseguitato, bandito dalla -potente Repubblica, tra una città nemica posta sotto la protezione -della Repubblica stessa ed un vecchio soldato di quel governo che egli -aveva tentato invano di rovesciare, con pochi soldati, riconosciuto -oramai, posto quasi nell'impossibilità di combattere, assolutamente di -indietreggiare: a quale partito più scaltro appigliarsi dunque se non a -cercare una salvaguardia in quella signora altera e sprezzante che la -benigna fortuna aveva posta sulla sua strada? Per il che, fatto cenno -ai suoi di non seguirlo, s'avanzò verso la dama che lo guardava stupita -e, salutandola con la cortigianeria di chi è uso ad una società che non -doveva esser la stessa del Borzone, fatto tre volte sventolare l'ampio -cappello, e toccate della piuma nera l'aria e la strada, piegando -il ginocchio così s'espresse, con voce ferma e dolce, senza tremiti -nè timori, guardando con occhi pieni di una lieta meraviglia e d'una -grande confidenza la cavalcatrice: - -— Eccellenza, illustre e bella marchesa di Spigno, contessa Lascaris -di Tenda, permettete ch'io deponga ai vostri piedi l'omaggio mio -personale.... - -Ed alzandosi poi alteramente: - -— .... e che vi dia novella del fratel vostro mio benamato caro -ed illustre signore, il Marchese Ibleto di Spigno, che mi manda -messaggero, umile per una causa grande, ma fedele per meritarmi la -sua benevolenza, al figlio vostro, il glorioso conte Luca Lascaris di -Tenda, che Nostra Signora del Rimedio conservi lunghi anni per l'onore -della nobiltà di Liguria e l'esempio a quella di tutto il mondo. - -S'inginocchiò di nuovo. - -— Ho detto. Voglia ora l'Eccellenza Vostra darmi con benigna -condiscendenza facoltà d'alzarmi e permettermi, giunti al castello -dei Lascaris, che il discendente d'un patrizio genovese possa, o bella -signora, vantarsi di avervi retta la staffa. - -Il Borzone, per quanto rude ignorante e duro soldato, si accorse che -tutto il brillante parlare dell'avventuriero ad altro non mirava che -a togliersi dal passo pericoloso in cui si trovava, onde, senza altro, -avanzandosi fin presso all'Embriaco, stizzosamente borbottò: - -— Che mi va cianciando costui? Ho dalla Serenissima l'ordine di -arrestarlo! Dunque si leghi! Olà! - -Ma la Marchesa, fiammeggiando ira dagli occhi, spinse il cavallo fra i -due. - -— Signor Comandante, avete giurata quest'oggi la mia dannazione? Per -Nostra Signora del Miracolo, volete voi questa notte, pendere a capo -all'ingiù dai merli della vostra bicocca? Quando mio figlio saprà in -qual modo accogliete gli ambasciatori che i suoi congiunti gli mandano, -giuro per la salvezza dell'anima mia, che non vorrei trovarmi neppur -vostra vicina! - -E come il Borzone aveva fatto il gesto d'afferrare il freno del -cavallo, alzò lo scudiscio. - -— Olà signore, voi mi diventate pazzo? Vi ho concesso l'onore di -conversar con voi e da villano ne abusate di già? V'ordino allora -di lasciar libera la strada al mio seguito: mi piace di tornar al -castello. - -— Ma è l'Embriaco! È un bandito! — mormorava ruggendo Nicola Borzone, -mordendosi fino al sangue il labbro inferiore. - -— Fosse l'ultimo dei ribaldi, viene a me sotto il nome di mio fratello. -Sgombrate! - -E tratte le redini si volse, incamminandosi per l'erta, seguita -dall'Embriaco, discreto nella vittoria, e dai soldati del Ricciuto e -dai bravi di Bracciodiferro. - -Nicola Borzone immobile sotto l'archivolta, vide il seguito numeroso -campeggiare sullo sfondo azzurro chiaro del tramonto sereno, poi, -seguendo la strada romana, che serpeggiava di vetta in vetta tra le -colline, dirigersi verso il castello dei Lascaris che si stagliava -cupamente illuminato da un sinistro bagliore di croco nello sfondo -sotto l'egida possente del feudale gonfalone. - - - - -III. - - -La cavalcata giunse al castello dei Lascaris nell'assenza del conte -Luca, uscito per la caccia. - -L'Embriaco fu condotto nell'appartamento destinato agli ospiti -ed il Ricciuto ve lo seguì. Quando furono soli, ed il fuoruscito, -spogliatosi della rude casacca e deposta la spada, si fu sdraiato in -una soffice poltrona, lo scherano guardò con un sorriso di confidenza -l'avventuriero e tentennò il capo. - -— Che hai, Ricciuto — chiese l'Embriaco — o che vuoi? - -— Magnifico signore, vorrei la sicurezza. - -— Non lo siamo forse noi sicuri? — rispose il fuoruscito osservando -all'intorno le forti muraglie del castello, della cui resistenza e -solidità facevano testimonianza i profondi vani delle finestre. - -— Vossignoria s'illude — mormorò mestamente il Ricciuto. — Affè mia, -preferirei essere all'aria aperta con la mia brava carabina sulla -spalla, e trovarmi anche sotto il tiro delle artiglierie del Borzone. -Qui mi par d'essere in trappola. - -— Suvvia, sei lugubre, Ricciuto, come un vecchio barbagianni -spennacchiato! - -— Vedo giusto, signor conte! - -— Vedi giusto? — esclamò l'Embriaco. — Osi dire di veder giusto, quando -la stessa Marchesa madre mi ha offerto ospitalità? - -— La Marchesa madre, sicuro, non il Conte figlio. - -— Che vuoi dire? - -— Voglio dire, signor conte, che in questi tempi la politica fa spesso -esser di diverso parere moglie e marito, come i Marchesi di Spigno -possono dimostrare e tanto più madre e figlio; in ispecie quando, come -nel caso nostro, vedono diversamente. - -— Tu parli per enigmi, Ricciuto! - -— Io parlo per verità. Non ricordate forse, signor conte, che se la -Marchesa di Spigno tiene per il Re di Piemonte, il marito apertamente -parteggia per le nuove idee venute di Francia? - -— Ma non abbiamo a che fare coi Marchesi di Spigno, qui! Sono lontani, -per volontà di Dio! - -— Non molto, signor conte: la bella Marchesa Fiorina di Spigno, in -altri tempi, assai recenti del resto, fece gli occhi dolci al conte -Luca Lascaris, che, a quanto sottovoce si narra non fu insensibile, nè, -pare, sfortunato. - -— Va bene! Lo so! E con questo? - -— Credete voi, signor mio, che la bella Marchesa di Spigno, degna di -ben più alti cuori, si sarebbe abbandonata ad un amoretto annacquato -col giovine cugino senza un ragione tanto più forte quanto più nascosa? - -L'Embriaco ascoltava interessato. - -— E cioè? - -— E cioè di guadagnare alla causa del Re di Piemonte il conte Lascaris: -il Re di Piemonte ha un grande amico in queste riviere.... - -S'avvicinò alla finestra e mostrò un castello nero e solitario sopra -una scogliera presso il mare. - -— .... Il nobile Camillo Altariva. Se potesse guadagnare anche il conte -Lascaris, le nuove idee di Francia non arriverebbero nè a Genova nè a -Torino. - -— E tu credi? - -— Io nulla credo: quando si tratta di una donna bella ed astuta come la -marchesa Fiorina, non si può dubitare: è certo. - -— Dunque Lascaris cospira con la Spigno? In questo caso sono -salvo. — - -Il Ricciuto rise sotto il mento. - -— Lo credete, padrone? - -— Per il Papa, se lo credo! Siamo partigiani. - -— Io non lo credo però! - -— Perchè? - -— Perchè il conte Lascaris non ha alcun interesse a rompere con la -Serenissima apertamente: se l'avesse, avrebbe già rotto. No, signor -conte; si cospira. Dunque si teme la luce del sole. E poichè la -Repubblica di Genova dubita del conte Lascaris, e con ragione, il conte -Lascaris darà del fumo negli occhi alla Serenissima, consegnandovi -al Borzone. Chi siete voi, dopo tutto? Un uomo fuori della legge, -pericoloso per amici e nemici. Consegnandovi, il conte Lascaris farà -palese la sua buona fede di amico della Repubblica e cospirerà poi con -tutta sicurtà. - -L'Embriaco preoccupato osservò: - -— Ma se l'intesa fra Luca e Fiorina fosse già avvenuta? - -— Non può essere avvenuta! Il messaggero non cammina come noi! - -— Secondo te, dunque io sarei perduto.... - -— Certamente.... a meno che.... - -— A meno che? - -— Non foste voi davvero il messaggero tra Fiorina e Luca Lascaris. - -L'Embriaco si alzò: - -— Che dovrei dunque dire a Luca? - -— Nulla dire, signor conte, mostrare! - -— Mostrar che cosa? - -— Una lettera della marchesa di Spigno. - -I due si guardarono. - -— E tu credi che.... - -— La bella marchesa di Spigno è troppo gran dama per degnarsi di -scrivere.... firma soltanto ed ancora con una tal quale disinvoltura -che la rende illegibile. Così. - -Togliendosi dalla cintura un calamaio di legno ed un fascio di fogli, -il Ricciuto, con bella sicurezza, tracciò un ghirigoro che l'Embriaco -osservò arrossendo. - -— È proprio la firma di Fiorina! - -— Precisa! Certo il Marchese di Spigno scrive da erudito e legge il -signor di Voltaire. Ma la Marchesa.... ecco qui tutto il suo sapere. - -L'Embriaco esitava. L'altro proseguì: - -— Vi piacerebbe pendere appiccato dai merli del fortino? - -L'Embriaco non rispose. - -— Salvarsi da tutte le reti per incappare nelle mani di un Borzone! A -Genova ne riderebbero della grossa. - -In quella, un suon di corno giunse da lontano. - -— Il conte Luca ritorna! — mormorò il Ricciuto. - -Il suon di corno risuonò più vicino. - -— Decidetevi dunque: volete? - -Allora l'Embriaco, quasi scuotesse di dosso l'uggia d'una risoluzione -impellente, mormorò: - -— Ho sonno, Ricciuto: occupati tu dei miei affari, ti prego. - - - - -IV. - - -Il Conte Luca Lascaris tornato dalla caccia ebbe un colloquio -temporalesco ma breve con la marchesa Isabella: poi con la rude -cortesia che anche nei momenti meno simpatici gli era abituale, si fece -annunziar presso l'ospite. - -L'Embriaco lo ricevette con un grazioso inchino. - -— Scusatemi, signor conte, — gli disse il Lascaris — se l'ospitalità -del mio castello non è quella che si conviene ad un gentiluomo pari -vostro.... - -L'Embriaco non lo interruppe. - -— .... ma vi assicuro che io sarò dolente allorchè ne varcherete la -soglia per i molteplici negozi che senza dubbio reclamano fuori di qui -la vostra presenza. - -— Il che vuol dire — il fuoruscito rispose — che bellamente mi negate -asilo? - -— Negarvi asilo? Dio non voglia. Ma il mio castello non è nè chiesa del -Signore, nè convento riconosciuto e tanto meno piazza forte. D'altra -parte il mio patto di fedeltà alla Serenissima Repubblica di Genova mi -vieta di ricevere i suoi nemici. - -— E così mi consegnerete al Borzone? - -— Vi prego di non male interpretare le mie parole. Finchè sarete sulle -mie terre nessuno oserà toccarvi: quando ne uscirete, alla grazia di -Dio! - -L'Embriaco chinò il capo. - -— Quando dovrò uscire dal castello? - -— A piacer vostro, signor conte! - -— Subito allora. - -Il Lascaris non rispose. Restò un po' curvo, ciò che l'aggraziava, -giacchè era un bel gentiluomo, elegantissimo, quasi effeminato, ed -amava d'eguale amore armi e profumi. - -— Prima però, — l'Embriaco riprese — permettete che io adempia sino -all'ultimo l'incarico affidatomi da una dama. - -Il Conte Lascaris trasalì. - -— Un incarico per me? - -— Per voi. Date ordine che ci lascino soli. - -Ad un cenno la scorta del castellano si ritirò nell'antisala. -L'Embriaco lentamente, quasi centellinasse, quasi succhiellasse ogni -parola, continuò: - -— Ed ora vogliate scusarmi se mi spoglio innanzi a voi. - -Si tolse la casacca, sbottonò il giustacuore, poi fra la camicia ed un -sottil giaco tolse una lista di pergamena avvolta intorno alla persona. -Il Lascaris lo seguiva dello sguardo stupefatto: accolse con diffidenza -la pergamena che l'Embriaco gli porse, vi gettò uno sguardo annoiato ed -arrossì violentemente. - -— Chi ve la diede? — esclamò afferrando la mano del genovese. - -— Scusatemi se io ve la porto senza sigillo nè stemma e senza nastri. -Ero malsicuro per i passaggi guardati. Ho dovuto avvolgerla, sotto il -giaco, alla persona, perchè all'occorrenza passasse con me. - -— Vi ringrazio — potè appena articolare il castellano — vi ringrazio e -vi prego di non tener calcolo delle mie parole di poco fa. - -Gli tremavano le mani, il viso gli si era fatto più pallido del -consueto. - -— Ad ogni modo credete che vi libererò presto della mia presenza — -l'Embriaco riprese crudelmente. — Vi potrete ad ogni modo servir di me -per una risposta, se vi parrà che ne valga la pena. - -Il Lascaris non rispose: leggeva concitato e tremante. Poi alzò gli -occhi in viso all'ospite. - -— Fu la marchesa Fiorina a consegnarvi questa lettera? - -— Fu la marchesa Fiorina. Ma siccome non ignorava i pericoli ai quali -andavo incontro, volle che imparassi a memoria la missiva che forse non -avrei potuto consegnarvi. - -— Vi ringrazio — cominciava il Lascaris. - -In quella uno scudiero si avanzò nel vano della porta. - -— Il signor Nicola Borzone chiede di parlare al signor conte. - -Si voltò di scatto il Lascaris. - -— Dite al signor Borzone che non l'ho fatto chiamare: che attenda i -miei ordini al fortino. - -Un lampo di gioia, subito celato, illuminò il volto dell'avventuriero. - -— Perdonatemi — susurrò il Lascaris, e si raddrizzò con aggraziata -alterezza: perdonatemi. Sono tempi questi in cui bisogna diffidare -anche delle persone più legate dal sangue. Non me ne vorrete, io spero, -se ho dubitato di voi. - -— Non ve ne voglio. Tutt'altro. Penso che il primo dovere di chi -cospira, sia il sospettar di tutto e di tutti. - -— E chi vi ha detto che io cospiri? — domandò il giovane castellano -corrugando le sopracciglie, ripreso a suo malgrado dalla diffidenza. - -L'Embriaco evitò lo sguardo inquisitore, non troppo abile nè penetrante -del resto, e sorrise. - -— Chi non cospira oggi? È dovere ed è l'unico piacere che ci si -permetta ancora. Fra due contendenti si parteggia, fra tre si cospira. -La Repubblica genovese da una parte, la Francia dall'altra, il Re di -Piemonte e cioè l'Austria.... - -Il Lascaris era troppo giovane: trasalì. - -— Vedete — riprese l'Embriaco — vedete? Cospirate anche voi, e fate -ottima cosa. Però cospirar da soli è sterile e voi non siete uomo da -perdervi in vanità. Non mi parlate, non vi confidate. Vediamo prima: -colui che la marchesa Fiorina di Spigno degnò della propria confidenza, -può essere un amico per voi? - -— Lo può! - -— E allora.... non parlate, no, chè può legarvi un giuramento! Parlerò -io. - -— Parlate. - -— Tre uomini in questo estremo lembo di Liguria possono opporsi -all'invasione francese: voi e Camillo Altariva per queste vallate -e il signor duca di Nervia per la sua: stretta fra voi la città -di Ventimiglia, ove si dibattono chi parteggia per Francia e chi -per Genova, è innocua: il Re può così esser sicuro di conservar -le sue terre e il suo potere: finchè voi vorrete i francesi non -passeranno..... - -— È certo che non passeranno. - -— Lo penso anch'io. Ditemi solo una parola che non vi può -compromettere: Per il Re? - -Luca Lascaris tese la mano. - -— Per il Re! - -— Alla buon'ora! — esclamò l'Embriaco stringendogli la mano tesa. — -Alla buon'ora! Vedete come ci s'intende facilmente! Alla buon'ora! - -Un ultimo dubbio serpeggiava nel cuore del castellano mentre mesceva -all'ospite il bicchiere del benvenuto. Ma l'Embriaco dissipò anche -quest'ultima nube. - -— Al diavolo la politica e le cure degli affari di guerra. Non bevo -a voi, signor conte, ma al fiore della cortesia, della grazia e della -bellezza, all'impareggiabile Marchesa Fiorina di Spigno, degna del Re -Sole.... o di voi! - -E i calici gaiamente tintinnarono. - - - - -V. - - -Lo stesso giorno, mentre accadeva quanto è oggetto dei capitoli -precedenti, in una casa della città verso le mura e prospicente quindi -la vallata del Roia, si notava un allegro via vai. - -Betto Grimaldi, il comandante della città, ritornava dall'aver -accompagnato l'Embriaco, recando alla figliola il dono -dell'avventuriero. Lo scortavano alcuni soldati che si fermarono al -portone, tutto aspro di chiodi, e già salutavano il vecchio soldato -che s'accingeva ad entrare, quando un rumore di passi pesanti e sonori -s'udì nella viuzza. - -— Guarda chi arriva, Giano — ingiunse il Grimaldi a un soldato della -scorta, il più giovane, il più lisciato, che pareva d'origine meno -popolaresca del restante. - -— È il Moncherino, Comandante — rispose l'interrogato. - -— Lo manda il Borzone, dunque? O che mai vorrà? Digli che si spieghi a -te. - -E stava per rinchiudersi dietro il battente, quando colui che -sopraggiungeva esclamò ansimando: — Magnifico messere! magnifico -messere! Cerca proprio di me — notò Betto Grimaldi un po' inquieto, e -soggiunse: - -— Spiegati, e spicciati, che ti colga il malanno! - -Il nuovo arrivato era un vecchio adusto e asciutto, vestito d'una -rozza casacca ed armato d'un paio di pistole, tutt'e due da un lato. E -questo perchè gli mancava la mano sinistra, donde il soprannome che lo -distingueva. - -— Magnifico messere, è il comandante Borzone che mi manda, e che vi -prega di raccogliere quanti più uomini potete e correre a dargli aiuto! - -— O che? Sono comparsi i francesi? O il nobile Altariva s'è ribellato? -O che..... - -— Magnifico messere, il traditore Embriaco..... - -Al nome del bandito, il vecchio Betto fece un salto. - -— È avvistato l'Embriaco? Fulmini del cielo! Corri tu dal capitano -Cavalli e che faccia sonar la raccolta! - -Si trovò nelle mani la scatola di guanti, dono dell'Embriaco per -madamigella Chiara: la porse a Giano dicendogli: - -— Tieni, porta questa scatola a mia figlia e raggiungimi. - -Giano, bastardo Lercari, alfiere della Serenissima Repubblica di -Genova, ma più innamorato che alfiere, afferrò l'occasione con gioia e -la scatola con ambe le mani, affrontando poi di corsa la ripida scala -che metteva al piano abitato dal Comandante. Fu fermato in antisala da -una vispa servetta che gli fece riverenza. - -— Qual buon vento vi porta, messer Giano? - -— Annunciami a Madonna, Gilda: è il magnifico suo padre che m'incarica -di consegnarle questo.... - -— Posso io stessa recarlo a Madamigella — rispose Gilda allungando le -mani. - -Ma il Lercari fece tre passi indietro e crollò il capo. - -— Obbedisci, Gilda! E annunciami a Madamigella. - -La cameriera con una smorfietta si diresse verso l'interno e Giano -la seguì. Non era troppo vasta la casa abitata dal Grimaldi: ad una -porta mascherata da un ampio arazzo e che apparve in capo al breve -corridoio nel quale finiva l'antisala, s'arrestarono entrambi e Gilda -bussò leggermente. Rispose una voce limpida e tranquilla che l'invitò -ad entrare, e la cameriera obbedì scostando la tenda per agevolare il -passo al Lercari. - -Una stanza non ampia, addobbata a salotto, un salotto rococò in cui -stonavano delle poltrone recenti venute di Francia, sotto dei grandi -mobili secenteschi, illuminata da due finestre all'uno e all'altro lato -dell'angolo, aperte, e inquadranti il paesaggio fronzuto della vallata, -apparve come impari cornice a una dolce figura di giovane donna, -vestita di bianco, ritta dinanzi ad una minuscola scrivania ingombra di -carta elegante e di sigilli. - -— Siete voi, Giano? — domandò la damigella Chiara fissando gli occhi -azzurri sul soldato. - -— Sono io, Madamigella. Il Magnifico vostro signor padre vi manda -questa scatola...... - -— Che cos'è, Giano? - -— Credo che siano guanti, Madamigella, - -— Guanti? giunti da Genova o da Torino? - -— Lo ignoro. Li ha donati per voi al Comandante un cavaliere straniero. - -— Vediamo! Vediamo! - -Aiutata da Gilda aprì la scatola, ne trasse con brevi gridi giocondi i -guanti bianchi e neri, da conversazione e da cavalcare e battè poi le -mani come una bimba. Quindi si ricordò: - -— E mio padre, Giano? Perchè non è con voi? - -— Vostro padre, Madamigella, fu chiamato dal Borzone! - -— Ah! - -Un istante d'imbarazzante silenzio. Poi la damigella Chiara con voce -tremula riprese: - -— Voi lo raggiungerete, Giano? - -— Sì, Madonna! - -— Al forte del Borzone? - -— Suppongo. - -— E non c'è lassù, almeno, dite, non deve trovarsi lassù un inviato del -generale francese? - -— Un inviato del generale francese? Domani, Madamigella.... O, scusate, -anzi avete ragione: deve già trovarsi colassù. - -— Ecco — rispose soddisfatta la damigella Chiara — ecco! E vi -dispiacerebbe incaricarvi d'un mio messaggio...? - -Sospese. Ma il Lercari arrossendo compì: - -— Perchè l'inviato di Francia lo consegni al vostro fidanzato? - -Stava per aggiungere: - -— Non è precisamente l'incarico che bramerei. - -Ma lo tenne per sè. Abbozzò invece un inchino e tacque. - -— Appunto — riprese la fanciulla. — Ve ne sarei tanto grata, messere! - -— Ai vostri ordini. Madamigella! - -La figlia del Grimaldi non avvertì il celato dispetto di chi le -rispondeva. Nel suo egoista piacere sorrise invece al giovane e -raccomandò alla Gilda di servirgli dei rinfreschi. - -— Stavo appunto scrivendo quando mi foste annunziato, messere. Datemi -licenza, vi prego, che finisca la lettera perchè possa consegnarvela. - -Giano Lercari s'inchinò e seguì poi la Gilda che lo precedette -allegramente, soddisfatta in cuor suo dello scacco subìto -dell'innamorato alfiere. - -Rimasta sola, donna Chiara s'avvicinò alla piccola scrivania, sedette -su la punta d'una scranna leggera venuta di recente dalla Francia e -riprese la lettera incominciata. Rilesse innanzi tutto quello che aveva -scritto. La lettera diceva così: - - Ventimiglia 19 giugno 17.... - -_Rompo il mio lungo silenzio, giacchè mi si presenta questo poco di -tempo opportuno, per rispondere alle vostre graziose ed a me care -lettere._ - -_Sento dalla pregiata vostra prima datatami dei dodici giugno, che le -mie _non adorabili_ grazie mi hanno assicurato il vostro cuore. Non so -quale idea vi abbia fatto scegliere una compagna che certo non ha mai -pensato sulla vostra amabile persona, per molti motivi, li quali mi -riserbo con più lunghezza di tempo a farveli noti. Ma visto che tale -è il vostro genio, non posso a meno che tenermi fortunata di poter -acquistare un compagno sì bello, sì grazioso, sì amabile, quale siete -voi. Ciò non pertanto...._ - -La lettera dalla venuta di Giano Lercari era rimasta interrotta a -questo punto. La fanciulla tagliò accuratamente un'altra penna e -continuò: _..... vi faccio sapere che da me non dipende il tutto, e che -bisogna che prima consultiate i miei superiori, dalli quali ne dipende -il tutto, ed una volta consultati favorevolmente questi, potete dire -che avete navigato senza alcun contrasto. Sento poi dall'ultima vostra -un rimprovero, che certo non mi si conviene, dell'abboccamento che -doveva aver luogo. Vi posso assicurare sulla mia fede che io non ho -saputo niente di questo, e che nissuna persona me ne ha parlato._ - -_Finisco per la brevità del tempo e pregandovi di tener celata la -presente e di compatire li miei mal espressi sentimenti e brutti -caratteri._ - -_Favorite aggradire tutti li epiteti e cerimonie di cui nelle care -vostre voi mi fregiate (sebbene contro tutti li miei meriti), nel -mentre che ho il bene di sottoscrivermi e dirmi la più fortunata di -tutte le giovani_ - - _vostra affezionata ed umile amica_ - - Chiara Grimaldi - -Quand'ebbe scritto, con un sospiro di sollievo, piegò il foglio in -quattro e lo sigillò con un'ostia minuscola, color ciliegia, che non si -peritò di umettar da sè. Poi sul foglio così chiuso, a caratteri minuti -scrisse: - - _A colui, che mi adora, ed ama._ - -Nel tracciare i motti ingenui, sorrise quasi ad un ricordo. Cercò in un -cassetto che aveva daccanto un sacchettino di pelle bianca sul quale di -sua mano aveva ricamato un nome: Filippo Balbi, in vermiglio e verde, -vi chiuse la lettera e ne cucì la bocca con un filo d'oro i cui capi -riunì e sigillò con cera bianca imprimendovi il castone d'un grosso -anello che portava appeso alla cintura. - -Il tramonto che rallegrava la ripida scesa del colle verso il mare, -incupiva invece la selvaggia vallata del Roia, quella vallata che, -appunto in quelli anni, il Foscolo facea percorrere al fatale Jacopo, -il quale dal ponte presso la marina aveva “_spinto gli occhi fin dove -può giungere la vista; e percorrendo due argini di altissime rupi e -di burroni cavernosi, appena si vedono imposte sulle cervici dell'alpi -altre alpi di neve che s'immergono nel cielo e tutto biancheggia e si -confonde.....”_ - -Jacopo, probabilmente dispeptico, vedeva tutto in nero, ma lo scenario -non era meno selvaggio, e la criniera di pini che coronavano le roccie -di Roverino e le balze che attorniavano la foce del torrente Bevera non -erano meno irsute. Lo spettacolo si presentava pur tuttavia grandioso -per la vastità del letto del fiume e l'ampiezza della valle: era tale -da attristire per la cornice buia della cupa verzura nel tramonto -rossastro. - -Chiara abbrividì. Alzò alle labbra il sacchetto di pelle bianca, lo -baciò e cercò di guardar se contro luce lo scritto apparisse. - -Nell'alzare gli occhi s'accorse d'un lume di fiaccola agitata laggiù -dove il torrente Bevera sfociava nel Roia. Il segnale non le parve -ignoto; era un alzar verticale, ed un seguire orizzontale della -fiaccola, come se si volesse tracciare una gigantesca croce di fuoco. -La fanciulla trasalì. Poi retrocesse, fino alla porta e chiamò: - -— Gilda! Signor Giano! - -I chiamati accorsero. - -— È pronta la lettera, Madamigella? La notte si avvicina e la strada è -malagevole. - -— Eccola! - -L'alfiere s'inginocchiò, ricevette il sacchetto che nascose -nell'interno della giubba, poi s'inchinò per accommiatarsi. - -— Guardate laggiù, signor Giano — disse allora Chiara additandogli il -segnale luminoso. - -In silenzio, curvandosi per meglio acuire gli sguardi, il giovane -osservò. Quando rialzò il capo era agitato, quasi febbrile. - -— Che Iddio nol voglia! — mormorò. - -E poi: - -— Datemi licenza, Madamigella! È necessario che raggiunga il Comandante. - -— Ma — insistette Chiara — non vi sembra un segnale?.... - -Non compì. Compì l'altro invece. - -— È il segnale dei realisti infatti, Madamigella! È il segnale dei -ribelli Altariva e Nervia, Madamigella! Ma come sono discesi nella -nostra valle? Ed a chi fanno il segno di riconoscimento? Chi invitano o -chi aspettano? - -Alzò gli occhi. Sopra il fortino del Borzone, sulla collina mozza, -svettava il gonfalone dei Lascaris. Rabbrividì. - -— Che Iddio nol voglia! — ripetè. - -S'inchinò. - -— Madamigella, spero che il vostro messaggio giunga questa sera istessa -a destinazione. Pregate il cielo che sia così.... - -E mentalmente proseguì: - -— O siamo tutti perduti. - -E si ritirò prestamente seguito dalla Gilda. - -Chiara, sopra pensiero, tornò alla finestra. La sera scendeva rapida, i -picchi di Roverino rosseggiavano, ma i recessi della vallata opposti al -tramonto annerivano come se li avviluppasse un cupo velario. - -E il segno infuocato della croce si ripeteva laggiù, nel sinistro -silenzio dell'ora. Ad un tratto s'udirono i rintocchi d'una campana -della città, poi d'un'altra, poi d'una terza. A poco a poco risposero -le pievi e gli eremi dispersi nell'alto in mezzo alle foreste. - -La croce di fuoco si spense. - - - - -VI. - - -Il signor abate Bernardino Viale, in Arcadia Amarillo Glucosio, -invitato dalla Marchesa Isabella aveva alzato il bicchiere sottile -colmo di giallo vino spumoso, così cominciando un sonetto improvvisato -ad onor dell'Embriaco: - - _L'ospite viator, che, stanco il piede,_ - _bussa alla porta della magion, sia,_ - _poichè di Marte dai perigli riede,_ - _il bene accetto.................._ - -quando contro ogni etichetta, all'improvviso, i due battenti della -porta che sbarrava la gran sala s'aprirono ed apparve fra due torce, -un volto severo di gentiluomo. Se l'abate rimase interdetto e gli si -essicò nel gorgozzule la fonte d'Ippocrene, se la Marchesa Isabella -aggrottò le sopracciglia spazientita, se l'Embriaco sentì rimescolarsi -in cuore un non so che di simile all'inquietudine, il Conte Luca -Lascaris invece si alzò di scatto col viso irradiato dalla gioia, e -gridò: - -— Camillo! - -Il nuovo arrivato, un uomo di mezza statura dal volto più che severo, -cupo, d'un pallore ossessionante che spiccava ancor più sull'abito -nero privo, meno che ai polsi, di un qualsiasi pizzo o ricamo, fece -un inchino profondo alla Marchesa e, prima di fermarsi sull'Embriaco, -lasciò per un attimo posar lo sguardo un po' sprezzante sull'abate, -il quale, appena lo potè senza farsi scorgere, si crocesegnò -frettolosamente e borbottò una preghiera latina che sapeva di -esorcismo. - -E del resto Camillo Altariva autorizzava paure e scongiuri. Nobile -senza titolo, possessore d'una ingente fortuna e del castelletto -grifagno sul mare che quello dei Lascaris teneva in soggezione, -era temuto più per idea che per volontà, giacchè fuggiva i simili -e non viveva che tra i vecchi libri pieni del dubbio di cui andava -stanca e infelice l'età penosa che attraversava. Non superbo forse, -ma schivo degli uomini che forse non odiava, ma non amava certo, -dal solitario nido ove passava la triste vita, s'era ad un tratto -mischiato ai suoi pari, per nascita se non per pensiero, incitandoli -alla resistenza contro la marea eguagliatrice dell'invasione francese. -Il conte Luca Lascaris ne subìva l'influsso in modo tale che il solo -nome dell'Altariva bastava a farlo ribellare pur anche alla madre, -autoritaria così che la nuora aveva dovuto abbandonare il castello per -sottrarsi ad un dominio che non sapeva tollerare. Anzi la fuoruscita -della contessa, che si usava attribuire alle inquietudini dei tempi -— aveva emigrato a Torino e seguiva ora le peripezie della Corte di -Savoia — era avvenuta per consiglio dello stesso Altariva, donde la -poca cordialità della marchesa Isabella, sempre all'erta e sempre -sospettosa. - -Fermo sulla soglia il nuovo venuto si guardò intorno un attimo, fece -poi un profondo inchino alla dama, un cenno breve all'abate, un più -cordiale al Lascaris e frenò la poco piacevole meraviglia scorgendo -l'Embriaco a lui ignoto di persona. - -— Mio nobile vicino — disse il conte Luca non senza una qualche -titubanza — voi mi avete fatto felice venendo al mio castello. Vi -prego, prendete posto accanto alla mia signora Madre: l'ospite nostro, -il conte Emanuele Embriaco..... - -L'Altariva impercettibilmente trasalì. - -— .... sarà felice al par di me nel conoscere il nobile Camillo -Altariva. - -— Il nobile Camillo Altariva! — ripetè l'Embriaco alzandosi di scatto. -— Ma io mi vanterò di questo giorno come del più fortunato..... - -— _Albo signanda lapillo_ — mormorò l'abate seccato d'esser rimasto a -mezzo del suo peccato con le Muse. - -— Vi ringrazio di tutto cuore, signor Conte — rispose l'Altariva con -una certa quale freddezza non priva d'una punta d'ironia. — E mi duole -dover rispondere poco aggradevolmente alla vostra cortesia chiedendovi -licenza di sottrarvi la compagnia del conte Luca, al quale ho una -importante e urgente comunicazione da fare. - -L'Embriaco rispose a sua volta con un inchino garbato ma non privo -d'altezzosità. - -— A me chiedete venia, signore? Chi son io se non l'ultimo degli -ospiti, quando è presente la graziosa marchesa Isabella di Spigno, -contessa Lascaris di Tenda? - -Corse il figlio al riparo, e d'impeto come soleva: - -— Camillo, che c'è di così misterioso che mia madre e il mio maestro -— fece un cenno all'abate — non possano ascoltare? In quanto al conte -Embriaco..... - -Qui s'arrestò. Non voleva confessare che gli giungeva latore d'un -biglietto della Marchesa di Spigno. Ma l'esitazione del figliolo fu -tagliata a corto dalla madre, che intervenne prontamente. - -— Il conte Embriaco è un amico, signor Altariva. - -Pronunciò la parola _amico_ quasi le donasse uno strano significato. E -l'Altariva ascoltò senza stupore, o almeno senza mostrarne. Soggiunse -appena: - -— Vorrei poter dire altrettanto. - -— Mi lusingate, signore d'Altariva — replicò il fuoruscito. - -Al che l'altro pronto: - -— Altariva soltanto, signor Conte! - -— Come si diceva soltanto Rohan allora, fino a pochi anni or sono. - -— La nobiltà degli Altariva, intervenne in buon punto l'abate, risale -a Magone cartaginese, come risale alla Imperatrice Eudossia, per non -addentrarci nelle caligine dei tempi barbari, quella dei Lascaris. Voi -non ignorate, signor Conte, che la famiglia dei Barca..... - -— L'abate è partito con la lancia in resta — esclamò il Lascaris, -e se non interviene la signora mia Madre, nessuno qui ha potestà di -arrestarlo.... - -— Magone cartaginese nella sua terza spedizione contro gli Ingauni, -cacciato nell'occidente da un Appio romano o ligure con cittadinanza -non bene identificata, approdò secondo la tradizione.... - -L'Altariva lo fermò col gesto: - -— Non mi sembra, signor Abate, degno della vostra abitual cortesia -tessere lodi alle nostre famiglie, quando è dinanzi a voi il -discendente d'uno dei ventinove Alberghi della Serenissima, nobile del -Portico vecchio e del libro chiuso..... - -— Tu non m'inganni con le tue spagnolerie, — pensava intanto il -fuoruscito, — e sarebbe assai meglio farti sputare quello che mastichi -e che può essere interessante, per me almeno. Ma come fare? - -La Marchesa Isabella era intervenuta nel dibattito. L'udir vantare la -schiatta dei Lascaris l'era dolce, ma non quanto le lodi e glorie degli -Spigno. - -— La nobiltà piemontese — disse — non la cede a nessuna per antichità e -per belle imprese. La famiglia degli Spigno..... - -— ....è antica almeno quanto lo son le rose, — aggiunse con bel garbo -il genovese — e non vedo la necessità di cercarne la ragione risalendo -a Bisanzio o tanto meno a Magone. - -Un sorriso della dama fu il ringraziamento, e non il solo. Amarillo -Glucosio andò in estasi, levò le braccia al cielo e chiese all'Embriaco -il permesso di tornire un madrigale sul detto memorabile. E l'Embriaco -stava per accordare il chiesto permesso, quando giunse all'orecchio -dei commensali, non troppo chiaro ma sicuro, il brusìo crescente -di una folla, brusìo che il vento di ponente a intervalli portava -distintissimo come se la gente si trovasse nella stanza vicina. - - - - -VII. - - -La Marchesa s'era alzata e batteva sul timpano: ma non ci fu bisogno -di chiamare, apparve il maggiordomo, e dietro di lui, brutto di -fango e gli abiti in disordine, un vecchio adusto ed asciutto. Nè il -maggiordomo aveva ancòra aperta la bocca, nè il vecchio apparso per -conto suo aveva articolato parola, che già l'Altariva, freddamente e -pacatamente rivolto all'ultimo arrivato gli diceva: - -— Sappiamo tutto, Moncherino, sappiamo tutto. - -— Tutto che cosa? — esclamò la dama. - -— Gesù, Giuseppe e Maria, tutto che cosa? — appoggiò l'abate, -pallidissimo. - -— Quello che con buona licenza di Magone cartaginese e di Eudossia di -Bisanzio, avrei già detto, — replicò l'Altariva — se qui non si fosse -parlato d'altro mentre il villaggio di Sant'Antonio bruciava. - -— Il mio villaggio di Sant'Antonio brucia? E perchè? Chi è causa -dell'incendio? Altariva che ne sapete voi? — urlava il Lascaris. - -— Quello che vi dirò probabilmente se mi lascerete parlare: ed è breve: -un improvviso sconfinamento di sanculotti, come al solito: questa volta -più grave poichè sono giunti sin sotto la città. - -— E i terrazzani, e i poveri terrazzani di Sant'Antonio! — chiese il -conte Luca impetuosamente. - -Parve che il brusìo portato dal vento di ponente s'incaricasse di -rispondergli: giunse trascicato come un ulular di dolore in tutti i -toni, dai bassi agli argentini, misto di imprecazioni, di pianti, di -lamenti, voci di donne e di bimbi, disperate, ansimanti. - -— Maledetti francesi! - -— Maledetti, perchè? — l'Altariva replicò. — Perchè adoperano, la forza -come possono? O perchè l'hanno questa forza? Perchè si battono coi -denti e con le unghie? Perchè.... - -— Voi li difendete? Voi? - -— Difenderli? Si difendono, anzi offendono! Ma non li difendo io. Vi -faccio osservare che imprecare e odiare è impotenza. Io li combatterò, -io cercherò di schiacciarli come potrò, con l'astuzia o con la frode, -chè in guerra tutto è permesso, ma è inutile imprecare e perdersi in -vane querele. - -— E che fare allora? - -— I fatti! Quali sono i fatti? - -— Interroghiamo quella gente! - -— È inutile — interruppe l'Altariva — so tutto io, ho visto ogni cosa -e se quei poveri terrazzani sono qui e se all'incendio ed al bottino -materiale non si è aggiunto l'assassinio o la retata degli uomini -validi alla coscrizione, come i francesi usano fare, se tutto ciò fu -evitato lo si deve a me. Una colonna di predoni, poichè voi sapete che, -se pur sono truppe regolari, sconfinano senza ordine di capi e soltanto -perchè spinti dalla fame e comunque dal bisogno, una colonna di -centocinquanta predoni almeno e forse più, non discende il versante di -Roccabruna, senz'essere avvertita. Ho capito che avevano l'intenzione -di gettarsi sul villaggio più vicino, Sant'Antonio, ho fatto avvertire -gli abitanti, e anzi li ho incolonnati, carichi di quello che potevano -portare, il bestiame innanzi, e sciolto quello che non poteva correre, -di modo che i francesi trovando poco o niente hanno incendiato le -case. Poco male. Non è il tempo di vivere alla Florian nei villaggi, -questo: l'uomo di qualunque età, sano o capace di sollevare una falce, -combatte: vecchi e donne e bimbi si chiudano in città o nei porti o -nei castelli. Difender poco per poterlo difender bene, ecco quello che -occorre. - -— Ben detto! — esclamò l'Embriaco — ben detto, signor Altariva. Ma -scusate: avete parlato della città, mi pare. - -— Sì: ho detto che son giunti presso la città. Perchè? - -— Ventimiglia? - -— Ventimiglia. Perchè no? - -— Siete sicuro di Betto Grimaldi e di Nicola Borzone? - -Il Moncherino fece sentire un grugnito di poco buon augurio, ma -l'Embriaco gli poggiò la mano sull'omero confidenzialmente. - -— So chi sei tu, amico senza paura, ma so pure, signor Altariva, -che cos'è la Serenissima Repubblica di Genova. Verrà a patti, ve lo -garantisco io. - -Intervenne il Lascaris. - -— Permettete, conte. La vostra avversione al governo della Serenissima -offusca forse il vostro giudizio che so limpido, acuto e sereno. Non -posso accettare il vostro punto di vista, per rispettabile che sia. -Qui c'è presente — e additò il Moncherino — un messo del signor Betto -Grimaldi: ciò prova che tanto il Grimaldi quanto il Borzone hanno -idea di opporsi ai sanculotti ed alla sanculotteria, armata e non -armata..... - -— Per Nostra Signora delle Virtù, giuro che il signor Conte Lascaris ha -pienamente ragione — esclamò il Moncherino. - -— Che volete concludere, Luca? — domandò l'Altariva. - -— Questo. Che se il Grimaldi ci dà una mano, ci opporremo d'ora innanzi -agli sconfinamenti degli scamiciati predoni. - -— Amen — mormorò l'abate. - -Un momento di silenzio e d'attesa, rotto da un gesto della Marchesa, -la quale mosse verso la porta. Il Conte Lascaris l'interrogò dello -sguardo. - -— Vado — ella rispose — a dar gli ordini opportuni perchè quella povera -gente sia ricevuta e sfamata, come ce ne sarà di bisogno. Quando un -vassallo si presenta fiancheggiato dalla sventura, diventa un nostro -simile, disse un Lascaris che fu cavalier errante e trovatore di -Clemenza Isaura. - -— Ben detto, signora Marchesa! Noi dal canto nostro, ci renderemo conto -del pericolo che ci minaccia. - -La Marchesa uscì scortata dall'abate. Rimasero i quattro uomini a -fissarsi in silenzio. - -— Credo — pronunciò finalmente l'Altariva — che il Moncherino ed io -potremo bastare ad una ricognizione che occorre fare questa notte -stessa. Sono persuaso che si tratti, come al solito, di una mano -d'affamati straccioni in rottura di bando e di disciplina, ma è -necessario sapere con esattezza e non mi fido che dei miei occhi. - -— Spero che non vorrete privarmi della vostra compagnia, Camillo — -aggiunse il Lascaris: — abbiamo fino ad oggi diviso disagi e pericoli: -non mi farete l'ingiuria di lasciarmi qui dove basta mia Madre. - -— Come vorrete, Luca. - -L'Embriaco fece un passo avanti. - -— Ci conosciamo da pochi momenti, signor Altariva, da poche ore, Conte. -Non pretendo che abbiate in me la fiducia che vi ricambiate tra voi. -Non vi domando quindi che il posto più pericoloso perchè possiate -mettere a prova — e speriamo dura — la mia fraternità e l'amor mio per -quello che amate più della vita. - -Camillo Altariva esitò brevemente, poi tese la mano all'avventuriero. - -— Sia pure, signor Conte. E vi ringrazio. Non siamo così ricchi -d'uomini e di energie da poterne rifiutare. Venite con me. - -— Vi seguiremo, Camillo — dichiarò Luca Lascaris. - -— So dove occorre trovarsi. Credo che potremo far senza scorta. È più -semplice e più facile fra di noi. Mi promettete di obbedirmi anche se -ve ne possa dolere? - -— Lo promettiamo. - -— E allora non perdiamo tempo. - - - - -VIII. - - -Betto Grimaldi ricevette il Borzone frenando a stento l'impazienza che -lo dominava. - -— Notizie dell'Embriaco? Avete notizie dell'Embriaco, vecchio -_Senza-dio_? Dov'è? Dov'è? - -Non era certamente il rude soldato preposto al comando del fortino che -avrebbe potuto far dell'ironia, tono che ignorava affatto. Pure le sue -prime parole furono della schietta ironia, quantunque sincere e piene -di stupore. - -— Notizie dell'Embriaco, magnifico signore? Ma ne avrete certamente voi -più di me. - -— Ehi! Nicola Borzone! Giochiamo agli indovinelli come nella notte del -primo dell'anno? Non siete voi che mi avete fatto chiamare col pretesto -del dannato Embriaco? Animo dunque: sputate! - -Il vecchio _Senza-dio_ nutriva ancora un'illusione: che cioè l'Embriaco -fosse passato attraverso la città con un salvacondotto. La politica -della Serenissima era così tortuosa, venivano tanto spesso ordini e -contrordini, si bandivano e si raccoglievano subito dopo a braccia -aperte tanti uomini pericolosi, vigeva insomma un tale altalenarsi di -partiti, che dopo il primo tentativo d'arresto, e dopo l'opposizione -della contessa ratificata dal conte Lascaris, aveva persino sospettato -d'essere incorso in un errore grossolano. - -— Che l'Embriaco, — aveva pensato — sia di nuovo in buona con Palazzo -Ducale? Che il partito del Cattaneo sia in prevalenza? Non si sa mai! - -A Genova il magnifico Cattaneo impersonava le antiche tradizioni -repubblicane, rigide: voleva l'opposizione ad oltranza contro la -Francia e quindi si trovava spesso in urto col tentennante governo -dogale. Verissimo pur anche il fatto che il franco ed esigente Cattaneo -non poteva fornicare con un avventuriero della risma di Emanuele -Embriaco: ma come esser certi della politica genovese? - -— Non si sa mai! — aveva concluso il Borzone. - -E quindi era sceso in città per fare un rapporto più che per dare un -allarme. E tuttavia dinanzi allo stupore del Grimaldi, sentì rinascere -i propri dubbi ed anzi restò convinto della verità. Disse con una - -tal quale peritanza che gli affilò persino la voce roca: - -— Perdonate, magnifico signore: non avete avuto oggi quale ospite -l'Embriaco? - -— Oggi.... ospite.... - -Un sudor freddo coronò la fronte del comandante: gli traballò -improvvisamente la vista: ripetè: - -— Oggi.... ospite.... io?..... - -E cadde pesantemente sopra una scranna, annichilito. - -Qualche istante di silenzio passò per la stanza, imbarazzante silenzio -che nessuno osò peraltro interrompere. Poi, vincendosi con isforzi e -con pena, Betto Grimaldi sospirò: - -— Cercate il bando per l'Embriaco, vi prego, capitano Cavalli. - -Il Cavalli usci e rientrò poco dopo seguito da un vecchietto -rinsecchito, dalla barbetta rada e dal naso adunco sormontato da due -occhi spenti: erano le prime qualità avvertibili del sopraggiunto. -Poi lo sguardo si doveva fermare sopra una palandrana di velluto -spelacchiato e una papalina di seta, nera in origine, ma diventata -quasi verde. - -Null'altro meritava d'essere guardato, sopra tutto le mani sporche, -orlate di nero da qualche lustro. Era il nobile Orengo, archivista -del Governatorato. Portava seco — non avrebbe permesso che un atto -qualsiasi passasse per altre mani che le sue o quelle del comandante -— portava seco un foglio arrotolato che spiegò e cercò di leggere -strisciandovi sopra il naso inquietante. - -— Qua, date qua, vi prego — esclamò il Grimaldi strappandogli il foglio. - -S'avvicinò al doppiere, lesse, anzi cominciò a leggere chè gli -cascarono le braccia. - -— Volete che legga io, magnifico — chiese il capitano Cavalli. - -Ma non c'era quel bisogno: un'occhiata, nè ci voleva di più per -convincersi dai connotati, che il cavaliere gentile, donator di guanti -profumati per la damigella Chiara, altri non era che il fuoruscito -su cui pendeva una taglia e la cui cattura avrebbe procurato a lui, -Betto Grimaldi, senatore della Serenissima in disfavore del partito -preponderante e quindi relegato in un governatorato di secondo ordine -e dei più pericolosi, un enorme successo, la possibilità di tornare in -Genova e chissà, forse, a fin d'anno, la berretta dogale. - -All'istante di smarrimento tenne dietro una sorda rabbia dell'impotente -e quel natural tentativo di scaricare su qualcuno la responsabilità che -gli pesava addosso. - -— Io... io... sta bene.... posso aver sbagliato! Chi si ricordava quei -benedetti connotati? Ma voi, voi Borzone, che lo conoscevate di persona -mentre io non l'avevo mai veduto, come va che voi l'avete lasciato -passare? Animo, Borzone, che potete dirmi per giustificarvi? - -Preso alla sprovvista e di petto, il vecchio soldato non abituato alla -retorica, s'impapinò. - -— Io?.... Io?.... Per San Teodoro, magnifico! Io.... io?.... - -— Voi, sicuro, voi! Come va che vi è passato per la bocca, sotto -l'archivolto del forte, senza che almeno gli abbiate scaricato addosso -la vostra ferraglia? E voi lo conoscevate di persona, voi?! - -Dopo qualche momento di bocca spalancata dalla stordita meraviglia, il -Borzone potè finalmente difendersi. - -— La contessa Lascaris, magnifico! - -— Che c'entra adesso la contessa Lascaris? - -Con un po' di garbuglio, con idee non troppo chiare e qualche -circonvoluzione, Betto Grimaldi fu dal Borzone messo al corrente -dell'accaduto. Vide subito il senatore genovese una sua propria -scusante nella ribellione della contessa Lascaris: e d'altra parte -teneva tante lettere pressanti ricevute da Genova e istruzioni di -cercare ogni mezzo per attrarre nell'orbita della politica genovese -il Lascaris, tante volte gli era stato ingiunto di non guastarsi con i -signori del Castello _ad ogni costo_, che forse, pensava, la scusa era -bella e trovata. Ciò non ostante bisognava correre al riparo. - -— Siete voi certo, Borzone, che l'Embriaco sia ospite dei Lascaris? - -— Lo suppongo, magnifico signore. - -— Ebbene, andate a chiederlo in consegna a mio nome. - -Nel mentre il vecchio _Senza-dio_ si recava al castello dei Lascaris -con quel costrutto che conosciamo, Betto Grimaldi rifletteva, come -poche volte, ai casi suoi. Non erano tempi da riflettere quelli: -la vita non correva: annaspava. Non i due partiti che impongono -la decisione, ma i molti, i troppi che fan vivere tentennanti e -all'erta. Genova seguiva una politica la quale per voler essere troppo -furba, finiva per diventare inabile: tentennamenti verso la Francia, -tentennamenti verso il Re di Piemonte e l'Austria, adattamenti col -partito della tradizione che, per agire in qualche modo come faceva, -diventava sempre più simpatico al popolino pronto in ogni momento a -seguire chi si muove ed urla di più. - -Il Re di Piemonte pur non confessandolo nemmeno a se stesso, faceva -quasi l'istessa politica di Genova: sottomesso all'Austria, sì, ma -volentieri patteggiante con la Francia, benchè in opera si mostrasse -tutto all'opposto. In verità non si sapeva, nè si intuiva che strada -prendere: le armate repubblicane s'erano fatte rispettare e temere. Già -vittoriose, respinta l'invasione legittimista e tedesca, lasciavano -trasparire il desiderio di portar la guerra fuori dei confini, sia -per offendere, il che è più pratico che difendersi, ed anche, e -specialmente, per far bottino e livellare così l'esausto bilancio della -repubblica. Fortunatamente per gli offesi la disciplina del giovane -esercito repubblicano era più scarsa ancora dei mezzi di cui disponeva, -e quindi facile o almeno possibile il cercar d'opporsi alla invasione -o meglio agli sconfinamenti di bande avide e senza disegno fisso. Le -soldatesche della Serenissima e le truppe regolari del Re di Piemonte e -dell'Austria fino al giorno del nostro racconto erano sempre riuscite -ad impedire assalti e parziali invasioni: mancava alla repubblica un -braccio ed un cervello uniti in un sol uomo, ciò che non erano Massena, -Kellermann od uno qualunque dei generali francesi. - -Tale dunque lo stato delle cose che faceva, se non riflettere, pensare -almeno Betto Grimaldi nell'ora che trascorse dalla partenza del Borzone -al suo ritorno con le pive nel sacco e l'umiliante confessione che il -conte Lascaris non lo aveva per anco voluto ricevere. - -Quell'ora di attesa aveva tuttavia calmato lo spirito di Betto -Grimaldi, non più nuovo alle traversie d'ogni genere ed al pericolo -di cadere in disgrazia del governo dogale. C'era sempre, in quei -tempi, la risorsa di alzare lo stendardo avverso. Contro il Senato pel -Cattaneo, contro il Cattaneo pel Lascaris, contro i due insieme pel -Re di Piemonte, contro il Piemonte per l'Austria o per la Francia, -quando non era forse meglio chiudersi a Monaco nella bicocca avita -e dichiararsi neutrale e cioè amico del più forte. Ciò che acuiva la -curiosità di Betto Grimaldi era sopratutto il sapere quale politica -avrebbe seguito il nobile Camillo Altariva, unica incognita che avesse -qualche ragione d'essere. Delle tre grandi famiglie feudali di quella -estrema Liguria di occidente, il duca di Nervia s'era subito dichiarato -per il Re di Piemonte contro la Francia e poichè Genova s'era mostrata -neutrale, pur non intrattenendo con Ventimiglia relazioni di alcun -genere, aveva permesso od almeno non s'era opposto al transito per la -vallata importante come chiave strategica da cui prendeva il nome. -Il Lascaris invece oscillava ancora ma il suo attaccamento per la -marchesa di Spigno facea prevedere o sospettare quale sarebbe stata la -sua condotta. Di Camillo Altariva invece nulla aveva ancora tradito il -celato pensiero. Lo si diceva d'accordo col Nervia, sì, ma lo si sapeva -amicissimo del marchese Ibleto di Spigno, volterriano ammiratore delle -insanità degli enciclopedisti, all'avanguardia del Piemonte, odiato dal -Re e dalla Corte, amico di Barras e incitatore dalle Langhe all'Entella -d'ogni spirito bizzarro e libero: s'era addottorato in medicina, non -teneva abate nel castello, spirito libertario insomma che pubblicamente -insegnava le dottrine della trilogia rivoluzionaria. Che pensare dunque -di Camillo Altariva? - -Meglio rinunciare a stillarsi inutilmente il cervello e Betto Grimaldi -rinunciava quando gli entrò nella stanza eccitato e ansimante, il -bastardo Lercari. - -Anche il bel Giano portava notizie: il segnale di fuoco alla foce del -torrente Bavera. - -— Un segnale? Avete veduto un segnale? Non sarà forse la missione -francese che ci è stata annunciata per domani? - -— Una croce di fuoco, magnifico signore, una croce di fuoco! Quando -mai la repubblica francese ha usato dei segnali a forma di croce? È -contrario alla teoria dell'Ente Supremo. - -— Teoria in disuso, Lercari. Ma può darsi che abbiate ragione e che sia -un segnale diverso. Che cosa ne arguite voi, animo, parlate franco e -chiaro. - -— Penso che il duca di Nervia e Camillo Altariva si siano finalmente -intesi e che vogliano tentare un colpo di mano sulla città. - -Il vecchio _Senza-dio_ crollò il capo dubbioso. Ma il capitano Cavalli -giovane e impetuoso entrò a dire la sua tumultuosamente. - -— Niente di più probabile, magnifico messere, niente di più probabile. -Sommate gli avvenimenti di questa fatale giornata. Il bandito Embriaco -che osa attraversare le terre della Serenissima, la contessa Lascaris -che lo salva dal Borzone e lo ospita nel suo castello, il conte -Lascaris complice della madre. - -— Un momento! Un momento! Potete aver ragione, ma restiamo calmi. -Bisogna osservar da vicino quello che accade alla foce del Bevera, ecco -l'importante. - -— Datemi licenza e vi corro con la mia compagnia. - -— Grazie tante! Sessanta uomini e rumore per mille! Mi congratulo con -voi! - -— Posso andar solo! - -— Perchè se vi si uccide, noi si resti all'oscuro? Di bene in meglio. - -Il bastardo Lercari avanzò: - -— Datemi licenza, magnifico signore, d'andare col capitano Cavalli. - -— E con me, per San Teodoro! — esclamò il Borzone. - -— Non voi, vecchio _Senza-dio_! Chi resterebbe al fortino? Andate pur -voi due, Cavalli e Lercari: mi raccomando prudenza innanzi tutto: il -valore temerario è inutile oggi e sarebbe assai dannoso a tutti noi. -Siate prudenti e tornate, mi raccomando. - -— Uno almeno — sussurrò il Borzone. - -I due promisero tutto quanto chiedeva Betto Grimaldi e s'allontanarono. -Prima però che uscissero il governatore li ammonì di avvertire il -Moncherino che si recasse da lui. - -— E subito! - -Anche il Moncherino fu incaricato di una missione di fiducia che -nessuno seppe, nessuno, nemmeno il Borzone, il quale aveva riguadagnato -il suo forte. - -Infine, Betto Grimaldi nè tranquillo nè soddisfatto, ma con la -coscienza che quasi gli perdonava l'avventura del pomeriggio, si ritirò -in silenzio e fece onore alla cena che l'aspettava da più di un'ora e -che per verità non aveva guadagnato nell'attesa. - - - - -IX. - - -Appena fuori dalla porta Giano Lercari chiese al Cavalli: - -— Che si fa, Capitano? - -Era il Cavalli uomo di lettere e d'armi come non raramente se ne -incontravano allora nei gradi superiori. Giovane ancòra, povero, -lontano dalla politica e dagli intrighi, non viveva che per il -servizio e per Virgilio. Portava seco in una delle profonde tasche -dell'uniforme un piccolo volume che comprendeva l'Eneide e qualche -pagina delle Georgiche: il resto mancava: probabilmente aveva servito -da stoppaccio a qualche fucile. Il capitano Lavinio Cavalli, uscito dal -gran Seminario di Genova un giorno per passeggio, non era più tornato. -L'avevano proclamato disertore, come in allora si usava, durante il -refettorio serale, mentre il giovinetto seguendo una compagnia di -ventura che aveva ammirato sur un ciglione dominante la Doria, provava -la differenza che esisteva fra i dolci ozi della _Somma teologica_ e -il duro terreno su cui quella sera stessa aveva dovuto dormicchiare. -Ma non s'era pentito. Possedeva una tenacia non rara in quei tempi: il -latino l'avea servito anche sotto le armi e quando la Compagnia, come -avveniva di frequente, era stata assoldata dalla repubblica genovese, -il Cavalli aveva fatto passaggio d'armi col grado superiore, grado -non superato da dieci anni ormai senza querimonie inutili. Prendeva -il mondo come veniva, impassibile, da uomo che ne aveva contemplate -di cotte e di crude e si consolava con Virgilio. Nel Seminario aveva -appreso che durante l'umanesimo il poeta latino era tenuto in conto di -profeta: non aveva infatti predetta quarant'anni prima la nascita del -Redentore in quella quarta egloga che fu oggetto di tanti commenti? -Il mago Virgilio era consultato in ogni occasione: si apriva il dolce -libro e si leggeva a caso, interpretando poi con infinite deduzioni. - -Alla domanda repentina di Giano Lercari, il capitano Cavalli fermò un -soldato che precedeva una pattuglia e le rischiarava il buio vicolo -con una lanterna: gli comandò d'alzarla e traendo il libercolo di tasca -l'aprì a caso. Lesse un verso, il primo che gli venne sott'occhi, del -decimo libro: - -— .... _litora praecipere et venientis pellere terra._ e guardò poi -sorridendo Giano Lercari che ben di donne s'intendeva ma non di latino, -facendogli cenno di seguirlo. - -Uscirono dalla città per la porta del Piemonte e seguirono la strada -buia finchè si mantenne a ridosso della collina. Poi d'improvviso fu -illuminata dalla luna che aveva fatto capolino sopra Nostra Signora -delle Virtù e le Maure di ponente. Allora sostarono. - -Laggiù, dopo San Bernardo, allo sfocio del Bevera, nulla più si -scorgeva del segnale che Giano Lercari aveva con tanta chiarezza -descritto: un silenzio grave, non turbato nè dalle rane o dai grilli -canterini o da quello sconosciuto sussurrìo dei mille esseri invisibili -che dominavano i luoghi agresti e solitari, s'imponeva. - -— Dove andiamo, capitano? - -— .... _litora praecipere_ — mormorò il Cavalli abbandonando la strada -e lasciandosi cadere di ciglione in ciglione verso il letto del Roia. - -E il bastardo lo seguì. - -Camminarono a lungo nell'intrico di sterpi e di strami che costeggiava -il fiume: l'acqua corrente era lontana chè il letto immenso parea -congiungere le due linee di colline buie: la luna era sparita dietro -Roverino e soltanto la Grande Orsa e Cassiopea scintillavano opacamente -come perle ammirate nell'ombra. - -Raggiunsero la foce del Bevera a notte fonda, risalirono sopra un -sentiero ove riposarono alquanto, spossati. - -— Vedete nulla ancora, Lercari? - -— Nulla, capitano. - -— .... _et venientis pellere terra_. - -— Che significa? - -— Vedrete. Andiamo avanti. - -— Andiamo pure, Capitano. Ma non sarebbe meglio armare una pistola? - -— Guardatevene! Potreste servirvene all'occasione e saremmo scoperti. -Meglio l'arma bianca. - -— Come volete. - -Il sentiero piegava a gomito brusco. Al di là buio ancora più fondo. -Sotto, ad una distanza poco apprezzabile, il torrente Bevera mormorava -come un ruscelletto dell'Astrea. Mormorava dolcemente narrando al -virgiliano Cavalli strane istorie di ninfe boscherecce, le oreadi -montane, le driadi delle selve, le napee dei campi e le amadriadi -sbucanti dagli alberi prediletti e il sognatore s'inebriava dei freschi -profumi notturni e della via lattea che parea quasi vicina in quella -solitudine e premeva con una mano il caro volume, dolendosi d'una -cosa, d'una soltanto e cioè di non potersi sedere _sub tegmine fagi_ ed -aprirlo e dissetarsi a quell'_Ippocrene_ secolare. - -Ma Giano Lercari più pratico e forse anche più stanco ad un certo punto -si fermò. - -— Con buona pace del vostro latino, capitano, mi sembra che qui si -proceda alla cieca! - -— Virgilio non può sbagliare, signor Lercari, — gli rispose Cavalli -bruscamente scosso dall'estasi. - -Nel mentre profferiva il suo asserto, qualche ombra più nera -della notte piombò sul sentiero e i due soldati vennero senz'altro -imbavagliati. - -— Avvicinati, Moncherino — comandò una voce sonora — e smaschera la -lanterna. - -L'interpellato obbedì: alzò la fiammella oleosa in volto ai catturati -ed esclamò: - -— Giano Lercari! e il capitano Cavalli! - -— Siamo in paese di conoscenze, a quanto vedo — sussurrò un'altra voce. - -E quella di prima: - -— Che fate qui, signori? - -Il Moncherino aveva già ritolto il bavaglio a Giano Lercari, il quale -altezzosamente replicò: - -— Prima di rispondervi, con che diritto ci avete fermati? - -— Diritto? — sghignazzò una voce sconosciuta, mentre le prime due -possedevano dei toni noti — diritto! Ci vuole una bella ingenuità per -parlare di diritto a quest'ora, di notte e su questo sentiero! - -— Sono il conte Luca Lascaris! — invece rispose una delle due voci di -prima. - -Il capitano Cavalli abbozzò un inchino verso il punto donde gli era -pervenuto il noto nome. - -— Buona sera, signor Conte! A voi posso dire che probabilmente ci -conduce qui la vostra istessa ragione. - -— E cioè? - -Giano Lercari urtò leggermente il braccio del compagno con l'intenzione -di farlo tacere, ma il Cavalli non credette opportuno accontentarlo. - -— Furono segnalati dei fuochi al confluente del Bevera, signor Conte: -non siete qui voialtri forse per riconoscerli? - -— Avete ragione. Ma non c'è più nulla da fare. - -— Li avete scoperti? - -— Li abbiamo scoperti. È un'avanguardia francese. - -Giano Lercari sorrise nell'ombra, ma nel sorridere parve che -sogghignasse. Il Conte Lascaris gli si volse di scatto. - -— Non credete? - -— Mi permetto, signor Conte, di avere un'opinione diversa dalla vostra. - -— E quale, se v'aggrada? - -Giano Lercari esitò. Ma la presenza del Moncherino accanto al Lascaris -lo rassicurò. - -— Questa: chi s'accorse del fuoco al confluente del Bevera fu l'umile -vostro servo che vi parla. Ma non mi accorsi di un fuoco..... - -— E allora? - -— M'accorsi di un segnale. - -— Un segnale? - -— Una croce, signor Conte, il segno dei ribelli Nervia ed Altariva. - -Gravò qualche istante di silenzio, frettoloso, come se avesse -impazienza di passare. Una delle due voci ignote di poco prima, la più -calma e la più grave interrogò: - -— Perchè chiamate ribelli Nervia e Altariva? - -— Permettete anzitutto che opponga alla dichiarazione del signor Conte -Lascaris qualche cosa di preciso. Non possono esservi francesi al -confluente del Bevera. - -— E perchè? - -— Per la ragione che domani in città si attende un parlamentario del -nuovo generale di Nizza. - -— Che prova questo? - -— Non si entra a viva forza quando c'è ancora la possibilità di entrare -pacificamente. - -— Dunque il signor Betto Grimaldi ha intenzione di lasciar libero -passaggio ai sanculotti? - -— Ignoro le intenzioni del mio comandante e se non le ignorassi certo -non ve le direi. Ma suppongo che il nuovo generale non sia così inabile -da offendere dopo aver preannunciato un parlamentare, all'oscuro com'è -delle intenzioni nostre che gli potrebbero anche essere favorevoli. - -Il silenzio gravò di nuovo. Finalmente _quella voce_ riprese: - -— Io sono Camillo Altariva..... - -— Ah! - -— .... e posso assicurarvi, signor mio, che non ho per adesso -intenzioni ribelli, come non ne ha il signor duca di Nervia... - -— Che è quel signore laggiù? - -L'unica ombra sconosciuta ancora, crollò il capo. - -— ... che non è qui, — riprese l'Altariva pazientemente — ma le cui -intenzioni io conosco. E posso anche assicurarvi che i fuochi in -questione appartengono ad un bivacco di sanculotti. Posso anche dirvi -di più. - -— Che cosa? - -— Non sono truppe regolari francesi. È una banda nizzarda sconfinata -per cercar bottino. E l'ha trovato. Il villaggio di Sant'Antonio non -esiste più: fu messo a ferro e a fuoco. - -— E gli abitanti uccisi? - -— Fortunatamente s'accorsero in tempo dell'invasione e, salvo qualche -malato incapace di muoversi e qualche imprudente o traditore, sono -tutti ricoverati nel castello del conte Lascaris. - -— Ah! maledetti! — sordamente esclamò il capitano Cavalli. - -— Imprecare è vano, signori. Voi sostenete che domani un parlamentario -del nuovo generale verrà in città? - -— Lo crediamo almeno. Dovrebbe a quest'ora trovarsi di già nel fortino -del Borzone. - -— Tanto meglio. Lasciatemi credere che ci unisca lo stesso interesse, -opporci all'invasione. Lasciatemi credere che la Serenissima una buona -volta si tolga alle sue eterne incertezze.... - -— Permettete che v'interrompa, signore! Non dimenticate che ho l'onore -di servire la Serenissima — s'affrettò a gridare il Cavalli. - -— Non ho l'intenzione di offendere il vostro governo. - -— Vi ringrazio. - -— Spero soltanto che mi facciate l'onore d'incaricarvi di un nostro -messaggio al vostro comandante. - -— Non vedo che vi si opponga inconveniente di sorta. - -Anche Giano Lercari assentì. - -— Ripetete a Betto Grimaldi quello che vi ho detto circa l'assalto al -villaggio di Sant'Antonio e chiedetegli a nome del conte Lascaris e -mio, se vuole accogliere quella povera gente in città, quella parte -almeno che il castello del conte Lascaris non può contenere. - -— Glielo dirò, signor Altariva, — promise il Cavalli. - -— E presentategli anche a mio nome una preghiera — aggiunse Luca -Lascaris. - -— Dite, signor Conte! - -— Desidero avere un colloquio con Betto Grimaldi, prima dell'arrivo del -parlamentare francese, o anche alla sua presenza. Non dopo almeno. - -— Sarò lieto di fare la vostra ambasciata, signor Conte. - -— Me ne congratulo. Buona notte signori! Vi lasciamo il Moncherino con -la sua lanterna. Siamo i più vicini. - -Le ombre si divisero: i tre sparvero quasi per incanto. - -— Sarei curioso di sapere chi fosse il terzo personaggio che non -ha avuto la cortesia di presentarsi, — sussurrò quasi fra sè Giano -Lercari. - -Dall'oscurità, in alto, una voce beffarda gli rispose: - -— Ti contento sùbito, bastardo. Sono Emanuele Embriaco, e ti prego -di.... - -Giano Lercari fece fuoco in direzione della voce. - -— .... salutar Betto Grimaldi e di chiedere a madamigella Chiarina se i -guanti erano di misura. - -Un'altra detonazione del Lercari. La voce beffarda riprese, dalla parte -opposta: - -— Sei bastardo anche nel tirare! - -E più lontana, ma sempre sghignazzante: - -— Buona notte! - - - - -X. - - -Fine di marzo, dolce mattina. - -Il primo sole penetrava nella stanza di madamigella Chiara, in quella -non ampia, addobbata a salotto, un salotto rococò in cui stonavano -delle poltrone recenti venute di Francia sotto dei grandi mobili -secenteschi e illuminava la sottile figura vestita di bianco, sparsi -i capegli biondi per le spalle, ritta dinanzi a un _coffano coperto -di veluto cremisi di tolla a fiori indorati_, ove Gilda inginocchiata -stava accomodando il corredo prezioso della promessa sposa. Presso la -finestra l'archivista Orengo sostava spesso, leggendo con voce stanca -la _lista dei giocali dati a Madamigella Chiara Grimaldi in occasione -del di lei matrimonio coll'illustrissimo signor Filippo Balbi_. - -L'omuncolo leggeva trascicando la voce nasale: - -— _Quattro donzine di camicie, cioè una donzina e mezzo di tela -Constans Silisia e Olanda ed il rimanente di lino, ma di prima qualità -e tutte guernite di Mussolina e pizzi._ - -— Signore Eterno Padre dacci la vita santa, che bellezza, madamigella! -Queste devono carezzar la pelle più delle nobili mani del signor -Filippo! - -— Gilda! Gilda! Taci, ti prego — mormorava Chiara arrossendo. - -— _Sei pezze di tela di lino di bellissima qualità..._ Madamigella -Gilda, vi prego di non gingillarvi.... _Quattro donzine di fazzoletti, -cioè una donzina di tela di Troes, una di lino nuovi, una di tela Pista -di prima qualità, sei di Batis con pizzi, e sei di seta._ - -— Bisognerebbe esser osso di prosciutto come siete voi, magnifico -Orengo, per non sentir la voglia d'accarezzare tutte queste belle cose! -Quattro donzine come dite. - -— Gilda, Gilda, un po' di rispetto per il signor Archivista, ti prego. - -— Lasciatela dire, nobile damigella! Non gliene voglio! So bene che — -scusate l'irriverenza e l'ardire — so bene che raglio d'asino non va in -cielo! - -E assicurandosi gli occhiali malfermi continuò: - -— _Otto Braziere, cioè due di Obletto di Francia, due di tela di Troes -e quattro di tela di lino.... una tovaglia ricamata di Picardia...._ - -Nel frattempo Gilda alzati gli sguardi alla padrona, aveva mormorato: - -— Se è quello il cielo, preferisco l'eresia! - -— Gilda, Gilda, ti prego! - -— _Otto mude di scuffie lugagianti e Tornato cioè una di pizzo di -Fiandra alto quattro deta...._ - -— Quattro delle mie, sei di madamigella, ma per lo meno otto delle -vostre che sembrano gli stecchini che usano i cinesi per il riso, come -assicura il capitano Cavalli che non so davvero come faccia a sapere -tutte quelle cose, a meno che non le legga nel suo latinorum. - -— _.... due di pizzo di Melines nuove....._ - -— Sant'Anna, che bellezza! Guardatele, magnifico Orengo! Farebbero -bello anche voi! - -— _.... una di pizzo di Milano fatto a Mignonetta_ — brontolò -l'archivista come se trangugiasse amaro. - -Ritta dinanzi ad una delle finestre, il volto pieno di sole, parea che -Chiara bevesse avidamente l'azzurro. Si sentiva pienamente felice. -In quei tempi avventurosi bisognava godere l'ora fuggente, superare -l'ansia del domani ed afferrarsi come si poteva meglio a tutte le brevi -ineguali moriture dolcezze dell'oggi. Bimba ancora, Chiara Grimaldi, -della stirpe dei Principi di Monaco, figlia di un senatore della -Serenissima, aveva dovuto ballare intorno all'albero della libertà, -due anni prima con degli scamiciati puzzolenti d'aglio e di sudore -represso, al tempo della prima invasione francese al comando di Arena. -Poi, forzato e girato Saorgio dall'esercito della repubblica, la fuga -di notte nell'alta valle del Roia, il ramingo errare per i casolari -alpestri fino a quando, ritiratasi la marea invadente, ricomposti -animi e affari, potè col padre e le poche soldatesche fedeli tornare -in città, nella casa devastata e insozzata, col cuore in continuo -sobbalzo e la bocca sempre amara. Purtuttavia quasi due anni erano -trascorsi in una tal quale relativa tranquillità. Erano tornati il -nobile Altariva nel castello sul mare, e il conte Lascaris in quello -della via Romana: solamente il duca di Nervia non avea ripreso possesso -del suo: bivaccava continuamente per tenere in soggezione la sua -vallata, con incarico segreto del Re di Piemonte, in guardia sempre -contro la Serenissima. Non era tornata la contessa Lascaris, l'amica di -Chiarina Grimaldi: la si dicea col figliuoletto in Sardegna. Ma quasi -a supplirla nel cuore della fanciulla, solitario cuor timoroso, ecco -Filippo Balbi, ufficiale della Serenissima distaccato presso l'esercito -francese. Nobile del portico nuovo, Filippo Balbi, ambizioso, di -stretto cervello, oggi lo si direbbe con nuovo termine appropriato -un arrivista. Ma elegante, abituato agli imbottiti salotti genovesi, -svenevole, profumato, figura di moscardino in burbera uniforme. Bello, -di una bellezza delicata, bianco e roseo e biondo, magro, piccole mani -e piccoli piedi, parlare affettato e ristretto cervello, ma ne cresceva -per turbar la fantasia di una piccola provinciale pavida e sognatrice. - -Ritta dinanzi alla finestra aperta, bevendo l'azzurro, Chiarina -guardava le linee delle colline oltre il Bevera, ove presumibilmente -s'era fermata la missione francese. Nulla sapea la damigella ancora -dell'incendio del villaggio di Sant'Antonio: siffatte notizie non -le giungevano che con molto ritardo e del resto villaggi a sacco e -sconfinamenti di bande erano all'ordine del giorno. - -— _Sei scuffie fatte a disaspuer di muzzolina, cioè tre soglie e tre -guarnite di picò tutte però guernite di bindello_ — continuava l'Orengo -con la sua voce fioca. - -E adesso anche Gilda, stanca, l'aiutava. - -— Undici paia di calzette..... - -— Un momento, un momento. - -E ripeteva leggendo la lista de' giocali: - -— _Undeci para di calzette, cioè sei para di lino, due para di seta, -due para di Fioretto e un para di castor da inverno...._ - -— Perchè poi proprio undici? Non si poteva compir la dozzina? - -— Giustamente, madamigella Gilda, ma il duodecimo vestirà i piedi della -damigella Chiara, nel giorno delle sue nozze. - -— È vero, non ci pensavo. Un'andriena, signor magnifico! - -— Quale, madamigella. Forse quella di _brocato in seta con fondo color -di perla, o quella di color di rosa con bordi d'argento di Grodetor_? - -— Nè l'una nè l'altra, signor magnifico! - -— Ah! ecco: _Andriena di satino fiorato con fondo color d'oliva_. Un -momento, un momento: seguiamo l'ordine, vi prego, madamigella Gilda! - -Chiara stanca a sua volta e un po' vinta dal sole che si facea forte -e imbiancava l'azzurro, si voltò verso i due. Le passavano sotto -gli occhi tutte le cose belle e nuove di zecca preparate per il -corredo, cose utili ed inutili, accomodate nei cofani come insensibili -morticini, fredde ancòra, ignote al morbido corpo, vuote. A terra -su carta fiorata, giacevano i ninnoli: i ventagli di tartaruga e di -madreperla, i bottoni di _Grillo ligati in argento_, le fibbie per -la cintura e le scarpette, un paio di forbici d'argento e un ditale, -una spazzola per pettini, una croce di perle fine legate in oro, dei -pendenti di Grillo, una collana di perle e persino un paio d'anelli -d'oro con castelli di pietre diverse. - -E la voce dell'Orengo: - -— _Un petanlor di satino con fondo giallo fiorato, un busto di grodetor -bianco, due gardanfan...._ - -D'un tratto la Gilda uscì in un'esclamazione di maraviglia: - -— Madamigella! Madamigella! Guardate! Che bella cosa? Che sarà mai, -magnifico Orengo? - -— Un momento! Un momento! Dell'ordine prima di tutto.. Verrà il turno -di quell'arnese! - -— Arnese? Me lo chiama arnese, l'eretico! - -Chiara s'era avvicinata curiosa e preso dalle mani di Gilda una specie -di cuscino trapunto in damasco giallo, foderato di taffetà e bordato -d'argento, lo esaminava attentamente. - -— Sant'Anna benedetta! La si direbbe una coperta da bambole, -madamigella. - -L'archivista però aveva raggiunto sulla lista l'oggetto. - -— Un momento! Eccolo! Non può essere che questo: _un coperto da -culla...._ - -Ah! che dolor dolce, che trafittura dolcissima al cuore di madamigella -Chiara, e la ferita le si dilatava e la gola le si chiudeva, quasi fino -a svenire. - -Ah, che dolor dolce! - - - - -XI. - - -Un bussar rispettoso alla porta. - -— _Due manizze, una di piuma, l'altra di pelo...._ - -Invece di rispondere Gilda corse all'uscio. - -— È il Moncherino, madamigella. - -Il vecchio soldato fece un goffo inchino, restando sul passo dell'uscio -socchiuso e restò in silenzio aspettando per rispetto d'essere -interrogato. - -— Buon dì, amico. Che vuoi? - -Chiarina Grimaldi era l'idolo dei soldati che l'avevano veduta bambina -e che la tenevano un po' come figliola comune: l'amavano perchè era -famigliare e non si rifiutava mai di intercedere presso il padre o -il Borzone, perchè donava spesso e, come potea, largamente, e perchè -sapeva suggerir farmachi o allacciar bende. Il Moncherino parlò dunque -abbastanza sciolto e rapido e, in fe' di Dio, credo anche abbozzando un -sorriso, ciò che era contro ogni disciplina. - -— Porto una buona notizia, madamigella. - -Chiara si fece di scarlatto. - -— È arrivato!.... — esclamò precipitosamente e non meno -precipitosamente s'interruppe. - -— È arrivato, sì, il magnifico signor Filippo Balbi ed è con il -magnifico signor padre di madamigella: anzi è il magnifico signor padre -che mi ha dato ordine di venire ad annunciarli. - -— Vengono qui, Moncherino? Hai capito bene? Vengono qui?! Il magnifico -signor mio padre non mi fa chiamare nelle sue stanze? - -— No, madamigella: vengono proprio qui: ho capito bene, anzi mi -sono fatto ripetere l'ordine. Viene il magnifico signor padre di -Madamigella, il magnifico signor Filippo e forse il capitano Cavalli -che era seco loro poco fa. - -— Oh! poveretta me! Hai capito Gilda? presto, presto nascondi tutto -questo inventario..... - -Afferrò dalle mani dell'archivista, il quale a bocca aperta era rimasto -interrotto e interdetto, la lista dei giocali e la gettò alla rinfusa -nel cofano più vicino con qualche cosa che le capitò tra le dita. - -— _Un para di mitine...._ Un momento, un momento, madamigella, vi -prego! Un momento, o tutto il nostro lavoro sudato di stamane sarà -inutile! - -— Viene il mio signor padre con gente di condizione, e non voglio che -tutto il mio corredo sia esposto a occhi profani! - -— Un momento! Un momento! Per carità! - -— Presto, presto, Gilda! - -La vispa camerista ridendo sotto il naso adunco del vecchietto parea si -desse d'attorno ad aumentare il disordine, gettando con apparente furia -nei due cofani alla rinfusa le camicie coi fazzoletti, le braziere, le -mantelline, le scuffie, le _andriene_, i busti, i guanti e quante belle -cose linde si trovavano sparse per la camera, mentre l'Orengo, le mani -nei capegli — pochi ed unti — levava dolorose interiezioni. Finalmente -calati i coperti, e seduta sopra il più vicino, Gilda esclamò: - -— Auff! Non s'addolori il magnifico Orengo! Avremo così il piacere di -rivederlo un'altra volta oggi stesso o domani! - -— Ma ho da prestar l'opera mia al governatorato — gemeva il vecchietto -— tre decreti almeno da classificare e da spulciare! - -— Vergogna! Posporre le dame a un brutto decreto su carta raschiata! - -La palinodia non avrebbe vista così presto la parola _fine_ senza un -susurrio di voci ed uno strepito di passi speronati che aumentavano -avvicinandosi. - -Chiara sbiancò, cadde a sedere sulla scranna più vicina, ma poi -facendosi forza e comprimendo il cuore con ambe le palme, ciò che -poteva anche parere un preparativo per il prossimo reverente inchino, -avanzò di tre passi verso l'uscio socchiuso, sul quale comparve sùbito -il Grimaldi, pomposo, precedendo un giovane ufficiale vestito della -divisa francese; ed infine la faccia assente del Cavalli sporse fra i -due seria e meditabonda. - -— Chiara, ecco il signor Filippo Balbi, tuo sposo promesso — annunciò -il governatore ed aggiunse: - -— Le cure del suo e nostro ministero ne hanno alquanto sofferto ma il -signor Balbi era impaziente di vederti e di confermarti l'affetto suo. - -— Benvenuto il signor Filippo Balbi — mormorò con un filo di voce -Chiarina inchinata più forse del necessario che del conveniente, -premendosi però sempre con ambe le palme il cuore. - -— Chiedo umilmente perdono se non troverò parole degne, — rispose il -Balbi profondamente chinato — ma la felicità mi toglie ogni possesso di -me stesso. - -Il lambiccato complimento fu detto con voce metallica e precisa che -mal combinava con la pretesa emozione delle parole. E probabilmente il -secco animo del giovane non si sarebbe che addentrato in un ginepraio -di belle frasi fredde, pur abilmente poi uscendo con tutto l'onore -delle armi dal labirinto, se la Gilda avanzando le sedie non avesse -posto quella del Grimaldi fra Chiara e Filippo. Il bel conversare non -si aggirò dunque che sulle notizie di Genova e di Francia: anzi il -governatore che teneva assai ad essere informato interrogò più spesso -che non fosse interrogato distraendo, a pro suo, pensiero e viso del -promesso sposo dalla sposa promessa. - -Eppure, anche dalle sterili nuove senza interesse per lei attingeva -Chiara grande felicità: si parlava del governo frivolo succeduto al -terrore, di cose senza importanza, di uomini sconosciuti, eppure ogni -parola di lui era dolce per lei, come se fosse parola d'amore, perchè -usciva dalla bocca del fidanzato. - -Pendeva la fanciulla da quelle labbra strette e sottili che s'aprivano -di rado interamente, per non far vedere tutta la dentatura sana, ma -ineguale e non candida. Benchè non mordesse la cartuccia Filippo Balbi -usava però nei bivacchi la lunga pipa soldatesca, ciò che non si confà -alla dentatura. Ma non importava a Chiarina ch'egli parlasse con grazia -e di che parlasse; purchè potesse abbeverarsi e disalterarsi a quella -fonte poco badava donde sgorgasse la bella linfa che le riempiva il -cuore. - -— Il governo di Barras è scettico, teoria del giorno per giorno, del -rattoppare per non rifare, sforzo di diplomazia più che azione.... - -— Ma i generali? Hoche? Massena? Moreau? - -— Braccia valide e sicure, ma braccia. Non è ancora apparso l'uomo che -abbia in sè pensiero ed azione e non credo che si trovi. S'era sperato -in Dumoriez, l'unico che possedesse un cervello ma dopo la catastrofe -che crollo anche per Dumoriez! Hoche? Un santo, capace d'ogni -sacrificio ma non di costruire. Massena un testardo intrigante. Moreau -un intrigante bello, cospiratore fallito e sempre con la tentazione -di ricominciare. No, credete, nulla, il vuoto. La povera Francia -non ha che il cervello di Barras e la bellezza di madame Thermidor, -null'altro, ed è poco, molto poco. - -— Genova non ha nemmeno un Barras. - -— Ha peggio. Il magnifico Cattaneo è un fanatico, e le nazioni non si -conducono nè col fanatismo nè con lo scetticismo. La giusta misura, -l'uomo capace di far l'epopea e il codice, di ragionare e di far -sragionare, di dominare i cervelli e di trascinar le masse, l'uomo che -sia prosa e appaia poesia.. - -Chiarina ascoltava: i bei conversari a poco a poco si riducevano ad un -solo conversare, quello di Filippo Balbi, che abbeverato ed anzi saturo -dei temi unici delle conversazioni mille volte udite nei salotti e -nei caffè della Parigi del direttorio se ne pavoneggiava pur tuttavia -usando della grazia e della scioltezza elegante. - -Più spesso Chiarina non comprendeva, non seguiva, non riesciva a -capire, ma il suono di quella voce la cullava in tanti tanti sogni -d'oro nei quali faceva capolino — chissà perchè poi? — _il coperto da -culla di damasco giallo foderato di taffetà bordato d'argento_! E senza -una ragione al mondo la fanciulla arrossiva e per impedire alle sue -guance di farsi scarlatte si costringeva in uno sforzo che diventando -coscienza la faceva arrossire vieppiù. - -Ora il conversare s'aggirava sul campo di concentramento francese a -Nizza, tema d'attualità. - -— Quanti uomini? — aveva chiesto il Cavalli. - -— A un dipresso trentamila. - -— Come: a un dipresso? - -— E chi può contare, magnifico signore, le bande affamate, lacere, -scalze, prive d'armi di munizioni e di capi, ribelli ad ogni fede e -ad ogni disciplina, prive di soldo da mesi, ridotte a procacciarsi -il vitto con i furti e le scorribande, chi può contare quella valanga -immonda presso la quale mi trovo al seguito d'una specie di generale. - -— C'è dunque finalmente un generale? - -— E chiamiamolo pure così, se vi piace. È un paria còrso, affamato -come i suoi soldati, mingherlino e mal nutrito che pochi anni or sono -vegetava nell'artiglieria e che oggi per intrighi di donne..... - -S'interruppe per rispetto a madamigella Chiarina. Ma il Grimaldi, -curioso come tutti coloro abituati alla grande città e costretti invece -alla provincia, non istette in sè. - -— Raccontate, raccontate, signor Filippo Balbi. Il vostro nuovo -generale è salito per intrighi di donne? - -— A Parigi tutto è possibile, magnifico signore: a Parigi ove un prete -spretato, ex-vescovo scomunicato, regge la diplomazia, e un libertino -senza legge e pudore governa, anzi sgoverna con favorite e con -ballerine peggio ma peggio assai che ai tempi del Reggente o di Luigi -il bene-amato, a Parigi tutto è possibile! - -S'interruppe ancòra e guardò Chiara. Ma la fanciulla aveva ricuperato -il suo bell'incarnato più tendente al pallore che al rossore: pareva in -estasi, al settimo cielo, troppo lontana, troppo estranea alle brutture -di quaggiù. E d'altronde non era possibile che comprendesse nelle -velate insinuazioni, il senso recondito che gli uomini afferravano -immediatamente e gustavano. - -— Voi non potete, magnifico signore, farvi una idea della corruzione -e della incuranza della classe dirigente a Parigi. La rivoluzione ha -avuto almeno degli uomini: il Terrore, che Iddio lo danni, ha avuto -degli uomini. Ma il Direttorio non ne ha. Armate sul Reno fiorenti -affidate a generali — badate a generali, il che non vuol dire uomini -di capacità direttiva civilmente — affidate a generali di coraggio e -di fortuna: la Vandea pacificata per merito di Hoche, uomo di Plutarco -più che del nostro secolo, e che, se un Richelieu od anche un Andrea -Doria lo dirigesse, potrebbe conquistare il mondo come Alessandro il -Macedone, ma che senza spalliera civile si sente a disagio e inabile -a malgrado la dichiarazione di Salvator della patria come capo -dell'Armata dell'Oceano: poichè hanno delle trovate letterarie quei -ballerini di Parigi. Ordunque Reno e Vandea ben guarniti, mezzogiorno -pur con le bande custodito, la Francia a prima vista parrebbe sicura. -Ma nelle frontiere, entro i suoi confini ha il nemico peggiore: la -sommossa quotidiana, il popolo disoccupato, la mancanza del pane, -l'agricoltura abbandonata e Parigi, il cervello, nelle mani di un -cinico e di una turba femminile avida di lusso e di piacere. La -prima donnetta senza scrupoli che vi capiti diventa una Caterina dei -Medici. Poco tempo fa è piombata come una cavalletta dispersa dal -vento, una creola, una certa vedova Beauharnais, bellezza del diavolo, -femmina fino alle unghie, la quale si gettò nelle braccia di Barras -per conquistare in un sol blocco fama e fortuna. Ma Barras è infido -peggio del mare e si stanca presto, peggio di un sultano: e allora per -liberarsi della donna la fa sposare a una sua creatura, già creatura -di Robespierre, un soldato di fortuna caduto in disgrazia, un certo -Bonaparte.... - -Il capitano Cavalli alzò il capo sorpreso. - -— Bonaparte? Aspettate, signor Filippo. Un giovane quasi nero di viso, -dai capegli lunghi e incolti, un aspetto di tisicuzzo..... - -— Perfettamente. Lo conoscete? - -— Sicuro: due anni or sono, mi pare, fui chiamato a Palazzo e mi fu -affidata una missione di fiducia: aspettare alla Lanterna un inviato -di Francia, inviato _in incognito_. E mi trovai con codesto Bonaparte, -se è lui, allora generale dell'Armata del Varo, se non erro. Credo che -avesse il segreto incarico di spiare il Faipoult. Rimase a Genova poco -tempo e se ne andò di punto in bianco senza prendere congedo nemmeno da -me. Uomo di poche parole, nervoso, malato, che tossiva, specialmente di -notte in modo spaventevole, e che perdette gli occhi sugli affreschi di -Palazzo Spinola, ove sono le piante di qualche nostra città capitale. -Viveva d'erbe e non beveva mai vino, ma leggeva il sommo Virgilio nella -traduzione dell'abate Delille. Ciò me lo rese quasi simpatico. - -— E invece lo è poco, signor capitano. Generale per merito di donne! -Se ne accorgerà la nazione! Me lo vedo, il giovanotto generale delle -sottane a rimettere in assetto le bande indisciplinate e disorganizzate -del Varo! E a questo proposito, magnifico Grimaldi, mi permetterete -più tardi di darvi comunicazione dei suoi ordini..... poichè li chiama -ordini il côrso favorito. - -— Ordini! Benissimo! — E il Grimaldi rise amabilmente. — Benissimo. Ma -attendendo di conoscere gli ordini del vostro generale ballerino non -vi dispiacerebbe di rinfrescarvi con un po' di sciroppo di rose? Animo, -Gilda, prepara le guantiere, e tu Chiarina, fa la padrona di casa! - - - - -XII. - - -Fine di marzo: tempestoso tramonto. - -Le nubi si accavallavano migrando in cirri giganteschi verso l'alta -vallata del Nervia già quasi tutta verde per l'inizio precoce della -primavera. Il castello dei duchi di Nervia, disabitato, le finestre -in disordine, ma il gran portone chiuso in fondo al parco devastato, -parea un albergo di spettri. Almerico di Nervia non lo abitava più da -lungo tempo, forse due anni, dalla prima invasione francese. Teneva in -possesso la vallata con i più fedeli fra i contadini delle sue terre -e qualche soldato del Re di Piemonte: bivaccava qua e là ramingo per -la valle ove gli parea che più fosse necessaria l'opera sua per tener -soggetti i paesi vassalli, che aveano preso gusto a tutte le licenze -dell'albero della libertà. - -In quella sera della fine di marzo mentre le nubi gonfie di pioggia -turbinavano risalendo giganti verso le gole montane, aveva fissato -il proprio accampamento sopra il paese d'Isolabona al confluente -d'un minaccioso torrentaccio, gonfio per lo scioglier delle nevi, che -scendeva al Nervia dalle alture di Perinaldo, raccolti gli innumerevoli -rivi e rigagnoli e fossi di quella marca vulcanica ove s'aderge il -paese di Baiardo e per cui si discende poi nell'opposta parte a San -Romolo e quindi a San Remo. Per quella strada lunga e disagevole -aspettava Almerico di Nervia una visita inusitata. Nientemeno aspettava -la marchesa Fiorina di Spigno, emissaria del generale Colli, il -comandante delle Armate di Piemonte e d'Austria. Il litorale non -era sicuro: il generale francese Serrurier da Garessio a Savona — si -credeva — Cervoni a Voltri: le valli fino al Finale risuonavano della -Carmagnola e della Marsigliese. Per questo la bella marchesa di Spigno, -con una mano d'uomini, cavalcando un muletto alpino s'era lanciata -all'arembaggio di tutti i valichi anche i più tortuosi e per le valli -del Cento e dell'Impero e poi per l'Argentina aveva intrapreso la -strada poco sicura che per San Romolo, Perinaldo e Apricale discendeva -a Isolabona. Una staffetta l'avea preceduta di poche ore e Almerico -di Nervia, fatta continuare la staffetta al Lascaris, impiantato il -bivacco a cavaliere delle due valli, attendeva impaziente. - -Dovevano essere importanti le notizie perchè la bella marchesa si -sobbarcasse a un tanto disagioso cammino! Il Nervia, uomo di mezza età, -la barba piena e rotonda, gli occhi vivaci, possente di corporatura, -vestito di cuoio alla cacciatora senza sproni agli alti stivali, seduto -sopra un albero dimezzato dal fulmine, tentava di spingere lo sguardo -fin dove la gola già quasi buia e le nubi che parevano basse e gettate -a ferirsi in fra gli alberi spettrali, lo permettevano. Non portava -altra arme che un coltello da caccia alla cintura e la mano impaziente -agitava lo scudiscio e le labbra irrequiete lasciavano sfuggire un -fischiettar sordo e frammentario. - -Una calma enorme teneva le vallate, chè il vento era troppo in alto -e, se accavallava le nubi, non giungeva ad urlar fra le gole: soltanto -lo scrosciar dell'acqua precipitosa del torrentaccio scandiva la pace -solenne. E a volta a volta lo stridulo grido delle scolte, un misto di -civetta e di cucùlo, chè ovunque si avversava la rivoluzione l'allarme -e l'avvertimento degli _chouans_ vandeani s'era imposto. Soltanto, -a un dato momento furono due i richiami che giunsero da un punto -imprecisato, due che si seguirono a breve distanza, isocroni. Il duca -lasciò di flagellarsi lo stivalone con lo scudiscio, s'alzò e tese -l'orecchio. Il richiamo doppio si ripetè. - -Nello stesso tempo, quasi rispondesse telepaticamente a un muto -appello, dalla tenda più vicina che era appunto quella del comandante, -benchè non differenziasse dalle altre che per le dimensioni e per -essere più esposta ad ogni pericolo del cielo e degli uomini, un -vecchio sbucò all'improvviso. - -— Hai udito anche tu, Seborga? - -— Sì, monsignore, e se non erro è stato il Monferrino. - -— Il Monferrino? Ma non è di guardia verso Isolabona. - -— Sì, Monsignore! - -— Non è dunque ancora avvistata questa benedetta Marchesa? - -— No, monsignore: credo che sia invece il conte Lascaris. - -A malgrado l'impazienza che l'aduggiava, il duca Almerico non potè -trattenere un sorriso. - -— Benedetti gli innamorati! - -— Dice un proverbio, monsignore — confidenzialmente aggiunse il Seborga -— che il cuore marcia con gli stivali delle sette leghe. - -— Avrei preferito parlare senza testimoni con Fiorina! - -— Ma il conte Lascaris se ne sarebbe offeso. - -— Hai ragione, vecchio Seborga. Nella tua bocca si forma il buon senso. -Va' all'incontro degli ospiti, amico mio. - -Il vecchio obbedì, come un fedele scudiero doveva ubbidire. Fido servo -del Nervia, nato sulle terre feudali vent'anni prima del suo padrone, -il Seborga non se n'era staccato un solo giorno da quando lo conduceva -a tuffarsi nel mare, e gli insegnava a cavalcare a dorso nudo. Non -viveva che di lui e per lui, e ne conosceva i più reconditi pensieri, -quelli anche, forse, che Almerico non confessava neppure a se stesso. -Muto, impassibile, non apriva bocca e non diceva la propria opinione -che in presenza del suo solo padrone, a tu per tu, senza ambagi e senza -falsi rispetti. Almerico di Nervia conservava una superstiziosa fiducia -nei giudizi sommarï del vecchio Seborga: anche in quella sera quando lo -vide tornare precedendo gli ospiti, l'interrogò con lo sguardo fisso. -Il vecchio crollò il capo, segno che qualche cosa non gli garbava. Ma -non potè saperne il pensiero completo: dietro di lui, concitato apparve -il Lascaris seguito da un gruppo di uomini ignoti al Nervia. - -— Ebbene, Almerico? - -— Nulla ancora, Luca: sii calmo, te ne prego. - -Con un cenno interrogativo mostrò le persone sconosciute che seguivano -l'ospite e che s'erano fermate a qualche passo di distanza. Il Lascaris -si ricompose. - -— Hai ragione, duca, hai ragione. - -D'un gesto staccò una persona dal gruppo: - -— Il conte Emanuele Embriaco. - -Mentre alzava lo sguardo al sopraggiunto, Almerico di Nervia incontrò -l'occhio assonnato per abitudine ed ora sfavillante del Seborga. Per il -che osservò attentamente, quanto almeno la cortesia gli permetteva, il -gentiluomo presentato e che si inchinava amabilmente. - -— Benvenuto, signor conte, — disse poi. — Sapevo che da qualche giorno -eravate ospite dei nostri in oggi poco ospitali paraggi. E ringrazio il -conte Lascaris di avervi qui condotto.... - -Luca l'interruppe. - -— Almerico, permetti! Il conte Embriaco non sa ancora la ragione della -mia venuta. Abbiamo fatto diverse strade: io pel litorale, egli per la -Rocchetta e non ci siamo congiunti che al confluente giù, ove credevo -di trovar Camillo Altariva disceso per le Maure, e che invece è ancora -in ritardo. Appena raggiunto, mi premeva correr qui da te.... - -— Comprendo, comprendo. Tanto più ti comprendo..... - -Strana cosa! Il muto Seborga, vassallo dalla nascita e come tale -quindi beneducato a rimanere al suo posto davanti a personaggi pari al -padrone, intervenne con una famigliarità che soltanto un ecclesiastico -potea permettersi pur essendo di rango inferiore. - -— .... in quanto la signora marchesa di Spigno non giungerà, questa -sera almeno. - -Padrone di se stesso Emanuele Embriaco lo era e lo dimostrò nel non -lasciar muovere un sol muscolo del viso: ma non così il Ricciuto che -gli stava a qualche passo dietro e che trasalì di colpo. Almerico -di Nervia osservò l'ombra che s'era spostata violentemente al solo -pronunciar di un nome e sporse il capo come se interrogasse il Lascaris -sulla scorta. - -— Gente fida, Almerico: gente mia e del conte Embriaco. - -Troppo uso l'avventuriero agli agguati ed alle sorprese d'ogni genere -per lasciarsi placar da un cenno di capo rassicurante: aveva seguito -lo sguardo parlante del Seborga, drizzate le orecchie all'infrazione -d'etichetta che nemmeno il trovarsi in campagna autorizzava, e per -di più lo scatto del Ricciuto e la curiosità istintiva del Nervia -erano sopravvenuti per non lasciarlo troppo tranquillo. Per la qual -cosa credette opportuno di correre al riparo e lo fece con scioltezza -elegante. - -— Gente fida, sì, duca, ma non mia. Il conte Lascaris non ricorda -esattamente. Ricciuto, Bracciodiferro, avanzatevi. - -I nominati obbedirono. - -— Permettetemi signor duca: il Ricciuto, maresciallo d'alloggio del Re -di Piemonte, Nostra Sacra Real Maestà.... - -Si scoprì e tutti l'imitarono. Poi continuò: - -— .... appartenente al Presidio della Ferania. E Bracciodiferro -vassallo del signor marchese di Spigno. - -Un istante di silenzio. Rumoreggiò il tuono al nord verso il monte -Altomoro. Qualche rada goccia di pioggia crepitò sulle foglie novelle. -Nel silenzio il torrente raddoppiò lo scrosciare. - -A ricomporre animi e visi, ecco il Seborga impassibile, nella sua -compostezza servile di vassallo di gran casa: - -— Il signor duca e gli ospiti del signor duca sono serviti di -rinfreschi nella tenda del signor duca! - - - - -XIII. - - -Primo a rompere il silenzio fu Luca Lascaris. Il pensiero che -l'assillava mal gli faceva sopportar l'inazione. Avrebbe voluto -muoversi, avrebbe voluto risalir verso Perinaldo incontro alla donna -tanto più amata quanto più da mesi e mesi ne ignorava la esistenza -sentimentale. - -— Mi stupisco di una cosa, di una soltanto, duca, e cioè di vederti qui -inattivo e neghittoso mentre una dama corre chi sa quali pericoli, alle -prese con le spie francesi e con i banditi della vallata. Muoviamoci, -per Nostra Signora di Lampedusa, andiamo tutti incontro alla dama che -viene verso di noi: le abbrevieremo almeno le fatiche del cammino. - -— Perfettamente ragionato, Luca, — rispose il Nervia pacatamente — Non -sono io l'uomo al quale tu puoi rimproverare di mancar di riguardo non -solo verso una dama del nostro mondo, ma neppure verso una donna. Ti -prego soltanto di prestarmi attenzione e di arrischiare uno sguardo -fuori di questa tenda: è posta sull'innesto di due sentieri, l'uno che -sale a Perinaldo, l'altro che s'inerpica verso il nord, e precisamente -verso il valico del Cravana. Da qual parte discenderà la marchesa? -Non potevo arrischiare di mandarle incontro il mio vecchio Seborga, -quantunque conosca le parole di benarrivo, degne di una tal dama.... - -Il Seborga afferrò immediatamente l'occasione che gli porgeva il suo -signore. Disse, umile, con voce dimessa: - -— E d'altra parte il signor duca bramava attendere gli eccellentissimi -signori conte Lascaris e Camillo d'Altariva.... - -Anche il Seborga si rifiutava di pronunciare il nome Altariva privo -dell'attestazione di nobiltà. - -— Eccomi, — interruppe Luca — dividiamoci ed avviamoci! - -Almerico di Nervia consultò con lo sguardo il fido scudiero e replicò: - -— Che ne consigli, Seborga? - -Il vecchio servo rispose: - -— Ho l'onore di approvare il progetto dell'eccellentissimo signor conte -Lascaris. - -— Ben parlato, per Nostra Signora di Lampedusa. Questo è per te, -vecchio Seborga: tienlo per mio ricordo! - -Staccò dalla cintola il pugnale dall'impugnatura aspra di borchie -preziose e lo porse allo scudiero. - -— Umilmente ringrazio Vostra Eccellenza, e mi auguro di sguainarlo -presto in vostro servizio.... - -— E della marchesa Fiorina! - -— E della eccellentissima e graziosa signora marchesa di Spigno. - -— Sia pure — concluse il Nervia — dividiamoci. Ma chi attenderà Camillo -Altariva? - -Incoraggiato dal buon successo, il vecchio Seborga si permise ancora di -interloquire. - -— Se le Vostre Eccellenze permettono..... - -— Ascoltiamo il parere del mio buon Seborga, — annuì Almerico di Nervia -— Se avesse presto il braccio come ha pronto il senno, ci porterebbe -certo a guidare contro le masnade avide e brute di Barras e di Arena. - -— Se pure è sempre Arena che ci viene incontro dal Varo — mormorò Luca -Lascaris — Mi parlò il Grimaldi d'un generale ballerino mantenuto di -donne..... - -— O Arena o chi sia lo sapremo sempre a tempo, Luca: ma ascoltiamo il -piano del Seborga! - -Anche l'Embriaco ne parve desideroso. - -— Ecco, eccellentissimo: sarei dell'umile parere che il mio eccelso -signore qui rimanesse ad attendere il signor d'Altariva, o la illustre -dama di Spigno, la quale potrebbe — e non ne stupirei — ben anco -evitare i sentieri e scendere direttamente dai monti. Il signor Conte -Lascaris ed il signor Conte Embriaco potrebbero affrontare i due -sentieri. - -— E come divideresti la scolta, Seborga? - -Il vecchio scudiero non rispose: parve attendere che altri lo facesse -in vece sua: ma nessuno fiatò. - -Un'occhiata dell'Embriaco era bastata per fermare un'imprudente offerta -del Ricciuto che aveva seguiti i nobili signori nella tenda per invito -del Seborga. - -Il quale allora terminò: - -— Bracciodiferro, vassallo del Marchesato, potrebbe seguire il signor -conte Embriaco ed andare così incontro alla sua nobile signora, ed -il Ricciuto — lo salutò graziosamente — far la scorta al signor conte -Lascaris. - -— Accetto — rispose l'Embriaco. - -E parve felice. - -— Accetto — ripetè il Lascaris. - -E poi: - -— Affrontiamo la via prima che faccia notte. - -— Non senza il bicchier della staffa, eccellentissimi ospiti ed amici — -propose il duca. - -Il vino rosso di Dolceacqua fu mesciuto nelle ciotole di legno che il -Nervia usava portar seco nella sua vita errabonda: tanto l'Embriaco che -il Lascaris vi appressarono appena le labbra, e così pure il Ricciuto. -Ma Bracciodiferro che fumava la pipa seduto sul tronco d'albero su -cui ci è apparso il Nervia, non si fece pregare: ne bevve anzi più -del necessario. Ora, il vino rosso di Dolceacqua è traditore, dà alle -gambe: sicchè quando le due piccole truppe vollero incamminarsi, il -vassallo del signor marchese di Spigno tentò inutilmente d'alzarsi. - -— Per tutti i diavoli di Satanasso — masticò la lingua grossa e la -bocca pastosa — per tutti i diavoli di Satanasso, giuro che non mi è -mai capitata una cosa simile! - -— Ciò significa, signor mio, che non avete mai trincato del vino di -Dolceacqua, — gli osservò mellifluamente il Seborga. - -— Vino di Dolceacqua? Che canchero mi va dicendo il vecchio Gelindo! -Vino di Dolceacqua? Ma ho tracannato botticini di vini delle Langhe e -del Monferrato, del Polcevera e delle Cinque Terre, senza che le gambe -mi facessero mai un simile scherzo. Per tutti i diavoli di Satanasso -e per le sue cinquecentomila spose! non avrei mai creduto che un -bicchierotto di legno col fondo alto un dito mi conciasse in questo -modo! Alle gambe il vino! Ho sempre creduto che salisse al cervello! - -— Al cervello di chi ne possiede, balordo — gli rispose ben secco -l'Embriaco, apparso per l'appunto sul passo della tenda — al cervello -di chi lo ha! Per intanto eccomi qui ridotto senza scudiero! - -— Non sia mai detto che la Eccellenza vostra non venga servita come -merita! E che debba privarsi di chi le regga la staffa, — replicò -il Seborga. — In mancanza di questo balordo, che davvero, m'accorgo, -non può muoversi, ascriverò a somma ventura di offrire i miei umili e -modesti ma zelanti servigi al signor conte! - -Solo allora l'avventuriero comprese che il tiro non era accidentale, ma -servito con tutte le regole, e che il Seborga nascondeva un pericoloso -disegno a suo svantaggio. Già ne aveva avuto il primo sospetto -nell'udirgli svelare il probabile arrivo della marchesa di Spigno, che -il Lascaris gli aveva taciuto, morso da un po' di gelosia, di cui non -sapeva padroneggiarsi dopo la famosa lettera. Ma quello che era stato -quasi fanciullesco pudore e innata ritrosia qualificò per disegno a suo -danno ed unì Luca e Seborga in una sola intesa. - -— Attento Emanuele — mormorò internamente a se stesso — qui si congiura -contro di te. Attento, mio caro! - -Ma padrone de' propri nervi mostrò un viso ilare alla cattiva fortuna e -cennò amicalmente al vecchio scudiero del duca di Nervia. - -— Ci guadagno una guida senza pari, — dichiarò. — Per il che, -tutto sommato, posso anche perdonarti l'infrazione alla disciplina, -Bracciodiferro. Ma ne riparleremo al mio ritorno, se tutto sarà andato -a dovere. - -Bracciodiferro apparve così sbalordito che trangugiò senza far motto il -balordo regalatogli prodigalmente dal Seborga, mentre in tempi normali -avrebbe per lo meno denudato, senza pudore alcuno lo schidione che -teneva fra le mani. - -Il Lascaris già in sella, impaziente, frenetico quasi, troncò la -possibile querimonia. - -— Andiamo! Andiamo dunque! - -— Sii prudente, Luca — ammonì il Nervia. - -Per tutta risposta l'altro spronò il cavallo. - -Il Seborga resse la staffa all'Embriaco, il quale salutò l'ospite con -tutta cortesia. Poi lo seguì. Le due piccole truppe s'avviarono per -qualche diecina di minuti entro lo stesso malagevole sentiero, poi, -giunte ad un bivio, senza parola si separarono, dirigendosi l'una verso -levante e l'altra, quella dell'avventuriero, verso il nord, fosco e -chiuso. - - - - -XIV. - - -Per un po' di tempo cavaliere e scudiero — quest'ultimo a piedi presso -la staffa a sinistra — tennero la testa del manipolo composto di sei -valligiani. E stettero silenziosi. - -La strada era d'altronde malagevole, un sentiero da capre, che soltanto -il cavallo montato dall'Embriaco, un cavallino tozzo delle scuderie del -Nervia, poteva arbitrarsi a tenere. S'inerpicava il sentiero nel buio -fondo incassato entro una specie di depressione del terreno, spoglia -d'alberi e d'erbe, e rocciosa a giudicarne dal battere isocrono della -zampa equina, che tentava ogni volta, prima di posarsi. - -— Da che parte mi conduci, amico? — domandò l'Embriaco al Seborga -chinandosi nel buio, ove possibilmente potea trovarsi il compagno. - -— Che la Eccellenza vostra si lasci guidare, mio grazioso signore: -potrò forse errare, chè tutti noi, miseri mortali, siamo soggetti -all'errore, ma ho nel pensiero che la nobilissima signora marchesa -per più sicurezza abbia preferito scendere dal Monte Acuto, e, fra il -Bucarin e il Cravana, girando quest'ultimo, riprendere per Apricale. -In questo caso è proprio verso di noi, fortunati, che apparirà -d'improvviso. - -— Me ne dispiace per il conte Lascaris, — osservò ridendo -l'avventuriero. — Ma perchè hai scelto questa strada per me, amico? - -— Non ho scelto, mio nobile signore. Il conte Lascaris si è avventato -sulla via di Perinaldo, su quella cioè che gli è parsa la più -probabile. Ma ho in animo che abbia errato, se posso così esprimermi -per un tanto illustre signore. - -— Andiamo dunque incontro alla bella Fiorina! E chi sa che non -l'accompagni il buon Ibleto pel quale certo l'amico arcade Amarillo -Glucosio troverebbe la rima in faceto. - -— Il signor marchese di Spigno! Voi credete che il signor marchese di -Spigno possa viaggiare in compagnia della illustre signora marchesa? - -Tutto quanto era di pertinenza del marito, aggettivi e titoli il -Seborga pronunciava con un'apparente colore di sprezzo, mentre -riserbava la tinta, dell'entusiasmo per la bella Fiorina. - -— E perchè no? Forse che non sono marito e moglie? O monsignore il Papa -ha scoperto per dividerli qualche impedimento? - -— Sono, è vero, marito e moglie, — replicò il Seborga con tanta -serietà nella voce che l'altro ne fu colpito — ma sono pur anche, -e più profondamente del burrone che fra poco fiancheggeremo, divisi -dalla politica. La marchesa è per il Re. Il marito è un giacobino e un -volterriano. Credevo che la Eccellenza vostra, che ha dimestichezza con -le corte di Spigno, non l'ignorasse. - -L'Embriaco drizzò le orecchie. La parola dimestichezza era stata -pronunciata con una tal qual tinta d'ironia che mal gli suonò: -l'altra parte ogni motto del vecchio scudiero gli giungeva fasciato -d'intenzioni oscure e gli facea bollire in petto impeti d'ira -trattenuta. - -Le relazioni fra l'Embriaco e i marchesi di Spigno erano state cordiali -sì, ma solamente col marito: per la sua avversione alla Repubblica -di Genova, dominazione oligarchica senza alcun effetto di governo -reale, fastosa, vuota, solenne e nulla, s'era trovato l'avventuriero -immediatamente d'accordo con Ibleto di Spigno: con Fiorina invece poca -dimestichezza: il Ricciuto con i suoi uomini s'erano accompagnati per -un tratto breve di strada, quello che dalla Ferania va a Savona, poi -tanto l'Embriaco che il Ricciuto conosciutisi ed apprezzatisi a vicenda -avevano allungato insieme il cammino, semplicemente. - -I soldati in quel tempo camminavano come tante pecore dietro il -campanello del capo mandra, nè si sarebbero stupiti se il Ricciuto li -avesse condotti in Bretagna o in Iscozia, come avvenne per l'invasione -francese dell'Irlanda. D'altra parte Bracciodiferro e i suoi scherani -seguivano l'Embriaco: o perchè non avrebbero dovuto seguirlo i soldati -regolari del Ricciuto? - -Tutto questo però non aveva aumentati i rapporti dell'avventuriero con -la marchesa Fiorina, che conosceva appena. - -Ora per l'appunto, dati simili precedenti, ecco la ragione -dell'inquieto animo di Emanuele Embriaco! Infine, che cosa sapeva quel -dannato vecchio scudiero? Era forse a cognizione della falsa lettera di -Fiorina a Luca Lascaris? Sospettava o non sospettava nell'avventuriero -quello che era veramente? O che era poi veramente Emanuele Embriaco? -Fino a quel punto uno spettatore, e disinteressato, che avrebbe potuto -decidersi o per il Piemonte o per la Francia, a seconda, od anche per -la Serenissima ove i Serra, i Brignole ed i Cattaneo fossero mandati a -piantar cavoli nei propri orti feudali: non aveva preferenze Emanuele -Embriaco, e soddisfatto qualche odio personale non avrebbe chiesto -che una buona paga e le terre e i palazzi confiscati. Tale era la sua -posizione dopo tutto: ma chi può ben giudicare delle persone e chi è -giusto? Non il Seborga certo. - -Il quale Seborga, sospettoso, come tutti coloro che tengono ambe le -chiavi del cuore del proprio signore, ma pur furbo, lavorava, secondo -il pensier suo, diplomaticamente. - -— Non è forse la Eccellenza Vostra addentro alle cose della corte di -Spigno, come il signor conte Lascaris ha assicurato al mio padrone? - -— Ah! cani, — mormorò fra sè l'Embriaco — te la darei io la corte di -Spigno, a te e a quel zotico del tuo padrone! - -Zotico no, ma vestito fuori di moda sì: in certo qual modo il damerino -Embriaco s'apponeva. - -E ad alta voce: - -— Sono, è vero, intimo di quella che tu chiami la corte di Spigno, ma -se ho parlato di politica, qualche volta col marchese Ibleto, mi sono -ben guardato dall'importunare la graziosa marchesa. - -— Si tratta di princìpi, non di politica, illustre signor conte! - -A questo punto, miglior guida del Seborga, il cavallo dello Embriaco -si fermò duro sopra un ciglione rifiutandosi d'avanzare e scuotendo la -testa e tentando impennarsi. - -— Manda a vedere che accade, scudiero! - -Il Seborga obbedì: mandò due degli uomini di scorta, i quali tornarono -subito con la lieta notizia che si trattava di un impiccato. - -— Che ne avete fatto? - -— Lo abbiamo gettato nel precipizio. - -L'Embriaco si curvò nel buio e chiese con la sua voce più tranquilla e -più melliflua: - -— C'è un precipizio, vicino? - -— Sì, mio illustre signore, un burrone a dirupo: lo costeggeremo fra -poco. Ma non temete: conosco la via. - -— Sono perfettamente tranquillo con te, amico. Se non che un passo -falso è presto fatto ed un altro qualunque impiccato può farmi -impennare il cavallo. È dunque meglio che i tuoi uomini ci precedano, -come del resto mi par prudente: daranno meno o meglio l'avviso. - -Il Seborga approvò. - -— L'illustre signor conte Embriaco ha ragione! - -I sei uomini che rimanevano al seguito raggiunsero i due che si -trovavano all'avanguardia. Ed il drappello riprese il suo cammino: -soltanto il Seborga rimase alla retroguardia, qualche passo dopo la -staffa destra dell'Embriaco, avvicinandosi e mettendosi quindi alla -pari quando intendeva parlare. - -Il tempo carico e buio s'era mantenuto calmo come se aspettasse lo -scoppiare della tempesta. A volte nello addentrarsi della comitiva in -qualche gola si sentiva il vento fischiare e gli alberi svettare, a -volte invece la calma era di tomba. Quando però il drappello riprese il -cammino nell'ordine sopra descritto cominciarono a cadere grosse goccie -di pioggia. Poi rumoreggiò il tuono, lontano. - -— Fra poco avremo un regalo — susurrò nel buio la voce del Seborga. - -L'Embriaco istintivamente si tastò alla cintura, sentì il largo e -acuminato coltellaccio da cinghiale e pensò che meglio sarebbe stato -entro le carni del vecchio scudiero che non nello sdruscito fodero di -grosso cuoio. Ma riflettè che un grido solo, un solo grido l'avrebbe -dato nelle mani della scorta a lottare contro gli otto contadini. - -— Eppure — pensava — quest'uomo m'incomoda. Che cos'abbia con me -non so, che sospetti non so nemmeno. Sento che mi prepara qualche -brutto scherzo. Ad ogni modo sarebbe prudente che scomparisse prima -d'un probabile incontro con la Spigno, poichè sento che proprio noi, -a maggior dispetto di Luca Lascaris, incontreremo la bella Fiorina. -Scomparire è presto detto: ma come? - -Quasi in risposta guizzò in capo alla gola un lampo violento, mostrando -nel serpeggiar che fece scoscese pareti di monti irti di alberi -spettrali e profondo incavo di valle. - -— Tenetevi a sinistra, signor mio colendissimo, — avvertì il Seborga -alle spalle del cavaliere — chè siamo in prossimità del burrone. - -Per tutta risposta l'Embriaco liberò dalla staffa il piede destro. Un -altro lampo guizzò, il tuono rombò a breve distanza. Le rade goccie -s'erano mutate in pioggia dirotta, che ad uno svolto improvviso -lanciata dal vento venne a flagellar la comitiva. Poi uno scrosciar -d'acqua quasi sotterraneo risuonò nell'abisso. - -— Dove siamo, Seborga? Sul burrone? - -— Sì, monsignore! Tenetevi a sinistra! - -Un altro lampo: e al breve lume l'avventuriero scorse alla sua destra -un precipizio scosceso e roccioso come fauci spalancate ad inghiottire. -Allora frenò impercettibilmente il cavallo, così da permettere allo -scudiero che lo seguiva di mettersi al suo passo. Come lo avvertì -aderente alla gamba destra libera dalla staffa, l'inarcò, la sferrò, -e d'un calcio possente lanciò il vecchio che non stava sulle sue e che -non ebbe il tempo d'un urlo, nell'abisso. - - - - -XV. - - -La notte nera e tempestosa a poco a poco nello schiarir dell'alba -s'acquetava quando un primo strappo nella cortina plumbea s'appalesò -verso l'alta valle del Nervia. Un cane lupo tutto nero, dagli occhi -di brage abbaiò furiosamente da un greppo spianato su cui sorgeva una -capanna da pecoraio in maggese, muro a secco e tetto di paglia. In quel -primo livido incerto apparir del giorno, quel cane avventato sul ciglio -del greppo, le orecchie e la coda inarcate, il pelo arruffato, aperte -le fauci e le pupille sinistre, parea l'unica viva cosa del creato, -l'unico ribelle. - -— Nerone! Che c'è, Nerone? - -Il cane scuotendo la coda raddoppiò il furore. - -— Nerone! - -La voce che chiamava il cane era evidentemente una voce di donna: -veniva dalla capanna nuda al cui stipite dell'imposta era addossata -la sentinella, un soldato regolare piemontese, la doppia tracolla -allentata, il fucile fra le gambe, il capo coperto dal berretto a -punte e le ghette color cioccolata. Probabilmente la guardia s'era -addormentata, nè l'abbaiar del cane nè la voce femminile erano -abbastanza forti per destarlo. - -— Nerone! - -Il cane si voltò scodinzolando come se presentisse l'apparire di -qualcuno, e infatti, scostando appena l'imposta pesante ed informe, -apparve sulla soglia un'amazzone. Probabilmente non la si sarebbe -creduta pericolosa se chi la doveva giudicare si fosse fermato -all'apparenza: una statuetta di Sassonia bionda, esile, guance color di -rosa e nasino impertinente a dividere due occhi azzurri insondabili. - -Il cane lupo, che rispondeva al nome di Nerone, venne a prostrarsi -dinanzi a due piedini minuscoli calzati d'alti stivaloni rossi e poi -s'alzò a lambire due manine di fata, nude però, dalle unghie rosse, -così, che parea si fossero intonate alle guance. Tanto i piedini come -le piccole mani — a quanto parve — non bastarono a Nerone perchè d'un -balzo tentò una più ardita carezza, nientemeno che di lambire una -guancia. - -Ma una frustata della fragile mano che si mostrò invece di ferro, lo -fece ricadere a terra mortificato, e Nerone per darsi un contegno o -per rimediare con un servigio l'ardimento, si rilanciò ad abbaiare -furiosamente sull'orlo del ciglione. - -— È certo che Nerone sente qualcuno! — mormorò la dama aguzzando la -vista per quanto la foschia mattutina glielo permetteva. - -In quella che si chinava come se volesse lanciar lo sguardo nel vuoto, -inarcando la bella gamba che lo stivalone rosso calzava come un guanto, -dalla capanna rimasta semiaperta uscì un nuovo personaggio. Era un -vecchio segaligno dal viso arrugato e non raso da qualche giorno, -chiuso in un pastrano color nocciola a doppia fila di mantellina -che non passava il gomito: non ne usciva da una parte che la testa e -dall'altra i piedi chiusi in stivaloni gialli sormontati da una fibbia -di ferro greggio. Camminò verso la dama a piccoli passi da salotto, -soffiandosi accuratamente sulle dita. Poi disse: - -— Fiorina, amica mia, vi pare il modo forse di lasciar socchiusa la -porta di quella stamberga? Una stamberga che neanche Gian Giacomo -avrebbe accettato per mèta delle _Passeggiate d'un solitario_? -E solitario mi avete lasciato, mia bella amica? E di amici si ha -bisogno!..... - -Senza ascoltarlo, intenta verso il vuoto velato dalla nebbia, la dama -gli chiese, noncurandosi nemmeno di voltarsi: - -— Ma davvero, Ibleto, non sentite nulla? - -Il cane raddoppiò i latrati furiosi, irto il pelo, quasi inferocito -contro l'invisibile. - -— Sentire? Sentite qualche cosa? E che cosa? - -— Ascoltate, ascoltate! Ma silenzio! - -— Silenzio? Silenzio, se volete. Volete che la mia voce possa far -concorrenza a quella di una donna? - -— Ascoltate, ascoltate! - -L'altro tese l'orecchio, docilmente. - -— Ascolto. Ascoltiamo. - -L'occhio gli brillò: tutto un impeto di sarcasmo che non gli colorì il -viso nè glielo illuminò, visse nella pupilla. - -Ma la piccola dama non gli badò; per qualche momento se ne stette nella -posizione d'attenta aspettativa, sporta sul ciglione, poi ad un tratto -esclamò: - -— Ecco, guardate, non m'ingannavo! - -Dalla bruma sottostante uscirono prima il rumore di sassi scostati ed -urtati, poi delle voci, infine delle vaghe siloette umane. A capo delle -quali un cavallo col relativo cavaliere, seguito da una scorta di otto -soldati regolari. - -— Guarda! Guarda! Guardiamo! Per il primo neo vezzoso che hai portato, -Fiorina, giurerei di conoscere quell'uomo! Quell'uomo ha già fatto -breccia nella mia memoria di prim'ordine dopo quella del signor di -Fontenelle. - -— Non posso dire altrettanto, Ibleto. Quell'uomo mi è perfettamente -sconosciuto. - -In quella ecco la cavalcata salir l'erta del ciglione e presentarsi -dinanzi all'accampamento. Il cavaliere che la precedeva, senza -attendere che qualcuno gli reggesse la staffa, balzò di sella e venne -precipitosamente a piegare il ginocchio davanti alla marchesa, radendo -il suolo col feltro. - -— Ecco, a malgrado le brume, il sole è già sorto per me, chè i -miei occhi vedono la bellissima signora Marchesa Fiorina di Spigno -e si rasserenano poi nel contemplar la saggezza fatta persona, -l'eccellentissimo e nobilissimo signor marchese Ibleto di Spigno! - -— Per la natura maestra di tutti noi! Ma è l'Embriaco, quella buona -lana di Emanuele Embriaco! In fede mia, Embriaco, mi par di leggere un -capitolo del Gran Ciro o dell'Astrea o un romanzo del signor De Foe, -tanto mi stupisco! - -La marchesa di Spigno aggrottava le sopracciglia in segno di contenuto -dispetto: aveva sperato fino a quel punto, complice la semi-oscurità -della mattina, che fosse un altro il cavalier dell'incontro. E lo -sapeva quest'altro che Fiorina si trovava per istrada collo specioso -pretesto della politica, ma in verità per arrendersi all'ardore di -certe lettere insensate e pazze. - -_«Fiorina, anima mia, — _diceva qualcuna di quelle lettere,_ — pietà -di me che non vivo più, che ti sogno anche ad occhi aperti, che -ti desidero come un assetato, non vivendo che per te, macerandomi -nell'impossibilità di correre a te come tutto il mio essere pretende. -Fiorina, anima mia, come non senti la mia passione e poichè l'amor mio -qui m'incatena, perchè non ti muovi alla mia volta, crudelissima cara, -tiranna dolce di colui che una volta si chiamava....»_ - -E qualcun'altra: - -_«Il mio dovere lo so è oggi più forte dell'amor mio. Ma domani, ma -domani, Fiorina? Per carità, vieni! Tu che mi fosti accesa amante, -siimi da lontano amica, per tramutarti poi quando le mie braccia ti -stringeranno al mio seno, come si tramutavano le Dee quando accorrevano -ai mortali che le adoravano in sogno»._ - -E un'altra ancora: - -_«Questa notte mi sono apparsi gli avi miei, dal prode che si oppose a -Magone Cartaginese a quello che vinse il Cesare romano, dall'imperatore -di Bisanzio al Trovatore di Provenza, dal Crociato che seguì Pietro -l'Eremita al consigliere sereno del Bearnese: tutti dall'amico di -Filiberto, che gli cavalcò vicino quando entrò in Pinerolo, a colui che -digiunò con Vittorio Amedeo: tutti mi apparvero piangendo, Fiorina, -tendendomi le braccia e scuotendo mestamente le teste pensose. — Che -avete, lor chiesi, perchè piangete? — E quelli: — Perchè tu certo -domani calpesterai l'onor della tua casa e abbandonando le tue terre -all'invasore correrai pazzamente da una donna, che è la tua signora, -e pel cui bacio daresti — che monsignor Gesù te lo perdoni — anche -l'anima tua e la tua vita eterna»._ - -Ed altre ed altre ed altre, tante da emular in numero le opere del -signor Aronet di Voltaire o del grande Muratori. Tante che Fiorina -aveva dovuto ordinare un cofano capace e comandarne la serratura a un -fabbro fiorentino sotto un falso nome perchè un'altra simile non si -trovasse nel Regno di Sardegna. Tante che le avevano fatto dimenticar -senno e prudenza e spinta al viaggio penoso, poichè in quei tempi -politica e guerra non servivano spesso che di pretesto all'amore. - -Non aveva, pudor di dama contegnosa, osato certo di avvertir l'amante -dell'arrivo prossimo, no, ma sibbene il duca di Nervia, di tutto -consapevole, e che non avrebbe mancato di fare, anche indirettamente, -l'ambasciata. Ciò che noi sappiamo era infatti avvenuto. - -Ed ecco, invece del bel cognito viso, della persona ben cognita, un -volto ed un uomo sconosciuti, il quale pur tuttavia sembrava gentiluomo -a giudicarlo dal gesto corretto con cui si tolse il feltro sformato -dalla pioggia e dall'inchino profondo sì, profondissimo anzi, ma di -stile, che gli piegò la persona per qualche minuto e cioè fino alla -prima parola che la marchesa pronunciò, e che fu: - -— Buon giorno, signore! - -— Fiorina, mia cara, permettete ch'io faccia le presentazioni. Vi -presento il conte Emanuele Embriaco, che suppongo del partito.... - -— .... della bellezza. - -Così l'interruppe il nuovo arrivato. E continuò: - -— È impossibile che in questo fosco mattino, il quale pretende -farci credere che il sole sia nascosto mentre acceca me poveretto ma -prediletto dagli dei, è impossibile pensare con altro che con gli occhi -se pure abbacinati. Prego la eccellentissima signora marchesa di Spigno -di accogliere il mio umile fervente e devoto saluto come in Elicona le -Muse accoglievano benigne anche i più umili canti dei semplici pastori. - -La marchesa — le donne facilmente sono disarmate dalle parole -sonore che forse non comprendono ma che sempre intendono — sorrise -all'Embriaco, mentre Ibleto di Spigno, sarcastico ma fine, proruppe: - -— Ben tornito, ben tornito, il madrigale! Madrigale che il cavaliere -di Parny avrebbe chiuso certo nel castone di una quartina e Piron -entro uno snello epigramma, li vedo, ma non vedo chi li avrebbe detti -meglio in prosa, nè gli Scudery, nè l'abate Bernardino Viale, mio -collega in Arcadia, e dolce più del miele attico, siccome mi dice il -nome di Glucosio che porta. A proposito di porta, se rientrassimo nella -capanna? Punge il mattino, Fiorina, più che le spine delle rose di -Ronsard. - - - - -XVI. - - -La Marchesa con un cenno del capo approvò l'invito, e precedette i due -nobili signori nella capanna. - -Oggi, la pratica vita che viviamo fa degli accampamenti notturni -improvvisati un sommario emporio delle pochissime cose indispensabili: -l'individuo esce dalla cornice abituale, cornice dorata, per entrare, -una notte almeno, entro una cornice grezza e si obbliga a tante -piccole rinunzie che addizionate formano il disagio. Non allora. Il -lettore ne avrà un esempio se mi permetterà di mostrare succintamente -l'interno della capanna, il giorno prima oscuro e miserevole abitacolo -di mandriani, oggi, ossia nel giorno in cui vi entriamo, non indegno -ricetto della marchesa di Spigno. - -Pareti e tetto occultati da pesanti cortinaggi di broccato rosso ed il -terreno battuto coperto di tappeti folti: un paravento alto la tagliava -a metà ed occultava il letto della signora, ma non l'inginocchiatoio: -al di qua una tavola bassa, molti cuscini e persino qualche stampa di -scena villereccia appuntata nella tappezzeria: sulla tavola un volume -aperto ed una lucerna a molti becchi. Semplice, come il lettore vede, -facilmente smontabile e facilmente ricostruibile, ma comodo e tiepido, -chè non vi mancava un bracere per mitigare la temperatura notturna. - -Emanuele Embriaco non era certamente abituato alle mollezze, ma le -pregiava, e quando gli era possibile se ne circondava. Sedette quindi -volentieri ad un cenno della marchesa in sui cuscini offerti ed accettò -una tazzina di caffè dalle mani d'Ibleto. Poi cominciarono a conversare -e conversarono amabilmente, anche parlando di cose quotidiane e -pressanti. Diede la stura il signor di Spigno che assillava la -curiosità. - -— Come e perchè, se mi è permesso interrogarvi, e v'interrogo -nell'interesse comune, ho la fortuna di vedervi sorgere dalla bruma in -questa mattina che ha la pretesa di annunciare la primavera, o valoroso -Embriaco? - -Parve all'avventuriero di sentir fissi e imponenti sopra di sè due -formidabili occhi femminili. Già nel vedersi dinanzi invece della sola -Fiorina anche Ibleto, avea pensato che l'appuntamento col Nervia e gli -amici suoi dato dalla marchesa fosse dal marito ignorato. Era doppio il -gioco e lo sguardo parlante di Fiorina chiedeva all'Embriaco una tal -quale complicità, se, come sospettava la dama, fosse l'avventuriero -in relazione col Nervia: ed ecco perchè aveva guardato e non parlato: -poteva l'Embriaco trovarsi sbandato e solo senza alcuna relazione con i -cospiratori. - -Ma la complicità con Fiorina serviva all'avventuriero, il quale -ricambiò lo sguardo con un altro d'intesa e in cuor suo si rallegrò -di non aver al seguito nè il Ricciuto nè Bracciodiferro troppo noti al -marchese di Spigno. Pensò: - -— Quel maligno di un Seborga — pace all'anima sua, _requiem aeternam_ — -è stato di una furberia che si è voltata a mio vantaggio: gli farò dire -una messa quando ne avrò l'occasione. Per intanto liquidiamo Genova. - -E rispose ad alta voce: - -— Se vi è permesso interrogarmi? Ve ne prego. O sono indotto in -grossolano errore o mi par che voi pure, eccellentissimo, non vediate -di buon occhio, la politica della Serenissima.... - -E pensava: - -— Genova posso buttarla a mare impunemente: nè Fiorina nè Ibleto ci -tengono. - -Infatti il marchese scoppiò in una stridula risata. - -— La Serenissima! Darei volentieri un Manuzio petrarchesco, che amo -come la pupilla degli occhi miei, per sapere che cosa macchina la -repubblica di Genova. E lo darei in pura perdita, gioco, poichè la -repubblica di Genova, a mio avviso, non macchina un bel niente. Poichè -niente può macchinare un cervello vuoto. - -— Sono del vostro avviso per il partito al potere. Ma il popolare del -farmacista Morando e dell'eccellentissimo Cattaneo? - -— Popolare? Che popolare mi andate cianciando? Ciance, vere ciance -quelle del partito del popolo: levati di lì che mi ci metto io. Non c'è -partito di popolo senza libertà, uguaglianza e fraternità. - -— Lo supponevo — fra sè gioì l'Embriaco. - -Ma l'occhio fisso ed insistente di Fiorina pesava sempre -sull'avventuriero, il quale rispose con uno sguardo d'intesa. - -Intanto Ibleto proseguiva: - -— Ma per tornare a voi, signor conte, e sempre con vostra licenza, -qual'è lo scopo vostro nell'errare che fate in questi luoghi a capo -d'una scorta di soldati regolari? - -— Come i vostri, signor marchese. - -— Come i miei, ne convengo, benchè i miei siano più di scorta alla -marchesa che non a me. Io non conto, e me ne trovo benissimo: conta -Fiorina, ciò che le fa piacere, e contenti tutti e due. Ma voi..... - -— Io, se mi è lecito il paragone, sono vostro pari nelle condizioni -momentanee: non conto. Chi conta è un brav'uomo di scudiero che -suppongo appartenere alla casa Nervia..... - -Occhiata di Fiorina, ricambiata. - -— .... e che mi ha raccolto questa notte e poi s'è allontanato, ignoro -con quali intenzioni, lasciandomi in balìa di questi soldati che ne -sanno, credo, meno di me. Ecco la mia storia, marchese. - -— Ma Bracciodiferro, conte? - -Qui l'Embriaco rimase un po' dubbioso. La domanda a bruciapelo -vagamente l'intimoriva. Quali interessi coesistevano fra i due coniugi -perchè le aspirazioni e le simpatie od anche il partito dell'uno o -dell'altra avessero il sopravvento? Quale dei due era da temere? Quale -dei due da giocare? Non s'illudeva l'avventuriero: marciava sopra il -filo d'un rasoio e non un rasoio da barbiere di reggimento, no, ma -sopra un taglientissimo affilatissimo rasoio. Avrebbe potuto durarla -a lungo? D'altra parte il marchese di Spigno aveva con somma abilità -scelto il _ruolo_ dell'interrogante, facile anche per chi doveva -rispondere, ma non a lungo. Pure che fare? Quel nome di Bracciodiferro -gettato là a che scopo? Che sapeva Ibleto? Che nascondeva Fiorina? -Rispose: - -— Non avete dunque incontrato Bracciodiferro? - -Occhiata di Fiorina ricambiata. E la dama accorse: - -— Avete forse inviato Bracciodiferro al Nervia? - -— Per l'appunto, nobile signora. - -— Ecco, vedete, marchese, a che approda la vostra testardaggine? A non -farci incontrar Bracciodiferro. - -Ibleto alzò le spalle. - -— Mi curo di Bracciodiferro come della mia prima parrucca, e non -ne domandavo che incidentalmente. Piuttosto, conte, quali notizie -dell'esercito francese? - -La marchesa di Spigno raddrizzò la snella personcina ed il viso di -maiolica le si colorì tanto che gli occhi vispi apparvero iniettati di -sangue. Parve pendere dal labbro dell'Embriaco. - -— I francesi? - -— L'esercito, sì, l'esercito francese al comando del nuovo generale, il -piccolo Bonaparte? - -— L'esercito del Varo? - -— Ma sì, l'esercito del Varo. - -— Lo credo a Nizza il vostro esercito del Varo. - -— A Nizza? Come? Non è ancora incominciata la formidabile avanzata? - -— No, ch'io mi sappia. - -Marito e moglie s'interrogarono dello sguardo. Poi: - -— Le informazioni erano precise — fece lei. - -— Induzioni forse, previsioni, ma non informazioni, che il malanno -colga gli informatori intelligenti! — borbottò lui. - -— Aspettate — replicò allora l'Embriaco — Se per esercito del -Varo intendete le bande senza freno e legge che si sono adunate su -Nizza aspettando munizioni e soldo, e se per avanzata alludete agli -sconfinamenti abituali, anzi giornalieri delle dette bande, posso darvi -forse delle notizie fresche. - -Viva curiosità della illustre coppia. - -— Non più tardi.... aspettate.... di due giorni or sono fui spettatore -d'uno di quei sconfinamenti. - -— Spettatore? E in qual modo? - -— Ecco, veramente spettatore no, ma ne ho avuto notizie precise.... Si -tratta del sacco d'un villaggio.... - -— Quale? - -— Sant'Antonio, mi pare. - -— Proprio alle spalle di Ventimiglia, allora? - -— Precisamente. Aspettate, ora che ci penso, credo che ci sia sotto -qualche cosa di più grave. - -— Ah! davvero? - -— Credo. Ho sentito parlare di un ufficiale francese in missione presso -il comandante Grimaldi. - -— Non si trattava allora d'una banda spersa o d'uno sconfinamento senza -importanza? - -La marchesa intervenne: - -— Potrebbe darsi che le due cose fossero indipendenti l'una dall'altra. - -Lo Spigno scosse il capo in aria dubbiosa. - -— Mi spiace assai contraddire una dama di tanto valore, — aggiunse al -dubbio di Ibleto l'Embriaco — ma ora che ci ripenso, mi sembra che si -parlasse d'un messaggero, non francese, sibbene d'un ufficiale genovese -addetto al comando nemico. - -— Aspettate: Filippo Balbi! - -— Il fidanzato di Chiarina Grimaldi! — esclamò la marchesa. - -— Per l'appunto, per l'appunto: quello! - -Qualche istante di silenzio gravò sotto il damasco della capanna. Chi -lo ruppe fu il marchese di Spigno, lisciandosi la barbetta in aria -pensierosa. - -— Fiorina, mia cara amica, Embriaco amico mio, ho bisogno del vostro -consenso. Sopportar forte disagio, mia dama, e voi conte, condurci al -presunto attendamento francese: è cosa della massima importanza e della -massima urgenza. - - - - -XVII. - - -La Marchesa curvò il capo. L'Embriaco si premette la destra palma sul -cuore e si chinò. - -— Sono ai vostri ordini Marchese! - -Ibleto pensò a lungo, poi riprese: - -— Che consiglio mi dareste in coscienza, conte? - -— Consiglio? Su quello che avete detto? - -— Grazie no: sulla via da seguire. - -— Capisco: lasciatemi riflettere. - -Meditò che l'Altariva ultimo atteso al convegno doveva essere a -quell'ora giunto da tempo e che quindi s'offriva la strada che avea -tenuto colui e cioè quella delle Maure. La quale non metteva pur -tuttavia che ai piedi della città e allora o prendere il mare per -isbarcare a Latte.... - -— Niente mare — dichiarò Fiorina. - -— .... o continuare il sentiero alpestre fino a Siestro, girar la punta -di Roverino ed attraversare il Roia dinanzi al confluente del Bevera. - -— È lunga la strada? - -— Meno assai d'una tappa fino al Roja: poi nelle mani di Dio. - -— Il fiume è gonfio? - -— Non più di quello che sia un fiume in istagione prossima allo -scioglier delle nevi, ma ignoro il guado. - -— Quindi: incognita? - -— Vi ripeto: nelle mani di Dio. - -— E allora consigliate la via del mare? - -— Umilmente, sì. Specie scegliendo la notte per dar meno nell'occhio. - -— Una barca di pescatori non potrebbe destare sospetti. - -— Una barca, no davvero. Ma basterà? - -— Per tre persone? certamente. - -— Tre persone? E le scorte? - -Ibleto di Spigno lisciandosi la barbetta rispose: - -— Le scorte? A che servirebbero? - -— A difenderci. - -— O non piuttosto a darci un'apparenza offensiva? No, niente scorte. -O si trattò di pochi sbandati ed a quest'ora fatto il bottino sono -rientrati a Nizza: o si tratta d'una vera avanzata e allora a che -servirebbero le scorte composte di pochi uomini, sia pure dell'esercito -regolare del Piemonte! - -Dopo tutto non era meglio per l'avventuriero il perdere una buona -volta quei soldati non suoi e che gli potevano costituire un pericolo -continuo? Il disegno di Ibleto gli quadrò. - -— Avete ragione, Marchese, come un teorema, direbbe il padre Pesante -mio degno ex precettore. Seguiamo dunque la vostra idea. Ma prendiamo -le Maure e discendiamo a San Secondo. - -Il castellano di Spigno diede un ordine e in poco meno di mezz'ora -la capanna rustica fu restituita al suo primitivo squallore. La -marchesa Fiorina pur tuttavia non disdegnò dal presiedere in persona -al ripiegamento dei tappeti, alla smontatura del letto, dello -inginocchiatoio e della tavola: il tutto fu legato con cura, le -suppellettili e i cuscini in cassette e pacchi, i tappeti arrotolati -e fasciati in balla: ne risultarono sei colli che furono caricati su -due muli poderosi. Ad un cenno la carovana si dispose in fila indiana -e preceduta dall'Embriaco discese nella valle. I soldati del Nervia -passivamente seguirono i compagni. - -Il mattino persisteva nuvoloso, ma verso il mare cirri enormi -erano accavallati dal vento, un vento di tramontana che spianava -ed increspava le acque giallastre fino quasi a un miglio da terra e -fin dove si spingevano le due correnti del fiume e del torrente che -convergevano, sicchè il solo delta era giallastro: il restante della -marina mostrava un colore ferrugigno livido instabile come ferrugigni -lividi instabili si mantenevano i monti di cirri fumosi. - -Il delta formato dal triangolo addossato al bosco delle Maure e -limitato nei due cateti dal fiume Roja e dal torrente Nervia fino -al mare, ciò che poi fu il borgo Sant'Agostino e la spiaggia delle -Asse, appariva breve e stretto in allora: dalla parte del torrente era -un groviglio di strami e d'ontani sopra un fondo paludoso e vergine -di sentieri o guadi, meno la breve striscia della cornice fangosa o -polverosa a seconda delle stagioni: verso il fiume Roja era più triste -e sinistro ancora: ospitava un cimitero là ove si stende oggi la -stazione della ferrovia, poi gli speroni delle colline si confondevano -entro una chioma di pini silvestri, rossa d'estate come se avesse -patito un incendio, nera nelle altre stagioni e irsuta come la chioma -d'un gigante da leggenda. - -La strada di comunicazione della Cornice aveva qua e là il segnacolo -di qualche casetta, rivendugliolo od oste, un maniscalco, ma rozzi -abituri sperduti che non mettevano in quel sinistro paesaggio -foscoliano nemmeno quasi la nota della vita. Sul ponticello del rio -San Secondo esisteva un corpo di guardia perduto, il primo segno della -città vicina. La scorta avrebbe permesso di prenderne cura e certo il -graduato e i suoi uomini che l'occupavano avrebbero fatto _pro forma_ -opposizione al passaggio d'una carovana così imponente. Ma — chi sa -mai — avrebbero potuto anche dare l'allarme, cosa spiacevole e di -fastidiose conseguenze. Per il che l'Embriaco si permise di consigliare -la fermata e l'attendamento provvisorio della scorta che sarebbe -poi penetrata in città con i passaporti ad attendere gli illustri ed -eccellentissimi signori. Ed intanto loro tre ed un solo bravo avrebbero -potuto discendere alla spiaggia e trovare infallantemente una barca -peschereccia. Così fecero e un'ora dopo si trovarono al bordo umile -d'una paranzella che si mosse a vela doppiando al largo la foce del -Roja con tutta l'apparenza di cercar buona pesca con la rete d'alto -mare. - -Da un miglio in mare, costa colli monti e città assumevano tragici -aspetti. Natura selvaggia, chiomata di neri pini, folta, bizzarra, -seminata di ciglioni calvi di puro macigno e di caverne dall'aspetto -preistorico, feroce. Una sopra le altre, a metà delle Maure, occhio -ineguale acciecato come quello del Ciclope d'Odisseo parea che -fissasse immobile, senza vederlo, dal cavo profondo, il mare fangoso -che attraversavano. La pianura verso Bordighera tutta marese e dune -intersecate dagli speroni delle colline a segnar le vallette: la punta -di Sant'Ampeglio a capo della pianura, pareva una macchia nera sul -mare giallo. A sinistra facea spalliera alla città di Ventimiglia, -punto avvallato di congiunzione di due infinite ali di montagne, una -sequenza di montagnole più sinistre ancora delle altre e si perdeva -nella valle del Roja bieca e spoglia nell'alto. Ventimiglia assumeva -l'aspetto d'un immane teschio posato sul vertice d'una collina di tufo, -e pronto a ruinar sempre verso il mare a dirupo verso la spalliera -misteriosa d'ombre e di foreste sottomarine che ancor oggi si chiama -delle Calandre e che vista dal largo ha l'apparenza precisa d'un -nordico fiordo. Soltanto il campanile della cattedrale, un antico -tempio romano, rompeva l'aspetto di teschio mozzo assunto dalla città, -e posato in un piatto il cui orlo era formato dalla cintura delle -fortificazioni. Sotto il cielo nuvoloso, chi sa per quale rifrazione, -il cumulo dei tetti livellato prendeva certi toni biancastri molto -simili a quelli del marmo sfaldato da tempo con venature di ruggine -simili alle giunture d'un cranio disseppellito. - -— No davvero ch'io non invidio Betto Grimaldi — susurrò il marchese -di Spigno — la residenza in una simile città non deve avere nulla di -piacevole! - -— E sopra tutto la dolce Chiarina — aggiunse la marchesa — io sento in -coscienza di non invidiare: preferisco il mio castello del Monferrato -per noioso che sia! - -— Certamente che la nobiltà vostra ornata di grazie e di doni morali, -— rispose l'Embriaco — farebbe in quel costone laggiù l'effetto d'una -regina rediviva entro una necropoli: ma, e ne sono sicuro, ravviverebbe -la cornice malinconica e muffita come certe castellane vostre antenate -avrebbero tenuto corti d'amore in bicocche nude e fredde e spoglie -delle Langhe e della Val d'Aosta! - -Fiorina sorrise all'elogio, e Ibleto riprese: - -— Sapete voi, conte, con precisione da chi sia circondato Betto -Grimaldi? - -— Gente di nessun conto, se ne si eccettui il capitano Cavalli. - -— Lavinio Cavalli, l'innamorato di Virgilio? - -— Perfettamente: il resto non val la pena di menzione: c'è, ve lo noto -di sfuggita, quel soldataccio di Nicola Borzone, detto Senza-dio.... - -— Un volterriano? - -— Che? un analfabeta privo d'un dito..... - -— Ah! ah! capisco: grazioso il bisticcio. E poi? - -— E poi, che so? Ah! aspettate: un bastardo di casa Lercari, Giano, -lisciato e impomatato come un'insegna di profumiere..... - -Fiorina parve risovvenirsi: - -— Giano Lercari? Mi pare di averne avuto notizia. - -— L'avrete probabilmente incontrato l'inverno scorso nelle -conversazioni di casa Brignole. Fu lasciando il vecchio Brignole che -ottenne il grado d'alfiere. - -— Sì, mi ricordo: aveva un certo spirito nei conversari! - -— Può darsi: quel che però è sicuro è che non l'affina laggiù. - -E mostrò la città che stavano doppiando. - -La barca peschereccia che li portava al suo bordo aveva oltrepassato le -Calandre: qualche breve punta apparve e quindi la scogliera che vietava -l'accesso dal mare al castello Altariva. - -— Voi conoscete Camillo? — domandò Ibleto. - -L'Embriaco accennò approvando. - -— Lo conosco, se per conoscere volete intendere che l'abbia avvicinato. - -— Naturalmente. Che ne pensate? - -L'interrogato si strinse nelle spalle. - -— Penso che tenga per il Re: Credo che di questo non faccia mistero. - -— D'accordo. Ma con quale scopo? Dopo i primi entusiasmi della -giovinezza non si milita in un partito, o non si sposa una causa, -anche nobile, senza un interesse qualsiasi, immediato o lontano. -Ch'io mi sappia Camillo Altariva non fu mai alla Corte, non ebbe mai -dimestichezza con Sua Maestà nè con chi l'avvicinava. Non avvicina -persona, Camillo Altariva. Perchè dunque si lega ad una causa che non -può credere che perduta? - -La marchesa mormorò senza volerlo: - -— Forse per questo. - -Ibleto si fe' pensieroso. - -— Potete aver ragione, mia cara amica. - -L'Embriaco osservò: - -— Ma ben altri l'hanno sposata senza una ragione: il Nervia, Luca -Lascaris.... - -Lo Spigno sorrise leggermente. Poi rispose: - -— È diverso il punto di vista, mio caro. È diverso per i due che avete -citato. Hanno fatto ambedue la scuola dei paggi, hanno abitata la -Corte, Luca vi ha trovato moglie. - -Fiorina trasalì, ma Ibleto non parve accorgersene. Continuò: - -— .... ed Almerico di Nervia è ambizioso e Luca Lascaris è impulsivo. -Ma Camillo nulla chiede e riflette troppo. Perchè dunque? Si sposa una -causa.... - -— .... quando non si ama nessuno — completò Fiorina. - -Il marchese rise argutamente. - -— Diderot non avrebbe meglio risposto, amica mia. - -Anche il castello Altariva restò a poppa. - -Si profilava come centro d'un piccolo seno la spiaggia che forma un -ruscello chiuso nella foce dall'alzarsi delle dune: quella spiaggia -però vantava una caratteristica afferrabile a prima vista: aveva le -arene candide. - -Il pescatore, che teneva la scotta della vela latina, sputò -silenziosamente nel mare come se compisse un rito, poi sempre muto alzò -gli occhi a fissare i passeggeri. - -— Che c'è, amico? — gli domandò Ibleto. - -Per tutta risposta il marinaio puntò l'indice verso le arene candide, -poi con isforzo pronunciò: - -— Latte. - -— Ah! siamo dunque giunti? - -Per tutta risposta un cenno del capo. - -I tre si guardarono incerti. Parve che in ognuno dominasse un pensiero -diverso che convergeva però in un unico pensiero, e finalmente il -marchese domandò: - -— Da Latte si va a Sant'Antonio? - -Un cenno affermativo. - -— La strada è lunga? - -Un cenno negativo. - -— E allora, Fiorina, amica mia, e voi, conte, consigliatemi. - -— Approdiamo — fu la risposta dell'Embriaco. - -La Marchesa parve indifferente, per il che Ibleto rivolto al pescatore -impassibile, ordinò: - -— Approda! - - - - -XVIII. - - -Dopo un'infruttuosa nottata di ricerche febbrili, tornava Luca -Lascaris furioso all'accampamento del Nervia, con la speranza ardente -di trovarvi chi aveva inutilmente cercato, quando all'incrocio di -due sentieri vide nel basso inerpicarsi un gruppetto di contadini che -parevano sorreggere un pacco voluminoso e portarlo con molto rispetto. -A malgrado l'impazienza che lo dominava, per la volontà, superiore -ad ogni passione, di non lasciarsi dietro gente ignota, si voltò al -Ricciuto che lo seguiva e gli disse: - -— Guarda che succede laggiù. - -— Debbo andare, Monsignore? - -— Naturalmente, ma spicciati e torna subito. - -Il comandato obbedì. Scese dalla cavalcatura, ne affidò le redini -al soldato più vicino e s'avviò. Raggiunse la comitiva ignota un -centinaio di metri più sotto. Erano sei villani e un prete che salivano -salmodiando: precedeva un giovanottone dal viso ebete e dai capelli -rasi che reggeva una rozza croce nera; seguivano quattro gagliardi -montanari portando un'informe graticciata di pini selvatici sulla quale -giaceva un corpo coperto nella parte superiore da uno straccio che -avrebbe anche potuto passare per un pezzo di coperta da muli; seguiva -il prete fiancheggiato da un vecchio untuoso che ripeteva le preci -dei morti. Il Ricciuto giudicò inutile prender lingua dal villano che -precedeva e la cui forza ebete mal gli pareva dovesse rispondere a un -questionario anche succinto: si scostò addossandosi alle piante umide -ancora della parte a monte per lasciar passar graticcio e portatori, e -rivolgersi al prete che seguiva: - -— Posso chiedervi, padre mio, chi accompagnate al cimitero di così buon -mattino? - -— Figlio — rispose il prete interrompendo le preci, ma non sospendendo -il cammino — figlio, si tratta di un disgraziato il quale secondo ogni -previsione mise un piede in fallo al passo delle Martore. Lo hanno -trovato questi miei parrocchiani e lo portiamo adesso a dormire i suoi -sonni eterni lassù, nel sacro recinto d'Apricale. _Requiem aeternam_... - -— ... _et lux perpetua_.... - -Il Ricciuto si fece il segno della croce, si tolse il feltro sformato -dalla pioggia e seguì mestamente il convoglio unendosi alle risposte -del sagrestano. Giunta la comitiva ove il Lascaris aspettava, per -rispetto si fermò, e il prete riprese le sue spiegazioni. - -— Sapete chi sia, padre? — domandò il gentiluomo. - -— Lo ignoro, colendissimo domine. Precipitò probabilmente assonnato, -senza il tempo di riprendersi, testa all'ingiù, fracassandosela: è -irriconoscibile. Tanto che credo inutile scoprirlo per non lasciare una -trista memoria nei vostri occhi, Monsignore. - -— Padre, non sono un damerino profumato, nè una svenevole damigella. -Ne ho visto d'ogni colore. D'altra parte attendo amici che avrebbero -dovuto giungere fin da ieri. Per levarmi dunque dall'ansia, vi prego di -scoprire codesto morto, affinchè m'assicuri dell'esser suo. - -— V'obbedisco, monsignore, quand'è così. - -Uno dei portatori tolse la rozza coperta ed apparve un corpo coricato -di fianco: abbigliamento dimesso, scarponi da montagna e giubbone di -nessuna eleganza: il capo informe, una poltiglia di rossastro e di -grigio impastata con ciocche di capegli bianchi. - -— È strano — mormorò il Lascaris — come abbia potuto conciarsi così: -direi quasi che dovette subìre una spinta o una violenza! - -— Profondo è il passo delle Martore, monsignore, e tutto irto di rocce -nude. Fu trovato proprio in fondo. - -— Pace all'anima sua! Che Nostro Signore gli conceda il purgatorio, se -non trapassò in peccato mortale! Ricopritelo pure, buona gente, ch'io -non lo conosco..... No, no, un momento, aspettate! - -Sporto dall'alto del cavallo, discopriva la parte celata del cadavere. -Si accorse di un lucicchìo vivo. - -— Guardate, vi prego, che arma porta alla cintura. - -— Un pugnale, monsignore! - -— Datemelo, vi prego. - -— È peccato grave, colendissimo domine, di spogliare i morti! - -— Obbedite! - -Il più vicino dei portatori consultò dello sguardo il prete che -annuì, poi si curvò sul morto e gli trasse dalla cintura un pugnale -dall'impugnatura aspra di borchie preziose che Luca riconobbe -immediatamente. - -— Per nostra Signora del Miracolo! O mi prendono le traveggole o -codesto è il pugnale che ieri ho donato io stesso al Seborga in premio -dei suoi saggi consigli! Porgetemelo padre, ve ne prego! - -Chè il villano aveva consegnata l'arme al prete. Il quale la benedisse -e la porse al Lascaris. - -— Non c'è alcun dubbio: è lo stesso. Costui che giace morto davanti a -noi è forse dunque il buon Seborga? - -Ad uno ad uno gli uomini del Lascaris vennero curiosamente ad esaminare -il cadavere: ma tutti appartenevano al drappello del Ricciuto ed -avevano intravveduto il Seborga a mala pena la sera prima. Nessuno -dunque lo riconobbe. - -— Padre — dichiarò Luca allora — io sono il conte Lascaris..... - -I villici si sberrettarono e il prete s'inchinò. - -— .... ed ho il sospetto che codesto povero morto sia lo scudiero del -duca di Nervia..... - -Nuovo sberrettamento e nuovo inchino. - -— .... che accampa qui vicino. Ve ne prego, non vi spiaccia di -allungare per poco la strada: il mio illustre amico ve ne sarà grato se -i miei sospetti s'appongono. - -— Nulla abbiamo da rifiutare all'eccellentissimo signor conte Lascaris -ed al nostro signore il possente duca di Nervia: indicateci il cammino, -monsignore, ed i vostri umili servi seguiranno le vostre traccie. - -S'avviarono lentamente ma senza più salmodiare poichè non avevano più -per mèta il cimitero. - - - - -XIX. - - -Nella notte in cui era avvenuta la morte violenta del Seborga, mentre -Luca Lascaris da una parte e l'Embriaco dall'altra, erravano alla -ricerca dei marchesi di Spigno, Camillo Altariva accompagnato da due -servi giunse all'accampamento del Nervia. Edotto sommariamente di -quanto era accaduto e della partenza dei due drappelli, partenza che -disapprovò, si ritrasse nella tenda di Almerico e più regolarmente dei -due che erano partiti lo mise a giorno degli avvenimenti. Parlò così: - -— Posso errare, sebbene non lo creda, ma l'assalto di Sant'Antonio -mi fa pensare che non si tratti d'una delle solite scorribande -francesi, nè di semplici affamati alla ricerca di bottino. Sono -accaduti tre fatti che non mi spiego. In primo luogo i banditi che -hanno occupato Sant'Antonio non sono fuggiti dopo il colpo di mano, -ma l'occupano ancora. Perchè? Si sentono dunque protetti alle spalle -e quindi si tratterebbe d'un'avanzata vera e propria, non d'un -semplice sconfinamento. È un'avanguardia, lo sento. Ma di chi? Forse -dell'esercito del Varo? Ma fino a pochi giorni or sono l'esercito del -Varo si componeva di pezzenti privi non solo d'armi e di munizioni, ma -di vestiti e di vettovaglie. Fino a pochi giorni or sono si trattava -di un'accozzaglia indisciplinata con qualche ufficiale per insegna -più che per vera inquadratura d'esercito. Si è dunque compita una -riforma radicale, ed una mano robusta ha preso la guida di quel gregge -disperso? È un pensiero che m'assilla e mi preoccupa davvero. - -— Lo comprendo, Camillo — rispose il Nervia. - -— Altro fatto non meno importante. Betto Grimaldi ha ricevuto un -messaggero. Si tratta, è vero, di Filippo Balbi, suo futuro genero, -il quale per quanto messaggero _pro forma_, è sempre ufficiale della -Serenissima distaccato presso il Comando Francese. Quale comando? Ecco -il problema. Fino ad oggi fu a Parigi. Ma oggi? Che abbia seguito -il nuovo generale in capo e che sia presso il Grimaldi per chiedere -il lascia passare? Voi sapete che cosa ci sia costato l'opporci ai -francesi due anni or sono..... - -Almerico di Nervia aggrottò le sopracciglia: qualcuno meno temprato di -lui avrebbe rabbrividito. Rispose con voce sorda: - -— Lo so. - -— Non risolleviamo dolorosi ricordi. Se è destino si compirà. Ma -ricordate però — questo sì — che la città, ligia a Betto Grimaldi e -alla Serenissima, oggi, e ieri presa dalla fremebonda pazzia parigina -tanto da innalzare quello scherzo di cattivo genere, parodia d'albero -di cuccagna, che chiamarono albero della libertà, ricordate che la -città sola è nostra nemica e che merita un esempio. Vassalla dei -Lascaris, dei Nervia e degli Altariva, si darebbe al primo venuto -piuttosto che a noi ed al re. Mi comprendete? Mi approvate? - -— Vi comprendo e v'approvo. - -— Ordunque stringiamoci noi due, noi due, in questo patto: la città -nostra! - -— Per il Re! - -— Sia: per il Re. Ma nostra! - -— E di Luca Lascaris! - -— E di Luca Lascaris. Ma poco possiamo contare sul nostro compagno -valoroso e fedele di due anni or sono. È dominato da una folle passione -per quella castellana di Spigno.... - -— Ma Fiorina è con noi, per il Re! - -— La donna segue il vincitore. - -S'alzò, uscì sulla soglia della tenda e rientrò. - -— Che notte! Sembra fondo inverno. Che ore saranno? - -— L'alba fra poco. Ma non mi avete confidato il terzo avvenimento al -quale alludevate poco fa. - -Camillo Altariva fece appello alla memoria. - -— Avete ragione: ecco qua: è sparita la contessa Lascaris madre. - -Il Nervia più che colpito guardò stupito l'interlocutore. - -— Sparita! E in che modo? Spiegatevi. - -— Facilmente. Ieri mattina la contessa uscì dal castello per la -cavalcata abituale, seguita al solito da una scorta di quattro uomini. -Non tornò, od almeno ieri poco prima del tramonto, quando io sono -passato al castello per cercarvi Luca e recarmi qui con lui, seppi -che non era tornata. Il fatto è senza precedenti: la contessa Isabella -non ha mai prolungato oltre due ore la cavalcata mattutina. Le ultime -notizie sono queste, madre e figlio uscirono insieme, girarono il -forte, si separarono: Luca discese per guadare il Roia e girar Roverino -per recarsi al vostro convegno, e la contessa, pare, scese verso il -Bevera. Poi nulla più se ne sa. - -— E in città? Che sia rimasta presso Chiarina Grimaldi? - -— No: l'abate Bernardino Viale che vidi al castello, veniva appunto di -città: niente contessa Isabella. - -— E allora che sospettate? - -Camillo Altariva si strinse nelle spalle. - -— Sospettare è inutile. Credo che sia al campo francese. - -— Al campo francese? Sostenete allora che esista un campo francese? - -— Non lo metto più in dubbio. - -Seguì un lungo silenzio. Lo ruppe il grido d'allarmi della scolta. -I due gentiluomini s'alzarono e trassero verso l'uscita. Un sergente -s'avvicinava. Fece il saluto e rimase in posizione immobile. - -— Che c'è, sergente? — chiese il Nervia. - -— È avvistata una mano d'uomini, monsignori. - -— Conosciuti? - -— La scorta dell'illustrissimo signor Conte Lascaris. - -— Sta bene. Libero passo. Chi sa — proseguì rivolto all'Altariva — che -Luca non ci accompagni i marchesi di Spigno. Avremo così qualche altra -notizia importante. Ibleto è un gazzettino ambulante. Del resto, avete -mai osservato, Camillo, che le notizie su ciò che ne avvicina arrivano -sempre da lontano e ci sono portate dagli estranei? - -— È naturale. Anime e cervelli sono presbiti, Almerico. - -S'incamminarono verso il limite del breve spiazzo a dorso di collina su -cui l'accampamento sorgeva. Il duca di Nervia doveva essere ben sicuro -del suo servizio di scolte d'avamposti e di sentinelle perdute per -accampare in luogo così facile a sorprese, sprofondato fra i picchi e -le creste, avvallamento a sua volta vertice di collina ma circondato -da minacciose muraglie scoscese, oltre le quali avrebbero potuto -impunemente affacciarsi truppe nemiche dopo una preparazione facile -d'imboscata. Vero è che vi si intrecciavano i due sentieri, ma il -luogo era chiuso, era soffocato, e sotto lo spicchio di cielo nuvoloso -tagliato e frastagliato bizzarramente dai picchi, avea l'apparenza -d'una fossa difficilissima ad essere difesa e pronta a diventar tomba. - -— M'accorgo adesso, Almerico, della strana località che avete scelto -per accampamento, — disse Camillo un po' sorpreso. - -— Non l'ho scelta: l'ho subìta. Ma non temete: ho disposto un vasto -servizio di sorveglianza in alto e in basso. - -— Oh! lo credo: vi conosco. - -Proseguirono in silenzio, fino ad una gola oltre la quale si scopriva -un tratto di sentiero già occupato dalla truppa che giungeva. - -— È Luca Lascaris. Ma chi viene con lui? Si direbbe una portantina o -una barella. - -— Che abbia incontrato gli Spigno? — rispose Camillo con qualche cosa -su le labbra che somigliava ad un sorriso: è proprio il caso di dire -che Eros lo protegge. - -— Se è portantina, è troppo rozza per esser degna della bellissima -Fiorina. Ma non mi sembra, no anzi non è. Guardate: si direbbe un -convoglio funebre. - -— Avete ragione. - -I due, preoccupati, avanzarono lentamente, non perdendo mai di vista la -comitiva sopravveniente. La quale incominciava adesso la salita per cui -la rozza portantina vista di scorcio, somigliava ad un informe bagaglio -sopportato da due uomini di fatica. - -— È una barella! — esclamò ad un tratto il Nervia. - -— Lo sospettavo! — rispose l'Altariva. - -La comitiva si mostrava a breve distanza: i due gentiluomini -affrettarono il passo. - -— Almerico — gridò la voce di Luca Lascaris, — avvicinati, amico! - -Il chiamato obbedì: la truppa sostò e si divise in due ali: non rimase -nel centro che la barella deposta sul terreno e il prete ritto da capo. - -Luca Lascaris prese la parola, sordamente: - -— Guarda tu, Almerico, se riconosci colui che giace morto colà: io gli -ho tolto stamane quello che ieri gli avevo donato poichè l'anima sua -più non bada ai doni terreni. Guarda, Almerico! - -— Il mio vecchio Seborga! - -Non una lagrima brillò sul viso bruno del Nervia: impietrò. Piegato -il ginocchio vicino alla barella, tese la mano sul capo informe del -cadavere. - -— Che monsignore Iddio ti abbia presso di sè, mio vecchio Seborga! - -— Amen — rispose il prete. - -— Camillo, Luca, io desidero che il mio vecchio servo riposi vicino -a coloro che ha servito ed amato durante una lunga vita che fu tutta -devozione e sacrificio. Non vi dispiaccia unirvi a me nel pio tributo -che intendo portare a colui che considero della mia casa. - -— Noi siamo con te, Almerico — rispose Camillo Altariva. - -Luca Lascaris piegò, annuendo, sulla sella. - -— Al castello dei Nervia! - - - - -XX. - - -Il nido secolare dei Nervia di forma tozza e quadra, con la grande -torre verso occidente, era posto sul declivio della collina che in -allora chiudeva la valle a sinistra, separata dalla foce e dal mare da -torbidi acquitrini e poi dallo accavallarsi di mobili dune. Il parco -immenso lo precedeva e lo circondava ed il parco a sua volta era chiuso -da una cerchia di mura in massima parte a secco, larghe e massicce che -dal basso risalivano fino al vertice della collina e si riversavano -sul declivio opposto. Da tre anni almeno, e cioè dalle prime minacce -dell'invasione, Almerico aveva, con i servi più fedeli, inviato la -duchessa e i due figli a Genova, donde, secondo l'abitudine incorsa, -avevano preso imbarco per la Sardegna, l'isola essendo per la Corte -di Piemonte e la nobiltà ligia un rifugio più sicuro. Da tre anni -dunque parco e castello erano quasi abbandonati: pini sulla collina e -platani nella pianura non più disciplinati dalle cesoie messe di moda -da Le Nôtre, parevano tornati allo stato selvaggio: l'erba appariva -alta sul largo viale che si mostrava dietro il cancello: giardino ed -orto incolto s'erano arruffati come una capellatura non pettinata. A -quei tempi, dal paese di Camporosso al mare, il torrente aveva tanto -allargato il letto che occupava tutta la vasta cuna adagiata fra i due -sproni di collina, quella delle Maure verso Ventimiglia e l'opposta -verso Vallecrosia. Sicchè girato a monte il paesetto silenzioso, la -cavalcata discese a valle quasi dinanzi al chiuso parco dei Nervia, -e si accinse ad attraversare il letto del torrente, a secco in gran -parte, chè non era ancor cominciato lo sciogliersi delle nevi, ma -ingombro d'alti strami, d'ontani a macchie, di tutta insomma quella -vegetazione posticcia che cresce a vista d'occhio là donde le acque si -ritirano apparentemente. - -— Possiamo attraversar con franchezza — dichiarò l'Altariva dominando -con uno sguardo il paesaggio che pareva deserto e silenzioso e -arcigno e quasi feroce. Nè il castello sbarrato e il parco folto -l'ingentilivano poichè parevano laggiù di faccia drizzarsi a respingere -chi minacciasse un'invasione. - -— Sì, — annuì Luca Lascaris di malumore perchè obbligato a lasciare -l'accampamento ove Fiorina poteva di momento in momento arrivare. Sì, -non vedo pericolo alcuno, fuorchè nel _gaogrosso_. - -Nel dialetto quasi provenzale dell'estrema Liguria, si dice _gaogrosso_ -al corso d'acqua maggiore che esista nel letto d'un fiume o d'un -torrente, quello appunto che ne costituisce l'essenza. Per tutta -risposta il Nervia alzò la mano libera dalle guide, e apparve un -omuncolo sciancato, rivestito di pelli caprigne, il capo coperto da -un cencio a guisa di turbante, reggendo con ambe le mani al petto -un'enorme conchiglia univalva di forma allungata, simile ad una tromba -rustica. - -— Il Bagato va a cercare il guado — mormorò un soldato, e il mormorio -si propagò e la truppa guardò curiosamente l'essere informe che -saltabeccava agilmente fra gli strami e gli ontani e il cui nome -evidentemente era derivato dal gioco dei tarocchi, anzi dal primo -tarocco. - -Le popolazioni marinare e in ispecie quelle dei pescatori, hanno -in ogni tempo — l'estrema Liguria non ne mancò mai — qualche essere -sgraziato e segnato dalla nascita che, un po' matto e un po' scemo, -passa il suo tempo a studiare il cielo e il mare, a predire il vento -e la pioggia, il fortunale e la tempesta, dando l'allarme ai dintorni, -soffiando in una conchiglia univalva e traendone un suono cupo simile -ad un muggito. - -Il Bagato era evidentemente un rustico Nostradamus, ed i soldati che -furono sempre i bimbi della feroce umanità, s'impossessarono del -novello gioco offerto e attesero con giuliva curiosità il segnale -che doveva avvertire della scoperta d'un guado. Nè il segnale tardò. -Un muggito d'un tono solo ma lento, stanco e strascicato si levò dal -centro del letto, là dove presumibilmente il _gaogrosso_ scorreva; e la -truppa seguendo Almerico di Nervia, che per il primo lanciò il cavallo -nella discesa, si diresse disordinatamente serpeggiando verso il punto -donde il cupo muggito giungeva a intervalli. - -A poco a poco erbe e rami contorti d'ontani diradarono, qualche spiazzo -di greto disseccato s'allargò, poi delle chiazze verdastre di muffa -apparirono e degli acquitrini e delle pozzanghere, specchi di cielo -intorbidati dalle zampe dei cavalli, poi una specie di baluardo di -grosse e bianche selci calcaree e il torrente — il gao — apparve, -largo venti metri almeno, nella sua parte più strozzata: nel mezzo -il Bagato opponeva il corpo alle onde schiumose e scroscianti alzando -la conchiglia alla bocca, statua vivente d'un piccolo fauno bacchico -irsuto e giocondo. - -La truppa guadò, risalì un altro baluardo di selci calcaree, poi -ricominciarono i greti sgombri e gli acquitrini e finalmente per una -penosa scarpata rovinante si trovò sulla strada maestra della vallata. -Si fermò. Il Nervia s'occupò di piazzare personalmente le sentinelle, -verso valle e verso mare, poi col restante s'avviò risoluto al cancello -che s'intravvedeva fra i platani e gli ippocastani torreggianti. -Invece di sciogliere l'enorme groviglio di catene arrugginite che -avvinghiava le sbarre, vi postò due altre sentinelle, poi scostando i -rami che piovevano in disordine dagli alberi annosi, cercò il muro di -cinta. Scese allora da cavallo e fu dagli altri imitato. I due servi -dell'Altariva alzarono la barella ove giaceva il corpo del Seborga -appoggiandosene l'estremità sulle spalle e seguirono Almerico, poi Luca -e Camillo e il Bagato chiusero la marcia. Il rimanente della truppa -restò sul viale dinanzi al cancello celata fra gli alberi. - -Il Nervia costeggiò a lungo penosamente il muro di cinta e il cammino -era malagevole per lui più che per gli altri, anche per i due servi -carichi della barella, poichè s'insinuavano nello spazio che egli -faceva. Giunsero finalmente là dove il muro a secco incominciava: il -fogliame v'era più folto e l'edera polverosa e pelosa vi si abbarbicava -quasi con accanimento, formando una vasta placca nerastra. Senza -sforzo alcuno il Duca alzò la cortina che pareva formare un corpo solo -col muraglione ed apparve una breccia a fior di terra, un largo buco -informe d'un metro almeno di diametro. Per il primo Almerico si chinò -e passò. Poi passarono i due col funebre fardello, poi gli altri: il -Bagato per ultimo lasciò cader la cortina. Al di là un altro busso -vietava il passaggio: ma fu lasciato a sinistra ed apparve una radura, -a capo della quale una cappella rotonda mostrava un pronao dorico e la -porta aperta. Vi si diresse il duca di Nervia, ma, come fu vicino al -pronao, si voltò ai due gentiluomini. - -— Qui, voi lo sapete, dormono nella pace del Signore, quelli della mia -casa che non lasciarono la vita in battaglia o nel mare o in prigionia -presso i nemici o gli infedeli. Pochi uomini degli avi miei qui -giacciono dunque e quasi tutte le donne invece. Non vi stupisca, amici, -che intenda qui dar sepoltura al mio fedele Seborga: già un altro servo -dei Nervia vi riposa, morto degnamente difendendo il castello da una -scorreria di Dragutte il Barbarossa. Non già servo, ma amico fedele fu -il Seborga per me. Mi cullò bimbo fra le sue braccia, m'insegnò i primi -passi, mi pose per il primo su un cavallo, mi curò in una malattia -mortale e contagiosa, fu in guerra con me, dormì nel bivacco al mio -fianco, si privò della sua razione per sfamarmi, mi difese col suo -corpo a scudo in battaglia, avrebbe dato per me, che Monsignor Gesù non -ne veda che l'intenzione onesta, l'anima sua, la vita eterna per me! - -Stese le mani sulla salma. Gli astanti si scoprirono. - -— Povero amico, l'avversa fortuna ha voluto ch'io dovessi renderti -il pietoso omaggio ch'io ti rendo. Ma te felice almeno che qui dormi -fra coloro che hai tanto amato e tanto fedelmente servito! Chi sa, -mio Seborga, ove dormirà il tuo padrone, mentre oggi profugo della -sua casa non la visita che furtivamente, come un lupo inseguito, solo -ormai, lontano da chi ama, ultimo fedele d'una causa perduta. Verranno -i giorni migliori, forse, e i miei figli, tornando sulle nostre terre, -me forse non troveranno a dormire nel sepolcro dei miei. Ma te almeno -troveranno mio Seborga: ebbene, faccia il Signore Iddio che le lagrime -e le preghiere che udranno queste tombe siano fra te e me divise, -fedele amico, siccome abbiamo tutte le buone e le male venture nella -vita. E se tu qui mi rappresenterai, ebbene, che i miei figli piangano -sul tuo sepolcro come se fosse il mio! - -Tacque. D'un gesto sobrio indicò il fondo ai servi dell'Altariva; -i servi s'alzarono e vi si avviarono. C'era, fra due grandi urne di -pietra, una rozza tomba in muratura coperta da una lastra di marmo -sulla quale era impressa a punta di pugnale una croce e sotto due -parole: _Fido Sebastiano_. - -— Sollevate quel marmo — comandò il Nervia. - -Il coperchio del sepolcro fu smosso: apparvero poche ossa bianche e un -teschio lucente in mezzo a polvere nera impalpabile. - -— Il fedel Seborga può dormire col fedel Sebastiano. - -Il cadavere tolto dalla barella fu adagiato nella polvere nera e -v'affondò come se le braccia del fedel Sebastiano s'aprissero per -accogliere l'altro servo fedele. E il marmo tolse per sempre agli -sguardi profani il corpo che l'anima certo contemplava da un mondo -migliore. - - - - -XXI. - - -Quando si ritrovarono di nuovo sullo spiazzo dinanzi all'attico pronao, -Almerico sostò e chiese: - -— Che pensate, amici, della morte del Seborga? - -Silenzio: i due curvarono il capo. - -— Dunque: il mio sospetto. - -Luca Lascaris parlò: - -— Sospetto è vaga parola ed è accusa grave. Il Seborga partì con -Emanuele Embriaco della cui onestà posso rispondere..... - -— Sono davvero i tempi in cui si può rispondere della onestà di -qualcuno! — mormorò sordamente l'Altariva. - -Il Conte s'impennò: - -— Camillo, vi prego di ricordarvi che l'Embriaco venne a me con una -lettera della cui verità nessuno ha il diritto di dubitare me vivente e -sano. Emanuele Embriaco è fuoruscito.... - -— Bandito. - -— .... sia pure, bandito genovese: titolo di stima per noi che -combattiamo per il Re. Venne con soldati regolari e con vassalli del -marchese di Spigno. Si rifugiò nel mio castello..... - -— Per iscampare dal Grimaldi e dal Borzone. - -— .... potrei rispondervi che era munito di tal lettera che gli dava -pieno diritto alla mia ospitalità. E se pur venne per iscampare dal -Grimaldi e dal Borzone lo fece nella sua qualità di fuoruscito.... o -bandito se meglio vi piace. Da allora però seguì la nostra fortuna -fedelmente. Vi faccio anche notare che ieri a notte chi divise i -drappelli fu il Seborga che mi diede lo scudiere dell'Embriaco e s'unì -alla scorta del Conte.... - -Almerico di Nervia intervenne. - -— Lascaris, non accuso dicendo che sospetto.... come del resto voi due -sospettate: Camillo..... - -— .... fin dal primo momento. - -— .... e voi Luca nell'interno del cuore, a malgrado le ragioni che -accumulate. Può darsi che nella notte buia sia sdrucciolato un piede -al vecchio Seborga, benchè a giudizio di chi l'ha raccolto sia stato -rinvenuto proprio nel fondo senza che l'erba e le piante del precipizio -presentino traccia alcuna del passaggio. E chi pone un piede in fallo -s'aggrappa, lotta, urla, chiede aiuto. Come non l'hanno udito? Pur -tuttavia non accuso, no, sospetto.. Abbiamo per buona ventura di che -fortificare o dissipare il nostro sospetto. Abbiamo i due scudieri di -Emanuele Embriaco, l'uno rimasto con me, l'altro.... - -— Venuto e tornato meco. - -— Precisamente. Sapremo da quei due la verità. Sono all'accampamento: -mando un ordine per farli qui proseguire. - -— Bada, — fece osservare l'Altariva — bada a quello che fai. Ho più -d'una volta osservato i due scherani: l'uno è grossolano soldato, un -reitro del buon tempo antico, e non lo credo al corrente dei fatti e -pensamenti del suo padrone. L'altro, quello che vi seguì, Luca, è volpe -fina, astuto come un chierico: non ne caverete nulla. - -Il Nervia sorrise: - -— O con l'oro o con la tortura parlerà. - -— Possibile: tentar non nuoce. - -In quella ululò la conchiglia. Ma contemporaneamente il verso della -civetta si fece sentire tre volte a eguali intervalli: poi le frasche -fuor del muro di cinta stormirono, agitate con violenza come da persona -che vi si intromettesse. L'Altariva e il Lascaris avevano per istinto -messo mano alle armi: il Nervia era invece rimasto tranquillo. - -— Non v'esaltate: qualcuno dei miei. - -L'edera della breccia venne sollevata dall'esterno e apparve un -montanaro per nulla dissimile dagli altri del Nervia. - -— Sei tu, Becco-in-croce? Che notizie porti? - -E prima che l'altro parlasse, rivolto ai due gentiluomini, Almerico -proseguì: - -— Probabilmente nulla d'importante: è la sentinella che sorveglia la -spiaggia. Notizie della città. - -Rivolto al nuovo venuto gli diè licenza: - -— Parla, Becco-in-croce! - -L'uomo parlò: - -— Vostra Eccellenza.... questa mattina... il gentiluomo che abita con -sua Eccellenza il Conte — mostrò Luca — si è imbarcato con un altro -gentiluomo e una gentildonna e un servo. - -I tre si guardarono sbalorditi. - -— Fiorina! — esclamò il Lascaris. - -Un cenno: il Nervia interrogò: - -— Non hai sbagliato, Becco-in-croce? Hai proprio riconosciuto il -gentiluomo che è ospite del Conte Lascaris? - -— Sì, Vostra Eccellenza. - -— Com'erano i suoi compagni? - -— Un gentiluomo d'età, col viso che pareva una pera martina secca, e -una barbetta quasi bianca.... - -— Ibleto di Spigno! - -— .... e una gentildonna giovane e bella, che vestita da uomo pareva un -ragazzo..... - -— Bionda? - -Becco-in-croce pensò un poco: poi trionfalmente: - -— Sì, Vostra Eccellenza! - -— Fiorina! È Fiorina, non c'è più dubbio! - -— Luca! - -Ancora fuor di sè il Lascaris si voltò a scudisciare una pianta. - -— Si sono imbarcati, Becco-in-croce? - -— Sì, Vostra Eccellenza. - -— Verso? - -— Verso Latte, Vostra Eccellenza, ma doppiando la foce al largo d'un -miglio almeno. - -— A che ora presso a poco? - -— Tre ore di giorno almeno, Vostra Eccellenza, ed anche quattro. - -— E soltanto adesso vieni a riferirlo? - -Becco-in-croce non parve intimidito. - -— Vostra Eccellenza mi perdoni, ma come potevo immaginare che Vostra -Eccellenza fosse al castello? - -— E da chi l'hai saputo? - -— L'ho saputo all'accampamento, Vostra Eccellenza! - -— Vieni dunque di là? - -— Sì, Vostra Eccellenza. - -Il Nervia riflettè un momento, poi chiese consiglio. - -— La posta al bivio di Apricale non ha più ragion d'essere da poi che -gli Spigno sono passati a nostra insaputa e ne ha beneficato il conte -Embriaco.... - -Luca flagellò con raddoppiato vigore l'albero. - -— .... nulla più ci trattiene lassù: che ne direste d'uno spostamento -di campo? - -— Dove? — domandò l'Altariva. - -Senza rispondere alla domanda il Nervia ripetè: - -— Spostiamo dunque l'accampamento? - -— Spostiamolo, per tutti i diavoli! — urlò Luca. - -Camillo annuì. - -— Becco-in-croce — comandò il Luca — ritorna al campo e dà ordine che -si levino le tende e che si discenda e si passi il _gao_, a metà strada -fra Dolceacqua e Camporosso. Noi vi saremo e la conchiglia del Bagato -indicherà il punto preciso. Va Becco-in-croce e porta l'ordine mio. - -Il montanaro s'inchinò e ripassò la breccia. - -— Ed ora a noi. Il mio sospetto, Luca, aveva ragione d'essere secondo -quanto abbiamo udito. L'Embriaco si liberò violentemente del mio povero -Seborga. - -— Ma gli Spigno? - -— Ibleto ha sempre fornicato con i francesi: lo sappiamo tutti. Credo -che a quest'ora sbarcati a Latte e in istrada per Nizza, o per mare -tuttavia, si riducano al campo dei sanculotti sul Varo. - -— E Fiorina? - -— Di buono o di malgrado li segue. - -Luca Lascaris alzò le pugna al cielo. - -— Voi mi sembrate un ragazzo imbelle, Conte, un ragazzo imbelle al -quale abbiano furato il giocattolo. Siate uomo, per nostra signora -di Lampedusa! Verrà la nostra volta, e vinceremo la nostra posta. Per -intanto vi apro intero il cor mio: sono stanco di questa vita raminga -e inutile. Rivedere il mio castello dopo sì lungo tempo mi ha rimessi -in cuore i germi della nostalgia. Liberiamoci, prendiamo una decisione, -scegliamo un nemico. Siamo qui esitanti fra Genova e la Francia: -pretendiamo tenerle in ballo tutte e due. Grave errore. Facciamo onor -stragrande alla Serenissima, che fa paura o meglio vuol far paura con -le mani vuote. Vi offro una via d'uscita: giriamo le Maure, usciamo -dopo Roverino, per il Bevera, piombiamo sui predoni di Sant'Antonio, -e appena li avremo liquidati assalteremo la città isolando il fortino -del Borzone. Ventimiglia non ha che un Governatore di figura e pochi -uomini di parata dei quali verremo presto a fine. Riprenderemo poi -la guerriglia con una difesa come la città, il forte ed il vostro -Castello, Conte Lascaris. I Francesi non passeranno o gireranno da -Saorgio. Guadagneremo tempo ad ogni modo, che ve ne pare? - -Camillo Altariva prese la parola. - -— Il tuo piano, Almerico, è buono come linea generale: ma i particolari -verranno. Per intanto l'approvo fino all'assalto dei predoni di -Sant'Antonio. - -— Io tutto approvo — esclamò Luca Lascaris, — purchè ci si muova e non -si resti qui neghittosi. Ho bisogno di far del male a qualcuno. - -— Ne avrete presto l'occasione, conte. Quando ci congiungeremo con -la mia truppa troveremo i due scherani dell'ospite vostro: se mi -permetterò d'interrogarli io stesso, per la memoria invendicata del mio -povero Seborga, li consegnerò poi dopo alla vostra giustizia, chè vi -appartengono. - -— Vi ringrazio, Almerico! - -Ma il progetto del Nervia non potè avere esecuzione. A metà strada fra -Dolceacqua e Camporosso attendeva bensì la truppa del Nervia, ma il -Ricciuto e Bracciodiferro non ne facevano parte. S'erano allontanati -con gli uomini che comandavano, subito appena apparso Becco-in-croce, e -conosciuto che ebbero la nuova direzione dell'Embriaco, pretendendo il -Ricciuto d'aver ordini tassativi in proposito. - -— Non importa — osservò il Nervia — ignorano il nostro piano e quindi -non ci sarà allarme: del resto potremo raggiungerli: non perdiamo -tempo! - - - - -XXII. - - -La nuvolosa mattina che per la campagna diffondeva pur tuttavia una -luce tutta eguale, manteneva in città un buio di tomba. Le undici; i -cavalli scalpitavano sul selciato di pietra attraversato nel mezzo da -una guida di mattoni sanguigni: le due mule che reggevano la portantina -davano appena segno di vita col dondolar la coda infiocchettata fra le -stanghe a batocchio, e due soldati reggevano le torcie per illuminar la -viuzza caduta nel buio, fondo per le alte case. - -Nell'ufficio del governatore due lucerne spandevano queto chiaror -raccolto: sotto l'una sgobbava l'archivista Orengo raschiando con la -penna d'oca una carta ruvida e slabbrata sotto pretesto di vergare -un'ordinanza. Sotto l'altra lucerna il capitano Cavalli attentissimo e -lontano dal mondo leggeva Virgilio. - -In una stanza da letto interna che avrebbe dovuto prender luce da un -vicolo, il quale naturalmente non manteneva le sue promesse, Betto -Grimaldi si abbigliava aiutato dal Moncherino, il quale a sua volta, -e poveretto non per colpa sua, dava aiuto come il vicolo dava luce: ma -il governatore non aveva fretta, parea che succhiellasse il tempo per -farlo passar lentamente. - -In un'altra stanza, che conosciamo appuntino, la vispa Gilda -s'affaccendava intorno a Chiara e benchè un po' più di luce vi -penetrasse dalla finestra verso la vallata, la bella camerista -brontolava pretendendo che si fosse non quasi a mezzo il giorno, ma nel -crepuscolo del mattino. Mentre questo accadeva, due altri personaggi -di nostra conoscenza misuravano i cento passi dell'allea del Fontanino, -fuori della porta omonima; l'uno parlava pacatamente come se ragionasse -d'Euclide o di d'Alembert, l'altro ascoltava bevendo le parole e -l'interesse gli traspariva dagli occhi lucidi. - -— Credete a me, Giano de' Lercari, — dicea Filippo Balbi — credete -a me, che vedo lungi le cose, imitatemi. Non c'è per noi che una -via aperta oggi, le armi. Eppure non a me, cadetto di gran casa, ma -cadetto, e non a voi di gran casa ma, non v'offendete, più cadetto di -me perchè irregolare, possono offrir qualche futura fortuna le armi -della Serenissima. Non ci illudiamo: stanno di fronte l'Austria e la -Francia, chè non vi conto il Re di Piemonte, boccone maggiore, nè la -Repubblica di Genova, boccone minore. Austria e Francia: l'una contro -l'altra oggi e domani: decidersi: o la carriera delle armi in Piemonte -e quindi in Austria, ma a quale scopo Lercari? Allo scopo di poltrire -e ammuffire nei gradi subalterni e vedersi di punto in bianco anteposto -un damerino di Corte, con un gran nome, un moccioso irresponsabile che -viene a comandarvi, a farvi sgobbare e rischiar la vita per prendere -il merito ove ne sia il caso senza rimetterci del suo perchè troppo con -le spalle al muro, figlio di papà o di mammà, uscito dalle gonne della -favorita. Giano, credetemi: sono un cadetto della casa Balbi, grande -casa a Genova; ma nato capitano morrei capitano, come voi nato alfiere -morreste alfiere. E a quale scopo infine? Se l'Austria schiaccerà -la Francia servire l'Imperatore, se la Francia schiaccerà l'Austria -venire incorporati a forza nelle masnade sanculotte. Credetemi, Giano -Lercari, fate come ho fatto io: saltate il fosso. Il Piccolo Bonaparte -ci lascerà probabilmente l'anima che regge coi denti, ma c'è Massena, -Moreau e Hoche e tanti altri e c'è il capo di Stato Maggiore del -_piccolo_ Bonaparte, il serio greve e ponderato Berthier, il quale mi -ha promesso un battaglione al primo fatto d'armi e un reggimento al -secondo. C'è poi anche il caso che il piccolo Bonaparte riesca nel suo -disegno, tenebroso disegno che niuno conosce, forse nemmeno Berthier, -ma che può essere grande come è audace chi l'ha concepito. E il piccolo -generale che ha tutta l'aria di un falchetto pronto a piombar sulla -preda, a malgrado la sua amicizia con Robespierre il Giovane e le sue -imprese di Vendemmaire, è un aristocratico, ama circondarsi di nomi ed -aiuterebbe voi e me, piuttosto che quel garzone birraio di Murat, che -ha per aiutante di campo, o che quel legulejo di Junot, altro aiutante, -che non l'abbandona un momento. - -Giano Lercari ascoltava come se gli si raccontasse una fiaba. - -— La verità è — osservò — che agli ordini della Serenissima si muffisce -in guarnigioni come questa. - -— Mentre che in un esercito combattente c'è l'impreveduto che aspetta e -fa la vita varia. - -— E voi credete, Filippo, che fra l'Austria e la Francia si debba -preferire la Francia? - -— Non vi ripeto che il mio giudizio, quello che io stesso ho giudicato -preferibile, ma non intendo nè darvi consigli precisi, nè invitarvi -a prendere una decisione qualsiasi. Restate pure l'alfiere della -Serenissima, presso questo nobile Comando. Soltanto, per semplice -spirito d'amicizia, vi offro di pensare se vi convenga. - -— Avete ragione Filippo. Ma pure, ammesso che mi decida.... - -Ne aveva tanta voglia che fra sè avea già preso la risoluzione di -imitare il Balbi. - -— .... in che modo debbo contenermi? - -— Per far che cosa? - -— Per imitarvi. Non posso già disertare. - -— Chi vi parla di disertare! Fate come ho fatto io, e cioè fatevi -attaccare all'esercito francese dal vostro comandante. - -— Betto Grimaldi? Irresoluto com'è e con la paura del Governo di -Genova, non lo farà mai. - -— Chiedetelo a Genova. - -— Non avrò risposta, e, se pur l'avrò, sarà qui fra un mese almeno! - -— Non c'è che un mezzo, allora. - -— Cioè? - -— Farvi chiedere dal Generale Bonaparte, o dal Berthier, ciò che avrà -anche più autorità. - -— Chiedere? Al Governo della Serenissima? - -— No: a Betto Grimaldi. - -— E credete che accetterà? Che dirà di sì? - -— E credete voi che Betto Grimaldi negherà o dirà di no a un desiderio -del Generale che con lo stringere un pugno può domani stritolar lui e -la città? - -E poichè Giano Lercari crollava il capo continuò: - -— Betto Grimaldi col suo cervello corto ma di buon senso crede sè il -più debole dei due, oggi. Non già una banda sconfinante ha davanti, ma -trentamila uomini inquadrati, irregolarmente ancora, ma inquadrati e -condotti da un falchetto che ha voglia di preda e che l'ha promessa ai -suoi sanculotti. La prova che si crede di già debole l'avete davanti -agli occhi. - -Indicò la porta del Fontanino da cui usciva la cavalcata ufficiale -preceduta da un trombettiere e da quattro soldati: seguivano Betto -Grimaldi e il capitano Cavalli e infine la lettiga portata dalle due -mule: chiudevano la marcia altri due soldati. - -— Se Betto Grimaldi si fosse ritenuto il più forte avrebbe invitato il -Generale nemico in città e invece si scomoda per recarsi da lui e porta -con sè la mia fidanzata..... - -Lo aveva Filippo stesso suggerito al Governatore, ma non lo disse. - -— .... per omaggio e degnazione. Credete voi, Giano mio, che se a -quell'uomo con la paura dipinta in volto si chiedesse qualunque cosa, -la rifiuterebbe? - -No che in verità Giano Lercari non lo poteva credere. - -— E allora decidetevi! - -— Sia: fatemi domandare al comandante. - -— Alla buon'ora. Qua la mano: correremo la stessa fortuna. Vi prometto -il mio grado al primo fatto d'armi. - -— Naturalmente conto su di voi, amico Filippo. - -— Contateci: ma per adesso acqua in bocca. - -Lasciò il compagno, inforcò il cavallo che un soldato gli teneva a -poca distanza e corse di carriera verso la cavalcata che s'avvicinava -lentamente. - -— Il buon mattino a Vostra Eccellenza, comandante Grimaldi, e col -vostro permesso, il buon mattino alla Bellezza nostra. - -Chiara sporse il capo dalla lettiga, rossa in viso, ma felice porse la -mano al fidanzato, che si piegò in arcioni con magnifico e difficile -spostamento per baciarla. - - - - -XXIII. - - -Quando la barca peschereccia ebbe sbarcati i suoi passeggeri alla foce -di un torrentello schiumoso, colui che la conduceva rimase ad attendere -gli ordini. Ma Ibleto gli porse una moneta d'argento che l'altro -ricevette con l'avidità di una scimmia alla quale si offra un frutto -acerbo. E per verità il danaro in metallo era già raro: da due anni -almeno correvano gli assegnati e i buoni di qualunque specie firmati da -nomi e da Autorità eteroclite, dal Sergente al Generale, dal Giudice al -Governatore. - -— Devo aspettare, monsignore? — chiese il marinaio al quale pareva che -il dono meritasse almeno un titolo. - -I due Spigno ricambiarono uno sguardo. - -— Non importa! — rispose Emanuele Embriaco. - -Ed aggiunse, rivolto ai compagni: - -— Voglio sperare, per la Dama almeno, che non si tornerà per mare. - -Fiorina gli sorrise. - -— Conte, avete ragione, ragione da vendere! — concluse Ibleto. - -E licenziò la barca. - -Mentre per un istinto comune la guardavano allontanarsi, il marchese -fece schermo della mano destra agli occhi, curvandosi: quindi esclamò: - -— Ecco quel che temevo! - -Alla sinistra indicò, forse a due miglia al largo, verso la Madonna -della Ruota od almeno all'altezza di Sant'Ampelio, la siloetta di una -nave. - -— L'abbiamo scampata bella! - -— Che è, Ibleto? — domandò Fiorina. - -— La prima delle cannoniere inglesi che sorvegliano la costa, e -probabilmente mancano di notizie poichè invece d'essere laggiù -sarebbero qui. - -L'Embriaco alzò le spalle. - -— A che servono le cannoniere inglesi? - -— Ben detto, il moscardino! — esclamò una voce sonora. - -Ed uno scoppio di risa coronò l'interruzione. - -Dopo il breve greto della foce, una specie di muro a secco si alzava -che parea sbarrasse il corso del torrentello. E proprio lassù i tre che -s'erano voltati di scatto alla risata videro una strana apparizione. - -Sporgevano dal muro a secco tre o quattro visi sporchi, dai capegli -arruffati, ma visi ridenti, dentature meravigliose ed occhi neri o -azzurri, brillanti. Sulle teste, in piedi sul vertice del muraglione, -un giovane iddio pompeggiava, un Bacco giovane con qualche fattezza -di pastore omerico. Vestiva una specie di divisa soldatesca a falde -rialzate sopra un paio di calzoni a righe, corti e sfrangiati: -null'altro: nè camicia, nè berretto, nè tracolle, nè armi, nulla -fuorchè una sciabola brandita dalla destra in alto sopra la selva dei -capegli biondi arruffati. Le carni bianche apparivano da innumerevoli -buchi dei calzoni, legati pur tuttavia un po' sotto il ginocchio da un -nastro rosa, che vantava chissà quale provenienza. - -— Ben detto, il moscardino! — ripetè quel giovane iddio selvaggio — ben -detto, parola di Tibullo, qui presente, soldato della Repubblica, una e -indivisibile, armata del Varo! - -Le teste apparenti sul muro a secco fecero un coro assordante. - -— Per l'Ente Supremo e per le corna di Barras, riprese Tibullo sempre -rivolto ai tre attoniti, o l'unico figlio di mia madre, la gloriosa -Cornelia delle Halles, si sbaglia come un deputato, o scorgo un viso -degno dell'ex Maria, sposa dell'ex Giuseppe e Madre del cittadino -Gesù! Non sia mai detto che i soldati della Repubblica dimentichino -gli omaggi dovuti al sesso! Io mi rammento d'essere figlio di -_Brin-d'amour_, sergente bianco del tiranno Capeto e amico personale -di Danton il quale come ognun sa, aveva un forte debole per le donne. -Camerati, un evviva per la cittadina che viene dal mare come la -ex-Venere! - -Il coro assordante ricominciò. Poi tacque ad un tratto sotto l'ordine -di Tibullo, il quale saltò dal baluardo, venne innanzi alla marchesa -e fece un inchino strisciato degno d'un maestro di ballo, alzò la -sciabola lucente e d'un colpo si tagliò, tenendola tesa con la sinistra -una ciocca di capelli che sparse ai piedi della dama. - -— Non ho berretto da levarmi e debbo scoprirmi ad ogni modo davanti al -sesso. Scusa, cittadina, ma ognuno si scopre come può. - -— Sei galante, cittadino Tibullo — rispose Ibleto rinvenuto per il -primo dalla sorpresa — e grazie all'Ente Supremo che ti ha posto sulla -nostra strada! Libertà, eguaglianza.... - -— .... e fraternità! — compì il soldato. - -Le teste sul muro a secco s'agitarono. - -— In quanto a voi, camerati, rimettete le vostre ricche assise per -presentarvi convenientemente dinanzi alla dama. - -Le teste scomparvero. - -— E tu, cittadino, — chiese Tibullo volto all'Embriaco, per il quale -provava un'istintiva simpatia per gratitudine dello sprezzo verso le -cannoniere inglesi — non dici nulla, cittadino? Hai esaurito il tuo -repertorio? - -— Ti ascolto, cittadino, e imparo! - -La celata ironia non isfuggì al soldato che aggrottò le sopraciglia. - -— Oh! Oh! Cittadino, la tua risposta puzza d'aristo una lega lontano. -Non c'è più Massimiliano, è vero, ma il _piccolo_ ama i _çi-devants_ -come il fumo negli occhi, te ne avverto. - -— Chi è il _piccolo_, cittadino? - -Apparvero di dietro al muraglione abbigliati, chi più chi meno come -Tibullo, cinque o sei soldati ridendo a gola spiegata. - -— Il _piccolo_? Domanda chi è il _piccolo_? - -— È il _piccino_! Il _tira l'anima coi denti_! - -— Il nostro generale che ci ha promesso grasse città e belle donne. - -— Ed ha ragione! - -Una mano si levò per carezzare il viso di Fiorina ma si ritrasse -immediatamente sotto una scudisciata. - -— Morde la donnetta — urlò il colpito. - -— E morderà ancora! — aggiunse Fiorina lasciando ricadere lo scudiscio -sopra un viso che s'avvicinava troppo al suo. - -Qualche picca e qualche sciabola fu brandita e non mancò un fucile -maneggiato — per qualche evidente ragione d'utilità immediata — come -un bastone. Ma Ibleto e l'Embriaco fecero scudo alla dama e Tibullo -s'interpose. - -— Giù le zampe, camerati! - -Con un po' di buona volontà s'ottenne un relativo silenzio, quale -almeno occorreva per farsi intendere. E ne profittò immediatamente -Ibleto rivolgendosi al soldato: - -— Non siamo qui nè per errore e nemmeno naufraghi, come i tuoi camerati -vogliono credere, cittadino: siamo qui venuti volontariamente e -portiamo con noi un salvacondotto che speriamo ci procurerà un po' di -rispetto. - -Tibullo non battè ciglio: attendeva. Lo Spigno continuò: - -— Una lettera del generale Laharpe..... - -Il soldato salutò. - -— .... al generale Nissard.... - -Nuovo saluto. - -— ... che comanda, crediamo, la tua divisione. - -Tibullo crollò il capo. - -— Niente Nissard, cittadino. - -— Comanda forse Massena? - -— Niente Massena, cittadino. - -— È tornato per caso Serrurier? Fa lo stesso. - -— Niente Serrurier! - -— Augereau allora? - -— Niente Augereau! - -I due Spigno e l'Embriaco si guardarono. - -— Chi comanda allora? — chiese Ibleto. - -Un urlo s'elevò dai soldati rimasti qualche passo discosti. - -— Il _piccino!_ - -— Il _piccino!_ - -— Il _piccino_, il _piccino_, il _piccino!_ - -Tibullo impose il silenzio. Poi: - -— Hai inteso, cittadino? Qui comanda il _piccino_ o se meglio ti piace -il generale Bonaparte. - -Fiorina spalancò i begli occhi sbalordita e Ibleto si tirò la barbetta -caprina. Ma l'Embriaco risoluto prese la parola. - -— E sta bene, cittadino! Andiamo dal generale Bonaparte! - - - - -XXIV. - - -Al di là del muro a secco un sentiero s'inerpicava sulla riva sinistra, -ma un sentiero da capre, disegnato appena fra i sassi calcarei e i -magri ontani bistorti. La stretta valle però si presentava ridente -a malgrado il giorno coperto. Un'occhiata ed una smorfia di Fiorina -destarono la galanteria di Tibullo. - -— Sono dolente, cittadina, di non poterti offrire un cavallo almeno. -Sono forse quindici giorni che abbiamo mangiato l'ultimo e sarebbe -stato assai meglio che l'avessimo mangiato quindici anni prima. Con un -sorriso la marchesa ringraziò il soldato ed aggiunse: - -— Grazie, cittadino, ma non temere: so camminare anch'io. - -— Sui tappeti, a giudicarne dai tuoi piccoli piedi. Ma non importa: -quando sarai stanca ti porteremo. - -Il sentiero si allargava sulla ripa e, nell'addentrarsi che fecero -entro la valle, i viaggiatori, dopo la temperatura quasi rigida -provata nel tragitto marino, ecco una quasi tepida ne trovarono come se -entrassero in una serra. - -— Qui fa quasi caldo — fece osservare Tibullo che s'accorse del -refrigerio provato dai suoi ospiti: — il _piccino_ ci si crogiola a -suo bell'agio. E ne aveva bisogno. Tiene l'anima coi denti e per di -più, dicono, ha sposato l'amante di Barras, una creola bella e sana da -far impazzire, una donna da mettere a terra più uomini che Kleber non -isfianchi cavalcature. - -— Già, l'ho sentito dire — osservò Ibleto mellifluamente — ed ho -sentito dire che il comando dell'armata del Varo fu il cestello di -nozze di Barras.... per gratitudine. - -Tibullo aggrottò le sopraciglie. - -— Spero che non ci sia niente di losco nelle tue parole, cittadino..... - -— Lungi da me tal pensiero! — s'affrettò a replicare lo Spigno. - -— .... perchè t'avverto, senza complimenti, che per istare in concordia -con noi non bisogna dir male del _piccino_, neanche per ombra! Di' -quello che vuoi di Massena e degli altri, e di tutti i politicanti di -Parigi, ai quali farei portare per qualche settimana i cannoni, invece -dei muli che non abbiamo: parla male anche di Hoche, se vuoi, ma lascia -stare il _piccino_: il _piccino_ non si tocca! - -— Vuoi molto bene al tuo generale a quel che vedo, amico? — susurrò -Fiorina per aiutare il marito — Lo conoscevi forse prima che giungesse -a Nizza? - -— No, cittadina, mai visto prima. E che bisogno ce ne sarebbe stato? -Gli uomini si conoscono a colpo d'occhio, come io ho conosciuto il tuo -vecchietto.... - -Ibleto si raddrizzò offeso. - -— .... e quell'altro là dietro che non parla, ma che sarebbe un -magnifico capo di battaglione. Gli uomini si conoscono all'occhio... - -— E le donne, Tibullo? — domandò un soldato ridendo. - -— Al tatto. - -Le risa raddoppiarono svegliando gli echi della vallata. - -— Cosicchè, cittadino — chiese Fiorina divertendosi, — tu hai -conosciuto all'occhio il tuo generale? - -— E all'orecchio. Sfido io! Come si fa a non seguire un _piccino_ -che invece di parlarti di Repubblica una e indivisibile, di onore -(quello del Direttorio) e di patria (la pancia di quei signori) e di -tante altre cose da farti crescere la barba tanto da camminarvi sopra, -arriva senza complimenti, non degna di uno sguardo i colonnelli e i -generali, ma si mette in mezzo a noi e ci dice senza tanti preamboli: -«Ragazzi miei, vedo che avete fame e freddo: dividiamo quello che c'è -e visto che quei signori di Parigi non sono buoni che a chiacchierare -e a mantener sgualdrine, venite con me che vi porto in un posto dove -troverete da mangiare come papi, da bere come frati e da.... carezzar -donne come cardinali». Ti pare, cittadina, che un piccino simile non -meriti simpatia? - -— Evviva il _piccino_! — urlarono i soldati entusiasti. - -E colui che possedeva un simulacro di fucile fece partire un colpo in -aria! - -— Che succede, olà, camerati? — urlò una voce stentorea dall'alto d'un -ciglione: accompagnate forse il carro del bue grasso? - -La comitiva sostò, gli occhi di tutti s'orientarono donde veniva la -voce: ne furono abbagliati e bisogna dire che ce n'era ad usura la -ragione. Figuratevi un giovane di forse venticinque anni ed in tutto -lo sfarzo della giovinezza che sboccia senza freni. Snello ed aitante, -una copiosa capellatura — a testa nuda come usavano in allora i giovani -ufficiali della giovane Repubblica — la faccia colorita, stretto -nella uniforme d'aiutante di campo, prestigiosa ed aiutata ancora da -una fascia fantasia intorno alle reni e da una sciabola turca munita -d'un'elsa solare: stivaloni alla scudiera su calzoni attillati grigio -perla: sopra un enorme cavallo velloso nelle gambe e sul muso come -una cavalcatura cosacca, arricchito da una gualdrappa di velluto rosso -acceso, di provenienza ignota benchè il bordo tutto d'oro la facesse -sospettare appannaggio di chiesa: ecco l'apparizione che stupì, anzi -che sbalordì i nostri viaggiatori. Byron deve aver tratto od essersi -ispirato da un ritratto di Murat giovane per il suo Mazzeppa, senza -dubbio. La comitiva sostò per un momento, poi Tibullo con la confidenza -che in allora esisteva tra soldati e ufficiali, rispose a voce -spiegata, facendosi schermo della mano ad imbuto: - -— Cittadino aiutante Murat, ti conduciamo degli aristo che vantano una -lettera per il cittadino generale in capo. - -— Avanti gli aristo, cittadino! - -Fece d'un salto varcare al cavallo il ciglione e compì l'ardua impresa -con una tal grazia che tradiva il suo recente passato di guardia -costituzionale del Re Luigi e di cacciatore a cavallo, abituato a -caracollare dinanzi alle belle ragazze ed a sfidare il pericolo nelle -cariche sfrenate. Quando si trovò davanti ai tre viaggiatori e vide -per il primo Emanuele Embriaco che celava in certo qual modo Fiorina, -mentre Ibleto di Spigno s'era tanto profondamente chinato da celare il -viso, non potè trattenere un gesto di sorpresa e di diffidenza. - -— Corpo d'una pipa! — esclamò — dei vandeani anche qui! - -E certo l'abbigliamento dell'avventuriero potea giustificare ed -avvalorare l'esclamazione. Se non che l'Embriaco, il quale mentalmente -con sintesi degna di Tacito, avea pensato che le parole — qualunque -fossero — sarebbero state oggetto d'una interpretazione sommaria da -soldataccio incolto, e che quindi era meglio stare zitti fino a tempo -opportuno, fece la mossa più abile che cortigiano consumato potesse -immaginare: si tirò da un lato e scoprì Fiorina. - -Murat ne restò abbagliato. Mormorò: - -— Corpo di..... - -Ma non andò oltre. Discese però da cavallo. E s'accorse d'Ibleto -piegato in due, tutto intento a lisciarsi la barbetta. Assunse allora -un'aria burbera per darsi del contegno: - -— Che vuoi tu, cittadino? - -— Cittadino aiutante — rispose Ibleto cercando le parole — ho qui -una lettera del generale Laharpe per il tuo generale, il cittadino -Bonaparte. - -— Qua la lettera! - -Il marchese di Spigno esitò: - -— Ma.... - -Intervenne allora Fiorina col più seducente dei sorrisi: - -— Porgete dunque la lettera al cittadino aiutante, amico mio! - -L'altro obbedì. Porse un plico ben suggellato a Murat, il quale -imbarazzato più che mai lo voltò e rivoltò fra le dita incerto. - -— Come vedi, cittadino aiutante, — continuò sorridendo la marchesa — è -indirizzato al generale in capo, ma poichè tu ne sei l'aiutante, credo -che potresti aprirlo. - -Il _credo_ fu pronunciato con una tal quale inflessione ironica che -sfuggì completamente al burbero Murat. - -E colui, che doveva coprirsi di tanta gloria personale, era fin -d'allora quell'essere debole che si dimostrò di poi, quando entrò -nella storia, offerto cioè all'influenza del primo o della prima che lo -sapesse dominare adulandolo o gettandolo nei bivii più crudeli. - -— Naturalmente che lo potrei — rispose gonfiandosi come un tacchino — -ma non ne vedo la necessità. Il generale è qui a due passi, in un luogo -detto San Bartolomeo, e può ben leggere da sè. - -All'udir Murat esprimersi in tal guisa si sarebbe supposto che avesse -col Bonaparte un'intimità da camerata. - -— E possiamo noi, cittadino aiutante, accompagnar la lettera? - -— Naturalmente che lo puoi, cittadina... anzi lo potete..... - -Fissò la donna, che gli sorrideva, ma non ne sostenne lo sguardo. - -— E — continuò Fiorina — poichè sono stanca, non puoi tu, cittadino -aiutante, prestarmi il tuo cavallo? - -Per tutta risposta, davanti a Tibullo ed ai soldati stupefatti, Murat -si chinò, raccolse, come se fosse un bimbo, la marchesa nelle mani e la -depose sulla gualdrappa fantastica. - - - - -XXV. - - -_L'altra_ comitiva non aveva passato le avventurose peripezie della -_prima_. Discesa dalla strada romana in poco tempo aveva raggiunto San -Bartolomeo ove l'attendeva un aiutante di campo del generale Bonaparte, -il quale era partito di buon mattino per riconoscere strade e valichi, -personalmente, accompagnato da Berthier suo capo di Stato Maggiore, -e da un altro aiutante di campo che non si discostava un passo dalla -persona del generale in capo. L'aiutante che ricevette il Governatore -di Ventimiglia e il seguito, era un giovane ufficiale segaligno, -dallo sguardo freddo e tagliente, asciutto di viso, di poche parole: -non aveva che ventidue anni e ne dimostrava almeno trenta: labbra -sottili, fronte rannuvolata, parca sempre sopra pensieri, preoccupato -dell'avvenire e celava sotto l'apparenza impassibile quell'inquietudine -che è oggi chiamata, con una barbara parola, _arrivismo_. - -— Buon giorno, aiutante Marmont — disse Filippo Balbi, smontando — -spero di non essere in ritardo. - -— Anche se tu lo fossi, capitano Balbi, poco male! - -— Ho capito: il generale Bonaparte è partito per qualche ricognizione. -C'è almeno Berthier? - -— Accompagna il generale con Junot. - -— Ah! il fido Acate! - -Udendo nominare un personaggio virgiliano il capitano Cavalli -s'avvicinò. - -— Chi parla di fido Acate, capitano Balbi? - -— È il nomignolo dell'aiutante di campo Junot, che non si distacca mai -d'una linea dal generale Bonaparte. Ma non si tratta di questo, ora: -permettimi, Marmont, di fare le presentazioni. - -Condusse l'aiutante dal Grimaldi che lo ricevette con sussiego e che -fu trattato da quantità trascurabile. Probabilmente il chiuso aiutante -di campo non lo giudicò persona adatta per servire in qualche modo -da gradino. Consentì purtuttavia a sgelarsi davanti a madamigella -Chiarina: apparteneva a discreta famiglia Marmont, ed era figlio -d'un capitano del reggimento d'Hainaut. Davanti ad una dama (come del -resto accadeva a quasi tutti gli ufficiali di cui Napoleone Bonaparte -si circondava) assumeva un atteggiamento Reggenza. Fece un inchino -passabile ed aiutò la damigella ad uscir dalla lettiga. - -— Non abbiamo salotti per le dame, — disse mostrando la casa rustica, -la quale serviva d'alloggio per lo Stato Maggiore — nemmeno la stanza -del generale s'adatterebbe: c'è però quella di Murat. - -E ripetendo l'inchino precedette la comitiva nella stanza di Murat, che -merita l'onore d'una breve sosta. - -L'uomo pomposo, che doveva diventare Re di Napoli, rivelava fin -d'allora le sue attitudini al fasto, e le rivelava naturalmente come -poteva. La stamberga al piano terreno ove abitava era uno strano -amalgama delle cose più disparate. Due tamburi coperti da vecchie -gualdrappe dai colori vivaci, l'una gialla, e verde l'altra, servivano -da sedie. L'una delle pareti spariva sotto una bandiera nazionale -spiegata e nuova di zecca: Murat se l'era fatta prestare probabilmente -dal commissario. Sulla parete di fondo un labaro, chi sa a qual chiesa -di Provenza rubato, mostrava le _Tre Marie_ che scendono dal mare -sulla Crau; nel fondo un mostro tutto cresta sul dorso raffigurava -la famosa _Tarasque_. Sulla terza parete un piviale con un sole -fiammante nel centro, affetto da calvizie, ed accanto al piviale, -conficcata con chiodi celati da coccarde nazionali una carta.... della -Turchia, sormontata da un pezzo di carta pecora dipinto rozzamente -e raffigurante un'orgia di fucili e cannoni con una divisa in fondo -che portava la leggenda: _Souvien-toi d'Alexandre_. Probabilmente -alludeva al Macedone. Una sciabola, nell'angolo a destra, dal fodero -infiocchettato come una mula spagnola e il cappello d'ordinanza appeso -in alto sopra Alessandro il Macedone e riccamente guarnito d'una -penna color canarino piantata là dove i tirolesi portano la propria. -L'impiantito di mattoni spariva sotto una tovaglia riccamente macchiata -di vino a guisa di tappeto. - -Nell'entrare, madamigella Chiarina trattenne appena un grido di -sorpresa, ma Gilda battè le mani. - -— Madonnina! — esclamò — par d'essere dall'indovina coi tarocchi! - -Non presero purtuttavia meno possesso della stanza così stranamente -apparata e madamigella Chiarina sedette sopra un tamburo, Betto -Grimaldi sull'altro e la Gilda restò in piedi accanto alla padrona. Il -capitano Cavalli rimase appoggiato allo stipite della porta e cavò di -tasca il vecchio Virgilio immergendosi nella lettura. - -— È un prete o un ufficiale il vostro compagno? — domandò l'aiutante -Marmont a Filippo Balbi, additandogli il capitano che parea leggesse il -breviario. - -— È un dotto come il fu signor di Voltaire — gli rispose l'interrogato. - -E trasse in disparte il francese. - -— Questo giovane alfiere — gli disse a bassa voce, si chiama Giano -Lercari ed è di illustre famiglia genovese..... - -Marmont alzò gli occhi sul bastardo e salutò. - -— .... e chiede per sè quello che Berthier ha ottenuto per me. - -L'aiutante fe' cenno d'aver compreso. - -— Credete voi la cosa possibile? - -Strano: fra due ufficiali a tu per tu correva il _voi_ dell'_ancien -régime_, che in pubblico il tu era regolamentare: gli era perchè -Marmont ci teneva, come del resto una gran parte degli ufficiali -di Bonaparte e di Massena e di Moreau (meno quelli di Hoche) a -disinteressarsi della rivoluzione, della Repubblica e del Governo e del -popolaccio di Parigi: facevano anzi a gara nel disprezzarlo. - -— Credo possibilissima la cosa, mio caro, purchè il vostro amico non -domandi di appartenere allo Stato Maggiore..... - -Fin d'allora esisteva quella sorda ostilità dei preferiti del giovane -generale contro i possibili competitori e la tendenza ad isolare -il Bonaparte, tendenza di cui Napoleone si lamentò spesso e che -lo spingeva qualche volta, più per malinconia da vincere che per -popolarità da coltivare, a mischiarsi con i soldati, famigliarmente. - -— Ma — continuò Marmont — se chiederà di prestar servizio ad esempio -col generale Serrurier o col generale Laharpe ci avrà tutto da -guadagnare. Che grado ha il vostro amico? - -— Alfiere. - -— Chiedete dunque per lui a Berthier il grado di capitano presso -Serrurier che è a Garessio. Capitano d'una Compagnia di ricognizione. È -un bel posto e può rendere utili servizi. - -— Seguirò il vostro consiglio — annuì Filippo. - -— Volete che parli io stesso a Berthier? - -— Grazie, non vi scomodate: parlerò io. - -Giano Lercari credette suo dovere cercar qualche parola di -ringraziamento, ma l'aiutante non gliene diede il tempo, chè gli porse -la mano, diventato affabile. - -— Eccoci camerati! Buona fortuna! - -E poichè s'udì un rullo di tamburo si lanciò donde il suono veniva. -Sul sentiero che conduceva al mare un'altra comitiva s'inoltrava. -L'imponente cavallo di Murat parea superbo di portare una perfetta -figurina di dama. Due gentiluomini seguivano e lo stesso aiutante -di campo Murat precedeva tenendo al guinzaglio il cavallone. Un -nugolo di scarmigliati sanculotti avvolgeva il gruppo. Il quale -appena era apparso allo svolto del sentiero che metteva nel sagrato -di San Bartolomeo quando il capitano Cavalli (leggeva sì, Virgilio, -ma probabilmente leggeva con un solo occhio come la gatta di Masino -dormiva) saltò su urlando e sguainando la spada: - -— Ah! L'impudente traditore! - -D'un balzo fu davanti alla comitiva che giungeva e portandosi di -rimpetto a l'Embriaco lo percosse col piatto sulla spalla gridando: - -— Tu sei bandito dalla Serenissima e sei mio prigioniero! - -Il colpito non mosse ciglio, ma l'aiutante Murat, con gli occhi -fiammeggianti di collera subitanea, frammettendosi, urlò a sua volta -stentoreamente: - -— Chi è che parla di far dei prigionieri nel campo francese? - -— Questo è territorio della Serenissima — ribattè il Cavalli — ed ho -diritto d'arrestare i banditi. - -— Arrestatemi intanto quest'insolente! - -E prima che il buon Capitano avesse potuto nemmeno mettersi sulla -difensiva fu disarmato e ridotto alla impotenza da un nugolo di soldati -sanculotti. - -— Protesto! — urlava il Cavalli. - -Ma ebbe uno sforzo disperato quando s'accorse che un soldato s'era -impadronito del suo caro Virgilio. Si liberò con una forza erculea, -rincorse il rapitore, gli tolse il suo tesoro e si fermò ansante e -bollente davanti a Murat. - - - - -XXVI. - - -L'affare non ebbe seguito. S'intromise Betto Grimaldi, il quale riuscì -a calmare l'esasperato capitano: fu restituita la spada confiscata e -l'aiutante Murat si degnò d'offrire con le sue stesse mani una coppa di -vino a colui che aveva fatto arrestare. - -Il subbuglio aveva richiamato sulla porta Gilda prima di tutti e poi -anche la damigella Chiarina un po' spaventata. Ma lo spavento si mutò -in lieta sorpresa quando la fanciulla si vide innanzi a pochi passi una -figura di donna che le sorrideva come se l'invitasse. - -— Fiorina! - -— Chiarina! - -I due fiori si piegarono l'un verso l'altro, avrebbe detto l'abate -Bernardino Viale, in Arcadia Amarillo Glucosio, nel casto amplesso -delle corolle fresche. E senza occuparsi degli inchini di Ibleto -e di Betto, i quali non trovarono di meglio che offrirsi a vicenda -la tabacchiera, scrutandosi nel bianco dell'occhio, le due amiche -ripresero possesso della stanza eteroclita dell'aiutante Murat, stanza -che risvegliò alte meraviglie e adorabili smorfiette nella marchesa. - -— Chiara, mia dolce Chiara, da quanto tempo non ti vedo? - -— Tre anni almeno, mia Fiorina! - -Tre anni! Un secolo nella vita d'una giovane donna e d'una fanciulla! -Amiche di collegio, il nobile collegio di Santa Brigida, inseparabili -Chiara Grimaldi e Fiorina Adorno! Caratteri opposti: l'una dolce -come l'evangelico agnello, tutta fuoco l'altra, indomita, come uno -scoiattolo. - -— Rammenti? - -Fiorina arrossì ma rispose: - -— Rammento. - -Candidamente Chiarina ricordava la grande novella che Fiorina le avea -dato ad un ritorno d'autunno. Grande novella davvero per la buona -fanciulla onesta e contegnosa che non avrebbe ardito levare gli occhi -in volto ad un uomo, fosse quest'uomo suo padre o l'archivista Orengo, -Dio! la grande novella! Fiorina aveva permesso ad un giovane — oh! di -gran casa naturalmente — di dirle che la trovava bella, che l'aveva -colpito, che l'amava! Dio! Buon Gesù, che immediata confessione aveva -suggerito Chiara all'audacissima Fiorina! - -— Rammenti? - -— Rammento. - -Il consiglio di Chiarina fu seguito e che scandalo ne seguì! La -reproba Fiorina fu tenuta un mese almeno senza assoluzione, e senza -poter quindi la domenica appressarsi alla mensa del Signore. Pianti, -disperazioni, digiuni che sortirono strano effetto. Interrogata -da Chiara, Fiorina ebbe a confessarle che, a malgrado la sospesa -assoluzione e lo scandalo, provava uno struggente piacere ogni qual -volta rammentava la dichiarazione d'amore del giovane di gran casa. - -Fiorina Adorno era uscita per la prima dal convento, per andare a -nozze. E quando l'amica le aveva chiesto se il promesso sposo fosse -colui della dichiarazione, era scoppiata in un pianto disperato. Non -era, no, lo sconosciuto giovane di gran casa — sconosciuto da tutti -anche da Chiara, chè l'amica s'era cucita la bocca — ma il marchese di -Spigno già vecchio e mai veduto. La povera Fiorina veniva sacrificata -alle convenienze della famiglia che si dibatteva nelle ristrettezze, -come gran parte dei nobili Genovesi i quali avevano abbandonato le -mercature e quindi speso senza incassar più. Le nozze con Ibleto erano -una fortuna per la famiglia e la povera Fiorina aveva dovuto curvare il -capo. Ma l'amore non era cessato. - -— Rammenti? - -— Rammento, cara. Ma, o tu, Chiarina? Parliamo di te. - -Chiarina arrossendo narrò il fidanzamento con Filippo Balbi. - -— L'ami? - -— È il mio fidanzato! - -Candore delle nostre nonne! Come non amare il fidanzato scelto dal -padre! dal signor padre, anzi! - -Fiorina crollò il capo sogguardando attraverso l'uscio aperto Filippo -Balbi in istretto colloquio con l'aiutante Marmont. - -— Com'è bello, non è vero, Fiorina? - -— Hum! — fece la marchesa di Spigno. - -Certo Filippo Balbi non poteva che esser dichiarato bello, ma pure -quella fronte buia e quelle labbra sottili non convincevano Fiorina. La -quale a suo malgrado lo comparava con Luca Lascaris. - -Il maschio volto, l'altero portamento, l'occhio sicuro e pieno di -disinteresse non erano tali da subire un confronto, con le fattezze -forse più regolari, ma chiuse del Balbi: l'uno era tutto vigoria, -l'altro invece si facea notare per una certa aria di sufficenza, quale -in allora si mostrava comunissima nella classe dirigente, sia delle -corti che dei reggimenti così detti a volontà libera di popolo. Ma Luca -Lascaris, aveva a suo vantaggio il lato romanzesco. Fiorina e Luca -s'erano incontrati in un settembre ormai quasi lontano, un settembre -di cinque anni prima, quando la Serenissima inquieta per la prima volta -della grande Rivoluzione aveva chiamato _ad audiendum verbum_ i nobili -delle provincie. - -Luca Lascaris, ospite in casa Adorno, s'era invaghito della fanciulla -in tutto e per tutto differente dalle dame che avea conosciuto e che -conducevano una vita da Reggenza. - -Casa Adorno, austera, imponeva ai figlioli un rispetto esagerato e -se il fratello di Fiorina, Giacomo Adorno si permetteva di giocare -al pallone e quindi anche di cospirar contro il Governo (pare che in -allora l'una cosa non si separasse mai dall'altra), Fiorina mutava -l'educandato con un'altra prigione, la casa paterna, ove si trovava -sola in un giardino chiuso ed entro un'alta biblioteca. - -Non che il Senatore Tomaso Adorno, l'imponente padre, fosse un dotto, -no, e nemmeno un lettore, ma la biblioteca esisteva in casa Adorno e -quindi la si doveva accrescere con le opere nuove, in abbonamento o in -sottoscrizione. - -Se ne occupava l'abate Borlasca, il vecchio precettore di casa, asino -candido, che acquistava i libri ad offerta e non leggeva che quel -tanto di breviario per cui aveva l'obbligo canonico. Nessuno quindi -aveva impedito a Fiorina di leggere un'opera strana intitolata: _La -nuova Eloisa o Lettere di due amanti_, e di divorarla. In quel tempo -era capitato Luca Lascaris, immagine vivente secondo la fanciulla, -di Saint-Preux, donde l'idillio presto, ahimè, troncato dalla volontà -ferrea della contessa Isabella, madre di Luca, la quale aveva preparato -per il figliolo un matrimonio ricco e di gran parentado. Ma il caso -volle che Ibleto di Spigno, fratello di Isabella e zio di Luca, si -portasse all'altare con Fiorina: il caso ha spesso di simili circoli -brevi, ciò che spesso ha fatto osservare come sia piccino il mondo. -Ecco di nuovo adunque Luca e Fiorina di fronte. Una breve sosta del -Lascaris al castello di Spigno per interessi di famiglia, li aveva -riavvicinati, nè il marchese, diplomatico sottile s'era minimamente -insospettito. Anzi, pretestando un viaggetto qualunque, li aveva -lasciati soli. Soli nell'ampio castello complice, nel complice -amplissimo parco tutto seduzioni primaverili, in una solitudine, -in quella solitudine ch'è già mezzo peccato, poichè poche tempre vi -potrebbero resistere: e l'Aretino avrebbe ragione di chiamarle inumane -in quei suoi _Ragionamenti d'Amore_ che sono oggi l'esempio del primo -determinismo di cuore! - - _Quel giorno più non vi leggemmo avante!_ - -E naturalmente! avrebbe esclamato il sincero Gian Giacomo. - -Tornato in cattivo punto lo Spigno, gli amanti incominciarono le loro -imprudenze come tutti gli amanti che si rispettano. Ma il vecchio -marchese divenne cieco, moralmente s'intende. Cieco fino al giorno in -cui Luca alzò risolutamente la bandiera del Re di Piemonte col Nervia -e l'Altariva. Soltanto allora parve che il marchese cominciasse a -vederci chiaro, a fare il terzo incomodo, a trovarsi dove discretamente -non avrebbe dovuto, ad abbandonare la biblioteca per il salotto della -moglie, a seguirla nel parco e a segregarla di notte. La posizione -diventò insostenibile, tanto che Luca cedendo ad un richiamo della -madre tornò a Ventimiglia e Fiorina rimase libera, libera anche di -Ibleto che lasciò parco e salotto per la biblioteca, e i conversari -alla moda per ricevere ceffi di dubbia pulizia e per leggere lettere -di ancor più dubbia letteratura. Una soltanto la ragione: Ibleto -non sapeva come orientarsi fra quei quattro punti cardinali che si -chiamavano Piemonte, Austria, Francia e Genova, donde la partenza -per la frontiera per rendersi conto _de visu_ della situazione, e -risolversi, dato che ne fosse il caso. - -Le cose erano a questo punto quando la fortuna, o sfortuna che fosse, -volle riuniti in pochi metri quadrati quasi tutti i personaggi di -questa istoria, nelle strettoie dell'improvvisato campo francese e -nella attesa di quel famoso generale ballerino, salito per voler di -Barras e per intrighi di donne ad una responsabilità che probabilmente -— così almeno doveva essere nel disegno di chi l'aveva spinto — -l'avrebbe schiacciato. La disposizione dei personaggi è adunque, per -l'intelligibilità del lettore, così riassunta in quattro gruppi; Chiara -e Fiorina quasi sull'uscio della stanza di Murat: Marmont, Filippo -Balbi ed il bastardo Lercari dall'un lato: Betto Grimaldi e Ibleto di -Spigno dall'altro. Come sfondo il gruppo dei soldati sanculotti, il -giovane Tibullo, Murat ed il capitano Cavalli, col prezioso Virgilio -sotto braccio e il fraterno bicchiere in mano. - -E qui è necessario che i lettori ascoltino contemporaneamente il -dialogare utile od inutile dei quattro gruppi. - - - - -XXVII. - - -Soglia della stanza di Murat: - -_Fiorina_. — È quello dunque il tuo fidanzato? - -_Chiara_. — Com'è bello! Non è vero, Fiorina? - -_Fiorina_. — Non potrei dire il contrario. E tu l'ami? - -_Chiara_. — Oh! Ne dubiti forse? Come lo puoi? - -_Fiorina_. — Ma non ne dubito, carissima: ti domando se l'ami? - -_Chiara_. — Perchè me lo domandi allora? - -_Fiorina_. — Perchè mi sembra una cosa tanto rara di poter amare il -proprio fidanzato, e poi di potersi unire per sempre all'uomo che si -ama! Sei felice, tu, dunque, Chiarina? - -_Chiara_. — Tanto! E tu non lo sei felice, Fiorina, col tuo sposo? - -— _Fiorina_. — L'hai ben guardato? - -L'umile dolce sguardo della damigella Chiarina si posò sul gruppo -formato da Ibleto e da Betto. - - * - * * - -Leggero declivio verso il torrente: Betto Grimaldi e Ibleto di Spigno. - -_Betto_. — Non avrei pensato di trovarvi qui, marchese. - -_Ibleto_. — Il che prova la potenza della vostra polizia, Grimaldi. - -_Betto_. — Forse, ma prova che ci possiamo incontrare nelle idee -investigatrici, Spigno. - -_Ibleto_. — Avreste forse l'orgoglio di equipararci agli auguri di -Catone, Grimaldi? - -_Betto_. — Me ne guardi il cielo, Spigno! Vorrei soltanto conoscere le -ragioni che vi trassero qui. - -_Ibleto_. — Le vostre probabilmente. - -_Betto_. — Non ho ragioni, Ibleto: non ho che dei doveri. - -_Ibleto_. — Ve ne lodo, tanto più che io stesso obbedisco a delle -ragioni che possono dirsi doveri. - -_Betto_. — Ve ne do lode a mia volta.... - -Uno scroscio di risa li fece volgere al lato opposto ove il gruppo dei -soldati e del Cavalli s'intratteneva giocondamente per un'interruzione -di Tibullo, e per la seguente ragione: - -_Il capitano Cavalli_. — È certo, aiutante Murat, che la vostra vita è -più lieta della mia. - -_Aiutante Murat_. — Non potrei, mio caro capitano, adattarmi alla vita -di guarnigione. - -_Il capitano Cavalli_. — La sorte del soldato è tutta nell'obbedienza -passiva, aiutante Murat. - -_Aiutante Murat_. — Nell'obbedienza passiva, come ben dite, mio -capitano, quando ci sia un generale. - -_Il capitano Cavalli_. — (a mezza voce) _Imperator_. - -_Aiutante Murat_ — (sobbalzando). Mi permetto di farvi osservare, mio -capitano, che, dopo la rivoluzione sono cessati fra noi i Re e gli -Imperatori. - -_Il capitano Cavalli_. — Vi prego di scusarmi, aiutante Murat. Ho -chiamato _Imperator_ il vostro generale alla maniera dei romani: duce -supremo, palladio, insegna della Patria. - -Aiutante Murat — (sfolgorando). Ci sto, mio capitano. Voi non potevate -definir meglio il pic... il generale Bonaparte. Imperator! È lui, -sputato. E con lui che bella vita piena d'avventure! Altro che la -vostra di guarnigione! - -_Il capitano Cavalli_. — (soprapensieri pronuncia come se succhiasse e -centellinasse qualche cosa di sciropposo); Deus nobis... - -_Tibullo_. — (interrompendo e continuando)...... _haec otia fecit_. - -Stupore del capitano Cavalli che ha trovato un collega là dove non -credeva esistesse che crassa ignoranza e risata di Murat per lo stupore -del capitano ed eco dei soldati. Ma un solo gruppo non se ne accorse, -quello formato da Marmont, da Filippo Balbi e dal bastardo Lercari. - -_Marmont_. — Credo che la vostra decisione, signor Lercari, sia quella -che vi convenga di più, ed io dunque l'approvo. E dò lode al capitano -Balbi che vi ha suggerito la buona via da seguire. Credo che il -generale vi chiederà al vostro comandante ma non credo sia opportuno -che il capitano Balbi ed io stesso ci facciamo vostri presentatori. - -_Giano_. — E chi allora? - -_Marmont_. — Voi stesso, mio caro. Che ne dite, capitano Balbi? - -_Balbi_. — Credo che abbiate ragione. - -_Marmont_. — Il nostro generale è sopratutto un soldato. Intende che -non esista barriera fra il suo grado e l'ultimo dei fantaccini. Quando -passa tra le file prende per il mento e per l'orecchio il soldato che -lo fissa più risoluto. Non c'è generale della Repubblica, meno forse -Hoche, che unisca tanto bene la disciplina con la cordialità, anzi con -la famigliarità. Ognuno, anche il più umile, ha il diritto di fermarlo, -di interrogarlo e di chiedergli a tu a tu quello che desidera. Accorda -o nega: e allora guai a insistere. Ma teme le vie tortuose, odia -gl'intrighi e la diplomazia. Dicono che fosse amico di Robespierre -il giovane, ma io credo che ammirasse il dispotismo di Massimiliano -perchè ama le posizioni nette: comandare o obbedire. Ed anche perchè -crede che ogni Stato si debba reggere come ogni esercito, sotto il -dispotismo di uno solo. Dice sempre che è più utile un mediocre, ma -unico, al Governo, che dieci saggi, con dieci pareri diversi, quindi. -Crede alla forza ed alla velocità, anche se la forza possa degenerare -in prepotenza e la velocità in turbine. Ha in sè l'anima di un Brenno -con in più tutta l'esperienza dei secoli sopraggiunti. Travolge: da -Parigi a Nizza ci ha stupìti e ci ha spaventati. A Nizza attendevano -un bellimbusto, come spesso Barras ama distribuire — per disprezzo -scettico di ciò che non sia se stesso — nelle ambascierie, nei comandi -e in tutte le rischiose avventure che tenta da quel rotto giocatore -che è; attendevano un _blanc-bec_ da mangiarsi in un boccone e si -sono trovati dinanzi un giovane, sì, anzi un ragazzo, che se regge -l'anima coi denti e tosse e sputa sangue forse, ha tanto fuoco negli -occhi e tanta febbre nei polsi da domare ben altro che un esercito di -scavezzacolli, ma facili all'entusiasmo, come i nostri soldati. - -_Balbi_. — Parlate bene, aiutante Marmont. - -_Marmont_. — Vi prego, anzi, di scusarmi, se ho fuorviato, ma col capo -di Stato Maggiore Berthier, con Murat e Junot, io posso intuire del -nostro generale quello che più si avvicina alla verità. E per questo vi -ripeto, signor de' Lercari: se volete che il generale Bonaparte vi noti -e vi esaudisca, domandategli voi stesso quello che desiderate. - -_Lercari_. — Seguirò il vostro consiglio, aiutante Marmont. - - * - * * - -_Chiara_. — Mi sembri poco propensa al mio fidanzato, Fiorina. Perchè? - -_Fiorina_. — Non vorrei darti un dispiacere od anche un dolore -confessandoti che non mi piace, Chiara. - -_Chiara_. — (con i dolci occhi pieni all'improvviso di lagrime). Perchè? - -_Fiorina_. — Ho paura che non ami persona più di se stesso, mia -adorata. Mala raccomandazione per un futuro compagno della vita, di -tutta quanta la vita, Chiarina. Più di te, più del tuo pensiero e -dell'amor tuo, nell'occhio suo freddo e fra le sue labbra sottili -dubito che predomini la sfrenata ambizione. - -_Chiara_. — Tutti gli uomini — ce l'hanno insegnato nella storia — -vivono per qualche cosa d'altro che non sia l'amore! - -_Fiorina_. — È naturale: per qualche cosa di nobile..... (e stava per -aggiungere: non per qualche cosa di basso come è l'ambizione, ma si -frenò e disse invece)..... ma che importa se tu lo ami! L'importante è -amare: l'essere amati è secondario! E tu l'ami, non è vero, Chiarina? - -_Chiarina_. — Se l'amo? L'amo per tutti e due! (e si fece di scarlatto). - - * - * * - -Betto. — Credete voi a questo generale di Barras, marchese? - -_Ibleto_. — Credo a quello che vedo, anzi a quello che vedrò, Grimaldi. - - * - * * - -_Il capitano Cavalli_. — Voi dunque conoscete Virgilio, amico? - -_Tibullo_. — Ci posso marciar sopra, cittadino capitano: sono -baccelliere. E tu? - -_L'aiutante Murat_ (pensando, una delle poche volte in cui ha pensato). -Che cosa si sarebbe detto qualche anno fa nelle _Guardie Francesi_ -udendo un capitano interpellar col _voi_ un caporale, e il caporale -rispondere col _tu_ al capitano? - - * - * * - -Un rullare scrosciante di tamburi. Ed una voce stentorea. - -— Il Generale! - - - - -XXVIII. - - -Lo spiazzo, a monte, nel viluppo degli alberi selvaggi, si coronava -d'un ciglione a picco, scenario invidiabile per l'apparizione di -Colui che tutta quella gente, con desideri e sentimenti diversi, -confessabili o no, attendeva. E l'Atteso apparve, lassù, dominando la -scena sottostante. Apparve un omino che neppure l'uniforme prestante -da generale della repubblica riusciva ad aiutare, un omino che parea -fasciato nella sciarpa tricolore, sproporzionata, come il nano della -favola dal collare del mastino. Tre cose in quell'omino colpivano -a prima vista: gli stivaloni alti, la sciarpa altissima e la selva -scarmigliata dei capegli incolti, spioventi sulle spalle a zazzera -e lungo le guancie, ineguali, sottili e pur ruvidi, stiliformi come -capegli di zingari, lisciati dal sudore più che dall'unguento, ignari -di barbitonsore come il vello d'un capro del Tibet o d'un muflone -sardo. - -Poi si scorgeva un naso affilato, grifagno, pesantemente accentuato, -dominatore di tutto il viso scarno, emaciato, dalle guancie affossate -d'un color livido, rossi gli zigomi sporgenti, esangui le labbra sempre -chiuse, come in uno sforzo a nascondere i denti. Splendevano gli occhi -però, incavati sotto la fronte invasa dai capegli incolti, occhi di -fascino brucianti, isolatori, imperiosi, pregni d'una volontà feroce, -implacabile, sovrumana. - -Il generale Bonaparte si fermò un attimo sul ciglione. Senza muovere il -capo avvolse d'uno sguardo circolare li astanti uniti e rispettosamente -inchinati, ad eccezione degli ufficiali e dei soldati rigidi e -impettiti: poi discese rapido, quasi di corsa, ed entrò in una casetta -dietro a quella di Murat, scandendo poche parole che oscillarono dietro -di lui come se fossero trapunte sur un gonfalone. - -— Berthier e l'aiutante di servizio! - -Marmont, lasciando il Balbi ed il Lercari si precipitò dietro il -generale, mentre Murat accorreva ad avvertire Berthier che lavorava -insensibile e invisibile al piano superiore della casetta, il cui -terreno era stato trasformato in tenda addobbata in quella eteroclita -maniera che sappiamo. - -Soltanto allora gli ufficiali ed i soldati, discesi dal ciglione col -Bonaparte, si mischiarono con coloro che già riempivano lo spiazzo, -e un giovanotto robusto e paffuto, nell'assisa di aiutante, venne -curiosamente ad esaminare le due dame che si mostravano sulla porta -della stanza di Murat. Passò una prima volta dignitosamente, con l'aria -un po' spavalda che assumono spesso i timidi davanti alle donne, e si -dimenticò di salutare: allora, pentito e confuso ripassò di nuovo e -fece un saluto in piena regola, ciò che provocò le risa di Fiorina, e -quindi raddoppiò l'imbarazzo del giovanotto. - -Capitò in buon punto Filippo Balbi, rimasto vedovo di Marmont, e -prendendo il giovane ufficiale per un braccio lo portò davanti alla -fidanzata. - -— Chiarina, permettetemi di presentarvi l'aiutante Junot. - -Saluto di grande parata ed inchino profondo da parte della damigella. - -— Ed ora, Chiarina, vi prego, presentateci entrambi alla signora -marchesa di Spigno. - -In quel punto l'aiutante Marmont uscì sulla porta della casetta ov'era -sparito il generale Bonaparte e chiamò ad alta voce: - -— Signor conte Emanuele Embriaco? - -— To', a proposito, dove s'era nascosto l'Embriaco? — pensò ad alta -voce Fiorina. - -Un'eguale domanda si dovevano aver fatta così Betto Grimaldi che Ibleto -di Spigno, poichè si avvicinarono alle dame e così pure il capitano -Cavalli che a sua volta ad alta voce pensò: - -— Già: dove s'è rintanato il.... - -— .... bandito. Completate pure il vostro pensiero, capitano: sono -bandito, fuggiasco, fuoruscito come lo fu il vostro Enea. Ma forse non -lo sapete: le pagine del secondo canto mancano probabilmente al vostro -Virgilio. - -E l'Embriaco, apparendo all'improvviso, passò davanti al gruppo, salutò -da provetto cortigiano le dame, fe' un cenno d'intesa allo Spigno, -sorrise beffardamente al Grimaldi, e, seguendo Marmont, entrò nella -casetta del Comando Generale. - -— Bestemmiatore! — gli mormorò dietro il Cavalli indignato. - -— Consolatevi, capitano, — gli disse Fiorina la quale da gran dama -poteva permettersi di rivolgere la parola a persona che ancora non le -fosse presentata, consolatevi: se il conte Embriaco vi ha toccato sul -vivo, che dovremmo dir noi, signore e padrone di vassalli, di quel -generale sanculotto, che ci è passato davanti senza nemmeno degnarsi di -farci un breve cenno di saluto? - -Junot e Murat fecero un salto di traverso all'udir così maltrattare il -generale in capo, ma Fiorina allegramente non se ne diede per intesa e -proseguì: - -— Dicono che ce lo mandi Barras, il quale secondo le buone lingue ha -installata una nuova era di reggenza. Ma il suo generale non gli fa -onore: è spettinato come uno spazzacamino, e magro come uno studente -di Salamanca. È inutile che mi facciate gli occhiacci, aiutante Junot: -dite come me e vi permetto di baciarmi la mano. - -Gliela tese e poichè il giovine ufficiale la baciò si sarebbe potuto -affermare che dividesse le teorie della marchesa. Ma il giovane -aiutante, prima d'arruolarsi, era stato studente: non era dunque il -volgaretto sanculotto salito dalla giberna come uno spauracchio per -fanciulli, buono soltanto a menar le mani e non la lingua. - -— Bacio volentieri la mano alla marchesa — disse — ma darei la vita per -il mio generale.... - -— E per me, aiutante, non la dareste? — l'interpellò Fiorina col più -civettuolo de' suoi sorrisi. - -— Per voi, marchesa, la conserverei per servirvi come ad un uomo si -conviene e s'addice. - -— Ben risposto, sangue di Giove! — esclamò Murat. - -Gli astanti sorrisero, Ibleto un po' a denti stretti, il Balbi con -deferenza: Fiorina ricevette la botta da leale giostratrice, sorrise a -piene labbra e seguì il filo del discorso. - -— Lo amate dunque tanto il vostro generale? - -— Sì, marchesa, lo amiamo e, quel che più importa, gli crediamo, -ciecamente. Prima di muoverci da Nizza ci ha promesso la vittoria e la -conquista dell'Italia.... - -— .... le belle donne e le buone bottiglie — mormorò Murat leccandosi -le labbra. - -— .... e la gloria — completò Junot — ed è come, scusate la popolaresca -espressione, se l'avessimo in tasca. - -Intervenne Betto Grimaldi. - -— Ci sono settantamila Austro-Piemontesi a difendere la strada di -Genova, signor aiutante, e dei generali provati e provetti come il -vecchio Beaulieu, per non parlare del generale Colli che anche lui ha -il suo merito. Credo che troverete del filo da torcere. - -— E lo torceremo, cittadino! — proruppe Murat. - -— Le sorti delle battaglie non dipendono dal numero degli uomini che le -combattono, — sentenziò Ibleto di Spigno. — Si legge in Plutarco che un -milione di Persi furono vinti dai pochi. Ma del resto voi tutti sapete -di Serse e sapete di Salamina.... - -— Mio Dio, ecco Ibleto che ha inforcato il cavallo con le ali — esclamò -Fiorina — parliamo d'altro, signori! Vi pare un argomento degno di -intavolar con le dame la guerra? - -— La guerra è bella — sussurrò il capitano Cavalli — e rende nobili gli -uomini..... - -— .... se non li rende feroci! - -— Piuttosto — intervenne furtivamente Giano Lercari — che cosa è -l'amore se non una guerra? - -— Oh! — esclamò Chiara battendo le palme per protesta. - -— Il cittadino ha ragione — approvò Murat — ci sto per l'eguaglianza -della guerra e dell'amore. Quando amo credo sempre di entrare in un -quadrato a cavallo con la spada in mano! - -— Esagerate, aiutante, esagerate — ribattè Fiorina, che si divertiva a -tener testa a tutti quegli uomini. — Spada in mano, quadrato, cavallo! -Esagerate, aiutante. - -— Murat usa il linguaggio figurato — disse Junot. - -— E non ha torto — aggiunse Ibleto — potrei citarvi dei testi delle -scritture che lo suffragano. - -Il capitano Cavalli si fece nuovamente in mezzo. - -— La guerra e l'amore! Ecco l'argomento di tutti i poemi, da quelli -d'Omero e di Virgilio, a quelli... - -— Del signor di Voltaire — completò Ibleto. - -La valletta dal dolce clima cominciava ad oscurarsi: i soldati -all'intorno accendevano i fuochi: qualche rullo di tamburo vicino e -lontano accennava il mutar della guardia. Sul puro cielo colline e -profili di monti parevano appena posati delicatamente da mani femminili -che ricamassero. - -Una campana rintoccò ed ogni altro rumore, anche quelli del servizio, -parvero per un istante assopirsi, finchè il rintocco risuonò grave e -melanconico nell'aria immota. - -— Quali intenzioni ha il mio signore e padrone, — chiese Fiorina — come -e dove si pernotterà? - -Betto Grimaldi s'inchinò: - -— La città è vicina e la mia casa s'onorerà d'ospitarvi. - -— È più vicino il castello dei Lascaris. - -— Non credo che il conte vi si trovi. - -— Vi sarà certamente Isabella — osservò Ibleto. - -Murat e Junot si guardavano stupiti come se davanti a loro si parlasse -una lingua sconosciuta. Il secondo finalmente si decise ad aprir bocca. - -— Scusate, signora marchesa, ma voi parlate di tornare in città od al -castello del conte Lascaris. La camera del mio collega Murat e la mia -non bastano a madamigella Grimaldi ed a voi? - -— E se vi rispondessi che non bastano? - -— Proverei l'immenso dolore di dichiararvi che nessuno può uscire -dall'accampamento senza l'ordine del generale. - -— Cioè: siamo prigionieri. - -— Siamo noi vostri prigionieri, marchesa! - -Un silenzio imbarazzante interrotto dall'aiutante Marmont. - -— Il generale aspetta il signor marchese Ibleto di Spigno. - -L'interpellato si mosse, ma l'aiutante con un cenno lo pregò di -attendere. - -— Ordine del generale: Junot e Murat cedete le vostre stanze alla -marchesa e alla damigella Grimaldi. Le signore sono pregate di -ritirarsi. Il Capo di Stato Maggiore Berthier attende il signor -comandante Grimaldi, il signor Capitano Cavalli ed il signor Alfiere -Lercari. - -— Ma questi sono ordini, mi pare? — esclamò Fiorina impennandosi. - -Freddamente rispose Marmont, inchinandosi appena: - -— Ordini, signora marchesa, del generale in capo. - - - - -XXIX. - - -La prima cosa che colpì Ibleto di Spigno nell'entrare entro la -stanza in cui Marmont lo aveva preceduto, fu la nudità delle pareti -e la crudezza del battuto. Non vide che un basso letticciuolo, d'un -dubbio candore, ed una rozza, ampia tavola, formata d'assi posate su -cavalletti. Sopra la tavola una carta geografica ed un pezzetto di -carbone: la carta qua e là conservava traccie evidenti di nero fumo, -a tal punto che un osservatore anche non superficiale ben poco ci si -sarebbe potuto raccapezzare. - -Nell'alzare gli occhi dalle suppellettili alle persone vide Ibleto il -generale Bonaparte, il cui viso nella semi oscurità rotta appena da una -lucernetta appesa al soffitto parea più infossato e gli occhi più vivi -e brucianti: vide poi anche, ma soltanto perchè il Bonaparte gli si -rivolse, l'Embriaco. - -— Andate, dunque, conte: siamo intesi. - -— Perfettamente: ai vostri ordini, generale. - -Anche l'aria spavalda e ambigua dell'avventuriero aveva ceduto: -appariva quasi umile, strisciante, desideroso d'eclissarsi, come se -la presenza del giovine condottiero gli pesasse o lo incomodasse o lo -intimidisse. - -Rimasto solo con lo Spigno — chè anche Marmont ad un cenno era uscito — -il Bonaparte senz'altri preamboli domandò: - -— Quanti sono? - -Il marchese s'irrigidì quasi avesse provato l'effetto d'una guanciata. - -— Quanti sono? Che intendete dire, generale? - -Gli occhi brucianti fissarono il visetto vizzo del vecchietto. - -— Intendo dire: quanti sono gli Austro-Piemontesi? - -— Mi prendete per una spia, generale? Sono il marchese Ibleto di Spigno. - -— Lo so. - -— E allora? - -— E allora vi chiedo: quanti sono? Mi pare che soltanto per questo vi -siate mosso, dietro ordine di Barras..... - -— Dietro invito, vi prego. - -— Non mi piace d'essere interrotto: ricordatelo una volta per sempre. -Barras mi ha fissato qui il convegno con voi: qui devo sapere a che -cosa vado incontro. - -— Non lo sapete? - -— Nè m'importa saperlo. La mia missione è d'andare, ma la mia volontà è -anche d'infrangere ogni ostacolo. Ricordatelo. - -Un istante di silenzio. Poi: - -— Sono circa settantamila. - -— Molti. - -— Forse anche di più. - -— Troppi. Ma non importa. Dove sono? - -— Sbarrano tutti i valichi dalle langhe al mare. - -— Muniti? - -— Eccellentemente. - -— La via è libera fino....? - -— Quasi al Finale. - -Il giovane generale si piegò sulla carta e rimase immobile. Il silenzio -gravò a lungo. Senza alzare il capo, ad un dato momento chiese: - -— Qui c'è uno sbarramento? Un forte? - -— Dove? - -— Qui, sopra Savona. A sinistra del colle d'Altare. - -Ibleto di Spigno si curvò sulla carta. - -— Forse: è da codeste parti il castello di Cosseria. - -— Ben munito? - -— Lo credo anzi sguernito. - -— Può sostenere un assedio di due giorni? - -— Può. Domina le langhe da ogni parte. - -— Penseranno ad occuparlo? - -— Beaulieu è volpe vecchia. Colli.... - -— .... è un asino. Ha l'esperienza d'Arena e di Saorgio e mi lascia via -libera. - -Ibleto parve riflettere. - -— Via libera? Chissà. Forse qui c'è chi vi può trattenere. - -— So. I tre nobili, guerriglia da _chouans_. Infatti mi possono far -perdere un giorno: ma non di più. - -— Chissà! - -— Io lo so: e mi basta. D'altra parte Colli non lo sa e mi basta anche -questo. Guerriglie da chouans, dilettantismo guerresco! La guerra non è -un ideale, è una necessità. Offendere o difendere degli interessi, non -delle idee. Neanche le crociate lo hanno fatto. - -Ibleto di Spigno alzò il volto su cui errava un leggiero sogghigno e si -lisciò la barbetta caprigna. - -— Credevo che gli eserciti della Repubblica avessero la missione di -svelare ai popoli la libertà, la eguaglianza e la fraternità. - -Il viso del Bonaparte si rischiarò. - -— Precisamente: come Roma largiva ovunque la propria cittadinanza. - -— Roma..... - -— Roma fu la forza ed ogni forza è Roma. - -Troncò d'un gesto rapido la discussione. Rispose. - -— I vostri tre nobili mi ostacoleranno? - -— Forse. Ove il conte Embriaco non li dissuada. - -Il generale Bonaparte si tirò il lobo inferiore dell'orecchio sinistro. - -— Vedete molte cose, voi! - -— Sono vecchio, ho molto osservato, ho riflettuto molto, ed ho cercato -non di indovinare gli effetti, ma di cercare le cause. L'avvenire è -tutto qui. - -Un silenzio. - -— Continuate. - -— Voi, generale, siete un forte. I pochi che vi conoscono lo sanno -e chi vi ha dato in mano i mezzi di rivelarvi non vi conosce. Non vi -avrebbe favorito. È così che spesso il destino procede: chi crede di -far precipitare offre invece il declivio per la salita rapida. - -— Continuate. - -— Continuerei volentieri se vi vedessi una qualche utilità..... - -— Per voi...? - -— Per me? No. Che posso temere? Io non ho da conquistare: non ho che da -conservare e per conservare debbo orientarmi verso il più forte. Ora -intuisco chi è il più forte e del resto l'avevo già prima sospettato. -Purtuttavia posso anche ammettere di vedere una qualche utilità per -me: sì, posso essere utile e quindi chiedere che utili mi si sia: -posso essere utile perchè ho l'esperienza, perchè conosco gli uomini -per quel tanto che è dato conoscerli e perchè li guardo con serenità -sopra le passioni umane, sopra gli odii e gli amori, al di là della -fortuna, lontano dagl'immediati interessi: posso essere utile e aver -dell'utilità, cioè soddisfare il mio spirito osservatore e giocare con -le anime come voi, generale, giocate coi corpi. - -Il Bonaparte stava curvo sulla tavola, come se studiasse i segni del -carboncino senza preoccuparsi di quanto diceva l'uomo vizzo e magro che -parlava lisciandosi la barbetta caprina. Pure quando l'ometto si tacque -alzò il viso e domandò: - -— E verreste voi con me? - -— Sì, verrei con voi. Vi credo: credo in voi. E debbo essere il primo a -dirvelo. - -— Il primo? - -— Credo di sì. Non conto coloro che vi amano, chè, non hanno merito -a credervi. Conto solamente coloro che con lucido spirito vi hanno -osservato. Non credo che siano molti, e voi non sareste al posto che -occupate. - -— Può darsi che abbiate ragione. - -— L'ho. Non ne dubitate nemmeno voi. - -Il generale repubblicano piegò di nuovo il capo sulla carta mormorando: - -— Riparleremo di tutto questo. - -— A piacer vostro. - -Un cenno che poteva passare per un commiato. Ibleto di Spigno salutò e -si diresse alla porta. Fu richiamato. - -— Marchese! - -— Generale! - -— Vi prego di avvertire la marchesa che le presenterò fra poco i miei -omaggi. - -— La marchesa ne sarà onorata e ve ne ringrazia a mezzo mio. Dubito -però che possa ricevervi come desidererebbe e come meritate. - -— Ho disposto perchè Junot le cedesse la propria stanza. - -— Ve ne ringrazio. - -Un nuovo cenno del capo, breve, come un comando. Ibleto uscì ed il -Bonaparte ripiegò il viso sulla carta. - -Passò forse un'ora: il giovane dai capegli incolti, fasciato nella -sciarpa tricolore e insaccato negli alti stivali rimase immobile. -Pareva addormentato. - -La lucernetta appesa al soffitto spandeva un lume fioco: il silenzio -era profondo. Attraverso le imposte sconnesse lo sguardo avrebbe -potuto affondarsi nel cielo buio, così buio che puranco le stelle -vi scomparivano. A tratti un passo cadenzato di sentinella frangeva -il silenzio: con probabilità camminava sull'erba, rotta per un breve -spazio da un po' di lastricato, forse la pietra d'un pozzo. - -Tutto dormiva, forse, all'intorno, meno il giovane febbricitante che -inseguiva il destino! Parea d'un pezzo solo con la tavola e la carta. - -Quando anche la lucernetta diede gli ultimi guizzi, e si spense, il -giovane condottiero non si mosse, quasi che le linee tracciate sulla -carta gli permanessero nella retina e le vedesse anche al buio. Restò -così a lungo a lungo, poi con un gesto secco e risoluto s'alzò e si -avvicinò alla finestra. Tuffò la testa bruciante nel fresco della -notte, ne provò un refrigerio, macchinalmente s'aggiustò la sciarpa e -si ravviò con la destra i capegli. Poi si avviò verso la porta, l'aprì, -se la richiuse dietro. - - - - -XXX. - - -La marchesa Fiorina di Spigno stava acconciandosi per la toilette -notturna aiutata da Gilda, la quale dopo aver messo a letto — se si -poteva chiamare letto l'esiguo numero di tappeti e di coperte possedute -da Murat — la padrona come aveva potuto meglio, era passata dalla -marchesa a ripetere le sue funzioni. - -Chiarina dormiva di già sotto la protezione delle _Tre Marie_, ciò che -l'aveva più consolata del letto reso abbastanza soffice dai cuscini -della lettiga. La Spigno invece aveva penato alquanto per ridurre la -cuccia di Junot all'alta carica di letto marchionale, ed ora dimessi -gli abiti maschili s'era avvolta in un accappatoio formato alla bell'e -meglio dal damasco che copriva la lettiga dei Grimaldi, e seduta sur un -cassone abbandonava la bella chioma fluente, così lunga che l'avrebbe -potuta ricoprir come una santa Agnese, nelle mani di Gilda, la quale -felice di maneggiarla non si sbrigava davvero, protestando che prima -di ravvolgerla entro un fazzoletto di seta adattato a cuffia, le era -necessario districarla pazientemente. Ed intanto chiacchierava, da -stordita qual'era. - -— Sono tutti allegri questi soldati! Sembra che vadano a festa più -che alla guerra. E il signor Tibullo è il più allegro di tutti, ma si -prende troppe libertà con le ragazze onorate.... - -— L'avrai però messo a posto, imagino, Gilda! - -— Ho tentato, signora marchesa: ma non è facile, chè questi soldati -forse abituati con le vivandiere sono latini di mano più che di -lingua.... - -— Ha voluto abbracciarti eh! Tibullo? - -— Il signor Tibullo s'è preso un bello e buono rovescio di mano sul -viso..... - -— Gli avrai fatto poco male: hai le mani soffici. - -— Non tanto, chè ci ho le nocche anch'io, e lo sa oltre il signor -Tibullo anche il signor aiutante Murat.... - -— Come? Anche l'aiutante? Ma tu fai strage più del cannone, Gilda! - -La vispa cameriera un po' confusa apriva tuttavia la bocca per -replicare, quando la porta si spalancò e Marmont annunciò vibrato e -imperioso: - -— Il Generale! - -Entrò il Bonaparte a passi brevi e rapidi e licenziò d'un cenno Gilda, -la quale spaventata s'ecclissò davanti a Marmont che richiuse la porta -uscendo. - -— Signore — esclamò la marchesa alzandosi e raccogliendosi intorno -alla persona la coperta di damasco — in quale società di villani avete -imparato a trattar con le donne? Vi prevengo che nelle mie stanze non -entra che chi piace a me, dopo che me ne ha chiesto permesso! - -La coperta di damasco era più lunga che larga, di modo che una spalla -e le gambe dal ginocchio in giù ne sfuggivano: una spalla non piena -ma dal puro contorno, e due gambe affusolate, che la calza carnicina -svelava scrupolosamente. I capegli fluenti, lunghi, serici e gli -occhi sfolgoranti di dispetto davano alla piccola marchesa, che nel -parlare s'era alzata sulla punta dei piedini, l'apparenza dell'angelo -armato di fuoco posto a guardia del Paradiso Terrestre. Ma il giovane -generale non ebbe un solo sguardo nè per la spalla nuda, nè per le -gambe perfette, nè per la vibrante capigliatura: sedette sopra un alto -cassone e come se domandasse la cosa più semplice di questo mondo, le -chiese: - -— Dov'è il vostro amante? - -Accade spesso che gettando fuoco su fuoco, invece di ravvivarsi -maggiormente, sembri spegnersi lì per lì: così la marchesa rimase -interdetta sotto il nuovo insulto. - -Mormorò: - -— Il mio amante? - -— Sì, il conte Lascaris. - -Tutto poteva aspettarsi la marchesa dal nuovo ignoto che le stava -dinanzi come un giudice ed un padrone, tutto, meno che le svelasse -i suoi stessi segreti, quelli che credeva difesi da tutti, lontani -da ogni sospetto. Mormorò ancora fissando il giovane generale quasi -spaurita: - -— Il mio amante? - -— Il vostro amante. So che insieme al duca di Nervia ed al signor -d'Altariva sta facendo una guerriglia da _chouans_ e che s'illude -d'opporsi al mio passaggio. È per questo che vi chiedo se sapete dov'è -in questo momento e se vi incarichereste di dirgli da parte mia che è -pazzo. - -Fiorina a poco a poco riprendeva l'imperio di se stessa. Quel vedersi -trattata come un oggetto qualunque, senza l'etichetta alla quale era -abituata e la distanza che scavava un abisso fra la gente di corte e la -borghesia, alla quale il giovane generale doveva appartenere, borghesia -da codino stremenzito e senza parrucca, quel discorso a tu per tu da -padrone ad inferiore la fece impennare. - -— In quale fattoria di villani avete imparato a star seduto dinanzi ad -una dama in piedi? - -— Preferite che vi tratti da dama, anzi da donna, poichè la rivoluzione -ha abolito gli aristo? - -S'alzò, le si avvicinò, le posò una mano sulla spalla nuda -brancicandola. - -— Villano! - -E la marchesa torcendosi tentò di sottrarsi alla mano adunca e -imperiosa: ma il cassone che aveva dietro glielo impedì. - -— Villano! Lasciatemi o grido. - -— Gridate a piacere vostro, piccina! Potete star certa che nessuno -aprirà quella porta. - -Fiorina sentì gli occhi pieni di lagrime, forse lagrime di rabbia, ma -lagrime. Ed implorò quasi: - -— Lasciatemi.... mi fate male! - -Forse ogni altra parola, anche violenta, anzi meglio violenta, avrebbe -allontanato dalla donna il giovane generale, che non s'era mosso che -per ragioni d'interesse bellico. Ma l'animo tenebroso del Bonaparte -chiudeva istinti quasi sadici e subiva eccitamenti improvvisi che -dovevano essere sodisfatti subito per non farlo dolorare come per -insostenibile tortura. - -L'implorazione femminile lo richiamò all'idea della donna e la donna -gli mise nel sangue altri pensieri che non erano i politici. E quindi -invece di lasciarla, più fortemente la brancicò: sopra la spalla nuda, -la mano adunca si chiuse come un artiglio: con l'altra mano la cinse -alla cintura e s'inchinò sopra il volto spaventato avvicinando la bocca -alla piccola e fresca bocca che pareva socchiusa dal singhiozzo. - -In quel pericoloso momento l'altro spirito indomito che si dibatteva -in contrasto al maschile, ridiventò padrone di se stesso: il corpo -della donna s'irrigidì, si torse, le mani libere sfiorarono il muro che -avevano d'accanto: l'una trovò i fiocchi della sciabola di Junot che -era appesa alla parete, per istinto salì all'elsa. Ed era sciabola di -buon soldato facile ad uscir dal fodero e ne uscì. - -Fu librata nell'aria e ricadde sul capo del Bonaparte. - -Fortunatamente per i destini del futuro imperatore la mano era debole e -per calare un fendente occorre un braccio nervoso e cinque dita sicure -nell'elsa. La sciabola cadde a piattonata ma il colpo bastò a stordire -l'uomo che ricadde all'indietro sui tappeti del lettuccio e vi restò -senza fiato, immobile. - -Un gorgoglio rauco saliva dalla bocca dell'abbattuto fino alla marchesa -spaventata e senza fiato, gli occhi sbarrati e nell'anima il vago -timore di una catastrofe. - -Il quadro avrebbe sedotto più d'un famoso pennello: il giovane generale -a metà sdraiato sul lettuccio, i capegli all'indietro e le mani -contratte, fasciato della sciarpa tricolore, in iscorcio, duro il mento -volontario, divaricate le gambe sottili: dall'altro lato la donna un -po' curva, sciolta dalla coperta di damasco e difesa quindi dalla sola -camicia corta e sottile, la sciabola pesante con la punta a terra, -il volto contratto, la capigliatura intorno al corpo, nel biblico e -leggendario costume d'Eva pittoresca, ma anelante, la bocca aperta, gli -occhi gonfi di paura: il quadro avrebbe certo meritato, almeno quale -documento storico, una matita fedele e geniale. - -Rimasero lunghi istanti così, nell'immobilità della stanchezza e -dello stordimento, finchè il Bonaparte non si rialzò con uno sforzo, -puntando le mani sotto le reni. E la donna pure si raddrizzò, rialzando -la coperta damascata e fasciandovisi. Poi coraggiosamente impugnò la -sciabola a due mani e gridò: - -— Se vi avvicinate vi ferisco! - -Ma l'altro, subito, non la guardò nemmeno. Si ravviò i capegli, si -riaggiustò gli alti stivali e la sciarpa e lo sparato. Poi s'avviò alla -porta, di là si volse. Aveva una faccia grifagna e macchiata di tracce -sanguigne, la bocca torcentesi in un _rictus_ sinistro. L'immagine d'un -uccello di rapina frustato nella furibonda calata sulla preda. Con uno -strappo aprì la porta e se la richiuse dietro con violenza. - - - - -XXXI. - - -L'aria fredda notturna gli fece bene. Avidamente la bevve. - -Poi mosse il primo passo. - -E allora Marmont si fece innanzi impassibile e mormorò: - -— L'altra dama è nella stanza di Murat. - -Ed ebbe un cenno di risposta e restò irrigidito finchè l'ombra sottile -non si perdette nella notte. - -Nei pressi della stanza di Murat due altre ombre s'aggiravano -guardinghe, furtive, celandosi all'angolo della casetta ove una specie -di tettoia rozza, evidentemente adibita a ricovero di carri offriva un -complice rifugio. - -— Credete, amico Filippo, che il generale accoglierà la mia domanda? - -— Giano mio, lo credo. Aspettate purtuttavia che l'aiutante Junot vi -rassicuri sull'umore del generale. Bisogna andare a colpo sicuro: un no -sarebbe sgradevole e per sempre. Aspettate il parere di Junot. - -— Anche l'aiutante Marmont... - -— Non vi fidate dell'aiutante Marmont: è geloso di chiunque e credo -che mi ostacoli la promozione a comandante. Ah! Se potessi fra un anno -ottenere la brigata che mi era stata promessa! - -— Io mi accontenterei del grado di capitano. - -— Naturalmente, ma io debbo scontar delle promesse: fino ad oggi le -cose sono andate come le avevo presagite e il generale è sempre grato a -chi non lo induce in errore. - -— Che cosa avevate presagito, Filippo? - -Un silenzio. Poi: - -— Giano mio, non bisogna essere curiosi! - -E quindi, quasi a correttivo della lezione: - -— Sono affari di servizio! Scusate se non credo lecito di ripeterveli. - -— Avete ragione — rispose il Lercari confuso — scusatemi voi. - -E tacquero. - -In quella un'altra ombra, sottile, irrequieta ma non guardinga apparve -dal lato opposto dirigendosi verso la porta della stanza di Murat. - -— Per Iddio — sclamò soffocatamente il Balbi. - -— Chi si fa lecito d'avvicinarsi alla stanza della mia fidanzata? - -D'un balzo fu quasi a tu per tu con la nuova ombra apparsa. - -— Olà! Chi siete e che volete? - -Giano che l'aveva seguito alzò d'improvviso la lanterna sul viso dello -sconosciuto. Filippo Balbi fece un balzo all'indietro. - -— Il generale! - -— Il generale! — ripetè Giano. - -— All'ordine, signori ufficiali! — Il Bonaparte seccamente replicò. — -Che fate voi stessi qui? - -Filippo Balbi interdetto rispose: - -— Generale, in questa stanza riposa la mia fidanzata. - -— La vostra fidanzata! - -— La damigella Grimaldi, generale! - -— E voi? Chi siete voi? - -— Il capitano Filippo Balbi, generale. - -— Ed io sono il cugino, l'alfiere Giano Lercari.... - -Il Bonaparte frenò un gesto d'impazienza. - -— Dov'è Murat allora? Dov'è Murat? - -Al Balbi non era ignoto che l'ordine d'alloggio per le due dame era -stato dato dallo stesso Bonaparte: vide la scusa, s'insospettì, frenò -un guizzo torbido e rispose: - -— Vuole il generale che m'informi? - -— Sì, andate.... ambedue..... - -Un rigido saluto e l'ombra li riavvolse. Ma dopo alcuni passi, -nell'angolo che possedeva la tettoia, il Balbi spinse lungi da sè -Giano. - -— Va, va, lasciami! - -L'altro esitava. - -— Va.... presto.... va! Rispondo io del tuo grado! - -Ed il Lercari s'allontanò velocemente. - -Rimasto solo Filippo Balbi tese l'orecchio sporgendosi dal ricovero. -Udì il rumore secco e distinto del rozzo chiavistello che cedeva e il -cigolare gemente della porta che s'apriva. Entro la stanza c'era una -lucerna accesa: ne apparve uno sbiadito rettangolo sul terreno e quella -fioca luce fu subito invasa da un corpo che però non l'occupava tutta. - -— Dio! — mormorò Filippo fra sè. - -La porta fu richiusa. L'ombra era entrata o no? - -Il Balbi non istette in forse, ma si lanciò fuori dalla tettoia e in -due passi fu all'uscio. Era chiuso. Allora accostò l'orecchio alla -toppa. - -Il cuore gli batteva così che subito non concepì alcun rumore anche -leggiero: ma poi gli parve d'udire uno strisciar felpato di passi. -E quindi il silenzio. Ed il silenzio durò a lungo. Che faceva colui -nell'interno dinanzi alla fanciulla che giaceva nel sonno casto e -verginale? Esitava? Si pentiva? Sarebbe tornato? Od era in preda al -torbido fuoco del desiderio impuro e pur tuttavia si tratteneva come -dinanzi a cosa sacra? - -Il silenzio durò a lungo. E il cuore batteva al giovane ufficiale fino -a spezzarglisi in petto, gli batteva sordamente e dolorosamente sì, ma -più d'attesa che d'orrore. Con l'orecchia incollata alla toppa, le mani -aggrinzate sul petto a comprimersi il sobbalzar doloroso, attendeva. - -Attese a lungo. Finalmente un grido sùbito soffocato echeggiò -nella stanza terrena, poi giunse l'eco d'una breve lotta, poi delle -implorazioni femminili; - -— Pietà.... padre.... Filip..... - -L'udire il proprio nome sussurrato in aiuto fece sul giovane ufficiale -l'effetto d'una guanciata. Ma non si mosse. Di dentro la sorda lotta -continuò, poi un grido lacerante, poi un lamento gorgogliato come di -bimbo che piangesse in silenzio, poi nulla più. - -Ma nel momento istesso in cui, stanco, si rialzava, sull'omero di -Filippo una mano tremante si posò: - -— Balbi.... avete udito? - -Riconobbe la voce di Betto Grimaldi, tremula e si drizzò di scatto. - -— Ho udito — rispose con la voce malferma, — ho udito..... ed ho -creduto che fosse.... vostra figlia. - -La voce tremula domandò: - -— E.... non era? - -— Mi.... sembra.... che no. - -Tacquero. Non si potevano vedere chiaramente in viso, ma s'indovinavano. - -L'uno respirò: - -— Mi sento più tranquillo! - -L'altro gli fece eco nel respirare. - -— Anch'io! - -L'una voce non era già più tremula, nè più mal ferma l'altra. - -E stettero in forse. - -— Andate a riposare, Filippo? - -— Stavo per farlo, Grimaldi! - -In quella, ecco, l'uscio della stanza, dinanzi a cui si trattenevano, -s'aprì. Una voce imperiosa chiamò: - -— Marmont! - -— Generale! — Rispose il chiamato. - -E l'aiutante alzando una lanterna uscì dall'ombra. Stettero a -guardarsi, immobili. Poi sotto gli occhi di fuoco del giovane -condottiero pallidissimo, scarmigliato, sudante, gli altri occhi -si abbassarono. E ruppe il silenzio brutalmente chi più degli altri -avrebbe dovuto tacere. - -— Conte — parlò secco e deciso — mi meraviglio di trovarvi qui.... - -L'altro barcollò. Il Bonaparte riprese: - -— .... Credevo, speravo, che aveste già assunto, il comando della -vostra mezza brigata. - -Filippo Balbi sentì un'onda vorticosa di sangue salire dal cuore al -cervello. Mormorò: - -— Generale!.... - -— Non mi ringraziate — fu la breve risposta, che s'addolcì, per quanto -lo poteva la voce nata per il comando. - -Parlava a Betto. - -— Signor Grimaldi, non ho alcuna intenzione di prendere la vostra -città. Conservatevela. - -— Generale!..... - -— Non mi ringraziate! - -E poi: - -— Buona notte, signori! - -Solo con l'aiutante Marmont, senza guardarlo, anzi volgendogli quasi le -spalle, ordinò: - -— Fra un'ora firmerò brevetto e salvacondotto. - -Mosse un passo: ristè ancora. - -— Marmont, cerca la cameriera di madamigella Grimaldi! Credo che ce ne -sia bisogno! - - - - -XXXII. - - -Nell'ampia sala del Castello dei Lascaris la marchesa Isabella seduta -rigidamente presso la tavola pareva immobile, mentre dall'altro lato -l'abate Bernardino Viale, in Arcadia Amarillo Glucosio, curvo sotto -un'alta lampada a quattro becchi — un alone d'oro morbido nel buio -fondo — leggeva monotono e grave e cadenzato dei versi: - - _L'azzurro mar preclude il varco al mondo_ - _novo, che divinò ligure mente:_ - _i colli e i monti in diadema tondo_ - _serran da tergo il pian qui e là spiovente:_ - _in alto s'inabissa il ciel profondo:_ - _è breve terra ma superba gente_ - _v'opra ed è figlia prediletta al sole:_ - _ma chi v'impera è bizantina prole._ - -— Spero — sussurrò l'abate dopo aver atteso invano una parola -d'approvazione — spero, confido d'essermi chiaramente espresso nella -sommaria esposizione di quello che sarà il soggetto del primo canto -del mio poema. L'argomento del detto canto è la descrizione della -terra di Liguria, fra il mare, i monti e il cielo, sotto il dominio -della possente famiglia dei Lascaris. Nutro la speranza che la -signora marchesa approvi l'epiteto _bizantina_ in omaggio a Teodossia, -principessa di Bisanzio, capostipite..... - -— Ho gustato l'epiteto, abate, e l'approvo. Quello che mi lascia -dubbioso è l'affermazione che sulla terra di Liguria imperi la mia -famiglia. Mi sembra alquanto esagerato. - -— Mi permetto di contraddire calorosamente la signora marchesa, e di -dimostrarle in pari tempo la verità del mio asserto. Nei poemi, che -precedono il mio, c'è ovunque, per indicare un popolo, indicata invece -una prosapia. Così nella enumerazione delle forze greche nell'Iliade, -che mi dicono il signor cavalier Vincenzo Monti stia traducendo in -versi liberi con l'aiuto del dotto grecista padre Biamonti: così -Virgilio enuncia i popoli dell'Italia che Enea sconfigge, così Stazio -e così Lucano, e per venire ai moderni il Tasso, che, ad esempio, -sottomette le Puglie a Tancredi. Ecco perchè ho chiamato poeticamente -ad imperare sulla Liguria i conti Lascaris, pensando che ne hanno i -titoli. Quale famiglia infatti risale a così antichissima origine che -si perde nella notte dei tempi? Nessuna invero, neppur quella dei Re di -Sardegna. - -— In questo sono con voi, abate! - -— Godo d'aver con le deboli forze della mia circoscritta mente saputo -convincere l'illustre e dotta marchesa Isabella di Spigno, contessa -Lascaris di Tenda. E chiedo quindi licenza di proseguire. - -— Proseguite pure, abate. - -Amarillo Glucosio — scusino i lettori — l'abate Bernardino Viale -tossicchiò, si dimenò sulla sedia e, quasi gli spiovesse dalle labbra -il miele ibleo, accarezzò così le parole: - -— Canto primo: invocazione. Non ho invocato la vergine musa, no: temo -d'aver tanto osato. Chiamo a me la musa madre, Mnemosine..... - - _Madre, che sulle mitiche pendici,_ - _donde Pegaso a vol l'aere fendea,_ - _tra le figlie traevi i dì felici_ - _sul mondo, che dal tuo labro pendea,_ - _tu stessa il plettro mio guida, tu dici_ - _che madre e prole è qui maggior d'Enea:_ - _Madre che bina una corona preme,_ - _Prole che è Marte e che è Minerva insieme._ - -L'abate si tacque modestamente e curvò il capo gravato dal peso -dell'alloro e la marchesa lusingata stava per aprir bocca ad assentire -per largirgli il premio dovuto quando si aprì invece la porta ed il -Moncherino annunciò: - -— Il signor conte Emanuele Embriaco! - -Prima ancora che la marchesa concedesse l'assenso, ecco l'avventuriero -sulla soglia, sprofondarsi in un inchino e spazzare delle piume del -feltro l'impiantito. - -— Conte, benvenuto! Quali novelle portate di mio figlio? - -— Liete novelle, spero, illustre signora marchesa, e più liete e sicure -saranno se avrò l'ausiglio vostro. - -— Parlate sibillino, conte! - -Da qualche istante l'abate ritto sotto l'alta lucerna faceva profondi -saluti all'Embriaco, il quale finalmente se ne accorse e li restituì -affabilmente, pur rispondendo in pari tempo alla dama: - -— Quali parole possono sembrar sibilline all'acuto discernimento della -illustre signora marchesa? - -— Le vostre, conte mio, le vostre che vi prego di spiegarmi. - -— Agli ordini della illustre signora marchesa se vorrà darmi benigno -ascolto. M'accorgo però — e me ne dolgo — d'aver interrotto l'eminente -signor abate. La illustre signora marchesa perderà di leggieri nel -confronto! - -L'abate si profuse in inchini e in sorrisi mentre la dama rispondeva: - -— Tregua ai motti ricercati, conte, e parlatemi di mio figlio. - -— La signora marchesa non ne ha avute più notizie da quando partì meco? - -— Nessuna, conte. Voi lo lasciaste da poco, vero? Ed è lui che vi manda? - -— Due giorni or sono mi distaccai da lui. Ma non vengo a suo nome. -Vengo bensì per lui. - -— Parlate! Parlate! - -L'Embriaco parve raccogliersi un istante: poi dichiarò: - -— Un grave pericolo sovrasta sul capo del conte Lascaris..... - -— Di mio figlio?! - -— Del conte Lascaris, del signor d'Altariva e del signor duca di Nervia -e sul vostro, signora marchesa, e sulla città..... - -— Un grave pericolo? - -— Gravissimo. Le orde repubblicane si rovesciano di nuovo sugli Stati -d'Italia! - -— Ripasseranno l'Alpi come due anni or sono. - -— Temo che no. Le guida oggi, non una vecchia giberna come Arena, ma un -giovane generale che vede lunge e che sprona sete di gloria e ambizione -di potere. Le comanda un intelletto degno di comandare. - -— E questo genio è a Parigi fra gli eleganti e le creole? - -— È qui fra i soldati e i cannoni. - -— Qui? - -— A pochi passi, a San Bartolomeo. I villani di Sant'Antonio non furono -cacciati da bande sperse che sconfinarono, ma da esercito ingordo di -bottino ed anelante di saziarsi sulle belle contrade e le bellissime -donne. - -— Orrore! — sclamò l'abate facendosi il segno della croce. - -Anche la marchesa Isabella rabbrividì, ma nascose il turbamento ed -eluse il discorso. - -— Mio figlio? dov'è mio figlio? - -— Il conte Lascaris, col signor d'Altariva e il duca di Nervia, -bivaccano a oriente della città, ripromettendosi probabilmente -d'opporsi all'invasione. Folle pensiero. Poche centinaia di partigiani -male equipaggiati come potranno resistere ad un esercito regolare -trecento volte più numeroso, dotato d'artiglierie e fornito di -munizioni ad esuberanza? - -Tacque. Concluse: - -— Saranno travolti, annientati, e inutilmente. - -Un istante di silenzio. Poi la voce della marchesa sibilò: - -— Venite a nome delle orde repubblicane, conte Embriaco? - -Rimase interdetto, subito, preso così a bruciapelo, l'interpellato. Ma -si rinfrancò e fu calma la risposta. - -— Vengo come amico, vengo come colui che per vostra bontà, illustre -signora marchesa, non si logora le mascelle in un qualche sotterraneo -della Serenissima; infine vengo come colui che sedette a questa tavola, -mangiò il vostro pane e bevette nel vostro bicchiere. E vi prego di -credermi e d'aiutarmi. - -— Credere che cosa? Aiutarvi in che? - -— Credere in me, nella mia sincerità, nelle mie buone intenzioni. -Aiutarmi a persuader vostro figlio. - -— Persuaderlo a far che? - -— A non resistere. - -— A tradire? - -— A non resistere, vi ripeto, dato che la resistenza è inutile e che -sacrificherebbe delle vite umane senza costrutto. - -La marchesa sogghignò: - -— Non vi avrei mai creduto accessibile alla pietà, conte Embriaco. Affè -mia che vi consiglierei quasi di cambiare la casacca che indossate con -l'abito del signor abate. - -— Voi scherzate sopra un vulcano, marchesa! - -— Prova che non mi avete convinto. - -— Volete permettermelo? - -— Fate. - -— Badate che il tempo stringe e che forse a quest'ora.... - -— V'avverto che impiegate argomenti poco atti a convincermi. Qui -l'abate non vi troverà certo somiglianza alcuna con i grandi oratori -del passato. - -L'Embriaco si raccolse — o parve — poi risolutamente: - -— Vi prego di ascoltarmi seriamente, marchesa. - -— Vi ascolto. - -La porta si spalancò all'improvviso. - -— Vi prego di dire: v'ascoltiamo, madre mia! - -Ed il conte Luca Lascaris penetrò nella stanza con Camillo Altariva e -col duca Almerico di Nervia. - - - - -XXXIII. - - -Dal distacco nella notte infernale a quest'altra notte che poteva -ben diventare infernale peggio della prima, i quattro patrizi non si -erano trovati più di fronte. I sospetti iniziali de l'Altariva, quegli -altri sospetti del Nervia, non erano pure tuttavia suffragati da prove -evidenti nè da ragioni essenziali. E per di più Luca Lascaris non -poteva dimenticare che portator d'una cara lettera gli era giunto colui -che in quel momento, stando alle apparenze, avevano quasi forzato nel -covo. Emanuele Embriaco per troppe emozioni della vita avventurosa ben -si era fatto un uso del pericolo continuo: se l'esistenza gli premeva, -pur tuttavia la rischiava come il giuocatore la borsa colma d'oro, che -gli è tutto e solo patrimoniale. - -Alla voce del Lascaris non diede subito a veder di commuoversi, ma -pensando poi che un apparenza di insensibilità avrebbe potuto essere -interpretata a suo favore e accrescere i sospetti, se ve n'erano, si -voltò sorridente in viso di lieta sorpresa e salutò con effusione mal -trattenuta, quasi che il rispetto dovuto alla dama gl'impedisse di -mostrarsi quale avrebbe voluto e l'amicizia richiesto. - -— Mi chiamo pupillo della fortuna! E godo che qui a saggiare gli -argomenti, semplici del resto, ch'esporrò, siano tre miei pari, provati -dalla guerra, maestra sempre di pratiche soluzioni, anche se guidi o -sproni un ideale. - -La marchesa Isabella si trovava separata dal figlio appunto da -l'Embriaco: s'accontentò quindi d'uno sguardo, intuendo che qualche -cosa di ben più importante d'un'effusione materna stava per accadere. -Ci fu quindi un attimo d'immobilità nella sala. Poi Luca, restituendo -il saluto, ripetè: - -— Vi ascoltiamo dunque, conte Embriaco: parlate liberamente. - -— Liberamente parlerò, certo, Lascaris! Quello ch'io debbo dire -è troppo importante e voi troppo sottili, perchè non abbia il suo -effetto: debbo dir questo. Abbiamo alle spalle un esercito agguerrito -e possente; e lo guida un giovane generale spregiudicato che fra noi -piomba come falco sulla preda. - -Non rotea già più, ma piomba. L'esercito è composto d'orde scamiciate e -indemoniate che scatena per l'anima un canto patriottico, bollente come -acquavite in fiamma, e per il corpo uno sfrenato desiderio di bottino -nelle nostre ubertose campagne e nelle pingui e grasse città. Nulla e -nessuno varrà a frenare l'impeto irruente dell'orda: non l'esercito -d'apparato del Beaulieu, nè quello mal condotto dal Colli. Sfortuna -vuole che scaglioni repubblicani si trovino già sulle terre nostre: al -rovesciarsi del fiume, tutti i torrenti vi sboccheranno, v'affluiranno -i rivi, e se ne avvantaggierà per non indietreggiare. Ha un vantaggio -sulla coalizione austro-piemontese: ma che dico un vantaggio: ne ha -mille. Questi: È formato di volontarï e voi sapete, perchè capitanate -volontarï, quanto siano preferibili, per la guerra che facciamo, ai -regolari, alle truppe di lunga ferma, che assomiglierei volentieri alle -ciurme delle galere, ai condannati al remo, posti in comparazione coi -forsennati _buonavoglie_. Di più non hanno da difendere che se stessi, -non terre, non famiglie, non averi. Ma che dico difendere! Essi giocano -la pelle nella posta con la fortuna. Ed escono da città in preda al -disordine ove han sofferto la fame e si son visti pendere sul capo la -mannaia. Dicono di portar la libertà ma invece vengono a conquistarla. -Faranno la guerra di Alessandro e di Cesare: avanzeranno cioè senza -curarsi delle spalle, finchè non possederanno qualche cosa da mettere -in salvo. Il che non avverrà certo fino a che non irromperanno nelle -pianure di Lombardia. Eccovi in breve dunque che cos'è l'esercito che -non isconfina per bande in cerca di che sfamarsi, ma deliberatamente -per una conquista organizzata. Migliaia migliaia e migliaia d'uomini -ben decisi e ben guidati. Ho detto. Adesso chiedetemi. - -Un penoso silenzio gravò nella sala: immobili tutti, meno l'abate che -si fece il segno della croce. Infine Luca Lascaris mostrò di voler -parlare, ma fu fermato da Camillo Altariva. - -— Vi prego, Lascaris, lasciate ch'io solo interroghi il conte Embriaco -sulla situazione. - -— Fate, Camillo. - -L'avventuriero con un cenno mostrò d'attendere. L'altro fu breve e fu -reciso. - -— Vi manda il generale Bonaparte? - -L'interpellato ebbe un moto, subito represso. Volle chiedere: - -— Subisco forse un interrogatorio? - -Ma si morse la lingua. E rispose tranquillamente: - -— Sì, oggi, il generale Bonaparte manda me. - -— Perchè, _oggi_? — non potè trattenersi dal domandare l'irruente Luca -Lascaris. - -L'Altariva represse un atto di stizza. Ma il male era fatto ed Emanuele -Embriaco ne approfittò subito. - -— Perchè domani, se per qualunque ragione il mio passo d'oggi fallisse -mi seguirebbe un oratore ben più convincente. - -Non aspettò questa volta d'essere interrogato. Compì: - -— Il marchese Ibleto di Spigno. - -— Voi mentite! — urlò il conte Lascaris mettendo per istinto mano alla -spada. - -Anche questa volta l'avventuriero seppe afferrar l'occasione che gli si -presentava. Con accento doloroso esclamò: - -— Sono ospite vostro e sono disarmato. Datemi campo e modo, quello che -vi converrà, di rispondervi. - -Camillo Altariva intervenne: - -— Luca, ve ne prego, frenatevi. Il signor conte Embriaco vi ha mal -compreso e vi comprenderà meglio se porrà mente a un fatto importante: -la parentela che vi congiunge agli Spigno. - -Un sorriso ambiguo dell'Embriaco diede luogo a varie interpretazioni. -E per non lasciare che il Lascaris, a pena calmato, ancora si desse in -braccio alla imperizia, l'Altariva domandò senz'altro: - -— Il marchese di Spigno è dunque al campo francese? - -— Vi apponete. - -— E voi l'accompagnaste colà? - -— L'incontrai nella mattina di ieri, dopo una notte d'incerto cammino, -poichè avevo nelle strade buie e malagevoli smarrita la scorta: fui dal -marchese condotto al campo francese. E se domani Ibleto di Spigno verrà -ufficialmente a convincervi, oggi io mi sono allontanato per poche ore, -senza alcun incarico, spontaneamente. - -— Per noi? - -— Non per voi: non credevo di trovarvi, non lo speravo. Ma bene speravo -di veder qui la illustre marchesa. - -— E qual'era il vostro pensiero? - -— Questo: non v'opponete: è inutile. Ritarderete d'un giorno il -passaggio del generale Bonaparte, forse. Dico forse perchè può qui -lasciare un migliaio d'uomini a combattervi se guerriglierete e correre -innanzi come vuol correre. Non ne guadagnerete dunque nulla e perderete -i vostri uomini e perderete voi stessi: le vostre campagne saranno -devastate, o, quel che è peggio, date in balìa al popolo di Ventimiglia -che non vi seguirà, poichè Betto Grimaldi è al campo e tratta, e -peggio, spera in un salvacondotto che gli permetta di conservare la -città. Saranno spianati i vostri castelli e condotta in prigionia la -nobile marchesa qui presente, e voi, se resterete in vita. Sacrificio -inutile, credete a me. - -Stava per protestare Luca Lascaris, e la stessa marchesa per -intervenire, quando l'Altariva rispose: - -— Vi credo! - -Qui lo stesso Embriaco fu sorpreso. - -— Vi credo — replicò l'Altariva — ma pongo due condizioni. - -— Ditele. - -— Veder domattina Ibleto di Spigno ed avere un colloquio col generale -Bonaparte. - -— Le credo accettabili. - -Gravò il silenzio per qualche istante. - -— Siamo dunque d'accordo, Emanuele Embriaco? - -— D'accordo. E vado a comunicar quanto chiedete. - -Un inchino, e l'Altariva si scostò scoprendo Almerico di Nervia, il -quale era stato fino allora silenzioso e che si fece avanti, cupo in -volto, lentamente. - -— Vi chiedo scusa, signori. Desidererei domandare qualche breve -schiarimento al signor conte Embriaco. - -L'avventuriero provò un senso di gelo. Ma cortesemente rispose -inchinandosi: - -— Dite pure, duca. Sono ai vostri ordini. - -— Vi ringrazio e sarò breve. - -Parve riflettere, parve riordinare memorie e frasi. Poi con uno sforzo -evidente, che si appalesava quasi commosso, incominciò: - -— Diceste, se non erro, poco fa che incontraste nella mattina di ieri -il marchese di Spigno, quando smarrito e abbandonato dalla scorta -erravate lungi dalla buona strada. - -— Credo infatti d'essermi espresso così. - -— Vi ringrazio. Ma poichè v'avevo accolto nel mio accampamento ed io -stesso v'avevo data la scorta vedo in quello che avvenne un po' di -colpa mia..... - -— Duca! Che dite! - -— Lasciatemi dire. Ho mancato, spero crederete inavvertitamente, ai -doveri elementari dell'ospitalità: ho mancato e tengo davanti a questi -nobili uomini a chiedervene perdono. - -— Duca! Ve ne prego! - -— Lasciatemi dire.... - -— Non una parola di più, duca! Me ne offenderei. - -— Perdonate! Ma non ho finito. Errai, mi perdonaste e ve ne son grato. -Ben altri però hanno errato più di me, e tengo a che vi chiedano scusa. - -Nella sala regnava profondo stupore. Nessuno comprendeva: anzi il -Lascaris pensò che il duca vaneggiasse. Ma il rude gentiluomo non si -distrasse. Dichiarò: - -— Permettete che vi chiami il colpevole maggiore. E grazie se lo -perdonerete, conte Embriaco. - -Si voltò verso la porta, la spalancò di colpo e con voce stentorea -gridò: - -— Olà, vecchio Seborga, vieni avanti! - - - - -XXXIV. - - -Per quanto si possa per infinite ragioni di vita avventurosa, e per non -contar nulla, o meno di nulla, da anni giorno per giorno la vita, rotti -ad ogni improvvisa emozione, ed abituati a dominarsi corpo e spirito, -nervi ed atti, pur tuttavia dinanzi al soprannaturale sempre l'uomo -esita e barcolla e sente smarrirsi, anche per un attimo che può bastare -alla sua perdita senza speranza alcuna. - -Fu all'appello stentoreo del Nervia, a quella voce potente, a -quel gesto teatrale di spalancar la porta, a quel nome che più non -credeva d'udir sulla terra, a tutto quell'improvviso apparato per una -resurrezione di Lazzaro, che Emanuele Embriaco perdette la partita; -e si scavò la fossa ai piedi. Aprì gli occhi smisuratamente, con le -braccia annaspò nell'aria, indietreggiò fino al muro e stette immobile -sperduto intento al miracolo della risurrezione che doveva avvenire, -o che in quell'istante aveva creduto e credeva che dovesse avvenire. -Ma nessuno apparve sulla soglia: restò la porta spalancata, niun passo -marcò la scalea, nel quadro non s'incorniciò alcuna figura spettrale. -Ed il silenzio fu così profondo come in nessun deserto mai d'Arabia o -dei ghiacci. - -Allora Almerico di Nervia mosse un passo, richiuse la porta e con la -voce sorda pronunciò: - -— La prova è palese: vi siete accusato d'assassinio. Ed io, duca -Almerico di Nervia, vi getto sul viso, conte Emanuele Embriaco, l'onta -di fellonia! - -— Ben giocato — rispose l'avventuriero tornato in un attimo padrone di -sè, ben giocato! - -Ansava ancora, leggermente, poichè si dominava, ma sorrise e continuò: - -— Potrei dirvi che non sono forte negli enigmi, e che non capisco la -vostra accusa. Ma ben invece comprendo che l'accusa di fellonia m'avete -gettata per mettervi al mio paro, giacchè suppongo che mi vogliate -assassinare. - -— V'ingannate, signor conte! Il duca Almerico di Nervia non assassina. -Ha diritto d'alta e bassa giustizia e potrebbe condannarvi per volere -di Nostro Signore Iddio. Ma ben sa che il vostro nome, quantunque -indegnamente portato, è titolo nobiliare pari al suo. Fra eguali di -casta non c'è che una soluzione quando si getta come ho gettato in viso -ad un nobile di schiatta l'onta di fellonia. Non c'è che il Giudizio di -Dio e che una giustiziera: questa! — - -E sguainò la spada. - -— Alla buon'ora! Ecco una proposta piacevole! Avevo appunto bisogno di -sgranchirmi le braccia! - -Si volse con un inchino alla marchesa impietrita: - -— Non sarà spettacolo il più acconcio, per una dama, quello delle -smorfie e degli sgambetti d'un moribondo, poichè non vedo altro esito -a quello che il signor duca appella _Giudizio di Dio_ pomposamente, -mentre io più semplicemente lo chiamerei un preziosissimo piccolo -sgozzamento o sdrucio al corpo. E quindi mi permetto d'offrirvi il -braccio, marchesa e contessa, per condurvi alla soglia. - -— Vi ringrazio, signor conte, — rispose Isabella — una marchesa -di Spigno, contessa Lascaris di Tenda non è una borghesuccia per -ispaventarsi di qualche goccia di sangue azzurro! Se questi nobili -signori mi permettono, una nobile dama farà da testimone al nuovo -Giudizio di Dio! - -— Madre!.... — esitò il conte Lascaris. - -— Ho detto, Luca! - -Tre inchini rispettosi furono la risposta. La marchesa Isabella sedette -nel vano della finestra in fondo alla sala, e pallido e tremante -le si rannicchiò vicino l'abate, il quale non isperò più di potersi -allontanare. S'inginocchiò, il viso al muro, la faccia nelle mani, -mormorando con la voce rotta: - -— Mio Dio! Mio Dio! Buon signor Gesù! - -Dinanzi ai due fu dal Lascaris e dall'Altariva trascinata la grande -tavola del centro e disposta in modo da far barriera: poi la sala -fu sgombrata dagli scranni e i due nobili signori assumendo senza -invito, con necessaria semplicità, l'incarico di testimoni, misurarono -l'impiantito e si degnarono d'accendere i doppieri che guarnivano le -mura all'intorno. - -L'ampio vano apparve così sfavillante di luce e soltanto avvolto -in semioscurità restò il fondo ove i due spettatori, l'una rigida e -imponente, l'altro umile e raggomitolato, assunsero l'apparenza di -figure immobili ed indecise di cera. - -— Le vostre spade, signori! — chiese Luca Lascaris. - -Ciascuno degli avversari tese l'arme propria. La precauzione era di -prammatica, ma inutile, chè tutte le spade in uso fra la gente di -corte e di guerra erano della stessa misura. Differenziavano però -nella larghezza della lama: più sottile quella di Emanuele Embriaco, -più piatta quella del Nervia. Camillo Altariva fece l'osservazione -e il conte Luca, sguainata la propria la confrontò con quella -dell'avventuriero. Parevano gemelle. Mentre però si voltava per -porgerla al Nervia, l'Embriaco intervenne: - -— L'insulto maggiore che un gentiluomo possa subire, dopo quello -all'onore, è di vedersi privato dalla propria spada in leale -combattimento. Ve ne prego, adunque, conte Lascaris: lasciate al signor -duca la spada. Troppo mi dorrebbe d'un vantaggio anche leggero.... - -Finì sorridendo. - -— .... e troppo mi dorrebbe se dovessi cadere per l'arme vostra, conte, -nel vostro castello. - -— Vi ringrazio — fu la risposta del Nervia. - -Gli avversari furono posti con le spalle al muro al lato opposto a -quello ove la marchesa e l'abate si trovavano: ebbero quindi alla -sinistra il muro sul quale potevano appoggiarsi con la mano libera -invece di brandire il pugnale, che non usava più, è vero, nei duelli, -ma che sarebbe stato di regola nei Giudizi di Dio! L'Altariva e il -Lascaris, nude le spalle contro il corpo, con l'elsa sul petto e le -braccia incrociate si disposero. Secondo l'uso d'allora, non si diede -segnale d'attacco: non si poteva nemmeno intervenire che nel caso -di palese slealtà d'uno dei due: i padrini erano puri testimoni e, -sull'onore, non dovevano trar parola. Non dovevano che intervenire -dietro appello d'un avversario nei duelli semplici: in niun caso in -quelli che non sarebbero terminati che lealmente. - -Il silenzio e l'immobilità regnarono dunque nella sala. Prima il Nervia -accusatore, poi l'Embriaco accusato, salutarono, rigidamente: alzarono -quindi le armi, per invito ad attacco: subito il duca abbassò la -propria ed attaccò. - -Stavano di fronte due maestri della nobile arte, due maestri che -troppi anni e troppe occasioni avevano consumati nel fedele maneggiar -dell'arme: si riconobbero a vicenda la maestria, si saggiarono, e si -attaccarono, l'uno impassibile, sorridente l'altro. Si riattaccarono, -alte le spade, le coccie al petto, d'impeto, a corpo a corpo: di -comune pensiero si ristaccarono con un salto. E la schermaglia -continuò. Le botte personali, messe in uso, fallirono: erano botte -segrete, ma ognuno dei due sapeva che l'altro avrebbe messo in uso -una botta segreta e dalla guardia stretta quando uno si toglieva, -contemporaneamente si chiudeva in una più stretta difesa. Giunse -un momento in cui, anelanti, i due si guardarono, le punte a terra, -lontani, addossati alle due pareti opposte. - -Nemmeno allora i due padrini si mossero: pareva che la gran sala non -ospitasse che figure di pietra. - -Finalmente a un gesto del Nervia anche l'Embriaco si mosse e le spade -s'incrociarono di nuovo. Questa volta però nessuno dei due si gettò -a capofitto nell'assalto furioso, ma bensì a vicenda attaccarono e -si difesero pacatamente, come se si trovassero in una palestra con le -lame mozze della punta. Si svolse allora un'accademia alla quale, pur -immobili restando, s'appassionarono i due padrini e la stessa marchesa, -tutti capaci d'apprezzar le maestrie. - -Ad un momento l'Embriaco fece un passo falso e barcollò: l'avversario -lo sostenne. Ad un altro momento un abile girata di mano dell'Embriaco -fece saltar la spada al Nervia. Avrebbe avuto il diritto l'avventuriero -di ferire e d'uccidere l'inerme avversario: il Nervia allargò anche le -braccia sussurrando una preghiera. Ma l'arme dell'Embriaco si abbassò: - -— Riprendete la spada, duca: cortesia per cortesia. - -Il disarmato obbedì con un inchino. - -Si fece allora innanzi Camillo Altariva. - -— Assai vi lodo, nobili cavalieri! E poichè m'avvedo che nessuno di voi -due intende approfittare d'una possibile inferiorità dell'avversario vi -chiedo se non sarebbe opportuno che v'assicuraste l'elsa alla mano. - -Due sguardi d'interrogazione e due assensi. - -L'Altariva ringuainò la propria spada e s'accinse a servir da scudiere -al Nervia legandogli l'elsa alla mano, ed altrettanto fece il Lascaris -per l'Embriaco. - -In quel momento di sosta dall'altro lato della sala un breve dialogo -s'intrecciò: - -— Ve ne prego, signor abate, allontanatevi, che ve ne dò licenza. Vedo -che le forze non vi sostengono più. - -— Le forze, è vero, mi mancano, illustre signora, ma la vostra presenza -e l'abito che porto mi sosterranno, spero, chè non mi è permesso..... - -— Ve ne dò licenza, allontanatevi. - -— Sono cristiano e vi sono servo..... - -— E allora ve lo impongo! - -Non potè l'altro replicare che già i due padrini avevano ripreso la -posizione di prima ed il duello era ricominciato. E continuava pacato. -E poichè i due non si sarebbero scostati più dalla condotta che -tenevano, più di difesa che di offesa, troppo maestri dell'arte loro -per non contar che sulla stanchezza fisica, il Giudizio di Dio sarebbe -durato a lungo, e probabilmente anche sospeso. - -Ma il caso — come sempre accade — se ne immischiò. - -Un grido soffocato della marchesa che vide cadere come un sacco il -povero abate svenuto, risuonò smorzato nella sala. Almerico di Nervia -non badò: più curioso l'Embriaco stornò per un attimo lo sguardo e -nello stesso istante cadde di colpo trapassato il petto dalla lama -avversaria. - -E si torse appena sull'impiantito: e s'immobilizzò. Subito l'Altariva -ed il Lascaris si curvarono sul caduto: poi si rialzò il primo e crollò -il capo. Ma compiè il suo dovere come l'uso imponeva e lo chiamò tre -volte a nome: - -— Conte Emanuele Embriaco! - -La marchesa cadde a ginocchio alzando le mani giunte. - -— Conte Emanuele Embriaco! - -Anche Luca piegò il ginocchio. - -— Conte Emanuele Embriaco! - -Ed allora ad alta voce: - -— Monsignore Iddio si è pronunciato! Giustizia è fatta! - -Almerico di Nervia si diresse verso la grande tavola, vi prese un -foglio sul quale delle lineette eguali erano tracciate. Vi gettò lo -sguardo senza forse vedere e, senza accorgersene forse, lesse: - - _L'azzurro mar preclude il varco...._ - -Alzò la spada insozzata di sangue e la ripulì ben tranquillamente sul -foglio segnato dai versi dell'abate. - - - - -XXXV. - - -Qualche istante meditabondo si librò increscioso per la vasta sala -silenziosa. Il Nervia ringuainò dopo aver salutato il morto, poi si -volse interrogativo al Lascaris, il quale comprese ed agitò il cordone -del campanello che si profilava sull'arazzo. - -Al tenue strepito del passo la Marchesa s'alzò. - -— Vi chiedo licenza di ritirarmi, nobili signori. - -Tre inchini, poi: - -— Il signor abate non può offrirvi la mano, signora madre — rispose -Luca Lascaris — Mi permetterete d'accompagnarvi. - -Ma l'abate, pur tremando e battendo i denti, s'alzò e pose ogni studio -nel volger le terga al cadavere e, pur essendone attirato ad ogni -passo dalla mala curiosità, pervenne a raddrizzarsi, a irrigidirsi, ad -assumere un contegno decente e, quantunque barcollando, ad alzare la -destra e ad offrirla quasi galantemente alla dama. - -— Signor abate, voi siete un eroe — gli sogghignò dietro il Nervia. - -Un servo accorso alla scampanellata alzò la portiera e la coppia -scomparve. Il servo ad un cenno di Luca ne chiamò altri e tutti insieme -s'accinsero a sollevare il cadavere dopo averlo avvolto nel mantello. - -Mentre il funebre gruppo s'avviava lentamente passando innanzi ai tre -signori, due dei quali in omaggio pio si fecero il segno della croce -curvando il ginocchio, un gentiluomo s'affacciò alla porta e poi si -fece da parte perchè il gruppo avesse agio ad uscire. - -— Il conte Embriaco è caduto sopra la punta fatale — disse il nuovo -venuto — _Qui gladio ferit, gladio perit._ Buona pace! - -Espresso così leggermente l'epitaffio al morto avventuriero entrò nella -sala e salutò: - -— Godo assai, Luca, nel vedervi in buona salute. - -— Il marchese Ibleto di Spigno! - -— In persona, in ossa e cartilàgini e pelo annesso. La vostra nobile -signora Madre è vegeta e sana? E quel famoso colpo di spada, il cui -effetto ho appunto osservato, è dunque opera vostra? - -— Opera mia, signor marchese! - -— Almerico di Nervia! Signor duca, vi sono schiavo, e mi dichiaro -lieto di trovarmi in paese di conoscenze. Cioè, domando perdono.... -presentatemi al signore, vi prego. Luca! - -— Il nobile Camillo Altariva — mormorò invece il Lascaris additando -nello scostarsi il terzo presente. - -L'occhio vivo dello Spigno ebbe un guizzo. Il vecchietto si sprofondò -subito, per celare la propria sorpresa, in un vasto inchino e -s'accarezzò la barbetta concitato. - -— Godo assai nel conoscervi, nobile Altariva! - -— Conosco per fama la vostra saggezza, marchese! - -— La mia saggezza è frutto di alcuni libri letti e di molto genere -umano osservato. È dunque dovuta più all'età che al merito, dato che vi -piaccia chiamarla saggezza. E godo nel poter constatare che la saggezza -non esiste, dato che esistono soltanto le cose o le astrazioni compiute -e non quelle in via di formazione. La mia saggezza oggi con voi tre -potrebbe completarsi. - -— Parlate sempre a indovinelli, Ibleto? Non ne avete perduta ancora -l'abitudine? — esclamò Almerico di Nervia rozzamente. — Le vostre -cartaccie polverose vi divertono dunque ancora? - -— Sempre, Almerico, nella guisa istessa che a voi piace di schidionar -la gente. - -— Alludete al mio colpo di spada? Fu dato in disfida leale, vi prego di -crederlo, e non senza la testimonianza di questi due signori. - -— Vi credo, poffarbacco, vi credo! Emanuele Embriaco non era uomo -da lasciarsi cavare una libbra di sangue senza pretendere di vederci -chiaro e disputarla coi denti e con le unghie. Ve lo credo, Almerico! -E mi dispiace di non aver assistito al certame singolare, appetto al -quale le battaglie scozzesi che l'abate Cesarotti sta mettendo in versi -volgari furono passatempi di bimbi, certamente! E se il conte Embriaco, -non avesse voluto, da ingordo, qual'era, lasciarmi indietro, non ne -sarei stato dal cattivo destino privato! - -Camillo Altariva aggrottò le sopracciglia. - -— Perdonate, signor marchese, ho mal compreso o avete voluto -comunicarci che dovevate qui venire in compagnia del conte Embriaco? - -— V'apponete, infatti, nobile signore? - -— Mandati ambedue dalla stessa persona? - -— Dal generale Bonaparte, sicuro. Credo anzi che se il generale avesse -un po' prima parlato col vostro umile servo, di me solo si sarebbe -servito, non d'altri, nemmeno del conte Embriaco, ciò che avrebbe -portato assai meglio per lui! - -Luca Lascaris e l'Altariva si guardarono: il Nervia più semplice -esclamò: - -— Come! Come! Spiegatevi, Ibleto. - -— Sono qui per questo. Fatemi portare, vi prego, di che umettar la -gola.... nè vino però, nè rosolio, che la mia renella me lo vieta: un -po' di pura acqua, _acqua fontis, splendidior vitro_ secondo il parere -del Flacco. Ve ne sarò veramente grato! - -Fu servito e bevve a lungo. - -— L'acqua è veramente il primo di tutti gli elementi — osservò nel -posar la tazza — elemento primo perchè ci dà la salute del corpo di -dentro e di fuori, mentre gli altri non sono mai duplici. Credo però -che questa osservazione sia già stata fatta... - -— Lo spero — interruppe l'impaziente Almerico, — e spero altresì che -non siate venuto per fare degli esperimenti sull'acqua del pozzo di -Luca! - -— Avete ragione, Almerico! Ma che volete, la vecchia abitudine di -argomentare e di sottilizzare mi prende troppo spesso la mano. - -Si lisciò la barba diamantata di qualche goccia. - -— Una presa? - -Porse al Nervia la tabacchiera. - -— Vi ringrazio, ma preferirei ascoltarvi. - -— Eccomi dunque a voi. - -Parve raccogliersi, ma sorrise invece. - -— V'aspettate probabilmente ch'io sia qui per riferirvi o per proporvi -chi sa che. No. Sono qui per consigliarvi..... - -— Come il conte Embriaco? - -Ibleto di Spigno parve lieto della intenzione irruente del Nervia. - -— Come volete ch'io sappia quello che vi ha consigliato la buon'anima -dell'Embriaco? Anzi, guardate, per meglio intenderci, ditemelo. - -— Possiamo contentarvi con poche parole. Ci consigliò di non opporci -all'invasione francese. - -— E perchè? - -— Pretendeva inutile ogni reazione. - -— Nulla è inutile al mondo — rispose Ibleto — ogni parola anche la -più astratta ha il suo corrispondente reale. Appunto perchè c'è la -parola, esiste la cosa. Le due sillabe _spettro_, ci offrono una -realtà, come le tre _anima_ e le cinque _perseveranza_. Ogni reazione -è dunque utile. Riconosco alle pretese esposte l'incolto spirito del -conte Embriaco. È vero che si riprendeva spesso la rivincita con altre -qualità. Ma non dobbiamo trattare di ciò. Vi ha dato, mi è duopo di -riconoscerlo, dei consigli, ben superbi ed anche presuntuosi. Comprendo -agevolmente la vostra ribellione. Che! Io non sono qui per offendervi, -che certi consigli sono offese. Io sono qui invece per offrirvi il -destro di confermarvi nei vostri propositi. - -I tre si guardarono sorpresi ed Almerico non trovò motto. - -— Spiegatevi — disse invece l'Altariva fino allora silenzioso. - -— È facile. Avete un nemico, poichè volete combatterlo. Ma lo -conoscete? Questo è uno stato di fatto. Non lo conoscete? E allora -prima di combatterlo, cercatelo. - -— Ci portate un invito del generale Bonaparte. - -— Ahimè non ho questo incarico. Vi dico soltanto: posso introdurre uno -di voi nella tenda del generale. - -Li guardò ad uno ad uno. Poi: - -— Signor Camillo Altariva, non vi piacerebbe e non vi gioverebbe di -conoscere il vostro nemico? - -Non vi fu lungo silenzio. - -— Sì, mi piacerebbe, marchese! - - - - -XXXVI. - - -— Non crediate ch'io speri molto nell'incontro che il marchese di -Spigno ha con tanta abilità preparato, — aveva detto Camillo Altariva -ai due sodali prima di lasciarli nel castello ad attenderlo. — Non -ispero anzi affatto. Ma il signor Marchese ha ragione. Chiunque abbia -alle dipendenze degli esseri umani ne risponde: ha la cura delle anime -— qui sorrise — e della salute dei corpi. Debbo io dunque, anche per -voi, sapere qual nemico abbiamo dinanzi e qual pericolo ci sovrasti. A -conoscere il nemico, diceva Cesare, si guadagna già mezza battaglia. -Andrò da quel generale fortunato e giovane, sulle cui spalle grava -un peso così vasto e che si accinge alla conquista con la istessa -leggerezza del Macedone. Non credo che mi convincerà, nè che lo -tratterrò con le mie parole, ma credo, sì, che ne trarrò un vantaggio -per la nostra causa. È del resto un dovere e col dovere non si discute. -Che ne dite? - -— Vi approviamo, Camillo, — aveva risposto Luca Lascaris. - -Più rude il Nervia invece: - -— Quanti ragionamenti, per morire! Se sarà necessario morremo! - -— Morremo, sì, noi, ma gli altri? - -— Gli altri? quali altri? - -— Coloro che ci seguono e combattono per noi. - -Qui Almerico di Nervia parve cascar dalle nuvole. - -— I miei vassalli? Ma devo forse interpellar le pietre del mio castello -se mi piace di farlo crollar su di me? - -Nè il Lascaris, nè l'Altariva replicarono. - -L'indomani, alto già il mattino, due cavalieri con la sola scorta d'un -servo uscirono dal castello dei Lascaris e fiancheggiando il vecchio -edificio seguirono la strada romana avviandosi verso il campo francese -nel dislivello delle colline. - -La primavera imperava dal mare ai monti: il cielo sgombro e puro, -l'aria chiara, l'orizzonte distanziato a perdita d'occhio. Ma -l'allegria della natura si limitava al cielo e al mare: pareva che la -terra non partecipasse al gaudio comune. Campi e maggesi per i declivi -delle colline apparivano spogli e abbandonati, gli alberi troppo -ramati per la mancata potatura, l'erbaccia lussureggiante che allignava -dovunque, i termini, le siepi, le barriere sfondate, slabbrati i canali -irrigatoi, le cisterne e le peschiere ingombre di rifiuti e di melma, -i pagliai spettrali, vuote le rimesse, aperte le stalle; si andava -nella desolazione. Parea che la terra madre aprisse le braccia alla -crocifissione. - -— Ecco l'effetto della guerra! — esclamò Ibleto fermando la cavalcatura -sul margine più alto della strada. - -Ed accennò in alto e in basso il quadro disastroso. - -— Guardate laggiù, nobile signore! - -Un aratro spezzato giaceva a mezzo sepolto dalle zolle erbose nel -centro d'un campo tutto rosso di fango, di quel rosso vivo che -caratterizza le terre di Provenza. - -— Laddove il lavoro muore appare il sangue, nobile signore! - -L'Altariva rispose: - -— Pure la guerra è una necessità. - -— Ve l'ammetto: necessità di salasso della umanità rigogliosa troppo. -Ma — badate; è un'ipotesi — non potrebbe il salasso diventar periodico -e smungere tutti gli inutili? - -— Chi chiamate inutile, marchese? - -— Difficile domanda. Pure credo che potrò rispondere chiarendo il -mio pensiero. Perchè non potrebbe governare un'aristocrazia qual -s'intendeva _ab antiquo_, e cioè una selezione di saggi, la quale -distribuisse vite e beni serenamente, estirpando quanto non concorresse -con la mente, le braccia, o la bellezza al bene comune? - -— Vorreste forse comporre una lunga novella ad imitazione di quelle del -signor di Voltaire, marchese? - -— Perchè no, mio nobile signore? Dalle fantasie accese spesso è -sgorgato più bene che dai cervelli ragionanti. - -L'Altariva stava per replicare quando uscì da un avallamento del -terreno una voce gioconda: - -— Olà! olà! _Sero venientibus ossa!_ Mi dispiace per voi, cittadini -cavalieri, ma la zuppa è già discesa fino ai calcagni e non vi possiamo -offrire che qualche magro inchino alla maniera d'una volta! - -La faccia ridente di Tibullo apparve nello svolto della strada in -discesa. L'allegro e spregiudicato sanculotto precedeva un gruppo di -compagni che reggevano infilato ad un'antenna il formidabile marmittone -del rancio: più indietro altri soldati circondavano una lettiga e -quindi seguivano un'amazzone ed un cavaliere appesantito in arcione. - -— Buon mattino, amico, — rispose Ibleto. — E, se ti è lecito -confidarmelo, chi precedi? O casco in grossolano errore e v'è da -incolpar la mia vista vacillante — ahi! _dura senectus_! — o mi sembra -di intravedere laggiù la mia diletta consorte e signora! - -— Vedresti una pulce sopra un campanile, cittadino _çi-devant_, e -quella è proprio la tua invidiabile moglie sibarita privilegiato, -poichè la rivoluzione non ha tolto il privilegio del monopolio d'una -bella donna per un sol uomo! - -— O perchè dunque Fiorina è partita senza attendermi com'era convenuto? -— chiese a sè stesso il marchese volgendosi però all'Altariva che si -strinse nelle spalle. - -— O bella, cittadino, — rispose Tibullo — per accompagnar probabilmente -la damigella sua amica malata! - -Soltanto allora lo Spigno pose mente alla lettiga che avanzava -lentamente. Era non più la splendida portantina della vigilia, ma -una rozza barella, retta su due travi e portante su tappeti un corpo -disteso. La parte superiore a curva della lettiga era priva di tende -nei due lati e soltanto chiusa in avanti e nel fondo. Il corpo che -vi giaceva si potea dunque soltanto scorgere a mezzo: una mano bianca -tuttavia pendeva dall'orlo e un enorme cane da pastore che camminava -di conserva, ogni poco alzava le fauci pericolose e lambiva quella mano -inerte. - -— Nobile signore — disse allora Ibleto a Camillo — sproniamo se non vi -dispiace! - -— Vi seguo, marchese. - -Spronarono e in pochi tratti raggiunsero la lettiga. - -Benchè non fosse tale da abbandonarsi alla curiosità Camillo Altariva -nel passare accanto al gruppo si chinò a pena. E scorse abbandonata, -come se fosse morta, sui tappeti scomposti Chiarina Grimaldi. Non -vide che la massa dei serici capegli schiacciati sul cuscino e un -viso arrossato, un viso in fiamme, ardente nella congestione più negli -zigomi e sulle tempia, e tumefatte le labbra semiaperte e inchiodati -i denti. Parea morta. Le braccia pesavano tanto sui tappeti, che vi -segnavano un solco. - -— È molto malata quella giovane dama — disse Camillo Altariva senza -poter distogliere gli occhi della lettiga. - -E non udì nemmeno la presentazione che di lui faceva il marchese Ibleto -di Spigno alla sopraggiunta coppia di cavalieri. - -— È molto malata infatti — ripetè Fiorina. - -— Se la stagione mite m'autorizzasse — osservò Ibleto — direi che può -essere stato un colpo di sole. - -— Ma se ieri di tarda sera s'intrattenne con me piacevolmente e scherzò -e costrusse progetti fino all'ora di separarci! — replicò la marchesa. - -E aggiunse: - -— Fu soltanto questa mattina che Gilda la trovò così come ora la vedete! - -Uno scoppio di pianto risuonò dall'altro lato della lettiga, donde la -vispa camerista apparve disfatta dalla commozione. - -— Oh! Signore Iddio..... la ho creduta morta.... faceva paura — -singhiozzò. - -E poi timidamente: - -— Che l'abbia punta il vampiro notturno? - -Soltanto allora Ibleto e Camillo alzarono quasi di comune accordo gli -occhi sul cavaliere ch'era rimasto indietro, muto, a capo chino. Videro -un volto più terreo e più sfatto che quello d'un cadavere. - -— Vi faccio auguri di gran cuore, Betto Grimaldi — pronunciò a mezza -voce lo Spigno. - -E s'ebbe in risposta un saluto abbozzato. - -Soldati, lettiga e cavaliere proseguirono, passarono. Rimase indietro -la marchesa. Esclamò corrugando le sopracciglia: - -— Non vi stupisce una cosa, Ibleto? - -— Quale, Fiorina? - -— Un'assenza? - -— Un'assenza? E chi, se vi piace? - -— Ma come? La povera Chiarina è così malata che fa l'impressione di -vederla passare di momento in momento, ed il suo fidanzato non è qui -con noi, presso di lei? - -Camillo Altariva intervenne: - -— Permettete: non è la nobile damigella Grimaldi promessa sposa del -marchese Filippo Balbi? - -— È quella stessa: v'apponete. E non è qui con lei! - -— Forse — le osservò lo Spigno — è trattenuto dal suo servizio, chè, se -non erro, è capitano della Serenissima. - -— È colonnello, da oggi, colonnello comandante una mezza brigata e -francese per giunta. - -— Poffarbacco! Fa carriera _le jeune homme!_ - -— Forse lo trattiene il dovere al campo — notò l'Altariva. - -— Dovere? Ma quando vi facciamo l'onore d'amarvi, signori uomini, il -vostro dovere è di restar presso di noi, a nostra volontà! - -E la piccola marchesa spronando il cavallo si allontanò al galoppo. - - - - -XXXVII. - - -— Sarebbe un dovere che si assolverebbe di gran cuore — concluse -Ibleto di Spigno rivolto al compagno. — Ma guadagnamo il tempo che si è -perduto: il generale ci attende. - -Giunsero al campo francese in brev'ora e lo trovarono in piena -effervescenza, che si levavano le tende: e benchè spiccia fosse la -bisogna per i succinti eserciti della giovane repubblica, pure del -tempo ne occorreva anche per gli stracci e le povere suppellettili. -Passarono quindi quasi inosservati, se non urtati nell'infuriar delle -faccende e quindi, accolti e preceduti poi da Murat, aiutante di -servizio, giunsero dinanzi alla porta dietro la quale si celavano i -destini d'Italia. - -Murat bussò: s'ebbe in risposta un breve: - -— Avanti! — Ed entrò. Riuscì subito e fece passare Ibleto. Anche -quest'ultimo si fermò pochi momenti: riapparve sulla soglia, tenne -socchiusa la porta e cennò al compagno. - -Il generale Napoleone Bonaparte ed il nobile Camillo Altariva si -trovarono di fronte. - -Più giovane, più impetuoso, meno padrone di se stesso, il primo annodò -le mani dietro la schiena e fissò l'antagonista che aveva di fronte -battendo la punta del piede sinistro sull'impiantito e gonfiando il -petto, e stirandosi per assumere, forse incoscientemente, dinanzi -all'ignoto, il contegno adeguato alla propria importanza, ciò che fu -sempre una delle preoccupazioni sia del generale che del primo console -e dell'imperatore, poichè Napoleone Bonaparte ebbe sempre il torto di -vergognarsi della propria fisica persona. - -L'Altariva ne sostenne lo sguardo, ma senza mostrar turbamento, nè -assumere pose teatrali, nè cercar di parlare. Attese. Non molto. - -— Voi siete il capo degli insorti? — gli domandò a bruciapelo il -giovane generale. - -— Insorti? Ch'io sappia s'insorge contro un'autorità legittima o -costituita, che non vedo in voi. - -— Poche parole: siete il capo di coloro che si oppongono a me. - -— Come voi siete il capo di coloro, che invadono e saccheggiano le mie -terre. - -Invece di provar sorpresa o sdegno il Bonaparte sorrise: - -— Diritto di conquista, signore. - -— Diritto di difesa, generale. - -— Bene, mi piace: siete un _çi-devant_ che ragiona, voi. - -— Non sono il solo. - -— Me ne compiaccio: faciliteremo le risoluzioni. - -— Non domando di meglio. - -E tacquero. Poi: - -— Sedetevi, signore. - -— Grazie, generale. - -E sedettero. - -L'ombrosa suscettibilità dell'ombroso condottiero repubblicano, il -quale vedeva in tutti ed in tutto, sempre, un assalto o un dispregio -alla propria autorità, pareva placata. Forse vedevasi di fronte ad -un pericolo reale, e dinanzi al pericolo colui che fu Napoleone, si -ritrovava, dominava i propri nervi, comandava alla propria diffidenza: -acquistava insomma la piena disponibilità delle proprie risorse. - -Parlò quasi pianamente: - -— Dunque, signore, voi vi opponete a me. - -— Ieri, forse, generale: oggi è un'altra cosa. - -— Ah? E perchè? - -— Perchè bisogna essere pazzi per contrastare con quattrocento uomini -il passaggio d'un esercito. Odio gli eroismi inutili e del resto -m'accorgo che non è vostra intenzione depredare il paese. - -— Da che cosa ve ne accorgete? - -— Dal ritorno delle donne e delle autorità in Ventimiglia. Alla città -che si vuol mettere a sacco non si rimandano gli abitanti. - -— Bene. E allora? - -— E allora noi non vi contrastiamo..... - -— Vi ritirate? - -— Ci ritiriamo. - -Spuntò un'unghia del leone. - -— Se ve lo permetterò. - -Senza perdere la sua funebre calma l'Altariva replicò: - -— Credete di poterlo impedire? - -— E perchè no? Voi stesso avete osservato che ho un esercito contro un -pugno d'uomini. - -— Altra cosa è sgominare i lupi discesi dai monti ed altra catturarli. - -— Può darsi, ma il mio preciso dovere è di catturarli, perchè le leggi -militari della repubblica francese impongono d'accrescere l'esercito di -tutte le popolazioni conquistate. - -— E allora catturate. - -— Cominciando da voi? - -Si guardarono fissamente. - -— Potrei dirvi che sono un parlamentare. - -— E così ritiro la parola cattura e la sostituisco con un'altra. - -— Quale? - -— Vi invito. - -— Vi ringrazio..... - -Senza un gesto continuò: - -— .... ma non accetto. - -— Comprendo. Vi trattiene un giuramento. - -— Vi sbagliate. Non ho giurato fedeltà ad alcuno. - -— Pure difendete la causa del vostro re. - -— Perchè è la mia. - -— La vostra.... forse. Non quella dei vostri vassalli. - -— Vi sbagliate ancora: quella dei miei vassalli più che la mia. - -Il generale Bonaparte aggrottò le sopracciglia. - -— Voi disconoscete dunque le conquiste della rivoluzione? - -— Quali, vi prego? - -— La libertà, l'eguaglianza, la fraternità. - -Per la prima volta un sorriso, leggero e profondo insieme, si disegnò -sulle labbra del nobile Altariva. Le sopracciglia del Bonaparte già -aggrottate, si contrassero. - -— Negate forse che la rivoluzione abbia dato al popolo e libertà ed -uguaglianza? - -— Vedete che anche voi adesso vi rimangiate la fraternità, e fate bene. -Un sentimento non s'impone, nè sovvertendo l'ordine, nè abbassando o -alzando uomini. Sulla vostra bandiera c'è dunque già una parola almeno -inutile. - -— Ma la libertà? Ma l'eguaglianza? - -— Quale eguaglianza? Il _tu_ che accomuna tutti? Il dovere di -dare spiegazioni anche agli ubbriachi? Il diritto di sospettare, -di insultare, di mettere alla gogna, di chiedere umilianti -giustificazioni? Quale eguaglianza, ditemelo, esiste fra voi e — non -voglio troppo discendere — il generale che vien dopo di voi? Quale -eguaglianza fra voi e il vostro governo centrale? - -— E le prerogative nobiliari, le _corvées_, le esazioni, le decime.... - -— Abusi..... come quelli del resto che farete voi. - -— Ah! Voi li condannate? - -— Non li voglio nemmeno discutere, chè non debbono esistere. - -— Ma esistono.... o almeno ci furono. - -— E i vassalli si ribellarono, come la corda tesa a lungo si spezza. -Anche questo è nell'ordine naturale delle cose. Non legge, ma -consuetudine, consacrò gli abusi. Quando avvenne il tacito patto fra -l'uomo d'arme ed il contadino: _tu mi difendi ed io ti mantengo_, abusi -non esistevano: l'abuso cominciò dal diritto inumano d'ereditarietà, -non dei beni acquistati, ma di quelli tramandati.... - -— L'ammettete? - -— Certamente. Ma credete voi che ne sarete immuni? Mio generale, l'uomo -è accentratore, è conservatore, è rapace, è avido, e vuole vivere anche -oltre la morte, almeno nelle cose sue. L'idea di patria è supplementare -a quella di proprietà. Chi non possiede non ha patria. Chi non -obbedisce non ama l'ordine e l'ordine è tutto: è quello che regge il -mondo, è quello che fa vivere, è quello che dà la fiducia. Voi siete -l'ordine, ed è per questo che siete anche il primo nemico della vostra -rivoluzione. - -Il volto del generale Bonaparte s'era totalmente ricomposto, muscoli -rilassati, rughe e ciglia appianate. Pareva una statua: soltanto — e -forse involontariamente — l'occhio scintillava. - -— Credete, generale, che l'uomo aborre dai reggimenti democratici. -L'uomo è nato per avere un padrone, per farsi difendere e lavorare e -produrre in pace all'ombra della protezione altrui. La libertà non è -che una parola astratta: nulla c'è di libero al mondo, tutto è legato, -poi che tutto è costretto nell'ordine infinito e incommensurabile. La -libertà è una figura politica, è il nutrimento a buon prezzo che si dà -al povero volgo in cambio delle braccia e del sangue. Ah! meglio assai -la franchezza dei padroni veri che davano il pane! E del resto che cosa -fece la vostra rivoluzione se non imporre dei nuovi padroni? Volete, -generale, che vi dica la risposta d'un mio avo al quale, per metterlo -in guardia contro un intendente ladro, si susurrava che possedesse -ricchezze esorbitanti? Rispose: «_Colui è già ricco: se lo cambio, il -nuovo vorrà diventarlo_». Voi siete i nuovi padroni ed il popolo..... -non fu sagace come l'avo mio. - -Il volto marmoreo del Bonaparte non espresse alcun sentimento. - -— Non c'è dunque mai sotto il sole una lotta di principii, ma soltanto -di uomini. Soltanto i sognatori, i martiri, i crocefissi agitarono -delle idee: gli altri non isventolarono che dei contratti. - -Questa volta il generale sorrise. - -— Gian Giacomo sottoscriverebbe la vostra teoria? - -— È forse errata? - -— E lo chiedete a me? - -— Non lo chiedo: la credo giusta, e me lo auguro e lo spero. Voi che -uscite da una tutela ne subite un'altra peggiore oggi. E badate, non -difendo i miei pari, chè non ne ho: difendo la verità, poichè riduco -tutto alla sua ragion vera d'essere! Il popolo è fanciullo: ama cambiar -di trastulli, ama rompere i trastulli con i quali si è divertito, o che -ha ammirato: il popolo non ama la libertà, ma la sicurezza, il pane ed -i giochi del circo. La libertà? Ma si può morire per una donna o per -una memoria, o per una bella frase, ma sempre alla condizione d'essere -ebbri. - -S'era acceso parlando. Parve, non pentirsi delle sue parole, ma -crederle superflue, chè mosse un passo verso il generale repubblicano e -gli chiese a bruciapelo: - -— Siete voi come io vi penso? Siete un padrone? - -— Che intendete? - -— Intendo questo: se è vostra intenzione, se è scopo vostro chiudere -nella vostra mano le fedi tarlate e i cervelli codardi e asservirli a -voi per il bene di tutti. Io che vi parlo, e che sono fra gli uomini -più intelligenti e sicuro di me in apparenza, io sono, come tutti sono, -dall'umil servo della gleba alla testa coronata: cerco un padrone che -pensi per me, che risolva per me, che giochi anche per me. Tenetevi la -vostra vana libertà, brandello di cencio, e datemi invece un padrone! - -— Un padrone?! - -S'era lanciato ma si riprese: - -— Datemi la mano, signor d'Altariva. Forse un giorno verrà ch'io vi -ricordi le vostre parole. - -Spinse d'un colpo la porta, quasi per sottrarsi ad un pericolo o ad una -paura: - -— Murat! - -L'aiutante apparve. - -— Il signor d'Altariva sia munito di salvacondotto, per sè e per coloro -di cui darà i nomi. - -Una stretta di mano ed una parola tanto a bassa voce, pronunciata, che -non si sarebbe potuto dire chi l'aveva emessa: - -— Grazie. - - - - -XXXVII. - - -Nella stanza non ampia, addobbata a salotto rococò in cui stonavano -delle poltrone recenti venute di Francia sotto dei grandi mobili -secenteschi, la damigella Chiarina moriva. - -Immobile, chiusi gli occhi, giaceva nel letto verginale, affondata -nei guanciali, nimbata dai capegli biondi e parea che non respirasse -nemmeno. Accanto al letto Gilda, muta e in lagrime, sventolava un -pannolino sul viso della malata. Nel vano della finestra, chiuso, il -cofano del corredo. - -Ad un tratto nell'anticamera suonò uno strepito di passi: la porta fu -schiusa e il naso affilato dell'archivista Orengo fè capolino. Susurrò -l'ometto, meno d'un soffio: - -— Gilda! - -La camerista non si mosse. Quegli, più forte, ripetè: - -— Madamigella Gilda! - -L'interpellata si scosse, volse il capo e s'attraversò la bocca -coll'indice: - -— Ssssss! - -— Gilda — ripetè l'archivista, — il magnifico Grimaldi chiede se -madamigella può ricever visite? - -— Visite? Ma se è qui come morta! Benedetta la Madre dei sette dolori, -lasciatela in pace! - -L'ometto ritrasse il capo, ma non per questo la porta si richiuse, -chè anzi fu spalancata e la contessa Isabella Lascaris e la marchesa -Fiorina di Spigno entrarono seguite da Betto Grimaldi e dall'abate -Bernardino Viale. - -— Chiara! — mormorò Fiorina curvandosi in singulti sul letto. - -La malata non si scosse. - -— Suvvia, ricomponiti — susurrò alla marchesa di Spigno, ch'era -scoppiata in lagrime, la marchesa Isabella. - -Ed al Grimaldi inebetito: - -— Che dice il medico? - -S'ebbe in risposta uno sguardo atono. - -— Non si cercò di rianimarla con qualche cordiale? — chiese l'Abate. - -— Cordiale? — rispose Gilda. — È da stamani in questo stato. Il medico -teme la congestione. - -— E non le cavarono sangue? E non le applicarono mignatte? - -Fiorina aveva preso il posto di Gilda ed agitava il pannolino, quando -sulla soglia apparve il capitano Cavalli. - -— Magnifico Grimaldi entrano i francesi in città! - -— Vengo! Vengo! — rispose il comandante e si profuse in inchini. - -— Chiedo licenza! Chiedo licenza! Il dovere..... - -— Andate, Betto, andate, rimaniamo noi!..... - -Il capitano Cavalli immobile, osservava la malata. - -— Povera damigella — mormorò poi seguendo il Grimaldi — pare.... -pare.... — - -Sospirò. - -— .... la vergine Lavinia! - -La stanza ricadde nel silenzio. - -Dalla finestra aperta il tramonto d'oro penetrava. Di faccia incupiva -la rocca di Roverino, mentre un po' della chioma fronzuta di Siestro -rifletteva il sole morente. - -Silenzio ancora, pesante, inquietante. - -Ad un tratto risuonarono giù, sotto la città, sul ponte del Roia dei -prolungati rulli di tamburo. - -— I francesi! Passano i francesi! — disse Gilda sporgendosi verso la -finestra aperta. - -— I francesi? — ripetè la contessa Isabella curiosamente accorrendo. - -I rulli di tamburo crescevano, un brusìo soffocato da prima, poi -sonoro, pieno, di folla tumultuante si propagò, e l'eco delle colline -lo respinse e tutta l'aria se ne riempì. La gran dama e la camerista -accumunate dal desiderio di vedere si sporsero maggiormente e Fiorina -si staccò dal letto attratta dallo spettacolo insolito. - -I rulli marcarono il passo della moltitudine, poi nel rullar solenne si -sposò un coro marziale: - - _Allons enfants de la patrie...._ - -— No!.... No!.... No!.... - -Il monosillabo raucamente risuonò. Le dame e la camerista trasalirono, -si volsero, accorsero. - -Chiarina s'era alzata a sedere, puntando nelle coltri i pugni, gli -occhi spalancati, sciolti i capegli, pallidissima, spettrale. - -Già il coro diventava assordante. - -— No!.... No!.... No!.... - -Ricadde nelle braccia di Fiorina, annaspò delle dita nelle coltri, -torse la bocca, gli occhi le si arrovesciarono. Ma fu un attimo. Il -volto dolcissimo si ricompose, le labbra socchiuse lasciarono sfuggire -delle parole. - -— Che dice? — esclamò Fiorina. - -Curvò sulla bocca della fanciulla, che teneva sul petto, l'orecchio. -Chiarina ripetè accorata e soave: - -— Filippo.... perdonami.... - -E spirò. - - - - -EPILOGO - - -Poca gente rimaneva nella cattedrale di Ventimiglia, antico tempio di -Giunone, inginocchiata sul marmo inciso di fresco per rammentare che si -celava là sotto il frale di Chiarina Grimaldi, volata nel grembo del -Signore, angelo purissimo, vergine pia, sposa celeste, lasciando nel -dolore eterno il nobile padre ed il nobile fidanzato. - -La folla uscendo per le due porte laterali si cacciava nei vicoli -angusti della vecchia città e spariva, chè la sera discendeva, dopo -il breve crepuscolo, veloce, e per le ordinanze della Serenissima -il coprifuoco essendo in vigore, se non brillasse la luna, c'era da -trovarsi al buio peggio che nella bocca del lupo. - -Una figura femminile pur tuttavia giaceva inginocchiata sul marmo: -e poichè all'entrata della cappella quattro servitori con le torcie -l'attendevano, c'era da supporre che fosse nobil donna. Rimase l'ultima -e soltanto quando lo scaccino s'aggirò per le navate facendo suonar -le chiavi, si riscosse e s'alzò. Allora soltanto un'ombra parve uscire -dall'ultima colonna, quella d'un uomo alto, ammantellato, che tuffando -la mano entro la pila porse l'acqua benedetta alla dama. Ed a malgrado -il buio parvero riconoscersi, chè le due mani si toccarono tremanti. -Fuori, verso le Crotte, nello sboccar d'un vicolo buio, la nobile -signora sostò e l'ombra le si avvicinò. - -— Siete voi, Luca? - -— Sono io, Fiorina. - -Tacquero. S'incamminarono. La donna riprese. - -— Ho saputo da vostra madre, Luca, che avete ottenuto un salvacondotto -e libere le terre e il castello. Ne godo per voi. - -Il Lascaris crollò le spalle: - -— Che me ne importa! - -Riprese: - -— Non per questo mi tengo legato: altri mercanteggiarono per me. Forse -Camillo ebbe ragione guardando le cose e i sentimenti come le guarda. -Ragiona, e ragiona troppo. Io sento. Ma purtuttavia, Fiorina, guardate: -lascerò le mie terre, il mio castello e mia madre, tutto lascerò dietro -di me, anche il giuramento che mi lega al Re, immemore di noi.... tutto -sono pronto a lasciare, se manterrete la vostra promessa. - -Camminavano lentamente, ma la dama ristette e con lei si fermarono -i servi protendendo le torcie accese sicchè ne illuminarono il volto -stupito. - -— La mia promessa, Luca? Quale? - -— Immemore siete dunque, voi, come il Re, Fiorina? E pure è promessa -recente e non di parola che il vento possa portarsi..... - -Ebbe timore la dama che il conte vaneggiasse. Cennò ai servi che -s'avvicinassero e quelli impassibili, alte le torcie enormi, la -chiusero in un quadrato inespugnabile. - -— Ve ne prego, Luca, parlate chiaro.... - -Per tutta risposta il conte si svolse dal mantello, cacciò la mano -entro l'abito, dalla parte del cuore e ne trasse un foglio piegato a -tricorno e legato d'un nastro azzurro. - -— Ecco. Mi duole però dover constatare come le vostre promesse vi -stiano così poco a cuore. - -Fiorina afferrò il foglio, lo svolse, l'aprì, s'avvicinò ad un servo -che abbassò la torcia e lesse: - - _Luca,_ - -_il conte Embriaco vi porta il presente per dirvi che mi precede e -ch'io vengo a voi, fiduciosa che i nostri destini s'uniscano finalmente -come desiderate e come desidera pur sempre_ - - FIORINA DI SPIGNO. - -— Ma è falso, Luca! Io non ho mai scritto, io non potevo mai -scrivere.... Dio! Perchè insultarmi così, Luca? - -L'uomo provò la sensazione d'una mazzata: vacillò, s'afferrò al servo -più vicino, d'impeto, sicchè quegli cedette e la torcia violentemente -scossa gli bruttò le mani di cera scottante e ne bruttò la fronte del -nobile signore. Il servo urlò dal dolore, ma il conte parve invece -averne un refrigerio. - -S'irrigidì. Mormorò soltanto: - -— Ed ho lasciato che l'uccidesse Almerico! - -S'avvolse di nuovo nel mantello. - -— Addio, Fiorina. - -— Luca, Luca, ascoltate — gli sussurrò la dama — calmatevi, salite con -me, datemi questa consolazione..... - -— Grazie, vi ringrazio, ma non posso venire con voi.... Ho bisogno di -restar solo.... - -— Domani, domani almeno! Vi attendo. Promettetemi di non mancare. -Ibleto vi vedrà con piacere. - -— Addio, Fiorina, — rispose il conte crollando il capo e cercando di -svincolarsi, chè quella lo teneva come in una strettoia. - -— Luca.... vi prego.... Luca.... - -— Badate ai servi, marchesa — ebbe la forza di susurrarle con la voce -quasi calma. - -La donna lo lasciò. Ma insistette: - -— Verrete domani? Me lo promettete? - -— Addio, Fiorina, — rispose il Lascaris e fuggì precipitosamente -ingoiato dall'oscurità. - -— Lancia, Borgogna, correte! — ordinò Fiorina, ma si riprese subito. — -No, avvicinate le torcie. - -Rilesse il biglietto, fece una smorfia, poi ridusse in minutissimi -pezzi la carta. Le rimase il nastro azzurro. Se lo annodò al polso con -un nodo d'amore. - - * - * * - -L'ordine di servizio portava scritto: - -— «_All'avanguardia la mezza brigata del colonnello Balbi...._». - -La sera, presa Cosseria, il Bonaparte chiese a Berthier: - -— Come si comportò la mezza brigata del colonnello Balbi? - -— Eroicamente, generale. - -— E il colonnello? - -— Morto all'assalto. - -— Ah! - - - _FINE._ - - - - - OPERE - DI ALESSANDRO VARALDO - - - VERSI - - _Marine Liguri_ (esaurito). - _Romanze e Notturni_ (esaurito). - _Le Settembrine e le Odi Funambolesche._ - - - ROMANZI - - _Due nemici._ - _Un fanciullo alla guerra._ - _La Bella e la Bestia._ - _I Re Magi:_ I. L'Ultimo Peccato; - II. La grande Passione; - III. L'amante di Ieri. - _La Marea:_ I. Il Falco; - II. Cuori Solitari; - III. Mio zio il Diavolo. - - - NOVELLE - - _La Principessa Lontana_ (esaurito). - _Una Rosa d'Autunno._ - _Genova sentimentale._ - _Le Avventure._ - _La Costa Azzurra._ - _Moralità Immorali._ - _Il Carnevale di Nizza,_ - _Donne profumi e fiori._ - - - CRITICA - - _Per un poeta della Vecchia Scuola._ (esaurito). - _Fra vizio e belletto — Profili d'Attrici e d'Attori._ - - - TEATRO - - Vol. I. — _L'Altalena_ — _Il Medico delle anime_ — - _Un marito innamorato_. - Vol. II — _La conquista di Fiammetta_ — _L'amante del sole_ — - _Appassionatamente_. - Vol. III — _Diamante o Castone_ — _Il più sincero dei tre_ — - _Una sciarada_ — _Il selenita_ — _Il Gatto nero_ — - _Don Giovanni si pente_. - - - IN PREPARAZIONE - - _Commemorazioni — Profili di Scrittori e di Attori._ - _Il Cerchio Magico_ — Commedia in 3 atti. - _Il fiore d'agave_ — Novelle. - _Il Cavaliere Errante_ — Romanzo. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of Il Falco, by Alessandro Varaldo - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL FALCO *** - -***** This file should be named 53350-0.txt or 53350-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/5/3/3/5/53350/ - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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