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-The Project Gutenberg EBook of Il Falco, by Alessandro Varaldo
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
-other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of
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-
-Title: Il Falco
- (Cronaca del 1796)
-
-Author: Alessandro Varaldo
-
-Release Date: October 23, 2016 [EBook #53350]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL FALCO ***
-
-
-
-
-Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
-Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This
-file was produced from images generously made available
-by The Internet Archive)
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-
- ALESSANDRO VARALDO
-
- LA MAREA
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-
- IL FALCO
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- (CRONACA DEL 1796)
-
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-
- MILANO — ROMA
- EDIZIONI A. MONDADORI
-
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-
- _PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA_
-
- _I diritti di riproduzione e traduzione sono
- riservati per tutti i paesi, compresi
- la Svezia, la Norvegia e
- l'Olanda_
-
- *
-
- _Copyright by Alessandro Varaldo_
- 1922
-
- IV. MIGLIAIO
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- A
- DARIO NICCODEMI
-
- A. V.
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- _Tum meae (si quid loquar audiendum)_
- _Vocis accedet BONA PARS; et, «o Sol_
- _Pulcher! o laudande!» canam, recepto_
- _Caesare felix._
-
- ORAZIO — _Carm._ IV, 2
-
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-PREFAZIONE
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- “Multa incredibilia vera,
- multa credibilia falsa”.
-
-
- Frequentez vous les bouquinistes?
-
-_Queste parole, di colore forse oscuro per la comune dei lettori mi
-apparvero all'aprir che feci un volumetto attinto in una cassetta di
-rivenditor di libri usati._
-
-_Amo i viaggi di avanscoperta nelle bottegucce buie spesso e ingombre
-e impregnate di quel caratteristico odor di muffa dei vecchi libri,
-bottegucce pudicamente celate in vecchie strade, o nel doppio fondo
-ermetico dei cortili: amo tuffar le mani fra le cartapecore spesso
-taglienti, le pelli umide e i fogli molli, macchiati le più volte di
-quella specie di giallume lebbroso, che si è convenuto di chiamar il
-mal sottile dei libri. È fra i diletti più cari non d'un sapiente — che
-monsignor Gesù ne scampi! — ma di un curioso di sapienza, chè il libro
-è tutto, poichè tutto racchiude e compendia. Ora appunto questo viaggio
-nelle bottegucce dei rivenditor di libri usati si chiama bouquiner,
-secondo il grande dizionario dell'Accademia Francese, riassunto da
-un curioso amante di libri, Carlo Nodier, bibliotecario dell'Arsenale
-e accademico, in un vocabolario manuale che i fratelli Firmin Didot,
-librai editori, divulgarono:_
-
-Bouquiner — chercher de vieux livres, des livres d'occasion;
-
-Bouquineur — celui qui aime à bouquiner;
-
-Bouquiniste — celui qui achète et revend des vieux livres.
-
-_Comprenderete adesso perchè quelle parole di colore oscuro — forse —
-mi fermarono. Scossi lo strato di polvere veneranda, che ammantava il
-libercolo, maneggiandolo alla marinara, sottovento, perchè la polvere
-non coprisse me, che rispetto la vecchiaia sì, ma senza entusiasmo
-quando si tratti di strati polverizzati di ragnatele annose. Nel
-battere il volume, delicatamente, vi prego di crederlo, ne sbirciai il
-frontespizio._
-
-“Les Francs — Taupins — Histoire du temps de Charles VII, 1440, par P.
-L. Jacob Bibliophile, membre de toutes les Académies”.
-
-_L'edizione era del Meline di Bruxelles, formato piccolo, ornata
-sulle due copertine d'una vignetta rappresentante un _beffroi_. Se ne
-trovano ancora di tali volumi qualche volta: apparvero in lunga serie e
-compresero tutto il movimento romantico dopo il Renduel e il Gosselin:
-caratteri precisi, nel gusto gotico, curati fino allo scrupolo: chi sa
-che magnifici principeschi correttori di bozze in quel tempo!_
-
-_Il bibliofilo Jacob — al secolo P. L. Lacroix — fu in quel fiorire
-del romanticismo un paziente studioso, intabarrato d'artista: l'opera
-sua non ha il valore della _Cronaca di Carlo IX_, o di _Cinq-Mars_,
-di _Nostra Signora di Parigi_ e nemmeno di _Isabella di Baviera_. Ma
-come fedeltà pittoresca le sorpassa ancora, forse. Preso a modello
-Walter Scott, si diè cura di ambientare e di arredare i suoi racconti
-(probabilmente il Manzoni nel creare la sua teoria lo ricordò spesso)
-con una precisione di particolari (come fra noi, cinquant'anni dopo,
-l'ingiustamente dimenticato Edoardo Calandra) che raggiungevano la
-meticolosità. Oggi ad esempio cambia ad ogni stagione la moda: in
-allora — prendiamo il 1440 — mutava secondo il capriccio di un principe
-o di una gran dama che possedesse qualche pizzico di fantasia; e non la
-moda soltanto delle vesti, ma delle armi, dell'else, e delle iscrizioni
-sulle lame, dei gioielli, de' bei modi di società, di quanto insomma
-aveva attinenza alla persona. Forse un gentiluomo campagnolo poteva
-nel 1446 portare pugnale con impugnatura borchiata ad aspra invenzione
-d'orafo peregrino del 1435: non era ammissibile che un cortigiano
-la ostentasse. Descrivere in modo sommario un abbigliamento, una
-corazza, un giustacuore ricamato, l'equipaggiamento di una cavalcatura
-non era permesso: la fedeltà storica e l'amore del pittoresco non
-lo permettevano. Vediamo a prova, fra noi, come Tomaso Grossi fa
-parlare un armaiuolo, e come il dottor Carlo Varese descrive un
-cavaliere italiano errante al tempo di Marignano. Ma io vi parlavo dei
-_Francs-Taupins_ e del Bibliofilo Jacob: orbene credete che non me ne
-allontano._
-
-_Spolverato il volume l'aprii, ed ecco a inchiodarmi curioso una
-prefazione: _L'histoire et le roman historique_. Naturalmente l'autore
-parla di Walter Scott: ed è naturale. Al principio del secolo scorso
-il grande romanziere scozzese ha esercitato un'enorme influenza nella
-letteratura europea e nord-americana. Si può dire che l'ha dominata. E
-dichiariamolo subito: influenza benefica, salvataggio, rinnovazione,
-resurrezione: Walter Scott, fu, si può dire, il Cristo della
-letteratura._
-
-_La dominazione d'un'idea in un'epoca non è mai duplice: quando
-prevale la politica decade la letteraria. Napoleone è l'esempio tipico.
-Rotto l'impero della forza fisica ecco risorgere quello della forza
-intellettuale._
-
-_La Francia non è mai rifiorita letterariamente come dopo una
-disfatta: ad esempio dopo il '70. Ed a maggior ragione vinto l'impero
-e distrutto, fiorisce il romanticismo che fu, si può dire, la salvezza
-della letteratura non soltanto francese. Walter Scott dominò così da
-capitanare discepoli come Balzac (se ne vanta lo stesso autore degli
-_Chouans_: vedi _Illusioni Perdute_) come Hugo, come Dumas, come
-Merimée, come il Barante, lo storico dei duchi di Borgogna, e come
-il nostro bibliofilo Jacob, astro minore artisticamente, stella di
-prima grandezza come coscienza d'antiquario, e fedeltà di particolari
-cronologici. Influenza benefica ripeto, poichè il romanziere, che
-prendeva a maestro lo scozzese, imparava due grandi verità che ogni
-scrittore, il quale pretenda raccontare, dovrebbe avere impresse
-dinanzi agli occhi: la coscienza dei particolari, l'ausilio della
-fantasia._
-
-_Ed eccoci all'Assente._
-
-_Parlo della Fantasia._
-
-_La miseria letteraria d'oggigiorno, e l'Italia in fatto di miseria
-letteraria non ischerza, è dovuta all'Assente, a Madonna Fantasia, la
-decima musa, che s'è chiusa nella torre d'avorio, sdegnosamente, regale
-fuoruscita, e senza la quale purtroppo, non c'è salvezza! Oggi non si
-sa più raccontare._
-
-_Il male francese del naturalismo ha tutto infestato. L'esempio
-deleterio di Emilio Zola ha tutto inquinato. Si bandì la crociata
-contro la fantasia. Il romanziere non ha che da guardarsi intorno, e
-descrivere quello che vede. È un escursionista munito di Kodak. Non
-si costruisce più il romanzo, basta incominciarlo, introdurre due
-o tre personaggi, farli parlare e qualche volta muovere, infilzare
-cronaca spicciola su cronaca spicciola, sommariamente, e qualche volta
-sbadigliare sopra una teoria politica o sociale malamente digerita o
-annusata su qualche articolo di fondo._
-
-_Il giorno infausto in cui Emilio Zola aprì il famoso libro di Claudio
-Bernard, fonte di tutta la sua sapienza e si pompeggiò, come d'un
-vestito da veglione, della teoria determinista e _si documentò_,
-la strada facilona fu aperta. Che divennero la minuziosa ricerca di
-Gustavo Flaubert _(sono le minuzie che fanno la perfezione, diceva
-Michelangelo)_, la precisione e la proprietà dei Goncourt, ed il colore
-di Alfonso Daudet, davanti alle centomila copie _dell'Assommoir_?
-Madonna Fantasia fu scacciata come una serva infedele. Ed il pontefice
-del naturalismo (?) poteva scrivere in uno degli articoli che
-periodicamente mandava a un giornale russo, _Le Messager de l'Europe_,
-articoli raccolti poi nel volume _Les romanciers naturalistes_, queste
-parole di cui non si sa se lamentare più l'ignoranza o l'impudenza _“Ce
-qui je saisis moins c'est la profonde admiration de Balzac pour Walter
-Scott.... Il est très curieux de voir le fondateur du roman naturaliste
-(?) se passionner ainsi pour l'écrivain bourgeois, qui a traité
-l'histoire en romance. Walter Scott n'est qu'un arrangeur habile...”__
-
-_Come del resto poteva comprendere una passione, o semplicemente un
-entusiasmo di Balzac, il naturalista (?) Emilio Zola?_
-
-_Il male fu che la foga bruta iconoclasta prese la letteratura, che
-trovò una così facile strada aperta: la composizione del romanzo come
-un muro a secco, o meglio come un terrapieno od uno sterro in cui
-non si sa quello che si mette o dove si mette tutto quello che capita
-sottomano._
-
-_La fantasia fu così bandita, come può essere bandita la moneta d'oro
-da chi non possiede che la valuta cartacea._
-
-_Il perchè è semplice._
-
-_Chi possiede il dono meraviglioso della fantasia è un narratore per
-eccellenza, narratore come Schahrazade, come i poeti epici da Omero
-all'Ariosto, come i novellieri nostri di Toscana, come Walter Scott. È
-colui che nel canto del fuoco intrattiene fino a tarda notte, finchè
-non siano spente le ultime braci e consumati i rami resinosi negli
-anelli, corti principesche o veglie di popolo: chi possiede la fantasia
-sa costrurre un edificio di racconto senza annoiar mai, ma tenendo
-ben desta e vigile e fresca l'attenzione anche — e specialmente — se
-descrive una contrada o un mobile o un manto o un'elsa o uno strumento:
-chi possiede la fantasia fa vivere verbalmente e non si accontenta
-d'accatastar marionette di gesso o di fango sopra un'asse mal sicura:
-chi possiede la fantasia insomma è colui che solo ha diritto di narrare
-e di essere ascoltato._
-
-_Ecco perchè Onorato di Balzac, signore della Fantasia, si inchinava
-a Walter Scott ed ecco perchè il marionettista da fiera che si
-inorgogliva d'una coltura occasionale fatta sopra un libro mal compreso
-di Claudio Bernard non lo poteva capire. Ma chi possiede la fantasia
-è un gran signore e non si accontenta di una facile vittoria sopra
-un borgo di villani: va in Terrasanta, nel regno del Prete Gianni, e
-piange quando sente che non potrà conquistar la luna. Ma chi possiede
-la fantasia ama il pittoresco e costruisce pittorescamente, e narra con
-tutte le risorse che la decima musa gli fornisce._
-
-_Ma chi possiede la decima musa osserva l'undicesimo comandamento: non
-annoiare._
-
-_Dov'è oggi? Ahimè! oggi la Fantasia è assente._
-
-_Parlo dell'Italia, chè gli scrittori Inglesi e un nuovo manipolo
-di francesi, oggi se ne gloriano. Ed Eça de Queiroz, oggi, basta ad
-illuminare una nazione che par brancolare nel buio, soltanto perchè
-agita la face della fantasia._
-
- * * *
-
-_Siamo lontani, non è vero dal Bibliofilo Jacob? Forse. Ne siamo
-lontani se ci frulla per il capo d'aprire un libro, oggi, un libro
-italiano. Pare che gli scrittori montino in cattedra e si camuffino
-da retori politici, o da predicatori sociali. Si gonfiano, rane di
-Esopo, convinti di avere una missione morale: vogliono esser detti gli
-storici del costume, i cronisti dell'evoluzione, piccoli Villani che
-vantano una ricchezza culturale da banchieri del dopoguerra e credono
-in buona pace d'aver qualche cosa da dire per salvare, o ammaestrare
-o indirizzare l'umanità. Per conto mio ripeto un verso di Alfredo De
-Musset:_
-
-Il mio bicchiere è piccolo ma io bevo nel mio bicchiere.
-
-_Voglio raccontare solamente, semplicemente, come la bella tradizione
-nostrana mi ha mostrato da messer Giovanni Boccaccio ad Alessandro
-Manzoni, voglio raccontare come se parlassi a una comitiva da tener
-desta, voglio raccontare avendo per divisa l'undecimo comandamento,
-raccogliendo le belle memorie della mia terra e porgendole all'orecchio
-del benigno lettore: Me lo insegnò messer Torquato:_
-
- .................. asperso
- di soave liquor l'orlo del vaso
-
-_Ed avrò dinanzi per esempio fedele i narratori felici, che, pur
-minuziosamente descrivendo luoghi cose e persone, hanno allietato
-generazioni intere, compagni ed amici inestimabili e cari, sempre vivi,
-poichè non si vive che nella gratitudine di chi resta._
-
-_Ed ogni mattina al sorgere del sole nel sedermi al mio tavolo da
-lavoro con gioia, eleverò una preghiera all'Assente, perchè sia
-Presente._
-
- Milano, Aprile del 1922.
-
-
-
-
-PROLOGO
-
-CRONACA DEL 1794
-
-
-L'anno 1794, cominciato con una crescente agitazione sul litorale e
-per le vallate, avea ridotta la città di Ventimiglia ad una pericolosa
-anarchia. Le riforme e le vittorie della grande rivoluzione, la
-fuga del Re di Piemonte, le contese dei partiti nobiliari, che si
-disputavano le redini della città, apersero un adito a quel borghese
-vento di Fronda, ringagliardito dal concorso popolare, che, in modo
-tanto irruento, distrusse o trascinò, abbattè o domò, quanto si
-opponeva al suo cammino.
-
-Le guerre di successione avevano esaurito quello che una libertà
-comunale ed una dominazione di ferro s'erano studiate d'accumular
-di resistenza e di orgoglio: un Governo borghese di Magnifici finì
-per distruggere l'orma, forse feudale, ma potente, d'una gloriosa
-autonomia. Sicchè alle prime avvisaglie della rivoluzione e della
-discesa del generale Massena, coloro, che i nobili sprezzantemente
-chiamavano la canaglia, drizzarono l'albero della libertà sormontato
-dal berretto frigio, ed obbligarono le più nobili dame a ballarvi
-intorno. Pochi si ribellarono ai santi diritti di ballo del popolo:
-tre soltanto resistettero e furono il conte Luca Lascaris, il nobile
-Camillo Altariva, ed il duca Almerico di Nervia.
-
-Abitavano i castelli aviti posti fra Mentone e Bordighera ove si
-asserragliarono da prima con forse duecento partigiani, sperando
-con una guerriglia di opporsi all'invasione sul litorale, come
-l'imprendibile fortezza di Saorgio si sarebbe opposta fra le prealpi.
-
-Subito le intenzioni dei nobili signori parvero mirabilmente riuscire:
-la città cedette ed il generale Arena si ritirò senza aver ottenuto il
-chiesto passaggio libero per l'esercito della Repubblica.
-
-Ma il pericolo maggiore di Massena si avvicinava con troppa celerità:
-L'Altariva che aveva ottenuto il comando in capo dei insorti, fece
-distruggere un lungo tratto della via della Cornice, per impedire
-il transito delle pesanti artiglierie francesi e poi, lasciando che
-la città si disbrigasse come poteva meglio, sicuro di Saorgio difesa
-dal Saint-Amour, si ritirò a seguitare le ostilità sullo sbocco della
-vallata del Nervia.
-
-La sera del sei di Aprile, che incombeva triste e nuvolosa e pesante
-sulle colline e sul mare, lo sorprese accampato sopra uno sprone di
-collina, alle porte del comune di Camporosso, che si sospettava di
-fellonia e ch'era necessario sorvegliare.
-
-Nell'attendamento non si udiva alcun rumore: le scolte vegliavano ed i
-fuochi erano spenti.
-
-Camillo Altariva giaceva per terra avvolto in un ampio mantello: era
-a testa scoperta e s'appoggiava al cubito. Non si distinguevano per
-il crepuscolo bigio che gli occhi lucenti e grifagni e l'impugnatura
-d'oro della spada. Il Nervia tranquillamente russava coperto pure da un
-mantello.
-
-Presso di lui, seduto sopra un tamburo, il conte Luca Lascaris, esile
-e fine come una giovinetta, elegantemente vestito di un abito a coda
-attillato e di calzoni di pelle bianca, intrecciava sul cappello
-rotondo un nastro d'oro che dovea sostenere la coccarda bianca della
-reazione. Calzava stivaloni lucidi dalle risvolte bianche e portava
-gli speroni d'oro. L'alto colletto, avvolto con più d'un giro dalla
-cravatta ampia di merletto, usciva da un panciotto ricamato, sotto
-il quale spuntava il calcio d'argento d'una lunga pistola. Piccole
-mani e piccoli piedi e spiovente capigliatura: pareva una travestita
-eroina cavalleresca. Taceva assorto nella sua frivola occupazione
-di personalità del mondo elegante, come se fosse dietro un paravento
-presso la bella marchesa di Spigno, per la quale si diceva sospirasse
-in segreto.
-
-Si prolungava il silenzio: non giungeva che a quando a quando il rumore
-volontario che facevano le scolte urtando fucile e spada per provar più
-a sè stesse che agli altri di vigilare.
-
-Ad un tratto sotto la collina, fra gli ulivi, per ben tre volte si udì,
-troncato subito, il grido riconoscibile della civetta. Un soldato che
-giaceva presso il Nervia alzò il capo destandolo col movimento lieve
-ed ascoltò: poi ad un cenno dell'Altariva, allo stesso modo rispose tre
-volte.
-
-I tre signori s'erano alzati ed attendevano: così, di fronte, una
-differenza notevole appariva fra di loro: per quanto d'effeminato, di
-delicato, di fragile mostrava il Lascaris, altrettanto di robustezza
-di forza e di fierezza risaltava dall'Altariva e dal Nervia. Il secondo
-pareva padre del primo ed aveva forse qualche anno di meno.
-
-Come il canto della civetta si ripetè per tre volte ancora, avanzarono
-fino ad un breve spianato che finiva la collina ed attesero.
-
-Una mano di cavalieri che saliva lo sprone a briglia sciolta si fermò
-ad un comando e colui che li precedeva, uno scherano del Nervia,
-chiamato il Seborga, s'inchinò profondamente gridando:
-
-— Per il Re!
-
-L'Altariva ed il Lascaris a mezza voce risposero:
-
-— Per il Re!
-
-Ed il Nervia interrogò invece:
-
-— Che notizie porti?
-
-— Cattive, signor duca — rispose il Seborga.
-
-— Che ti caschi la lingua!.... — incominciò i Lascaris.
-
-Ma l'Altariva lo interruppe:
-
-— Conte, le brutte notizie ci sono state sempre compagne da che la
-guerra ebbe principio: non può esser colpa del Seborga se continuano.
-
-— Sicuro che la colpa non è mia, signore, ed il signor duca mio padrone
-sa che sono abituato a guardare il fuoco nemico. Così tutti avessero
-fatto sempre come me.
-
-— E chi non l'ha fatto? — domandò il Lascaris.
-
-— Saint-Amour, signor conte.
-
-— Saint-Amour?
-
-— Posso giurarlo. Il generale Massena girando la città si mostrò
-all'improvviso davanti a Saorgio, senza che potessero giocar le nostre
-artiglierie: Saorgio è francese e la strada è libera per Massena. Il
-comandante Saint-Amour non ebbe neppur gli onori delle armi.
-
-Nessuno fiatò: i soldati cercarono i rosari.
-
-— Ma non c'era che un sentiero — mormorò il Nervia — qualcuno dunque li
-guidò?
-
-— Sì, padrone — rispose il Seborga — qualcuno che abbiamo colto con le
-mani nel sacco.
-
-— Ah! ah! Prigionieri?
-
-L'Altariva ch'era rimasto sopra pensieri interloquì.
-
-— Se le notizie del Seborga sono vere, noi siamo perduti. E non
-possiamo dubitare delle sue parole. Massena sarà padrone della vallata
-domani, forse questa notte. Non ci rimane che una via di scampo: il
-mare e il rifugio in Sardegna.
-
-— Ma la città? — gridò il Lascaris.
-
-— La città non fugge. Ritorneremo.
-
-Saltò in sella e tutti l'imitarono.
-
-— Incendiate il bosco! — brevemente ordinò.
-
-Alcuni uomini l'obbedirono.
-
-— Ma i prigionieri? — fece osservare il Seborga.
-
-— Legateli ad un albero, morranno di fame.
-
-— Ed arrostiranno graziosamente — aggiunse il Nervia lisciando
-mollemente la criniera del cavallo.
-
-— Non li volete interrogare, signore?
-
-— A che pro? Non hai detto di averli trovati con le mani nel sacco?
-
-— Sicuro — confermò il Seborga — si vantavano di avere insegnato il
-valico agli azzurri e avevano centomila franchi d'assegnati nelle
-tasche.
-
-— Dunque basta, legali ad un albero!
-
-S'avanzarono due cavalieri che portavano in groppa ciascuno un corpo
-legato: scaricati e sciolti, apparvero una vecchia e un fanciullo, che
-si gettarono in ginocchio appena liberi.
-
-La vecchia donna potè appena articolare la parola pietà che il
-fanciullo cadde all'indietro come un cencio.
-
-Allora si gettò sul piccolo corpo con un grido rauco.
-
-— Non abbiamo fatto nulla, ve lo giuro, per la Madonna benedetta di
-Lampedusa. Due soldati ci hanno chiesto per dove si passava e l'abbiamo
-indicato a quei poveri giovani morti di freddo. Non è far del male
-indicare una strada, miei buoni signori!
-
-Mentre parlava pensò forse al denaro che le avevano sequestrato: lo
-credette ingente e n'ebbe paura.
-
-Vedeva due soldati spogliare il tronco d'un olivo: temette di dover
-essere impiccata. Raddoppiò gli urli della rauca voce stanca.
-
-— Pietà! Pietà!
-
-S'accorse di non essere ascoltata: si trascinò presso il Lascaris e gli
-abbracciò le ginocchia.
-
-— Se abbiamo fatto del male è mia la colpa, solamente mia: salvate
-il ragazzo ch'è innocente, ve lo giuro, che non mostrò la strada
-ai soldati. Sono io che li accompagnai. È così giovane, mio buon
-signore, ed è così duro morire quando si è giovani! È innocente come
-Nostro Signore sulla Croce. Non importa se mi farete morire; io sono
-vecchia....
-
-— Taci, strega! — mormorò un soldato respingendola col calcio del
-fucile.
-
-Ma gettò un urlo di dolore alla scudisciata del Lascaris, che
-s'intromise:
-
-— Siamo gentiluomini, Altariva, siamo cristiani, Nervia! Perchè
-incrudelire sopra una vecchia e un bimbo?
-
-La donna indovinò l'aiuto.
-
-— Ah! mio buon signore, che la Madonna vi tenga la sua santa mano sul
-capo.
-
-— Lascaris — gli rispose a mezza voce l'Altariva — pensa che i francesi
-domani saccheggieranno il tuo castello, che i tuoi furono obbligati a
-fuggire in esilio....
-
-Non finì, chè l'altro senza più far parola, bruscamente, con una
-strappata di briglia sparve di galoppo dall'altura. E per lungo tempo
-udì ancora gli urli della donna, che bastavano soli a destar nella
-notte illune gli echi della vallata. Poi non li udì più, con le proprie
-orecchie, ma sibbene attraverso la voce del Nervia che bestemmiava:
-
-— Per la croce di Dio! Mettetele il bavaglio!
-
-E allora gli giunse l'imprecazione:
-
-— Maledetti!.... Maledetti i vostri figli!...
-
-Non altro. Rabbrividì, mentre il bosco parve d'un tratto una sola
-fiamma.
-
-Un sordo galoppo lo seguì. L'Altariva e il Nervia giungevano a briglia
-sciolta con i soldati.
-
-— Che ha urlato? — chiese ai sopraggiunti il Lascaris con la voce un
-po' incerta.
-
-L'Altariva ebbe la parola tronca da un tremito.
-
-— Lasciate, conte: è cornacchia, e conviene che gracchi.
-
-A sua volta il Nervia mormorò:
-
-— Forse era meglio un colpo di pistola, ma la polvere è preziosa.
-
-L'Altariva arrestò d'improvviso il cavallo.
-
-— Seborga, fa suonar la sosta!
-
-I soldati si fermarono.
-
-— Nervia, Lascaris, conviene dividerci. Io tenterò di rientrare in
-città: per voi la salvezza del mare. Non ribellatevi, voglio così; mi
-avete giurato obbedienza.
-
-La piccola truppa si divise in due silenziosamente: i tre gentiluomini
-si abbracciarono.
-
-— Chiunque di noi, amici — continuò l'Altariva — giungerà salvo dal Re,
-gli ricordi che fummo fedeli sino alla morte. Addio!
-
-S'alzarono tre possenti gridi che la vallata accolse con gli echi
-sonori.
-
-— Altariva, per il Re!
-
-— Lascaris, per il Re!
-
-— Nervia, per il Re!
-
-E sparvero nella notte. Il sonito ferrato dei cavalli, il rumore delle
-armi urtate sopravvissero ancora, poi s'allontanarono, tacquero.
-
-Il silenzio riprese possesso della notte per la vallata.
-
-Solo brillava l'incendio come un faro.
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-CRONACA DEL 1796
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-I.
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-Uscita dalla piccola città la cavalcata si radunò sul breve piazzale
-dominante la discesa ripida verso il mare. Comandava Emanuele
-Embriaco, fuoruscito genovese, che s'era voluta concedere la voluttà
-d'attraversare terre interdette. Disceso dalla vallata del Nervia
-con i sessanta uomini concessigli dal marchese di Spigno aveva, non
-per solo capriccio di condottiere avventuroso, impunemente bravata
-la guarnigione di Ventimiglia, chiedendo il salvacondotto per
-oltrepassare, col pretesto di dover riconoscere le terre a settentrione
-sulla catena che costeggia il Roia ed adempiere un incarico della
-Repubblica segretamente ostile al Re di Piemonte.
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-Il comandante della città, vecchio soldato, che di raggiri poco
-s'intendeva, benchè avesse qualche mese prima fatto bandire il premio
-vistoso di cento lire non genovesi a chi vivo o morto riuscisse a
-consegnare l'Embriaco, abboccò all'amo e discese in persona sino a
-metà del ponte per incontrar l'avventuriere col quale s'intrattenne
-amichevolmente. Lo volle ospite anche nella sua casa e gli donò un
-bel pugnale con le borchie d'argento che l'Embriaco galantemente gli
-contraccambiò con una scatola di guanti profumati per la signorina sua
-figlia, donna Chiara, sospiro di innumerevoli provinciali. Ed alla
-porta della città il comandante con molti inchini s'era accomiatato
-dall'ospite senza menomamente sospettare d'aver avuto in mano per quasi
-tutto un pomeriggio quel bandito che a Genova continuavano a credere
-nelle terre di Ventimiglia e contro il quale riceveva di continuo
-raccomandazioni di vigilare sui dintorni e per le vallate.
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-Il sole discendeva quietamente dietro il monte di Roccabruna, quando
-i sessanta uomini dell'Embriaco sotto gli ordini di Bracciodiferro e
-del Ricciuto, luogotenenti, si disposero su quattro file ed attesero
-l'ordine di cominciar l'ascesa.
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-Emanuele Embriaco robusto gentiluomo di mezza età, dai capegli tutti
-neri ancora e dal viso aperto ed infuocato, ritto sulle staffe,
-sollevando la spada, fissò la porta, che si richiudeva, con un
-sorriso di scherno e salutò ancora il Comandante che dal poggiolo
-amichevolmente cennava. Poi comandò la marcia con la abitual voce
-imperiosa, brevemente. E seguì il drappello.
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-Uomini abbronzati dai volti bestiali e dagli sguardi feroci facevano
-parte della squadra scelta di Bracciodiferro, vecchio bravo del
-marchese di Spigno: salvati più volte dal capestro e dalle galere, gli
-ubbidivano ciecamente e lo seguivano con una fedeltà degna di eroi.
-Le casacche di cuoio greggio, i larghi cinturoni di pelle, bianca una
-volta, gli stivali informi ed i cappellacci usati dalle intemperie
-attestavano poco della eleganza; ma l'uomo di guerra sùbito appariva
-dalle armi. Il moschetto, la spada lunga, le pistole, il coltellaccio
-da lupi, tutto quanto era arnese di guerra, si mostrava accuratamente
-forbito, lucido, quasi prova d'un'informe civetteria d'amanti: le
-borchie risaltavano, le canne luccicavano, le lame risplendevano:
-gli ottoni dei foderi pareano d'oro. I diciotto sottoposti di
-Bracciodiferro compivano dunque una degna corona al loro capo.
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-Breve, tarchiato, nerboruto, dalle corte gambe, ma dalle braccia
-lunghe, lo scherano dell'accorto marchese di Spigno, tra i suoi uomini,
-anche da chi ne ignorava il grado, non poteva che essere creduto il
-capo. Le mani sgraziate ma possenti, dalle dita erculee, mancavano
-accuratamente di tutte le unghie, che gli erano state strappate dalla
-tortura quando, ai soldi meschini di un nobile di Lunigiana, aveva
-dato l'assalto ad un villaggio, non lasciando pietra su pietra. Il
-suo padrone s'era fatto in quattro per salvarlo, ma la Repubblica
-genovese inflessibilmente s'era imposta, e poichè Bracciodiferro
-non aveva menzionato complici o mandanti (si supponeva nel Fregoso
-padrone di Molasso l'incitatore) la tortura l'aveva conciato in tal
-modo, con qualche tratto di corda per compenso, da credere di guarirlo
-moralmente per sempre. Curato, rimase per qualche anno prigioniero
-in un castellaccio presso Novi che restò, dopo un lungo processo, di
-proprietà del marchese di Spigno, il quale s'intendeva d'uomini e di
-guerriglie come un condottiere o meglio un politico del seicento.
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-Bracciodiferro cominciò ad impietosire la marchesa Fiorina, e poichè,
-alla giovine sposa il vecchio marchese nulla negava, il prigioniero
-liberato fu ammesso agli stipendi grassi del marchesato. In poco
-tempo se ne mostrò riconoscente e fu elevato di grado, finchè,
-al comando d'una squadra un bel giorno si trovò a seguir le sorti
-dell'Embriaco. Al contrario di Bracciodiferro, il Ricciuto non era
-uomo di guerra, ma chierico fuggito da un complicato affare di donne
-che egli attribuiva al suo cattivo destino. Esile, biondo, pallido,
-vestito con ricercatezza di velluto nero, con guanti di pelle nera e
-con una spada signorile, il Ricciuto comandava negligentemente venti
-soldati dell'esercito regolare del Re di Piemonte che appartenevano al
-presidio della Ferania. Potea vantare il grado onorifico di maresciallo
-d'alloggio ma non vestiva l'uniforme, perchè distaccato in permanenza
-al marchesato.
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-Bracciodiferro aveva il viso attraversato da un colpo di spada,
-il Ricciuto l'aveva adornato da un civettuolo neo biondo in fondo
-alla guancia sinistra. Tutti e due nella rabbia arrossavano i loro
-particolari contrassegni: il primo sentiva diventar vermiglia l'ampia
-cicatrice, il secondo la pelle tesa intorno al neo ricciuto, che gli
-aveva dato il soprannome. Entrambi però d'un coraggio consono al tempo
-eroico e turbinoso in cui si svolgeva la loro vita avventurosa.
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-Nel salire il declivio incolto della collina indifferentemente stavano
-a capo degli uomini che loro appartenevano, e badavano a dirigere
-la cavalcatura tra i cespugli e le roccie ingombranti il sentiero
-appena tracciato sino ad un fortino di brutta apparenza. Veniva ultimo
-l'Embriaco soprapensieri. Dominò il silenzio nella comitiva sino al
-primo ciglione di muro a secco oltre il quale una breve piazzetta
-preludiava altre trincee del forte, che s'alzava minaccioso e torvo
-sulle loro teste. Ma l'Embriaco non dubitava di poterlo oltrepassare
-con l'astuzia usata in città, astuzia che gli aveva procacciato un
-salvacondotto in piena regola. Quando adunque sulla piazzetta le
-cavalcature dei due luogotenenti si fermarono ed i soldati poggiarono
-a terra i moschetti, egli tolse dalla tasca d'arcione il foglio e
-l'infilò sulla baionetta del soldato che aveva più vicino.
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-— Ricciuto — disse — portati con quattro uomini a chiedere il passaggio.
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-Il comandato obbedì senza parola, benchè sembrasse stupito che un
-fortino tanto minaccioso in apparenza, non avesse neppure l'indizio
-d'una sentinella avanzata che annunciasse un arrivo d'armati. Ma
-riflettendo, che con tutta probabilità il Comandante di Ventimiglia
-poteva aver già dato gli ordini opportuni per mezzo del passaggio
-segreto che senza dubbio doveva unire il forte alla città, sparve nelle
-trincee con gli uomini.
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-L'Embriaco rimasto nello spiazzo libero conquistato, guardava la
-collina che declinava al mare con una ripida scesa e la città ineguale
-che distendeva sino al Roia le case nere e la geometrica riga delle
-mura chiazzate di muschio e lucenti d'artiglierie. Vedeva al di là del
-fiume una pianura verdeggiante di canneti e di strami, poi la linea
-d'argento del torrente Nervia, poi del verde più rado contornato da
-roccie crude, poi sulla punta nel mare Bordighera inerpicata e raccolta
-come un alveare. Prima, al di là di Ventimiglia, i monti ripidi e
-bui delle Maure, dalla folta e selvaggia chioma di pini e di quercie
-secolari, spiegavano quasi una spalliera misteriosa alla città. Oltre
-il declivio di sterpi e di assi, il mare deserto sino all'ultimo
-orizzonte: il sole che tramontava parea delineare degli strati vermigli
-e turchini con dei toni lattei, dei riflessi d'agata, degli opachi
-luccichii d'onice sull'infinita distesa tranquilla, che il cielo d'un
-tenero perla a poco a poco nel lontano inchinante al grigio limitava
-tangibilmente.
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-— Ritornano — mormorò Bracciodiferro, tirando a sè le redini con
-un moto brusco abituale, per far sì che il cavallo si scuotesse
-impennandosi, e s'accingesse al nuovo cammino.
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-L'Embriaco volse il capo, tranquillo in viso, ma poco sicuro dentro di
-sè.
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-Ritornava infatti il Ricciuto, lentamente e si teneva all'indietro del
-cavallo che discendeva con isforzo il ciglione montano. Lo precedevano
-sparsamente i quattro uomini, uno dei quali portava sempre infilato
-sulla baionetta il salvacondotto.
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-— La strada è libera, monsignore — gridò il pallido luogotenente.
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-— Avanti dunque, — comandò l'Embriaco agli uomini che l'attorniavano. E
-pensò: — Prudenza ad ogni modo.
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-Salirono ancora. Il sentiero che s'inerpicava tra le roccie ed
-i terrapieni, malagevolmente nascondeva alla vista il forte. Lo
-scoprirono d'un tratto allorchè vi furono dappresso e doveano passare
-quasi rasentandolo. Andavano a gruppi dispersi progredendo come
-potevano per le asperità del cammino: veniva ultimo il condottiero.
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-Al di là del forte continuava il ciglio estremo della collina che
-s'univa ad una seconda poi ad una terza finchè non apparivano le grandi
-torri d'un castello feudale adorno d'un'ampia bandiera svettante al
-vento del crepuscolo.
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-Emanuele Embriaco guardava quel castello, quando quasi senza
-accorgersene, oltrepassò un corpo di guardia, munito d'una specie di
-postierla, il cui selciato risuonò sotto i passi dei cavalli. S'udì
-nell'interno un sùbito comando:
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-— Fuoco!
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-Rispose un grido d'allarme. E sibilarono proiettili nell'aria.
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-II.
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-Prima però che l'Embriaco avesse potuto rendersi conto di ciò che
-succedeva, una voce forte e risoluta che giungeva dall'altro versante
-della breve collina, gridò:
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-— Olà del forte! Olà del forte!
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-Il fuoco cessò come per incanto, senza aver fatto alcuna vittima
-e l'Embriaco, non ancora uscito dallo stupore, stava per inviare
-il Ricciuto a chiedere la ragione della brusca accoglienza, quando
-apparve una cavalcata elegante, quantunque poco numerosa, a varcare il
-ciglio estremo risolutamente. La capitanava un'amazzone di età dubbia,
-fortemente conformata, che domava uno stallone bianco di meravigliosa
-bellezza. La donna vestiva d'un panno marrone chiaro con ricami
-d'argento e di seta nera, e portava sui capegli quasi grigi un ampio
-cappello a falde larghe d'un feltro pure marrone, sormontato da una
-piuma nera. La seguivano due dame d'inferior condizione e due scudieri
-disarmati.
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-Avanzò scuotendo lo scudiscio, mostrando l'ira che le accendeva la
-faccia risoluta e le faceva balenar lo sguardo imperioso.
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-D'un solo balzo lo stallone raggiunse la vetta del colle da quel
-ciglione ove era apparso e fece risuonare sotto le zampe ferrate le
-selci dure e gli echi dell'archivolto.
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-— Dov'è il Comandante? Chiamatemi il Comandante!
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-Al silenzio, che il primo grido mandato dalla signora aveva imposto,
-era succeduto un sussurrio nel corpo di guardia: apparivano dalle
-feritoie visi di soldati sorpresi e canne di fucile, che sùbito
-sparivano. Si faceva notare una grande animazione ed un vocìo attenuato
-e contradditorio d'ordini a mala pena interpretati e sùbito repressi.
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-Finalmente, quando già la signora, stanca della breve attesa, come
-colei ch'era avvezza ad essere obbedita ad un cenno, aveva fatto
-impennare lo stallone incitandolo a varcare un breve grado che
-divideva il sentiero dalla parte superiore dell'archivolto ove
-s'apriva il portone del fortino, le porte massiccie gravemente si
-schiusero ed in mezzo ai soldati apparve con la spada sguainata il
-Comandante. Comandava allora il castelletto un vecchio soldato della
-repubblica, Nicola Borzone, avanzo della guerra di successione, uomo
-rigido e fedele osservatore di consegne che si conosceva sotto il
-nome di _Senza-dio_, non perchè professasse le teorie d'ateismo che
-cominciavano a diventar di moda in provincia, ma perchè mancava del
-pollice della mano destra: _senza-dito_ quindi, ma poichè _dito_ in
-genovese è pronunciato _dio_, quel nomignolo, come succede spesso per
-nomi storpiati, era senz'altro rimasto al vecchio soldato.
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-Nicola Senza-dio, apparso in arme sulla porta del castello, vedendo
-la signora che aveva spinto il cavallo sin presso allo scalino,
-indietreggiò arrossendo e fece un goffo inchino. Nello spingersi
-indietro urtò nei soldati ed il rumore di ferracci smossi violentemente
-sembrò assai poco gradevole allo stallone signorile, che tentò
-d'impennarsi di sorpresa, ma che fu sùbito ricondotto al dovere da una
-piccola mano che si mostrò greve sotto il guanto di sottil cuoio.
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-— Comandante — gli chiese la donna sul cui viso l'ira splendeva ancora
-— da quando in qua mi si accoglie a fucilate? Mi avete presa per una
-vivandiera sanculotta od abbiamo una nuova armata di Spagna alla vista?
-Sarei curiosa di sapere che cosa ne penserebbe mio figlio se conoscesse
-la bella accoglienza che mi fanno i vostri soldati! Per Nostra Signora
-del Miracolo, non voglio ritardarmi di molto il piacere della curiosità
-sodisfatta. Ve la sbrigherete con lui, Comandante: siete vecchio, è
-vero, e lo sono io pure, ma le dame hanno diritto a ben altri madrigali
-che non siano di piombo come i vostri, signor mio. Intanto sappiate
-che io vado secondo il mio piacere e che non mi alletterebbe molto una
-seconda salve di gioia come quella di poco fa. Date gli ordini, ve ne
-prego. E fate presto!
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-Il Borzone, rosso dalla vergogna e umiliato, si avanzò inchinandosi
-ancor più goffamente nel modo maldestro di chi è uso ad indossar la
-casacca più che gli abiti di seta, i nastri e le fibbie ingioiellate.
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-— Signora marchesa, incominciò.....
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-Ma l'amazzone, senza dargli il tempo di scusarsi, lo interruppe
-irosamente e sarcasticamente.
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-— E mi parlate con la spada in mano, Comandante? Non sono il signor
-marchese de Sade io per compiacermi a certe nudità oscene di ferraccio.
-Nascondete codesto schidione anzi tutto e badate alle convenienze
-quando vi si permette di parlare ad una dama.
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-Il Comandante ringuainò la spada: ma trovandosi libere allora le
-mani il suo impaccio crebbe: onde non seppe che allargare le braccia
-ed accorciare il collo fino ad avvicinare il mento, non troppo
-accuratamente sbarbato, al collare unto della casacca.
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-— Signora Marchesa — ripetè — signora Marchesa, vi prego di scusarmi:
-Vostra Signoria sbaglia pensando che il fuoco dei miei soldati le fosse
-diretto: sono troppo vostro umile servitore e l'illustrissimo Signor
-Conte mi onora troppo della sua benevolenza perchè un simile pensiero
-mi possa neppur attraversare il capo....
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-— Ed allora perchè?....
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-Ma nel mentre la dama s'accingeva a parlare, lo stallone fece un brusco
-movimento di scarto e l'amazzone scorse gli uomini dell'Embriaco, fermi
-ed in armi, dall'altro versante del colle, a pochi metri da lei.
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-— Per Nostra Signora del Miracolo — gridò — degli altri soldati? Ma è
-un agguato questo!
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-Il Comandante si decise ad uscire dalla soglia.
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-— Su quelli avevo dato ordine del fuoco! Il comandante di quei banditi,
-quel nero laggiù vestito di velluto, è il fuoruscito Emanuele Embriaco,
-su cui pesa una taglia della Serenissima Repubblica di Genova!
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-L'Embriaco aveva assistito in silenzio al dialogo fra l'amazzone e il
-vecchio soldato: la naturale configurazione del terreno l'aveva per
-di più tenuto nascosto alla cavalcata ultima venuta, e la cui signora
-egli aveva udita chiamare Marchesa. Pensò giustamente che doveva essere
-la marchesa Isabella di Spigno, contessa Lascaris, madre del conte
-attuale a cui apparteneva il turrito castello che vedeva pompeggiare
-nell'azzurro chiaro del giorno morente sopra un culmine di collina a
-dominare la vecchia città, l'antica strada romana ed il declivio ripido
-al mare tra i faggi i pini e gli olivi.
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-L'avventuriero misurò d'un tratto geniale quanto fosse precaria la
-posizione in cui si trovava: fuoruscito perseguitato, bandito dalla
-potente Repubblica, tra una città nemica posta sotto la protezione
-della Repubblica stessa ed un vecchio soldato di quel governo che egli
-aveva tentato invano di rovesciare, con pochi soldati, riconosciuto
-oramai, posto quasi nell'impossibilità di combattere, assolutamente di
-indietreggiare: a quale partito più scaltro appigliarsi dunque se non a
-cercare una salvaguardia in quella signora altera e sprezzante che la
-benigna fortuna aveva posta sulla sua strada? Per il che, fatto cenno
-ai suoi di non seguirlo, s'avanzò verso la dama che lo guardava stupita
-e, salutandola con la cortigianeria di chi è uso ad una società che non
-doveva esser la stessa del Borzone, fatto tre volte sventolare l'ampio
-cappello, e toccate della piuma nera l'aria e la strada, piegando
-il ginocchio così s'espresse, con voce ferma e dolce, senza tremiti
-nè timori, guardando con occhi pieni di una lieta meraviglia e d'una
-grande confidenza la cavalcatrice:
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-— Eccellenza, illustre e bella marchesa di Spigno, contessa Lascaris
-di Tenda, permettete ch'io deponga ai vostri piedi l'omaggio mio
-personale....
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-Ed alzandosi poi alteramente:
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-— .... e che vi dia novella del fratel vostro mio benamato caro
-ed illustre signore, il Marchese Ibleto di Spigno, che mi manda
-messaggero, umile per una causa grande, ma fedele per meritarmi la
-sua benevolenza, al figlio vostro, il glorioso conte Luca Lascaris di
-Tenda, che Nostra Signora del Rimedio conservi lunghi anni per l'onore
-della nobiltà di Liguria e l'esempio a quella di tutto il mondo.
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-S'inginocchiò di nuovo.
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-— Ho detto. Voglia ora l'Eccellenza Vostra darmi con benigna
-condiscendenza facoltà d'alzarmi e permettermi, giunti al castello
-dei Lascaris, che il discendente d'un patrizio genovese possa, o bella
-signora, vantarsi di avervi retta la staffa.
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-Il Borzone, per quanto rude ignorante e duro soldato, si accorse che
-tutto il brillante parlare dell'avventuriero ad altro non mirava che
-a togliersi dal passo pericoloso in cui si trovava, onde, senza altro,
-avanzandosi fin presso all'Embriaco, stizzosamente borbottò:
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-— Che mi va cianciando costui? Ho dalla Serenissima l'ordine di
-arrestarlo! Dunque si leghi! Olà!
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-Ma la Marchesa, fiammeggiando ira dagli occhi, spinse il cavallo fra i
-due.
-
-— Signor Comandante, avete giurata quest'oggi la mia dannazione? Per
-Nostra Signora del Miracolo, volete voi questa notte, pendere a capo
-all'ingiù dai merli della vostra bicocca? Quando mio figlio saprà in
-qual modo accogliete gli ambasciatori che i suoi congiunti gli mandano,
-giuro per la salvezza dell'anima mia, che non vorrei trovarmi neppur
-vostra vicina!
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-E come il Borzone aveva fatto il gesto d'afferrare il freno del
-cavallo, alzò lo scudiscio.
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-— Olà signore, voi mi diventate pazzo? Vi ho concesso l'onore di
-conversar con voi e da villano ne abusate di già? V'ordino allora
-di lasciar libera la strada al mio seguito: mi piace di tornar al
-castello.
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-— Ma è l'Embriaco! È un bandito! — mormorava ruggendo Nicola Borzone,
-mordendosi fino al sangue il labbro inferiore.
-
-— Fosse l'ultimo dei ribaldi, viene a me sotto il nome di mio fratello.
-Sgombrate!
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-E tratte le redini si volse, incamminandosi per l'erta, seguita
-dall'Embriaco, discreto nella vittoria, e dai soldati del Ricciuto e
-dai bravi di Bracciodiferro.
-
-Nicola Borzone immobile sotto l'archivolta, vide il seguito numeroso
-campeggiare sullo sfondo azzurro chiaro del tramonto sereno, poi,
-seguendo la strada romana, che serpeggiava di vetta in vetta tra le
-colline, dirigersi verso il castello dei Lascaris che si stagliava
-cupamente illuminato da un sinistro bagliore di croco nello sfondo
-sotto l'egida possente del feudale gonfalone.
-
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-
-III.
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-La cavalcata giunse al castello dei Lascaris nell'assenza del conte
-Luca, uscito per la caccia.
-
-L'Embriaco fu condotto nell'appartamento destinato agli ospiti
-ed il Ricciuto ve lo seguì. Quando furono soli, ed il fuoruscito,
-spogliatosi della rude casacca e deposta la spada, si fu sdraiato in
-una soffice poltrona, lo scherano guardò con un sorriso di confidenza
-l'avventuriero e tentennò il capo.
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-— Che hai, Ricciuto — chiese l'Embriaco — o che vuoi?
-
-— Magnifico signore, vorrei la sicurezza.
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-— Non lo siamo forse noi sicuri? — rispose il fuoruscito osservando
-all'intorno le forti muraglie del castello, della cui resistenza e
-solidità facevano testimonianza i profondi vani delle finestre.
-
-— Vossignoria s'illude — mormorò mestamente il Ricciuto. — Affè mia,
-preferirei essere all'aria aperta con la mia brava carabina sulla
-spalla, e trovarmi anche sotto il tiro delle artiglierie del Borzone.
-Qui mi par d'essere in trappola.
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-— Suvvia, sei lugubre, Ricciuto, come un vecchio barbagianni
-spennacchiato!
-
-— Vedo giusto, signor conte!
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-— Vedi giusto? — esclamò l'Embriaco. — Osi dire di veder giusto, quando
-la stessa Marchesa madre mi ha offerto ospitalità?
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-— La Marchesa madre, sicuro, non il Conte figlio.
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-— Che vuoi dire?
-
-— Voglio dire, signor conte, che in questi tempi la politica fa spesso
-esser di diverso parere moglie e marito, come i Marchesi di Spigno
-possono dimostrare e tanto più madre e figlio; in ispecie quando, come
-nel caso nostro, vedono diversamente.
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-— Tu parli per enigmi, Ricciuto!
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-— Io parlo per verità. Non ricordate forse, signor conte, che se la
-Marchesa di Spigno tiene per il Re di Piemonte, il marito apertamente
-parteggia per le nuove idee venute di Francia?
-
-— Ma non abbiamo a che fare coi Marchesi di Spigno, qui! Sono lontani,
-per volontà di Dio!
-
-— Non molto, signor conte: la bella Marchesa Fiorina di Spigno, in
-altri tempi, assai recenti del resto, fece gli occhi dolci al conte
-Luca Lascaris, che, a quanto sottovoce si narra non fu insensibile, nè,
-pare, sfortunato.
-
-— Va bene! Lo so! E con questo?
-
-— Credete voi, signor mio, che la bella Marchesa di Spigno, degna di
-ben più alti cuori, si sarebbe abbandonata ad un amoretto annacquato
-col giovine cugino senza un ragione tanto più forte quanto più nascosa?
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-L'Embriaco ascoltava interessato.
-
-— E cioè?
-
-— E cioè di guadagnare alla causa del Re di Piemonte il conte Lascaris:
-il Re di Piemonte ha un grande amico in queste riviere....
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-S'avvicinò alla finestra e mostrò un castello nero e solitario sopra
-una scogliera presso il mare.
-
-— .... Il nobile Camillo Altariva. Se potesse guadagnare anche il conte
-Lascaris, le nuove idee di Francia non arriverebbero nè a Genova nè a
-Torino.
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-— E tu credi?
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-— Io nulla credo: quando si tratta di una donna bella ed astuta come la
-marchesa Fiorina, non si può dubitare: è certo.
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-— Dunque Lascaris cospira con la Spigno? In questo caso sono
-salvo. —
-
-Il Ricciuto rise sotto il mento.
-
-— Lo credete, padrone?
-
-— Per il Papa, se lo credo! Siamo partigiani.
-
-— Io non lo credo però!
-
-— Perchè?
-
-— Perchè il conte Lascaris non ha alcun interesse a rompere con la
-Serenissima apertamente: se l'avesse, avrebbe già rotto. No, signor
-conte; si cospira. Dunque si teme la luce del sole. E poichè la
-Repubblica di Genova dubita del conte Lascaris, e con ragione, il conte
-Lascaris darà del fumo negli occhi alla Serenissima, consegnandovi
-al Borzone. Chi siete voi, dopo tutto? Un uomo fuori della legge,
-pericoloso per amici e nemici. Consegnandovi, il conte Lascaris farà
-palese la sua buona fede di amico della Repubblica e cospirerà poi con
-tutta sicurtà.
-
-L'Embriaco preoccupato osservò:
-
-— Ma se l'intesa fra Luca e Fiorina fosse già avvenuta?
-
-— Non può essere avvenuta! Il messaggero non cammina come noi!
-
-— Secondo te, dunque io sarei perduto....
-
-— Certamente.... a meno che....
-
-— A meno che?
-
-— Non foste voi davvero il messaggero tra Fiorina e Luca Lascaris.
-
-L'Embriaco si alzò:
-
-— Che dovrei dunque dire a Luca?
-
-— Nulla dire, signor conte, mostrare!
-
-— Mostrar che cosa?
-
-— Una lettera della marchesa di Spigno.
-
-I due si guardarono.
-
-— E tu credi che....
-
-— La bella marchesa di Spigno è troppo gran dama per degnarsi di
-scrivere.... firma soltanto ed ancora con una tal quale disinvoltura
-che la rende illegibile. Così.
-
-Togliendosi dalla cintura un calamaio di legno ed un fascio di fogli,
-il Ricciuto, con bella sicurezza, tracciò un ghirigoro che l'Embriaco
-osservò arrossendo.
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-— È proprio la firma di Fiorina!
-
-— Precisa! Certo il Marchese di Spigno scrive da erudito e legge il
-signor di Voltaire. Ma la Marchesa.... ecco qui tutto il suo sapere.
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-L'Embriaco esitava. L'altro proseguì:
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-— Vi piacerebbe pendere appiccato dai merli del fortino?
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-L'Embriaco non rispose.
-
-— Salvarsi da tutte le reti per incappare nelle mani di un Borzone! A
-Genova ne riderebbero della grossa.
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-In quella, un suon di corno giunse da lontano.
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-— Il conte Luca ritorna! — mormorò il Ricciuto.
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-Il suon di corno risuonò più vicino.
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-— Decidetevi dunque: volete?
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-Allora l'Embriaco, quasi scuotesse di dosso l'uggia d'una risoluzione
-impellente, mormorò:
-
-— Ho sonno, Ricciuto: occupati tu dei miei affari, ti prego.
-
-
-
-
-IV.
-
-
-Il Conte Luca Lascaris tornato dalla caccia ebbe un colloquio
-temporalesco ma breve con la marchesa Isabella: poi con la rude
-cortesia che anche nei momenti meno simpatici gli era abituale, si fece
-annunziar presso l'ospite.
-
-L'Embriaco lo ricevette con un grazioso inchino.
-
-— Scusatemi, signor conte, — gli disse il Lascaris — se l'ospitalità
-del mio castello non è quella che si conviene ad un gentiluomo pari
-vostro....
-
-L'Embriaco non lo interruppe.
-
-— .... ma vi assicuro che io sarò dolente allorchè ne varcherete la
-soglia per i molteplici negozi che senza dubbio reclamano fuori di qui
-la vostra presenza.
-
-— Il che vuol dire — il fuoruscito rispose — che bellamente mi negate
-asilo?
-
-— Negarvi asilo? Dio non voglia. Ma il mio castello non è nè chiesa del
-Signore, nè convento riconosciuto e tanto meno piazza forte. D'altra
-parte il mio patto di fedeltà alla Serenissima Repubblica di Genova mi
-vieta di ricevere i suoi nemici.
-
-— E così mi consegnerete al Borzone?
-
-— Vi prego di non male interpretare le mie parole. Finchè sarete sulle
-mie terre nessuno oserà toccarvi: quando ne uscirete, alla grazia di
-Dio!
-
-L'Embriaco chinò il capo.
-
-— Quando dovrò uscire dal castello?
-
-— A piacer vostro, signor conte!
-
-— Subito allora.
-
-Il Lascaris non rispose. Restò un po' curvo, ciò che l'aggraziava,
-giacchè era un bel gentiluomo, elegantissimo, quasi effeminato, ed
-amava d'eguale amore armi e profumi.
-
-— Prima però, — l'Embriaco riprese — permettete che io adempia sino
-all'ultimo l'incarico affidatomi da una dama.
-
-Il Conte Lascaris trasalì.
-
-— Un incarico per me?
-
-— Per voi. Date ordine che ci lascino soli.
-
-Ad un cenno la scorta del castellano si ritirò nell'antisala.
-L'Embriaco lentamente, quasi centellinasse, quasi succhiellasse ogni
-parola, continuò:
-
-— Ed ora vogliate scusarmi se mi spoglio innanzi a voi.
-
-Si tolse la casacca, sbottonò il giustacuore, poi fra la camicia ed un
-sottil giaco tolse una lista di pergamena avvolta intorno alla persona.
-Il Lascaris lo seguiva dello sguardo stupefatto: accolse con diffidenza
-la pergamena che l'Embriaco gli porse, vi gettò uno sguardo annoiato ed
-arrossì violentemente.
-
-— Chi ve la diede? — esclamò afferrando la mano del genovese.
-
-— Scusatemi se io ve la porto senza sigillo nè stemma e senza nastri.
-Ero malsicuro per i passaggi guardati. Ho dovuto avvolgerla, sotto il
-giaco, alla persona, perchè all'occorrenza passasse con me.
-
-— Vi ringrazio — potè appena articolare il castellano — vi ringrazio e
-vi prego di non tener calcolo delle mie parole di poco fa.
-
-Gli tremavano le mani, il viso gli si era fatto più pallido del
-consueto.
-
-— Ad ogni modo credete che vi libererò presto della mia presenza —
-l'Embriaco riprese crudelmente. — Vi potrete ad ogni modo servir di me
-per una risposta, se vi parrà che ne valga la pena.
-
-Il Lascaris non rispose: leggeva concitato e tremante. Poi alzò gli
-occhi in viso all'ospite.
-
-— Fu la marchesa Fiorina a consegnarvi questa lettera?
-
-— Fu la marchesa Fiorina. Ma siccome non ignorava i pericoli ai quali
-andavo incontro, volle che imparassi a memoria la missiva che forse non
-avrei potuto consegnarvi.
-
-— Vi ringrazio — cominciava il Lascaris.
-
-In quella uno scudiero si avanzò nel vano della porta.
-
-— Il signor Nicola Borzone chiede di parlare al signor conte.
-
-Si voltò di scatto il Lascaris.
-
-— Dite al signor Borzone che non l'ho fatto chiamare: che attenda i
-miei ordini al fortino.
-
-Un lampo di gioia, subito celato, illuminò il volto dell'avventuriero.
-
-— Perdonatemi — susurrò il Lascaris, e si raddrizzò con aggraziata
-alterezza: perdonatemi. Sono tempi questi in cui bisogna diffidare
-anche delle persone più legate dal sangue. Non me ne vorrete, io spero,
-se ho dubitato di voi.
-
-— Non ve ne voglio. Tutt'altro. Penso che il primo dovere di chi
-cospira, sia il sospettar di tutto e di tutti.
-
-— E chi vi ha detto che io cospiri? — domandò il giovane castellano
-corrugando le sopracciglie, ripreso a suo malgrado dalla diffidenza.
-
-L'Embriaco evitò lo sguardo inquisitore, non troppo abile nè penetrante
-del resto, e sorrise.
-
-— Chi non cospira oggi? È dovere ed è l'unico piacere che ci si
-permetta ancora. Fra due contendenti si parteggia, fra tre si cospira.
-La Repubblica genovese da una parte, la Francia dall'altra, il Re di
-Piemonte e cioè l'Austria....
-
-Il Lascaris era troppo giovane: trasalì.
-
-— Vedete — riprese l'Embriaco — vedete? Cospirate anche voi, e fate
-ottima cosa. Però cospirar da soli è sterile e voi non siete uomo da
-perdervi in vanità. Non mi parlate, non vi confidate. Vediamo prima:
-colui che la marchesa Fiorina di Spigno degnò della propria confidenza,
-può essere un amico per voi?
-
-— Lo può!
-
-— E allora.... non parlate, no, chè può legarvi un giuramento! Parlerò
-io.
-
-— Parlate.
-
-— Tre uomini in questo estremo lembo di Liguria possono opporsi
-all'invasione francese: voi e Camillo Altariva per queste vallate
-e il signor duca di Nervia per la sua: stretta fra voi la città
-di Ventimiglia, ove si dibattono chi parteggia per Francia e chi
-per Genova, è innocua: il Re può così esser sicuro di conservar
-le sue terre e il suo potere: finchè voi vorrete i francesi non
-passeranno.....
-
-— È certo che non passeranno.
-
-— Lo penso anch'io. Ditemi solo una parola che non vi può
-compromettere: Per il Re?
-
-Luca Lascaris tese la mano.
-
-— Per il Re!
-
-— Alla buon'ora! — esclamò l'Embriaco stringendogli la mano tesa. —
-Alla buon'ora! Vedete come ci s'intende facilmente! Alla buon'ora!
-
-Un ultimo dubbio serpeggiava nel cuore del castellano mentre mesceva
-all'ospite il bicchiere del benvenuto. Ma l'Embriaco dissipò anche
-quest'ultima nube.
-
-— Al diavolo la politica e le cure degli affari di guerra. Non bevo
-a voi, signor conte, ma al fiore della cortesia, della grazia e della
-bellezza, all'impareggiabile Marchesa Fiorina di Spigno, degna del Re
-Sole.... o di voi!
-
-E i calici gaiamente tintinnarono.
-
-
-
-
-V.
-
-
-Lo stesso giorno, mentre accadeva quanto è oggetto dei capitoli
-precedenti, in una casa della città verso le mura e prospicente quindi
-la vallata del Roia, si notava un allegro via vai.
-
-Betto Grimaldi, il comandante della città, ritornava dall'aver
-accompagnato l'Embriaco, recando alla figliola il dono
-dell'avventuriero. Lo scortavano alcuni soldati che si fermarono al
-portone, tutto aspro di chiodi, e già salutavano il vecchio soldato
-che s'accingeva ad entrare, quando un rumore di passi pesanti e sonori
-s'udì nella viuzza.
-
-— Guarda chi arriva, Giano — ingiunse il Grimaldi a un soldato della
-scorta, il più giovane, il più lisciato, che pareva d'origine meno
-popolaresca del restante.
-
-— È il Moncherino, Comandante — rispose l'interrogato.
-
-— Lo manda il Borzone, dunque? O che mai vorrà? Digli che si spieghi a
-te.
-
-E stava per rinchiudersi dietro il battente, quando colui che
-sopraggiungeva esclamò ansimando: — Magnifico messere! magnifico
-messere! Cerca proprio di me — notò Betto Grimaldi un po' inquieto, e
-soggiunse:
-
-— Spiegati, e spicciati, che ti colga il malanno!
-
-Il nuovo arrivato era un vecchio adusto e asciutto, vestito d'una
-rozza casacca ed armato d'un paio di pistole, tutt'e due da un lato. E
-questo perchè gli mancava la mano sinistra, donde il soprannome che lo
-distingueva.
-
-— Magnifico messere, è il comandante Borzone che mi manda, e che vi
-prega di raccogliere quanti più uomini potete e correre a dargli aiuto!
-
-— O che? Sono comparsi i francesi? O il nobile Altariva s'è ribellato?
-O che.....
-
-— Magnifico messere, il traditore Embriaco.....
-
-Al nome del bandito, il vecchio Betto fece un salto.
-
-— È avvistato l'Embriaco? Fulmini del cielo! Corri tu dal capitano
-Cavalli e che faccia sonar la raccolta!
-
-Si trovò nelle mani la scatola di guanti, dono dell'Embriaco per
-madamigella Chiara: la porse a Giano dicendogli:
-
-— Tieni, porta questa scatola a mia figlia e raggiungimi.
-
-Giano, bastardo Lercari, alfiere della Serenissima Repubblica di
-Genova, ma più innamorato che alfiere, afferrò l'occasione con gioia e
-la scatola con ambe le mani, affrontando poi di corsa la ripida scala
-che metteva al piano abitato dal Comandante. Fu fermato in antisala da
-una vispa servetta che gli fece riverenza.
-
-— Qual buon vento vi porta, messer Giano?
-
-— Annunciami a Madonna, Gilda: è il magnifico suo padre che m'incarica
-di consegnarle questo....
-
-— Posso io stessa recarlo a Madamigella — rispose Gilda allungando le
-mani.
-
-Ma il Lercari fece tre passi indietro e crollò il capo.
-
-— Obbedisci, Gilda! E annunciami a Madamigella.
-
-La cameriera con una smorfietta si diresse verso l'interno e Giano
-la seguì. Non era troppo vasta la casa abitata dal Grimaldi: ad una
-porta mascherata da un ampio arazzo e che apparve in capo al breve
-corridoio nel quale finiva l'antisala, s'arrestarono entrambi e Gilda
-bussò leggermente. Rispose una voce limpida e tranquilla che l'invitò
-ad entrare, e la cameriera obbedì scostando la tenda per agevolare il
-passo al Lercari.
-
-Una stanza non ampia, addobbata a salotto, un salotto rococò in cui
-stonavano delle poltrone recenti venute di Francia, sotto dei grandi
-mobili secenteschi, illuminata da due finestre all'uno e all'altro lato
-dell'angolo, aperte, e inquadranti il paesaggio fronzuto della vallata,
-apparve come impari cornice a una dolce figura di giovane donna,
-vestita di bianco, ritta dinanzi ad una minuscola scrivania ingombra di
-carta elegante e di sigilli.
-
-— Siete voi, Giano? — domandò la damigella Chiara fissando gli occhi
-azzurri sul soldato.
-
-— Sono io, Madamigella. Il Magnifico vostro signor padre vi manda
-questa scatola......
-
-— Che cos'è, Giano?
-
-— Credo che siano guanti, Madamigella,
-
-— Guanti? giunti da Genova o da Torino?
-
-— Lo ignoro. Li ha donati per voi al Comandante un cavaliere straniero.
-
-— Vediamo! Vediamo!
-
-Aiutata da Gilda aprì la scatola, ne trasse con brevi gridi giocondi i
-guanti bianchi e neri, da conversazione e da cavalcare e battè poi le
-mani come una bimba. Quindi si ricordò:
-
-— E mio padre, Giano? Perchè non è con voi?
-
-— Vostro padre, Madamigella, fu chiamato dal Borzone!
-
-— Ah!
-
-Un istante d'imbarazzante silenzio. Poi la damigella Chiara con voce
-tremula riprese:
-
-— Voi lo raggiungerete, Giano?
-
-— Sì, Madonna!
-
-— Al forte del Borzone?
-
-— Suppongo.
-
-— E non c'è lassù, almeno, dite, non deve trovarsi lassù un inviato del
-generale francese?
-
-— Un inviato del generale francese? Domani, Madamigella.... O, scusate,
-anzi avete ragione: deve già trovarsi colassù.
-
-— Ecco — rispose soddisfatta la damigella Chiara — ecco! E vi
-dispiacerebbe incaricarvi d'un mio messaggio...?
-
-Sospese. Ma il Lercari arrossendo compì:
-
-— Perchè l'inviato di Francia lo consegni al vostro fidanzato?
-
-Stava per aggiungere:
-
-— Non è precisamente l'incarico che bramerei.
-
-Ma lo tenne per sè. Abbozzò invece un inchino e tacque.
-
-— Appunto — riprese la fanciulla. — Ve ne sarei tanto grata, messere!
-
-— Ai vostri ordini. Madamigella!
-
-La figlia del Grimaldi non avvertì il celato dispetto di chi le
-rispondeva. Nel suo egoista piacere sorrise invece al giovane e
-raccomandò alla Gilda di servirgli dei rinfreschi.
-
-— Stavo appunto scrivendo quando mi foste annunziato, messere. Datemi
-licenza, vi prego, che finisca la lettera perchè possa consegnarvela.
-
-Giano Lercari s'inchinò e seguì poi la Gilda che lo precedette
-allegramente, soddisfatta in cuor suo dello scacco subìto
-dell'innamorato alfiere.
-
-Rimasta sola, donna Chiara s'avvicinò alla piccola scrivania, sedette
-su la punta d'una scranna leggera venuta di recente dalla Francia e
-riprese la lettera incominciata. Rilesse innanzi tutto quello che aveva
-scritto. La lettera diceva così:
-
- Ventimiglia 19 giugno 17....
-
-_Rompo il mio lungo silenzio, giacchè mi si presenta questo poco di
-tempo opportuno, per rispondere alle vostre graziose ed a me care
-lettere._
-
-_Sento dalla pregiata vostra prima datatami dei dodici giugno, che le
-mie _non adorabili_ grazie mi hanno assicurato il vostro cuore. Non so
-quale idea vi abbia fatto scegliere una compagna che certo non ha mai
-pensato sulla vostra amabile persona, per molti motivi, li quali mi
-riserbo con più lunghezza di tempo a farveli noti. Ma visto che tale
-è il vostro genio, non posso a meno che tenermi fortunata di poter
-acquistare un compagno sì bello, sì grazioso, sì amabile, quale siete
-voi. Ciò non pertanto...._
-
-La lettera dalla venuta di Giano Lercari era rimasta interrotta a
-questo punto. La fanciulla tagliò accuratamente un'altra penna e
-continuò: _..... vi faccio sapere che da me non dipende il tutto, e che
-bisogna che prima consultiate i miei superiori, dalli quali ne dipende
-il tutto, ed una volta consultati favorevolmente questi, potete dire
-che avete navigato senza alcun contrasto. Sento poi dall'ultima vostra
-un rimprovero, che certo non mi si conviene, dell'abboccamento che
-doveva aver luogo. Vi posso assicurare sulla mia fede che io non ho
-saputo niente di questo, e che nissuna persona me ne ha parlato._
-
-_Finisco per la brevità del tempo e pregandovi di tener celata la
-presente e di compatire li miei mal espressi sentimenti e brutti
-caratteri._
-
-_Favorite aggradire tutti li epiteti e cerimonie di cui nelle care
-vostre voi mi fregiate (sebbene contro tutti li miei meriti), nel
-mentre che ho il bene di sottoscrivermi e dirmi la più fortunata di
-tutte le giovani_
-
- _vostra affezionata ed umile amica_
-
- Chiara Grimaldi
-
-Quand'ebbe scritto, con un sospiro di sollievo, piegò il foglio in
-quattro e lo sigillò con un'ostia minuscola, color ciliegia, che non si
-peritò di umettar da sè. Poi sul foglio così chiuso, a caratteri minuti
-scrisse:
-
- _A colui, che mi adora, ed ama._
-
-Nel tracciare i motti ingenui, sorrise quasi ad un ricordo. Cercò in un
-cassetto che aveva daccanto un sacchettino di pelle bianca sul quale di
-sua mano aveva ricamato un nome: Filippo Balbi, in vermiglio e verde,
-vi chiuse la lettera e ne cucì la bocca con un filo d'oro i cui capi
-riunì e sigillò con cera bianca imprimendovi il castone d'un grosso
-anello che portava appeso alla cintura.
-
-Il tramonto che rallegrava la ripida scesa del colle verso il mare,
-incupiva invece la selvaggia vallata del Roia, quella vallata che,
-appunto in quelli anni, il Foscolo facea percorrere al fatale Jacopo,
-il quale dal ponte presso la marina aveva “_spinto gli occhi fin dove
-può giungere la vista; e percorrendo due argini di altissime rupi e
-di burroni cavernosi, appena si vedono imposte sulle cervici dell'alpi
-altre alpi di neve che s'immergono nel cielo e tutto biancheggia e si
-confonde.....”_
-
-Jacopo, probabilmente dispeptico, vedeva tutto in nero, ma lo scenario
-non era meno selvaggio, e la criniera di pini che coronavano le roccie
-di Roverino e le balze che attorniavano la foce del torrente Bevera non
-erano meno irsute. Lo spettacolo si presentava pur tuttavia grandioso
-per la vastità del letto del fiume e l'ampiezza della valle: era tale
-da attristire per la cornice buia della cupa verzura nel tramonto
-rossastro.
-
-Chiara abbrividì. Alzò alle labbra il sacchetto di pelle bianca, lo
-baciò e cercò di guardar se contro luce lo scritto apparisse.
-
-Nell'alzare gli occhi s'accorse d'un lume di fiaccola agitata laggiù
-dove il torrente Bevera sfociava nel Roia. Il segnale non le parve
-ignoto; era un alzar verticale, ed un seguire orizzontale della
-fiaccola, come se si volesse tracciare una gigantesca croce di fuoco.
-La fanciulla trasalì. Poi retrocesse, fino alla porta e chiamò:
-
-— Gilda! Signor Giano!
-
-I chiamati accorsero.
-
-— È pronta la lettera, Madamigella? La notte si avvicina e la strada è
-malagevole.
-
-— Eccola!
-
-L'alfiere s'inginocchiò, ricevette il sacchetto che nascose
-nell'interno della giubba, poi s'inchinò per accommiatarsi.
-
-— Guardate laggiù, signor Giano — disse allora Chiara additandogli il
-segnale luminoso.
-
-In silenzio, curvandosi per meglio acuire gli sguardi, il giovane
-osservò. Quando rialzò il capo era agitato, quasi febbrile.
-
-— Che Iddio nol voglia! — mormorò.
-
-E poi:
-
-— Datemi licenza, Madamigella! È necessario che raggiunga il Comandante.
-
-— Ma — insistette Chiara — non vi sembra un segnale?....
-
-Non compì. Compì l'altro invece.
-
-— È il segnale dei realisti infatti, Madamigella! È il segnale dei
-ribelli Altariva e Nervia, Madamigella! Ma come sono discesi nella
-nostra valle? Ed a chi fanno il segno di riconoscimento? Chi invitano o
-chi aspettano?
-
-Alzò gli occhi. Sopra il fortino del Borzone, sulla collina mozza,
-svettava il gonfalone dei Lascaris. Rabbrividì.
-
-— Che Iddio nol voglia! — ripetè.
-
-S'inchinò.
-
-— Madamigella, spero che il vostro messaggio giunga questa sera istessa
-a destinazione. Pregate il cielo che sia così....
-
-E mentalmente proseguì:
-
-— O siamo tutti perduti.
-
-E si ritirò prestamente seguito dalla Gilda.
-
-Chiara, sopra pensiero, tornò alla finestra. La sera scendeva rapida, i
-picchi di Roverino rosseggiavano, ma i recessi della vallata opposti al
-tramonto annerivano come se li avviluppasse un cupo velario.
-
-E il segno infuocato della croce si ripeteva laggiù, nel sinistro
-silenzio dell'ora. Ad un tratto s'udirono i rintocchi d'una campana
-della città, poi d'un'altra, poi d'una terza. A poco a poco risposero
-le pievi e gli eremi dispersi nell'alto in mezzo alle foreste.
-
-La croce di fuoco si spense.
-
-
-
-
-VI.
-
-
-Il signor abate Bernardino Viale, in Arcadia Amarillo Glucosio,
-invitato dalla Marchesa Isabella aveva alzato il bicchiere sottile
-colmo di giallo vino spumoso, così cominciando un sonetto improvvisato
-ad onor dell'Embriaco:
-
- _L'ospite viator, che, stanco il piede,_
- _bussa alla porta della magion, sia,_
- _poichè di Marte dai perigli riede,_
- _il bene accetto.................._
-
-quando contro ogni etichetta, all'improvviso, i due battenti della
-porta che sbarrava la gran sala s'aprirono ed apparve fra due torce,
-un volto severo di gentiluomo. Se l'abate rimase interdetto e gli si
-essicò nel gorgozzule la fonte d'Ippocrene, se la Marchesa Isabella
-aggrottò le sopracciglia spazientita, se l'Embriaco sentì rimescolarsi
-in cuore un non so che di simile all'inquietudine, il Conte Luca
-Lascaris invece si alzò di scatto col viso irradiato dalla gioia, e
-gridò:
-
-— Camillo!
-
-Il nuovo arrivato, un uomo di mezza statura dal volto più che severo,
-cupo, d'un pallore ossessionante che spiccava ancor più sull'abito
-nero privo, meno che ai polsi, di un qualsiasi pizzo o ricamo, fece
-un inchino profondo alla Marchesa e, prima di fermarsi sull'Embriaco,
-lasciò per un attimo posar lo sguardo un po' sprezzante sull'abate,
-il quale, appena lo potè senza farsi scorgere, si crocesegnò
-frettolosamente e borbottò una preghiera latina che sapeva di
-esorcismo.
-
-E del resto Camillo Altariva autorizzava paure e scongiuri. Nobile
-senza titolo, possessore d'una ingente fortuna e del castelletto
-grifagno sul mare che quello dei Lascaris teneva in soggezione,
-era temuto più per idea che per volontà, giacchè fuggiva i simili
-e non viveva che tra i vecchi libri pieni del dubbio di cui andava
-stanca e infelice l'età penosa che attraversava. Non superbo forse,
-ma schivo degli uomini che forse non odiava, ma non amava certo,
-dal solitario nido ove passava la triste vita, s'era ad un tratto
-mischiato ai suoi pari, per nascita se non per pensiero, incitandoli
-alla resistenza contro la marea eguagliatrice dell'invasione francese.
-Il conte Luca Lascaris ne subìva l'influsso in modo tale che il solo
-nome dell'Altariva bastava a farlo ribellare pur anche alla madre,
-autoritaria così che la nuora aveva dovuto abbandonare il castello per
-sottrarsi ad un dominio che non sapeva tollerare. Anzi la fuoruscita
-della contessa, che si usava attribuire alle inquietudini dei tempi
-— aveva emigrato a Torino e seguiva ora le peripezie della Corte di
-Savoia — era avvenuta per consiglio dello stesso Altariva, donde la
-poca cordialità della marchesa Isabella, sempre all'erta e sempre
-sospettosa.
-
-Fermo sulla soglia il nuovo venuto si guardò intorno un attimo, fece
-poi un profondo inchino alla dama, un cenno breve all'abate, un più
-cordiale al Lascaris e frenò la poco piacevole meraviglia scorgendo
-l'Embriaco a lui ignoto di persona.
-
-— Mio nobile vicino — disse il conte Luca non senza una qualche
-titubanza — voi mi avete fatto felice venendo al mio castello. Vi
-prego, prendete posto accanto alla mia signora Madre: l'ospite nostro,
-il conte Emanuele Embriaco.....
-
-L'Altariva impercettibilmente trasalì.
-
-— .... sarà felice al par di me nel conoscere il nobile Camillo
-Altariva.
-
-— Il nobile Camillo Altariva! — ripetè l'Embriaco alzandosi di scatto.
-— Ma io mi vanterò di questo giorno come del più fortunato.....
-
-— _Albo signanda lapillo_ — mormorò l'abate seccato d'esser rimasto a
-mezzo del suo peccato con le Muse.
-
-— Vi ringrazio di tutto cuore, signor Conte — rispose l'Altariva con
-una certa quale freddezza non priva d'una punta d'ironia. — E mi duole
-dover rispondere poco aggradevolmente alla vostra cortesia chiedendovi
-licenza di sottrarvi la compagnia del conte Luca, al quale ho una
-importante e urgente comunicazione da fare.
-
-L'Embriaco rispose a sua volta con un inchino garbato ma non privo
-d'altezzosità.
-
-— A me chiedete venia, signore? Chi son io se non l'ultimo degli
-ospiti, quando è presente la graziosa marchesa Isabella di Spigno,
-contessa Lascaris di Tenda?
-
-Corse il figlio al riparo, e d'impeto come soleva:
-
-— Camillo, che c'è di così misterioso che mia madre e il mio maestro
-— fece un cenno all'abate — non possano ascoltare? In quanto al conte
-Embriaco.....
-
-Qui s'arrestò. Non voleva confessare che gli giungeva latore d'un
-biglietto della Marchesa di Spigno. Ma l'esitazione del figliolo fu
-tagliata a corto dalla madre, che intervenne prontamente.
-
-— Il conte Embriaco è un amico, signor Altariva.
-
-Pronunciò la parola _amico_ quasi le donasse uno strano significato. E
-l'Altariva ascoltò senza stupore, o almeno senza mostrarne. Soggiunse
-appena:
-
-— Vorrei poter dire altrettanto.
-
-— Mi lusingate, signore d'Altariva — replicò il fuoruscito.
-
-Al che l'altro pronto:
-
-— Altariva soltanto, signor Conte!
-
-— Come si diceva soltanto Rohan allora, fino a pochi anni or sono.
-
-— La nobiltà degli Altariva, intervenne in buon punto l'abate, risale
-a Magone cartaginese, come risale alla Imperatrice Eudossia, per non
-addentrarci nelle caligine dei tempi barbari, quella dei Lascaris. Voi
-non ignorate, signor Conte, che la famiglia dei Barca.....
-
-— L'abate è partito con la lancia in resta — esclamò il Lascaris,
-e se non interviene la signora mia Madre, nessuno qui ha potestà di
-arrestarlo....
-
-— Magone cartaginese nella sua terza spedizione contro gli Ingauni,
-cacciato nell'occidente da un Appio romano o ligure con cittadinanza
-non bene identificata, approdò secondo la tradizione....
-
-L'Altariva lo fermò col gesto:
-
-— Non mi sembra, signor Abate, degno della vostra abitual cortesia
-tessere lodi alle nostre famiglie, quando è dinanzi a voi il
-discendente d'uno dei ventinove Alberghi della Serenissima, nobile del
-Portico vecchio e del libro chiuso.....
-
-— Tu non m'inganni con le tue spagnolerie, — pensava intanto il
-fuoruscito, — e sarebbe assai meglio farti sputare quello che mastichi
-e che può essere interessante, per me almeno. Ma come fare?
-
-La Marchesa Isabella era intervenuta nel dibattito. L'udir vantare la
-schiatta dei Lascaris l'era dolce, ma non quanto le lodi e glorie degli
-Spigno.
-
-— La nobiltà piemontese — disse — non la cede a nessuna per antichità e
-per belle imprese. La famiglia degli Spigno.....
-
-— ....è antica almeno quanto lo son le rose, — aggiunse con bel garbo
-il genovese — e non vedo la necessità di cercarne la ragione risalendo
-a Bisanzio o tanto meno a Magone.
-
-Un sorriso della dama fu il ringraziamento, e non il solo. Amarillo
-Glucosio andò in estasi, levò le braccia al cielo e chiese all'Embriaco
-il permesso di tornire un madrigale sul detto memorabile. E l'Embriaco
-stava per accordare il chiesto permesso, quando giunse all'orecchio
-dei commensali, non troppo chiaro ma sicuro, il brusìo crescente
-di una folla, brusìo che il vento di ponente a intervalli portava
-distintissimo come se la gente si trovasse nella stanza vicina.
-
-
-
-
-VII.
-
-
-La Marchesa s'era alzata e batteva sul timpano: ma non ci fu bisogno
-di chiamare, apparve il maggiordomo, e dietro di lui, brutto di
-fango e gli abiti in disordine, un vecchio adusto ed asciutto. Nè il
-maggiordomo aveva ancòra aperta la bocca, nè il vecchio apparso per
-conto suo aveva articolato parola, che già l'Altariva, freddamente e
-pacatamente rivolto all'ultimo arrivato gli diceva:
-
-— Sappiamo tutto, Moncherino, sappiamo tutto.
-
-— Tutto che cosa? — esclamò la dama.
-
-— Gesù, Giuseppe e Maria, tutto che cosa? — appoggiò l'abate,
-pallidissimo.
-
-— Quello che con buona licenza di Magone cartaginese e di Eudossia di
-Bisanzio, avrei già detto, — replicò l'Altariva — se qui non si fosse
-parlato d'altro mentre il villaggio di Sant'Antonio bruciava.
-
-— Il mio villaggio di Sant'Antonio brucia? E perchè? Chi è causa
-dell'incendio? Altariva che ne sapete voi? — urlava il Lascaris.
-
-— Quello che vi dirò probabilmente se mi lascerete parlare: ed è breve:
-un improvviso sconfinamento di sanculotti, come al solito: questa volta
-più grave poichè sono giunti sin sotto la città.
-
-— E i terrazzani, e i poveri terrazzani di Sant'Antonio! — chiese il
-conte Luca impetuosamente.
-
-Parve che il brusìo portato dal vento di ponente s'incaricasse di
-rispondergli: giunse trascicato come un ulular di dolore in tutti i
-toni, dai bassi agli argentini, misto di imprecazioni, di pianti, di
-lamenti, voci di donne e di bimbi, disperate, ansimanti.
-
-— Maledetti francesi!
-
-— Maledetti, perchè? — l'Altariva replicò. — Perchè adoperano, la forza
-come possono? O perchè l'hanno questa forza? Perchè si battono coi
-denti e con le unghie? Perchè....
-
-— Voi li difendete? Voi?
-
-— Difenderli? Si difendono, anzi offendono! Ma non li difendo io. Vi
-faccio osservare che imprecare e odiare è impotenza. Io li combatterò,
-io cercherò di schiacciarli come potrò, con l'astuzia o con la frode,
-chè in guerra tutto è permesso, ma è inutile imprecare e perdersi in
-vane querele.
-
-— E che fare allora?
-
-— I fatti! Quali sono i fatti?
-
-— Interroghiamo quella gente!
-
-— È inutile — interruppe l'Altariva — so tutto io, ho visto ogni cosa
-e se quei poveri terrazzani sono qui e se all'incendio ed al bottino
-materiale non si è aggiunto l'assassinio o la retata degli uomini
-validi alla coscrizione, come i francesi usano fare, se tutto ciò fu
-evitato lo si deve a me. Una colonna di predoni, poichè voi sapete che,
-se pur sono truppe regolari, sconfinano senza ordine di capi e soltanto
-perchè spinti dalla fame e comunque dal bisogno, una colonna di
-centocinquanta predoni almeno e forse più, non discende il versante di
-Roccabruna, senz'essere avvertita. Ho capito che avevano l'intenzione
-di gettarsi sul villaggio più vicino, Sant'Antonio, ho fatto avvertire
-gli abitanti, e anzi li ho incolonnati, carichi di quello che potevano
-portare, il bestiame innanzi, e sciolto quello che non poteva correre,
-di modo che i francesi trovando poco o niente hanno incendiato le
-case. Poco male. Non è il tempo di vivere alla Florian nei villaggi,
-questo: l'uomo di qualunque età, sano o capace di sollevare una falce,
-combatte: vecchi e donne e bimbi si chiudano in città o nei porti o
-nei castelli. Difender poco per poterlo difender bene, ecco quello che
-occorre.
-
-— Ben detto! — esclamò l'Embriaco — ben detto, signor Altariva. Ma
-scusate: avete parlato della città, mi pare.
-
-— Sì: ho detto che son giunti presso la città. Perchè?
-
-— Ventimiglia?
-
-— Ventimiglia. Perchè no?
-
-— Siete sicuro di Betto Grimaldi e di Nicola Borzone?
-
-Il Moncherino fece sentire un grugnito di poco buon augurio, ma
-l'Embriaco gli poggiò la mano sull'omero confidenzialmente.
-
-— So chi sei tu, amico senza paura, ma so pure, signor Altariva,
-che cos'è la Serenissima Repubblica di Genova. Verrà a patti, ve lo
-garantisco io.
-
-Intervenne il Lascaris.
-
-— Permettete, conte. La vostra avversione al governo della Serenissima
-offusca forse il vostro giudizio che so limpido, acuto e sereno. Non
-posso accettare il vostro punto di vista, per rispettabile che sia.
-Qui c'è presente — e additò il Moncherino — un messo del signor Betto
-Grimaldi: ciò prova che tanto il Grimaldi quanto il Borzone hanno
-idea di opporsi ai sanculotti ed alla sanculotteria, armata e non
-armata.....
-
-— Per Nostra Signora delle Virtù, giuro che il signor Conte Lascaris ha
-pienamente ragione — esclamò il Moncherino.
-
-— Che volete concludere, Luca? — domandò l'Altariva.
-
-— Questo. Che se il Grimaldi ci dà una mano, ci opporremo d'ora innanzi
-agli sconfinamenti degli scamiciati predoni.
-
-— Amen — mormorò l'abate.
-
-Un momento di silenzio e d'attesa, rotto da un gesto della Marchesa,
-la quale mosse verso la porta. Il Conte Lascaris l'interrogò dello
-sguardo.
-
-— Vado — ella rispose — a dar gli ordini opportuni perchè quella povera
-gente sia ricevuta e sfamata, come ce ne sarà di bisogno. Quando un
-vassallo si presenta fiancheggiato dalla sventura, diventa un nostro
-simile, disse un Lascaris che fu cavalier errante e trovatore di
-Clemenza Isaura.
-
-— Ben detto, signora Marchesa! Noi dal canto nostro, ci renderemo conto
-del pericolo che ci minaccia.
-
-La Marchesa uscì scortata dall'abate. Rimasero i quattro uomini a
-fissarsi in silenzio.
-
-— Credo — pronunciò finalmente l'Altariva — che il Moncherino ed io
-potremo bastare ad una ricognizione che occorre fare questa notte
-stessa. Sono persuaso che si tratti, come al solito, di una mano
-d'affamati straccioni in rottura di bando e di disciplina, ma è
-necessario sapere con esattezza e non mi fido che dei miei occhi.
-
-— Spero che non vorrete privarmi della vostra compagnia, Camillo —
-aggiunse il Lascaris: — abbiamo fino ad oggi diviso disagi e pericoli:
-non mi farete l'ingiuria di lasciarmi qui dove basta mia Madre.
-
-— Come vorrete, Luca.
-
-L'Embriaco fece un passo avanti.
-
-— Ci conosciamo da pochi momenti, signor Altariva, da poche ore, Conte.
-Non pretendo che abbiate in me la fiducia che vi ricambiate tra voi.
-Non vi domando quindi che il posto più pericoloso perchè possiate
-mettere a prova — e speriamo dura — la mia fraternità e l'amor mio per
-quello che amate più della vita.
-
-Camillo Altariva esitò brevemente, poi tese la mano all'avventuriero.
-
-— Sia pure, signor Conte. E vi ringrazio. Non siamo così ricchi
-d'uomini e di energie da poterne rifiutare. Venite con me.
-
-— Vi seguiremo, Camillo — dichiarò Luca Lascaris.
-
-— So dove occorre trovarsi. Credo che potremo far senza scorta. È più
-semplice e più facile fra di noi. Mi promettete di obbedirmi anche se
-ve ne possa dolere?
-
-— Lo promettiamo.
-
-— E allora non perdiamo tempo.
-
-
-
-
-VIII.
-
-
-Betto Grimaldi ricevette il Borzone frenando a stento l'impazienza che
-lo dominava.
-
-— Notizie dell'Embriaco? Avete notizie dell'Embriaco, vecchio
-_Senza-dio_? Dov'è? Dov'è?
-
-Non era certamente il rude soldato preposto al comando del fortino che
-avrebbe potuto far dell'ironia, tono che ignorava affatto. Pure le sue
-prime parole furono della schietta ironia, quantunque sincere e piene
-di stupore.
-
-— Notizie dell'Embriaco, magnifico signore? Ma ne avrete certamente voi
-più di me.
-
-— Ehi! Nicola Borzone! Giochiamo agli indovinelli come nella notte del
-primo dell'anno? Non siete voi che mi avete fatto chiamare col pretesto
-del dannato Embriaco? Animo dunque: sputate!
-
-Il vecchio _Senza-dio_ nutriva ancora un'illusione: che cioè l'Embriaco
-fosse passato attraverso la città con un salvacondotto. La politica
-della Serenissima era così tortuosa, venivano tanto spesso ordini e
-contrordini, si bandivano e si raccoglievano subito dopo a braccia
-aperte tanti uomini pericolosi, vigeva insomma un tale altalenarsi di
-partiti, che dopo il primo tentativo d'arresto, e dopo l'opposizione
-della contessa ratificata dal conte Lascaris, aveva persino sospettato
-d'essere incorso in un errore grossolano.
-
-— Che l'Embriaco, — aveva pensato — sia di nuovo in buona con Palazzo
-Ducale? Che il partito del Cattaneo sia in prevalenza? Non si sa mai!
-
-A Genova il magnifico Cattaneo impersonava le antiche tradizioni
-repubblicane, rigide: voleva l'opposizione ad oltranza contro la
-Francia e quindi si trovava spesso in urto col tentennante governo
-dogale. Verissimo pur anche il fatto che il franco ed esigente Cattaneo
-non poteva fornicare con un avventuriero della risma di Emanuele
-Embriaco: ma come esser certi della politica genovese?
-
-— Non si sa mai! — aveva concluso il Borzone.
-
-E quindi era sceso in città per fare un rapporto più che per dare un
-allarme. E tuttavia dinanzi allo stupore del Grimaldi, sentì rinascere
-i propri dubbi ed anzi restò convinto della verità. Disse con una
-
-tal quale peritanza che gli affilò persino la voce roca:
-
-— Perdonate, magnifico signore: non avete avuto oggi quale ospite
-l'Embriaco?
-
-— Oggi.... ospite....
-
-Un sudor freddo coronò la fronte del comandante: gli traballò
-improvvisamente la vista: ripetè:
-
-— Oggi.... ospite.... io?.....
-
-E cadde pesantemente sopra una scranna, annichilito.
-
-Qualche istante di silenzio passò per la stanza, imbarazzante silenzio
-che nessuno osò peraltro interrompere. Poi, vincendosi con isforzi e
-con pena, Betto Grimaldi sospirò:
-
-— Cercate il bando per l'Embriaco, vi prego, capitano Cavalli.
-
-Il Cavalli usci e rientrò poco dopo seguito da un vecchietto
-rinsecchito, dalla barbetta rada e dal naso adunco sormontato da due
-occhi spenti: erano le prime qualità avvertibili del sopraggiunto.
-Poi lo sguardo si doveva fermare sopra una palandrana di velluto
-spelacchiato e una papalina di seta, nera in origine, ma diventata
-quasi verde.
-
-Null'altro meritava d'essere guardato, sopra tutto le mani sporche,
-orlate di nero da qualche lustro. Era il nobile Orengo, archivista
-del Governatorato. Portava seco — non avrebbe permesso che un atto
-qualsiasi passasse per altre mani che le sue o quelle del comandante
-— portava seco un foglio arrotolato che spiegò e cercò di leggere
-strisciandovi sopra il naso inquietante.
-
-— Qua, date qua, vi prego — esclamò il Grimaldi strappandogli il foglio.
-
-S'avvicinò al doppiere, lesse, anzi cominciò a leggere chè gli
-cascarono le braccia.
-
-— Volete che legga io, magnifico — chiese il capitano Cavalli.
-
-Ma non c'era quel bisogno: un'occhiata, nè ci voleva di più per
-convincersi dai connotati, che il cavaliere gentile, donator di guanti
-profumati per la damigella Chiara, altri non era che il fuoruscito
-su cui pendeva una taglia e la cui cattura avrebbe procurato a lui,
-Betto Grimaldi, senatore della Serenissima in disfavore del partito
-preponderante e quindi relegato in un governatorato di secondo ordine
-e dei più pericolosi, un enorme successo, la possibilità di tornare in
-Genova e chissà, forse, a fin d'anno, la berretta dogale.
-
-All'istante di smarrimento tenne dietro una sorda rabbia dell'impotente
-e quel natural tentativo di scaricare su qualcuno la responsabilità che
-gli pesava addosso.
-
-— Io... io... sta bene.... posso aver sbagliato! Chi si ricordava quei
-benedetti connotati? Ma voi, voi Borzone, che lo conoscevate di persona
-mentre io non l'avevo mai veduto, come va che voi l'avete lasciato
-passare? Animo, Borzone, che potete dirmi per giustificarvi?
-
-Preso alla sprovvista e di petto, il vecchio soldato non abituato alla
-retorica, s'impapinò.
-
-— Io?.... Io?.... Per San Teodoro, magnifico! Io.... io?....
-
-— Voi, sicuro, voi! Come va che vi è passato per la bocca, sotto
-l'archivolto del forte, senza che almeno gli abbiate scaricato addosso
-la vostra ferraglia? E voi lo conoscevate di persona, voi?!
-
-Dopo qualche momento di bocca spalancata dalla stordita meraviglia, il
-Borzone potè finalmente difendersi.
-
-— La contessa Lascaris, magnifico!
-
-— Che c'entra adesso la contessa Lascaris?
-
-Con un po' di garbuglio, con idee non troppo chiare e qualche
-circonvoluzione, Betto Grimaldi fu dal Borzone messo al corrente
-dell'accaduto. Vide subito il senatore genovese una sua propria
-scusante nella ribellione della contessa Lascaris: e d'altra parte
-teneva tante lettere pressanti ricevute da Genova e istruzioni di
-cercare ogni mezzo per attrarre nell'orbita della politica genovese
-il Lascaris, tante volte gli era stato ingiunto di non guastarsi con i
-signori del Castello _ad ogni costo_, che forse, pensava, la scusa era
-bella e trovata. Ciò non ostante bisognava correre al riparo.
-
-— Siete voi certo, Borzone, che l'Embriaco sia ospite dei Lascaris?
-
-— Lo suppongo, magnifico signore.
-
-— Ebbene, andate a chiederlo in consegna a mio nome.
-
-Nel mentre il vecchio _Senza-dio_ si recava al castello dei Lascaris
-con quel costrutto che conosciamo, Betto Grimaldi rifletteva, come
-poche volte, ai casi suoi. Non erano tempi da riflettere quelli:
-la vita non correva: annaspava. Non i due partiti che impongono
-la decisione, ma i molti, i troppi che fan vivere tentennanti e
-all'erta. Genova seguiva una politica la quale per voler essere troppo
-furba, finiva per diventare inabile: tentennamenti verso la Francia,
-tentennamenti verso il Re di Piemonte e l'Austria, adattamenti col
-partito della tradizione che, per agire in qualche modo come faceva,
-diventava sempre più simpatico al popolino pronto in ogni momento a
-seguire chi si muove ed urla di più.
-
-Il Re di Piemonte pur non confessandolo nemmeno a se stesso, faceva
-quasi l'istessa politica di Genova: sottomesso all'Austria, sì, ma
-volentieri patteggiante con la Francia, benchè in opera si mostrasse
-tutto all'opposto. In verità non si sapeva, nè si intuiva che strada
-prendere: le armate repubblicane s'erano fatte rispettare e temere. Già
-vittoriose, respinta l'invasione legittimista e tedesca, lasciavano
-trasparire il desiderio di portar la guerra fuori dei confini, sia
-per offendere, il che è più pratico che difendersi, ed anche, e
-specialmente, per far bottino e livellare così l'esausto bilancio della
-repubblica. Fortunatamente per gli offesi la disciplina del giovane
-esercito repubblicano era più scarsa ancora dei mezzi di cui disponeva,
-e quindi facile o almeno possibile il cercar d'opporsi alla invasione
-o meglio agli sconfinamenti di bande avide e senza disegno fisso. Le
-soldatesche della Serenissima e le truppe regolari del Re di Piemonte e
-dell'Austria fino al giorno del nostro racconto erano sempre riuscite
-ad impedire assalti e parziali invasioni: mancava alla repubblica un
-braccio ed un cervello uniti in un sol uomo, ciò che non erano Massena,
-Kellermann od uno qualunque dei generali francesi.
-
-Tale dunque lo stato delle cose che faceva, se non riflettere, pensare
-almeno Betto Grimaldi nell'ora che trascorse dalla partenza del Borzone
-al suo ritorno con le pive nel sacco e l'umiliante confessione che il
-conte Lascaris non lo aveva per anco voluto ricevere.
-
-Quell'ora di attesa aveva tuttavia calmato lo spirito di Betto
-Grimaldi, non più nuovo alle traversie d'ogni genere ed al pericolo
-di cadere in disgrazia del governo dogale. C'era sempre, in quei
-tempi, la risorsa di alzare lo stendardo avverso. Contro il Senato pel
-Cattaneo, contro il Cattaneo pel Lascaris, contro i due insieme pel
-Re di Piemonte, contro il Piemonte per l'Austria o per la Francia,
-quando non era forse meglio chiudersi a Monaco nella bicocca avita
-e dichiararsi neutrale e cioè amico del più forte. Ciò che acuiva la
-curiosità di Betto Grimaldi era sopratutto il sapere quale politica
-avrebbe seguito il nobile Camillo Altariva, unica incognita che avesse
-qualche ragione d'essere. Delle tre grandi famiglie feudali di quella
-estrema Liguria di occidente, il duca di Nervia s'era subito dichiarato
-per il Re di Piemonte contro la Francia e poichè Genova s'era mostrata
-neutrale, pur non intrattenendo con Ventimiglia relazioni di alcun
-genere, aveva permesso od almeno non s'era opposto al transito per la
-vallata importante come chiave strategica da cui prendeva il nome.
-Il Lascaris invece oscillava ancora ma il suo attaccamento per la
-marchesa di Spigno facea prevedere o sospettare quale sarebbe stata la
-sua condotta. Di Camillo Altariva invece nulla aveva ancora tradito il
-celato pensiero. Lo si diceva d'accordo col Nervia, sì, ma lo si sapeva
-amicissimo del marchese Ibleto di Spigno, volterriano ammiratore delle
-insanità degli enciclopedisti, all'avanguardia del Piemonte, odiato dal
-Re e dalla Corte, amico di Barras e incitatore dalle Langhe all'Entella
-d'ogni spirito bizzarro e libero: s'era addottorato in medicina, non
-teneva abate nel castello, spirito libertario insomma che pubblicamente
-insegnava le dottrine della trilogia rivoluzionaria. Che pensare dunque
-di Camillo Altariva?
-
-Meglio rinunciare a stillarsi inutilmente il cervello e Betto Grimaldi
-rinunciava quando gli entrò nella stanza eccitato e ansimante, il
-bastardo Lercari.
-
-Anche il bel Giano portava notizie: il segnale di fuoco alla foce del
-torrente Bavera.
-
-— Un segnale? Avete veduto un segnale? Non sarà forse la missione
-francese che ci è stata annunciata per domani?
-
-— Una croce di fuoco, magnifico signore, una croce di fuoco! Quando
-mai la repubblica francese ha usato dei segnali a forma di croce? È
-contrario alla teoria dell'Ente Supremo.
-
-— Teoria in disuso, Lercari. Ma può darsi che abbiate ragione e che sia
-un segnale diverso. Che cosa ne arguite voi, animo, parlate franco e
-chiaro.
-
-— Penso che il duca di Nervia e Camillo Altariva si siano finalmente
-intesi e che vogliano tentare un colpo di mano sulla città.
-
-Il vecchio _Senza-dio_ crollò il capo dubbioso. Ma il capitano Cavalli
-giovane e impetuoso entrò a dire la sua tumultuosamente.
-
-— Niente di più probabile, magnifico messere, niente di più probabile.
-Sommate gli avvenimenti di questa fatale giornata. Il bandito Embriaco
-che osa attraversare le terre della Serenissima, la contessa Lascaris
-che lo salva dal Borzone e lo ospita nel suo castello, il conte
-Lascaris complice della madre.
-
-— Un momento! Un momento! Potete aver ragione, ma restiamo calmi.
-Bisogna osservar da vicino quello che accade alla foce del Bevera, ecco
-l'importante.
-
-— Datemi licenza e vi corro con la mia compagnia.
-
-— Grazie tante! Sessanta uomini e rumore per mille! Mi congratulo con
-voi!
-
-— Posso andar solo!
-
-— Perchè se vi si uccide, noi si resti all'oscuro? Di bene in meglio.
-
-Il bastardo Lercari avanzò:
-
-— Datemi licenza, magnifico signore, d'andare col capitano Cavalli.
-
-— E con me, per San Teodoro! — esclamò il Borzone.
-
-— Non voi, vecchio _Senza-dio_! Chi resterebbe al fortino? Andate pur
-voi due, Cavalli e Lercari: mi raccomando prudenza innanzi tutto: il
-valore temerario è inutile oggi e sarebbe assai dannoso a tutti noi.
-Siate prudenti e tornate, mi raccomando.
-
-— Uno almeno — sussurrò il Borzone.
-
-I due promisero tutto quanto chiedeva Betto Grimaldi e s'allontanarono.
-Prima però che uscissero il governatore li ammonì di avvertire il
-Moncherino che si recasse da lui.
-
-— E subito!
-
-Anche il Moncherino fu incaricato di una missione di fiducia che
-nessuno seppe, nessuno, nemmeno il Borzone, il quale aveva riguadagnato
-il suo forte.
-
-Infine, Betto Grimaldi nè tranquillo nè soddisfatto, ma con la
-coscienza che quasi gli perdonava l'avventura del pomeriggio, si ritirò
-in silenzio e fece onore alla cena che l'aspettava da più di un'ora e
-che per verità non aveva guadagnato nell'attesa.
-
-
-
-
-IX.
-
-
-Appena fuori dalla porta Giano Lercari chiese al Cavalli:
-
-— Che si fa, Capitano?
-
-Era il Cavalli uomo di lettere e d'armi come non raramente se ne
-incontravano allora nei gradi superiori. Giovane ancòra, povero,
-lontano dalla politica e dagli intrighi, non viveva che per il
-servizio e per Virgilio. Portava seco in una delle profonde tasche
-dell'uniforme un piccolo volume che comprendeva l'Eneide e qualche
-pagina delle Georgiche: il resto mancava: probabilmente aveva servito
-da stoppaccio a qualche fucile. Il capitano Lavinio Cavalli, uscito dal
-gran Seminario di Genova un giorno per passeggio, non era più tornato.
-L'avevano proclamato disertore, come in allora si usava, durante il
-refettorio serale, mentre il giovinetto seguendo una compagnia di
-ventura che aveva ammirato sur un ciglione dominante la Doria, provava
-la differenza che esisteva fra i dolci ozi della _Somma teologica_ e
-il duro terreno su cui quella sera stessa aveva dovuto dormicchiare.
-Ma non s'era pentito. Possedeva una tenacia non rara in quei tempi: il
-latino l'avea servito anche sotto le armi e quando la Compagnia, come
-avveniva di frequente, era stata assoldata dalla repubblica genovese,
-il Cavalli aveva fatto passaggio d'armi col grado superiore, grado
-non superato da dieci anni ormai senza querimonie inutili. Prendeva
-il mondo come veniva, impassibile, da uomo che ne aveva contemplate
-di cotte e di crude e si consolava con Virgilio. Nel Seminario aveva
-appreso che durante l'umanesimo il poeta latino era tenuto in conto di
-profeta: non aveva infatti predetta quarant'anni prima la nascita del
-Redentore in quella quarta egloga che fu oggetto di tanti commenti?
-Il mago Virgilio era consultato in ogni occasione: si apriva il dolce
-libro e si leggeva a caso, interpretando poi con infinite deduzioni.
-
-Alla domanda repentina di Giano Lercari, il capitano Cavalli fermò un
-soldato che precedeva una pattuglia e le rischiarava il buio vicolo
-con una lanterna: gli comandò d'alzarla e traendo il libercolo di tasca
-l'aprì a caso. Lesse un verso, il primo che gli venne sott'occhi, del
-decimo libro:
-
-— .... _litora praecipere et venientis pellere terra._ e guardò poi
-sorridendo Giano Lercari che ben di donne s'intendeva ma non di latino,
-facendogli cenno di seguirlo.
-
-Uscirono dalla città per la porta del Piemonte e seguirono la strada
-buia finchè si mantenne a ridosso della collina. Poi d'improvviso fu
-illuminata dalla luna che aveva fatto capolino sopra Nostra Signora
-delle Virtù e le Maure di ponente. Allora sostarono.
-
-Laggiù, dopo San Bernardo, allo sfocio del Bevera, nulla più si
-scorgeva del segnale che Giano Lercari aveva con tanta chiarezza
-descritto: un silenzio grave, non turbato nè dalle rane o dai grilli
-canterini o da quello sconosciuto sussurrìo dei mille esseri invisibili
-che dominavano i luoghi agresti e solitari, s'imponeva.
-
-— Dove andiamo, capitano?
-
-— .... _litora praecipere_ — mormorò il Cavalli abbandonando la strada
-e lasciandosi cadere di ciglione in ciglione verso il letto del Roia.
-
-E il bastardo lo seguì.
-
-Camminarono a lungo nell'intrico di sterpi e di strami che costeggiava
-il fiume: l'acqua corrente era lontana chè il letto immenso parea
-congiungere le due linee di colline buie: la luna era sparita dietro
-Roverino e soltanto la Grande Orsa e Cassiopea scintillavano opacamente
-come perle ammirate nell'ombra.
-
-Raggiunsero la foce del Bevera a notte fonda, risalirono sopra un
-sentiero ove riposarono alquanto, spossati.
-
-— Vedete nulla ancora, Lercari?
-
-— Nulla, capitano.
-
-— .... _et venientis pellere terra_.
-
-— Che significa?
-
-— Vedrete. Andiamo avanti.
-
-— Andiamo pure, Capitano. Ma non sarebbe meglio armare una pistola?
-
-— Guardatevene! Potreste servirvene all'occasione e saremmo scoperti.
-Meglio l'arma bianca.
-
-— Come volete.
-
-Il sentiero piegava a gomito brusco. Al di là buio ancora più fondo.
-Sotto, ad una distanza poco apprezzabile, il torrente Bevera mormorava
-come un ruscelletto dell'Astrea. Mormorava dolcemente narrando al
-virgiliano Cavalli strane istorie di ninfe boscherecce, le oreadi
-montane, le driadi delle selve, le napee dei campi e le amadriadi
-sbucanti dagli alberi prediletti e il sognatore s'inebriava dei freschi
-profumi notturni e della via lattea che parea quasi vicina in quella
-solitudine e premeva con una mano il caro volume, dolendosi d'una
-cosa, d'una soltanto e cioè di non potersi sedere _sub tegmine fagi_ ed
-aprirlo e dissetarsi a quell'_Ippocrene_ secolare.
-
-Ma Giano Lercari più pratico e forse anche più stanco ad un certo punto
-si fermò.
-
-— Con buona pace del vostro latino, capitano, mi sembra che qui si
-proceda alla cieca!
-
-— Virgilio non può sbagliare, signor Lercari, — gli rispose Cavalli
-bruscamente scosso dall'estasi.
-
-Nel mentre profferiva il suo asserto, qualche ombra più nera
-della notte piombò sul sentiero e i due soldati vennero senz'altro
-imbavagliati.
-
-— Avvicinati, Moncherino — comandò una voce sonora — e smaschera la
-lanterna.
-
-L'interpellato obbedì: alzò la fiammella oleosa in volto ai catturati
-ed esclamò:
-
-— Giano Lercari! e il capitano Cavalli!
-
-— Siamo in paese di conoscenze, a quanto vedo — sussurrò un'altra voce.
-
-E quella di prima:
-
-— Che fate qui, signori?
-
-Il Moncherino aveva già ritolto il bavaglio a Giano Lercari, il quale
-altezzosamente replicò:
-
-— Prima di rispondervi, con che diritto ci avete fermati?
-
-— Diritto? — sghignazzò una voce sconosciuta, mentre le prime due
-possedevano dei toni noti — diritto! Ci vuole una bella ingenuità per
-parlare di diritto a quest'ora, di notte e su questo sentiero!
-
-— Sono il conte Luca Lascaris! — invece rispose una delle due voci di
-prima.
-
-Il capitano Cavalli abbozzò un inchino verso il punto donde gli era
-pervenuto il noto nome.
-
-— Buona sera, signor Conte! A voi posso dire che probabilmente ci
-conduce qui la vostra istessa ragione.
-
-— E cioè?
-
-Giano Lercari urtò leggermente il braccio del compagno con l'intenzione
-di farlo tacere, ma il Cavalli non credette opportuno accontentarlo.
-
-— Furono segnalati dei fuochi al confluente del Bevera, signor Conte:
-non siete qui voialtri forse per riconoscerli?
-
-— Avete ragione. Ma non c'è più nulla da fare.
-
-— Li avete scoperti?
-
-— Li abbiamo scoperti. È un'avanguardia francese.
-
-Giano Lercari sorrise nell'ombra, ma nel sorridere parve che
-sogghignasse. Il Conte Lascaris gli si volse di scatto.
-
-— Non credete?
-
-— Mi permetto, signor Conte, di avere un'opinione diversa dalla vostra.
-
-— E quale, se v'aggrada?
-
-Giano Lercari esitò. Ma la presenza del Moncherino accanto al Lascaris
-lo rassicurò.
-
-— Questa: chi s'accorse del fuoco al confluente del Bevera fu l'umile
-vostro servo che vi parla. Ma non mi accorsi di un fuoco.....
-
-— E allora?
-
-— M'accorsi di un segnale.
-
-— Un segnale?
-
-— Una croce, signor Conte, il segno dei ribelli Nervia ed Altariva.
-
-Gravò qualche istante di silenzio, frettoloso, come se avesse
-impazienza di passare. Una delle due voci ignote di poco prima, la più
-calma e la più grave interrogò:
-
-— Perchè chiamate ribelli Nervia e Altariva?
-
-— Permettete anzitutto che opponga alla dichiarazione del signor Conte
-Lascaris qualche cosa di preciso. Non possono esservi francesi al
-confluente del Bevera.
-
-— E perchè?
-
-— Per la ragione che domani in città si attende un parlamentario del
-nuovo generale di Nizza.
-
-— Che prova questo?
-
-— Non si entra a viva forza quando c'è ancora la possibilità di entrare
-pacificamente.
-
-— Dunque il signor Betto Grimaldi ha intenzione di lasciar libero
-passaggio ai sanculotti?
-
-— Ignoro le intenzioni del mio comandante e se non le ignorassi certo
-non ve le direi. Ma suppongo che il nuovo generale non sia così inabile
-da offendere dopo aver preannunciato un parlamentare, all'oscuro com'è
-delle intenzioni nostre che gli potrebbero anche essere favorevoli.
-
-Il silenzio gravò di nuovo. Finalmente _quella voce_ riprese:
-
-— Io sono Camillo Altariva.....
-
-— Ah!
-
-— .... e posso assicurarvi, signor mio, che non ho per adesso
-intenzioni ribelli, come non ne ha il signor duca di Nervia...
-
-— Che è quel signore laggiù?
-
-L'unica ombra sconosciuta ancora, crollò il capo.
-
-— ... che non è qui, — riprese l'Altariva pazientemente — ma le cui
-intenzioni io conosco. E posso anche assicurarvi che i fuochi in
-questione appartengono ad un bivacco di sanculotti. Posso anche dirvi
-di più.
-
-— Che cosa?
-
-— Non sono truppe regolari francesi. È una banda nizzarda sconfinata
-per cercar bottino. E l'ha trovato. Il villaggio di Sant'Antonio non
-esiste più: fu messo a ferro e a fuoco.
-
-— E gli abitanti uccisi?
-
-— Fortunatamente s'accorsero in tempo dell'invasione e, salvo qualche
-malato incapace di muoversi e qualche imprudente o traditore, sono
-tutti ricoverati nel castello del conte Lascaris.
-
-— Ah! maledetti! — sordamente esclamò il capitano Cavalli.
-
-— Imprecare è vano, signori. Voi sostenete che domani un parlamentario
-del nuovo generale verrà in città?
-
-— Lo crediamo almeno. Dovrebbe a quest'ora trovarsi di già nel fortino
-del Borzone.
-
-— Tanto meglio. Lasciatemi credere che ci unisca lo stesso interesse,
-opporci all'invasione. Lasciatemi credere che la Serenissima una buona
-volta si tolga alle sue eterne incertezze....
-
-— Permettete che v'interrompa, signore! Non dimenticate che ho l'onore
-di servire la Serenissima — s'affrettò a gridare il Cavalli.
-
-— Non ho l'intenzione di offendere il vostro governo.
-
-— Vi ringrazio.
-
-— Spero soltanto che mi facciate l'onore d'incaricarvi di un nostro
-messaggio al vostro comandante.
-
-— Non vedo che vi si opponga inconveniente di sorta.
-
-Anche Giano Lercari assentì.
-
-— Ripetete a Betto Grimaldi quello che vi ho detto circa l'assalto al
-villaggio di Sant'Antonio e chiedetegli a nome del conte Lascaris e
-mio, se vuole accogliere quella povera gente in città, quella parte
-almeno che il castello del conte Lascaris non può contenere.
-
-— Glielo dirò, signor Altariva, — promise il Cavalli.
-
-— E presentategli anche a mio nome una preghiera — aggiunse Luca
-Lascaris.
-
-— Dite, signor Conte!
-
-— Desidero avere un colloquio con Betto Grimaldi, prima dell'arrivo del
-parlamentare francese, o anche alla sua presenza. Non dopo almeno.
-
-— Sarò lieto di fare la vostra ambasciata, signor Conte.
-
-— Me ne congratulo. Buona notte signori! Vi lasciamo il Moncherino con
-la sua lanterna. Siamo i più vicini.
-
-Le ombre si divisero: i tre sparvero quasi per incanto.
-
-— Sarei curioso di sapere chi fosse il terzo personaggio che non
-ha avuto la cortesia di presentarsi, — sussurrò quasi fra sè Giano
-Lercari.
-
-Dall'oscurità, in alto, una voce beffarda gli rispose:
-
-— Ti contento sùbito, bastardo. Sono Emanuele Embriaco, e ti prego
-di....
-
-Giano Lercari fece fuoco in direzione della voce.
-
-— .... salutar Betto Grimaldi e di chiedere a madamigella Chiarina se i
-guanti erano di misura.
-
-Un'altra detonazione del Lercari. La voce beffarda riprese, dalla parte
-opposta:
-
-— Sei bastardo anche nel tirare!
-
-E più lontana, ma sempre sghignazzante:
-
-— Buona notte!
-
-
-
-
-X.
-
-
-Fine di marzo, dolce mattina.
-
-Il primo sole penetrava nella stanza di madamigella Chiara, in quella
-non ampia, addobbata a salotto, un salotto rococò in cui stonavano
-delle poltrone recenti venute di Francia sotto dei grandi mobili
-secenteschi e illuminava la sottile figura vestita di bianco, sparsi
-i capegli biondi per le spalle, ritta dinanzi a un _coffano coperto
-di veluto cremisi di tolla a fiori indorati_, ove Gilda inginocchiata
-stava accomodando il corredo prezioso della promessa sposa. Presso la
-finestra l'archivista Orengo sostava spesso, leggendo con voce stanca
-la _lista dei giocali dati a Madamigella Chiara Grimaldi in occasione
-del di lei matrimonio coll'illustrissimo signor Filippo Balbi_.
-
-L'omuncolo leggeva trascicando la voce nasale:
-
-— _Quattro donzine di camicie, cioè una donzina e mezzo di tela
-Constans Silisia e Olanda ed il rimanente di lino, ma di prima qualità
-e tutte guernite di Mussolina e pizzi._
-
-— Signore Eterno Padre dacci la vita santa, che bellezza, madamigella!
-Queste devono carezzar la pelle più delle nobili mani del signor
-Filippo!
-
-— Gilda! Gilda! Taci, ti prego — mormorava Chiara arrossendo.
-
-— _Sei pezze di tela di lino di bellissima qualità..._ Madamigella
-Gilda, vi prego di non gingillarvi.... _Quattro donzine di fazzoletti,
-cioè una donzina di tela di Troes, una di lino nuovi, una di tela Pista
-di prima qualità, sei di Batis con pizzi, e sei di seta._
-
-— Bisognerebbe esser osso di prosciutto come siete voi, magnifico
-Orengo, per non sentir la voglia d'accarezzare tutte queste belle cose!
-Quattro donzine come dite.
-
-— Gilda, Gilda, un po' di rispetto per il signor Archivista, ti prego.
-
-— Lasciatela dire, nobile damigella! Non gliene voglio! So bene che —
-scusate l'irriverenza e l'ardire — so bene che raglio d'asino non va in
-cielo!
-
-E assicurandosi gli occhiali malfermi continuò:
-
-— _Otto Braziere, cioè due di Obletto di Francia, due di tela di Troes
-e quattro di tela di lino.... una tovaglia ricamata di Picardia...._
-
-Nel frattempo Gilda alzati gli sguardi alla padrona, aveva mormorato:
-
-— Se è quello il cielo, preferisco l'eresia!
-
-— Gilda, Gilda, ti prego!
-
-— _Otto mude di scuffie lugagianti e Tornato cioè una di pizzo di
-Fiandra alto quattro deta...._
-
-— Quattro delle mie, sei di madamigella, ma per lo meno otto delle
-vostre che sembrano gli stecchini che usano i cinesi per il riso, come
-assicura il capitano Cavalli che non so davvero come faccia a sapere
-tutte quelle cose, a meno che non le legga nel suo latinorum.
-
-— _.... due di pizzo di Melines nuove....._
-
-— Sant'Anna, che bellezza! Guardatele, magnifico Orengo! Farebbero
-bello anche voi!
-
-— _.... una di pizzo di Milano fatto a Mignonetta_ — brontolò
-l'archivista come se trangugiasse amaro.
-
-Ritta dinanzi ad una delle finestre, il volto pieno di sole, parea che
-Chiara bevesse avidamente l'azzurro. Si sentiva pienamente felice.
-In quei tempi avventurosi bisognava godere l'ora fuggente, superare
-l'ansia del domani ed afferrarsi come si poteva meglio a tutte le brevi
-ineguali moriture dolcezze dell'oggi. Bimba ancora, Chiara Grimaldi,
-della stirpe dei Principi di Monaco, figlia di un senatore della
-Serenissima, aveva dovuto ballare intorno all'albero della libertà,
-due anni prima con degli scamiciati puzzolenti d'aglio e di sudore
-represso, al tempo della prima invasione francese al comando di Arena.
-Poi, forzato e girato Saorgio dall'esercito della repubblica, la fuga
-di notte nell'alta valle del Roia, il ramingo errare per i casolari
-alpestri fino a quando, ritiratasi la marea invadente, ricomposti
-animi e affari, potè col padre e le poche soldatesche fedeli tornare
-in città, nella casa devastata e insozzata, col cuore in continuo
-sobbalzo e la bocca sempre amara. Purtuttavia quasi due anni erano
-trascorsi in una tal quale relativa tranquillità. Erano tornati il
-nobile Altariva nel castello sul mare, e il conte Lascaris in quello
-della via Romana: solamente il duca di Nervia non avea ripreso possesso
-del suo: bivaccava continuamente per tenere in soggezione la sua
-vallata, con incarico segreto del Re di Piemonte, in guardia sempre
-contro la Serenissima. Non era tornata la contessa Lascaris, l'amica di
-Chiarina Grimaldi: la si dicea col figliuoletto in Sardegna. Ma quasi
-a supplirla nel cuore della fanciulla, solitario cuor timoroso, ecco
-Filippo Balbi, ufficiale della Serenissima distaccato presso l'esercito
-francese. Nobile del portico nuovo, Filippo Balbi, ambizioso, di
-stretto cervello, oggi lo si direbbe con nuovo termine appropriato
-un arrivista. Ma elegante, abituato agli imbottiti salotti genovesi,
-svenevole, profumato, figura di moscardino in burbera uniforme. Bello,
-di una bellezza delicata, bianco e roseo e biondo, magro, piccole mani
-e piccoli piedi, parlare affettato e ristretto cervello, ma ne cresceva
-per turbar la fantasia di una piccola provinciale pavida e sognatrice.
-
-Ritta dinanzi alla finestra aperta, bevendo l'azzurro, Chiarina
-guardava le linee delle colline oltre il Bevera, ove presumibilmente
-s'era fermata la missione francese. Nulla sapea la damigella ancora
-dell'incendio del villaggio di Sant'Antonio: siffatte notizie non
-le giungevano che con molto ritardo e del resto villaggi a sacco e
-sconfinamenti di bande erano all'ordine del giorno.
-
-— _Sei scuffie fatte a disaspuer di muzzolina, cioè tre soglie e tre
-guarnite di picò tutte però guernite di bindello_ — continuava l'Orengo
-con la sua voce fioca.
-
-E adesso anche Gilda, stanca, l'aiutava.
-
-— Undici paia di calzette.....
-
-— Un momento, un momento.
-
-E ripeteva leggendo la lista de' giocali:
-
-— _Undeci para di calzette, cioè sei para di lino, due para di seta,
-due para di Fioretto e un para di castor da inverno...._
-
-— Perchè poi proprio undici? Non si poteva compir la dozzina?
-
-— Giustamente, madamigella Gilda, ma il duodecimo vestirà i piedi della
-damigella Chiara, nel giorno delle sue nozze.
-
-— È vero, non ci pensavo. Un'andriena, signor magnifico!
-
-— Quale, madamigella. Forse quella di _brocato in seta con fondo color
-di perla, o quella di color di rosa con bordi d'argento di Grodetor_?
-
-— Nè l'una nè l'altra, signor magnifico!
-
-— Ah! ecco: _Andriena di satino fiorato con fondo color d'oliva_. Un
-momento, un momento: seguiamo l'ordine, vi prego, madamigella Gilda!
-
-Chiara stanca a sua volta e un po' vinta dal sole che si facea forte
-e imbiancava l'azzurro, si voltò verso i due. Le passavano sotto
-gli occhi tutte le cose belle e nuove di zecca preparate per il
-corredo, cose utili ed inutili, accomodate nei cofani come insensibili
-morticini, fredde ancòra, ignote al morbido corpo, vuote. A terra
-su carta fiorata, giacevano i ninnoli: i ventagli di tartaruga e di
-madreperla, i bottoni di _Grillo ligati in argento_, le fibbie per
-la cintura e le scarpette, un paio di forbici d'argento e un ditale,
-una spazzola per pettini, una croce di perle fine legate in oro, dei
-pendenti di Grillo, una collana di perle e persino un paio d'anelli
-d'oro con castelli di pietre diverse.
-
-E la voce dell'Orengo:
-
-— _Un petanlor di satino con fondo giallo fiorato, un busto di grodetor
-bianco, due gardanfan...._
-
-D'un tratto la Gilda uscì in un'esclamazione di maraviglia:
-
-— Madamigella! Madamigella! Guardate! Che bella cosa? Che sarà mai,
-magnifico Orengo?
-
-— Un momento! Un momento! Dell'ordine prima di tutto.. Verrà il turno
-di quell'arnese!
-
-— Arnese? Me lo chiama arnese, l'eretico!
-
-Chiara s'era avvicinata curiosa e preso dalle mani di Gilda una specie
-di cuscino trapunto in damasco giallo, foderato di taffetà e bordato
-d'argento, lo esaminava attentamente.
-
-— Sant'Anna benedetta! La si direbbe una coperta da bambole,
-madamigella.
-
-L'archivista però aveva raggiunto sulla lista l'oggetto.
-
-— Un momento! Eccolo! Non può essere che questo: _un coperto da
-culla...._
-
-Ah! che dolor dolce, che trafittura dolcissima al cuore di madamigella
-Chiara, e la ferita le si dilatava e la gola le si chiudeva, quasi fino
-a svenire.
-
-Ah, che dolor dolce!
-
-
-
-
-XI.
-
-
-Un bussar rispettoso alla porta.
-
-— _Due manizze, una di piuma, l'altra di pelo...._
-
-Invece di rispondere Gilda corse all'uscio.
-
-— È il Moncherino, madamigella.
-
-Il vecchio soldato fece un goffo inchino, restando sul passo dell'uscio
-socchiuso e restò in silenzio aspettando per rispetto d'essere
-interrogato.
-
-— Buon dì, amico. Che vuoi?
-
-Chiarina Grimaldi era l'idolo dei soldati che l'avevano veduta bambina
-e che la tenevano un po' come figliola comune: l'amavano perchè era
-famigliare e non si rifiutava mai di intercedere presso il padre o
-il Borzone, perchè donava spesso e, come potea, largamente, e perchè
-sapeva suggerir farmachi o allacciar bende. Il Moncherino parlò dunque
-abbastanza sciolto e rapido e, in fe' di Dio, credo anche abbozzando un
-sorriso, ciò che era contro ogni disciplina.
-
-— Porto una buona notizia, madamigella.
-
-Chiara si fece di scarlatto.
-
-— È arrivato!.... — esclamò precipitosamente e non meno
-precipitosamente s'interruppe.
-
-— È arrivato, sì, il magnifico signor Filippo Balbi ed è con il
-magnifico signor padre di madamigella: anzi è il magnifico signor padre
-che mi ha dato ordine di venire ad annunciarli.
-
-— Vengono qui, Moncherino? Hai capito bene? Vengono qui?! Il magnifico
-signor mio padre non mi fa chiamare nelle sue stanze?
-
-— No, madamigella: vengono proprio qui: ho capito bene, anzi mi
-sono fatto ripetere l'ordine. Viene il magnifico signor padre di
-Madamigella, il magnifico signor Filippo e forse il capitano Cavalli
-che era seco loro poco fa.
-
-— Oh! poveretta me! Hai capito Gilda? presto, presto nascondi tutto
-questo inventario.....
-
-Afferrò dalle mani dell'archivista, il quale a bocca aperta era rimasto
-interrotto e interdetto, la lista dei giocali e la gettò alla rinfusa
-nel cofano più vicino con qualche cosa che le capitò tra le dita.
-
-— _Un para di mitine...._ Un momento, un momento, madamigella, vi
-prego! Un momento, o tutto il nostro lavoro sudato di stamane sarà
-inutile!
-
-— Viene il mio signor padre con gente di condizione, e non voglio che
-tutto il mio corredo sia esposto a occhi profani!
-
-— Un momento! Un momento! Per carità!
-
-— Presto, presto, Gilda!
-
-La vispa camerista ridendo sotto il naso adunco del vecchietto parea si
-desse d'attorno ad aumentare il disordine, gettando con apparente furia
-nei due cofani alla rinfusa le camicie coi fazzoletti, le braziere, le
-mantelline, le scuffie, le _andriene_, i busti, i guanti e quante belle
-cose linde si trovavano sparse per la camera, mentre l'Orengo, le mani
-nei capegli — pochi ed unti — levava dolorose interiezioni. Finalmente
-calati i coperti, e seduta sopra il più vicino, Gilda esclamò:
-
-— Auff! Non s'addolori il magnifico Orengo! Avremo così il piacere di
-rivederlo un'altra volta oggi stesso o domani!
-
-— Ma ho da prestar l'opera mia al governatorato — gemeva il vecchietto
-— tre decreti almeno da classificare e da spulciare!
-
-— Vergogna! Posporre le dame a un brutto decreto su carta raschiata!
-
-La palinodia non avrebbe vista così presto la parola _fine_ senza un
-susurrio di voci ed uno strepito di passi speronati che aumentavano
-avvicinandosi.
-
-Chiara sbiancò, cadde a sedere sulla scranna più vicina, ma poi
-facendosi forza e comprimendo il cuore con ambe le palme, ciò che
-poteva anche parere un preparativo per il prossimo reverente inchino,
-avanzò di tre passi verso l'uscio socchiuso, sul quale comparve sùbito
-il Grimaldi, pomposo, precedendo un giovane ufficiale vestito della
-divisa francese; ed infine la faccia assente del Cavalli sporse fra i
-due seria e meditabonda.
-
-— Chiara, ecco il signor Filippo Balbi, tuo sposo promesso — annunciò
-il governatore ed aggiunse:
-
-— Le cure del suo e nostro ministero ne hanno alquanto sofferto ma il
-signor Balbi era impaziente di vederti e di confermarti l'affetto suo.
-
-— Benvenuto il signor Filippo Balbi — mormorò con un filo di voce
-Chiarina inchinata più forse del necessario che del conveniente,
-premendosi però sempre con ambe le palme il cuore.
-
-— Chiedo umilmente perdono se non troverò parole degne, — rispose il
-Balbi profondamente chinato — ma la felicità mi toglie ogni possesso di
-me stesso.
-
-Il lambiccato complimento fu detto con voce metallica e precisa che
-mal combinava con la pretesa emozione delle parole. E probabilmente il
-secco animo del giovane non si sarebbe che addentrato in un ginepraio
-di belle frasi fredde, pur abilmente poi uscendo con tutto l'onore
-delle armi dal labirinto, se la Gilda avanzando le sedie non avesse
-posto quella del Grimaldi fra Chiara e Filippo. Il bel conversare non
-si aggirò dunque che sulle notizie di Genova e di Francia: anzi il
-governatore che teneva assai ad essere informato interrogò più spesso
-che non fosse interrogato distraendo, a pro suo, pensiero e viso del
-promesso sposo dalla sposa promessa.
-
-Eppure, anche dalle sterili nuove senza interesse per lei attingeva
-Chiara grande felicità: si parlava del governo frivolo succeduto al
-terrore, di cose senza importanza, di uomini sconosciuti, eppure ogni
-parola di lui era dolce per lei, come se fosse parola d'amore, perchè
-usciva dalla bocca del fidanzato.
-
-Pendeva la fanciulla da quelle labbra strette e sottili che s'aprivano
-di rado interamente, per non far vedere tutta la dentatura sana, ma
-ineguale e non candida. Benchè non mordesse la cartuccia Filippo Balbi
-usava però nei bivacchi la lunga pipa soldatesca, ciò che non si confà
-alla dentatura. Ma non importava a Chiarina ch'egli parlasse con grazia
-e di che parlasse; purchè potesse abbeverarsi e disalterarsi a quella
-fonte poco badava donde sgorgasse la bella linfa che le riempiva il
-cuore.
-
-— Il governo di Barras è scettico, teoria del giorno per giorno, del
-rattoppare per non rifare, sforzo di diplomazia più che azione....
-
-— Ma i generali? Hoche? Massena? Moreau?
-
-— Braccia valide e sicure, ma braccia. Non è ancora apparso l'uomo che
-abbia in sè pensiero ed azione e non credo che si trovi. S'era sperato
-in Dumoriez, l'unico che possedesse un cervello ma dopo la catastrofe
-che crollo anche per Dumoriez! Hoche? Un santo, capace d'ogni
-sacrificio ma non di costruire. Massena un testardo intrigante. Moreau
-un intrigante bello, cospiratore fallito e sempre con la tentazione
-di ricominciare. No, credete, nulla, il vuoto. La povera Francia
-non ha che il cervello di Barras e la bellezza di madame Thermidor,
-null'altro, ed è poco, molto poco.
-
-— Genova non ha nemmeno un Barras.
-
-— Ha peggio. Il magnifico Cattaneo è un fanatico, e le nazioni non si
-conducono nè col fanatismo nè con lo scetticismo. La giusta misura,
-l'uomo capace di far l'epopea e il codice, di ragionare e di far
-sragionare, di dominare i cervelli e di trascinar le masse, l'uomo che
-sia prosa e appaia poesia..
-
-Chiarina ascoltava: i bei conversari a poco a poco si riducevano ad un
-solo conversare, quello di Filippo Balbi, che abbeverato ed anzi saturo
-dei temi unici delle conversazioni mille volte udite nei salotti e
-nei caffè della Parigi del direttorio se ne pavoneggiava pur tuttavia
-usando della grazia e della scioltezza elegante.
-
-Più spesso Chiarina non comprendeva, non seguiva, non riesciva a
-capire, ma il suono di quella voce la cullava in tanti tanti sogni
-d'oro nei quali faceva capolino — chissà perchè poi? — _il coperto da
-culla di damasco giallo foderato di taffetà bordato d'argento_! E senza
-una ragione al mondo la fanciulla arrossiva e per impedire alle sue
-guance di farsi scarlatte si costringeva in uno sforzo che diventando
-coscienza la faceva arrossire vieppiù.
-
-Ora il conversare s'aggirava sul campo di concentramento francese a
-Nizza, tema d'attualità.
-
-— Quanti uomini? — aveva chiesto il Cavalli.
-
-— A un dipresso trentamila.
-
-— Come: a un dipresso?
-
-— E chi può contare, magnifico signore, le bande affamate, lacere,
-scalze, prive d'armi di munizioni e di capi, ribelli ad ogni fede e
-ad ogni disciplina, prive di soldo da mesi, ridotte a procacciarsi
-il vitto con i furti e le scorribande, chi può contare quella valanga
-immonda presso la quale mi trovo al seguito d'una specie di generale.
-
-— C'è dunque finalmente un generale?
-
-— E chiamiamolo pure così, se vi piace. È un paria còrso, affamato
-come i suoi soldati, mingherlino e mal nutrito che pochi anni or sono
-vegetava nell'artiglieria e che oggi per intrighi di donne.....
-
-S'interruppe per rispetto a madamigella Chiarina. Ma il Grimaldi,
-curioso come tutti coloro abituati alla grande città e costretti invece
-alla provincia, non istette in sè.
-
-— Raccontate, raccontate, signor Filippo Balbi. Il vostro nuovo
-generale è salito per intrighi di donne?
-
-— A Parigi tutto è possibile, magnifico signore: a Parigi ove un prete
-spretato, ex-vescovo scomunicato, regge la diplomazia, e un libertino
-senza legge e pudore governa, anzi sgoverna con favorite e con
-ballerine peggio ma peggio assai che ai tempi del Reggente o di Luigi
-il bene-amato, a Parigi tutto è possibile!
-
-S'interruppe ancòra e guardò Chiara. Ma la fanciulla aveva ricuperato
-il suo bell'incarnato più tendente al pallore che al rossore: pareva in
-estasi, al settimo cielo, troppo lontana, troppo estranea alle brutture
-di quaggiù. E d'altronde non era possibile che comprendesse nelle
-velate insinuazioni, il senso recondito che gli uomini afferravano
-immediatamente e gustavano.
-
-— Voi non potete, magnifico signore, farvi una idea della corruzione
-e della incuranza della classe dirigente a Parigi. La rivoluzione ha
-avuto almeno degli uomini: il Terrore, che Iddio lo danni, ha avuto
-degli uomini. Ma il Direttorio non ne ha. Armate sul Reno fiorenti
-affidate a generali — badate a generali, il che non vuol dire uomini
-di capacità direttiva civilmente — affidate a generali di coraggio e
-di fortuna: la Vandea pacificata per merito di Hoche, uomo di Plutarco
-più che del nostro secolo, e che, se un Richelieu od anche un Andrea
-Doria lo dirigesse, potrebbe conquistare il mondo come Alessandro il
-Macedone, ma che senza spalliera civile si sente a disagio e inabile
-a malgrado la dichiarazione di Salvator della patria come capo
-dell'Armata dell'Oceano: poichè hanno delle trovate letterarie quei
-ballerini di Parigi. Ordunque Reno e Vandea ben guarniti, mezzogiorno
-pur con le bande custodito, la Francia a prima vista parrebbe sicura.
-Ma nelle frontiere, entro i suoi confini ha il nemico peggiore: la
-sommossa quotidiana, il popolo disoccupato, la mancanza del pane,
-l'agricoltura abbandonata e Parigi, il cervello, nelle mani di un
-cinico e di una turba femminile avida di lusso e di piacere. La
-prima donnetta senza scrupoli che vi capiti diventa una Caterina dei
-Medici. Poco tempo fa è piombata come una cavalletta dispersa dal
-vento, una creola, una certa vedova Beauharnais, bellezza del diavolo,
-femmina fino alle unghie, la quale si gettò nelle braccia di Barras
-per conquistare in un sol blocco fama e fortuna. Ma Barras è infido
-peggio del mare e si stanca presto, peggio di un sultano: e allora per
-liberarsi della donna la fa sposare a una sua creatura, già creatura
-di Robespierre, un soldato di fortuna caduto in disgrazia, un certo
-Bonaparte....
-
-Il capitano Cavalli alzò il capo sorpreso.
-
-— Bonaparte? Aspettate, signor Filippo. Un giovane quasi nero di viso,
-dai capegli lunghi e incolti, un aspetto di tisicuzzo.....
-
-— Perfettamente. Lo conoscete?
-
-— Sicuro: due anni or sono, mi pare, fui chiamato a Palazzo e mi fu
-affidata una missione di fiducia: aspettare alla Lanterna un inviato
-di Francia, inviato _in incognito_. E mi trovai con codesto Bonaparte,
-se è lui, allora generale dell'Armata del Varo, se non erro. Credo che
-avesse il segreto incarico di spiare il Faipoult. Rimase a Genova poco
-tempo e se ne andò di punto in bianco senza prendere congedo nemmeno da
-me. Uomo di poche parole, nervoso, malato, che tossiva, specialmente di
-notte in modo spaventevole, e che perdette gli occhi sugli affreschi di
-Palazzo Spinola, ove sono le piante di qualche nostra città capitale.
-Viveva d'erbe e non beveva mai vino, ma leggeva il sommo Virgilio nella
-traduzione dell'abate Delille. Ciò me lo rese quasi simpatico.
-
-— E invece lo è poco, signor capitano. Generale per merito di donne!
-Se ne accorgerà la nazione! Me lo vedo, il giovanotto generale delle
-sottane a rimettere in assetto le bande indisciplinate e disorganizzate
-del Varo! E a questo proposito, magnifico Grimaldi, mi permetterete
-più tardi di darvi comunicazione dei suoi ordini..... poichè li chiama
-ordini il côrso favorito.
-
-— Ordini! Benissimo! — E il Grimaldi rise amabilmente. — Benissimo. Ma
-attendendo di conoscere gli ordini del vostro generale ballerino non
-vi dispiacerebbe di rinfrescarvi con un po' di sciroppo di rose? Animo,
-Gilda, prepara le guantiere, e tu Chiarina, fa la padrona di casa!
-
-
-
-
-XII.
-
-
-Fine di marzo: tempestoso tramonto.
-
-Le nubi si accavallavano migrando in cirri giganteschi verso l'alta
-vallata del Nervia già quasi tutta verde per l'inizio precoce della
-primavera. Il castello dei duchi di Nervia, disabitato, le finestre
-in disordine, ma il gran portone chiuso in fondo al parco devastato,
-parea un albergo di spettri. Almerico di Nervia non lo abitava più da
-lungo tempo, forse due anni, dalla prima invasione francese. Teneva in
-possesso la vallata con i più fedeli fra i contadini delle sue terre
-e qualche soldato del Re di Piemonte: bivaccava qua e là ramingo per
-la valle ove gli parea che più fosse necessaria l'opera sua per tener
-soggetti i paesi vassalli, che aveano preso gusto a tutte le licenze
-dell'albero della libertà.
-
-In quella sera della fine di marzo mentre le nubi gonfie di pioggia
-turbinavano risalendo giganti verso le gole montane, aveva fissato
-il proprio accampamento sopra il paese d'Isolabona al confluente
-d'un minaccioso torrentaccio, gonfio per lo scioglier delle nevi, che
-scendeva al Nervia dalle alture di Perinaldo, raccolti gli innumerevoli
-rivi e rigagnoli e fossi di quella marca vulcanica ove s'aderge il
-paese di Baiardo e per cui si discende poi nell'opposta parte a San
-Romolo e quindi a San Remo. Per quella strada lunga e disagevole
-aspettava Almerico di Nervia una visita inusitata. Nientemeno aspettava
-la marchesa Fiorina di Spigno, emissaria del generale Colli, il
-comandante delle Armate di Piemonte e d'Austria. Il litorale non
-era sicuro: il generale francese Serrurier da Garessio a Savona — si
-credeva — Cervoni a Voltri: le valli fino al Finale risuonavano della
-Carmagnola e della Marsigliese. Per questo la bella marchesa di Spigno,
-con una mano d'uomini, cavalcando un muletto alpino s'era lanciata
-all'arembaggio di tutti i valichi anche i più tortuosi e per le valli
-del Cento e dell'Impero e poi per l'Argentina aveva intrapreso la
-strada poco sicura che per San Romolo, Perinaldo e Apricale discendeva
-a Isolabona. Una staffetta l'avea preceduta di poche ore e Almerico
-di Nervia, fatta continuare la staffetta al Lascaris, impiantato il
-bivacco a cavaliere delle due valli, attendeva impaziente.
-
-Dovevano essere importanti le notizie perchè la bella marchesa si
-sobbarcasse a un tanto disagioso cammino! Il Nervia, uomo di mezza età,
-la barba piena e rotonda, gli occhi vivaci, possente di corporatura,
-vestito di cuoio alla cacciatora senza sproni agli alti stivali, seduto
-sopra un albero dimezzato dal fulmine, tentava di spingere lo sguardo
-fin dove la gola già quasi buia e le nubi che parevano basse e gettate
-a ferirsi in fra gli alberi spettrali, lo permettevano. Non portava
-altra arme che un coltello da caccia alla cintura e la mano impaziente
-agitava lo scudiscio e le labbra irrequiete lasciavano sfuggire un
-fischiettar sordo e frammentario.
-
-Una calma enorme teneva le vallate, chè il vento era troppo in alto
-e, se accavallava le nubi, non giungeva ad urlar fra le gole: soltanto
-lo scrosciar dell'acqua precipitosa del torrentaccio scandiva la pace
-solenne. E a volta a volta lo stridulo grido delle scolte, un misto di
-civetta e di cucùlo, chè ovunque si avversava la rivoluzione l'allarme
-e l'avvertimento degli _chouans_ vandeani s'era imposto. Soltanto,
-a un dato momento furono due i richiami che giunsero da un punto
-imprecisato, due che si seguirono a breve distanza, isocroni. Il duca
-lasciò di flagellarsi lo stivalone con lo scudiscio, s'alzò e tese
-l'orecchio. Il richiamo doppio si ripetè.
-
-Nello stesso tempo, quasi rispondesse telepaticamente a un muto
-appello, dalla tenda più vicina che era appunto quella del comandante,
-benchè non differenziasse dalle altre che per le dimensioni e per
-essere più esposta ad ogni pericolo del cielo e degli uomini, un
-vecchio sbucò all'improvviso.
-
-— Hai udito anche tu, Seborga?
-
-— Sì, monsignore, e se non erro è stato il Monferrino.
-
-— Il Monferrino? Ma non è di guardia verso Isolabona.
-
-— Sì, Monsignore!
-
-— Non è dunque ancora avvistata questa benedetta Marchesa?
-
-— No, monsignore: credo che sia invece il conte Lascaris.
-
-A malgrado l'impazienza che l'aduggiava, il duca Almerico non potè
-trattenere un sorriso.
-
-— Benedetti gli innamorati!
-
-— Dice un proverbio, monsignore — confidenzialmente aggiunse il Seborga
-— che il cuore marcia con gli stivali delle sette leghe.
-
-— Avrei preferito parlare senza testimoni con Fiorina!
-
-— Ma il conte Lascaris se ne sarebbe offeso.
-
-— Hai ragione, vecchio Seborga. Nella tua bocca si forma il buon senso.
-Va' all'incontro degli ospiti, amico mio.
-
-Il vecchio obbedì, come un fedele scudiero doveva ubbidire. Fido servo
-del Nervia, nato sulle terre feudali vent'anni prima del suo padrone,
-il Seborga non se n'era staccato un solo giorno da quando lo conduceva
-a tuffarsi nel mare, e gli insegnava a cavalcare a dorso nudo. Non
-viveva che di lui e per lui, e ne conosceva i più reconditi pensieri,
-quelli anche, forse, che Almerico non confessava neppure a se stesso.
-Muto, impassibile, non apriva bocca e non diceva la propria opinione
-che in presenza del suo solo padrone, a tu per tu, senza ambagi e senza
-falsi rispetti. Almerico di Nervia conservava una superstiziosa fiducia
-nei giudizi sommarï del vecchio Seborga: anche in quella sera quando lo
-vide tornare precedendo gli ospiti, l'interrogò con lo sguardo fisso.
-Il vecchio crollò il capo, segno che qualche cosa non gli garbava. Ma
-non potè saperne il pensiero completo: dietro di lui, concitato apparve
-il Lascaris seguito da un gruppo di uomini ignoti al Nervia.
-
-— Ebbene, Almerico?
-
-— Nulla ancora, Luca: sii calmo, te ne prego.
-
-Con un cenno interrogativo mostrò le persone sconosciute che seguivano
-l'ospite e che s'erano fermate a qualche passo di distanza. Il Lascaris
-si ricompose.
-
-— Hai ragione, duca, hai ragione.
-
-D'un gesto staccò una persona dal gruppo:
-
-— Il conte Emanuele Embriaco.
-
-Mentre alzava lo sguardo al sopraggiunto, Almerico di Nervia incontrò
-l'occhio assonnato per abitudine ed ora sfavillante del Seborga. Per il
-che osservò attentamente, quanto almeno la cortesia gli permetteva, il
-gentiluomo presentato e che si inchinava amabilmente.
-
-— Benvenuto, signor conte, — disse poi. — Sapevo che da qualche giorno
-eravate ospite dei nostri in oggi poco ospitali paraggi. E ringrazio il
-conte Lascaris di avervi qui condotto....
-
-Luca l'interruppe.
-
-— Almerico, permetti! Il conte Embriaco non sa ancora la ragione della
-mia venuta. Abbiamo fatto diverse strade: io pel litorale, egli per la
-Rocchetta e non ci siamo congiunti che al confluente giù, ove credevo
-di trovar Camillo Altariva disceso per le Maure, e che invece è ancora
-in ritardo. Appena raggiunto, mi premeva correr qui da te....
-
-— Comprendo, comprendo. Tanto più ti comprendo.....
-
-Strana cosa! Il muto Seborga, vassallo dalla nascita e come tale
-quindi beneducato a rimanere al suo posto davanti a personaggi pari al
-padrone, intervenne con una famigliarità che soltanto un ecclesiastico
-potea permettersi pur essendo di rango inferiore.
-
-— .... in quanto la signora marchesa di Spigno non giungerà, questa
-sera almeno.
-
-Padrone di se stesso Emanuele Embriaco lo era e lo dimostrò nel non
-lasciar muovere un sol muscolo del viso: ma non così il Ricciuto che
-gli stava a qualche passo dietro e che trasalì di colpo. Almerico
-di Nervia osservò l'ombra che s'era spostata violentemente al solo
-pronunciar di un nome e sporse il capo come se interrogasse il Lascaris
-sulla scorta.
-
-— Gente fida, Almerico: gente mia e del conte Embriaco.
-
-Troppo uso l'avventuriero agli agguati ed alle sorprese d'ogni genere
-per lasciarsi placar da un cenno di capo rassicurante: aveva seguito
-lo sguardo parlante del Seborga, drizzate le orecchie all'infrazione
-d'etichetta che nemmeno il trovarsi in campagna autorizzava, e per
-di più lo scatto del Ricciuto e la curiosità istintiva del Nervia
-erano sopravvenuti per non lasciarlo troppo tranquillo. Per la qual
-cosa credette opportuno di correre al riparo e lo fece con scioltezza
-elegante.
-
-— Gente fida, sì, duca, ma non mia. Il conte Lascaris non ricorda
-esattamente. Ricciuto, Bracciodiferro, avanzatevi.
-
-I nominati obbedirono.
-
-— Permettetemi signor duca: il Ricciuto, maresciallo d'alloggio del Re
-di Piemonte, Nostra Sacra Real Maestà....
-
-Si scoprì e tutti l'imitarono. Poi continuò:
-
-— .... appartenente al Presidio della Ferania. E Bracciodiferro
-vassallo del signor marchese di Spigno.
-
-Un istante di silenzio. Rumoreggiò il tuono al nord verso il monte
-Altomoro. Qualche rada goccia di pioggia crepitò sulle foglie novelle.
-Nel silenzio il torrente raddoppiò lo scrosciare.
-
-A ricomporre animi e visi, ecco il Seborga impassibile, nella sua
-compostezza servile di vassallo di gran casa:
-
-— Il signor duca e gli ospiti del signor duca sono serviti di
-rinfreschi nella tenda del signor duca!
-
-
-
-
-XIII.
-
-
-Primo a rompere il silenzio fu Luca Lascaris. Il pensiero che
-l'assillava mal gli faceva sopportar l'inazione. Avrebbe voluto
-muoversi, avrebbe voluto risalir verso Perinaldo incontro alla donna
-tanto più amata quanto più da mesi e mesi ne ignorava la esistenza
-sentimentale.
-
-— Mi stupisco di una cosa, di una soltanto, duca, e cioè di vederti qui
-inattivo e neghittoso mentre una dama corre chi sa quali pericoli, alle
-prese con le spie francesi e con i banditi della vallata. Muoviamoci,
-per Nostra Signora di Lampedusa, andiamo tutti incontro alla dama che
-viene verso di noi: le abbrevieremo almeno le fatiche del cammino.
-
-— Perfettamente ragionato, Luca, — rispose il Nervia pacatamente — Non
-sono io l'uomo al quale tu puoi rimproverare di mancar di riguardo non
-solo verso una dama del nostro mondo, ma neppure verso una donna. Ti
-prego soltanto di prestarmi attenzione e di arrischiare uno sguardo
-fuori di questa tenda: è posta sull'innesto di due sentieri, l'uno che
-sale a Perinaldo, l'altro che s'inerpica verso il nord, e precisamente
-verso il valico del Cravana. Da qual parte discenderà la marchesa?
-Non potevo arrischiare di mandarle incontro il mio vecchio Seborga,
-quantunque conosca le parole di benarrivo, degne di una tal dama....
-
-Il Seborga afferrò immediatamente l'occasione che gli porgeva il suo
-signore. Disse, umile, con voce dimessa:
-
-— E d'altra parte il signor duca bramava attendere gli eccellentissimi
-signori conte Lascaris e Camillo d'Altariva....
-
-Anche il Seborga si rifiutava di pronunciare il nome Altariva privo
-dell'attestazione di nobiltà.
-
-— Eccomi, — interruppe Luca — dividiamoci ed avviamoci!
-
-Almerico di Nervia consultò con lo sguardo il fido scudiero e replicò:
-
-— Che ne consigli, Seborga?
-
-Il vecchio servo rispose:
-
-— Ho l'onore di approvare il progetto dell'eccellentissimo signor conte
-Lascaris.
-
-— Ben parlato, per Nostra Signora di Lampedusa. Questo è per te,
-vecchio Seborga: tienlo per mio ricordo!
-
-Staccò dalla cintola il pugnale dall'impugnatura aspra di borchie
-preziose e lo porse allo scudiero.
-
-— Umilmente ringrazio Vostra Eccellenza, e mi auguro di sguainarlo
-presto in vostro servizio....
-
-— E della marchesa Fiorina!
-
-— E della eccellentissima e graziosa signora marchesa di Spigno.
-
-— Sia pure — concluse il Nervia — dividiamoci. Ma chi attenderà Camillo
-Altariva?
-
-Incoraggiato dal buon successo, il vecchio Seborga si permise ancora di
-interloquire.
-
-— Se le Vostre Eccellenze permettono.....
-
-— Ascoltiamo il parere del mio buon Seborga, — annuì Almerico di Nervia
-— Se avesse presto il braccio come ha pronto il senno, ci porterebbe
-certo a guidare contro le masnade avide e brute di Barras e di Arena.
-
-— Se pure è sempre Arena che ci viene incontro dal Varo — mormorò Luca
-Lascaris — Mi parlò il Grimaldi d'un generale ballerino mantenuto di
-donne.....
-
-— O Arena o chi sia lo sapremo sempre a tempo, Luca: ma ascoltiamo il
-piano del Seborga!
-
-Anche l'Embriaco ne parve desideroso.
-
-— Ecco, eccellentissimo: sarei dell'umile parere che il mio eccelso
-signore qui rimanesse ad attendere il signor d'Altariva, o la illustre
-dama di Spigno, la quale potrebbe — e non ne stupirei — ben anco
-evitare i sentieri e scendere direttamente dai monti. Il signor Conte
-Lascaris ed il signor Conte Embriaco potrebbero affrontare i due
-sentieri.
-
-— E come divideresti la scolta, Seborga?
-
-Il vecchio scudiero non rispose: parve attendere che altri lo facesse
-in vece sua: ma nessuno fiatò.
-
-Un'occhiata dell'Embriaco era bastata per fermare un'imprudente offerta
-del Ricciuto che aveva seguiti i nobili signori nella tenda per invito
-del Seborga.
-
-Il quale allora terminò:
-
-— Bracciodiferro, vassallo del Marchesato, potrebbe seguire il signor
-conte Embriaco ed andare così incontro alla sua nobile signora, ed
-il Ricciuto — lo salutò graziosamente — far la scorta al signor conte
-Lascaris.
-
-— Accetto — rispose l'Embriaco.
-
-E parve felice.
-
-— Accetto — ripetè il Lascaris.
-
-E poi:
-
-— Affrontiamo la via prima che faccia notte.
-
-— Non senza il bicchier della staffa, eccellentissimi ospiti ed amici —
-propose il duca.
-
-Il vino rosso di Dolceacqua fu mesciuto nelle ciotole di legno che il
-Nervia usava portar seco nella sua vita errabonda: tanto l'Embriaco che
-il Lascaris vi appressarono appena le labbra, e così pure il Ricciuto.
-Ma Bracciodiferro che fumava la pipa seduto sul tronco d'albero su
-cui ci è apparso il Nervia, non si fece pregare: ne bevve anzi più
-del necessario. Ora, il vino rosso di Dolceacqua è traditore, dà alle
-gambe: sicchè quando le due piccole truppe vollero incamminarsi, il
-vassallo del signor marchese di Spigno tentò inutilmente d'alzarsi.
-
-— Per tutti i diavoli di Satanasso — masticò la lingua grossa e la
-bocca pastosa — per tutti i diavoli di Satanasso, giuro che non mi è
-mai capitata una cosa simile!
-
-— Ciò significa, signor mio, che non avete mai trincato del vino di
-Dolceacqua, — gli osservò mellifluamente il Seborga.
-
-— Vino di Dolceacqua? Che canchero mi va dicendo il vecchio Gelindo!
-Vino di Dolceacqua? Ma ho tracannato botticini di vini delle Langhe e
-del Monferrato, del Polcevera e delle Cinque Terre, senza che le gambe
-mi facessero mai un simile scherzo. Per tutti i diavoli di Satanasso
-e per le sue cinquecentomila spose! non avrei mai creduto che un
-bicchierotto di legno col fondo alto un dito mi conciasse in questo
-modo! Alle gambe il vino! Ho sempre creduto che salisse al cervello!
-
-— Al cervello di chi ne possiede, balordo — gli rispose ben secco
-l'Embriaco, apparso per l'appunto sul passo della tenda — al cervello
-di chi lo ha! Per intanto eccomi qui ridotto senza scudiero!
-
-— Non sia mai detto che la Eccellenza vostra non venga servita come
-merita! E che debba privarsi di chi le regga la staffa, — replicò
-il Seborga. — In mancanza di questo balordo, che davvero, m'accorgo,
-non può muoversi, ascriverò a somma ventura di offrire i miei umili e
-modesti ma zelanti servigi al signor conte!
-
-Solo allora l'avventuriero comprese che il tiro non era accidentale, ma
-servito con tutte le regole, e che il Seborga nascondeva un pericoloso
-disegno a suo svantaggio. Già ne aveva avuto il primo sospetto
-nell'udirgli svelare il probabile arrivo della marchesa di Spigno, che
-il Lascaris gli aveva taciuto, morso da un po' di gelosia, di cui non
-sapeva padroneggiarsi dopo la famosa lettera. Ma quello che era stato
-quasi fanciullesco pudore e innata ritrosia qualificò per disegno a suo
-danno ed unì Luca e Seborga in una sola intesa.
-
-— Attento Emanuele — mormorò internamente a se stesso — qui si congiura
-contro di te. Attento, mio caro!
-
-Ma padrone de' propri nervi mostrò un viso ilare alla cattiva fortuna e
-cennò amicalmente al vecchio scudiero del duca di Nervia.
-
-— Ci guadagno una guida senza pari, — dichiarò. — Per il che,
-tutto sommato, posso anche perdonarti l'infrazione alla disciplina,
-Bracciodiferro. Ma ne riparleremo al mio ritorno, se tutto sarà andato
-a dovere.
-
-Bracciodiferro apparve così sbalordito che trangugiò senza far motto il
-balordo regalatogli prodigalmente dal Seborga, mentre in tempi normali
-avrebbe per lo meno denudato, senza pudore alcuno lo schidione che
-teneva fra le mani.
-
-Il Lascaris già in sella, impaziente, frenetico quasi, troncò la
-possibile querimonia.
-
-— Andiamo! Andiamo dunque!
-
-— Sii prudente, Luca — ammonì il Nervia.
-
-Per tutta risposta l'altro spronò il cavallo.
-
-Il Seborga resse la staffa all'Embriaco, il quale salutò l'ospite con
-tutta cortesia. Poi lo seguì. Le due piccole truppe s'avviarono per
-qualche diecina di minuti entro lo stesso malagevole sentiero, poi,
-giunte ad un bivio, senza parola si separarono, dirigendosi l'una verso
-levante e l'altra, quella dell'avventuriero, verso il nord, fosco e
-chiuso.
-
-
-
-
-XIV.
-
-
-Per un po' di tempo cavaliere e scudiero — quest'ultimo a piedi presso
-la staffa a sinistra — tennero la testa del manipolo composto di sei
-valligiani. E stettero silenziosi.
-
-La strada era d'altronde malagevole, un sentiero da capre, che soltanto
-il cavallo montato dall'Embriaco, un cavallino tozzo delle scuderie del
-Nervia, poteva arbitrarsi a tenere. S'inerpicava il sentiero nel buio
-fondo incassato entro una specie di depressione del terreno, spoglia
-d'alberi e d'erbe, e rocciosa a giudicarne dal battere isocrono della
-zampa equina, che tentava ogni volta, prima di posarsi.
-
-— Da che parte mi conduci, amico? — domandò l'Embriaco al Seborga
-chinandosi nel buio, ove possibilmente potea trovarsi il compagno.
-
-— Che la Eccellenza vostra si lasci guidare, mio grazioso signore:
-potrò forse errare, chè tutti noi, miseri mortali, siamo soggetti
-all'errore, ma ho nel pensiero che la nobilissima signora marchesa
-per più sicurezza abbia preferito scendere dal Monte Acuto, e, fra il
-Bucarin e il Cravana, girando quest'ultimo, riprendere per Apricale.
-In questo caso è proprio verso di noi, fortunati, che apparirà
-d'improvviso.
-
-— Me ne dispiace per il conte Lascaris, — osservò ridendo
-l'avventuriero. — Ma perchè hai scelto questa strada per me, amico?
-
-— Non ho scelto, mio nobile signore. Il conte Lascaris si è avventato
-sulla via di Perinaldo, su quella cioè che gli è parsa la più
-probabile. Ma ho in animo che abbia errato, se posso così esprimermi
-per un tanto illustre signore.
-
-— Andiamo dunque incontro alla bella Fiorina! E chi sa che non
-l'accompagni il buon Ibleto pel quale certo l'amico arcade Amarillo
-Glucosio troverebbe la rima in faceto.
-
-— Il signor marchese di Spigno! Voi credete che il signor marchese di
-Spigno possa viaggiare in compagnia della illustre signora marchesa?
-
-Tutto quanto era di pertinenza del marito, aggettivi e titoli il
-Seborga pronunciava con un'apparente colore di sprezzo, mentre
-riserbava la tinta, dell'entusiasmo per la bella Fiorina.
-
-— E perchè no? Forse che non sono marito e moglie? O monsignore il Papa
-ha scoperto per dividerli qualche impedimento?
-
-— Sono, è vero, marito e moglie, — replicò il Seborga con tanta
-serietà nella voce che l'altro ne fu colpito — ma sono pur anche,
-e più profondamente del burrone che fra poco fiancheggeremo, divisi
-dalla politica. La marchesa è per il Re. Il marito è un giacobino e un
-volterriano. Credevo che la Eccellenza vostra, che ha dimestichezza con
-le corte di Spigno, non l'ignorasse.
-
-L'Embriaco drizzò le orecchie. La parola dimestichezza era stata
-pronunciata con una tal qual tinta d'ironia che mal gli suonò:
-l'altra parte ogni motto del vecchio scudiero gli giungeva fasciato
-d'intenzioni oscure e gli facea bollire in petto impeti d'ira
-trattenuta.
-
-Le relazioni fra l'Embriaco e i marchesi di Spigno erano state cordiali
-sì, ma solamente col marito: per la sua avversione alla Repubblica
-di Genova, dominazione oligarchica senza alcun effetto di governo
-reale, fastosa, vuota, solenne e nulla, s'era trovato l'avventuriero
-immediatamente d'accordo con Ibleto di Spigno: con Fiorina invece poca
-dimestichezza: il Ricciuto con i suoi uomini s'erano accompagnati per
-un tratto breve di strada, quello che dalla Ferania va a Savona, poi
-tanto l'Embriaco che il Ricciuto conosciutisi ed apprezzatisi a vicenda
-avevano allungato insieme il cammino, semplicemente.
-
-I soldati in quel tempo camminavano come tante pecore dietro il
-campanello del capo mandra, nè si sarebbero stupiti se il Ricciuto li
-avesse condotti in Bretagna o in Iscozia, come avvenne per l'invasione
-francese dell'Irlanda. D'altra parte Bracciodiferro e i suoi scherani
-seguivano l'Embriaco: o perchè non avrebbero dovuto seguirlo i soldati
-regolari del Ricciuto?
-
-Tutto questo però non aveva aumentati i rapporti dell'avventuriero con
-la marchesa Fiorina, che conosceva appena.
-
-Ora per l'appunto, dati simili precedenti, ecco la ragione
-dell'inquieto animo di Emanuele Embriaco! Infine, che cosa sapeva quel
-dannato vecchio scudiero? Era forse a cognizione della falsa lettera di
-Fiorina a Luca Lascaris? Sospettava o non sospettava nell'avventuriero
-quello che era veramente? O che era poi veramente Emanuele Embriaco?
-Fino a quel punto uno spettatore, e disinteressato, che avrebbe potuto
-decidersi o per il Piemonte o per la Francia, a seconda, od anche per
-la Serenissima ove i Serra, i Brignole ed i Cattaneo fossero mandati a
-piantar cavoli nei propri orti feudali: non aveva preferenze Emanuele
-Embriaco, e soddisfatto qualche odio personale non avrebbe chiesto
-che una buona paga e le terre e i palazzi confiscati. Tale era la sua
-posizione dopo tutto: ma chi può ben giudicare delle persone e chi è
-giusto? Non il Seborga certo.
-
-Il quale Seborga, sospettoso, come tutti coloro che tengono ambe le
-chiavi del cuore del proprio signore, ma pur furbo, lavorava, secondo
-il pensier suo, diplomaticamente.
-
-— Non è forse la Eccellenza Vostra addentro alle cose della corte di
-Spigno, come il signor conte Lascaris ha assicurato al mio padrone?
-
-— Ah! cani, — mormorò fra sè l'Embriaco — te la darei io la corte di
-Spigno, a te e a quel zotico del tuo padrone!
-
-Zotico no, ma vestito fuori di moda sì: in certo qual modo il damerino
-Embriaco s'apponeva.
-
-E ad alta voce:
-
-— Sono, è vero, intimo di quella che tu chiami la corte di Spigno, ma
-se ho parlato di politica, qualche volta col marchese Ibleto, mi sono
-ben guardato dall'importunare la graziosa marchesa.
-
-— Si tratta di princìpi, non di politica, illustre signor conte!
-
-A questo punto, miglior guida del Seborga, il cavallo dello Embriaco
-si fermò duro sopra un ciglione rifiutandosi d'avanzare e scuotendo la
-testa e tentando impennarsi.
-
-— Manda a vedere che accade, scudiero!
-
-Il Seborga obbedì: mandò due degli uomini di scorta, i quali tornarono
-subito con la lieta notizia che si trattava di un impiccato.
-
-— Che ne avete fatto?
-
-— Lo abbiamo gettato nel precipizio.
-
-L'Embriaco si curvò nel buio e chiese con la sua voce più tranquilla e
-più melliflua:
-
-— C'è un precipizio, vicino?
-
-— Sì, mio illustre signore, un burrone a dirupo: lo costeggeremo fra
-poco. Ma non temete: conosco la via.
-
-— Sono perfettamente tranquillo con te, amico. Se non che un passo
-falso è presto fatto ed un altro qualunque impiccato può farmi
-impennare il cavallo. È dunque meglio che i tuoi uomini ci precedano,
-come del resto mi par prudente: daranno meno o meglio l'avviso.
-
-Il Seborga approvò.
-
-— L'illustre signor conte Embriaco ha ragione!
-
-I sei uomini che rimanevano al seguito raggiunsero i due che si
-trovavano all'avanguardia. Ed il drappello riprese il suo cammino:
-soltanto il Seborga rimase alla retroguardia, qualche passo dopo la
-staffa destra dell'Embriaco, avvicinandosi e mettendosi quindi alla
-pari quando intendeva parlare.
-
-Il tempo carico e buio s'era mantenuto calmo come se aspettasse lo
-scoppiare della tempesta. A volte nello addentrarsi della comitiva in
-qualche gola si sentiva il vento fischiare e gli alberi svettare, a
-volte invece la calma era di tomba. Quando però il drappello riprese il
-cammino nell'ordine sopra descritto cominciarono a cadere grosse goccie
-di pioggia. Poi rumoreggiò il tuono, lontano.
-
-— Fra poco avremo un regalo — susurrò nel buio la voce del Seborga.
-
-L'Embriaco istintivamente si tastò alla cintura, sentì il largo e
-acuminato coltellaccio da cinghiale e pensò che meglio sarebbe stato
-entro le carni del vecchio scudiero che non nello sdruscito fodero di
-grosso cuoio. Ma riflettè che un grido solo, un solo grido l'avrebbe
-dato nelle mani della scorta a lottare contro gli otto contadini.
-
-— Eppure — pensava — quest'uomo m'incomoda. Che cos'abbia con me
-non so, che sospetti non so nemmeno. Sento che mi prepara qualche
-brutto scherzo. Ad ogni modo sarebbe prudente che scomparisse prima
-d'un probabile incontro con la Spigno, poichè sento che proprio noi,
-a maggior dispetto di Luca Lascaris, incontreremo la bella Fiorina.
-Scomparire è presto detto: ma come?
-
-Quasi in risposta guizzò in capo alla gola un lampo violento, mostrando
-nel serpeggiar che fece scoscese pareti di monti irti di alberi
-spettrali e profondo incavo di valle.
-
-— Tenetevi a sinistra, signor mio colendissimo, — avvertì il Seborga
-alle spalle del cavaliere — chè siamo in prossimità del burrone.
-
-Per tutta risposta l'Embriaco liberò dalla staffa il piede destro. Un
-altro lampo guizzò, il tuono rombò a breve distanza. Le rade goccie
-s'erano mutate in pioggia dirotta, che ad uno svolto improvviso
-lanciata dal vento venne a flagellar la comitiva. Poi uno scrosciar
-d'acqua quasi sotterraneo risuonò nell'abisso.
-
-— Dove siamo, Seborga? Sul burrone?
-
-— Sì, monsignore! Tenetevi a sinistra!
-
-Un altro lampo: e al breve lume l'avventuriero scorse alla sua destra
-un precipizio scosceso e roccioso come fauci spalancate ad inghiottire.
-Allora frenò impercettibilmente il cavallo, così da permettere allo
-scudiero che lo seguiva di mettersi al suo passo. Come lo avvertì
-aderente alla gamba destra libera dalla staffa, l'inarcò, la sferrò,
-e d'un calcio possente lanciò il vecchio che non stava sulle sue e che
-non ebbe il tempo d'un urlo, nell'abisso.
-
-
-
-
-XV.
-
-
-La notte nera e tempestosa a poco a poco nello schiarir dell'alba
-s'acquetava quando un primo strappo nella cortina plumbea s'appalesò
-verso l'alta valle del Nervia. Un cane lupo tutto nero, dagli occhi
-di brage abbaiò furiosamente da un greppo spianato su cui sorgeva una
-capanna da pecoraio in maggese, muro a secco e tetto di paglia. In quel
-primo livido incerto apparir del giorno, quel cane avventato sul ciglio
-del greppo, le orecchie e la coda inarcate, il pelo arruffato, aperte
-le fauci e le pupille sinistre, parea l'unica viva cosa del creato,
-l'unico ribelle.
-
-— Nerone! Che c'è, Nerone?
-
-Il cane scuotendo la coda raddoppiò il furore.
-
-— Nerone!
-
-La voce che chiamava il cane era evidentemente una voce di donna:
-veniva dalla capanna nuda al cui stipite dell'imposta era addossata
-la sentinella, un soldato regolare piemontese, la doppia tracolla
-allentata, il fucile fra le gambe, il capo coperto dal berretto a
-punte e le ghette color cioccolata. Probabilmente la guardia s'era
-addormentata, nè l'abbaiar del cane nè la voce femminile erano
-abbastanza forti per destarlo.
-
-— Nerone!
-
-Il cane si voltò scodinzolando come se presentisse l'apparire di
-qualcuno, e infatti, scostando appena l'imposta pesante ed informe,
-apparve sulla soglia un'amazzone. Probabilmente non la si sarebbe
-creduta pericolosa se chi la doveva giudicare si fosse fermato
-all'apparenza: una statuetta di Sassonia bionda, esile, guance color di
-rosa e nasino impertinente a dividere due occhi azzurri insondabili.
-
-Il cane lupo, che rispondeva al nome di Nerone, venne a prostrarsi
-dinanzi a due piedini minuscoli calzati d'alti stivaloni rossi e poi
-s'alzò a lambire due manine di fata, nude però, dalle unghie rosse,
-così, che parea si fossero intonate alle guance. Tanto i piedini come
-le piccole mani — a quanto parve — non bastarono a Nerone perchè d'un
-balzo tentò una più ardita carezza, nientemeno che di lambire una
-guancia.
-
-Ma una frustata della fragile mano che si mostrò invece di ferro, lo
-fece ricadere a terra mortificato, e Nerone per darsi un contegno o
-per rimediare con un servigio l'ardimento, si rilanciò ad abbaiare
-furiosamente sull'orlo del ciglione.
-
-— È certo che Nerone sente qualcuno! — mormorò la dama aguzzando la
-vista per quanto la foschia mattutina glielo permetteva.
-
-In quella che si chinava come se volesse lanciar lo sguardo nel vuoto,
-inarcando la bella gamba che lo stivalone rosso calzava come un guanto,
-dalla capanna rimasta semiaperta uscì un nuovo personaggio. Era un
-vecchio segaligno dal viso arrugato e non raso da qualche giorno,
-chiuso in un pastrano color nocciola a doppia fila di mantellina
-che non passava il gomito: non ne usciva da una parte che la testa e
-dall'altra i piedi chiusi in stivaloni gialli sormontati da una fibbia
-di ferro greggio. Camminò verso la dama a piccoli passi da salotto,
-soffiandosi accuratamente sulle dita. Poi disse:
-
-— Fiorina, amica mia, vi pare il modo forse di lasciar socchiusa la
-porta di quella stamberga? Una stamberga che neanche Gian Giacomo
-avrebbe accettato per mèta delle _Passeggiate d'un solitario_?
-E solitario mi avete lasciato, mia bella amica? E di amici si ha
-bisogno!.....
-
-Senza ascoltarlo, intenta verso il vuoto velato dalla nebbia, la dama
-gli chiese, noncurandosi nemmeno di voltarsi:
-
-— Ma davvero, Ibleto, non sentite nulla?
-
-Il cane raddoppiò i latrati furiosi, irto il pelo, quasi inferocito
-contro l'invisibile.
-
-— Sentire? Sentite qualche cosa? E che cosa?
-
-— Ascoltate, ascoltate! Ma silenzio!
-
-— Silenzio? Silenzio, se volete. Volete che la mia voce possa far
-concorrenza a quella di una donna?
-
-— Ascoltate, ascoltate!
-
-L'altro tese l'orecchio, docilmente.
-
-— Ascolto. Ascoltiamo.
-
-L'occhio gli brillò: tutto un impeto di sarcasmo che non gli colorì il
-viso nè glielo illuminò, visse nella pupilla.
-
-Ma la piccola dama non gli badò; per qualche momento se ne stette nella
-posizione d'attenta aspettativa, sporta sul ciglione, poi ad un tratto
-esclamò:
-
-— Ecco, guardate, non m'ingannavo!
-
-Dalla bruma sottostante uscirono prima il rumore di sassi scostati ed
-urtati, poi delle voci, infine delle vaghe siloette umane. A capo delle
-quali un cavallo col relativo cavaliere, seguito da una scorta di otto
-soldati regolari.
-
-— Guarda! Guarda! Guardiamo! Per il primo neo vezzoso che hai portato,
-Fiorina, giurerei di conoscere quell'uomo! Quell'uomo ha già fatto
-breccia nella mia memoria di prim'ordine dopo quella del signor di
-Fontenelle.
-
-— Non posso dire altrettanto, Ibleto. Quell'uomo mi è perfettamente
-sconosciuto.
-
-In quella ecco la cavalcata salir l'erta del ciglione e presentarsi
-dinanzi all'accampamento. Il cavaliere che la precedeva, senza
-attendere che qualcuno gli reggesse la staffa, balzò di sella e venne
-precipitosamente a piegare il ginocchio davanti alla marchesa, radendo
-il suolo col feltro.
-
-— Ecco, a malgrado le brume, il sole è già sorto per me, chè i
-miei occhi vedono la bellissima signora Marchesa Fiorina di Spigno
-e si rasserenano poi nel contemplar la saggezza fatta persona,
-l'eccellentissimo e nobilissimo signor marchese Ibleto di Spigno!
-
-— Per la natura maestra di tutti noi! Ma è l'Embriaco, quella buona
-lana di Emanuele Embriaco! In fede mia, Embriaco, mi par di leggere un
-capitolo del Gran Ciro o dell'Astrea o un romanzo del signor De Foe,
-tanto mi stupisco!
-
-La marchesa di Spigno aggrottava le sopracciglia in segno di contenuto
-dispetto: aveva sperato fino a quel punto, complice la semi-oscurità
-della mattina, che fosse un altro il cavalier dell'incontro. E lo
-sapeva quest'altro che Fiorina si trovava per istrada collo specioso
-pretesto della politica, ma in verità per arrendersi all'ardore di
-certe lettere insensate e pazze.
-
-_«Fiorina, anima mia, — _diceva qualcuna di quelle lettere,_ — pietà
-di me che non vivo più, che ti sogno anche ad occhi aperti, che
-ti desidero come un assetato, non vivendo che per te, macerandomi
-nell'impossibilità di correre a te come tutto il mio essere pretende.
-Fiorina, anima mia, come non senti la mia passione e poichè l'amor mio
-qui m'incatena, perchè non ti muovi alla mia volta, crudelissima cara,
-tiranna dolce di colui che una volta si chiamava....»_
-
-E qualcun'altra:
-
-_«Il mio dovere lo so è oggi più forte dell'amor mio. Ma domani, ma
-domani, Fiorina? Per carità, vieni! Tu che mi fosti accesa amante,
-siimi da lontano amica, per tramutarti poi quando le mie braccia ti
-stringeranno al mio seno, come si tramutavano le Dee quando accorrevano
-ai mortali che le adoravano in sogno»._
-
-E un'altra ancora:
-
-_«Questa notte mi sono apparsi gli avi miei, dal prode che si oppose a
-Magone Cartaginese a quello che vinse il Cesare romano, dall'imperatore
-di Bisanzio al Trovatore di Provenza, dal Crociato che seguì Pietro
-l'Eremita al consigliere sereno del Bearnese: tutti dall'amico di
-Filiberto, che gli cavalcò vicino quando entrò in Pinerolo, a colui che
-digiunò con Vittorio Amedeo: tutti mi apparvero piangendo, Fiorina,
-tendendomi le braccia e scuotendo mestamente le teste pensose. — Che
-avete, lor chiesi, perchè piangete? — E quelli: — Perchè tu certo
-domani calpesterai l'onor della tua casa e abbandonando le tue terre
-all'invasore correrai pazzamente da una donna, che è la tua signora,
-e pel cui bacio daresti — che monsignor Gesù te lo perdoni — anche
-l'anima tua e la tua vita eterna»._
-
-Ed altre ed altre ed altre, tante da emular in numero le opere del
-signor Aronet di Voltaire o del grande Muratori. Tante che Fiorina
-aveva dovuto ordinare un cofano capace e comandarne la serratura a un
-fabbro fiorentino sotto un falso nome perchè un'altra simile non si
-trovasse nel Regno di Sardegna. Tante che le avevano fatto dimenticar
-senno e prudenza e spinta al viaggio penoso, poichè in quei tempi
-politica e guerra non servivano spesso che di pretesto all'amore.
-
-Non aveva, pudor di dama contegnosa, osato certo di avvertir l'amante
-dell'arrivo prossimo, no, ma sibbene il duca di Nervia, di tutto
-consapevole, e che non avrebbe mancato di fare, anche indirettamente,
-l'ambasciata. Ciò che noi sappiamo era infatti avvenuto.
-
-Ed ecco, invece del bel cognito viso, della persona ben cognita, un
-volto ed un uomo sconosciuti, il quale pur tuttavia sembrava gentiluomo
-a giudicarlo dal gesto corretto con cui si tolse il feltro sformato
-dalla pioggia e dall'inchino profondo sì, profondissimo anzi, ma di
-stile, che gli piegò la persona per qualche minuto e cioè fino alla
-prima parola che la marchesa pronunciò, e che fu:
-
-— Buon giorno, signore!
-
-— Fiorina, mia cara, permettete ch'io faccia le presentazioni. Vi
-presento il conte Emanuele Embriaco, che suppongo del partito....
-
-— .... della bellezza.
-
-Così l'interruppe il nuovo arrivato. E continuò:
-
-— È impossibile che in questo fosco mattino, il quale pretende
-farci credere che il sole sia nascosto mentre acceca me poveretto ma
-prediletto dagli dei, è impossibile pensare con altro che con gli occhi
-se pure abbacinati. Prego la eccellentissima signora marchesa di Spigno
-di accogliere il mio umile fervente e devoto saluto come in Elicona le
-Muse accoglievano benigne anche i più umili canti dei semplici pastori.
-
-La marchesa — le donne facilmente sono disarmate dalle parole
-sonore che forse non comprendono ma che sempre intendono — sorrise
-all'Embriaco, mentre Ibleto di Spigno, sarcastico ma fine, proruppe:
-
-— Ben tornito, ben tornito, il madrigale! Madrigale che il cavaliere
-di Parny avrebbe chiuso certo nel castone di una quartina e Piron
-entro uno snello epigramma, li vedo, ma non vedo chi li avrebbe detti
-meglio in prosa, nè gli Scudery, nè l'abate Bernardino Viale, mio
-collega in Arcadia, e dolce più del miele attico, siccome mi dice il
-nome di Glucosio che porta. A proposito di porta, se rientrassimo nella
-capanna? Punge il mattino, Fiorina, più che le spine delle rose di
-Ronsard.
-
-
-
-
-XVI.
-
-
-La Marchesa con un cenno del capo approvò l'invito, e precedette i due
-nobili signori nella capanna.
-
-Oggi, la pratica vita che viviamo fa degli accampamenti notturni
-improvvisati un sommario emporio delle pochissime cose indispensabili:
-l'individuo esce dalla cornice abituale, cornice dorata, per entrare,
-una notte almeno, entro una cornice grezza e si obbliga a tante
-piccole rinunzie che addizionate formano il disagio. Non allora. Il
-lettore ne avrà un esempio se mi permetterà di mostrare succintamente
-l'interno della capanna, il giorno prima oscuro e miserevole abitacolo
-di mandriani, oggi, ossia nel giorno in cui vi entriamo, non indegno
-ricetto della marchesa di Spigno.
-
-Pareti e tetto occultati da pesanti cortinaggi di broccato rosso ed il
-terreno battuto coperto di tappeti folti: un paravento alto la tagliava
-a metà ed occultava il letto della signora, ma non l'inginocchiatoio:
-al di qua una tavola bassa, molti cuscini e persino qualche stampa di
-scena villereccia appuntata nella tappezzeria: sulla tavola un volume
-aperto ed una lucerna a molti becchi. Semplice, come il lettore vede,
-facilmente smontabile e facilmente ricostruibile, ma comodo e tiepido,
-chè non vi mancava un bracere per mitigare la temperatura notturna.
-
-Emanuele Embriaco non era certamente abituato alle mollezze, ma le
-pregiava, e quando gli era possibile se ne circondava. Sedette quindi
-volentieri ad un cenno della marchesa in sui cuscini offerti ed accettò
-una tazzina di caffè dalle mani d'Ibleto. Poi cominciarono a conversare
-e conversarono amabilmente, anche parlando di cose quotidiane e
-pressanti. Diede la stura il signor di Spigno che assillava la
-curiosità.
-
-— Come e perchè, se mi è permesso interrogarvi, e v'interrogo
-nell'interesse comune, ho la fortuna di vedervi sorgere dalla bruma in
-questa mattina che ha la pretesa di annunciare la primavera, o valoroso
-Embriaco?
-
-Parve all'avventuriero di sentir fissi e imponenti sopra di sè due
-formidabili occhi femminili. Già nel vedersi dinanzi invece della sola
-Fiorina anche Ibleto, avea pensato che l'appuntamento col Nervia e gli
-amici suoi dato dalla marchesa fosse dal marito ignorato. Era doppio il
-gioco e lo sguardo parlante di Fiorina chiedeva all'Embriaco una tal
-quale complicità, se, come sospettava la dama, fosse l'avventuriero
-in relazione col Nervia: ed ecco perchè aveva guardato e non parlato:
-poteva l'Embriaco trovarsi sbandato e solo senza alcuna relazione con i
-cospiratori.
-
-Ma la complicità con Fiorina serviva all'avventuriero, il quale
-ricambiò lo sguardo con un altro d'intesa e in cuor suo si rallegrò
-di non aver al seguito nè il Ricciuto nè Bracciodiferro troppo noti al
-marchese di Spigno. Pensò:
-
-— Quel maligno di un Seborga — pace all'anima sua, _requiem aeternam_ —
-è stato di una furberia che si è voltata a mio vantaggio: gli farò dire
-una messa quando ne avrò l'occasione. Per intanto liquidiamo Genova.
-
-E rispose ad alta voce:
-
-— Se vi è permesso interrogarmi? Ve ne prego. O sono indotto in
-grossolano errore o mi par che voi pure, eccellentissimo, non vediate
-di buon occhio, la politica della Serenissima....
-
-E pensava:
-
-— Genova posso buttarla a mare impunemente: nè Fiorina nè Ibleto ci
-tengono.
-
-Infatti il marchese scoppiò in una stridula risata.
-
-— La Serenissima! Darei volentieri un Manuzio petrarchesco, che amo
-come la pupilla degli occhi miei, per sapere che cosa macchina la
-repubblica di Genova. E lo darei in pura perdita, gioco, poichè la
-repubblica di Genova, a mio avviso, non macchina un bel niente. Poichè
-niente può macchinare un cervello vuoto.
-
-— Sono del vostro avviso per il partito al potere. Ma il popolare del
-farmacista Morando e dell'eccellentissimo Cattaneo?
-
-— Popolare? Che popolare mi andate cianciando? Ciance, vere ciance
-quelle del partito del popolo: levati di lì che mi ci metto io. Non c'è
-partito di popolo senza libertà, uguaglianza e fraternità.
-
-— Lo supponevo — fra sè gioì l'Embriaco.
-
-Ma l'occhio fisso ed insistente di Fiorina pesava sempre
-sull'avventuriero, il quale rispose con uno sguardo d'intesa.
-
-Intanto Ibleto proseguiva:
-
-— Ma per tornare a voi, signor conte, e sempre con vostra licenza,
-qual'è lo scopo vostro nell'errare che fate in questi luoghi a capo
-d'una scorta di soldati regolari?
-
-— Come i vostri, signor marchese.
-
-— Come i miei, ne convengo, benchè i miei siano più di scorta alla
-marchesa che non a me. Io non conto, e me ne trovo benissimo: conta
-Fiorina, ciò che le fa piacere, e contenti tutti e due. Ma voi.....
-
-— Io, se mi è lecito il paragone, sono vostro pari nelle condizioni
-momentanee: non conto. Chi conta è un brav'uomo di scudiero che
-suppongo appartenere alla casa Nervia.....
-
-Occhiata di Fiorina, ricambiata.
-
-— .... e che mi ha raccolto questa notte e poi s'è allontanato, ignoro
-con quali intenzioni, lasciandomi in balìa di questi soldati che ne
-sanno, credo, meno di me. Ecco la mia storia, marchese.
-
-— Ma Bracciodiferro, conte?
-
-Qui l'Embriaco rimase un po' dubbioso. La domanda a bruciapelo
-vagamente l'intimoriva. Quali interessi coesistevano fra i due coniugi
-perchè le aspirazioni e le simpatie od anche il partito dell'uno o
-dell'altra avessero il sopravvento? Quale dei due era da temere? Quale
-dei due da giocare? Non s'illudeva l'avventuriero: marciava sopra il
-filo d'un rasoio e non un rasoio da barbiere di reggimento, no, ma
-sopra un taglientissimo affilatissimo rasoio. Avrebbe potuto durarla
-a lungo? D'altra parte il marchese di Spigno aveva con somma abilità
-scelto il _ruolo_ dell'interrogante, facile anche per chi doveva
-rispondere, ma non a lungo. Pure che fare? Quel nome di Bracciodiferro
-gettato là a che scopo? Che sapeva Ibleto? Che nascondeva Fiorina?
-Rispose:
-
-— Non avete dunque incontrato Bracciodiferro?
-
-Occhiata di Fiorina ricambiata. E la dama accorse:
-
-— Avete forse inviato Bracciodiferro al Nervia?
-
-— Per l'appunto, nobile signora.
-
-— Ecco, vedete, marchese, a che approda la vostra testardaggine? A non
-farci incontrar Bracciodiferro.
-
-Ibleto alzò le spalle.
-
-— Mi curo di Bracciodiferro come della mia prima parrucca, e non
-ne domandavo che incidentalmente. Piuttosto, conte, quali notizie
-dell'esercito francese?
-
-La marchesa di Spigno raddrizzò la snella personcina ed il viso di
-maiolica le si colorì tanto che gli occhi vispi apparvero iniettati di
-sangue. Parve pendere dal labbro dell'Embriaco.
-
-— I francesi?
-
-— L'esercito, sì, l'esercito francese al comando del nuovo generale, il
-piccolo Bonaparte?
-
-— L'esercito del Varo?
-
-— Ma sì, l'esercito del Varo.
-
-— Lo credo a Nizza il vostro esercito del Varo.
-
-— A Nizza? Come? Non è ancora incominciata la formidabile avanzata?
-
-— No, ch'io mi sappia.
-
-Marito e moglie s'interrogarono dello sguardo. Poi:
-
-— Le informazioni erano precise — fece lei.
-
-— Induzioni forse, previsioni, ma non informazioni, che il malanno
-colga gli informatori intelligenti! — borbottò lui.
-
-— Aspettate — replicò allora l'Embriaco — Se per esercito del
-Varo intendete le bande senza freno e legge che si sono adunate su
-Nizza aspettando munizioni e soldo, e se per avanzata alludete agli
-sconfinamenti abituali, anzi giornalieri delle dette bande, posso darvi
-forse delle notizie fresche.
-
-Viva curiosità della illustre coppia.
-
-— Non più tardi.... aspettate.... di due giorni or sono fui spettatore
-d'uno di quei sconfinamenti.
-
-— Spettatore? E in qual modo?
-
-— Ecco, veramente spettatore no, ma ne ho avuto notizie precise.... Si
-tratta del sacco d'un villaggio....
-
-— Quale?
-
-— Sant'Antonio, mi pare.
-
-— Proprio alle spalle di Ventimiglia, allora?
-
-— Precisamente. Aspettate, ora che ci penso, credo che ci sia sotto
-qualche cosa di più grave.
-
-— Ah! davvero?
-
-— Credo. Ho sentito parlare di un ufficiale francese in missione presso
-il comandante Grimaldi.
-
-— Non si trattava allora d'una banda spersa o d'uno sconfinamento senza
-importanza?
-
-La marchesa intervenne:
-
-— Potrebbe darsi che le due cose fossero indipendenti l'una dall'altra.
-
-Lo Spigno scosse il capo in aria dubbiosa.
-
-— Mi spiace assai contraddire una dama di tanto valore, — aggiunse al
-dubbio di Ibleto l'Embriaco — ma ora che ci ripenso, mi sembra che si
-parlasse d'un messaggero, non francese, sibbene d'un ufficiale genovese
-addetto al comando nemico.
-
-— Aspettate: Filippo Balbi!
-
-— Il fidanzato di Chiarina Grimaldi! — esclamò la marchesa.
-
-— Per l'appunto, per l'appunto: quello!
-
-Qualche istante di silenzio gravò sotto il damasco della capanna. Chi
-lo ruppe fu il marchese di Spigno, lisciandosi la barbetta in aria
-pensierosa.
-
-— Fiorina, mia cara amica, Embriaco amico mio, ho bisogno del vostro
-consenso. Sopportar forte disagio, mia dama, e voi conte, condurci al
-presunto attendamento francese: è cosa della massima importanza e della
-massima urgenza.
-
-
-
-
-XVII.
-
-
-La Marchesa curvò il capo. L'Embriaco si premette la destra palma sul
-cuore e si chinò.
-
-— Sono ai vostri ordini Marchese!
-
-Ibleto pensò a lungo, poi riprese:
-
-— Che consiglio mi dareste in coscienza, conte?
-
-— Consiglio? Su quello che avete detto?
-
-— Grazie no: sulla via da seguire.
-
-— Capisco: lasciatemi riflettere.
-
-Meditò che l'Altariva ultimo atteso al convegno doveva essere a
-quell'ora giunto da tempo e che quindi s'offriva la strada che avea
-tenuto colui e cioè quella delle Maure. La quale non metteva pur
-tuttavia che ai piedi della città e allora o prendere il mare per
-isbarcare a Latte....
-
-— Niente mare — dichiarò Fiorina.
-
-— .... o continuare il sentiero alpestre fino a Siestro, girar la punta
-di Roverino ed attraversare il Roia dinanzi al confluente del Bevera.
-
-— È lunga la strada?
-
-— Meno assai d'una tappa fino al Roja: poi nelle mani di Dio.
-
-— Il fiume è gonfio?
-
-— Non più di quello che sia un fiume in istagione prossima allo
-scioglier delle nevi, ma ignoro il guado.
-
-— Quindi: incognita?
-
-— Vi ripeto: nelle mani di Dio.
-
-— E allora consigliate la via del mare?
-
-— Umilmente, sì. Specie scegliendo la notte per dar meno nell'occhio.
-
-— Una barca di pescatori non potrebbe destare sospetti.
-
-— Una barca, no davvero. Ma basterà?
-
-— Per tre persone? certamente.
-
-— Tre persone? E le scorte?
-
-Ibleto di Spigno lisciandosi la barbetta rispose:
-
-— Le scorte? A che servirebbero?
-
-— A difenderci.
-
-— O non piuttosto a darci un'apparenza offensiva? No, niente scorte.
-O si trattò di pochi sbandati ed a quest'ora fatto il bottino sono
-rientrati a Nizza: o si tratta d'una vera avanzata e allora a che
-servirebbero le scorte composte di pochi uomini, sia pure dell'esercito
-regolare del Piemonte!
-
-Dopo tutto non era meglio per l'avventuriero il perdere una buona
-volta quei soldati non suoi e che gli potevano costituire un pericolo
-continuo? Il disegno di Ibleto gli quadrò.
-
-— Avete ragione, Marchese, come un teorema, direbbe il padre Pesante
-mio degno ex precettore. Seguiamo dunque la vostra idea. Ma prendiamo
-le Maure e discendiamo a San Secondo.
-
-Il castellano di Spigno diede un ordine e in poco meno di mezz'ora
-la capanna rustica fu restituita al suo primitivo squallore. La
-marchesa Fiorina pur tuttavia non disdegnò dal presiedere in persona
-al ripiegamento dei tappeti, alla smontatura del letto, dello
-inginocchiatoio e della tavola: il tutto fu legato con cura, le
-suppellettili e i cuscini in cassette e pacchi, i tappeti arrotolati
-e fasciati in balla: ne risultarono sei colli che furono caricati su
-due muli poderosi. Ad un cenno la carovana si dispose in fila indiana
-e preceduta dall'Embriaco discese nella valle. I soldati del Nervia
-passivamente seguirono i compagni.
-
-Il mattino persisteva nuvoloso, ma verso il mare cirri enormi
-erano accavallati dal vento, un vento di tramontana che spianava
-ed increspava le acque giallastre fino quasi a un miglio da terra e
-fin dove si spingevano le due correnti del fiume e del torrente che
-convergevano, sicchè il solo delta era giallastro: il restante della
-marina mostrava un colore ferrugigno livido instabile come ferrugigni
-lividi instabili si mantenevano i monti di cirri fumosi.
-
-Il delta formato dal triangolo addossato al bosco delle Maure e
-limitato nei due cateti dal fiume Roja e dal torrente Nervia fino
-al mare, ciò che poi fu il borgo Sant'Agostino e la spiaggia delle
-Asse, appariva breve e stretto in allora: dalla parte del torrente era
-un groviglio di strami e d'ontani sopra un fondo paludoso e vergine
-di sentieri o guadi, meno la breve striscia della cornice fangosa o
-polverosa a seconda delle stagioni: verso il fiume Roja era più triste
-e sinistro ancora: ospitava un cimitero là ove si stende oggi la
-stazione della ferrovia, poi gli speroni delle colline si confondevano
-entro una chioma di pini silvestri, rossa d'estate come se avesse
-patito un incendio, nera nelle altre stagioni e irsuta come la chioma
-d'un gigante da leggenda.
-
-La strada di comunicazione della Cornice aveva qua e là il segnacolo
-di qualche casetta, rivendugliolo od oste, un maniscalco, ma rozzi
-abituri sperduti che non mettevano in quel sinistro paesaggio
-foscoliano nemmeno quasi la nota della vita. Sul ponticello del rio
-San Secondo esisteva un corpo di guardia perduto, il primo segno della
-città vicina. La scorta avrebbe permesso di prenderne cura e certo il
-graduato e i suoi uomini che l'occupavano avrebbero fatto _pro forma_
-opposizione al passaggio d'una carovana così imponente. Ma — chi sa
-mai — avrebbero potuto anche dare l'allarme, cosa spiacevole e di
-fastidiose conseguenze. Per il che l'Embriaco si permise di consigliare
-la fermata e l'attendamento provvisorio della scorta che sarebbe
-poi penetrata in città con i passaporti ad attendere gli illustri ed
-eccellentissimi signori. Ed intanto loro tre ed un solo bravo avrebbero
-potuto discendere alla spiaggia e trovare infallantemente una barca
-peschereccia. Così fecero e un'ora dopo si trovarono al bordo umile
-d'una paranzella che si mosse a vela doppiando al largo la foce del
-Roja con tutta l'apparenza di cercar buona pesca con la rete d'alto
-mare.
-
-Da un miglio in mare, costa colli monti e città assumevano tragici
-aspetti. Natura selvaggia, chiomata di neri pini, folta, bizzarra,
-seminata di ciglioni calvi di puro macigno e di caverne dall'aspetto
-preistorico, feroce. Una sopra le altre, a metà delle Maure, occhio
-ineguale acciecato come quello del Ciclope d'Odisseo parea che
-fissasse immobile, senza vederlo, dal cavo profondo, il mare fangoso
-che attraversavano. La pianura verso Bordighera tutta marese e dune
-intersecate dagli speroni delle colline a segnar le vallette: la punta
-di Sant'Ampeglio a capo della pianura, pareva una macchia nera sul
-mare giallo. A sinistra facea spalliera alla città di Ventimiglia,
-punto avvallato di congiunzione di due infinite ali di montagne, una
-sequenza di montagnole più sinistre ancora delle altre e si perdeva
-nella valle del Roja bieca e spoglia nell'alto. Ventimiglia assumeva
-l'aspetto d'un immane teschio posato sul vertice d'una collina di tufo,
-e pronto a ruinar sempre verso il mare a dirupo verso la spalliera
-misteriosa d'ombre e di foreste sottomarine che ancor oggi si chiama
-delle Calandre e che vista dal largo ha l'apparenza precisa d'un
-nordico fiordo. Soltanto il campanile della cattedrale, un antico
-tempio romano, rompeva l'aspetto di teschio mozzo assunto dalla città,
-e posato in un piatto il cui orlo era formato dalla cintura delle
-fortificazioni. Sotto il cielo nuvoloso, chi sa per quale rifrazione,
-il cumulo dei tetti livellato prendeva certi toni biancastri molto
-simili a quelli del marmo sfaldato da tempo con venature di ruggine
-simili alle giunture d'un cranio disseppellito.
-
-— No davvero ch'io non invidio Betto Grimaldi — susurrò il marchese
-di Spigno — la residenza in una simile città non deve avere nulla di
-piacevole!
-
-— E sopra tutto la dolce Chiarina — aggiunse la marchesa — io sento in
-coscienza di non invidiare: preferisco il mio castello del Monferrato
-per noioso che sia!
-
-— Certamente che la nobiltà vostra ornata di grazie e di doni morali,
-— rispose l'Embriaco — farebbe in quel costone laggiù l'effetto d'una
-regina rediviva entro una necropoli: ma, e ne sono sicuro, ravviverebbe
-la cornice malinconica e muffita come certe castellane vostre antenate
-avrebbero tenuto corti d'amore in bicocche nude e fredde e spoglie
-delle Langhe e della Val d'Aosta!
-
-Fiorina sorrise all'elogio, e Ibleto riprese:
-
-— Sapete voi, conte, con precisione da chi sia circondato Betto
-Grimaldi?
-
-— Gente di nessun conto, se ne si eccettui il capitano Cavalli.
-
-— Lavinio Cavalli, l'innamorato di Virgilio?
-
-— Perfettamente: il resto non val la pena di menzione: c'è, ve lo noto
-di sfuggita, quel soldataccio di Nicola Borzone, detto Senza-dio....
-
-— Un volterriano?
-
-— Che? un analfabeta privo d'un dito.....
-
-— Ah! ah! capisco: grazioso il bisticcio. E poi?
-
-— E poi, che so? Ah! aspettate: un bastardo di casa Lercari, Giano,
-lisciato e impomatato come un'insegna di profumiere.....
-
-Fiorina parve risovvenirsi:
-
-— Giano Lercari? Mi pare di averne avuto notizia.
-
-— L'avrete probabilmente incontrato l'inverno scorso nelle
-conversazioni di casa Brignole. Fu lasciando il vecchio Brignole che
-ottenne il grado d'alfiere.
-
-— Sì, mi ricordo: aveva un certo spirito nei conversari!
-
-— Può darsi: quel che però è sicuro è che non l'affina laggiù.
-
-E mostrò la città che stavano doppiando.
-
-La barca peschereccia che li portava al suo bordo aveva oltrepassato le
-Calandre: qualche breve punta apparve e quindi la scogliera che vietava
-l'accesso dal mare al castello Altariva.
-
-— Voi conoscete Camillo? — domandò Ibleto.
-
-L'Embriaco accennò approvando.
-
-— Lo conosco, se per conoscere volete intendere che l'abbia avvicinato.
-
-— Naturalmente. Che ne pensate?
-
-L'interrogato si strinse nelle spalle.
-
-— Penso che tenga per il Re: Credo che di questo non faccia mistero.
-
-— D'accordo. Ma con quale scopo? Dopo i primi entusiasmi della
-giovinezza non si milita in un partito, o non si sposa una causa,
-anche nobile, senza un interesse qualsiasi, immediato o lontano.
-Ch'io mi sappia Camillo Altariva non fu mai alla Corte, non ebbe mai
-dimestichezza con Sua Maestà nè con chi l'avvicinava. Non avvicina
-persona, Camillo Altariva. Perchè dunque si lega ad una causa che non
-può credere che perduta?
-
-La marchesa mormorò senza volerlo:
-
-— Forse per questo.
-
-Ibleto si fe' pensieroso.
-
-— Potete aver ragione, mia cara amica.
-
-L'Embriaco osservò:
-
-— Ma ben altri l'hanno sposata senza una ragione: il Nervia, Luca
-Lascaris....
-
-Lo Spigno sorrise leggermente. Poi rispose:
-
-— È diverso il punto di vista, mio caro. È diverso per i due che avete
-citato. Hanno fatto ambedue la scuola dei paggi, hanno abitata la
-Corte, Luca vi ha trovato moglie.
-
-Fiorina trasalì, ma Ibleto non parve accorgersene. Continuò:
-
-— .... ed Almerico di Nervia è ambizioso e Luca Lascaris è impulsivo.
-Ma Camillo nulla chiede e riflette troppo. Perchè dunque? Si sposa una
-causa....
-
-— .... quando non si ama nessuno — completò Fiorina.
-
-Il marchese rise argutamente.
-
-— Diderot non avrebbe meglio risposto, amica mia.
-
-Anche il castello Altariva restò a poppa.
-
-Si profilava come centro d'un piccolo seno la spiaggia che forma un
-ruscello chiuso nella foce dall'alzarsi delle dune: quella spiaggia
-però vantava una caratteristica afferrabile a prima vista: aveva le
-arene candide.
-
-Il pescatore, che teneva la scotta della vela latina, sputò
-silenziosamente nel mare come se compisse un rito, poi sempre muto alzò
-gli occhi a fissare i passeggeri.
-
-— Che c'è, amico? — gli domandò Ibleto.
-
-Per tutta risposta il marinaio puntò l'indice verso le arene candide,
-poi con isforzo pronunciò:
-
-— Latte.
-
-— Ah! siamo dunque giunti?
-
-Per tutta risposta un cenno del capo.
-
-I tre si guardarono incerti. Parve che in ognuno dominasse un pensiero
-diverso che convergeva però in un unico pensiero, e finalmente il
-marchese domandò:
-
-— Da Latte si va a Sant'Antonio?
-
-Un cenno affermativo.
-
-— La strada è lunga?
-
-Un cenno negativo.
-
-— E allora, Fiorina, amica mia, e voi, conte, consigliatemi.
-
-— Approdiamo — fu la risposta dell'Embriaco.
-
-La Marchesa parve indifferente, per il che Ibleto rivolto al pescatore
-impassibile, ordinò:
-
-— Approda!
-
-
-
-
-XVIII.
-
-
-Dopo un'infruttuosa nottata di ricerche febbrili, tornava Luca
-Lascaris furioso all'accampamento del Nervia, con la speranza ardente
-di trovarvi chi aveva inutilmente cercato, quando all'incrocio di
-due sentieri vide nel basso inerpicarsi un gruppetto di contadini che
-parevano sorreggere un pacco voluminoso e portarlo con molto rispetto.
-A malgrado l'impazienza che lo dominava, per la volontà, superiore
-ad ogni passione, di non lasciarsi dietro gente ignota, si voltò al
-Ricciuto che lo seguiva e gli disse:
-
-— Guarda che succede laggiù.
-
-— Debbo andare, Monsignore?
-
-— Naturalmente, ma spicciati e torna subito.
-
-Il comandato obbedì. Scese dalla cavalcatura, ne affidò le redini
-al soldato più vicino e s'avviò. Raggiunse la comitiva ignota un
-centinaio di metri più sotto. Erano sei villani e un prete che salivano
-salmodiando: precedeva un giovanottone dal viso ebete e dai capelli
-rasi che reggeva una rozza croce nera; seguivano quattro gagliardi
-montanari portando un'informe graticciata di pini selvatici sulla quale
-giaceva un corpo coperto nella parte superiore da uno straccio che
-avrebbe anche potuto passare per un pezzo di coperta da muli; seguiva
-il prete fiancheggiato da un vecchio untuoso che ripeteva le preci
-dei morti. Il Ricciuto giudicò inutile prender lingua dal villano che
-precedeva e la cui forza ebete mal gli pareva dovesse rispondere a un
-questionario anche succinto: si scostò addossandosi alle piante umide
-ancora della parte a monte per lasciar passar graticcio e portatori, e
-rivolgersi al prete che seguiva:
-
-— Posso chiedervi, padre mio, chi accompagnate al cimitero di così buon
-mattino?
-
-— Figlio — rispose il prete interrompendo le preci, ma non sospendendo
-il cammino — figlio, si tratta di un disgraziato il quale secondo ogni
-previsione mise un piede in fallo al passo delle Martore. Lo hanno
-trovato questi miei parrocchiani e lo portiamo adesso a dormire i suoi
-sonni eterni lassù, nel sacro recinto d'Apricale. _Requiem aeternam_...
-
-— ... _et lux perpetua_....
-
-Il Ricciuto si fece il segno della croce, si tolse il feltro sformato
-dalla pioggia e seguì mestamente il convoglio unendosi alle risposte
-del sagrestano. Giunta la comitiva ove il Lascaris aspettava, per
-rispetto si fermò, e il prete riprese le sue spiegazioni.
-
-— Sapete chi sia, padre? — domandò il gentiluomo.
-
-— Lo ignoro, colendissimo domine. Precipitò probabilmente assonnato,
-senza il tempo di riprendersi, testa all'ingiù, fracassandosela: è
-irriconoscibile. Tanto che credo inutile scoprirlo per non lasciare una
-trista memoria nei vostri occhi, Monsignore.
-
-— Padre, non sono un damerino profumato, nè una svenevole damigella.
-Ne ho visto d'ogni colore. D'altra parte attendo amici che avrebbero
-dovuto giungere fin da ieri. Per levarmi dunque dall'ansia, vi prego di
-scoprire codesto morto, affinchè m'assicuri dell'esser suo.
-
-— V'obbedisco, monsignore, quand'è così.
-
-Uno dei portatori tolse la rozza coperta ed apparve un corpo coricato
-di fianco: abbigliamento dimesso, scarponi da montagna e giubbone di
-nessuna eleganza: il capo informe, una poltiglia di rossastro e di
-grigio impastata con ciocche di capegli bianchi.
-
-— È strano — mormorò il Lascaris — come abbia potuto conciarsi così:
-direi quasi che dovette subìre una spinta o una violenza!
-
-— Profondo è il passo delle Martore, monsignore, e tutto irto di rocce
-nude. Fu trovato proprio in fondo.
-
-— Pace all'anima sua! Che Nostro Signore gli conceda il purgatorio, se
-non trapassò in peccato mortale! Ricopritelo pure, buona gente, ch'io
-non lo conosco..... No, no, un momento, aspettate!
-
-Sporto dall'alto del cavallo, discopriva la parte celata del cadavere.
-Si accorse di un lucicchìo vivo.
-
-— Guardate, vi prego, che arma porta alla cintura.
-
-— Un pugnale, monsignore!
-
-— Datemelo, vi prego.
-
-— È peccato grave, colendissimo domine, di spogliare i morti!
-
-— Obbedite!
-
-Il più vicino dei portatori consultò dello sguardo il prete che
-annuì, poi si curvò sul morto e gli trasse dalla cintura un pugnale
-dall'impugnatura aspra di borchie preziose che Luca riconobbe
-immediatamente.
-
-— Per nostra Signora del Miracolo! O mi prendono le traveggole o
-codesto è il pugnale che ieri ho donato io stesso al Seborga in premio
-dei suoi saggi consigli! Porgetemelo padre, ve ne prego!
-
-Chè il villano aveva consegnata l'arme al prete. Il quale la benedisse
-e la porse al Lascaris.
-
-— Non c'è alcun dubbio: è lo stesso. Costui che giace morto davanti a
-noi è forse dunque il buon Seborga?
-
-Ad uno ad uno gli uomini del Lascaris vennero curiosamente ad esaminare
-il cadavere: ma tutti appartenevano al drappello del Ricciuto ed
-avevano intravveduto il Seborga a mala pena la sera prima. Nessuno
-dunque lo riconobbe.
-
-— Padre — dichiarò Luca allora — io sono il conte Lascaris.....
-
-I villici si sberrettarono e il prete s'inchinò.
-
-— .... ed ho il sospetto che codesto povero morto sia lo scudiero del
-duca di Nervia.....
-
-Nuovo sberrettamento e nuovo inchino.
-
-— .... che accampa qui vicino. Ve ne prego, non vi spiaccia di
-allungare per poco la strada: il mio illustre amico ve ne sarà grato se
-i miei sospetti s'appongono.
-
-— Nulla abbiamo da rifiutare all'eccellentissimo signor conte Lascaris
-ed al nostro signore il possente duca di Nervia: indicateci il cammino,
-monsignore, ed i vostri umili servi seguiranno le vostre traccie.
-
-S'avviarono lentamente ma senza più salmodiare poichè non avevano più
-per mèta il cimitero.
-
-
-
-
-XIX.
-
-
-Nella notte in cui era avvenuta la morte violenta del Seborga, mentre
-Luca Lascaris da una parte e l'Embriaco dall'altra, erravano alla
-ricerca dei marchesi di Spigno, Camillo Altariva accompagnato da due
-servi giunse all'accampamento del Nervia. Edotto sommariamente di
-quanto era accaduto e della partenza dei due drappelli, partenza che
-disapprovò, si ritrasse nella tenda di Almerico e più regolarmente dei
-due che erano partiti lo mise a giorno degli avvenimenti. Parlò così:
-
-— Posso errare, sebbene non lo creda, ma l'assalto di Sant'Antonio
-mi fa pensare che non si tratti d'una delle solite scorribande
-francesi, nè di semplici affamati alla ricerca di bottino. Sono
-accaduti tre fatti che non mi spiego. In primo luogo i banditi che
-hanno occupato Sant'Antonio non sono fuggiti dopo il colpo di mano,
-ma l'occupano ancora. Perchè? Si sentono dunque protetti alle spalle
-e quindi si tratterebbe d'un'avanzata vera e propria, non d'un
-semplice sconfinamento. È un'avanguardia, lo sento. Ma di chi? Forse
-dell'esercito del Varo? Ma fino a pochi giorni or sono l'esercito del
-Varo si componeva di pezzenti privi non solo d'armi e di munizioni, ma
-di vestiti e di vettovaglie. Fino a pochi giorni or sono si trattava
-di un'accozzaglia indisciplinata con qualche ufficiale per insegna
-più che per vera inquadratura d'esercito. Si è dunque compita una
-riforma radicale, ed una mano robusta ha preso la guida di quel gregge
-disperso? È un pensiero che m'assilla e mi preoccupa davvero.
-
-— Lo comprendo, Camillo — rispose il Nervia.
-
-— Altro fatto non meno importante. Betto Grimaldi ha ricevuto un
-messaggero. Si tratta, è vero, di Filippo Balbi, suo futuro genero,
-il quale per quanto messaggero _pro forma_, è sempre ufficiale della
-Serenissima distaccato presso il Comando Francese. Quale comando? Ecco
-il problema. Fino ad oggi fu a Parigi. Ma oggi? Che abbia seguito
-il nuovo generale in capo e che sia presso il Grimaldi per chiedere
-il lascia passare? Voi sapete che cosa ci sia costato l'opporci ai
-francesi due anni or sono.....
-
-Almerico di Nervia aggrottò le sopracciglia: qualcuno meno temprato di
-lui avrebbe rabbrividito. Rispose con voce sorda:
-
-— Lo so.
-
-— Non risolleviamo dolorosi ricordi. Se è destino si compirà. Ma
-ricordate però — questo sì — che la città, ligia a Betto Grimaldi e
-alla Serenissima, oggi, e ieri presa dalla fremebonda pazzia parigina
-tanto da innalzare quello scherzo di cattivo genere, parodia d'albero
-di cuccagna, che chiamarono albero della libertà, ricordate che la
-città sola è nostra nemica e che merita un esempio. Vassalla dei
-Lascaris, dei Nervia e degli Altariva, si darebbe al primo venuto
-piuttosto che a noi ed al re. Mi comprendete? Mi approvate?
-
-— Vi comprendo e v'approvo.
-
-— Ordunque stringiamoci noi due, noi due, in questo patto: la città
-nostra!
-
-— Per il Re!
-
-— Sia: per il Re. Ma nostra!
-
-— E di Luca Lascaris!
-
-— E di Luca Lascaris. Ma poco possiamo contare sul nostro compagno
-valoroso e fedele di due anni or sono. È dominato da una folle passione
-per quella castellana di Spigno....
-
-— Ma Fiorina è con noi, per il Re!
-
-— La donna segue il vincitore.
-
-S'alzò, uscì sulla soglia della tenda e rientrò.
-
-— Che notte! Sembra fondo inverno. Che ore saranno?
-
-— L'alba fra poco. Ma non mi avete confidato il terzo avvenimento al
-quale alludevate poco fa.
-
-Camillo Altariva fece appello alla memoria.
-
-— Avete ragione: ecco qua: è sparita la contessa Lascaris madre.
-
-Il Nervia più che colpito guardò stupito l'interlocutore.
-
-— Sparita! E in che modo? Spiegatevi.
-
-— Facilmente. Ieri mattina la contessa uscì dal castello per la
-cavalcata abituale, seguita al solito da una scorta di quattro uomini.
-Non tornò, od almeno ieri poco prima del tramonto, quando io sono
-passato al castello per cercarvi Luca e recarmi qui con lui, seppi
-che non era tornata. Il fatto è senza precedenti: la contessa Isabella
-non ha mai prolungato oltre due ore la cavalcata mattutina. Le ultime
-notizie sono queste, madre e figlio uscirono insieme, girarono il
-forte, si separarono: Luca discese per guadare il Roia e girar Roverino
-per recarsi al vostro convegno, e la contessa, pare, scese verso il
-Bevera. Poi nulla più se ne sa.
-
-— E in città? Che sia rimasta presso Chiarina Grimaldi?
-
-— No: l'abate Bernardino Viale che vidi al castello, veniva appunto di
-città: niente contessa Isabella.
-
-— E allora che sospettate?
-
-Camillo Altariva si strinse nelle spalle.
-
-— Sospettare è inutile. Credo che sia al campo francese.
-
-— Al campo francese? Sostenete allora che esista un campo francese?
-
-— Non lo metto più in dubbio.
-
-Seguì un lungo silenzio. Lo ruppe il grido d'allarmi della scolta.
-I due gentiluomini s'alzarono e trassero verso l'uscita. Un sergente
-s'avvicinava. Fece il saluto e rimase in posizione immobile.
-
-— Che c'è, sergente? — chiese il Nervia.
-
-— È avvistata una mano d'uomini, monsignori.
-
-— Conosciuti?
-
-— La scorta dell'illustrissimo signor Conte Lascaris.
-
-— Sta bene. Libero passo. Chi sa — proseguì rivolto all'Altariva — che
-Luca non ci accompagni i marchesi di Spigno. Avremo così qualche altra
-notizia importante. Ibleto è un gazzettino ambulante. Del resto, avete
-mai osservato, Camillo, che le notizie su ciò che ne avvicina arrivano
-sempre da lontano e ci sono portate dagli estranei?
-
-— È naturale. Anime e cervelli sono presbiti, Almerico.
-
-S'incamminarono verso il limite del breve spiazzo a dorso di collina su
-cui l'accampamento sorgeva. Il duca di Nervia doveva essere ben sicuro
-del suo servizio di scolte d'avamposti e di sentinelle perdute per
-accampare in luogo così facile a sorprese, sprofondato fra i picchi e
-le creste, avvallamento a sua volta vertice di collina ma circondato
-da minacciose muraglie scoscese, oltre le quali avrebbero potuto
-impunemente affacciarsi truppe nemiche dopo una preparazione facile
-d'imboscata. Vero è che vi si intrecciavano i due sentieri, ma il
-luogo era chiuso, era soffocato, e sotto lo spicchio di cielo nuvoloso
-tagliato e frastagliato bizzarramente dai picchi, avea l'apparenza
-d'una fossa difficilissima ad essere difesa e pronta a diventar tomba.
-
-— M'accorgo adesso, Almerico, della strana località che avete scelto
-per accampamento, — disse Camillo un po' sorpreso.
-
-— Non l'ho scelta: l'ho subìta. Ma non temete: ho disposto un vasto
-servizio di sorveglianza in alto e in basso.
-
-— Oh! lo credo: vi conosco.
-
-Proseguirono in silenzio, fino ad una gola oltre la quale si scopriva
-un tratto di sentiero già occupato dalla truppa che giungeva.
-
-— È Luca Lascaris. Ma chi viene con lui? Si direbbe una portantina o
-una barella.
-
-— Che abbia incontrato gli Spigno? — rispose Camillo con qualche cosa
-su le labbra che somigliava ad un sorriso: è proprio il caso di dire
-che Eros lo protegge.
-
-— Se è portantina, è troppo rozza per esser degna della bellissima
-Fiorina. Ma non mi sembra, no anzi non è. Guardate: si direbbe un
-convoglio funebre.
-
-— Avete ragione.
-
-I due, preoccupati, avanzarono lentamente, non perdendo mai di vista la
-comitiva sopravveniente. La quale incominciava adesso la salita per cui
-la rozza portantina vista di scorcio, somigliava ad un informe bagaglio
-sopportato da due uomini di fatica.
-
-— È una barella! — esclamò ad un tratto il Nervia.
-
-— Lo sospettavo! — rispose l'Altariva.
-
-La comitiva si mostrava a breve distanza: i due gentiluomini
-affrettarono il passo.
-
-— Almerico — gridò la voce di Luca Lascaris, — avvicinati, amico!
-
-Il chiamato obbedì: la truppa sostò e si divise in due ali: non rimase
-nel centro che la barella deposta sul terreno e il prete ritto da capo.
-
-Luca Lascaris prese la parola, sordamente:
-
-— Guarda tu, Almerico, se riconosci colui che giace morto colà: io gli
-ho tolto stamane quello che ieri gli avevo donato poichè l'anima sua
-più non bada ai doni terreni. Guarda, Almerico!
-
-— Il mio vecchio Seborga!
-
-Non una lagrima brillò sul viso bruno del Nervia: impietrò. Piegato
-il ginocchio vicino alla barella, tese la mano sul capo informe del
-cadavere.
-
-— Che monsignore Iddio ti abbia presso di sè, mio vecchio Seborga!
-
-— Amen — rispose il prete.
-
-— Camillo, Luca, io desidero che il mio vecchio servo riposi vicino
-a coloro che ha servito ed amato durante una lunga vita che fu tutta
-devozione e sacrificio. Non vi dispiaccia unirvi a me nel pio tributo
-che intendo portare a colui che considero della mia casa.
-
-— Noi siamo con te, Almerico — rispose Camillo Altariva.
-
-Luca Lascaris piegò, annuendo, sulla sella.
-
-— Al castello dei Nervia!
-
-
-
-
-XX.
-
-
-Il nido secolare dei Nervia di forma tozza e quadra, con la grande
-torre verso occidente, era posto sul declivio della collina che in
-allora chiudeva la valle a sinistra, separata dalla foce e dal mare da
-torbidi acquitrini e poi dallo accavallarsi di mobili dune. Il parco
-immenso lo precedeva e lo circondava ed il parco a sua volta era chiuso
-da una cerchia di mura in massima parte a secco, larghe e massicce che
-dal basso risalivano fino al vertice della collina e si riversavano
-sul declivio opposto. Da tre anni almeno, e cioè dalle prime minacce
-dell'invasione, Almerico aveva, con i servi più fedeli, inviato la
-duchessa e i due figli a Genova, donde, secondo l'abitudine incorsa,
-avevano preso imbarco per la Sardegna, l'isola essendo per la Corte
-di Piemonte e la nobiltà ligia un rifugio più sicuro. Da tre anni
-dunque parco e castello erano quasi abbandonati: pini sulla collina e
-platani nella pianura non più disciplinati dalle cesoie messe di moda
-da Le Nôtre, parevano tornati allo stato selvaggio: l'erba appariva
-alta sul largo viale che si mostrava dietro il cancello: giardino ed
-orto incolto s'erano arruffati come una capellatura non pettinata. A
-quei tempi, dal paese di Camporosso al mare, il torrente aveva tanto
-allargato il letto che occupava tutta la vasta cuna adagiata fra i due
-sproni di collina, quella delle Maure verso Ventimiglia e l'opposta
-verso Vallecrosia. Sicchè girato a monte il paesetto silenzioso, la
-cavalcata discese a valle quasi dinanzi al chiuso parco dei Nervia,
-e si accinse ad attraversare il letto del torrente, a secco in gran
-parte, chè non era ancor cominciato lo sciogliersi delle nevi, ma
-ingombro d'alti strami, d'ontani a macchie, di tutta insomma quella
-vegetazione posticcia che cresce a vista d'occhio là donde le acque si
-ritirano apparentemente.
-
-— Possiamo attraversar con franchezza — dichiarò l'Altariva dominando
-con uno sguardo il paesaggio che pareva deserto e silenzioso e
-arcigno e quasi feroce. Nè il castello sbarrato e il parco folto
-l'ingentilivano poichè parevano laggiù di faccia drizzarsi a respingere
-chi minacciasse un'invasione.
-
-— Sì, — annuì Luca Lascaris di malumore perchè obbligato a lasciare
-l'accampamento ove Fiorina poteva di momento in momento arrivare. Sì,
-non vedo pericolo alcuno, fuorchè nel _gaogrosso_.
-
-Nel dialetto quasi provenzale dell'estrema Liguria, si dice _gaogrosso_
-al corso d'acqua maggiore che esista nel letto d'un fiume o d'un
-torrente, quello appunto che ne costituisce l'essenza. Per tutta
-risposta il Nervia alzò la mano libera dalle guide, e apparve un
-omuncolo sciancato, rivestito di pelli caprigne, il capo coperto da
-un cencio a guisa di turbante, reggendo con ambe le mani al petto
-un'enorme conchiglia univalva di forma allungata, simile ad una tromba
-rustica.
-
-— Il Bagato va a cercare il guado — mormorò un soldato, e il mormorio
-si propagò e la truppa guardò curiosamente l'essere informe che
-saltabeccava agilmente fra gli strami e gli ontani e il cui nome
-evidentemente era derivato dal gioco dei tarocchi, anzi dal primo
-tarocco.
-
-Le popolazioni marinare e in ispecie quelle dei pescatori, hanno
-in ogni tempo — l'estrema Liguria non ne mancò mai — qualche essere
-sgraziato e segnato dalla nascita che, un po' matto e un po' scemo,
-passa il suo tempo a studiare il cielo e il mare, a predire il vento
-e la pioggia, il fortunale e la tempesta, dando l'allarme ai dintorni,
-soffiando in una conchiglia univalva e traendone un suono cupo simile
-ad un muggito.
-
-Il Bagato era evidentemente un rustico Nostradamus, ed i soldati che
-furono sempre i bimbi della feroce umanità, s'impossessarono del
-novello gioco offerto e attesero con giuliva curiosità il segnale
-che doveva avvertire della scoperta d'un guado. Nè il segnale tardò.
-Un muggito d'un tono solo ma lento, stanco e strascicato si levò dal
-centro del letto, là dove presumibilmente il _gaogrosso_ scorreva; e la
-truppa seguendo Almerico di Nervia, che per il primo lanciò il cavallo
-nella discesa, si diresse disordinatamente serpeggiando verso il punto
-donde il cupo muggito giungeva a intervalli.
-
-A poco a poco erbe e rami contorti d'ontani diradarono, qualche spiazzo
-di greto disseccato s'allargò, poi delle chiazze verdastre di muffa
-apparirono e degli acquitrini e delle pozzanghere, specchi di cielo
-intorbidati dalle zampe dei cavalli, poi una specie di baluardo di
-grosse e bianche selci calcaree e il torrente — il gao — apparve,
-largo venti metri almeno, nella sua parte più strozzata: nel mezzo
-il Bagato opponeva il corpo alle onde schiumose e scroscianti alzando
-la conchiglia alla bocca, statua vivente d'un piccolo fauno bacchico
-irsuto e giocondo.
-
-La truppa guadò, risalì un altro baluardo di selci calcaree, poi
-ricominciarono i greti sgombri e gli acquitrini e finalmente per una
-penosa scarpata rovinante si trovò sulla strada maestra della vallata.
-Si fermò. Il Nervia s'occupò di piazzare personalmente le sentinelle,
-verso valle e verso mare, poi col restante s'avviò risoluto al cancello
-che s'intravvedeva fra i platani e gli ippocastani torreggianti.
-Invece di sciogliere l'enorme groviglio di catene arrugginite che
-avvinghiava le sbarre, vi postò due altre sentinelle, poi scostando i
-rami che piovevano in disordine dagli alberi annosi, cercò il muro di
-cinta. Scese allora da cavallo e fu dagli altri imitato. I due servi
-dell'Altariva alzarono la barella ove giaceva il corpo del Seborga
-appoggiandosene l'estremità sulle spalle e seguirono Almerico, poi Luca
-e Camillo e il Bagato chiusero la marcia. Il rimanente della truppa
-restò sul viale dinanzi al cancello celata fra gli alberi.
-
-Il Nervia costeggiò a lungo penosamente il muro di cinta e il cammino
-era malagevole per lui più che per gli altri, anche per i due servi
-carichi della barella, poichè s'insinuavano nello spazio che egli
-faceva. Giunsero finalmente là dove il muro a secco incominciava: il
-fogliame v'era più folto e l'edera polverosa e pelosa vi si abbarbicava
-quasi con accanimento, formando una vasta placca nerastra. Senza
-sforzo alcuno il Duca alzò la cortina che pareva formare un corpo solo
-col muraglione ed apparve una breccia a fior di terra, un largo buco
-informe d'un metro almeno di diametro. Per il primo Almerico si chinò
-e passò. Poi passarono i due col funebre fardello, poi gli altri: il
-Bagato per ultimo lasciò cader la cortina. Al di là un altro busso
-vietava il passaggio: ma fu lasciato a sinistra ed apparve una radura,
-a capo della quale una cappella rotonda mostrava un pronao dorico e la
-porta aperta. Vi si diresse il duca di Nervia, ma, come fu vicino al
-pronao, si voltò ai due gentiluomini.
-
-— Qui, voi lo sapete, dormono nella pace del Signore, quelli della mia
-casa che non lasciarono la vita in battaglia o nel mare o in prigionia
-presso i nemici o gli infedeli. Pochi uomini degli avi miei qui
-giacciono dunque e quasi tutte le donne invece. Non vi stupisca, amici,
-che intenda qui dar sepoltura al mio fedele Seborga: già un altro servo
-dei Nervia vi riposa, morto degnamente difendendo il castello da una
-scorreria di Dragutte il Barbarossa. Non già servo, ma amico fedele fu
-il Seborga per me. Mi cullò bimbo fra le sue braccia, m'insegnò i primi
-passi, mi pose per il primo su un cavallo, mi curò in una malattia
-mortale e contagiosa, fu in guerra con me, dormì nel bivacco al mio
-fianco, si privò della sua razione per sfamarmi, mi difese col suo
-corpo a scudo in battaglia, avrebbe dato per me, che Monsignor Gesù non
-ne veda che l'intenzione onesta, l'anima sua, la vita eterna per me!
-
-Stese le mani sulla salma. Gli astanti si scoprirono.
-
-— Povero amico, l'avversa fortuna ha voluto ch'io dovessi renderti
-il pietoso omaggio ch'io ti rendo. Ma te felice almeno che qui dormi
-fra coloro che hai tanto amato e tanto fedelmente servito! Chi sa,
-mio Seborga, ove dormirà il tuo padrone, mentre oggi profugo della
-sua casa non la visita che furtivamente, come un lupo inseguito, solo
-ormai, lontano da chi ama, ultimo fedele d'una causa perduta. Verranno
-i giorni migliori, forse, e i miei figli, tornando sulle nostre terre,
-me forse non troveranno a dormire nel sepolcro dei miei. Ma te almeno
-troveranno mio Seborga: ebbene, faccia il Signore Iddio che le lagrime
-e le preghiere che udranno queste tombe siano fra te e me divise,
-fedele amico, siccome abbiamo tutte le buone e le male venture nella
-vita. E se tu qui mi rappresenterai, ebbene, che i miei figli piangano
-sul tuo sepolcro come se fosse il mio!
-
-Tacque. D'un gesto sobrio indicò il fondo ai servi dell'Altariva;
-i servi s'alzarono e vi si avviarono. C'era, fra due grandi urne di
-pietra, una rozza tomba in muratura coperta da una lastra di marmo
-sulla quale era impressa a punta di pugnale una croce e sotto due
-parole: _Fido Sebastiano_.
-
-— Sollevate quel marmo — comandò il Nervia.
-
-Il coperchio del sepolcro fu smosso: apparvero poche ossa bianche e un
-teschio lucente in mezzo a polvere nera impalpabile.
-
-— Il fedel Seborga può dormire col fedel Sebastiano.
-
-Il cadavere tolto dalla barella fu adagiato nella polvere nera e
-v'affondò come se le braccia del fedel Sebastiano s'aprissero per
-accogliere l'altro servo fedele. E il marmo tolse per sempre agli
-sguardi profani il corpo che l'anima certo contemplava da un mondo
-migliore.
-
-
-
-
-XXI.
-
-
-Quando si ritrovarono di nuovo sullo spiazzo dinanzi all'attico pronao,
-Almerico sostò e chiese:
-
-— Che pensate, amici, della morte del Seborga?
-
-Silenzio: i due curvarono il capo.
-
-— Dunque: il mio sospetto.
-
-Luca Lascaris parlò:
-
-— Sospetto è vaga parola ed è accusa grave. Il Seborga partì con
-Emanuele Embriaco della cui onestà posso rispondere.....
-
-— Sono davvero i tempi in cui si può rispondere della onestà di
-qualcuno! — mormorò sordamente l'Altariva.
-
-Il Conte s'impennò:
-
-— Camillo, vi prego di ricordarvi che l'Embriaco venne a me con una
-lettera della cui verità nessuno ha il diritto di dubitare me vivente e
-sano. Emanuele Embriaco è fuoruscito....
-
-— Bandito.
-
-— .... sia pure, bandito genovese: titolo di stima per noi che
-combattiamo per il Re. Venne con soldati regolari e con vassalli del
-marchese di Spigno. Si rifugiò nel mio castello.....
-
-— Per iscampare dal Grimaldi e dal Borzone.
-
-— .... potrei rispondervi che era munito di tal lettera che gli dava
-pieno diritto alla mia ospitalità. E se pur venne per iscampare dal
-Grimaldi e dal Borzone lo fece nella sua qualità di fuoruscito.... o
-bandito se meglio vi piace. Da allora però seguì la nostra fortuna
-fedelmente. Vi faccio anche notare che ieri a notte chi divise i
-drappelli fu il Seborga che mi diede lo scudiere dell'Embriaco e s'unì
-alla scorta del Conte....
-
-Almerico di Nervia intervenne.
-
-— Lascaris, non accuso dicendo che sospetto.... come del resto voi due
-sospettate: Camillo.....
-
-— .... fin dal primo momento.
-
-— .... e voi Luca nell'interno del cuore, a malgrado le ragioni che
-accumulate. Può darsi che nella notte buia sia sdrucciolato un piede
-al vecchio Seborga, benchè a giudizio di chi l'ha raccolto sia stato
-rinvenuto proprio nel fondo senza che l'erba e le piante del precipizio
-presentino traccia alcuna del passaggio. E chi pone un piede in fallo
-s'aggrappa, lotta, urla, chiede aiuto. Come non l'hanno udito? Pur
-tuttavia non accuso, no, sospetto.. Abbiamo per buona ventura di che
-fortificare o dissipare il nostro sospetto. Abbiamo i due scudieri di
-Emanuele Embriaco, l'uno rimasto con me, l'altro....
-
-— Venuto e tornato meco.
-
-— Precisamente. Sapremo da quei due la verità. Sono all'accampamento:
-mando un ordine per farli qui proseguire.
-
-— Bada, — fece osservare l'Altariva — bada a quello che fai. Ho più
-d'una volta osservato i due scherani: l'uno è grossolano soldato, un
-reitro del buon tempo antico, e non lo credo al corrente dei fatti e
-pensamenti del suo padrone. L'altro, quello che vi seguì, Luca, è volpe
-fina, astuto come un chierico: non ne caverete nulla.
-
-Il Nervia sorrise:
-
-— O con l'oro o con la tortura parlerà.
-
-— Possibile: tentar non nuoce.
-
-In quella ululò la conchiglia. Ma contemporaneamente il verso della
-civetta si fece sentire tre volte a eguali intervalli: poi le frasche
-fuor del muro di cinta stormirono, agitate con violenza come da persona
-che vi si intromettesse. L'Altariva e il Lascaris avevano per istinto
-messo mano alle armi: il Nervia era invece rimasto tranquillo.
-
-— Non v'esaltate: qualcuno dei miei.
-
-L'edera della breccia venne sollevata dall'esterno e apparve un
-montanaro per nulla dissimile dagli altri del Nervia.
-
-— Sei tu, Becco-in-croce? Che notizie porti?
-
-E prima che l'altro parlasse, rivolto ai due gentiluomini, Almerico
-proseguì:
-
-— Probabilmente nulla d'importante: è la sentinella che sorveglia la
-spiaggia. Notizie della città.
-
-Rivolto al nuovo venuto gli diè licenza:
-
-— Parla, Becco-in-croce!
-
-L'uomo parlò:
-
-— Vostra Eccellenza.... questa mattina... il gentiluomo che abita con
-sua Eccellenza il Conte — mostrò Luca — si è imbarcato con un altro
-gentiluomo e una gentildonna e un servo.
-
-I tre si guardarono sbalorditi.
-
-— Fiorina! — esclamò il Lascaris.
-
-Un cenno: il Nervia interrogò:
-
-— Non hai sbagliato, Becco-in-croce? Hai proprio riconosciuto il
-gentiluomo che è ospite del Conte Lascaris?
-
-— Sì, Vostra Eccellenza.
-
-— Com'erano i suoi compagni?
-
-— Un gentiluomo d'età, col viso che pareva una pera martina secca, e
-una barbetta quasi bianca....
-
-— Ibleto di Spigno!
-
-— .... e una gentildonna giovane e bella, che vestita da uomo pareva un
-ragazzo.....
-
-— Bionda?
-
-Becco-in-croce pensò un poco: poi trionfalmente:
-
-— Sì, Vostra Eccellenza!
-
-— Fiorina! È Fiorina, non c'è più dubbio!
-
-— Luca!
-
-Ancora fuor di sè il Lascaris si voltò a scudisciare una pianta.
-
-— Si sono imbarcati, Becco-in-croce?
-
-— Sì, Vostra Eccellenza.
-
-— Verso?
-
-— Verso Latte, Vostra Eccellenza, ma doppiando la foce al largo d'un
-miglio almeno.
-
-— A che ora presso a poco?
-
-— Tre ore di giorno almeno, Vostra Eccellenza, ed anche quattro.
-
-— E soltanto adesso vieni a riferirlo?
-
-Becco-in-croce non parve intimidito.
-
-— Vostra Eccellenza mi perdoni, ma come potevo immaginare che Vostra
-Eccellenza fosse al castello?
-
-— E da chi l'hai saputo?
-
-— L'ho saputo all'accampamento, Vostra Eccellenza!
-
-— Vieni dunque di là?
-
-— Sì, Vostra Eccellenza.
-
-Il Nervia riflettè un momento, poi chiese consiglio.
-
-— La posta al bivio di Apricale non ha più ragion d'essere da poi che
-gli Spigno sono passati a nostra insaputa e ne ha beneficato il conte
-Embriaco....
-
-Luca flagellò con raddoppiato vigore l'albero.
-
-— .... nulla più ci trattiene lassù: che ne direste d'uno spostamento
-di campo?
-
-— Dove? — domandò l'Altariva.
-
-Senza rispondere alla domanda il Nervia ripetè:
-
-— Spostiamo dunque l'accampamento?
-
-— Spostiamolo, per tutti i diavoli! — urlò Luca.
-
-Camillo annuì.
-
-— Becco-in-croce — comandò il Luca — ritorna al campo e dà ordine che
-si levino le tende e che si discenda e si passi il _gao_, a metà strada
-fra Dolceacqua e Camporosso. Noi vi saremo e la conchiglia del Bagato
-indicherà il punto preciso. Va Becco-in-croce e porta l'ordine mio.
-
-Il montanaro s'inchinò e ripassò la breccia.
-
-— Ed ora a noi. Il mio sospetto, Luca, aveva ragione d'essere secondo
-quanto abbiamo udito. L'Embriaco si liberò violentemente del mio povero
-Seborga.
-
-— Ma gli Spigno?
-
-— Ibleto ha sempre fornicato con i francesi: lo sappiamo tutti. Credo
-che a quest'ora sbarcati a Latte e in istrada per Nizza, o per mare
-tuttavia, si riducano al campo dei sanculotti sul Varo.
-
-— E Fiorina?
-
-— Di buono o di malgrado li segue.
-
-Luca Lascaris alzò le pugna al cielo.
-
-— Voi mi sembrate un ragazzo imbelle, Conte, un ragazzo imbelle al
-quale abbiano furato il giocattolo. Siate uomo, per nostra signora
-di Lampedusa! Verrà la nostra volta, e vinceremo la nostra posta. Per
-intanto vi apro intero il cor mio: sono stanco di questa vita raminga
-e inutile. Rivedere il mio castello dopo sì lungo tempo mi ha rimessi
-in cuore i germi della nostalgia. Liberiamoci, prendiamo una decisione,
-scegliamo un nemico. Siamo qui esitanti fra Genova e la Francia:
-pretendiamo tenerle in ballo tutte e due. Grave errore. Facciamo onor
-stragrande alla Serenissima, che fa paura o meglio vuol far paura con
-le mani vuote. Vi offro una via d'uscita: giriamo le Maure, usciamo
-dopo Roverino, per il Bevera, piombiamo sui predoni di Sant'Antonio,
-e appena li avremo liquidati assalteremo la città isolando il fortino
-del Borzone. Ventimiglia non ha che un Governatore di figura e pochi
-uomini di parata dei quali verremo presto a fine. Riprenderemo poi
-la guerriglia con una difesa come la città, il forte ed il vostro
-Castello, Conte Lascaris. I Francesi non passeranno o gireranno da
-Saorgio. Guadagneremo tempo ad ogni modo, che ve ne pare?
-
-Camillo Altariva prese la parola.
-
-— Il tuo piano, Almerico, è buono come linea generale: ma i particolari
-verranno. Per intanto l'approvo fino all'assalto dei predoni di
-Sant'Antonio.
-
-— Io tutto approvo — esclamò Luca Lascaris, — purchè ci si muova e non
-si resti qui neghittosi. Ho bisogno di far del male a qualcuno.
-
-— Ne avrete presto l'occasione, conte. Quando ci congiungeremo con
-la mia truppa troveremo i due scherani dell'ospite vostro: se mi
-permetterò d'interrogarli io stesso, per la memoria invendicata del mio
-povero Seborga, li consegnerò poi dopo alla vostra giustizia, chè vi
-appartengono.
-
-— Vi ringrazio, Almerico!
-
-Ma il progetto del Nervia non potè avere esecuzione. A metà strada fra
-Dolceacqua e Camporosso attendeva bensì la truppa del Nervia, ma il
-Ricciuto e Bracciodiferro non ne facevano parte. S'erano allontanati
-con gli uomini che comandavano, subito appena apparso Becco-in-croce, e
-conosciuto che ebbero la nuova direzione dell'Embriaco, pretendendo il
-Ricciuto d'aver ordini tassativi in proposito.
-
-— Non importa — osservò il Nervia — ignorano il nostro piano e quindi
-non ci sarà allarme: del resto potremo raggiungerli: non perdiamo
-tempo!
-
-
-
-
-XXII.
-
-
-La nuvolosa mattina che per la campagna diffondeva pur tuttavia una
-luce tutta eguale, manteneva in città un buio di tomba. Le undici; i
-cavalli scalpitavano sul selciato di pietra attraversato nel mezzo da
-una guida di mattoni sanguigni: le due mule che reggevano la portantina
-davano appena segno di vita col dondolar la coda infiocchettata fra le
-stanghe a batocchio, e due soldati reggevano le torcie per illuminar la
-viuzza caduta nel buio, fondo per le alte case.
-
-Nell'ufficio del governatore due lucerne spandevano queto chiaror
-raccolto: sotto l'una sgobbava l'archivista Orengo raschiando con la
-penna d'oca una carta ruvida e slabbrata sotto pretesto di vergare
-un'ordinanza. Sotto l'altra lucerna il capitano Cavalli attentissimo e
-lontano dal mondo leggeva Virgilio.
-
-In una stanza da letto interna che avrebbe dovuto prender luce da un
-vicolo, il quale naturalmente non manteneva le sue promesse, Betto
-Grimaldi si abbigliava aiutato dal Moncherino, il quale a sua volta,
-e poveretto non per colpa sua, dava aiuto come il vicolo dava luce: ma
-il governatore non aveva fretta, parea che succhiellasse il tempo per
-farlo passar lentamente.
-
-In un'altra stanza, che conosciamo appuntino, la vispa Gilda
-s'affaccendava intorno a Chiara e benchè un po' più di luce vi
-penetrasse dalla finestra verso la vallata, la bella camerista
-brontolava pretendendo che si fosse non quasi a mezzo il giorno, ma nel
-crepuscolo del mattino. Mentre questo accadeva, due altri personaggi
-di nostra conoscenza misuravano i cento passi dell'allea del Fontanino,
-fuori della porta omonima; l'uno parlava pacatamente come se ragionasse
-d'Euclide o di d'Alembert, l'altro ascoltava bevendo le parole e
-l'interesse gli traspariva dagli occhi lucidi.
-
-— Credete a me, Giano de' Lercari, — dicea Filippo Balbi — credete
-a me, che vedo lungi le cose, imitatemi. Non c'è per noi che una
-via aperta oggi, le armi. Eppure non a me, cadetto di gran casa, ma
-cadetto, e non a voi di gran casa ma, non v'offendete, più cadetto di
-me perchè irregolare, possono offrir qualche futura fortuna le armi
-della Serenissima. Non ci illudiamo: stanno di fronte l'Austria e la
-Francia, chè non vi conto il Re di Piemonte, boccone maggiore, nè la
-Repubblica di Genova, boccone minore. Austria e Francia: l'una contro
-l'altra oggi e domani: decidersi: o la carriera delle armi in Piemonte
-e quindi in Austria, ma a quale scopo Lercari? Allo scopo di poltrire
-e ammuffire nei gradi subalterni e vedersi di punto in bianco anteposto
-un damerino di Corte, con un gran nome, un moccioso irresponsabile che
-viene a comandarvi, a farvi sgobbare e rischiar la vita per prendere
-il merito ove ne sia il caso senza rimetterci del suo perchè troppo con
-le spalle al muro, figlio di papà o di mammà, uscito dalle gonne della
-favorita. Giano, credetemi: sono un cadetto della casa Balbi, grande
-casa a Genova; ma nato capitano morrei capitano, come voi nato alfiere
-morreste alfiere. E a quale scopo infine? Se l'Austria schiaccerà
-la Francia servire l'Imperatore, se la Francia schiaccerà l'Austria
-venire incorporati a forza nelle masnade sanculotte. Credetemi, Giano
-Lercari, fate come ho fatto io: saltate il fosso. Il Piccolo Bonaparte
-ci lascerà probabilmente l'anima che regge coi denti, ma c'è Massena,
-Moreau e Hoche e tanti altri e c'è il capo di Stato Maggiore del
-_piccolo_ Bonaparte, il serio greve e ponderato Berthier, il quale mi
-ha promesso un battaglione al primo fatto d'armi e un reggimento al
-secondo. C'è poi anche il caso che il piccolo Bonaparte riesca nel suo
-disegno, tenebroso disegno che niuno conosce, forse nemmeno Berthier,
-ma che può essere grande come è audace chi l'ha concepito. E il piccolo
-generale che ha tutta l'aria di un falchetto pronto a piombar sulla
-preda, a malgrado la sua amicizia con Robespierre il Giovane e le sue
-imprese di Vendemmaire, è un aristocratico, ama circondarsi di nomi ed
-aiuterebbe voi e me, piuttosto che quel garzone birraio di Murat, che
-ha per aiutante di campo, o che quel legulejo di Junot, altro aiutante,
-che non l'abbandona un momento.
-
-Giano Lercari ascoltava come se gli si raccontasse una fiaba.
-
-— La verità è — osservò — che agli ordini della Serenissima si muffisce
-in guarnigioni come questa.
-
-— Mentre che in un esercito combattente c'è l'impreveduto che aspetta e
-fa la vita varia.
-
-— E voi credete, Filippo, che fra l'Austria e la Francia si debba
-preferire la Francia?
-
-— Non vi ripeto che il mio giudizio, quello che io stesso ho giudicato
-preferibile, ma non intendo nè darvi consigli precisi, nè invitarvi
-a prendere una decisione qualsiasi. Restate pure l'alfiere della
-Serenissima, presso questo nobile Comando. Soltanto, per semplice
-spirito d'amicizia, vi offro di pensare se vi convenga.
-
-— Avete ragione Filippo. Ma pure, ammesso che mi decida....
-
-Ne aveva tanta voglia che fra sè avea già preso la risoluzione di
-imitare il Balbi.
-
-— .... in che modo debbo contenermi?
-
-— Per far che cosa?
-
-— Per imitarvi. Non posso già disertare.
-
-— Chi vi parla di disertare! Fate come ho fatto io, e cioè fatevi
-attaccare all'esercito francese dal vostro comandante.
-
-— Betto Grimaldi? Irresoluto com'è e con la paura del Governo di
-Genova, non lo farà mai.
-
-— Chiedetelo a Genova.
-
-— Non avrò risposta, e, se pur l'avrò, sarà qui fra un mese almeno!
-
-— Non c'è che un mezzo, allora.
-
-— Cioè?
-
-— Farvi chiedere dal Generale Bonaparte, o dal Berthier, ciò che avrà
-anche più autorità.
-
-— Chiedere? Al Governo della Serenissima?
-
-— No: a Betto Grimaldi.
-
-— E credete che accetterà? Che dirà di sì?
-
-— E credete voi che Betto Grimaldi negherà o dirà di no a un desiderio
-del Generale che con lo stringere un pugno può domani stritolar lui e
-la città?
-
-E poichè Giano Lercari crollava il capo continuò:
-
-— Betto Grimaldi col suo cervello corto ma di buon senso crede sè il
-più debole dei due, oggi. Non già una banda sconfinante ha davanti, ma
-trentamila uomini inquadrati, irregolarmente ancora, ma inquadrati e
-condotti da un falchetto che ha voglia di preda e che l'ha promessa ai
-suoi sanculotti. La prova che si crede di già debole l'avete davanti
-agli occhi.
-
-Indicò la porta del Fontanino da cui usciva la cavalcata ufficiale
-preceduta da un trombettiere e da quattro soldati: seguivano Betto
-Grimaldi e il capitano Cavalli e infine la lettiga portata dalle due
-mule: chiudevano la marcia altri due soldati.
-
-— Se Betto Grimaldi si fosse ritenuto il più forte avrebbe invitato il
-Generale nemico in città e invece si scomoda per recarsi da lui e porta
-con sè la mia fidanzata.....
-
-Lo aveva Filippo stesso suggerito al Governatore, ma non lo disse.
-
-— .... per omaggio e degnazione. Credete voi, Giano mio, che se a
-quell'uomo con la paura dipinta in volto si chiedesse qualunque cosa,
-la rifiuterebbe?
-
-No che in verità Giano Lercari non lo poteva credere.
-
-— E allora decidetevi!
-
-— Sia: fatemi domandare al comandante.
-
-— Alla buon'ora. Qua la mano: correremo la stessa fortuna. Vi prometto
-il mio grado al primo fatto d'armi.
-
-— Naturalmente conto su di voi, amico Filippo.
-
-— Contateci: ma per adesso acqua in bocca.
-
-Lasciò il compagno, inforcò il cavallo che un soldato gli teneva a
-poca distanza e corse di carriera verso la cavalcata che s'avvicinava
-lentamente.
-
-— Il buon mattino a Vostra Eccellenza, comandante Grimaldi, e col
-vostro permesso, il buon mattino alla Bellezza nostra.
-
-Chiara sporse il capo dalla lettiga, rossa in viso, ma felice porse la
-mano al fidanzato, che si piegò in arcioni con magnifico e difficile
-spostamento per baciarla.
-
-
-
-
-XXIII.
-
-
-Quando la barca peschereccia ebbe sbarcati i suoi passeggeri alla foce
-di un torrentello schiumoso, colui che la conduceva rimase ad attendere
-gli ordini. Ma Ibleto gli porse una moneta d'argento che l'altro
-ricevette con l'avidità di una scimmia alla quale si offra un frutto
-acerbo. E per verità il danaro in metallo era già raro: da due anni
-almeno correvano gli assegnati e i buoni di qualunque specie firmati da
-nomi e da Autorità eteroclite, dal Sergente al Generale, dal Giudice al
-Governatore.
-
-— Devo aspettare, monsignore? — chiese il marinaio al quale pareva che
-il dono meritasse almeno un titolo.
-
-I due Spigno ricambiarono uno sguardo.
-
-— Non importa! — rispose Emanuele Embriaco.
-
-Ed aggiunse, rivolto ai compagni:
-
-— Voglio sperare, per la Dama almeno, che non si tornerà per mare.
-
-Fiorina gli sorrise.
-
-— Conte, avete ragione, ragione da vendere! — concluse Ibleto.
-
-E licenziò la barca.
-
-Mentre per un istinto comune la guardavano allontanarsi, il marchese
-fece schermo della mano destra agli occhi, curvandosi: quindi esclamò:
-
-— Ecco quel che temevo!
-
-Alla sinistra indicò, forse a due miglia al largo, verso la Madonna
-della Ruota od almeno all'altezza di Sant'Ampelio, la siloetta di una
-nave.
-
-— L'abbiamo scampata bella!
-
-— Che è, Ibleto? — domandò Fiorina.
-
-— La prima delle cannoniere inglesi che sorvegliano la costa, e
-probabilmente mancano di notizie poichè invece d'essere laggiù
-sarebbero qui.
-
-L'Embriaco alzò le spalle.
-
-— A che servono le cannoniere inglesi?
-
-— Ben detto, il moscardino! — esclamò una voce sonora.
-
-Ed uno scoppio di risa coronò l'interruzione.
-
-Dopo il breve greto della foce, una specie di muro a secco si alzava
-che parea sbarrasse il corso del torrentello. E proprio lassù i tre che
-s'erano voltati di scatto alla risata videro una strana apparizione.
-
-Sporgevano dal muro a secco tre o quattro visi sporchi, dai capegli
-arruffati, ma visi ridenti, dentature meravigliose ed occhi neri o
-azzurri, brillanti. Sulle teste, in piedi sul vertice del muraglione,
-un giovane iddio pompeggiava, un Bacco giovane con qualche fattezza
-di pastore omerico. Vestiva una specie di divisa soldatesca a falde
-rialzate sopra un paio di calzoni a righe, corti e sfrangiati:
-null'altro: nè camicia, nè berretto, nè tracolle, nè armi, nulla
-fuorchè una sciabola brandita dalla destra in alto sopra la selva dei
-capegli biondi arruffati. Le carni bianche apparivano da innumerevoli
-buchi dei calzoni, legati pur tuttavia un po' sotto il ginocchio da un
-nastro rosa, che vantava chissà quale provenienza.
-
-— Ben detto, il moscardino! — ripetè quel giovane iddio selvaggio — ben
-detto, parola di Tibullo, qui presente, soldato della Repubblica, una e
-indivisibile, armata del Varo!
-
-Le teste apparenti sul muro a secco fecero un coro assordante.
-
-— Per l'Ente Supremo e per le corna di Barras, riprese Tibullo sempre
-rivolto ai tre attoniti, o l'unico figlio di mia madre, la gloriosa
-Cornelia delle Halles, si sbaglia come un deputato, o scorgo un viso
-degno dell'ex Maria, sposa dell'ex Giuseppe e Madre del cittadino
-Gesù! Non sia mai detto che i soldati della Repubblica dimentichino
-gli omaggi dovuti al sesso! Io mi rammento d'essere figlio di
-_Brin-d'amour_, sergente bianco del tiranno Capeto e amico personale
-di Danton il quale come ognun sa, aveva un forte debole per le donne.
-Camerati, un evviva per la cittadina che viene dal mare come la
-ex-Venere!
-
-Il coro assordante ricominciò. Poi tacque ad un tratto sotto l'ordine
-di Tibullo, il quale saltò dal baluardo, venne innanzi alla marchesa
-e fece un inchino strisciato degno d'un maestro di ballo, alzò la
-sciabola lucente e d'un colpo si tagliò, tenendola tesa con la sinistra
-una ciocca di capelli che sparse ai piedi della dama.
-
-— Non ho berretto da levarmi e debbo scoprirmi ad ogni modo davanti al
-sesso. Scusa, cittadina, ma ognuno si scopre come può.
-
-— Sei galante, cittadino Tibullo — rispose Ibleto rinvenuto per il
-primo dalla sorpresa — e grazie all'Ente Supremo che ti ha posto sulla
-nostra strada! Libertà, eguaglianza....
-
-— .... e fraternità! — compì il soldato.
-
-Le teste sul muro a secco s'agitarono.
-
-— In quanto a voi, camerati, rimettete le vostre ricche assise per
-presentarvi convenientemente dinanzi alla dama.
-
-Le teste scomparvero.
-
-— E tu, cittadino, — chiese Tibullo volto all'Embriaco, per il quale
-provava un'istintiva simpatia per gratitudine dello sprezzo verso le
-cannoniere inglesi — non dici nulla, cittadino? Hai esaurito il tuo
-repertorio?
-
-— Ti ascolto, cittadino, e imparo!
-
-La celata ironia non isfuggì al soldato che aggrottò le sopraciglia.
-
-— Oh! Oh! Cittadino, la tua risposta puzza d'aristo una lega lontano.
-Non c'è più Massimiliano, è vero, ma il _piccolo_ ama i _çi-devants_
-come il fumo negli occhi, te ne avverto.
-
-— Chi è il _piccolo_, cittadino?
-
-Apparvero di dietro al muraglione abbigliati, chi più chi meno come
-Tibullo, cinque o sei soldati ridendo a gola spiegata.
-
-— Il _piccolo_? Domanda chi è il _piccolo_?
-
-— È il _piccino_! Il _tira l'anima coi denti_!
-
-— Il nostro generale che ci ha promesso grasse città e belle donne.
-
-— Ed ha ragione!
-
-Una mano si levò per carezzare il viso di Fiorina ma si ritrasse
-immediatamente sotto una scudisciata.
-
-— Morde la donnetta — urlò il colpito.
-
-— E morderà ancora! — aggiunse Fiorina lasciando ricadere lo scudiscio
-sopra un viso che s'avvicinava troppo al suo.
-
-Qualche picca e qualche sciabola fu brandita e non mancò un fucile
-maneggiato — per qualche evidente ragione d'utilità immediata — come
-un bastone. Ma Ibleto e l'Embriaco fecero scudo alla dama e Tibullo
-s'interpose.
-
-— Giù le zampe, camerati!
-
-Con un po' di buona volontà s'ottenne un relativo silenzio, quale
-almeno occorreva per farsi intendere. E ne profittò immediatamente
-Ibleto rivolgendosi al soldato:
-
-— Non siamo qui nè per errore e nemmeno naufraghi, come i tuoi camerati
-vogliono credere, cittadino: siamo qui venuti volontariamente e
-portiamo con noi un salvacondotto che speriamo ci procurerà un po' di
-rispetto.
-
-Tibullo non battè ciglio: attendeva. Lo Spigno continuò:
-
-— Una lettera del generale Laharpe.....
-
-Il soldato salutò.
-
-— .... al generale Nissard....
-
-Nuovo saluto.
-
-— ... che comanda, crediamo, la tua divisione.
-
-Tibullo crollò il capo.
-
-— Niente Nissard, cittadino.
-
-— Comanda forse Massena?
-
-— Niente Massena, cittadino.
-
-— È tornato per caso Serrurier? Fa lo stesso.
-
-— Niente Serrurier!
-
-— Augereau allora?
-
-— Niente Augereau!
-
-I due Spigno e l'Embriaco si guardarono.
-
-— Chi comanda allora? — chiese Ibleto.
-
-Un urlo s'elevò dai soldati rimasti qualche passo discosti.
-
-— Il _piccino!_
-
-— Il _piccino!_
-
-— Il _piccino_, il _piccino_, il _piccino!_
-
-Tibullo impose il silenzio. Poi:
-
-— Hai inteso, cittadino? Qui comanda il _piccino_ o se meglio ti piace
-il generale Bonaparte.
-
-Fiorina spalancò i begli occhi sbalordita e Ibleto si tirò la barbetta
-caprina. Ma l'Embriaco risoluto prese la parola.
-
-— E sta bene, cittadino! Andiamo dal generale Bonaparte!
-
-
-
-
-XXIV.
-
-
-Al di là del muro a secco un sentiero s'inerpicava sulla riva sinistra,
-ma un sentiero da capre, disegnato appena fra i sassi calcarei e i
-magri ontani bistorti. La stretta valle però si presentava ridente
-a malgrado il giorno coperto. Un'occhiata ed una smorfia di Fiorina
-destarono la galanteria di Tibullo.
-
-— Sono dolente, cittadina, di non poterti offrire un cavallo almeno.
-Sono forse quindici giorni che abbiamo mangiato l'ultimo e sarebbe
-stato assai meglio che l'avessimo mangiato quindici anni prima. Con un
-sorriso la marchesa ringraziò il soldato ed aggiunse:
-
-— Grazie, cittadino, ma non temere: so camminare anch'io.
-
-— Sui tappeti, a giudicarne dai tuoi piccoli piedi. Ma non importa:
-quando sarai stanca ti porteremo.
-
-Il sentiero si allargava sulla ripa e, nell'addentrarsi che fecero
-entro la valle, i viaggiatori, dopo la temperatura quasi rigida
-provata nel tragitto marino, ecco una quasi tepida ne trovarono come se
-entrassero in una serra.
-
-— Qui fa quasi caldo — fece osservare Tibullo che s'accorse del
-refrigerio provato dai suoi ospiti: — il _piccino_ ci si crogiola a
-suo bell'agio. E ne aveva bisogno. Tiene l'anima coi denti e per di
-più, dicono, ha sposato l'amante di Barras, una creola bella e sana da
-far impazzire, una donna da mettere a terra più uomini che Kleber non
-isfianchi cavalcature.
-
-— Già, l'ho sentito dire — osservò Ibleto mellifluamente — ed ho
-sentito dire che il comando dell'armata del Varo fu il cestello di
-nozze di Barras.... per gratitudine.
-
-Tibullo aggrottò le sopraciglie.
-
-— Spero che non ci sia niente di losco nelle tue parole, cittadino.....
-
-— Lungi da me tal pensiero! — s'affrettò a replicare lo Spigno.
-
-— .... perchè t'avverto, senza complimenti, che per istare in concordia
-con noi non bisogna dir male del _piccino_, neanche per ombra! Di'
-quello che vuoi di Massena e degli altri, e di tutti i politicanti di
-Parigi, ai quali farei portare per qualche settimana i cannoni, invece
-dei muli che non abbiamo: parla male anche di Hoche, se vuoi, ma lascia
-stare il _piccino_: il _piccino_ non si tocca!
-
-— Vuoi molto bene al tuo generale a quel che vedo, amico? — susurrò
-Fiorina per aiutare il marito — Lo conoscevi forse prima che giungesse
-a Nizza?
-
-— No, cittadina, mai visto prima. E che bisogno ce ne sarebbe stato?
-Gli uomini si conoscono a colpo d'occhio, come io ho conosciuto il tuo
-vecchietto....
-
-Ibleto si raddrizzò offeso.
-
-— .... e quell'altro là dietro che non parla, ma che sarebbe un
-magnifico capo di battaglione. Gli uomini si conoscono all'occhio...
-
-— E le donne, Tibullo? — domandò un soldato ridendo.
-
-— Al tatto.
-
-Le risa raddoppiarono svegliando gli echi della vallata.
-
-— Cosicchè, cittadino — chiese Fiorina divertendosi, — tu hai
-conosciuto all'occhio il tuo generale?
-
-— E all'orecchio. Sfido io! Come si fa a non seguire un _piccino_
-che invece di parlarti di Repubblica una e indivisibile, di onore
-(quello del Direttorio) e di patria (la pancia di quei signori) e di
-tante altre cose da farti crescere la barba tanto da camminarvi sopra,
-arriva senza complimenti, non degna di uno sguardo i colonnelli e i
-generali, ma si mette in mezzo a noi e ci dice senza tanti preamboli:
-«Ragazzi miei, vedo che avete fame e freddo: dividiamo quello che c'è
-e visto che quei signori di Parigi non sono buoni che a chiacchierare
-e a mantener sgualdrine, venite con me che vi porto in un posto dove
-troverete da mangiare come papi, da bere come frati e da.... carezzar
-donne come cardinali». Ti pare, cittadina, che un piccino simile non
-meriti simpatia?
-
-— Evviva il _piccino_! — urlarono i soldati entusiasti.
-
-E colui che possedeva un simulacro di fucile fece partire un colpo in
-aria!
-
-— Che succede, olà, camerati? — urlò una voce stentorea dall'alto d'un
-ciglione: accompagnate forse il carro del bue grasso?
-
-La comitiva sostò, gli occhi di tutti s'orientarono donde veniva la
-voce: ne furono abbagliati e bisogna dire che ce n'era ad usura la
-ragione. Figuratevi un giovane di forse venticinque anni ed in tutto
-lo sfarzo della giovinezza che sboccia senza freni. Snello ed aitante,
-una copiosa capellatura — a testa nuda come usavano in allora i giovani
-ufficiali della giovane Repubblica — la faccia colorita, stretto
-nella uniforme d'aiutante di campo, prestigiosa ed aiutata ancora da
-una fascia fantasia intorno alle reni e da una sciabola turca munita
-d'un'elsa solare: stivaloni alla scudiera su calzoni attillati grigio
-perla: sopra un enorme cavallo velloso nelle gambe e sul muso come
-una cavalcatura cosacca, arricchito da una gualdrappa di velluto rosso
-acceso, di provenienza ignota benchè il bordo tutto d'oro la facesse
-sospettare appannaggio di chiesa: ecco l'apparizione che stupì, anzi
-che sbalordì i nostri viaggiatori. Byron deve aver tratto od essersi
-ispirato da un ritratto di Murat giovane per il suo Mazzeppa, senza
-dubbio. La comitiva sostò per un momento, poi Tibullo con la confidenza
-che in allora esisteva tra soldati e ufficiali, rispose a voce
-spiegata, facendosi schermo della mano ad imbuto:
-
-— Cittadino aiutante Murat, ti conduciamo degli aristo che vantano una
-lettera per il cittadino generale in capo.
-
-— Avanti gli aristo, cittadino!
-
-Fece d'un salto varcare al cavallo il ciglione e compì l'ardua impresa
-con una tal grazia che tradiva il suo recente passato di guardia
-costituzionale del Re Luigi e di cacciatore a cavallo, abituato a
-caracollare dinanzi alle belle ragazze ed a sfidare il pericolo nelle
-cariche sfrenate. Quando si trovò davanti ai tre viaggiatori e vide
-per il primo Emanuele Embriaco che celava in certo qual modo Fiorina,
-mentre Ibleto di Spigno s'era tanto profondamente chinato da celare il
-viso, non potè trattenere un gesto di sorpresa e di diffidenza.
-
-— Corpo d'una pipa! — esclamò — dei vandeani anche qui!
-
-E certo l'abbigliamento dell'avventuriero potea giustificare ed
-avvalorare l'esclamazione. Se non che l'Embriaco, il quale mentalmente
-con sintesi degna di Tacito, avea pensato che le parole — qualunque
-fossero — sarebbero state oggetto d'una interpretazione sommaria da
-soldataccio incolto, e che quindi era meglio stare zitti fino a tempo
-opportuno, fece la mossa più abile che cortigiano consumato potesse
-immaginare: si tirò da un lato e scoprì Fiorina.
-
-Murat ne restò abbagliato. Mormorò:
-
-— Corpo di.....
-
-Ma non andò oltre. Discese però da cavallo. E s'accorse d'Ibleto
-piegato in due, tutto intento a lisciarsi la barbetta. Assunse allora
-un'aria burbera per darsi del contegno:
-
-— Che vuoi tu, cittadino?
-
-— Cittadino aiutante — rispose Ibleto cercando le parole — ho qui
-una lettera del generale Laharpe per il tuo generale, il cittadino
-Bonaparte.
-
-— Qua la lettera!
-
-Il marchese di Spigno esitò:
-
-— Ma....
-
-Intervenne allora Fiorina col più seducente dei sorrisi:
-
-— Porgete dunque la lettera al cittadino aiutante, amico mio!
-
-L'altro obbedì. Porse un plico ben suggellato a Murat, il quale
-imbarazzato più che mai lo voltò e rivoltò fra le dita incerto.
-
-— Come vedi, cittadino aiutante, — continuò sorridendo la marchesa — è
-indirizzato al generale in capo, ma poichè tu ne sei l'aiutante, credo
-che potresti aprirlo.
-
-Il _credo_ fu pronunciato con una tal quale inflessione ironica che
-sfuggì completamente al burbero Murat.
-
-E colui, che doveva coprirsi di tanta gloria personale, era fin
-d'allora quell'essere debole che si dimostrò di poi, quando entrò
-nella storia, offerto cioè all'influenza del primo o della prima che lo
-sapesse dominare adulandolo o gettandolo nei bivii più crudeli.
-
-— Naturalmente che lo potrei — rispose gonfiandosi come un tacchino —
-ma non ne vedo la necessità. Il generale è qui a due passi, in un luogo
-detto San Bartolomeo, e può ben leggere da sè.
-
-All'udir Murat esprimersi in tal guisa si sarebbe supposto che avesse
-col Bonaparte un'intimità da camerata.
-
-— E possiamo noi, cittadino aiutante, accompagnar la lettera?
-
-— Naturalmente che lo puoi, cittadina... anzi lo potete.....
-
-Fissò la donna, che gli sorrideva, ma non ne sostenne lo sguardo.
-
-— E — continuò Fiorina — poichè sono stanca, non puoi tu, cittadino
-aiutante, prestarmi il tuo cavallo?
-
-Per tutta risposta, davanti a Tibullo ed ai soldati stupefatti, Murat
-si chinò, raccolse, come se fosse un bimbo, la marchesa nelle mani e la
-depose sulla gualdrappa fantastica.
-
-
-
-
-XXV.
-
-
-_L'altra_ comitiva non aveva passato le avventurose peripezie della
-_prima_. Discesa dalla strada romana in poco tempo aveva raggiunto San
-Bartolomeo ove l'attendeva un aiutante di campo del generale Bonaparte,
-il quale era partito di buon mattino per riconoscere strade e valichi,
-personalmente, accompagnato da Berthier suo capo di Stato Maggiore,
-e da un altro aiutante di campo che non si discostava un passo dalla
-persona del generale in capo. L'aiutante che ricevette il Governatore
-di Ventimiglia e il seguito, era un giovane ufficiale segaligno,
-dallo sguardo freddo e tagliente, asciutto di viso, di poche parole:
-non aveva che ventidue anni e ne dimostrava almeno trenta: labbra
-sottili, fronte rannuvolata, parca sempre sopra pensieri, preoccupato
-dell'avvenire e celava sotto l'apparenza impassibile quell'inquietudine
-che è oggi chiamata, con una barbara parola, _arrivismo_.
-
-— Buon giorno, aiutante Marmont — disse Filippo Balbi, smontando —
-spero di non essere in ritardo.
-
-— Anche se tu lo fossi, capitano Balbi, poco male!
-
-— Ho capito: il generale Bonaparte è partito per qualche ricognizione.
-C'è almeno Berthier?
-
-— Accompagna il generale con Junot.
-
-— Ah! il fido Acate!
-
-Udendo nominare un personaggio virgiliano il capitano Cavalli
-s'avvicinò.
-
-— Chi parla di fido Acate, capitano Balbi?
-
-— È il nomignolo dell'aiutante di campo Junot, che non si distacca mai
-d'una linea dal generale Bonaparte. Ma non si tratta di questo, ora:
-permettimi, Marmont, di fare le presentazioni.
-
-Condusse l'aiutante dal Grimaldi che lo ricevette con sussiego e che
-fu trattato da quantità trascurabile. Probabilmente il chiuso aiutante
-di campo non lo giudicò persona adatta per servire in qualche modo
-da gradino. Consentì purtuttavia a sgelarsi davanti a madamigella
-Chiarina: apparteneva a discreta famiglia Marmont, ed era figlio
-d'un capitano del reggimento d'Hainaut. Davanti ad una dama (come del
-resto accadeva a quasi tutti gli ufficiali di cui Napoleone Bonaparte
-si circondava) assumeva un atteggiamento Reggenza. Fece un inchino
-passabile ed aiutò la damigella ad uscir dalla lettiga.
-
-— Non abbiamo salotti per le dame, — disse mostrando la casa rustica,
-la quale serviva d'alloggio per lo Stato Maggiore — nemmeno la stanza
-del generale s'adatterebbe: c'è però quella di Murat.
-
-E ripetendo l'inchino precedette la comitiva nella stanza di Murat, che
-merita l'onore d'una breve sosta.
-
-L'uomo pomposo, che doveva diventare Re di Napoli, rivelava fin
-d'allora le sue attitudini al fasto, e le rivelava naturalmente come
-poteva. La stamberga al piano terreno ove abitava era uno strano
-amalgama delle cose più disparate. Due tamburi coperti da vecchie
-gualdrappe dai colori vivaci, l'una gialla, e verde l'altra, servivano
-da sedie. L'una delle pareti spariva sotto una bandiera nazionale
-spiegata e nuova di zecca: Murat se l'era fatta prestare probabilmente
-dal commissario. Sulla parete di fondo un labaro, chi sa a qual chiesa
-di Provenza rubato, mostrava le _Tre Marie_ che scendono dal mare
-sulla Crau; nel fondo un mostro tutto cresta sul dorso raffigurava
-la famosa _Tarasque_. Sulla terza parete un piviale con un sole
-fiammante nel centro, affetto da calvizie, ed accanto al piviale,
-conficcata con chiodi celati da coccarde nazionali una carta.... della
-Turchia, sormontata da un pezzo di carta pecora dipinto rozzamente
-e raffigurante un'orgia di fucili e cannoni con una divisa in fondo
-che portava la leggenda: _Souvien-toi d'Alexandre_. Probabilmente
-alludeva al Macedone. Una sciabola, nell'angolo a destra, dal fodero
-infiocchettato come una mula spagnola e il cappello d'ordinanza appeso
-in alto sopra Alessandro il Macedone e riccamente guarnito d'una
-penna color canarino piantata là dove i tirolesi portano la propria.
-L'impiantito di mattoni spariva sotto una tovaglia riccamente macchiata
-di vino a guisa di tappeto.
-
-Nell'entrare, madamigella Chiarina trattenne appena un grido di
-sorpresa, ma Gilda battè le mani.
-
-— Madonnina! — esclamò — par d'essere dall'indovina coi tarocchi!
-
-Non presero purtuttavia meno possesso della stanza così stranamente
-apparata e madamigella Chiarina sedette sopra un tamburo, Betto
-Grimaldi sull'altro e la Gilda restò in piedi accanto alla padrona. Il
-capitano Cavalli rimase appoggiato allo stipite della porta e cavò di
-tasca il vecchio Virgilio immergendosi nella lettura.
-
-— È un prete o un ufficiale il vostro compagno? — domandò l'aiutante
-Marmont a Filippo Balbi, additandogli il capitano che parea leggesse il
-breviario.
-
-— È un dotto come il fu signor di Voltaire — gli rispose l'interrogato.
-
-E trasse in disparte il francese.
-
-— Questo giovane alfiere — gli disse a bassa voce, si chiama Giano
-Lercari ed è di illustre famiglia genovese.....
-
-Marmont alzò gli occhi sul bastardo e salutò.
-
-— .... e chiede per sè quello che Berthier ha ottenuto per me.
-
-L'aiutante fe' cenno d'aver compreso.
-
-— Credete voi la cosa possibile?
-
-Strano: fra due ufficiali a tu per tu correva il _voi_ dell'_ancien
-régime_, che in pubblico il tu era regolamentare: gli era perchè
-Marmont ci teneva, come del resto una gran parte degli ufficiali
-di Bonaparte e di Massena e di Moreau (meno quelli di Hoche) a
-disinteressarsi della rivoluzione, della Repubblica e del Governo e del
-popolaccio di Parigi: facevano anzi a gara nel disprezzarlo.
-
-— Credo possibilissima la cosa, mio caro, purchè il vostro amico non
-domandi di appartenere allo Stato Maggiore.....
-
-Fin d'allora esisteva quella sorda ostilità dei preferiti del giovane
-generale contro i possibili competitori e la tendenza ad isolare
-il Bonaparte, tendenza di cui Napoleone si lamentò spesso e che
-lo spingeva qualche volta, più per malinconia da vincere che per
-popolarità da coltivare, a mischiarsi con i soldati, famigliarmente.
-
-— Ma — continuò Marmont — se chiederà di prestar servizio ad esempio
-col generale Serrurier o col generale Laharpe ci avrà tutto da
-guadagnare. Che grado ha il vostro amico?
-
-— Alfiere.
-
-— Chiedete dunque per lui a Berthier il grado di capitano presso
-Serrurier che è a Garessio. Capitano d'una Compagnia di ricognizione. È
-un bel posto e può rendere utili servizi.
-
-— Seguirò il vostro consiglio — annuì Filippo.
-
-— Volete che parli io stesso a Berthier?
-
-— Grazie, non vi scomodate: parlerò io.
-
-Giano Lercari credette suo dovere cercar qualche parola di
-ringraziamento, ma l'aiutante non gliene diede il tempo, chè gli porse
-la mano, diventato affabile.
-
-— Eccoci camerati! Buona fortuna!
-
-E poichè s'udì un rullo di tamburo si lanciò donde il suono veniva.
-Sul sentiero che conduceva al mare un'altra comitiva s'inoltrava.
-L'imponente cavallo di Murat parea superbo di portare una perfetta
-figurina di dama. Due gentiluomini seguivano e lo stesso aiutante
-di campo Murat precedeva tenendo al guinzaglio il cavallone. Un
-nugolo di scarmigliati sanculotti avvolgeva il gruppo. Il quale
-appena era apparso allo svolto del sentiero che metteva nel sagrato
-di San Bartolomeo quando il capitano Cavalli (leggeva sì, Virgilio,
-ma probabilmente leggeva con un solo occhio come la gatta di Masino
-dormiva) saltò su urlando e sguainando la spada:
-
-— Ah! L'impudente traditore!
-
-D'un balzo fu davanti alla comitiva che giungeva e portandosi di
-rimpetto a l'Embriaco lo percosse col piatto sulla spalla gridando:
-
-— Tu sei bandito dalla Serenissima e sei mio prigioniero!
-
-Il colpito non mosse ciglio, ma l'aiutante Murat, con gli occhi
-fiammeggianti di collera subitanea, frammettendosi, urlò a sua volta
-stentoreamente:
-
-— Chi è che parla di far dei prigionieri nel campo francese?
-
-— Questo è territorio della Serenissima — ribattè il Cavalli — ed ho
-diritto d'arrestare i banditi.
-
-— Arrestatemi intanto quest'insolente!
-
-E prima che il buon Capitano avesse potuto nemmeno mettersi sulla
-difensiva fu disarmato e ridotto alla impotenza da un nugolo di soldati
-sanculotti.
-
-— Protesto! — urlava il Cavalli.
-
-Ma ebbe uno sforzo disperato quando s'accorse che un soldato s'era
-impadronito del suo caro Virgilio. Si liberò con una forza erculea,
-rincorse il rapitore, gli tolse il suo tesoro e si fermò ansante e
-bollente davanti a Murat.
-
-
-
-
-XXVI.
-
-
-L'affare non ebbe seguito. S'intromise Betto Grimaldi, il quale riuscì
-a calmare l'esasperato capitano: fu restituita la spada confiscata e
-l'aiutante Murat si degnò d'offrire con le sue stesse mani una coppa di
-vino a colui che aveva fatto arrestare.
-
-Il subbuglio aveva richiamato sulla porta Gilda prima di tutti e poi
-anche la damigella Chiarina un po' spaventata. Ma lo spavento si mutò
-in lieta sorpresa quando la fanciulla si vide innanzi a pochi passi una
-figura di donna che le sorrideva come se l'invitasse.
-
-— Fiorina!
-
-— Chiarina!
-
-I due fiori si piegarono l'un verso l'altro, avrebbe detto l'abate
-Bernardino Viale, in Arcadia Amarillo Glucosio, nel casto amplesso
-delle corolle fresche. E senza occuparsi degli inchini di Ibleto
-e di Betto, i quali non trovarono di meglio che offrirsi a vicenda
-la tabacchiera, scrutandosi nel bianco dell'occhio, le due amiche
-ripresero possesso della stanza eteroclita dell'aiutante Murat, stanza
-che risvegliò alte meraviglie e adorabili smorfiette nella marchesa.
-
-— Chiara, mia dolce Chiara, da quanto tempo non ti vedo?
-
-— Tre anni almeno, mia Fiorina!
-
-Tre anni! Un secolo nella vita d'una giovane donna e d'una fanciulla!
-Amiche di collegio, il nobile collegio di Santa Brigida, inseparabili
-Chiara Grimaldi e Fiorina Adorno! Caratteri opposti: l'una dolce
-come l'evangelico agnello, tutta fuoco l'altra, indomita, come uno
-scoiattolo.
-
-— Rammenti?
-
-Fiorina arrossì ma rispose:
-
-— Rammento.
-
-Candidamente Chiarina ricordava la grande novella che Fiorina le avea
-dato ad un ritorno d'autunno. Grande novella davvero per la buona
-fanciulla onesta e contegnosa che non avrebbe ardito levare gli occhi
-in volto ad un uomo, fosse quest'uomo suo padre o l'archivista Orengo,
-Dio! la grande novella! Fiorina aveva permesso ad un giovane — oh! di
-gran casa naturalmente — di dirle che la trovava bella, che l'aveva
-colpito, che l'amava! Dio! Buon Gesù, che immediata confessione aveva
-suggerito Chiara all'audacissima Fiorina!
-
-— Rammenti?
-
-— Rammento.
-
-Il consiglio di Chiarina fu seguito e che scandalo ne seguì! La
-reproba Fiorina fu tenuta un mese almeno senza assoluzione, e senza
-poter quindi la domenica appressarsi alla mensa del Signore. Pianti,
-disperazioni, digiuni che sortirono strano effetto. Interrogata
-da Chiara, Fiorina ebbe a confessarle che, a malgrado la sospesa
-assoluzione e lo scandalo, provava uno struggente piacere ogni qual
-volta rammentava la dichiarazione d'amore del giovane di gran casa.
-
-Fiorina Adorno era uscita per la prima dal convento, per andare a
-nozze. E quando l'amica le aveva chiesto se il promesso sposo fosse
-colui della dichiarazione, era scoppiata in un pianto disperato. Non
-era, no, lo sconosciuto giovane di gran casa — sconosciuto da tutti
-anche da Chiara, chè l'amica s'era cucita la bocca — ma il marchese di
-Spigno già vecchio e mai veduto. La povera Fiorina veniva sacrificata
-alle convenienze della famiglia che si dibatteva nelle ristrettezze,
-come gran parte dei nobili Genovesi i quali avevano abbandonato le
-mercature e quindi speso senza incassar più. Le nozze con Ibleto erano
-una fortuna per la famiglia e la povera Fiorina aveva dovuto curvare il
-capo. Ma l'amore non era cessato.
-
-— Rammenti?
-
-— Rammento, cara. Ma, o tu, Chiarina? Parliamo di te.
-
-Chiarina arrossendo narrò il fidanzamento con Filippo Balbi.
-
-— L'ami?
-
-— È il mio fidanzato!
-
-Candore delle nostre nonne! Come non amare il fidanzato scelto dal
-padre! dal signor padre, anzi!
-
-Fiorina crollò il capo sogguardando attraverso l'uscio aperto Filippo
-Balbi in istretto colloquio con l'aiutante Marmont.
-
-— Com'è bello, non è vero, Fiorina?
-
-— Hum! — fece la marchesa di Spigno.
-
-Certo Filippo Balbi non poteva che esser dichiarato bello, ma pure
-quella fronte buia e quelle labbra sottili non convincevano Fiorina. La
-quale a suo malgrado lo comparava con Luca Lascaris.
-
-Il maschio volto, l'altero portamento, l'occhio sicuro e pieno di
-disinteresse non erano tali da subire un confronto, con le fattezze
-forse più regolari, ma chiuse del Balbi: l'uno era tutto vigoria,
-l'altro invece si facea notare per una certa aria di sufficenza, quale
-in allora si mostrava comunissima nella classe dirigente, sia delle
-corti che dei reggimenti così detti a volontà libera di popolo. Ma Luca
-Lascaris, aveva a suo vantaggio il lato romanzesco. Fiorina e Luca
-s'erano incontrati in un settembre ormai quasi lontano, un settembre
-di cinque anni prima, quando la Serenissima inquieta per la prima volta
-della grande Rivoluzione aveva chiamato _ad audiendum verbum_ i nobili
-delle provincie.
-
-Luca Lascaris, ospite in casa Adorno, s'era invaghito della fanciulla
-in tutto e per tutto differente dalle dame che avea conosciuto e che
-conducevano una vita da Reggenza.
-
-Casa Adorno, austera, imponeva ai figlioli un rispetto esagerato e
-se il fratello di Fiorina, Giacomo Adorno si permetteva di giocare
-al pallone e quindi anche di cospirar contro il Governo (pare che in
-allora l'una cosa non si separasse mai dall'altra), Fiorina mutava
-l'educandato con un'altra prigione, la casa paterna, ove si trovava
-sola in un giardino chiuso ed entro un'alta biblioteca.
-
-Non che il Senatore Tomaso Adorno, l'imponente padre, fosse un dotto,
-no, e nemmeno un lettore, ma la biblioteca esisteva in casa Adorno e
-quindi la si doveva accrescere con le opere nuove, in abbonamento o in
-sottoscrizione.
-
-Se ne occupava l'abate Borlasca, il vecchio precettore di casa, asino
-candido, che acquistava i libri ad offerta e non leggeva che quel
-tanto di breviario per cui aveva l'obbligo canonico. Nessuno quindi
-aveva impedito a Fiorina di leggere un'opera strana intitolata: _La
-nuova Eloisa o Lettere di due amanti_, e di divorarla. In quel tempo
-era capitato Luca Lascaris, immagine vivente secondo la fanciulla,
-di Saint-Preux, donde l'idillio presto, ahimè, troncato dalla volontà
-ferrea della contessa Isabella, madre di Luca, la quale aveva preparato
-per il figliolo un matrimonio ricco e di gran parentado. Ma il caso
-volle che Ibleto di Spigno, fratello di Isabella e zio di Luca, si
-portasse all'altare con Fiorina: il caso ha spesso di simili circoli
-brevi, ciò che spesso ha fatto osservare come sia piccino il mondo.
-Ecco di nuovo adunque Luca e Fiorina di fronte. Una breve sosta del
-Lascaris al castello di Spigno per interessi di famiglia, li aveva
-riavvicinati, nè il marchese, diplomatico sottile s'era minimamente
-insospettito. Anzi, pretestando un viaggetto qualunque, li aveva
-lasciati soli. Soli nell'ampio castello complice, nel complice
-amplissimo parco tutto seduzioni primaverili, in una solitudine,
-in quella solitudine ch'è già mezzo peccato, poichè poche tempre vi
-potrebbero resistere: e l'Aretino avrebbe ragione di chiamarle inumane
-in quei suoi _Ragionamenti d'Amore_ che sono oggi l'esempio del primo
-determinismo di cuore!
-
- _Quel giorno più non vi leggemmo avante!_
-
-E naturalmente! avrebbe esclamato il sincero Gian Giacomo.
-
-Tornato in cattivo punto lo Spigno, gli amanti incominciarono le loro
-imprudenze come tutti gli amanti che si rispettano. Ma il vecchio
-marchese divenne cieco, moralmente s'intende. Cieco fino al giorno in
-cui Luca alzò risolutamente la bandiera del Re di Piemonte col Nervia
-e l'Altariva. Soltanto allora parve che il marchese cominciasse a
-vederci chiaro, a fare il terzo incomodo, a trovarsi dove discretamente
-non avrebbe dovuto, ad abbandonare la biblioteca per il salotto della
-moglie, a seguirla nel parco e a segregarla di notte. La posizione
-diventò insostenibile, tanto che Luca cedendo ad un richiamo della
-madre tornò a Ventimiglia e Fiorina rimase libera, libera anche di
-Ibleto che lasciò parco e salotto per la biblioteca, e i conversari
-alla moda per ricevere ceffi di dubbia pulizia e per leggere lettere
-di ancor più dubbia letteratura. Una soltanto la ragione: Ibleto
-non sapeva come orientarsi fra quei quattro punti cardinali che si
-chiamavano Piemonte, Austria, Francia e Genova, donde la partenza
-per la frontiera per rendersi conto _de visu_ della situazione, e
-risolversi, dato che ne fosse il caso.
-
-Le cose erano a questo punto quando la fortuna, o sfortuna che fosse,
-volle riuniti in pochi metri quadrati quasi tutti i personaggi di
-questa istoria, nelle strettoie dell'improvvisato campo francese e
-nella attesa di quel famoso generale ballerino, salito per voler di
-Barras e per intrighi di donne ad una responsabilità che probabilmente
-— così almeno doveva essere nel disegno di chi l'aveva spinto —
-l'avrebbe schiacciato. La disposizione dei personaggi è adunque, per
-l'intelligibilità del lettore, così riassunta in quattro gruppi; Chiara
-e Fiorina quasi sull'uscio della stanza di Murat: Marmont, Filippo
-Balbi ed il bastardo Lercari dall'un lato: Betto Grimaldi e Ibleto di
-Spigno dall'altro. Come sfondo il gruppo dei soldati sanculotti, il
-giovane Tibullo, Murat ed il capitano Cavalli, col prezioso Virgilio
-sotto braccio e il fraterno bicchiere in mano.
-
-E qui è necessario che i lettori ascoltino contemporaneamente il
-dialogare utile od inutile dei quattro gruppi.
-
-
-
-
-XXVII.
-
-
-Soglia della stanza di Murat:
-
-_Fiorina_. — È quello dunque il tuo fidanzato?
-
-_Chiara_. — Com'è bello! Non è vero, Fiorina?
-
-_Fiorina_. — Non potrei dire il contrario. E tu l'ami?
-
-_Chiara_. — Oh! Ne dubiti forse? Come lo puoi?
-
-_Fiorina_. — Ma non ne dubito, carissima: ti domando se l'ami?
-
-_Chiara_. — Perchè me lo domandi allora?
-
-_Fiorina_. — Perchè mi sembra una cosa tanto rara di poter amare il
-proprio fidanzato, e poi di potersi unire per sempre all'uomo che si
-ama! Sei felice, tu, dunque, Chiarina?
-
-_Chiara_. — Tanto! E tu non lo sei felice, Fiorina, col tuo sposo?
-
-— _Fiorina_. — L'hai ben guardato?
-
-L'umile dolce sguardo della damigella Chiarina si posò sul gruppo
-formato da Ibleto e da Betto.
-
- *
- * *
-
-Leggero declivio verso il torrente: Betto Grimaldi e Ibleto di Spigno.
-
-_Betto_. — Non avrei pensato di trovarvi qui, marchese.
-
-_Ibleto_. — Il che prova la potenza della vostra polizia, Grimaldi.
-
-_Betto_. — Forse, ma prova che ci possiamo incontrare nelle idee
-investigatrici, Spigno.
-
-_Ibleto_. — Avreste forse l'orgoglio di equipararci agli auguri di
-Catone, Grimaldi?
-
-_Betto_. — Me ne guardi il cielo, Spigno! Vorrei soltanto conoscere le
-ragioni che vi trassero qui.
-
-_Ibleto_. — Le vostre probabilmente.
-
-_Betto_. — Non ho ragioni, Ibleto: non ho che dei doveri.
-
-_Ibleto_. — Ve ne lodo, tanto più che io stesso obbedisco a delle
-ragioni che possono dirsi doveri.
-
-_Betto_. — Ve ne do lode a mia volta....
-
-Uno scroscio di risa li fece volgere al lato opposto ove il gruppo dei
-soldati e del Cavalli s'intratteneva giocondamente per un'interruzione
-di Tibullo, e per la seguente ragione:
-
-_Il capitano Cavalli_. — È certo, aiutante Murat, che la vostra vita è
-più lieta della mia.
-
-_Aiutante Murat_. — Non potrei, mio caro capitano, adattarmi alla vita
-di guarnigione.
-
-_Il capitano Cavalli_. — La sorte del soldato è tutta nell'obbedienza
-passiva, aiutante Murat.
-
-_Aiutante Murat_. — Nell'obbedienza passiva, come ben dite, mio
-capitano, quando ci sia un generale.
-
-_Il capitano Cavalli_. — (a mezza voce) _Imperator_.
-
-_Aiutante Murat_ — (sobbalzando). Mi permetto di farvi osservare, mio
-capitano, che, dopo la rivoluzione sono cessati fra noi i Re e gli
-Imperatori.
-
-_Il capitano Cavalli_. — Vi prego di scusarmi, aiutante Murat. Ho
-chiamato _Imperator_ il vostro generale alla maniera dei romani: duce
-supremo, palladio, insegna della Patria.
-
-Aiutante Murat — (sfolgorando). Ci sto, mio capitano. Voi non potevate
-definir meglio il pic... il generale Bonaparte. Imperator! È lui,
-sputato. E con lui che bella vita piena d'avventure! Altro che la
-vostra di guarnigione!
-
-_Il capitano Cavalli_. — (soprapensieri pronuncia come se succhiasse e
-centellinasse qualche cosa di sciropposo); Deus nobis...
-
-_Tibullo_. — (interrompendo e continuando)...... _haec otia fecit_.
-
-Stupore del capitano Cavalli che ha trovato un collega là dove non
-credeva esistesse che crassa ignoranza e risata di Murat per lo stupore
-del capitano ed eco dei soldati. Ma un solo gruppo non se ne accorse,
-quello formato da Marmont, da Filippo Balbi e dal bastardo Lercari.
-
-_Marmont_. — Credo che la vostra decisione, signor Lercari, sia quella
-che vi convenga di più, ed io dunque l'approvo. E dò lode al capitano
-Balbi che vi ha suggerito la buona via da seguire. Credo che il
-generale vi chiederà al vostro comandante ma non credo sia opportuno
-che il capitano Balbi ed io stesso ci facciamo vostri presentatori.
-
-_Giano_. — E chi allora?
-
-_Marmont_. — Voi stesso, mio caro. Che ne dite, capitano Balbi?
-
-_Balbi_. — Credo che abbiate ragione.
-
-_Marmont_. — Il nostro generale è sopratutto un soldato. Intende che
-non esista barriera fra il suo grado e l'ultimo dei fantaccini. Quando
-passa tra le file prende per il mento e per l'orecchio il soldato che
-lo fissa più risoluto. Non c'è generale della Repubblica, meno forse
-Hoche, che unisca tanto bene la disciplina con la cordialità, anzi con
-la famigliarità. Ognuno, anche il più umile, ha il diritto di fermarlo,
-di interrogarlo e di chiedergli a tu a tu quello che desidera. Accorda
-o nega: e allora guai a insistere. Ma teme le vie tortuose, odia
-gl'intrighi e la diplomazia. Dicono che fosse amico di Robespierre
-il giovane, ma io credo che ammirasse il dispotismo di Massimiliano
-perchè ama le posizioni nette: comandare o obbedire. Ed anche perchè
-crede che ogni Stato si debba reggere come ogni esercito, sotto il
-dispotismo di uno solo. Dice sempre che è più utile un mediocre, ma
-unico, al Governo, che dieci saggi, con dieci pareri diversi, quindi.
-Crede alla forza ed alla velocità, anche se la forza possa degenerare
-in prepotenza e la velocità in turbine. Ha in sè l'anima di un Brenno
-con in più tutta l'esperienza dei secoli sopraggiunti. Travolge: da
-Parigi a Nizza ci ha stupìti e ci ha spaventati. A Nizza attendevano
-un bellimbusto, come spesso Barras ama distribuire — per disprezzo
-scettico di ciò che non sia se stesso — nelle ambascierie, nei comandi
-e in tutte le rischiose avventure che tenta da quel rotto giocatore
-che è; attendevano un _blanc-bec_ da mangiarsi in un boccone e si
-sono trovati dinanzi un giovane, sì, anzi un ragazzo, che se regge
-l'anima coi denti e tosse e sputa sangue forse, ha tanto fuoco negli
-occhi e tanta febbre nei polsi da domare ben altro che un esercito di
-scavezzacolli, ma facili all'entusiasmo, come i nostri soldati.
-
-_Balbi_. — Parlate bene, aiutante Marmont.
-
-_Marmont_. — Vi prego, anzi, di scusarmi, se ho fuorviato, ma col capo
-di Stato Maggiore Berthier, con Murat e Junot, io posso intuire del
-nostro generale quello che più si avvicina alla verità. E per questo vi
-ripeto, signor de' Lercari: se volete che il generale Bonaparte vi noti
-e vi esaudisca, domandategli voi stesso quello che desiderate.
-
-_Lercari_. — Seguirò il vostro consiglio, aiutante Marmont.
-
- *
- * *
-
-_Chiara_. — Mi sembri poco propensa al mio fidanzato, Fiorina. Perchè?
-
-_Fiorina_. — Non vorrei darti un dispiacere od anche un dolore
-confessandoti che non mi piace, Chiara.
-
-_Chiara_. — (con i dolci occhi pieni all'improvviso di lagrime). Perchè?
-
-_Fiorina_. — Ho paura che non ami persona più di se stesso, mia
-adorata. Mala raccomandazione per un futuro compagno della vita, di
-tutta quanta la vita, Chiarina. Più di te, più del tuo pensiero e
-dell'amor tuo, nell'occhio suo freddo e fra le sue labbra sottili
-dubito che predomini la sfrenata ambizione.
-
-_Chiara_. — Tutti gli uomini — ce l'hanno insegnato nella storia —
-vivono per qualche cosa d'altro che non sia l'amore!
-
-_Fiorina_. — È naturale: per qualche cosa di nobile..... (e stava per
-aggiungere: non per qualche cosa di basso come è l'ambizione, ma si
-frenò e disse invece)..... ma che importa se tu lo ami! L'importante è
-amare: l'essere amati è secondario! E tu l'ami, non è vero, Chiarina?
-
-_Chiarina_. — Se l'amo? L'amo per tutti e due! (e si fece di scarlatto).
-
- *
- * *
-
-Betto. — Credete voi a questo generale di Barras, marchese?
-
-_Ibleto_. — Credo a quello che vedo, anzi a quello che vedrò, Grimaldi.
-
- *
- * *
-
-_Il capitano Cavalli_. — Voi dunque conoscete Virgilio, amico?
-
-_Tibullo_. — Ci posso marciar sopra, cittadino capitano: sono
-baccelliere. E tu?
-
-_L'aiutante Murat_ (pensando, una delle poche volte in cui ha pensato).
-Che cosa si sarebbe detto qualche anno fa nelle _Guardie Francesi_
-udendo un capitano interpellar col _voi_ un caporale, e il caporale
-rispondere col _tu_ al capitano?
-
- *
- * *
-
-Un rullare scrosciante di tamburi. Ed una voce stentorea.
-
-— Il Generale!
-
-
-
-
-XXVIII.
-
-
-Lo spiazzo, a monte, nel viluppo degli alberi selvaggi, si coronava
-d'un ciglione a picco, scenario invidiabile per l'apparizione di
-Colui che tutta quella gente, con desideri e sentimenti diversi,
-confessabili o no, attendeva. E l'Atteso apparve, lassù, dominando la
-scena sottostante. Apparve un omino che neppure l'uniforme prestante
-da generale della repubblica riusciva ad aiutare, un omino che parea
-fasciato nella sciarpa tricolore, sproporzionata, come il nano della
-favola dal collare del mastino. Tre cose in quell'omino colpivano
-a prima vista: gli stivaloni alti, la sciarpa altissima e la selva
-scarmigliata dei capegli incolti, spioventi sulle spalle a zazzera
-e lungo le guancie, ineguali, sottili e pur ruvidi, stiliformi come
-capegli di zingari, lisciati dal sudore più che dall'unguento, ignari
-di barbitonsore come il vello d'un capro del Tibet o d'un muflone
-sardo.
-
-Poi si scorgeva un naso affilato, grifagno, pesantemente accentuato,
-dominatore di tutto il viso scarno, emaciato, dalle guancie affossate
-d'un color livido, rossi gli zigomi sporgenti, esangui le labbra sempre
-chiuse, come in uno sforzo a nascondere i denti. Splendevano gli occhi
-però, incavati sotto la fronte invasa dai capegli incolti, occhi di
-fascino brucianti, isolatori, imperiosi, pregni d'una volontà feroce,
-implacabile, sovrumana.
-
-Il generale Bonaparte si fermò un attimo sul ciglione. Senza muovere il
-capo avvolse d'uno sguardo circolare li astanti uniti e rispettosamente
-inchinati, ad eccezione degli ufficiali e dei soldati rigidi e
-impettiti: poi discese rapido, quasi di corsa, ed entrò in una casetta
-dietro a quella di Murat, scandendo poche parole che oscillarono dietro
-di lui come se fossero trapunte sur un gonfalone.
-
-— Berthier e l'aiutante di servizio!
-
-Marmont, lasciando il Balbi ed il Lercari si precipitò dietro il
-generale, mentre Murat accorreva ad avvertire Berthier che lavorava
-insensibile e invisibile al piano superiore della casetta, il cui
-terreno era stato trasformato in tenda addobbata in quella eteroclita
-maniera che sappiamo.
-
-Soltanto allora gli ufficiali ed i soldati, discesi dal ciglione col
-Bonaparte, si mischiarono con coloro che già riempivano lo spiazzo,
-e un giovanotto robusto e paffuto, nell'assisa di aiutante, venne
-curiosamente ad esaminare le due dame che si mostravano sulla porta
-della stanza di Murat. Passò una prima volta dignitosamente, con l'aria
-un po' spavalda che assumono spesso i timidi davanti alle donne, e si
-dimenticò di salutare: allora, pentito e confuso ripassò di nuovo e
-fece un saluto in piena regola, ciò che provocò le risa di Fiorina, e
-quindi raddoppiò l'imbarazzo del giovanotto.
-
-Capitò in buon punto Filippo Balbi, rimasto vedovo di Marmont, e
-prendendo il giovane ufficiale per un braccio lo portò davanti alla
-fidanzata.
-
-— Chiarina, permettetemi di presentarvi l'aiutante Junot.
-
-Saluto di grande parata ed inchino profondo da parte della damigella.
-
-— Ed ora, Chiarina, vi prego, presentateci entrambi alla signora
-marchesa di Spigno.
-
-In quel punto l'aiutante Marmont uscì sulla porta della casetta ov'era
-sparito il generale Bonaparte e chiamò ad alta voce:
-
-— Signor conte Emanuele Embriaco?
-
-— To', a proposito, dove s'era nascosto l'Embriaco? — pensò ad alta
-voce Fiorina.
-
-Un'eguale domanda si dovevano aver fatta così Betto Grimaldi che Ibleto
-di Spigno, poichè si avvicinarono alle dame e così pure il capitano
-Cavalli che a sua volta ad alta voce pensò:
-
-— Già: dove s'è rintanato il....
-
-— .... bandito. Completate pure il vostro pensiero, capitano: sono
-bandito, fuggiasco, fuoruscito come lo fu il vostro Enea. Ma forse non
-lo sapete: le pagine del secondo canto mancano probabilmente al vostro
-Virgilio.
-
-E l'Embriaco, apparendo all'improvviso, passò davanti al gruppo, salutò
-da provetto cortigiano le dame, fe' un cenno d'intesa allo Spigno,
-sorrise beffardamente al Grimaldi, e, seguendo Marmont, entrò nella
-casetta del Comando Generale.
-
-— Bestemmiatore! — gli mormorò dietro il Cavalli indignato.
-
-— Consolatevi, capitano, — gli disse Fiorina la quale da gran dama
-poteva permettersi di rivolgere la parola a persona che ancora non le
-fosse presentata, consolatevi: se il conte Embriaco vi ha toccato sul
-vivo, che dovremmo dir noi, signore e padrone di vassalli, di quel
-generale sanculotto, che ci è passato davanti senza nemmeno degnarsi di
-farci un breve cenno di saluto?
-
-Junot e Murat fecero un salto di traverso all'udir così maltrattare il
-generale in capo, ma Fiorina allegramente non se ne diede per intesa e
-proseguì:
-
-— Dicono che ce lo mandi Barras, il quale secondo le buone lingue ha
-installata una nuova era di reggenza. Ma il suo generale non gli fa
-onore: è spettinato come uno spazzacamino, e magro come uno studente
-di Salamanca. È inutile che mi facciate gli occhiacci, aiutante Junot:
-dite come me e vi permetto di baciarmi la mano.
-
-Gliela tese e poichè il giovine ufficiale la baciò si sarebbe potuto
-affermare che dividesse le teorie della marchesa. Ma il giovane
-aiutante, prima d'arruolarsi, era stato studente: non era dunque il
-volgaretto sanculotto salito dalla giberna come uno spauracchio per
-fanciulli, buono soltanto a menar le mani e non la lingua.
-
-— Bacio volentieri la mano alla marchesa — disse — ma darei la vita per
-il mio generale....
-
-— E per me, aiutante, non la dareste? — l'interpellò Fiorina col più
-civettuolo de' suoi sorrisi.
-
-— Per voi, marchesa, la conserverei per servirvi come ad un uomo si
-conviene e s'addice.
-
-— Ben risposto, sangue di Giove! — esclamò Murat.
-
-Gli astanti sorrisero, Ibleto un po' a denti stretti, il Balbi con
-deferenza: Fiorina ricevette la botta da leale giostratrice, sorrise a
-piene labbra e seguì il filo del discorso.
-
-— Lo amate dunque tanto il vostro generale?
-
-— Sì, marchesa, lo amiamo e, quel che più importa, gli crediamo,
-ciecamente. Prima di muoverci da Nizza ci ha promesso la vittoria e la
-conquista dell'Italia....
-
-— .... le belle donne e le buone bottiglie — mormorò Murat leccandosi
-le labbra.
-
-— .... e la gloria — completò Junot — ed è come, scusate la popolaresca
-espressione, se l'avessimo in tasca.
-
-Intervenne Betto Grimaldi.
-
-— Ci sono settantamila Austro-Piemontesi a difendere la strada di
-Genova, signor aiutante, e dei generali provati e provetti come il
-vecchio Beaulieu, per non parlare del generale Colli che anche lui ha
-il suo merito. Credo che troverete del filo da torcere.
-
-— E lo torceremo, cittadino! — proruppe Murat.
-
-— Le sorti delle battaglie non dipendono dal numero degli uomini che le
-combattono, — sentenziò Ibleto di Spigno. — Si legge in Plutarco che un
-milione di Persi furono vinti dai pochi. Ma del resto voi tutti sapete
-di Serse e sapete di Salamina....
-
-— Mio Dio, ecco Ibleto che ha inforcato il cavallo con le ali — esclamò
-Fiorina — parliamo d'altro, signori! Vi pare un argomento degno di
-intavolar con le dame la guerra?
-
-— La guerra è bella — sussurrò il capitano Cavalli — e rende nobili gli
-uomini.....
-
-— .... se non li rende feroci!
-
-— Piuttosto — intervenne furtivamente Giano Lercari — che cosa è
-l'amore se non una guerra?
-
-— Oh! — esclamò Chiara battendo le palme per protesta.
-
-— Il cittadino ha ragione — approvò Murat — ci sto per l'eguaglianza
-della guerra e dell'amore. Quando amo credo sempre di entrare in un
-quadrato a cavallo con la spada in mano!
-
-— Esagerate, aiutante, esagerate — ribattè Fiorina, che si divertiva a
-tener testa a tutti quegli uomini. — Spada in mano, quadrato, cavallo!
-Esagerate, aiutante.
-
-— Murat usa il linguaggio figurato — disse Junot.
-
-— E non ha torto — aggiunse Ibleto — potrei citarvi dei testi delle
-scritture che lo suffragano.
-
-Il capitano Cavalli si fece nuovamente in mezzo.
-
-— La guerra e l'amore! Ecco l'argomento di tutti i poemi, da quelli
-d'Omero e di Virgilio, a quelli...
-
-— Del signor di Voltaire — completò Ibleto.
-
-La valletta dal dolce clima cominciava ad oscurarsi: i soldati
-all'intorno accendevano i fuochi: qualche rullo di tamburo vicino e
-lontano accennava il mutar della guardia. Sul puro cielo colline e
-profili di monti parevano appena posati delicatamente da mani femminili
-che ricamassero.
-
-Una campana rintoccò ed ogni altro rumore, anche quelli del servizio,
-parvero per un istante assopirsi, finchè il rintocco risuonò grave e
-melanconico nell'aria immota.
-
-— Quali intenzioni ha il mio signore e padrone, — chiese Fiorina — come
-e dove si pernotterà?
-
-Betto Grimaldi s'inchinò:
-
-— La città è vicina e la mia casa s'onorerà d'ospitarvi.
-
-— È più vicino il castello dei Lascaris.
-
-— Non credo che il conte vi si trovi.
-
-— Vi sarà certamente Isabella — osservò Ibleto.
-
-Murat e Junot si guardavano stupiti come se davanti a loro si parlasse
-una lingua sconosciuta. Il secondo finalmente si decise ad aprir bocca.
-
-— Scusate, signora marchesa, ma voi parlate di tornare in città od al
-castello del conte Lascaris. La camera del mio collega Murat e la mia
-non bastano a madamigella Grimaldi ed a voi?
-
-— E se vi rispondessi che non bastano?
-
-— Proverei l'immenso dolore di dichiararvi che nessuno può uscire
-dall'accampamento senza l'ordine del generale.
-
-— Cioè: siamo prigionieri.
-
-— Siamo noi vostri prigionieri, marchesa!
-
-Un silenzio imbarazzante interrotto dall'aiutante Marmont.
-
-— Il generale aspetta il signor marchese Ibleto di Spigno.
-
-L'interpellato si mosse, ma l'aiutante con un cenno lo pregò di
-attendere.
-
-— Ordine del generale: Junot e Murat cedete le vostre stanze alla
-marchesa e alla damigella Grimaldi. Le signore sono pregate di
-ritirarsi. Il Capo di Stato Maggiore Berthier attende il signor
-comandante Grimaldi, il signor Capitano Cavalli ed il signor Alfiere
-Lercari.
-
-— Ma questi sono ordini, mi pare? — esclamò Fiorina impennandosi.
-
-Freddamente rispose Marmont, inchinandosi appena:
-
-— Ordini, signora marchesa, del generale in capo.
-
-
-
-
-XXIX.
-
-
-La prima cosa che colpì Ibleto di Spigno nell'entrare entro la
-stanza in cui Marmont lo aveva preceduto, fu la nudità delle pareti
-e la crudezza del battuto. Non vide che un basso letticciuolo, d'un
-dubbio candore, ed una rozza, ampia tavola, formata d'assi posate su
-cavalletti. Sopra la tavola una carta geografica ed un pezzetto di
-carbone: la carta qua e là conservava traccie evidenti di nero fumo,
-a tal punto che un osservatore anche non superficiale ben poco ci si
-sarebbe potuto raccapezzare.
-
-Nell'alzare gli occhi dalle suppellettili alle persone vide Ibleto il
-generale Bonaparte, il cui viso nella semi oscurità rotta appena da una
-lucernetta appesa al soffitto parea più infossato e gli occhi più vivi
-e brucianti: vide poi anche, ma soltanto perchè il Bonaparte gli si
-rivolse, l'Embriaco.
-
-— Andate, dunque, conte: siamo intesi.
-
-— Perfettamente: ai vostri ordini, generale.
-
-Anche l'aria spavalda e ambigua dell'avventuriero aveva ceduto:
-appariva quasi umile, strisciante, desideroso d'eclissarsi, come se
-la presenza del giovine condottiero gli pesasse o lo incomodasse o lo
-intimidisse.
-
-Rimasto solo con lo Spigno — chè anche Marmont ad un cenno era uscito —
-il Bonaparte senz'altri preamboli domandò:
-
-— Quanti sono?
-
-Il marchese s'irrigidì quasi avesse provato l'effetto d'una guanciata.
-
-— Quanti sono? Che intendete dire, generale?
-
-Gli occhi brucianti fissarono il visetto vizzo del vecchietto.
-
-— Intendo dire: quanti sono gli Austro-Piemontesi?
-
-— Mi prendete per una spia, generale? Sono il marchese Ibleto di Spigno.
-
-— Lo so.
-
-— E allora?
-
-— E allora vi chiedo: quanti sono? Mi pare che soltanto per questo vi
-siate mosso, dietro ordine di Barras.....
-
-— Dietro invito, vi prego.
-
-— Non mi piace d'essere interrotto: ricordatelo una volta per sempre.
-Barras mi ha fissato qui il convegno con voi: qui devo sapere a che
-cosa vado incontro.
-
-— Non lo sapete?
-
-— Nè m'importa saperlo. La mia missione è d'andare, ma la mia volontà è
-anche d'infrangere ogni ostacolo. Ricordatelo.
-
-Un istante di silenzio. Poi:
-
-— Sono circa settantamila.
-
-— Molti.
-
-— Forse anche di più.
-
-— Troppi. Ma non importa. Dove sono?
-
-— Sbarrano tutti i valichi dalle langhe al mare.
-
-— Muniti?
-
-— Eccellentemente.
-
-— La via è libera fino....?
-
-— Quasi al Finale.
-
-Il giovane generale si piegò sulla carta e rimase immobile. Il silenzio
-gravò a lungo. Senza alzare il capo, ad un dato momento chiese:
-
-— Qui c'è uno sbarramento? Un forte?
-
-— Dove?
-
-— Qui, sopra Savona. A sinistra del colle d'Altare.
-
-Ibleto di Spigno si curvò sulla carta.
-
-— Forse: è da codeste parti il castello di Cosseria.
-
-— Ben munito?
-
-— Lo credo anzi sguernito.
-
-— Può sostenere un assedio di due giorni?
-
-— Può. Domina le langhe da ogni parte.
-
-— Penseranno ad occuparlo?
-
-— Beaulieu è volpe vecchia. Colli....
-
-— .... è un asino. Ha l'esperienza d'Arena e di Saorgio e mi lascia via
-libera.
-
-Ibleto parve riflettere.
-
-— Via libera? Chissà. Forse qui c'è chi vi può trattenere.
-
-— So. I tre nobili, guerriglia da _chouans_. Infatti mi possono far
-perdere un giorno: ma non di più.
-
-— Chissà!
-
-— Io lo so: e mi basta. D'altra parte Colli non lo sa e mi basta anche
-questo. Guerriglie da chouans, dilettantismo guerresco! La guerra non è
-un ideale, è una necessità. Offendere o difendere degli interessi, non
-delle idee. Neanche le crociate lo hanno fatto.
-
-Ibleto di Spigno alzò il volto su cui errava un leggiero sogghigno e si
-lisciò la barbetta caprigna.
-
-— Credevo che gli eserciti della Repubblica avessero la missione di
-svelare ai popoli la libertà, la eguaglianza e la fraternità.
-
-Il viso del Bonaparte si rischiarò.
-
-— Precisamente: come Roma largiva ovunque la propria cittadinanza.
-
-— Roma.....
-
-— Roma fu la forza ed ogni forza è Roma.
-
-Troncò d'un gesto rapido la discussione. Rispose.
-
-— I vostri tre nobili mi ostacoleranno?
-
-— Forse. Ove il conte Embriaco non li dissuada.
-
-Il generale Bonaparte si tirò il lobo inferiore dell'orecchio sinistro.
-
-— Vedete molte cose, voi!
-
-— Sono vecchio, ho molto osservato, ho riflettuto molto, ed ho cercato
-non di indovinare gli effetti, ma di cercare le cause. L'avvenire è
-tutto qui.
-
-Un silenzio.
-
-— Continuate.
-
-— Voi, generale, siete un forte. I pochi che vi conoscono lo sanno
-e chi vi ha dato in mano i mezzi di rivelarvi non vi conosce. Non vi
-avrebbe favorito. È così che spesso il destino procede: chi crede di
-far precipitare offre invece il declivio per la salita rapida.
-
-— Continuate.
-
-— Continuerei volentieri se vi vedessi una qualche utilità.....
-
-— Per voi...?
-
-— Per me? No. Che posso temere? Io non ho da conquistare: non ho che da
-conservare e per conservare debbo orientarmi verso il più forte. Ora
-intuisco chi è il più forte e del resto l'avevo già prima sospettato.
-Purtuttavia posso anche ammettere di vedere una qualche utilità per
-me: sì, posso essere utile e quindi chiedere che utili mi si sia:
-posso essere utile perchè ho l'esperienza, perchè conosco gli uomini
-per quel tanto che è dato conoscerli e perchè li guardo con serenità
-sopra le passioni umane, sopra gli odii e gli amori, al di là della
-fortuna, lontano dagl'immediati interessi: posso essere utile e aver
-dell'utilità, cioè soddisfare il mio spirito osservatore e giocare con
-le anime come voi, generale, giocate coi corpi.
-
-Il Bonaparte stava curvo sulla tavola, come se studiasse i segni del
-carboncino senza preoccuparsi di quanto diceva l'uomo vizzo e magro che
-parlava lisciandosi la barbetta caprina. Pure quando l'ometto si tacque
-alzò il viso e domandò:
-
-— E verreste voi con me?
-
-— Sì, verrei con voi. Vi credo: credo in voi. E debbo essere il primo a
-dirvelo.
-
-— Il primo?
-
-— Credo di sì. Non conto coloro che vi amano, chè, non hanno merito
-a credervi. Conto solamente coloro che con lucido spirito vi hanno
-osservato. Non credo che siano molti, e voi non sareste al posto che
-occupate.
-
-— Può darsi che abbiate ragione.
-
-— L'ho. Non ne dubitate nemmeno voi.
-
-Il generale repubblicano piegò di nuovo il capo sulla carta mormorando:
-
-— Riparleremo di tutto questo.
-
-— A piacer vostro.
-
-Un cenno che poteva passare per un commiato. Ibleto di Spigno salutò e
-si diresse alla porta. Fu richiamato.
-
-— Marchese!
-
-— Generale!
-
-— Vi prego di avvertire la marchesa che le presenterò fra poco i miei
-omaggi.
-
-— La marchesa ne sarà onorata e ve ne ringrazia a mezzo mio. Dubito
-però che possa ricevervi come desidererebbe e come meritate.
-
-— Ho disposto perchè Junot le cedesse la propria stanza.
-
-— Ve ne ringrazio.
-
-Un nuovo cenno del capo, breve, come un comando. Ibleto uscì ed il
-Bonaparte ripiegò il viso sulla carta.
-
-Passò forse un'ora: il giovane dai capegli incolti, fasciato nella
-sciarpa tricolore e insaccato negli alti stivali rimase immobile.
-Pareva addormentato.
-
-La lucernetta appesa al soffitto spandeva un lume fioco: il silenzio
-era profondo. Attraverso le imposte sconnesse lo sguardo avrebbe
-potuto affondarsi nel cielo buio, così buio che puranco le stelle
-vi scomparivano. A tratti un passo cadenzato di sentinella frangeva
-il silenzio: con probabilità camminava sull'erba, rotta per un breve
-spazio da un po' di lastricato, forse la pietra d'un pozzo.
-
-Tutto dormiva, forse, all'intorno, meno il giovane febbricitante che
-inseguiva il destino! Parea d'un pezzo solo con la tavola e la carta.
-
-Quando anche la lucernetta diede gli ultimi guizzi, e si spense, il
-giovane condottiero non si mosse, quasi che le linee tracciate sulla
-carta gli permanessero nella retina e le vedesse anche al buio. Restò
-così a lungo a lungo, poi con un gesto secco e risoluto s'alzò e si
-avvicinò alla finestra. Tuffò la testa bruciante nel fresco della
-notte, ne provò un refrigerio, macchinalmente s'aggiustò la sciarpa e
-si ravviò con la destra i capegli. Poi si avviò verso la porta, l'aprì,
-se la richiuse dietro.
-
-
-
-
-XXX.
-
-
-La marchesa Fiorina di Spigno stava acconciandosi per la toilette
-notturna aiutata da Gilda, la quale dopo aver messo a letto — se si
-poteva chiamare letto l'esiguo numero di tappeti e di coperte possedute
-da Murat — la padrona come aveva potuto meglio, era passata dalla
-marchesa a ripetere le sue funzioni.
-
-Chiarina dormiva di già sotto la protezione delle _Tre Marie_, ciò che
-l'aveva più consolata del letto reso abbastanza soffice dai cuscini
-della lettiga. La Spigno invece aveva penato alquanto per ridurre la
-cuccia di Junot all'alta carica di letto marchionale, ed ora dimessi
-gli abiti maschili s'era avvolta in un accappatoio formato alla bell'e
-meglio dal damasco che copriva la lettiga dei Grimaldi, e seduta sur un
-cassone abbandonava la bella chioma fluente, così lunga che l'avrebbe
-potuta ricoprir come una santa Agnese, nelle mani di Gilda, la quale
-felice di maneggiarla non si sbrigava davvero, protestando che prima
-di ravvolgerla entro un fazzoletto di seta adattato a cuffia, le era
-necessario districarla pazientemente. Ed intanto chiacchierava, da
-stordita qual'era.
-
-— Sono tutti allegri questi soldati! Sembra che vadano a festa più
-che alla guerra. E il signor Tibullo è il più allegro di tutti, ma si
-prende troppe libertà con le ragazze onorate....
-
-— L'avrai però messo a posto, imagino, Gilda!
-
-— Ho tentato, signora marchesa: ma non è facile, chè questi soldati
-forse abituati con le vivandiere sono latini di mano più che di
-lingua....
-
-— Ha voluto abbracciarti eh! Tibullo?
-
-— Il signor Tibullo s'è preso un bello e buono rovescio di mano sul
-viso.....
-
-— Gli avrai fatto poco male: hai le mani soffici.
-
-— Non tanto, chè ci ho le nocche anch'io, e lo sa oltre il signor
-Tibullo anche il signor aiutante Murat....
-
-— Come? Anche l'aiutante? Ma tu fai strage più del cannone, Gilda!
-
-La vispa cameriera un po' confusa apriva tuttavia la bocca per
-replicare, quando la porta si spalancò e Marmont annunciò vibrato e
-imperioso:
-
-— Il Generale!
-
-Entrò il Bonaparte a passi brevi e rapidi e licenziò d'un cenno Gilda,
-la quale spaventata s'ecclissò davanti a Marmont che richiuse la porta
-uscendo.
-
-— Signore — esclamò la marchesa alzandosi e raccogliendosi intorno
-alla persona la coperta di damasco — in quale società di villani avete
-imparato a trattar con le donne? Vi prevengo che nelle mie stanze non
-entra che chi piace a me, dopo che me ne ha chiesto permesso!
-
-La coperta di damasco era più lunga che larga, di modo che una spalla
-e le gambe dal ginocchio in giù ne sfuggivano: una spalla non piena
-ma dal puro contorno, e due gambe affusolate, che la calza carnicina
-svelava scrupolosamente. I capegli fluenti, lunghi, serici e gli
-occhi sfolgoranti di dispetto davano alla piccola marchesa, che nel
-parlare s'era alzata sulla punta dei piedini, l'apparenza dell'angelo
-armato di fuoco posto a guardia del Paradiso Terrestre. Ma il giovane
-generale non ebbe un solo sguardo nè per la spalla nuda, nè per le
-gambe perfette, nè per la vibrante capigliatura: sedette sopra un alto
-cassone e come se domandasse la cosa più semplice di questo mondo, le
-chiese:
-
-— Dov'è il vostro amante?
-
-Accade spesso che gettando fuoco su fuoco, invece di ravvivarsi
-maggiormente, sembri spegnersi lì per lì: così la marchesa rimase
-interdetta sotto il nuovo insulto.
-
-Mormorò:
-
-— Il mio amante?
-
-— Sì, il conte Lascaris.
-
-Tutto poteva aspettarsi la marchesa dal nuovo ignoto che le stava
-dinanzi come un giudice ed un padrone, tutto, meno che le svelasse
-i suoi stessi segreti, quelli che credeva difesi da tutti, lontani
-da ogni sospetto. Mormorò ancora fissando il giovane generale quasi
-spaurita:
-
-— Il mio amante?
-
-— Il vostro amante. So che insieme al duca di Nervia ed al signor
-d'Altariva sta facendo una guerriglia da _chouans_ e che s'illude
-d'opporsi al mio passaggio. È per questo che vi chiedo se sapete dov'è
-in questo momento e se vi incarichereste di dirgli da parte mia che è
-pazzo.
-
-Fiorina a poco a poco riprendeva l'imperio di se stessa. Quel vedersi
-trattata come un oggetto qualunque, senza l'etichetta alla quale era
-abituata e la distanza che scavava un abisso fra la gente di corte e la
-borghesia, alla quale il giovane generale doveva appartenere, borghesia
-da codino stremenzito e senza parrucca, quel discorso a tu per tu da
-padrone ad inferiore la fece impennare.
-
-— In quale fattoria di villani avete imparato a star seduto dinanzi ad
-una dama in piedi?
-
-— Preferite che vi tratti da dama, anzi da donna, poichè la rivoluzione
-ha abolito gli aristo?
-
-S'alzò, le si avvicinò, le posò una mano sulla spalla nuda
-brancicandola.
-
-— Villano!
-
-E la marchesa torcendosi tentò di sottrarsi alla mano adunca e
-imperiosa: ma il cassone che aveva dietro glielo impedì.
-
-— Villano! Lasciatemi o grido.
-
-— Gridate a piacere vostro, piccina! Potete star certa che nessuno
-aprirà quella porta.
-
-Fiorina sentì gli occhi pieni di lagrime, forse lagrime di rabbia, ma
-lagrime. Ed implorò quasi:
-
-— Lasciatemi.... mi fate male!
-
-Forse ogni altra parola, anche violenta, anzi meglio violenta, avrebbe
-allontanato dalla donna il giovane generale, che non s'era mosso che
-per ragioni d'interesse bellico. Ma l'animo tenebroso del Bonaparte
-chiudeva istinti quasi sadici e subiva eccitamenti improvvisi che
-dovevano essere sodisfatti subito per non farlo dolorare come per
-insostenibile tortura.
-
-L'implorazione femminile lo richiamò all'idea della donna e la donna
-gli mise nel sangue altri pensieri che non erano i politici. E quindi
-invece di lasciarla, più fortemente la brancicò: sopra la spalla nuda,
-la mano adunca si chiuse come un artiglio: con l'altra mano la cinse
-alla cintura e s'inchinò sopra il volto spaventato avvicinando la bocca
-alla piccola e fresca bocca che pareva socchiusa dal singhiozzo.
-
-In quel pericoloso momento l'altro spirito indomito che si dibatteva
-in contrasto al maschile, ridiventò padrone di se stesso: il corpo
-della donna s'irrigidì, si torse, le mani libere sfiorarono il muro che
-avevano d'accanto: l'una trovò i fiocchi della sciabola di Junot che
-era appesa alla parete, per istinto salì all'elsa. Ed era sciabola di
-buon soldato facile ad uscir dal fodero e ne uscì.
-
-Fu librata nell'aria e ricadde sul capo del Bonaparte.
-
-Fortunatamente per i destini del futuro imperatore la mano era debole e
-per calare un fendente occorre un braccio nervoso e cinque dita sicure
-nell'elsa. La sciabola cadde a piattonata ma il colpo bastò a stordire
-l'uomo che ricadde all'indietro sui tappeti del lettuccio e vi restò
-senza fiato, immobile.
-
-Un gorgoglio rauco saliva dalla bocca dell'abbattuto fino alla marchesa
-spaventata e senza fiato, gli occhi sbarrati e nell'anima il vago
-timore di una catastrofe.
-
-Il quadro avrebbe sedotto più d'un famoso pennello: il giovane generale
-a metà sdraiato sul lettuccio, i capegli all'indietro e le mani
-contratte, fasciato della sciarpa tricolore, in iscorcio, duro il mento
-volontario, divaricate le gambe sottili: dall'altro lato la donna un
-po' curva, sciolta dalla coperta di damasco e difesa quindi dalla sola
-camicia corta e sottile, la sciabola pesante con la punta a terra,
-il volto contratto, la capigliatura intorno al corpo, nel biblico e
-leggendario costume d'Eva pittoresca, ma anelante, la bocca aperta, gli
-occhi gonfi di paura: il quadro avrebbe certo meritato, almeno quale
-documento storico, una matita fedele e geniale.
-
-Rimasero lunghi istanti così, nell'immobilità della stanchezza e
-dello stordimento, finchè il Bonaparte non si rialzò con uno sforzo,
-puntando le mani sotto le reni. E la donna pure si raddrizzò, rialzando
-la coperta damascata e fasciandovisi. Poi coraggiosamente impugnò la
-sciabola a due mani e gridò:
-
-— Se vi avvicinate vi ferisco!
-
-Ma l'altro, subito, non la guardò nemmeno. Si ravviò i capegli, si
-riaggiustò gli alti stivali e la sciarpa e lo sparato. Poi s'avviò alla
-porta, di là si volse. Aveva una faccia grifagna e macchiata di tracce
-sanguigne, la bocca torcentesi in un _rictus_ sinistro. L'immagine d'un
-uccello di rapina frustato nella furibonda calata sulla preda. Con uno
-strappo aprì la porta e se la richiuse dietro con violenza.
-
-
-
-
-XXXI.
-
-
-L'aria fredda notturna gli fece bene. Avidamente la bevve.
-
-Poi mosse il primo passo.
-
-E allora Marmont si fece innanzi impassibile e mormorò:
-
-— L'altra dama è nella stanza di Murat.
-
-Ed ebbe un cenno di risposta e restò irrigidito finchè l'ombra sottile
-non si perdette nella notte.
-
-Nei pressi della stanza di Murat due altre ombre s'aggiravano
-guardinghe, furtive, celandosi all'angolo della casetta ove una specie
-di tettoia rozza, evidentemente adibita a ricovero di carri offriva un
-complice rifugio.
-
-— Credete, amico Filippo, che il generale accoglierà la mia domanda?
-
-— Giano mio, lo credo. Aspettate purtuttavia che l'aiutante Junot vi
-rassicuri sull'umore del generale. Bisogna andare a colpo sicuro: un no
-sarebbe sgradevole e per sempre. Aspettate il parere di Junot.
-
-— Anche l'aiutante Marmont...
-
-— Non vi fidate dell'aiutante Marmont: è geloso di chiunque e credo
-che mi ostacoli la promozione a comandante. Ah! Se potessi fra un anno
-ottenere la brigata che mi era stata promessa!
-
-— Io mi accontenterei del grado di capitano.
-
-— Naturalmente, ma io debbo scontar delle promesse: fino ad oggi le
-cose sono andate come le avevo presagite e il generale è sempre grato a
-chi non lo induce in errore.
-
-— Che cosa avevate presagito, Filippo?
-
-Un silenzio. Poi:
-
-— Giano mio, non bisogna essere curiosi!
-
-E quindi, quasi a correttivo della lezione:
-
-— Sono affari di servizio! Scusate se non credo lecito di ripeterveli.
-
-— Avete ragione — rispose il Lercari confuso — scusatemi voi.
-
-E tacquero.
-
-In quella un'altra ombra, sottile, irrequieta ma non guardinga apparve
-dal lato opposto dirigendosi verso la porta della stanza di Murat.
-
-— Per Iddio — sclamò soffocatamente il Balbi.
-
-— Chi si fa lecito d'avvicinarsi alla stanza della mia fidanzata?
-
-D'un balzo fu quasi a tu per tu con la nuova ombra apparsa.
-
-— Olà! Chi siete e che volete?
-
-Giano che l'aveva seguito alzò d'improvviso la lanterna sul viso dello
-sconosciuto. Filippo Balbi fece un balzo all'indietro.
-
-— Il generale!
-
-— Il generale! — ripetè Giano.
-
-— All'ordine, signori ufficiali! — Il Bonaparte seccamente replicò. —
-Che fate voi stessi qui?
-
-Filippo Balbi interdetto rispose:
-
-— Generale, in questa stanza riposa la mia fidanzata.
-
-— La vostra fidanzata!
-
-— La damigella Grimaldi, generale!
-
-— E voi? Chi siete voi?
-
-— Il capitano Filippo Balbi, generale.
-
-— Ed io sono il cugino, l'alfiere Giano Lercari....
-
-Il Bonaparte frenò un gesto d'impazienza.
-
-— Dov'è Murat allora? Dov'è Murat?
-
-Al Balbi non era ignoto che l'ordine d'alloggio per le due dame era
-stato dato dallo stesso Bonaparte: vide la scusa, s'insospettì, frenò
-un guizzo torbido e rispose:
-
-— Vuole il generale che m'informi?
-
-— Sì, andate.... ambedue.....
-
-Un rigido saluto e l'ombra li riavvolse. Ma dopo alcuni passi,
-nell'angolo che possedeva la tettoia, il Balbi spinse lungi da sè
-Giano.
-
-— Va, va, lasciami!
-
-L'altro esitava.
-
-— Va.... presto.... va! Rispondo io del tuo grado!
-
-Ed il Lercari s'allontanò velocemente.
-
-Rimasto solo Filippo Balbi tese l'orecchio sporgendosi dal ricovero.
-Udì il rumore secco e distinto del rozzo chiavistello che cedeva e il
-cigolare gemente della porta che s'apriva. Entro la stanza c'era una
-lucerna accesa: ne apparve uno sbiadito rettangolo sul terreno e quella
-fioca luce fu subito invasa da un corpo che però non l'occupava tutta.
-
-— Dio! — mormorò Filippo fra sè.
-
-La porta fu richiusa. L'ombra era entrata o no?
-
-Il Balbi non istette in forse, ma si lanciò fuori dalla tettoia e in
-due passi fu all'uscio. Era chiuso. Allora accostò l'orecchio alla
-toppa.
-
-Il cuore gli batteva così che subito non concepì alcun rumore anche
-leggiero: ma poi gli parve d'udire uno strisciar felpato di passi.
-E quindi il silenzio. Ed il silenzio durò a lungo. Che faceva colui
-nell'interno dinanzi alla fanciulla che giaceva nel sonno casto e
-verginale? Esitava? Si pentiva? Sarebbe tornato? Od era in preda al
-torbido fuoco del desiderio impuro e pur tuttavia si tratteneva come
-dinanzi a cosa sacra?
-
-Il silenzio durò a lungo. E il cuore batteva al giovane ufficiale fino
-a spezzarglisi in petto, gli batteva sordamente e dolorosamente sì, ma
-più d'attesa che d'orrore. Con l'orecchia incollata alla toppa, le mani
-aggrinzate sul petto a comprimersi il sobbalzar doloroso, attendeva.
-
-Attese a lungo. Finalmente un grido sùbito soffocato echeggiò
-nella stanza terrena, poi giunse l'eco d'una breve lotta, poi delle
-implorazioni femminili;
-
-— Pietà.... padre.... Filip.....
-
-L'udire il proprio nome sussurrato in aiuto fece sul giovane ufficiale
-l'effetto d'una guanciata. Ma non si mosse. Di dentro la sorda lotta
-continuò, poi un grido lacerante, poi un lamento gorgogliato come di
-bimbo che piangesse in silenzio, poi nulla più.
-
-Ma nel momento istesso in cui, stanco, si rialzava, sull'omero di
-Filippo una mano tremante si posò:
-
-— Balbi.... avete udito?
-
-Riconobbe la voce di Betto Grimaldi, tremula e si drizzò di scatto.
-
-— Ho udito — rispose con la voce malferma, — ho udito..... ed ho
-creduto che fosse.... vostra figlia.
-
-La voce tremula domandò:
-
-— E.... non era?
-
-— Mi.... sembra.... che no.
-
-Tacquero. Non si potevano vedere chiaramente in viso, ma s'indovinavano.
-
-L'uno respirò:
-
-— Mi sento più tranquillo!
-
-L'altro gli fece eco nel respirare.
-
-— Anch'io!
-
-L'una voce non era già più tremula, nè più mal ferma l'altra.
-
-E stettero in forse.
-
-— Andate a riposare, Filippo?
-
-— Stavo per farlo, Grimaldi!
-
-In quella, ecco, l'uscio della stanza, dinanzi a cui si trattenevano,
-s'aprì. Una voce imperiosa chiamò:
-
-— Marmont!
-
-— Generale! — Rispose il chiamato.
-
-E l'aiutante alzando una lanterna uscì dall'ombra. Stettero a
-guardarsi, immobili. Poi sotto gli occhi di fuoco del giovane
-condottiero pallidissimo, scarmigliato, sudante, gli altri occhi
-si abbassarono. E ruppe il silenzio brutalmente chi più degli altri
-avrebbe dovuto tacere.
-
-— Conte — parlò secco e deciso — mi meraviglio di trovarvi qui....
-
-L'altro barcollò. Il Bonaparte riprese:
-
-— .... Credevo, speravo, che aveste già assunto, il comando della
-vostra mezza brigata.
-
-Filippo Balbi sentì un'onda vorticosa di sangue salire dal cuore al
-cervello. Mormorò:
-
-— Generale!....
-
-— Non mi ringraziate — fu la breve risposta, che s'addolcì, per quanto
-lo poteva la voce nata per il comando.
-
-Parlava a Betto.
-
-— Signor Grimaldi, non ho alcuna intenzione di prendere la vostra
-città. Conservatevela.
-
-— Generale!.....
-
-— Non mi ringraziate!
-
-E poi:
-
-— Buona notte, signori!
-
-Solo con l'aiutante Marmont, senza guardarlo, anzi volgendogli quasi le
-spalle, ordinò:
-
-— Fra un'ora firmerò brevetto e salvacondotto.
-
-Mosse un passo: ristè ancora.
-
-— Marmont, cerca la cameriera di madamigella Grimaldi! Credo che ce ne
-sia bisogno!
-
-
-
-
-XXXII.
-
-
-Nell'ampia sala del Castello dei Lascaris la marchesa Isabella seduta
-rigidamente presso la tavola pareva immobile, mentre dall'altro lato
-l'abate Bernardino Viale, in Arcadia Amarillo Glucosio, curvo sotto
-un'alta lampada a quattro becchi — un alone d'oro morbido nel buio
-fondo — leggeva monotono e grave e cadenzato dei versi:
-
- _L'azzurro mar preclude il varco al mondo_
- _novo, che divinò ligure mente:_
- _i colli e i monti in diadema tondo_
- _serran da tergo il pian qui e là spiovente:_
- _in alto s'inabissa il ciel profondo:_
- _è breve terra ma superba gente_
- _v'opra ed è figlia prediletta al sole:_
- _ma chi v'impera è bizantina prole._
-
-— Spero — sussurrò l'abate dopo aver atteso invano una parola
-d'approvazione — spero, confido d'essermi chiaramente espresso nella
-sommaria esposizione di quello che sarà il soggetto del primo canto
-del mio poema. L'argomento del detto canto è la descrizione della
-terra di Liguria, fra il mare, i monti e il cielo, sotto il dominio
-della possente famiglia dei Lascaris. Nutro la speranza che la
-signora marchesa approvi l'epiteto _bizantina_ in omaggio a Teodossia,
-principessa di Bisanzio, capostipite.....
-
-— Ho gustato l'epiteto, abate, e l'approvo. Quello che mi lascia
-dubbioso è l'affermazione che sulla terra di Liguria imperi la mia
-famiglia. Mi sembra alquanto esagerato.
-
-— Mi permetto di contraddire calorosamente la signora marchesa, e di
-dimostrarle in pari tempo la verità del mio asserto. Nei poemi, che
-precedono il mio, c'è ovunque, per indicare un popolo, indicata invece
-una prosapia. Così nella enumerazione delle forze greche nell'Iliade,
-che mi dicono il signor cavalier Vincenzo Monti stia traducendo in
-versi liberi con l'aiuto del dotto grecista padre Biamonti: così
-Virgilio enuncia i popoli dell'Italia che Enea sconfigge, così Stazio
-e così Lucano, e per venire ai moderni il Tasso, che, ad esempio,
-sottomette le Puglie a Tancredi. Ecco perchè ho chiamato poeticamente
-ad imperare sulla Liguria i conti Lascaris, pensando che ne hanno i
-titoli. Quale famiglia infatti risale a così antichissima origine che
-si perde nella notte dei tempi? Nessuna invero, neppur quella dei Re di
-Sardegna.
-
-— In questo sono con voi, abate!
-
-— Godo d'aver con le deboli forze della mia circoscritta mente saputo
-convincere l'illustre e dotta marchesa Isabella di Spigno, contessa
-Lascaris di Tenda. E chiedo quindi licenza di proseguire.
-
-— Proseguite pure, abate.
-
-Amarillo Glucosio — scusino i lettori — l'abate Bernardino Viale
-tossicchiò, si dimenò sulla sedia e, quasi gli spiovesse dalle labbra
-il miele ibleo, accarezzò così le parole:
-
-— Canto primo: invocazione. Non ho invocato la vergine musa, no: temo
-d'aver tanto osato. Chiamo a me la musa madre, Mnemosine.....
-
- _Madre, che sulle mitiche pendici,_
- _donde Pegaso a vol l'aere fendea,_
- _tra le figlie traevi i dì felici_
- _sul mondo, che dal tuo labro pendea,_
- _tu stessa il plettro mio guida, tu dici_
- _che madre e prole è qui maggior d'Enea:_
- _Madre che bina una corona preme,_
- _Prole che è Marte e che è Minerva insieme._
-
-L'abate si tacque modestamente e curvò il capo gravato dal peso
-dell'alloro e la marchesa lusingata stava per aprir bocca ad assentire
-per largirgli il premio dovuto quando si aprì invece la porta ed il
-Moncherino annunciò:
-
-— Il signor conte Emanuele Embriaco!
-
-Prima ancora che la marchesa concedesse l'assenso, ecco l'avventuriero
-sulla soglia, sprofondarsi in un inchino e spazzare delle piume del
-feltro l'impiantito.
-
-— Conte, benvenuto! Quali novelle portate di mio figlio?
-
-— Liete novelle, spero, illustre signora marchesa, e più liete e sicure
-saranno se avrò l'ausiglio vostro.
-
-— Parlate sibillino, conte!
-
-Da qualche istante l'abate ritto sotto l'alta lucerna faceva profondi
-saluti all'Embriaco, il quale finalmente se ne accorse e li restituì
-affabilmente, pur rispondendo in pari tempo alla dama:
-
-— Quali parole possono sembrar sibilline all'acuto discernimento della
-illustre signora marchesa?
-
-— Le vostre, conte mio, le vostre che vi prego di spiegarmi.
-
-— Agli ordini della illustre signora marchesa se vorrà darmi benigno
-ascolto. M'accorgo però — e me ne dolgo — d'aver interrotto l'eminente
-signor abate. La illustre signora marchesa perderà di leggieri nel
-confronto!
-
-L'abate si profuse in inchini e in sorrisi mentre la dama rispondeva:
-
-— Tregua ai motti ricercati, conte, e parlatemi di mio figlio.
-
-— La signora marchesa non ne ha avute più notizie da quando partì meco?
-
-— Nessuna, conte. Voi lo lasciaste da poco, vero? Ed è lui che vi manda?
-
-— Due giorni or sono mi distaccai da lui. Ma non vengo a suo nome.
-Vengo bensì per lui.
-
-— Parlate! Parlate!
-
-L'Embriaco parve raccogliersi un istante: poi dichiarò:
-
-— Un grave pericolo sovrasta sul capo del conte Lascaris.....
-
-— Di mio figlio?!
-
-— Del conte Lascaris, del signor d'Altariva e del signor duca di Nervia
-e sul vostro, signora marchesa, e sulla città.....
-
-— Un grave pericolo?
-
-— Gravissimo. Le orde repubblicane si rovesciano di nuovo sugli Stati
-d'Italia!
-
-— Ripasseranno l'Alpi come due anni or sono.
-
-— Temo che no. Le guida oggi, non una vecchia giberna come Arena, ma un
-giovane generale che vede lunge e che sprona sete di gloria e ambizione
-di potere. Le comanda un intelletto degno di comandare.
-
-— E questo genio è a Parigi fra gli eleganti e le creole?
-
-— È qui fra i soldati e i cannoni.
-
-— Qui?
-
-— A pochi passi, a San Bartolomeo. I villani di Sant'Antonio non furono
-cacciati da bande sperse che sconfinarono, ma da esercito ingordo di
-bottino ed anelante di saziarsi sulle belle contrade e le bellissime
-donne.
-
-— Orrore! — sclamò l'abate facendosi il segno della croce.
-
-Anche la marchesa Isabella rabbrividì, ma nascose il turbamento ed
-eluse il discorso.
-
-— Mio figlio? dov'è mio figlio?
-
-— Il conte Lascaris, col signor d'Altariva e il duca di Nervia,
-bivaccano a oriente della città, ripromettendosi probabilmente
-d'opporsi all'invasione. Folle pensiero. Poche centinaia di partigiani
-male equipaggiati come potranno resistere ad un esercito regolare
-trecento volte più numeroso, dotato d'artiglierie e fornito di
-munizioni ad esuberanza?
-
-Tacque. Concluse:
-
-— Saranno travolti, annientati, e inutilmente.
-
-Un istante di silenzio. Poi la voce della marchesa sibilò:
-
-— Venite a nome delle orde repubblicane, conte Embriaco?
-
-Rimase interdetto, subito, preso così a bruciapelo, l'interpellato. Ma
-si rinfrancò e fu calma la risposta.
-
-— Vengo come amico, vengo come colui che per vostra bontà, illustre
-signora marchesa, non si logora le mascelle in un qualche sotterraneo
-della Serenissima; infine vengo come colui che sedette a questa tavola,
-mangiò il vostro pane e bevette nel vostro bicchiere. E vi prego di
-credermi e d'aiutarmi.
-
-— Credere che cosa? Aiutarvi in che?
-
-— Credere in me, nella mia sincerità, nelle mie buone intenzioni.
-Aiutarmi a persuader vostro figlio.
-
-— Persuaderlo a far che?
-
-— A non resistere.
-
-— A tradire?
-
-— A non resistere, vi ripeto, dato che la resistenza è inutile e che
-sacrificherebbe delle vite umane senza costrutto.
-
-La marchesa sogghignò:
-
-— Non vi avrei mai creduto accessibile alla pietà, conte Embriaco. Affè
-mia che vi consiglierei quasi di cambiare la casacca che indossate con
-l'abito del signor abate.
-
-— Voi scherzate sopra un vulcano, marchesa!
-
-— Prova che non mi avete convinto.
-
-— Volete permettermelo?
-
-— Fate.
-
-— Badate che il tempo stringe e che forse a quest'ora....
-
-— V'avverto che impiegate argomenti poco atti a convincermi. Qui
-l'abate non vi troverà certo somiglianza alcuna con i grandi oratori
-del passato.
-
-L'Embriaco si raccolse — o parve — poi risolutamente:
-
-— Vi prego di ascoltarmi seriamente, marchesa.
-
-— Vi ascolto.
-
-La porta si spalancò all'improvviso.
-
-— Vi prego di dire: v'ascoltiamo, madre mia!
-
-Ed il conte Luca Lascaris penetrò nella stanza con Camillo Altariva e
-col duca Almerico di Nervia.
-
-
-
-
-XXXIII.
-
-
-Dal distacco nella notte infernale a quest'altra notte che poteva
-ben diventare infernale peggio della prima, i quattro patrizi non si
-erano trovati più di fronte. I sospetti iniziali de l'Altariva, quegli
-altri sospetti del Nervia, non erano pure tuttavia suffragati da prove
-evidenti nè da ragioni essenziali. E per di più Luca Lascaris non
-poteva dimenticare che portator d'una cara lettera gli era giunto colui
-che in quel momento, stando alle apparenze, avevano quasi forzato nel
-covo. Emanuele Embriaco per troppe emozioni della vita avventurosa ben
-si era fatto un uso del pericolo continuo: se l'esistenza gli premeva,
-pur tuttavia la rischiava come il giuocatore la borsa colma d'oro, che
-gli è tutto e solo patrimoniale.
-
-Alla voce del Lascaris non diede subito a veder di commuoversi, ma
-pensando poi che un apparenza di insensibilità avrebbe potuto essere
-interpretata a suo favore e accrescere i sospetti, se ve n'erano, si
-voltò sorridente in viso di lieta sorpresa e salutò con effusione mal
-trattenuta, quasi che il rispetto dovuto alla dama gl'impedisse di
-mostrarsi quale avrebbe voluto e l'amicizia richiesto.
-
-— Mi chiamo pupillo della fortuna! E godo che qui a saggiare gli
-argomenti, semplici del resto, ch'esporrò, siano tre miei pari, provati
-dalla guerra, maestra sempre di pratiche soluzioni, anche se guidi o
-sproni un ideale.
-
-La marchesa Isabella si trovava separata dal figlio appunto da
-l'Embriaco: s'accontentò quindi d'uno sguardo, intuendo che qualche
-cosa di ben più importante d'un'effusione materna stava per accadere.
-Ci fu quindi un attimo d'immobilità nella sala. Poi Luca, restituendo
-il saluto, ripetè:
-
-— Vi ascoltiamo dunque, conte Embriaco: parlate liberamente.
-
-— Liberamente parlerò, certo, Lascaris! Quello ch'io debbo dire
-è troppo importante e voi troppo sottili, perchè non abbia il suo
-effetto: debbo dir questo. Abbiamo alle spalle un esercito agguerrito
-e possente; e lo guida un giovane generale spregiudicato che fra noi
-piomba come falco sulla preda.
-
-Non rotea già più, ma piomba. L'esercito è composto d'orde scamiciate e
-indemoniate che scatena per l'anima un canto patriottico, bollente come
-acquavite in fiamma, e per il corpo uno sfrenato desiderio di bottino
-nelle nostre ubertose campagne e nelle pingui e grasse città. Nulla e
-nessuno varrà a frenare l'impeto irruente dell'orda: non l'esercito
-d'apparato del Beaulieu, nè quello mal condotto dal Colli. Sfortuna
-vuole che scaglioni repubblicani si trovino già sulle terre nostre: al
-rovesciarsi del fiume, tutti i torrenti vi sboccheranno, v'affluiranno
-i rivi, e se ne avvantaggierà per non indietreggiare. Ha un vantaggio
-sulla coalizione austro-piemontese: ma che dico un vantaggio: ne ha
-mille. Questi: È formato di volontarï e voi sapete, perchè capitanate
-volontarï, quanto siano preferibili, per la guerra che facciamo, ai
-regolari, alle truppe di lunga ferma, che assomiglierei volentieri alle
-ciurme delle galere, ai condannati al remo, posti in comparazione coi
-forsennati _buonavoglie_. Di più non hanno da difendere che se stessi,
-non terre, non famiglie, non averi. Ma che dico difendere! Essi giocano
-la pelle nella posta con la fortuna. Ed escono da città in preda al
-disordine ove han sofferto la fame e si son visti pendere sul capo la
-mannaia. Dicono di portar la libertà ma invece vengono a conquistarla.
-Faranno la guerra di Alessandro e di Cesare: avanzeranno cioè senza
-curarsi delle spalle, finchè non possederanno qualche cosa da mettere
-in salvo. Il che non avverrà certo fino a che non irromperanno nelle
-pianure di Lombardia. Eccovi in breve dunque che cos'è l'esercito che
-non isconfina per bande in cerca di che sfamarsi, ma deliberatamente
-per una conquista organizzata. Migliaia migliaia e migliaia d'uomini
-ben decisi e ben guidati. Ho detto. Adesso chiedetemi.
-
-Un penoso silenzio gravò nella sala: immobili tutti, meno l'abate che
-si fece il segno della croce. Infine Luca Lascaris mostrò di voler
-parlare, ma fu fermato da Camillo Altariva.
-
-— Vi prego, Lascaris, lasciate ch'io solo interroghi il conte Embriaco
-sulla situazione.
-
-— Fate, Camillo.
-
-L'avventuriero con un cenno mostrò d'attendere. L'altro fu breve e fu
-reciso.
-
-— Vi manda il generale Bonaparte?
-
-L'interpellato ebbe un moto, subito represso. Volle chiedere:
-
-— Subisco forse un interrogatorio?
-
-Ma si morse la lingua. E rispose tranquillamente:
-
-— Sì, oggi, il generale Bonaparte manda me.
-
-— Perchè, _oggi_? — non potè trattenersi dal domandare l'irruente Luca
-Lascaris.
-
-L'Altariva represse un atto di stizza. Ma il male era fatto ed Emanuele
-Embriaco ne approfittò subito.
-
-— Perchè domani, se per qualunque ragione il mio passo d'oggi fallisse
-mi seguirebbe un oratore ben più convincente.
-
-Non aspettò questa volta d'essere interrogato. Compì:
-
-— Il marchese Ibleto di Spigno.
-
-— Voi mentite! — urlò il conte Lascaris mettendo per istinto mano alla
-spada.
-
-Anche questa volta l'avventuriero seppe afferrar l'occasione che gli si
-presentava. Con accento doloroso esclamò:
-
-— Sono ospite vostro e sono disarmato. Datemi campo e modo, quello che
-vi converrà, di rispondervi.
-
-Camillo Altariva intervenne:
-
-— Luca, ve ne prego, frenatevi. Il signor conte Embriaco vi ha mal
-compreso e vi comprenderà meglio se porrà mente a un fatto importante:
-la parentela che vi congiunge agli Spigno.
-
-Un sorriso ambiguo dell'Embriaco diede luogo a varie interpretazioni.
-E per non lasciare che il Lascaris, a pena calmato, ancora si desse in
-braccio alla imperizia, l'Altariva domandò senz'altro:
-
-— Il marchese di Spigno è dunque al campo francese?
-
-— Vi apponete.
-
-— E voi l'accompagnaste colà?
-
-— L'incontrai nella mattina di ieri, dopo una notte d'incerto cammino,
-poichè avevo nelle strade buie e malagevoli smarrita la scorta: fui dal
-marchese condotto al campo francese. E se domani Ibleto di Spigno verrà
-ufficialmente a convincervi, oggi io mi sono allontanato per poche ore,
-senza alcun incarico, spontaneamente.
-
-— Per noi?
-
-— Non per voi: non credevo di trovarvi, non lo speravo. Ma bene speravo
-di veder qui la illustre marchesa.
-
-— E qual'era il vostro pensiero?
-
-— Questo: non v'opponete: è inutile. Ritarderete d'un giorno il
-passaggio del generale Bonaparte, forse. Dico forse perchè può qui
-lasciare un migliaio d'uomini a combattervi se guerriglierete e correre
-innanzi come vuol correre. Non ne guadagnerete dunque nulla e perderete
-i vostri uomini e perderete voi stessi: le vostre campagne saranno
-devastate, o, quel che è peggio, date in balìa al popolo di Ventimiglia
-che non vi seguirà, poichè Betto Grimaldi è al campo e tratta, e
-peggio, spera in un salvacondotto che gli permetta di conservare la
-città. Saranno spianati i vostri castelli e condotta in prigionia la
-nobile marchesa qui presente, e voi, se resterete in vita. Sacrificio
-inutile, credete a me.
-
-Stava per protestare Luca Lascaris, e la stessa marchesa per
-intervenire, quando l'Altariva rispose:
-
-— Vi credo!
-
-Qui lo stesso Embriaco fu sorpreso.
-
-— Vi credo — replicò l'Altariva — ma pongo due condizioni.
-
-— Ditele.
-
-— Veder domattina Ibleto di Spigno ed avere un colloquio col generale
-Bonaparte.
-
-— Le credo accettabili.
-
-Gravò il silenzio per qualche istante.
-
-— Siamo dunque d'accordo, Emanuele Embriaco?
-
-— D'accordo. E vado a comunicar quanto chiedete.
-
-Un inchino, e l'Altariva si scostò scoprendo Almerico di Nervia, il
-quale era stato fino allora silenzioso e che si fece avanti, cupo in
-volto, lentamente.
-
-— Vi chiedo scusa, signori. Desidererei domandare qualche breve
-schiarimento al signor conte Embriaco.
-
-L'avventuriero provò un senso di gelo. Ma cortesemente rispose
-inchinandosi:
-
-— Dite pure, duca. Sono ai vostri ordini.
-
-— Vi ringrazio e sarò breve.
-
-Parve riflettere, parve riordinare memorie e frasi. Poi con uno sforzo
-evidente, che si appalesava quasi commosso, incominciò:
-
-— Diceste, se non erro, poco fa che incontraste nella mattina di ieri
-il marchese di Spigno, quando smarrito e abbandonato dalla scorta
-erravate lungi dalla buona strada.
-
-— Credo infatti d'essermi espresso così.
-
-— Vi ringrazio. Ma poichè v'avevo accolto nel mio accampamento ed io
-stesso v'avevo data la scorta vedo in quello che avvenne un po' di
-colpa mia.....
-
-— Duca! Che dite!
-
-— Lasciatemi dire. Ho mancato, spero crederete inavvertitamente, ai
-doveri elementari dell'ospitalità: ho mancato e tengo davanti a questi
-nobili uomini a chiedervene perdono.
-
-— Duca! Ve ne prego!
-
-— Lasciatemi dire....
-
-— Non una parola di più, duca! Me ne offenderei.
-
-— Perdonate! Ma non ho finito. Errai, mi perdonaste e ve ne son grato.
-Ben altri però hanno errato più di me, e tengo a che vi chiedano scusa.
-
-Nella sala regnava profondo stupore. Nessuno comprendeva: anzi il
-Lascaris pensò che il duca vaneggiasse. Ma il rude gentiluomo non si
-distrasse. Dichiarò:
-
-— Permettete che vi chiami il colpevole maggiore. E grazie se lo
-perdonerete, conte Embriaco.
-
-Si voltò verso la porta, la spalancò di colpo e con voce stentorea
-gridò:
-
-— Olà, vecchio Seborga, vieni avanti!
-
-
-
-
-XXXIV.
-
-
-Per quanto si possa per infinite ragioni di vita avventurosa, e per non
-contar nulla, o meno di nulla, da anni giorno per giorno la vita, rotti
-ad ogni improvvisa emozione, ed abituati a dominarsi corpo e spirito,
-nervi ed atti, pur tuttavia dinanzi al soprannaturale sempre l'uomo
-esita e barcolla e sente smarrirsi, anche per un attimo che può bastare
-alla sua perdita senza speranza alcuna.
-
-Fu all'appello stentoreo del Nervia, a quella voce potente, a
-quel gesto teatrale di spalancar la porta, a quel nome che più non
-credeva d'udir sulla terra, a tutto quell'improvviso apparato per una
-resurrezione di Lazzaro, che Emanuele Embriaco perdette la partita;
-e si scavò la fossa ai piedi. Aprì gli occhi smisuratamente, con le
-braccia annaspò nell'aria, indietreggiò fino al muro e stette immobile
-sperduto intento al miracolo della risurrezione che doveva avvenire,
-o che in quell'istante aveva creduto e credeva che dovesse avvenire.
-Ma nessuno apparve sulla soglia: restò la porta spalancata, niun passo
-marcò la scalea, nel quadro non s'incorniciò alcuna figura spettrale.
-Ed il silenzio fu così profondo come in nessun deserto mai d'Arabia o
-dei ghiacci.
-
-Allora Almerico di Nervia mosse un passo, richiuse la porta e con la
-voce sorda pronunciò:
-
-— La prova è palese: vi siete accusato d'assassinio. Ed io, duca
-Almerico di Nervia, vi getto sul viso, conte Emanuele Embriaco, l'onta
-di fellonia!
-
-— Ben giocato — rispose l'avventuriero tornato in un attimo padrone di
-sè, ben giocato!
-
-Ansava ancora, leggermente, poichè si dominava, ma sorrise e continuò:
-
-— Potrei dirvi che non sono forte negli enigmi, e che non capisco la
-vostra accusa. Ma ben invece comprendo che l'accusa di fellonia m'avete
-gettata per mettervi al mio paro, giacchè suppongo che mi vogliate
-assassinare.
-
-— V'ingannate, signor conte! Il duca Almerico di Nervia non assassina.
-Ha diritto d'alta e bassa giustizia e potrebbe condannarvi per volere
-di Nostro Signore Iddio. Ma ben sa che il vostro nome, quantunque
-indegnamente portato, è titolo nobiliare pari al suo. Fra eguali di
-casta non c'è che una soluzione quando si getta come ho gettato in viso
-ad un nobile di schiatta l'onta di fellonia. Non c'è che il Giudizio di
-Dio e che una giustiziera: questa! —
-
-E sguainò la spada.
-
-— Alla buon'ora! Ecco una proposta piacevole! Avevo appunto bisogno di
-sgranchirmi le braccia!
-
-Si volse con un inchino alla marchesa impietrita:
-
-— Non sarà spettacolo il più acconcio, per una dama, quello delle
-smorfie e degli sgambetti d'un moribondo, poichè non vedo altro esito
-a quello che il signor duca appella _Giudizio di Dio_ pomposamente,
-mentre io più semplicemente lo chiamerei un preziosissimo piccolo
-sgozzamento o sdrucio al corpo. E quindi mi permetto d'offrirvi il
-braccio, marchesa e contessa, per condurvi alla soglia.
-
-— Vi ringrazio, signor conte, — rispose Isabella — una marchesa
-di Spigno, contessa Lascaris di Tenda non è una borghesuccia per
-ispaventarsi di qualche goccia di sangue azzurro! Se questi nobili
-signori mi permettono, una nobile dama farà da testimone al nuovo
-Giudizio di Dio!
-
-— Madre!.... — esitò il conte Lascaris.
-
-— Ho detto, Luca!
-
-Tre inchini rispettosi furono la risposta. La marchesa Isabella sedette
-nel vano della finestra in fondo alla sala, e pallido e tremante
-le si rannicchiò vicino l'abate, il quale non isperò più di potersi
-allontanare. S'inginocchiò, il viso al muro, la faccia nelle mani,
-mormorando con la voce rotta:
-
-— Mio Dio! Mio Dio! Buon signor Gesù!
-
-Dinanzi ai due fu dal Lascaris e dall'Altariva trascinata la grande
-tavola del centro e disposta in modo da far barriera: poi la sala
-fu sgombrata dagli scranni e i due nobili signori assumendo senza
-invito, con necessaria semplicità, l'incarico di testimoni, misurarono
-l'impiantito e si degnarono d'accendere i doppieri che guarnivano le
-mura all'intorno.
-
-L'ampio vano apparve così sfavillante di luce e soltanto avvolto
-in semioscurità restò il fondo ove i due spettatori, l'una rigida e
-imponente, l'altro umile e raggomitolato, assunsero l'apparenza di
-figure immobili ed indecise di cera.
-
-— Le vostre spade, signori! — chiese Luca Lascaris.
-
-Ciascuno degli avversari tese l'arme propria. La precauzione era di
-prammatica, ma inutile, chè tutte le spade in uso fra la gente di
-corte e di guerra erano della stessa misura. Differenziavano però
-nella larghezza della lama: più sottile quella di Emanuele Embriaco,
-più piatta quella del Nervia. Camillo Altariva fece l'osservazione
-e il conte Luca, sguainata la propria la confrontò con quella
-dell'avventuriero. Parevano gemelle. Mentre però si voltava per
-porgerla al Nervia, l'Embriaco intervenne:
-
-— L'insulto maggiore che un gentiluomo possa subire, dopo quello
-all'onore, è di vedersi privato dalla propria spada in leale
-combattimento. Ve ne prego, adunque, conte Lascaris: lasciate al signor
-duca la spada. Troppo mi dorrebbe d'un vantaggio anche leggero....
-
-Finì sorridendo.
-
-— .... e troppo mi dorrebbe se dovessi cadere per l'arme vostra, conte,
-nel vostro castello.
-
-— Vi ringrazio — fu la risposta del Nervia.
-
-Gli avversari furono posti con le spalle al muro al lato opposto a
-quello ove la marchesa e l'abate si trovavano: ebbero quindi alla
-sinistra il muro sul quale potevano appoggiarsi con la mano libera
-invece di brandire il pugnale, che non usava più, è vero, nei duelli,
-ma che sarebbe stato di regola nei Giudizi di Dio! L'Altariva e il
-Lascaris, nude le spalle contro il corpo, con l'elsa sul petto e le
-braccia incrociate si disposero. Secondo l'uso d'allora, non si diede
-segnale d'attacco: non si poteva nemmeno intervenire che nel caso
-di palese slealtà d'uno dei due: i padrini erano puri testimoni e,
-sull'onore, non dovevano trar parola. Non dovevano che intervenire
-dietro appello d'un avversario nei duelli semplici: in niun caso in
-quelli che non sarebbero terminati che lealmente.
-
-Il silenzio e l'immobilità regnarono dunque nella sala. Prima il Nervia
-accusatore, poi l'Embriaco accusato, salutarono, rigidamente: alzarono
-quindi le armi, per invito ad attacco: subito il duca abbassò la
-propria ed attaccò.
-
-Stavano di fronte due maestri della nobile arte, due maestri che
-troppi anni e troppe occasioni avevano consumati nel fedele maneggiar
-dell'arme: si riconobbero a vicenda la maestria, si saggiarono, e si
-attaccarono, l'uno impassibile, sorridente l'altro. Si riattaccarono,
-alte le spade, le coccie al petto, d'impeto, a corpo a corpo: di
-comune pensiero si ristaccarono con un salto. E la schermaglia
-continuò. Le botte personali, messe in uso, fallirono: erano botte
-segrete, ma ognuno dei due sapeva che l'altro avrebbe messo in uso
-una botta segreta e dalla guardia stretta quando uno si toglieva,
-contemporaneamente si chiudeva in una più stretta difesa. Giunse
-un momento in cui, anelanti, i due si guardarono, le punte a terra,
-lontani, addossati alle due pareti opposte.
-
-Nemmeno allora i due padrini si mossero: pareva che la gran sala non
-ospitasse che figure di pietra.
-
-Finalmente a un gesto del Nervia anche l'Embriaco si mosse e le spade
-s'incrociarono di nuovo. Questa volta però nessuno dei due si gettò
-a capofitto nell'assalto furioso, ma bensì a vicenda attaccarono e
-si difesero pacatamente, come se si trovassero in una palestra con le
-lame mozze della punta. Si svolse allora un'accademia alla quale, pur
-immobili restando, s'appassionarono i due padrini e la stessa marchesa,
-tutti capaci d'apprezzar le maestrie.
-
-Ad un momento l'Embriaco fece un passo falso e barcollò: l'avversario
-lo sostenne. Ad un altro momento un abile girata di mano dell'Embriaco
-fece saltar la spada al Nervia. Avrebbe avuto il diritto l'avventuriero
-di ferire e d'uccidere l'inerme avversario: il Nervia allargò anche le
-braccia sussurrando una preghiera. Ma l'arme dell'Embriaco si abbassò:
-
-— Riprendete la spada, duca: cortesia per cortesia.
-
-Il disarmato obbedì con un inchino.
-
-Si fece allora innanzi Camillo Altariva.
-
-— Assai vi lodo, nobili cavalieri! E poichè m'avvedo che nessuno di voi
-due intende approfittare d'una possibile inferiorità dell'avversario vi
-chiedo se non sarebbe opportuno che v'assicuraste l'elsa alla mano.
-
-Due sguardi d'interrogazione e due assensi.
-
-L'Altariva ringuainò la propria spada e s'accinse a servir da scudiere
-al Nervia legandogli l'elsa alla mano, ed altrettanto fece il Lascaris
-per l'Embriaco.
-
-In quel momento di sosta dall'altro lato della sala un breve dialogo
-s'intrecciò:
-
-— Ve ne prego, signor abate, allontanatevi, che ve ne dò licenza. Vedo
-che le forze non vi sostengono più.
-
-— Le forze, è vero, mi mancano, illustre signora, ma la vostra presenza
-e l'abito che porto mi sosterranno, spero, chè non mi è permesso.....
-
-— Ve ne dò licenza, allontanatevi.
-
-— Sono cristiano e vi sono servo.....
-
-— E allora ve lo impongo!
-
-Non potè l'altro replicare che già i due padrini avevano ripreso la
-posizione di prima ed il duello era ricominciato. E continuava pacato.
-E poichè i due non si sarebbero scostati più dalla condotta che
-tenevano, più di difesa che di offesa, troppo maestri dell'arte loro
-per non contar che sulla stanchezza fisica, il Giudizio di Dio sarebbe
-durato a lungo, e probabilmente anche sospeso.
-
-Ma il caso — come sempre accade — se ne immischiò.
-
-Un grido soffocato della marchesa che vide cadere come un sacco il
-povero abate svenuto, risuonò smorzato nella sala. Almerico di Nervia
-non badò: più curioso l'Embriaco stornò per un attimo lo sguardo e
-nello stesso istante cadde di colpo trapassato il petto dalla lama
-avversaria.
-
-E si torse appena sull'impiantito: e s'immobilizzò. Subito l'Altariva
-ed il Lascaris si curvarono sul caduto: poi si rialzò il primo e crollò
-il capo. Ma compiè il suo dovere come l'uso imponeva e lo chiamò tre
-volte a nome:
-
-— Conte Emanuele Embriaco!
-
-La marchesa cadde a ginocchio alzando le mani giunte.
-
-— Conte Emanuele Embriaco!
-
-Anche Luca piegò il ginocchio.
-
-— Conte Emanuele Embriaco!
-
-Ed allora ad alta voce:
-
-— Monsignore Iddio si è pronunciato! Giustizia è fatta!
-
-Almerico di Nervia si diresse verso la grande tavola, vi prese un
-foglio sul quale delle lineette eguali erano tracciate. Vi gettò lo
-sguardo senza forse vedere e, senza accorgersene forse, lesse:
-
- _L'azzurro mar preclude il varco...._
-
-Alzò la spada insozzata di sangue e la ripulì ben tranquillamente sul
-foglio segnato dai versi dell'abate.
-
-
-
-
-XXXV.
-
-
-Qualche istante meditabondo si librò increscioso per la vasta sala
-silenziosa. Il Nervia ringuainò dopo aver salutato il morto, poi si
-volse interrogativo al Lascaris, il quale comprese ed agitò il cordone
-del campanello che si profilava sull'arazzo.
-
-Al tenue strepito del passo la Marchesa s'alzò.
-
-— Vi chiedo licenza di ritirarmi, nobili signori.
-
-Tre inchini, poi:
-
-— Il signor abate non può offrirvi la mano, signora madre — rispose
-Luca Lascaris — Mi permetterete d'accompagnarvi.
-
-Ma l'abate, pur tremando e battendo i denti, s'alzò e pose ogni studio
-nel volger le terga al cadavere e, pur essendone attirato ad ogni
-passo dalla mala curiosità, pervenne a raddrizzarsi, a irrigidirsi, ad
-assumere un contegno decente e, quantunque barcollando, ad alzare la
-destra e ad offrirla quasi galantemente alla dama.
-
-— Signor abate, voi siete un eroe — gli sogghignò dietro il Nervia.
-
-Un servo accorso alla scampanellata alzò la portiera e la coppia
-scomparve. Il servo ad un cenno di Luca ne chiamò altri e tutti insieme
-s'accinsero a sollevare il cadavere dopo averlo avvolto nel mantello.
-
-Mentre il funebre gruppo s'avviava lentamente passando innanzi ai tre
-signori, due dei quali in omaggio pio si fecero il segno della croce
-curvando il ginocchio, un gentiluomo s'affacciò alla porta e poi si
-fece da parte perchè il gruppo avesse agio ad uscire.
-
-— Il conte Embriaco è caduto sopra la punta fatale — disse il nuovo
-venuto — _Qui gladio ferit, gladio perit._ Buona pace!
-
-Espresso così leggermente l'epitaffio al morto avventuriero entrò nella
-sala e salutò:
-
-— Godo assai, Luca, nel vedervi in buona salute.
-
-— Il marchese Ibleto di Spigno!
-
-— In persona, in ossa e cartilàgini e pelo annesso. La vostra nobile
-signora Madre è vegeta e sana? E quel famoso colpo di spada, il cui
-effetto ho appunto osservato, è dunque opera vostra?
-
-— Opera mia, signor marchese!
-
-— Almerico di Nervia! Signor duca, vi sono schiavo, e mi dichiaro
-lieto di trovarmi in paese di conoscenze. Cioè, domando perdono....
-presentatemi al signore, vi prego. Luca!
-
-— Il nobile Camillo Altariva — mormorò invece il Lascaris additando
-nello scostarsi il terzo presente.
-
-L'occhio vivo dello Spigno ebbe un guizzo. Il vecchietto si sprofondò
-subito, per celare la propria sorpresa, in un vasto inchino e
-s'accarezzò la barbetta concitato.
-
-— Godo assai nel conoscervi, nobile Altariva!
-
-— Conosco per fama la vostra saggezza, marchese!
-
-— La mia saggezza è frutto di alcuni libri letti e di molto genere
-umano osservato. È dunque dovuta più all'età che al merito, dato che vi
-piaccia chiamarla saggezza. E godo nel poter constatare che la saggezza
-non esiste, dato che esistono soltanto le cose o le astrazioni compiute
-e non quelle in via di formazione. La mia saggezza oggi con voi tre
-potrebbe completarsi.
-
-— Parlate sempre a indovinelli, Ibleto? Non ne avete perduta ancora
-l'abitudine? — esclamò Almerico di Nervia rozzamente. — Le vostre
-cartaccie polverose vi divertono dunque ancora?
-
-— Sempre, Almerico, nella guisa istessa che a voi piace di schidionar
-la gente.
-
-— Alludete al mio colpo di spada? Fu dato in disfida leale, vi prego di
-crederlo, e non senza la testimonianza di questi due signori.
-
-— Vi credo, poffarbacco, vi credo! Emanuele Embriaco non era uomo
-da lasciarsi cavare una libbra di sangue senza pretendere di vederci
-chiaro e disputarla coi denti e con le unghie. Ve lo credo, Almerico!
-E mi dispiace di non aver assistito al certame singolare, appetto al
-quale le battaglie scozzesi che l'abate Cesarotti sta mettendo in versi
-volgari furono passatempi di bimbi, certamente! E se il conte Embriaco,
-non avesse voluto, da ingordo, qual'era, lasciarmi indietro, non ne
-sarei stato dal cattivo destino privato!
-
-Camillo Altariva aggrottò le sopracciglia.
-
-— Perdonate, signor marchese, ho mal compreso o avete voluto
-comunicarci che dovevate qui venire in compagnia del conte Embriaco?
-
-— V'apponete, infatti, nobile signore?
-
-— Mandati ambedue dalla stessa persona?
-
-— Dal generale Bonaparte, sicuro. Credo anzi che se il generale avesse
-un po' prima parlato col vostro umile servo, di me solo si sarebbe
-servito, non d'altri, nemmeno del conte Embriaco, ciò che avrebbe
-portato assai meglio per lui!
-
-Luca Lascaris e l'Altariva si guardarono: il Nervia più semplice
-esclamò:
-
-— Come! Come! Spiegatevi, Ibleto.
-
-— Sono qui per questo. Fatemi portare, vi prego, di che umettar la
-gola.... nè vino però, nè rosolio, che la mia renella me lo vieta: un
-po' di pura acqua, _acqua fontis, splendidior vitro_ secondo il parere
-del Flacco. Ve ne sarò veramente grato!
-
-Fu servito e bevve a lungo.
-
-— L'acqua è veramente il primo di tutti gli elementi — osservò nel
-posar la tazza — elemento primo perchè ci dà la salute del corpo di
-dentro e di fuori, mentre gli altri non sono mai duplici. Credo però
-che questa osservazione sia già stata fatta...
-
-— Lo spero — interruppe l'impaziente Almerico, — e spero altresì che
-non siate venuto per fare degli esperimenti sull'acqua del pozzo di
-Luca!
-
-— Avete ragione, Almerico! Ma che volete, la vecchia abitudine di
-argomentare e di sottilizzare mi prende troppo spesso la mano.
-
-Si lisciò la barba diamantata di qualche goccia.
-
-— Una presa?
-
-Porse al Nervia la tabacchiera.
-
-— Vi ringrazio, ma preferirei ascoltarvi.
-
-— Eccomi dunque a voi.
-
-Parve raccogliersi, ma sorrise invece.
-
-— V'aspettate probabilmente ch'io sia qui per riferirvi o per proporvi
-chi sa che. No. Sono qui per consigliarvi.....
-
-— Come il conte Embriaco?
-
-Ibleto di Spigno parve lieto della intenzione irruente del Nervia.
-
-— Come volete ch'io sappia quello che vi ha consigliato la buon'anima
-dell'Embriaco? Anzi, guardate, per meglio intenderci, ditemelo.
-
-— Possiamo contentarvi con poche parole. Ci consigliò di non opporci
-all'invasione francese.
-
-— E perchè?
-
-— Pretendeva inutile ogni reazione.
-
-— Nulla è inutile al mondo — rispose Ibleto — ogni parola anche la
-più astratta ha il suo corrispondente reale. Appunto perchè c'è la
-parola, esiste la cosa. Le due sillabe _spettro_, ci offrono una
-realtà, come le tre _anima_ e le cinque _perseveranza_. Ogni reazione
-è dunque utile. Riconosco alle pretese esposte l'incolto spirito del
-conte Embriaco. È vero che si riprendeva spesso la rivincita con altre
-qualità. Ma non dobbiamo trattare di ciò. Vi ha dato, mi è duopo di
-riconoscerlo, dei consigli, ben superbi ed anche presuntuosi. Comprendo
-agevolmente la vostra ribellione. Che! Io non sono qui per offendervi,
-che certi consigli sono offese. Io sono qui invece per offrirvi il
-destro di confermarvi nei vostri propositi.
-
-I tre si guardarono sorpresi ed Almerico non trovò motto.
-
-— Spiegatevi — disse invece l'Altariva fino allora silenzioso.
-
-— È facile. Avete un nemico, poichè volete combatterlo. Ma lo
-conoscete? Questo è uno stato di fatto. Non lo conoscete? E allora
-prima di combatterlo, cercatelo.
-
-— Ci portate un invito del generale Bonaparte.
-
-— Ahimè non ho questo incarico. Vi dico soltanto: posso introdurre uno
-di voi nella tenda del generale.
-
-Li guardò ad uno ad uno. Poi:
-
-— Signor Camillo Altariva, non vi piacerebbe e non vi gioverebbe di
-conoscere il vostro nemico?
-
-Non vi fu lungo silenzio.
-
-— Sì, mi piacerebbe, marchese!
-
-
-
-
-XXXVI.
-
-
-— Non crediate ch'io speri molto nell'incontro che il marchese di
-Spigno ha con tanta abilità preparato, — aveva detto Camillo Altariva
-ai due sodali prima di lasciarli nel castello ad attenderlo. — Non
-ispero anzi affatto. Ma il signor Marchese ha ragione. Chiunque abbia
-alle dipendenze degli esseri umani ne risponde: ha la cura delle anime
-— qui sorrise — e della salute dei corpi. Debbo io dunque, anche per
-voi, sapere qual nemico abbiamo dinanzi e qual pericolo ci sovrasti. A
-conoscere il nemico, diceva Cesare, si guadagna già mezza battaglia.
-Andrò da quel generale fortunato e giovane, sulle cui spalle grava
-un peso così vasto e che si accinge alla conquista con la istessa
-leggerezza del Macedone. Non credo che mi convincerà, nè che lo
-tratterrò con le mie parole, ma credo, sì, che ne trarrò un vantaggio
-per la nostra causa. È del resto un dovere e col dovere non si discute.
-Che ne dite?
-
-— Vi approviamo, Camillo, — aveva risposto Luca Lascaris.
-
-Più rude il Nervia invece:
-
-— Quanti ragionamenti, per morire! Se sarà necessario morremo!
-
-— Morremo, sì, noi, ma gli altri?
-
-— Gli altri? quali altri?
-
-— Coloro che ci seguono e combattono per noi.
-
-Qui Almerico di Nervia parve cascar dalle nuvole.
-
-— I miei vassalli? Ma devo forse interpellar le pietre del mio castello
-se mi piace di farlo crollar su di me?
-
-Nè il Lascaris, nè l'Altariva replicarono.
-
-L'indomani, alto già il mattino, due cavalieri con la sola scorta d'un
-servo uscirono dal castello dei Lascaris e fiancheggiando il vecchio
-edificio seguirono la strada romana avviandosi verso il campo francese
-nel dislivello delle colline.
-
-La primavera imperava dal mare ai monti: il cielo sgombro e puro,
-l'aria chiara, l'orizzonte distanziato a perdita d'occhio. Ma
-l'allegria della natura si limitava al cielo e al mare: pareva che la
-terra non partecipasse al gaudio comune. Campi e maggesi per i declivi
-delle colline apparivano spogli e abbandonati, gli alberi troppo
-ramati per la mancata potatura, l'erbaccia lussureggiante che allignava
-dovunque, i termini, le siepi, le barriere sfondate, slabbrati i canali
-irrigatoi, le cisterne e le peschiere ingombre di rifiuti e di melma,
-i pagliai spettrali, vuote le rimesse, aperte le stalle; si andava
-nella desolazione. Parea che la terra madre aprisse le braccia alla
-crocifissione.
-
-— Ecco l'effetto della guerra! — esclamò Ibleto fermando la cavalcatura
-sul margine più alto della strada.
-
-Ed accennò in alto e in basso il quadro disastroso.
-
-— Guardate laggiù, nobile signore!
-
-Un aratro spezzato giaceva a mezzo sepolto dalle zolle erbose nel
-centro d'un campo tutto rosso di fango, di quel rosso vivo che
-caratterizza le terre di Provenza.
-
-— Laddove il lavoro muore appare il sangue, nobile signore!
-
-L'Altariva rispose:
-
-— Pure la guerra è una necessità.
-
-— Ve l'ammetto: necessità di salasso della umanità rigogliosa troppo.
-Ma — badate; è un'ipotesi — non potrebbe il salasso diventar periodico
-e smungere tutti gli inutili?
-
-— Chi chiamate inutile, marchese?
-
-— Difficile domanda. Pure credo che potrò rispondere chiarendo il
-mio pensiero. Perchè non potrebbe governare un'aristocrazia qual
-s'intendeva _ab antiquo_, e cioè una selezione di saggi, la quale
-distribuisse vite e beni serenamente, estirpando quanto non concorresse
-con la mente, le braccia, o la bellezza al bene comune?
-
-— Vorreste forse comporre una lunga novella ad imitazione di quelle del
-signor di Voltaire, marchese?
-
-— Perchè no, mio nobile signore? Dalle fantasie accese spesso è
-sgorgato più bene che dai cervelli ragionanti.
-
-L'Altariva stava per replicare quando uscì da un avallamento del
-terreno una voce gioconda:
-
-— Olà! olà! _Sero venientibus ossa!_ Mi dispiace per voi, cittadini
-cavalieri, ma la zuppa è già discesa fino ai calcagni e non vi possiamo
-offrire che qualche magro inchino alla maniera d'una volta!
-
-La faccia ridente di Tibullo apparve nello svolto della strada in
-discesa. L'allegro e spregiudicato sanculotto precedeva un gruppo di
-compagni che reggevano infilato ad un'antenna il formidabile marmittone
-del rancio: più indietro altri soldati circondavano una lettiga e
-quindi seguivano un'amazzone ed un cavaliere appesantito in arcione.
-
-— Buon mattino, amico, — rispose Ibleto. — E, se ti è lecito
-confidarmelo, chi precedi? O casco in grossolano errore e v'è da
-incolpar la mia vista vacillante — ahi! _dura senectus_! — o mi sembra
-di intravedere laggiù la mia diletta consorte e signora!
-
-— Vedresti una pulce sopra un campanile, cittadino _çi-devant_, e
-quella è proprio la tua invidiabile moglie sibarita privilegiato,
-poichè la rivoluzione non ha tolto il privilegio del monopolio d'una
-bella donna per un sol uomo!
-
-— O perchè dunque Fiorina è partita senza attendermi com'era convenuto?
-— chiese a sè stesso il marchese volgendosi però all'Altariva che si
-strinse nelle spalle.
-
-— O bella, cittadino, — rispose Tibullo — per accompagnar probabilmente
-la damigella sua amica malata!
-
-Soltanto allora lo Spigno pose mente alla lettiga che avanzava
-lentamente. Era non più la splendida portantina della vigilia, ma
-una rozza barella, retta su due travi e portante su tappeti un corpo
-disteso. La parte superiore a curva della lettiga era priva di tende
-nei due lati e soltanto chiusa in avanti e nel fondo. Il corpo che
-vi giaceva si potea dunque soltanto scorgere a mezzo: una mano bianca
-tuttavia pendeva dall'orlo e un enorme cane da pastore che camminava
-di conserva, ogni poco alzava le fauci pericolose e lambiva quella mano
-inerte.
-
-— Nobile signore — disse allora Ibleto a Camillo — sproniamo se non vi
-dispiace!
-
-— Vi seguo, marchese.
-
-Spronarono e in pochi tratti raggiunsero la lettiga.
-
-Benchè non fosse tale da abbandonarsi alla curiosità Camillo Altariva
-nel passare accanto al gruppo si chinò a pena. E scorse abbandonata,
-come se fosse morta, sui tappeti scomposti Chiarina Grimaldi. Non
-vide che la massa dei serici capegli schiacciati sul cuscino e un
-viso arrossato, un viso in fiamme, ardente nella congestione più negli
-zigomi e sulle tempia, e tumefatte le labbra semiaperte e inchiodati
-i denti. Parea morta. Le braccia pesavano tanto sui tappeti, che vi
-segnavano un solco.
-
-— È molto malata quella giovane dama — disse Camillo Altariva senza
-poter distogliere gli occhi della lettiga.
-
-E non udì nemmeno la presentazione che di lui faceva il marchese Ibleto
-di Spigno alla sopraggiunta coppia di cavalieri.
-
-— È molto malata infatti — ripetè Fiorina.
-
-— Se la stagione mite m'autorizzasse — osservò Ibleto — direi che può
-essere stato un colpo di sole.
-
-— Ma se ieri di tarda sera s'intrattenne con me piacevolmente e scherzò
-e costrusse progetti fino all'ora di separarci! — replicò la marchesa.
-
-E aggiunse:
-
-— Fu soltanto questa mattina che Gilda la trovò così come ora la vedete!
-
-Uno scoppio di pianto risuonò dall'altro lato della lettiga, donde la
-vispa camerista apparve disfatta dalla commozione.
-
-— Oh! Signore Iddio..... la ho creduta morta.... faceva paura —
-singhiozzò.
-
-E poi timidamente:
-
-— Che l'abbia punta il vampiro notturno?
-
-Soltanto allora Ibleto e Camillo alzarono quasi di comune accordo gli
-occhi sul cavaliere ch'era rimasto indietro, muto, a capo chino. Videro
-un volto più terreo e più sfatto che quello d'un cadavere.
-
-— Vi faccio auguri di gran cuore, Betto Grimaldi — pronunciò a mezza
-voce lo Spigno.
-
-E s'ebbe in risposta un saluto abbozzato.
-
-Soldati, lettiga e cavaliere proseguirono, passarono. Rimase indietro
-la marchesa. Esclamò corrugando le sopracciglia:
-
-— Non vi stupisce una cosa, Ibleto?
-
-— Quale, Fiorina?
-
-— Un'assenza?
-
-— Un'assenza? E chi, se vi piace?
-
-— Ma come? La povera Chiarina è così malata che fa l'impressione di
-vederla passare di momento in momento, ed il suo fidanzato non è qui
-con noi, presso di lei?
-
-Camillo Altariva intervenne:
-
-— Permettete: non è la nobile damigella Grimaldi promessa sposa del
-marchese Filippo Balbi?
-
-— È quella stessa: v'apponete. E non è qui con lei!
-
-— Forse — le osservò lo Spigno — è trattenuto dal suo servizio, chè, se
-non erro, è capitano della Serenissima.
-
-— È colonnello, da oggi, colonnello comandante una mezza brigata e
-francese per giunta.
-
-— Poffarbacco! Fa carriera _le jeune homme!_
-
-— Forse lo trattiene il dovere al campo — notò l'Altariva.
-
-— Dovere? Ma quando vi facciamo l'onore d'amarvi, signori uomini, il
-vostro dovere è di restar presso di noi, a nostra volontà!
-
-E la piccola marchesa spronando il cavallo si allontanò al galoppo.
-
-
-
-
-XXXVII.
-
-
-— Sarebbe un dovere che si assolverebbe di gran cuore — concluse
-Ibleto di Spigno rivolto al compagno. — Ma guadagnamo il tempo che si è
-perduto: il generale ci attende.
-
-Giunsero al campo francese in brev'ora e lo trovarono in piena
-effervescenza, che si levavano le tende: e benchè spiccia fosse la
-bisogna per i succinti eserciti della giovane repubblica, pure del
-tempo ne occorreva anche per gli stracci e le povere suppellettili.
-Passarono quindi quasi inosservati, se non urtati nell'infuriar delle
-faccende e quindi, accolti e preceduti poi da Murat, aiutante di
-servizio, giunsero dinanzi alla porta dietro la quale si celavano i
-destini d'Italia.
-
-Murat bussò: s'ebbe in risposta un breve:
-
-— Avanti! — Ed entrò. Riuscì subito e fece passare Ibleto. Anche
-quest'ultimo si fermò pochi momenti: riapparve sulla soglia, tenne
-socchiusa la porta e cennò al compagno.
-
-Il generale Napoleone Bonaparte ed il nobile Camillo Altariva si
-trovarono di fronte.
-
-Più giovane, più impetuoso, meno padrone di se stesso, il primo annodò
-le mani dietro la schiena e fissò l'antagonista che aveva di fronte
-battendo la punta del piede sinistro sull'impiantito e gonfiando il
-petto, e stirandosi per assumere, forse incoscientemente, dinanzi
-all'ignoto, il contegno adeguato alla propria importanza, ciò che fu
-sempre una delle preoccupazioni sia del generale che del primo console
-e dell'imperatore, poichè Napoleone Bonaparte ebbe sempre il torto di
-vergognarsi della propria fisica persona.
-
-L'Altariva ne sostenne lo sguardo, ma senza mostrar turbamento, nè
-assumere pose teatrali, nè cercar di parlare. Attese. Non molto.
-
-— Voi siete il capo degli insorti? — gli domandò a bruciapelo il
-giovane generale.
-
-— Insorti? Ch'io sappia s'insorge contro un'autorità legittima o
-costituita, che non vedo in voi.
-
-— Poche parole: siete il capo di coloro che si oppongono a me.
-
-— Come voi siete il capo di coloro, che invadono e saccheggiano le mie
-terre.
-
-Invece di provar sorpresa o sdegno il Bonaparte sorrise:
-
-— Diritto di conquista, signore.
-
-— Diritto di difesa, generale.
-
-— Bene, mi piace: siete un _çi-devant_ che ragiona, voi.
-
-— Non sono il solo.
-
-— Me ne compiaccio: faciliteremo le risoluzioni.
-
-— Non domando di meglio.
-
-E tacquero. Poi:
-
-— Sedetevi, signore.
-
-— Grazie, generale.
-
-E sedettero.
-
-L'ombrosa suscettibilità dell'ombroso condottiero repubblicano, il
-quale vedeva in tutti ed in tutto, sempre, un assalto o un dispregio
-alla propria autorità, pareva placata. Forse vedevasi di fronte ad
-un pericolo reale, e dinanzi al pericolo colui che fu Napoleone, si
-ritrovava, dominava i propri nervi, comandava alla propria diffidenza:
-acquistava insomma la piena disponibilità delle proprie risorse.
-
-Parlò quasi pianamente:
-
-— Dunque, signore, voi vi opponete a me.
-
-— Ieri, forse, generale: oggi è un'altra cosa.
-
-— Ah? E perchè?
-
-— Perchè bisogna essere pazzi per contrastare con quattrocento uomini
-il passaggio d'un esercito. Odio gli eroismi inutili e del resto
-m'accorgo che non è vostra intenzione depredare il paese.
-
-— Da che cosa ve ne accorgete?
-
-— Dal ritorno delle donne e delle autorità in Ventimiglia. Alla città
-che si vuol mettere a sacco non si rimandano gli abitanti.
-
-— Bene. E allora?
-
-— E allora noi non vi contrastiamo.....
-
-— Vi ritirate?
-
-— Ci ritiriamo.
-
-Spuntò un'unghia del leone.
-
-— Se ve lo permetterò.
-
-Senza perdere la sua funebre calma l'Altariva replicò:
-
-— Credete di poterlo impedire?
-
-— E perchè no? Voi stesso avete osservato che ho un esercito contro un
-pugno d'uomini.
-
-— Altra cosa è sgominare i lupi discesi dai monti ed altra catturarli.
-
-— Può darsi, ma il mio preciso dovere è di catturarli, perchè le leggi
-militari della repubblica francese impongono d'accrescere l'esercito di
-tutte le popolazioni conquistate.
-
-— E allora catturate.
-
-— Cominciando da voi?
-
-Si guardarono fissamente.
-
-— Potrei dirvi che sono un parlamentare.
-
-— E così ritiro la parola cattura e la sostituisco con un'altra.
-
-— Quale?
-
-— Vi invito.
-
-— Vi ringrazio.....
-
-Senza un gesto continuò:
-
-— .... ma non accetto.
-
-— Comprendo. Vi trattiene un giuramento.
-
-— Vi sbagliate. Non ho giurato fedeltà ad alcuno.
-
-— Pure difendete la causa del vostro re.
-
-— Perchè è la mia.
-
-— La vostra.... forse. Non quella dei vostri vassalli.
-
-— Vi sbagliate ancora: quella dei miei vassalli più che la mia.
-
-Il generale Bonaparte aggrottò le sopracciglia.
-
-— Voi disconoscete dunque le conquiste della rivoluzione?
-
-— Quali, vi prego?
-
-— La libertà, l'eguaglianza, la fraternità.
-
-Per la prima volta un sorriso, leggero e profondo insieme, si disegnò
-sulle labbra del nobile Altariva. Le sopracciglia del Bonaparte già
-aggrottate, si contrassero.
-
-— Negate forse che la rivoluzione abbia dato al popolo e libertà ed
-uguaglianza?
-
-— Vedete che anche voi adesso vi rimangiate la fraternità, e fate bene.
-Un sentimento non s'impone, nè sovvertendo l'ordine, nè abbassando o
-alzando uomini. Sulla vostra bandiera c'è dunque già una parola almeno
-inutile.
-
-— Ma la libertà? Ma l'eguaglianza?
-
-— Quale eguaglianza? Il _tu_ che accomuna tutti? Il dovere di
-dare spiegazioni anche agli ubbriachi? Il diritto di sospettare,
-di insultare, di mettere alla gogna, di chiedere umilianti
-giustificazioni? Quale eguaglianza, ditemelo, esiste fra voi e — non
-voglio troppo discendere — il generale che vien dopo di voi? Quale
-eguaglianza fra voi e il vostro governo centrale?
-
-— E le prerogative nobiliari, le _corvées_, le esazioni, le decime....
-
-— Abusi..... come quelli del resto che farete voi.
-
-— Ah! Voi li condannate?
-
-— Non li voglio nemmeno discutere, chè non debbono esistere.
-
-— Ma esistono.... o almeno ci furono.
-
-— E i vassalli si ribellarono, come la corda tesa a lungo si spezza.
-Anche questo è nell'ordine naturale delle cose. Non legge, ma
-consuetudine, consacrò gli abusi. Quando avvenne il tacito patto fra
-l'uomo d'arme ed il contadino: _tu mi difendi ed io ti mantengo_, abusi
-non esistevano: l'abuso cominciò dal diritto inumano d'ereditarietà,
-non dei beni acquistati, ma di quelli tramandati....
-
-— L'ammettete?
-
-— Certamente. Ma credete voi che ne sarete immuni? Mio generale, l'uomo
-è accentratore, è conservatore, è rapace, è avido, e vuole vivere anche
-oltre la morte, almeno nelle cose sue. L'idea di patria è supplementare
-a quella di proprietà. Chi non possiede non ha patria. Chi non
-obbedisce non ama l'ordine e l'ordine è tutto: è quello che regge il
-mondo, è quello che fa vivere, è quello che dà la fiducia. Voi siete
-l'ordine, ed è per questo che siete anche il primo nemico della vostra
-rivoluzione.
-
-Il volto del generale Bonaparte s'era totalmente ricomposto, muscoli
-rilassati, rughe e ciglia appianate. Pareva una statua: soltanto — e
-forse involontariamente — l'occhio scintillava.
-
-— Credete, generale, che l'uomo aborre dai reggimenti democratici.
-L'uomo è nato per avere un padrone, per farsi difendere e lavorare e
-produrre in pace all'ombra della protezione altrui. La libertà non è
-che una parola astratta: nulla c'è di libero al mondo, tutto è legato,
-poi che tutto è costretto nell'ordine infinito e incommensurabile. La
-libertà è una figura politica, è il nutrimento a buon prezzo che si dà
-al povero volgo in cambio delle braccia e del sangue. Ah! meglio assai
-la franchezza dei padroni veri che davano il pane! E del resto che cosa
-fece la vostra rivoluzione se non imporre dei nuovi padroni? Volete,
-generale, che vi dica la risposta d'un mio avo al quale, per metterlo
-in guardia contro un intendente ladro, si susurrava che possedesse
-ricchezze esorbitanti? Rispose: «_Colui è già ricco: se lo cambio, il
-nuovo vorrà diventarlo_». Voi siete i nuovi padroni ed il popolo.....
-non fu sagace come l'avo mio.
-
-Il volto marmoreo del Bonaparte non espresse alcun sentimento.
-
-— Non c'è dunque mai sotto il sole una lotta di principii, ma soltanto
-di uomini. Soltanto i sognatori, i martiri, i crocefissi agitarono
-delle idee: gli altri non isventolarono che dei contratti.
-
-Questa volta il generale sorrise.
-
-— Gian Giacomo sottoscriverebbe la vostra teoria?
-
-— È forse errata?
-
-— E lo chiedete a me?
-
-— Non lo chiedo: la credo giusta, e me lo auguro e lo spero. Voi che
-uscite da una tutela ne subite un'altra peggiore oggi. E badate, non
-difendo i miei pari, chè non ne ho: difendo la verità, poichè riduco
-tutto alla sua ragion vera d'essere! Il popolo è fanciullo: ama cambiar
-di trastulli, ama rompere i trastulli con i quali si è divertito, o che
-ha ammirato: il popolo non ama la libertà, ma la sicurezza, il pane ed
-i giochi del circo. La libertà? Ma si può morire per una donna o per
-una memoria, o per una bella frase, ma sempre alla condizione d'essere
-ebbri.
-
-S'era acceso parlando. Parve, non pentirsi delle sue parole, ma
-crederle superflue, chè mosse un passo verso il generale repubblicano e
-gli chiese a bruciapelo:
-
-— Siete voi come io vi penso? Siete un padrone?
-
-— Che intendete?
-
-— Intendo questo: se è vostra intenzione, se è scopo vostro chiudere
-nella vostra mano le fedi tarlate e i cervelli codardi e asservirli a
-voi per il bene di tutti. Io che vi parlo, e che sono fra gli uomini
-più intelligenti e sicuro di me in apparenza, io sono, come tutti sono,
-dall'umil servo della gleba alla testa coronata: cerco un padrone che
-pensi per me, che risolva per me, che giochi anche per me. Tenetevi la
-vostra vana libertà, brandello di cencio, e datemi invece un padrone!
-
-— Un padrone?!
-
-S'era lanciato ma si riprese:
-
-— Datemi la mano, signor d'Altariva. Forse un giorno verrà ch'io vi
-ricordi le vostre parole.
-
-Spinse d'un colpo la porta, quasi per sottrarsi ad un pericolo o ad una
-paura:
-
-— Murat!
-
-L'aiutante apparve.
-
-— Il signor d'Altariva sia munito di salvacondotto, per sè e per coloro
-di cui darà i nomi.
-
-Una stretta di mano ed una parola tanto a bassa voce, pronunciata, che
-non si sarebbe potuto dire chi l'aveva emessa:
-
-— Grazie.
-
-
-
-
-XXXVII.
-
-
-Nella stanza non ampia, addobbata a salotto rococò in cui stonavano
-delle poltrone recenti venute di Francia sotto dei grandi mobili
-secenteschi, la damigella Chiarina moriva.
-
-Immobile, chiusi gli occhi, giaceva nel letto verginale, affondata
-nei guanciali, nimbata dai capegli biondi e parea che non respirasse
-nemmeno. Accanto al letto Gilda, muta e in lagrime, sventolava un
-pannolino sul viso della malata. Nel vano della finestra, chiuso, il
-cofano del corredo.
-
-Ad un tratto nell'anticamera suonò uno strepito di passi: la porta fu
-schiusa e il naso affilato dell'archivista Orengo fè capolino. Susurrò
-l'ometto, meno d'un soffio:
-
-— Gilda!
-
-La camerista non si mosse. Quegli, più forte, ripetè:
-
-— Madamigella Gilda!
-
-L'interpellata si scosse, volse il capo e s'attraversò la bocca
-coll'indice:
-
-— Ssssss!
-
-— Gilda — ripetè l'archivista, — il magnifico Grimaldi chiede se
-madamigella può ricever visite?
-
-— Visite? Ma se è qui come morta! Benedetta la Madre dei sette dolori,
-lasciatela in pace!
-
-L'ometto ritrasse il capo, ma non per questo la porta si richiuse,
-chè anzi fu spalancata e la contessa Isabella Lascaris e la marchesa
-Fiorina di Spigno entrarono seguite da Betto Grimaldi e dall'abate
-Bernardino Viale.
-
-— Chiara! — mormorò Fiorina curvandosi in singulti sul letto.
-
-La malata non si scosse.
-
-— Suvvia, ricomponiti — susurrò alla marchesa di Spigno, ch'era
-scoppiata in lagrime, la marchesa Isabella.
-
-Ed al Grimaldi inebetito:
-
-— Che dice il medico?
-
-S'ebbe in risposta uno sguardo atono.
-
-— Non si cercò di rianimarla con qualche cordiale? — chiese l'Abate.
-
-— Cordiale? — rispose Gilda. — È da stamani in questo stato. Il medico
-teme la congestione.
-
-— E non le cavarono sangue? E non le applicarono mignatte?
-
-Fiorina aveva preso il posto di Gilda ed agitava il pannolino, quando
-sulla soglia apparve il capitano Cavalli.
-
-— Magnifico Grimaldi entrano i francesi in città!
-
-— Vengo! Vengo! — rispose il comandante e si profuse in inchini.
-
-— Chiedo licenza! Chiedo licenza! Il dovere.....
-
-— Andate, Betto, andate, rimaniamo noi!.....
-
-Il capitano Cavalli immobile, osservava la malata.
-
-— Povera damigella — mormorò poi seguendo il Grimaldi — pare....
-pare.... —
-
-Sospirò.
-
-— .... la vergine Lavinia!
-
-La stanza ricadde nel silenzio.
-
-Dalla finestra aperta il tramonto d'oro penetrava. Di faccia incupiva
-la rocca di Roverino, mentre un po' della chioma fronzuta di Siestro
-rifletteva il sole morente.
-
-Silenzio ancora, pesante, inquietante.
-
-Ad un tratto risuonarono giù, sotto la città, sul ponte del Roia dei
-prolungati rulli di tamburo.
-
-— I francesi! Passano i francesi! — disse Gilda sporgendosi verso la
-finestra aperta.
-
-— I francesi? — ripetè la contessa Isabella curiosamente accorrendo.
-
-I rulli di tamburo crescevano, un brusìo soffocato da prima, poi
-sonoro, pieno, di folla tumultuante si propagò, e l'eco delle colline
-lo respinse e tutta l'aria se ne riempì. La gran dama e la camerista
-accumunate dal desiderio di vedere si sporsero maggiormente e Fiorina
-si staccò dal letto attratta dallo spettacolo insolito.
-
-I rulli marcarono il passo della moltitudine, poi nel rullar solenne si
-sposò un coro marziale:
-
- _Allons enfants de la patrie...._
-
-— No!.... No!.... No!....
-
-Il monosillabo raucamente risuonò. Le dame e la camerista trasalirono,
-si volsero, accorsero.
-
-Chiarina s'era alzata a sedere, puntando nelle coltri i pugni, gli
-occhi spalancati, sciolti i capegli, pallidissima, spettrale.
-
-Già il coro diventava assordante.
-
-— No!.... No!.... No!....
-
-Ricadde nelle braccia di Fiorina, annaspò delle dita nelle coltri,
-torse la bocca, gli occhi le si arrovesciarono. Ma fu un attimo. Il
-volto dolcissimo si ricompose, le labbra socchiuse lasciarono sfuggire
-delle parole.
-
-— Che dice? — esclamò Fiorina.
-
-Curvò sulla bocca della fanciulla, che teneva sul petto, l'orecchio.
-Chiarina ripetè accorata e soave:
-
-— Filippo.... perdonami....
-
-E spirò.
-
-
-
-
-EPILOGO
-
-
-Poca gente rimaneva nella cattedrale di Ventimiglia, antico tempio di
-Giunone, inginocchiata sul marmo inciso di fresco per rammentare che si
-celava là sotto il frale di Chiarina Grimaldi, volata nel grembo del
-Signore, angelo purissimo, vergine pia, sposa celeste, lasciando nel
-dolore eterno il nobile padre ed il nobile fidanzato.
-
-La folla uscendo per le due porte laterali si cacciava nei vicoli
-angusti della vecchia città e spariva, chè la sera discendeva, dopo
-il breve crepuscolo, veloce, e per le ordinanze della Serenissima
-il coprifuoco essendo in vigore, se non brillasse la luna, c'era da
-trovarsi al buio peggio che nella bocca del lupo.
-
-Una figura femminile pur tuttavia giaceva inginocchiata sul marmo:
-e poichè all'entrata della cappella quattro servitori con le torcie
-l'attendevano, c'era da supporre che fosse nobil donna. Rimase l'ultima
-e soltanto quando lo scaccino s'aggirò per le navate facendo suonar
-le chiavi, si riscosse e s'alzò. Allora soltanto un'ombra parve uscire
-dall'ultima colonna, quella d'un uomo alto, ammantellato, che tuffando
-la mano entro la pila porse l'acqua benedetta alla dama. Ed a malgrado
-il buio parvero riconoscersi, chè le due mani si toccarono tremanti.
-Fuori, verso le Crotte, nello sboccar d'un vicolo buio, la nobile
-signora sostò e l'ombra le si avvicinò.
-
-— Siete voi, Luca?
-
-— Sono io, Fiorina.
-
-Tacquero. S'incamminarono. La donna riprese.
-
-— Ho saputo da vostra madre, Luca, che avete ottenuto un salvacondotto
-e libere le terre e il castello. Ne godo per voi.
-
-Il Lascaris crollò le spalle:
-
-— Che me ne importa!
-
-Riprese:
-
-— Non per questo mi tengo legato: altri mercanteggiarono per me. Forse
-Camillo ebbe ragione guardando le cose e i sentimenti come le guarda.
-Ragiona, e ragiona troppo. Io sento. Ma purtuttavia, Fiorina, guardate:
-lascerò le mie terre, il mio castello e mia madre, tutto lascerò dietro
-di me, anche il giuramento che mi lega al Re, immemore di noi.... tutto
-sono pronto a lasciare, se manterrete la vostra promessa.
-
-Camminavano lentamente, ma la dama ristette e con lei si fermarono
-i servi protendendo le torcie accese sicchè ne illuminarono il volto
-stupito.
-
-— La mia promessa, Luca? Quale?
-
-— Immemore siete dunque, voi, come il Re, Fiorina? E pure è promessa
-recente e non di parola che il vento possa portarsi.....
-
-Ebbe timore la dama che il conte vaneggiasse. Cennò ai servi che
-s'avvicinassero e quelli impassibili, alte le torcie enormi, la
-chiusero in un quadrato inespugnabile.
-
-— Ve ne prego, Luca, parlate chiaro....
-
-Per tutta risposta il conte si svolse dal mantello, cacciò la mano
-entro l'abito, dalla parte del cuore e ne trasse un foglio piegato a
-tricorno e legato d'un nastro azzurro.
-
-— Ecco. Mi duole però dover constatare come le vostre promesse vi
-stiano così poco a cuore.
-
-Fiorina afferrò il foglio, lo svolse, l'aprì, s'avvicinò ad un servo
-che abbassò la torcia e lesse:
-
- _Luca,_
-
-_il conte Embriaco vi porta il presente per dirvi che mi precede e
-ch'io vengo a voi, fiduciosa che i nostri destini s'uniscano finalmente
-come desiderate e come desidera pur sempre_
-
- FIORINA DI SPIGNO.
-
-— Ma è falso, Luca! Io non ho mai scritto, io non potevo mai
-scrivere.... Dio! Perchè insultarmi così, Luca?
-
-L'uomo provò la sensazione d'una mazzata: vacillò, s'afferrò al servo
-più vicino, d'impeto, sicchè quegli cedette e la torcia violentemente
-scossa gli bruttò le mani di cera scottante e ne bruttò la fronte del
-nobile signore. Il servo urlò dal dolore, ma il conte parve invece
-averne un refrigerio.
-
-S'irrigidì. Mormorò soltanto:
-
-— Ed ho lasciato che l'uccidesse Almerico!
-
-S'avvolse di nuovo nel mantello.
-
-— Addio, Fiorina.
-
-— Luca, Luca, ascoltate — gli sussurrò la dama — calmatevi, salite con
-me, datemi questa consolazione.....
-
-— Grazie, vi ringrazio, ma non posso venire con voi.... Ho bisogno di
-restar solo....
-
-— Domani, domani almeno! Vi attendo. Promettetemi di non mancare.
-Ibleto vi vedrà con piacere.
-
-— Addio, Fiorina, — rispose il conte crollando il capo e cercando di
-svincolarsi, chè quella lo teneva come in una strettoia.
-
-— Luca.... vi prego.... Luca....
-
-— Badate ai servi, marchesa — ebbe la forza di susurrarle con la voce
-quasi calma.
-
-La donna lo lasciò. Ma insistette:
-
-— Verrete domani? Me lo promettete?
-
-— Addio, Fiorina, — rispose il Lascaris e fuggì precipitosamente
-ingoiato dall'oscurità.
-
-— Lancia, Borgogna, correte! — ordinò Fiorina, ma si riprese subito. —
-No, avvicinate le torcie.
-
-Rilesse il biglietto, fece una smorfia, poi ridusse in minutissimi
-pezzi la carta. Le rimase il nastro azzurro. Se lo annodò al polso con
-un nodo d'amore.
-
- *
- * *
-
-L'ordine di servizio portava scritto:
-
-— «_All'avanguardia la mezza brigata del colonnello Balbi...._».
-
-La sera, presa Cosseria, il Bonaparte chiese a Berthier:
-
-— Come si comportò la mezza brigata del colonnello Balbi?
-
-— Eroicamente, generale.
-
-— E il colonnello?
-
-— Morto all'assalto.
-
-— Ah!
-
-
- _FINE._
-
-
-
-
- OPERE
- DI ALESSANDRO VARALDO
-
-
- VERSI
-
- _Marine Liguri_ (esaurito).
- _Romanze e Notturni_ (esaurito).
- _Le Settembrine e le Odi Funambolesche._
-
-
- ROMANZI
-
- _Due nemici._
- _Un fanciullo alla guerra._
- _La Bella e la Bestia._
- _I Re Magi:_ I. L'Ultimo Peccato;
- II. La grande Passione;
- III. L'amante di Ieri.
- _La Marea:_ I. Il Falco;
- II. Cuori Solitari;
- III. Mio zio il Diavolo.
-
-
- NOVELLE
-
- _La Principessa Lontana_ (esaurito).
- _Una Rosa d'Autunno._
- _Genova sentimentale._
- _Le Avventure._
- _La Costa Azzurra._
- _Moralità Immorali._
- _Il Carnevale di Nizza,_
- _Donne profumi e fiori._
-
-
- CRITICA
-
- _Per un poeta della Vecchia Scuola._ (esaurito).
- _Fra vizio e belletto — Profili d'Attrici e d'Attori._
-
-
- TEATRO
-
- Vol. I. — _L'Altalena_ — _Il Medico delle anime_ —
- _Un marito innamorato_.
- Vol. II — _La conquista di Fiammetta_ — _L'amante del sole_ —
- _Appassionatamente_.
- Vol. III — _Diamante o Castone_ — _Il più sincero dei tre_ —
- _Una sciarada_ — _Il selenita_ — _Il Gatto nero_ —
- _Don Giovanni si pente_.
-
-
- IN PREPARAZIONE
-
- _Commemorazioni — Profili di Scrittori e di Attori._
- _Il Cerchio Magico_ — Commedia in 3 atti.
- _Il fiore d'agave_ — Novelle.
- _Il Cavaliere Errante_ — Romanzo.
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-
-
-
-
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-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL FALCO ***
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-additions or deletions to any Project Gutenberg-tm work, and (c) any
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-Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm
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-Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
-electronic works in formats readable by the widest variety of
-computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
-exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
-from people in all walks of life.
-
-Volunteers and financial support to provide volunteers with the
-assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
-goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
-remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
-Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
-and permanent future for Project Gutenberg-tm and future
-generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
-Sections 3 and 4 and the Foundation information page at
-www.gutenberg.org
-
-
-
-Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
-
-The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
-501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
-state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
-Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
-number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by
-U.S. federal laws and your state's laws.
-
-The Foundation's principal office is in Fairbanks, Alaska, with the
-mailing address: PO Box 750175, Fairbanks, AK 99775, but its
-volunteers and employees are scattered throughout numerous
-locations. Its business office is located at 809 North 1500 West, Salt
-Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up to
-date contact information can be found at the Foundation's web site and
-official page at www.gutenberg.org/contact
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-For additional contact information:
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- Dr. Gregory B. Newby
- Chief Executive and Director
- gbnewby@pglaf.org
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-Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
-Literary Archive Foundation
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-Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
-spread public support and donations to carry out its mission of
-increasing the number of public domain and licensed works that can be
-freely distributed in machine readable form accessible by the widest
-array of equipment including outdated equipment. Many small donations
-($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
-status with the IRS.
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-The Foundation is committed to complying with the laws regulating
-charities and charitable donations in all 50 states of the United
-States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
-considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
-with these requirements. We do not solicit donations in locations
-where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
-DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
-state visit www.gutenberg.org/donate
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-While we cannot and do not solicit contributions from states where we
-have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
-against accepting unsolicited donations from donors in such states who
-approach us with offers to donate.
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-International donations are gratefully accepted, but we cannot make
-any statements concerning tax treatment of donations received from
-outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
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-Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
-methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
-ways including checks, online payments and credit card donations. To
-donate, please visit: www.gutenberg.org/donate
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-Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works.
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-Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
-Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be
-freely shared with anyone. For forty years, he produced and
-distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of
-volunteer support.
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-Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
-editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
-the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
-necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
-edition.
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-Most people start at our Web site which has the main PG search
-facility: www.gutenberg.org
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-This Web site includes information about Project Gutenberg-tm,
-including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
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