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| author | nfenwick <nfenwick@pglaf.org> | 2025-02-06 03:56:28 -0800 |
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If you are not located in the United States, you'll have -to check the laws of the country where you are located before using this ebook. - - - -Title: Il trampolino per le stelle - Tre dialoghi e due racconti - -Author: Lucio D'Ambra - -Release Date: August 7, 2016 [EBook #52744] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL TRAMPOLINO PER LE STELLE *** - - - - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - - - - - - - LUCIO D'AMBRA - - Il trampolino - per le stelle - - Tre dialoghi e due racconti - - - - L. CAPPELLI, Editore - BOLOGNA — ROCCA S. CASCIANO — TRIESTE - - - - - Di questo libro sono state tirate 50 copie su carta - di lusso, firmate dall'Autore e numerate a mano. - - PROPRIETÀ LETTERARIA - - - - -Il trampolino per le stelle - - - In un qualunque tempo, in un paese qualunque, poichè Pierrot è - sempre Pierrot, maschera e uomo, poeta e fanciullo. Egli stesso - lo ha detto: «Io dico sempre la stessa cosa, perchè è sempre la - stessa cosa; e se non fosse sempre la stessa cosa io non direi - sempre la stessa cosa». - - Che cosa dice Pierrot? Dice che vuole essere amato più di - quanto egli sappia amare. Dice che vuole un'innamorata sempre - fedele, alla quale egli possa essere sempre infedele. Dice - che tutto vorrebbe, senza dare mai niente: o tutt'al più - un sospiro, un verso, una serenata, una canzone, un bacio, - tuttociò insomma, che fa a lui piacere di dare prima che - faccia piacere agli altri di ricevere. Sono io, Pierrot, io - che scrivo. Sei tu, Pierrot, tu che leggi. Siamo tutti Pierrot, - quanti noi siamo: uomini, fanciulli, poeti. - - Questo mio Pierrot di stasera è, come tanti, è come tutti. - Poeta anche lui. Innamorato anche lui. Vive lassù, in - soffitta, tra cieli e venti, e vorrebbe una reggia. Ha per - amica Colombina, fiorista nella strada accanto, e vorrebbe - una regina. Ha per amici quattro studenti come lui e vorrebbe - per amici i dotti di Salamanca e il Principe di Galles. Ha le - tasche vuote e vorrebbe i milioni di Rothchild. Ha poco sale in - zucca e crede d'avervi la saggezza di Socrate. Ama le donne, i - fiori e i bambini, ma le donne se non pretendono, i bambini se - non piangono e i fiori se non sono destinati a dire addio ai - morti. È un piccolo egoista, pieno di cuore, come me, come voi, - come tutti. È un bugiardo che pretende la verità negli altri, è - uno che strappa agli altri le illusioni e vorrebbe averle tutte - lui, è un omettino che crede di saper tutto e non sa nulla. Si - vanta di tutto potere e nulla può, proclama di amare tutti e - non ama che sè. - - Ora è lì, nella soffitta, al suo tavolino coperto di carte e - di libri. È con lui un amico, che lo lascia parlare, che lo sta - sempre, povero Giobbe, pazientemente a sentire. - - Fuori nevica da un cielo di farina. È l'ultimo giorno di - carnevale. Lì, sul tavolino, gettata su un libro, c'è una - mascherina nera, quella che Pierrot ha messo iersera e che - rimetterà stasera, quando crede di andare per le bettole e fra - le maschere a divertirsi. - - Nel caminetto una sedia rotta fa un po' di luce e quel po' di - luce par che faccia anche un po' di caldo. E Pierrot e l'amico - chiacchierano per chiacchierare. - - -L'AMICO - -Come mai oggi Colombina non c'è? - -PIERROT - -Mai più vedrai Colombina in questa onesta casa d'un poeta. Colombina -è una fraschetta, una civetta, Colombina è l'ultima delle donne. L'ho -scacciata un'ora fa da questa casa. Le ho gettato giù dalla finestra i -suoi cenci e la sua cuffia, i suoi scialletti ed i suoi nastri, i suoi -riccioli finti e i suoi fiori di carta. E non la rivedrò mai più, mai -più, mai più, mai più... - -L'AMICO - -Te l'ho sentito dir cento volte e il giorno dopo Colombina era qui. - -PIERROT - -Non ero io a richiamarla. Era Colombina a ritornare. - -L'AMICO - -Colombina diceva il contrario. - -PIERROT - -Colombina ha sempre mentito. - -L'AMICO - -E tu non le hai mentito mai? - -PIERROT - -Mai! E, senti, se vuoi rimanermi amico, se tu vuoi che non ci -guastiamo, non mi parlare mai più di Colombina. È morta, sepolta, -dimenticata, cancellata, dileguata, volatilizzata, polverizzata, -annientata, finita, sparita, svanita, allontanata, liquidata, volata, -sfumata, centrifugata. Con l'ultimo giorno di carnevale la sua -maschera è caduta. E domani è Quaresima. Il magro tempo quaresimale -consiglia raccoglimento e meditazione, severi studii di metafisica e -di filosofia. Dimenticherò nei numeri i suoi innumerevoli sorrisi e -andrò a dormire, ogni sera, con un filosofo nuovo. I suoi innumerevoli -sorrisi... Quanti ne aveva! Uno per prendermi e uno per lasciarmi, uno -per deludermi e uno per illudermi, uno per mentirmi come se fosse vero -e uno per dirmi la verità come se fosse una bugia, uno per fingersi -schiava e uno per farmi vedere che era padrona, uno per darmi il suo -cuore per sempre e uno per riprenderlo dopo un'ora... Ah, li conosco -tutti, oramai, e non possono più farmi male... Del resto nulla oramai -può più farmi male... Conosco le donne, gli uomini, i parenti, gli -amici, i ricchi, i poveri, i sapienti, gli imbecilli, me, te, il mio -vicino e quello che mi sta di rimpetto... Bella roba, tutta quanta, -in verità... Ah, che orribile mondo, questo, dove tutto è illusione, -menzogna, inganno, miraggio, vanità... Colombina, e tutte le donne, mi -hanno mentito... Tutti gli amici mi hanno tradito... Tutte le illusioni -se ne sono andate via per la finestra quando la realtà è riuscita a -entrare dalla porta... Tutte le speranze sono andate in fumo su per -la cappa del camino, quando ho cercato di scaldare al loro fuoco il -mio povero cuore intirizzito... E bisogna star qui, in questo mondo -stupido e vile, qui ad aspettare quello che non viene, a desiderare -quello che nessuno può darti, a cercare quello che non c'è... Ah, -andarsene, andarsene, andarsene... Via, via, lontano, lassù, lassù, -dove non arrivano gli aviatori, dove non arrivano neppure gli uccelli, -nell'etere, dove a quest'ora, nella sera serena, s'accendono le stelle, -dove la mia parente, la luna, s'affaccia ogni tre settimane, ride a -vedere quanto siamo stupidi, gonfia tutta la faccia a furia di ridere -e poi si sgonfia e se ne va... Guarda... - - (Prende su la scrivania il libro su cui è gettata la maschera. - Sono le _Odes funambulesques_ di Théodore de Banville. E mostra - il libro all'amico, poi cerca una pagina segnata). - -L'AMICO - -Che libro è quello? - -PIERROT - -Un poeta. Tu non lo conosci perchè tu non sei poeta e i poeti li -conoscono solo i poeti. Questo era un poeta che giuocava con le -strofe, come i bimbi con le trottole. Legava il filo delle rime -d'oro, stringeva e ristringeva attorno a un pensierino e poi lanciava -la trottola, lanciava la strofa e si divertiva un mondo a vederle -girare, girare, girare, tutte colori, tutte scintille, scintille che -splendevano, ma non bruciavano, come quelle dei fuochi a girandola -che accendono nelle sere di feste. Tu vedi tutto il cielo a fuoco -e non è nulla, dopo un istante: nè ardore, nè luce: buio. Tu vedi -tutte le pagine splendere alla luce di quel poema incandescente e -fosforescente e vai per scaldarti. Ma la luce s'è spenta e non c'è -più nulla quando l'ultima rima ha dato l'ultima scintilla. Era un -poeta, sì, ma era poeta come si può essere lucciola. Amava le fate e i -folletti, i clowns giocolieri e i fabbricanti di fuochi artificiali, -le donne tutte splendore di gioielli veri o falsi e le ballerine -tutte trasparenti di veli bianchi e rosei. Amava anche i Pierrot, come -me, come lui. Chiedeva alle fate che non ci sono le cose impossibili -che non si possono avere. Avrebbe voluto pescare la luna in fondo al -pozzo e metter le stelle a modo suo, davanti alla sua finestra, come -tanti lampioncini d'argento. E questo poeta dell'impossibile, questo -poeta che visse e morì felice perchè non aveva cuore ed era tutto -fantasia, voleva paragonarsi ad un _clown_, ad un bel _clown_ di seta -bianca e nera, che fa del suo sogno un trampolino, un gran trampolino -per scappar via dal mondo e andarsene lassù fra le stelle. Ascolta, -ascolta... - - _Plus haut! Plus loin! De l'air! Du bleu!_ - _Des ailes! Des ailes! Des ailes!_ - . . . . . . . . . . . - _Le clown sauta si haut, si haut..._ - . . . . . . . . . . . - _Et le coeur dévoré d'amour,_ - _Alla rouler dans les étoiles..._ - - (E quando Pierrot ha finito di leggere l'_Ode funambulesque_ - di Banville, l'amico scuote il capo, mentre Pierrot è tutto - vibrante d'entusiasmo). - -L'AMICO - -Son belli, questi versi. Ma il tuo poeta è pazzo. Chiede e sogna -l'impossibile. E non si può, quando si è stanchi del mondo, saltar -nelle stelle. Si può saltare dalla finestra e fracassarsi in istrada la -noce del collo. L'uomo non può saltare più in là di due metri dalla sua -finestra. - -PIERROT - -Ma questo appunto vuol dire esser poeti: sognare l'impossibile, -cercare nell'irreale il compenso del reale, metter nella vita quello -che non c'è, dare agli altri ciò che non hanno, aver le fate dentro un -rimario, i maghi nel calamaio, la bacchetta dei miracoli nella matita, -l'orchestra del paradiso in una conchiglia, l'oceano nella vasca -del tuo giardino, il cielo nel rettangolo della tua finestra, tutto -il mondo negli occhi d'una fraschetta come Colombina e un pubblico -immenso, per ammirarti, nelle orecchie d'uno scemo come te. - -L'AMICO - -Grazie tante. - -PIERROT - -E, avendo tutto questo, andarsene, senza muoversi di qui, volar nelle -nuvole coi piedi in terra, correre il mondo nella propria camera, -dominare i popoli essendo soli, giuocar coi secoli per pochi anni, -viver mille vite senza averne una ed aver tutto conosciuto senza aver -mai visto nulla. E vorrei anch'io stasera, perchè non ho un soldo, -perchè i miei versi nessuno li stampa, perchè nessuno mi vuol bene, -perchè nessun amico mi capisce, perchè gl'imbecilli vanno in carrozza -ed io vado a piedi, perchè Colombina mi ha lasciato per andare a cena -col vecchio barone che la protegge, vorrei anch'io stasera, come -Banville, toccar la bacchetta magica della fantasia, mutar questa -bianca casacca con l'abito ad aereostato del _clown_, fatto apposta -per salir su, su nel cielo e, uscito sul tetto di questa casa, trovare -il gigantesco trampolino e spiccare il salto verso le stelle... E una -volta raggiunti quei mondi nuovi, trovar tutto quello che quaggiù mi -manca, l'amore, l'amicizia, la verità, la gloria. Trovar lassù la donna -che non mentisce, l'amico che non tradisce, la realtà che non delude, -la verità che non uccide, la gloria che non deride... Trovar lassù, -nelle stelle, il mondo dei poeti e della poesia, i giardini sempre -in fiore, i cieli senza nuvole, i mari sempre azzurri, il sogno senza -risveglio, il trionfo senza nemici, l'amicizia senza invidie, l'amore -senza sospetto, il possesso senza dubbio, il sorriso senza lacrime, -la terra senza putredini, il bene senza male, la vita senza morte, il -volo senza caduta, il sole senza tramonto, e, soprattutto, io che della -menzogna ho sofferto e per la menzogna ho spasimato, io che la menzogna -ho sentito, viscida e sfuggente, in ogni cosa del mondo, soprattutto, -amico, io vorrei trovarvi soprattutto il bene dei beni, la gioia tra -le gioie, quella che è la mia sete inestinguibile, il martirio famelico -dell'anima mia: la verità, la verità senza veli, finalmente... - - (Nell'esaltazione Pierrot s'è commosso. E ora è li, abbattuto - su la scrivania, il volto sulle braccia ripiegate a fargli da - cuscino. Ora non nevica più. Il cielo è nero. La notte è fonda. - L'amico s'è levato ed ha acceso nella soffitta una piccola - lampada senza luce che si contenta di far dell'ombra, un po' di - penombra. Accesa questa e la pipa, l'amico viene, avvolto nel - mantello, a batter le mani su le spalle di Pierrot). - -L'AMICO - -Vieni via. Vieni a cena. È carnevale. - -PIERROT - -No. Lasciami. Sono solo e disperato. - -L'AMICO - -Troveremo amici, donne, fiori, vini, canti... - -PIERROT - -L'amico non ha fede, la donna non ha cuore, il fiore domani è secco, -il vino eccita un'ora, il canto porta in alto il cuore e poi lo lascia -ricadere... - -L'AMICO - -Che importa? Cogli l'ora che passa. Ridi stasera, anche se ritornerai -a piangere domani. - - (Inutilmente l'amico, in tutti i modi, tenta Pierrot, cerca di - persuaderlo a prender la vita così, com'è, le donne così, com'è - lui, l'amore qual'è per tutti e l'illusione per quanto è lecito - al mondo). - -L'AMICO - -Vieni? Soffri perchè Colombina t'ha abbandonato per avere un mantello -di seta, una scarpa di raso e un anello d'oro? E tu vieni con una donna -là dove Colombina pranzerà, e vieni con una donna bella come lei... -con l'anello d'oro come lei... La troveremo e, per una sera, farò io le -spese... E Colombina ti vedrà felice e si struggerà. Ti vedrà con una -donna bella, felice anche senza di lei e si tormenterà. Se t'ha fatto -soffrire che vuoi di più bello che farla soffrire a sua volta? - -PIERROT - -No. Lasciami. Colombina è morta. Ed io vorrei andarmene stasera, per -sempre, dalla vita nella morte, dal sonno nel sogno e dal sogno nelle -stelle. - - (Visto che è inutile insistere l'amico rinunzia). - -L'AMICO - -Bè. Buona notte. Verrò a vederti domattina. Ti troverò? - -PIERROT - -Così potessi non trovarmi... - -L'AMICO - -Non mi scapperai stanotte dalla finestra per saltare nelle stelle? - - (Pierrot solleva un momento il capo e guarda fuori, nella - finestra, la notte profonda). - -PIERROT - -Non aver paura. Vedi? Le stelle non ci sono. La bacchetta magica non -c'è e Banville il poeta era un _fumiste_. Ha vissuto settant'anni -con sua moglie che lo chiamava Totò. Ha fatto il critico drammatico -ascoltando ogni sera le più stupide commedie. Era commendatore della -Legion d'Onore. Ha vissuto come tutti. È morto come tutti. Non è -più nulla come tutti. E voleva, burlone e poveraccio, saltare nelle -stelle... Totò... - - (L'amico se n'è andato. Ha aspettato un momento dietro la - porta pensando che Pierrot lo richiamasse, ma Pierrot non s'è - mosso. Ha solo ripreso il libro delle _Odes funambulesques_ - ed ha riletto, una, due, tre, dieci volte, a voce alta, i - versi di Banville. Giù, nella strada, una comitiva passa - cantando. Pierrot guarda, nella finestra, il cielo buio e gli - pare di vedere formarsi in quel nero il gigantesco trampolino - fosforescente, come i versi di Banville. Vede un _clown_ agile - come le rime di Banville, salir su questo e prepararsi al salto - flettendosi su le ginocchia e dondolando le braccia. Prima il - _clown_ ha il viso di Banville, poi quello di Pierrot. Ancora - una volta la comitiva canta per istrada. Una macchina da - scrivere batte col suo picchiettio nella soffitta accanto. Dal - piano di sotto un pianoforte manda l'eco dei primi esercizii - scolastici; le scale. E par che quel pianoforte metta in - musica la dattilografia. Pierrot guarda fuori. La visione del - trampolino fosforescente è scomparsa. Ripete ancora, sempre più - piano, sempre più lento): - - _Et, le coeur dévoré d'amour,_ - _Alla rouler dans les étoiles..._ - - (Poi, ripiegato il capo su le braccia, Pierrot comincia a - smarrire l'esatta nozione delle cose e affonda a poco a poco - nella nebbia del sonno. Di tanto in tanto ancora qualche parola - esce, sussurro appena, dalle sue labbra): - -PIERROT - -Le stelle... Pierrot... Banville... Il Trampolino... Totò... - - (Così Pierrot s'è addormentato Il volume di Banville gli - scivola dalla mano e ruzzola a terra. Suonano ancora, nella - notte di carnevale, il coro lontano e la dattilografia - musicale. Ma già Pierrot è partito dal sonno per il sogno, il - sogno di Banville): - - _Plus haut! Plus loin! De l'air! Du bleu!_ - _Des ailes! Des ailes! Des ailes!_ - - -II. - - (La mattina dopo è Quaresima e c'è un cielo mediocre: un cielo - che non è azzurro e non è nero, un cielo grigio, il cielo delle - ceneri. Sempre al suo tavolino, le braccia su questo, il capo - su quelle. Pierrot dorme ancora. La porta s'apre L'amico entra. - E viene a svegliare Pierrot. Coi piedi urta a terra un libro e - lo raccoglie. Lo guarda e, dopo averlo guardato, lo getta con - disprezzo su la tavola). - -L'AMICO - -Ah, già... il libro di Totò... - - (E l'amico si avvicina a Pierrot Lo tocca prima con la mano; - poi lo scuote rudemente. Alla terza scuotitura Pierrot balza - in piedi d'improvviso come se l'avesse destato una scossa di - terremoto). - -PIERROT - -Oh guarda.... Sei tu.... E sono qui, in casa mia?... - -L'AMICO - -E dove credevi di essere? Alla Mecca? - -PIERROT - -No. Giù in istrada. Appoggiato al muro, seduto a terra, accanto a una -pozzanghera d'acqua piovana, con la luna dentro. - -L'AMICO - -E invece sei qui, a casa tua, appoggiato al tavolino dove t'ho lasciato -iersera. E la luna, caro mio, non c'è. Non c'è neppure il sole. -Carnevale è finito. Son le Ceneri. E il sole fa penitenza anche lui, -dietro le nuvole. - -PIERROT - -Ma io ci sono stato, stanotte, sai, nella luna... Oh, ti assicuro, -è stato un viaggio straordinario... E accaduto così... Vuoi che ti -racconti? - -L'AMICO - -Racconta pure. Ho tempo da perdere. - -PIERROT - -È stato così.... Tu eri andato via.... E io m'ero appoggiato a -questa tavola, le braccia conserte, il capo fra le braccia, gli occhi -chiusi.... E pensavo a tante cose.... A te, a Colombina, a Totò.... -E a Totò specialmente, e ai suoi versi... E a quel suo _clown_, e al -trampolino, e al salto nelle stelle... E poi, a poco a poco, senza -pensare più a nulla o pensando a tante cose insieme, in modo che -tutte si confondevano e una copriva l'altra nel mio cervello, mi -sono addormentato. Mi sono addormentato, ma mi vedevo uscir di casa, -infilar la strada, una strada buia buia, e lunga, interminabile, -tra fango e vento. E c'era laggiù tutt'un disegno di puntini d'oro, -come un traforo di luce nell'oscurità. E, avvicinandomi, ho veduta -la sagoma delle illuminazioni, e le finestre illuminate, e dietro le -finestre ombre che passavano, che ballavano... Il caffè Momus... Il -Quartier Latino... E li ho veduti, sai, entrare tutti e sei, Mimì con -Rodolfo, Marcello con Musetta, Colline con Schaunard... E sono entrato -anch'io, dietro di loro. E mi son seduto con gli amici, per bere. -C'era, in un angolo, solo, un bel ragazzo con la barba bionda e gli -occhi azzurri, con lo sguardo vuoto e il bicchiere pieno che andava e -veniva dalla tavola alle sue labbra senza riposo.... Aveva l'aria così -melanconica, povero diavolo.... Aveva l'aria d'aver tanto sofferto. -Ma c'era una luce nei suoi occhi e non so che splendore su la sua -fronte. E l'ho riconosciuto. Sì, sì, era lui, proprio lui, Musset.... -E più in là, coi bohèmes, seduto alla stessa tavola, con un sorriso -pieno di melanconia, innamorato di Mimì, disperato per Musetta, con -la sua faccia da poeta e da ospedale, c'era l'altro, Murger. Ed io -avevo alla mia tavola tanti altri Pierrot come me, allegri, chiassoni, -che bevevano, che mangiavano, che cantavano, e gridavano levando i -bicchieri: «Abbasso le donne... A che servon le donne quando ci sono -le stelle?». E, d'un tratto, tra la gente che ballava, ho visto lei, -Colombina, e sul chiasso del caffè Momus nell'ultima notte di Carnevale -ho sentito il suo riso.... E gli occhi non mi si sono più staccati da -lei. E ho veduto venire alla sua tavola, e sedersi, e bere lo champagne -con lei nel medesimo bicchiere, un vecchio con una borsa piena d'oro -da cui rovesciava monete sul tavolino e nelle mani di Colombina ogni -volta che Colombina, lì, davanti a tutti, davanti a me, a due passi -dalla mia collera, gli offriva un bacio ed un sorriso... E il vecchio -aveva una faccia che non m'era nuova, una faccia che io sono abituato -a vedere ad ogni fine del mese: quella del mio padrone di casa.... E -io volevo lanciarmi contro Colombina. Ma i Pierrot della mia tavola -mi tenevano al mio posto e mi ripetevano in coro: «A che servono -le donne quando ci sono le stelle?...». Ma d'un tratto Colombina -ha congiunto le mani facendone una piccola conca e il vecchio ci ha -versato dentro tutto il contenuto della sua borsa, una piccola montagna -d'oro, mentre Colombina gli dava la bocca, la bocca che io solo potevo -baciare, in un bacio che non finiva più.... E allora.... allora.... -in un colpo ho mandato per aria la mia tavola e i miei Pierrot, e -ho traversato la sala rovesciando a terra le coppie che ballavano, e -ho strappato Colombina dalle braccia del vecchio, e l'ho bastonata, -bastonata, bastonata a più non posso, li, davanti a tutti, mentre -tutti urlavano, e volavan piatti e bottiglie, e mille voci gridavano: -«Gettatelo fuori.... Gettatelo fuori....». E Colombina sotto i miei -colpi gridava: «No.... Non mi far male.... Ti amo.... Ti adoro.... -Ma sei povero.... E se amo te, mio poeta, amo anche i bei merletti, -i nastri di velluto, i rasi che mi accarezzano, le calze di seta che -fanno a gara con la mia pelle a chi è più fine.... E poichè tutto -questo tu non mi puoi dare vengo a prendermelo qui, da questo vecchio -imbecille....». Ed io, più che mai furibondo, più sentivo gridar -che mi amava, più avrei voluto ammazzarla tanto l'adoravo anch'io. -E l'avrei ammazzata se non m'avessero gettato fuori del caffè, in un -coro di voci che urlavano contro di me: «Scacciatelo.... È un pazzo.... -È un mascalzone....» mentre una sola voce, baritonale, formidabile, -che superava tutte le altre, mi incoraggiava, mi spronava, gridando: -«Picchiala.... Picchiala.... ancora.... Più forte, più forte.... Se -ti ha tradito, picchia. Se si vende per il lusso, picchia. Se ti fa -soffrire, picchia.... Faccio anch'io così, nei cattivi giorni, con -Musetta....». E, mentre mi gettavano fuori, ebbi il tempo di volgermi -e di veder l'uomo che gridava, in piedi su una sedia, al tavolino dei -_bohèmes_. Era il pittore, era Marcello, che con un tovagliuolo in -mano menava gran colpi nell'aria come se picchiasse su Colombina, su -Musetta, su tutte le donne che amano e non sanno rinunziare, su tutte -le canaglie adorate che c'ingannano e ci fanno morire, che barattano -il nostro cuore con un fisciù, il nostro amore con un pompon, la -felicità immensa di volersi bene in due soli con un grùzzolo d'oro -maledetto.... E poi, quando fui fuori nella strada e dietro di me -il caffè era ridiventato tutto canti, danze e allegria e volgendomi -potevo veder Colombina riseduta di nuovo a tavola — ma coperta, -almeno, grazie a Dio, di lividure — col suo vecchio imbecille che -paga a peso d'oro quel che ha valore solo se è gratis, la porta s'è -riaperta e Marcello mi ha raggiunto. Aveva in mano due bottiglie di -_champagne_ e due bicchieri. «Bevi, ragazzo mio..., mi ha detto. Bevi. -Non c'è da fare altro per tirare avanti. Bevi per dimenticare. Musset -fa così. Murger fa così. E faccio anch'io così.... E fa dunque così -anche tu.... Bevi. Quando avrai bevuto e sarai ubbriaco non saprai -più che cosa sia la tua disperazione, e ti parrà ancora possibile di -vivere in mezzo a tutte queste donne e a tutti questi uomini, e ti -parrà ancora possibile riprenderti Colombina quando, carica d'oro e di -vergogna, questi assassini te la riporteranno...». E ho bevuto, bevuto, -tracannando tutto; e poi ho lasciato cader la bottiglia e mi sono -voltato per chiederne ancora. Marcello non c'era più: era laggiù, alla -tavola, con gli amici, con Musetta su le sue ginocchia; e la baciava -perchè per quella sera Musetta era senza pensieri, col lusso pagato -dalle tristezze di ieri, e poteva essere, felice e infame, tutta per -lui, solo per lui.... E son fuggito davanti a me, per non vedere e non -sapere più nulla. Ma il vino bevuto per dimenticare faceva le mie gambe -molli e il mio passo squilibrato così che andavo a zig-zag attraverso -la strada buia, urtando nei palazzi di sinistra, rimbalzando su quelli -di destra per rimbalzar di nuovo su quelli di sinistra, come una -pallottola di bigliardo che sbatte da sponda a sponda finchè finisce -in buca. E finii in buca anch'io, scivolando lungo un muro e cadendo lì -a sedere per terra, sotto la pioggia che veniva giù a torrenti, ma che -non riusciva a smorzarmi il gran fuoco che mi bruciava dentro.... E lì, -accoccolato per terra, bagnato di pioggia, sporco di fango, ubbriaco -di vino, sfinito di dolore, morto di stanchezza, mi parve di non saper -più nulla, di non conoscere più nè pioggia, nè champagne, nè amore, -nè dolore, nè la tempesta fuori, nè la tempesta dentro e mi sentii a -poco a poco irresistibilmente addormentare.... Ma io ti annoio.... Tu -sbadigli. - -L'AMICO - -Non ci badare. È nervoso. Va avanti. - -PIERROT - -Ma, addormentato che fui, vidi un altro me stesso davanti al portone -di casa mia; e lo vidi salir le scale alla luce dei fiammiferi ed -entrare nella mia soffitta. E, quando la candela fu accesa, vidi lì, -sul letto, un gran vestito da clown, nuovo di zecca, uscito allora -dalla sartoria, tutto di raso bianco e nero, a grosse strisce. E -sul vestito una letterina in cui era scritto: «Eccoti il vestito. Fa -dunque, povero innamorato deluso, come il mio clown; e col tuo cuore -divorato d'amore _va-t-en rouler dans les étoiles...._». E, sotto, la -firma: lui, proprio lui, l'autore delle _Odes funambulesques_, Théodore -de Banville, il grande impresario dei fuochi d'artificio lirico, il -buon marito sedentario, il commendatore della Legion d'Onore, Totò.... -E, letta la lettera, d'improvviso mi trovai vestito da _clown_, mentre -il mio povero vestitino infangato da Pierrot era già su la stufa ad -asciugarsi, messovi da chissà quale fata invisibile che mi faceva, -bontà sua, da cameriera. Ma un'altra fata doveva esser sul tetto, -poichè questo d'improvviso, in un angolo della soffitta, si scoperchiò -quel tanto necessario a far venir giù dal tetto una scala tutta -foderata di velluto e coi piuoli di metallo come quelle che adoperano -nei circhi equestri per arrivare agli alti trapezii del salto mortale. -E son salito su per quella scala, e sono arrivato sul tetto dove — oh -meraviglia! — un gigantesco trampolino, tutto di metallo e di velluto -anche questo, era stato eretto contro il cielo adesso sgombro di nuvole -e tutto tremante di stelle. Non so dirti come quel trampolino fosse -grande. Ma sì: per darti un'idea, alto come la Torre Eiffel e grande -quanto San Pietro e con una molla così enorme che dieci cupole del -Kremlino sommate insieme non avrebbero potuto farle da coperchio. E -c'erano scale e scalette, scaloni e scalini per arrivare fin lassù; -ed io incominciai a salire, a salire, a salire, e più salivo più -c'era da salire ancora, più andavo in su e più mi sembrava d'essere -sempre allo stesso punto. Ma d'improvviso le scale scomparvero e mi -trovai su la piattaforma ch'era grande, per darti un'idea, come la -piazza della Concordia e oscillava sopra un perno alto come la Colonna -della Libertà a Nuova York. Su la piattaforma immensa io camminavo a -passettini così minuscoli che avrei impiegato un mese ad arrivare fino -in fondo. Ma avevo paura: la sentivo oscillare sotto i miei passi, come -fa il piatto d'una bilancia sotto la mano. E, d'un tratto, sebbene ci -volesse un mese a traversarla e non fosse passato nemmeno un minuto, -mi trovai al centro della piattaforma e avevo appena poggiato il piede -che, in un formidabile scoppio, come se cinquecento fulmini fossero -caduti tutti insieme sui cinquecento campanili della città, mi sentii -sollevato, lanciato in aria dal trampolino in azione, scaraventato -attraverso il cielo con la formidabile velocità della luce. Di rimpetto -a me le stelle piccole nel velluto immenso del cielo eran come tanti -chiodi d'oro ed io passavo in mezzo ai chiodi.... Ah, che paura, amico -mio... E vedevo laggiù, a terra, le metropoli illuminate piccole come -lucciole; e mi sembrava di non poter reggere al volo, che la forza del -mio slancio dal trampolino dovesse da un momento all'altro abbandonarmi -e farmi cader giù dove, morto di paura in cielo in quel momento, il mio -cadavere in polvere sarebbe arrivato a toccar terra un anno dopo... E -allora, passando fra due stelle, mi aggrappai a quei chiodi d'oro e -mi sostenni così. E ce n'erano a migliaia, a milioni, tutt'intorno, -di quei chiodi d'oro e così, dall'uno all'altro, non staccandomi da -un chiodo se non avevo afferrato l'altro ben bene cominciai a camminar -per il cielo penzoloni alle stelle e c'era tutt'intorno una gran luce, -una luce immensa, come quella del sole, ma più bianca, più fredda, una -luce d'argento e non una luce d'oro. E d'un tratto, in quell'immenso -chiarore, abbacinato mi smarrii. Non trovai più altri chiodi a cui -sospendermi. Il chiodo, cioè la stella alla quale ero con un braccio -aggrappato, bruciava, bruciava, oh come orribilmente bruciava,... Ed -io non potevo più resistere a quel fuoco, talchè a un dato punto per il -dolore abbandonai la stella e precipitai.... Precipitai nel buio verso -la gran luce e mi trovai, quando riaprii gli occhi chiusi per l'orrore, -in cima ad una grande scala d'argento e in un gran disco d'avorio. - -L'AMICO - -La luna? - -PIERROT - -La luna. Ed ai servi vestiti di bianco che custodivan la porta in -cima alla scala chiesi naturalmente, da persona bene educata, di poter -salutare la padrona di casa.... - -L'AMICO - -Ch'era lei, la luna.... - -PIERROT - -Ch'era lei, la luna. Chi me l'aveva detto? Nessuno. L'infallibile -istinto del viaggiatore celeste che prodigiosamente si orienta da sè in -quell'itinerario aereo senza indicazioni d'un Touring-Club stellare. È -anche vero che qualche cosa, vedendo tutti aver l'aria felice mentre -nel mondo che avevo abbandonato tutti hanno l'aria piagnona, qualche -cosa mi disse entro di me: «Gente felice?... Questo è certo il mondo -della luna....» Ed era, infatti, così. Ma la padrona di casa era a -passeggio e un gentiluomo della sua corte mi indicò laggiù, su la Via -Lattea, la sua carrozzina d'argento tirata da cento pariglie bianche di -minuscoli cavalli. - -L'AMICO - -Sorvola sui particolari. E va al sodo. Hai dunque visto la luna? - -PIERROT - -Sì, al suo ritorno, quando discese, in fondo alla gran scala -d'argento, dalla sua carrozza foderata di seta bianca in cui la -luna staccava come una perla sul suo candido astuccio. Oh, che bella -signora, amico mio.... Che cos'è mai Colombina al suo confronto? Un -mostricciattolo.... Bella, bella, divinamente bella, e bianca, bianca, -infinitamente bianca.... E quando salendo mi passò vicino mi riconobbe: -«Oh, tu qui, Pierrot?...». - -L'AMICO - -Ti conosceva? - -PIERROT - -Dal vestito. Per tutti i poeti c'è sempre stata un po' di luna nel -vestito di Pierrot. - -L'AMICO - -Ma se eri saltato dal trampolino vestito da _clown_..... - -PIERROT - -Sì, dal trampolino e finchè mi arrampicavo attraverso i chiodi d'oro -delle stelle. Ma, non appena toccai le madreperle della luna, per un -nuovo incantesimo mi trovai di colpo levate di dosso le brache del -_clown_ e negli specchi che nella luna fan da marciapiedi mi rividi -addosso il mio vestito da Pierrot, immacolato, di bucato, stirato di -fresco, con a posto tutti i bottoni e tutti i fiocchi, irreprensibile. - -L'AMICO - -E allora, dopo averti riconosciuto, che ti disse? - -PIERROT - -Nulla. Sorrise. E parve in quel sorriso voler dire tante cose, dal -benvenuto alla buona sera, dall'incoraggiamento al lasciapassare. -E sparì. Ma, come s'ella avesse veramente dato con quel sorriso un -ordine, io potei varcare la soglia d'argento e girare a piacer mio -pei giardini della luna, come se fossi munito d'un _coupe-file_ per -la libera circolazione. Ma dopo che ebbi pranzato con un estratto di -polline di fiori e con una coppa di rugiada, mentre fumavo in giardino -una sigaretta, fui avvertito che _Madame la Lune_ desiderava parlarmi. -E fui ammesso alla sua presenza. — «So — mi disse non appena fui -inginocchiato d'innanzi a lei — so perchè il tuo sogno, attraverso -il trampolino della fantasia, t'ha portato fin quassù. Nel mondo tu -soffri e cerchi per i tuoi sogni di poeta un mondo migliore. Tu hai -sofferto su la terra perchè tutti ti hanno mentito mentre a tutti -chiedevi, invece, o poeta, la verità. Quassù tu sarai accontentato. -Tutti ignorano quassù che cosa sia la menzogna. Quassù, come vedi, -tutto è bianco e tu sai benissimo che ogni bugia è, sul candore delle -anime, una macchiolina nera. Io ti dò piena libertà di rimanere in -questi miei immacolati paesi. Tu potrai andare e venire liberamente, -sognar le tue fantasie, trovare e cantare come e dove tu voglia la -fortuna, l'amore, la gloria. Ma se nessuno qui t'inganna, nemmeno tu -devi ingannare. E bada: io lo saprò. Se tu mentirai, ad ogni tua bugia -una macchiolina nera apparirà sul tuo bianco vestito. Vivi dunque -felice, Pierrot, come su la terra ed in mezzo agli uomini non ti fu -dato di vivere. Trova qui fra noi la verità che cercavi. Qui tutto è -amore, tutto è serenità, tutto è fiducia, tutto è ingenuità. Amore, -serenità, fiducia, ingenuità, questo è il colore della tua anima, caro -fanciullo, e del tuo vestito. Questo mio mondo lunare ha i medesimi -sentimenti degli uomini: l'amore, l'ambizione, la fede, la speranza, la -carità. Solamente questi sentimenti qui non conoscono frodi, inganni, -raggiri, calcoli o finzioni. Qui si vive veramente, come voi dite in -terra, col cuore su la mano. Va dunque, Pierrot, in questo felice mondo -che desideravi. Ma torna ogni sera, prima d'andare a dormire nel calice -d'un giglio, a farmi vedere se il tuo vestito e la tua anima continuano -ad essere senza macchie. E non credere, bada, di potermi illudere. -Quassù non c'è acqua e non ci son lavandaie. Fatta una macchia, tu non -potrai cancellarla mai più....». - -L'AMICO - -Comodo paese, il paese della verità! - -PIERROT - -Uscii dalla reggia della luna tripudiando di felicità. Avevo tanto -sofferto, io: Colombina infedele, gli amici infidi, i compagni sleali, -frode e menzogna in ogni cosa. E per tre giorni, pur andando in giro -continuamente fra uomini e donne, progetti ed affari, io ritornai dalla -Luna, alla sera, col mio bel vestito immacolato. Ma la quarta sera -_Madame la Lune_, corrugando il sopracciglio, scoprì una minuscola -macchiolina nera poco più su del cuore. E, con la faccia oscura, mi -rimproverò: «Tu hai detto, oggi, una bugia. Bada. Ma sia la prima -e l'ultima». Sapevo come la macchiolina era venuta. Devi sapere che -uomini e donne, lassù, son come noi. Solamente, mentre da noi le donne -belle e gli uomini forti stanno specialmente nelle statue dei musei -e nei quadri delle gallerie e attorno per il mondo vediamo girare -ogni giorno un popolo di mostri e di sfiancati che d'uomo e di donna -han solo il nome, nella luna, invece, son tutti belli. Così io, puoi -immaginarlo, non tardai ad innamorarmi. E quel giorno stesso avevo al -mattino chiesto un bacio ad una fanciulla bionda, offrendole, senza -ch'ella me lo chiedesse, ma perchè si fa sempre così, d'esserle per -sempre fedele. Ma nel pomeriggio una fanciulla bruna mi piacque e -poichè ella chiedeva, per annoiarmi, un giuramento d'eterna fedeltà, -io senza pensarci, tanto smaniavo di toccar quelle rosee sue labbra, -giurai come alla bionda anche alla bruna d'esserle per sempre fedele. E -il giorno dopo la prima bugia una terza fanciulla mi piacque. Suonava -il violino divinamente; e glielo dissi. Ella, sorridendo felice, mi -domandò se avessi mai sentito alcun altro suonar com'ella suonava. -Ed io giurai che no. E, verso sera, una quarta fanciulla mi piacque, -poichè suonava l'arpa celestialmente; e glielo dissi. Ed anch'ella, -sorridendo felice, mi domandò se avessi mai nella luna od altrove -sentito alcun altro suonare com'ella suonava. E io giurai che no, anche -a lei, tanto mi piacque lusingarla per esserne lusingato e tanto non -osai dir la verità per cui m'era parso che la suonatrice di violino, -per profondità di sentimento e delicatezza di tocco, la vincesse di -gran lunga su la suonatrice di arpa. E alla sera, _chez Madame la -Lune_, furon dolori. Quattro macchioline, grosse come centesimi, erano -schierate in bell'ordine su la mia giubba candida poco più su del -cuore. «Bada, mi disse vedendole la Luna con cipiglio severo. Bada, -Pierrot. Non continuar così se ti è caro vivere qui. Ricordati: non -sei più fra gli uomini. In terra, di bugie si vive. Qui, di bugie si -muore». - -L'AMICO - -Mi pare, in verità, che la Luna non potesse più affettuosamente -metterti in guardia.... - -PIERROT - -Mettersi in guardia.... Facile a dirsi, difficile a farsi. T'ho detto -e ti ripeto che lassù eran tutte maledettamente belle e, non appena ne -vedevo una che non avevo veduta ancora, mi prendeva una gran smania di -baciarle le labbra e di suggerle in quel bacio l'anima come si succhia -un fiore. E, per ottener questo bacio, non badavo a mezzi leciti o -illeciti. Se mi chiedevano promesse, impegni, giuramenti, io, preso -nel vortice del mio desiderio, ubbriacato di bellezza, promettevo, -m'impegnavo, giuravo. E la giubba, la mia povera giubba si copriva -di macchioline che s'allineavano in piccoli battaglioni come un -esercito schierato in piazza d'armi e visto da un aereoplano a tremila -metri. E, ogni sera, la Luna contava: «Trecento.... Quattrocento.... -Cinquecento....». E ora le bugie, dette le prime, crescevano e si -moltiplicavano senza che io volessi. Lo diciamo anche su la terra, -tanto per giustificarci: una tira l'altra, come le ciliegie. E una, -infatti, tirava l'altra. Dove una bugia era scoperta, dovevo dirne -due nuove per nasconder la prima. Dove un inganno svelato minacciava -di farmi perdere ciò che a me piaceva di conservare, tramavo altri -tre inganni per mantenere il primo. E, alla sera, la Luna contava: -«Ottocento.... Novecento.... Mille....». E sulla piazza d'armi della -mia giubba candida l'aereoplano a tremila metri non vedeva più i punti -fissi e radi d'un reggimento schierato: vedeva, povero me, tutt'un -formicolìo d'eserciti.... - -L'AMICO - -Come se guardasse, mettiamo, nell'anima di Colombina cui tu -inesorabilmente rimproveri il giuoco delle bugie. - -PIERROT - -Ma tutto questo complicato andirivieni del mio capriccio e della -mia fantasia, passati i primi tempi, corsa la cavallina, s'acquetò -rapidamente. Quand'ebbi in un modo o nell'altro baciato tutte le donne -che mi piacevano, m'accorsi che tutti i baci erano uguali e che a nulla -serviva continuare a mutar di bocca se non riuscivo a mutar di piacere. -Quand'ebbi comunque conquistato, lusingando, adulando, ingannando, -imbrogliando, i migliori gigli per dormirvi la notte, i migliori fiori -per assicurarmi i più fini manicaretti, i più bei cavallini per far -trascinare la mia vettura, mi parve inutile continuare la mia fatica -per avere altri agi uguali a quelli che già avevo, altre ghiottonerie -quando di ghiottonerie ero già ristucco e altri lussi quando già, al -mio passaggio, sdraiato nella mia _Daumont_, destavo l'ammirazione di -mezzo mondo lunare e tutti mi segnavano a dito dicendo con rispetto: -«Quello è Pierrot...». Quando, imitando gli altri poeti, camuffando con -parole mie i pensieri altrui, rubacchiando con mano destra concetti -e rime, ebbi avuto l'onore di adornare di miei versi le più illustri -gazzette dell'Olimpo lirico lunare, mi parve superfluo insistere a far -versi miei con quegli degli altri se già tutti leggendomi dicevano: -«La Terra ha Dante.... E noi, più avventurati, abbiamo Pierrot....». -E allora chiusi la mia vita in tre grandi solitudini: una donna sola -per amare, un solo amico per vivere, un'opera sola per bere veramente, -come Musset, nel mio bicchiere e farmi perdonare da _Madame la Lune_, -in virtù del mio genio, le mie innumerevoli macchioline. E trovai, solo -allungando la mano, la donna che mi adorava, l'amico impareggiabile e -il capolavoro assicurato. - -L'AMICO - -E le macchioline, per tante nuove virtù, miracolosamente scomparvero. - -PIERROT - -No. Sta a sentire. E non m'interrompere così.... Trovato che ebbi -l'amore, l'amicizia e l'opera, potei considerarmi, invero compiutamente -felice. Da ogni parte la vita nella luna mi sorrideva come io avevo -sognato che la terra mi sorridesse. Altro non mi rimaneva da fare che -lasciarmi amare, lasciarmi servire e lasciar che l'estro liberamente -cantasse nella mia fantasia. Ma, col tempo, la donna che mi amava mi -venne a noia e, poichè aveva un'amica, non ebbi pace finchè non riuscii -a tradir quella con questa. Verso il mio fedele e impareggiabile amico -io non ebbi più scrupolo alcuno di mancargli di fede quando vidi che -su la sua fede io potevo fare completo assegnamento. E, giuocandone la -fiducia, sfruttandone gl'interessi, calunniandone il nome, riuscii ad -avvantaggiar me in ogni modo danneggiando in ogni modo lui. In quanto -poi al mio capolavoro, quando vidi che l'opera era certa, ma lunga la -fatica, quando vidi alle prove che l'estro cieco non basta, ma che, -come diceva Buffon, _le génie n'est qu'une longue patience_, quando -sentii farsi attorno al mio raccoglimento operoso il silenzio nelle -frivole voci delle più leggere e quotidiane popolarità e non mi vidi -più per le vie segnato a dito e non mi vidi più nei grandi giornali -paragonato ogni giorno a Dante od a Shakespeare, annunziai a tutti che -il gran capolavoro era finito e diedi fuori, spacciandoli per l'opera -lungamente pensata e lavorata, duemila versi qualunque buttati giù alla -svelta in meno d'una settimana. Ma quand'ebbi tradito così tutto quello -che avevo ricevuto in dono dalla Luna, l'amore, l'amicizia e la gloria, -non potei più passare per i marciapiedi senza veder riflettersi negli -specchi che li lastricavano non più la mia giubba candida tempestata di -macchioline, ma addirittura una funebre casacca nera in cui di bianco -non c'era più neanche un puntolino. Così mi ritrovò _Madame la Lune_ -quando, alcuni giorni dopo, essendo stata chiusa in casa e invisibile -per un'eclissi, ricomparve ufficialmente nella sua reggia d'argento e -mi mandò a chiamare. Non osavo apparirle davanti e sentivo che nella -sua collera la mia ultima ora lunare sarebbe stata irremissibilmente -segnata. Ma non s'alterò vedendomi nero a quel modo da capo ai piedi. -Solo scosse melanconicamente la sua bella testa serena e mi disse così, -senza severità: «Vedo che nel felice mondo della luna, non ostante -tutto ciò che io ti ho consigliato, tu ti sei condotto non altrimenti -da come, su la terra, gli uomini si conducevano verso di te. T'ho dato -le tre grandi gioie del cuore, dello spirito e dell'intelligenza e tu -ne hai fatto menzogna e mercato. Ma non poteva essere altrimenti. Non -è tua colpa se, dopo le prime macchioline delle prime timide bugie, -la tua bianca casacca s'è fatta nera come l'anima tua. Tu sei poeta, -ma sei anche uomo, inguaribilmente uomo. Poeta tu desideri un bene, -una verità, una felicità che poi, se ti son dati, tu uomo non sai -vedere, non sai rispettare, non sai conservare. Quand'eri su la terra -odiavi la menzogna, l'inganno, la frode, perchè menzogna e inganno e -frode eran tramati dagli altri verso di te. Ma quando il tuo slancio -ideale verso il sogno t'ha portato più su degli uomini, dove nessuno -mentiva, nessuno ingannava, nessuno frodava, tu, che altro non sei -che un uomo, hai mentito, hai ingannato, hai frodato, hai fatto nella -luna, verso gli altri, quello che in terra ti doleva che gli altri -potessero fare a te. Il male è nel tuo cuore, piccolo uomo che si -veste di bianco, ma che è dentro di sè senza candore. L'illusione è -dentro di te, poeta, l'illusione per cui follemente ti lamenti d'umane -debolezze e d'umane viltà di cui tu sei quanto tutti gli altri capace. -Che vuoi tu dunque da noi? Qui sono anime candide per cui purezza vuol -dire diritto d'immortalità. La vostra vita umana è invece in un breve -circolo di anni, impercettibile attimo nel tempo, inesorabilmente -segnata. E nessuno di voi uomini è immortale perchè nessuno di voi, -uomini, è degno d'immortalità. Anche qui, qualche volta, un'anima si -perde. Tu ne hai perduta una: quella di colei con la quale hai tradito -l'immenso amore che, per l'eternità, in una donna io t'avevo dato. Ma -quando quassù un'anima si perde il lutto è così grande che una stella -si spegne nel cielo e un mondo s'inabissa nell'infinito. Le stelle -cadenti che voi uomini vedete solcare il cielo nelle notti d'estate -altro non sono che anime perdute quassù e che precipitano in un'ultima -luce per venire a perdersi nella vostra terrestre oscurità. Ritorna -dunque, o piccolo poeta mortale, il cui ideale non ha luce più lunga -e più forte di quella di una lucciola su la siepe, ritorna alla tua -terra laggiù. Sopporta che gli altri ti mentiscano poichè tu sei pronto -a mentir come loro. Soffri che gli altri ti ingannino, poichè tu, come -loro, non sai vivere di verità. Accetta d'essere vittima della frode in -attesa dell'ora propizia in cui sarai tu il frodatore. Vattene dunque, -uomo. E dì al poeta che ha dato le ali alla tua fantasia per mandarti -fin quassù, digli che è inutile chiedere come lui fece _des ailes, des -ailes_, quando non potete servirvene per restare in alto. Quanto più -in alto tu sali, o poeta, con le tue ali d'impossibile, più dall'alto -cadi, tu uomo, quando il tuo peso mortale inesorabilmente ti condanna -a ripiombare giù». Ciò detto la Luna fece un gesto e tutto si oscurò. -Ed io mi ritrovai un istante dopo sul margine del firmamento, non -più Pierrot bianco, non più Pierrot nero, ma col vestito da _clown_, -a striscie bianche e nere, pagliaccio di due colori, mezzo ideale e -mezzo realtà, poeta e uomo, da tutti diverso ed a tutti eguale. E vidi -correre verso di me cento, duecento, mille donne, tutte quelle che -avevo baciate, tutte quelle cui avevo mentito; e avevan tutte la faccia -di Colombina quando ride e mi sfida. E gridavan tutte spingendomi -verso l'abisso stellato: «Giù.... Giù.... Via di qua, uomo.... -Torna da lei che ci vendicherà...». E in un'ultima risata di mille -gole, nello spintone di duemila braccia, dal margine del firmamento -ricaddi nell'abisso, traversai le stelle senza potermi più salvare -aggrappandomi ai loro chiodi d'oro; e vidi sotto di me, precipitando, -il minuscolo mondo crescere, crescere, crescere e farsi sempre più -vicino, e più preciso, e vidi il mare e i monti, vidi le luci delle -città e poi le città stesse, e poi le vie, e i palazzi, e le case, e le -finestre, e il mio tetto e su questo un grottesco piccolo trampolino -messo assieme con due povere tavole, miserabile tentativo fatto per -sfuggire alla vita, agli uomini e a me stesso, trampolino su cui -picchiai per rimbalzare e ricader fuori del cornicione, e rotolar giù -lungo la parete della mia casa, e ripiombar giù nella strada piccola, -buia, bagnata, fangosa e nell'urto formidabile svegliarmi, e trovarmi -lì a terra, accoccolato vicino al muro, col mio vestito da Pierrot -tutto pioggia e fango, col cielo sul capo, nella listarella azzurra -che se ne vede tra le case in città, senza più nuvole tutto pieno di -stelle. E la luna non era più che lì dentro — sola luna degna di me, -di te, di Colombina, di tutti noi uomini e donne — la luna non era più -che un dischetto bianco, grande quanto una fetta d'ananas, tremolante -lì accanto a me nell'acqua piovana della pozzanghera. - - -III. - - (Ora Pierrot, compiuto il suo racconto, si è abbandonato con - le braccia e con la testa sul tavolino e, povero ragazzo deluso - dal suo sogno prima ancora di viverlo o di tentare di viverlo, - s'è lasciato andare alle sue lacrime e ai suoi singhiozzi. - Piange, poverino, e si dispera da far pietà. Ma l'amico di - Pierrot non si commuove. Non è un poeta, l'amico di Pierrot. - È un uomo, semplicemente un uomo e gli uomini non hanno mai - pietà per i poeti che invece son uomini disperati di non esser - che uomini. Ma ora, d'improvviso, c'è un passettino su per la - scala e una mano gratta leggera alla porta. L'amico di Pierrot - ha imaginato chi può essere. E, infatti, levatosi, andato in - punta di piedi alla porta ed apertala, si trova davanti timida, - tra sorrisi e lacrime, con un fagottino sott'il braccio e - una malinconia in cuore, Colombina che ritorna, con la pace - di Quaresima, al suo poeta innamorato. E, di su la porta, - Colombina vede pianger Pierrot che tutto sussulta nella sua - giubba. Ha nella melanconia un sorriso di trionfo e interroga - l'amico): - -COLOMBINA - -Poveretto!.... Piange per me?.... Ah, come lo adoro... - - (E senza neppure aspettare risposta tutto il suo viso - s'illumina di felicità perchè di nulla una donna è felice - come del potere di riempir di lacrime gli occhi d'un uomo. E - Colombina si slancia verso Pierrot, s'inginocchia ai suoi piedi - e leva verso di lui le sue braccia supplici e le sue parole - pentite. L'amico guarda un momento e poi brontola andandosene): - -L'AMICO - -Valeva proprio la pena d'andar fin nella luna per ritornare a terra -così, come tutti i giorni.... - - (Ma Pierrot ha sollevato il volto. Ha visto Colombina. S'è - gettato nelle sue braccia. Colombina vorrebbe ancora spiegare - la sua assenza della sera prima, l'origine onesta dei suoi - piccoli lussi, e ingannare ancora Pierrot, e mentir quando - occorre per far pace tra due innamorati, e giustificar tutto - quello che è vano giustificare poichè è inevitabile). - -COLOMBINA - -Ti giuro.... Credimi, amor mio.... È la verità.... Non senti nella mia -voce, non vedi nei miei occhi che è la verità?... - - (Ma Pierrot le ha tappato la bocca con la mano. E ora si getta - su le labbra di lei con le sue labbra per cercar nel bacio - certo il solo oblio possibile di tutto quello che è incerto. E, - tra un bacio e l'altro, le dice): - -PIERROT - -No, zitta, zitta, ti prego.... Non dirmi nulla. Non spiegarmi nulla. -Non c'è nulla da spiegare. La vita è questa. L'amore è questo. E -nessuno può cambiare. - -COLOMBINA - -Ma tu devi credermi, tu devi ascoltarmi.... - -PIERROT - -No, cara. È inutile. Ti credo, ti credo come se tu avessi parlato. -Verità, bugia, hanno le stesse parole, i medesimi accenti, il medesimo -sguardo. E chi può mai distinguere, chi può davvero riconoscere? Che -importa a te di dirmi la verità se io posso crederla una bugia? Che -importa a te di dirmi una bugia se io, senza che tu abbia parlato, son -pronto a crederti come se avessi detto la verità.... Non c'è altro da -fare.... - - (Ma invece di baciarlo Colombina si leva in piedi, offesa, - imbronciata. Poichè Pierrot tenta di riprenderla lo respinge. - Poichè Pierrot cerca di farla ridere, scoppia a piangere). - -COLOMBINA - -Lasciami... Mi hai offesa. E non mi ami. - -PIERROT - -Io?... Io ti ho offesa?... E come, come ti ho offesa? - -COLOMBINA - -Ma sì.... Anche ammesso che una donna dica una bugia non è lecito -crederle, mio caro, prima che l'abbia detta. Non è possibile toglierle, -credendola prima, l'illusione d'essere stata creduta davvero! Impara a -vivere, caro mio, ed a trattar come si deve con le donne.... - -PIERROT - -Hai ragione.... Perdonami.... Tu ragioni a fil di logica ed io son qui -pronto ad ascoltarti,.. - - (E, felice di poter mentire e di ricuperare nella bugia la gioia - di sentirsi creduta, Colombina, seduta ai piedi di Pierrot, le - mani nelle mani, gli occhi negli occhi, comincia a spiegare, a - raccontare....) - -COLOMBINA - -Non ti ho mentito mai.... Il giovane che mi seguiva l'altra mattina è -un parente d'una mia amica e m'aveva raggiunta appunto per chiedermi -notizie di lei.... Il merlettino che tu hai trovato nel comò me lo ha -regalato quella mia stessa amica, per il giorno della mia festa, ed io -avevo dimenticato di fartelo vedere.... Il ritratto di militare ch'era -fra le mie camicie, te lo giuro, è capitato lì non si sa come.... Io -non lo conosco, quel militare.... Giurerei che è il fidanzato della -stiratrice.... E, quanto a questa notte, non credere che io sia andata -in giro per i caffè a divertirmi o a ballare.... Ero in casa della zia -e alle nove ero già a letto.... - - (Mentr'ella parla così, Pierrot vede ancora nella massa dei - capelli di Colombina qualcuno di quei pezzettini di carta - colorata che piovon nei caffè e nei teatri nelle sere di - Carnevale. Vorrebbe prenderne qualcuno per farglieli vedere - e smascherar subito la gran bugia. Ma ripensa al _clown_ - di Banville, al trampolino per le stelle, al sogno nella - luna, alla piccola e miserabile verità della terra.... E - ride.... Ride per non piangere, come fanno i bambini, le - donne e i poeti.... E vede lì accanto il libro delle _Odes - funambulesques_.... Lo riapre. Rilegge i versi): - - _Plus haut! Plus loin! De l'air! Du bleu!_ - _Des ailes! Des ailes! Des ailes!_ - - (E si rialza ridendo Ali, ali, ali... E per andar dove? E pensa - a Totò, marito sedentario, pacifico commendatore, seduto nella - sua poltrona accanto al fuoco, i piedi nelle pantofole, intento - pazientemente a far versi pazzi nella sua tranquillità borghese - ed a cercar rime rare tra le rime obbligate della sua vita - d'ogni giorno.... E ride, ride, ride di sè, di Totò, di tutti i - poeti, di tutte le poesie... Così ridendo prende il libro delle - _Odes funambulesques_ e, aperta la finestra, lo scaraventa - giù nella strada. Poi rivà di corsa da Colombina interrotta - nelle sue spiegazioni e, ritornato a sedere, prima la bacia e - poi l'ascolta: cioè fa prima la cosa necessaria e poi la cosa - inutile E Colombina, ostinata riprende la matassina delle sue - bugie che Pierrot, ridotto oramai ad essere come tutti, ascolta - con aria serena e credula, come fossero sacrosante verità). - -COLOMBINA - -E quanto poi al ritrattino del militare.... vedi.... posso anche -dirti.... posso anche giurarti.... se vuoi.... che a me non piacciono -i militari.... - - (Intanto, per istrada, un piccolo Pierrot di quindici anni ha - raccolto il libro delle _Odes funambulesques_ caduto nel fango - e, apertolo alla ballata del _clown_ e delle stelle, comincia - a sua volta a sognare): - - _Plus haut! Plus loin! De l'air! Du bleu!_ - _Des ailes! Des ailes! Des ailes!_ - - - - -Il Bacio di Cirano - - -I. - -LE SUE AMICHE DELLA COLLINA VERDE. - -La Collina Verde. Il bianco convento nascosto lassù, in vetta al colle, -fra querce ed abeti, che è la mèta d'ogni passeggiata mattutina di -Grazia. Arriva lassù, al trotterello del piccolo somaro sardegnolo, -piena di fiori la minuscola cestina che il somarello tira su su per -quel nastro bianco della strada svolazzante nel verde. Ecco la cima -del colle. Ecco il grande panorama della valle ancora ingombra di -nebbia azzurra nel mattino di primavera. E Grazia bussa alla porta del -convento. Il chiaro sorriso della suora guardiana l'accoglie appena la -porta s'è aperta. È la piccola amica d'ogni giorno, cariche come ogni -giorno le braccia di fiori, come ogni giorno piena di doni la borsa -di velluto che le pende al fianco. E, difatti, il primo dono è per -lei: una tavola di cioccolata per suor Ghiottona... Non ha neppure, -col volto illuminato di umile gioia, il tempo di ringraziarla. Già -Grazia vola via leggera — con la sua sottanina rosea, col suo giubbetto -di velluto nero, col suo cappello fiorito, con quel costume un po' -antiquato e fuori moda, ma così pieno di grazia e di colore, che la fa -sembrare una figurina di Winterhalter — già Grazia vola via per il gran -viale dei cipressi e sbuca laggiù su lo spiazzo davanti alla grande -cappella. Le suore in ricreazione son lì, tutte raccolte. E non appena -Grazia appare, ecco le piccole bianche suore accorrerle attorno, venir -d'ogni lato, di tra il verde, come un gran volo di farfalle. Quante, -quante sono le sue amiche della Collina Verde... E son lì, tutte -attorno a lei — e ancora ne vengono, dal bosco le solitarie, dalla -cappella le più mistiche, dall'orto le buone massaie, dal giardino le -più poetiche, dal refettorio le più golose — e son tutte lì attorno a -Grazia che, come ogni mattina, distribuisce, dopo il grande inchino e -il baciamano alla Badessa, fiori, doni e sorrisi. - - -II. - -«HO FATTO IL GIRO DEI MIEI POVERELLI...» - -Ora Grazia è seduta sul gran prato d'innanzi al convento, in un gran -cerchio di suore. E lei, tutta rosa in mezzo a quel bell'ordine di -suore bianche, vista di lassù dal campanile dove il campanaro suona le -campane a festa, deve sembrar nel verde una gran rosa rosea circondata -di camelie bianche. E parla, e parla... E racconta alle sue amiche -della Collina Verde quello che ha fatto da quando s'è destata e -levata con l'aurora: come ogni giorno il suo itinerario di pietà e di -consolazione, la sua dolce catena d'opere belle e d'opere buone: - -— Ho fatto il giro, racconta, dei miei poverelli... Alla scuola -campestre, prima... Cari i miei bambinoni, con quei loro grembiuloni -bianchi, care le mie ragazzone con quei loro vestitini azzurri, lì, -su quei banchi, fra verde di campagna e azzurro di cielo... Poi via, -di corsa, dal mio “gran malato„ immobile, poverino, da dieci anni, -inchiodato, crocefisso nella poltrona dalla paralisi... E poi son corsa -a dar lavoro, alle mie «manine d'oro»... al laboratorio... Manine -d'oro, veramente... Come ricamano! Se vedeste... Vi fanno, adesso, -una tovaglia per l'altar maggiore... Vedrete... E poi via, di corsa, -dai «miei eroi»... Povera mamma sempre triste, ma pur gloriosa, con -quei due giovanottoni senza gambe l'uno, senza braccia l'altro, ma -con mezzo metro di nastrino blù sul petto tutt'e due... E poi ancora -dove sono stata?... Ah, a distribuire il pane ai miei vagabondi della -strada maestra, precisi ogni giorno all'appuntamento, al ponticello di -legno sul torrente... Non ne manca mai uno... Girano, girano, girano -senza casa e senza requie, tutt'il giorno e sempre lì ritornano ad -aspettarmi, ogni mattina... E anche lui mi aspetta, ogni mattina e ogni -sera, il mio vecchio poeta del campanile tra le sue campane... E come -suona a gloria il _Mattutino_ quand'io lo vado a trovare lassù, il mio -amico altolocato, tra campane e cielo!... E poi, quando lassù, isolata -e sospesa nel cielo, ho ascoltato ben bene, tra le campane giganti, -l'inno che il poeta del campanile fa squillare in onor mio, ridiscendo -giù... in terra... dove non c'è più gioia... dove il mio più grande -dolore mi aspetta... - -Gli occhi le si velano di lacrime. Abbassa il volto e la voce: - -— Il mio povero e caro fratello tanto malato è appena desto... Lo -faccio adagiare su la _chaise-longue_ dove trascorre leggendo quasi -tutte le sue giornate. Gli apro le finestre affinchè un po' di sole -entri a riscaldarlo e a rincuorarlo... Come ritorna la speranza -nel cuore dei malati quando un po' di sole viene a toccarli, a -scaldarli!... E gli domando, ogni mattina, col cuore che mi batte -tanto forte: “Stai meglio, stamattina?...„ Ed egli dice di sì, per -consolarmi... Ma non è vero... Lo so che non è vero... È condannato, -come tutti i miei... - -E il volto di Grazia è nascosto nelle mani e il pianto è nella sua gola -e nel suo petto. Come più si stringono le piccole suore attorno a lei, -per consolarla... Ma Grazia è forte. Grazia ha un grande cuore eroico -e non vuol pietà. Rimanda in dietro le lacrime, balza in piedi e si -stringe attorno le amiche bianche: - -— E ora sono, come ogni mattina, fra le mie amiche della Collina Verde -per ringraziare Iddio di quel po' di bene che mi permette di fare!... - -Va Grazia, con le suore, alla cappella. S'inginocchiano e pregano. Che -mistico fervore è sul volto di Grazia, quale luce di trasfigurazione in -quei suoi grandi occhi sognanti!... - - -III. - -CLAUDIO ARCERI. - -Nel suo studio denso di stoffe e di tappeti, lasciato in eterna -penombra dalla poca luce che entra attraverso i cristalli da -cattedrale, Claudio Arceri, seduto al tavolino, con il pianoforte -aperto accanto a lui, lavora. Ha d'innanzi a sè i grandi fogli coperti -di segni della sua opera nuova. Il giovane maestro è già celebre, a -trent'anni. Le sue tre prime opere gli hanno conquistato una popolarità -universale e il mondo attende adesso la sua opera nuova. Il soggetto -ch'egli ha scelto è famoso: _Cirano di Bergerac_. La musica gli canta -dentro e il maggiore entusiasmo creativo accende Claudio Arceri. Ma -come lavorare? Ad ogni quarto d'ora è interrotto. Il vecchio domestico, -avvezzo ai rabbuffi ma sempre, tuttavia, intimidito quando gli si deve -avvicinare nelle ore del lavoro, viene avanti pian piano, in punta -di piedi... Ha, sul vassoio, tre biglietti da visita. Come lo guarda, -Claudio, e come vorrebbe strangolarlo... Ma non lo strangola perchè, in -fondo, a quel vecchio fedele e taciturno domestico vuol bene. Guarda i -biglietti da visita: un editore, due impresarii di teatri lirici. Come -si fa a non riceverli?... Peccato... Guarda i fogli sul tavolino... -Era in un'ora di estro... La ballata dei Cadetti gli veniva sui fogli -così facile che sembrava gliela dettassero dentro.. Pazienza... Avanti -l'editore... Poi... gli altri... - -— E... non ci sono per nessun altro... Chiunque venga: il maestro -lavora e non riceve. - -Il domestico va, ma Claudio, di scatto, lo richiama: - -— Cioè no... Aspetto alle cinque una signora... La riceverò... Verso -le sette, poi, verrà la signorina Andreani. Se l'altra signora non -fosse ancora andata via direte alla signorina Andreani che non sono -ancora rientrato e che ho telefonato per farla avvertire che andrò io -a prenderla alle otto a casa sua per pranzare insieme... - -Inchinato e docile, il domestico è uscito. Claudio, seccato e -compiaciuto insieme come tutti gli uomini e come tutti i grand'uomini, -sospira: - -— Dio, che vita complicata è la mia!... - -Complicata, sì, perchè Claudio Arceri non è solamente un grande -artista... È anche un gran bel ragazzo... E i suoi nemici dicono che se -fosse meno bello sembrerebbe — almeno alle signore — meno bella anche -la sua musica... - - -IV. - -«FORSE, UN GIORNO... CHI SA?» - -La meridiana della Collina Verde segna oramai mezzodì. Squilla, in un -dolce e caldo aroma di ragù che si mescola al profumo dei giardini, -la campanella del refettorio. Accompagnata dalle bianche amiche per il -gran viale dei cipressi. Grazia va, dopo aver pregato, verso l'uscita. -Ha le braccia aperte su le spalle di due suore che, guardando a terra, -accordano i loro piccoli passi su quello lento e grave di Grazia. Che -silenzio attorno, ora che la campanella del refettorio ha taciuto! E -Grazia si sofferma, guardandosi attorno e un sorriso pallido è su le -sue labbra: - -— Fermarmi, un giorno, qui fra voi, per sempre... Che pace! Che riposo! - -E riprende ad andare. E le due suore, occhi a terra, mani nascoste -nei grandi maniconi bianchi, riaccordano i loro piccoli passi sul -suo. Ora son presso la porta. Suor Ghiottona apre e Grazia si volge -ancora a guardare il giardino del convento. È triste, è quasi commossa. -Sussurra: - -— Forse, un giorno... Chi sa? - -E piega la fronte sul petto della Badessa. - -— Ma no... Ma no... Sei giovane, sei bella, sei ricca, sei buona... -Tutto è per te nel mondo promessa di felicità... - -Un'ombra passa sul volto di Grazia che l'ha risollevato sotto la -pressione d'una mano della Madre. E un piccolo brivido la scuote. -Dubbio, prima. Poi, presentimento di terrore. Ma è fiera e ha cuore -eroico, Grazia! Si riprende: e s'illumina ancora il suo volto nel -sorriso quieto della mattina di primavera e di bontà. - -— E ora corro... È mezzogiorno... E m'aspetta, a casa mia, la minestra -dei miei poverelli... - -Un bacio alle suore. Un bacio della Badessa su la sua fronte. Un'altra -tavoletta di cioccolata — inaspettata, l'ultima! — passata sotto mano -a suor Ghiottona che tiene aperta la porta e Grazia è fuori, sul suo -carrozzino di vimini, con in mano le redini infiocchettate del suo -ciuchino: - -— Ioh, Lumachino... - -E Lumachino, per smentire il nome, parte via di galoppo giù per la -discesa, lungo il nastro bianco della strada che serpeggia — Grazia -dice: svolazza! — nel verde della collina. E, sebbene il refettorio -le chiami e il ragù si raffreddi, le suore rimangono lì a salutare, -laggiù, lontane, sempre più lontane per Grazia che che ogni tanto si -volge, a salutare, care piccole amiche d'ogni mattina, in un lento, in -un sempre più lento agitarsi di maniche bianche e di soggòli candidi... - - -V. - -«BUON APPETITO E BUON SOLE!» - -Son venti? Son trenta? Chi li conta? Si passan la voce e ce n'è -ogni giorno di più.. Ma c'è minestra per tutti... Grazia sa bene -che i poveri sono sempre più di quanti crediamo e fa aumentare, -meccanicamente, ogni mattina, la razione. Distribuisce a tutti ella -stessa le belle scodelle fumanti e li mette lì, in fila, sul muricciolo -che, nella villa, divide il giardino dall'orto. Che sole c'è là! Caldo -dentro e caldo fuori... Come si scaldano tutti quei poverelli! E Grazia -tutti li saluta, tutti li incuora: - -— Buon appetito e buon sole! - -E fugge. Ma una vecchietta afferra Grazia per la veste, la ferma, le -bacia la mano: - -— Dio ti benedica per quanto sei buona! - -Su, nella villa, una finestra s'è aperta. Marcello, il fratellino -malato, sorride, saluta Grazia, le fa cenno di salire, richiude, -scompare. E Grazia, che prima ha sorriso, ora ha il volto doloroso e -contratto. E si china, un'istante, all'orecchio della vecchietta: - -— Non per me bisogna chiedere la benedizione di Dio... Ma per lui, per -lui... bisogna tanto pregare... - - -VI. - -SERENITÀ. - -Leggera, aerea, rosea, sorridente, Grazia entra nella sala da pranzo -dove la tavola è apparecchiata. Mette i fiori su la tavola, nei vasi. -Corre alla finestra. L'apre. Il sole, in un gran rettangolo d'oro, -invade la sala. Ed eccola, di volo col sole, nelle braccia di Marcello -che le dice: - -— Sorellina, dove entri tu entra il sole! - -E Grazia ride, gli tappa la bocca con la mano: - -— Esagerato! - -E, di volo ancora, eccola nelle braccia di Rosetta, l'amica intima, -quella che su tutte e fra tutte è cara al suo cuore. - -E batte le mani. E chiama a tavola. E aiuta il fratello a sedere. E -siede ella stessa, ma ancora un pensiero pei suoi poveri traversa -il suo cuore. Corre alla finestra. I poverelli son là, allineati, -sul muricciolo al sole, a gustare la buona minestra fumante. La -vedono, restan tutti con i cucchiai in aria e un coro di saluti e di -benedizioni la raggiunge lassù. Grazia sorride, richiude e torna a -tavola. Accanto al suo tovagliuolo, su un piccolo vassoio, è la posta. - - -VII. - -UNA LETTERA TRA ALTRE DIECI. - - _Mia cara Grazia,_ - -_Claudio Arceri, il glorioso musicista che attualmente compone la -sua nuova opera, _Cirano di Bergerac_, distratto nel suo lavoro -dalle troppe cure e dalle troppe noie della vita cittadina, cercava un -verde cantuccio solitario per lavorare in pace. Io gli ho consigliato, -pensando a te, il paesello verde e rosa, tra boschi e giardini, dove -tu vivi con tanta serenità di cuore e di opere. Il maestro Arceri, -nella solitudine provinciale, troverà in te certamente un'ammiratrice -e un'amica. Gli ho detto di te la metà del bene che di te si deve -pensare. E te lo mando su, assieme a questa lettera, già un po' -innamorato di te: innamorato di te senza averti mai veduta, sol per -aver sentito vantare i tuoi pregi: come Jaufré Rudel per la Contessa di -Tripoli. Scherzi a parte, io affido alla tua buona accoglienza questo -grand'uomo che viene su la tua montagna. Dà alle ore del suo lavoro -il conforto prezioso della tua deliziosa amicizia. Ti ringrazia e ti -abbraccia la tua_ - - GABRIELLA. - - -VIII. - -UN ARRIVO. - -Un trenino omnibus si ferma, affannando, nella piccola stazione -tutta rossa d'oleandri in fiore. Un solo viaggiatore ne discende, un -viaggiatore insolito: un bel signore elegante, un signore di città. -Claudio Arceri chiede spiegazioni: - -— Per il Castello d'Arcole, presso il convento della Collina Verde... - -E un facchino accompagna il grande musicista verso la vecchia diligenza -polverosa che aspetta fuori, all'ombra, già rivolti i cavalli verso la -lunga strada bianca che bisogna lentamente salire. - - -IX. - -TOSSE... - -Batte le mani, Grazia. Com'è felice! Che grande idea ha avuta -Gabriella... Come ella ammira la musica di Claudio Arceri e come sarà -felice di conoscerlo, come terrà ad onore di diventare sua amica!... -Marcello, che rideva per tanta gioia, s'interrompe. Un colpo di tosse -gli sconvolge il viso lacerandogli il petto. Sùbito Grazia accorre a -lui, trepida, spaurita. L'attacco cessa. Torna, Marcello, a sorridere. -Torna, Grazia, al suo posto. Ma non sorride più... - - -X. - -GRAZIA HA QUATTRO AMICI. - -Quattro amici. I così detti «amici del dopo pranzo»... Fedeli. Devoti. -Esclusivi. Sempre in lotta fra loro, ma sempre uniti nell'affetto -di lei, nell'ammirazione delle sue virtù. Sono il farmacista della -Collina Verde, il maestro di scuola, il vecchio conte Spada e don -Giovannino. Tra i quattro il conte Spada e don Giovannino sono i più -caratteristici: il conte Spada col suo _tight_ eterno, con le sue -uose bianche, la sua caramella, la sua cravatta girata e rigirata tre -volte attorno all'altissimo ed immacolato colletto; Don Giovannino -con le sue eleganze provinciali, coi vestiti ch'eran di buon taglio -tre anni prima, con le cravatte dai colori sgargianti, le scarpe che -accoppiano tra piede e gambaletto i più stridenti colori, un palmo -di fazzoletto fuori del taschino, l'eterno fiore all'occhiello, la -scriminatura diritta come un binario e certe cravattine papillons che -sembran davvero farfalle tanti sono i colori che vi sfoggiano sopra. -Il conte Spada, unico superstite di grande famiglia, rappresenta tutta -l'aristocrazia della Collina Verde: aristocrazia senza un soldo, ma -aristocrazia. Don Giovannino è della Collina Verde l'uomo fatale: don -Giovanni di paese, migrante leggero ed inconcludente tra camerierine -e contadinotte verso un'eterna conquista, ma don Giovanni, arbitro di -tutte le eleganze, al corrente di tutte le mode, re dello chic su la -piazzetta del paese. - -Eccoli, dopo colazione, tutt'e quattro, a prendere, come sempre, -il caffè in casa di Grazia e di Marcello. Ma che hanno oggi? Perchè -sono tutti scuri in volto, ammusoniti, taciturni, scontrosi? Grazia -interroga. Rispondono a monosillabi. Grazia guarda. Evitano il suo -sguardo... C'è... c'è... che sono già tutt'e quattro maledettamente -gelosi. Grazia ha annunziato l'arrivo di Claudio Arceri. E che viene -a fare lassù? Perchè ha scelto proprio la Collina Verde per venire a -lavorare? Quante altre migliaia di comuni ha l'Italia a disposizione -dei grandi uomini in cerca di villeggiatura? Ora che il grand'uomo -arriva accadrà quel che deve accadere: passeranno loro in seconda -linea, saranno da Grazia trascurati, forse abbandonati... per lui... - -Grazia, ridendo, s'è levata. Li vede lì, mortificati, imbronciati, ai -quattro angoli della tavola da pranzo, col caffè che si fredda nelle -tazze alle quali, per protesta, non hanno voluto neppure avvicinare -le labbra. Grazia fa loro cenno di seguirla per passare nel salone -dov'è il pianoforte. Vanno, come cani frustati. Grazia, questa volta, -è crudele: anche Grazia è donna e non è perfetta. Li vede gelosi e si -diverte a punzecchiarli. Ha preso gli spartiti delle opere di Claudio. -Ha fatto prima vedere la fotografia del maestro, specialmente a don -Giovannino... E poi ha esclamato, coi tre spartiti in mano levati in -alto entusiasticamente: - -— Che musica divina! Tre capolavori! - -Il farmacista, che è melomane e ostinato suonatore di pianoforte, -storce la bocca con aria di disprezzo. Grazia gli va sotto -minacciandolo con gli spartiti e gridando; - -— Capolavori, sì! E voi non capite niente... - -È troppo. L'offesa li tocca tutti, ma per tutti si risente il -farmacista che prende dalle mani di Grazia uno spartito e, apertolo a -caso sul leggìo del pianoforte, esclama: - -— Volete un saggio di questa famosa musica divina? Tappatevi le -orecchie. - -E siede al pianoforte e fa per suonare... Ma Grazia si slancia verso la -vecchia spinetta, vi si appoggia e chiude su la tastiera il coperchio: - -— No. Qui non si suona. Vi suonò per l'ultima volta mio padre, dieci -anni fa. - -E corre nell'altra stanza, e torna, cariche le braccia del grave peso -del grammofono. Ed ha con sè un disco. Lo leva in aria, trionfalmente, -e poi lo mette a posto, nell'apparecchio. - -— Si, sì, ora la sentirete la musica di Claudio Arceri... - -E il grammofono va... - - -XI. - -PITTORESCA, MA INTERMINABILE... - -E va anche, su per la lunga e lenta salita, già da due ore, la -diligenza in cui Claudio Arceri sonnecchia quando i sobbalzi della -vettura glielo permettono. E ci sono ancora due ore di strada! Tra -sonno e sonno Claudio guarda dagli sportelli: luoghi pittoreschi, -boschi di castagni miracolosi, pinete sublimi, panorama indescrivibile, -sì, sì, tutto quello che gli hanno decantato e promesso... Ma che -strada interminabile!... Pittoresca, ma interminabile... - -E che idea è stata mai quella di non venir fin lassù in automobile? - - -XII. - -CHIAMA A RACCOLTA... - -E il grammofono va, va ancora. Dapprima i quattro hanno tentato di -motteggiare sotto gli sguardi fulminanti di Grazia. Ma adesso... Adesso -altro che far gli spiritosi! Adesso son presi anche loro, come Grazia -rapita, come Marcello, come Rosetta, nel fascino della musica stupenda. -Hanno a poco a poco avvicinato le loro sedie e son là, con certi visi -gravi e intenti, con certi occhi grandi che un velo di lacrime fa più -luminosi. Anche Rosetta è, come Grazia, profondamente commossa. Anche -lei adora la musica di Claudio Arceri. Marcello, che le è vicino, le -mormora all'orecchio: - -— Musica che strappa il cuore!... - -E Rosetta, che aveva già il labbro tremante e gli occhi smarriti, -nasconde il volto nelle mani e scoppia a piangere dirottamente. - -D'improvviso Grazia arresta il grammofono. Corre a Rosetta e, presala -tra le braccia, le asciuga gli occhi, la fa sorridere, ride con lei... -Poi guarda i quattro. Son lì, immobili, i vecchi amici gelosi di -Claudio, son lì vinti, commossi. Li fa levare, Grazia, e, dando loro i -cappelli, li spinge fuori e dice: - -— E ora via, via, cari, a farvi belli e ad avvertir tutte le mie -amiche. Claudio Arceri fra poco sarà qui e voglio presentargli tutt'il -mio piccolo mondo. - -E don Giovannino, su la porta, assicura Grazia: - -— State tranquilla... Alle ragazze penso io... - - -XIII. - -PRIMA CURIOSITÀ. - -Il Castello di Arcole è a pochi chilometri dal paese e la diligenza vi -fa sosta affinchè Claudio Arceri possa discendere. E, appena disceso, -mentre la corriera riprende la via su per la salita, il suo primo -pensiero, il suo primo interesse è per Grazia. Chiede sùbito ov'ella -abiti al giardiniere che è venuto a riceverlo. E il giardiniere -gl'indica lì, a duecento metri, la vecchia villa di Grazia, coi suoi -due cipressi al cancello e la sua corona di pini attorno alla casa -tutta avvolta di edera. - - -XIV. - -RIVEDENDO LA «SCENA DEL BALCONE». - - ... E quali mi direte, se venne un tale istante - Per noi, quali parole? — Ma quante, quante, quante - Me ne verranno al labbro; senza disporle in mazzo - Gitterovvele in fascio: io vi amo, son pazzo... - -— Bei versi! dice Rosetta levando gli occhi dal libro. - -— E che musica saprà farci Claudio Arceri! risponde Grazia chiudendo il -poema ch'ella ha preso poco prima nella biblioteca. - -E rimangon lì, le due fanciulle, a pensare, a ricordare... Rivedono -la scena del balcone al terzo atto di _Cirano_ così come la videro -qualche anno prima, una sera, indimenticabile, in città: Rossana -bianca sul balcone verde d'edera e fiorito, nell'ombra della notte -tutta tremante di stelle; e sott'il balcone Cristiano, il bello, il -felice, l'amato, che ripete le parole che Cirano, brutto, senza gioia, -senza amore, gli suggerisce, nascosto sott'il portico. Ma Cristiano -ode male, ripete male, va troppo piano per il torrente di parole che -vien su, tumultuoso, dal cuore innamorato di Cirano. E, avvolto nel -nero mantello, mascherando nella commozione la voce, Cirano parla -direttamente a Rossana, le canta, le grida le sue grandi parole d'amore -ch'ella deve creder quelle di Cristiano: - - T'amo, soffoco, è troppo, non reggo più: siccome - Dentro un sonaglio, sta nel mio cuore il tuo nome, - E poi che senza posa l'anima mia vacilla, - Senza posa il sonaglio s'agita e il nome squilla. - -E le due donne sono, come sempre, prese dalla disperata malinconia di -questa scena in cui l'infelicissimo amante privato d'amore trova una -disperata e tremenda voluttà nel dire nell'ombra, per un altro, le -parole del suo folle amore, nel rinunziare, nel sacrificarsi così fino -a far salire un altro a cogliere su le labbra dell'amata il bacio, il -divino bacio che le sue parole han preparato... - -Ma Grazia si riprende. Scuote il capo sorridendo, e la melanconia: - -— A vestirci! - - -XV. - -PREPARATIVI. - -Grazia mette una rosa nei suoi capelli e si guarda allo specchio: è -carina, è molto carina. Ma non pensa solo a sè, Grazia. Pensa anche -a Rosetta. E c'è una rosa anche per lei. C'è un po' di cipria anche -per lei. C'è uno specchio per dire anche a lei che anche lei è carina, -molto carina... - -E ha l'aria di trovarsi molto carino anche Claudio Arceri, nella sua -stanza da letto al Castello, se indugia così davanti allo specchio a -fare impeccabilmente diritta la scriminatura, a rivedere il nodo della -cravatta, a infilar nell'occhiello un gran garofano bianco e a metter -nel fazzoletto due gocce d'ambra antica Coty. - -E come si senton carini anche i quattro che, rivestiti a festa, tutti -lustri e attillati, scendon giù per un vicolo del paese verso la -villa di Grazia... Che palamidone ha il farmacista! E che panciotto di -velluto a scacchi bianchi e neri ha tirato fuori il maestro di scuola! -Le ghette e i guanti bianchi del conte Spada accecano per il loro -splendore e don Giovannino ha messo fuori una cravatta scozzese che, -per non innamorarsi a prima vista di lui e di lei, bisogna aver duro il -cuore come un macigno... - - -XVI. - -L'INCONTRO. - -Nel salone grande della casa di Grazia dov'è la vecchia spinetta -tra vecchi quadri di famiglia e vecchi mobili che mai Grazia ha -voluto cambiare — e sembra, ed è, infatti, un vecchio salotto del -Cinquantanove — nel salone grande e scuro della casa di Grazia gli -abiti chiari delle sue amichette mettono note di luce qua e là. Ogni -tanto, azzurra o rosea, tutta tulle e nastrini, ne spunta un'altra su -questa o quella porta. E sembran nella penombra grandi fiori rosei o -celesti che sboccino, d'improvviso, su una porta, dietro una tenda, fra -un mobile e l'altro, davanti a una consolle o sopra un canapè, qua e -là... - -Qua e là, da per tutto, corre Grazia che Rosetta serve e segue come il -prete all'altare. Qua riordina, là spolvera... Metton dovunque fiori e -fiori nei vasi... - -— Hanno spogliato il giardino! dice a un gruppo di piccole amiche, -sorridendo, Marcello, Marcello che domina il suo malessere per non -turbare a Grazia l'ora di quell'arrivo che è una gran festa per lei... - -Spolvera, spolvera, spolvera... Quanta polvere c'era e quanta ce n'è -ancora... Ci vuole aiuto... E Grazia, quando i quattro amici in abito -da cerimonia fan l'entrata solenne in processione, mette sùbito un -bello scopettino nei guanti bianchi di don Giovannino e invita questi -a spolverare, a spolverare lui la spinetta, mentre lei spolvererà lo -consolle e Rosetta il canterano e le campane di cristallo.... Ma, oh -Dio!, il domestico entra ed annunzia: «Claudio Arceri è arrivato». È -come se fosse caduto il fulmine. Tutti son lì, immobili, in piedi, -impietriti;... Nell'ansia Grazia ha dimenticato di togliersi il -grembiulino e se ne accorge quando Claudio è già apparso su la porta e -s'è inchinato davanti a lei... Mentre Claudio, nell'inchino, ha giù gli -occhi al pavimento, fa a tempo Grazia a toglierselo, a chiuderlo in una -mano, dietro il dorso. Claudio è venuto avanti. Come agita, Grazia, le -mani dietro la schiena... È il momento di dar la mano al maestro. Ma in -una ha il grembiule e nell'altra lo scopettino. Un grand'imbecille quel -don Giovannino che è dietro di lei e non vede che bisogna toglierla -d'impaccio! Non pensa, Grazia, alla cosa più semplice: buttar tutto -per terra. Ma nella confusione accade sempre così: ci si impunta su un -ostacolo e la soluzione più semplice ci sfugge. Ecco che Claudio le è -davanti. Grazia s'è inchinata a sua volta. Ora è il caso di tirarsi su, -di dargli la mano... Ma come fare? Quell'imbecille di don Giovannino... -Si sente, Grazia, perduta... Ma miracolosamente, a tempo, due mani — -quelle di don Giovannino diventato meno stupido? — le tolgono scopetta -e grembiule ed ella, tirandosi su dal bell'inchino, può dare a Claudio -la mano e dirgli commossa e col suo più bel sorriso: - -— Inutile assicurarle, maestro, ch'ella ha qui tutt'un piccolo mondo -d'ammiratori... - -Claudio sorride: il sorriso solito per la solita frase udita mille e -mille volte. E Grazia presenta: suo fratello, Rosetta, i suoi grandi -amici — che stretta di mano stile _Louis XV_ dà il conte Spada e che -_shake-hand_ da spezzare il braccio al maestro dà don Giovannino! — e, -finalmente, le sue amiche. E, ad una ad una, le ragazze passan davanti -al maestro con un piccolo goffo inchino che le fa diventar tutte rosse -e poi si ritraggono e fanno qua e là, nel fondo in penombra della gran -sala, gruppi chiari e chiacchierini che son per Claudio Arceri tutti -sguardi e commenti. - -E poi, appena Claudio è seduto accanto a Marcello che lo interroga -sul suo lavoro e sui suoi propositi, le ragazze, chiamate da Grazia, -vengono avanti e l'aiutano a servire il tè. In un angolo don Giovannino -studia il maestro. Ora s'avvicina a tre ragazze che son rimaste lì -ferme a guardare coi gomiti poggiati alla _consolle_. E chiede, in -confidenza: - -— Meglio di me il maestro? Osereste affermarlo? - -Una risata delle ragazze gli risponde e rimane lì, come uno stupido, -mentre le ragazze volan via anche loro verso il maestro, per servire i -biscotti... - -E don Giovannino si consola. Guarda il maestro, vestito semplicemente -d'una giacca nera. E guarda, invece, il suo _tight_: - -— Si fan forse le visite in giacca?... Ma bisogna compatirlo... -Poverino! È un artista. E non conosce gli usi... - - -XVII. - -CAMPANE CHE ASPETTANO. - -Come ogni sera a quell'ora, il vecchio amico del campanile aspetta -Grazia lassù per suonare l'Ave Maria. Il sole è già laggiù, su l'orlo -dell'orizzonte. Già non è più interamente un disco. E tra le grandi -campane mute, brune sul cielo verdino, il campanaro attende. Guarda -l'ora ogni due minuti. Per la prima volta quella sera Grazia è in -ritardo... E guarda giù se Grazia venga... Guarda, aspetta... E le -campane aspettano... E, il sole continua a calare laggiù, fra quelle -nuvole rosse... - - -XVIII. - -IL «LAMENTO DI GIULIETTA». - -Claudio Arceri è alla spinetta. Grazia gli ha detto: - -— Vi suonò, l'ultima volta, mio padre. Vuol darmi lei la gioia di -riaprirla oggi? - -Appena seduto, Claudio è rimasto incerto. Che cosa suonare? E Grazia ha -preso lo spartito d'una sua opera: _Giulietta e Romeo_. L'ha aperto sul -leggìo: - -— Il “_Lamento di Giulietta_„, maestro. È il suo capolavoro! - -E Claudio Arceri ha cominciato a suonare. Grazia è appoggiata alla -spinetta, intenta ad ascoltare, a guardare. E lentamente, pianamente, -a mano a mano che il maestro suona, i gruppi sparsi nell'ombra del -salone si avvicinano, si stringono sempre più, diventano uno solo e -le ragazze, le rose rosee, le rose azzurre, non sono più staccate, -ma formano adesso, chiare di luce nella penombra, tutto un grande -_bouquet_. E le braccia si allacciano, e gli occhi si cercano. E Grazia -guarda il piccolo orologio che ha al polso e, mentre ascolta la musica, -ricorda... - - -XIX. - -LA BUONA NOTTE AL SOLE. - -Sagoma nera su l'alto del campanile, il vecchio poeta delle campane -ha perduto oramai ogni speranza. Sarà solo, quella sera, a dar la -buona notte al sole, al sole che laggiù, nell'orizzonte ora violetto, -non è più che un piccolo arco rosso sempre più piccino, prossimo -a scomparire... E le grandi campane mute, brune sul cielo verdino, -aspettano ancora, ancora un momento... - - -XX. - -ESTASI E RIMORSO. - -E, nella sala in cui l'ombra diviene sempre più nera e dove, nella -suggestione della musica, cuori e corpi si fanno sempre più stretti -e più vicini, Grazia guarda ancora l'orologio al suo polso. Vorrebbe -andare. Non sa staccarsi. È combattuta e divisa, tra un'estasi e un -rimorso. - - -XXI. - -AVE MARIA! - -E il sole è scomparso. Pace e melanconia infinita del crepuscolo. Ed -è l'armento che torna dal pascolo col suo pastore, ed è il piccolo -lago che s'addormenta tra le ninfee, ed è la luce che s'accende nei -casolari, ed è l'ombra che scende giù per la montagna, ed è la falce -di luna che spunta lassù dietro la collina, ed è il carro pesante e -lento che va per la lunga via crepuscolare, ed è l'argenteo saluto dei -campanili lontani al giorno che se n'è andato. - -E, finalmente, nere e gigantesche sul cielo ove s'accendono pallide le -prime stelle, le campane lentamente si muovono. - -Presso la spinetta Grazia, d'improvviso, le ode. Tende al richiamo -lontano delle amiche d'ogni sera l'orecchio ed il cuore. Ancora -è combattuta, ancora è divisa, presa fra due sentimenti e fra due -musiche. Con gli occhi intenti, dilatati, rivede le cose d'ogni sera: -il poeta sul campanile, le ultime nuvole paonazze laggiù, le finestre -di Collina Verde che s'illuminano, la porta del casolare che si chiude, -il contadino che torna coi suoi buoi, le fanciulle che ballano su l'aia -al suono della fisarmonica. - -Claudio Arceri suona. Gli occhi fissi su lui, tutta l'anima in lui, -Grazia lo ascolta. Come, nell'ombra che ha invaso tutta la stanza, che -ha disperso ogni sagoma, come il gruppo di quelli che ascoltano s'è -stretto attorno al musicista nel breve cerchio di luce gialla delle -candele!... E nel silenzio immenso solo quelle due voci si chiamano, -si rispondono, fan di due canti lo stesso canto: la spinetta di Claudio -Arceri e, lontane e lente, le campane dell'Ave Maria. - -Grazia, al riflesso delle candele che illumina solo il suo volto, è lì, -appoggiata alla spinetta, il capo fra le mani, gli occhi intenti sul -musicista, il cuore alle due musiche. Ma a poco a poco una sola musica, -quella che ha vinto, rimane in tutt'il suo immenso cuore gonfio di -commozione: quella di Claudio che continua a suonare mentre le grandi -amiche d'ogni sera, che hanno invano chiamato Grazia, si addormentano -pian piano negli ultimi rintocchi sempre più lenti e, ferme oramai, non -sono più che gigantesche ombre sul cielo sereno e infinito dell'immensa -notte finalmente discesa... - - -XXII. - -COSÌ, OGNI GIORNO... - -Le parole ardenti di Cirano hanno vinto il cuore di Rossana. Lassù, al -davanzale, trepida fra i rami del gelsomino, la fanciulla è pronta, è -offerta al bacio del suo innamorato. E Cirano, escito dalla sua folle -ebbrezza, spinge su l'altro, Cristiano, a cogliere su quelle labbra -frementi il bacio ch'egli ha preparato. - -Questa è la pagina ardente e disperata che oggi ispira Claudio Arceri -seduto a comporre al suo tavolino da lavoro. Ha provato or ora, al -piano, la melodia che gli è frullata nel cervello e che ha fissata su -la carta. Ora è stanco. Ha guardato sul tavolino il piccolo orologio -che segna le ore della sua fatica quotidiana. Le sue piccole amiche -sono oggi in ritardo? Ma no... Ecco il rumore d'una porta che s'apre, -ecco un echeggiar di voci, fuori, nel vestibolo, e le due amiche, tutta -azzurra l'una, tutta rosea l'altra, entran correndo e son di volo alla -scrivania e al pianoforte. Grazia cerca fra le carte, vede la nuova -musica appena appena composta. L'apre sul leggìo e, costretto Claudio a -levarsi, lo fa sedere al pianoforte. Presto, presto... Le nuove melodie -appena nate devono avere le loro prime ammiratrici. - -E Claudio Arceri suona alle due piccole amiche che, sedute accanto a -lui, un gomito sul ginocchio, il volto nella mano, vedono ripassare -nella loro memoria, nel sortilegio della musica, le scene e le figure -del bel poema: l'incontro coi cappuccini, l'apparir di Rossana al -balcone, il primo balbettìo di Cristiano, il volo lirico di Cirano, -l'apologia del bacio: - - .... Ma poi che cosa è un bacio? Un giuramento fatto - un poco più da presso, un più preciso patto.... - - -XXIII. - -GENTE CHE ASPETTA INVANO. - -Su la poltrona dov'è inchiodato dalla paralisi il «grande malato» volge -invano il capo verso il cancello del suo piccolo giardino... - -Nel laboratorio le «manine d'oro» lavorano... La tovaglia per l'altar -maggiore, tutta piena di bei ricami, è pronta, ma nessuno viene a -ritirarla. Il lavoro non è più come prima, sicuro, felice... Di tanto -in tanto le «manine d'oro» si fermano... A questa sarebbe necessario -un consiglio... Quella ha paura di sbagliare... Quell'altra non sa più -come andare avanti. E aspettano, le manine d'oro, di sera in sera, di -mattina in mattina... Aspettano. - -E lì, al sole, i due ragazzoni mutilati, i due eroi, senza gambe l'uno, -senza braccia l'altro, fumano e ricordano... Ricordano le ore in cui -le parole buone, parole consolatrici, parole che nessuna altra bocca -sa dire, scendevano sino in fondo alle loro anime... Ora fumano, soli, -melanconici, al sole... Soli: come e quanto si sentono soli!... Davanti -a loro è la strada bianca, vuota... Suonava un tempo, d'improvviso, su -quella strada, il trotterello leggero e frettoloso... E tutt'il cuore -era un'illuminazione... - -E, al ponticello di legno, gli erranti, i vagabondi della strada -maestra, si raccolgono come ogni mattina. Facevan chilometri e -chilometri, una volta, per non mancare all'appuntamento. Dovunque -fossero, ovunque li conducesse il loro vagabondaggio, lì li -riconduceva, all'uscir da ogni notte, la loro buona stella. Veniva di -lassù, dall'alto di quel ponticello, la buona stella, in un dondolìo di -sonagli d'argento... - -E lassù, sul campanile, accanto alle immobili campane che sembrano non -aver più lo stesso suono, il poeta del campanile aspetta, guarda ogni -sera, giù giù fin dove il viottolo si perde tra i vigneti, guarda se la -piccola cara ombra appaia ancora come appariva, fedele, puntuale, ogni -sera. - -Ma Grazia non viene più. - - -XXIV. - -UN MAZZO DI ROSE BIANCHE. - -Claudio ha richiuso il piano. Quanta ne vorrebbero le ragazze!... -Vorrebbero uno spartito al giorno... Ma musica nuova non ce n'è più... -Grazia non si fida. È alla scrivania. Rovista fra le carte. Son lì, nel -vaso di cristallo, le belle rose rosse. Sono le rose che ella gli manda -ogni mattina per fiorirne il suo tavolino da lavoro. Ora Grazia tuffa -il viso, in quelle foglie ardenti e fresche: e, tra quelle foglie, -il suo respiro è quasi un bacio. Ma, volgendosi, Grazia vede un altro -mazzo di rose — bianche queste — lì, in un altro vaso di cristallo, sul -pianoforte. Un'ombra passa sul suo volto e spegne il suo sorriso. - -— E queste? ella chiede. - -Come, prima che Claudio risponda, Rosetta, tutta rossa, abbassa il -volto confusa e mortificata! È perfettamente inutile che il maestro -spieghi: - -— Son della signorina Rosetta... - -.... Già Grazia, da quel rossore, dall'abbassarsi di quello sguardo -sul tappeto, l'aveva capito... Lo sguardo di Grazia non s'abbassa come -quello della sua amica. Fattosi oscuro e torbido riman lì, diritto, -fermo. Rosetta se lo sente addosso senza vederlo e ne ha fastidio. Con -un pretesto si allontana con Claudio verso il fondo della stanza dove -son giornali e riviste appena arrivati con la posta. E Grazia, sempre -fermo e diritto lo sguardo carico di nuvole nere, strappa non veduta -qualche foglia al mazzo di rose bianche di Rosetta e le stritola, le -stritola — come le stritola! — nelle sue piccole mani convulse... - -Claudio prepara il tè, laggiù, in fondo. Rosetta, che è buona e che non -ha nulla da rimproverarsi, si è riavvicinata a Grazia: timidamente le -chiede che cosa abbia. Le risponde una spallucciata. - -— Che ho? Nulla. - -Non ha nulla. E ha tutto. Ha un turbamento profondo che non ha forma, -che non ha nome ancora, ma che la lascia lì, imbronciata, cupa, senza -farle trovare una sola parola da dire all'amica, che le stringe il -cuore sino a farglielo così piccino che entrerebbe in un pugno. E -rimangon lì, così, le due donne — così vicine e così divise — finchè -Claudio s'accosta a loro recando due tazze di tè. - -Ma passa ogni nube, tornano il volto e l'anima di Grazia a sorridere -se Claudio, bevuto il tè, siede con le due fanciulle in un angolo del -salotto e parla di sè, parla di sè a loro che bevono intente le sue -parole, parla, come lui solo sa parlarne, dei suoi ricordi d'arte e dei -suoi sogni di gloria. - - -XXV. - -QUANDO GRAZIA NON C'È... - -— Chiudete le finestre. Ho freddo. - -È primavera. Ma Marcello ha freddo. Non c'è sole che gli illumini il -buio dell'anima, non c'è tepor di maggio che gli riscaldi le vene. È -lì, sconsolato, freddoloso, sotto le coperte, disteso sul divano, fra i -due più vecchi domestici di casa che lo assistono, la vecchia cameriera -che lo ha visto nascere e il vecchio servo fedele che gli è così vigile -e affettuoso infermiere. Un tempo una cosa, una gran cosa, riesciva a -distrarlo dal pensiero del suo male, a infondergli coraggio: il sorriso -di Grazia, la continua presenza di Grazia. Ma ora... Come son lunghe -e come son tristi a passare le ore in cui ella è lontana... E come in -quelle ore tutt'i suoi mali sembrano moltiplicarsi... - -— Chiudete... Chiudete ancora... Ci dev'essere qualche cosa d'aperto -nell'altra stanza... Ho freddo... - -Ha freddo dentro e gli pare d'aver freddo fuori. E con le coperte di -cui s'avvolge crede di riempire il vuoto, di rimediare al freddo che -Grazia lascia, quando non c'è... - - -XXVI. - -CHI È LA MUSA? - -Sono in giardino, tra le più belle rose del mondo. Son veramente le più -belle? Così almeno sembrano a loro. Così sembra a loro tutto quello che -da vicino o da lontano circonda il musicista, appartiene comunque a lui -o alla sua vita. - -Rosetta chiede l'ora. La sua istitutrice doveva venirla a prendere -alle quattro e son le quattro passate da un pezzo. Ma chi pensa più -all'ora, al ritardo, alla mamma che aspetta, adesso che Claudio prende -a ognuna delle due ragazze una mano e sollevandole in alto domanda con -un sorriso: - -— Qual'è fra voi due la Musa? - -L'idea tenta Grazia immediatamente. In un lampo la coglie, ne fa un -fatto. Ha tolto dal taschino di Claudio il suo fazzoletto e ha bendato -il musicista. E ora, allontanandosi da lui e allontanando con sè -Rosetta, lasciandolo lì in mezzo alla grande aiuola fiorita, gli grida: - -— Scegliete. - -Strano giuoco frivolo e terribile in cui le bimbe che sono state fino -a ieri si divertono un mondo e non vorrebbero mai farsi acchiappare -da Claudio che, qua e là, le insegue, e in cui le donne ch'esse sono -diventate trepidano in una tensione atroce dello spirito e vorrebbero -che sùbito Claudio riuscisse ad afferrarle, che immediatamente il -giuoco finisse e la sorte facesse la sua scelta come a fissare e a -scoprire il destino. E vanno, e girano, e fuggono, e ritornano, e -lo sfiorano, e lo toccano, e son lì a due passi, e son là lontane, e -Claudio crede di stringerne una fra le braccia, e abbraccia l'aria fra -le loro risate. Ma, ahi, è fatta... Questa volta è presa bene e non -scappa più... Una delle due fanciulle è nelle braccia di Claudio che -sùbito si sbenda e la vede: - -— Voi! Grazia! - -E, tra il giuoco e il serio, Claudio trattiene per qualche istante fra -le sue braccia, più che non dovrebbe, Grazia, il cui volto è tutto -illuminato di gioia, mentre Rosetta s'è fatta laggiù, dove il viale -comincia, per nascondere il suo turbamento, per vedere se giunga la -sua istitutrice, la sua istitutrice che è incredibilmente in ritardo. -E ancora Claudio a bassa voce mormora all'orecchio di Grazia che tutta -ne trema e abbassa il volto fatto di brace: - -— Voi... Voi... - - -XXVII. - -GLI ABBANDONATI. - -Su la piazza del paese, al piccolo “gran caffè„, mogi mogi, -abbandonati, senza parlare, son seduti tre dei quattro amici di Grazia: -il conte Spada, il farmacista e il maestro. Qua e là per la piazza, su -la porta delle case, le belle ragazze di Collina Verde fan capannelli. -E don Giovannino, più che mai fatale, va di gruppo in gruppo, a -dispensar sorrisi e a rubar cuori. Ma chi lo guarda più don Giovannino -da quando c'è in paese Claudio Arceri? Son tutte lì, su le porte, per -aspettarlo, per vederlo passare, alla solita ora, alle cinque, quando -viene in paese a spedir la sua posta e a comprar sigarette. Ora che -c'è in paese un grand'uomo e un bell'uomo chi guarda più, chi può più -guardare quell'uomo ridicolo ch'è don Giovannino? Ma don Giovannino, -come tutti i grandi che decadono, non si accorge della sua decadenza. -Prende per buoni i sorrisi ironici che lo accolgono, chiude le -orecchie alle risate che lo seguono, vede solo la più santa ingenuità -nelle frasi piene di malizia e di scherno con cui le belle ragazze di -Collina Verde prendono in giro la sua fatalità esautorata e si burlano, -insomma, maledettissimamente di lui... - -Accanto ai tre che non parlano, caduti nell'abbattimento profondo dei -grandi abbandoni, il medico prende un caffè. Ma il domestico di Grazia -viene a chiamarlo. - -— Corra, corra signor dottore... Il signor Marcello sta male... Ed io -vado al Castello a chiamare sùbito la signorina Grazia... - -E corre via, pover'uomo, nel suo affanno e nel suo affetto, come se i -suoi vecchi «piedi dolci» avessero le ali... - - -XXVIII. - -L'«ARIA DEL BACIO». - -Quella Grazia non fa che rovistar tra le carte di Claudio! Rientrati -nello studio e mentre Claudio e Rosetta sono occupati a sfogliare un -_album_ di fotografie, Grazia si è avvicinata al tavolino per frugare -ancora. Non è, del resto, diritto della Musa ficcare il nasino nelle -faccende del suo Poeta? E, cerca, cerca... ha trovato! Ha trovato un -brano che Claudio non aveva ancora confessato d'aver composto. Ora, -con un lieve cenno, non veduta da Rosetta che continua a guardar -fotografie, ha chiamato Claudio per mostrargli il foglio di musica e -dirgli: - -— Questa, “l'aria del bacio„, dovete farla sentire a me sola.... - -E Claudio le risponde sorridendo, sottovoce, e rimettendo il foglio sul -tavolino: - -— Sì... Più tardi... Quando Rosetta se ne sarà andata... - -Uff!... Ma quando se ne va Rosetta?... È sempre laggiù, a guardar -fotografie, tranquilla... Che può mai trovare d'interessante in un -_album_ di fotografie di gente che non conosce?... Sempre così, quella -ragazza... Senza nervi, docile come una pecora... Se le dicessero di -star lì tre ore a leggere e le mettessero fra le mani l'_Indicatore -generale delle Ferrovie_, lo leggerebbe tutto, da cima a fondo... Per -la prima volta Grazia è severa con la sua amica... Ma anche lei... Che -ostrica attaccata allo scoglio... La lasciasse mai sola.... E Grazia -guarda al suo polso il piccolo orologio: le quattro e mezza... - -— Non doveva la tua istitutrice venirti a prendere alle quattro?... Sai -che son già le quattro e mezza passate? - -Rosetta s'è levata chiudendo l'_album_... Oh, finalmente.... Guarda -dalla finestra per vedere se l'istitutrice venga... Oh, un passo nel -giardino... Eccola... Ma no... È un uomo, è il domestico di Grazia, che -vuol parlare a Grazia... E le parla, in un angolo, sottovoce: - -— Venga sùbito, signorina... Il signor Marcello non sta bene... E la -vuole... - -Sùbito Grazia è in allarme: pallida, tremante... Il suo primo movimento -è per andarsene... Ma guarda, lì, verso la finestra... Vede Rosetta -e Claudio, vicini, vicinissimi, che parlano, che ridono... Che fare? -Lasciarli soli?.. E il piccolo delitto si compie nell'anima sua. Non -chiede al domestico di più per non sapere di più... Gli dice che andrà -sùbito e, con un gesto, lo congeda. Poi risale verso i due che vengono -incontro a lei per interrogarla: - -— Forse Marcello?... - -E Grazia, la voce fredda, e decisa: - -— Nulla... Nulla... - -Sente, Grazia, tutto il suo delitto, ma lo compie, irresistibilmente, -inevitabilmente. Non può staccarsi. È lì, inchiodata, nel suo martirio -e nel suo amore. E c'è qualche cosa di più della gelosia per non farla -muovere. C'è l'amore per non farla andare via. Ora l'istitutrice di -Rosetta è entrata e Rosetta è pronta per andarsene. Ora non c'è più -la sofferenza di lasciarli soli, lì, accanto alla finestra, vicini, -vicinissimi, a parlare, a ridere... Rosetta, gelosa anche lei, le dice: - -— Vieni anche tu? - -Ma Grazia, l'aria ingenua, gli occhi bassi, quasi con un fare annoiato -di dover restar lì per non saper dove andare, risponde: - -— No... Rimarrò... Ancora un poco... - -A malincuore Rosetta va via. Claudio l'accompagna, fuori, in giardino. -Per la prima volta da che si conoscono e si vogliono bene le due -amiche non si sono baciate separandosi. Grazia, senza più forze, s'è -appoggiata, rigida, contro il muro. È lì, inchiodata, e la visione le -appare della sua casa, di Marcello disteso sul divano, nelle torture -atroci del suo male, nella terribile crisi... E quando Claudio rientra -la trova così: rigida contro il muro, pallida con gli occhi sbarrati. - -— Che avete? - -Ma non ha nulla, nulla... Non si allarmi... Nulla... E va al -pianoforte, e prende il foglio di musica, e lo mette sul leggìo... E fa -sedere Claudio, e siede accanto a lui, di contro a lui, a guardarlo, ad -ascoltarlo... Com'è deliziosa, avvolgente suggestiva quella musica... -Come si fa leggera, arguta, preziosa per il concettino lezioso, -leggiadro e artificiale che definisce il bacio: - - .... un apostrofo roseo messo tra le parole - t'amo... - -E come più oltre la musica si fa appassionata, ardente, travolgente, -con tutto l'ardore, con tutto il furore del bacio... Come Claudio -guarda, suonandola, Grazia... Come Grazia guarda, ascoltandola, -Claudio... Il bacio è già fra loro, aereo ancora, non tòcco, in quei -due sguardi... L'invito, la forza magnetica delle due giovinezze, è -irresistibile. Ed eccoli, quando la musica cessa, prima su l'ultimo -grido, poi su l'ultima nota ch'è un sospiro di voluttà, eccoli l'uno -nelle braccia dell'altra... Non è, ancora, il bacio delle bocche... -Grazia non vorrebbe... Claudio non osa... Ma è, irresistibile, più -grande, più profondo, il bacio delle anime che si sono intese, che -comunicano... È la gloria trepida, immensa, senza parole, dell'amore -che incomincia... - - -XXIX. - -SOLO. - -Nella stanza del malato dove già le lampade sono accese, un andare e -venire di ombre in un odore grave di farmaci. È la voce di Marcello che -geme: - -— E Grazia... Grazia che non viene... Ma l'avete, l'avete veramente -chiamata?... - -Ora un colpo di tosse, atroce, gli spezza il petto di fuoco. E, -ricadendo sui cuscini, il malato geme: - -— Sto così male, così male... Chiamate, chiamatemi Grazia, ve ne -scongiuro... - - -XXX. - -RITORNO. - -.... e Grazia s'è levata, s'è strappata, quasi, dalle braccia di -Claudio. Lo ha fatto sedere al tavolino e prepararsi a riprendere il -lavoro. - -— Mi piace, da lontano, di potervi pensare così: curvo su le vostre -carte, a cercar la musica nel vostro cuore... - -Ha già in capo la gran paglia di Firenze coperta di roselline. Claudio -fa per levarsi. Ma Grazia lo ferma, col gesto, con la voce: - -— No, non mi accompagnate. Rimanete così... - -E si allontana. Poi ritorna. Prende nel vaso di cristallo le sue rose -rosse. Le sfoglia su le pagine di Claudio da dietro le sue spalle. -Claudio le afferra una mano, vi depone un bacio e con quella la -trattiene, la tiene... Ma Grazia si scioglie dolcemente: - -— No... Lasciatemi andare... È tardi... Mio fratello non sta bene... E -mi attende... - -Ed esce così, indietreggiando, senza levar lo sguardo di dosso a -Claudio immobile alla scrivania. È alla porta. L'apre. Esce. Richiude. -Claudio china il volto su le pagine bianche e su le rose rosse. Poi -prende la penna. Cerca un istante, gli occhi in aria, e riprende il -lavoro... - -Ma la porta si riapre, cautamente, leggermente. Claudio, assorto nel -lavoro, non ode. Grazia è rientrata così, e, in punta di piedi, cauta -cauta, leggera leggera leggera, va fino al pianoforte per prender -nell'altro vaso di cristallo l'altro mazzo di rose, le rose bianche, -le rose di Rosetta, e portarlo via con sè. E, piano piano, leggera -leggera leggera, guardando quelle rose non sue che non vuol lasciar -lì, indietreggia, raggiunge la porta, l'apre, esce, richiude, senza che -Claudio, assorto nel lavoro, si sia avveduto di nulla... - -Fuori, nel giardino, Grazia distrugge con le mani febbrili le rose di -Rosetta e ne fa una pioggia bianca su le aiuole intorno. Poi si chiude -nel mantello — col suo delitto verso il fratello, col suo amore per -Claudio, con la sua gelosia per Rosetta — si chiude nel mantello e -fugge, fugge via, di corsa, di volo, per non perdere un minuto di più, -un solo istante ancora, per essere sùbito, sùbito, da Marcello, dal -povero Marcello, che ella, nella sua follìa, ha potuto... ha potuto... -Oh, orrore!... Ha potuto... - -Corre... corre... Ed eccola alla sua villa, nel suo giardino, su per -le scale, nella gran galleria, alla porta della camera... Ed entra. Ma -quand'ella entra sùbito i domestici, col gesto, ne arrestano l'impeto: - -— Sssss... Dorme! - -E mentre il vecchio servo guarda se il sonno e il respiro son -tranquilli la vecchia domestica spiega: - -— È stato tanto male... Ed ha tanto cercato di lei... - -Col gesto, immobile, chiusa nel nero mantello, Grazia allontana i -servi. E, rimasta sola, si getta ginocchioni ai piedi del fratello, -gli bacia le mani e, fra i singhiozzi che le scuoton la gola, dice -disperatamente al fratello addormentato: - -— Perdonami, perdonami, Marcello! - -E rimane lì, piangendo sommessa, accucciata a terra, umile, pentita, -sgomenta, a passarsi sui capelli, quasi per farsi perdonare senza -attendere il risveglio, dolcemente, dolcemente, in una lenta carezza, -la mano del suo povero fratello che dorme dopo aver tanto sofferto -senza di lei... - - -XXXI. - -«HO IO IL DIRITTO DI AMARE?» - -Nella notte Grazia non ha trovato pace nè riposo. Avute nel delitto -contro il fratello la rivelazione e la certezza del suo amore, tutta -la crudeltà del suo destino e tutta la precarietà del suo bene le sono -apparse. È stata, or ora, a baciar su la fronte Marcello che dorme -nella stanza accanto alla sua. Le giunge, dalla porta aperta, il suo -respiro più calmo, eguale. Quanto deve già amare ella Claudio Arceri -se ha potuto, quel giorno, lasciar Marcello in preda al suo orribile -male senza soccorrerlo, senza volare da lui, col cuore in gola, appena -chiamata, come sempre faceva al primo, al minimo allarme!... Ora è -ferma davanti a un cassetto che ha socchiuso e da cui ha tratto alcuni -medaglioni, vecchie miniature di famiglia. Lassù, in montagna, la -notte è ancora fredda e un po' di fuoco è ancora acceso, brace, non -più fiamma, nel suo camino. E Grazia s'accuccia a terra, in quel po' di -calore, in quel po' di luce rossa. E l'atroce domanda è nel suo cuore: - -— Ho io il diritto di amare? - -Guarda i medaglioni ad uno ad uno. Sua madre... Suo padre... Due suoi -fratelli... La piccola Anna Maria a quattordici anni... Morti tutti -così... Condannati tutti dal medesimo male... - -E d'un balzo è in piedi, rigida, tragica, contratto il viso e disfatto, -con le mani convulse a stringere i medaglioni sul petto entro cui -freme, in un ritmo precipitoso del cuore in tumulto, la terribile -domanda che mille volte s'è fatta, che mai s'è fatta però così -atrocemente come quella notte: - -— Ed io? Io?... - -E ricade giù, di piombo, abbandonata da ogni sua forza, accanto al -camino, in quel po' di calore, in quel po' di luce rossa. E ricorda. -Ricorda com'ella ha vissuto finora. Si rivede errante ogni anno nei -paesi del sole, Nizza, Mentone, il Cairo; si rivede, nella calda -stagione, nei paesi delle eterne nevi dove l'ossigeno difende la -vita minacciata. Non è forse il male entro di lei? Può ella credere -d'esserne miracolosamente immune, mentre suo fratello, di là, lotta -già contro l'insidia ogni giorno, può illudersi solo perchè le cure -prudenti e una previdente igiene hanno forse ritardato il giorno -dell'aperta condanna? Può ella credere d'essere salva solo perchè ha -voluto tentar di salvarsi? - -E Grazia rompe in un lungo pianto disperato, dilaniata così tra -l'estasi del suo amore e l'orrore della sua condanna... - - -XXXII. - -NO! - -Condannata? Saperlo, saperlo... La mattina dopo, con un pretesto, al -primo schiarire, Grazia è discesa, anonima, sconosciuta, alla città. -È già lì, da un'ora, nella sala d'aspetto del clinico famoso, tra gli -altri malati, altri dolori che attendono. - -Grazia rivede Claudio Arceri, a quell'ora già intento al lavoro, al -tavolino dove in un vaso di cristallo son le sue rose rosse nuove ogni -mattina. E si rivede, come ieri ella era, nelle braccia di Claudio, -nella prima stretta, nella prima felicità... E invece... La giovinezza, -l'amore, la gloria... Dovere a tutto rinunziare!... Ed è lì, assorta, -disperata e muta, mentre due lacrime le appaiono su l'orlo del ciglio -e le scendon giù lungo le guance pallide, irrigidite, scarnite quasi, -quella mattina, dall'atroce tensione d'ogni nervo, d'ogni muscolo... - -Ora la chiamano. È il suo turno. Ha fatto al medico la domanda recisa: - -— Voglio sapere, dottore... Posso io amare? Posso avere senza delitto -una casa, figliuoli?... - -Attento, tranquillo, solito, il medico la esplora, l'ascolta. Grazia -spia ogni minimo moto del suo volto, tutta l'anima tesa, sospesa. -Sul volto indifferente e abituato del grande clinico, solo un'ombra è -passata, un istante: ma sùbito Grazia l'ha veduta, l'ha còlta. Tenta il -medico qualche menzogna: - -— Vedere... Aspettare... Il tempo... - -Ma Grazia disperata e umile scuote il capo. Sa che la condanna è -inesorabile e mentre si riabbottona il corpetto sussurra: - -— Anche io... come gli altri... - -Ancora il medico — c'è un po' di pietà anche nei cuori stoici — tenta -qualche consolazione blanda: - -— Non creda questo... Può guarire.. Molte cure... La giovinezza ha -meravigliose forze di difesa... Potrà un giorno aver la sua casa -anche lei, i suoi figliuoli... Lo credo... Lo spero... Ma aspettare... -Aspettare molto tempo, certamente.... - -Scuote il capo ancora, Grazia, cercando nella sua borsetta il denaro -del consulto. Perchè spreca il medico quelle parole? - -— No, dottore... Sapevo già... Ma prima d'oggi non ho mai voluto -sapere... con certezza... Ma oggi era necessario... Oggi non potevo, -non dovevo più illudermi... - -Ha tratto dalla borsa la busta col denaro: cinquanta lire. E la rimette -al medico con un sorriso e un ringraziamento. Quanto costa poco la -verità! Una vita sa di dovere a tutto rinunziare, di dover lentamente -durare per aspettar solo la morte: cinquanta lire! La scienza, con -breve esame, uccide il sogno, l'amore, un'anima, chiude tutto un -destino... Nulla. Una piccola busta presa con un gesto indifferente... -Cinquanta lire! È la commedia atroce delle tragedie chiuse in uno solo, -delle ore tragiche con persone indifferenti... Non ostante la condanna -data e ricevuta, due sorrisi, due inchini, un ringraziamento! E, vinta, -finita, distrutta, Grazia è uscita, fuori, nella sala d'aspetto. Le -forze tese fino a quel punto non la reggono più. Ed ella cade lì, su -una poltrona, accanto alla porta che il medico ha richiusa dietro di -lei per riaprirla, fra due minuti (il tempo di segnar l'incasso e il -numero della consultazione su un registro), per riaprirla, fra due -minuti, su un'altra angoscia. - -Due bambini gracili, macilenti ed un signore a lutto sono seduti -accanto a Grazia che trae a sè i due bambini e interroga il padre -toccandoli al petto: - -— Malati? - -E il padre, coprendosi gli occhi col fazzoletto, dice due volte col -capo di sì, di sì... - -Ha fra le sue braccia, Grazia, i due bambini esangui, intimiditi e -docili. - -— Così sarebbero, pensa, i miei figliuoli... - -Si asciuga le lacrime, bacia i bambini e si leva. Tende una mano -pietosa — carità d'un povero a un povero, carità anonima e sublime — al -padre che piange e gli dice: - -— Coraggio! - -E il signore a lutto, il vedovo, stringe quella mano e vi depone un -bacio. Scuote il capo come per dire che coraggio ne ha avuto tanto, che -ora non ne ha più... E china ancora il volto nel fazzoletto che trema -nella sua mano... - - -XXXIII. - -PICCOLA FELICITÀ DA SOLA. - -Mentre Claudio lavorava Rosetta è entrata. S'è sùbito guardata attorno, -cercando, stupita... - -— E Grazia? - -Claudio le ha teso la lettera di Grazia: costretta da un affare urgente -a discendere in città non potrà quella mattina andarlo a salutare... -Manda il solito augurio di buon lavoro... Tornerà, certamente, nel -pomeriggio... - -Rosetta ha pregato Claudio. Poichè ella è sola Claudio non le farà -l'offesa di non suonare solo per lei la musica composta quella -mattina... Come può Claudio dire di no?... Ed è al piano, e suona... -E Rosetta l'ascolta, intenta... E la musica, quella musica, le par più -bella perchè è suonata stamattina solamente per lei... - - -XXXIV. - -SOLITUDINE AL GIARDINO PUBBLICO. - -Accanto alla stazione, nel giardino pubblico ov'ella attende il treno -per ripartire, Grazia è seduta su una panchina. Attorno a lei è un -andare e venire di gente al sole della bella mattina, è un correre e -un gridare di bimbi felici. Due, tre volte gli occhi le si riempion -di lacrime nel guardare quello spettacolo di serenità, quella lieta -primavera dell'anno e della vita. Due, tre volte ha sollevato il -fazzoletto ad asciugare con rapido pudore quelle sue lacrime pubbliche. -Un bimbo, la cui palla è venuta a cadere presso Grazia, la vede -asciugarsi le lacrime. La tira per la veste e le chiede: - -— Perchè piangi, signora? - -E gli par così strano che ci sia qualcuno che piange lì; dove si viene -ogni mattina, quando c'è il sole, per giuocare... Interroga già, quel -bambino, come interroghiamo noi uomini: non per far dire agli altri ciò -che loro preme sul cuore, ma per sapere noi, quando siamo curiosi... -Ma il bimbo ha già in mano la palla... E, senza aspettar che Grazia -risponda, già la tira, laggiù, ai compagni di giuoco che lo chiamano... - - -XXXV. - -ROSE BIANCHE E ROSE ROSSE. - -Ora, mentre Claudio suona, Rosetta si leva e, preso il mazzo di rose -bianche che ha portate con sè, le mette sul tavolino di Claudio dopo -aver tolto dal vaso di cristallo le rose rosse di Grazia. - -E, in una pausa della musica, spiega: - -— Mettiamo qui, stamattina, le rose mie.... Quelle di Grazia sono già -appassite... - - -XXXVI. - -«MADRE, CONSOLAMI TU!» - -Nel giardino del convento della Collina Verde le piccole suore bianche -sono in ricreazione. È l'ora in cui anche giuocare è malinconia. Vien -su il crepuscolo da dietro la collina. Tramonta il sole laggiù, sotto -quell'arco verde fatto dai pini, in un cielo di fiamme gialle. - -Grazia è alla porticina del convento, appoggiata, esausta. Ha bussato e -aspetta. E quando la suora guardiana apre il corpo di Grazia, senza più -sostegno, cade dentro, nel convento, di piombo, come un corpo morto, -come un corpo senz'anima, fra le braccia della suora che ha appena il -tempo e che ha appena la forza di sorreggerlo... - -Le altre suore sono accorse, tutte bianche attorno a Grazia tutta -vestita di nero. Mentre vanno per il gran viale dei cipressi la -sorreggono, quasi la portano. Chiedon con gli occhi trepidi alla -piccola amica che cosa ella abbia, ma la piccola amica ha chiuso gli -occhi e le labbra. Giungon così su lo spiazzo davanti alla Cappella. -Anche la Madre Badessa corre incontro a Grazia. E Grazia, le mani -giunte, le cade in ginocchio davanti: - -— Madre, Madre, consolami tu, consigliami tu, col tuo Crocefisso! - -E stringe nelle mani convulse, e bacia con le sue labbra frementi, il -piccolo crocefisso d'ebano e d'avorio che pende lungo la gonna della -Badessa. E questa, chiamandola appena con la voce bassa e commossa, le -carezza i capelli da cui il velo nero è caduto. Non sa che dirle: sa -che bisogna solo lasciarla piangere, così... E Grazia piange, piange, -disperata, tutta scossa dai singulti, schiantata in tutta la sua -persona e in tutta la sua vita, mentre le piccole suore, interrotte nei -loro giuochi, fatte serie, timide e silenziose da quel dolore che vien -da fuori a cercar rifugio là dove nell'accettazione dolore non c'è più, -si avvicinano a piccoli passi, senza far rumore, al gruppo doloroso. - - -XXXVII. - -COLUI CHE HA A TUTTO RINUNZIATO. - -Pallida figura di Cristo su la grigia parete della cella ove Grazia -ha trascorso, in affannosa veglia, la notte... E, d'innanzi a Colui -che seppe a tutto rinunziare, la Badessa e Grazia sono inginocchiate -pregando. - -Nella lunga meditazione notturna, con la lunga preghiera, la serenità -è ritornata nel cuore di Grazia. Il suo dolore è, adesso, pacato e -forte. Ella accetta, gravemente, eroicamente, nella speranza d'un bene -ultraterreno più tardi, la rinunzia suprema. Sollevando gli occhi verso -la Madre Badessa che, come una madre veramente, le accarezza i capelli, -Grazia sussurra: - -— Rinunzio anch'io... come Lui... Porto anch'io... come lui... la mia -Croce! - -Un'ultima debolezza ed ella s'abbatte piangendo su le ginocchia della -Madre. Ma questa, dolcemente, con parole che invocan la grazia, la -risolleva. E la piccola martire chiede, chiede alla Badessa, e chiede -ancor più a Lui: - -— Ma come, come vincere la tentazione?... Come resistere al mio amore? - -La Badessa non risponde. Colui che ha a tutto rinunziato risponde -in fondo all'anima della fanciulla con misteriose parole. Grazia e -la Madre si son levate e sono uscite. Sono adesso nel giardino del -convento, appoggiate alla balaustra, d'innanzi all'ampio paesaggio -azzurrognolo della pianura laggiù. E Grazia dice: - -— Laggiù, al piano, il sacrificio mi sembrava ieri tremendo..... - -E china il capo su la spalla della Badessa che ancora, come una mamma -inconsolabile nel consolare, le accarezza dolcemente e lentamente i -capelli.... - - -XXXVIII. - -UN BIGLIETTO. - -Buon lavoro quella mattina, lavoro sereno, lavoro fecondo. Il domestico -entra a portare a Claudio Arceri un mazzo di rose bianche. C'è, -insieme, un biglietto: - -«_Poichè Grazia lascia appassir le sue rose voglio che sul vostro -tavolino, accanto al vostro lavoro, sieno oggi, come ieri, le mie, -fresche e nuove ogni giorno._ - - ROSETTA». - - -XXXIX. - -ARRIVEDERCI, SORELLE! - -La mano della Madre è su la fronte di Grazia, per costringerla a -levarla in alto, a guardar lassù, verso il cielo. Pensa ancora alle -parole di Grazia: “Laggiù, al piano, il sacrificio mi pareva ieri -tremendo...„. E la Madre le dice: - -— E sai perchè qui il sacrificio ti par oggi meno terribile?... Perchè -sei più vicina al cielo che promette al dolore ricompensa... - -E lo sguardo di Grazia, estatico, è lassù, fisso in quelle nuvole -bianche, in quelle nuvole d'oro di cui il sole nascosto s'ammanta, -in quelle nuvole in cui le par di vedere apparire — un istante solo — -Cristo tra gli angeli... - -Ma è tardi. Bisogna andare. È attesa a casa. Marcello sarà in gran -pensiero. E vanno per il gran viale dei cipressi, verso l'uscita. -Grazia ripete ancora entro di sè la sua domanda: ma come vincere -la tentazione, come resistere al suo amore?... E la luce si fa nel -suo spirito, improvvisa... Un fantasma, un cavaliere dal lungo naso -ridicolo e dal grande cuore eroico, è passato un istante, col suo -sacrificio, nel suo ricordo... Ed ella dice, soffermandosi: - -— Non ho che una via di salvezza: donare ad un'altra l'amore che avevo -sognato per me... - -Rivanno. Sono presso la porta d'uscita. Grazia passa tra i bianchi -gruppi di suore: qualcuna ne abbraccia, tutte saluta... E quando le ha -tutte raccolte attorno a sè ne abbraccia ancora due con un grande gesto -che tutte vorrebbe stringerle al cuore: - -— Arrivederci, sorelle! - -E mentre, di nuovo rompendo in lacrime, si riavvìa con la Madre -Badessa, le piccole suore bianche si guardano tra stupite e commosse: - -— Che ha?... Che ha? - -E Grazia, andando, dice alla Madre, alla madre di tutte: - -— Sorelle veramente... Anche fuori di qui, anche con queste mie -vesti... sono anch'io come loro... se anch'io ho a tutto rinunziato... - -Nera, nascosta fra l'edera, è d'innanzi a loro la porticina del -convento che la suora guardiana ha socchiusa... - -Che sole c'è, fuori, nella mattinata di maggio!... E da quante mattine -suor Ghiottona non ha più la sua cioccolata.... - - -XL. - -SERENITÀ NELLA RINUNZIA. - -E, sul piazzale davanti alla cappella, al sole, tra le rose in fiore, -vanno, serene, placide e chete, le piccole suore. Quelle annaffiano i -fiori. Quelle altre ne còlgono. - - -XLI. - -RINUNZIA NELLA TEMPESTA. - -E la piccola porta del convento della Collina Verde s'è richiusa. -Grazia vi si appoggia sentendo mancar le sue forze. Ha sul volto i -segni della tremenda intima tempesta. Gli occhi sono fissi, vitrei, nel -vuoto... fissi su la terribile visione... - -... Rosetta al tavolino del musicista e Claudio che sfiora, con un -primo bacio, la fronte della fanciulla... - -... e Grazia ha le mani su gli occhi per fugar la visione. Poi li -riscopre. Da fissi si fanno vivi, animati empiendosi di lacrime -benefiche. E, in quel pianto silenzioso, senza singulti, il suo volto -che si placa si china lentamente sul petto, assentendo, accettando... - -Poi Grazia si stacca dalla porticina del convento, s'irrigidisce, -s'innalza, si tende. Si chiude nel suo mantello nero. E così, chiusa, -ferma, incrollabile, s'avvia verso il suo destino... - - -XLII. - -GELOSIA. - -— Ho potuto fuggir di casa un momento anche stamattina... - -Claudio la guarda. Sorride. Ringrazia. Com'è trepida, e ansante, la -piccina... Ma come lo spirito di Claudio, pur se ha Rosetta vicina, -è assente, è lontano... Aspetta, la piccina, una parola.... Quale -parola?... Non sa. Ma l'aspetta. E ode, invece, Claudio domandare: - -— Sapete se Grazia è ritornata? - -Mortificata, tutta rossa in volto, gli occhi a terra, Rosetta si -stringe nelle spalle, tra corruccio e ignoranza. Che pena nel suo -piccolo cuore... E va, sola, verso la scrivania... Guarda la musica -scritta quella mattina e leva gli occhi smarriti a interrogare Claudio -che lentamente l'ha raggiunta. - -— È il canto di Cirano che richiama nel cuor dei Guasconi, al campo -d'Arras, la nostalgia della Guascogna lontana.... - -Come sempre Rosetta prende il foglio e lo mette sul leggìo, al piano, -e vorrebbe che sùbito Claudio le suonasse quella pagina... Ma Claudio -ritoglie il foglio dal leggìo e, rimessolo su la scrivania, siede a -questa e dice: - -— Quest'oggi, quando ci sarà anche Grazia... - -Urtata, ferita, offesa, Rosetta tritura una rosa che ha nelle mani, -ne stacca le foglie. Poi le getta a terra e, nel folle ardire datole -dall'immenso dolore, osa levar la testa e la sfida... - -— Perchè? Io non son degna?... - -Accorre Claudio a lei, sorride, ride, protesta, le fa mille graziette -per confortarla, per rassicurarla, per farla sorridere. Ma Rosetta non -sorride. La sua gran pena a poco a poco si fa corruccio comico, broncio -infantile. E mormora: - -— Già... La Musa... è lei! - -E scoppia a piangere... Dio, che pianto, che gran pianto disperato di -bambina che vede crollare il mondo attorno a sè... Claudio l'ha presa -fra le braccia, con tanta tenerezza, con tanto rispetto... Ma come, in -quelle braccia, Rosetta si abbandona... È, nell'atto inconsapevole, -la dedizione, l'offerta di tutta sè stessa. Claudio comprende. È -perplesso, indeciso, smarrito a sua volta. - -— A me, mormora Rosetta, a me voi non volete bene... - -E Claudio, ridendo: - -— Ma sì... ma sì... Vi adoro. - -E col grembiulino le asciuga gli occhi, e poi la stringe forte — un -po' troppo forte: ma se ne accorge dopo... — la stringe forte forte -al cuore... Infine, quando la bambina è calma e il suo pianto non è -più che un leggero affanno senza lacrime, Claudio siede al tavolino e -prende un foglio di carta: - -— Scriverò a Grazia affinchè venga oggi... - -E scrive. Dietro di lui è Rosetta che lo segue con l'anima straziata. -Claudio ha scritto e leva il foglio per piegarlo e chiuderlo nella -busta: - -— No!... - -E la mano di Rosetta, da dietro le spalle del musicista, ha afferrato -la lettera... In un attimo è già in cento pezzi... Claudio è balzato -in piedi... Non è più sul volto di Rosetta un corruccio di bimba: è un -tormento di donna... Ed esce dalle sue labbra convulse il grido della -sua gelosia: - -— Sempre lei, lei, lei... - -E, folle, disperata, senza più saper che cosa faccia, getta sul volto -di Claudio, con violenza, i pezzettini della lettera lacerata. Poi -prende la sua sciarpa e ne avvolge la testa. Fugge. È già su la porta. -Claudio, inchiodato dallo stupore, è fermò lì, alla scrivania. Rosetta -si volge. Lo guarda ed esita un istante. Poi corre a lui e gli cade in -ginocchio davanti: - -— Perdono! - -E gli bacia la mano... E, prima che Claudio abbia potuto risollevarla, -prima che Claudio abbia potuto sottrarle la mano, il perdono è chiesto, -il bacio è dato... - -E la bimba è fuggita. - - -XLIII. - -IL RITORNO. - -— Prego per tuo fratello, signorina! - -Grazia è nel giardino della sua casa, al momento del suo primo ritorno -dopo la condanna. La vecchietta della minestra le bacia la mano -benedicendola. - -— No, non pregare solo per lui... Prega anche per me... - -E ha la mano su la spalla della vecchietta che la guarda e non -comprende: - -— Eh, tu non ne hai bisogno... Tu sei buona e sei felice.... - -Si appoggia tanto su la vecchietta — lei che è felice — che quasi è -per cadere... Ma il fratello appare lì, sotto l'arco della porta, il -sorriso caldo, le braccia tese: - -— Grazia... - -E Grazia si solleva. Un'energia immensa ritorna in lei. Sorride, ride, -corre al fratello, spensierata, felice... - -— Eh, che cattiva?... Come mi son fatta aspettare... Ma in città mi -hanno trattenuta!... Iersera poi hanno voluto condurmi a teatro... Che -ridere! - -Marcello guarda il suo abito nero, i suoi veli neri. - -— A teatro? Così? - -E Grazia, un istante, è perduta... Ma si riprende: - -— Sì, così... Sai, io non ci bado... E poi, ero in fondo al palco. Ma -mi son divertita lo stesso... Che ridere! - -Che ridere! E ancora ride, ride, ride, ride nello spasimo convulso, -ride nella frenesia, ride sino a scoppiare in dirotte lacrime... E il -fratello è a lei, ansioso: - -— Che hai? Che hai? - -Ma Grazia si riprende, si domina con uno sforzo sovrumano. E, poichè -il domestico è apparso su la soglia della sala da pranzo, il volto di -lei si rasserena, il sorriso negli occhi umidi ritorna e Grazia grida, -battendo le mani e trascinando Marcello: - -— A tavola! A tavola! - - -XLIV. - -PETTEGOLEZZI PROVINCIALI. - -Le amiche di Grazia, nei loro chiari abiti primaverili di mussolina o -di percalle, tra le spalliere fiorite del piccolo giardino provinciale, -son tutte lì, raccolte attorno ai quattro «amici del dopopranzo». - -— Io dico che il grande musicista, esclama il farmacista, a Collina -Verde ci prende moglie! - -— Ed io dico che sposa o Grazia o Rosetta! - -Che risata accoglie la bella scoperta del maestro di scuola.... - -— Seneca ha parlato... - -— Ma bravo! Ma che testone! - -Grazia o Rosetta. Bella scoperta! Su questo sono tutte d'accordo... Ma -il difficile è sapere quale delle due sposerà. - -— Grazia o Rosetta? - -— Ai voti! Ai voti! - -Tutti scrivono su un biglietto un nome e il farmacista va attorno -raccogliendo i biglietti nella sua papalina dal fiocchetto scozzese: un -regalo di Grazia, l'anno scorso, per il suo onomastico... - -Il conte Spada fa, dignitosamente, austeramente, da gran signore, per -l'onore di tutti i suoi avi, lo spoglio dei voti: - -— Undici voti per Grazia e tre per Rosetta! - -La maggioranza — come tutte le maggioranze — applaude. Ma bisogna -sapere di più. Votare non basta. Bisogna ficcare il naso nei fatti -altrui. E don Giovannino è l'uomo indicato: deve andare da Grazia, -spiare, sapere come vanno le cose, chi prevale, chi vince... E in un -gran tramestio di ragazze don Giovannino è mandato via, via, sùbito, in -servizio d'informazioni. - - -XLV. - -LA CANZONE DEI GUASCONI. - -— Addio Rossini! Addio Verdi! Addio Wagner! Addio Debussy! Addio -Mascagni e Puccini!... Oramai non c'è più che un solo musicista al -mondo: Claudio Arceri... - -Grazia s'era appena seduta al piano, prendendo e aprendo sul leggìo uno -spartito — di Claudio, naturalmente — quando lo scherzo e il riso di -suo fratello l'hanno raggiunta e fermata. Marcello l'ha presa fra le -braccia; e ora, mentre Marcello ride e mentre gli occhi di Grazia si -riempion di lacrime, fratello e sorella son lì, guancia contro guancia. - -— Riverisco... - -È don Giovannino. Ma fa una pessima entrata. Una maledetta lettera — -una lettera, certo, di Claudio Arceri — toglie ogni effetto al suo -ingresso bene preparato richiamando tutta l'attenzione di Grazia -balzata sùbito in piedi e corsa sùbito a toglier la lettera dal -vassoio. Scrive Claudio alla Musa per avvertirla che ha finito di -comporre il canto in cui Cirano richiama nello spirito dei suoi -Guasconi, al suon del piffero, la casa natìa, i lontani ricordi -della terra lontana. Crede che gli sia sgorgata dall'anima, in un'ora -benedetta, la pagina migliore dell'opera, il canto più commosso e più -profondo. E la lettera conclude dicendo: «_Voglio che voi siate la -prima ad ascoltarla e vorrei che voi poteste anche esser la sola..._» - -Grazia ha richiuso la lettera. È indecisa, divisa in una lotta -atroce... Ricorda la sua paura: «Come vincere la tentazione?... Come -resistere al suo amore?...». E ricorda anche la decisione del suo -cuore eroico e disperato. È l'ora di mettere in opera il suo folle -proposito... Sì, sì... Si vede accanto, ridicolo nella tragedia, -smorfia grottesca nella sua angoscia, don Giovannino... Ma anche uno -sciocco può essere utile. E, oggi, don Giovannino è utilissimo. E il -ganimede paesano, che si guardava le scarpe per vedere se luccicavano -bene, si sente interpellare da Grazia: - -— Voi, don Giovannino, verrete con me... - -E don Giovannino, levandosi per assentire, ha fatto appena appena in -tempo a inchinarsi davanti alla porta che si richiudeva su Grazia. - - -XLVI. - -TRAGEDIA SENZA PAROLE. - -Un'ora dopo, nello studio del musicista, sono raccolti Grazia, Rosetta -e don Giovannino. Appena l'ha veduta entrare con don Giovannino -Claudio, a bassa voce, in un angolo, ha rimproverato Grazia: - -— V'avevo pur detto che avrei voluto che foste sola... - -Povera Grazia! Che stretta al cuore! Ma non risponde e riesce a non -rispondere perchè Rosetta — impaziente, smaniosa di sentir la musica -ma anche d'interrompere il colloquio — ha spinto Claudio verso il -pianoforte ed ha aperto la musica sul leggìo. Il maestro comincia a -suonare. E accanto a lui rimane Rosetta, intenta, tutta presa dalla -dolce melodìa, a mano a mano sempre più china su lui. E lo sguardo di -Claudio, sollevandosi dai tasti a cercar le note e i segni sul foglio, -incontra sovente gli occhi di Rosetta, fissi, accorati, immobili, con -le pupille sempre più velate di pianto. - -Rimasta indietro, a metà stanza, Grazia, alle prime note suonate da -Claudio, s'è irrigidita, s'è tesa. Attratta dalla musica, sospinta -dal suo amore, ella avanza, lentamente, verso il musicista. Ed ha sul -volto l'estasi del suo amore e la rivelazione della musica sublime. Di -tanto in tanto, alle cadenze più belle e più gravi, Claudio si volge -a guardarla. I loro occhi s'incontrano e la loro commozione. Bella, -divinamente bella nel suo palpito e nel suo fremito, Grazia, in piedi -dietro di lui, è la musa che tremando ascolta il divino canto del suo -poeta. - -In punta a una sedia, in disparte, le mani su le ginocchia, il volto -teso in avanti, anche don Giovannino forse sente quella bellezza e -sembra ammirarla: a modo suo, con una faccia stonata da imbecille. - -Sul volto di Grazia torna l'ombra della sua condanna a spezzare -d'improvviso l'estasi e il sogno. Torna nella sua anima la voce -profonda a dirle la necessità di separarsi per sempre da lui e, -come inorridita dal pensiero di ciò che sta per fare, lentamente... -lentamente... si stacca da Claudio... dal suo sogno... dalla sua -vita... e indietreggia... indietreggia... Don Giovannino, rapito a sua -volta dalla musica, si punta su le gambe e su le braccia e, come se -una forza invisibile lo sollevasse, lentamente sorge in piedi. Grazia, -indietreggiando per uscire, se lo trova lì, accanto. Lo guarda. E lo -vede scuoter la testa a destra e a sinistra, segnando il ritmo della -musica, e lo sente dirle all'orecchio: - -— Che bel tempo di «fox trott»! - -Grazia ha nel corpo un sobbalzo di indignazione contro quell'imbecille -e sul volto il disgusto e l'ira. Ma poi muta, d'improvviso. L'idea del -sacrilegio le balena nell'anima. Ed ella guarda don Giovannino con un -sorriso ambiguo e oscuro. Proprio in quel punto Claudio si volge dal -pianoforte come a cercare Grazia, come a chiedere il suo consentimento. -E questo supremo contatto dei loro spiriti ha deciso Grazia che -risponde a don Giovannino approvando: - -— Sì, sì, un «fox-trott»... - -E gli offre le braccia, per ballare. Don Giovannino — che, dopo tutto, -ha buon senso — è riluttante: gli par che non stia bene, che di ballare -non sia il caso... Ma Grazia lo prende, lo trascina, lo domina. E -il passo di «fox-trott» incomincia. Mentre Grazia e don Giovannino -ballano Claudio continua a suonare. Due, tre volte si volge a guardare -Grazia che balla. Il suo volto si oscura e i suoi occhi son febbrili -e torbidi. Due, tre volte Grazia, a quello sguardo, si arresta. La -musica e l'amore la riprendono. Il suo volto si trasfigura. Ma quando -Claudio è per tornare a voltarsi Grazia riprende il ballo. Ora, d'un -tratto. Grazia si sente mancare e quasi si rovescia nelle braccia del -suo cavaliere sbalordito, il quale vorrebbe chiamare, dar l'allarme. -Ma, con uno sforzo disperato, sùbito Grazia si riprende: - -— Nulla, nulla... È passato... Avanti! - -E ancora balla. E ancora una volta Claudio si volge a guardarla. Ancora -una volta Grazia ha una sosta ed un gesto disperati. Ancora una volta -Grazia riprende a ballare. - -La musica spezzata in uno strappo, il colpo secco del coperchio -richiuso e Claudio è in piedi, fremente, fermo, le braccia incrociate -sul petto, guardando Grazia che, senza musica, continua ancora qualche -passo. Poi, come se solo in quel punto avesse visto Claudio in piedi -fisso a guardarla, si scioglie dal suo cavaliere. È per cadere. Fa -due passi indietro e cade, infatti, su una poltrona. Rosetta e don -Giovannino si slanciano verso di lei per soccorrerla. Ma, di nuovo, -ella è sùbito in piedi. È stanca, affannata, ma tuttavia ride, si fa -vento con un foglio di musica preso lì, sul tavolino. Claudio, sempre -immobile, la guarda, conserte le braccia, il dorso al piano, finchè -Grazia avanza verso di lui e gli parla, con voce e parole qualunque: - -— È molto bello, signor Arceri, quello che avete suonato... - -I due si guardano nelle loro due disperazioni, ma Grazia non regge -allo sguardo di lui. Si fa dare la sciarpa, i guanti, il cappello. Si -prepara, sorridendo, per andarsene. Sempre immobile, Claudio la guarda, -conserte le braccia, appoggiato al piano. E Grazia, nel suo tumulto, -col passo che le manca, col cuore in gola, con un sorriso straziante -sul volto, fatto col capo un leggero cenno di saluto a Claudio, -indietreggia, indietreggia sempre più sotto lo sguardo di Claudio -che, immobile, con le braccia conserte, appoggiato al piano richiuso, -la fissa, la fissa in una spaventosa e impassibile incredulità. -Rosetta è tornata a mettersi accanto a Claudio, mentre don Giovannino, -povero diavolo, impacciato, timido, senza aver capito ancora nulla, -rigirandosi il cappello fra le mani e i perchè nella testa, ha seguito -Grazia ed è uscito con lei. E, non appena Grazia è uscita, Claudio cade -di piombo su lo sgabello del piano, desolato, i gomiti su le ginocchia, -il volto nelle palme, mentre Rosetta si china su lui e, timidamente, -leggermente, comincia a carezzargli i capelli... - -Fuori nel giardino, don Giovannino vorrebbe condurre via Grazia, ma la -voce di Grazia sibila: - -— Voi andatevene... Ma andatevene, vi dico... - -E mentre don Giovannino dilegua all'angolo del viale — che roba e -quante cose da raccontare! — Grazia striscia lungo il muro del Castello -per andare, non sentita, verso il finestrone dello studio di Claudio. -E lo vede che s'è levato proprio in quel punto, con le mani e gli occhi -in aria. Giunge a lei la sua parola disperata: - -— E io, io che nel mio spirito l'avevo collocata così in alto! - -Rosetta gli si fa sempre più vicina, lo fa sedere e gli è accanto, un -braccio su la spalla di lui, la parola dolce per confortarlo: - -— La vostra musica è divina... - -Ma Claudio leva il pugno, fissando lo sguardo là dove Grazia poco prima -ballava: - -— Ha offeso l'artista... Ha ucciso in me il sentimento dell'uomo... - -Quale disperazione quella di Grazia, fuori, in giardino! E quale -trepida attesa quella di Rosetta, che ancora aspetta una parola per -sè e ancora ode parole per Grazia, vede dolore, per Grazia, orrore, -per Grazia... Sempre Grazia, Grazia, Grazia!... E il pianto la stringe -alla gola e le lacrime le cadon giù, d'improvviso, in uno scoppiar di -singhiozzi... Solo allora Claudio si volge e si avvede di lei, solo -allora le toglie il fazzoletto dagli occhi e, sollevatole il mento, la -guarda... Ma Rosetta scuote il capo, dolorosa ed umile: - -— Io... io non vi basto... - -E i singhiozzi la riprendono. E Rosetta abbandona la fronte su la -spalla di lui che si volge a guardarla, che di nuovo le solleva il capo -e fa levare in piedi la fanciulla. Lentamente gli occhi si cercano. -E la fronte di Rosetta va verso Claudio, incontra il labbro di lui -ed è un bacio... Un bacio? No... L'ombra d'un bacio, il presentimento -d'un bacio, un bacio che promette e spera l'amore, ma che non è ancora -l'amore... - -E, fuori, le spalle al muro della casa, aperte le braccia in croce, -rovesciato il capo indietro come in una crocefissione, Grazia si -allontana, si allontana, strisciando contro la facciata della villa, si -allontana e si perde, sacrificata, distrutta, scomparsa dalla vita di -Claudio, si perde laggiù, nell'ombra della notte che viene, che viene -nella sua anima e su quel giardino. - - -XLVII. - -LONTANI, DIVISI... POCHI GIORNI DOPO. - -— Che belle, che belle cose sa scrivermi... Leggi! - -Sono nella casa di Rosetta, il cui balcone dà sul giardino e rievoca il -balcone di Rossana tutto coperto com'è d'edera e di gelsomini. Seduta -a terra su un cuscino, poco distante da Grazia, Rosetta leggeva una -lettera, felice... E, trascinandosi a terra, ha portato a Grazia la -lettera di Claudio affinchè la legga anche lei... Grazia ha respinto -con la mano la lettera. Ma Rosetta insiste. - -— Senti. Leggo io... «_Le tue parole, Rosetta, son la rugiada del -mattino sui fiori chiusi dell'anima mia. Tu sola, tu sola sai dire -queste divine parole che aprono al cuore l'infinito del sogno. Per il -bene che le tue parole fanno alla mia anima e al mio lavoro, che tu sii -sempre, amatissima mia, fra tutte benedetta!..._» Ah, è bello sentirsi -dir queste cose, da lui... Ma mi sento tuttavia umiliata, scontenta... -Io so amare, ma scrivere non so... E se tu non scrivessi per me.... - -Grazia, che non s'era mai mossa, toglie adesso dal seno una lettera già -pronta: - -— Tieni... Ecco la risposta. L'avevo già preparata... Puoi mandarla... - -E si stringe fra le mani la testa di Rosetta, più che per abbracciarla, -per nascondere il suo dolore agli occhi della fanciulla che, -incuriositi e spauriti, la cercano... - -Rosetta intanto ha preso le mani di Grazia por portarle alle sue -labbra. E le dice, fra i baci: - -— Tu, tu ci hai insegnato ad amarci... Tu, tu mi hai fatto amare da -lui... Se tu non gli avessi detto per me tutto quel bene che io non -riuscivo a fargli capire, io, poveretta, a quest'ora... Mi credeva una -bimba... Ma tu gli hai detto: Badate. È una donna. - -E Grazia, straziata ma eroica, si china su lei e le fa levare il volto -per incontrarne gli occhi: - -— E non sei forse felice? - -Oh, sì, sì, è tanto felice, Rosetta... E come si fa piccina fra le -braccia di Grazia... Sì. È una donna, come ha voluto far capire a -Claudio... Ma quando è lì, ai piedi di Grazia, fra le sue braccia, no, -non è più una donna, ma è semplicemente una bimba, una povera bimba -felice, una bimba che si sente venir voglia di piangere, tanto è grande -la sua felicità... - - -XLVIII. - -E UNA SERA... - -Son presso il balcone, nell'ombra della sera d'estate ancora senza luna -e tutta stelle. Grazia ascolta. Rosetta legge: - -— Scrive così: «_Sì, piccola amata, verrò stasera nel tuo giardino, -alla tua finestra. Verrò ad ascoltare con l'anima piena di tenerezza le -parole che solo tu sai dire... Quando mi scrivi, quante cose mi dici... -Ma quanto taci, quando sei con me... La timidezza, mi dici, fa tacere -il tuo labbro... Ma stasera, nell'ombra del tuo giardino, sotto il gran -velo nero della notte, tu saprai certamente parlare, tu saprai aprirmi, -Rosetta, tutto il tuo cuore..._». - -Grazia è immobile, impassibile. Sempre così — osserva Rosetta — -quand'ella le legge le lettere di Claudio... Ma per quanto sia bello -ciò che Claudio le scrive Rosetta è preoccupata. Tortura la lettera e -dice all'amica: - -— Tu hai voluto dargli questo appuntamento... Ma ora, ora che cosa gli -dirò? - -Grazia la prende fra le braccia per stringersela al cuore: - -— Guarda... Rimarrò qui, con te, nell'ombra della stanza, accanto alla -finestra... Suggerirò io le tue parole... E poi, vedrai... Poichè lo -ami ne troverai tante anche da te... - -Batte le mani, Rosetta... È felice... Sì, sì, così... È carino, è molto -divertente... Corre sul balcone a guardare se Claudio giunga e ritorna -ancora a Grazia immobile e rigida presso l'arco del balcone: - -— È carino, molto carino... Proprio come nel Cyrano... - -Un pensiero la ferma a questo richiamo; e, levato un ditino in aria, -Rosetta sorridendo ammonisce Grazia: - -— Ma bada: Cirano amava anche lui Rossana... - -E a queste parole Grazia scoppia a ridere, a ridere, a ridere... - -— Ma io non amo Claudio... E appunto per questo Cyrano non c'entra... - -S'ode laggiù lo stridìo d'un cancello che s'apre. - -— Va... È lui. - -Rosetta è volata sul balcone. Guarda nell'ombra. Ascolta gli echi -dell'ombra. Grazia è rigida, appoggiata allo stipite, la morte -nell'anima e l'impassibilità sul viso. - -Nel giardino Claudio avanza, cauto. Scricchiola, leggero, il suo passo -su la ghiaia. Tende sempre più, Rosetta, l'orecchio... Ora il passo è -più vicino, sempre più vicino, riconoscibile... Sì, è lui... E Rosetta -rientra per avvertire Grazia. - -— Eccolo!... Eccolo! - -E per raccomandarsi un'ultima volta, le mani giunte: - -— Fido in te... Per carità! - -E Grazia, violenta, la spinge fuori... - -— Ma va... va... va... - -C'è lì sotto — pare — un'ombra... A bassa voce Rosetta manda giù le -prime parole: - -— Claudio... Sei tu? - -E, da sotto, la voce bassa risponde: - -— Sì... Sono io..., Rosetta... - -Claudio stende la mano cercando nell'ombra quella di Rosetta che -l'affonda a sua volta giù nell'ombra a cercar la mano di Claudio. Ma le -due mani non si trovano... - -— Troppo alto..., mormora Rosetta. - -Troppo alto, sì... Ma Claudio è salito sopra una panchina e le mani -si trovano finalmente e si stringono. E Claudio copre di baci la mano -di Rosetta. E quella di Rosetta trema e lentamente si ritrae... Poi la -voce di Claudio vien su: - -— E ora parlami, parlami, piccola amata! - -Ma Grazia, che non credeva di dover suggerire anche le prime parole, -tace. E la mano di Rosetta s'agita dietro il suo dorso per chiamarla in -aiuto... E Grazia si china a suggerire... Fra l'edera Rosetta abbassa -il volto e getta giù a stento, ad una ad una, così come le coglie, le -parole di Grazia. Giù Claudio ascolta. Ora Grazia, sempre nascosta, -avanza, si avvicina, parla più basso, più fitto. E Rosetta, impacciata, -smarrita, ripete, come può, alla meglio o alla peggio. Di tanto in -tanto, da sotto, Claudia risponde: - -— Come ti amo, Rosetta, mia musa, mia compagna, mia sposa! - -E le parole cadono come colpi di clava sul capo e sul cuore di Grazia -irrigidita nello spasimo... Sale ancora la voce di Claudio dal giardino -notturno: - -— Non parlar più. Rosetta... La notte è così dolce... E sa dir tante -cose anche il silenzio, quando si ama... - -Silenzio infinito della notte infinita... Ora la luna è apparsa. E i -cipressi del viale si profilano sul cielo d'argento; e là sul piccolo -lago sono i bianchi cigni addormentati col capo sotto l'ala. Un treno -passa, nel silenzio, col suo rombo lontano, riempiendo il silenzio col -suo fragore immenso e solo. Poi, passato il treno, tornato più grande -di prima il silenzio, ancora la voce di Claudio riprende: - -— E vuoi tu, Rosetta, che in questa notte divina il nostro amore abbia -il suo primo bacio?... - -Trepida, commossa, Rosetta non sa che dire... Si volge a interrogar -Grazia con gli occhi... C'è prima un istante di silenzio. Poi, bassa, -soffocata, la voce di Grazia, precipitosamente, risponde: - -— Ma sì, sì, sì, digli di salire... - -E Rosetta chiama, soffocando le parole nell'edera e nel pudore: - -— Claudio... Sali... - -E mentre Claudio dà la scalata Rosetta, intimidita, vergognosa, s'è -rifugiata dentro, nella stanza, tra le braccia frementi di Grazia. -Come, come tremano le braccia di Grazia... Dovrebbe Rosetta sentire... -Ma sì... Come sentire?... Trema tanto anche lei... - -Ora Claudio è per apparire al davanzale... Già la sua voce, che chiama, -è più vicina... E Grazia spinge Rosetta verso Claudio che appare: - -— Va, va, bacialo, bacialo, bacialo il tuo amore!... - -E mentre Rosetta va, Grazia, quasi istintivamente, l'ha seguita. Esce -anche lei sul balcone, ma sùbito si rigetta indietro addossandosi -alle persiane aperte... E, a bassa voce, parlando solo a sè stessa, -nell'orrore dell'infinita rinunzia, sospira e geme: - -— Bacialo, bacialo, il «mio» amore!... - -E lì, al davanzale, nel chiarore lunare, Rosetta e Claudio avvicinano -le teste e le bocche. E lì, alla finestra, nell'ombra, Grazia chiude -gli occhi per non vedere, per non vedere la cosa orrenda e divina. -E si muove e indietreggia, e prima è sotto l'arco della finestra, e -poi rientra nella stanza e, con gli occhi sbarrati, le braccia tese -a respingere, indietreggiando, Grazia affonda, affonda lentamente, -affonda sempre più profondamente nell'ombra della stanza, mentre -lì, fuori, al balcone, nel raggio lunare, tra l'edera e i gelsomini, -continua nel bacio il colloquio degli amanti. - - -XLIX. - -CHIACCHIERE IN PIAZZA. - -— Sapete la grande notizia? — Rosetta è fidanzata... — E Grazia? — -Grazia niente... — Chi l'avrebbe mai detto?... — Ma la notizia è vera? -— Verissima! — Non si temono smentite! — L'agenzia di don Giovannino -gode d'un credito meritato... — Meritatissimo... — E c'è di più... — -Di più? — Che c'è? — Dite. Non ci fate morire di curiosità... — C'è... -c'è... — Che c'è, in nome di Dio?... — Non ci vedete sospese alle -vostre labbra? — C'è... c'è... — Parlate! O vi uccidiamo... — C'è un -ballo... — Un ballo? — Sì, un ballo mascherato... — Dove? Dove? Dove? -— Da Rosetta? — No, da Grazia. — Davvero? E quando? — Per celebrare -il fidanzamento della sua amica col grande maestro... — E perchè in -maschera?... — Perchè è in onore dell'autore del Cyrano... Anzi non si -chiamerà un ballo: si chiamerà una «festa ciranesca»... — In maschera? -Già, in maschera... — Maschere sul viso e maschere sui cuori... — Che -vuoi dire dicendo così?... — Voglio dire che questo ballo offerto -da Grazia è proprio in maschera... Maschera con questo ballo il -dispetto che il matrimonio le fa... — Ma no! — Ma sì! — Anche Grazia -era innamorata del grand'uomo... — Ma sì! — Ma no! — E il grand'uomo, -invece, s'è innamorato di Rosetta... — Ecco che cosa vuol dire fidarsi -delle amiche... Vi portan via le migliori occasioni... — Ma no! — Ma -sì! — E tu non mi star sempre attorno, sai... Io non sono mica come -Grazia... Io ti rompo il muso... — Ma lo rompo io a te... — Tutte -chiacchiere, queste... Grazia non è mai stata innamorata del maestro. -— Sì, sì, sì... Lo è stata... — No... no... no... Non lo è stata... - -E può continuare, così, all'infinito... - - -L. - -DOMINO BIANCO, DOMINO NERO. - -Alla festa ciranesca che, nelle sale della sua villa e nei viali del -suo giardino, Grazia ha voluto offrire a Claudio Arceri e a Rosetta -fidanzati e felici, le due fanciulle interverranno in domino. Son già -pronte, in _décolleté_, aggiustato l'ultimo capello, dato l'ultimo velo -di cipria. È il momento d'infilare i domini. Ce ne sono sul divano -due: uno bianco e uno nero. Claudio offre quello bianco a Grazia che -corregge il suo errore: - -— No. Quello bianco è di Rosetta. Il mio è nero. - -E le due donne aiutate da Claudio indossano i domini: Grazia il nero, -Rosetta il bianco. - -Gli «amici del dopo-pranzo» girano intanto per le sale che già si -affollano. Maschere non ne hanno trovate e Grazia li ha autorizzati -a venire così: don Giovannino e il conte Spada con due _fracs_ fuori -moda ma irreprensibili e il farmacista e il maestro di scuola con certi -palamidoni lunghi e larghi da ricoprirci una famiglia intera. - -— Olà! - -Su la soglia d'una porta dàn di petto in un omaccione gigantesco con -certi baffi che fan paura e un naso lungo che sembra far da battistrada -al resto della persona un quarto d'ora prima che passi. - -— Chi è? chiede il farmacista impaurito. - -— È Cirano, spiega, saputello, don Giovannino. - -E Cirano va attorno per la sala grande urlando versi con un vocione -stentoreo che fa tremar le vetrate: - - Questi sono i Cadetti di Guascogna - di Carbonello di Castel Geloso... - - -LI. - -LA SUA CONDANNA. - -Mentre giù le sale sono già piene di invitati — straccionerie -pittoresche dei Guasconi e provinciali eleganze del bel mondo di -Collina Verde — e mentre già un'orchestrina, nella sala maggiore della -villa, eseguisce i brani più popolari delle opere di Claudio Arceri, -Grazia, già pronta, è stata chiamata in camera del fratello. - -— Grazia, io non sto punto bene, stasera... Se avessi saputo di -peggiorare così ti avrei chiesto di rimandare la festa... - -Umiliata e confusa Grazia gli si avvicina teneramente a sfiorargli con -la mano la fronte: - -— Eppure sembri stare discretamente... La febbre non è alta... - -Ma il fratello respinge quasi con violenza la mano di lei: - -— Dici così per te... Per essere tranquilla... Ma non è vero! - -Che strazio nel cuore di Grazia sotto quelle parole, sotto la frustata -di quelle parole che sono la verità e la sua condanna! Marcello le ha -ripreso la mano e gliel'ha fatta riappoggiar su la fronte: - -— Senti... senti come brucio... - -Poi la trae tutta a sè, tenero e disperato, quasi chiedendole un -miracoloso aiuto: - -— Sorellina, sorellina mia... Abbi pietà... - -E Grazia è a terra, stretta a lui, infinitamente stretta a lui, volto -contro volto, affanno contro affanno... - - -LII. - -I PIFFERI DI GUASCOGNA. - -In un angolo del giardino — al Padiglione ridotto a serra e quella sera -a _buffet_ — c'è un concertino di pifferi e di tamburi. Sono i pifferi -e i tamburi dei Guasconi, le musiche del campo di Arras: canzoni dei -paesi lontani, vecchi canti di Linguadoca, richiami di nostalgia, le -più appassionate e commosse melodie escite dalla fantasia di Claudio. -Ha voluto, Grazia, che quelle canzoni fossero eseguite quella sera -così, in quella forma suggestiva, fra gli alberi, nella notte lunare, -da quei Guasconi distesi a terra sui larghi mantelli, tutti attorno a -Cirano... - - -LIII. - -IL SUO GRAND'UOMO... - -E Claudio è lì, con Rosetta avvolta nel suo domino bianco, ad ascoltar -quelle sue musiche ch'egli ama. E tutta la folla silenziosa, raccolta -intorno, è presa da quel suono di pifferi e di tamburi, da quel canto -di malinconia e di guerra. Claudio stesso sente, quella sera, come -non sentì prima a tavolino, tutt'il misterioso e irresistibile potere -di quei canti. E come si stringe, commossa, Rosetta al braccio di -Claudio, com'è felice nel suo amore, come sarà bello divider tutta la -vita con lui, esser partecipe di tutte le sue battaglie e d'ogni suo -trionfo, com'è orgogliosa del suo grande artista ch'ella adora, del suo -grand'uomo che l'adora!... - - -LIV. - -«AH, QUESTA MUSICA...» - -Entra la canzone di pifferi e di tamburi nella stanza di Marcello per -la finestra aperta... - -— Ah, questa musica, questa musica che viene dal Padiglione... Chiudi! -Chiudi! - -Grazia ha chiuso ed è ritornata ai piedi del fratello disteso su la -_chaise-longue_: odia il letto da quando sa di dovervi un giorno — -assai presto — morire... E a Grazia Marcello dice, quasi scusandosi: - -— Non posso sentire... Perdonami... Quella musica mi snerva... - -Scoppia a piangere, infatti, tanto è snervato. Il male lo riprende con -un attacco di tosse. Si picchia il petto lacerato, dilaniato: - -— Ho il fuoco... il fuoco... qui... - -Si volge alla sorella esterrefatta... Le afferra con violenza il domino -quasi volesse strapparglielo di dosso: - -— E tu, tu, tu sei vestita così... - -Grazia si toglie il domino. Peggio. Le rimane l'abito da festa, con -le spalle nude. Grazia ha paura dello sdegno di Marcello. Vorrebbe -coprirsi... Cerca attorno e non trova.. Ma la voce di Marcello è -dolorosa e pacata: - -— E anche senza domino, vestita così... Ma è giusto che tu sii vestita -così.. tu che stai bene... tu che vivrai... - -È umiliata, Grazia, è disfatta e si fa piccola piccola e trova lì, a -terra, un mantello nero del malato e, pavida, vergognosa, ne avvolge e -ne copre le spalle nude. La voce del fratello geme: - -— Còpriti, còpriti... Non voglio, non posso vedere... - -E la risposta di Grazia, umile, bassa, sussurrata appena: - -— Son coperta... Càlmati... - -Lo sguardo di Marcello si volge su lei. Le braccia avvolgono e -l'attirano a un bacio: - -— Così va bene... Perdonami, Grazia... Ma promettimi, promettimi che -non andrai se non starò meglio, se non sarò più calmo... - -E Grazia promette. E copre di baci, di piccoli baci innumerevoli, la -mano ardente di Marcello. - - -LV. - -LA «FESTA CIRANESCA». - -Nel giardino e nelle sale la «festa ciranesca» è nel suo pieno -splendore, ma, non ostante l'eleganza e la signorilità che Grazia ha -cercato di conferirle, è una festa paesana, chiassosa e disordinata. -Quel mondo di provinciali in festa s'è diviso in due gruppi: quelli -che vogliono veder tutto e sono in un continuo andirivieni che fa un -gran chiasso e un gran disordine e quelli che non osano veder nulla -e restano lì, per ore e ore, dove il caso della prima entrata li ha -messi, su una poltrona, su una sedia da giardino, sotto l'arco d'una -porta o appoggiati al tronco d'un albero. Quelli che sono mascherati -sono i più vivaci. Nei giorni passati Grazia ha fatto loro provare -come si dovevano divertire per divertire gli altri. E c'è Ragueneau -che distribuisce paste e _marrons glacés_... E ci sono i cuochi della -_Rosticceria_ che sfornano, in un riflesso di lampadine rosse, grosse -torte che, tagliate a fette, spariscono in un batter d'occhi. Qua e -là, per le sale, i Guasconi intrecciano a duello gli spadoni. E c'è un -gran roteare di colpi che sovente non cadono su le spalle dei duellanti -ma su quelle degli invitati. Ne ha preso uno, curiosando, il maestro -di scuola, così forte da fargli credere d'aver lussata una spalla. -Azzimato nel suo _frac_, la bocca piena di pasticcini, don Giovannino -si pavoneggia in un gruppo di damine secentesche. Il conte Spada, che -è gran signore e gran _lettré_, gli ha detto or ora: - -— Queste damine dovrebbero essere le _précieuses ridicules_ dell'Hôtel -Rambouillet... Ma le preziose son loro e il ridicolo sei tu... - -Olà! Voleva, don Giovannino, protestare, ma voltandosi s'è trovato -davanti il naso formidabile di Cirano che continua a andare su e giù -pei salotti gridando con la voce stentorea: - - Questi sono i Cadetti di Guascogna, - tutti spavalderia, tutti menzogna... - -E il conte Spada è fra le signore attempate che fan da _tapisserie_ -attorno alla sala con certi _décolletés_ di raso dai colori violenti -che sembran tavolozze di pittori futuristi: e c'è la moglie del -sindaco, e c'è quella del preside del liceo, e c'è la signora del -ricevitore delle imposte: il fior fiore, insomma, della buona società -di Collina Verde. Ci sono anche le ragazze che son più carine, certo, -e più ben vestite che le mamme. Ma chi le trova più le ragazze? Sono -tutte, da un'ora, attorno a Claudio Arceri. A distanza, sì, perchè -Claudio è con la sua fidanzata; ma attorno. E dove va lui arrivan loro. - -Ha girato da per tutto, Claudio Arceri, alla ricerca di Grazia. Ha -chiesto apertamente di lei ai quattro «amici del dopo-pranzo» ma -nessuno l'ha vista e tutti se ne meravigliano: una festa così, senza -padroni di casa... Una vera sconvenienza: ha detto don Giovannino, con -la bocca piena della torta di Ragueneau... - - -LVI. - -«ARIA! SOFFOCO!» - -Lentamente Marcello sembra acquetarsi, assopirsi... Pare adesso che -dorma. Grazia fa per levarsi ma, nel sonno che viene, la mano di -Marcello stretta ai suoi vestiti ancora la tiene, la costringe a -riabbassarsi a terra, a rimanere. Di tanto in tanto l'affanno preme -ancora su Marcello. Nel dormiveglia, ei s'allarga la camicia attorno al -collo e dice: - -— Aria, aria... Soffoco! - -E Grazia si leva per aprir la finestra. L'apre, infatti, sul quadro -della notte ferma e infinita. Di laggiù viene a lei di nuovo l'eco dei -pifferi e dei tamburi. Che notte per il sogno! Che notte per amare!... -E quella musica, quella musica patetica e guerresca, in cui sono -insieme il fumo del tetto natìo e la fiamma del cannone, quella musica -così suggestiva, così avvolgente, così spossante... Snervante, sì, ha -detto bene Marcello... Snervante... - -— Signorina Grazia! - -Sale su dall'ombra la voce. L'ha sùbito riconosciuta: è quella di -Claudio venuto a cercarla. - -— Venite, venite, Grazia... Tutti cercan di voi e la festa è -bellissima... - -Grazia fa cenno che non può parlare, che aspetta il sonno di -Marcello... E Claudio, «silhouette» bianca e nera nell'ombra, -s'allontana tra gli alberi. Un'ondata di musica — pifferi e tamburi: -come rullano i tamburi, come stridono i pifferi! — giunge a Grazia nel -gran silenzio. E si volge. Guarda Marcello. Ha paura che quei suoni lo -destino... E richiude la finestra... Aria non può mancargli... Poi è -meglio un po' d'aria di meno e un po' di sonno riparatore di più... - -Proprio così? Proprio per questo ha richiuso la finestra? Grazia, -rimasta in piedi presso il fratello, guarda ben bene in fondo alla -propria anima e vede la verità. Ma una grande idea le sorride da -qualche tempo, da quando cioè s'è levato il domino. Chiamare Rosetta -e scambiare il domino con lei: prender lei il bianco e dare il nero -a Rosetta... Entrar nella festa così e farsi scambiar da Claudio per -la sua fidanzata. L'inganno è facile: le due donne s'assomigliano, -poichè, uguali di capelli, pari di statura, han su per giù la medesima -figura... E così vivere un'ora accanto a Claudio, illudersi di vivere -un'ora d'amore, illudersi per un'ora di avere il diritto di esser -felice... Ma, se non la coglie quella sera, quando mai potrà ritrovare -la possibilità di quell'ora, dell'unica ora d'amore che potrà avere -nella sua vita se Claudio la scambierà veramente per Rosetta?... Ah -no, no, no, tutto, tutto piuttosto che rinunziare a quella disperata -pazzia... - -Ora Marcello è addormentato. Grazia scioglie dalla stretta della mano -del fratello la mano che nel sonno egli le ha ripresa. Copre Marcello -con ogni cura e fa cenno ai servi di venire ad assistere il dormiente: - -— Qualunque cosa, chiamatemi... - -E indossa il domino, il suo domino nero. Si china a baciare Marcello. -Fa ancora col gesto e con gli occhi una raccomandazione ai servi e -lentamente, lentamente esce... - -E i due servi siedono accanto al malato. Uno dei due mormora -guardandolo nelle labbra violacee, nelle occhiaie cave: - -— Sta molto male, poveretto... Ma la signorina Grazia non se ne rende -conto... - -E scuoton le due teste canute e buone. Non se ne rende conto! Oh, se e -quanto se ne rende conto, povera Grazia disperata e folle... Basterebbe -vederla lì, inchiodata contro la porta da cui appena è uscita, rigida, -immobile, con l'anima che è tutta una tempesta, col volto che è tutto -un terrore... - - -LVII. - -TUTTA LA VITA IN UN'ORA. - -Sono seduti in giardino, Grazia e Claudio, sotto un chiosco dove c'è -una tavola apparecchiata con una bottiglia di champagne e una guantiera -di biscotti. Su un altro vassoio è una torta di Ragueneau su cui è -scritto, a lettere di cioccolata: «Claudio e Rosetta». La tavola è -illuminata da un piccolo candelabro con due candele la cui poca luce -è ancor più abbassata da due paralumini di seta viola. Ha tutto ben -preparato, Grazia, per la sua ora d'illusione... E sembra che solo -il caso abbia operato... Tutto è andato così semplicemente, con tanta -naturalezza... - -Mentre Claudio era trattenuto all'interno dai Guasconi che volevan -cantargli — che cani! — la loro ballata, Grazia, uscita in giardino, -ha incontrato Rosetta che saliva, mandata da Claudio, a cercarla... -E Grazia ha sùbito proposto la commedia all'ingenuità fiduciosa della -bambina: - -— Su, mentre aspettavo che Marcello si addormentasse, m'è venuta -un'idea stupenda. Barattare i nostri domini: io prendo il tuo, bianco, -tu prendi il mio, nero. Claudio mi vede, mi crede te ed io gli parlo, -gli parlo di te e dell'amor tuo, direttamente, come non è mai stato -possibile. Crederà di parlare con te ed io potrò così interrogarlo come -tu non l'hai saputo mai interrogare... Potrò meglio, molto meglio, -conoscere in un'ora quello che dovrà essere tuo marito per tutta la -vita... Ti pare? - -Veramente a Rosetta tutto ciò non pareva estremamente necessario... Ma, -se Grazia lo dice... Lo dice e insiste: - -— Bada. È bene, è necessario anzi che io gli parli così... Quante -cose del suo carattere e della sua vita potrò sapere, utili per la tua -felicità... - -Poichè Rosetta non è una stupida, un dubbio è passato nel suo cuore. -Ma ci ha ragionato sopra... E che ragione potrebbe aver Grazia? Non è -stata lei a fare il loro amore, non è stata lei a fidanzarli, non è lei -la creatrice della loro felicità?... E quale altro scopo, se non quello -di fare il suo bene, potrebbe ella avere?... - -E lì, dietro un cespuglio, han barattato i domini, ridendo, come in un -giuoco, come per una burla divertente. Rosetta ha detto: - -— Ma, dopo, glielo diremo... E sai come rimarrà Claudio... Oh che -ridere... E come ci divertiremo! - -E Grazia, allacciando gli ultimi nastri, ponendo sul volto le maschere, -quella di velluto e quella del suo sorriso: - -— Oh sì, certo... Ci divertiremo!... - -Il resto è andato benissimo... Uscendo dalla sala coi Guasconi — con -le orecchie lacerate da quei cani, pieni però, poveretti, di buona -volontà — Claudio ha incontrato il domino bianco, la sua Rosetta... E -Grazia ha guidato i suoi passi fin là, al chiosco, dove sono entrati -per sedersi e per bere... E ora Grazia, bevuto lo _champagne_, è lì -ad ascoltare Claudio che le parla d'amore, è lì, stretta nelle sue -braccia, abbandonata su lui, quasi tutta rovesciata indietro — per -evitar la luce quanto più è possibile — e tutta l'anima è tesa, tutta -la vita è chiusa in quell'istante solo... - -Un passo, fuori, su la ghiaia del giardino, li ha fatti sciogliere. È -un domino nero che passa, senza farsi vedere, senza riuscire a vedere: -è Rosetta che erra lì attorno, già un po' inquieta, come sempre s'è -inquieti quando si ama. Ora Grazia ha fame. Un garzone di Ragueneau ha -portato la torta e Grazia ne mangia qualche fetta, per aver la bocca -piena, per avere il pretesto di non parlare... Ora ha il braccio levato -e la torta fra i denti. Ricaduta indietro la manica del domino, il -braccio è nudo e Claudio l'ha preso e lo copre di baci lenti, sempre -più caldi, sempre più profondi... - -Ancora l'ombra nera che passa lì fuori, non vista, senza vedere, li fa -sciogliere col rumore del suo passettino lieve su la ghiaia. - -Che cerca, che vuole Grazia? Nulla. Non sa. Poggiati i gomiti su la -tavola, poggiato il volto fra le mani, gli occhi intenti e ardenti -nella macchia nera della maschera, Grazia lascia che l'ora folle -trascorra... E Claudio, curvo su lei, cingendole la vita, le parla -all'orecchio: - -— Così ti farò felice... Così ti darò quel po' di giovinezza che mi -rimane, quel po' di gloria che la mia arte mi può aver meritato... - -Grazia ha abbandonato il corpo su la spalla di lui. E, senza guardarlo, -senza lasciarsi guardare, gli prende convulsa e febbrile le mani, -gliele stringe sino quasi a spezzargliele e gli dice, bassa la voce, -bassa tanto che non possa riconoscerla: - -— Dimmi, dimmi, dimmi ancora che mi ami! - -E Claudio la stringe più forte. Il respiro di lui è nel collo di -Grazia con un brivido di voluttà in tutto il corpo di lei... E -Claudio stringe... Non ha mai sentito Rosetta così, non fanciulla, non -fidanzata, non sposa, ma donna, ma amante... E ancora la voce bassa di -Grazia chiede, invoca: - -— Dàmmi, dàmmi quest'ora di felicità... - - -LVIII. - -L'ALLARME. - -Marcello d'improvviso, ghermito nel sonno dalla crisi, si desta urlando: - -— Aria, aria... Muoio! - -I servi, ch'erano sonnacchiosi su le sedie, sono accorsi a sorreggerlo, -a calmarlo: - -— Signorino, per carità... - -Marcello ha le mani convulse al collo, al petto... Sente l'aria e la -vita mancare... - -— Chiamate, chiamate Grazia... Ma perchè, perchè mi lascia solo?... Non -lo vede che mi sento morire? - -Il domestico è sùbito corso a chiamare Grazia. La soffocazione è -cessata. Pesante, esausto, Marcello è ricaduto giù, di piombo, la mano -stretta alla gola, l'affanno nel petto e negli occhi... - - -LIX. - -L'ISTANTE SUPREMO. - -Ancora Grazia nell'ebrezza ripete: - -— Dàmmi, dàmmi quest'ora sola di felicità! - -E Claudio scoppia a ridere tentando di rivolgere il capo, di scoprirle -la parte di viso che non è nascosta dalla maschera: - -— Un'ora sola?... Ma tutta la mia vita io ti dò... - -Tutta la vita! E Grazia abbandona il capo rovesciandolo con le braccia -su la tavola e rompendo in lacrime. Claudio cerca di sollevarla e -chiede il perchè di quelle lacrime nell'ora della felicità. E la voce -di Grazia risponde: - -— Piango, piango... così... di gioia! - -Grazia ha sollevato il volto. Le lacrime di sotto la maschera le -scorron giù per il viso. Appoggiato il capo su la mano aperta, gli -occhi adesso son fissi sul domani tremendo, fissi, terribili e vuoti. -«Tutta la mia vita io ti dò!»: ha detto Claudio. Ed ella non ha che -un'ora, un'ora falsa, rubata, un'ora non sua, l'illusione di un'ora... - -Rosetta non sa più reggere. La gelosia, non sa perchè, la tormenta. -Non può staccarsi da quel chiosco e non resiste all'idea che quel -colloquio, che quel giuoco debbano prolungarsi ancora. È apparsa, -adesso, su la soglia del chiosco. Non veduta fa un cenno a Grazia come -per dirle che basta, che non ne può più... Ma Grazia le fa cenno di -aspettare, di aspettare ancora un momento... E col gesto la rimanda -fuori, l'allontana... Ora ha il capo fra le mani, gli occhi attoniti di -disperazione e dice, quasi a sè stessa: - -— Ancora, ancora un attimo di felicità. Lo pago con tutta la vita! - -E si rovescia tra le braccia di Claudio. - - -LX. - -CONTRASTI. - -Fuori il domestico va di gruppo in gruppo, nella sala, nei giardini, -cercando Grazia: - -— La signorina... Il signor Marcello sta molto male... - -Nessuno ha visto Grazia. E la cercano qua e là... E il domestico cerca, -cerca ancora... desolato di non riuscire a trovarla, pensando che lassù -quel poveretto... Ma, finalmente, incontra Rosetta... - -— La signorina... Il fratello sta male. - -— Oh, mio Dio! - -E, di corsa. Rosetta guida il domestico verso il chiosco dov'è Grazia. -E si scontran correndo... - -— Olà! - -... nel gigantesco Cirano che va ancora gridando con la voce stentorea: - - Questi sono i Cadetti di Guascogna... - -E, più in là ancora, la loro corsa è arrestata da un'ondata di Guasconi -che, a suon di pifferi, passan cantando e portando in trionfo i cuochi -e le torte di Ragueneau. - - -LXI. - -IL RISVEGLIO. - -E Grazia è ancora, rovesciata, fra le braccia di Claudio che le parla -all'orecchio con le sue parole ardenti, le mani nelle mani. È felice, -silenziosa, eroica, miserabile e sublime. Claudio le ha offerto -una coppa di _champagne_ ed ha forzato la sua testa a girarsi.... -D'improvviso le ha preso la bocca in un bacio lungo, infinito — e -solo... - -Di su la porta del chiosco è il risveglio: Rosetta le grida: - -— Corri, corri, tuo fratello muore... - -D'un balzo Grazia è in piedi, lasciando cadere la coppa che si spezza -su la tavola, strappandosi la maschera dal viso. Guarda tutti — -Claudio, Rosetta, il domestico — come trasecolata, come nell'orribile -ritrovarsi d'un risveglio. - -— Lei! - -Claudio ha avuto un atto di meraviglia e un passo avanti. Ma sùbito -Rosetta gli ha parlato: - -— È stato uno scherzo che ha voluto farti... Poi ti spiegherò. - -Grazia è pietrificata. Rosetta è accanto a lei, le cinge la vita col -braccio, le dice piano: - -— Vieni! - -E, ancora come ridestandosi, Grazia guarda tutti attorno, e si passa -le mani su gli occhi. Ode il vocio del giardino, le musiche lontane, -immagina la tragedia che si compie lassù. Getta un grido disperato, un -urlo che è un nome: - -— Marcello! - -E fugge via, folle. E Rosetta la segue. - - -LXII. - -ULTIMA MUSICA. - -Su l'aiuola che Grazia attraversa correndo i Guasconi son raccolti -attorno a un flauto che suona mentre tacciono i pifferi. E Cirano, -in mezzo a tutti, dice ora, a voce bassa, accordandoli al tempo del -flauto, i bei versi famosi: - - ... Ascoltate, o Guasconi. Non più la marzia squilla - del piffero, ma il flauto della selva tranquilla... - - -LXIII. - -PERCHÈ? - -Claudio è caduto di nuovo a sedere alla tavola, nel chiosco. Ha nelle -mani i frantumi della coppa di Grazia. - -— Uno scherzo? - -Ma allo scherzo non crede. E allora: perchè? - - -LXIV. - -«NON HO PIÙ CHE TE!» - -E Grazia, con Rosetta, è entrata nella camera di Marcello. C'è il -medico. Il tubo dell'ossigeno dà ancora respiro e vita al malato. -Quando la sorella è accanto a lui Marcello le grida: - -— Il medico è venuto... Ma tu no... tu no... - -E Grazia è lì, immobile, pietrificata, col suo domino bianco che le -mani del fratello le strappan di dosso, a brandelli.... - -— Tu così, così... Ancora!... Ma non vedi che io muoio?... - -A queste parole Grazia piomba a terra. Ha il volto del fratello fra le -mani, la guancia di lui sotto i suoi baci: - -— No, no, no, Marcello... Non ho più che te... Non ho più che te... - - -LXV. - -BIANCO E NERO NELLA CASA VUOTA. - -Nella gran sala della villa Grazia è nel suo abito di lutto e nel suo -pianto. Claudio, Rosetta, gli “amici del dopopranzo„ son davanti a lei, -Rosetta tutt'avvolta in un mantello, gli uomini chiusi nei soprabiti. -Tornano dalla chiesa. - -Per il lutto di Grazia avrebbero voluto rimandare le nozze. Ma un'opera -di Claudio va in iscena a Vienna e come mèta e pretesto del viaggio di -nozze non si poteva trovar di meglio che quella festa d'arte. Ancora -Rosetta ha spiegato tutto questo a Grazia per giustificarsi, per -chiederle ancora perdono se nel loro egoismo d'innamorati... - -Grazia guarda gli “amici del dopopranzo„ che son lì, la testa bassa, -a girarsi e rigirarsi i cappelli fra le mani. Apre i loro soprabiti su -gli sparati bianchi dei fracs. - -— Come siete belli... Tornate adesso dalla chiesa? - -E apre il soprabito di Claudio sul suo tight. Giovannino, che gli è -di fronte, ha un sobbalzo. Questa ancora — e son passate due ore — non -la può mandar giù... Quel gran musicista non sa proprio le regole del -viver civile... Il tight per un matrimonio... Dove mai s'è visto nulla -di simile?... Sa quello che Claudio ha spiegato (oh, non a lui, che gli -avrebbe risposto, ma a Rosetta...): cerimonia intima, senza pretese... -Ma, intima o no, pretese o no, la legge, per don Giovannino, è una -sola: si sposa in frac. E se in frac non si sposa, che cosa ci si fa? -Ci si nasce? Ci si muore? - -Grazia ha aperto intanto il mantello di Rosetta su l'abito da sposa. -Istintivamente ha fatto nel vederlo, un passo indietro. E ha sospirato: - -— Sposa... - -Rosetta ha richiuso il mantello. Ma Grazia, no, riapre... Vuol vedere, -vedere ancora: - -— Lasciami, lasciami toccare... Quanto è bello un abito da sposa! - -E tocca la seta, i veli, i merletti, con le mani che le tremano. Poi -le forze le sfuggono e cade a sedere e a piangere su la poltrona lì -accanto. Sùbito Rosetta è in ginocchio vicino a lei per abbracciarla, -per consolarla. E i due vestiti, il vestito a lutto e l'abito da sposa, -si sfiorano, si toccano, si uniscono. E Grazia dice, indicandoli: - -— Io col mio lutto e tu con la tua gioia... - -Hanno tirato fuori il fazzoletto tutt'e quattro, là, in fondo, gli -“amici del dopo-pranzo„, chè una lacrima, e anche due, son spuntate sul -ciglio di tutti... - -Ora Grazia s'è asciugati gli occhi e s'è levata. Bacia prima l'abito da -sposa su cui Rosetta chiude, pudica, il mantello e poi bacia Rosetta: - -— Va, va... Non ritardare... Dovrai cambiarti, partire... - -E accompagna Rosetta fin su la porta. Escono i quattro. Ultimo a uscire -è Claudio, Claudio che, rimasto solo, afferra i polsi di Grazia, e le -pianta gli occhi negli occhi: - -— Perchè? Perchè? Perchè il domino bianco? Perchè sostituirvi a Rosetta? - -È, per Grazia, la tentazione suprema. Parlare, gridargli: “Perchè io ti -amo e non posso amarti... Perchè muoio d'amore per te, mia sola vita, -che te ne vai con un'altra... per sempre...„. - -E il grido è là, nei suoi occhi, su le sue labbra, nel suo petto -ansante. Riesce tuttavia a trattenerlo, a vincere per sempre, a perdere -per sempre... E ride, ride, ride d'un riso tragico, d'un riso pazzo: - -— Nulla... Nulla... Uno scherzo... Così, per ridere... Potevo ancora -ridere, allora... - -E vuole sciogliere le mani dalla stretta ferrea di Claudio. Ma questo -resiste e la tiene. Grazia lotta, si divincola e riesce a liberarsi... - -— Andate, andate, gli grida... Vi aspettano. Addio! - -E lo sospinge fuori proprio nel punto che Rosetta riappariva su la -porta a chiamare Claudio. E poi, quando Claudio è uscito, per la -stessa porta da cui entrò la prima volta — (lo scopettino in mano e -don Giovannino che non capiva... che disperazione!) — appena Claudio -è uscito, per sempre. Grazia cade a terra come un povero mucchio di -cenci, un povero mucchio di cenci sotto cui è qualche cosa ancora d'un -po' vivo, qualche cosa che altro non è più che un sussulto... - - -LXVI. - -RIVEDERLO PER L'ULTIMA VOLTA. - -Un'ora dopo Grazia è nella piccola piazza di Collina Verde, ferma -contro il parapetto della terrazza che affaccia su la strada maestra -da cui Claudio e Rosetta, partendo, dovranno passare... Poco prima, -cadendo a terra, ha battuto la fronte contro un mobile, e la ferita -ha fatto sangue. E ora lì, sotto i veli neri che tutta la coprono, -Grazia ha attorno alla fronte una fasciatura bianca... Come ritardano -a partire... Grazia non si regge più in piedi. Ma ecco, lassù, polvere -in aria, un gridare e un correre di ragazzi: - -— Viva, viva gli sposi! - -E due vetture, due grandi _landaux_ di paese scoloriti e tirati da -cavalloni con certe code lunghe fino a terra, vengono giù per la -discesa. Nella prima vettura Rosetta e Claudio e il conte Spada, -fermo e impettito lì, al terzo posto, con l'aria dell'uomo abituato -ad accompagnare regine. Nell'altra vettura don Giovannino e gli -altri amici. Accompagnano tutti gli sposi per qualche chilometro, per -festeggiarli ancora... - -Eccoli, eccoli... Ora sono lì sotto, davanti a Grazia che agita in -aria il suo fazzoletto. Due fazzoletti, farfalline bianche laggiù, -le rispondono dalla prima vettura, e l'ossequiosa scappellata del -nobilissimo conte... - -La vettura è passata, rapida. È già laggiù dove la strada rivolta il -suo nastro giù per il monte e scompare. Ora non è più, scomparsa, che -un po' di polvere in aria. Ma Grazia continua ancora a salutare, a -salutare... con quel fazzoletto che si agita lento, lento, lento, e non -saluta gli sposi che non possono più vederla, ma saluta l'amore che se -n'è andato, saluta il sogno che è per sempre finito, saluta la vita, -tutta l'immensa vita, cui ella dice per sempre addio... - -Addio! - - -LXVII. - -ADDIO! - -Ancora una volta, nera nel nero mantello, avvolta nei suoi veli, ancora -una volta — e l'ultima! — Grazia è alla porta del convento. La suora -guardiana apre e il corpo di Grazia precipita dentro, abbandonato, -come morto, a terra. La suora guardiana la soccorre, la rialza e -l'accompagna per il viale dei cipressi verso lo spiazzo dove, al sole, -tra i fiori, è un andirivieni lento e bianco di suore. Ma Grazia non ha -la forza di giungere fin lì e si ferma in quella cerchia di cipressi, -in quella fredda ombra verde, appoggiandosi a un albero. Suor Ghiottona -ha chiamato, sgomenta, le suore. E sono tutte accorse, attorno a -Grazia, sgomente anche loro. E la Madre Badessa ha preso Grazia fra le -braccia, mentre la fanciulla, abbassando il volto sul petto di lei, le -sussurra: - -— Madre... Madre... Sono qui per morire... per morire in mezzo a voi.... - -Che possono dirle le povere e buone amiche della Collina Verde? La -vedono pallida, magra, distrutta, senza sangue, senza vita, tanto -bella, più bella ancora in quello sfiorimento di tutto l'essere. Che -possono dire? Che possono fare? Sanno tutte, oramai, la tragedia -di Grazia. E stringono ancora più il cerchio attorno a lei sempre -appoggiata al tronco del cipresso. Ancora più forte la Madre la stringe -fra le braccia. E Grazia dice, in un sospiro: - -— La mia vita è finita... La mia vita l'ho vissuta... nella felicità di -un'altra... - -E, muovendo lentamente la mano nell'aria, volge il capo e sorride: - -— Come te, come te, mio povero amico Cirano! - -E, all'albero accanto a quello contro cui è appoggiata, l'allucinazione -le fa vedere... Sì, sì, è lui, è lui... È Cirano, come lei finito, come -lei morente, come lei tutto nero, con quell'ultimo segno bianco attorno -alla fronte, quell'ultima fasciatura dell'ultima ferita e dell'ultimo -dolore... - -E quando i suoi occhi impietriti non vedono più ciò che gli altri -non vedono, Grazia torna a girar la testa e a prender la mano della -Badessa: - -— E, come lui il suo pennacchio, io porto a Dio il mio martirio! - -Le bianche amiche della Collina Verde vorrebbero tutte avvicinarsi -ancor più a Grazia, abbracciarla, baciarla, tentare ancora di -confortarla... Ma Grazia, pronta, le ferma tutte col gesto. Ha un'altra -volta gli occhi impietriti, il volto trasfigurato nell'allucinazione: - -— Largo... Largo... Lasciate posto... C'è gente che viene... - -E le pare che dagli alberi, da tutti quei cipressi lì attorno, da quei -pini laggiù, da dietro quelle siepi, da quei vasi di fiori escano, -tutti bianchi, tutti rosei, tutti biondi, bambini, tanti bambini che -vengono tutti verso di lei, che le si stringono tutti attorno... - -— I bimbi... I bimbi che avrei voluti avere... I bimbi che avrei voluti -amare... - -E le pare di toccarli, le par di sentirseli attorno. Ha i riccioli -d'oro nelle sue dita convulse e, nell'estasi suprema, il volto di -Grazia s'illumina, si trasfigura, si fa divino. È la Sposa senza -macchia, è la Madre bianca! - -Ma anche quella visione è scomparsa... Come le batte il cuore e come è -stretta, da una mano di ferro, lì, in mezzo al petto... Grazia con una -mano saluta... L'altra l'ha lì, in mezzo al petto, a tentar di fermare -quella mano di ferro che dentro le strappa il cuore e la vita... E, -nel bianco cerchio delle suore che sempre più s'allarga attorno a lei, -sotto gli alberi immensi, nell'infinito silenzio, il piccolo corpo nero -della martire s'irrigidisce e, nell'ultimo spasimo contro il tronco -dell'albero, resta fermo, già morto, un istante... - -Poi, d'un tratto, di piombo, precipita. - - - - -La Duchessa delle Nebbie - - -PERSONAGGI. - - UN POETA - UNA DONNA - UNA LAMPADINA ELETTRICA. - - La casa di un Poeta. È il crepuscolo. Su la tavola è accesa - una luce rosea; è una damina del Settecento, un piccolo Sèvres - delizioso che finisce al busto, dal quale discende una larga - veste di seta rossa sotto cui la luce elettrica splende. - È una lampadina elettrica originale, più che una lampada - elettrica, una veilleuse bizzarra per le fantasticherie d'un - poeta. Questi, che ha quarant'anni e tutta la malinconia - dei quarant'anni, la malinconia della vecchiaia che non sa - ancora sorridere perchè non ha saputo ancora dire addio alla - giovinezza, è seduto alla scrivania, con i suoi capelli grigi, - con la sua anima stanca, col suo sogno instancabile. È un poeta - rinsavito; più che scrivere, sogna; più che far versi, cerca - rime impossibili; più che sporcare altra carta, preferisce - parlare lunghe ore con la damina rossa, con l'amica luminosa - e silenziosa che sa ascoltarlo senza contraddirlo mai, col - piccolo Sèvres dall'ampia gonna di seta che è accesa giorno e - notte su la sua tavola e sul suo sogno. È, una volta di più - il colloquio delle ore vuote, delle giornate grigie, delle - malinconie indecise, delle rinunzie approssimative, delle - rassegnazioni senza rassegnazione. Fuma e parla, il poeta, - parla e fuma; e le sue parole vanno in fumo ancora più delle - sue sigarette. Al piccolo Sèvres rosso e luminoso il fumo - non dà noia: nè quello dei sogni nè quello delle sigarette. È - abituata a vivere nella sua nebbiolina rosea e leggera giorno - e notte, notte e giorno; ed è nebbia ella stessa. Il suo - poeta, che è il suo innamorato, il suo innamorato che è il suo - poeta, l'ha battezzata così: «la duchessa Aurora delle Nebbie» - nell'Almanacco di Gotha del mondo delle fantasticherie. Aurora - e Nebbia son le sue due poesie, la sua sola poesia; rossa - splende come l'aurora di una realtà possibile; avvolta di sete - e di veli disperde la sua luce nelle nebbie in cui si perdono e - sfumano i bei sogni impossibili. È una donna solo a metà. Più - giù del busto non è più che luce; più giù del cuore altro non - è che fantasia. - - -IL POETA. - -Senti? Piove ancora... È tutto il giorno che piove e noi le abbiamo -sentite venir giù, tutto il giorno, io e te, la pioggia e la -malinconia... - - (Il domestico apre piano la porta. Entra. La sua mano gira - rapidamente il commutatore elettrico per accendere le esili - appliques rosee che sono attorno alle pareti coperte di - damasco verde. Ma sùbito la voce del Poeta corregge il gesto - brutale del domestico e fa tornare la penombra nella stanza - e la Duchessa delle Nebbie a tutt'il suo splendore un attimo - attenuati da una luce più pallida ma più sfacciata della sua). - -No. Spegnete. Non c'è ancora bisogno d'altra luce. Non è ancora sera. -E questa luce basta perchè possiate riaccendere il fuoco e distribuire -i fiori nei vasi. - - (Il domestico ha rispente le appliques rosee. Ora accende il - fuoco nel caminetto. Poi distribuisce nei vasi, come luci nella - penombra, le rose bianche che portava sul braccio. Si sente dal - di fuori il ticchettio della pioggia sui cristalli della - finestra, il rumore lento di una vettura, l'urto stonato di una - tromba di automobile. Si sente da dentro il crepitìo delle - fascine nel caminetto. E, quando il domestico ha finito ed è su - la porta per uscire, il poeta avverte: - - «_Fate attenzione. Aspetto gente. Fra mezz'ora_». E quando il - domestico è uscito, il poeta guarda al suo polso sinistro il - piccolo orologio d'oro e riprende a parlare con la Duchessa - delle Nebbie:) - -Abbiamo ancora mezz'ora per parlare e in mezz'ora si possono dire tante -cose, o, almeno, quelle che dobbiamo dirci noi... - - (Trae di tasca il portasigarette. Accende una sigaretta. - Fuma....) - -Ma, vedi, ho acceso un'altra sigaretta per prendere tempo, e per -prendere coraggio, perchè non so da dove incominciare. È la sorte dei -poeti, questa: poichè non sanno mai, coi loro versi, dove andranno -a finire, non sanno mai, in prosa, trovare il principio... Ma io -comincerò da un ricordo... Il ricordo della sera in cui ci siamo -conosciuti, io e te, duchessa... Ero dal mio antiquario, a curiosare, -a perdere tempo, in una sera di malinconia... Che malinconia, quella -sera!... Una volta di più, due ore prima, una donna mi aveva mentito, -un amore era caduto. Ed io cercavo di essere forte, di provare a -me stesso che il disastro non era niente, che tutto era come prima, -che la vita continuava tranquilla... Mi dicevo: “Lei non soffre... -A quest'ora, mentre io non so dove andare, mentre io non so se -camminare o star fermo, mentre io mi lascerei cadere a terra, qui, -dove sono, come un animale ferito a morte, lei è dalla sua modista -a provare cappellini, o dal suo _coiffeur_, i capelli sotto i ferri -di _monsieur_ Pierre, le unghie nelle mani di _mademoiselle_ Rose -e tutto il suo cuore lì, preso, come sempre, nella sua vanità e nel -suo egoismo...„ E mi dicevo: “No, non devo soffrire neppure io...„ -E avrei voluto anch'io una chioma da fare ondulare e biondeggiare, -una mano, già curata, da far curare ancora... Ma dove sarebbe stato, -in circostanze simili, il mio cuore? Io non ho vanità per occuparlo -o egoismo per alimentarlo... Io amavo lei, per lei... Lei amava me, -per sè... Ecco tutta la diversità fra noi, la causa dell'urto e della -rottura e la spiegazione di tutta la sua serenità e di tutto il mio -tormento... Rientrare a casa mi faceva paura... Ritrovarmi solo fra -le cose solite... Ed entrai lì, dall'antiquario, sperando che le cose -belle avrebbero potuto per qualche tempo allontanarmi dai miei pensieri -cattivi... E lì, nella penombra di quello stanzone senza luce, appena -rischiarato dai fiammiferi che l'antiquario accendeva per farmi vedere -una vecchia portantina riverniciata e rifoderata di fresco, ti vidi -lì, nell'angolo di un canterano, mezza schiacciata da un paraventino, -addossata con le spalle al muro... Ti vidi così, piccolo Sèvres, con -la tua veste rosea che nell'ombra era scura, mortificata, trascurata, -dimenticata... E, al mio grido, l'antiquario ti prese, ti portò -avanti, ti mise nel bel mezzo d'un tavolino di Bull, e portò sino al -muro il lungo cordone rosso che usciva di sotto la tua sottana. Tu ti -accendesti, duchessa. La tua veste scura fu un fiore roseo nell'ombra, -ed io m'innamorai di te. M'innamorai di te, perdutamente, in un minuto -e non ebbi pace finchè non ti ebbi sotto il braccio, tutt'avvolta di -carta velina... E ti portai via, via, di corsa, verso casa, come se -ti avessi rubata, come se ti avessi rapita... Proprio così... Non mi -pareva di averti avuto dal mio antiquario per trecento lire, prezzo -d'affezione... Mi pareva di averti avuta dopo un ratto, bene non mio, -felicità proibita, sogno rubato... E, a casa, nella mia casa vuota che -tu rallegrasti, che tu popolasti, ti diedi il posto d'onore, ti fissai -con due chiodi, due chiodi d'oro, duchessa, nascosti sotto la veste di -seta, qui sull'angolo del mio tavolino, e ti accesi... E fosti ancora -un fiore di luce rossa nella mia ombra e nella mia solitudine... E -fin da quella sera io cominciai con te, Duchessa, un interminabile -colloquio: l'infinito, l'intraducibile colloquio che solo può svolgersi -fra un poeta pieno di malinconia e una damina di porcellana che è tutta -leggiadria e poesia, donna, sia pur donna di Sèvres, dal cuore in su, -seta e luce e sogno, dal cuore in giù... Quale buon Dio, quale Dio -bonario della consolazione e della pietà, ti mandò sulla mia strada -e nella mia casa, bambola di luce, donna di sogno, realtà irreale, -proprio quella sera, mentre pioveva come adesso, mentre ero solo, come -adesso, mentre tutto il mio cuore piangeva perchè una donna da cui mi -ero creduto tanto amato aveva fatto male a quel mio cuore una volta di -più?... Il sogno, con te, mi guarì della realtà.... Poichè un'amante -mi aveva tradito, io ti elessi mia amante fedele, fedele come solo il -sogno sa essere, come le donne essere non sanno, non vogliono e non -possono... E ti battezzai quella sera, nella mia prima follia per te... -Duchessa eri nella fierezza del tuo portamento e nella nobiltà del -tuo profilo... E poichè uscivi dalle nebbie della mia malinconia fosti -Duchessa delle Nebbie... E, poichè t'accendesti rosea nella mia notte, -come un'aurora, fosti così, per l'araldica della mia fantasia e nello -stato civile del mio cuore, la Duchessa Aurora delle Nebbie. - - (Accende il poeta un'altra sigaretta... A cominciare è - riuscito... Concludere gli è più difficile e quello che ha - detto fa più arduo e penoso ancora, per lui, quello che dovrà - dire.... Ma, pavido della scintilla, si getta poi d'improvviso - nel fuoco come fanno i pazzi, i timidi e i poeti:) - -Ti chiesi, duchessa, fedeltà. Ti promisi, duchessa, fedeltà. Ma -è instabile, cara, il cuore dell'uomo anche se stabile è la sua -coscienza. Continua, quando la vita è ferma, il nostro sogno a -camminare. Se ferma è la stella nel cielo e fermo è il nostro sguardo, -su lei gira il mondo sotto i nostri piedi par che giri la volta del -cielo sul nostro sogno. Per seguire, sempre fedeli, la nostra stella, -noi dovremmo poter evadere dalla nostra schiavitù umana, sollevarci -dalla legge che ci tiene inchiodati al suolo e poter seguire la stella -là dove sembra che la stella, al finir della notte, sia andata, e -poter essere là nell'alto emisfero venuto al posto del nostro: là -dove un altro poeta un altro innamorato possono ancora mirarla, e non -noi. Vicenda di sogno e di realtà, vicenda di sole e di stelle, di -luce e d'ombra, muoversi incessante del nostro mondo senza che noi lo -si avverta, fissità dei sogni, immobilità delle stelle nel cielo che -pare a noi movimento. Anche per me, e per te, duchessa, il mondo ha -girato intorno al suo asse. Anche per noi, fidanzati ed amanti in una -notte, il giorno, nell'incessante ritorno, è ora venuto. Dalle tue -rosee nebbie notturne, duchessa, è uscita l'aurora; ma quest'aurora -non è per te.... In quest'aurora che da te nasce tu muori, nella tua -fiamma ti bruci, nella tua luce ti spegni. Il sogno d'amore chiuso in -te si fa realtà in una donna. Questa donna è qui. Muove, in quest'ora, -verso la mia casa. Ha, mi sembra, tutte le bellezze e tutte le bontà -che io ho sognate in te. Ma non le porta, bellezze e virtù, come te, -nella nebbia losca della tua sottana di luce, del tuo corpo incorporeo. -Questa donna le ha vive nella sua realtà, nel suono della sua voce, -nel correre del suo sangue, nel fremere dei suoi nervi, in tutta la sua -umana e vivente verità. Non è, questa donna che sta per venire, non è, -come te, fantasticheria di bene, sogno di felicità, illusione d'amore. -È vivo, reale, tangibile, l'amore che ritorna alla mia casa, per il mio -cuore e per la mia carne... E viene come già tante volte è venuto: una -carrozza che s'avvicina nella via silenziosa e sonora, un passo rapido -e frusciante su per le scale e qui lo stesso caminetto che l'aspetta -le stesse rose per farle festa. Entrerà fra poco, il mio amore nuovo, -come entrarono, un tempo, tutti gli altri... Ma non è, questo, come -gli altri... È l'amore perfetto, è l'amore ideale, è l'amore sogno -che tu, duchessa, nelle tue nebbie, con la tua aurora, mi hai fatto -sognare... È, finalmente, l'illusione che si fa realtà, è l'impossibile -che si fa possibile, è la donna che in tutte le altre, attraverso il -dolore, ho follemente cercata, è l'anima che disperatamente chiedevo, -è l'anima che un clemente destino inaspettatamente mi manda.... Ma -sogno e realtà non possono vivere insieme in due diverse forme; e se -colei che sta per entrare in questa stanza è insieme, miracolosamente, -realtà e sogno, tu che fosti sogno solamente non puoi rimanere accesa -sull'angolo di questa tavola. Mai ti spensi, duchessa, giorno e notte, -da quella sera di malinconia in cui tu entrasti qui per la prima volta. -Ma ora ti spengo, duchessa, amica sognata, amante impossibile, felicità -di nebbia, ora ti spengo in questa sera di gioia in cui tutto il mio -cuore aspetta, divinamente sgomento, l'Amore. Addio, duchessa, e addio -per sempre. Il tuo poeta uccide la tua vita illusoria e spegne la tua -luce poichè la tua luce di sogno s'è, per prodigio, accesa nel cuore di -un'unica, e incomparabile donna... - - (E il poeta, tremando la sua mano, ha spenta la duchessa - luminosa. E la carrozza rotola nella via silenziosa e sonora. E - il passo rapido e frusciante è su per le scale. E il caminetto - attende crepitando tra scintille e brontolii... E le rose - son lì per far festa... Festa a colei che entra, avvolta nei - veli, tremante di commozione, per portare l'amore... E ora - il poeta ha acceso le _appliques_ rosee sul damasco verde - per vedere nel volto pallido e smarrito la sua bella realtà - vivente, l'amore divino che il poeta stringe fra le braccia, - folle di meraviglia, per poter morire un giorno senza dire - d'aver vissuto invano. Ma la donna si scioglie dalle braccia - impazienti. C'è un cantuccio di tepore in quelle due poltrone - accanto al fuoco. E la donna vi si rifugia per scaldarsi. E - nell'altra poltrona, il poeta aspetta che dal rogo del pudore - la fiamma immensa dell'immenso amore divampi. Così, nell'attesa - dei due calori, freddamente le parole parlano). - -IL POETA. - -Tutto il giorno e tutta la vita vi ho attesa. Altre volte una donna -è entrata, così, nella mia casa e nel mio cuore... E fu, come per -voi tutta una illuminazione... Ma la fiamma, in breve, ogni volta si -spense: vanità, interesse, menzogne, orgoglio, i quattro orrendi e -viscidi tentacoli dell'anima umana vennero a cercare nel mio cuore -il sogno, lo ghermirono, lo soffocarono, lo stritolarono, me lo -lasciarono in cuore, peso morto, pietà schiacciante... Vanità che -fai di un essere umano nato per amare altrui ed essere dagli altri -amato un mostruoso egoismo attorcigliato su sè stesso e che ama solo -sè stesso; interesse che fai nel cuore umano delle cupidigie il solo -palpito e della sopraffazione la sola legge; menzogna che ti annidi -negli occhi più puri, nelle parole più chiare, nei sentimenti più alti -e fai che, dietro ogni fronte che tu adorni di tutte le speranze di -tutte le fiducie, tu senta il dubbio tormentoso di tutte le frodi, e -di tutti gli inganni e per cui quando tu più credi che un'anima è tua -più quest'anima può essere, ferocemente e silenziosamente, contro di -te. Orgoglio, infermità dell'anima d'ogni altra più grande, orgoglio -che fai il cuore cieco a ogni luce, sordo a ogni suono e che dove tu -attendi un'anima pietosa ti fa trovare un'anima implacabile, orgoglio -che, per non piegare, fa un nemico del cuore più amico e maschera -nella beffa di un riso il più disperato desiderio di pianto... Venti -volte ho sognato l'amore ed ho creduto di stringerlo fra le mie -braccia!... in due occhi in cui i miei occhi si specchiavano, in due -mani che s'allacciavano intrecciandosi alle mie, in un respiro che -col mio si mescolava e faceva un respiro solo. E venti volte vanità, -interesse, menzogna, orgoglio hanno svegliato il mio sogno e dalla -volta del Cielo stellato mi hanno inabissato in una fogna... venti -volte quando più credevo d'essere lo scultore dio che aveva dato vita -alla sua statua perfetta mi destavo stringendo nelle mani una bambola -vuota, un sogno di cartapesta. Ma questa volta, no. L'anima tutta si -riaccende nella certezza sublime che il miracolo si compia e che questo -è finalmente e veramente l'amore. L'uomo, che ha tutti i peccati, -tutte le miserie e tutte le vergogne, ha però un potere d'illusione e -di speranza più grande e più intiero di quello ch'è nel cuore di una -donna. Nel giuramento d'eternità dell'uomo c'è almeno l'illusione di -credere, un istante, l'eternità possibile. L'uomo più malvagio più -bugiardo, più mutevole ha, per un istante, veramente e interamente -amato, ha nell'amore annullato sè stesso. Mille e tre volte il sogno -di Don Giovanni è, — per un istante verità, — rinato dalle sue ceneri -bugiarde. C'è l'anima di Romeo in fondo alla curiosità di Lauzun! “Non -si scherza con l'amore„ è il grido d'un uomo che l'amore ha ferito a -morte. Ma quale di voi, donne, non ha con l'amore scherzato, quale di -voi, donne, non ha nascosto il pugnale sotto il merletto, il nostro -pianto sotto il suo sorriso? Ah, dove sei tu, donna che, senza vanità, -senza menzogna, senza orgoglio, vieni incontro all'amore per amare -e non per essere amata, per dare divinamente e non per ricevere, per -sacrificarti e non per sacrificare? Donna, la tua debolezza è sapiente! -Uomo, la tua forza è ingenua! Nel duello quando tu, uomo, più scopri -il tuo petto, tu, donna, più nascondi il tuo cuore. Ti dice, donna, il -tuo specchio ogni mattina, che tu sei nata per essere amata. Come ti -possono vanità e orgoglio permettere d'amare semplicemente, di farti -vittima se sei nata carnefice, di farti schiava se la bellezza ti fa -padrona? Amare, amare... Annullarsi nell'essere amato, vivere della -sua vita e non della nostra, offrire e non chiedere, sacrificare, -rinunziare, dare, dare, dare, unicamente, esclusivamente, follemente -e disperatamente dare; veder nell'altro essere tutte le gioie, tener -per sè tutto il dolore, strappar col nostro sangue tutte le spine -per offrire la rosa senza ferita, questo è l'amore! Sentire d'aver -vissuto invano, di non avere anzi vissuto, tutti i giorni trascorsi -prima d'incontrare l'essere amato, vedere orribilmente vuoti i giorni -che dovranno trascorrere se mai l'essere amato dovrà uscire dalla -nostra vita, e viver la vita giorno per giorno, ora per ora, minuto -per minuto, sventurata o felice a seconda che pena o sorriso son negli -occhi di un'altra creatura, specchio in cui la nostra anima riconosce -solamente la sua immagine: — questo è l'amore! Non aver volontà se -un'altra volontà comanda, non avere ambizione se un'altra ambizione -governa, non aver orgoglio e piegarsi se una mano ci piega, non aver -desiderio che non sia desiderio dell'altro essere, gioire sino alla -follia per un suo sorriso, spasimare fino al delirio per una sua -lacrima, sentire che mai vivremmo così intensamente come se ci fosse -dato di morire per assicurare all'altro essere un attimo di vita di -più: — questo è l'amore! Riconoscere il mondo che già conoscemmo e -trovargli un altro volto sol perchè un altro essere è accanto a noi, -amar tutti gli esseri sol perchè c'illudiamo che un altro essere umano -ami noi, far di tutto una speranza e di tutto un tormento, sentir la -nostra vita chiusa nel cerchio d'un respiro e veder immenso il nostro -orizzonte, guardarsi attorno stupiti e nulla più riconoscere di quanto -fu nostro e ci piacque, giungere a illudersi di poter parlare con -Dio senza chiedergli nulla per noi e tutto per un altro: — questo è -l'amore! Amare una strada sol perchè vi passammo con lei, detestare -un'altra strada sol perchè lei, un giorno, vi passò con un altro, -veder dovunque nel passato, nel presente, nell'avvenire, fantasmi -che ci minacciano e di nulla temere, e credere l'incredibile, e voler -possibile l'impossibile, e sentir finito l'infinito, fermarsi a pensare -al modo di staccare una stella dal cielo se il capriccio di lei vi -chiede una stella, illudersi di poter anche fermare il sole se alla -malinconia di lei quel giorno il riso d'oro del sole dà noia, sentir -la nostra mano piccola tanto grande da poter ghermire il mondo, come un -fiore, per offrirglielo: — questo è l'amore! Questo, questo è l'amore, -e tutto quello che è grande, che è bello, che è pazzo, tutto quello che -difficile per noi ci par facile per un'altra creatura, tutto quello che -per noi impossibile ci par per un'altra possibile. E abolire il tempo -e lo spazio, il passato e il futuro, e far dell'istante l'eternità e -dell'eternità l'istante, sentirsi, misero uomo, invisibile molecola -terrestre, più onnipotente di Dio; vivere in una divina libertà che è -una divina schiavitù, darsi legato in braccio al destino per dirgli di -portarci dove porta lei, girare tutto il mondo intero non muovendosi -da vicino a lei, salir sin negli spazii infiniti rimanendo ai suoi -piedi, veder dovunque un volto e non altro, nell'acqua, nel cielo, -nell'erba che spunta e nella stella che s'accende, nel fiore che -s'apre e nella nuvola che passa, far del sole un suo gioiello e della -costellazione un suo monile, della tempesta dell'aria il suo tormento, -e dell'oceano azzurro la sua pace: questo, questo, questo è l'amore! -Amare, amare così, solo sogno che avvicina l'uomo a Dio, divina follia -e sola bellezza di vivere, esaltazione di tutto l'essere in un altro -e, quando a questa follia l'altra follia risponda, divina comunione, -unità in due corpi, ebrezza di vivere in due vite fatta una tutta la -vita, sola illusione possibile d'immortalità, solo possibile anelito -umano verso la divinità... Che siamo? Due miseri esseri umani, schiavi -delle loro miserie, complicato e insieme elementare congegno di sangue -e di nervi, inchiodati alla terra, condannati a vedere il cielo senza -poterlo toccare, sangue terrestre che il soffio di Dio ha animato senza -farlo divino, poveri corpi schiavi delle più umili necessità, animali -che ogni giorno si nutrono e si vuotano per tornare a nutrirsi domani -nel più umile e brutale istinto di vivere, un maschio e una femmina, -una donna e un uomo, pari ad altri milioni di uomini, pari ad altri -milioni di donne, perduti, confusi, sommersi nell'immenso gregge tutto -eguale in marcia per un inutile cammino verso un destino sconosciuto, -condannati a cadere d'un tratto, ai margini della strada, senza saper -quando e senza sapere perchè. Ma se l'amore tocca e avvicina due di -questi esseri, due di queste pecore che van fra le pecore, se amore -scalda e illumina del medesimo calore e della medesima luce due di -queste anime e due di questi corpi, il miracolo si compie, il soffio -di Dio è nel bacio degli amanti e ognuno mette nell'anima dell'altro e -il sogno e il potere delle divinità. E i corpi si staccano dalla loro -crocifissione terrestre, e le anime si trasfigurano, e l'uomo e la -donna, non più umani, si elevano, s'innalzano, nell'amplesso felice e -completo, su nell'azzurro dei cieli verso Dio che guarda geloso coloro -che seppero nel prodigio strappargli il mistero della sua onnipotenza. -Questo, questo, o donna unica della mia vita, questo è l'amore che io -offro, questo è l'amore che io vi chiedo. - -LA DONNA. - -Vecchio fanciullo di quarant'anni che parli d'eternità ed hai già -grigie le tempie e carico il sangue di veleni che il tuo corpo, non -più giovane, non può già più bruciare, vecchio fanciullo poeta, il -tuo sogno è bello e tu canti con tanto fervore e da tanto tempo la -tua bugiarda canzone che hai finito per crederla vera. Ma questo tuo -amore d'angeli umani, questo tuo amore che riconosce il fango terrestre -sol per soffiarvi dentro lo spirito della divinità, non è quello che -altre donne ti han dato e non è quello che io posso darti. Vanità, -interesse, menzogna, orgoglio, quattro viscidi tentacoli che tengon -legata alla terra l'anima umana assetata d'amore e le impediscono di -levarsi su negli spazi infiniti. Così tu hai detto. Ma è forse in tuo -potere distruggere questi tentacoli che sono il peso e la condanna -delle creature umane, le sue armi d'offesa e di difesa, le forze con -cui si muove su la terra poichè Dio volle darle le pupille levate in -alto per guardare il cielo ma non le ali per salirvi, librarvisi e -purificarvisi? Come vuoi tu che io mi liberi, per il tuo amore, dalle -mie vanità se ogni giorno ho davanti a me lo specchio per ammirarmi, se -ogni giorno ho da lui parole così lusinghevoli che nessun amante saprà -mai dirmi più ardenti e più persuasive, se ad ogni ora il desiderio -degli uomini che passano accanto a me mette su la mia strada la lode e -l'esaltazione? - -Tu mi vuoi bella ma vuoi che io non mi sacrifichi alla mia bellezza, -tu mi vuoi di tutte più bella ma non vuoi, che io tragga da questo -trionfo una ragione d'egoismo, il senso esaltato od esasperato della -mia persona. Tu vuoi la fiamma senza la luce, tu vuoi il calore senza -il fuoco, tu vuoi la bellezza senza la gloria d'essere bella. Tu vuoi, -poeta, l'impossibile. E tu rimproveri all'amore l'interesse, che lo -ispira e lo dirige, tu, tu rimproveri all'essere umano d'ubbidire -al suo primo istinto che è quello di difendersi, di conservarsi, di -esaltarsi nel sacrificio altrui invece che di diminuirsi nel proprio -sacrificio. Tu concepisci un amore disinteressato, mortificato e -rinunciatario in cui la creatura umana porti una fede altruistica -d'apostolo e uno spirito eroico di martire. No. La creatura umana -chiede all'amore gioia, pienezza di vita, voluttà di essere. Chiede -questo per sè per il suo bisogno, e all'altro concede di dividere sol -quanto ella possegga. E tu rimproveri all'amore la menzogna perchè -l'amore vive di menzogna. Ma sei tu certo che non gli rimprovereresti -la verità se fosse possibile all'amore vivere di verità? Se tu -mi rimproveri di dirti che ti amo nell'ora in cui non ti amo, mi -concederesti tu di dirti che non ti amo? Ammetteresti tu di poter -amare da solo? Vorresti avere tu la coscienza di dare senza ricevere? -Quando tu mi guardi negli occhi per trovarmici l'anima non chiedi -tu, disperatamente, ad ogni costo, la mia menzogna con i tuoi occhi -che implorano l'illusione, con la tua voce che trema per paura della -verità? E se io finisco d'amarti quando tu mi ami ancora sei tu pronto -ad ammettere l'iniquità di questo diverso destino o non pretendi -piuttosto che il mio cuore simuli di risponderti ancora quando non -ti risponde già più? Sì. Tu mi hai fatto giurare, una sera, che se un -giorno finirò d'amarti quando tu mi amerai ancora io avrò il coraggio -di dirti la verità, di spezzare la tua infelice illusione. Ma tu -accettavi quella sera un dolore che speravi, che contavi di vederti -risparmiato; tu parlavi di morte dell'amore, quella sera, quando tu -credevi il mio ed il tuo amore immortali; tu parlavi di morte come di -morte parlano i giovani: cioè come d'una spada sospesa non sul loro -capo ma sul capo degli altri. E tu mi rimproveri l'orgoglio. E in -che soffri tu, se non sul tuo orgoglio, quando tu rimproveri a me il -mio gesto o la mia parola orgogliosi? Contro il mio orgoglio che ti -domina non è forse orgoglio la tua umiltà mistificata? Non vorresti -tu strapparmi dalle mani lo scettro per esser tu ad imperare? Non -vorresti tu non essere sopraffatto per poter liberamente, a tua volta, -sopraffarmi? Pretende mai qualcuno che altri liberi un trono per -lasciarlo vuoto? Tu ti proclami schiavo di me e l'esercizio del tuo -governo ti spiace? E a che altro tende la tua simulata schiavitù se -non a far me schiava per poter tu governare? Se tu non fossi come me -fiero di te stesso perchè mi rimprovereresti la mia fierezza? Se tu non -fossi come me intransigente in che ti dorrebbe la mia intransigenza? -E ti farebbe soffrire la mia implacabilità nel mio orgoglio se tu non -fossi come me, nel tuo orgoglio implacabile? Tra due amanti quello che -rimprovera nell'altro il suo orgoglio, quello che non può esercitare -il suo, poichè solo l'orgoglio può riconoscere l'orgoglio. Solo il -desiderio d'opprimere può riconoscere l'oppressione. Che chiedi tu -dunque, o poeta, a me donna, a me essere umano? Chiedi a me altro, -forse, che non essere quello che tu sei? Mi rimproveri altri mali -forse, che non siano i tuoi stessi mali? Pazzo poeta d'una tortura -che è in te che tu vuoi far essere in me, fantastico creatore d'una -felicità impossibile in un impossibile unità d'un dualismo, vuoi tu -che io donna non sia donna, che io essere umano non sia umano? Vuoi -tu che io senz'ali voli, che io, condannata alla terra, non tocchi -terra? Ma apri gli occhi, vecchio fanciullo, guardati attorno e vedi -più in là del cerchio luminoso del tuo sogno che t'acceca, col suo -folle splendore, ogni altra vista. Guarda l'amore e la gioia dell'amore -così come sono nel mondo che ti circonda e non fra gli angeli che ti -sovrastano. Riconosci all'amore così com'è una grande nobiltà nel solo -desiderio di un'elevazione che l'inguaribile peso umano fa impossibile. -Riconosci che è già bello che l'amore sia sogno anche se non può mai -essere altro che sogno. - - (La donna ha parlato. Il poeta l'ha ascoltata in silenzio, - senza interromperla. A mano a mano i suoi occhi socchiusi alle - prime parole, si sono aperti, sempre più, come se riconoscesse - quell'interlocutrice ch'egli riconosceva per la prima volta. - Aspettava da lei nuova, una parola nuova. E son venute da lei, - ch'ei credeva diversa da tutte le altre, le parole già dette da - tutte le altre. Ed ora, quand'ella ha finito, mentre nell'ombra - della stanza trema rossa e gialla la fiamma del camino e nel - suo silenzio scoppietta ardendo la legna, il Poeta abbassa a - terra lo sguardo, apre in un gesto desolato le braccia). - -IL POETA. - -Ma io ti chiedevo, o donna nuova che sembravi da tutte le altre -diversa, donna apparsa nella mia vita come un ultimo sole quando il mio -destino è per entrare nel crepuscolo dell'eterna notte, io ti chiedevo -un sogno che potesse durare come sogno fino al punto di credere che -il sogno fosse diventato realtà. Ci son due modi perchè il sogno sia -raggiunto: trasformare il sogno nella realtà o prolungare tanto il -sogno ed il sonno che la realtà non possa più venire a destarci. Tu mi -parli, invece, quello che tutte le altre mi hanno parlato: un sogno a -scadenza, un sogno che già prevede il risveglio, l'illusione dorata -o fantastica d'una notte di più. No, no, no... Io ho paura oramai, -tremendamente paura delle mattine in cui ci si risveglia nella miseria -dopo il sonno dorato, non voglio più che una donna mi ponga per un solo -e breve sogno tra le sue braccia per farmi credere come il calzolaio -ubriaco di Shakespeare. No. Se sognar per sempre non è possibile, -meglio è rimanere in questo mio melanconico dormiveglia sentimentale, -in questa penombra e in questa solitudine, chiusa la porta sul ricordo -di quelle che se ne sono andate, chiuse le finestre alla curiosità -di quelle che potrebbero per la mia strada passare. Che vuoi tu che -m'importi di una notte d'amore, d'una notte di sogno di più. Io ne ebbi -già mille. Mille sogni ho già avuti ridotti in un mucchietto di cenere -più piccolo di quello che la brace spegnendosi fa in questo camino che -t'illumina nella tua inutile bellezza... Va. Ritorna fra gli uomini che -possono contentarsi della tua breve offerta, della tua caduca felicità. -E lascia qui, solo, silenzioso, me poeta di un impossibile che se fosse -stato possibile mi avrebbe fatto maledir la vecchiaia mentre adesso, -invece, mi è così dolce invecchiare, sentir il cuore che si raffredda -e si spegne ogni giorno di più. No.... Non parlare. So quello che tu -vuoi dirmi. Vuoi dirmi che mio è il torto di non saper cogliere, nelle -ore che fuggono, una felicità passeggiera, di non sapermi accontentare, -io, uomo, della ricchezza degli uomini, ma di pretendere, poeta, -la ricchezza d'un Dio. So tutto questo. Ma mille volte, una sera, -mi sono accontentato e mille volte al mattino, ho pagato con la mia -disperazione l'errore di aver accettato la mediocrità. Mille volte, -accendendo la sera accanto a un volto di donna, la lampada d'una nuova -illusione, ho trovato al mattino, quando la lampada si è spenta, più -squallido il giorno, più stupida e vuota l'immensa faccia gialla del -sole. Mille volte la mia canzone d'amore cantata alla sera, quando -l'immenso silenzio della notte favorisce l'illusione che il destino -possa esser chiuso in una stanza e in un cuore, mi ha fatto sentire più -sciaguratamente desolate le mie mattine e i miei risvegli senza musica. -Mille volte il giuramento d'eternità che l'amore bugiardo sospira mi ha -fatto sentire più disperata la vanità dell'ora che fugge. Vattene, te -ne prego. E richiudi, per sempre, la porta. Offri ad altri uomini meno -assetati e meno affamati di me, la tua scarsa bevanda e il tuo tozzo -di pane. Porta ad altri il tuo amore terrestre fra un cappello nuovo -e una bugia vecchia, fra uno specchio e un egoismo, un orologio che tu -guardi e un'eternità che prometti e in cui non credi. Vattene, donna, -fra le altre donne. E chiudi la porta, chiudi per sempre, la porta. -È inutile che altre vengano se anche tu sei venuta invano. Ti sono -solamente grato di aver parlato come le altre non parlano, d'esserti -fatta riconoscere quando io credevo di non averti conosciuta mai. Se -è più grande per te, la mia melanconia, tu non mi hai dato, mia sola -amica, dolore. Vattene. E chiudi la porta, chiudi, per sempre la porta. -Io resto qui, vecchio fanciullo, poeta dell'impossibile, a cantare a -me stesso, solo a me stesso, la mia canzone bugiarda, la canzone della -verità. - - (E la donna è uscita. Ha piano piano richiuso la porta, - richiuso per sempre la porta. E il poeta si leva dalla sua - poltrona, traversa nella penombra la stanza, risiede alla sua - grande tavola. Va la sua mano tremante alla seta e ai merletti - della lampadina elettrica. Cerca una piccola chiave. E di - nuovo la Duchessa delle Nebbie, spenta poco prima per sempre, - risplende nella sua nuvola rossa. E di nuovo il poeta, che - poco prima le aveva detto addio per sempre, torna teneramente - a parlarle). - -IL POETA. - -Rieccomi a te, Duchessa, luce rossa, nebbia rosea, nebbia di sogno, -sempre uguale, così al tramonto come all'aurora. A te sola posso -cantarla, senza timore di risveglio, la mia canzone bugiarda di vecchio -poeta fanciullo. Tu sola sai ascoltarla, fantasia, sogno, bambola, -illusione, donna e sola verità. Vanità, interesse, orgoglio, menzogna -non hanno posto nel cerchio rosso della tua leggera veste illuminata. -Tu non hai, Duchessa, solo amore, unica amante, che tutto quanto io ti -presto, che tutto quanto piace a me di donarti. Creatura del mio sogno, -perdonami. Io ti ho spenta, poc'anzi perchè credevo possibile nella -realtà la tua luce e la tua poesia. Ho sbagliato, una volta di più, e -per l'ultima volta. Io ti ritorno davanti, stasera, come in quella sera -lontana in cui tu ti accendesti nella bottega dell'antiquario ed io, al -tuo primo splendore, m'innamorai di te. Canterò a te, mia innamorata, -la canzone del sogno senza risveglio, dell'oggi senza domani, -dell'amore che è amore, del poeta che vuol da una donna ciò che nessuna -donna può dare perchè nessuna donna è poeta. E sino a quando non sarò -più vecchio ancora, fino a quando i capelli grigi divenuti bianchi non -faranno grottesco che io parli d'amore anche a te, Duchessa, io darò -a te, Duchessa, tutto il mio amore, io chiederò a te tutto il sogno -d'amore, a te lampada, a te bambola, a te sola donna fra tutte le -donne, a te che sola puoi dare quel sogno d'eternità che è delle cose, -Duchessa, e non delle persone, che è delle bambole, Duchessa, e non -delle donne; chiederò tutto a te, infinita innamorata mia, a te che sei -donna solo a metà poichè più giù del busto non sei più che luce e più -giù del cuore altro non sei che fantasia. - - - - -Storia della Dama dal ventaglio bianco - - -Non c'era al mondo ventaglio più bianco e più grande di quello di -Madama Lu... - -Cina, racconti e paesaggi cinesi, fantasie del Celeste Impero, nel -mondo dei favolosi incanti dove le donne son fiori e dove gli dei son -di porcellana, piccolo immenso mondo giallo fiorito di crisantemi -e di peonie, dominato da draghi e da vampiri, favole di lontananza -e d'impossibile, sotto cieli verdi e rossi, in giardini fioriti tra -salici e bambù, sotto il dominio di piccoli iddii multicolori d'Estremo -Oriente, favole d'un mondo vecchissimo e nuovissimo ancora... - - -RACCONTO CINESE CHE PUÒ SERVIRE DA PREFAZIONE. - -_Madama Lu, bella signora cinese, era la sposa amante e riamata dal -signor Tao, giovine letterato d'Estremo Oriente. Sposi da pochi anni, -si amavano di tenerissimo amore ed eran felici, come solo in Cina -sanno esser felici i giovani e gli innamorati. Eran tutt'il giorno lì a -guardarsi, a parlarsi, a sbaciucchiarsi, per poi guardarsi, e parlarsi, -e sbaciucchiarsi di nuovo. Giuocavano all'amore come si giuoca a mosca -cieca per la gioia di perdersi e di ritrovarsi fra gli alberelli nani -del loro giardino. Ed erano nell'amore sicuro e lieto così felici che -ogni sera, prima di riposare, ringraziavano per tanta felicità i loro -Iddii verdi e rossi e i Dragoni di porcellana._ - -_Senonchè, nel fior dell'età, a ventiquattr'anni, il signor Tao venne -improvvisamente ad ammalarsi. Invano madama Lu gli prodigò tutte -le sue cure più affettuose, invano i medici più sapienti furono da -ogni parte raccolti a consulto. La scienza lo dichiarò spacciato. Si -disperò, madama Lu, e cercò di tener nascosta al suo adorato compagno -la terribile condanna che la lasciava vedova in così tenera età e in un -così felice amore. Ma il signor Tao fu chiaroveggente e comprese che la -sua fine era prossima. Solo per il suo amore gli dispiaceva di morire -e, povero signor Tao, non poteva sopportare l'idea di lasciare al mondo -madama Lu, nel fiore dell'età e della bellezza, perchè altri l'amassero -dopo di lui e avessero da lei quella felicità cui egli doveva, morendo, -rinunziare._ - -_Usciti i celebri medici, fu tra il signor Tao e la sua bella signora -la scena straziante dell'inevitabile separazione. E Tao disse a madama -Lu il suo dolore supremo: quello di lasciarla sola in mezzo alla vita._ - -_Nell'udir queste parole disperate, commosse e commoventi, madama Lu si -staccò dal suo sposo e corse a prendere i Dragoni di porcellana:_ - -_ — Giuro su tutti gli Dei — ella disse — che ti seguirò nella tomba!_ - -_E giurò. Ma Tao le tolse di mano i Dragoni di porcellana affinchè non -corresse il rischio di romperli inutilmente per un giuramento falso e -scosse il capo negativamente:_ - -_ — Non giurare mai quello — egli rispose — che tu sai di non poter -mantenere..._ - -_Docile, ubbidiente e ordinata — e sopratutto per prendere tempo -— madama Lu corse a rimettere a posto i Dragoni di porcellana. Poi -ritornò al suo sposo e gli disse:_ - -_ — Se gli Dei mi condanneranno a vedere ancora la luce quando tu, Tao, -non potrai più vederla, giuro che non prenderò mai un secondo marito e -che ti rimarrò sempre fedele..._ - -_Anche a questo secondo giuramento rispose l'incredulità di Tao che -continuò dapprima a scuotere negativamente la testa. Indi prese fra le -mani la bella fronte di madama Lu e, guardandola in fondo agli occhi, -con un malinconico sorriso, le disse:_ - -_ — Non giurar neppure questo perchè neppure questo sarà...._ - -_E madama Lu, non sapendo come poter consolare l'amato bene, si diè a -piangere disperatamente fra le braccia del signor Tao._ - -_Il quale signor Tao, essendo poeta, volle morire in piedi, nel suo -giardino, tra le peonie in fiore. E lì, nel piccolo giardino, tra gli -alberelli nani, nel morir del crepuscolo del giorno e della vita, il -signor Tao attese la morte mentre la diletta sposa gli faceva ogni -tanto, quasi per salutarle tutte, odorar le peonie ch'egli adorava. Non -reggendo a tanto strazio madama Lu, che aveva, come han tutte le donne -e quasi tutti gli uomini, bisogno di giurar sempre qualche cosa pur di -giurare, gridò al signor Tao morente:_ - -_ — Lasciami almeno giurare che per cinque anni non mi rimariterò..._ - -_Ancora il signor Tao sorrise scrollando il capo negativamente; e, -fissata madama Lu negli occhi, sempre più malinconicamente sorridendo, -le disse:_ - -_ — Non giurare neppure questo... Cinque anni sono lunghi._ - -_ — No, no, non sono lunghi... — aveva l'aria di dire madama Lu che -intanto riduceva il numero delle dita e degli anni nel giuramento: da -cinque quattro, da quattro tre, da tre due... E avrebbe ridotto a un -dito solo, a mezzo dito, a un anno, a mezzo anno, se il signor Tao, per -rispetto di sè, non le avesse coperto la mano..._ - -_Quando il sole tramontò, il signor Tao si sentì prossimo a morire e, -solo nel giardino crepuscolare, chiamò gente in suo soccorso. Madama -Lu fu la prima ad accorrere e il signor Tao, sollevatole il volto, la -guardò ben bene negli occhi e le disse:_ - -_ — Questo solo tu devi giurarmi, mia Lu adorata... Io non ti chiedo -di più... Ma tu devi giurarmi, per la mia pace che tu non bacerai altro -uomo finchè non sarà asciutta la terra che ricoprirà la mia tomba!_ - -_Madama Lu levò la testa, per giurare. Il signor Tao reclinò la -sua, per morire. E quando i famigliari accorsero nel giardinetto -crepuscolare, tra gli alberelli nani, non trovarono che Madama Lu -occupata a piangere disperatamente sul suo caro amore defunto._ - -_E, pochi giorni dopo, fedele al triste giuramento, madama Lu, reggendo -fra le mani il suo più grande e più bianco ventaglio bianco, piangeva -inconsolabilmente su l'immatura tomba del signor Tao ch'ella adorava. -E la terra appena smossa, che ricopriva il caro sposo, era tutta umida -sotto i suoi piedi._ - -Qui finisce la prefazione cinese e incomincia il racconto, buono per -ogni tempo e per ogni paese. - - -PARTE PRIMA - - -1. - -Squilla una tromba nel vuoto silenzio del mare. Un marinaio, la mano -a berretto, offrendo con l'altra la sciarpa azzurra, s'è avvicinato a -Fiorvante appoggiato al bastingaggio. D'improvviso il giovane tenente -di vascello richiude il libro e la lettura della _Storia della Dama dal -ventaglio bianco_ si fermò qui, quel giorno. Rientra, Fiorvante, dal -mondo delle favole in quello della realtà. Non è più ora di leggere e -di sognare. È l'ora del suo «quarto di guardia». Riconsegna il libro -delle favole al marinaio. Cinge la sciarpa azzurra e va verso la -scaletta di sinistra a dare il cambio al suo compagno... - - -2. - -Due alti e sottili vasi di cristallo nelle mani, venendo di corsa dalla -serra Mimì, Mimì gaia fioraia, entra correndo nel retrobottega del -suo magazzino di fiori. Tutti la conoscono, Mimì, nella piccola città -di mare, dove tutti i legni della squadra vengono, a periodi, a far -lunghi scali. È li, sul lungomare, il suo bel negozio tutto a vetrine -bianche con la bella scritta d'oro su la mostra: _Mademoiselle Mimì, -fleuriste_. L'ha ereditato dal padre quel negozio, ma l'ha fatto lei, -lei col suo assiduo e infaticabile lavoro, lei col suo spirito audace -e intraprendente, lei col suo garbo delizioso per cui comprar fiori -da lei è una delizia: viene voglia, ad entrar da lei, di non andarsene -più, tanto è carina, tanto è aggraziata, tanto è un fiore tra i fiori. -Perchè la chiamano Mimì? Come la sua graziosa amica di un'opera famosa, -non sa. Sa che l'hanno sempre chiamata così e che Ersilia — il suo vero -nome, che ella detesta — non l'ha mai chiamata nessuno. - -— Ragazze, ragazze, meno chiacchiere e più lavoro... - -E le ragazze che cinguettavano attorno ai due grandi tavoloni carichi -di cesti e di fiori fanno silenzio e si rimettono al lavoro con zelo -provvisorio. - -— Domani c'è ballo a bordo della _Pisa_. Se andiamo avanti così i -trenta festoni non saranno mai finiti per domani a mezzogiorno... - -E gira Mimì correndo, sorridendo, lieve, leggera, aerea, tutta azzurra -e bianca nel suo vestitino di tulle a grandi _volants_, gira da una -ragazza all'altra, e qui loda, là rimprovera, qua insegna, lì corregge, -maestra floreale che giuoca coi fiori come un pittore coi colori, come -una ricamatrice coi fili d'oro del suo ricamo. - - -3. - -Scende lenta e grave la sera sul mare e sul porto. Le grandi navi -ancorate divengono, sul cielo violaceo, grandi masse nere, profili di -velluto intagliati su le sete del crepuscolo. Qua e là s'accendono, sui -bastimenti, le prime luci. Laggiù in fondo, all'orizzonte, il sole, -quasi tutto scomparso, non è più che un filo d'oro sul ciglio della -collina. - -Qua, là, a destra, a sinistra, vicino, lontano, squillan le trombe -sui bastimenti e avanzano sui ponti i drappelli di guardia, le armi -al braccio. Venendo di qua, di là, si radunano a poppa, attorno ai -comandanti, gli ufficiali. È l'ora dell'«ammaina bandiera». Ed ecco -che di nuovo le trombe squillano. Gli ufficiali prendon l'attenti e -si scoprono. I drappelli presentan le armi e la bandiera sventolante -a poppa comincia a discendere, come un uccello che chiude le ali e -precipita... - - -4. - -Mimì è distratta. Non lavora più come prima. Se una ragazza le chiede -un consiglio, glielo dà breve, secco, di malavoglia. Il suo spirito è -altrove. Assortendo il colore di due garofani, agganciando due rose, -Mimì guarda ogni tanto il piccolo orologio d'oro al suo polso. È l'ora -che ogni giorno il suo innamorato, il bel tenente di vascello Filippo -Ardea, viene a prenderla per andare insieme a pranzare e a passar la -serata... L'aspetta tutt'il giorno, Mimì, contenta, felice... Ma come -diventa melanconica, scorbutica, irritata, quando l'ora si avvicina... -Come la snerva quell'ultima mezz'ora di attesa così lenta a passare... - - -5. - -Ed è sul molo, dalle imbarcazioni a vapore o a remi che, grosse, -piccine, agili o pesanti, lente o guizzanti, giungono a centinaia -dai bastimenti, è sul molo dove già s'accendono i primi fanali, una -continua ondata d'uniformi bianche che vien dal mare e dal mare galoppa -verso la città su per le ampie gradinate dello scalo. Son barconi -carichi di marinai. Son lance eleganti piene d'ufficiali. - -— Fiorvante! - -— Ardea! - -Due voci, due sorrisi, due mani levate e un abbraccio. Scendendo ognuno -dal suo bastimento i due ufficiali, i due amici, si sono incontrati... - -— Dove sei? - -— Su la _Saint-Bon_. E tu? - -— Comando una torpediniera. Un anno d'Estremo Oriente. Son qui da tre -mesi. E tu? - -— Io sempre fermo. Fra Taranto e Spezia. - -Due vecchi camerati che si vogliono molto bene, due compagni di corso -all'Accademia, gl'«inseparabili» quand'erano imbarcati insieme. Ora, -nella gioia di ritrovarsi, si dicono mille cose. E Ardea: - -— Poichè ci siamo ritrovati, non ti lascio scappare... - -Ha preso Fiorvante per il braccio e s'avvia con lui verso la città, -lungomare, in un gruppo d'amici e di compagni. - - -6. - -Mimì non regge più. Si leva, va alla vetrina, guarda, torna a sedersi, -guarda ancora l'orologio, torna a levarsi, rivà alla vetrina, riguarda -di nuovo... Ma non viene ancora... Dove, dove sarà? - -Ansia di rivederlo? Impazienza d'innamorata? Anche questo. Ma, -sopratutto, preoccupazione. La piccola perfida lettera anonima le ha -messo da due giorni il veleno nel sangue. L'ha lì nel seno. Non sa -staccarsene e sempre la rilegge... - -«Badate a Filippo Ardea se l'amate. Un'attrice, una bella attrice -d'operette, che è stata l'anno scorso la sua amante, è su la piazza. E -c'è pericolo di ripresa. Badate: Flora Fleurette minaccia la felicità -di Mimì. Nulla piace di più a certe donne che riprendere un antico -innamorato quando questo è innamorato di un'altra. E gli uomini son -così stupidi e così vani che si lasciano sempre prendere da chi li -vuole. Occhio a Filippo, Mimì mia bella...». - -Così ha scritto a Mimì _Un lupo di mare_... Cattivo lupo di mare che -le ha avvelenato la vita, da due giorni... Vorrebbe averlo lì, Mimì, -il «vecchio lupo di mare», per rompergli sul muso tutti quei vasi di -fiori, per impedirgli di dire e scrivere ancora altre sciocchezze... - -Sciocchezze? Son poi veramente sciocchezze?... Che Flora Fleurette sia -su la piazza, è vero... Che l'anno scorso Filippo sia stato l'amante -di Fleurette è noto a tutti ed era noto anche a lei prima che se ne -innamorasse... Ma l'ha rivista, ha cercato di rivederla?... Questo è -il punto oscuro. Non ha osato interrogare Ardea. Lo sa bene: Ardea -non vuole gelosie. Qualche volta che Mimì è stata gelosa Ardea s'è -divertito a farla soffrire di più, l'ha provocata... Gliel'ha detto e -ridetto: «Lo faccio apposta, per educarti.. Detesto le donne gelose... -Ed io voglio poterti adorare...» - -Ma perchè non viene? Perchè non s'affretta? Se venisse sùbito a -prenderla, appena disceso dal bastimento, il suo povero cuore in pena -avrebbe pace, potrebbe fidarsi... E invece, così, con questo ritardo... -Dov'è Fleurette? Dov'è Filippo?... Che fa, che fa, e perchè non -viene?... - -E Mimì si leva, va alla vetrina, guarda, torna a sedersi, guarda ancora -l'orologio, torna a levarsi, rivà alla vetrina, riguarda ancora... -Dove, dove sarà?... - - -7. - -E Ardea seguito dagli amici vien giù pian pianino, per il lungomare, a -braccetto con Fiorvante, parlando di bastimenti e di paesi, di compagni -e di donne, di ricordi e di speranze. - -Ora Fiorvante si sofferma: - -— Ma di qui dove mi porti? Io vado a pranzo al Circolo. - -E Filippo, trascinandolo a forza: - -— No. Tu vieni a pranzo con me. Andiamo a prendere la mia innamorata -che mi aspetta e che mi adora e passeremo insieme una serata di quelle -buone. - -Fiorvante è riluttante, ma Ardea non sente ragioni e conviene lasciarsi -trascinare. - -— Mimì, la fioraia del lungomare... La conosci?... No? La vedrai. È un -amore. Ed è il mio amore... - -— Da quanto tempo? - -— Da quattro mesi. - -— E per quanto tempo? - -— Per l'eternità. - -E Fiorvante sorride perchè non crede all'eternità dei marinai. E, nei -riguardi dell'eternità d'amore, tutti gli uomini son marinai... - - -8. - -— Eccolo! Eccolo! - -Mimì, ch'era a guardar dalla vetrina, l'ha visto. È saltata giù dalla -sedia dov'era arrampicata, abbassa i cristalli delle vetrine, alza le -tende, mentre grida alle sue lavoranti: - -— Eccolo! Ragazze, ragazze!... Fiori, fiori, e venite qui, venite -qui... Facciamoli arrivare sotto una pioggia di rose... - -Ed è nel negozio un andare e venire, un correre, un affannarsi, tra -risa e grida, e tutte le ragazze son lì, attorno a Mimì, arrampicate -su le sedie, armate di rose, per la battaglia, fino ai denti... Fino -ai denti veramente perchè, già piene le mani, per averne di più, hanno -anche rose in bocca, tra le labbra, fiori bianchi fioriti in un fiore -rosso. - -— Eccoli! Eccoli! Padrona, tiriamo? - -E Mimì fa cenno d'aspettare: - -— Ferme! Ferme! Quando saranno più vicini... - -E aspettano. E il gruppo bianco degli ufficiali si avvicina. E... - -— Via... - -E la prima rosa bianca di Mimì va diritta, lanciata giusta, sul cuore -di Ardea. Sùbito le altre rose partono, volano, cadono, a pioggia. E -Mimì ne lancia, ne lancia, prima una alla volta, poi due, poi tre, poi -a fasci... E le ragazze incalzano... E gli ufficiali, ridendo, agitando -i berretti, lanciando baci e sorrisi, rispondono al fresco fuoco... -La battaglia è formidabile — e deliziosa. Il leggero fuoco è tremendo, -senza tregua! - -Ora Mimì corre ai rifornimenti. Ma fiori non ce ne son più... Sì, ce -ne sono ancora... Ecco due bei fasci di rose. Ma una ragazza ferma Mimì -nell'atto di lanciarle: - -— Padrona! Son quelle artificiali... Costan cinque lire l'una... - -Ma Mimì risponde con una spallucciata. Che importa? Costassero pure -cento, che importa?... E lì, nella vetrina, fa schermo e portavoce -della mano alla bocca e grida: - -— Questo... per l'ufficiale che non conosco! - -E, giù — che tiro! — il fascio delle rose artificiali è sul petto e poi -nella mano di Fiorvante che risponde levando il berretto e sorridendo -in un leggero inchino. Gli altri compagni d'Ardea Mimì li conosce -tutti: son gli amici di lui e però sono gli amici suoi... Ma ha notato -quello che non conosce, quello che Ardea tiene per il braccio... - -La battaglia di fiori continua. Ma ora è l'assalto. Gli ufficiali -voglion la resa della fortezza floreale, gli ufficiali vogliono, ad -ogni costo, entrare. E Mimì grida: - -— No... no... Chiudete... Giù le saracinesche... Se entran qui dentro -siam rovinate... Mettono tutto a soqquadro.... Chiudete... - -E in un fragore di ferri le saracinesche s'abbassano su le mani degli -ufficiali che tentano d'impedirne la discesa. Anche la porticina -d'entrata s'è chiusa e s'è poi socchiusa appena per lasciar entrare -Ardea e Fiorvante, mentre le ragazze, ridendo, felici, uccellini -ch'escon di gabbia, son volate di là, nella serra, a vestirsi... - -Ardea ha presentato Fiorvante. Mimì china il volto in un sorriso, uno -di quei suoi grandi sorrisi luminosi che sono tutta la giovinezza. E -Ardea spiega: - -— Ha voluto venire a ringraziarti... - -Fiorvante, che s'inchina, ha fra le mani il mazzo di rose che Mimì gli -ha gettato. E Mimì lo guarda, l'aria contrita: - -— Ma mi dispiace... Sono artificiali... Non hanno odore... - -Ma ancora il bel volto s'illumina. Un'idea pazza le frulla nel -cervello. Corre in fondo, a un armadio, e torna con una bottiglia di -profumo: - -— Ma ce ne metteremo uno... Il mio! - -E giù, su le rose di Fiorvante, tutta la bottiglia. E giù a ridere, a -ridere, a ridere... e, gettata la bottiglia, a batter le mani, felice, -felice, felice perchè Filippo è venuto, felice perchè ora a Fleurette -ella non pensa più, felice perchè Filippo è dietro di lei a offrirle il -cappello, a reggerle il mantello affinchè lo indossi... - -— Andiamo? - -— Andiamo. Ma viene anche lui?... - -E Mimì indica Fiorvante che sorride dicendo di sì... E le ragazze -escono, nasini all'aria, sorrisi al vento, cappellini su le ventitrè: - -— Buona sera, padrona. Buona sera, padrona. - -E Mimì: - -— Addio, cara... Addio, cara... Addio, cara... - -E tira baci a tutte. A chi non tirerebbe fiori e baci Mimì, tanto è -felice?.. Ed eccola fuori del negozio, tra Ardea e Fiorvante, mentre -le ragazze continuano a uscire e gli ufficiali cingon loro la vita, il -sorriso e il complimento su le labbra, la mano audace: - -— Addio, Maria, fiore di notte tanto sei bruna... - -— Addio, Ninetta, fiore di pesco tanto sei rosea... - -E Ardea ferma un'automobile e vi fa salire Mimì, Fiorvante e quattro o -cinque amici... E lui avanti, accanto allo _chauffeur_: - -— Lasciate me alla Croce di Malta e andate a pranzo. - -E Fiorvante domanda: - -— Come? Ci lasci? - -Ma sùbito Mimì spiega: - -No. Ci raggiunge sùbito. Va al suo albergo a vestirsi in borghese. -Non sapete che Filippo è un ballerino impenitente? Non farebbe altro -dalla mattina alla sera. E va a mettersi in borghese per ballar dopo -pranzo... - -Giunti alla Croce di Malta un'inquietudine riprende Mimì nel veder -discendere Filippo. Verrà sùbito? Non andrà da Fleurette? Non abita -anche Fleurette in quell'albergo?... Come mai — stupida che non è -altro! — non ha pensato ad informarsi?... - -— Fa' presto. Noi ti aspettiamo... - -Ma Filippo non vuole. No. Vadano avanti loro per riservare la tavola. -Verrà sùbito, in carrozza... Ma non può vestirsi con l'idea che gente -l'aspetta giù... Mimì vuole insistere e insiste: - -— Ma noi... - -— No. Ho detto no. - -Così è, Filippo. E non c'è che fare. Ha già girato sui tacchi, del -resto, ed è già entrato di corsa nell'atrio dell'albergo mentre, levato -il debraio, l'automobile riparte... - -Ed ha una pena, Mimì, una così gran pena che le vien voglia -di piangere... E Fiorvante la guarda. Sente, Mimì, lo sguardo -dell'ufficiale... Leva gli occhi su lui in un sorriso che non -sorride... E Fiorvante vede gli occhi di lei pieni di lacrime che non -sono un pianto, ma che sono un infinito amore e un po' di melanconia... - - -9. - -Come strepitano i «ragazzi» — gli amici di Mimì e di Ardea — per -gridar che hanno fame e che bisogna cominciare a mangiare senza far -complimenti... E Ardea, Ardea che non viene... È snervata, Mimì, -irosa contro sè, contro Ardea, contro tutti, anche contro quel povero -Fiorvante che conosce appena da mezz'ora e che per un'improvvisa -simpatia ha voluto farsi seder vicino... Mezz'ora che l'hanno lasciato -alla Croce di Malta e Ardea non viene ancora... - -Gelosa? No, snervata, irritata... Gelosa non può essere. Flora -Fleurette è lì, proprio lì, a due passi da lei, al tavolinetto accanto -alla grande tavola ch'ella presiede, alla sua gran tavolata di begli -ufficiali. Flora Fleurette è intenta a pranzare, accanto a quel signore -pacifico e calvo che mangia un piatto di patate _soufflées_, alto come -una piramide. Chi è? Il nuovo amante? L'impresario? Non sa... A dir la -verità, non si guardano, non si parlano. Mangiano, estranei. A vederlo -così parrebbe proprio un marito. Ma è forse donna da mariti una Flora -Fleurette? - -Mimì non l'ha vista entrare. In mezzo alla folla del grande -_restaurant_ a mare dove è enorme il fragore delle stoviglie dominante -anche il tumulto delle voci e dell'orchestra, in mezzo allo stordimento -delle parole degli amici suonanti vuote di senso attorno a lei tutta -assorta nel pensiero dell'assente, Mimì non ha veduto entrare Flora -Fleurette, cercare una tavola e sedersi lì accanto a lei, alla medesima -tavola del signore delle patate _soufflées_. A un tratto, voltandosi -per la centesima volta a cercar con gli occhi Filippo verso le porte -d'entrata, se l'è vista lì accanto, in atto di rosicchiar tranquilla -la polpa d'un roseo gamberetto. S'è sentita stringere il cuore. -Proprio lì, quella detestabile donna... Che direbbe «lupo di mare» se -gliela vedesse lì accanto, a portata di mano, a portata d'un solenne -ceffone?... - -Cerca, Mimì, di non pensarci, di distrarsi... Ma ecco, si volge e Ardea -è lì, che entra, tutto elegante — come e quanto elegante! — nel suo -_smoking_ perfetto, adorno all'occhiello d'una bella cardenia. Come gli -sorride. Mimì, da lontano, e come lo aspetta, vicino... Ma, ahi... Deve -passar tra le tavole, deve ora passare accanto a Flora Fleurette... e -vederla... Ah, se potesse prendere il passaggio di destra, in modo da -evitarla, da non vederla... Come batte il cuore di Mimì!... Ma — che -dolore! — Ardea prende invece il passaggio di sinistra (forse l'ha -vista! certo l'ha vista!) ed eccolo vicino alla tavola di Fleurette, -eccolo davanti, e peggio, peggio, ecco che si ferma, le dà la mano, -le sorride, s'indugia, a parlare con lei, con l'odiatissima donna, una -mano poggiata su la tavola, l'altra su la spalliera della sedia di lei, -così in dentro, così in dentro che quasi ne sfiora — ah! l'aborre... -— il _décolleté_... Ardea parla tranquillo e galante con Fleurette. -Mimì guarda e freme. Fiorvante ha visto, ha capito e ride. Prende -affettuosamente una delle piccole mani agitate che stritolan mollica di -pane a tutto andare, sventrando in due colpi un panino. - -— Siete gelosa? le chiede Fiorvante. Avete torto. È un modo sicuro di -soffrire inutilmente... - -Ma sì... Belle prediche! Invece di parole inutili Mimì vuol da -Fiorvante qualche cosa di necessario, d'urgente: vuole un foglio di -taccuino, un lapis... E scrive. Scrive così: «La buona educazione ti -dovrebbe consigliare di non farti aspettare quando tutti sono a tavola. -E, se la tua amica così ossigenatamente bionda ha tante cose da dirti, -potevi fare a meno di venire con noi. Siediti lì. Al suo tavolino. C'è -posto anche per te». - -E Mimì ha gettato il biglietto, per gettarlo ad Ardea. Ma, quand'è -gelosa e nervosa, non tira i biglietti al suo amante con la stessa -precisione di mira con la quale sa tirargli le rose quand'è contenta. -Così il biglietto è andato a cadere nel piatto di Fleurette, tra l'ala -di piccione e il risotto. E Fleurette l'ha mostrato, ridendo, ad Ardea, -ad Ardea furibondo che fulmina Mimì con un'occhiata. Risposta? Risposta -non ce n'è. Ardea rimane ancora alla tavola di Fleurette per far ben -bene vedere a Mimì che scene di gelosia non ne tollera. E Fleurette ve -lo trattiene per far ben bene vedere a Mimì che lei invece le scene di -gelosia le adora, tanto che le piace, in ogni modo, di provocarle... -Gli uomini che non le conoscono credono che le donne si divertano ad -amare gli uomini. Quante donne si divertirebbero sul serio ad amare un -uomo se amarlo non facesse dispetto ad un'altra donna? Nella donna, -novanta volte su cento, l'amore è un pretesto per un altro scopo. E -così Fleurette par che muoia d'amore mentre dice ad Ardea: - -— Pranzate qui con me... Sono felice di rivedervi... E alla vostra -amica una lezioncina starà bene... Dovete farvi rispettare... - -E Ardea accetta, sino a un certo punto: - -— No. Siedo. Ma non pranzo. Siedo per stare con voi e per darle la -lezioncina che merita. Poi andrò. Gli amici mi aspettano. - -Naturalmente Mimì non ha udito quelle parole. Ha solo veduto il gesto -di Fleurette che invitava il giovane a sedere ed ha veduto questi -sedersi. Seguiva prima il colloquio strappando a due a due le foglie -d'una grossa rosa rossa con le sue leggere dita di fioraia. Quando -ha visto Ardea sedersi — ahi, che tuffo di sangue alla testa! — ha -strappato tutte le foglie insieme, con una violenza da facchino. I -colpevoli son due: Fleurette e Ardea. Ma l'equità nervosa di Mimì -sfoga su una terza persona, innocente: il quieto signore delle patate -_soufflées_. - -— Io vorrei sapere quell'altro... quell'imbecille... che ci sta a fare! - -L'imbecille non fiata: una patata dopo l'altra, abbassa lentamente -la piramide. I due continuano a filare in sordina, per far dispetto, -tutt'e due, e ognuno a modo suo, a Mimì... Mimì beve, beve, e ribeve. -Cerca invano, Fiorvante, di calmarla. Ma sì... Una pila! Ora Mimì ha -guardato la rivale con una mossettina sprezzante delle labbra e chiede -a Fiorvante: - -— Vi pare forse più bella di me? - -Fiorvante scrolla il capo... Nemmeno per sogno... E Mimì beve, -beve, beve... e mette, fra un bicchiere e l'altro, certe risate che -scudisciano la rivale sul viso imbellettato... - -— Guardate, dice Mimì a Fiorvante, ad alta voce, affinchè l'altra -possa sentirla. Guardate. Tiene sempre gli occhi socchiusi... Sfido: le -palpebre e le ciglia le pesano: con tutto quel nero... - -L'altra comincia a sua volta a snervarsi. Ora picchia, prima piano, poi -più forte, col coltello sul piatto. - -— Ah, mi dà ai nervi con quel coltello! - -È Mimì, che si tappa le orecchie. Ma poi ci ripensa ed è lei che le fa -tappare agli altri. Se Fleurette picchia il piatto con un coltello, -Mimì lo picchia con due; se l'altra picchia forte, Mimì picchia -fortissimo. Mimì non è donna da restare mai indietro. E, poichè l'altra -rincalza e rinforza, Mimì va sempre più forte in un crescendo che -può dirsi rossiniano, ma non nel senso che sia melodico, dai tavolini -accanto la gente, assordata, comincia a protestare. Un _maître d'hôtel_ -accorre presso Mimì, ma Mimì indica l'altra: - -— Non sono io... È la signora... - -E ricomincia. Ricomincia tanto forte che il piatto si spezza... Un -grido di soddisfazione si leva dai tavolini accanto. Anche l'altra ha -dovuto smettere perchè ora il _maître d'hôtel_ è da lei ed ella deve -spiegare: - -— Io?... Io no... È quella signorina... - -Quieto e beato, nel tumulto, il signore calvo continua a mangiare -patate _soufflées_. Di tanto in tanto un suo sguardo rassegnato, mentre -una nuova patata va in bocca, va a posarsi sui due che ora, riempiti -di _champagne_ i bicchieri, fanno un brindisi con due sorrisi che tiran -gli schiaffi. Mimì fa cenni disperati e grida prima a Fiorvante, poi al -signore: - -— Ma quell'idiota... Sì, sì, lei, lei, venga qui... - -Il signore delle patate _soufflées_ s'è visto chiamare e, levatosi, è -ora inchinato vicino a Mimì che gli domanda: - -— Scusi: non potrebbe dire alla signora che è con lei... - -Ma risponde a Mimì il più innocente sorriso: - -— Le direi tutto quel che lei vuole... Sono anch'io stomacato... Ma la -signora non è con me... È al mio tavolino perchè non ha trovato altri -posti... - -S'inchina e torna alle patate _soufflées_. Mimì ride un istante, per -l'equivoco... Ma il riso le si spezza in gola. Fleurette, con la coppa -in mano, è ora così vicina col volto al volto di Ardea che quasi ha -l'aria di baciarlo: certo, almeno, lo bacia con l'intenzione... Ma -l'intenzione dà terribilmente sui nervi di Mimì che spezza su la tavola -il suo bicchiere e, saltata su in piedi, grida: - -— Scimmia ossigenata, la finisca! - -Come andrà a finire? Fleurette l'ha tirata pei capelli e coi capelli -dovrà finire, e finisce, infatti, quando per i capelli l'acciuffa -d'improvviso Mimì, con un colpo magistrale in due tempi che prima le -manda per aria il cappello e poi le prende in pieno la capigliatura... -E giù, e su, e qua, e là, Mimì comincia a tirare... E tira, tira, tira -quei capelli come fossero corde di bastimenti. Ma anche Fleurette, -passato il primo smarrimento, lotta da par sua. Raggiunge anche lei -il cappellino e i capelli di Mimì e giù a tirare anche lei che è uno -spettacolo... Spettacolo al quale il pubblico s'appassiona coi più -manifesti segni di simpatia per Mimì che picchia più nudrito e più -sodo... Certo son così strette, le due donne, che Ardea, Fiorvante -e altri amici non riescono a separarle o ci riescono quando le due -donne non hanno più un capello in testa che non sia dolore... Allora -Fiorvante e gli amici s'affrettano a portar via Mimì verso l'uscita... -E all'uscita Mimì arriva, nella détente, più morta che viva... Lì, -all'uscita, aprendosi un varco nella ridente folla dei curiosi, Ardea -riesce a raggiungere Mimì, ad afferrarle violentemente un braccio e ad -avventarle a bassa voce sul volto queste parole: - -— Bada! Da stasera, dopo quanto hai fatto, tutto è finito fra noi... -Non ti conosco più... - -E Ardea risale tra la folla. E Mimì lo guarda coi suoi grandi occhi -spauriti e smarriti. Ed ha ancora il tempo, mentre quasi di peso la -portano fuori, di vedere Ardea tornare a Fleurette che si ripettina, -cingerle la vita col braccio e partir con lei verso la grande pedana -dove, a pranzo finito, già si muovono le prime coppie all'eco d'un -voluttuosissimo _tango_... - -Di quel finimondo che cosa è rimasto nel _restaurant_ a mare? Nulla. -Lì, sul tappeto, qualche capello biondo e bruno, qualche rosellina o -qualche pennetta di cappelli... Poco male. Ma anche lì, a terra, sotto -i piedi di Ardea e di Fleurette che ballano, è rimasto il cuore felice -di Mimì... Di Mimì che sta tanto male. - -Tanto male che può appena camminare... Gli ufficiali l'hanno lasciata -sola con Fiorvante e sono ritornati nel _restaurant_ alla ricerca -di Ardea. Un'automobile passava e Fiorvante vi ha fatto salire -Mimì per riaccompagnarla a casa. Ma, non appena seduta, Mimì s'è -rovesciata piangendo su la spalla dell'ufficiale. Questi, dolcemente, -pietosamente, la lascia piangere e le passa una mano nei capelli: - -— Gli volete molto bene? - -Mimì, senza levare il volto per rispondere, dice col capo di no, di -no... - -— Gliene volevo... Ma ora non più... - -E piange, e piange... E Fiorvante continua a carezzarle i capelli -mentre sorride d'incredulità... - - -10. - -Gli ufficiali son ritornati al _restaurant_. Tra un giro e l'altro -hanno fermato Ardea: - -— Va da Mimì... Poveretta... È pentita... - -— No... No... Non mi parlate mai più di lei, dopo quello che ha fatto... - -— Lo ha fatto per amore... - -— Amore un corno!... - -E Ardea picchia così forte un pugno sul tavolino che il signore delle -patate _soufflées_ resta con mezza patata in aria mentre metà della -gialla piramide unta e bisunta vacilla e crolla... - -— Su, via, decìditi... Vieni... Ti aspetta... - -Ma Filippo alza le spalle e tende le braccia aperte a Fleurette che -continua a riordinarsi i capelli davanti allo specchio, piano piano, -come facesse l'appello degli assenti: - -— Fleurette, un altro _tango_... - - -11. - -Nella sua piccola casa sul mare, tutta grazia e leggiadria, quanto, -quanto ha pianto Mimì, per circa due ore, su la spalla di Fiorvante -che, affettuoso e silenzioso, le ha fatto raccontare tutto, tutto... -tutto quello che Fiorvante non sapeva e non imaginava, tutto quello che -Fiorvante è venuto a sapere spalancando gli occhi ed il cuore... - -— Vivo del mio negozio, io, del lavoro che il mio papà mi ha insegnato -e mi ha lasciato... Sono una ragazza per bene, io... E lui ha potuto -offendermi per una donna come quella... - -S'è levata. Ha preso su una mensola la fotografia di Filippo con tanto -di dedica: «A Mimì, con tutt'il mio cuore, per tutta la vita». - -— Tutta la vita! E non son quattro mesi... E dovevamo sposarci... - -S'è chinata per aprire l'ultimo cassetto d'uno stipo dal quale ha -tratto un velo bianco e una coroncina nuziale di fiori d'arancio: - -— Avevo anche avuto l'ingenuità di farmi comprare da lui il velo da -sposa... Mi sembrava di buon augurio... - -S'è messo il velo attorno al capo e la coroncina su la fronte. E ha -guardato Fiorvante così, malinconici gli occhi ma fiero lo sguardo: - -— Perchè così potevo sposarlo... Come una ragazza per bene... Non ero -mica la sua amante, io!... - -E, disperata, si strappa dal capo la coroncina ed il velo e fa questo -a brandelli, lacerandolo coi denti, con le mani... Ha pietà, tanta -pietà, Fiorvante, nel suo vecchio cuore sentimentale, a vederla così -disperata, schiantata... Ha tanta pietà e tanta simpatia... E, poichè -veder soffrire è spesso una buona occasione per cominciare ad amare, -Fiorvante, sollevandola da terra dove s'è rovesciata con le sue lacrime -e il suo velo a brandelli, già la chiama, teneramente, per la prima -volta: - -— Mimì... - - -12. - -Gli amici hanno rinunziato a ricondurre Filippo da Mimì. Balla con -Fleurette _fox-trots_ e _fox-trots_, _tanghi_ dopo _tanghi_ e Fleurette -gli sorride come non gli ha mai sorriso. Così Filippo è ripreso. -Sottile veleno della sigaretta riaccesa, dell'amore che ricomincia... - -— No, no, non ho ancora finito! tuona una voce. - -Ed è il quieto calvo signore che ferma con la voce e col braccio -l'imprudente mano d'un cameriere che voleva portargli via il piatto -delle patate _soufflées_ che è appena, dopo due ore, a poco meno della -metà... - - -13. - -C'è luna nel cielo e pace su l'acqua. La sera è tutta profumi. E Mimì -e Fiorvante sono discesi nel piccolo giardino. Vibran piccole luci da -per tutto: le stelle nel cielo, piccole lame d'argento su l'acqua, -lucciole d'oro nelle siepi e tra i rosai. Luci anche splendono sui -grossi bastimenti ancorati nel porto: e sembran catafalchi di giganti -giganteschi attorno ai quali la città con le sue luci d'oro ha acceso -tutt'un'architettura di ceri. - -Sono appoggiati alla balaustra, Mimì e Fiorvante. Questi solleva il -volto della fanciulla e le dice: - -— È il vostro primo dolore d'amore... So che cosa vuol dire soffrire. -Ho tanto sofferto anch'io per l'amore... - -Appoggiato al davanzale cerca laggiù, sul mare, tra catafalco e -catafalco, i suoi grandi sogni morti, le sue speranze e i suoi ricordi. -Ora è Mimì a guardarlo, è Mimì che solleva con la punta di due dita la -fronte di lui: - -— Voi siete così diverso da lui... dagli altri... Voi dovete saper -volere tanto... tanto bene... - -Fiorvante prende fra le sue le piccole mani gelate di Mimì. Le bacia. -Attira a sè la fanciulla. La guarda, la guarda... Ma non osa parlare. -E poi, con la voce che gli trema: - -— Sì, le dice, so volere molto bene, io... E mi par già di cominciare -a volervene... - -La bimba arrossisce e abbassa gli occhi. Trepidamente Fiorvante chiede, -bassi gli occhi e bassa la voce: - -— E voi?... E voi?... - -E Mimì risponde... Risponde abbassando gli occhi sempre più, sempre -più, ma con un lieve cenno del capo che dice: sì, sì... Fiorvante le -ha preso ancora le mani. Fa per riportarle alle sue labbra. Ma poi si -ferma e, passata un'ombra sul suo volto, le abbandona: - -— No... no... Vi par così, stasera... Ma voi tornerete ad amar lui, -domani... - -E Mimì dice ancora col capo di no, di no... Ma Fiorvante non vede. -Ha i gomiti su la balaustra, la fronte nelle mani, gli occhi laggiù -tra nave e nave, tra catafalco e catafalco, a cercare tra i grandi -sogni morti... Quante, quante volte ha sognato così?... Quante -volte ha scambiato per una promessa di lunga fede sicura, per il -giuramento fedele di tutt'una vita la breve speranza che l'ora o il -luogo mettevano, per un momento di bontà, nel cuore di una donna?... -Menzogne, illusioni... Sogni, grandi sogni morti, laggiù, nella notte, -in fondo al mare... - - -14. - -In automobile — carica quella povera macchina da far pietà... — -gli ufficiali sono andati alla casina di Mimì per consolarla, per -salutarla, per darle la buona notte e riprender Fiorvante... - -E son lì, lungo il muretto di cinta del giardino, a guardar due ombre -— Mimì e Fiorvante — intagliarsi, piccole sagome nere nel controluce -della chiarità plenilunare... - -— Guardali... Son lì... Piano... Avanti... Di sorpresa... Senza farci -sentire... - -E via, leggeri, a dare la scalata al muretto tutto coperto e odorante -di gelsomini, via su per le scalette a mare della casina di Mimì, in -fila indiana, in punta di piedi, per non essere visti, per non esser -sentiti... - - -15. - -E ora Fiorvante ha preso una mano di Mimì e l'ha portata alle labbra. -Son lì, appoggiati tutt'e due alla terrazza a mare dal parapetto -coperto d'edera, spalla contro spalla, testa contro testa, già cuor -contro cuore... - -— Vi ho voluto bene fin dal primo momento che vi ho veduta, dice -Fiorvante a Mimì, fin da quando mi avete tirato il mazzo di rose... - -E la mano di Mimì restituisce la stretta. E la voce di Fiorvante si fa -più grave, più dolce e la pressione della mano è più forte: - -— Affidatevi a me, mia piccola amica, in questa prima ora di dolore... -Affidatevi a me... Io non sono di quelli che cambian d'amore come -cambian di casa... - -Ha appoggiato, Mimì, il capo su la spalla di Fiorvante, senza parlare, -la mano abbandonata, tutta l'anima tutta offerta. - -E gli ufficiali son dietro di loro, non veduti, non sentiti. Una voce -sussurra: - -— Ahi! - -Han veduto i due, stretti, uniti... E l'ufficiale che ha dato -l'allarme si volta per far cenno ch'è il caso d'un rapido e discreto -_dietro-front_... Ed ecco che ancora più in punta di piedi, in fila -indiana, per non esser veduti, per non esser sentiti, gli ufficiali -rivanno via, giù per le scalette della casina a mare di Mimì, verso il -muretto di cinta tutto coperto e odorante di gelsomini... Scavalcato -questo, tornati su la strada e nell'automobile che rifila via per il -lungomare bianco di luna, uno degli amici esclama per tutti: - -— Ecco fatto. Consolata! - -E ridono. No, ragazzi, non è consolata, Mimì. È inconsolabile, anzi, -Mimì. Se è lì, su la terrazza, la mano nella mano di Fiorvante, non -cerca ella stasera un innamorato nuovo al posto di quello che l'ha -abbandonata. Cerca un cuore che la comprenda e che col dolore altre -volte provato faccia eco al dolore ch'ella prova per la prima volta. -Cerca un braccio cui appoggiarsi, una mano in cui affidarsi. Cerca -sopratutto di non esser sola questa sera tanto è disperata. Perduto il -suo amore, cerca un amico. E questo amico è lì, accanto a lei, ed ella -sente che questo amico d'una sera saprà essere l'amico d'una vita. - -Ma Mimì è bella e la notte è notte d'amore. Cinge Fiorvante la vita -di lei e fa per attirarla a sè. No. Mimì non vuole. Mimì si scioglie. -Mimì non vuole gesti, non vuol parole. Vuole che nel suo immenso dolore -una presenza accanto a lei le dica che non tutto, non tutto è finito -anche se l'amore, che doveva essere eterno due ore prima, è, da un'ora, -finito per sempre... - -C'è tutt'il plenilunio in quelle due lacrime d'argento che scendon giù -dai grandi occhi di Mimì in quell'ora di tristezza in cui è doppia la -malinconia: malinconia di qualche cosa che muore e malinconia d'una -cosa che nasce. - -Quale più grande, fra le due? - - -16. - -E, al _restaurant_; - -— Ancora questo _tango_, Fleurette, e poi andiamo... - -E il quieto signore calvo delle patate _soufflées_ prende -religiosamente, con due dita, l'ultima patata. Tre ore a tavola: una -piramide di patate _soufflées_ e lo stomaco per contenerla. - -Chi di voi più felice, mio signore? - - -PARTE SECONDA - - -17. - -— Il passo di _Schéhérazade_... No, quello di Carnaval... No, quello -del _Principe Igor_: il passo degli arcieri... - -E la piccola ballerina, indecisa fra tanti consigli, si decide; e, su -la stuoia ai piedi del terrazzo, snodata, piegata, le braccia conserte, -accenna un passo dei balli russi... - -Un ufficiale parla piano a un compagno: - -— Guardalo. È tranquillo, sereno. Fleurette è partita. Mimì è perduta -per lui. E lui ha l'aria d'infischiarsene, come se non avesse mai amato -Mimì... E non sono quindici giorni! - -Ora, cessato il ballo russo con un capitombolo della ballerina male -addestrata, Ardea si fa avanti e tende le mani a Mimì per invitarla a -ballare. Mimì s'è levata ed è fra le braccia di Ardea che si rivolge -agli amici e alle amiche, chitarristi e mandoliniste, ordinando: - -— Il valzerino della _Fanciulla del West_... - -E incomincia a ballare con Mimì mentre gli altri li seguono danzando e -battendo il tempo a suon di mani: - - _Ma quel che tu mi taci_ - _me lo dice il cuor..._ - -Non tace Ardea, ballando. Avventa parole brevi, febbrili, nel piccolo -orecchio di Mimì: - -— Io ti amo ancora... Io ti voglio ancora... - -E la stringe, la stringe... E Mimì cerca di liberarsi... E Fiorvante, -in un angolo, guarda, mordendosi il labbro, bianco di gelosia. Ma come -stringe, Ardea! Come si sente, Mimì, presa e offesa da quella stretta. -Violenta, ribelle, ora si svincola: - -— Lasciami... Ti proibisco! - -Fiorvante le è corso vicino e la riceve tra le braccia tutta fremente. -Ardea ha già preso un'altra dama. E Fiorvante, cupo, ansioso, -interroga, a bassa voce: - -— Di'! Di'! Che ti diceva? - -— Nulla, nulla, amor mio... Ti amo! - -E Mimì si stringe tutta a lui, teneramente, a lui che la porta via con -sè, quasi di peso, fuor della sala dove suonano e ballano, lì, su la -terrazza dove son soli, al sole, nel bel vento pomeridiano di grande -primavera, soli tra cielo e mare. - - -18. - -C'è un piccolo uomo curioso alla porta della casetta di Mimì. Ha -bussato, ribussato e aspetta che gli vengano ad aprire. È Pierotto, -l'ex-attendente di Fiorvante. Rottosi un piede in servizio e riformato, -Pierotto ha voluto tuttavia conservar l'abito da marinaio e continuare -a vivere col suo padrone come un cane fedele, pronto anche a morire per -lui, se è necessario. - -Piede zoppo, ma gamba salda e capace di tener dietro al suo padrone -anche in capo al mondo se può essergli utile o se il padrone vuole. -Devozione d'altri tempi, fatta di virtù, di sacrificio, di sentimento -e d'ammirazione: servitù fatta un po' d'amore. Se il Re lo chiamasse -alla Reggia e lo coprisse di medaglie, Pierotto non avrebbe il cuore in -festa come quando il suo padrone, battendogli una mano su la spalla, -lo guarda negli occhi con quegli occhi che gli passano il pensiero -da parte a parte tanto sono acuti e profondi e gli dice bruscamente e -semplicemente: - -— Bravo! - -Il Re? Il Re può essere Re, per tutti: Pierotto, non fa difficoltà. Ma -per lui, per Pierotto, il solo re è il suo padrone. - - -19. - -Pierotto è su la terrazza. - -— Signor capitano, il comandante ha mandato a cercare di lei a casa per -averla sùbito a bordo. Ho pensato di far bene venendo fin qui con la -lancia. - -D'un sùbito Fiorvante è in piedi. Bacia Mimì e senza salutar nessuno -fila via con Pierotto, a passo di carica. Come gli tien dietro di -galoppo, Pierotto! Come lo seguirebbe in capo al mondo, anche con mezza -gamba di meno!... La forza che gli manca nel piede l'ha nel cuore: fa -lo stesso, per gli eroi. - - -20. - -Amici, amiche, chitarristi e mandoliniste, sono discesi in giardino -alle due altalene, che vanno, vanno, su, su, come volessero toccare il -cielo, spinte dagli ufficiali, cariche di ragazze, polsi di ferro che -spingono, fantasie con le ali che volano... - -Su la terrazza, avviati a scendere in giardino, Ardea ha fermato Mimì -e l'ha presa alla vita: polso di ferro anche lui. - -— Dimmi, dimmi che non mi ami più... - -— No... Lasciami... Non ti amo più... - -— Non è vero... Non può essere vero... - -— Sì... sì... Non devo... non posso più amarti... - -— Ma io ti amo ancora... - -— Dovevi non lasciarmi prima! - -E ancora Mimì fremente lotta, disperata, per svincolarsi, per -liberarsi... E ci riesce, finalmente... - - -21. - -Nella lancia che fila verso la corazzata Fiorvante ha avuto la notizia: - -— Fuoco a bordo! - -Con che ansia va verso il bastimento! Con che impeto sale, appena -giunto, la scaletta di poppa ed eccolo, su l'attenti, davanti al -Comandante: - -— Ella s'era assunto l'obbligo di sostituire l'ufficiale di guardia, -signor Ardea, costretto ad assentarsi per una grave circostanza... - -Da dieci giorni Ardea, sbarcato dalla torpediniera, è su lo stesso -bastimento con Fiorvante. Questi vorrebbe rispondere, ma il Comandante -gli taglia la parola: - -— Così è... Ella non ha nulla da rispondere... Lo stesso signor Ardea -l'ha lasciato detto, allontanandosi... Il signor Ardea è colpevole -di grave atto d'indisciplina... Ma tanto più ella aveva il sacrosanto -dovere di rispettare un impegno già abusivamente assunto. - -E il Capo conclude: - -— Terrà gli arresti! - -E si allontana dopo avere rimesso bruscamente a Fiorvante il comando -delle operazioni necessarie a spegnere il fuoco... - - -22. - -Un colpo di cannone ha echeggiato. Altri rispondono dai forti. Di colpo -le altalene si sono arrestate. Gli ufficiali si guardano, pallidi: più -pallido di tutti, livido, Ardea. - -— Fuoco a bordo! - -E via, tutti, di volo... verso la riva... verso l'imbarco... verso le -lance... verso la nave... - - -23. - -Catena di marinai. Rapido correre dei secchi d'acqua di mano in mano. -Fragor di pompe, frusciar d'acqua, squillar di trombe. E, in mezzo -alla catena di marinai, in mezzo all'accorrer d'uomini scalzi, a getto -continuo, su dai boccaporti, è l'«Uomo dei fuochi intensi» nella sua -armatura incombustibile da palombaro del fuoco. Fiorvante vola di qua, -di là. Comanda l'opera con pugno di ferro, con decisione pronta. E -le fiamme s'abbassano, scompaiono, e le nuvole di fumo diradano, e si -disperdono, e non sono più che nebbia rossastra attorno alla nave. Il -fuoco è spento. - -Ardea, i compagni, son giunti a bordo. Fiorvante affronta Ardea: - -— Pago per te la tua menzogna. Io non avevo assunto nessun obbligo. Tu -hai speso, per coprire la tua colpa, il mio nome ed il mio onore. Tu -hai mentito. - -— Fiorvante! - -Altri ufficiali sono attorno a loro. Vuole Ardea allontanarsi. Ma -Fiorvante lo ferma: - -— No. Davanti a tutti voglio gridartelo. Tu hai mentito! - -E la mano di Ardea si leva su Fiorvante. Sfiora appena la sua guancia. -Sùbito Fiorvante è su l'avversario. E gli ufficiali sono in mezzo a -loro, nel tumulto... - -Un uomo pacifico commenta: - -— Peccato! Due amici... - -Un uomo preciso rettifica: - -— Due ex-amici... - -Un uomo ironico aggiunge: - -— _Cherchez la femme!_... - -E un uomo che spreca parole inutili precisa il nome che già tutti sanno: - -— Mimì... - - -24. - -Nella cabina del Comandante entra Fiorvante, acceso ancora il volto di -sdegno: - -— Signor Comandante, il fuoco è spento e sono agli arresti. - -Ma la porticina si riapre. È Ardea. - -— Signor Comandante, ho mentito. Il tenente di vascello Fiorvante non -aveva assunto nessun obbligo di sostituirmi. - -Così Ardea si accusa. Non un muscolo si muove sul volto di Fiorvante -che rimane lì, immobile, piantato. Il Comandante guarda i due -ufficiali. Li pesa, li valuta. Intuisce. Forse sa. E giudica: - -— Allora, signor Ardea, terrà lei gli arresti. - -E, volgendosi a Fiorvante: - -— Lei vada. È libero. Mi lasci col signor Ardea. - -E, appena Fiorvante è uscito, il Capo è davanti ad Ardea piantato e gli -batte una mano su la spalla: - -— Ragazzo, ragazzo, che follìe sono queste?... - -E Ardea balbetta: - -— La follìa di un'ora, signor Comandante... Un cieco furore di -gelosia... - -La commozione lo vince e cade piangendo sul divanetto del Comandante, -la testa fra le mani. Questi lo guarda, muto, immobile, diviso fra -il sentimento della pietà e il senso della disciplina, l'uomo e il -soldato... - -E la voce di Ardea implora: - -— Mi faccia ottenere, signor Comandante, un altro imbarco, lontano da -qui, lontano da una donna che amo, che ho amata troppo tardi quando non -ero più in tempo per esserne amato ancora... - -Il soldato vince su l'uomo in uno sforzo di volontà: - -— Basta così... Signor Ardea, si ritiri... - -Ma, appena Ardea è uscito, il Comandante scuote il capo e brontola fra -i denti: - -— Povero ragazzo! Brutto male! - - -25. - -Nello spiazzato della villa gli otto ufficiali in borghese preparano -lo scontro: Fiorvante, Ardea, i quattro padrini, due medici. Caricano -le pistole e misurano i passi. Ardea è fermo, appoggiato a un albero, -conserte le braccia. Fiorvante passeggia su e giù, con un amico, -fumando... C'è un elastico fuori cerniera nel portasigarette di -Fiorvante ed egli si affatica a volerlo rimettere a posto. Ora Ardea -passa i cerini da una scatola qualunque comprata poco prima al suo -portafiammiferi d'oro... Piccole occupazioni inutili compiute con -scrupolo e puntualità dieci minuti, forse, prima di morire... - - -26. - -Tra ragazze e fiori Mimì felice è nel suo negozio. Fuori il sole è -bello, il mare è tranquillo, tutto è serenità. Una ragazza porta a Mimì -per fargliela approvare o correggere una cestina di fiori candidi. -Un'altra le porta una croce di fiori oscuri. Mimì guarda l'una e -l'altra ed esclama: - -— Un funerale e un battesimo... Primavera _bonne à tout faire_! - -E, deposte la cesta e la croce, trae da una scatola i fiori d'arancio -e dice ridendo alle ragazze: - -— E la primavera felice fa anche questi... per me... - - -27. - -Bel tipo, il diciottenne guardiamarina Francucci! - -Tutte le ragazze sono innamorate di lui, ma egli non ne prende nessuna -tanto è mai timido: una signorina vestita da ufficiale. Ma quand'è in -negozio Francucci, che chiasso... Ci si diverton tutte a tormentarlo, -a stuzzicarlo, ad abbracciarlo, a metterlo in croce, deliziosamente, a -furia di sorrisi e a suon di baci. E ci si diverte anche Mimì, Mimì più -di tutte, Mimì che è felice... - -— Avanti, avanti, Francucci in mezzo e noi girotondo... - -È Mimì che dirige il carnevaletto. E il girotondo di ragazze gira, gira -bianco, roseo, azzurro, attorno al povero guardiamarina, e gira, gira, -gira, gira... finchè la porta si spalanca per Pierotto che entra: - -— Signorina, il padrone si batte in duello... - -Che? Dove ha preso il cappello Mimì? Chi gliel'ha dato? Come è uscita -dal negozio e salita nell'automobile che vola verso la villa dove deve -aver luogo lo scontro?... Pare a Mimì di sentirsi morire... Arriverà -viva fin laggiù?... - - -28. - -I passi per allontanarli, di spalle, uno dall'altro. Poi i colpi di -mano. Il _dietro-front_, il fuoco... - -Un urlo risponde alle due detonazioni: Mimì è ai piedi della scalea, -trattenuta dagli ufficiali che le sono corsi incontro vedendola venir -giù come una pazza. Ardea e Fiorvante sono in piedi. Il colpo di Ardea -è fallito. Fiorvante ha sparato in aria. E Mimì è sospesa tra i due -uomini, divisa fra quello che ha amato e quello che ama... Incerta, un -istante... Ma poi si getta fra le braccia di Fiorvante, felice, folle -di gioia, nella pace ricuperata, nella felicità salvata... - -E Fiorvante è lì, Mimì fra le braccia. Si scioglie per muovere incontro -ad Ardea. Devono stringersi la mano, riconciliarsi. E Fiorvante sente -che qualcuno, che è a terra, gli prende timidamente una mano, vi -inchioda sopra due grosse labbra tremanti. È Pierotto che con voce -soffocata gli dice: - -— Padrone mio, che sia sempre benedetto! - - -29. - -Ardea parte. Imbarca a Taranto per una lunga crociera nei mari -del Nord. Mimì e Fiorvante vanno ad accompagnarlo dal negozio di -_Mademoiselle Mimì, fleuriste_ fino all'imbarcatoio. Mimì, e Ardea -e Fiorvante sono appena usciti e saliti in automobile. E le ragazze -che hanno or ora finito di salutare coi fazzolettini siedono qua e -là, silenziose, tristi, per il negozio. E sono tutte un po' tristi -perchè pensano che un giorno l'innamorato di ognuna può da un momento -all'altro dover partire, così... - -Alla banchina son gli ultimi saluti. Mimì riempie di fiori le braccia -di Ardea che le stringe lungamente la mano, gliela bacia e salta nella -lancia per nasconder le lacrime che gli riempiono gli occhi. - -— Arrivederci, Fiorvante. - -— Arrivederci, Ardea. - -Mimì non saluta con la voce la lancia che se ne va. Voce in gola, -per la commozione, non ne ha. Saluta col fazzoletto, lentamente, con -un'infinita melanconia. Vedranno Ardea mai più? Che sarà di lui? Che -sarà di loro? È l'angoscia dell'ora dei distacchi, l'angoscia per le -due parti: rivedranno quelli che restano colui che parte? Ritroverà -quello che parte coloro che rimangono? Lungo mistero di un anno quando -anche un minuto, il minuto che segue immediatamente quello che viviamo, -c'è sconosciuto quanto un altro mondo, quanto un altro evo... - -Il fazzoletto di Ardea saluta ancora dalla lancia che s'allontana e i -fazzoletti di Mimì e di Fiorvante salutano dalla banchina. Fiorvante -ora guarda Mimì che saluta e le dice: - -— Il passato, vedi, se ne va... - -E Mimì smette il bianco saluto. Con gli occhi pieni di lagrime ma col -cuore pieno di speranza, si volge a Fiorvante e gli stringe una mano -dicendogli: - -— Sì, il passato se ne va... - -Un grande sorriso le illumina gli occhi ancor umidi di lacrime: - -— Rimani tu: il mio più grande avvenire. - - -30. - -Son ritornati a casa di Mimì. Forse in quello stesso momento la nave -di Ardea esce dal porto. È il tramonto. Mimì e Fiorvante sono usciti su -la terrazza. E Mimì, appoggiando la fronte su la spalla di lui, mormora -felice: - -— La vita intera ora ci sorride! - -E sono lì, stretti, liberi, soli, per sempre, sotto l'immenso cielo, -d'innanzi all'immenso mare, piccolo gruppo umano felice, piccolo e -immenso fra le due immensità. E, dal fondo della terrazza, come li -guarda, felice, benedicendoli, Pierotto, Pierotto che adora Fiorvante, -Pierotto che adesso adora Mimì anche più di Fiorvante... - -La nave di Ardea è uscita in quel punto dal porto ed entra nel libero -mare inquadrato nel rettangolo della terrazza coperta. E Fiorvante -indica la nave a Mimì sognante, estatica: - -— Vedi... Com'è già lontano, in un'ora, dal nostro cuore e dalla nostra -vita... laggiù... laggiù... in mezzo al mare... - -E i due amanti si stringono, si stringono chiedendo alla vita la catena -felice che lega e non scioglie più, mentre la nave, piccina, lontana, -in un gran rettangolo d'azzurro, svanisce, sparisce, e Pierotto, tirata -la tenda dietro di loro, s'accuccia sui gradini che dalla terrazza -scendono nel salotto, s'accuccia per vegliare su quella felicità, come -un cane fedele. - -Ma sorge o tramonta il sole, in quel fuoco, dietro quelle colline? Lo -splendore è così grande e il cuore è così lieto che quel tramonto par -l'aurora... - - -PARTE TERZA - - -31. - -Una sera, in piena serenità, fulminea, la tempesta. Sono appena levati -da tavola. Da tre mesi marito e moglie, e felici. Dividono gli antichi -amici, nella bella casa messa su con tanto amore, un lungo ordine d'ore -tranquille. Sono felici e sono felici in tre perchè è anche felice -Pierotto, attendente, maggiordomo, _factotum_, che li serve adorandoli. - -Son le undici e mezza. È l'ora di muovere verso le imbarcazioni pronte -per il ritorno a bordo degli ufficiali. Cari, cari i vecchi amici, i -«ragazzi», lieti di saperla lieta, tutti stretti attorno a lei ed a -Fiorvante... Questi ha voluto farla felice facendola sua per sempre. Il -negozio di _Mademoiselle Mimì fleuriste_, venduto, ha fornito la dote -militare e il corredo. E la felicità della lunga vita in due è senza -nuvole, senza paura. - -Ma il Comandante, invece d'andar via coi suoi ufficiali, s'è fermato: -ha dato ordine che gli rimandino il suo canotto. Dalla porta vetrata -che dà sul giardino e dove Mimì ha accompagnato signore ed amici, ella -vede il Comandante trarre Fiorvante in disparte per rimettergli, dopo -poche parole, una lettera: una lettera che sembra violentemente colpire -Fiorvante. Gli occhi di Fiorvante si volgono, presaghi, verso Mimì. Gli -occhi di Mimì, nel presentimento, si volgono ansiosi verso Fiorvante. - -L'ultimo amico è andato via. E Mimì viene avanti e raggiunge il -Comandante, cui toglie di mano la lettera che proprio in quel punto suo -marito gli ha restituita, dicendo solo: - -— Sta bene, signor Comandante. - -Che cos'è? Le mani di Mimì sono così convulse che non riescon neppure -ad aprire il grande foglio ministeriale piegato in quattro. Finalmente -ha aperto, ha letto e il foglio le cade di mano e, senza grido, senza -parola, si porta le mani al cuore tanto le pare che scoppii: è l'ordine -d'imbarco, per il tenente di vascello Fiorvante, entro dieci giorni: -«raggiungere in Estremo Oriente le truppe internazionali operanti -per reprimere la rivolta dei _boxers_». Con uno sguardo supplice Mimì -chiede pietà al Comandante. Povero Comandante, sempre preso nel suo -dissidio tra soldato e uomo... Vorrebbe gridare a Mimì, tanto la vede -angosciata, smarrita: «No, no, non piangete... Troveremo il modo di -non farlo partire...», ma, invece, soldato, capo, esecutore d'ordini, -apre le braccia come a dire che non c'è nulla da fare, ch'è giocoforza -obbedire. Ma scappa via in fretta, tanto si sente venir voglia di -piangere a veder quella donna che disperata s'abbatte sul petto del -marito, gettandogli le braccia al collo e balbettando tra i singulti: - -— No... No. Partire no... - -Riaccompagnato il Comandante fin fuori nel giardino, Fiorvante ritorna -rapido verso sua moglie, caduta lì, alla scrivania, le braccia conserte -su la tavola, la fronte e il pianto in quelle braccia. Ma qualche cosa, -a terra, l'avvolge alle gambe, lo ferma, di colpo: è Pierotto, Pierotto -che ha sentito, Pierotto che ha letto il foglio d'ordini caduto a -terra, Pierotto che stringendogli le gambe, ginocchioni, gli occhi -supplici in su come pregasse Iddio, gli dice con voce soffocata: - -— Padrone, in Cina porti anche me! - -Fiorvante ha respinto l'umile offerta e l'umile dolore. Ha davanti a -sè, più grande, il dolore di sua moglie, ha dentro di sè, disperato, il -suo. Non va, Fiorvante, a sollevare Mimì. Siede alla scrivania anche -lui, il gomito su la tavola, il volto nella palma, lo sguardo fisso -davanti a sè, nell'ignoto. E Mimì si solleva e lo guarda... Gli va -vicino, gli prende fra le mani la fronte per rovesciargli il capo e gli -chiede: - -— Che cos'hai... tu che sei sempre così forte, così agguerrito?... - -Fiorvante le prende le mani, e unitele, fa di queste un piccolo cuscino -vivo alla sua testa stanca... Poi la guarda, doloroso, appassionato, e -le risponde: - -— Non so. Ho come un presentimento. Penso che non ti rivedrò mai più... -che morirò laggiù... - -Che scossa nel cuore di Mimì e che sobbalzo di tutto il suo essere! -Ma si fa forte. Si china su lui che ha rialzato il capo. Sono ora -volto contro volto. La volontà d'un sorriso a ogni costo illumina -malinconicamente gli occhi di Mimì mentre ella esclama, tanto per -rispondere: - -— Che sciocchezze! - -Ma lo stesso brivido che ha attraversato l'anima di Fiorvante ha corso -la sua anima, povera bimba che ha paura, che ha tanta paura e non vuol -farlo vedere perchè anche l'altro, quello che è forte, quello che è -audace, quello che non ha mai paura di nulla, ha questa volta paura, -tanta paura. - -Paura di non rivederla mai più... - - -32. - -Non hanno potuto dormire, quella notte. Sono usciti in giardino. Hanno -percorso e ripercorso la terrazza a mare. Son rimasti lì, lungo tempo, -nella sera d'estate, fermi, le mani nelle mani, tutta la vita dell'uno -nella vita dell'altro, a interrogar con gli occhi fissi, inutilmente, -le stelle indifferenti, come potessero conoscere il destino... - -Ora sono rientrati nello studio di Fiorvante, tra le belle cose che -amano e che hanno raccolte per circondarne una felicità di tre mesi -appena che non doveva avere mai fine... - - -33. - -A bordo, nel quadrato degli ufficiali, quelli che vengon da terra hanno -portato la notizia della partenza di Fiorvante a quelli rimasti a bordo -a passar la sera in quadrato tra carte, bibite ghiacciate e sigarette. -Un sentimentale sospira: - -— Povero Fiorvante! Una felicità che si spezza appena nata... - -Ma un altro — un forte? ma no: un altro sentimentale, ma un -sentimentale che non vuol parerlo... — un altro alza le spalle: - -— È il nostro destino di marinai... Nè casa, nè amore, nè tempo... - -E ride. E scopre una carta da giuoco ed esclama: - -— Ma che importa?... Ho il re d'_atout_... - -Quella risata è sola, senza eco. E sarebbe sola, staccata, falsa, anche -se nel quadrato non fossero venti ufficiali, anche se nel quadrato -non ci fosse che colui che ride, che ride fuori e piange dentro, com'è -quasi sempre, quando si ride... - - -34. - -Storia della Dama dal ventaglio bianco che gli torna in mente in -quell'ora? Analogia che gli s'è chiarita nell'anima fra il signor Tao -della favoletta cinese costretto ad abbandonare Madama Lu per morire -e lui che deve abbandonare Mimì per partire?... Chi sa? Confusi moti -dello spirito, orologeria misteriosa e impenetrabile che segna il tempo -ai pensieri... - -Certo è che da mezz'ora Fiorvante parla a Mimì — a Mimì disperata di -sentirlo parlar così — della possibilità della sua morte, laggiù, in -Estremo Oriente. Mimì è caduta ai piedi di lui. E Fiorvante la tira su, -le prende le mani, la guarda in volto e le dice: - -— Giurami... - -Non osa parlare. Poi si fa coraggio: - -— Giurami... Giurami che se non dovessi ritornare... le tue labbra... -le tue labbra, Mimì, non avranno parole e promesse d'amore per un altro -uomo... finchè il lutto che tu porterai di me non sarà finito... - -Mimì trema. Non vuole giurare... Perchè? Che cattivi pensieri... Perchè -metterle paura così? China il volto per sottrar lo sguardo. Vorrebbe -svincolarsi. Ma Fiorvante la tiene. - -— Ma tu ritornerai certamente..., mormora Mimì. Io ti aspetterò nel mio -dolore e torneremo ad essere felici... - -Ma la stretta di Fiorvante ai polsi di Mimì si fa più forte, quasi -brutale, quasi selvaggia: tutto l'orrore della gelosia è in quella -stretta. - -— Giura, giura ugualmente... Chi può sapere? - -E Mimì solleva una mano di lui per portarsela alle labbra, fissa i -chiari occhi sinceri nei grandi occhi ansiosi e, ferma la voce e fermo -il cuore, dice: - -— Giuro! - - -35. - -Cina che le sembravi così lontana e così leggiadra, lontana Cina di -bazar e d'acquarello, Cina delle scatole di lacca e dei mobiletti di -bambù, terra sconosciuta che eri così cara alla sua fantasia, dove -tanto piaceva di correre al suo sogno d'oltremare, — Cina orrenda e -minacciosa adesso, Cina del suo tormento e della sua tortura, Cina dei -supplizii e dell'orrore, Cina di battaglie e di morte... Già da due -mesi Fiorvante è partito ed ella è sola, nella casa abbandonata, sola -con Pierotto che piangendo è rimasto accanto a lei, per guardarla, -per difenderla... Quanto dovrà aspettare così? Quanto potrà il suo -cuore resistere in quell'arresto di vita, in quell'agonia?... Povera -Butterfly d'occidente, più dolorosa ed ansiosa perchè non ha come -l'altra la cieca fede nel ritorno... Perchè se per l'altra tutto è -certezza, per Mimì tutto è brivido, tormento, dubbio, presentimento, -paura, tortura indicibile, ineffabile tortura... - - -36. - -Un colpo di _tam-tam_. I servi cinesi annunziano, come ogni giorno, il -suo arrivo a cavallo alla Residenza Inglese dove, come ogni giorno, -per la colazione, il Residente e sua figlia Maud lo aspettano... -Poichè il _tam-tam_ l'ha avvertita, miss Maud corre incontro, come ogni -giorno, le braccia tese, le mani offerte, al bell'ufficiale italiano... -Innamorata? Ancora non sa. Certo da venti giorni ogni volta che lo vede -il cuore le batte dentro più forte e più precipitoso... - -Amore? Sì, certo. La più bella ora dell'amore, quella in cui l'amore -non sa ancora d'essere amore... - -E, poco dopo, alla tavola ospitale della Residenza, mentre miss Maud -non leva gli occhi di dosso al bell'ufficiale, Fiorvante chiude i suoi, -tutt'il suo cuore laggiù, in occidente, nella casa abbandonata, con la -cara compagna lontana, e vede Mimì che appoggiata al parapetto della -terrazza, con Pierotto vicino, guarda ogni giorno lunghe ore il mare, -il mare per cui egli è partito, il mare per cui egli, forse, un giorno -ritornerà... - - -37. - -Mimì è al pianoforte: - - _E non le pesa_ - _la lunga attesa..._ - -Più fortunata sorella di pena... Quanto pesa a lei, invece, la -terribile, l'interminabile attesa... E non può sentir quella musica... -E chiude il piano e abbandona su le braccia, posate sul coperchio -chiuso, la testa che tanto le duole... - - -38. - -E c'è un'altra attesa, lì, alla Residenza Inglese, lunga attesa anche -questa, e vibrante come l'altra, e come l'altra disperata nelle sue -paure... Piccola miss sdraiata su le stuoie tra le serventi cinesi che, -sedute accanto a te, ti fanno corona e vento coi ventagli di foglie di -palma, da quanti giorni non hai più pace? Per la prima volta il tuo -piccolo cuore, che sembrava tanto freddo e tanto saggio, palpita in -disordine e in confusione... - -Che vuoi? Che hai, piccola miss? Ami tu il giovane ufficiale venuto -d'Italia con quel suo volto stanco che par così stanco di soffrire, -con quei suoi grandi occhi sognanti che paiono così stanchi di sognare? -L'ami tu, di già, veramente? Pare ieri. La prima volta che venne qui: -non sono, non paiono, sei settimane. E ora sei presa... Sei veramente -presa? Ti pare che non avresti potuto vivere se tu non l'avessi mai -incontrato? Ti pare che non potresti più vivere, ora che incontrato lo -hai, se un avverso destino si divertisse a dividerti per sempre da lui, -a volerlo per sempre allontanare? - -Come batte il tuo cuore, piccola miss, quando tuo padre ti parla dei -ripetuti attacchi dei _boxers_, sempre più numerosi e sempre più gravi -in questi giorni! È venuto una mattina Fiorvante, una mattina come -tutte le altre — e forse era l'ultima. Da quella mattina tu non l'hai -più riveduto. Adesso ricordi i particolari del saluto quando tu gli -dicesti: “Arrivederci domani...„, come ogni giorno, ed egli, dopo una -pausa, con la voce grave delle sue parole gravi, ti rispose, non come -ogni giorno: “Arrivederci domani...„. - -Allora quasi non avvertisti. Ora ricordi. Allora non avvertisti quella -pausa, quell'esitazione, quell'ombra di dubbio che velava il suo -volto... Ma ora rammenti che la voce gli tremava un poco, che un poco -anche la mano gli tremava mentre stringeva la tua, ora rammenti che -c'era come un disperato e silenzioso saluto in quel suo ultimo sguardo -che si sforzava a parer sorridente. - -Già sapeva il bell'ufficiale, quel giorno, quello che tu ancora, -piccola miss, non sapevi: già sapeva d'essere a una delle grandi ore -del destino, già sapeva di dover combattere, di dover forse morire... - -Morire! Ma perchè tremi così, perchè un brivido tutta ti invade e ti -scuote?... Che hai? Paura? Presentimento? Ma no... Sorridi... Attendi -con serenità... Fiorvante ritornerà, una di queste mattine... - -Ma perchè tremi, perchè tremi così? - - -39. - -— Pierotto, che farà il Comandante a quest'ora? - -Pierotto si stringe nelle spalle. Non sa... - -— Pierotto, dove sarà il Comandante a quest'ora? - -Ancora, Pierotto, si stringe nelle spalle. Chi sa?... - -— Pierotto, a chi penserà il Comandante a quest'ora? - -Si stringe ancora, Pierotto, nelle spalle. Ma si domanda? Si sa.... - -E ancora, seduta accanto a lui in piedi, nel giardino, nella sera che -discende con le sue paure e coi suoi misteri, ancora Mimì domanda: - -— Pierotto, non sarà accaduto al Comandante nulla di male? - -E Pierotto questa volta è dritto su le spalle, l'occhio che sfida -il destino, la voce chiara e sonora, per rispondere con fede cieca e -assoluta: - -— No. Nulla di male può capitare al Comandante. Dio lo protegge! E -anche io l'ho benedetto.... - -Dio e.... lui! Pierotto ha ragione. Che può mai accadere al Comandante? - - -40. - -Messi a cavallo giungono alla Residenza inglese. Un accorrer di servi, -un andare qua e là.... E la notizia che, venuta dai messi, corre il -giardino, di bocca in bocca, entra nella casa, raggiunge miss Maud.... - -— In uno scontro coi _boxers_ il Comandante Fiorvante è caduto.... - - -41. - -Su la terrazza a mare Mimì è accanto a Pierotto. Poco prima, un grande -brivido l'ha scossa tutta, dalla radice dei capelli ai piedi. E, a -Pierotto che trepido l'ha guardata, ella ha detto ancora rabbrividendo -entro di sè: - -— Non so.... Ho sentito la Morte passarmi vicino.... - - -42. - -Il Residente conforta sua figlia. Povera Maud disperata! Nel suo -silenzioso amore ella non sapeva d'amarlo così.... E il padre -interroga, manda a cercare notizie, conferme, smentite... - -— Il Comandante era alla testa di una compagnia da sbarco... L'urto coi -_boxers_ è stato improvviso... S'è veduto il l'ufficiale cadere nella -mischia terribile... - -E Maud piange disperatamente tra le braccia paterne il caro grande -amico che le era così dolce vedere ogni giorno, lì, accanto a lei, -col suo sorriso malinconico, con quella sua parola grave e tenera -insieme, che dava ad ogni gioia una malinconia e ad ogni dolore una -consolazione... - - -43. - -Senza notizie di lui, da tre mesi. Nella casa dolorosa, attorno a Mimì, -è un andirivieni d'ufficiali. Ministero, amici, da per tutto è stato -bussato. Nessuno spiraglio s'è aperto, Lettere perdute? Lettere non -scritte? Morto? Ferito? Lontano? Nell'impossibilità di comunicare? - -Ecco ancora un ufficiale. Pierotto prima, Mimì poi, gli corrono -incontro. Ma anche lui, come gli altri, apre le braccia... - -Nessuna notizia, ancora... - - -44. - -E, a migliaia di chilometri di distanza, alla Residenza Inglese, è -ancora la stessa ansia, è la stessa incertezza... - -Anche laggiù Maud interroga servi, marinai, ogni giorno. - -Anche laggiù il cuore si chiude ogni giorno più all'ultima speranza. - -Si riapre se una faccia nuova sopraggiunga. Un'ansia, un grido: - -— Nulla? - -— Nulla... - - -45. - -Un giorno Pierotto è venuto di corsa a chiamarla: - -— Padrona, padrona... Di là, in salotto... Il Comandante... Gli -ufficiali.... - -Mimì è andata, lenta, rigida, come impaurita, quasi presaga. E, -appena varca la soglia, li ha visti lì, tutti, sparsi per la sala, -i volti gravi, gli occhi bassi. Nessuno s'è mosso ad incontrarla. -Hanno abbassato la testa, in segno di saluto, da lontano. Solo i due -più vicini alla porta le hanno preso la mano, gliel'hanno sfiorata -con un bacio. Ed è parso a lei che quelle mani, prendendo la sua, -tremassero... - -Pierotto la segue come un'ombra, come un cane, girando e rigirando -il berretto fra le mani, con gli occhi bassi ma lo sguardo che fruga. -Viene avanti, Mimì, guardando a destra, guardando a sinistra. Nessuno -parla. Che c'è? Perchè nessuno parla? Perchè nessuno si muove? - -— Che c'è? - -Così ha chiesto a un ufficiale. Così chiede ad un altro. Nessuno -risponde. Perchè nessuno parla? Perchè nessuno si muove? - -— Che c'è? - -Ancora la sua voce, strozzata in gola, interroga. Che c'è, che c'è -veramente? Ha intuito, ha capito... Ma non vuol comprendere da sè la -cosa orribile... Le par delitto avere capito... E avanza. E ancora -interroga. E Pierotto, ombra, la segue. La tremenda ansia di Mimì -chiede conforto, chiede speranza, chiede magari menzogna... Ma nessuno -parla. Perchè? Nessuno si muove. Perchè? - -Finalmente non regge più. Meglio la certezza che l'ansia atroce. Si -getta, Mimì, verso il Comandante e gli afferra un braccio. Ed è il -grido: - -— Mio marito? - -Ora, per la prima volta, gli ufficiali, immobili sempre ai loro posti, -levan gli sguardi su lei, mentre il Comandante, con la mano tremante, -cava di tasca un foglio — la partecipazione ministeriale della morte — -e gliela tende. - -Mimì ha preso il foglio con polso fermo e ha letto con ciglio asciutto. -Non ha fiatato. Non si è mossa. È lì, rigida, pietrificata. Poi la -bocca le si apre e ne esce un gemito lieve e breve, un sospiro.... -E, di piombo, precipitando. Mimì s'abbatte al suolo, schiantata, -fulminata... - -Sùbito gli ufficiali le sono attorno pietosi, commossi. E Mimì apre -gli occhi. Se li vede tutti attorno, come quando c'era Fiorvante. E li -guarda, stupita, coi suoi grandi occhi senza lacrime, senza lacrime -ancora. Perchè son tutti lì? Perchè la guardano chini su lei? Perchè -nessuno parla? Perchè nessuno si muove? - -Perchè, perchè nessuno piange?... Ma piange lei, Mimì, disperata, -urlando finalmente il suo folle dolore, piange finalmente lei, Mimì, -per tutti... - - -46. - -Tre mesi sono passati. Due dolori, ignoti l'uno all'altro, in due -case, in due cuori, ricordano inconsolabili il caro scomparso. Ma anche -nei grandi lutti incancellabili la vita trascorre, il tempo passa, le -abitudini riallacciano l'interrotta catena delle giornate. Passa lunghe -ore, Mimì, nello studio di Fiorvante, là dove tutto, tutto le parla di -lui, là dove sono i quadri che gli piacevano e i libri che egli amava. -Ecco un libro, un piccolo libro ch'egli prediligeva: la _Storia della -Dama del ventaglio bianco_, racconto cinese, di quella Cina che doveva -essere la sua morte e la sua sepoltura, di quella Cina che Mimì odia -ferocemente, nel furore di tutta la sua disperazione. Ma quella piccola -storia cinese è un piccolo libro che Fiorvante amava tanto... E Mimì lo -porta, religiosamente, alle sue labbra. - -Che sole fuori e che freddo là dentro.. Mimì esce per chiedere al sole, -al grande consolatore d'oro, un po' di pace, un po' di conforto, un -po' di vita. E siede lì, in giardino, nel suo cantuccio preferito. E -apre a caso il libro che Fiorvante amava, l'apre in un punto qualunque, -tanto per leggere qualche cosa, per deviare un poco il suo pensiero... -E legge... - - -SEGUITO DEL RACCONTO CINESE CHE PUÒ SERVIRE DA INTERMEZZO. - -_Piangeva ogni giorno, da mesi, Madama Lu, il suo povero e caro sposo -perduto e veniva ogni giorno a piangerlo ore ed ore su la sua sepoltura -quando un giorno, su la tomba contigua a quella del signor Tao, un -elegante cinesino, dal bel vestito bianco di lutto e il bel codino nero -tutto lucido e levigato, venne a piangere una dilettissima sorella. -Passarono i giorni, una settimana, due settimane. Ogni giorno Madama Lu -e l'avvenente cinesino si trovavano lì, su le due tombe, alla medesima -ora. E Madama Lu piangeva il signor Tao e guardava fra una lacrima e -l'altra l'avvenente cinesino il quale a sua volta piangeva a calde -lacrime la dilettissima sorella e, fra lacrima e lacrima, guardava -con aria di trovarla assai carina l'addoloratissima Madama Lu. Si -guardavano così, ma non si parlavano. O si parlavan con gli occhi: il -miglior linguaggio perchè è chiaro per tutti. E un giorno si parlarono -anche con le bocche perchè a Madama Lu cadde il grande ventaglio -bianco e l'elegante cinesino con gran premura si chinò a raccoglierlo. -E Madama Lu gli disse grazie, parola che in cinese ha un gran valore -di seduzione: non so come si scriva ma, a sentirla, è dolce come una -carezza._ - -_Avvenne da quel giorno che Madama Lu e l'elegante cinesino si -vedessero ogni mattina su le contigue sepolture del compianto signor -Tao e della dilettissima sorella e dai regni bui della Morte partissero -insieme, dopo le ore di pianto, verso i rosei regni dell'Amore. -Anche in Cina i giovanotti eleganti sono intraprendenti e non sanno -accompagnar per via una bella signora senza parlarle d'amore. Così -l'elegante cinesino parlò un giorno d'amore a Madama Lu. Avrebbe voluto -questa rispondergli: non per le rime, ma piuttosto facendo rima: rima -baciata. Ma non s'è giurato per nulla... E Madama Lu, fedele al suo -giuramento, resisteva al fascino del nuovo amore, poichè non le era -concesso di baciar bocca di uomo prima che la terra fosse asciutta su -la sepoltura del suo compianto marito. E la terra era ancora bagnata, -anche perchè, quasi a far dispetto a Madama Lu e piacere al signor Tao, -i tempi erano eccezionalmente piovosi. Pioveva a catinelle ogni sera. -E il sole aveva un bell'asciugar l'umidità ogni mattina. Ci pensavano -le grosse nuvole nere di mezzogiorno a rimettercene altrettante ogni -sera...._ - - -47. - -— Cucù! Guardate chi c'è? - -Gli ufficiali, in punta di piedi, riuscendo con ogni cautela a non far -scricchiolare la ghiaia nei vialetti, sono giunti in giardino dietro la -poltrona nella quale Mimì è seduta a leggere. E, di sorpresa, dietro le -spalle, con un fazzoletto le han tappato gli occhi... - -— Indovinate chi c'è? - -E le hanno posto qualcuno davanti. Tocca, Mimì, il nuovo ospite, con le -mani caute, per identificarlo. Un'uniforme, un berretto: è, certamente, -un ufficiale. - -— Ma chi? Garlini che viene da Taranto? Lanciani che ritorna dal Mar -Rosso? Zandrini che tutti aspettavano il mese scorso di ritorno dalla -sua spedizione equatoriale?... - -Ma le voci rispondono, a destra, a sinistra: - -— No... no... no... - -Ora Mimì non regge più all'impazienza, alla curiosità. Tanto più che -adesso le è parso di riconoscere: la fronte larga, il naso corto, il -mento pronunziato. In un gran gesto improvviso si strappa il fazzoletto -dagli occhi e, con un grido, si getta indietro: - -— Ardea! - -Sì, Ardea di ritorno. Le sue mani non l'avevano nella breve cecità -ingannata: Ardea tornato improvvisamente, da un giorno... La crociera -terminata prima per necessità di riparazioni alla nave... Ardea -incontrato dagli altri ufficiali alla porta del giardino di Mimì... -venendo da opposte parti... mentre anche Ardea veniva a far visita -all'antica amica mai dimenticata... - - -48. - -Perchè trema Mimì, mentre appoggiata al braccio che Ardea le ha -offerto, rientra con lui nella casa? Quel ritorno inaspettato, -improvviso, le mette un fremito in tutto l'essere, le par quasi un -sogno, un avvertimento, un oscura volontà: volontà del destino. - -Su la soglia del salotto, uscito non si sa da dove, appare Pierotto che -si pianta su l'attenti al passaggio del suo ufficiale; ma non appena -questi è passato lo segue con uno sguardo nero di diffidenza, ardente -d'odio. - -Perchè? Segno, avvertimento del destino anche per lui? - -Sono nel salotto, adesso, Mimì ed Ardea. E Ardea le dice la parte che -ha presa al suo dolore. E poi le parla di sè, della sua pena... Lunghe -terribili ore ha egli attraversate, passata la prima ora felice che è -quella dell'ebrezza di sacrificarsi... E ancora le dice che non l'ha -mai dimenticata, che ancora, disperatamente, non ostante la lontananza, -non ostante l'oblio tentato, che ancora l'ama, ancora e sempre. E -sempre l'amerà, come il primo giorno... - -Parole ardenti, appassionate, che vanno al cuore di Mimì... Ma -Pierotto, che sorveglia, che spia, riappare nella stanza, gli occhi -indagatori, con un vaso di fiori che nessuno ha chiesto... E la visione -di Pierotto richiama Mimì all'idea del suo dovere. Ed ella mette una -mano su la bocca di Ardea per non permettergli di parlare ancora, di -dirle ancora... - -— No... No... No... Non dica nulla, Ardea... Non dica nulla... Nulla... -nulla... nulla... - -Perchè nulla Mimì può ascoltare... Nulla... ancora... - - -49. - -E le ritornano in mente, mentre Ardea, senza più parlare, senza più -toccarla, indugia accanto a lei, le ritornano in mente le ultime parole -ch'ella ha lette poco prima nella _Storia_ di Madama Lu... - -«... non le era concesso di baciar bocca di uomo prima che la terra -fosse asciutta su la sepoltura del suo compianto marito... E la terra -era ancora bagnata...». - - -PARTE QUARTA - - -50. - -Maud non è inglese per nulla. Ella ha portato con sè le abitudini -europee e una volta alla settimana una manicure occidentale viene, -con gli arnesi del mestiere nella borsetta di velluto, a curar le -unghie dei servi cinesi addetti alla custodia e al servizio della -Residenza. Qualche volta, quand'ella torna a tempo da una delle sue -grandi galoppate mattutine, Maud assiste al lavoro della manicure. -Trapiantando da occidente a oriente l'usanza si spostano i termini -e tra i servi cinesi gli uomini sono assai più che le donne fieri -d'aver nette le unghie e di vedersele curate e nitide come fossero di -madreperla. - -Quel giorno Maud è tornata presto dalla sua passeggiata a cavallo. In -pantaloni kaki e stivaloni gialli, il casco sul capo e il frustino in -pugno, Maud s'è avvicinata alla manicure. Costei ha in opera, adesso, -la bella mano d'un servo cinese tra i più onesti e i più fedeli. E lo -sguardo di Maud è fermato da qualche cosa che splende al dito medio del -servo. L'attenzione di Maud è stata ancor più richiamata dalla voce -della manicure la quale, nell'atto di prender la mano sinistra del -servo dopo aver finito di curar la destra, ha esclamato: - -— Che anello! - -Maud ha volto il capo e sùbito l'ha riconosciuto con un grido: - -— L'anello di Fiorvante! - -Sùbito Maud chiama a sè il servo cinese. Guarda meglio l'anello e si -accerta: sì, è quello di Fiorvante, tanto caratteristico, riconoscibile -tra diecimila. Non v'ha dubbio. E Maud interroga il servo spaurito: -come mai ha quell'anello, da quanto tempo e chi glielo ha dato?... Da -quanto tempo? Da ieri. Chi glielo ha dato? E il servo cinese, senza -parlare, accenna laggiù, laggiù... - -— A quanti chilometri da qui? - -Pochi. Una ventina. Maud è inglese anche in questo. Tra l'idea -dell'azione e l'azione non suol lasciare tempo in mezzo. Ordina i -cavalli per sè e per un seguito armato... E, dopo dieci minuti, eccoli -tutti in sella, compreso il servo cinese... E via di galoppo verso -laggiù... laggiù... dove il servo cinese ha confessato d'aver ricevuto -l'anello in cambio di due sacchi di riso.... - -Ancora, in cammino, mentre galoppano, Maud continua la sua inchiesta: - -— E come possedeva l'anello la persona che te l'ha dato? Non glielo hai -chiesto? - -E il piccolo servo cinese risponde quello che sa: - -— L'hanno preso, m'han detto, a un ufficiale che da quattro mesi è -prigioniero dei _boxers_... - -Quattro mesi? Maud conta rapidamente, marzo, febbraio, gennaio, -dicembre: le date coincidono. Son quattro mesi, infatti, giorno più, -giorno meno, che Fiorvante è scomparso... «Arrivederci domani...». E -non l'ha rivisto mai più... Ma possibile, possibile?... Potrebbe dunque -ancora, Fiorvante, essere vivo? - -E come pianta gli speroni nei fianchi del cavallo per galoppare sempre -più presto, per volare addirittura, per far quei venti chilometri in un -lampo... - - -51. - -Seduta al pianoforte Mimì suona. È pianista accurata, piena di -sentimento, senza maestria. Accanto a lei, rapito a guardarla -e intento a volgerle le pagine, è lui, Ardea... Due, tre volte -Pierotto è entrato, con un pretesto o con l'altro... Due, tre volte -Mimì s'è sentito addosso un muto rimprovero, un tormentoso sospetto -dell'ex-attendente... - -Ora Mimì e Ardea sono usciti su la terrazza a mare. È il crepuscolo. -Una grande nave tutta bianca, già risplendente da tutti i suoi lumi, -richiama l'attenzione di Mimì. Escita dal porto, traversa adesso il -mare. E Mimì indica la nave: - -— Partì una sera, così... - -Ma Ardea interrompe l'elegia e, presale una mano, esclama: - -— Non ricordare... Ora sono io, sono io accanto a te... - -Libera, Mimì, la sua mano e si allontana un poco da Filippo. Parole -ardenti e contatti le sembrano ancora sacrilegio. E i suoi occhi si -fissan laggiù, sul mare, dove lo vide partire, donde non vedrà più il -suo ritorno... - -E non vede che più in là, appoggiato al loro stesso parapetto, anche -Pierotto, schiantato senza il suo padrone, guarda il cielo, guarda il -mare e, nell'ingenuità buona della sua anima, si dice cento volte al -minuto: - -— Potesse un giorno, per miracolo, ritornare... - - -52. - -Alla Residenza di Sua Maestà Britannica, la sera istessa, luminarie, -feste, musiche, danze, notte lunga sott'il cielo stellato di primavera. -Fiorvante passeggia al braccio di Maud, per il giardino tutto fiori e -tutto luce. Rivede ancora, Maud, il miracoloso modo di rintracciarlo, -di salvarlo, la lotta corpo a corpo, sostenuta per istrapparlo alle -sue catene e ai suoi carnefici, lo stato lacrimevole dei suoi vestiti -e del suo volto tutto coperto di lunga barba... E la miracolosa fuga -a cavallo — lei e Fiorvante sul medesimo cavallo — mentre la lotta -fra servi cinesi e _boxers_ ferocemente continuava. E il ritorno alla -Residenza, e la gioia di tutti, e l'incontro col Residente che non -crede ai suoi occhi, e il modulo di telegramma chiesto per avvertire -tutti, sùbito, in Europa, e sopratutto la moglie, la moglie che lo -piange per morto e non attende mai, mai, mai, questo suo incredibile, -inverosimile ritorno... - -E Maud, mentre vanno fra canti e suoni, ritrova la sua impressione -dolorosa, lo spasimo acuto del suo cuore sentito nel momento in -cui Fiorvante chiedeva quel modulo per telegrafare a sua moglie, -un'ora dopo appena, un'ora dopo ch'ella, con un manipolo di servi, -aveva lietamente, eroicamente e follemente arrischiato la vita per -istrapparlo ai _boxers_ di cui era prigioniero... - -Giusto, giusto ch'egli abbia sùbito voluto telegrafare alla moglie... -Ma quanta ingiustizia nella giustizia del cuore umano! E non poteva -egli, poichè la moglie lo credeva morto, lasciarsi credere tale un -giorno di più e dare a lei, per ventiquattr'ore almeno, l'illusione -d'averlo salvato non per gli altri ma per sè? - -Andando sempre avanti a loro sono usciti, dal cerchio di luce delle -illuminazioni. Son fuori, adesso, lungi dalla Residenza, di fronte a -un cielo di perla su cui splende, bassa, a fil d'orizzonte, ed enorme, -una luna arancione. I canti cinesi e le musiche primitive che li -accompagnano, stridule, discordanti, grattate, più che suonate, su le -corde dure degli strumenti, non sono più che echi lontani portati loro -bel vento fresco dalla zona illuminata che lasciano dietro le loro -spalle. Dice Fiorvante la sua gratitudine: - -— Mi avete, Maud, ridato la vita! - -Maud ripensa alla donna lontana, al telegramma partito il giorno stesso: - -— Vorrei che voi foste in grado di accettare il dono di tutta la mia! - -Stretti l'uno all'altra son lì, come se tutto il rimanente mondo -fosse abolito e l'universo altro non fosse che quel cielo di perla -con quell'enorme luna arancione che sembra sempre più grossa, sempre -più gonfia e dilatata, luna idropica d'Estremo Oriente, luna di -caricatura cinese su una scatola di lacca, tra quei due alberelli vuoti -come scheletri che la chiudono e l'incorniciano su l'orizzonte. Luna -d'incubo. Ardor di primavera. Notte d'amore. E le loro bocche son per -unirsi. Ma Fiorvante si ritrae e stacca Maud da sè: - -— No... No... Non posso... Non devo... - -E solo bacia la piccola mano fredda della fanciulla che s'abbandona a -piangere su la sua spalla, di fronte all'enorme e goffa luna arancione -che sembra piantata come un disco, quasi impiccata, su le punte aguzze, -su l'esile forca dei due alberelli. - - -53. - -La vanno ancora a trovare, quasi ogni giorno, anche nel tempo del suo -lutto, anzi più che mai nel tempo del suo lutto, gli ufficiali, gli -antichi amici, i «cari ragazzi». Eccoli lì. Son tutti intorno a lei. Di -lassù, sott'il chiosco, in cima all'invisibile scaletta, sotto quella -cupola d'edera che par fiorita su dal mare, ella li vede qua e là, -uniformi bianche tra il verde, passeggiare, fumando, ridendo, al sole, -nel suo giardino. Accanto a lei, lassù, c'è Ardea, solo, Ardea che -ancora le parla del suo amore rinato con irresistibile violenza, del -suo amore non interrotto mai: - -— Ti amo... Ti amo... E tu amavi me prima di lui. E l'equivoco è -nato... Io non ho mai cessato un'ora d'amarti... Ah, quali errori, -anche amando, l'orgoglio consiglia... - -E Mimì lo ascolta, gli occhi smarriti, l'affanno nel petto... È così -sola, è così triste, Mimì, e ha amato tanto Ardea... Ma non vuole, non -deve... Vuol rimanere fedele al suo morto... Potrà?... Vorrà sempre?... -Già la sua parola, nell'ansia, tradisce il più profondo pensiero, il -pensiero neppure a sè stessa confessato: - -— No, non dirmi che mi ami... Non dirmi ancora, Filippo, che mi ami... - -Il cuore avverte il pericolo assai prima della coscienza. Il cuore -conosce sè stesso. E il semplice cuore di Mimì, che adorava Ardea, che -s'è creduto offeso e abbandonato da Ardea, che ha chiesto e ottenuto -da Fiorvante la consolazione e la rinascita, che è stato consolato, -rifiorito e felice per tre mesi nella libertà dell'amore e per altri -tre mesi nella gioia della casa, il semplice cuore di Mimì sente che -non può stare solo, che non può essere vuoto... Ma deve, deve ancora -star solo... Terra ancora umida, Madama Lu! Terra che continuerà forse -sempre ad essere umida poichè tu, Mimì, sempre la bagni con le tue -lacrime... - -— Padrona! - -Mimì e Filippo si volgono con un sussulto, come fossero stati sorpresi. -La voce dura e sorda di Pierotto, che scoppia sempre d'improvviso -accanto a loro e sempre alle spalle, riesce ogni volta a sgomentarli... -E quello sguardo duro, indagatore, di quel marinaio che non parla, -ma guarda e osserva e tutto dice con gli occhi, e tutto nel suo cupo -silenzio rimprovera... - -Pierotto ha portato un telegramma. Mimì l'apre con indifferenza. Chi -mai nel mondo può, oramai, interessarla? Ma dà un grido, agita in -aria le braccia, chiama, chiama tutti attorno a sè e corre lei stessa -incontro a tutti, giù per la scaletta: - -— È vivo! È vivo! È vivo! - -Tutti sono accorsi, nella confusione, nel tumulto, attorno a Mimì che -per la commozione è quasi svenuta fra le braccia degli ufficiali mentre -il telegramma di Fiorvante circola di mano in mano: - -«Prigioniero dei _boxers_, miracolosamente salvato, tornerò con la -prima nave in partenza». - -Poichè tutti sperano nei miracoli ma nessuno ci crede quando qualche -cosa che ha l'aria del miracolo avviene la gente l'accoglie con un'aria -d'intontimento in cui c'è ancora anche contro l'evidenza, un'ultima -incredulità. - -Quando ritorna in sè Mimì tutta s'illumina nel volto con un sorriso -vedendo dinanzi a sè, il telegramma in una mano, il berretto agitato -nell'altra, saltare, come impazzito di gioia, sul suo piede rotto e -abbracciar tutto e tutti, alberi e ufficiali, e anche lei, anche lei, -— sì, anche lei, Mimì... — il marinaio fedele, il cane da guardia... - -Solo uno Pierotto non ha abbracciato e non ha voluto abbracciare, -consapevole e logico anche nell'ebrezza della gioia: Ardea, che è lì, -solo, silenzioso, in un angolo... - - -54. - -Fuori i cancelli di legno della Residenza i cavalli aspettano per -Fiorvante e per la sua scorta. Il suo bagaglio è già partito, sui dorsi -dei muli. Il Residente è andato a prepararsi per accompagnar Fiorvante -a cavallo per un tratto di strada. I servi cinesi son già tutti venuti -a inchinarsi all'ospite che se ne va. Fiorvante e Maud sono soli. E -tende Maud un'ultima volta le mani a Fiorvante: - -— Addio... Addio... Non potrò mai... mai dimenticarvi... - -Profondamente commosso, legato a lei da così grande riconoscenza, -preso d'amore per lei fino al grado d'una tentazione cui è possibile -resistere, ancora una volta Fiorvante le bacia le mani. Ed ella dice, -ancora: - -— Nulla... Nulla ho più nella vita, poichè voi partite e poichè questo -mio grande sogno è impossibile... - -E quando Fiorvante, chiamato esce per partire, ancora la voce commossa -di lei gli dice: - -— Non potrò mai dimenticarvi... Lontana migliaia e migliaia di leghe -sempre vostra rimarrò nel sogno... poichè questa gioia, nella realtà, -non mi fu data... - -E quando i cavalli partono Fiorvante vede ancora — e sempre vedrà — -il fazzolettino bianco che lo saluta e, di laggiù, un attimo, prima di -svoltare, prima di scomparire, la bianca figurina dell'innamorata che -si rovescia a terra fra i servi che accorrono... - - -55. - -Mentre con la nave del ritorno Fiorvante, diviso il cuore e il pensiero -fra due continenti, traversa in lunghe ed eguali giornate gli eguali -oceani, Mimì, nella casa ove l'aspetta, dice ad Ardea, che ancora tenta -di stringerle una mano e di riprenderle il cuore: - -— No... Lasciami... Tutto deve essere finito... - - -56. - -Ma, ritornato Fiorvante, tutto non è finito. - -È trascorso già un mese dal giorno che è ritornato e che si è ripresa -Mimì fra le braccia dopo d'averla per sempre perduta, dopo d'essere -stato pensato da lei perduto per sempre.. Gioia, gioia grande di -ritrovarsi, sempre inferiore tuttavia al dolore di quando ci siamo -lasciati... Poichè il dolore ha intensità che la gioia non conosce e -che non può conoscere se non diventando, nello spasimo, dolore a sua -volta... - -Il Comandante e Ardea sono stati a colazione da loro. Il Comandante -adesso si congeda, bacia la mano di Mimì... Di Mimì che sorride e dice: - -— Si rammenta, Comandante, quel terribile giorno?... - -E Fiorvante lo riaccompagna, fuori, nel giardino. - -Rimasto solo con Mimì, Ardea cinge la vita di lei e le parla -all'orecchio. Son tutt'e due frementi, convulsi... - -— Voglio... devo parlarti... l'ultima volta... - -Mimì negando, tentando di svincolarsi. Ardea insiste e la tiene stretta -con un braccio di ferro che la schianta. Pierotto, entrato in punta di -piedi a recare la posta, è, non veduto, dietro di loro. - -— Parlarti... l'ultima volta... - -E, disperata, perduta, sgomenta, Mimì concede... - -— Alle cinque. Al Padiglione di Villa Rosa. - -Pierotto avanza con un volto tragico, deformato, cui non badano. Al -rumore del passo sùbito Mimì e Ardea si sono sciolti, ricomposti... -Come li guarda, Pierotto, come li guarda... dopo che ha deposto il -corriere su la tavola di Fiorvante... e mentre si allontana... Ma non -ci badano... Lo conoscono. È quello il suo modo di essere, il suo modo -di fare. - -E Fiorvante rientra. - - -57. - -Sono le cinque. Lente ore d'una quieta giornata nella serena intimità -della casa felice... Mimì è di là, nelle sue stanze... Fiorvante è alla -sua scrivania, intento a leggere. - -Piano piano, la porta s'è aperta... È Pierotto che porta il caffè. -Viene avanti, in punta di piedi, talchè Fiorvante lo avverte solo -quando l'ha vicino... Come Pierotto gli versa il caffè, e smuove lo -zucchero, e lo guarda bere... Ora Fiorvante ha preso una sigaretta -e chiede a Pierotto un fiammifero. Pronto, devoto, Pierotto lo serve -sorridendo coi gesti teneri e timidi d'una madre schiava del suo figlio -re. E Fiorvante lo guarda sorridendo e gli soffia il fumo negli occhi, -per ridere, per farlo tossire, così, così... Poi gli mette una mano su -la spalla battendovela sopra in segno d'affetto e lo congeda: - -— Va, caro, va... - -E si rimette a leggere, in serenità. - - -58. - -Al Padiglione di Villa Rosa Mimì è giunta prima di Ardea. Avvolta in -un gran mantello nero è entrata di corsa nella serra come se fosse -inseguita. E, infatti, è inseguita: inseguita dalla paura e dal -rimorso... - -Gira qua e là, senza pace, di sgabello in sgabello. E tanta, tanta è -la sua angoscia, tanta è la sua paura che quando Ardea sopravviene ella -gli si getta d'impeto nelle braccia, come per cercarvi scampo, come per -rifugiarvisi... - -E si volgono, d'un tratto. Che cos'è questo rumore? Chi è passato nella -serra, tra le foglie?... Sembrava che qualcuno strisciasse per terra... -Ma non c'è nulla... nessuno... Ardea rassicura Mimì: - -— Il vento che entra da quel finestrone aperto... - -Fuori della serra, volando sul suo piede zoppo, il cane da guardia -corre verso la casa. - - -59. - -... verso la casa dove Fiorvante continua a leggere in serenità. Poichè -nulla minaccia la sua ora felice. - -Pierotto è dietro di lui... ancora affannato per la corsa dalla serra -alla casa... Ma Fiorvante non l'ha sentito. Pierotto leva una gamba, vi -appoggia sopra un foglietto di carta tolto di tasca e con una matita vi -scrive sopra in grossi caratteri elementari: - -«Morto ho difeso la tua memoria. Vivo difendo il tuo onore, padrone. -Ardea non è tuo amico. E la signora tua non ha peccato. Ma tu devi a -tempo salvarla». - -Combattimento supremo tra il suo dovere e la pietà per quella pace -serena del suo padrone felice che legge, che ora l'ha sentito dietro -di sè e che, voltando pagina, solleva un momento gli occhi e volge il -capo per guardarlo, per sorridergli... Del biglietto, intanto, Pierotto -ha fatto una pallottolina e, quando nel combattimento è vittorioso -il dovere e Fiorvante ha ripiegato il viso su la sua lettura, -Pierotto lancia la pallottolina da dietro le spalle del padrone. E -la pallottolina cade lì, sotto gli occhi di Fiorvante, su le pagine -aperte. - -Dopo un primo movimento di stupore e uno sguardo a Pierotto che è lì, -dietro di lui, impietrito, sgomento, una mano nell'altra, tutto scosso -dentro da un fremito ch'è la paura di ciò che istintivamente ha fatto, -Fiorvante apre la pallottolina e legge il biglietto. D'un balzo è in -piedi con un grido ch'è un ruggito. E si slancia su Pierotto caduto -a terra, bianco di paura, con le mani tremanti e supplici, ma con gli -occhi pieni di volontà, d'energia, di odio per coloro che tradiscono... - -— Che cosa hai scritto, qui? Vuoi che ti strozzi? - -E la mano è alla gola di Pierotto. Ma questi non protesta, non fugge, -non si libera dalla stretta... Solo con gli occhi parla, grida, urla -e con la mano convulsa indica là, là, fuori della porta, oltre il -giardino, oltre il muro di cinta, oltre i cipressi, indica, laggiù, -laggiù, la serra di Villa Rosa... - - -60. - -— Bisogna aver la forza di resistere... di rinunziare... Così ha detto -Mimì svincolandosi dalle braccia di Ardea che l'avvolgono, che la -stringono. Ma Ardea la ghermisce di nuovo: - -— L'hai tu? - -E di nuovo la stringe, l'attira a sè, petto contro petto, respiro -contro respiro... Mimì si getta indietro, disperata, nell'ultima -lotta: ma come son forti le braccia di Ardea, come formano un cerchio -sempre più stretto, che l'avvicina a lui sempre più, che quasi unisce -i respiri, gli affanni e le bocche... - -— Tu! Tu! - -E, d'un balzo, Fiorvante è su Mimì e, afferratala per le braccia, -la scuote, la getta lontano. Poi Fiorvante si volge. Ardea s'è fatto -indietro, le braccia conserte, aspettando l'inevitabile. E Fiorvante -lentamente avanza su lui, lo fissa terribile negli occhi che Ardea -abbassa al suolo. - -Nella spinta Mimì è caduta a terra. Vedendo i due uomini di fronte, -pronti a colpire, vicini alla tragedia, Mimì si trascina a terra -per giungere fino a Fiorvante e prendergli le gambe con le braccia -avvinghiandosi tutta a lui, per allontanarlo da Ardea, per richiamar su -di sè tutta la sua collera... - -— No... No... Non ho peccato... Te lo giuro... Il passato è -ritornato... Ma l'ho respinto... Lo scacceremo insieme... Sarò tua, -tutta tua, come prima, per sempre... - -E, forte lei adesso d'una forza che la disperazione le dà, si stringe -sempre più a Fiorvante, sempre più l'allontana da Ardea immobile, e -lo trascina, lo trascina, finchè, inciampando e sentendosi mancare, -Fiorvante cade su la panchina e nasconde nelle mani il suo pianto -disperato, soffocato... - -Raggomitolato a terra, senza neppur respirare, Pierotto guarda... -Vorrebbe ora, vedendo piangere così il suo padrone, tornare indietro... -Vorrebbe... ma non è più possibile. Tutto è già avvenuto. E Mimì è ai -piedi di suo marito. - -E Pierotto, gomitolo buio in un angolo, si fa sempre più piccino, -sopraffatto dalla tragedia, per non esser sentito, per non esser -veduto... - - -61. - -È notte. Fiorvante è nel suo studio appena illuminato da una lampada su -la scrivania. Il marinaio, muto, immobile, è accovacciato a terra, cane -sul tappeto, ai piedi del padrone, attento a ogni gesto del padrone... - -Il padrone è li — da quanto tempo? — nel cerchio di luce della -lampada gialla, un gomito su la tavola, il volto nella mano, gli occhi -fissi laggiù nell'ombra, aperti, spalancati su la rovina. Finalmente -Fiorvante si leva per andare alla biblioteca, in fondo, e prendervi un -piccolo libro col quale ritorna alla sua scrivania e risiede, gomito su -la tavola come prima, volto nella mano come prima. E il libro non l'ha -aperto. - -Dietro la vetrata del giardino c'è un'ombra bianca, che guarda, apre -la porta e viene avanti piano, leggera. È Mimì, dolore errante per la -casa, da ore, senza parola, senza riposo. Fiorvante non l'ha udita. -L'ha veduta, però, il marinaio e, dalla sua cuccia, le fa cenno -silenziosamente col braccio affinchè vada da Fiorvante e si getti ai -suoi piedi. - -— Avanti! Avanti! - -Ma invece di venire avanti Mimì va indietro, sempre più indietro -e, ombra, fantasma, senza neppure essere entrata nel cerchio della -lampada, si allontana, scompare. Il cuore vorrebbe. Ma coraggio non -ha... - -E Fiorvante ha aperto il libro, a una pagina segnata, dove il suo -occhio sùbito ritrova le parole cognite... - - -SEGUITO DEL RACCONTO CINESE CHE PUÒ SERVIRE DA CONCLUSIONE. - -_Madama Lu amava il cinesino che l'adorava. E tuttavia ell'era fedele -al suo giuramento e resisteva. Fedele, sì, al suo giuramento; ma è -duro, è assai duro rimaner fedeli ai viventi e ai vicini. Più duro -ancora è, in Cina ed altrove, rimaner fedeli ai lontani ed ai morti, ai -morti due volte lontani._ - -_Quante volte l'elegante cinesino, durante le loro passeggiate fra -le peonie dei bei giardini cinta la vita di Madama Lu, tenta di darle -un bacio... Ma, per fortuna, Madama Lu ha sempre con sè il suo grande -ventaglio bianco che, aperto a tempo, fra bocca e bocca, fa scudo... -uno scudo di piume... alla sua virtù..._ - -_Duro esser fedeli ai lontani ed ai morti, ai morti due volte lontani. -E più duro ancora, e più triste, dover rinunziare all'amore quando -s'è giovani e tutto intorno, nei fiori e negli uccelli, nel chiaror -dei cieli e nel tepor dell'aria, nei corsi d'acqua e nei fili d'erba, -tutto, tutto, tutto è rinascita, tutto è amore, tutto è primavera..._ - -_ — Addio! Addio! A domani._ - -_E Madama Lu, nel giardino in fiore si separa con indicibile strazio -dal bel cinesino e rientra triste, sola, nella sua casa vuota, senza -calore e senz'amore. Ma ella aveva giurato di non baciare altro uomo -prima che la terra fosse asciutta su la sepoltura del suo amatissimo -marito, il signor Tao..._ - -_E continuan così a vedersi ogni giorno su le due sepolture contigue. -Quante volte il cinesino ha raccolto nella mano un po' di terra, quante -volte l'ha raccolta nella piccola mano Madama Lu, umida ancora!... Ma -se la terra tarda ad asciugarsi i due innamorati, poverini, languono -d'amore.... E un giorno, finalmente, non reggendo più al triplice -invito dell'amore, della giovinezza e della primavera, Madama Lu, -raccolta ancora su la sepoltura la terra ancora bagnata, apre il suo -grande ventaglio bianco e comincia a far vento affinchè la terra su la -tomba di suo marito possa asciugarsi più presto!_ - - -62. - -E Fiorvante chiude il libro. La _Storia della Dama dal ventaglio -bianco_ è finita. E sul piccolo racconto filosofico Fiorvante si ferma -a meditare... - - -63. - -Un'ora è trascorsa. Al lume della lampada Fiorvante rilegge la lettera -scritta per Mimì, lettera che poi depone lì, su la scrivania, sotto un -cristallo, affinchè ella la trovi domattina... È una lettera d'addio, -senza rimproveri. Il torto è sempre dei lontani, degli assenti. E chi è -morto non deve ritornare a disturbare la vita di quelli che continuano -a vivere non ostante i giuramenti fatti ai morti. Non c'è posto, fra -gli uomini, nel loro continuo andirivieni, pei fantasmi che ritornano -troppo tardi quando la vita, oltre la morte, è ricominciata... - -Una valigia è pronta, lì accanto, col cappello di Fiorvante. Questi fa -cenno al marinaio di prenderla. - -— Andiamo! - -E vanno, piano, per non destare nessuno, per andarsene così, senza -saluti, senza pianti, così, scomparendo... Giunti su la soglia tra -casa e giardino Fiorvante si volge un'ultima volta a guardare in quelle -quattro pareti il nido distrutto della felicità, le care cognite cose -tanto amate... - -— Addio per sempre, casa del sogno d'una vita felice! - -E, mentre chiude gli occhi su quel caro mondo che lascia, su quella -felicità sognata e spezzata, un'altra felicità gli appare, lontana ma -raggiungibile: Maud fra le sue donne, seduta a terra su le stuoie della -Residenza, così assorta nel ricordo lontano, nel sogno cui s'è promessa -per tutta la vita, che ad ogni colpo di _tam-tam_ ella sobbalza, quasi -dal sogno felice tornasse, d'improvviso, nel chiuso cerchio della -realtà in cui le ali urtano e si spezzano... - - -64. - -E, fuori, nella luna, d'innanzi alla bianca casetta addormentata fra -stelle ed edera, appoggiato a un albero, mentre aspetta che Pierotto -carichi i bagagli su la vettura che è laggiù, alla voltata, perchè -nessuno possa udirne il nome, Fiorvante ascolta il sogno che muore e -che gli parla: - -— Sogno d'eterna e serena felicità io esco, amico, dalla tua vita. E -tu ti trovi solo, adesso, più solo di quando io ti ho incontrato. Ma -c'è una legge suprema che viene a separarci: questa legge si chiama -tempo, questa legge si chiama lontananza, questa legge si chiama -assenza. Non sono io, sogno tuo, nato dall'assenza d'un altro? E non -sono io, sogno tuo, morto nella tua assenza? La volontà della vita -è assoluta: poichè non vuol posti vuoti, fa dell'attesa una vana -parola e un'inutile promessa, fa del ritorno un'inutile speranza e una -folle illusione. Non si ritorna mai a quello che s'è lasciato. Mai si -riallaccia, mai si riannoda quello che s'è interrotto. Se la vita perde -una maglia tutto è da ricominciare. E tu sognasti l'amore, una sera, -una sera di plenilunio come questa, davanti a questo stesso mare, tu -sognasti l'amore e tu fosti forte, per ottenerlo, contro un assente. Ma -l'assente è ritornato. La vita è ricominciata, diversa. E quello che -è ritornato, per riottenere l'amore, è stato a sua volta forte contro -te assente. E ora, poichè il posto è suo, non c'è più posto per te. Io -esco dal tuo cuore. E tu te ne vai. La strada è nemica al destino degli -uomini, è nemica del sogno di felicità poichè ad ogni passo è l'ignoto, -poichè ogni giorno seppellisce nella polvere rossa della sua aurora il -giorno che l'ha preceduto. E, per il cuore, è sempre domani... - -Ma un'altra voce parla a Fiorvante, un'altra voce che è quella d'un -sogno nuovo: - -— Sì, per il cuore, la vita è sempre domani... Ed io sono, amico che -riparti, il tuo domani... Se una felicità quaggiù t'è stata carpita, -un'altra felicità tu hai lasciata lontano, ad aspettar follemente -l'impossibile... Non sempre assenza vuol dire addio: talvolta -assenza vuol dire eterno ricordo, insanabile rimpianto, disperata -inconsolabilità... Domani, domani... Domani è la piccola donna rimasta -laggiù, domani è la creatura eroica che t'ha salvato la vita, non per -sè, ma per gli altri, non per tenersela, ma per donarla, ineffabile -olocausto al diritto di quelli che son venuti prima... E tu, fedele -al diritto di quelli che son venuti prima, hai lasciato un cuore -appassionato senza speranze, per sempre... Ma il piccolo cuore ti -disse: «Non avrò mai altro sogno se questo sogno è impossibile e non -avrò mai altro amore se amarvi non m'è concesso...». Domani, amico, -è laggiù, oltremare, oltre la tua vita d'oggi, oltre il tuo sogno -caduto... Pochi giorni di navigazione verso la terra promessa... e -tu sarai felice... Io, sogno, più leggero di te, volerò laggiù prima -di te, dirò a colei che ti aspetta senza speranza: «Il miracolo è -compiuto. E la tua felicità, cui dicesti addio per sempre, sta per -ritornare...» - -Ma Pierotto chiama, con voce sorda, dal cancello: - -— Padrone, andiamo. - -E Fiorvante va, quasi senza dolore, perchè ogni giorno seppellisce -nella polvere rossa della sua aurora il giorno che l'ha preceduto. E, -per il cuore, è sempre domani... - -Domani... - - -65. - -Fiorvante ha chiesto al Ministero di poter tornare ad imbarcarsi per -l'Estremo Oriente. Da otto giorni, in compagnia d'un amico, seguito da -Pierotto che questa volta non lo lascerà dovesse andare a nuoto fino in -Cina, da otto giorni Fiorvante, a Montecarlo, attende che il Ministero -risponda, che l'ordine venga... - -Ma Pierotto entra come quando ha buone notizie da portare: un fulmine, -a ciel sereno. - -— C'è un amico. Il guardiamarina Francucci. - -La cosa, che sembra far gran piacere a Pierotto, non sembra farne -affatto a Fiorvante, il quale fa cenno al marinaio di far entrare e -rivoltosi all'amico chiede: - -— Che cosa vorrà questo ragazzo da me?... Perchè vengono ad annoiarmi -ed a scovarmi fin qui? - -Francucci è entrato, timido, impacciato. Non sa che dire. Poi diventa -tutto rosso e osa mormorare: - -— C'è di là... sua moglie... - -Pierotto ride, felice. Fiorvante è balzato in piedi e Mimì, senza -aspettare che le dicano d'entrare, è già entrata, s'è gettata ai -piedi di Fiorvante ripiombato a sedere ed ha il capo su le ginocchia -di lui... Francucci e l'amico sentono ch'è un gran momento e si -allontanano per lasciarli liberi... - -— Io non voglio lasciarti, mormora Mimì. Io non voglio... Io ti amo! Ti -amo! - -E si stringe a lui, per abbracciarlo, per raggiungere il suo viso, la -sua bocca. Ma Fiorvante sorride melanconicamente e scuote il capo: - -— No... Tu non mi ami più, Mimì... Tu hai pietà... E non è la stessa -cosa... - -Come si dispera, Mimì! Come si aggrappa, Mimì! Come vorrebbe che -Fiorvante se l'abbracciasse, la prendesse su le ginocchia e le desse -forza... Ma Fiorvante le solleva il viso nascosto, e, prese le sue -tempie nelle mani, la guarda in fondo agli occhi e in fondo all'anima -e l'ammonisce: - -— No... Non posso accettare il tuo sacrificio d'onore... Non -rinunziare, Mimì alla tua felicità se la tua felicità è quella... La -vita è una sola... - -E Mimì che sa quanto Fiorvante ha ragione e non vorrebbe che l'avesse, -scoppia a piangere dirottamente. I due amici appaiono, oltre la -vetrata, nell'altra stanza. E Fiorvante, fatto un cenno, chiamati gli -amici, solleva da terra Mimì: - -— Francucci... La riaccompagni. - - -66. - -Pierotto gli ha dato notizie: sa, Fiorvante, che Mimì è ripartita con -Francucci, senza lacrime, quasi senza pena. È ripartita, per sempre. -Ardea l'aspetta laggiù, in un altro paese, per un'altra vita. Ed egli -che l'ha tanto amata, non la rivedrà mai più... - -Mai più... - -E perchè non soffre? Perchè non piange? Perchè non sente l'orrore -dell'indifferenza che segue l'estasi, del buio freddo in cui s'affonda -il sole? È tranquillo, pacificato, quasi sereno... Vorrebbe piangere: -non ha lacrime. Vorrebbe ricordare: non ha ricordi. I ricordi si -perdono, pallidi, indecisi, non più realtà, ma ombre... - -Ombre d'un passato che la luce della vita nuova cancella, impressioni -del tramonto, rimaste non su le cose ma negli occhi, e che lo splendore -della nuova aurora disperde... - -Eterna vicenda d'ombre e di luci, incessante rinnovamento, infinita -rinascita del giorno dalle sue ceneri... - -Vita! - - -67. - -Una sera, pochi giorni dopo, in una busta ministeriale, l'ordine -d'imbarco per l'Estremo Oriente è giunto. Fiorvante è sùbito corso su -la soglia della sua camera da letto ove Pierotto riordinava nei comò: - -— Fa' presto, Pierotto... Le valigie in due ore... Domattina si parte. - -Si parte? Che gioia ha Pierotto e come batte le mani... E come si dà da -fare, un quarto d'ora dopo, mentre il suo padrone, col suo amico, esce -di casa e traversa i giardini diretto al _Casino_. - -E, alla svoltata d'un viale, un _alt_ improvviso, un colpo al cuore, -la mano al cappello. Maud, colei che lo doveva aspettare inconsolabile, -colei ch'egli doveva raggiungere laggiù, in Cina, per consolarla, Maud -è davanti a lui, rossa in volto, le mani incerte. - -— Son qui da un mese, ella spiega. Mio padre è in Europa, per tre mesi, -in congedo... E ha voluto che io l'accompagnassi. - -Ma, più che su Maud, gli occhi di Fiorvante si posano su quel -giovanotto rimasto indietro e che ora fa cenno a Maud di presentarlo. - -— Mister Treddles... mio fidanzato.. - -Fiorvante sobbalza. Il fidanzato viene avanti con un sorriso, la mano -stesa. E Fiorvante non può parlare, non parla... Troppe cose egli -avrebbe da dire... Ci rinunzia e, del resto, già Maud, rossa in volto, -tende la mano a Fiorvante e s'allontana col giovane inglese che, non -appena rimasti soli, ombroso come tutti gl'innamorati, chiede notizie -e spiegazioni... E Maud spiega: - -— L'ho conosciuto in Cina... Sei mesi or sono... prima d'incontrar -voi... - -E il piccolo incontro, la grande tragedia, dalle due parti, non hanno -altre parole... - - -68. - -S'affatica, Pierotto, a preparare, dagli armadii al comò, dal comò -agli armadii, dal salotto al bagno, dal bagno alla camera da letto, -affinchè il padrone trovi tutto pronto, le valigie chiuse, e dica, come -al solito, battendogli una mano su la spalla: - -— Bravo! - -Ancora due cassetti da vuotare e le cinghie da stringere. E niente -altro. Poi il padrone può ritornare. Il padrone è servito, come sa -servire Pierotto: da soldato, fedele agli ordini. - -Ma la porta s'apre dietro le sue spalle e la voce del padrone risuona: - -— Lascia, Pierotto... Non parto più. - -L'ha visto nello specchio, senza volgersi, Pierotto: pallido, contratto -il viso, l'aria dei suoi giorni peggiori. Ed è rimasto li, una camicia -in una mano, un pacco di cravatte nell'altra, la bocca spalancata, gli -occhi che interrogano... - -Chi interrogano? Già Fiorvante è sparito dalla porta. È nell'altra -stanza, nel salotto, col suo amico. S'è seduto e ha fatto sedere -l'amico vicino a sè: - -— Vedi?... Due volte lontano, due volte dimenticato... - -Luce cruda e sfacciata delle stanze d'albergo, luce senza veli, senza -penombre, luce fatta per chi non ha dolore da nascondere, per chi non -ha nell'anima oscurità che chiedan l'ombra anche fuori... Fiorvante ha -chiamato Pierotto: - -— Spegni. - -E Pierotto ha spento ed è rimasto lì, nella penombra, a guardare il -suo padrone illuminato nel viso da quella sola lampadina ch'è su la -tavola, piccolo fiore cupo, sotto il paralumino viola. E ode Fiorvante -aggiungere con la voce grave e profonda che vien su dal fondo più -profondo dell'anima: - -— Ed è giusto che sia così... Non può essere che così... - -C'è un silenzio. E Fiorvante dice ancora parlando più a sè stesso che -al suo amico taciturno: - -— Il cuore dimentica... La vita cammina... - -Il suo padrone soffre. Come soffre il suo padrone!... Lo sente dalla -sua voce, Pierotto, dalla sua voce che squilla, giovane e forte, -nell'ora lieta, che si fa cupa, velata di lacrime, quando il cuore -fa male. E Pierotto s'è accucciato a terra, s'è trascinato fino al -padrone, cane fedele che non si stacca dal capezzale quando il padrone -è malato... - -E ancora una volta la voce di Fiorvante ripete: - -— Il cuore dimentica... La vita cammina... - -Di sotto in su Pierotto lo guarda: ha gli occhi pieni di lacrime, ma -un sorriso appare agli angoli della bocca, su le labbra dolorose: un -sorriso che è una smorfia. - -— Ti rammenti? Il piccolo racconto cinese che leggevamo a bordo e che -anche a te piaceva tanto nella sua desolata, amara verità... Madama -Lu... Il ventaglio bianco... - -E, dal petto, dalla gola, da tutto l'essere di Fiorvante prorompe una -risata che suona grottesca e tragica nella stanza, una risata che fa -male a sentirla. E ancora la voce, tra le risa, ripete: - -— Il ventaglio bianco... Il ventaglio bianco... - -Pierotto non sa mai bene perchè fa le cose. Non è uno psicologo, -Pierotto... Ma le fa. E a vedere il suo padrone con gli occhi pieni -di lacrime, a sentirlo ridere così, si trascina ancora sul tappeto -e bacia, senza che il padrone se ne accorga, la mano ch'egli ha -abbandonata, giù dalla poltrona, verso terra... - - -69. - -E Fiorvante rivede laggiù, in fondo, nel buio della stanza, Madama Lu -che fa vento su la sepoltura del signor Tao, affinchè la terra possa -asciugarsi più presto, Madama Lu che fa vento col suo bel ventaglio -bianco, il ventaglio più bello e più bianco che si sia mai veduto... - - -70. - -Cina, racconti e paesaggi cinesi, fantasie del Celeste Impero, nel -mondo dei favolosi incanti dove le donne son fiori e dove gli Dei son -di porcellana, favole di lontananza e d'impossibile, poesia e filosofia -d'Estremo Oriente, favole d'un mondo vecchissimo e nuovissimo ancora, -favole di laggiù, verità di quaggiù, racconti d'Estremo Oriente che -chiudon le verità dell'Estremo Occidente, tremenda monotonia del mondo, -dove il male è sempre uguale, dove l'uomo è sempre lo stesso, dove -la storia è sempre quella, poesia che tutti sognano, in cui nessuno -crede e che tutti tramandano, verità di cui tutti soffrono, cui nessuno -sfugge e che nessuno insegna, pena e vergogna d'essere uomini e niente -altro che uomini, piccole cose d'un immenso mondo, immenso mondo di -piccole cose... - - . . . . . . . - -Madama Lu del giuramento fedele, Madama Lu della vita che non si ferma -sui caduti o su gli sperduti, tu hai prestato a Mimì, a Maud, tu presti -sempre a tutte il tuo bel ventaglio bianco che col muovere delle sue -penne leggere abbrevia il tempo del ricordo fedele e allunga quello -dell'oblio inevitabile... Ma ci sarà un giorno anche per te, Madama -Lu, per il tuo nome che tu avrai scritto su la terra umida delle tue -lacrime — ci sarà per asciugare più presto, per più presto cancellare -— ci sarà un giorno Madama Lu, un ventaglio bianco anche per te.... - - -FINE. - - - _Rocca S. Casciano, 1922. — Prem. Stab. Tip. Licinio Cappelli._ - - - - -Opere di Lucio d'Ambra - - -=Romanzi e novelle= - - _Il Miraggio_, romanzo — 2ª edizione. - _L'Oasi_, romanzo — 3º migliaio. - _L'Ardore di Settembre_, novelle (esaurito.) - _L'Amore e il Tempo_, novelle. - _Il «Damo Viennese»_, romanzo — 8º migliaio. - _Il Re, le Torri, gli Alfieri_, romanzo — 6º migliaio. - _La Rivoluzione in sleeping-car_, romanzo — 15º migliaio. - _L'Ombra della Gloria_, romanzo — 10º migliaio. - _Il Mestiere di marito_, romanzo. - _L'Uomo che ha fatto uscire il Papa_, romanzo — 10º migliaio. - _Il Trampolino per le Stelle_, novelle — 5º migliaio. - _Mister Wiskey, mio rivale_, romanzo (di prossima pubblicazione). - _La Commedia a Pontassieve_, novelle (di prossima pubblicazione). - _Madame Pompadourette_, romanzo (in preparazione). - -=Teatro= - - Vol. I. — _L'Amore ricama_, 1 atto — _Castello di carte_, 1 atto — - _Marionette_, 1 atto — _Fantasia_, 1 atto — _La Destra e la - Sinistra_, 1 atto — _Acqua acqua, fuoco fuoco_, 1 atto — _I miei - amici di Sans-Souci_, 1 atto. - Vol. II. — _Acqua stagnante_, 3 atti — _La via di Damasco_, 3 atti — - _Il Giardino d'Armida_, 2 atti. - Vol. III. (In collaborazione con Giuseppe Lipparini) — _Il Bernini_, - 4 atti, in versi — _Goffredo Mameli_, 5 atti, in versi — _Il - Matrimonio improvviso_, 3 atti._ - Vol. IV. — _Effetti di luce_, 2 atti — _Gli Angeli Custodi_, 3 atti — - _Gli Esuli_, 4 atti. - Vol V. — _La Diva della Scala_, 4 atti — _La Frontiera_, 3 atti. - -=Critica= - - _Le Opere e gli Uomini_, 1ª serie. - _Le Opere e gli Uomini_, 2ª serie (di prossima pubblicazione). - _Storia della Letteratura Francese_. - _La Commedia dal mio palco_ (1ª serie) Rassegne drammatiche - della «Nuova Antologia» (in preparazione). - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - - - - - -End of Project Gutenberg's Il trampolino per le stelle, by Lucio D'Ambra - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL TRAMPOLINO PER LE STELLE *** - -***** This file should be named 52744-0.txt or 52744-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/5/2/7/4/52744/ - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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Redistribution is subject to the -trademark license, especially commercial redistribution. - -START: FULL LICENSE - -THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE -PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK - -To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free -distribution of electronic works, by using or distributing this work -(or any other work associated in any way with the phrase "Project -Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full -Project Gutenberg-tm License available with this file or online at -www.gutenberg.org/license. - -Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project -Gutenberg-tm electronic works - -1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm -electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to -and accept all the terms of this license and intellectual property -(trademark/copyright) agreement. 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Email contact links and up to -date contact information can be found at the Foundation's web site and -official page at www.gutenberg.org/contact - -For additional contact information: - - Dr. Gregory B. Newby - Chief Executive and Director - gbnewby@pglaf.org - -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation - -Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide -spread public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. - -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. 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Thus, we do not -necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper -edition. - -Most people start at our Web site which has the main PG search -facility: www.gutenberg.org - -This Web site includes information about Project Gutenberg-tm, -including how to make donations to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to -subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks. - diff --git a/old/52744-0.zip b/old/52744-0.zip Binary files differdeleted file mode 100644 index 4b82e86..0000000 --- a/old/52744-0.zip +++ /dev/null diff --git a/old/52744-h.zip b/old/52744-h.zip Binary files differdeleted file mode 100644 index 01d1f1c..0000000 --- a/old/52744-h.zip +++ /dev/null diff --git a/old/52744-h/52744-h.htm b/old/52744-h/52744-h.htm deleted file mode 100644 index 8866d2e..0000000 --- a/old/52744-h/52744-h.htm +++ /dev/null @@ -1,11701 +0,0 @@ -<!DOCTYPE html PUBLIC "-//W3C//DTD XHTML 1.1//EN" -"http://www.w3.org/TR/xhtml11/DTD/xhtml11.dtd"> - -<html xmlns="http://www.w3.org/1999/xhtml" xml:lang="it"> -<head> - <meta http-equiv="content-type" content="text/html; charset=utf-8" /> - <title> - Il trampolino per le stelle, di Lucio d'Ambra - </title> - <link rel="coverpage" href="images/cover.jpg" /> - <style type="text/css"> -body {margin-left: 10%; margin-right: 10%;} - -p {margin-top: .5em; margin-bottom: 0em; line-height: 1.2; text-align: justify;} -.blockquote {margin: 1.5em auto; font-size: 90%;} -.blockquote p {text-indent: 1.5em;} -p.speaker {margin: 1em auto; text-align: center; font-size: 80%;} -p.indl {text-align: left; margin-left: 5%;} -p.indr {text-align: right; margin-right: 5%;} -.center {text-align: center; text-indent: 0;} - -div.booktitle {page-break-before: always; padding: 3em;} -div.titlepage {text-align: center; margin: 0 5%; padding: 2em 0; page-break-before: always; page-break-after: always;} -div.titlepage p {text-align: inherit;} -div.verso {text-align: center; padding-top: 2em; font-size: 95%; margin: 0 10%;} -div.verso p {text-align: inherit;} -div.somm {page-break-before: always; padding-top: 3em;} -div.chapter {page-break-before: always; padding-top: 3em;} -div.chapter h2 {page-break-before: avoid;} - -div.opere {padding: 1em; margin: 4em 10%; page-break-before: always;} - -h1,h2,h3,h4 {text-align: center; font-style: normal; -font-weight: normal; line-height: 1.5;} -h1 {font-size: 150%;} -h2 {font-size: 140%; margin-top: 1em; margin-bottom: 2em; page-break-before: avoid;} -h3 {font-size: 110%;} -h4 {font-size: 100%;} - -span.smaller {display: block; font-size: 75%; margin: .5em 5%; line-height: 1.2em;} - -hr {width: 70%; margin-top: 1em; margin-bottom: 1em; margin-left: 15%; margin-right: 15%; clear: both;} -hr.mid {width: 50%; margin-left: 25%; margin-right: 25%;} -hr.silver {width: 90%; margin-left: 5%; margin-right: 5%; border-top: none; border-right: none; border-bottom: thin solid silver; border-left: none;} -@media handheld { -hr.silver {display: none;} -} - -.pagenum {position: absolute; right: 2%; font-style: normal; font-weight: normal; text-decoration: none; font-size: 65%; text-align: right; color: #999999; background-color: #ffffff; clear: left;} - -.pad6 {margin-top: 6em;} -.pad2 {margin-top: 2em;} - -.dots {text-align: center; letter-spacing: .5em; margin-top: 1.5em; margin-bottom: 1.5em;} - -.x-small {font-size: 70%;} -.small {font-size: 85%;} -.large {font-size: 115%;} -.x-large {font-size: 130%;} -.main-t {font-size: 200%;} -.upright {font-style: normal;} - -ul {list-style-type: none; line-height: 1.2em; font-size: 90%;} -ul.oper {line-height: 1; padding-left: 0;} -ul.oper li {margin-left: 1.5em; text-indent: -1.5em;} - -.tnote {background-color: #f7f1e3; color: #000; padding: 1em 1em 2em 1em; - margin: 3em 10%; font-family: sans-serif; font-size: 90%; page-break-before: always;} -.tntitle {text-align: center; text-indent: 0; padding: 1em; font-size: 120%; margin-bottom: 1em;} -.tnote p {padding: 0 1em;} -.covernote {visibility: hidden; display: none;} -@media handheld { - .covernote {visibility: visible; display: block;} -} - -.poem {text-align: left; font-size: 95%; margin: 1em 10%;} -.poem p {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: -3em;} -.poem p.dotted {letter-spacing: .2em;} - - </style> - </head> -<body> - - -<pre> - -The Project Gutenberg EBook of Il trampolino per le stelle, by Lucio D'Ambra - -This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most -other parts of the world at no cost and with almost no restrictions -whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of -the Project Gutenberg License included with this eBook or online at -www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll have -to check the laws of the country where you are located before using this ebook. - - - -Title: Il trampolino per le stelle - Tre dialoghi e due racconti - -Author: Lucio D'Ambra - -Release Date: August 7, 2016 [EBook #52744] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL TRAMPOLINO PER LE STELLE *** - - - - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - - - - - - -</pre> - - -<div class="booktitle"> -<h1> -Il trampolino per le stelle -</h1> -</div> - -<hr class="silver" /> - -<div class="titlepage"> -<p class="large"> -LUCIO D'AMBRA -</p> - -<p class="pad2 main-t"> -Il trampolino -per le stelle -</p> - -<p class="pad2 large"> -Tre dialoghi e due racconti -</p> - -<p class="pad6"> -L. CAPPELLI, Editore<br /> -<span class="x-small">BOLOGNA — ROCCA S. CASCIANO — TRIESTE</span> -</p> -</div> - -<div class="verso"> -<hr class="mid" /> -<p> -Di questo libro sono state tirate 50 copie su carta<br /> -di lusso, firmate dall'Autore e numerate a mano. -</p> - -<hr class="mid" /> - -<p> -PROPRIETÀ LETTERARIA -</p> -<hr class="mid" /> -</div> - -<div class="somm"> -<hr /> -<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p> -<hr /> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span> -</p> - -<h2 id="trampolino">Il trampolino per le stelle</h2> -</div> - -<div class="blockquote"> -<p> -In un qualunque tempo, in un paese qualunque, poichè Pierrot è -sempre Pierrot, maschera e uomo, poeta e fanciullo. Egli stesso lo ha -detto: «Io dico sempre la stessa cosa, perchè è sempre la stessa cosa; -e se non fosse sempre la stessa cosa io non direi sempre la stessa -cosa». -</p> - -<p> -Che cosa dice Pierrot? Dice che vuole essere amato più di quanto -egli sappia amare. Dice che vuole un'innamorata sempre fedele, alla -quale egli possa essere sempre infedele. Dice che tutto vorrebbe, senza -dare mai niente: o tutt'al più un sospiro, un verso, una serenata, una -canzone, un bacio, tuttociò insomma, che fa a lui piacere di dare -prima che faccia piacere agli altri di ricevere. Sono io, Pierrot, io che -scrivo. Sei tu, Pierrot, tu che leggi. Siamo tutti Pierrot, quanti noi -siamo: uomini, fanciulli, poeti. -</p> - -<p> -Questo mio Pierrot di stasera è, come tanti, è come tutti. Poeta anche -lui. Innamorato anche lui. Vive lassù, in soffitta, tra cieli e venti, -e vorrebbe una reggia. Ha per amica Colombina, fiorista nella strada -accanto, e vorrebbe una regina. Ha per amici quattro studenti come -lui e vorrebbe per amici i dotti di Salamanca e il Principe di Galles. -Ha le tasche vuote e vorrebbe i milioni di Rothchild. Ha poco sale in -zucca e crede d'avervi la saggezza di Socrate. Ama le donne, i fiori e -i bambini, ma le donne se non pretendono, i bambini se non piangono -e i fiori se non sono destinati a dire addio ai morti. È un piccolo egoista, -pieno di cuore, come me, come voi, come tutti. È un bugiardo che -pretende la verità negli altri, è uno che strappa agli altri le illusioni e -vorrebbe averle tutte lui, è un omettino che crede di saper tutto e non -sa nulla. Si vanta di tutto potere e nulla può, proclama di amare tutti -e non ama che sè. -</p> - -<p> -Ora è lì, nella soffitta, al suo tavolino coperto di carte e di libri. È -con lui un amico, che lo lascia parlare, che lo sta sempre, povero -Giobbe, pazientemente a sentire. -</p> - -<p> -Fuori nevica da un cielo di farina. È l'ultimo giorno di carnevale. -Lì, sul tavolino, gettata su un libro, c'è una mascherina nera, quella -che Pierrot ha messo iersera e che rimetterà stasera, quando crede di -andare per le bettole e fra le maschere a divertirsi. -</p> - -<p> -Nel caminetto una sedia rotta fa un po' di luce e quel po' di luce -par che faccia anche un po' di caldo. E Pierrot e l'amico chiacchierano -per chiacchierare. -</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_2">[2]</span> -</p> - -<p class="speaker"> -L'AMICO -</p> - -<p> -Come mai oggi Colombina non c'è? -</p> - -<p class="speaker"> -PIERROT -</p> - -<p> -Mai più vedrai Colombina in questa onesta casa d'un poeta. -Colombina è una fraschetta, una civetta, Colombina è l'ultima -delle donne. L'ho scacciata un'ora fa da questa casa. -Le ho gettato giù dalla finestra i suoi cenci e la sua cuffia, -i suoi scialletti ed i suoi nastri, i suoi riccioli finti e i suoi -fiori di carta. E non la rivedrò mai più, mai più, mai più, -mai più... -</p> - -<p class="speaker"> -L'AMICO -</p> - -<p> -Te l'ho sentito dir cento volte e il giorno dopo Colombina -era qui. -</p> - -<p class="speaker"> -PIERROT -</p> - -<p> -Non ero io a richiamarla. Era Colombina a ritornare. -</p> - -<p class="speaker"> -L'AMICO -</p> - -<p> -Colombina diceva il contrario. -</p> - -<p class="speaker"> -PIERROT -</p> - -<p> -Colombina ha sempre mentito. -</p> - -<p class="speaker"> -L'AMICO -</p> - -<p> -E tu non le hai mentito mai? -</p> - -<p class="speaker"> -PIERROT -</p> - -<p> -Mai! E, senti, se vuoi rimanermi amico, se tu vuoi che -non ci guastiamo, non mi parlare mai più di Colombina. È -morta, sepolta, dimenticata, cancellata, dileguata, volatilizzata, -polverizzata, annientata, finita, sparita, svanita, allontanata, -liquidata, volata, sfumata, centrifugata. Con l'ultimo -giorno di carnevale la sua maschera è caduta. E domani è -<span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span> -Quaresima. Il magro tempo quaresimale consiglia raccoglimento -e meditazione, severi studii di metafisica e di filosofia. -Dimenticherò nei numeri i suoi innumerevoli sorrisi e -andrò a dormire, ogni sera, con un filosofo nuovo. I suoi -innumerevoli sorrisi... Quanti ne aveva! Uno per prendermi -e uno per lasciarmi, uno per deludermi e uno per illudermi, -uno per mentirmi come se fosse vero e uno per -dirmi la verità come se fosse una bugia, uno per fingersi -schiava e uno per farmi vedere che era padrona, uno per -darmi il suo cuore per sempre e uno per riprenderlo dopo -un'ora... Ah, li conosco tutti, oramai, e non possono più -farmi male... Del resto nulla oramai può più farmi male... -Conosco le donne, gli uomini, i parenti, gli amici, i ricchi, -i poveri, i sapienti, gli imbecilli, me, te, il mio vicino e -quello che mi sta di rimpetto... Bella roba, tutta quanta, in -verità... Ah, che orribile mondo, questo, dove tutto è illusione, -menzogna, inganno, miraggio, vanità... Colombina, e -tutte le donne, mi hanno mentito... Tutti gli amici mi hanno -tradito... Tutte le illusioni se ne sono andate via per la finestra -quando la realtà è riuscita a entrare dalla porta... Tutte -le speranze sono andate in fumo su per la cappa del camino, -quando ho cercato di scaldare al loro fuoco il mio povero -cuore intirizzito... E bisogna star qui, in questo mondo stupido -e vile, qui ad aspettare quello che non viene, a desiderare -quello che nessuno può darti, a cercare quello che -non c'è... Ah, andarsene, andarsene, andarsene... Via, via, -lontano, lassù, lassù, dove non arrivano gli aviatori, dove -non arrivano neppure gli uccelli, nell'etere, dove a quest'ora, -nella sera serena, s'accendono le stelle, dove la -mia parente, la luna, s'affaccia ogni tre settimane, ride a -vedere quanto siamo stupidi, gonfia tutta la faccia a furia -di ridere e poi si sgonfia e se ne va... Guarda... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span> -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -(Prende su la scrivania il libro su cui è gettata la maschera. Sono -le <i>Odes funambulesques</i> di Théodore de Banville. E mostra il libro all'amico, -poi cerca una pagina segnata). -</p> -</div> - -<p class="speaker"> -L'AMICO -</p> - -<p> -Che libro è quello? -</p> - -<p class="speaker"> -PIERROT -</p> - -<p> -Un poeta. Tu non lo conosci perchè tu non sei poeta e -i poeti li conoscono solo i poeti. Questo era un poeta che -giuocava con le strofe, come i bimbi con le trottole. Legava -il filo delle rime d'oro, stringeva e ristringeva attorno a un -pensierino e poi lanciava la trottola, lanciava la strofa e si -divertiva un mondo a vederle girare, girare, girare, tutte -colori, tutte scintille, scintille che splendevano, ma non bruciavano, -come quelle dei fuochi a girandola che accendono -nelle sere di feste. Tu vedi tutto il cielo a fuoco e non è -nulla, dopo un istante: nè ardore, nè luce: buio. Tu vedi -tutte le pagine splendere alla luce di quel poema incandescente -e fosforescente e vai per scaldarti. Ma la luce s'è -spenta e non c'è più nulla quando l'ultima rima ha dato -l'ultima scintilla. Era un poeta, sì, ma era poeta come si -può essere lucciola. Amava le fate e i folletti, i clowns giocolieri -e i fabbricanti di fuochi artificiali, le donne tutte -splendore di gioielli veri o falsi e le ballerine tutte trasparenti -di veli bianchi e rosei. Amava anche i Pierrot, come -me, come lui. Chiedeva alle fate che non ci sono le cose -impossibili che non si possono avere. Avrebbe voluto pescare -la luna in fondo al pozzo e metter le stelle a modo -suo, davanti alla sua finestra, come tanti lampioncini d'argento. -E questo poeta dell'impossibile, questo poeta che -visse e morì felice perchè non aveva cuore ed era tutto -fantasia, voleva paragonarsi ad un <i>clown</i>, ad un bel <i>clown</i> -di seta bianca e nera, che fa del suo sogno un trampolino, -<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span> -un gran trampolino per scappar via dal mondo e andarsene -lassù fra le stelle. Ascolta, ascolta... -</p> - -<div class="poem"> -<p><i>Plus haut! Plus loin! De l'air! Du bleu!</i></p> -<p><i>Des ailes! Des ailes! Des ailes!</i></p> -<p class="dotted">. . . . . . . . . . .</p> -<p><i>Le clown sauta si haut, si haut...</i></p> -<p class="dotted">. . . . . . . . . . .</p> -<p><i>Et le coeur dévoré d'amour,</i></p> -<p><i>Alla rouler dans les étoiles...</i></p> -</div> - -<div class="blockquote"> -<p> -(E quando Pierrot ha finito di leggere l'<i>Ode funambulesque</i> di Banville, -l'amico scuote il capo, mentre Pierrot è tutto vibrante d'entusiasmo). -</p> -</div> - -<p class="speaker"> -L'AMICO -</p> - -<p> -Son belli, questi versi. Ma il tuo poeta è pazzo. Chiede -e sogna l'impossibile. E non si può, quando si è stanchi del -mondo, saltar nelle stelle. Si può saltare dalla finestra e -fracassarsi in istrada la noce del collo. L'uomo non può -saltare più in là di due metri dalla sua finestra. -</p> - -<p class="speaker"> -PIERROT -</p> - -<p> -Ma questo appunto vuol dire esser poeti: sognare l'impossibile, -cercare nell'irreale il compenso del reale, metter -nella vita quello che non c'è, dare agli altri ciò che non -hanno, aver le fate dentro un rimario, i maghi nel calamaio, -la bacchetta dei miracoli nella matita, l'orchestra -del paradiso in una conchiglia, l'oceano nella vasca del tuo -giardino, il cielo nel rettangolo della tua finestra, tutto il -mondo negli occhi d'una fraschetta come Colombina e un -pubblico immenso, per ammirarti, nelle orecchie d'uno -scemo come te. -</p> - -<p class="speaker"> -L'AMICO -</p> - -<p> -Grazie tante. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span> -</p> - -<p class="speaker"> -PIERROT -</p> - -<p> -E, avendo tutto questo, andarsene, senza muoversi di -qui, volar nelle nuvole coi piedi in terra, correre il mondo -nella propria camera, dominare i popoli essendo soli, giuocar -coi secoli per pochi anni, viver mille vite senza averne -una ed aver tutto conosciuto senza aver mai visto nulla. E -vorrei anch'io stasera, perchè non ho un soldo, perchè i -miei versi nessuno li stampa, perchè nessuno mi vuol bene, -perchè nessun amico mi capisce, perchè gl'imbecilli vanno -in carrozza ed io vado a piedi, perchè Colombina mi ha -lasciato per andare a cena col vecchio barone che la protegge, -vorrei anch'io stasera, come Banville, toccar la bacchetta -magica della fantasia, mutar questa bianca casacca -con l'abito ad aereostato del <i>clown</i>, fatto apposta per salir -su, su nel cielo e, uscito sul tetto di questa casa, trovare -il gigantesco trampolino e spiccare il salto verso le stelle... -E una volta raggiunti quei mondi nuovi, trovar tutto quello -che quaggiù mi manca, l'amore, l'amicizia, la verità, la -gloria. Trovar lassù la donna che non mentisce, l'amico -che non tradisce, la realtà che non delude, la verità che -non uccide, la gloria che non deride... Trovar lassù, nelle -stelle, il mondo dei poeti e della poesia, i giardini sempre -in fiore, i cieli senza nuvole, i mari sempre azzurri, il sogno -senza risveglio, il trionfo senza nemici, l'amicizia senza -invidie, l'amore senza sospetto, il possesso senza dubbio, il -sorriso senza lacrime, la terra senza putredini, il bene senza -male, la vita senza morte, il volo senza caduta, il sole senza -tramonto, e, soprattutto, io che della menzogna ho sofferto -e per la menzogna ho spasimato, io che la menzogna -ho sentito, viscida e sfuggente, in ogni cosa del mondo, soprattutto, -amico, io vorrei trovarvi soprattutto il bene dei -beni, la gioia tra le gioie, quella che è la mia sete inestinguibile, -<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span> -il martirio famelico dell'anima mia: la verità, la verità -senza veli, finalmente... -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -(Nell'esaltazione Pierrot s'è commosso. E ora è li, abbattuto su la -scrivania, il volto sulle braccia ripiegate a fargli da cuscino. Ora non -nevica più. Il cielo è nero. La notte è fonda. L'amico s'è levato ed ha -acceso nella soffitta una piccola lampada senza luce che si contenta -di far dell'ombra, un po' di penombra. Accesa questa e la pipa, l'amico -viene, avvolto nel mantello, a batter le mani su le spalle di Pierrot). -</p> -</div> - -<p class="speaker"> -L'AMICO -</p> - -<p> -Vieni via. Vieni a cena. È carnevale. -</p> - -<p class="speaker"> -PIERROT -</p> - -<p> -No. Lasciami. Sono solo e disperato. -</p> - -<p class="speaker"> -L'AMICO -</p> - -<p> -Troveremo amici, donne, fiori, vini, canti... -</p> - -<p class="speaker"> -PIERROT -</p> - -<p> -L'amico non ha fede, la donna non ha cuore, il fiore -domani è secco, il vino eccita un'ora, il canto porta in alto -il cuore e poi lo lascia ricadere... -</p> - -<p class="speaker"> -L'AMICO -</p> - -<p> -Che importa? Cogli l'ora che passa. Ridi stasera, anche -se ritornerai a piangere domani. -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -(Inutilmente l'amico, in tutti i modi, tenta Pierrot, cerca di persuaderlo -a prender la vita così, com'è, le donne così, com'è lui, l'amore -qual'è per tutti e l'illusione per quanto è lecito al mondo). -</p> -</div> - -<p class="speaker"> -L'AMICO -</p> - -<p> -Vieni? Soffri perchè Colombina t'ha abbandonato per -avere un mantello di seta, una scarpa di raso e un anello -d'oro? E tu vieni con una donna là dove Colombina pranzerà, -e vieni con una donna bella come lei... con l'anello -d'oro come lei... La troveremo e, per una sera, farò io le -spese... E Colombina ti vedrà felice e si struggerà. Ti vedrà -<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span> -con una donna bella, felice anche senza di lei e si tormenterà. -Se t'ha fatto soffrire che vuoi di più bello che -farla soffrire a sua volta? -</p> - -<p class="speaker"> -PIERROT -</p> - -<p> -No. Lasciami. Colombina è morta. Ed io vorrei andarmene -stasera, per sempre, dalla vita nella morte, dal sonno -nel sogno e dal sogno nelle stelle. -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -(Visto che è inutile insistere l'amico rinunzia). -</p> -</div> - -<p class="speaker"> -L'AMICO -</p> - -<p> -Bè. Buona notte. Verrò a vederti domattina. Ti troverò? -</p> - -<p class="speaker"> -PIERROT -</p> - -<p> -Così potessi non trovarmi... -</p> - -<p class="speaker"> -L'AMICO -</p> - -<p> -Non mi scapperai stanotte dalla finestra per saltare nelle -stelle? -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -(Pierrot solleva un momento il capo e guarda fuori, nella finestra, -la notte profonda). -</p> -</div> - -<p class="speaker"> -PIERROT -</p> - -<p> -Non aver paura. Vedi? Le stelle non ci sono. La bacchetta -magica non c'è e Banville il poeta era un <i>fumiste</i>. -Ha vissuto settant'anni con sua moglie che lo chiamava -Totò. Ha fatto il critico drammatico ascoltando ogni sera -le più stupide commedie. Era commendatore della Legion -d'Onore. Ha vissuto come tutti. È morto come tutti. Non è -più nulla come tutti. E voleva, burlone e poveraccio, saltare -nelle stelle... Totò... -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -(L'amico se n'è andato. Ha aspettato un momento dietro la porta -pensando che Pierrot lo richiamasse, ma Pierrot non s'è mosso. Ha -solo ripreso il libro delle <i>Odes funambulesques</i> ed ha riletto, una, due, -tre, dieci volte, a voce alta, i versi di Banville. Giù, nella strada, una -comitiva passa cantando. Pierrot guarda, nella finestra, il cielo buio e -<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span> -gli pare di vedere formarsi in quel nero il gigantesco trampolino fosforescente, -come i versi di Banville. Vede un <i>clown</i> agile come le -rime di Banville, salir su questo e prepararsi al salto flettendosi su le -ginocchia e dondolando le braccia. Prima il <i>clown</i> ha il viso di Banville, -poi quello di Pierrot. Ancora una volta la comitiva canta per -istrada. Una macchina da scrivere batte col suo picchiettio nella soffitta -accanto. Dal piano di sotto un pianoforte manda l'eco dei primi -esercizii scolastici; le scale. E par che quel pianoforte metta in musica -la dattilografia. Pierrot guarda fuori. La visione del trampolino -fosforescente è scomparsa. Ripete ancora, sempre più piano, sempre -più lento): -</p> -</div> - -<div class="poem"> -<p><i>Et, le coeur dévoré d'amour,</i></p> -<p><i>Alla rouler dans les étoiles...</i></p> -</div> - -<div class="blockquote"> -<p> -(Poi, ripiegato il capo su le braccia, Pierrot comincia a smarrire -l'esatta nozione delle cose e affonda a poco a poco nella nebbia del -sonno. Di tanto in tanto ancora qualche parola esce, sussurro appena, -dalle sue labbra): -</p> -</div> - -<p class="speaker"> -PIERROT -</p> - -<p> -Le stelle... Pierrot... Banville... Il Trampolino... Totò... -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -(Così Pierrot s'è addormentato Il volume di Banville gli scivola -dalla mano e ruzzola a terra. Suonano ancora, nella notte di carnevale, -il coro lontano e la dattilografia musicale. Ma già Pierrot è partito dal -sonno per il sogno, il sogno di Banville): -</p> -</div> - -<div class="poem"> -<p><i>Plus haut! Plus loin! De l'air! Du bleu!</i></p> -<p><i>Des ailes! Des ailes! Des ailes!</i></p> -</div> - -<h3>II.</h3> - -<div class="blockquote"> -<p> -(La mattina dopo è Quaresima e c'è un cielo mediocre: un cielo che -non è azzurro e non è nero, un cielo grigio, il cielo delle ceneri. Sempre -al suo tavolino, le braccia su questo, il capo su quelle. Pierrot -dorme ancora. La porta s'apre L'amico entra. E viene a svegliare -Pierrot. Coi piedi urta a terra un libro e lo raccoglie. Lo guarda e, -dopo averlo guardato, lo getta con disprezzo su la tavola). -</p> -</div> - -<p class="speaker"> -L'AMICO -</p> - -<p> -Ah, già... il libro di Totò... -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -(E l'amico si avvicina a Pierrot Lo tocca prima con la mano; poi -<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span> -lo scuote rudemente. Alla terza scuotitura Pierrot balza in piedi d'improvviso -come se l'avesse destato una scossa di terremoto). -</p> -</div> - -<p class="speaker"> -PIERROT -</p> - -<p> -Oh guarda.... Sei tu.... E sono qui, in casa mia?... -</p> - -<p class="speaker"> -L'AMICO -</p> - -<p> -E dove credevi di essere? Alla Mecca? -</p> - -<p class="speaker"> -PIERROT -</p> - -<p> -No. Giù in istrada. Appoggiato al muro, seduto a terra, -accanto a una pozzanghera d'acqua piovana, con la luna -dentro. -</p> - -<p class="speaker"> -L'AMICO -</p> - -<p> -E invece sei qui, a casa tua, appoggiato al tavolino dove -t'ho lasciato iersera. E la luna, caro mio, non c'è. Non c'è -neppure il sole. Carnevale è finito. Son le Ceneri. E il sole -fa penitenza anche lui, dietro le nuvole. -</p> - -<p class="speaker"> -PIERROT -</p> - -<p> -Ma io ci sono stato, stanotte, sai, nella luna... Oh, ti assicuro, -è stato un viaggio straordinario... E accaduto così... -Vuoi che ti racconti? -</p> - -<p class="speaker"> -L'AMICO -</p> - -<p> -Racconta pure. Ho tempo da perdere. -</p> - -<p class="speaker"> -PIERROT -</p> - -<p> -È stato così.... Tu eri andato via.... E io m'ero appoggiato -a questa tavola, le braccia conserte, il capo fra le -braccia, gli occhi chiusi.... E pensavo a tante cose.... A te, a -Colombina, a Totò.... E a Totò specialmente, e ai suoi versi... -E a quel suo <i>clown</i>, e al trampolino, e al salto nelle stelle... -<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span> -E poi, a poco a poco, senza pensare più a nulla o pensando -a tante cose insieme, in modo che tutte si confondevano e -una copriva l'altra nel mio cervello, mi sono addormentato. -Mi sono addormentato, ma mi vedevo uscir di casa, infilar la -strada, una strada buia buia, e lunga, interminabile, tra fango -e vento. E c'era laggiù tutt'un disegno di puntini d'oro, come -un traforo di luce nell'oscurità. E, avvicinandomi, ho veduta -la sagoma delle illuminazioni, e le finestre illuminate, e dietro -le finestre ombre che passavano, che ballavano... Il caffè Momus... -Il Quartier Latino... E li ho veduti, sai, entrare tutti e -sei, Mimì con Rodolfo, Marcello con Musetta, Colline con -Schaunard... E sono entrato anch'io, dietro di loro. E mi son -seduto con gli amici, per bere. C'era, in un angolo, solo, un -bel ragazzo con la barba bionda e gli occhi azzurri, con lo -sguardo vuoto e il bicchiere pieno che andava e veniva -dalla tavola alle sue labbra senza riposo.... Aveva l'aria così -melanconica, povero diavolo.... Aveva l'aria d'aver tanto sofferto. -Ma c'era una luce nei suoi occhi e non so che splendore -su la sua fronte. E l'ho riconosciuto. Sì, sì, era lui, -proprio lui, Musset.... E più in là, coi bohèmes, seduto alla -stessa tavola, con un sorriso pieno di melanconia, innamorato -di Mimì, disperato per Musetta, con la sua faccia da -poeta e da ospedale, c'era l'altro, Murger. Ed io avevo alla -mia tavola tanti altri Pierrot come me, allegri, chiassoni, -che bevevano, che mangiavano, che cantavano, e gridavano -levando i bicchieri: «Abbasso le donne... A che servon le -donne quando ci sono le stelle?». E, d'un tratto, tra la -gente che ballava, ho visto lei, Colombina, e sul chiasso del -caffè Momus nell'ultima notte di Carnevale ho sentito il suo -riso.... E gli occhi non mi si sono più staccati da lei. E ho -veduto venire alla sua tavola, e sedersi, e bere lo champagne -con lei nel medesimo bicchiere, un vecchio con una borsa -<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span> -piena d'oro da cui rovesciava monete sul tavolino e nelle -mani di Colombina ogni volta che Colombina, lì, davanti -a tutti, davanti a me, a due passi dalla mia collera, gli offriva -un bacio ed un sorriso... E il vecchio aveva una faccia -che non m'era nuova, una faccia che io sono abituato -a vedere ad ogni fine del mese: quella del mio padrone di -casa.... E io volevo lanciarmi contro Colombina. Ma i Pierrot -della mia tavola mi tenevano al mio posto e mi ripetevano -in coro: «A che servono le donne quando ci sono le -stelle?...». Ma d'un tratto Colombina ha congiunto le mani -facendone una piccola conca e il vecchio ci ha versato dentro -tutto il contenuto della sua borsa, una piccola montagna -d'oro, mentre Colombina gli dava la bocca, la bocca che io -solo potevo baciare, in un bacio che non finiva più.... E allora.... -allora.... in un colpo ho mandato per aria la mia tavola -e i miei Pierrot, e ho traversato la sala rovesciando a -terra le coppie che ballavano, e ho strappato Colombina -dalle braccia del vecchio, e l'ho bastonata, bastonata, bastonata -a più non posso, li, davanti a tutti, mentre tutti urlavano, -e volavan piatti e bottiglie, e mille voci gridavano: -«Gettatelo fuori.... Gettatelo fuori....». E Colombina sotto i -miei colpi gridava: «No.... Non mi far male.... Ti amo.... -Ti adoro.... Ma sei povero.... E se amo te, mio poeta, amo -anche i bei merletti, i nastri di velluto, i rasi che mi accarezzano, -le calze di seta che fanno a gara con la mia pelle -a chi è più fine.... E poichè tutto questo tu non mi puoi -dare vengo a prendermelo qui, da questo vecchio imbecille....». -Ed io, più che mai furibondo, più sentivo gridar -che mi amava, più avrei voluto ammazzarla tanto l'adoravo -anch'io. E l'avrei ammazzata se non m'avessero gettato -fuori del caffè, in un coro di voci che urlavano contro di -me: «Scacciatelo.... È un pazzo.... È un mascalzone....» -<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span> -mentre una sola voce, baritonale, formidabile, che superava -tutte le altre, mi incoraggiava, mi spronava, gridando: «Picchiala.... -Picchiala.... ancora.... Più forte, più forte.... Se ti -ha tradito, picchia. Se si vende per il lusso, picchia. Se ti -fa soffrire, picchia.... Faccio anch'io così, nei cattivi giorni, -con Musetta....». E, mentre mi gettavano fuori, ebbi il tempo -di volgermi e di veder l'uomo che gridava, in piedi su una -sedia, al tavolino dei <i>bohèmes</i>. Era il pittore, era Marcello, -che con un tovagliuolo in mano menava gran colpi nell'aria -come se picchiasse su Colombina, su Musetta, su tutte le -donne che amano e non sanno rinunziare, su tutte le canaglie -adorate che c'ingannano e ci fanno morire, che barattano -il nostro cuore con un fisciù, il nostro amore con un -pompon, la felicità immensa di volersi bene in due soli con -un grùzzolo d'oro maledetto.... E poi, quando fui fuori nella -strada e dietro di me il caffè era ridiventato tutto canti, -danze e allegria e volgendomi potevo veder Colombina riseduta -di nuovo a tavola — ma coperta, almeno, grazie a -Dio, di lividure — col suo vecchio imbecille che paga a -peso d'oro quel che ha valore solo se è gratis, la porta s'è -riaperta e Marcello mi ha raggiunto. Aveva in mano due -bottiglie di <i>champagne</i> e due bicchieri. «Bevi, ragazzo mio..., -mi ha detto. Bevi. Non c'è da fare altro per tirare avanti. -Bevi per dimenticare. Musset fa così. Murger fa così. E faccio -anch'io così.... E fa dunque così anche tu.... Bevi. Quando -avrai bevuto e sarai ubbriaco non saprai più che cosa sia -la tua disperazione, e ti parrà ancora possibile di vivere in -mezzo a tutte queste donne e a tutti questi uomini, e ti -parrà ancora possibile riprenderti Colombina quando, carica -d'oro e di vergogna, questi assassini te la riporteranno...». -E ho bevuto, bevuto, tracannando tutto; e poi ho lasciato -cader la bottiglia e mi sono voltato per chiederne ancora. -<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span> -Marcello non c'era più: era laggiù, alla tavola, con gli amici, -con Musetta su le sue ginocchia; e la baciava perchè per -quella sera Musetta era senza pensieri, col lusso pagato -dalle tristezze di ieri, e poteva essere, felice e infame, tutta -per lui, solo per lui.... E son fuggito davanti a me, per non -vedere e non sapere più nulla. Ma il vino bevuto per dimenticare -faceva le mie gambe molli e il mio passo squilibrato -così che andavo a zig-zag attraverso la strada buia, -urtando nei palazzi di sinistra, rimbalzando su quelli di destra -per rimbalzar di nuovo su quelli di sinistra, come una -pallottola di bigliardo che sbatte da sponda a sponda finchè -finisce in buca. E finii in buca anch'io, scivolando lungo -un muro e cadendo lì a sedere per terra, sotto la pioggia -che veniva giù a torrenti, ma che non riusciva a smorzarmi -il gran fuoco che mi bruciava dentro.... E lì, accoccolato -per terra, bagnato di pioggia, sporco di fango, ubbriaco di -vino, sfinito di dolore, morto di stanchezza, mi parve di -non saper più nulla, di non conoscere più nè pioggia, nè -champagne, nè amore, nè dolore, nè la tempesta fuori, nè -la tempesta dentro e mi sentii a poco a poco irresistibilmente -addormentare.... Ma io ti annoio.... Tu sbadigli. -</p> - -<p class="speaker"> -L'AMICO -</p> - -<p> -Non ci badare. È nervoso. Va avanti. -</p> - -<p class="speaker"> -PIERROT -</p> - -<p> -Ma, addormentato che fui, vidi un altro me stesso davanti -al portone di casa mia; e lo vidi salir le scale alla -luce dei fiammiferi ed entrare nella mia soffitta. E, quando -la candela fu accesa, vidi lì, sul letto, un gran vestito da -clown, nuovo di zecca, uscito allora dalla sartoria, tutto di -raso bianco e nero, a grosse strisce. E sul vestito una letterina -in cui era scritto: «Eccoti il vestito. Fa dunque, povero -<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span> -innamorato deluso, come il mio clown; e col tuo cuore -divorato d'amore <i>va-t-en rouler dans les étoiles....</i>». E, sotto, -la firma: lui, proprio lui, l'autore delle <i>Odes funambulesques</i>, -Théodore de Banville, il grande impresario dei fuochi -d'artificio lirico, il buon marito sedentario, il commendatore -della Legion d'Onore, Totò.... E, letta la lettera, d'improvviso -mi trovai vestito da <i>clown</i>, mentre il mio povero -vestitino infangato da Pierrot era già su la stufa ad asciugarsi, -messovi da chissà quale fata invisibile che mi faceva, -bontà sua, da cameriera. Ma un'altra fata doveva esser sul -tetto, poichè questo d'improvviso, in un angolo della soffitta, -si scoperchiò quel tanto necessario a far venir giù dal tetto -una scala tutta foderata di velluto e coi piuoli di metallo -come quelle che adoperano nei circhi equestri per arrivare -agli alti trapezii del salto mortale. E son salito su per quella -scala, e sono arrivato sul tetto dove — oh meraviglia! — un -gigantesco trampolino, tutto di metallo e di velluto anche -questo, era stato eretto contro il cielo adesso sgombro -di nuvole e tutto tremante di stelle. Non so dirti come quel -trampolino fosse grande. Ma sì: per darti un'idea, alto come -la Torre Eiffel e grande quanto San Pietro e con una molla -così enorme che dieci cupole del Kremlino sommate insieme -non avrebbero potuto farle da coperchio. E c'erano scale e -scalette, scaloni e scalini per arrivare fin lassù; ed io incominciai -a salire, a salire, a salire, e più salivo più c'era da -salire ancora, più andavo in su e più mi sembrava d'essere -sempre allo stesso punto. Ma d'improvviso le scale scomparvero -e mi trovai su la piattaforma ch'era grande, per -darti un'idea, come la piazza della Concordia e oscillava sopra -un perno alto come la Colonna della Libertà a Nuova -York. Su la piattaforma immensa io camminavo a passettini -così minuscoli che avrei impiegato un mese ad arrivare -<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span> -fino in fondo. Ma avevo paura: la sentivo oscillare sotto i -miei passi, come fa il piatto d'una bilancia sotto la mano. -E, d'un tratto, sebbene ci volesse un mese a traversarla e -non fosse passato nemmeno un minuto, mi trovai al centro -della piattaforma e avevo appena poggiato il piede che, in -un formidabile scoppio, come se cinquecento fulmini fossero -caduti tutti insieme sui cinquecento campanili della città, -mi sentii sollevato, lanciato in aria dal trampolino in azione, -scaraventato attraverso il cielo con la formidabile velocità -della luce. Di rimpetto a me le stelle piccole nel velluto immenso -del cielo eran come tanti chiodi d'oro ed io passavo -in mezzo ai chiodi.... Ah, che paura, amico mio... E vedevo -laggiù, a terra, le metropoli illuminate piccole come lucciole; -e mi sembrava di non poter reggere al volo, che la -forza del mio slancio dal trampolino dovesse da un momento -all'altro abbandonarmi e farmi cader giù dove, morto -di paura in cielo in quel momento, il mio cadavere in polvere -sarebbe arrivato a toccar terra un anno dopo... E allora, -passando fra due stelle, mi aggrappai a quei chiodi -d'oro e mi sostenni così. E ce n'erano a migliaia, a milioni, -tutt'intorno, di quei chiodi d'oro e così, dall'uno all'altro, -non staccandomi da un chiodo se non avevo afferrato l'altro -ben bene cominciai a camminar per il cielo penzoloni alle -stelle e c'era tutt'intorno una gran luce, una luce immensa, -come quella del sole, ma più bianca, più fredda, una luce -d'argento e non una luce d'oro. E d'un tratto, in quell'immenso -chiarore, abbacinato mi smarrii. Non trovai più -altri chiodi a cui sospendermi. Il chiodo, cioè la stella -alla quale ero con un braccio aggrappato, bruciava, bruciava, -oh come orribilmente bruciava,... Ed io non potevo -più resistere a quel fuoco, talchè a un dato punto per il dolore -abbandonai la stella e precipitai.... Precipitai nel buio -<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span> -verso la gran luce e mi trovai, quando riaprii gli occhi -chiusi per l'orrore, in cima ad una grande scala d'argento -e in un gran disco d'avorio. -</p> - -<p class="speaker"> -L'AMICO -</p> - -<p> -La luna? -</p> - -<p class="speaker"> -PIERROT -</p> - -<p> -La luna. Ed ai servi vestiti di bianco che custodivan la -porta in cima alla scala chiesi naturalmente, da persona -bene educata, di poter salutare la padrona di casa.... -</p> - -<p class="speaker"> -L'AMICO -</p> - -<p> -Ch'era lei, la luna.... -</p> - -<p class="speaker"> -PIERROT -</p> - -<p> -Ch'era lei, la luna. Chi me l'aveva detto? Nessuno. L'infallibile -istinto del viaggiatore celeste che prodigiosamente -si orienta da sè in quell'itinerario aereo senza indicazioni -d'un Touring-Club stellare. È anche vero che qualche cosa, -vedendo tutti aver l'aria felice mentre nel mondo che avevo -abbandonato tutti hanno l'aria piagnona, qualche cosa mi -disse entro di me: «Gente felice?... Questo è certo il mondo -della luna....» Ed era, infatti, così. Ma la padrona di casa -era a passeggio e un gentiluomo della sua corte mi indicò -laggiù, su la Via Lattea, la sua carrozzina d'argento tirata -da cento pariglie bianche di minuscoli cavalli. -</p> - -<p class="speaker"> -L'AMICO -</p> - -<p> -Sorvola sui particolari. E va al sodo. Hai dunque visto -la luna? -</p> - -<p class="speaker"> -PIERROT -</p> - -<p> -Sì, al suo ritorno, quando discese, in fondo alla gran -scala d'argento, dalla sua carrozza foderata di seta bianca -in cui la luna staccava come una perla sul suo candido -<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span> -astuccio. Oh, che bella signora, amico mio.... Che cos'è mai -Colombina al suo confronto? Un mostricciattolo.... Bella, -bella, divinamente bella, e bianca, bianca, infinitamente -bianca.... E quando salendo mi passò vicino mi riconobbe: -«Oh, tu qui, Pierrot?...». -</p> - -<p class="speaker"> -L'AMICO -</p> - -<p> -Ti conosceva? -</p> - -<p class="speaker"> -PIERROT -</p> - -<p> -Dal vestito. Per tutti i poeti c'è sempre stata un po' di -luna nel vestito di Pierrot. -</p> - -<p class="speaker"> -L'AMICO -</p> - -<p> -Ma se eri saltato dal trampolino vestito da <i>clown</i>..... -</p> - -<p class="speaker"> -PIERROT -</p> - -<p> -Sì, dal trampolino e finchè mi arrampicavo attraverso i -chiodi d'oro delle stelle. Ma, non appena toccai le madreperle -della luna, per un nuovo incantesimo mi trovai di -colpo levate di dosso le brache del <i>clown</i> e negli specchi -che nella luna fan da marciapiedi mi rividi addosso il mio -vestito da Pierrot, immacolato, di bucato, stirato di fresco, -con a posto tutti i bottoni e tutti i fiocchi, irreprensibile. -</p> - -<p class="speaker"> -L'AMICO -</p> - -<p> -E allora, dopo averti riconosciuto, che ti disse? -</p> - -<p class="speaker"> -PIERROT -</p> - -<p> -Nulla. Sorrise. E parve in quel sorriso voler dire tante -cose, dal benvenuto alla buona sera, dall'incoraggiamento al -lasciapassare. E sparì. Ma, come s'ella avesse veramente -dato con quel sorriso un ordine, io potei varcare la soglia -d'argento e girare a piacer mio pei giardini della luna, come -se fossi munito d'un <i>coupe-file</i> per la libera circolazione. -Ma dopo che ebbi pranzato con un estratto di polline di -<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span> -fiori e con una coppa di rugiada, mentre fumavo in giardino -una sigaretta, fui avvertito che <i>Madame la Lune</i> desiderava -parlarmi. E fui ammesso alla sua presenza. — «So — mi -disse non appena fui inginocchiato d'innanzi a lei — so -perchè il tuo sogno, attraverso il trampolino della fantasia, -t'ha portato fin quassù. Nel mondo tu soffri e cerchi -per i tuoi sogni di poeta un mondo migliore. Tu hai sofferto -su la terra perchè tutti ti hanno mentito mentre a tutti -chiedevi, invece, o poeta, la verità. Quassù tu sarai accontentato. -Tutti ignorano quassù che cosa sia la menzogna. -Quassù, come vedi, tutto è bianco e tu sai benissimo che -ogni bugia è, sul candore delle anime, una macchiolina nera. -Io ti dò piena libertà di rimanere in questi miei immacolati -paesi. Tu potrai andare e venire liberamente, sognar le -tue fantasie, trovare e cantare come e dove tu voglia la -fortuna, l'amore, la gloria. Ma se nessuno qui t'inganna, -nemmeno tu devi ingannare. E bada: io lo saprò. Se tu -mentirai, ad ogni tua bugia una macchiolina nera apparirà -sul tuo bianco vestito. Vivi dunque felice, Pierrot, come su -la terra ed in mezzo agli uomini non ti fu dato di vivere. -Trova qui fra noi la verità che cercavi. Qui tutto è amore, -tutto è serenità, tutto è fiducia, tutto è ingenuità. Amore, -serenità, fiducia, ingenuità, questo è il colore della tua anima, -caro fanciullo, e del tuo vestito. Questo mio mondo lunare -ha i medesimi sentimenti degli uomini: l'amore, l'ambizione, -la fede, la speranza, la carità. Solamente questi sentimenti -qui non conoscono frodi, inganni, raggiri, calcoli o finzioni. -Qui si vive veramente, come voi dite in terra, col cuore su -la mano. Va dunque, Pierrot, in questo felice mondo che -desideravi. Ma torna ogni sera, prima d'andare a dormire -nel calice d'un giglio, a farmi vedere se il tuo vestito e la tua -anima continuano ad essere senza macchie. E non credere, -<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span> -bada, di potermi illudere. Quassù non c'è acqua e non ci -son lavandaie. Fatta una macchia, tu non potrai cancellarla -mai più....». -</p> - -<p class="speaker"> -L'AMICO -</p> - -<p> -Comodo paese, il paese della verità! -</p> - -<p class="speaker"> -PIERROT -</p> - -<p> -Uscii dalla reggia della luna tripudiando di felicità. Avevo -tanto sofferto, io: Colombina infedele, gli amici infidi, i -compagni sleali, frode e menzogna in ogni cosa. E per tre -giorni, pur andando in giro continuamente fra uomini e -donne, progetti ed affari, io ritornai dalla Luna, alla sera, -col mio bel vestito immacolato. Ma la quarta sera <i>Madame -la Lune</i>, corrugando il sopracciglio, scoprì una minuscola -macchiolina nera poco più su del cuore. E, con la faccia -oscura, mi rimproverò: «Tu hai detto, oggi, una bugia. -Bada. Ma sia la prima e l'ultima». Sapevo come la macchiolina -era venuta. Devi sapere che uomini e donne, lassù, -son come noi. Solamente, mentre da noi le donne belle e -gli uomini forti stanno specialmente nelle statue dei musei -e nei quadri delle gallerie e attorno per il mondo vediamo -girare ogni giorno un popolo di mostri e di sfiancati che -d'uomo e di donna han solo il nome, nella luna, invece, son -tutti belli. Così io, puoi immaginarlo, non tardai ad innamorarmi. -E quel giorno stesso avevo al mattino chiesto un -bacio ad una fanciulla bionda, offrendole, senza ch'ella me -lo chiedesse, ma perchè si fa sempre così, d'esserle per sempre -fedele. Ma nel pomeriggio una fanciulla bruna mi piacque -e poichè ella chiedeva, per annoiarmi, un giuramento -d'eterna fedeltà, io senza pensarci, tanto smaniavo di toccar -quelle rosee sue labbra, giurai come alla bionda anche alla -bruna d'esserle per sempre fedele. E il giorno dopo la prima -<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span> -bugia una terza fanciulla mi piacque. Suonava il violino -divinamente; e glielo dissi. Ella, sorridendo felice, mi domandò -se avessi mai sentito alcun altro suonar com'ella -suonava. Ed io giurai che no. E, verso sera, una quarta -fanciulla mi piacque, poichè suonava l'arpa celestialmente; -e glielo dissi. Ed anch'ella, sorridendo felice, mi domandò -se avessi mai nella luna od altrove sentito alcun altro suonare -com'ella suonava. E io giurai che no, anche a lei, tanto -mi piacque lusingarla per esserne lusingato e tanto non -osai dir la verità per cui m'era parso che la suonatrice di -violino, per profondità di sentimento e delicatezza di tocco, -la vincesse di gran lunga su la suonatrice di arpa. E alla -sera, <i>chez Madame la Lune</i>, furon dolori. Quattro macchioline, -grosse come centesimi, erano schierate in bell'ordine -su la mia giubba candida poco più su del cuore. «Bada, -mi disse vedendole la Luna con cipiglio severo. Bada, Pierrot. -Non continuar così se ti è caro vivere qui. Ricordati: -non sei più fra gli uomini. In terra, di bugie si vive. Qui, -di bugie si muore». -</p> - -<p class="speaker"> -L'AMICO -</p> - -<p> -Mi pare, in verità, che la Luna non potesse più affettuosamente -metterti in guardia.... -</p> - -<p class="speaker"> -PIERROT -</p> - -<p> -Mettersi in guardia.... Facile a dirsi, difficile a farsi. T'ho -detto e ti ripeto che lassù eran tutte maledettamente belle -e, non appena ne vedevo una che non avevo veduta ancora, -mi prendeva una gran smania di baciarle le labbra e di -suggerle in quel bacio l'anima come si succhia un fiore. E, -per ottener questo bacio, non badavo a mezzi leciti o illeciti. -Se mi chiedevano promesse, impegni, giuramenti, io, -preso nel vortice del mio desiderio, ubbriacato di bellezza, -<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span> -promettevo, m'impegnavo, giuravo. E la giubba, la mia povera -giubba si copriva di macchioline che s'allineavano in -piccoli battaglioni come un esercito schierato in piazza d'armi -e visto da un aereoplano a tremila metri. E, ogni sera, -la Luna contava: «Trecento.... Quattrocento.... Cinquecento....». -E ora le bugie, dette le prime, crescevano e si moltiplicavano -senza che io volessi. Lo diciamo anche su la -terra, tanto per giustificarci: una tira l'altra, come le ciliegie. -E una, infatti, tirava l'altra. Dove una bugia era scoperta, -dovevo dirne due nuove per nasconder la prima. -Dove un inganno svelato minacciava di farmi perdere ciò -che a me piaceva di conservare, tramavo altri tre inganni -per mantenere il primo. E, alla sera, la Luna contava: -«Ottocento.... Novecento.... Mille....». E sulla piazza d'armi -della mia giubba candida l'aereoplano a tremila metri non -vedeva più i punti fissi e radi d'un reggimento schierato: -vedeva, povero me, tutt'un formicolìo d'eserciti.... -</p> - -<p class="speaker"> -L'AMICO -</p> - -<p> -Come se guardasse, mettiamo, nell'anima di Colombina -cui tu inesorabilmente rimproveri il giuoco delle bugie. -</p> - -<p class="speaker"> -PIERROT -</p> - -<p> -Ma tutto questo complicato andirivieni del mio capriccio -e della mia fantasia, passati i primi tempi, corsa la cavallina, -s'acquetò rapidamente. Quand'ebbi in un modo o nell'altro -baciato tutte le donne che mi piacevano, m'accorsi -che tutti i baci erano uguali e che a nulla serviva continuare -a mutar di bocca se non riuscivo a mutar di piacere. -Quand'ebbi comunque conquistato, lusingando, adulando, -ingannando, imbrogliando, i migliori gigli per dormirvi la -notte, i migliori fiori per assicurarmi i più fini manicaretti, -i più bei cavallini per far trascinare la mia vettura, mi -<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span> -parve inutile continuare la mia fatica per avere altri agi -uguali a quelli che già avevo, altre ghiottonerie quando di -ghiottonerie ero già ristucco e altri lussi quando già, al mio -passaggio, sdraiato nella mia <i>Daumont</i>, destavo l'ammirazione -di mezzo mondo lunare e tutti mi segnavano a dito -dicendo con rispetto: «Quello è Pierrot...». Quando, imitando -gli altri poeti, camuffando con parole mie i pensieri -altrui, rubacchiando con mano destra concetti e rime, ebbi -avuto l'onore di adornare di miei versi le più illustri gazzette -dell'Olimpo lirico lunare, mi parve superfluo insistere -a far versi miei con quegli degli altri se già tutti leggendomi -dicevano: «La Terra ha Dante.... E noi, più avventurati, -abbiamo Pierrot....». E allora chiusi la mia vita in tre -grandi solitudini: una donna sola per amare, un solo amico -per vivere, un'opera sola per bere veramente, come Musset, -nel mio bicchiere e farmi perdonare da <i>Madame la Lune</i>, -in virtù del mio genio, le mie innumerevoli macchioline. E -trovai, solo allungando la mano, la donna che mi adorava, -l'amico impareggiabile e il capolavoro assicurato. -</p> - -<p class="speaker"> -L'AMICO -</p> - -<p> -E le macchioline, per tante nuove virtù, miracolosamente -scomparvero. -</p> - -<p class="speaker"> -PIERROT -</p> - -<p> -No. Sta a sentire. E non m'interrompere così.... Trovato -che ebbi l'amore, l'amicizia e l'opera, potei considerarmi, -invero compiutamente felice. Da ogni parte la vita nella -luna mi sorrideva come io avevo sognato che la terra mi -sorridesse. Altro non mi rimaneva da fare che lasciarmi -amare, lasciarmi servire e lasciar che l'estro liberamente -cantasse nella mia fantasia. Ma, col tempo, la donna che mi -amava mi venne a noia e, poichè aveva un'amica, non ebbi -<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span> -pace finchè non riuscii a tradir quella con questa. Verso il -mio fedele e impareggiabile amico io non ebbi più scrupolo -alcuno di mancargli di fede quando vidi che su la sua fede -io potevo fare completo assegnamento. E, giuocandone la -fiducia, sfruttandone gl'interessi, calunniandone il nome, riuscii -ad avvantaggiar me in ogni modo danneggiando in -ogni modo lui. In quanto poi al mio capolavoro, quando -vidi che l'opera era certa, ma lunga la fatica, quando vidi -alle prove che l'estro cieco non basta, ma che, come diceva -Buffon, <i>le génie n'est qu'une longue patience</i>, quando sentii -farsi attorno al mio raccoglimento operoso il silenzio nelle -frivole voci delle più leggere e quotidiane popolarità e non -mi vidi più per le vie segnato a dito e non mi vidi più nei -grandi giornali paragonato ogni giorno a Dante od a Shakespeare, -annunziai a tutti che il gran capolavoro era finito -e diedi fuori, spacciandoli per l'opera lungamente pensata -e lavorata, duemila versi qualunque buttati giù alla svelta -in meno d'una settimana. Ma quand'ebbi tradito così tutto -quello che avevo ricevuto in dono dalla Luna, l'amore, l'amicizia -e la gloria, non potei più passare per i marciapiedi -senza veder riflettersi negli specchi che li lastricavano non -più la mia giubba candida tempestata di macchioline, ma -addirittura una funebre casacca nera in cui di bianco non -c'era più neanche un puntolino. Così mi ritrovò <i>Madame la -Lune</i> quando, alcuni giorni dopo, essendo stata chiusa in -casa e invisibile per un'eclissi, ricomparve ufficialmente nella -sua reggia d'argento e mi mandò a chiamare. Non osavo -apparirle davanti e sentivo che nella sua collera la mia ultima -ora lunare sarebbe stata irremissibilmente segnata. Ma -non s'alterò vedendomi nero a quel modo da capo ai piedi. -Solo scosse melanconicamente la sua bella testa serena e -mi disse così, senza severità: «Vedo che nel felice mondo -<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span> -della luna, non ostante tutto ciò che io ti ho consigliato, tu -ti sei condotto non altrimenti da come, su la terra, gli uomini -si conducevano verso di te. T'ho dato le tre grandi -gioie del cuore, dello spirito e dell'intelligenza e tu ne hai -fatto menzogna e mercato. Ma non poteva essere altrimenti. -Non è tua colpa se, dopo le prime macchioline delle prime -timide bugie, la tua bianca casacca s'è fatta nera come l'anima -tua. Tu sei poeta, ma sei anche uomo, inguaribilmente -uomo. Poeta tu desideri un bene, una verità, una felicità -che poi, se ti son dati, tu uomo non sai vedere, non sai rispettare, -non sai conservare. Quand'eri su la terra odiavi -la menzogna, l'inganno, la frode, perchè menzogna e inganno -e frode eran tramati dagli altri verso di te. Ma quando -il tuo slancio ideale verso il sogno t'ha portato più su degli -uomini, dove nessuno mentiva, nessuno ingannava, nessuno -frodava, tu, che altro non sei che un uomo, hai mentito, -hai ingannato, hai frodato, hai fatto nella luna, verso gli -altri, quello che in terra ti doleva che gli altri potessero fare -a te. Il male è nel tuo cuore, piccolo uomo che si veste di -bianco, ma che è dentro di sè senza candore. L'illusione è -dentro di te, poeta, l'illusione per cui follemente ti lamenti -d'umane debolezze e d'umane viltà di cui tu sei quanto tutti -gli altri capace. Che vuoi tu dunque da noi? Qui sono anime -candide per cui purezza vuol dire diritto d'immortalità. -La vostra vita umana è invece in un breve circolo di anni, -impercettibile attimo nel tempo, inesorabilmente segnata. E -nessuno di voi uomini è immortale perchè nessuno di voi, -uomini, è degno d'immortalità. Anche qui, qualche volta, -un'anima si perde. Tu ne hai perduta una: quella di colei -con la quale hai tradito l'immenso amore che, per l'eternità, -in una donna io t'avevo dato. Ma quando quassù un'anima -si perde il lutto è così grande che una stella si spegne nel -<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span> -cielo e un mondo s'inabissa nell'infinito. Le stelle cadenti -che voi uomini vedete solcare il cielo nelle notti d'estate -altro non sono che anime perdute quassù e che precipitano -in un'ultima luce per venire a perdersi nella vostra terrestre -oscurità. Ritorna dunque, o piccolo poeta mortale, il -cui ideale non ha luce più lunga e più forte di quella di -una lucciola su la siepe, ritorna alla tua terra laggiù. Sopporta -che gli altri ti mentiscano poichè tu sei pronto a mentir -come loro. Soffri che gli altri ti ingannino, poichè tu, -come loro, non sai vivere di verità. Accetta d'essere vittima -della frode in attesa dell'ora propizia in cui sarai tu il frodatore. -Vattene dunque, uomo. E dì al poeta che ha dato -le ali alla tua fantasia per mandarti fin quassù, digli che è -inutile chiedere come lui fece <i>des ailes, des ailes</i>, quando -non potete servirvene per restare in alto. Quanto più in alto -tu sali, o poeta, con le tue ali d'impossibile, più dall'alto -cadi, tu uomo, quando il tuo peso mortale inesorabilmente -ti condanna a ripiombare giù». Ciò detto la Luna fece un -gesto e tutto si oscurò. Ed io mi ritrovai un istante dopo -sul margine del firmamento, non più Pierrot bianco, non -più Pierrot nero, ma col vestito da <i>clown</i>, a striscie bianche -e nere, pagliaccio di due colori, mezzo ideale e mezzo realtà, -poeta e uomo, da tutti diverso ed a tutti eguale. E vidi correre -verso di me cento, duecento, mille donne, tutte quelle -che avevo baciate, tutte quelle cui avevo mentito; e avevan -tutte la faccia di Colombina quando ride e mi sfida. E gridavan -tutte spingendomi verso l'abisso stellato: «Giù.... -Giù.... Via di qua, uomo.... Torna da lei che ci vendicherà...». -E in un'ultima risata di mille gole, nello spintone di duemila -braccia, dal margine del firmamento ricaddi nell'abisso, -traversai le stelle senza potermi più salvare aggrappandomi -ai loro chiodi d'oro; e vidi sotto di me, precipitando, il minuscolo -<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span> -mondo crescere, crescere, crescere e farsi sempre -più vicino, e più preciso, e vidi il mare e i monti, vidi le -luci delle città e poi le città stesse, e poi le vie, e i palazzi, -e le case, e le finestre, e il mio tetto e su questo un grottesco -piccolo trampolino messo assieme con due povere tavole, -miserabile tentativo fatto per sfuggire alla vita, agli uomini -e a me stesso, trampolino su cui picchiai per rimbalzare e -ricader fuori del cornicione, e rotolar giù lungo la parete -della mia casa, e ripiombar giù nella strada piccola, buia, -bagnata, fangosa e nell'urto formidabile svegliarmi, e trovarmi -lì a terra, accoccolato vicino al muro, col mio vestito -da Pierrot tutto pioggia e fango, col cielo sul capo, nella listarella -azzurra che se ne vede tra le case in città, senza -più nuvole tutto pieno di stelle. E la luna non era più -che lì dentro — sola luna degna di me, di te, di Colombina, -di tutti noi uomini e donne — la luna non era più che un -dischetto bianco, grande quanto una fetta d'ananas, tremolante -lì accanto a me nell'acqua piovana della pozzanghera. -</p> - -<h3>III.</h3> - -<div class="blockquote"> -<p> -(Ora Pierrot, compiuto il suo racconto, si è abbandonato con le braccia -e con la testa sul tavolino e, povero ragazzo deluso dal suo sogno -prima ancora di viverlo o di tentare di viverlo, s'è lasciato andare alle -sue lacrime e ai suoi singhiozzi. Piange, poverino, e si dispera da far -pietà. Ma l'amico di Pierrot non si commuove. Non è un poeta, l'amico -di Pierrot. È un uomo, semplicemente un uomo e gli uomini non hanno -mai pietà per i poeti che invece son uomini disperati di non esser che -uomini. Ma ora, d'improvviso, c'è un passettino su per la scala e una -mano gratta leggera alla porta. L'amico di Pierrot ha imaginato chi -può essere. E, infatti, levatosi, andato in punta di piedi alla porta ed -apertala, si trova davanti timida, tra sorrisi e lacrime, con un fagottino -sott'il braccio e una malinconia in cuore, Colombina che ritorna, con -la pace di Quaresima, al suo poeta innamorato. E, di su la porta, Colombina -vede pianger Pierrot che tutto sussulta nella sua giubba. Ha -nella melanconia un sorriso di trionfo e interroga l'amico): -</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span> -</p> - -<p class="speaker"> -COLOMBINA -</p> - -<p> -Poveretto!.... Piange per me?.... Ah, come lo adoro... -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -(E senza neppure aspettare risposta tutto il suo viso s'illumina di -felicità perchè di nulla una donna è felice come del potere di riempir di -lacrime gli occhi d'un uomo. E Colombina si slancia verso Pierrot, -s'inginocchia ai suoi piedi e leva verso di lui le sue braccia supplici e -le sue parole pentite. L'amico guarda un momento e poi brontola andandosene): -</p> -</div> - -<p class="speaker"> -L'AMICO -</p> - -<p> -Valeva proprio la pena d'andar fin nella luna per ritornare -a terra così, come tutti i giorni.... -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -(Ma Pierrot ha sollevato il volto. Ha visto Colombina. S'è gettato -nelle sue braccia. Colombina vorrebbe ancora spiegare la sua assenza -della sera prima, l'origine onesta dei suoi piccoli lussi, e ingannare ancora -Pierrot, e mentir quando occorre per far pace tra due innamorati, -e giustificar tutto quello che è vano giustificare poichè è inevitabile). -</p> -</div> - -<p class="speaker"> -COLOMBINA -</p> - -<p> -Ti giuro.... Credimi, amor mio.... È la verità.... Non -senti nella mia voce, non vedi nei miei occhi che è la verità?... -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -(Ma Pierrot le ha tappato la bocca con la mano. E ora si getta su le -labbra di lei con le sue labbra per cercar nel bacio certo il solo oblio -possibile di tutto quello che è incerto. E, tra un bacio e l'altro, le -dice): -</p> -</div> - -<p class="speaker"> -PIERROT -</p> - -<p> -No, zitta, zitta, ti prego.... Non dirmi nulla. Non spiegarmi -nulla. Non c'è nulla da spiegare. La vita è questa. -L'amore è questo. E nessuno può cambiare. -</p> - -<p class="speaker"> -COLOMBINA -</p> - -<p> -Ma tu devi credermi, tu devi ascoltarmi.... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span> -</p> - -<p class="speaker"> -PIERROT -</p> - -<p> -No, cara. È inutile. Ti credo, ti credo come se tu avessi -parlato. Verità, bugia, hanno le stesse parole, i medesimi -accenti, il medesimo sguardo. E chi può mai distinguere, -chi può davvero riconoscere? Che importa a te di dirmi la -verità se io posso crederla una bugia? Che importa a te di -dirmi una bugia se io, senza che tu abbia parlato, son -pronto a crederti come se avessi detto la verità.... Non c'è -altro da fare.... -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -(Ma invece di baciarlo Colombina si leva in piedi, offesa, imbronciata. -Poichè Pierrot tenta di riprenderla lo respinge. Poichè Pierrot cerca di -farla ridere, scoppia a piangere). -</p> -</div> - -<p class="speaker"> -COLOMBINA -</p> - -<p> -Lasciami... Mi hai offesa. E non mi ami. -</p> - -<p class="speaker"> -PIERROT -</p> - -<p> -Io?... Io ti ho offesa?... E come, come ti ho offesa? -</p> - -<p class="speaker"> -COLOMBINA -</p> - -<p> -Ma sì.... Anche ammesso che una donna dica una bugia -non è lecito crederle, mio caro, prima che l'abbia detta. -Non è possibile toglierle, credendola prima, l'illusione d'essere -stata creduta davvero! Impara a vivere, caro mio, ed a -trattar come si deve con le donne.... -</p> - -<p class="speaker"> -PIERROT -</p> - -<p> -Hai ragione.... Perdonami.... Tu ragioni a fil di logica ed -io son qui pronto ad ascoltarti,.. -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -(E, felice di poter mentire e di ricuperare nella bugia la gioia di sentirsi -creduta, Colombina, seduta ai piedi di Pierrot, le mani nelle mani, -gli occhi negli occhi, comincia a spiegare, a raccontare....) -</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span> -</p> - -<p class="speaker"> -COLOMBINA -</p> - -<p> -Non ti ho mentito mai.... Il giovane che mi seguiva l'altra -mattina è un parente d'una mia amica e m'aveva raggiunta -appunto per chiedermi notizie di lei.... Il merlettino -che tu hai trovato nel comò me lo ha regalato quella mia -stessa amica, per il giorno della mia festa, ed io avevo dimenticato -di fartelo vedere.... Il ritratto di militare ch'era -fra le mie camicie, te lo giuro, è capitato lì non si sa come.... -Io non lo conosco, quel militare.... Giurerei che è il fidanzato -della stiratrice.... E, quanto a questa notte, non credere -che io sia andata in giro per i caffè a divertirmi o a ballare.... -Ero in casa della zia e alle nove ero già a letto.... -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -(Mentr'ella parla così, Pierrot vede ancora nella massa dei capelli di -Colombina qualcuno di quei pezzettini di carta colorata che piovon nei -caffè e nei teatri nelle sere di Carnevale. Vorrebbe prenderne qualcuno -per farglieli vedere e smascherar subito la gran bugia. Ma ripensa al -<i>clown</i> di Banville, al trampolino per le stelle, al sogno nella luna, alla -piccola e miserabile verità della terra.... E ride.... Ride per non piangere, -come fanno i bambini, le donne e i poeti.... E vede lì accanto il -libro delle <i>Odes funambulesques</i>.... Lo riapre. Rilegge i versi): -</p> - -<div class="poem"> -<p><i>Plus haut! Plus loin! De l'air! Du bleu!</i></p> -<p><i>Des ailes! Des ailes! Des ailes!</i></p> -</div> - -<p> -(E si rialza ridendo Ali, ali, ali... E per andar dove? E pensa a Totò, -marito sedentario, pacifico commendatore, seduto nella sua poltrona -accanto al fuoco, i piedi nelle pantofole, intento pazientemente a far -versi pazzi nella sua tranquillità borghese ed a cercar rime rare tra le -rime obbligate della sua vita d'ogni giorno.... E ride, ride, ride di sè, -di Totò, di tutti i poeti, di tutte le poesie... Così ridendo prende il libro -delle <i>Odes funambulesques</i> e, aperta la finestra, lo scaraventa giù -nella strada. Poi rivà di corsa da Colombina interrotta nelle sue spiegazioni -e, ritornato a sedere, prima la bacia e poi l'ascolta: cioè fa -prima la cosa necessaria e poi la cosa inutile E Colombina, ostinata -riprende la matassina delle sue bugie che Pierrot, ridotto oramai ad essere -come tutti, ascolta con aria serena e credula, come fossero sacrosante -verità). -</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span> -</p> - -<p class="speaker"> -COLOMBINA -</p> - -<p> -E quanto poi al ritrattino del militare.... vedi.... posso -anche dirti.... posso anche giurarti.... se vuoi.... che a me -non piacciono i militari.... -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -(Intanto, per istrada, un piccolo Pierrot di quindici anni ha raccolto -il libro delle <i>Odes funambulesques</i> caduto nel fango e, apertolo alla -ballata del <i>clown</i> e delle stelle, comincia a sua volta a sognare): -</p> - -<div class="poem"> -<p><i>Plus haut! Plus loin! De l'air! Du bleu!</i></p> -<p><i>Des ailes! Des ailes! Des ailes!</i></p> -</div> - -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span> -</p> - -<h2 id="cirano">Il Bacio di Cirano</h2> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span> -</p> - -<h3>I. -<span class="smaller">LE SUE AMICHE DELLA COLLINA VERDE.</span></h3> - -<p> -La Collina Verde. Il bianco convento nascosto lassù, in -vetta al colle, fra querce ed abeti, che è la mèta d'ogni passeggiata -mattutina di Grazia. Arriva lassù, al trotterello del -piccolo somaro sardegnolo, piena di fiori la minuscola cestina -che il somarello tira su su per quel nastro bianco -della strada svolazzante nel verde. Ecco la cima del colle. -Ecco il grande panorama della valle ancora ingombra di -nebbia azzurra nel mattino di primavera. E Grazia bussa -alla porta del convento. Il chiaro sorriso della suora guardiana -l'accoglie appena la porta s'è aperta. È la piccola -amica d'ogni giorno, cariche come ogni giorno le braccia di -fiori, come ogni giorno piena di doni la borsa di velluto che -le pende al fianco. E, difatti, il primo dono è per lei: una -tavola di cioccolata per suor Ghiottona... Non ha neppure, -col volto illuminato di umile gioia, il tempo di ringraziarla. -Già Grazia vola via leggera — con la sua sottanina rosea, -col suo giubbetto di velluto nero, col suo cappello fiorito, -con quel costume un po' antiquato e fuori moda, ma così -pieno di grazia e di colore, che la fa sembrare una figurina -di Winterhalter — già Grazia vola via per il gran viale dei -cipressi e sbuca laggiù su lo spiazzo davanti alla grande cappella. -Le suore in ricreazione son lì, tutte raccolte. E non -appena Grazia appare, ecco le piccole bianche suore accorrerle -attorno, venir d'ogni lato, di tra il verde, come un -gran volo di farfalle. Quante, quante sono le sue amiche -della Collina Verde... E son lì, tutte attorno a lei — e ancora -<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span> -ne vengono, dal bosco le solitarie, dalla cappella le più -mistiche, dall'orto le buone massaie, dal giardino le più poetiche, -dal refettorio le più golose — e son tutte lì attorno -a Grazia che, come ogni mattina, distribuisce, dopo il grande -inchino e il baciamano alla Badessa, fiori, doni e sorrisi. -</p> - -<h3>II. -<span class="smaller">«HO FATTO IL GIRO DEI MIEI POVERELLI...»</span></h3> - -<p> -Ora Grazia è seduta sul gran prato d'innanzi al convento, -in un gran cerchio di suore. E lei, tutta rosa in mezzo -a quel bell'ordine di suore bianche, vista di lassù dal campanile -dove il campanaro suona le campane a festa, deve -sembrar nel verde una gran rosa rosea circondata di camelie -bianche. E parla, e parla... E racconta alle sue amiche -della Collina Verde quello che ha fatto da quando s'è destata -e levata con l'aurora: come ogni giorno il suo itinerario -di pietà e di consolazione, la sua dolce catena d'opere -belle e d'opere buone: -</p> - -<p> -— Ho fatto il giro, racconta, dei miei poverelli... Alla -scuola campestre, prima... Cari i miei bambinoni, con quei -loro grembiuloni bianchi, care le mie ragazzone con quei -loro vestitini azzurri, lì, su quei banchi, fra verde di campagna -e azzurro di cielo... Poi via, di corsa, dal mio “gran -malato„ immobile, poverino, da dieci anni, inchiodato, crocefisso -nella poltrona dalla paralisi... E poi son corsa a -dar lavoro, alle mie «manine d'oro»... al laboratorio... Manine -d'oro, veramente... Come ricamano! Se vedeste... Vi -fanno, adesso, una tovaglia per l'altar maggiore... Vedrete... -E poi via, di corsa, dai «miei eroi»... Povera mamma sempre -triste, ma pur gloriosa, con quei due giovanottoni senza -gambe l'uno, senza braccia l'altro, ma con mezzo metro di -nastrino blù sul petto tutt'e due... E poi ancora dove sono -stata?... Ah, a distribuire il pane ai miei vagabondi della -<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span> -strada maestra, precisi ogni giorno all'appuntamento, al -ponticello di legno sul torrente... Non ne manca mai uno... -Girano, girano, girano senza casa e senza requie, tutt'il -giorno e sempre lì ritornano ad aspettarmi, ogni mattina... -E anche lui mi aspetta, ogni mattina e ogni sera, il mio -vecchio poeta del campanile tra le sue campane... E come -suona a gloria il <i>Mattutino</i> quand'io lo vado a trovare lassù, -il mio amico altolocato, tra campane e cielo!... E poi, -quando lassù, isolata e sospesa nel cielo, ho ascoltato ben -bene, tra le campane giganti, l'inno che il poeta del campanile -fa squillare in onor mio, ridiscendo giù... in terra... -dove non c'è più gioia... dove il mio più grande dolore mi -aspetta... -</p> - -<p> -Gli occhi le si velano di lacrime. Abbassa il volto e la -voce: -</p> - -<p> -— Il mio povero e caro fratello tanto malato è appena -desto... Lo faccio adagiare su la <i>chaise-longue</i> dove trascorre -leggendo quasi tutte le sue giornate. Gli apro le finestre -affinchè un po' di sole entri a riscaldarlo e a rincuorarlo... -Come ritorna la speranza nel cuore dei malati quando un -po' di sole viene a toccarli, a scaldarli!... E gli domando, -ogni mattina, col cuore che mi batte tanto forte: “Stai meglio, -stamattina?...„ Ed egli dice di sì, per consolarmi... Ma -non è vero... Lo so che non è vero... È condannato, come -tutti i miei... -</p> - -<p> -E il volto di Grazia è nascosto nelle mani e il pianto è -nella sua gola e nel suo petto. Come più si stringono le -piccole suore attorno a lei, per consolarla... Ma Grazia è -forte. Grazia ha un grande cuore eroico e non vuol pietà. -Rimanda in dietro le lacrime, balza in piedi e si stringe -attorno le amiche bianche: -</p> - -<p> -— E ora sono, come ogni mattina, fra le mie amiche -della Collina Verde per ringraziare Iddio di quel po' di -bene che mi permette di fare!... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span> -</p> - -<p> -Va Grazia, con le suore, alla cappella. S'inginocchiano -e pregano. Che mistico fervore è sul volto di Grazia, quale -luce di trasfigurazione in quei suoi grandi occhi sognanti!... -</p> - -<h3>III. -<span class="smaller">CLAUDIO ARCERI.</span></h3> - -<p> -Nel suo studio denso di stoffe e di tappeti, lasciato in -eterna penombra dalla poca luce che entra attraverso i cristalli -da cattedrale, Claudio Arceri, seduto al tavolino, con -il pianoforte aperto accanto a lui, lavora. Ha d'innanzi a sè -i grandi fogli coperti di segni della sua opera nuova. Il -giovane maestro è già celebre, a trent'anni. Le sue tre prime -opere gli hanno conquistato una popolarità universale -e il mondo attende adesso la sua opera nuova. Il soggetto -ch'egli ha scelto è famoso: <i>Cirano di Bergerac</i>. La musica -gli canta dentro e il maggiore entusiasmo creativo accende -Claudio Arceri. Ma come lavorare? Ad ogni quarto d'ora -è interrotto. Il vecchio domestico, avvezzo ai rabbuffi ma -sempre, tuttavia, intimidito quando gli si deve avvicinare -nelle ore del lavoro, viene avanti pian piano, in punta di -piedi... Ha, sul vassoio, tre biglietti da visita. Come lo guarda, -Claudio, e come vorrebbe strangolarlo... Ma non lo strangola -perchè, in fondo, a quel vecchio fedele e taciturno domestico -vuol bene. Guarda i biglietti da visita: un editore, -due impresarii di teatri lirici. Come si fa a non riceverli?... -Peccato... Guarda i fogli sul tavolino... Era in un'ora di -estro... La ballata dei Cadetti gli veniva sui fogli così facile -che sembrava gliela dettassero dentro.. Pazienza... Avanti -l'editore... Poi... gli altri... -</p> - -<p> -— E... non ci sono per nessun altro... Chiunque venga: -il maestro lavora e non riceve. -</p> - -<p> -Il domestico va, ma Claudio, di scatto, lo richiama: -</p> - -<p> -— Cioè no... Aspetto alle cinque una signora... La riceverò... -<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span> -Verso le sette, poi, verrà la signorina Andreani. Se -l'altra signora non fosse ancora andata via direte alla signorina -Andreani che non sono ancora rientrato e che ho -telefonato per farla avvertire che andrò io a prenderla alle -otto a casa sua per pranzare insieme... -</p> - -<p> -Inchinato e docile, il domestico è uscito. Claudio, seccato -e compiaciuto insieme come tutti gli uomini e come tutti i -grand'uomini, sospira: -</p> - -<p> -— Dio, che vita complicata è la mia!... -</p> - -<p> -Complicata, sì, perchè Claudio Arceri non è solamente -un grande artista... È anche un gran bel ragazzo... E i suoi -nemici dicono che se fosse meno bello sembrerebbe — almeno -alle signore — meno bella anche la sua musica... -</p> - -<h3>IV. -<span class="smaller">«FORSE, UN GIORNO... CHI SA?»</span></h3> - -<p> -La meridiana della Collina Verde segna oramai mezzodì. -Squilla, in un dolce e caldo aroma di ragù che si mescola -al profumo dei giardini, la campanella del refettorio. Accompagnata -dalle bianche amiche per il gran viale dei cipressi. -Grazia va, dopo aver pregato, verso l'uscita. Ha le -braccia aperte su le spalle di due suore che, guardando a -terra, accordano i loro piccoli passi su quello lento e grave -di Grazia. Che silenzio attorno, ora che la campanella del -refettorio ha taciuto! E Grazia si sofferma, guardandosi attorno -e un sorriso pallido è su le sue labbra: -</p> - -<p> -— Fermarmi, un giorno, qui fra voi, per sempre... Che -pace! Che riposo! -</p> - -<p> -E riprende ad andare. E le due suore, occhi a terra, -mani nascoste nei grandi maniconi bianchi, riaccordano i -loro piccoli passi sul suo. Ora son presso la porta. Suor -Ghiottona apre e Grazia si volge ancora a guardare il giardino -del convento. È triste, è quasi commossa. Sussurra: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span> -</p> - -<p> -— Forse, un giorno... Chi sa? -</p> - -<p> -E piega la fronte sul petto della Badessa. -</p> - -<p> -— Ma no... Ma no... Sei giovane, sei bella, sei ricca, sei -buona... Tutto è per te nel mondo promessa di felicità... -</p> - -<p> -Un'ombra passa sul volto di Grazia che l'ha risollevato -sotto la pressione d'una mano della Madre. E un piccolo brivido -la scuote. Dubbio, prima. Poi, presentimento di terrore. -Ma è fiera e ha cuore eroico, Grazia! Si riprende: e s'illumina -ancora il suo volto nel sorriso quieto della mattina di -primavera e di bontà. -</p> - -<p> -— E ora corro... È mezzogiorno... E m'aspetta, a casa -mia, la minestra dei miei poverelli... -</p> - -<p> -Un bacio alle suore. Un bacio della Badessa su la sua -fronte. Un'altra tavoletta di cioccolata — inaspettata, l'ultima! — passata -sotto mano a suor Ghiottona che tiene -aperta la porta e Grazia è fuori, sul suo carrozzino di vimini, -con in mano le redini infiocchettate del suo ciuchino: -</p> - -<p> -— Ioh, Lumachino... -</p> - -<p> -E Lumachino, per smentire il nome, parte via di galoppo -giù per la discesa, lungo il nastro bianco della strada che -serpeggia — Grazia dice: svolazza! — nel verde della collina. -E, sebbene il refettorio le chiami e il ragù si raffreddi, le suore -rimangono lì a salutare, laggiù, lontane, sempre più lontane -per Grazia che che ogni tanto si volge, a salutare, care piccole -amiche d'ogni mattina, in un lento, in un sempre più -lento agitarsi di maniche bianche e di soggòli candidi... -</p> - -<h3>V. -<span class="smaller">«BUON APPETITO E BUON SOLE!»</span></h3> - -<p> -Son venti? Son trenta? Chi li conta? Si passan la voce -e ce n'è ogni giorno di più.. Ma c'è minestra per tutti... -Grazia sa bene che i poveri sono sempre più di quanti -crediamo e fa aumentare, meccanicamente, ogni mattina, la -<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span> -razione. Distribuisce a tutti ella stessa le belle scodelle fumanti -e li mette lì, in fila, sul muricciolo che, nella villa, -divide il giardino dall'orto. Che sole c'è là! Caldo dentro -e caldo fuori... Come si scaldano tutti quei poverelli! E -Grazia tutti li saluta, tutti li incuora: -</p> - -<p> -— Buon appetito e buon sole! -</p> - -<p> -E fugge. Ma una vecchietta afferra Grazia per la veste, -la ferma, le bacia la mano: -</p> - -<p> -— Dio ti benedica per quanto sei buona! -</p> - -<p> -Su, nella villa, una finestra s'è aperta. Marcello, il fratellino -malato, sorride, saluta Grazia, le fa cenno di salire, -richiude, scompare. E Grazia, che prima ha sorriso, ora ha -il volto doloroso e contratto. E si china, un'istante, all'orecchio -della vecchietta: -</p> - -<p> -— Non per me bisogna chiedere la benedizione di Dio... -Ma per lui, per lui... bisogna tanto pregare... -</p> - -<h3>VI. -<span class="smaller">SERENITÀ.</span></h3> - -<p> -Leggera, aerea, rosea, sorridente, Grazia entra nella sala -da pranzo dove la tavola è apparecchiata. Mette i fiori su -la tavola, nei vasi. Corre alla finestra. L'apre. Il sole, in un -gran rettangolo d'oro, invade la sala. Ed eccola, di volo col -sole, nelle braccia di Marcello che le dice: -</p> - -<p> -— Sorellina, dove entri tu entra il sole! -</p> - -<p> -E Grazia ride, gli tappa la bocca con la mano: -</p> - -<p> -— Esagerato! -</p> - -<p> -E, di volo ancora, eccola nelle braccia di Rosetta, l'amica -intima, quella che su tutte e fra tutte è cara al suo cuore. -</p> - -<p> -E batte le mani. E chiama a tavola. E aiuta il fratello -a sedere. E siede ella stessa, ma ancora un pensiero pei -suoi poveri traversa il suo cuore. Corre alla finestra. I poverelli -son là, allineati, sul muricciolo al sole, a gustare la -<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span> -buona minestra fumante. La vedono, restan tutti con i cucchiai -in aria e un coro di saluti e di benedizioni la raggiunge -lassù. Grazia sorride, richiude e torna a tavola. Accanto -al suo tovagliuolo, su un piccolo vassoio, è la posta. -</p> - -<h3>VII. -<span class="smaller">UNA LETTERA TRA ALTRE DIECI.</span></h3> - -<p class="indl"> -<i>Mia cara Grazia,</i> -</p> - -<p> -<i>Claudio Arceri, il glorioso musicista che attualmente -compone la sua nuova opera, <span class="upright">Cirano di Bergerac</span>, distratto -nel suo lavoro dalle troppe cure e dalle troppe noie della -vita cittadina, cercava un verde cantuccio solitario per lavorare -in pace. Io gli ho consigliato, pensando a te, il paesello -verde e rosa, tra boschi e giardini, dove tu vivi con -tanta serenità di cuore e di opere. Il maestro Arceri, nella -solitudine provinciale, troverà in te certamente un'ammiratrice -e un'amica. Gli ho detto di te la metà del bene che di -te si deve pensare. E te lo mando su, assieme a questa lettera, -già un po' innamorato di te: innamorato di te senza -averti mai veduta, sol per aver sentito vantare i tuoi pregi: -come Jaufré Rudel per la Contessa di Tripoli. Scherzi a -parte, io affido alla tua buona accoglienza questo grand'uomo -che viene su la tua montagna. Dà alle ore del suo lavoro -il conforto prezioso della tua deliziosa amicizia. Ti ringrazia -e ti abbraccia la tua</i> -</p> - -<p class="indr"> -GABRIELLA. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span> -</p> - -<h3>VIII. -<span class="smaller">UN ARRIVO.</span></h3> - -<p> -Un trenino omnibus si ferma, affannando, nella piccola -stazione tutta rossa d'oleandri in fiore. Un solo viaggiatore -ne discende, un viaggiatore insolito: un bel signore elegante, -un signore di città. Claudio Arceri chiede spiegazioni: -</p> - -<p> -— Per il Castello d'Arcole, presso il convento della Collina -Verde... -</p> - -<p> -E un facchino accompagna il grande musicista verso -la vecchia diligenza polverosa che aspetta fuori, all'ombra, -già rivolti i cavalli verso la lunga strada bianca che bisogna -lentamente salire. -</p> - -<h3>IX. -<span class="smaller">TOSSE...</span></h3> - -<p> -Batte le mani, Grazia. Com'è felice! Che grande idea ha -avuta Gabriella... Come ella ammira la musica di Claudio -Arceri e come sarà felice di conoscerlo, come terrà ad onore -di diventare sua amica!... Marcello, che rideva per tanta -gioia, s'interrompe. Un colpo di tosse gli sconvolge il viso -lacerandogli il petto. Sùbito Grazia accorre a lui, trepida, -spaurita. L'attacco cessa. Torna, Marcello, a sorridere. Torna, -Grazia, al suo posto. Ma non sorride più... -</p> - -<h3>X. -<span class="smaller">GRAZIA HA QUATTRO AMICI.</span></h3> - -<p> -Quattro amici. I così detti «amici del dopo pranzo»... -Fedeli. Devoti. Esclusivi. Sempre in lotta fra loro, ma sempre -uniti nell'affetto di lei, nell'ammirazione delle sue virtù. -<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span> -Sono il farmacista della Collina Verde, il maestro di -scuola, il vecchio conte Spada e don Giovannino. Tra i -quattro il conte Spada e don Giovannino sono i più caratteristici: -il conte Spada col suo <i>tight</i> eterno, con le sue uose -bianche, la sua caramella, la sua cravatta girata e rigirata -tre volte attorno all'altissimo ed immacolato colletto; -Don Giovannino con le sue eleganze provinciali, coi vestiti -ch'eran di buon taglio tre anni prima, con le cravatte dai -colori sgargianti, le scarpe che accoppiano tra piede e -gambaletto i più stridenti colori, un palmo di fazzoletto -fuori del taschino, l'eterno fiore all'occhiello, la scriminatura -diritta come un binario e certe cravattine papillons -che sembran davvero farfalle tanti sono i colori che vi sfoggiano -sopra. Il conte Spada, unico superstite di grande famiglia, -rappresenta tutta l'aristocrazia della Collina Verde: -aristocrazia senza un soldo, ma aristocrazia. Don Giovannino -è della Collina Verde l'uomo fatale: don Giovanni di -paese, migrante leggero ed inconcludente tra camerierine -e contadinotte verso un'eterna conquista, ma don Giovanni, -arbitro di tutte le eleganze, al corrente di tutte le mode, re -dello chic su la piazzetta del paese. -</p> - -<p> -Eccoli, dopo colazione, tutt'e quattro, a prendere, come -sempre, il caffè in casa di Grazia e di Marcello. Ma che -hanno oggi? Perchè sono tutti scuri in volto, ammusoniti, -taciturni, scontrosi? Grazia interroga. Rispondono a monosillabi. -Grazia guarda. Evitano il suo sguardo... C'è... c'è... -che sono già tutt'e quattro maledettamente gelosi. Grazia ha -annunziato l'arrivo di Claudio Arceri. E che viene a fare -lassù? Perchè ha scelto proprio la Collina Verde per venire -a lavorare? Quante altre migliaia di comuni ha l'Italia a -disposizione dei grandi uomini in cerca di villeggiatura? -Ora che il grand'uomo arriva accadrà quel che deve accadere: -passeranno loro in seconda linea, saranno da Grazia -trascurati, forse abbandonati... per lui... -</p> - -<p> -Grazia, ridendo, s'è levata. Li vede lì, mortificati, imbronciati, -<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span> -ai quattro angoli della tavola da pranzo, col caffè che -si fredda nelle tazze alle quali, per protesta, non hanno -voluto neppure avvicinare le labbra. Grazia fa loro -cenno di seguirla per passare nel salone dov'è il pianoforte. -Vanno, come cani frustati. Grazia, questa volta, è crudele: -anche Grazia è donna e non è perfetta. Li vede gelosi e si -diverte a punzecchiarli. Ha preso gli spartiti delle opere di -Claudio. Ha fatto prima vedere la fotografia del maestro, -specialmente a don Giovannino... E poi ha esclamato, coi tre -spartiti in mano levati in alto entusiasticamente: -</p> - -<p> -— Che musica divina! Tre capolavori! -</p> - -<p> -Il farmacista, che è melomane e ostinato suonatore di -pianoforte, storce la bocca con aria di disprezzo. Grazia gli -va sotto minacciandolo con gli spartiti e gridando; -</p> - -<p> -— Capolavori, sì! E voi non capite niente... -</p> - -<p> -È troppo. L'offesa li tocca tutti, ma per tutti si risente il -farmacista che prende dalle mani di Grazia uno spartito e, -apertolo a caso sul leggìo del pianoforte, esclama: -</p> - -<p> -— Volete un saggio di questa famosa musica divina? -Tappatevi le orecchie. -</p> - -<p> -E siede al pianoforte e fa per suonare... Ma Grazia si -slancia verso la vecchia spinetta, vi si appoggia e chiude su -la tastiera il coperchio: -</p> - -<p> -— No. Qui non si suona. Vi suonò per l'ultima volta -mio padre, dieci anni fa. -</p> - -<p> -E corre nell'altra stanza, e torna, cariche le braccia del -grave peso del grammofono. Ed ha con sè un disco. Lo leva -in aria, trionfalmente, e poi lo mette a posto, nell'apparecchio. -</p> - -<p> -— Si, sì, ora la sentirete la musica di Claudio Arceri... -</p> - -<p> -E il grammofono va... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span> -</p> - -<h3>XI. -<span class="smaller">PITTORESCA, MA INTERMINABILE...</span></h3> - -<p> -E va anche, su per la lunga e lenta salita, già da due -ore, la diligenza in cui Claudio Arceri sonnecchia quando i -sobbalzi della vettura glielo permettono. E ci sono ancora -due ore di strada! Tra sonno e sonno Claudio guarda dagli -sportelli: luoghi pittoreschi, boschi di castagni miracolosi, -pinete sublimi, panorama indescrivibile, sì, sì, tutto quello -che gli hanno decantato e promesso... Ma che strada interminabile!... -Pittoresca, ma interminabile... -</p> - -<p> -E che idea è stata mai quella di non venir fin lassù in -automobile? -</p> - -<h3>XII. -<span class="smaller">CHIAMA A RACCOLTA...</span></h3> - -<p> -E il grammofono va, va ancora. Dapprima i quattro hanno -tentato di motteggiare sotto gli sguardi fulminanti di Grazia. -Ma adesso... Adesso altro che far gli spiritosi! Adesso son -presi anche loro, come Grazia rapita, come Marcello, come -Rosetta, nel fascino della musica stupenda. Hanno a poco a -poco avvicinato le loro sedie e son là, con certi visi gravi e -intenti, con certi occhi grandi che un velo di lacrime fa più -luminosi. Anche Rosetta è, come Grazia, profondamente -commossa. Anche lei adora la musica di Claudio Arceri. -Marcello, che le è vicino, le mormora all'orecchio: -</p> - -<p> -— Musica che strappa il cuore!... -</p> - -<p> -E Rosetta, che aveva già il labbro tremante e gli occhi -smarriti, nasconde il volto nelle mani e scoppia a piangere -dirottamente. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span> -</p> - -<p> -D'improvviso Grazia arresta il grammofono. Corre a -Rosetta e, presala tra le braccia, le asciuga gli occhi, la fa -sorridere, ride con lei... Poi guarda i quattro. Son lì, immobili, -i vecchi amici gelosi di Claudio, son lì vinti, commossi. -Li fa levare, Grazia, e, dando loro i cappelli, li spinge fuori -e dice: -</p> - -<p> -— E ora via, via, cari, a farvi belli e ad avvertir tutte -le mie amiche. Claudio Arceri fra poco sarà qui e voglio -presentargli tutt'il mio piccolo mondo. -</p> - -<p> -E don Giovannino, su la porta, assicura Grazia: -</p> - -<p> -— State tranquilla... Alle ragazze penso io... -</p> - -<h3>XIII. -<span class="smaller">PRIMA CURIOSITÀ.</span></h3> - -<p> -Il Castello di Arcole è a pochi chilometri dal paese e -la diligenza vi fa sosta affinchè Claudio Arceri possa discendere. -E, appena disceso, mentre la corriera riprende la via -su per la salita, il suo primo pensiero, il suo primo interesse -è per Grazia. Chiede sùbito ov'ella abiti al giardiniere -che è venuto a riceverlo. E il giardiniere gl'indica lì, -a duecento metri, la vecchia villa di Grazia, coi suoi due cipressi -al cancello e la sua corona di pini attorno alla casa -tutta avvolta di edera. -</p> - -<h3>XIV. -<span class="smaller">RIVEDENDO LA «SCENA DEL BALCONE».</span></h3> - -<div class="poem"> -<p>... E quali mi direte, se venne un tale istante</p> -<p>Per noi, quali parole? — Ma quante, quante, quante</p> -<p>Me ne verranno al labbro; senza disporle in mazzo</p> -<p>Gitterovvele in fascio: io vi amo, son pazzo...</p> -</div> - -<p> -— Bei versi! dice Rosetta levando gli occhi dal libro. -</p> - -<p> -— E che musica saprà farci Claudio Arceri! risponde -<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span> -Grazia chiudendo il poema ch'ella ha preso poco prima -nella biblioteca. -</p> - -<p> -E rimangon lì, le due fanciulle, a pensare, a ricordare... -Rivedono la scena del balcone al terzo atto di <i>Cirano</i> così -come la videro qualche anno prima, una sera, indimenticabile, -in città: Rossana bianca sul balcone verde d'edera e -fiorito, nell'ombra della notte tutta tremante di stelle; e sott'il -balcone Cristiano, il bello, il felice, l'amato, che ripete -le parole che Cirano, brutto, senza gioia, senza amore, gli -suggerisce, nascosto sott'il portico. Ma Cristiano ode male, -ripete male, va troppo piano per il torrente di parole che -vien su, tumultuoso, dal cuore innamorato di Cirano. E, -avvolto nel nero mantello, mascherando nella commozione -la voce, Cirano parla direttamente a Rossana, le canta, le -grida le sue grandi parole d'amore ch'ella deve creder quelle -di Cristiano: -</p> - -<div class="poem"> -<p>T'amo, soffoco, è troppo, non reggo più: siccome</p> -<p>Dentro un sonaglio, sta nel mio cuore il tuo nome,</p> -<p>E poi che senza posa l'anima mia vacilla,</p> -<p>Senza posa il sonaglio s'agita e il nome squilla.</p> -</div> - -<p> -E le due donne sono, come sempre, prese dalla disperata -malinconia di questa scena in cui l'infelicissimo amante privato -d'amore trova una disperata e tremenda voluttà nel dire -nell'ombra, per un altro, le parole del suo folle amore, nel -rinunziare, nel sacrificarsi così fino a far salire un altro a -cogliere su le labbra dell'amata il bacio, il divino bacio che -le sue parole han preparato... -</p> - -<p> -Ma Grazia si riprende. Scuote il capo sorridendo, e la -melanconia: -</p> - -<p> -— A vestirci! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span> -</p> - -<h3>XV. -<span class="smaller">PREPARATIVI.</span></h3> - -<p> -Grazia mette una rosa nei suoi capelli e si guarda allo -specchio: è carina, è molto carina. Ma non pensa solo a sè, -Grazia. Pensa anche a Rosetta. E c'è una rosa anche per lei. -C'è un po' di cipria anche per lei. C'è uno specchio per -dire anche a lei che anche lei è carina, molto carina... -</p> - -<p> -E ha l'aria di trovarsi molto carino anche Claudio Arceri, -nella sua stanza da letto al Castello, se indugia così davanti -allo specchio a fare impeccabilmente diritta la scriminatura, -a rivedere il nodo della cravatta, a infilar nell'occhiello -un gran garofano bianco e a metter nel fazzoletto -due gocce d'ambra antica Coty. -</p> - -<p> -E come si senton carini anche i quattro che, rivestiti a -festa, tutti lustri e attillati, scendon giù per un vicolo del -paese verso la villa di Grazia... Che palamidone ha il farmacista! -E che panciotto di velluto a scacchi bianchi e -neri ha tirato fuori il maestro di scuola! Le ghette e i guanti -bianchi del conte Spada accecano per il loro splendore e -don Giovannino ha messo fuori una cravatta scozzese che, -per non innamorarsi a prima vista di lui e di lei, bisogna -aver duro il cuore come un macigno... -</p> - -<h3>XVI. -<span class="smaller">L'INCONTRO.</span></h3> - -<p> -Nel salone grande della casa di Grazia dov'è la vecchia -spinetta tra vecchi quadri di famiglia e vecchi mobili che -mai Grazia ha voluto cambiare — e sembra, ed è, infatti, -un vecchio salotto del Cinquantanove — nel salone grande -e scuro della casa di Grazia gli abiti chiari delle sue amichette -<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span> -mettono note di luce qua e là. Ogni tanto, azzurra o -rosea, tutta tulle e nastrini, ne spunta un'altra su questa o -quella porta. E sembran nella penombra grandi fiori rosei -o celesti che sboccino, d'improvviso, su una porta, dietro -una tenda, fra un mobile e l'altro, davanti a una consolle -o sopra un canapè, qua e là... -</p> - -<p> -Qua e là, da per tutto, corre Grazia che Rosetta serve e -segue come il prete all'altare. Qua riordina, là spolvera... -Metton dovunque fiori e fiori nei vasi... -</p> - -<p> -— Hanno spogliato il giardino! dice a un gruppo di -piccole amiche, sorridendo, Marcello, Marcello che domina -il suo malessere per non turbare a Grazia l'ora di quell'arrivo -che è una gran festa per lei... -</p> - -<p> -Spolvera, spolvera, spolvera... Quanta polvere c'era e -quanta ce n'è ancora... Ci vuole aiuto... E Grazia, quando i -quattro amici in abito da cerimonia fan l'entrata solenne in -processione, mette sùbito un bello scopettino nei guanti -bianchi di don Giovannino e invita questi a spolverare, a -spolverare lui la spinetta, mentre lei spolvererà lo consolle -e Rosetta il canterano e le campane di cristallo.... Ma, -oh Dio!, il domestico entra ed annunzia: «Claudio Arceri -è arrivato». È come se fosse caduto il fulmine. Tutti son lì, -immobili, in piedi, impietriti;... Nell'ansia Grazia ha dimenticato -di togliersi il grembiulino e se ne accorge quando -Claudio è già apparso su la porta e s'è inchinato davanti a -lei... Mentre Claudio, nell'inchino, ha giù gli occhi al pavimento, -fa a tempo Grazia a toglierselo, a chiuderlo in una -mano, dietro il dorso. Claudio è venuto avanti. Come agita, -Grazia, le mani dietro la schiena... È il momento di dar la -mano al maestro. Ma in una ha il grembiule e nell'altra lo -scopettino. Un grand'imbecille quel don Giovannino che è -dietro di lei e non vede che bisogna toglierla d'impaccio! Non -pensa, Grazia, alla cosa più semplice: buttar tutto per terra. -Ma nella confusione accade sempre così: ci si impunta su un -ostacolo e la soluzione più semplice ci sfugge. Ecco che -<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span> -Claudio le è davanti. Grazia s'è inchinata a sua volta. Ora -è il caso di tirarsi su, di dargli la mano... Ma come fare? -Quell'imbecille di don Giovannino... Si sente, Grazia, perduta... -Ma miracolosamente, a tempo, due mani — quelle di -don Giovannino diventato meno stupido? — le tolgono -scopetta e grembiule ed ella, tirandosi su dal bell'inchino, -può dare a Claudio la mano e dirgli commossa e col suo -più bel sorriso: -</p> - -<p> -— Inutile assicurarle, maestro, ch'ella ha qui tutt'un piccolo -mondo d'ammiratori... -</p> - -<p> -Claudio sorride: il sorriso solito per la solita frase udita -mille e mille volte. E Grazia presenta: suo fratello, Rosetta, -i suoi grandi amici — che stretta di mano stile <i>Louis -XV</i> dà il conte Spada e che <i>shake-hand</i> da spezzare il -braccio al maestro dà don Giovannino! — e, finalmente, le -sue amiche. E, ad una ad una, le ragazze passan davanti al -maestro con un piccolo goffo inchino che le fa diventar tutte -rosse e poi si ritraggono e fanno qua e là, nel fondo in penombra -della gran sala, gruppi chiari e chiacchierini che -son per Claudio Arceri tutti sguardi e commenti. -</p> - -<p> -E poi, appena Claudio è seduto accanto a Marcello che -lo interroga sul suo lavoro e sui suoi propositi, le ragazze, -chiamate da Grazia, vengono avanti e l'aiutano a servire il -tè. In un angolo don Giovannino studia il maestro. Ora -s'avvicina a tre ragazze che son rimaste lì ferme a guardare -coi gomiti poggiati alla <i>consolle</i>. E chiede, in confidenza: -</p> - -<p> -— Meglio di me il maestro? Osereste affermarlo? -</p> - -<p> -Una risata delle ragazze gli risponde e rimane lì, come -uno stupido, mentre le ragazze volan via anche loro verso -il maestro, per servire i biscotti... -</p> - -<p> -E don Giovannino si consola. Guarda il maestro, vestito -semplicemente d'una giacca nera. E guarda, invece, il suo -<i>tight</i>: -</p> - -<p> -— Si fan forse le visite in giacca?... Ma bisogna compatirlo... -Poverino! È un artista. E non conosce gli usi... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span> -</p> - -<h3>XVII. -<span class="smaller">CAMPANE CHE ASPETTANO.</span></h3> - -<p> -Come ogni sera a quell'ora, il vecchio amico del campanile -aspetta Grazia lassù per suonare l'Ave Maria. Il sole è -già laggiù, su l'orlo dell'orizzonte. Già non è più interamente -un disco. E tra le grandi campane mute, brune sul cielo -verdino, il campanaro attende. Guarda l'ora ogni due minuti. -Per la prima volta quella sera Grazia è in ritardo... E guarda -giù se Grazia venga... Guarda, aspetta... E le campane -aspettano... E, il sole continua a calare laggiù, fra quelle -nuvole rosse... -</p> - -<h3>XVIII. -<span class="smaller">IL «LAMENTO DI GIULIETTA».</span></h3> - -<p> -Claudio Arceri è alla spinetta. Grazia gli ha detto: -</p> - -<p> -— Vi suonò, l'ultima volta, mio padre. Vuol darmi lei -la gioia di riaprirla oggi? -</p> - -<p> -Appena seduto, Claudio è rimasto incerto. Che cosa suonare? -E Grazia ha preso lo spartito d'una sua opera: <i>Giulietta -e Romeo</i>. L'ha aperto sul leggìo: -</p> - -<p> -— Il “<i>Lamento di Giulietta</i>„, maestro. È il suo capolavoro! -</p> - -<p> -E Claudio Arceri ha cominciato a suonare. Grazia è -appoggiata alla spinetta, intenta ad ascoltare, a guardare. E -lentamente, pianamente, a mano a mano che il maestro suona, -i gruppi sparsi nell'ombra del salone si avvicinano, si stringono -sempre più, diventano uno solo e le ragazze, le rose -rosee, le rose azzurre, non sono più staccate, ma formano -adesso, chiare di luce nella penombra, tutto un grande <i>bouquet</i>. -E le braccia si allacciano, e gli occhi si cercano. E -Grazia guarda il piccolo orologio che ha al polso e, mentre -ascolta la musica, ricorda... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span> -</p> - -<h3>XIX. -<span class="smaller">LA BUONA NOTTE AL SOLE.</span></h3> - -<p> -Sagoma nera su l'alto del campanile, il vecchio poeta delle -campane ha perduto oramai ogni speranza. Sarà solo, quella -sera, a dar la buona notte al sole, al sole che laggiù, nell'orizzonte -ora violetto, non è più che un piccolo arco rosso -sempre più piccino, prossimo a scomparire... E le grandi -campane mute, brune sul cielo verdino, aspettano ancora, -ancora un momento... -</p> - -<h3>XX. -<span class="smaller">ESTASI E RIMORSO.</span></h3> - -<p> -E, nella sala in cui l'ombra diviene sempre più nera e dove, -nella suggestione della musica, cuori e corpi si fanno sempre -più stretti e più vicini, Grazia guarda ancora l'orologio -al suo polso. Vorrebbe andare. Non sa staccarsi. È combattuta -e divisa, tra un'estasi e un rimorso. -</p> - -<h3>XXI. -<span class="smaller">AVE MARIA!</span></h3> - -<p> -E il sole è scomparso. Pace e melanconia infinita del -crepuscolo. Ed è l'armento che torna dal pascolo col suo -pastore, ed è il piccolo lago che s'addormenta tra le ninfee, -ed è la luce che s'accende nei casolari, ed è l'ombra che -scende giù per la montagna, ed è la falce di luna che spunta -lassù dietro la collina, ed è il carro pesante e lento che -va per la lunga via crepuscolare, ed è l'argenteo saluto dei -campanili lontani al giorno che se n'è andato. -</p> - -<p> -E, finalmente, nere e gigantesche sul cielo ove s'accendono -<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span> -pallide le prime stelle, le campane lentamente si muovono. -</p> - -<p> -Presso la spinetta Grazia, d'improvviso, le ode. Tende al -richiamo lontano delle amiche d'ogni sera l'orecchio ed il -cuore. Ancora è combattuta, ancora è divisa, presa fra due -sentimenti e fra due musiche. Con gli occhi intenti, dilatati, -rivede le cose d'ogni sera: il poeta sul campanile, le ultime -nuvole paonazze laggiù, le finestre di Collina Verde che s'illuminano, -la porta del casolare che si chiude, il contadino -che torna coi suoi buoi, le fanciulle che ballano su l'aia al -suono della fisarmonica. -</p> - -<p> -Claudio Arceri suona. Gli occhi fissi su lui, tutta l'anima -in lui, Grazia lo ascolta. Come, nell'ombra che ha invaso -tutta la stanza, che ha disperso ogni sagoma, come il gruppo -di quelli che ascoltano s'è stretto attorno al musicista nel -breve cerchio di luce gialla delle candele!... E nel silenzio -immenso solo quelle due voci si chiamano, si rispondono, -fan di due canti lo stesso canto: la spinetta di Claudio Arceri -e, lontane e lente, le campane dell'Ave Maria. -</p> - -<p> -Grazia, al riflesso delle candele che illumina solo il suo -volto, è lì, appoggiata alla spinetta, il capo fra le mani, gli -occhi intenti sul musicista, il cuore alle due musiche. Ma a -poco a poco una sola musica, quella che ha vinto, rimane -in tutt'il suo immenso cuore gonfio di commozione: quella -di Claudio che continua a suonare mentre le grandi amiche -d'ogni sera, che hanno invano chiamato Grazia, si addormentano -pian piano negli ultimi rintocchi sempre più lenti -e, ferme oramai, non sono più che gigantesche ombre sul -cielo sereno e infinito dell'immensa notte finalmente discesa... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span> -</p> - -<h3>XXII. -<span class="smaller">COSÌ, OGNI GIORNO...</span></h3> - -<p> -Le parole ardenti di Cirano hanno vinto il cuore di Rossana. -Lassù, al davanzale, trepida fra i rami del gelsomino, -la fanciulla è pronta, è offerta al bacio del suo innamorato. -E Cirano, escito dalla sua folle ebbrezza, spinge su l'altro, -Cristiano, a cogliere su quelle labbra frementi il bacio ch'egli -ha preparato. -</p> - -<p> -Questa è la pagina ardente e disperata che oggi ispira -Claudio Arceri seduto a comporre al suo tavolino da lavoro. -Ha provato or ora, al piano, la melodia che gli è frullata -nel cervello e che ha fissata su la carta. Ora è stanco. Ha -guardato sul tavolino il piccolo orologio che segna le ore -della sua fatica quotidiana. Le sue piccole amiche sono oggi -in ritardo? Ma no... Ecco il rumore d'una porta che s'apre, -ecco un echeggiar di voci, fuori, nel vestibolo, e le due amiche, -tutta azzurra l'una, tutta rosea l'altra, entran correndo e -son di volo alla scrivania e al pianoforte. Grazia cerca fra -le carte, vede la nuova musica appena appena composta. -L'apre sul leggìo e, costretto Claudio a levarsi, lo fa sedere -al pianoforte. Presto, presto... Le nuove melodie appena nate -devono avere le loro prime ammiratrici. -</p> - -<p> -E Claudio Arceri suona alle due piccole amiche che, sedute -accanto a lui, un gomito sul ginocchio, il volto nella -mano, vedono ripassare nella loro memoria, nel sortilegio -della musica, le scene e le figure del bel poema: l'incontro -coi cappuccini, l'apparir di Rossana al balcone, il primo balbettìo -di Cristiano, il volo lirico di Cirano, l'apologia del bacio: -</p> - -<div class="poem"> -<p>.... Ma poi che cosa è un bacio? Un giuramento fatto</p> -<p>un poco più da presso, un più preciso patto....</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span> -</p> - -<h3>XXIII. -<span class="smaller">GENTE CHE ASPETTA INVANO.</span></h3> - -<p> -Su la poltrona dov'è inchiodato dalla paralisi il «grande -malato» volge invano il capo verso il cancello del suo piccolo -giardino... -</p> - -<p> -Nel laboratorio le «manine d'oro» lavorano... La tovaglia -per l'altar maggiore, tutta piena di bei ricami, è pronta, -ma nessuno viene a ritirarla. Il lavoro non è più come prima, -sicuro, felice... Di tanto in tanto le «manine d'oro» si -fermano... A questa sarebbe necessario un consiglio... Quella -ha paura di sbagliare... Quell'altra non sa più come andare -avanti. E aspettano, le manine d'oro, di sera in sera, di mattina -in mattina... Aspettano. -</p> - -<p> -E lì, al sole, i due ragazzoni mutilati, i due eroi, senza -gambe l'uno, senza braccia l'altro, fumano e ricordano... Ricordano -le ore in cui le parole buone, parole consolatrici, parole -che nessuna altra bocca sa dire, scendevano sino in -fondo alle loro anime... Ora fumano, soli, melanconici, al -sole... Soli: come e quanto si sentono soli!... Davanti a loro -è la strada bianca, vuota... Suonava un tempo, d'improvviso, -su quella strada, il trotterello leggero e frettoloso... E -tutt'il cuore era un'illuminazione... -</p> - -<p> -E, al ponticello di legno, gli erranti, i vagabondi della -strada maestra, si raccolgono come ogni mattina. Facevan -chilometri e chilometri, una volta, per non mancare all'appuntamento. -Dovunque fossero, ovunque li conducesse il loro -vagabondaggio, lì li riconduceva, all'uscir da ogni notte, la -loro buona stella. Veniva di lassù, dall'alto di quel ponticello, -la buona stella, in un dondolìo di sonagli d'argento... -</p> - -<p> -E lassù, sul campanile, accanto alle immobili campane -che sembrano non aver più lo stesso suono, il poeta del -campanile aspetta, guarda ogni sera, giù giù fin dove il viottolo -<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span> -si perde tra i vigneti, guarda se la piccola cara ombra -appaia ancora come appariva, fedele, puntuale, ogni sera. -</p> - -<p> -Ma Grazia non viene più. -</p> - -<h3>XXIV. -<span class="smaller">UN MAZZO DI ROSE BIANCHE.</span></h3> - -<p> -Claudio ha richiuso il piano. Quanta ne vorrebbero le -ragazze!... Vorrebbero uno spartito al giorno... Ma musica -nuova non ce n'è più... Grazia non si fida. È alla scrivania. -Rovista fra le carte. Son lì, nel vaso di cristallo, le belle -rose rosse. Sono le rose che ella gli manda ogni mattina -per fiorirne il suo tavolino da lavoro. Ora Grazia tuffa il -viso, in quelle foglie ardenti e fresche: e, tra quelle foglie, il -suo respiro è quasi un bacio. Ma, volgendosi, Grazia vede -un altro mazzo di rose — bianche queste — lì, in un altro -vaso di cristallo, sul pianoforte. Un'ombra passa sul suo -volto e spegne il suo sorriso. -</p> - -<p> -— E queste? ella chiede. -</p> - -<p> -Come, prima che Claudio risponda, Rosetta, tutta rossa, -abbassa il volto confusa e mortificata! È perfettamente inutile -che il maestro spieghi: -</p> - -<p> -— Son della signorina Rosetta... -</p> - -<p> -.... Già Grazia, da quel rossore, dall'abbassarsi di quello -sguardo sul tappeto, l'aveva capito... Lo sguardo di Grazia -non s'abbassa come quello della sua amica. Fattosi oscuro -e torbido riman lì, diritto, fermo. Rosetta se lo sente addosso -senza vederlo e ne ha fastidio. Con un pretesto si allontana -con Claudio verso il fondo della stanza dove son giornali -e riviste appena arrivati con la posta. E Grazia, sempre -fermo e diritto lo sguardo carico di nuvole nere, strappa -non veduta qualche foglia al mazzo di rose bianche di Rosetta -e le stritola, le stritola — come le stritola! — nelle sue -piccole mani convulse... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span> -</p> - -<p> -Claudio prepara il tè, laggiù, in fondo. Rosetta, che è -buona e che non ha nulla da rimproverarsi, si è riavvicinata -a Grazia: timidamente le chiede che cosa abbia. Le -risponde una spallucciata. -</p> - -<p> -— Che ho? Nulla. -</p> - -<p> -Non ha nulla. E ha tutto. Ha un turbamento profondo -che non ha forma, che non ha nome ancora, ma che la lascia -lì, imbronciata, cupa, senza farle trovare una sola parola -da dire all'amica, che le stringe il cuore sino a farglielo -così piccino che entrerebbe in un pugno. E rimangon -lì, così, le due donne — così vicine e così divise — finchè -Claudio s'accosta a loro recando due tazze di tè. -</p> - -<p> -Ma passa ogni nube, tornano il volto e l'anima di Grazia -a sorridere se Claudio, bevuto il tè, siede con le due fanciulle -in un angolo del salotto e parla di sè, parla di sè a -loro che bevono intente le sue parole, parla, come lui solo -sa parlarne, dei suoi ricordi d'arte e dei suoi sogni di gloria. -</p> - -<h3>XXV. -<span class="smaller">QUANDO GRAZIA NON C'È...</span></h3> - -<p> -— Chiudete le finestre. Ho freddo. -</p> - -<p> -È primavera. Ma Marcello ha freddo. Non c'è sole che -gli illumini il buio dell'anima, non c'è tepor di maggio che -gli riscaldi le vene. È lì, sconsolato, freddoloso, sotto le coperte, -disteso sul divano, fra i due più vecchi domestici di -casa che lo assistono, la vecchia cameriera che lo ha visto -nascere e il vecchio servo fedele che gli è così vigile e affettuoso -infermiere. Un tempo una cosa, una gran cosa, riesciva -a distrarlo dal pensiero del suo male, a infondergli coraggio: -il sorriso di Grazia, la continua presenza di Grazia. -Ma ora... Come son lunghe e come son tristi a passare le ore -in cui ella è lontana... E come in quelle ore tutt'i suoi mali -sembrano moltiplicarsi... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span> -</p> - -<p> -— Chiudete... Chiudete ancora... Ci dev'essere qualche -cosa d'aperto nell'altra stanza... Ho freddo... -</p> - -<p> -Ha freddo dentro e gli pare d'aver freddo fuori. E con -le coperte di cui s'avvolge crede di riempire il vuoto, di rimediare -al freddo che Grazia lascia, quando non c'è... -</p> - -<h3>XXVI. -<span class="smaller">CHI È LA MUSA?</span></h3> - -<p> -Sono in giardino, tra le più belle rose del mondo. Son -veramente le più belle? Così almeno sembrano a loro. Così -sembra a loro tutto quello che da vicino o da lontano circonda -il musicista, appartiene comunque a lui o alla sua -vita. -</p> - -<p> -Rosetta chiede l'ora. La sua istitutrice doveva venirla a -prendere alle quattro e son le quattro passate da un pezzo. -Ma chi pensa più all'ora, al ritardo, alla mamma che aspetta, -adesso che Claudio prende a ognuna delle due ragazze una -mano e sollevandole in alto domanda con un sorriso: -</p> - -<p> -— Qual'è fra voi due la Musa? -</p> - -<p> -L'idea tenta Grazia immediatamente. In un lampo la coglie, -ne fa un fatto. Ha tolto dal taschino di Claudio il suo -fazzoletto e ha bendato il musicista. E ora, allontanandosi -da lui e allontanando con sè Rosetta, lasciandolo lì in mezzo -alla grande aiuola fiorita, gli grida: -</p> - -<p> -— Scegliete. -</p> - -<p> -Strano giuoco frivolo e terribile in cui le bimbe che sono -state fino a ieri si divertono un mondo e non vorrebbero -mai farsi acchiappare da Claudio che, qua e là, le insegue, -e in cui le donne ch'esse sono diventate trepidano in una -tensione atroce dello spirito e vorrebbero che sùbito Claudio -riuscisse ad afferrarle, che immediatamente il giuoco finisse -e la sorte facesse la sua scelta come a fissare e a scoprire -il destino. E vanno, e girano, e fuggono, e ritornano, e lo -<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span> -sfiorano, e lo toccano, e son lì a due passi, e son là lontane, -e Claudio crede di stringerne una fra le braccia, e abbraccia -l'aria fra le loro risate. Ma, ahi, è fatta... Questa volta è -presa bene e non scappa più... Una delle due fanciulle è nelle -braccia di Claudio che sùbito si sbenda e la vede: -</p> - -<p> -— Voi! Grazia! -</p> - -<p> -E, tra il giuoco e il serio, Claudio trattiene per qualche -istante fra le sue braccia, più che non dovrebbe, Grazia, il -cui volto è tutto illuminato di gioia, mentre Rosetta s'è -fatta laggiù, dove il viale comincia, per nascondere il suo turbamento, -per vedere se giunga la sua istitutrice, la sua istitutrice -che è incredibilmente in ritardo. E ancora Claudio -a bassa voce mormora all'orecchio di Grazia che tutta ne -trema e abbassa il volto fatto di brace: -</p> - -<p> -— Voi... Voi... -</p> - -<h3>XXVII. -<span class="smaller">GLI ABBANDONATI.</span></h3> - -<p> -Su la piazza del paese, al piccolo “gran caffè„, mogi -mogi, abbandonati, senza parlare, son seduti tre dei quattro -amici di Grazia: il conte Spada, il farmacista e il maestro. -Qua e là per la piazza, su la porta delle case, le belle ragazze -di Collina Verde fan capannelli. E don Giovannino, -più che mai fatale, va di gruppo in gruppo, a dispensar sorrisi -e a rubar cuori. Ma chi lo guarda più don Giovannino -da quando c'è in paese Claudio Arceri? Son tutte lì, su le -porte, per aspettarlo, per vederlo passare, alla solita ora, alle -cinque, quando viene in paese a spedir la sua posta e a comprar -sigarette. Ora che c'è in paese un grand'uomo e un -bell'uomo chi guarda più, chi può più guardare quell'uomo -ridicolo ch'è don Giovannino? Ma don Giovannino, come -tutti i grandi che decadono, non si accorge della sua decadenza. -Prende per buoni i sorrisi ironici che lo accolgono, -chiude le orecchie alle risate che lo seguono, vede solo la -<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span> -più santa ingenuità nelle frasi piene di malizia e di scherno -con cui le belle ragazze di Collina Verde prendono in giro -la sua fatalità esautorata e si burlano, insomma, maledettissimamente -di lui... -</p> - -<p> -Accanto ai tre che non parlano, caduti nell'abbattimento -profondo dei grandi abbandoni, il medico prende un caffè. -Ma il domestico di Grazia viene a chiamarlo. -</p> - -<p> -— Corra, corra signor dottore... Il signor Marcello sta -male... Ed io vado al Castello a chiamare sùbito la signorina -Grazia... -</p> - -<p> -E corre via, pover'uomo, nel suo affanno e nel suo affetto, -come se i suoi vecchi «piedi dolci» avessero le ali... -</p> - -<h3>XXVIII. -<span class="smaller">L'«ARIA DEL BACIO».</span></h3> - -<p> -Quella Grazia non fa che rovistar tra le carte di Claudio! -Rientrati nello studio e mentre Claudio e Rosetta sono -occupati a sfogliare un <i>album</i> di fotografie, Grazia si è avvicinata -al tavolino per frugare ancora. Non è, del resto, -diritto della Musa ficcare il nasino nelle faccende del suo -Poeta? E, cerca, cerca... ha trovato! Ha trovato un brano -che Claudio non aveva ancora confessato d'aver composto. -Ora, con un lieve cenno, non veduta da Rosetta che continua -a guardar fotografie, ha chiamato Claudio per mostrargli -il foglio di musica e dirgli: -</p> - -<p> -— Questa, “l'aria del bacio„, dovete farla sentire a me -sola.... -</p> - -<p> -E Claudio le risponde sorridendo, sottovoce, e rimettendo -il foglio sul tavolino: -</p> - -<p> -— Sì... Più tardi... Quando Rosetta se ne sarà andata... -</p> - -<p> -Uff!... Ma quando se ne va Rosetta?... È sempre laggiù, -a guardar fotografie, tranquilla... Che può mai trovare d'interessante -in un <i>album</i> di fotografie di gente che non conosce?... -<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span> -Sempre così, quella ragazza... Senza nervi, docile -come una pecora... Se le dicessero di star lì tre ore a leggere -e le mettessero fra le mani l'<i>Indicatore generale delle -Ferrovie</i>, lo leggerebbe tutto, da cima a fondo... Per la prima -volta Grazia è severa con la sua amica... Ma anche lei... -Che ostrica attaccata allo scoglio... La lasciasse mai sola.... -E Grazia guarda al suo polso il piccolo orologio: le quattro -e mezza... -</p> - -<p> -— Non doveva la tua istitutrice venirti a prendere alle -quattro?... Sai che son già le quattro e mezza passate? -</p> - -<p> -Rosetta s'è levata chiudendo l'<i>album</i>... Oh, finalmente.... -Guarda dalla finestra per vedere se l'istitutrice venga... Oh, -un passo nel giardino... Eccola... Ma no... È un uomo, è il -domestico di Grazia, che vuol parlare a Grazia... E le parla, -in un angolo, sottovoce: -</p> - -<p> -— Venga sùbito, signorina... Il signor Marcello non sta -bene... E la vuole... -</p> - -<p> -Sùbito Grazia è in allarme: pallida, tremante... Il suo -primo movimento è per andarsene... Ma guarda, lì, verso la -finestra... Vede Rosetta e Claudio, vicini, vicinissimi, che -parlano, che ridono... Che fare? Lasciarli soli?.. E il piccolo -delitto si compie nell'anima sua. Non chiede al domestico -di più per non sapere di più... Gli dice che andrà sùbito e, -con un gesto, lo congeda. Poi risale verso i due che vengono -incontro a lei per interrogarla: -</p> - -<p> -— Forse Marcello?... -</p> - -<p> -E Grazia, la voce fredda, e decisa: -</p> - -<p> -— Nulla... Nulla... -</p> - -<p> -Sente, Grazia, tutto il suo delitto, ma lo compie, irresistibilmente, -inevitabilmente. Non può staccarsi. È lì, inchiodata, -nel suo martirio e nel suo amore. E c'è qualche cosa -di più della gelosia per non farla muovere. C'è l'amore per -non farla andare via. Ora l'istitutrice di Rosetta è entrata e -Rosetta è pronta per andarsene. Ora non c'è più la sofferenza -di lasciarli soli, lì, accanto alla finestra, vicini, vicinissimi, -<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span> -a parlare, a ridere... Rosetta, gelosa anche lei, le -dice: -</p> - -<p> -— Vieni anche tu? -</p> - -<p> -Ma Grazia, l'aria ingenua, gli occhi bassi, quasi con un -fare annoiato di dover restar lì per non saper dove andare, -risponde: -</p> - -<p> -— No... Rimarrò... Ancora un poco... -</p> - -<p> -A malincuore Rosetta va via. Claudio l'accompagna, fuori, -in giardino. Per la prima volta da che si conoscono e si -vogliono bene le due amiche non si sono baciate separandosi. -Grazia, senza più forze, s'è appoggiata, rigida, contro il muro. -È lì, inchiodata, e la visione le appare della sua casa, di -Marcello disteso sul divano, nelle torture atroci del suo male, -nella terribile crisi... E quando Claudio rientra la trova così: -rigida contro il muro, pallida con gli occhi sbarrati. -</p> - -<p> -— Che avete? -</p> - -<p> -Ma non ha nulla, nulla... Non si allarmi... Nulla... E va -al pianoforte, e prende il foglio di musica, e lo mette sul -leggìo... E fa sedere Claudio, e siede accanto a lui, di contro -a lui, a guardarlo, ad ascoltarlo... Com'è deliziosa, avvolgente -suggestiva quella musica... Come si fa leggera, arguta, preziosa -per il concettino lezioso, leggiadro e artificiale che definisce -il bacio: -</p> - -<div class="poem"> -<p>.... un apostrofo roseo messo tra le parole</p> -<p>t'amo...</p> -</div> - -<p> -E come più oltre la musica si fa appassionata, ardente, -travolgente, con tutto l'ardore, con tutto il furore del bacio... -Come Claudio guarda, suonandola, Grazia... Come Grazia -guarda, ascoltandola, Claudio... Il bacio è già fra loro, aereo -ancora, non tòcco, in quei due sguardi... L'invito, la forza -magnetica delle due giovinezze, è irresistibile. Ed eccoli, -quando la musica cessa, prima su l'ultimo grido, poi su -l'ultima nota ch'è un sospiro di voluttà, eccoli l'uno nelle -braccia dell'altra... Non è, ancora, il bacio delle bocche... -<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span> -Grazia non vorrebbe... Claudio non osa... Ma è, irresistibile, -più grande, più profondo, il bacio delle anime che si sono -intese, che comunicano... È la gloria trepida, immensa, senza -parole, dell'amore che incomincia... -</p> - -<h3>XXIX. -<span class="smaller">SOLO.</span></h3> - -<p> -Nella stanza del malato dove già le lampade sono accese, -un andare e venire di ombre in un odore grave di farmaci. -È la voce di Marcello che geme: -</p> - -<p> -— E Grazia... Grazia che non viene... Ma l'avete, l'avete -veramente chiamata?... -</p> - -<p> -Ora un colpo di tosse, atroce, gli spezza il petto di fuoco. -E, ricadendo sui cuscini, il malato geme: -</p> - -<p> -— Sto così male, così male... Chiamate, chiamatemi Grazia, -ve ne scongiuro... -</p> - -<h3>XXX. -<span class="smaller">RITORNO.</span></h3> - -<p> -.... e Grazia s'è levata, s'è strappata, quasi, dalle braccia -di Claudio. Lo ha fatto sedere al tavolino e prepararsi a -riprendere il lavoro. -</p> - -<p> -— Mi piace, da lontano, di potervi pensare così: curvo su -le vostre carte, a cercar la musica nel vostro cuore... -</p> - -<p> -Ha già in capo la gran paglia di Firenze coperta di roselline. -Claudio fa per levarsi. Ma Grazia lo ferma, col gesto, -con la voce: -</p> - -<p> -— No, non mi accompagnate. Rimanete così... -</p> - -<p> -E si allontana. Poi ritorna. Prende nel vaso di cristallo -le sue rose rosse. Le sfoglia su le pagine di Claudio da dietro -le sue spalle. Claudio le afferra una mano, vi depone un -<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span> -bacio e con quella la trattiene, la tiene... Ma Grazia si scioglie -dolcemente: -</p> - -<p> -— No... Lasciatemi andare... È tardi... Mio fratello non -sta bene... E mi attende... -</p> - -<p> -Ed esce così, indietreggiando, senza levar lo sguardo di -dosso a Claudio immobile alla scrivania. È alla porta. L'apre. -Esce. Richiude. Claudio china il volto su le pagine bianche -e su le rose rosse. Poi prende la penna. Cerca un istante, -gli occhi in aria, e riprende il lavoro... -</p> - -<p> -Ma la porta si riapre, cautamente, leggermente. Claudio, -assorto nel lavoro, non ode. Grazia è rientrata così, e, in punta -di piedi, cauta cauta, leggera leggera leggera, va fino al -pianoforte per prender nell'altro vaso di cristallo l'altro mazzo -di rose, le rose bianche, le rose di Rosetta, e portarlo via -con sè. E, piano piano, leggera leggera leggera, guardando -quelle rose non sue che non vuol lasciar lì, indietreggia, -raggiunge la porta, l'apre, esce, richiude, senza che Claudio, -assorto nel lavoro, si sia avveduto di nulla... -</p> - -<p> -Fuori, nel giardino, Grazia distrugge con le mani febbrili -le rose di Rosetta e ne fa una pioggia bianca su le aiuole -intorno. Poi si chiude nel mantello — col suo delitto verso -il fratello, col suo amore per Claudio, con la sua gelosia -per Rosetta — si chiude nel mantello e fugge, fugge via, di -corsa, di volo, per non perdere un minuto di più, un solo -istante ancora, per essere sùbito, sùbito, da Marcello, dal -povero Marcello, che ella, nella sua follìa, ha potuto... ha -potuto... Oh, orrore!... Ha potuto... -</p> - -<p> -Corre... corre... Ed eccola alla sua villa, nel suo giardino, -su per le scale, nella gran galleria, alla porta della camera... -Ed entra. Ma quand'ella entra sùbito i domestici, col gesto, -ne arrestano l'impeto: -</p> - -<p> -— Sssss... Dorme! -</p> - -<p> -E mentre il vecchio servo guarda se il sonno e il respiro -son tranquilli la vecchia domestica spiega: -</p> - -<p> -— È stato tanto male... Ed ha tanto cercato di lei... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span> -</p> - -<p> -Col gesto, immobile, chiusa nel nero mantello, Grazia -allontana i servi. E, rimasta sola, si getta ginocchioni ai piedi -del fratello, gli bacia le mani e, fra i singhiozzi che le -scuoton la gola, dice disperatamente al fratello addormentato: -</p> - -<p> -— Perdonami, perdonami, Marcello! -</p> - -<p> -E rimane lì, piangendo sommessa, accucciata a terra, -umile, pentita, sgomenta, a passarsi sui capelli, quasi per -farsi perdonare senza attendere il risveglio, dolcemente, dolcemente, -in una lenta carezza, la mano del suo povero fratello -che dorme dopo aver tanto sofferto senza di lei... -</p> - -<h3>XXXI. -<span class="smaller">«HO IO IL DIRITTO DI AMARE?»</span></h3> - -<p> -Nella notte Grazia non ha trovato pace nè riposo. Avute -nel delitto contro il fratello la rivelazione e la certezza del -suo amore, tutta la crudeltà del suo destino e tutta la precarietà -del suo bene le sono apparse. È stata, or ora, a baciar -su la fronte Marcello che dorme nella stanza accanto alla -sua. Le giunge, dalla porta aperta, il suo respiro più calmo, -eguale. Quanto deve già amare ella Claudio Arceri se ha -potuto, quel giorno, lasciar Marcello in preda al suo orribile -male senza soccorrerlo, senza volare da lui, col cuore in -gola, appena chiamata, come sempre faceva al primo, al minimo -allarme!... Ora è ferma davanti a un cassetto che ha socchiuso -e da cui ha tratto alcuni medaglioni, vecchie miniature -di famiglia. Lassù, in montagna, la notte è ancora fredda -e un po' di fuoco è ancora acceso, brace, non più fiamma, -nel suo camino. E Grazia s'accuccia a terra, in quel po' di -calore, in quel po' di luce rossa. E l'atroce domanda è nel -suo cuore: -</p> - -<p> -— Ho io il diritto di amare? -</p> - -<p> -Guarda i medaglioni ad uno ad uno. Sua madre... Suo -padre... Due suoi fratelli... La piccola Anna Maria a quattordici -<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span> -anni... Morti tutti così... Condannati tutti dal medesimo -male... -</p> - -<p> -E d'un balzo è in piedi, rigida, tragica, contratto il viso -e disfatto, con le mani convulse a stringere i medaglioni sul -petto entro cui freme, in un ritmo precipitoso del cuore in -tumulto, la terribile domanda che mille volte s'è fatta, che -mai s'è fatta però così atrocemente come quella notte: -</p> - -<p> -— Ed io? Io?... -</p> - -<p> -E ricade giù, di piombo, abbandonata da ogni sua forza, -accanto al camino, in quel po' di calore, in quel po' di luce -rossa. E ricorda. Ricorda com'ella ha vissuto finora. Si rivede -errante ogni anno nei paesi del sole, Nizza, Mentone, il Cairo; -si rivede, nella calda stagione, nei paesi delle eterne nevi dove -l'ossigeno difende la vita minacciata. Non è forse il male -entro di lei? Può ella credere d'esserne miracolosamente immune, -mentre suo fratello, di là, lotta già contro l'insidia ogni -giorno, può illudersi solo perchè le cure prudenti e una previdente -igiene hanno forse ritardato il giorno dell'aperta condanna? -Può ella credere d'essere salva solo perchè ha voluto -tentar di salvarsi? -</p> - -<p> -E Grazia rompe in un lungo pianto disperato, dilaniata -così tra l'estasi del suo amore e l'orrore della sua condanna... -</p> - -<h3>XXXII. -<span class="smaller">NO!</span></h3> - -<p> -Condannata? Saperlo, saperlo... La mattina dopo, con un -pretesto, al primo schiarire, Grazia è discesa, anonima, sconosciuta, -alla città. È già lì, da un'ora, nella sala d'aspetto -del clinico famoso, tra gli altri malati, altri dolori che attendono. -</p> - -<p> -Grazia rivede Claudio Arceri, a quell'ora già intento al -lavoro, al tavolino dove in un vaso di cristallo son le sue -rose rosse nuove ogni mattina. E si rivede, come ieri ella -<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span> -era, nelle braccia di Claudio, nella prima stretta, nella prima -felicità... E invece... La giovinezza, l'amore, la gloria... Dovere -a tutto rinunziare!... Ed è lì, assorta, disperata e muta, -mentre due lacrime le appaiono su l'orlo del ciglio e le scendon -giù lungo le guance pallide, irrigidite, scarnite quasi, -quella mattina, dall'atroce tensione d'ogni nervo, d'ogni muscolo... -</p> - -<p> -Ora la chiamano. È il suo turno. Ha fatto al medico la -domanda recisa: -</p> - -<p> -— Voglio sapere, dottore... Posso io amare? Posso avere -senza delitto una casa, figliuoli?... -</p> - -<p> -Attento, tranquillo, solito, il medico la esplora, l'ascolta. -Grazia spia ogni minimo moto del suo volto, tutta l'anima -tesa, sospesa. Sul volto indifferente e abituato del grande -clinico, solo un'ombra è passata, un istante: ma sùbito Grazia -l'ha veduta, l'ha còlta. Tenta il medico qualche menzogna: -</p> - -<p> -— Vedere... Aspettare... Il tempo... -</p> - -<p> -Ma Grazia disperata e umile scuote il capo. Sa che la -condanna è inesorabile e mentre si riabbottona il corpetto -sussurra: -</p> - -<p> -— Anche io... come gli altri... -</p> - -<p> -Ancora il medico — c'è un po' di pietà anche nei cuori -stoici — tenta qualche consolazione blanda: -</p> - -<p> -— Non creda questo... Può guarire.. Molte cure... La giovinezza -ha meravigliose forze di difesa... Potrà un giorno -aver la sua casa anche lei, i suoi figliuoli... Lo credo... Lo -spero... Ma aspettare... Aspettare molto tempo, certamente.... -</p> - -<p> -Scuote il capo ancora, Grazia, cercando nella sua borsetta -il denaro del consulto. Perchè spreca il medico quelle -parole? -</p> - -<p> -— No, dottore... Sapevo già... Ma prima d'oggi non ho -mai voluto sapere... con certezza... Ma oggi era necessario... -Oggi non potevo, non dovevo più illudermi... -</p> - -<p> -Ha tratto dalla borsa la busta col denaro: cinquanta lire. -<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span> -E la rimette al medico con un sorriso e un ringraziamento. -Quanto costa poco la verità! Una vita sa di dovere a tutto -rinunziare, di dover lentamente durare per aspettar solo la -morte: cinquanta lire! La scienza, con breve esame, uccide -il sogno, l'amore, un'anima, chiude tutto un destino... Nulla. -Una piccola busta presa con un gesto indifferente... Cinquanta -lire! È la commedia atroce delle tragedie chiuse in uno solo, -delle ore tragiche con persone indifferenti... Non ostante la -condanna data e ricevuta, due sorrisi, due inchini, un ringraziamento! -E, vinta, finita, distrutta, Grazia è uscita, fuori, -nella sala d'aspetto. Le forze tese fino a quel punto non la -reggono più. Ed ella cade lì, su una poltrona, accanto alla -porta che il medico ha richiusa dietro di lei per riaprirla, -fra due minuti (il tempo di segnar l'incasso e il numero -della consultazione su un registro), per riaprirla, fra due -minuti, su un'altra angoscia. -</p> - -<p> -Due bambini gracili, macilenti ed un signore a lutto sono -seduti accanto a Grazia che trae a sè i due bambini e interroga -il padre toccandoli al petto: -</p> - -<p> -— Malati? -</p> - -<p> -E il padre, coprendosi gli occhi col fazzoletto, dice due -volte col capo di sì, di sì... -</p> - -<p> -Ha fra le sue braccia, Grazia, i due bambini esangui, -intimiditi e docili. -</p> - -<p> -— Così sarebbero, pensa, i miei figliuoli... -</p> - -<p> -Si asciuga le lacrime, bacia i bambini e si leva. Tende -una mano pietosa — carità d'un povero a un povero, carità -anonima e sublime — al padre che piange e gli dice: -</p> - -<p> -— Coraggio! -</p> - -<p> -E il signore a lutto, il vedovo, stringe quella mano e vi depone -un bacio. Scuote il capo come per dire che coraggio ne -ha avuto tanto, che ora non ne ha più... E china ancora il -volto nel fazzoletto che trema nella sua mano... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span> -</p> - -<h3>XXXIII. -<span class="smaller">PICCOLA FELICITÀ DA SOLA.</span></h3> - -<p> -Mentre Claudio lavorava Rosetta è entrata. S'è sùbito -guardata attorno, cercando, stupita... -</p> - -<p> -— E Grazia? -</p> - -<p> -Claudio le ha teso la lettera di Grazia: costretta da un -affare urgente a discendere in città non potrà quella mattina -andarlo a salutare... Manda il solito augurio di buon lavoro... -Tornerà, certamente, nel pomeriggio... -</p> - -<p> -Rosetta ha pregato Claudio. Poichè ella è sola Claudio -non le farà l'offesa di non suonare solo per lei la musica -composta quella mattina... Come può Claudio dire di no?... -Ed è al piano, e suona... E Rosetta l'ascolta, intenta... E la -musica, quella musica, le par più bella perchè è suonata -stamattina solamente per lei... -</p> - -<h3>XXXIV. -<span class="smaller">SOLITUDINE AL GIARDINO PUBBLICO.</span></h3> - -<p> -Accanto alla stazione, nel giardino pubblico ov'ella attende -il treno per ripartire, Grazia è seduta su una panchina. -Attorno a lei è un andare e venire di gente al sole della -bella mattina, è un correre e un gridare di bimbi felici. Due, -tre volte gli occhi le si riempion di lacrime nel guardare quello -spettacolo di serenità, quella lieta primavera dell'anno e -della vita. Due, tre volte ha sollevato il fazzoletto ad asciugare -con rapido pudore quelle sue lacrime pubbliche. Un -bimbo, la cui palla è venuta a cadere presso Grazia, la vede -asciugarsi le lacrime. La tira per la veste e le chiede: -</p> - -<p> -— Perchè piangi, signora? -</p> - -<p> -E gli par così strano che ci sia qualcuno che piange lì; -<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span> -dove si viene ogni mattina, quando c'è il sole, per giuocare... -Interroga già, quel bambino, come interroghiamo noi uomini: -non per far dire agli altri ciò che loro preme sul -cuore, ma per sapere noi, quando siamo curiosi... Ma il -bimbo ha già in mano la palla... E, senza aspettar che -Grazia risponda, già la tira, laggiù, ai compagni di giuoco -che lo chiamano... -</p> - -<h3>XXXV. -<span class="smaller">ROSE BIANCHE E ROSE ROSSE.</span></h3> - -<p> -Ora, mentre Claudio suona, Rosetta si leva e, preso il -mazzo di rose bianche che ha portate con sè, le mette sul -tavolino di Claudio dopo aver tolto dal vaso di cristallo le -rose rosse di Grazia. -</p> - -<p> -E, in una pausa della musica, spiega: -</p> - -<p> -— Mettiamo qui, stamattina, le rose mie.... Quelle di -Grazia sono già appassite... -</p> - -<h3>XXXVI. -<span class="smaller">«MADRE, CONSOLAMI TU!»</span></h3> - -<p> -Nel giardino del convento della Collina Verde le piccole -suore bianche sono in ricreazione. È l'ora in cui anche -giuocare è malinconia. Vien su il crepuscolo da dietro la -collina. Tramonta il sole laggiù, sotto quell'arco verde fatto -dai pini, in un cielo di fiamme gialle. -</p> - -<p> -Grazia è alla porticina del convento, appoggiata, esausta. -Ha bussato e aspetta. E quando la suora guardiana apre -il corpo di Grazia, senza più sostegno, cade dentro, nel -convento, di piombo, come un corpo morto, come un corpo -senz'anima, fra le braccia della suora che ha appena il -tempo e che ha appena la forza di sorreggerlo... -</p> - -<p> -Le altre suore sono accorse, tutte bianche attorno a -<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span> -Grazia tutta vestita di nero. Mentre vanno per il gran viale -dei cipressi la sorreggono, quasi la portano. Chiedon con -gli occhi trepidi alla piccola amica che cosa ella abbia, ma -la piccola amica ha chiuso gli occhi e le labbra. Giungon -così su lo spiazzo davanti alla Cappella. Anche la Madre -Badessa corre incontro a Grazia. E Grazia, le mani giunte, -le cade in ginocchio davanti: -</p> - -<p> -— Madre, Madre, consolami tu, consigliami tu, col tuo -Crocefisso! -</p> - -<p> -E stringe nelle mani convulse, e bacia con le sue labbra -frementi, il piccolo crocefisso d'ebano e d'avorio che pende -lungo la gonna della Badessa. E questa, chiamandola appena -con la voce bassa e commossa, le carezza i capelli da -cui il velo nero è caduto. Non sa che dirle: sa che bisogna -solo lasciarla piangere, così... E Grazia piange, piange, disperata, -tutta scossa dai singulti, schiantata in tutta la sua -persona e in tutta la sua vita, mentre le piccole suore, interrotte -nei loro giuochi, fatte serie, timide e silenziose da -quel dolore che vien da fuori a cercar rifugio là dove nell'accettazione -dolore non c'è più, si avvicinano a piccoli -passi, senza far rumore, al gruppo doloroso. -</p> - -<h3>XXXVII. -<span class="smaller">COLUI CHE HA A TUTTO RINUNZIATO.</span></h3> - -<p> -Pallida figura di Cristo su la grigia parete della cella -ove Grazia ha trascorso, in affannosa veglia, la notte... E, -d'innanzi a Colui che seppe a tutto rinunziare, la Badessa e -Grazia sono inginocchiate pregando. -</p> - -<p> -Nella lunga meditazione notturna, con la lunga preghiera, -la serenità è ritornata nel cuore di Grazia. Il suo dolore è, -adesso, pacato e forte. Ella accetta, gravemente, eroicamente, -nella speranza d'un bene ultraterreno più tardi, la rinunzia -<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span> -suprema. Sollevando gli occhi verso la Madre Badessa che, -come una madre veramente, le accarezza i capelli, Grazia -sussurra: -</p> - -<p> -— Rinunzio anch'io... come Lui... Porto anch'io... come -lui... la mia Croce! -</p> - -<p> -Un'ultima debolezza ed ella s'abbatte piangendo su le ginocchia -della Madre. Ma questa, dolcemente, con parole che -invocan la grazia, la risolleva. E la piccola martire chiede, -chiede alla Badessa, e chiede ancor più a Lui: -</p> - -<p> -— Ma come, come vincere la tentazione?... Come resistere -al mio amore? -</p> - -<p> -La Badessa non risponde. Colui che ha a tutto rinunziato -risponde in fondo all'anima della fanciulla con misteriose -parole. Grazia e la Madre si son levate e sono uscite. Sono -adesso nel giardino del convento, appoggiate alla balaustra, -d'innanzi all'ampio paesaggio azzurrognolo della pianura -laggiù. E Grazia dice: -</p> - -<p> -— Laggiù, al piano, il sacrificio mi sembrava ieri tremendo..... -</p> - -<p> -E china il capo su la spalla della Badessa che ancora, -come una mamma inconsolabile nel consolare, le accarezza -dolcemente e lentamente i capelli.... -</p> - -<h3>XXXVIII. -<span class="smaller">UN BIGLIETTO.</span></h3> - -<p> -Buon lavoro quella mattina, lavoro sereno, lavoro fecondo. -Il domestico entra a portare a Claudio Arceri un -mazzo di rose bianche. C'è, insieme, un biglietto: -</p> - -<p> -«<i>Poichè Grazia lascia appassir le sue rose voglio che -sul vostro tavolino, accanto al vostro lavoro, sieno oggi, come -ieri, le mie, fresche e nuove ogni giorno.</i> -</p> - -<p class="indr"> -ROSETTA». -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span> -</p> - -<h3>XXXIX. -<span class="smaller">ARRIVEDERCI, SORELLE!</span></h3> - -<p> -La mano della Madre è su la fronte di Grazia, per costringerla -a levarla in alto, a guardar lassù, verso il cielo. -Pensa ancora alle parole di Grazia: “Laggiù, al piano, il -sacrificio mi pareva ieri tremendo...„. E la Madre le dice: -</p> - -<p> -— E sai perchè qui il sacrificio ti par oggi meno terribile?... -Perchè sei più vicina al cielo che promette al dolore -ricompensa... -</p> - -<p> -E lo sguardo di Grazia, estatico, è lassù, fisso in quelle -nuvole bianche, in quelle nuvole d'oro di cui il sole nascosto -s'ammanta, in quelle nuvole in cui le par di vedere apparire — un -istante solo — Cristo tra gli angeli... -</p> - -<p> -Ma è tardi. Bisogna andare. È attesa a casa. Marcello -sarà in gran pensiero. E vanno per il gran viale dei cipressi, -verso l'uscita. Grazia ripete ancora entro di sè la sua domanda: -ma come vincere la tentazione, come resistere al -suo amore?... E la luce si fa nel suo spirito, improvvisa... -Un fantasma, un cavaliere dal lungo naso ridicolo e dal -grande cuore eroico, è passato un istante, col suo sacrificio, -nel suo ricordo... Ed ella dice, soffermandosi: -</p> - -<p> -— Non ho che una via di salvezza: donare ad un'altra -l'amore che avevo sognato per me... -</p> - -<p> -Rivanno. Sono presso la porta d'uscita. Grazia passa tra -i bianchi gruppi di suore: qualcuna ne abbraccia, tutte saluta... -E quando le ha tutte raccolte attorno a sè ne abbraccia -ancora due con un grande gesto che tutte vorrebbe -stringerle al cuore: -</p> - -<p> -— Arrivederci, sorelle! -</p> - -<p> -E mentre, di nuovo rompendo in lacrime, si riavvìa con -la Madre Badessa, le piccole suore bianche si guardano tra -stupite e commosse: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span> -</p> - -<p> -— Che ha?... Che ha? -</p> - -<p> -E Grazia, andando, dice alla Madre, alla madre di tutte: -</p> - -<p> -— Sorelle veramente... Anche fuori di qui, anche con -queste mie vesti... sono anch'io come loro... se anch'io ho a -tutto rinunziato... -</p> - -<p> -Nera, nascosta fra l'edera, è d'innanzi a loro la porticina -del convento che la suora guardiana ha socchiusa... -</p> - -<p> -Che sole c'è, fuori, nella mattinata di maggio!... E da -quante mattine suor Ghiottona non ha più la sua cioccolata.... -</p> - -<h3>XL. -<span class="smaller">SERENITÀ NELLA RINUNZIA.</span></h3> - -<p> -E, sul piazzale davanti alla cappella, al sole, tra le rose -in fiore, vanno, serene, placide e chete, le piccole suore. -Quelle annaffiano i fiori. Quelle altre ne còlgono. -</p> - -<h3>XLI. -<span class="smaller">RINUNZIA NELLA TEMPESTA.</span></h3> - -<p> -E la piccola porta del convento della Collina Verde s'è -richiusa. Grazia vi si appoggia sentendo mancar le sue -forze. Ha sul volto i segni della tremenda intima tempesta. -Gli occhi sono fissi, vitrei, nel vuoto... fissi su la terribile -visione... -</p> - -<p> -... Rosetta al tavolino del musicista e Claudio che sfiora, -con un primo bacio, la fronte della fanciulla... -</p> - -<p> -... e Grazia ha le mani su gli occhi per fugar la visione. -Poi li riscopre. Da fissi si fanno vivi, animati empiendosi di -lacrime benefiche. E, in quel pianto silenzioso, senza singulti, -il suo volto che si placa si china lentamente sul petto, -assentendo, accettando... -</p> - -<p> -Poi Grazia si stacca dalla porticina del convento, s'irrigidisce, -<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span> -s'innalza, si tende. Si chiude nel suo mantello nero. -E così, chiusa, ferma, incrollabile, s'avvia verso il suo destino... -</p> - -<h3>XLII. -<span class="smaller">GELOSIA.</span></h3> - -<p> -— Ho potuto fuggir di casa un momento anche stamattina... -</p> - -<p> -Claudio la guarda. Sorride. Ringrazia. Com'è trepida, e -ansante, la piccina... Ma come lo spirito di Claudio, pur se -ha Rosetta vicina, è assente, è lontano... Aspetta, la piccina, -una parola.... Quale parola?... Non sa. Ma l'aspetta. E ode, -invece, Claudio domandare: -</p> - -<p> -— Sapete se Grazia è ritornata? -</p> - -<p> -Mortificata, tutta rossa in volto, gli occhi a terra, Rosetta -si stringe nelle spalle, tra corruccio e ignoranza. Che -pena nel suo piccolo cuore... E va, sola, verso la scrivania... -Guarda la musica scritta quella mattina e leva gli occhi -smarriti a interrogare Claudio che lentamente l'ha raggiunta. -</p> - -<p> -— È il canto di Cirano che richiama nel cuor dei Guasconi, -al campo d'Arras, la nostalgia della Guascogna lontana.... -</p> - -<p> -Come sempre Rosetta prende il foglio e lo mette sul leggìo, -al piano, e vorrebbe che sùbito Claudio le suonasse -quella pagina... Ma Claudio ritoglie il foglio dal leggìo e, -rimessolo su la scrivania, siede a questa e dice: -</p> - -<p> -— Quest'oggi, quando ci sarà anche Grazia... -</p> - -<p> -Urtata, ferita, offesa, Rosetta tritura una rosa che ha -nelle mani, ne stacca le foglie. Poi le getta a terra e, nel -folle ardire datole dall'immenso dolore, osa levar la testa e -la sfida... -</p> - -<p> -— Perchè? Io non son degna?... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span> -</p> - -<p> -Accorre Claudio a lei, sorride, ride, protesta, le fa mille -graziette per confortarla, per rassicurarla, per farla sorridere. -Ma Rosetta non sorride. La sua gran pena a poco a -poco si fa corruccio comico, broncio infantile. E mormora: -</p> - -<p> -— Già... La Musa... è lei! -</p> - -<p> -E scoppia a piangere... Dio, che pianto, che gran pianto -disperato di bambina che vede crollare il mondo attorno a -sè... Claudio l'ha presa fra le braccia, con tanta tenerezza, -con tanto rispetto... Ma come, in quelle braccia, Rosetta si -abbandona... È, nell'atto inconsapevole, la dedizione, l'offerta -di tutta sè stessa. Claudio comprende. È perplesso, -indeciso, smarrito a sua volta. -</p> - -<p> -— A me, mormora Rosetta, a me voi non volete bene... -</p> - -<p> -E Claudio, ridendo: -</p> - -<p> -— Ma sì... ma sì... Vi adoro. -</p> - -<p> -E col grembiulino le asciuga gli occhi, e poi la stringe -forte — un po' troppo forte: ma se ne accorge dopo... — la -stringe forte forte al cuore... Infine, quando la bambina è -calma e il suo pianto non è più che un leggero affanno -senza lacrime, Claudio siede al tavolino e prende un foglio -di carta: -</p> - -<p> -— Scriverò a Grazia affinchè venga oggi... -</p> - -<p> -E scrive. Dietro di lui è Rosetta che lo segue con l'anima -straziata. Claudio ha scritto e leva il foglio per piegarlo e -chiuderlo nella busta: -</p> - -<p> -— No!... -</p> - -<p> -E la mano di Rosetta, da dietro le spalle del musicista, -ha afferrato la lettera... In un attimo è già in cento pezzi... -Claudio è balzato in piedi... Non è più sul volto di Rosetta -un corruccio di bimba: è un tormento di donna... Ed esce -dalle sue labbra convulse il grido della sua gelosia: -</p> - -<p> -— Sempre lei, lei, lei... -</p> - -<p> -E, folle, disperata, senza più saper che cosa faccia, getta -sul volto di Claudio, con violenza, i pezzettini della lettera -lacerata. Poi prende la sua sciarpa e ne avvolge la testa. -<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span> -Fugge. È già su la porta. Claudio, inchiodato dallo stupore, -è fermò lì, alla scrivania. Rosetta si volge. Lo guarda ed -esita un istante. Poi corre a lui e gli cade in ginocchio -davanti: -</p> - -<p> -— Perdono! -</p> - -<p> -E gli bacia la mano... E, prima che Claudio abbia potuto -risollevarla, prima che Claudio abbia potuto sottrarle -la mano, il perdono è chiesto, il bacio è dato... -</p> - -<p> -E la bimba è fuggita. -</p> - -<h3>XLIII. -<span class="smaller">IL RITORNO.</span></h3> - -<p> -— Prego per tuo fratello, signorina! -</p> - -<p> -Grazia è nel giardino della sua casa, al momento del -suo primo ritorno dopo la condanna. La vecchietta della -minestra le bacia la mano benedicendola. -</p> - -<p> -— No, non pregare solo per lui... Prega anche per me... -</p> - -<p> -E ha la mano su la spalla della vecchietta che la guarda -e non comprende: -</p> - -<p> -— Eh, tu non ne hai bisogno... Tu sei buona e sei felice.... -</p> - -<p> -Si appoggia tanto su la vecchietta — lei che è felice — che -quasi è per cadere... Ma il fratello appare lì, sotto l'arco -della porta, il sorriso caldo, le braccia tese: -</p> - -<p> -— Grazia... -</p> - -<p> -E Grazia si solleva. Un'energia immensa ritorna in lei. -Sorride, ride, corre al fratello, spensierata, felice... -</p> - -<p> -— Eh, che cattiva?... Come mi son fatta aspettare... Ma -in città mi hanno trattenuta!... Iersera poi hanno voluto condurmi -a teatro... Che ridere! -</p> - -<p> -Marcello guarda il suo abito nero, i suoi veli neri. -</p> - -<p> -— A teatro? Così? -</p> - -<p> -E Grazia, un istante, è perduta... Ma si riprende: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span> -</p> - -<p> -— Sì, così... Sai, io non ci bado... E poi, ero in fondo -al palco. Ma mi son divertita lo stesso... Che ridere! -</p> - -<p> -Che ridere! E ancora ride, ride, ride, ride nello spasimo -convulso, ride nella frenesia, ride sino a scoppiare in dirotte -lacrime... E il fratello è a lei, ansioso: -</p> - -<p> -— Che hai? Che hai? -</p> - -<p> -Ma Grazia si riprende, si domina con uno sforzo sovrumano. -E, poichè il domestico è apparso su la soglia della -sala da pranzo, il volto di lei si rasserena, il sorriso negli -occhi umidi ritorna e Grazia grida, battendo le mani e trascinando -Marcello: -</p> - -<p> -— A tavola! A tavola! -</p> - -<h3>XLIV. -<span class="smaller">PETTEGOLEZZI PROVINCIALI.</span></h3> - -<p> -Le amiche di Grazia, nei loro chiari abiti primaverili di -mussolina o di percalle, tra le spalliere fiorite del piccolo -giardino provinciale, son tutte lì, raccolte attorno ai quattro -«amici del dopopranzo». -</p> - -<p> -— Io dico che il grande musicista, esclama il farmacista, -a Collina Verde ci prende moglie! -</p> - -<p> -— Ed io dico che sposa o Grazia o Rosetta! -</p> - -<p> -Che risata accoglie la bella scoperta del maestro di -scuola.... -</p> - -<p> -— Seneca ha parlato... -</p> - -<p> -— Ma bravo! Ma che testone! -</p> - -<p> -Grazia o Rosetta. Bella scoperta! Su questo sono tutte -d'accordo... Ma il difficile è sapere quale delle due sposerà. -</p> - -<p> -— Grazia o Rosetta? -</p> - -<p> -— Ai voti! Ai voti! -</p> - -<p> -Tutti scrivono su un biglietto un nome e il farmacista -va attorno raccogliendo i biglietti nella sua papalina dal -<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span> -fiocchetto scozzese: un regalo di Grazia, l'anno scorso, per -il suo onomastico... -</p> - -<p> -Il conte Spada fa, dignitosamente, austeramente, da gran -signore, per l'onore di tutti i suoi avi, lo spoglio dei voti: -</p> - -<p> -— Undici voti per Grazia e tre per Rosetta! -</p> - -<p> -La maggioranza — come tutte le maggioranze — applaude. -Ma bisogna sapere di più. Votare non basta. Bisogna -ficcare il naso nei fatti altrui. E don Giovannino è -l'uomo indicato: deve andare da Grazia, spiare, sapere come -vanno le cose, chi prevale, chi vince... E in un gran tramestio -di ragazze don Giovannino è mandato via, via, sùbito, -in servizio d'informazioni. -</p> - -<h3>XLV. -<span class="smaller">LA CANZONE DEI GUASCONI.</span></h3> - -<p> -— Addio Rossini! Addio Verdi! Addio Wagner! Addio -Debussy! Addio Mascagni e Puccini!... Oramai non c'è più -che un solo musicista al mondo: Claudio Arceri... -</p> - -<p> -Grazia s'era appena seduta al piano, prendendo e aprendo -sul leggìo uno spartito — di Claudio, naturalmente — quando -lo scherzo e il riso di suo fratello l'hanno raggiunta e fermata. -Marcello l'ha presa fra le braccia; e ora, mentre Marcello -ride e mentre gli occhi di Grazia si riempion di lacrime, -fratello e sorella son lì, guancia contro guancia. -</p> - -<p> -— Riverisco... -</p> - -<p> -È don Giovannino. Ma fa una pessima entrata. Una -maledetta lettera — una lettera, certo, di Claudio Arceri — toglie -ogni effetto al suo ingresso bene preparato richiamando -tutta l'attenzione di Grazia balzata sùbito in piedi e corsa sùbito -a toglier la lettera dal vassoio. Scrive Claudio alla Musa -per avvertirla che ha finito di comporre il canto in cui Cirano -richiama nello spirito dei suoi Guasconi, al suon del -piffero, la casa natìa, i lontani ricordi della terra lontana. -<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span> -Crede che gli sia sgorgata dall'anima, in un'ora benedetta, -la pagina migliore dell'opera, il canto più commosso e più -profondo. E la lettera conclude dicendo: «<i>Voglio che voi -siate la prima ad ascoltarla e vorrei che voi poteste anche -esser la sola...</i>» -</p> - -<p> -Grazia ha richiuso la lettera. È indecisa, divisa in una -lotta atroce... Ricorda la sua paura: «Come vincere la tentazione?... -Come resistere al suo amore?...». E ricorda anche -la decisione del suo cuore eroico e disperato. È l'ora -di mettere in opera il suo folle proposito... Sì, sì... Si vede -accanto, ridicolo nella tragedia, smorfia grottesca nella sua -angoscia, don Giovannino... Ma anche uno sciocco può essere -utile. E, oggi, don Giovannino è utilissimo. E il ganimede -paesano, che si guardava le scarpe per vedere se luccicavano -bene, si sente interpellare da Grazia: -</p> - -<p> -— Voi, don Giovannino, verrete con me... -</p> - -<p> -E don Giovannino, levandosi per assentire, ha fatto appena -appena in tempo a inchinarsi davanti alla porta che si -richiudeva su Grazia. -</p> - -<h3>XLVI. -<span class="smaller">TRAGEDIA SENZA PAROLE.</span></h3> - -<p> -Un'ora dopo, nello studio del musicista, sono raccolti -Grazia, Rosetta e don Giovannino. Appena l'ha veduta entrare -con don Giovannino Claudio, a bassa voce, in un angolo, -ha rimproverato Grazia: -</p> - -<p> -— V'avevo pur detto che avrei voluto che foste sola... -</p> - -<p> -Povera Grazia! Che stretta al cuore! Ma non risponde -e riesce a non rispondere perchè Rosetta — impaziente, -smaniosa di sentir la musica ma anche d'interrompere il -colloquio — ha spinto Claudio verso il pianoforte ed ha -aperto la musica sul leggìo. Il maestro comincia a suonare. -<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span> -E accanto a lui rimane Rosetta, intenta, tutta presa dalla -dolce melodìa, a mano a mano sempre più china su lui. E -lo sguardo di Claudio, sollevandosi dai tasti a cercar le -note e i segni sul foglio, incontra sovente gli occhi di Rosetta, -fissi, accorati, immobili, con le pupille sempre più velate -di pianto. -</p> - -<p> -Rimasta indietro, a metà stanza, Grazia, alle prime note -suonate da Claudio, s'è irrigidita, s'è tesa. Attratta dalla -musica, sospinta dal suo amore, ella avanza, lentamente, -verso il musicista. Ed ha sul volto l'estasi del suo amore e -la rivelazione della musica sublime. Di tanto in tanto, alle -cadenze più belle e più gravi, Claudio si volge a guardarla. -I loro occhi s'incontrano e la loro commozione. Bella, -divinamente bella nel suo palpito e nel suo fremito, Grazia, -in piedi dietro di lui, è la musa che tremando ascolta il -divino canto del suo poeta. -</p> - -<p> -In punta a una sedia, in disparte, le mani su le ginocchia, -il volto teso in avanti, anche don Giovannino forse -sente quella bellezza e sembra ammirarla: a modo suo, -con una faccia stonata da imbecille. -</p> - -<p> -Sul volto di Grazia torna l'ombra della sua condanna a -spezzare d'improvviso l'estasi e il sogno. Torna nella sua -anima la voce profonda a dirle la necessità di separarsi per -sempre da lui e, come inorridita dal pensiero di ciò che -sta per fare, lentamente... lentamente... si stacca da Claudio... -dal suo sogno... dalla sua vita... e indietreggia... indietreggia... -Don Giovannino, rapito a sua volta dalla musica, si -punta su le gambe e su le braccia e, come se una forza -invisibile lo sollevasse, lentamente sorge in piedi. Grazia, -indietreggiando per uscire, se lo trova lì, accanto. Lo guarda. -E lo vede scuoter la testa a destra e a sinistra, segnando -il ritmo della musica, e lo sente dirle all'orecchio: -</p> - -<p> -— Che bel tempo di «fox trott»! -</p> - -<p> -Grazia ha nel corpo un sobbalzo di indignazione contro -quell'imbecille e sul volto il disgusto e l'ira. Ma poi muta, -<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span> -d'improvviso. L'idea del sacrilegio le balena nell'anima. Ed -ella guarda don Giovannino con un sorriso ambiguo e oscuro. -Proprio in quel punto Claudio si volge dal pianoforte come -a cercare Grazia, come a chiedere il suo consentimento. E -questo supremo contatto dei loro spiriti ha deciso Grazia -che risponde a don Giovannino approvando: -</p> - -<p> -— Sì, sì, un «fox-trott»... -</p> - -<p> -E gli offre le braccia, per ballare. Don Giovannino — che, -dopo tutto, ha buon senso — è riluttante: gli par che -non stia bene, che di ballare non sia il caso... Ma Grazia -lo prende, lo trascina, lo domina. E il passo di «fox-trott» -incomincia. Mentre Grazia e don Giovannino ballano Claudio -continua a suonare. Due, tre volte si volge a guardare -Grazia che balla. Il suo volto si oscura e i suoi occhi son -febbrili e torbidi. Due, tre volte Grazia, a quello sguardo, -si arresta. La musica e l'amore la riprendono. Il suo volto -si trasfigura. Ma quando Claudio è per tornare a voltarsi -Grazia riprende il ballo. Ora, d'un tratto. Grazia si sente -mancare e quasi si rovescia nelle braccia del suo cavaliere -sbalordito, il quale vorrebbe chiamare, dar l'allarme. Ma, -con uno sforzo disperato, sùbito Grazia si riprende: -</p> - -<p> -— Nulla, nulla... È passato... Avanti! -</p> - -<p> -E ancora balla. E ancora una volta Claudio si volge a -guardarla. Ancora una volta Grazia ha una sosta ed un gesto -disperati. Ancora una volta Grazia riprende a ballare. -</p> - -<p> -La musica spezzata in uno strappo, il colpo secco del -coperchio richiuso e Claudio è in piedi, fremente, fermo, le -braccia incrociate sul petto, guardando Grazia che, senza -musica, continua ancora qualche passo. Poi, come se solo -in quel punto avesse visto Claudio in piedi fisso a guardarla, -si scioglie dal suo cavaliere. È per cadere. Fa due passi -indietro e cade, infatti, su una poltrona. Rosetta e don Giovannino -si slanciano verso di lei per soccorrerla. Ma, di -nuovo, ella è sùbito in piedi. È stanca, affannata, ma tuttavia -ride, si fa vento con un foglio di musica preso lì, sul -<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span> -tavolino. Claudio, sempre immobile, la guarda, conserte le -braccia, il dorso al piano, finchè Grazia avanza verso di -lui e gli parla, con voce e parole qualunque: -</p> - -<p> -— È molto bello, signor Arceri, quello che avete suonato... -</p> - -<p> -I due si guardano nelle loro due disperazioni, ma Grazia -non regge allo sguardo di lui. Si fa dare la sciarpa, i guanti, -il cappello. Si prepara, sorridendo, per andarsene. Sempre -immobile, Claudio la guarda, conserte le braccia, appoggiato -al piano. E Grazia, nel suo tumulto, col passo che le -manca, col cuore in gola, con un sorriso straziante sul -volto, fatto col capo un leggero cenno di saluto a Claudio, -indietreggia, indietreggia sempre più sotto lo sguardo di -Claudio che, immobile, con le braccia conserte, appoggiato -al piano richiuso, la fissa, la fissa in una spaventosa e impassibile -incredulità. Rosetta è tornata a mettersi accanto a -Claudio, mentre don Giovannino, povero diavolo, impacciato, -timido, senza aver capito ancora nulla, rigirandosi il cappello -fra le mani e i perchè nella testa, ha seguito Grazia -ed è uscito con lei. E, non appena Grazia è uscita, Claudio -cade di piombo su lo sgabello del piano, desolato, i gomiti -su le ginocchia, il volto nelle palme, mentre Rosetta si -china su lui e, timidamente, leggermente, comincia a carezzargli -i capelli... -</p> - -<p> -Fuori nel giardino, don Giovannino vorrebbe condurre -via Grazia, ma la voce di Grazia sibila: -</p> - -<p> -— Voi andatevene... Ma andatevene, vi dico... -</p> - -<p> -E mentre don Giovannino dilegua all'angolo del viale — che -roba e quante cose da raccontare! — Grazia striscia -lungo il muro del Castello per andare, non sentita, verso il -finestrone dello studio di Claudio. E lo vede che s'è levato -proprio in quel punto, con le mani e gli occhi in aria. -Giunge a lei la sua parola disperata: -</p> - -<p> -— E io, io che nel mio spirito l'avevo collocata così in -alto! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span> -</p> - -<p> -Rosetta gli si fa sempre più vicina, lo fa sedere e gli è -accanto, un braccio su la spalla di lui, la parola dolce per -confortarlo: -</p> - -<p> -— La vostra musica è divina... -</p> - -<p> -Ma Claudio leva il pugno, fissando lo sguardo là dove -Grazia poco prima ballava: -</p> - -<p> -— Ha offeso l'artista... Ha ucciso in me il sentimento -dell'uomo... -</p> - -<p> -Quale disperazione quella di Grazia, fuori, in giardino! -E quale trepida attesa quella di Rosetta, che ancora aspetta -una parola per sè e ancora ode parole per Grazia, vede dolore, -per Grazia, orrore, per Grazia... Sempre Grazia, Grazia, -Grazia!... E il pianto la stringe alla gola e le lacrime -le cadon giù, d'improvviso, in uno scoppiar di singhiozzi... -Solo allora Claudio si volge e si avvede di lei, solo allora -le toglie il fazzoletto dagli occhi e, sollevatole il mento, la -guarda... Ma Rosetta scuote il capo, dolorosa ed umile: -</p> - -<p> -— Io... io non vi basto... -</p> - -<p> -E i singhiozzi la riprendono. E Rosetta abbandona la -fronte su la spalla di lui che si volge a guardarla, che di -nuovo le solleva il capo e fa levare in piedi la fanciulla. -Lentamente gli occhi si cercano. E la fronte di Rosetta va -verso Claudio, incontra il labbro di lui ed è un bacio... Un -bacio? No... L'ombra d'un bacio, il presentimento d'un bacio, -un bacio che promette e spera l'amore, ma che non è -ancora l'amore... -</p> - -<p> -E, fuori, le spalle al muro della casa, aperte le braccia -in croce, rovesciato il capo indietro come in una crocefissione, -Grazia si allontana, si allontana, strisciando contro -la facciata della villa, si allontana e si perde, sacrificata, distrutta, -scomparsa dalla vita di Claudio, si perde laggiù, -nell'ombra della notte che viene, che viene nella sua anima -e su quel giardino. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span> -</p> - -<h3>XLVII. -<span class="smaller">LONTANI, DIVISI... POCHI GIORNI DOPO.</span></h3> - -<p> -— Che belle, che belle cose sa scrivermi... Leggi! -</p> - -<p> -Sono nella casa di Rosetta, il cui balcone dà sul giardino -e rievoca il balcone di Rossana tutto coperto com'è d'edera -e di gelsomini. Seduta a terra su un cuscino, poco distante -da Grazia, Rosetta leggeva una lettera, felice... E, trascinandosi -a terra, ha portato a Grazia la lettera di Claudio affinchè -la legga anche lei... Grazia ha respinto con la mano -la lettera. Ma Rosetta insiste. -</p> - -<p> -— Senti. Leggo io... «<i>Le tue parole, Rosetta, son la rugiada -del mattino sui fiori chiusi dell'anima mia. Tu sola, -tu sola sai dire queste divine parole che aprono al cuore -l'infinito del sogno. Per il bene che le tue parole fanno alla -mia anima e al mio lavoro, che tu sii sempre, amatissima -mia, fra tutte benedetta!...</i>» Ah, è bello sentirsi dir queste -cose, da lui... Ma mi sento tuttavia umiliata, scontenta... Io -so amare, ma scrivere non so... E se tu non scrivessi -per me.... -</p> - -<p> -Grazia, che non s'era mai mossa, toglie adesso dal seno -una lettera già pronta: -</p> - -<p> -— Tieni... Ecco la risposta. L'avevo già preparata... Puoi -mandarla... -</p> - -<p> -E si stringe fra le mani la testa di Rosetta, più che per -abbracciarla, per nascondere il suo dolore agli occhi della -fanciulla che, incuriositi e spauriti, la cercano... -</p> - -<p> -Rosetta intanto ha preso le mani di Grazia por portarle -alle sue labbra. E le dice, fra i baci: -</p> - -<p> -— Tu, tu ci hai insegnato ad amarci... Tu, tu mi hai -fatto amare da lui... Se tu non gli avessi detto per me tutto -quel bene che io non riuscivo a fargli capire, io, poveretta, -<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span> -a quest'ora... Mi credeva una bimba... Ma tu gli hai detto: -Badate. È una donna. -</p> - -<p> -E Grazia, straziata ma eroica, si china su lei e le fa -levare il volto per incontrarne gli occhi: -</p> - -<p> -— E non sei forse felice? -</p> - -<p> -Oh, sì, sì, è tanto felice, Rosetta... E come si fa piccina -fra le braccia di Grazia... Sì. È una donna, come ha voluto -far capire a Claudio... Ma quando è lì, ai piedi di Grazia, -fra le sue braccia, no, non è più una donna, ma è semplicemente -una bimba, una povera bimba felice, una bimba che -si sente venir voglia di piangere, tanto è grande la sua felicità... -</p> - -<h3>XLVIII. -<span class="smaller">E UNA SERA...</span></h3> - -<p> -Son presso il balcone, nell'ombra della sera d'estate ancora -senza luna e tutta stelle. Grazia ascolta. Rosetta legge: -</p> - -<p> -— Scrive così: «<i>Sì, piccola amata, verrò stasera nel tuo -giardino, alla tua finestra. Verrò ad ascoltare con l'anima -piena di tenerezza le parole che solo tu sai dire... Quando -mi scrivi, quante cose mi dici... Ma quanto taci, quando sei -con me... La timidezza, mi dici, fa tacere il tuo labbro... -Ma stasera, nell'ombra del tuo giardino, sotto il gran velo -nero della notte, tu saprai certamente parlare, tu saprai -aprirmi, Rosetta, tutto il tuo cuore...</i>». -</p> - -<p> -Grazia è immobile, impassibile. Sempre così — osserva -Rosetta — quand'ella le legge le lettere di Claudio... Ma per -quanto sia bello ciò che Claudio le scrive Rosetta è preoccupata. -Tortura la lettera e dice all'amica: -</p> - -<p> -— Tu hai voluto dargli questo appuntamento... Ma ora, -ora che cosa gli dirò? -</p> - -<p> -Grazia la prende fra le braccia per stringersela al cuore: -</p> - -<p> -— Guarda... Rimarrò qui, con te, nell'ombra della stanza, -<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span> -accanto alla finestra... Suggerirò io le tue parole... E poi, -vedrai... Poichè lo ami ne troverai tante anche da te... -</p> - -<p> -Batte le mani, Rosetta... È felice... Sì, sì, così... È carino, -è molto divertente... Corre sul balcone a guardare se Claudio -giunga e ritorna ancora a Grazia immobile e rigida -presso l'arco del balcone: -</p> - -<p> -— È carino, molto carino... Proprio come nel Cyrano... -</p> - -<p> -Un pensiero la ferma a questo richiamo; e, levato un -ditino in aria, Rosetta sorridendo ammonisce Grazia: -</p> - -<p> -— Ma bada: Cirano amava anche lui Rossana... -</p> - -<p> -E a queste parole Grazia scoppia a ridere, a ridere, a -ridere... -</p> - -<p> -— Ma io non amo Claudio... E appunto per questo Cyrano -non c'entra... -</p> - -<p> -S'ode laggiù lo stridìo d'un cancello che s'apre. -</p> - -<p> -— Va... È lui. -</p> - -<p> -Rosetta è volata sul balcone. Guarda nell'ombra. Ascolta -gli echi dell'ombra. Grazia è rigida, appoggiata allo stipite, -la morte nell'anima e l'impassibilità sul viso. -</p> - -<p> -Nel giardino Claudio avanza, cauto. Scricchiola, leggero, -il suo passo su la ghiaia. Tende sempre più, Rosetta, l'orecchio... -Ora il passo è più vicino, sempre più vicino, riconoscibile... -Sì, è lui... E Rosetta rientra per avvertire Grazia. -</p> - -<p> -— Eccolo!... Eccolo! -</p> - -<p> -E per raccomandarsi un'ultima volta, le mani giunte: -</p> - -<p> -— Fido in te... Per carità! -</p> - -<p> -E Grazia, violenta, la spinge fuori... -</p> - -<p> -— Ma va... va... va... -</p> - -<p> -C'è lì sotto — pare — un'ombra... A bassa voce Rosetta -manda giù le prime parole: -</p> - -<p> -— Claudio... Sei tu? -</p> - -<p> -E, da sotto, la voce bassa risponde: -</p> - -<p> -— Sì... Sono io..., Rosetta... -</p> - -<p> -Claudio stende la mano cercando nell'ombra quella di -<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span> -Rosetta che l'affonda a sua volta giù nell'ombra a cercar la -mano di Claudio. Ma le due mani non si trovano... -</p> - -<p> -— Troppo alto..., mormora Rosetta. -</p> - -<p> -Troppo alto, sì... Ma Claudio è salito sopra una panchina -e le mani si trovano finalmente e si stringono. E Claudio -copre di baci la mano di Rosetta. E quella di Rosetta trema -e lentamente si ritrae... Poi la voce di Claudio vien su: -</p> - -<p> -— E ora parlami, parlami, piccola amata! -</p> - -<p> -Ma Grazia, che non credeva di dover suggerire anche le -prime parole, tace. E la mano di Rosetta s'agita dietro il -suo dorso per chiamarla in aiuto... E Grazia si china a suggerire... -Fra l'edera Rosetta abbassa il volto e getta giù a -stento, ad una ad una, così come le coglie, le parole di Grazia. -Giù Claudio ascolta. Ora Grazia, sempre nascosta, -avanza, si avvicina, parla più basso, più fitto. E Rosetta, -impacciata, smarrita, ripete, come può, alla meglio o alla -peggio. Di tanto in tanto, da sotto, Claudia risponde: -</p> - -<p> -— Come ti amo, Rosetta, mia musa, mia compagna, -mia sposa! -</p> - -<p> -E le parole cadono come colpi di clava sul capo e sul -cuore di Grazia irrigidita nello spasimo... Sale ancora la -voce di Claudio dal giardino notturno: -</p> - -<p> -— Non parlar più. Rosetta... La notte è così dolce... E -sa dir tante cose anche il silenzio, quando si ama... -</p> - -<p> -Silenzio infinito della notte infinita... Ora la luna è apparsa. -E i cipressi del viale si profilano sul cielo d'argento; -e là sul piccolo lago sono i bianchi cigni addormentati col -capo sotto l'ala. Un treno passa, nel silenzio, col suo rombo -lontano, riempiendo il silenzio col suo fragore immenso e -solo. Poi, passato il treno, tornato più grande di prima il -silenzio, ancora la voce di Claudio riprende: -</p> - -<p> -— E vuoi tu, Rosetta, che in questa notte divina il nostro -amore abbia il suo primo bacio?... -</p> - -<p> -Trepida, commossa, Rosetta non sa che dire... Si volge -a interrogar Grazia con gli occhi... C'è prima un istante di -<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span> -silenzio. Poi, bassa, soffocata, la voce di Grazia, precipitosamente, -risponde: -</p> - -<p> -— Ma sì, sì, sì, digli di salire... -</p> - -<p> -E Rosetta chiama, soffocando le parole nell'edera e nel -pudore: -</p> - -<p> -— Claudio... Sali... -</p> - -<p> -E mentre Claudio dà la scalata Rosetta, intimidita, vergognosa, -s'è rifugiata dentro, nella stanza, tra le braccia -frementi di Grazia. Come, come tremano le braccia di Grazia... -Dovrebbe Rosetta sentire... Ma sì... Come sentire?... -Trema tanto anche lei... -</p> - -<p> -Ora Claudio è per apparire al davanzale... Già la sua -voce, che chiama, è più vicina... E Grazia spinge Rosetta -verso Claudio che appare: -</p> - -<p> -— Va, va, bacialo, bacialo, bacialo il tuo amore!... -</p> - -<p> -E mentre Rosetta va, Grazia, quasi istintivamente, l'ha -seguita. Esce anche lei sul balcone, ma sùbito si rigetta -indietro addossandosi alle persiane aperte... E, a bassa -voce, parlando solo a sè stessa, nell'orrore dell'infinita rinunzia, -sospira e geme: -</p> - -<p> -— Bacialo, bacialo, il «mio» amore!... -</p> - -<p> -E lì, al davanzale, nel chiarore lunare, Rosetta e Claudio -avvicinano le teste e le bocche. E lì, alla finestra, nell'ombra, -Grazia chiude gli occhi per non vedere, per non -vedere la cosa orrenda e divina. E si muove e indietreggia, -e prima è sotto l'arco della finestra, e poi rientra nella -stanza e, con gli occhi sbarrati, le braccia tese a respingere, -indietreggiando, Grazia affonda, affonda lentamente, affonda -sempre più profondamente nell'ombra della stanza, mentre -lì, fuori, al balcone, nel raggio lunare, tra l'edera e i gelsomini, -continua nel bacio il colloquio degli amanti. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span> -</p> - -<h3>XLIX. -<span class="smaller">CHIACCHIERE IN PIAZZA.</span></h3> - -<p> -— Sapete la grande notizia? — Rosetta è fidanzata... — E -Grazia? — Grazia niente... — Chi l'avrebbe mai detto?... — Ma -la notizia è vera? — Verissima! — Non si temono -smentite! — L'agenzia di don Giovannino gode d'un credito -meritato... — Meritatissimo... — E c'è di più... — Di -più? — Che c'è? — Dite. Non ci fate morire di curiosità... — C'è... -c'è... — Che c'è, in nome di Dio?... — Non ci vedete -sospese alle vostre labbra? — C'è... c'è... — Parlate! -O vi uccidiamo... — C'è un ballo... — Un ballo? — Sì, un -ballo mascherato... — Dove? Dove? Dove? — Da Rosetta? — No, -da Grazia. — Davvero? E quando? — Per celebrare -il fidanzamento della sua amica col grande maestro... — E -perchè in maschera?... — Perchè è in onore dell'autore -del Cyrano... Anzi non si chiamerà un ballo: si chiamerà -una «festa ciranesca»... — In maschera? Già, in maschera... — Maschere -sul viso e maschere sui cuori... — Che -vuoi dire dicendo così?... — Voglio dire che questo ballo -offerto da Grazia è proprio in maschera... Maschera con -questo ballo il dispetto che il matrimonio le fa... — Ma no! — Ma -sì! — Anche Grazia era innamorata del grand'uomo... — Ma -sì! — Ma no! — E il grand'uomo, invece, s'è innamorato -di Rosetta... — Ecco che cosa vuol dire fidarsi delle -amiche... Vi portan via le migliori occasioni... — Ma no! — Ma -sì! — E tu non mi star sempre attorno, sai... Io non -sono mica come Grazia... Io ti rompo il muso... — Ma lo -rompo io a te... — Tutte chiacchiere, queste... Grazia non è -mai stata innamorata del maestro. — Sì, sì, sì... Lo è stata... — No... -no... no... Non lo è stata... -</p> - -<p> -E può continuare, così, all'infinito... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span> -</p> - -<h3>L. -<span class="smaller">DOMINO BIANCO, DOMINO NERO.</span></h3> - -<p> -Alla festa ciranesca che, nelle sale della sua villa e nei -viali del suo giardino, Grazia ha voluto offrire a Claudio -Arceri e a Rosetta fidanzati e felici, le due fanciulle interverranno -in domino. Son già pronte, in <i>décolleté</i>, aggiustato -l'ultimo capello, dato l'ultimo velo di cipria. È il momento -d'infilare i domini. Ce ne sono sul divano due: uno bianco -e uno nero. Claudio offre quello bianco a Grazia che corregge -il suo errore: -</p> - -<p> -— No. Quello bianco è di Rosetta. Il mio è nero. -</p> - -<p> -E le due donne aiutate da Claudio indossano i domini: -Grazia il nero, Rosetta il bianco. -</p> - -<p> -Gli «amici del dopo-pranzo» girano intanto per le sale -che già si affollano. Maschere non ne hanno trovate e Grazia -li ha autorizzati a venire così: don Giovannino e il -conte Spada con due <i>fracs</i> fuori moda ma irreprensibili e -il farmacista e il maestro di scuola con certi palamidoni -lunghi e larghi da ricoprirci una famiglia intera. -</p> - -<p> -— Olà! -</p> - -<p> -Su la soglia d'una porta dàn di petto in un omaccione -gigantesco con certi baffi che fan paura e un naso lungo -che sembra far da battistrada al resto della persona un -quarto d'ora prima che passi. -</p> - -<p> -— Chi è? chiede il farmacista impaurito. -</p> - -<p> -— È Cirano, spiega, saputello, don Giovannino. -</p> - -<p> -E Cirano va attorno per la sala grande urlando versi -con un vocione stentoreo che fa tremar le vetrate: -</p> - -<div class="poem"> -<p>Questi sono i Cadetti di Guascogna</p> -<p>di Carbonello di Castel Geloso...</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span> -</p> - -<h3>LI. -<span class="smaller">LA SUA CONDANNA.</span></h3> - -<p> -Mentre giù le sale sono già piene di invitati — straccionerie -pittoresche dei Guasconi e provinciali eleganze del bel -mondo di Collina Verde — e mentre già un'orchestrina, -nella sala maggiore della villa, eseguisce i brani più popolari -delle opere di Claudio Arceri, Grazia, già pronta, è -stata chiamata in camera del fratello. -</p> - -<p> -— Grazia, io non sto punto bene, stasera... Se avessi -saputo di peggiorare così ti avrei chiesto di rimandare la -festa... -</p> - -<p> -Umiliata e confusa Grazia gli si avvicina teneramente a -sfiorargli con la mano la fronte: -</p> - -<p> -— Eppure sembri stare discretamente... La febbre non -è alta... -</p> - -<p> -Ma il fratello respinge quasi con violenza la mano -di lei: -</p> - -<p> -— Dici così per te... Per essere tranquilla... Ma non è -vero! -</p> - -<p> -Che strazio nel cuore di Grazia sotto quelle parole, sotto -la frustata di quelle parole che sono la verità e la sua condanna! -Marcello le ha ripreso la mano e gliel'ha fatta riappoggiar -su la fronte: -</p> - -<p> -— Senti... senti come brucio... -</p> - -<p> -Poi la trae tutta a sè, tenero e disperato, quasi chiedendole -un miracoloso aiuto: -</p> - -<p> -— Sorellina, sorellina mia... Abbi pietà... -</p> - -<p> -E Grazia è a terra, stretta a lui, infinitamente stretta a -lui, volto contro volto, affanno contro affanno... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span> -</p> - -<h3>LII. -<span class="smaller">I PIFFERI DI GUASCOGNA.</span></h3> - -<p> -In un angolo del giardino — al Padiglione ridotto a -serra e quella sera a <i>buffet</i> — c'è un concertino di pifferi e -di tamburi. Sono i pifferi e i tamburi dei Guasconi, le musiche -del campo di Arras: canzoni dei paesi lontani, vecchi -canti di Linguadoca, richiami di nostalgia, le più appassionate -e commosse melodie escite dalla fantasia di Claudio. -Ha voluto, Grazia, che quelle canzoni fossero eseguite quella -sera così, in quella forma suggestiva, fra gli alberi, nella -notte lunare, da quei Guasconi distesi a terra sui larghi -mantelli, tutti attorno a Cirano... -</p> - -<h3>LIII. -<span class="smaller">IL SUO GRAND'UOMO...</span></h3> - -<p> -E Claudio è lì, con Rosetta avvolta nel suo domino -bianco, ad ascoltar quelle sue musiche ch'egli ama. E tutta -la folla silenziosa, raccolta intorno, è presa da quel suono -di pifferi e di tamburi, da quel canto di malinconia e di -guerra. Claudio stesso sente, quella sera, come non sentì -prima a tavolino, tutt'il misterioso e irresistibile potere di -quei canti. E come si stringe, commossa, Rosetta al braccio -di Claudio, com'è felice nel suo amore, come sarà bello divider -tutta la vita con lui, esser partecipe di tutte le sue -battaglie e d'ogni suo trionfo, com'è orgogliosa del suo -grande artista ch'ella adora, del suo grand'uomo che l'adora!... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span> -</p> - -<h3>LIV. -<span class="smaller">«AH, QUESTA MUSICA...»</span></h3> - -<p> -Entra la canzone di pifferi e di tamburi nella stanza di -Marcello per la finestra aperta... -</p> - -<p> -— Ah, questa musica, questa musica che viene dal Padiglione... -Chiudi! Chiudi! -</p> - -<p> -Grazia ha chiuso ed è ritornata ai piedi del fratello disteso -su la <i>chaise-longue</i>: odia il letto da quando sa di -dovervi un giorno — assai presto — morire... E a Grazia -Marcello dice, quasi scusandosi: -</p> - -<p> -— Non posso sentire... Perdonami... Quella musica mi -snerva... -</p> - -<p> -Scoppia a piangere, infatti, tanto è snervato. Il male lo -riprende con un attacco di tosse. Si picchia il petto lacerato, -dilaniato: -</p> - -<p> -— Ho il fuoco... il fuoco... qui... -</p> - -<p> -Si volge alla sorella esterrefatta... Le afferra con violenza -il domino quasi volesse strapparglielo di dosso: -</p> - -<p> -— E tu, tu, tu sei vestita così... -</p> - -<p> -Grazia si toglie il domino. Peggio. Le rimane l'abito da -festa, con le spalle nude. Grazia ha paura dello sdegno di -Marcello. Vorrebbe coprirsi... Cerca attorno e non trova.. -Ma la voce di Marcello è dolorosa e pacata: -</p> - -<p> -— E anche senza domino, vestita così... Ma è giusto che -tu sii vestita così.. tu che stai bene... tu che vivrai... -</p> - -<p> -È umiliata, Grazia, è disfatta e si fa piccola piccola e -trova lì, a terra, un mantello nero del malato e, pavida, -vergognosa, ne avvolge e ne copre le spalle nude. La voce -del fratello geme: -</p> - -<p> -— Còpriti, còpriti... Non voglio, non posso vedere... -</p> - -<p> -E la risposta di Grazia, umile, bassa, sussurrata appena: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span> -</p> - -<p> -— Son coperta... Càlmati... -</p> - -<p> -Lo sguardo di Marcello si volge su lei. Le braccia avvolgono -e l'attirano a un bacio: -</p> - -<p> -— Così va bene... Perdonami, Grazia... Ma promettimi, -promettimi che non andrai se non starò meglio, se non -sarò più calmo... -</p> - -<p> -E Grazia promette. E copre di baci, di piccoli baci -innumerevoli, la mano ardente di Marcello. -</p> - -<h3>LV. -<span class="smaller">LA «FESTA CIRANESCA».</span></h3> - -<p> -Nel giardino e nelle sale la «festa ciranesca» è nel suo -pieno splendore, ma, non ostante l'eleganza e la signorilità -che Grazia ha cercato di conferirle, è una festa paesana, -chiassosa e disordinata. Quel mondo di provinciali in festa -s'è diviso in due gruppi: quelli che vogliono veder tutto e -sono in un continuo andirivieni che fa un gran chiasso e -un gran disordine e quelli che non osano veder nulla e -restano lì, per ore e ore, dove il caso della prima entrata -li ha messi, su una poltrona, su una sedia da giardino, -sotto l'arco d'una porta o appoggiati al tronco d'un albero. -Quelli che sono mascherati sono i più vivaci. Nei giorni -passati Grazia ha fatto loro provare come si dovevano divertire -per divertire gli altri. E c'è Ragueneau che distribuisce -paste e <i>marrons glacés</i>... E ci sono i cuochi della -<i>Rosticceria</i> che sfornano, in un riflesso di lampadine rosse, -grosse torte che, tagliate a fette, spariscono in un batter -d'occhi. Qua e là, per le sale, i Guasconi intrecciano a -duello gli spadoni. E c'è un gran roteare di colpi che sovente -non cadono su le spalle dei duellanti ma su quelle -degli invitati. Ne ha preso uno, curiosando, il maestro di -scuola, così forte da fargli credere d'aver lussata una spalla. -<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span> -Azzimato nel suo <i>frac</i>, la bocca piena di pasticcini, don Giovannino -si pavoneggia in un gruppo di damine secentesche. -Il conte Spada, che è gran signore e gran <i>lettré</i>, gli ha -detto or ora: -</p> - -<p> -— Queste damine dovrebbero essere le <i>précieuses ridicules</i> -dell'Hôtel Rambouillet... Ma le preziose son loro e il -ridicolo sei tu... -</p> - -<p> -Olà! Voleva, don Giovannino, protestare, ma voltandosi -s'è trovato davanti il naso formidabile di Cirano che continua -a andare su e giù pei salotti gridando con la voce -stentorea: -</p> - -<div class="poem"> -<p>Questi sono i Cadetti di Guascogna,</p> -<p>tutti spavalderia, tutti menzogna...</p> -</div> - -<p> -E il conte Spada è fra le signore attempate che fan da -<i>tapisserie</i> attorno alla sala con certi <i>décolletés</i> di raso dai -colori violenti che sembran tavolozze di pittori futuristi: e -c'è la moglie del sindaco, e c'è quella del preside del liceo, -e c'è la signora del ricevitore delle imposte: il fior fiore, -insomma, della buona società di Collina Verde. Ci sono -anche le ragazze che son più carine, certo, e più ben vestite -che le mamme. Ma chi le trova più le ragazze? Sono tutte, -da un'ora, attorno a Claudio Arceri. A distanza, sì, perchè -Claudio è con la sua fidanzata; ma attorno. E dove va -lui arrivan loro. -</p> - -<p> -Ha girato da per tutto, Claudio Arceri, alla ricerca di -Grazia. Ha chiesto apertamente di lei ai quattro «amici -del dopo-pranzo» ma nessuno l'ha vista e tutti se ne meravigliano: -una festa così, senza padroni di casa... Una vera -sconvenienza: ha detto don Giovannino, con la bocca piena -della torta di Ragueneau... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span> -</p> - -<h3>LVI. -<span class="smaller">«ARIA! SOFFOCO!»</span></h3> - -<p> -Lentamente Marcello sembra acquetarsi, assopirsi... Pare -adesso che dorma. Grazia fa per levarsi ma, nel sonno che -viene, la mano di Marcello stretta ai suoi vestiti ancora la -tiene, la costringe a riabbassarsi a terra, a rimanere. Di -tanto in tanto l'affanno preme ancora su Marcello. Nel dormiveglia, -ei s'allarga la camicia attorno al collo e dice: -</p> - -<p> -— Aria, aria... Soffoco! -</p> - -<p> -E Grazia si leva per aprir la finestra. L'apre, infatti, sul -quadro della notte ferma e infinita. Di laggiù viene a lei di -nuovo l'eco dei pifferi e dei tamburi. Che notte per il sogno! -Che notte per amare!... E quella musica, quella musica -patetica e guerresca, in cui sono insieme il fumo del -tetto natìo e la fiamma del cannone, quella musica così -suggestiva, così avvolgente, così spossante... Snervante, sì, -ha detto bene Marcello... Snervante... -</p> - -<p> -— Signorina Grazia! -</p> - -<p> -Sale su dall'ombra la voce. L'ha sùbito riconosciuta: è -quella di Claudio venuto a cercarla. -</p> - -<p> -— Venite, venite, Grazia... Tutti cercan di voi e la festa -è bellissima... -</p> - -<p> -Grazia fa cenno che non può parlare, che aspetta il -sonno di Marcello... E Claudio, «silhouette» bianca e nera -nell'ombra, s'allontana tra gli alberi. Un'ondata di musica — pifferi -e tamburi: come rullano i tamburi, come stridono i -pifferi! — giunge a Grazia nel gran silenzio. E si volge. -Guarda Marcello. Ha paura che quei suoni lo destino... E -richiude la finestra... Aria non può mancargli... Poi è meglio -un po' d'aria di meno e un po' di sonno riparatore di più... -</p> - -<p> -Proprio così? Proprio per questo ha richiuso la finestra? -<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span> -Grazia, rimasta in piedi presso il fratello, guarda ben bene -in fondo alla propria anima e vede la verità. Ma una grande -idea le sorride da qualche tempo, da quando cioè s'è -levato il domino. Chiamare Rosetta e scambiare il domino -con lei: prender lei il bianco e dare il nero a Rosetta... -Entrar nella festa così e farsi scambiar da Claudio per la -sua fidanzata. L'inganno è facile: le due donne s'assomigliano, -poichè, uguali di capelli, pari di statura, han su per -giù la medesima figura... E così vivere un'ora accanto a -Claudio, illudersi di vivere un'ora d'amore, illudersi per -un'ora di avere il diritto di esser felice... Ma, se non la coglie -quella sera, quando mai potrà ritrovare la possibilità di -quell'ora, dell'unica ora d'amore che potrà avere nella sua -vita se Claudio la scambierà veramente per Rosetta?... Ah -no, no, no, tutto, tutto piuttosto che rinunziare a quella -disperata pazzia... -</p> - -<p> -Ora Marcello è addormentato. Grazia scioglie dalla stretta -della mano del fratello la mano che nel sonno egli le ha -ripresa. Copre Marcello con ogni cura e fa cenno ai servi -di venire ad assistere il dormiente: -</p> - -<p> -— Qualunque cosa, chiamatemi... -</p> - -<p> -E indossa il domino, il suo domino nero. Si china a -baciare Marcello. Fa ancora col gesto e con gli occhi una -raccomandazione ai servi e lentamente, lentamente esce... -</p> - -<p> -E i due servi siedono accanto al malato. Uno dei due -mormora guardandolo nelle labbra violacee, nelle occhiaie -cave: -</p> - -<p> -— Sta molto male, poveretto... Ma la signorina Grazia -non se ne rende conto... -</p> - -<p> -E scuoton le due teste canute e buone. Non se ne rende -conto! Oh, se e quanto se ne rende conto, povera Grazia -disperata e folle... Basterebbe vederla lì, inchiodata contro -la porta da cui appena è uscita, rigida, immobile, con l'anima -che è tutta una tempesta, col volto che è tutto un -terrore... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span> -</p> - -<h3>LVII. -<span class="smaller">TUTTA LA VITA IN UN'ORA.</span></h3> - -<p> -Sono seduti in giardino, Grazia e Claudio, sotto un chiosco -dove c'è una tavola apparecchiata con una bottiglia di -champagne e una guantiera di biscotti. Su un altro vassoio -è una torta di Ragueneau su cui è scritto, a lettere di cioccolata: -«Claudio e Rosetta». La tavola è illuminata da un -piccolo candelabro con due candele la cui poca luce è ancor -più abbassata da due paralumini di seta viola. Ha tutto -ben preparato, Grazia, per la sua ora d'illusione... E sembra -che solo il caso abbia operato... Tutto è andato così -semplicemente, con tanta naturalezza... -</p> - -<p> -Mentre Claudio era trattenuto all'interno dai Guasconi -che volevan cantargli — che cani! — la loro ballata, Grazia, -uscita in giardino, ha incontrato Rosetta che saliva, -mandata da Claudio, a cercarla... E Grazia ha sùbito proposto -la commedia all'ingenuità fiduciosa della bambina: -</p> - -<p> -— Su, mentre aspettavo che Marcello si addormentasse, -m'è venuta un'idea stupenda. Barattare i nostri domini: -io prendo il tuo, bianco, tu prendi il mio, nero. Claudio mi -vede, mi crede te ed io gli parlo, gli parlo di te e dell'amor tuo, -direttamente, come non è mai stato possibile. Crederà di -parlare con te ed io potrò così interrogarlo come tu non l'hai -saputo mai interrogare... Potrò meglio, molto meglio, conoscere -in un'ora quello che dovrà essere tuo marito per tutta -la vita... Ti pare? -</p> - -<p> -Veramente a Rosetta tutto ciò non pareva estremamente -necessario... Ma, se Grazia lo dice... Lo dice e insiste: -</p> - -<p> -— Bada. È bene, è necessario anzi che io gli parli così... -Quante cose del suo carattere e della sua vita potrò sapere, -utili per la tua felicità... -</p> - -<p> -Poichè Rosetta non è una stupida, un dubbio è passato -<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span> -nel suo cuore. Ma ci ha ragionato sopra... E che ragione -potrebbe aver Grazia? Non è stata lei a fare il loro amore, -non è stata lei a fidanzarli, non è lei la creatrice della loro -felicità?... E quale altro scopo, se non quello di fare il suo -bene, potrebbe ella avere?... -</p> - -<p> -E lì, dietro un cespuglio, han barattato i domini, ridendo, -come in un giuoco, come per una burla divertente. Rosetta -ha detto: -</p> - -<p> -— Ma, dopo, glielo diremo... E sai come rimarrà Claudio... -Oh che ridere... E come ci divertiremo! -</p> - -<p> -E Grazia, allacciando gli ultimi nastri, ponendo sul volto -le maschere, quella di velluto e quella del suo sorriso: -</p> - -<p> -— Oh sì, certo... Ci divertiremo!... -</p> - -<p> -Il resto è andato benissimo... Uscendo dalla sala coi -Guasconi — con le orecchie lacerate da quei cani, pieni -però, poveretti, di buona volontà — Claudio ha incontrato -il domino bianco, la sua Rosetta... E Grazia ha guidato i -suoi passi fin là, al chiosco, dove sono entrati per sedersi -e per bere... E ora Grazia, bevuto lo <i>champagne</i>, è lì ad -ascoltare Claudio che le parla d'amore, è lì, stretta nelle sue -braccia, abbandonata su lui, quasi tutta rovesciata indietro — per -evitar la luce quanto più è possibile — e tutta l'anima -è tesa, tutta la vita è chiusa in quell'istante solo... -</p> - -<p> -Un passo, fuori, su la ghiaia del giardino, li ha fatti sciogliere. -È un domino nero che passa, senza farsi vedere, -senza riuscire a vedere: è Rosetta che erra lì attorno, già -un po' inquieta, come sempre s'è inquieti quando si ama. -Ora Grazia ha fame. Un garzone di Ragueneau ha portato -la torta e Grazia ne mangia qualche fetta, per aver la bocca -piena, per avere il pretesto di non parlare... Ora ha il -braccio levato e la torta fra i denti. Ricaduta indietro la manica -del domino, il braccio è nudo e Claudio l'ha preso e -lo copre di baci lenti, sempre più caldi, sempre più profondi... -</p> - -<p> -Ancora l'ombra nera che passa lì fuori, non vista, senza -<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span> -vedere, li fa sciogliere col rumore del suo passettino -lieve su la ghiaia. -</p> - -<p> -Che cerca, che vuole Grazia? Nulla. Non sa. Poggiati i -gomiti su la tavola, poggiato il volto fra le mani, gli occhi -intenti e ardenti nella macchia nera della maschera, Grazia -lascia che l'ora folle trascorra... E Claudio, curvo su -lei, cingendole la vita, le parla all'orecchio: -</p> - -<p> -— Così ti farò felice... Così ti darò quel po' di giovinezza -che mi rimane, quel po' di gloria che la mia arte mi -può aver meritato... -</p> - -<p> -Grazia ha abbandonato il corpo su la spalla di lui. E, -senza guardarlo, senza lasciarsi guardare, gli prende convulsa -e febbrile le mani, gliele stringe sino quasi a spezzargliele -e gli dice, bassa la voce, bassa tanto che non possa -riconoscerla: -</p> - -<p> -— Dimmi, dimmi, dimmi ancora che mi ami! -</p> - -<p> -E Claudio la stringe più forte. Il respiro di lui è nel -collo di Grazia con un brivido di voluttà in tutto il corpo -di lei... E Claudio stringe... Non ha mai sentito Rosetta -così, non fanciulla, non fidanzata, non sposa, ma donna, -ma amante... E ancora la voce bassa di Grazia chiede, -invoca: -</p> - -<p> -— Dàmmi, dàmmi quest'ora di felicità... -</p> - -<h3>LVIII. -<span class="smaller">L'ALLARME.</span></h3> - -<p> -Marcello d'improvviso, ghermito nel sonno dalla crisi, si -desta urlando: -</p> - -<p> -— Aria, aria... Muoio! -</p> - -<p> -I servi, ch'erano sonnacchiosi su le sedie, sono accorsi -a sorreggerlo, a calmarlo: -</p> - -<p> -— Signorino, per carità... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span> -</p> - -<p> -Marcello ha le mani convulse al collo, al petto... Sente -l'aria e la vita mancare... -</p> - -<p> -— Chiamate, chiamate Grazia... Ma perchè, perchè mi -lascia solo?... Non lo vede che mi sento morire? -</p> - -<p> -Il domestico è sùbito corso a chiamare Grazia. La soffocazione -è cessata. Pesante, esausto, Marcello è ricaduto -giù, di piombo, la mano stretta alla gola, l'affanno nel -petto e negli occhi... -</p> - -<h3>LIX. -<span class="smaller">L'ISTANTE SUPREMO.</span></h3> - -<p> -Ancora Grazia nell'ebrezza ripete: -</p> - -<p> -— Dàmmi, dàmmi quest'ora sola di felicità! -</p> - -<p> -E Claudio scoppia a ridere tentando di rivolgere il capo, -di scoprirle la parte di viso che non è nascosta dalla maschera: -</p> - -<p> -— Un'ora sola?... Ma tutta la mia vita io ti dò... -</p> - -<p> -Tutta la vita! E Grazia abbandona il capo rovesciandolo -con le braccia su la tavola e rompendo in lacrime. Claudio -cerca di sollevarla e chiede il perchè di quelle lacrime nell'ora -della felicità. E la voce di Grazia risponde: -</p> - -<p> -— Piango, piango... così... di gioia! -</p> - -<p> -Grazia ha sollevato il volto. Le lacrime di sotto la maschera -le scorron giù per il viso. Appoggiato il capo su la -mano aperta, gli occhi adesso son fissi sul domani tremendo, -fissi, terribili e vuoti. «Tutta la mia vita io ti dò!»: ha -detto Claudio. Ed ella non ha che un'ora, un'ora falsa, rubata, -un'ora non sua, l'illusione di un'ora... -</p> - -<p> -Rosetta non sa più reggere. La gelosia, non sa perchè, -la tormenta. Non può staccarsi da quel chiosco e non resiste -all'idea che quel colloquio, che quel giuoco debbano -prolungarsi ancora. È apparsa, adesso, su la soglia del chiosco. -<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span> -Non veduta fa un cenno a Grazia come per dirle che -basta, che non ne può più... Ma Grazia le fa cenno di aspettare, -di aspettare ancora un momento... E col gesto la -rimanda fuori, l'allontana... Ora ha il capo fra le mani, gli -occhi attoniti di disperazione e dice, quasi a sè stessa: -</p> - -<p> -— Ancora, ancora un attimo di felicità. Lo pago con -tutta la vita! -</p> - -<p> -E si rovescia tra le braccia di Claudio. -</p> - -<h3>LX. -<span class="smaller">CONTRASTI.</span></h3> - -<p> -Fuori il domestico va di gruppo in gruppo, nella sala, -nei giardini, cercando Grazia: -</p> - -<p> -— La signorina... Il signor Marcello sta molto male... -</p> - -<p> -Nessuno ha visto Grazia. E la cercano qua e là... E il -domestico cerca, cerca ancora... desolato di non riuscire a -trovarla, pensando che lassù quel poveretto... Ma, finalmente, -incontra Rosetta... -</p> - -<p> -— La signorina... Il fratello sta male. -</p> - -<p> -— Oh, mio Dio! -</p> - -<p> -E, di corsa. Rosetta guida il domestico verso il chiosco -dov'è Grazia. E si scontran correndo... -</p> - -<p> -— Olà! -</p> - -<p> -... nel gigantesco Cirano che va ancora gridando con la -voce stentorea: -</p> - -<div class="poem"> -<p>Questi sono i Cadetti di Guascogna...</p> -</div> - -<p> -E, più in là ancora, la loro corsa è arrestata da un'ondata -di Guasconi che, a suon di pifferi, passan cantando e portando -in trionfo i cuochi e le torte di Ragueneau. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span> -</p> - -<h3>LXI. -<span class="smaller">IL RISVEGLIO.</span></h3> - -<p> -E Grazia è ancora, rovesciata, fra le braccia di Claudio -che le parla all'orecchio con le sue parole ardenti, le mani -nelle mani. È felice, silenziosa, eroica, miserabile e sublime. -Claudio le ha offerto una coppa di <i>champagne</i> ed ha forzato -la sua testa a girarsi.... D'improvviso le ha preso la -bocca in un bacio lungo, infinito — e solo... -</p> - -<p> -Di su la porta del chiosco è il risveglio: Rosetta le -grida: -</p> - -<p> -— Corri, corri, tuo fratello muore... -</p> - -<p> -D'un balzo Grazia è in piedi, lasciando cadere la coppa -che si spezza su la tavola, strappandosi la maschera dal -viso. Guarda tutti — Claudio, Rosetta, il domestico — come -trasecolata, come nell'orribile ritrovarsi d'un risveglio. -</p> - -<p> -— Lei! -</p> - -<p> -Claudio ha avuto un atto di meraviglia e un passo -avanti. Ma sùbito Rosetta gli ha parlato: -</p> - -<p> -— È stato uno scherzo che ha voluto farti... Poi ti spiegherò. -</p> - -<p> -Grazia è pietrificata. Rosetta è accanto a lei, le cinge la -vita col braccio, le dice piano: -</p> - -<p> -— Vieni! -</p> - -<p> -E, ancora come ridestandosi, Grazia guarda tutti attorno, -e si passa le mani su gli occhi. Ode il vocio del giardino, le -musiche lontane, immagina la tragedia che si compie lassù. -Getta un grido disperato, un urlo che è un nome: -</p> - -<p> -— Marcello! -</p> - -<p> -E fugge via, folle. E Rosetta la segue. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span> -</p> - -<h3>LXII. -<span class="smaller">ULTIMA MUSICA.</span></h3> - -<p> -Su l'aiuola che Grazia attraversa correndo i Guasconi -son raccolti attorno a un flauto che suona mentre tacciono -i pifferi. E Cirano, in mezzo a tutti, dice ora, a voce bassa, -accordandoli al tempo del flauto, i bei versi famosi: -</p> - -<div class="poem"> -<p>... Ascoltate, o Guasconi. Non più la marzia squilla</p> -<p>del piffero, ma il flauto della selva tranquilla...</p> -</div> - -<h3>LXIII. -<span class="smaller">PERCHÈ?</span></h3> - -<p> -Claudio è caduto di nuovo a sedere alla tavola, nel chiosco. -Ha nelle mani i frantumi della coppa di Grazia. -</p> - -<p> -— Uno scherzo? -</p> - -<p> -Ma allo scherzo non crede. E allora: perchè? -</p> - -<h3>LXIV. -<span class="smaller">«NON HO PIÙ CHE TE!»</span></h3> - -<p> -E Grazia, con Rosetta, è entrata nella camera di Marcello. -C'è il medico. Il tubo dell'ossigeno dà ancora respiro -e vita al malato. Quando la sorella è accanto a lui Marcello -le grida: -</p> - -<p> -— Il medico è venuto... Ma tu no... tu no... -</p> - -<p> -E Grazia è lì, immobile, pietrificata, col suo domino -bianco che le mani del fratello le strappan di dosso, a brandelli.... -</p> - -<p> -— Tu così, così... Ancora!... Ma non vedi che io muoio?... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span> -</p> - -<p> -A queste parole Grazia piomba a terra. Ha il volto del -fratello fra le mani, la guancia di lui sotto i suoi baci: -</p> - -<p> -— No, no, no, Marcello... Non ho più che te... Non ho -più che te... -</p> - -<h3>LXV. -<span class="smaller">BIANCO E NERO NELLA CASA VUOTA.</span></h3> - -<p> -Nella gran sala della villa Grazia è nel suo abito di -lutto e nel suo pianto. Claudio, Rosetta, gli “amici del dopopranzo„ -son davanti a lei, Rosetta tutt'avvolta in un mantello, -gli uomini chiusi nei soprabiti. Tornano dalla chiesa. -</p> - -<p> -Per il lutto di Grazia avrebbero voluto rimandare le -nozze. Ma un'opera di Claudio va in iscena a Vienna e -come mèta e pretesto del viaggio di nozze non si poteva -trovar di meglio che quella festa d'arte. Ancora Rosetta ha -spiegato tutto questo a Grazia per giustificarsi, per chiederle -ancora perdono se nel loro egoismo d'innamorati... -</p> - -<p> -Grazia guarda gli “amici del dopopranzo„ che son lì, -la testa bassa, a girarsi e rigirarsi i cappelli fra le mani. -Apre i loro soprabiti su gli sparati bianchi dei fracs. -</p> - -<p> -— Come siete belli... Tornate adesso dalla chiesa? -</p> - -<p> -E apre il soprabito di Claudio sul suo tight. Giovannino, -che gli è di fronte, ha un sobbalzo. Questa ancora — e son -passate due ore — non la può mandar giù... Quel gran musicista -non sa proprio le regole del viver civile... Il tight -per un matrimonio... Dove mai s'è visto nulla di simile?... -Sa quello che Claudio ha spiegato (oh, non a lui, che gli -avrebbe risposto, ma a Rosetta...): cerimonia intima, senza -pretese... Ma, intima o no, pretese o no, la legge, per don -Giovannino, è una sola: si sposa in frac. E se in frac non -si sposa, che cosa ci si fa? Ci si nasce? Ci si muore? -</p> - -<p> -Grazia ha aperto intanto il mantello di Rosetta su l'abito -<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span> -da sposa. Istintivamente ha fatto nel vederlo, un passo indietro. -E ha sospirato: -</p> - -<p> -— Sposa... -</p> - -<p> -Rosetta ha richiuso il mantello. Ma Grazia, no, riapre... -Vuol vedere, vedere ancora: -</p> - -<p> -— Lasciami, lasciami toccare... Quanto è bello un abito -da sposa! -</p> - -<p> -E tocca la seta, i veli, i merletti, con le mani che le tremano. -Poi le forze le sfuggono e cade a sedere e a piangere -su la poltrona lì accanto. Sùbito Rosetta è in ginocchio vicino -a lei per abbracciarla, per consolarla. E i due vestiti, -il vestito a lutto e l'abito da sposa, si sfiorano, si toccano, -si uniscono. E Grazia dice, indicandoli: -</p> - -<p> -— Io col mio lutto e tu con la tua gioia... -</p> - -<p> -Hanno tirato fuori il fazzoletto tutt'e quattro, là, in fondo, -gli “amici del dopo-pranzo„, chè una lacrima, e anche due, -son spuntate sul ciglio di tutti... -</p> - -<p> -Ora Grazia s'è asciugati gli occhi e s'è levata. Bacia -prima l'abito da sposa su cui Rosetta chiude, pudica, il -mantello e poi bacia Rosetta: -</p> - -<p> -— Va, va... Non ritardare... Dovrai cambiarti, partire... -</p> - -<p> -E accompagna Rosetta fin su la porta. Escono i quattro. -Ultimo a uscire è Claudio, Claudio che, rimasto solo, afferra -i polsi di Grazia, e le pianta gli occhi negli occhi: -</p> - -<p> -— Perchè? Perchè? Perchè il domino bianco? Perchè -sostituirvi a Rosetta? -</p> - -<p> -È, per Grazia, la tentazione suprema. Parlare, gridargli: -“Perchè io ti amo e non posso amarti... Perchè muoio d'amore -per te, mia sola vita, che te ne vai con un'altra... per -sempre...„. -</p> - -<p> -E il grido è là, nei suoi occhi, su le sue labbra, nel suo -petto ansante. Riesce tuttavia a trattenerlo, a vincere per -sempre, a perdere per sempre... E ride, ride, ride d'un riso -tragico, d'un riso pazzo: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span> -</p> - -<p> -— Nulla... Nulla... Uno scherzo... Così, per ridere... Potevo -ancora ridere, allora... -</p> - -<p> -E vuole sciogliere le mani dalla stretta ferrea di Claudio. -Ma questo resiste e la tiene. Grazia lotta, si divincola e -riesce a liberarsi... -</p> - -<p> -— Andate, andate, gli grida... Vi aspettano. Addio! -</p> - -<p> -E lo sospinge fuori proprio nel punto che Rosetta riappariva -su la porta a chiamare Claudio. E poi, quando Claudio -è uscito, per la stessa porta da cui entrò la prima volta — (lo -scopettino in mano e don Giovannino che non capiva... -che disperazione!) — appena Claudio è uscito, per -sempre. Grazia cade a terra come un povero mucchio di -cenci, un povero mucchio di cenci sotto cui è qualche cosa -ancora d'un po' vivo, qualche cosa che altro non è più che -un sussulto... -</p> - -<h3>LXVI. -<span class="smaller">RIVEDERLO PER L'ULTIMA VOLTA.</span></h3> - -<p> -Un'ora dopo Grazia è nella piccola piazza di Collina -Verde, ferma contro il parapetto della terrazza che affaccia -su la strada maestra da cui Claudio e Rosetta, partendo, -dovranno passare... Poco prima, cadendo a terra, ha battuto -la fronte contro un mobile, e la ferita ha fatto sangue. E -ora lì, sotto i veli neri che tutta la coprono, Grazia ha attorno -alla fronte una fasciatura bianca... Come ritardano a -partire... Grazia non si regge più in piedi. Ma ecco, lassù, -polvere in aria, un gridare e un correre di ragazzi: -</p> - -<p> -— Viva, viva gli sposi! -</p> - -<p> -E due vetture, due grandi <i>landaux</i> di paese scoloriti e -tirati da cavalloni con certe code lunghe fino a terra, vengono -giù per la discesa. Nella prima vettura Rosetta e Claudio -e il conte Spada, fermo e impettito lì, al terzo posto, -con l'aria dell'uomo abituato ad accompagnare regine. Nell'altra -<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span> -vettura don Giovannino e gli altri amici. Accompagnano -tutti gli sposi per qualche chilometro, per festeggiarli -ancora... -</p> - -<p> -Eccoli, eccoli... Ora sono lì sotto, davanti a Grazia che -agita in aria il suo fazzoletto. Due fazzoletti, farfalline -bianche laggiù, le rispondono dalla prima vettura, e l'ossequiosa -scappellata del nobilissimo conte... -</p> - -<p> -La vettura è passata, rapida. È già laggiù dove la strada -rivolta il suo nastro giù per il monte e scompare. Ora non -è più, scomparsa, che un po' di polvere in aria. Ma Grazia -continua ancora a salutare, a salutare... con quel fazzoletto -che si agita lento, lento, lento, e non saluta gli sposi che -non possono più vederla, ma saluta l'amore che se n'è andato, -saluta il sogno che è per sempre finito, saluta la vita, -tutta l'immensa vita, cui ella dice per sempre addio... -</p> - -<p> -Addio! -</p> - -<h3>LXVII. -<span class="smaller">ADDIO!</span></h3> - -<p> -Ancora una volta, nera nel nero mantello, avvolta nei -suoi veli, ancora una volta — e l'ultima! — Grazia è alla -porta del convento. La suora guardiana apre e il corpo di -Grazia precipita dentro, abbandonato, come morto, a terra. -La suora guardiana la soccorre, la rialza e l'accompagna -per il viale dei cipressi verso lo spiazzo dove, al sole, tra i -fiori, è un andirivieni lento e bianco di suore. Ma Grazia -non ha la forza di giungere fin lì e si ferma in quella cerchia -di cipressi, in quella fredda ombra verde, appoggiandosi -a un albero. Suor Ghiottona ha chiamato, sgomenta, -le suore. E sono tutte accorse, attorno a Grazia, sgomente -anche loro. E la Madre Badessa ha preso Grazia fra le -braccia, mentre la fanciulla, abbassando il volto sul petto di -lei, le sussurra: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span> -</p> - -<p> -— Madre... Madre... Sono qui per morire... per morire in -mezzo a voi.... -</p> - -<p> -Che possono dirle le povere e buone amiche della Collina -Verde? La vedono pallida, magra, distrutta, senza sangue, -senza vita, tanto bella, più bella ancora in quello sfiorimento -di tutto l'essere. Che possono dire? Che possono fare? -Sanno tutte, oramai, la tragedia di Grazia. E stringono ancora -più il cerchio attorno a lei sempre appoggiata al tronco del -cipresso. Ancora più forte la Madre la stringe fra le braccia. -E Grazia dice, in un sospiro: -</p> - -<p> -— La mia vita è finita... La mia vita l'ho vissuta... nella -felicità di un'altra... -</p> - -<p> -E, muovendo lentamente la mano nell'aria, volge il capo -e sorride: -</p> - -<p> -— Come te, come te, mio povero amico Cirano! -</p> - -<p> -E, all'albero accanto a quello contro cui è appoggiata, -l'allucinazione le fa vedere... Sì, sì, è lui, è lui... È Cirano, -come lei finito, come lei morente, come lei tutto nero, con -quell'ultimo segno bianco attorno alla fronte, quell'ultima -fasciatura dell'ultima ferita e dell'ultimo dolore... -</p> - -<p> -E quando i suoi occhi impietriti non vedono più ciò -che gli altri non vedono, Grazia torna a girar la testa e a -prender la mano della Badessa: -</p> - -<p> -— E, come lui il suo pennacchio, io porto a Dio il mio -martirio! -</p> - -<p> -Le bianche amiche della Collina Verde vorrebbero tutte -avvicinarsi ancor più a Grazia, abbracciarla, baciarla, tentare -ancora di confortarla... Ma Grazia, pronta, le ferma -tutte col gesto. Ha un'altra volta gli occhi impietriti, il volto -trasfigurato nell'allucinazione: -</p> - -<p> -— Largo... Largo... Lasciate posto... C'è gente che viene... -</p> - -<p> -E le pare che dagli alberi, da tutti quei cipressi lì attorno, -da quei pini laggiù, da dietro quelle siepi, da quei vasi di -fiori escano, tutti bianchi, tutti rosei, tutti biondi, bambini, -<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span> -tanti bambini che vengono tutti verso di lei, che le si stringono -tutti attorno... -</p> - -<p> -— I bimbi... I bimbi che avrei voluti avere... I bimbi -che avrei voluti amare... -</p> - -<p> -E le pare di toccarli, le par di sentirseli attorno. Ha i riccioli -d'oro nelle sue dita convulse e, nell'estasi suprema, il -volto di Grazia s'illumina, si trasfigura, si fa divino. È la -Sposa senza macchia, è la Madre bianca! -</p> - -<p> -Ma anche quella visione è scomparsa... Come le batte il -cuore e come è stretta, da una mano di ferro, lì, in mezzo -al petto... Grazia con una mano saluta... L'altra l'ha lì, in -mezzo al petto, a tentar di fermare quella mano di ferro -che dentro le strappa il cuore e la vita... E, nel bianco cerchio -delle suore che sempre più s'allarga attorno a lei, sotto -gli alberi immensi, nell'infinito silenzio, il piccolo corpo -nero della martire s'irrigidisce e, nell'ultimo spasimo contro -il tronco dell'albero, resta fermo, già morto, un istante... -</p> - -<p> -Poi, d'un tratto, di piombo, precipita. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span> -</p> - -<h2 id="duchessa">La Duchessa delle Nebbie</h2> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span> -</p> - -<p class="pad2 center"> -PERSONAGGI. -</p> - -<ul> -<li>UN POETA</li> -<li>UNA DONNA</li> -<li>UNA LAMPADINA ELETTRICA.</li> -</ul> - -<div class="blockquote"> -<p> -La casa di un Poeta. È il crepuscolo. Su la tavola è accesa una -luce rosea; è una damina del Settecento, un piccolo Sèvres delizioso -che finisce al busto, dal quale discende una larga veste di seta rossa -sotto cui la luce elettrica splende. È una lampadina elettrica originale, -più che una lampada elettrica, una veilleuse bizzarra per le fantasticherie -d'un poeta. Questi, che ha quarant'anni e tutta la malinconia dei -quarant'anni, la malinconia della vecchiaia che non sa ancora sorridere -perchè non ha saputo ancora dire addio alla giovinezza, è seduto -alla scrivania, con i suoi capelli grigi, con la sua anima stanca, col -suo sogno instancabile. È un poeta rinsavito; più che scrivere, sogna; -più che far versi, cerca rime impossibili; più che sporcare altra carta, -preferisce parlare lunghe ore con la damina rossa, con l'amica luminosa -e silenziosa che sa ascoltarlo senza contraddirlo mai, col piccolo -Sèvres dall'ampia gonna di seta che è accesa giorno e notte su la sua -tavola e sul suo sogno. È, una volta di più il colloquio delle ore -vuote, delle giornate grigie, delle malinconie indecise, delle rinunzie -approssimative, delle rassegnazioni senza rassegnazione. Fuma e parla, -il poeta, parla e fuma; e le sue parole vanno in fumo ancora più delle -sue sigarette. Al piccolo Sèvres rosso e luminoso il fumo non dà noia: -nè quello dei sogni nè quello delle sigarette. È abituata a vivere nella -sua nebbiolina rosea e leggera giorno e notte, notte e giorno; ed è -nebbia ella stessa. Il suo poeta, che è il suo innamorato, il suo innamorato -che è il suo poeta, l'ha battezzata così: «la duchessa Aurora -delle Nebbie» nell'Almanacco di Gotha del mondo delle fantasticherie. -Aurora e Nebbia son le sue due poesie, la sua sola poesia; rossa splende -come l'aurora di una realtà possibile; avvolta di sete e di veli disperde -la sua luce nelle nebbie in cui si perdono e sfumano i bei sogni -impossibili. È una donna solo a metà. Più giù del busto non è più che -luce; più giù del cuore altro non è che fantasia. -</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span> -</p> - -<p class="speaker"> -IL POETA. -</p> - -<p> -Senti? Piove ancora... È tutto il giorno che piove e -noi le abbiamo sentite venir giù, tutto il giorno, io e te, la -pioggia e la malinconia... -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -(Il domestico apre piano la porta. Entra. La sua mano gira rapidamente -il commutatore elettrico per accendere le esili appliques rosee -che sono attorno alle pareti coperte di damasco verde. Ma sùbito la -voce del Poeta corregge il gesto brutale del domestico e fa tornare la -penombra nella stanza e la Duchessa delle Nebbie a tutt'il suo splendore -un attimo attenuati da una luce più pallida ma più sfacciata della sua). -</p> -</div> - -<p> -No. Spegnete. Non c'è ancora bisogno d'altra luce. Non -è ancora sera. E questa luce basta perchè possiate riaccendere -il fuoco e distribuire i fiori nei vasi. -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -(Il domestico ha rispente le appliques rosee. Ora accende il fuoco -nel caminetto. Poi distribuisce nei vasi, come luci nella penombra, le -rose bianche che portava sul braccio. Si sente dal di fuori il ticchettio -della pioggia sui cristalli della finestra, il rumore lento di una vettura, -l'urto stonato di una tromba di automobile. Si sente da dentro il crepitìo -delle fascine nel caminetto. E, quando il domestico ha finito ed è -su la porta per uscire, il poeta avverte: -</p> - -<p> -«<i>Fate attenzione. Aspetto gente. Fra mezz'ora</i>». E quando il domestico -è uscito, il poeta guarda al suo polso sinistro il piccolo orologio -d'oro e riprende a parlare con la Duchessa delle Nebbie:) -</p> -</div> - -<p> -Abbiamo ancora mezz'ora per parlare e in mezz'ora si possono -dire tante cose, o, almeno, quelle che dobbiamo dirci noi... -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -(Trae di tasca il portasigarette. Accende una sigaretta. Fuma....) -</p> -</div> - -<p> -Ma, vedi, ho acceso un'altra sigaretta per prendere tempo, e -per prendere coraggio, perchè non so da dove incominciare. È -la sorte dei poeti, questa: poichè non sanno mai, coi loro versi, -dove andranno a finire, non sanno mai, in prosa, trovare il -principio... Ma io comincerò da un ricordo... Il ricordo -della sera in cui ci siamo conosciuti, io e te, duchessa... -Ero dal mio antiquario, a curiosare, a perdere tempo, in -una sera di malinconia... Che malinconia, quella sera!... Una -volta di più, due ore prima, una donna mi aveva mentito, -<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span> -un amore era caduto. Ed io cercavo di essere forte, di provare -a me stesso che il disastro non era niente, che tutto -era come prima, che la vita continuava tranquilla... Mi dicevo: -“Lei non soffre... A quest'ora, mentre io non so dove -andare, mentre io non so se camminare o star fermo, mentre -io mi lascerei cadere a terra, qui, dove sono, come un -animale ferito a morte, lei è dalla sua modista a provare -cappellini, o dal suo <i>coiffeur</i>, i capelli sotto i ferri di <i>monsieur</i> -Pierre, le unghie nelle mani di <i>mademoiselle</i> Rose e -tutto il suo cuore lì, preso, come sempre, nella sua vanità -e nel suo egoismo...„ E mi dicevo: “No, non devo soffrire -neppure io...„ E avrei voluto anch'io una chioma da fare -ondulare e biondeggiare, una mano, già curata, da far curare -ancora... Ma dove sarebbe stato, in circostanze simili, -il mio cuore? Io non ho vanità per occuparlo o egoismo per -alimentarlo... Io amavo lei, per lei... Lei amava me, per sè... -Ecco tutta la diversità fra noi, la causa dell'urto e della rottura -e la spiegazione di tutta la sua serenità e di tutto il mio -tormento... Rientrare a casa mi faceva paura... Ritrovarmi -solo fra le cose solite... Ed entrai lì, dall'antiquario, sperando -che le cose belle avrebbero potuto per qualche tempo allontanarmi -dai miei pensieri cattivi... E lì, nella penombra di quello -stanzone senza luce, appena rischiarato dai fiammiferi che -l'antiquario accendeva per farmi vedere una vecchia portantina -riverniciata e rifoderata di fresco, ti vidi lì, nell'angolo -di un canterano, mezza schiacciata da un paraventino, addossata -con le spalle al muro... Ti vidi così, piccolo Sèvres, -con la tua veste rosea che nell'ombra era scura, mortificata, -trascurata, dimenticata... E, al mio grido, l'antiquario ti -prese, ti portò avanti, ti mise nel bel mezzo d'un tavolino di -Bull, e portò sino al muro il lungo cordone rosso che -usciva di sotto la tua sottana. Tu ti accendesti, duchessa. -La tua veste scura fu un fiore roseo nell'ombra, ed io -m'innamorai di te. M'innamorai di te, perdutamente, in un -minuto e non ebbi pace finchè non ti ebbi sotto il braccio, -<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span> -tutt'avvolta di carta velina... E ti portai via, via, di corsa, -verso casa, come se ti avessi rubata, come se ti avessi rapita... -Proprio così... Non mi pareva di averti avuto dal mio -antiquario per trecento lire, prezzo d'affezione... Mi pareva -di averti avuta dopo un ratto, bene non mio, felicità proibita, -sogno rubato... E, a casa, nella mia casa vuota che -tu rallegrasti, che tu popolasti, ti diedi il posto d'onore, ti -fissai con due chiodi, due chiodi d'oro, duchessa, nascosti -sotto la veste di seta, qui sull'angolo del mio tavolino, e ti -accesi... E fosti ancora un fiore di luce rossa nella mia -ombra e nella mia solitudine... E fin da quella sera io cominciai -con te, Duchessa, un interminabile colloquio: l'infinito, -l'intraducibile colloquio che solo può svolgersi fra un -poeta pieno di malinconia e una damina di porcellana che -è tutta leggiadria e poesia, donna, sia pur donna di Sèvres, -dal cuore in su, seta e luce e sogno, dal cuore in giù... -Quale buon Dio, quale Dio bonario della consolazione e -della pietà, ti mandò sulla mia strada e nella mia casa, -bambola di luce, donna di sogno, realtà irreale, proprio -quella sera, mentre pioveva come adesso, mentre ero solo, -come adesso, mentre tutto il mio cuore piangeva perchè -una donna da cui mi ero creduto tanto amato aveva fatto -male a quel mio cuore una volta di più?... Il sogno, con -te, mi guarì della realtà.... Poichè un'amante mi aveva tradito, -io ti elessi mia amante fedele, fedele come solo il sogno -sa essere, come le donne essere non sanno, non vogliono e -non possono... E ti battezzai quella sera, nella mia prima -follia per te... Duchessa eri nella fierezza del tuo portamento -e nella nobiltà del tuo profilo... E poichè uscivi dalle nebbie -della mia malinconia fosti Duchessa delle Nebbie... E, -poichè t'accendesti rosea nella mia notte, come un'aurora, -fosti così, per l'araldica della mia fantasia e nello stato civile -del mio cuore, la Duchessa Aurora delle Nebbie. -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -(Accende il poeta un'altra sigaretta... A cominciare è riuscito... Concludere -gli è più difficile e quello che ha detto fa più arduo e penoso -<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span> -ancora, per lui, quello che dovrà dire.... Ma, pavido della scintilla, si -getta poi d'improvviso nel fuoco come fanno i pazzi, i timidi e i poeti:) -</p> -</div> - -<p> -Ti chiesi, duchessa, fedeltà. Ti promisi, duchessa, fedeltà. -Ma è instabile, cara, il cuore dell'uomo anche se stabile è -la sua coscienza. Continua, quando la vita è ferma, il nostro -sogno a camminare. Se ferma è la stella nel cielo e -fermo è il nostro sguardo, su lei gira il mondo sotto i -nostri piedi par che giri la volta del cielo sul nostro sogno. -Per seguire, sempre fedeli, la nostra stella, noi dovremmo -poter evadere dalla nostra schiavitù umana, sollevarci dalla -legge che ci tiene inchiodati al suolo e poter seguire la -stella là dove sembra che la stella, al finir della notte, sia -andata, e poter essere là nell'alto emisfero venuto al posto -del nostro: là dove un altro poeta un altro innamorato possono -ancora mirarla, e non noi. Vicenda di sogno e di realtà, vicenda -di sole e di stelle, di luce e d'ombra, muoversi incessante -del nostro mondo senza che noi lo si avverta, fissità dei sogni, -immobilità delle stelle nel cielo che pare a noi movimento. Anche -per me, e per te, duchessa, il mondo ha girato intorno -al suo asse. Anche per noi, fidanzati ed amanti in una -notte, il giorno, nell'incessante ritorno, è ora venuto. Dalle -tue rosee nebbie notturne, duchessa, è uscita l'aurora; ma -quest'aurora non è per te.... In quest'aurora che da te nasce -tu muori, nella tua fiamma ti bruci, nella tua luce ti spegni. -Il sogno d'amore chiuso in te si fa realtà in una donna. -Questa donna è qui. Muove, in quest'ora, verso la mia casa. -Ha, mi sembra, tutte le bellezze e tutte le bontà che io ho -sognate in te. Ma non le porta, bellezze e virtù, come te, nella -nebbia losca della tua sottana di luce, del tuo corpo incorporeo. -Questa donna le ha vive nella sua realtà, nel suono -della sua voce, nel correre del suo sangue, nel fremere dei -suoi nervi, in tutta la sua umana e vivente verità. Non è, -questa donna che sta per venire, non è, come te, fantasticheria -di bene, sogno di felicità, illusione d'amore. È vivo, -reale, tangibile, l'amore che ritorna alla mia casa, per il -<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span> -mio cuore e per la mia carne... E viene come già tante -volte è venuto: una carrozza che s'avvicina nella via silenziosa -e sonora, un passo rapido e frusciante su per le scale -e qui lo stesso caminetto che l'aspetta le stesse rose per -farle festa. Entrerà fra poco, il mio amore nuovo, come entrarono, -un tempo, tutti gli altri... Ma non è, questo, come -gli altri... È l'amore perfetto, è l'amore ideale, è l'amore sogno -che tu, duchessa, nelle tue nebbie, con la tua aurora, mi -hai fatto sognare... È, finalmente, l'illusione che si fa realtà, -è l'impossibile che si fa possibile, è la donna che in tutte le -altre, attraverso il dolore, ho follemente cercata, è l'anima -che disperatamente chiedevo, è l'anima che un clemente destino -inaspettatamente mi manda.... Ma sogno e realtà non -possono vivere insieme in due diverse forme; e se colei che -sta per entrare in questa stanza è insieme, miracolosamente, -realtà e sogno, tu che fosti sogno solamente non puoi rimanere -accesa sull'angolo di questa tavola. Mai ti spensi, duchessa, -giorno e notte, da quella sera di malinconia in cui -tu entrasti qui per la prima volta. Ma ora ti spengo, duchessa, -amica sognata, amante impossibile, felicità di nebbia, -ora ti spengo in questa sera di gioia in cui tutto il mio -cuore aspetta, divinamente sgomento, l'Amore. Addio, duchessa, -e addio per sempre. Il tuo poeta uccide la tua vita -illusoria e spegne la tua luce poichè la tua luce di sogno -s'è, per prodigio, accesa nel cuore di un'unica, e incomparabile -donna... -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -(E il poeta, tremando la sua mano, ha spenta la duchessa luminosa. -E la carrozza rotola nella via silenziosa e sonora. E il passo rapido e -frusciante è su per le scale. E il caminetto attende crepitando tra scintille -e brontolii... E le rose son lì per far festa... Festa a colei che entra, -avvolta nei veli, tremante di commozione, per portare l'amore... E ora -il poeta ha acceso le <i>appliques</i> rosee sul damasco verde per vedere -nel volto pallido e smarrito la sua bella realtà vivente, l'amore divino -che il poeta stringe fra le braccia, folle di meraviglia, per poter morire -un giorno senza dire d'aver vissuto invano. Ma la donna si scioglie -dalle braccia impazienti. C'è un cantuccio di tepore in quelle due poltrone -accanto al fuoco. E la donna vi si rifugia per scaldarsi. E nell'altra -<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span> -poltrona, il poeta aspetta che dal rogo del pudore la fiamma -immensa dell'immenso amore divampi. Così, nell'attesa dei due calori, -freddamente le parole parlano). -</p> -</div> - -<p class="speaker"> -IL POETA. -</p> - -<p> -Tutto il giorno e tutta la vita vi ho attesa. Altre volte -una donna è entrata, così, nella mia casa e nel mio cuore... -E fu, come per voi tutta una illuminazione... Ma la fiamma, -in breve, ogni volta si spense: vanità, interesse, menzogne, orgoglio, -i quattro orrendi e viscidi tentacoli dell'anima umana -vennero a cercare nel mio cuore il sogno, lo ghermirono, lo -soffocarono, lo stritolarono, me lo lasciarono in cuore, peso -morto, pietà schiacciante... Vanità che fai di un essere umano -nato per amare altrui ed essere dagli altri amato un mostruoso -egoismo attorcigliato su sè stesso e che ama solo sè -stesso; interesse che fai nel cuore umano delle cupidigie il -solo palpito e della sopraffazione la sola legge; menzogna che -ti annidi negli occhi più puri, nelle parole più chiare, nei sentimenti -più alti e fai che, dietro ogni fronte che tu adorni di -tutte le speranze di tutte le fiducie, tu senta il dubbio tormentoso -di tutte le frodi, e di tutti gli inganni e per cui quando tu più -credi che un'anima è tua più quest'anima può essere, ferocemente -e silenziosamente, contro di te. Orgoglio, infermità -dell'anima d'ogni altra più grande, orgoglio che fai il cuore -cieco a ogni luce, sordo a ogni suono e che dove tu attendi -un'anima pietosa ti fa trovare un'anima implacabile, orgoglio -che, per non piegare, fa un nemico del cuore più -amico e maschera nella beffa di un riso il più disperato -desiderio di pianto... Venti volte ho sognato l'amore ed ho -creduto di stringerlo fra le mie braccia!... in due occhi in cui -i miei occhi si specchiavano, in due mani che s'allacciavano -intrecciandosi alle mie, in un respiro che col mio si mescolava -e faceva un respiro solo. E venti volte vanità, interesse, -menzogna, orgoglio hanno svegliato il mio sogno e dalla -volta del Cielo stellato mi hanno inabissato in una fogna... -venti volte quando più credevo d'essere lo scultore dio che -<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span> -aveva dato vita alla sua statua perfetta mi destavo stringendo -nelle mani una bambola vuota, un sogno di cartapesta. Ma -questa volta, no. L'anima tutta si riaccende nella certezza -sublime che il miracolo si compia e che questo è finalmente -e veramente l'amore. L'uomo, che ha tutti i peccati, tutte le -miserie e tutte le vergogne, ha però un potere d'illusione e -di speranza più grande e più intiero di quello ch'è nel -cuore di una donna. Nel giuramento d'eternità dell'uomo -c'è almeno l'illusione di credere, un istante, l'eternità possibile. -L'uomo più malvagio più bugiardo, più mutevole ha, -per un istante, veramente e interamente amato, ha nell'amore -annullato sè stesso. Mille e tre volte il sogno di Don -Giovanni è, — per un istante verità, — rinato dalle sue ceneri -bugiarde. C'è l'anima di Romeo in fondo alla curiosità -di Lauzun! “Non si scherza con l'amore„ è il grido d'un -uomo che l'amore ha ferito a morte. Ma quale di voi, donne, -non ha con l'amore scherzato, quale di voi, donne, non ha -nascosto il pugnale sotto il merletto, il nostro pianto sotto -il suo sorriso? Ah, dove sei tu, donna che, senza vanità, -senza menzogna, senza orgoglio, vieni incontro all'amore -per amare e non per essere amata, per dare divinamente -e non per ricevere, per sacrificarti e non per sacrificare? -Donna, la tua debolezza è sapiente! Uomo, la tua forza -è ingenua! Nel duello quando tu, uomo, più scopri il tuo -petto, tu, donna, più nascondi il tuo cuore. Ti dice, donna, il -tuo specchio ogni mattina, che tu sei nata per essere amata. -Come ti possono vanità e orgoglio permettere d'amare semplicemente, -di farti vittima se sei nata carnefice, di farti -schiava se la bellezza ti fa padrona? Amare, amare... Annullarsi -nell'essere amato, vivere della sua vita e non della -nostra, offrire e non chiedere, sacrificare, rinunziare, dare, -dare, dare, unicamente, esclusivamente, follemente e disperatamente -dare; veder nell'altro essere tutte le gioie, tener per sè -tutto il dolore, strappar col nostro sangue tutte le spine per -offrire la rosa senza ferita, questo è l'amore! Sentire d'aver -<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span> -vissuto invano, di non avere anzi vissuto, tutti i giorni trascorsi -prima d'incontrare l'essere amato, vedere orribilmente -vuoti i giorni che dovranno trascorrere se mai l'essere -amato dovrà uscire dalla nostra vita, e viver la vita giorno -per giorno, ora per ora, minuto per minuto, sventurata o -felice a seconda che pena o sorriso son negli occhi di un'altra -creatura, specchio in cui la nostra anima riconosce -solamente la sua immagine: — questo è l'amore! Non aver -volontà se un'altra volontà comanda, non avere ambizione se -un'altra ambizione governa, non aver orgoglio e piegarsi -se una mano ci piega, non aver desiderio che non sia desiderio -dell'altro essere, gioire sino alla follia per un suo sorriso, -spasimare fino al delirio per una sua lacrima, sentire -che mai vivremmo così intensamente come se ci fosse dato -di morire per assicurare all'altro essere un attimo di vita -di più: — questo è l'amore! Riconoscere il mondo che già -conoscemmo e trovargli un altro volto sol perchè un altro -essere è accanto a noi, amar tutti gli esseri sol perchè c'illudiamo -che un altro essere umano ami noi, far di tutto -una speranza e di tutto un tormento, sentir la nostra vita -chiusa nel cerchio d'un respiro e veder immenso il nostro -orizzonte, guardarsi attorno stupiti e nulla più riconoscere -di quanto fu nostro e ci piacque, giungere a illudersi di -poter parlare con Dio senza chiedergli nulla per noi e tutto -per un altro: — questo è l'amore! Amare una strada sol perchè -vi passammo con lei, detestare un'altra strada sol perchè -lei, un giorno, vi passò con un altro, veder dovunque nel -passato, nel presente, nell'avvenire, fantasmi che ci minacciano -e di nulla temere, e credere l'incredibile, e voler possibile -l'impossibile, e sentir finito l'infinito, fermarsi a pensare -al modo di staccare una stella dal cielo se il capriccio -di lei vi chiede una stella, illudersi di poter anche fermare -il sole se alla malinconia di lei quel giorno il riso d'oro -del sole dà noia, sentir la nostra mano piccola tanto grande -da poter ghermire il mondo, come un fiore, per offrirglielo: — questo -<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span> -è l'amore! Questo, questo è l'amore, e tutto quello -che è grande, che è bello, che è pazzo, tutto quello che difficile -per noi ci par facile per un'altra creatura, tutto quello -che per noi impossibile ci par per un'altra possibile. E abolire -il tempo e lo spazio, il passato e il futuro, e far dell'istante -l'eternità e dell'eternità l'istante, sentirsi, misero uomo, -invisibile molecola terrestre, più onnipotente di Dio; vivere -in una divina libertà che è una divina schiavitù, darsi legato -in braccio al destino per dirgli di portarci dove porta lei, -girare tutto il mondo intero non muovendosi da vicino a lei, -salir sin negli spazii infiniti rimanendo ai suoi piedi, veder -dovunque un volto e non altro, nell'acqua, nel cielo, nell'erba -che spunta e nella stella che s'accende, nel fiore che -s'apre e nella nuvola che passa, far del sole un suo gioiello -e della costellazione un suo monile, della tempesta dell'aria -il suo tormento, e dell'oceano azzurro la sua pace: questo, -questo, questo è l'amore! Amare, amare così, solo sogno -che avvicina l'uomo a Dio, divina follia e sola bellezza di -vivere, esaltazione di tutto l'essere in un altro e, quando a -questa follia l'altra follia risponda, divina comunione, unità -in due corpi, ebrezza di vivere in due vite fatta una tutta -la vita, sola illusione possibile d'immortalità, solo possibile -anelito umano verso la divinità... Che siamo? Due miseri -esseri umani, schiavi delle loro miserie, complicato e insieme -elementare congegno di sangue e di nervi, inchiodati -alla terra, condannati a vedere il cielo senza poterlo toccare, -sangue terrestre che il soffio di Dio ha animato senza -farlo divino, poveri corpi schiavi delle più umili necessità, -animali che ogni giorno si nutrono e si vuotano per tornare -a nutrirsi domani nel più umile e brutale istinto di -vivere, un maschio e una femmina, una donna e un uomo, -pari ad altri milioni di uomini, pari ad altri milioni di -donne, perduti, confusi, sommersi nell'immenso gregge tutto -eguale in marcia per un inutile cammino verso un destino -sconosciuto, condannati a cadere d'un tratto, ai margini -<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span> -della strada, senza saper quando e senza sapere perchè. Ma -se l'amore tocca e avvicina due di questi esseri, due di -queste pecore che van fra le pecore, se amore scalda e illumina -del medesimo calore e della medesima luce due di -queste anime e due di questi corpi, il miracolo si compie, -il soffio di Dio è nel bacio degli amanti e ognuno mette -nell'anima dell'altro e il sogno e il potere delle divinità. E -i corpi si staccano dalla loro crocifissione terrestre, e le -anime si trasfigurano, e l'uomo e la donna, non più umani, -si elevano, s'innalzano, nell'amplesso felice e completo, su -nell'azzurro dei cieli verso Dio che guarda geloso coloro -che seppero nel prodigio strappargli il mistero della sua onnipotenza. -Questo, questo, o donna unica della mia vita, -questo è l'amore che io offro, questo è l'amore che io vi -chiedo. -</p> - -<p class="speaker"> -LA DONNA. -</p> - -<p> -Vecchio fanciullo di quarant'anni che parli d'eternità ed -hai già grigie le tempie e carico il sangue di veleni che il tuo -corpo, non più giovane, non può già più bruciare, vecchio -fanciullo poeta, il tuo sogno è bello e tu canti con tanto -fervore e da tanto tempo la tua bugiarda canzone che hai -finito per crederla vera. Ma questo tuo amore d'angeli umani, -questo tuo amore che riconosce il fango terrestre sol -per soffiarvi dentro lo spirito della divinità, non è quello che -altre donne ti han dato e non è quello che io posso darti. -Vanità, interesse, menzogna, orgoglio, quattro viscidi tentacoli -che tengon legata alla terra l'anima umana assetata -d'amore e le impediscono di levarsi su negli spazi infiniti. -Così tu hai detto. Ma è forse in tuo potere distruggere -questi tentacoli che sono il peso e la condanna delle creature -umane, le sue armi d'offesa e di difesa, le forze con -cui si muove su la terra poichè Dio volle darle le pupille -levate in alto per guardare il cielo ma non le ali per -salirvi, librarvisi e purificarvisi? Come vuoi tu che io mi -liberi, per il tuo amore, dalle mie vanità se ogni giorno ho -<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span> -davanti a me lo specchio per ammirarmi, se ogni giorno -ho da lui parole così lusinghevoli che nessun amante saprà -mai dirmi più ardenti e più persuasive, se ad ogni ora il -desiderio degli uomini che passano accanto a me mette su -la mia strada la lode e l'esaltazione? -</p> - -<p> -Tu mi vuoi bella ma vuoi che io non mi sacrifichi alla -mia bellezza, tu mi vuoi di tutte più bella ma non vuoi, -che io tragga da questo trionfo una ragione d'egoismo, il -senso esaltato od esasperato della mia persona. Tu vuoi la -fiamma senza la luce, tu vuoi il calore senza il fuoco, tu -vuoi la bellezza senza la gloria d'essere bella. Tu vuoi, poeta, -l'impossibile. E tu rimproveri all'amore l'interesse, che -lo ispira e lo dirige, tu, tu rimproveri all'essere umano d'ubbidire -al suo primo istinto che è quello di difendersi, di conservarsi, -di esaltarsi nel sacrificio altrui invece che di diminuirsi -nel proprio sacrificio. Tu concepisci un amore -disinteressato, mortificato e rinunciatario in cui la creatura -umana porti una fede altruistica d'apostolo e uno spirito eroico -di martire. No. La creatura umana chiede all'amore gioia, -pienezza di vita, voluttà di essere. Chiede questo per sè -per il suo bisogno, e all'altro concede di dividere sol quanto -ella possegga. E tu rimproveri all'amore la menzogna -perchè l'amore vive di menzogna. Ma sei tu certo che non -gli rimprovereresti la verità se fosse possibile all'amore -vivere di verità? Se tu mi rimproveri di dirti che ti amo -nell'ora in cui non ti amo, mi concederesti tu di dirti che -non ti amo? Ammetteresti tu di poter amare da solo? Vorresti -avere tu la coscienza di dare senza ricevere? Quando -tu mi guardi negli occhi per trovarmici l'anima non chiedi -tu, disperatamente, ad ogni costo, la mia menzogna con -i tuoi occhi che implorano l'illusione, con la tua voce che -trema per paura della verità? E se io finisco d'amarti quando -tu mi ami ancora sei tu pronto ad ammettere l'iniquità -di questo diverso destino o non pretendi piuttosto che il -mio cuore simuli di risponderti ancora quando non ti risponde -<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span> -già più? Sì. Tu mi hai fatto giurare, una sera, che -se un giorno finirò d'amarti quando tu mi amerai ancora -io avrò il coraggio di dirti la verità, di spezzare la tua -infelice illusione. Ma tu accettavi quella sera un dolore -che speravi, che contavi di vederti risparmiato; tu parlavi -di morte dell'amore, quella sera, quando tu credevi il mio -ed il tuo amore immortali; tu parlavi di morte come di -morte parlano i giovani: cioè come d'una spada sospesa non -sul loro capo ma sul capo degli altri. E tu mi rimproveri -l'orgoglio. E in che soffri tu, se non sul tuo orgoglio, quando -tu rimproveri a me il mio gesto o la mia parola orgogliosi? -Contro il mio orgoglio che ti domina non è forse orgoglio -la tua umiltà mistificata? Non vorresti tu strapparmi -dalle mani lo scettro per esser tu ad imperare? Non vorresti -tu non essere sopraffatto per poter liberamente, a tua -volta, sopraffarmi? Pretende mai qualcuno che altri liberi -un trono per lasciarlo vuoto? Tu ti proclami schiavo di -me e l'esercizio del tuo governo ti spiace? E a che altro -tende la tua simulata schiavitù se non a far me schiava -per poter tu governare? Se tu non fossi come me fiero di -te stesso perchè mi rimprovereresti la mia fierezza? Se tu -non fossi come me intransigente in che ti dorrebbe la mia -intransigenza? E ti farebbe soffrire la mia implacabilità nel -mio orgoglio se tu non fossi come me, nel tuo orgoglio -implacabile? Tra due amanti quello che rimprovera nell'altro -il suo orgoglio, quello che non può esercitare il suo, -poichè solo l'orgoglio può riconoscere l'orgoglio. Solo il -desiderio d'opprimere può riconoscere l'oppressione. Che -chiedi tu dunque, o poeta, a me donna, a me essere umano? -Chiedi a me altro, forse, che non essere quello che tu -sei? Mi rimproveri altri mali forse, che non siano i tuoi -stessi mali? Pazzo poeta d'una tortura che è in te che tu -vuoi far essere in me, fantastico creatore d'una felicità -impossibile in un impossibile unità d'un dualismo, vuoi tu -che io donna non sia donna, che io essere umano non sia -<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span> -umano? Vuoi tu che io senz'ali voli, che io, condannata alla -terra, non tocchi terra? Ma apri gli occhi, vecchio fanciullo, -guardati attorno e vedi più in là del cerchio luminoso -del tuo sogno che t'acceca, col suo folle splendore, ogni -altra vista. Guarda l'amore e la gioia dell'amore così come -sono nel mondo che ti circonda e non fra gli angeli che ti -sovrastano. Riconosci all'amore così com'è una grande nobiltà -nel solo desiderio di un'elevazione che l'inguaribile -peso umano fa impossibile. Riconosci che è già bello che -l'amore sia sogno anche se non può mai essere altro che -sogno. -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -(La donna ha parlato. Il poeta l'ha ascoltata in silenzio, senza interromperla. -A mano a mano i suoi occhi socchiusi alle prime parole, -si sono aperti, sempre più, come se riconoscesse quell'interlocutrice -ch'egli riconosceva per la prima volta. Aspettava da lei nuova, una parola -nuova. E son venute da lei, ch'ei credeva diversa da tutte le altre, -le parole già dette da tutte le altre. Ed ora, quand'ella ha finito, mentre -nell'ombra della stanza trema rossa e gialla la fiamma del camino -e nel suo silenzio scoppietta ardendo la legna, il Poeta abbassa a -terra lo sguardo, apre in un gesto desolato le braccia). -</p> -</div> - -<p class="speaker"> -IL POETA. -</p> - -<p> -Ma io ti chiedevo, o donna nuova che sembravi da tutte le -altre diversa, donna apparsa nella mia vita come un ultimo sole -quando il mio destino è per entrare nel crepuscolo dell'eterna -notte, io ti chiedevo un sogno che potesse durare -come sogno fino al punto di credere che il sogno fosse diventato -realtà. Ci son due modi perchè il sogno sia raggiunto: -trasformare il sogno nella realtà o prolungare tanto il sogno -ed il sonno che la realtà non possa più venire a destarci. -Tu mi parli, invece, quello che tutte le altre mi hanno -parlato: un sogno a scadenza, un sogno che già prevede -il risveglio, l'illusione dorata o fantastica d'una notte di più. -No, no, no... Io ho paura oramai, tremendamente paura delle -mattine in cui ci si risveglia nella miseria dopo il sonno -dorato, non voglio più che una donna mi ponga per un -<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span> -solo e breve sogno tra le sue braccia per farmi credere -come il calzolaio ubriaco di Shakespeare. No. Se sognar -per sempre non è possibile, meglio è rimanere in -questo mio melanconico dormiveglia sentimentale, in questa -penombra e in questa solitudine, chiusa la porta sul -ricordo di quelle che se ne sono andate, chiuse le finestre -alla curiosità di quelle che potrebbero per la mia strada -passare. Che vuoi tu che m'importi di una notte d'amore, -d'una notte di sogno di più. Io ne ebbi già mille. Mille sogni -ho già avuti ridotti in un mucchietto di cenere più -piccolo di quello che la brace spegnendosi fa in questo -camino che t'illumina nella tua inutile bellezza... Va. Ritorna -fra gli uomini che possono contentarsi della tua breve offerta, -della tua caduca felicità. E lascia qui, solo, silenzioso, -me poeta di un impossibile che se fosse stato possibile mi -avrebbe fatto maledir la vecchiaia mentre adesso, invece, -mi è così dolce invecchiare, sentir il cuore che si raffredda -e si spegne ogni giorno di più. No.... Non parlare. So quello -che tu vuoi dirmi. Vuoi dirmi che mio è il torto di non -saper cogliere, nelle ore che fuggono, una felicità passeggiera, -di non sapermi accontentare, io, uomo, della ricchezza -degli uomini, ma di pretendere, poeta, la ricchezza d'un Dio. -So tutto questo. Ma mille volte, una sera, mi sono accontentato -e mille volte al mattino, ho pagato con la mia disperazione -l'errore di aver accettato la mediocrità. Mille volte, -accendendo la sera accanto a un volto di donna, la lampada -d'una nuova illusione, ho trovato al mattino, quando la -lampada si è spenta, più squallido il giorno, più stupida e -vuota l'immensa faccia gialla del sole. Mille volte la mia canzone -d'amore cantata alla sera, quando l'immenso silenzio -della notte favorisce l'illusione che il destino possa esser chiuso -in una stanza e in un cuore, mi ha fatto sentire più sciaguratamente -desolate le mie mattine e i miei risvegli senza musica. -Mille volte il giuramento d'eternità che l'amore bugiardo -sospira mi ha fatto sentire più disperata la vanità dell'ora -<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span> -che fugge. Vattene, te ne prego. E richiudi, per sempre, la -porta. Offri ad altri uomini meno assetati e meno affamati -di me, la tua scarsa bevanda e il tuo tozzo di pane. Porta -ad altri il tuo amore terrestre fra un cappello nuovo e una -bugia vecchia, fra uno specchio e un egoismo, un orologio -che tu guardi e un'eternità che prometti e in cui non credi. -Vattene, donna, fra le altre donne. E chiudi la porta, chiudi -per sempre, la porta. È inutile che altre vengano se anche -tu sei venuta invano. Ti sono solamente grato di aver parlato -come le altre non parlano, d'esserti fatta riconoscere -quando io credevo di non averti conosciuta mai. Se è più -grande per te, la mia melanconia, tu non mi hai dato, mia -sola amica, dolore. Vattene. E chiudi la porta, chiudi, per -sempre la porta. Io resto qui, vecchio fanciullo, poeta dell'impossibile, -a cantare a me stesso, solo a me stesso, la -mia canzone bugiarda, la canzone della verità. -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -(E la donna è uscita. Ha piano piano richiuso la porta, richiuso per -sempre la porta. E il poeta si leva dalla sua poltrona, traversa nella -penombra la stanza, risiede alla sua grande tavola. Va la sua mano -tremante alla seta e ai merletti della lampadina elettrica. Cerca una -piccola chiave. E di nuovo la Duchessa delle Nebbie, spenta poco prima -per sempre, risplende nella sua nuvola rossa. E di nuovo il poeta, che -poco prima le aveva detto addio per sempre, torna teneramente a parlarle). -</p> -</div> - -<p class="speaker"> -IL POETA. -</p> - -<p> -Rieccomi a te, Duchessa, luce rossa, nebbia rosea, nebbia -di sogno, sempre uguale, così al tramonto come all'aurora. -A te sola posso cantarla, senza timore di risveglio, -la mia canzone bugiarda di vecchio poeta fanciullo. Tu sola -sai ascoltarla, fantasia, sogno, bambola, illusione, donna e -sola verità. Vanità, interesse, orgoglio, menzogna non hanno -posto nel cerchio rosso della tua leggera veste illuminata. -Tu non hai, Duchessa, solo amore, unica amante, che tutto -quanto io ti presto, che tutto quanto piace a me di donarti. -Creatura del mio sogno, perdonami. Io ti ho spenta, poc'anzi -<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span> -perchè credevo possibile nella realtà la tua luce e la -tua poesia. Ho sbagliato, una volta di più, e per l'ultima -volta. Io ti ritorno davanti, stasera, come in quella sera lontana -in cui tu ti accendesti nella bottega dell'antiquario ed -io, al tuo primo splendore, m'innamorai di te. Canterò a -te, mia innamorata, la canzone del sogno senza risveglio, -dell'oggi senza domani, dell'amore che è amore, del poeta -che vuol da una donna ciò che nessuna donna può dare -perchè nessuna donna è poeta. E sino a quando non sarò -più vecchio ancora, fino a quando i capelli grigi divenuti -bianchi non faranno grottesco che io parli d'amore anche a -te, Duchessa, io darò a te, Duchessa, tutto il mio amore, io -chiederò a te tutto il sogno d'amore, a te lampada, a te -bambola, a te sola donna fra tutte le donne, a te che sola -puoi dare quel sogno d'eternità che è delle cose, Duchessa, -e non delle persone, che è delle bambole, Duchessa, e non -delle donne; chiederò tutto a te, infinita innamorata mia, a -te che sei donna solo a metà poichè più giù del busto non -sei più che luce e più giù del cuore altro non sei che fantasia. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span> -</p> - -<h2 id="ventaglio">Storia -della -Dama dal ventaglio bianco</h2> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span> -</p> - -<p> -Non c'era al mondo ventaglio più bianco e più grande -di quello di Madama Lu... -</p> - -<p> -Cina, racconti e paesaggi cinesi, fantasie del Celeste Impero, -nel mondo dei favolosi incanti dove le donne son fiori -e dove gli dei son di porcellana, piccolo immenso mondo -giallo fiorito di crisantemi e di peonie, dominato da draghi -e da vampiri, favole di lontananza e d'impossibile, sotto -cieli verdi e rossi, in giardini fioriti tra salici e bambù, sotto -il dominio di piccoli iddii multicolori d'Estremo Oriente, -favole d'un mondo vecchissimo e nuovissimo ancora... -</p> - -<h3>RACCONTO CINESE -CHE PUÒ SERVIRE DA PREFAZIONE.</h3> - -<p> -<i>Madama Lu, bella signora cinese, era la sposa amante -e riamata dal signor Tao, giovine letterato d'Estremo Oriente. -Sposi da pochi anni, si amavano di tenerissimo amore -ed eran felici, come solo in Cina sanno esser felici i giovani -e gli innamorati. Eran tutt'il giorno lì a guardarsi, a -parlarsi, a sbaciucchiarsi, per poi guardarsi, e parlarsi, e -sbaciucchiarsi di nuovo. Giuocavano all'amore come si -giuoca a mosca cieca per la gioia di perdersi e di ritrovarsi -fra gli alberelli nani del loro giardino. Ed erano nell'amore -sicuro e lieto così felici che ogni sera, prima di riposare, -ringraziavano per tanta felicità i loro Iddii verdi e -rossi e i Dragoni di porcellana.</i> -</p> - -<p> -<i>Senonchè, nel fior dell'età, a ventiquattr'anni, il signor -Tao venne improvvisamente ad ammalarsi. Invano madama -Lu gli prodigò tutte le sue cure più affettuose, invano i medici -più sapienti furono da ogni parte raccolti a consulto. -La scienza lo dichiarò spacciato. Si disperò, madama Lu, e -<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span> -cercò di tener nascosta al suo adorato compagno la terribile -condanna che la lasciava vedova in così tenera età e in un -così felice amore. Ma il signor Tao fu chiaroveggente e comprese -che la sua fine era prossima. Solo per il suo amore -gli dispiaceva di morire e, povero signor Tao, non poteva -sopportare l'idea di lasciare al mondo madama Lu, nel -fiore dell'età e della bellezza, perchè altri l'amassero dopo -di lui e avessero da lei quella felicità cui egli doveva, morendo, -rinunziare.</i> -</p> - -<p> -<i>Usciti i celebri medici, fu tra il signor Tao e la sua bella -signora la scena straziante dell'inevitabile separazione. E -Tao disse a madama Lu il suo dolore supremo: quello di -lasciarla sola in mezzo alla vita.</i> -</p> - -<p> -<i>Nell'udir queste parole disperate, commosse e commoventi, -madama Lu si staccò dal suo sposo e corse a prendere -i Dragoni di porcellana:</i> -</p> - -<p> -<i> — Giuro su tutti gli Dei — ella disse — che ti seguirò -nella tomba!</i> -</p> - -<p> -<i>E giurò. Ma Tao le tolse di mano i Dragoni di porcellana -affinchè non corresse il rischio di romperli inutilmente -per un giuramento falso e scosse il capo negativamente:</i> -</p> - -<p> -<i> — Non giurare mai quello — egli rispose — che tu sai -di non poter mantenere...</i> -</p> - -<p> -<i>Docile, ubbidiente e ordinata — e sopratutto per prendere -tempo — madama Lu corse a rimettere a posto i Dragoni -di porcellana. Poi ritornò al suo sposo e gli disse:</i> -</p> - -<p> -<i> — Se gli Dei mi condanneranno a vedere ancora la luce -quando tu, Tao, non potrai più vederla, giuro che non prenderò -mai un secondo marito e che ti rimarrò sempre fedele...</i> -</p> - -<p> -<i>Anche a questo secondo giuramento rispose l'incredulità -di Tao che continuò dapprima a scuotere negativamente la -testa. Indi prese fra le mani la bella fronte di madama Lu -e, guardandola in fondo agli occhi, con un malinconico sorriso, -le disse:</i> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span> -</p> - -<p> -<i> — Non giurar neppure questo perchè neppure questo -sarà....</i> -</p> - -<p> -<i>E madama Lu, non sapendo come poter consolare l'amato -bene, si diè a piangere disperatamente fra le braccia -del signor Tao.</i> -</p> - -<p> -<i>Il quale signor Tao, essendo poeta, volle morire in piedi, -nel suo giardino, tra le peonie in fiore. E lì, nel piccolo -giardino, tra gli alberelli nani, nel morir del crepuscolo del -giorno e della vita, il signor Tao attese la morte mentre la -diletta sposa gli faceva ogni tanto, quasi per salutarle tutte, -odorar le peonie ch'egli adorava. Non reggendo a tanto -strazio madama Lu, che aveva, come han tutte le donne e -quasi tutti gli uomini, bisogno di giurar sempre qualche -cosa pur di giurare, gridò al signor Tao morente:</i> -</p> - -<p> -<i> — Lasciami almeno giurare che per cinque anni non mi -rimariterò...</i> -</p> - -<p> -<i>Ancora il signor Tao sorrise scrollando il capo negativamente; -e, fissata madama Lu negli occhi, sempre più malinconicamente -sorridendo, le disse:</i> -</p> - -<p> -<i> — Non giurare neppure questo... Cinque anni sono lunghi.</i> -</p> - -<p> -<i> — No, no, non sono lunghi... — aveva l'aria di dire madama -Lu che intanto riduceva il numero delle dita e degli -anni nel giuramento: da cinque quattro, da quattro tre, da -tre due... E avrebbe ridotto a un dito solo, a mezzo dito, a -un anno, a mezzo anno, se il signor Tao, per rispetto di sè, -non le avesse coperto la mano...</i> -</p> - -<p> -<i>Quando il sole tramontò, il signor Tao si sentì prossimo -a morire e, solo nel giardino crepuscolare, chiamò gente in -suo soccorso. Madama Lu fu la prima ad accorrere e il signor -Tao, sollevatole il volto, la guardò ben bene negli occhi -e le disse:</i> -</p> - -<p> -<i> — Questo solo tu devi giurarmi, mia Lu adorata... Io -non ti chiedo di più... Ma tu devi giurarmi, per la mia -pace che tu non bacerai altro uomo finchè non sarà asciutta -la terra che ricoprirà la mia tomba!</i> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span> -</p> - -<p> -<i>Madama Lu levò la testa, per giurare. Il signor Tao reclinò -la sua, per morire. E quando i famigliari accorsero -nel giardinetto crepuscolare, tra gli alberelli nani, non trovarono -che Madama Lu occupata a piangere disperatamente -sul suo caro amore defunto.</i> -</p> - -<p> -<i>E, pochi giorni dopo, fedele al triste giuramento, madama -Lu, reggendo fra le mani il suo più grande e più bianco -ventaglio bianco, piangeva inconsolabilmente su l'immatura -tomba del signor Tao ch'ella adorava. E la terra appena -smossa, che ricopriva il caro sposo, era tutta umida sotto -i suoi piedi.</i> -</p> - -<p> -Qui finisce la prefazione cinese e incomincia il racconto, -buono per ogni tempo e per ogni paese. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span> -</p> - -<h3>PARTE PRIMA</h3> -</div> - -<h4>1.</h4> - -<p> -Squilla una tromba nel vuoto silenzio del mare. Un marinaio, -la mano a berretto, offrendo con l'altra la sciarpa -azzurra, s'è avvicinato a Fiorvante appoggiato al bastingaggio. -D'improvviso il giovane tenente di vascello richiude il -libro e la lettura della <i>Storia della Dama dal ventaglio bianco</i> -si fermò qui, quel giorno. Rientra, Fiorvante, dal mondo -delle favole in quello della realtà. Non è più ora di leggere -e di sognare. È l'ora del suo «quarto di guardia». Riconsegna -il libro delle favole al marinaio. Cinge la sciarpa azzurra -e va verso la scaletta di sinistra a dare il cambio al -suo compagno... -</p> - -<h4>2.</h4> - -<p> -Due alti e sottili vasi di cristallo nelle mani, venendo di -corsa dalla serra Mimì, Mimì gaia fioraia, entra correndo -nel retrobottega del suo magazzino di fiori. Tutti la conoscono, -Mimì, nella piccola città di mare, dove tutti i legni -della squadra vengono, a periodi, a far lunghi scali. È li, -sul lungomare, il suo bel negozio tutto a vetrine bianche con -la bella scritta d'oro su la mostra: <i>Mademoiselle Mimì, fleuriste</i>. -L'ha ereditato dal padre quel negozio, ma l'ha fatto -lei, lei col suo assiduo e infaticabile lavoro, lei col suo spirito -audace e intraprendente, lei col suo garbo delizioso per -cui comprar fiori da lei è una delizia: viene voglia, ad entrar -da lei, di non andarsene più, tanto è carina, tanto è aggraziata, -tanto è un fiore tra i fiori. Perchè la chiamano -<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span> -Mimì? Come la sua graziosa amica di un'opera famosa, non -sa. Sa che l'hanno sempre chiamata così e che Ersilia — il -suo vero nome, che ella detesta — non l'ha mai chiamata -nessuno. -</p> - -<p> -— Ragazze, ragazze, meno chiacchiere e più lavoro... -</p> - -<p> -E le ragazze che cinguettavano attorno ai due grandi tavoloni -carichi di cesti e di fiori fanno silenzio e si rimettono -al lavoro con zelo provvisorio. -</p> - -<p> -— Domani c'è ballo a bordo della <i>Pisa</i>. Se andiamo -avanti così i trenta festoni non saranno mai finiti per domani -a mezzogiorno... -</p> - -<p> -E gira Mimì correndo, sorridendo, lieve, leggera, aerea, -tutta azzurra e bianca nel suo vestitino di tulle a grandi -<i>volants</i>, gira da una ragazza all'altra, e qui loda, là rimprovera, -qua insegna, lì corregge, maestra floreale che giuoca -coi fiori come un pittore coi colori, come una ricamatrice -coi fili d'oro del suo ricamo. -</p> - -<h4>3.</h4> - -<p> -Scende lenta e grave la sera sul mare e sul porto. Le -grandi navi ancorate divengono, sul cielo violaceo, grandi -masse nere, profili di velluto intagliati su le sete del crepuscolo. -Qua e là s'accendono, sui bastimenti, le prime luci. -Laggiù in fondo, all'orizzonte, il sole, quasi tutto scomparso, -non è più che un filo d'oro sul ciglio della collina. -</p> - -<p> -Qua, là, a destra, a sinistra, vicino, lontano, squillan le -trombe sui bastimenti e avanzano sui ponti i drappelli di -guardia, le armi al braccio. Venendo di qua, di là, si radunano -a poppa, attorno ai comandanti, gli ufficiali. È l'ora -dell'«ammaina bandiera». Ed ecco che di nuovo le trombe -squillano. Gli ufficiali prendon l'attenti e si scoprono. I -drappelli presentan le armi e la bandiera sventolante a poppa -comincia a discendere, come un uccello che chiude le ali e -precipita... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span> -</p> - -<h4>4.</h4> - -<p> -Mimì è distratta. Non lavora più come prima. Se una ragazza -le chiede un consiglio, glielo dà breve, secco, di malavoglia. -Il suo spirito è altrove. Assortendo il colore di due -garofani, agganciando due rose, Mimì guarda ogni tanto il -piccolo orologio d'oro al suo polso. È l'ora che ogni giorno -il suo innamorato, il bel tenente di vascello Filippo Ardea, -viene a prenderla per andare insieme a pranzare e a passar -la serata... L'aspetta tutt'il giorno, Mimì, contenta, felice... -Ma come diventa melanconica, scorbutica, irritata, quando -l'ora si avvicina... Come la snerva quell'ultima mezz'ora di -attesa così lenta a passare... -</p> - -<h4>5.</h4> - -<p> -Ed è sul molo, dalle imbarcazioni a vapore o a remi che, -grosse, piccine, agili o pesanti, lente o guizzanti, giungono -a centinaia dai bastimenti, è sul molo dove già s'accendono -i primi fanali, una continua ondata d'uniformi bianche che -vien dal mare e dal mare galoppa verso la città su per le -ampie gradinate dello scalo. Son barconi carichi di marinai. -Son lance eleganti piene d'ufficiali. -</p> - -<p> -— Fiorvante! -</p> - -<p> -— Ardea! -</p> - -<p> -Due voci, due sorrisi, due mani levate e un abbraccio. -Scendendo ognuno dal suo bastimento i due ufficiali, i due -amici, si sono incontrati... -</p> - -<p> -— Dove sei? -</p> - -<p> -— Su la <i>Saint-Bon</i>. E tu? -</p> - -<p> -— Comando una torpediniera. Un anno d'Estremo Oriente. -Son qui da tre mesi. E tu? -</p> - -<p> -— Io sempre fermo. Fra Taranto e Spezia. -</p> - -<p> -Due vecchi camerati che si vogliono molto bene, due -compagni di corso all'Accademia, gl'«inseparabili» quand'erano -<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span> -imbarcati insieme. Ora, nella gioia di ritrovarsi, si -dicono mille cose. E Ardea: -</p> - -<p> -— Poichè ci siamo ritrovati, non ti lascio scappare... -</p> - -<p> -Ha preso Fiorvante per il braccio e s'avvia con lui verso -la città, lungomare, in un gruppo d'amici e di compagni. -</p> - -<h4>6.</h4> - -<p> -Mimì non regge più. Si leva, va alla vetrina, guarda, -torna a sedersi, guarda ancora l'orologio, torna a levarsi, -rivà alla vetrina, riguarda di nuovo... Ma non viene ancora... -Dove, dove sarà? -</p> - -<p> -Ansia di rivederlo? Impazienza d'innamorata? Anche -questo. Ma, sopratutto, preoccupazione. La piccola perfida -lettera anonima le ha messo da due giorni il veleno nel -sangue. L'ha lì nel seno. Non sa staccarsene e sempre la -rilegge... -</p> - -<p> -«Badate a Filippo Ardea se l'amate. Un'attrice, una bella -attrice d'operette, che è stata l'anno scorso la sua amante, è -su la piazza. E c'è pericolo di ripresa. Badate: Flora Fleurette -minaccia la felicità di Mimì. Nulla piace di più a certe donne -che riprendere un antico innamorato quando questo è innamorato -di un'altra. E gli uomini son così stupidi e così -vani che si lasciano sempre prendere da chi li vuole. Occhio -a Filippo, Mimì mia bella...». -</p> - -<p> -Così ha scritto a Mimì <i>Un lupo di mare</i>... Cattivo lupo -di mare che le ha avvelenato la vita, da due giorni... Vorrebbe -averlo lì, Mimì, il «vecchio lupo di mare», per rompergli -sul muso tutti quei vasi di fiori, per impedirgli di -dire e scrivere ancora altre sciocchezze... -</p> - -<p> -Sciocchezze? Son poi veramente sciocchezze?... Che Flora -Fleurette sia su la piazza, è vero... Che l'anno scorso Filippo -sia stato l'amante di Fleurette è noto a tutti ed era noto -anche a lei prima che se ne innamorasse... Ma l'ha rivista, -ha cercato di rivederla?... Questo è il punto oscuro. Non ha -<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span> -osato interrogare Ardea. Lo sa bene: Ardea non vuole gelosie. -Qualche volta che Mimì è stata gelosa Ardea s'è divertito -a farla soffrire di più, l'ha provocata... Gliel'ha detto -e ridetto: «Lo faccio apposta, per educarti.. Detesto le donne -gelose... Ed io voglio poterti adorare...» -</p> - -<p> -Ma perchè non viene? Perchè non s'affretta? Se venisse -sùbito a prenderla, appena disceso dal bastimento, il suo -povero cuore in pena avrebbe pace, potrebbe fidarsi... E invece, -così, con questo ritardo... Dov'è Fleurette? Dov'è Filippo?... -Che fa, che fa, e perchè non viene?... -</p> - -<p> -E Mimì si leva, va alla vetrina, guarda, torna a sedersi, -guarda ancora l'orologio, torna a levarsi, rivà alla vetrina, -riguarda ancora... Dove, dove sarà?... -</p> - -<h4>7.</h4> - -<p> -E Ardea seguito dagli amici vien giù pian pianino, per -il lungomare, a braccetto con Fiorvante, parlando di bastimenti -e di paesi, di compagni e di donne, di ricordi e di -speranze. -</p> - -<p> -Ora Fiorvante si sofferma: -</p> - -<p> -— Ma di qui dove mi porti? Io vado a pranzo al Circolo. -</p> - -<p> -E Filippo, trascinandolo a forza: -</p> - -<p> -— No. Tu vieni a pranzo con me. Andiamo a prendere -la mia innamorata che mi aspetta e che mi adora e passeremo -insieme una serata di quelle buone. -</p> - -<p> -Fiorvante è riluttante, ma Ardea non sente ragioni e conviene -lasciarsi trascinare. -</p> - -<p> -— Mimì, la fioraia del lungomare... La conosci?... No? -La vedrai. È un amore. Ed è il mio amore... -</p> - -<p> -— Da quanto tempo? -</p> - -<p> -— Da quattro mesi. -</p> - -<p> -— E per quanto tempo? -</p> - -<p> -— Per l'eternità. -</p> - -<p> -E Fiorvante sorride perchè non crede all'eternità dei -<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span> -marinai. E, nei riguardi dell'eternità d'amore, tutti gli uomini -son marinai... -</p> - -<h4>8.</h4> - -<p> -— Eccolo! Eccolo! -</p> - -<p> -Mimì, ch'era a guardar dalla vetrina, l'ha visto. È saltata -giù dalla sedia dov'era arrampicata, abbassa i cristalli -delle vetrine, alza le tende, mentre grida alle sue lavoranti: -</p> - -<p> -— Eccolo! Ragazze, ragazze!... Fiori, fiori, e venite qui, -venite qui... Facciamoli arrivare sotto una pioggia di rose... -</p> - -<p> -Ed è nel negozio un andare e venire, un correre, un affannarsi, -tra risa e grida, e tutte le ragazze son lì, attorno -a Mimì, arrampicate su le sedie, armate di rose, per la battaglia, -fino ai denti... Fino ai denti veramente perchè, già -piene le mani, per averne di più, hanno anche rose in bocca, -tra le labbra, fiori bianchi fioriti in un fiore rosso. -</p> - -<p> -— Eccoli! Eccoli! Padrona, tiriamo? -</p> - -<p> -E Mimì fa cenno d'aspettare: -</p> - -<p> -— Ferme! Ferme! Quando saranno più vicini... -</p> - -<p> -E aspettano. E il gruppo bianco degli ufficiali si avvicina. -E... -</p> - -<p> -— Via... -</p> - -<p> -E la prima rosa bianca di Mimì va diritta, lanciata giusta, -sul cuore di Ardea. Sùbito le altre rose partono, volano, -cadono, a pioggia. E Mimì ne lancia, ne lancia, prima una -alla volta, poi due, poi tre, poi a fasci... E le ragazze incalzano... -E gli ufficiali, ridendo, agitando i berretti, lanciando -baci e sorrisi, rispondono al fresco fuoco... La battaglia è -formidabile — e deliziosa. Il leggero fuoco è tremendo, senza -tregua! -</p> - -<p> -Ora Mimì corre ai rifornimenti. Ma fiori non ce ne son -più... Sì, ce ne sono ancora... Ecco due bei fasci di rose. Ma -una ragazza ferma Mimì nell'atto di lanciarle: -</p> - -<p> -— Padrona! Son quelle artificiali... Costan cinque lire -l'una... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span> -</p> - -<p> -Ma Mimì risponde con una spallucciata. Che importa? -Costassero pure cento, che importa?... E lì, nella vetrina, -fa schermo e portavoce della mano alla bocca e grida: -</p> - -<p> -— Questo... per l'ufficiale che non conosco! -</p> - -<p> -E, giù — che tiro! — il fascio delle rose artificiali è sul -petto e poi nella mano di Fiorvante che risponde levando -il berretto e sorridendo in un leggero inchino. Gli altri compagni -d'Ardea Mimì li conosce tutti: son gli amici di lui e -però sono gli amici suoi... Ma ha notato quello che non conosce, -quello che Ardea tiene per il braccio... -</p> - -<p> -La battaglia di fiori continua. Ma ora è l'assalto. Gli ufficiali -voglion la resa della fortezza floreale, gli ufficiali vogliono, -ad ogni costo, entrare. E Mimì grida: -</p> - -<p> -— No... no... Chiudete... Giù le saracinesche... Se entran -qui dentro siam rovinate... Mettono tutto a soqquadro.... -Chiudete... -</p> - -<p> -E in un fragore di ferri le saracinesche s'abbassano su -le mani degli ufficiali che tentano d'impedirne la discesa. -Anche la porticina d'entrata s'è chiusa e s'è poi socchiusa -appena per lasciar entrare Ardea e Fiorvante, mentre le ragazze, -ridendo, felici, uccellini ch'escon di gabbia, son volate -di là, nella serra, a vestirsi... -</p> - -<p> -Ardea ha presentato Fiorvante. Mimì china il volto in un -sorriso, uno di quei suoi grandi sorrisi luminosi che sono -tutta la giovinezza. E Ardea spiega: -</p> - -<p> -— Ha voluto venire a ringraziarti... -</p> - -<p> -Fiorvante, che s'inchina, ha fra le mani il mazzo di rose -che Mimì gli ha gettato. E Mimì lo guarda, l'aria contrita: -</p> - -<p> -— Ma mi dispiace... Sono artificiali... Non hanno odore... -</p> - -<p> -Ma ancora il bel volto s'illumina. Un'idea pazza le frulla -nel cervello. Corre in fondo, a un armadio, e torna con una -bottiglia di profumo: -</p> - -<p> -— Ma ce ne metteremo uno... Il mio! -</p> - -<p> -E giù, su le rose di Fiorvante, tutta la bottiglia. E giù a -ridere, a ridere, a ridere... e, gettata la bottiglia, a batter le -<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span> -mani, felice, felice, felice perchè Filippo è venuto, felice -perchè ora a Fleurette ella non pensa più, felice perchè Filippo -è dietro di lei a offrirle il cappello, a reggerle il mantello -affinchè lo indossi... -</p> - -<p> -— Andiamo? -</p> - -<p> -— Andiamo. Ma viene anche lui?... -</p> - -<p> -E Mimì indica Fiorvante che sorride dicendo di sì... E le -ragazze escono, nasini all'aria, sorrisi al vento, cappellini su -le ventitrè: -</p> - -<p> -— Buona sera, padrona. Buona sera, padrona. -</p> - -<p> -E Mimì: -</p> - -<p> -— Addio, cara... Addio, cara... Addio, cara... -</p> - -<p> -E tira baci a tutte. A chi non tirerebbe fiori e baci Mimì, -tanto è felice?.. Ed eccola fuori del negozio, tra Ardea e -Fiorvante, mentre le ragazze continuano a uscire e gli ufficiali -cingon loro la vita, il sorriso e il complimento su le -labbra, la mano audace: -</p> - -<p> -— Addio, Maria, fiore di notte tanto sei bruna... -</p> - -<p> -— Addio, Ninetta, fiore di pesco tanto sei rosea... -</p> - -<p> -E Ardea ferma un'automobile e vi fa salire Mimì, Fiorvante -e quattro o cinque amici... E lui avanti, accanto allo -<i>chauffeur</i>: -</p> - -<p> -— Lasciate me alla Croce di Malta e andate a pranzo. -</p> - -<p> -E Fiorvante domanda: -</p> - -<p> -— Come? Ci lasci? -</p> - -<p> -Ma sùbito Mimì spiega: -</p> - -<p> -No. Ci raggiunge sùbito. Va al suo albergo a vestirsi in -borghese. Non sapete che Filippo è un ballerino impenitente? -Non farebbe altro dalla mattina alla sera. E va a -mettersi in borghese per ballar dopo pranzo... -</p> - -<p> -Giunti alla Croce di Malta un'inquietudine riprende Mimì -nel veder discendere Filippo. Verrà sùbito? Non andrà da -Fleurette? Non abita anche Fleurette in quell'albergo?... -Come mai — stupida che non è altro! — non ha pensato -ad informarsi?... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span> -</p> - -<p> -— Fa' presto. Noi ti aspettiamo... -</p> - -<p> -Ma Filippo non vuole. No. Vadano avanti loro per riservare -la tavola. Verrà sùbito, in carrozza... Ma non può vestirsi -con l'idea che gente l'aspetta giù... Mimì vuole insistere -e insiste: -</p> - -<p> -— Ma noi... -</p> - -<p> -— No. Ho detto no. -</p> - -<p> -Così è, Filippo. E non c'è che fare. Ha già girato sui -tacchi, del resto, ed è già entrato di corsa nell'atrio dell'albergo -mentre, levato il debraio, l'automobile riparte... -</p> - -<p> -Ed ha una pena, Mimì, una così gran pena che le vien -voglia di piangere... E Fiorvante la guarda. Sente, Mimì, lo -sguardo dell'ufficiale... Leva gli occhi su lui in un sorriso -che non sorride... E Fiorvante vede gli occhi di lei pieni di -lacrime che non sono un pianto, ma che sono un infinito -amore e un po' di melanconia... -</p> - -<h4>9.</h4> - -<p> -Come strepitano i «ragazzi» — gli amici di Mimì e di -Ardea — per gridar che hanno fame e che bisogna cominciare -a mangiare senza far complimenti... E Ardea, Ardea -che non viene... È snervata, Mimì, irosa contro sè, contro -Ardea, contro tutti, anche contro quel povero Fiorvante che -conosce appena da mezz'ora e che per un'improvvisa simpatia -ha voluto farsi seder vicino... Mezz'ora che l'hanno -lasciato alla Croce di Malta e Ardea non viene ancora... -</p> - -<p> -Gelosa? No, snervata, irritata... Gelosa non può essere. -Flora Fleurette è lì, proprio lì, a due passi da lei, al tavolinetto -accanto alla grande tavola ch'ella presiede, alla sua -gran tavolata di begli ufficiali. Flora Fleurette è intenta -a pranzare, accanto a quel signore pacifico e calvo che mangia -un piatto di patate <i>soufflées</i>, alto come una piramide. -Chi è? Il nuovo amante? L'impresario? Non sa... A dir la -verità, non si guardano, non si parlano. Mangiano, estranei. -<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span> -A vederlo così parrebbe proprio un marito. Ma è forse -donna da mariti una Flora Fleurette? -</p> - -<p> -Mimì non l'ha vista entrare. In mezzo alla folla del grande -<i>restaurant</i> a mare dove è enorme il fragore delle stoviglie -dominante anche il tumulto delle voci e dell'orchestra, in -mezzo allo stordimento delle parole degli amici suonanti -vuote di senso attorno a lei tutta assorta nel pensiero dell'assente, -Mimì non ha veduto entrare Flora Fleurette, cercare -una tavola e sedersi lì accanto a lei, alla medesima tavola -del signore delle patate <i>soufflées</i>. A un tratto, voltandosi -per la centesima volta a cercar con gli occhi Filippo -verso le porte d'entrata, se l'è vista lì accanto, in atto di -rosicchiar tranquilla la polpa d'un roseo gamberetto. S'è -sentita stringere il cuore. Proprio lì, quella detestabile donna... -Che direbbe «lupo di mare» se gliela vedesse lì accanto, -a portata di mano, a portata d'un solenne ceffone?... -</p> - -<p> -Cerca, Mimì, di non pensarci, di distrarsi... Ma ecco, si -volge e Ardea è lì, che entra, tutto elegante — come e quanto -elegante! — nel suo <i>smoking</i> perfetto, adorno all'occhiello -d'una bella cardenia. Come gli sorride. Mimì, da lontano, e -come lo aspetta, vicino... Ma, ahi... Deve passar tra le tavole, -deve ora passare accanto a Flora Fleurette... e vederla... -Ah, se potesse prendere il passaggio di destra, in modo da -evitarla, da non vederla... Come batte il cuore di Mimì!... -Ma — che dolore! — Ardea prende invece il passaggio di -sinistra (forse l'ha vista! certo l'ha vista!) ed eccolo vicino -alla tavola di Fleurette, eccolo davanti, e peggio, peggio, -ecco che si ferma, le dà la mano, le sorride, s'indugia, a parlare -con lei, con l'odiatissima donna, una mano poggiata su -la tavola, l'altra su la spalliera della sedia di lei, così in dentro, -così in dentro che quasi ne sfiora — ah! l'aborre... — il -<i>décolleté</i>... Ardea parla tranquillo e galante con Fleurette. -Mimì guarda e freme. Fiorvante ha visto, ha capito e ride. -Prende affettuosamente una delle piccole mani agitate che -<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span> -stritolan mollica di pane a tutto andare, sventrando in due -colpi un panino. -</p> - -<p> -— Siete gelosa? le chiede Fiorvante. Avete torto. È un -modo sicuro di soffrire inutilmente... -</p> - -<p> -Ma sì... Belle prediche! Invece di parole inutili Mimì vuol -da Fiorvante qualche cosa di necessario, d'urgente: vuole -un foglio di taccuino, un lapis... E scrive. Scrive così: -«La buona educazione ti dovrebbe consigliare di non farti -aspettare quando tutti sono a tavola. E, se la tua amica -così ossigenatamente bionda ha tante cose da dirti, potevi -fare a meno di venire con noi. Siediti lì. Al suo tavolino. -C'è posto anche per te». -</p> - -<p> -E Mimì ha gettato il biglietto, per gettarlo ad Ardea. Ma, -quand'è gelosa e nervosa, non tira i biglietti al suo amante -con la stessa precisione di mira con la quale sa tirargli le -rose quand'è contenta. Così il biglietto è andato a cadere -nel piatto di Fleurette, tra l'ala di piccione e il risotto. E -Fleurette l'ha mostrato, ridendo, ad Ardea, ad Ardea furibondo -che fulmina Mimì con un'occhiata. Risposta? Risposta -non ce n'è. Ardea rimane ancora alla tavola di Fleurette -per far ben bene vedere a Mimì che scene di gelosia -non ne tollera. E Fleurette ve lo trattiene per far ben bene -vedere a Mimì che lei invece le scene di gelosia le adora, -tanto che le piace, in ogni modo, di provocarle... Gli uomini -che non le conoscono credono che le donne si divertano ad -amare gli uomini. Quante donne si divertirebbero sul serio ad -amare un uomo se amarlo non facesse dispetto ad un'altra -donna? Nella donna, novanta volte su cento, l'amore è un -pretesto per un altro scopo. E così Fleurette par che muoia -d'amore mentre dice ad Ardea: -</p> - -<p> -— Pranzate qui con me... Sono felice di rivedervi... E -alla vostra amica una lezioncina starà bene... Dovete farvi -rispettare... -</p> - -<p> -E Ardea accetta, sino a un certo punto: -</p> - -<p> -— No. Siedo. Ma non pranzo. Siedo per stare con voi e -<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span> -per darle la lezioncina che merita. Poi andrò. Gli amici mi -aspettano. -</p> - -<p> -Naturalmente Mimì non ha udito quelle parole. Ha solo -veduto il gesto di Fleurette che invitava il giovane a sedere -ed ha veduto questi sedersi. Seguiva prima il colloquio strappando -a due a due le foglie d'una grossa rosa rossa con le -sue leggere dita di fioraia. Quando ha visto Ardea sedersi — ahi, -che tuffo di sangue alla testa! — ha strappato tutte -le foglie insieme, con una violenza da facchino. I colpevoli -son due: Fleurette e Ardea. Ma l'equità nervosa di Mimì -sfoga su una terza persona, innocente: il quieto signore delle -patate <i>soufflées</i>. -</p> - -<p> -— Io vorrei sapere quell'altro... quell'imbecille... che ci -sta a fare! -</p> - -<p> -L'imbecille non fiata: una patata dopo l'altra, abbassa -lentamente la piramide. I due continuano a filare in sordina, -per far dispetto, tutt'e due, e ognuno a modo suo, a Mimì... -Mimì beve, beve, e ribeve. Cerca invano, Fiorvante, di calmarla. -Ma sì... Una pila! Ora Mimì ha guardato la rivale -con una mossettina sprezzante delle labbra e chiede a Fiorvante: -</p> - -<p> -— Vi pare forse più bella di me? -</p> - -<p> -Fiorvante scrolla il capo... Nemmeno per sogno... E Mimì -beve, beve, beve... e mette, fra un bicchiere e l'altro, certe -risate che scudisciano la rivale sul viso imbellettato... -</p> - -<p> -— Guardate, dice Mimì a Fiorvante, ad alta voce, affinchè -l'altra possa sentirla. Guardate. Tiene sempre gli occhi -socchiusi... Sfido: le palpebre e le ciglia le pesano: con -tutto quel nero... -</p> - -<p> -L'altra comincia a sua volta a snervarsi. Ora picchia, -prima piano, poi più forte, col coltello sul piatto. -</p> - -<p> -— Ah, mi dà ai nervi con quel coltello! -</p> - -<p> -È Mimì, che si tappa le orecchie. Ma poi ci ripensa ed -è lei che le fa tappare agli altri. Se Fleurette picchia il -piatto con un coltello, Mimì lo picchia con due; se l'altra -<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span> -picchia forte, Mimì picchia fortissimo. Mimì non è donna da -restare mai indietro. E, poichè l'altra rincalza e rinforza, -Mimì va sempre più forte in un crescendo che può dirsi -rossiniano, ma non nel senso che sia melodico, dai tavolini -accanto la gente, assordata, comincia a protestare. Un <i>maître -d'hôtel</i> accorre presso Mimì, ma Mimì indica l'altra: -</p> - -<p> -— Non sono io... È la signora... -</p> - -<p> -E ricomincia. Ricomincia tanto forte che il piatto si -spezza... Un grido di soddisfazione si leva dai tavolini accanto. -Anche l'altra ha dovuto smettere perchè ora il <i>maître -d'hôtel</i> è da lei ed ella deve spiegare: -</p> - -<p> -— Io?... Io no... È quella signorina... -</p> - -<p> -Quieto e beato, nel tumulto, il signore calvo continua a -mangiare patate <i>soufflées</i>. Di tanto in tanto un suo sguardo -rassegnato, mentre una nuova patata va in bocca, va a posarsi -sui due che ora, riempiti di <i>champagne</i> i bicchieri, -fanno un brindisi con due sorrisi che tiran gli schiaffi. Mimì -fa cenni disperati e grida prima a Fiorvante, poi al signore: -</p> - -<p> -— Ma quell'idiota... Sì, sì, lei, lei, venga qui... -</p> - -<p> -Il signore delle patate <i>soufflées</i> s'è visto chiamare e, levatosi, -è ora inchinato vicino a Mimì che gli domanda: -</p> - -<p> -— Scusi: non potrebbe dire alla signora che è con lei... -</p> - -<p> -Ma risponde a Mimì il più innocente sorriso: -</p> - -<p> -— Le direi tutto quel che lei vuole... Sono anch'io stomacato... -Ma la signora non è con me... È al mio tavolino -perchè non ha trovato altri posti... -</p> - -<p> -S'inchina e torna alle patate <i>soufflées</i>. Mimì ride un istante, -per l'equivoco... Ma il riso le si spezza in gola. Fleurette, -con la coppa in mano, è ora così vicina col volto al volto -di Ardea che quasi ha l'aria di baciarlo: certo, almeno, lo -bacia con l'intenzione... Ma l'intenzione dà terribilmente sui -nervi di Mimì che spezza su la tavola il suo bicchiere e, -saltata su in piedi, grida: -</p> - -<p> -— Scimmia ossigenata, la finisca! -</p> - -<p> -Come andrà a finire? Fleurette l'ha tirata pei capelli e coi -<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span> -capelli dovrà finire, e finisce, infatti, quando per i capelli -l'acciuffa d'improvviso Mimì, con un colpo magistrale in -due tempi che prima le manda per aria il cappello e poi le -prende in pieno la capigliatura... E giù, e su, e qua, e là, -Mimì comincia a tirare... E tira, tira, tira quei capelli come -fossero corde di bastimenti. Ma anche Fleurette, passato il -primo smarrimento, lotta da par sua. Raggiunge anche lei -il cappellino e i capelli di Mimì e giù a tirare anche lei che -è uno spettacolo... Spettacolo al quale il pubblico s'appassiona -coi più manifesti segni di simpatia per Mimì che picchia -più nudrito e più sodo... Certo son così strette, le due -donne, che Ardea, Fiorvante e altri amici non riescono a -separarle o ci riescono quando le due donne non hanno più -un capello in testa che non sia dolore... Allora Fiorvante e -gli amici s'affrettano a portar via Mimì verso l'uscita... E all'uscita -Mimì arriva, nella détente, più morta che viva... Lì, -all'uscita, aprendosi un varco nella ridente folla dei curiosi, -Ardea riesce a raggiungere Mimì, ad afferrarle violentemente -un braccio e ad avventarle a bassa voce sul volto queste -parole: -</p> - -<p> -— Bada! Da stasera, dopo quanto hai fatto, tutto è finito -fra noi... Non ti conosco più... -</p> - -<p> -E Ardea risale tra la folla. E Mimì lo guarda coi suoi -grandi occhi spauriti e smarriti. Ed ha ancora il tempo, -mentre quasi di peso la portano fuori, di vedere Ardea tornare -a Fleurette che si ripettina, cingerle la vita col braccio -e partir con lei verso la grande pedana dove, a pranzo -finito, già si muovono le prime coppie all'eco d'un voluttuosissimo -<i>tango</i>... -</p> - -<p> -Di quel finimondo che cosa è rimasto nel <i>restaurant</i> a -mare? Nulla. Lì, sul tappeto, qualche capello biondo e bruno, -qualche rosellina o qualche pennetta di cappelli... Poco male. -Ma anche lì, a terra, sotto i piedi di Ardea e di Fleurette -che ballano, è rimasto il cuore felice di Mimì... Di Mimì -che sta tanto male. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span> -</p> - -<p> -Tanto male che può appena camminare... Gli ufficiali -l'hanno lasciata sola con Fiorvante e sono ritornati nel <i>restaurant</i> -alla ricerca di Ardea. Un'automobile passava e -Fiorvante vi ha fatto salire Mimì per riaccompagnarla a -casa. Ma, non appena seduta, Mimì s'è rovesciata piangendo -su la spalla dell'ufficiale. Questi, dolcemente, pietosamente, -la lascia piangere e le passa una mano nei capelli: -</p> - -<p> -— Gli volete molto bene? -</p> - -<p> -Mimì, senza levare il volto per rispondere, dice col capo -di no, di no... -</p> - -<p> -— Gliene volevo... Ma ora non più... -</p> - -<p> -E piange, e piange... E Fiorvante continua a carezzarle -i capelli mentre sorride d'incredulità... -</p> - -<h4>10.</h4> - -<p> -Gli ufficiali son ritornati al <i>restaurant</i>. Tra un giro e -l'altro hanno fermato Ardea: -</p> - -<p> -— Va da Mimì... Poveretta... È pentita... -</p> - -<p> -— No... No... Non mi parlate mai più di lei, dopo quello -che ha fatto... -</p> - -<p> -— Lo ha fatto per amore... -</p> - -<p> -— Amore un corno!... -</p> - -<p> -E Ardea picchia così forte un pugno sul tavolino che il -signore delle patate <i>soufflées</i> resta con mezza patata in aria -mentre metà della gialla piramide unta e bisunta vacilla e -crolla... -</p> - -<p> -— Su, via, decìditi... Vieni... Ti aspetta... -</p> - -<p> -Ma Filippo alza le spalle e tende le braccia aperte a Fleurette -che continua a riordinarsi i capelli davanti allo specchio, -piano piano, come facesse l'appello degli assenti: -</p> - -<p> -— Fleurette, un altro <i>tango</i>... -</p> - -<h4>11.</h4> - -<p> -Nella sua piccola casa sul mare, tutta grazia e leggiadria, -quanto, quanto ha pianto Mimì, per circa due ore, su la -spalla di Fiorvante che, affettuoso e silenzioso, le ha fatto -<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span> -raccontare tutto, tutto... tutto quello che Fiorvante non sapeva -e non imaginava, tutto quello che Fiorvante è venuto a -sapere spalancando gli occhi ed il cuore... -</p> - -<p> -— Vivo del mio negozio, io, del lavoro che il mio papà -mi ha insegnato e mi ha lasciato... Sono una ragazza per -bene, io... E lui ha potuto offendermi per una donna come -quella... -</p> - -<p> -S'è levata. Ha preso su una mensola la fotografia di Filippo -con tanto di dedica: «A Mimì, con tutt'il mio cuore, -per tutta la vita». -</p> - -<p> -— Tutta la vita! E non son quattro mesi... E dovevamo -sposarci... -</p> - -<p> -S'è chinata per aprire l'ultimo cassetto d'uno stipo dal -quale ha tratto un velo bianco e una coroncina nuziale di -fiori d'arancio: -</p> - -<p> -— Avevo anche avuto l'ingenuità di farmi comprare da -lui il velo da sposa... Mi sembrava di buon augurio... -</p> - -<p> -S'è messo il velo attorno al capo e la coroncina su la -fronte. E ha guardato Fiorvante così, malinconici gli occhi -ma fiero lo sguardo: -</p> - -<p> -— Perchè così potevo sposarlo... Come una ragazza per -bene... Non ero mica la sua amante, io!... -</p> - -<p> -E, disperata, si strappa dal capo la coroncina ed il velo -e fa questo a brandelli, lacerandolo coi denti, con le mani... -Ha pietà, tanta pietà, Fiorvante, nel suo vecchio cuore sentimentale, -a vederla così disperata, schiantata... Ha tanta -pietà e tanta simpatia... E, poichè veder soffrire è spesso una -buona occasione per cominciare ad amare, Fiorvante, sollevandola -da terra dove s'è rovesciata con le sue lacrime e il -suo velo a brandelli, già la chiama, teneramente, per la prima -volta: -</p> - -<p> -— Mimì... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span> -</p> - -<h4>12.</h4> - -<p> -Gli amici hanno rinunziato a ricondurre Filippo da Mimì. -Balla con Fleurette <i>fox-trots</i> e <i>fox-trots</i>, <i>tanghi</i> dopo <i>tanghi</i> -e Fleurette gli sorride come non gli ha mai sorriso. Così -Filippo è ripreso. Sottile veleno della sigaretta riaccesa, dell'amore -che ricomincia... -</p> - -<p> -— No, no, non ho ancora finito! tuona una voce. -</p> - -<p> -Ed è il quieto calvo signore che ferma con la voce e col -braccio l'imprudente mano d'un cameriere che voleva portargli -via il piatto delle patate <i>soufflées</i> che è appena, dopo -due ore, a poco meno della metà... -</p> - -<h4>13.</h4> - -<p> -C'è luna nel cielo e pace su l'acqua. La sera è tutta profumi. -E Mimì e Fiorvante sono discesi nel piccolo giardino. -Vibran piccole luci da per tutto: le stelle nel cielo, piccole -lame d'argento su l'acqua, lucciole d'oro nelle siepi e tra i -rosai. Luci anche splendono sui grossi bastimenti ancorati -nel porto: e sembran catafalchi di giganti giganteschi attorno -ai quali la città con le sue luci d'oro ha acceso tutt'un'architettura -di ceri. -</p> - -<p> -Sono appoggiati alla balaustra, Mimì e Fiorvante. Questi -solleva il volto della fanciulla e le dice: -</p> - -<p> -— È il vostro primo dolore d'amore... So che cosa vuol -dire soffrire. Ho tanto sofferto anch'io per l'amore... -</p> - -<p> -Appoggiato al davanzale cerca laggiù, sul mare, tra catafalco -e catafalco, i suoi grandi sogni morti, le sue speranze -e i suoi ricordi. Ora è Mimì a guardarlo, è Mimì che solleva -con la punta di due dita la fronte di lui: -</p> - -<p> -— Voi siete così diverso da lui... dagli altri... Voi dovete -saper volere tanto... tanto bene... -</p> - -<p> -Fiorvante prende fra le sue le piccole mani gelate di -Mimì. Le bacia. Attira a sè la fanciulla. La guarda, la guarda... -Ma non osa parlare. E poi, con la voce che gli trema: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span> -</p> - -<p> -— Sì, le dice, so volere molto bene, io... E mi par già di -cominciare a volervene... -</p> - -<p> -La bimba arrossisce e abbassa gli occhi. Trepidamente -Fiorvante chiede, bassi gli occhi e bassa la voce: -</p> - -<p> -— E voi?... E voi?... -</p> - -<p> -E Mimì risponde... Risponde abbassando gli occhi sempre -più, sempre più, ma con un lieve cenno del capo che dice: -sì, sì... Fiorvante le ha preso ancora le mani. Fa per riportarle -alle sue labbra. Ma poi si ferma e, passata un'ombra -sul suo volto, le abbandona: -</p> - -<p> -— No... no... Vi par così, stasera... Ma voi tornerete ad -amar lui, domani... -</p> - -<p> -E Mimì dice ancora col capo di no, di no... Ma Fiorvante -non vede. Ha i gomiti su la balaustra, la fronte nelle -mani, gli occhi laggiù tra nave e nave, tra catafalco e catafalco, -a cercare tra i grandi sogni morti... Quante, quante -volte ha sognato così?... Quante volte ha scambiato per una -promessa di lunga fede sicura, per il giuramento fedele di -tutt'una vita la breve speranza che l'ora o il luogo mettevano, -per un momento di bontà, nel cuore di una donna?... -Menzogne, illusioni... Sogni, grandi sogni morti, laggiù, nella -notte, in fondo al mare... -</p> - -<h4>14.</h4> - -<p> -In automobile — carica quella povera macchina da far -pietà... — gli ufficiali sono andati alla casina di Mimì per -consolarla, per salutarla, per darle la buona notte e riprender -Fiorvante... -</p> - -<p> -E son lì, lungo il muretto di cinta del giardino, a guardar -due ombre — Mimì e Fiorvante — intagliarsi, piccole -sagome nere nel controluce della chiarità plenilunare... -</p> - -<p> -— Guardali... Son lì... Piano... Avanti... Di sorpresa... -Senza farci sentire... -</p> - -<p> -E via, leggeri, a dare la scalata al muretto tutto coperto -<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span> -e odorante di gelsomini, via su per le scalette a mare della -casina di Mimì, in fila indiana, in punta di piedi, per non -essere visti, per non esser sentiti... -</p> - -<h4>15.</h4> - -<p> -E ora Fiorvante ha preso una mano di Mimì e l'ha portata -alle labbra. Son lì, appoggiati tutt'e due alla terrazza a -mare dal parapetto coperto d'edera, spalla contro spalla, -testa contro testa, già cuor contro cuore... -</p> - -<p> -— Vi ho voluto bene fin dal primo momento che vi ho -veduta, dice Fiorvante a Mimì, fin da quando mi avete tirato -il mazzo di rose... -</p> - -<p> -E la mano di Mimì restituisce la stretta. E la voce di -Fiorvante si fa più grave, più dolce e la pressione della mano -è più forte: -</p> - -<p> -— Affidatevi a me, mia piccola amica, in questa prima -ora di dolore... Affidatevi a me... Io non sono di quelli che -cambian d'amore come cambian di casa... -</p> - -<p> -Ha appoggiato, Mimì, il capo su la spalla di Fiorvante, senza -parlare, la mano abbandonata, tutta l'anima tutta offerta. -</p> - -<p> -E gli ufficiali son dietro di loro, non veduti, non sentiti. -Una voce sussurra: -</p> - -<p> -— Ahi! -</p> - -<p> -Han veduto i due, stretti, uniti... E l'ufficiale che ha dato -l'allarme si volta per far cenno ch'è il caso d'un rapido e discreto -<i>dietro-front</i>... Ed ecco che ancora più in punta di -piedi, in fila indiana, per non esser veduti, per non esser -sentiti, gli ufficiali rivanno via, giù per le scalette della casina -a mare di Mimì, verso il muretto di cinta tutto coperto -e odorante di gelsomini... Scavalcato questo, tornati su la -strada e nell'automobile che rifila via per il lungomare -bianco di luna, uno degli amici esclama per tutti: -</p> - -<p> -— Ecco fatto. Consolata! -</p> - -<p> -E ridono. No, ragazzi, non è consolata, Mimì. È inconsolabile, -anzi, Mimì. Se è lì, su la terrazza, la mano nella -<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span> -mano di Fiorvante, non cerca ella stasera un innamorato -nuovo al posto di quello che l'ha abbandonata. Cerca un -cuore che la comprenda e che col dolore altre volte provato -faccia eco al dolore ch'ella prova per la prima volta. Cerca -un braccio cui appoggiarsi, una mano in cui affidarsi. Cerca -sopratutto di non esser sola questa sera tanto è disperata. -Perduto il suo amore, cerca un amico. E questo amico è lì, -accanto a lei, ed ella sente che questo amico d'una sera -saprà essere l'amico d'una vita. -</p> - -<p> -Ma Mimì è bella e la notte è notte d'amore. Cinge Fiorvante -la vita di lei e fa per attirarla a sè. No. Mimì non -vuole. Mimì si scioglie. Mimì non vuole gesti, non vuol parole. -Vuole che nel suo immenso dolore una presenza accanto -a lei le dica che non tutto, non tutto è finito anche se -l'amore, che doveva essere eterno due ore prima, è, da un'ora, -finito per sempre... -</p> - -<p> -C'è tutt'il plenilunio in quelle due lacrime d'argento che -scendon giù dai grandi occhi di Mimì in quell'ora di tristezza -in cui è doppia la malinconia: malinconia di qualche -cosa che muore e malinconia d'una cosa che nasce. -</p> - -<p> -Quale più grande, fra le due? -</p> - -<h4>16.</h4> - -<p> -E, al <i>restaurant</i>; -</p> - -<p> -— Ancora questo <i>tango</i>, Fleurette, e poi andiamo... -</p> - -<p> -E il quieto signore calvo delle patate <i>soufflées</i> prende -religiosamente, con due dita, l'ultima patata. Tre ore a tavola: -una piramide di patate <i>soufflées</i> e lo stomaco per contenerla. -</p> - -<p> -Chi di voi più felice, mio signore? -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span> -</p> - -<h3>PARTE SECONDA</h3> -</div> - -<h4>17.</h4> - -<p> -— Il passo di <i>Schéhérazade</i>... No, quello di Carnaval... -No, quello del <i>Principe Igor</i>: il passo degli arcieri... -</p> - -<p> -E la piccola ballerina, indecisa fra tanti consigli, si decide; -e, su la stuoia ai piedi del terrazzo, snodata, piegata, le braccia -conserte, accenna un passo dei balli russi... -</p> - -<p> -Un ufficiale parla piano a un compagno: -</p> - -<p> -— Guardalo. È tranquillo, sereno. Fleurette è partita. Mimì -è perduta per lui. E lui ha l'aria d'infischiarsene, come -se non avesse mai amato Mimì... E non sono quindici giorni! -</p> - -<p> -Ora, cessato il ballo russo con un capitombolo della ballerina -male addestrata, Ardea si fa avanti e tende le mani a -Mimì per invitarla a ballare. Mimì s'è levata ed è fra le -braccia di Ardea che si rivolge agli amici e alle amiche, -chitarristi e mandoliniste, ordinando: -</p> - -<p> -— Il valzerino della <i>Fanciulla del West</i>... -</p> - -<p> -E incomincia a ballare con Mimì mentre gli altri li seguono -danzando e battendo il tempo a suon di mani: -</p> - -<div class="poem"> -<p><i>Ma quel che tu mi taci</i></p> -<p><i>me lo dice il cuor...</i></p> -</div> - -<p> -Non tace Ardea, ballando. Avventa parole brevi, febbrili, -nel piccolo orecchio di Mimì: -</p> - -<p> -— Io ti amo ancora... Io ti voglio ancora... -</p> - -<p> -E la stringe, la stringe... E Mimì cerca di liberarsi... E -Fiorvante, in un angolo, guarda, mordendosi il labbro, -<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span> -bianco di gelosia. Ma come stringe, Ardea! Come si sente, -Mimì, presa e offesa da quella stretta. Violenta, ribelle, ora -si svincola: -</p> - -<p> -— Lasciami... Ti proibisco! -</p> - -<p> -Fiorvante le è corso vicino e la riceve tra le braccia -tutta fremente. Ardea ha già preso un'altra dama. E Fiorvante, -cupo, ansioso, interroga, a bassa voce: -</p> - -<p> -— Di'! Di'! Che ti diceva? -</p> - -<p> -— Nulla, nulla, amor mio... Ti amo! -</p> - -<p> -E Mimì si stringe tutta a lui, teneramente, a lui che la -porta via con sè, quasi di peso, fuor della sala dove suonano -e ballano, lì, su la terrazza dove son soli, al sole, -nel bel vento pomeridiano di grande primavera, soli tra -cielo e mare. -</p> - -<h4>18.</h4> - -<p> -C'è un piccolo uomo curioso alla porta della casetta di -Mimì. Ha bussato, ribussato e aspetta che gli vengano ad -aprire. È Pierotto, l'ex-attendente di Fiorvante. Rottosi un -piede in servizio e riformato, Pierotto ha voluto tuttavia -conservar l'abito da marinaio e continuare a vivere col suo -padrone come un cane fedele, pronto anche a morire per -lui, se è necessario. -</p> - -<p> -Piede zoppo, ma gamba salda e capace di tener dietro -al suo padrone anche in capo al mondo se può essergli -utile o se il padrone vuole. Devozione d'altri tempi, fatta di -virtù, di sacrificio, di sentimento e d'ammirazione: servitù -fatta un po' d'amore. Se il Re lo chiamasse alla Reggia e -lo coprisse di medaglie, Pierotto non avrebbe il cuore in festa -come quando il suo padrone, battendogli una mano su -la spalla, lo guarda negli occhi con quegli occhi che gli -passano il pensiero da parte a parte tanto sono acuti e profondi -e gli dice bruscamente e semplicemente: -</p> - -<p> -— Bravo! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span> -</p> - -<p> -Il Re? Il Re può essere Re, per tutti: Pierotto, non fa -difficoltà. Ma per lui, per Pierotto, il solo re è il suo padrone. -</p> - -<h4>19.</h4> - -<p> -Pierotto è su la terrazza. -</p> - -<p> -— Signor capitano, il comandante ha mandato a cercare -di lei a casa per averla sùbito a bordo. Ho pensato di far -bene venendo fin qui con la lancia. -</p> - -<p> -D'un sùbito Fiorvante è in piedi. Bacia Mimì e senza -salutar nessuno fila via con Pierotto, a passo di carica. Come -gli tien dietro di galoppo, Pierotto! Come lo seguirebbe -in capo al mondo, anche con mezza gamba di meno!... La -forza che gli manca nel piede l'ha nel cuore: fa lo stesso, -per gli eroi. -</p> - -<h4>20.</h4> - -<p> -Amici, amiche, chitarristi e mandoliniste, sono discesi in -giardino alle due altalene, che vanno, vanno, su, su, come -volessero toccare il cielo, spinte dagli ufficiali, cariche di -ragazze, polsi di ferro che spingono, fantasie con le ali che -volano... -</p> - -<p> -Su la terrazza, avviati a scendere in giardino, Ardea ha -fermato Mimì e l'ha presa alla vita: polso di ferro anche lui. -</p> - -<p> -— Dimmi, dimmi che non mi ami più... -</p> - -<p> -— No... Lasciami... Non ti amo più... -</p> - -<p> -— Non è vero... Non può essere vero... -</p> - -<p> -— Sì... sì... Non devo... non posso più amarti... -</p> - -<p> -— Ma io ti amo ancora... -</p> - -<p> -— Dovevi non lasciarmi prima! -</p> - -<p> -E ancora Mimì fremente lotta, disperata, per svincolarsi, -per liberarsi... E ci riesce, finalmente... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span> -</p> - -<h4>21.</h4> - -<p> -Nella lancia che fila verso la corazzata Fiorvante ha -avuto la notizia: -</p> - -<p> -— Fuoco a bordo! -</p> - -<p> -Con che ansia va verso il bastimento! Con che impeto -sale, appena giunto, la scaletta di poppa ed eccolo, su l'attenti, -davanti al Comandante: -</p> - -<p> -— Ella s'era assunto l'obbligo di sostituire l'ufficiale di -guardia, signor Ardea, costretto ad assentarsi per una grave -circostanza... -</p> - -<p> -Da dieci giorni Ardea, sbarcato dalla torpediniera, è su -lo stesso bastimento con Fiorvante. Questi vorrebbe rispondere, -ma il Comandante gli taglia la parola: -</p> - -<p> -— Così è... Ella non ha nulla da rispondere... Lo -stesso signor Ardea l'ha lasciato detto, allontanandosi... -Il signor Ardea è colpevole di grave atto d'indisciplina... -Ma tanto più ella aveva il sacrosanto dovere di rispettare -un impegno già abusivamente assunto. -</p> - -<p> -E il Capo conclude: -</p> - -<p> -— Terrà gli arresti! -</p> - -<p> -E si allontana dopo avere rimesso bruscamente a Fiorvante -il comando delle operazioni necessarie a spegnere il -fuoco... -</p> - -<h4>22.</h4> - -<p> -Un colpo di cannone ha echeggiato. Altri rispondono dai -forti. Di colpo le altalene si sono arrestate. Gli ufficiali si -guardano, pallidi: più pallido di tutti, livido, Ardea. -</p> - -<p> -— Fuoco a bordo! -</p> - -<p> -E via, tutti, di volo... verso la riva... verso l'imbarco... -verso le lance... verso la nave... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span> -</p> - -<h4>23.</h4> - -<p> -Catena di marinai. Rapido correre dei secchi d'acqua di -mano in mano. Fragor di pompe, frusciar d'acqua, squillar -di trombe. E, in mezzo alla catena di marinai, in mezzo all'accorrer -d'uomini scalzi, a getto continuo, su dai boccaporti, -è l'«Uomo dei fuochi intensi» nella sua armatura incombustibile -da palombaro del fuoco. Fiorvante vola di qua, -di là. Comanda l'opera con pugno di ferro, con decisione -pronta. E le fiamme s'abbassano, scompaiono, e le nuvole -di fumo diradano, e si disperdono, e non sono più che nebbia -rossastra attorno alla nave. Il fuoco è spento. -</p> - -<p> -Ardea, i compagni, son giunti a bordo. Fiorvante affronta -Ardea: -</p> - -<p> -— Pago per te la tua menzogna. Io non avevo assunto -nessun obbligo. Tu hai speso, per coprire la tua colpa, il -mio nome ed il mio onore. Tu hai mentito. -</p> - -<p> -— Fiorvante! -</p> - -<p> -Altri ufficiali sono attorno a loro. Vuole Ardea allontanarsi. -Ma Fiorvante lo ferma: -</p> - -<p> -— No. Davanti a tutti voglio gridartelo. Tu hai mentito! -</p> - -<p> -E la mano di Ardea si leva su Fiorvante. Sfiora appena -la sua guancia. Sùbito Fiorvante è su l'avversario. E gli -ufficiali sono in mezzo a loro, nel tumulto... -</p> - -<p> -Un uomo pacifico commenta: -</p> - -<p> -— Peccato! Due amici... -</p> - -<p> -Un uomo preciso rettifica: -</p> - -<p> -— Due ex-amici... -</p> - -<p> -Un uomo ironico aggiunge: -</p> - -<p> -— <i>Cherchez la femme!</i>... -</p> - -<p> -E un uomo che spreca parole inutili precisa il nome che -già tutti sanno: -</p> - -<p> -— Mimì... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span> -</p> - -<h4>24.</h4> - -<p> -Nella cabina del Comandante entra Fiorvante, acceso ancora -il volto di sdegno: -</p> - -<p> -— Signor Comandante, il fuoco è spento e sono agli -arresti. -</p> - -<p> -Ma la porticina si riapre. È Ardea. -</p> - -<p> -— Signor Comandante, ho mentito. Il tenente di vascello -Fiorvante non aveva assunto nessun obbligo di sostituirmi. -</p> - -<p> -Così Ardea si accusa. Non un muscolo si muove sul volto -di Fiorvante che rimane lì, immobile, piantato. Il Comandante -guarda i due ufficiali. Li pesa, li valuta. Intuisce. -Forse sa. E giudica: -</p> - -<p> -— Allora, signor Ardea, terrà lei gli arresti. -</p> - -<p> -E, volgendosi a Fiorvante: -</p> - -<p> -— Lei vada. È libero. Mi lasci col signor Ardea. -</p> - -<p> -E, appena Fiorvante è uscito, il Capo è davanti ad Ardea -piantato e gli batte una mano su la spalla: -</p> - -<p> -— Ragazzo, ragazzo, che follìe sono queste?... -</p> - -<p> -E Ardea balbetta: -</p> - -<p> -— La follìa di un'ora, signor Comandante... Un cieco furore -di gelosia... -</p> - -<p> -La commozione lo vince e cade piangendo sul divanetto -del Comandante, la testa fra le mani. Questi lo guarda, -muto, immobile, diviso fra il sentimento della pietà e il -senso della disciplina, l'uomo e il soldato... -</p> - -<p> -E la voce di Ardea implora: -</p> - -<p> -— Mi faccia ottenere, signor Comandante, un altro imbarco, -lontano da qui, lontano da una donna che amo, che -ho amata troppo tardi quando non ero più in tempo per -esserne amato ancora... -</p> - -<p> -Il soldato vince su l'uomo in uno sforzo di volontà: -</p> - -<p> -— Basta così... Signor Ardea, si ritiri... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span> -</p> - -<p> -Ma, appena Ardea è uscito, il Comandante scuote il capo -e brontola fra i denti: -</p> - -<p> -— Povero ragazzo! Brutto male! -</p> - -<h4>25.</h4> - -<p> -Nello spiazzato della villa gli otto ufficiali in borghese -preparano lo scontro: Fiorvante, Ardea, i quattro padrini, -due medici. Caricano le pistole e misurano i passi. Ardea è -fermo, appoggiato a un albero, conserte le braccia. Fiorvante -passeggia su e giù, con un amico, fumando... C'è un -elastico fuori cerniera nel portasigarette di Fiorvante ed -egli si affatica a volerlo rimettere a posto. Ora Ardea passa -i cerini da una scatola qualunque comprata poco prima -al suo portafiammiferi d'oro... Piccole occupazioni inutili -compiute con scrupolo e puntualità dieci minuti, forse, prima -di morire... -</p> - -<h4>26.</h4> - -<p> -Tra ragazze e fiori Mimì felice è nel suo negozio. Fuori -il sole è bello, il mare è tranquillo, tutto è serenità. Una ragazza -porta a Mimì per fargliela approvare o correggere -una cestina di fiori candidi. Un'altra le porta una croce di -fiori oscuri. Mimì guarda l'una e l'altra ed esclama: -</p> - -<p> -— Un funerale e un battesimo... Primavera <i>bonne à tout -faire</i>! -</p> - -<p> -E, deposte la cesta e la croce, trae da una scatola i fiori -d'arancio e dice ridendo alle ragazze: -</p> - -<p> -— E la primavera felice fa anche questi... per me... -</p> - -<h4>27.</h4> - -<p> -Bel tipo, il diciottenne guardiamarina Francucci! -</p> - -<p> -Tutte le ragazze sono innamorate di lui, ma egli non ne -prende nessuna tanto è mai timido: una signorina vestita -da ufficiale. Ma quand'è in negozio Francucci, che chiasso... -Ci si diverton tutte a tormentarlo, a stuzzicarlo, ad abbracciarlo, -<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span> -a metterlo in croce, deliziosamente, a furia di sorrisi -e a suon di baci. E ci si diverte anche Mimì, Mimì più di -tutte, Mimì che è felice... -</p> - -<p> -— Avanti, avanti, Francucci in mezzo e noi girotondo... -</p> - -<p> -È Mimì che dirige il carnevaletto. E il girotondo di ragazze -gira, gira bianco, roseo, azzurro, attorno al povero guardiamarina, -e gira, gira, gira, gira... finchè la porta si spalanca -per Pierotto che entra: -</p> - -<p> -— Signorina, il padrone si batte in duello... -</p> - -<p> -Che? Dove ha preso il cappello Mimì? Chi gliel'ha dato? -Come è uscita dal negozio e salita nell'automobile che vola -verso la villa dove deve aver luogo lo scontro?... Pare a -Mimì di sentirsi morire... Arriverà viva fin laggiù?... -</p> - -<h4>28.</h4> - -<p> -I passi per allontanarli, di spalle, uno dall'altro. Poi i -colpi di mano. Il <i>dietro-front</i>, il fuoco... -</p> - -<p> -Un urlo risponde alle due detonazioni: Mimì è ai piedi -della scalea, trattenuta dagli ufficiali che le sono corsi incontro -vedendola venir giù come una pazza. Ardea e Fiorvante -sono in piedi. Il colpo di Ardea è fallito. Fiorvante ha -sparato in aria. E Mimì è sospesa tra i due uomini, divisa -fra quello che ha amato e quello che ama... Incerta, un -istante... Ma poi si getta fra le braccia di Fiorvante, felice, -folle di gioia, nella pace ricuperata, nella felicità salvata... -</p> - -<p> -E Fiorvante è lì, Mimì fra le braccia. Si scioglie per -muovere incontro ad Ardea. Devono stringersi la mano, riconciliarsi. -E Fiorvante sente che qualcuno, che è a terra, -gli prende timidamente una mano, vi inchioda sopra due -grosse labbra tremanti. È Pierotto che con voce soffocata -gli dice: -</p> - -<p> -— Padrone mio, che sia sempre benedetto! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span> -</p> - -<h4>29.</h4> - -<p> -Ardea parte. Imbarca a Taranto per una lunga crociera -nei mari del Nord. Mimì e Fiorvante vanno ad accompagnarlo -dal negozio di <i>Mademoiselle Mimì, fleuriste</i> fino all'imbarcatoio. -Mimì, e Ardea e Fiorvante sono appena -usciti e saliti in automobile. E le ragazze che hanno or ora -finito di salutare coi fazzolettini siedono qua e là, silenziose, -tristi, per il negozio. E sono tutte un po' tristi perchè pensano -che un giorno l'innamorato di ognuna può da un momento -all'altro dover partire, così... -</p> - -<p> -Alla banchina son gli ultimi saluti. Mimì riempie di fiori -le braccia di Ardea che le stringe lungamente la mano, gliela -bacia e salta nella lancia per nasconder le lacrime che gli -riempiono gli occhi. -</p> - -<p> -— Arrivederci, Fiorvante. -</p> - -<p> -— Arrivederci, Ardea. -</p> - -<p> -Mimì non saluta con la voce la lancia che se ne va. Voce -in gola, per la commozione, non ne ha. Saluta col fazzoletto, -lentamente, con un'infinita melanconia. Vedranno Ardea -mai più? Che sarà di lui? Che sarà di loro? È l'angoscia -dell'ora dei distacchi, l'angoscia per le due parti: rivedranno -quelli che restano colui che parte? Ritroverà quello -che parte coloro che rimangono? Lungo mistero di un anno -quando anche un minuto, il minuto che segue immediatamente -quello che viviamo, c'è sconosciuto quanto un altro -mondo, quanto un altro evo... -</p> - -<p> -Il fazzoletto di Ardea saluta ancora dalla lancia che s'allontana -e i fazzoletti di Mimì e di Fiorvante salutano dalla -banchina. Fiorvante ora guarda Mimì che saluta e le dice: -</p> - -<p> -— Il passato, vedi, se ne va... -</p> - -<p> -E Mimì smette il bianco saluto. Con gli occhi pieni di -lagrime ma col cuore pieno di speranza, si volge a Fiorvante -e gli stringe una mano dicendogli: -</p> - -<p> -— Sì, il passato se ne va... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span> -</p> - -<p> -Un grande sorriso le illumina gli occhi ancor umidi di -lacrime: -</p> - -<p> -— Rimani tu: il mio più grande avvenire. -</p> - -<h4>30.</h4> - -<p> -Son ritornati a casa di Mimì. Forse in quello stesso -momento la nave di Ardea esce dal porto. È il tramonto. -Mimì e Fiorvante sono usciti su la terrazza. E Mimì, appoggiando -la fronte su la spalla di lui, mormora felice: -</p> - -<p> -— La vita intera ora ci sorride! -</p> - -<p> -E sono lì, stretti, liberi, soli, per sempre, sotto l'immenso -cielo, d'innanzi all'immenso mare, piccolo gruppo umano -felice, piccolo e immenso fra le due immensità. E, dal fondo -della terrazza, come li guarda, felice, benedicendoli, Pierotto, -Pierotto che adora Fiorvante, Pierotto che adesso -adora Mimì anche più di Fiorvante... -</p> - -<p> -La nave di Ardea è uscita in quel punto dal porto ed -entra nel libero mare inquadrato nel rettangolo della terrazza -coperta. E Fiorvante indica la nave a Mimì sognante, -estatica: -</p> - -<p> -— Vedi... Com'è già lontano, in un'ora, dal nostro cuore -e dalla nostra vita... laggiù... laggiù... in mezzo al mare... -</p> - -<p> -E i due amanti si stringono, si stringono chiedendo alla -vita la catena felice che lega e non scioglie più, mentre la -nave, piccina, lontana, in un gran rettangolo d'azzurro, svanisce, -sparisce, e Pierotto, tirata la tenda dietro di loro, -s'accuccia sui gradini che dalla terrazza scendono nel salotto, -s'accuccia per vegliare su quella felicità, come un cane -fedele. -</p> - -<p> -Ma sorge o tramonta il sole, in quel fuoco, dietro quelle -colline? Lo splendore è così grande e il cuore è così lieto -che quel tramonto par l'aurora... -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span> -</p> - -<h3>PARTE TERZA</h3> -</div> - -<h4>31.</h4> - -<p> -Una sera, in piena serenità, fulminea, la tempesta. Sono -appena levati da tavola. Da tre mesi marito e moglie, e felici. -Dividono gli antichi amici, nella bella casa messa su -con tanto amore, un lungo ordine d'ore tranquille. Sono -felici e sono felici in tre perchè è anche felice Pierotto, attendente, -maggiordomo, <i>factotum</i>, che li serve adorandoli. -</p> - -<p> -Son le undici e mezza. È l'ora di muovere verso le imbarcazioni -pronte per il ritorno a bordo degli ufficiali. Cari, -cari i vecchi amici, i «ragazzi», lieti di saperla lieta, tutti -stretti attorno a lei ed a Fiorvante... Questi ha voluto farla -felice facendola sua per sempre. Il negozio di <i>Mademoiselle -Mimì fleuriste</i>, venduto, ha fornito la dote militare e il -corredo. E la felicità della lunga vita in due è senza nuvole, -senza paura. -</p> - -<p> -Ma il Comandante, invece d'andar via coi suoi ufficiali, -s'è fermato: ha dato ordine che gli rimandino il suo canotto. -Dalla porta vetrata che dà sul giardino e dove Mimì -ha accompagnato signore ed amici, ella vede il Comandante -trarre Fiorvante in disparte per rimettergli, dopo poche parole, -una lettera: una lettera che sembra violentemente colpire -Fiorvante. Gli occhi di Fiorvante si volgono, presaghi, -verso Mimì. Gli occhi di Mimì, nel presentimento, si volgono -ansiosi verso Fiorvante. -</p> - -<p> -L'ultimo amico è andato via. E Mimì viene avanti e raggiunge -il Comandante, cui toglie di mano la lettera che -<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span> -proprio in quel punto suo marito gli ha restituita, dicendo -solo: -</p> - -<p> -— Sta bene, signor Comandante. -</p> - -<p> -Che cos'è? Le mani di Mimì sono così convulse che non -riescon neppure ad aprire il grande foglio ministeriale piegato -in quattro. Finalmente ha aperto, ha letto e il foglio -le cade di mano e, senza grido, senza parola, si porta le -mani al cuore tanto le pare che scoppii: è l'ordine d'imbarco, -per il tenente di vascello Fiorvante, entro dieci giorni: -«raggiungere in Estremo Oriente le truppe internazionali -operanti per reprimere la rivolta dei <i>boxers</i>». Con uno -sguardo supplice Mimì chiede pietà al Comandante. Povero -Comandante, sempre preso nel suo dissidio tra soldato e -uomo... Vorrebbe gridare a Mimì, tanto la vede angosciata, -smarrita: «No, no, non piangete... Troveremo il modo di -non farlo partire...», ma, invece, soldato, capo, esecutore -d'ordini, apre le braccia come a dire che non c'è nulla da -fare, ch'è giocoforza obbedire. Ma scappa via in fretta, tanto -si sente venir voglia di piangere a veder quella donna che -disperata s'abbatte sul petto del marito, gettandogli le braccia -al collo e balbettando tra i singulti: -</p> - -<p> -— No... No. Partire no... -</p> - -<p> -Riaccompagnato il Comandante fin fuori nel giardino, -Fiorvante ritorna rapido verso sua moglie, caduta lì, alla -scrivania, le braccia conserte su la tavola, la fronte e il pianto -in quelle braccia. Ma qualche cosa, a terra, l'avvolge alle -gambe, lo ferma, di colpo: è Pierotto, Pierotto che ha sentito, -Pierotto che ha letto il foglio d'ordini caduto a terra, -Pierotto che stringendogli le gambe, ginocchioni, gli occhi -supplici in su come pregasse Iddio, gli dice con voce soffocata: -</p> - -<p> -— Padrone, in Cina porti anche me! -</p> - -<p> -Fiorvante ha respinto l'umile offerta e l'umile dolore. Ha -davanti a sè, più grande, il dolore di sua moglie, ha dentro -di sè, disperato, il suo. Non va, Fiorvante, a sollevare Mimì. -<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span> -Siede alla scrivania anche lui, il gomito su la tavola, il -volto nella palma, lo sguardo fisso davanti a sè, nell'ignoto. -E Mimì si solleva e lo guarda... Gli va vicino, gli prende fra -le mani la fronte per rovesciargli il capo e gli chiede: -</p> - -<p> -— Che cos'hai... tu che sei sempre così forte, così agguerrito?... -</p> - -<p> -Fiorvante le prende le mani, e unitele, fa di queste un -piccolo cuscino vivo alla sua testa stanca... Poi la guarda, -doloroso, appassionato, e le risponde: -</p> - -<p> -— Non so. Ho come un presentimento. Penso che non ti -rivedrò mai più... che morirò laggiù... -</p> - -<p> -Che scossa nel cuore di Mimì e che sobbalzo di tutto il -suo essere! Ma si fa forte. Si china su lui che ha rialzato il -capo. Sono ora volto contro volto. La volontà d'un sorriso -a ogni costo illumina malinconicamente gli occhi di Mimì -mentre ella esclama, tanto per rispondere: -</p> - -<p> -— Che sciocchezze! -</p> - -<p> -Ma lo stesso brivido che ha attraversato l'anima di Fiorvante -ha corso la sua anima, povera bimba che ha paura, -che ha tanta paura e non vuol farlo vedere perchè anche -l'altro, quello che è forte, quello che è audace, quello che non -ha mai paura di nulla, ha questa volta paura, tanta paura. -</p> - -<p> -Paura di non rivederla mai più... -</p> - -<h4>32.</h4> - -<p> -Non hanno potuto dormire, quella notte. Sono usciti in -giardino. Hanno percorso e ripercorso la terrazza a mare. -Son rimasti lì, lungo tempo, nella sera d'estate, fermi, le -mani nelle mani, tutta la vita dell'uno nella vita dell'altro, -a interrogar con gli occhi fissi, inutilmente, le stelle indifferenti, -come potessero conoscere il destino... -</p> - -<p> -Ora sono rientrati nello studio di Fiorvante, tra le belle -cose che amano e che hanno raccolte per circondarne una -felicità di tre mesi appena che non doveva avere mai fine... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span> -</p> - -<h4>33.</h4> - -<p> -A bordo, nel quadrato degli ufficiali, quelli che vengon -da terra hanno portato la notizia della partenza di Fiorvante -a quelli rimasti a bordo a passar la sera in quadrato tra -carte, bibite ghiacciate e sigarette. Un sentimentale sospira: -</p> - -<p> -— Povero Fiorvante! Una felicità che si spezza appena -nata... -</p> - -<p> -Ma un altro — un forte? ma no: un altro sentimentale, -ma un sentimentale che non vuol parerlo... — un altro alza -le spalle: -</p> - -<p> -— È il nostro destino di marinai... Nè casa, nè amore, -nè tempo... -</p> - -<p> -E ride. E scopre una carta da giuoco ed esclama: -</p> - -<p> -— Ma che importa?... Ho il re d'<i>atout</i>... -</p> - -<p> -Quella risata è sola, senza eco. E sarebbe sola, staccata, falsa, -anche se nel quadrato non fossero venti ufficiali, anche se nel -quadrato non ci fosse che colui che ride, che ride fuori e -piange dentro, com'è quasi sempre, quando si ride... -</p> - -<h4>34.</h4> - -<p> -Storia della Dama dal ventaglio bianco che gli torna in -mente in quell'ora? Analogia che gli s'è chiarita nell'anima -fra il signor Tao della favoletta cinese costretto ad abbandonare -Madama Lu per morire e lui che deve abbandonare -Mimì per partire?... Chi sa? Confusi moti dello spirito, orologeria -misteriosa e impenetrabile che segna il tempo ai -pensieri... -</p> - -<p> -Certo è che da mezz'ora Fiorvante parla a Mimì — a Mimì -disperata di sentirlo parlar così — della possibilità della sua -morte, laggiù, in Estremo Oriente. Mimì è caduta ai piedi -di lui. E Fiorvante la tira su, le prende le mani, la guarda -in volto e le dice: -</p> - -<p> -— Giurami... -</p> - -<p> -Non osa parlare. Poi si fa coraggio: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span> -</p> - -<p> -— Giurami... Giurami che se non dovessi ritornare... le -tue labbra... le tue labbra, Mimì, non avranno parole e promesse -d'amore per un altro uomo... finchè il lutto che tu -porterai di me non sarà finito... -</p> - -<p> -Mimì trema. Non vuole giurare... Perchè? Che cattivi pensieri... -Perchè metterle paura così? China il volto per sottrar -lo sguardo. Vorrebbe svincolarsi. Ma Fiorvante la tiene. -</p> - -<p> -— Ma tu ritornerai certamente..., mormora Mimì. Io ti -aspetterò nel mio dolore e torneremo ad essere felici... -</p> - -<p> -Ma la stretta di Fiorvante ai polsi di Mimì si fa più -forte, quasi brutale, quasi selvaggia: tutto l'orrore della gelosia -è in quella stretta. -</p> - -<p> -— Giura, giura ugualmente... Chi può sapere? -</p> - -<p> -E Mimì solleva una mano di lui per portarsela alle labbra, -fissa i chiari occhi sinceri nei grandi occhi ansiosi e, -ferma la voce e fermo il cuore, dice: -</p> - -<p> -— Giuro! -</p> - -<h4>35.</h4> - -<p> -Cina che le sembravi così lontana e così leggiadra, lontana -Cina di bazar e d'acquarello, Cina delle scatole di lacca -e dei mobiletti di bambù, terra sconosciuta che eri così -cara alla sua fantasia, dove tanto piaceva di correre al suo -sogno d'oltremare, — Cina orrenda e minacciosa adesso, -Cina del suo tormento e della sua tortura, Cina dei supplizii -e dell'orrore, Cina di battaglie e di morte... Già da due -mesi Fiorvante è partito ed ella è sola, nella casa abbandonata, -sola con Pierotto che piangendo è rimasto accanto -a lei, per guardarla, per difenderla... Quanto dovrà aspettare -così? Quanto potrà il suo cuore resistere in quell'arresto -di vita, in quell'agonia?... Povera Butterfly d'occidente, -più dolorosa ed ansiosa perchè non ha come l'altra -la cieca fede nel ritorno... Perchè se per l'altra tutto è certezza, -per Mimì tutto è brivido, tormento, dubbio, presentimento, -paura, tortura indicibile, ineffabile tortura... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span> -</p> - -<h4>36.</h4> - -<p> -Un colpo di <i>tam-tam</i>. I servi cinesi annunziano, come -ogni giorno, il suo arrivo a cavallo alla Residenza Inglese -dove, come ogni giorno, per la colazione, il Residente e sua -figlia Maud lo aspettano... Poichè il <i>tam-tam</i> l'ha avvertita, -miss Maud corre incontro, come ogni giorno, le braccia -tese, le mani offerte, al bell'ufficiale italiano... Innamorata? -Ancora non sa. Certo da venti giorni ogni volta che lo vede -il cuore le batte dentro più forte e più precipitoso... -</p> - -<p> -Amore? Sì, certo. La più bella ora dell'amore, quella in -cui l'amore non sa ancora d'essere amore... -</p> - -<p> -E, poco dopo, alla tavola ospitale della Residenza, mentre -miss Maud non leva gli occhi di dosso al bell'ufficiale, -Fiorvante chiude i suoi, tutt'il suo cuore laggiù, in occidente, -nella casa abbandonata, con la cara compagna lontana, -e vede Mimì che appoggiata al parapetto della terrazza, con -Pierotto vicino, guarda ogni giorno lunghe ore il mare, il -mare per cui egli è partito, il mare per cui egli, forse, un -giorno ritornerà... -</p> - -<h4>37.</h4> - -<p> -Mimì è al pianoforte: -</p> - -<div class="poem"> -<p><i>E non le pesa</i></p> -<p><i>la lunga attesa...</i></p> -</div> - -<p> -Più fortunata sorella di pena... Quanto pesa a lei, invece, -la terribile, l'interminabile attesa... E non può sentir -quella musica... E chiude il piano e abbandona su le braccia, -posate sul coperchio chiuso, la testa che tanto le duole... -</p> - -<h4>38.</h4> - -<p> -E c'è un'altra attesa, lì, alla Residenza Inglese, lunga attesa -anche questa, e vibrante come l'altra, e come l'altra disperata -nelle sue paure... Piccola miss sdraiata su le stuoie -tra le serventi cinesi che, sedute accanto a te, ti fanno corona -<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span> -e vento coi ventagli di foglie di palma, da quanti giorni -non hai più pace? Per la prima volta il tuo piccolo cuore, -che sembrava tanto freddo e tanto saggio, palpita in disordine -e in confusione... -</p> - -<p> -Che vuoi? Che hai, piccola miss? Ami tu il giovane ufficiale -venuto d'Italia con quel suo volto stanco che par -così stanco di soffrire, con quei suoi grandi occhi sognanti -che paiono così stanchi di sognare? L'ami tu, di già, veramente? -Pare ieri. La prima volta che venne qui: non sono, -non paiono, sei settimane. E ora sei presa... Sei veramente -presa? Ti pare che non avresti potuto vivere se tu non l'avessi -mai incontrato? Ti pare che non potresti più vivere, -ora che incontrato lo hai, se un avverso destino si divertisse -a dividerti per sempre da lui, a volerlo per sempre allontanare? -</p> - -<p> -Come batte il tuo cuore, piccola miss, quando tuo padre -ti parla dei ripetuti attacchi dei <i>boxers</i>, sempre più numerosi -e sempre più gravi in questi giorni! È venuto una -mattina Fiorvante, una mattina come tutte le altre — e forse -era l'ultima. Da quella mattina tu non l'hai più riveduto. -Adesso ricordi i particolari del saluto quando tu gli dicesti: -“Arrivederci domani...„, come ogni giorno, ed egli, dopo -una pausa, con la voce grave delle sue parole gravi, ti rispose, -non come ogni giorno: “Arrivederci domani...„. -</p> - -<p> -Allora quasi non avvertisti. Ora ricordi. Allora non avvertisti -quella pausa, quell'esitazione, quell'ombra di dubbio -che velava il suo volto... Ma ora rammenti che la voce gli -tremava un poco, che un poco anche la mano gli tremava -mentre stringeva la tua, ora rammenti che c'era come un -disperato e silenzioso saluto in quel suo ultimo sguardo che -si sforzava a parer sorridente. -</p> - -<p> -Già sapeva il bell'ufficiale, quel giorno, quello che tu ancora, -piccola miss, non sapevi: già sapeva d'essere a una -delle grandi ore del destino, già sapeva di dover combattere, -di dover forse morire... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span> -</p> - -<p> -Morire! Ma perchè tremi così, perchè un brivido tutta ti -invade e ti scuote?... Che hai? Paura? Presentimento? Ma -no... Sorridi... Attendi con serenità... Fiorvante ritornerà, una -di queste mattine... -</p> - -<p> -Ma perchè tremi, perchè tremi così? -</p> - -<h4>39.</h4> - -<p> -— Pierotto, che farà il Comandante a quest'ora? -</p> - -<p> -Pierotto si stringe nelle spalle. Non sa... -</p> - -<p> -— Pierotto, dove sarà il Comandante a quest'ora? -</p> - -<p> -Ancora, Pierotto, si stringe nelle spalle. Chi sa?... -</p> - -<p> -— Pierotto, a chi penserà il Comandante a quest'ora? -</p> - -<p> -Si stringe ancora, Pierotto, nelle spalle. Ma si domanda? -Si sa.... -</p> - -<p> -E ancora, seduta accanto a lui in piedi, nel giardino, nella -sera che discende con le sue paure e coi suoi misteri, ancora -Mimì domanda: -</p> - -<p> -— Pierotto, non sarà accaduto al Comandante nulla di -male? -</p> - -<p> -E Pierotto questa volta è dritto su le spalle, l'occhio che -sfida il destino, la voce chiara e sonora, per rispondere con -fede cieca e assoluta: -</p> - -<p> -— No. Nulla di male può capitare al Comandante. Dio -lo protegge! E anche io l'ho benedetto.... -</p> - -<p> -Dio e.... lui! Pierotto ha ragione. Che può mai accadere -al Comandante? -</p> - -<h4>40.</h4> - -<p> -Messi a cavallo giungono alla Residenza inglese. Un accorrer -di servi, un andare qua e là.... E la notizia che, venuta -dai messi, corre il giardino, di bocca in bocca, entra -nella casa, raggiunge miss Maud.... -</p> - -<p> -— In uno scontro coi <i>boxers</i> il Comandante Fiorvante è -caduto.... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span> -</p> - -<h4>41.</h4> - -<p> -Su la terrazza a mare Mimì è accanto a Pierotto. Poco -prima, un grande brivido l'ha scossa tutta, dalla radice dei -capelli ai piedi. E, a Pierotto che trepido l'ha guardata, ella -ha detto ancora rabbrividendo entro di sè: -</p> - -<p> -— Non so.... Ho sentito la Morte passarmi vicino.... -</p> - -<h4>42.</h4> - -<p> -Il Residente conforta sua figlia. Povera Maud disperata! -Nel suo silenzioso amore ella non sapeva d'amarlo così.... -E il padre interroga, manda a cercare notizie, conferme, -smentite... -</p> - -<p> -— Il Comandante era alla testa di una compagnia da -sbarco... L'urto coi <i>boxers</i> è stato improvviso... S'è veduto il -l'ufficiale cadere nella mischia terribile... -</p> - -<p> -E Maud piange disperatamente tra le braccia paterne il -caro grande amico che le era così dolce vedere ogni giorno, -lì, accanto a lei, col suo sorriso malinconico, con quella -sua parola grave e tenera insieme, che dava ad ogni gioia -una malinconia e ad ogni dolore una consolazione... -</p> - -<h4>43.</h4> - -<p> -Senza notizie di lui, da tre mesi. Nella casa dolorosa, attorno -a Mimì, è un andirivieni d'ufficiali. Ministero, amici, -da per tutto è stato bussato. Nessuno spiraglio s'è aperto, -Lettere perdute? Lettere non scritte? Morto? Ferito? Lontano? -Nell'impossibilità di comunicare? -</p> - -<p> -Ecco ancora un ufficiale. Pierotto prima, Mimì poi, gli -corrono incontro. Ma anche lui, come gli altri, apre le -braccia... -</p> - -<p> -Nessuna notizia, ancora... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span> -</p> - -<h4>44.</h4> - -<p> -E, a migliaia di chilometri di distanza, alla Residenza Inglese, -è ancora la stessa ansia, è la stessa incertezza... -</p> - -<p> -Anche laggiù Maud interroga servi, marinai, ogni giorno. -</p> - -<p> -Anche laggiù il cuore si chiude ogni giorno più all'ultima -speranza. -</p> - -<p> -Si riapre se una faccia nuova sopraggiunga. Un'ansia, -un grido: -</p> - -<p> -— Nulla? -</p> - -<p> -— Nulla... -</p> - -<h4>45.</h4> - -<p> -Un giorno Pierotto è venuto di corsa a chiamarla: -</p> - -<p> -— Padrona, padrona... Di là, in salotto... Il Comandante... -Gli ufficiali.... -</p> - -<p> -Mimì è andata, lenta, rigida, come impaurita, quasi presaga. -E, appena varca la soglia, li ha visti lì, tutti, sparsi -per la sala, i volti gravi, gli occhi bassi. Nessuno s'è mosso -ad incontrarla. Hanno abbassato la testa, in segno di saluto, -da lontano. Solo i due più vicini alla porta le hanno preso -la mano, gliel'hanno sfiorata con un bacio. Ed è parso a -lei che quelle mani, prendendo la sua, tremassero... -</p> - -<p> -Pierotto la segue come un'ombra, come un cane, girando -e rigirando il berretto fra le mani, con gli occhi bassi ma lo -sguardo che fruga. Viene avanti, Mimì, guardando a destra, -guardando a sinistra. Nessuno parla. Che c'è? Perchè nessuno -parla? Perchè nessuno si muove? -</p> - -<p> -— Che c'è? -</p> - -<p> -Così ha chiesto a un ufficiale. Così chiede ad un altro. -Nessuno risponde. Perchè nessuno parla? Perchè nessuno -si muove? -</p> - -<p> -— Che c'è? -</p> - -<p> -Ancora la sua voce, strozzata in gola, interroga. Che c'è, -che c'è veramente? Ha intuito, ha capito... Ma non vuol comprendere -da sè la cosa orribile... Le par delitto avere capito... -<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span> -E avanza. E ancora interroga. E Pierotto, ombra, la -segue. La tremenda ansia di Mimì chiede conforto, chiede -speranza, chiede magari menzogna... Ma nessuno parla. -Perchè? Nessuno si muove. Perchè? -</p> - -<p> -Finalmente non regge più. Meglio la certezza che l'ansia -atroce. Si getta, Mimì, verso il Comandante e gli afferra un -braccio. Ed è il grido: -</p> - -<p> -— Mio marito? -</p> - -<p> -Ora, per la prima volta, gli ufficiali, immobili sempre ai -loro posti, levan gli sguardi su lei, mentre il Comandante, -con la mano tremante, cava di tasca un foglio — la partecipazione -ministeriale della morte — e gliela tende. -</p> - -<p> -Mimì ha preso il foglio con polso fermo e ha letto con -ciglio asciutto. Non ha fiatato. Non si è mossa. È lì, rigida, -pietrificata. Poi la bocca le si apre e ne esce un gemito -lieve e breve, un sospiro.... E, di piombo, precipitando. Mimì -s'abbatte al suolo, schiantata, fulminata... -</p> - -<p> -Sùbito gli ufficiali le sono attorno pietosi, commossi. E -Mimì apre gli occhi. Se li vede tutti attorno, come quando -c'era Fiorvante. E li guarda, stupita, coi suoi grandi occhi -senza lacrime, senza lacrime ancora. Perchè son tutti lì? -Perchè la guardano chini su lei? Perchè nessuno parla? -Perchè nessuno si muove? -</p> - -<p> -Perchè, perchè nessuno piange?... Ma piange lei, Mimì, -disperata, urlando finalmente il suo folle dolore, piange finalmente -lei, Mimì, per tutti... -</p> - -<h4>46.</h4> - -<p> -Tre mesi sono passati. Due dolori, ignoti l'uno all'altro, -in due case, in due cuori, ricordano inconsolabili il caro -scomparso. Ma anche nei grandi lutti incancellabili la vita -trascorre, il tempo passa, le abitudini riallacciano l'interrotta -catena delle giornate. Passa lunghe ore, Mimì, nello studio -di Fiorvante, là dove tutto, tutto le parla di lui, là dove sono -i quadri che gli piacevano e i libri che egli amava. Ecco -<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span> -un libro, un piccolo libro ch'egli prediligeva: la <i>Storia della -Dama del ventaglio bianco</i>, racconto cinese, di quella Cina -che doveva essere la sua morte e la sua sepoltura, di quella -Cina che Mimì odia ferocemente, nel furore di tutta la sua -disperazione. Ma quella piccola storia cinese è un piccolo -libro che Fiorvante amava tanto... E Mimì lo porta, religiosamente, -alle sue labbra. -</p> - -<p> -Che sole fuori e che freddo là dentro.. Mimì esce per -chiedere al sole, al grande consolatore d'oro, un po' di pace, -un po' di conforto, un po' di vita. E siede lì, in giardino, -nel suo cantuccio preferito. E apre a caso il libro che Fiorvante -amava, l'apre in un punto qualunque, tanto per leggere -qualche cosa, per deviare un poco il suo pensiero... -E legge... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span> -</p> - -<h3>SEGUITO DEL RACCONTO CINESE -CHE PUÒ SERVIRE DA INTERMEZZO.</h3> - -<p> -<i>Piangeva ogni giorno, da mesi, Madama Lu, il suo povero -e caro sposo perduto e veniva ogni giorno a piangerlo -ore ed ore su la sua sepoltura quando un giorno, su la -tomba contigua a quella del signor Tao, un elegante cinesino, -dal bel vestito bianco di lutto e il bel codino nero tutto -lucido e levigato, venne a piangere una dilettissima sorella. -Passarono i giorni, una settimana, due settimane. Ogni -giorno Madama Lu e l'avvenente cinesino si trovavano lì, -su le due tombe, alla medesima ora. E Madama Lu piangeva -il signor Tao e guardava fra una lacrima e l'altra -l'avvenente cinesino il quale a sua volta piangeva a calde lacrime -la dilettissima sorella e, fra lacrima e lacrima, guardava -con aria di trovarla assai carina l'addoloratissima -Madama Lu. Si guardavano così, ma non si parlavano. O -si parlavan con gli occhi: il miglior linguaggio perchè è -chiaro per tutti. E un giorno si parlarono anche con le bocche -perchè a Madama Lu cadde il grande ventaglio bianco -e l'elegante cinesino con gran premura si chinò a raccoglierlo. -E Madama Lu gli disse grazie, parola che in cinese -ha un gran valore di seduzione: non so come si scriva ma, -a sentirla, è dolce come una carezza.</i> -</p> - -<p> -<i>Avvenne da quel giorno che Madama Lu e l'elegante cinesino -si vedessero ogni mattina su le contigue sepolture -del compianto signor Tao e della dilettissima sorella e dai -regni bui della Morte partissero insieme, dopo le ore di -pianto, verso i rosei regni dell'Amore. Anche in Cina i giovanotti -eleganti sono intraprendenti e non sanno accompagnar -per via una bella signora senza parlarle d'amore. Così -l'elegante cinesino parlò un giorno d'amore a Madama Lu. -Avrebbe voluto questa rispondergli: non per le rime, ma -<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span> -piuttosto facendo rima: rima baciata. Ma non s'è giurato -per nulla... E Madama Lu, fedele al suo giuramento, resisteva -al fascino del nuovo amore, poichè non le era concesso -di baciar bocca di uomo prima che la terra fosse -asciutta su la sepoltura del suo compianto marito. E la -terra era ancora bagnata, anche perchè, quasi a far dispetto -a Madama Lu e piacere al signor Tao, i tempi erano eccezionalmente -piovosi. Pioveva a catinelle ogni sera. E il sole -aveva un bell'asciugar l'umidità ogni mattina. Ci pensavano -le grosse nuvole nere di mezzogiorno a rimettercene altrettante -ogni sera....</i> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span> -</p> - -<h4>47.</h4> - -<p> -— Cucù! Guardate chi c'è? -</p> - -<p> -Gli ufficiali, in punta di piedi, riuscendo con ogni cautela -a non far scricchiolare la ghiaia nei vialetti, sono giunti -in giardino dietro la poltrona nella quale Mimì è seduta a -leggere. E, di sorpresa, dietro le spalle, con un fazzoletto -le han tappato gli occhi... -</p> - -<p> -— Indovinate chi c'è? -</p> - -<p> -E le hanno posto qualcuno davanti. Tocca, Mimì, il nuovo -ospite, con le mani caute, per identificarlo. Un'uniforme, un -berretto: è, certamente, un ufficiale. -</p> - -<p> -— Ma chi? Garlini che viene da Taranto? Lanciani che -ritorna dal Mar Rosso? Zandrini che tutti aspettavano il -mese scorso di ritorno dalla sua spedizione equatoriale?... -</p> - -<p> -Ma le voci rispondono, a destra, a sinistra: -</p> - -<p> -— No... no... no... -</p> - -<p> -Ora Mimì non regge più all'impazienza, alla curiosità. -Tanto più che adesso le è parso di riconoscere: la fronte -larga, il naso corto, il mento pronunziato. In un gran gesto -improvviso si strappa il fazzoletto dagli occhi e, con un -grido, si getta indietro: -</p> - -<p> -— Ardea! -</p> - -<p> -Sì, Ardea di ritorno. Le sue mani non l'avevano nella -breve cecità ingannata: Ardea tornato improvvisamente, da -un giorno... La crociera terminata prima per necessità di riparazioni -alla nave... Ardea incontrato dagli altri ufficiali alla -porta del giardino di Mimì... venendo da opposte parti... -mentre anche Ardea veniva a far visita all'antica amica mai -dimenticata... -</p> - -<h4>48.</h4> - -<p> -Perchè trema Mimì, mentre appoggiata al braccio che Ardea -le ha offerto, rientra con lui nella casa? Quel ritorno -inaspettato, improvviso, le mette un fremito in tutto l'essere, -<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span> -le par quasi un sogno, un avvertimento, un oscura volontà: -volontà del destino. -</p> - -<p> -Su la soglia del salotto, uscito non si sa da dove, appare -Pierotto che si pianta su l'attenti al passaggio del suo -ufficiale; ma non appena questi è passato lo segue con uno -sguardo nero di diffidenza, ardente d'odio. -</p> - -<p> -Perchè? Segno, avvertimento del destino anche per lui? -</p> - -<p> -Sono nel salotto, adesso, Mimì ed Ardea. E Ardea le dice -la parte che ha presa al suo dolore. E poi le parla di sè, -della sua pena... Lunghe terribili ore ha egli attraversate, -passata la prima ora felice che è quella dell'ebrezza di sacrificarsi... -E ancora le dice che non l'ha mai dimenticata, -che ancora, disperatamente, non ostante la lontananza, non -ostante l'oblio tentato, che ancora l'ama, ancora e sempre. -E sempre l'amerà, come il primo giorno... -</p> - -<p> -Parole ardenti, appassionate, che vanno al cuore di Mimì... -Ma Pierotto, che sorveglia, che spia, riappare nella stanza, -gli occhi indagatori, con un vaso di fiori che nessuno ha -chiesto... E la visione di Pierotto richiama Mimì all'idea del -suo dovere. Ed ella mette una mano su la bocca di Ardea -per non permettergli di parlare ancora, di dirle ancora... -</p> - -<p> -— No... No... No... Non dica nulla, Ardea... Non dica nulla... -Nulla... nulla... nulla... -</p> - -<p> -Perchè nulla Mimì può ascoltare... Nulla... ancora... -</p> - -<h4>49.</h4> - -<p> -E le ritornano in mente, mentre Ardea, senza più parlare, -senza più toccarla, indugia accanto a lei, le ritornano -in mente le ultime parole ch'ella ha lette poco prima nella -<i>Storia</i> di Madama Lu... -</p> - -<p> -«... non le era concesso di baciar bocca di uomo prima -che la terra fosse asciutta su la sepoltura del suo compianto -marito... E la terra era ancora bagnata...». -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span> -</p> - -<h3>PARTE QUARTA</h3> -</div> - -<h4>50.</h4> - -<p> -Maud non è inglese per nulla. Ella ha portato con sè le -abitudini europee e una volta alla settimana una manicure -occidentale viene, con gli arnesi del mestiere nella borsetta -di velluto, a curar le unghie dei servi cinesi addetti alla custodia -e al servizio della Residenza. Qualche volta, quand'ella -torna a tempo da una delle sue grandi galoppate mattutine, -Maud assiste al lavoro della manicure. Trapiantando -da occidente a oriente l'usanza si spostano i termini e tra i -servi cinesi gli uomini sono assai più che le donne fieri -d'aver nette le unghie e di vedersele curate e nitide come -fossero di madreperla. -</p> - -<p> -Quel giorno Maud è tornata presto dalla sua passeggiata -a cavallo. In pantaloni kaki e stivaloni gialli, il casco sul -capo e il frustino in pugno, Maud s'è avvicinata alla manicure. -Costei ha in opera, adesso, la bella mano d'un servo -cinese tra i più onesti e i più fedeli. E lo sguardo di Maud -è fermato da qualche cosa che splende al dito medio del -servo. L'attenzione di Maud è stata ancor più richiamata -dalla voce della manicure la quale, nell'atto di prender la -mano sinistra del servo dopo aver finito di curar la destra, -ha esclamato: -</p> - -<p> -— Che anello! -</p> - -<p> -Maud ha volto il capo e sùbito l'ha riconosciuto con un -grido: -</p> - -<p> -— L'anello di Fiorvante! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span> -</p> - -<p> -Sùbito Maud chiama a sè il servo cinese. Guarda meglio -l'anello e si accerta: sì, è quello di Fiorvante, tanto caratteristico, -riconoscibile tra diecimila. Non v'ha dubbio. E -Maud interroga il servo spaurito: come mai ha quell'anello, -da quanto tempo e chi glielo ha dato?... Da quanto tempo? -Da ieri. Chi glielo ha dato? E il servo cinese, senza parlare, -accenna laggiù, laggiù... -</p> - -<p> -— A quanti chilometri da qui? -</p> - -<p> -Pochi. Una ventina. Maud è inglese anche in questo. Tra -l'idea dell'azione e l'azione non suol lasciare tempo in mezzo. -Ordina i cavalli per sè e per un seguito armato... E, dopo -dieci minuti, eccoli tutti in sella, compreso il servo cinese... -E via di galoppo verso laggiù... laggiù... dove il servo cinese -ha confessato d'aver ricevuto l'anello in cambio di -due sacchi di riso.... -</p> - -<p> -Ancora, in cammino, mentre galoppano, Maud continua -la sua inchiesta: -</p> - -<p> -— E come possedeva l'anello la persona che te l'ha dato? -Non glielo hai chiesto? -</p> - -<p> -E il piccolo servo cinese risponde quello che sa: -</p> - -<p> -— L'hanno preso, m'han detto, a un ufficiale che da quattro -mesi è prigioniero dei <i>boxers</i>... -</p> - -<p> -Quattro mesi? Maud conta rapidamente, marzo, febbraio, -gennaio, dicembre: le date coincidono. Son quattro -mesi, infatti, giorno più, giorno meno, che Fiorvante è scomparso... -«Arrivederci domani...». E non l'ha rivisto mai -più... Ma possibile, possibile?... Potrebbe dunque ancora, -Fiorvante, essere vivo? -</p> - -<p> -E come pianta gli speroni nei fianchi del cavallo per -galoppare sempre più presto, per volare addirittura, per far -quei venti chilometri in un lampo... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span> -</p> - -<h4>51.</h4> - -<p> -Seduta al pianoforte Mimì suona. È pianista accurata, -piena di sentimento, senza maestria. Accanto a lei, rapito -a guardarla e intento a volgerle le pagine, è lui, Ardea... -Due, tre volte Pierotto è entrato, con un pretesto o con l'altro... -Due, tre volte Mimì s'è sentito addosso un muto rimprovero, -un tormentoso sospetto dell'ex-attendente... -</p> - -<p> -Ora Mimì e Ardea sono usciti su la terrazza a mare. È -il crepuscolo. Una grande nave tutta bianca, già risplendente -da tutti i suoi lumi, richiama l'attenzione di Mimì. -Escita dal porto, traversa adesso il mare. E Mimì indica -la nave: -</p> - -<p> -— Partì una sera, così... -</p> - -<p> -Ma Ardea interrompe l'elegia e, presale una mano, esclama: -</p> - -<p> -— Non ricordare... Ora sono io, sono io accanto a te... -</p> - -<p> -Libera, Mimì, la sua mano e si allontana un poco da -Filippo. Parole ardenti e contatti le sembrano ancora sacrilegio. -E i suoi occhi si fissan laggiù, sul mare, dove lo -vide partire, donde non vedrà più il suo ritorno... -</p> - -<p> -E non vede che più in là, appoggiato al loro stesso parapetto, -anche Pierotto, schiantato senza il suo padrone, -guarda il cielo, guarda il mare e, nell'ingenuità buona della -sua anima, si dice cento volte al minuto: -</p> - -<p> -— Potesse un giorno, per miracolo, ritornare... -</p> - -<h4>52.</h4> - -<p> -Alla Residenza di Sua Maestà Britannica, la sera istessa, -luminarie, feste, musiche, danze, notte lunga sott'il cielo -stellato di primavera. Fiorvante passeggia al braccio di -Maud, per il giardino tutto fiori e tutto luce. Rivede ancora, -Maud, il miracoloso modo di rintracciarlo, di salvarlo, la -lotta corpo a corpo, sostenuta per istrapparlo alle sue catene -e ai suoi carnefici, lo stato lacrimevole dei suoi vestiti e -<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span> -del suo volto tutto coperto di lunga barba... E la miracolosa -fuga a cavallo — lei e Fiorvante sul medesimo cavallo — mentre -la lotta fra servi cinesi e <i>boxers</i> ferocemente -continuava. E il ritorno alla Residenza, e la gioia di tutti, -e l'incontro col Residente che non crede ai suoi occhi, e il -modulo di telegramma chiesto per avvertire tutti, sùbito, -in Europa, e sopratutto la moglie, la moglie che lo piange -per morto e non attende mai, mai, mai, questo suo incredibile, -inverosimile ritorno... -</p> - -<p> -E Maud, mentre vanno fra canti e suoni, ritrova la sua -impressione dolorosa, lo spasimo acuto del suo cuore sentito -nel momento in cui Fiorvante chiedeva quel modulo -per telegrafare a sua moglie, un'ora dopo appena, un'ora dopo -ch'ella, con un manipolo di servi, aveva lietamente, eroicamente -e follemente arrischiato la vita per istrapparlo ai -<i>boxers</i> di cui era prigioniero... -</p> - -<p> -Giusto, giusto ch'egli abbia sùbito voluto telegrafare alla -moglie... Ma quanta ingiustizia nella giustizia del cuore -umano! E non poteva egli, poichè la moglie lo credeva -morto, lasciarsi credere tale un giorno di più e dare a lei, -per ventiquattr'ore almeno, l'illusione d'averlo salvato non -per gli altri ma per sè? -</p> - -<p> -Andando sempre avanti a loro sono usciti, dal cerchio -di luce delle illuminazioni. Son fuori, adesso, lungi dalla -Residenza, di fronte a un cielo di perla su cui splende, -bassa, a fil d'orizzonte, ed enorme, una luna arancione. I -canti cinesi e le musiche primitive che li accompagnano, -stridule, discordanti, grattate, più che suonate, su le corde -dure degli strumenti, non sono più che echi lontani portati -loro bel vento fresco dalla zona illuminata che lasciano -dietro le loro spalle. Dice Fiorvante la sua gratitudine: -</p> - -<p> -— Mi avete, Maud, ridato la vita! -</p> - -<p> -Maud ripensa alla donna lontana, al telegramma partito -il giorno stesso: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span> -</p> - -<p> -— Vorrei che voi foste in grado di accettare il dono di -tutta la mia! -</p> - -<p> -Stretti l'uno all'altra son lì, come se tutto il rimanente -mondo fosse abolito e l'universo altro non fosse che quel -cielo di perla con quell'enorme luna arancione che sembra -sempre più grossa, sempre più gonfia e dilatata, luna idropica -d'Estremo Oriente, luna di caricatura cinese su una scatola -di lacca, tra quei due alberelli vuoti come scheletri che la -chiudono e l'incorniciano su l'orizzonte. Luna d'incubo. Ardor -di primavera. Notte d'amore. E le loro bocche son per -unirsi. Ma Fiorvante si ritrae e stacca Maud da sè: -</p> - -<p> -— No... No... Non posso... Non devo... -</p> - -<p> -E solo bacia la piccola mano fredda della fanciulla che -s'abbandona a piangere su la sua spalla, di fronte all'enorme -e goffa luna arancione che sembra piantata come un disco, -quasi impiccata, su le punte aguzze, su l'esile forca dei due -alberelli. -</p> - -<h4>53.</h4> - -<p> -La vanno ancora a trovare, quasi ogni giorno, anche nel -tempo del suo lutto, anzi più che mai nel tempo del suo lutto, -gli ufficiali, gli antichi amici, i «cari ragazzi». Eccoli lì. -Son tutti intorno a lei. Di lassù, sott'il chiosco, in cima all'invisibile -scaletta, sotto quella cupola d'edera che par fiorita -su dal mare, ella li vede qua e là, uniformi bianche -tra il verde, passeggiare, fumando, ridendo, al sole, nel suo -giardino. Accanto a lei, lassù, c'è Ardea, solo, Ardea che -ancora le parla del suo amore rinato con irresistibile violenza, -del suo amore non interrotto mai: -</p> - -<p> -— Ti amo... Ti amo... E tu amavi me prima di lui. E -l'equivoco è nato... Io non ho mai cessato un'ora d'amarti... -Ah, quali errori, anche amando, l'orgoglio consiglia... -</p> - -<p> -E Mimì lo ascolta, gli occhi smarriti, l'affanno nel petto... -È così sola, è così triste, Mimì, e ha amato tanto Ardea... -Ma non vuole, non deve... Vuol rimanere fedele al suo morto... -<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span> -Potrà?... Vorrà sempre?... Già la sua parola, nell'ansia, tradisce -il più profondo pensiero, il pensiero neppure a sè -stessa confessato: -</p> - -<p> -— No, non dirmi che mi ami... Non dirmi ancora, Filippo, -che mi ami... -</p> - -<p> -Il cuore avverte il pericolo assai prima della coscienza. -Il cuore conosce sè stesso. E il semplice cuore di Mimì, che -adorava Ardea, che s'è creduto offeso e abbandonato da Ardea, -che ha chiesto e ottenuto da Fiorvante la consolazione -e la rinascita, che è stato consolato, rifiorito e felice per tre -mesi nella libertà dell'amore e per altri tre mesi nella gioia -della casa, il semplice cuore di Mimì sente che non può -stare solo, che non può essere vuoto... Ma deve, deve ancora -star solo... Terra ancora umida, Madama Lu! Terra che -continuerà forse sempre ad essere umida poichè tu, Mimì, -sempre la bagni con le tue lacrime... -</p> - -<p> -— Padrona! -</p> - -<p> -Mimì e Filippo si volgono con un sussulto, come fossero -stati sorpresi. La voce dura e sorda di Pierotto, che scoppia -sempre d'improvviso accanto a loro e sempre alle spalle, -riesce ogni volta a sgomentarli... E quello sguardo duro, -indagatore, di quel marinaio che non parla, ma guarda e -osserva e tutto dice con gli occhi, e tutto nel suo cupo silenzio -rimprovera... -</p> - -<p> -Pierotto ha portato un telegramma. Mimì l'apre con indifferenza. -Chi mai nel mondo può, oramai, interessarla? -Ma dà un grido, agita in aria le braccia, chiama, chiama -tutti attorno a sè e corre lei stessa incontro a tutti, giù per -la scaletta: -</p> - -<p> -— È vivo! È vivo! È vivo! -</p> - -<p> -Tutti sono accorsi, nella confusione, nel tumulto, attorno -a Mimì che per la commozione è quasi svenuta fra le braccia -degli ufficiali mentre il telegramma di Fiorvante circola -di mano in mano: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span> -</p> - -<p> -«Prigioniero dei <i>boxers</i>, miracolosamente salvato, tornerò -con la prima nave in partenza». -</p> - -<p> -Poichè tutti sperano nei miracoli ma nessuno ci crede -quando qualche cosa che ha l'aria del miracolo avviene la -gente l'accoglie con un'aria d'intontimento in cui c'è ancora -anche contro l'evidenza, un'ultima incredulità. -</p> - -<p> -Quando ritorna in sè Mimì tutta s'illumina nel volto -con un sorriso vedendo dinanzi a sè, il telegramma in una -mano, il berretto agitato nell'altra, saltare, come impazzito -di gioia, sul suo piede rotto e abbracciar tutto e tutti, alberi -e ufficiali, e anche lei, anche lei, — sì, anche lei, Mimì... — il -marinaio fedele, il cane da guardia... -</p> - -<p> -Solo uno Pierotto non ha abbracciato e non ha voluto -abbracciare, consapevole e logico anche nell'ebrezza della -gioia: Ardea, che è lì, solo, silenzioso, in un angolo... -</p> - -<h4>54.</h4> - -<p> -Fuori i cancelli di legno della Residenza i cavalli aspettano -per Fiorvante e per la sua scorta. Il suo bagaglio è -già partito, sui dorsi dei muli. Il Residente è andato a prepararsi -per accompagnar Fiorvante a cavallo per un tratto -di strada. I servi cinesi son già tutti venuti a inchinarsi -all'ospite che se ne va. Fiorvante e Maud sono soli. E tende -Maud un'ultima volta le mani a Fiorvante: -</p> - -<p> -— Addio... Addio... Non potrò mai... mai dimenticarvi... -</p> - -<p> -Profondamente commosso, legato a lei da così grande -riconoscenza, preso d'amore per lei fino al grado d'una tentazione -cui è possibile resistere, ancora una volta Fiorvante -le bacia le mani. Ed ella dice, ancora: -</p> - -<p> -— Nulla... Nulla ho più nella vita, poichè voi partite e -poichè questo mio grande sogno è impossibile... -</p> - -<p> -E quando Fiorvante, chiamato esce per partire, ancora -la voce commossa di lei gli dice: -</p> - -<p> -— Non potrò mai dimenticarvi... Lontana migliaia e migliaia -<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span> -di leghe sempre vostra rimarrò nel sogno... poichè -questa gioia, nella realtà, non mi fu data... -</p> - -<p> -E quando i cavalli partono Fiorvante vede ancora — e -sempre vedrà — il fazzolettino bianco che lo saluta e, di -laggiù, un attimo, prima di svoltare, prima di scomparire, -la bianca figurina dell'innamorata che si rovescia a terra fra -i servi che accorrono... -</p> - -<h4>55.</h4> - -<p> -Mentre con la nave del ritorno Fiorvante, diviso il cuore -e il pensiero fra due continenti, traversa in lunghe ed eguali -giornate gli eguali oceani, Mimì, nella casa ove l'aspetta, -dice ad Ardea, che ancora tenta di stringerle una mano e di -riprenderle il cuore: -</p> - -<p> -— No... Lasciami... Tutto deve essere finito... -</p> - -<h4>56.</h4> - -<p> -Ma, ritornato Fiorvante, tutto non è finito. -</p> - -<p> -È trascorso già un mese dal giorno che è ritornato e -che si è ripresa Mimì fra le braccia dopo d'averla per sempre -perduta, dopo d'essere stato pensato da lei perduto per -sempre.. Gioia, gioia grande di ritrovarsi, sempre inferiore -tuttavia al dolore di quando ci siamo lasciati... Poichè -il dolore ha intensità che la gioia non conosce e che -non può conoscere se non diventando, nello spasimo, dolore -a sua volta... -</p> - -<p> -Il Comandante e Ardea sono stati a colazione da loro. -Il Comandante adesso si congeda, bacia la mano di Mimì... -Di Mimì che sorride e dice: -</p> - -<p> -— Si rammenta, Comandante, quel terribile giorno?... -</p> - -<p> -E Fiorvante lo riaccompagna, fuori, nel giardino. -</p> - -<p> -Rimasto solo con Mimì, Ardea cinge la vita di lei e le -parla all'orecchio. Son tutt'e due frementi, convulsi... -</p> - -<p> -— Voglio... devo parlarti... l'ultima volta... -</p> - -<p> -Mimì negando, tentando di svincolarsi. Ardea insiste e la -<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span> -tiene stretta con un braccio di ferro che la schianta. Pierotto, -entrato in punta di piedi a recare la posta, è, non veduto, -dietro di loro. -</p> - -<p> -— Parlarti... l'ultima volta... -</p> - -<p> -E, disperata, perduta, sgomenta, Mimì concede... -</p> - -<p> -— Alle cinque. Al Padiglione di Villa Rosa. -</p> - -<p> -Pierotto avanza con un volto tragico, deformato, cui non -badano. Al rumore del passo sùbito Mimì e Ardea si sono -sciolti, ricomposti... Come li guarda, Pierotto, come li guarda... -dopo che ha deposto il corriere su la tavola di Fiorvante... -e mentre si allontana... Ma non ci badano... Lo conoscono. -È quello il suo modo di essere, il suo modo di fare. -</p> - -<p> -E Fiorvante rientra. -</p> - -<h4>57.</h4> - -<p> -Sono le cinque. Lente ore d'una quieta giornata nella -serena intimità della casa felice... Mimì è di là, nelle sue -stanze... Fiorvante è alla sua scrivania, intento a leggere. -</p> - -<p> -Piano piano, la porta s'è aperta... È Pierotto che porta il -caffè. Viene avanti, in punta di piedi, talchè Fiorvante lo avverte -solo quando l'ha vicino... Come Pierotto gli versa il caffè, -e smuove lo zucchero, e lo guarda bere... Ora Fiorvante ha -preso una sigaretta e chiede a Pierotto un fiammifero. Pronto, -devoto, Pierotto lo serve sorridendo coi gesti teneri e timidi -d'una madre schiava del suo figlio re. E Fiorvante lo guarda -sorridendo e gli soffia il fumo negli occhi, per ridere, per -farlo tossire, così, così... Poi gli mette una mano su la -spalla battendovela sopra in segno d'affetto e lo congeda: -</p> - -<p> -— Va, caro, va... -</p> - -<p> -E si rimette a leggere, in serenità. -</p> - -<h4>58.</h4> - -<p> -Al Padiglione di Villa Rosa Mimì è giunta prima di -Ardea. Avvolta in un gran mantello nero è entrata di corsa -nella serra come se fosse inseguita. E, infatti, è inseguita: -inseguita dalla paura e dal rimorso... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span> -</p> - -<p> -Gira qua e là, senza pace, di sgabello in sgabello. E -tanta, tanta è la sua angoscia, tanta è la sua paura che -quando Ardea sopravviene ella gli si getta d'impeto nelle -braccia, come per cercarvi scampo, come per rifugiarvisi... -</p> - -<p> -E si volgono, d'un tratto. Che cos'è questo rumore? Chi -è passato nella serra, tra le foglie?... Sembrava che qualcuno -strisciasse per terra... Ma non c'è nulla... nessuno... -Ardea rassicura Mimì: -</p> - -<p> -— Il vento che entra da quel finestrone aperto... -</p> - -<p> -Fuori della serra, volando sul suo piede zoppo, il cane -da guardia corre verso la casa. -</p> - -<h4>59.</h4> - -<p> -... verso la casa dove Fiorvante continua a leggere in -serenità. Poichè nulla minaccia la sua ora felice. -</p> - -<p> -Pierotto è dietro di lui... ancora affannato per la corsa -dalla serra alla casa... Ma Fiorvante non l'ha sentito. Pierotto -leva una gamba, vi appoggia sopra un foglietto di -carta tolto di tasca e con una matita vi scrive sopra in -grossi caratteri elementari: -</p> - -<p> -«Morto ho difeso la tua memoria. Vivo difendo il tuo -onore, padrone. Ardea non è tuo amico. E la signora tua -non ha peccato. Ma tu devi a tempo salvarla». -</p> - -<p> -Combattimento supremo tra il suo dovere e la pietà per -quella pace serena del suo padrone felice che legge, che -ora l'ha sentito dietro di sè e che, voltando pagina, solleva -un momento gli occhi e volge il capo per guardarlo, per sorridergli... -Del biglietto, intanto, Pierotto ha fatto una pallottolina -e, quando nel combattimento è vittorioso il dovere e -Fiorvante ha ripiegato il viso su la sua lettura, Pierotto -lancia la pallottolina da dietro le spalle del padrone. E la -pallottolina cade lì, sotto gli occhi di Fiorvante, su le pagine -aperte. -</p> - -<p> -Dopo un primo movimento di stupore e uno sguardo a -Pierotto che è lì, dietro di lui, impietrito, sgomento, una -<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span> -mano nell'altra, tutto scosso dentro da un fremito ch'è la -paura di ciò che istintivamente ha fatto, Fiorvante apre la -pallottolina e legge il biglietto. D'un balzo è in piedi con -un grido ch'è un ruggito. E si slancia su Pierotto caduto -a terra, bianco di paura, con le mani tremanti e supplici, -ma con gli occhi pieni di volontà, d'energia, di odio per -coloro che tradiscono... -</p> - -<p> -— Che cosa hai scritto, qui? Vuoi che ti strozzi? -</p> - -<p> -E la mano è alla gola di Pierotto. Ma questi non protesta, -non fugge, non si libera dalla stretta... Solo con gli -occhi parla, grida, urla e con la mano convulsa indica là, -là, fuori della porta, oltre il giardino, oltre il muro di -cinta, oltre i cipressi, indica, laggiù, laggiù, la serra di Villa -Rosa... -</p> - -<h4>60.</h4> - -<p> -— Bisogna aver la forza di resistere... di rinunziare... -Così ha detto Mimì svincolandosi dalle braccia di Ardea -che l'avvolgono, che la stringono. Ma Ardea la ghermisce -di nuovo: -</p> - -<p> -— L'hai tu? -</p> - -<p> -E di nuovo la stringe, l'attira a sè, petto contro petto, -respiro contro respiro... Mimì si getta indietro, disperata, -nell'ultima lotta: ma come son forti le braccia di Ardea, -come formano un cerchio sempre più stretto, che l'avvicina -a lui sempre più, che quasi unisce i respiri, gli affanni e le -bocche... -</p> - -<p> -— Tu! Tu! -</p> - -<p> -E, d'un balzo, Fiorvante è su Mimì e, afferratala per le -braccia, la scuote, la getta lontano. Poi Fiorvante si volge. -Ardea s'è fatto indietro, le braccia conserte, aspettando l'inevitabile. -E Fiorvante lentamente avanza su lui, lo fissa -terribile negli occhi che Ardea abbassa al suolo. -</p> - -<p> -Nella spinta Mimì è caduta a terra. Vedendo i due uomini -di fronte, pronti a colpire, vicini alla tragedia, Mimì -<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span> -si trascina a terra per giungere fino a Fiorvante e prendergli -le gambe con le braccia avvinghiandosi tutta a lui, per -allontanarlo da Ardea, per richiamar su di sè tutta la sua -collera... -</p> - -<p> -— No... No... Non ho peccato... Te lo giuro... Il passato è -ritornato... Ma l'ho respinto... Lo scacceremo insieme... -Sarò tua, tutta tua, come prima, per sempre... -</p> - -<p> -E, forte lei adesso d'una forza che la disperazione le dà, -si stringe sempre più a Fiorvante, sempre più l'allontana -da Ardea immobile, e lo trascina, lo trascina, finchè, inciampando -e sentendosi mancare, Fiorvante cade su la -panchina e nasconde nelle mani il suo pianto disperato, -soffocato... -</p> - -<p> -Raggomitolato a terra, senza neppur respirare, Pierotto -guarda... Vorrebbe ora, vedendo piangere così il suo padrone, -tornare indietro... Vorrebbe... ma non è più possibile. -Tutto è già avvenuto. E Mimì è ai piedi di suo -marito. -</p> - -<p> -E Pierotto, gomitolo buio in un angolo, si fa sempre più -piccino, sopraffatto dalla tragedia, per non esser sentito, per -non esser veduto... -</p> - -<h4>61.</h4> - -<p> -È notte. Fiorvante è nel suo studio appena illuminato -da una lampada su la scrivania. Il marinaio, muto, immobile, -è accovacciato a terra, cane sul tappeto, ai piedi -del padrone, attento a ogni gesto del padrone... -</p> - -<p> -Il padrone è li — da quanto tempo? — nel cerchio di -luce della lampada gialla, un gomito su la tavola, il volto -nella mano, gli occhi fissi laggiù nell'ombra, aperti, spalancati -su la rovina. Finalmente Fiorvante si leva per andare -alla biblioteca, in fondo, e prendervi un piccolo libro col -quale ritorna alla sua scrivania e risiede, gomito su la tavola -come prima, volto nella mano come prima. E il libro -non l'ha aperto. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span> -</p> - -<p> -Dietro la vetrata del giardino c'è un'ombra bianca, che -guarda, apre la porta e viene avanti piano, leggera. È -Mimì, dolore errante per la casa, da ore, senza parola, senza -riposo. Fiorvante non l'ha udita. L'ha veduta, però, il -marinaio e, dalla sua cuccia, le fa cenno silenziosamente -col braccio affinchè vada da Fiorvante e si getti ai -suoi piedi. -</p> - -<p> -— Avanti! Avanti! -</p> - -<p> -Ma invece di venire avanti Mimì va indietro, sempre -più indietro e, ombra, fantasma, senza neppure essere entrata -nel cerchio della lampada, si allontana, scompare. Il -cuore vorrebbe. Ma coraggio non ha... -</p> - -<p> -E Fiorvante ha aperto il libro, a una pagina segnata, -dove il suo occhio sùbito ritrova le parole cognite... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span> -</p> - -<h3>SEGUITO DEL RACCONTO CINESE -CHE PUÒ SERVIRE DA CONCLUSIONE.</h3> - -<p> -<i>Madama Lu amava il cinesino che l'adorava. E tuttavia -ell'era fedele al suo giuramento e resisteva. Fedele, sì, al -suo giuramento; ma è duro, è assai duro rimaner fedeli ai -viventi e ai vicini. Più duro ancora è, in Cina ed altrove, -rimaner fedeli ai lontani ed ai morti, ai morti due volte -lontani.</i> -</p> - -<p> -<i>Quante volte l'elegante cinesino, durante le loro passeggiate -fra le peonie dei bei giardini cinta la vita di Madama -Lu, tenta di darle un bacio... Ma, per fortuna, Madama Lu -ha sempre con sè il suo grande ventaglio bianco che, aperto -a tempo, fra bocca e bocca, fa scudo... uno scudo di piume... -alla sua virtù...</i> -</p> - -<p> -<i>Duro esser fedeli ai lontani ed ai morti, ai morti due -volte lontani. E più duro ancora, e più triste, dover rinunziare -all'amore quando s'è giovani e tutto intorno, nei fiori -e negli uccelli, nel chiaror dei cieli e nel tepor dell'aria, nei -corsi d'acqua e nei fili d'erba, tutto, tutto, tutto è rinascita, -tutto è amore, tutto è primavera...</i> -</p> - -<p> -<i> — Addio! Addio! A domani.</i> -</p> - -<p> -<i>E Madama Lu, nel giardino in fiore si separa con indicibile -strazio dal bel cinesino e rientra triste, sola, nella -sua casa vuota, senza calore e senz'amore. Ma ella aveva -giurato di non baciare altro uomo prima che la terra fosse -asciutta su la sepoltura del suo amatissimo marito, il signor -Tao...</i> -</p> - -<p> -<i>E continuan così a vedersi ogni giorno su le due sepolture -contigue. Quante volte il cinesino ha raccolto nella -mano un po' di terra, quante volte l'ha raccolta nella piccola -mano Madama Lu, umida ancora!... Ma se la terra -<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span> -tarda ad asciugarsi i due innamorati, poverini, languono -d'amore.... E un giorno, finalmente, non reggendo più al triplice -invito dell'amore, della giovinezza e della primavera, -Madama Lu, raccolta ancora su la sepoltura la terra ancora -bagnata, apre il suo grande ventaglio bianco e comincia -a far vento affinchè la terra su la tomba di suo marito -possa asciugarsi più presto!</i> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span> -</p> - -<h4>62.</h4> - -<p> -E Fiorvante chiude il libro. La <i>Storia della Dama dal -ventaglio bianco</i> è finita. E sul piccolo racconto filosofico -Fiorvante si ferma a meditare... -</p> - -<h4>63.</h4> - -<p> -Un'ora è trascorsa. Al lume della lampada Fiorvante rilegge -la lettera scritta per Mimì, lettera che poi depone lì, -su la scrivania, sotto un cristallo, affinchè ella la trovi domattina... -È una lettera d'addio, senza rimproveri. Il torto -è sempre dei lontani, degli assenti. E chi è morto non -deve ritornare a disturbare la vita di quelli che continuano -a vivere non ostante i giuramenti fatti ai morti. Non c'è -posto, fra gli uomini, nel loro continuo andirivieni, pei fantasmi -che ritornano troppo tardi quando la vita, oltre la -morte, è ricominciata... -</p> - -<p> -Una valigia è pronta, lì accanto, col cappello di Fiorvante. -Questi fa cenno al marinaio di prenderla. -</p> - -<p> -— Andiamo! -</p> - -<p> -E vanno, piano, per non destare nessuno, per andarsene -così, senza saluti, senza pianti, così, scomparendo... Giunti -su la soglia tra casa e giardino Fiorvante si volge un'ultima -volta a guardare in quelle quattro pareti il nido distrutto -della felicità, le care cognite cose tanto amate... -</p> - -<p> -— Addio per sempre, casa del sogno d'una vita felice! -</p> - -<p> -E, mentre chiude gli occhi su quel caro mondo che lascia, -su quella felicità sognata e spezzata, un'altra felicità -gli appare, lontana ma raggiungibile: Maud fra le sue donne, -seduta a terra su le stuoie della Residenza, così assorta nel -ricordo lontano, nel sogno cui s'è promessa per tutta la -vita, che ad ogni colpo di <i>tam-tam</i> ella sobbalza, quasi dal -sogno felice tornasse, d'improvviso, nel chiuso cerchio della -realtà in cui le ali urtano e si spezzano... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span> -</p> - -<h4>64.</h4> - -<p> -E, fuori, nella luna, d'innanzi alla bianca casetta addormentata -fra stelle ed edera, appoggiato a un albero, mentre -aspetta che Pierotto carichi i bagagli su la vettura che è -laggiù, alla voltata, perchè nessuno possa udirne il nome, -Fiorvante ascolta il sogno che muore e che gli parla: -</p> - -<p> -— Sogno d'eterna e serena felicità io esco, amico, dalla -tua vita. E tu ti trovi solo, adesso, più solo di quando io -ti ho incontrato. Ma c'è una legge suprema che viene a -separarci: questa legge si chiama tempo, questa legge si -chiama lontananza, questa legge si chiama assenza. Non -sono io, sogno tuo, nato dall'assenza d'un altro? E non -sono io, sogno tuo, morto nella tua assenza? La volontà -della vita è assoluta: poichè non vuol posti vuoti, fa dell'attesa -una vana parola e un'inutile promessa, fa del ritorno un'inutile -speranza e una folle illusione. Non si ritorna mai a -quello che s'è lasciato. Mai si riallaccia, mai si riannoda -quello che s'è interrotto. Se la vita perde una maglia tutto -è da ricominciare. E tu sognasti l'amore, una sera, una -sera di plenilunio come questa, davanti a questo stesso -mare, tu sognasti l'amore e tu fosti forte, per ottenerlo, -contro un assente. Ma l'assente è ritornato. La vita è ricominciata, -diversa. E quello che è ritornato, per riottenere -l'amore, è stato a sua volta forte contro te assente. E ora, -poichè il posto è suo, non c'è più posto per te. Io esco dal -tuo cuore. E tu te ne vai. La strada è nemica al destino -degli uomini, è nemica del sogno di felicità poichè ad ogni -passo è l'ignoto, poichè ogni giorno seppellisce nella polvere -rossa della sua aurora il giorno che l'ha preceduto. E, -per il cuore, è sempre domani... -</p> - -<p> -Ma un'altra voce parla a Fiorvante, un'altra voce che è -quella d'un sogno nuovo: -</p> - -<p> -— Sì, per il cuore, la vita è sempre domani... Ed io sono, -amico che riparti, il tuo domani... Se una felicità quaggiù -<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span> -t'è stata carpita, un'altra felicità tu hai lasciata lontano, ad -aspettar follemente l'impossibile... Non sempre assenza vuol -dire addio: talvolta assenza vuol dire eterno ricordo, insanabile -rimpianto, disperata inconsolabilità... Domani, domani... -Domani è la piccola donna rimasta laggiù, domani -è la creatura eroica che t'ha salvato la vita, non per sè, ma -per gli altri, non per tenersela, ma per donarla, ineffabile -olocausto al diritto di quelli che son venuti prima... E tu, -fedele al diritto di quelli che son venuti prima, hai lasciato -un cuore appassionato senza speranze, per sempre... -Ma il piccolo cuore ti disse: «Non avrò mai altro -sogno se questo sogno è impossibile e non avrò mai altro -amore se amarvi non m'è concesso...». Domani, amico, è -laggiù, oltremare, oltre la tua vita d'oggi, oltre il tuo sogno -caduto... Pochi giorni di navigazione verso la terra promessa... -e tu sarai felice... Io, sogno, più leggero di te, volerò -laggiù prima di te, dirò a colei che ti aspetta senza -speranza: «Il miracolo è compiuto. E la tua felicità, cui dicesti -addio per sempre, sta per ritornare...» -</p> - -<p> -Ma Pierotto chiama, con voce sorda, dal cancello: -</p> - -<p> -— Padrone, andiamo. -</p> - -<p> -E Fiorvante va, quasi senza dolore, perchè ogni giorno -seppellisce nella polvere rossa della sua aurora il giorno che -l'ha preceduto. E, per il cuore, è sempre domani... -</p> - -<p> -Domani... -</p> - -<h4>65.</h4> - -<p> -Fiorvante ha chiesto al Ministero di poter tornare ad -imbarcarsi per l'Estremo Oriente. Da otto giorni, in compagnia -d'un amico, seguito da Pierotto che questa volta non -lo lascerà dovesse andare a nuoto fino in Cina, da otto -giorni Fiorvante, a Montecarlo, attende che il Ministero -risponda, che l'ordine venga... -</p> - -<p> -Ma Pierotto entra come quando ha buone notizie da portare: -un fulmine, a ciel sereno. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span> -</p> - -<p> -— C'è un amico. Il guardiamarina Francucci. -</p> - -<p> -La cosa, che sembra far gran piacere a Pierotto, non -sembra farne affatto a Fiorvante, il quale fa cenno al marinaio -di far entrare e rivoltosi all'amico chiede: -</p> - -<p> -— Che cosa vorrà questo ragazzo da me?... Perchè vengono -ad annoiarmi ed a scovarmi fin qui? -</p> - -<p> -Francucci è entrato, timido, impacciato. Non sa che dire. -Poi diventa tutto rosso e osa mormorare: -</p> - -<p> -— C'è di là... sua moglie... -</p> - -<p> -Pierotto ride, felice. Fiorvante è balzato in piedi e Mimì, -senza aspettare che le dicano d'entrare, è già entrata, s'è -gettata ai piedi di Fiorvante ripiombato a sedere ed ha il -capo su le ginocchia di lui... Francucci e l'amico sentono -ch'è un gran momento e si allontanano per lasciarli liberi... -</p> - -<p> -— Io non voglio lasciarti, mormora Mimì. Io non voglio... -Io ti amo! Ti amo! -</p> - -<p> -E si stringe a lui, per abbracciarlo, per raggiungere il -suo viso, la sua bocca. Ma Fiorvante sorride melanconicamente -e scuote il capo: -</p> - -<p> -— No... Tu non mi ami più, Mimì... Tu hai pietà... E -non è la stessa cosa... -</p> - -<p> -Come si dispera, Mimì! Come si aggrappa, Mimì! Come -vorrebbe che Fiorvante se l'abbracciasse, la prendesse su -le ginocchia e le desse forza... Ma Fiorvante le solleva il viso -nascosto, e, prese le sue tempie nelle mani, la guarda in -fondo agli occhi e in fondo all'anima e l'ammonisce: -</p> - -<p> -— No... Non posso accettare il tuo sacrificio d'onore... -Non rinunziare, Mimì alla tua felicità se la tua felicità è -quella... La vita è una sola... -</p> - -<p> -E Mimì che sa quanto Fiorvante ha ragione e non vorrebbe -che l'avesse, scoppia a piangere dirottamente. I due -amici appaiono, oltre la vetrata, nell'altra stanza. E Fiorvante, -fatto un cenno, chiamati gli amici, solleva da terra -Mimì: -</p> - -<p> -— Francucci... La riaccompagni. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span> -</p> - -<h4>66.</h4> - -<p> -Pierotto gli ha dato notizie: sa, Fiorvante, che Mimì è -ripartita con Francucci, senza lacrime, quasi senza pena. -È ripartita, per sempre. Ardea l'aspetta laggiù, in un altro -paese, per un'altra vita. Ed egli che l'ha tanto amata, non -la rivedrà mai più... -</p> - -<p> -Mai più... -</p> - -<p> -E perchè non soffre? Perchè non piange? Perchè non -sente l'orrore dell'indifferenza che segue l'estasi, del buio -freddo in cui s'affonda il sole? È tranquillo, pacificato, quasi -sereno... Vorrebbe piangere: non ha lacrime. Vorrebbe ricordare: -non ha ricordi. I ricordi si perdono, pallidi, indecisi, -non più realtà, ma ombre... -</p> - -<p> -Ombre d'un passato che la luce della vita nuova -cancella, impressioni del tramonto, rimaste non su le cose -ma negli occhi, e che lo splendore della nuova aurora disperde... -</p> - -<p> -Eterna vicenda d'ombre e di luci, incessante rinnovamento, -infinita rinascita del giorno dalle sue ceneri... -</p> - -<p> -Vita! -</p> - -<h4>67.</h4> - -<p> -Una sera, pochi giorni dopo, in una busta ministeriale, -l'ordine d'imbarco per l'Estremo Oriente è giunto. Fiorvante -è sùbito corso su la soglia della sua camera da letto -ove Pierotto riordinava nei comò: -</p> - -<p> -— Fa' presto, Pierotto... Le valigie in due ore... Domattina -si parte. -</p> - -<p> -Si parte? Che gioia ha Pierotto e come batte le mani... -E come si dà da fare, un quarto d'ora dopo, mentre il suo -padrone, col suo amico, esce di casa e traversa i giardini -diretto al <i>Casino</i>. -</p> - -<p> -E, alla svoltata d'un viale, un <i>alt</i> improvviso, un colpo -al cuore, la mano al cappello. Maud, colei che lo doveva -<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span> -aspettare inconsolabile, colei ch'egli doveva raggiungere -laggiù, in Cina, per consolarla, Maud è davanti a lui, rossa -in volto, le mani incerte. -</p> - -<p> -— Son qui da un mese, ella spiega. Mio padre è in -Europa, per tre mesi, in congedo... E ha voluto che io l'accompagnassi. -</p> - -<p> -Ma, più che su Maud, gli occhi di Fiorvante si posano -su quel giovanotto rimasto indietro e che ora fa cenno a -Maud di presentarlo. -</p> - -<p> -— Mister Treddles... mio fidanzato.. -</p> - -<p> -Fiorvante sobbalza. Il fidanzato viene avanti con un -sorriso, la mano stesa. E Fiorvante non può parlare, non -parla... Troppe cose egli avrebbe da dire... Ci rinunzia e, -del resto, già Maud, rossa in volto, tende la mano a Fiorvante -e s'allontana col giovane inglese che, non appena rimasti -soli, ombroso come tutti gl'innamorati, chiede notizie -e spiegazioni... E Maud spiega: -</p> - -<p> -— L'ho conosciuto in Cina... Sei mesi or sono... prima -d'incontrar voi... -</p> - -<p> -E il piccolo incontro, la grande tragedia, dalle due parti, -non hanno altre parole... -</p> - -<h4>68.</h4> - -<p> -S'affatica, Pierotto, a preparare, dagli armadii al comò, -dal comò agli armadii, dal salotto al bagno, dal bagno alla -camera da letto, affinchè il padrone trovi tutto pronto, le -valigie chiuse, e dica, come al solito, battendogli una mano -su la spalla: -</p> - -<p> -— Bravo! -</p> - -<p> -Ancora due cassetti da vuotare e le cinghie da stringere. -E niente altro. Poi il padrone può ritornare. Il padrone è -servito, come sa servire Pierotto: da soldato, fedele agli -ordini. -</p> - -<p> -Ma la porta s'apre dietro le sue spalle e la voce del padrone -risuona: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span> -</p> - -<p> -— Lascia, Pierotto... Non parto più. -</p> - -<p> -L'ha visto nello specchio, senza volgersi, Pierotto: pallido, -contratto il viso, l'aria dei suoi giorni peggiori. -Ed è rimasto li, una camicia in una mano, un pacco di -cravatte nell'altra, la bocca spalancata, gli occhi che interrogano... -</p> - -<p> -Chi interrogano? Già Fiorvante è sparito dalla porta. È -nell'altra stanza, nel salotto, col suo amico. S'è seduto e ha -fatto sedere l'amico vicino a sè: -</p> - -<p> -— Vedi?... Due volte lontano, due volte dimenticato... -</p> - -<p> -Luce cruda e sfacciata delle stanze d'albergo, luce senza -veli, senza penombre, luce fatta per chi non ha dolore da -nascondere, per chi non ha nell'anima oscurità che chiedan -l'ombra anche fuori... Fiorvante ha chiamato Pierotto: -</p> - -<p> -— Spegni. -</p> - -<p> -E Pierotto ha spento ed è rimasto lì, nella penombra, a -guardare il suo padrone illuminato nel viso da quella sola -lampadina ch'è su la tavola, piccolo fiore cupo, sotto il -paralumino viola. E ode Fiorvante aggiungere con la voce -grave e profonda che vien su dal fondo più profondo dell'anima: -</p> - -<p> -— Ed è giusto che sia così... Non può essere che così... -</p> - -<p> -C'è un silenzio. E Fiorvante dice ancora parlando più a -sè stesso che al suo amico taciturno: -</p> - -<p> -— Il cuore dimentica... La vita cammina... -</p> - -<p> -Il suo padrone soffre. Come soffre il suo padrone!... Lo -sente dalla sua voce, Pierotto, dalla sua voce che squilla, -giovane e forte, nell'ora lieta, che si fa cupa, velata di lacrime, -quando il cuore fa male. E Pierotto s'è accucciato -a terra, s'è trascinato fino al padrone, cane fedele -che non si stacca dal capezzale quando il padrone è malato... -</p> - -<p> -E ancora una volta la voce di Fiorvante ripete: -</p> - -<p> -— Il cuore dimentica... La vita cammina... -</p> - -<p> -Di sotto in su Pierotto lo guarda: ha gli occhi pieni di -<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span> -lacrime, ma un sorriso appare agli angoli della bocca, su le -labbra dolorose: un sorriso che è una smorfia. -</p> - -<p> -— Ti rammenti? Il piccolo racconto cinese che leggevamo -a bordo e che anche a te piaceva tanto nella sua -desolata, amara verità... Madama Lu... Il ventaglio bianco... -</p> - -<p> -E, dal petto, dalla gola, da tutto l'essere di Fiorvante -prorompe una risata che suona grottesca e tragica nella -stanza, una risata che fa male a sentirla. E ancora la voce, -tra le risa, ripete: -</p> - -<p> -— Il ventaglio bianco... Il ventaglio bianco... -</p> - -<p> -Pierotto non sa mai bene perchè fa le cose. Non è uno -psicologo, Pierotto... Ma le fa. E a vedere il suo padrone -con gli occhi pieni di lacrime, a sentirlo ridere così, si trascina -ancora sul tappeto e bacia, senza che il padrone se ne -accorga, la mano ch'egli ha abbandonata, giù dalla poltrona, -verso terra... -</p> - -<h4>69.</h4> - -<p> -E Fiorvante rivede laggiù, in fondo, nel buio della stanza, -Madama Lu che fa vento su la sepoltura del signor -Tao, affinchè la terra possa asciugarsi più presto, Madama -Lu che fa vento col suo bel ventaglio bianco, il ventaglio -più bello e più bianco che si sia mai veduto... -</p> - -<h4>70.</h4> - -<p> -Cina, racconti e paesaggi cinesi, fantasie del Celeste Impero, -nel mondo dei favolosi incanti dove le donne son fiori -e dove gli Dei son di porcellana, favole di lontananza e -d'impossibile, poesia e filosofia d'Estremo Oriente, favole -d'un mondo vecchissimo e nuovissimo ancora, favole di -laggiù, verità di quaggiù, racconti d'Estremo Oriente che -chiudon le verità dell'Estremo Occidente, tremenda monotonia -del mondo, dove il male è sempre uguale, dove l'uomo -è sempre lo stesso, dove la storia è sempre quella, poesia -<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span> -che tutti sognano, in cui nessuno crede e che tutti tramandano, -verità di cui tutti soffrono, cui nessuno sfugge e -che nessuno insegna, pena e vergogna d'essere uomini e -niente altro che uomini, piccole cose d'un immenso mondo, -immenso mondo di piccole cose... -</p> - -<p class="dots">················</p> - -<p> -Madama Lu del giuramento fedele, Madama Lu della -vita che non si ferma sui caduti o su gli sperduti, tu hai -prestato a Mimì, a Maud, tu presti sempre a tutte il tuo bel -ventaglio bianco che col muovere delle sue penne leggere -abbrevia il tempo del ricordo fedele e allunga quello dell'oblio -inevitabile... Ma ci sarà un giorno anche per te, Madama -Lu, per il tuo nome che tu avrai scritto su la terra -umida delle tue lacrime — ci sarà per asciugare più presto, -per più presto cancellare — ci sarà un giorno Madama Lu, -un ventaglio bianco anche per te.... -</p> - -<p class="pad2 center large"> -FINE. -</p> - -<p class="pad2 center small"> -<i>Rocca S. Casciano, 1922. — Prem. Stab. Tip. Licinio Cappelli.</i> -</p> - -<div class="somm"> - -<h2><a id="indice" href="#indfront"> -INDICE</a></h2> - -<p class="pad2 center"> -<a href="#trampolino">Il trampolino per le stelle</a><br /> -<a href="#cirano">Il Bacio di Cirano</a><br /> -<a href="#duchessa">La Duchessa delle Nebbie</a><br /> -<a href="#ventaglio">Storia della Dama dal ventaglio bianco</a><br /> -</p> - -<hr /> -</div> - -<div class="opere"> -<p class="center x-large"> -Opere di Lucio d'Ambra -</p> - -<p class="pad2"> -<b>Romanzi e novelle</b> -</p> - -<ul class="oper"> -<li><i>Il Miraggio</i>, romanzo — 2ª edizione.</li> -<li><i>L'Oasi</i>, romanzo — 3º migliaio.</li> -<li><i>L'Ardore di Settembre</i>, novelle (esaurito.)</li> -<li><i>L'Amore e il Tempo</i>, novelle.</li> -<li><i>Il «Damo Viennese»</i>, romanzo — 8º migliaio.</li> -<li><i>Il Re, le Torri, gli Alfieri</i>, romanzo — 6º migliaio.</li> -<li><i>La Rivoluzione in sleeping-car</i>, romanzo — 15º migliaio.</li> -<li><i>L'Ombra della Gloria</i>, romanzo — 10º migliaio.</li> -<li><i>Il Mestiere di marito</i>, romanzo.</li> -<li><i>L'Uomo che ha fatto uscire il Papa</i>, romanzo — 10º migliaio.</li> -<li><i>Il Trampolino per le Stelle</i>, novelle — 5º migliaio.</li> -<li><i>Mister Wiskey, mio rivale</i>, romanzo (di prossima pubblicazione).</li> -<li><i>La Commedia a Pontassieve</i>, novelle (di prossima pubblicazione).</li> -<li><i>Madame Pompadourette</i>, romanzo (in preparazione).</li> -</ul> - -<p> -<b>Teatro</b> -</p> - -<ul class="oper"> -<li>Vol. I. — <i>L'Amore ricama</i>, 1 atto — <i>Castello di carte</i>, 1 atto — <i>Marionette</i>, 1 atto — <i>Fantasia</i>, 1 atto — <i>La Destra e la Sinistra</i>, 1 atto — <i>Acqua acqua, fuoco fuoco</i>, 1 atto — <i>I miei amici di Sans-Souci</i>, 1 atto.</li> -<li>Vol. II. — <i>Acqua stagnante</i>, 3 atti — <i>La via di Damasco</i>, 3 atti — <i>Il Giardino d'Armida</i>, 2 atti.</li> -<li>Vol. III. (In collaborazione con Giuseppe Lipparini) — <i>Il Bernini</i>, 4 atti, in versi — <i>Goffredo Mameli</i>, 5 atti, in versi — <i>Il Matrimonio improvviso</i>, 3 atti.</li> -<li>Vol. IV. — <i>Effetti di luce</i>, 2 atti — <i>Gli Angeli Custodi</i>, 3 atti — <i>Gli Esuli</i>, 4 atti.</li> -<li>Vol V. — <i>La Diva della Scala</i>, 4 atti — <i>La Frontiera</i>, 3 atti.</li> -</ul> - -<p> -<b>Critica</b> -</p> - -<ul class="oper"> -<li><i>Le Opere e gli Uomini</i>, 1ª serie.</li> -<li><i>Le Opere e gli Uomini</i>, 2ª serie (di prossima pubblicazione).</li> -<li><i>Storia della Letteratura Francese</i>.</li> -<li><i>La Commedia dal mio palco</i> (1ª serie) Rassegne drammatiche della «Nuova Antologia» (in preparazione).</li> -</ul> - -</div> - -<div class="tnote"> -<p class="tntitle"> -Nota del Trascrittore -</p> - -<p> -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione -minimi errori tipografici. -</p> - -<p class="covernote"> -Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio. -</p> -</div> - - - - - - - - -<pre> - - - - - -End of Project Gutenberg's Il trampolino per le stelle, by Lucio D'Ambra - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL TRAMPOLINO PER LE STELLE *** - -***** This file should be named 52744-h.htm or 52744-h.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/5/2/7/4/52744/ - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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Redistribution is subject to the -trademark license, especially commercial redistribution. - -START: FULL LICENSE - -THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE -PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK - -To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free -distribution of electronic works, by using or distributing this work -(or any other work associated in any way with the phrase "Project -Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full -Project Gutenberg-tm License available with this file or online at -www.gutenberg.org/license. - -Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project -Gutenberg-tm electronic works - -1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm -electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to -and accept all the terms of this license and intellectual property -(trademark/copyright) agreement. 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