summaryrefslogtreecommitdiff
path: root/old/52744-0.txt
diff options
context:
space:
mode:
Diffstat (limited to 'old/52744-0.txt')
-rw-r--r--old/52744-0.txt7824
1 files changed, 0 insertions, 7824 deletions
diff --git a/old/52744-0.txt b/old/52744-0.txt
deleted file mode 100644
index ebf35de..0000000
--- a/old/52744-0.txt
+++ /dev/null
@@ -1,7824 +0,0 @@
-The Project Gutenberg EBook of Il trampolino per le stelle, by Lucio D'Ambra
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
-other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of
-the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
-www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll have
-to check the laws of the country where you are located before using this ebook.
-
-
-
-Title: Il trampolino per le stelle
- Tre dialoghi e due racconti
-
-Author: Lucio D'Ambra
-
-Release Date: August 7, 2016 [EBook #52744]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL TRAMPOLINO PER LE STELLE ***
-
-
-
-
-Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
-Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This
-file was produced from images generously made available
-by The Internet Archive)
-
-
-
-
-
-
- LUCIO D'AMBRA
-
- Il trampolino
- per le stelle
-
- Tre dialoghi e due racconti
-
-
-
- L. CAPPELLI, Editore
- BOLOGNA — ROCCA S. CASCIANO — TRIESTE
-
-
-
-
- Di questo libro sono state tirate 50 copie su carta
- di lusso, firmate dall'Autore e numerate a mano.
-
- PROPRIETÀ LETTERARIA
-
-
-
-
-Il trampolino per le stelle
-
-
- In un qualunque tempo, in un paese qualunque, poichè Pierrot è
- sempre Pierrot, maschera e uomo, poeta e fanciullo. Egli stesso
- lo ha detto: «Io dico sempre la stessa cosa, perchè è sempre la
- stessa cosa; e se non fosse sempre la stessa cosa io non direi
- sempre la stessa cosa».
-
- Che cosa dice Pierrot? Dice che vuole essere amato più di
- quanto egli sappia amare. Dice che vuole un'innamorata sempre
- fedele, alla quale egli possa essere sempre infedele. Dice
- che tutto vorrebbe, senza dare mai niente: o tutt'al più
- un sospiro, un verso, una serenata, una canzone, un bacio,
- tuttociò insomma, che fa a lui piacere di dare prima che
- faccia piacere agli altri di ricevere. Sono io, Pierrot, io
- che scrivo. Sei tu, Pierrot, tu che leggi. Siamo tutti Pierrot,
- quanti noi siamo: uomini, fanciulli, poeti.
-
- Questo mio Pierrot di stasera è, come tanti, è come tutti.
- Poeta anche lui. Innamorato anche lui. Vive lassù, in
- soffitta, tra cieli e venti, e vorrebbe una reggia. Ha per
- amica Colombina, fiorista nella strada accanto, e vorrebbe
- una regina. Ha per amici quattro studenti come lui e vorrebbe
- per amici i dotti di Salamanca e il Principe di Galles. Ha le
- tasche vuote e vorrebbe i milioni di Rothchild. Ha poco sale in
- zucca e crede d'avervi la saggezza di Socrate. Ama le donne, i
- fiori e i bambini, ma le donne se non pretendono, i bambini se
- non piangono e i fiori se non sono destinati a dire addio ai
- morti. È un piccolo egoista, pieno di cuore, come me, come voi,
- come tutti. È un bugiardo che pretende la verità negli altri, è
- uno che strappa agli altri le illusioni e vorrebbe averle tutte
- lui, è un omettino che crede di saper tutto e non sa nulla. Si
- vanta di tutto potere e nulla può, proclama di amare tutti e
- non ama che sè.
-
- Ora è lì, nella soffitta, al suo tavolino coperto di carte e
- di libri. È con lui un amico, che lo lascia parlare, che lo sta
- sempre, povero Giobbe, pazientemente a sentire.
-
- Fuori nevica da un cielo di farina. È l'ultimo giorno di
- carnevale. Lì, sul tavolino, gettata su un libro, c'è una
- mascherina nera, quella che Pierrot ha messo iersera e che
- rimetterà stasera, quando crede di andare per le bettole e fra
- le maschere a divertirsi.
-
- Nel caminetto una sedia rotta fa un po' di luce e quel po' di
- luce par che faccia anche un po' di caldo. E Pierrot e l'amico
- chiacchierano per chiacchierare.
-
-
-L'AMICO
-
-Come mai oggi Colombina non c'è?
-
-PIERROT
-
-Mai più vedrai Colombina in questa onesta casa d'un poeta. Colombina
-è una fraschetta, una civetta, Colombina è l'ultima delle donne. L'ho
-scacciata un'ora fa da questa casa. Le ho gettato giù dalla finestra i
-suoi cenci e la sua cuffia, i suoi scialletti ed i suoi nastri, i suoi
-riccioli finti e i suoi fiori di carta. E non la rivedrò mai più, mai
-più, mai più, mai più...
-
-L'AMICO
-
-Te l'ho sentito dir cento volte e il giorno dopo Colombina era qui.
-
-PIERROT
-
-Non ero io a richiamarla. Era Colombina a ritornare.
-
-L'AMICO
-
-Colombina diceva il contrario.
-
-PIERROT
-
-Colombina ha sempre mentito.
-
-L'AMICO
-
-E tu non le hai mentito mai?
-
-PIERROT
-
-Mai! E, senti, se vuoi rimanermi amico, se tu vuoi che non ci
-guastiamo, non mi parlare mai più di Colombina. È morta, sepolta,
-dimenticata, cancellata, dileguata, volatilizzata, polverizzata,
-annientata, finita, sparita, svanita, allontanata, liquidata, volata,
-sfumata, centrifugata. Con l'ultimo giorno di carnevale la sua
-maschera è caduta. E domani è Quaresima. Il magro tempo quaresimale
-consiglia raccoglimento e meditazione, severi studii di metafisica e
-di filosofia. Dimenticherò nei numeri i suoi innumerevoli sorrisi e
-andrò a dormire, ogni sera, con un filosofo nuovo. I suoi innumerevoli
-sorrisi... Quanti ne aveva! Uno per prendermi e uno per lasciarmi, uno
-per deludermi e uno per illudermi, uno per mentirmi come se fosse vero
-e uno per dirmi la verità come se fosse una bugia, uno per fingersi
-schiava e uno per farmi vedere che era padrona, uno per darmi il suo
-cuore per sempre e uno per riprenderlo dopo un'ora... Ah, li conosco
-tutti, oramai, e non possono più farmi male... Del resto nulla oramai
-può più farmi male... Conosco le donne, gli uomini, i parenti, gli
-amici, i ricchi, i poveri, i sapienti, gli imbecilli, me, te, il mio
-vicino e quello che mi sta di rimpetto... Bella roba, tutta quanta,
-in verità... Ah, che orribile mondo, questo, dove tutto è illusione,
-menzogna, inganno, miraggio, vanità... Colombina, e tutte le donne, mi
-hanno mentito... Tutti gli amici mi hanno tradito... Tutte le illusioni
-se ne sono andate via per la finestra quando la realtà è riuscita a
-entrare dalla porta... Tutte le speranze sono andate in fumo su per
-la cappa del camino, quando ho cercato di scaldare al loro fuoco il
-mio povero cuore intirizzito... E bisogna star qui, in questo mondo
-stupido e vile, qui ad aspettare quello che non viene, a desiderare
-quello che nessuno può darti, a cercare quello che non c'è... Ah,
-andarsene, andarsene, andarsene... Via, via, lontano, lassù, lassù,
-dove non arrivano gli aviatori, dove non arrivano neppure gli uccelli,
-nell'etere, dove a quest'ora, nella sera serena, s'accendono le stelle,
-dove la mia parente, la luna, s'affaccia ogni tre settimane, ride a
-vedere quanto siamo stupidi, gonfia tutta la faccia a furia di ridere
-e poi si sgonfia e se ne va... Guarda...
-
- (Prende su la scrivania il libro su cui è gettata la maschera.
- Sono le _Odes funambulesques_ di Théodore de Banville. E mostra
- il libro all'amico, poi cerca una pagina segnata).
-
-L'AMICO
-
-Che libro è quello?
-
-PIERROT
-
-Un poeta. Tu non lo conosci perchè tu non sei poeta e i poeti li
-conoscono solo i poeti. Questo era un poeta che giuocava con le
-strofe, come i bimbi con le trottole. Legava il filo delle rime
-d'oro, stringeva e ristringeva attorno a un pensierino e poi lanciava
-la trottola, lanciava la strofa e si divertiva un mondo a vederle
-girare, girare, girare, tutte colori, tutte scintille, scintille che
-splendevano, ma non bruciavano, come quelle dei fuochi a girandola
-che accendono nelle sere di feste. Tu vedi tutto il cielo a fuoco
-e non è nulla, dopo un istante: nè ardore, nè luce: buio. Tu vedi
-tutte le pagine splendere alla luce di quel poema incandescente e
-fosforescente e vai per scaldarti. Ma la luce s'è spenta e non c'è
-più nulla quando l'ultima rima ha dato l'ultima scintilla. Era un
-poeta, sì, ma era poeta come si può essere lucciola. Amava le fate e i
-folletti, i clowns giocolieri e i fabbricanti di fuochi artificiali,
-le donne tutte splendore di gioielli veri o falsi e le ballerine
-tutte trasparenti di veli bianchi e rosei. Amava anche i Pierrot, come
-me, come lui. Chiedeva alle fate che non ci sono le cose impossibili
-che non si possono avere. Avrebbe voluto pescare la luna in fondo al
-pozzo e metter le stelle a modo suo, davanti alla sua finestra, come
-tanti lampioncini d'argento. E questo poeta dell'impossibile, questo
-poeta che visse e morì felice perchè non aveva cuore ed era tutto
-fantasia, voleva paragonarsi ad un _clown_, ad un bel _clown_ di seta
-bianca e nera, che fa del suo sogno un trampolino, un gran trampolino
-per scappar via dal mondo e andarsene lassù fra le stelle. Ascolta,
-ascolta...
-
- _Plus haut! Plus loin! De l'air! Du bleu!_
- _Des ailes! Des ailes! Des ailes!_
- . . . . . . . . . . .
- _Le clown sauta si haut, si haut..._
- . . . . . . . . . . .
- _Et le coeur dévoré d'amour,_
- _Alla rouler dans les étoiles..._
-
- (E quando Pierrot ha finito di leggere l'_Ode funambulesque_
- di Banville, l'amico scuote il capo, mentre Pierrot è tutto
- vibrante d'entusiasmo).
-
-L'AMICO
-
-Son belli, questi versi. Ma il tuo poeta è pazzo. Chiede e sogna
-l'impossibile. E non si può, quando si è stanchi del mondo, saltar
-nelle stelle. Si può saltare dalla finestra e fracassarsi in istrada la
-noce del collo. L'uomo non può saltare più in là di due metri dalla sua
-finestra.
-
-PIERROT
-
-Ma questo appunto vuol dire esser poeti: sognare l'impossibile,
-cercare nell'irreale il compenso del reale, metter nella vita quello
-che non c'è, dare agli altri ciò che non hanno, aver le fate dentro un
-rimario, i maghi nel calamaio, la bacchetta dei miracoli nella matita,
-l'orchestra del paradiso in una conchiglia, l'oceano nella vasca
-del tuo giardino, il cielo nel rettangolo della tua finestra, tutto
-il mondo negli occhi d'una fraschetta come Colombina e un pubblico
-immenso, per ammirarti, nelle orecchie d'uno scemo come te.
-
-L'AMICO
-
-Grazie tante.
-
-PIERROT
-
-E, avendo tutto questo, andarsene, senza muoversi di qui, volar nelle
-nuvole coi piedi in terra, correre il mondo nella propria camera,
-dominare i popoli essendo soli, giuocar coi secoli per pochi anni,
-viver mille vite senza averne una ed aver tutto conosciuto senza aver
-mai visto nulla. E vorrei anch'io stasera, perchè non ho un soldo,
-perchè i miei versi nessuno li stampa, perchè nessuno mi vuol bene,
-perchè nessun amico mi capisce, perchè gl'imbecilli vanno in carrozza
-ed io vado a piedi, perchè Colombina mi ha lasciato per andare a cena
-col vecchio barone che la protegge, vorrei anch'io stasera, come
-Banville, toccar la bacchetta magica della fantasia, mutar questa
-bianca casacca con l'abito ad aereostato del _clown_, fatto apposta
-per salir su, su nel cielo e, uscito sul tetto di questa casa, trovare
-il gigantesco trampolino e spiccare il salto verso le stelle... E una
-volta raggiunti quei mondi nuovi, trovar tutto quello che quaggiù mi
-manca, l'amore, l'amicizia, la verità, la gloria. Trovar lassù la donna
-che non mentisce, l'amico che non tradisce, la realtà che non delude,
-la verità che non uccide, la gloria che non deride... Trovar lassù,
-nelle stelle, il mondo dei poeti e della poesia, i giardini sempre
-in fiore, i cieli senza nuvole, i mari sempre azzurri, il sogno senza
-risveglio, il trionfo senza nemici, l'amicizia senza invidie, l'amore
-senza sospetto, il possesso senza dubbio, il sorriso senza lacrime,
-la terra senza putredini, il bene senza male, la vita senza morte, il
-volo senza caduta, il sole senza tramonto, e, soprattutto, io che della
-menzogna ho sofferto e per la menzogna ho spasimato, io che la menzogna
-ho sentito, viscida e sfuggente, in ogni cosa del mondo, soprattutto,
-amico, io vorrei trovarvi soprattutto il bene dei beni, la gioia tra
-le gioie, quella che è la mia sete inestinguibile, il martirio famelico
-dell'anima mia: la verità, la verità senza veli, finalmente...
-
- (Nell'esaltazione Pierrot s'è commosso. E ora è li, abbattuto
- su la scrivania, il volto sulle braccia ripiegate a fargli da
- cuscino. Ora non nevica più. Il cielo è nero. La notte è fonda.
- L'amico s'è levato ed ha acceso nella soffitta una piccola
- lampada senza luce che si contenta di far dell'ombra, un po' di
- penombra. Accesa questa e la pipa, l'amico viene, avvolto nel
- mantello, a batter le mani su le spalle di Pierrot).
-
-L'AMICO
-
-Vieni via. Vieni a cena. È carnevale.
-
-PIERROT
-
-No. Lasciami. Sono solo e disperato.
-
-L'AMICO
-
-Troveremo amici, donne, fiori, vini, canti...
-
-PIERROT
-
-L'amico non ha fede, la donna non ha cuore, il fiore domani è secco,
-il vino eccita un'ora, il canto porta in alto il cuore e poi lo lascia
-ricadere...
-
-L'AMICO
-
-Che importa? Cogli l'ora che passa. Ridi stasera, anche se ritornerai
-a piangere domani.
-
- (Inutilmente l'amico, in tutti i modi, tenta Pierrot, cerca di
- persuaderlo a prender la vita così, com'è, le donne così, com'è
- lui, l'amore qual'è per tutti e l'illusione per quanto è lecito
- al mondo).
-
-L'AMICO
-
-Vieni? Soffri perchè Colombina t'ha abbandonato per avere un mantello
-di seta, una scarpa di raso e un anello d'oro? E tu vieni con una donna
-là dove Colombina pranzerà, e vieni con una donna bella come lei...
-con l'anello d'oro come lei... La troveremo e, per una sera, farò io le
-spese... E Colombina ti vedrà felice e si struggerà. Ti vedrà con una
-donna bella, felice anche senza di lei e si tormenterà. Se t'ha fatto
-soffrire che vuoi di più bello che farla soffrire a sua volta?
-
-PIERROT
-
-No. Lasciami. Colombina è morta. Ed io vorrei andarmene stasera, per
-sempre, dalla vita nella morte, dal sonno nel sogno e dal sogno nelle
-stelle.
-
- (Visto che è inutile insistere l'amico rinunzia).
-
-L'AMICO
-
-Bè. Buona notte. Verrò a vederti domattina. Ti troverò?
-
-PIERROT
-
-Così potessi non trovarmi...
-
-L'AMICO
-
-Non mi scapperai stanotte dalla finestra per saltare nelle stelle?
-
- (Pierrot solleva un momento il capo e guarda fuori, nella
- finestra, la notte profonda).
-
-PIERROT
-
-Non aver paura. Vedi? Le stelle non ci sono. La bacchetta magica non
-c'è e Banville il poeta era un _fumiste_. Ha vissuto settant'anni
-con sua moglie che lo chiamava Totò. Ha fatto il critico drammatico
-ascoltando ogni sera le più stupide commedie. Era commendatore della
-Legion d'Onore. Ha vissuto come tutti. È morto come tutti. Non è
-più nulla come tutti. E voleva, burlone e poveraccio, saltare nelle
-stelle... Totò...
-
- (L'amico se n'è andato. Ha aspettato un momento dietro la
- porta pensando che Pierrot lo richiamasse, ma Pierrot non s'è
- mosso. Ha solo ripreso il libro delle _Odes funambulesques_
- ed ha riletto, una, due, tre, dieci volte, a voce alta, i
- versi di Banville. Giù, nella strada, una comitiva passa
- cantando. Pierrot guarda, nella finestra, il cielo buio e gli
- pare di vedere formarsi in quel nero il gigantesco trampolino
- fosforescente, come i versi di Banville. Vede un _clown_ agile
- come le rime di Banville, salir su questo e prepararsi al salto
- flettendosi su le ginocchia e dondolando le braccia. Prima il
- _clown_ ha il viso di Banville, poi quello di Pierrot. Ancora
- una volta la comitiva canta per istrada. Una macchina da
- scrivere batte col suo picchiettio nella soffitta accanto. Dal
- piano di sotto un pianoforte manda l'eco dei primi esercizii
- scolastici; le scale. E par che quel pianoforte metta in
- musica la dattilografia. Pierrot guarda fuori. La visione del
- trampolino fosforescente è scomparsa. Ripete ancora, sempre più
- piano, sempre più lento):
-
- _Et, le coeur dévoré d'amour,_
- _Alla rouler dans les étoiles..._
-
- (Poi, ripiegato il capo su le braccia, Pierrot comincia a
- smarrire l'esatta nozione delle cose e affonda a poco a poco
- nella nebbia del sonno. Di tanto in tanto ancora qualche parola
- esce, sussurro appena, dalle sue labbra):
-
-PIERROT
-
-Le stelle... Pierrot... Banville... Il Trampolino... Totò...
-
- (Così Pierrot s'è addormentato Il volume di Banville gli
- scivola dalla mano e ruzzola a terra. Suonano ancora, nella
- notte di carnevale, il coro lontano e la dattilografia
- musicale. Ma già Pierrot è partito dal sonno per il sogno, il
- sogno di Banville):
-
- _Plus haut! Plus loin! De l'air! Du bleu!_
- _Des ailes! Des ailes! Des ailes!_
-
-
-II.
-
- (La mattina dopo è Quaresima e c'è un cielo mediocre: un cielo
- che non è azzurro e non è nero, un cielo grigio, il cielo delle
- ceneri. Sempre al suo tavolino, le braccia su questo, il capo
- su quelle. Pierrot dorme ancora. La porta s'apre L'amico entra.
- E viene a svegliare Pierrot. Coi piedi urta a terra un libro e
- lo raccoglie. Lo guarda e, dopo averlo guardato, lo getta con
- disprezzo su la tavola).
-
-L'AMICO
-
-Ah, già... il libro di Totò...
-
- (E l'amico si avvicina a Pierrot Lo tocca prima con la mano;
- poi lo scuote rudemente. Alla terza scuotitura Pierrot balza
- in piedi d'improvviso come se l'avesse destato una scossa di
- terremoto).
-
-PIERROT
-
-Oh guarda.... Sei tu.... E sono qui, in casa mia?...
-
-L'AMICO
-
-E dove credevi di essere? Alla Mecca?
-
-PIERROT
-
-No. Giù in istrada. Appoggiato al muro, seduto a terra, accanto a una
-pozzanghera d'acqua piovana, con la luna dentro.
-
-L'AMICO
-
-E invece sei qui, a casa tua, appoggiato al tavolino dove t'ho lasciato
-iersera. E la luna, caro mio, non c'è. Non c'è neppure il sole.
-Carnevale è finito. Son le Ceneri. E il sole fa penitenza anche lui,
-dietro le nuvole.
-
-PIERROT
-
-Ma io ci sono stato, stanotte, sai, nella luna... Oh, ti assicuro,
-è stato un viaggio straordinario... E accaduto così... Vuoi che ti
-racconti?
-
-L'AMICO
-
-Racconta pure. Ho tempo da perdere.
-
-PIERROT
-
-È stato così.... Tu eri andato via.... E io m'ero appoggiato a
-questa tavola, le braccia conserte, il capo fra le braccia, gli occhi
-chiusi.... E pensavo a tante cose.... A te, a Colombina, a Totò....
-E a Totò specialmente, e ai suoi versi... E a quel suo _clown_, e al
-trampolino, e al salto nelle stelle... E poi, a poco a poco, senza
-pensare più a nulla o pensando a tante cose insieme, in modo che
-tutte si confondevano e una copriva l'altra nel mio cervello, mi
-sono addormentato. Mi sono addormentato, ma mi vedevo uscir di casa,
-infilar la strada, una strada buia buia, e lunga, interminabile,
-tra fango e vento. E c'era laggiù tutt'un disegno di puntini d'oro,
-come un traforo di luce nell'oscurità. E, avvicinandomi, ho veduta
-la sagoma delle illuminazioni, e le finestre illuminate, e dietro le
-finestre ombre che passavano, che ballavano... Il caffè Momus... Il
-Quartier Latino... E li ho veduti, sai, entrare tutti e sei, Mimì con
-Rodolfo, Marcello con Musetta, Colline con Schaunard... E sono entrato
-anch'io, dietro di loro. E mi son seduto con gli amici, per bere.
-C'era, in un angolo, solo, un bel ragazzo con la barba bionda e gli
-occhi azzurri, con lo sguardo vuoto e il bicchiere pieno che andava e
-veniva dalla tavola alle sue labbra senza riposo.... Aveva l'aria così
-melanconica, povero diavolo.... Aveva l'aria d'aver tanto sofferto.
-Ma c'era una luce nei suoi occhi e non so che splendore su la sua
-fronte. E l'ho riconosciuto. Sì, sì, era lui, proprio lui, Musset....
-E più in là, coi bohèmes, seduto alla stessa tavola, con un sorriso
-pieno di melanconia, innamorato di Mimì, disperato per Musetta, con
-la sua faccia da poeta e da ospedale, c'era l'altro, Murger. Ed io
-avevo alla mia tavola tanti altri Pierrot come me, allegri, chiassoni,
-che bevevano, che mangiavano, che cantavano, e gridavano levando i
-bicchieri: «Abbasso le donne... A che servon le donne quando ci sono
-le stelle?». E, d'un tratto, tra la gente che ballava, ho visto lei,
-Colombina, e sul chiasso del caffè Momus nell'ultima notte di Carnevale
-ho sentito il suo riso.... E gli occhi non mi si sono più staccati da
-lei. E ho veduto venire alla sua tavola, e sedersi, e bere lo champagne
-con lei nel medesimo bicchiere, un vecchio con una borsa piena d'oro
-da cui rovesciava monete sul tavolino e nelle mani di Colombina ogni
-volta che Colombina, lì, davanti a tutti, davanti a me, a due passi
-dalla mia collera, gli offriva un bacio ed un sorriso... E il vecchio
-aveva una faccia che non m'era nuova, una faccia che io sono abituato
-a vedere ad ogni fine del mese: quella del mio padrone di casa.... E
-io volevo lanciarmi contro Colombina. Ma i Pierrot della mia tavola
-mi tenevano al mio posto e mi ripetevano in coro: «A che servono
-le donne quando ci sono le stelle?...». Ma d'un tratto Colombina
-ha congiunto le mani facendone una piccola conca e il vecchio ci ha
-versato dentro tutto il contenuto della sua borsa, una piccola montagna
-d'oro, mentre Colombina gli dava la bocca, la bocca che io solo potevo
-baciare, in un bacio che non finiva più.... E allora.... allora....
-in un colpo ho mandato per aria la mia tavola e i miei Pierrot, e
-ho traversato la sala rovesciando a terra le coppie che ballavano, e
-ho strappato Colombina dalle braccia del vecchio, e l'ho bastonata,
-bastonata, bastonata a più non posso, li, davanti a tutti, mentre
-tutti urlavano, e volavan piatti e bottiglie, e mille voci gridavano:
-«Gettatelo fuori.... Gettatelo fuori....». E Colombina sotto i miei
-colpi gridava: «No.... Non mi far male.... Ti amo.... Ti adoro....
-Ma sei povero.... E se amo te, mio poeta, amo anche i bei merletti,
-i nastri di velluto, i rasi che mi accarezzano, le calze di seta che
-fanno a gara con la mia pelle a chi è più fine.... E poichè tutto
-questo tu non mi puoi dare vengo a prendermelo qui, da questo vecchio
-imbecille....». Ed io, più che mai furibondo, più sentivo gridar
-che mi amava, più avrei voluto ammazzarla tanto l'adoravo anch'io.
-E l'avrei ammazzata se non m'avessero gettato fuori del caffè, in un
-coro di voci che urlavano contro di me: «Scacciatelo.... È un pazzo....
-È un mascalzone....» mentre una sola voce, baritonale, formidabile,
-che superava tutte le altre, mi incoraggiava, mi spronava, gridando:
-«Picchiala.... Picchiala.... ancora.... Più forte, più forte.... Se
-ti ha tradito, picchia. Se si vende per il lusso, picchia. Se ti fa
-soffrire, picchia.... Faccio anch'io così, nei cattivi giorni, con
-Musetta....». E, mentre mi gettavano fuori, ebbi il tempo di volgermi
-e di veder l'uomo che gridava, in piedi su una sedia, al tavolino dei
-_bohèmes_. Era il pittore, era Marcello, che con un tovagliuolo in
-mano menava gran colpi nell'aria come se picchiasse su Colombina, su
-Musetta, su tutte le donne che amano e non sanno rinunziare, su tutte
-le canaglie adorate che c'ingannano e ci fanno morire, che barattano
-il nostro cuore con un fisciù, il nostro amore con un pompon, la
-felicità immensa di volersi bene in due soli con un grùzzolo d'oro
-maledetto.... E poi, quando fui fuori nella strada e dietro di me
-il caffè era ridiventato tutto canti, danze e allegria e volgendomi
-potevo veder Colombina riseduta di nuovo a tavola — ma coperta,
-almeno, grazie a Dio, di lividure — col suo vecchio imbecille che
-paga a peso d'oro quel che ha valore solo se è gratis, la porta s'è
-riaperta e Marcello mi ha raggiunto. Aveva in mano due bottiglie di
-_champagne_ e due bicchieri. «Bevi, ragazzo mio..., mi ha detto. Bevi.
-Non c'è da fare altro per tirare avanti. Bevi per dimenticare. Musset
-fa così. Murger fa così. E faccio anch'io così.... E fa dunque così
-anche tu.... Bevi. Quando avrai bevuto e sarai ubbriaco non saprai
-più che cosa sia la tua disperazione, e ti parrà ancora possibile di
-vivere in mezzo a tutte queste donne e a tutti questi uomini, e ti
-parrà ancora possibile riprenderti Colombina quando, carica d'oro e di
-vergogna, questi assassini te la riporteranno...». E ho bevuto, bevuto,
-tracannando tutto; e poi ho lasciato cader la bottiglia e mi sono
-voltato per chiederne ancora. Marcello non c'era più: era laggiù, alla
-tavola, con gli amici, con Musetta su le sue ginocchia; e la baciava
-perchè per quella sera Musetta era senza pensieri, col lusso pagato
-dalle tristezze di ieri, e poteva essere, felice e infame, tutta per
-lui, solo per lui.... E son fuggito davanti a me, per non vedere e non
-sapere più nulla. Ma il vino bevuto per dimenticare faceva le mie gambe
-molli e il mio passo squilibrato così che andavo a zig-zag attraverso
-la strada buia, urtando nei palazzi di sinistra, rimbalzando su quelli
-di destra per rimbalzar di nuovo su quelli di sinistra, come una
-pallottola di bigliardo che sbatte da sponda a sponda finchè finisce
-in buca. E finii in buca anch'io, scivolando lungo un muro e cadendo lì
-a sedere per terra, sotto la pioggia che veniva giù a torrenti, ma che
-non riusciva a smorzarmi il gran fuoco che mi bruciava dentro.... E lì,
-accoccolato per terra, bagnato di pioggia, sporco di fango, ubbriaco
-di vino, sfinito di dolore, morto di stanchezza, mi parve di non saper
-più nulla, di non conoscere più nè pioggia, nè champagne, nè amore,
-nè dolore, nè la tempesta fuori, nè la tempesta dentro e mi sentii a
-poco a poco irresistibilmente addormentare.... Ma io ti annoio.... Tu
-sbadigli.
-
-L'AMICO
-
-Non ci badare. È nervoso. Va avanti.
-
-PIERROT
-
-Ma, addormentato che fui, vidi un altro me stesso davanti al portone
-di casa mia; e lo vidi salir le scale alla luce dei fiammiferi ed
-entrare nella mia soffitta. E, quando la candela fu accesa, vidi lì,
-sul letto, un gran vestito da clown, nuovo di zecca, uscito allora
-dalla sartoria, tutto di raso bianco e nero, a grosse strisce. E
-sul vestito una letterina in cui era scritto: «Eccoti il vestito. Fa
-dunque, povero innamorato deluso, come il mio clown; e col tuo cuore
-divorato d'amore _va-t-en rouler dans les étoiles...._». E, sotto, la
-firma: lui, proprio lui, l'autore delle _Odes funambulesques_, Théodore
-de Banville, il grande impresario dei fuochi d'artificio lirico, il
-buon marito sedentario, il commendatore della Legion d'Onore, Totò....
-E, letta la lettera, d'improvviso mi trovai vestito da _clown_, mentre
-il mio povero vestitino infangato da Pierrot era già su la stufa ad
-asciugarsi, messovi da chissà quale fata invisibile che mi faceva,
-bontà sua, da cameriera. Ma un'altra fata doveva esser sul tetto,
-poichè questo d'improvviso, in un angolo della soffitta, si scoperchiò
-quel tanto necessario a far venir giù dal tetto una scala tutta
-foderata di velluto e coi piuoli di metallo come quelle che adoperano
-nei circhi equestri per arrivare agli alti trapezii del salto mortale.
-E son salito su per quella scala, e sono arrivato sul tetto dove — oh
-meraviglia! — un gigantesco trampolino, tutto di metallo e di velluto
-anche questo, era stato eretto contro il cielo adesso sgombro di nuvole
-e tutto tremante di stelle. Non so dirti come quel trampolino fosse
-grande. Ma sì: per darti un'idea, alto come la Torre Eiffel e grande
-quanto San Pietro e con una molla così enorme che dieci cupole del
-Kremlino sommate insieme non avrebbero potuto farle da coperchio. E
-c'erano scale e scalette, scaloni e scalini per arrivare fin lassù;
-ed io incominciai a salire, a salire, a salire, e più salivo più
-c'era da salire ancora, più andavo in su e più mi sembrava d'essere
-sempre allo stesso punto. Ma d'improvviso le scale scomparvero e mi
-trovai su la piattaforma ch'era grande, per darti un'idea, come la
-piazza della Concordia e oscillava sopra un perno alto come la Colonna
-della Libertà a Nuova York. Su la piattaforma immensa io camminavo a
-passettini così minuscoli che avrei impiegato un mese ad arrivare fino
-in fondo. Ma avevo paura: la sentivo oscillare sotto i miei passi, come
-fa il piatto d'una bilancia sotto la mano. E, d'un tratto, sebbene ci
-volesse un mese a traversarla e non fosse passato nemmeno un minuto,
-mi trovai al centro della piattaforma e avevo appena poggiato il piede
-che, in un formidabile scoppio, come se cinquecento fulmini fossero
-caduti tutti insieme sui cinquecento campanili della città, mi sentii
-sollevato, lanciato in aria dal trampolino in azione, scaraventato
-attraverso il cielo con la formidabile velocità della luce. Di rimpetto
-a me le stelle piccole nel velluto immenso del cielo eran come tanti
-chiodi d'oro ed io passavo in mezzo ai chiodi.... Ah, che paura, amico
-mio... E vedevo laggiù, a terra, le metropoli illuminate piccole come
-lucciole; e mi sembrava di non poter reggere al volo, che la forza del
-mio slancio dal trampolino dovesse da un momento all'altro abbandonarmi
-e farmi cader giù dove, morto di paura in cielo in quel momento, il mio
-cadavere in polvere sarebbe arrivato a toccar terra un anno dopo... E
-allora, passando fra due stelle, mi aggrappai a quei chiodi d'oro e
-mi sostenni così. E ce n'erano a migliaia, a milioni, tutt'intorno,
-di quei chiodi d'oro e così, dall'uno all'altro, non staccandomi da
-un chiodo se non avevo afferrato l'altro ben bene cominciai a camminar
-per il cielo penzoloni alle stelle e c'era tutt'intorno una gran luce,
-una luce immensa, come quella del sole, ma più bianca, più fredda, una
-luce d'argento e non una luce d'oro. E d'un tratto, in quell'immenso
-chiarore, abbacinato mi smarrii. Non trovai più altri chiodi a cui
-sospendermi. Il chiodo, cioè la stella alla quale ero con un braccio
-aggrappato, bruciava, bruciava, oh come orribilmente bruciava,... Ed
-io non potevo più resistere a quel fuoco, talchè a un dato punto per il
-dolore abbandonai la stella e precipitai.... Precipitai nel buio verso
-la gran luce e mi trovai, quando riaprii gli occhi chiusi per l'orrore,
-in cima ad una grande scala d'argento e in un gran disco d'avorio.
-
-L'AMICO
-
-La luna?
-
-PIERROT
-
-La luna. Ed ai servi vestiti di bianco che custodivan la porta in
-cima alla scala chiesi naturalmente, da persona bene educata, di poter
-salutare la padrona di casa....
-
-L'AMICO
-
-Ch'era lei, la luna....
-
-PIERROT
-
-Ch'era lei, la luna. Chi me l'aveva detto? Nessuno. L'infallibile
-istinto del viaggiatore celeste che prodigiosamente si orienta da sè in
-quell'itinerario aereo senza indicazioni d'un Touring-Club stellare. È
-anche vero che qualche cosa, vedendo tutti aver l'aria felice mentre
-nel mondo che avevo abbandonato tutti hanno l'aria piagnona, qualche
-cosa mi disse entro di me: «Gente felice?... Questo è certo il mondo
-della luna....» Ed era, infatti, così. Ma la padrona di casa era a
-passeggio e un gentiluomo della sua corte mi indicò laggiù, su la Via
-Lattea, la sua carrozzina d'argento tirata da cento pariglie bianche di
-minuscoli cavalli.
-
-L'AMICO
-
-Sorvola sui particolari. E va al sodo. Hai dunque visto la luna?
-
-PIERROT
-
-Sì, al suo ritorno, quando discese, in fondo alla gran scala
-d'argento, dalla sua carrozza foderata di seta bianca in cui la
-luna staccava come una perla sul suo candido astuccio. Oh, che bella
-signora, amico mio.... Che cos'è mai Colombina al suo confronto? Un
-mostricciattolo.... Bella, bella, divinamente bella, e bianca, bianca,
-infinitamente bianca.... E quando salendo mi passò vicino mi riconobbe:
-«Oh, tu qui, Pierrot?...».
-
-L'AMICO
-
-Ti conosceva?
-
-PIERROT
-
-Dal vestito. Per tutti i poeti c'è sempre stata un po' di luna nel
-vestito di Pierrot.
-
-L'AMICO
-
-Ma se eri saltato dal trampolino vestito da _clown_.....
-
-PIERROT
-
-Sì, dal trampolino e finchè mi arrampicavo attraverso i chiodi d'oro
-delle stelle. Ma, non appena toccai le madreperle della luna, per un
-nuovo incantesimo mi trovai di colpo levate di dosso le brache del
-_clown_ e negli specchi che nella luna fan da marciapiedi mi rividi
-addosso il mio vestito da Pierrot, immacolato, di bucato, stirato di
-fresco, con a posto tutti i bottoni e tutti i fiocchi, irreprensibile.
-
-L'AMICO
-
-E allora, dopo averti riconosciuto, che ti disse?
-
-PIERROT
-
-Nulla. Sorrise. E parve in quel sorriso voler dire tante cose, dal
-benvenuto alla buona sera, dall'incoraggiamento al lasciapassare.
-E sparì. Ma, come s'ella avesse veramente dato con quel sorriso un
-ordine, io potei varcare la soglia d'argento e girare a piacer mio
-pei giardini della luna, come se fossi munito d'un _coupe-file_ per
-la libera circolazione. Ma dopo che ebbi pranzato con un estratto di
-polline di fiori e con una coppa di rugiada, mentre fumavo in giardino
-una sigaretta, fui avvertito che _Madame la Lune_ desiderava parlarmi.
-E fui ammesso alla sua presenza. — «So — mi disse non appena fui
-inginocchiato d'innanzi a lei — so perchè il tuo sogno, attraverso
-il trampolino della fantasia, t'ha portato fin quassù. Nel mondo tu
-soffri e cerchi per i tuoi sogni di poeta un mondo migliore. Tu hai
-sofferto su la terra perchè tutti ti hanno mentito mentre a tutti
-chiedevi, invece, o poeta, la verità. Quassù tu sarai accontentato.
-Tutti ignorano quassù che cosa sia la menzogna. Quassù, come vedi,
-tutto è bianco e tu sai benissimo che ogni bugia è, sul candore delle
-anime, una macchiolina nera. Io ti dò piena libertà di rimanere in
-questi miei immacolati paesi. Tu potrai andare e venire liberamente,
-sognar le tue fantasie, trovare e cantare come e dove tu voglia la
-fortuna, l'amore, la gloria. Ma se nessuno qui t'inganna, nemmeno tu
-devi ingannare. E bada: io lo saprò. Se tu mentirai, ad ogni tua bugia
-una macchiolina nera apparirà sul tuo bianco vestito. Vivi dunque
-felice, Pierrot, come su la terra ed in mezzo agli uomini non ti fu
-dato di vivere. Trova qui fra noi la verità che cercavi. Qui tutto è
-amore, tutto è serenità, tutto è fiducia, tutto è ingenuità. Amore,
-serenità, fiducia, ingenuità, questo è il colore della tua anima, caro
-fanciullo, e del tuo vestito. Questo mio mondo lunare ha i medesimi
-sentimenti degli uomini: l'amore, l'ambizione, la fede, la speranza, la
-carità. Solamente questi sentimenti qui non conoscono frodi, inganni,
-raggiri, calcoli o finzioni. Qui si vive veramente, come voi dite in
-terra, col cuore su la mano. Va dunque, Pierrot, in questo felice mondo
-che desideravi. Ma torna ogni sera, prima d'andare a dormire nel calice
-d'un giglio, a farmi vedere se il tuo vestito e la tua anima continuano
-ad essere senza macchie. E non credere, bada, di potermi illudere.
-Quassù non c'è acqua e non ci son lavandaie. Fatta una macchia, tu non
-potrai cancellarla mai più....».
-
-L'AMICO
-
-Comodo paese, il paese della verità!
-
-PIERROT
-
-Uscii dalla reggia della luna tripudiando di felicità. Avevo tanto
-sofferto, io: Colombina infedele, gli amici infidi, i compagni sleali,
-frode e menzogna in ogni cosa. E per tre giorni, pur andando in giro
-continuamente fra uomini e donne, progetti ed affari, io ritornai dalla
-Luna, alla sera, col mio bel vestito immacolato. Ma la quarta sera
-_Madame la Lune_, corrugando il sopracciglio, scoprì una minuscola
-macchiolina nera poco più su del cuore. E, con la faccia oscura, mi
-rimproverò: «Tu hai detto, oggi, una bugia. Bada. Ma sia la prima
-e l'ultima». Sapevo come la macchiolina era venuta. Devi sapere che
-uomini e donne, lassù, son come noi. Solamente, mentre da noi le donne
-belle e gli uomini forti stanno specialmente nelle statue dei musei
-e nei quadri delle gallerie e attorno per il mondo vediamo girare
-ogni giorno un popolo di mostri e di sfiancati che d'uomo e di donna
-han solo il nome, nella luna, invece, son tutti belli. Così io, puoi
-immaginarlo, non tardai ad innamorarmi. E quel giorno stesso avevo al
-mattino chiesto un bacio ad una fanciulla bionda, offrendole, senza
-ch'ella me lo chiedesse, ma perchè si fa sempre così, d'esserle per
-sempre fedele. Ma nel pomeriggio una fanciulla bruna mi piacque e
-poichè ella chiedeva, per annoiarmi, un giuramento d'eterna fedeltà,
-io senza pensarci, tanto smaniavo di toccar quelle rosee sue labbra,
-giurai come alla bionda anche alla bruna d'esserle per sempre fedele. E
-il giorno dopo la prima bugia una terza fanciulla mi piacque. Suonava
-il violino divinamente; e glielo dissi. Ella, sorridendo felice, mi
-domandò se avessi mai sentito alcun altro suonar com'ella suonava.
-Ed io giurai che no. E, verso sera, una quarta fanciulla mi piacque,
-poichè suonava l'arpa celestialmente; e glielo dissi. Ed anch'ella,
-sorridendo felice, mi domandò se avessi mai nella luna od altrove
-sentito alcun altro suonare com'ella suonava. E io giurai che no, anche
-a lei, tanto mi piacque lusingarla per esserne lusingato e tanto non
-osai dir la verità per cui m'era parso che la suonatrice di violino,
-per profondità di sentimento e delicatezza di tocco, la vincesse di
-gran lunga su la suonatrice di arpa. E alla sera, _chez Madame la
-Lune_, furon dolori. Quattro macchioline, grosse come centesimi, erano
-schierate in bell'ordine su la mia giubba candida poco più su del
-cuore. «Bada, mi disse vedendole la Luna con cipiglio severo. Bada,
-Pierrot. Non continuar così se ti è caro vivere qui. Ricordati: non
-sei più fra gli uomini. In terra, di bugie si vive. Qui, di bugie si
-muore».
-
-L'AMICO
-
-Mi pare, in verità, che la Luna non potesse più affettuosamente
-metterti in guardia....
-
-PIERROT
-
-Mettersi in guardia.... Facile a dirsi, difficile a farsi. T'ho detto
-e ti ripeto che lassù eran tutte maledettamente belle e, non appena ne
-vedevo una che non avevo veduta ancora, mi prendeva una gran smania di
-baciarle le labbra e di suggerle in quel bacio l'anima come si succhia
-un fiore. E, per ottener questo bacio, non badavo a mezzi leciti o
-illeciti. Se mi chiedevano promesse, impegni, giuramenti, io, preso
-nel vortice del mio desiderio, ubbriacato di bellezza, promettevo,
-m'impegnavo, giuravo. E la giubba, la mia povera giubba si copriva
-di macchioline che s'allineavano in piccoli battaglioni come un
-esercito schierato in piazza d'armi e visto da un aereoplano a tremila
-metri. E, ogni sera, la Luna contava: «Trecento.... Quattrocento....
-Cinquecento....». E ora le bugie, dette le prime, crescevano e si
-moltiplicavano senza che io volessi. Lo diciamo anche su la terra,
-tanto per giustificarci: una tira l'altra, come le ciliegie. E una,
-infatti, tirava l'altra. Dove una bugia era scoperta, dovevo dirne
-due nuove per nasconder la prima. Dove un inganno svelato minacciava
-di farmi perdere ciò che a me piaceva di conservare, tramavo altri
-tre inganni per mantenere il primo. E, alla sera, la Luna contava:
-«Ottocento.... Novecento.... Mille....». E sulla piazza d'armi della
-mia giubba candida l'aereoplano a tremila metri non vedeva più i punti
-fissi e radi d'un reggimento schierato: vedeva, povero me, tutt'un
-formicolìo d'eserciti....
-
-L'AMICO
-
-Come se guardasse, mettiamo, nell'anima di Colombina cui tu
-inesorabilmente rimproveri il giuoco delle bugie.
-
-PIERROT
-
-Ma tutto questo complicato andirivieni del mio capriccio e della
-mia fantasia, passati i primi tempi, corsa la cavallina, s'acquetò
-rapidamente. Quand'ebbi in un modo o nell'altro baciato tutte le donne
-che mi piacevano, m'accorsi che tutti i baci erano uguali e che a nulla
-serviva continuare a mutar di bocca se non riuscivo a mutar di piacere.
-Quand'ebbi comunque conquistato, lusingando, adulando, ingannando,
-imbrogliando, i migliori gigli per dormirvi la notte, i migliori fiori
-per assicurarmi i più fini manicaretti, i più bei cavallini per far
-trascinare la mia vettura, mi parve inutile continuare la mia fatica
-per avere altri agi uguali a quelli che già avevo, altre ghiottonerie
-quando di ghiottonerie ero già ristucco e altri lussi quando già, al
-mio passaggio, sdraiato nella mia _Daumont_, destavo l'ammirazione di
-mezzo mondo lunare e tutti mi segnavano a dito dicendo con rispetto:
-«Quello è Pierrot...». Quando, imitando gli altri poeti, camuffando con
-parole mie i pensieri altrui, rubacchiando con mano destra concetti
-e rime, ebbi avuto l'onore di adornare di miei versi le più illustri
-gazzette dell'Olimpo lirico lunare, mi parve superfluo insistere a far
-versi miei con quegli degli altri se già tutti leggendomi dicevano:
-«La Terra ha Dante.... E noi, più avventurati, abbiamo Pierrot....».
-E allora chiusi la mia vita in tre grandi solitudini: una donna sola
-per amare, un solo amico per vivere, un'opera sola per bere veramente,
-come Musset, nel mio bicchiere e farmi perdonare da _Madame la Lune_,
-in virtù del mio genio, le mie innumerevoli macchioline. E trovai, solo
-allungando la mano, la donna che mi adorava, l'amico impareggiabile e
-il capolavoro assicurato.
-
-L'AMICO
-
-E le macchioline, per tante nuove virtù, miracolosamente scomparvero.
-
-PIERROT
-
-No. Sta a sentire. E non m'interrompere così.... Trovato che ebbi
-l'amore, l'amicizia e l'opera, potei considerarmi, invero compiutamente
-felice. Da ogni parte la vita nella luna mi sorrideva come io avevo
-sognato che la terra mi sorridesse. Altro non mi rimaneva da fare che
-lasciarmi amare, lasciarmi servire e lasciar che l'estro liberamente
-cantasse nella mia fantasia. Ma, col tempo, la donna che mi amava mi
-venne a noia e, poichè aveva un'amica, non ebbi pace finchè non riuscii
-a tradir quella con questa. Verso il mio fedele e impareggiabile amico
-io non ebbi più scrupolo alcuno di mancargli di fede quando vidi che
-su la sua fede io potevo fare completo assegnamento. E, giuocandone la
-fiducia, sfruttandone gl'interessi, calunniandone il nome, riuscii ad
-avvantaggiar me in ogni modo danneggiando in ogni modo lui. In quanto
-poi al mio capolavoro, quando vidi che l'opera era certa, ma lunga la
-fatica, quando vidi alle prove che l'estro cieco non basta, ma che,
-come diceva Buffon, _le génie n'est qu'une longue patience_, quando
-sentii farsi attorno al mio raccoglimento operoso il silenzio nelle
-frivole voci delle più leggere e quotidiane popolarità e non mi vidi
-più per le vie segnato a dito e non mi vidi più nei grandi giornali
-paragonato ogni giorno a Dante od a Shakespeare, annunziai a tutti che
-il gran capolavoro era finito e diedi fuori, spacciandoli per l'opera
-lungamente pensata e lavorata, duemila versi qualunque buttati giù alla
-svelta in meno d'una settimana. Ma quand'ebbi tradito così tutto quello
-che avevo ricevuto in dono dalla Luna, l'amore, l'amicizia e la gloria,
-non potei più passare per i marciapiedi senza veder riflettersi negli
-specchi che li lastricavano non più la mia giubba candida tempestata di
-macchioline, ma addirittura una funebre casacca nera in cui di bianco
-non c'era più neanche un puntolino. Così mi ritrovò _Madame la Lune_
-quando, alcuni giorni dopo, essendo stata chiusa in casa e invisibile
-per un'eclissi, ricomparve ufficialmente nella sua reggia d'argento e
-mi mandò a chiamare. Non osavo apparirle davanti e sentivo che nella
-sua collera la mia ultima ora lunare sarebbe stata irremissibilmente
-segnata. Ma non s'alterò vedendomi nero a quel modo da capo ai piedi.
-Solo scosse melanconicamente la sua bella testa serena e mi disse così,
-senza severità: «Vedo che nel felice mondo della luna, non ostante
-tutto ciò che io ti ho consigliato, tu ti sei condotto non altrimenti
-da come, su la terra, gli uomini si conducevano verso di te. T'ho dato
-le tre grandi gioie del cuore, dello spirito e dell'intelligenza e tu
-ne hai fatto menzogna e mercato. Ma non poteva essere altrimenti. Non
-è tua colpa se, dopo le prime macchioline delle prime timide bugie,
-la tua bianca casacca s'è fatta nera come l'anima tua. Tu sei poeta,
-ma sei anche uomo, inguaribilmente uomo. Poeta tu desideri un bene,
-una verità, una felicità che poi, se ti son dati, tu uomo non sai
-vedere, non sai rispettare, non sai conservare. Quand'eri su la terra
-odiavi la menzogna, l'inganno, la frode, perchè menzogna e inganno e
-frode eran tramati dagli altri verso di te. Ma quando il tuo slancio
-ideale verso il sogno t'ha portato più su degli uomini, dove nessuno
-mentiva, nessuno ingannava, nessuno frodava, tu, che altro non sei
-che un uomo, hai mentito, hai ingannato, hai frodato, hai fatto nella
-luna, verso gli altri, quello che in terra ti doleva che gli altri
-potessero fare a te. Il male è nel tuo cuore, piccolo uomo che si
-veste di bianco, ma che è dentro di sè senza candore. L'illusione è
-dentro di te, poeta, l'illusione per cui follemente ti lamenti d'umane
-debolezze e d'umane viltà di cui tu sei quanto tutti gli altri capace.
-Che vuoi tu dunque da noi? Qui sono anime candide per cui purezza vuol
-dire diritto d'immortalità. La vostra vita umana è invece in un breve
-circolo di anni, impercettibile attimo nel tempo, inesorabilmente
-segnata. E nessuno di voi uomini è immortale perchè nessuno di voi,
-uomini, è degno d'immortalità. Anche qui, qualche volta, un'anima si
-perde. Tu ne hai perduta una: quella di colei con la quale hai tradito
-l'immenso amore che, per l'eternità, in una donna io t'avevo dato. Ma
-quando quassù un'anima si perde il lutto è così grande che una stella
-si spegne nel cielo e un mondo s'inabissa nell'infinito. Le stelle
-cadenti che voi uomini vedete solcare il cielo nelle notti d'estate
-altro non sono che anime perdute quassù e che precipitano in un'ultima
-luce per venire a perdersi nella vostra terrestre oscurità. Ritorna
-dunque, o piccolo poeta mortale, il cui ideale non ha luce più lunga
-e più forte di quella di una lucciola su la siepe, ritorna alla tua
-terra laggiù. Sopporta che gli altri ti mentiscano poichè tu sei pronto
-a mentir come loro. Soffri che gli altri ti ingannino, poichè tu, come
-loro, non sai vivere di verità. Accetta d'essere vittima della frode in
-attesa dell'ora propizia in cui sarai tu il frodatore. Vattene dunque,
-uomo. E dì al poeta che ha dato le ali alla tua fantasia per mandarti
-fin quassù, digli che è inutile chiedere come lui fece _des ailes, des
-ailes_, quando non potete servirvene per restare in alto. Quanto più
-in alto tu sali, o poeta, con le tue ali d'impossibile, più dall'alto
-cadi, tu uomo, quando il tuo peso mortale inesorabilmente ti condanna
-a ripiombare giù». Ciò detto la Luna fece un gesto e tutto si oscurò.
-Ed io mi ritrovai un istante dopo sul margine del firmamento, non
-più Pierrot bianco, non più Pierrot nero, ma col vestito da _clown_,
-a striscie bianche e nere, pagliaccio di due colori, mezzo ideale e
-mezzo realtà, poeta e uomo, da tutti diverso ed a tutti eguale. E vidi
-correre verso di me cento, duecento, mille donne, tutte quelle che
-avevo baciate, tutte quelle cui avevo mentito; e avevan tutte la faccia
-di Colombina quando ride e mi sfida. E gridavan tutte spingendomi
-verso l'abisso stellato: «Giù.... Giù.... Via di qua, uomo....
-Torna da lei che ci vendicherà...». E in un'ultima risata di mille
-gole, nello spintone di duemila braccia, dal margine del firmamento
-ricaddi nell'abisso, traversai le stelle senza potermi più salvare
-aggrappandomi ai loro chiodi d'oro; e vidi sotto di me, precipitando,
-il minuscolo mondo crescere, crescere, crescere e farsi sempre più
-vicino, e più preciso, e vidi il mare e i monti, vidi le luci delle
-città e poi le città stesse, e poi le vie, e i palazzi, e le case, e le
-finestre, e il mio tetto e su questo un grottesco piccolo trampolino
-messo assieme con due povere tavole, miserabile tentativo fatto per
-sfuggire alla vita, agli uomini e a me stesso, trampolino su cui
-picchiai per rimbalzare e ricader fuori del cornicione, e rotolar giù
-lungo la parete della mia casa, e ripiombar giù nella strada piccola,
-buia, bagnata, fangosa e nell'urto formidabile svegliarmi, e trovarmi
-lì a terra, accoccolato vicino al muro, col mio vestito da Pierrot
-tutto pioggia e fango, col cielo sul capo, nella listarella azzurra
-che se ne vede tra le case in città, senza più nuvole tutto pieno di
-stelle. E la luna non era più che lì dentro — sola luna degna di me,
-di te, di Colombina, di tutti noi uomini e donne — la luna non era più
-che un dischetto bianco, grande quanto una fetta d'ananas, tremolante
-lì accanto a me nell'acqua piovana della pozzanghera.
-
-
-III.
-
- (Ora Pierrot, compiuto il suo racconto, si è abbandonato con
- le braccia e con la testa sul tavolino e, povero ragazzo deluso
- dal suo sogno prima ancora di viverlo o di tentare di viverlo,
- s'è lasciato andare alle sue lacrime e ai suoi singhiozzi.
- Piange, poverino, e si dispera da far pietà. Ma l'amico di
- Pierrot non si commuove. Non è un poeta, l'amico di Pierrot.
- È un uomo, semplicemente un uomo e gli uomini non hanno mai
- pietà per i poeti che invece son uomini disperati di non esser
- che uomini. Ma ora, d'improvviso, c'è un passettino su per la
- scala e una mano gratta leggera alla porta. L'amico di Pierrot
- ha imaginato chi può essere. E, infatti, levatosi, andato in
- punta di piedi alla porta ed apertala, si trova davanti timida,
- tra sorrisi e lacrime, con un fagottino sott'il braccio e
- una malinconia in cuore, Colombina che ritorna, con la pace
- di Quaresima, al suo poeta innamorato. E, di su la porta,
- Colombina vede pianger Pierrot che tutto sussulta nella sua
- giubba. Ha nella melanconia un sorriso di trionfo e interroga
- l'amico):
-
-COLOMBINA
-
-Poveretto!.... Piange per me?.... Ah, come lo adoro...
-
- (E senza neppure aspettare risposta tutto il suo viso
- s'illumina di felicità perchè di nulla una donna è felice
- come del potere di riempir di lacrime gli occhi d'un uomo. E
- Colombina si slancia verso Pierrot, s'inginocchia ai suoi piedi
- e leva verso di lui le sue braccia supplici e le sue parole
- pentite. L'amico guarda un momento e poi brontola andandosene):
-
-L'AMICO
-
-Valeva proprio la pena d'andar fin nella luna per ritornare a terra
-così, come tutti i giorni....
-
- (Ma Pierrot ha sollevato il volto. Ha visto Colombina. S'è
- gettato nelle sue braccia. Colombina vorrebbe ancora spiegare
- la sua assenza della sera prima, l'origine onesta dei suoi
- piccoli lussi, e ingannare ancora Pierrot, e mentir quando
- occorre per far pace tra due innamorati, e giustificar tutto
- quello che è vano giustificare poichè è inevitabile).
-
-COLOMBINA
-
-Ti giuro.... Credimi, amor mio.... È la verità.... Non senti nella mia
-voce, non vedi nei miei occhi che è la verità?...
-
- (Ma Pierrot le ha tappato la bocca con la mano. E ora si getta
- su le labbra di lei con le sue labbra per cercar nel bacio
- certo il solo oblio possibile di tutto quello che è incerto. E,
- tra un bacio e l'altro, le dice):
-
-PIERROT
-
-No, zitta, zitta, ti prego.... Non dirmi nulla. Non spiegarmi nulla.
-Non c'è nulla da spiegare. La vita è questa. L'amore è questo. E
-nessuno può cambiare.
-
-COLOMBINA
-
-Ma tu devi credermi, tu devi ascoltarmi....
-
-PIERROT
-
-No, cara. È inutile. Ti credo, ti credo come se tu avessi parlato.
-Verità, bugia, hanno le stesse parole, i medesimi accenti, il medesimo
-sguardo. E chi può mai distinguere, chi può davvero riconoscere? Che
-importa a te di dirmi la verità se io posso crederla una bugia? Che
-importa a te di dirmi una bugia se io, senza che tu abbia parlato, son
-pronto a crederti come se avessi detto la verità.... Non c'è altro da
-fare....
-
- (Ma invece di baciarlo Colombina si leva in piedi, offesa,
- imbronciata. Poichè Pierrot tenta di riprenderla lo respinge.
- Poichè Pierrot cerca di farla ridere, scoppia a piangere).
-
-COLOMBINA
-
-Lasciami... Mi hai offesa. E non mi ami.
-
-PIERROT
-
-Io?... Io ti ho offesa?... E come, come ti ho offesa?
-
-COLOMBINA
-
-Ma sì.... Anche ammesso che una donna dica una bugia non è lecito
-crederle, mio caro, prima che l'abbia detta. Non è possibile toglierle,
-credendola prima, l'illusione d'essere stata creduta davvero! Impara a
-vivere, caro mio, ed a trattar come si deve con le donne....
-
-PIERROT
-
-Hai ragione.... Perdonami.... Tu ragioni a fil di logica ed io son qui
-pronto ad ascoltarti,..
-
- (E, felice di poter mentire e di ricuperare nella bugia la gioia
- di sentirsi creduta, Colombina, seduta ai piedi di Pierrot, le
- mani nelle mani, gli occhi negli occhi, comincia a spiegare, a
- raccontare....)
-
-COLOMBINA
-
-Non ti ho mentito mai.... Il giovane che mi seguiva l'altra mattina è
-un parente d'una mia amica e m'aveva raggiunta appunto per chiedermi
-notizie di lei.... Il merlettino che tu hai trovato nel comò me lo ha
-regalato quella mia stessa amica, per il giorno della mia festa, ed io
-avevo dimenticato di fartelo vedere.... Il ritratto di militare ch'era
-fra le mie camicie, te lo giuro, è capitato lì non si sa come.... Io
-non lo conosco, quel militare.... Giurerei che è il fidanzato della
-stiratrice.... E, quanto a questa notte, non credere che io sia andata
-in giro per i caffè a divertirmi o a ballare.... Ero in casa della zia
-e alle nove ero già a letto....
-
- (Mentr'ella parla così, Pierrot vede ancora nella massa dei
- capelli di Colombina qualcuno di quei pezzettini di carta
- colorata che piovon nei caffè e nei teatri nelle sere di
- Carnevale. Vorrebbe prenderne qualcuno per farglieli vedere
- e smascherar subito la gran bugia. Ma ripensa al _clown_
- di Banville, al trampolino per le stelle, al sogno nella
- luna, alla piccola e miserabile verità della terra.... E
- ride.... Ride per non piangere, come fanno i bambini, le
- donne e i poeti.... E vede lì accanto il libro delle _Odes
- funambulesques_.... Lo riapre. Rilegge i versi):
-
- _Plus haut! Plus loin! De l'air! Du bleu!_
- _Des ailes! Des ailes! Des ailes!_
-
- (E si rialza ridendo Ali, ali, ali... E per andar dove? E pensa
- a Totò, marito sedentario, pacifico commendatore, seduto nella
- sua poltrona accanto al fuoco, i piedi nelle pantofole, intento
- pazientemente a far versi pazzi nella sua tranquillità borghese
- ed a cercar rime rare tra le rime obbligate della sua vita
- d'ogni giorno.... E ride, ride, ride di sè, di Totò, di tutti i
- poeti, di tutte le poesie... Così ridendo prende il libro delle
- _Odes funambulesques_ e, aperta la finestra, lo scaraventa
- giù nella strada. Poi rivà di corsa da Colombina interrotta
- nelle sue spiegazioni e, ritornato a sedere, prima la bacia e
- poi l'ascolta: cioè fa prima la cosa necessaria e poi la cosa
- inutile E Colombina, ostinata riprende la matassina delle sue
- bugie che Pierrot, ridotto oramai ad essere come tutti, ascolta
- con aria serena e credula, come fossero sacrosante verità).
-
-COLOMBINA
-
-E quanto poi al ritrattino del militare.... vedi.... posso anche
-dirti.... posso anche giurarti.... se vuoi.... che a me non piacciono
-i militari....
-
- (Intanto, per istrada, un piccolo Pierrot di quindici anni ha
- raccolto il libro delle _Odes funambulesques_ caduto nel fango
- e, apertolo alla ballata del _clown_ e delle stelle, comincia
- a sua volta a sognare):
-
- _Plus haut! Plus loin! De l'air! Du bleu!_
- _Des ailes! Des ailes! Des ailes!_
-
-
-
-
-Il Bacio di Cirano
-
-
-I.
-
-LE SUE AMICHE DELLA COLLINA VERDE.
-
-La Collina Verde. Il bianco convento nascosto lassù, in vetta al colle,
-fra querce ed abeti, che è la mèta d'ogni passeggiata mattutina di
-Grazia. Arriva lassù, al trotterello del piccolo somaro sardegnolo,
-piena di fiori la minuscola cestina che il somarello tira su su per
-quel nastro bianco della strada svolazzante nel verde. Ecco la cima
-del colle. Ecco il grande panorama della valle ancora ingombra di
-nebbia azzurra nel mattino di primavera. E Grazia bussa alla porta del
-convento. Il chiaro sorriso della suora guardiana l'accoglie appena la
-porta s'è aperta. È la piccola amica d'ogni giorno, cariche come ogni
-giorno le braccia di fiori, come ogni giorno piena di doni la borsa
-di velluto che le pende al fianco. E, difatti, il primo dono è per
-lei: una tavola di cioccolata per suor Ghiottona... Non ha neppure,
-col volto illuminato di umile gioia, il tempo di ringraziarla. Già
-Grazia vola via leggera — con la sua sottanina rosea, col suo giubbetto
-di velluto nero, col suo cappello fiorito, con quel costume un po'
-antiquato e fuori moda, ma così pieno di grazia e di colore, che la fa
-sembrare una figurina di Winterhalter — già Grazia vola via per il gran
-viale dei cipressi e sbuca laggiù su lo spiazzo davanti alla grande
-cappella. Le suore in ricreazione son lì, tutte raccolte. E non appena
-Grazia appare, ecco le piccole bianche suore accorrerle attorno, venir
-d'ogni lato, di tra il verde, come un gran volo di farfalle. Quante,
-quante sono le sue amiche della Collina Verde... E son lì, tutte
-attorno a lei — e ancora ne vengono, dal bosco le solitarie, dalla
-cappella le più mistiche, dall'orto le buone massaie, dal giardino le
-più poetiche, dal refettorio le più golose — e son tutte lì attorno a
-Grazia che, come ogni mattina, distribuisce, dopo il grande inchino e
-il baciamano alla Badessa, fiori, doni e sorrisi.
-
-
-II.
-
-«HO FATTO IL GIRO DEI MIEI POVERELLI...»
-
-Ora Grazia è seduta sul gran prato d'innanzi al convento, in un gran
-cerchio di suore. E lei, tutta rosa in mezzo a quel bell'ordine di
-suore bianche, vista di lassù dal campanile dove il campanaro suona le
-campane a festa, deve sembrar nel verde una gran rosa rosea circondata
-di camelie bianche. E parla, e parla... E racconta alle sue amiche
-della Collina Verde quello che ha fatto da quando s'è destata e
-levata con l'aurora: come ogni giorno il suo itinerario di pietà e di
-consolazione, la sua dolce catena d'opere belle e d'opere buone:
-
-— Ho fatto il giro, racconta, dei miei poverelli... Alla scuola
-campestre, prima... Cari i miei bambinoni, con quei loro grembiuloni
-bianchi, care le mie ragazzone con quei loro vestitini azzurri, lì,
-su quei banchi, fra verde di campagna e azzurro di cielo... Poi via,
-di corsa, dal mio “gran malato„ immobile, poverino, da dieci anni,
-inchiodato, crocefisso nella poltrona dalla paralisi... E poi son corsa
-a dar lavoro, alle mie «manine d'oro»... al laboratorio... Manine
-d'oro, veramente... Come ricamano! Se vedeste... Vi fanno, adesso,
-una tovaglia per l'altar maggiore... Vedrete... E poi via, di corsa,
-dai «miei eroi»... Povera mamma sempre triste, ma pur gloriosa, con
-quei due giovanottoni senza gambe l'uno, senza braccia l'altro, ma
-con mezzo metro di nastrino blù sul petto tutt'e due... E poi ancora
-dove sono stata?... Ah, a distribuire il pane ai miei vagabondi della
-strada maestra, precisi ogni giorno all'appuntamento, al ponticello di
-legno sul torrente... Non ne manca mai uno... Girano, girano, girano
-senza casa e senza requie, tutt'il giorno e sempre lì ritornano ad
-aspettarmi, ogni mattina... E anche lui mi aspetta, ogni mattina e ogni
-sera, il mio vecchio poeta del campanile tra le sue campane... E come
-suona a gloria il _Mattutino_ quand'io lo vado a trovare lassù, il mio
-amico altolocato, tra campane e cielo!... E poi, quando lassù, isolata
-e sospesa nel cielo, ho ascoltato ben bene, tra le campane giganti,
-l'inno che il poeta del campanile fa squillare in onor mio, ridiscendo
-giù... in terra... dove non c'è più gioia... dove il mio più grande
-dolore mi aspetta...
-
-Gli occhi le si velano di lacrime. Abbassa il volto e la voce:
-
-— Il mio povero e caro fratello tanto malato è appena desto... Lo
-faccio adagiare su la _chaise-longue_ dove trascorre leggendo quasi
-tutte le sue giornate. Gli apro le finestre affinchè un po' di sole
-entri a riscaldarlo e a rincuorarlo... Come ritorna la speranza
-nel cuore dei malati quando un po' di sole viene a toccarli, a
-scaldarli!... E gli domando, ogni mattina, col cuore che mi batte
-tanto forte: “Stai meglio, stamattina?...„ Ed egli dice di sì, per
-consolarmi... Ma non è vero... Lo so che non è vero... È condannato,
-come tutti i miei...
-
-E il volto di Grazia è nascosto nelle mani e il pianto è nella sua gola
-e nel suo petto. Come più si stringono le piccole suore attorno a lei,
-per consolarla... Ma Grazia è forte. Grazia ha un grande cuore eroico
-e non vuol pietà. Rimanda in dietro le lacrime, balza in piedi e si
-stringe attorno le amiche bianche:
-
-— E ora sono, come ogni mattina, fra le mie amiche della Collina Verde
-per ringraziare Iddio di quel po' di bene che mi permette di fare!...
-
-Va Grazia, con le suore, alla cappella. S'inginocchiano e pregano. Che
-mistico fervore è sul volto di Grazia, quale luce di trasfigurazione in
-quei suoi grandi occhi sognanti!...
-
-
-III.
-
-CLAUDIO ARCERI.
-
-Nel suo studio denso di stoffe e di tappeti, lasciato in eterna
-penombra dalla poca luce che entra attraverso i cristalli da
-cattedrale, Claudio Arceri, seduto al tavolino, con il pianoforte
-aperto accanto a lui, lavora. Ha d'innanzi a sè i grandi fogli coperti
-di segni della sua opera nuova. Il giovane maestro è già celebre, a
-trent'anni. Le sue tre prime opere gli hanno conquistato una popolarità
-universale e il mondo attende adesso la sua opera nuova. Il soggetto
-ch'egli ha scelto è famoso: _Cirano di Bergerac_. La musica gli canta
-dentro e il maggiore entusiasmo creativo accende Claudio Arceri. Ma
-come lavorare? Ad ogni quarto d'ora è interrotto. Il vecchio domestico,
-avvezzo ai rabbuffi ma sempre, tuttavia, intimidito quando gli si deve
-avvicinare nelle ore del lavoro, viene avanti pian piano, in punta
-di piedi... Ha, sul vassoio, tre biglietti da visita. Come lo guarda,
-Claudio, e come vorrebbe strangolarlo... Ma non lo strangola perchè, in
-fondo, a quel vecchio fedele e taciturno domestico vuol bene. Guarda i
-biglietti da visita: un editore, due impresarii di teatri lirici. Come
-si fa a non riceverli?... Peccato... Guarda i fogli sul tavolino...
-Era in un'ora di estro... La ballata dei Cadetti gli veniva sui fogli
-così facile che sembrava gliela dettassero dentro.. Pazienza... Avanti
-l'editore... Poi... gli altri...
-
-— E... non ci sono per nessun altro... Chiunque venga: il maestro
-lavora e non riceve.
-
-Il domestico va, ma Claudio, di scatto, lo richiama:
-
-— Cioè no... Aspetto alle cinque una signora... La riceverò... Verso
-le sette, poi, verrà la signorina Andreani. Se l'altra signora non
-fosse ancora andata via direte alla signorina Andreani che non sono
-ancora rientrato e che ho telefonato per farla avvertire che andrò io
-a prenderla alle otto a casa sua per pranzare insieme...
-
-Inchinato e docile, il domestico è uscito. Claudio, seccato e
-compiaciuto insieme come tutti gli uomini e come tutti i grand'uomini,
-sospira:
-
-— Dio, che vita complicata è la mia!...
-
-Complicata, sì, perchè Claudio Arceri non è solamente un grande
-artista... È anche un gran bel ragazzo... E i suoi nemici dicono che se
-fosse meno bello sembrerebbe — almeno alle signore — meno bella anche
-la sua musica...
-
-
-IV.
-
-«FORSE, UN GIORNO... CHI SA?»
-
-La meridiana della Collina Verde segna oramai mezzodì. Squilla, in un
-dolce e caldo aroma di ragù che si mescola al profumo dei giardini,
-la campanella del refettorio. Accompagnata dalle bianche amiche per il
-gran viale dei cipressi. Grazia va, dopo aver pregato, verso l'uscita.
-Ha le braccia aperte su le spalle di due suore che, guardando a terra,
-accordano i loro piccoli passi su quello lento e grave di Grazia. Che
-silenzio attorno, ora che la campanella del refettorio ha taciuto! E
-Grazia si sofferma, guardandosi attorno e un sorriso pallido è su le
-sue labbra:
-
-— Fermarmi, un giorno, qui fra voi, per sempre... Che pace! Che riposo!
-
-E riprende ad andare. E le due suore, occhi a terra, mani nascoste
-nei grandi maniconi bianchi, riaccordano i loro piccoli passi sul
-suo. Ora son presso la porta. Suor Ghiottona apre e Grazia si volge
-ancora a guardare il giardino del convento. È triste, è quasi commossa.
-Sussurra:
-
-— Forse, un giorno... Chi sa?
-
-E piega la fronte sul petto della Badessa.
-
-— Ma no... Ma no... Sei giovane, sei bella, sei ricca, sei buona...
-Tutto è per te nel mondo promessa di felicità...
-
-Un'ombra passa sul volto di Grazia che l'ha risollevato sotto la
-pressione d'una mano della Madre. E un piccolo brivido la scuote.
-Dubbio, prima. Poi, presentimento di terrore. Ma è fiera e ha cuore
-eroico, Grazia! Si riprende: e s'illumina ancora il suo volto nel
-sorriso quieto della mattina di primavera e di bontà.
-
-— E ora corro... È mezzogiorno... E m'aspetta, a casa mia, la minestra
-dei miei poverelli...
-
-Un bacio alle suore. Un bacio della Badessa su la sua fronte. Un'altra
-tavoletta di cioccolata — inaspettata, l'ultima! — passata sotto mano
-a suor Ghiottona che tiene aperta la porta e Grazia è fuori, sul suo
-carrozzino di vimini, con in mano le redini infiocchettate del suo
-ciuchino:
-
-— Ioh, Lumachino...
-
-E Lumachino, per smentire il nome, parte via di galoppo giù per la
-discesa, lungo il nastro bianco della strada che serpeggia — Grazia
-dice: svolazza! — nel verde della collina. E, sebbene il refettorio
-le chiami e il ragù si raffreddi, le suore rimangono lì a salutare,
-laggiù, lontane, sempre più lontane per Grazia che che ogni tanto si
-volge, a salutare, care piccole amiche d'ogni mattina, in un lento, in
-un sempre più lento agitarsi di maniche bianche e di soggòli candidi...
-
-
-V.
-
-«BUON APPETITO E BUON SOLE!»
-
-Son venti? Son trenta? Chi li conta? Si passan la voce e ce n'è
-ogni giorno di più.. Ma c'è minestra per tutti... Grazia sa bene
-che i poveri sono sempre più di quanti crediamo e fa aumentare,
-meccanicamente, ogni mattina, la razione. Distribuisce a tutti ella
-stessa le belle scodelle fumanti e li mette lì, in fila, sul muricciolo
-che, nella villa, divide il giardino dall'orto. Che sole c'è là! Caldo
-dentro e caldo fuori... Come si scaldano tutti quei poverelli! E Grazia
-tutti li saluta, tutti li incuora:
-
-— Buon appetito e buon sole!
-
-E fugge. Ma una vecchietta afferra Grazia per la veste, la ferma, le
-bacia la mano:
-
-— Dio ti benedica per quanto sei buona!
-
-Su, nella villa, una finestra s'è aperta. Marcello, il fratellino
-malato, sorride, saluta Grazia, le fa cenno di salire, richiude,
-scompare. E Grazia, che prima ha sorriso, ora ha il volto doloroso e
-contratto. E si china, un'istante, all'orecchio della vecchietta:
-
-— Non per me bisogna chiedere la benedizione di Dio... Ma per lui, per
-lui... bisogna tanto pregare...
-
-
-VI.
-
-SERENITÀ.
-
-Leggera, aerea, rosea, sorridente, Grazia entra nella sala da pranzo
-dove la tavola è apparecchiata. Mette i fiori su la tavola, nei vasi.
-Corre alla finestra. L'apre. Il sole, in un gran rettangolo d'oro,
-invade la sala. Ed eccola, di volo col sole, nelle braccia di Marcello
-che le dice:
-
-— Sorellina, dove entri tu entra il sole!
-
-E Grazia ride, gli tappa la bocca con la mano:
-
-— Esagerato!
-
-E, di volo ancora, eccola nelle braccia di Rosetta, l'amica intima,
-quella che su tutte e fra tutte è cara al suo cuore.
-
-E batte le mani. E chiama a tavola. E aiuta il fratello a sedere. E
-siede ella stessa, ma ancora un pensiero pei suoi poveri traversa
-il suo cuore. Corre alla finestra. I poverelli son là, allineati,
-sul muricciolo al sole, a gustare la buona minestra fumante. La
-vedono, restan tutti con i cucchiai in aria e un coro di saluti e di
-benedizioni la raggiunge lassù. Grazia sorride, richiude e torna a
-tavola. Accanto al suo tovagliuolo, su un piccolo vassoio, è la posta.
-
-
-VII.
-
-UNA LETTERA TRA ALTRE DIECI.
-
- _Mia cara Grazia,_
-
-_Claudio Arceri, il glorioso musicista che attualmente compone la
-sua nuova opera, _Cirano di Bergerac_, distratto nel suo lavoro
-dalle troppe cure e dalle troppe noie della vita cittadina, cercava un
-verde cantuccio solitario per lavorare in pace. Io gli ho consigliato,
-pensando a te, il paesello verde e rosa, tra boschi e giardini, dove
-tu vivi con tanta serenità di cuore e di opere. Il maestro Arceri,
-nella solitudine provinciale, troverà in te certamente un'ammiratrice
-e un'amica. Gli ho detto di te la metà del bene che di te si deve
-pensare. E te lo mando su, assieme a questa lettera, già un po'
-innamorato di te: innamorato di te senza averti mai veduta, sol per
-aver sentito vantare i tuoi pregi: come Jaufré Rudel per la Contessa di
-Tripoli. Scherzi a parte, io affido alla tua buona accoglienza questo
-grand'uomo che viene su la tua montagna. Dà alle ore del suo lavoro
-il conforto prezioso della tua deliziosa amicizia. Ti ringrazia e ti
-abbraccia la tua_
-
- GABRIELLA.
-
-
-VIII.
-
-UN ARRIVO.
-
-Un trenino omnibus si ferma, affannando, nella piccola stazione
-tutta rossa d'oleandri in fiore. Un solo viaggiatore ne discende, un
-viaggiatore insolito: un bel signore elegante, un signore di città.
-Claudio Arceri chiede spiegazioni:
-
-— Per il Castello d'Arcole, presso il convento della Collina Verde...
-
-E un facchino accompagna il grande musicista verso la vecchia diligenza
-polverosa che aspetta fuori, all'ombra, già rivolti i cavalli verso la
-lunga strada bianca che bisogna lentamente salire.
-
-
-IX.
-
-TOSSE...
-
-Batte le mani, Grazia. Com'è felice! Che grande idea ha avuta
-Gabriella... Come ella ammira la musica di Claudio Arceri e come sarà
-felice di conoscerlo, come terrà ad onore di diventare sua amica!...
-Marcello, che rideva per tanta gioia, s'interrompe. Un colpo di tosse
-gli sconvolge il viso lacerandogli il petto. Sùbito Grazia accorre a
-lui, trepida, spaurita. L'attacco cessa. Torna, Marcello, a sorridere.
-Torna, Grazia, al suo posto. Ma non sorride più...
-
-
-X.
-
-GRAZIA HA QUATTRO AMICI.
-
-Quattro amici. I così detti «amici del dopo pranzo»... Fedeli. Devoti.
-Esclusivi. Sempre in lotta fra loro, ma sempre uniti nell'affetto
-di lei, nell'ammirazione delle sue virtù. Sono il farmacista della
-Collina Verde, il maestro di scuola, il vecchio conte Spada e don
-Giovannino. Tra i quattro il conte Spada e don Giovannino sono i più
-caratteristici: il conte Spada col suo _tight_ eterno, con le sue
-uose bianche, la sua caramella, la sua cravatta girata e rigirata tre
-volte attorno all'altissimo ed immacolato colletto; Don Giovannino
-con le sue eleganze provinciali, coi vestiti ch'eran di buon taglio
-tre anni prima, con le cravatte dai colori sgargianti, le scarpe che
-accoppiano tra piede e gambaletto i più stridenti colori, un palmo
-di fazzoletto fuori del taschino, l'eterno fiore all'occhiello, la
-scriminatura diritta come un binario e certe cravattine papillons che
-sembran davvero farfalle tanti sono i colori che vi sfoggiano sopra.
-Il conte Spada, unico superstite di grande famiglia, rappresenta tutta
-l'aristocrazia della Collina Verde: aristocrazia senza un soldo, ma
-aristocrazia. Don Giovannino è della Collina Verde l'uomo fatale: don
-Giovanni di paese, migrante leggero ed inconcludente tra camerierine
-e contadinotte verso un'eterna conquista, ma don Giovanni, arbitro di
-tutte le eleganze, al corrente di tutte le mode, re dello chic su la
-piazzetta del paese.
-
-Eccoli, dopo colazione, tutt'e quattro, a prendere, come sempre,
-il caffè in casa di Grazia e di Marcello. Ma che hanno oggi? Perchè
-sono tutti scuri in volto, ammusoniti, taciturni, scontrosi? Grazia
-interroga. Rispondono a monosillabi. Grazia guarda. Evitano il suo
-sguardo... C'è... c'è... che sono già tutt'e quattro maledettamente
-gelosi. Grazia ha annunziato l'arrivo di Claudio Arceri. E che viene
-a fare lassù? Perchè ha scelto proprio la Collina Verde per venire a
-lavorare? Quante altre migliaia di comuni ha l'Italia a disposizione
-dei grandi uomini in cerca di villeggiatura? Ora che il grand'uomo
-arriva accadrà quel che deve accadere: passeranno loro in seconda
-linea, saranno da Grazia trascurati, forse abbandonati... per lui...
-
-Grazia, ridendo, s'è levata. Li vede lì, mortificati, imbronciati, ai
-quattro angoli della tavola da pranzo, col caffè che si fredda nelle
-tazze alle quali, per protesta, non hanno voluto neppure avvicinare
-le labbra. Grazia fa loro cenno di seguirla per passare nel salone
-dov'è il pianoforte. Vanno, come cani frustati. Grazia, questa volta,
-è crudele: anche Grazia è donna e non è perfetta. Li vede gelosi e si
-diverte a punzecchiarli. Ha preso gli spartiti delle opere di Claudio.
-Ha fatto prima vedere la fotografia del maestro, specialmente a don
-Giovannino... E poi ha esclamato, coi tre spartiti in mano levati in
-alto entusiasticamente:
-
-— Che musica divina! Tre capolavori!
-
-Il farmacista, che è melomane e ostinato suonatore di pianoforte,
-storce la bocca con aria di disprezzo. Grazia gli va sotto
-minacciandolo con gli spartiti e gridando;
-
-— Capolavori, sì! E voi non capite niente...
-
-È troppo. L'offesa li tocca tutti, ma per tutti si risente il
-farmacista che prende dalle mani di Grazia uno spartito e, apertolo a
-caso sul leggìo del pianoforte, esclama:
-
-— Volete un saggio di questa famosa musica divina? Tappatevi le
-orecchie.
-
-E siede al pianoforte e fa per suonare... Ma Grazia si slancia verso la
-vecchia spinetta, vi si appoggia e chiude su la tastiera il coperchio:
-
-— No. Qui non si suona. Vi suonò per l'ultima volta mio padre, dieci
-anni fa.
-
-E corre nell'altra stanza, e torna, cariche le braccia del grave peso
-del grammofono. Ed ha con sè un disco. Lo leva in aria, trionfalmente,
-e poi lo mette a posto, nell'apparecchio.
-
-— Si, sì, ora la sentirete la musica di Claudio Arceri...
-
-E il grammofono va...
-
-
-XI.
-
-PITTORESCA, MA INTERMINABILE...
-
-E va anche, su per la lunga e lenta salita, già da due ore, la
-diligenza in cui Claudio Arceri sonnecchia quando i sobbalzi della
-vettura glielo permettono. E ci sono ancora due ore di strada! Tra
-sonno e sonno Claudio guarda dagli sportelli: luoghi pittoreschi,
-boschi di castagni miracolosi, pinete sublimi, panorama indescrivibile,
-sì, sì, tutto quello che gli hanno decantato e promesso... Ma che
-strada interminabile!... Pittoresca, ma interminabile...
-
-E che idea è stata mai quella di non venir fin lassù in automobile?
-
-
-XII.
-
-CHIAMA A RACCOLTA...
-
-E il grammofono va, va ancora. Dapprima i quattro hanno tentato di
-motteggiare sotto gli sguardi fulminanti di Grazia. Ma adesso... Adesso
-altro che far gli spiritosi! Adesso son presi anche loro, come Grazia
-rapita, come Marcello, come Rosetta, nel fascino della musica stupenda.
-Hanno a poco a poco avvicinato le loro sedie e son là, con certi visi
-gravi e intenti, con certi occhi grandi che un velo di lacrime fa più
-luminosi. Anche Rosetta è, come Grazia, profondamente commossa. Anche
-lei adora la musica di Claudio Arceri. Marcello, che le è vicino, le
-mormora all'orecchio:
-
-— Musica che strappa il cuore!...
-
-E Rosetta, che aveva già il labbro tremante e gli occhi smarriti,
-nasconde il volto nelle mani e scoppia a piangere dirottamente.
-
-D'improvviso Grazia arresta il grammofono. Corre a Rosetta e, presala
-tra le braccia, le asciuga gli occhi, la fa sorridere, ride con lei...
-Poi guarda i quattro. Son lì, immobili, i vecchi amici gelosi di
-Claudio, son lì vinti, commossi. Li fa levare, Grazia, e, dando loro i
-cappelli, li spinge fuori e dice:
-
-— E ora via, via, cari, a farvi belli e ad avvertir tutte le mie
-amiche. Claudio Arceri fra poco sarà qui e voglio presentargli tutt'il
-mio piccolo mondo.
-
-E don Giovannino, su la porta, assicura Grazia:
-
-— State tranquilla... Alle ragazze penso io...
-
-
-XIII.
-
-PRIMA CURIOSITÀ.
-
-Il Castello di Arcole è a pochi chilometri dal paese e la diligenza vi
-fa sosta affinchè Claudio Arceri possa discendere. E, appena disceso,
-mentre la corriera riprende la via su per la salita, il suo primo
-pensiero, il suo primo interesse è per Grazia. Chiede sùbito ov'ella
-abiti al giardiniere che è venuto a riceverlo. E il giardiniere
-gl'indica lì, a duecento metri, la vecchia villa di Grazia, coi suoi
-due cipressi al cancello e la sua corona di pini attorno alla casa
-tutta avvolta di edera.
-
-
-XIV.
-
-RIVEDENDO LA «SCENA DEL BALCONE».
-
- ... E quali mi direte, se venne un tale istante
- Per noi, quali parole? — Ma quante, quante, quante
- Me ne verranno al labbro; senza disporle in mazzo
- Gitterovvele in fascio: io vi amo, son pazzo...
-
-— Bei versi! dice Rosetta levando gli occhi dal libro.
-
-— E che musica saprà farci Claudio Arceri! risponde Grazia chiudendo il
-poema ch'ella ha preso poco prima nella biblioteca.
-
-E rimangon lì, le due fanciulle, a pensare, a ricordare... Rivedono
-la scena del balcone al terzo atto di _Cirano_ così come la videro
-qualche anno prima, una sera, indimenticabile, in città: Rossana
-bianca sul balcone verde d'edera e fiorito, nell'ombra della notte
-tutta tremante di stelle; e sott'il balcone Cristiano, il bello, il
-felice, l'amato, che ripete le parole che Cirano, brutto, senza gioia,
-senza amore, gli suggerisce, nascosto sott'il portico. Ma Cristiano
-ode male, ripete male, va troppo piano per il torrente di parole che
-vien su, tumultuoso, dal cuore innamorato di Cirano. E, avvolto nel
-nero mantello, mascherando nella commozione la voce, Cirano parla
-direttamente a Rossana, le canta, le grida le sue grandi parole d'amore
-ch'ella deve creder quelle di Cristiano:
-
- T'amo, soffoco, è troppo, non reggo più: siccome
- Dentro un sonaglio, sta nel mio cuore il tuo nome,
- E poi che senza posa l'anima mia vacilla,
- Senza posa il sonaglio s'agita e il nome squilla.
-
-E le due donne sono, come sempre, prese dalla disperata malinconia di
-questa scena in cui l'infelicissimo amante privato d'amore trova una
-disperata e tremenda voluttà nel dire nell'ombra, per un altro, le
-parole del suo folle amore, nel rinunziare, nel sacrificarsi così fino
-a far salire un altro a cogliere su le labbra dell'amata il bacio, il
-divino bacio che le sue parole han preparato...
-
-Ma Grazia si riprende. Scuote il capo sorridendo, e la melanconia:
-
-— A vestirci!
-
-
-XV.
-
-PREPARATIVI.
-
-Grazia mette una rosa nei suoi capelli e si guarda allo specchio: è
-carina, è molto carina. Ma non pensa solo a sè, Grazia. Pensa anche
-a Rosetta. E c'è una rosa anche per lei. C'è un po' di cipria anche
-per lei. C'è uno specchio per dire anche a lei che anche lei è carina,
-molto carina...
-
-E ha l'aria di trovarsi molto carino anche Claudio Arceri, nella sua
-stanza da letto al Castello, se indugia così davanti allo specchio a
-fare impeccabilmente diritta la scriminatura, a rivedere il nodo della
-cravatta, a infilar nell'occhiello un gran garofano bianco e a metter
-nel fazzoletto due gocce d'ambra antica Coty.
-
-E come si senton carini anche i quattro che, rivestiti a festa, tutti
-lustri e attillati, scendon giù per un vicolo del paese verso la
-villa di Grazia... Che palamidone ha il farmacista! E che panciotto di
-velluto a scacchi bianchi e neri ha tirato fuori il maestro di scuola!
-Le ghette e i guanti bianchi del conte Spada accecano per il loro
-splendore e don Giovannino ha messo fuori una cravatta scozzese che,
-per non innamorarsi a prima vista di lui e di lei, bisogna aver duro il
-cuore come un macigno...
-
-
-XVI.
-
-L'INCONTRO.
-
-Nel salone grande della casa di Grazia dov'è la vecchia spinetta
-tra vecchi quadri di famiglia e vecchi mobili che mai Grazia ha
-voluto cambiare — e sembra, ed è, infatti, un vecchio salotto del
-Cinquantanove — nel salone grande e scuro della casa di Grazia gli
-abiti chiari delle sue amichette mettono note di luce qua e là. Ogni
-tanto, azzurra o rosea, tutta tulle e nastrini, ne spunta un'altra su
-questa o quella porta. E sembran nella penombra grandi fiori rosei o
-celesti che sboccino, d'improvviso, su una porta, dietro una tenda, fra
-un mobile e l'altro, davanti a una consolle o sopra un canapè, qua e
-là...
-
-Qua e là, da per tutto, corre Grazia che Rosetta serve e segue come il
-prete all'altare. Qua riordina, là spolvera... Metton dovunque fiori e
-fiori nei vasi...
-
-— Hanno spogliato il giardino! dice a un gruppo di piccole amiche,
-sorridendo, Marcello, Marcello che domina il suo malessere per non
-turbare a Grazia l'ora di quell'arrivo che è una gran festa per lei...
-
-Spolvera, spolvera, spolvera... Quanta polvere c'era e quanta ce n'è
-ancora... Ci vuole aiuto... E Grazia, quando i quattro amici in abito
-da cerimonia fan l'entrata solenne in processione, mette sùbito un
-bello scopettino nei guanti bianchi di don Giovannino e invita questi
-a spolverare, a spolverare lui la spinetta, mentre lei spolvererà lo
-consolle e Rosetta il canterano e le campane di cristallo.... Ma, oh
-Dio!, il domestico entra ed annunzia: «Claudio Arceri è arrivato». È
-come se fosse caduto il fulmine. Tutti son lì, immobili, in piedi,
-impietriti;... Nell'ansia Grazia ha dimenticato di togliersi il
-grembiulino e se ne accorge quando Claudio è già apparso su la porta e
-s'è inchinato davanti a lei... Mentre Claudio, nell'inchino, ha giù gli
-occhi al pavimento, fa a tempo Grazia a toglierselo, a chiuderlo in una
-mano, dietro il dorso. Claudio è venuto avanti. Come agita, Grazia, le
-mani dietro la schiena... È il momento di dar la mano al maestro. Ma in
-una ha il grembiule e nell'altra lo scopettino. Un grand'imbecille quel
-don Giovannino che è dietro di lei e non vede che bisogna toglierla
-d'impaccio! Non pensa, Grazia, alla cosa più semplice: buttar tutto
-per terra. Ma nella confusione accade sempre così: ci si impunta su un
-ostacolo e la soluzione più semplice ci sfugge. Ecco che Claudio le è
-davanti. Grazia s'è inchinata a sua volta. Ora è il caso di tirarsi su,
-di dargli la mano... Ma come fare? Quell'imbecille di don Giovannino...
-Si sente, Grazia, perduta... Ma miracolosamente, a tempo, due mani —
-quelle di don Giovannino diventato meno stupido? — le tolgono scopetta
-e grembiule ed ella, tirandosi su dal bell'inchino, può dare a Claudio
-la mano e dirgli commossa e col suo più bel sorriso:
-
-— Inutile assicurarle, maestro, ch'ella ha qui tutt'un piccolo mondo
-d'ammiratori...
-
-Claudio sorride: il sorriso solito per la solita frase udita mille e
-mille volte. E Grazia presenta: suo fratello, Rosetta, i suoi grandi
-amici — che stretta di mano stile _Louis XV_ dà il conte Spada e che
-_shake-hand_ da spezzare il braccio al maestro dà don Giovannino! — e,
-finalmente, le sue amiche. E, ad una ad una, le ragazze passan davanti
-al maestro con un piccolo goffo inchino che le fa diventar tutte rosse
-e poi si ritraggono e fanno qua e là, nel fondo in penombra della gran
-sala, gruppi chiari e chiacchierini che son per Claudio Arceri tutti
-sguardi e commenti.
-
-E poi, appena Claudio è seduto accanto a Marcello che lo interroga
-sul suo lavoro e sui suoi propositi, le ragazze, chiamate da Grazia,
-vengono avanti e l'aiutano a servire il tè. In un angolo don Giovannino
-studia il maestro. Ora s'avvicina a tre ragazze che son rimaste lì
-ferme a guardare coi gomiti poggiati alla _consolle_. E chiede, in
-confidenza:
-
-— Meglio di me il maestro? Osereste affermarlo?
-
-Una risata delle ragazze gli risponde e rimane lì, come uno stupido,
-mentre le ragazze volan via anche loro verso il maestro, per servire i
-biscotti...
-
-E don Giovannino si consola. Guarda il maestro, vestito semplicemente
-d'una giacca nera. E guarda, invece, il suo _tight_:
-
-— Si fan forse le visite in giacca?... Ma bisogna compatirlo...
-Poverino! È un artista. E non conosce gli usi...
-
-
-XVII.
-
-CAMPANE CHE ASPETTANO.
-
-Come ogni sera a quell'ora, il vecchio amico del campanile aspetta
-Grazia lassù per suonare l'Ave Maria. Il sole è già laggiù, su l'orlo
-dell'orizzonte. Già non è più interamente un disco. E tra le grandi
-campane mute, brune sul cielo verdino, il campanaro attende. Guarda
-l'ora ogni due minuti. Per la prima volta quella sera Grazia è in
-ritardo... E guarda giù se Grazia venga... Guarda, aspetta... E le
-campane aspettano... E, il sole continua a calare laggiù, fra quelle
-nuvole rosse...
-
-
-XVIII.
-
-IL «LAMENTO DI GIULIETTA».
-
-Claudio Arceri è alla spinetta. Grazia gli ha detto:
-
-— Vi suonò, l'ultima volta, mio padre. Vuol darmi lei la gioia di
-riaprirla oggi?
-
-Appena seduto, Claudio è rimasto incerto. Che cosa suonare? E Grazia ha
-preso lo spartito d'una sua opera: _Giulietta e Romeo_. L'ha aperto sul
-leggìo:
-
-— Il “_Lamento di Giulietta_„, maestro. È il suo capolavoro!
-
-E Claudio Arceri ha cominciato a suonare. Grazia è appoggiata alla
-spinetta, intenta ad ascoltare, a guardare. E lentamente, pianamente,
-a mano a mano che il maestro suona, i gruppi sparsi nell'ombra del
-salone si avvicinano, si stringono sempre più, diventano uno solo e
-le ragazze, le rose rosee, le rose azzurre, non sono più staccate,
-ma formano adesso, chiare di luce nella penombra, tutto un grande
-_bouquet_. E le braccia si allacciano, e gli occhi si cercano. E Grazia
-guarda il piccolo orologio che ha al polso e, mentre ascolta la musica,
-ricorda...
-
-
-XIX.
-
-LA BUONA NOTTE AL SOLE.
-
-Sagoma nera su l'alto del campanile, il vecchio poeta delle campane
-ha perduto oramai ogni speranza. Sarà solo, quella sera, a dar la
-buona notte al sole, al sole che laggiù, nell'orizzonte ora violetto,
-non è più che un piccolo arco rosso sempre più piccino, prossimo
-a scomparire... E le grandi campane mute, brune sul cielo verdino,
-aspettano ancora, ancora un momento...
-
-
-XX.
-
-ESTASI E RIMORSO.
-
-E, nella sala in cui l'ombra diviene sempre più nera e dove, nella
-suggestione della musica, cuori e corpi si fanno sempre più stretti
-e più vicini, Grazia guarda ancora l'orologio al suo polso. Vorrebbe
-andare. Non sa staccarsi. È combattuta e divisa, tra un'estasi e un
-rimorso.
-
-
-XXI.
-
-AVE MARIA!
-
-E il sole è scomparso. Pace e melanconia infinita del crepuscolo. Ed
-è l'armento che torna dal pascolo col suo pastore, ed è il piccolo
-lago che s'addormenta tra le ninfee, ed è la luce che s'accende nei
-casolari, ed è l'ombra che scende giù per la montagna, ed è la falce
-di luna che spunta lassù dietro la collina, ed è il carro pesante e
-lento che va per la lunga via crepuscolare, ed è l'argenteo saluto dei
-campanili lontani al giorno che se n'è andato.
-
-E, finalmente, nere e gigantesche sul cielo ove s'accendono pallide le
-prime stelle, le campane lentamente si muovono.
-
-Presso la spinetta Grazia, d'improvviso, le ode. Tende al richiamo
-lontano delle amiche d'ogni sera l'orecchio ed il cuore. Ancora
-è combattuta, ancora è divisa, presa fra due sentimenti e fra due
-musiche. Con gli occhi intenti, dilatati, rivede le cose d'ogni sera:
-il poeta sul campanile, le ultime nuvole paonazze laggiù, le finestre
-di Collina Verde che s'illuminano, la porta del casolare che si chiude,
-il contadino che torna coi suoi buoi, le fanciulle che ballano su l'aia
-al suono della fisarmonica.
-
-Claudio Arceri suona. Gli occhi fissi su lui, tutta l'anima in lui,
-Grazia lo ascolta. Come, nell'ombra che ha invaso tutta la stanza, che
-ha disperso ogni sagoma, come il gruppo di quelli che ascoltano s'è
-stretto attorno al musicista nel breve cerchio di luce gialla delle
-candele!... E nel silenzio immenso solo quelle due voci si chiamano,
-si rispondono, fan di due canti lo stesso canto: la spinetta di Claudio
-Arceri e, lontane e lente, le campane dell'Ave Maria.
-
-Grazia, al riflesso delle candele che illumina solo il suo volto, è lì,
-appoggiata alla spinetta, il capo fra le mani, gli occhi intenti sul
-musicista, il cuore alle due musiche. Ma a poco a poco una sola musica,
-quella che ha vinto, rimane in tutt'il suo immenso cuore gonfio di
-commozione: quella di Claudio che continua a suonare mentre le grandi
-amiche d'ogni sera, che hanno invano chiamato Grazia, si addormentano
-pian piano negli ultimi rintocchi sempre più lenti e, ferme oramai, non
-sono più che gigantesche ombre sul cielo sereno e infinito dell'immensa
-notte finalmente discesa...
-
-
-XXII.
-
-COSÌ, OGNI GIORNO...
-
-Le parole ardenti di Cirano hanno vinto il cuore di Rossana. Lassù, al
-davanzale, trepida fra i rami del gelsomino, la fanciulla è pronta, è
-offerta al bacio del suo innamorato. E Cirano, escito dalla sua folle
-ebbrezza, spinge su l'altro, Cristiano, a cogliere su quelle labbra
-frementi il bacio ch'egli ha preparato.
-
-Questa è la pagina ardente e disperata che oggi ispira Claudio Arceri
-seduto a comporre al suo tavolino da lavoro. Ha provato or ora, al
-piano, la melodia che gli è frullata nel cervello e che ha fissata su
-la carta. Ora è stanco. Ha guardato sul tavolino il piccolo orologio
-che segna le ore della sua fatica quotidiana. Le sue piccole amiche
-sono oggi in ritardo? Ma no... Ecco il rumore d'una porta che s'apre,
-ecco un echeggiar di voci, fuori, nel vestibolo, e le due amiche, tutta
-azzurra l'una, tutta rosea l'altra, entran correndo e son di volo alla
-scrivania e al pianoforte. Grazia cerca fra le carte, vede la nuova
-musica appena appena composta. L'apre sul leggìo e, costretto Claudio a
-levarsi, lo fa sedere al pianoforte. Presto, presto... Le nuove melodie
-appena nate devono avere le loro prime ammiratrici.
-
-E Claudio Arceri suona alle due piccole amiche che, sedute accanto a
-lui, un gomito sul ginocchio, il volto nella mano, vedono ripassare
-nella loro memoria, nel sortilegio della musica, le scene e le figure
-del bel poema: l'incontro coi cappuccini, l'apparir di Rossana al
-balcone, il primo balbettìo di Cristiano, il volo lirico di Cirano,
-l'apologia del bacio:
-
- .... Ma poi che cosa è un bacio? Un giuramento fatto
- un poco più da presso, un più preciso patto....
-
-
-XXIII.
-
-GENTE CHE ASPETTA INVANO.
-
-Su la poltrona dov'è inchiodato dalla paralisi il «grande malato» volge
-invano il capo verso il cancello del suo piccolo giardino...
-
-Nel laboratorio le «manine d'oro» lavorano... La tovaglia per l'altar
-maggiore, tutta piena di bei ricami, è pronta, ma nessuno viene a
-ritirarla. Il lavoro non è più come prima, sicuro, felice... Di tanto
-in tanto le «manine d'oro» si fermano... A questa sarebbe necessario
-un consiglio... Quella ha paura di sbagliare... Quell'altra non sa più
-come andare avanti. E aspettano, le manine d'oro, di sera in sera, di
-mattina in mattina... Aspettano.
-
-E lì, al sole, i due ragazzoni mutilati, i due eroi, senza gambe l'uno,
-senza braccia l'altro, fumano e ricordano... Ricordano le ore in cui
-le parole buone, parole consolatrici, parole che nessuna altra bocca
-sa dire, scendevano sino in fondo alle loro anime... Ora fumano, soli,
-melanconici, al sole... Soli: come e quanto si sentono soli!... Davanti
-a loro è la strada bianca, vuota... Suonava un tempo, d'improvviso, su
-quella strada, il trotterello leggero e frettoloso... E tutt'il cuore
-era un'illuminazione...
-
-E, al ponticello di legno, gli erranti, i vagabondi della strada
-maestra, si raccolgono come ogni mattina. Facevan chilometri e
-chilometri, una volta, per non mancare all'appuntamento. Dovunque
-fossero, ovunque li conducesse il loro vagabondaggio, lì li
-riconduceva, all'uscir da ogni notte, la loro buona stella. Veniva di
-lassù, dall'alto di quel ponticello, la buona stella, in un dondolìo di
-sonagli d'argento...
-
-E lassù, sul campanile, accanto alle immobili campane che sembrano non
-aver più lo stesso suono, il poeta del campanile aspetta, guarda ogni
-sera, giù giù fin dove il viottolo si perde tra i vigneti, guarda se la
-piccola cara ombra appaia ancora come appariva, fedele, puntuale, ogni
-sera.
-
-Ma Grazia non viene più.
-
-
-XXIV.
-
-UN MAZZO DI ROSE BIANCHE.
-
-Claudio ha richiuso il piano. Quanta ne vorrebbero le ragazze!...
-Vorrebbero uno spartito al giorno... Ma musica nuova non ce n'è più...
-Grazia non si fida. È alla scrivania. Rovista fra le carte. Son lì, nel
-vaso di cristallo, le belle rose rosse. Sono le rose che ella gli manda
-ogni mattina per fiorirne il suo tavolino da lavoro. Ora Grazia tuffa
-il viso, in quelle foglie ardenti e fresche: e, tra quelle foglie,
-il suo respiro è quasi un bacio. Ma, volgendosi, Grazia vede un altro
-mazzo di rose — bianche queste — lì, in un altro vaso di cristallo, sul
-pianoforte. Un'ombra passa sul suo volto e spegne il suo sorriso.
-
-— E queste? ella chiede.
-
-Come, prima che Claudio risponda, Rosetta, tutta rossa, abbassa il
-volto confusa e mortificata! È perfettamente inutile che il maestro
-spieghi:
-
-— Son della signorina Rosetta...
-
-.... Già Grazia, da quel rossore, dall'abbassarsi di quello sguardo
-sul tappeto, l'aveva capito... Lo sguardo di Grazia non s'abbassa come
-quello della sua amica. Fattosi oscuro e torbido riman lì, diritto,
-fermo. Rosetta se lo sente addosso senza vederlo e ne ha fastidio. Con
-un pretesto si allontana con Claudio verso il fondo della stanza dove
-son giornali e riviste appena arrivati con la posta. E Grazia, sempre
-fermo e diritto lo sguardo carico di nuvole nere, strappa non veduta
-qualche foglia al mazzo di rose bianche di Rosetta e le stritola, le
-stritola — come le stritola! — nelle sue piccole mani convulse...
-
-Claudio prepara il tè, laggiù, in fondo. Rosetta, che è buona e che non
-ha nulla da rimproverarsi, si è riavvicinata a Grazia: timidamente le
-chiede che cosa abbia. Le risponde una spallucciata.
-
-— Che ho? Nulla.
-
-Non ha nulla. E ha tutto. Ha un turbamento profondo che non ha forma,
-che non ha nome ancora, ma che la lascia lì, imbronciata, cupa, senza
-farle trovare una sola parola da dire all'amica, che le stringe il
-cuore sino a farglielo così piccino che entrerebbe in un pugno. E
-rimangon lì, così, le due donne — così vicine e così divise — finchè
-Claudio s'accosta a loro recando due tazze di tè.
-
-Ma passa ogni nube, tornano il volto e l'anima di Grazia a sorridere
-se Claudio, bevuto il tè, siede con le due fanciulle in un angolo del
-salotto e parla di sè, parla di sè a loro che bevono intente le sue
-parole, parla, come lui solo sa parlarne, dei suoi ricordi d'arte e dei
-suoi sogni di gloria.
-
-
-XXV.
-
-QUANDO GRAZIA NON C'È...
-
-— Chiudete le finestre. Ho freddo.
-
-È primavera. Ma Marcello ha freddo. Non c'è sole che gli illumini il
-buio dell'anima, non c'è tepor di maggio che gli riscaldi le vene. È
-lì, sconsolato, freddoloso, sotto le coperte, disteso sul divano, fra i
-due più vecchi domestici di casa che lo assistono, la vecchia cameriera
-che lo ha visto nascere e il vecchio servo fedele che gli è così vigile
-e affettuoso infermiere. Un tempo una cosa, una gran cosa, riesciva a
-distrarlo dal pensiero del suo male, a infondergli coraggio: il sorriso
-di Grazia, la continua presenza di Grazia. Ma ora... Come son lunghe
-e come son tristi a passare le ore in cui ella è lontana... E come in
-quelle ore tutt'i suoi mali sembrano moltiplicarsi...
-
-— Chiudete... Chiudete ancora... Ci dev'essere qualche cosa d'aperto
-nell'altra stanza... Ho freddo...
-
-Ha freddo dentro e gli pare d'aver freddo fuori. E con le coperte di
-cui s'avvolge crede di riempire il vuoto, di rimediare al freddo che
-Grazia lascia, quando non c'è...
-
-
-XXVI.
-
-CHI È LA MUSA?
-
-Sono in giardino, tra le più belle rose del mondo. Son veramente le più
-belle? Così almeno sembrano a loro. Così sembra a loro tutto quello che
-da vicino o da lontano circonda il musicista, appartiene comunque a lui
-o alla sua vita.
-
-Rosetta chiede l'ora. La sua istitutrice doveva venirla a prendere
-alle quattro e son le quattro passate da un pezzo. Ma chi pensa più
-all'ora, al ritardo, alla mamma che aspetta, adesso che Claudio prende
-a ognuna delle due ragazze una mano e sollevandole in alto domanda con
-un sorriso:
-
-— Qual'è fra voi due la Musa?
-
-L'idea tenta Grazia immediatamente. In un lampo la coglie, ne fa un
-fatto. Ha tolto dal taschino di Claudio il suo fazzoletto e ha bendato
-il musicista. E ora, allontanandosi da lui e allontanando con sè
-Rosetta, lasciandolo lì in mezzo alla grande aiuola fiorita, gli grida:
-
-— Scegliete.
-
-Strano giuoco frivolo e terribile in cui le bimbe che sono state fino
-a ieri si divertono un mondo e non vorrebbero mai farsi acchiappare
-da Claudio che, qua e là, le insegue, e in cui le donne ch'esse sono
-diventate trepidano in una tensione atroce dello spirito e vorrebbero
-che sùbito Claudio riuscisse ad afferrarle, che immediatamente il
-giuoco finisse e la sorte facesse la sua scelta come a fissare e a
-scoprire il destino. E vanno, e girano, e fuggono, e ritornano, e
-lo sfiorano, e lo toccano, e son lì a due passi, e son là lontane, e
-Claudio crede di stringerne una fra le braccia, e abbraccia l'aria fra
-le loro risate. Ma, ahi, è fatta... Questa volta è presa bene e non
-scappa più... Una delle due fanciulle è nelle braccia di Claudio che
-sùbito si sbenda e la vede:
-
-— Voi! Grazia!
-
-E, tra il giuoco e il serio, Claudio trattiene per qualche istante fra
-le sue braccia, più che non dovrebbe, Grazia, il cui volto è tutto
-illuminato di gioia, mentre Rosetta s'è fatta laggiù, dove il viale
-comincia, per nascondere il suo turbamento, per vedere se giunga la
-sua istitutrice, la sua istitutrice che è incredibilmente in ritardo.
-E ancora Claudio a bassa voce mormora all'orecchio di Grazia che tutta
-ne trema e abbassa il volto fatto di brace:
-
-— Voi... Voi...
-
-
-XXVII.
-
-GLI ABBANDONATI.
-
-Su la piazza del paese, al piccolo “gran caffè„, mogi mogi,
-abbandonati, senza parlare, son seduti tre dei quattro amici di Grazia:
-il conte Spada, il farmacista e il maestro. Qua e là per la piazza, su
-la porta delle case, le belle ragazze di Collina Verde fan capannelli.
-E don Giovannino, più che mai fatale, va di gruppo in gruppo, a
-dispensar sorrisi e a rubar cuori. Ma chi lo guarda più don Giovannino
-da quando c'è in paese Claudio Arceri? Son tutte lì, su le porte, per
-aspettarlo, per vederlo passare, alla solita ora, alle cinque, quando
-viene in paese a spedir la sua posta e a comprar sigarette. Ora che
-c'è in paese un grand'uomo e un bell'uomo chi guarda più, chi può più
-guardare quell'uomo ridicolo ch'è don Giovannino? Ma don Giovannino,
-come tutti i grandi che decadono, non si accorge della sua decadenza.
-Prende per buoni i sorrisi ironici che lo accolgono, chiude le
-orecchie alle risate che lo seguono, vede solo la più santa ingenuità
-nelle frasi piene di malizia e di scherno con cui le belle ragazze di
-Collina Verde prendono in giro la sua fatalità esautorata e si burlano,
-insomma, maledettissimamente di lui...
-
-Accanto ai tre che non parlano, caduti nell'abbattimento profondo dei
-grandi abbandoni, il medico prende un caffè. Ma il domestico di Grazia
-viene a chiamarlo.
-
-— Corra, corra signor dottore... Il signor Marcello sta male... Ed io
-vado al Castello a chiamare sùbito la signorina Grazia...
-
-E corre via, pover'uomo, nel suo affanno e nel suo affetto, come se i
-suoi vecchi «piedi dolci» avessero le ali...
-
-
-XXVIII.
-
-L'«ARIA DEL BACIO».
-
-Quella Grazia non fa che rovistar tra le carte di Claudio! Rientrati
-nello studio e mentre Claudio e Rosetta sono occupati a sfogliare un
-_album_ di fotografie, Grazia si è avvicinata al tavolino per frugare
-ancora. Non è, del resto, diritto della Musa ficcare il nasino nelle
-faccende del suo Poeta? E, cerca, cerca... ha trovato! Ha trovato un
-brano che Claudio non aveva ancora confessato d'aver composto. Ora,
-con un lieve cenno, non veduta da Rosetta che continua a guardar
-fotografie, ha chiamato Claudio per mostrargli il foglio di musica e
-dirgli:
-
-— Questa, “l'aria del bacio„, dovete farla sentire a me sola....
-
-E Claudio le risponde sorridendo, sottovoce, e rimettendo il foglio sul
-tavolino:
-
-— Sì... Più tardi... Quando Rosetta se ne sarà andata...
-
-Uff!... Ma quando se ne va Rosetta?... È sempre laggiù, a guardar
-fotografie, tranquilla... Che può mai trovare d'interessante in un
-_album_ di fotografie di gente che non conosce?... Sempre così, quella
-ragazza... Senza nervi, docile come una pecora... Se le dicessero di
-star lì tre ore a leggere e le mettessero fra le mani l'_Indicatore
-generale delle Ferrovie_, lo leggerebbe tutto, da cima a fondo... Per
-la prima volta Grazia è severa con la sua amica... Ma anche lei... Che
-ostrica attaccata allo scoglio... La lasciasse mai sola.... E Grazia
-guarda al suo polso il piccolo orologio: le quattro e mezza...
-
-— Non doveva la tua istitutrice venirti a prendere alle quattro?... Sai
-che son già le quattro e mezza passate?
-
-Rosetta s'è levata chiudendo l'_album_... Oh, finalmente.... Guarda
-dalla finestra per vedere se l'istitutrice venga... Oh, un passo nel
-giardino... Eccola... Ma no... È un uomo, è il domestico di Grazia, che
-vuol parlare a Grazia... E le parla, in un angolo, sottovoce:
-
-— Venga sùbito, signorina... Il signor Marcello non sta bene... E la
-vuole...
-
-Sùbito Grazia è in allarme: pallida, tremante... Il suo primo movimento
-è per andarsene... Ma guarda, lì, verso la finestra... Vede Rosetta
-e Claudio, vicini, vicinissimi, che parlano, che ridono... Che fare?
-Lasciarli soli?.. E il piccolo delitto si compie nell'anima sua. Non
-chiede al domestico di più per non sapere di più... Gli dice che andrà
-sùbito e, con un gesto, lo congeda. Poi risale verso i due che vengono
-incontro a lei per interrogarla:
-
-— Forse Marcello?...
-
-E Grazia, la voce fredda, e decisa:
-
-— Nulla... Nulla...
-
-Sente, Grazia, tutto il suo delitto, ma lo compie, irresistibilmente,
-inevitabilmente. Non può staccarsi. È lì, inchiodata, nel suo martirio
-e nel suo amore. E c'è qualche cosa di più della gelosia per non farla
-muovere. C'è l'amore per non farla andare via. Ora l'istitutrice di
-Rosetta è entrata e Rosetta è pronta per andarsene. Ora non c'è più
-la sofferenza di lasciarli soli, lì, accanto alla finestra, vicini,
-vicinissimi, a parlare, a ridere... Rosetta, gelosa anche lei, le dice:
-
-— Vieni anche tu?
-
-Ma Grazia, l'aria ingenua, gli occhi bassi, quasi con un fare annoiato
-di dover restar lì per non saper dove andare, risponde:
-
-— No... Rimarrò... Ancora un poco...
-
-A malincuore Rosetta va via. Claudio l'accompagna, fuori, in giardino.
-Per la prima volta da che si conoscono e si vogliono bene le due
-amiche non si sono baciate separandosi. Grazia, senza più forze, s'è
-appoggiata, rigida, contro il muro. È lì, inchiodata, e la visione le
-appare della sua casa, di Marcello disteso sul divano, nelle torture
-atroci del suo male, nella terribile crisi... E quando Claudio rientra
-la trova così: rigida contro il muro, pallida con gli occhi sbarrati.
-
-— Che avete?
-
-Ma non ha nulla, nulla... Non si allarmi... Nulla... E va al
-pianoforte, e prende il foglio di musica, e lo mette sul leggìo... E fa
-sedere Claudio, e siede accanto a lui, di contro a lui, a guardarlo, ad
-ascoltarlo... Com'è deliziosa, avvolgente suggestiva quella musica...
-Come si fa leggera, arguta, preziosa per il concettino lezioso,
-leggiadro e artificiale che definisce il bacio:
-
- .... un apostrofo roseo messo tra le parole
- t'amo...
-
-E come più oltre la musica si fa appassionata, ardente, travolgente,
-con tutto l'ardore, con tutto il furore del bacio... Come Claudio
-guarda, suonandola, Grazia... Come Grazia guarda, ascoltandola,
-Claudio... Il bacio è già fra loro, aereo ancora, non tòcco, in quei
-due sguardi... L'invito, la forza magnetica delle due giovinezze, è
-irresistibile. Ed eccoli, quando la musica cessa, prima su l'ultimo
-grido, poi su l'ultima nota ch'è un sospiro di voluttà, eccoli l'uno
-nelle braccia dell'altra... Non è, ancora, il bacio delle bocche...
-Grazia non vorrebbe... Claudio non osa... Ma è, irresistibile, più
-grande, più profondo, il bacio delle anime che si sono intese, che
-comunicano... È la gloria trepida, immensa, senza parole, dell'amore
-che incomincia...
-
-
-XXIX.
-
-SOLO.
-
-Nella stanza del malato dove già le lampade sono accese, un andare e
-venire di ombre in un odore grave di farmaci. È la voce di Marcello che
-geme:
-
-— E Grazia... Grazia che non viene... Ma l'avete, l'avete veramente
-chiamata?...
-
-Ora un colpo di tosse, atroce, gli spezza il petto di fuoco. E,
-ricadendo sui cuscini, il malato geme:
-
-— Sto così male, così male... Chiamate, chiamatemi Grazia, ve ne
-scongiuro...
-
-
-XXX.
-
-RITORNO.
-
-.... e Grazia s'è levata, s'è strappata, quasi, dalle braccia di
-Claudio. Lo ha fatto sedere al tavolino e prepararsi a riprendere il
-lavoro.
-
-— Mi piace, da lontano, di potervi pensare così: curvo su le vostre
-carte, a cercar la musica nel vostro cuore...
-
-Ha già in capo la gran paglia di Firenze coperta di roselline. Claudio
-fa per levarsi. Ma Grazia lo ferma, col gesto, con la voce:
-
-— No, non mi accompagnate. Rimanete così...
-
-E si allontana. Poi ritorna. Prende nel vaso di cristallo le sue rose
-rosse. Le sfoglia su le pagine di Claudio da dietro le sue spalle.
-Claudio le afferra una mano, vi depone un bacio e con quella la
-trattiene, la tiene... Ma Grazia si scioglie dolcemente:
-
-— No... Lasciatemi andare... È tardi... Mio fratello non sta bene... E
-mi attende...
-
-Ed esce così, indietreggiando, senza levar lo sguardo di dosso a
-Claudio immobile alla scrivania. È alla porta. L'apre. Esce. Richiude.
-Claudio china il volto su le pagine bianche e su le rose rosse. Poi
-prende la penna. Cerca un istante, gli occhi in aria, e riprende il
-lavoro...
-
-Ma la porta si riapre, cautamente, leggermente. Claudio, assorto nel
-lavoro, non ode. Grazia è rientrata così, e, in punta di piedi, cauta
-cauta, leggera leggera leggera, va fino al pianoforte per prender
-nell'altro vaso di cristallo l'altro mazzo di rose, le rose bianche,
-le rose di Rosetta, e portarlo via con sè. E, piano piano, leggera
-leggera leggera, guardando quelle rose non sue che non vuol lasciar
-lì, indietreggia, raggiunge la porta, l'apre, esce, richiude, senza che
-Claudio, assorto nel lavoro, si sia avveduto di nulla...
-
-Fuori, nel giardino, Grazia distrugge con le mani febbrili le rose di
-Rosetta e ne fa una pioggia bianca su le aiuole intorno. Poi si chiude
-nel mantello — col suo delitto verso il fratello, col suo amore per
-Claudio, con la sua gelosia per Rosetta — si chiude nel mantello e
-fugge, fugge via, di corsa, di volo, per non perdere un minuto di più,
-un solo istante ancora, per essere sùbito, sùbito, da Marcello, dal
-povero Marcello, che ella, nella sua follìa, ha potuto... ha potuto...
-Oh, orrore!... Ha potuto...
-
-Corre... corre... Ed eccola alla sua villa, nel suo giardino, su per
-le scale, nella gran galleria, alla porta della camera... Ed entra. Ma
-quand'ella entra sùbito i domestici, col gesto, ne arrestano l'impeto:
-
-— Sssss... Dorme!
-
-E mentre il vecchio servo guarda se il sonno e il respiro son
-tranquilli la vecchia domestica spiega:
-
-— È stato tanto male... Ed ha tanto cercato di lei...
-
-Col gesto, immobile, chiusa nel nero mantello, Grazia allontana i
-servi. E, rimasta sola, si getta ginocchioni ai piedi del fratello,
-gli bacia le mani e, fra i singhiozzi che le scuoton la gola, dice
-disperatamente al fratello addormentato:
-
-— Perdonami, perdonami, Marcello!
-
-E rimane lì, piangendo sommessa, accucciata a terra, umile, pentita,
-sgomenta, a passarsi sui capelli, quasi per farsi perdonare senza
-attendere il risveglio, dolcemente, dolcemente, in una lenta carezza,
-la mano del suo povero fratello che dorme dopo aver tanto sofferto
-senza di lei...
-
-
-XXXI.
-
-«HO IO IL DIRITTO DI AMARE?»
-
-Nella notte Grazia non ha trovato pace nè riposo. Avute nel delitto
-contro il fratello la rivelazione e la certezza del suo amore, tutta
-la crudeltà del suo destino e tutta la precarietà del suo bene le sono
-apparse. È stata, or ora, a baciar su la fronte Marcello che dorme
-nella stanza accanto alla sua. Le giunge, dalla porta aperta, il suo
-respiro più calmo, eguale. Quanto deve già amare ella Claudio Arceri
-se ha potuto, quel giorno, lasciar Marcello in preda al suo orribile
-male senza soccorrerlo, senza volare da lui, col cuore in gola, appena
-chiamata, come sempre faceva al primo, al minimo allarme!... Ora è
-ferma davanti a un cassetto che ha socchiuso e da cui ha tratto alcuni
-medaglioni, vecchie miniature di famiglia. Lassù, in montagna, la
-notte è ancora fredda e un po' di fuoco è ancora acceso, brace, non
-più fiamma, nel suo camino. E Grazia s'accuccia a terra, in quel po' di
-calore, in quel po' di luce rossa. E l'atroce domanda è nel suo cuore:
-
-— Ho io il diritto di amare?
-
-Guarda i medaglioni ad uno ad uno. Sua madre... Suo padre... Due suoi
-fratelli... La piccola Anna Maria a quattordici anni... Morti tutti
-così... Condannati tutti dal medesimo male...
-
-E d'un balzo è in piedi, rigida, tragica, contratto il viso e disfatto,
-con le mani convulse a stringere i medaglioni sul petto entro cui
-freme, in un ritmo precipitoso del cuore in tumulto, la terribile
-domanda che mille volte s'è fatta, che mai s'è fatta però così
-atrocemente come quella notte:
-
-— Ed io? Io?...
-
-E ricade giù, di piombo, abbandonata da ogni sua forza, accanto al
-camino, in quel po' di calore, in quel po' di luce rossa. E ricorda.
-Ricorda com'ella ha vissuto finora. Si rivede errante ogni anno nei
-paesi del sole, Nizza, Mentone, il Cairo; si rivede, nella calda
-stagione, nei paesi delle eterne nevi dove l'ossigeno difende la
-vita minacciata. Non è forse il male entro di lei? Può ella credere
-d'esserne miracolosamente immune, mentre suo fratello, di là, lotta
-già contro l'insidia ogni giorno, può illudersi solo perchè le cure
-prudenti e una previdente igiene hanno forse ritardato il giorno
-dell'aperta condanna? Può ella credere d'essere salva solo perchè ha
-voluto tentar di salvarsi?
-
-E Grazia rompe in un lungo pianto disperato, dilaniata così tra
-l'estasi del suo amore e l'orrore della sua condanna...
-
-
-XXXII.
-
-NO!
-
-Condannata? Saperlo, saperlo... La mattina dopo, con un pretesto, al
-primo schiarire, Grazia è discesa, anonima, sconosciuta, alla città.
-È già lì, da un'ora, nella sala d'aspetto del clinico famoso, tra gli
-altri malati, altri dolori che attendono.
-
-Grazia rivede Claudio Arceri, a quell'ora già intento al lavoro, al
-tavolino dove in un vaso di cristallo son le sue rose rosse nuove ogni
-mattina. E si rivede, come ieri ella era, nelle braccia di Claudio,
-nella prima stretta, nella prima felicità... E invece... La giovinezza,
-l'amore, la gloria... Dovere a tutto rinunziare!... Ed è lì, assorta,
-disperata e muta, mentre due lacrime le appaiono su l'orlo del ciglio
-e le scendon giù lungo le guance pallide, irrigidite, scarnite quasi,
-quella mattina, dall'atroce tensione d'ogni nervo, d'ogni muscolo...
-
-Ora la chiamano. È il suo turno. Ha fatto al medico la domanda recisa:
-
-— Voglio sapere, dottore... Posso io amare? Posso avere senza delitto
-una casa, figliuoli?...
-
-Attento, tranquillo, solito, il medico la esplora, l'ascolta. Grazia
-spia ogni minimo moto del suo volto, tutta l'anima tesa, sospesa.
-Sul volto indifferente e abituato del grande clinico, solo un'ombra è
-passata, un istante: ma sùbito Grazia l'ha veduta, l'ha còlta. Tenta il
-medico qualche menzogna:
-
-— Vedere... Aspettare... Il tempo...
-
-Ma Grazia disperata e umile scuote il capo. Sa che la condanna è
-inesorabile e mentre si riabbottona il corpetto sussurra:
-
-— Anche io... come gli altri...
-
-Ancora il medico — c'è un po' di pietà anche nei cuori stoici — tenta
-qualche consolazione blanda:
-
-— Non creda questo... Può guarire.. Molte cure... La giovinezza ha
-meravigliose forze di difesa... Potrà un giorno aver la sua casa
-anche lei, i suoi figliuoli... Lo credo... Lo spero... Ma aspettare...
-Aspettare molto tempo, certamente....
-
-Scuote il capo ancora, Grazia, cercando nella sua borsetta il denaro
-del consulto. Perchè spreca il medico quelle parole?
-
-— No, dottore... Sapevo già... Ma prima d'oggi non ho mai voluto
-sapere... con certezza... Ma oggi era necessario... Oggi non potevo,
-non dovevo più illudermi...
-
-Ha tratto dalla borsa la busta col denaro: cinquanta lire. E la rimette
-al medico con un sorriso e un ringraziamento. Quanto costa poco la
-verità! Una vita sa di dovere a tutto rinunziare, di dover lentamente
-durare per aspettar solo la morte: cinquanta lire! La scienza, con
-breve esame, uccide il sogno, l'amore, un'anima, chiude tutto un
-destino... Nulla. Una piccola busta presa con un gesto indifferente...
-Cinquanta lire! È la commedia atroce delle tragedie chiuse in uno solo,
-delle ore tragiche con persone indifferenti... Non ostante la condanna
-data e ricevuta, due sorrisi, due inchini, un ringraziamento! E, vinta,
-finita, distrutta, Grazia è uscita, fuori, nella sala d'aspetto. Le
-forze tese fino a quel punto non la reggono più. Ed ella cade lì, su
-una poltrona, accanto alla porta che il medico ha richiusa dietro di
-lei per riaprirla, fra due minuti (il tempo di segnar l'incasso e il
-numero della consultazione su un registro), per riaprirla, fra due
-minuti, su un'altra angoscia.
-
-Due bambini gracili, macilenti ed un signore a lutto sono seduti
-accanto a Grazia che trae a sè i due bambini e interroga il padre
-toccandoli al petto:
-
-— Malati?
-
-E il padre, coprendosi gli occhi col fazzoletto, dice due volte col
-capo di sì, di sì...
-
-Ha fra le sue braccia, Grazia, i due bambini esangui, intimiditi e
-docili.
-
-— Così sarebbero, pensa, i miei figliuoli...
-
-Si asciuga le lacrime, bacia i bambini e si leva. Tende una mano
-pietosa — carità d'un povero a un povero, carità anonima e sublime — al
-padre che piange e gli dice:
-
-— Coraggio!
-
-E il signore a lutto, il vedovo, stringe quella mano e vi depone un
-bacio. Scuote il capo come per dire che coraggio ne ha avuto tanto, che
-ora non ne ha più... E china ancora il volto nel fazzoletto che trema
-nella sua mano...
-
-
-XXXIII.
-
-PICCOLA FELICITÀ DA SOLA.
-
-Mentre Claudio lavorava Rosetta è entrata. S'è sùbito guardata attorno,
-cercando, stupita...
-
-— E Grazia?
-
-Claudio le ha teso la lettera di Grazia: costretta da un affare urgente
-a discendere in città non potrà quella mattina andarlo a salutare...
-Manda il solito augurio di buon lavoro... Tornerà, certamente, nel
-pomeriggio...
-
-Rosetta ha pregato Claudio. Poichè ella è sola Claudio non le farà
-l'offesa di non suonare solo per lei la musica composta quella
-mattina... Come può Claudio dire di no?... Ed è al piano, e suona...
-E Rosetta l'ascolta, intenta... E la musica, quella musica, le par più
-bella perchè è suonata stamattina solamente per lei...
-
-
-XXXIV.
-
-SOLITUDINE AL GIARDINO PUBBLICO.
-
-Accanto alla stazione, nel giardino pubblico ov'ella attende il treno
-per ripartire, Grazia è seduta su una panchina. Attorno a lei è un
-andare e venire di gente al sole della bella mattina, è un correre e
-un gridare di bimbi felici. Due, tre volte gli occhi le si riempion
-di lacrime nel guardare quello spettacolo di serenità, quella lieta
-primavera dell'anno e della vita. Due, tre volte ha sollevato il
-fazzoletto ad asciugare con rapido pudore quelle sue lacrime pubbliche.
-Un bimbo, la cui palla è venuta a cadere presso Grazia, la vede
-asciugarsi le lacrime. La tira per la veste e le chiede:
-
-— Perchè piangi, signora?
-
-E gli par così strano che ci sia qualcuno che piange lì; dove si viene
-ogni mattina, quando c'è il sole, per giuocare... Interroga già, quel
-bambino, come interroghiamo noi uomini: non per far dire agli altri ciò
-che loro preme sul cuore, ma per sapere noi, quando siamo curiosi...
-Ma il bimbo ha già in mano la palla... E, senza aspettar che Grazia
-risponda, già la tira, laggiù, ai compagni di giuoco che lo chiamano...
-
-
-XXXV.
-
-ROSE BIANCHE E ROSE ROSSE.
-
-Ora, mentre Claudio suona, Rosetta si leva e, preso il mazzo di rose
-bianche che ha portate con sè, le mette sul tavolino di Claudio dopo
-aver tolto dal vaso di cristallo le rose rosse di Grazia.
-
-E, in una pausa della musica, spiega:
-
-— Mettiamo qui, stamattina, le rose mie.... Quelle di Grazia sono già
-appassite...
-
-
-XXXVI.
-
-«MADRE, CONSOLAMI TU!»
-
-Nel giardino del convento della Collina Verde le piccole suore bianche
-sono in ricreazione. È l'ora in cui anche giuocare è malinconia. Vien
-su il crepuscolo da dietro la collina. Tramonta il sole laggiù, sotto
-quell'arco verde fatto dai pini, in un cielo di fiamme gialle.
-
-Grazia è alla porticina del convento, appoggiata, esausta. Ha bussato e
-aspetta. E quando la suora guardiana apre il corpo di Grazia, senza più
-sostegno, cade dentro, nel convento, di piombo, come un corpo morto,
-come un corpo senz'anima, fra le braccia della suora che ha appena il
-tempo e che ha appena la forza di sorreggerlo...
-
-Le altre suore sono accorse, tutte bianche attorno a Grazia tutta
-vestita di nero. Mentre vanno per il gran viale dei cipressi la
-sorreggono, quasi la portano. Chiedon con gli occhi trepidi alla
-piccola amica che cosa ella abbia, ma la piccola amica ha chiuso gli
-occhi e le labbra. Giungon così su lo spiazzo davanti alla Cappella.
-Anche la Madre Badessa corre incontro a Grazia. E Grazia, le mani
-giunte, le cade in ginocchio davanti:
-
-— Madre, Madre, consolami tu, consigliami tu, col tuo Crocefisso!
-
-E stringe nelle mani convulse, e bacia con le sue labbra frementi, il
-piccolo crocefisso d'ebano e d'avorio che pende lungo la gonna della
-Badessa. E questa, chiamandola appena con la voce bassa e commossa, le
-carezza i capelli da cui il velo nero è caduto. Non sa che dirle: sa
-che bisogna solo lasciarla piangere, così... E Grazia piange, piange,
-disperata, tutta scossa dai singulti, schiantata in tutta la sua
-persona e in tutta la sua vita, mentre le piccole suore, interrotte nei
-loro giuochi, fatte serie, timide e silenziose da quel dolore che vien
-da fuori a cercar rifugio là dove nell'accettazione dolore non c'è più,
-si avvicinano a piccoli passi, senza far rumore, al gruppo doloroso.
-
-
-XXXVII.
-
-COLUI CHE HA A TUTTO RINUNZIATO.
-
-Pallida figura di Cristo su la grigia parete della cella ove Grazia
-ha trascorso, in affannosa veglia, la notte... E, d'innanzi a Colui
-che seppe a tutto rinunziare, la Badessa e Grazia sono inginocchiate
-pregando.
-
-Nella lunga meditazione notturna, con la lunga preghiera, la serenità
-è ritornata nel cuore di Grazia. Il suo dolore è, adesso, pacato e
-forte. Ella accetta, gravemente, eroicamente, nella speranza d'un bene
-ultraterreno più tardi, la rinunzia suprema. Sollevando gli occhi verso
-la Madre Badessa che, come una madre veramente, le accarezza i capelli,
-Grazia sussurra:
-
-— Rinunzio anch'io... come Lui... Porto anch'io... come lui... la mia
-Croce!
-
-Un'ultima debolezza ed ella s'abbatte piangendo su le ginocchia della
-Madre. Ma questa, dolcemente, con parole che invocan la grazia, la
-risolleva. E la piccola martire chiede, chiede alla Badessa, e chiede
-ancor più a Lui:
-
-— Ma come, come vincere la tentazione?... Come resistere al mio amore?
-
-La Badessa non risponde. Colui che ha a tutto rinunziato risponde
-in fondo all'anima della fanciulla con misteriose parole. Grazia e
-la Madre si son levate e sono uscite. Sono adesso nel giardino del
-convento, appoggiate alla balaustra, d'innanzi all'ampio paesaggio
-azzurrognolo della pianura laggiù. E Grazia dice:
-
-— Laggiù, al piano, il sacrificio mi sembrava ieri tremendo.....
-
-E china il capo su la spalla della Badessa che ancora, come una mamma
-inconsolabile nel consolare, le accarezza dolcemente e lentamente i
-capelli....
-
-
-XXXVIII.
-
-UN BIGLIETTO.
-
-Buon lavoro quella mattina, lavoro sereno, lavoro fecondo. Il domestico
-entra a portare a Claudio Arceri un mazzo di rose bianche. C'è,
-insieme, un biglietto:
-
-«_Poichè Grazia lascia appassir le sue rose voglio che sul vostro
-tavolino, accanto al vostro lavoro, sieno oggi, come ieri, le mie,
-fresche e nuove ogni giorno._
-
- ROSETTA».
-
-
-XXXIX.
-
-ARRIVEDERCI, SORELLE!
-
-La mano della Madre è su la fronte di Grazia, per costringerla a
-levarla in alto, a guardar lassù, verso il cielo. Pensa ancora alle
-parole di Grazia: “Laggiù, al piano, il sacrificio mi pareva ieri
-tremendo...„. E la Madre le dice:
-
-— E sai perchè qui il sacrificio ti par oggi meno terribile?... Perchè
-sei più vicina al cielo che promette al dolore ricompensa...
-
-E lo sguardo di Grazia, estatico, è lassù, fisso in quelle nuvole
-bianche, in quelle nuvole d'oro di cui il sole nascosto s'ammanta,
-in quelle nuvole in cui le par di vedere apparire — un istante solo —
-Cristo tra gli angeli...
-
-Ma è tardi. Bisogna andare. È attesa a casa. Marcello sarà in gran
-pensiero. E vanno per il gran viale dei cipressi, verso l'uscita.
-Grazia ripete ancora entro di sè la sua domanda: ma come vincere
-la tentazione, come resistere al suo amore?... E la luce si fa nel
-suo spirito, improvvisa... Un fantasma, un cavaliere dal lungo naso
-ridicolo e dal grande cuore eroico, è passato un istante, col suo
-sacrificio, nel suo ricordo... Ed ella dice, soffermandosi:
-
-— Non ho che una via di salvezza: donare ad un'altra l'amore che avevo
-sognato per me...
-
-Rivanno. Sono presso la porta d'uscita. Grazia passa tra i bianchi
-gruppi di suore: qualcuna ne abbraccia, tutte saluta... E quando le ha
-tutte raccolte attorno a sè ne abbraccia ancora due con un grande gesto
-che tutte vorrebbe stringerle al cuore:
-
-— Arrivederci, sorelle!
-
-E mentre, di nuovo rompendo in lacrime, si riavvìa con la Madre
-Badessa, le piccole suore bianche si guardano tra stupite e commosse:
-
-— Che ha?... Che ha?
-
-E Grazia, andando, dice alla Madre, alla madre di tutte:
-
-— Sorelle veramente... Anche fuori di qui, anche con queste mie
-vesti... sono anch'io come loro... se anch'io ho a tutto rinunziato...
-
-Nera, nascosta fra l'edera, è d'innanzi a loro la porticina del
-convento che la suora guardiana ha socchiusa...
-
-Che sole c'è, fuori, nella mattinata di maggio!... E da quante mattine
-suor Ghiottona non ha più la sua cioccolata....
-
-
-XL.
-
-SERENITÀ NELLA RINUNZIA.
-
-E, sul piazzale davanti alla cappella, al sole, tra le rose in fiore,
-vanno, serene, placide e chete, le piccole suore. Quelle annaffiano i
-fiori. Quelle altre ne còlgono.
-
-
-XLI.
-
-RINUNZIA NELLA TEMPESTA.
-
-E la piccola porta del convento della Collina Verde s'è richiusa.
-Grazia vi si appoggia sentendo mancar le sue forze. Ha sul volto i
-segni della tremenda intima tempesta. Gli occhi sono fissi, vitrei, nel
-vuoto... fissi su la terribile visione...
-
-... Rosetta al tavolino del musicista e Claudio che sfiora, con un
-primo bacio, la fronte della fanciulla...
-
-... e Grazia ha le mani su gli occhi per fugar la visione. Poi li
-riscopre. Da fissi si fanno vivi, animati empiendosi di lacrime
-benefiche. E, in quel pianto silenzioso, senza singulti, il suo volto
-che si placa si china lentamente sul petto, assentendo, accettando...
-
-Poi Grazia si stacca dalla porticina del convento, s'irrigidisce,
-s'innalza, si tende. Si chiude nel suo mantello nero. E così, chiusa,
-ferma, incrollabile, s'avvia verso il suo destino...
-
-
-XLII.
-
-GELOSIA.
-
-— Ho potuto fuggir di casa un momento anche stamattina...
-
-Claudio la guarda. Sorride. Ringrazia. Com'è trepida, e ansante, la
-piccina... Ma come lo spirito di Claudio, pur se ha Rosetta vicina,
-è assente, è lontano... Aspetta, la piccina, una parola.... Quale
-parola?... Non sa. Ma l'aspetta. E ode, invece, Claudio domandare:
-
-— Sapete se Grazia è ritornata?
-
-Mortificata, tutta rossa in volto, gli occhi a terra, Rosetta si
-stringe nelle spalle, tra corruccio e ignoranza. Che pena nel suo
-piccolo cuore... E va, sola, verso la scrivania... Guarda la musica
-scritta quella mattina e leva gli occhi smarriti a interrogare Claudio
-che lentamente l'ha raggiunta.
-
-— È il canto di Cirano che richiama nel cuor dei Guasconi, al campo
-d'Arras, la nostalgia della Guascogna lontana....
-
-Come sempre Rosetta prende il foglio e lo mette sul leggìo, al piano,
-e vorrebbe che sùbito Claudio le suonasse quella pagina... Ma Claudio
-ritoglie il foglio dal leggìo e, rimessolo su la scrivania, siede a
-questa e dice:
-
-— Quest'oggi, quando ci sarà anche Grazia...
-
-Urtata, ferita, offesa, Rosetta tritura una rosa che ha nelle mani,
-ne stacca le foglie. Poi le getta a terra e, nel folle ardire datole
-dall'immenso dolore, osa levar la testa e la sfida...
-
-— Perchè? Io non son degna?...
-
-Accorre Claudio a lei, sorride, ride, protesta, le fa mille graziette
-per confortarla, per rassicurarla, per farla sorridere. Ma Rosetta non
-sorride. La sua gran pena a poco a poco si fa corruccio comico, broncio
-infantile. E mormora:
-
-— Già... La Musa... è lei!
-
-E scoppia a piangere... Dio, che pianto, che gran pianto disperato di
-bambina che vede crollare il mondo attorno a sè... Claudio l'ha presa
-fra le braccia, con tanta tenerezza, con tanto rispetto... Ma come, in
-quelle braccia, Rosetta si abbandona... È, nell'atto inconsapevole,
-la dedizione, l'offerta di tutta sè stessa. Claudio comprende. È
-perplesso, indeciso, smarrito a sua volta.
-
-— A me, mormora Rosetta, a me voi non volete bene...
-
-E Claudio, ridendo:
-
-— Ma sì... ma sì... Vi adoro.
-
-E col grembiulino le asciuga gli occhi, e poi la stringe forte — un
-po' troppo forte: ma se ne accorge dopo... — la stringe forte forte
-al cuore... Infine, quando la bambina è calma e il suo pianto non è
-più che un leggero affanno senza lacrime, Claudio siede al tavolino e
-prende un foglio di carta:
-
-— Scriverò a Grazia affinchè venga oggi...
-
-E scrive. Dietro di lui è Rosetta che lo segue con l'anima straziata.
-Claudio ha scritto e leva il foglio per piegarlo e chiuderlo nella
-busta:
-
-— No!...
-
-E la mano di Rosetta, da dietro le spalle del musicista, ha afferrato
-la lettera... In un attimo è già in cento pezzi... Claudio è balzato
-in piedi... Non è più sul volto di Rosetta un corruccio di bimba: è un
-tormento di donna... Ed esce dalle sue labbra convulse il grido della
-sua gelosia:
-
-— Sempre lei, lei, lei...
-
-E, folle, disperata, senza più saper che cosa faccia, getta sul volto
-di Claudio, con violenza, i pezzettini della lettera lacerata. Poi
-prende la sua sciarpa e ne avvolge la testa. Fugge. È già su la porta.
-Claudio, inchiodato dallo stupore, è fermò lì, alla scrivania. Rosetta
-si volge. Lo guarda ed esita un istante. Poi corre a lui e gli cade in
-ginocchio davanti:
-
-— Perdono!
-
-E gli bacia la mano... E, prima che Claudio abbia potuto risollevarla,
-prima che Claudio abbia potuto sottrarle la mano, il perdono è chiesto,
-il bacio è dato...
-
-E la bimba è fuggita.
-
-
-XLIII.
-
-IL RITORNO.
-
-— Prego per tuo fratello, signorina!
-
-Grazia è nel giardino della sua casa, al momento del suo primo ritorno
-dopo la condanna. La vecchietta della minestra le bacia la mano
-benedicendola.
-
-— No, non pregare solo per lui... Prega anche per me...
-
-E ha la mano su la spalla della vecchietta che la guarda e non
-comprende:
-
-— Eh, tu non ne hai bisogno... Tu sei buona e sei felice....
-
-Si appoggia tanto su la vecchietta — lei che è felice — che quasi è
-per cadere... Ma il fratello appare lì, sotto l'arco della porta, il
-sorriso caldo, le braccia tese:
-
-— Grazia...
-
-E Grazia si solleva. Un'energia immensa ritorna in lei. Sorride, ride,
-corre al fratello, spensierata, felice...
-
-— Eh, che cattiva?... Come mi son fatta aspettare... Ma in città mi
-hanno trattenuta!... Iersera poi hanno voluto condurmi a teatro... Che
-ridere!
-
-Marcello guarda il suo abito nero, i suoi veli neri.
-
-— A teatro? Così?
-
-E Grazia, un istante, è perduta... Ma si riprende:
-
-— Sì, così... Sai, io non ci bado... E poi, ero in fondo al palco. Ma
-mi son divertita lo stesso... Che ridere!
-
-Che ridere! E ancora ride, ride, ride, ride nello spasimo convulso,
-ride nella frenesia, ride sino a scoppiare in dirotte lacrime... E il
-fratello è a lei, ansioso:
-
-— Che hai? Che hai?
-
-Ma Grazia si riprende, si domina con uno sforzo sovrumano. E, poichè
-il domestico è apparso su la soglia della sala da pranzo, il volto di
-lei si rasserena, il sorriso negli occhi umidi ritorna e Grazia grida,
-battendo le mani e trascinando Marcello:
-
-— A tavola! A tavola!
-
-
-XLIV.
-
-PETTEGOLEZZI PROVINCIALI.
-
-Le amiche di Grazia, nei loro chiari abiti primaverili di mussolina o
-di percalle, tra le spalliere fiorite del piccolo giardino provinciale,
-son tutte lì, raccolte attorno ai quattro «amici del dopopranzo».
-
-— Io dico che il grande musicista, esclama il farmacista, a Collina
-Verde ci prende moglie!
-
-— Ed io dico che sposa o Grazia o Rosetta!
-
-Che risata accoglie la bella scoperta del maestro di scuola....
-
-— Seneca ha parlato...
-
-— Ma bravo! Ma che testone!
-
-Grazia o Rosetta. Bella scoperta! Su questo sono tutte d'accordo... Ma
-il difficile è sapere quale delle due sposerà.
-
-— Grazia o Rosetta?
-
-— Ai voti! Ai voti!
-
-Tutti scrivono su un biglietto un nome e il farmacista va attorno
-raccogliendo i biglietti nella sua papalina dal fiocchetto scozzese: un
-regalo di Grazia, l'anno scorso, per il suo onomastico...
-
-Il conte Spada fa, dignitosamente, austeramente, da gran signore, per
-l'onore di tutti i suoi avi, lo spoglio dei voti:
-
-— Undici voti per Grazia e tre per Rosetta!
-
-La maggioranza — come tutte le maggioranze — applaude. Ma bisogna
-sapere di più. Votare non basta. Bisogna ficcare il naso nei fatti
-altrui. E don Giovannino è l'uomo indicato: deve andare da Grazia,
-spiare, sapere come vanno le cose, chi prevale, chi vince... E in un
-gran tramestio di ragazze don Giovannino è mandato via, via, sùbito, in
-servizio d'informazioni.
-
-
-XLV.
-
-LA CANZONE DEI GUASCONI.
-
-— Addio Rossini! Addio Verdi! Addio Wagner! Addio Debussy! Addio
-Mascagni e Puccini!... Oramai non c'è più che un solo musicista al
-mondo: Claudio Arceri...
-
-Grazia s'era appena seduta al piano, prendendo e aprendo sul leggìo uno
-spartito — di Claudio, naturalmente — quando lo scherzo e il riso di
-suo fratello l'hanno raggiunta e fermata. Marcello l'ha presa fra le
-braccia; e ora, mentre Marcello ride e mentre gli occhi di Grazia si
-riempion di lacrime, fratello e sorella son lì, guancia contro guancia.
-
-— Riverisco...
-
-È don Giovannino. Ma fa una pessima entrata. Una maledetta lettera —
-una lettera, certo, di Claudio Arceri — toglie ogni effetto al suo
-ingresso bene preparato richiamando tutta l'attenzione di Grazia
-balzata sùbito in piedi e corsa sùbito a toglier la lettera dal
-vassoio. Scrive Claudio alla Musa per avvertirla che ha finito di
-comporre il canto in cui Cirano richiama nello spirito dei suoi
-Guasconi, al suon del piffero, la casa natìa, i lontani ricordi
-della terra lontana. Crede che gli sia sgorgata dall'anima, in un'ora
-benedetta, la pagina migliore dell'opera, il canto più commosso e più
-profondo. E la lettera conclude dicendo: «_Voglio che voi siate la
-prima ad ascoltarla e vorrei che voi poteste anche esser la sola..._»
-
-Grazia ha richiuso la lettera. È indecisa, divisa in una lotta
-atroce... Ricorda la sua paura: «Come vincere la tentazione?... Come
-resistere al suo amore?...». E ricorda anche la decisione del suo
-cuore eroico e disperato. È l'ora di mettere in opera il suo folle
-proposito... Sì, sì... Si vede accanto, ridicolo nella tragedia,
-smorfia grottesca nella sua angoscia, don Giovannino... Ma anche uno
-sciocco può essere utile. E, oggi, don Giovannino è utilissimo. E il
-ganimede paesano, che si guardava le scarpe per vedere se luccicavano
-bene, si sente interpellare da Grazia:
-
-— Voi, don Giovannino, verrete con me...
-
-E don Giovannino, levandosi per assentire, ha fatto appena appena in
-tempo a inchinarsi davanti alla porta che si richiudeva su Grazia.
-
-
-XLVI.
-
-TRAGEDIA SENZA PAROLE.
-
-Un'ora dopo, nello studio del musicista, sono raccolti Grazia, Rosetta
-e don Giovannino. Appena l'ha veduta entrare con don Giovannino
-Claudio, a bassa voce, in un angolo, ha rimproverato Grazia:
-
-— V'avevo pur detto che avrei voluto che foste sola...
-
-Povera Grazia! Che stretta al cuore! Ma non risponde e riesce a non
-rispondere perchè Rosetta — impaziente, smaniosa di sentir la musica
-ma anche d'interrompere il colloquio — ha spinto Claudio verso il
-pianoforte ed ha aperto la musica sul leggìo. Il maestro comincia a
-suonare. E accanto a lui rimane Rosetta, intenta, tutta presa dalla
-dolce melodìa, a mano a mano sempre più china su lui. E lo sguardo di
-Claudio, sollevandosi dai tasti a cercar le note e i segni sul foglio,
-incontra sovente gli occhi di Rosetta, fissi, accorati, immobili, con
-le pupille sempre più velate di pianto.
-
-Rimasta indietro, a metà stanza, Grazia, alle prime note suonate da
-Claudio, s'è irrigidita, s'è tesa. Attratta dalla musica, sospinta
-dal suo amore, ella avanza, lentamente, verso il musicista. Ed ha sul
-volto l'estasi del suo amore e la rivelazione della musica sublime. Di
-tanto in tanto, alle cadenze più belle e più gravi, Claudio si volge
-a guardarla. I loro occhi s'incontrano e la loro commozione. Bella,
-divinamente bella nel suo palpito e nel suo fremito, Grazia, in piedi
-dietro di lui, è la musa che tremando ascolta il divino canto del suo
-poeta.
-
-In punta a una sedia, in disparte, le mani su le ginocchia, il volto
-teso in avanti, anche don Giovannino forse sente quella bellezza e
-sembra ammirarla: a modo suo, con una faccia stonata da imbecille.
-
-Sul volto di Grazia torna l'ombra della sua condanna a spezzare
-d'improvviso l'estasi e il sogno. Torna nella sua anima la voce
-profonda a dirle la necessità di separarsi per sempre da lui e,
-come inorridita dal pensiero di ciò che sta per fare, lentamente...
-lentamente... si stacca da Claudio... dal suo sogno... dalla sua
-vita... e indietreggia... indietreggia... Don Giovannino, rapito a sua
-volta dalla musica, si punta su le gambe e su le braccia e, come se
-una forza invisibile lo sollevasse, lentamente sorge in piedi. Grazia,
-indietreggiando per uscire, se lo trova lì, accanto. Lo guarda. E lo
-vede scuoter la testa a destra e a sinistra, segnando il ritmo della
-musica, e lo sente dirle all'orecchio:
-
-— Che bel tempo di «fox trott»!
-
-Grazia ha nel corpo un sobbalzo di indignazione contro quell'imbecille
-e sul volto il disgusto e l'ira. Ma poi muta, d'improvviso. L'idea del
-sacrilegio le balena nell'anima. Ed ella guarda don Giovannino con un
-sorriso ambiguo e oscuro. Proprio in quel punto Claudio si volge dal
-pianoforte come a cercare Grazia, come a chiedere il suo consentimento.
-E questo supremo contatto dei loro spiriti ha deciso Grazia che
-risponde a don Giovannino approvando:
-
-— Sì, sì, un «fox-trott»...
-
-E gli offre le braccia, per ballare. Don Giovannino — che, dopo tutto,
-ha buon senso — è riluttante: gli par che non stia bene, che di ballare
-non sia il caso... Ma Grazia lo prende, lo trascina, lo domina. E
-il passo di «fox-trott» incomincia. Mentre Grazia e don Giovannino
-ballano Claudio continua a suonare. Due, tre volte si volge a guardare
-Grazia che balla. Il suo volto si oscura e i suoi occhi son febbrili
-e torbidi. Due, tre volte Grazia, a quello sguardo, si arresta. La
-musica e l'amore la riprendono. Il suo volto si trasfigura. Ma quando
-Claudio è per tornare a voltarsi Grazia riprende il ballo. Ora, d'un
-tratto. Grazia si sente mancare e quasi si rovescia nelle braccia del
-suo cavaliere sbalordito, il quale vorrebbe chiamare, dar l'allarme.
-Ma, con uno sforzo disperato, sùbito Grazia si riprende:
-
-— Nulla, nulla... È passato... Avanti!
-
-E ancora balla. E ancora una volta Claudio si volge a guardarla. Ancora
-una volta Grazia ha una sosta ed un gesto disperati. Ancora una volta
-Grazia riprende a ballare.
-
-La musica spezzata in uno strappo, il colpo secco del coperchio
-richiuso e Claudio è in piedi, fremente, fermo, le braccia incrociate
-sul petto, guardando Grazia che, senza musica, continua ancora qualche
-passo. Poi, come se solo in quel punto avesse visto Claudio in piedi
-fisso a guardarla, si scioglie dal suo cavaliere. È per cadere. Fa
-due passi indietro e cade, infatti, su una poltrona. Rosetta e don
-Giovannino si slanciano verso di lei per soccorrerla. Ma, di nuovo,
-ella è sùbito in piedi. È stanca, affannata, ma tuttavia ride, si fa
-vento con un foglio di musica preso lì, sul tavolino. Claudio, sempre
-immobile, la guarda, conserte le braccia, il dorso al piano, finchè
-Grazia avanza verso di lui e gli parla, con voce e parole qualunque:
-
-— È molto bello, signor Arceri, quello che avete suonato...
-
-I due si guardano nelle loro due disperazioni, ma Grazia non regge
-allo sguardo di lui. Si fa dare la sciarpa, i guanti, il cappello. Si
-prepara, sorridendo, per andarsene. Sempre immobile, Claudio la guarda,
-conserte le braccia, appoggiato al piano. E Grazia, nel suo tumulto,
-col passo che le manca, col cuore in gola, con un sorriso straziante
-sul volto, fatto col capo un leggero cenno di saluto a Claudio,
-indietreggia, indietreggia sempre più sotto lo sguardo di Claudio
-che, immobile, con le braccia conserte, appoggiato al piano richiuso,
-la fissa, la fissa in una spaventosa e impassibile incredulità.
-Rosetta è tornata a mettersi accanto a Claudio, mentre don Giovannino,
-povero diavolo, impacciato, timido, senza aver capito ancora nulla,
-rigirandosi il cappello fra le mani e i perchè nella testa, ha seguito
-Grazia ed è uscito con lei. E, non appena Grazia è uscita, Claudio cade
-di piombo su lo sgabello del piano, desolato, i gomiti su le ginocchia,
-il volto nelle palme, mentre Rosetta si china su lui e, timidamente,
-leggermente, comincia a carezzargli i capelli...
-
-Fuori nel giardino, don Giovannino vorrebbe condurre via Grazia, ma la
-voce di Grazia sibila:
-
-— Voi andatevene... Ma andatevene, vi dico...
-
-E mentre don Giovannino dilegua all'angolo del viale — che roba e
-quante cose da raccontare! — Grazia striscia lungo il muro del Castello
-per andare, non sentita, verso il finestrone dello studio di Claudio.
-E lo vede che s'è levato proprio in quel punto, con le mani e gli occhi
-in aria. Giunge a lei la sua parola disperata:
-
-— E io, io che nel mio spirito l'avevo collocata così in alto!
-
-Rosetta gli si fa sempre più vicina, lo fa sedere e gli è accanto, un
-braccio su la spalla di lui, la parola dolce per confortarlo:
-
-— La vostra musica è divina...
-
-Ma Claudio leva il pugno, fissando lo sguardo là dove Grazia poco prima
-ballava:
-
-— Ha offeso l'artista... Ha ucciso in me il sentimento dell'uomo...
-
-Quale disperazione quella di Grazia, fuori, in giardino! E quale
-trepida attesa quella di Rosetta, che ancora aspetta una parola per
-sè e ancora ode parole per Grazia, vede dolore, per Grazia, orrore,
-per Grazia... Sempre Grazia, Grazia, Grazia!... E il pianto la stringe
-alla gola e le lacrime le cadon giù, d'improvviso, in uno scoppiar di
-singhiozzi... Solo allora Claudio si volge e si avvede di lei, solo
-allora le toglie il fazzoletto dagli occhi e, sollevatole il mento, la
-guarda... Ma Rosetta scuote il capo, dolorosa ed umile:
-
-— Io... io non vi basto...
-
-E i singhiozzi la riprendono. E Rosetta abbandona la fronte su la
-spalla di lui che si volge a guardarla, che di nuovo le solleva il capo
-e fa levare in piedi la fanciulla. Lentamente gli occhi si cercano.
-E la fronte di Rosetta va verso Claudio, incontra il labbro di lui
-ed è un bacio... Un bacio? No... L'ombra d'un bacio, il presentimento
-d'un bacio, un bacio che promette e spera l'amore, ma che non è ancora
-l'amore...
-
-E, fuori, le spalle al muro della casa, aperte le braccia in croce,
-rovesciato il capo indietro come in una crocefissione, Grazia si
-allontana, si allontana, strisciando contro la facciata della villa, si
-allontana e si perde, sacrificata, distrutta, scomparsa dalla vita di
-Claudio, si perde laggiù, nell'ombra della notte che viene, che viene
-nella sua anima e su quel giardino.
-
-
-XLVII.
-
-LONTANI, DIVISI... POCHI GIORNI DOPO.
-
-— Che belle, che belle cose sa scrivermi... Leggi!
-
-Sono nella casa di Rosetta, il cui balcone dà sul giardino e rievoca il
-balcone di Rossana tutto coperto com'è d'edera e di gelsomini. Seduta
-a terra su un cuscino, poco distante da Grazia, Rosetta leggeva una
-lettera, felice... E, trascinandosi a terra, ha portato a Grazia la
-lettera di Claudio affinchè la legga anche lei... Grazia ha respinto
-con la mano la lettera. Ma Rosetta insiste.
-
-— Senti. Leggo io... «_Le tue parole, Rosetta, son la rugiada del
-mattino sui fiori chiusi dell'anima mia. Tu sola, tu sola sai dire
-queste divine parole che aprono al cuore l'infinito del sogno. Per il
-bene che le tue parole fanno alla mia anima e al mio lavoro, che tu sii
-sempre, amatissima mia, fra tutte benedetta!..._» Ah, è bello sentirsi
-dir queste cose, da lui... Ma mi sento tuttavia umiliata, scontenta...
-Io so amare, ma scrivere non so... E se tu non scrivessi per me....
-
-Grazia, che non s'era mai mossa, toglie adesso dal seno una lettera già
-pronta:
-
-— Tieni... Ecco la risposta. L'avevo già preparata... Puoi mandarla...
-
-E si stringe fra le mani la testa di Rosetta, più che per abbracciarla,
-per nascondere il suo dolore agli occhi della fanciulla che,
-incuriositi e spauriti, la cercano...
-
-Rosetta intanto ha preso le mani di Grazia por portarle alle sue
-labbra. E le dice, fra i baci:
-
-— Tu, tu ci hai insegnato ad amarci... Tu, tu mi hai fatto amare da
-lui... Se tu non gli avessi detto per me tutto quel bene che io non
-riuscivo a fargli capire, io, poveretta, a quest'ora... Mi credeva una
-bimba... Ma tu gli hai detto: Badate. È una donna.
-
-E Grazia, straziata ma eroica, si china su lei e le fa levare il volto
-per incontrarne gli occhi:
-
-— E non sei forse felice?
-
-Oh, sì, sì, è tanto felice, Rosetta... E come si fa piccina fra le
-braccia di Grazia... Sì. È una donna, come ha voluto far capire a
-Claudio... Ma quando è lì, ai piedi di Grazia, fra le sue braccia, no,
-non è più una donna, ma è semplicemente una bimba, una povera bimba
-felice, una bimba che si sente venir voglia di piangere, tanto è grande
-la sua felicità...
-
-
-XLVIII.
-
-E UNA SERA...
-
-Son presso il balcone, nell'ombra della sera d'estate ancora senza luna
-e tutta stelle. Grazia ascolta. Rosetta legge:
-
-— Scrive così: «_Sì, piccola amata, verrò stasera nel tuo giardino,
-alla tua finestra. Verrò ad ascoltare con l'anima piena di tenerezza le
-parole che solo tu sai dire... Quando mi scrivi, quante cose mi dici...
-Ma quanto taci, quando sei con me... La timidezza, mi dici, fa tacere
-il tuo labbro... Ma stasera, nell'ombra del tuo giardino, sotto il gran
-velo nero della notte, tu saprai certamente parlare, tu saprai aprirmi,
-Rosetta, tutto il tuo cuore..._».
-
-Grazia è immobile, impassibile. Sempre così — osserva Rosetta —
-quand'ella le legge le lettere di Claudio... Ma per quanto sia bello
-ciò che Claudio le scrive Rosetta è preoccupata. Tortura la lettera e
-dice all'amica:
-
-— Tu hai voluto dargli questo appuntamento... Ma ora, ora che cosa gli
-dirò?
-
-Grazia la prende fra le braccia per stringersela al cuore:
-
-— Guarda... Rimarrò qui, con te, nell'ombra della stanza, accanto alla
-finestra... Suggerirò io le tue parole... E poi, vedrai... Poichè lo
-ami ne troverai tante anche da te...
-
-Batte le mani, Rosetta... È felice... Sì, sì, così... È carino, è molto
-divertente... Corre sul balcone a guardare se Claudio giunga e ritorna
-ancora a Grazia immobile e rigida presso l'arco del balcone:
-
-— È carino, molto carino... Proprio come nel Cyrano...
-
-Un pensiero la ferma a questo richiamo; e, levato un ditino in aria,
-Rosetta sorridendo ammonisce Grazia:
-
-— Ma bada: Cirano amava anche lui Rossana...
-
-E a queste parole Grazia scoppia a ridere, a ridere, a ridere...
-
-— Ma io non amo Claudio... E appunto per questo Cyrano non c'entra...
-
-S'ode laggiù lo stridìo d'un cancello che s'apre.
-
-— Va... È lui.
-
-Rosetta è volata sul balcone. Guarda nell'ombra. Ascolta gli echi
-dell'ombra. Grazia è rigida, appoggiata allo stipite, la morte
-nell'anima e l'impassibilità sul viso.
-
-Nel giardino Claudio avanza, cauto. Scricchiola, leggero, il suo passo
-su la ghiaia. Tende sempre più, Rosetta, l'orecchio... Ora il passo è
-più vicino, sempre più vicino, riconoscibile... Sì, è lui... E Rosetta
-rientra per avvertire Grazia.
-
-— Eccolo!... Eccolo!
-
-E per raccomandarsi un'ultima volta, le mani giunte:
-
-— Fido in te... Per carità!
-
-E Grazia, violenta, la spinge fuori...
-
-— Ma va... va... va...
-
-C'è lì sotto — pare — un'ombra... A bassa voce Rosetta manda giù le
-prime parole:
-
-— Claudio... Sei tu?
-
-E, da sotto, la voce bassa risponde:
-
-— Sì... Sono io..., Rosetta...
-
-Claudio stende la mano cercando nell'ombra quella di Rosetta che
-l'affonda a sua volta giù nell'ombra a cercar la mano di Claudio. Ma le
-due mani non si trovano...
-
-— Troppo alto..., mormora Rosetta.
-
-Troppo alto, sì... Ma Claudio è salito sopra una panchina e le mani
-si trovano finalmente e si stringono. E Claudio copre di baci la mano
-di Rosetta. E quella di Rosetta trema e lentamente si ritrae... Poi la
-voce di Claudio vien su:
-
-— E ora parlami, parlami, piccola amata!
-
-Ma Grazia, che non credeva di dover suggerire anche le prime parole,
-tace. E la mano di Rosetta s'agita dietro il suo dorso per chiamarla in
-aiuto... E Grazia si china a suggerire... Fra l'edera Rosetta abbassa
-il volto e getta giù a stento, ad una ad una, così come le coglie, le
-parole di Grazia. Giù Claudio ascolta. Ora Grazia, sempre nascosta,
-avanza, si avvicina, parla più basso, più fitto. E Rosetta, impacciata,
-smarrita, ripete, come può, alla meglio o alla peggio. Di tanto in
-tanto, da sotto, Claudia risponde:
-
-— Come ti amo, Rosetta, mia musa, mia compagna, mia sposa!
-
-E le parole cadono come colpi di clava sul capo e sul cuore di Grazia
-irrigidita nello spasimo... Sale ancora la voce di Claudio dal giardino
-notturno:
-
-— Non parlar più. Rosetta... La notte è così dolce... E sa dir tante
-cose anche il silenzio, quando si ama...
-
-Silenzio infinito della notte infinita... Ora la luna è apparsa. E i
-cipressi del viale si profilano sul cielo d'argento; e là sul piccolo
-lago sono i bianchi cigni addormentati col capo sotto l'ala. Un treno
-passa, nel silenzio, col suo rombo lontano, riempiendo il silenzio col
-suo fragore immenso e solo. Poi, passato il treno, tornato più grande
-di prima il silenzio, ancora la voce di Claudio riprende:
-
-— E vuoi tu, Rosetta, che in questa notte divina il nostro amore abbia
-il suo primo bacio?...
-
-Trepida, commossa, Rosetta non sa che dire... Si volge a interrogar
-Grazia con gli occhi... C'è prima un istante di silenzio. Poi, bassa,
-soffocata, la voce di Grazia, precipitosamente, risponde:
-
-— Ma sì, sì, sì, digli di salire...
-
-E Rosetta chiama, soffocando le parole nell'edera e nel pudore:
-
-— Claudio... Sali...
-
-E mentre Claudio dà la scalata Rosetta, intimidita, vergognosa, s'è
-rifugiata dentro, nella stanza, tra le braccia frementi di Grazia.
-Come, come tremano le braccia di Grazia... Dovrebbe Rosetta sentire...
-Ma sì... Come sentire?... Trema tanto anche lei...
-
-Ora Claudio è per apparire al davanzale... Già la sua voce, che chiama,
-è più vicina... E Grazia spinge Rosetta verso Claudio che appare:
-
-— Va, va, bacialo, bacialo, bacialo il tuo amore!...
-
-E mentre Rosetta va, Grazia, quasi istintivamente, l'ha seguita. Esce
-anche lei sul balcone, ma sùbito si rigetta indietro addossandosi
-alle persiane aperte... E, a bassa voce, parlando solo a sè stessa,
-nell'orrore dell'infinita rinunzia, sospira e geme:
-
-— Bacialo, bacialo, il «mio» amore!...
-
-E lì, al davanzale, nel chiarore lunare, Rosetta e Claudio avvicinano
-le teste e le bocche. E lì, alla finestra, nell'ombra, Grazia chiude
-gli occhi per non vedere, per non vedere la cosa orrenda e divina.
-E si muove e indietreggia, e prima è sotto l'arco della finestra, e
-poi rientra nella stanza e, con gli occhi sbarrati, le braccia tese
-a respingere, indietreggiando, Grazia affonda, affonda lentamente,
-affonda sempre più profondamente nell'ombra della stanza, mentre
-lì, fuori, al balcone, nel raggio lunare, tra l'edera e i gelsomini,
-continua nel bacio il colloquio degli amanti.
-
-
-XLIX.
-
-CHIACCHIERE IN PIAZZA.
-
-— Sapete la grande notizia? — Rosetta è fidanzata... — E Grazia? —
-Grazia niente... — Chi l'avrebbe mai detto?... — Ma la notizia è vera?
-— Verissima! — Non si temono smentite! — L'agenzia di don Giovannino
-gode d'un credito meritato... — Meritatissimo... — E c'è di più... —
-Di più? — Che c'è? — Dite. Non ci fate morire di curiosità... — C'è...
-c'è... — Che c'è, in nome di Dio?... — Non ci vedete sospese alle
-vostre labbra? — C'è... c'è... — Parlate! O vi uccidiamo... — C'è un
-ballo... — Un ballo? — Sì, un ballo mascherato... — Dove? Dove? Dove?
-— Da Rosetta? — No, da Grazia. — Davvero? E quando? — Per celebrare
-il fidanzamento della sua amica col grande maestro... — E perchè in
-maschera?... — Perchè è in onore dell'autore del Cyrano... Anzi non si
-chiamerà un ballo: si chiamerà una «festa ciranesca»... — In maschera?
-Già, in maschera... — Maschere sul viso e maschere sui cuori... — Che
-vuoi dire dicendo così?... — Voglio dire che questo ballo offerto
-da Grazia è proprio in maschera... Maschera con questo ballo il
-dispetto che il matrimonio le fa... — Ma no! — Ma sì! — Anche Grazia
-era innamorata del grand'uomo... — Ma sì! — Ma no! — E il grand'uomo,
-invece, s'è innamorato di Rosetta... — Ecco che cosa vuol dire fidarsi
-delle amiche... Vi portan via le migliori occasioni... — Ma no! — Ma
-sì! — E tu non mi star sempre attorno, sai... Io non sono mica come
-Grazia... Io ti rompo il muso... — Ma lo rompo io a te... — Tutte
-chiacchiere, queste... Grazia non è mai stata innamorata del maestro.
-— Sì, sì, sì... Lo è stata... — No... no... no... Non lo è stata...
-
-E può continuare, così, all'infinito...
-
-
-L.
-
-DOMINO BIANCO, DOMINO NERO.
-
-Alla festa ciranesca che, nelle sale della sua villa e nei viali del
-suo giardino, Grazia ha voluto offrire a Claudio Arceri e a Rosetta
-fidanzati e felici, le due fanciulle interverranno in domino. Son già
-pronte, in _décolleté_, aggiustato l'ultimo capello, dato l'ultimo velo
-di cipria. È il momento d'infilare i domini. Ce ne sono sul divano
-due: uno bianco e uno nero. Claudio offre quello bianco a Grazia che
-corregge il suo errore:
-
-— No. Quello bianco è di Rosetta. Il mio è nero.
-
-E le due donne aiutate da Claudio indossano i domini: Grazia il nero,
-Rosetta il bianco.
-
-Gli «amici del dopo-pranzo» girano intanto per le sale che già si
-affollano. Maschere non ne hanno trovate e Grazia li ha autorizzati
-a venire così: don Giovannino e il conte Spada con due _fracs_ fuori
-moda ma irreprensibili e il farmacista e il maestro di scuola con certi
-palamidoni lunghi e larghi da ricoprirci una famiglia intera.
-
-— Olà!
-
-Su la soglia d'una porta dàn di petto in un omaccione gigantesco con
-certi baffi che fan paura e un naso lungo che sembra far da battistrada
-al resto della persona un quarto d'ora prima che passi.
-
-— Chi è? chiede il farmacista impaurito.
-
-— È Cirano, spiega, saputello, don Giovannino.
-
-E Cirano va attorno per la sala grande urlando versi con un vocione
-stentoreo che fa tremar le vetrate:
-
- Questi sono i Cadetti di Guascogna
- di Carbonello di Castel Geloso...
-
-
-LI.
-
-LA SUA CONDANNA.
-
-Mentre giù le sale sono già piene di invitati — straccionerie
-pittoresche dei Guasconi e provinciali eleganze del bel mondo di
-Collina Verde — e mentre già un'orchestrina, nella sala maggiore della
-villa, eseguisce i brani più popolari delle opere di Claudio Arceri,
-Grazia, già pronta, è stata chiamata in camera del fratello.
-
-— Grazia, io non sto punto bene, stasera... Se avessi saputo di
-peggiorare così ti avrei chiesto di rimandare la festa...
-
-Umiliata e confusa Grazia gli si avvicina teneramente a sfiorargli con
-la mano la fronte:
-
-— Eppure sembri stare discretamente... La febbre non è alta...
-
-Ma il fratello respinge quasi con violenza la mano di lei:
-
-— Dici così per te... Per essere tranquilla... Ma non è vero!
-
-Che strazio nel cuore di Grazia sotto quelle parole, sotto la frustata
-di quelle parole che sono la verità e la sua condanna! Marcello le ha
-ripreso la mano e gliel'ha fatta riappoggiar su la fronte:
-
-— Senti... senti come brucio...
-
-Poi la trae tutta a sè, tenero e disperato, quasi chiedendole un
-miracoloso aiuto:
-
-— Sorellina, sorellina mia... Abbi pietà...
-
-E Grazia è a terra, stretta a lui, infinitamente stretta a lui, volto
-contro volto, affanno contro affanno...
-
-
-LII.
-
-I PIFFERI DI GUASCOGNA.
-
-In un angolo del giardino — al Padiglione ridotto a serra e quella sera
-a _buffet_ — c'è un concertino di pifferi e di tamburi. Sono i pifferi
-e i tamburi dei Guasconi, le musiche del campo di Arras: canzoni dei
-paesi lontani, vecchi canti di Linguadoca, richiami di nostalgia, le
-più appassionate e commosse melodie escite dalla fantasia di Claudio.
-Ha voluto, Grazia, che quelle canzoni fossero eseguite quella sera
-così, in quella forma suggestiva, fra gli alberi, nella notte lunare,
-da quei Guasconi distesi a terra sui larghi mantelli, tutti attorno a
-Cirano...
-
-
-LIII.
-
-IL SUO GRAND'UOMO...
-
-E Claudio è lì, con Rosetta avvolta nel suo domino bianco, ad ascoltar
-quelle sue musiche ch'egli ama. E tutta la folla silenziosa, raccolta
-intorno, è presa da quel suono di pifferi e di tamburi, da quel canto
-di malinconia e di guerra. Claudio stesso sente, quella sera, come
-non sentì prima a tavolino, tutt'il misterioso e irresistibile potere
-di quei canti. E come si stringe, commossa, Rosetta al braccio di
-Claudio, com'è felice nel suo amore, come sarà bello divider tutta la
-vita con lui, esser partecipe di tutte le sue battaglie e d'ogni suo
-trionfo, com'è orgogliosa del suo grande artista ch'ella adora, del suo
-grand'uomo che l'adora!...
-
-
-LIV.
-
-«AH, QUESTA MUSICA...»
-
-Entra la canzone di pifferi e di tamburi nella stanza di Marcello per
-la finestra aperta...
-
-— Ah, questa musica, questa musica che viene dal Padiglione... Chiudi!
-Chiudi!
-
-Grazia ha chiuso ed è ritornata ai piedi del fratello disteso su la
-_chaise-longue_: odia il letto da quando sa di dovervi un giorno —
-assai presto — morire... E a Grazia Marcello dice, quasi scusandosi:
-
-— Non posso sentire... Perdonami... Quella musica mi snerva...
-
-Scoppia a piangere, infatti, tanto è snervato. Il male lo riprende con
-un attacco di tosse. Si picchia il petto lacerato, dilaniato:
-
-— Ho il fuoco... il fuoco... qui...
-
-Si volge alla sorella esterrefatta... Le afferra con violenza il domino
-quasi volesse strapparglielo di dosso:
-
-— E tu, tu, tu sei vestita così...
-
-Grazia si toglie il domino. Peggio. Le rimane l'abito da festa, con
-le spalle nude. Grazia ha paura dello sdegno di Marcello. Vorrebbe
-coprirsi... Cerca attorno e non trova.. Ma la voce di Marcello è
-dolorosa e pacata:
-
-— E anche senza domino, vestita così... Ma è giusto che tu sii vestita
-così.. tu che stai bene... tu che vivrai...
-
-È umiliata, Grazia, è disfatta e si fa piccola piccola e trova lì, a
-terra, un mantello nero del malato e, pavida, vergognosa, ne avvolge e
-ne copre le spalle nude. La voce del fratello geme:
-
-— Còpriti, còpriti... Non voglio, non posso vedere...
-
-E la risposta di Grazia, umile, bassa, sussurrata appena:
-
-— Son coperta... Càlmati...
-
-Lo sguardo di Marcello si volge su lei. Le braccia avvolgono e
-l'attirano a un bacio:
-
-— Così va bene... Perdonami, Grazia... Ma promettimi, promettimi che
-non andrai se non starò meglio, se non sarò più calmo...
-
-E Grazia promette. E copre di baci, di piccoli baci innumerevoli, la
-mano ardente di Marcello.
-
-
-LV.
-
-LA «FESTA CIRANESCA».
-
-Nel giardino e nelle sale la «festa ciranesca» è nel suo pieno
-splendore, ma, non ostante l'eleganza e la signorilità che Grazia ha
-cercato di conferirle, è una festa paesana, chiassosa e disordinata.
-Quel mondo di provinciali in festa s'è diviso in due gruppi: quelli
-che vogliono veder tutto e sono in un continuo andirivieni che fa un
-gran chiasso e un gran disordine e quelli che non osano veder nulla
-e restano lì, per ore e ore, dove il caso della prima entrata li ha
-messi, su una poltrona, su una sedia da giardino, sotto l'arco d'una
-porta o appoggiati al tronco d'un albero. Quelli che sono mascherati
-sono i più vivaci. Nei giorni passati Grazia ha fatto loro provare
-come si dovevano divertire per divertire gli altri. E c'è Ragueneau
-che distribuisce paste e _marrons glacés_... E ci sono i cuochi della
-_Rosticceria_ che sfornano, in un riflesso di lampadine rosse, grosse
-torte che, tagliate a fette, spariscono in un batter d'occhi. Qua e
-là, per le sale, i Guasconi intrecciano a duello gli spadoni. E c'è un
-gran roteare di colpi che sovente non cadono su le spalle dei duellanti
-ma su quelle degli invitati. Ne ha preso uno, curiosando, il maestro
-di scuola, così forte da fargli credere d'aver lussata una spalla.
-Azzimato nel suo _frac_, la bocca piena di pasticcini, don Giovannino
-si pavoneggia in un gruppo di damine secentesche. Il conte Spada, che
-è gran signore e gran _lettré_, gli ha detto or ora:
-
-— Queste damine dovrebbero essere le _précieuses ridicules_ dell'Hôtel
-Rambouillet... Ma le preziose son loro e il ridicolo sei tu...
-
-Olà! Voleva, don Giovannino, protestare, ma voltandosi s'è trovato
-davanti il naso formidabile di Cirano che continua a andare su e giù
-pei salotti gridando con la voce stentorea:
-
- Questi sono i Cadetti di Guascogna,
- tutti spavalderia, tutti menzogna...
-
-E il conte Spada è fra le signore attempate che fan da _tapisserie_
-attorno alla sala con certi _décolletés_ di raso dai colori violenti
-che sembran tavolozze di pittori futuristi: e c'è la moglie del
-sindaco, e c'è quella del preside del liceo, e c'è la signora del
-ricevitore delle imposte: il fior fiore, insomma, della buona società
-di Collina Verde. Ci sono anche le ragazze che son più carine, certo,
-e più ben vestite che le mamme. Ma chi le trova più le ragazze? Sono
-tutte, da un'ora, attorno a Claudio Arceri. A distanza, sì, perchè
-Claudio è con la sua fidanzata; ma attorno. E dove va lui arrivan loro.
-
-Ha girato da per tutto, Claudio Arceri, alla ricerca di Grazia. Ha
-chiesto apertamente di lei ai quattro «amici del dopo-pranzo» ma
-nessuno l'ha vista e tutti se ne meravigliano: una festa così, senza
-padroni di casa... Una vera sconvenienza: ha detto don Giovannino, con
-la bocca piena della torta di Ragueneau...
-
-
-LVI.
-
-«ARIA! SOFFOCO!»
-
-Lentamente Marcello sembra acquetarsi, assopirsi... Pare adesso che
-dorma. Grazia fa per levarsi ma, nel sonno che viene, la mano di
-Marcello stretta ai suoi vestiti ancora la tiene, la costringe a
-riabbassarsi a terra, a rimanere. Di tanto in tanto l'affanno preme
-ancora su Marcello. Nel dormiveglia, ei s'allarga la camicia attorno al
-collo e dice:
-
-— Aria, aria... Soffoco!
-
-E Grazia si leva per aprir la finestra. L'apre, infatti, sul quadro
-della notte ferma e infinita. Di laggiù viene a lei di nuovo l'eco dei
-pifferi e dei tamburi. Che notte per il sogno! Che notte per amare!...
-E quella musica, quella musica patetica e guerresca, in cui sono
-insieme il fumo del tetto natìo e la fiamma del cannone, quella musica
-così suggestiva, così avvolgente, così spossante... Snervante, sì, ha
-detto bene Marcello... Snervante...
-
-— Signorina Grazia!
-
-Sale su dall'ombra la voce. L'ha sùbito riconosciuta: è quella di
-Claudio venuto a cercarla.
-
-— Venite, venite, Grazia... Tutti cercan di voi e la festa è
-bellissima...
-
-Grazia fa cenno che non può parlare, che aspetta il sonno di
-Marcello... E Claudio, «silhouette» bianca e nera nell'ombra,
-s'allontana tra gli alberi. Un'ondata di musica — pifferi e tamburi:
-come rullano i tamburi, come stridono i pifferi! — giunge a Grazia nel
-gran silenzio. E si volge. Guarda Marcello. Ha paura che quei suoni lo
-destino... E richiude la finestra... Aria non può mancargli... Poi è
-meglio un po' d'aria di meno e un po' di sonno riparatore di più...
-
-Proprio così? Proprio per questo ha richiuso la finestra? Grazia,
-rimasta in piedi presso il fratello, guarda ben bene in fondo alla
-propria anima e vede la verità. Ma una grande idea le sorride da
-qualche tempo, da quando cioè s'è levato il domino. Chiamare Rosetta
-e scambiare il domino con lei: prender lei il bianco e dare il nero
-a Rosetta... Entrar nella festa così e farsi scambiar da Claudio per
-la sua fidanzata. L'inganno è facile: le due donne s'assomigliano,
-poichè, uguali di capelli, pari di statura, han su per giù la medesima
-figura... E così vivere un'ora accanto a Claudio, illudersi di vivere
-un'ora d'amore, illudersi per un'ora di avere il diritto di esser
-felice... Ma, se non la coglie quella sera, quando mai potrà ritrovare
-la possibilità di quell'ora, dell'unica ora d'amore che potrà avere
-nella sua vita se Claudio la scambierà veramente per Rosetta?... Ah
-no, no, no, tutto, tutto piuttosto che rinunziare a quella disperata
-pazzia...
-
-Ora Marcello è addormentato. Grazia scioglie dalla stretta della mano
-del fratello la mano che nel sonno egli le ha ripresa. Copre Marcello
-con ogni cura e fa cenno ai servi di venire ad assistere il dormiente:
-
-— Qualunque cosa, chiamatemi...
-
-E indossa il domino, il suo domino nero. Si china a baciare Marcello.
-Fa ancora col gesto e con gli occhi una raccomandazione ai servi e
-lentamente, lentamente esce...
-
-E i due servi siedono accanto al malato. Uno dei due mormora
-guardandolo nelle labbra violacee, nelle occhiaie cave:
-
-— Sta molto male, poveretto... Ma la signorina Grazia non se ne rende
-conto...
-
-E scuoton le due teste canute e buone. Non se ne rende conto! Oh, se e
-quanto se ne rende conto, povera Grazia disperata e folle... Basterebbe
-vederla lì, inchiodata contro la porta da cui appena è uscita, rigida,
-immobile, con l'anima che è tutta una tempesta, col volto che è tutto
-un terrore...
-
-
-LVII.
-
-TUTTA LA VITA IN UN'ORA.
-
-Sono seduti in giardino, Grazia e Claudio, sotto un chiosco dove c'è
-una tavola apparecchiata con una bottiglia di champagne e una guantiera
-di biscotti. Su un altro vassoio è una torta di Ragueneau su cui è
-scritto, a lettere di cioccolata: «Claudio e Rosetta». La tavola è
-illuminata da un piccolo candelabro con due candele la cui poca luce
-è ancor più abbassata da due paralumini di seta viola. Ha tutto ben
-preparato, Grazia, per la sua ora d'illusione... E sembra che solo
-il caso abbia operato... Tutto è andato così semplicemente, con tanta
-naturalezza...
-
-Mentre Claudio era trattenuto all'interno dai Guasconi che volevan
-cantargli — che cani! — la loro ballata, Grazia, uscita in giardino,
-ha incontrato Rosetta che saliva, mandata da Claudio, a cercarla...
-E Grazia ha sùbito proposto la commedia all'ingenuità fiduciosa della
-bambina:
-
-— Su, mentre aspettavo che Marcello si addormentasse, m'è venuta
-un'idea stupenda. Barattare i nostri domini: io prendo il tuo, bianco,
-tu prendi il mio, nero. Claudio mi vede, mi crede te ed io gli parlo,
-gli parlo di te e dell'amor tuo, direttamente, come non è mai stato
-possibile. Crederà di parlare con te ed io potrò così interrogarlo come
-tu non l'hai saputo mai interrogare... Potrò meglio, molto meglio,
-conoscere in un'ora quello che dovrà essere tuo marito per tutta la
-vita... Ti pare?
-
-Veramente a Rosetta tutto ciò non pareva estremamente necessario... Ma,
-se Grazia lo dice... Lo dice e insiste:
-
-— Bada. È bene, è necessario anzi che io gli parli così... Quante
-cose del suo carattere e della sua vita potrò sapere, utili per la tua
-felicità...
-
-Poichè Rosetta non è una stupida, un dubbio è passato nel suo cuore.
-Ma ci ha ragionato sopra... E che ragione potrebbe aver Grazia? Non è
-stata lei a fare il loro amore, non è stata lei a fidanzarli, non è lei
-la creatrice della loro felicità?... E quale altro scopo, se non quello
-di fare il suo bene, potrebbe ella avere?...
-
-E lì, dietro un cespuglio, han barattato i domini, ridendo, come in un
-giuoco, come per una burla divertente. Rosetta ha detto:
-
-— Ma, dopo, glielo diremo... E sai come rimarrà Claudio... Oh che
-ridere... E come ci divertiremo!
-
-E Grazia, allacciando gli ultimi nastri, ponendo sul volto le maschere,
-quella di velluto e quella del suo sorriso:
-
-— Oh sì, certo... Ci divertiremo!...
-
-Il resto è andato benissimo... Uscendo dalla sala coi Guasconi — con
-le orecchie lacerate da quei cani, pieni però, poveretti, di buona
-volontà — Claudio ha incontrato il domino bianco, la sua Rosetta... E
-Grazia ha guidato i suoi passi fin là, al chiosco, dove sono entrati
-per sedersi e per bere... E ora Grazia, bevuto lo _champagne_, è lì
-ad ascoltare Claudio che le parla d'amore, è lì, stretta nelle sue
-braccia, abbandonata su lui, quasi tutta rovesciata indietro — per
-evitar la luce quanto più è possibile — e tutta l'anima è tesa, tutta
-la vita è chiusa in quell'istante solo...
-
-Un passo, fuori, su la ghiaia del giardino, li ha fatti sciogliere. È
-un domino nero che passa, senza farsi vedere, senza riuscire a vedere:
-è Rosetta che erra lì attorno, già un po' inquieta, come sempre s'è
-inquieti quando si ama. Ora Grazia ha fame. Un garzone di Ragueneau ha
-portato la torta e Grazia ne mangia qualche fetta, per aver la bocca
-piena, per avere il pretesto di non parlare... Ora ha il braccio levato
-e la torta fra i denti. Ricaduta indietro la manica del domino, il
-braccio è nudo e Claudio l'ha preso e lo copre di baci lenti, sempre
-più caldi, sempre più profondi...
-
-Ancora l'ombra nera che passa lì fuori, non vista, senza vedere, li fa
-sciogliere col rumore del suo passettino lieve su la ghiaia.
-
-Che cerca, che vuole Grazia? Nulla. Non sa. Poggiati i gomiti su la
-tavola, poggiato il volto fra le mani, gli occhi intenti e ardenti
-nella macchia nera della maschera, Grazia lascia che l'ora folle
-trascorra... E Claudio, curvo su lei, cingendole la vita, le parla
-all'orecchio:
-
-— Così ti farò felice... Così ti darò quel po' di giovinezza che mi
-rimane, quel po' di gloria che la mia arte mi può aver meritato...
-
-Grazia ha abbandonato il corpo su la spalla di lui. E, senza guardarlo,
-senza lasciarsi guardare, gli prende convulsa e febbrile le mani,
-gliele stringe sino quasi a spezzargliele e gli dice, bassa la voce,
-bassa tanto che non possa riconoscerla:
-
-— Dimmi, dimmi, dimmi ancora che mi ami!
-
-E Claudio la stringe più forte. Il respiro di lui è nel collo di
-Grazia con un brivido di voluttà in tutto il corpo di lei... E
-Claudio stringe... Non ha mai sentito Rosetta così, non fanciulla, non
-fidanzata, non sposa, ma donna, ma amante... E ancora la voce bassa di
-Grazia chiede, invoca:
-
-— Dàmmi, dàmmi quest'ora di felicità...
-
-
-LVIII.
-
-L'ALLARME.
-
-Marcello d'improvviso, ghermito nel sonno dalla crisi, si desta urlando:
-
-— Aria, aria... Muoio!
-
-I servi, ch'erano sonnacchiosi su le sedie, sono accorsi a sorreggerlo,
-a calmarlo:
-
-— Signorino, per carità...
-
-Marcello ha le mani convulse al collo, al petto... Sente l'aria e la
-vita mancare...
-
-— Chiamate, chiamate Grazia... Ma perchè, perchè mi lascia solo?... Non
-lo vede che mi sento morire?
-
-Il domestico è sùbito corso a chiamare Grazia. La soffocazione è
-cessata. Pesante, esausto, Marcello è ricaduto giù, di piombo, la mano
-stretta alla gola, l'affanno nel petto e negli occhi...
-
-
-LIX.
-
-L'ISTANTE SUPREMO.
-
-Ancora Grazia nell'ebrezza ripete:
-
-— Dàmmi, dàmmi quest'ora sola di felicità!
-
-E Claudio scoppia a ridere tentando di rivolgere il capo, di scoprirle
-la parte di viso che non è nascosta dalla maschera:
-
-— Un'ora sola?... Ma tutta la mia vita io ti dò...
-
-Tutta la vita! E Grazia abbandona il capo rovesciandolo con le braccia
-su la tavola e rompendo in lacrime. Claudio cerca di sollevarla e
-chiede il perchè di quelle lacrime nell'ora della felicità. E la voce
-di Grazia risponde:
-
-— Piango, piango... così... di gioia!
-
-Grazia ha sollevato il volto. Le lacrime di sotto la maschera le
-scorron giù per il viso. Appoggiato il capo su la mano aperta, gli
-occhi adesso son fissi sul domani tremendo, fissi, terribili e vuoti.
-«Tutta la mia vita io ti dò!»: ha detto Claudio. Ed ella non ha che
-un'ora, un'ora falsa, rubata, un'ora non sua, l'illusione di un'ora...
-
-Rosetta non sa più reggere. La gelosia, non sa perchè, la tormenta.
-Non può staccarsi da quel chiosco e non resiste all'idea che quel
-colloquio, che quel giuoco debbano prolungarsi ancora. È apparsa,
-adesso, su la soglia del chiosco. Non veduta fa un cenno a Grazia come
-per dirle che basta, che non ne può più... Ma Grazia le fa cenno di
-aspettare, di aspettare ancora un momento... E col gesto la rimanda
-fuori, l'allontana... Ora ha il capo fra le mani, gli occhi attoniti di
-disperazione e dice, quasi a sè stessa:
-
-— Ancora, ancora un attimo di felicità. Lo pago con tutta la vita!
-
-E si rovescia tra le braccia di Claudio.
-
-
-LX.
-
-CONTRASTI.
-
-Fuori il domestico va di gruppo in gruppo, nella sala, nei giardini,
-cercando Grazia:
-
-— La signorina... Il signor Marcello sta molto male...
-
-Nessuno ha visto Grazia. E la cercano qua e là... E il domestico cerca,
-cerca ancora... desolato di non riuscire a trovarla, pensando che lassù
-quel poveretto... Ma, finalmente, incontra Rosetta...
-
-— La signorina... Il fratello sta male.
-
-— Oh, mio Dio!
-
-E, di corsa. Rosetta guida il domestico verso il chiosco dov'è Grazia.
-E si scontran correndo...
-
-— Olà!
-
-... nel gigantesco Cirano che va ancora gridando con la voce stentorea:
-
- Questi sono i Cadetti di Guascogna...
-
-E, più in là ancora, la loro corsa è arrestata da un'ondata di Guasconi
-che, a suon di pifferi, passan cantando e portando in trionfo i cuochi
-e le torte di Ragueneau.
-
-
-LXI.
-
-IL RISVEGLIO.
-
-E Grazia è ancora, rovesciata, fra le braccia di Claudio che le parla
-all'orecchio con le sue parole ardenti, le mani nelle mani. È felice,
-silenziosa, eroica, miserabile e sublime. Claudio le ha offerto
-una coppa di _champagne_ ed ha forzato la sua testa a girarsi....
-D'improvviso le ha preso la bocca in un bacio lungo, infinito — e
-solo...
-
-Di su la porta del chiosco è il risveglio: Rosetta le grida:
-
-— Corri, corri, tuo fratello muore...
-
-D'un balzo Grazia è in piedi, lasciando cadere la coppa che si spezza
-su la tavola, strappandosi la maschera dal viso. Guarda tutti —
-Claudio, Rosetta, il domestico — come trasecolata, come nell'orribile
-ritrovarsi d'un risveglio.
-
-— Lei!
-
-Claudio ha avuto un atto di meraviglia e un passo avanti. Ma sùbito
-Rosetta gli ha parlato:
-
-— È stato uno scherzo che ha voluto farti... Poi ti spiegherò.
-
-Grazia è pietrificata. Rosetta è accanto a lei, le cinge la vita col
-braccio, le dice piano:
-
-— Vieni!
-
-E, ancora come ridestandosi, Grazia guarda tutti attorno, e si passa
-le mani su gli occhi. Ode il vocio del giardino, le musiche lontane,
-immagina la tragedia che si compie lassù. Getta un grido disperato, un
-urlo che è un nome:
-
-— Marcello!
-
-E fugge via, folle. E Rosetta la segue.
-
-
-LXII.
-
-ULTIMA MUSICA.
-
-Su l'aiuola che Grazia attraversa correndo i Guasconi son raccolti
-attorno a un flauto che suona mentre tacciono i pifferi. E Cirano,
-in mezzo a tutti, dice ora, a voce bassa, accordandoli al tempo del
-flauto, i bei versi famosi:
-
- ... Ascoltate, o Guasconi. Non più la marzia squilla
- del piffero, ma il flauto della selva tranquilla...
-
-
-LXIII.
-
-PERCHÈ?
-
-Claudio è caduto di nuovo a sedere alla tavola, nel chiosco. Ha nelle
-mani i frantumi della coppa di Grazia.
-
-— Uno scherzo?
-
-Ma allo scherzo non crede. E allora: perchè?
-
-
-LXIV.
-
-«NON HO PIÙ CHE TE!»
-
-E Grazia, con Rosetta, è entrata nella camera di Marcello. C'è il
-medico. Il tubo dell'ossigeno dà ancora respiro e vita al malato.
-Quando la sorella è accanto a lui Marcello le grida:
-
-— Il medico è venuto... Ma tu no... tu no...
-
-E Grazia è lì, immobile, pietrificata, col suo domino bianco che le
-mani del fratello le strappan di dosso, a brandelli....
-
-— Tu così, così... Ancora!... Ma non vedi che io muoio?...
-
-A queste parole Grazia piomba a terra. Ha il volto del fratello fra le
-mani, la guancia di lui sotto i suoi baci:
-
-— No, no, no, Marcello... Non ho più che te... Non ho più che te...
-
-
-LXV.
-
-BIANCO E NERO NELLA CASA VUOTA.
-
-Nella gran sala della villa Grazia è nel suo abito di lutto e nel suo
-pianto. Claudio, Rosetta, gli “amici del dopopranzo„ son davanti a lei,
-Rosetta tutt'avvolta in un mantello, gli uomini chiusi nei soprabiti.
-Tornano dalla chiesa.
-
-Per il lutto di Grazia avrebbero voluto rimandare le nozze. Ma un'opera
-di Claudio va in iscena a Vienna e come mèta e pretesto del viaggio di
-nozze non si poteva trovar di meglio che quella festa d'arte. Ancora
-Rosetta ha spiegato tutto questo a Grazia per giustificarsi, per
-chiederle ancora perdono se nel loro egoismo d'innamorati...
-
-Grazia guarda gli “amici del dopopranzo„ che son lì, la testa bassa,
-a girarsi e rigirarsi i cappelli fra le mani. Apre i loro soprabiti su
-gli sparati bianchi dei fracs.
-
-— Come siete belli... Tornate adesso dalla chiesa?
-
-E apre il soprabito di Claudio sul suo tight. Giovannino, che gli è
-di fronte, ha un sobbalzo. Questa ancora — e son passate due ore — non
-la può mandar giù... Quel gran musicista non sa proprio le regole del
-viver civile... Il tight per un matrimonio... Dove mai s'è visto nulla
-di simile?... Sa quello che Claudio ha spiegato (oh, non a lui, che gli
-avrebbe risposto, ma a Rosetta...): cerimonia intima, senza pretese...
-Ma, intima o no, pretese o no, la legge, per don Giovannino, è una
-sola: si sposa in frac. E se in frac non si sposa, che cosa ci si fa?
-Ci si nasce? Ci si muore?
-
-Grazia ha aperto intanto il mantello di Rosetta su l'abito da sposa.
-Istintivamente ha fatto nel vederlo, un passo indietro. E ha sospirato:
-
-— Sposa...
-
-Rosetta ha richiuso il mantello. Ma Grazia, no, riapre... Vuol vedere,
-vedere ancora:
-
-— Lasciami, lasciami toccare... Quanto è bello un abito da sposa!
-
-E tocca la seta, i veli, i merletti, con le mani che le tremano. Poi
-le forze le sfuggono e cade a sedere e a piangere su la poltrona lì
-accanto. Sùbito Rosetta è in ginocchio vicino a lei per abbracciarla,
-per consolarla. E i due vestiti, il vestito a lutto e l'abito da sposa,
-si sfiorano, si toccano, si uniscono. E Grazia dice, indicandoli:
-
-— Io col mio lutto e tu con la tua gioia...
-
-Hanno tirato fuori il fazzoletto tutt'e quattro, là, in fondo, gli
-“amici del dopo-pranzo„, chè una lacrima, e anche due, son spuntate sul
-ciglio di tutti...
-
-Ora Grazia s'è asciugati gli occhi e s'è levata. Bacia prima l'abito da
-sposa su cui Rosetta chiude, pudica, il mantello e poi bacia Rosetta:
-
-— Va, va... Non ritardare... Dovrai cambiarti, partire...
-
-E accompagna Rosetta fin su la porta. Escono i quattro. Ultimo a uscire
-è Claudio, Claudio che, rimasto solo, afferra i polsi di Grazia, e le
-pianta gli occhi negli occhi:
-
-— Perchè? Perchè? Perchè il domino bianco? Perchè sostituirvi a Rosetta?
-
-È, per Grazia, la tentazione suprema. Parlare, gridargli: “Perchè io ti
-amo e non posso amarti... Perchè muoio d'amore per te, mia sola vita,
-che te ne vai con un'altra... per sempre...„.
-
-E il grido è là, nei suoi occhi, su le sue labbra, nel suo petto
-ansante. Riesce tuttavia a trattenerlo, a vincere per sempre, a perdere
-per sempre... E ride, ride, ride d'un riso tragico, d'un riso pazzo:
-
-— Nulla... Nulla... Uno scherzo... Così, per ridere... Potevo ancora
-ridere, allora...
-
-E vuole sciogliere le mani dalla stretta ferrea di Claudio. Ma questo
-resiste e la tiene. Grazia lotta, si divincola e riesce a liberarsi...
-
-— Andate, andate, gli grida... Vi aspettano. Addio!
-
-E lo sospinge fuori proprio nel punto che Rosetta riappariva su la
-porta a chiamare Claudio. E poi, quando Claudio è uscito, per la
-stessa porta da cui entrò la prima volta — (lo scopettino in mano e
-don Giovannino che non capiva... che disperazione!) — appena Claudio
-è uscito, per sempre. Grazia cade a terra come un povero mucchio di
-cenci, un povero mucchio di cenci sotto cui è qualche cosa ancora d'un
-po' vivo, qualche cosa che altro non è più che un sussulto...
-
-
-LXVI.
-
-RIVEDERLO PER L'ULTIMA VOLTA.
-
-Un'ora dopo Grazia è nella piccola piazza di Collina Verde, ferma
-contro il parapetto della terrazza che affaccia su la strada maestra
-da cui Claudio e Rosetta, partendo, dovranno passare... Poco prima,
-cadendo a terra, ha battuto la fronte contro un mobile, e la ferita
-ha fatto sangue. E ora lì, sotto i veli neri che tutta la coprono,
-Grazia ha attorno alla fronte una fasciatura bianca... Come ritardano
-a partire... Grazia non si regge più in piedi. Ma ecco, lassù, polvere
-in aria, un gridare e un correre di ragazzi:
-
-— Viva, viva gli sposi!
-
-E due vetture, due grandi _landaux_ di paese scoloriti e tirati da
-cavalloni con certe code lunghe fino a terra, vengono giù per la
-discesa. Nella prima vettura Rosetta e Claudio e il conte Spada,
-fermo e impettito lì, al terzo posto, con l'aria dell'uomo abituato
-ad accompagnare regine. Nell'altra vettura don Giovannino e gli
-altri amici. Accompagnano tutti gli sposi per qualche chilometro, per
-festeggiarli ancora...
-
-Eccoli, eccoli... Ora sono lì sotto, davanti a Grazia che agita in
-aria il suo fazzoletto. Due fazzoletti, farfalline bianche laggiù,
-le rispondono dalla prima vettura, e l'ossequiosa scappellata del
-nobilissimo conte...
-
-La vettura è passata, rapida. È già laggiù dove la strada rivolta il
-suo nastro giù per il monte e scompare. Ora non è più, scomparsa, che
-un po' di polvere in aria. Ma Grazia continua ancora a salutare, a
-salutare... con quel fazzoletto che si agita lento, lento, lento, e non
-saluta gli sposi che non possono più vederla, ma saluta l'amore che se
-n'è andato, saluta il sogno che è per sempre finito, saluta la vita,
-tutta l'immensa vita, cui ella dice per sempre addio...
-
-Addio!
-
-
-LXVII.
-
-ADDIO!
-
-Ancora una volta, nera nel nero mantello, avvolta nei suoi veli, ancora
-una volta — e l'ultima! — Grazia è alla porta del convento. La suora
-guardiana apre e il corpo di Grazia precipita dentro, abbandonato,
-come morto, a terra. La suora guardiana la soccorre, la rialza e
-l'accompagna per il viale dei cipressi verso lo spiazzo dove, al sole,
-tra i fiori, è un andirivieni lento e bianco di suore. Ma Grazia non ha
-la forza di giungere fin lì e si ferma in quella cerchia di cipressi,
-in quella fredda ombra verde, appoggiandosi a un albero. Suor Ghiottona
-ha chiamato, sgomenta, le suore. E sono tutte accorse, attorno a
-Grazia, sgomente anche loro. E la Madre Badessa ha preso Grazia fra le
-braccia, mentre la fanciulla, abbassando il volto sul petto di lei, le
-sussurra:
-
-— Madre... Madre... Sono qui per morire... per morire in mezzo a voi....
-
-Che possono dirle le povere e buone amiche della Collina Verde? La
-vedono pallida, magra, distrutta, senza sangue, senza vita, tanto
-bella, più bella ancora in quello sfiorimento di tutto l'essere. Che
-possono dire? Che possono fare? Sanno tutte, oramai, la tragedia
-di Grazia. E stringono ancora più il cerchio attorno a lei sempre
-appoggiata al tronco del cipresso. Ancora più forte la Madre la stringe
-fra le braccia. E Grazia dice, in un sospiro:
-
-— La mia vita è finita... La mia vita l'ho vissuta... nella felicità di
-un'altra...
-
-E, muovendo lentamente la mano nell'aria, volge il capo e sorride:
-
-— Come te, come te, mio povero amico Cirano!
-
-E, all'albero accanto a quello contro cui è appoggiata, l'allucinazione
-le fa vedere... Sì, sì, è lui, è lui... È Cirano, come lei finito, come
-lei morente, come lei tutto nero, con quell'ultimo segno bianco attorno
-alla fronte, quell'ultima fasciatura dell'ultima ferita e dell'ultimo
-dolore...
-
-E quando i suoi occhi impietriti non vedono più ciò che gli altri
-non vedono, Grazia torna a girar la testa e a prender la mano della
-Badessa:
-
-— E, come lui il suo pennacchio, io porto a Dio il mio martirio!
-
-Le bianche amiche della Collina Verde vorrebbero tutte avvicinarsi
-ancor più a Grazia, abbracciarla, baciarla, tentare ancora di
-confortarla... Ma Grazia, pronta, le ferma tutte col gesto. Ha un'altra
-volta gli occhi impietriti, il volto trasfigurato nell'allucinazione:
-
-— Largo... Largo... Lasciate posto... C'è gente che viene...
-
-E le pare che dagli alberi, da tutti quei cipressi lì attorno, da quei
-pini laggiù, da dietro quelle siepi, da quei vasi di fiori escano,
-tutti bianchi, tutti rosei, tutti biondi, bambini, tanti bambini che
-vengono tutti verso di lei, che le si stringono tutti attorno...
-
-— I bimbi... I bimbi che avrei voluti avere... I bimbi che avrei voluti
-amare...
-
-E le pare di toccarli, le par di sentirseli attorno. Ha i riccioli
-d'oro nelle sue dita convulse e, nell'estasi suprema, il volto di
-Grazia s'illumina, si trasfigura, si fa divino. È la Sposa senza
-macchia, è la Madre bianca!
-
-Ma anche quella visione è scomparsa... Come le batte il cuore e come è
-stretta, da una mano di ferro, lì, in mezzo al petto... Grazia con una
-mano saluta... L'altra l'ha lì, in mezzo al petto, a tentar di fermare
-quella mano di ferro che dentro le strappa il cuore e la vita... E,
-nel bianco cerchio delle suore che sempre più s'allarga attorno a lei,
-sotto gli alberi immensi, nell'infinito silenzio, il piccolo corpo nero
-della martire s'irrigidisce e, nell'ultimo spasimo contro il tronco
-dell'albero, resta fermo, già morto, un istante...
-
-Poi, d'un tratto, di piombo, precipita.
-
-
-
-
-La Duchessa delle Nebbie
-
-
-PERSONAGGI.
-
- UN POETA
- UNA DONNA
- UNA LAMPADINA ELETTRICA.
-
- La casa di un Poeta. È il crepuscolo. Su la tavola è accesa
- una luce rosea; è una damina del Settecento, un piccolo Sèvres
- delizioso che finisce al busto, dal quale discende una larga
- veste di seta rossa sotto cui la luce elettrica splende.
- È una lampadina elettrica originale, più che una lampada
- elettrica, una veilleuse bizzarra per le fantasticherie d'un
- poeta. Questi, che ha quarant'anni e tutta la malinconia
- dei quarant'anni, la malinconia della vecchiaia che non sa
- ancora sorridere perchè non ha saputo ancora dire addio alla
- giovinezza, è seduto alla scrivania, con i suoi capelli grigi,
- con la sua anima stanca, col suo sogno instancabile. È un poeta
- rinsavito; più che scrivere, sogna; più che far versi, cerca
- rime impossibili; più che sporcare altra carta, preferisce
- parlare lunghe ore con la damina rossa, con l'amica luminosa
- e silenziosa che sa ascoltarlo senza contraddirlo mai, col
- piccolo Sèvres dall'ampia gonna di seta che è accesa giorno e
- notte su la sua tavola e sul suo sogno. È, una volta di più
- il colloquio delle ore vuote, delle giornate grigie, delle
- malinconie indecise, delle rinunzie approssimative, delle
- rassegnazioni senza rassegnazione. Fuma e parla, il poeta,
- parla e fuma; e le sue parole vanno in fumo ancora più delle
- sue sigarette. Al piccolo Sèvres rosso e luminoso il fumo
- non dà noia: nè quello dei sogni nè quello delle sigarette. È
- abituata a vivere nella sua nebbiolina rosea e leggera giorno
- e notte, notte e giorno; ed è nebbia ella stessa. Il suo
- poeta, che è il suo innamorato, il suo innamorato che è il suo
- poeta, l'ha battezzata così: «la duchessa Aurora delle Nebbie»
- nell'Almanacco di Gotha del mondo delle fantasticherie. Aurora
- e Nebbia son le sue due poesie, la sua sola poesia; rossa
- splende come l'aurora di una realtà possibile; avvolta di sete
- e di veli disperde la sua luce nelle nebbie in cui si perdono e
- sfumano i bei sogni impossibili. È una donna solo a metà. Più
- giù del busto non è più che luce; più giù del cuore altro non
- è che fantasia.
-
-
-IL POETA.
-
-Senti? Piove ancora... È tutto il giorno che piove e noi le abbiamo
-sentite venir giù, tutto il giorno, io e te, la pioggia e la
-malinconia...
-
- (Il domestico apre piano la porta. Entra. La sua mano gira
- rapidamente il commutatore elettrico per accendere le esili
- appliques rosee che sono attorno alle pareti coperte di
- damasco verde. Ma sùbito la voce del Poeta corregge il gesto
- brutale del domestico e fa tornare la penombra nella stanza
- e la Duchessa delle Nebbie a tutt'il suo splendore un attimo
- attenuati da una luce più pallida ma più sfacciata della sua).
-
-No. Spegnete. Non c'è ancora bisogno d'altra luce. Non è ancora sera.
-E questa luce basta perchè possiate riaccendere il fuoco e distribuire
-i fiori nei vasi.
-
- (Il domestico ha rispente le appliques rosee. Ora accende il
- fuoco nel caminetto. Poi distribuisce nei vasi, come luci nella
- penombra, le rose bianche che portava sul braccio. Si sente dal
- di fuori il ticchettio della pioggia sui cristalli della
- finestra, il rumore lento di una vettura, l'urto stonato di una
- tromba di automobile. Si sente da dentro il crepitìo delle
- fascine nel caminetto. E, quando il domestico ha finito ed è su
- la porta per uscire, il poeta avverte:
-
- «_Fate attenzione. Aspetto gente. Fra mezz'ora_». E quando il
- domestico è uscito, il poeta guarda al suo polso sinistro il
- piccolo orologio d'oro e riprende a parlare con la Duchessa
- delle Nebbie:)
-
-Abbiamo ancora mezz'ora per parlare e in mezz'ora si possono dire tante
-cose, o, almeno, quelle che dobbiamo dirci noi...
-
- (Trae di tasca il portasigarette. Accende una sigaretta.
- Fuma....)
-
-Ma, vedi, ho acceso un'altra sigaretta per prendere tempo, e per
-prendere coraggio, perchè non so da dove incominciare. È la sorte dei
-poeti, questa: poichè non sanno mai, coi loro versi, dove andranno
-a finire, non sanno mai, in prosa, trovare il principio... Ma io
-comincerò da un ricordo... Il ricordo della sera in cui ci siamo
-conosciuti, io e te, duchessa... Ero dal mio antiquario, a curiosare,
-a perdere tempo, in una sera di malinconia... Che malinconia, quella
-sera!... Una volta di più, due ore prima, una donna mi aveva mentito,
-un amore era caduto. Ed io cercavo di essere forte, di provare a
-me stesso che il disastro non era niente, che tutto era come prima,
-che la vita continuava tranquilla... Mi dicevo: “Lei non soffre...
-A quest'ora, mentre io non so dove andare, mentre io non so se
-camminare o star fermo, mentre io mi lascerei cadere a terra, qui,
-dove sono, come un animale ferito a morte, lei è dalla sua modista
-a provare cappellini, o dal suo _coiffeur_, i capelli sotto i ferri
-di _monsieur_ Pierre, le unghie nelle mani di _mademoiselle_ Rose
-e tutto il suo cuore lì, preso, come sempre, nella sua vanità e nel
-suo egoismo...„ E mi dicevo: “No, non devo soffrire neppure io...„
-E avrei voluto anch'io una chioma da fare ondulare e biondeggiare,
-una mano, già curata, da far curare ancora... Ma dove sarebbe stato,
-in circostanze simili, il mio cuore? Io non ho vanità per occuparlo
-o egoismo per alimentarlo... Io amavo lei, per lei... Lei amava me,
-per sè... Ecco tutta la diversità fra noi, la causa dell'urto e della
-rottura e la spiegazione di tutta la sua serenità e di tutto il mio
-tormento... Rientrare a casa mi faceva paura... Ritrovarmi solo fra
-le cose solite... Ed entrai lì, dall'antiquario, sperando che le cose
-belle avrebbero potuto per qualche tempo allontanarmi dai miei pensieri
-cattivi... E lì, nella penombra di quello stanzone senza luce, appena
-rischiarato dai fiammiferi che l'antiquario accendeva per farmi vedere
-una vecchia portantina riverniciata e rifoderata di fresco, ti vidi
-lì, nell'angolo di un canterano, mezza schiacciata da un paraventino,
-addossata con le spalle al muro... Ti vidi così, piccolo Sèvres, con
-la tua veste rosea che nell'ombra era scura, mortificata, trascurata,
-dimenticata... E, al mio grido, l'antiquario ti prese, ti portò
-avanti, ti mise nel bel mezzo d'un tavolino di Bull, e portò sino al
-muro il lungo cordone rosso che usciva di sotto la tua sottana. Tu ti
-accendesti, duchessa. La tua veste scura fu un fiore roseo nell'ombra,
-ed io m'innamorai di te. M'innamorai di te, perdutamente, in un minuto
-e non ebbi pace finchè non ti ebbi sotto il braccio, tutt'avvolta di
-carta velina... E ti portai via, via, di corsa, verso casa, come se
-ti avessi rubata, come se ti avessi rapita... Proprio così... Non mi
-pareva di averti avuto dal mio antiquario per trecento lire, prezzo
-d'affezione... Mi pareva di averti avuta dopo un ratto, bene non mio,
-felicità proibita, sogno rubato... E, a casa, nella mia casa vuota che
-tu rallegrasti, che tu popolasti, ti diedi il posto d'onore, ti fissai
-con due chiodi, due chiodi d'oro, duchessa, nascosti sotto la veste di
-seta, qui sull'angolo del mio tavolino, e ti accesi... E fosti ancora
-un fiore di luce rossa nella mia ombra e nella mia solitudine... E
-fin da quella sera io cominciai con te, Duchessa, un interminabile
-colloquio: l'infinito, l'intraducibile colloquio che solo può svolgersi
-fra un poeta pieno di malinconia e una damina di porcellana che è tutta
-leggiadria e poesia, donna, sia pur donna di Sèvres, dal cuore in su,
-seta e luce e sogno, dal cuore in giù... Quale buon Dio, quale Dio
-bonario della consolazione e della pietà, ti mandò sulla mia strada
-e nella mia casa, bambola di luce, donna di sogno, realtà irreale,
-proprio quella sera, mentre pioveva come adesso, mentre ero solo, come
-adesso, mentre tutto il mio cuore piangeva perchè una donna da cui mi
-ero creduto tanto amato aveva fatto male a quel mio cuore una volta di
-più?... Il sogno, con te, mi guarì della realtà.... Poichè un'amante
-mi aveva tradito, io ti elessi mia amante fedele, fedele come solo il
-sogno sa essere, come le donne essere non sanno, non vogliono e non
-possono... E ti battezzai quella sera, nella mia prima follia per te...
-Duchessa eri nella fierezza del tuo portamento e nella nobiltà del
-tuo profilo... E poichè uscivi dalle nebbie della mia malinconia fosti
-Duchessa delle Nebbie... E, poichè t'accendesti rosea nella mia notte,
-come un'aurora, fosti così, per l'araldica della mia fantasia e nello
-stato civile del mio cuore, la Duchessa Aurora delle Nebbie.
-
- (Accende il poeta un'altra sigaretta... A cominciare è
- riuscito... Concludere gli è più difficile e quello che ha
- detto fa più arduo e penoso ancora, per lui, quello che dovrà
- dire.... Ma, pavido della scintilla, si getta poi d'improvviso
- nel fuoco come fanno i pazzi, i timidi e i poeti:)
-
-Ti chiesi, duchessa, fedeltà. Ti promisi, duchessa, fedeltà. Ma
-è instabile, cara, il cuore dell'uomo anche se stabile è la sua
-coscienza. Continua, quando la vita è ferma, il nostro sogno a
-camminare. Se ferma è la stella nel cielo e fermo è il nostro sguardo,
-su lei gira il mondo sotto i nostri piedi par che giri la volta del
-cielo sul nostro sogno. Per seguire, sempre fedeli, la nostra stella,
-noi dovremmo poter evadere dalla nostra schiavitù umana, sollevarci
-dalla legge che ci tiene inchiodati al suolo e poter seguire la stella
-là dove sembra che la stella, al finir della notte, sia andata, e
-poter essere là nell'alto emisfero venuto al posto del nostro: là
-dove un altro poeta un altro innamorato possono ancora mirarla, e non
-noi. Vicenda di sogno e di realtà, vicenda di sole e di stelle, di
-luce e d'ombra, muoversi incessante del nostro mondo senza che noi lo
-si avverta, fissità dei sogni, immobilità delle stelle nel cielo che
-pare a noi movimento. Anche per me, e per te, duchessa, il mondo ha
-girato intorno al suo asse. Anche per noi, fidanzati ed amanti in una
-notte, il giorno, nell'incessante ritorno, è ora venuto. Dalle tue
-rosee nebbie notturne, duchessa, è uscita l'aurora; ma quest'aurora
-non è per te.... In quest'aurora che da te nasce tu muori, nella tua
-fiamma ti bruci, nella tua luce ti spegni. Il sogno d'amore chiuso in
-te si fa realtà in una donna. Questa donna è qui. Muove, in quest'ora,
-verso la mia casa. Ha, mi sembra, tutte le bellezze e tutte le bontà
-che io ho sognate in te. Ma non le porta, bellezze e virtù, come te,
-nella nebbia losca della tua sottana di luce, del tuo corpo incorporeo.
-Questa donna le ha vive nella sua realtà, nel suono della sua voce,
-nel correre del suo sangue, nel fremere dei suoi nervi, in tutta la sua
-umana e vivente verità. Non è, questa donna che sta per venire, non è,
-come te, fantasticheria di bene, sogno di felicità, illusione d'amore.
-È vivo, reale, tangibile, l'amore che ritorna alla mia casa, per il mio
-cuore e per la mia carne... E viene come già tante volte è venuto: una
-carrozza che s'avvicina nella via silenziosa e sonora, un passo rapido
-e frusciante su per le scale e qui lo stesso caminetto che l'aspetta
-le stesse rose per farle festa. Entrerà fra poco, il mio amore nuovo,
-come entrarono, un tempo, tutti gli altri... Ma non è, questo, come
-gli altri... È l'amore perfetto, è l'amore ideale, è l'amore sogno
-che tu, duchessa, nelle tue nebbie, con la tua aurora, mi hai fatto
-sognare... È, finalmente, l'illusione che si fa realtà, è l'impossibile
-che si fa possibile, è la donna che in tutte le altre, attraverso il
-dolore, ho follemente cercata, è l'anima che disperatamente chiedevo,
-è l'anima che un clemente destino inaspettatamente mi manda.... Ma
-sogno e realtà non possono vivere insieme in due diverse forme; e se
-colei che sta per entrare in questa stanza è insieme, miracolosamente,
-realtà e sogno, tu che fosti sogno solamente non puoi rimanere accesa
-sull'angolo di questa tavola. Mai ti spensi, duchessa, giorno e notte,
-da quella sera di malinconia in cui tu entrasti qui per la prima volta.
-Ma ora ti spengo, duchessa, amica sognata, amante impossibile, felicità
-di nebbia, ora ti spengo in questa sera di gioia in cui tutto il mio
-cuore aspetta, divinamente sgomento, l'Amore. Addio, duchessa, e addio
-per sempre. Il tuo poeta uccide la tua vita illusoria e spegne la tua
-luce poichè la tua luce di sogno s'è, per prodigio, accesa nel cuore di
-un'unica, e incomparabile donna...
-
- (E il poeta, tremando la sua mano, ha spenta la duchessa
- luminosa. E la carrozza rotola nella via silenziosa e sonora. E
- il passo rapido e frusciante è su per le scale. E il caminetto
- attende crepitando tra scintille e brontolii... E le rose
- son lì per far festa... Festa a colei che entra, avvolta nei
- veli, tremante di commozione, per portare l'amore... E ora
- il poeta ha acceso le _appliques_ rosee sul damasco verde
- per vedere nel volto pallido e smarrito la sua bella realtà
- vivente, l'amore divino che il poeta stringe fra le braccia,
- folle di meraviglia, per poter morire un giorno senza dire
- d'aver vissuto invano. Ma la donna si scioglie dalle braccia
- impazienti. C'è un cantuccio di tepore in quelle due poltrone
- accanto al fuoco. E la donna vi si rifugia per scaldarsi. E
- nell'altra poltrona, il poeta aspetta che dal rogo del pudore
- la fiamma immensa dell'immenso amore divampi. Così, nell'attesa
- dei due calori, freddamente le parole parlano).
-
-IL POETA.
-
-Tutto il giorno e tutta la vita vi ho attesa. Altre volte una donna
-è entrata, così, nella mia casa e nel mio cuore... E fu, come per
-voi tutta una illuminazione... Ma la fiamma, in breve, ogni volta si
-spense: vanità, interesse, menzogne, orgoglio, i quattro orrendi e
-viscidi tentacoli dell'anima umana vennero a cercare nel mio cuore
-il sogno, lo ghermirono, lo soffocarono, lo stritolarono, me lo
-lasciarono in cuore, peso morto, pietà schiacciante... Vanità che
-fai di un essere umano nato per amare altrui ed essere dagli altri
-amato un mostruoso egoismo attorcigliato su sè stesso e che ama solo
-sè stesso; interesse che fai nel cuore umano delle cupidigie il solo
-palpito e della sopraffazione la sola legge; menzogna che ti annidi
-negli occhi più puri, nelle parole più chiare, nei sentimenti più alti
-e fai che, dietro ogni fronte che tu adorni di tutte le speranze di
-tutte le fiducie, tu senta il dubbio tormentoso di tutte le frodi, e
-di tutti gli inganni e per cui quando tu più credi che un'anima è tua
-più quest'anima può essere, ferocemente e silenziosamente, contro di
-te. Orgoglio, infermità dell'anima d'ogni altra più grande, orgoglio
-che fai il cuore cieco a ogni luce, sordo a ogni suono e che dove tu
-attendi un'anima pietosa ti fa trovare un'anima implacabile, orgoglio
-che, per non piegare, fa un nemico del cuore più amico e maschera
-nella beffa di un riso il più disperato desiderio di pianto... Venti
-volte ho sognato l'amore ed ho creduto di stringerlo fra le mie
-braccia!... in due occhi in cui i miei occhi si specchiavano, in due
-mani che s'allacciavano intrecciandosi alle mie, in un respiro che
-col mio si mescolava e faceva un respiro solo. E venti volte vanità,
-interesse, menzogna, orgoglio hanno svegliato il mio sogno e dalla
-volta del Cielo stellato mi hanno inabissato in una fogna... venti
-volte quando più credevo d'essere lo scultore dio che aveva dato vita
-alla sua statua perfetta mi destavo stringendo nelle mani una bambola
-vuota, un sogno di cartapesta. Ma questa volta, no. L'anima tutta si
-riaccende nella certezza sublime che il miracolo si compia e che questo
-è finalmente e veramente l'amore. L'uomo, che ha tutti i peccati,
-tutte le miserie e tutte le vergogne, ha però un potere d'illusione e
-di speranza più grande e più intiero di quello ch'è nel cuore di una
-donna. Nel giuramento d'eternità dell'uomo c'è almeno l'illusione di
-credere, un istante, l'eternità possibile. L'uomo più malvagio più
-bugiardo, più mutevole ha, per un istante, veramente e interamente
-amato, ha nell'amore annullato sè stesso. Mille e tre volte il sogno
-di Don Giovanni è, — per un istante verità, — rinato dalle sue ceneri
-bugiarde. C'è l'anima di Romeo in fondo alla curiosità di Lauzun! “Non
-si scherza con l'amore„ è il grido d'un uomo che l'amore ha ferito a
-morte. Ma quale di voi, donne, non ha con l'amore scherzato, quale di
-voi, donne, non ha nascosto il pugnale sotto il merletto, il nostro
-pianto sotto il suo sorriso? Ah, dove sei tu, donna che, senza vanità,
-senza menzogna, senza orgoglio, vieni incontro all'amore per amare
-e non per essere amata, per dare divinamente e non per ricevere, per
-sacrificarti e non per sacrificare? Donna, la tua debolezza è sapiente!
-Uomo, la tua forza è ingenua! Nel duello quando tu, uomo, più scopri
-il tuo petto, tu, donna, più nascondi il tuo cuore. Ti dice, donna, il
-tuo specchio ogni mattina, che tu sei nata per essere amata. Come ti
-possono vanità e orgoglio permettere d'amare semplicemente, di farti
-vittima se sei nata carnefice, di farti schiava se la bellezza ti fa
-padrona? Amare, amare... Annullarsi nell'essere amato, vivere della
-sua vita e non della nostra, offrire e non chiedere, sacrificare,
-rinunziare, dare, dare, dare, unicamente, esclusivamente, follemente
-e disperatamente dare; veder nell'altro essere tutte le gioie, tener
-per sè tutto il dolore, strappar col nostro sangue tutte le spine
-per offrire la rosa senza ferita, questo è l'amore! Sentire d'aver
-vissuto invano, di non avere anzi vissuto, tutti i giorni trascorsi
-prima d'incontrare l'essere amato, vedere orribilmente vuoti i giorni
-che dovranno trascorrere se mai l'essere amato dovrà uscire dalla
-nostra vita, e viver la vita giorno per giorno, ora per ora, minuto
-per minuto, sventurata o felice a seconda che pena o sorriso son negli
-occhi di un'altra creatura, specchio in cui la nostra anima riconosce
-solamente la sua immagine: — questo è l'amore! Non aver volontà se
-un'altra volontà comanda, non avere ambizione se un'altra ambizione
-governa, non aver orgoglio e piegarsi se una mano ci piega, non aver
-desiderio che non sia desiderio dell'altro essere, gioire sino alla
-follia per un suo sorriso, spasimare fino al delirio per una sua
-lacrima, sentire che mai vivremmo così intensamente come se ci fosse
-dato di morire per assicurare all'altro essere un attimo di vita di
-più: — questo è l'amore! Riconoscere il mondo che già conoscemmo e
-trovargli un altro volto sol perchè un altro essere è accanto a noi,
-amar tutti gli esseri sol perchè c'illudiamo che un altro essere umano
-ami noi, far di tutto una speranza e di tutto un tormento, sentir la
-nostra vita chiusa nel cerchio d'un respiro e veder immenso il nostro
-orizzonte, guardarsi attorno stupiti e nulla più riconoscere di quanto
-fu nostro e ci piacque, giungere a illudersi di poter parlare con
-Dio senza chiedergli nulla per noi e tutto per un altro: — questo è
-l'amore! Amare una strada sol perchè vi passammo con lei, detestare
-un'altra strada sol perchè lei, un giorno, vi passò con un altro,
-veder dovunque nel passato, nel presente, nell'avvenire, fantasmi
-che ci minacciano e di nulla temere, e credere l'incredibile, e voler
-possibile l'impossibile, e sentir finito l'infinito, fermarsi a pensare
-al modo di staccare una stella dal cielo se il capriccio di lei vi
-chiede una stella, illudersi di poter anche fermare il sole se alla
-malinconia di lei quel giorno il riso d'oro del sole dà noia, sentir
-la nostra mano piccola tanto grande da poter ghermire il mondo, come un
-fiore, per offrirglielo: — questo è l'amore! Questo, questo è l'amore,
-e tutto quello che è grande, che è bello, che è pazzo, tutto quello che
-difficile per noi ci par facile per un'altra creatura, tutto quello che
-per noi impossibile ci par per un'altra possibile. E abolire il tempo
-e lo spazio, il passato e il futuro, e far dell'istante l'eternità e
-dell'eternità l'istante, sentirsi, misero uomo, invisibile molecola
-terrestre, più onnipotente di Dio; vivere in una divina libertà che è
-una divina schiavitù, darsi legato in braccio al destino per dirgli di
-portarci dove porta lei, girare tutto il mondo intero non muovendosi
-da vicino a lei, salir sin negli spazii infiniti rimanendo ai suoi
-piedi, veder dovunque un volto e non altro, nell'acqua, nel cielo,
-nell'erba che spunta e nella stella che s'accende, nel fiore che
-s'apre e nella nuvola che passa, far del sole un suo gioiello e della
-costellazione un suo monile, della tempesta dell'aria il suo tormento,
-e dell'oceano azzurro la sua pace: questo, questo, questo è l'amore!
-Amare, amare così, solo sogno che avvicina l'uomo a Dio, divina follia
-e sola bellezza di vivere, esaltazione di tutto l'essere in un altro
-e, quando a questa follia l'altra follia risponda, divina comunione,
-unità in due corpi, ebrezza di vivere in due vite fatta una tutta la
-vita, sola illusione possibile d'immortalità, solo possibile anelito
-umano verso la divinità... Che siamo? Due miseri esseri umani, schiavi
-delle loro miserie, complicato e insieme elementare congegno di sangue
-e di nervi, inchiodati alla terra, condannati a vedere il cielo senza
-poterlo toccare, sangue terrestre che il soffio di Dio ha animato senza
-farlo divino, poveri corpi schiavi delle più umili necessità, animali
-che ogni giorno si nutrono e si vuotano per tornare a nutrirsi domani
-nel più umile e brutale istinto di vivere, un maschio e una femmina,
-una donna e un uomo, pari ad altri milioni di uomini, pari ad altri
-milioni di donne, perduti, confusi, sommersi nell'immenso gregge tutto
-eguale in marcia per un inutile cammino verso un destino sconosciuto,
-condannati a cadere d'un tratto, ai margini della strada, senza saper
-quando e senza sapere perchè. Ma se l'amore tocca e avvicina due di
-questi esseri, due di queste pecore che van fra le pecore, se amore
-scalda e illumina del medesimo calore e della medesima luce due di
-queste anime e due di questi corpi, il miracolo si compie, il soffio
-di Dio è nel bacio degli amanti e ognuno mette nell'anima dell'altro e
-il sogno e il potere delle divinità. E i corpi si staccano dalla loro
-crocifissione terrestre, e le anime si trasfigurano, e l'uomo e la
-donna, non più umani, si elevano, s'innalzano, nell'amplesso felice e
-completo, su nell'azzurro dei cieli verso Dio che guarda geloso coloro
-che seppero nel prodigio strappargli il mistero della sua onnipotenza.
-Questo, questo, o donna unica della mia vita, questo è l'amore che io
-offro, questo è l'amore che io vi chiedo.
-
-LA DONNA.
-
-Vecchio fanciullo di quarant'anni che parli d'eternità ed hai già
-grigie le tempie e carico il sangue di veleni che il tuo corpo, non
-più giovane, non può già più bruciare, vecchio fanciullo poeta, il
-tuo sogno è bello e tu canti con tanto fervore e da tanto tempo la
-tua bugiarda canzone che hai finito per crederla vera. Ma questo tuo
-amore d'angeli umani, questo tuo amore che riconosce il fango terrestre
-sol per soffiarvi dentro lo spirito della divinità, non è quello che
-altre donne ti han dato e non è quello che io posso darti. Vanità,
-interesse, menzogna, orgoglio, quattro viscidi tentacoli che tengon
-legata alla terra l'anima umana assetata d'amore e le impediscono di
-levarsi su negli spazi infiniti. Così tu hai detto. Ma è forse in tuo
-potere distruggere questi tentacoli che sono il peso e la condanna
-delle creature umane, le sue armi d'offesa e di difesa, le forze con
-cui si muove su la terra poichè Dio volle darle le pupille levate in
-alto per guardare il cielo ma non le ali per salirvi, librarvisi e
-purificarvisi? Come vuoi tu che io mi liberi, per il tuo amore, dalle
-mie vanità se ogni giorno ho davanti a me lo specchio per ammirarmi, se
-ogni giorno ho da lui parole così lusinghevoli che nessun amante saprà
-mai dirmi più ardenti e più persuasive, se ad ogni ora il desiderio
-degli uomini che passano accanto a me mette su la mia strada la lode e
-l'esaltazione?
-
-Tu mi vuoi bella ma vuoi che io non mi sacrifichi alla mia bellezza,
-tu mi vuoi di tutte più bella ma non vuoi, che io tragga da questo
-trionfo una ragione d'egoismo, il senso esaltato od esasperato della
-mia persona. Tu vuoi la fiamma senza la luce, tu vuoi il calore senza
-il fuoco, tu vuoi la bellezza senza la gloria d'essere bella. Tu vuoi,
-poeta, l'impossibile. E tu rimproveri all'amore l'interesse, che lo
-ispira e lo dirige, tu, tu rimproveri all'essere umano d'ubbidire
-al suo primo istinto che è quello di difendersi, di conservarsi, di
-esaltarsi nel sacrificio altrui invece che di diminuirsi nel proprio
-sacrificio. Tu concepisci un amore disinteressato, mortificato e
-rinunciatario in cui la creatura umana porti una fede altruistica
-d'apostolo e uno spirito eroico di martire. No. La creatura umana
-chiede all'amore gioia, pienezza di vita, voluttà di essere. Chiede
-questo per sè per il suo bisogno, e all'altro concede di dividere sol
-quanto ella possegga. E tu rimproveri all'amore la menzogna perchè
-l'amore vive di menzogna. Ma sei tu certo che non gli rimprovereresti
-la verità se fosse possibile all'amore vivere di verità? Se tu
-mi rimproveri di dirti che ti amo nell'ora in cui non ti amo, mi
-concederesti tu di dirti che non ti amo? Ammetteresti tu di poter
-amare da solo? Vorresti avere tu la coscienza di dare senza ricevere?
-Quando tu mi guardi negli occhi per trovarmici l'anima non chiedi
-tu, disperatamente, ad ogni costo, la mia menzogna con i tuoi occhi
-che implorano l'illusione, con la tua voce che trema per paura della
-verità? E se io finisco d'amarti quando tu mi ami ancora sei tu pronto
-ad ammettere l'iniquità di questo diverso destino o non pretendi
-piuttosto che il mio cuore simuli di risponderti ancora quando non
-ti risponde già più? Sì. Tu mi hai fatto giurare, una sera, che se un
-giorno finirò d'amarti quando tu mi amerai ancora io avrò il coraggio
-di dirti la verità, di spezzare la tua infelice illusione. Ma tu
-accettavi quella sera un dolore che speravi, che contavi di vederti
-risparmiato; tu parlavi di morte dell'amore, quella sera, quando tu
-credevi il mio ed il tuo amore immortali; tu parlavi di morte come di
-morte parlano i giovani: cioè come d'una spada sospesa non sul loro
-capo ma sul capo degli altri. E tu mi rimproveri l'orgoglio. E in
-che soffri tu, se non sul tuo orgoglio, quando tu rimproveri a me il
-mio gesto o la mia parola orgogliosi? Contro il mio orgoglio che ti
-domina non è forse orgoglio la tua umiltà mistificata? Non vorresti
-tu strapparmi dalle mani lo scettro per esser tu ad imperare? Non
-vorresti tu non essere sopraffatto per poter liberamente, a tua volta,
-sopraffarmi? Pretende mai qualcuno che altri liberi un trono per
-lasciarlo vuoto? Tu ti proclami schiavo di me e l'esercizio del tuo
-governo ti spiace? E a che altro tende la tua simulata schiavitù se
-non a far me schiava per poter tu governare? Se tu non fossi come me
-fiero di te stesso perchè mi rimprovereresti la mia fierezza? Se tu non
-fossi come me intransigente in che ti dorrebbe la mia intransigenza?
-E ti farebbe soffrire la mia implacabilità nel mio orgoglio se tu non
-fossi come me, nel tuo orgoglio implacabile? Tra due amanti quello che
-rimprovera nell'altro il suo orgoglio, quello che non può esercitare
-il suo, poichè solo l'orgoglio può riconoscere l'orgoglio. Solo il
-desiderio d'opprimere può riconoscere l'oppressione. Che chiedi tu
-dunque, o poeta, a me donna, a me essere umano? Chiedi a me altro,
-forse, che non essere quello che tu sei? Mi rimproveri altri mali
-forse, che non siano i tuoi stessi mali? Pazzo poeta d'una tortura
-che è in te che tu vuoi far essere in me, fantastico creatore d'una
-felicità impossibile in un impossibile unità d'un dualismo, vuoi tu
-che io donna non sia donna, che io essere umano non sia umano? Vuoi
-tu che io senz'ali voli, che io, condannata alla terra, non tocchi
-terra? Ma apri gli occhi, vecchio fanciullo, guardati attorno e vedi
-più in là del cerchio luminoso del tuo sogno che t'acceca, col suo
-folle splendore, ogni altra vista. Guarda l'amore e la gioia dell'amore
-così come sono nel mondo che ti circonda e non fra gli angeli che ti
-sovrastano. Riconosci all'amore così com'è una grande nobiltà nel solo
-desiderio di un'elevazione che l'inguaribile peso umano fa impossibile.
-Riconosci che è già bello che l'amore sia sogno anche se non può mai
-essere altro che sogno.
-
- (La donna ha parlato. Il poeta l'ha ascoltata in silenzio,
- senza interromperla. A mano a mano i suoi occhi socchiusi alle
- prime parole, si sono aperti, sempre più, come se riconoscesse
- quell'interlocutrice ch'egli riconosceva per la prima volta.
- Aspettava da lei nuova, una parola nuova. E son venute da lei,
- ch'ei credeva diversa da tutte le altre, le parole già dette da
- tutte le altre. Ed ora, quand'ella ha finito, mentre nell'ombra
- della stanza trema rossa e gialla la fiamma del camino e nel
- suo silenzio scoppietta ardendo la legna, il Poeta abbassa a
- terra lo sguardo, apre in un gesto desolato le braccia).
-
-IL POETA.
-
-Ma io ti chiedevo, o donna nuova che sembravi da tutte le altre
-diversa, donna apparsa nella mia vita come un ultimo sole quando il mio
-destino è per entrare nel crepuscolo dell'eterna notte, io ti chiedevo
-un sogno che potesse durare come sogno fino al punto di credere che
-il sogno fosse diventato realtà. Ci son due modi perchè il sogno sia
-raggiunto: trasformare il sogno nella realtà o prolungare tanto il
-sogno ed il sonno che la realtà non possa più venire a destarci. Tu mi
-parli, invece, quello che tutte le altre mi hanno parlato: un sogno a
-scadenza, un sogno che già prevede il risveglio, l'illusione dorata
-o fantastica d'una notte di più. No, no, no... Io ho paura oramai,
-tremendamente paura delle mattine in cui ci si risveglia nella miseria
-dopo il sonno dorato, non voglio più che una donna mi ponga per un solo
-e breve sogno tra le sue braccia per farmi credere come il calzolaio
-ubriaco di Shakespeare. No. Se sognar per sempre non è possibile,
-meglio è rimanere in questo mio melanconico dormiveglia sentimentale,
-in questa penombra e in questa solitudine, chiusa la porta sul ricordo
-di quelle che se ne sono andate, chiuse le finestre alla curiosità
-di quelle che potrebbero per la mia strada passare. Che vuoi tu che
-m'importi di una notte d'amore, d'una notte di sogno di più. Io ne ebbi
-già mille. Mille sogni ho già avuti ridotti in un mucchietto di cenere
-più piccolo di quello che la brace spegnendosi fa in questo camino che
-t'illumina nella tua inutile bellezza... Va. Ritorna fra gli uomini che
-possono contentarsi della tua breve offerta, della tua caduca felicità.
-E lascia qui, solo, silenzioso, me poeta di un impossibile che se fosse
-stato possibile mi avrebbe fatto maledir la vecchiaia mentre adesso,
-invece, mi è così dolce invecchiare, sentir il cuore che si raffredda
-e si spegne ogni giorno di più. No.... Non parlare. So quello che tu
-vuoi dirmi. Vuoi dirmi che mio è il torto di non saper cogliere, nelle
-ore che fuggono, una felicità passeggiera, di non sapermi accontentare,
-io, uomo, della ricchezza degli uomini, ma di pretendere, poeta,
-la ricchezza d'un Dio. So tutto questo. Ma mille volte, una sera,
-mi sono accontentato e mille volte al mattino, ho pagato con la mia
-disperazione l'errore di aver accettato la mediocrità. Mille volte,
-accendendo la sera accanto a un volto di donna, la lampada d'una nuova
-illusione, ho trovato al mattino, quando la lampada si è spenta, più
-squallido il giorno, più stupida e vuota l'immensa faccia gialla del
-sole. Mille volte la mia canzone d'amore cantata alla sera, quando
-l'immenso silenzio della notte favorisce l'illusione che il destino
-possa esser chiuso in una stanza e in un cuore, mi ha fatto sentire più
-sciaguratamente desolate le mie mattine e i miei risvegli senza musica.
-Mille volte il giuramento d'eternità che l'amore bugiardo sospira mi ha
-fatto sentire più disperata la vanità dell'ora che fugge. Vattene, te
-ne prego. E richiudi, per sempre, la porta. Offri ad altri uomini meno
-assetati e meno affamati di me, la tua scarsa bevanda e il tuo tozzo
-di pane. Porta ad altri il tuo amore terrestre fra un cappello nuovo
-e una bugia vecchia, fra uno specchio e un egoismo, un orologio che tu
-guardi e un'eternità che prometti e in cui non credi. Vattene, donna,
-fra le altre donne. E chiudi la porta, chiudi per sempre, la porta.
-È inutile che altre vengano se anche tu sei venuta invano. Ti sono
-solamente grato di aver parlato come le altre non parlano, d'esserti
-fatta riconoscere quando io credevo di non averti conosciuta mai. Se
-è più grande per te, la mia melanconia, tu non mi hai dato, mia sola
-amica, dolore. Vattene. E chiudi la porta, chiudi, per sempre la porta.
-Io resto qui, vecchio fanciullo, poeta dell'impossibile, a cantare a
-me stesso, solo a me stesso, la mia canzone bugiarda, la canzone della
-verità.
-
- (E la donna è uscita. Ha piano piano richiuso la porta,
- richiuso per sempre la porta. E il poeta si leva dalla sua
- poltrona, traversa nella penombra la stanza, risiede alla sua
- grande tavola. Va la sua mano tremante alla seta e ai merletti
- della lampadina elettrica. Cerca una piccola chiave. E di
- nuovo la Duchessa delle Nebbie, spenta poco prima per sempre,
- risplende nella sua nuvola rossa. E di nuovo il poeta, che
- poco prima le aveva detto addio per sempre, torna teneramente
- a parlarle).
-
-IL POETA.
-
-Rieccomi a te, Duchessa, luce rossa, nebbia rosea, nebbia di sogno,
-sempre uguale, così al tramonto come all'aurora. A te sola posso
-cantarla, senza timore di risveglio, la mia canzone bugiarda di vecchio
-poeta fanciullo. Tu sola sai ascoltarla, fantasia, sogno, bambola,
-illusione, donna e sola verità. Vanità, interesse, orgoglio, menzogna
-non hanno posto nel cerchio rosso della tua leggera veste illuminata.
-Tu non hai, Duchessa, solo amore, unica amante, che tutto quanto io ti
-presto, che tutto quanto piace a me di donarti. Creatura del mio sogno,
-perdonami. Io ti ho spenta, poc'anzi perchè credevo possibile nella
-realtà la tua luce e la tua poesia. Ho sbagliato, una volta di più, e
-per l'ultima volta. Io ti ritorno davanti, stasera, come in quella sera
-lontana in cui tu ti accendesti nella bottega dell'antiquario ed io, al
-tuo primo splendore, m'innamorai di te. Canterò a te, mia innamorata,
-la canzone del sogno senza risveglio, dell'oggi senza domani,
-dell'amore che è amore, del poeta che vuol da una donna ciò che nessuna
-donna può dare perchè nessuna donna è poeta. E sino a quando non sarò
-più vecchio ancora, fino a quando i capelli grigi divenuti bianchi non
-faranno grottesco che io parli d'amore anche a te, Duchessa, io darò
-a te, Duchessa, tutto il mio amore, io chiederò a te tutto il sogno
-d'amore, a te lampada, a te bambola, a te sola donna fra tutte le
-donne, a te che sola puoi dare quel sogno d'eternità che è delle cose,
-Duchessa, e non delle persone, che è delle bambole, Duchessa, e non
-delle donne; chiederò tutto a te, infinita innamorata mia, a te che sei
-donna solo a metà poichè più giù del busto non sei più che luce e più
-giù del cuore altro non sei che fantasia.
-
-
-
-
-Storia della Dama dal ventaglio bianco
-
-
-Non c'era al mondo ventaglio più bianco e più grande di quello di
-Madama Lu...
-
-Cina, racconti e paesaggi cinesi, fantasie del Celeste Impero, nel
-mondo dei favolosi incanti dove le donne son fiori e dove gli dei son
-di porcellana, piccolo immenso mondo giallo fiorito di crisantemi
-e di peonie, dominato da draghi e da vampiri, favole di lontananza
-e d'impossibile, sotto cieli verdi e rossi, in giardini fioriti tra
-salici e bambù, sotto il dominio di piccoli iddii multicolori d'Estremo
-Oriente, favole d'un mondo vecchissimo e nuovissimo ancora...
-
-
-RACCONTO CINESE CHE PUÒ SERVIRE DA PREFAZIONE.
-
-_Madama Lu, bella signora cinese, era la sposa amante e riamata dal
-signor Tao, giovine letterato d'Estremo Oriente. Sposi da pochi anni,
-si amavano di tenerissimo amore ed eran felici, come solo in Cina
-sanno esser felici i giovani e gli innamorati. Eran tutt'il giorno lì a
-guardarsi, a parlarsi, a sbaciucchiarsi, per poi guardarsi, e parlarsi,
-e sbaciucchiarsi di nuovo. Giuocavano all'amore come si giuoca a mosca
-cieca per la gioia di perdersi e di ritrovarsi fra gli alberelli nani
-del loro giardino. Ed erano nell'amore sicuro e lieto così felici che
-ogni sera, prima di riposare, ringraziavano per tanta felicità i loro
-Iddii verdi e rossi e i Dragoni di porcellana._
-
-_Senonchè, nel fior dell'età, a ventiquattr'anni, il signor Tao venne
-improvvisamente ad ammalarsi. Invano madama Lu gli prodigò tutte
-le sue cure più affettuose, invano i medici più sapienti furono da
-ogni parte raccolti a consulto. La scienza lo dichiarò spacciato. Si
-disperò, madama Lu, e cercò di tener nascosta al suo adorato compagno
-la terribile condanna che la lasciava vedova in così tenera età e in un
-così felice amore. Ma il signor Tao fu chiaroveggente e comprese che la
-sua fine era prossima. Solo per il suo amore gli dispiaceva di morire
-e, povero signor Tao, non poteva sopportare l'idea di lasciare al mondo
-madama Lu, nel fiore dell'età e della bellezza, perchè altri l'amassero
-dopo di lui e avessero da lei quella felicità cui egli doveva, morendo,
-rinunziare._
-
-_Usciti i celebri medici, fu tra il signor Tao e la sua bella signora
-la scena straziante dell'inevitabile separazione. E Tao disse a madama
-Lu il suo dolore supremo: quello di lasciarla sola in mezzo alla vita._
-
-_Nell'udir queste parole disperate, commosse e commoventi, madama Lu si
-staccò dal suo sposo e corse a prendere i Dragoni di porcellana:_
-
-_ — Giuro su tutti gli Dei — ella disse — che ti seguirò nella tomba!_
-
-_E giurò. Ma Tao le tolse di mano i Dragoni di porcellana affinchè non
-corresse il rischio di romperli inutilmente per un giuramento falso e
-scosse il capo negativamente:_
-
-_ — Non giurare mai quello — egli rispose — che tu sai di non poter
-mantenere..._
-
-_Docile, ubbidiente e ordinata — e sopratutto per prendere tempo
-— madama Lu corse a rimettere a posto i Dragoni di porcellana. Poi
-ritornò al suo sposo e gli disse:_
-
-_ — Se gli Dei mi condanneranno a vedere ancora la luce quando tu, Tao,
-non potrai più vederla, giuro che non prenderò mai un secondo marito e
-che ti rimarrò sempre fedele..._
-
-_Anche a questo secondo giuramento rispose l'incredulità di Tao che
-continuò dapprima a scuotere negativamente la testa. Indi prese fra le
-mani la bella fronte di madama Lu e, guardandola in fondo agli occhi,
-con un malinconico sorriso, le disse:_
-
-_ — Non giurar neppure questo perchè neppure questo sarà...._
-
-_E madama Lu, non sapendo come poter consolare l'amato bene, si diè a
-piangere disperatamente fra le braccia del signor Tao._
-
-_Il quale signor Tao, essendo poeta, volle morire in piedi, nel suo
-giardino, tra le peonie in fiore. E lì, nel piccolo giardino, tra gli
-alberelli nani, nel morir del crepuscolo del giorno e della vita, il
-signor Tao attese la morte mentre la diletta sposa gli faceva ogni
-tanto, quasi per salutarle tutte, odorar le peonie ch'egli adorava. Non
-reggendo a tanto strazio madama Lu, che aveva, come han tutte le donne
-e quasi tutti gli uomini, bisogno di giurar sempre qualche cosa pur di
-giurare, gridò al signor Tao morente:_
-
-_ — Lasciami almeno giurare che per cinque anni non mi rimariterò..._
-
-_Ancora il signor Tao sorrise scrollando il capo negativamente; e,
-fissata madama Lu negli occhi, sempre più malinconicamente sorridendo,
-le disse:_
-
-_ — Non giurare neppure questo... Cinque anni sono lunghi._
-
-_ — No, no, non sono lunghi... — aveva l'aria di dire madama Lu che
-intanto riduceva il numero delle dita e degli anni nel giuramento: da
-cinque quattro, da quattro tre, da tre due... E avrebbe ridotto a un
-dito solo, a mezzo dito, a un anno, a mezzo anno, se il signor Tao, per
-rispetto di sè, non le avesse coperto la mano..._
-
-_Quando il sole tramontò, il signor Tao si sentì prossimo a morire e,
-solo nel giardino crepuscolare, chiamò gente in suo soccorso. Madama
-Lu fu la prima ad accorrere e il signor Tao, sollevatole il volto, la
-guardò ben bene negli occhi e le disse:_
-
-_ — Questo solo tu devi giurarmi, mia Lu adorata... Io non ti chiedo
-di più... Ma tu devi giurarmi, per la mia pace che tu non bacerai altro
-uomo finchè non sarà asciutta la terra che ricoprirà la mia tomba!_
-
-_Madama Lu levò la testa, per giurare. Il signor Tao reclinò la
-sua, per morire. E quando i famigliari accorsero nel giardinetto
-crepuscolare, tra gli alberelli nani, non trovarono che Madama Lu
-occupata a piangere disperatamente sul suo caro amore defunto._
-
-_E, pochi giorni dopo, fedele al triste giuramento, madama Lu, reggendo
-fra le mani il suo più grande e più bianco ventaglio bianco, piangeva
-inconsolabilmente su l'immatura tomba del signor Tao ch'ella adorava.
-E la terra appena smossa, che ricopriva il caro sposo, era tutta umida
-sotto i suoi piedi._
-
-Qui finisce la prefazione cinese e incomincia il racconto, buono per
-ogni tempo e per ogni paese.
-
-
-PARTE PRIMA
-
-
-1.
-
-Squilla una tromba nel vuoto silenzio del mare. Un marinaio, la mano
-a berretto, offrendo con l'altra la sciarpa azzurra, s'è avvicinato a
-Fiorvante appoggiato al bastingaggio. D'improvviso il giovane tenente
-di vascello richiude il libro e la lettura della _Storia della Dama dal
-ventaglio bianco_ si fermò qui, quel giorno. Rientra, Fiorvante, dal
-mondo delle favole in quello della realtà. Non è più ora di leggere e
-di sognare. È l'ora del suo «quarto di guardia». Riconsegna il libro
-delle favole al marinaio. Cinge la sciarpa azzurra e va verso la
-scaletta di sinistra a dare il cambio al suo compagno...
-
-
-2.
-
-Due alti e sottili vasi di cristallo nelle mani, venendo di corsa dalla
-serra Mimì, Mimì gaia fioraia, entra correndo nel retrobottega del
-suo magazzino di fiori. Tutti la conoscono, Mimì, nella piccola città
-di mare, dove tutti i legni della squadra vengono, a periodi, a far
-lunghi scali. È li, sul lungomare, il suo bel negozio tutto a vetrine
-bianche con la bella scritta d'oro su la mostra: _Mademoiselle Mimì,
-fleuriste_. L'ha ereditato dal padre quel negozio, ma l'ha fatto lei,
-lei col suo assiduo e infaticabile lavoro, lei col suo spirito audace
-e intraprendente, lei col suo garbo delizioso per cui comprar fiori
-da lei è una delizia: viene voglia, ad entrar da lei, di non andarsene
-più, tanto è carina, tanto è aggraziata, tanto è un fiore tra i fiori.
-Perchè la chiamano Mimì? Come la sua graziosa amica di un'opera famosa,
-non sa. Sa che l'hanno sempre chiamata così e che Ersilia — il suo vero
-nome, che ella detesta — non l'ha mai chiamata nessuno.
-
-— Ragazze, ragazze, meno chiacchiere e più lavoro...
-
-E le ragazze che cinguettavano attorno ai due grandi tavoloni carichi
-di cesti e di fiori fanno silenzio e si rimettono al lavoro con zelo
-provvisorio.
-
-— Domani c'è ballo a bordo della _Pisa_. Se andiamo avanti così i
-trenta festoni non saranno mai finiti per domani a mezzogiorno...
-
-E gira Mimì correndo, sorridendo, lieve, leggera, aerea, tutta azzurra
-e bianca nel suo vestitino di tulle a grandi _volants_, gira da una
-ragazza all'altra, e qui loda, là rimprovera, qua insegna, lì corregge,
-maestra floreale che giuoca coi fiori come un pittore coi colori, come
-una ricamatrice coi fili d'oro del suo ricamo.
-
-
-3.
-
-Scende lenta e grave la sera sul mare e sul porto. Le grandi navi
-ancorate divengono, sul cielo violaceo, grandi masse nere, profili di
-velluto intagliati su le sete del crepuscolo. Qua e là s'accendono, sui
-bastimenti, le prime luci. Laggiù in fondo, all'orizzonte, il sole,
-quasi tutto scomparso, non è più che un filo d'oro sul ciglio della
-collina.
-
-Qua, là, a destra, a sinistra, vicino, lontano, squillan le trombe
-sui bastimenti e avanzano sui ponti i drappelli di guardia, le armi
-al braccio. Venendo di qua, di là, si radunano a poppa, attorno ai
-comandanti, gli ufficiali. È l'ora dell'«ammaina bandiera». Ed ecco
-che di nuovo le trombe squillano. Gli ufficiali prendon l'attenti e
-si scoprono. I drappelli presentan le armi e la bandiera sventolante
-a poppa comincia a discendere, come un uccello che chiude le ali e
-precipita...
-
-
-4.
-
-Mimì è distratta. Non lavora più come prima. Se una ragazza le chiede
-un consiglio, glielo dà breve, secco, di malavoglia. Il suo spirito è
-altrove. Assortendo il colore di due garofani, agganciando due rose,
-Mimì guarda ogni tanto il piccolo orologio d'oro al suo polso. È l'ora
-che ogni giorno il suo innamorato, il bel tenente di vascello Filippo
-Ardea, viene a prenderla per andare insieme a pranzare e a passar la
-serata... L'aspetta tutt'il giorno, Mimì, contenta, felice... Ma come
-diventa melanconica, scorbutica, irritata, quando l'ora si avvicina...
-Come la snerva quell'ultima mezz'ora di attesa così lenta a passare...
-
-
-5.
-
-Ed è sul molo, dalle imbarcazioni a vapore o a remi che, grosse,
-piccine, agili o pesanti, lente o guizzanti, giungono a centinaia
-dai bastimenti, è sul molo dove già s'accendono i primi fanali, una
-continua ondata d'uniformi bianche che vien dal mare e dal mare galoppa
-verso la città su per le ampie gradinate dello scalo. Son barconi
-carichi di marinai. Son lance eleganti piene d'ufficiali.
-
-— Fiorvante!
-
-— Ardea!
-
-Due voci, due sorrisi, due mani levate e un abbraccio. Scendendo ognuno
-dal suo bastimento i due ufficiali, i due amici, si sono incontrati...
-
-— Dove sei?
-
-— Su la _Saint-Bon_. E tu?
-
-— Comando una torpediniera. Un anno d'Estremo Oriente. Son qui da tre
-mesi. E tu?
-
-— Io sempre fermo. Fra Taranto e Spezia.
-
-Due vecchi camerati che si vogliono molto bene, due compagni di corso
-all'Accademia, gl'«inseparabili» quand'erano imbarcati insieme. Ora,
-nella gioia di ritrovarsi, si dicono mille cose. E Ardea:
-
-— Poichè ci siamo ritrovati, non ti lascio scappare...
-
-Ha preso Fiorvante per il braccio e s'avvia con lui verso la città,
-lungomare, in un gruppo d'amici e di compagni.
-
-
-6.
-
-Mimì non regge più. Si leva, va alla vetrina, guarda, torna a sedersi,
-guarda ancora l'orologio, torna a levarsi, rivà alla vetrina, riguarda
-di nuovo... Ma non viene ancora... Dove, dove sarà?
-
-Ansia di rivederlo? Impazienza d'innamorata? Anche questo. Ma,
-sopratutto, preoccupazione. La piccola perfida lettera anonima le ha
-messo da due giorni il veleno nel sangue. L'ha lì nel seno. Non sa
-staccarsene e sempre la rilegge...
-
-«Badate a Filippo Ardea se l'amate. Un'attrice, una bella attrice
-d'operette, che è stata l'anno scorso la sua amante, è su la piazza. E
-c'è pericolo di ripresa. Badate: Flora Fleurette minaccia la felicità
-di Mimì. Nulla piace di più a certe donne che riprendere un antico
-innamorato quando questo è innamorato di un'altra. E gli uomini son
-così stupidi e così vani che si lasciano sempre prendere da chi li
-vuole. Occhio a Filippo, Mimì mia bella...».
-
-Così ha scritto a Mimì _Un lupo di mare_... Cattivo lupo di mare che
-le ha avvelenato la vita, da due giorni... Vorrebbe averlo lì, Mimì,
-il «vecchio lupo di mare», per rompergli sul muso tutti quei vasi di
-fiori, per impedirgli di dire e scrivere ancora altre sciocchezze...
-
-Sciocchezze? Son poi veramente sciocchezze?... Che Flora Fleurette sia
-su la piazza, è vero... Che l'anno scorso Filippo sia stato l'amante
-di Fleurette è noto a tutti ed era noto anche a lei prima che se ne
-innamorasse... Ma l'ha rivista, ha cercato di rivederla?... Questo è
-il punto oscuro. Non ha osato interrogare Ardea. Lo sa bene: Ardea
-non vuole gelosie. Qualche volta che Mimì è stata gelosa Ardea s'è
-divertito a farla soffrire di più, l'ha provocata... Gliel'ha detto e
-ridetto: «Lo faccio apposta, per educarti.. Detesto le donne gelose...
-Ed io voglio poterti adorare...»
-
-Ma perchè non viene? Perchè non s'affretta? Se venisse sùbito a
-prenderla, appena disceso dal bastimento, il suo povero cuore in pena
-avrebbe pace, potrebbe fidarsi... E invece, così, con questo ritardo...
-Dov'è Fleurette? Dov'è Filippo?... Che fa, che fa, e perchè non
-viene?...
-
-E Mimì si leva, va alla vetrina, guarda, torna a sedersi, guarda ancora
-l'orologio, torna a levarsi, rivà alla vetrina, riguarda ancora...
-Dove, dove sarà?...
-
-
-7.
-
-E Ardea seguito dagli amici vien giù pian pianino, per il lungomare, a
-braccetto con Fiorvante, parlando di bastimenti e di paesi, di compagni
-e di donne, di ricordi e di speranze.
-
-Ora Fiorvante si sofferma:
-
-— Ma di qui dove mi porti? Io vado a pranzo al Circolo.
-
-E Filippo, trascinandolo a forza:
-
-— No. Tu vieni a pranzo con me. Andiamo a prendere la mia innamorata
-che mi aspetta e che mi adora e passeremo insieme una serata di quelle
-buone.
-
-Fiorvante è riluttante, ma Ardea non sente ragioni e conviene lasciarsi
-trascinare.
-
-— Mimì, la fioraia del lungomare... La conosci?... No? La vedrai. È un
-amore. Ed è il mio amore...
-
-— Da quanto tempo?
-
-— Da quattro mesi.
-
-— E per quanto tempo?
-
-— Per l'eternità.
-
-E Fiorvante sorride perchè non crede all'eternità dei marinai. E, nei
-riguardi dell'eternità d'amore, tutti gli uomini son marinai...
-
-
-8.
-
-— Eccolo! Eccolo!
-
-Mimì, ch'era a guardar dalla vetrina, l'ha visto. È saltata giù dalla
-sedia dov'era arrampicata, abbassa i cristalli delle vetrine, alza le
-tende, mentre grida alle sue lavoranti:
-
-— Eccolo! Ragazze, ragazze!... Fiori, fiori, e venite qui, venite
-qui... Facciamoli arrivare sotto una pioggia di rose...
-
-Ed è nel negozio un andare e venire, un correre, un affannarsi, tra
-risa e grida, e tutte le ragazze son lì, attorno a Mimì, arrampicate
-su le sedie, armate di rose, per la battaglia, fino ai denti... Fino
-ai denti veramente perchè, già piene le mani, per averne di più, hanno
-anche rose in bocca, tra le labbra, fiori bianchi fioriti in un fiore
-rosso.
-
-— Eccoli! Eccoli! Padrona, tiriamo?
-
-E Mimì fa cenno d'aspettare:
-
-— Ferme! Ferme! Quando saranno più vicini...
-
-E aspettano. E il gruppo bianco degli ufficiali si avvicina. E...
-
-— Via...
-
-E la prima rosa bianca di Mimì va diritta, lanciata giusta, sul cuore
-di Ardea. Sùbito le altre rose partono, volano, cadono, a pioggia. E
-Mimì ne lancia, ne lancia, prima una alla volta, poi due, poi tre, poi
-a fasci... E le ragazze incalzano... E gli ufficiali, ridendo, agitando
-i berretti, lanciando baci e sorrisi, rispondono al fresco fuoco...
-La battaglia è formidabile — e deliziosa. Il leggero fuoco è tremendo,
-senza tregua!
-
-Ora Mimì corre ai rifornimenti. Ma fiori non ce ne son più... Sì, ce
-ne sono ancora... Ecco due bei fasci di rose. Ma una ragazza ferma Mimì
-nell'atto di lanciarle:
-
-— Padrona! Son quelle artificiali... Costan cinque lire l'una...
-
-Ma Mimì risponde con una spallucciata. Che importa? Costassero pure
-cento, che importa?... E lì, nella vetrina, fa schermo e portavoce
-della mano alla bocca e grida:
-
-— Questo... per l'ufficiale che non conosco!
-
-E, giù — che tiro! — il fascio delle rose artificiali è sul petto e poi
-nella mano di Fiorvante che risponde levando il berretto e sorridendo
-in un leggero inchino. Gli altri compagni d'Ardea Mimì li conosce
-tutti: son gli amici di lui e però sono gli amici suoi... Ma ha notato
-quello che non conosce, quello che Ardea tiene per il braccio...
-
-La battaglia di fiori continua. Ma ora è l'assalto. Gli ufficiali
-voglion la resa della fortezza floreale, gli ufficiali vogliono, ad
-ogni costo, entrare. E Mimì grida:
-
-— No... no... Chiudete... Giù le saracinesche... Se entran qui dentro
-siam rovinate... Mettono tutto a soqquadro.... Chiudete...
-
-E in un fragore di ferri le saracinesche s'abbassano su le mani degli
-ufficiali che tentano d'impedirne la discesa. Anche la porticina
-d'entrata s'è chiusa e s'è poi socchiusa appena per lasciar entrare
-Ardea e Fiorvante, mentre le ragazze, ridendo, felici, uccellini
-ch'escon di gabbia, son volate di là, nella serra, a vestirsi...
-
-Ardea ha presentato Fiorvante. Mimì china il volto in un sorriso, uno
-di quei suoi grandi sorrisi luminosi che sono tutta la giovinezza. E
-Ardea spiega:
-
-— Ha voluto venire a ringraziarti...
-
-Fiorvante, che s'inchina, ha fra le mani il mazzo di rose che Mimì gli
-ha gettato. E Mimì lo guarda, l'aria contrita:
-
-— Ma mi dispiace... Sono artificiali... Non hanno odore...
-
-Ma ancora il bel volto s'illumina. Un'idea pazza le frulla nel
-cervello. Corre in fondo, a un armadio, e torna con una bottiglia di
-profumo:
-
-— Ma ce ne metteremo uno... Il mio!
-
-E giù, su le rose di Fiorvante, tutta la bottiglia. E giù a ridere, a
-ridere, a ridere... e, gettata la bottiglia, a batter le mani, felice,
-felice, felice perchè Filippo è venuto, felice perchè ora a Fleurette
-ella non pensa più, felice perchè Filippo è dietro di lei a offrirle il
-cappello, a reggerle il mantello affinchè lo indossi...
-
-— Andiamo?
-
-— Andiamo. Ma viene anche lui?...
-
-E Mimì indica Fiorvante che sorride dicendo di sì... E le ragazze
-escono, nasini all'aria, sorrisi al vento, cappellini su le ventitrè:
-
-— Buona sera, padrona. Buona sera, padrona.
-
-E Mimì:
-
-— Addio, cara... Addio, cara... Addio, cara...
-
-E tira baci a tutte. A chi non tirerebbe fiori e baci Mimì, tanto è
-felice?.. Ed eccola fuori del negozio, tra Ardea e Fiorvante, mentre
-le ragazze continuano a uscire e gli ufficiali cingon loro la vita, il
-sorriso e il complimento su le labbra, la mano audace:
-
-— Addio, Maria, fiore di notte tanto sei bruna...
-
-— Addio, Ninetta, fiore di pesco tanto sei rosea...
-
-E Ardea ferma un'automobile e vi fa salire Mimì, Fiorvante e quattro o
-cinque amici... E lui avanti, accanto allo _chauffeur_:
-
-— Lasciate me alla Croce di Malta e andate a pranzo.
-
-E Fiorvante domanda:
-
-— Come? Ci lasci?
-
-Ma sùbito Mimì spiega:
-
-No. Ci raggiunge sùbito. Va al suo albergo a vestirsi in borghese.
-Non sapete che Filippo è un ballerino impenitente? Non farebbe altro
-dalla mattina alla sera. E va a mettersi in borghese per ballar dopo
-pranzo...
-
-Giunti alla Croce di Malta un'inquietudine riprende Mimì nel veder
-discendere Filippo. Verrà sùbito? Non andrà da Fleurette? Non abita
-anche Fleurette in quell'albergo?... Come mai — stupida che non è
-altro! — non ha pensato ad informarsi?...
-
-— Fa' presto. Noi ti aspettiamo...
-
-Ma Filippo non vuole. No. Vadano avanti loro per riservare la tavola.
-Verrà sùbito, in carrozza... Ma non può vestirsi con l'idea che gente
-l'aspetta giù... Mimì vuole insistere e insiste:
-
-— Ma noi...
-
-— No. Ho detto no.
-
-Così è, Filippo. E non c'è che fare. Ha già girato sui tacchi, del
-resto, ed è già entrato di corsa nell'atrio dell'albergo mentre, levato
-il debraio, l'automobile riparte...
-
-Ed ha una pena, Mimì, una così gran pena che le vien voglia
-di piangere... E Fiorvante la guarda. Sente, Mimì, lo sguardo
-dell'ufficiale... Leva gli occhi su lui in un sorriso che non
-sorride... E Fiorvante vede gli occhi di lei pieni di lacrime che non
-sono un pianto, ma che sono un infinito amore e un po' di melanconia...
-
-
-9.
-
-Come strepitano i «ragazzi» — gli amici di Mimì e di Ardea — per
-gridar che hanno fame e che bisogna cominciare a mangiare senza far
-complimenti... E Ardea, Ardea che non viene... È snervata, Mimì,
-irosa contro sè, contro Ardea, contro tutti, anche contro quel povero
-Fiorvante che conosce appena da mezz'ora e che per un'improvvisa
-simpatia ha voluto farsi seder vicino... Mezz'ora che l'hanno lasciato
-alla Croce di Malta e Ardea non viene ancora...
-
-Gelosa? No, snervata, irritata... Gelosa non può essere. Flora
-Fleurette è lì, proprio lì, a due passi da lei, al tavolinetto accanto
-alla grande tavola ch'ella presiede, alla sua gran tavolata di begli
-ufficiali. Flora Fleurette è intenta a pranzare, accanto a quel signore
-pacifico e calvo che mangia un piatto di patate _soufflées_, alto come
-una piramide. Chi è? Il nuovo amante? L'impresario? Non sa... A dir la
-verità, non si guardano, non si parlano. Mangiano, estranei. A vederlo
-così parrebbe proprio un marito. Ma è forse donna da mariti una Flora
-Fleurette?
-
-Mimì non l'ha vista entrare. In mezzo alla folla del grande
-_restaurant_ a mare dove è enorme il fragore delle stoviglie dominante
-anche il tumulto delle voci e dell'orchestra, in mezzo allo stordimento
-delle parole degli amici suonanti vuote di senso attorno a lei tutta
-assorta nel pensiero dell'assente, Mimì non ha veduto entrare Flora
-Fleurette, cercare una tavola e sedersi lì accanto a lei, alla medesima
-tavola del signore delle patate _soufflées_. A un tratto, voltandosi
-per la centesima volta a cercar con gli occhi Filippo verso le porte
-d'entrata, se l'è vista lì accanto, in atto di rosicchiar tranquilla
-la polpa d'un roseo gamberetto. S'è sentita stringere il cuore.
-Proprio lì, quella detestabile donna... Che direbbe «lupo di mare» se
-gliela vedesse lì accanto, a portata di mano, a portata d'un solenne
-ceffone?...
-
-Cerca, Mimì, di non pensarci, di distrarsi... Ma ecco, si volge e Ardea
-è lì, che entra, tutto elegante — come e quanto elegante! — nel suo
-_smoking_ perfetto, adorno all'occhiello d'una bella cardenia. Come gli
-sorride. Mimì, da lontano, e come lo aspetta, vicino... Ma, ahi... Deve
-passar tra le tavole, deve ora passare accanto a Flora Fleurette... e
-vederla... Ah, se potesse prendere il passaggio di destra, in modo da
-evitarla, da non vederla... Come batte il cuore di Mimì!... Ma — che
-dolore! — Ardea prende invece il passaggio di sinistra (forse l'ha
-vista! certo l'ha vista!) ed eccolo vicino alla tavola di Fleurette,
-eccolo davanti, e peggio, peggio, ecco che si ferma, le dà la mano,
-le sorride, s'indugia, a parlare con lei, con l'odiatissima donna, una
-mano poggiata su la tavola, l'altra su la spalliera della sedia di lei,
-così in dentro, così in dentro che quasi ne sfiora — ah! l'aborre...
-— il _décolleté_... Ardea parla tranquillo e galante con Fleurette.
-Mimì guarda e freme. Fiorvante ha visto, ha capito e ride. Prende
-affettuosamente una delle piccole mani agitate che stritolan mollica di
-pane a tutto andare, sventrando in due colpi un panino.
-
-— Siete gelosa? le chiede Fiorvante. Avete torto. È un modo sicuro di
-soffrire inutilmente...
-
-Ma sì... Belle prediche! Invece di parole inutili Mimì vuol da
-Fiorvante qualche cosa di necessario, d'urgente: vuole un foglio di
-taccuino, un lapis... E scrive. Scrive così: «La buona educazione ti
-dovrebbe consigliare di non farti aspettare quando tutti sono a tavola.
-E, se la tua amica così ossigenatamente bionda ha tante cose da dirti,
-potevi fare a meno di venire con noi. Siediti lì. Al suo tavolino. C'è
-posto anche per te».
-
-E Mimì ha gettato il biglietto, per gettarlo ad Ardea. Ma, quand'è
-gelosa e nervosa, non tira i biglietti al suo amante con la stessa
-precisione di mira con la quale sa tirargli le rose quand'è contenta.
-Così il biglietto è andato a cadere nel piatto di Fleurette, tra l'ala
-di piccione e il risotto. E Fleurette l'ha mostrato, ridendo, ad Ardea,
-ad Ardea furibondo che fulmina Mimì con un'occhiata. Risposta? Risposta
-non ce n'è. Ardea rimane ancora alla tavola di Fleurette per far ben
-bene vedere a Mimì che scene di gelosia non ne tollera. E Fleurette ve
-lo trattiene per far ben bene vedere a Mimì che lei invece le scene di
-gelosia le adora, tanto che le piace, in ogni modo, di provocarle...
-Gli uomini che non le conoscono credono che le donne si divertano ad
-amare gli uomini. Quante donne si divertirebbero sul serio ad amare un
-uomo se amarlo non facesse dispetto ad un'altra donna? Nella donna,
-novanta volte su cento, l'amore è un pretesto per un altro scopo. E
-così Fleurette par che muoia d'amore mentre dice ad Ardea:
-
-— Pranzate qui con me... Sono felice di rivedervi... E alla vostra
-amica una lezioncina starà bene... Dovete farvi rispettare...
-
-E Ardea accetta, sino a un certo punto:
-
-— No. Siedo. Ma non pranzo. Siedo per stare con voi e per darle la
-lezioncina che merita. Poi andrò. Gli amici mi aspettano.
-
-Naturalmente Mimì non ha udito quelle parole. Ha solo veduto il gesto
-di Fleurette che invitava il giovane a sedere ed ha veduto questi
-sedersi. Seguiva prima il colloquio strappando a due a due le foglie
-d'una grossa rosa rossa con le sue leggere dita di fioraia. Quando
-ha visto Ardea sedersi — ahi, che tuffo di sangue alla testa! — ha
-strappato tutte le foglie insieme, con una violenza da facchino. I
-colpevoli son due: Fleurette e Ardea. Ma l'equità nervosa di Mimì
-sfoga su una terza persona, innocente: il quieto signore delle patate
-_soufflées_.
-
-— Io vorrei sapere quell'altro... quell'imbecille... che ci sta a fare!
-
-L'imbecille non fiata: una patata dopo l'altra, abbassa lentamente
-la piramide. I due continuano a filare in sordina, per far dispetto,
-tutt'e due, e ognuno a modo suo, a Mimì... Mimì beve, beve, e ribeve.
-Cerca invano, Fiorvante, di calmarla. Ma sì... Una pila! Ora Mimì ha
-guardato la rivale con una mossettina sprezzante delle labbra e chiede
-a Fiorvante:
-
-— Vi pare forse più bella di me?
-
-Fiorvante scrolla il capo... Nemmeno per sogno... E Mimì beve,
-beve, beve... e mette, fra un bicchiere e l'altro, certe risate che
-scudisciano la rivale sul viso imbellettato...
-
-— Guardate, dice Mimì a Fiorvante, ad alta voce, affinchè l'altra
-possa sentirla. Guardate. Tiene sempre gli occhi socchiusi... Sfido: le
-palpebre e le ciglia le pesano: con tutto quel nero...
-
-L'altra comincia a sua volta a snervarsi. Ora picchia, prima piano, poi
-più forte, col coltello sul piatto.
-
-— Ah, mi dà ai nervi con quel coltello!
-
-È Mimì, che si tappa le orecchie. Ma poi ci ripensa ed è lei che le fa
-tappare agli altri. Se Fleurette picchia il piatto con un coltello,
-Mimì lo picchia con due; se l'altra picchia forte, Mimì picchia
-fortissimo. Mimì non è donna da restare mai indietro. E, poichè l'altra
-rincalza e rinforza, Mimì va sempre più forte in un crescendo che
-può dirsi rossiniano, ma non nel senso che sia melodico, dai tavolini
-accanto la gente, assordata, comincia a protestare. Un _maître d'hôtel_
-accorre presso Mimì, ma Mimì indica l'altra:
-
-— Non sono io... È la signora...
-
-E ricomincia. Ricomincia tanto forte che il piatto si spezza... Un
-grido di soddisfazione si leva dai tavolini accanto. Anche l'altra ha
-dovuto smettere perchè ora il _maître d'hôtel_ è da lei ed ella deve
-spiegare:
-
-— Io?... Io no... È quella signorina...
-
-Quieto e beato, nel tumulto, il signore calvo continua a mangiare
-patate _soufflées_. Di tanto in tanto un suo sguardo rassegnato, mentre
-una nuova patata va in bocca, va a posarsi sui due che ora, riempiti
-di _champagne_ i bicchieri, fanno un brindisi con due sorrisi che tiran
-gli schiaffi. Mimì fa cenni disperati e grida prima a Fiorvante, poi al
-signore:
-
-— Ma quell'idiota... Sì, sì, lei, lei, venga qui...
-
-Il signore delle patate _soufflées_ s'è visto chiamare e, levatosi, è
-ora inchinato vicino a Mimì che gli domanda:
-
-— Scusi: non potrebbe dire alla signora che è con lei...
-
-Ma risponde a Mimì il più innocente sorriso:
-
-— Le direi tutto quel che lei vuole... Sono anch'io stomacato... Ma la
-signora non è con me... È al mio tavolino perchè non ha trovato altri
-posti...
-
-S'inchina e torna alle patate _soufflées_. Mimì ride un istante, per
-l'equivoco... Ma il riso le si spezza in gola. Fleurette, con la coppa
-in mano, è ora così vicina col volto al volto di Ardea che quasi ha
-l'aria di baciarlo: certo, almeno, lo bacia con l'intenzione... Ma
-l'intenzione dà terribilmente sui nervi di Mimì che spezza su la tavola
-il suo bicchiere e, saltata su in piedi, grida:
-
-— Scimmia ossigenata, la finisca!
-
-Come andrà a finire? Fleurette l'ha tirata pei capelli e coi capelli
-dovrà finire, e finisce, infatti, quando per i capelli l'acciuffa
-d'improvviso Mimì, con un colpo magistrale in due tempi che prima le
-manda per aria il cappello e poi le prende in pieno la capigliatura...
-E giù, e su, e qua, e là, Mimì comincia a tirare... E tira, tira, tira
-quei capelli come fossero corde di bastimenti. Ma anche Fleurette,
-passato il primo smarrimento, lotta da par sua. Raggiunge anche lei
-il cappellino e i capelli di Mimì e giù a tirare anche lei che è uno
-spettacolo... Spettacolo al quale il pubblico s'appassiona coi più
-manifesti segni di simpatia per Mimì che picchia più nudrito e più
-sodo... Certo son così strette, le due donne, che Ardea, Fiorvante
-e altri amici non riescono a separarle o ci riescono quando le due
-donne non hanno più un capello in testa che non sia dolore... Allora
-Fiorvante e gli amici s'affrettano a portar via Mimì verso l'uscita...
-E all'uscita Mimì arriva, nella détente, più morta che viva... Lì,
-all'uscita, aprendosi un varco nella ridente folla dei curiosi, Ardea
-riesce a raggiungere Mimì, ad afferrarle violentemente un braccio e ad
-avventarle a bassa voce sul volto queste parole:
-
-— Bada! Da stasera, dopo quanto hai fatto, tutto è finito fra noi...
-Non ti conosco più...
-
-E Ardea risale tra la folla. E Mimì lo guarda coi suoi grandi occhi
-spauriti e smarriti. Ed ha ancora il tempo, mentre quasi di peso la
-portano fuori, di vedere Ardea tornare a Fleurette che si ripettina,
-cingerle la vita col braccio e partir con lei verso la grande pedana
-dove, a pranzo finito, già si muovono le prime coppie all'eco d'un
-voluttuosissimo _tango_...
-
-Di quel finimondo che cosa è rimasto nel _restaurant_ a mare? Nulla.
-Lì, sul tappeto, qualche capello biondo e bruno, qualche rosellina o
-qualche pennetta di cappelli... Poco male. Ma anche lì, a terra, sotto
-i piedi di Ardea e di Fleurette che ballano, è rimasto il cuore felice
-di Mimì... Di Mimì che sta tanto male.
-
-Tanto male che può appena camminare... Gli ufficiali l'hanno lasciata
-sola con Fiorvante e sono ritornati nel _restaurant_ alla ricerca
-di Ardea. Un'automobile passava e Fiorvante vi ha fatto salire
-Mimì per riaccompagnarla a casa. Ma, non appena seduta, Mimì s'è
-rovesciata piangendo su la spalla dell'ufficiale. Questi, dolcemente,
-pietosamente, la lascia piangere e le passa una mano nei capelli:
-
-— Gli volete molto bene?
-
-Mimì, senza levare il volto per rispondere, dice col capo di no, di
-no...
-
-— Gliene volevo... Ma ora non più...
-
-E piange, e piange... E Fiorvante continua a carezzarle i capelli
-mentre sorride d'incredulità...
-
-
-10.
-
-Gli ufficiali son ritornati al _restaurant_. Tra un giro e l'altro
-hanno fermato Ardea:
-
-— Va da Mimì... Poveretta... È pentita...
-
-— No... No... Non mi parlate mai più di lei, dopo quello che ha fatto...
-
-— Lo ha fatto per amore...
-
-— Amore un corno!...
-
-E Ardea picchia così forte un pugno sul tavolino che il signore delle
-patate _soufflées_ resta con mezza patata in aria mentre metà della
-gialla piramide unta e bisunta vacilla e crolla...
-
-— Su, via, decìditi... Vieni... Ti aspetta...
-
-Ma Filippo alza le spalle e tende le braccia aperte a Fleurette che
-continua a riordinarsi i capelli davanti allo specchio, piano piano,
-come facesse l'appello degli assenti:
-
-— Fleurette, un altro _tango_...
-
-
-11.
-
-Nella sua piccola casa sul mare, tutta grazia e leggiadria, quanto,
-quanto ha pianto Mimì, per circa due ore, su la spalla di Fiorvante
-che, affettuoso e silenzioso, le ha fatto raccontare tutto, tutto...
-tutto quello che Fiorvante non sapeva e non imaginava, tutto quello che
-Fiorvante è venuto a sapere spalancando gli occhi ed il cuore...
-
-— Vivo del mio negozio, io, del lavoro che il mio papà mi ha insegnato
-e mi ha lasciato... Sono una ragazza per bene, io... E lui ha potuto
-offendermi per una donna come quella...
-
-S'è levata. Ha preso su una mensola la fotografia di Filippo con tanto
-di dedica: «A Mimì, con tutt'il mio cuore, per tutta la vita».
-
-— Tutta la vita! E non son quattro mesi... E dovevamo sposarci...
-
-S'è chinata per aprire l'ultimo cassetto d'uno stipo dal quale ha
-tratto un velo bianco e una coroncina nuziale di fiori d'arancio:
-
-— Avevo anche avuto l'ingenuità di farmi comprare da lui il velo da
-sposa... Mi sembrava di buon augurio...
-
-S'è messo il velo attorno al capo e la coroncina su la fronte. E ha
-guardato Fiorvante così, malinconici gli occhi ma fiero lo sguardo:
-
-— Perchè così potevo sposarlo... Come una ragazza per bene... Non ero
-mica la sua amante, io!...
-
-E, disperata, si strappa dal capo la coroncina ed il velo e fa questo
-a brandelli, lacerandolo coi denti, con le mani... Ha pietà, tanta
-pietà, Fiorvante, nel suo vecchio cuore sentimentale, a vederla così
-disperata, schiantata... Ha tanta pietà e tanta simpatia... E, poichè
-veder soffrire è spesso una buona occasione per cominciare ad amare,
-Fiorvante, sollevandola da terra dove s'è rovesciata con le sue lacrime
-e il suo velo a brandelli, già la chiama, teneramente, per la prima
-volta:
-
-— Mimì...
-
-
-12.
-
-Gli amici hanno rinunziato a ricondurre Filippo da Mimì. Balla con
-Fleurette _fox-trots_ e _fox-trots_, _tanghi_ dopo _tanghi_ e Fleurette
-gli sorride come non gli ha mai sorriso. Così Filippo è ripreso.
-Sottile veleno della sigaretta riaccesa, dell'amore che ricomincia...
-
-— No, no, non ho ancora finito! tuona una voce.
-
-Ed è il quieto calvo signore che ferma con la voce e col braccio
-l'imprudente mano d'un cameriere che voleva portargli via il piatto
-delle patate _soufflées_ che è appena, dopo due ore, a poco meno della
-metà...
-
-
-13.
-
-C'è luna nel cielo e pace su l'acqua. La sera è tutta profumi. E Mimì
-e Fiorvante sono discesi nel piccolo giardino. Vibran piccole luci da
-per tutto: le stelle nel cielo, piccole lame d'argento su l'acqua,
-lucciole d'oro nelle siepi e tra i rosai. Luci anche splendono sui
-grossi bastimenti ancorati nel porto: e sembran catafalchi di giganti
-giganteschi attorno ai quali la città con le sue luci d'oro ha acceso
-tutt'un'architettura di ceri.
-
-Sono appoggiati alla balaustra, Mimì e Fiorvante. Questi solleva il
-volto della fanciulla e le dice:
-
-— È il vostro primo dolore d'amore... So che cosa vuol dire soffrire.
-Ho tanto sofferto anch'io per l'amore...
-
-Appoggiato al davanzale cerca laggiù, sul mare, tra catafalco e
-catafalco, i suoi grandi sogni morti, le sue speranze e i suoi ricordi.
-Ora è Mimì a guardarlo, è Mimì che solleva con la punta di due dita la
-fronte di lui:
-
-— Voi siete così diverso da lui... dagli altri... Voi dovete saper
-volere tanto... tanto bene...
-
-Fiorvante prende fra le sue le piccole mani gelate di Mimì. Le bacia.
-Attira a sè la fanciulla. La guarda, la guarda... Ma non osa parlare.
-E poi, con la voce che gli trema:
-
-— Sì, le dice, so volere molto bene, io... E mi par già di cominciare
-a volervene...
-
-La bimba arrossisce e abbassa gli occhi. Trepidamente Fiorvante chiede,
-bassi gli occhi e bassa la voce:
-
-— E voi?... E voi?...
-
-E Mimì risponde... Risponde abbassando gli occhi sempre più, sempre
-più, ma con un lieve cenno del capo che dice: sì, sì... Fiorvante le
-ha preso ancora le mani. Fa per riportarle alle sue labbra. Ma poi si
-ferma e, passata un'ombra sul suo volto, le abbandona:
-
-— No... no... Vi par così, stasera... Ma voi tornerete ad amar lui,
-domani...
-
-E Mimì dice ancora col capo di no, di no... Ma Fiorvante non vede.
-Ha i gomiti su la balaustra, la fronte nelle mani, gli occhi laggiù
-tra nave e nave, tra catafalco e catafalco, a cercare tra i grandi
-sogni morti... Quante, quante volte ha sognato così?... Quante
-volte ha scambiato per una promessa di lunga fede sicura, per il
-giuramento fedele di tutt'una vita la breve speranza che l'ora o il
-luogo mettevano, per un momento di bontà, nel cuore di una donna?...
-Menzogne, illusioni... Sogni, grandi sogni morti, laggiù, nella notte,
-in fondo al mare...
-
-
-14.
-
-In automobile — carica quella povera macchina da far pietà... —
-gli ufficiali sono andati alla casina di Mimì per consolarla, per
-salutarla, per darle la buona notte e riprender Fiorvante...
-
-E son lì, lungo il muretto di cinta del giardino, a guardar due ombre
-— Mimì e Fiorvante — intagliarsi, piccole sagome nere nel controluce
-della chiarità plenilunare...
-
-— Guardali... Son lì... Piano... Avanti... Di sorpresa... Senza farci
-sentire...
-
-E via, leggeri, a dare la scalata al muretto tutto coperto e odorante
-di gelsomini, via su per le scalette a mare della casina di Mimì, in
-fila indiana, in punta di piedi, per non essere visti, per non esser
-sentiti...
-
-
-15.
-
-E ora Fiorvante ha preso una mano di Mimì e l'ha portata alle labbra.
-Son lì, appoggiati tutt'e due alla terrazza a mare dal parapetto
-coperto d'edera, spalla contro spalla, testa contro testa, già cuor
-contro cuore...
-
-— Vi ho voluto bene fin dal primo momento che vi ho veduta, dice
-Fiorvante a Mimì, fin da quando mi avete tirato il mazzo di rose...
-
-E la mano di Mimì restituisce la stretta. E la voce di Fiorvante si fa
-più grave, più dolce e la pressione della mano è più forte:
-
-— Affidatevi a me, mia piccola amica, in questa prima ora di dolore...
-Affidatevi a me... Io non sono di quelli che cambian d'amore come
-cambian di casa...
-
-Ha appoggiato, Mimì, il capo su la spalla di Fiorvante, senza parlare,
-la mano abbandonata, tutta l'anima tutta offerta.
-
-E gli ufficiali son dietro di loro, non veduti, non sentiti. Una voce
-sussurra:
-
-— Ahi!
-
-Han veduto i due, stretti, uniti... E l'ufficiale che ha dato
-l'allarme si volta per far cenno ch'è il caso d'un rapido e discreto
-_dietro-front_... Ed ecco che ancora più in punta di piedi, in fila
-indiana, per non esser veduti, per non esser sentiti, gli ufficiali
-rivanno via, giù per le scalette della casina a mare di Mimì, verso il
-muretto di cinta tutto coperto e odorante di gelsomini... Scavalcato
-questo, tornati su la strada e nell'automobile che rifila via per il
-lungomare bianco di luna, uno degli amici esclama per tutti:
-
-— Ecco fatto. Consolata!
-
-E ridono. No, ragazzi, non è consolata, Mimì. È inconsolabile, anzi,
-Mimì. Se è lì, su la terrazza, la mano nella mano di Fiorvante, non
-cerca ella stasera un innamorato nuovo al posto di quello che l'ha
-abbandonata. Cerca un cuore che la comprenda e che col dolore altre
-volte provato faccia eco al dolore ch'ella prova per la prima volta.
-Cerca un braccio cui appoggiarsi, una mano in cui affidarsi. Cerca
-sopratutto di non esser sola questa sera tanto è disperata. Perduto il
-suo amore, cerca un amico. E questo amico è lì, accanto a lei, ed ella
-sente che questo amico d'una sera saprà essere l'amico d'una vita.
-
-Ma Mimì è bella e la notte è notte d'amore. Cinge Fiorvante la vita
-di lei e fa per attirarla a sè. No. Mimì non vuole. Mimì si scioglie.
-Mimì non vuole gesti, non vuol parole. Vuole che nel suo immenso dolore
-una presenza accanto a lei le dica che non tutto, non tutto è finito
-anche se l'amore, che doveva essere eterno due ore prima, è, da un'ora,
-finito per sempre...
-
-C'è tutt'il plenilunio in quelle due lacrime d'argento che scendon giù
-dai grandi occhi di Mimì in quell'ora di tristezza in cui è doppia la
-malinconia: malinconia di qualche cosa che muore e malinconia d'una
-cosa che nasce.
-
-Quale più grande, fra le due?
-
-
-16.
-
-E, al _restaurant_;
-
-— Ancora questo _tango_, Fleurette, e poi andiamo...
-
-E il quieto signore calvo delle patate _soufflées_ prende
-religiosamente, con due dita, l'ultima patata. Tre ore a tavola: una
-piramide di patate _soufflées_ e lo stomaco per contenerla.
-
-Chi di voi più felice, mio signore?
-
-
-PARTE SECONDA
-
-
-17.
-
-— Il passo di _Schéhérazade_... No, quello di Carnaval... No, quello
-del _Principe Igor_: il passo degli arcieri...
-
-E la piccola ballerina, indecisa fra tanti consigli, si decide; e, su
-la stuoia ai piedi del terrazzo, snodata, piegata, le braccia conserte,
-accenna un passo dei balli russi...
-
-Un ufficiale parla piano a un compagno:
-
-— Guardalo. È tranquillo, sereno. Fleurette è partita. Mimì è perduta
-per lui. E lui ha l'aria d'infischiarsene, come se non avesse mai amato
-Mimì... E non sono quindici giorni!
-
-Ora, cessato il ballo russo con un capitombolo della ballerina male
-addestrata, Ardea si fa avanti e tende le mani a Mimì per invitarla a
-ballare. Mimì s'è levata ed è fra le braccia di Ardea che si rivolge
-agli amici e alle amiche, chitarristi e mandoliniste, ordinando:
-
-— Il valzerino della _Fanciulla del West_...
-
-E incomincia a ballare con Mimì mentre gli altri li seguono danzando e
-battendo il tempo a suon di mani:
-
- _Ma quel che tu mi taci_
- _me lo dice il cuor..._
-
-Non tace Ardea, ballando. Avventa parole brevi, febbrili, nel piccolo
-orecchio di Mimì:
-
-— Io ti amo ancora... Io ti voglio ancora...
-
-E la stringe, la stringe... E Mimì cerca di liberarsi... E Fiorvante,
-in un angolo, guarda, mordendosi il labbro, bianco di gelosia. Ma come
-stringe, Ardea! Come si sente, Mimì, presa e offesa da quella stretta.
-Violenta, ribelle, ora si svincola:
-
-— Lasciami... Ti proibisco!
-
-Fiorvante le è corso vicino e la riceve tra le braccia tutta fremente.
-Ardea ha già preso un'altra dama. E Fiorvante, cupo, ansioso,
-interroga, a bassa voce:
-
-— Di'! Di'! Che ti diceva?
-
-— Nulla, nulla, amor mio... Ti amo!
-
-E Mimì si stringe tutta a lui, teneramente, a lui che la porta via con
-sè, quasi di peso, fuor della sala dove suonano e ballano, lì, su la
-terrazza dove son soli, al sole, nel bel vento pomeridiano di grande
-primavera, soli tra cielo e mare.
-
-
-18.
-
-C'è un piccolo uomo curioso alla porta della casetta di Mimì. Ha
-bussato, ribussato e aspetta che gli vengano ad aprire. È Pierotto,
-l'ex-attendente di Fiorvante. Rottosi un piede in servizio e riformato,
-Pierotto ha voluto tuttavia conservar l'abito da marinaio e continuare
-a vivere col suo padrone come un cane fedele, pronto anche a morire per
-lui, se è necessario.
-
-Piede zoppo, ma gamba salda e capace di tener dietro al suo padrone
-anche in capo al mondo se può essergli utile o se il padrone vuole.
-Devozione d'altri tempi, fatta di virtù, di sacrificio, di sentimento
-e d'ammirazione: servitù fatta un po' d'amore. Se il Re lo chiamasse
-alla Reggia e lo coprisse di medaglie, Pierotto non avrebbe il cuore in
-festa come quando il suo padrone, battendogli una mano su la spalla,
-lo guarda negli occhi con quegli occhi che gli passano il pensiero
-da parte a parte tanto sono acuti e profondi e gli dice bruscamente e
-semplicemente:
-
-— Bravo!
-
-Il Re? Il Re può essere Re, per tutti: Pierotto, non fa difficoltà. Ma
-per lui, per Pierotto, il solo re è il suo padrone.
-
-
-19.
-
-Pierotto è su la terrazza.
-
-— Signor capitano, il comandante ha mandato a cercare di lei a casa per
-averla sùbito a bordo. Ho pensato di far bene venendo fin qui con la
-lancia.
-
-D'un sùbito Fiorvante è in piedi. Bacia Mimì e senza salutar nessuno
-fila via con Pierotto, a passo di carica. Come gli tien dietro di
-galoppo, Pierotto! Come lo seguirebbe in capo al mondo, anche con mezza
-gamba di meno!... La forza che gli manca nel piede l'ha nel cuore: fa
-lo stesso, per gli eroi.
-
-
-20.
-
-Amici, amiche, chitarristi e mandoliniste, sono discesi in giardino
-alle due altalene, che vanno, vanno, su, su, come volessero toccare il
-cielo, spinte dagli ufficiali, cariche di ragazze, polsi di ferro che
-spingono, fantasie con le ali che volano...
-
-Su la terrazza, avviati a scendere in giardino, Ardea ha fermato Mimì
-e l'ha presa alla vita: polso di ferro anche lui.
-
-— Dimmi, dimmi che non mi ami più...
-
-— No... Lasciami... Non ti amo più...
-
-— Non è vero... Non può essere vero...
-
-— Sì... sì... Non devo... non posso più amarti...
-
-— Ma io ti amo ancora...
-
-— Dovevi non lasciarmi prima!
-
-E ancora Mimì fremente lotta, disperata, per svincolarsi, per
-liberarsi... E ci riesce, finalmente...
-
-
-21.
-
-Nella lancia che fila verso la corazzata Fiorvante ha avuto la notizia:
-
-— Fuoco a bordo!
-
-Con che ansia va verso il bastimento! Con che impeto sale, appena
-giunto, la scaletta di poppa ed eccolo, su l'attenti, davanti al
-Comandante:
-
-— Ella s'era assunto l'obbligo di sostituire l'ufficiale di guardia,
-signor Ardea, costretto ad assentarsi per una grave circostanza...
-
-Da dieci giorni Ardea, sbarcato dalla torpediniera, è su lo stesso
-bastimento con Fiorvante. Questi vorrebbe rispondere, ma il Comandante
-gli taglia la parola:
-
-— Così è... Ella non ha nulla da rispondere... Lo stesso signor Ardea
-l'ha lasciato detto, allontanandosi... Il signor Ardea è colpevole
-di grave atto d'indisciplina... Ma tanto più ella aveva il sacrosanto
-dovere di rispettare un impegno già abusivamente assunto.
-
-E il Capo conclude:
-
-— Terrà gli arresti!
-
-E si allontana dopo avere rimesso bruscamente a Fiorvante il comando
-delle operazioni necessarie a spegnere il fuoco...
-
-
-22.
-
-Un colpo di cannone ha echeggiato. Altri rispondono dai forti. Di colpo
-le altalene si sono arrestate. Gli ufficiali si guardano, pallidi: più
-pallido di tutti, livido, Ardea.
-
-— Fuoco a bordo!
-
-E via, tutti, di volo... verso la riva... verso l'imbarco... verso le
-lance... verso la nave...
-
-
-23.
-
-Catena di marinai. Rapido correre dei secchi d'acqua di mano in mano.
-Fragor di pompe, frusciar d'acqua, squillar di trombe. E, in mezzo
-alla catena di marinai, in mezzo all'accorrer d'uomini scalzi, a getto
-continuo, su dai boccaporti, è l'«Uomo dei fuochi intensi» nella sua
-armatura incombustibile da palombaro del fuoco. Fiorvante vola di qua,
-di là. Comanda l'opera con pugno di ferro, con decisione pronta. E
-le fiamme s'abbassano, scompaiono, e le nuvole di fumo diradano, e si
-disperdono, e non sono più che nebbia rossastra attorno alla nave. Il
-fuoco è spento.
-
-Ardea, i compagni, son giunti a bordo. Fiorvante affronta Ardea:
-
-— Pago per te la tua menzogna. Io non avevo assunto nessun obbligo. Tu
-hai speso, per coprire la tua colpa, il mio nome ed il mio onore. Tu
-hai mentito.
-
-— Fiorvante!
-
-Altri ufficiali sono attorno a loro. Vuole Ardea allontanarsi. Ma
-Fiorvante lo ferma:
-
-— No. Davanti a tutti voglio gridartelo. Tu hai mentito!
-
-E la mano di Ardea si leva su Fiorvante. Sfiora appena la sua guancia.
-Sùbito Fiorvante è su l'avversario. E gli ufficiali sono in mezzo a
-loro, nel tumulto...
-
-Un uomo pacifico commenta:
-
-— Peccato! Due amici...
-
-Un uomo preciso rettifica:
-
-— Due ex-amici...
-
-Un uomo ironico aggiunge:
-
-— _Cherchez la femme!_...
-
-E un uomo che spreca parole inutili precisa il nome che già tutti sanno:
-
-— Mimì...
-
-
-24.
-
-Nella cabina del Comandante entra Fiorvante, acceso ancora il volto di
-sdegno:
-
-— Signor Comandante, il fuoco è spento e sono agli arresti.
-
-Ma la porticina si riapre. È Ardea.
-
-— Signor Comandante, ho mentito. Il tenente di vascello Fiorvante non
-aveva assunto nessun obbligo di sostituirmi.
-
-Così Ardea si accusa. Non un muscolo si muove sul volto di Fiorvante
-che rimane lì, immobile, piantato. Il Comandante guarda i due
-ufficiali. Li pesa, li valuta. Intuisce. Forse sa. E giudica:
-
-— Allora, signor Ardea, terrà lei gli arresti.
-
-E, volgendosi a Fiorvante:
-
-— Lei vada. È libero. Mi lasci col signor Ardea.
-
-E, appena Fiorvante è uscito, il Capo è davanti ad Ardea piantato e gli
-batte una mano su la spalla:
-
-— Ragazzo, ragazzo, che follìe sono queste?...
-
-E Ardea balbetta:
-
-— La follìa di un'ora, signor Comandante... Un cieco furore di
-gelosia...
-
-La commozione lo vince e cade piangendo sul divanetto del Comandante,
-la testa fra le mani. Questi lo guarda, muto, immobile, diviso fra
-il sentimento della pietà e il senso della disciplina, l'uomo e il
-soldato...
-
-E la voce di Ardea implora:
-
-— Mi faccia ottenere, signor Comandante, un altro imbarco, lontano da
-qui, lontano da una donna che amo, che ho amata troppo tardi quando non
-ero più in tempo per esserne amato ancora...
-
-Il soldato vince su l'uomo in uno sforzo di volontà:
-
-— Basta così... Signor Ardea, si ritiri...
-
-Ma, appena Ardea è uscito, il Comandante scuote il capo e brontola fra
-i denti:
-
-— Povero ragazzo! Brutto male!
-
-
-25.
-
-Nello spiazzato della villa gli otto ufficiali in borghese preparano
-lo scontro: Fiorvante, Ardea, i quattro padrini, due medici. Caricano
-le pistole e misurano i passi. Ardea è fermo, appoggiato a un albero,
-conserte le braccia. Fiorvante passeggia su e giù, con un amico,
-fumando... C'è un elastico fuori cerniera nel portasigarette di
-Fiorvante ed egli si affatica a volerlo rimettere a posto. Ora Ardea
-passa i cerini da una scatola qualunque comprata poco prima al suo
-portafiammiferi d'oro... Piccole occupazioni inutili compiute con
-scrupolo e puntualità dieci minuti, forse, prima di morire...
-
-
-26.
-
-Tra ragazze e fiori Mimì felice è nel suo negozio. Fuori il sole è
-bello, il mare è tranquillo, tutto è serenità. Una ragazza porta a Mimì
-per fargliela approvare o correggere una cestina di fiori candidi.
-Un'altra le porta una croce di fiori oscuri. Mimì guarda l'una e
-l'altra ed esclama:
-
-— Un funerale e un battesimo... Primavera _bonne à tout faire_!
-
-E, deposte la cesta e la croce, trae da una scatola i fiori d'arancio
-e dice ridendo alle ragazze:
-
-— E la primavera felice fa anche questi... per me...
-
-
-27.
-
-Bel tipo, il diciottenne guardiamarina Francucci!
-
-Tutte le ragazze sono innamorate di lui, ma egli non ne prende nessuna
-tanto è mai timido: una signorina vestita da ufficiale. Ma quand'è in
-negozio Francucci, che chiasso... Ci si diverton tutte a tormentarlo,
-a stuzzicarlo, ad abbracciarlo, a metterlo in croce, deliziosamente, a
-furia di sorrisi e a suon di baci. E ci si diverte anche Mimì, Mimì più
-di tutte, Mimì che è felice...
-
-— Avanti, avanti, Francucci in mezzo e noi girotondo...
-
-È Mimì che dirige il carnevaletto. E il girotondo di ragazze gira, gira
-bianco, roseo, azzurro, attorno al povero guardiamarina, e gira, gira,
-gira, gira... finchè la porta si spalanca per Pierotto che entra:
-
-— Signorina, il padrone si batte in duello...
-
-Che? Dove ha preso il cappello Mimì? Chi gliel'ha dato? Come è uscita
-dal negozio e salita nell'automobile che vola verso la villa dove deve
-aver luogo lo scontro?... Pare a Mimì di sentirsi morire... Arriverà
-viva fin laggiù?...
-
-
-28.
-
-I passi per allontanarli, di spalle, uno dall'altro. Poi i colpi di
-mano. Il _dietro-front_, il fuoco...
-
-Un urlo risponde alle due detonazioni: Mimì è ai piedi della scalea,
-trattenuta dagli ufficiali che le sono corsi incontro vedendola venir
-giù come una pazza. Ardea e Fiorvante sono in piedi. Il colpo di Ardea
-è fallito. Fiorvante ha sparato in aria. E Mimì è sospesa tra i due
-uomini, divisa fra quello che ha amato e quello che ama... Incerta, un
-istante... Ma poi si getta fra le braccia di Fiorvante, felice, folle
-di gioia, nella pace ricuperata, nella felicità salvata...
-
-E Fiorvante è lì, Mimì fra le braccia. Si scioglie per muovere incontro
-ad Ardea. Devono stringersi la mano, riconciliarsi. E Fiorvante sente
-che qualcuno, che è a terra, gli prende timidamente una mano, vi
-inchioda sopra due grosse labbra tremanti. È Pierotto che con voce
-soffocata gli dice:
-
-— Padrone mio, che sia sempre benedetto!
-
-
-29.
-
-Ardea parte. Imbarca a Taranto per una lunga crociera nei mari
-del Nord. Mimì e Fiorvante vanno ad accompagnarlo dal negozio di
-_Mademoiselle Mimì, fleuriste_ fino all'imbarcatoio. Mimì, e Ardea
-e Fiorvante sono appena usciti e saliti in automobile. E le ragazze
-che hanno or ora finito di salutare coi fazzolettini siedono qua e
-là, silenziose, tristi, per il negozio. E sono tutte un po' tristi
-perchè pensano che un giorno l'innamorato di ognuna può da un momento
-all'altro dover partire, così...
-
-Alla banchina son gli ultimi saluti. Mimì riempie di fiori le braccia
-di Ardea che le stringe lungamente la mano, gliela bacia e salta nella
-lancia per nasconder le lacrime che gli riempiono gli occhi.
-
-— Arrivederci, Fiorvante.
-
-— Arrivederci, Ardea.
-
-Mimì non saluta con la voce la lancia che se ne va. Voce in gola,
-per la commozione, non ne ha. Saluta col fazzoletto, lentamente, con
-un'infinita melanconia. Vedranno Ardea mai più? Che sarà di lui? Che
-sarà di loro? È l'angoscia dell'ora dei distacchi, l'angoscia per le
-due parti: rivedranno quelli che restano colui che parte? Ritroverà
-quello che parte coloro che rimangono? Lungo mistero di un anno quando
-anche un minuto, il minuto che segue immediatamente quello che viviamo,
-c'è sconosciuto quanto un altro mondo, quanto un altro evo...
-
-Il fazzoletto di Ardea saluta ancora dalla lancia che s'allontana e i
-fazzoletti di Mimì e di Fiorvante salutano dalla banchina. Fiorvante
-ora guarda Mimì che saluta e le dice:
-
-— Il passato, vedi, se ne va...
-
-E Mimì smette il bianco saluto. Con gli occhi pieni di lagrime ma col
-cuore pieno di speranza, si volge a Fiorvante e gli stringe una mano
-dicendogli:
-
-— Sì, il passato se ne va...
-
-Un grande sorriso le illumina gli occhi ancor umidi di lacrime:
-
-— Rimani tu: il mio più grande avvenire.
-
-
-30.
-
-Son ritornati a casa di Mimì. Forse in quello stesso momento la nave
-di Ardea esce dal porto. È il tramonto. Mimì e Fiorvante sono usciti su
-la terrazza. E Mimì, appoggiando la fronte su la spalla di lui, mormora
-felice:
-
-— La vita intera ora ci sorride!
-
-E sono lì, stretti, liberi, soli, per sempre, sotto l'immenso cielo,
-d'innanzi all'immenso mare, piccolo gruppo umano felice, piccolo e
-immenso fra le due immensità. E, dal fondo della terrazza, come li
-guarda, felice, benedicendoli, Pierotto, Pierotto che adora Fiorvante,
-Pierotto che adesso adora Mimì anche più di Fiorvante...
-
-La nave di Ardea è uscita in quel punto dal porto ed entra nel libero
-mare inquadrato nel rettangolo della terrazza coperta. E Fiorvante
-indica la nave a Mimì sognante, estatica:
-
-— Vedi... Com'è già lontano, in un'ora, dal nostro cuore e dalla nostra
-vita... laggiù... laggiù... in mezzo al mare...
-
-E i due amanti si stringono, si stringono chiedendo alla vita la catena
-felice che lega e non scioglie più, mentre la nave, piccina, lontana,
-in un gran rettangolo d'azzurro, svanisce, sparisce, e Pierotto, tirata
-la tenda dietro di loro, s'accuccia sui gradini che dalla terrazza
-scendono nel salotto, s'accuccia per vegliare su quella felicità, come
-un cane fedele.
-
-Ma sorge o tramonta il sole, in quel fuoco, dietro quelle colline? Lo
-splendore è così grande e il cuore è così lieto che quel tramonto par
-l'aurora...
-
-
-PARTE TERZA
-
-
-31.
-
-Una sera, in piena serenità, fulminea, la tempesta. Sono appena levati
-da tavola. Da tre mesi marito e moglie, e felici. Dividono gli antichi
-amici, nella bella casa messa su con tanto amore, un lungo ordine d'ore
-tranquille. Sono felici e sono felici in tre perchè è anche felice
-Pierotto, attendente, maggiordomo, _factotum_, che li serve adorandoli.
-
-Son le undici e mezza. È l'ora di muovere verso le imbarcazioni pronte
-per il ritorno a bordo degli ufficiali. Cari, cari i vecchi amici, i
-«ragazzi», lieti di saperla lieta, tutti stretti attorno a lei ed a
-Fiorvante... Questi ha voluto farla felice facendola sua per sempre. Il
-negozio di _Mademoiselle Mimì fleuriste_, venduto, ha fornito la dote
-militare e il corredo. E la felicità della lunga vita in due è senza
-nuvole, senza paura.
-
-Ma il Comandante, invece d'andar via coi suoi ufficiali, s'è fermato:
-ha dato ordine che gli rimandino il suo canotto. Dalla porta vetrata
-che dà sul giardino e dove Mimì ha accompagnato signore ed amici, ella
-vede il Comandante trarre Fiorvante in disparte per rimettergli, dopo
-poche parole, una lettera: una lettera che sembra violentemente colpire
-Fiorvante. Gli occhi di Fiorvante si volgono, presaghi, verso Mimì. Gli
-occhi di Mimì, nel presentimento, si volgono ansiosi verso Fiorvante.
-
-L'ultimo amico è andato via. E Mimì viene avanti e raggiunge il
-Comandante, cui toglie di mano la lettera che proprio in quel punto suo
-marito gli ha restituita, dicendo solo:
-
-— Sta bene, signor Comandante.
-
-Che cos'è? Le mani di Mimì sono così convulse che non riescon neppure
-ad aprire il grande foglio ministeriale piegato in quattro. Finalmente
-ha aperto, ha letto e il foglio le cade di mano e, senza grido, senza
-parola, si porta le mani al cuore tanto le pare che scoppii: è l'ordine
-d'imbarco, per il tenente di vascello Fiorvante, entro dieci giorni:
-«raggiungere in Estremo Oriente le truppe internazionali operanti
-per reprimere la rivolta dei _boxers_». Con uno sguardo supplice Mimì
-chiede pietà al Comandante. Povero Comandante, sempre preso nel suo
-dissidio tra soldato e uomo... Vorrebbe gridare a Mimì, tanto la vede
-angosciata, smarrita: «No, no, non piangete... Troveremo il modo di
-non farlo partire...», ma, invece, soldato, capo, esecutore d'ordini,
-apre le braccia come a dire che non c'è nulla da fare, ch'è giocoforza
-obbedire. Ma scappa via in fretta, tanto si sente venir voglia di
-piangere a veder quella donna che disperata s'abbatte sul petto del
-marito, gettandogli le braccia al collo e balbettando tra i singulti:
-
-— No... No. Partire no...
-
-Riaccompagnato il Comandante fin fuori nel giardino, Fiorvante ritorna
-rapido verso sua moglie, caduta lì, alla scrivania, le braccia conserte
-su la tavola, la fronte e il pianto in quelle braccia. Ma qualche cosa,
-a terra, l'avvolge alle gambe, lo ferma, di colpo: è Pierotto, Pierotto
-che ha sentito, Pierotto che ha letto il foglio d'ordini caduto a
-terra, Pierotto che stringendogli le gambe, ginocchioni, gli occhi
-supplici in su come pregasse Iddio, gli dice con voce soffocata:
-
-— Padrone, in Cina porti anche me!
-
-Fiorvante ha respinto l'umile offerta e l'umile dolore. Ha davanti a
-sè, più grande, il dolore di sua moglie, ha dentro di sè, disperato, il
-suo. Non va, Fiorvante, a sollevare Mimì. Siede alla scrivania anche
-lui, il gomito su la tavola, il volto nella palma, lo sguardo fisso
-davanti a sè, nell'ignoto. E Mimì si solleva e lo guarda... Gli va
-vicino, gli prende fra le mani la fronte per rovesciargli il capo e gli
-chiede:
-
-— Che cos'hai... tu che sei sempre così forte, così agguerrito?...
-
-Fiorvante le prende le mani, e unitele, fa di queste un piccolo cuscino
-vivo alla sua testa stanca... Poi la guarda, doloroso, appassionato, e
-le risponde:
-
-— Non so. Ho come un presentimento. Penso che non ti rivedrò mai più...
-che morirò laggiù...
-
-Che scossa nel cuore di Mimì e che sobbalzo di tutto il suo essere!
-Ma si fa forte. Si china su lui che ha rialzato il capo. Sono ora
-volto contro volto. La volontà d'un sorriso a ogni costo illumina
-malinconicamente gli occhi di Mimì mentre ella esclama, tanto per
-rispondere:
-
-— Che sciocchezze!
-
-Ma lo stesso brivido che ha attraversato l'anima di Fiorvante ha corso
-la sua anima, povera bimba che ha paura, che ha tanta paura e non vuol
-farlo vedere perchè anche l'altro, quello che è forte, quello che è
-audace, quello che non ha mai paura di nulla, ha questa volta paura,
-tanta paura.
-
-Paura di non rivederla mai più...
-
-
-32.
-
-Non hanno potuto dormire, quella notte. Sono usciti in giardino. Hanno
-percorso e ripercorso la terrazza a mare. Son rimasti lì, lungo tempo,
-nella sera d'estate, fermi, le mani nelle mani, tutta la vita dell'uno
-nella vita dell'altro, a interrogar con gli occhi fissi, inutilmente,
-le stelle indifferenti, come potessero conoscere il destino...
-
-Ora sono rientrati nello studio di Fiorvante, tra le belle cose che
-amano e che hanno raccolte per circondarne una felicità di tre mesi
-appena che non doveva avere mai fine...
-
-
-33.
-
-A bordo, nel quadrato degli ufficiali, quelli che vengon da terra hanno
-portato la notizia della partenza di Fiorvante a quelli rimasti a bordo
-a passar la sera in quadrato tra carte, bibite ghiacciate e sigarette.
-Un sentimentale sospira:
-
-— Povero Fiorvante! Una felicità che si spezza appena nata...
-
-Ma un altro — un forte? ma no: un altro sentimentale, ma un
-sentimentale che non vuol parerlo... — un altro alza le spalle:
-
-— È il nostro destino di marinai... Nè casa, nè amore, nè tempo...
-
-E ride. E scopre una carta da giuoco ed esclama:
-
-— Ma che importa?... Ho il re d'_atout_...
-
-Quella risata è sola, senza eco. E sarebbe sola, staccata, falsa, anche
-se nel quadrato non fossero venti ufficiali, anche se nel quadrato
-non ci fosse che colui che ride, che ride fuori e piange dentro, com'è
-quasi sempre, quando si ride...
-
-
-34.
-
-Storia della Dama dal ventaglio bianco che gli torna in mente in
-quell'ora? Analogia che gli s'è chiarita nell'anima fra il signor Tao
-della favoletta cinese costretto ad abbandonare Madama Lu per morire
-e lui che deve abbandonare Mimì per partire?... Chi sa? Confusi moti
-dello spirito, orologeria misteriosa e impenetrabile che segna il tempo
-ai pensieri...
-
-Certo è che da mezz'ora Fiorvante parla a Mimì — a Mimì disperata di
-sentirlo parlar così — della possibilità della sua morte, laggiù, in
-Estremo Oriente. Mimì è caduta ai piedi di lui. E Fiorvante la tira su,
-le prende le mani, la guarda in volto e le dice:
-
-— Giurami...
-
-Non osa parlare. Poi si fa coraggio:
-
-— Giurami... Giurami che se non dovessi ritornare... le tue labbra...
-le tue labbra, Mimì, non avranno parole e promesse d'amore per un altro
-uomo... finchè il lutto che tu porterai di me non sarà finito...
-
-Mimì trema. Non vuole giurare... Perchè? Che cattivi pensieri... Perchè
-metterle paura così? China il volto per sottrar lo sguardo. Vorrebbe
-svincolarsi. Ma Fiorvante la tiene.
-
-— Ma tu ritornerai certamente..., mormora Mimì. Io ti aspetterò nel mio
-dolore e torneremo ad essere felici...
-
-Ma la stretta di Fiorvante ai polsi di Mimì si fa più forte, quasi
-brutale, quasi selvaggia: tutto l'orrore della gelosia è in quella
-stretta.
-
-— Giura, giura ugualmente... Chi può sapere?
-
-E Mimì solleva una mano di lui per portarsela alle labbra, fissa i
-chiari occhi sinceri nei grandi occhi ansiosi e, ferma la voce e fermo
-il cuore, dice:
-
-— Giuro!
-
-
-35.
-
-Cina che le sembravi così lontana e così leggiadra, lontana Cina di
-bazar e d'acquarello, Cina delle scatole di lacca e dei mobiletti di
-bambù, terra sconosciuta che eri così cara alla sua fantasia, dove
-tanto piaceva di correre al suo sogno d'oltremare, — Cina orrenda e
-minacciosa adesso, Cina del suo tormento e della sua tortura, Cina dei
-supplizii e dell'orrore, Cina di battaglie e di morte... Già da due
-mesi Fiorvante è partito ed ella è sola, nella casa abbandonata, sola
-con Pierotto che piangendo è rimasto accanto a lei, per guardarla,
-per difenderla... Quanto dovrà aspettare così? Quanto potrà il suo
-cuore resistere in quell'arresto di vita, in quell'agonia?... Povera
-Butterfly d'occidente, più dolorosa ed ansiosa perchè non ha come
-l'altra la cieca fede nel ritorno... Perchè se per l'altra tutto è
-certezza, per Mimì tutto è brivido, tormento, dubbio, presentimento,
-paura, tortura indicibile, ineffabile tortura...
-
-
-36.
-
-Un colpo di _tam-tam_. I servi cinesi annunziano, come ogni giorno, il
-suo arrivo a cavallo alla Residenza Inglese dove, come ogni giorno,
-per la colazione, il Residente e sua figlia Maud lo aspettano...
-Poichè il _tam-tam_ l'ha avvertita, miss Maud corre incontro, come ogni
-giorno, le braccia tese, le mani offerte, al bell'ufficiale italiano...
-Innamorata? Ancora non sa. Certo da venti giorni ogni volta che lo vede
-il cuore le batte dentro più forte e più precipitoso...
-
-Amore? Sì, certo. La più bella ora dell'amore, quella in cui l'amore
-non sa ancora d'essere amore...
-
-E, poco dopo, alla tavola ospitale della Residenza, mentre miss Maud
-non leva gli occhi di dosso al bell'ufficiale, Fiorvante chiude i suoi,
-tutt'il suo cuore laggiù, in occidente, nella casa abbandonata, con la
-cara compagna lontana, e vede Mimì che appoggiata al parapetto della
-terrazza, con Pierotto vicino, guarda ogni giorno lunghe ore il mare,
-il mare per cui egli è partito, il mare per cui egli, forse, un giorno
-ritornerà...
-
-
-37.
-
-Mimì è al pianoforte:
-
- _E non le pesa_
- _la lunga attesa..._
-
-Più fortunata sorella di pena... Quanto pesa a lei, invece, la
-terribile, l'interminabile attesa... E non può sentir quella musica...
-E chiude il piano e abbandona su le braccia, posate sul coperchio
-chiuso, la testa che tanto le duole...
-
-
-38.
-
-E c'è un'altra attesa, lì, alla Residenza Inglese, lunga attesa anche
-questa, e vibrante come l'altra, e come l'altra disperata nelle sue
-paure... Piccola miss sdraiata su le stuoie tra le serventi cinesi che,
-sedute accanto a te, ti fanno corona e vento coi ventagli di foglie di
-palma, da quanti giorni non hai più pace? Per la prima volta il tuo
-piccolo cuore, che sembrava tanto freddo e tanto saggio, palpita in
-disordine e in confusione...
-
-Che vuoi? Che hai, piccola miss? Ami tu il giovane ufficiale venuto
-d'Italia con quel suo volto stanco che par così stanco di soffrire,
-con quei suoi grandi occhi sognanti che paiono così stanchi di sognare?
-L'ami tu, di già, veramente? Pare ieri. La prima volta che venne qui:
-non sono, non paiono, sei settimane. E ora sei presa... Sei veramente
-presa? Ti pare che non avresti potuto vivere se tu non l'avessi mai
-incontrato? Ti pare che non potresti più vivere, ora che incontrato lo
-hai, se un avverso destino si divertisse a dividerti per sempre da lui,
-a volerlo per sempre allontanare?
-
-Come batte il tuo cuore, piccola miss, quando tuo padre ti parla dei
-ripetuti attacchi dei _boxers_, sempre più numerosi e sempre più gravi
-in questi giorni! È venuto una mattina Fiorvante, una mattina come
-tutte le altre — e forse era l'ultima. Da quella mattina tu non l'hai
-più riveduto. Adesso ricordi i particolari del saluto quando tu gli
-dicesti: “Arrivederci domani...„, come ogni giorno, ed egli, dopo una
-pausa, con la voce grave delle sue parole gravi, ti rispose, non come
-ogni giorno: “Arrivederci domani...„.
-
-Allora quasi non avvertisti. Ora ricordi. Allora non avvertisti quella
-pausa, quell'esitazione, quell'ombra di dubbio che velava il suo
-volto... Ma ora rammenti che la voce gli tremava un poco, che un poco
-anche la mano gli tremava mentre stringeva la tua, ora rammenti che
-c'era come un disperato e silenzioso saluto in quel suo ultimo sguardo
-che si sforzava a parer sorridente.
-
-Già sapeva il bell'ufficiale, quel giorno, quello che tu ancora,
-piccola miss, non sapevi: già sapeva d'essere a una delle grandi ore
-del destino, già sapeva di dover combattere, di dover forse morire...
-
-Morire! Ma perchè tremi così, perchè un brivido tutta ti invade e ti
-scuote?... Che hai? Paura? Presentimento? Ma no... Sorridi... Attendi
-con serenità... Fiorvante ritornerà, una di queste mattine...
-
-Ma perchè tremi, perchè tremi così?
-
-
-39.
-
-— Pierotto, che farà il Comandante a quest'ora?
-
-Pierotto si stringe nelle spalle. Non sa...
-
-— Pierotto, dove sarà il Comandante a quest'ora?
-
-Ancora, Pierotto, si stringe nelle spalle. Chi sa?...
-
-— Pierotto, a chi penserà il Comandante a quest'ora?
-
-Si stringe ancora, Pierotto, nelle spalle. Ma si domanda? Si sa....
-
-E ancora, seduta accanto a lui in piedi, nel giardino, nella sera che
-discende con le sue paure e coi suoi misteri, ancora Mimì domanda:
-
-— Pierotto, non sarà accaduto al Comandante nulla di male?
-
-E Pierotto questa volta è dritto su le spalle, l'occhio che sfida
-il destino, la voce chiara e sonora, per rispondere con fede cieca e
-assoluta:
-
-— No. Nulla di male può capitare al Comandante. Dio lo protegge! E
-anche io l'ho benedetto....
-
-Dio e.... lui! Pierotto ha ragione. Che può mai accadere al Comandante?
-
-
-40.
-
-Messi a cavallo giungono alla Residenza inglese. Un accorrer di servi,
-un andare qua e là.... E la notizia che, venuta dai messi, corre il
-giardino, di bocca in bocca, entra nella casa, raggiunge miss Maud....
-
-— In uno scontro coi _boxers_ il Comandante Fiorvante è caduto....
-
-
-41.
-
-Su la terrazza a mare Mimì è accanto a Pierotto. Poco prima, un grande
-brivido l'ha scossa tutta, dalla radice dei capelli ai piedi. E, a
-Pierotto che trepido l'ha guardata, ella ha detto ancora rabbrividendo
-entro di sè:
-
-— Non so.... Ho sentito la Morte passarmi vicino....
-
-
-42.
-
-Il Residente conforta sua figlia. Povera Maud disperata! Nel suo
-silenzioso amore ella non sapeva d'amarlo così.... E il padre
-interroga, manda a cercare notizie, conferme, smentite...
-
-— Il Comandante era alla testa di una compagnia da sbarco... L'urto coi
-_boxers_ è stato improvviso... S'è veduto il l'ufficiale cadere nella
-mischia terribile...
-
-E Maud piange disperatamente tra le braccia paterne il caro grande
-amico che le era così dolce vedere ogni giorno, lì, accanto a lei,
-col suo sorriso malinconico, con quella sua parola grave e tenera
-insieme, che dava ad ogni gioia una malinconia e ad ogni dolore una
-consolazione...
-
-
-43.
-
-Senza notizie di lui, da tre mesi. Nella casa dolorosa, attorno a Mimì,
-è un andirivieni d'ufficiali. Ministero, amici, da per tutto è stato
-bussato. Nessuno spiraglio s'è aperto, Lettere perdute? Lettere non
-scritte? Morto? Ferito? Lontano? Nell'impossibilità di comunicare?
-
-Ecco ancora un ufficiale. Pierotto prima, Mimì poi, gli corrono
-incontro. Ma anche lui, come gli altri, apre le braccia...
-
-Nessuna notizia, ancora...
-
-
-44.
-
-E, a migliaia di chilometri di distanza, alla Residenza Inglese, è
-ancora la stessa ansia, è la stessa incertezza...
-
-Anche laggiù Maud interroga servi, marinai, ogni giorno.
-
-Anche laggiù il cuore si chiude ogni giorno più all'ultima speranza.
-
-Si riapre se una faccia nuova sopraggiunga. Un'ansia, un grido:
-
-— Nulla?
-
-— Nulla...
-
-
-45.
-
-Un giorno Pierotto è venuto di corsa a chiamarla:
-
-— Padrona, padrona... Di là, in salotto... Il Comandante... Gli
-ufficiali....
-
-Mimì è andata, lenta, rigida, come impaurita, quasi presaga. E,
-appena varca la soglia, li ha visti lì, tutti, sparsi per la sala,
-i volti gravi, gli occhi bassi. Nessuno s'è mosso ad incontrarla.
-Hanno abbassato la testa, in segno di saluto, da lontano. Solo i due
-più vicini alla porta le hanno preso la mano, gliel'hanno sfiorata
-con un bacio. Ed è parso a lei che quelle mani, prendendo la sua,
-tremassero...
-
-Pierotto la segue come un'ombra, come un cane, girando e rigirando
-il berretto fra le mani, con gli occhi bassi ma lo sguardo che fruga.
-Viene avanti, Mimì, guardando a destra, guardando a sinistra. Nessuno
-parla. Che c'è? Perchè nessuno parla? Perchè nessuno si muove?
-
-— Che c'è?
-
-Così ha chiesto a un ufficiale. Così chiede ad un altro. Nessuno
-risponde. Perchè nessuno parla? Perchè nessuno si muove?
-
-— Che c'è?
-
-Ancora la sua voce, strozzata in gola, interroga. Che c'è, che c'è
-veramente? Ha intuito, ha capito... Ma non vuol comprendere da sè la
-cosa orribile... Le par delitto avere capito... E avanza. E ancora
-interroga. E Pierotto, ombra, la segue. La tremenda ansia di Mimì
-chiede conforto, chiede speranza, chiede magari menzogna... Ma nessuno
-parla. Perchè? Nessuno si muove. Perchè?
-
-Finalmente non regge più. Meglio la certezza che l'ansia atroce. Si
-getta, Mimì, verso il Comandante e gli afferra un braccio. Ed è il
-grido:
-
-— Mio marito?
-
-Ora, per la prima volta, gli ufficiali, immobili sempre ai loro posti,
-levan gli sguardi su lei, mentre il Comandante, con la mano tremante,
-cava di tasca un foglio — la partecipazione ministeriale della morte —
-e gliela tende.
-
-Mimì ha preso il foglio con polso fermo e ha letto con ciglio asciutto.
-Non ha fiatato. Non si è mossa. È lì, rigida, pietrificata. Poi la
-bocca le si apre e ne esce un gemito lieve e breve, un sospiro....
-E, di piombo, precipitando. Mimì s'abbatte al suolo, schiantata,
-fulminata...
-
-Sùbito gli ufficiali le sono attorno pietosi, commossi. E Mimì apre
-gli occhi. Se li vede tutti attorno, come quando c'era Fiorvante. E li
-guarda, stupita, coi suoi grandi occhi senza lacrime, senza lacrime
-ancora. Perchè son tutti lì? Perchè la guardano chini su lei? Perchè
-nessuno parla? Perchè nessuno si muove?
-
-Perchè, perchè nessuno piange?... Ma piange lei, Mimì, disperata,
-urlando finalmente il suo folle dolore, piange finalmente lei, Mimì,
-per tutti...
-
-
-46.
-
-Tre mesi sono passati. Due dolori, ignoti l'uno all'altro, in due
-case, in due cuori, ricordano inconsolabili il caro scomparso. Ma anche
-nei grandi lutti incancellabili la vita trascorre, il tempo passa, le
-abitudini riallacciano l'interrotta catena delle giornate. Passa lunghe
-ore, Mimì, nello studio di Fiorvante, là dove tutto, tutto le parla di
-lui, là dove sono i quadri che gli piacevano e i libri che egli amava.
-Ecco un libro, un piccolo libro ch'egli prediligeva: la _Storia della
-Dama del ventaglio bianco_, racconto cinese, di quella Cina che doveva
-essere la sua morte e la sua sepoltura, di quella Cina che Mimì odia
-ferocemente, nel furore di tutta la sua disperazione. Ma quella piccola
-storia cinese è un piccolo libro che Fiorvante amava tanto... E Mimì lo
-porta, religiosamente, alle sue labbra.
-
-Che sole fuori e che freddo là dentro.. Mimì esce per chiedere al sole,
-al grande consolatore d'oro, un po' di pace, un po' di conforto, un
-po' di vita. E siede lì, in giardino, nel suo cantuccio preferito. E
-apre a caso il libro che Fiorvante amava, l'apre in un punto qualunque,
-tanto per leggere qualche cosa, per deviare un poco il suo pensiero...
-E legge...
-
-
-SEGUITO DEL RACCONTO CINESE CHE PUÒ SERVIRE DA INTERMEZZO.
-
-_Piangeva ogni giorno, da mesi, Madama Lu, il suo povero e caro sposo
-perduto e veniva ogni giorno a piangerlo ore ed ore su la sua sepoltura
-quando un giorno, su la tomba contigua a quella del signor Tao, un
-elegante cinesino, dal bel vestito bianco di lutto e il bel codino nero
-tutto lucido e levigato, venne a piangere una dilettissima sorella.
-Passarono i giorni, una settimana, due settimane. Ogni giorno Madama Lu
-e l'avvenente cinesino si trovavano lì, su le due tombe, alla medesima
-ora. E Madama Lu piangeva il signor Tao e guardava fra una lacrima e
-l'altra l'avvenente cinesino il quale a sua volta piangeva a calde
-lacrime la dilettissima sorella e, fra lacrima e lacrima, guardava
-con aria di trovarla assai carina l'addoloratissima Madama Lu. Si
-guardavano così, ma non si parlavano. O si parlavan con gli occhi: il
-miglior linguaggio perchè è chiaro per tutti. E un giorno si parlarono
-anche con le bocche perchè a Madama Lu cadde il grande ventaglio
-bianco e l'elegante cinesino con gran premura si chinò a raccoglierlo.
-E Madama Lu gli disse grazie, parola che in cinese ha un gran valore
-di seduzione: non so come si scriva ma, a sentirla, è dolce come una
-carezza._
-
-_Avvenne da quel giorno che Madama Lu e l'elegante cinesino si
-vedessero ogni mattina su le contigue sepolture del compianto signor
-Tao e della dilettissima sorella e dai regni bui della Morte partissero
-insieme, dopo le ore di pianto, verso i rosei regni dell'Amore.
-Anche in Cina i giovanotti eleganti sono intraprendenti e non sanno
-accompagnar per via una bella signora senza parlarle d'amore. Così
-l'elegante cinesino parlò un giorno d'amore a Madama Lu. Avrebbe voluto
-questa rispondergli: non per le rime, ma piuttosto facendo rima: rima
-baciata. Ma non s'è giurato per nulla... E Madama Lu, fedele al suo
-giuramento, resisteva al fascino del nuovo amore, poichè non le era
-concesso di baciar bocca di uomo prima che la terra fosse asciutta su
-la sepoltura del suo compianto marito. E la terra era ancora bagnata,
-anche perchè, quasi a far dispetto a Madama Lu e piacere al signor Tao,
-i tempi erano eccezionalmente piovosi. Pioveva a catinelle ogni sera.
-E il sole aveva un bell'asciugar l'umidità ogni mattina. Ci pensavano
-le grosse nuvole nere di mezzogiorno a rimettercene altrettante ogni
-sera...._
-
-
-47.
-
-— Cucù! Guardate chi c'è?
-
-Gli ufficiali, in punta di piedi, riuscendo con ogni cautela a non far
-scricchiolare la ghiaia nei vialetti, sono giunti in giardino dietro la
-poltrona nella quale Mimì è seduta a leggere. E, di sorpresa, dietro le
-spalle, con un fazzoletto le han tappato gli occhi...
-
-— Indovinate chi c'è?
-
-E le hanno posto qualcuno davanti. Tocca, Mimì, il nuovo ospite, con le
-mani caute, per identificarlo. Un'uniforme, un berretto: è, certamente,
-un ufficiale.
-
-— Ma chi? Garlini che viene da Taranto? Lanciani che ritorna dal Mar
-Rosso? Zandrini che tutti aspettavano il mese scorso di ritorno dalla
-sua spedizione equatoriale?...
-
-Ma le voci rispondono, a destra, a sinistra:
-
-— No... no... no...
-
-Ora Mimì non regge più all'impazienza, alla curiosità. Tanto più che
-adesso le è parso di riconoscere: la fronte larga, il naso corto, il
-mento pronunziato. In un gran gesto improvviso si strappa il fazzoletto
-dagli occhi e, con un grido, si getta indietro:
-
-— Ardea!
-
-Sì, Ardea di ritorno. Le sue mani non l'avevano nella breve cecità
-ingannata: Ardea tornato improvvisamente, da un giorno... La crociera
-terminata prima per necessità di riparazioni alla nave... Ardea
-incontrato dagli altri ufficiali alla porta del giardino di Mimì...
-venendo da opposte parti... mentre anche Ardea veniva a far visita
-all'antica amica mai dimenticata...
-
-
-48.
-
-Perchè trema Mimì, mentre appoggiata al braccio che Ardea le ha
-offerto, rientra con lui nella casa? Quel ritorno inaspettato,
-improvviso, le mette un fremito in tutto l'essere, le par quasi un
-sogno, un avvertimento, un oscura volontà: volontà del destino.
-
-Su la soglia del salotto, uscito non si sa da dove, appare Pierotto che
-si pianta su l'attenti al passaggio del suo ufficiale; ma non appena
-questi è passato lo segue con uno sguardo nero di diffidenza, ardente
-d'odio.
-
-Perchè? Segno, avvertimento del destino anche per lui?
-
-Sono nel salotto, adesso, Mimì ed Ardea. E Ardea le dice la parte che
-ha presa al suo dolore. E poi le parla di sè, della sua pena... Lunghe
-terribili ore ha egli attraversate, passata la prima ora felice che è
-quella dell'ebrezza di sacrificarsi... E ancora le dice che non l'ha
-mai dimenticata, che ancora, disperatamente, non ostante la lontananza,
-non ostante l'oblio tentato, che ancora l'ama, ancora e sempre. E
-sempre l'amerà, come il primo giorno...
-
-Parole ardenti, appassionate, che vanno al cuore di Mimì... Ma
-Pierotto, che sorveglia, che spia, riappare nella stanza, gli occhi
-indagatori, con un vaso di fiori che nessuno ha chiesto... E la visione
-di Pierotto richiama Mimì all'idea del suo dovere. Ed ella mette una
-mano su la bocca di Ardea per non permettergli di parlare ancora, di
-dirle ancora...
-
-— No... No... No... Non dica nulla, Ardea... Non dica nulla... Nulla...
-nulla... nulla...
-
-Perchè nulla Mimì può ascoltare... Nulla... ancora...
-
-
-49.
-
-E le ritornano in mente, mentre Ardea, senza più parlare, senza più
-toccarla, indugia accanto a lei, le ritornano in mente le ultime parole
-ch'ella ha lette poco prima nella _Storia_ di Madama Lu...
-
-«... non le era concesso di baciar bocca di uomo prima che la terra
-fosse asciutta su la sepoltura del suo compianto marito... E la terra
-era ancora bagnata...».
-
-
-PARTE QUARTA
-
-
-50.
-
-Maud non è inglese per nulla. Ella ha portato con sè le abitudini
-europee e una volta alla settimana una manicure occidentale viene,
-con gli arnesi del mestiere nella borsetta di velluto, a curar le
-unghie dei servi cinesi addetti alla custodia e al servizio della
-Residenza. Qualche volta, quand'ella torna a tempo da una delle sue
-grandi galoppate mattutine, Maud assiste al lavoro della manicure.
-Trapiantando da occidente a oriente l'usanza si spostano i termini
-e tra i servi cinesi gli uomini sono assai più che le donne fieri
-d'aver nette le unghie e di vedersele curate e nitide come fossero di
-madreperla.
-
-Quel giorno Maud è tornata presto dalla sua passeggiata a cavallo. In
-pantaloni kaki e stivaloni gialli, il casco sul capo e il frustino in
-pugno, Maud s'è avvicinata alla manicure. Costei ha in opera, adesso,
-la bella mano d'un servo cinese tra i più onesti e i più fedeli. E lo
-sguardo di Maud è fermato da qualche cosa che splende al dito medio del
-servo. L'attenzione di Maud è stata ancor più richiamata dalla voce
-della manicure la quale, nell'atto di prender la mano sinistra del
-servo dopo aver finito di curar la destra, ha esclamato:
-
-— Che anello!
-
-Maud ha volto il capo e sùbito l'ha riconosciuto con un grido:
-
-— L'anello di Fiorvante!
-
-Sùbito Maud chiama a sè il servo cinese. Guarda meglio l'anello e si
-accerta: sì, è quello di Fiorvante, tanto caratteristico, riconoscibile
-tra diecimila. Non v'ha dubbio. E Maud interroga il servo spaurito:
-come mai ha quell'anello, da quanto tempo e chi glielo ha dato?... Da
-quanto tempo? Da ieri. Chi glielo ha dato? E il servo cinese, senza
-parlare, accenna laggiù, laggiù...
-
-— A quanti chilometri da qui?
-
-Pochi. Una ventina. Maud è inglese anche in questo. Tra l'idea
-dell'azione e l'azione non suol lasciare tempo in mezzo. Ordina i
-cavalli per sè e per un seguito armato... E, dopo dieci minuti, eccoli
-tutti in sella, compreso il servo cinese... E via di galoppo verso
-laggiù... laggiù... dove il servo cinese ha confessato d'aver ricevuto
-l'anello in cambio di due sacchi di riso....
-
-Ancora, in cammino, mentre galoppano, Maud continua la sua inchiesta:
-
-— E come possedeva l'anello la persona che te l'ha dato? Non glielo hai
-chiesto?
-
-E il piccolo servo cinese risponde quello che sa:
-
-— L'hanno preso, m'han detto, a un ufficiale che da quattro mesi è
-prigioniero dei _boxers_...
-
-Quattro mesi? Maud conta rapidamente, marzo, febbraio, gennaio,
-dicembre: le date coincidono. Son quattro mesi, infatti, giorno più,
-giorno meno, che Fiorvante è scomparso... «Arrivederci domani...». E
-non l'ha rivisto mai più... Ma possibile, possibile?... Potrebbe dunque
-ancora, Fiorvante, essere vivo?
-
-E come pianta gli speroni nei fianchi del cavallo per galoppare sempre
-più presto, per volare addirittura, per far quei venti chilometri in un
-lampo...
-
-
-51.
-
-Seduta al pianoforte Mimì suona. È pianista accurata, piena di
-sentimento, senza maestria. Accanto a lei, rapito a guardarla
-e intento a volgerle le pagine, è lui, Ardea... Due, tre volte
-Pierotto è entrato, con un pretesto o con l'altro... Due, tre volte
-Mimì s'è sentito addosso un muto rimprovero, un tormentoso sospetto
-dell'ex-attendente...
-
-Ora Mimì e Ardea sono usciti su la terrazza a mare. È il crepuscolo.
-Una grande nave tutta bianca, già risplendente da tutti i suoi lumi,
-richiama l'attenzione di Mimì. Escita dal porto, traversa adesso il
-mare. E Mimì indica la nave:
-
-— Partì una sera, così...
-
-Ma Ardea interrompe l'elegia e, presale una mano, esclama:
-
-— Non ricordare... Ora sono io, sono io accanto a te...
-
-Libera, Mimì, la sua mano e si allontana un poco da Filippo. Parole
-ardenti e contatti le sembrano ancora sacrilegio. E i suoi occhi si
-fissan laggiù, sul mare, dove lo vide partire, donde non vedrà più il
-suo ritorno...
-
-E non vede che più in là, appoggiato al loro stesso parapetto, anche
-Pierotto, schiantato senza il suo padrone, guarda il cielo, guarda il
-mare e, nell'ingenuità buona della sua anima, si dice cento volte al
-minuto:
-
-— Potesse un giorno, per miracolo, ritornare...
-
-
-52.
-
-Alla Residenza di Sua Maestà Britannica, la sera istessa, luminarie,
-feste, musiche, danze, notte lunga sott'il cielo stellato di primavera.
-Fiorvante passeggia al braccio di Maud, per il giardino tutto fiori e
-tutto luce. Rivede ancora, Maud, il miracoloso modo di rintracciarlo,
-di salvarlo, la lotta corpo a corpo, sostenuta per istrapparlo alle
-sue catene e ai suoi carnefici, lo stato lacrimevole dei suoi vestiti
-e del suo volto tutto coperto di lunga barba... E la miracolosa fuga
-a cavallo — lei e Fiorvante sul medesimo cavallo — mentre la lotta
-fra servi cinesi e _boxers_ ferocemente continuava. E il ritorno alla
-Residenza, e la gioia di tutti, e l'incontro col Residente che non
-crede ai suoi occhi, e il modulo di telegramma chiesto per avvertire
-tutti, sùbito, in Europa, e sopratutto la moglie, la moglie che lo
-piange per morto e non attende mai, mai, mai, questo suo incredibile,
-inverosimile ritorno...
-
-E Maud, mentre vanno fra canti e suoni, ritrova la sua impressione
-dolorosa, lo spasimo acuto del suo cuore sentito nel momento in
-cui Fiorvante chiedeva quel modulo per telegrafare a sua moglie,
-un'ora dopo appena, un'ora dopo ch'ella, con un manipolo di servi,
-aveva lietamente, eroicamente e follemente arrischiato la vita per
-istrapparlo ai _boxers_ di cui era prigioniero...
-
-Giusto, giusto ch'egli abbia sùbito voluto telegrafare alla moglie...
-Ma quanta ingiustizia nella giustizia del cuore umano! E non poteva
-egli, poichè la moglie lo credeva morto, lasciarsi credere tale un
-giorno di più e dare a lei, per ventiquattr'ore almeno, l'illusione
-d'averlo salvato non per gli altri ma per sè?
-
-Andando sempre avanti a loro sono usciti, dal cerchio di luce delle
-illuminazioni. Son fuori, adesso, lungi dalla Residenza, di fronte a
-un cielo di perla su cui splende, bassa, a fil d'orizzonte, ed enorme,
-una luna arancione. I canti cinesi e le musiche primitive che li
-accompagnano, stridule, discordanti, grattate, più che suonate, su le
-corde dure degli strumenti, non sono più che echi lontani portati loro
-bel vento fresco dalla zona illuminata che lasciano dietro le loro
-spalle. Dice Fiorvante la sua gratitudine:
-
-— Mi avete, Maud, ridato la vita!
-
-Maud ripensa alla donna lontana, al telegramma partito il giorno stesso:
-
-— Vorrei che voi foste in grado di accettare il dono di tutta la mia!
-
-Stretti l'uno all'altra son lì, come se tutto il rimanente mondo
-fosse abolito e l'universo altro non fosse che quel cielo di perla
-con quell'enorme luna arancione che sembra sempre più grossa, sempre
-più gonfia e dilatata, luna idropica d'Estremo Oriente, luna di
-caricatura cinese su una scatola di lacca, tra quei due alberelli vuoti
-come scheletri che la chiudono e l'incorniciano su l'orizzonte. Luna
-d'incubo. Ardor di primavera. Notte d'amore. E le loro bocche son per
-unirsi. Ma Fiorvante si ritrae e stacca Maud da sè:
-
-— No... No... Non posso... Non devo...
-
-E solo bacia la piccola mano fredda della fanciulla che s'abbandona a
-piangere su la sua spalla, di fronte all'enorme e goffa luna arancione
-che sembra piantata come un disco, quasi impiccata, su le punte aguzze,
-su l'esile forca dei due alberelli.
-
-
-53.
-
-La vanno ancora a trovare, quasi ogni giorno, anche nel tempo del suo
-lutto, anzi più che mai nel tempo del suo lutto, gli ufficiali, gli
-antichi amici, i «cari ragazzi». Eccoli lì. Son tutti intorno a lei. Di
-lassù, sott'il chiosco, in cima all'invisibile scaletta, sotto quella
-cupola d'edera che par fiorita su dal mare, ella li vede qua e là,
-uniformi bianche tra il verde, passeggiare, fumando, ridendo, al sole,
-nel suo giardino. Accanto a lei, lassù, c'è Ardea, solo, Ardea che
-ancora le parla del suo amore rinato con irresistibile violenza, del
-suo amore non interrotto mai:
-
-— Ti amo... Ti amo... E tu amavi me prima di lui. E l'equivoco è
-nato... Io non ho mai cessato un'ora d'amarti... Ah, quali errori,
-anche amando, l'orgoglio consiglia...
-
-E Mimì lo ascolta, gli occhi smarriti, l'affanno nel petto... È così
-sola, è così triste, Mimì, e ha amato tanto Ardea... Ma non vuole, non
-deve... Vuol rimanere fedele al suo morto... Potrà?... Vorrà sempre?...
-Già la sua parola, nell'ansia, tradisce il più profondo pensiero, il
-pensiero neppure a sè stessa confessato:
-
-— No, non dirmi che mi ami... Non dirmi ancora, Filippo, che mi ami...
-
-Il cuore avverte il pericolo assai prima della coscienza. Il cuore
-conosce sè stesso. E il semplice cuore di Mimì, che adorava Ardea, che
-s'è creduto offeso e abbandonato da Ardea, che ha chiesto e ottenuto
-da Fiorvante la consolazione e la rinascita, che è stato consolato,
-rifiorito e felice per tre mesi nella libertà dell'amore e per altri
-tre mesi nella gioia della casa, il semplice cuore di Mimì sente che
-non può stare solo, che non può essere vuoto... Ma deve, deve ancora
-star solo... Terra ancora umida, Madama Lu! Terra che continuerà forse
-sempre ad essere umida poichè tu, Mimì, sempre la bagni con le tue
-lacrime...
-
-— Padrona!
-
-Mimì e Filippo si volgono con un sussulto, come fossero stati sorpresi.
-La voce dura e sorda di Pierotto, che scoppia sempre d'improvviso
-accanto a loro e sempre alle spalle, riesce ogni volta a sgomentarli...
-E quello sguardo duro, indagatore, di quel marinaio che non parla,
-ma guarda e osserva e tutto dice con gli occhi, e tutto nel suo cupo
-silenzio rimprovera...
-
-Pierotto ha portato un telegramma. Mimì l'apre con indifferenza. Chi
-mai nel mondo può, oramai, interessarla? Ma dà un grido, agita in
-aria le braccia, chiama, chiama tutti attorno a sè e corre lei stessa
-incontro a tutti, giù per la scaletta:
-
-— È vivo! È vivo! È vivo!
-
-Tutti sono accorsi, nella confusione, nel tumulto, attorno a Mimì che
-per la commozione è quasi svenuta fra le braccia degli ufficiali mentre
-il telegramma di Fiorvante circola di mano in mano:
-
-«Prigioniero dei _boxers_, miracolosamente salvato, tornerò con la
-prima nave in partenza».
-
-Poichè tutti sperano nei miracoli ma nessuno ci crede quando qualche
-cosa che ha l'aria del miracolo avviene la gente l'accoglie con un'aria
-d'intontimento in cui c'è ancora anche contro l'evidenza, un'ultima
-incredulità.
-
-Quando ritorna in sè Mimì tutta s'illumina nel volto con un sorriso
-vedendo dinanzi a sè, il telegramma in una mano, il berretto agitato
-nell'altra, saltare, come impazzito di gioia, sul suo piede rotto e
-abbracciar tutto e tutti, alberi e ufficiali, e anche lei, anche lei,
-— sì, anche lei, Mimì... — il marinaio fedele, il cane da guardia...
-
-Solo uno Pierotto non ha abbracciato e non ha voluto abbracciare,
-consapevole e logico anche nell'ebrezza della gioia: Ardea, che è lì,
-solo, silenzioso, in un angolo...
-
-
-54.
-
-Fuori i cancelli di legno della Residenza i cavalli aspettano per
-Fiorvante e per la sua scorta. Il suo bagaglio è già partito, sui dorsi
-dei muli. Il Residente è andato a prepararsi per accompagnar Fiorvante
-a cavallo per un tratto di strada. I servi cinesi son già tutti venuti
-a inchinarsi all'ospite che se ne va. Fiorvante e Maud sono soli. E
-tende Maud un'ultima volta le mani a Fiorvante:
-
-— Addio... Addio... Non potrò mai... mai dimenticarvi...
-
-Profondamente commosso, legato a lei da così grande riconoscenza,
-preso d'amore per lei fino al grado d'una tentazione cui è possibile
-resistere, ancora una volta Fiorvante le bacia le mani. Ed ella dice,
-ancora:
-
-— Nulla... Nulla ho più nella vita, poichè voi partite e poichè questo
-mio grande sogno è impossibile...
-
-E quando Fiorvante, chiamato esce per partire, ancora la voce commossa
-di lei gli dice:
-
-— Non potrò mai dimenticarvi... Lontana migliaia e migliaia di leghe
-sempre vostra rimarrò nel sogno... poichè questa gioia, nella realtà,
-non mi fu data...
-
-E quando i cavalli partono Fiorvante vede ancora — e sempre vedrà —
-il fazzolettino bianco che lo saluta e, di laggiù, un attimo, prima di
-svoltare, prima di scomparire, la bianca figurina dell'innamorata che
-si rovescia a terra fra i servi che accorrono...
-
-
-55.
-
-Mentre con la nave del ritorno Fiorvante, diviso il cuore e il pensiero
-fra due continenti, traversa in lunghe ed eguali giornate gli eguali
-oceani, Mimì, nella casa ove l'aspetta, dice ad Ardea, che ancora tenta
-di stringerle una mano e di riprenderle il cuore:
-
-— No... Lasciami... Tutto deve essere finito...
-
-
-56.
-
-Ma, ritornato Fiorvante, tutto non è finito.
-
-È trascorso già un mese dal giorno che è ritornato e che si è ripresa
-Mimì fra le braccia dopo d'averla per sempre perduta, dopo d'essere
-stato pensato da lei perduto per sempre.. Gioia, gioia grande di
-ritrovarsi, sempre inferiore tuttavia al dolore di quando ci siamo
-lasciati... Poichè il dolore ha intensità che la gioia non conosce e
-che non può conoscere se non diventando, nello spasimo, dolore a sua
-volta...
-
-Il Comandante e Ardea sono stati a colazione da loro. Il Comandante
-adesso si congeda, bacia la mano di Mimì... Di Mimì che sorride e dice:
-
-— Si rammenta, Comandante, quel terribile giorno?...
-
-E Fiorvante lo riaccompagna, fuori, nel giardino.
-
-Rimasto solo con Mimì, Ardea cinge la vita di lei e le parla
-all'orecchio. Son tutt'e due frementi, convulsi...
-
-— Voglio... devo parlarti... l'ultima volta...
-
-Mimì negando, tentando di svincolarsi. Ardea insiste e la tiene stretta
-con un braccio di ferro che la schianta. Pierotto, entrato in punta di
-piedi a recare la posta, è, non veduto, dietro di loro.
-
-— Parlarti... l'ultima volta...
-
-E, disperata, perduta, sgomenta, Mimì concede...
-
-— Alle cinque. Al Padiglione di Villa Rosa.
-
-Pierotto avanza con un volto tragico, deformato, cui non badano. Al
-rumore del passo sùbito Mimì e Ardea si sono sciolti, ricomposti...
-Come li guarda, Pierotto, come li guarda... dopo che ha deposto il
-corriere su la tavola di Fiorvante... e mentre si allontana... Ma non
-ci badano... Lo conoscono. È quello il suo modo di essere, il suo modo
-di fare.
-
-E Fiorvante rientra.
-
-
-57.
-
-Sono le cinque. Lente ore d'una quieta giornata nella serena intimità
-della casa felice... Mimì è di là, nelle sue stanze... Fiorvante è alla
-sua scrivania, intento a leggere.
-
-Piano piano, la porta s'è aperta... È Pierotto che porta il caffè.
-Viene avanti, in punta di piedi, talchè Fiorvante lo avverte solo
-quando l'ha vicino... Come Pierotto gli versa il caffè, e smuove lo
-zucchero, e lo guarda bere... Ora Fiorvante ha preso una sigaretta
-e chiede a Pierotto un fiammifero. Pronto, devoto, Pierotto lo serve
-sorridendo coi gesti teneri e timidi d'una madre schiava del suo figlio
-re. E Fiorvante lo guarda sorridendo e gli soffia il fumo negli occhi,
-per ridere, per farlo tossire, così, così... Poi gli mette una mano su
-la spalla battendovela sopra in segno d'affetto e lo congeda:
-
-— Va, caro, va...
-
-E si rimette a leggere, in serenità.
-
-
-58.
-
-Al Padiglione di Villa Rosa Mimì è giunta prima di Ardea. Avvolta in
-un gran mantello nero è entrata di corsa nella serra come se fosse
-inseguita. E, infatti, è inseguita: inseguita dalla paura e dal
-rimorso...
-
-Gira qua e là, senza pace, di sgabello in sgabello. E tanta, tanta è
-la sua angoscia, tanta è la sua paura che quando Ardea sopravviene ella
-gli si getta d'impeto nelle braccia, come per cercarvi scampo, come per
-rifugiarvisi...
-
-E si volgono, d'un tratto. Che cos'è questo rumore? Chi è passato nella
-serra, tra le foglie?... Sembrava che qualcuno strisciasse per terra...
-Ma non c'è nulla... nessuno... Ardea rassicura Mimì:
-
-— Il vento che entra da quel finestrone aperto...
-
-Fuori della serra, volando sul suo piede zoppo, il cane da guardia
-corre verso la casa.
-
-
-59.
-
-... verso la casa dove Fiorvante continua a leggere in serenità. Poichè
-nulla minaccia la sua ora felice.
-
-Pierotto è dietro di lui... ancora affannato per la corsa dalla serra
-alla casa... Ma Fiorvante non l'ha sentito. Pierotto leva una gamba, vi
-appoggia sopra un foglietto di carta tolto di tasca e con una matita vi
-scrive sopra in grossi caratteri elementari:
-
-«Morto ho difeso la tua memoria. Vivo difendo il tuo onore, padrone.
-Ardea non è tuo amico. E la signora tua non ha peccato. Ma tu devi a
-tempo salvarla».
-
-Combattimento supremo tra il suo dovere e la pietà per quella pace
-serena del suo padrone felice che legge, che ora l'ha sentito dietro
-di sè e che, voltando pagina, solleva un momento gli occhi e volge il
-capo per guardarlo, per sorridergli... Del biglietto, intanto, Pierotto
-ha fatto una pallottolina e, quando nel combattimento è vittorioso
-il dovere e Fiorvante ha ripiegato il viso su la sua lettura,
-Pierotto lancia la pallottolina da dietro le spalle del padrone. E
-la pallottolina cade lì, sotto gli occhi di Fiorvante, su le pagine
-aperte.
-
-Dopo un primo movimento di stupore e uno sguardo a Pierotto che è lì,
-dietro di lui, impietrito, sgomento, una mano nell'altra, tutto scosso
-dentro da un fremito ch'è la paura di ciò che istintivamente ha fatto,
-Fiorvante apre la pallottolina e legge il biglietto. D'un balzo è in
-piedi con un grido ch'è un ruggito. E si slancia su Pierotto caduto
-a terra, bianco di paura, con le mani tremanti e supplici, ma con gli
-occhi pieni di volontà, d'energia, di odio per coloro che tradiscono...
-
-— Che cosa hai scritto, qui? Vuoi che ti strozzi?
-
-E la mano è alla gola di Pierotto. Ma questi non protesta, non fugge,
-non si libera dalla stretta... Solo con gli occhi parla, grida, urla
-e con la mano convulsa indica là, là, fuori della porta, oltre il
-giardino, oltre il muro di cinta, oltre i cipressi, indica, laggiù,
-laggiù, la serra di Villa Rosa...
-
-
-60.
-
-— Bisogna aver la forza di resistere... di rinunziare... Così ha detto
-Mimì svincolandosi dalle braccia di Ardea che l'avvolgono, che la
-stringono. Ma Ardea la ghermisce di nuovo:
-
-— L'hai tu?
-
-E di nuovo la stringe, l'attira a sè, petto contro petto, respiro
-contro respiro... Mimì si getta indietro, disperata, nell'ultima
-lotta: ma come son forti le braccia di Ardea, come formano un cerchio
-sempre più stretto, che l'avvicina a lui sempre più, che quasi unisce
-i respiri, gli affanni e le bocche...
-
-— Tu! Tu!
-
-E, d'un balzo, Fiorvante è su Mimì e, afferratala per le braccia,
-la scuote, la getta lontano. Poi Fiorvante si volge. Ardea s'è fatto
-indietro, le braccia conserte, aspettando l'inevitabile. E Fiorvante
-lentamente avanza su lui, lo fissa terribile negli occhi che Ardea
-abbassa al suolo.
-
-Nella spinta Mimì è caduta a terra. Vedendo i due uomini di fronte,
-pronti a colpire, vicini alla tragedia, Mimì si trascina a terra
-per giungere fino a Fiorvante e prendergli le gambe con le braccia
-avvinghiandosi tutta a lui, per allontanarlo da Ardea, per richiamar su
-di sè tutta la sua collera...
-
-— No... No... Non ho peccato... Te lo giuro... Il passato è
-ritornato... Ma l'ho respinto... Lo scacceremo insieme... Sarò tua,
-tutta tua, come prima, per sempre...
-
-E, forte lei adesso d'una forza che la disperazione le dà, si stringe
-sempre più a Fiorvante, sempre più l'allontana da Ardea immobile, e
-lo trascina, lo trascina, finchè, inciampando e sentendosi mancare,
-Fiorvante cade su la panchina e nasconde nelle mani il suo pianto
-disperato, soffocato...
-
-Raggomitolato a terra, senza neppur respirare, Pierotto guarda...
-Vorrebbe ora, vedendo piangere così il suo padrone, tornare indietro...
-Vorrebbe... ma non è più possibile. Tutto è già avvenuto. E Mimì è ai
-piedi di suo marito.
-
-E Pierotto, gomitolo buio in un angolo, si fa sempre più piccino,
-sopraffatto dalla tragedia, per non esser sentito, per non esser
-veduto...
-
-
-61.
-
-È notte. Fiorvante è nel suo studio appena illuminato da una lampada su
-la scrivania. Il marinaio, muto, immobile, è accovacciato a terra, cane
-sul tappeto, ai piedi del padrone, attento a ogni gesto del padrone...
-
-Il padrone è li — da quanto tempo? — nel cerchio di luce della
-lampada gialla, un gomito su la tavola, il volto nella mano, gli occhi
-fissi laggiù nell'ombra, aperti, spalancati su la rovina. Finalmente
-Fiorvante si leva per andare alla biblioteca, in fondo, e prendervi un
-piccolo libro col quale ritorna alla sua scrivania e risiede, gomito su
-la tavola come prima, volto nella mano come prima. E il libro non l'ha
-aperto.
-
-Dietro la vetrata del giardino c'è un'ombra bianca, che guarda, apre
-la porta e viene avanti piano, leggera. È Mimì, dolore errante per la
-casa, da ore, senza parola, senza riposo. Fiorvante non l'ha udita.
-L'ha veduta, però, il marinaio e, dalla sua cuccia, le fa cenno
-silenziosamente col braccio affinchè vada da Fiorvante e si getti ai
-suoi piedi.
-
-— Avanti! Avanti!
-
-Ma invece di venire avanti Mimì va indietro, sempre più indietro
-e, ombra, fantasma, senza neppure essere entrata nel cerchio della
-lampada, si allontana, scompare. Il cuore vorrebbe. Ma coraggio non
-ha...
-
-E Fiorvante ha aperto il libro, a una pagina segnata, dove il suo
-occhio sùbito ritrova le parole cognite...
-
-
-SEGUITO DEL RACCONTO CINESE CHE PUÒ SERVIRE DA CONCLUSIONE.
-
-_Madama Lu amava il cinesino che l'adorava. E tuttavia ell'era fedele
-al suo giuramento e resisteva. Fedele, sì, al suo giuramento; ma è
-duro, è assai duro rimaner fedeli ai viventi e ai vicini. Più duro
-ancora è, in Cina ed altrove, rimaner fedeli ai lontani ed ai morti, ai
-morti due volte lontani._
-
-_Quante volte l'elegante cinesino, durante le loro passeggiate fra
-le peonie dei bei giardini cinta la vita di Madama Lu, tenta di darle
-un bacio... Ma, per fortuna, Madama Lu ha sempre con sè il suo grande
-ventaglio bianco che, aperto a tempo, fra bocca e bocca, fa scudo...
-uno scudo di piume... alla sua virtù..._
-
-_Duro esser fedeli ai lontani ed ai morti, ai morti due volte lontani.
-E più duro ancora, e più triste, dover rinunziare all'amore quando
-s'è giovani e tutto intorno, nei fiori e negli uccelli, nel chiaror
-dei cieli e nel tepor dell'aria, nei corsi d'acqua e nei fili d'erba,
-tutto, tutto, tutto è rinascita, tutto è amore, tutto è primavera..._
-
-_ — Addio! Addio! A domani._
-
-_E Madama Lu, nel giardino in fiore si separa con indicibile strazio
-dal bel cinesino e rientra triste, sola, nella sua casa vuota, senza
-calore e senz'amore. Ma ella aveva giurato di non baciare altro uomo
-prima che la terra fosse asciutta su la sepoltura del suo amatissimo
-marito, il signor Tao..._
-
-_E continuan così a vedersi ogni giorno su le due sepolture contigue.
-Quante volte il cinesino ha raccolto nella mano un po' di terra, quante
-volte l'ha raccolta nella piccola mano Madama Lu, umida ancora!... Ma
-se la terra tarda ad asciugarsi i due innamorati, poverini, languono
-d'amore.... E un giorno, finalmente, non reggendo più al triplice
-invito dell'amore, della giovinezza e della primavera, Madama Lu,
-raccolta ancora su la sepoltura la terra ancora bagnata, apre il suo
-grande ventaglio bianco e comincia a far vento affinchè la terra su la
-tomba di suo marito possa asciugarsi più presto!_
-
-
-62.
-
-E Fiorvante chiude il libro. La _Storia della Dama dal ventaglio
-bianco_ è finita. E sul piccolo racconto filosofico Fiorvante si ferma
-a meditare...
-
-
-63.
-
-Un'ora è trascorsa. Al lume della lampada Fiorvante rilegge la lettera
-scritta per Mimì, lettera che poi depone lì, su la scrivania, sotto un
-cristallo, affinchè ella la trovi domattina... È una lettera d'addio,
-senza rimproveri. Il torto è sempre dei lontani, degli assenti. E chi è
-morto non deve ritornare a disturbare la vita di quelli che continuano
-a vivere non ostante i giuramenti fatti ai morti. Non c'è posto, fra
-gli uomini, nel loro continuo andirivieni, pei fantasmi che ritornano
-troppo tardi quando la vita, oltre la morte, è ricominciata...
-
-Una valigia è pronta, lì accanto, col cappello di Fiorvante. Questi fa
-cenno al marinaio di prenderla.
-
-— Andiamo!
-
-E vanno, piano, per non destare nessuno, per andarsene così, senza
-saluti, senza pianti, così, scomparendo... Giunti su la soglia tra
-casa e giardino Fiorvante si volge un'ultima volta a guardare in quelle
-quattro pareti il nido distrutto della felicità, le care cognite cose
-tanto amate...
-
-— Addio per sempre, casa del sogno d'una vita felice!
-
-E, mentre chiude gli occhi su quel caro mondo che lascia, su quella
-felicità sognata e spezzata, un'altra felicità gli appare, lontana ma
-raggiungibile: Maud fra le sue donne, seduta a terra su le stuoie della
-Residenza, così assorta nel ricordo lontano, nel sogno cui s'è promessa
-per tutta la vita, che ad ogni colpo di _tam-tam_ ella sobbalza, quasi
-dal sogno felice tornasse, d'improvviso, nel chiuso cerchio della
-realtà in cui le ali urtano e si spezzano...
-
-
-64.
-
-E, fuori, nella luna, d'innanzi alla bianca casetta addormentata fra
-stelle ed edera, appoggiato a un albero, mentre aspetta che Pierotto
-carichi i bagagli su la vettura che è laggiù, alla voltata, perchè
-nessuno possa udirne il nome, Fiorvante ascolta il sogno che muore e
-che gli parla:
-
-— Sogno d'eterna e serena felicità io esco, amico, dalla tua vita. E
-tu ti trovi solo, adesso, più solo di quando io ti ho incontrato. Ma
-c'è una legge suprema che viene a separarci: questa legge si chiama
-tempo, questa legge si chiama lontananza, questa legge si chiama
-assenza. Non sono io, sogno tuo, nato dall'assenza d'un altro? E non
-sono io, sogno tuo, morto nella tua assenza? La volontà della vita
-è assoluta: poichè non vuol posti vuoti, fa dell'attesa una vana
-parola e un'inutile promessa, fa del ritorno un'inutile speranza e una
-folle illusione. Non si ritorna mai a quello che s'è lasciato. Mai si
-riallaccia, mai si riannoda quello che s'è interrotto. Se la vita perde
-una maglia tutto è da ricominciare. E tu sognasti l'amore, una sera,
-una sera di plenilunio come questa, davanti a questo stesso mare, tu
-sognasti l'amore e tu fosti forte, per ottenerlo, contro un assente. Ma
-l'assente è ritornato. La vita è ricominciata, diversa. E quello che
-è ritornato, per riottenere l'amore, è stato a sua volta forte contro
-te assente. E ora, poichè il posto è suo, non c'è più posto per te. Io
-esco dal tuo cuore. E tu te ne vai. La strada è nemica al destino degli
-uomini, è nemica del sogno di felicità poichè ad ogni passo è l'ignoto,
-poichè ogni giorno seppellisce nella polvere rossa della sua aurora il
-giorno che l'ha preceduto. E, per il cuore, è sempre domani...
-
-Ma un'altra voce parla a Fiorvante, un'altra voce che è quella d'un
-sogno nuovo:
-
-— Sì, per il cuore, la vita è sempre domani... Ed io sono, amico che
-riparti, il tuo domani... Se una felicità quaggiù t'è stata carpita,
-un'altra felicità tu hai lasciata lontano, ad aspettar follemente
-l'impossibile... Non sempre assenza vuol dire addio: talvolta
-assenza vuol dire eterno ricordo, insanabile rimpianto, disperata
-inconsolabilità... Domani, domani... Domani è la piccola donna rimasta
-laggiù, domani è la creatura eroica che t'ha salvato la vita, non per
-sè, ma per gli altri, non per tenersela, ma per donarla, ineffabile
-olocausto al diritto di quelli che son venuti prima... E tu, fedele
-al diritto di quelli che son venuti prima, hai lasciato un cuore
-appassionato senza speranze, per sempre... Ma il piccolo cuore ti
-disse: «Non avrò mai altro sogno se questo sogno è impossibile e non
-avrò mai altro amore se amarvi non m'è concesso...». Domani, amico,
-è laggiù, oltremare, oltre la tua vita d'oggi, oltre il tuo sogno
-caduto... Pochi giorni di navigazione verso la terra promessa... e
-tu sarai felice... Io, sogno, più leggero di te, volerò laggiù prima
-di te, dirò a colei che ti aspetta senza speranza: «Il miracolo è
-compiuto. E la tua felicità, cui dicesti addio per sempre, sta per
-ritornare...»
-
-Ma Pierotto chiama, con voce sorda, dal cancello:
-
-— Padrone, andiamo.
-
-E Fiorvante va, quasi senza dolore, perchè ogni giorno seppellisce
-nella polvere rossa della sua aurora il giorno che l'ha preceduto. E,
-per il cuore, è sempre domani...
-
-Domani...
-
-
-65.
-
-Fiorvante ha chiesto al Ministero di poter tornare ad imbarcarsi per
-l'Estremo Oriente. Da otto giorni, in compagnia d'un amico, seguito da
-Pierotto che questa volta non lo lascerà dovesse andare a nuoto fino in
-Cina, da otto giorni Fiorvante, a Montecarlo, attende che il Ministero
-risponda, che l'ordine venga...
-
-Ma Pierotto entra come quando ha buone notizie da portare: un fulmine,
-a ciel sereno.
-
-— C'è un amico. Il guardiamarina Francucci.
-
-La cosa, che sembra far gran piacere a Pierotto, non sembra farne
-affatto a Fiorvante, il quale fa cenno al marinaio di far entrare e
-rivoltosi all'amico chiede:
-
-— Che cosa vorrà questo ragazzo da me?... Perchè vengono ad annoiarmi
-ed a scovarmi fin qui?
-
-Francucci è entrato, timido, impacciato. Non sa che dire. Poi diventa
-tutto rosso e osa mormorare:
-
-— C'è di là... sua moglie...
-
-Pierotto ride, felice. Fiorvante è balzato in piedi e Mimì, senza
-aspettare che le dicano d'entrare, è già entrata, s'è gettata ai
-piedi di Fiorvante ripiombato a sedere ed ha il capo su le ginocchia
-di lui... Francucci e l'amico sentono ch'è un gran momento e si
-allontanano per lasciarli liberi...
-
-— Io non voglio lasciarti, mormora Mimì. Io non voglio... Io ti amo! Ti
-amo!
-
-E si stringe a lui, per abbracciarlo, per raggiungere il suo viso, la
-sua bocca. Ma Fiorvante sorride melanconicamente e scuote il capo:
-
-— No... Tu non mi ami più, Mimì... Tu hai pietà... E non è la stessa
-cosa...
-
-Come si dispera, Mimì! Come si aggrappa, Mimì! Come vorrebbe che
-Fiorvante se l'abbracciasse, la prendesse su le ginocchia e le desse
-forza... Ma Fiorvante le solleva il viso nascosto, e, prese le sue
-tempie nelle mani, la guarda in fondo agli occhi e in fondo all'anima
-e l'ammonisce:
-
-— No... Non posso accettare il tuo sacrificio d'onore... Non
-rinunziare, Mimì alla tua felicità se la tua felicità è quella... La
-vita è una sola...
-
-E Mimì che sa quanto Fiorvante ha ragione e non vorrebbe che l'avesse,
-scoppia a piangere dirottamente. I due amici appaiono, oltre la
-vetrata, nell'altra stanza. E Fiorvante, fatto un cenno, chiamati gli
-amici, solleva da terra Mimì:
-
-— Francucci... La riaccompagni.
-
-
-66.
-
-Pierotto gli ha dato notizie: sa, Fiorvante, che Mimì è ripartita con
-Francucci, senza lacrime, quasi senza pena. È ripartita, per sempre.
-Ardea l'aspetta laggiù, in un altro paese, per un'altra vita. Ed egli
-che l'ha tanto amata, non la rivedrà mai più...
-
-Mai più...
-
-E perchè non soffre? Perchè non piange? Perchè non sente l'orrore
-dell'indifferenza che segue l'estasi, del buio freddo in cui s'affonda
-il sole? È tranquillo, pacificato, quasi sereno... Vorrebbe piangere:
-non ha lacrime. Vorrebbe ricordare: non ha ricordi. I ricordi si
-perdono, pallidi, indecisi, non più realtà, ma ombre...
-
-Ombre d'un passato che la luce della vita nuova cancella, impressioni
-del tramonto, rimaste non su le cose ma negli occhi, e che lo splendore
-della nuova aurora disperde...
-
-Eterna vicenda d'ombre e di luci, incessante rinnovamento, infinita
-rinascita del giorno dalle sue ceneri...
-
-Vita!
-
-
-67.
-
-Una sera, pochi giorni dopo, in una busta ministeriale, l'ordine
-d'imbarco per l'Estremo Oriente è giunto. Fiorvante è sùbito corso su
-la soglia della sua camera da letto ove Pierotto riordinava nei comò:
-
-— Fa' presto, Pierotto... Le valigie in due ore... Domattina si parte.
-
-Si parte? Che gioia ha Pierotto e come batte le mani... E come si dà da
-fare, un quarto d'ora dopo, mentre il suo padrone, col suo amico, esce
-di casa e traversa i giardini diretto al _Casino_.
-
-E, alla svoltata d'un viale, un _alt_ improvviso, un colpo al cuore,
-la mano al cappello. Maud, colei che lo doveva aspettare inconsolabile,
-colei ch'egli doveva raggiungere laggiù, in Cina, per consolarla, Maud
-è davanti a lui, rossa in volto, le mani incerte.
-
-— Son qui da un mese, ella spiega. Mio padre è in Europa, per tre mesi,
-in congedo... E ha voluto che io l'accompagnassi.
-
-Ma, più che su Maud, gli occhi di Fiorvante si posano su quel
-giovanotto rimasto indietro e che ora fa cenno a Maud di presentarlo.
-
-— Mister Treddles... mio fidanzato..
-
-Fiorvante sobbalza. Il fidanzato viene avanti con un sorriso, la mano
-stesa. E Fiorvante non può parlare, non parla... Troppe cose egli
-avrebbe da dire... Ci rinunzia e, del resto, già Maud, rossa in volto,
-tende la mano a Fiorvante e s'allontana col giovane inglese che, non
-appena rimasti soli, ombroso come tutti gl'innamorati, chiede notizie
-e spiegazioni... E Maud spiega:
-
-— L'ho conosciuto in Cina... Sei mesi or sono... prima d'incontrar
-voi...
-
-E il piccolo incontro, la grande tragedia, dalle due parti, non hanno
-altre parole...
-
-
-68.
-
-S'affatica, Pierotto, a preparare, dagli armadii al comò, dal comò
-agli armadii, dal salotto al bagno, dal bagno alla camera da letto,
-affinchè il padrone trovi tutto pronto, le valigie chiuse, e dica, come
-al solito, battendogli una mano su la spalla:
-
-— Bravo!
-
-Ancora due cassetti da vuotare e le cinghie da stringere. E niente
-altro. Poi il padrone può ritornare. Il padrone è servito, come sa
-servire Pierotto: da soldato, fedele agli ordini.
-
-Ma la porta s'apre dietro le sue spalle e la voce del padrone risuona:
-
-— Lascia, Pierotto... Non parto più.
-
-L'ha visto nello specchio, senza volgersi, Pierotto: pallido, contratto
-il viso, l'aria dei suoi giorni peggiori. Ed è rimasto li, una camicia
-in una mano, un pacco di cravatte nell'altra, la bocca spalancata, gli
-occhi che interrogano...
-
-Chi interrogano? Già Fiorvante è sparito dalla porta. È nell'altra
-stanza, nel salotto, col suo amico. S'è seduto e ha fatto sedere
-l'amico vicino a sè:
-
-— Vedi?... Due volte lontano, due volte dimenticato...
-
-Luce cruda e sfacciata delle stanze d'albergo, luce senza veli, senza
-penombre, luce fatta per chi non ha dolore da nascondere, per chi non
-ha nell'anima oscurità che chiedan l'ombra anche fuori... Fiorvante ha
-chiamato Pierotto:
-
-— Spegni.
-
-E Pierotto ha spento ed è rimasto lì, nella penombra, a guardare il
-suo padrone illuminato nel viso da quella sola lampadina ch'è su la
-tavola, piccolo fiore cupo, sotto il paralumino viola. E ode Fiorvante
-aggiungere con la voce grave e profonda che vien su dal fondo più
-profondo dell'anima:
-
-— Ed è giusto che sia così... Non può essere che così...
-
-C'è un silenzio. E Fiorvante dice ancora parlando più a sè stesso che
-al suo amico taciturno:
-
-— Il cuore dimentica... La vita cammina...
-
-Il suo padrone soffre. Come soffre il suo padrone!... Lo sente dalla
-sua voce, Pierotto, dalla sua voce che squilla, giovane e forte,
-nell'ora lieta, che si fa cupa, velata di lacrime, quando il cuore
-fa male. E Pierotto s'è accucciato a terra, s'è trascinato fino al
-padrone, cane fedele che non si stacca dal capezzale quando il padrone
-è malato...
-
-E ancora una volta la voce di Fiorvante ripete:
-
-— Il cuore dimentica... La vita cammina...
-
-Di sotto in su Pierotto lo guarda: ha gli occhi pieni di lacrime, ma
-un sorriso appare agli angoli della bocca, su le labbra dolorose: un
-sorriso che è una smorfia.
-
-— Ti rammenti? Il piccolo racconto cinese che leggevamo a bordo e che
-anche a te piaceva tanto nella sua desolata, amara verità... Madama
-Lu... Il ventaglio bianco...
-
-E, dal petto, dalla gola, da tutto l'essere di Fiorvante prorompe una
-risata che suona grottesca e tragica nella stanza, una risata che fa
-male a sentirla. E ancora la voce, tra le risa, ripete:
-
-— Il ventaglio bianco... Il ventaglio bianco...
-
-Pierotto non sa mai bene perchè fa le cose. Non è uno psicologo,
-Pierotto... Ma le fa. E a vedere il suo padrone con gli occhi pieni
-di lacrime, a sentirlo ridere così, si trascina ancora sul tappeto
-e bacia, senza che il padrone se ne accorga, la mano ch'egli ha
-abbandonata, giù dalla poltrona, verso terra...
-
-
-69.
-
-E Fiorvante rivede laggiù, in fondo, nel buio della stanza, Madama Lu
-che fa vento su la sepoltura del signor Tao, affinchè la terra possa
-asciugarsi più presto, Madama Lu che fa vento col suo bel ventaglio
-bianco, il ventaglio più bello e più bianco che si sia mai veduto...
-
-
-70.
-
-Cina, racconti e paesaggi cinesi, fantasie del Celeste Impero, nel
-mondo dei favolosi incanti dove le donne son fiori e dove gli Dei son
-di porcellana, favole di lontananza e d'impossibile, poesia e filosofia
-d'Estremo Oriente, favole d'un mondo vecchissimo e nuovissimo ancora,
-favole di laggiù, verità di quaggiù, racconti d'Estremo Oriente che
-chiudon le verità dell'Estremo Occidente, tremenda monotonia del mondo,
-dove il male è sempre uguale, dove l'uomo è sempre lo stesso, dove
-la storia è sempre quella, poesia che tutti sognano, in cui nessuno
-crede e che tutti tramandano, verità di cui tutti soffrono, cui nessuno
-sfugge e che nessuno insegna, pena e vergogna d'essere uomini e niente
-altro che uomini, piccole cose d'un immenso mondo, immenso mondo di
-piccole cose...
-
- . . . . . . .
-
-Madama Lu del giuramento fedele, Madama Lu della vita che non si ferma
-sui caduti o su gli sperduti, tu hai prestato a Mimì, a Maud, tu presti
-sempre a tutte il tuo bel ventaglio bianco che col muovere delle sue
-penne leggere abbrevia il tempo del ricordo fedele e allunga quello
-dell'oblio inevitabile... Ma ci sarà un giorno anche per te, Madama
-Lu, per il tuo nome che tu avrai scritto su la terra umida delle tue
-lacrime — ci sarà per asciugare più presto, per più presto cancellare
-— ci sarà un giorno Madama Lu, un ventaglio bianco anche per te....
-
-
-FINE.
-
-
- _Rocca S. Casciano, 1922. — Prem. Stab. Tip. Licinio Cappelli._
-
-
-
-
-Opere di Lucio d'Ambra
-
-
-=Romanzi e novelle=
-
- _Il Miraggio_, romanzo — 2ª edizione.
- _L'Oasi_, romanzo — 3º migliaio.
- _L'Ardore di Settembre_, novelle (esaurito.)
- _L'Amore e il Tempo_, novelle.
- _Il «Damo Viennese»_, romanzo — 8º migliaio.
- _Il Re, le Torri, gli Alfieri_, romanzo — 6º migliaio.
- _La Rivoluzione in sleeping-car_, romanzo — 15º migliaio.
- _L'Ombra della Gloria_, romanzo — 10º migliaio.
- _Il Mestiere di marito_, romanzo.
- _L'Uomo che ha fatto uscire il Papa_, romanzo — 10º migliaio.
- _Il Trampolino per le Stelle_, novelle — 5º migliaio.
- _Mister Wiskey, mio rivale_, romanzo (di prossima pubblicazione).
- _La Commedia a Pontassieve_, novelle (di prossima pubblicazione).
- _Madame Pompadourette_, romanzo (in preparazione).
-
-=Teatro=
-
- Vol. I. — _L'Amore ricama_, 1 atto — _Castello di carte_, 1 atto —
- _Marionette_, 1 atto — _Fantasia_, 1 atto — _La Destra e la
- Sinistra_, 1 atto — _Acqua acqua, fuoco fuoco_, 1 atto — _I miei
- amici di Sans-Souci_, 1 atto.
- Vol. II. — _Acqua stagnante_, 3 atti — _La via di Damasco_, 3 atti —
- _Il Giardino d'Armida_, 2 atti.
- Vol. III. (In collaborazione con Giuseppe Lipparini) — _Il Bernini_,
- 4 atti, in versi — _Goffredo Mameli_, 5 atti, in versi — _Il
- Matrimonio improvviso_, 3 atti._
- Vol. IV. — _Effetti di luce_, 2 atti — _Gli Angeli Custodi_, 3 atti —
- _Gli Esuli_, 4 atti.
- Vol V. — _La Diva della Scala_, 4 atti — _La Frontiera_, 3 atti.
-
-=Critica=
-
- _Le Opere e gli Uomini_, 1ª serie.
- _Le Opere e gli Uomini_, 2ª serie (di prossima pubblicazione).
- _Storia della Letteratura Francese_.
- _La Commedia dal mio palco_ (1ª serie) Rassegne drammatiche
- della «Nuova Antologia» (in preparazione).
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-
-
-
-
-End of Project Gutenberg's Il trampolino per le stelle, by Lucio D'Ambra
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL TRAMPOLINO PER LE STELLE ***
-
-***** This file should be named 52744-0.txt or 52744-0.zip *****
-This and all associated files of various formats will be found in:
- http://www.gutenberg.org/5/2/7/4/52744/
-
-Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
-Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This
-file was produced from images generously made available
-by The Internet Archive)
-
-
-Updated editions will replace the previous one--the old editions will
-be renamed.
-
-Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright
-law means that no one owns a United States copyright in these works,
-so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United
-States without permission and without paying copyright
-royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part
-of this license, apply to copying and distributing Project
-Gutenberg-tm electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG-tm
-concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark,
-and may not be used if you charge for the eBooks, unless you receive
-specific permission. If you do not charge anything for copies of this
-eBook, complying with the rules is very easy. You may use this eBook
-for nearly any purpose such as creation of derivative works, reports,
-performances and research. They may be modified and printed and given
-away--you may do practically ANYTHING in the United States with eBooks
-not protected by U.S. copyright law. Redistribution is subject to the
-trademark license, especially commercial redistribution.
-
-START: FULL LICENSE
-
-THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE
-PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK
-
-To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free
-distribution of electronic works, by using or distributing this work
-(or any other work associated in any way with the phrase "Project
-Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full
-Project Gutenberg-tm License available with this file or online at
-www.gutenberg.org/license.
-
-Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project
-Gutenberg-tm electronic works
-
-1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm
-electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to
-and accept all the terms of this license and intellectual property
-(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all
-the terms of this agreement, you must cease using and return or
-destroy all copies of Project Gutenberg-tm electronic works in your
-possession. If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a
-Project Gutenberg-tm electronic work and you do not agree to be bound
-by the terms of this agreement, you may obtain a refund from the
-person or entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph
-1.E.8.
-
-1.B. "Project Gutenberg" is a registered trademark. It may only be
-used on or associated in any way with an electronic work by people who
-agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few
-things that you can do with most Project Gutenberg-tm electronic works
-even without complying with the full terms of this agreement. See
-paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project
-Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this
-agreement and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm
-electronic works. See paragraph 1.E below.
-
-1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the
-Foundation" or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection
-of Project Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual
-works in the collection are in the public domain in the United
-States. If an individual work is unprotected by copyright law in the
-United States and you are located in the United States, we do not
-claim a right to prevent you from copying, distributing, performing,
-displaying or creating derivative works based on the work as long as
-all references to Project Gutenberg are removed. Of course, we hope
-that you will support the Project Gutenberg-tm mission of promoting
-free access to electronic works by freely sharing Project Gutenberg-tm
-works in compliance with the terms of this agreement for keeping the
-Project Gutenberg-tm name associated with the work. You can easily
-comply with the terms of this agreement by keeping this work in the
-same format with its attached full Project Gutenberg-tm License when
-you share it without charge with others.
-
-1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern
-what you can do with this work. Copyright laws in most countries are
-in a constant state of change. If you are outside the United States,
-check the laws of your country in addition to the terms of this
-agreement before downloading, copying, displaying, performing,
-distributing or creating derivative works based on this work or any
-other Project Gutenberg-tm work. The Foundation makes no
-representations concerning the copyright status of any work in any
-country outside the United States.
-
-1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg:
-
-1.E.1. The following sentence, with active links to, or other
-immediate access to, the full Project Gutenberg-tm License must appear
-prominently whenever any copy of a Project Gutenberg-tm work (any work
-on which the phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the
-phrase "Project Gutenberg" is associated) is accessed, displayed,
-performed, viewed, copied or distributed:
-
- This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
- most other parts of the world at no cost and with almost no
- restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it
- under the terms of the Project Gutenberg License included with this
- eBook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the
- United States, you'll have to check the laws of the country where you
- are located before using this ebook.
-
-1.E.2. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is
-derived from texts not protected by U.S. copyright law (does not
-contain a notice indicating that it is posted with permission of the
-copyright holder), the work can be copied and distributed to anyone in
-the United States without paying any fees or charges. If you are
-redistributing or providing access to a work with the phrase "Project
-Gutenberg" associated with or appearing on the work, you must comply
-either with the requirements of paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 or
-obtain permission for the use of the work and the Project Gutenberg-tm
-trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or 1.E.9.
-
-1.E.3. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is posted
-with the permission of the copyright holder, your use and distribution
-must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any
-additional terms imposed by the copyright holder. Additional terms
-will be linked to the Project Gutenberg-tm License for all works
-posted with the permission of the copyright holder found at the
-beginning of this work.
-
-1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg-tm
-License terms from this work, or any files containing a part of this
-work or any other work associated with Project Gutenberg-tm.
-
-1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this
-electronic work, or any part of this electronic work, without
-prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with
-active links or immediate access to the full terms of the Project
-Gutenberg-tm License.
-
-1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary,
-compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including
-any word processing or hypertext form. However, if you provide access
-to or distribute copies of a Project Gutenberg-tm work in a format
-other than "Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official
-version posted on the official Project Gutenberg-tm web site
-(www.gutenberg.org), you must, at no additional cost, fee or expense
-to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a means
-of obtaining a copy upon request, of the work in its original "Plain
-Vanilla ASCII" or other form. Any alternate format must include the
-full Project Gutenberg-tm License as specified in paragraph 1.E.1.
-
-1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying,
-performing, copying or distributing any Project Gutenberg-tm works
-unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9.
-
-1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing
-access to or distributing Project Gutenberg-tm electronic works
-provided that
-
-* You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from
- the use of Project Gutenberg-tm works calculated using the method
- you already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed
- to the owner of the Project Gutenberg-tm trademark, but he has
- agreed to donate royalties under this paragraph to the Project
- Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid
- within 60 days following each date on which you prepare (or are
- legally required to prepare) your periodic tax returns. Royalty
- payments should be clearly marked as such and sent to the Project
- Gutenberg Literary Archive Foundation at the address specified in
- Section 4, "Information about donations to the Project Gutenberg
- Literary Archive Foundation."
-
-* You provide a full refund of any money paid by a user who notifies
- you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he
- does not agree to the terms of the full Project Gutenberg-tm
- License. You must require such a user to return or destroy all
- copies of the works possessed in a physical medium and discontinue
- all use of and all access to other copies of Project Gutenberg-tm
- works.
-
-* You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of
- any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the
- electronic work is discovered and reported to you within 90 days of
- receipt of the work.
-
-* You comply with all other terms of this agreement for free
- distribution of Project Gutenberg-tm works.
-
-1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project
-Gutenberg-tm electronic work or group of works on different terms than
-are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing
-from both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and The
-Project Gutenberg Trademark LLC, the owner of the Project Gutenberg-tm
-trademark. Contact the Foundation as set forth in Section 3 below.
-
-1.F.
-
-1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable
-effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread
-works not protected by U.S. copyright law in creating the Project
-Gutenberg-tm collection. Despite these efforts, Project Gutenberg-tm
-electronic works, and the medium on which they may be stored, may
-contain "Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate
-or corrupt data, transcription errors, a copyright or other
-intellectual property infringement, a defective or damaged disk or
-other medium, a computer virus, or computer codes that damage or
-cannot be read by your equipment.
-
-1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right
-of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project
-Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project
-Gutenberg-tm trademark, and any other party distributing a Project
-Gutenberg-tm electronic work under this agreement, disclaim all
-liability to you for damages, costs and expenses, including legal
-fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT
-LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE
-PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE
-TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE
-LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR
-INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH
-DAMAGE.
-
-1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a
-defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can
-receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a
-written explanation to the person you received the work from. If you
-received the work on a physical medium, you must return the medium
-with your written explanation. The person or entity that provided you
-with the defective work may elect to provide a replacement copy in
-lieu of a refund. If you received the work electronically, the person
-or entity providing it to you may choose to give you a second
-opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If
-the second copy is also defective, you may demand a refund in writing
-without further opportunities to fix the problem.
-
-1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth
-in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS', WITH NO
-OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT
-LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.
-
-1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied
-warranties or the exclusion or limitation of certain types of
-damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement
-violates the law of the state applicable to this agreement, the
-agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or
-limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or
-unenforceability of any provision of this agreement shall not void the
-remaining provisions.
-
-1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the
-trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
-providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in
-accordance with this agreement, and any volunteers associated with the
-production, promotion and distribution of Project Gutenberg-tm
-electronic works, harmless from all liability, costs and expenses,
-including legal fees, that arise directly or indirectly from any of
-the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this
-or any Project Gutenberg-tm work, (b) alteration, modification, or
-additions or deletions to any Project Gutenberg-tm work, and (c) any
-Defect you cause.
-
-Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm
-
-Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
-electronic works in formats readable by the widest variety of
-computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
-exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
-from people in all walks of life.
-
-Volunteers and financial support to provide volunteers with the
-assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
-goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
-remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
-Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
-and permanent future for Project Gutenberg-tm and future
-generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
-Sections 3 and 4 and the Foundation information page at
-www.gutenberg.org Section 3. Information about the Project Gutenberg
-Literary Archive Foundation
-
-The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
-501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
-state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
-Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
-number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by
-U.S. federal laws and your state's laws.
-
-The Foundation's principal office is in Fairbanks, Alaska, with the
-mailing address: PO Box 750175, Fairbanks, AK 99775, but its
-volunteers and employees are scattered throughout numerous
-locations. Its business office is located at 809 North 1500 West, Salt
-Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up to
-date contact information can be found at the Foundation's web site and
-official page at www.gutenberg.org/contact
-
-For additional contact information:
-
- Dr. Gregory B. Newby
- Chief Executive and Director
- gbnewby@pglaf.org
-
-Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
-Literary Archive Foundation
-
-Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
-spread public support and donations to carry out its mission of
-increasing the number of public domain and licensed works that can be
-freely distributed in machine readable form accessible by the widest
-array of equipment including outdated equipment. Many small donations
-($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
-status with the IRS.
-
-The Foundation is committed to complying with the laws regulating
-charities and charitable donations in all 50 states of the United
-States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
-considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
-with these requirements. We do not solicit donations in locations
-where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
-DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
-state visit www.gutenberg.org/donate
-
-While we cannot and do not solicit contributions from states where we
-have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
-against accepting unsolicited donations from donors in such states who
-approach us with offers to donate.
-
-International donations are gratefully accepted, but we cannot make
-any statements concerning tax treatment of donations received from
-outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
-
-Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
-methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
-ways including checks, online payments and credit card donations. To
-donate, please visit: www.gutenberg.org/donate
-
-Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works.
-
-Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
-Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be
-freely shared with anyone. For forty years, he produced and
-distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of
-volunteer support.
-
-Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
-editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
-the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
-necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
-edition.
-
-Most people start at our Web site which has the main PG search
-facility: www.gutenberg.org
-
-This Web site includes information about Project Gutenberg-tm,
-including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
-subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks.
-