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If you are not located in the United States, you'll have -to check the laws of the country where you are located before using this ebook. - -Title: La vita Italiana nel Risorgimento (1849-1861), parte III - Quarta serie - Lettere e arti - -Author: Various - -Release Date: March 22, 2016 [EBook #51528] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA (1849-1861), PARTE III *** - - - - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - - - - - - - LA - VITA ITALIANA - NEL - RISORGIMENTO - - (1849-1861) - - QUARTA SERIE - - - III. - - LETTERE E ARTI. - - - Autori e Attori drammatici GUIDO MAZZONI. - La sincerità nell'Arte. - (_L'Arte dal '48 ai '61_) UGO OJETTI. - Le prime glorie di Giuseppe Verdi PIETRO MASCAGNI. - Il risveglio degli studi dell'antichità - classica GIROLAMO VITELLI. - - - - FIRENZE - R. BEMPORAD & FIGLIO - _LIBRAI-EDITORI_ - 1901 - - - - - PROPRIETÀ LETTERARIA - - RISERVATI TUTTI I DIRITTI. - - _Gli editori_ R. BEMPORAD & FIGLIO _dichiarano contraffatte - tutte le copie non munite della seguente firma:_ - - [Illustrazione: firma manoscritta] - - Firenze, 1901. — Società Tip. Fiorentina, Via S. Gallo, 33 - - - - -AUTORI E ATTORI DRAMMATICI tra il 1849 e il 1861. - -CONFERENZA DI GUIDO MAZZONI. - - - _Signore e Signori,_ - -Il Voltaire, con una delle sue arguzie felici, definì il pubblico de' -teatri un animale contemperato di quattro nature diverse: un asino, -una scimmia, un pappagallo, un serpente. Non è difficile intenderne -la ragione. L'asino, perchè il pubblico ha troppo spesso le orecchie -lunghe; la scimmia, perchè un applauso di gente stipendiata ad -applaudire basta non di rado per far battere le mani a tutti quanti gli -spettatori; il pappagallo, perchè il giudizio di pochi diviene subito -il giudizio o il pregiudizio dei più, che forse non avranno pensato -mai nè sentito a quel modo; il serpente poi.... perchè il Voltaire era -stato qualche volta fischiato anche lui! - -Le quattro nature mi sarebbe facile rintracciarle e dimostrarle a una, -a una anche nel pubblico italiano dal 1849 al 1861, a proposito degli -attori che si presentarono e delle opere che si rappresentarono allora -su' nostri teatri: mi sarebbe facile dimostrarvele se la strettezza del -tempo mi concedesse di abbondare in aneddoti. Ma almeno un'osservazione -credo di dovere aggiungere qui, prima di mettere da parte la maliziosa -definizione del Voltaire; ed è che per tali anni ci fu in esso pubblico -anche un po' della volpe e anche un po' del leone: della volpe per -la sottigliezza furbesca del deludere e mettere nel sacco, come -nell'antica epopea animalesca, i lupi delle imperiali, regie, ducali e -pontificie censure; del leone per certi generosi impulsi che facevano -di tanto in tanto sobbalzare gli uditori, mentre, dopo le sciagure -del '49, si preparava, quasi nel silenzio d'un forte raccoglimento, la -riscossa d'Italia. - -Un asino, una scimmia, un pappagallo, un serpente, una volpe, un leone, -vi sembrano forse troppi? Ma riflettete che alla bestiale nomenclatura -manca almeno un altro animale, cui mi sarebbe forza accennare -quando non avessi a discorrere de' nostri padri e de' nonni che si -sollazzavano ridendo delle farse gioconde, e mi trovassi invece a far -da cronista de' pubblici più moderni che se la godono sghignazzando -dinanzi a certi spettacoli pruriginosi. - - -I. - -Quanto meglio aver della volpe e del leone! E di qualità magnanime e -astute c'era davvero bisogno, in quell'ultimo decennio in cui l'Austria -e i governi restaurati oppressero la patria e cercarono quasi da per -tutto di rinfiacchirne l'anima, o distoglierla dalle alte visioni -sognate innanzi; le alte visioni dell'indipendenza e della libertà. La -censura non adoprò mai tanto le forbici quanto allora. - -Una _Bianca Capello_ (sic) di Giovanni Sabbatini, nel 1844, era -stata proibita negli stati di Sua Maestà imperiale apostolica, e poi -in quelli del duca di Modena, e sequestrata a Modena nelle stampe, -perchè.... Ve lo dirà questo dialogo che par di commedia, ed è, -a proposito di un dramma storico, un racconto di storia vera. Il -Sabbatini si presenta al conte Riccini, Ministro di Buon governo, come -lo chiamavano, del Rogantino di Modena, Francesco IV, a ottenere che -sia tolto il sequestro; e ne è accolto così: - -— Ah, lei dunque scrive di queste porcherie? - -— Ma.... come, Eccellenza? un dramma storico, approvato (per la stampa) -dalla Censura di Milano? - -— Storico, storico! Ce n'è tanta della storia senza andare a pescar -fuori queste sozzure! E poi la storia!... Chi è che fa la storia dei -principi? I nemici dei principi, i ribelli! Figuriamoci che belle -storie possono fare! — - -E siccome l'autore insisteva sulle approvazioni già regolarmente -ottenute, il conte concluse: - -— Io intanto le dico ch'ella non è niente affatto in regola. Non so -com'ella osi insistere. La è una porcheria! Mi pare che quando il -Ministro di Buon governo le canta chiaro e tondo questo giudizio, basti -perchè ella non abbia più da insistere d'essere in regola. — - -Bisognò che il povero Sabbatini si desse per vinto. E voi forse -crederete ch'egli fosse un riscaldato, un acceso, e che la sua _Bianca -Capello_ fosse Dio sa qual covo di viperine allusioni liberalesche? -Nemmeno per sogno; tanto ch'egli stesso diventò poi, a Torino, un -censore drammatico! Ma nel fatto della fuga della Cappello da Venezia -col Bonaventuri, e de' suoi successivi amori a Firenze con Francesco -II granduca, e della morte del Bonaventuri, e di quella di Francesco II -e di lei, quale allora da tutti era stimato vero e certo storicamente, -il conte Riccini vedeva solo una seduzione, un rapimento, un omicidio, -commessi da un regnante; roba da Carbonari, roba da Mazziniani, ne -fosse o no colpevole il Sabbatini. - -— Caro signor Sabbatini, — concluse il conte, — la badi a un vecchio; -qui non è più il Ministro che le parla, ma il suo buon amico Riccini, -che le dà un consiglio. Tratti altri argomenti.... Non si lasci guidare -dalla moda e dai guastamestieri che col pretesto della letteratura -pescano nel torbido.... — - -L'autore ebbe anche a ringraziare de' paterni consigli; e stava per -andarsene, quando Sua Eccellenza lo richiamò, e porgendogli la penna -intinta nell'inchiostro, e la copia a stampa del dramma incriminato, -che si era fin allora tenuta lì innanzi sullo scrittoio, gli chiese un -piacere: — Desidero, caro signor Sabbatini, di avere il suo autografo. -Favorisca scriverci su, ch'ella mi fa dono del suo bel lavoro. — - -E come l'altro lo guardava stupefatto e titubante: - -— Sì, un bel lavoro letterario; il Ministro, governativamente parlando, -lo deve biasimare, ma il Riccini deve felicitarsene coll'autore. -Favorisca scrivere. - -— Ubbidisco! — fu costretto a rispondere il Sabbatini, e scrisse sul -libro: «A S. E. il signor Conte Gerolamo Riccini l'autore in segno di -ossequiosa stima.» Non ci fu mai dedica men veritiera (e voi sapete -che soltanto le epigrafi mortuarie son più bugiarde delle dediche). -Racconta infatti il Sabbatini medesimo, che se n'andò crollando la -testa ed esclamando tra sè: — E a gente tale si dà il governo dei -popoli! — Tanto sentiva quella ossequiosa stima che aveva dovuto -affermare e firmare in una dichiarazione autografa. - -_Nazione_ era parola da doversi sopprimere (diceva un censore) perchè -non poteva riferirsi ad altro che ad una vera utopia, e offendeva -i legittimi governi: la frase _ogni libera voce_ era una pericolosa -affermazione: _quella pazienza, virtù grande degli Italiani_ sembrava -che sonasse male, e che neppure essa, in un certo senso, fosse frase -innocente. Che più? Paolo Ferrari racconta (e ormai siam dopo il -1848-49) che due personaggi di commedia, il principe Leopoldo Roccalba -e il duca di Monteforte, divennero, per la censura di Modena, quegli -marchese, e questi conte; perchè là erano proibiti nelle commedie i -titoli di imperatore, re, principe, duca. Ma nella Toscana non piaceva -in bocca di attori il nome di Leopoldo, che era quel del granduca, e -la censura vi mutò Leopoldo in Arturo. Poi a Roma Arturo e il conte, -nelle loro esclamazioni amichevoli, doverono schivare di nominare Dio: -racconta la Ristori che là non si poteva dire _curato_ nemmeno come -participio del verbo _curare_: e Arturo fu per ciò costretto a dire -al conte, non più — Mio Dio! sei diventato grasso! — Ma — Oh ciel! sei -diventato grasso! — Per ultimo, siccome quella fiorente salute il conte -la doveva alla buona aria di Napoli, e l'autore gli aveva fatto dire: - - . . . È naturale. Di Napoli son stato - A ber l'aure vulcaniche: sotto quel cielo ardente - L'alma di caldi sensi ringiovanir si sente . . . - -la censura napoletana, insospettita di quel _vulcaniche_, di -quell'_ardente_, di quel _caldi_, cancellò tutto, e volle invece: - - ART. Oh ciel! Sei diventato - Ben grasso! - CONTE È naturale! A Napoli son stato! - -Come se a Napoli fosse necessario l'ingrassare! - -Tutta la scena meriterebbe di essere così raffrontata; e da più altre -correzioni simili potrei agevolmente trarre il riso vostro, o signori. -Una almeno valga a confermare i ridicoli abusi in che l'officio del -censore quasi inevitabilmente doveva, di tanto in tanto, cadere. A -Venezia era impiegato nella censura un certo Pino Marzio: quando il -Ferrari introdusse nel _Goldoni e le sue sedici commedie_ il Marzio -famoso per la commedia goldoniana, il signor Pino Marzio non volle che -il suo casato fosse vituperato così; e cambiò Marzio in Ser Taddeo. -Come fare allora per la promessa delle sedici commedie nuove, là dove -il Ferrari rappresenta il Goldoni nell'atto di annunziarle alla platea -che poco innanzi fischiava e ora lo acclama? — _Don Marzio alla bottega -del caffè_, osservava il Ferrari al censore, è un titolo storico; quivi -almeno bisognerà lasciare Marzio, se no il pubblico si accorgerà del -mutamento! — Non ci fu verso, e i Veneziani si sentirono annunziare, -non _Don Marzio_, ma _Don Marco alla bottega del caffè_. - -Volpi fini bisognava essere per cogliere, traverso queste smozzicature -e questi veli, l'intenzione dell'autore; per ridere a tempo della -goffaggine dei governanti; per applaudire a tempo ogni accenno, fosse -pur incerto e remoto, dell'idealità segreta in ogni petto italiano. Le -cronache teatrali son piene di documenti per sì fatta corrispondenza -tra gli autori e gli spettatori. Dopo aver ben bene tagliato e -rimpastato, le polizie si trovavano innanzi, ad ogni momento, uno -scartafaccio più incendiario che mai: tra le righe del copione -approvato lo scriveva via via, quasi con inchiostro clandestino, il -sentimento nazionale; e il caldo della ribalta lo faceva colorirsi e -apparir fuori, tra le risa o gli applausi, sotto gli occhi stupiti de' -revisori, che prima non ci avevano letto niente. - -Quanto poi a quelli che dianzi chiamavo gli impulsi generosi del leone, -basta ripensare agli effetti ottenuti da Gustavo Modena, nel recitare -la _Divina Commedia_. Che più innocente di un canto di Dante? non -scrisse egli nel secolo XIV? che pericolo ci poteva essere ormai in una -pagina del teologico _Paradiso_? - -La massima difficoltà che ha da superare un lettore di Dante a me -par che sia questa: il poema è autobiografico, e nel tempo stesso -rappresenta le cose e le anime in modo tale che il lettore mal può -guardarsi dal cadere nella declamazione drammatica. Ernesto Rossi, per -esempio, che tanto valeva per altre parti, a me non riusciva quale lo -avrei voluto io, perchè faceva dell'episodio dei ladri non tanto un -racconto quanto un'oggettiva raffigurazione. Il Modena, no. Veniva in -iscena nelle sembianze di Dante, e aveva quivi accanto, seduto a un -leggìo, un giovinetto vestito anch'esso secondo le fogge del Trecento. -Dante aveva già composto il canto; era allora nel correggerlo, -compierlo, dettarlo; e in fare ciò si riaccendeva, rivedeva con la -fantasia i luoghi già immaginati, riudiva le voci, si moveva come un -veggente che fosse insieme consapevole dell'arte e di sè. E consapevole -altresì era il Modena della patria; e scriveva che: «I nostri -odierni dolori spiegano assai meglio la _Divina Commedia_ che non la -parola morta delle glosse. Ogni esule scenda in sè, e vi troverà la -rivelazione del movente e dello scopo di Dante. Se oggi non è inteso il -poema, ci rimarrà in eterno un indovinello.» Oh nel gesto, nella parola -del Modena, tutti sentivano non pur Dante, ma anche la patria! - -Trovo, in un numero della _Nazione_ del 1860, ciò che vi scriveva un -cronista per una serata nel teatro Niccolini: e, rileggendo, come un -alito caldo ci venterà sulla faccia: «Nel canto XXVII del _Paradiso_ -accadde una mezza rivoluzione; e alle terzine dove San Pietro esclama: - - Non fu nostra intenzion ch'a destra mano - De' nostri successor parte sedesse. - Parte dall'altra, del popol cristiano; - Nè che le chiavi, che mi fur concesse, - Divenisser segnacolo in vessillo - Che contra i battezzati combattesse; - -a queste terribili parole, declamate con un accento _scrutans cordia et -renes_, tutta la platea si levò in piedi urlando con frenesia, quasi -intendesse simultaneamente applaudire al grande artista e protestare -di nuovo contro le stragi ancora invendicate di Perugia e contro i -massacri che sta pertinacemente meditando la corte di Roma!» - -Il contrasto aperto o dissimulato tra le censure e gli autori, tra le -polizie e gli attori e i pubblici, è dunque una delle caratteristiche -del teatro italiano negli anni tra il 1849 e il '61. Gli attori erano -quasi tutti liberali, e molti attestarono i sentimenti loro, con più -certa prova che non fossero le declamazioni, e anche le multe e le -brevi prigionie, militando volontarii contro l'Austria. A rinfocolarli -valeva il fervore del pubblico. E quando alcun d'essi riusciva -sospetto, spesso a punirlo di pena giusta o ingiusta provvedevano le -platee. Troppo ebbe a soffrire nel 1860, a Genova, Ernesto Rossi, -crudelmente fischiato e costretto a partirsene, perchè era stato -a Vienna, e dicevano che là si fosse tanto inebriato dell'oro e -dell'incenso da non volere ormai nemmeno aver parte in un dramma, -la _Teresa Mazzanti_ d'Ippolito D'Aste, pieno d'allusioni ai nostri -nemici. Se volle riconquistarsi il favore dei Genovesi, dovè il Rossi, -quattro anni dopo, fare in pieno teatro aperte dichiarazioni; e le -fece, sia lode al vero, con accortezza e con dignità. - - -II. - -Il Manzoni, da vecchio, diceva a Vittorio Bersezio che la forma -drammatica antica era finita; il pensiero nuovo l'aveva trovata troppo -angusta e l'aveva fatta scoppiare; non ve n'erano ormai più che i -frantumi, che invano alcuni tentavano di raccozzare insieme per dar -loro apparenza di cosa consistente: la forma nuova, intanto, quella -che doveva corrispondere ai bisogni nuovi, non c'era stato ancora barba -d'uomo a trovarla. Per conto suo, sperando che i tentativi irrequieti -precedessero forse di lontano l'ignoto riformatore che ammirerebbero -i figli o i nepoti, si compiaceva solo della commedia dialettale. -Infatti, quando _Le miserie 'd monssú Travet_, da Torino, dove prima -comparvero nel marzo 1863, passarono a Milano, egli, che da trent'anni -non aveva messo piede in un teatro, andò a sentire e applaudire. Il -pubblico, a vederlo, applaudì lui, ed egli, finchè potè, battè le mani -sforzandosi a credere e a far credere agli altri che il Bersezio solo -era il festeggiato così. - -Fatto sta che la tragedia classica, colpita nel cuore dal Romanticismo, -morì; e una caratteristica dell'età di cui vi discorro è appunto -nel suo scomparire, nell'affievolirsi della commedia goldoniana, nel -trasformarsi insomma del repertorio. - -Fin dagli ultimi del secolo XVIII si erano alternate sul palcoscenico -molte più forme e varietà di spettacoli che non abbiamo oggi. A -scorrere i diarii teatrali di quel secolo declinante e del XIX -sorgente, è impossibile non meravigliarsi della sovrabbondanza. -La tragedia classica con le unità di tempo e di luogo era la forma -officiale; ma accanto le sorgeva vigorosa la tragedia di argomento -moderno, che chiamavano urbana, e che non di rado già delle unità -non si curava; e all'una e all'altra toglieva un po' di favore la -concorrenza del dramma storico e romanzesco, macchinoso, farraginoso, -commisto di riso e di pianto. Del pari la commedia ridanciana con -le maschere e senza le maschere, durava ancora, mentre la commedia -sentimentale faceva spargere tante dolci lacrime. E vi erano inoltre -allegorie e fiabe; e perfino libretti di melodramma recitati senza -la musica. Più, le così dette commedie dell'arte, e le caricature -regionali impersonate in Stenterello, Pulcinella, Arlecchino, -Brighella, Pantalone, Cassandrino, Rogantino, e altre sì fatte argute -o scurrili figure. - -Venne la questione tra Classicisti e Romantici: e quella che era stata -una confusa e polverosa baruffa di avventurieri si mutò in un'ordinata -battaglia di belle e ben capitanate milizie. Dopo gli esempii del -Goethe e dello Schiller, ebbe allora l'Italia col Manzoni il dramma -storico meditato e dotto, senza le regole accademiche, sebbene quasi -imbevuto di classicità, innanzi che la Francia prepotesse e in un certo -senso snaturasse il romanticismo nel teatro: ma la Francia, comunque -sia, non tardò ad esportare e a diffondere anche fra noi quelle sue -nuove merci teatrali. Vani erano riusciti da un lato i tentativi del De -Cristoforis e del Tedaldi Fores per mantenersi più o meno nella strada -aperta dal Manzoni; vani anche, dall'altro, quelli di Giovan Battista -Niccolini, d'iniziare lui una scuola che fosse possente di effetti -lirici e drammatici insieme, con viva e diretta azione patriottica. -Questa, non è dubbio, egli ottenne; ma l'_Arnaldo da Brescia_ che nel -1843 suggellò l'arte sua, stampato a Marsiglia, non potè venire in -Toscana che di nascosto, dentro alcune botti da caffè; e anche quando -fu letto liberamente, non potè salire sul palcoscenico, perchè poema in -dialogo anzi che dramma. - -Molti tra voi rammentano, certo, il vivace racconto che Ferdinando -Martini fece del suo arresto e della partaccia che a lui sedicenne -toccò dal prefetto granducale, quando, nel luglio del '58, in una -dimostrazione sorta nel Teatro Nuovo dopo una recita della _Medea_, -sentendo crescere gli applausi da — Viva Niccolini! a — Viva il poeta -italiano! — Viva la gloria d'Italia! — Viva l'Italia! — gridò per conto -suo — Viva l'autore dell'_Arnaldo_! — ch'ei non sapeva, del resto, che -cosa si fosse. Questi stessi evviva palesano la principale ragione -di certi entusiasmi suscitati dal Niccolini; ed è indubitabile che -egli nè iniziò nè poteva lasciare una scuola, sebbene alcune delle -sue tragedie, come la _Medea_, l'_Antonio Foscarini_, il _Giovanni da -Procida,_ durassero a lungo sulle scene. Dopo il 1849 ormai il vecchio -poeta viveva appartato, più studiando le storie che fantasticando -poesia: ma sempre fisso col pensiero alla redenzione della patria, -le dette nel 1858 ancora una tragedia, _Mario e i Cimbri_, di cui -dicono l'intento così il tema come l'epigrafe petrarchesca apposta sul -frontespizio: «Ben provvide natura al nostro stato — Quando dell'Alpi -schermo — Pose tra noi e la tedesca rabbia.» A Tommaso Salvini, unico -interprete degno, ne affidava la rappresentazione. - -Premii condegni non gli mancarono. La sera del 3 febbraio 1860, il -teatro di via del Cocomero fu solennemente consacrato al nome di lui, -recitandovi Ernesto e Cesare Rossi la grande scena dell'_Arnaldo -da Brescia_ tra il frate e papa Adriano, e il monologo di Arnaldo -nell'ultimo atto. E mosse il Niccolini indi a poco a salutare tra -noi il re possente che egli aveva invocato trent'anni prima, Vittorio -Emanuele: e lieto così della mèsse di cui egli medesimo aveva cooperato -a gettare il seme, morì nel 1861, il 20 settembre. Di un fulgido -sorriso si sarebbe illuminato il volto al poeta dell'_Arnaldo_, se -l'Angelo della morte gli avesse negli estremi momenti sussurrata -all'orecchio la profezia, che essa data del 20 settembre sarebbe di -lì a pochi anni divenuta sacra all'Italia per la liberazione di quella -Roma dove era stato perseguitato ed arso il suo magnanimo Arnaldo. - -Nel 1847 era morto Carlo Marenco, che, dopo l'Arnaldo del Niccolini, -aveva osato dare in luce quello suo, sebbene non meglio adatto alle -scene. Più degno di nota egli è per alcuni esperimenti di conciliare, -seguendo in parte gli esempii del Delavigne, il classico col romantico. -Prima la Carlotta Marchionni, che nel '37 incarnò in sè la _Pia -de' Tolomei_, poi Adelaide Ristori, fecero applaudire questo che fu -il più popolare de' lavori suoi, e che si rannoda in un certo modo -alla popolarissima _Francesca_ di Silvio Pellico, durata dal 1815 a -commuovere con le lagrime sue e col disperato amore di Paolo. - -E fin dal 1839 era uscito il _Lorenzino de' Medici_ di Giuseppe Revere, -dramma storico in prosa; che, afferrato dalle larghe e destre mani -del Dumas, e imitato da lui, fu tradotto in italiano dal francese, -e piacque allora a molti che dell'originale non sapevano o non si -curavano. Dramma storico in prosa è anche il _Fornaretto_ di Francesco -Dall'Ongaro, che dal 1844 faceva fremere e inorridire, specialmente per -l'arte di Gustavo Modena, sulle sorti pietose di quella vittima d'un -errore giudiziario. Se non che nel Revere e nel Dall'Ongaro e, abbiamo -visto, nel Marenco, un po' di infiltrazione francese non è difficile -avvertire; e convien rammentare che il _Moro di Venezia_ del De Vigny, -e _Marin Faliero_ del Delavigne sono del 1829; del '30 è l'_Hernani_ -di Victor Hugo; del '32 il _Luigi XI_ del Delavigne; del '34 il -_Lorenzaccio_ del De Musset; del '35 il _Chatterton_ del De Vigny; -letti, tradotti, ammirati, rappresentati, discussi, via via, anche in -Italia. - -Ciò per la tragedia e pel dramma. La commedia, dopo le risate di -buona lega suscitate sui primi del secolo dal Giraud con L'_Aio -nell'imbarazzo_, con _Don Desiderio disperato per eccesso di buon -cuore_, con _L'apparecchio del pranzo alla fiera ossia Don Desiderio -direttore del Pique Nique_, e dopo i sorrisi annacquati delle commedie -un po' pedantesche del Nota, si può dire non avesse altro, nella -tradizione goldoniana, che i lavori di Francesco Augusto Bon. Non -ridiamo noi ancora, e come di cuore, a _Ludro e la sua gran giornata_? -Ma dopo la trilogia di Ludro e altre vispe commedie, il fortunato -attore si volle provare malamente nientemeno che al dramma storico; e -indispettito della gelida accoglienza fatta dai Milanesi al suo _Pietro -Paolo Rubens_, non scrisse più, invecchiando nel dirigere compagnie di -comici, e, da ultimo, di filodrammatici. - -Ed ecco in Francia nel 1840 _Il bicchier d'acqua_ dello Scribe e nel -'45 la sua _Catena_; nel '48 l'_Avventuriera_ dell'Augier, e l'anno -dopo la sua _Gabriella_; nel '52 la _Signora delle camelie_ del Dumas -figlio; nel '54 _Il genero del signor Poirier_ dell'Augier; nel '55 -il _Demi-monde_ del Dumas; nel '61 _I nostri intimi_ del Sardou; -e _Il cappello di paglia d'Italia_ del Labiche è del '51. Le quali -date mi era necessario rammentarvi perchè, trattandosi di drammi e -commedie rimaste sino ad oggi, o sino a poco fa, nel repertorio de' -nostri teatri, bastano di per sè sole a chiarire quanta e quale fu la -invasione francese nelle scene italiane poco innanzi il 1848-49, e poi -sempre più, sino a ciò che vediamo noi. - -Io non sono di quelli che per l'arte s'indignano, subito che alcun che -ci venga da oltre le Alpi: tanto meglio per tutti quando ce ne venga -del buono: noi già demmo, un tempo, assai agli altri, e gli altri ora -dieno pure a noi, in uno scambio inevitabile e proficuo. Ma vero si -è che nocque allora allo svolgimento dell'arte tra noi la soverchia -voga conseguìta dal teatro francese: i fiori che davano speranza del -frutto non allegarono e caddero appassiti o imbozzacchirono. Fino -allora si era, meglio o peggio, conservata in onore la tragedia; -oltre la _Pia_ del Marenco e la _Francesca_ del Pellico, anche il -_Filippo_, il _Saul_, la _Mirra_, varie altre tragedie dell'Alfieri -e di altri rialzavano all'alta poesia, quasi per turno settimanale, -il gusto del pubblico. E si era conservata in onore, meglio o peggio, -la commedia goldoniana: si applaudivano molto più spesso che oggi non -accada _I Rusteghi_, _Le Baruffe_, _Don Marzio_, _Il Bugiardo_, del -maestro, e _Don Desiderio_, _La Fiera_, _I gelosi fortunati_, _Ludro_, -_Niente di male_, parecchi altri lavori, dei discepoli suoi. Che si -rappresentassero insieme gli enormi drammi romanzeschi e spettacolosi, -triste eredità del Willi, dell'Avelloni, del Federici, cresciuta di -raffazzonamenti dal tedesco e dal Francese, non era insomma un male -diffuso e che degenerasse in pustole maligne; e tutti sentivano la -differenza sostanziale, quanto all'arte, tra la commozione estetica -e la perturbazione nervosa: conseguìta quella, la commozione che -nobilita, con l'analisi delle passioni e con la parola corretta e -sobria, anche nella ricerca dell'efficacia teatrale; conseguìta questa, -la perturbazione che abbassa, con l'azione violenta e con l'enfasi -spesso sgrammaticata in caccia dell'applauso. Dopo il 1848-49 si ebbe -il tracollo della bilancia: restarono i drammi sanguinosi o pietosi -come _I due sergenti_; piovvero e dilagarono i drammi romanzeschi della -nuova imitazione francese. - -Ernesto Rossi nel 1850, a Trieste, corse rischio di esser fucilato -davvero dai Croati che dovevano fucilarlo per chiasso nel finale del -_Generale Ramorino_; buon per lui che, innanzi di andare a morte, -volle si riscontrassero le cartucce! Ma se questo fu uno spettacolo -d'occasione, _Il vetturale del Moncenisio_ fu dato a Milano, in quel -torno di tempo, ventiquattro sere di seguito. E allora un capitano -dei bersaglieri a Torino, Andrea Codebò, mosse le baionette aguzze -del suo rapido ingegno, contro _I drammi francesi_, in una parodia -che appunto così da loro ebbe il titolo. Luogo dell'azione (narra il -Costetti che bene tratteggiò la figura di lui e di altri scrittori e -attori di quel tempo) un camposanto; quivi, in un solo atto, duelli, -delirii, riconoscimenti, suicidii: figuratevi che un tale riconosce chi -sia un colonnello che egli sta per uccidere, e gli grida: — Ah, tu sei -dunque il figlio del carnefice di mio padre! — Grande fu il successo di -codesta satira; ma, come era naturale, non valse contro la moda. - -Del resto, col male venne il bene; coi drammacci vennero di Francia -buone e belle commedie. Era il 1857; e _La vecchia pazza alla Torre -del Sangue_, _La tremenda sfida dei cavalieri della morte al Colle -del Terrore_, e consimili robe che un capocomico disperato imbandiva -al popolino bolognese nell'Arena del Sole, doverono da lui medesimo -esser messi da parte (copio anche questo dal Costetti) per dare al -pubblico, in un teatro, di gente pulita, come egli diceva, una commedia -di Dumas figlio che salvò lui e i suoi dalla fame. Senza estendere -l'osservazione di un caso singolo a legge generale, può servire esso -caso a indizio di ciò che allora accadeva: lo Scribe, l'Augier, il -Dumas, con l'arte abilissima di tutt'e tre, moralmente eletta nel -secondo, acutamente filosofica nel terzo, relegavano ne' teatri di -terzo e di quart'ordine le reliquie di un teatro spettacoloso che -risaliva a' primi del secolo XIX, e conquistavano i teatri migliori -pel nuovo repertorio francese, cacciandone via la tragedia classica, -ormai anch'essa decrepita, e la tragedia neoclassica e romantica che -pur avrebbero potuto, con qualche accorgimento, restarvi utilmente. - -Guglielmo Shakespeare, per opera di Ernesto Rossi, della Ristori, del -Salvini, ottenne finalmente udienza e favore; ma fornì piuttosto pietre -di paragone al raffronto di un artista con l'altro, che fiamma viva a -infiammare, come era degno, le fantasie. - - -III. - -Vi tedierei inutilmente enumerandovi ora anche soltanto i principali -dei drammi in versi che furono applauditi negli anni di cui sto -parlando: nulla, dopo quegli applausi, dovuti per massima parte ad -attori eccellenti, ha retto a lungo sulle scene, nulla ne è letto -oggi da chi non faccia professione di logorarsi gli occhi sulle stampe -dimenticate. - -Che importa, per esempio, a voi di _Aroldo il Sassone_ di Napoleone -Giotti? Era il suo primo lavoro, nel 1846, e lo dedicava al Niccolini: -piacque, e tre sere fu dato nel teatro del Cocomero, che ancora non -si onorava del nome di lui. E che v'importa della sua _Monaldesca_? -Al Guerrazzi la dedicò il Giotti nel 1853, e furoreggiò: Adelaide -Ristori, che ne resse la parte principale, non è difficile credere -che ne dovè trarre effetti mirabili; ma cosa più pazza (sia detto col -debito rispetto alla memoria di quel pover uomo, morto di recente) -non credo facile immaginarla, nè verseggiarla con peggiore rettorica -romantica in più rimbombanti endecasillabi. Un po' dell'_Hernani_ e un -po' della _Beatrice Cenci_ vi si mischiano nell'azione di un Leonello -che, per vendicare un fratello ucciso da un marito geloso, si fa amare -dalla moglie di lui, la fa complice dell'assassinio col quale lo toglie -di mezzo, e poi le sghignazza in faccia che non l'ha amata mai e non -l'ama. Tutto questo con balli mascherati, usci segreti, temporali, e -canzonette sulla mandòla. - -E meno v'importa, credo, dei drammi di Giuseppe Pieri, e del _Francesco -Guicciardini_, del _Dante Alighieri_, della _Beatrice Cenci_, di Pompeo -di Campello. Neppure il _Nerone_ del Cossa valse a far rammentare dai -critici il _Nerone Cesare_ di lui: mentre invece richiamò l'attenzione -di qualcuno al _Paolo_ di Antonio Gazzoletti, gentil poeta ma un poco -sbiancato e freddo, come lo definì il Tenca a ragione. - -Il Gazzoletti e Antonio Somma (di cui la _Parisina_, del resto, era -uscita nel 1835), e Giulio Carcano ed Ermolao Rubieri, meriterebbero, -nella storia di questi tempi, almeno qualche parola. Un _Arduino_ -del Carcano sarebbe, per esempio, da raffrontare con l'_Arduino -d'Ivrea_ di Stanislao Morelli, che Tommaso Salvini improntò della sua -gagliardia e fece tanto applaudire, costringendo (gli scriveva l'autore -riconoscente) il pubblico a inchinarsi ad un ragazzo come innanzi ad un -gigante. Ma si tratta, insomma, di opere morte da un pezzo e sepolte; -gli ultimi guizzi furono esse di un genere destinato a spengersi, in -quelle forme, per sempre. - -Veniamo a ciò che fiorì, o almeno era degno di annunziare una primavera -nuova. - -Vincenzo Martini, padre di Ferdinando, fu dei primi a tentare una -forma che la necessità del presente e i modelli francesi concordasse -con la tradizione italiana. Nel carnevale del '53 Adelaide Ristori -ne diè _La donna di quarant'anni_; cioè la marchesa Malvina; che fin -dai cenni dell'autore sui personaggi suoi ci è presentata con «tutta -la squisita ricercatezza di vesti e di modi cui si affida una donna -elegante sul declinar dell'età.» In quell'anno stesso _Il misantropo -in società_, dove il cavalier Maurizio, a soli ventisette anni, si -veste e si atteggia elegantemente, ma ha modi riservati e severi, -in curioso contrasto con quelli dello zio marchese Riccardo, che, -verso la settantina, mantiene una fresca giovialità. L'anno dopo, _Il -cavalier d'industria_, un tipo d'avventuriero vivamente raffigurato in -mezzo al moto d'una società viva di gentiluomini e di speculatori. «Io -avrò torto (scriveva il Martini) ma ho per articolo di fede in arte -drammatica che la commedia debb'essere il quadro della società e dei -costumi: quindi abborro dai grandi colpi di scena, dalle commedie _a -grande interesse_. Chi vuole di questa roba avrà ragione, ma non vada -al teatro quando si recita una commedia mia. Il tempo deciderà chi sia -sulla vera strada. Io sono convinto (lo dico senza falsa modestia) di -essere nel buon cammino, e se casco, come casco pur troppo, egli è per -debolezza delle mie gambe, non per avere sbagliata la via.» - -Suo figlio Ferdinando, cui la carità filiale non offuscò l'occhio -acuto del critico, riconoscendo che Vincenzo talvolta si fermò alla -superficie senza approfondire l'osservazione nell'intimo dei costumi -e degli animi, ebbe piena ragione a lodare, specie nel _Cavalier -d'industria_, la larghezza almeno di quella osservazione, e ben potè -compiacersi di rammentare che Paolo Ferrari già ormai celebre scriveva -all'autore di quella commedia: «Voi siete l'ultimo a cui ho detto che -vi riguardo come maestro; e perchè l'ho detto a tanti altri che neppur -vi conoscono fuor che per fama, mi dovete pur permettere di ripeterlo -anche a Voi.» Peccato che poco egli desse al teatro; e peccato che -altre cure ne abbiano via via distratto il figlio suo, così pronto e -destro osservatore e analizzatore, e così elegante ed arguto maestro -del dialogo. - -Non mi fermo su David Chiossone che fe' piangere molto; e trascuro, -affrettandomi, anche Giuseppe Vollo, veneto, cui, dopo un tremendo -dramma in versi _La famiglia Foscari_, del 1844, nel '55 una certa -opportunità dell'argomento e la bravura della Ristori fecero applaudire -a Torino _I giornali_, amarissimo dramma in prosa più tragico che -satirico. Li metto da parte perchè, dopo il garbo del Martini, quando -insistessi sul Chiossone e sul Vollo, al quale del resto non mancò la -forza d'un alto concetto, troppo parrei disposto alla censura e: Che -serve, direste, incrudelir coi morti? - -Alla Toscana ci richiamano le prime prove di Luigi Alberti, che nel -'58 raccolse i suoi _Studi drammatici_, dove nulla è più che mediocre, -ma il mediocre non è almeno di cattiva lega. Val troppo meglio di -lui, Tommaso Gherardi del Testa. Poco ormai, e assai di rado, se ne -rappresenta; e _Il vero blasone_, _Oro e orpello_, _Moglie e buoi -dei paesi tuoi_, _La vita nuova_, che sono le migliori commedie di -lui, escono dal limite cronologico di questa lettura: oggi (m'insegna -Piero Barbèra, amico suo ed editore postumo) si vendono alcune di -quelle tenue azioni, schiettamente dialogate, solo come libri su cui -in Inghilterra s'insegna la buona conversazione italiana: il che, per -lo meno, conferma una stima nobilmente meritata e saldamente fermata. -Cominciò a mettersi innanzi nel '46; nel '48 combatte, fu prigioniero; -tornato, si pose a rappresentare, non di ardite linee nè di colori -vivaci, ma di paziente e corretta matita, la società toscana che si -vedeva intorno, cioè la borghesia quieta e un po' gretta. Non è risata -la sua, è appena un sorriso; ma non vi stanca ne nausea mai. È una -verità piccina la sua; ma è verità. - -Se il bravo Luigi Suñer avesse, dopo le prime prove felici, seguitato -l'esercizio del fare, in cambio di restringersi a quello del -consigliare gli altri, con drittura e con sagacia, quanto volentieri vi -parlerei, a questo punto, di lui, che tanto prometteva! Ma mi conviene -tacerne anche perchè l'opera sua si svolse da _Spinte o sponte_ a _Ogni -lasciata è persa_, dal 1860 in poi. - -Due sovrastano: Paolo Giacometti e Paolo Ferrari. Il Giacometti ebbe -dalla natura una forza drammatica come pochi; e lavorò indefessamente -come pochi. Nato nel 1816, si diè giovanissimo al teatro, seguendo le -compagnie e scrivendo durante più anni, per centoventi svanziche al -mese, cinque sei lavori ogni anno; onde ottanta fra commedie, tragedie, -drammi! Quando nell'82 morì, poteva vantarsi non tanto di avere scritto -così in fretta, quanto di avere, anche in quella corsa, rispettato -sè stesso e l'arte. Nel 1841, per esempio, diede _Un poema e una -cambiale_, _Cristoforo Colombo_, _Il poeta e la ballerina_, _Quattro -donne in una casa!_ cioè del cattivo, del mediocre, del buono, non del -pessimo. _La morte civile_, che anche oggi, rappresentata dal Novelli, -ci commuove, è del 1861; la pose in scena, a Fermo, Cesare Dondini. -Successore di Alberto Nota come scrittore nella Compagnia Reale Sarda, -gli fa perfetto contrapposto; quegli un grave impiegato, questi un -artista vagabondo: e, del pari, quegli compassato e monotono, questi -multiforme e diseguale. Quanto a potenza di fare, non è possibile tra -i due neppure il parallelo; ma per la felicità dell'esecuzione, come -al Nota avrebbe giovato la mano rapida e audace del Giacometti, così -al Giacometti un poco almeno della correttezza e agghindatura del Nota. -Nondimeno, abbia pure parecchi difetti e sieno gravi, _La morte civile_ -offre scene mirabili. E nella storia del nostro teatro al Giacometti -non potrà non spettare un luogo notevole anche perchè, prima di Paolo -Ferrari, per due o tre decennii fu egli l'unico che avesse sortito -dalla natura tutte quante le doti precipue che fanno il drammaturgo -intiero; il senso del comico e del tragico insieme, il movimento -dell'azione e del dialogo, la virtù del riconnettere le parziali -osservazioni a un concetto superiore. - -Di questo ultimo pregio Ferdinando Martini gli fece un'accusa; perchè -a lui, nel teatro, non sembra un pregio. Discorrere di ciò con lui -è attribuire a lui la vittoria e a sè la sconfitta, perchè pochi -sono così destri dialettici e così arguti ragionatori: se non che, -dentro me, rimango dell'opinione mia, e concedendo che una tesi, per -eccellente che sembri agli occhi del moralista o del sociologo, non -rese mai nè sia mai per rendere buono un dramma male ideato per l'arte, -sempre più con gli anni son venuto nell'opinione che si onora del -Manzoni e del Mazzini, quanto all'essenza etica che deve costituire -quasi direi l'anima onde le membra del dramma si agitano vitali. Poco -importa, pel giudizio dell'esecuzione, se la tesi sia o no giusta -in sè; basta che giusta la creda chi la sostiene: in tale sua fede è -il calore che dalla mente dell'artista passa nell'opera sua e la fa -sorgere e muovere. - -L'amore delle tesi nocque, non è dubbio, a Paolo Ferrari nell'ultimo -svolgimento del suo teatro: ma la colpa non fu di esso amore, fu della -maniera di costrurre il dramma sopra una tesi prestabilita, in cambio -d'incarnare un concetto morale nei personaggi organicamente. Nè dir -concetto morale è lo stesso come dire tesi; e la vita rappresentata con -onesta schiettezza porge sempre da sè medesima un insegnamento, tanto -meno volgare quanto più acuta e profonda sia stata l'osservazione. - -Del Ferrari, al quale spetterà, io credo, un'intiera lettura nella -serie che la benemerita Società vorrà forse darci l'anno venturo, non -ho tempo di parlarvi come egli si meriterebbe; tanto già nei primi -anni del suo lavoro drammatico fece di bello e di buono. Non è molto -che Giovanni Sforza ha edito e, come egli sa, illustrato _Baltroméo -calzolaro_, una commedia in dialetto di Massa che il Ferrari compose -in quella cara città nell'inverno del 1847-48, padroneggiando non -pur quel dialetto, ma altresì, di primo impeto (come accade solo alle -nature generose), il palcoscenico. Il Goldoni riviveva in quel giovane -venticinquenne; il Goldoni delle _Baruffe_ e del _Campielo_, stupendo -fotografo della vita popolare. In alcune scene _Baltroméo calzolaro_ è -cosa perfetta. Ma curiosità singolare gli viene dall'esservi già dentro -il nucleo anche di quel marchese Colombi, di gioiosa memoria, che avrà -poi tanta parte in _La Satira e Parini_. Perchè il Ferrari tendeva -intorno a sè l'occhio e l'orecchio; e non altrimenti notava gl'ingenui -costumi ed affetti del calzolaio ubriacone, che gli spropositi del -violinista Filippo Chelussi, marito d'una marchesa, e fattosi mecenate -di bande cittadine. Bartolommeo, ne' fumi del vino, esclama, come aveva -fatto più d'una volta costui, e come farà il marchese Colombi: — Oh! -Tasso! oh! Tasso! io resto attonito e non posso attribuire. — - -Innanzi di lasciargli rappresentare il suo grande emulo nella pittura -de' costumi, Giuseppe Parini, volle il Goldoni dal suo discepolo -Ferrari l'omaggio d'una commedia: e nel 1851 gli fece suggerire -da un amico di leggere le _Memorie_ sue. Queste inspirarono la -commedia famosa in cui rivissero e il Goldoni e la sua Nicoletta e -i gentiluomini e i critici veneziani del 1749 in una tale snellezza -di scene e di dialogo, in una tale intima ed esterna comicità, che -poche commedie nostre possono certo starle a pari. Donde scappassero -fuori questa, esuberante di vita e di forza comica, e due o tre altre -commedie del Ferrari rigogliose e promettenti, si chiese il Carducci, -e rispose che non si saprebbe ben dire. E se il Carducci non lo seppe, -davvero non posso dirvelo io. Fatto sta che doverono cooperarvi e -infondervisi, alcun che dell'anima stessa del Goldoni assorbita -dal Ferrari su dai volumi delle _Memorie_, l'indole nativamente -comica di lui, alcun che degli esempii recenti francesi e italiani -che ho accennati sopra. Resta a ogni modo dinanzi anche a me, non -solo quell'«irreducibile» che gli estetici confessano a malincuore -nell'analisi di qualsiasi opera d'arte, ma altresì un piccolo problema -di critica storica che metterebbe il conto di tentare quando, non -foss'altro, ne avessimo oggi il tempo e fosse questo il luogo più -adatto. - -_Una poltrona storica_ è del 1853, _La satira e Parini_ è del 1857, -_La medseina d'onna ragazza amalèda_, in modenese, è del 1859. E come -del _Baltroméo calzolaro_ si ebbe poi la riduzione in lingua letteraria -(troppo letteraria) nel _Codicillo dello zio Venanzio_, così la vispa -commediola modenese dovè adattarsi all'italiano nella _Medicina d'una -ragazza malata_. L'aver maneggiato i dialetti giovò, comunque sia, al -Ferrari, per la realtà dell'azione, per la vivezza del dialogo: chè -il raccostarsi al popolo, come dà forza per tanta parte della vita -sociale e morale, così anche per la vita artistica porge utili consigli -e una vigoria schietta e fresca. _La satira e Parini_, se non vale -forse quanto _Goldoni e le sue sedici commedie_, restò bell'esempio -di commedia storica in versi, e ha gettato nella memoria di tutti un -personaggio, il marchese Colombi, co' suoi proverbiali spropositi. - -Il resto dell'opera del Ferrari non tocca a me accennarlo; e lascio -ben volentieri che altri, dopo queste sue prime e bellissime prove, lo -studii, come si conviene, l'anno venturo, mostrandocelo nei pregi e nei -difetti: principe, per anni parecchi, della scena italiana. - - -IV. - -Se non tutto buona, dunque, ma curiosa e promettente, e nel Ferrari più -di una volta quasi perfetta, fu la produzione drammatica dal 1848-49 -al 1861, già ci è qua e là apparso che gli attori valsero allora quasi -sempre più degli autori: onde, mentre le nostre tragedie e commedie non -varcarono le Alpi, li varcarono essi con la fama e con la persona loro, -e seppero vincervi aspre battaglie, con vittorie onorevoli alla patria -oppressa. Dopo il De Marini, Gustavo Modena; dopo Francesco Augusto -Bon, Cesare Dondini e Cesare Rossi; dopo la Internari e la Pelzet, -Adelaide Ristori; e con la Ristori, Ernesto Rossi e Tommaso Salvini. - -Senza porre odiosi e impossibili raffronti, tutti convengono nella -eccellenza e preminenza del Modena. Una mente come egli ebbe, e la -dimostrano anche oggi le lettere sue; un animo quale egli ebbe, di -patriotta, e lo dimostrano i casi della sua vita; un cuore, quale -egli ebbe, di uomo, e lo dimostra l'indomabile amore della giovinetta -svizzera che, lasciando gli agi della vita paterna, volle seguirlo -su' palcoscenici e nelle campagne di guerra, e fu compagna sua sempre -innamorata, e fu per lui innamorata dell'Italia, non mai stanca nel -servire i feriti delle nostre battaglie; mente, animo, cuore, cioè un -tutto indivisibile di singolare altezza, erano troppo più di quel che -occorresse a un attore drammatico. E il Modena fu apostolo e milite -di libertà non meno che attore. A lui attore scriveva reverente il -Manzoni; a lui oratore eloquente nella Assemblea toscana, cui Firenze -lo aveva eletto con oltre diecimila voti, non so se applaudì, ma certo -consentì trepidante di commozione, la maggior parte di quel consesso. - -Il racconto del come egli rappresentava il _Saul_ non è un aiuto -critico, come pochi ne abbiamo, per intendere meglio quella nobile -figura dell'Alfieri? E a leggere come declamava dell'_Adelchi_ la -narrazione del diacono Martino traverso le Alpi, facendo sentire -la solitudine enorme delle valli, e aprirsi al sole sorgente con un -crepitìo i coni silvestri de' pini; a leggere come declamava Dante, -traendo dal verso possente gli effetti che noi vi rintracciamo, ohimè, -con la critica paziente; ci riempie anche oggi di stupore. - -Ma egli era nato nel 1803, e la sua figura, voi lo vedete, esce quasi -dal quadro commessomi. - -Vi rientrano gli altri, il Rossi, il Salvini, la Ristori. Del Rossi -solo, perchè morto, mi è lecito parlarvi un po' a lungo; ed anche -perchè egli fu ed è il più discusso dei tre. Nè Tommaso Salvini nè -la marchesa Capranica Del Grillo hanno davvero bisogno delle mie -lodi, e basterà loro, se leggeranno queste pagine, che sappiano come -anch'io, con molti di voi, o signore e signori, ho ringraziata la sorte -dell'avermi concesso il piacere di ammirare almeno nel tramonto quegli -astri che raggiarono fin dal sorgere di tanta luce, e che splenderono -così possenti nel pieno meriggio. - -Il Rossi, io credo, valse meno di loro: ma forse ebbe più merito -a levarsi là dove si levò, perchè mosse di più basso, e si fece -con ardore e costanza la via tra ostacoli che essi non ebbero a -superare. Basta leggere le memorie nelle quali egli, narrando i suoi -_Quarant'anni di vita artistica_, si rappresentò così al vivo come -avrebbe potuto farlo in uno de' drammi che gli piacevano tanto, per -sentire la verità di tale mia affermazione. La miseria, la vanagloria -infantile, gli studii frettolosi, talvolta le stesse qualità sue gli -nocquero; eppure fu e si mantenne a lungo un attore grande. Guardatelo -nei principii, quando a Foiano nel 1846 deve fare da Paolo nella -_Francesca da Rimini_, e non ha neppure un po' di vestito: «Aprii il -mio bauletto, e dissi a me stesso: — Su, signor abate, pensi, immagini, -e trovi qualche cosa per vestire il signor Paolo da Rimini! — fruga, -fruga, esamina, trovo un paro di mutande di lana rosse: benissimo! ecco -le maglie! un paio di _brodequins_, ecco le scarpe; ma erano scarpe -moderne, e bisognava dar loro una foggia antica: trovo due pezzi di -cartone, li taglio a forma di barchette, li cucio e impasto insieme, -con della tinta da scarpe li lucido: ed ecco fatto la sopra scarpa! -— ma il vestito? — Aveva una giacchetta di velluto nero! ecco il -sottabito. — Con uno scialle di falso Cachemir, che la mia povera mamma -mi aveva dato per coprirmi dal freddo nel viaggio, faccio una specie di -pianeta, tale e quale i preti portano in chiesa per dire la messa: ecco -la pazienza. — Alla mia berretta da viaggio, che era di panno nero, -levo il tettino, ci metto una penna d'oca: ecco fatto il berretto. — -Così vestito, Paolo se ne venne da Bisanzio e dalle guerre sante, disse -la bella apostrofe all'Italia, ed il pubblico andò in visibilio.» - -Così fece poi sempre: andò innanzi senza mai timori; baldanzoso, mise -il piede, occupò. Ciò che meno in lui mi piacque, un certo tal quale -istrionismo, le Memorie mostrano che fu una parte così integrante -dell'indole sua, che, senza di esso, non avrebbe potuto mai fare quanto -fece. — Faccia franca! — è uno de' suoi motti preferiti; e sarebbe -cattivo motto per la vita; ma sul teatro riesce opportuna la prontezza -dello spirito. - -La Ristori lo ebbe compagno nel 1855, e nelle Memorie dell'uno e -dell'altra è compiacenza leggere le lodi reciproche per quelle vittorie -contro le gelosie della Rachel, su cui l'attrice nostra ottenne gli -onori tanto come attrice quanto come gentildonna: e il Rossi sentiva -un po' di onesta gelosia pel trionfo di lei che la aveva seguita -contro il consiglio del suo maestro, il Modena. Ma a questo punto del -suo racconto rompe in parole che gli sgorgano dal cuore, e fan bene a -rileggerle: - -«Io stimai sempre la Ristori, l'ammirai sin da giovinetto... più -volte mi presi a dispute e battibecchi con critici e pubblico, per -difenderla imparzialmente dagli attacchi ingiusti, severi o avventati: -l'amai anche come donna, senza mire o scopi indiretti: le fui sempre -devoto, e non voglio neanche oggi dirle con la mia penna quanto mi fece -soffrire. Ella dimenticò, che io era giovine più di lei: che, entrato -nell'arte con tutte le illusioni di una anima non corrotta (che per -me tutto era color di rosa e poesia), me ne era fatto un ideale di -perfezione: che l'invidia, la maldicenza, l'orpello, l'ipocrisia, erano -per me cose ignorate: che la verità, quella verità che non offende, -ma che stabilisce i fatti e chiarisce le posizioni, fu sempre la mia -guida: che amava io pure di farmi strada, di progredire, di diventare -un grande artista come lei; e come era pronto a stenderla, io pure -desideravo una mano che mi sollevasse, un braccio che mi sostenesse. -Ella nell'ebbrezza della sua felicità non scese nel suo cuore, e glielo -perdono per la sua grande arte, che ammirai e ammiro sempre in lei -anche oggi, benchè sia _vecchia_ e _finita_ come taluni dicono: ma è -tal fine, che potrebbe essere principio a molte e molte attrici, le -quali si vollero chiamare di lei maggiori. Povere stolte! e più che -stolte, impertinenti!» - -La Rachel, andata a sentire la rivale, non ci resse, e al terzo atto -della _Mirra_, afferrando per un braccio il suo cavaliere, se lo -trascinò via fuor del palco e del teatro: la Ristori, quando la Rachel, -il giorno dopo, aprendo una pericolosa gara, annunziò il suo ritorno -sulle scene con la _Fedra_, prese un palco, ascoltò attenta, tranquilla -applaudì. - -Aveva ragione dunque il ministro di Sardegna nel fare un brindisi a -quegli attori italiani che allora a Parigi così avevan fatto, diceva -egli, più assai che una bella rappresentazione d'una bella tragedia. - - - _Signore e Signori_, - -Nel 1855-56 i due fratelli De Goncourt percorrevano l'Italia pigliando -qua e là curiosi appunti con la penna e con la matita. L'impressione -conclusiva del loro libro fu questa: «Finale. Pulcinelleria universale -di tutto quanto il popolo napoletano, mascherato da Pulcinella, in atto -di brandire fantocci di pasta da maccheroni, e che con l'altra chiede -la _buona mano_ ai _forestieri_.» - -Mentre il Piemonte si preparava a combattere insieme con la Francia, -virilmente trattando le armi per l'Italia; mentre l'Italia tutta, a -chi l'avesse osservata con occhio più acuto, sarebbe apparsa un enorme -focolare dove le ceneri mal nascondevano la brace ardente; quegli -attori a Parigi ci vendicavano dall'oltraggio immeritato: e lode sia e -gratitudine a loro. - - - - -LA SINCERITÀ NELL'ARTE. - -(l'arte dal '48 al '61) - -CONFERENZA DI UGO OJETTI. - - -Un anno fa, Signori, io vi descrissi la vita dell'arte italiana fino -al '48. Il '48, lo ripeto, è per noi una pietra miliare donde non solo -una nuova politica si parte, ma anche una nuova arte più libera e più -franca sotto il sole. Nel 1843 Gioberti aveva pubblicato il _Primato_. -nel 1844 Balbo le _Speranze d'Italia_, e d'Azeglio — il romanziere e -il pittore d'Ettore e di Ginevra — aveva lanciato l'opuscolo sui _Casi -di Romagna_ subito dopo i moti di Rimini e di Bagnacavallo, il quale -opuscolo è ancora mite e quasi dottrinario rispetto al famoso libro -sui _Lutti di Lombardia_. Egli è ferito a Vicenza. Succedono le cinque -giornate di Milano, la difesa di Venezia, la difesa di Roma; Guerrazzi -e Montanelli vogliono stabilire la Repubblica a Firenze; Mazzini, a -Roma. Dopo Novara, il d'Azeglio accetta d'essere il Ministro per la -pace, e da quel giorno è ecclissato dal genio lentamente audace di -Camillo Cavour. La scuola liberale lombardo-piemontese, cui egli e -Pellico e Manzoni appartenevano, e di cui, come fissa il De Sanctis, -Balbo era il dottrinario, Gioberti l'oratore, Rosmini il pensatore, -è sconfitta a Novara dalla scuola mazziniana democratica che col -Campanella a Genova, col Farini in Romagna, col La Farina in Sicilia, -col Guerrazzi in Toscana, con Carlo Poerio a Napoli aveva direttamente -e indirettamente fatto il '48 e lanciate le insurrezioni. - -Quella, volendo lasciare la società alle sue forze naturali perchè -riescisse al progresso, respingendo ogni idea di violenza sia che la -violenza scendesse dall'alto, sia che salisse dal basso, non aveva -agitato che idee generali e larghe astrazioni, e, sopra tutto, era -stata misurata e composta. Misurate e composte erano state le classi -dominanti, finchè essa le aveva dominate. Misurate e composte, come -abbiam visto insieme l'altr'anno, erano stati gli artisti, che solo da -quelle classi traevano danaro ed onori. I più franchi sostenitori di -quella scuola, come il d'Azeglio, dichiaravano che la tirannide interna -premeva poco, che l'importante era fare l'Italia, con la libertà se -era possibile e, se no, anche col dispotismo. La scuola democratica, -invece, proclamò con voce sì alta che ne tremarono i troni dei principi -italiani in apparenza più amati, che se gl'individui non sono liberi, -è inutile che sia libera la patria. - -La libertà degli individui! Questa era stata la vera rivoluzione -del romanticismo di Francia e di Germania, del romanticismo che i -federalisti e i pietisti d'Italia erano riesciti, sul vecchio esempio -dello Chateaubriand, a mascherare da guelfo fino al 1848. La libertà -degli individui, il diritto alla emancipazione assoluta dell'io, il -diritto alla passione e alla originalità! Questa era nelle arti la vera -essenza del romanticismo, che Rousseau aveva sognato senza dargli un -nome, che Goethe aveva dichiarato nel _Werther_, che Byron, Shelley, -Hugo, Vigny, Musset, Lamartine e il primo Heine avevano gridato e -cantato in tutte le loro opere sfrenatamente liriche, recando pel mondo -sulla mano i loro cuori rossi e fumanti come fiamme. - -Non posso qui mostrare come la contraddizione fra l'idealismo lirico -individuale e romantico del Mazzini letterato e la collettività -dell'arte predicata dal Mazzini uomo politico, nascosta da lui con -grandi sottigliezze logiche e con qualche onda retorica e considerata -dai suoi critici insanabile oggi, invece alla luce dell'esperienza e -sotto l'esame dell'estetica psicologica possa dirsi sono apparente. -Oggi a me basta indicare che nel 1848 soltanto — nell'anno taumaturgo, -— come disse il dall'Ongaro, vien per la prima volta in Italia -dichiarata la necessità della libertà politica degl'individui dentro -una patria indipendente, e vien perciò per la prima volta instaurato -nell'arte il diritto alla sincerità. - -Fino allora i nostri romantici avevano avuto la frenesia di piacere, -di piacer subito e di piacer molto, rendendo attraenti le pene umane -col respingerle verso il passato, rendendo attraente la figura umana -col correggerne i difetti e svisando così nella spontaneità d'emozione, -quella violenta istantaneità di visione che avevano già dato alla vera -poesia romantica nel 1829 le _Méditations_ di Lamartine e alla vera -pittura romantica nel 1822 la _Barca di Dante_ di Delacroix. Non aveva -lo stesso Manzoni nel 1823 confessato nella famosa lettera al marchese -Cesare Taparelli d'Azeglio che «bisogna scegliere argomenti pei quali -la massa dei lettori ha una disposizione di curiosità e d'affezione»? -La nuova libertà non comanderà agli artisti e agli scrittori questa -premeditata servilissima scelta: ma essi vedranno che solo in quanto -saranno sinceri, anzi quanto più riesciranno a esser sinceri, tanto -più ritroveranno nel loro pubblico ossia nel pubblico simile a loro, -un consenso d'applausi. E così, mentre in quell'altra arte fatta -deliberatamente per piacere, la mortalità delle opere sarà grande e -veloce, in questa nuova arte sarà in ragione inversa della sincerità -dell'artista. - -Un artista solo in Italia aveva prima d'allora, ostinato, austero -e sdegnoso, posto a norma della sua vita e delle sue opere questa -sincerità: il vostro Lorenzo Bartolini che nel mio discorso -dell'altr'anno abbiamo con entusiasmo glorificato insieme. Dopo lui, -nel periodo che descrivo adesso, due altri scultori difendono la nostra -gloria artistica nel terribile schiacciante paragone con gli stranieri: -ancora un toscano, il Duprè, e un ticinese, il Vela. - -Basta confrontar i ritratti di questi due grandi, per intendere tutta -la differenza dell'animo loro: Giovanni Duprè scarno, pallido, nella -tarda età quasi diafano in volto, con la barba morbida precocemente -canuta, coi capelli lisci pettinati all'indietro e un po' lunghi alla -Mamiani, col naso prominente tagliente, cogli occhi a mandorla gentili, -bonarii e sorridenti sotto le sopracciglie morbide e lunghe, con le -labbra sbianche e sottili sotto i baffi più rari, — Vincenzo Vela -rosso, valido, olivastro, col volto largo allungato dalla folta barba -fulva, col naso piatto donde dalle due pinne partono verso le labbra -due solchi profondi, con la gran fronte convessa e l'arcata ciliare -come gonfia sopra gli occhi neri, lucidi, severi e meditabondi; quegli -fatto per sorridere e per accogliere con affabilità, questi fatto per -tacere e per soffrire anche al culmine dell'attività della gloria; -quegli dolce e sereno come un bambino, ansioso e nervoso davanti a ogni -ostacolo, questi austero e violento e muscoloso, precocemente virile e -pronto all'azione come il suo _Spartaco_; l'uno come il suo _Abele_ più -degli altri pensoso che di sè stesso, l'altro raccolto nei suoi vasti -pensieri e nei suoi sentimenti profondi come istinti; l'uno timido nel -lavoro del marmo e prudente, l'altro leonino nell'assaltar la pietra -per cavarne i suoi sogni nascosti, impetuoso come un amante che strappa -i veli e misura il tempo dal battere del suo cuore gonfio di passione -come una marèa sotto la luna. - -Sì, Giovanni Duprè fu un mite. Basta leggere i suoi _Ricordi_, -delicati, patetici, toscanamente arguti. Nel folto della famosa disputa -bartoliniana se un gobbo fosse o no degno soggetto d'arte, egli ancor -giovane restò in disparte per modestia; capì che pel gran Bartolini lo -studio del vero anche brutto era — son sue parole — «un puro esercizio -di copia, che è quanto dire il mezzo per giungere all'arte, o, com'egli -diceva, tenere le redini dell'arte, e che il male si era, che molti, -scambiando il mezzo col fine, correvano al precipizio.» Acuta e limpida -osservazione in cui nessun critico sereno ha poi trovato una virgola -da mutare. Ma egli era un sensibile e non aveva la ferrea dirittezza -del caposcuola, quella costanza e quell'unità di mente che ci fanno -apparire tutte le opere del Bartolini o del Vela come tante sillabe -d'una parola sola. Egli nel '42 aveva finito di modellare quel suo -dolce _Abele_ morente col perdono negli occhi e con l'agonia per -tutto il leggiadrissimo corpo, fin nelle chiome femminee che sembrano -madide di sudore mortale. Ma già l'anno seguente, quella disputa -dall'Accademia fiorentina diffusasi per tutti i circoli dell'Italia -centrale e su tutti gli album artistici — come ancora per lo più si -chiamavano i pochi periodici d'arte — tanto gli aveva occupato la -mente e affannato il cuore, che egli finiva celeremente il suo _Caino_ -opera così voluta, così innaturale all'anima sua, che l'insuccesso -palese ne fu da qualche maligno fissato nel motto che questa volta -Abele avea ucciso Caino, non Caino Abele. Della quale affermazione è -persuaso chiunque nella sala della Stufa a Palazzo Pitti confronti i -bronzi delle due Statue. E lo stesso errore fu dallo scultore ripetuto, -quando volle eseguire il monumento a Cavour per Torino, egli che non -aveva muscoli per la lotta all'aria aperta, e quando scolpì la statua -di San Francesco così inutile e inespressiva nel suo piccolo candore -lì su la piazza d'Assisi di contro all'alta austera facciata romanica -della cattedrale colore del ferro, — perchè altra febbre d'ardore fu -veramente in Francesco, un ardore tanto più attivo e più combattivo di -quella reclina rassegnata umiltà di rinuncia! - -Ma per la sua gloria un'altr'opera fin dal 1863 il Duprè aveva -compiuta: un'opera che è forse la sua maggiore, perchè in essa egli ha -potuto concentrare tutta la sua tenerezza composta e un po' mistica, -tutta la sua passione mai violenta e teatrale, ma forse perciò tanto -più sincera e profonda e potente, come un timoroso amore che non riesce -a trovar la voce per confessarsi: parlo della _Pietà_ che è al cimitero -della Misericordia a Siena, poco oltre quella chiesa di Sant'Agostino, -che contiene il suo gelido _Pio secondo_. La Vergine è genuflessa -sulla gamba sinistra; sul suo ginocchio destro rialzato e drappeggiato -da pieghe molli stanche cadenti si appoggia con tutto il dorso il -Cristo morto che ha la testa reclina e le due gambe distese sul piano -del marmo. Aperte le braccia, smunte le gote, schiusa nello spasimo -silenzioso la bocca, di sotto il manto che la schiaccia e l'adombra, -come un dolore visibile, ella si china verso la faccia della morte, -verso la fredda faccia. Tutto il figliuolo diletto sulle cui mani e sul -cui costato si schiudono le cicatrici delle stimmate donde sprizzò col -sangue una luce di sole sul mondo, ella accoglie così nel suo grembo, -ella ripara sotto il suo manto; e le braccia di lei, che accompagnano -più in alto la linea delle braccia di lui abbandonate dalla vita, -non osano toccarlo, sebbene le due mani si pieghino già alla carezza -materna. Par che la madre aspetti da quel suo figlio che è Dio il -prodigio, il prodigio di un'ultima parola, d'un ultimo sguardo, d'un -bacio. E il bianco dramma si profila sul marmo grigio del fondo, e ogni -muscolo e ogni piega commentano con una parola precisa l'elegia ansiosa -dei due volti: uno morto d'amore, l'altro vivo di pena. - -Oh non si dica che questo patetico, solo perchè mai volgare, non -abbia studiato e compreso il vero quanto i più frenetici e pettegoli -veristi! Egli che quando prima espose l'_Abele_ fu accusato di averlo -formato sul vivo, egli che anche in un lavoro ornamentale come il piede -alla famosa tavola delle Muse di Palazzo Pitti riescì nelle figure -e nelle allegorie delle stagioni a vivacità fresche come quelle d'un -quattrocentista, egli che a Roma osò chiamare il Tenerani trionfante -un «timido amico del vero,» egli che dolorosamente si stupiva di udir -dall'Overbeck nazareno l'eresia che i modelli, ossia il vero, uccidono -l'idea! - -Il Vela, l'ho detto, fu al paragone un impetuoso. Venir a parlar di -lui dopo il Duprè può quasi sembrar artificio di contrasto retorico, -par di passare da un fresco giardino odoroso dentro una cupa selva che -stormisce con un romore d'oceano. - -Da Ligornetto nel Ticino ansioso di novità e di lavoro a Milano, -dove il '36 la _Fiducia in Dio_ del Bartolini mandata alla galleria -Poldi Pezzoli gli rivela l'avvenire; da Milano a Roma, povero e solo, -a modellare in una soffitta lo _Spartaco_ mentre il Minardi pittore -squallido e il Tenerani scultore prudente tengono tutti gli onori; da -Roma nel '47 nuovamente nel Ticino per la guerra del Sonderbund e poi -dal Ticino giù in Piemonte tra i volontari italiani a sognare il gran -sogno e a guardar in faccia la morte: dopo Novara a Milano a finire pel -Litta lo _Spartaco_, a Lugano ad erigere un altro simulacro di libertà, -il Guglielmo Tell, da Milano, rifiutata fieramente agli Austriaci la -nomina di professore all'Accademia di Brera, a Torino accettando quella -di professore all'Albertina; superbo di modellare per piazza Castello -l'_Alfiere_ colossale che Milano dava, come un giuramento, al Piemonte; -poi scultore del _Carlo Alberto_, del _Dante_ e del _Giotto_ e di quel -_Cavour_ che in mezzo al tumulto frenetico della Borsa di Genova pare -col nobile volto e il calmo gesto rammentar a tutti gli energumeni -attorno la felicità della patria non esser fatta solo dall'oro; ancora -più epico del Manzoni col _Napoleone morente_, infine egli chiude la -sua vita agitata ed indomita modellando l'alto rilievo delle _Vittime -del lavoro_, rude e tragico monito dell'avvenire! - -Avete voi nella memoria il _Napoleone morente_? Quella ancor salda -figura seduta sulla larga sedia col cuscino che fa da sfondo fino a -metà della testa, con quella grave coperta sulle gambe che facendo -una massa sola della parte inferiore della statua concentra lo sguardo -dello spettatore nella fissa faccia, nella mano contratta sulla carta -d'Europa, nel petto che s'intravvede sotto la camicia semiaperta quasi -che il respiro mancasse alla bocca imperiosa? Il solco profondo a mezzo -il mento, i due segni netti ed ombrati più agli angoli delle labbra -sottili serrate, il naso aquilino, i due ponti dell'arcata ciliare -diritti a sostenere la gran fronte, e in mezzo alla fronte quella ruga -che forse è di pena ma sembra di minaccia, tutto contribuisce a dare -a quel volto terribilmente imperioso più che il solenne segno della -morte vicina la luce divina dell'immortalità, tanto che — al dire d'un -contemporaneo — «il fitto cerchio di persone d'ogni ceto, d'ogni età, -d'ogni lingua che gli stava dattorno, faceva come avrebbe fatto dinanzi -all'imperatore ancor vivo, dinanzi all'uomo dalle cui mani fosse -sfuggito, sì, l'impero del mondo, ma potesse ancora riprenderlo.» - -Lo so: da critico diligente io devo rammentarvi che il Vela, al -verismo del Bartolini, aggiunse la sincerità nel ritrarre sui corpi le -vesti spesso goffe dei suoi contemporanei, tanto che sul suo esempio, -e massime per opera d'un suo ammiratore, Santo Varni, da venti o -trent'anni il cimitero di Staglieno va divenendo una collezione di -orribili ineleganze, una storia volgare di tutte le più stupide mode -di vestiti maschili e femminili dal '60 in giù. Devo anche dirvi che -molti dei suoi somigliantissimi ritratti — da quello del Carloni a -Lugano, da quelli del Gallo e del Balbo e delle due Regine a Torino -fino a quelli del Grossi e del Piola nel cortile di Brera a Milano -— sono stati accusati di essere poco espressivi, sebbene a me paia -che nessun moderno lo abbia raggiunto nel trattar con diversa mano le -diverse materie, e le carni e i capelli e le vesti e il cuoio e i lini. -Ma qualunque critica vi proponga, un solo e massimo vanto io vorrei che -voi deste al gran Vela se mai, oltre il lago di Lugano, tra i monti -verdi vi inoltriate fino a Ligornetto ed entriate nel bianco museo -della sua villa, nel giardino odoroso piantato dalle sue mani, seguìto -dal gran mastino nero che le sue mani hanno accarezzato: il vanto -di essere stato più di ogni altro scultore della sua epoca sincero, -quello, cioè, di aver in ogni suo marmo espresso un po' dell'animo suo, -una speranza o un entusiasmo con un vigore che la modernità non aveva -ancor visto. - -La scultura italiana di cui pare che i critici odierni parlino con -qualche disdegno in poche righe dopo pagine e pagine in onor della -pittura e di cui le esposizioni fino a poco tempo fa si servivano solo -per addobbare le sale o per riempire i corridoi; la scultura italiana, -invece, ha tenuta alta la nostra gloria artistica quando, al confronto -cogli stranieri, la nostra pittura, se pure in Italia con un po' di -retorica patriottica era detta viva, all'estero faceva pietà. Quando -nel '55 con una crudele cortesia Gauthier diceva «che l'Italia aveva -largamente pagato il suo debito d'arte al genere umano, e che egli non -avrebbe certo commesso l'iniquità di burlarsi della nostra miseria,» -quali scultori poteva opporre al Duprè, al Vela, al Tenerani, poichè il -Bartolini era morto nel '50 e a tanti altri minori rispetto soltanto -a quei grandi? Fino al '67 a Parigi col _Napoleone_ e con la _Driade_ -del Vela, con la _Pietà_ del Duprè, con l'_Amor pitocco_ del Cambi, col -_Socrate_ del Magni, fino al '73 a Vienna col _Jenner_ di Monteverde, -col _Nerone Travestito_ del Gallori, col _Canaris_ di Civiletti, la -scultura ci ha difesi da quell'accusa di morte. - -A Torino, poichè nel 1878 il Marocchetti era emigrato definitivamente -in Francia, accanto a Vincenzo Vela che il marchese di Breme chiamava -nel '55 a insegnar nell'Accademia allora allora rinnovata da un -apposito decreto, erano il Dini ancora classicheggiante ma nei -ritratti vivissimo, l'Albertoni di fare grandioso e monumentale ma -poco espressivo meno forse che nel monumento a Vincenzo Gioberti, e due -fratelli — pur troppo dimenticati — Francesco e Giuseppe Pierotti, che -modellavano con sicurezza gruppi d'animali. - -A Milano, al vecchio Cacciatori succedevano due o tre giovani come il -Bayer, lo Strazza, il veronese Fraccaroli che allievo del Zandomeneghi -era venuto da Venezia verso il '35, il Pandiani la cui figliuola -Adelaide avrebbe poco dopo il '60 creato la _Saffo_ mirabile immagine -della desolazione amorosa, il Tantardini che col _Geremia_ mostrò che -cosa potessero anche in un ingegno non sommo gl'insegnamenti del Vela, -infine il Magni che col _Socrate_ e con la fontana Nabresina a Trieste -già provava l'amorosa diligenza — non altro! — con cui nel '72 avrebbe -eretto in piazza della Scala il monumento a Leonardo da Vinci. - -Qui a Firenze, intorno al vecchio Romanelli, al Fantacchiotti, al -Cambi, nessuno ancora sorgeva a eguagliare il Duprè o a prendere il -posto del Bartolini. - -Nel mezzogiorno, poichè il fiorentino Emilio Franceschi non era ancora -andato a Napoli e il palermitano Civiletti non era ancora venuto a -Firenze, Tommaso Solari, che nella statua di _Carlo Poerio_ al Largo -della Carità in Napoli mostra un verismo degno quasi delle statue -minori del Vela, e Raffaelle Belliazzi nelle terre cotte dipinte -e anche nel marmo fanno appena sperare un Amendola, un Gemito o un -d'Orsi. - -Ho detto poco fa che la massima lode del Duprè e del Vela è d'essere -stati i due più sinceri scultori del loro tempo, tra il '48 e il '61. -Ma in pittura, chi restaurò la sincerità? Chi trasse di sotto il pondo -dei gessosi eroi del Camuccini e dell'Appiani la vita fatta di nervi -e di sangue, espressiva e luminosa, magnificamente bella anche quando -appare spaventosa come un incubo di Breughel o di Goya? - -Per veder la verità, guardiamo uno spazio più grande della sola -Italia. Nella Francia i veri liberatori dell'arte, i veri instauratori -della libertà contro la schiavitù della tradizione, i veri vindici -dell'originalità erano stati poco dopo il '20 i pittori romantici, -e noi eravamo in ritardo di quasi trent'anni. Dal fondo grigio e -gesuitico della restaurazione, ormai da parecchi anni l'arte del colore -e della passione era balzata fuori libera, feroce, agile, urlante e -fulva come una bella belva. Il sangue, il bel sangue porporino e la -luce e il movimento più convulso essa bramava e otteneva. Che il colore -fosse così ardente da consumare i contorni, che la passione fosse -così esternata e visibile da gareggiare con la febbre delle _Notti_ -di Musset o delle apocalittiche visioni di Hugo. Il rosso, il rosso! -Il rosso scarlatto del panciotto di Théophile Gautier, il rosso cupo -dei nastri sui cappelli, tra i capelli, intorno alle vite delle belle -donne che volevano esser tutte appassionate. Già nel 1819 era apparsa -la _Zattera della Medusa_ dipinta con foga da Géricault ma ancora buia -e ancora qua e là nelle figure legnosa. La michelangiolesca _Barca -di Dante_ sognata e dipinta da Delacroix è del 1822, il _Massacro di -Scio_ che dai vecchi fu detto il massacro della pittura è del 1824. Nel -1834 Delacroix parte pel Marocco e inaugura la pittura orientalista -nella quale poi Decamps, Marilhat, Fromentin, Guillaumet sul suolo -senz'ombra, sotto i cieli senza nuvole, faranno veramente tremar -l'aria alla luce, in quei silenzii meridiani nei quali, come dice -lo stesso Fromentin, la vita sembra scomparire assorbita dal sole. E -già il _Salon_ del 1822 avendo rivelato i paesisti romantici inglesi -e Turner e Bonington e Constable e avendo dato una medaglia d'oro a -quest'ultimo, aveva spinto all'emigrazione verso Barbizon tutti quei -pittori «detti del '30» e Rousseau e Corot e Daubigny e Duprè e Troyon -che crearono il _paysage intime_ e trent'anni dopo dettero diritto di -vita al paesaggio italiano. Tutti costoro si dichiarano e sono tanti -romantici. - -Da noi, invece, ogni insulto fra il '50 e il '70 va ai romantici: anzi, -talvolta il senso dileggiativo dell'aggettivo «romantico» persiste -ancora nelle lettere, se non nelle arti. E intorno al '60 i così detti -veristi insorgevano contro i romantici, e Palizzi loro capo a Napoli -imitava senza saperlo quando poteva Troyon e Daubigny che erano due -romantici. Donde la contraddizione, o meglio l'equivoco? - -Ho in principio accennato alle cause politiche che nel 1848 resero -invisi agli Italiani i maggiori scrittori romantici, tanto che -col sostantivo fu condannato l'aggettivo, senza darsi la pena di -distinguere l'innocente dal reo: del qual fatto il più chiaro esempio -è nella storia dell'Accademia napoletana di prima e dopo il 1860, -di prima e dopo la caduta dei Borboni, perchè là d'un colpo furono -cacciati per ragioni politiche i romantici cioè i borbonici, e -sostituiti i nuovi cioè i liberali. Ma un'altra ragione dell'equivoco -è nel fatto che i nostri pittori detti romantici — primo l'Hayez, come -credo di aver provato l'altr'anno — accettarono i soggetti romantici -e i sentimenti romantici e la lagrimosità romantica, ma il colore -e il chiaroscuro restarono degni dei neoclassici, opaco quello e -saponoso, arbitrario questo e così negletto, che le figure sembravano -più fantasmi senza rilievo al lume di luna che solidi corpi vivi alla -luce del sole. Così che quando i nostri veristi e i nostri coloristi -insorsero contro i romantici d'Italia insorgevano in realtà contro -i neoclassici e infatti imitavano i romantici di Francia: cioè erano -dei romantici essi stessi. Quando con Morelli, Celentano, Faruffini il -quadro storico cominciò ad acquistar l'unità della luce e la giustezza -dei toni, questi facevano trenta o quarant'anni dopo quella rivoluzione -che in Francia aveva fatto pure col quadro storico il Delacroix -romantico. Ma a dar loro dei romantici, anche oggi quei che son vivi -griderebbero offesi. - -Questo inganno nominale ho voluto subito chiarire per potervi mostrare -la pittura italiana nel posto, non ottimo, che le spetta, a metà del -secolo decimonono nella pittura europea. - -Considerate infatti, per avere un'altra prova di quest'inganno, il -quadro storico che gl'Italiani, guasti dal fanatismo delle gerarchie -accademiche cortigianesche e jeratiche, ponevano sommo nella scala -della bellezza onorevole. Poichè la conquista del colore o la -conquista del movimento che son le due glorie della pittura del secolo -decimonono, non erano nemmeno state tentate dai nostri, e poichè — come -abbiam veduto a parte a parte l'altr'anno — nè l'Hayez, nè il Palagi, -nè l'Arienti, nè il Malatesta, nè il Guardassoni, nè i due Benvenuti, -nè i due Mussini, nè il Bezzuoli, nè il Pollastrini, nè il Gazzotto, nè -lo Zona, nè il Molmenti, nè il Cavalleri, nè l'Ayres, nè l'Angero, nè -il Mancinelli, nè il Podesti, nè il Gagliardi — per nominar solo quelli -che allora furon creduti ottimi — riescirono ad abbandonare il lividore -del colore classico per quanto lagrimassero in tutte le Imelde, in -tutte le Giuliette, in tutte le Clorinde, in tutte le Francesche da -Rimini, in tutte le Marie Stuarde, in tutte le Congiure e in tutte -le Crociate care ai poeti romantici, perchè dovremmo noi dar loro lo -stesso appellativo di Delacroix e dire che la loro pittura è romantica -mentre in realtà son romantici solo i temi dei loro quadri, ma la -loro pittura è in ritardo di quarant'anni? E nei più giovani, prima di -Morelli, di Celentano e di Faruffini, chi è che si ribella e dipinge -anche quei modelli mascherati da paggi e da cavalieri antichi al sole -e col movimento con cui dipingerebbe il signor X o il signor Z suoi -contemporanei in tuba e scarpini verniciati? - -I migliori di questi più giovani sono piuttosto paragonabili a quei -prudenti pittori francesi che contentarono la borghesia spaurita tra la -rossa ardente esaltazione della rivoluzione di luglio e le barricate -della rivoluzione di febbraio, e che ebbero per sommi e antipatici -capi Paul Delaroche e Robert Fleury e ammirarono in poesia Casimir -Delavigne e in musica Auber, in una parola che rappresentarono con -serietà lo smascolinato _juste milieu_ di Luigi Filippo. Essi dipingono -con sapienza i siparii per teatro ed è naturale, — dal Bertini che -col Casnedi dipinse a Milano quello della Scala fino al Fracassini che -dipingerà a Roma quelli dell'Apollo e dell'Argentina, — e per lo più -scambiano quel che è pittoresco con quel che è dipinto bene, restando -sempre stilisti oggettivi, mai artisti appassionati. - -Guardate Enrico Gamba che apprese in Germania la correzione del disegno -e l'abilità della composizione, e, fecondissimo, ebbe in Piemonte anzi -in Italia grande fama fino all'83 quando morì. _I funerali di Tiziano_ -che sono del '56, disegnati così bene, disposti così bene, pennellati -così bene, contengono veramente dei pezzi di pittura liscia forse ma -spontanea: però nell'insieme tutte quelle figure viste ad una a una, -quasi che ognuna avesse il suo raggetto di sole e non ne spartisse -nemmeno un riflesso coi suoi vicini, odoran di accademia, di modello, -di posa un miglio distante. E lo stesso è di Andrea Castaldi, torinese -come il Gamba, ma più di lui fresco in certi studii di nudo femminile -e più di lui tragico e nervoso nell'espressione dei volti, come provano -il suo popolarissimo _Pietro Micca_ che è del '60 o il _Savonarola_ che -è del '56, ambedue nella bella pinacoteca moderna di Torino. - -Ma senza andarli a cercare qua e là per l'Italia col rischio di -dimenticarne parecchi, è bene vederli raccolti alla prima Esposizione -nazionale italiana che su proposta di Quintino Sella fu con una -speciale legge decretata il 25 giugno 1860 e aperta nella primavera -del 1861 qui a Firenze, nell'antica stazione delle ferrovie livornesi -a Porta al Prato. Se mancavano il Podesti, l'Arienti, il Bertini, il -Gamba e il Gastaldi, v'erano però tutti gli altri vecchi pittori di -storie e di storielle, morti e vivi: il Benvenuti col _Conte Ugolino_ -e più col _Giuramento dei Sassoni_, il Bezzuoli con tre quadri fra -i quali l'_Ingresso di Carlo VIII_, Cesare Mussini con la _Congiura -de' Pazzi_ e la _Fornarina_, il Guardassoni con l'_Innominato_, -il Pollastrini con l'_Esilio de' Sanesi_, il Coghetti con la morte -di _Santa Caterina_, l'Hayez col _Ratto d'Ila_, lo Smargiassi col -_Buonconte da Montefeltro_, il Maldarelli con la _Gliceria che -battezza il suo carceriere_. Ed era bene che vi fossero tutti, perchè -accanto a loro vedendo gl'_Iconoclasti_ del Morelli, _I Dieci_ del -Celentano, la _Cacciata del duca d'Atene_ di Stefano Ussi e anche la -_Congiura degli Amidei_ di Eleuterio Pagliano, il pubblico e i giovani -artisti finalmente comprendessero che nessuna bellezza sentimentale o -patriottica di tema, poteva far bello un quadro visto male e dipinto -male. - -Io parlo adesso, o Signori, di persone, meno il Celentano, vive, -ammirate e gloriose, e voi dovete perdonarmi se sarò coi vivi sincero -tanto quanto è purtroppo facile esserlo coi morti. Io in Stefano Ussi -ho sempre ammirato più del pittore storico l'orientalista luminoso, -spontaneo e caldo di passione come quel suo oriente lo è di sole. _La -Cacciata del duca d'Atene_ che, quando nel 1867 andò a Parigi fu su -la _Revue de Deux mondes_ così violentemente biasimata da Maxime du -Camp, è certo il più bel quadro storico che sia stato dipinto prima -degl'_Iconoclasti_; intendo con ciò che il suo valore è relativo -al momento in cui apparve. Pensate che questo discepolo di Giuseppe -Bezzuoli, dipinse il gran quadro a Roma tra il '58 e il '59, nel colmo -della tirannia del Podesti e del Minardi! Certo oggi in quella folla -urlante e minacciante che ha invaso il Palazzo Vecchio, la gentile -freschezza di ogni veste e l'ostentata abilità della composizione -scenicamente equilibrata intorno al fiammeggiante abito del Duca e la -differenza tra le due luci, quella pallida oltre le finestre, quella -violenza dei personaggi del primo piano dispiacciono a chi voglia -ammirare. Ma che sagacia di psicologia a esprimere sui volti e nel -gesto le passioni di ognuno e che cura meticolosa dei particolari, cura -così rara in un tempo in cui l'approssimativo quasi sempre sinonimo del -falso era la sola guida dei costruttori di tali coreografie! «Io non -vidi mai quadro moderno che agguagli questo» disse allora il relatore -governativo Manfredini. - -Se Stefano Ussi così impose per primo l'obbligo della verità al -quadro storico e ne fu subito compensato da una rinomanza sicura e -duratura, il Morelli negli _Iconoclasti_ stupì per la forza di rilievo -e l'esattezza veduta del chiaroscuro, e il Celentano nei _Dieci di -Venezia_ stupì per l'unità della luce. - -Domenico Morelli è un impulsivo, disuguale e violento; e forse per -questo è l'unico dei suoi contemporanei in cui allora sembrasse -trasfuso un po' dell'ardor febbrile del Delacroix. Il Celentano invece -è un tenace, sicuro della mèta, dubbioso spesso nei mezzi fino a -spasimar per l'angoscia, per capire come da quell'orribile _Agguato_, -che è nella sua sala alla Galleria romana d'arte moderna, egli possa -essere giunto ai _Dieci_ e al _Tasso_, bisogna leggere le sue lettere -al fratello Luigi, e vedervi l'amor dello studio attraverso alle -pinacoteche di tutta Italia e l'ansia religiosa quando è vicino al -paradiso del colore, — a Venezia. Il Morelli invece ottenne presto, e -senza tentennare, quella personalità artistica cui il povero Celentano -anelava, quella palpabilità delle figure nei quadri, come egli diceva, -quella semplicità della composizione che fu al confronto cogli altri -la vera meraviglia del _Consiglio dei Dieci_, quando fu esposto -qui a Firenze. Quel tono basso d'avorio, con qualche fiato verdino, -delle pietre della Scala dei giganti nel fondo, quei robboni neri dei -Membri del Gran Consiglio, quei volti scarni ed assorti, quell'aria -che fluisce nella scena aperta tra i quattro o cinque gruppi andanti, -quella verità di movimento, lo stesso taglio basso e lungo del quadro -e la scena che pareva vuota al confronto delle folle accumulate nei -macchinosi quadri attorno, — tutto a noi che guardiamo dopo trent'anni -permette di dire che come sincerità d'arte il _Consiglio dei Dieci_ di -Bernardo Celentano avrebbe dovuto nel 1861 ricevere molti degli omaggi -che andarono agl'_Iconoclasti_ di Domenico Morelli. E voi sapete, -signori, che Bernardo Celentano morì a ventinov'anni! - -Sugl'_Iconoclasti_ un vecchio amico del Morelli mi narrava pochi giorni -fa un aneddoto tipico. Egli lavorava con furia, malcontento della -figura di Lazzaro Monaco quando il Palizzi entrò nel suo studio. — -Ti piace? — No. — Che devo fare? abbandonar tutto? — Niente affatto. -Guarda. Io mi metto davanti alla tua tela. Allontanati. Quando vedrai -le tue figure dipinte spiccar su la tela come fa il mio corpo, allora -potrai dire d'aver vinto la prova. — - -In verità, la gloria di Domenico Morelli è di aver trattato le figure -dei suoi quadri non come copie di modelli mascherati o atteggiati, -ma come uomini vivi. Troppo egli stesso è esuberante di vita e di -passione, per tollerare davanti ai suoi occhi su le sue tele dei -fantocci piatti. Non credo di fargli una critica dicendo che questo -più che volontà fu istinto in lui. Nei romani, nei greci, negli uomini -del cinquecento, nello stesso Cristo egli tornò ad infondere il sangue -rosso e palpitante, il suo buon sangue di meridionale beato di sole, -e col sangue la passione tutta dinamica, non più statica e di posa, -come in quasi tutti i suoi antecessori. Questo romantico, al pari dei -grandi romantici d'oltralpe sorti trent'anni prima di lui, ha sentito -che il colore è in pittura l'espressione della passione, l'indice della -potenza lirica ed emotiva dell'artista. Sebbene talvolta non abbia reso -l'intensità della luce solare per aver troppo creduto all'efficacia dei -colori puri invece che all'efficacia dei rapporti, pure pochi seguirono -col suo amore, con la sua prontezza in un quadro tutti i riflessi e -i rimbalzi d'ogni minimo raggio. Dei romantici francesi ha avuto i -gusti letterarii e l'amore pel Byron e pel Tasso, in quasi tutti i -temi dei suoi primi quadri; e ha avuto la foga nel creare, tanto che -fu detto gl'_Iconoclasti_ essere stati dipinti in quaranta giorni; -e l'amor per l'oriente che egli ebbe il torto di dipingere sempre di -maniera guardando alla Spagna e al Fortuny invece che alla Terrasanta. -Venuto poi a maturità in un'epoca di critica religiosa, egli potè -con grande successo fondere questo romantico amor dell'oriente alle -interpretazioni umane del Cristo, e acquistar nella storia della -moderna pittura sacra un posto accanto a Holman Hunt, al Rossetti, al -von Uhde, pure tecnicamente così dissimili da lui. - -Ma io non posso indugiarmi nella descrizione del suo ingegno per -mostrarvi l'importanza dei suoi viaggi tra il '55 e il '62 e la -fama sua che saliva con tanta sonorità, che forse nessun altro -artista contemporaneo ha tra i giovani del suo tempo ottenuta almeno -nell'Italia media una simile suggestione di rispetto devoto. - -Quando accanto al Celentano e al Morelli vi avrò rammentato il colore -del Faruffini, più nella _Vergine al Nilo_ che nel _Sordello_ della -Brera, l'appassionato brio dell'Altamura che venuto dalla sua Napoli -divenne così popolare qui a Firenze, la franca pennellata del Pagliano, -il quale prenderà al Cogniet l'idea della _Figlia del Tintoretto_, la -forza tragica del Fracassini nei _Martiri Gorgomiensi_ alla Vaticana -e negli affreschi non finiti a San Lorenzo fuori le mura, v'avrò -indicato tutti i maggiori pittori storici fino al 1861 — se pur non -vogliate pensare che già cominciavano a tenere il pennello Barabino -e Maccari, un geniale imitatore d'Alma-Tadema come Giovanni Muzzioli -e un irrequieto innovatore come Tranquillo Cremona, e che nel 1864 a -Parigi con l'ariosa lussuosa riscintillante _Passeggiata nei portici -del Palazzo Ducale_ Scipione Vannutelli otterrà in premio un sonetto di -Théophile Gautier. - - * - * * - -Dispensatemi dall'enumerarvi tutti i quadri militari che dopo il '48 o -dopo il '59 glorificarono i mille episodii di Custoza, di Novara, di -Montebello, di Palestro, di Solferino, di San Martino, e i volontari -Garibaldini e le truppe Piemontesi, e con Gerolamo Induno perfino -i pallidi orizzonti della lontana Crimea e le glorie della Cernaja. -Perfino Mussini finirà a fare — purtroppo! — il ritratto di Vittorio -Emanuele, perfino Hayez finirà col dipingere la _Battaglia di Magenta_. -Qualunque critica fatta oggi da noi giovani a quei pittori di battaglie -i quali quasi tutti le avevano combattute prima di dipingerle, e -al carminio della loro tavolozza potevano paragonare il buon sangue -delle loro ferite, sarebbe irriverente. Ma un fatto posso osservare -ed è che, anche quando la loro pittura sembrerà un po' squallida e il -loro pennello poco pronto a rendere l'uragano d'un assalto, il lampo -delle artiglierie, le contorsioni d'un'agonia, pure la necessità dello -studio del vero, l'intensità della passione presente ed urgente, -negl'individui centuplicata dall'eco di tutt'un popolo, furono in -Italia i maggiori coefficienti della nuova sincerità artistica e -della mutazione del gusto. Qui a Firenze fra tutti costoro, io voglio -ricordare un veterano sempre valido e giovanile, Giovanni Fattori, -che oggi è rimasto il maggior pittore militarista d'Europa, e che -nella sua austera gamma di colori ha per primo veduto i soldati e i -cavalli _dentro_ un paesaggio, non, come gli altri teatrali, _sopra_ -un paesaggio, e li ha avvolti d'aria e di luce cioè li ha fatti vivi in -mezzo alla vita, vivi e degni di vivere nell'avvenire. - -I fratelli Girolamo e Domenico Induno, dei quali un anno fa descrissi -l'opera, col loro stile gustoso facile e simpatico unirono questa -gloriosa pittura militare all'ingloriosa pittura di genere, nella -quale però Domenico più sentimentale e più mesto riportò maggior vanto -«porgendo,» come dice con frase tipica il Caimi che è lo storico -degli artisti lombardi di questo periodo, «l'edificante esempio -di quelle abnegazioni che nobilitano il tugurio del proletario.» E -intorno agl'Induno col Trezzini, cognato di Domenico, col Castoldi, -col Giacomelli, col Clerici, e in Piemonte con lo stesso Gamba, col -Beccaria, col Balbiano e massime con Federigo Pastoris fu per vent'anni -un diluvio di emozioni graziose ora ridenti ora meste, anzi per lo -più meste che stancarono talvolta anche i contemporanei, tanto che -nelle _Tre Arti_ quel bizzarro ingegno del Rovani ne parla francamente -così: «La pittura di genere è l'arte sorella di quella letteratura -pallida ed esile che credette di ingenerare il gusto imbandendoci -quei cari romanzuoli cotti nell'acqua di mele cotogne che non passano -l'epidermide nemmeno alle maestrine degli asili d'infanzia.» - -Ma l'ironia non giovò, perchè in Italia la pittura di genere durò -anche più a lungo che in Francia dove, per verità, essa era nata solo -dall'imitazione degli inglesi, del Wilkie, del Leslie, del Mulready -che tra il fanatismo dei compratori smollicavano al pubblico la grande -eredità di Hogarth, — e dove il suo cicaleccio pettegolo fu presto -sopraffatto dall'ampia sonora voce della pittura paesana di Millet. -Forse in Italia una lode le si può dare, — che, cioè, servì ad abituare -definitivamente gli spettatori alle pitture dei costumi moderni visto -che ancora nel 1857 il buon Pietro Selvatico credeva d'essere audace, -dissertando della _opportunità di trattare in pittura oggetti tolti -dalla vita contemporanea_. - -Ma i veri ribelli, i veri fondatori della modernità, i veri apostoli -della sincerità, furono in Italia i paesisti. Da Nino Costa a Telemaco -Signorini, dal Palizzi al Vertunni, dal de Nittis al Rossano, dal -Fontanesi al Pasini, — noi intorno al '60 già vediamo raccolta una -falange di artisti tali, che per cento modi, attraverso a cento -temperamenti appaiono tutti concordi a proclamare la libertà d'essere -originali purchè si sia sinceri, ad indicare quanta può essere la gioia -dell'anima di chi con sereni occhi contempla i suoi sogni riflettersi -in un mattino aprilino raggiante di speranza, in un meriggio estivo -ardente di letizia, in una sera autunnale fosca di pena. Lungi le -mascherature classiche e medievali, lungi le lagrimucce pettegole, -anche lungi l'inferno delle battaglie! Un mandorlo fiorito sopra -un cielo turchino; un cespuglio di ginestra oro e verde contro un -mare color del cielo; un gregge giallastro sopra un tenero prato di -marzo; una casetta rosea lungo una strada candida di polvere sotto -il sollione; una luna che di dietro un monte violaceo sorge a spegner -le stelle nei pallidi sereni: tutte le gentilezze e le grandezze, le -profondità dei firmamenti e le tenuità dei fiori parvero allora per la -prima volta dopo quasi tre secoli riapparire all'anima degli artisti -che tornava ingenua. - -Non vi parlo dei piemontesi che dal più facile commercio intellettuale -con l'estero oltralpe avrebbero dovuto più prontamente degli altri -udire la soavità di quest'invito alla sincerità, e, se non giungere a -intendere la bellezza dei creatori inglesi del _Paysage intime_ come -Turner, de Wint, Constable, John Crome o Bonington, almeno imitare -i loro imitatori francesi, — invece di fermarsi a Ginevra a vedere i -_Souvenirs de Suisse_ grandi e piccoli che dipingeva pei forestieri -quel monotono arido calligrafico e scenografico Alessandro Calame. -Nè Francesco Gamba, nè il Beccaria, nè il Piacenza, nè il Perotti, -nè l'Allason, nè il Bennison e tanto meno il Camino si liberarono da -questa teatralità che raramente, e quasi a loro insaputa. «Un Calame, -deux Calames, trois Calames, que des calamités!» disse allora un -critico arguto. Bisogna aspettare che Alberto Pasini parta per la -Persia con la missione francese del Bourrée, per vedere il colore; -e anche in lui tanta fu, a volte, l'arte, che divenne artificio, -e fece preferire ai rutilanti quadri compositi la fresca sincerità -delle sue tavolette. Bisogna aspettare che Rayper, d'Andrade, Issel -e Giordano raccogliendosi nella solitudine di Rivara fra gialle rupi -e verdi vigne tentino di dimenticare il malo esempio degli antenati. -Bisogna aspettare che nel '55 Antonio Fontanesi dopo essere a Ginevra -caduto anche lui nel suo Calame, vada all'Esposizione di Parigi a -entusiasmarsi di Decamps, di Rousseau e poi a Londra a entusiasmarsi di -Turner, e ottenga così una sapienza di tecnica cromatica ancora nuova -in Italia e crei quei suoi paesi solidi meditati preparati con abilità -ed eseguiti con spontaneità, quei paesi di cui dieci o quindici anni -dopo doveva innamorarsi Giovanni Segantini. - -A Napoli prima del Vertunni ampio e solenne, prima che il poetico verde -nebbioso Rossano e il pallido nervoso de Nittis e Adriano Cecioni da -Giosuè Carducci chiamato «dell'arte operatore e giudicatore superbo» -fondassero la cosiddetta scuola di Resina, era e regnava Filippo -Palizzi senza il quale tutta la moderna arte napoletana, compresa -quella di Morelli non sarebbe stata com'è. Quando nel 1832 egli -era venuto a Napoli da Vasto d'Abruzzo era ancora vivo l'olandese -Antonio Pitloo che il Borbone aveva al suo ritorno, per consiglio -del Camuccini, nominato professor di paesaggio nella riordinata -Accademia, e che aveva tra grandi entusiasmi fondata la scuola detta -«di Mergellina e di Posillipo» lodatissima allora per una trasparenza -d'aria e una larghezza di cieli per verità poco visibili ora nelle -sue tele. Fra costoro, Filippo rimase al riparo dall'imperversar delle -lagrime romantiche e la _Vacca_ che nel 1839 a ventun anno egli dipinse -pel primo concorso biennale fu come la serena voce d'un poeta fra un -clamoroso sermocinar di rètori. - -Da allora non mutò mai di pensiero dando un esempio d'unità di vita -estetica ignota a tutti gli altri artisti italiani di questo secolo -fino allora. Voi pensate, senza sorridere, all'audacia che occorreva -a dipingere a Napoli nel 1839, invece degli Ajaci, delle Lucrezie, -delle Virginie, degli Ezzelini e dei Crociati, una pura e semplice -testa di vacca! Senza alcuna destrezza di composizione, senza alcuna -scienza della faccia umana, egli doveva essere e fu un limitato -maestro di tecnica. La fermezza sempre maggiore del suo disegno, la -pennellata più e più brava, la nitidezza dei particolari, la vivezza e -la varietà d'espressione negli occhi e nelle attitudini degli animali -— dai pulcini intorno alla chioccia fino alla famosa _testa di leone_ -che eseguì a Parigi nel '65 al _Jardin des plantes_, — o nei fiori -o nelle foglie dei vegetali che paiono veramente empir di una vita -umana certe sue minuscole tele, tutta la crescente profondità del suo -occhio non ebbero, in realtà, sull'indirizzo della pittura tra il '40 -e il '70 l'importanza morale che ebbe la sua persistenza nello studio -degli animali e dei fiori e dell'erba. Questa rude franchezza, questo -bel bagno d'animalità — odor di fieno e di timo — era necessario alla -pittura italiana che quando egli apparve poteva davvero ripetere quel -che poi egli scrisse nella sua sala alla Galleria nazionale d'arte -moderna: — Vorrei rinascere per ricominciare. — - -Il movimento dei _macchiaioli_ qui a Firenze fu davvero una rinascita. -Spenti oramai gli odii, i biasimi violenti, gli antagonismi feroci di -venti o di trent'anni e caduta sul bollor dei superstiti la neve della -canizie, tolto ormai ogni significato bernesco a quell'appellativo dato -loro dall'arguzia fiorentina, riappare oggi tutta la vivace sincerità -di quelli ostinati nemici dei «raschiatori delle tele vecchie,» come -essi chiamavano tutti gli accademici classici puristi e romantici, -senza rispetto per nessuno, anzi aumentando di ferocia in proporzione -di quanto quelli aumentavano di disdegno. - -Nel '55 l'Altamura e il Tivoli tornando dall'Esposizione di Parigi si -fermarono a Firenze a predicar con tanta fede ai giovani frequentatori -del Caffè Michelangelo la libertà artistica ormai da più che trent'anni -concessa al popolo di Francia da Delacroix, re del chiaroscuro e -dalla sua corte, — che quando quei giovani entusiasti poterono andar a -godere nella Villa di San Donato la galleria del principe Demidoff e i -Daubigny, i Decamps, i Troyon, i Delacroix, i Marilhat, i Meissonnier -che essa conteneva, la rivelazione giunse ai loro occhi come un fulmine -e appiccò il fuoco a tutti gli animi. - -Al Caffè Michelangelo, come narra Telemaco Signorini in un libro che -ogni giorno va acquistando rarità di documento e valore di storia, la -guerra di idee si sarebbe fatta grave anche tra gli amici più fraterni -se la guerra per la patria non avesse chiamati tutti i generosi a -combattere l'Austria. Tutti i reduci — dal Signorini al Fattori — non -dipinsero per mesi che bivacchi e accampamenti, scaramucce e battaglie, -ipnotizzati dal fuoco e dal sangue come gli innamorati dall'amore. - -L'Esposizione nazionale fatta, come ho detto, il '61 qui a Firenze -e l'apparizione di paesisti come Palizzi, Fontanesi, Costa e Pasini, -ridettero fiamma alle critiche e alle lodi e i congiurati così detti -della _Macchia_ scesero per le vie e fecero la loro rivoluzione. -Purtroppo le rivoluzioni quando corrono in piazza sono già compiute -negli animi. Il dogma che gli avversari a momenti volevano ardere con -tutti i suoi apostoli in piazza della Signoria non appariva, in realtà, -già applicato in quell'Esposizione del '61 con quello che i critici -più codini e più miopi, chiamarono allora il «colorire a spizzico,» -dal Morelli, dal Celentano, dal Fontanesi? E in realtà questi giovani -che si dicevano veristi e insultavano i romantici d'Italia e perciò -sembravano audaci, non erano con qualche ritardo imitatori dei più -romantici paesisti di Francia, dal Rousseau al Corot? E la tecnica -della macchia che dieci anni dopo Manet spingeva agli effetti estremi -con l'«impressionismo,» non era stata inventata appunto dai romantici -d'oltre alpe? E la fiera massima dei macchiaioli, «senza maestri e -senza discepoli,» non era la più sincera affermazione di quel diritto -all'originalità più sfrenatamente spontanea che il romanticismo aveva -sancito pel bene degli artisti? Ahimè! quanti presunti nemici ai -critici del duemila sembreranno fratelli appassionati! Ma la colpa -dell'equivoco fu dei pretesi romantici d'Italia vecchi, legnosi e -incolori quanto i neoclassici camucciniani, non dei nostri veristi la -cui lotta era benedetta da Dio. - -Adriano Cecioni, Diego Martelli e Telemaco Signorini diffondevano con -limpidezza le nuove teorie: «il colore non mutar mai, divenir soltanto -per la luce più chiaro e più scuro, l'affare più importante nel -dipingere esser dunque di vedere e di rendere bene le macchie di chiaro -e di scuro, non facendo mai nemmeno le figure più grandi di quindici -centimetri, vale a dir di quella dimensione che assume il vero guardato -a tale distanza da non esser possibile di percepirlo altro che per -masse, cioè per macchie, di chiaro e di scuro....» - -Con questa frenetica passione per problemi di pura tecnica si può -davvero dire che il Banti, il Cabianca, il Borrani, il Lega, l'Abati, -il Moradei, il Signorini, perdessero sul pubblico ogni forza di -commozione così che, non essendo essi più che mani, il pubblico avesse -il diritto di non esser più che occhi? No. Basterebbe considerare -l'opera di tre superstiti: Nino Costa che veramente non fu tra i -macchiaioli ma venendo a Firenze nel '59 fu maestro di sincerità a -molti di loro, Vincenzo Cabianca e Telemaco Signorini. Quale paesista -anche tra i più giovani e i più deliberatamente patetici — come -Fragiacomo o Sartorio — raggiunge la profondità di passione delle -vedute dipinte verso il '55 sotto Albano, all'Ariccia, da Nino Costa -quando come un eremita visse là per cinque anni con lo svizzero David -— delle _Donne che cavano il lino dal macero, delle Donne che in -una sera di pioggia vanno alla fonte_ e infine di quella sua _Veduta -della spiaggia di Porto d'Anzio_ dove il cielo opalino, il mare grigio -nella distanza e l'arena giallastra dappresso formano una musica così -piana e pure così solenne? E in quali acquerelli più che in quelli del -Cabianca, perduta col largo pennellare tutta la minuzia calligrafica -e femminile dell'acquerello, si è mai veduto, direttamente dal colore -più che dal soggetto o dal gesto, venire per gli occhi al cuore dello -spettatore tanta gentilezza d'affetto quanta dalle _Monachine_ fatte -nel '61, dalla _Neve a Venezia_ dipinta nel '55, o dalla _Chiesetta in -riva al mare_ dipinta tre anni fa? E infine prima di Telemaco Signorini -il paesaggio italiano ebbe mai tanta chiarità di sole e di azzurri -quanta se ne vede sulle sue vedute delle coste e della marina di -Spezia, tanta sicurezza di carattere quanta nei suoi quadri del _Ghetto -fiorentino_, che restano nella memoria netti come ritratti d'un volto -umano? - -Signori, questo fanatico amor per la natura, questa passione per le -solitudini verdi, per gli animali dai placidi occhi, per gli alberi -da gli occhi di fiori non definiscono quale sia stata veramente -l'anima del nostro gran secolo? L'arte del paesaggio nell'avvenire lo -redimerà dalla fama di avaro, di scettico ed egoista, che gli storici -superficiali gli hanno già tribuita. Quest'arte, tornando ad immerger -la figura umana nella luce, tornando a considerarla sotto l'ampiezza -dei cieli simile agli alberi e alle rupi e alle acque nella gioia -dei meriggi e nella melanconia delle sere, ha ridato agli uomini la -nozione serena e sincera del loro destino, ha ricostruito una specie -di religione naturale placida e limpida da ogni paura e da ogni vana -superbia. Veramente, educato dai grandi paesisti, oggi l'uomo quando -al tramonto col cader della luce nel silenzio sale l'oscurità della -morte e filtra per gli occhi nel cuore e il cielo impallidito è più -profondo e più ampio e gli umani fatti ciechi sono più sperduti e più -piccoli, pronti a confondersi con l'ombre vane, — veramente, dico, -allora l'uomo si sente sulla sua minuscola terra come in esilio, e -nella coscienza gli salgono come un ricordo istintivo e un rimpianto -d'un tempo immemorabile di fraternità, d'un tempo in cui tutto il mondo -— cose che sembrano vive e cose che sembrano morte — era un sol fatto, -una sola entità, un sol divenire sotto gli occhi, forse, di Dio. - -A questa unità del destino di tutto, a questa tristezza solenne e quasi -divina, i grandi paesisti, da Turner a Segantini, da Constable a Corot, -da Fontanesi a Signorini, hanno educato l'anima moderna. Quali filosofi -hanno dato tanto ai loro discepoli? - - - - -LE PRIME GLORIE DI GIUSEPPE VERDI - -CONFERENZA DI PIETRO MASCAGNI - -_tenuta a Firenze il giorno 14 aprile 1900._ - - -Tutte le volte che entro nel Teatro «alla Scala» di Milano, mi fermo -all'atrio a guardare le quattro statue di marmo che rappresentano i -nostri sommi maestri melodrammatici: Rossini, Bellini, Donizetti e -Verdi. E tutte le volte provo una medesima, stranissima sensazione, che -mi forza ad ammirare le figure di Rossini, di Bellini, e di Donizetti, -mentre, nello stesso tempo, mi rende uggiosa, quasi antipatica, -l'effige di Verdi. Ho tentato di giustificare la mia sensazione -invocando l'estetica. — Infatti: quell'abito a coda di rondine, -quel rotoletto di musica fra le mani e quel paltoncino ripiegato sul -braccio sinistro possono dar campo a qualsiasi ribellione del gusto -artistico. Ma non sono riuscito a capacitarmi, perchè, volgendo appena -lo sguardo, ho veduto la statua di Rossini colla mazza nella destra, -l'enorme cappello a staio nella sinistra, ed il portamusica attaccato -ai polpacci. - -La ragione del mio strano sentimento non deriva dalla espressione -artistica degli scultori. Ammiro profondamente le figure di Rossini, di -Bellini e di Donizetti, perchè sono il simbolo rappresentativo di tre -genii che io non posso conoscere di persona; mentre detesto un Verdi di -marmo quando lo posso venerare in carne ed ossa, bello e florido come -il destino benedetto lo conserva all'amore dell'Italia nostra. - -Forse però, quella statua è di buon augurio. Rammento un tipo -originalissimo della mia Livorno che, per avere lunga vita, si fece -preparare la tomba e ci fece mettere sopra il suo busto in marmo, opera -pregevole e rassomigliantissima. Tutti i giorni, prima di colazione, -quel bel tipo se n'andava fino al Camposanto, fissava a lungo la sua -effigie, ed esclamava: «Per oggi mangio io.» - -E vinse tanto bene la scaramanzìa, che, quando morì, dovettero -cambiargli il busto perchè.... non gli somigliava più. - -E speriamo che così sia della statua di Verdi; per quanto io credo -che si potrebbe di già cambiare, perchè fu inaugurata nel 1881. Per -lo meno, non si potrà dire che Verdi, nella sua vita, abbia avuto un -quarto d'ora di statua. - -Ma, nel dire tutto questo, non intendo menomamente di diminuire -l'importanza che ha e che merita il fatto, nuovo nella storia -dell'arte, di un onore così grande reso ad un vivo. Anzi, aggiungo che -non si poteva con nessuno, meglio che con Verdi, che è la più grande -gloria vivente, rompere il pregiudizio e distruggere alla fine i due -noti versi di Orazio, parafrasati troppe volte dai poeti di tutti i -tempi e di tutti i paesi: - - _Virtutem incolumem odimus_ - _Sublatam ex oculis quaerimus invidi._ - -Però, a me ora pare di essere qui a fare la figura della statua di -marmo dell'atrio della «_Scala_.» Qualunque cosa io possa dire di -Verdi, sia pure (magari per combinazione) superiore nel concetto -ed elevata nella forma, apparirà sempre povera o piccina alla mente -delle gentili signore e di tutti gli egregi qui convenuti, se ciascuno -richiami appena nel pensiero la nobile fisionomia del nostro grande -maestro. - -Ed io non tenterò nemmeno di riuscire eloquente nel mio discorso. -Sarebbe vana fatica. Già, prima di tutto, non ne sarei capace; eppoi, -a che cosa mi servirebbe? Quale eloquenza può sussistere di fronte -all'opera immensa di Giuseppe Verdi? Quale eloquenza può sostenersi -al cospetto della sua persona, sintesi vivente delle sue creazioni, -che ha portato superbamente fino ai giorni nostri i ricordi più belli -dell'entusiasmo dell'arte e del patriottismo? - -La vita, la storia artistica di Verdi parrebbe una leggenda, se ancora -non fosse fra noi Lui, maraviglioso documento di quelle vicende che -saranno credute favolose dalle future generazioni. - -Ne ho letto di libri su Verdi! Ne ho letto di storie, di episodii, -di aneddoti! Ma tutto mi è apparso infinitamente scialbo e meschino, -quando mi sono trovato alla sua presenza. Il suo solo sguardo mi ha -detto delle cose, mi ha suscitato nel cuore dei pensieri che non ho mai -trovato, che non troverò mai in nessun libro. - -Ed in questo momento l'animo mio è tutto pieno di quelle memorie, -ma rimane paralizzato dalla coscienza della propria inettitudine ad -esprimere i sentimenti troppo alti. - -Chiedo, dunque, venia al cortese uditorio per tutto quello che nel -mio dire apparirà disadorno ed anche non conveniente al soggetto ed -all'uomo di cui si tratta. Resti nella mente di tutti soltanto l'idea -dell'omaggio reverente che ho voluto tributare, accettando, forse -con leggerezza, ma certo con tutto il cuore, l'incarico di questa -conferenza. - -A Verdi ho già domandato anticipatamente il perdono per l'atto che -sto per compiere. Perchè sono sicuro di dargli un dispiacere. Ei non -vorrebbe che si parlasse mai di Lui. - -Quale è la persona che non ha sentito parlare della modestia di -Verdi?... - -Ma, a questo proposito, debbo fare una osservazione. - -Sono già parecchi anni che io studio la modestia degli uomini (colla -modestia delle donne non ho mai scherzato!), e potrei raccontare molti -aneddoti che mi hanno sempre confermato le diverse qualità di modestia. -Ma mi fermerò ad uno solo, che mi serve precisamente alla dimostrazione -che voglio fare. - -Un giorno del 1882 (anch'io comincio a citare epoche remote!) mi -trovavo a Milano in casa del mio illustre maestro Amilcare Ponchielli, -quando si presentò un giovane musicista che voleva sottoporre -al giudizio del Maestro una sua composizione. Ponchielli non era -punto di buon umore: afferrò sgarbatamente il fascicoletto che il -giovane gli porgeva, e si mise a scorrerne le pagine, mugolando e -borbottando. Il giovane musicista attese ansioso qualche minuto; e -poi timidamente disse al Maestro: «Si tratta di un pezzetto senza -importanza; una cosetta buttata giù alla meglio.» Ponchielli alzò -la testa e, maltrattandosi terribilmente il pizzo caratteristico, si -mise a gridare: «Ah, sì?... Si tratta di una cosetta?... Vuol fare il -modesto forse?... E perchè è venuto a mostrarmi questo nonnulla?... -I compositori debbono sempre aver fede nell'opera propria, e debbono -sempre stimare capolavori le loro composizioni.... Io non amo la falsa -modestia.» E riprese a sfogliare le pagine, mugolando e borbottando. -Il giovane era rimasto stecchito. Dopo poco, Ponchielli rialzò la -testa e parve rabbonito. Restituì il fascicolo all'autore, e gli disse -quasi dolcemente: «Lei è modesto; ma il suo lavoro è più modesto di -lei.» Il giovane se n'andò subito, profondendosi in inchini ed in -ringraziamenti; e mi parve che avesse preso per un complimento l'ultima -frase di Ponchielli. - -Per parte mia, da quel giorno, ho cercato tutti i modi per non essere -modesto.... - -Ma, intanto, avevo potuto studiare questo caso di modestia che credo -sia il più diffuso: un imbecille che fa il modesto davanti ad un uomo -superiore, col solo fine di ottenere un elogio da lui, e di credersi, -nella stupida vanità, a lui ed a tutti superiore. - -Guardiamo invece, per sommo contrasto, la modestia degli uomini -veramente grandi, quella modestia che è il solo raggio che si possa -aggiungere alla gloria! - -Verdi, togliendo anche di mezzo l'indole naturale, deve essere modesto -per forza: perchè nessun inno di lode potrà destare in Lui il più -piccolo sentimento di orgoglio: anche l'inno più grandioso sarà -meschino agli occhi suoi. - -Come potrà mai sentire ricordata la sua vita gloriosa, come potrà mai -sentire raccontati tutti i suoi trionfi, senza che la sua mente non -veda impallidita dal ricordo quella vita da lui stesso vissuta, senza -che il suo cuore non trovi rimpiccioliti dal racconto quei trionfi -da lui stesso riportati? È facile, dunque, comprendere lo stato di -inquietudine dell'animo mio in questo momento: al dubbio di riuscire -gradito al colto pubblico va aggiunta la certezza di dispiacere a -Verdi. - -A buon conto, gli ho chiesto perdono anticipatamente; ma non oso -sperare di passarmela liscia. Me la potessi almeno cavare con una -lavata di testa!... - -Oggi io non devo parlare genericamente di Giuseppe Verdi e di tutta la -sua luminosa produzione: l'attuale conferenza è limitata da due date, -che nell'arte del nostro Grande e nella storia della nostra Nazione -rappresentano due epoche. Dal 1849 al 1861: quale stupendo periodo di -arte e di patriottismo! E quale mirabile fusione di nobili sentimenti -nella espressione dell'anima e del genio di Giuseppe Verdi! - -Nella visione subitanea dello svolgimento di tutto il periodo storico -ed artistico, la mia mente, forse per effetto di costante ammirazione -o forse per effetto di spontanea ispirazione, vedo tre punti capitali -sui quali deve soffermarsi per la dimostrazione della sua idea. - -E questi tre punti si trovano: al principio, alla metà ed al termine -del periodo, che ne resta interamente abbracciato e diviso con -simmetria: per quanto, rispetto alla produzione di Verdi, il periodo -abbia fine nel 1859. - -Primo punto, la _Battaglia di Legnano_ (27 gennaio 1849); secondo -punto, i _Vespri Siciliani_ (18 giugno 1855); terzo punto, _Un Ballo in -Maschera_ (17 febbraio 1859). - -Se l'idea di parlare primieramente e specialmente di queste tre opere -può sembrare a prima vista strana o non giustificata, si pensi che devo -occuparmi di un periodo della vita italiana tutto pieno di santo amor -di patria: e si pensi all'influsso potente che la musica di Verdi seppe -esercitare sopra ogni cuore italiano. - -Ho scelto i tre punti capitali perchè: il primo rappresenta tutta -la trepidazione, tutta la commozione, tutto l'ardore di un popolo -oppresso ed anelante alla redenzione; il secondo rappresenta il -trionfo dell'arte italiana all'estero, anche esplicata in un soggetto -glorioso per l'Italia e nefasto per il paese che lo domanda; il terzo -rappresenta il supremo entusiasmo di una nazione intera, che, eccitata -dal genio di Verdi, nel nome di Verdi combatte l'ultima battaglia e -vince. - -Quando scoppiò la rivoluzione italiana del 48, Verdi era a Parigi; -alle prime notizie della gloriosa insurrezione di Milano, il suo animo -generoso non resse: e partì per l'Italia. Si fermò a Lione dove sapeva -di trovare una lettera di un amico che gli doveva dire le ultime -vicende della sua patria. Trovò, infatti, la lettera e conobbe il -doloroso voltafaccia delle cose. Rattristato dalla delusione della sua -fervida speranza di arrivare a Milano e salutare libera la città dei -suoi primi successi, restò alcuni giorni a Lione; ed all'amico che gli -aveva mandato la sciagurata notizia rispose semplicemente: «Spero che -avrete fatto il vostro dovere.» - -Ma poi proseguì il viaggio; e giunse in patria per assistere al -completo rovescio delle armi italiane. - -Col cuore sanguinante tornò a Parigi, mezzo ammalato e stanco. -L'impresario Lumley di Londra venne ad offrirgli una generosissima -scrittura che Verdi avrebbe accettato subitamente, se l'editore Lucca -non glielo avesse impedito rammentandogli il suo obbligo contratto di -scrivere un'altra opera, oltre «_I Masnadieri_» già eseguiti a Londra e -con poca fortuna, il che veniva ad aumentare le esigenze dell'editore. -(Sempre uguali in ogni tempo i nostri editori!). - -Allora Verdi, infastidito e stizzito, scrisse di mala voglia il -_Corsaro_ sul libretto del Piave, poveramente tratto dall'omonimo -poema del Byron; ed abbandonò la sua partitura senza nemmeno curarsi di -sorvegliarne le prove. - -Il _Corsaro_ fu eseguito a Trieste e non piacque; e si accusò Verdi -di voluta negligenza: mentre, da altra parte, con più giusto criterio -si tenne conto del suo stato d'animo turbato dai dolori cui la patria -soggiaceva. - -Forse c'entrava anche il dispetto verso l'editore; ma certamente il -cuore del Maestro era tutto pieno di tristezza e di angoscia per la -sventura italiana: e la mente sua non poteva trovare ispirazione in -alcun soggetto, che non gli parlasse dello sconforto e della speranza -del popolo d'Italia. - -Il sentimento patriottico, in quel momento, fu troppo più forte del -sentimento artistico. - -Ed in quel momento il genio di Verdi fu pari al sentimento -degl'Italiani; e non volle parlare che dell'Italia sua. - -E scrisse la _Battaglia di Legnano_. - -Io penso allo slancio infrenabile che avrà guidato Verdi all'inizio -della sua nuova creazione; e penso all'ardore ed alla lena nella -continuazione del lavoro; e penso alla forte commozione nel compimento -dell'opera, che era la spontanea espressione del suo cuore d'italiano -e che nei cuori italiani tanto entusiasmo doveva suscitare. - -Quel godimento che la folla prova davanti all'opera d'arte, quando -l'arte è vera e sincera, è già stato provato a mille doppi dall'artista -creatore, dall'artista che esprime il suo sentimento, tutto assorto -nella interpretazione ideale, precisa e fedele. - -Ma l'opera d'arte deve essere il prodotto genuino dell'ispirazione, il -frutto vergine del genio. - -Guai se l'artista si lascia vincere dallo scrupolo della teorica! -L'opera sua non sarà più sincera. Il caldo paesaggio meridionale si -cambierà in nordica e gelata regione. - -In arte, il genio è sole e la scienza è neve. - -Al solo ricordo del successo immenso, incredibile, che la _Battaglia di -Legnano_ ebbe presso il pubblico di Roma, è facile immaginare con quale -foga d'entusiasmo Verdi abbia compiuto l'opera sua. - -Si sapeva che l'opera aveva un soggetto patrio, d'indole guelfa; ed -in quel momento di fermento politico non si domandava di meglio. Gli -uomini si recarono al teatro con la coccarda tricolore sul petto, -mentre le signore distendevano sui davanzali dei palchetti sciarpe e -nastri tricolori. - -Fu un delirio! Si gridava insieme _Viva Verdi!_ e _Viva l'Italia!_ -E tutti i cuori ebbero insieme ed ugualmente il ravvivamento delle -speranze, il rigoglio dell'ardore, il presentimento della patria -redenta. - -Verdi esultava già di quei pensieri quando scriveva l'opera. - -Ma la generazione d'oggi non conosce la _Battaglia di Legnano_; e -non la stima, perchè legge nei libri che fu un'opera d'occasione, -d'attualità; e che _soltanto il soggetto e la nota politica le diedero -unanimità di suffragi ed apparenza di trionfo_, [come dice Anton Giulio -Barrili]; e che _il successo del primo momento fu dovuto anzitutto -alla sovraeccitazione degli animi_ come stampa il Pougin; e che _simile -musica certo ha ben poco o nulla da vedere coll'arte_, come scrive Gino -Monaldi. - -Certo, se oggi si parla d'occasione, si pensa subito all'inno scritto -per l'inaugurazione di una qualsiasi esposizione di oggetti di -guttaperca, e se si parla di attualità, si corre colla mente alle -mazurke dedicate alla polvere dentifricia o al perfetto smacchiatore. - -Ma allora, nel 1849, l'occasione e l'attualità rappresentavano qualche -cosa di ben differente. E Verdi non era stato invitato a scrivere la -sua opera da nessuna commissione di futuri cavalieri o commendatori. -Aveva spontaneamente dato alla patria l'opera del suo genio e della sua -anima. - -Guardiamo come ne scriveva allora il Basevi: - -«Al Verdi, che dal 1842 in poi regna solo in Italia, ben s'addice il -nome di rappresentante del gusto musicale del suo tempo. Come tale egli -doveva scrivere un'opera corrispondente al nuovo stato degli animi -nell'anno 1848. E così fece.... Erano i travagli dell'Italia giunti -vicino al loro nodo, quando nel gennaio 1849 fu posta sulle scene in -Roma la _Battaglia di Legnano_.» - -E guardiamo quello che ne diceva il _Pallade_, giornale di Roma, il 27 -gennaio 1849, poche ore avanti della prima rappresentazione: - -«La musica, se per lo innanzi, schiava di errati precetti, non valse -che a deliziare mollemente gli esterni sentimenti dell'uomo; oggi ne -rischiara e ne sublima gl'intelletti; e vestendo più robuste armonie, -apprestasi anch'ella ad innestare la sua gemma sulla corona della -patria. Non invano dunque il Verdi imprendeva a celebrare la famosa -Lega Lombarda, col titolo: _La Battaglia di Legnano_. Lombardo quale -egli è, offre con la penna il tributo che non potrebbe colla spada -alla sua patria infelicissima, affinchè dalle ricordanze delle glorie -passate prenda ella ristoro delle sventure presenti e presagio dei -trionfi avvenire.» - -E lo stesso giornale _Pallade_ aggiungeva dopo la prima -rappresentazione, il 29 gennaio: «Il «Verdi in questo suo lavoro ha -levato il volo alla sublimità. Lungi dall'obbedire alle antiche leggi -convenzionali, egli ha sentito che il suo spirito aveva bisogno di -libertà, come l'Italia d'indipendenza.» - -E più sotto continuava: «Questa Italia oggi ha luogo di attingere dalla -severità e robustezza di quest'ultimo patriottico lavoro quell'ardente -scintilla che valga a ridestare e spandere il nazionale ordinamento.» - -Ecco quello che si pensava nel 1849 della _Battaglia di Legnano_! - -Se oggi, dopo più di cinquant'anni questa musica appare invecchiata -agli occhi volubili della critica moderna, non si abbia il facile -coraggio di condannarla; ma si pensi che, ai suoi tempi, seppe -infondere tanto ardore nei petti degli italiani, e contribuì non poco -alla redenzione della patria. - -Da qui a cinquant'anni non si parlerà nemmeno di tanta musica che -ai giorni nostri pare dedicata dall'ebetismo moderno al godimento -inesauribile dei sensi superficiali; o se ne parlerà come una delle -cause dell'assopimento intellettuale, dell'impoverimento del sangue e -dello snervamento della generazione futura. - -La _Battaglia di Legnano_, in ogni modo, attraverserà il corso dei -secoli legata strettamente all'epopea famosa che preparò e compi -l'unità d'Italia. - -E venga pure il critico supino a dirci che quella musica _ha poco o -nulla da vedere coll'arte_! Altro che arte! Arte prodigiosa! Arte che -ha servito all'interesse comune ed alla gloria della Nazione!... - -Ma chi m'intende, oggi che l'artista cerca soltanto di curare il -proprio interesse.... e quello del suo editore?... - -Oh, quanto riusciamo meschini dal confronto dei tempi! Ecco: oggi -stesso, a Parigi, si inaugura la nuova grande Esposizione Universale! -Da oltre un anno, in Italia si è lavorato con grande attività per -trovare il modo di far figurare degnamente la musica del nostro paese -nella capitale della Francia ed al cospetto di tutte le nazioni del -Mondo. Si è pensato a grandiose riproduzioni dei nostri capolavori -melodrammatici; ed al proposito il Panzacchi scrisse alcuni articoli -nobilissimi; si è tentato di presentare i nostri migliori artisti della -scena; si è escogitato ogni mezzo per mandare a Parigi almeno le nostre -buone orchestre; ma a nulla sono riusciti Ministri, Sotto Ministri, -Commissioni e Sotto Commissioni. Si è detto che il Governo non può -spendere, e chi vuole vada a spese sue. - -E fino a questo punto, logicamente, può andare anche bene; perchè la -finanza dello Stato non ha mai fatto, o non ha potuto fare, troppe -concessioni all'arte nazionale, ed in special modo alla musica. Ma la -Francia non ha domandato nulla alla Nazione sorella?... - -Nel pensiero di offrire ai visitatori d'ogni paese un magnifico -spettacolo musicale, non si è ricordata dell'arte italiana? - -Sono ingenuo, forse, nelle mie interrogazioni; perchè tutti pensano che -la Francia ha compositori, artisti ed orchestre da vendere, e non sente -alcun bisogno di noi. - -Ma è qui appunto il mio grande sconforto. - -Anche nel 1855 la Francia aveva Auber, Halévy e Berlioz; ma -nell'occasione della Esposizione Universale di quell'anno, volendo -offrire al mondo la primizia di un'opera nuova sulle scene del suo -massimo teatro lirico, si rivolse all'Italia, a Giuseppe Verdi. - -Oh, il disgraziato confronto come sgomenta il cuore! - -Ed immagino il dolore grande di Verdi che, alla distanza di -quarantacinque anni, ancora vivo e sano, oggi penserà mestamente alla -differenza dei tempi e degli uomini. - -Facciamo anche noi quello che in questo momento farà Verdi colla sua -grande mente: abbandoniamo l'istante che ci rattrista, per ritornare -al momento solenne nel quale Giuseppe Verdi consacrava il trionfo -dell'arte italiana in faccia a tutti i popoli. - -E sono al secondo punto capitale del periodo storico. - -Invitato a scrivere un'opera per l'occasione della grande Esposizione -Universale del 1855 a Parigi, Verdi accettò l'incarico; e si mise -subito d'accordo coi suoi librettisti prestabiliti, per la scelta del -soggetto. - -Al giorno d'oggi chiunque avrebbe approfittato del favorevole -contrattempo per rendere il più alto omaggio alla nazione ospitale, -scegliendo con ogni cura il più adatto dei soggetti. - -Ed io conosco qualcuno che, pure in circostanza ben dissimile e punto -solenne, sta sobbarcando la propria fantasia all'apoteosi cortigiana -dello straniero. - -Invece Verdi, anche nella maestosità di quel momento, non seppe tradire -il suo sentimento e le sue aspirazioni; non seppe dimenticare la -Patria Santa a cui l'arte sua pareva interamente dedicata; e scelse il -soggetto dei _Vespri Siciliani_. - -Oggi, più che allora, si può ammirare la temerarietà di Verdi che volle -avventurare in estraneo suolo l'opera sua che inneggiava alla gloria -del suo paese, addolorando il popolo che l'ospitava. - -E non so che cosa debba maggiormente ammirarsi in Verdi se l'amore -per la patria, immenso ed infrenabile, o la coscienza della forza del -proprio genio. - -Quando nel 1282 Giovanni da Procida intuonò colle armi i _Vespri_ -famosi, fu un pianto solo di rabbia e di dolore per tutta la Francia. -Ma quando nella stessa Francia Giuseppe Verdi, nel 1855, intuonò -coll'arte sua divina i _Vespri_ suoi, fu un grido d'esultanza per tutta -la Nazione; fu un inno d'entusiasmo per l'arte italiana. - -L'arte di Verdi si era superbamente imposta, vincendo tutti gli -scrupoli della storia e della politica. - -Io fremo d'orgoglio e di gioia al pensiero di tanta altezza d'ideale, -sognata e raggiunta dalla potenza del genio d'Italia. E guardo -disperato al vuoto che oggi ne circonda. - -L'Esposizione Universale di Parigi del 1855 diede all'arte italiana -l'alloro prezioso del suo maggiore trionfo; l'Esposizione Universale di -Parigi del 1900 lascia oggi l'arte italiana a divorarsi da sè stessa, -accasciata nei suoi confini, intisichita dagli stravizi immondi. - -E Verdi è ancora vivo.... e vede.... e rammenta.... e soffre più di -noi!... - -Entro nell'ultima fase del periodo storico. - -_Un ballo in Maschera!_ - -Qui non abbiamo affatto il soggetto patriottico che incita -all'entusiasmo gli animi della folla; non abbiamo affatto l'opera di -occasione e di attualità; eppure nessun lavoro di Verdi ha avuto tanta -influenza sui destini della patria quanto _Un ballo in Maschera_. - -La sola creazione intrinseca del genio di Verdi seppe compire il -prodigio. - -Il pubblico, nella grande commozione del successo rimasto memorabile, -ebbe la visione di tutto il decennio trascorso fra i dolori e le ansie; -rivide la figura del Maestro combattente per la Patria colle armi -dell'arte e della gloria; sentì risuonare ancora quei canti popolari -che avevano sollevato d'esultanza ogni petto: comprese che la luce, -appena intravveduta sull'orizzonte dei sogni, annunziava la vera aurora -del sole della libertà. La musica di Verdi parlò ancora una volta al -cuore ardente e generoso del popolo d'Italia. - -Ed il popolo d'Italia intese quella voce; e l'intese sinceramente e -grandemente nella pura espressione del suo linguaggio sublime. - -Nessun concorso di elementi estranei in quella musica appassionata ed -affascinante. - -Il solo genio creatore di Verdi, ritraendo mirabilmente gl'impulsi -del suo cuore, fece scattare il pubblico in una esplosione spontanea -d'entusiasmo. Ed anche allora mille voci commosse ed esultanti -gridarono insieme: _Viva Verdi!_ Ma non era più soltanto il grido di -plauso all'autore fortunato e prediletto; non era più la semplice -acclamazione all'opera stupenda; non era più la sola esaltazione -dell'arte nostra: era il grido del popolo chiamato alla riscossa; era -il saluto solenne e vigoroso al precursore della redenzione nazionale; -era l'inno vittorioso della folla risvegliata dalla grande luce della -libertà! - -«_Viva Verdi!_» Fu il grido che partì da Roma il 17 febbraio del '59 e -che si ripercosse in tutte le parti dell'Italia, ingigantito dall'eco. - -Ed a quel grido immenso che erompeva dai petti animosi di tutti gli -italiani, fu compiuta la unità della Patria. _Viva V. E. R. D. I.! Viva -Vittorio Emanuele Re d'Italia!_ - -Che sia benedetto il fato! - -Ma le glorie di Verdi, in quel periodo epico della vita italiana, -furono molte al di fuori delle tre che ho tentato di illustrare. Dal -1849 al 1859 Verdi scrisse dieci opere, compreso l'_Aroldo_, che non -è che lo _Stiffelio_ riformato su nuovo libretto. E nelle dieci opere -figurano quei quattro capolavori ormai consacrati alla storia immortale -dell'arte dall'entusiasmo popolare di tutto il mondo: _Rigoletto_, -_Trovatore_, _Traviata_ e _Ballo in Maschera_. - -Nessuna musica al mondo più di quella di Verdi ha mai destato interesse -e passione negli animi; e specialmente parlando delle quattro opere -famose. - -Ci sarebbe da scrivere interi volumi, se si volessero raccogliere tutti -gli episodii di esagerato entusiasmo provocato dalla musica di Verdi; e -si potrebbe cominciare dall'aneddoto di quell'ufficiale che, assistendo -da un palco di quint'ordine ad una rappresentazione della _Battaglia -di Legnano_, fu invaso da tale strano fanatismo che, urlando come -un ossesso, gettò in platea e sul palcoscenico, sciabola, spalline, -cappotto e tutte le seggiole del suo palchetto; e stava per buttarsi -lui stesso di sotto, quando fu agguantato miracolosamente e fu portato -fuori del teatro. - -Si disse, allora, che l'ufficiale era briaco; ma io non ci ho mai -creduto. - -Parecchi anni fa ero a Firenze; ed una notte, quando tornavo -all'albergo, m'imbattei in una comitiva di cinque o sei giovanotti, che -si erano fermati in mezzo alla strada e discutevano animatamente ed a -gran voce. Sentii subito che parlavano di musica; e mi fermai cercando -di afferrare il senso della loro discussione. Ma i giovanotti si -mossero per fermarsi di nuovo dopo una trentina di passi: e rinnovarono -questa manovra parecchie volte, ad intervalli che mi parvero -perfettamente uguali. Io seguivo costantemente tutte le mosse della -comitiva, rimanendo sempre ad una discreta distanza, che mi permetteva -di non perdere una sillaba della vivace conversazione. - -La disputa era accesa fra due soli della compagnia, e si dibatteva -intorno alle opere di Verdi. L'uno dei due sosteneva a spada tratta il -_Rigoletto_ come l'opera più perfetta della produzione verdiana; mentre -l'altro urlava che il _Trovatore_ poteva comprare tutte le opere di -questo mondo, messe insieme. - -Il resto della comitiva non prendeva parte alla discussione, ma -ascoltava attentamente e con grande interesse. - -Io, dapprima, cominciai per divertirmi a quella scena nuova e -caratteristica: ma poi, a poco a poco, involontariamente mi sentii -afferrato anch'io dall'interesse della disputa e dalla foga dei due -contendenti; ed anche, se vogliamo, dalla logica delle ragioni addotte -per convincersi l'un l'altro da quegli scatenati, che avevano perduto -il sangue freddo prima del senso comune. (Cosa che non accade tutti i -giorni!) - -Altro che la convinzione del critico! Altro che l'eloquenza del -conferenziere! Non sentirò mai, in vita mia, una cosa simile. - -Oramai il mio spirito era interamente conquistato. Dimenticai le ore -piccine, non badai al frescolino pungente della notte, non pensai -più al povero portinaio dell'albergo che mi aspettava; e rimasi ad -ascoltare avidamente. - -La disputa, intanto, si accalorava sempre più; e, ad un certo punto, -entrò in una fase impreveduta e singolarissima. I due giovanotti, -non potendo convincersi a vicenda a furia di parole, cominciarono a -cantare a squarciagola i pezzi più salienti dell'opera rispettivamente -preferita. - -(Si concessero la prova di fatto, direbbe un pretore). - -Non scorderò mai l'effetto di quel duello in musica. Peccato che non si -possa ridire! - -Gridava l'uno: «Ma dove mi vuoi trovare una melodia più toccante -di _tutte le feste al tempio_?» E si metteva a cantare il motivo. E -l'altro subito replicava: «E dove metti _ai nostri monti ritorneremo_?» -E giù, a cantare anche lui. Ed il primo a riprendere: «Tu parli della -popolarità del _Trovatore_, come se nel _Rigoletto_ non ci fosse, _la -donna è mobile_.» - -E l'altro: «La vorresti forse mettere al confronto del _di quella -pira_?» - -E le due voci s'inalzavano accanite nell'aria fredda della notte, -volendosi ormai fare ragione colla forza. - -Dal gruppo della comitiva, ad un tratto, si allontanò per poco uno dei -giovanotti che circondavano i due inferociti rivali: era senza dubbio -un dissidente, perchè sentii che cantava a mezza voce l'_eri tu che -macchiavi_. - -Ma gli urli dei due eroi della questione si erano già resi -insopportabili. Io non capivo più nulla: era una scena infernale, un -vero finimondo! Sentivo sbraitare i _Cortigiani vil razza dannata_! -per tener testa a _quell'infame l'amore ha venduto_; e stentavo -a riconoscere la _bella figlia dell'amore_ confusa e imbrogliata -coll'_Ah, sì! ben mio coll'essere!_ a tale altezza di tonalità da far -venire le vertigini. - -La scena non poteva durare più a lungo. Ed infatti i contendenti -vennero presto alle mani; ed alle _cavatine_ e ai _si bemolli_ fecero -succedere una vera grandine di schiaffi e di pugni. Gli amici durarono -non poca fatica a dividere i focosi pugillatori; e per calmarli -del tutto ci volle la voce del saggio della Compagnia che li ammonì -con poche parole che, a quell'ora ed in quel luogo, mi parvero una -profezia: «Cosa andate a guastarvi il sangue col _Rigoletto_ e il -_Trovatore_, quando, come niente, domani Verdi viene fuori con un'opera -nuova che si mangia in insalata tutte quelle che esistono?!» - -Nessuno parlò più; e la comitiva si allontanò lentamente nella notte -silenziosa. - -Ancora attonito per la scena nuovissima a cui avevo assistito, seguii -collo sguardo quei bravi giovanotti che si dileguavano nel buio della -strada; e posso assicurare che nessuno di loro era briaco.... neppure -il dissidente. - -Ebbene: io sono convinto che, oggi, soltanto dopo un simile spettacolo -si può avere un'idea dell'impressione che quella musica di Verdi -destava nel pubblico ai suoi tempi. Come si può comprendere oggi il -primo entusiasmo della _Battaglia di Legnano_ e l'estrema commozione -del _Ballo in Maschera_? - -Oggi si vuol far credere che l'arte non è più popolare; e si parla di -arte aristocratica, di arte coi guanti.... Coi guanti sì! Ma guanti di -lana e ben grossi, perchè oggi l'arte è diventata fredda! - -Nei teatri d'oggi si attaccano ai muri delle striscie di carta colla -scritta: _Si prega di non applaudire durante gli atti._ Come se -l'applauso fosse una volontaria manifestazione di cortesia. - -Avrei voluto vedere il resultato pratico di quegli avvisi alla prima -rappresentazione del _Rigoletto_! - -Io intanto ho già ritirato dallo stampatore i cartellini che farò -affiggere in teatro la sera della prima rappresentazione della mia -nuova opera, e che portano la scritta: _Si prega di non fischiare -durante gli atti._ - -E non potrò essere modesto neppure allora, perchè sarò semplicemente -sincero. - -Voglio sperare che nessuna persona dell'uditorio così gentile si -maraviglierà del fatto che nella mia conferenza io non abbia nemmeno -accennato ad un tentativo di analisi delle opere di Verdi; ed anzi -credo fermamente che tutti avrebbero deplorato un simile proposito da -parte mia. - -La musica di Verdi è troppo superiore a qualunque analisi, perchè tutta -insieme sa troppo bene parlare alle fibre del nostro cuore. - -È musica fatta di genio e di intimo sentimento. - -Ma, anche volendolo, che cosa avrei potuto dire di Verdi, che non fosse -già noto a tutti gli ascoltatori? - -Si voleva conoscere, forse, il mio giudizio sulle sue opere? - -E che cosa vale il mio giudizio più di quello di qualunque altra -persona?... Domandatelo, dunque, ad altri; domandatelo a voi stessi. Il -giudizio su Verdi sarà sempre uguale presso tutte le genti che hanno un -po' di cuore nel petto. - -Si voleva forse che io analizzassi la produzione di Verdi dal lato -della struttura, della costruzione, della matematica? - -A parte l'irriverenza imperdonabile che avrei commesso, sarei stato nel -caso di dire solamente che Verdi, fino dalle prime sue opere, fu sempre -artefice sommo. - -E tutti avrebbero riso della mia grande scoperta... e della mia grande -ingenuità. - -E allora? - -Forse si aspettava da me una conferenza a base di aneddoti? - -Ma, Dio mio, degli aneddoti della vita di Verdi sono stati empiti -giornali, opuscoli e libri interi. Ed io non mi sarei mai sentito il -coraggio d'inventarne di nuovi. - -O mi si chiedeva un saggio di polemica coi detrattori del genio di -Verdi?... Ma dove avrei potuto scavare i detrattori?... L'arte di Verdi -non può avere che ammiratori. - -Non si tiri in ballo la critica d'un tempo crudamente ostile alle opere -del Maestro; o la si porti ad esempio magnifico di avversari leali, -accaniti nel giudicare l'opera del genio alla stregua delle cifre e -dei sistemi; e vinti, alla fine, quando dalla loro mente cocciuta la -potenza di quella musica potè scendere nel loro cuore. - -L'arte di Verdi non ha che ammiratori, come il suo nome e la persona -sua raccolgono l'affetto e la reverenza di tre generazioni sparse su -tutto il mondo civile, dai nonni ai nepoti, dai ricchi ai poveri, dai -regnanti ai plebei. - -Io, qui, non ho voluto che tratteggiare la figura di Verdi in quel -periodo della vita italiana che fu così denso di gioie e di dolori, -di speranze e di delusioni; ed ho voluto dimostrare quanto spontanea -e grande fu l'influenza della sua musica su tutti gli avvenimenti -di quegli anni di trepidazione, dalle prime aspirazioni all'ultimo -trionfo. - -Perciò mi sono fermato sopra tre punti, che ho stimato capitali in -riguardo alle opere di Verdi ed anche rispetto al periodo storico. - -Non ho parlato delle altre opere comprese nel periodo, perchè esse, da -sè sole, parlano tanto eloquentemente ai nostri cuori. - -Però, se vi accade d'incontrare in qualche libro alcuna allusione alla -lotta del melodramma fra l'Italia e la Germania, pensate subito che -Verdi da più di sessant'anni combatte sul teatro italiano, regalando -alla patria allori innumeri di gloria e trofei superbi di vittoria; -e pensate che nessuna arme dei trofei, nessuna foglia degli allori -sarà giammai toccata, fino a quando l'opera di Verdi vivrà nei cuori -degli italiani, e fino a quando nel nome di Verdi le nuove generazioni -continueranno la marcia trionfale per la strada maestosa tracciata dal -genio dell'Italia. - -E se vi viene fatto di leggere in qualche altro libro che certa musica -di Verdi è barocca, ordinaria, forse triviale, pensate semplicemente -che a chi giudica in modo simile manca del tutto ogni cognizione morale -del sentimento del popolo ed ogni fibra di patriottismo. - -E ancora: se trovate chi scrive che Verdi non è un vero genio originale -e creatore, ma è un grande assimilatore del suo talento alla corrente -delle varie epoche vissute; pensate che il critico si è alzato tardi -ed ha trovato Verdi già in piedi. Pensate che dal pregio più raro si è -voluto trarre fuori il difetto più volgare. - -Per certa gente corta di vista, ed alla quale restano eternamente -occulte le lontananze ardite, tanto nello spazio del passato come in -quello dell'avvenire, la musica di Verdi segue i tempi; e certa gente -non sa e non potrà mai sapere quale invece sia stato lo sviluppo -dato al dramma lirico italiano da tutta la grande produzione di -Verdi, seminata con germe fecondo per tutto il lungo cammino di -oltre sessant'anni. E crede di potere giudicare tutta quella immensa -produzione riunendola oggi in un solo fascio e mettendola sotto una -sola luce. - -No! per giudicarla, bisogna distenderla di nuovo lungo tutta la strada -maestra, sulla quale ha lasciato i segni miliari nel suo passaggio -glorioso. - -Abbiamo già veduto se l'arte di Verdi seguiva i tempi nel 1849, -nel 1855 e nel 1859. E li seguiva, forse prima coi _Lombardi_ e -coll'_Ernani_? E li seguiva col _Rigoletto_ e colla _Traviata_? E li -seguiva poi coll'_Aida_, coll'_Otello_, col _Falstaff_?... - -L'arte di Verdi ha potuto, per una benedetta eccezione della natura, -esplicarsi in uno spazio di tempo grandissimo; e, attraverso -al rinnovellamento delle generazioni e dei governi, ha potuto, -gradatamente e continuamente battere il passo alla imponente evoluzione -musicale del secolo decimonono, tracciando quella strada superba dalla -quale l'arte nazionale non dovrebbe mai allontanarsi. - -Verdi è stato l'assiduo precursore d'ogni progresso, d'ogni conquista -del melodramma italiano, come fu il precursore vittorioso della -redenzione della Patria. - -E voglia il cielo che Verdi sia ancora il precursore invocato, che ci -additi i nuovi ideali da conquistare nel secolo nuovo! - -È il migliore augurio per l'arte e per l'Italia. - - - - -IL RISVEGLIO DEGLI STUDI DELL'ANTICHITÀ CLASSICA. - -CONFERENZA DI GIROLAMO VITELLI. - - - _Signore e Signori,_ - -Non è mio costume eludere con sottili accorgimenti le difficoltà di -quel che imprendo a fare, ovvero liberarmi con disinvoltura dalle -responsabilità che mi toccano; e se veramente fossi responsabile -della conferenza, che vi toccherà udire, saprei anche addossarmi la -responsabilità che me ne verrebbe, e chiedere umilmente perdono di -avervi ingannato con un titolo pomposo e di disilludervi ora con un -discorso, a dir poco, troppo modesto; ma la mia generosità non arriva -a tanto da rispondere di colpe così gravi, quando non sono colpe -mie. Sarò generoso soltanto in questo, che non vi mostrerò a dito il -colpevole, quantunque io lo veda sorridere maliziosamente fra i miei -gentili ascoltatori. - -Lo conferenze a cui avete assistito finora, e quelle che ascolterete -in questa sala in quest'anno, tutte più meno si sono contenute e si -conterranno nel limite cronologico del periodo eroico del nostro -risorgimento nazionale, suppergiù dal 1848 al 1860. Ora, che cosa -dovrei io dirvi del risveglio degli studi classici in così ristretto -periodo di tempo, quando ai nostri migliori ben altre cure incombevano -che non fossero quelle di interpretare Cicerone od Omero? Dovrei forse -ricordarvi e spiegarvi quanta ragione avessero i nostri giovani di -lasciare in seconda e terza linea gli studi che immediatamente non -avrebbero per nulla giovato alla indipendenza, alla libertà, all'unità -della patria nostra? Dovrei dirvi, in somma, che risveglio di studi -classici non vi fu allora, nè vi poteva essere, nè vi doveva essere; o -forse dovrei mettermi alla faticosa ricerca di quei quattro o cinque -solitari illustri che, pure accompagnando col pensiero e coi voti -l'èra nuova, ingannavano le ansie delle aspettazioni, investigando -alla «fioca lucerna» d'una modesta stanza di lavoro le costituzioni, -la lingua, la civiltà dei nostri padri antichi? Altri da codesto -vivo contrasto di operosità politica e di studi tranquilli saprebbe -trarre eloquentemente partito, lo riuscirei soltanto a dimostrarvi -quello che già sapete, che una rondine non fa primavera, che un -illustre epigrafista, un valoroso interprete di Tucidide, un geniale -investigatore di memorie antiche può lasciare orme indelebili del -suo ingegno e della sua dottrina nella storia della scienza, ma non -per questo la nazione a cui egli appartiene e il popolo in cui egli -vive possono e debbono esser considerati come coefficenti e fattori -di progresso scientifico. Voi non ignorate qual tesoro di dottrina -e di genialità filologica possedesse il poeta dell'Ultimo canto di -Saffo e della Ginestra; sapete anche però che non soltanto nel «natìo -borgo selvaggio,» ma neppur nei grandi centri di cultura italiana -quell'ingegno e quel sapere trovarono eco. Fu miracolo che alcuni dei -nostri migliori, e sia gloria a Pietro Giordani, se ne accorgessero; -e vi fu bisogno che dotti stranieri rivelassero all'Italia Leopardi -filologo. Sempre nella prima metà di questo secolo che muore, e che -alcuni a dispetto di ogni aritmetica hanno già seppellito, un miracolo -di dottrina epigrafica e storica, Bartolommeo Borghesi, era noto ai -suoi concittadini come colui che religiosamente ascoltava la messa -tutte le feste comandate; ma essi non sapevano che il suo libro di -devozione erano gli Annali di Tacito! Conoscemmo il Borghesi in tutta -la sua grandezza, quando Teodoro Mommsen lo proclamò suo maestro, e -Napoleone III ne ordinò a spese della Francia la ripubblicazione delle -opere preziose. - -Ma io corro pericolo che alcuno di Voi mi creda calunniatore del mio -paese. Tante e tante volte da persone, o per merito proprio o per -dignità raggiunta autorevoli, Voi sentiste dire invece che negli ultimi -quarant'anni di vita italiana, era venuta ad affievolirsi miseramente -quella scienza e cultura classica che era stata vanto dei padri e -degli avi nostri. Non io vorrò ridurre tutte queste affermazioni a -vane querimonie di venerandi vegliardi, cui l'età rende inesorabili -_laudatores_ del passato. Vi dirò, invece, che c'è qualche cosa di -vero in questo lamento, in questo confronto non vantaggioso per l'età -nostra, in questo biasimo severo contro la superficialità moderna; ma -perchè si possa riconoscere nei giusti limiti questa parte di vero e -convincersi nonostante che, se di risveglio di studî classici dovremo -parlare, ci converrà appunto cercarne le tracce in questi ultimi -decennii, è indispensabile premettere alcune considerazioni generiche -un tantino noiose, che ci rendano possibile distinguere tendenze e -fatti che generalmente si sogliono confondere. - -La storia dell'antichità romana è storia della patria nostra, storia -dei nostri diretti progenitori; e poichè questi nostri antenati, -orgogliosi e fieri conquistatori e reggitori del mondo, non -disdegnarono assimilarsi la cultura, la scienza, la poesia del popolo -ellenico, creatore di quella civiltà che sarà poi detta europea, anche -la storia dell'antichità greca vi si connette indissolubilmente. -Non è meraviglia perciò che, diradate appena le tenebre più o meno -dense della barbarie medioevale, appunto in Italia cominciasse e -splendidamente cominciasse l'ammirazione per la forma e la sostanza -della civiltà antica, il desiderio ardente che in quelle forme -brillasse anche una volta il genio della nostra razza. Firenze fu il -cuore d'Italia in tutto quello splendido periodo di operosa ammirazione -ed imitazione dell'antichità. Ai poeti, agli artisti, agli uomini di -Stato, agli eruditi, ai banchieri, ai mercanti fiorentini, mette capo -in massima parte quel complesso mirabile di fatti, di aspirazioni, di -vita nuova, che sogliamo chiamare «rinascimento». - -Può darsi, è certo anzi, che un così grandioso movimento fosse -utopista nelle sue ultime tendenze finali; altrettanto certo è che in -quella eccitazione di spiriti, come indubbiamente ebbe a soffrire la -compagine morale del nostro carattere, così si ritemprò mirabilmente -il nostro carattere artistico, e fummo per secoli i primi artisti del -mondo. Ma io non ho nè volontà nè scienza per trattare, e tanto meno -per risolvere problemi storici di tal natura. Ho voluto semplicemente -indicare quanto natural cosa fosse che in Italia gli studi della -antichità classica avessero in origine scopi e tendenze di ritorno -anacronistico alla civiltà, alla lingua, alla letteratura, alla vita -dei Greci e dei Romani. - -Basterà, del resto, dare uno sguardo, sia pure fugace, a quello che -in fatto di lingua e di letteratura avviene in Grecia sotto i nostri -occhi. I discendenti di Temistocle e di Aristide, ridonati dopo lunga -servitù a libera vita, vogliono attestare colla lingua e colle lettere -la loro discendenza; e noi assistiamo attoniti ad un tentativo, che -non possiamo dir sano, di sopprimere una lingua viva e vivace, che ha -la sua ragione di essere nella storia dieci volte secolare del popolo -che la parla, per sostituirvi artificialmente la lingua di Demostene e -di Senofonte, parole, forme e costrutti morti e seppelliti da migliaia -di anni. Ebbene, in altri tempi noi abbiamo accarezzata una utopia -analoga, in forma, se si vuole, senza confronto più grandiosa, più -artistica, più bella; ma per diversità che ci fossero nel resto, il -motivo psicologico non differiva gran fatto. Oggi questa tendenza -anacronistica della riproduzione artificiale della vita antica è, -altrettanto naturalmente, scomparsa quasi del tutto. Innocui esempi, -e solo nel campo delle lettere, rimangono le epigrafi latine, i versi -greci e latini; questi noi ammiriamo soltanto come attestazione di -versatilità d'ingegno, di amoroso studio dei capolavori classici, di -squisitezza di gusto, ma nè autori ne ammiratoli pensano o sognano che -si arricchisca così il tesoro della nostra lingua, della letteratura -nostra. - -Ora, si pensi quello che si voglia del valore oggettivo della -evoluzione umanistica dal trecento al cinquecento, rimarrà in ogni modo -gloria imperitura dell'Italia l'aver conservato, trasmesso, arricchito, -raccomandato ai posteri il patrimonio intellettuale ed artistico -dell'antichità classica, patrimonio che è diventato il fondamento più -saldo, direi quasi la chiave di vôlta del grandioso edifizio a cui -diamo il nome di civiltà moderna. - -Ma sarebbe anche falso affermare che l'umanesimo italiano non si -liberasse e non sapesse liberarsi dal concetto in apparenza grandioso, -e in realtà meschinamente unilaterale, della riproduzione artificiale; -poichè dall'Italia stessa partì anche il doppio e fecondo concetto -dell'antichità classica come vivificatrice delle nostre lettere, della -nostra arte, del nostro vivere civile, e dell'antichità classica come -argomento di studio indipendente da ogni determinata tendenza pratica, -di studio a sè e per sè, di studio seriamente e scientificamente -oggettivo. Dato e non concesso che altri possa non rilevare queste -benemerenze dell'Italia nostra, non posso nè debbo non rilevarle io: -io ospite grato, e speriamo anche non sgradito, di questa Firenze -dove fino dal XVI secolo si ebbe fiorentissima una scuola di filologia -classica, maestro sommo e venerato Pier Vettori. - -Per venticinque anni dalla cattedra, nelle conversazioni, nei privati -colloqui ho esortato, sarei per dire con fervore apostolico, i giovani -fiorentini a scrivere, dopo pazienti ricerche, un libro geniale che -riportasse dinanzi al nostro pensiero viva l'immagine di quell'uomo, -di quella scuola, di quei giovani ammiratori non meno della vita -integerrima del maestro, che della scienza di lui; un libro geniale -che dimostrasse, anche a quelli di noi che non vogliono intenderlo, -come in tanto rinnovamento di scienza e di metodi la filologia del -nostro tempo è pur sempre quella del celebrato fiorentino; un libro -geniale, insomma, che sfatasse una buona volta la vieta leggenda, -per cui continuatori dell'opera dei nostri grandi eruditi pretesero, -e forse pretendono ancora, chiamarsi i rètori inverniciati di frasi -greche e latine, gli arcadi della filologia che fecero sparire il nome -italiano dal libro d'oro della scienza dell'antichità classica. Mi -duole confessarlo, ma il mio fervido apostolato non ha avuto efficacia -se non sulla tranquilla fantasia di un giovane tedesco di Francoforte, -che, se non altro, ha raccolto e pubblicato utili materiali di studio -sul nostro grande filologo. Non dirò già che ai giovani fiorentini non -garbasse scrivere un libro geniale; dirò piuttosto che hanno sdegnato -le lunghe, difficili e pazienti ricerche, senza le quali i libri -geniali non si scrivono. - -In Italia, dunque, si ebbe abbastanza presto l'intuizione sicura -dell'importanza grandissima degli studî classici, sia come sano -e nutritivo elemento dello spirito moderno nella letteratura e -nell'arte, nella politica e nella scienza, sia come oggettiva e serena -investigazione storica. Porterei vasi a Samo e nottole ad Atene, se -credessi necessario dichiarare con esempi la mia affermazione rispetto -all'indirizzo che dirò imitativo del classicismo italiano, sebbene -la parola imitazione non risponda adeguatamente al concetto. Tutta -la nostra letteratura, per non dire altro, ebbe vital nutrimento -dell'antichità classica; e se i meno dotati d'ingegno riuscirono spesso -gretti imitatori, il genio dei nostri grandi seppe anche derivare -dalle fonti classiche, forme d'arte meravigliosamente originali nella -grandiosità della composizione, nella plasticità delle immagini, nel -colorito smagliante della elocuzione e dello stile. A porre in luce -meridiana questo benefico influsso del genio antico sulla poesia e -sulla letteratura nostra, molto prima che cominciasse l'affannosa e -febbrile investigazione delle memorie classiche, provvide il poeta -fiorentino che è gloria del mondo, il poeta di cui aumenta la gloria -quanto maggiore è la cura con cui si rintracciano le fonti classiche, -non del «bello stile» soltanto «che gli ha fatto onore», ma di ogni sua -più mirabile concezione poetica. - -E se a qualche cosa, Signore e Signori, la storia vale, essa dovrà -valere indubbiamente a farvi diffidare di una certa moderna dialettica -che si affatica a dimostrare spezzato ogni legame tra lo spirito -dei tempi nuovi e la vita antica. Manca a me ingegno e dottrina per -sottoporre a serio esame questi aforismi modernissimi nel campo della -scienza, della morale, della religione. Ma quale è, di grazia, quale è -la forma moderna d'arte che non abbia radice, e radice tuttora vegeta, -nella fantasia divina dei Greci? Quale è, di grazia, il gran concetto -giuridico moderno che non sia vivace rampollo dell'albero maestoso del -giure romano? A qual mai progresso intellettuale o morale la sete del -sapere degli Elleni e il senno pratico dei romani furono di ostacolo? -Non attribuiamo, per carità, gli errori, la gretteria, la pedanteria -di alcuni ammiratori dell'antichità agli spiriti magni della antichità -stessa, anzi al genio riformatore di quei due popoli privilegiati. Io -auguro, dunque, al mio paese, che ancora per lunga serie di secoli -i suoi poeti e i suoi dotti giureconsulti, gli scenziati e gli -artisti nel più lato senso della parola, ricorrano incessantemente -a ritemprarsi lena e vena nella scienza e nell'arte antica, nella -rigogliosa umanità antica; e sappiano farlo non meno bene di quanti -da barbari in grazia di essa divennero civili, e la energia nativa -correggendo su quei sacri modelli, divennero essi stessi modello di -operosità feconda a noi, che beatamente ci adagiammo nella persuasione -che i nostri avi avessero già fatto abbastanza per sè e per noi! - -Col nobile intento di richiamare gli italiani alla cultura classica, ha -da pochi anni vita in Firenze una Società che tutte le persone colte -dovrebbero desiderare prospera, efficace, nè dovrebbe il desiderio -rimanere soltanto platonico. Solo per opera di una grande società -siffatta si potrà sottrarre l'indirizzo della educazione e della -cultura italiana all'aura mutevole e capricciosa delle assemblee -politiche e dei gabinetti dei ministri. E non soggiungo altro, poichè -non può essere oggi mio intendimento consumare il tempo, di cui per -cortesia vostra dispongo, in argomenti abbastanza estranei a quello -che debbo trattare: giacchè io credo di dovervi parlare soprattutto -della scienza dell'antichità classica come disciplina a sè, abbia o non -abbia stretta attinenza colla cultura generale italiana. Ma, sarebbe -vano negarlo, anche questa scienza in tanto può fiorire in qualsivoglia -nazione del mondo, in quanto tra quella nazione è larga ed estesa la -cultura generale donde la scienza muove. Anche qui la storia viene in -nostro aiuto a farci toccare con mano che ogni grande e vero progresso -della scienza dell'antichità classica si è verificato appunto dove -e quando la cultura generale classica fu più estesa e più intensa; -e viceversa dovunque il classicismo non fu largamente in onore come -strumento di educazione, colà fu anche meno abbondante e salutifero -il frutto della scienza. Nè questo soltanto c'insegna la storia. Essa -c'insegna inoltre che tale e tanta è la connessione fra la civiltà, -la cultura, la lingua, la scienza greca e romana, che opera vana -tenterebbero quelle nazioni o quegl'individui i quali, dimentichi di -questa connessione intima, credessero di portare un contributo largo -ed importante alla investigazione scientifica o storica di una parte -sola dell'antichità classica. Io non conosco nessun grande latinista, -italiano o straniero, dell'età nostra o delle precedenti, che non -sia o non fosse in grado di trattare filologicamente i monumenti, -gli scrittori, le fonti elleniche; e non so neppure di alcun grande -ellenista digiuno di erudizione e di scienza latina. So, è vero, di -un valentuomo (non italiano!) del nostro tempo, il quale, essendo egli -profondo latinista, non dubitò di affermare che latinisti a preferenza -erano stati i corifei della nostra scienza. Ma l'affermazione è -certamente falsa, perchè io in coscienza non saprei dirvi davvero se, -per esempio, Pier Vettori e Riccardo Bentley fossero più latinisti o -grecisti, e perchè potrei addurre una bella schiera di grandi grecisti -che non dimostrarono egualmente al pubblico la loro scienza di cose -latine. Ma non mette conto di perdere del tempo a dimostrar vana -un'affermazione che evidentemente ha origine dalla vanità del latinista -che la emise, e che era egli stesso, del resto, un grecista valente. -Pur troppo, come vedete, neppur la filologia classica è preservativo -efficace contro la vanità. In confidenza, vi dirò persino che i -filologi classici sono spesso anche più intollerabilmente vani degli -altri. - -Sarebbe, pertanto, oltremodo facile dimostrare, anche teoricamente, -quanto impossibil cosa sia tener distinto il lavoro scientifico -nell'un campo, greco o romano, dal lavoro scientifico nell'altro. -Scienza ed arte romana sono riflessi e svolgimenti di arte e scienza -greca: pretendere di capir quella senza capir questa varrebbe presso -a poco quanto illudersi d'intendere l'umanesimo del rinascimento senza -conoscere quell'antichità che l'umanesimo consapevole o inconsapevole -cercava di riprodurre. Si potrebbe forse comprendere adeguatamente -la produzione intellettuale dei Greci, in quanto essa è in massima -parte indipendente da influssi forestieri, e ad ogni modo procede per -vie affatto sue anche quando dal di fuori trae l'origine; si potrebbe -forse comprenderla adeguatamente, se completa e in tutte le sue -manifestazioni essa ci fosse giunta. Invece c'è giunta in frammenti, -grandiosi frammenti se volete, ma frammenti, spesso da rintracciare in -fonti romane. Sopprimete tutto quello che dei Greci sappiamo e possiamo -investigare a traverso i riflessi, le imitazioni e le ricerche romane, -e vi accorgerete subito che quella meravigliosa statua mutila, simbolo -dell'antichità ellenica, voi avrete più barbaramente mutilata. - -Ma poichè nè io nè Voi siamo vandali, possiamo e dobbiamo augurarci -che da tale vandalismo l'Italia nostra sia risparmiata; nè è vano -l'augurio, perchè in realtà anche gli stolti, dei quali, come dice il -poeta, infinita è la schiera, non si farebbero mai tra noi paladini -esclusivi di studî greci. Il pericolo è piuttosto nell'altrettanto -assurda persuasione della possibilità di un classicismo italiano -fecondo e operoso, a base esclusiva di latinità e di romanità. Ho -detto persuasione, ma tale io non credo che sia: è piuttosto la solita -tendenza a blandire le turbe infinite che vogliono bensì penetrare -nell'aristocratica ròcca del classicismo, ma naturalmente vogliono -anche che sia più alla portata degli inetti questo titolo di nobiltà. -Ebbene, noi non abbiamo bisogno di sperimentare questo classicismo che -è stato detto «a scartamento ridotto»; lo abbiamo già sperimentato -per secoli. Poco fa io rammentava con entusiastica ammirazione Pier -Vettori e la sua scuola, ma è doloroso dovere aggiungere che, estinto -quell'uomo e quella scuola, lo studio dell'antichità classica in Italia -si aggirò fatalmente in un àmbito sempre più ristretto. Scienza e -conoscenza di lingua e di cose greche andò a mano a mano scomparendo; -antiquaria romana e retorico umanesimo latino furono sino all'età -nostra unico residuo di un movimento scientifico iniziato animosamente, -e coronato nel suo inizio da splendido successo. Voi sapete ormai che -non voglio nient'affatto parlarvi di persone. Non mi opporrete perciò -quella mezza dozzina, e sia pure una dozzina, di valentuomini che -dal seicento ad oggi lavorarono felicemente nel campo greco. Non vi -abbiate a male se vi dico che li conosco anch'io come li conoscete Voi; -ma essi sono quasi addirittura estranei al movimento scientifico del -nostro paese, nè fu merito dell'Italia se il resultato delle loro dotte -ricerche entrò a far parte del patrimonio della scienza. - -L'esperienza dunque noi la abbiamo fatta, e ci rimane il rimorso -di averla fatta durare troppo a lungo. Quali resultati se ne siano -avuti, lo sappiamo. Neppure nella scienza antica latina, l'Italia, per -tre secoli, ha rappresentato quella parte a cui la nativa prontezza -di ingegno, la conformità grande di sentimento e di attitudini con -la vita civile degli antichi, la tradizione infine e la storia la -avrebbero chiamata. Col nome di dottrina classica battezzammo una vuota -declamazione retorica, demmo nome di storia a compilazioni di aneddoti, -a frasi reboanti demmo nome di eloquenza, alle curiosità demmo il nome -di erudizione. - -Volle fortuna che il nostro classico suolo rimettesse incessantemente -in luce monumenti, opere d'arte antica, che richiamarono alcuni nostri -studiosi a un indirizzo positivo di investigazioni e ricerche; e -avemmo così epigrafisti e antiquari di molto maggior valore che per le -condizioni delle altre discipline filologiche avremmo avuto diritto di -aspettarci. Le cose sono mutate in meglio appunto nella seconda metà -del nostro secolo, vale a dire dacchè gli studi classici greci sono -tornati in onore, dacchè le lingue e le lettere greche non sono più -misterioso patrimonio di pochissimi, dacchè ogni persona colta non dirò -che legga Sofocle e Omero, ma almeno ha acquistato la convinzione che -leggerli e intenderli non è curiosità oziosa di gente oziosa. Non sono -per verità tanto ingenuo da attribuire così meravigliosa efficacia alle -declinazioni e alle coniugazioni greche che i nostri ragazzi imparano -nelle scuole. Ma non si tratta già ora di farvi vedere quanto di più e -di meglio sarebbe possibile nelle scuole; si tratta di riconoscere un -fatto innegabile. Noi italiani di punto in bianco abbiamo, dopo lungo -abbandono, riconosciuto di nuovo il genio classico greco come elemento -indispensabile di alta cultura generale, abbiamo modificato le scuole -in questo senso, e secondo questo concetto, abbiamo improvvisato dei -maestri che questo concetto attuassero, e in poche diecine di anni ci -siamo messi anche in grado di lavorare, di contribuire modestamente, e -sia pure modestissimamente, alla scienza della antichità classica. Non -ignoro quali e quanti siano gli altri coefficienti di questi risultati, -la ridestata coscienza nazionale, l'indirizzo serio e positivo degli -studî affini, la scomparsa di quel vano orgoglio che ci faceva ignorare -e disprezzare dottrine e scienze forestiere; ma questo vuol dire -soltanto che per le progredite condizioni intellettuali del paese -ci siamo finalmente avvisti che anche la nostra cultura classica era -difettosa, e ci siamo studiati di farla completa con l'ellenismo, e -l'ellenismo le ha dato quel vigore e consistenza scientifica che aveva -per secoli miseramente perduta. - -Difficile è fare la cronaca esatta di questa trasformazione, promossa -da spiriti illuminati anche prima della metà del secolo, ma sorretta -solo più tardi, e non sempre quanto sarebbe stato opportuno, dalla -sapienza dei governanti. Anche prima del fatale anno 1848 la Toscana -aveva in Pisa una istituzione benefica, i cui benefizi possono oggi -dal punto di vista odierno apprezzare poco quegli egregi che, ricchi -di entusiasmo e di ingegno, non vi trovarono prima del '59 la larga -educazione scientifica di cui erano avidi: e noi, venuti un po' più -tardi, ma non troppo più tardi, sappiamo quanta ragione avessero essi -di dolersi che il tempo della loro balda gioventù andasse consumato -miserevolmente a scuola di inetti o poco meno che inetti: ma è pur vero -che da quella scuola, perfino in quegli anni non felici, provennero -molti di coloro che senza confronto meglio di tanti altri poterono -contribuire utilmente alla trasformazione delle nostre scuole e -spianare la via a noi altri allora giovanetti, che, compiuta la unità -d'Italia, avemmo in essi i nostri maestri, e non di greco soltanto. - -Nè perchè ho ricordato espressamente la Toscana, vogliate supporre che -io dimentichi la efficacia della legislazione scolastica piemontese, -estesa con savio consiglio a tutta l'Italia: per essa avemmo un -ordinamento razionale di studî, imperfetto quanto si vuole, ma di gran -lunga più razionale e più largo che non usasse nelle scuole multiformi -del resto d'Italia. E poichè della oppressione politica austriaca -dicemmo sempre e volentieri tutto quel male che essa meritava, è anche -giustizia riconoscere che troppo più difficile sarebbe riuscito alla -Italia nuova rinnovare e integrare il classicismo vieto e monco delle -nostre scuole, se dalla Lombardia e dal Veneto non ci fosse venuta una -schiera di valentuomini, cui la tirannia politica non aveva spento -in cuore l'amor di patria e la scienza tedesca dall'Università di -Vienna aveva messi in grado di sapere per quali vie e con quali mezzi -tornerebbero gl'Italiani alla vita scientifica, anche in quel ramo -di cultura che era sembrato per secoli più che altro svago innocente -degli spiriti, strumento semplicissimo per darsi aria di letterati -finamente colti, infiorando di emistichii oraziani e virgiliani il -discorso. Resti ad altri l'ufficio gradito di celebrare, come meritano, -gli uomini che più direttamente promossero con l'insegnamento e con -l'esempio gli studi italiani di antichità classica. A noi, che in tanta -parte della nostra vita pubblica troviamo ragioni di sconforto, di -scoramento, di dolore, sia dato compiere l'ufficio ben più gradito, -di proclamare cioè che, se in complesso il classicismo italiano è -ancora meschinello rispetto alla Europa civile, esso è grande rispetto -alla vecchia Italia di cinquant'anni fa; e senza ingratitudine -possiamo smentire, per questa parte almeno, l'antico poeta: l'età -dei padri nostri portò noi non peggiori, ma migliori di essi — senza -ingratitudine, perchè è merito dei padri nostri aver create quelle -condizioni di vita civile che resero possibile a noi di metterci sulla -via abbandonata da secoli e trionfalmente battuta da quei popoli ai -quali noi primi l'avevamo additata. Quale è dunque l'augurio nostro per -i nostri figli? Che essi continuino a smentire la sentenza pronunciata -dal poeta romano, emendino i nostri vizii, colmino le enormi lacune -del nostro sapere, siano liberi dai pregiudizi che arrestarono noi -a mezza via, facciano dimenticare i nostri timidi tentativi, siano -emuli degni degli spiriti nobilissimi cui noi potemmo tener dietro -appena faticosamente e «longo intervallo;» sia lecito ad essi non -essere equanimi verso di noi, sieno ingrati, ma sieno migliori di -noi. All'esperienza nostra, però, vogliano pure ricorrere per amoroso -consiglio. Sapremo dir loro quello che non abbiamo saputo far noi; -sapremo soprattutto dimostrare i nostri difetti, sapremo porli in grado -di non sciupare l'ingegno per vie tortuose o senza uscita, sapremo -raccontare con la esperienza, con la vivacità, e, spero, anche con la -veridicità del testimone oculare la storia dei nostri studî in questi -quarant'anni di vita italiana. - -Intanto, aspettando che i nostri figli e nipoti vengano a chiederci -questi consigli e ad ascoltare questo atto di contrizione nostra e -questa storia, io mi confesserò sinceramente con voi — siamo nella -settimana di Penitenza: — e poichè mi è dato evitare una incomoda -confessione speciale dei peccati miei, esclusivamente miei, e posso -presentarvi la confessione generica degli Italiani del mio tempo, molto -a buon mercato, come vedete, mi pongo in regola col santo precetto, -tanto più che, dopo tutto, la penitenza toccherà non a me, ma a -Voi. Se nella età che precedè immediatamente il nostro risorgimento -nazionale, l'Italia fosse rimasta miseramente indietro soltanto in -fatto di studî classici, e nel resto avesse conservato importanza -notevole rispetto alle principali nazioni civili, anche la scienza -dell'antichità classica avrebbe rapidamente ripreso sviluppo e vigore, -e rapidamente sarebbe passata dallo stadio recettivo allo stadio -produttivo; ma a noi mancavano quasi totalmente i mezzi per iniziare -un lavoro scientifico, mancava la conoscenza più elementare della -letteratura dell'argomento: letteratura enorme, frutto di trecento -anni di studi assidui, di ostinate ricerche di Francesi, Inglesi, -Olandesi e Tedeschi, soprattutto di Tedeschi, che, ultimi in ordine -di tempo, avevano ereditato e da un secolo tenevano lo scettro della -scienza della antichità classica, l'avevano meravigliosamente promossa -in ogni disciplina, ne avevano disposte le parti, le avevano dato -forma e carattere di vera e propria scienza. Che in tali condizioni un -italiano di alto ingegno anche senza educazione e senza preparazione -metodica potesse prendere parte attiva e contribuire efficacemente -alle investigazioni scientifiche, non lo escluderò io, che so come e -quante volte la ipotesi sia stata realtà. L'alto ingegno sa prescindere -da condizioni anche indispensabili; ma, come ho già detto, non sono -singoli e isolati uomini d'ingegno quelli che determinano il movimento -scientifico del loro paese. Ai più parve, e non poteva non parere, -che dovessimo anzitutto addestrarci a maneggiare gli strumenti del -mestiere; e gran parte della attività nostra fu rivolta a impratichirci -di lingue straniere, del tedesco principalmente, e a renderci familiari -i manuali, le monografie straniere, principalmente tedesche, e lo -facemmo in molti; e la generazione mia ebbe meno difficoltà a farlo -che non ne avesse la generazione precedente. Gli uni e gli altri ci -ridemmo della nomèa di tedescanti, della quale i vecchi, meritamente -e immeritamente autorevoli, ci gratificarono. Opera egregia e proficua -fece allora chiunque contribuì, sia pure in proporzioni microscopiche, -alla diffusione in Italia di libri stranieri, chiunque fece conoscere -studi e metodi a cui l'Italia non era più avvezza, e che sarebbe stata -cosa ridicola ripristinare in quella forma in cui l'Italia li aveva -lasciati tre secoli innanzi. Onore e riconoscenza si deve a tutti quei -valentuomini che, traducendo, compilando, compendiando riuscirono a -poco a poco a mettere in contatto diretto la gioventù italiana con la -filologia tedesca: e credo che per parecchie altre scienze si debba -e si possa dire lo stesso. Giovani benemeriti del loro paese furono -quelli che secondarono con ardore questo impulso, e ben presto avemmo -una schiera di non indotte persone, capaci di fare altrettanto, e -lo fecero, magari con più ardore, e continuarono ancora quando forse -sarebbe stato possibile e desiderabile qualche altra forma di operosità -letteraria. - -Ho promesso di essere sincero, e lo sarò anche a costo di _sembrare_ -esclusivo, perchè ho la coscienza di non _essere_ esclusivo, e delle -apparenze non soglio darmi gran pensiero. La scienza della antichità -classica è scienza enormemente complessa, è scienza della vita greca e -romana in tutte le sue manifestazioni letterarie, scientifiche, civili, -religiose, politiche, morali ecc.; mirabilmente varie attitudini esige -da chi voglia abbracciarla tutta, e forse non è ancora nato chi nel -vero senso della parola tutta la abbia posseduta. Negli individui -essa è piuttosto aspirazione che possibilità realizzabile, ma povero -quell'individuo che tale aspirazione non abbia, che nelle ricerche -speciali e minute perda di vista e disprezzi la scienza del tutto! I -tedeschi hanno avuto la fortuna di concentrarvi dalla metà del secolo -scorso alla età nostra un'ingente massa di studiosi educati allo -stesso modo, preparati con gli stessi metodi, perseveranti e idealisti -per qualità di razza; è addirittura miracolosa la tenacia con cui -generazioni di dotti si sono succedute in lavori ingrati di minuzie, -di analisi, di inventario, di pura statistica, di lessicografia, di -grammatica. Onde avviene che oggi il giovinetto tedesco, solo perchè -tedesco, in condizioni normali si trova ad avere assorbito, sarei per -dire, atavisticamente gran parte di quella preparazione formale che -noi siamo ancora costretti ad esigere esclusivamente dalla scuola, -da una scuola che forse essa stessa non darà mai tutti i frutti della -scuola tedesca. Ma, quantunque per indole il tedesco sia portato alla -costruzione sistematica, e debba quindi preferire nelle scienze quelle -discipline che della scienza sono piuttosto il coronamento che la base, -nonostante è relativamente raro il caso che i giovani trascurino quella -preparazione formale, la quale permette loro di affrontare tutte o -quasi tutte le difficoltà della speciale disciplina a cui si dedicano; -per non dire poi che anche oggi, cioè in un'epoca di reazione contro la -filologia formale, anche oggi è sempre e quasi esclusivamente tedesca -anche la produzione filologica fondamentale sulla quale edificano lo -storico della letteratura e della scienza, l'archeologo e il giurista, -il linguista, ecc. Da noi invece sono diverse le tendenze e diversi i -resultati. Le indagini storiche, letterarie, filosofiche sembrano più -facilmente guidarci alla scienza. Ognuno capisce che se rivolge le sue -cure a studiare, poniamo, la Storia naturale di Plinio, a indagarne le -fonti libro per libro, capitolo per capitolo, a cercare di determinare -nei più minuti particolari i caratteri di lingua e stile dell'autore, a -proporsi insomma come principale intento di una intera vita di studioso -la critica e la esegesi di Plinio, ognuno capisce che così facendo non -gli rimarrà tempo per illuminare del suo genio tanta altra parte della -antichità classica; e perciò invece di studiare Plinio, mal si resiste -alla tentazione di far ricami dialettici sugli studi altrui: tanto più -che non è estremamente difficile a quattro opinioni diverse opporne -con qualche verisimiglianza una quinta, ricavata per eliminazione -dall'esame delle obiezioni già fatte da altri alle prime quattro. -Poniamo anche — ed è temeraria ipotesi — che questa quinta opinione -sia la vera, e passi nella scienza col nome italiano: ma Plinio rimane -nonostante monopolio della filologia tedesca. - -Or non è esagerazione dire che buona parte della nostra produzione -scientifica prenda le mosse non dallo studio immediato e diretto -delle fonti, ma dalle indagini altrui; non penetri nelle viscere -dell'argomento, ma si riduca a esercizio dialettico sulla discordia -degli altri. Sarà anche vero che i tedeschi abusino della parola -_Gründlichkeit_, con la quale indicano appunto la tendenza amorosa -e ostinata a sviscerare le questioni; ma non ho il coraggio di dire -che essi abbiano sempre torto, quando ci rimproverano appunto difetto -di _Gründlichkeit_, difetto tanto più pericoloso in quanto spesso e -volentieri si accompagna a una curiosa forma di orgoglio nazionale. -Nella scienza dell'antichità, si dice, c'è posto per tutti. Il lavoro -minuto e paziente non è per noi, che generalmente abbiamo ingegno -e fantasia da vendere e da donare. Fuori d'Italia ci preparano e -ci sbozzano la materia greggia, in Italia la metteremo in opera, -lavoreremo di fino, daremo l'ultima mano. Naturalmente sciocchezza -siffatta neppure gli stolti si arrischiano ad enunziarla così come ho -fatto io, senza ambagi e senza circonlocuzioni, ma pur troppo lo stesso -concetto traspare talvolta anche dalle parole di persone non stolte -che si sono illuse, e forse ancora si illudono, si possa parlare di -scuola italiana di filologia classica, quando questa scuola non dia -essa l'indirizzo alle discipline fondamentali della scienza. Non temete -che io voglia trattenervi a lungo su questo punto, che pure è di vitale -interesse e meriterebbe ampia trattazione. Mi basteranno per oggi -quattro parole, ma alla buona anche queste, e saranno sufficenti, oso -dire, perchè voi vi uniate a me nel combattere tale assurda tendenza. - -La scienza dell'antichità classica è un complesso di sapere storico, -è storia dell'antichità classica: ha quindi base e fondamento in -testimonianze storiche, non in concetti della nostra mente. Queste -testimonianze storiche sono le fonti della scienza, e si riducono a due -categorie principalissime: monumenti scritti e monumenti non scritti. -Da una parte dunque le opere superstiti dei poeti, degli storici, -dei filosofi, le iscrizioni pubbliche e private, le leggende delle -monete ecc., e dall'altra parte i frammenti superstiti delle opere -d'architettura, di scultura, di pittura, gli oggetti di uso comune e -così via. I monumenti non scritti, che si potrebbero dire monumenti -muti, sono spesso di gran lunga più eloquenti di tutti gli altri. Un -fregio del Partenone vi dà dell'arte antica un'idea ben più viva ed -esatta che non qualsiasi descrizione a parole. Ma la interpretazione, -la classificazione, l'uso scientifico dei monumenti muti è impossibile, -senza il sussidio costante dei monumenti scritti. Sopprimete, ad -esempio, il libro di Pausania, e domandate agli archeologi quanta -parte della loro scienza scompare. I documenti scritti sono dunque -in primissima linea le fonti della storia dell'antichità classica, -ma queste fonti non sono già qualche cosa di fisso, d'immutabile. -Esse scorrono abbondanti o scarse, limpide o limacciose, a seconda -del lavoro buono o cattivo, che si è fatto, dirò così, nella cava di -presa. È lavoro da scavatori, da zappatori, da facchini, tutto quel -che volete, ma beverete acqua torbida se il lavoro non sarà fatto a -modo. Ora, tutto questo lavoro è nelle mani dei tedeschi da un secolo -in qua. In buona parte la materia prima viene distribuita dai tedeschi -al mitologo, all'archeologo e così di seguito. E c'è chi crede si possa -imprimere la marca di fabbrica italiana alla storia greca e romana, -alla storia letteraria, alla mitologia, alla archeologia, finchè -questa condizione perdura, finchè è elaborazione tedesca il Livio e -il Tacito di cui vi servite, il Virgilio che decantate, il Pausania -che vi guida nelle vostre indagini archeologiche. Eppure quelli -che tra noi hanno tenacemente combattuto per questo concetto così -evidentemente vero, che cioè gl'Italiani stessi debbano sfruttare i -tesori delle loro biblioteche, e mirare principalmente a impossessarsi -delle fonti e imparare a prepararle per l'uso scientifico; quelli che -hanno modestamente dimostrato come si possa e si debba riuscirvi, sono -chiamati pedanti, e chi tali li proclama, trova persino appoggio in -persone di senno. - -Signore e Signori, io mi sono messo per una via per cui agevolmente -potrei continuare parecchie ore con molta soddisfazione mia, con -molto tedio vostro. Preferisco rinunziare alla soddisfazione mia, e -concludere anche senza aver poste e senza aver dichiarate tutte le -premesse. Gli studi classici in Italia si sono ridestati dal 1860 -in qua, abbiamo una legione di filologi classici, e una discreta -produzione scientifica. Si può anche aggiungere che abbiamo nei -vari rami della scienza dell'antichità un numero notevole di opere -di grandissimo valore, e dobbiamo compiacerci che il nome italiano -ricompaia degnamente anche in questo ordine di indagini scientifiche. -Ma conviene ricordarci che abbiamo dormito tre secoli. Lo stadio del -risveglio è un po' in proporzione del lungo periodo di sonno, un po' -di torpidezza occupa ancora il nostro spirito, non abbiamo ancora -una visione esatta e sicura della via da percorrere: alcuni nuvoloni -ministeriali di tanto in tanto ci risospingono nella inerzia, se non -addirittura nel sonno. Il caldo sole d'Italia trionferà di questi -umidi vapori, e fra cinquant'anni si potrà, magari in questa stessa -sala, affermare con verità che nella investigazione della antichità -classica il nostro paese tiene gloriosamente il posto d'onore, il posto -che merita. Per ora bisognerà contentarsi di affermazioni molto più -modeste; e forse non troppo immodesta troverete la speranza mia che, -parlando del _risveglio_ degli studî classici, io non abbia risospinti -nel sonno i miei gentili uditori. - - - - -INDICE - - - Autori e Attori drammatici Pag. 5 - La sincerità nell'Arte. (_L'Arte dal '48 al '61_) 45 - Le prime glorie di Giuseppe Verdi 85 - Il risveglio degli studi dell'antichità classica 117 - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of La vita Italiana nel Risorgimento -(1849-1861), parte III, by Various - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA (1849-1861), PARTE III *** - -***** This file should be named 51528-0.txt or 51528-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/5/1/5/2/51528/ - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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If you are not located in the United States, you'll have -to check the laws of the country where you are located before using this ebook. - -Title: La vita Italiana nel Risorgimento (1849-1861), parte III - Quarta serie - Lettere e arti - -Author: Various - -Release Date: March 22, 2016 [EBook #51528] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA (1849-1861), PARTE III *** - - - - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - - - - - - -</pre> - - -<div class="booktitle"> -<h1> -LA VITA ITALIANA NEL RISORGIMENTO<br /> -(1849-1861) -<span class="smaller">III.</span> -</h1> -</div> - -<hr class="silver" /> - -<div class="titlepage"> -<p class="high"> -<span class="x-large">LA</span><br /> -<span class="main-t">VITA ITALIANA</span><br /> -<span class="small">NEL</span><br /> -<span class="x-large">RISORGIMENTO</span> -</p> - -<p class="x-large"> -(1849-1861) -</p> - -<hr class="tiny" /> - -<p class="pad2 large"> -QUARTA SERIE -</p> - -<p class="large"> -III. -</p> - -<p class="small g"> -LETTERE E ARTI. -</p> - -<div class="container-center"> -<div class="container-left"> -<table class="front" summary=""> - <tr> - <td>Autori e Attori drammatici.</td> <td class="aut"><span class="smcap">Guido Mazzoni.</span></td> - </tr> - <tr> - <td>La sincerità nell'Arte. (<i>L'Arte dal '48 al '61</i>)</td> <td class="aut"><span class="smcap">Ugo Ojetti.</span></td> - </tr> - <tr> - <td>Le prime glorie di Giuseppe Verdi.</td> <td class="aut"><span class="smcap">Pietro Mascagni.</span></td> - </tr> - <tr> - <td>Il risveglio degli studi dell'antichità classica.</td> <td class="aut"><span class="smcap">Girolamo Vitelli.</span></td> - </tr> -</table> -</div> -</div> - -<p class="pad2"> -FIRENZE<br /> -<span class="small">R. BEMPORAD & FIGLIO</span><br /> -<span class="x-small"><i>LIBRAI-EDITORI</i></span><br /> -—<br /> -<span class="small">1901.</span> -</p> -</div> - -<div class="verso"> -<hr class="mid" /> -<p> -PROPRIETÀ LETTERARIA -</p> - -<p> -RISERVATI TUTTI I DIRITTI. -</p> - -<p class="pad2"> -<i>Gli editori</i> <span class="smcap">R. Bemporad & Figlio</span> <i>dichiarano contraffatte -tutte le copie non munite della seguente firma</i>: -</p> - -<div class="figcenter"><a id="ffirma"></a> - <img src="images/firma.jpg" alt="firma manoscritta" /></div> - -<p> -Firenze, 1901. — Società Tip. Fiorentina, Via S. Gallo, 33. -</p> -<hr class="mid" /> -</div> - -<div class="somm"> -<hr /> -<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p> -<hr /> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span> -</p> - -<h2 id="drammatici">AUTORI E ATTORI DRAMMATICI -<span class="smaller">tra il 1849 e il 1861.</span></h2> - -<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br /> -<span class="x-small">DI</span><br /> -<span class="large g noserif">GUIDO MAZZONI</span>.</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span> -</p> - -<p class="pad2 indl"> -<i>Signore e Signori,</i> -</p> - -<p class="pad2"> -Il Voltaire, con una delle sue arguzie felici, -definì il pubblico de' teatri un animale contemperato -di quattro nature diverse: un asino, una scimmia, -un pappagallo, un serpente. Non è difficile -intenderne la ragione. L'asino, perchè il pubblico -ha troppo spesso le orecchie lunghe; la scimmia, -perchè un applauso di gente stipendiata ad applaudire -basta non di rado per far battere le mani -a tutti quanti gli spettatori; il pappagallo, perchè -il giudizio di pochi diviene subito il giudizio o il -pregiudizio dei più, che forse non avranno pensato -mai nè sentito a quel modo; il serpente poi.... -perchè il Voltaire era stato qualche volta fischiato -anche lui! -</p> - -<p> -Le quattro nature mi sarebbe facile rintracciarle -e dimostrarle a una, a una anche nel pubblico -<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span> -italiano dal 1849 al 1861, a proposito degli -attori che si presentarono e delle opere che si rappresentarono -allora su' nostri teatri: mi sarebbe facile -dimostrarvele se la strettezza del tempo mi concedesse -di abbondare in aneddoti. Ma almeno un'osservazione -credo di dovere aggiungere qui, prima di -mettere da parte la maliziosa definizione del Voltaire; -ed è che per tali anni ci fu in esso pubblico -anche un po' della volpe e anche un po' del leone: -della volpe per la sottigliezza furbesca del deludere -e mettere nel sacco, come nell'antica epopea -animalesca, i lupi delle imperiali, regie, ducali e pontificie -censure; del leone per certi generosi impulsi -che facevano di tanto in tanto sobbalzare gli uditori, -mentre, dopo le sciagure del '49, si preparava, -quasi nel silenzio d'un forte raccoglimento, la riscossa -d'Italia. -</p> - -<p> -Un asino, una scimmia, un pappagallo, un -serpente, una volpe, un leone, vi sembrano forse -troppi? Ma riflettete che alla bestiale nomenclatura -manca almeno un altro animale, cui mi -sarebbe forza accennare quando non avessi a discorrere -de' nostri padri e de' nonni che si sollazzavano -ridendo delle farse gioconde, e mi trovassi -invece a far da cronista de' pubblici più moderni -che se la godono sghignazzando dinanzi a certi -spettacoli pruriginosi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span> -</p> - -<h3>I.</h3> - -<p> -Quanto meglio aver della volpe e del leone! -E di qualità magnanime e astute c'era davvero -bisogno, in quell'ultimo decennio in cui l'Austria -e i governi restaurati oppressero la patria e cercarono -quasi da per tutto di rinfiacchirne l'anima, o -distoglierla dalle alte visioni sognate innanzi; le -alte visioni dell'indipendenza e della libertà. La -censura non adoprò mai tanto le forbici quanto -allora. -</p> - -<p> -Una <i>Bianca Capello</i> (sic) di Giovanni Sabbatini, -nel 1844, era stata proibita negli stati di Sua Maestà -imperiale apostolica, e poi in quelli del duca di -Modena, e sequestrata a Modena nelle stampe, perchè.... -Ve lo dirà questo dialogo che par di commedia, -ed è, a proposito di un dramma storico, -un racconto di storia vera. Il Sabbatini si presenta -al conte Riccini, Ministro di Buon governo, -come lo chiamavano, del Rogantino di Modena, -Francesco IV, a ottenere che sia tolto il sequestro; -e ne è accolto così: -</p> - -<p> -— Ah, lei dunque scrive di queste porcherie? -</p> - -<p> -— Ma.... come, Eccellenza? un dramma storico, -approvato (per la stampa) dalla Censura di -Milano? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span> -</p> - -<p> -— Storico, storico! Ce n'è tanta della storia -senza andare a pescar fuori queste sozzure! E -poi la storia!... Chi è che fa la storia dei principi? -I nemici dei principi, i ribelli! Figuriamoci che -belle storie possono fare! — -</p> - -<p> -E siccome l'autore insisteva sulle approvazioni -già regolarmente ottenute, il conte concluse: -</p> - -<p> -— Io intanto le dico ch'ella non è niente affatto -in regola. Non so com'ella osi insistere. La -è una porcheria! Mi pare che quando il Ministro -di Buon governo le canta chiaro e tondo questo giudizio, -basti perchè ella non abbia più da insistere -d'essere in regola. — -</p> - -<p> -Bisognò che il povero Sabbatini si desse per -vinto. E voi forse crederete ch'egli fosse un riscaldato, -un acceso, e che la sua <i>Bianca Capello</i> fosse -Dio sa qual covo di viperine allusioni liberalesche? -Nemmeno per sogno; tanto ch'egli stesso diventò -poi, a Torino, un censore drammatico! Ma nel -fatto della fuga della Cappello da Venezia col Bonaventuri, -e de' suoi successivi amori a Firenze -con Francesco II granduca, e della morte del Bonaventuri, -e di quella di Francesco II e di lei, -quale allora da tutti era stimato vero e certo -storicamente, il conte Riccini vedeva solo una seduzione, -un rapimento, un omicidio, commessi da -un regnante; roba da Carbonari, roba da Mazziniani, -ne fosse o no colpevole il Sabbatini. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span> -</p> - -<p> -— Caro signor Sabbatini, — concluse il conte, — la -badi a un vecchio; qui non è più il Ministro che -le parla, ma il suo buon amico Riccini, che le dà un -consiglio. Tratti altri argomenti.... Non si lasci -guidare dalla moda e dai guastamestieri che col -pretesto della letteratura pescano nel torbido.... — -</p> - -<p> -L'autore ebbe anche a ringraziare de' paterni -consigli; e stava per andarsene, quando Sua Eccellenza -lo richiamò, e porgendogli la penna intinta -nell'inchiostro, e la copia a stampa del dramma incriminato, -che si era fin allora tenuta lì innanzi -sullo scrittoio, gli chiese un piacere: — Desidero, -caro signor Sabbatini, di avere il suo autografo. -Favorisca scriverci su, ch'ella mi fa dono del suo -bel lavoro. — -</p> - -<p> -E come l'altro lo guardava stupefatto e titubante: -</p> - -<p> -— Sì, un bel lavoro letterario; il Ministro, governativamente -parlando, lo deve biasimare, ma -il Riccini deve felicitarsene coll'autore. Favorisca -scrivere. -</p> - -<p> -— Ubbidisco! — fu costretto a rispondere il Sabbatini, -e scrisse sul libro: «A S. E. il signor -Conte Gerolamo Riccini l'autore in segno di ossequiosa -stima.» Non ci fu mai dedica men veritiera -(e voi sapete che soltanto le epigrafi mortuarie -son più bugiarde delle dediche). Racconta infatti il -Sabbatini medesimo, che se n'andò crollando la -<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span> -testa ed esclamando tra sè: — E a gente tale si -dà il governo dei popoli! — Tanto sentiva quella -ossequiosa stima che aveva dovuto affermare e -firmare in una dichiarazione autografa. -</p> - -<p> -<i>Nazione</i> era parola da doversi sopprimere (diceva -un censore) perchè non poteva riferirsi ad -altro che ad una vera utopia, e offendeva i legittimi -governi: la frase <i>ogni libera voce</i> era una -pericolosa affermazione: <i>quella pazienza, virtù -grande degli Italiani</i> sembrava che sonasse male, -e che neppure essa, in un certo senso, fosse frase -innocente. Che più? Paolo Ferrari racconta (e ormai -siam dopo il 1848-49) che due personaggi -di commedia, il principe Leopoldo Roccalba e il -duca di Monteforte, divennero, per la censura di -Modena, quegli marchese, e questi conte; perchè -là erano proibiti nelle commedie i titoli di imperatore, -re, principe, duca. Ma nella Toscana non piaceva -in bocca di attori il nome di Leopoldo, che era -quel del granduca, e la censura vi mutò Leopoldo -in Arturo. Poi a Roma Arturo e il conte, nelle loro -esclamazioni amichevoli, doverono schivare di nominare -Dio: racconta la Ristori che là non si poteva -dire <i>curato</i> nemmeno come participio del verbo -<i>curare</i>: e Arturo fu per ciò costretto a dire al conte, -non più — Mio Dio! sei diventato grasso! — Ma — Oh -ciel! sei diventato grasso! — Per ultimo, siccome -quella fiorente salute il conte la doveva alla -<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span> -buona aria di Napoli, e l'autore gli aveva fatto -dire: -</p> - -<div class="poem"> -<p class="i2">. . . È naturale. Di Napoli son stato</p> -<p>A ber l'aure vulcaniche: sotto quel cielo ardente</p> -<p>L'alma di caldi sensi ringiovanir si sente. . .</p> -</div> - -<p> -la censura napoletana, insospettita di quel <i>vulcaniche</i>, -di quell'<i>ardente</i>, di quel <i>caldi</i>, cancellò tutto, -e volle invece: -</p> - -<div class="poem"> -<p><span class="smcap">Art.</span> <span class="spaced4">Oh ciel! Sei diventato</span></p> -<p class="i4">Ben grasso!</p> -<p><span class="smcap">Conte</span> <span class="spaced3">È naturale! A Napoli son stato!</span></p> -</div> - -<p> -Come se a Napoli fosse necessario l'ingrassare! -</p> - -<p> -Tutta la scena meriterebbe di essere così raffrontata; -e da più altre correzioni simili potrei agevolmente -trarre il riso vostro, o signori. Una almeno -valga a confermare i ridicoli abusi in che l'officio -del censore quasi inevitabilmente doveva, di tanto -in tanto, cadere. A Venezia era impiegato nella -censura un certo Pino Marzio: quando il Ferrari -introdusse nel <i>Goldoni e le sue sedici commedie</i> il -Marzio famoso per la commedia goldoniana, il signor -Pino Marzio non volle che il suo casato fosse -vituperato così; e cambiò Marzio in Ser Taddeo. -Come fare allora per la promessa delle sedici commedie -nuove, là dove il Ferrari rappresenta il Goldoni -nell'atto di annunziarle alla platea che poco -<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span> -innanzi fischiava e ora lo acclama? — <i>Don Marzio -alla bottega del caffè</i>, osservava il Ferrari al censore, -è un titolo storico; quivi almeno bisognerà lasciare -Marzio, se no il pubblico si accorgerà del -mutamento! — Non ci fu verso, e i Veneziani si -sentirono annunziare, non <i>Don Marzio</i>, ma <i>Don -Marco alla bottega del caffè</i>. -</p> - -<p> -Volpi fini bisognava essere per cogliere, traverso -queste smozzicature e questi veli, l'intenzione -dell'autore; per ridere a tempo della goffaggine dei -governanti; per applaudire a tempo ogni accenno, -fosse pur incerto e remoto, dell'idealità segreta in -ogni petto italiano. Le cronache teatrali son piene -di documenti per sì fatta corrispondenza tra gli autori -e gli spettatori. Dopo aver ben bene tagliato e -rimpastato, le polizie si trovavano innanzi, ad ogni -momento, uno scartafaccio più incendiario che mai: -tra le righe del copione approvato lo scriveva via -via, quasi con inchiostro clandestino, il sentimento -nazionale; e il caldo della ribalta lo faceva colorirsi -e apparir fuori, tra le risa o gli applausi, sotto gli -occhi stupiti de' revisori, che prima non ci avevano -letto niente. -</p> - -<p> -Quanto poi a quelli che dianzi chiamavo gli -impulsi generosi del leone, basta ripensare agli effetti -ottenuti da Gustavo Modena, nel recitare la -<i>Divina Commedia</i>. Che più innocente di un canto -di Dante? non scrisse egli nel secolo XIV? che -<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span> -pericolo ci poteva essere ormai in una pagina del -teologico <i>Paradiso</i>? -</p> - -<p> -La massima difficoltà che ha da superare -un lettore di Dante a me par che sia questa: -il poema è autobiografico, e nel tempo stesso rappresenta -le cose e le anime in modo tale che il lettore -mal può guardarsi dal cadere nella declamazione -drammatica. Ernesto Rossi, per esempio, che -tanto valeva per altre parti, a me non riusciva quale -lo avrei voluto io, perchè faceva dell'episodio dei -ladri non tanto un racconto quanto un'oggettiva -raffigurazione. Il Modena, no. Veniva in iscena -nelle sembianze di Dante, e aveva quivi accanto, seduto -a un leggìo, un giovinetto vestito anch'esso -secondo le fogge del Trecento. Dante aveva già composto -il canto; era allora nel correggerlo, compierlo, -dettarlo; e in fare ciò si riaccendeva, rivedeva con -la fantasia i luoghi già immaginati, riudiva le voci, -si moveva come un veggente che fosse insieme consapevole -dell'arte e di sè. E consapevole altresì era -il Modena della patria; e scriveva che: «I nostri -odierni dolori spiegano assai meglio la <i>Divina -Commedia</i> che non la parola morta delle glosse. -Ogni esule scenda in sè, e vi troverà la rivelazione -del movente e dello scopo di Dante. Se oggi -non è inteso il poema, ci rimarrà in eterno un indovinello.» -Oh nel gesto, nella parola del Modena, -tutti sentivano non pur Dante, ma anche la patria! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span> -</p> - -<p> -Trovo, in un numero della <i>Nazione</i> del 1860, -ciò che vi scriveva un cronista per una serata -nel teatro Niccolini: e, rileggendo, come un alito -caldo ci venterà sulla faccia: «Nel canto XXVII -del <i>Paradiso</i> accadde una mezza rivoluzione; e -alle terzine dove San Pietro esclama: -</p> - -<div class="poem"> -<p>Non fu nostra intenzion ch'a destra mano</p> -<p class="i2">De' nostri successor parte sedesse.</p> -<p class="i2">Parte dall'altra, del popol cristiano;</p> -<p>Nè che le chiavi, che mi fur concesse,</p> -<p class="i2">Divenisser segnacolo in vessillo</p> -<p class="i2">Che contra i battezzati combattesse;</p> -</div> - -<p> -a queste terribili parole, declamate con un accento -<i>scrutans cordia et renes</i>, tutta la platea si levò in -piedi urlando con frenesia, quasi intendesse simultaneamente -applaudire al grande artista e protestare -di nuovo contro le stragi ancora invendicate -di Perugia e contro i massacri che sta pertinacemente -meditando la corte di Roma!» -</p> - -<p> -Il contrasto aperto o dissimulato tra le censure -e gli autori, tra le polizie e gli attori e i pubblici, -è dunque una delle caratteristiche del teatro italiano -negli anni tra il 1849 e il '61. Gli attori erano -quasi tutti liberali, e molti attestarono i sentimenti -loro, con più certa prova che non fossero le declamazioni, -e anche le multe e le brevi prigionie, -militando volontarii contro l'Austria. A rinfocolarli -valeva il fervore del pubblico. E quando alcun -<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span> -d'essi riusciva sospetto, spesso a punirlo di pena -giusta o ingiusta provvedevano le platee. Troppo -ebbe a soffrire nel 1860, a Genova, Ernesto Rossi, -crudelmente fischiato e costretto a partirsene, perchè -era stato a Vienna, e dicevano che là si fosse -tanto inebriato dell'oro e dell'incenso da non volere -ormai nemmeno aver parte in un dramma, la -<i>Teresa Mazzanti</i> d'Ippolito D'Aste, pieno d'allusioni -ai nostri nemici. Se volle riconquistarsi il -favore dei Genovesi, dovè il Rossi, quattro anni dopo, -fare in pieno teatro aperte dichiarazioni; e le fece, -sia lode al vero, con accortezza e con dignità. -</p> - -<h3>II.</h3> - -<p> -Il Manzoni, da vecchio, diceva a Vittorio Bersezio -che la forma drammatica antica era finita; il -pensiero nuovo l'aveva trovata troppo angusta e -l'aveva fatta scoppiare; non ve n'erano ormai più -che i frantumi, che invano alcuni tentavano di raccozzare -insieme per dar loro apparenza di cosa -consistente: la forma nuova, intanto, quella che -doveva corrispondere ai bisogni nuovi, non c'era -stato ancora barba d'uomo a trovarla. Per conto -suo, sperando che i tentativi irrequieti precedessero -forse di lontano l'ignoto riformatore che ammirerebbero -i figli o i nepoti, si compiaceva solo della -commedia dialettale. Infatti, quando <i>Le miserie 'd -<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span> -monssú Travet</i>, da Torino, dove prima comparvero -nel marzo 1863, passarono a Milano, egli, che da -trent'anni non aveva messo piede in un teatro, andò -a sentire e applaudire. Il pubblico, a vederlo, -applaudì lui, ed egli, finchè potè, battè le mani -sforzandosi a credere e a far credere agli altri che -il Bersezio solo era il festeggiato così. -</p> - -<p> -Fatto sta che la tragedia classica, colpita nel -cuore dal Romanticismo, morì; e una caratteristica -dell'età di cui vi discorro è appunto nel suo scomparire, -nell'affievolirsi della commedia goldoniana, -nel trasformarsi insomma del repertorio. -</p> - -<p> -Fin dagli ultimi del secolo XVIII si erano -alternate sul palcoscenico molte più forme e varietà -di spettacoli che non abbiamo oggi. A scorrere i -diarii teatrali di quel secolo declinante e del XIX -sorgente, è impossibile non meravigliarsi della sovrabbondanza. -La tragedia classica con le unità -di tempo e di luogo era la forma officiale; ma -accanto le sorgeva vigorosa la tragedia di argomento -moderno, che chiamavano urbana, e che non -di rado già delle unità non si curava; e all'una e -all'altra toglieva un po' di favore la concorrenza del -dramma storico e romanzesco, macchinoso, farraginoso, -commisto di riso e di pianto. Del pari la -commedia ridanciana con le maschere e senza le -maschere, durava ancora, mentre la commedia sentimentale -faceva spargere tante dolci lacrime. E vi -<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span> -erano inoltre allegorie e fiabe; e perfino libretti -di melodramma recitati senza la musica. Più, le -così dette commedie dell'arte, e le caricature regionali -impersonate in Stenterello, Pulcinella, Arlecchino, -Brighella, Pantalone, Cassandrino, Rogantino, -e altre sì fatte argute o scurrili figure. -</p> - -<p> -Venne la questione tra Classicisti e Romantici: -e quella che era stata una confusa e polverosa baruffa -di avventurieri si mutò in un'ordinata battaglia -di belle e ben capitanate milizie. Dopo gli -esempii del Goethe e dello Schiller, ebbe allora -l'Italia col Manzoni il dramma storico meditato e -dotto, senza le regole accademiche, sebbene quasi -imbevuto di classicità, innanzi che la Francia prepotesse -e in un certo senso snaturasse il romanticismo -nel teatro: ma la Francia, comunque sia, non -tardò ad esportare e a diffondere anche fra noi -quelle sue nuove merci teatrali. Vani erano riusciti -da un lato i tentativi del De Cristoforis e del Tedaldi -Fores per mantenersi più o meno nella strada -aperta dal Manzoni; vani anche, dall'altro, quelli -di Giovan Battista Niccolini, d'iniziare lui una -scuola che fosse possente di effetti lirici e drammatici -insieme, con viva e diretta azione patriottica. -Questa, non è dubbio, egli ottenne; ma l'<i>Arnaldo da -Brescia</i> che nel 1843 suggellò l'arte sua, stampato a -Marsiglia, non potè venire in Toscana che di nascosto, -dentro alcune botti da caffè; e anche quando fu -<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span> -letto liberamente, non potè salire sul palcoscenico, -perchè poema in dialogo anzi che dramma. -</p> - -<p> -Molti tra voi rammentano, certo, il vivace racconto -che Ferdinando Martini fece del suo arresto -e della partaccia che a lui sedicenne toccò dal -prefetto granducale, quando, nel luglio del '58, in -una dimostrazione sorta nel Teatro Nuovo dopo -una recita della <i>Medea</i>, sentendo crescere gli applausi -da — Viva Niccolini! a — Viva il poeta -italiano! — Viva la gloria d'Italia! — Viva l'Italia! — gridò -per conto suo — Viva l'autore dell'<i>Arnaldo</i>! — ch'ei -non sapeva, del resto, che cosa -si fosse. Questi stessi evviva palesano la principale -ragione di certi entusiasmi suscitati dal Niccolini; -ed è indubitabile che egli nè iniziò nè poteva lasciare -una scuola, sebbene alcune delle sue tragedie, -come la <i>Medea</i>, l'<i>Antonio Foscarini</i>, il <i>Giovanni -da Procida,</i> durassero a lungo sulle scene. Dopo il -1849 ormai il vecchio poeta viveva appartato, più -studiando le storie che fantasticando poesia: ma -sempre fisso col pensiero alla redenzione della patria, -le dette nel 1858 ancora una tragedia, <i>Mario -e i Cimbri</i>, di cui dicono l'intento così il tema come -l'epigrafe petrarchesca apposta sul frontespizio: -«Ben provvide natura al nostro stato — Quando -dell'Alpi schermo — Pose tra noi e la tedesca rabbia.» -A Tommaso Salvini, unico interprete degno, -ne affidava la rappresentazione. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span> -</p> - -<p> -Premii condegni non gli mancarono. La sera -del 3 febbraio 1860, il teatro di via del Cocomero -fu solennemente consacrato al nome di lui, recitandovi -Ernesto e Cesare Rossi la grande scena dell'<i>Arnaldo -da Brescia</i> tra il frate e papa Adriano, -e il monologo di Arnaldo nell'ultimo atto. E mosse -il Niccolini indi a poco a salutare tra noi il re -possente che egli aveva invocato trent'anni prima, -Vittorio Emanuele: e lieto così della mèsse di cui -egli medesimo aveva cooperato a gettare il seme, -morì nel 1861, il 20 settembre. Di un fulgido sorriso -si sarebbe illuminato il volto al poeta dell'<i>Arnaldo</i>, -se l'Angelo della morte gli avesse negli estremi -momenti sussurrata all'orecchio la profezia, che -essa data del 20 settembre sarebbe di lì a pochi -anni divenuta sacra all'Italia per la liberazione -di quella Roma dove era stato perseguitato ed -arso il suo magnanimo Arnaldo. -</p> - -<p> -Nel 1847 era morto Carlo Marenco, che, dopo -l'Arnaldo del Niccolini, aveva osato dare in luce -quello suo, sebbene non meglio adatto alle scene. -Più degno di nota egli è per alcuni esperimenti di -conciliare, seguendo in parte gli esempii del Delavigne, -il classico col romantico. Prima la Carlotta -Marchionni, che nel '37 incarnò in sè la <i>Pia -de' Tolomei</i>, poi Adelaide Ristori, fecero applaudire -questo che fu il più popolare de' lavori suoi, -e che si rannoda in un certo modo alla popolarissima -<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span> -<i>Francesca</i> di Silvio Pellico, durata dal 1815 -a commuovere con le lagrime sue e col disperato -amore di Paolo. -</p> - -<p> -E fin dal 1839 era uscito il <i>Lorenzino de' Medici</i> -di Giuseppe Revere, dramma storico in prosa; -che, afferrato dalle larghe e destre mani del Dumas, -e imitato da lui, fu tradotto in italiano dal -francese, e piacque allora a molti che dell'originale -non sapevano o non si curavano. Dramma -storico in prosa è anche il <i>Fornaretto</i> di Francesco -Dall'Ongaro, che dal 1844 faceva fremere e -inorridire, specialmente per l'arte di Gustavo Modena, -sulle sorti pietose di quella vittima d'un errore -giudiziario. Se non che nel Revere e nel Dall'Ongaro -e, abbiamo visto, nel Marenco, un po' di -infiltrazione francese non è difficile avvertire; e -convien rammentare che il <i>Moro di Venezia</i> del -De Vigny, e <i>Marin Faliero</i> del Delavigne sono del -1829; del '30 è l'<i>Hernani</i> di Victor Hugo; del -'32 il <i>Luigi XI</i> del Delavigne; del '34 il <i>Lorenzaccio</i> -del De Musset; del '35 il <i>Chatterton</i> del De -Vigny; letti, tradotti, ammirati, rappresentati, discussi, -via via, anche in Italia. -</p> - -<p> -Ciò per la tragedia e pel dramma. La commedia, -dopo le risate di buona lega suscitate sui -primi del secolo dal Giraud con L'<i>Aio nell'imbarazzo</i>, -con <i>Don Desiderio disperato per eccesso di -buon cuore</i>, con <i>L'apparecchio del pranzo alla -<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span> -fiera ossia Don Desiderio direttore del Pique Nique</i>, -e dopo i sorrisi annacquati delle commedie un -po' pedantesche del Nota, si può dire non avesse -altro, nella tradizione goldoniana, che i lavori di -Francesco Augusto Bon. Non ridiamo noi ancora, e -come di cuore, a <i>Ludro e la sua gran giornata</i>? -Ma dopo la trilogia di Ludro e altre vispe commedie, -il fortunato attore si volle provare malamente -nientemeno che al dramma storico; e indispettito -della gelida accoglienza fatta dai Milanesi al suo -<i>Pietro Paolo Rubens</i>, non scrisse più, invecchiando -nel dirigere compagnie di comici, e, da ultimo, di -filodrammatici. -</p> - -<p> -Ed ecco in Francia nel 1840 <i>Il bicchier d'acqua</i> -dello Scribe e nel '45 la sua <i>Catena</i>; nel '48 l'<i>Avventuriera</i> -dell'Augier, e l'anno dopo la sua <i>Gabriella</i>; -nel '52 la <i>Signora delle camelie</i> del Dumas -figlio; nel '54 <i>Il genero del signor Poirier</i> dell'Augier; -nel '55 il <i>Demi-monde</i> del Dumas; nel '61 <i>I -nostri intimi</i> del Sardou; e <i>Il cappello di paglia -d'Italia</i> del Labiche è del '51. Le quali date mi era -necessario rammentarvi perchè, trattandosi di drammi -e commedie rimaste sino ad oggi, o sino a poco -fa, nel repertorio de' nostri teatri, bastano di per sè -sole a chiarire quanta e quale fu la invasione francese -nelle scene italiane poco innanzi il 1848-49, -e poi sempre più, sino a ciò che vediamo noi. -</p> - -<p> -Io non sono di quelli che per l'arte s'indignano, -<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span> -subito che alcun che ci venga da oltre le Alpi: tanto -meglio per tutti quando ce ne venga del buono: -noi già demmo, un tempo, assai agli altri, e gli -altri ora dieno pure a noi, in uno scambio inevitabile -e proficuo. Ma vero si è che nocque allora -allo svolgimento dell'arte tra noi la soverchia voga -conseguìta dal teatro francese: i fiori che davano -speranza del frutto non allegarono e caddero appassiti -o imbozzacchirono. Fino allora si era, meglio -o peggio, conservata in onore la tragedia; oltre la -<i>Pia</i> del Marenco e la <i>Francesca</i> del Pellico, anche -il <i>Filippo</i>, il <i>Saul</i>, la <i>Mirra</i>, varie altre tragedie -dell'Alfieri e di altri rialzavano all'alta poesia, quasi -per turno settimanale, il gusto del pubblico. E -si era conservata in onore, meglio o peggio, la -commedia goldoniana: si applaudivano molto più -spesso che oggi non accada <i>I Rusteghi</i>, <i>Le Baruffe</i>, -<i>Don Marzio</i>, <i>Il Bugiardo</i>, del maestro, e -<i>Don Desiderio</i>, <i>La Fiera</i>, <i>I gelosi fortunati</i>, -<i>Ludro</i>, <i>Niente di male</i>, parecchi altri lavori, dei -discepoli suoi. Che si rappresentassero insieme -gli enormi drammi romanzeschi e spettacolosi, -triste eredità del Willi, dell'Avelloni, del Federici, -cresciuta di raffazzonamenti dal tedesco e dal -Francese, non era insomma un male diffuso e che -degenerasse in pustole maligne; e tutti sentivano la -differenza sostanziale, quanto all'arte, tra la commozione -estetica e la perturbazione nervosa: conseguìta -<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span> -quella, la commozione che nobilita, con -l'analisi delle passioni e con la parola corretta e -sobria, anche nella ricerca dell'efficacia teatrale; -conseguìta questa, la perturbazione che abbassa, -con l'azione violenta e con l'enfasi spesso sgrammaticata -in caccia dell'applauso. Dopo il 1848-49 -si ebbe il tracollo della bilancia: restarono i drammi -sanguinosi o pietosi come <i>I due sergenti</i>; piovvero -e dilagarono i drammi romanzeschi della nuova -imitazione francese. -</p> - -<p> -Ernesto Rossi nel 1850, a Trieste, corse rischio -di esser fucilato davvero dai Croati che dovevano -fucilarlo per chiasso nel finale del <i>Generale Ramorino</i>; -buon per lui che, innanzi di andare a morte, -volle si riscontrassero le cartucce! Ma se questo fu -uno spettacolo d'occasione, <i>Il vetturale del Moncenisio</i> -fu dato a Milano, in quel torno di tempo, ventiquattro -sere di seguito. E allora un capitano dei -bersaglieri a Torino, Andrea Codebò, mosse le baionette -aguzze del suo rapido ingegno, contro <i>I -drammi francesi</i>, in una parodia che appunto così -da loro ebbe il titolo. Luogo dell'azione (narra il -Costetti che bene tratteggiò la figura di lui e di altri -scrittori e attori di quel tempo) un camposanto; -quivi, in un solo atto, duelli, delirii, riconoscimenti, -suicidii: figuratevi che un tale riconosce chi sia un -colonnello che egli sta per uccidere, e gli grida: — Ah, -tu sei dunque il figlio del carnefice di mio -<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span> -padre! — Grande fu il successo di codesta satira; -ma, come era naturale, non valse contro la moda. -</p> - -<p> -Del resto, col male venne il bene; coi drammacci -vennero di Francia buone e belle commedie. Era -il 1857; e <i>La vecchia pazza alla Torre del Sangue</i>, -<i>La tremenda sfida dei cavalieri della morte al -Colle del Terrore</i>, e consimili robe che un capocomico -disperato imbandiva al popolino bolognese -nell'Arena del Sole, doverono da lui medesimo esser -messi da parte (copio anche questo dal Costetti) -per dare al pubblico, in un teatro, di gente pulita, -come egli diceva, una commedia di Dumas figlio -che salvò lui e i suoi dalla fame. Senza estendere -l'osservazione di un caso singolo a legge generale, -può servire esso caso a indizio di ciò che allora accadeva: -lo Scribe, l'Augier, il Dumas, con l'arte -abilissima di tutt'e tre, moralmente eletta nel secondo, -acutamente filosofica nel terzo, relegavano -ne' teatri di terzo e di quart'ordine le reliquie di -un teatro spettacoloso che risaliva a' primi del secolo -XIX, e conquistavano i teatri migliori pel nuovo -repertorio francese, cacciandone via la tragedia -classica, ormai anch'essa decrepita, e la tragedia neoclassica -e romantica che pur avrebbero potuto, con -qualche accorgimento, restarvi utilmente. -</p> - -<p> -Guglielmo Shakespeare, per opera di Ernesto -Rossi, della Ristori, del Salvini, ottenne finalmente -udienza e favore; ma fornì piuttosto pietre di paragone -<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span> -al raffronto di un artista con l'altro, che -fiamma viva a infiammare, come era degno, le -fantasie. -</p> - -<h3>III.</h3> - -<p> -Vi tedierei inutilmente enumerandovi ora anche -soltanto i principali dei drammi in versi che furono -applauditi negli anni di cui sto parlando: nulla, -dopo quegli applausi, dovuti per massima parte -ad attori eccellenti, ha retto a lungo sulle scene, -nulla ne è letto oggi da chi non faccia professione -di logorarsi gli occhi sulle stampe dimenticate. -</p> - -<p> -Che importa, per esempio, a voi di <i>Aroldo il -Sassone</i> di Napoleone Giotti? Era il suo primo lavoro, -nel 1846, e lo dedicava al Niccolini: piacque, -e tre sere fu dato nel teatro del Cocomero, che -ancora non si onorava del nome di lui. E che v'importa -della sua <i>Monaldesca</i>? Al Guerrazzi la dedicò -il Giotti nel 1853, e furoreggiò: Adelaide -Ristori, che ne resse la parte principale, non è difficile -credere che ne dovè trarre effetti mirabili; ma -cosa più pazza (sia detto col debito rispetto alla -memoria di quel pover uomo, morto di recente) non -credo facile immaginarla, nè verseggiarla con peggiore -rettorica romantica in più rimbombanti endecasillabi. -Un po' dell'<i>Hernani</i> e un po' della <i>Beatrice -Cenci</i> vi si mischiano nell'azione di un Leonello -<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span> -che, per vendicare un fratello ucciso da un marito -geloso, si fa amare dalla moglie di lui, la fa complice -dell'assassinio col quale lo toglie di mezzo, e -poi le sghignazza in faccia che non l'ha amata mai -e non l'ama. Tutto questo con balli mascherati, usci -segreti, temporali, e canzonette sulla mandòla. -</p> - -<p> -E meno v'importa, credo, dei drammi di Giuseppe -Pieri, e del <i>Francesco Guicciardini</i>, del -<i>Dante Alighieri</i>, della <i>Beatrice Cenci</i>, di Pompeo -di Campello. Neppure il <i>Nerone</i> del Cossa valse a -far rammentare dai critici il <i>Nerone Cesare</i> di lui: -mentre invece richiamò l'attenzione di qualcuno -al <i>Paolo</i> di Antonio Gazzoletti, gentil poeta ma un -poco sbiancato e freddo, come lo definì il Tenca a -ragione. -</p> - -<p> -Il Gazzoletti e Antonio Somma (di cui la <i>Parisina</i>, -del resto, era uscita nel 1835), e Giulio -Carcano ed Ermolao Rubieri, meriterebbero, nella -storia di questi tempi, almeno qualche parola. Un -<i>Arduino</i> del Carcano sarebbe, per esempio, da -raffrontare con l'<i>Arduino d'Ivrea</i> di Stanislao Morelli, -che Tommaso Salvini improntò della sua gagliardia -e fece tanto applaudire, costringendo (gli -scriveva l'autore riconoscente) il pubblico a inchinarsi -ad un ragazzo come innanzi ad un gigante. -Ma si tratta, insomma, di opere morte da un pezzo -e sepolte; gli ultimi guizzi furono esse di un genere -destinato a spengersi, in quelle forme, per sempre. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span> -</p> - -<p> -Veniamo a ciò che fiorì, o almeno era degno di -annunziare una primavera nuova. -</p> - -<p> -Vincenzo Martini, padre di Ferdinando, fu dei -primi a tentare una forma che la necessità del presente -e i modelli francesi concordasse con la tradizione italiana. -Nel carnevale del '53 Adelaide -Ristori ne diè <i>La donna di quarant'anni</i>; cioè la -marchesa Malvina; che fin dai cenni dell'autore sui -personaggi suoi ci è presentata con «tutta la squisita -ricercatezza di vesti e di modi cui si affida -una donna elegante sul declinar dell'età.» In quell'anno -stesso <i>Il misantropo in società</i>, dove il cavalier -Maurizio, a soli ventisette anni, si veste e si -atteggia elegantemente, ma ha modi riservati e severi, -in curioso contrasto con quelli dello zio marchese -Riccardo, che, verso la settantina, mantiene -una fresca giovialità. L'anno dopo, <i>Il cavalier d'industria</i>, -un tipo d'avventuriero vivamente raffigurato -in mezzo al moto d'una società viva di -gentiluomini e di speculatori. «Io avrò torto (scriveva -il Martini) ma ho per articolo di fede in arte -drammatica che la commedia debb'essere il quadro -della società e dei costumi: quindi abborro dai -grandi colpi di scena, dalle commedie <i>a grande -interesse</i>. Chi vuole di questa roba avrà ragione, -ma non vada al teatro quando si recita una commedia -mia. Il tempo deciderà chi sia sulla vera -strada. Io sono convinto (lo dico senza falsa modestia) -<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span> -di essere nel buon cammino, e se casco, -come casco pur troppo, egli è per debolezza delle -mie gambe, non per avere sbagliata la via.» -</p> - -<p> -Suo figlio Ferdinando, cui la carità filiale non -offuscò l'occhio acuto del critico, riconoscendo che -Vincenzo talvolta si fermò alla superficie senza -approfondire l'osservazione nell'intimo dei costumi e -degli animi, ebbe piena ragione a lodare, specie nel -<i>Cavalier d'industria</i>, la larghezza almeno di quella -osservazione, e ben potè compiacersi di rammentare -che Paolo Ferrari già ormai celebre scriveva all'autore -di quella commedia: «Voi siete l'ultimo a -cui ho detto che vi riguardo come maestro; e perchè -l'ho detto a tanti altri che neppur vi conoscono -fuor che per fama, mi dovete pur permettere -di ripeterlo anche a Voi.» Peccato che poco -egli desse al teatro; e peccato che altre cure ne abbiano -via via distratto il figlio suo, così pronto e -destro osservatore e analizzatore, e così elegante ed -arguto maestro del dialogo. -</p> - -<p> -Non mi fermo su David Chiossone che fe' piangere -molto; e trascuro, affrettandomi, anche Giuseppe -Vollo, veneto, cui, dopo un tremendo dramma -in versi <i>La famiglia Foscari</i>, del 1844, nel '55 -una certa opportunità dell'argomento e la bravura -della Ristori fecero applaudire a Torino <i>I giornali</i>, -amarissimo dramma in prosa più tragico che -satirico. Li metto da parte perchè, dopo il garbo -<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span> -del Martini, quando insistessi sul Chiossone e sul -Vollo, al quale del resto non mancò la forza d'un -alto concetto, troppo parrei disposto alla censura -e: Che serve, direste, incrudelir coi morti? -</p> - -<p> -Alla Toscana ci richiamano le prime prove -di Luigi Alberti, che nel '58 raccolse i suoi -<i>Studi drammatici</i>, dove nulla è più che mediocre, -ma il mediocre non è almeno di cattiva lega. -Val troppo meglio di lui, Tommaso Gherardi del -Testa. Poco ormai, e assai di rado, se ne rappresenta; -e <i>Il vero blasone</i>, <i>Oro e orpello</i>, <i>Moglie -e buoi dei paesi tuoi</i>, <i>La vita nuova</i>, che sono -le migliori commedie di lui, escono dal limite cronologico -di questa lettura: oggi (m'insegna Piero -Barbèra, amico suo ed editore postumo) si vendono -alcune di quelle tenue azioni, schiettamente dialogate, -solo come libri su cui in Inghilterra s'insegna -la buona conversazione italiana: il che, per lo meno, -conferma una stima nobilmente meritata e saldamente -fermata. Cominciò a mettersi innanzi nel -'46; nel '48 combatte, fu prigioniero; tornato, si -pose a rappresentare, non di ardite linee nè di -colori vivaci, ma di paziente e corretta matita, la -società toscana che si vedeva intorno, cioè la borghesia -quieta e un po' gretta. Non è risata la sua, -è appena un sorriso; ma non vi stanca ne nausea -mai. È una verità piccina la sua; ma è verità. -</p> - -<p> -Se il bravo Luigi Suñer avesse, dopo le prime -<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span> -prove felici, seguitato l'esercizio del fare, in cambio -di restringersi a quello del consigliare gli altri, -con drittura e con sagacia, quanto volentieri -vi parlerei, a questo punto, di lui, che tanto prometteva! -Ma mi conviene tacerne anche perchè -l'opera sua si svolse da <i>Spinte o sponte</i> a <i>Ogni -lasciata è persa</i>, dal 1860 in poi. -</p> - -<p> -Due sovrastano: Paolo Giacometti e Paolo Ferrari. -Il Giacometti ebbe dalla natura una forza -drammatica come pochi; e lavorò indefessamente -come pochi. Nato nel 1816, si diè giovanissimo al -teatro, seguendo le compagnie e scrivendo durante -più anni, per centoventi svanziche al mese, cinque -sei lavori ogni anno; onde ottanta fra commedie, -tragedie, drammi! Quando nell'82 morì, poteva -vantarsi non tanto di avere scritto così in -fretta, quanto di avere, anche in quella corsa, rispettato -sè stesso e l'arte. Nel 1841, per esempio, -diede <i>Un poema e una cambiale</i>, <i>Cristoforo Colombo</i>, -<i>Il poeta e la ballerina</i>, <i>Quattro donne in -una casa!</i> cioè del cattivo, del mediocre, del buono, -non del pessimo. <i>La morte civile</i>, che anche oggi, -rappresentata dal Novelli, ci commuove, è del 1861; -la pose in scena, a Fermo, Cesare Dondini. Successore -di Alberto Nota come scrittore nella Compagnia -Reale Sarda, gli fa perfetto contrapposto; quegli -un grave impiegato, questi un artista vagabondo: -e, del pari, quegli compassato e monotono, questi -<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span> -multiforme e diseguale. Quanto a potenza di fare, -non è possibile tra i due neppure il parallelo; -ma per la felicità dell'esecuzione, come al Nota -avrebbe giovato la mano rapida e audace del Giacometti, -così al Giacometti un poco almeno della correttezza -e agghindatura del Nota. Nondimeno, abbia -pure parecchi difetti e sieno gravi, <i>La morte civile</i> -offre scene mirabili. E nella storia del nostro teatro -al Giacometti non potrà non spettare un luogo -notevole anche perchè, prima di Paolo Ferrari, per -due o tre decennii fu egli l'unico che avesse sortito -dalla natura tutte quante le doti precipue che -fanno il drammaturgo intiero; il senso del comico -e del tragico insieme, il movimento dell'azione e -del dialogo, la virtù del riconnettere le parziali osservazioni -a un concetto superiore. -</p> - -<p> -Di questo ultimo pregio Ferdinando Martini -gli fece un'accusa; perchè a lui, nel teatro, non -sembra un pregio. Discorrere di ciò con lui è -attribuire a lui la vittoria e a sè la sconfitta, -perchè pochi sono così destri dialettici e così arguti -ragionatori: se non che, dentro me, rimango -dell'opinione mia, e concedendo che una tesi, per -eccellente che sembri agli occhi del moralista o del -sociologo, non rese mai nè sia mai per rendere -buono un dramma male ideato per l'arte, sempre -più con gli anni son venuto nell'opinione che -si onora del Manzoni e del Mazzini, quanto all'essenza -<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span> -etica che deve costituire quasi direi -l'anima onde le membra del dramma si agitano -vitali. Poco importa, pel giudizio dell'esecuzione, -se la tesi sia o no giusta in sè; basta che giusta -la creda chi la sostiene: in tale sua fede è il calore -che dalla mente dell'artista passa nell'opera -sua e la fa sorgere e muovere. -</p> - -<p> -L'amore delle tesi nocque, non è dubbio, a -Paolo Ferrari nell'ultimo svolgimento del suo teatro: -ma la colpa non fu di esso amore, fu della -maniera di costrurre il dramma sopra una tesi prestabilita, -in cambio d'incarnare un concetto morale -nei personaggi organicamente. Nè dir concetto morale -è lo stesso come dire tesi; e la vita rappresentata -con onesta schiettezza porge sempre da sè -medesima un insegnamento, tanto meno volgare -quanto più acuta e profonda sia stata l'osservazione. -</p> - -<p> -Del Ferrari, al quale spetterà, io credo, un'intiera -lettura nella serie che la benemerita Società -vorrà forse darci l'anno venturo, non ho tempo di -parlarvi come egli si meriterebbe; tanto già nei -primi anni del suo lavoro drammatico fece di bello e -di buono. Non è molto che Giovanni Sforza ha edito -e, come egli sa, illustrato <i>Baltroméo calzolaro</i>, una -commedia in dialetto di Massa che il Ferrari compose -in quella cara città nell'inverno del 1847-48, -padroneggiando non pur quel dialetto, ma altresì, -<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span> -di primo impeto (come accade solo alle nature -generose), il palcoscenico. Il Goldoni riviveva in -quel giovane venticinquenne; il Goldoni delle <i>Baruffe</i> -e del <i>Campielo</i>, stupendo fotografo della vita -popolare. In alcune scene <i>Baltroméo calzolaro</i> è -cosa perfetta. Ma curiosità singolare gli viene -dall'esservi già dentro il nucleo anche di quel marchese -Colombi, di gioiosa memoria, che avrà poi -tanta parte in <i>La Satira e Parini</i>. Perchè il Ferrari -tendeva intorno a sè l'occhio e l'orecchio; e non -altrimenti notava gl'ingenui costumi ed affetti del -calzolaio ubriacone, che gli spropositi del violinista -Filippo Chelussi, marito d'una marchesa, e -fattosi mecenate di bande cittadine. Bartolommeo, -ne' fumi del vino, esclama, come aveva fatto -più d'una volta costui, e come farà il marchese -Colombi: — Oh! Tasso! oh! Tasso! io resto attonito -e non posso attribuire. — -</p> - -<p> -Innanzi di lasciargli rappresentare il suo grande -emulo nella pittura de' costumi, Giuseppe Parini, -volle il Goldoni dal suo discepolo Ferrari l'omaggio -d'una commedia: e nel 1851 gli fece suggerire -da un amico di leggere le <i>Memorie</i> sue. -Queste inspirarono la commedia famosa in cui -rivissero e il Goldoni e la sua Nicoletta e i gentiluomini -e i critici veneziani del 1749 in una tale -snellezza di scene e di dialogo, in una tale intima -ed esterna comicità, che poche commedie nostre -<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span> -possono certo starle a pari. Donde scappassero fuori -questa, esuberante di vita e di forza comica, e due -o tre altre commedie del Ferrari rigogliose e promettenti, -si chiese il Carducci, e rispose che non -si saprebbe ben dire. E se il Carducci non lo -seppe, davvero non posso dirvelo io. Fatto sta che -doverono cooperarvi e infondervisi, alcun che dell'anima -stessa del Goldoni assorbita dal Ferrari -su dai volumi delle <i>Memorie</i>, l'indole nativamente -comica di lui, alcun che degli esempii recenti -francesi e italiani che ho accennati sopra. Resta a -ogni modo dinanzi anche a me, non solo quell'«irreducibile» -che gli estetici confessano a -malincuore nell'analisi di qualsiasi opera d'arte, -ma altresì un piccolo problema di critica storica -che metterebbe il conto di tentare quando, non -foss'altro, ne avessimo oggi il tempo e fosse questo -il luogo più adatto. -</p> - -<p> -<i>Una poltrona storica</i> è del 1853, <i>La satira e -Parini</i> è del 1857, <i>La medseina d'onna ragazza -amalèda</i>, in modenese, è del 1859. E come del <i>Baltroméo -calzolaro</i> si ebbe poi la riduzione in lingua -letteraria (troppo letteraria) nel <i>Codicillo dello -zio Venanzio</i>, così la vispa commediola modenese -dovè adattarsi all'italiano nella <i>Medicina d'una -ragazza malata</i>. L'aver maneggiato i dialetti -giovò, comunque sia, al Ferrari, per la realtà dell'azione, -per la vivezza del dialogo: chè il raccostarsi -<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span> -al popolo, come dà forza per tanta parte -della vita sociale e morale, così anche per la vita -artistica porge utili consigli e una vigoria schietta -e fresca. <i>La satira e Parini</i>, se non vale forse -quanto <i>Goldoni e le sue sedici commedie</i>, restò -bell'esempio di commedia storica in versi, e ha -gettato nella memoria di tutti un personaggio, il -marchese Colombi, co' suoi proverbiali spropositi. -</p> - -<p> -Il resto dell'opera del Ferrari non tocca a me -accennarlo; e lascio ben volentieri che altri, dopo -queste sue prime e bellissime prove, lo studii, -come si conviene, l'anno venturo, mostrandocelo -nei pregi e nei difetti: principe, per anni parecchi, -della scena italiana. -</p> - -<h3>IV.</h3> - -<p> -Se non tutto buona, dunque, ma curiosa e promettente, -e nel Ferrari più di una volta quasi perfetta, -fu la produzione drammatica dal 1848-49 al -1861, già ci è qua e là apparso che gli attori valsero -allora quasi sempre più degli autori: onde, -mentre le nostre tragedie e commedie non varcarono -le Alpi, li varcarono essi con la fama e con -la persona loro, e seppero vincervi aspre battaglie, -con vittorie onorevoli alla patria oppressa. Dopo il -De Marini, Gustavo Modena; dopo Francesco Augusto -Bon, Cesare Dondini e Cesare Rossi; dopo -<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span> -la Internari e la Pelzet, Adelaide Ristori; e con la -Ristori, Ernesto Rossi e Tommaso Salvini. -</p> - -<p> -Senza porre odiosi e impossibili raffronti, tutti -convengono nella eccellenza e preminenza del Modena. -Una mente come egli ebbe, e la dimostrano -anche oggi le lettere sue; un animo quale egli -ebbe, di patriotta, e lo dimostrano i casi della sua -vita; un cuore, quale egli ebbe, di uomo, e lo dimostra -l'indomabile amore della giovinetta svizzera -che, lasciando gli agi della vita paterna, volle -seguirlo su' palcoscenici e nelle campagne di guerra, -e fu compagna sua sempre innamorata, e fu per -lui innamorata dell'Italia, non mai stanca nel servire -i feriti delle nostre battaglie; mente, animo, -cuore, cioè un tutto indivisibile di singolare altezza, -erano troppo più di quel che occorresse a un attore -drammatico. E il Modena fu apostolo e milite -di libertà non meno che attore. A lui attore scriveva -reverente il Manzoni; a lui oratore eloquente -nella Assemblea toscana, cui Firenze lo aveva -eletto con oltre diecimila voti, non so se applaudì, -ma certo consentì trepidante di commozione, la -maggior parte di quel consesso. -</p> - -<p> -Il racconto del come egli rappresentava il <i>Saul</i> -non è un aiuto critico, come pochi ne abbiamo, -per intendere meglio quella nobile figura dell'Alfieri? -E a leggere come declamava dell'<i>Adelchi</i> la -narrazione del diacono Martino traverso le Alpi, -<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span> -facendo sentire la solitudine enorme delle valli, e -aprirsi al sole sorgente con un crepitìo i coni silvestri -de' pini; a leggere come declamava Dante, -traendo dal verso possente gli effetti che noi vi -rintracciamo, ohimè, con la critica paziente; ci -riempie anche oggi di stupore. -</p> - -<p> -Ma egli era nato nel 1803, e la sua figura, -voi lo vedete, esce quasi dal quadro commessomi. -</p> - -<p> -Vi rientrano gli altri, il Rossi, il Salvini, la Ristori. -Del Rossi solo, perchè morto, mi è lecito -parlarvi un po' a lungo; ed anche perchè egli fu -ed è il più discusso dei tre. Nè Tommaso Salvini -nè la marchesa Capranica Del Grillo hanno davvero -bisogno delle mie lodi, e basterà loro, se leggeranno -queste pagine, che sappiano come anch'io, -con molti di voi, o signore e signori, ho -ringraziata la sorte dell'avermi concesso il piacere -di ammirare almeno nel tramonto quegli astri che -raggiarono fin dal sorgere di tanta luce, e che -splenderono così possenti nel pieno meriggio. -</p> - -<p> -Il Rossi, io credo, valse meno di loro: ma -forse ebbe più merito a levarsi là dove si levò, -perchè mosse di più basso, e si fece con ardore e -costanza la via tra ostacoli che essi non ebbero a -superare. Basta leggere le memorie nelle quali egli, -narrando i suoi <i>Quarant'anni di vita artistica</i>, si -rappresentò così al vivo come avrebbe potuto farlo -in uno de' drammi che gli piacevano tanto, per -<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span> -sentire la verità di tale mia affermazione. La miseria, -la vanagloria infantile, gli studii frettolosi, -talvolta le stesse qualità sue gli nocquero; eppure -fu e si mantenne a lungo un attore grande. Guardatelo -nei principii, quando a Foiano nel 1846 -deve fare da Paolo nella <i>Francesca da Rimini</i>, -e non ha neppure un po' di vestito: «Aprii il -mio bauletto, e dissi a me stesso: — Su, signor -abate, pensi, immagini, e trovi qualche cosa per -vestire il signor Paolo da Rimini! — fruga, fruga, -esamina, trovo un paro di mutande di lana rosse: -benissimo! ecco le maglie! un paio di <i>brodequins</i>, -ecco le scarpe; ma erano scarpe moderne, e bisognava -dar loro una foggia antica: trovo due -pezzi di cartone, li taglio a forma di barchette, li -cucio e impasto insieme, con della tinta da scarpe -li lucido: ed ecco fatto la sopra scarpa! — ma il -vestito? — Aveva una giacchetta di velluto nero! -ecco il sottabito. — Con uno scialle di falso Cachemir, -che la mia povera mamma mi aveva dato -per coprirmi dal freddo nel viaggio, faccio una -specie di pianeta, tale e quale i preti portano in -chiesa per dire la messa: ecco la pazienza. — Alla -mia berretta da viaggio, che era di panno -nero, levo il tettino, ci metto una penna d'oca: ecco -fatto il berretto. — Così vestito, Paolo se ne venne -da Bisanzio e dalle guerre sante, disse la bella apostrofe -all'Italia, ed il pubblico andò in visibilio.» -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span> -</p> - -<p> -Così fece poi sempre: andò innanzi senza mai -timori; baldanzoso, mise il piede, occupò. Ciò che -meno in lui mi piacque, un certo tal quale istrionismo, -le Memorie mostrano che fu una parte così -integrante dell'indole sua, che, senza di esso, non -avrebbe potuto mai fare quanto fece. — Faccia -franca! — è uno de' suoi motti preferiti; e sarebbe -cattivo motto per la vita; ma sul teatro riesce opportuna -la prontezza dello spirito. -</p> - -<p> -La Ristori lo ebbe compagno nel 1855, e nelle -Memorie dell'uno e dell'altra è compiacenza leggere -le lodi reciproche per quelle vittorie contro -le gelosie della Rachel, su cui l'attrice nostra ottenne -gli onori tanto come attrice quanto come -gentildonna: e il Rossi sentiva un po' di onesta gelosia -pel trionfo di lei che la aveva seguita contro -il consiglio del suo maestro, il Modena. Ma a questo -punto del suo racconto rompe in parole che gli -sgorgano dal cuore, e fan bene a rileggerle: -</p> - -<p> -«Io stimai sempre la Ristori, l'ammirai sin -da giovinetto... più volte mi presi a dispute e battibecchi -con critici e pubblico, per difenderla imparzialmente -dagli attacchi ingiusti, severi o avventati: -l'amai anche come donna, senza mire o -scopi indiretti: le fui sempre devoto, e non voglio -neanche oggi dirle con la mia penna quanto mi fece -soffrire. Ella dimenticò, che io era giovine più di lei: -che, entrato nell'arte con tutte le illusioni di una -<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span> -anima non corrotta (che per me tutto era color di -rosa e poesia), me ne era fatto un ideale di perfezione: -che l'invidia, la maldicenza, l'orpello, -l'ipocrisia, erano per me cose ignorate: che la verità, -quella verità che non offende, ma che stabilisce -i fatti e chiarisce le posizioni, fu sempre la -mia guida: che amava io pure di farmi strada, -di progredire, di diventare un grande artista come -lei; e come era pronto a stenderla, io pure desideravo -una mano che mi sollevasse, un braccio che -mi sostenesse. Ella nell'ebbrezza della sua felicità -non scese nel suo cuore, e glielo perdono per la -sua grande arte, che ammirai e ammiro sempre -in lei anche oggi, benchè sia <i>vecchia</i> e <i>finita</i> come -taluni dicono: ma è tal fine, che potrebbe essere -principio a molte e molte attrici, le quali si vollero -chiamare di lei maggiori. Povere stolte! e più -che stolte, impertinenti!» -</p> - -<p> -La Rachel, andata a sentire la rivale, non ci -resse, e al terzo atto della <i>Mirra</i>, afferrando per -un braccio il suo cavaliere, se lo trascinò via fuor -del palco e del teatro: la Ristori, quando la Rachel, -il giorno dopo, aprendo una pericolosa gara, annunziò -il suo ritorno sulle scene con la <i>Fedra</i>, -prese un palco, ascoltò attenta, tranquilla applaudì. -</p> - -<p> -Aveva ragione dunque il ministro di Sardegna -nel fare un brindisi a quegli attori italiani che allora -<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span> -a Parigi così avevan fatto, diceva egli, più assai -che una bella rappresentazione d'una bella tragedia. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p class="indl"> -<i>Signore e Signori</i>, -</p> - -<p class="pad2"> -Nel 1855-56 i due fratelli De Goncourt percorrevano -l'Italia pigliando qua e là curiosi appunti -con la penna e con la matita. L'impressione -conclusiva del loro libro fu questa: «Finale. Pulcinelleria -universale di tutto quanto il popolo napoletano, -mascherato da Pulcinella, in atto di brandire -fantocci di pasta da maccheroni, e che con -l'altra chiede la <i>buona mano</i> ai <i>forestieri</i>.» -</p> - -<p> -Mentre il Piemonte si preparava a combattere -insieme con la Francia, virilmente trattando le armi -per l'Italia; mentre l'Italia tutta, a chi l'avesse -osservata con occhio più acuto, sarebbe apparsa un -enorme focolare dove le ceneri mal nascondevano -la brace ardente; quegli attori a Parigi ci vendicavano -dall'oltraggio immeritato: e lode sia e gratitudine -a loro. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span> -</p> - -<h2 id="sincerita">LA SINCERITÀ NELL'ARTE. -<span class="smaller">(l'arte dal '48 al '61)</span></h2> - -<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br /> -<span class="x-small">DI</span><br /> -<span class="large g noserif">UGO OJETTI</span>.</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span> -</p> - -<p class="pad2"> -Un anno fa, Signori, io vi descrissi la vita dell'arte -italiana fino al '48. Il '48, lo ripeto, è per -noi una pietra miliare donde non solo una nuova -politica si parte, ma anche una nuova arte più libera -e più franca sotto il sole. Nel 1843 Gioberti -aveva pubblicato il <i>Primato</i>. nel 1844 Balbo le -<i>Speranze d'Italia</i>, e d'Azeglio — il romanziere -e il pittore d'Ettore e di Ginevra — aveva lanciato -l'opuscolo sui <i>Casi di Romagna</i> subito dopo i moti -di Rimini e di Bagnacavallo, il quale opuscolo è ancora -mite e quasi dottrinario rispetto al famoso libro -sui <i>Lutti di Lombardia</i>. Egli è ferito a Vicenza. -Succedono le cinque giornate di Milano, la -difesa di Venezia, la difesa di Roma; Guerrazzi e -Montanelli vogliono stabilire la Repubblica a Firenze; -Mazzini, a Roma. Dopo Novara, il d'Azeglio -accetta d'essere il Ministro per la pace, e da quel -giorno è ecclissato dal genio lentamente audace di -Camillo Cavour. La scuola liberale lombardo-piemontese, -cui egli e Pellico e Manzoni appartenevano, -<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span> -e di cui, come fissa il De Sanctis, Balbo era -il dottrinario, Gioberti l'oratore, Rosmini il pensatore, -è sconfitta a Novara dalla scuola mazziniana -democratica che col Campanella a Genova, col Farini -in Romagna, col La Farina in Sicilia, col -Guerrazzi in Toscana, con Carlo Poerio a Napoli -aveva direttamente e indirettamente fatto il '48 e -lanciate le insurrezioni. -</p> - -<p> -Quella, volendo lasciare la società alle sue -forze naturali perchè riescisse al progresso, respingendo -ogni idea di violenza sia che la violenza -scendesse dall'alto, sia che salisse dal -basso, non aveva agitato che idee generali e -larghe astrazioni, e, sopra tutto, era stata misurata -e composta. Misurate e composte erano state le -classi dominanti, finchè essa le aveva dominate. -Misurate e composte, come abbiam visto insieme -l'altr'anno, erano stati gli artisti, che solo da quelle -classi traevano danaro ed onori. I più franchi sostenitori -di quella scuola, come il d'Azeglio, dichiaravano -che la tirannide interna premeva poco, che -l'importante era fare l'Italia, con la libertà se era -possibile e, se no, anche col dispotismo. La scuola -democratica, invece, proclamò con voce sì alta che -ne tremarono i troni dei principi italiani in apparenza -più amati, che se gl'individui non sono liberi, -è inutile che sia libera la patria. -</p> - -<p> -La libertà degli individui! Questa era stata la -<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span> -vera rivoluzione del romanticismo di Francia e di -Germania, del romanticismo che i federalisti e i -pietisti d'Italia erano riesciti, sul vecchio esempio -dello Chateaubriand, a mascherare da guelfo fino al -1848. La libertà degli individui, il diritto alla -emancipazione assoluta dell'io, il diritto alla passione -e alla originalità! Questa era nelle arti la -vera essenza del romanticismo, che Rousseau aveva -sognato senza dargli un nome, che Goethe aveva -dichiarato nel <i>Werther</i>, che Byron, Shelley, Hugo, -Vigny, Musset, Lamartine e il primo Heine avevano -gridato e cantato in tutte le loro opere sfrenatamente -liriche, recando pel mondo sulla mano i -loro cuori rossi e fumanti come fiamme. -</p> - -<p> -Non posso qui mostrare come la contraddizione -fra l'idealismo lirico individuale e romantico del -Mazzini letterato e la collettività dell'arte predicata -dal Mazzini uomo politico, nascosta da lui con grandi -sottigliezze logiche e con qualche onda retorica e -considerata dai suoi critici insanabile oggi, invece -alla luce dell'esperienza e sotto l'esame dell'estetica -psicologica possa dirsi sono apparente. Oggi a me basta -indicare che nel 1848 soltanto — nell'anno taumaturgo, — come -disse il dall'Ongaro, vien per la -prima volta in Italia dichiarata la necessità della libertà -politica degl'individui dentro una patria indipendente, -e vien perciò per la prima volta instaurato -nell'arte il diritto alla sincerità. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span> -</p> - -<p> -Fino allora i nostri romantici avevano avuto la -frenesia di piacere, di piacer subito e di piacer molto, -rendendo attraenti le pene umane col respingerle -verso il passato, rendendo attraente la figura umana -col correggerne i difetti e svisando così nella spontaneità -d'emozione, quella violenta istantaneità di -visione che avevano già dato alla vera poesia romantica -nel 1829 le <i>Méditations</i> di Lamartine e -alla vera pittura romantica nel 1822 la <i>Barca di -Dante</i> di Delacroix. Non aveva lo stesso Manzoni -nel 1823 confessato nella famosa lettera al marchese -Cesare Taparelli d'Azeglio che «bisogna -scegliere argomenti pei quali la massa dei lettori ha -una disposizione di curiosità e d'affezione»? La -nuova libertà non comanderà agli artisti e agli scrittori -questa premeditata servilissima scelta: ma essi -vedranno che solo in quanto saranno sinceri, anzi -quanto più riesciranno a esser sinceri, tanto più -ritroveranno nel loro pubblico ossia nel pubblico -simile a loro, un consenso d'applausi. E così, mentre -in quell'altra arte fatta deliberatamente per piacere, -la mortalità delle opere sarà grande e veloce, -in questa nuova arte sarà in ragione inversa della -sincerità dell'artista. -</p> - -<p> -Un artista solo in Italia aveva prima d'allora, -ostinato, austero e sdegnoso, posto a norma della sua -vita e delle sue opere questa sincerità: il vostro Lorenzo -Bartolini che nel mio discorso dell'altr'anno -<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span> -abbiamo con entusiasmo glorificato insieme. Dopo -lui, nel periodo che descrivo adesso, due altri scultori -difendono la nostra gloria artistica nel terribile -schiacciante paragone con gli stranieri: ancora un -toscano, il Duprè, e un ticinese, il Vela. -</p> - -<p> -Basta confrontar i ritratti di questi due grandi, -per intendere tutta la differenza dell'animo loro: -Giovanni Duprè scarno, pallido, nella tarda età -quasi diafano in volto, con la barba morbida precocemente -canuta, coi capelli lisci pettinati all'indietro -e un po' lunghi alla Mamiani, col naso prominente -tagliente, cogli occhi a mandorla gentili, -bonarii e sorridenti sotto le sopracciglie morbide e -lunghe, con le labbra sbianche e sottili sotto i baffi -più rari, — Vincenzo Vela rosso, valido, olivastro, col -volto largo allungato dalla folta barba fulva, col -naso piatto donde dalle due pinne partono verso le -labbra due solchi profondi, con la gran fronte convessa -e l'arcata ciliare come gonfia sopra gli occhi -neri, lucidi, severi e meditabondi; quegli fatto -per sorridere e per accogliere con affabilità, questi -fatto per tacere e per soffrire anche al culmine dell'attività -della gloria; quegli dolce e sereno come -un bambino, ansioso e nervoso davanti a ogni -ostacolo, questi austero e violento e muscoloso, -precocemente virile e pronto all'azione come il -suo <i>Spartaco</i>; l'uno come il suo <i>Abele</i> più degli -altri pensoso che di sè stesso, l'altro raccolto nei -<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span> -suoi vasti pensieri e nei suoi sentimenti profondi -come istinti; l'uno timido nel lavoro del marmo -e prudente, l'altro leonino nell'assaltar la pietra -per cavarne i suoi sogni nascosti, impetuoso come -un amante che strappa i veli e misura il tempo -dal battere del suo cuore gonfio di passione come -una marèa sotto la luna. -</p> - -<p> -Sì, Giovanni Duprè fu un mite. Basta leggere -i suoi <i>Ricordi</i>, delicati, patetici, toscanamente -arguti. Nel folto della famosa disputa bartoliniana -se un gobbo fosse o no degno soggetto d'arte, egli -ancor giovane restò in disparte per modestia; capì -che pel gran Bartolini lo studio del vero anche -brutto era — son sue parole — «un puro esercizio -di copia, che è quanto dire il mezzo per giungere -all'arte, o, com'egli diceva, tenere le redini dell'arte, -e che il male si era, che molti, scambiando il mezzo -col fine, correvano al precipizio.» Acuta e limpida -osservazione in cui nessun critico sereno ha poi -trovato una virgola da mutare. Ma egli era un sensibile -e non aveva la ferrea dirittezza del caposcuola, -quella costanza e quell'unità di mente che -ci fanno apparire tutte le opere del Bartolini o del -Vela come tante sillabe d'una parola sola. Egli nel -'42 aveva finito di modellare quel suo dolce <i>Abele</i> -morente col perdono negli occhi e con l'agonia per -tutto il leggiadrissimo corpo, fin nelle chiome femminee -che sembrano madide di sudore mortale. -<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span> -Ma già l'anno seguente, quella disputa dall'Accademia -fiorentina diffusasi per tutti i circoli dell'Italia -centrale e su tutti gli album artistici — come -ancora per lo più si chiamavano i pochi periodici -d'arte — tanto gli aveva occupato la mente e -affannato il cuore, che egli finiva celeremente il suo -<i>Caino</i> opera così voluta, così innaturale all'anima -sua, che l'insuccesso palese ne fu da qualche maligno -fissato nel motto che questa volta Abele avea -ucciso Caino, non Caino Abele. Della quale affermazione -è persuaso chiunque nella sala della Stufa -a Palazzo Pitti confronti i bronzi delle due Statue. -E lo stesso errore fu dallo scultore ripetuto, quando -volle eseguire il monumento a Cavour per Torino, -egli che non aveva muscoli per la lotta all'aria -aperta, e quando scolpì la statua di San Francesco -così inutile e inespressiva nel suo piccolo candore -lì su la piazza d'Assisi di contro all'alta austera -facciata romanica della cattedrale colore del ferro, — perchè -altra febbre d'ardore fu veramente in Francesco, -un ardore tanto più attivo e più combattivo -di quella reclina rassegnata umiltà di rinuncia! -</p> - -<p> -Ma per la sua gloria un'altr'opera fin dal 1863 il -Duprè aveva compiuta: un'opera che è forse la -sua maggiore, perchè in essa egli ha potuto concentrare -tutta la sua tenerezza composta e un po' mistica, -tutta la sua passione mai violenta e teatrale, -ma forse perciò tanto più sincera e profonda e potente, -<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span> -come un timoroso amore che non riesce a -trovar la voce per confessarsi: parlo della <i>Pietà</i> -che è al cimitero della Misericordia a Siena, poco -oltre quella chiesa di Sant'Agostino, che contiene -il suo gelido <i>Pio secondo</i>. La Vergine è genuflessa -sulla gamba sinistra; sul suo ginocchio destro rialzato -e drappeggiato da pieghe molli stanche cadenti -si appoggia con tutto il dorso il Cristo morto che -ha la testa reclina e le due gambe distese sul piano -del marmo. Aperte le braccia, smunte le gote, -schiusa nello spasimo silenzioso la bocca, di sotto -il manto che la schiaccia e l'adombra, come un -dolore visibile, ella si china verso la faccia della -morte, verso la fredda faccia. Tutto il figliuolo diletto -sulle cui mani e sul cui costato si schiudono le cicatrici -delle stimmate donde sprizzò col sangue una -luce di sole sul mondo, ella accoglie così nel suo -grembo, ella ripara sotto il suo manto; e le braccia -di lei, che accompagnano più in alto la linea delle -braccia di lui abbandonate dalla vita, non osano -toccarlo, sebbene le due mani si pieghino già alla -carezza materna. Par che la madre aspetti da -quel suo figlio che è Dio il prodigio, il prodigio di -un'ultima parola, d'un ultimo sguardo, d'un bacio. -E il bianco dramma si profila sul marmo grigio del -fondo, e ogni muscolo e ogni piega commentano -con una parola precisa l'elegia ansiosa dei due -volti: uno morto d'amore, l'altro vivo di pena. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span> -</p> - -<p> -Oh non si dica che questo patetico, solo perchè -mai volgare, non abbia studiato e compreso il vero -quanto i più frenetici e pettegoli veristi! Egli che -quando prima espose l'<i>Abele</i> fu accusato di averlo -formato sul vivo, egli che anche in un lavoro ornamentale -come il piede alla famosa tavola delle -Muse di Palazzo Pitti riescì nelle figure e nelle allegorie -delle stagioni a vivacità fresche come quelle -d'un quattrocentista, egli che a Roma osò chiamare -il Tenerani trionfante un «timido amico del vero,» -egli che dolorosamente si stupiva di udir dall'Overbeck -nazareno l'eresia che i modelli, ossia il vero, -uccidono l'idea! -</p> - -<p> -Il Vela, l'ho detto, fu al paragone un impetuoso. -Venir a parlar di lui dopo il Duprè può quasi -sembrar artificio di contrasto retorico, par di passare -da un fresco giardino odoroso dentro una cupa -selva che stormisce con un romore d'oceano. -</p> - -<p> -Da Ligornetto nel Ticino ansioso di novità e di -lavoro a Milano, dove il '36 la <i>Fiducia in Dio</i> del -Bartolini mandata alla galleria Poldi Pezzoli gli rivela -l'avvenire; da Milano a Roma, povero e solo, a -modellare in una soffitta lo <i>Spartaco</i> mentre il Minardi -pittore squallido e il Tenerani scultore prudente -tengono tutti gli onori; da Roma nel '47 -nuovamente nel Ticino per la guerra del Sonderbund -e poi dal Ticino giù in Piemonte tra i volontari -italiani a sognare il gran sogno e a guardar -<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span> -in faccia la morte: dopo Novara a Milano a finire pel -Litta lo <i>Spartaco</i>, a Lugano ad erigere un altro -simulacro di libertà, il Guglielmo Tell, da Milano, -rifiutata fieramente agli Austriaci la nomina di -professore all'Accademia di Brera, a Torino accettando -quella di professore all'Albertina; superbo -di modellare per piazza Castello l'<i>Alfiere</i> colossale -che Milano dava, come un giuramento, al Piemonte; -poi scultore del <i>Carlo Alberto</i>, del <i>Dante</i> e del -<i>Giotto</i> e di quel <i>Cavour</i> che in mezzo al tumulto -frenetico della Borsa di Genova pare col nobile -volto e il calmo gesto rammentar a tutti gli energumeni -attorno la felicità della patria non esser -fatta solo dall'oro; ancora più epico del Manzoni -col <i>Napoleone morente</i>, infine egli chiude la sua -vita agitata ed indomita modellando l'alto rilievo -delle <i>Vittime del lavoro</i>, rude e tragico monito -dell'avvenire! -</p> - -<p> -Avete voi nella memoria il <i>Napoleone morente</i>? -Quella ancor salda figura seduta sulla larga sedia -col cuscino che fa da sfondo fino a metà della testa, -con quella grave coperta sulle gambe che facendo -una massa sola della parte inferiore della statua -concentra lo sguardo dello spettatore nella fissa -faccia, nella mano contratta sulla carta d'Europa, -nel petto che s'intravvede sotto la camicia semiaperta -quasi che il respiro mancasse alla bocca -imperiosa? Il solco profondo a mezzo il mento, i -<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span> -due segni netti ed ombrati più agli angoli delle -labbra sottili serrate, il naso aquilino, i due ponti -dell'arcata ciliare diritti a sostenere la gran fronte, -e in mezzo alla fronte quella ruga che forse è di -pena ma sembra di minaccia, tutto contribuisce a -dare a quel volto terribilmente imperioso più che -il solenne segno della morte vicina la luce divina -dell'immortalità, tanto che — al dire d'un contemporaneo — «il -fitto cerchio di persone d'ogni ceto, -d'ogni età, d'ogni lingua che gli stava dattorno, -faceva come avrebbe fatto dinanzi all'imperatore -ancor vivo, dinanzi all'uomo dalle cui mani fosse -sfuggito, sì, l'impero del mondo, ma potesse ancora -riprenderlo.» -</p> - -<p> -Lo so: da critico diligente io devo rammentarvi -che il Vela, al verismo del Bartolini, aggiunse la -sincerità nel ritrarre sui corpi le vesti spesso goffe -dei suoi contemporanei, tanto che sul suo esempio, -e massime per opera d'un suo ammiratore, Santo -Varni, da venti o trent'anni il cimitero di Staglieno -va divenendo una collezione di orribili ineleganze, -una storia volgare di tutte le più stupide mode di -vestiti maschili e femminili dal '60 in giù. Devo -anche dirvi che molti dei suoi somigliantissimi ritratti — da -quello del Carloni a Lugano, da quelli -del Gallo e del Balbo e delle due Regine a Torino -fino a quelli del Grossi e del Piola nel cortile di -Brera a Milano — sono stati accusati di essere poco -<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span> -espressivi, sebbene a me paia che nessun moderno -lo abbia raggiunto nel trattar con diversa mano le -diverse materie, e le carni e i capelli e le vesti e -il cuoio e i lini. Ma qualunque critica vi proponga, -un solo e massimo vanto io vorrei che voi deste al -gran Vela se mai, oltre il lago di Lugano, tra i -monti verdi vi inoltriate fino a Ligornetto ed entriate -nel bianco museo della sua villa, nel giardino -odoroso piantato dalle sue mani, seguìto dal -gran mastino nero che le sue mani hanno accarezzato: -il vanto di essere stato più di ogni altro -scultore della sua epoca sincero, quello, cioè, di -aver in ogni suo marmo espresso un po' dell'animo -suo, una speranza o un entusiasmo con un vigore -che la modernità non aveva ancor visto. -</p> - -<p> -La scultura italiana di cui pare che i critici -odierni parlino con qualche disdegno in poche righe -dopo pagine e pagine in onor della pittura e -di cui le esposizioni fino a poco tempo fa si servivano -solo per addobbare le sale o per riempire i -corridoi; la scultura italiana, invece, ha tenuta alta -la nostra gloria artistica quando, al confronto cogli -stranieri, la nostra pittura, se pure in Italia con -un po' di retorica patriottica era detta viva, all'estero -faceva pietà. Quando nel '55 con una crudele -cortesia Gauthier diceva «che l'Italia aveva -largamente pagato il suo debito d'arte al genere -umano, e che egli non avrebbe certo commesso l'iniquità -<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span> -di burlarsi della nostra miseria,» quali scultori -poteva opporre al Duprè, al Vela, al Tenerani, -poichè il Bartolini era morto nel '50 e a tanti -altri minori rispetto soltanto a quei grandi? Fino -al '67 a Parigi col <i>Napoleone</i> e con la <i>Driade</i> del -Vela, con la <i>Pietà</i> del Duprè, con l'<i>Amor pitocco</i> -del Cambi, col <i>Socrate</i> del Magni, fino al '73 a -Vienna col <i>Jenner</i> di Monteverde, col <i>Nerone Travestito</i> -del Gallori, col <i>Canaris</i> di Civiletti, la scultura -ci ha difesi da quell'accusa di morte. -</p> - -<p> -A Torino, poichè nel 1878 il Marocchetti era -emigrato definitivamente in Francia, accanto a Vincenzo -Vela che il marchese di Breme chiamava nel -'55 a insegnar nell'Accademia allora allora rinnovata -da un apposito decreto, erano il Dini ancora -classicheggiante ma nei ritratti vivissimo, l'Albertoni -di fare grandioso e monumentale ma poco -espressivo meno forse che nel monumento a Vincenzo -Gioberti, e due fratelli — pur troppo dimenticati — Francesco -e Giuseppe Pierotti, che modellavano -con sicurezza gruppi d'animali. -</p> - -<p> -A Milano, al vecchio Cacciatori succedevano -due o tre giovani come il Bayer, lo Strazza, il veronese -Fraccaroli che allievo del Zandomeneghi era -venuto da Venezia verso il '35, il Pandiani la cui -figliuola Adelaide avrebbe poco dopo il '60 creato -la <i>Saffo</i> mirabile immagine della desolazione amorosa, -il Tantardini che col <i>Geremia</i> mostrò che cosa -<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span> -potessero anche in un ingegno non sommo gl'insegnamenti -del Vela, infine il Magni che col <i>Socrate</i> -e con la fontana Nabresina a Trieste già provava -l'amorosa diligenza — non altro! — con cui nel -'72 avrebbe eretto in piazza della Scala il monumento -a Leonardo da Vinci. -</p> - -<p> -Qui a Firenze, intorno al vecchio Romanelli, -al Fantacchiotti, al Cambi, nessuno ancora sorgeva -a eguagliare il Duprè o a prendere il posto del -Bartolini. -</p> - -<p> -Nel mezzogiorno, poichè il fiorentino Emilio -Franceschi non era ancora andato a Napoli e il -palermitano Civiletti non era ancora venuto a Firenze, -Tommaso Solari, che nella statua di <i>Carlo -Poerio</i> al Largo della Carità in Napoli mostra un -verismo degno quasi delle statue minori del Vela, -e Raffaelle Belliazzi nelle terre cotte dipinte e anche -nel marmo fanno appena sperare un Amendola, -un Gemito o un d'Orsi. -</p> - -<p> -Ho detto poco fa che la massima lode del Duprè -e del Vela è d'essere stati i due più sinceri -scultori del loro tempo, tra il '48 e il '61. Ma in -pittura, chi restaurò la sincerità? Chi trasse di sotto -il pondo dei gessosi eroi del Camuccini e dell'Appiani -la vita fatta di nervi e di sangue, espressiva -e luminosa, magnificamente bella anche quando appare -spaventosa come un incubo di Breughel o di -Goya? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span> -</p> - -<p> -Per veder la verità, guardiamo uno spazio più -grande della sola Italia. Nella Francia i veri liberatori -dell'arte, i veri instauratori della libertà -contro la schiavitù della tradizione, i veri vindici -dell'originalità erano stati poco dopo il '20 i pittori -romantici, e noi eravamo in ritardo di quasi -trent'anni. Dal fondo grigio e gesuitico della restaurazione, -ormai da parecchi anni l'arte del colore -e della passione era balzata fuori libera, feroce, -agile, urlante e fulva come una bella belva. Il -sangue, il bel sangue porporino e la luce e il movimento -più convulso essa bramava e otteneva. Che -il colore fosse così ardente da consumare i contorni, -che la passione fosse così esternata e visibile da -gareggiare con la febbre delle <i>Notti</i> di Musset o -delle apocalittiche visioni di Hugo. Il rosso, il -rosso! Il rosso scarlatto del panciotto di Théophile -Gautier, il rosso cupo dei nastri sui cappelli, tra -i capelli, intorno alle vite delle belle donne che -volevano esser tutte appassionate. Già nel 1819 era -apparsa la <i>Zattera della Medusa</i> dipinta con foga -da Géricault ma ancora buia e ancora qua e là nelle -figure legnosa. La michelangiolesca <i>Barca di Dante</i> -sognata e dipinta da Delacroix è del 1822, il <i>Massacro -di Scio</i> che dai vecchi fu detto il massacro -della pittura è del 1824. Nel 1834 Delacroix -parte pel Marocco e inaugura la pittura orientalista -nella quale poi Decamps, Marilhat, Fromentin, -<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span> -Guillaumet sul suolo senz'ombra, sotto i cieli senza -nuvole, faranno veramente tremar l'aria alla luce, -in quei silenzii meridiani nei quali, come dice lo -stesso Fromentin, la vita sembra scomparire assorbita -dal sole. E già il <i>Salon</i> del 1822 avendo rivelato -i paesisti romantici inglesi e Turner e Bonington -e Constable e avendo dato una medaglia -d'oro a quest'ultimo, aveva spinto all'emigrazione -verso Barbizon tutti quei pittori «detti del '30» e -Rousseau e Corot e Daubigny e Duprè e Troyon che -crearono il <i>paysage intime</i> e trent'anni dopo dettero -diritto di vita al paesaggio italiano. Tutti costoro -si dichiarano e sono tanti romantici. -</p> - -<p> -Da noi, invece, ogni insulto fra il '50 e il '70 va -ai romantici: anzi, talvolta il senso dileggiativo dell'aggettivo -«romantico» persiste ancora nelle lettere, -se non nelle arti. E intorno al '60 i così detti -veristi insorgevano contro i romantici, e Palizzi loro -capo a Napoli imitava senza saperlo quando poteva -Troyon e Daubigny che erano due romantici. Donde -la contraddizione, o meglio l'equivoco? -</p> - -<p> -Ho in principio accennato alle cause politiche -che nel 1848 resero invisi agli Italiani i maggiori -scrittori romantici, tanto che col sostantivo fu condannato -l'aggettivo, senza darsi la pena di distinguere -l'innocente dal reo: del qual fatto il più chiaro -esempio è nella storia dell'Accademia napoletana di -prima e dopo il 1860, di prima e dopo la caduta -<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span> -dei Borboni, perchè là d'un colpo furono cacciati -per ragioni politiche i romantici cioè i borbonici, -e sostituiti i nuovi cioè i liberali. Ma un'altra ragione -dell'equivoco è nel fatto che i nostri pittori -detti romantici — primo l'Hayez, come credo di -aver provato l'altr'anno — accettarono i soggetti -romantici e i sentimenti romantici e la lagrimosità -romantica, ma il colore e il chiaroscuro restarono -degni dei neoclassici, opaco quello e saponoso, arbitrario -questo e così negletto, che le figure sembravano -più fantasmi senza rilievo al lume di luna -che solidi corpi vivi alla luce del sole. Così che -quando i nostri veristi e i nostri coloristi insorsero -contro i romantici d'Italia insorgevano in -realtà contro i neoclassici e infatti imitavano i romantici -di Francia: cioè erano dei romantici essi -stessi. Quando con Morelli, Celentano, Faruffini il -quadro storico cominciò ad acquistar l'unità della -luce e la giustezza dei toni, questi facevano trenta -o quarant'anni dopo quella rivoluzione che in Francia -aveva fatto pure col quadro storico il Delacroix -romantico. Ma a dar loro dei romantici, anche oggi -quei che son vivi griderebbero offesi. -</p> - -<p> -Questo inganno nominale ho voluto subito chiarire -per potervi mostrare la pittura italiana nel posto, -non ottimo, che le spetta, a metà del secolo -decimonono nella pittura europea. -</p> - -<p> -Considerate infatti, per avere un'altra prova di -<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span> -quest'inganno, il quadro storico che gl'Italiani, -guasti dal fanatismo delle gerarchie accademiche -cortigianesche e jeratiche, ponevano sommo nella -scala della bellezza onorevole. Poichè la conquista -del colore o la conquista del movimento che son le -due glorie della pittura del secolo decimonono, non -erano nemmeno state tentate dai nostri, e poichè — come -abbiam veduto a parte a parte l'altr'anno — nè -l'Hayez, nè il Palagi, nè l'Arienti, nè il Malatesta, -nè il Guardassoni, nè i due Benvenuti, nè i -due Mussini, nè il Bezzuoli, nè il Pollastrini, nè il -Gazzotto, nè lo Zona, nè il Molmenti, nè il Cavalleri, -nè l'Ayres, nè l'Angero, nè il Mancinelli, nè -il Podesti, nè il Gagliardi — per nominar solo -quelli che allora furon creduti ottimi — riescirono -ad abbandonare il lividore del colore classico per -quanto lagrimassero in tutte le Imelde, in tutte le -Giuliette, in tutte le Clorinde, in tutte le Francesche -da Rimini, in tutte le Marie Stuarde, in tutte -le Congiure e in tutte le Crociate care ai poeti romantici, -perchè dovremmo noi dar loro lo stesso -appellativo di Delacroix e dire che la loro pittura -è romantica mentre in realtà son romantici solo i -temi dei loro quadri, ma la loro pittura è in ritardo -di quarant'anni? E nei più giovani, prima -di Morelli, di Celentano e di Faruffini, chi è che si -ribella e dipinge anche quei modelli mascherati da -paggi e da cavalieri antichi al sole e col movimento -<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span> -con cui dipingerebbe il signor X o il signor -Z suoi contemporanei in tuba e scarpini verniciati? -</p> - -<p> -I migliori di questi più giovani sono piuttosto -paragonabili a quei prudenti pittori francesi -che contentarono la borghesia spaurita tra la rossa -ardente esaltazione della rivoluzione di luglio e le -barricate della rivoluzione di febbraio, e che ebbero -per sommi e antipatici capi Paul Delaroche e Robert -Fleury e ammirarono in poesia Casimir Delavigne -e in musica Auber, in una parola che rappresentarono -con serietà lo smascolinato <i>juste milieu</i> di -Luigi Filippo. Essi dipingono con sapienza i siparii -per teatro ed è naturale, — dal Bertini che col Casnedi -dipinse a Milano quello della Scala fino al -Fracassini che dipingerà a Roma quelli dell'Apollo -e dell'Argentina, — e per lo più scambiano quel che -è pittoresco con quel che è dipinto bene, restando -sempre stilisti oggettivi, mai artisti appassionati. -</p> - -<p> -Guardate Enrico Gamba che apprese in Germania -la correzione del disegno e l'abilità della composizione, -e, fecondissimo, ebbe in Piemonte anzi in -Italia grande fama fino all'83 quando morì. <i>I funerali -di Tiziano</i> che sono del '56, disegnati così -bene, disposti così bene, pennellati così bene, contengono -veramente dei pezzi di pittura liscia forse -ma spontanea: però nell'insieme tutte quelle figure -viste ad una a una, quasi che ognuna avesse il suo -<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span> -raggetto di sole e non ne spartisse nemmeno un -riflesso coi suoi vicini, odoran di accademia, di modello, -di posa un miglio distante. E lo stesso è di -Andrea Castaldi, torinese come il Gamba, ma più -di lui fresco in certi studii di nudo femminile e più -di lui tragico e nervoso nell'espressione dei volti, -come provano il suo popolarissimo <i>Pietro Micca</i> -che è del '60 o il <i>Savonarola</i> che è del '56, ambedue -nella bella pinacoteca moderna di Torino. -</p> - -<p> -Ma senza andarli a cercare qua e là per l'Italia -col rischio di dimenticarne parecchi, è bene vederli -raccolti alla prima Esposizione nazionale italiana -che su proposta di Quintino Sella fu con una speciale -legge decretata il 25 giugno 1860 e aperta -nella primavera del 1861 qui a Firenze, nell'antica -stazione delle ferrovie livornesi a Porta al Prato. -Se mancavano il Podesti, l'Arienti, il Bertini, il -Gamba e il Gastaldi, v'erano però tutti gli altri -vecchi pittori di storie e di storielle, morti e vivi: -il Benvenuti col <i>Conte Ugolino</i> e più col <i>Giuramento -dei Sassoni</i>, il Bezzuoli con tre quadri fra i quali -l'<i>Ingresso di Carlo VIII</i>, Cesare Mussini con la -<i>Congiura de' Pazzi</i> e la <i>Fornarina</i>, il Guardassoni -con l'<i>Innominato</i>, il Pollastrini con l'<i>Esilio de' Sanesi</i>, -il Coghetti con la morte di <i>Santa Caterina</i>, l'Hayez -col <i>Ratto d'Ila</i>, lo Smargiassi col <i>Buonconte da -Montefeltro</i>, il Maldarelli con la <i>Gliceria che battezza -il suo carceriere</i>. Ed era bene che vi fossero -<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span> -tutti, perchè accanto a loro vedendo gl'<i>Iconoclasti</i> -del Morelli, <i>I Dieci</i> del Celentano, la <i>Cacciata del -duca d'Atene</i> di Stefano Ussi e anche la <i>Congiura -degli Amidei</i> di Eleuterio Pagliano, il pubblico e i -giovani artisti finalmente comprendessero che nessuna -bellezza sentimentale o patriottica di tema, poteva -far bello un quadro visto male e dipinto male. -</p> - -<p> -Io parlo adesso, o Signori, di persone, meno il Celentano, -vive, ammirate e gloriose, e voi dovete -perdonarmi se sarò coi vivi sincero tanto quanto è -purtroppo facile esserlo coi morti. Io in Stefano -Ussi ho sempre ammirato più del pittore storico -l'orientalista luminoso, spontaneo e caldo di passione -come quel suo oriente lo è di sole. <i>La Cacciata -del duca d'Atene</i> che, quando nel 1867 andò -a Parigi fu su la <i>Revue de Deux mondes</i> così violentemente -biasimata da Maxime du Camp, è certo -il più bel quadro storico che sia stato dipinto prima -degl'<i>Iconoclasti</i>; intendo con ciò che il suo valore -è relativo al momento in cui apparve. Pensate che -questo discepolo di Giuseppe Bezzuoli, dipinse il -gran quadro a Roma tra il '58 e il '59, nel colmo -della tirannia del Podesti e del Minardi! Certo oggi -in quella folla urlante e minacciante che ha invaso -il Palazzo Vecchio, la gentile freschezza di ogni -veste e l'ostentata abilità della composizione scenicamente -equilibrata intorno al fiammeggiante abito -del Duca e la differenza tra le due luci, quella pallida -<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span> -oltre le finestre, quella violenza dei personaggi -del primo piano dispiacciono a chi voglia ammirare. -Ma che sagacia di psicologia a esprimere sui -volti e nel gesto le passioni di ognuno e che cura -meticolosa dei particolari, cura così rara in un -tempo in cui l'approssimativo quasi sempre sinonimo -del falso era la sola guida dei costruttori di -tali coreografie! «Io non vidi mai quadro moderno -che agguagli questo» disse allora il relatore governativo -Manfredini. -</p> - -<p> -Se Stefano Ussi così impose per primo l'obbligo -della verità al quadro storico e ne fu subito compensato -da una rinomanza sicura e duratura, il -Morelli negli <i>Iconoclasti</i> stupì per la forza di rilievo -e l'esattezza veduta del chiaroscuro, e il Celentano -nei <i>Dieci di Venezia</i> stupì per l'unità della luce. -</p> - -<p> -Domenico Morelli è un impulsivo, disuguale e -violento; e forse per questo è l'unico dei suoi contemporanei -in cui allora sembrasse trasfuso un -po' dell'ardor febbrile del Delacroix. Il Celentano -invece è un tenace, sicuro della mèta, dubbioso -spesso nei mezzi fino a spasimar per l'angoscia, -per capire come da quell'orribile <i>Agguato</i>, che è -nella sua sala alla Galleria romana d'arte moderna, -egli possa essere giunto ai <i>Dieci</i> e al <i>Tasso</i>, bisogna -leggere le sue lettere al fratello Luigi, e vedervi -l'amor dello studio attraverso alle pinacoteche -di tutta Italia e l'ansia religiosa quando è vicino -<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span> -al paradiso del colore, — a Venezia. Il Morelli invece -ottenne presto, e senza tentennare, quella -personalità artistica cui il povero Celentano anelava, -quella palpabilità delle figure nei quadri, come egli -diceva, quella semplicità della composizione che fu -al confronto cogli altri la vera meraviglia del <i>Consiglio -dei Dieci</i>, quando fu esposto qui a Firenze. -Quel tono basso d'avorio, con qualche fiato verdino, -delle pietre della Scala dei giganti nel fondo, quei -robboni neri dei Membri del Gran Consiglio, quei -volti scarni ed assorti, quell'aria che fluisce nella -scena aperta tra i quattro o cinque gruppi andanti, -quella verità di movimento, lo stesso taglio basso e -lungo del quadro e la scena che pareva vuota -al confronto delle folle accumulate nei macchinosi -quadri attorno, — tutto a noi che guardiamo dopo -trent'anni permette di dire che come sincerità -d'arte il <i>Consiglio dei Dieci</i> di Bernardo Celentano -avrebbe dovuto nel 1861 ricevere molti degli -omaggi che andarono agl'<i>Iconoclasti</i> di Domenico -Morelli. E voi sapete, signori, che Bernardo Celentano -morì a ventinov'anni! -</p> - -<p> -Sugl'<i>Iconoclasti</i> un vecchio amico del Morelli -mi narrava pochi giorni fa un aneddoto tipico. Egli -lavorava con furia, malcontento della figura di Lazzaro -Monaco quando il Palizzi entrò nel suo studio. — Ti -piace? — No. — Che devo fare? abbandonar -tutto? — Niente affatto. Guarda. Io mi metto davanti -<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span> -alla tua tela. Allontanati. Quando vedrai le -tue figure dipinte spiccar su la tela come fa il mio -corpo, allora potrai dire d'aver vinto la prova. — -</p> - -<p> -In verità, la gloria di Domenico Morelli è di -aver trattato le figure dei suoi quadri non come copie -di modelli mascherati o atteggiati, ma come -uomini vivi. Troppo egli stesso è esuberante di vita -e di passione, per tollerare davanti ai suoi occhi su -le sue tele dei fantocci piatti. Non credo di fargli -una critica dicendo che questo più che volontà fu -istinto in lui. Nei romani, nei greci, negli uomini -del cinquecento, nello stesso Cristo egli tornò ad -infondere il sangue rosso e palpitante, il suo buon -sangue di meridionale beato di sole, e col sangue -la passione tutta dinamica, non più statica e di posa, -come in quasi tutti i suoi antecessori. Questo romantico, -al pari dei grandi romantici d'oltralpe -sorti trent'anni prima di lui, ha sentito che il colore -è in pittura l'espressione della passione, l'indice -della potenza lirica ed emotiva dell'artista. -Sebbene talvolta non abbia reso l'intensità della luce -solare per aver troppo creduto all'efficacia dei colori -puri invece che all'efficacia dei rapporti, pure pochi -seguirono col suo amore, con la sua prontezza in un -quadro tutti i riflessi e i rimbalzi d'ogni minimo -raggio. Dei romantici francesi ha avuto i gusti letterarii -e l'amore pel Byron e pel Tasso, in quasi -tutti i temi dei suoi primi quadri; e ha avuto la -<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span> -foga nel creare, tanto che fu detto gl'<i>Iconoclasti</i> -essere stati dipinti in quaranta giorni; e l'amor -per l'oriente che egli ebbe il torto di dipingere -sempre di maniera guardando alla Spagna e al Fortuny -invece che alla Terrasanta. Venuto poi a maturità -in un'epoca di critica religiosa, egli potè con -grande successo fondere questo romantico amor -dell'oriente alle interpretazioni umane del Cristo, -e acquistar nella storia della moderna pittura sacra -un posto accanto a Holman Hunt, al Rossetti, al -von Uhde, pure tecnicamente così dissimili da lui. -</p> - -<p> -Ma io non posso indugiarmi nella descrizione -del suo ingegno per mostrarvi l'importanza dei -suoi viaggi tra il '55 e il '62 e la fama sua che -saliva con tanta sonorità, che forse nessun altro artista -contemporaneo ha tra i giovani del suo tempo -ottenuta almeno nell'Italia media una simile suggestione -di rispetto devoto. -</p> - -<p> -Quando accanto al Celentano e al Morelli vi -avrò rammentato il colore del Faruffini, più nella -<i>Vergine al Nilo</i> che nel <i>Sordello</i> della Brera, l'appassionato -brio dell'Altamura che venuto dalla sua -Napoli divenne così popolare qui a Firenze, la -franca pennellata del Pagliano, il quale prenderà al -Cogniet l'idea della <i>Figlia del Tintoretto</i>, la forza -tragica del Fracassini nei <i>Martiri Gorgomiensi</i> -alla Vaticana e negli affreschi non finiti a San Lorenzo -fuori le mura, v'avrò indicato tutti i maggiori -<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span> -pittori storici fino al 1861 — se pur non vogliate -pensare che già cominciavano a tenere il pennello -Barabino e Maccari, un geniale imitatore d'Alma-Tadema -come Giovanni Muzzioli e un irrequieto innovatore -come Tranquillo Cremona, e che nel 1864 -a Parigi con l'ariosa lussuosa riscintillante <i>Passeggiata -nei portici del Palazzo Ducale</i> Scipione -Vannutelli otterrà in premio un sonetto di Théophile -Gautier. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Dispensatemi dall'enumerarvi tutti i quadri militari -che dopo il '48 o dopo il '59 glorificarono -i mille episodii di Custoza, di Novara, di Montebello, -di Palestro, di Solferino, di San Martino, -e i volontari Garibaldini e le truppe Piemontesi, e -con Gerolamo Induno perfino i pallidi orizzonti -della lontana Crimea e le glorie della Cernaja. Perfino -Mussini finirà a fare — purtroppo! — il ritratto -di Vittorio Emanuele, perfino Hayez finirà col dipingere -la <i>Battaglia di Magenta</i>. Qualunque critica -fatta oggi da noi giovani a quei pittori di battaglie -i quali quasi tutti le avevano combattute prima -di dipingerle, e al carminio della loro tavolozza -potevano paragonare il buon sangue delle loro ferite, -sarebbe irriverente. Ma un fatto posso osservare -ed è che, anche quando la loro pittura sembrerà -un po' squallida e il loro pennello poco -<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span> -pronto a rendere l'uragano d'un assalto, il lampo -delle artiglierie, le contorsioni d'un'agonia, pure -la necessità dello studio del vero, l'intensità della -passione presente ed urgente, negl'individui centuplicata -dall'eco di tutt'un popolo, furono in Italia -i maggiori coefficienti della nuova sincerità artistica -e della mutazione del gusto. Qui a Firenze -fra tutti costoro, io voglio ricordare un veterano -sempre valido e giovanile, Giovanni Fattori, che -oggi è rimasto il maggior pittore militarista d'Europa, -e che nella sua austera gamma di colori ha -per primo veduto i soldati e i cavalli <i>dentro</i> un -paesaggio, non, come gli altri teatrali, <i>sopra</i> un -paesaggio, e li ha avvolti d'aria e di luce cioè -li ha fatti vivi in mezzo alla vita, vivi e degni -di vivere nell'avvenire. -</p> - -<p> -I fratelli Girolamo e Domenico Induno, dei -quali un anno fa descrissi l'opera, col loro stile -gustoso facile e simpatico unirono questa gloriosa -pittura militare all'ingloriosa pittura di genere, -nella quale però Domenico più sentimentale -e più mesto riportò maggior vanto «porgendo,» -come dice con frase tipica il Caimi -che è lo storico degli artisti lombardi di questo -periodo, «l'edificante esempio di quelle abnegazioni -che nobilitano il tugurio del proletario.» -E intorno agl'Induno col Trezzini, cognato di Domenico, -col Castoldi, col Giacomelli, col Clerici, -<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span> -e in Piemonte con lo stesso Gamba, col Beccaria, -col Balbiano e massime con Federigo Pastoris -fu per vent'anni un diluvio di emozioni -graziose ora ridenti ora meste, anzi per lo più meste -che stancarono talvolta anche i contemporanei, -tanto che nelle <i>Tre Arti</i> quel bizzarro ingegno -del Rovani ne parla francamente così: «La pittura -di genere è l'arte sorella di quella letteratura -pallida ed esile che credette di ingenerare il -gusto imbandendoci quei cari romanzuoli cotti nell'acqua -di mele cotogne che non passano l'epidermide -nemmeno alle maestrine degli asili d'infanzia.» -</p> - -<p> -Ma l'ironia non giovò, perchè in Italia la pittura -di genere durò anche più a lungo che in Francia -dove, per verità, essa era nata solo dall'imitazione -degli inglesi, del Wilkie, del Leslie, del Mulready -che tra il fanatismo dei compratori smollicavano al -pubblico la grande eredità di Hogarth, — e dove il -suo cicaleccio pettegolo fu presto sopraffatto dall'ampia -sonora voce della pittura paesana di Millet. -Forse in Italia una lode le si può dare, — che, -cioè, servì ad abituare definitivamente gli -spettatori alle pitture dei costumi moderni visto -che ancora nel 1857 il buon Pietro Selvatico -credeva d'essere audace, dissertando della <i>opportunità -di trattare in pittura oggetti tolti dalla vita -contemporanea</i>. -</p> - -<p> -Ma i veri ribelli, i veri fondatori della modernità, -<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span> -i veri apostoli della sincerità, furono in Italia -i paesisti. Da Nino Costa a Telemaco Signorini, dal -Palizzi al Vertunni, dal de Nittis al Rossano, dal -Fontanesi al Pasini, — noi intorno al '60 già vediamo -raccolta una falange di artisti tali, che per -cento modi, attraverso a cento temperamenti appaiono -tutti concordi a proclamare la libertà d'essere -originali purchè si sia sinceri, ad indicare -quanta può essere la gioia dell'anima di chi con -sereni occhi contempla i suoi sogni riflettersi in un -mattino aprilino raggiante di speranza, in un meriggio -estivo ardente di letizia, in una sera autunnale -fosca di pena. Lungi le mascherature classiche -e medievali, lungi le lagrimucce pettegole, anche -lungi l'inferno delle battaglie! Un mandorlo fiorito -sopra un cielo turchino; un cespuglio di ginestra -oro e verde contro un mare color del cielo; un -gregge giallastro sopra un tenero prato di marzo; -una casetta rosea lungo una strada candida di polvere -sotto il sollione; una luna che di dietro un -monte violaceo sorge a spegner le stelle nei pallidi -sereni: tutte le gentilezze e le grandezze, le profondità -dei firmamenti e le tenuità dei fiori parvero -allora per la prima volta dopo quasi tre secoli riapparire -all'anima degli artisti che tornava ingenua. -</p> - -<p> -Non vi parlo dei piemontesi che dal più facile -commercio intellettuale con l'estero oltralpe avrebbero -dovuto più prontamente degli altri udire la -<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span> -soavità di quest'invito alla sincerità, e, se non giungere -a intendere la bellezza dei creatori inglesi del -<i>Paysage intime</i> come Turner, de Wint, Constable, -John Crome o Bonington, almeno imitare i loro -imitatori francesi, — invece di fermarsi a Ginevra -a vedere i <i>Souvenirs de Suisse</i> grandi e piccoli -che dipingeva pei forestieri quel monotono arido -calligrafico e scenografico Alessandro Calame. Nè -Francesco Gamba, nè il Beccaria, nè il Piacenza, -nè il Perotti, nè l'Allason, nè il Bennison e tanto -meno il Camino si liberarono da questa teatralità -che raramente, e quasi a loro insaputa. «Un Calame, -deux Calames, trois Calames, que des calamités!» -disse allora un critico arguto. Bisogna aspettare -che Alberto Pasini parta per la Persia con la -missione francese del Bourrée, per vedere il colore; -e anche in lui tanta fu, a volte, l'arte, che divenne -artificio, e fece preferire ai rutilanti quadri compositi -la fresca sincerità delle sue tavolette. Bisogna -aspettare che Rayper, d'Andrade, Issel e Giordano -raccogliendosi nella solitudine di Rivara fra gialle -rupi e verdi vigne tentino di dimenticare il malo -esempio degli antenati. Bisogna aspettare che nel '55 -Antonio Fontanesi dopo essere a Ginevra caduto -anche lui nel suo Calame, vada all'Esposizione di -Parigi a entusiasmarsi di Decamps, di Rousseau e -poi a Londra a entusiasmarsi di Turner, e ottenga -così una sapienza di tecnica cromatica ancora -<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span> -nuova in Italia e crei quei suoi paesi solidi meditati -preparati con abilità ed eseguiti con spontaneità, -quei paesi di cui dieci o quindici anni dopo -doveva innamorarsi Giovanni Segantini. -</p> - -<p> -A Napoli prima del Vertunni ampio e solenne, -prima che il poetico verde nebbioso Rossano e il -pallido nervoso de Nittis e Adriano Cecioni da Giosuè -Carducci chiamato «dell'arte operatore e giudicatore -superbo» fondassero la cosiddetta scuola -di Resina, era e regnava Filippo Palizzi senza il -quale tutta la moderna arte napoletana, compresa -quella di Morelli non sarebbe stata com'è. -Quando nel 1832 egli era venuto a Napoli da -Vasto d'Abruzzo era ancora vivo l'olandese Antonio -Pitloo che il Borbone aveva al suo ritorno, per -consiglio del Camuccini, nominato professor di paesaggio -nella riordinata Accademia, e che aveva tra -grandi entusiasmi fondata la scuola detta «di Mergellina -e di Posillipo» lodatissima allora per una -trasparenza d'aria e una larghezza di cieli per verità -poco visibili ora nelle sue tele. Fra costoro, Filippo -rimase al riparo dall'imperversar delle lagrime -romantiche e la <i>Vacca</i> che nel 1839 a ventun anno -egli dipinse pel primo concorso biennale fu come -la serena voce d'un poeta fra un clamoroso sermocinar -di rètori. -</p> - -<p> -Da allora non mutò mai di pensiero dando un -esempio d'unità di vita estetica ignota a tutti gli -<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span> -altri artisti italiani di questo secolo fino allora. Voi -pensate, senza sorridere, all'audacia che occorreva -a dipingere a Napoli nel 1839, invece degli Ajaci, -delle Lucrezie, delle Virginie, degli Ezzelini e dei -Crociati, una pura e semplice testa di vacca! Senza -alcuna destrezza di composizione, senza alcuna -scienza della faccia umana, egli doveva essere e -fu un limitato maestro di tecnica. La fermezza -sempre maggiore del suo disegno, la pennellata -più e più brava, la nitidezza dei particolari, la -vivezza e la varietà d'espressione negli occhi e -nelle attitudini degli animali — dai pulcini intorno -alla chioccia fino alla famosa <i>testa di leone</i> -che eseguì a Parigi nel '65 al <i>Jardin des plantes</i>, — o -nei fiori o nelle foglie dei vegetali che paiono -veramente empir di una vita umana certe sue minuscole -tele, tutta la crescente profondità del suo -occhio non ebbero, in realtà, sull'indirizzo della pittura -tra il '40 e il '70 l'importanza morale che -ebbe la sua persistenza nello studio degli animali -e dei fiori e dell'erba. Questa rude franchezza, questo -bel bagno d'animalità — odor di fieno e di -timo — era necessario alla pittura italiana che -quando egli apparve poteva davvero ripetere quel che -poi egli scrisse nella sua sala alla Galleria nazionale -d'arte moderna: — Vorrei rinascere per ricominciare. — -</p> - -<p> -Il movimento dei <i>macchiaioli</i> qui a Firenze fu -<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span> -davvero una rinascita. Spenti oramai gli odii, i biasimi -violenti, gli antagonismi feroci di venti o di -trent'anni e caduta sul bollor dei superstiti la neve -della canizie, tolto ormai ogni significato bernesco -a quell'appellativo dato loro dall'arguzia fiorentina, -riappare oggi tutta la vivace sincerità di quelli ostinati -nemici dei «raschiatori delle tele vecchie,» -come essi chiamavano tutti gli accademici classici -puristi e romantici, senza rispetto per nessuno, anzi -aumentando di ferocia in proporzione di quanto -quelli aumentavano di disdegno. -</p> - -<p> -Nel '55 l'Altamura e il Tivoli tornando dall'Esposizione -di Parigi si fermarono a Firenze a -predicar con tanta fede ai giovani frequentatori del -Caffè Michelangelo la libertà artistica ormai da più -che trent'anni concessa al popolo di Francia da Delacroix, -re del chiaroscuro e dalla sua corte, — che -quando quei giovani entusiasti poterono andar a godere -nella Villa di San Donato la galleria del principe -Demidoff e i Daubigny, i Decamps, i Troyon, -i Delacroix, i Marilhat, i Meissonnier che essa conteneva, -la rivelazione giunse ai loro occhi come un -fulmine e appiccò il fuoco a tutti gli animi. -</p> - -<p> -Al Caffè Michelangelo, come narra Telemaco -Signorini in un libro che ogni giorno va acquistando -rarità di documento e valore di storia, -la guerra di idee si sarebbe fatta grave anche -tra gli amici più fraterni se la guerra per la -<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span> -patria non avesse chiamati tutti i generosi a -combattere l'Austria. Tutti i reduci — dal Signorini -al Fattori — non dipinsero per mesi che bivacchi -e accampamenti, scaramucce e battaglie, ipnotizzati -dal fuoco e dal sangue come gli innamorati dall'amore. -</p> - -<p> -L'Esposizione nazionale fatta, come ho detto, -il '61 qui a Firenze e l'apparizione di paesisti come -Palizzi, Fontanesi, Costa e Pasini, ridettero fiamma -alle critiche e alle lodi e i congiurati così detti della -<i>Macchia</i> scesero per le vie e fecero la loro rivoluzione. -Purtroppo le rivoluzioni quando corrono in -piazza sono già compiute negli animi. Il dogma che -gli avversari a momenti volevano ardere con tutti i -suoi apostoli in piazza della Signoria non appariva, -in realtà, già applicato in quell'Esposizione del '61 -con quello che i critici più codini e più miopi, chiamarono -allora il «colorire a spizzico,» dal Morelli, -dal Celentano, dal Fontanesi? E in realtà questi giovani -che si dicevano veristi e insultavano i romantici -d'Italia e perciò sembravano audaci, non erano -con qualche ritardo imitatori dei più romantici paesisti -di Francia, dal Rousseau al Corot? E la tecnica -della macchia che dieci anni dopo Manet spingeva -agli effetti estremi con l'«impressionismo,» non -era stata inventata appunto dai romantici d'oltre -alpe? E la fiera massima dei macchiaioli, «senza -maestri e senza discepoli,» non era la più sincera -<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span> -affermazione di quel diritto all'originalità più sfrenatamente -spontanea che il romanticismo aveva -sancito pel bene degli artisti? Ahimè! quanti presunti -nemici ai critici del duemila sembreranno -fratelli appassionati! Ma la colpa dell'equivoco -fu dei pretesi romantici d'Italia vecchi, legnosi e -incolori quanto i neoclassici camucciniani, non dei -nostri veristi la cui lotta era benedetta da Dio. -</p> - -<p> -Adriano Cecioni, Diego Martelli e Telemaco Signorini -diffondevano con limpidezza le nuove teorie: -«il colore non mutar mai, divenir soltanto per la -luce più chiaro e più scuro, l'affare più importante -nel dipingere esser dunque di vedere e di rendere -bene le macchie di chiaro e di scuro, non facendo -mai nemmeno le figure più grandi di quindici centimetri, -vale a dir di quella dimensione che assume -il vero guardato a tale distanza da non esser possibile -di percepirlo altro che per masse, cioè per macchie, -di chiaro e di scuro....» -</p> - -<p> -Con questa frenetica passione per problemi di -pura tecnica si può davvero dire che il Banti, -il Cabianca, il Borrani, il Lega, l'Abati, il Moradei, -il Signorini, perdessero sul pubblico ogni -forza di commozione così che, non essendo essi -più che mani, il pubblico avesse il diritto di non -esser più che occhi? No. Basterebbe considerare -l'opera di tre superstiti: Nino Costa che veramente -non fu tra i macchiaioli ma venendo a -<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span> -Firenze nel '59 fu maestro di sincerità a molti di -loro, Vincenzo Cabianca e Telemaco Signorini. -Quale paesista anche tra i più giovani e i più deliberatamente -patetici — come Fragiacomo o Sartorio — raggiunge -la profondità di passione delle vedute -dipinte verso il '55 sotto Albano, all'Ariccia, da -Nino Costa quando come un eremita visse là per -cinque anni con lo svizzero David — delle <i>Donne -che cavano il lino dal macero, delle Donne che in -una sera di pioggia vanno alla fonte</i> e infine di -quella sua <i>Veduta della spiaggia di Porto d'Anzio</i> -dove il cielo opalino, il mare grigio nella distanza -e l'arena giallastra dappresso formano una -musica così piana e pure così solenne? E in quali -acquerelli più che in quelli del Cabianca, perduta -col largo pennellare tutta la minuzia calligrafica e -femminile dell'acquerello, si è mai veduto, direttamente -dal colore più che dal soggetto o dal gesto, -venire per gli occhi al cuore dello spettatore tanta -gentilezza d'affetto quanta dalle <i>Monachine</i> fatte -nel '61, dalla <i>Neve a Venezia</i> dipinta nel '55, o -dalla <i>Chiesetta in riva al mare</i> dipinta tre anni fa? -E infine prima di Telemaco Signorini il paesaggio -italiano ebbe mai tanta chiarità di sole e di azzurri -quanta se ne vede sulle sue vedute delle coste e della -marina di Spezia, tanta sicurezza di carattere quanta -nei suoi quadri del <i>Ghetto fiorentino</i>, che restano -nella memoria netti come ritratti d'un volto umano? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span> -</p> - -<p> -Signori, questo fanatico amor per la natura, -questa passione per le solitudini verdi, per gli animali -dai placidi occhi, per gli alberi da gli occhi -di fiori non definiscono quale sia stata veramente -l'anima del nostro gran secolo? L'arte del paesaggio -nell'avvenire lo redimerà dalla fama di avaro, -di scettico ed egoista, che gli storici superficiali gli -hanno già tribuita. Quest'arte, tornando ad immerger -la figura umana nella luce, tornando a considerarla -sotto l'ampiezza dei cieli simile agli alberi -e alle rupi e alle acque nella gioia dei meriggi e -nella melanconia delle sere, ha ridato agli uomini -la nozione serena e sincera del loro destino, ha ricostruito -una specie di religione naturale placida e -limpida da ogni paura e da ogni vana superbia. Veramente, -educato dai grandi paesisti, oggi l'uomo -quando al tramonto col cader della luce nel silenzio -sale l'oscurità della morte e filtra per gli occhi nel -cuore e il cielo impallidito è più profondo e più ampio -e gli umani fatti ciechi sono più sperduti e più -piccoli, pronti a confondersi con l'ombre vane, — veramente, -dico, allora l'uomo si sente sulla sua minuscola -terra come in esilio, e nella coscienza gli salgono -come un ricordo istintivo e un rimpianto d'un -tempo immemorabile di fraternità, d'un tempo in -cui tutto il mondo — cose che sembrano vive e cose -che sembrano morte — era un sol fatto, una sola -entità, un sol divenire sotto gli occhi, forse, di Dio. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span> -</p> - -<p> -A questa unità del destino di tutto, a questa -tristezza solenne e quasi divina, i grandi paesisti, -da Turner a Segantini, da Constable a Corot, da -Fontanesi a Signorini, hanno educato l'anima moderna. -Quali filosofi hanno dato tanto ai loro discepoli? -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span> -</p> - -<h2 id="verdi">LE PRIME GLORIE DI GIUSEPPE VERDI</h2> - -<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br /> -<span class="x-small">DI</span><br /> -<span class="large g noserif">PIETRO MASCAGNI</span>.</p> - -<p class="center"> -<i>tenuta a Firenze il giorno 14 aprile 1900.</i> -</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span> -</p> - -<p class="pad2"> -Tutte le volte che entro nel Teatro «alla Scala» -di Milano, mi fermo all'atrio a guardare le quattro -statue di marmo che rappresentano i nostri sommi -maestri melodrammatici: Rossini, Bellini, Donizetti -e Verdi. E tutte le volte provo una medesima, -stranissima sensazione, che mi forza ad ammirare -le figure di Rossini, di Bellini, e di Donizetti, -mentre, nello stesso tempo, mi rende uggiosa, quasi -antipatica, l'effige di Verdi. Ho tentato di giustificare -la mia sensazione invocando l'estetica. — Infatti: -quell'abito a coda di rondine, quel rotoletto -di musica fra le mani e quel paltoncino ripiegato -sul braccio sinistro possono dar campo a qualsiasi -ribellione del gusto artistico. Ma non sono riuscito -a capacitarmi, perchè, volgendo appena lo sguardo, -ho veduto la statua di Rossini colla mazza nella -destra, l'enorme cappello a staio nella sinistra, ed il -portamusica attaccato ai polpacci. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span> -</p> - -<p> -La ragione del mio strano sentimento non deriva -dalla espressione artistica degli scultori. Ammiro -profondamente le figure di Rossini, di Bellini -e di Donizetti, perchè sono il simbolo rappresentativo -di tre genii che io non posso conoscere di -persona; mentre detesto un Verdi di marmo quando -lo posso venerare in carne ed ossa, bello e florido -come il destino benedetto lo conserva all'amore -dell'Italia nostra. -</p> - -<p> -Forse però, quella statua è di buon augurio. -Rammento un tipo originalissimo della mia Livorno -che, per avere lunga vita, si fece preparare -la tomba e ci fece mettere sopra il suo busto in -marmo, opera pregevole e rassomigliantissima. -Tutti i giorni, prima di colazione, quel bel tipo -se n'andava fino al Camposanto, fissava a lungo -la sua effigie, ed esclamava: «Per oggi mangio io.» -</p> - -<p> -E vinse tanto bene la scaramanzìa, che, quando -morì, dovettero cambiargli il busto perchè.... non -gli somigliava più. -</p> - -<p> -E speriamo che così sia della statua di Verdi; -per quanto io credo che si potrebbe di già cambiare, -perchè fu inaugurata nel 1881. Per lo meno, -non si potrà dire che Verdi, nella sua vita, abbia -avuto un quarto d'ora di statua. -</p> - -<p> -Ma, nel dire tutto questo, non intendo menomamente -di diminuire l'importanza che ha e che -merita il fatto, nuovo nella storia dell'arte, di un -<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span> -onore così grande reso ad un vivo. Anzi, aggiungo -che non si poteva con nessuno, meglio che con -Verdi, che è la più grande gloria vivente, rompere -il pregiudizio e distruggere alla fine i due noti -versi di Orazio, parafrasati troppe volte dai poeti -di tutti i tempi e di tutti i paesi: -</p> - -<div class="poem"> -<p><i>Virtutem incolumem odimus</i></p> -<p><i>Sublatam ex oculis quaerimus invidi.</i></p> -</div> - -<p> -Però, a me ora pare di essere qui a fare la -figura della statua di marmo dell'atrio della -«<i>Scala</i>.» Qualunque cosa io possa dire di Verdi, -sia pure (magari per combinazione) superiore nel -concetto ed elevata nella forma, apparirà sempre -povera o piccina alla mente delle gentili signore -e di tutti gli egregi qui convenuti, se ciascuno -richiami appena nel pensiero la nobile fisionomia -del nostro grande maestro. -</p> - -<p> -Ed io non tenterò nemmeno di riuscire eloquente -nel mio discorso. Sarebbe vana fatica. Già, -prima di tutto, non ne sarei capace; eppoi, a che -cosa mi servirebbe? Quale eloquenza può sussistere -di fronte all'opera immensa di Giuseppe -Verdi? Quale eloquenza può sostenersi al cospetto -della sua persona, sintesi vivente delle sue creazioni, -che ha portato superbamente fino ai giorni -nostri i ricordi più belli dell'entusiasmo dell'arte -e del patriottismo? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span> -</p> - -<p> -La vita, la storia artistica di Verdi parrebbe -una leggenda, se ancora non fosse fra noi Lui, -maraviglioso documento di quelle vicende che saranno -credute favolose dalle future generazioni. -</p> - -<p> -Ne ho letto di libri su Verdi! Ne ho letto -di storie, di episodii, di aneddoti! Ma tutto mi è -apparso infinitamente scialbo e meschino, quando -mi sono trovato alla sua presenza. Il suo solo -sguardo mi ha detto delle cose, mi ha suscitato -nel cuore dei pensieri che non ho mai trovato, che -non troverò mai in nessun libro. -</p> - -<p> -Ed in questo momento l'animo mio è tutto -pieno di quelle memorie, ma rimane paralizzato -dalla coscienza della propria inettitudine ad esprimere -i sentimenti troppo alti. -</p> - -<p> -Chiedo, dunque, venia al cortese uditorio per -tutto quello che nel mio dire apparirà disadorno -ed anche non conveniente al soggetto ed all'uomo -di cui si tratta. Resti nella mente di tutti soltanto -l'idea dell'omaggio reverente che ho voluto tributare, -accettando, forse con leggerezza, ma certo -con tutto il cuore, l'incarico di questa conferenza. -</p> - -<p> -A Verdi ho già domandato anticipatamente il -perdono per l'atto che sto per compiere. Perchè -sono sicuro di dargli un dispiacere. Ei non vorrebbe -che si parlasse mai di Lui. -</p> - -<p> -Quale è la persona che non ha sentito parlare -della modestia di Verdi?... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span> -</p> - -<p> -Ma, a questo proposito, debbo fare una osservazione. -</p> - -<p> -Sono già parecchi anni che io studio la modestia -degli uomini (colla modestia delle donne -non ho mai scherzato!), e potrei raccontare molti -aneddoti che mi hanno sempre confermato le diverse -qualità di modestia. Ma mi fermerò ad uno -solo, che mi serve precisamente alla dimostrazione -che voglio fare. -</p> - -<p> -Un giorno del 1882 (anch'io comincio a citare -epoche remote!) mi trovavo a Milano in casa del -mio illustre maestro Amilcare Ponchielli, quando -si presentò un giovane musicista che voleva sottoporre -al giudizio del Maestro una sua composizione. -Ponchielli non era punto di buon umore: afferrò -sgarbatamente il fascicoletto che il giovane gli porgeva, -e si mise a scorrerne le pagine, mugolando e -borbottando. Il giovane musicista attese ansioso -qualche minuto; e poi timidamente disse al Maestro: -«Si tratta di un pezzetto senza importanza; -una cosetta buttata giù alla meglio.» Ponchielli -alzò la testa e, maltrattandosi terribilmente il pizzo -caratteristico, si mise a gridare: «Ah, sì?... Si tratta -di una cosetta?... Vuol fare il modesto forse?... -E perchè è venuto a mostrarmi questo nonnulla?... -I compositori debbono sempre aver fede nell'opera -propria, e debbono sempre stimare capolavori le -loro composizioni.... Io non amo la falsa modestia.» -<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span> -E riprese a sfogliare le pagine, mugolando e borbottando. -Il giovane era rimasto stecchito. Dopo -poco, Ponchielli rialzò la testa e parve rabbonito. -Restituì il fascicolo all'autore, e gli disse quasi -dolcemente: «Lei è modesto; ma il suo lavoro è -più modesto di lei.» Il giovane se n'andò subito, -profondendosi in inchini ed in ringraziamenti; e -mi parve che avesse preso per un complimento -l'ultima frase di Ponchielli. -</p> - -<p> -Per parte mia, da quel giorno, ho cercato tutti -i modi per non essere modesto.... -</p> - -<p> -Ma, intanto, avevo potuto studiare questo caso -di modestia che credo sia il più diffuso: un imbecille -che fa il modesto davanti ad un uomo superiore, -col solo fine di ottenere un elogio da lui, e di -credersi, nella stupida vanità, a lui ed a tutti superiore. -</p> - -<p> -Guardiamo invece, per sommo contrasto, la -modestia degli uomini veramente grandi, quella -modestia che è il solo raggio che si possa aggiungere -alla gloria! -</p> - -<p> -Verdi, togliendo anche di mezzo l'indole naturale, -deve essere modesto per forza: perchè nessun -inno di lode potrà destare in Lui il più piccolo -sentimento di orgoglio: anche l'inno più grandioso -sarà meschino agli occhi suoi. -</p> - -<p> -Come potrà mai sentire ricordata la sua vita -gloriosa, come potrà mai sentire raccontati tutti i -<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span> -suoi trionfi, senza che la sua mente non veda impallidita -dal ricordo quella vita da lui stesso vissuta, -senza che il suo cuore non trovi rimpiccioliti -dal racconto quei trionfi da lui stesso riportati? -È facile, dunque, comprendere lo stato di inquietudine -dell'animo mio in questo momento: al dubbio -di riuscire gradito al colto pubblico va aggiunta -la certezza di dispiacere a Verdi. -</p> - -<p> -A buon conto, gli ho chiesto perdono anticipatamente; -ma non oso sperare di passarmela liscia. -Me la potessi almeno cavare con una lavata di -testa!... -</p> - -<p> -Oggi io non devo parlare genericamente di Giuseppe -Verdi e di tutta la sua luminosa produzione: -l'attuale conferenza è limitata da due date, che nell'arte -del nostro Grande e nella storia della nostra -Nazione rappresentano due epoche. Dal 1849 al -1861: quale stupendo periodo di arte e di patriottismo! -E quale mirabile fusione di nobili sentimenti -nella espressione dell'anima e del genio di -Giuseppe Verdi! -</p> - -<p> -Nella visione subitanea dello svolgimento di -tutto il periodo storico ed artistico, la mia mente, -forse per effetto di costante ammirazione o forse -per effetto di spontanea ispirazione, vedo tre punti -capitali sui quali deve soffermarsi per la dimostrazione -della sua idea. -</p> - -<p> -E questi tre punti si trovano: al principio, alla -<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span> -metà ed al termine del periodo, che ne resta interamente -abbracciato e diviso con simmetria: per -quanto, rispetto alla produzione di Verdi, il periodo -abbia fine nel 1859. -</p> - -<p> -Primo punto, la <i>Battaglia di Legnano</i> (27 -gennaio 1849); secondo punto, i <i>Vespri Siciliani</i> -(18 giugno 1855); terzo punto, <i>Un Ballo in Maschera</i> -(17 febbraio 1859). -</p> - -<p> -Se l'idea di parlare primieramente e specialmente -di queste tre opere può sembrare a prima -vista strana o non giustificata, si pensi che devo -occuparmi di un periodo della vita italiana tutto -pieno di santo amor di patria: e si pensi all'influsso -potente che la musica di Verdi seppe esercitare -sopra ogni cuore italiano. -</p> - -<p> -Ho scelto i tre punti capitali perchè: il primo -rappresenta tutta la trepidazione, tutta la commozione, -tutto l'ardore di un popolo oppresso ed anelante -alla redenzione; il secondo rappresenta il -trionfo dell'arte italiana all'estero, anche esplicata -in un soggetto glorioso per l'Italia e nefasto per -il paese che lo domanda; il terzo rappresenta il -supremo entusiasmo di una nazione intera, che, eccitata -dal genio di Verdi, nel nome di Verdi combatte -l'ultima battaglia e vince. -</p> - -<p> -Quando scoppiò la rivoluzione italiana del 48, -Verdi era a Parigi; alle prime notizie della gloriosa -insurrezione di Milano, il suo animo generoso -<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span> -non resse: e partì per l'Italia. Si fermò a -Lione dove sapeva di trovare una lettera di un -amico che gli doveva dire le ultime vicende della -sua patria. Trovò, infatti, la lettera e conobbe il doloroso -voltafaccia delle cose. Rattristato dalla delusione -della sua fervida speranza di arrivare a Milano -e salutare libera la città dei suoi primi successi, -restò alcuni giorni a Lione; ed all'amico che gli -aveva mandato la sciagurata notizia rispose semplicemente: -«Spero che avrete fatto il vostro dovere.» -</p> - -<p> -Ma poi proseguì il viaggio; e giunse in patria -per assistere al completo rovescio delle armi italiane. -</p> - -<p> -Col cuore sanguinante tornò a Parigi, mezzo -ammalato e stanco. L'impresario Lumley di Londra -venne ad offrirgli una generosissima scrittura -che Verdi avrebbe accettato subitamente, se l'editore -Lucca non glielo avesse impedito rammentandogli -il suo obbligo contratto di scrivere un'altra -opera, oltre «<i>I Masnadieri</i>» già eseguiti a Londra -e con poca fortuna, il che veniva ad aumentare -le esigenze dell'editore. (Sempre uguali in ogni -tempo i nostri editori!). -</p> - -<p> -Allora Verdi, infastidito e stizzito, scrisse di -mala voglia il <i>Corsaro</i> sul libretto del Piave, poveramente -tratto dall'omonimo poema del Byron; -ed abbandonò la sua partitura senza nemmeno curarsi -di sorvegliarne le prove. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span> -</p> - -<p> -Il <i>Corsaro</i> fu eseguito a Trieste e non piacque; -e si accusò Verdi di voluta negligenza: mentre, da -altra parte, con più giusto criterio si tenne conto -del suo stato d'animo turbato dai dolori cui la patria -soggiaceva. -</p> - -<p> -Forse c'entrava anche il dispetto verso l'editore; -ma certamente il cuore del Maestro era tutto -pieno di tristezza e di angoscia per la sventura italiana: -e la mente sua non poteva trovare ispirazione -in alcun soggetto, che non gli parlasse dello sconforto -e della speranza del popolo d'Italia. -</p> - -<p> -Il sentimento patriottico, in quel momento, fu -troppo più forte del sentimento artistico. -</p> - -<p> -Ed in quel momento il genio di Verdi fu pari -al sentimento degl'Italiani; e non volle parlare -che dell'Italia sua. -</p> - -<p> -E scrisse la <i>Battaglia di Legnano</i>. -</p> - -<p> -Io penso allo slancio infrenabile che avrà guidato -Verdi all'inizio della sua nuova creazione; e -penso all'ardore ed alla lena nella continuazione -del lavoro; e penso alla forte commozione nel compimento -dell'opera, che era la spontanea espressione -del suo cuore d'italiano e che nei cuori italiani -tanto entusiasmo doveva suscitare. -</p> - -<p> -Quel godimento che la folla prova davanti all'opera -d'arte, quando l'arte è vera e sincera, è -già stato provato a mille doppi dall'artista creatore, -dall'artista che esprime il suo sentimento, tutto -<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span> -assorto nella interpretazione ideale, precisa e -fedele. -</p> - -<p> -Ma l'opera d'arte deve essere il prodotto genuino -dell'ispirazione, il frutto vergine del genio. -</p> - -<p> -Guai se l'artista si lascia vincere dallo scrupolo -della teorica! L'opera sua non sarà più sincera. Il -caldo paesaggio meridionale si cambierà in nordica -e gelata regione. -</p> - -<p> -In arte, il genio è sole e la scienza è neve. -</p> - -<p> -Al solo ricordo del successo immenso, incredibile, -che la <i>Battaglia di Legnano</i> ebbe presso il -pubblico di Roma, è facile immaginare con quale -foga d'entusiasmo Verdi abbia compiuto l'opera sua. -</p> - -<p> -Si sapeva che l'opera aveva un soggetto patrio, -d'indole guelfa; ed in quel momento di fermento -politico non si domandava di meglio. Gli uomini -si recarono al teatro con la coccarda tricolore sul -petto, mentre le signore distendevano sui davanzali -dei palchetti sciarpe e nastri tricolori. -</p> - -<p> -Fu un delirio! Si gridava insieme <i>Viva Verdi!</i> -e <i>Viva l'Italia!</i> E tutti i cuori ebbero insieme ed -ugualmente il ravvivamento delle speranze, il rigoglio -dell'ardore, il presentimento della patria -redenta. -</p> - -<p> -Verdi esultava già di quei pensieri quando scriveva -l'opera. -</p> - -<p> -Ma la generazione d'oggi non conosce la <i>Battaglia -di Legnano</i>; e non la stima, perchè legge -<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span> -nei libri che fu un'opera d'occasione, d'attualità; -e che <i>soltanto il soggetto e la nota politica le diedero -unanimità di suffragi ed apparenza di trionfo</i>, -[come dice Anton Giulio Barrili]; e che <i>il successo -del primo momento fu dovuto anzitutto alla -sovraeccitazione degli animi</i> come stampa il Pougin; -e che <i>simile musica certo ha ben poco o -nulla da vedere coll'arte</i>, come scrive Gino Monaldi. -</p> - -<p> -Certo, se oggi si parla d'occasione, si pensa subito -all'inno scritto per l'inaugurazione di una -qualsiasi esposizione di oggetti di guttaperca, e se -si parla di attualità, si corre colla mente alle mazurke -dedicate alla polvere dentifricia o al perfetto -smacchiatore. -</p> - -<p> -Ma allora, nel 1849, l'occasione e l'attualità -rappresentavano qualche cosa di ben differente. E -Verdi non era stato invitato a scrivere la sua opera -da nessuna commissione di futuri cavalieri o commendatori. -Aveva spontaneamente dato alla patria -l'opera del suo genio e della sua anima. -</p> - -<p> -Guardiamo come ne scriveva allora il Basevi: -</p> - -<p> -«Al Verdi, che dal 1842 in poi regna solo in -Italia, ben s'addice il nome di rappresentante -del gusto musicale del suo tempo. Come tale egli -doveva scrivere un'opera corrispondente al nuovo -stato degli animi nell'anno 1848. E così fece.... -Erano i travagli dell'Italia giunti vicino al loro -<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span> -nodo, quando nel gennaio 1849 fu posta sulle -scene in Roma la <i>Battaglia di Legnano</i>.» -</p> - -<p> -E guardiamo quello che ne diceva il <i>Pallade</i>, -giornale di Roma, il 27 gennaio 1849, poche ore -avanti della prima rappresentazione: -</p> - -<p> -«La musica, se per lo innanzi, schiava di errati -precetti, non valse che a deliziare mollemente -gli esterni sentimenti dell'uomo; oggi ne -rischiara e ne sublima gl'intelletti; e vestendo -più robuste armonie, apprestasi anch'ella ad innestare -la sua gemma sulla corona della patria. -Non invano dunque il Verdi imprendeva a celebrare -la famosa Lega Lombarda, col titolo: <i>La -Battaglia di Legnano</i>. Lombardo quale egli è, -offre con la penna il tributo che non potrebbe -colla spada alla sua patria infelicissima, affinchè -dalle ricordanze delle glorie passate prenda ella -ristoro delle sventure presenti e presagio dei -trionfi avvenire.» -</p> - -<p> -E lo stesso giornale <i>Pallade</i> aggiungeva dopo -la prima rappresentazione, il 29 gennaio: «Il -«Verdi in questo suo lavoro ha levato il volo alla -sublimità. Lungi dall'obbedire alle antiche leggi -convenzionali, egli ha sentito che il suo spirito -aveva bisogno di libertà, come l'Italia d'indipendenza.» -</p> - -<p> -E più sotto continuava: «Questa Italia oggi -ha luogo di attingere dalla severità e robustezza -<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span> -di quest'ultimo patriottico lavoro quell'ardente -scintilla che valga a ridestare e spandere il nazionale -ordinamento.» -</p> - -<p> -Ecco quello che si pensava nel 1849 della -<i>Battaglia di Legnano</i>! -</p> - -<p> -Se oggi, dopo più di cinquant'anni questa musica -appare invecchiata agli occhi volubili della -critica moderna, non si abbia il facile coraggio di -condannarla; ma si pensi che, ai suoi tempi, seppe -infondere tanto ardore nei petti degli italiani, e -contribuì non poco alla redenzione della patria. -</p> - -<p> -Da qui a cinquant'anni non si parlerà nemmeno -di tanta musica che ai giorni nostri pare -dedicata dall'ebetismo moderno al godimento inesauribile -dei sensi superficiali; o se ne parlerà -come una delle cause dell'assopimento intellettuale, -dell'impoverimento del sangue e dello snervamento -della generazione futura. -</p> - -<p> -La <i>Battaglia di Legnano</i>, in ogni modo, attraverserà -il corso dei secoli legata strettamente -all'epopea famosa che preparò e compi l'unità -d'Italia. -</p> - -<p> -E venga pure il critico supino a dirci che -quella musica <i>ha poco o nulla da vedere coll'arte</i>! -Altro che arte! Arte prodigiosa! Arte -che ha servito all'interesse comune ed alla gloria -della Nazione!... -</p> - -<p> -Ma chi m'intende, oggi che l'artista cerca soltanto -<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span> -di curare il proprio interesse.... e quello del -suo editore?... -</p> - -<p> -Oh, quanto riusciamo meschini dal confronto -dei tempi! Ecco: oggi stesso, a Parigi, si inaugura -la nuova grande Esposizione Universale! Da -oltre un anno, in Italia si è lavorato con grande -attività per trovare il modo di far figurare degnamente -la musica del nostro paese nella capitale -della Francia ed al cospetto di tutte le nazioni -del Mondo. Si è pensato a grandiose riproduzioni -dei nostri capolavori melodrammatici; ed al proposito -il Panzacchi scrisse alcuni articoli nobilissimi; -si è tentato di presentare i nostri migliori artisti -della scena; si è escogitato ogni mezzo per mandare -a Parigi almeno le nostre buone orchestre; ma -a nulla sono riusciti Ministri, Sotto Ministri, Commissioni -e Sotto Commissioni. Si è detto che il Governo -non può spendere, e chi vuole vada a spese sue. -</p> - -<p> -E fino a questo punto, logicamente, può andare -anche bene; perchè la finanza dello Stato non ha -mai fatto, o non ha potuto fare, troppe concessioni -all'arte nazionale, ed in special modo alla musica. -Ma la Francia non ha domandato nulla alla Nazione -sorella?... -</p> - -<p> -Nel pensiero di offrire ai visitatori d'ogni paese -un magnifico spettacolo musicale, non si è ricordata -dell'arte italiana? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span> -</p> - -<p> -Sono ingenuo, forse, nelle mie interrogazioni; -perchè tutti pensano che la Francia ha compositori, -artisti ed orchestre da vendere, e non sente alcun -bisogno di noi. -</p> - -<p> -Ma è qui appunto il mio grande sconforto. -</p> - -<p> -Anche nel 1855 la Francia aveva Auber, Halévy -e Berlioz; ma nell'occasione della Esposizione Universale -di quell'anno, volendo offrire al mondo la -primizia di un'opera nuova sulle scene del suo massimo -teatro lirico, si rivolse all'Italia, a Giuseppe -Verdi. -</p> - -<p> -Oh, il disgraziato confronto come sgomenta il -cuore! -</p> - -<p> -Ed immagino il dolore grande di Verdi che, -alla distanza di quarantacinque anni, ancora vivo -e sano, oggi penserà mestamente alla differenza -dei tempi e degli uomini. -</p> - -<p> -Facciamo anche noi quello che in questo momento -farà Verdi colla sua grande mente: abbandoniamo -l'istante che ci rattrista, per ritornare al -momento solenne nel quale Giuseppe Verdi consacrava -il trionfo dell'arte italiana in faccia a tutti i -popoli. -</p> - -<p> -E sono al secondo punto capitale del periodo -storico. -</p> - -<p> -Invitato a scrivere un'opera per l'occasione -della grande Esposizione Universale del 1855 a -<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span> -Parigi, Verdi accettò l'incarico; e si mise subito -d'accordo coi suoi librettisti prestabiliti, per la -scelta del soggetto. -</p> - -<p> -Al giorno d'oggi chiunque avrebbe approfittato -del favorevole contrattempo per rendere il più alto -omaggio alla nazione ospitale, scegliendo con ogni -cura il più adatto dei soggetti. -</p> - -<p> -Ed io conosco qualcuno che, pure in circostanza -ben dissimile e punto solenne, sta sobbarcando la -propria fantasia all'apoteosi cortigiana dello straniero. -</p> - -<p> -Invece Verdi, anche nella maestosità di quel -momento, non seppe tradire il suo sentimento e le -sue aspirazioni; non seppe dimenticare la Patria -Santa a cui l'arte sua pareva interamente dedicata; -e scelse il soggetto dei <i>Vespri Siciliani</i>. -</p> - -<p> -Oggi, più che allora, si può ammirare la temerarietà -di Verdi che volle avventurare in estraneo -suolo l'opera sua che inneggiava alla gloria del suo -paese, addolorando il popolo che l'ospitava. -</p> - -<p> -E non so che cosa debba maggiormente ammirarsi -in Verdi se l'amore per la patria, immenso -ed infrenabile, o la coscienza della forza del proprio -genio. -</p> - -<p> -Quando nel 1282 Giovanni da Procida intuonò -colle armi i <i>Vespri</i> famosi, fu un pianto solo di -rabbia e di dolore per tutta la Francia. Ma quando -<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span> -nella stessa Francia Giuseppe Verdi, nel 1855, -intuonò coll'arte sua divina i <i>Vespri</i> suoi, fu un -grido d'esultanza per tutta la Nazione; fu un inno -d'entusiasmo per l'arte italiana. -</p> - -<p> -L'arte di Verdi si era superbamente imposta, -vincendo tutti gli scrupoli della storia e della politica. -</p> - -<p> -Io fremo d'orgoglio e di gioia al pensiero di -tanta altezza d'ideale, sognata e raggiunta dalla -potenza del genio d'Italia. E guardo disperato al -vuoto che oggi ne circonda. -</p> - -<p> -L'Esposizione Universale di Parigi del 1855 -diede all'arte italiana l'alloro prezioso del suo maggiore -trionfo; l'Esposizione Universale di Parigi del -1900 lascia oggi l'arte italiana a divorarsi da sè -stessa, accasciata nei suoi confini, intisichita dagli -stravizi immondi. -</p> - -<p> -E Verdi è ancora vivo.... e vede.... e rammenta.... -e soffre più di noi!... -</p> - -<p> -Entro nell'ultima fase del periodo storico. -</p> - -<p> -<i>Un ballo in Maschera!</i> -</p> - -<p> -Qui non abbiamo affatto il soggetto patriottico -che incita all'entusiasmo gli animi della folla; non -abbiamo affatto l'opera di occasione e di attualità; -eppure nessun lavoro di Verdi ha avuto tanta influenza -sui destini della patria quanto <i>Un ballo in -Maschera</i>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span> -</p> - -<p> -La sola creazione intrinseca del genio di Verdi -seppe compire il prodigio. -</p> - -<p> -Il pubblico, nella grande commozione del successo -rimasto memorabile, ebbe la visione di tutto -il decennio trascorso fra i dolori e le ansie; rivide -la figura del Maestro combattente per la Patria colle -armi dell'arte e della gloria; sentì risuonare ancora -quei canti popolari che avevano sollevato d'esultanza -ogni petto: comprese che la luce, appena intravveduta -sull'orizzonte dei sogni, annunziava la -vera aurora del sole della libertà. La musica di -Verdi parlò ancora una volta al cuore ardente e -generoso del popolo d'Italia. -</p> - -<p> -Ed il popolo d'Italia intese quella voce; e l'intese -sinceramente e grandemente nella pura espressione -del suo linguaggio sublime. -</p> - -<p> -Nessun concorso di elementi estranei in quella -musica appassionata ed affascinante. -</p> - -<p> -Il solo genio creatore di Verdi, ritraendo mirabilmente -gl'impulsi del suo cuore, fece scattare il -pubblico in una esplosione spontanea d'entusiasmo. -Ed anche allora mille voci commosse ed esultanti -gridarono insieme: <i>Viva Verdi!</i> Ma non era più -soltanto il grido di plauso all'autore fortunato e -prediletto; non era più la semplice acclamazione all'opera -stupenda; non era più la sola esaltazione -dell'arte nostra: era il grido del popolo chiamato -alla riscossa; era il saluto solenne e vigoroso al -<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span> -precursore della redenzione nazionale; era l'inno -vittorioso della folla risvegliata dalla grande luce -della libertà! -</p> - -<p> -«<i>Viva Verdi!</i>» Fu il grido che partì da Roma -il 17 febbraio del '59 e che si ripercosse in tutte le -parti dell'Italia, ingigantito dall'eco. -</p> - -<p> -Ed a quel grido immenso che erompeva dai -petti animosi di tutti gli italiani, fu compiuta la -unità della Patria. <i>Viva V. E. R. D. I.! Viva -Vittorio Emanuele Re d'Italia!</i> -</p> - -<p> -Che sia benedetto il fato! -</p> - -<p> -Ma le glorie di Verdi, in quel periodo epico -della vita italiana, furono molte al di fuori delle -tre che ho tentato di illustrare. Dal 1849 al 1859 -Verdi scrisse dieci opere, compreso l'<i>Aroldo</i>, che -non è che lo <i>Stiffelio</i> riformato su nuovo libretto. -E nelle dieci opere figurano quei quattro capolavori -ormai consacrati alla storia immortale dell'arte dall'entusiasmo -popolare di tutto il mondo: <i>Rigoletto</i>, -<i>Trovatore</i>, <i>Traviata</i> e <i>Ballo in Maschera</i>. -</p> - -<p> -Nessuna musica al mondo più di quella di Verdi -ha mai destato interesse e passione negli animi; -e specialmente parlando delle quattro opere famose. -</p> - -<p> -Ci sarebbe da scrivere interi volumi, se si volessero -raccogliere tutti gli episodii di esagerato entusiasmo -provocato dalla musica di Verdi; e si -potrebbe cominciare dall'aneddoto di quell'ufficiale -che, assistendo da un palco di quint'ordine ad -<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span> -una rappresentazione della <i>Battaglia di Legnano</i>, -fu invaso da tale strano fanatismo che, urlando -come un ossesso, gettò in platea e sul palcoscenico, -sciabola, spalline, cappotto e tutte le seggiole -del suo palchetto; e stava per buttarsi lui -stesso di sotto, quando fu agguantato miracolosamente -e fu portato fuori del teatro. -</p> - -<p> -Si disse, allora, che l'ufficiale era briaco; ma -io non ci ho mai creduto. -</p> - -<p> -Parecchi anni fa ero a Firenze; ed una notte, -quando tornavo all'albergo, m'imbattei in una comitiva -di cinque o sei giovanotti, che si erano fermati -in mezzo alla strada e discutevano animatamente -ed a gran voce. Sentii subito che parlavano -di musica; e mi fermai cercando di afferrare il senso -della loro discussione. Ma i giovanotti si mossero -per fermarsi di nuovo dopo una trentina di passi: -e rinnovarono questa manovra parecchie volte, ad -intervalli che mi parvero perfettamente uguali. Io -seguivo costantemente tutte le mosse della comitiva, -rimanendo sempre ad una discreta distanza, che mi -permetteva di non perdere una sillaba della vivace -conversazione. -</p> - -<p> -La disputa era accesa fra due soli della compagnia, -e si dibatteva intorno alle opere di Verdi. -L'uno dei due sosteneva a spada tratta il <i>Rigoletto</i> -come l'opera più perfetta della produzione verdiana; -mentre l'altro urlava che il <i>Trovatore</i> poteva -<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span> -comprare tutte le opere di questo mondo, -messe insieme. -</p> - -<p> -Il resto della comitiva non prendeva parte alla -discussione, ma ascoltava attentamente e con grande -interesse. -</p> - -<p> -Io, dapprima, cominciai per divertirmi a quella -scena nuova e caratteristica: ma poi, a poco a poco, -involontariamente mi sentii afferrato anch'io dall'interesse -della disputa e dalla foga dei due contendenti; -ed anche, se vogliamo, dalla logica delle -ragioni addotte per convincersi l'un l'altro da -quegli scatenati, che avevano perduto il sangue -freddo prima del senso comune. (Cosa che non accade -tutti i giorni!) -</p> - -<p> -Altro che la convinzione del critico! Altro che -l'eloquenza del conferenziere! Non sentirò mai, in -vita mia, una cosa simile. -</p> - -<p> -Oramai il mio spirito era interamente conquistato. -Dimenticai le ore piccine, non badai al frescolino -pungente della notte, non pensai più al -povero portinaio dell'albergo che mi aspettava; e -rimasi ad ascoltare avidamente. -</p> - -<p> -La disputa, intanto, si accalorava sempre più; -e, ad un certo punto, entrò in una fase impreveduta -e singolarissima. I due giovanotti, non potendo -convincersi a vicenda a furia di parole, cominciarono -a cantare a squarciagola i pezzi più salienti -dell'opera rispettivamente preferita. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span> -</p> - -<p> -(Si concessero la prova di fatto, direbbe un -pretore). -</p> - -<p> -Non scorderò mai l'effetto di quel duello in musica. -Peccato che non si possa ridire! -</p> - -<p> -Gridava l'uno: «Ma dove mi vuoi trovare una -melodia più toccante di <i>tutte le feste al tempio</i>?» E -si metteva a cantare il motivo. E l'altro subito replicava: -«E dove metti <i>ai nostri monti ritorneremo</i>?» -E giù, a cantare anche lui. Ed il primo -a riprendere: «Tu parli della popolarità del <i>Trovatore</i>, -come se nel <i>Rigoletto</i> non ci fosse, <i>la donna -è mobile</i>.» -</p> - -<p> -E l'altro: «La vorresti forse mettere al confronto -del <i>di quella pira</i>?» -</p> - -<p> -E le due voci s'inalzavano accanite nell'aria -fredda della notte, volendosi ormai fare ragione -colla forza. -</p> - -<p> -Dal gruppo della comitiva, ad un tratto, si allontanò -per poco uno dei giovanotti che circondavano -i due inferociti rivali: era senza dubbio un -dissidente, perchè sentii che cantava a mezza voce -l'<i>eri tu che macchiavi</i>. -</p> - -<p> -Ma gli urli dei due eroi della questione si erano -già resi insopportabili. Io non capivo più nulla: -era una scena infernale, un vero finimondo! Sentivo -sbraitare i <i>Cortigiani vil razza dannata</i>! per -tener testa a <i>quell'infame l'amore ha venduto</i>; e -stentavo a riconoscere la <i>bella figlia dell'amore</i> -<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span> -confusa e imbrogliata coll'<i>Ah, sì! ben mio coll'essere!</i> -a tale altezza di tonalità da far venire le vertigini. -</p> - -<p> -La scena non poteva durare più a lungo. Ed -infatti i contendenti vennero presto alle mani; ed -alle <i>cavatine</i> e ai <i>si bemolli</i> fecero succedere una -vera grandine di schiaffi e di pugni. Gli amici durarono -non poca fatica a dividere i focosi pugillatori; -e per calmarli del tutto ci volle la voce del -saggio della Compagnia che li ammonì con poche -parole che, a quell'ora ed in quel luogo, mi parvero -una profezia: «Cosa andate a guastarvi il -sangue col <i>Rigoletto</i> e il <i>Trovatore</i>, quando, come -niente, domani Verdi viene fuori con un'opera -nuova che si mangia in insalata tutte quelle che -esistono?!» -</p> - -<p> -Nessuno parlò più; e la comitiva si allontanò -lentamente nella notte silenziosa. -</p> - -<p> -Ancora attonito per la scena nuovissima a cui -avevo assistito, seguii collo sguardo quei bravi giovanotti -che si dileguavano nel buio della strada; e -posso assicurare che nessuno di loro era briaco.... -neppure il dissidente. -</p> - -<p> -Ebbene: io sono convinto che, oggi, soltanto -dopo un simile spettacolo si può avere un'idea dell'impressione -che quella musica di Verdi destava -nel pubblico ai suoi tempi. Come si può comprendere -oggi il primo entusiasmo della <i>Battaglia di -<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span> -Legnano</i> e l'estrema commozione del <i>Ballo in -Maschera</i>? -</p> - -<p> -Oggi si vuol far credere che l'arte non è più -popolare; e si parla di arte aristocratica, di arte -coi guanti.... Coi guanti sì! Ma guanti di lana e ben -grossi, perchè oggi l'arte è diventata fredda! -</p> - -<p> -Nei teatri d'oggi si attaccano ai muri delle striscie -di carta colla scritta: <i>Si prega di non applaudire -durante gli atti.</i> Come se l'applauso fosse una -volontaria manifestazione di cortesia. -</p> - -<p> -Avrei voluto vedere il resultato pratico di quegli -avvisi alla prima rappresentazione del <i>Rigoletto</i>! -</p> - -<p> -Io intanto ho già ritirato dallo stampatore i -cartellini che farò affiggere in teatro la sera della -prima rappresentazione della mia nuova opera, e -che portano la scritta: <i>Si prega di non fischiare -durante gli atti.</i> -</p> - -<p> -E non potrò essere modesto neppure allora, -perchè sarò semplicemente sincero. -</p> - -<p> -Voglio sperare che nessuna persona dell'uditorio -così gentile si maraviglierà del fatto che nella -mia conferenza io non abbia nemmeno accennato -ad un tentativo di analisi delle opere di Verdi; ed -anzi credo fermamente che tutti avrebbero deplorato -un simile proposito da parte mia. -</p> - -<p> -La musica di Verdi è troppo superiore a qualunque -analisi, perchè tutta insieme sa troppo bene -parlare alle fibre del nostro cuore. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span> -</p> - -<p> -È musica fatta di genio e di intimo sentimento. -</p> - -<p> -Ma, anche volendolo, che cosa avrei potuto dire -di Verdi, che non fosse già noto a tutti gli ascoltatori? -</p> - -<p> -Si voleva conoscere, forse, il mio giudizio sulle -sue opere? -</p> - -<p> -E che cosa vale il mio giudizio più di quello di -qualunque altra persona?... Domandatelo, dunque, -ad altri; domandatelo a voi stessi. Il giudizio su -Verdi sarà sempre uguale presso tutte le genti che -hanno un po' di cuore nel petto. -</p> - -<p> -Si voleva forse che io analizzassi la produzione -di Verdi dal lato della struttura, della costruzione, -della matematica? -</p> - -<p> -A parte l'irriverenza imperdonabile che avrei -commesso, sarei stato nel caso di dire solamente -che Verdi, fino dalle prime sue opere, fu sempre -artefice sommo. -</p> - -<p> -E tutti avrebbero riso della mia grande scoperta... -e della mia grande ingenuità. -</p> - -<p> -E allora? -</p> - -<p> -Forse si aspettava da me una conferenza a -base di aneddoti? -</p> - -<p> -Ma, Dio mio, degli aneddoti della vita di Verdi -sono stati empiti giornali, opuscoli e libri interi. -Ed io non mi sarei mai sentito il coraggio d'inventarne -di nuovi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span> -</p> - -<p> -O mi si chiedeva un saggio di polemica coi -detrattori del genio di Verdi?... Ma dove avrei -potuto scavare i detrattori?... L'arte di Verdi non -può avere che ammiratori. -</p> - -<p> -Non si tiri in ballo la critica d'un tempo crudamente -ostile alle opere del Maestro; o la si porti -ad esempio magnifico di avversari leali, accaniti -nel giudicare l'opera del genio alla stregua delle -cifre e dei sistemi; e vinti, alla fine, quando dalla -loro mente cocciuta la potenza di quella musica -potè scendere nel loro cuore. -</p> - -<p> -L'arte di Verdi non ha che ammiratori, come -il suo nome e la persona sua raccolgono l'affetto e -la reverenza di tre generazioni sparse su tutto il -mondo civile, dai nonni ai nepoti, dai ricchi ai -poveri, dai regnanti ai plebei. -</p> - -<p> -Io, qui, non ho voluto che tratteggiare la figura -di Verdi in quel periodo della vita italiana -che fu così denso di gioie e di dolori, di speranze -e di delusioni; ed ho voluto dimostrare quanto -spontanea e grande fu l'influenza della sua musica -su tutti gli avvenimenti di quegli anni di -trepidazione, dalle prime aspirazioni all'ultimo -trionfo. -</p> - -<p> -Perciò mi sono fermato sopra tre punti, che ho -stimato capitali in riguardo alle opere di Verdi -ed anche rispetto al periodo storico. -</p> - -<p> -Non ho parlato delle altre opere comprese -<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span> -nel periodo, perchè esse, da sè sole, parlano tanto -eloquentemente ai nostri cuori. -</p> - -<p> -Però, se vi accade d'incontrare in qualche libro -alcuna allusione alla lotta del melodramma fra -l'Italia e la Germania, pensate subito che Verdi -da più di sessant'anni combatte sul teatro italiano, -regalando alla patria allori innumeri di -gloria e trofei superbi di vittoria; e pensate che -nessuna arme dei trofei, nessuna foglia degli allori -sarà giammai toccata, fino a quando l'opera -di Verdi vivrà nei cuori degli italiani, e fino a -quando nel nome di Verdi le nuove generazioni -continueranno la marcia trionfale per la strada -maestosa tracciata dal genio dell'Italia. -</p> - -<p> -E se vi viene fatto di leggere in qualche altro -libro che certa musica di Verdi è barocca, ordinaria, -forse triviale, pensate semplicemente che a -chi giudica in modo simile manca del tutto ogni -cognizione morale del sentimento del popolo ed -ogni fibra di patriottismo. -</p> - -<p> -E ancora: se trovate chi scrive che Verdi non -è un vero genio originale e creatore, ma è un -grande assimilatore del suo talento alla corrente -delle varie epoche vissute; pensate che il critico si -è alzato tardi ed ha trovato Verdi già in piedi. -Pensate che dal pregio più raro si è voluto trarre -fuori il difetto più volgare. -</p> - -<p> -Per certa gente corta di vista, ed alla quale -<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span> -restano eternamente occulte le lontananze ardite, -tanto nello spazio del passato come in quello dell'avvenire, -la musica di Verdi segue i tempi; e -certa gente non sa e non potrà mai sapere quale -invece sia stato lo sviluppo dato al dramma lirico -italiano da tutta la grande produzione di Verdi, -seminata con germe fecondo per tutto il lungo cammino -di oltre sessant'anni. E crede di potere giudicare -tutta quella immensa produzione riunendola -oggi in un solo fascio e mettendola sotto una sola -luce. -</p> - -<p> -No! per giudicarla, bisogna distenderla di nuovo -lungo tutta la strada maestra, sulla quale ha lasciato -i segni miliari nel suo passaggio glorioso. -</p> - -<p> -Abbiamo già veduto se l'arte di Verdi seguiva -i tempi nel 1849, nel 1855 e nel 1859. E -li seguiva, forse prima coi <i>Lombardi</i> e coll'<i>Ernani</i>? -E li seguiva col <i>Rigoletto</i> e colla <i>Traviata</i>? -E li seguiva poi coll'<i>Aida</i>, coll'<i>Otello</i>, col <i>Falstaff</i>?... -</p> - -<p> -L'arte di Verdi ha potuto, per una benedetta -eccezione della natura, esplicarsi in uno spazio di -tempo grandissimo; e, attraverso al rinnovellamento -delle generazioni e dei governi, ha potuto, -gradatamente e continuamente battere il passo alla -imponente evoluzione musicale del secolo decimonono, -tracciando quella strada superba dalla quale -l'arte nazionale non dovrebbe mai allontanarsi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span> -</p> - -<p> -Verdi è stato l'assiduo precursore d'ogni progresso, -d'ogni conquista del melodramma italiano, -come fu il precursore vittorioso della redenzione -della Patria. -</p> - -<p> -E voglia il cielo che Verdi sia ancora il precursore -invocato, che ci additi i nuovi ideali da -conquistare nel secolo nuovo! -</p> - -<p> -È il migliore augurio per l'arte e per l'Italia. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span> -</p> - -<h2 id="studi">IL RISVEGLIO DEGLI STUDI -<span class="smaller">DELL'ANTICHITÀ CLASSICA.</span></h2> - -<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br /> -<span class="x-small">DI</span><br /> -<span class="large g noserif">GIROLAMO VITELLI</span>.</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span> -</p> - -<p class="pad2 indl"> -<i>Signore e Signori,</i> -</p> - -<p class="pad2"> -Non è mio costume eludere con sottili accorgimenti -le difficoltà di quel che imprendo a fare, -ovvero liberarmi con disinvoltura dalle responsabilità -che mi toccano; e se veramente fossi responsabile -della conferenza, che vi toccherà udire, saprei -anche addossarmi la responsabilità che me ne verrebbe, -e chiedere umilmente perdono di avervi -ingannato con un titolo pomposo e di disilludervi -ora con un discorso, a dir poco, troppo modesto; -ma la mia generosità non arriva a tanto da rispondere -di colpe così gravi, quando non sono -colpe mie. Sarò generoso soltanto in questo, che -non vi mostrerò a dito il colpevole, quantunque -io lo veda sorridere maliziosamente fra i miei gentili -ascoltatori. -</p> - -<p> -Lo conferenze a cui avete assistito finora, e -quelle che ascolterete in questa sala in quest'anno, -<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span> -tutte più meno si sono contenute e si conterranno -nel limite cronologico del periodo eroico del -nostro risorgimento nazionale, suppergiù dal 1848 -al 1860. Ora, che cosa dovrei io dirvi del risveglio -degli studi classici in così ristretto periodo di tempo, -quando ai nostri migliori ben altre cure incombevano -che non fossero quelle di interpretare -Cicerone od Omero? Dovrei forse ricordarvi e -spiegarvi quanta ragione avessero i nostri giovani -di lasciare in seconda e terza linea gli studi che -immediatamente non avrebbero per nulla giovato -alla indipendenza, alla libertà, all'unità della patria -nostra? Dovrei dirvi, in somma, che risveglio di -studi classici non vi fu allora, nè vi poteva essere, -nè vi doveva essere; o forse dovrei mettermi alla -faticosa ricerca di quei quattro o cinque solitari illustri -che, pure accompagnando col pensiero e coi -voti l'èra nuova, ingannavano le ansie delle aspettazioni, -investigando alla «fioca lucerna» d'una -modesta stanza di lavoro le costituzioni, la lingua, -la civiltà dei nostri padri antichi? Altri da codesto -vivo contrasto di operosità politica e di studi tranquilli -saprebbe trarre eloquentemente partito, lo -riuscirei soltanto a dimostrarvi quello che già sapete, -che una rondine non fa primavera, che un illustre -epigrafista, un valoroso interprete di Tucidide, un -geniale investigatore di memorie antiche può lasciare -orme indelebili del suo ingegno e della sua dottrina -<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span> -nella storia della scienza, ma non per questo -la nazione a cui egli appartiene e il popolo in -cui egli vive possono e debbono esser considerati -come coefficenti e fattori di progresso scientifico. Voi -non ignorate qual tesoro di dottrina e di genialità filologica -possedesse il poeta dell'Ultimo canto di Saffo -e della Ginestra; sapete anche però che non soltanto -nel «natìo borgo selvaggio,» ma neppur -nei grandi centri di cultura italiana quell'ingegno -e quel sapere trovarono eco. Fu miracolo che -alcuni dei nostri migliori, e sia gloria a Pietro -Giordani, se ne accorgessero; e vi fu bisogno -che dotti stranieri rivelassero all'Italia Leopardi -filologo. Sempre nella prima metà di questo secolo -che muore, e che alcuni a dispetto di ogni -aritmetica hanno già seppellito, un miracolo di -dottrina epigrafica e storica, Bartolommeo Borghesi, -era noto ai suoi concittadini come colui -che religiosamente ascoltava la messa tutte le feste -comandate; ma essi non sapevano che il suo -libro di devozione erano gli Annali di Tacito! Conoscemmo -il Borghesi in tutta la sua grandezza, -quando Teodoro Mommsen lo proclamò suo maestro, -e Napoleone III ne ordinò a spese della -Francia la ripubblicazione delle opere preziose. -</p> - -<p> -Ma io corro pericolo che alcuno di Voi mi -creda calunniatore del mio paese. Tante e tante -volte da persone, o per merito proprio o per dignità -<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span> -raggiunta autorevoli, Voi sentiste dire invece -che negli ultimi quarant'anni di vita italiana, -era venuta ad affievolirsi miseramente -quella scienza e cultura classica che era stata -vanto dei padri e degli avi nostri. Non io -vorrò ridurre tutte queste affermazioni a vane -querimonie di venerandi vegliardi, cui l'età rende -inesorabili <i>laudatores</i> del passato. Vi dirò, invece, -che c'è qualche cosa di vero in questo -lamento, in questo confronto non vantaggioso per -l'età nostra, in questo biasimo severo contro la -superficialità moderna; ma perchè si possa riconoscere -nei giusti limiti questa parte di vero e -convincersi nonostante che, se di risveglio di -studî classici dovremo parlare, ci converrà appunto -cercarne le tracce in questi ultimi decennii, -è indispensabile premettere alcune considerazioni -generiche un tantino noiose, che ci rendano -possibile distinguere tendenze e fatti che generalmente -si sogliono confondere. -</p> - -<p> -La storia dell'antichità romana è storia della -patria nostra, storia dei nostri diretti progenitori; -e poichè questi nostri antenati, orgogliosi e fieri -conquistatori e reggitori del mondo, non disdegnarono -assimilarsi la cultura, la scienza, la poesia -del popolo ellenico, creatore di quella civiltà -che sarà poi detta europea, anche la storia dell'antichità -greca vi si connette indissolubilmente. -<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span> -Non è meraviglia perciò che, diradate appena le -tenebre più o meno dense della barbarie medioevale, -appunto in Italia cominciasse e splendidamente -cominciasse l'ammirazione per la forma e la sostanza -della civiltà antica, il desiderio ardente che in -quelle forme brillasse anche una volta il genio -della nostra razza. Firenze fu il cuore d'Italia in -tutto quello splendido periodo di operosa ammirazione -ed imitazione dell'antichità. Ai poeti, -agli artisti, agli uomini di Stato, agli eruditi, -ai banchieri, ai mercanti fiorentini, mette capo -in massima parte quel complesso mirabile di -fatti, di aspirazioni, di vita nuova, che sogliamo -chiamare «rinascimento». -</p> - -<p> -Può darsi, è certo anzi, che un così grandioso -movimento fosse utopista nelle sue ultime tendenze -finali; altrettanto certo è che in quella eccitazione -di spiriti, come indubbiamente ebbe a soffrire la -compagine morale del nostro carattere, così si ritemprò -mirabilmente il nostro carattere artistico, e -fummo per secoli i primi artisti del mondo. Ma -io non ho nè volontà nè scienza per trattare, e -tanto meno per risolvere problemi storici di tal -natura. Ho voluto semplicemente indicare quanto -natural cosa fosse che in Italia gli studi della antichità -classica avessero in origine scopi e tendenze -di ritorno anacronistico alla civiltà, alla lingua, -alla letteratura, alla vita dei Greci e dei Romani. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span> -</p> - -<p> -Basterà, del resto, dare uno sguardo, sia pure -fugace, a quello che in fatto di lingua e di letteratura -avviene in Grecia sotto i nostri occhi. I discendenti -di Temistocle e di Aristide, ridonati dopo -lunga servitù a libera vita, vogliono attestare colla -lingua e colle lettere la loro discendenza; e noi assistiamo -attoniti ad un tentativo, che non possiamo -dir sano, di sopprimere una lingua viva e vivace, -che ha la sua ragione di essere nella storia dieci -volte secolare del popolo che la parla, per sostituirvi -artificialmente la lingua di Demostene e di Senofonte, -parole, forme e costrutti morti e seppelliti da -migliaia di anni. Ebbene, in altri tempi noi abbiamo -accarezzata una utopia analoga, in forma, -se si vuole, senza confronto più grandiosa, più artistica, -più bella; ma per diversità che ci fossero -nel resto, il motivo psicologico non differiva gran -fatto. Oggi questa tendenza anacronistica della -riproduzione artificiale della vita antica è, altrettanto -naturalmente, scomparsa quasi del tutto. Innocui -esempi, e solo nel campo delle lettere, rimangono -le epigrafi latine, i versi greci e latini; -questi noi ammiriamo soltanto come attestazione -di versatilità d'ingegno, di amoroso studio dei capolavori -classici, di squisitezza di gusto, ma nè -autori ne ammiratoli pensano o sognano che si -arricchisca così il tesoro della nostra lingua, della -letteratura nostra. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span> -</p> - -<p> -Ora, si pensi quello che si voglia del valore -oggettivo della evoluzione umanistica dal trecento -al cinquecento, rimarrà in ogni modo gloria imperitura -dell'Italia l'aver conservato, trasmesso, -arricchito, raccomandato ai posteri il patrimonio -intellettuale ed artistico dell'antichità classica, patrimonio -che è diventato il fondamento più saldo, -direi quasi la chiave di vôlta del grandioso edifizio -a cui diamo il nome di civiltà moderna. -</p> - -<p> -Ma sarebbe anche falso affermare che l'umanesimo -italiano non si liberasse e non sapesse liberarsi -dal concetto in apparenza grandioso, e in -realtà meschinamente unilaterale, della riproduzione -artificiale; poichè dall'Italia stessa partì -anche il doppio e fecondo concetto dell'antichità -classica come vivificatrice delle nostre lettere, della -nostra arte, del nostro vivere civile, e dell'antichità -classica come argomento di studio indipendente da -ogni determinata tendenza pratica, di studio a sè -e per sè, di studio seriamente e scientificamente -oggettivo. Dato e non concesso che altri possa non -rilevare queste benemerenze dell'Italia nostra, non -posso nè debbo non rilevarle io: io ospite grato, e -speriamo anche non sgradito, di questa Firenze -dove fino dal XVI secolo si ebbe fiorentissima -una scuola di filologia classica, maestro sommo e -venerato Pier Vettori. -</p> - -<p> -Per venticinque anni dalla cattedra, nelle conversazioni, -<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span> -nei privati colloqui ho esortato, sarei -per dire con fervore apostolico, i giovani fiorentini -a scrivere, dopo pazienti ricerche, un libro geniale -che riportasse dinanzi al nostro pensiero viva -l'immagine di quell'uomo, di quella scuola, di quei -giovani ammiratori non meno della vita integerrima -del maestro, che della scienza di lui; un -libro geniale che dimostrasse, anche a quelli di noi -che non vogliono intenderlo, come in tanto rinnovamento -di scienza e di metodi la filologia -del nostro tempo è pur sempre quella del celebrato -fiorentino; un libro geniale, insomma, che -sfatasse una buona volta la vieta leggenda, per -cui continuatori dell'opera dei nostri grandi eruditi -pretesero, e forse pretendono ancora, chiamarsi -i rètori inverniciati di frasi greche e latine, -gli arcadi della filologia che fecero sparire il nome -italiano dal libro d'oro della scienza dell'antichità -classica. Mi duole confessarlo, ma il mio fervido -apostolato non ha avuto efficacia se non sulla -tranquilla fantasia di un giovane tedesco di Francoforte, -che, se non altro, ha raccolto e pubblicato -utili materiali di studio sul nostro grande -filologo. Non dirò già che ai giovani fiorentini -non garbasse scrivere un libro geniale; dirò piuttosto -che hanno sdegnato le lunghe, difficili e pazienti -ricerche, senza le quali i libri geniali non -si scrivono. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span> -</p> - -<p> -In Italia, dunque, si ebbe abbastanza presto -l'intuizione sicura dell'importanza grandissima degli -studî classici, sia come sano e nutritivo elemento -dello spirito moderno nella letteratura e -nell'arte, nella politica e nella scienza, sia come -oggettiva e serena investigazione storica. Porterei -vasi a Samo e nottole ad Atene, se credessi necessario -dichiarare con esempi la mia affermazione -rispetto all'indirizzo che dirò imitativo del -classicismo italiano, sebbene la parola imitazione -non risponda adeguatamente al concetto. Tutta la -nostra letteratura, per non dire altro, ebbe vital nutrimento -dell'antichità classica; e se i meno dotati -d'ingegno riuscirono spesso gretti imitatori, il genio -dei nostri grandi seppe anche derivare dalle -fonti classiche, forme d'arte meravigliosamente originali -nella grandiosità della composizione, nella -plasticità delle immagini, nel colorito smagliante -della elocuzione e dello stile. A porre in luce meridiana -questo benefico influsso del genio antico -sulla poesia e sulla letteratura nostra, molto prima -che cominciasse l'affannosa e febbrile investigazione -delle memorie classiche, provvide il poeta -fiorentino che è gloria del mondo, il poeta di cui -aumenta la gloria quanto maggiore è la cura con -cui si rintracciano le fonti classiche, non del «bello -stile» soltanto «che gli ha fatto onore», ma di -ogni sua più mirabile concezione poetica. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span> -</p> - -<p> -E se a qualche cosa, Signore e Signori, la storia -vale, essa dovrà valere indubbiamente a farvi -diffidare di una certa moderna dialettica che si -affatica a dimostrare spezzato ogni legame tra lo -spirito dei tempi nuovi e la vita antica. Manca a -me ingegno e dottrina per sottoporre a serio esame -questi aforismi modernissimi nel campo della -scienza, della morale, della religione. Ma quale -è, di grazia, quale è la forma moderna d'arte -che non abbia radice, e radice tuttora vegeta, -nella fantasia divina dei Greci? Quale è, di -grazia, il gran concetto giuridico moderno che -non sia vivace rampollo dell'albero maestoso -del giure romano? A qual mai progresso intellettuale -o morale la sete del sapere degli Elleni -e il senno pratico dei romani furono di ostacolo? -Non attribuiamo, per carità, gli errori, la gretteria, -la pedanteria di alcuni ammiratori dell'antichità -agli spiriti magni della antichità stessa, anzi -al genio riformatore di quei due popoli privilegiati. -Io auguro, dunque, al mio paese, che ancora -per lunga serie di secoli i suoi poeti e i suoi -dotti giureconsulti, gli scenziati e gli artisti nel -più lato senso della parola, ricorrano incessantemente -a ritemprarsi lena e vena nella scienza -e nell'arte antica, nella rigogliosa umanità antica; -e sappiano farlo non meno bene di quanti da barbari -in grazia di essa divennero civili, e la energia -<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span> -nativa correggendo su quei sacri modelli, divennero -essi stessi modello di operosità feconda a noi, -che beatamente ci adagiammo nella persuasione -che i nostri avi avessero già fatto abbastanza per -sè e per noi! -</p> - -<p> -Col nobile intento di richiamare gli italiani -alla cultura classica, ha da pochi anni vita in Firenze -una Società che tutte le persone colte -dovrebbero desiderare prospera, efficace, nè dovrebbe -il desiderio rimanere soltanto platonico. -Solo per opera di una grande società siffatta si -potrà sottrarre l'indirizzo della educazione e della -cultura italiana all'aura mutevole e capricciosa -delle assemblee politiche e dei gabinetti dei ministri. -E non soggiungo altro, poichè non può essere -oggi mio intendimento consumare il tempo, di cui -per cortesia vostra dispongo, in argomenti abbastanza -estranei a quello che debbo trattare: giacchè -io credo di dovervi parlare soprattutto della -scienza dell'antichità classica come disciplina a sè, -abbia o non abbia stretta attinenza colla cultura -generale italiana. Ma, sarebbe vano negarlo, anche -questa scienza in tanto può fiorire in qualsivoglia -nazione del mondo, in quanto tra quella nazione -è larga ed estesa la cultura generale donde la -scienza muove. Anche qui la storia viene in nostro -aiuto a farci toccare con mano che ogni grande -e vero progresso della scienza dell'antichità classica -<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span> -si è verificato appunto dove e quando la cultura -generale classica fu più estesa e più intensa; e viceversa -dovunque il classicismo non fu largamente -in onore come strumento di educazione, colà fu -anche meno abbondante e salutifero il frutto della -scienza. Nè questo soltanto c'insegna la storia. -Essa c'insegna inoltre che tale e tanta è la connessione -fra la civiltà, la cultura, la lingua, la scienza -greca e romana, che opera vana tenterebbero quelle -nazioni o quegl'individui i quali, dimentichi di -questa connessione intima, credessero di portare -un contributo largo ed importante alla investigazione -scientifica o storica di una parte sola dell'antichità -classica. Io non conosco nessun grande -latinista, italiano o straniero, dell'età nostra o -delle precedenti, che non sia o non fosse in grado -di trattare filologicamente i monumenti, gli scrittori, -le fonti elleniche; e non so neppure di alcun -grande ellenista digiuno di erudizione e di scienza -latina. So, è vero, di un valentuomo (non italiano!) -del nostro tempo, il quale, essendo egli profondo -latinista, non dubitò di affermare che latinisti a -preferenza erano stati i corifei della nostra scienza. -Ma l'affermazione è certamente falsa, perchè io -in coscienza non saprei dirvi davvero se, per esempio, -Pier Vettori e Riccardo Bentley fossero più -latinisti o grecisti, e perchè potrei addurre una -bella schiera di grandi grecisti che non dimostrarono -<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span> -egualmente al pubblico la loro scienza di -cose latine. Ma non mette conto di perdere del -tempo a dimostrar vana un'affermazione che evidentemente -ha origine dalla vanità del latinista -che la emise, e che era egli stesso, del resto, un grecista -valente. Pur troppo, come vedete, neppur la -filologia classica è preservativo efficace contro la -vanità. In confidenza, vi dirò persino che i filologi -classici sono spesso anche più intollerabilmente -vani degli altri. -</p> - -<p> -Sarebbe, pertanto, oltremodo facile dimostrare, -anche teoricamente, quanto impossibil cosa sia tener -distinto il lavoro scientifico nell'un campo, greco o -romano, dal lavoro scientifico nell'altro. Scienza ed -arte romana sono riflessi e svolgimenti di arte e -scienza greca: pretendere di capir quella senza capir -questa varrebbe presso a poco quanto illudersi d'intendere -l'umanesimo del rinascimento senza conoscere -quell'antichità che l'umanesimo consapevole -o inconsapevole cercava di riprodurre. Si potrebbe -forse comprendere adeguatamente la produzione -intellettuale dei Greci, in quanto essa è in massima -parte indipendente da influssi forestieri, e ad ogni -modo procede per vie affatto sue anche quando -dal di fuori trae l'origine; si potrebbe forse comprenderla -adeguatamente, se completa e in tutte le -sue manifestazioni essa ci fosse giunta. Invece c'è -giunta in frammenti, grandiosi frammenti se volete, -<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span> -ma frammenti, spesso da rintracciare in -fonti romane. Sopprimete tutto quello che dei -Greci sappiamo e possiamo investigare a traverso -i riflessi, le imitazioni e le ricerche romane, -e vi accorgerete subito che quella meravigliosa -statua mutila, simbolo dell'antichità ellenica, voi -avrete più barbaramente mutilata. -</p> - -<p> -Ma poichè nè io nè Voi siamo vandali, -possiamo e dobbiamo augurarci che da tale vandalismo -l'Italia nostra sia risparmiata; nè è vano -l'augurio, perchè in realtà anche gli stolti, dei -quali, come dice il poeta, infinita è la schiera, non -si farebbero mai tra noi paladini esclusivi di studî -greci. Il pericolo è piuttosto nell'altrettanto assurda -persuasione della possibilità di un classicismo italiano -fecondo e operoso, a base esclusiva di latinità -e di romanità. Ho detto persuasione, ma tale -io non credo che sia: è piuttosto la solita tendenza -a blandire le turbe infinite che vogliono bensì -penetrare nell'aristocratica ròcca del classicismo, -ma naturalmente vogliono anche che sia più alla -portata degli inetti questo titolo di nobiltà. Ebbene, -noi non abbiamo bisogno di sperimentare -questo classicismo che è stato detto «a scartamento -ridotto»; lo abbiamo già sperimentato per -secoli. Poco fa io rammentava con entusiastica -ammirazione Pier Vettori e la sua scuola, ma è -doloroso dovere aggiungere che, estinto quell'uomo -<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span> -e quella scuola, lo studio dell'antichità classica in -Italia si aggirò fatalmente in un àmbito sempre -più ristretto. Scienza e conoscenza di lingua e di -cose greche andò a mano a mano scomparendo; antiquaria -romana e retorico umanesimo latino furono -sino all'età nostra unico residuo di un movimento -scientifico iniziato animosamente, e coronato -nel suo inizio da splendido successo. Voi -sapete ormai che non voglio nient'affatto parlarvi -di persone. Non mi opporrete perciò quella -mezza dozzina, e sia pure una dozzina, di valentuomini -che dal seicento ad oggi lavorarono felicemente -nel campo greco. Non vi abbiate a male -se vi dico che li conosco anch'io come li conoscete -Voi; ma essi sono quasi addirittura estranei -al movimento scientifico del nostro paese, nè fu -merito dell'Italia se il resultato delle loro dotte -ricerche entrò a far parte del patrimonio della -scienza. -</p> - -<p> -L'esperienza dunque noi la abbiamo fatta, e -ci rimane il rimorso di averla fatta durare troppo a -lungo. Quali resultati se ne siano avuti, lo sappiamo. -Neppure nella scienza antica latina, l'Italia, -per tre secoli, ha rappresentato quella parte a cui -la nativa prontezza di ingegno, la conformità grande -di sentimento e di attitudini con la vita civile degli -antichi, la tradizione infine e la storia la avrebbero -chiamata. Col nome di dottrina classica battezzammo -<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span> -una vuota declamazione retorica, demmo -nome di storia a compilazioni di aneddoti, a frasi -reboanti demmo nome di eloquenza, alle curiosità -demmo il nome di erudizione. -</p> - -<p> -Volle fortuna che il nostro classico suolo rimettesse -incessantemente in luce monumenti, opere -d'arte antica, che richiamarono alcuni nostri studiosi -a un indirizzo positivo di investigazioni e -ricerche; e avemmo così epigrafisti e antiquari di -molto maggior valore che per le condizioni delle -altre discipline filologiche avremmo avuto diritto -di aspettarci. Le cose sono mutate in meglio appunto -nella seconda metà del nostro secolo, vale a -dire dacchè gli studi classici greci sono tornati in -onore, dacchè le lingue e le lettere greche non sono -più misterioso patrimonio di pochissimi, dacchè ogni -persona colta non dirò che legga Sofocle e Omero, -ma almeno ha acquistato la convinzione che leggerli -e intenderli non è curiosità oziosa di gente -oziosa. Non sono per verità tanto ingenuo da -attribuire così meravigliosa efficacia alle declinazioni -e alle coniugazioni greche che i nostri ragazzi -imparano nelle scuole. Ma non si tratta già -ora di farvi vedere quanto di più e di meglio sarebbe -possibile nelle scuole; si tratta di riconoscere -un fatto innegabile. Noi italiani di punto in -bianco abbiamo, dopo lungo abbandono, riconosciuto -di nuovo il genio classico greco come -<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span> -elemento indispensabile di alta cultura generale, -abbiamo modificato le scuole in questo senso, e secondo -questo concetto, abbiamo improvvisato dei -maestri che questo concetto attuassero, e in poche -diecine di anni ci siamo messi anche in grado di -lavorare, di contribuire modestamente, e sia pure -modestissimamente, alla scienza della antichità classica. -Non ignoro quali e quanti siano gli altri -coefficienti di questi risultati, la ridestata coscienza -nazionale, l'indirizzo serio e positivo degli studî -affini, la scomparsa di quel vano orgoglio che ci -faceva ignorare e disprezzare dottrine e scienze -forestiere; ma questo vuol dire soltanto che per le -progredite condizioni intellettuali del paese ci siamo -finalmente avvisti che anche la nostra cultura -classica era difettosa, e ci siamo studiati di farla -completa con l'ellenismo, e l'ellenismo le ha dato -quel vigore e consistenza scientifica che aveva per -secoli miseramente perduta. -</p> - -<p> -Difficile è fare la cronaca esatta di questa trasformazione, -promossa da spiriti illuminati anche -prima della metà del secolo, ma sorretta solo più -tardi, e non sempre quanto sarebbe stato opportuno, -dalla sapienza dei governanti. Anche prima -del fatale anno 1848 la Toscana aveva in Pisa una -istituzione benefica, i cui benefizi possono oggi dal -punto di vista odierno apprezzare poco quegli egregi -che, ricchi di entusiasmo e di ingegno, non vi trovarono -<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span> -prima del '59 la larga educazione scientifica -di cui erano avidi: e noi, venuti un po' più tardi, -ma non troppo più tardi, sappiamo quanta ragione -avessero essi di dolersi che il tempo della loro -balda gioventù andasse consumato miserevolmente -a scuola di inetti o poco meno che inetti: ma è -pur vero che da quella scuola, perfino in quegli -anni non felici, provennero molti di coloro che -senza confronto meglio di tanti altri poterono contribuire -utilmente alla trasformazione delle nostre -scuole e spianare la via a noi altri allora giovanetti, -che, compiuta la unità d'Italia, avemmo in essi i -nostri maestri, e non di greco soltanto. -</p> - -<p> -Nè perchè ho ricordato espressamente la Toscana, -vogliate supporre che io dimentichi la efficacia -della legislazione scolastica piemontese, estesa -con savio consiglio a tutta l'Italia: per essa avemmo -un ordinamento razionale di studî, imperfetto quanto -si vuole, ma di gran lunga più razionale e più largo -che non usasse nelle scuole multiformi del resto -d'Italia. E poichè della oppressione politica austriaca -dicemmo sempre e volentieri tutto quel male che -essa meritava, è anche giustizia riconoscere che -troppo più difficile sarebbe riuscito alla Italia nuova -rinnovare e integrare il classicismo vieto e monco -delle nostre scuole, se dalla Lombardia e dal Veneto -non ci fosse venuta una schiera di valentuomini, -cui la tirannia politica non aveva spento in -<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span> -cuore l'amor di patria e la scienza tedesca dall'Università -di Vienna aveva messi in grado di -sapere per quali vie e con quali mezzi tornerebbero -gl'Italiani alla vita scientifica, anche in quel ramo -di cultura che era sembrato per secoli più che altro -svago innocente degli spiriti, strumento semplicissimo -per darsi aria di letterati finamente colti, -infiorando di emistichii oraziani e virgiliani il discorso. -Resti ad altri l'ufficio gradito di celebrare, -come meritano, gli uomini che più direttamente -promossero con l'insegnamento e con -l'esempio gli studi italiani di antichità classica. -A noi, che in tanta parte della nostra vita pubblica -troviamo ragioni di sconforto, di scoramento, di -dolore, sia dato compiere l'ufficio ben più gradito, -di proclamare cioè che, se in complesso il -classicismo italiano è ancora meschinello rispetto -alla Europa civile, esso è grande rispetto alla vecchia -Italia di cinquant'anni fa; e senza ingratitudine -possiamo smentire, per questa parte almeno, -l'antico poeta: l'età dei padri nostri portò noi non -peggiori, ma migliori di essi — senza ingratitudine, -perchè è merito dei padri nostri aver create -quelle condizioni di vita civile che resero possibile -a noi di metterci sulla via abbandonata da -secoli e trionfalmente battuta da quei popoli -ai quali noi primi l'avevamo additata. Quale è -dunque l'augurio nostro per i nostri figli? Che essi -<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span> -continuino a smentire la sentenza pronunciata dal -poeta romano, emendino i nostri vizii, colmino -le enormi lacune del nostro sapere, siano liberi dai -pregiudizi che arrestarono noi a mezza via, facciano -dimenticare i nostri timidi tentativi, siano emuli degni -degli spiriti nobilissimi cui noi potemmo tener -dietro appena faticosamente e «longo intervallo;» -sia lecito ad essi non essere equanimi verso di noi, -sieno ingrati, ma sieno migliori di noi. All'esperienza -nostra, però, vogliano pure ricorrere per -amoroso consiglio. Sapremo dir loro quello che -non abbiamo saputo far noi; sapremo soprattutto -dimostrare i nostri difetti, sapremo porli in -grado di non sciupare l'ingegno per vie tortuose -o senza uscita, sapremo raccontare con la esperienza, -con la vivacità, e, spero, anche con la veridicità -del testimone oculare la storia dei nostri -studî in questi quarant'anni di vita italiana. -</p> - -<p> -Intanto, aspettando che i nostri figli e nipoti -vengano a chiederci questi consigli e ad ascoltare -questo atto di contrizione nostra e questa storia, io -mi confesserò sinceramente con voi — siamo -nella settimana di Penitenza: — e poichè mi è dato -evitare una incomoda confessione speciale dei peccati -miei, esclusivamente miei, e posso presentarvi -la confessione generica degli Italiani del mio tempo, -molto a buon mercato, come vedete, mi pongo in -regola col santo precetto, tanto più che, dopo -<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span> -tutto, la penitenza toccherà non a me, ma a Voi. -Se nella età che precedè immediatamente il nostro -risorgimento nazionale, l'Italia fosse rimasta -miseramente indietro soltanto in fatto di -studî classici, e nel resto avesse conservato importanza -notevole rispetto alle principali nazioni -civili, anche la scienza dell'antichità classica -avrebbe rapidamente ripreso sviluppo e vigore, -e rapidamente sarebbe passata dallo stadio recettivo -allo stadio produttivo; ma a noi mancavano -quasi totalmente i mezzi per iniziare un lavoro -scientifico, mancava la conoscenza più elementare -della letteratura dell'argomento: letteratura enorme, -frutto di trecento anni di studi assidui, di ostinate -ricerche di Francesi, Inglesi, Olandesi e Tedeschi, -soprattutto di Tedeschi, che, ultimi in ordine di tempo, -avevano ereditato e da un secolo tenevano lo scettro -della scienza della antichità classica, l'avevano -meravigliosamente promossa in ogni disciplina, ne -avevano disposte le parti, le avevano dato forma e -carattere di vera e propria scienza. Che in tali -condizioni un italiano di alto ingegno anche senza -educazione e senza preparazione metodica potesse -prendere parte attiva e contribuire efficacemente -alle investigazioni scientifiche, non lo escluderò io, -che so come e quante volte la ipotesi sia stata -realtà. L'alto ingegno sa prescindere da condizioni -anche indispensabili; ma, come ho già detto, -<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span> -non sono singoli e isolati uomini d'ingegno quelli -che determinano il movimento scientifico del loro -paese. Ai più parve, e non poteva non parere, che -dovessimo anzitutto addestrarci a maneggiare gli -strumenti del mestiere; e gran parte della attività -nostra fu rivolta a impratichirci di lingue straniere, -del tedesco principalmente, e a renderci familiari -i manuali, le monografie straniere, principalmente -tedesche, e lo facemmo in molti; e la generazione -mia ebbe meno difficoltà a farlo che non -ne avesse la generazione precedente. Gli uni e gli -altri ci ridemmo della nomèa di tedescanti, della -quale i vecchi, meritamente e immeritamente autorevoli, -ci gratificarono. Opera egregia e proficua fece -allora chiunque contribuì, sia pure in proporzioni -microscopiche, alla diffusione in Italia di libri stranieri, -chiunque fece conoscere studi e metodi a -cui l'Italia non era più avvezza, e che sarebbe stata -cosa ridicola ripristinare in quella forma in cui -l'Italia li aveva lasciati tre secoli innanzi. Onore e -riconoscenza si deve a tutti quei valentuomini -che, traducendo, compilando, compendiando riuscirono -a poco a poco a mettere in contatto diretto -la gioventù italiana con la filologia tedesca: -e credo che per parecchie altre scienze -si debba e si possa dire lo stesso. Giovani benemeriti -del loro paese furono quelli che secondarono -con ardore questo impulso, e ben presto avemmo -<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span> -una schiera di non indotte persone, capaci di fare -altrettanto, e lo fecero, magari con più ardore, e -continuarono ancora quando forse sarebbe stato possibile -e desiderabile qualche altra forma di operosità -letteraria. -</p> - -<p> -Ho promesso di essere sincero, e lo sarò -anche a costo di <i>sembrare</i> esclusivo, perchè ho la -coscienza di non <i>essere</i> esclusivo, e delle apparenze -non soglio darmi gran pensiero. La scienza della -antichità classica è scienza enormemente complessa, -è scienza della vita greca e romana in tutte le -sue manifestazioni letterarie, scientifiche, civili, religiose, -politiche, morali ecc.; mirabilmente varie -attitudini esige da chi voglia abbracciarla tutta, e -forse non è ancora nato chi nel vero senso della -parola tutta la abbia posseduta. Negli individui -essa è piuttosto aspirazione che possibilità realizzabile, -ma povero quell'individuo che tale -aspirazione non abbia, che nelle ricerche speciali e -minute perda di vista e disprezzi la scienza del -tutto! I tedeschi hanno avuto la fortuna di concentrarvi -dalla metà del secolo scorso alla età nostra -un'ingente massa di studiosi educati allo -stesso modo, preparati con gli stessi metodi, perseveranti -e idealisti per qualità di razza; è addirittura -miracolosa la tenacia con cui generazioni di -dotti si sono succedute in lavori ingrati di minuzie, -di analisi, di inventario, di pura statistica, -<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span> -di lessicografia, di grammatica. Onde avviene che -oggi il giovinetto tedesco, solo perchè tedesco, in -condizioni normali si trova ad avere assorbito, sarei -per dire, atavisticamente gran parte di quella preparazione -formale che noi siamo ancora costretti ad -esigere esclusivamente dalla scuola, da una scuola -che forse essa stessa non darà mai tutti i frutti della -scuola tedesca. Ma, quantunque per indole il tedesco -sia portato alla costruzione sistematica, e debba -quindi preferire nelle scienze quelle discipline che -della scienza sono piuttosto il coronamento che la -base, nonostante è relativamente raro il caso che i -giovani trascurino quella preparazione formale, la -quale permette loro di affrontare tutte o quasi -tutte le difficoltà della speciale disciplina a cui si -dedicano; per non dire poi che anche oggi, cioè in -un'epoca di reazione contro la filologia formale, -anche oggi è sempre e quasi esclusivamente tedesca -anche la produzione filologica fondamentale -sulla quale edificano lo storico della letteratura e -della scienza, l'archeologo e il giurista, il linguista, -ecc. Da noi invece sono diverse le tendenze e diversi -i resultati. Le indagini storiche, letterarie, filosofiche -sembrano più facilmente guidarci alla scienza. -Ognuno capisce che se rivolge le sue cure a studiare, -poniamo, la Storia naturale di Plinio, a indagarne -le fonti libro per libro, capitolo per capitolo, a -cercare di determinare nei più minuti particolari i -<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span> -caratteri di lingua e stile dell'autore, a proporsi -insomma come principale intento di una intera -vita di studioso la critica e la esegesi di Plinio, -ognuno capisce che così facendo non gli rimarrà -tempo per illuminare del suo genio tanta altra -parte della antichità classica; e perciò invece di -studiare Plinio, mal si resiste alla tentazione di -far ricami dialettici sugli studi altrui: tanto più -che non è estremamente difficile a quattro opinioni -diverse opporne con qualche verisimiglianza una -quinta, ricavata per eliminazione dall'esame delle -obiezioni già fatte da altri alle prime quattro. Poniamo -anche — ed è temeraria ipotesi — che questa -quinta opinione sia la vera, e passi nella scienza -col nome italiano: ma Plinio rimane nonostante -monopolio della filologia tedesca. -</p> - -<p> -Or non è esagerazione dire che buona parte -della nostra produzione scientifica prenda le mosse -non dallo studio immediato e diretto delle fonti, -ma dalle indagini altrui; non penetri nelle viscere -dell'argomento, ma si riduca a esercizio dialettico -sulla discordia degli altri. Sarà anche vero che i -tedeschi abusino della parola <i>Gründlichkeit</i>, con -la quale indicano appunto la tendenza amorosa e -ostinata a sviscerare le questioni; ma non ho il -coraggio di dire che essi abbiano sempre torto, -quando ci rimproverano appunto difetto di <i>Gründlichkeit</i>, -difetto tanto più pericoloso in quanto -<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span> -spesso e volentieri si accompagna a una curiosa -forma di orgoglio nazionale. Nella scienza dell'antichità, -si dice, c'è posto per tutti. Il lavoro minuto -e paziente non è per noi, che generalmente -abbiamo ingegno e fantasia da vendere e da donare. -Fuori d'Italia ci preparano e ci sbozzano la -materia greggia, in Italia la metteremo in opera, -lavoreremo di fino, daremo l'ultima mano. Naturalmente -sciocchezza siffatta neppure gli stolti -si arrischiano ad enunziarla così come ho fatto -io, senza ambagi e senza circonlocuzioni, ma pur -troppo lo stesso concetto traspare talvolta anche -dalle parole di persone non stolte che si sono -illuse, e forse ancora si illudono, si possa parlare di -scuola italiana di filologia classica, quando questa -scuola non dia essa l'indirizzo alle discipline fondamentali -della scienza. Non temete che io voglia -trattenervi a lungo su questo punto, che pure è -di vitale interesse e meriterebbe ampia trattazione. -Mi basteranno per oggi quattro parole, ma alla -buona anche queste, e saranno sufficenti, oso dire, -perchè voi vi uniate a me nel combattere tale -assurda tendenza. -</p> - -<p> -La scienza dell'antichità classica è un complesso -di sapere storico, è storia dell'antichità classica: -ha quindi base e fondamento in testimonianze -storiche, non in concetti della nostra mente. -Queste testimonianze storiche sono le fonti della -<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span> -scienza, e si riducono a due categorie principalissime: -monumenti scritti e monumenti non scritti. -Da una parte dunque le opere superstiti dei poeti, -degli storici, dei filosofi, le iscrizioni pubbliche -e private, le leggende delle monete ecc., e dall'altra -parte i frammenti superstiti delle opere -d'architettura, di scultura, di pittura, gli oggetti di -uso comune e così via. I monumenti non scritti, -che si potrebbero dire monumenti muti, sono spesso -di gran lunga più eloquenti di tutti gli altri. -Un fregio del Partenone vi dà dell'arte antica -un'idea ben più viva ed esatta che non qualsiasi -descrizione a parole. Ma la interpretazione, la -classificazione, l'uso scientifico dei monumenti muti -è impossibile, senza il sussidio costante dei monumenti -scritti. Sopprimete, ad esempio, il libro di -Pausania, e domandate agli archeologi quanta -parte della loro scienza scompare. I documenti -scritti sono dunque in primissima linea le fonti -della storia dell'antichità classica, ma queste fonti -non sono già qualche cosa di fisso, d'immutabile. -Esse scorrono abbondanti o scarse, limpide o -limacciose, a seconda del lavoro buono o cattivo, -che si è fatto, dirò così, nella cava di presa. È -lavoro da scavatori, da zappatori, da facchini, tutto -quel che volete, ma beverete acqua torbida se il -lavoro non sarà fatto a modo. Ora, tutto questo -lavoro è nelle mani dei tedeschi da un secolo in -<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span> -qua. In buona parte la materia prima viene distribuita -dai tedeschi al mitologo, all'archeologo e -così di seguito. E c'è chi crede si possa imprimere -la marca di fabbrica italiana alla storia -greca e romana, alla storia letteraria, alla mitologia, -alla archeologia, finchè questa condizione -perdura, finchè è elaborazione tedesca il Livio e il -Tacito di cui vi servite, il Virgilio che decantate, -il Pausania che vi guida nelle vostre indagini -archeologiche. Eppure quelli che tra noi hanno tenacemente -combattuto per questo concetto così evidentemente -vero, che cioè gl'Italiani stessi debbano -sfruttare i tesori delle loro biblioteche, e mirare -principalmente a impossessarsi delle fonti e imparare -a prepararle per l'uso scientifico; quelli che hanno -modestamente dimostrato come si possa e si debba -riuscirvi, sono chiamati pedanti, e chi tali li proclama, -trova persino appoggio in persone di senno. -</p> - -<p> -Signore e Signori, io mi sono messo per una -via per cui agevolmente potrei continuare parecchie -ore con molta soddisfazione mia, con molto -tedio vostro. Preferisco rinunziare alla soddisfazione -mia, e concludere anche senza aver poste -e senza aver dichiarate tutte le premesse. Gli studi -classici in Italia si sono ridestati dal 1860 in qua, -abbiamo una legione di filologi classici, e una discreta -produzione scientifica. Si può anche aggiungere -che abbiamo nei vari rami della scienza -<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span> -dell'antichità un numero notevole di opere di -grandissimo valore, e dobbiamo compiacerci che il -nome italiano ricompaia degnamente anche in questo -ordine di indagini scientifiche. Ma conviene -ricordarci che abbiamo dormito tre secoli. Lo stadio -del risveglio è un po' in proporzione del lungo periodo -di sonno, un po' di torpidezza occupa ancora -il nostro spirito, non abbiamo ancora una visione -esatta e sicura della via da percorrere: alcuni nuvoloni -ministeriali di tanto in tanto ci risospingono -nella inerzia, se non addirittura nel sonno. Il -caldo sole d'Italia trionferà di questi umidi vapori, -e fra cinquant'anni si potrà, magari in questa -stessa sala, affermare con verità che nella investigazione -della antichità classica il nostro paese tiene -gloriosamente il posto d'onore, il posto che merita. -Per ora bisognerà contentarsi di affermazioni -molto più modeste; e forse non troppo immodesta -troverete la speranza mia che, parlando del <i>risveglio</i> -degli studî classici, io non abbia risospinti nel -sonno i miei gentili uditori. -</p> - -<div class="somm"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span> -</p> - -<h2><a id="indice" href="#indfront"> -INDICE</a></h2> - -<table class="indice" summary=""> - <tr> - <td><a href="#drammatici">Autori e Attori drammatici</a></td> <td class="pag">Pag. 5</td> - </tr> - <tr> - <td><a href="#sincerita">La sincerità nell'Arte.</a> (<i>L'Arte dal '48 al '61</i>)</td> <td class="pag">45</td> - </tr> - <tr> - <td><a href="#verdi">Le prime glorie di Giuseppe Verdi</a></td> <td class="pag">85</td> - </tr> - <tr> - <td><a href="#studi">Il risveglio degli studi</a> dell'antichità classica</td> <td class="pag">117</td> - </tr> -</table> - -<hr /> -</div> - -<div class="tnote"> -<p class="tntitle"> -Nota del Trascrittore -</p> - -<p> -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione -minimi errori tipografici. -</p> - -<p class="covernote"> -Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio. -</p> -</div> - - - - - - - - -<pre> - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of La vita Italiana nel Risorgimento -(1849-1861), parte III, by Various - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA (1849-1861), PARTE III *** - -***** This file should be named 51528-h.htm or 51528-h.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/5/1/5/2/51528/ - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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Email contact links and up to -date contact information can be found at the Foundation's web site and -official page at www.gutenberg.org/contact - -For additional contact information: - - Dr. Gregory B. Newby - Chief Executive and Director - gbnewby@pglaf.org - -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation - -Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide -spread public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. - -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. 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