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-The Project Gutenberg EBook of La vita Italiana nel Risorgimento
-(1849-1861), parte III, by Various
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
-other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of
-the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
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-
-Title: La vita Italiana nel Risorgimento (1849-1861), parte III
- Quarta serie - Lettere e arti
-
-Author: Various
-
-Release Date: March 22, 2016 [EBook #51528]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA (1849-1861), PARTE III ***
-
-
-
-
-Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
-Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This
-file was produced from images generously made available
-by The Internet Archive)
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-
- LA
- VITA ITALIANA
- NEL
- RISORGIMENTO
-
- (1849-1861)
-
- QUARTA SERIE
-
-
- III.
-
- LETTERE E ARTI.
-
-
- Autori e Attori drammatici GUIDO MAZZONI.
- La sincerità nell'Arte.
- (_L'Arte dal '48 ai '61_) UGO OJETTI.
- Le prime glorie di Giuseppe Verdi PIETRO MASCAGNI.
- Il risveglio degli studi dell'antichità
- classica GIROLAMO VITELLI.
-
-
-
- FIRENZE
- R. BEMPORAD & FIGLIO
- _LIBRAI-EDITORI_
- 1901
-
-
-
-
- PROPRIETÀ LETTERARIA
-
- RISERVATI TUTTI I DIRITTI.
-
- _Gli editori_ R. BEMPORAD & FIGLIO _dichiarano contraffatte
- tutte le copie non munite della seguente firma:_
-
- [Illustrazione: firma manoscritta]
-
- Firenze, 1901. — Società Tip. Fiorentina, Via S. Gallo, 33
-
-
-
-
-AUTORI E ATTORI DRAMMATICI tra il 1849 e il 1861.
-
-CONFERENZA DI GUIDO MAZZONI.
-
-
- _Signore e Signori,_
-
-Il Voltaire, con una delle sue arguzie felici, definì il pubblico de'
-teatri un animale contemperato di quattro nature diverse: un asino,
-una scimmia, un pappagallo, un serpente. Non è difficile intenderne
-la ragione. L'asino, perchè il pubblico ha troppo spesso le orecchie
-lunghe; la scimmia, perchè un applauso di gente stipendiata ad
-applaudire basta non di rado per far battere le mani a tutti quanti gli
-spettatori; il pappagallo, perchè il giudizio di pochi diviene subito
-il giudizio o il pregiudizio dei più, che forse non avranno pensato
-mai nè sentito a quel modo; il serpente poi.... perchè il Voltaire era
-stato qualche volta fischiato anche lui!
-
-Le quattro nature mi sarebbe facile rintracciarle e dimostrarle a una,
-a una anche nel pubblico italiano dal 1849 al 1861, a proposito degli
-attori che si presentarono e delle opere che si rappresentarono allora
-su' nostri teatri: mi sarebbe facile dimostrarvele se la strettezza del
-tempo mi concedesse di abbondare in aneddoti. Ma almeno un'osservazione
-credo di dovere aggiungere qui, prima di mettere da parte la maliziosa
-definizione del Voltaire; ed è che per tali anni ci fu in esso pubblico
-anche un po' della volpe e anche un po' del leone: della volpe per
-la sottigliezza furbesca del deludere e mettere nel sacco, come
-nell'antica epopea animalesca, i lupi delle imperiali, regie, ducali e
-pontificie censure; del leone per certi generosi impulsi che facevano
-di tanto in tanto sobbalzare gli uditori, mentre, dopo le sciagure
-del '49, si preparava, quasi nel silenzio d'un forte raccoglimento, la
-riscossa d'Italia.
-
-Un asino, una scimmia, un pappagallo, un serpente, una volpe, un leone,
-vi sembrano forse troppi? Ma riflettete che alla bestiale nomenclatura
-manca almeno un altro animale, cui mi sarebbe forza accennare
-quando non avessi a discorrere de' nostri padri e de' nonni che si
-sollazzavano ridendo delle farse gioconde, e mi trovassi invece a far
-da cronista de' pubblici più moderni che se la godono sghignazzando
-dinanzi a certi spettacoli pruriginosi.
-
-
-I.
-
-Quanto meglio aver della volpe e del leone! E di qualità magnanime e
-astute c'era davvero bisogno, in quell'ultimo decennio in cui l'Austria
-e i governi restaurati oppressero la patria e cercarono quasi da per
-tutto di rinfiacchirne l'anima, o distoglierla dalle alte visioni
-sognate innanzi; le alte visioni dell'indipendenza e della libertà. La
-censura non adoprò mai tanto le forbici quanto allora.
-
-Una _Bianca Capello_ (sic) di Giovanni Sabbatini, nel 1844, era
-stata proibita negli stati di Sua Maestà imperiale apostolica, e poi
-in quelli del duca di Modena, e sequestrata a Modena nelle stampe,
-perchè.... Ve lo dirà questo dialogo che par di commedia, ed è,
-a proposito di un dramma storico, un racconto di storia vera. Il
-Sabbatini si presenta al conte Riccini, Ministro di Buon governo, come
-lo chiamavano, del Rogantino di Modena, Francesco IV, a ottenere che
-sia tolto il sequestro; e ne è accolto così:
-
-— Ah, lei dunque scrive di queste porcherie?
-
-— Ma.... come, Eccellenza? un dramma storico, approvato (per la stampa)
-dalla Censura di Milano?
-
-— Storico, storico! Ce n'è tanta della storia senza andare a pescar
-fuori queste sozzure! E poi la storia!... Chi è che fa la storia dei
-principi? I nemici dei principi, i ribelli! Figuriamoci che belle
-storie possono fare! —
-
-E siccome l'autore insisteva sulle approvazioni già regolarmente
-ottenute, il conte concluse:
-
-— Io intanto le dico ch'ella non è niente affatto in regola. Non so
-com'ella osi insistere. La è una porcheria! Mi pare che quando il
-Ministro di Buon governo le canta chiaro e tondo questo giudizio, basti
-perchè ella non abbia più da insistere d'essere in regola. —
-
-Bisognò che il povero Sabbatini si desse per vinto. E voi forse
-crederete ch'egli fosse un riscaldato, un acceso, e che la sua _Bianca
-Capello_ fosse Dio sa qual covo di viperine allusioni liberalesche?
-Nemmeno per sogno; tanto ch'egli stesso diventò poi, a Torino, un
-censore drammatico! Ma nel fatto della fuga della Cappello da Venezia
-col Bonaventuri, e de' suoi successivi amori a Firenze con Francesco
-II granduca, e della morte del Bonaventuri, e di quella di Francesco II
-e di lei, quale allora da tutti era stimato vero e certo storicamente,
-il conte Riccini vedeva solo una seduzione, un rapimento, un omicidio,
-commessi da un regnante; roba da Carbonari, roba da Mazziniani, ne
-fosse o no colpevole il Sabbatini.
-
-— Caro signor Sabbatini, — concluse il conte, — la badi a un vecchio;
-qui non è più il Ministro che le parla, ma il suo buon amico Riccini,
-che le dà un consiglio. Tratti altri argomenti.... Non si lasci guidare
-dalla moda e dai guastamestieri che col pretesto della letteratura
-pescano nel torbido.... —
-
-L'autore ebbe anche a ringraziare de' paterni consigli; e stava per
-andarsene, quando Sua Eccellenza lo richiamò, e porgendogli la penna
-intinta nell'inchiostro, e la copia a stampa del dramma incriminato,
-che si era fin allora tenuta lì innanzi sullo scrittoio, gli chiese un
-piacere: — Desidero, caro signor Sabbatini, di avere il suo autografo.
-Favorisca scriverci su, ch'ella mi fa dono del suo bel lavoro. —
-
-E come l'altro lo guardava stupefatto e titubante:
-
-— Sì, un bel lavoro letterario; il Ministro, governativamente parlando,
-lo deve biasimare, ma il Riccini deve felicitarsene coll'autore.
-Favorisca scrivere.
-
-— Ubbidisco! — fu costretto a rispondere il Sabbatini, e scrisse sul
-libro: «A S. E. il signor Conte Gerolamo Riccini l'autore in segno di
-ossequiosa stima.» Non ci fu mai dedica men veritiera (e voi sapete
-che soltanto le epigrafi mortuarie son più bugiarde delle dediche).
-Racconta infatti il Sabbatini medesimo, che se n'andò crollando la
-testa ed esclamando tra sè: — E a gente tale si dà il governo dei
-popoli! — Tanto sentiva quella ossequiosa stima che aveva dovuto
-affermare e firmare in una dichiarazione autografa.
-
-_Nazione_ era parola da doversi sopprimere (diceva un censore) perchè
-non poteva riferirsi ad altro che ad una vera utopia, e offendeva
-i legittimi governi: la frase _ogni libera voce_ era una pericolosa
-affermazione: _quella pazienza, virtù grande degli Italiani_ sembrava
-che sonasse male, e che neppure essa, in un certo senso, fosse frase
-innocente. Che più? Paolo Ferrari racconta (e ormai siam dopo il
-1848-49) che due personaggi di commedia, il principe Leopoldo Roccalba
-e il duca di Monteforte, divennero, per la censura di Modena, quegli
-marchese, e questi conte; perchè là erano proibiti nelle commedie i
-titoli di imperatore, re, principe, duca. Ma nella Toscana non piaceva
-in bocca di attori il nome di Leopoldo, che era quel del granduca, e
-la censura vi mutò Leopoldo in Arturo. Poi a Roma Arturo e il conte,
-nelle loro esclamazioni amichevoli, doverono schivare di nominare Dio:
-racconta la Ristori che là non si poteva dire _curato_ nemmeno come
-participio del verbo _curare_: e Arturo fu per ciò costretto a dire
-al conte, non più — Mio Dio! sei diventato grasso! — Ma — Oh ciel! sei
-diventato grasso! — Per ultimo, siccome quella fiorente salute il conte
-la doveva alla buona aria di Napoli, e l'autore gli aveva fatto dire:
-
- . . . È naturale. Di Napoli son stato
- A ber l'aure vulcaniche: sotto quel cielo ardente
- L'alma di caldi sensi ringiovanir si sente . . .
-
-la censura napoletana, insospettita di quel _vulcaniche_, di
-quell'_ardente_, di quel _caldi_, cancellò tutto, e volle invece:
-
- ART. Oh ciel! Sei diventato
- Ben grasso!
- CONTE È naturale! A Napoli son stato!
-
-Come se a Napoli fosse necessario l'ingrassare!
-
-Tutta la scena meriterebbe di essere così raffrontata; e da più altre
-correzioni simili potrei agevolmente trarre il riso vostro, o signori.
-Una almeno valga a confermare i ridicoli abusi in che l'officio del
-censore quasi inevitabilmente doveva, di tanto in tanto, cadere. A
-Venezia era impiegato nella censura un certo Pino Marzio: quando il
-Ferrari introdusse nel _Goldoni e le sue sedici commedie_ il Marzio
-famoso per la commedia goldoniana, il signor Pino Marzio non volle che
-il suo casato fosse vituperato così; e cambiò Marzio in Ser Taddeo.
-Come fare allora per la promessa delle sedici commedie nuove, là dove
-il Ferrari rappresenta il Goldoni nell'atto di annunziarle alla platea
-che poco innanzi fischiava e ora lo acclama? — _Don Marzio alla bottega
-del caffè_, osservava il Ferrari al censore, è un titolo storico; quivi
-almeno bisognerà lasciare Marzio, se no il pubblico si accorgerà del
-mutamento! — Non ci fu verso, e i Veneziani si sentirono annunziare,
-non _Don Marzio_, ma _Don Marco alla bottega del caffè_.
-
-Volpi fini bisognava essere per cogliere, traverso queste smozzicature
-e questi veli, l'intenzione dell'autore; per ridere a tempo della
-goffaggine dei governanti; per applaudire a tempo ogni accenno, fosse
-pur incerto e remoto, dell'idealità segreta in ogni petto italiano. Le
-cronache teatrali son piene di documenti per sì fatta corrispondenza
-tra gli autori e gli spettatori. Dopo aver ben bene tagliato e
-rimpastato, le polizie si trovavano innanzi, ad ogni momento, uno
-scartafaccio più incendiario che mai: tra le righe del copione
-approvato lo scriveva via via, quasi con inchiostro clandestino, il
-sentimento nazionale; e il caldo della ribalta lo faceva colorirsi e
-apparir fuori, tra le risa o gli applausi, sotto gli occhi stupiti de'
-revisori, che prima non ci avevano letto niente.
-
-Quanto poi a quelli che dianzi chiamavo gli impulsi generosi del leone,
-basta ripensare agli effetti ottenuti da Gustavo Modena, nel recitare
-la _Divina Commedia_. Che più innocente di un canto di Dante? non
-scrisse egli nel secolo XIV? che pericolo ci poteva essere ormai in una
-pagina del teologico _Paradiso_?
-
-La massima difficoltà che ha da superare un lettore di Dante a me
-par che sia questa: il poema è autobiografico, e nel tempo stesso
-rappresenta le cose e le anime in modo tale che il lettore mal può
-guardarsi dal cadere nella declamazione drammatica. Ernesto Rossi, per
-esempio, che tanto valeva per altre parti, a me non riusciva quale lo
-avrei voluto io, perchè faceva dell'episodio dei ladri non tanto un
-racconto quanto un'oggettiva raffigurazione. Il Modena, no. Veniva in
-iscena nelle sembianze di Dante, e aveva quivi accanto, seduto a un
-leggìo, un giovinetto vestito anch'esso secondo le fogge del Trecento.
-Dante aveva già composto il canto; era allora nel correggerlo,
-compierlo, dettarlo; e in fare ciò si riaccendeva, rivedeva con la
-fantasia i luoghi già immaginati, riudiva le voci, si moveva come un
-veggente che fosse insieme consapevole dell'arte e di sè. E consapevole
-altresì era il Modena della patria; e scriveva che: «I nostri
-odierni dolori spiegano assai meglio la _Divina Commedia_ che non la
-parola morta delle glosse. Ogni esule scenda in sè, e vi troverà la
-rivelazione del movente e dello scopo di Dante. Se oggi non è inteso il
-poema, ci rimarrà in eterno un indovinello.» Oh nel gesto, nella parola
-del Modena, tutti sentivano non pur Dante, ma anche la patria!
-
-Trovo, in un numero della _Nazione_ del 1860, ciò che vi scriveva un
-cronista per una serata nel teatro Niccolini: e, rileggendo, come un
-alito caldo ci venterà sulla faccia: «Nel canto XXVII del _Paradiso_
-accadde una mezza rivoluzione; e alle terzine dove San Pietro esclama:
-
- Non fu nostra intenzion ch'a destra mano
- De' nostri successor parte sedesse.
- Parte dall'altra, del popol cristiano;
- Nè che le chiavi, che mi fur concesse,
- Divenisser segnacolo in vessillo
- Che contra i battezzati combattesse;
-
-a queste terribili parole, declamate con un accento _scrutans cordia et
-renes_, tutta la platea si levò in piedi urlando con frenesia, quasi
-intendesse simultaneamente applaudire al grande artista e protestare
-di nuovo contro le stragi ancora invendicate di Perugia e contro i
-massacri che sta pertinacemente meditando la corte di Roma!»
-
-Il contrasto aperto o dissimulato tra le censure e gli autori, tra le
-polizie e gli attori e i pubblici, è dunque una delle caratteristiche
-del teatro italiano negli anni tra il 1849 e il '61. Gli attori erano
-quasi tutti liberali, e molti attestarono i sentimenti loro, con più
-certa prova che non fossero le declamazioni, e anche le multe e le
-brevi prigionie, militando volontarii contro l'Austria. A rinfocolarli
-valeva il fervore del pubblico. E quando alcun d'essi riusciva
-sospetto, spesso a punirlo di pena giusta o ingiusta provvedevano le
-platee. Troppo ebbe a soffrire nel 1860, a Genova, Ernesto Rossi,
-crudelmente fischiato e costretto a partirsene, perchè era stato
-a Vienna, e dicevano che là si fosse tanto inebriato dell'oro e
-dell'incenso da non volere ormai nemmeno aver parte in un dramma,
-la _Teresa Mazzanti_ d'Ippolito D'Aste, pieno d'allusioni ai nostri
-nemici. Se volle riconquistarsi il favore dei Genovesi, dovè il Rossi,
-quattro anni dopo, fare in pieno teatro aperte dichiarazioni; e le
-fece, sia lode al vero, con accortezza e con dignità.
-
-
-II.
-
-Il Manzoni, da vecchio, diceva a Vittorio Bersezio che la forma
-drammatica antica era finita; il pensiero nuovo l'aveva trovata troppo
-angusta e l'aveva fatta scoppiare; non ve n'erano ormai più che i
-frantumi, che invano alcuni tentavano di raccozzare insieme per dar
-loro apparenza di cosa consistente: la forma nuova, intanto, quella
-che doveva corrispondere ai bisogni nuovi, non c'era stato ancora barba
-d'uomo a trovarla. Per conto suo, sperando che i tentativi irrequieti
-precedessero forse di lontano l'ignoto riformatore che ammirerebbero
-i figli o i nepoti, si compiaceva solo della commedia dialettale.
-Infatti, quando _Le miserie 'd monssú Travet_, da Torino, dove prima
-comparvero nel marzo 1863, passarono a Milano, egli, che da trent'anni
-non aveva messo piede in un teatro, andò a sentire e applaudire. Il
-pubblico, a vederlo, applaudì lui, ed egli, finchè potè, battè le mani
-sforzandosi a credere e a far credere agli altri che il Bersezio solo
-era il festeggiato così.
-
-Fatto sta che la tragedia classica, colpita nel cuore dal Romanticismo,
-morì; e una caratteristica dell'età di cui vi discorro è appunto
-nel suo scomparire, nell'affievolirsi della commedia goldoniana, nel
-trasformarsi insomma del repertorio.
-
-Fin dagli ultimi del secolo XVIII si erano alternate sul palcoscenico
-molte più forme e varietà di spettacoli che non abbiamo oggi. A
-scorrere i diarii teatrali di quel secolo declinante e del XIX
-sorgente, è impossibile non meravigliarsi della sovrabbondanza.
-La tragedia classica con le unità di tempo e di luogo era la forma
-officiale; ma accanto le sorgeva vigorosa la tragedia di argomento
-moderno, che chiamavano urbana, e che non di rado già delle unità
-non si curava; e all'una e all'altra toglieva un po' di favore la
-concorrenza del dramma storico e romanzesco, macchinoso, farraginoso,
-commisto di riso e di pianto. Del pari la commedia ridanciana con
-le maschere e senza le maschere, durava ancora, mentre la commedia
-sentimentale faceva spargere tante dolci lacrime. E vi erano inoltre
-allegorie e fiabe; e perfino libretti di melodramma recitati senza
-la musica. Più, le così dette commedie dell'arte, e le caricature
-regionali impersonate in Stenterello, Pulcinella, Arlecchino,
-Brighella, Pantalone, Cassandrino, Rogantino, e altre sì fatte argute
-o scurrili figure.
-
-Venne la questione tra Classicisti e Romantici: e quella che era stata
-una confusa e polverosa baruffa di avventurieri si mutò in un'ordinata
-battaglia di belle e ben capitanate milizie. Dopo gli esempii del
-Goethe e dello Schiller, ebbe allora l'Italia col Manzoni il dramma
-storico meditato e dotto, senza le regole accademiche, sebbene quasi
-imbevuto di classicità, innanzi che la Francia prepotesse e in un certo
-senso snaturasse il romanticismo nel teatro: ma la Francia, comunque
-sia, non tardò ad esportare e a diffondere anche fra noi quelle sue
-nuove merci teatrali. Vani erano riusciti da un lato i tentativi del De
-Cristoforis e del Tedaldi Fores per mantenersi più o meno nella strada
-aperta dal Manzoni; vani anche, dall'altro, quelli di Giovan Battista
-Niccolini, d'iniziare lui una scuola che fosse possente di effetti
-lirici e drammatici insieme, con viva e diretta azione patriottica.
-Questa, non è dubbio, egli ottenne; ma l'_Arnaldo da Brescia_ che nel
-1843 suggellò l'arte sua, stampato a Marsiglia, non potè venire in
-Toscana che di nascosto, dentro alcune botti da caffè; e anche quando
-fu letto liberamente, non potè salire sul palcoscenico, perchè poema in
-dialogo anzi che dramma.
-
-Molti tra voi rammentano, certo, il vivace racconto che Ferdinando
-Martini fece del suo arresto e della partaccia che a lui sedicenne
-toccò dal prefetto granducale, quando, nel luglio del '58, in una
-dimostrazione sorta nel Teatro Nuovo dopo una recita della _Medea_,
-sentendo crescere gli applausi da — Viva Niccolini! a — Viva il poeta
-italiano! — Viva la gloria d'Italia! — Viva l'Italia! — gridò per conto
-suo — Viva l'autore dell'_Arnaldo_! — ch'ei non sapeva, del resto, che
-cosa si fosse. Questi stessi evviva palesano la principale ragione
-di certi entusiasmi suscitati dal Niccolini; ed è indubitabile che
-egli nè iniziò nè poteva lasciare una scuola, sebbene alcune delle
-sue tragedie, come la _Medea_, l'_Antonio Foscarini_, il _Giovanni da
-Procida,_ durassero a lungo sulle scene. Dopo il 1849 ormai il vecchio
-poeta viveva appartato, più studiando le storie che fantasticando
-poesia: ma sempre fisso col pensiero alla redenzione della patria,
-le dette nel 1858 ancora una tragedia, _Mario e i Cimbri_, di cui
-dicono l'intento così il tema come l'epigrafe petrarchesca apposta sul
-frontespizio: «Ben provvide natura al nostro stato — Quando dell'Alpi
-schermo — Pose tra noi e la tedesca rabbia.» A Tommaso Salvini, unico
-interprete degno, ne affidava la rappresentazione.
-
-Premii condegni non gli mancarono. La sera del 3 febbraio 1860, il
-teatro di via del Cocomero fu solennemente consacrato al nome di lui,
-recitandovi Ernesto e Cesare Rossi la grande scena dell'_Arnaldo
-da Brescia_ tra il frate e papa Adriano, e il monologo di Arnaldo
-nell'ultimo atto. E mosse il Niccolini indi a poco a salutare tra
-noi il re possente che egli aveva invocato trent'anni prima, Vittorio
-Emanuele: e lieto così della mèsse di cui egli medesimo aveva cooperato
-a gettare il seme, morì nel 1861, il 20 settembre. Di un fulgido
-sorriso si sarebbe illuminato il volto al poeta dell'_Arnaldo_, se
-l'Angelo della morte gli avesse negli estremi momenti sussurrata
-all'orecchio la profezia, che essa data del 20 settembre sarebbe di
-lì a pochi anni divenuta sacra all'Italia per la liberazione di quella
-Roma dove era stato perseguitato ed arso il suo magnanimo Arnaldo.
-
-Nel 1847 era morto Carlo Marenco, che, dopo l'Arnaldo del Niccolini,
-aveva osato dare in luce quello suo, sebbene non meglio adatto alle
-scene. Più degno di nota egli è per alcuni esperimenti di conciliare,
-seguendo in parte gli esempii del Delavigne, il classico col romantico.
-Prima la Carlotta Marchionni, che nel '37 incarnò in sè la _Pia
-de' Tolomei_, poi Adelaide Ristori, fecero applaudire questo che fu
-il più popolare de' lavori suoi, e che si rannoda in un certo modo
-alla popolarissima _Francesca_ di Silvio Pellico, durata dal 1815 a
-commuovere con le lagrime sue e col disperato amore di Paolo.
-
-E fin dal 1839 era uscito il _Lorenzino de' Medici_ di Giuseppe Revere,
-dramma storico in prosa; che, afferrato dalle larghe e destre mani
-del Dumas, e imitato da lui, fu tradotto in italiano dal francese,
-e piacque allora a molti che dell'originale non sapevano o non si
-curavano. Dramma storico in prosa è anche il _Fornaretto_ di Francesco
-Dall'Ongaro, che dal 1844 faceva fremere e inorridire, specialmente per
-l'arte di Gustavo Modena, sulle sorti pietose di quella vittima d'un
-errore giudiziario. Se non che nel Revere e nel Dall'Ongaro e, abbiamo
-visto, nel Marenco, un po' di infiltrazione francese non è difficile
-avvertire; e convien rammentare che il _Moro di Venezia_ del De Vigny,
-e _Marin Faliero_ del Delavigne sono del 1829; del '30 è l'_Hernani_
-di Victor Hugo; del '32 il _Luigi XI_ del Delavigne; del '34 il
-_Lorenzaccio_ del De Musset; del '35 il _Chatterton_ del De Vigny;
-letti, tradotti, ammirati, rappresentati, discussi, via via, anche in
-Italia.
-
-Ciò per la tragedia e pel dramma. La commedia, dopo le risate di
-buona lega suscitate sui primi del secolo dal Giraud con L'_Aio
-nell'imbarazzo_, con _Don Desiderio disperato per eccesso di buon
-cuore_, con _L'apparecchio del pranzo alla fiera ossia Don Desiderio
-direttore del Pique Nique_, e dopo i sorrisi annacquati delle commedie
-un po' pedantesche del Nota, si può dire non avesse altro, nella
-tradizione goldoniana, che i lavori di Francesco Augusto Bon. Non
-ridiamo noi ancora, e come di cuore, a _Ludro e la sua gran giornata_?
-Ma dopo la trilogia di Ludro e altre vispe commedie, il fortunato
-attore si volle provare malamente nientemeno che al dramma storico; e
-indispettito della gelida accoglienza fatta dai Milanesi al suo _Pietro
-Paolo Rubens_, non scrisse più, invecchiando nel dirigere compagnie di
-comici, e, da ultimo, di filodrammatici.
-
-Ed ecco in Francia nel 1840 _Il bicchier d'acqua_ dello Scribe e nel
-'45 la sua _Catena_; nel '48 l'_Avventuriera_ dell'Augier, e l'anno
-dopo la sua _Gabriella_; nel '52 la _Signora delle camelie_ del Dumas
-figlio; nel '54 _Il genero del signor Poirier_ dell'Augier; nel '55
-il _Demi-monde_ del Dumas; nel '61 _I nostri intimi_ del Sardou;
-e _Il cappello di paglia d'Italia_ del Labiche è del '51. Le quali
-date mi era necessario rammentarvi perchè, trattandosi di drammi e
-commedie rimaste sino ad oggi, o sino a poco fa, nel repertorio de'
-nostri teatri, bastano di per sè sole a chiarire quanta e quale fu la
-invasione francese nelle scene italiane poco innanzi il 1848-49, e poi
-sempre più, sino a ciò che vediamo noi.
-
-Io non sono di quelli che per l'arte s'indignano, subito che alcun che
-ci venga da oltre le Alpi: tanto meglio per tutti quando ce ne venga
-del buono: noi già demmo, un tempo, assai agli altri, e gli altri ora
-dieno pure a noi, in uno scambio inevitabile e proficuo. Ma vero si
-è che nocque allora allo svolgimento dell'arte tra noi la soverchia
-voga conseguìta dal teatro francese: i fiori che davano speranza del
-frutto non allegarono e caddero appassiti o imbozzacchirono. Fino
-allora si era, meglio o peggio, conservata in onore la tragedia;
-oltre la _Pia_ del Marenco e la _Francesca_ del Pellico, anche il
-_Filippo_, il _Saul_, la _Mirra_, varie altre tragedie dell'Alfieri
-e di altri rialzavano all'alta poesia, quasi per turno settimanale,
-il gusto del pubblico. E si era conservata in onore, meglio o peggio,
-la commedia goldoniana: si applaudivano molto più spesso che oggi non
-accada _I Rusteghi_, _Le Baruffe_, _Don Marzio_, _Il Bugiardo_, del
-maestro, e _Don Desiderio_, _La Fiera_, _I gelosi fortunati_, _Ludro_,
-_Niente di male_, parecchi altri lavori, dei discepoli suoi. Che si
-rappresentassero insieme gli enormi drammi romanzeschi e spettacolosi,
-triste eredità del Willi, dell'Avelloni, del Federici, cresciuta di
-raffazzonamenti dal tedesco e dal Francese, non era insomma un male
-diffuso e che degenerasse in pustole maligne; e tutti sentivano la
-differenza sostanziale, quanto all'arte, tra la commozione estetica
-e la perturbazione nervosa: conseguìta quella, la commozione che
-nobilita, con l'analisi delle passioni e con la parola corretta e
-sobria, anche nella ricerca dell'efficacia teatrale; conseguìta questa,
-la perturbazione che abbassa, con l'azione violenta e con l'enfasi
-spesso sgrammaticata in caccia dell'applauso. Dopo il 1848-49 si ebbe
-il tracollo della bilancia: restarono i drammi sanguinosi o pietosi
-come _I due sergenti_; piovvero e dilagarono i drammi romanzeschi della
-nuova imitazione francese.
-
-Ernesto Rossi nel 1850, a Trieste, corse rischio di esser fucilato
-davvero dai Croati che dovevano fucilarlo per chiasso nel finale del
-_Generale Ramorino_; buon per lui che, innanzi di andare a morte,
-volle si riscontrassero le cartucce! Ma se questo fu uno spettacolo
-d'occasione, _Il vetturale del Moncenisio_ fu dato a Milano, in quel
-torno di tempo, ventiquattro sere di seguito. E allora un capitano
-dei bersaglieri a Torino, Andrea Codebò, mosse le baionette aguzze
-del suo rapido ingegno, contro _I drammi francesi_, in una parodia
-che appunto così da loro ebbe il titolo. Luogo dell'azione (narra il
-Costetti che bene tratteggiò la figura di lui e di altri scrittori e
-attori di quel tempo) un camposanto; quivi, in un solo atto, duelli,
-delirii, riconoscimenti, suicidii: figuratevi che un tale riconosce chi
-sia un colonnello che egli sta per uccidere, e gli grida: — Ah, tu sei
-dunque il figlio del carnefice di mio padre! — Grande fu il successo di
-codesta satira; ma, come era naturale, non valse contro la moda.
-
-Del resto, col male venne il bene; coi drammacci vennero di Francia
-buone e belle commedie. Era il 1857; e _La vecchia pazza alla Torre
-del Sangue_, _La tremenda sfida dei cavalieri della morte al Colle
-del Terrore_, e consimili robe che un capocomico disperato imbandiva
-al popolino bolognese nell'Arena del Sole, doverono da lui medesimo
-esser messi da parte (copio anche questo dal Costetti) per dare al
-pubblico, in un teatro, di gente pulita, come egli diceva, una commedia
-di Dumas figlio che salvò lui e i suoi dalla fame. Senza estendere
-l'osservazione di un caso singolo a legge generale, può servire esso
-caso a indizio di ciò che allora accadeva: lo Scribe, l'Augier, il
-Dumas, con l'arte abilissima di tutt'e tre, moralmente eletta nel
-secondo, acutamente filosofica nel terzo, relegavano ne' teatri di
-terzo e di quart'ordine le reliquie di un teatro spettacoloso che
-risaliva a' primi del secolo XIX, e conquistavano i teatri migliori
-pel nuovo repertorio francese, cacciandone via la tragedia classica,
-ormai anch'essa decrepita, e la tragedia neoclassica e romantica che
-pur avrebbero potuto, con qualche accorgimento, restarvi utilmente.
-
-Guglielmo Shakespeare, per opera di Ernesto Rossi, della Ristori, del
-Salvini, ottenne finalmente udienza e favore; ma fornì piuttosto pietre
-di paragone al raffronto di un artista con l'altro, che fiamma viva a
-infiammare, come era degno, le fantasie.
-
-
-III.
-
-Vi tedierei inutilmente enumerandovi ora anche soltanto i principali
-dei drammi in versi che furono applauditi negli anni di cui sto
-parlando: nulla, dopo quegli applausi, dovuti per massima parte ad
-attori eccellenti, ha retto a lungo sulle scene, nulla ne è letto
-oggi da chi non faccia professione di logorarsi gli occhi sulle stampe
-dimenticate.
-
-Che importa, per esempio, a voi di _Aroldo il Sassone_ di Napoleone
-Giotti? Era il suo primo lavoro, nel 1846, e lo dedicava al Niccolini:
-piacque, e tre sere fu dato nel teatro del Cocomero, che ancora non
-si onorava del nome di lui. E che v'importa della sua _Monaldesca_?
-Al Guerrazzi la dedicò il Giotti nel 1853, e furoreggiò: Adelaide
-Ristori, che ne resse la parte principale, non è difficile credere
-che ne dovè trarre effetti mirabili; ma cosa più pazza (sia detto col
-debito rispetto alla memoria di quel pover uomo, morto di recente)
-non credo facile immaginarla, nè verseggiarla con peggiore rettorica
-romantica in più rimbombanti endecasillabi. Un po' dell'_Hernani_ e un
-po' della _Beatrice Cenci_ vi si mischiano nell'azione di un Leonello
-che, per vendicare un fratello ucciso da un marito geloso, si fa amare
-dalla moglie di lui, la fa complice dell'assassinio col quale lo toglie
-di mezzo, e poi le sghignazza in faccia che non l'ha amata mai e non
-l'ama. Tutto questo con balli mascherati, usci segreti, temporali, e
-canzonette sulla mandòla.
-
-E meno v'importa, credo, dei drammi di Giuseppe Pieri, e del _Francesco
-Guicciardini_, del _Dante Alighieri_, della _Beatrice Cenci_, di Pompeo
-di Campello. Neppure il _Nerone_ del Cossa valse a far rammentare dai
-critici il _Nerone Cesare_ di lui: mentre invece richiamò l'attenzione
-di qualcuno al _Paolo_ di Antonio Gazzoletti, gentil poeta ma un poco
-sbiancato e freddo, come lo definì il Tenca a ragione.
-
-Il Gazzoletti e Antonio Somma (di cui la _Parisina_, del resto, era
-uscita nel 1835), e Giulio Carcano ed Ermolao Rubieri, meriterebbero,
-nella storia di questi tempi, almeno qualche parola. Un _Arduino_
-del Carcano sarebbe, per esempio, da raffrontare con l'_Arduino
-d'Ivrea_ di Stanislao Morelli, che Tommaso Salvini improntò della sua
-gagliardia e fece tanto applaudire, costringendo (gli scriveva l'autore
-riconoscente) il pubblico a inchinarsi ad un ragazzo come innanzi ad un
-gigante. Ma si tratta, insomma, di opere morte da un pezzo e sepolte;
-gli ultimi guizzi furono esse di un genere destinato a spengersi, in
-quelle forme, per sempre.
-
-Veniamo a ciò che fiorì, o almeno era degno di annunziare una primavera
-nuova.
-
-Vincenzo Martini, padre di Ferdinando, fu dei primi a tentare una
-forma che la necessità del presente e i modelli francesi concordasse
-con la tradizione italiana. Nel carnevale del '53 Adelaide Ristori
-ne diè _La donna di quarant'anni_; cioè la marchesa Malvina; che fin
-dai cenni dell'autore sui personaggi suoi ci è presentata con «tutta
-la squisita ricercatezza di vesti e di modi cui si affida una donna
-elegante sul declinar dell'età.» In quell'anno stesso _Il misantropo
-in società_, dove il cavalier Maurizio, a soli ventisette anni, si
-veste e si atteggia elegantemente, ma ha modi riservati e severi,
-in curioso contrasto con quelli dello zio marchese Riccardo, che,
-verso la settantina, mantiene una fresca giovialità. L'anno dopo, _Il
-cavalier d'industria_, un tipo d'avventuriero vivamente raffigurato in
-mezzo al moto d'una società viva di gentiluomini e di speculatori. «Io
-avrò torto (scriveva il Martini) ma ho per articolo di fede in arte
-drammatica che la commedia debb'essere il quadro della società e dei
-costumi: quindi abborro dai grandi colpi di scena, dalle commedie _a
-grande interesse_. Chi vuole di questa roba avrà ragione, ma non vada
-al teatro quando si recita una commedia mia. Il tempo deciderà chi sia
-sulla vera strada. Io sono convinto (lo dico senza falsa modestia) di
-essere nel buon cammino, e se casco, come casco pur troppo, egli è per
-debolezza delle mie gambe, non per avere sbagliata la via.»
-
-Suo figlio Ferdinando, cui la carità filiale non offuscò l'occhio
-acuto del critico, riconoscendo che Vincenzo talvolta si fermò alla
-superficie senza approfondire l'osservazione nell'intimo dei costumi
-e degli animi, ebbe piena ragione a lodare, specie nel _Cavalier
-d'industria_, la larghezza almeno di quella osservazione, e ben potè
-compiacersi di rammentare che Paolo Ferrari già ormai celebre scriveva
-all'autore di quella commedia: «Voi siete l'ultimo a cui ho detto che
-vi riguardo come maestro; e perchè l'ho detto a tanti altri che neppur
-vi conoscono fuor che per fama, mi dovete pur permettere di ripeterlo
-anche a Voi.» Peccato che poco egli desse al teatro; e peccato che
-altre cure ne abbiano via via distratto il figlio suo, così pronto e
-destro osservatore e analizzatore, e così elegante ed arguto maestro
-del dialogo.
-
-Non mi fermo su David Chiossone che fe' piangere molto; e trascuro,
-affrettandomi, anche Giuseppe Vollo, veneto, cui, dopo un tremendo
-dramma in versi _La famiglia Foscari_, del 1844, nel '55 una certa
-opportunità dell'argomento e la bravura della Ristori fecero applaudire
-a Torino _I giornali_, amarissimo dramma in prosa più tragico che
-satirico. Li metto da parte perchè, dopo il garbo del Martini, quando
-insistessi sul Chiossone e sul Vollo, al quale del resto non mancò la
-forza d'un alto concetto, troppo parrei disposto alla censura e: Che
-serve, direste, incrudelir coi morti?
-
-Alla Toscana ci richiamano le prime prove di Luigi Alberti, che nel
-'58 raccolse i suoi _Studi drammatici_, dove nulla è più che mediocre,
-ma il mediocre non è almeno di cattiva lega. Val troppo meglio di
-lui, Tommaso Gherardi del Testa. Poco ormai, e assai di rado, se ne
-rappresenta; e _Il vero blasone_, _Oro e orpello_, _Moglie e buoi
-dei paesi tuoi_, _La vita nuova_, che sono le migliori commedie di
-lui, escono dal limite cronologico di questa lettura: oggi (m'insegna
-Piero Barbèra, amico suo ed editore postumo) si vendono alcune di
-quelle tenue azioni, schiettamente dialogate, solo come libri su cui
-in Inghilterra s'insegna la buona conversazione italiana: il che, per
-lo meno, conferma una stima nobilmente meritata e saldamente fermata.
-Cominciò a mettersi innanzi nel '46; nel '48 combatte, fu prigioniero;
-tornato, si pose a rappresentare, non di ardite linee nè di colori
-vivaci, ma di paziente e corretta matita, la società toscana che si
-vedeva intorno, cioè la borghesia quieta e un po' gretta. Non è risata
-la sua, è appena un sorriso; ma non vi stanca ne nausea mai. È una
-verità piccina la sua; ma è verità.
-
-Se il bravo Luigi Suñer avesse, dopo le prime prove felici, seguitato
-l'esercizio del fare, in cambio di restringersi a quello del
-consigliare gli altri, con drittura e con sagacia, quanto volentieri vi
-parlerei, a questo punto, di lui, che tanto prometteva! Ma mi conviene
-tacerne anche perchè l'opera sua si svolse da _Spinte o sponte_ a _Ogni
-lasciata è persa_, dal 1860 in poi.
-
-Due sovrastano: Paolo Giacometti e Paolo Ferrari. Il Giacometti ebbe
-dalla natura una forza drammatica come pochi; e lavorò indefessamente
-come pochi. Nato nel 1816, si diè giovanissimo al teatro, seguendo le
-compagnie e scrivendo durante più anni, per centoventi svanziche al
-mese, cinque sei lavori ogni anno; onde ottanta fra commedie, tragedie,
-drammi! Quando nell'82 morì, poteva vantarsi non tanto di avere scritto
-così in fretta, quanto di avere, anche in quella corsa, rispettato
-sè stesso e l'arte. Nel 1841, per esempio, diede _Un poema e una
-cambiale_, _Cristoforo Colombo_, _Il poeta e la ballerina_, _Quattro
-donne in una casa!_ cioè del cattivo, del mediocre, del buono, non del
-pessimo. _La morte civile_, che anche oggi, rappresentata dal Novelli,
-ci commuove, è del 1861; la pose in scena, a Fermo, Cesare Dondini.
-Successore di Alberto Nota come scrittore nella Compagnia Reale Sarda,
-gli fa perfetto contrapposto; quegli un grave impiegato, questi un
-artista vagabondo: e, del pari, quegli compassato e monotono, questi
-multiforme e diseguale. Quanto a potenza di fare, non è possibile tra
-i due neppure il parallelo; ma per la felicità dell'esecuzione, come
-al Nota avrebbe giovato la mano rapida e audace del Giacometti, così
-al Giacometti un poco almeno della correttezza e agghindatura del Nota.
-Nondimeno, abbia pure parecchi difetti e sieno gravi, _La morte civile_
-offre scene mirabili. E nella storia del nostro teatro al Giacometti
-non potrà non spettare un luogo notevole anche perchè, prima di Paolo
-Ferrari, per due o tre decennii fu egli l'unico che avesse sortito
-dalla natura tutte quante le doti precipue che fanno il drammaturgo
-intiero; il senso del comico e del tragico insieme, il movimento
-dell'azione e del dialogo, la virtù del riconnettere le parziali
-osservazioni a un concetto superiore.
-
-Di questo ultimo pregio Ferdinando Martini gli fece un'accusa; perchè
-a lui, nel teatro, non sembra un pregio. Discorrere di ciò con lui
-è attribuire a lui la vittoria e a sè la sconfitta, perchè pochi
-sono così destri dialettici e così arguti ragionatori: se non che,
-dentro me, rimango dell'opinione mia, e concedendo che una tesi, per
-eccellente che sembri agli occhi del moralista o del sociologo, non
-rese mai nè sia mai per rendere buono un dramma male ideato per l'arte,
-sempre più con gli anni son venuto nell'opinione che si onora del
-Manzoni e del Mazzini, quanto all'essenza etica che deve costituire
-quasi direi l'anima onde le membra del dramma si agitano vitali. Poco
-importa, pel giudizio dell'esecuzione, se la tesi sia o no giusta
-in sè; basta che giusta la creda chi la sostiene: in tale sua fede è
-il calore che dalla mente dell'artista passa nell'opera sua e la fa
-sorgere e muovere.
-
-L'amore delle tesi nocque, non è dubbio, a Paolo Ferrari nell'ultimo
-svolgimento del suo teatro: ma la colpa non fu di esso amore, fu della
-maniera di costrurre il dramma sopra una tesi prestabilita, in cambio
-d'incarnare un concetto morale nei personaggi organicamente. Nè dir
-concetto morale è lo stesso come dire tesi; e la vita rappresentata con
-onesta schiettezza porge sempre da sè medesima un insegnamento, tanto
-meno volgare quanto più acuta e profonda sia stata l'osservazione.
-
-Del Ferrari, al quale spetterà, io credo, un'intiera lettura nella
-serie che la benemerita Società vorrà forse darci l'anno venturo, non
-ho tempo di parlarvi come egli si meriterebbe; tanto già nei primi
-anni del suo lavoro drammatico fece di bello e di buono. Non è molto
-che Giovanni Sforza ha edito e, come egli sa, illustrato _Baltroméo
-calzolaro_, una commedia in dialetto di Massa che il Ferrari compose
-in quella cara città nell'inverno del 1847-48, padroneggiando non
-pur quel dialetto, ma altresì, di primo impeto (come accade solo alle
-nature generose), il palcoscenico. Il Goldoni riviveva in quel giovane
-venticinquenne; il Goldoni delle _Baruffe_ e del _Campielo_, stupendo
-fotografo della vita popolare. In alcune scene _Baltroméo calzolaro_ è
-cosa perfetta. Ma curiosità singolare gli viene dall'esservi già dentro
-il nucleo anche di quel marchese Colombi, di gioiosa memoria, che avrà
-poi tanta parte in _La Satira e Parini_. Perchè il Ferrari tendeva
-intorno a sè l'occhio e l'orecchio; e non altrimenti notava gl'ingenui
-costumi ed affetti del calzolaio ubriacone, che gli spropositi del
-violinista Filippo Chelussi, marito d'una marchesa, e fattosi mecenate
-di bande cittadine. Bartolommeo, ne' fumi del vino, esclama, come aveva
-fatto più d'una volta costui, e come farà il marchese Colombi: — Oh!
-Tasso! oh! Tasso! io resto attonito e non posso attribuire. —
-
-Innanzi di lasciargli rappresentare il suo grande emulo nella pittura
-de' costumi, Giuseppe Parini, volle il Goldoni dal suo discepolo
-Ferrari l'omaggio d'una commedia: e nel 1851 gli fece suggerire
-da un amico di leggere le _Memorie_ sue. Queste inspirarono la
-commedia famosa in cui rivissero e il Goldoni e la sua Nicoletta e
-i gentiluomini e i critici veneziani del 1749 in una tale snellezza
-di scene e di dialogo, in una tale intima ed esterna comicità, che
-poche commedie nostre possono certo starle a pari. Donde scappassero
-fuori questa, esuberante di vita e di forza comica, e due o tre altre
-commedie del Ferrari rigogliose e promettenti, si chiese il Carducci,
-e rispose che non si saprebbe ben dire. E se il Carducci non lo seppe,
-davvero non posso dirvelo io. Fatto sta che doverono cooperarvi e
-infondervisi, alcun che dell'anima stessa del Goldoni assorbita
-dal Ferrari su dai volumi delle _Memorie_, l'indole nativamente
-comica di lui, alcun che degli esempii recenti francesi e italiani
-che ho accennati sopra. Resta a ogni modo dinanzi anche a me, non
-solo quell'«irreducibile» che gli estetici confessano a malincuore
-nell'analisi di qualsiasi opera d'arte, ma altresì un piccolo problema
-di critica storica che metterebbe il conto di tentare quando, non
-foss'altro, ne avessimo oggi il tempo e fosse questo il luogo più
-adatto.
-
-_Una poltrona storica_ è del 1853, _La satira e Parini_ è del 1857,
-_La medseina d'onna ragazza amalèda_, in modenese, è del 1859. E come
-del _Baltroméo calzolaro_ si ebbe poi la riduzione in lingua letteraria
-(troppo letteraria) nel _Codicillo dello zio Venanzio_, così la vispa
-commediola modenese dovè adattarsi all'italiano nella _Medicina d'una
-ragazza malata_. L'aver maneggiato i dialetti giovò, comunque sia, al
-Ferrari, per la realtà dell'azione, per la vivezza del dialogo: chè
-il raccostarsi al popolo, come dà forza per tanta parte della vita
-sociale e morale, così anche per la vita artistica porge utili consigli
-e una vigoria schietta e fresca. _La satira e Parini_, se non vale
-forse quanto _Goldoni e le sue sedici commedie_, restò bell'esempio
-di commedia storica in versi, e ha gettato nella memoria di tutti un
-personaggio, il marchese Colombi, co' suoi proverbiali spropositi.
-
-Il resto dell'opera del Ferrari non tocca a me accennarlo; e lascio
-ben volentieri che altri, dopo queste sue prime e bellissime prove, lo
-studii, come si conviene, l'anno venturo, mostrandocelo nei pregi e nei
-difetti: principe, per anni parecchi, della scena italiana.
-
-
-IV.
-
-Se non tutto buona, dunque, ma curiosa e promettente, e nel Ferrari più
-di una volta quasi perfetta, fu la produzione drammatica dal 1848-49
-al 1861, già ci è qua e là apparso che gli attori valsero allora quasi
-sempre più degli autori: onde, mentre le nostre tragedie e commedie non
-varcarono le Alpi, li varcarono essi con la fama e con la persona loro,
-e seppero vincervi aspre battaglie, con vittorie onorevoli alla patria
-oppressa. Dopo il De Marini, Gustavo Modena; dopo Francesco Augusto
-Bon, Cesare Dondini e Cesare Rossi; dopo la Internari e la Pelzet,
-Adelaide Ristori; e con la Ristori, Ernesto Rossi e Tommaso Salvini.
-
-Senza porre odiosi e impossibili raffronti, tutti convengono nella
-eccellenza e preminenza del Modena. Una mente come egli ebbe, e la
-dimostrano anche oggi le lettere sue; un animo quale egli ebbe, di
-patriotta, e lo dimostrano i casi della sua vita; un cuore, quale
-egli ebbe, di uomo, e lo dimostra l'indomabile amore della giovinetta
-svizzera che, lasciando gli agi della vita paterna, volle seguirlo
-su' palcoscenici e nelle campagne di guerra, e fu compagna sua sempre
-innamorata, e fu per lui innamorata dell'Italia, non mai stanca nel
-servire i feriti delle nostre battaglie; mente, animo, cuore, cioè un
-tutto indivisibile di singolare altezza, erano troppo più di quel che
-occorresse a un attore drammatico. E il Modena fu apostolo e milite
-di libertà non meno che attore. A lui attore scriveva reverente il
-Manzoni; a lui oratore eloquente nella Assemblea toscana, cui Firenze
-lo aveva eletto con oltre diecimila voti, non so se applaudì, ma certo
-consentì trepidante di commozione, la maggior parte di quel consesso.
-
-Il racconto del come egli rappresentava il _Saul_ non è un aiuto
-critico, come pochi ne abbiamo, per intendere meglio quella nobile
-figura dell'Alfieri? E a leggere come declamava dell'_Adelchi_ la
-narrazione del diacono Martino traverso le Alpi, facendo sentire
-la solitudine enorme delle valli, e aprirsi al sole sorgente con un
-crepitìo i coni silvestri de' pini; a leggere come declamava Dante,
-traendo dal verso possente gli effetti che noi vi rintracciamo, ohimè,
-con la critica paziente; ci riempie anche oggi di stupore.
-
-Ma egli era nato nel 1803, e la sua figura, voi lo vedete, esce quasi
-dal quadro commessomi.
-
-Vi rientrano gli altri, il Rossi, il Salvini, la Ristori. Del Rossi
-solo, perchè morto, mi è lecito parlarvi un po' a lungo; ed anche
-perchè egli fu ed è il più discusso dei tre. Nè Tommaso Salvini nè
-la marchesa Capranica Del Grillo hanno davvero bisogno delle mie
-lodi, e basterà loro, se leggeranno queste pagine, che sappiano come
-anch'io, con molti di voi, o signore e signori, ho ringraziata la sorte
-dell'avermi concesso il piacere di ammirare almeno nel tramonto quegli
-astri che raggiarono fin dal sorgere di tanta luce, e che splenderono
-così possenti nel pieno meriggio.
-
-Il Rossi, io credo, valse meno di loro: ma forse ebbe più merito
-a levarsi là dove si levò, perchè mosse di più basso, e si fece
-con ardore e costanza la via tra ostacoli che essi non ebbero a
-superare. Basta leggere le memorie nelle quali egli, narrando i suoi
-_Quarant'anni di vita artistica_, si rappresentò così al vivo come
-avrebbe potuto farlo in uno de' drammi che gli piacevano tanto, per
-sentire la verità di tale mia affermazione. La miseria, la vanagloria
-infantile, gli studii frettolosi, talvolta le stesse qualità sue gli
-nocquero; eppure fu e si mantenne a lungo un attore grande. Guardatelo
-nei principii, quando a Foiano nel 1846 deve fare da Paolo nella
-_Francesca da Rimini_, e non ha neppure un po' di vestito: «Aprii il
-mio bauletto, e dissi a me stesso: — Su, signor abate, pensi, immagini,
-e trovi qualche cosa per vestire il signor Paolo da Rimini! — fruga,
-fruga, esamina, trovo un paro di mutande di lana rosse: benissimo! ecco
-le maglie! un paio di _brodequins_, ecco le scarpe; ma erano scarpe
-moderne, e bisognava dar loro una foggia antica: trovo due pezzi di
-cartone, li taglio a forma di barchette, li cucio e impasto insieme,
-con della tinta da scarpe li lucido: ed ecco fatto la sopra scarpa!
-— ma il vestito? — Aveva una giacchetta di velluto nero! ecco il
-sottabito. — Con uno scialle di falso Cachemir, che la mia povera mamma
-mi aveva dato per coprirmi dal freddo nel viaggio, faccio una specie di
-pianeta, tale e quale i preti portano in chiesa per dire la messa: ecco
-la pazienza. — Alla mia berretta da viaggio, che era di panno nero,
-levo il tettino, ci metto una penna d'oca: ecco fatto il berretto. —
-Così vestito, Paolo se ne venne da Bisanzio e dalle guerre sante, disse
-la bella apostrofe all'Italia, ed il pubblico andò in visibilio.»
-
-Così fece poi sempre: andò innanzi senza mai timori; baldanzoso, mise
-il piede, occupò. Ciò che meno in lui mi piacque, un certo tal quale
-istrionismo, le Memorie mostrano che fu una parte così integrante
-dell'indole sua, che, senza di esso, non avrebbe potuto mai fare quanto
-fece. — Faccia franca! — è uno de' suoi motti preferiti; e sarebbe
-cattivo motto per la vita; ma sul teatro riesce opportuna la prontezza
-dello spirito.
-
-La Ristori lo ebbe compagno nel 1855, e nelle Memorie dell'uno e
-dell'altra è compiacenza leggere le lodi reciproche per quelle vittorie
-contro le gelosie della Rachel, su cui l'attrice nostra ottenne gli
-onori tanto come attrice quanto come gentildonna: e il Rossi sentiva
-un po' di onesta gelosia pel trionfo di lei che la aveva seguita
-contro il consiglio del suo maestro, il Modena. Ma a questo punto del
-suo racconto rompe in parole che gli sgorgano dal cuore, e fan bene a
-rileggerle:
-
-«Io stimai sempre la Ristori, l'ammirai sin da giovinetto... più
-volte mi presi a dispute e battibecchi con critici e pubblico, per
-difenderla imparzialmente dagli attacchi ingiusti, severi o avventati:
-l'amai anche come donna, senza mire o scopi indiretti: le fui sempre
-devoto, e non voglio neanche oggi dirle con la mia penna quanto mi fece
-soffrire. Ella dimenticò, che io era giovine più di lei: che, entrato
-nell'arte con tutte le illusioni di una anima non corrotta (che per
-me tutto era color di rosa e poesia), me ne era fatto un ideale di
-perfezione: che l'invidia, la maldicenza, l'orpello, l'ipocrisia, erano
-per me cose ignorate: che la verità, quella verità che non offende,
-ma che stabilisce i fatti e chiarisce le posizioni, fu sempre la mia
-guida: che amava io pure di farmi strada, di progredire, di diventare
-un grande artista come lei; e come era pronto a stenderla, io pure
-desideravo una mano che mi sollevasse, un braccio che mi sostenesse.
-Ella nell'ebbrezza della sua felicità non scese nel suo cuore, e glielo
-perdono per la sua grande arte, che ammirai e ammiro sempre in lei
-anche oggi, benchè sia _vecchia_ e _finita_ come taluni dicono: ma è
-tal fine, che potrebbe essere principio a molte e molte attrici, le
-quali si vollero chiamare di lei maggiori. Povere stolte! e più che
-stolte, impertinenti!»
-
-La Rachel, andata a sentire la rivale, non ci resse, e al terzo atto
-della _Mirra_, afferrando per un braccio il suo cavaliere, se lo
-trascinò via fuor del palco e del teatro: la Ristori, quando la Rachel,
-il giorno dopo, aprendo una pericolosa gara, annunziò il suo ritorno
-sulle scene con la _Fedra_, prese un palco, ascoltò attenta, tranquilla
-applaudì.
-
-Aveva ragione dunque il ministro di Sardegna nel fare un brindisi a
-quegli attori italiani che allora a Parigi così avevan fatto, diceva
-egli, più assai che una bella rappresentazione d'una bella tragedia.
-
-
- _Signore e Signori_,
-
-Nel 1855-56 i due fratelli De Goncourt percorrevano l'Italia pigliando
-qua e là curiosi appunti con la penna e con la matita. L'impressione
-conclusiva del loro libro fu questa: «Finale. Pulcinelleria universale
-di tutto quanto il popolo napoletano, mascherato da Pulcinella, in atto
-di brandire fantocci di pasta da maccheroni, e che con l'altra chiede
-la _buona mano_ ai _forestieri_.»
-
-Mentre il Piemonte si preparava a combattere insieme con la Francia,
-virilmente trattando le armi per l'Italia; mentre l'Italia tutta, a
-chi l'avesse osservata con occhio più acuto, sarebbe apparsa un enorme
-focolare dove le ceneri mal nascondevano la brace ardente; quegli
-attori a Parigi ci vendicavano dall'oltraggio immeritato: e lode sia e
-gratitudine a loro.
-
-
-
-
-LA SINCERITÀ NELL'ARTE.
-
-(l'arte dal '48 al '61)
-
-CONFERENZA DI UGO OJETTI.
-
-
-Un anno fa, Signori, io vi descrissi la vita dell'arte italiana fino
-al '48. Il '48, lo ripeto, è per noi una pietra miliare donde non solo
-una nuova politica si parte, ma anche una nuova arte più libera e più
-franca sotto il sole. Nel 1843 Gioberti aveva pubblicato il _Primato_.
-nel 1844 Balbo le _Speranze d'Italia_, e d'Azeglio — il romanziere e
-il pittore d'Ettore e di Ginevra — aveva lanciato l'opuscolo sui _Casi
-di Romagna_ subito dopo i moti di Rimini e di Bagnacavallo, il quale
-opuscolo è ancora mite e quasi dottrinario rispetto al famoso libro
-sui _Lutti di Lombardia_. Egli è ferito a Vicenza. Succedono le cinque
-giornate di Milano, la difesa di Venezia, la difesa di Roma; Guerrazzi
-e Montanelli vogliono stabilire la Repubblica a Firenze; Mazzini, a
-Roma. Dopo Novara, il d'Azeglio accetta d'essere il Ministro per la
-pace, e da quel giorno è ecclissato dal genio lentamente audace di
-Camillo Cavour. La scuola liberale lombardo-piemontese, cui egli e
-Pellico e Manzoni appartenevano, e di cui, come fissa il De Sanctis,
-Balbo era il dottrinario, Gioberti l'oratore, Rosmini il pensatore,
-è sconfitta a Novara dalla scuola mazziniana democratica che col
-Campanella a Genova, col Farini in Romagna, col La Farina in Sicilia,
-col Guerrazzi in Toscana, con Carlo Poerio a Napoli aveva direttamente
-e indirettamente fatto il '48 e lanciate le insurrezioni.
-
-Quella, volendo lasciare la società alle sue forze naturali perchè
-riescisse al progresso, respingendo ogni idea di violenza sia che la
-violenza scendesse dall'alto, sia che salisse dal basso, non aveva
-agitato che idee generali e larghe astrazioni, e, sopra tutto, era
-stata misurata e composta. Misurate e composte erano state le classi
-dominanti, finchè essa le aveva dominate. Misurate e composte, come
-abbiam visto insieme l'altr'anno, erano stati gli artisti, che solo da
-quelle classi traevano danaro ed onori. I più franchi sostenitori di
-quella scuola, come il d'Azeglio, dichiaravano che la tirannide interna
-premeva poco, che l'importante era fare l'Italia, con la libertà se
-era possibile e, se no, anche col dispotismo. La scuola democratica,
-invece, proclamò con voce sì alta che ne tremarono i troni dei principi
-italiani in apparenza più amati, che se gl'individui non sono liberi,
-è inutile che sia libera la patria.
-
-La libertà degli individui! Questa era stata la vera rivoluzione
-del romanticismo di Francia e di Germania, del romanticismo che i
-federalisti e i pietisti d'Italia erano riesciti, sul vecchio esempio
-dello Chateaubriand, a mascherare da guelfo fino al 1848. La libertà
-degli individui, il diritto alla emancipazione assoluta dell'io, il
-diritto alla passione e alla originalità! Questa era nelle arti la vera
-essenza del romanticismo, che Rousseau aveva sognato senza dargli un
-nome, che Goethe aveva dichiarato nel _Werther_, che Byron, Shelley,
-Hugo, Vigny, Musset, Lamartine e il primo Heine avevano gridato e
-cantato in tutte le loro opere sfrenatamente liriche, recando pel mondo
-sulla mano i loro cuori rossi e fumanti come fiamme.
-
-Non posso qui mostrare come la contraddizione fra l'idealismo lirico
-individuale e romantico del Mazzini letterato e la collettività
-dell'arte predicata dal Mazzini uomo politico, nascosta da lui con
-grandi sottigliezze logiche e con qualche onda retorica e considerata
-dai suoi critici insanabile oggi, invece alla luce dell'esperienza e
-sotto l'esame dell'estetica psicologica possa dirsi sono apparente.
-Oggi a me basta indicare che nel 1848 soltanto — nell'anno taumaturgo,
-— come disse il dall'Ongaro, vien per la prima volta in Italia
-dichiarata la necessità della libertà politica degl'individui dentro
-una patria indipendente, e vien perciò per la prima volta instaurato
-nell'arte il diritto alla sincerità.
-
-Fino allora i nostri romantici avevano avuto la frenesia di piacere,
-di piacer subito e di piacer molto, rendendo attraenti le pene umane
-col respingerle verso il passato, rendendo attraente la figura umana
-col correggerne i difetti e svisando così nella spontaneità d'emozione,
-quella violenta istantaneità di visione che avevano già dato alla vera
-poesia romantica nel 1829 le _Méditations_ di Lamartine e alla vera
-pittura romantica nel 1822 la _Barca di Dante_ di Delacroix. Non aveva
-lo stesso Manzoni nel 1823 confessato nella famosa lettera al marchese
-Cesare Taparelli d'Azeglio che «bisogna scegliere argomenti pei quali
-la massa dei lettori ha una disposizione di curiosità e d'affezione»?
-La nuova libertà non comanderà agli artisti e agli scrittori questa
-premeditata servilissima scelta: ma essi vedranno che solo in quanto
-saranno sinceri, anzi quanto più riesciranno a esser sinceri, tanto
-più ritroveranno nel loro pubblico ossia nel pubblico simile a loro,
-un consenso d'applausi. E così, mentre in quell'altra arte fatta
-deliberatamente per piacere, la mortalità delle opere sarà grande e
-veloce, in questa nuova arte sarà in ragione inversa della sincerità
-dell'artista.
-
-Un artista solo in Italia aveva prima d'allora, ostinato, austero
-e sdegnoso, posto a norma della sua vita e delle sue opere questa
-sincerità: il vostro Lorenzo Bartolini che nel mio discorso
-dell'altr'anno abbiamo con entusiasmo glorificato insieme. Dopo lui,
-nel periodo che descrivo adesso, due altri scultori difendono la nostra
-gloria artistica nel terribile schiacciante paragone con gli stranieri:
-ancora un toscano, il Duprè, e un ticinese, il Vela.
-
-Basta confrontar i ritratti di questi due grandi, per intendere tutta
-la differenza dell'animo loro: Giovanni Duprè scarno, pallido, nella
-tarda età quasi diafano in volto, con la barba morbida precocemente
-canuta, coi capelli lisci pettinati all'indietro e un po' lunghi alla
-Mamiani, col naso prominente tagliente, cogli occhi a mandorla gentili,
-bonarii e sorridenti sotto le sopracciglie morbide e lunghe, con le
-labbra sbianche e sottili sotto i baffi più rari, — Vincenzo Vela
-rosso, valido, olivastro, col volto largo allungato dalla folta barba
-fulva, col naso piatto donde dalle due pinne partono verso le labbra
-due solchi profondi, con la gran fronte convessa e l'arcata ciliare
-come gonfia sopra gli occhi neri, lucidi, severi e meditabondi; quegli
-fatto per sorridere e per accogliere con affabilità, questi fatto per
-tacere e per soffrire anche al culmine dell'attività della gloria;
-quegli dolce e sereno come un bambino, ansioso e nervoso davanti a ogni
-ostacolo, questi austero e violento e muscoloso, precocemente virile e
-pronto all'azione come il suo _Spartaco_; l'uno come il suo _Abele_ più
-degli altri pensoso che di sè stesso, l'altro raccolto nei suoi vasti
-pensieri e nei suoi sentimenti profondi come istinti; l'uno timido nel
-lavoro del marmo e prudente, l'altro leonino nell'assaltar la pietra
-per cavarne i suoi sogni nascosti, impetuoso come un amante che strappa
-i veli e misura il tempo dal battere del suo cuore gonfio di passione
-come una marèa sotto la luna.
-
-Sì, Giovanni Duprè fu un mite. Basta leggere i suoi _Ricordi_,
-delicati, patetici, toscanamente arguti. Nel folto della famosa disputa
-bartoliniana se un gobbo fosse o no degno soggetto d'arte, egli ancor
-giovane restò in disparte per modestia; capì che pel gran Bartolini lo
-studio del vero anche brutto era — son sue parole — «un puro esercizio
-di copia, che è quanto dire il mezzo per giungere all'arte, o, com'egli
-diceva, tenere le redini dell'arte, e che il male si era, che molti,
-scambiando il mezzo col fine, correvano al precipizio.» Acuta e limpida
-osservazione in cui nessun critico sereno ha poi trovato una virgola
-da mutare. Ma egli era un sensibile e non aveva la ferrea dirittezza
-del caposcuola, quella costanza e quell'unità di mente che ci fanno
-apparire tutte le opere del Bartolini o del Vela come tante sillabe
-d'una parola sola. Egli nel '42 aveva finito di modellare quel suo
-dolce _Abele_ morente col perdono negli occhi e con l'agonia per
-tutto il leggiadrissimo corpo, fin nelle chiome femminee che sembrano
-madide di sudore mortale. Ma già l'anno seguente, quella disputa
-dall'Accademia fiorentina diffusasi per tutti i circoli dell'Italia
-centrale e su tutti gli album artistici — come ancora per lo più si
-chiamavano i pochi periodici d'arte — tanto gli aveva occupato la
-mente e affannato il cuore, che egli finiva celeremente il suo _Caino_
-opera così voluta, così innaturale all'anima sua, che l'insuccesso
-palese ne fu da qualche maligno fissato nel motto che questa volta
-Abele avea ucciso Caino, non Caino Abele. Della quale affermazione è
-persuaso chiunque nella sala della Stufa a Palazzo Pitti confronti i
-bronzi delle due Statue. E lo stesso errore fu dallo scultore ripetuto,
-quando volle eseguire il monumento a Cavour per Torino, egli che non
-aveva muscoli per la lotta all'aria aperta, e quando scolpì la statua
-di San Francesco così inutile e inespressiva nel suo piccolo candore
-lì su la piazza d'Assisi di contro all'alta austera facciata romanica
-della cattedrale colore del ferro, — perchè altra febbre d'ardore fu
-veramente in Francesco, un ardore tanto più attivo e più combattivo di
-quella reclina rassegnata umiltà di rinuncia!
-
-Ma per la sua gloria un'altr'opera fin dal 1863 il Duprè aveva
-compiuta: un'opera che è forse la sua maggiore, perchè in essa egli ha
-potuto concentrare tutta la sua tenerezza composta e un po' mistica,
-tutta la sua passione mai violenta e teatrale, ma forse perciò tanto
-più sincera e profonda e potente, come un timoroso amore che non riesce
-a trovar la voce per confessarsi: parlo della _Pietà_ che è al cimitero
-della Misericordia a Siena, poco oltre quella chiesa di Sant'Agostino,
-che contiene il suo gelido _Pio secondo_. La Vergine è genuflessa
-sulla gamba sinistra; sul suo ginocchio destro rialzato e drappeggiato
-da pieghe molli stanche cadenti si appoggia con tutto il dorso il
-Cristo morto che ha la testa reclina e le due gambe distese sul piano
-del marmo. Aperte le braccia, smunte le gote, schiusa nello spasimo
-silenzioso la bocca, di sotto il manto che la schiaccia e l'adombra,
-come un dolore visibile, ella si china verso la faccia della morte,
-verso la fredda faccia. Tutto il figliuolo diletto sulle cui mani e sul
-cui costato si schiudono le cicatrici delle stimmate donde sprizzò col
-sangue una luce di sole sul mondo, ella accoglie così nel suo grembo,
-ella ripara sotto il suo manto; e le braccia di lei, che accompagnano
-più in alto la linea delle braccia di lui abbandonate dalla vita,
-non osano toccarlo, sebbene le due mani si pieghino già alla carezza
-materna. Par che la madre aspetti da quel suo figlio che è Dio il
-prodigio, il prodigio di un'ultima parola, d'un ultimo sguardo, d'un
-bacio. E il bianco dramma si profila sul marmo grigio del fondo, e ogni
-muscolo e ogni piega commentano con una parola precisa l'elegia ansiosa
-dei due volti: uno morto d'amore, l'altro vivo di pena.
-
-Oh non si dica che questo patetico, solo perchè mai volgare, non
-abbia studiato e compreso il vero quanto i più frenetici e pettegoli
-veristi! Egli che quando prima espose l'_Abele_ fu accusato di averlo
-formato sul vivo, egli che anche in un lavoro ornamentale come il piede
-alla famosa tavola delle Muse di Palazzo Pitti riescì nelle figure
-e nelle allegorie delle stagioni a vivacità fresche come quelle d'un
-quattrocentista, egli che a Roma osò chiamare il Tenerani trionfante
-un «timido amico del vero,» egli che dolorosamente si stupiva di udir
-dall'Overbeck nazareno l'eresia che i modelli, ossia il vero, uccidono
-l'idea!
-
-Il Vela, l'ho detto, fu al paragone un impetuoso. Venir a parlar di
-lui dopo il Duprè può quasi sembrar artificio di contrasto retorico,
-par di passare da un fresco giardino odoroso dentro una cupa selva che
-stormisce con un romore d'oceano.
-
-Da Ligornetto nel Ticino ansioso di novità e di lavoro a Milano,
-dove il '36 la _Fiducia in Dio_ del Bartolini mandata alla galleria
-Poldi Pezzoli gli rivela l'avvenire; da Milano a Roma, povero e solo,
-a modellare in una soffitta lo _Spartaco_ mentre il Minardi pittore
-squallido e il Tenerani scultore prudente tengono tutti gli onori; da
-Roma nel '47 nuovamente nel Ticino per la guerra del Sonderbund e poi
-dal Ticino giù in Piemonte tra i volontari italiani a sognare il gran
-sogno e a guardar in faccia la morte: dopo Novara a Milano a finire pel
-Litta lo _Spartaco_, a Lugano ad erigere un altro simulacro di libertà,
-il Guglielmo Tell, da Milano, rifiutata fieramente agli Austriaci la
-nomina di professore all'Accademia di Brera, a Torino accettando quella
-di professore all'Albertina; superbo di modellare per piazza Castello
-l'_Alfiere_ colossale che Milano dava, come un giuramento, al Piemonte;
-poi scultore del _Carlo Alberto_, del _Dante_ e del _Giotto_ e di quel
-_Cavour_ che in mezzo al tumulto frenetico della Borsa di Genova pare
-col nobile volto e il calmo gesto rammentar a tutti gli energumeni
-attorno la felicità della patria non esser fatta solo dall'oro; ancora
-più epico del Manzoni col _Napoleone morente_, infine egli chiude la
-sua vita agitata ed indomita modellando l'alto rilievo delle _Vittime
-del lavoro_, rude e tragico monito dell'avvenire!
-
-Avete voi nella memoria il _Napoleone morente_? Quella ancor salda
-figura seduta sulla larga sedia col cuscino che fa da sfondo fino a
-metà della testa, con quella grave coperta sulle gambe che facendo
-una massa sola della parte inferiore della statua concentra lo sguardo
-dello spettatore nella fissa faccia, nella mano contratta sulla carta
-d'Europa, nel petto che s'intravvede sotto la camicia semiaperta quasi
-che il respiro mancasse alla bocca imperiosa? Il solco profondo a mezzo
-il mento, i due segni netti ed ombrati più agli angoli delle labbra
-sottili serrate, il naso aquilino, i due ponti dell'arcata ciliare
-diritti a sostenere la gran fronte, e in mezzo alla fronte quella ruga
-che forse è di pena ma sembra di minaccia, tutto contribuisce a dare
-a quel volto terribilmente imperioso più che il solenne segno della
-morte vicina la luce divina dell'immortalità, tanto che — al dire d'un
-contemporaneo — «il fitto cerchio di persone d'ogni ceto, d'ogni età,
-d'ogni lingua che gli stava dattorno, faceva come avrebbe fatto dinanzi
-all'imperatore ancor vivo, dinanzi all'uomo dalle cui mani fosse
-sfuggito, sì, l'impero del mondo, ma potesse ancora riprenderlo.»
-
-Lo so: da critico diligente io devo rammentarvi che il Vela, al
-verismo del Bartolini, aggiunse la sincerità nel ritrarre sui corpi le
-vesti spesso goffe dei suoi contemporanei, tanto che sul suo esempio,
-e massime per opera d'un suo ammiratore, Santo Varni, da venti o
-trent'anni il cimitero di Staglieno va divenendo una collezione di
-orribili ineleganze, una storia volgare di tutte le più stupide mode
-di vestiti maschili e femminili dal '60 in giù. Devo anche dirvi che
-molti dei suoi somigliantissimi ritratti — da quello del Carloni a
-Lugano, da quelli del Gallo e del Balbo e delle due Regine a Torino
-fino a quelli del Grossi e del Piola nel cortile di Brera a Milano
-— sono stati accusati di essere poco espressivi, sebbene a me paia
-che nessun moderno lo abbia raggiunto nel trattar con diversa mano le
-diverse materie, e le carni e i capelli e le vesti e il cuoio e i lini.
-Ma qualunque critica vi proponga, un solo e massimo vanto io vorrei che
-voi deste al gran Vela se mai, oltre il lago di Lugano, tra i monti
-verdi vi inoltriate fino a Ligornetto ed entriate nel bianco museo
-della sua villa, nel giardino odoroso piantato dalle sue mani, seguìto
-dal gran mastino nero che le sue mani hanno accarezzato: il vanto
-di essere stato più di ogni altro scultore della sua epoca sincero,
-quello, cioè, di aver in ogni suo marmo espresso un po' dell'animo suo,
-una speranza o un entusiasmo con un vigore che la modernità non aveva
-ancor visto.
-
-La scultura italiana di cui pare che i critici odierni parlino con
-qualche disdegno in poche righe dopo pagine e pagine in onor della
-pittura e di cui le esposizioni fino a poco tempo fa si servivano solo
-per addobbare le sale o per riempire i corridoi; la scultura italiana,
-invece, ha tenuta alta la nostra gloria artistica quando, al confronto
-cogli stranieri, la nostra pittura, se pure in Italia con un po' di
-retorica patriottica era detta viva, all'estero faceva pietà. Quando
-nel '55 con una crudele cortesia Gauthier diceva «che l'Italia aveva
-largamente pagato il suo debito d'arte al genere umano, e che egli non
-avrebbe certo commesso l'iniquità di burlarsi della nostra miseria,»
-quali scultori poteva opporre al Duprè, al Vela, al Tenerani, poichè il
-Bartolini era morto nel '50 e a tanti altri minori rispetto soltanto
-a quei grandi? Fino al '67 a Parigi col _Napoleone_ e con la _Driade_
-del Vela, con la _Pietà_ del Duprè, con l'_Amor pitocco_ del Cambi, col
-_Socrate_ del Magni, fino al '73 a Vienna col _Jenner_ di Monteverde,
-col _Nerone Travestito_ del Gallori, col _Canaris_ di Civiletti, la
-scultura ci ha difesi da quell'accusa di morte.
-
-A Torino, poichè nel 1878 il Marocchetti era emigrato definitivamente
-in Francia, accanto a Vincenzo Vela che il marchese di Breme chiamava
-nel '55 a insegnar nell'Accademia allora allora rinnovata da un
-apposito decreto, erano il Dini ancora classicheggiante ma nei
-ritratti vivissimo, l'Albertoni di fare grandioso e monumentale ma
-poco espressivo meno forse che nel monumento a Vincenzo Gioberti, e due
-fratelli — pur troppo dimenticati — Francesco e Giuseppe Pierotti, che
-modellavano con sicurezza gruppi d'animali.
-
-A Milano, al vecchio Cacciatori succedevano due o tre giovani come il
-Bayer, lo Strazza, il veronese Fraccaroli che allievo del Zandomeneghi
-era venuto da Venezia verso il '35, il Pandiani la cui figliuola
-Adelaide avrebbe poco dopo il '60 creato la _Saffo_ mirabile immagine
-della desolazione amorosa, il Tantardini che col _Geremia_ mostrò che
-cosa potessero anche in un ingegno non sommo gl'insegnamenti del Vela,
-infine il Magni che col _Socrate_ e con la fontana Nabresina a Trieste
-già provava l'amorosa diligenza — non altro! — con cui nel '72 avrebbe
-eretto in piazza della Scala il monumento a Leonardo da Vinci.
-
-Qui a Firenze, intorno al vecchio Romanelli, al Fantacchiotti, al
-Cambi, nessuno ancora sorgeva a eguagliare il Duprè o a prendere il
-posto del Bartolini.
-
-Nel mezzogiorno, poichè il fiorentino Emilio Franceschi non era ancora
-andato a Napoli e il palermitano Civiletti non era ancora venuto a
-Firenze, Tommaso Solari, che nella statua di _Carlo Poerio_ al Largo
-della Carità in Napoli mostra un verismo degno quasi delle statue
-minori del Vela, e Raffaelle Belliazzi nelle terre cotte dipinte
-e anche nel marmo fanno appena sperare un Amendola, un Gemito o un
-d'Orsi.
-
-Ho detto poco fa che la massima lode del Duprè e del Vela è d'essere
-stati i due più sinceri scultori del loro tempo, tra il '48 e il '61.
-Ma in pittura, chi restaurò la sincerità? Chi trasse di sotto il pondo
-dei gessosi eroi del Camuccini e dell'Appiani la vita fatta di nervi
-e di sangue, espressiva e luminosa, magnificamente bella anche quando
-appare spaventosa come un incubo di Breughel o di Goya?
-
-Per veder la verità, guardiamo uno spazio più grande della sola
-Italia. Nella Francia i veri liberatori dell'arte, i veri instauratori
-della libertà contro la schiavitù della tradizione, i veri vindici
-dell'originalità erano stati poco dopo il '20 i pittori romantici,
-e noi eravamo in ritardo di quasi trent'anni. Dal fondo grigio e
-gesuitico della restaurazione, ormai da parecchi anni l'arte del colore
-e della passione era balzata fuori libera, feroce, agile, urlante e
-fulva come una bella belva. Il sangue, il bel sangue porporino e la
-luce e il movimento più convulso essa bramava e otteneva. Che il colore
-fosse così ardente da consumare i contorni, che la passione fosse
-così esternata e visibile da gareggiare con la febbre delle _Notti_
-di Musset o delle apocalittiche visioni di Hugo. Il rosso, il rosso!
-Il rosso scarlatto del panciotto di Théophile Gautier, il rosso cupo
-dei nastri sui cappelli, tra i capelli, intorno alle vite delle belle
-donne che volevano esser tutte appassionate. Già nel 1819 era apparsa
-la _Zattera della Medusa_ dipinta con foga da Géricault ma ancora buia
-e ancora qua e là nelle figure legnosa. La michelangiolesca _Barca
-di Dante_ sognata e dipinta da Delacroix è del 1822, il _Massacro di
-Scio_ che dai vecchi fu detto il massacro della pittura è del 1824. Nel
-1834 Delacroix parte pel Marocco e inaugura la pittura orientalista
-nella quale poi Decamps, Marilhat, Fromentin, Guillaumet sul suolo
-senz'ombra, sotto i cieli senza nuvole, faranno veramente tremar
-l'aria alla luce, in quei silenzii meridiani nei quali, come dice
-lo stesso Fromentin, la vita sembra scomparire assorbita dal sole. E
-già il _Salon_ del 1822 avendo rivelato i paesisti romantici inglesi
-e Turner e Bonington e Constable e avendo dato una medaglia d'oro a
-quest'ultimo, aveva spinto all'emigrazione verso Barbizon tutti quei
-pittori «detti del '30» e Rousseau e Corot e Daubigny e Duprè e Troyon
-che crearono il _paysage intime_ e trent'anni dopo dettero diritto di
-vita al paesaggio italiano. Tutti costoro si dichiarano e sono tanti
-romantici.
-
-Da noi, invece, ogni insulto fra il '50 e il '70 va ai romantici: anzi,
-talvolta il senso dileggiativo dell'aggettivo «romantico» persiste
-ancora nelle lettere, se non nelle arti. E intorno al '60 i così detti
-veristi insorgevano contro i romantici, e Palizzi loro capo a Napoli
-imitava senza saperlo quando poteva Troyon e Daubigny che erano due
-romantici. Donde la contraddizione, o meglio l'equivoco?
-
-Ho in principio accennato alle cause politiche che nel 1848 resero
-invisi agli Italiani i maggiori scrittori romantici, tanto che
-col sostantivo fu condannato l'aggettivo, senza darsi la pena di
-distinguere l'innocente dal reo: del qual fatto il più chiaro esempio
-è nella storia dell'Accademia napoletana di prima e dopo il 1860,
-di prima e dopo la caduta dei Borboni, perchè là d'un colpo furono
-cacciati per ragioni politiche i romantici cioè i borbonici, e
-sostituiti i nuovi cioè i liberali. Ma un'altra ragione dell'equivoco
-è nel fatto che i nostri pittori detti romantici — primo l'Hayez, come
-credo di aver provato l'altr'anno — accettarono i soggetti romantici
-e i sentimenti romantici e la lagrimosità romantica, ma il colore
-e il chiaroscuro restarono degni dei neoclassici, opaco quello e
-saponoso, arbitrario questo e così negletto, che le figure sembravano
-più fantasmi senza rilievo al lume di luna che solidi corpi vivi alla
-luce del sole. Così che quando i nostri veristi e i nostri coloristi
-insorsero contro i romantici d'Italia insorgevano in realtà contro
-i neoclassici e infatti imitavano i romantici di Francia: cioè erano
-dei romantici essi stessi. Quando con Morelli, Celentano, Faruffini il
-quadro storico cominciò ad acquistar l'unità della luce e la giustezza
-dei toni, questi facevano trenta o quarant'anni dopo quella rivoluzione
-che in Francia aveva fatto pure col quadro storico il Delacroix
-romantico. Ma a dar loro dei romantici, anche oggi quei che son vivi
-griderebbero offesi.
-
-Questo inganno nominale ho voluto subito chiarire per potervi mostrare
-la pittura italiana nel posto, non ottimo, che le spetta, a metà del
-secolo decimonono nella pittura europea.
-
-Considerate infatti, per avere un'altra prova di quest'inganno, il
-quadro storico che gl'Italiani, guasti dal fanatismo delle gerarchie
-accademiche cortigianesche e jeratiche, ponevano sommo nella scala
-della bellezza onorevole. Poichè la conquista del colore o la
-conquista del movimento che son le due glorie della pittura del secolo
-decimonono, non erano nemmeno state tentate dai nostri, e poichè — come
-abbiam veduto a parte a parte l'altr'anno — nè l'Hayez, nè il Palagi,
-nè l'Arienti, nè il Malatesta, nè il Guardassoni, nè i due Benvenuti,
-nè i due Mussini, nè il Bezzuoli, nè il Pollastrini, nè il Gazzotto, nè
-lo Zona, nè il Molmenti, nè il Cavalleri, nè l'Ayres, nè l'Angero, nè
-il Mancinelli, nè il Podesti, nè il Gagliardi — per nominar solo quelli
-che allora furon creduti ottimi — riescirono ad abbandonare il lividore
-del colore classico per quanto lagrimassero in tutte le Imelde, in
-tutte le Giuliette, in tutte le Clorinde, in tutte le Francesche da
-Rimini, in tutte le Marie Stuarde, in tutte le Congiure e in tutte
-le Crociate care ai poeti romantici, perchè dovremmo noi dar loro lo
-stesso appellativo di Delacroix e dire che la loro pittura è romantica
-mentre in realtà son romantici solo i temi dei loro quadri, ma la
-loro pittura è in ritardo di quarant'anni? E nei più giovani, prima di
-Morelli, di Celentano e di Faruffini, chi è che si ribella e dipinge
-anche quei modelli mascherati da paggi e da cavalieri antichi al sole
-e col movimento con cui dipingerebbe il signor X o il signor Z suoi
-contemporanei in tuba e scarpini verniciati?
-
-I migliori di questi più giovani sono piuttosto paragonabili a quei
-prudenti pittori francesi che contentarono la borghesia spaurita tra la
-rossa ardente esaltazione della rivoluzione di luglio e le barricate
-della rivoluzione di febbraio, e che ebbero per sommi e antipatici
-capi Paul Delaroche e Robert Fleury e ammirarono in poesia Casimir
-Delavigne e in musica Auber, in una parola che rappresentarono con
-serietà lo smascolinato _juste milieu_ di Luigi Filippo. Essi dipingono
-con sapienza i siparii per teatro ed è naturale, — dal Bertini che
-col Casnedi dipinse a Milano quello della Scala fino al Fracassini che
-dipingerà a Roma quelli dell'Apollo e dell'Argentina, — e per lo più
-scambiano quel che è pittoresco con quel che è dipinto bene, restando
-sempre stilisti oggettivi, mai artisti appassionati.
-
-Guardate Enrico Gamba che apprese in Germania la correzione del disegno
-e l'abilità della composizione, e, fecondissimo, ebbe in Piemonte anzi
-in Italia grande fama fino all'83 quando morì. _I funerali di Tiziano_
-che sono del '56, disegnati così bene, disposti così bene, pennellati
-così bene, contengono veramente dei pezzi di pittura liscia forse ma
-spontanea: però nell'insieme tutte quelle figure viste ad una a una,
-quasi che ognuna avesse il suo raggetto di sole e non ne spartisse
-nemmeno un riflesso coi suoi vicini, odoran di accademia, di modello,
-di posa un miglio distante. E lo stesso è di Andrea Castaldi, torinese
-come il Gamba, ma più di lui fresco in certi studii di nudo femminile
-e più di lui tragico e nervoso nell'espressione dei volti, come provano
-il suo popolarissimo _Pietro Micca_ che è del '60 o il _Savonarola_ che
-è del '56, ambedue nella bella pinacoteca moderna di Torino.
-
-Ma senza andarli a cercare qua e là per l'Italia col rischio di
-dimenticarne parecchi, è bene vederli raccolti alla prima Esposizione
-nazionale italiana che su proposta di Quintino Sella fu con una
-speciale legge decretata il 25 giugno 1860 e aperta nella primavera
-del 1861 qui a Firenze, nell'antica stazione delle ferrovie livornesi
-a Porta al Prato. Se mancavano il Podesti, l'Arienti, il Bertini, il
-Gamba e il Gastaldi, v'erano però tutti gli altri vecchi pittori di
-storie e di storielle, morti e vivi: il Benvenuti col _Conte Ugolino_
-e più col _Giuramento dei Sassoni_, il Bezzuoli con tre quadri fra
-i quali l'_Ingresso di Carlo VIII_, Cesare Mussini con la _Congiura
-de' Pazzi_ e la _Fornarina_, il Guardassoni con l'_Innominato_,
-il Pollastrini con l'_Esilio de' Sanesi_, il Coghetti con la morte
-di _Santa Caterina_, l'Hayez col _Ratto d'Ila_, lo Smargiassi col
-_Buonconte da Montefeltro_, il Maldarelli con la _Gliceria che
-battezza il suo carceriere_. Ed era bene che vi fossero tutti, perchè
-accanto a loro vedendo gl'_Iconoclasti_ del Morelli, _I Dieci_ del
-Celentano, la _Cacciata del duca d'Atene_ di Stefano Ussi e anche la
-_Congiura degli Amidei_ di Eleuterio Pagliano, il pubblico e i giovani
-artisti finalmente comprendessero che nessuna bellezza sentimentale o
-patriottica di tema, poteva far bello un quadro visto male e dipinto
-male.
-
-Io parlo adesso, o Signori, di persone, meno il Celentano, vive,
-ammirate e gloriose, e voi dovete perdonarmi se sarò coi vivi sincero
-tanto quanto è purtroppo facile esserlo coi morti. Io in Stefano Ussi
-ho sempre ammirato più del pittore storico l'orientalista luminoso,
-spontaneo e caldo di passione come quel suo oriente lo è di sole. _La
-Cacciata del duca d'Atene_ che, quando nel 1867 andò a Parigi fu su
-la _Revue de Deux mondes_ così violentemente biasimata da Maxime du
-Camp, è certo il più bel quadro storico che sia stato dipinto prima
-degl'_Iconoclasti_; intendo con ciò che il suo valore è relativo
-al momento in cui apparve. Pensate che questo discepolo di Giuseppe
-Bezzuoli, dipinse il gran quadro a Roma tra il '58 e il '59, nel colmo
-della tirannia del Podesti e del Minardi! Certo oggi in quella folla
-urlante e minacciante che ha invaso il Palazzo Vecchio, la gentile
-freschezza di ogni veste e l'ostentata abilità della composizione
-scenicamente equilibrata intorno al fiammeggiante abito del Duca e la
-differenza tra le due luci, quella pallida oltre le finestre, quella
-violenza dei personaggi del primo piano dispiacciono a chi voglia
-ammirare. Ma che sagacia di psicologia a esprimere sui volti e nel
-gesto le passioni di ognuno e che cura meticolosa dei particolari, cura
-così rara in un tempo in cui l'approssimativo quasi sempre sinonimo del
-falso era la sola guida dei costruttori di tali coreografie! «Io non
-vidi mai quadro moderno che agguagli questo» disse allora il relatore
-governativo Manfredini.
-
-Se Stefano Ussi così impose per primo l'obbligo della verità al
-quadro storico e ne fu subito compensato da una rinomanza sicura e
-duratura, il Morelli negli _Iconoclasti_ stupì per la forza di rilievo
-e l'esattezza veduta del chiaroscuro, e il Celentano nei _Dieci di
-Venezia_ stupì per l'unità della luce.
-
-Domenico Morelli è un impulsivo, disuguale e violento; e forse per
-questo è l'unico dei suoi contemporanei in cui allora sembrasse
-trasfuso un po' dell'ardor febbrile del Delacroix. Il Celentano invece
-è un tenace, sicuro della mèta, dubbioso spesso nei mezzi fino a
-spasimar per l'angoscia, per capire come da quell'orribile _Agguato_,
-che è nella sua sala alla Galleria romana d'arte moderna, egli possa
-essere giunto ai _Dieci_ e al _Tasso_, bisogna leggere le sue lettere
-al fratello Luigi, e vedervi l'amor dello studio attraverso alle
-pinacoteche di tutta Italia e l'ansia religiosa quando è vicino al
-paradiso del colore, — a Venezia. Il Morelli invece ottenne presto, e
-senza tentennare, quella personalità artistica cui il povero Celentano
-anelava, quella palpabilità delle figure nei quadri, come egli diceva,
-quella semplicità della composizione che fu al confronto cogli altri
-la vera meraviglia del _Consiglio dei Dieci_, quando fu esposto
-qui a Firenze. Quel tono basso d'avorio, con qualche fiato verdino,
-delle pietre della Scala dei giganti nel fondo, quei robboni neri dei
-Membri del Gran Consiglio, quei volti scarni ed assorti, quell'aria
-che fluisce nella scena aperta tra i quattro o cinque gruppi andanti,
-quella verità di movimento, lo stesso taglio basso e lungo del quadro
-e la scena che pareva vuota al confronto delle folle accumulate nei
-macchinosi quadri attorno, — tutto a noi che guardiamo dopo trent'anni
-permette di dire che come sincerità d'arte il _Consiglio dei Dieci_ di
-Bernardo Celentano avrebbe dovuto nel 1861 ricevere molti degli omaggi
-che andarono agl'_Iconoclasti_ di Domenico Morelli. E voi sapete,
-signori, che Bernardo Celentano morì a ventinov'anni!
-
-Sugl'_Iconoclasti_ un vecchio amico del Morelli mi narrava pochi giorni
-fa un aneddoto tipico. Egli lavorava con furia, malcontento della
-figura di Lazzaro Monaco quando il Palizzi entrò nel suo studio. —
-Ti piace? — No. — Che devo fare? abbandonar tutto? — Niente affatto.
-Guarda. Io mi metto davanti alla tua tela. Allontanati. Quando vedrai
-le tue figure dipinte spiccar su la tela come fa il mio corpo, allora
-potrai dire d'aver vinto la prova. —
-
-In verità, la gloria di Domenico Morelli è di aver trattato le figure
-dei suoi quadri non come copie di modelli mascherati o atteggiati,
-ma come uomini vivi. Troppo egli stesso è esuberante di vita e di
-passione, per tollerare davanti ai suoi occhi su le sue tele dei
-fantocci piatti. Non credo di fargli una critica dicendo che questo
-più che volontà fu istinto in lui. Nei romani, nei greci, negli uomini
-del cinquecento, nello stesso Cristo egli tornò ad infondere il sangue
-rosso e palpitante, il suo buon sangue di meridionale beato di sole,
-e col sangue la passione tutta dinamica, non più statica e di posa,
-come in quasi tutti i suoi antecessori. Questo romantico, al pari dei
-grandi romantici d'oltralpe sorti trent'anni prima di lui, ha sentito
-che il colore è in pittura l'espressione della passione, l'indice della
-potenza lirica ed emotiva dell'artista. Sebbene talvolta non abbia reso
-l'intensità della luce solare per aver troppo creduto all'efficacia dei
-colori puri invece che all'efficacia dei rapporti, pure pochi seguirono
-col suo amore, con la sua prontezza in un quadro tutti i riflessi e
-i rimbalzi d'ogni minimo raggio. Dei romantici francesi ha avuto i
-gusti letterarii e l'amore pel Byron e pel Tasso, in quasi tutti i
-temi dei suoi primi quadri; e ha avuto la foga nel creare, tanto che
-fu detto gl'_Iconoclasti_ essere stati dipinti in quaranta giorni;
-e l'amor per l'oriente che egli ebbe il torto di dipingere sempre di
-maniera guardando alla Spagna e al Fortuny invece che alla Terrasanta.
-Venuto poi a maturità in un'epoca di critica religiosa, egli potè
-con grande successo fondere questo romantico amor dell'oriente alle
-interpretazioni umane del Cristo, e acquistar nella storia della
-moderna pittura sacra un posto accanto a Holman Hunt, al Rossetti, al
-von Uhde, pure tecnicamente così dissimili da lui.
-
-Ma io non posso indugiarmi nella descrizione del suo ingegno per
-mostrarvi l'importanza dei suoi viaggi tra il '55 e il '62 e la
-fama sua che saliva con tanta sonorità, che forse nessun altro
-artista contemporaneo ha tra i giovani del suo tempo ottenuta almeno
-nell'Italia media una simile suggestione di rispetto devoto.
-
-Quando accanto al Celentano e al Morelli vi avrò rammentato il colore
-del Faruffini, più nella _Vergine al Nilo_ che nel _Sordello_ della
-Brera, l'appassionato brio dell'Altamura che venuto dalla sua Napoli
-divenne così popolare qui a Firenze, la franca pennellata del Pagliano,
-il quale prenderà al Cogniet l'idea della _Figlia del Tintoretto_, la
-forza tragica del Fracassini nei _Martiri Gorgomiensi_ alla Vaticana
-e negli affreschi non finiti a San Lorenzo fuori le mura, v'avrò
-indicato tutti i maggiori pittori storici fino al 1861 — se pur non
-vogliate pensare che già cominciavano a tenere il pennello Barabino
-e Maccari, un geniale imitatore d'Alma-Tadema come Giovanni Muzzioli
-e un irrequieto innovatore come Tranquillo Cremona, e che nel 1864 a
-Parigi con l'ariosa lussuosa riscintillante _Passeggiata nei portici
-del Palazzo Ducale_ Scipione Vannutelli otterrà in premio un sonetto di
-Théophile Gautier.
-
- *
- * *
-
-Dispensatemi dall'enumerarvi tutti i quadri militari che dopo il '48 o
-dopo il '59 glorificarono i mille episodii di Custoza, di Novara, di
-Montebello, di Palestro, di Solferino, di San Martino, e i volontari
-Garibaldini e le truppe Piemontesi, e con Gerolamo Induno perfino
-i pallidi orizzonti della lontana Crimea e le glorie della Cernaja.
-Perfino Mussini finirà a fare — purtroppo! — il ritratto di Vittorio
-Emanuele, perfino Hayez finirà col dipingere la _Battaglia di Magenta_.
-Qualunque critica fatta oggi da noi giovani a quei pittori di battaglie
-i quali quasi tutti le avevano combattute prima di dipingerle, e
-al carminio della loro tavolozza potevano paragonare il buon sangue
-delle loro ferite, sarebbe irriverente. Ma un fatto posso osservare
-ed è che, anche quando la loro pittura sembrerà un po' squallida e il
-loro pennello poco pronto a rendere l'uragano d'un assalto, il lampo
-delle artiglierie, le contorsioni d'un'agonia, pure la necessità dello
-studio del vero, l'intensità della passione presente ed urgente,
-negl'individui centuplicata dall'eco di tutt'un popolo, furono in
-Italia i maggiori coefficienti della nuova sincerità artistica e
-della mutazione del gusto. Qui a Firenze fra tutti costoro, io voglio
-ricordare un veterano sempre valido e giovanile, Giovanni Fattori,
-che oggi è rimasto il maggior pittore militarista d'Europa, e che
-nella sua austera gamma di colori ha per primo veduto i soldati e i
-cavalli _dentro_ un paesaggio, non, come gli altri teatrali, _sopra_
-un paesaggio, e li ha avvolti d'aria e di luce cioè li ha fatti vivi in
-mezzo alla vita, vivi e degni di vivere nell'avvenire.
-
-I fratelli Girolamo e Domenico Induno, dei quali un anno fa descrissi
-l'opera, col loro stile gustoso facile e simpatico unirono questa
-gloriosa pittura militare all'ingloriosa pittura di genere, nella
-quale però Domenico più sentimentale e più mesto riportò maggior vanto
-«porgendo,» come dice con frase tipica il Caimi che è lo storico
-degli artisti lombardi di questo periodo, «l'edificante esempio
-di quelle abnegazioni che nobilitano il tugurio del proletario.» E
-intorno agl'Induno col Trezzini, cognato di Domenico, col Castoldi,
-col Giacomelli, col Clerici, e in Piemonte con lo stesso Gamba, col
-Beccaria, col Balbiano e massime con Federigo Pastoris fu per vent'anni
-un diluvio di emozioni graziose ora ridenti ora meste, anzi per lo
-più meste che stancarono talvolta anche i contemporanei, tanto che
-nelle _Tre Arti_ quel bizzarro ingegno del Rovani ne parla francamente
-così: «La pittura di genere è l'arte sorella di quella letteratura
-pallida ed esile che credette di ingenerare il gusto imbandendoci
-quei cari romanzuoli cotti nell'acqua di mele cotogne che non passano
-l'epidermide nemmeno alle maestrine degli asili d'infanzia.»
-
-Ma l'ironia non giovò, perchè in Italia la pittura di genere durò
-anche più a lungo che in Francia dove, per verità, essa era nata solo
-dall'imitazione degli inglesi, del Wilkie, del Leslie, del Mulready
-che tra il fanatismo dei compratori smollicavano al pubblico la grande
-eredità di Hogarth, — e dove il suo cicaleccio pettegolo fu presto
-sopraffatto dall'ampia sonora voce della pittura paesana di Millet.
-Forse in Italia una lode le si può dare, — che, cioè, servì ad abituare
-definitivamente gli spettatori alle pitture dei costumi moderni visto
-che ancora nel 1857 il buon Pietro Selvatico credeva d'essere audace,
-dissertando della _opportunità di trattare in pittura oggetti tolti
-dalla vita contemporanea_.
-
-Ma i veri ribelli, i veri fondatori della modernità, i veri apostoli
-della sincerità, furono in Italia i paesisti. Da Nino Costa a Telemaco
-Signorini, dal Palizzi al Vertunni, dal de Nittis al Rossano, dal
-Fontanesi al Pasini, — noi intorno al '60 già vediamo raccolta una
-falange di artisti tali, che per cento modi, attraverso a cento
-temperamenti appaiono tutti concordi a proclamare la libertà d'essere
-originali purchè si sia sinceri, ad indicare quanta può essere la gioia
-dell'anima di chi con sereni occhi contempla i suoi sogni riflettersi
-in un mattino aprilino raggiante di speranza, in un meriggio estivo
-ardente di letizia, in una sera autunnale fosca di pena. Lungi le
-mascherature classiche e medievali, lungi le lagrimucce pettegole,
-anche lungi l'inferno delle battaglie! Un mandorlo fiorito sopra
-un cielo turchino; un cespuglio di ginestra oro e verde contro un
-mare color del cielo; un gregge giallastro sopra un tenero prato di
-marzo; una casetta rosea lungo una strada candida di polvere sotto
-il sollione; una luna che di dietro un monte violaceo sorge a spegner
-le stelle nei pallidi sereni: tutte le gentilezze e le grandezze, le
-profondità dei firmamenti e le tenuità dei fiori parvero allora per la
-prima volta dopo quasi tre secoli riapparire all'anima degli artisti
-che tornava ingenua.
-
-Non vi parlo dei piemontesi che dal più facile commercio intellettuale
-con l'estero oltralpe avrebbero dovuto più prontamente degli altri
-udire la soavità di quest'invito alla sincerità, e, se non giungere a
-intendere la bellezza dei creatori inglesi del _Paysage intime_ come
-Turner, de Wint, Constable, John Crome o Bonington, almeno imitare
-i loro imitatori francesi, — invece di fermarsi a Ginevra a vedere i
-_Souvenirs de Suisse_ grandi e piccoli che dipingeva pei forestieri
-quel monotono arido calligrafico e scenografico Alessandro Calame.
-Nè Francesco Gamba, nè il Beccaria, nè il Piacenza, nè il Perotti,
-nè l'Allason, nè il Bennison e tanto meno il Camino si liberarono da
-questa teatralità che raramente, e quasi a loro insaputa. «Un Calame,
-deux Calames, trois Calames, que des calamités!» disse allora un
-critico arguto. Bisogna aspettare che Alberto Pasini parta per la
-Persia con la missione francese del Bourrée, per vedere il colore;
-e anche in lui tanta fu, a volte, l'arte, che divenne artificio,
-e fece preferire ai rutilanti quadri compositi la fresca sincerità
-delle sue tavolette. Bisogna aspettare che Rayper, d'Andrade, Issel
-e Giordano raccogliendosi nella solitudine di Rivara fra gialle rupi
-e verdi vigne tentino di dimenticare il malo esempio degli antenati.
-Bisogna aspettare che nel '55 Antonio Fontanesi dopo essere a Ginevra
-caduto anche lui nel suo Calame, vada all'Esposizione di Parigi a
-entusiasmarsi di Decamps, di Rousseau e poi a Londra a entusiasmarsi di
-Turner, e ottenga così una sapienza di tecnica cromatica ancora nuova
-in Italia e crei quei suoi paesi solidi meditati preparati con abilità
-ed eseguiti con spontaneità, quei paesi di cui dieci o quindici anni
-dopo doveva innamorarsi Giovanni Segantini.
-
-A Napoli prima del Vertunni ampio e solenne, prima che il poetico verde
-nebbioso Rossano e il pallido nervoso de Nittis e Adriano Cecioni da
-Giosuè Carducci chiamato «dell'arte operatore e giudicatore superbo»
-fondassero la cosiddetta scuola di Resina, era e regnava Filippo
-Palizzi senza il quale tutta la moderna arte napoletana, compresa
-quella di Morelli non sarebbe stata com'è. Quando nel 1832 egli
-era venuto a Napoli da Vasto d'Abruzzo era ancora vivo l'olandese
-Antonio Pitloo che il Borbone aveva al suo ritorno, per consiglio
-del Camuccini, nominato professor di paesaggio nella riordinata
-Accademia, e che aveva tra grandi entusiasmi fondata la scuola detta
-«di Mergellina e di Posillipo» lodatissima allora per una trasparenza
-d'aria e una larghezza di cieli per verità poco visibili ora nelle
-sue tele. Fra costoro, Filippo rimase al riparo dall'imperversar delle
-lagrime romantiche e la _Vacca_ che nel 1839 a ventun anno egli dipinse
-pel primo concorso biennale fu come la serena voce d'un poeta fra un
-clamoroso sermocinar di rètori.
-
-Da allora non mutò mai di pensiero dando un esempio d'unità di vita
-estetica ignota a tutti gli altri artisti italiani di questo secolo
-fino allora. Voi pensate, senza sorridere, all'audacia che occorreva
-a dipingere a Napoli nel 1839, invece degli Ajaci, delle Lucrezie,
-delle Virginie, degli Ezzelini e dei Crociati, una pura e semplice
-testa di vacca! Senza alcuna destrezza di composizione, senza alcuna
-scienza della faccia umana, egli doveva essere e fu un limitato
-maestro di tecnica. La fermezza sempre maggiore del suo disegno, la
-pennellata più e più brava, la nitidezza dei particolari, la vivezza e
-la varietà d'espressione negli occhi e nelle attitudini degli animali
-— dai pulcini intorno alla chioccia fino alla famosa _testa di leone_
-che eseguì a Parigi nel '65 al _Jardin des plantes_, — o nei fiori
-o nelle foglie dei vegetali che paiono veramente empir di una vita
-umana certe sue minuscole tele, tutta la crescente profondità del suo
-occhio non ebbero, in realtà, sull'indirizzo della pittura tra il '40
-e il '70 l'importanza morale che ebbe la sua persistenza nello studio
-degli animali e dei fiori e dell'erba. Questa rude franchezza, questo
-bel bagno d'animalità — odor di fieno e di timo — era necessario alla
-pittura italiana che quando egli apparve poteva davvero ripetere quel
-che poi egli scrisse nella sua sala alla Galleria nazionale d'arte
-moderna: — Vorrei rinascere per ricominciare. —
-
-Il movimento dei _macchiaioli_ qui a Firenze fu davvero una rinascita.
-Spenti oramai gli odii, i biasimi violenti, gli antagonismi feroci di
-venti o di trent'anni e caduta sul bollor dei superstiti la neve della
-canizie, tolto ormai ogni significato bernesco a quell'appellativo dato
-loro dall'arguzia fiorentina, riappare oggi tutta la vivace sincerità
-di quelli ostinati nemici dei «raschiatori delle tele vecchie,» come
-essi chiamavano tutti gli accademici classici puristi e romantici,
-senza rispetto per nessuno, anzi aumentando di ferocia in proporzione
-di quanto quelli aumentavano di disdegno.
-
-Nel '55 l'Altamura e il Tivoli tornando dall'Esposizione di Parigi si
-fermarono a Firenze a predicar con tanta fede ai giovani frequentatori
-del Caffè Michelangelo la libertà artistica ormai da più che trent'anni
-concessa al popolo di Francia da Delacroix, re del chiaroscuro e
-dalla sua corte, — che quando quei giovani entusiasti poterono andar a
-godere nella Villa di San Donato la galleria del principe Demidoff e i
-Daubigny, i Decamps, i Troyon, i Delacroix, i Marilhat, i Meissonnier
-che essa conteneva, la rivelazione giunse ai loro occhi come un fulmine
-e appiccò il fuoco a tutti gli animi.
-
-Al Caffè Michelangelo, come narra Telemaco Signorini in un libro che
-ogni giorno va acquistando rarità di documento e valore di storia, la
-guerra di idee si sarebbe fatta grave anche tra gli amici più fraterni
-se la guerra per la patria non avesse chiamati tutti i generosi a
-combattere l'Austria. Tutti i reduci — dal Signorini al Fattori — non
-dipinsero per mesi che bivacchi e accampamenti, scaramucce e battaglie,
-ipnotizzati dal fuoco e dal sangue come gli innamorati dall'amore.
-
-L'Esposizione nazionale fatta, come ho detto, il '61 qui a Firenze
-e l'apparizione di paesisti come Palizzi, Fontanesi, Costa e Pasini,
-ridettero fiamma alle critiche e alle lodi e i congiurati così detti
-della _Macchia_ scesero per le vie e fecero la loro rivoluzione.
-Purtroppo le rivoluzioni quando corrono in piazza sono già compiute
-negli animi. Il dogma che gli avversari a momenti volevano ardere con
-tutti i suoi apostoli in piazza della Signoria non appariva, in realtà,
-già applicato in quell'Esposizione del '61 con quello che i critici
-più codini e più miopi, chiamarono allora il «colorire a spizzico,»
-dal Morelli, dal Celentano, dal Fontanesi? E in realtà questi giovani
-che si dicevano veristi e insultavano i romantici d'Italia e perciò
-sembravano audaci, non erano con qualche ritardo imitatori dei più
-romantici paesisti di Francia, dal Rousseau al Corot? E la tecnica
-della macchia che dieci anni dopo Manet spingeva agli effetti estremi
-con l'«impressionismo,» non era stata inventata appunto dai romantici
-d'oltre alpe? E la fiera massima dei macchiaioli, «senza maestri e
-senza discepoli,» non era la più sincera affermazione di quel diritto
-all'originalità più sfrenatamente spontanea che il romanticismo aveva
-sancito pel bene degli artisti? Ahimè! quanti presunti nemici ai
-critici del duemila sembreranno fratelli appassionati! Ma la colpa
-dell'equivoco fu dei pretesi romantici d'Italia vecchi, legnosi e
-incolori quanto i neoclassici camucciniani, non dei nostri veristi la
-cui lotta era benedetta da Dio.
-
-Adriano Cecioni, Diego Martelli e Telemaco Signorini diffondevano con
-limpidezza le nuove teorie: «il colore non mutar mai, divenir soltanto
-per la luce più chiaro e più scuro, l'affare più importante nel
-dipingere esser dunque di vedere e di rendere bene le macchie di chiaro
-e di scuro, non facendo mai nemmeno le figure più grandi di quindici
-centimetri, vale a dir di quella dimensione che assume il vero guardato
-a tale distanza da non esser possibile di percepirlo altro che per
-masse, cioè per macchie, di chiaro e di scuro....»
-
-Con questa frenetica passione per problemi di pura tecnica si può
-davvero dire che il Banti, il Cabianca, il Borrani, il Lega, l'Abati,
-il Moradei, il Signorini, perdessero sul pubblico ogni forza di
-commozione così che, non essendo essi più che mani, il pubblico avesse
-il diritto di non esser più che occhi? No. Basterebbe considerare
-l'opera di tre superstiti: Nino Costa che veramente non fu tra i
-macchiaioli ma venendo a Firenze nel '59 fu maestro di sincerità a
-molti di loro, Vincenzo Cabianca e Telemaco Signorini. Quale paesista
-anche tra i più giovani e i più deliberatamente patetici — come
-Fragiacomo o Sartorio — raggiunge la profondità di passione delle
-vedute dipinte verso il '55 sotto Albano, all'Ariccia, da Nino Costa
-quando come un eremita visse là per cinque anni con lo svizzero David
-— delle _Donne che cavano il lino dal macero, delle Donne che in
-una sera di pioggia vanno alla fonte_ e infine di quella sua _Veduta
-della spiaggia di Porto d'Anzio_ dove il cielo opalino, il mare grigio
-nella distanza e l'arena giallastra dappresso formano una musica così
-piana e pure così solenne? E in quali acquerelli più che in quelli del
-Cabianca, perduta col largo pennellare tutta la minuzia calligrafica
-e femminile dell'acquerello, si è mai veduto, direttamente dal colore
-più che dal soggetto o dal gesto, venire per gli occhi al cuore dello
-spettatore tanta gentilezza d'affetto quanta dalle _Monachine_ fatte
-nel '61, dalla _Neve a Venezia_ dipinta nel '55, o dalla _Chiesetta in
-riva al mare_ dipinta tre anni fa? E infine prima di Telemaco Signorini
-il paesaggio italiano ebbe mai tanta chiarità di sole e di azzurri
-quanta se ne vede sulle sue vedute delle coste e della marina di
-Spezia, tanta sicurezza di carattere quanta nei suoi quadri del _Ghetto
-fiorentino_, che restano nella memoria netti come ritratti d'un volto
-umano?
-
-Signori, questo fanatico amor per la natura, questa passione per le
-solitudini verdi, per gli animali dai placidi occhi, per gli alberi
-da gli occhi di fiori non definiscono quale sia stata veramente
-l'anima del nostro gran secolo? L'arte del paesaggio nell'avvenire lo
-redimerà dalla fama di avaro, di scettico ed egoista, che gli storici
-superficiali gli hanno già tribuita. Quest'arte, tornando ad immerger
-la figura umana nella luce, tornando a considerarla sotto l'ampiezza
-dei cieli simile agli alberi e alle rupi e alle acque nella gioia
-dei meriggi e nella melanconia delle sere, ha ridato agli uomini la
-nozione serena e sincera del loro destino, ha ricostruito una specie
-di religione naturale placida e limpida da ogni paura e da ogni vana
-superbia. Veramente, educato dai grandi paesisti, oggi l'uomo quando
-al tramonto col cader della luce nel silenzio sale l'oscurità della
-morte e filtra per gli occhi nel cuore e il cielo impallidito è più
-profondo e più ampio e gli umani fatti ciechi sono più sperduti e più
-piccoli, pronti a confondersi con l'ombre vane, — veramente, dico,
-allora l'uomo si sente sulla sua minuscola terra come in esilio, e
-nella coscienza gli salgono come un ricordo istintivo e un rimpianto
-d'un tempo immemorabile di fraternità, d'un tempo in cui tutto il mondo
-— cose che sembrano vive e cose che sembrano morte — era un sol fatto,
-una sola entità, un sol divenire sotto gli occhi, forse, di Dio.
-
-A questa unità del destino di tutto, a questa tristezza solenne e quasi
-divina, i grandi paesisti, da Turner a Segantini, da Constable a Corot,
-da Fontanesi a Signorini, hanno educato l'anima moderna. Quali filosofi
-hanno dato tanto ai loro discepoli?
-
-
-
-
-LE PRIME GLORIE DI GIUSEPPE VERDI
-
-CONFERENZA DI PIETRO MASCAGNI
-
-_tenuta a Firenze il giorno 14 aprile 1900._
-
-
-Tutte le volte che entro nel Teatro «alla Scala» di Milano, mi fermo
-all'atrio a guardare le quattro statue di marmo che rappresentano i
-nostri sommi maestri melodrammatici: Rossini, Bellini, Donizetti e
-Verdi. E tutte le volte provo una medesima, stranissima sensazione, che
-mi forza ad ammirare le figure di Rossini, di Bellini, e di Donizetti,
-mentre, nello stesso tempo, mi rende uggiosa, quasi antipatica,
-l'effige di Verdi. Ho tentato di giustificare la mia sensazione
-invocando l'estetica. — Infatti: quell'abito a coda di rondine,
-quel rotoletto di musica fra le mani e quel paltoncino ripiegato sul
-braccio sinistro possono dar campo a qualsiasi ribellione del gusto
-artistico. Ma non sono riuscito a capacitarmi, perchè, volgendo appena
-lo sguardo, ho veduto la statua di Rossini colla mazza nella destra,
-l'enorme cappello a staio nella sinistra, ed il portamusica attaccato
-ai polpacci.
-
-La ragione del mio strano sentimento non deriva dalla espressione
-artistica degli scultori. Ammiro profondamente le figure di Rossini, di
-Bellini e di Donizetti, perchè sono il simbolo rappresentativo di tre
-genii che io non posso conoscere di persona; mentre detesto un Verdi di
-marmo quando lo posso venerare in carne ed ossa, bello e florido come
-il destino benedetto lo conserva all'amore dell'Italia nostra.
-
-Forse però, quella statua è di buon augurio. Rammento un tipo
-originalissimo della mia Livorno che, per avere lunga vita, si fece
-preparare la tomba e ci fece mettere sopra il suo busto in marmo, opera
-pregevole e rassomigliantissima. Tutti i giorni, prima di colazione,
-quel bel tipo se n'andava fino al Camposanto, fissava a lungo la sua
-effigie, ed esclamava: «Per oggi mangio io.»
-
-E vinse tanto bene la scaramanzìa, che, quando morì, dovettero
-cambiargli il busto perchè.... non gli somigliava più.
-
-E speriamo che così sia della statua di Verdi; per quanto io credo
-che si potrebbe di già cambiare, perchè fu inaugurata nel 1881. Per
-lo meno, non si potrà dire che Verdi, nella sua vita, abbia avuto un
-quarto d'ora di statua.
-
-Ma, nel dire tutto questo, non intendo menomamente di diminuire
-l'importanza che ha e che merita il fatto, nuovo nella storia
-dell'arte, di un onore così grande reso ad un vivo. Anzi, aggiungo che
-non si poteva con nessuno, meglio che con Verdi, che è la più grande
-gloria vivente, rompere il pregiudizio e distruggere alla fine i due
-noti versi di Orazio, parafrasati troppe volte dai poeti di tutti i
-tempi e di tutti i paesi:
-
- _Virtutem incolumem odimus_
- _Sublatam ex oculis quaerimus invidi._
-
-Però, a me ora pare di essere qui a fare la figura della statua di
-marmo dell'atrio della «_Scala_.» Qualunque cosa io possa dire di
-Verdi, sia pure (magari per combinazione) superiore nel concetto
-ed elevata nella forma, apparirà sempre povera o piccina alla mente
-delle gentili signore e di tutti gli egregi qui convenuti, se ciascuno
-richiami appena nel pensiero la nobile fisionomia del nostro grande
-maestro.
-
-Ed io non tenterò nemmeno di riuscire eloquente nel mio discorso.
-Sarebbe vana fatica. Già, prima di tutto, non ne sarei capace; eppoi,
-a che cosa mi servirebbe? Quale eloquenza può sussistere di fronte
-all'opera immensa di Giuseppe Verdi? Quale eloquenza può sostenersi
-al cospetto della sua persona, sintesi vivente delle sue creazioni,
-che ha portato superbamente fino ai giorni nostri i ricordi più belli
-dell'entusiasmo dell'arte e del patriottismo?
-
-La vita, la storia artistica di Verdi parrebbe una leggenda, se ancora
-non fosse fra noi Lui, maraviglioso documento di quelle vicende che
-saranno credute favolose dalle future generazioni.
-
-Ne ho letto di libri su Verdi! Ne ho letto di storie, di episodii,
-di aneddoti! Ma tutto mi è apparso infinitamente scialbo e meschino,
-quando mi sono trovato alla sua presenza. Il suo solo sguardo mi ha
-detto delle cose, mi ha suscitato nel cuore dei pensieri che non ho mai
-trovato, che non troverò mai in nessun libro.
-
-Ed in questo momento l'animo mio è tutto pieno di quelle memorie,
-ma rimane paralizzato dalla coscienza della propria inettitudine ad
-esprimere i sentimenti troppo alti.
-
-Chiedo, dunque, venia al cortese uditorio per tutto quello che nel
-mio dire apparirà disadorno ed anche non conveniente al soggetto ed
-all'uomo di cui si tratta. Resti nella mente di tutti soltanto l'idea
-dell'omaggio reverente che ho voluto tributare, accettando, forse
-con leggerezza, ma certo con tutto il cuore, l'incarico di questa
-conferenza.
-
-A Verdi ho già domandato anticipatamente il perdono per l'atto che
-sto per compiere. Perchè sono sicuro di dargli un dispiacere. Ei non
-vorrebbe che si parlasse mai di Lui.
-
-Quale è la persona che non ha sentito parlare della modestia di
-Verdi?...
-
-Ma, a questo proposito, debbo fare una osservazione.
-
-Sono già parecchi anni che io studio la modestia degli uomini (colla
-modestia delle donne non ho mai scherzato!), e potrei raccontare molti
-aneddoti che mi hanno sempre confermato le diverse qualità di modestia.
-Ma mi fermerò ad uno solo, che mi serve precisamente alla dimostrazione
-che voglio fare.
-
-Un giorno del 1882 (anch'io comincio a citare epoche remote!) mi
-trovavo a Milano in casa del mio illustre maestro Amilcare Ponchielli,
-quando si presentò un giovane musicista che voleva sottoporre
-al giudizio del Maestro una sua composizione. Ponchielli non era
-punto di buon umore: afferrò sgarbatamente il fascicoletto che il
-giovane gli porgeva, e si mise a scorrerne le pagine, mugolando e
-borbottando. Il giovane musicista attese ansioso qualche minuto; e
-poi timidamente disse al Maestro: «Si tratta di un pezzetto senza
-importanza; una cosetta buttata giù alla meglio.» Ponchielli alzò
-la testa e, maltrattandosi terribilmente il pizzo caratteristico, si
-mise a gridare: «Ah, sì?... Si tratta di una cosetta?... Vuol fare il
-modesto forse?... E perchè è venuto a mostrarmi questo nonnulla?...
-I compositori debbono sempre aver fede nell'opera propria, e debbono
-sempre stimare capolavori le loro composizioni.... Io non amo la falsa
-modestia.» E riprese a sfogliare le pagine, mugolando e borbottando.
-Il giovane era rimasto stecchito. Dopo poco, Ponchielli rialzò la
-testa e parve rabbonito. Restituì il fascicolo all'autore, e gli disse
-quasi dolcemente: «Lei è modesto; ma il suo lavoro è più modesto di
-lei.» Il giovane se n'andò subito, profondendosi in inchini ed in
-ringraziamenti; e mi parve che avesse preso per un complimento l'ultima
-frase di Ponchielli.
-
-Per parte mia, da quel giorno, ho cercato tutti i modi per non essere
-modesto....
-
-Ma, intanto, avevo potuto studiare questo caso di modestia che credo
-sia il più diffuso: un imbecille che fa il modesto davanti ad un uomo
-superiore, col solo fine di ottenere un elogio da lui, e di credersi,
-nella stupida vanità, a lui ed a tutti superiore.
-
-Guardiamo invece, per sommo contrasto, la modestia degli uomini
-veramente grandi, quella modestia che è il solo raggio che si possa
-aggiungere alla gloria!
-
-Verdi, togliendo anche di mezzo l'indole naturale, deve essere modesto
-per forza: perchè nessun inno di lode potrà destare in Lui il più
-piccolo sentimento di orgoglio: anche l'inno più grandioso sarà
-meschino agli occhi suoi.
-
-Come potrà mai sentire ricordata la sua vita gloriosa, come potrà mai
-sentire raccontati tutti i suoi trionfi, senza che la sua mente non
-veda impallidita dal ricordo quella vita da lui stesso vissuta, senza
-che il suo cuore non trovi rimpiccioliti dal racconto quei trionfi
-da lui stesso riportati? È facile, dunque, comprendere lo stato di
-inquietudine dell'animo mio in questo momento: al dubbio di riuscire
-gradito al colto pubblico va aggiunta la certezza di dispiacere a
-Verdi.
-
-A buon conto, gli ho chiesto perdono anticipatamente; ma non oso
-sperare di passarmela liscia. Me la potessi almeno cavare con una
-lavata di testa!...
-
-Oggi io non devo parlare genericamente di Giuseppe Verdi e di tutta la
-sua luminosa produzione: l'attuale conferenza è limitata da due date,
-che nell'arte del nostro Grande e nella storia della nostra Nazione
-rappresentano due epoche. Dal 1849 al 1861: quale stupendo periodo di
-arte e di patriottismo! E quale mirabile fusione di nobili sentimenti
-nella espressione dell'anima e del genio di Giuseppe Verdi!
-
-Nella visione subitanea dello svolgimento di tutto il periodo storico
-ed artistico, la mia mente, forse per effetto di costante ammirazione
-o forse per effetto di spontanea ispirazione, vedo tre punti capitali
-sui quali deve soffermarsi per la dimostrazione della sua idea.
-
-E questi tre punti si trovano: al principio, alla metà ed al termine
-del periodo, che ne resta interamente abbracciato e diviso con
-simmetria: per quanto, rispetto alla produzione di Verdi, il periodo
-abbia fine nel 1859.
-
-Primo punto, la _Battaglia di Legnano_ (27 gennaio 1849); secondo
-punto, i _Vespri Siciliani_ (18 giugno 1855); terzo punto, _Un Ballo in
-Maschera_ (17 febbraio 1859).
-
-Se l'idea di parlare primieramente e specialmente di queste tre opere
-può sembrare a prima vista strana o non giustificata, si pensi che devo
-occuparmi di un periodo della vita italiana tutto pieno di santo amor
-di patria: e si pensi all'influsso potente che la musica di Verdi seppe
-esercitare sopra ogni cuore italiano.
-
-Ho scelto i tre punti capitali perchè: il primo rappresenta tutta
-la trepidazione, tutta la commozione, tutto l'ardore di un popolo
-oppresso ed anelante alla redenzione; il secondo rappresenta il
-trionfo dell'arte italiana all'estero, anche esplicata in un soggetto
-glorioso per l'Italia e nefasto per il paese che lo domanda; il terzo
-rappresenta il supremo entusiasmo di una nazione intera, che, eccitata
-dal genio di Verdi, nel nome di Verdi combatte l'ultima battaglia e
-vince.
-
-Quando scoppiò la rivoluzione italiana del 48, Verdi era a Parigi;
-alle prime notizie della gloriosa insurrezione di Milano, il suo animo
-generoso non resse: e partì per l'Italia. Si fermò a Lione dove sapeva
-di trovare una lettera di un amico che gli doveva dire le ultime
-vicende della sua patria. Trovò, infatti, la lettera e conobbe il
-doloroso voltafaccia delle cose. Rattristato dalla delusione della sua
-fervida speranza di arrivare a Milano e salutare libera la città dei
-suoi primi successi, restò alcuni giorni a Lione; ed all'amico che gli
-aveva mandato la sciagurata notizia rispose semplicemente: «Spero che
-avrete fatto il vostro dovere.»
-
-Ma poi proseguì il viaggio; e giunse in patria per assistere al
-completo rovescio delle armi italiane.
-
-Col cuore sanguinante tornò a Parigi, mezzo ammalato e stanco.
-L'impresario Lumley di Londra venne ad offrirgli una generosissima
-scrittura che Verdi avrebbe accettato subitamente, se l'editore Lucca
-non glielo avesse impedito rammentandogli il suo obbligo contratto di
-scrivere un'altra opera, oltre «_I Masnadieri_» già eseguiti a Londra e
-con poca fortuna, il che veniva ad aumentare le esigenze dell'editore.
-(Sempre uguali in ogni tempo i nostri editori!).
-
-Allora Verdi, infastidito e stizzito, scrisse di mala voglia il
-_Corsaro_ sul libretto del Piave, poveramente tratto dall'omonimo
-poema del Byron; ed abbandonò la sua partitura senza nemmeno curarsi di
-sorvegliarne le prove.
-
-Il _Corsaro_ fu eseguito a Trieste e non piacque; e si accusò Verdi
-di voluta negligenza: mentre, da altra parte, con più giusto criterio
-si tenne conto del suo stato d'animo turbato dai dolori cui la patria
-soggiaceva.
-
-Forse c'entrava anche il dispetto verso l'editore; ma certamente il
-cuore del Maestro era tutto pieno di tristezza e di angoscia per la
-sventura italiana: e la mente sua non poteva trovare ispirazione in
-alcun soggetto, che non gli parlasse dello sconforto e della speranza
-del popolo d'Italia.
-
-Il sentimento patriottico, in quel momento, fu troppo più forte del
-sentimento artistico.
-
-Ed in quel momento il genio di Verdi fu pari al sentimento
-degl'Italiani; e non volle parlare che dell'Italia sua.
-
-E scrisse la _Battaglia di Legnano_.
-
-Io penso allo slancio infrenabile che avrà guidato Verdi all'inizio
-della sua nuova creazione; e penso all'ardore ed alla lena nella
-continuazione del lavoro; e penso alla forte commozione nel compimento
-dell'opera, che era la spontanea espressione del suo cuore d'italiano
-e che nei cuori italiani tanto entusiasmo doveva suscitare.
-
-Quel godimento che la folla prova davanti all'opera d'arte, quando
-l'arte è vera e sincera, è già stato provato a mille doppi dall'artista
-creatore, dall'artista che esprime il suo sentimento, tutto assorto
-nella interpretazione ideale, precisa e fedele.
-
-Ma l'opera d'arte deve essere il prodotto genuino dell'ispirazione, il
-frutto vergine del genio.
-
-Guai se l'artista si lascia vincere dallo scrupolo della teorica!
-L'opera sua non sarà più sincera. Il caldo paesaggio meridionale si
-cambierà in nordica e gelata regione.
-
-In arte, il genio è sole e la scienza è neve.
-
-Al solo ricordo del successo immenso, incredibile, che la _Battaglia di
-Legnano_ ebbe presso il pubblico di Roma, è facile immaginare con quale
-foga d'entusiasmo Verdi abbia compiuto l'opera sua.
-
-Si sapeva che l'opera aveva un soggetto patrio, d'indole guelfa; ed
-in quel momento di fermento politico non si domandava di meglio. Gli
-uomini si recarono al teatro con la coccarda tricolore sul petto,
-mentre le signore distendevano sui davanzali dei palchetti sciarpe e
-nastri tricolori.
-
-Fu un delirio! Si gridava insieme _Viva Verdi!_ e _Viva l'Italia!_
-E tutti i cuori ebbero insieme ed ugualmente il ravvivamento delle
-speranze, il rigoglio dell'ardore, il presentimento della patria
-redenta.
-
-Verdi esultava già di quei pensieri quando scriveva l'opera.
-
-Ma la generazione d'oggi non conosce la _Battaglia di Legnano_; e
-non la stima, perchè legge nei libri che fu un'opera d'occasione,
-d'attualità; e che _soltanto il soggetto e la nota politica le diedero
-unanimità di suffragi ed apparenza di trionfo_, [come dice Anton Giulio
-Barrili]; e che _il successo del primo momento fu dovuto anzitutto
-alla sovraeccitazione degli animi_ come stampa il Pougin; e che _simile
-musica certo ha ben poco o nulla da vedere coll'arte_, come scrive Gino
-Monaldi.
-
-Certo, se oggi si parla d'occasione, si pensa subito all'inno scritto
-per l'inaugurazione di una qualsiasi esposizione di oggetti di
-guttaperca, e se si parla di attualità, si corre colla mente alle
-mazurke dedicate alla polvere dentifricia o al perfetto smacchiatore.
-
-Ma allora, nel 1849, l'occasione e l'attualità rappresentavano qualche
-cosa di ben differente. E Verdi non era stato invitato a scrivere la
-sua opera da nessuna commissione di futuri cavalieri o commendatori.
-Aveva spontaneamente dato alla patria l'opera del suo genio e della sua
-anima.
-
-Guardiamo come ne scriveva allora il Basevi:
-
-«Al Verdi, che dal 1842 in poi regna solo in Italia, ben s'addice il
-nome di rappresentante del gusto musicale del suo tempo. Come tale egli
-doveva scrivere un'opera corrispondente al nuovo stato degli animi
-nell'anno 1848. E così fece.... Erano i travagli dell'Italia giunti
-vicino al loro nodo, quando nel gennaio 1849 fu posta sulle scene in
-Roma la _Battaglia di Legnano_.»
-
-E guardiamo quello che ne diceva il _Pallade_, giornale di Roma, il 27
-gennaio 1849, poche ore avanti della prima rappresentazione:
-
-«La musica, se per lo innanzi, schiava di errati precetti, non valse
-che a deliziare mollemente gli esterni sentimenti dell'uomo; oggi ne
-rischiara e ne sublima gl'intelletti; e vestendo più robuste armonie,
-apprestasi anch'ella ad innestare la sua gemma sulla corona della
-patria. Non invano dunque il Verdi imprendeva a celebrare la famosa
-Lega Lombarda, col titolo: _La Battaglia di Legnano_. Lombardo quale
-egli è, offre con la penna il tributo che non potrebbe colla spada
-alla sua patria infelicissima, affinchè dalle ricordanze delle glorie
-passate prenda ella ristoro delle sventure presenti e presagio dei
-trionfi avvenire.»
-
-E lo stesso giornale _Pallade_ aggiungeva dopo la prima
-rappresentazione, il 29 gennaio: «Il «Verdi in questo suo lavoro ha
-levato il volo alla sublimità. Lungi dall'obbedire alle antiche leggi
-convenzionali, egli ha sentito che il suo spirito aveva bisogno di
-libertà, come l'Italia d'indipendenza.»
-
-E più sotto continuava: «Questa Italia oggi ha luogo di attingere dalla
-severità e robustezza di quest'ultimo patriottico lavoro quell'ardente
-scintilla che valga a ridestare e spandere il nazionale ordinamento.»
-
-Ecco quello che si pensava nel 1849 della _Battaglia di Legnano_!
-
-Se oggi, dopo più di cinquant'anni questa musica appare invecchiata
-agli occhi volubili della critica moderna, non si abbia il facile
-coraggio di condannarla; ma si pensi che, ai suoi tempi, seppe
-infondere tanto ardore nei petti degli italiani, e contribuì non poco
-alla redenzione della patria.
-
-Da qui a cinquant'anni non si parlerà nemmeno di tanta musica che
-ai giorni nostri pare dedicata dall'ebetismo moderno al godimento
-inesauribile dei sensi superficiali; o se ne parlerà come una delle
-cause dell'assopimento intellettuale, dell'impoverimento del sangue e
-dello snervamento della generazione futura.
-
-La _Battaglia di Legnano_, in ogni modo, attraverserà il corso dei
-secoli legata strettamente all'epopea famosa che preparò e compi
-l'unità d'Italia.
-
-E venga pure il critico supino a dirci che quella musica _ha poco o
-nulla da vedere coll'arte_! Altro che arte! Arte prodigiosa! Arte che
-ha servito all'interesse comune ed alla gloria della Nazione!...
-
-Ma chi m'intende, oggi che l'artista cerca soltanto di curare il
-proprio interesse.... e quello del suo editore?...
-
-Oh, quanto riusciamo meschini dal confronto dei tempi! Ecco: oggi
-stesso, a Parigi, si inaugura la nuova grande Esposizione Universale!
-Da oltre un anno, in Italia si è lavorato con grande attività per
-trovare il modo di far figurare degnamente la musica del nostro paese
-nella capitale della Francia ed al cospetto di tutte le nazioni del
-Mondo. Si è pensato a grandiose riproduzioni dei nostri capolavori
-melodrammatici; ed al proposito il Panzacchi scrisse alcuni articoli
-nobilissimi; si è tentato di presentare i nostri migliori artisti della
-scena; si è escogitato ogni mezzo per mandare a Parigi almeno le nostre
-buone orchestre; ma a nulla sono riusciti Ministri, Sotto Ministri,
-Commissioni e Sotto Commissioni. Si è detto che il Governo non può
-spendere, e chi vuole vada a spese sue.
-
-E fino a questo punto, logicamente, può andare anche bene; perchè la
-finanza dello Stato non ha mai fatto, o non ha potuto fare, troppe
-concessioni all'arte nazionale, ed in special modo alla musica. Ma la
-Francia non ha domandato nulla alla Nazione sorella?...
-
-Nel pensiero di offrire ai visitatori d'ogni paese un magnifico
-spettacolo musicale, non si è ricordata dell'arte italiana?
-
-Sono ingenuo, forse, nelle mie interrogazioni; perchè tutti pensano che
-la Francia ha compositori, artisti ed orchestre da vendere, e non sente
-alcun bisogno di noi.
-
-Ma è qui appunto il mio grande sconforto.
-
-Anche nel 1855 la Francia aveva Auber, Halévy e Berlioz; ma
-nell'occasione della Esposizione Universale di quell'anno, volendo
-offrire al mondo la primizia di un'opera nuova sulle scene del suo
-massimo teatro lirico, si rivolse all'Italia, a Giuseppe Verdi.
-
-Oh, il disgraziato confronto come sgomenta il cuore!
-
-Ed immagino il dolore grande di Verdi che, alla distanza di
-quarantacinque anni, ancora vivo e sano, oggi penserà mestamente alla
-differenza dei tempi e degli uomini.
-
-Facciamo anche noi quello che in questo momento farà Verdi colla sua
-grande mente: abbandoniamo l'istante che ci rattrista, per ritornare
-al momento solenne nel quale Giuseppe Verdi consacrava il trionfo
-dell'arte italiana in faccia a tutti i popoli.
-
-E sono al secondo punto capitale del periodo storico.
-
-Invitato a scrivere un'opera per l'occasione della grande Esposizione
-Universale del 1855 a Parigi, Verdi accettò l'incarico; e si mise
-subito d'accordo coi suoi librettisti prestabiliti, per la scelta del
-soggetto.
-
-Al giorno d'oggi chiunque avrebbe approfittato del favorevole
-contrattempo per rendere il più alto omaggio alla nazione ospitale,
-scegliendo con ogni cura il più adatto dei soggetti.
-
-Ed io conosco qualcuno che, pure in circostanza ben dissimile e punto
-solenne, sta sobbarcando la propria fantasia all'apoteosi cortigiana
-dello straniero.
-
-Invece Verdi, anche nella maestosità di quel momento, non seppe tradire
-il suo sentimento e le sue aspirazioni; non seppe dimenticare la
-Patria Santa a cui l'arte sua pareva interamente dedicata; e scelse il
-soggetto dei _Vespri Siciliani_.
-
-Oggi, più che allora, si può ammirare la temerarietà di Verdi che volle
-avventurare in estraneo suolo l'opera sua che inneggiava alla gloria
-del suo paese, addolorando il popolo che l'ospitava.
-
-E non so che cosa debba maggiormente ammirarsi in Verdi se l'amore
-per la patria, immenso ed infrenabile, o la coscienza della forza del
-proprio genio.
-
-Quando nel 1282 Giovanni da Procida intuonò colle armi i _Vespri_
-famosi, fu un pianto solo di rabbia e di dolore per tutta la Francia.
-Ma quando nella stessa Francia Giuseppe Verdi, nel 1855, intuonò
-coll'arte sua divina i _Vespri_ suoi, fu un grido d'esultanza per tutta
-la Nazione; fu un inno d'entusiasmo per l'arte italiana.
-
-L'arte di Verdi si era superbamente imposta, vincendo tutti gli
-scrupoli della storia e della politica.
-
-Io fremo d'orgoglio e di gioia al pensiero di tanta altezza d'ideale,
-sognata e raggiunta dalla potenza del genio d'Italia. E guardo
-disperato al vuoto che oggi ne circonda.
-
-L'Esposizione Universale di Parigi del 1855 diede all'arte italiana
-l'alloro prezioso del suo maggiore trionfo; l'Esposizione Universale di
-Parigi del 1900 lascia oggi l'arte italiana a divorarsi da sè stessa,
-accasciata nei suoi confini, intisichita dagli stravizi immondi.
-
-E Verdi è ancora vivo.... e vede.... e rammenta.... e soffre più di
-noi!...
-
-Entro nell'ultima fase del periodo storico.
-
-_Un ballo in Maschera!_
-
-Qui non abbiamo affatto il soggetto patriottico che incita
-all'entusiasmo gli animi della folla; non abbiamo affatto l'opera di
-occasione e di attualità; eppure nessun lavoro di Verdi ha avuto tanta
-influenza sui destini della patria quanto _Un ballo in Maschera_.
-
-La sola creazione intrinseca del genio di Verdi seppe compire il
-prodigio.
-
-Il pubblico, nella grande commozione del successo rimasto memorabile,
-ebbe la visione di tutto il decennio trascorso fra i dolori e le ansie;
-rivide la figura del Maestro combattente per la Patria colle armi
-dell'arte e della gloria; sentì risuonare ancora quei canti popolari
-che avevano sollevato d'esultanza ogni petto: comprese che la luce,
-appena intravveduta sull'orizzonte dei sogni, annunziava la vera aurora
-del sole della libertà. La musica di Verdi parlò ancora una volta al
-cuore ardente e generoso del popolo d'Italia.
-
-Ed il popolo d'Italia intese quella voce; e l'intese sinceramente e
-grandemente nella pura espressione del suo linguaggio sublime.
-
-Nessun concorso di elementi estranei in quella musica appassionata ed
-affascinante.
-
-Il solo genio creatore di Verdi, ritraendo mirabilmente gl'impulsi
-del suo cuore, fece scattare il pubblico in una esplosione spontanea
-d'entusiasmo. Ed anche allora mille voci commosse ed esultanti
-gridarono insieme: _Viva Verdi!_ Ma non era più soltanto il grido di
-plauso all'autore fortunato e prediletto; non era più la semplice
-acclamazione all'opera stupenda; non era più la sola esaltazione
-dell'arte nostra: era il grido del popolo chiamato alla riscossa; era
-il saluto solenne e vigoroso al precursore della redenzione nazionale;
-era l'inno vittorioso della folla risvegliata dalla grande luce della
-libertà!
-
-«_Viva Verdi!_» Fu il grido che partì da Roma il 17 febbraio del '59 e
-che si ripercosse in tutte le parti dell'Italia, ingigantito dall'eco.
-
-Ed a quel grido immenso che erompeva dai petti animosi di tutti gli
-italiani, fu compiuta la unità della Patria. _Viva V. E. R. D. I.! Viva
-Vittorio Emanuele Re d'Italia!_
-
-Che sia benedetto il fato!
-
-Ma le glorie di Verdi, in quel periodo epico della vita italiana,
-furono molte al di fuori delle tre che ho tentato di illustrare. Dal
-1849 al 1859 Verdi scrisse dieci opere, compreso l'_Aroldo_, che non
-è che lo _Stiffelio_ riformato su nuovo libretto. E nelle dieci opere
-figurano quei quattro capolavori ormai consacrati alla storia immortale
-dell'arte dall'entusiasmo popolare di tutto il mondo: _Rigoletto_,
-_Trovatore_, _Traviata_ e _Ballo in Maschera_.
-
-Nessuna musica al mondo più di quella di Verdi ha mai destato interesse
-e passione negli animi; e specialmente parlando delle quattro opere
-famose.
-
-Ci sarebbe da scrivere interi volumi, se si volessero raccogliere tutti
-gli episodii di esagerato entusiasmo provocato dalla musica di Verdi; e
-si potrebbe cominciare dall'aneddoto di quell'ufficiale che, assistendo
-da un palco di quint'ordine ad una rappresentazione della _Battaglia
-di Legnano_, fu invaso da tale strano fanatismo che, urlando come
-un ossesso, gettò in platea e sul palcoscenico, sciabola, spalline,
-cappotto e tutte le seggiole del suo palchetto; e stava per buttarsi
-lui stesso di sotto, quando fu agguantato miracolosamente e fu portato
-fuori del teatro.
-
-Si disse, allora, che l'ufficiale era briaco; ma io non ci ho mai
-creduto.
-
-Parecchi anni fa ero a Firenze; ed una notte, quando tornavo
-all'albergo, m'imbattei in una comitiva di cinque o sei giovanotti, che
-si erano fermati in mezzo alla strada e discutevano animatamente ed a
-gran voce. Sentii subito che parlavano di musica; e mi fermai cercando
-di afferrare il senso della loro discussione. Ma i giovanotti si
-mossero per fermarsi di nuovo dopo una trentina di passi: e rinnovarono
-questa manovra parecchie volte, ad intervalli che mi parvero
-perfettamente uguali. Io seguivo costantemente tutte le mosse della
-comitiva, rimanendo sempre ad una discreta distanza, che mi permetteva
-di non perdere una sillaba della vivace conversazione.
-
-La disputa era accesa fra due soli della compagnia, e si dibatteva
-intorno alle opere di Verdi. L'uno dei due sosteneva a spada tratta il
-_Rigoletto_ come l'opera più perfetta della produzione verdiana; mentre
-l'altro urlava che il _Trovatore_ poteva comprare tutte le opere di
-questo mondo, messe insieme.
-
-Il resto della comitiva non prendeva parte alla discussione, ma
-ascoltava attentamente e con grande interesse.
-
-Io, dapprima, cominciai per divertirmi a quella scena nuova e
-caratteristica: ma poi, a poco a poco, involontariamente mi sentii
-afferrato anch'io dall'interesse della disputa e dalla foga dei due
-contendenti; ed anche, se vogliamo, dalla logica delle ragioni addotte
-per convincersi l'un l'altro da quegli scatenati, che avevano perduto
-il sangue freddo prima del senso comune. (Cosa che non accade tutti i
-giorni!)
-
-Altro che la convinzione del critico! Altro che l'eloquenza del
-conferenziere! Non sentirò mai, in vita mia, una cosa simile.
-
-Oramai il mio spirito era interamente conquistato. Dimenticai le ore
-piccine, non badai al frescolino pungente della notte, non pensai
-più al povero portinaio dell'albergo che mi aspettava; e rimasi ad
-ascoltare avidamente.
-
-La disputa, intanto, si accalorava sempre più; e, ad un certo punto,
-entrò in una fase impreveduta e singolarissima. I due giovanotti,
-non potendo convincersi a vicenda a furia di parole, cominciarono a
-cantare a squarciagola i pezzi più salienti dell'opera rispettivamente
-preferita.
-
-(Si concessero la prova di fatto, direbbe un pretore).
-
-Non scorderò mai l'effetto di quel duello in musica. Peccato che non si
-possa ridire!
-
-Gridava l'uno: «Ma dove mi vuoi trovare una melodia più toccante
-di _tutte le feste al tempio_?» E si metteva a cantare il motivo. E
-l'altro subito replicava: «E dove metti _ai nostri monti ritorneremo_?»
-E giù, a cantare anche lui. Ed il primo a riprendere: «Tu parli della
-popolarità del _Trovatore_, come se nel _Rigoletto_ non ci fosse, _la
-donna è mobile_.»
-
-E l'altro: «La vorresti forse mettere al confronto del _di quella
-pira_?»
-
-E le due voci s'inalzavano accanite nell'aria fredda della notte,
-volendosi ormai fare ragione colla forza.
-
-Dal gruppo della comitiva, ad un tratto, si allontanò per poco uno dei
-giovanotti che circondavano i due inferociti rivali: era senza dubbio
-un dissidente, perchè sentii che cantava a mezza voce l'_eri tu che
-macchiavi_.
-
-Ma gli urli dei due eroi della questione si erano già resi
-insopportabili. Io non capivo più nulla: era una scena infernale, un
-vero finimondo! Sentivo sbraitare i _Cortigiani vil razza dannata_!
-per tener testa a _quell'infame l'amore ha venduto_; e stentavo
-a riconoscere la _bella figlia dell'amore_ confusa e imbrogliata
-coll'_Ah, sì! ben mio coll'essere!_ a tale altezza di tonalità da far
-venire le vertigini.
-
-La scena non poteva durare più a lungo. Ed infatti i contendenti
-vennero presto alle mani; ed alle _cavatine_ e ai _si bemolli_ fecero
-succedere una vera grandine di schiaffi e di pugni. Gli amici durarono
-non poca fatica a dividere i focosi pugillatori; e per calmarli
-del tutto ci volle la voce del saggio della Compagnia che li ammonì
-con poche parole che, a quell'ora ed in quel luogo, mi parvero una
-profezia: «Cosa andate a guastarvi il sangue col _Rigoletto_ e il
-_Trovatore_, quando, come niente, domani Verdi viene fuori con un'opera
-nuova che si mangia in insalata tutte quelle che esistono?!»
-
-Nessuno parlò più; e la comitiva si allontanò lentamente nella notte
-silenziosa.
-
-Ancora attonito per la scena nuovissima a cui avevo assistito, seguii
-collo sguardo quei bravi giovanotti che si dileguavano nel buio della
-strada; e posso assicurare che nessuno di loro era briaco.... neppure
-il dissidente.
-
-Ebbene: io sono convinto che, oggi, soltanto dopo un simile spettacolo
-si può avere un'idea dell'impressione che quella musica di Verdi
-destava nel pubblico ai suoi tempi. Come si può comprendere oggi il
-primo entusiasmo della _Battaglia di Legnano_ e l'estrema commozione
-del _Ballo in Maschera_?
-
-Oggi si vuol far credere che l'arte non è più popolare; e si parla di
-arte aristocratica, di arte coi guanti.... Coi guanti sì! Ma guanti di
-lana e ben grossi, perchè oggi l'arte è diventata fredda!
-
-Nei teatri d'oggi si attaccano ai muri delle striscie di carta colla
-scritta: _Si prega di non applaudire durante gli atti._ Come se
-l'applauso fosse una volontaria manifestazione di cortesia.
-
-Avrei voluto vedere il resultato pratico di quegli avvisi alla prima
-rappresentazione del _Rigoletto_!
-
-Io intanto ho già ritirato dallo stampatore i cartellini che farò
-affiggere in teatro la sera della prima rappresentazione della mia
-nuova opera, e che portano la scritta: _Si prega di non fischiare
-durante gli atti._
-
-E non potrò essere modesto neppure allora, perchè sarò semplicemente
-sincero.
-
-Voglio sperare che nessuna persona dell'uditorio così gentile si
-maraviglierà del fatto che nella mia conferenza io non abbia nemmeno
-accennato ad un tentativo di analisi delle opere di Verdi; ed anzi
-credo fermamente che tutti avrebbero deplorato un simile proposito da
-parte mia.
-
-La musica di Verdi è troppo superiore a qualunque analisi, perchè tutta
-insieme sa troppo bene parlare alle fibre del nostro cuore.
-
-È musica fatta di genio e di intimo sentimento.
-
-Ma, anche volendolo, che cosa avrei potuto dire di Verdi, che non fosse
-già noto a tutti gli ascoltatori?
-
-Si voleva conoscere, forse, il mio giudizio sulle sue opere?
-
-E che cosa vale il mio giudizio più di quello di qualunque altra
-persona?... Domandatelo, dunque, ad altri; domandatelo a voi stessi. Il
-giudizio su Verdi sarà sempre uguale presso tutte le genti che hanno un
-po' di cuore nel petto.
-
-Si voleva forse che io analizzassi la produzione di Verdi dal lato
-della struttura, della costruzione, della matematica?
-
-A parte l'irriverenza imperdonabile che avrei commesso, sarei stato nel
-caso di dire solamente che Verdi, fino dalle prime sue opere, fu sempre
-artefice sommo.
-
-E tutti avrebbero riso della mia grande scoperta... e della mia grande
-ingenuità.
-
-E allora?
-
-Forse si aspettava da me una conferenza a base di aneddoti?
-
-Ma, Dio mio, degli aneddoti della vita di Verdi sono stati empiti
-giornali, opuscoli e libri interi. Ed io non mi sarei mai sentito il
-coraggio d'inventarne di nuovi.
-
-O mi si chiedeva un saggio di polemica coi detrattori del genio di
-Verdi?... Ma dove avrei potuto scavare i detrattori?... L'arte di Verdi
-non può avere che ammiratori.
-
-Non si tiri in ballo la critica d'un tempo crudamente ostile alle opere
-del Maestro; o la si porti ad esempio magnifico di avversari leali,
-accaniti nel giudicare l'opera del genio alla stregua delle cifre e
-dei sistemi; e vinti, alla fine, quando dalla loro mente cocciuta la
-potenza di quella musica potè scendere nel loro cuore.
-
-L'arte di Verdi non ha che ammiratori, come il suo nome e la persona
-sua raccolgono l'affetto e la reverenza di tre generazioni sparse su
-tutto il mondo civile, dai nonni ai nepoti, dai ricchi ai poveri, dai
-regnanti ai plebei.
-
-Io, qui, non ho voluto che tratteggiare la figura di Verdi in quel
-periodo della vita italiana che fu così denso di gioie e di dolori,
-di speranze e di delusioni; ed ho voluto dimostrare quanto spontanea
-e grande fu l'influenza della sua musica su tutti gli avvenimenti
-di quegli anni di trepidazione, dalle prime aspirazioni all'ultimo
-trionfo.
-
-Perciò mi sono fermato sopra tre punti, che ho stimato capitali in
-riguardo alle opere di Verdi ed anche rispetto al periodo storico.
-
-Non ho parlato delle altre opere comprese nel periodo, perchè esse, da
-sè sole, parlano tanto eloquentemente ai nostri cuori.
-
-Però, se vi accade d'incontrare in qualche libro alcuna allusione alla
-lotta del melodramma fra l'Italia e la Germania, pensate subito che
-Verdi da più di sessant'anni combatte sul teatro italiano, regalando
-alla patria allori innumeri di gloria e trofei superbi di vittoria;
-e pensate che nessuna arme dei trofei, nessuna foglia degli allori
-sarà giammai toccata, fino a quando l'opera di Verdi vivrà nei cuori
-degli italiani, e fino a quando nel nome di Verdi le nuove generazioni
-continueranno la marcia trionfale per la strada maestosa tracciata dal
-genio dell'Italia.
-
-E se vi viene fatto di leggere in qualche altro libro che certa musica
-di Verdi è barocca, ordinaria, forse triviale, pensate semplicemente
-che a chi giudica in modo simile manca del tutto ogni cognizione morale
-del sentimento del popolo ed ogni fibra di patriottismo.
-
-E ancora: se trovate chi scrive che Verdi non è un vero genio originale
-e creatore, ma è un grande assimilatore del suo talento alla corrente
-delle varie epoche vissute; pensate che il critico si è alzato tardi
-ed ha trovato Verdi già in piedi. Pensate che dal pregio più raro si è
-voluto trarre fuori il difetto più volgare.
-
-Per certa gente corta di vista, ed alla quale restano eternamente
-occulte le lontananze ardite, tanto nello spazio del passato come in
-quello dell'avvenire, la musica di Verdi segue i tempi; e certa gente
-non sa e non potrà mai sapere quale invece sia stato lo sviluppo
-dato al dramma lirico italiano da tutta la grande produzione di
-Verdi, seminata con germe fecondo per tutto il lungo cammino di
-oltre sessant'anni. E crede di potere giudicare tutta quella immensa
-produzione riunendola oggi in un solo fascio e mettendola sotto una
-sola luce.
-
-No! per giudicarla, bisogna distenderla di nuovo lungo tutta la strada
-maestra, sulla quale ha lasciato i segni miliari nel suo passaggio
-glorioso.
-
-Abbiamo già veduto se l'arte di Verdi seguiva i tempi nel 1849,
-nel 1855 e nel 1859. E li seguiva, forse prima coi _Lombardi_ e
-coll'_Ernani_? E li seguiva col _Rigoletto_ e colla _Traviata_? E li
-seguiva poi coll'_Aida_, coll'_Otello_, col _Falstaff_?...
-
-L'arte di Verdi ha potuto, per una benedetta eccezione della natura,
-esplicarsi in uno spazio di tempo grandissimo; e, attraverso
-al rinnovellamento delle generazioni e dei governi, ha potuto,
-gradatamente e continuamente battere il passo alla imponente evoluzione
-musicale del secolo decimonono, tracciando quella strada superba dalla
-quale l'arte nazionale non dovrebbe mai allontanarsi.
-
-Verdi è stato l'assiduo precursore d'ogni progresso, d'ogni conquista
-del melodramma italiano, come fu il precursore vittorioso della
-redenzione della Patria.
-
-E voglia il cielo che Verdi sia ancora il precursore invocato, che ci
-additi i nuovi ideali da conquistare nel secolo nuovo!
-
-È il migliore augurio per l'arte e per l'Italia.
-
-
-
-
-IL RISVEGLIO DEGLI STUDI DELL'ANTICHITÀ CLASSICA.
-
-CONFERENZA DI GIROLAMO VITELLI.
-
-
- _Signore e Signori,_
-
-Non è mio costume eludere con sottili accorgimenti le difficoltà di
-quel che imprendo a fare, ovvero liberarmi con disinvoltura dalle
-responsabilità che mi toccano; e se veramente fossi responsabile
-della conferenza, che vi toccherà udire, saprei anche addossarmi la
-responsabilità che me ne verrebbe, e chiedere umilmente perdono di
-avervi ingannato con un titolo pomposo e di disilludervi ora con un
-discorso, a dir poco, troppo modesto; ma la mia generosità non arriva
-a tanto da rispondere di colpe così gravi, quando non sono colpe
-mie. Sarò generoso soltanto in questo, che non vi mostrerò a dito il
-colpevole, quantunque io lo veda sorridere maliziosamente fra i miei
-gentili ascoltatori.
-
-Lo conferenze a cui avete assistito finora, e quelle che ascolterete
-in questa sala in quest'anno, tutte più meno si sono contenute e si
-conterranno nel limite cronologico del periodo eroico del nostro
-risorgimento nazionale, suppergiù dal 1848 al 1860. Ora, che cosa
-dovrei io dirvi del risveglio degli studi classici in così ristretto
-periodo di tempo, quando ai nostri migliori ben altre cure incombevano
-che non fossero quelle di interpretare Cicerone od Omero? Dovrei forse
-ricordarvi e spiegarvi quanta ragione avessero i nostri giovani di
-lasciare in seconda e terza linea gli studi che immediatamente non
-avrebbero per nulla giovato alla indipendenza, alla libertà, all'unità
-della patria nostra? Dovrei dirvi, in somma, che risveglio di studi
-classici non vi fu allora, nè vi poteva essere, nè vi doveva essere; o
-forse dovrei mettermi alla faticosa ricerca di quei quattro o cinque
-solitari illustri che, pure accompagnando col pensiero e coi voti
-l'èra nuova, ingannavano le ansie delle aspettazioni, investigando
-alla «fioca lucerna» d'una modesta stanza di lavoro le costituzioni,
-la lingua, la civiltà dei nostri padri antichi? Altri da codesto
-vivo contrasto di operosità politica e di studi tranquilli saprebbe
-trarre eloquentemente partito, lo riuscirei soltanto a dimostrarvi
-quello che già sapete, che una rondine non fa primavera, che un
-illustre epigrafista, un valoroso interprete di Tucidide, un geniale
-investigatore di memorie antiche può lasciare orme indelebili del
-suo ingegno e della sua dottrina nella storia della scienza, ma non
-per questo la nazione a cui egli appartiene e il popolo in cui egli
-vive possono e debbono esser considerati come coefficenti e fattori
-di progresso scientifico. Voi non ignorate qual tesoro di dottrina
-e di genialità filologica possedesse il poeta dell'Ultimo canto di
-Saffo e della Ginestra; sapete anche però che non soltanto nel «natìo
-borgo selvaggio,» ma neppur nei grandi centri di cultura italiana
-quell'ingegno e quel sapere trovarono eco. Fu miracolo che alcuni dei
-nostri migliori, e sia gloria a Pietro Giordani, se ne accorgessero;
-e vi fu bisogno che dotti stranieri rivelassero all'Italia Leopardi
-filologo. Sempre nella prima metà di questo secolo che muore, e che
-alcuni a dispetto di ogni aritmetica hanno già seppellito, un miracolo
-di dottrina epigrafica e storica, Bartolommeo Borghesi, era noto ai
-suoi concittadini come colui che religiosamente ascoltava la messa
-tutte le feste comandate; ma essi non sapevano che il suo libro di
-devozione erano gli Annali di Tacito! Conoscemmo il Borghesi in tutta
-la sua grandezza, quando Teodoro Mommsen lo proclamò suo maestro, e
-Napoleone III ne ordinò a spese della Francia la ripubblicazione delle
-opere preziose.
-
-Ma io corro pericolo che alcuno di Voi mi creda calunniatore del mio
-paese. Tante e tante volte da persone, o per merito proprio o per
-dignità raggiunta autorevoli, Voi sentiste dire invece che negli ultimi
-quarant'anni di vita italiana, era venuta ad affievolirsi miseramente
-quella scienza e cultura classica che era stata vanto dei padri e
-degli avi nostri. Non io vorrò ridurre tutte queste affermazioni a
-vane querimonie di venerandi vegliardi, cui l'età rende inesorabili
-_laudatores_ del passato. Vi dirò, invece, che c'è qualche cosa di
-vero in questo lamento, in questo confronto non vantaggioso per l'età
-nostra, in questo biasimo severo contro la superficialità moderna; ma
-perchè si possa riconoscere nei giusti limiti questa parte di vero e
-convincersi nonostante che, se di risveglio di studî classici dovremo
-parlare, ci converrà appunto cercarne le tracce in questi ultimi
-decennii, è indispensabile premettere alcune considerazioni generiche
-un tantino noiose, che ci rendano possibile distinguere tendenze e
-fatti che generalmente si sogliono confondere.
-
-La storia dell'antichità romana è storia della patria nostra, storia
-dei nostri diretti progenitori; e poichè questi nostri antenati,
-orgogliosi e fieri conquistatori e reggitori del mondo, non
-disdegnarono assimilarsi la cultura, la scienza, la poesia del popolo
-ellenico, creatore di quella civiltà che sarà poi detta europea, anche
-la storia dell'antichità greca vi si connette indissolubilmente.
-Non è meraviglia perciò che, diradate appena le tenebre più o meno
-dense della barbarie medioevale, appunto in Italia cominciasse e
-splendidamente cominciasse l'ammirazione per la forma e la sostanza
-della civiltà antica, il desiderio ardente che in quelle forme
-brillasse anche una volta il genio della nostra razza. Firenze fu il
-cuore d'Italia in tutto quello splendido periodo di operosa ammirazione
-ed imitazione dell'antichità. Ai poeti, agli artisti, agli uomini di
-Stato, agli eruditi, ai banchieri, ai mercanti fiorentini, mette capo
-in massima parte quel complesso mirabile di fatti, di aspirazioni, di
-vita nuova, che sogliamo chiamare «rinascimento».
-
-Può darsi, è certo anzi, che un così grandioso movimento fosse
-utopista nelle sue ultime tendenze finali; altrettanto certo è che in
-quella eccitazione di spiriti, come indubbiamente ebbe a soffrire la
-compagine morale del nostro carattere, così si ritemprò mirabilmente
-il nostro carattere artistico, e fummo per secoli i primi artisti del
-mondo. Ma io non ho nè volontà nè scienza per trattare, e tanto meno
-per risolvere problemi storici di tal natura. Ho voluto semplicemente
-indicare quanto natural cosa fosse che in Italia gli studi della
-antichità classica avessero in origine scopi e tendenze di ritorno
-anacronistico alla civiltà, alla lingua, alla letteratura, alla vita
-dei Greci e dei Romani.
-
-Basterà, del resto, dare uno sguardo, sia pure fugace, a quello che
-in fatto di lingua e di letteratura avviene in Grecia sotto i nostri
-occhi. I discendenti di Temistocle e di Aristide, ridonati dopo lunga
-servitù a libera vita, vogliono attestare colla lingua e colle lettere
-la loro discendenza; e noi assistiamo attoniti ad un tentativo, che
-non possiamo dir sano, di sopprimere una lingua viva e vivace, che ha
-la sua ragione di essere nella storia dieci volte secolare del popolo
-che la parla, per sostituirvi artificialmente la lingua di Demostene e
-di Senofonte, parole, forme e costrutti morti e seppelliti da migliaia
-di anni. Ebbene, in altri tempi noi abbiamo accarezzata una utopia
-analoga, in forma, se si vuole, senza confronto più grandiosa, più
-artistica, più bella; ma per diversità che ci fossero nel resto, il
-motivo psicologico non differiva gran fatto. Oggi questa tendenza
-anacronistica della riproduzione artificiale della vita antica è,
-altrettanto naturalmente, scomparsa quasi del tutto. Innocui esempi,
-e solo nel campo delle lettere, rimangono le epigrafi latine, i versi
-greci e latini; questi noi ammiriamo soltanto come attestazione di
-versatilità d'ingegno, di amoroso studio dei capolavori classici, di
-squisitezza di gusto, ma nè autori ne ammiratoli pensano o sognano che
-si arricchisca così il tesoro della nostra lingua, della letteratura
-nostra.
-
-Ora, si pensi quello che si voglia del valore oggettivo della
-evoluzione umanistica dal trecento al cinquecento, rimarrà in ogni modo
-gloria imperitura dell'Italia l'aver conservato, trasmesso, arricchito,
-raccomandato ai posteri il patrimonio intellettuale ed artistico
-dell'antichità classica, patrimonio che è diventato il fondamento più
-saldo, direi quasi la chiave di vôlta del grandioso edifizio a cui
-diamo il nome di civiltà moderna.
-
-Ma sarebbe anche falso affermare che l'umanesimo italiano non si
-liberasse e non sapesse liberarsi dal concetto in apparenza grandioso,
-e in realtà meschinamente unilaterale, della riproduzione artificiale;
-poichè dall'Italia stessa partì anche il doppio e fecondo concetto
-dell'antichità classica come vivificatrice delle nostre lettere, della
-nostra arte, del nostro vivere civile, e dell'antichità classica come
-argomento di studio indipendente da ogni determinata tendenza pratica,
-di studio a sè e per sè, di studio seriamente e scientificamente
-oggettivo. Dato e non concesso che altri possa non rilevare queste
-benemerenze dell'Italia nostra, non posso nè debbo non rilevarle io:
-io ospite grato, e speriamo anche non sgradito, di questa Firenze
-dove fino dal XVI secolo si ebbe fiorentissima una scuola di filologia
-classica, maestro sommo e venerato Pier Vettori.
-
-Per venticinque anni dalla cattedra, nelle conversazioni, nei privati
-colloqui ho esortato, sarei per dire con fervore apostolico, i giovani
-fiorentini a scrivere, dopo pazienti ricerche, un libro geniale che
-riportasse dinanzi al nostro pensiero viva l'immagine di quell'uomo,
-di quella scuola, di quei giovani ammiratori non meno della vita
-integerrima del maestro, che della scienza di lui; un libro geniale
-che dimostrasse, anche a quelli di noi che non vogliono intenderlo,
-come in tanto rinnovamento di scienza e di metodi la filologia del
-nostro tempo è pur sempre quella del celebrato fiorentino; un libro
-geniale, insomma, che sfatasse una buona volta la vieta leggenda,
-per cui continuatori dell'opera dei nostri grandi eruditi pretesero,
-e forse pretendono ancora, chiamarsi i rètori inverniciati di frasi
-greche e latine, gli arcadi della filologia che fecero sparire il nome
-italiano dal libro d'oro della scienza dell'antichità classica. Mi
-duole confessarlo, ma il mio fervido apostolato non ha avuto efficacia
-se non sulla tranquilla fantasia di un giovane tedesco di Francoforte,
-che, se non altro, ha raccolto e pubblicato utili materiali di studio
-sul nostro grande filologo. Non dirò già che ai giovani fiorentini non
-garbasse scrivere un libro geniale; dirò piuttosto che hanno sdegnato
-le lunghe, difficili e pazienti ricerche, senza le quali i libri
-geniali non si scrivono.
-
-In Italia, dunque, si ebbe abbastanza presto l'intuizione sicura
-dell'importanza grandissima degli studî classici, sia come sano
-e nutritivo elemento dello spirito moderno nella letteratura e
-nell'arte, nella politica e nella scienza, sia come oggettiva e serena
-investigazione storica. Porterei vasi a Samo e nottole ad Atene, se
-credessi necessario dichiarare con esempi la mia affermazione rispetto
-all'indirizzo che dirò imitativo del classicismo italiano, sebbene
-la parola imitazione non risponda adeguatamente al concetto. Tutta
-la nostra letteratura, per non dire altro, ebbe vital nutrimento
-dell'antichità classica; e se i meno dotati d'ingegno riuscirono spesso
-gretti imitatori, il genio dei nostri grandi seppe anche derivare
-dalle fonti classiche, forme d'arte meravigliosamente originali nella
-grandiosità della composizione, nella plasticità delle immagini, nel
-colorito smagliante della elocuzione e dello stile. A porre in luce
-meridiana questo benefico influsso del genio antico sulla poesia e
-sulla letteratura nostra, molto prima che cominciasse l'affannosa e
-febbrile investigazione delle memorie classiche, provvide il poeta
-fiorentino che è gloria del mondo, il poeta di cui aumenta la gloria
-quanto maggiore è la cura con cui si rintracciano le fonti classiche,
-non del «bello stile» soltanto «che gli ha fatto onore», ma di ogni sua
-più mirabile concezione poetica.
-
-E se a qualche cosa, Signore e Signori, la storia vale, essa dovrà
-valere indubbiamente a farvi diffidare di una certa moderna dialettica
-che si affatica a dimostrare spezzato ogni legame tra lo spirito
-dei tempi nuovi e la vita antica. Manca a me ingegno e dottrina per
-sottoporre a serio esame questi aforismi modernissimi nel campo della
-scienza, della morale, della religione. Ma quale è, di grazia, quale è
-la forma moderna d'arte che non abbia radice, e radice tuttora vegeta,
-nella fantasia divina dei Greci? Quale è, di grazia, il gran concetto
-giuridico moderno che non sia vivace rampollo dell'albero maestoso del
-giure romano? A qual mai progresso intellettuale o morale la sete del
-sapere degli Elleni e il senno pratico dei romani furono di ostacolo?
-Non attribuiamo, per carità, gli errori, la gretteria, la pedanteria
-di alcuni ammiratori dell'antichità agli spiriti magni della antichità
-stessa, anzi al genio riformatore di quei due popoli privilegiati. Io
-auguro, dunque, al mio paese, che ancora per lunga serie di secoli
-i suoi poeti e i suoi dotti giureconsulti, gli scenziati e gli
-artisti nel più lato senso della parola, ricorrano incessantemente
-a ritemprarsi lena e vena nella scienza e nell'arte antica, nella
-rigogliosa umanità antica; e sappiano farlo non meno bene di quanti
-da barbari in grazia di essa divennero civili, e la energia nativa
-correggendo su quei sacri modelli, divennero essi stessi modello di
-operosità feconda a noi, che beatamente ci adagiammo nella persuasione
-che i nostri avi avessero già fatto abbastanza per sè e per noi!
-
-Col nobile intento di richiamare gli italiani alla cultura classica, ha
-da pochi anni vita in Firenze una Società che tutte le persone colte
-dovrebbero desiderare prospera, efficace, nè dovrebbe il desiderio
-rimanere soltanto platonico. Solo per opera di una grande società
-siffatta si potrà sottrarre l'indirizzo della educazione e della
-cultura italiana all'aura mutevole e capricciosa delle assemblee
-politiche e dei gabinetti dei ministri. E non soggiungo altro, poichè
-non può essere oggi mio intendimento consumare il tempo, di cui per
-cortesia vostra dispongo, in argomenti abbastanza estranei a quello
-che debbo trattare: giacchè io credo di dovervi parlare soprattutto
-della scienza dell'antichità classica come disciplina a sè, abbia o non
-abbia stretta attinenza colla cultura generale italiana. Ma, sarebbe
-vano negarlo, anche questa scienza in tanto può fiorire in qualsivoglia
-nazione del mondo, in quanto tra quella nazione è larga ed estesa la
-cultura generale donde la scienza muove. Anche qui la storia viene in
-nostro aiuto a farci toccare con mano che ogni grande e vero progresso
-della scienza dell'antichità classica si è verificato appunto dove
-e quando la cultura generale classica fu più estesa e più intensa;
-e viceversa dovunque il classicismo non fu largamente in onore come
-strumento di educazione, colà fu anche meno abbondante e salutifero
-il frutto della scienza. Nè questo soltanto c'insegna la storia. Essa
-c'insegna inoltre che tale e tanta è la connessione fra la civiltà,
-la cultura, la lingua, la scienza greca e romana, che opera vana
-tenterebbero quelle nazioni o quegl'individui i quali, dimentichi di
-questa connessione intima, credessero di portare un contributo largo
-ed importante alla investigazione scientifica o storica di una parte
-sola dell'antichità classica. Io non conosco nessun grande latinista,
-italiano o straniero, dell'età nostra o delle precedenti, che non
-sia o non fosse in grado di trattare filologicamente i monumenti,
-gli scrittori, le fonti elleniche; e non so neppure di alcun grande
-ellenista digiuno di erudizione e di scienza latina. So, è vero, di
-un valentuomo (non italiano!) del nostro tempo, il quale, essendo egli
-profondo latinista, non dubitò di affermare che latinisti a preferenza
-erano stati i corifei della nostra scienza. Ma l'affermazione è
-certamente falsa, perchè io in coscienza non saprei dirvi davvero se,
-per esempio, Pier Vettori e Riccardo Bentley fossero più latinisti o
-grecisti, e perchè potrei addurre una bella schiera di grandi grecisti
-che non dimostrarono egualmente al pubblico la loro scienza di cose
-latine. Ma non mette conto di perdere del tempo a dimostrar vana
-un'affermazione che evidentemente ha origine dalla vanità del latinista
-che la emise, e che era egli stesso, del resto, un grecista valente.
-Pur troppo, come vedete, neppur la filologia classica è preservativo
-efficace contro la vanità. In confidenza, vi dirò persino che i
-filologi classici sono spesso anche più intollerabilmente vani degli
-altri.
-
-Sarebbe, pertanto, oltremodo facile dimostrare, anche teoricamente,
-quanto impossibil cosa sia tener distinto il lavoro scientifico
-nell'un campo, greco o romano, dal lavoro scientifico nell'altro.
-Scienza ed arte romana sono riflessi e svolgimenti di arte e scienza
-greca: pretendere di capir quella senza capir questa varrebbe presso
-a poco quanto illudersi d'intendere l'umanesimo del rinascimento senza
-conoscere quell'antichità che l'umanesimo consapevole o inconsapevole
-cercava di riprodurre. Si potrebbe forse comprendere adeguatamente
-la produzione intellettuale dei Greci, in quanto essa è in massima
-parte indipendente da influssi forestieri, e ad ogni modo procede per
-vie affatto sue anche quando dal di fuori trae l'origine; si potrebbe
-forse comprenderla adeguatamente, se completa e in tutte le sue
-manifestazioni essa ci fosse giunta. Invece c'è giunta in frammenti,
-grandiosi frammenti se volete, ma frammenti, spesso da rintracciare in
-fonti romane. Sopprimete tutto quello che dei Greci sappiamo e possiamo
-investigare a traverso i riflessi, le imitazioni e le ricerche romane,
-e vi accorgerete subito che quella meravigliosa statua mutila, simbolo
-dell'antichità ellenica, voi avrete più barbaramente mutilata.
-
-Ma poichè nè io nè Voi siamo vandali, possiamo e dobbiamo augurarci
-che da tale vandalismo l'Italia nostra sia risparmiata; nè è vano
-l'augurio, perchè in realtà anche gli stolti, dei quali, come dice il
-poeta, infinita è la schiera, non si farebbero mai tra noi paladini
-esclusivi di studî greci. Il pericolo è piuttosto nell'altrettanto
-assurda persuasione della possibilità di un classicismo italiano
-fecondo e operoso, a base esclusiva di latinità e di romanità. Ho
-detto persuasione, ma tale io non credo che sia: è piuttosto la solita
-tendenza a blandire le turbe infinite che vogliono bensì penetrare
-nell'aristocratica ròcca del classicismo, ma naturalmente vogliono
-anche che sia più alla portata degli inetti questo titolo di nobiltà.
-Ebbene, noi non abbiamo bisogno di sperimentare questo classicismo che
-è stato detto «a scartamento ridotto»; lo abbiamo già sperimentato
-per secoli. Poco fa io rammentava con entusiastica ammirazione Pier
-Vettori e la sua scuola, ma è doloroso dovere aggiungere che, estinto
-quell'uomo e quella scuola, lo studio dell'antichità classica in Italia
-si aggirò fatalmente in un àmbito sempre più ristretto. Scienza e
-conoscenza di lingua e di cose greche andò a mano a mano scomparendo;
-antiquaria romana e retorico umanesimo latino furono sino all'età
-nostra unico residuo di un movimento scientifico iniziato animosamente,
-e coronato nel suo inizio da splendido successo. Voi sapete ormai che
-non voglio nient'affatto parlarvi di persone. Non mi opporrete perciò
-quella mezza dozzina, e sia pure una dozzina, di valentuomini che
-dal seicento ad oggi lavorarono felicemente nel campo greco. Non vi
-abbiate a male se vi dico che li conosco anch'io come li conoscete Voi;
-ma essi sono quasi addirittura estranei al movimento scientifico del
-nostro paese, nè fu merito dell'Italia se il resultato delle loro dotte
-ricerche entrò a far parte del patrimonio della scienza.
-
-L'esperienza dunque noi la abbiamo fatta, e ci rimane il rimorso
-di averla fatta durare troppo a lungo. Quali resultati se ne siano
-avuti, lo sappiamo. Neppure nella scienza antica latina, l'Italia, per
-tre secoli, ha rappresentato quella parte a cui la nativa prontezza
-di ingegno, la conformità grande di sentimento e di attitudini con
-la vita civile degli antichi, la tradizione infine e la storia la
-avrebbero chiamata. Col nome di dottrina classica battezzammo una vuota
-declamazione retorica, demmo nome di storia a compilazioni di aneddoti,
-a frasi reboanti demmo nome di eloquenza, alle curiosità demmo il nome
-di erudizione.
-
-Volle fortuna che il nostro classico suolo rimettesse incessantemente
-in luce monumenti, opere d'arte antica, che richiamarono alcuni nostri
-studiosi a un indirizzo positivo di investigazioni e ricerche; e
-avemmo così epigrafisti e antiquari di molto maggior valore che per le
-condizioni delle altre discipline filologiche avremmo avuto diritto di
-aspettarci. Le cose sono mutate in meglio appunto nella seconda metà
-del nostro secolo, vale a dire dacchè gli studi classici greci sono
-tornati in onore, dacchè le lingue e le lettere greche non sono più
-misterioso patrimonio di pochissimi, dacchè ogni persona colta non dirò
-che legga Sofocle e Omero, ma almeno ha acquistato la convinzione che
-leggerli e intenderli non è curiosità oziosa di gente oziosa. Non sono
-per verità tanto ingenuo da attribuire così meravigliosa efficacia alle
-declinazioni e alle coniugazioni greche che i nostri ragazzi imparano
-nelle scuole. Ma non si tratta già ora di farvi vedere quanto di più e
-di meglio sarebbe possibile nelle scuole; si tratta di riconoscere un
-fatto innegabile. Noi italiani di punto in bianco abbiamo, dopo lungo
-abbandono, riconosciuto di nuovo il genio classico greco come elemento
-indispensabile di alta cultura generale, abbiamo modificato le scuole
-in questo senso, e secondo questo concetto, abbiamo improvvisato dei
-maestri che questo concetto attuassero, e in poche diecine di anni ci
-siamo messi anche in grado di lavorare, di contribuire modestamente, e
-sia pure modestissimamente, alla scienza della antichità classica. Non
-ignoro quali e quanti siano gli altri coefficienti di questi risultati,
-la ridestata coscienza nazionale, l'indirizzo serio e positivo degli
-studî affini, la scomparsa di quel vano orgoglio che ci faceva ignorare
-e disprezzare dottrine e scienze forestiere; ma questo vuol dire
-soltanto che per le progredite condizioni intellettuali del paese
-ci siamo finalmente avvisti che anche la nostra cultura classica era
-difettosa, e ci siamo studiati di farla completa con l'ellenismo, e
-l'ellenismo le ha dato quel vigore e consistenza scientifica che aveva
-per secoli miseramente perduta.
-
-Difficile è fare la cronaca esatta di questa trasformazione, promossa
-da spiriti illuminati anche prima della metà del secolo, ma sorretta
-solo più tardi, e non sempre quanto sarebbe stato opportuno, dalla
-sapienza dei governanti. Anche prima del fatale anno 1848 la Toscana
-aveva in Pisa una istituzione benefica, i cui benefizi possono oggi
-dal punto di vista odierno apprezzare poco quegli egregi che, ricchi
-di entusiasmo e di ingegno, non vi trovarono prima del '59 la larga
-educazione scientifica di cui erano avidi: e noi, venuti un po' più
-tardi, ma non troppo più tardi, sappiamo quanta ragione avessero essi
-di dolersi che il tempo della loro balda gioventù andasse consumato
-miserevolmente a scuola di inetti o poco meno che inetti: ma è pur vero
-che da quella scuola, perfino in quegli anni non felici, provennero
-molti di coloro che senza confronto meglio di tanti altri poterono
-contribuire utilmente alla trasformazione delle nostre scuole e
-spianare la via a noi altri allora giovanetti, che, compiuta la unità
-d'Italia, avemmo in essi i nostri maestri, e non di greco soltanto.
-
-Nè perchè ho ricordato espressamente la Toscana, vogliate supporre che
-io dimentichi la efficacia della legislazione scolastica piemontese,
-estesa con savio consiglio a tutta l'Italia: per essa avemmo un
-ordinamento razionale di studî, imperfetto quanto si vuole, ma di gran
-lunga più razionale e più largo che non usasse nelle scuole multiformi
-del resto d'Italia. E poichè della oppressione politica austriaca
-dicemmo sempre e volentieri tutto quel male che essa meritava, è anche
-giustizia riconoscere che troppo più difficile sarebbe riuscito alla
-Italia nuova rinnovare e integrare il classicismo vieto e monco delle
-nostre scuole, se dalla Lombardia e dal Veneto non ci fosse venuta una
-schiera di valentuomini, cui la tirannia politica non aveva spento
-in cuore l'amor di patria e la scienza tedesca dall'Università di
-Vienna aveva messi in grado di sapere per quali vie e con quali mezzi
-tornerebbero gl'Italiani alla vita scientifica, anche in quel ramo
-di cultura che era sembrato per secoli più che altro svago innocente
-degli spiriti, strumento semplicissimo per darsi aria di letterati
-finamente colti, infiorando di emistichii oraziani e virgiliani il
-discorso. Resti ad altri l'ufficio gradito di celebrare, come meritano,
-gli uomini che più direttamente promossero con l'insegnamento e con
-l'esempio gli studi italiani di antichità classica. A noi, che in tanta
-parte della nostra vita pubblica troviamo ragioni di sconforto, di
-scoramento, di dolore, sia dato compiere l'ufficio ben più gradito,
-di proclamare cioè che, se in complesso il classicismo italiano è
-ancora meschinello rispetto alla Europa civile, esso è grande rispetto
-alla vecchia Italia di cinquant'anni fa; e senza ingratitudine
-possiamo smentire, per questa parte almeno, l'antico poeta: l'età
-dei padri nostri portò noi non peggiori, ma migliori di essi — senza
-ingratitudine, perchè è merito dei padri nostri aver create quelle
-condizioni di vita civile che resero possibile a noi di metterci sulla
-via abbandonata da secoli e trionfalmente battuta da quei popoli ai
-quali noi primi l'avevamo additata. Quale è dunque l'augurio nostro per
-i nostri figli? Che essi continuino a smentire la sentenza pronunciata
-dal poeta romano, emendino i nostri vizii, colmino le enormi lacune
-del nostro sapere, siano liberi dai pregiudizi che arrestarono noi
-a mezza via, facciano dimenticare i nostri timidi tentativi, siano
-emuli degni degli spiriti nobilissimi cui noi potemmo tener dietro
-appena faticosamente e «longo intervallo;» sia lecito ad essi non
-essere equanimi verso di noi, sieno ingrati, ma sieno migliori di
-noi. All'esperienza nostra, però, vogliano pure ricorrere per amoroso
-consiglio. Sapremo dir loro quello che non abbiamo saputo far noi;
-sapremo soprattutto dimostrare i nostri difetti, sapremo porli in grado
-di non sciupare l'ingegno per vie tortuose o senza uscita, sapremo
-raccontare con la esperienza, con la vivacità, e, spero, anche con la
-veridicità del testimone oculare la storia dei nostri studî in questi
-quarant'anni di vita italiana.
-
-Intanto, aspettando che i nostri figli e nipoti vengano a chiederci
-questi consigli e ad ascoltare questo atto di contrizione nostra e
-questa storia, io mi confesserò sinceramente con voi — siamo nella
-settimana di Penitenza: — e poichè mi è dato evitare una incomoda
-confessione speciale dei peccati miei, esclusivamente miei, e posso
-presentarvi la confessione generica degli Italiani del mio tempo, molto
-a buon mercato, come vedete, mi pongo in regola col santo precetto,
-tanto più che, dopo tutto, la penitenza toccherà non a me, ma a
-Voi. Se nella età che precedè immediatamente il nostro risorgimento
-nazionale, l'Italia fosse rimasta miseramente indietro soltanto in
-fatto di studî classici, e nel resto avesse conservato importanza
-notevole rispetto alle principali nazioni civili, anche la scienza
-dell'antichità classica avrebbe rapidamente ripreso sviluppo e vigore,
-e rapidamente sarebbe passata dallo stadio recettivo allo stadio
-produttivo; ma a noi mancavano quasi totalmente i mezzi per iniziare
-un lavoro scientifico, mancava la conoscenza più elementare della
-letteratura dell'argomento: letteratura enorme, frutto di trecento
-anni di studi assidui, di ostinate ricerche di Francesi, Inglesi,
-Olandesi e Tedeschi, soprattutto di Tedeschi, che, ultimi in ordine
-di tempo, avevano ereditato e da un secolo tenevano lo scettro della
-scienza della antichità classica, l'avevano meravigliosamente promossa
-in ogni disciplina, ne avevano disposte le parti, le avevano dato
-forma e carattere di vera e propria scienza. Che in tali condizioni un
-italiano di alto ingegno anche senza educazione e senza preparazione
-metodica potesse prendere parte attiva e contribuire efficacemente
-alle investigazioni scientifiche, non lo escluderò io, che so come e
-quante volte la ipotesi sia stata realtà. L'alto ingegno sa prescindere
-da condizioni anche indispensabili; ma, come ho già detto, non sono
-singoli e isolati uomini d'ingegno quelli che determinano il movimento
-scientifico del loro paese. Ai più parve, e non poteva non parere,
-che dovessimo anzitutto addestrarci a maneggiare gli strumenti del
-mestiere; e gran parte della attività nostra fu rivolta a impratichirci
-di lingue straniere, del tedesco principalmente, e a renderci familiari
-i manuali, le monografie straniere, principalmente tedesche, e lo
-facemmo in molti; e la generazione mia ebbe meno difficoltà a farlo
-che non ne avesse la generazione precedente. Gli uni e gli altri ci
-ridemmo della nomèa di tedescanti, della quale i vecchi, meritamente
-e immeritamente autorevoli, ci gratificarono. Opera egregia e proficua
-fece allora chiunque contribuì, sia pure in proporzioni microscopiche,
-alla diffusione in Italia di libri stranieri, chiunque fece conoscere
-studi e metodi a cui l'Italia non era più avvezza, e che sarebbe stata
-cosa ridicola ripristinare in quella forma in cui l'Italia li aveva
-lasciati tre secoli innanzi. Onore e riconoscenza si deve a tutti quei
-valentuomini che, traducendo, compilando, compendiando riuscirono a
-poco a poco a mettere in contatto diretto la gioventù italiana con la
-filologia tedesca: e credo che per parecchie altre scienze si debba
-e si possa dire lo stesso. Giovani benemeriti del loro paese furono
-quelli che secondarono con ardore questo impulso, e ben presto avemmo
-una schiera di non indotte persone, capaci di fare altrettanto, e
-lo fecero, magari con più ardore, e continuarono ancora quando forse
-sarebbe stato possibile e desiderabile qualche altra forma di operosità
-letteraria.
-
-Ho promesso di essere sincero, e lo sarò anche a costo di _sembrare_
-esclusivo, perchè ho la coscienza di non _essere_ esclusivo, e delle
-apparenze non soglio darmi gran pensiero. La scienza della antichità
-classica è scienza enormemente complessa, è scienza della vita greca e
-romana in tutte le sue manifestazioni letterarie, scientifiche, civili,
-religiose, politiche, morali ecc.; mirabilmente varie attitudini esige
-da chi voglia abbracciarla tutta, e forse non è ancora nato chi nel
-vero senso della parola tutta la abbia posseduta. Negli individui
-essa è piuttosto aspirazione che possibilità realizzabile, ma povero
-quell'individuo che tale aspirazione non abbia, che nelle ricerche
-speciali e minute perda di vista e disprezzi la scienza del tutto! I
-tedeschi hanno avuto la fortuna di concentrarvi dalla metà del secolo
-scorso alla età nostra un'ingente massa di studiosi educati allo
-stesso modo, preparati con gli stessi metodi, perseveranti e idealisti
-per qualità di razza; è addirittura miracolosa la tenacia con cui
-generazioni di dotti si sono succedute in lavori ingrati di minuzie,
-di analisi, di inventario, di pura statistica, di lessicografia, di
-grammatica. Onde avviene che oggi il giovinetto tedesco, solo perchè
-tedesco, in condizioni normali si trova ad avere assorbito, sarei per
-dire, atavisticamente gran parte di quella preparazione formale che
-noi siamo ancora costretti ad esigere esclusivamente dalla scuola,
-da una scuola che forse essa stessa non darà mai tutti i frutti della
-scuola tedesca. Ma, quantunque per indole il tedesco sia portato alla
-costruzione sistematica, e debba quindi preferire nelle scienze quelle
-discipline che della scienza sono piuttosto il coronamento che la base,
-nonostante è relativamente raro il caso che i giovani trascurino quella
-preparazione formale, la quale permette loro di affrontare tutte o
-quasi tutte le difficoltà della speciale disciplina a cui si dedicano;
-per non dire poi che anche oggi, cioè in un'epoca di reazione contro la
-filologia formale, anche oggi è sempre e quasi esclusivamente tedesca
-anche la produzione filologica fondamentale sulla quale edificano lo
-storico della letteratura e della scienza, l'archeologo e il giurista,
-il linguista, ecc. Da noi invece sono diverse le tendenze e diversi i
-resultati. Le indagini storiche, letterarie, filosofiche sembrano più
-facilmente guidarci alla scienza. Ognuno capisce che se rivolge le sue
-cure a studiare, poniamo, la Storia naturale di Plinio, a indagarne le
-fonti libro per libro, capitolo per capitolo, a cercare di determinare
-nei più minuti particolari i caratteri di lingua e stile dell'autore, a
-proporsi insomma come principale intento di una intera vita di studioso
-la critica e la esegesi di Plinio, ognuno capisce che così facendo non
-gli rimarrà tempo per illuminare del suo genio tanta altra parte della
-antichità classica; e perciò invece di studiare Plinio, mal si resiste
-alla tentazione di far ricami dialettici sugli studi altrui: tanto più
-che non è estremamente difficile a quattro opinioni diverse opporne
-con qualche verisimiglianza una quinta, ricavata per eliminazione
-dall'esame delle obiezioni già fatte da altri alle prime quattro.
-Poniamo anche — ed è temeraria ipotesi — che questa quinta opinione
-sia la vera, e passi nella scienza col nome italiano: ma Plinio rimane
-nonostante monopolio della filologia tedesca.
-
-Or non è esagerazione dire che buona parte della nostra produzione
-scientifica prenda le mosse non dallo studio immediato e diretto
-delle fonti, ma dalle indagini altrui; non penetri nelle viscere
-dell'argomento, ma si riduca a esercizio dialettico sulla discordia
-degli altri. Sarà anche vero che i tedeschi abusino della parola
-_Gründlichkeit_, con la quale indicano appunto la tendenza amorosa
-e ostinata a sviscerare le questioni; ma non ho il coraggio di dire
-che essi abbiano sempre torto, quando ci rimproverano appunto difetto
-di _Gründlichkeit_, difetto tanto più pericoloso in quanto spesso e
-volentieri si accompagna a una curiosa forma di orgoglio nazionale.
-Nella scienza dell'antichità, si dice, c'è posto per tutti. Il lavoro
-minuto e paziente non è per noi, che generalmente abbiamo ingegno
-e fantasia da vendere e da donare. Fuori d'Italia ci preparano e
-ci sbozzano la materia greggia, in Italia la metteremo in opera,
-lavoreremo di fino, daremo l'ultima mano. Naturalmente sciocchezza
-siffatta neppure gli stolti si arrischiano ad enunziarla così come ho
-fatto io, senza ambagi e senza circonlocuzioni, ma pur troppo lo stesso
-concetto traspare talvolta anche dalle parole di persone non stolte
-che si sono illuse, e forse ancora si illudono, si possa parlare di
-scuola italiana di filologia classica, quando questa scuola non dia
-essa l'indirizzo alle discipline fondamentali della scienza. Non temete
-che io voglia trattenervi a lungo su questo punto, che pure è di vitale
-interesse e meriterebbe ampia trattazione. Mi basteranno per oggi
-quattro parole, ma alla buona anche queste, e saranno sufficenti, oso
-dire, perchè voi vi uniate a me nel combattere tale assurda tendenza.
-
-La scienza dell'antichità classica è un complesso di sapere storico,
-è storia dell'antichità classica: ha quindi base e fondamento in
-testimonianze storiche, non in concetti della nostra mente. Queste
-testimonianze storiche sono le fonti della scienza, e si riducono a due
-categorie principalissime: monumenti scritti e monumenti non scritti.
-Da una parte dunque le opere superstiti dei poeti, degli storici,
-dei filosofi, le iscrizioni pubbliche e private, le leggende delle
-monete ecc., e dall'altra parte i frammenti superstiti delle opere
-d'architettura, di scultura, di pittura, gli oggetti di uso comune e
-così via. I monumenti non scritti, che si potrebbero dire monumenti
-muti, sono spesso di gran lunga più eloquenti di tutti gli altri. Un
-fregio del Partenone vi dà dell'arte antica un'idea ben più viva ed
-esatta che non qualsiasi descrizione a parole. Ma la interpretazione,
-la classificazione, l'uso scientifico dei monumenti muti è impossibile,
-senza il sussidio costante dei monumenti scritti. Sopprimete, ad
-esempio, il libro di Pausania, e domandate agli archeologi quanta
-parte della loro scienza scompare. I documenti scritti sono dunque
-in primissima linea le fonti della storia dell'antichità classica,
-ma queste fonti non sono già qualche cosa di fisso, d'immutabile.
-Esse scorrono abbondanti o scarse, limpide o limacciose, a seconda
-del lavoro buono o cattivo, che si è fatto, dirò così, nella cava di
-presa. È lavoro da scavatori, da zappatori, da facchini, tutto quel
-che volete, ma beverete acqua torbida se il lavoro non sarà fatto a
-modo. Ora, tutto questo lavoro è nelle mani dei tedeschi da un secolo
-in qua. In buona parte la materia prima viene distribuita dai tedeschi
-al mitologo, all'archeologo e così di seguito. E c'è chi crede si possa
-imprimere la marca di fabbrica italiana alla storia greca e romana,
-alla storia letteraria, alla mitologia, alla archeologia, finchè
-questa condizione perdura, finchè è elaborazione tedesca il Livio e
-il Tacito di cui vi servite, il Virgilio che decantate, il Pausania
-che vi guida nelle vostre indagini archeologiche. Eppure quelli
-che tra noi hanno tenacemente combattuto per questo concetto così
-evidentemente vero, che cioè gl'Italiani stessi debbano sfruttare i
-tesori delle loro biblioteche, e mirare principalmente a impossessarsi
-delle fonti e imparare a prepararle per l'uso scientifico; quelli che
-hanno modestamente dimostrato come si possa e si debba riuscirvi, sono
-chiamati pedanti, e chi tali li proclama, trova persino appoggio in
-persone di senno.
-
-Signore e Signori, io mi sono messo per una via per cui agevolmente
-potrei continuare parecchie ore con molta soddisfazione mia, con
-molto tedio vostro. Preferisco rinunziare alla soddisfazione mia, e
-concludere anche senza aver poste e senza aver dichiarate tutte le
-premesse. Gli studi classici in Italia si sono ridestati dal 1860
-in qua, abbiamo una legione di filologi classici, e una discreta
-produzione scientifica. Si può anche aggiungere che abbiamo nei
-vari rami della scienza dell'antichità un numero notevole di opere
-di grandissimo valore, e dobbiamo compiacerci che il nome italiano
-ricompaia degnamente anche in questo ordine di indagini scientifiche.
-Ma conviene ricordarci che abbiamo dormito tre secoli. Lo stadio del
-risveglio è un po' in proporzione del lungo periodo di sonno, un po'
-di torpidezza occupa ancora il nostro spirito, non abbiamo ancora
-una visione esatta e sicura della via da percorrere: alcuni nuvoloni
-ministeriali di tanto in tanto ci risospingono nella inerzia, se non
-addirittura nel sonno. Il caldo sole d'Italia trionferà di questi
-umidi vapori, e fra cinquant'anni si potrà, magari in questa stessa
-sala, affermare con verità che nella investigazione della antichità
-classica il nostro paese tiene gloriosamente il posto d'onore, il posto
-che merita. Per ora bisognerà contentarsi di affermazioni molto più
-modeste; e forse non troppo immodesta troverete la speranza mia che,
-parlando del _risveglio_ degli studî classici, io non abbia risospinti
-nel sonno i miei gentili uditori.
-
-
-
-
-INDICE
-
-
- Autori e Attori drammatici Pag. 5
- La sincerità nell'Arte. (_L'Arte dal '48 al '61_) 45
- Le prime glorie di Giuseppe Verdi 85
- Il risveglio degli studi dell'antichità classica 117
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-
-
-
-
-End of the Project Gutenberg EBook of La vita Italiana nel Risorgimento
-(1849-1861), parte III, by Various
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA (1849-1861), PARTE III ***
-
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-<body>
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-<pre>
-
-The Project Gutenberg EBook of La vita Italiana nel Risorgimento
-(1849-1861), parte III, by Various
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
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-
-Title: La vita Italiana nel Risorgimento (1849-1861), parte III
- Quarta serie - Lettere e arti
-
-Author: Various
-
-Release Date: March 22, 2016 [EBook #51528]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA (1849-1861), PARTE III ***
-
-
-
-
-Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
-Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This
-file was produced from images generously made available
-by The Internet Archive)
-
-
-
-
-
-
-</pre>
-
-
-<div class="booktitle">
-<h1>
-LA VITA ITALIANA NEL RISORGIMENTO<br />
-(1849-1861)
-<span class="smaller">III.</span>
-</h1>
-</div>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="titlepage">
-<p class="high">
-<span class="x-large">LA</span><br />
-<span class="main-t">VITA ITALIANA</span><br />
-<span class="small">NEL</span><br />
-<span class="x-large">RISORGIMENTO</span>
-</p>
-
-<p class="x-large">
-(1849-1861)
-</p>
-
-<hr class="tiny" />
-
-<p class="pad2 large">
-QUARTA SERIE
-</p>
-
-<p class="large">
-III.
-</p>
-
-<p class="small g">
-LETTERE E ARTI.
-</p>
-
-<div class="container-center">
-<div class="container-left">
-<table class="front" summary="">
- <tr>
- <td>Autori e Attori drammatici.</td> <td class="aut"><span class="smcap">Guido Mazzoni.</span></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>La sincerità nell'Arte. (<i>L'Arte dal '48 al '61</i>)</td> <td class="aut"><span class="smcap">Ugo Ojetti.</span></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Le prime glorie di Giuseppe Verdi.</td> <td class="aut"><span class="smcap">Pietro Mascagni.</span></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Il risveglio degli studi dell'antichità classica.</td> <td class="aut"><span class="smcap">Girolamo Vitelli.</span></td>
- </tr>
-</table>
-</div>
-</div>
-
-<p class="pad2">
-FIRENZE<br />
-<span class="small">R. BEMPORAD &amp; FIGLIO</span><br />
-<span class="x-small"><i>LIBRAI-EDITORI</i></span><br />
-—<br />
-<span class="small">1901.</span>
-</p>
-</div>
-
-<div class="verso">
-<hr class="mid" />
-<p>
-PROPRIETÀ LETTERARIA
-</p>
-
-<p>
-RISERVATI TUTTI I DIRITTI.
-</p>
-
-<p class="pad2">
-<i>Gli editori</i> <span class="smcap">R. Bemporad &amp; Figlio</span> <i>dichiarano contraffatte
-tutte le copie non munite della seguente firma</i>:
-</p>
-
-<div class="figcenter"><a id="ffirma"></a>
- <img src="images/firma.jpg" alt="firma manoscritta" /></div>
-
-<p>
-Firenze, 1901. — Società Tip. Fiorentina, Via S. Gallo, 33.
-</p>
-<hr class="mid" />
-</div>
-
-<div class="somm">
-<hr />
-<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p>
-<hr />
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span>
-</p>
-
-<h2 id="drammatici">AUTORI E ATTORI DRAMMATICI
-<span class="smaller">tra il 1849 e il 1861.</span></h2>
-
-<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br />
-<span class="x-small">DI</span><br />
-<span class="large g noserif">GUIDO MAZZONI</span>.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span>
-</p>
-
-<p class="pad2 indl">
-<i>Signore e Signori,</i>
-</p>
-
-<p class="pad2">
-Il Voltaire, con una delle sue arguzie felici,
-definì il pubblico de' teatri un animale contemperato
-di quattro nature diverse: un asino, una scimmia,
-un pappagallo, un serpente. Non è difficile
-intenderne la ragione. L'asino, perchè il pubblico
-ha troppo spesso le orecchie lunghe; la scimmia,
-perchè un applauso di gente stipendiata ad applaudire
-basta non di rado per far battere le mani
-a tutti quanti gli spettatori; il pappagallo, perchè
-il giudizio di pochi diviene subito il giudizio o il
-pregiudizio dei più, che forse non avranno pensato
-mai nè sentito a quel modo; il serpente poi....
-perchè il Voltaire era stato qualche volta fischiato
-anche lui!
-</p>
-
-<p>
-Le quattro nature mi sarebbe facile rintracciarle
-e dimostrarle a una, a una anche nel pubblico
-<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span>
-italiano dal 1849 al 1861, a proposito degli
-attori che si presentarono e delle opere che si rappresentarono
-allora su' nostri teatri: mi sarebbe facile
-dimostrarvele se la strettezza del tempo mi concedesse
-di abbondare in aneddoti. Ma almeno un'osservazione
-credo di dovere aggiungere qui, prima di
-mettere da parte la maliziosa definizione del Voltaire;
-ed è che per tali anni ci fu in esso pubblico
-anche un po' della volpe e anche un po' del leone:
-della volpe per la sottigliezza furbesca del deludere
-e mettere nel sacco, come nell'antica epopea
-animalesca, i lupi delle imperiali, regie, ducali e pontificie
-censure; del leone per certi generosi impulsi
-che facevano di tanto in tanto sobbalzare gli uditori,
-mentre, dopo le sciagure del '49, si preparava,
-quasi nel silenzio d'un forte raccoglimento, la riscossa
-d'Italia.
-</p>
-
-<p>
-Un asino, una scimmia, un pappagallo, un
-serpente, una volpe, un leone, vi sembrano forse
-troppi? Ma riflettete che alla bestiale nomenclatura
-manca almeno un altro animale, cui mi
-sarebbe forza accennare quando non avessi a discorrere
-de' nostri padri e de' nonni che si sollazzavano
-ridendo delle farse gioconde, e mi trovassi
-invece a far da cronista de' pubblici più moderni
-che se la godono sghignazzando dinanzi a certi
-spettacoli pruriginosi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span>
-</p>
-
-<h3>I.</h3>
-
-<p>
-Quanto meglio aver della volpe e del leone!
-E di qualità magnanime e astute c'era davvero
-bisogno, in quell'ultimo decennio in cui l'Austria
-e i governi restaurati oppressero la patria e cercarono
-quasi da per tutto di rinfiacchirne l'anima, o
-distoglierla dalle alte visioni sognate innanzi; le
-alte visioni dell'indipendenza e della libertà. La
-censura non adoprò mai tanto le forbici quanto
-allora.
-</p>
-
-<p>
-Una <i>Bianca Capello</i> (sic) di Giovanni Sabbatini,
-nel 1844, era stata proibita negli stati di Sua Maestà
-imperiale apostolica, e poi in quelli del duca di
-Modena, e sequestrata a Modena nelle stampe, perchè....
-Ve lo dirà questo dialogo che par di commedia,
-ed è, a proposito di un dramma storico,
-un racconto di storia vera. Il Sabbatini si presenta
-al conte Riccini, Ministro di Buon governo,
-come lo chiamavano, del Rogantino di Modena,
-Francesco IV, a ottenere che sia tolto il sequestro;
-e ne è accolto così:
-</p>
-
-<p>
-— Ah, lei dunque scrive di queste porcherie?
-</p>
-
-<p>
-— Ma.... come, Eccellenza? un dramma storico,
-approvato (per la stampa) dalla Censura di
-Milano?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Storico, storico! Ce n'è tanta della storia
-senza andare a pescar fuori queste sozzure! E
-poi la storia!... Chi è che fa la storia dei principi?
-I nemici dei principi, i ribelli! Figuriamoci che
-belle storie possono fare!&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-E siccome l'autore insisteva sulle approvazioni
-già regolarmente ottenute, il conte concluse:
-</p>
-
-<p>
-— Io intanto le dico ch'ella non è niente affatto
-in regola. Non so com'ella osi insistere. La
-è una porcheria! Mi pare che quando il Ministro
-di Buon governo le canta chiaro e tondo questo giudizio,
-basti perchè ella non abbia più da insistere
-d'essere in regola.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Bisognò che il povero Sabbatini si desse per
-vinto. E voi forse crederete ch'egli fosse un riscaldato,
-un acceso, e che la sua <i>Bianca Capello</i> fosse
-Dio sa qual covo di viperine allusioni liberalesche?
-Nemmeno per sogno; tanto ch'egli stesso diventò
-poi, a Torino, un censore drammatico! Ma nel
-fatto della fuga della Cappello da Venezia col Bonaventuri,
-e de' suoi successivi amori a Firenze
-con Francesco II granduca, e della morte del Bonaventuri,
-e di quella di Francesco II e di lei,
-quale allora da tutti era stimato vero e certo
-storicamente, il conte Riccini vedeva solo una seduzione,
-un rapimento, un omicidio, commessi da
-un regnante; roba da Carbonari, roba da Mazziniani,
-ne fosse o no colpevole il Sabbatini.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Caro signor Sabbatini, — concluse il conte, — la
-badi a un vecchio; qui non è più il Ministro che
-le parla, ma il suo buon amico Riccini, che le dà un
-consiglio. Tratti altri argomenti.... Non si lasci
-guidare dalla moda e dai guastamestieri che col
-pretesto della letteratura pescano nel torbido....&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-L'autore ebbe anche a ringraziare de' paterni
-consigli; e stava per andarsene, quando Sua Eccellenza
-lo richiamò, e porgendogli la penna intinta
-nell'inchiostro, e la copia a stampa del dramma incriminato,
-che si era fin allora tenuta lì innanzi
-sullo scrittoio, gli chiese un piacere: — Desidero,
-caro signor Sabbatini, di avere il suo autografo.
-Favorisca scriverci su, ch'ella mi fa dono del suo
-bel lavoro.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-E come l'altro lo guardava stupefatto e titubante:
-</p>
-
-<p>
-— Sì, un bel lavoro letterario; il Ministro, governativamente
-parlando, lo deve biasimare, ma
-il Riccini deve felicitarsene coll'autore. Favorisca
-scrivere.
-</p>
-
-<p>
-— Ubbidisco! — fu costretto a rispondere il Sabbatini,
-e scrisse sul libro: «A S. E. il signor
-Conte Gerolamo Riccini l'autore in segno di ossequiosa
-stima.» Non ci fu mai dedica men veritiera
-(e voi sapete che soltanto le epigrafi mortuarie
-son più bugiarde delle dediche). Racconta infatti il
-Sabbatini medesimo, che se n'andò crollando la
-<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span>
-testa ed esclamando tra sè: — E a gente tale si
-dà il governo dei popoli! — Tanto sentiva quella
-ossequiosa stima che aveva dovuto affermare e
-firmare in una dichiarazione autografa.
-</p>
-
-<p>
-<i>Nazione</i> era parola da doversi sopprimere (diceva
-un censore) perchè non poteva riferirsi ad
-altro che ad una vera utopia, e offendeva i legittimi
-governi: la frase <i>ogni libera voce</i> era una
-pericolosa affermazione: <i>quella pazienza, virtù
-grande degli Italiani</i> sembrava che sonasse male,
-e che neppure essa, in un certo senso, fosse frase
-innocente. Che più? Paolo Ferrari racconta (e ormai
-siam dopo il 1848-49) che due personaggi
-di commedia, il principe Leopoldo Roccalba e il
-duca di Monteforte, divennero, per la censura di
-Modena, quegli marchese, e questi conte; perchè
-là erano proibiti nelle commedie i titoli di imperatore,
-re, principe, duca. Ma nella Toscana non piaceva
-in bocca di attori il nome di Leopoldo, che era
-quel del granduca, e la censura vi mutò Leopoldo
-in Arturo. Poi a Roma Arturo e il conte, nelle loro
-esclamazioni amichevoli, doverono schivare di nominare
-Dio: racconta la Ristori che là non si poteva
-dire <i>curato</i> nemmeno come participio del verbo
-<i>curare</i>: e Arturo fu per ciò costretto a dire al conte,
-non più — Mio Dio! sei diventato grasso! — Ma — Oh
-ciel! sei diventato grasso! — Per ultimo, siccome
-quella fiorente salute il conte la doveva alla
-<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span>
-buona aria di Napoli, e l'autore gli aveva fatto
-dire:
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p class="i2">. . . È naturale. Di Napoli son stato</p>
-<p>A ber l'aure vulcaniche: sotto quel cielo ardente</p>
-<p>L'alma di caldi sensi ringiovanir si sente. . .</p>
-</div>
-
-<p>
-la censura napoletana, insospettita di quel <i>vulcaniche</i>,
-di quell'<i>ardente</i>, di quel <i>caldi</i>, cancellò tutto,
-e volle invece:
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p><span class="smcap">Art.</span> <span class="spaced4">Oh ciel! Sei diventato</span></p>
-<p class="i4">Ben grasso!</p>
-<p><span class="smcap">Conte</span> <span class="spaced3">È naturale! A Napoli son stato!</span></p>
-</div>
-
-<p>
-Come se a Napoli fosse necessario l'ingrassare!
-</p>
-
-<p>
-Tutta la scena meriterebbe di essere così raffrontata;
-e da più altre correzioni simili potrei agevolmente
-trarre il riso vostro, o signori. Una almeno
-valga a confermare i ridicoli abusi in che l'officio
-del censore quasi inevitabilmente doveva, di tanto
-in tanto, cadere. A Venezia era impiegato nella
-censura un certo Pino Marzio: quando il Ferrari
-introdusse nel <i>Goldoni e le sue sedici commedie</i> il
-Marzio famoso per la commedia goldoniana, il signor
-Pino Marzio non volle che il suo casato fosse
-vituperato così; e cambiò Marzio in Ser Taddeo.
-Come fare allora per la promessa delle sedici commedie
-nuove, là dove il Ferrari rappresenta il Goldoni
-nell'atto di annunziarle alla platea che poco
-<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span>
-innanzi fischiava e ora lo acclama? — <i>Don Marzio
-alla bottega del caffè</i>, osservava il Ferrari al censore,
-è un titolo storico; quivi almeno bisognerà lasciare
-Marzio, se no il pubblico si accorgerà del
-mutamento! — Non ci fu verso, e i Veneziani si
-sentirono annunziare, non <i>Don Marzio</i>, ma <i>Don
-Marco alla bottega del caffè</i>.
-</p>
-
-<p>
-Volpi fini bisognava essere per cogliere, traverso
-queste smozzicature e questi veli, l'intenzione
-dell'autore; per ridere a tempo della goffaggine dei
-governanti; per applaudire a tempo ogni accenno,
-fosse pur incerto e remoto, dell'idealità segreta in
-ogni petto italiano. Le cronache teatrali son piene
-di documenti per sì fatta corrispondenza tra gli autori
-e gli spettatori. Dopo aver ben bene tagliato e
-rimpastato, le polizie si trovavano innanzi, ad ogni
-momento, uno scartafaccio più incendiario che mai:
-tra le righe del copione approvato lo scriveva via
-via, quasi con inchiostro clandestino, il sentimento
-nazionale; e il caldo della ribalta lo faceva colorirsi
-e apparir fuori, tra le risa o gli applausi, sotto gli
-occhi stupiti de' revisori, che prima non ci avevano
-letto niente.
-</p>
-
-<p>
-Quanto poi a quelli che dianzi chiamavo gli
-impulsi generosi del leone, basta ripensare agli effetti
-ottenuti da Gustavo Modena, nel recitare la
-<i>Divina Commedia</i>. Che più innocente di un canto
-di Dante? non scrisse egli nel secolo XIV? che
-<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span>
-pericolo ci poteva essere ormai in una pagina del
-teologico <i>Paradiso</i>?
-</p>
-
-<p>
-La massima difficoltà che ha da superare
-un lettore di Dante a me par che sia questa:
-il poema è autobiografico, e nel tempo stesso rappresenta
-le cose e le anime in modo tale che il lettore
-mal può guardarsi dal cadere nella declamazione
-drammatica. Ernesto Rossi, per esempio, che
-tanto valeva per altre parti, a me non riusciva quale
-lo avrei voluto io, perchè faceva dell'episodio dei
-ladri non tanto un racconto quanto un'oggettiva
-raffigurazione. Il Modena, no. Veniva in iscena
-nelle sembianze di Dante, e aveva quivi accanto, seduto
-a un leggìo, un giovinetto vestito anch'esso
-secondo le fogge del Trecento. Dante aveva già composto
-il canto; era allora nel correggerlo, compierlo,
-dettarlo; e in fare ciò si riaccendeva, rivedeva con
-la fantasia i luoghi già immaginati, riudiva le voci,
-si moveva come un veggente che fosse insieme consapevole
-dell'arte e di sè. E consapevole altresì era
-il Modena della patria; e scriveva che: «I nostri
-odierni dolori spiegano assai meglio la <i>Divina
-Commedia</i> che non la parola morta delle glosse.
-Ogni esule scenda in sè, e vi troverà la rivelazione
-del movente e dello scopo di Dante. Se oggi
-non è inteso il poema, ci rimarrà in eterno un indovinello.»
-Oh nel gesto, nella parola del Modena,
-tutti sentivano non pur Dante, ma anche la patria!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span>
-</p>
-
-<p>
-Trovo, in un numero della <i>Nazione</i> del 1860,
-ciò che vi scriveva un cronista per una serata
-nel teatro Niccolini: e, rileggendo, come un alito
-caldo ci venterà sulla faccia: «Nel canto XXVII
-del <i>Paradiso</i> accadde una mezza rivoluzione; e
-alle terzine dove San Pietro esclama:
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>Non fu nostra intenzion ch'a destra mano</p>
-<p class="i2">De' nostri successor parte sedesse.</p>
-<p class="i2">Parte dall'altra, del popol cristiano;</p>
-<p>Nè che le chiavi, che mi fur concesse,</p>
-<p class="i2">Divenisser segnacolo in vessillo</p>
-<p class="i2">Che contra i battezzati combattesse;</p>
-</div>
-
-<p>
-a queste terribili parole, declamate con un accento
-<i>scrutans cordia et renes</i>, tutta la platea si levò in
-piedi urlando con frenesia, quasi intendesse simultaneamente
-applaudire al grande artista e protestare
-di nuovo contro le stragi ancora invendicate
-di Perugia e contro i massacri che sta pertinacemente
-meditando la corte di Roma!»
-</p>
-
-<p>
-Il contrasto aperto o dissimulato tra le censure
-e gli autori, tra le polizie e gli attori e i pubblici,
-è dunque una delle caratteristiche del teatro italiano
-negli anni tra il 1849 e il '61. Gli attori erano
-quasi tutti liberali, e molti attestarono i sentimenti
-loro, con più certa prova che non fossero le declamazioni,
-e anche le multe e le brevi prigionie,
-militando volontarii contro l'Austria. A rinfocolarli
-valeva il fervore del pubblico. E quando alcun
-<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span>
-d'essi riusciva sospetto, spesso a punirlo di pena
-giusta o ingiusta provvedevano le platee. Troppo
-ebbe a soffrire nel 1860, a Genova, Ernesto Rossi,
-crudelmente fischiato e costretto a partirsene, perchè
-era stato a Vienna, e dicevano che là si fosse
-tanto inebriato dell'oro e dell'incenso da non volere
-ormai nemmeno aver parte in un dramma, la
-<i>Teresa Mazzanti</i> d'Ippolito D'Aste, pieno d'allusioni
-ai nostri nemici. Se volle riconquistarsi il
-favore dei Genovesi, dovè il Rossi, quattro anni dopo,
-fare in pieno teatro aperte dichiarazioni; e le fece,
-sia lode al vero, con accortezza e con dignità.
-</p>
-
-<h3>II.</h3>
-
-<p>
-Il Manzoni, da vecchio, diceva a Vittorio Bersezio
-che la forma drammatica antica era finita; il
-pensiero nuovo l'aveva trovata troppo angusta e
-l'aveva fatta scoppiare; non ve n'erano ormai più
-che i frantumi, che invano alcuni tentavano di raccozzare
-insieme per dar loro apparenza di cosa
-consistente: la forma nuova, intanto, quella che
-doveva corrispondere ai bisogni nuovi, non c'era
-stato ancora barba d'uomo a trovarla. Per conto
-suo, sperando che i tentativi irrequieti precedessero
-forse di lontano l'ignoto riformatore che ammirerebbero
-i figli o i nepoti, si compiaceva solo della
-commedia dialettale. Infatti, quando <i>Le miserie 'd
-<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span>
-monssú Travet</i>, da Torino, dove prima comparvero
-nel marzo 1863, passarono a Milano, egli, che da
-trent'anni non aveva messo piede in un teatro, andò
-a sentire e applaudire. Il pubblico, a vederlo,
-applaudì lui, ed egli, finchè potè, battè le mani
-sforzandosi a credere e a far credere agli altri che
-il Bersezio solo era il festeggiato così.
-</p>
-
-<p>
-Fatto sta che la tragedia classica, colpita nel
-cuore dal Romanticismo, morì; e una caratteristica
-dell'età di cui vi discorro è appunto nel suo scomparire,
-nell'affievolirsi della commedia goldoniana,
-nel trasformarsi insomma del repertorio.
-</p>
-
-<p>
-Fin dagli ultimi del secolo XVIII si erano
-alternate sul palcoscenico molte più forme e varietà
-di spettacoli che non abbiamo oggi. A scorrere i
-diarii teatrali di quel secolo declinante e del XIX
-sorgente, è impossibile non meravigliarsi della sovrabbondanza.
-La tragedia classica con le unità
-di tempo e di luogo era la forma officiale; ma
-accanto le sorgeva vigorosa la tragedia di argomento
-moderno, che chiamavano urbana, e che non
-di rado già delle unità non si curava; e all'una e
-all'altra toglieva un po' di favore la concorrenza del
-dramma storico e romanzesco, macchinoso, farraginoso,
-commisto di riso e di pianto. Del pari la
-commedia ridanciana con le maschere e senza le
-maschere, durava ancora, mentre la commedia sentimentale
-faceva spargere tante dolci lacrime. E vi
-<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span>
-erano inoltre allegorie e fiabe; e perfino libretti
-di melodramma recitati senza la musica. Più, le
-così dette commedie dell'arte, e le caricature regionali
-impersonate in Stenterello, Pulcinella, Arlecchino,
-Brighella, Pantalone, Cassandrino, Rogantino,
-e altre sì fatte argute o scurrili figure.
-</p>
-
-<p>
-Venne la questione tra Classicisti e Romantici:
-e quella che era stata una confusa e polverosa baruffa
-di avventurieri si mutò in un'ordinata battaglia
-di belle e ben capitanate milizie. Dopo gli
-esempii del Goethe e dello Schiller, ebbe allora
-l'Italia col Manzoni il dramma storico meditato e
-dotto, senza le regole accademiche, sebbene quasi
-imbevuto di classicità, innanzi che la Francia prepotesse
-e in un certo senso snaturasse il romanticismo
-nel teatro: ma la Francia, comunque sia, non
-tardò ad esportare e a diffondere anche fra noi
-quelle sue nuove merci teatrali. Vani erano riusciti
-da un lato i tentativi del De Cristoforis e del Tedaldi
-Fores per mantenersi più o meno nella strada
-aperta dal Manzoni; vani anche, dall'altro, quelli
-di Giovan Battista Niccolini, d'iniziare lui una
-scuola che fosse possente di effetti lirici e drammatici
-insieme, con viva e diretta azione patriottica.
-Questa, non è dubbio, egli ottenne; ma l'<i>Arnaldo da
-Brescia</i> che nel 1843 suggellò l'arte sua, stampato a
-Marsiglia, non potè venire in Toscana che di nascosto,
-dentro alcune botti da caffè; e anche quando fu
-<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span>
-letto liberamente, non potè salire sul palcoscenico,
-perchè poema in dialogo anzi che dramma.
-</p>
-
-<p>
-Molti tra voi rammentano, certo, il vivace racconto
-che Ferdinando Martini fece del suo arresto
-e della partaccia che a lui sedicenne toccò dal
-prefetto granducale, quando, nel luglio del '58, in
-una dimostrazione sorta nel Teatro Nuovo dopo
-una recita della <i>Medea</i>, sentendo crescere gli applausi
-da — Viva Niccolini! a — Viva il poeta
-italiano! — Viva la gloria d'Italia! — Viva l'Italia! — gridò
-per conto suo — Viva l'autore dell'<i>Arnaldo</i>! — ch'ei
-non sapeva, del resto, che cosa
-si fosse. Questi stessi evviva palesano la principale
-ragione di certi entusiasmi suscitati dal Niccolini;
-ed è indubitabile che egli nè iniziò nè poteva lasciare
-una scuola, sebbene alcune delle sue tragedie,
-come la <i>Medea</i>, l'<i>Antonio Foscarini</i>, il <i>Giovanni
-da Procida,</i> durassero a lungo sulle scene. Dopo il
-1849 ormai il vecchio poeta viveva appartato, più
-studiando le storie che fantasticando poesia: ma
-sempre fisso col pensiero alla redenzione della patria,
-le dette nel 1858 ancora una tragedia, <i>Mario
-e i Cimbri</i>, di cui dicono l'intento così il tema come
-l'epigrafe petrarchesca apposta sul frontespizio:
-«Ben provvide natura al nostro stato — Quando
-dell'Alpi schermo — Pose tra noi e la tedesca rabbia.»
-A Tommaso Salvini, unico interprete degno,
-ne affidava la rappresentazione.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span>
-</p>
-
-<p>
-Premii condegni non gli mancarono. La sera
-del 3 febbraio 1860, il teatro di via del Cocomero
-fu solennemente consacrato al nome di lui, recitandovi
-Ernesto e Cesare Rossi la grande scena dell'<i>Arnaldo
-da Brescia</i> tra il frate e papa Adriano,
-e il monologo di Arnaldo nell'ultimo atto. E mosse
-il Niccolini indi a poco a salutare tra noi il re
-possente che egli aveva invocato trent'anni prima,
-Vittorio Emanuele: e lieto così della mèsse di cui
-egli medesimo aveva cooperato a gettare il seme,
-morì nel 1861, il 20 settembre. Di un fulgido sorriso
-si sarebbe illuminato il volto al poeta dell'<i>Arnaldo</i>,
-se l'Angelo della morte gli avesse negli estremi
-momenti sussurrata all'orecchio la profezia, che
-essa data del 20 settembre sarebbe di lì a pochi
-anni divenuta sacra all'Italia per la liberazione
-di quella Roma dove era stato perseguitato ed
-arso il suo magnanimo Arnaldo.
-</p>
-
-<p>
-Nel 1847 era morto Carlo Marenco, che, dopo
-l'Arnaldo del Niccolini, aveva osato dare in luce
-quello suo, sebbene non meglio adatto alle scene.
-Più degno di nota egli è per alcuni esperimenti di
-conciliare, seguendo in parte gli esempii del Delavigne,
-il classico col romantico. Prima la Carlotta
-Marchionni, che nel '37 incarnò in sè la <i>Pia
-de' Tolomei</i>, poi Adelaide Ristori, fecero applaudire
-questo che fu il più popolare de' lavori suoi,
-e che si rannoda in un certo modo alla popolarissima
-<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span>
-<i>Francesca</i> di Silvio Pellico, durata dal 1815
-a commuovere con le lagrime sue e col disperato
-amore di Paolo.
-</p>
-
-<p>
-E fin dal 1839 era uscito il <i>Lorenzino de' Medici</i>
-di Giuseppe Revere, dramma storico in prosa;
-che, afferrato dalle larghe e destre mani del Dumas,
-e imitato da lui, fu tradotto in italiano dal
-francese, e piacque allora a molti che dell'originale
-non sapevano o non si curavano. Dramma
-storico in prosa è anche il <i>Fornaretto</i> di Francesco
-Dall'Ongaro, che dal 1844 faceva fremere e
-inorridire, specialmente per l'arte di Gustavo Modena,
-sulle sorti pietose di quella vittima d'un errore
-giudiziario. Se non che nel Revere e nel Dall'Ongaro
-e, abbiamo visto, nel Marenco, un po' di
-infiltrazione francese non è difficile avvertire; e
-convien rammentare che il <i>Moro di Venezia</i> del
-De Vigny, e <i>Marin Faliero</i> del Delavigne sono del
-1829; del '30 è l'<i>Hernani</i> di Victor Hugo; del
-'32 il <i>Luigi XI</i> del Delavigne; del '34 il <i>Lorenzaccio</i>
-del De Musset; del '35 il <i>Chatterton</i> del De
-Vigny; letti, tradotti, ammirati, rappresentati, discussi,
-via via, anche in Italia.
-</p>
-
-<p>
-Ciò per la tragedia e pel dramma. La commedia,
-dopo le risate di buona lega suscitate sui
-primi del secolo dal Giraud con L'<i>Aio nell'imbarazzo</i>,
-con <i>Don Desiderio disperato per eccesso di
-buon cuore</i>, con <i>L'apparecchio del pranzo alla
-<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span>
-fiera ossia Don Desiderio direttore del Pique Nique</i>,
-e dopo i sorrisi annacquati delle commedie un
-po' pedantesche del Nota, si può dire non avesse
-altro, nella tradizione goldoniana, che i lavori di
-Francesco Augusto Bon. Non ridiamo noi ancora, e
-come di cuore, a <i>Ludro e la sua gran giornata</i>?
-Ma dopo la trilogia di Ludro e altre vispe commedie,
-il fortunato attore si volle provare malamente
-nientemeno che al dramma storico; e indispettito
-della gelida accoglienza fatta dai Milanesi al suo
-<i>Pietro Paolo Rubens</i>, non scrisse più, invecchiando
-nel dirigere compagnie di comici, e, da ultimo, di
-filodrammatici.
-</p>
-
-<p>
-Ed ecco in Francia nel 1840 <i>Il bicchier d'acqua</i>
-dello Scribe e nel '45 la sua <i>Catena</i>; nel '48 l'<i>Avventuriera</i>
-dell'Augier, e l'anno dopo la sua <i>Gabriella</i>;
-nel '52 la <i>Signora delle camelie</i> del Dumas
-figlio; nel '54 <i>Il genero del signor Poirier</i> dell'Augier;
-nel '55 il <i>Demi-monde</i> del Dumas; nel '61 <i>I
-nostri intimi</i> del Sardou; e <i>Il cappello di paglia
-d'Italia</i> del Labiche è del '51. Le quali date mi era
-necessario rammentarvi perchè, trattandosi di drammi
-e commedie rimaste sino ad oggi, o sino a poco
-fa, nel repertorio de' nostri teatri, bastano di per sè
-sole a chiarire quanta e quale fu la invasione francese
-nelle scene italiane poco innanzi il 1848-49,
-e poi sempre più, sino a ciò che vediamo noi.
-</p>
-
-<p>
-Io non sono di quelli che per l'arte s'indignano,
-<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span>
-subito che alcun che ci venga da oltre le Alpi: tanto
-meglio per tutti quando ce ne venga del buono:
-noi già demmo, un tempo, assai agli altri, e gli
-altri ora dieno pure a noi, in uno scambio inevitabile
-e proficuo. Ma vero si è che nocque allora
-allo svolgimento dell'arte tra noi la soverchia voga
-conseguìta dal teatro francese: i fiori che davano
-speranza del frutto non allegarono e caddero appassiti
-o imbozzacchirono. Fino allora si era, meglio
-o peggio, conservata in onore la tragedia; oltre la
-<i>Pia</i> del Marenco e la <i>Francesca</i> del Pellico, anche
-il <i>Filippo</i>, il <i>Saul</i>, la <i>Mirra</i>, varie altre tragedie
-dell'Alfieri e di altri rialzavano all'alta poesia, quasi
-per turno settimanale, il gusto del pubblico. E
-si era conservata in onore, meglio o peggio, la
-commedia goldoniana: si applaudivano molto più
-spesso che oggi non accada <i>I Rusteghi</i>, <i>Le Baruffe</i>,
-<i>Don Marzio</i>, <i>Il Bugiardo</i>, del maestro, e
-<i>Don Desiderio</i>, <i>La Fiera</i>, <i>I gelosi fortunati</i>,
-<i>Ludro</i>, <i>Niente di male</i>, parecchi altri lavori, dei
-discepoli suoi. Che si rappresentassero insieme
-gli enormi drammi romanzeschi e spettacolosi,
-triste eredità del Willi, dell'Avelloni, del Federici,
-cresciuta di raffazzonamenti dal tedesco e dal
-Francese, non era insomma un male diffuso e che
-degenerasse in pustole maligne; e tutti sentivano la
-differenza sostanziale, quanto all'arte, tra la commozione
-estetica e la perturbazione nervosa: conseguìta
-<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span>
-quella, la commozione che nobilita, con
-l'analisi delle passioni e con la parola corretta e
-sobria, anche nella ricerca dell'efficacia teatrale;
-conseguìta questa, la perturbazione che abbassa,
-con l'azione violenta e con l'enfasi spesso sgrammaticata
-in caccia dell'applauso. Dopo il 1848-49
-si ebbe il tracollo della bilancia: restarono i drammi
-sanguinosi o pietosi come <i>I due sergenti</i>; piovvero
-e dilagarono i drammi romanzeschi della nuova
-imitazione francese.
-</p>
-
-<p>
-Ernesto Rossi nel 1850, a Trieste, corse rischio
-di esser fucilato davvero dai Croati che dovevano
-fucilarlo per chiasso nel finale del <i>Generale Ramorino</i>;
-buon per lui che, innanzi di andare a morte,
-volle si riscontrassero le cartucce! Ma se questo fu
-uno spettacolo d'occasione, <i>Il vetturale del Moncenisio</i>
-fu dato a Milano, in quel torno di tempo, ventiquattro
-sere di seguito. E allora un capitano dei
-bersaglieri a Torino, Andrea Codebò, mosse le baionette
-aguzze del suo rapido ingegno, contro <i>I
-drammi francesi</i>, in una parodia che appunto così
-da loro ebbe il titolo. Luogo dell'azione (narra il
-Costetti che bene tratteggiò la figura di lui e di altri
-scrittori e attori di quel tempo) un camposanto;
-quivi, in un solo atto, duelli, delirii, riconoscimenti,
-suicidii: figuratevi che un tale riconosce chi sia un
-colonnello che egli sta per uccidere, e gli grida: — Ah,
-tu sei dunque il figlio del carnefice di mio
-<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span>
-padre! — Grande fu il successo di codesta satira;
-ma, come era naturale, non valse contro la moda.
-</p>
-
-<p>
-Del resto, col male venne il bene; coi drammacci
-vennero di Francia buone e belle commedie. Era
-il 1857; e <i>La vecchia pazza alla Torre del Sangue</i>,
-<i>La tremenda sfida dei cavalieri della morte al
-Colle del Terrore</i>, e consimili robe che un capocomico
-disperato imbandiva al popolino bolognese
-nell'Arena del Sole, doverono da lui medesimo esser
-messi da parte (copio anche questo dal Costetti)
-per dare al pubblico, in un teatro, di gente pulita,
-come egli diceva, una commedia di Dumas figlio
-che salvò lui e i suoi dalla fame. Senza estendere
-l'osservazione di un caso singolo a legge generale,
-può servire esso caso a indizio di ciò che allora accadeva:
-lo Scribe, l'Augier, il Dumas, con l'arte
-abilissima di tutt'e tre, moralmente eletta nel secondo,
-acutamente filosofica nel terzo, relegavano
-ne' teatri di terzo e di quart'ordine le reliquie di
-un teatro spettacoloso che risaliva a' primi del secolo
-XIX, e conquistavano i teatri migliori pel nuovo
-repertorio francese, cacciandone via la tragedia
-classica, ormai anch'essa decrepita, e la tragedia neoclassica
-e romantica che pur avrebbero potuto, con
-qualche accorgimento, restarvi utilmente.
-</p>
-
-<p>
-Guglielmo Shakespeare, per opera di Ernesto
-Rossi, della Ristori, del Salvini, ottenne finalmente
-udienza e favore; ma fornì piuttosto pietre di paragone
-<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span>
-al raffronto di un artista con l'altro, che
-fiamma viva a infiammare, come era degno, le
-fantasie.
-</p>
-
-<h3>III.</h3>
-
-<p>
-Vi tedierei inutilmente enumerandovi ora anche
-soltanto i principali dei drammi in versi che furono
-applauditi negli anni di cui sto parlando: nulla,
-dopo quegli applausi, dovuti per massima parte
-ad attori eccellenti, ha retto a lungo sulle scene,
-nulla ne è letto oggi da chi non faccia professione
-di logorarsi gli occhi sulle stampe dimenticate.
-</p>
-
-<p>
-Che importa, per esempio, a voi di <i>Aroldo il
-Sassone</i> di Napoleone Giotti? Era il suo primo lavoro,
-nel 1846, e lo dedicava al Niccolini: piacque,
-e tre sere fu dato nel teatro del Cocomero, che
-ancora non si onorava del nome di lui. E che v'importa
-della sua <i>Monaldesca</i>? Al Guerrazzi la dedicò
-il Giotti nel 1853, e furoreggiò: Adelaide
-Ristori, che ne resse la parte principale, non è difficile
-credere che ne dovè trarre effetti mirabili; ma
-cosa più pazza (sia detto col debito rispetto alla
-memoria di quel pover uomo, morto di recente) non
-credo facile immaginarla, nè verseggiarla con peggiore
-rettorica romantica in più rimbombanti endecasillabi.
-Un po' dell'<i>Hernani</i> e un po' della <i>Beatrice
-Cenci</i> vi si mischiano nell'azione di un Leonello
-<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span>
-che, per vendicare un fratello ucciso da un marito
-geloso, si fa amare dalla moglie di lui, la fa complice
-dell'assassinio col quale lo toglie di mezzo, e
-poi le sghignazza in faccia che non l'ha amata mai
-e non l'ama. Tutto questo con balli mascherati, usci
-segreti, temporali, e canzonette sulla mandòla.
-</p>
-
-<p>
-E meno v'importa, credo, dei drammi di Giuseppe
-Pieri, e del <i>Francesco Guicciardini</i>, del
-<i>Dante Alighieri</i>, della <i>Beatrice Cenci</i>, di Pompeo
-di Campello. Neppure il <i>Nerone</i> del Cossa valse a
-far rammentare dai critici il <i>Nerone Cesare</i> di lui:
-mentre invece richiamò l'attenzione di qualcuno
-al <i>Paolo</i> di Antonio Gazzoletti, gentil poeta ma un
-poco sbiancato e freddo, come lo definì il Tenca a
-ragione.
-</p>
-
-<p>
-Il Gazzoletti e Antonio Somma (di cui la <i>Parisina</i>,
-del resto, era uscita nel 1835), e Giulio
-Carcano ed Ermolao Rubieri, meriterebbero, nella
-storia di questi tempi, almeno qualche parola. Un
-<i>Arduino</i> del Carcano sarebbe, per esempio, da
-raffrontare con l'<i>Arduino d'Ivrea</i> di Stanislao Morelli,
-che Tommaso Salvini improntò della sua gagliardia
-e fece tanto applaudire, costringendo (gli
-scriveva l'autore riconoscente) il pubblico a inchinarsi
-ad un ragazzo come innanzi ad un gigante.
-Ma si tratta, insomma, di opere morte da un pezzo
-e sepolte; gli ultimi guizzi furono esse di un genere
-destinato a spengersi, in quelle forme, per sempre.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span>
-</p>
-
-<p>
-Veniamo a ciò che fiorì, o almeno era degno di
-annunziare una primavera nuova.
-</p>
-
-<p>
-Vincenzo Martini, padre di Ferdinando, fu dei
-primi a tentare una forma che la necessità del presente
-e i modelli francesi concordasse con la tradizione italiana.
-Nel carnevale del '53 Adelaide
-Ristori ne diè <i>La donna di quarant'anni</i>; cioè la
-marchesa Malvina; che fin dai cenni dell'autore sui
-personaggi suoi ci è presentata con «tutta la squisita
-ricercatezza di vesti e di modi cui si affida
-una donna elegante sul declinar dell'età.» In quell'anno
-stesso <i>Il misantropo in società</i>, dove il cavalier
-Maurizio, a soli ventisette anni, si veste e si
-atteggia elegantemente, ma ha modi riservati e severi,
-in curioso contrasto con quelli dello zio marchese
-Riccardo, che, verso la settantina, mantiene
-una fresca giovialità. L'anno dopo, <i>Il cavalier d'industria</i>,
-un tipo d'avventuriero vivamente raffigurato
-in mezzo al moto d'una società viva di
-gentiluomini e di speculatori. «Io avrò torto (scriveva
-il Martini) ma ho per articolo di fede in arte
-drammatica che la commedia debb'essere il quadro
-della società e dei costumi: quindi abborro dai
-grandi colpi di scena, dalle commedie <i>a grande
-interesse</i>. Chi vuole di questa roba avrà ragione,
-ma non vada al teatro quando si recita una commedia
-mia. Il tempo deciderà chi sia sulla vera
-strada. Io sono convinto (lo dico senza falsa modestia)
-<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span>
-di essere nel buon cammino, e se casco,
-come casco pur troppo, egli è per debolezza delle
-mie gambe, non per avere sbagliata la via.»
-</p>
-
-<p>
-Suo figlio Ferdinando, cui la carità filiale non
-offuscò l'occhio acuto del critico, riconoscendo che
-Vincenzo talvolta si fermò alla superficie senza
-approfondire l'osservazione nell'intimo dei costumi e
-degli animi, ebbe piena ragione a lodare, specie nel
-<i>Cavalier d'industria</i>, la larghezza almeno di quella
-osservazione, e ben potè compiacersi di rammentare
-che Paolo Ferrari già ormai celebre scriveva all'autore
-di quella commedia: «Voi siete l'ultimo a
-cui ho detto che vi riguardo come maestro; e perchè
-l'ho detto a tanti altri che neppur vi conoscono
-fuor che per fama, mi dovete pur permettere
-di ripeterlo anche a Voi.» Peccato che poco
-egli desse al teatro; e peccato che altre cure ne abbiano
-via via distratto il figlio suo, così pronto e
-destro osservatore e analizzatore, e così elegante ed
-arguto maestro del dialogo.
-</p>
-
-<p>
-Non mi fermo su David Chiossone che fe' piangere
-molto; e trascuro, affrettandomi, anche Giuseppe
-Vollo, veneto, cui, dopo un tremendo dramma
-in versi <i>La famiglia Foscari</i>, del 1844, nel '55
-una certa opportunità dell'argomento e la bravura
-della Ristori fecero applaudire a Torino <i>I giornali</i>,
-amarissimo dramma in prosa più tragico che
-satirico. Li metto da parte perchè, dopo il garbo
-<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span>
-del Martini, quando insistessi sul Chiossone e sul
-Vollo, al quale del resto non mancò la forza d'un
-alto concetto, troppo parrei disposto alla censura
-e: Che serve, direste, incrudelir coi morti?
-</p>
-
-<p>
-Alla Toscana ci richiamano le prime prove
-di Luigi Alberti, che nel '58 raccolse i suoi
-<i>Studi drammatici</i>, dove nulla è più che mediocre,
-ma il mediocre non è almeno di cattiva lega.
-Val troppo meglio di lui, Tommaso Gherardi del
-Testa. Poco ormai, e assai di rado, se ne rappresenta;
-e <i>Il vero blasone</i>, <i>Oro e orpello</i>, <i>Moglie
-e buoi dei paesi tuoi</i>, <i>La vita nuova</i>, che sono
-le migliori commedie di lui, escono dal limite cronologico
-di questa lettura: oggi (m'insegna Piero
-Barbèra, amico suo ed editore postumo) si vendono
-alcune di quelle tenue azioni, schiettamente dialogate,
-solo come libri su cui in Inghilterra s'insegna
-la buona conversazione italiana: il che, per lo meno,
-conferma una stima nobilmente meritata e saldamente
-fermata. Cominciò a mettersi innanzi nel
-'46; nel '48 combatte, fu prigioniero; tornato, si
-pose a rappresentare, non di ardite linee nè di
-colori vivaci, ma di paziente e corretta matita, la
-società toscana che si vedeva intorno, cioè la borghesia
-quieta e un po' gretta. Non è risata la sua,
-è appena un sorriso; ma non vi stanca ne nausea
-mai. È una verità piccina la sua; ma è verità.
-</p>
-
-<p>
-Se il bravo Luigi Suñer avesse, dopo le prime
-<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span>
-prove felici, seguitato l'esercizio del fare, in cambio
-di restringersi a quello del consigliare gli altri,
-con drittura e con sagacia, quanto volentieri
-vi parlerei, a questo punto, di lui, che tanto prometteva!
-Ma mi conviene tacerne anche perchè
-l'opera sua si svolse da <i>Spinte o sponte</i> a <i>Ogni
-lasciata è persa</i>, dal 1860 in poi.
-</p>
-
-<p>
-Due sovrastano: Paolo Giacometti e Paolo Ferrari.
-Il Giacometti ebbe dalla natura una forza
-drammatica come pochi; e lavorò indefessamente
-come pochi. Nato nel 1816, si diè giovanissimo al
-teatro, seguendo le compagnie e scrivendo durante
-più anni, per centoventi svanziche al mese, cinque
-sei lavori ogni anno; onde ottanta fra commedie,
-tragedie, drammi! Quando nell'82 morì, poteva
-vantarsi non tanto di avere scritto così in
-fretta, quanto di avere, anche in quella corsa, rispettato
-sè stesso e l'arte. Nel 1841, per esempio,
-diede <i>Un poema e una cambiale</i>, <i>Cristoforo Colombo</i>,
-<i>Il poeta e la ballerina</i>, <i>Quattro donne in
-una casa!</i> cioè del cattivo, del mediocre, del buono,
-non del pessimo. <i>La morte civile</i>, che anche oggi,
-rappresentata dal Novelli, ci commuove, è del 1861;
-la pose in scena, a Fermo, Cesare Dondini. Successore
-di Alberto Nota come scrittore nella Compagnia
-Reale Sarda, gli fa perfetto contrapposto; quegli
-un grave impiegato, questi un artista vagabondo:
-e, del pari, quegli compassato e monotono, questi
-<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span>
-multiforme e diseguale. Quanto a potenza di fare,
-non è possibile tra i due neppure il parallelo;
-ma per la felicità dell'esecuzione, come al Nota
-avrebbe giovato la mano rapida e audace del Giacometti,
-così al Giacometti un poco almeno della correttezza
-e agghindatura del Nota. Nondimeno, abbia
-pure parecchi difetti e sieno gravi, <i>La morte civile</i>
-offre scene mirabili. E nella storia del nostro teatro
-al Giacometti non potrà non spettare un luogo
-notevole anche perchè, prima di Paolo Ferrari, per
-due o tre decennii fu egli l'unico che avesse sortito
-dalla natura tutte quante le doti precipue che
-fanno il drammaturgo intiero; il senso del comico
-e del tragico insieme, il movimento dell'azione e
-del dialogo, la virtù del riconnettere le parziali osservazioni
-a un concetto superiore.
-</p>
-
-<p>
-Di questo ultimo pregio Ferdinando Martini
-gli fece un'accusa; perchè a lui, nel teatro, non
-sembra un pregio. Discorrere di ciò con lui è
-attribuire a lui la vittoria e a sè la sconfitta,
-perchè pochi sono così destri dialettici e così arguti
-ragionatori: se non che, dentro me, rimango
-dell'opinione mia, e concedendo che una tesi, per
-eccellente che sembri agli occhi del moralista o del
-sociologo, non rese mai nè sia mai per rendere
-buono un dramma male ideato per l'arte, sempre
-più con gli anni son venuto nell'opinione che
-si onora del Manzoni e del Mazzini, quanto all'essenza
-<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span>
-etica che deve costituire quasi direi
-l'anima onde le membra del dramma si agitano
-vitali. Poco importa, pel giudizio dell'esecuzione,
-se la tesi sia o no giusta in sè; basta che giusta
-la creda chi la sostiene: in tale sua fede è il calore
-che dalla mente dell'artista passa nell'opera
-sua e la fa sorgere e muovere.
-</p>
-
-<p>
-L'amore delle tesi nocque, non è dubbio, a
-Paolo Ferrari nell'ultimo svolgimento del suo teatro:
-ma la colpa non fu di esso amore, fu della
-maniera di costrurre il dramma sopra una tesi prestabilita,
-in cambio d'incarnare un concetto morale
-nei personaggi organicamente. Nè dir concetto morale
-è lo stesso come dire tesi; e la vita rappresentata
-con onesta schiettezza porge sempre da sè
-medesima un insegnamento, tanto meno volgare
-quanto più acuta e profonda sia stata l'osservazione.
-</p>
-
-<p>
-Del Ferrari, al quale spetterà, io credo, un'intiera
-lettura nella serie che la benemerita Società
-vorrà forse darci l'anno venturo, non ho tempo di
-parlarvi come egli si meriterebbe; tanto già nei
-primi anni del suo lavoro drammatico fece di bello e
-di buono. Non è molto che Giovanni Sforza ha edito
-e, come egli sa, illustrato <i>Baltroméo calzolaro</i>, una
-commedia in dialetto di Massa che il Ferrari compose
-in quella cara città nell'inverno del 1847-48,
-padroneggiando non pur quel dialetto, ma altresì,
-<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span>
-di primo impeto (come accade solo alle nature
-generose), il palcoscenico. Il Goldoni riviveva in
-quel giovane venticinquenne; il Goldoni delle <i>Baruffe</i>
-e del <i>Campielo</i>, stupendo fotografo della vita
-popolare. In alcune scene <i>Baltroméo calzolaro</i> è
-cosa perfetta. Ma curiosità singolare gli viene
-dall'esservi già dentro il nucleo anche di quel marchese
-Colombi, di gioiosa memoria, che avrà poi
-tanta parte in <i>La Satira e Parini</i>. Perchè il Ferrari
-tendeva intorno a sè l'occhio e l'orecchio; e non
-altrimenti notava gl'ingenui costumi ed affetti del
-calzolaio ubriacone, che gli spropositi del violinista
-Filippo Chelussi, marito d'una marchesa, e
-fattosi mecenate di bande cittadine. Bartolommeo,
-ne' fumi del vino, esclama, come aveva fatto
-più d'una volta costui, e come farà il marchese
-Colombi: — Oh! Tasso! oh! Tasso! io resto attonito
-e non posso attribuire.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Innanzi di lasciargli rappresentare il suo grande
-emulo nella pittura de' costumi, Giuseppe Parini,
-volle il Goldoni dal suo discepolo Ferrari l'omaggio
-d'una commedia: e nel 1851 gli fece suggerire
-da un amico di leggere le <i>Memorie</i> sue.
-Queste inspirarono la commedia famosa in cui
-rivissero e il Goldoni e la sua Nicoletta e i gentiluomini
-e i critici veneziani del 1749 in una tale
-snellezza di scene e di dialogo, in una tale intima
-ed esterna comicità, che poche commedie nostre
-<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span>
-possono certo starle a pari. Donde scappassero fuori
-questa, esuberante di vita e di forza comica, e due
-o tre altre commedie del Ferrari rigogliose e promettenti,
-si chiese il Carducci, e rispose che non
-si saprebbe ben dire. E se il Carducci non lo
-seppe, davvero non posso dirvelo io. Fatto sta che
-doverono cooperarvi e infondervisi, alcun che dell'anima
-stessa del Goldoni assorbita dal Ferrari
-su dai volumi delle <i>Memorie</i>, l'indole nativamente
-comica di lui, alcun che degli esempii recenti
-francesi e italiani che ho accennati sopra. Resta a
-ogni modo dinanzi anche a me, non solo quell'«irreducibile»
-che gli estetici confessano a
-malincuore nell'analisi di qualsiasi opera d'arte,
-ma altresì un piccolo problema di critica storica
-che metterebbe il conto di tentare quando, non
-foss'altro, ne avessimo oggi il tempo e fosse questo
-il luogo più adatto.
-</p>
-
-<p>
-<i>Una poltrona storica</i> è del 1853, <i>La satira e
-Parini</i> è del 1857, <i>La medseina d'onna ragazza
-amalèda</i>, in modenese, è del 1859. E come del <i>Baltroméo
-calzolaro</i> si ebbe poi la riduzione in lingua
-letteraria (troppo letteraria) nel <i>Codicillo dello
-zio Venanzio</i>, così la vispa commediola modenese
-dovè adattarsi all'italiano nella <i>Medicina d'una
-ragazza malata</i>. L'aver maneggiato i dialetti
-giovò, comunque sia, al Ferrari, per la realtà dell'azione,
-per la vivezza del dialogo: chè il raccostarsi
-<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span>
-al popolo, come dà forza per tanta parte
-della vita sociale e morale, così anche per la vita
-artistica porge utili consigli e una vigoria schietta
-e fresca. <i>La satira e Parini</i>, se non vale forse
-quanto <i>Goldoni e le sue sedici commedie</i>, restò
-bell'esempio di commedia storica in versi, e ha
-gettato nella memoria di tutti un personaggio, il
-marchese Colombi, co' suoi proverbiali spropositi.
-</p>
-
-<p>
-Il resto dell'opera del Ferrari non tocca a me
-accennarlo; e lascio ben volentieri che altri, dopo
-queste sue prime e bellissime prove, lo studii,
-come si conviene, l'anno venturo, mostrandocelo
-nei pregi e nei difetti: principe, per anni parecchi,
-della scena italiana.
-</p>
-
-<h3>IV.</h3>
-
-<p>
-Se non tutto buona, dunque, ma curiosa e promettente,
-e nel Ferrari più di una volta quasi perfetta,
-fu la produzione drammatica dal 1848-49 al
-1861, già ci è qua e là apparso che gli attori valsero
-allora quasi sempre più degli autori: onde,
-mentre le nostre tragedie e commedie non varcarono
-le Alpi, li varcarono essi con la fama e con
-la persona loro, e seppero vincervi aspre battaglie,
-con vittorie onorevoli alla patria oppressa. Dopo il
-De Marini, Gustavo Modena; dopo Francesco Augusto
-Bon, Cesare Dondini e Cesare Rossi; dopo
-<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span>
-la Internari e la Pelzet, Adelaide Ristori; e con la
-Ristori, Ernesto Rossi e Tommaso Salvini.
-</p>
-
-<p>
-Senza porre odiosi e impossibili raffronti, tutti
-convengono nella eccellenza e preminenza del Modena.
-Una mente come egli ebbe, e la dimostrano
-anche oggi le lettere sue; un animo quale egli
-ebbe, di patriotta, e lo dimostrano i casi della sua
-vita; un cuore, quale egli ebbe, di uomo, e lo dimostra
-l'indomabile amore della giovinetta svizzera
-che, lasciando gli agi della vita paterna, volle
-seguirlo su' palcoscenici e nelle campagne di guerra,
-e fu compagna sua sempre innamorata, e fu per
-lui innamorata dell'Italia, non mai stanca nel servire
-i feriti delle nostre battaglie; mente, animo,
-cuore, cioè un tutto indivisibile di singolare altezza,
-erano troppo più di quel che occorresse a un attore
-drammatico. E il Modena fu apostolo e milite
-di libertà non meno che attore. A lui attore scriveva
-reverente il Manzoni; a lui oratore eloquente
-nella Assemblea toscana, cui Firenze lo aveva
-eletto con oltre diecimila voti, non so se applaudì,
-ma certo consentì trepidante di commozione, la
-maggior parte di quel consesso.
-</p>
-
-<p>
-Il racconto del come egli rappresentava il <i>Saul</i>
-non è un aiuto critico, come pochi ne abbiamo,
-per intendere meglio quella nobile figura dell'Alfieri?
-E a leggere come declamava dell'<i>Adelchi</i> la
-narrazione del diacono Martino traverso le Alpi,
-<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span>
-facendo sentire la solitudine enorme delle valli, e
-aprirsi al sole sorgente con un crepitìo i coni silvestri
-de' pini; a leggere come declamava Dante,
-traendo dal verso possente gli effetti che noi vi
-rintracciamo, ohimè, con la critica paziente; ci
-riempie anche oggi di stupore.
-</p>
-
-<p>
-Ma egli era nato nel 1803, e la sua figura,
-voi lo vedete, esce quasi dal quadro commessomi.
-</p>
-
-<p>
-Vi rientrano gli altri, il Rossi, il Salvini, la Ristori.
-Del Rossi solo, perchè morto, mi è lecito
-parlarvi un po' a lungo; ed anche perchè egli fu
-ed è il più discusso dei tre. Nè Tommaso Salvini
-nè la marchesa Capranica Del Grillo hanno davvero
-bisogno delle mie lodi, e basterà loro, se leggeranno
-queste pagine, che sappiano come anch'io,
-con molti di voi, o signore e signori, ho
-ringraziata la sorte dell'avermi concesso il piacere
-di ammirare almeno nel tramonto quegli astri che
-raggiarono fin dal sorgere di tanta luce, e che
-splenderono così possenti nel pieno meriggio.
-</p>
-
-<p>
-Il Rossi, io credo, valse meno di loro: ma
-forse ebbe più merito a levarsi là dove si levò,
-perchè mosse di più basso, e si fece con ardore e
-costanza la via tra ostacoli che essi non ebbero a
-superare. Basta leggere le memorie nelle quali egli,
-narrando i suoi <i>Quarant'anni di vita artistica</i>, si
-rappresentò così al vivo come avrebbe potuto farlo
-in uno de' drammi che gli piacevano tanto, per
-<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span>
-sentire la verità di tale mia affermazione. La miseria,
-la vanagloria infantile, gli studii frettolosi,
-talvolta le stesse qualità sue gli nocquero; eppure
-fu e si mantenne a lungo un attore grande. Guardatelo
-nei principii, quando a Foiano nel 1846
-deve fare da Paolo nella <i>Francesca da Rimini</i>,
-e non ha neppure un po' di vestito: «Aprii il
-mio bauletto, e dissi a me stesso: — Su, signor
-abate, pensi, immagini, e trovi qualche cosa per
-vestire il signor Paolo da Rimini! — fruga, fruga,
-esamina, trovo un paro di mutande di lana rosse:
-benissimo! ecco le maglie! un paio di <i>brodequins</i>,
-ecco le scarpe; ma erano scarpe moderne, e bisognava
-dar loro una foggia antica: trovo due
-pezzi di cartone, li taglio a forma di barchette, li
-cucio e impasto insieme, con della tinta da scarpe
-li lucido: ed ecco fatto la sopra scarpa! — ma il
-vestito? — Aveva una giacchetta di velluto nero!
-ecco il sottabito. — Con uno scialle di falso Cachemir,
-che la mia povera mamma mi aveva dato
-per coprirmi dal freddo nel viaggio, faccio una
-specie di pianeta, tale e quale i preti portano in
-chiesa per dire la messa: ecco la pazienza. — Alla
-mia berretta da viaggio, che era di panno
-nero, levo il tettino, ci metto una penna d'oca: ecco
-fatto il berretto. — Così vestito, Paolo se ne venne
-da Bisanzio e dalle guerre sante, disse la bella apostrofe
-all'Italia, ed il pubblico andò in visibilio.»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span>
-</p>
-
-<p>
-Così fece poi sempre: andò innanzi senza mai
-timori; baldanzoso, mise il piede, occupò. Ciò che
-meno in lui mi piacque, un certo tal quale istrionismo,
-le Memorie mostrano che fu una parte così
-integrante dell'indole sua, che, senza di esso, non
-avrebbe potuto mai fare quanto fece. — Faccia
-franca! — è uno de' suoi motti preferiti; e sarebbe
-cattivo motto per la vita; ma sul teatro riesce opportuna
-la prontezza dello spirito.
-</p>
-
-<p>
-La Ristori lo ebbe compagno nel 1855, e nelle
-Memorie dell'uno e dell'altra è compiacenza leggere
-le lodi reciproche per quelle vittorie contro
-le gelosie della Rachel, su cui l'attrice nostra ottenne
-gli onori tanto come attrice quanto come
-gentildonna: e il Rossi sentiva un po' di onesta gelosia
-pel trionfo di lei che la aveva seguita contro
-il consiglio del suo maestro, il Modena. Ma a questo
-punto del suo racconto rompe in parole che gli
-sgorgano dal cuore, e fan bene a rileggerle:
-</p>
-
-<p>
-«Io stimai sempre la Ristori, l'ammirai sin
-da giovinetto... più volte mi presi a dispute e battibecchi
-con critici e pubblico, per difenderla imparzialmente
-dagli attacchi ingiusti, severi o avventati:
-l'amai anche come donna, senza mire o
-scopi indiretti: le fui sempre devoto, e non voglio
-neanche oggi dirle con la mia penna quanto mi fece
-soffrire. Ella dimenticò, che io era giovine più di lei:
-che, entrato nell'arte con tutte le illusioni di una
-<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span>
-anima non corrotta (che per me tutto era color di
-rosa e poesia), me ne era fatto un ideale di perfezione:
-che l'invidia, la maldicenza, l'orpello,
-l'ipocrisia, erano per me cose ignorate: che la verità,
-quella verità che non offende, ma che stabilisce
-i fatti e chiarisce le posizioni, fu sempre la
-mia guida: che amava io pure di farmi strada,
-di progredire, di diventare un grande artista come
-lei; e come era pronto a stenderla, io pure desideravo
-una mano che mi sollevasse, un braccio che
-mi sostenesse. Ella nell'ebbrezza della sua felicità
-non scese nel suo cuore, e glielo perdono per la
-sua grande arte, che ammirai e ammiro sempre
-in lei anche oggi, benchè sia <i>vecchia</i> e <i>finita</i> come
-taluni dicono: ma è tal fine, che potrebbe essere
-principio a molte e molte attrici, le quali si vollero
-chiamare di lei maggiori. Povere stolte! e più
-che stolte, impertinenti!»
-</p>
-
-<p>
-La Rachel, andata a sentire la rivale, non ci
-resse, e al terzo atto della <i>Mirra</i>, afferrando per
-un braccio il suo cavaliere, se lo trascinò via fuor
-del palco e del teatro: la Ristori, quando la Rachel,
-il giorno dopo, aprendo una pericolosa gara, annunziò
-il suo ritorno sulle scene con la <i>Fedra</i>,
-prese un palco, ascoltò attenta, tranquilla applaudì.
-</p>
-
-<p>
-Aveva ragione dunque il ministro di Sardegna
-nel fare un brindisi a quegli attori italiani che allora
-<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span>
-a Parigi così avevan fatto, diceva egli, più assai
-che una bella rappresentazione d'una bella tragedia.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p class="indl">
-<i>Signore e Signori</i>,
-</p>
-
-<p class="pad2">
-Nel 1855-56 i due fratelli De Goncourt percorrevano
-l'Italia pigliando qua e là curiosi appunti
-con la penna e con la matita. L'impressione
-conclusiva del loro libro fu questa: «Finale. Pulcinelleria
-universale di tutto quanto il popolo napoletano,
-mascherato da Pulcinella, in atto di brandire
-fantocci di pasta da maccheroni, e che con
-l'altra chiede la <i>buona mano</i> ai <i>forestieri</i>.»
-</p>
-
-<p>
-Mentre il Piemonte si preparava a combattere
-insieme con la Francia, virilmente trattando le armi
-per l'Italia; mentre l'Italia tutta, a chi l'avesse
-osservata con occhio più acuto, sarebbe apparsa un
-enorme focolare dove le ceneri mal nascondevano
-la brace ardente; quegli attori a Parigi ci vendicavano
-dall'oltraggio immeritato: e lode sia e gratitudine
-a loro.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span>
-</p>
-
-<h2 id="sincerita">LA SINCERITÀ NELL'ARTE.
-<span class="smaller">(l'arte dal '48 al '61)</span></h2>
-
-<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br />
-<span class="x-small">DI</span><br />
-<span class="large g noserif">UGO OJETTI</span>.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span>
-</p>
-
-<p class="pad2">
-Un anno fa, Signori, io vi descrissi la vita dell'arte
-italiana fino al '48. Il '48, lo ripeto, è per
-noi una pietra miliare donde non solo una nuova
-politica si parte, ma anche una nuova arte più libera
-e più franca sotto il sole. Nel 1843 Gioberti
-aveva pubblicato il <i>Primato</i>. nel 1844 Balbo le
-<i>Speranze d'Italia</i>, e d'Azeglio — il romanziere
-e il pittore d'Ettore e di Ginevra — aveva lanciato
-l'opuscolo sui <i>Casi di Romagna</i> subito dopo i moti
-di Rimini e di Bagnacavallo, il quale opuscolo è ancora
-mite e quasi dottrinario rispetto al famoso libro
-sui <i>Lutti di Lombardia</i>. Egli è ferito a Vicenza.
-Succedono le cinque giornate di Milano, la
-difesa di Venezia, la difesa di Roma; Guerrazzi e
-Montanelli vogliono stabilire la Repubblica a Firenze;
-Mazzini, a Roma. Dopo Novara, il d'Azeglio
-accetta d'essere il Ministro per la pace, e da quel
-giorno è ecclissato dal genio lentamente audace di
-Camillo Cavour. La scuola liberale lombardo-piemontese,
-cui egli e Pellico e Manzoni appartenevano,
-<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span>
-e di cui, come fissa il De Sanctis, Balbo era
-il dottrinario, Gioberti l'oratore, Rosmini il pensatore,
-è sconfitta a Novara dalla scuola mazziniana
-democratica che col Campanella a Genova, col Farini
-in Romagna, col La Farina in Sicilia, col
-Guerrazzi in Toscana, con Carlo Poerio a Napoli
-aveva direttamente e indirettamente fatto il '48 e
-lanciate le insurrezioni.
-</p>
-
-<p>
-Quella, volendo lasciare la società alle sue
-forze naturali perchè riescisse al progresso, respingendo
-ogni idea di violenza sia che la violenza
-scendesse dall'alto, sia che salisse dal
-basso, non aveva agitato che idee generali e
-larghe astrazioni, e, sopra tutto, era stata misurata
-e composta. Misurate e composte erano state le
-classi dominanti, finchè essa le aveva dominate.
-Misurate e composte, come abbiam visto insieme
-l'altr'anno, erano stati gli artisti, che solo da quelle
-classi traevano danaro ed onori. I più franchi sostenitori
-di quella scuola, come il d'Azeglio, dichiaravano
-che la tirannide interna premeva poco, che
-l'importante era fare l'Italia, con la libertà se era
-possibile e, se no, anche col dispotismo. La scuola
-democratica, invece, proclamò con voce sì alta che
-ne tremarono i troni dei principi italiani in apparenza
-più amati, che se gl'individui non sono liberi,
-è inutile che sia libera la patria.
-</p>
-
-<p>
-La libertà degli individui! Questa era stata la
-<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span>
-vera rivoluzione del romanticismo di Francia e di
-Germania, del romanticismo che i federalisti e i
-pietisti d'Italia erano riesciti, sul vecchio esempio
-dello Chateaubriand, a mascherare da guelfo fino al
-1848. La libertà degli individui, il diritto alla
-emancipazione assoluta dell'io, il diritto alla passione
-e alla originalità! Questa era nelle arti la
-vera essenza del romanticismo, che Rousseau aveva
-sognato senza dargli un nome, che Goethe aveva
-dichiarato nel <i>Werther</i>, che Byron, Shelley, Hugo,
-Vigny, Musset, Lamartine e il primo Heine avevano
-gridato e cantato in tutte le loro opere sfrenatamente
-liriche, recando pel mondo sulla mano i
-loro cuori rossi e fumanti come fiamme.
-</p>
-
-<p>
-Non posso qui mostrare come la contraddizione
-fra l'idealismo lirico individuale e romantico del
-Mazzini letterato e la collettività dell'arte predicata
-dal Mazzini uomo politico, nascosta da lui con grandi
-sottigliezze logiche e con qualche onda retorica e
-considerata dai suoi critici insanabile oggi, invece
-alla luce dell'esperienza e sotto l'esame dell'estetica
-psicologica possa dirsi sono apparente. Oggi a me basta
-indicare che nel 1848 soltanto — nell'anno taumaturgo, — come
-disse il dall'Ongaro, vien per la
-prima volta in Italia dichiarata la necessità della libertà
-politica degl'individui dentro una patria indipendente,
-e vien perciò per la prima volta instaurato
-nell'arte il diritto alla sincerità.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span>
-</p>
-
-<p>
-Fino allora i nostri romantici avevano avuto la
-frenesia di piacere, di piacer subito e di piacer molto,
-rendendo attraenti le pene umane col respingerle
-verso il passato, rendendo attraente la figura umana
-col correggerne i difetti e svisando così nella spontaneità
-d'emozione, quella violenta istantaneità di
-visione che avevano già dato alla vera poesia romantica
-nel 1829 le <i>Méditations</i> di Lamartine e
-alla vera pittura romantica nel 1822 la <i>Barca di
-Dante</i> di Delacroix. Non aveva lo stesso Manzoni
-nel 1823 confessato nella famosa lettera al marchese
-Cesare Taparelli d'Azeglio che «bisogna
-scegliere argomenti pei quali la massa dei lettori ha
-una disposizione di curiosità e d'affezione»? La
-nuova libertà non comanderà agli artisti e agli scrittori
-questa premeditata servilissima scelta: ma essi
-vedranno che solo in quanto saranno sinceri, anzi
-quanto più riesciranno a esser sinceri, tanto più
-ritroveranno nel loro pubblico ossia nel pubblico
-simile a loro, un consenso d'applausi. E così, mentre
-in quell'altra arte fatta deliberatamente per piacere,
-la mortalità delle opere sarà grande e veloce,
-in questa nuova arte sarà in ragione inversa della
-sincerità dell'artista.
-</p>
-
-<p>
-Un artista solo in Italia aveva prima d'allora,
-ostinato, austero e sdegnoso, posto a norma della sua
-vita e delle sue opere questa sincerità: il vostro Lorenzo
-Bartolini che nel mio discorso dell'altr'anno
-<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span>
-abbiamo con entusiasmo glorificato insieme. Dopo
-lui, nel periodo che descrivo adesso, due altri scultori
-difendono la nostra gloria artistica nel terribile
-schiacciante paragone con gli stranieri: ancora un
-toscano, il Duprè, e un ticinese, il Vela.
-</p>
-
-<p>
-Basta confrontar i ritratti di questi due grandi,
-per intendere tutta la differenza dell'animo loro:
-Giovanni Duprè scarno, pallido, nella tarda età
-quasi diafano in volto, con la barba morbida precocemente
-canuta, coi capelli lisci pettinati all'indietro
-e un po' lunghi alla Mamiani, col naso prominente
-tagliente, cogli occhi a mandorla gentili,
-bonarii e sorridenti sotto le sopracciglie morbide e
-lunghe, con le labbra sbianche e sottili sotto i baffi
-più rari, — Vincenzo Vela rosso, valido, olivastro, col
-volto largo allungato dalla folta barba fulva, col
-naso piatto donde dalle due pinne partono verso le
-labbra due solchi profondi, con la gran fronte convessa
-e l'arcata ciliare come gonfia sopra gli occhi
-neri, lucidi, severi e meditabondi; quegli fatto
-per sorridere e per accogliere con affabilità, questi
-fatto per tacere e per soffrire anche al culmine dell'attività
-della gloria; quegli dolce e sereno come
-un bambino, ansioso e nervoso davanti a ogni
-ostacolo, questi austero e violento e muscoloso,
-precocemente virile e pronto all'azione come il
-suo <i>Spartaco</i>; l'uno come il suo <i>Abele</i> più degli
-altri pensoso che di sè stesso, l'altro raccolto nei
-<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span>
-suoi vasti pensieri e nei suoi sentimenti profondi
-come istinti; l'uno timido nel lavoro del marmo
-e prudente, l'altro leonino nell'assaltar la pietra
-per cavarne i suoi sogni nascosti, impetuoso come
-un amante che strappa i veli e misura il tempo
-dal battere del suo cuore gonfio di passione come
-una marèa sotto la luna.
-</p>
-
-<p>
-Sì, Giovanni Duprè fu un mite. Basta leggere
-i suoi <i>Ricordi</i>, delicati, patetici, toscanamente
-arguti. Nel folto della famosa disputa bartoliniana
-se un gobbo fosse o no degno soggetto d'arte, egli
-ancor giovane restò in disparte per modestia; capì
-che pel gran Bartolini lo studio del vero anche
-brutto era — son sue parole — «un puro esercizio
-di copia, che è quanto dire il mezzo per giungere
-all'arte, o, com'egli diceva, tenere le redini dell'arte,
-e che il male si era, che molti, scambiando il mezzo
-col fine, correvano al precipizio.» Acuta e limpida
-osservazione in cui nessun critico sereno ha poi
-trovato una virgola da mutare. Ma egli era un sensibile
-e non aveva la ferrea dirittezza del caposcuola,
-quella costanza e quell'unità di mente che
-ci fanno apparire tutte le opere del Bartolini o del
-Vela come tante sillabe d'una parola sola. Egli nel
-'42 aveva finito di modellare quel suo dolce <i>Abele</i>
-morente col perdono negli occhi e con l'agonia per
-tutto il leggiadrissimo corpo, fin nelle chiome femminee
-che sembrano madide di sudore mortale.
-<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span>
-Ma già l'anno seguente, quella disputa dall'Accademia
-fiorentina diffusasi per tutti i circoli dell'Italia
-centrale e su tutti gli album artistici — come
-ancora per lo più si chiamavano i pochi periodici
-d'arte — tanto gli aveva occupato la mente e
-affannato il cuore, che egli finiva celeremente il suo
-<i>Caino</i> opera così voluta, così innaturale all'anima
-sua, che l'insuccesso palese ne fu da qualche maligno
-fissato nel motto che questa volta Abele avea
-ucciso Caino, non Caino Abele. Della quale affermazione
-è persuaso chiunque nella sala della Stufa
-a Palazzo Pitti confronti i bronzi delle due Statue.
-E lo stesso errore fu dallo scultore ripetuto, quando
-volle eseguire il monumento a Cavour per Torino,
-egli che non aveva muscoli per la lotta all'aria
-aperta, e quando scolpì la statua di San Francesco
-così inutile e inespressiva nel suo piccolo candore
-lì su la piazza d'Assisi di contro all'alta austera
-facciata romanica della cattedrale colore del ferro, — perchè
-altra febbre d'ardore fu veramente in Francesco,
-un ardore tanto più attivo e più combattivo
-di quella reclina rassegnata umiltà di rinuncia!
-</p>
-
-<p>
-Ma per la sua gloria un'altr'opera fin dal 1863 il
-Duprè aveva compiuta: un'opera che è forse la
-sua maggiore, perchè in essa egli ha potuto concentrare
-tutta la sua tenerezza composta e un po' mistica,
-tutta la sua passione mai violenta e teatrale,
-ma forse perciò tanto più sincera e profonda e potente,
-<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span>
-come un timoroso amore che non riesce a
-trovar la voce per confessarsi: parlo della <i>Pietà</i>
-che è al cimitero della Misericordia a Siena, poco
-oltre quella chiesa di Sant'Agostino, che contiene
-il suo gelido <i>Pio secondo</i>. La Vergine è genuflessa
-sulla gamba sinistra; sul suo ginocchio destro rialzato
-e drappeggiato da pieghe molli stanche cadenti
-si appoggia con tutto il dorso il Cristo morto che
-ha la testa reclina e le due gambe distese sul piano
-del marmo. Aperte le braccia, smunte le gote,
-schiusa nello spasimo silenzioso la bocca, di sotto
-il manto che la schiaccia e l'adombra, come un
-dolore visibile, ella si china verso la faccia della
-morte, verso la fredda faccia. Tutto il figliuolo diletto
-sulle cui mani e sul cui costato si schiudono le cicatrici
-delle stimmate donde sprizzò col sangue una
-luce di sole sul mondo, ella accoglie così nel suo
-grembo, ella ripara sotto il suo manto; e le braccia
-di lei, che accompagnano più in alto la linea delle
-braccia di lui abbandonate dalla vita, non osano
-toccarlo, sebbene le due mani si pieghino già alla
-carezza materna. Par che la madre aspetti da
-quel suo figlio che è Dio il prodigio, il prodigio di
-un'ultima parola, d'un ultimo sguardo, d'un bacio.
-E il bianco dramma si profila sul marmo grigio del
-fondo, e ogni muscolo e ogni piega commentano
-con una parola precisa l'elegia ansiosa dei due
-volti: uno morto d'amore, l'altro vivo di pena.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span>
-</p>
-
-<p>
-Oh non si dica che questo patetico, solo perchè
-mai volgare, non abbia studiato e compreso il vero
-quanto i più frenetici e pettegoli veristi! Egli che
-quando prima espose l'<i>Abele</i> fu accusato di averlo
-formato sul vivo, egli che anche in un lavoro ornamentale
-come il piede alla famosa tavola delle
-Muse di Palazzo Pitti riescì nelle figure e nelle allegorie
-delle stagioni a vivacità fresche come quelle
-d'un quattrocentista, egli che a Roma osò chiamare
-il Tenerani trionfante un «timido amico del vero,»
-egli che dolorosamente si stupiva di udir dall'Overbeck
-nazareno l'eresia che i modelli, ossia il vero,
-uccidono l'idea!
-</p>
-
-<p>
-Il Vela, l'ho detto, fu al paragone un impetuoso.
-Venir a parlar di lui dopo il Duprè può quasi
-sembrar artificio di contrasto retorico, par di passare
-da un fresco giardino odoroso dentro una cupa
-selva che stormisce con un romore d'oceano.
-</p>
-
-<p>
-Da Ligornetto nel Ticino ansioso di novità e di
-lavoro a Milano, dove il '36 la <i>Fiducia in Dio</i> del
-Bartolini mandata alla galleria Poldi Pezzoli gli rivela
-l'avvenire; da Milano a Roma, povero e solo, a
-modellare in una soffitta lo <i>Spartaco</i> mentre il Minardi
-pittore squallido e il Tenerani scultore prudente
-tengono tutti gli onori; da Roma nel '47
-nuovamente nel Ticino per la guerra del Sonderbund
-e poi dal Ticino giù in Piemonte tra i volontari
-italiani a sognare il gran sogno e a guardar
-<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span>
-in faccia la morte: dopo Novara a Milano a finire pel
-Litta lo <i>Spartaco</i>, a Lugano ad erigere un altro
-simulacro di libertà, il Guglielmo Tell, da Milano,
-rifiutata fieramente agli Austriaci la nomina di
-professore all'Accademia di Brera, a Torino accettando
-quella di professore all'Albertina; superbo
-di modellare per piazza Castello l'<i>Alfiere</i> colossale
-che Milano dava, come un giuramento, al Piemonte;
-poi scultore del <i>Carlo Alberto</i>, del <i>Dante</i> e del
-<i>Giotto</i> e di quel <i>Cavour</i> che in mezzo al tumulto
-frenetico della Borsa di Genova pare col nobile
-volto e il calmo gesto rammentar a tutti gli energumeni
-attorno la felicità della patria non esser
-fatta solo dall'oro; ancora più epico del Manzoni
-col <i>Napoleone morente</i>, infine egli chiude la sua
-vita agitata ed indomita modellando l'alto rilievo
-delle <i>Vittime del lavoro</i>, rude e tragico monito
-dell'avvenire!
-</p>
-
-<p>
-Avete voi nella memoria il <i>Napoleone morente</i>?
-Quella ancor salda figura seduta sulla larga sedia
-col cuscino che fa da sfondo fino a metà della testa,
-con quella grave coperta sulle gambe che facendo
-una massa sola della parte inferiore della statua
-concentra lo sguardo dello spettatore nella fissa
-faccia, nella mano contratta sulla carta d'Europa,
-nel petto che s'intravvede sotto la camicia semiaperta
-quasi che il respiro mancasse alla bocca
-imperiosa? Il solco profondo a mezzo il mento, i
-<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span>
-due segni netti ed ombrati più agli angoli delle
-labbra sottili serrate, il naso aquilino, i due ponti
-dell'arcata ciliare diritti a sostenere la gran fronte,
-e in mezzo alla fronte quella ruga che forse è di
-pena ma sembra di minaccia, tutto contribuisce a
-dare a quel volto terribilmente imperioso più che
-il solenne segno della morte vicina la luce divina
-dell'immortalità, tanto che — al dire d'un contemporaneo — «il
-fitto cerchio di persone d'ogni ceto,
-d'ogni età, d'ogni lingua che gli stava dattorno,
-faceva come avrebbe fatto dinanzi all'imperatore
-ancor vivo, dinanzi all'uomo dalle cui mani fosse
-sfuggito, sì, l'impero del mondo, ma potesse ancora
-riprenderlo.»
-</p>
-
-<p>
-Lo so: da critico diligente io devo rammentarvi
-che il Vela, al verismo del Bartolini, aggiunse la
-sincerità nel ritrarre sui corpi le vesti spesso goffe
-dei suoi contemporanei, tanto che sul suo esempio,
-e massime per opera d'un suo ammiratore, Santo
-Varni, da venti o trent'anni il cimitero di Staglieno
-va divenendo una collezione di orribili ineleganze,
-una storia volgare di tutte le più stupide mode di
-vestiti maschili e femminili dal '60 in giù. Devo
-anche dirvi che molti dei suoi somigliantissimi ritratti — da
-quello del Carloni a Lugano, da quelli
-del Gallo e del Balbo e delle due Regine a Torino
-fino a quelli del Grossi e del Piola nel cortile di
-Brera a Milano — sono stati accusati di essere poco
-<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span>
-espressivi, sebbene a me paia che nessun moderno
-lo abbia raggiunto nel trattar con diversa mano le
-diverse materie, e le carni e i capelli e le vesti e
-il cuoio e i lini. Ma qualunque critica vi proponga,
-un solo e massimo vanto io vorrei che voi deste al
-gran Vela se mai, oltre il lago di Lugano, tra i
-monti verdi vi inoltriate fino a Ligornetto ed entriate
-nel bianco museo della sua villa, nel giardino
-odoroso piantato dalle sue mani, seguìto dal
-gran mastino nero che le sue mani hanno accarezzato:
-il vanto di essere stato più di ogni altro
-scultore della sua epoca sincero, quello, cioè, di
-aver in ogni suo marmo espresso un po' dell'animo
-suo, una speranza o un entusiasmo con un vigore
-che la modernità non aveva ancor visto.
-</p>
-
-<p>
-La scultura italiana di cui pare che i critici
-odierni parlino con qualche disdegno in poche righe
-dopo pagine e pagine in onor della pittura e
-di cui le esposizioni fino a poco tempo fa si servivano
-solo per addobbare le sale o per riempire i
-corridoi; la scultura italiana, invece, ha tenuta alta
-la nostra gloria artistica quando, al confronto cogli
-stranieri, la nostra pittura, se pure in Italia con
-un po' di retorica patriottica era detta viva, all'estero
-faceva pietà. Quando nel '55 con una crudele
-cortesia Gauthier diceva «che l'Italia aveva
-largamente pagato il suo debito d'arte al genere
-umano, e che egli non avrebbe certo commesso l'iniquità
-<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span>
-di burlarsi della nostra miseria,» quali scultori
-poteva opporre al Duprè, al Vela, al Tenerani,
-poichè il Bartolini era morto nel '50 e a tanti
-altri minori rispetto soltanto a quei grandi? Fino
-al '67 a Parigi col <i>Napoleone</i> e con la <i>Driade</i> del
-Vela, con la <i>Pietà</i> del Duprè, con l'<i>Amor pitocco</i>
-del Cambi, col <i>Socrate</i> del Magni, fino al '73 a
-Vienna col <i>Jenner</i> di Monteverde, col <i>Nerone Travestito</i>
-del Gallori, col <i>Canaris</i> di Civiletti, la scultura
-ci ha difesi da quell'accusa di morte.
-</p>
-
-<p>
-A Torino, poichè nel 1878 il Marocchetti era
-emigrato definitivamente in Francia, accanto a Vincenzo
-Vela che il marchese di Breme chiamava nel
-'55 a insegnar nell'Accademia allora allora rinnovata
-da un apposito decreto, erano il Dini ancora
-classicheggiante ma nei ritratti vivissimo, l'Albertoni
-di fare grandioso e monumentale ma poco
-espressivo meno forse che nel monumento a Vincenzo
-Gioberti, e due fratelli — pur troppo dimenticati — Francesco
-e Giuseppe Pierotti, che modellavano
-con sicurezza gruppi d'animali.
-</p>
-
-<p>
-A Milano, al vecchio Cacciatori succedevano
-due o tre giovani come il Bayer, lo Strazza, il veronese
-Fraccaroli che allievo del Zandomeneghi era
-venuto da Venezia verso il '35, il Pandiani la cui
-figliuola Adelaide avrebbe poco dopo il '60 creato
-la <i>Saffo</i> mirabile immagine della desolazione amorosa,
-il Tantardini che col <i>Geremia</i> mostrò che cosa
-<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span>
-potessero anche in un ingegno non sommo gl'insegnamenti
-del Vela, infine il Magni che col <i>Socrate</i>
-e con la fontana Nabresina a Trieste già provava
-l'amorosa diligenza — non altro! — con cui nel
-'72 avrebbe eretto in piazza della Scala il monumento
-a Leonardo da Vinci.
-</p>
-
-<p>
-Qui a Firenze, intorno al vecchio Romanelli,
-al Fantacchiotti, al Cambi, nessuno ancora sorgeva
-a eguagliare il Duprè o a prendere il posto del
-Bartolini.
-</p>
-
-<p>
-Nel mezzogiorno, poichè il fiorentino Emilio
-Franceschi non era ancora andato a Napoli e il
-palermitano Civiletti non era ancora venuto a Firenze,
-Tommaso Solari, che nella statua di <i>Carlo
-Poerio</i> al Largo della Carità in Napoli mostra un
-verismo degno quasi delle statue minori del Vela,
-e Raffaelle Belliazzi nelle terre cotte dipinte e anche
-nel marmo fanno appena sperare un Amendola,
-un Gemito o un d'Orsi.
-</p>
-
-<p>
-Ho detto poco fa che la massima lode del Duprè
-e del Vela è d'essere stati i due più sinceri
-scultori del loro tempo, tra il '48 e il '61. Ma in
-pittura, chi restaurò la sincerità? Chi trasse di sotto
-il pondo dei gessosi eroi del Camuccini e dell'Appiani
-la vita fatta di nervi e di sangue, espressiva
-e luminosa, magnificamente bella anche quando appare
-spaventosa come un incubo di Breughel o di
-Goya?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span>
-</p>
-
-<p>
-Per veder la verità, guardiamo uno spazio più
-grande della sola Italia. Nella Francia i veri liberatori
-dell'arte, i veri instauratori della libertà
-contro la schiavitù della tradizione, i veri vindici
-dell'originalità erano stati poco dopo il '20 i pittori
-romantici, e noi eravamo in ritardo di quasi
-trent'anni. Dal fondo grigio e gesuitico della restaurazione,
-ormai da parecchi anni l'arte del colore
-e della passione era balzata fuori libera, feroce,
-agile, urlante e fulva come una bella belva. Il
-sangue, il bel sangue porporino e la luce e il movimento
-più convulso essa bramava e otteneva. Che
-il colore fosse così ardente da consumare i contorni,
-che la passione fosse così esternata e visibile da
-gareggiare con la febbre delle <i>Notti</i> di Musset o
-delle apocalittiche visioni di Hugo. Il rosso, il
-rosso! Il rosso scarlatto del panciotto di Théophile
-Gautier, il rosso cupo dei nastri sui cappelli, tra
-i capelli, intorno alle vite delle belle donne che
-volevano esser tutte appassionate. Già nel 1819 era
-apparsa la <i>Zattera della Medusa</i> dipinta con foga
-da Géricault ma ancora buia e ancora qua e là nelle
-figure legnosa. La michelangiolesca <i>Barca di Dante</i>
-sognata e dipinta da Delacroix è del 1822, il <i>Massacro
-di Scio</i> che dai vecchi fu detto il massacro
-della pittura è del 1824. Nel 1834 Delacroix
-parte pel Marocco e inaugura la pittura orientalista
-nella quale poi Decamps, Marilhat, Fromentin,
-<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span>
-Guillaumet sul suolo senz'ombra, sotto i cieli senza
-nuvole, faranno veramente tremar l'aria alla luce,
-in quei silenzii meridiani nei quali, come dice lo
-stesso Fromentin, la vita sembra scomparire assorbita
-dal sole. E già il <i>Salon</i> del 1822 avendo rivelato
-i paesisti romantici inglesi e Turner e Bonington
-e Constable e avendo dato una medaglia
-d'oro a quest'ultimo, aveva spinto all'emigrazione
-verso Barbizon tutti quei pittori «detti del '30» e
-Rousseau e Corot e Daubigny e Duprè e Troyon che
-crearono il <i>paysage intime</i> e trent'anni dopo dettero
-diritto di vita al paesaggio italiano. Tutti costoro
-si dichiarano e sono tanti romantici.
-</p>
-
-<p>
-Da noi, invece, ogni insulto fra il '50 e il '70 va
-ai romantici: anzi, talvolta il senso dileggiativo dell'aggettivo
-«romantico» persiste ancora nelle lettere,
-se non nelle arti. E intorno al '60 i così detti
-veristi insorgevano contro i romantici, e Palizzi loro
-capo a Napoli imitava senza saperlo quando poteva
-Troyon e Daubigny che erano due romantici. Donde
-la contraddizione, o meglio l'equivoco?
-</p>
-
-<p>
-Ho in principio accennato alle cause politiche
-che nel 1848 resero invisi agli Italiani i maggiori
-scrittori romantici, tanto che col sostantivo fu condannato
-l'aggettivo, senza darsi la pena di distinguere
-l'innocente dal reo: del qual fatto il più chiaro
-esempio è nella storia dell'Accademia napoletana di
-prima e dopo il 1860, di prima e dopo la caduta
-<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span>
-dei Borboni, perchè là d'un colpo furono cacciati
-per ragioni politiche i romantici cioè i borbonici,
-e sostituiti i nuovi cioè i liberali. Ma un'altra ragione
-dell'equivoco è nel fatto che i nostri pittori
-detti romantici — primo l'Hayez, come credo di
-aver provato l'altr'anno — accettarono i soggetti
-romantici e i sentimenti romantici e la lagrimosità
-romantica, ma il colore e il chiaroscuro restarono
-degni dei neoclassici, opaco quello e saponoso, arbitrario
-questo e così negletto, che le figure sembravano
-più fantasmi senza rilievo al lume di luna
-che solidi corpi vivi alla luce del sole. Così che
-quando i nostri veristi e i nostri coloristi insorsero
-contro i romantici d'Italia insorgevano in
-realtà contro i neoclassici e infatti imitavano i romantici
-di Francia: cioè erano dei romantici essi
-stessi. Quando con Morelli, Celentano, Faruffini il
-quadro storico cominciò ad acquistar l'unità della
-luce e la giustezza dei toni, questi facevano trenta
-o quarant'anni dopo quella rivoluzione che in Francia
-aveva fatto pure col quadro storico il Delacroix
-romantico. Ma a dar loro dei romantici, anche oggi
-quei che son vivi griderebbero offesi.
-</p>
-
-<p>
-Questo inganno nominale ho voluto subito chiarire
-per potervi mostrare la pittura italiana nel posto,
-non ottimo, che le spetta, a metà del secolo
-decimonono nella pittura europea.
-</p>
-
-<p>
-Considerate infatti, per avere un'altra prova di
-<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span>
-quest'inganno, il quadro storico che gl'Italiani,
-guasti dal fanatismo delle gerarchie accademiche
-cortigianesche e jeratiche, ponevano sommo nella
-scala della bellezza onorevole. Poichè la conquista
-del colore o la conquista del movimento che son le
-due glorie della pittura del secolo decimonono, non
-erano nemmeno state tentate dai nostri, e poichè — come
-abbiam veduto a parte a parte l'altr'anno — nè
-l'Hayez, nè il Palagi, nè l'Arienti, nè il Malatesta,
-nè il Guardassoni, nè i due Benvenuti, nè i
-due Mussini, nè il Bezzuoli, nè il Pollastrini, nè il
-Gazzotto, nè lo Zona, nè il Molmenti, nè il Cavalleri,
-nè l'Ayres, nè l'Angero, nè il Mancinelli, nè
-il Podesti, nè il Gagliardi — per nominar solo
-quelli che allora furon creduti ottimi — riescirono
-ad abbandonare il lividore del colore classico per
-quanto lagrimassero in tutte le Imelde, in tutte le
-Giuliette, in tutte le Clorinde, in tutte le Francesche
-da Rimini, in tutte le Marie Stuarde, in tutte
-le Congiure e in tutte le Crociate care ai poeti romantici,
-perchè dovremmo noi dar loro lo stesso
-appellativo di Delacroix e dire che la loro pittura
-è romantica mentre in realtà son romantici solo i
-temi dei loro quadri, ma la loro pittura è in ritardo
-di quarant'anni? E nei più giovani, prima
-di Morelli, di Celentano e di Faruffini, chi è che si
-ribella e dipinge anche quei modelli mascherati da
-paggi e da cavalieri antichi al sole e col movimento
-<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span>
-con cui dipingerebbe il signor X o il signor
-Z suoi contemporanei in tuba e scarpini verniciati?
-</p>
-
-<p>
-I migliori di questi più giovani sono piuttosto
-paragonabili a quei prudenti pittori francesi
-che contentarono la borghesia spaurita tra la rossa
-ardente esaltazione della rivoluzione di luglio e le
-barricate della rivoluzione di febbraio, e che ebbero
-per sommi e antipatici capi Paul Delaroche e Robert
-Fleury e ammirarono in poesia Casimir Delavigne
-e in musica Auber, in una parola che rappresentarono
-con serietà lo smascolinato <i>juste milieu</i> di
-Luigi Filippo. Essi dipingono con sapienza i siparii
-per teatro ed è naturale, — dal Bertini che col Casnedi
-dipinse a Milano quello della Scala fino al
-Fracassini che dipingerà a Roma quelli dell'Apollo
-e dell'Argentina, — e per lo più scambiano quel che
-è pittoresco con quel che è dipinto bene, restando
-sempre stilisti oggettivi, mai artisti appassionati.
-</p>
-
-<p>
-Guardate Enrico Gamba che apprese in Germania
-la correzione del disegno e l'abilità della composizione,
-e, fecondissimo, ebbe in Piemonte anzi in
-Italia grande fama fino all'83 quando morì. <i>I funerali
-di Tiziano</i> che sono del '56, disegnati così
-bene, disposti così bene, pennellati così bene, contengono
-veramente dei pezzi di pittura liscia forse
-ma spontanea: però nell'insieme tutte quelle figure
-viste ad una a una, quasi che ognuna avesse il suo
-<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span>
-raggetto di sole e non ne spartisse nemmeno un
-riflesso coi suoi vicini, odoran di accademia, di modello,
-di posa un miglio distante. E lo stesso è di
-Andrea Castaldi, torinese come il Gamba, ma più
-di lui fresco in certi studii di nudo femminile e più
-di lui tragico e nervoso nell'espressione dei volti,
-come provano il suo popolarissimo <i>Pietro Micca</i>
-che è del '60 o il <i>Savonarola</i> che è del '56, ambedue
-nella bella pinacoteca moderna di Torino.
-</p>
-
-<p>
-Ma senza andarli a cercare qua e là per l'Italia
-col rischio di dimenticarne parecchi, è bene vederli
-raccolti alla prima Esposizione nazionale italiana
-che su proposta di Quintino Sella fu con una speciale
-legge decretata il 25 giugno 1860 e aperta
-nella primavera del 1861 qui a Firenze, nell'antica
-stazione delle ferrovie livornesi a Porta al Prato.
-Se mancavano il Podesti, l'Arienti, il Bertini, il
-Gamba e il Gastaldi, v'erano però tutti gli altri
-vecchi pittori di storie e di storielle, morti e vivi:
-il Benvenuti col <i>Conte Ugolino</i> e più col <i>Giuramento
-dei Sassoni</i>, il Bezzuoli con tre quadri fra i quali
-l'<i>Ingresso di Carlo VIII</i>, Cesare Mussini con la
-<i>Congiura de' Pazzi</i> e la <i>Fornarina</i>, il Guardassoni
-con l'<i>Innominato</i>, il Pollastrini con l'<i>Esilio de' Sanesi</i>,
-il Coghetti con la morte di <i>Santa Caterina</i>, l'Hayez
-col <i>Ratto d'Ila</i>, lo Smargiassi col <i>Buonconte da
-Montefeltro</i>, il Maldarelli con la <i>Gliceria che battezza
-il suo carceriere</i>. Ed era bene che vi fossero
-<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span>
-tutti, perchè accanto a loro vedendo gl'<i>Iconoclasti</i>
-del Morelli, <i>I Dieci</i> del Celentano, la <i>Cacciata del
-duca d'Atene</i> di Stefano Ussi e anche la <i>Congiura
-degli Amidei</i> di Eleuterio Pagliano, il pubblico e i
-giovani artisti finalmente comprendessero che nessuna
-bellezza sentimentale o patriottica di tema, poteva
-far bello un quadro visto male e dipinto male.
-</p>
-
-<p>
-Io parlo adesso, o Signori, di persone, meno il Celentano,
-vive, ammirate e gloriose, e voi dovete
-perdonarmi se sarò coi vivi sincero tanto quanto è
-purtroppo facile esserlo coi morti. Io in Stefano
-Ussi ho sempre ammirato più del pittore storico
-l'orientalista luminoso, spontaneo e caldo di passione
-come quel suo oriente lo è di sole. <i>La Cacciata
-del duca d'Atene</i> che, quando nel 1867 andò
-a Parigi fu su la <i>Revue de Deux mondes</i> così violentemente
-biasimata da Maxime du Camp, è certo
-il più bel quadro storico che sia stato dipinto prima
-degl'<i>Iconoclasti</i>; intendo con ciò che il suo valore
-è relativo al momento in cui apparve. Pensate che
-questo discepolo di Giuseppe Bezzuoli, dipinse il
-gran quadro a Roma tra il '58 e il '59, nel colmo
-della tirannia del Podesti e del Minardi! Certo oggi
-in quella folla urlante e minacciante che ha invaso
-il Palazzo Vecchio, la gentile freschezza di ogni
-veste e l'ostentata abilità della composizione scenicamente
-equilibrata intorno al fiammeggiante abito
-del Duca e la differenza tra le due luci, quella pallida
-<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span>
-oltre le finestre, quella violenza dei personaggi
-del primo piano dispiacciono a chi voglia ammirare.
-Ma che sagacia di psicologia a esprimere sui
-volti e nel gesto le passioni di ognuno e che cura
-meticolosa dei particolari, cura così rara in un
-tempo in cui l'approssimativo quasi sempre sinonimo
-del falso era la sola guida dei costruttori di
-tali coreografie! «Io non vidi mai quadro moderno
-che agguagli questo» disse allora il relatore governativo
-Manfredini.
-</p>
-
-<p>
-Se Stefano Ussi così impose per primo l'obbligo
-della verità al quadro storico e ne fu subito compensato
-da una rinomanza sicura e duratura, il
-Morelli negli <i>Iconoclasti</i> stupì per la forza di rilievo
-e l'esattezza veduta del chiaroscuro, e il Celentano
-nei <i>Dieci di Venezia</i> stupì per l'unità della luce.
-</p>
-
-<p>
-Domenico Morelli è un impulsivo, disuguale e
-violento; e forse per questo è l'unico dei suoi contemporanei
-in cui allora sembrasse trasfuso un
-po' dell'ardor febbrile del Delacroix. Il Celentano
-invece è un tenace, sicuro della mèta, dubbioso
-spesso nei mezzi fino a spasimar per l'angoscia,
-per capire come da quell'orribile <i>Agguato</i>, che è
-nella sua sala alla Galleria romana d'arte moderna,
-egli possa essere giunto ai <i>Dieci</i> e al <i>Tasso</i>, bisogna
-leggere le sue lettere al fratello Luigi, e vedervi
-l'amor dello studio attraverso alle pinacoteche
-di tutta Italia e l'ansia religiosa quando è vicino
-<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span>
-al paradiso del colore, — a Venezia. Il Morelli invece
-ottenne presto, e senza tentennare, quella
-personalità artistica cui il povero Celentano anelava,
-quella palpabilità delle figure nei quadri, come egli
-diceva, quella semplicità della composizione che fu
-al confronto cogli altri la vera meraviglia del <i>Consiglio
-dei Dieci</i>, quando fu esposto qui a Firenze.
-Quel tono basso d'avorio, con qualche fiato verdino,
-delle pietre della Scala dei giganti nel fondo, quei
-robboni neri dei Membri del Gran Consiglio, quei
-volti scarni ed assorti, quell'aria che fluisce nella
-scena aperta tra i quattro o cinque gruppi andanti,
-quella verità di movimento, lo stesso taglio basso e
-lungo del quadro e la scena che pareva vuota
-al confronto delle folle accumulate nei macchinosi
-quadri attorno, — tutto a noi che guardiamo dopo
-trent'anni permette di dire che come sincerità
-d'arte il <i>Consiglio dei Dieci</i> di Bernardo Celentano
-avrebbe dovuto nel 1861 ricevere molti degli
-omaggi che andarono agl'<i>Iconoclasti</i> di Domenico
-Morelli. E voi sapete, signori, che Bernardo Celentano
-morì a ventinov'anni!
-</p>
-
-<p>
-Sugl'<i>Iconoclasti</i> un vecchio amico del Morelli
-mi narrava pochi giorni fa un aneddoto tipico. Egli
-lavorava con furia, malcontento della figura di Lazzaro
-Monaco quando il Palizzi entrò nel suo studio. — Ti
-piace? — No. — Che devo fare? abbandonar
-tutto? — Niente affatto. Guarda. Io mi metto davanti
-<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span>
-alla tua tela. Allontanati. Quando vedrai le
-tue figure dipinte spiccar su la tela come fa il mio
-corpo, allora potrai dire d'aver vinto la prova.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-In verità, la gloria di Domenico Morelli è di
-aver trattato le figure dei suoi quadri non come copie
-di modelli mascherati o atteggiati, ma come
-uomini vivi. Troppo egli stesso è esuberante di vita
-e di passione, per tollerare davanti ai suoi occhi su
-le sue tele dei fantocci piatti. Non credo di fargli
-una critica dicendo che questo più che volontà fu
-istinto in lui. Nei romani, nei greci, negli uomini
-del cinquecento, nello stesso Cristo egli tornò ad
-infondere il sangue rosso e palpitante, il suo buon
-sangue di meridionale beato di sole, e col sangue
-la passione tutta dinamica, non più statica e di posa,
-come in quasi tutti i suoi antecessori. Questo romantico,
-al pari dei grandi romantici d'oltralpe
-sorti trent'anni prima di lui, ha sentito che il colore
-è in pittura l'espressione della passione, l'indice
-della potenza lirica ed emotiva dell'artista.
-Sebbene talvolta non abbia reso l'intensità della luce
-solare per aver troppo creduto all'efficacia dei colori
-puri invece che all'efficacia dei rapporti, pure pochi
-seguirono col suo amore, con la sua prontezza in un
-quadro tutti i riflessi e i rimbalzi d'ogni minimo
-raggio. Dei romantici francesi ha avuto i gusti letterarii
-e l'amore pel Byron e pel Tasso, in quasi
-tutti i temi dei suoi primi quadri; e ha avuto la
-<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span>
-foga nel creare, tanto che fu detto gl'<i>Iconoclasti</i>
-essere stati dipinti in quaranta giorni; e l'amor
-per l'oriente che egli ebbe il torto di dipingere
-sempre di maniera guardando alla Spagna e al Fortuny
-invece che alla Terrasanta. Venuto poi a maturità
-in un'epoca di critica religiosa, egli potè con
-grande successo fondere questo romantico amor
-dell'oriente alle interpretazioni umane del Cristo,
-e acquistar nella storia della moderna pittura sacra
-un posto accanto a Holman Hunt, al Rossetti, al
-von Uhde, pure tecnicamente così dissimili da lui.
-</p>
-
-<p>
-Ma io non posso indugiarmi nella descrizione
-del suo ingegno per mostrarvi l'importanza dei
-suoi viaggi tra il '55 e il '62 e la fama sua che
-saliva con tanta sonorità, che forse nessun altro artista
-contemporaneo ha tra i giovani del suo tempo
-ottenuta almeno nell'Italia media una simile suggestione
-di rispetto devoto.
-</p>
-
-<p>
-Quando accanto al Celentano e al Morelli vi
-avrò rammentato il colore del Faruffini, più nella
-<i>Vergine al Nilo</i> che nel <i>Sordello</i> della Brera, l'appassionato
-brio dell'Altamura che venuto dalla sua
-Napoli divenne così popolare qui a Firenze, la
-franca pennellata del Pagliano, il quale prenderà al
-Cogniet l'idea della <i>Figlia del Tintoretto</i>, la forza
-tragica del Fracassini nei <i>Martiri Gorgomiensi</i>
-alla Vaticana e negli affreschi non finiti a San Lorenzo
-fuori le mura, v'avrò indicato tutti i maggiori
-<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span>
-pittori storici fino al 1861 — se pur non vogliate
-pensare che già cominciavano a tenere il pennello
-Barabino e Maccari, un geniale imitatore d'Alma-Tadema
-come Giovanni Muzzioli e un irrequieto innovatore
-come Tranquillo Cremona, e che nel 1864
-a Parigi con l'ariosa lussuosa riscintillante <i>Passeggiata
-nei portici del Palazzo Ducale</i> Scipione
-Vannutelli otterrà in premio un sonetto di Théophile
-Gautier.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Dispensatemi dall'enumerarvi tutti i quadri militari
-che dopo il '48 o dopo il '59 glorificarono
-i mille episodii di Custoza, di Novara, di Montebello,
-di Palestro, di Solferino, di San Martino,
-e i volontari Garibaldini e le truppe Piemontesi, e
-con Gerolamo Induno perfino i pallidi orizzonti
-della lontana Crimea e le glorie della Cernaja. Perfino
-Mussini finirà a fare — purtroppo! — il ritratto
-di Vittorio Emanuele, perfino Hayez finirà col dipingere
-la <i>Battaglia di Magenta</i>. Qualunque critica
-fatta oggi da noi giovani a quei pittori di battaglie
-i quali quasi tutti le avevano combattute prima
-di dipingerle, e al carminio della loro tavolozza
-potevano paragonare il buon sangue delle loro ferite,
-sarebbe irriverente. Ma un fatto posso osservare
-ed è che, anche quando la loro pittura sembrerà
-un po' squallida e il loro pennello poco
-<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span>
-pronto a rendere l'uragano d'un assalto, il lampo
-delle artiglierie, le contorsioni d'un'agonia, pure
-la necessità dello studio del vero, l'intensità della
-passione presente ed urgente, negl'individui centuplicata
-dall'eco di tutt'un popolo, furono in Italia
-i maggiori coefficienti della nuova sincerità artistica
-e della mutazione del gusto. Qui a Firenze
-fra tutti costoro, io voglio ricordare un veterano
-sempre valido e giovanile, Giovanni Fattori, che
-oggi è rimasto il maggior pittore militarista d'Europa,
-e che nella sua austera gamma di colori ha
-per primo veduto i soldati e i cavalli <i>dentro</i> un
-paesaggio, non, come gli altri teatrali, <i>sopra</i> un
-paesaggio, e li ha avvolti d'aria e di luce cioè
-li ha fatti vivi in mezzo alla vita, vivi e degni
-di vivere nell'avvenire.
-</p>
-
-<p>
-I fratelli Girolamo e Domenico Induno, dei
-quali un anno fa descrissi l'opera, col loro stile
-gustoso facile e simpatico unirono questa gloriosa
-pittura militare all'ingloriosa pittura di genere,
-nella quale però Domenico più sentimentale
-e più mesto riportò maggior vanto «porgendo,»
-come dice con frase tipica il Caimi
-che è lo storico degli artisti lombardi di questo
-periodo, «l'edificante esempio di quelle abnegazioni
-che nobilitano il tugurio del proletario.»
-E intorno agl'Induno col Trezzini, cognato di Domenico,
-col Castoldi, col Giacomelli, col Clerici,
-<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span>
-e in Piemonte con lo stesso Gamba, col Beccaria,
-col Balbiano e massime con Federigo Pastoris
-fu per vent'anni un diluvio di emozioni
-graziose ora ridenti ora meste, anzi per lo più meste
-che stancarono talvolta anche i contemporanei,
-tanto che nelle <i>Tre Arti</i> quel bizzarro ingegno
-del Rovani ne parla francamente così: «La pittura
-di genere è l'arte sorella di quella letteratura
-pallida ed esile che credette di ingenerare il
-gusto imbandendoci quei cari romanzuoli cotti nell'acqua
-di mele cotogne che non passano l'epidermide
-nemmeno alle maestrine degli asili d'infanzia.»
-</p>
-
-<p>
-Ma l'ironia non giovò, perchè in Italia la pittura
-di genere durò anche più a lungo che in Francia
-dove, per verità, essa era nata solo dall'imitazione
-degli inglesi, del Wilkie, del Leslie, del Mulready
-che tra il fanatismo dei compratori smollicavano al
-pubblico la grande eredità di Hogarth, — e dove il
-suo cicaleccio pettegolo fu presto sopraffatto dall'ampia
-sonora voce della pittura paesana di Millet.
-Forse in Italia una lode le si può dare, — che,
-cioè, servì ad abituare definitivamente gli
-spettatori alle pitture dei costumi moderni visto
-che ancora nel 1857 il buon Pietro Selvatico
-credeva d'essere audace, dissertando della <i>opportunità
-di trattare in pittura oggetti tolti dalla vita
-contemporanea</i>.
-</p>
-
-<p>
-Ma i veri ribelli, i veri fondatori della modernità,
-<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span>
-i veri apostoli della sincerità, furono in Italia
-i paesisti. Da Nino Costa a Telemaco Signorini, dal
-Palizzi al Vertunni, dal de Nittis al Rossano, dal
-Fontanesi al Pasini, — noi intorno al '60 già vediamo
-raccolta una falange di artisti tali, che per
-cento modi, attraverso a cento temperamenti appaiono
-tutti concordi a proclamare la libertà d'essere
-originali purchè si sia sinceri, ad indicare
-quanta può essere la gioia dell'anima di chi con
-sereni occhi contempla i suoi sogni riflettersi in un
-mattino aprilino raggiante di speranza, in un meriggio
-estivo ardente di letizia, in una sera autunnale
-fosca di pena. Lungi le mascherature classiche
-e medievali, lungi le lagrimucce pettegole, anche
-lungi l'inferno delle battaglie! Un mandorlo fiorito
-sopra un cielo turchino; un cespuglio di ginestra
-oro e verde contro un mare color del cielo; un
-gregge giallastro sopra un tenero prato di marzo;
-una casetta rosea lungo una strada candida di polvere
-sotto il sollione; una luna che di dietro un
-monte violaceo sorge a spegner le stelle nei pallidi
-sereni: tutte le gentilezze e le grandezze, le profondità
-dei firmamenti e le tenuità dei fiori parvero
-allora per la prima volta dopo quasi tre secoli riapparire
-all'anima degli artisti che tornava ingenua.
-</p>
-
-<p>
-Non vi parlo dei piemontesi che dal più facile
-commercio intellettuale con l'estero oltralpe avrebbero
-dovuto più prontamente degli altri udire la
-<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span>
-soavità di quest'invito alla sincerità, e, se non giungere
-a intendere la bellezza dei creatori inglesi del
-<i>Paysage intime</i> come Turner, de Wint, Constable,
-John Crome o Bonington, almeno imitare i loro
-imitatori francesi, — invece di fermarsi a Ginevra
-a vedere i <i>Souvenirs de Suisse</i> grandi e piccoli
-che dipingeva pei forestieri quel monotono arido
-calligrafico e scenografico Alessandro Calame. Nè
-Francesco Gamba, nè il Beccaria, nè il Piacenza,
-nè il Perotti, nè l'Allason, nè il Bennison e tanto
-meno il Camino si liberarono da questa teatralità
-che raramente, e quasi a loro insaputa. «Un Calame,
-deux Calames, trois Calames, que des calamités!»
-disse allora un critico arguto. Bisogna aspettare
-che Alberto Pasini parta per la Persia con la
-missione francese del Bourrée, per vedere il colore;
-e anche in lui tanta fu, a volte, l'arte, che divenne
-artificio, e fece preferire ai rutilanti quadri compositi
-la fresca sincerità delle sue tavolette. Bisogna
-aspettare che Rayper, d'Andrade, Issel e Giordano
-raccogliendosi nella solitudine di Rivara fra gialle
-rupi e verdi vigne tentino di dimenticare il malo
-esempio degli antenati. Bisogna aspettare che nel '55
-Antonio Fontanesi dopo essere a Ginevra caduto
-anche lui nel suo Calame, vada all'Esposizione di
-Parigi a entusiasmarsi di Decamps, di Rousseau e
-poi a Londra a entusiasmarsi di Turner, e ottenga
-così una sapienza di tecnica cromatica ancora
-<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span>
-nuova in Italia e crei quei suoi paesi solidi meditati
-preparati con abilità ed eseguiti con spontaneità,
-quei paesi di cui dieci o quindici anni dopo
-doveva innamorarsi Giovanni Segantini.
-</p>
-
-<p>
-A Napoli prima del Vertunni ampio e solenne,
-prima che il poetico verde nebbioso Rossano e il
-pallido nervoso de Nittis e Adriano Cecioni da Giosuè
-Carducci chiamato «dell'arte operatore e giudicatore
-superbo» fondassero la cosiddetta scuola
-di Resina, era e regnava Filippo Palizzi senza il
-quale tutta la moderna arte napoletana, compresa
-quella di Morelli non sarebbe stata com'è.
-Quando nel 1832 egli era venuto a Napoli da
-Vasto d'Abruzzo era ancora vivo l'olandese Antonio
-Pitloo che il Borbone aveva al suo ritorno, per
-consiglio del Camuccini, nominato professor di paesaggio
-nella riordinata Accademia, e che aveva tra
-grandi entusiasmi fondata la scuola detta «di Mergellina
-e di Posillipo» lodatissima allora per una
-trasparenza d'aria e una larghezza di cieli per verità
-poco visibili ora nelle sue tele. Fra costoro, Filippo
-rimase al riparo dall'imperversar delle lagrime
-romantiche e la <i>Vacca</i> che nel 1839 a ventun anno
-egli dipinse pel primo concorso biennale fu come
-la serena voce d'un poeta fra un clamoroso sermocinar
-di rètori.
-</p>
-
-<p>
-Da allora non mutò mai di pensiero dando un
-esempio d'unità di vita estetica ignota a tutti gli
-<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span>
-altri artisti italiani di questo secolo fino allora. Voi
-pensate, senza sorridere, all'audacia che occorreva
-a dipingere a Napoli nel 1839, invece degli Ajaci,
-delle Lucrezie, delle Virginie, degli Ezzelini e dei
-Crociati, una pura e semplice testa di vacca! Senza
-alcuna destrezza di composizione, senza alcuna
-scienza della faccia umana, egli doveva essere e
-fu un limitato maestro di tecnica. La fermezza
-sempre maggiore del suo disegno, la pennellata
-più e più brava, la nitidezza dei particolari, la
-vivezza e la varietà d'espressione negli occhi e
-nelle attitudini degli animali — dai pulcini intorno
-alla chioccia fino alla famosa <i>testa di leone</i>
-che eseguì a Parigi nel '65 al <i>Jardin des plantes</i>, — o
-nei fiori o nelle foglie dei vegetali che paiono
-veramente empir di una vita umana certe sue minuscole
-tele, tutta la crescente profondità del suo
-occhio non ebbero, in realtà, sull'indirizzo della pittura
-tra il '40 e il '70 l'importanza morale che
-ebbe la sua persistenza nello studio degli animali
-e dei fiori e dell'erba. Questa rude franchezza, questo
-bel bagno d'animalità — odor di fieno e di
-timo — era necessario alla pittura italiana che
-quando egli apparve poteva davvero ripetere quel che
-poi egli scrisse nella sua sala alla Galleria nazionale
-d'arte moderna: — Vorrei rinascere per ricominciare.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Il movimento dei <i>macchiaioli</i> qui a Firenze fu
-<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span>
-davvero una rinascita. Spenti oramai gli odii, i biasimi
-violenti, gli antagonismi feroci di venti o di
-trent'anni e caduta sul bollor dei superstiti la neve
-della canizie, tolto ormai ogni significato bernesco
-a quell'appellativo dato loro dall'arguzia fiorentina,
-riappare oggi tutta la vivace sincerità di quelli ostinati
-nemici dei «raschiatori delle tele vecchie,»
-come essi chiamavano tutti gli accademici classici
-puristi e romantici, senza rispetto per nessuno, anzi
-aumentando di ferocia in proporzione di quanto
-quelli aumentavano di disdegno.
-</p>
-
-<p>
-Nel '55 l'Altamura e il Tivoli tornando dall'Esposizione
-di Parigi si fermarono a Firenze a
-predicar con tanta fede ai giovani frequentatori del
-Caffè Michelangelo la libertà artistica ormai da più
-che trent'anni concessa al popolo di Francia da Delacroix,
-re del chiaroscuro e dalla sua corte, — che
-quando quei giovani entusiasti poterono andar a godere
-nella Villa di San Donato la galleria del principe
-Demidoff e i Daubigny, i Decamps, i Troyon,
-i Delacroix, i Marilhat, i Meissonnier che essa conteneva,
-la rivelazione giunse ai loro occhi come un
-fulmine e appiccò il fuoco a tutti gli animi.
-</p>
-
-<p>
-Al Caffè Michelangelo, come narra Telemaco
-Signorini in un libro che ogni giorno va acquistando
-rarità di documento e valore di storia,
-la guerra di idee si sarebbe fatta grave anche
-tra gli amici più fraterni se la guerra per la
-<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span>
-patria non avesse chiamati tutti i generosi a
-combattere l'Austria. Tutti i reduci — dal Signorini
-al Fattori — non dipinsero per mesi che bivacchi
-e accampamenti, scaramucce e battaglie, ipnotizzati
-dal fuoco e dal sangue come gli innamorati dall'amore.
-</p>
-
-<p>
-L'Esposizione nazionale fatta, come ho detto,
-il '61 qui a Firenze e l'apparizione di paesisti come
-Palizzi, Fontanesi, Costa e Pasini, ridettero fiamma
-alle critiche e alle lodi e i congiurati così detti della
-<i>Macchia</i> scesero per le vie e fecero la loro rivoluzione.
-Purtroppo le rivoluzioni quando corrono in
-piazza sono già compiute negli animi. Il dogma che
-gli avversari a momenti volevano ardere con tutti i
-suoi apostoli in piazza della Signoria non appariva,
-in realtà, già applicato in quell'Esposizione del '61
-con quello che i critici più codini e più miopi, chiamarono
-allora il «colorire a spizzico,» dal Morelli,
-dal Celentano, dal Fontanesi? E in realtà questi giovani
-che si dicevano veristi e insultavano i romantici
-d'Italia e perciò sembravano audaci, non erano
-con qualche ritardo imitatori dei più romantici paesisti
-di Francia, dal Rousseau al Corot? E la tecnica
-della macchia che dieci anni dopo Manet spingeva
-agli effetti estremi con l'«impressionismo,» non
-era stata inventata appunto dai romantici d'oltre
-alpe? E la fiera massima dei macchiaioli, «senza
-maestri e senza discepoli,» non era la più sincera
-<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span>
-affermazione di quel diritto all'originalità più sfrenatamente
-spontanea che il romanticismo aveva
-sancito pel bene degli artisti? Ahimè! quanti presunti
-nemici ai critici del duemila sembreranno
-fratelli appassionati! Ma la colpa dell'equivoco
-fu dei pretesi romantici d'Italia vecchi, legnosi e
-incolori quanto i neoclassici camucciniani, non dei
-nostri veristi la cui lotta era benedetta da Dio.
-</p>
-
-<p>
-Adriano Cecioni, Diego Martelli e Telemaco Signorini
-diffondevano con limpidezza le nuove teorie:
-«il colore non mutar mai, divenir soltanto per la
-luce più chiaro e più scuro, l'affare più importante
-nel dipingere esser dunque di vedere e di rendere
-bene le macchie di chiaro e di scuro, non facendo
-mai nemmeno le figure più grandi di quindici centimetri,
-vale a dir di quella dimensione che assume
-il vero guardato a tale distanza da non esser possibile
-di percepirlo altro che per masse, cioè per macchie,
-di chiaro e di scuro....»
-</p>
-
-<p>
-Con questa frenetica passione per problemi di
-pura tecnica si può davvero dire che il Banti,
-il Cabianca, il Borrani, il Lega, l'Abati, il Moradei,
-il Signorini, perdessero sul pubblico ogni
-forza di commozione così che, non essendo essi
-più che mani, il pubblico avesse il diritto di non
-esser più che occhi? No. Basterebbe considerare
-l'opera di tre superstiti: Nino Costa che veramente
-non fu tra i macchiaioli ma venendo a
-<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span>
-Firenze nel '59 fu maestro di sincerità a molti di
-loro, Vincenzo Cabianca e Telemaco Signorini.
-Quale paesista anche tra i più giovani e i più deliberatamente
-patetici — come Fragiacomo o Sartorio — raggiunge
-la profondità di passione delle vedute
-dipinte verso il '55 sotto Albano, all'Ariccia, da
-Nino Costa quando come un eremita visse là per
-cinque anni con lo svizzero David — delle <i>Donne
-che cavano il lino dal macero, delle Donne che in
-una sera di pioggia vanno alla fonte</i> e infine di
-quella sua <i>Veduta della spiaggia di Porto d'Anzio</i>
-dove il cielo opalino, il mare grigio nella distanza
-e l'arena giallastra dappresso formano una
-musica così piana e pure così solenne? E in quali
-acquerelli più che in quelli del Cabianca, perduta
-col largo pennellare tutta la minuzia calligrafica e
-femminile dell'acquerello, si è mai veduto, direttamente
-dal colore più che dal soggetto o dal gesto,
-venire per gli occhi al cuore dello spettatore tanta
-gentilezza d'affetto quanta dalle <i>Monachine</i> fatte
-nel '61, dalla <i>Neve a Venezia</i> dipinta nel '55, o
-dalla <i>Chiesetta in riva al mare</i> dipinta tre anni fa?
-E infine prima di Telemaco Signorini il paesaggio
-italiano ebbe mai tanta chiarità di sole e di azzurri
-quanta se ne vede sulle sue vedute delle coste e della
-marina di Spezia, tanta sicurezza di carattere quanta
-nei suoi quadri del <i>Ghetto fiorentino</i>, che restano
-nella memoria netti come ritratti d'un volto umano?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span>
-</p>
-
-<p>
-Signori, questo fanatico amor per la natura,
-questa passione per le solitudini verdi, per gli animali
-dai placidi occhi, per gli alberi da gli occhi
-di fiori non definiscono quale sia stata veramente
-l'anima del nostro gran secolo? L'arte del paesaggio
-nell'avvenire lo redimerà dalla fama di avaro,
-di scettico ed egoista, che gli storici superficiali gli
-hanno già tribuita. Quest'arte, tornando ad immerger
-la figura umana nella luce, tornando a considerarla
-sotto l'ampiezza dei cieli simile agli alberi
-e alle rupi e alle acque nella gioia dei meriggi e
-nella melanconia delle sere, ha ridato agli uomini
-la nozione serena e sincera del loro destino, ha ricostruito
-una specie di religione naturale placida e
-limpida da ogni paura e da ogni vana superbia. Veramente,
-educato dai grandi paesisti, oggi l'uomo
-quando al tramonto col cader della luce nel silenzio
-sale l'oscurità della morte e filtra per gli occhi nel
-cuore e il cielo impallidito è più profondo e più ampio
-e gli umani fatti ciechi sono più sperduti e più
-piccoli, pronti a confondersi con l'ombre vane, — veramente,
-dico, allora l'uomo si sente sulla sua minuscola
-terra come in esilio, e nella coscienza gli salgono
-come un ricordo istintivo e un rimpianto d'un
-tempo immemorabile di fraternità, d'un tempo in
-cui tutto il mondo — cose che sembrano vive e cose
-che sembrano morte — era un sol fatto, una sola
-entità, un sol divenire sotto gli occhi, forse, di Dio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span>
-</p>
-
-<p>
-A questa unità del destino di tutto, a questa
-tristezza solenne e quasi divina, i grandi paesisti,
-da Turner a Segantini, da Constable a Corot, da
-Fontanesi a Signorini, hanno educato l'anima moderna.
-Quali filosofi hanno dato tanto ai loro discepoli?
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span>
-</p>
-
-<h2 id="verdi">LE PRIME GLORIE DI GIUSEPPE VERDI</h2>
-
-<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br />
-<span class="x-small">DI</span><br />
-<span class="large g noserif">PIETRO MASCAGNI</span>.</p>
-
-<p class="center">
-<i>tenuta a Firenze il giorno 14 aprile 1900.</i>
-</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span>
-</p>
-
-<p class="pad2">
-Tutte le volte che entro nel Teatro «alla Scala»
-di Milano, mi fermo all'atrio a guardare le quattro
-statue di marmo che rappresentano i nostri sommi
-maestri melodrammatici: Rossini, Bellini, Donizetti
-e Verdi. E tutte le volte provo una medesima,
-stranissima sensazione, che mi forza ad ammirare
-le figure di Rossini, di Bellini, e di Donizetti,
-mentre, nello stesso tempo, mi rende uggiosa, quasi
-antipatica, l'effige di Verdi. Ho tentato di giustificare
-la mia sensazione invocando l'estetica. — Infatti:
-quell'abito a coda di rondine, quel rotoletto
-di musica fra le mani e quel paltoncino ripiegato
-sul braccio sinistro possono dar campo a qualsiasi
-ribellione del gusto artistico. Ma non sono riuscito
-a capacitarmi, perchè, volgendo appena lo sguardo,
-ho veduto la statua di Rossini colla mazza nella
-destra, l'enorme cappello a staio nella sinistra, ed il
-portamusica attaccato ai polpacci.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span>
-</p>
-
-<p>
-La ragione del mio strano sentimento non deriva
-dalla espressione artistica degli scultori. Ammiro
-profondamente le figure di Rossini, di Bellini
-e di Donizetti, perchè sono il simbolo rappresentativo
-di tre genii che io non posso conoscere di
-persona; mentre detesto un Verdi di marmo quando
-lo posso venerare in carne ed ossa, bello e florido
-come il destino benedetto lo conserva all'amore
-dell'Italia nostra.
-</p>
-
-<p>
-Forse però, quella statua è di buon augurio.
-Rammento un tipo originalissimo della mia Livorno
-che, per avere lunga vita, si fece preparare
-la tomba e ci fece mettere sopra il suo busto in
-marmo, opera pregevole e rassomigliantissima.
-Tutti i giorni, prima di colazione, quel bel tipo
-se n'andava fino al Camposanto, fissava a lungo
-la sua effigie, ed esclamava: «Per oggi mangio io.»
-</p>
-
-<p>
-E vinse tanto bene la scaramanzìa, che, quando
-morì, dovettero cambiargli il busto perchè.... non
-gli somigliava più.
-</p>
-
-<p>
-E speriamo che così sia della statua di Verdi;
-per quanto io credo che si potrebbe di già cambiare,
-perchè fu inaugurata nel 1881. Per lo meno,
-non si potrà dire che Verdi, nella sua vita, abbia
-avuto un quarto d'ora di statua.
-</p>
-
-<p>
-Ma, nel dire tutto questo, non intendo menomamente
-di diminuire l'importanza che ha e che
-merita il fatto, nuovo nella storia dell'arte, di un
-<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span>
-onore così grande reso ad un vivo. Anzi, aggiungo
-che non si poteva con nessuno, meglio che con
-Verdi, che è la più grande gloria vivente, rompere
-il pregiudizio e distruggere alla fine i due noti
-versi di Orazio, parafrasati troppe volte dai poeti
-di tutti i tempi e di tutti i paesi:
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p><i>Virtutem incolumem odimus</i></p>
-<p><i>Sublatam ex oculis quaerimus invidi.</i></p>
-</div>
-
-<p>
-Però, a me ora pare di essere qui a fare la
-figura della statua di marmo dell'atrio della
-«<i>Scala</i>.» Qualunque cosa io possa dire di Verdi,
-sia pure (magari per combinazione) superiore nel
-concetto ed elevata nella forma, apparirà sempre
-povera o piccina alla mente delle gentili signore
-e di tutti gli egregi qui convenuti, se ciascuno
-richiami appena nel pensiero la nobile fisionomia
-del nostro grande maestro.
-</p>
-
-<p>
-Ed io non tenterò nemmeno di riuscire eloquente
-nel mio discorso. Sarebbe vana fatica. Già,
-prima di tutto, non ne sarei capace; eppoi, a che
-cosa mi servirebbe? Quale eloquenza può sussistere
-di fronte all'opera immensa di Giuseppe
-Verdi? Quale eloquenza può sostenersi al cospetto
-della sua persona, sintesi vivente delle sue creazioni,
-che ha portato superbamente fino ai giorni
-nostri i ricordi più belli dell'entusiasmo dell'arte
-e del patriottismo?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span>
-</p>
-
-<p>
-La vita, la storia artistica di Verdi parrebbe
-una leggenda, se ancora non fosse fra noi Lui,
-maraviglioso documento di quelle vicende che saranno
-credute favolose dalle future generazioni.
-</p>
-
-<p>
-Ne ho letto di libri su Verdi! Ne ho letto
-di storie, di episodii, di aneddoti! Ma tutto mi è
-apparso infinitamente scialbo e meschino, quando
-mi sono trovato alla sua presenza. Il suo solo
-sguardo mi ha detto delle cose, mi ha suscitato
-nel cuore dei pensieri che non ho mai trovato, che
-non troverò mai in nessun libro.
-</p>
-
-<p>
-Ed in questo momento l'animo mio è tutto
-pieno di quelle memorie, ma rimane paralizzato
-dalla coscienza della propria inettitudine ad esprimere
-i sentimenti troppo alti.
-</p>
-
-<p>
-Chiedo, dunque, venia al cortese uditorio per
-tutto quello che nel mio dire apparirà disadorno
-ed anche non conveniente al soggetto ed all'uomo
-di cui si tratta. Resti nella mente di tutti soltanto
-l'idea dell'omaggio reverente che ho voluto tributare,
-accettando, forse con leggerezza, ma certo
-con tutto il cuore, l'incarico di questa conferenza.
-</p>
-
-<p>
-A Verdi ho già domandato anticipatamente il
-perdono per l'atto che sto per compiere. Perchè
-sono sicuro di dargli un dispiacere. Ei non vorrebbe
-che si parlasse mai di Lui.
-</p>
-
-<p>
-Quale è la persona che non ha sentito parlare
-della modestia di Verdi?...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma, a questo proposito, debbo fare una osservazione.
-</p>
-
-<p>
-Sono già parecchi anni che io studio la modestia
-degli uomini (colla modestia delle donne
-non ho mai scherzato!), e potrei raccontare molti
-aneddoti che mi hanno sempre confermato le diverse
-qualità di modestia. Ma mi fermerò ad uno
-solo, che mi serve precisamente alla dimostrazione
-che voglio fare.
-</p>
-
-<p>
-Un giorno del 1882 (anch'io comincio a citare
-epoche remote!) mi trovavo a Milano in casa del
-mio illustre maestro Amilcare Ponchielli, quando
-si presentò un giovane musicista che voleva sottoporre
-al giudizio del Maestro una sua composizione.
-Ponchielli non era punto di buon umore: afferrò
-sgarbatamente il fascicoletto che il giovane gli porgeva,
-e si mise a scorrerne le pagine, mugolando e
-borbottando. Il giovane musicista attese ansioso
-qualche minuto; e poi timidamente disse al Maestro:
-«Si tratta di un pezzetto senza importanza;
-una cosetta buttata giù alla meglio.» Ponchielli
-alzò la testa e, maltrattandosi terribilmente il pizzo
-caratteristico, si mise a gridare: «Ah, sì?... Si tratta
-di una cosetta?... Vuol fare il modesto forse?...
-E perchè è venuto a mostrarmi questo nonnulla?...
-I compositori debbono sempre aver fede nell'opera
-propria, e debbono sempre stimare capolavori le
-loro composizioni.... Io non amo la falsa modestia.»
-<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span>
-E riprese a sfogliare le pagine, mugolando e borbottando.
-Il giovane era rimasto stecchito. Dopo
-poco, Ponchielli rialzò la testa e parve rabbonito.
-Restituì il fascicolo all'autore, e gli disse quasi
-dolcemente: «Lei è modesto; ma il suo lavoro è
-più modesto di lei.» Il giovane se n'andò subito,
-profondendosi in inchini ed in ringraziamenti; e
-mi parve che avesse preso per un complimento
-l'ultima frase di Ponchielli.
-</p>
-
-<p>
-Per parte mia, da quel giorno, ho cercato tutti
-i modi per non essere modesto....
-</p>
-
-<p>
-Ma, intanto, avevo potuto studiare questo caso
-di modestia che credo sia il più diffuso: un imbecille
-che fa il modesto davanti ad un uomo superiore,
-col solo fine di ottenere un elogio da lui, e di
-credersi, nella stupida vanità, a lui ed a tutti superiore.
-</p>
-
-<p>
-Guardiamo invece, per sommo contrasto, la
-modestia degli uomini veramente grandi, quella
-modestia che è il solo raggio che si possa aggiungere
-alla gloria!
-</p>
-
-<p>
-Verdi, togliendo anche di mezzo l'indole naturale,
-deve essere modesto per forza: perchè nessun
-inno di lode potrà destare in Lui il più piccolo
-sentimento di orgoglio: anche l'inno più grandioso
-sarà meschino agli occhi suoi.
-</p>
-
-<p>
-Come potrà mai sentire ricordata la sua vita
-gloriosa, come potrà mai sentire raccontati tutti i
-<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span>
-suoi trionfi, senza che la sua mente non veda impallidita
-dal ricordo quella vita da lui stesso vissuta,
-senza che il suo cuore non trovi rimpiccioliti
-dal racconto quei trionfi da lui stesso riportati?
-È facile, dunque, comprendere lo stato di inquietudine
-dell'animo mio in questo momento: al dubbio
-di riuscire gradito al colto pubblico va aggiunta
-la certezza di dispiacere a Verdi.
-</p>
-
-<p>
-A buon conto, gli ho chiesto perdono anticipatamente;
-ma non oso sperare di passarmela liscia.
-Me la potessi almeno cavare con una lavata di
-testa!...
-</p>
-
-<p>
-Oggi io non devo parlare genericamente di Giuseppe
-Verdi e di tutta la sua luminosa produzione:
-l'attuale conferenza è limitata da due date, che nell'arte
-del nostro Grande e nella storia della nostra
-Nazione rappresentano due epoche. Dal 1849 al
-1861: quale stupendo periodo di arte e di patriottismo!
-E quale mirabile fusione di nobili sentimenti
-nella espressione dell'anima e del genio di
-Giuseppe Verdi!
-</p>
-
-<p>
-Nella visione subitanea dello svolgimento di
-tutto il periodo storico ed artistico, la mia mente,
-forse per effetto di costante ammirazione o forse
-per effetto di spontanea ispirazione, vedo tre punti
-capitali sui quali deve soffermarsi per la dimostrazione
-della sua idea.
-</p>
-
-<p>
-E questi tre punti si trovano: al principio, alla
-<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span>
-metà ed al termine del periodo, che ne resta interamente
-abbracciato e diviso con simmetria: per
-quanto, rispetto alla produzione di Verdi, il periodo
-abbia fine nel 1859.
-</p>
-
-<p>
-Primo punto, la <i>Battaglia di Legnano</i> (27
-gennaio 1849); secondo punto, i <i>Vespri Siciliani</i>
-(18 giugno 1855); terzo punto, <i>Un Ballo in Maschera</i>
-(17 febbraio 1859).
-</p>
-
-<p>
-Se l'idea di parlare primieramente e specialmente
-di queste tre opere può sembrare a prima
-vista strana o non giustificata, si pensi che devo
-occuparmi di un periodo della vita italiana tutto
-pieno di santo amor di patria: e si pensi all'influsso
-potente che la musica di Verdi seppe esercitare
-sopra ogni cuore italiano.
-</p>
-
-<p>
-Ho scelto i tre punti capitali perchè: il primo
-rappresenta tutta la trepidazione, tutta la commozione,
-tutto l'ardore di un popolo oppresso ed anelante
-alla redenzione; il secondo rappresenta il
-trionfo dell'arte italiana all'estero, anche esplicata
-in un soggetto glorioso per l'Italia e nefasto per
-il paese che lo domanda; il terzo rappresenta il
-supremo entusiasmo di una nazione intera, che, eccitata
-dal genio di Verdi, nel nome di Verdi combatte
-l'ultima battaglia e vince.
-</p>
-
-<p>
-Quando scoppiò la rivoluzione italiana del 48,
-Verdi era a Parigi; alle prime notizie della gloriosa
-insurrezione di Milano, il suo animo generoso
-<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span>
-non resse: e partì per l'Italia. Si fermò a
-Lione dove sapeva di trovare una lettera di un
-amico che gli doveva dire le ultime vicende della
-sua patria. Trovò, infatti, la lettera e conobbe il doloroso
-voltafaccia delle cose. Rattristato dalla delusione
-della sua fervida speranza di arrivare a Milano
-e salutare libera la città dei suoi primi successi,
-restò alcuni giorni a Lione; ed all'amico che gli
-aveva mandato la sciagurata notizia rispose semplicemente:
-«Spero che avrete fatto il vostro dovere.»
-</p>
-
-<p>
-Ma poi proseguì il viaggio; e giunse in patria
-per assistere al completo rovescio delle armi italiane.
-</p>
-
-<p>
-Col cuore sanguinante tornò a Parigi, mezzo
-ammalato e stanco. L'impresario Lumley di Londra
-venne ad offrirgli una generosissima scrittura
-che Verdi avrebbe accettato subitamente, se l'editore
-Lucca non glielo avesse impedito rammentandogli
-il suo obbligo contratto di scrivere un'altra
-opera, oltre «<i>I Masnadieri</i>» già eseguiti a Londra
-e con poca fortuna, il che veniva ad aumentare
-le esigenze dell'editore. (Sempre uguali in ogni
-tempo i nostri editori!).
-</p>
-
-<p>
-Allora Verdi, infastidito e stizzito, scrisse di
-mala voglia il <i>Corsaro</i> sul libretto del Piave, poveramente
-tratto dall'omonimo poema del Byron;
-ed abbandonò la sua partitura senza nemmeno curarsi
-di sorvegliarne le prove.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il <i>Corsaro</i> fu eseguito a Trieste e non piacque;
-e si accusò Verdi di voluta negligenza: mentre, da
-altra parte, con più giusto criterio si tenne conto
-del suo stato d'animo turbato dai dolori cui la patria
-soggiaceva.
-</p>
-
-<p>
-Forse c'entrava anche il dispetto verso l'editore;
-ma certamente il cuore del Maestro era tutto
-pieno di tristezza e di angoscia per la sventura italiana:
-e la mente sua non poteva trovare ispirazione
-in alcun soggetto, che non gli parlasse dello sconforto
-e della speranza del popolo d'Italia.
-</p>
-
-<p>
-Il sentimento patriottico, in quel momento, fu
-troppo più forte del sentimento artistico.
-</p>
-
-<p>
-Ed in quel momento il genio di Verdi fu pari
-al sentimento degl'Italiani; e non volle parlare
-che dell'Italia sua.
-</p>
-
-<p>
-E scrisse la <i>Battaglia di Legnano</i>.
-</p>
-
-<p>
-Io penso allo slancio infrenabile che avrà guidato
-Verdi all'inizio della sua nuova creazione; e
-penso all'ardore ed alla lena nella continuazione
-del lavoro; e penso alla forte commozione nel compimento
-dell'opera, che era la spontanea espressione
-del suo cuore d'italiano e che nei cuori italiani
-tanto entusiasmo doveva suscitare.
-</p>
-
-<p>
-Quel godimento che la folla prova davanti all'opera
-d'arte, quando l'arte è vera e sincera, è
-già stato provato a mille doppi dall'artista creatore,
-dall'artista che esprime il suo sentimento, tutto
-<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span>
-assorto nella interpretazione ideale, precisa e
-fedele.
-</p>
-
-<p>
-Ma l'opera d'arte deve essere il prodotto genuino
-dell'ispirazione, il frutto vergine del genio.
-</p>
-
-<p>
-Guai se l'artista si lascia vincere dallo scrupolo
-della teorica! L'opera sua non sarà più sincera. Il
-caldo paesaggio meridionale si cambierà in nordica
-e gelata regione.
-</p>
-
-<p>
-In arte, il genio è sole e la scienza è neve.
-</p>
-
-<p>
-Al solo ricordo del successo immenso, incredibile,
-che la <i>Battaglia di Legnano</i> ebbe presso il
-pubblico di Roma, è facile immaginare con quale
-foga d'entusiasmo Verdi abbia compiuto l'opera sua.
-</p>
-
-<p>
-Si sapeva che l'opera aveva un soggetto patrio,
-d'indole guelfa; ed in quel momento di fermento
-politico non si domandava di meglio. Gli uomini
-si recarono al teatro con la coccarda tricolore sul
-petto, mentre le signore distendevano sui davanzali
-dei palchetti sciarpe e nastri tricolori.
-</p>
-
-<p>
-Fu un delirio! Si gridava insieme <i>Viva Verdi!</i>
-e <i>Viva l'Italia!</i> E tutti i cuori ebbero insieme ed
-ugualmente il ravvivamento delle speranze, il rigoglio
-dell'ardore, il presentimento della patria
-redenta.
-</p>
-
-<p>
-Verdi esultava già di quei pensieri quando scriveva
-l'opera.
-</p>
-
-<p>
-Ma la generazione d'oggi non conosce la <i>Battaglia
-di Legnano</i>; e non la stima, perchè legge
-<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span>
-nei libri che fu un'opera d'occasione, d'attualità;
-e che <i>soltanto il soggetto e la nota politica le diedero
-unanimità di suffragi ed apparenza di trionfo</i>,
-[come dice Anton Giulio Barrili]; e che <i>il successo
-del primo momento fu dovuto anzitutto alla
-sovraeccitazione degli animi</i> come stampa il Pougin;
-e che <i>simile musica certo ha ben poco o
-nulla da vedere coll'arte</i>, come scrive Gino Monaldi.
-</p>
-
-<p>
-Certo, se oggi si parla d'occasione, si pensa subito
-all'inno scritto per l'inaugurazione di una
-qualsiasi esposizione di oggetti di guttaperca, e se
-si parla di attualità, si corre colla mente alle mazurke
-dedicate alla polvere dentifricia o al perfetto
-smacchiatore.
-</p>
-
-<p>
-Ma allora, nel 1849, l'occasione e l'attualità
-rappresentavano qualche cosa di ben differente. E
-Verdi non era stato invitato a scrivere la sua opera
-da nessuna commissione di futuri cavalieri o commendatori.
-Aveva spontaneamente dato alla patria
-l'opera del suo genio e della sua anima.
-</p>
-
-<p>
-Guardiamo come ne scriveva allora il Basevi:
-</p>
-
-<p>
-«Al Verdi, che dal 1842 in poi regna solo in
-Italia, ben s'addice il nome di rappresentante
-del gusto musicale del suo tempo. Come tale egli
-doveva scrivere un'opera corrispondente al nuovo
-stato degli animi nell'anno 1848. E così fece....
-Erano i travagli dell'Italia giunti vicino al loro
-<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span>
-nodo, quando nel gennaio 1849 fu posta sulle
-scene in Roma la <i>Battaglia di Legnano</i>.»
-</p>
-
-<p>
-E guardiamo quello che ne diceva il <i>Pallade</i>,
-giornale di Roma, il 27 gennaio 1849, poche ore
-avanti della prima rappresentazione:
-</p>
-
-<p>
-«La musica, se per lo innanzi, schiava di errati
-precetti, non valse che a deliziare mollemente
-gli esterni sentimenti dell'uomo; oggi ne
-rischiara e ne sublima gl'intelletti; e vestendo
-più robuste armonie, apprestasi anch'ella ad innestare
-la sua gemma sulla corona della patria.
-Non invano dunque il Verdi imprendeva a celebrare
-la famosa Lega Lombarda, col titolo: <i>La
-Battaglia di Legnano</i>. Lombardo quale egli è,
-offre con la penna il tributo che non potrebbe
-colla spada alla sua patria infelicissima, affinchè
-dalle ricordanze delle glorie passate prenda ella
-ristoro delle sventure presenti e presagio dei
-trionfi avvenire.»
-</p>
-
-<p>
-E lo stesso giornale <i>Pallade</i> aggiungeva dopo
-la prima rappresentazione, il 29 gennaio: «Il
-«Verdi in questo suo lavoro ha levato il volo alla
-sublimità. Lungi dall'obbedire alle antiche leggi
-convenzionali, egli ha sentito che il suo spirito
-aveva bisogno di libertà, come l'Italia d'indipendenza.»
-</p>
-
-<p>
-E più sotto continuava: «Questa Italia oggi
-ha luogo di attingere dalla severità e robustezza
-<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span>
-di quest'ultimo patriottico lavoro quell'ardente
-scintilla che valga a ridestare e spandere il nazionale
-ordinamento.»
-</p>
-
-<p>
-Ecco quello che si pensava nel 1849 della
-<i>Battaglia di Legnano</i>!
-</p>
-
-<p>
-Se oggi, dopo più di cinquant'anni questa musica
-appare invecchiata agli occhi volubili della
-critica moderna, non si abbia il facile coraggio di
-condannarla; ma si pensi che, ai suoi tempi, seppe
-infondere tanto ardore nei petti degli italiani, e
-contribuì non poco alla redenzione della patria.
-</p>
-
-<p>
-Da qui a cinquant'anni non si parlerà nemmeno
-di tanta musica che ai giorni nostri pare
-dedicata dall'ebetismo moderno al godimento inesauribile
-dei sensi superficiali; o se ne parlerà
-come una delle cause dell'assopimento intellettuale,
-dell'impoverimento del sangue e dello snervamento
-della generazione futura.
-</p>
-
-<p>
-La <i>Battaglia di Legnano</i>, in ogni modo, attraverserà
-il corso dei secoli legata strettamente
-all'epopea famosa che preparò e compi l'unità
-d'Italia.
-</p>
-
-<p>
-E venga pure il critico supino a dirci che
-quella musica <i>ha poco o nulla da vedere coll'arte</i>!
-Altro che arte! Arte prodigiosa! Arte
-che ha servito all'interesse comune ed alla gloria
-della Nazione!...
-</p>
-
-<p>
-Ma chi m'intende, oggi che l'artista cerca soltanto
-<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span>
-di curare il proprio interesse.... e quello del
-suo editore?...
-</p>
-
-<p>
-Oh, quanto riusciamo meschini dal confronto
-dei tempi! Ecco: oggi stesso, a Parigi, si inaugura
-la nuova grande Esposizione Universale! Da
-oltre un anno, in Italia si è lavorato con grande
-attività per trovare il modo di far figurare degnamente
-la musica del nostro paese nella capitale
-della Francia ed al cospetto di tutte le nazioni
-del Mondo. Si è pensato a grandiose riproduzioni
-dei nostri capolavori melodrammatici; ed al proposito
-il Panzacchi scrisse alcuni articoli nobilissimi;
-si è tentato di presentare i nostri migliori artisti
-della scena; si è escogitato ogni mezzo per mandare
-a Parigi almeno le nostre buone orchestre; ma
-a nulla sono riusciti Ministri, Sotto Ministri, Commissioni
-e Sotto Commissioni. Si è detto che il Governo
-non può spendere, e chi vuole vada a spese sue.
-</p>
-
-<p>
-E fino a questo punto, logicamente, può andare
-anche bene; perchè la finanza dello Stato non ha
-mai fatto, o non ha potuto fare, troppe concessioni
-all'arte nazionale, ed in special modo alla musica.
-Ma la Francia non ha domandato nulla alla Nazione
-sorella?...
-</p>
-
-<p>
-Nel pensiero di offrire ai visitatori d'ogni paese
-un magnifico spettacolo musicale, non si è ricordata
-dell'arte italiana?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span>
-</p>
-
-<p>
-Sono ingenuo, forse, nelle mie interrogazioni;
-perchè tutti pensano che la Francia ha compositori,
-artisti ed orchestre da vendere, e non sente alcun
-bisogno di noi.
-</p>
-
-<p>
-Ma è qui appunto il mio grande sconforto.
-</p>
-
-<p>
-Anche nel 1855 la Francia aveva Auber, Halévy
-e Berlioz; ma nell'occasione della Esposizione Universale
-di quell'anno, volendo offrire al mondo la
-primizia di un'opera nuova sulle scene del suo massimo
-teatro lirico, si rivolse all'Italia, a Giuseppe
-Verdi.
-</p>
-
-<p>
-Oh, il disgraziato confronto come sgomenta il
-cuore!
-</p>
-
-<p>
-Ed immagino il dolore grande di Verdi che,
-alla distanza di quarantacinque anni, ancora vivo
-e sano, oggi penserà mestamente alla differenza
-dei tempi e degli uomini.
-</p>
-
-<p>
-Facciamo anche noi quello che in questo momento
-farà Verdi colla sua grande mente: abbandoniamo
-l'istante che ci rattrista, per ritornare al
-momento solenne nel quale Giuseppe Verdi consacrava
-il trionfo dell'arte italiana in faccia a tutti i
-popoli.
-</p>
-
-<p>
-E sono al secondo punto capitale del periodo
-storico.
-</p>
-
-<p>
-Invitato a scrivere un'opera per l'occasione
-della grande Esposizione Universale del 1855 a
-<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span>
-Parigi, Verdi accettò l'incarico; e si mise subito
-d'accordo coi suoi librettisti prestabiliti, per la
-scelta del soggetto.
-</p>
-
-<p>
-Al giorno d'oggi chiunque avrebbe approfittato
-del favorevole contrattempo per rendere il più alto
-omaggio alla nazione ospitale, scegliendo con ogni
-cura il più adatto dei soggetti.
-</p>
-
-<p>
-Ed io conosco qualcuno che, pure in circostanza
-ben dissimile e punto solenne, sta sobbarcando la
-propria fantasia all'apoteosi cortigiana dello straniero.
-</p>
-
-<p>
-Invece Verdi, anche nella maestosità di quel
-momento, non seppe tradire il suo sentimento e le
-sue aspirazioni; non seppe dimenticare la Patria
-Santa a cui l'arte sua pareva interamente dedicata;
-e scelse il soggetto dei <i>Vespri Siciliani</i>.
-</p>
-
-<p>
-Oggi, più che allora, si può ammirare la temerarietà
-di Verdi che volle avventurare in estraneo
-suolo l'opera sua che inneggiava alla gloria del suo
-paese, addolorando il popolo che l'ospitava.
-</p>
-
-<p>
-E non so che cosa debba maggiormente ammirarsi
-in Verdi se l'amore per la patria, immenso
-ed infrenabile, o la coscienza della forza del proprio
-genio.
-</p>
-
-<p>
-Quando nel 1282 Giovanni da Procida intuonò
-colle armi i <i>Vespri</i> famosi, fu un pianto solo di
-rabbia e di dolore per tutta la Francia. Ma quando
-<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span>
-nella stessa Francia Giuseppe Verdi, nel 1855,
-intuonò coll'arte sua divina i <i>Vespri</i> suoi, fu un
-grido d'esultanza per tutta la Nazione; fu un inno
-d'entusiasmo per l'arte italiana.
-</p>
-
-<p>
-L'arte di Verdi si era superbamente imposta,
-vincendo tutti gli scrupoli della storia e della politica.
-</p>
-
-<p>
-Io fremo d'orgoglio e di gioia al pensiero di
-tanta altezza d'ideale, sognata e raggiunta dalla
-potenza del genio d'Italia. E guardo disperato al
-vuoto che oggi ne circonda.
-</p>
-
-<p>
-L'Esposizione Universale di Parigi del 1855
-diede all'arte italiana l'alloro prezioso del suo maggiore
-trionfo; l'Esposizione Universale di Parigi del
-1900 lascia oggi l'arte italiana a divorarsi da sè
-stessa, accasciata nei suoi confini, intisichita dagli
-stravizi immondi.
-</p>
-
-<p>
-E Verdi è ancora vivo.... e vede.... e rammenta....
-e soffre più di noi!...
-</p>
-
-<p>
-Entro nell'ultima fase del periodo storico.
-</p>
-
-<p>
-<i>Un ballo in Maschera!</i>
-</p>
-
-<p>
-Qui non abbiamo affatto il soggetto patriottico
-che incita all'entusiasmo gli animi della folla; non
-abbiamo affatto l'opera di occasione e di attualità;
-eppure nessun lavoro di Verdi ha avuto tanta influenza
-sui destini della patria quanto <i>Un ballo in
-Maschera</i>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span>
-</p>
-
-<p>
-La sola creazione intrinseca del genio di Verdi
-seppe compire il prodigio.
-</p>
-
-<p>
-Il pubblico, nella grande commozione del successo
-rimasto memorabile, ebbe la visione di tutto
-il decennio trascorso fra i dolori e le ansie; rivide
-la figura del Maestro combattente per la Patria colle
-armi dell'arte e della gloria; sentì risuonare ancora
-quei canti popolari che avevano sollevato d'esultanza
-ogni petto: comprese che la luce, appena intravveduta
-sull'orizzonte dei sogni, annunziava la
-vera aurora del sole della libertà. La musica di
-Verdi parlò ancora una volta al cuore ardente e
-generoso del popolo d'Italia.
-</p>
-
-<p>
-Ed il popolo d'Italia intese quella voce; e l'intese
-sinceramente e grandemente nella pura espressione
-del suo linguaggio sublime.
-</p>
-
-<p>
-Nessun concorso di elementi estranei in quella
-musica appassionata ed affascinante.
-</p>
-
-<p>
-Il solo genio creatore di Verdi, ritraendo mirabilmente
-gl'impulsi del suo cuore, fece scattare il
-pubblico in una esplosione spontanea d'entusiasmo.
-Ed anche allora mille voci commosse ed esultanti
-gridarono insieme: <i>Viva Verdi!</i> Ma non era più
-soltanto il grido di plauso all'autore fortunato e
-prediletto; non era più la semplice acclamazione all'opera
-stupenda; non era più la sola esaltazione
-dell'arte nostra: era il grido del popolo chiamato
-alla riscossa; era il saluto solenne e vigoroso al
-<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span>
-precursore della redenzione nazionale; era l'inno
-vittorioso della folla risvegliata dalla grande luce
-della libertà!
-</p>
-
-<p>
-«<i>Viva Verdi!</i>» Fu il grido che partì da Roma
-il 17 febbraio del '59 e che si ripercosse in tutte le
-parti dell'Italia, ingigantito dall'eco.
-</p>
-
-<p>
-Ed a quel grido immenso che erompeva dai
-petti animosi di tutti gli italiani, fu compiuta la
-unità della Patria. <i>Viva V. E. R. D. I.! Viva
-Vittorio Emanuele Re d'Italia!</i>
-</p>
-
-<p>
-Che sia benedetto il fato!
-</p>
-
-<p>
-Ma le glorie di Verdi, in quel periodo epico
-della vita italiana, furono molte al di fuori delle
-tre che ho tentato di illustrare. Dal 1849 al 1859
-Verdi scrisse dieci opere, compreso l'<i>Aroldo</i>, che
-non è che lo <i>Stiffelio</i> riformato su nuovo libretto.
-E nelle dieci opere figurano quei quattro capolavori
-ormai consacrati alla storia immortale dell'arte dall'entusiasmo
-popolare di tutto il mondo: <i>Rigoletto</i>,
-<i>Trovatore</i>, <i>Traviata</i> e <i>Ballo in Maschera</i>.
-</p>
-
-<p>
-Nessuna musica al mondo più di quella di Verdi
-ha mai destato interesse e passione negli animi;
-e specialmente parlando delle quattro opere famose.
-</p>
-
-<p>
-Ci sarebbe da scrivere interi volumi, se si volessero
-raccogliere tutti gli episodii di esagerato entusiasmo
-provocato dalla musica di Verdi; e si
-potrebbe cominciare dall'aneddoto di quell'ufficiale
-che, assistendo da un palco di quint'ordine ad
-<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span>
-una rappresentazione della <i>Battaglia di Legnano</i>,
-fu invaso da tale strano fanatismo che, urlando
-come un ossesso, gettò in platea e sul palcoscenico,
-sciabola, spalline, cappotto e tutte le seggiole
-del suo palchetto; e stava per buttarsi lui
-stesso di sotto, quando fu agguantato miracolosamente
-e fu portato fuori del teatro.
-</p>
-
-<p>
-Si disse, allora, che l'ufficiale era briaco; ma
-io non ci ho mai creduto.
-</p>
-
-<p>
-Parecchi anni fa ero a Firenze; ed una notte,
-quando tornavo all'albergo, m'imbattei in una comitiva
-di cinque o sei giovanotti, che si erano fermati
-in mezzo alla strada e discutevano animatamente
-ed a gran voce. Sentii subito che parlavano
-di musica; e mi fermai cercando di afferrare il senso
-della loro discussione. Ma i giovanotti si mossero
-per fermarsi di nuovo dopo una trentina di passi:
-e rinnovarono questa manovra parecchie volte, ad
-intervalli che mi parvero perfettamente uguali. Io
-seguivo costantemente tutte le mosse della comitiva,
-rimanendo sempre ad una discreta distanza, che mi
-permetteva di non perdere una sillaba della vivace
-conversazione.
-</p>
-
-<p>
-La disputa era accesa fra due soli della compagnia,
-e si dibatteva intorno alle opere di Verdi.
-L'uno dei due sosteneva a spada tratta il <i>Rigoletto</i>
-come l'opera più perfetta della produzione verdiana;
-mentre l'altro urlava che il <i>Trovatore</i> poteva
-<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span>
-comprare tutte le opere di questo mondo,
-messe insieme.
-</p>
-
-<p>
-Il resto della comitiva non prendeva parte alla
-discussione, ma ascoltava attentamente e con grande
-interesse.
-</p>
-
-<p>
-Io, dapprima, cominciai per divertirmi a quella
-scena nuova e caratteristica: ma poi, a poco a poco,
-involontariamente mi sentii afferrato anch'io dall'interesse
-della disputa e dalla foga dei due contendenti;
-ed anche, se vogliamo, dalla logica delle
-ragioni addotte per convincersi l'un l'altro da
-quegli scatenati, che avevano perduto il sangue
-freddo prima del senso comune. (Cosa che non accade
-tutti i giorni!)
-</p>
-
-<p>
-Altro che la convinzione del critico! Altro che
-l'eloquenza del conferenziere! Non sentirò mai, in
-vita mia, una cosa simile.
-</p>
-
-<p>
-Oramai il mio spirito era interamente conquistato.
-Dimenticai le ore piccine, non badai al frescolino
-pungente della notte, non pensai più al
-povero portinaio dell'albergo che mi aspettava; e
-rimasi ad ascoltare avidamente.
-</p>
-
-<p>
-La disputa, intanto, si accalorava sempre più;
-e, ad un certo punto, entrò in una fase impreveduta
-e singolarissima. I due giovanotti, non potendo
-convincersi a vicenda a furia di parole, cominciarono
-a cantare a squarciagola i pezzi più salienti
-dell'opera rispettivamente preferita.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span>
-</p>
-
-<p>
-(Si concessero la prova di fatto, direbbe un
-pretore).
-</p>
-
-<p>
-Non scorderò mai l'effetto di quel duello in musica.
-Peccato che non si possa ridire!
-</p>
-
-<p>
-Gridava l'uno: «Ma dove mi vuoi trovare una
-melodia più toccante di <i>tutte le feste al tempio</i>?» E
-si metteva a cantare il motivo. E l'altro subito replicava:
-«E dove metti <i>ai nostri monti ritorneremo</i>?»
-E giù, a cantare anche lui. Ed il primo
-a riprendere: «Tu parli della popolarità del <i>Trovatore</i>,
-come se nel <i>Rigoletto</i> non ci fosse, <i>la donna
-è mobile</i>.»
-</p>
-
-<p>
-E l'altro: «La vorresti forse mettere al confronto
-del <i>di quella pira</i>?»
-</p>
-
-<p>
-E le due voci s'inalzavano accanite nell'aria
-fredda della notte, volendosi ormai fare ragione
-colla forza.
-</p>
-
-<p>
-Dal gruppo della comitiva, ad un tratto, si allontanò
-per poco uno dei giovanotti che circondavano
-i due inferociti rivali: era senza dubbio un
-dissidente, perchè sentii che cantava a mezza voce
-l'<i>eri tu che macchiavi</i>.
-</p>
-
-<p>
-Ma gli urli dei due eroi della questione si erano
-già resi insopportabili. Io non capivo più nulla:
-era una scena infernale, un vero finimondo! Sentivo
-sbraitare i <i>Cortigiani vil razza dannata</i>! per
-tener testa a <i>quell'infame l'amore ha venduto</i>; e
-stentavo a riconoscere la <i>bella figlia dell'amore</i>
-<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span>
-confusa e imbrogliata coll'<i>Ah, sì! ben mio coll'essere!</i>
-a tale altezza di tonalità da far venire le vertigini.
-</p>
-
-<p>
-La scena non poteva durare più a lungo. Ed
-infatti i contendenti vennero presto alle mani; ed
-alle <i>cavatine</i> e ai <i>si bemolli</i> fecero succedere una
-vera grandine di schiaffi e di pugni. Gli amici durarono
-non poca fatica a dividere i focosi pugillatori;
-e per calmarli del tutto ci volle la voce del
-saggio della Compagnia che li ammonì con poche
-parole che, a quell'ora ed in quel luogo, mi parvero
-una profezia: «Cosa andate a guastarvi il
-sangue col <i>Rigoletto</i> e il <i>Trovatore</i>, quando, come
-niente, domani Verdi viene fuori con un'opera
-nuova che si mangia in insalata tutte quelle che
-esistono?!»
-</p>
-
-<p>
-Nessuno parlò più; e la comitiva si allontanò
-lentamente nella notte silenziosa.
-</p>
-
-<p>
-Ancora attonito per la scena nuovissima a cui
-avevo assistito, seguii collo sguardo quei bravi giovanotti
-che si dileguavano nel buio della strada; e
-posso assicurare che nessuno di loro era briaco....
-neppure il dissidente.
-</p>
-
-<p>
-Ebbene: io sono convinto che, oggi, soltanto
-dopo un simile spettacolo si può avere un'idea dell'impressione
-che quella musica di Verdi destava
-nel pubblico ai suoi tempi. Come si può comprendere
-oggi il primo entusiasmo della <i>Battaglia di
-<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span>
-Legnano</i> e l'estrema commozione del <i>Ballo in
-Maschera</i>?
-</p>
-
-<p>
-Oggi si vuol far credere che l'arte non è più
-popolare; e si parla di arte aristocratica, di arte
-coi guanti.... Coi guanti sì! Ma guanti di lana e ben
-grossi, perchè oggi l'arte è diventata fredda!
-</p>
-
-<p>
-Nei teatri d'oggi si attaccano ai muri delle striscie
-di carta colla scritta: <i>Si prega di non applaudire
-durante gli atti.</i> Come se l'applauso fosse una
-volontaria manifestazione di cortesia.
-</p>
-
-<p>
-Avrei voluto vedere il resultato pratico di quegli
-avvisi alla prima rappresentazione del <i>Rigoletto</i>!
-</p>
-
-<p>
-Io intanto ho già ritirato dallo stampatore i
-cartellini che farò affiggere in teatro la sera della
-prima rappresentazione della mia nuova opera, e
-che portano la scritta: <i>Si prega di non fischiare
-durante gli atti.</i>
-</p>
-
-<p>
-E non potrò essere modesto neppure allora,
-perchè sarò semplicemente sincero.
-</p>
-
-<p>
-Voglio sperare che nessuna persona dell'uditorio
-così gentile si maraviglierà del fatto che nella
-mia conferenza io non abbia nemmeno accennato
-ad un tentativo di analisi delle opere di Verdi; ed
-anzi credo fermamente che tutti avrebbero deplorato
-un simile proposito da parte mia.
-</p>
-
-<p>
-La musica di Verdi è troppo superiore a qualunque
-analisi, perchè tutta insieme sa troppo bene
-parlare alle fibre del nostro cuore.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span>
-</p>
-
-<p>
-È musica fatta di genio e di intimo sentimento.
-</p>
-
-<p>
-Ma, anche volendolo, che cosa avrei potuto dire
-di Verdi, che non fosse già noto a tutti gli ascoltatori?
-</p>
-
-<p>
-Si voleva conoscere, forse, il mio giudizio sulle
-sue opere?
-</p>
-
-<p>
-E che cosa vale il mio giudizio più di quello di
-qualunque altra persona?... Domandatelo, dunque,
-ad altri; domandatelo a voi stessi. Il giudizio su
-Verdi sarà sempre uguale presso tutte le genti che
-hanno un po' di cuore nel petto.
-</p>
-
-<p>
-Si voleva forse che io analizzassi la produzione
-di Verdi dal lato della struttura, della costruzione,
-della matematica?
-</p>
-
-<p>
-A parte l'irriverenza imperdonabile che avrei
-commesso, sarei stato nel caso di dire solamente
-che Verdi, fino dalle prime sue opere, fu sempre
-artefice sommo.
-</p>
-
-<p>
-E tutti avrebbero riso della mia grande scoperta...
-e della mia grande ingenuità.
-</p>
-
-<p>
-E allora?
-</p>
-
-<p>
-Forse si aspettava da me una conferenza a
-base di aneddoti?
-</p>
-
-<p>
-Ma, Dio mio, degli aneddoti della vita di Verdi
-sono stati empiti giornali, opuscoli e libri interi.
-Ed io non mi sarei mai sentito il coraggio d'inventarne
-di nuovi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span>
-</p>
-
-<p>
-O mi si chiedeva un saggio di polemica coi
-detrattori del genio di Verdi?... Ma dove avrei
-potuto scavare i detrattori?... L'arte di Verdi non
-può avere che ammiratori.
-</p>
-
-<p>
-Non si tiri in ballo la critica d'un tempo crudamente
-ostile alle opere del Maestro; o la si porti
-ad esempio magnifico di avversari leali, accaniti
-nel giudicare l'opera del genio alla stregua delle
-cifre e dei sistemi; e vinti, alla fine, quando dalla
-loro mente cocciuta la potenza di quella musica
-potè scendere nel loro cuore.
-</p>
-
-<p>
-L'arte di Verdi non ha che ammiratori, come
-il suo nome e la persona sua raccolgono l'affetto e
-la reverenza di tre generazioni sparse su tutto il
-mondo civile, dai nonni ai nepoti, dai ricchi ai
-poveri, dai regnanti ai plebei.
-</p>
-
-<p>
-Io, qui, non ho voluto che tratteggiare la figura
-di Verdi in quel periodo della vita italiana
-che fu così denso di gioie e di dolori, di speranze
-e di delusioni; ed ho voluto dimostrare quanto
-spontanea e grande fu l'influenza della sua musica
-su tutti gli avvenimenti di quegli anni di
-trepidazione, dalle prime aspirazioni all'ultimo
-trionfo.
-</p>
-
-<p>
-Perciò mi sono fermato sopra tre punti, che ho
-stimato capitali in riguardo alle opere di Verdi
-ed anche rispetto al periodo storico.
-</p>
-
-<p>
-Non ho parlato delle altre opere comprese
-<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span>
-nel periodo, perchè esse, da sè sole, parlano tanto
-eloquentemente ai nostri cuori.
-</p>
-
-<p>
-Però, se vi accade d'incontrare in qualche libro
-alcuna allusione alla lotta del melodramma fra
-l'Italia e la Germania, pensate subito che Verdi
-da più di sessant'anni combatte sul teatro italiano,
-regalando alla patria allori innumeri di
-gloria e trofei superbi di vittoria; e pensate che
-nessuna arme dei trofei, nessuna foglia degli allori
-sarà giammai toccata, fino a quando l'opera
-di Verdi vivrà nei cuori degli italiani, e fino a
-quando nel nome di Verdi le nuove generazioni
-continueranno la marcia trionfale per la strada
-maestosa tracciata dal genio dell'Italia.
-</p>
-
-<p>
-E se vi viene fatto di leggere in qualche altro
-libro che certa musica di Verdi è barocca, ordinaria,
-forse triviale, pensate semplicemente che a
-chi giudica in modo simile manca del tutto ogni
-cognizione morale del sentimento del popolo ed
-ogni fibra di patriottismo.
-</p>
-
-<p>
-E ancora: se trovate chi scrive che Verdi non
-è un vero genio originale e creatore, ma è un
-grande assimilatore del suo talento alla corrente
-delle varie epoche vissute; pensate che il critico si
-è alzato tardi ed ha trovato Verdi già in piedi.
-Pensate che dal pregio più raro si è voluto trarre
-fuori il difetto più volgare.
-</p>
-
-<p>
-Per certa gente corta di vista, ed alla quale
-<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span>
-restano eternamente occulte le lontananze ardite,
-tanto nello spazio del passato come in quello dell'avvenire,
-la musica di Verdi segue i tempi; e
-certa gente non sa e non potrà mai sapere quale
-invece sia stato lo sviluppo dato al dramma lirico
-italiano da tutta la grande produzione di Verdi,
-seminata con germe fecondo per tutto il lungo cammino
-di oltre sessant'anni. E crede di potere giudicare
-tutta quella immensa produzione riunendola
-oggi in un solo fascio e mettendola sotto una sola
-luce.
-</p>
-
-<p>
-No! per giudicarla, bisogna distenderla di nuovo
-lungo tutta la strada maestra, sulla quale ha lasciato
-i segni miliari nel suo passaggio glorioso.
-</p>
-
-<p>
-Abbiamo già veduto se l'arte di Verdi seguiva
-i tempi nel 1849, nel 1855 e nel 1859. E
-li seguiva, forse prima coi <i>Lombardi</i> e coll'<i>Ernani</i>?
-E li seguiva col <i>Rigoletto</i> e colla <i>Traviata</i>?
-E li seguiva poi coll'<i>Aida</i>, coll'<i>Otello</i>, col <i>Falstaff</i>?...
-</p>
-
-<p>
-L'arte di Verdi ha potuto, per una benedetta
-eccezione della natura, esplicarsi in uno spazio di
-tempo grandissimo; e, attraverso al rinnovellamento
-delle generazioni e dei governi, ha potuto,
-gradatamente e continuamente battere il passo alla
-imponente evoluzione musicale del secolo decimonono,
-tracciando quella strada superba dalla quale
-l'arte nazionale non dovrebbe mai allontanarsi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span>
-</p>
-
-<p>
-Verdi è stato l'assiduo precursore d'ogni progresso,
-d'ogni conquista del melodramma italiano,
-come fu il precursore vittorioso della redenzione
-della Patria.
-</p>
-
-<p>
-E voglia il cielo che Verdi sia ancora il precursore
-invocato, che ci additi i nuovi ideali da
-conquistare nel secolo nuovo!
-</p>
-
-<p>
-È il migliore augurio per l'arte e per l'Italia.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span>
-</p>
-
-<h2 id="studi">IL RISVEGLIO DEGLI STUDI
-<span class="smaller">DELL'ANTICHITÀ CLASSICA.</span></h2>
-
-<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br />
-<span class="x-small">DI</span><br />
-<span class="large g noserif">GIROLAMO VITELLI</span>.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span>
-</p>
-
-<p class="pad2 indl">
-<i>Signore e Signori,</i>
-</p>
-
-<p class="pad2">
-Non è mio costume eludere con sottili accorgimenti
-le difficoltà di quel che imprendo a fare,
-ovvero liberarmi con disinvoltura dalle responsabilità
-che mi toccano; e se veramente fossi responsabile
-della conferenza, che vi toccherà udire, saprei
-anche addossarmi la responsabilità che me ne verrebbe,
-e chiedere umilmente perdono di avervi
-ingannato con un titolo pomposo e di disilludervi
-ora con un discorso, a dir poco, troppo modesto;
-ma la mia generosità non arriva a tanto da rispondere
-di colpe così gravi, quando non sono
-colpe mie. Sarò generoso soltanto in questo, che
-non vi mostrerò a dito il colpevole, quantunque
-io lo veda sorridere maliziosamente fra i miei gentili
-ascoltatori.
-</p>
-
-<p>
-Lo conferenze a cui avete assistito finora, e
-quelle che ascolterete in questa sala in quest'anno,
-<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span>
-tutte più meno si sono contenute e si conterranno
-nel limite cronologico del periodo eroico del
-nostro risorgimento nazionale, suppergiù dal 1848
-al 1860. Ora, che cosa dovrei io dirvi del risveglio
-degli studi classici in così ristretto periodo di tempo,
-quando ai nostri migliori ben altre cure incombevano
-che non fossero quelle di interpretare
-Cicerone od Omero? Dovrei forse ricordarvi e
-spiegarvi quanta ragione avessero i nostri giovani
-di lasciare in seconda e terza linea gli studi che
-immediatamente non avrebbero per nulla giovato
-alla indipendenza, alla libertà, all'unità della patria
-nostra? Dovrei dirvi, in somma, che risveglio di
-studi classici non vi fu allora, nè vi poteva essere,
-nè vi doveva essere; o forse dovrei mettermi alla
-faticosa ricerca di quei quattro o cinque solitari illustri
-che, pure accompagnando col pensiero e coi
-voti l'èra nuova, ingannavano le ansie delle aspettazioni,
-investigando alla «fioca lucerna» d'una
-modesta stanza di lavoro le costituzioni, la lingua,
-la civiltà dei nostri padri antichi? Altri da codesto
-vivo contrasto di operosità politica e di studi tranquilli
-saprebbe trarre eloquentemente partito, lo
-riuscirei soltanto a dimostrarvi quello che già sapete,
-che una rondine non fa primavera, che un illustre
-epigrafista, un valoroso interprete di Tucidide, un
-geniale investigatore di memorie antiche può lasciare
-orme indelebili del suo ingegno e della sua dottrina
-<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span>
-nella storia della scienza, ma non per questo
-la nazione a cui egli appartiene e il popolo in
-cui egli vive possono e debbono esser considerati
-come coefficenti e fattori di progresso scientifico. Voi
-non ignorate qual tesoro di dottrina e di genialità filologica
-possedesse il poeta dell'Ultimo canto di Saffo
-e della Ginestra; sapete anche però che non soltanto
-nel «natìo borgo selvaggio,» ma neppur
-nei grandi centri di cultura italiana quell'ingegno
-e quel sapere trovarono eco. Fu miracolo che
-alcuni dei nostri migliori, e sia gloria a Pietro
-Giordani, se ne accorgessero; e vi fu bisogno
-che dotti stranieri rivelassero all'Italia Leopardi
-filologo. Sempre nella prima metà di questo secolo
-che muore, e che alcuni a dispetto di ogni
-aritmetica hanno già seppellito, un miracolo di
-dottrina epigrafica e storica, Bartolommeo Borghesi,
-era noto ai suoi concittadini come colui
-che religiosamente ascoltava la messa tutte le feste
-comandate; ma essi non sapevano che il suo
-libro di devozione erano gli Annali di Tacito! Conoscemmo
-il Borghesi in tutta la sua grandezza,
-quando Teodoro Mommsen lo proclamò suo maestro,
-e Napoleone III ne ordinò a spese della
-Francia la ripubblicazione delle opere preziose.
-</p>
-
-<p>
-Ma io corro pericolo che alcuno di Voi mi
-creda calunniatore del mio paese. Tante e tante
-volte da persone, o per merito proprio o per dignità
-<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span>
-raggiunta autorevoli, Voi sentiste dire invece
-che negli ultimi quarant'anni di vita italiana,
-era venuta ad affievolirsi miseramente
-quella scienza e cultura classica che era stata
-vanto dei padri e degli avi nostri. Non io
-vorrò ridurre tutte queste affermazioni a vane
-querimonie di venerandi vegliardi, cui l'età rende
-inesorabili <i>laudatores</i> del passato. Vi dirò, invece,
-che c'è qualche cosa di vero in questo
-lamento, in questo confronto non vantaggioso per
-l'età nostra, in questo biasimo severo contro la
-superficialità moderna; ma perchè si possa riconoscere
-nei giusti limiti questa parte di vero e
-convincersi nonostante che, se di risveglio di
-studî classici dovremo parlare, ci converrà appunto
-cercarne le tracce in questi ultimi decennii,
-è indispensabile premettere alcune considerazioni
-generiche un tantino noiose, che ci rendano
-possibile distinguere tendenze e fatti che generalmente
-si sogliono confondere.
-</p>
-
-<p>
-La storia dell'antichità romana è storia della
-patria nostra, storia dei nostri diretti progenitori;
-e poichè questi nostri antenati, orgogliosi e fieri
-conquistatori e reggitori del mondo, non disdegnarono
-assimilarsi la cultura, la scienza, la poesia
-del popolo ellenico, creatore di quella civiltà
-che sarà poi detta europea, anche la storia dell'antichità
-greca vi si connette indissolubilmente.
-<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span>
-Non è meraviglia perciò che, diradate appena le
-tenebre più o meno dense della barbarie medioevale,
-appunto in Italia cominciasse e splendidamente
-cominciasse l'ammirazione per la forma e la sostanza
-della civiltà antica, il desiderio ardente che in
-quelle forme brillasse anche una volta il genio
-della nostra razza. Firenze fu il cuore d'Italia in
-tutto quello splendido periodo di operosa ammirazione
-ed imitazione dell'antichità. Ai poeti,
-agli artisti, agli uomini di Stato, agli eruditi,
-ai banchieri, ai mercanti fiorentini, mette capo
-in massima parte quel complesso mirabile di
-fatti, di aspirazioni, di vita nuova, che sogliamo
-chiamare «rinascimento».
-</p>
-
-<p>
-Può darsi, è certo anzi, che un così grandioso
-movimento fosse utopista nelle sue ultime tendenze
-finali; altrettanto certo è che in quella eccitazione
-di spiriti, come indubbiamente ebbe a soffrire la
-compagine morale del nostro carattere, così si ritemprò
-mirabilmente il nostro carattere artistico, e
-fummo per secoli i primi artisti del mondo. Ma
-io non ho nè volontà nè scienza per trattare, e
-tanto meno per risolvere problemi storici di tal
-natura. Ho voluto semplicemente indicare quanto
-natural cosa fosse che in Italia gli studi della antichità
-classica avessero in origine scopi e tendenze
-di ritorno anacronistico alla civiltà, alla lingua,
-alla letteratura, alla vita dei Greci e dei Romani.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span>
-</p>
-
-<p>
-Basterà, del resto, dare uno sguardo, sia pure
-fugace, a quello che in fatto di lingua e di letteratura
-avviene in Grecia sotto i nostri occhi. I discendenti
-di Temistocle e di Aristide, ridonati dopo
-lunga servitù a libera vita, vogliono attestare colla
-lingua e colle lettere la loro discendenza; e noi assistiamo
-attoniti ad un tentativo, che non possiamo
-dir sano, di sopprimere una lingua viva e vivace,
-che ha la sua ragione di essere nella storia dieci
-volte secolare del popolo che la parla, per sostituirvi
-artificialmente la lingua di Demostene e di Senofonte,
-parole, forme e costrutti morti e seppelliti da
-migliaia di anni. Ebbene, in altri tempi noi abbiamo
-accarezzata una utopia analoga, in forma,
-se si vuole, senza confronto più grandiosa, più artistica,
-più bella; ma per diversità che ci fossero
-nel resto, il motivo psicologico non differiva gran
-fatto. Oggi questa tendenza anacronistica della
-riproduzione artificiale della vita antica è, altrettanto
-naturalmente, scomparsa quasi del tutto. Innocui
-esempi, e solo nel campo delle lettere, rimangono
-le epigrafi latine, i versi greci e latini;
-questi noi ammiriamo soltanto come attestazione
-di versatilità d'ingegno, di amoroso studio dei capolavori
-classici, di squisitezza di gusto, ma nè
-autori ne ammiratoli pensano o sognano che si
-arricchisca così il tesoro della nostra lingua, della
-letteratura nostra.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ora, si pensi quello che si voglia del valore
-oggettivo della evoluzione umanistica dal trecento
-al cinquecento, rimarrà in ogni modo gloria imperitura
-dell'Italia l'aver conservato, trasmesso,
-arricchito, raccomandato ai posteri il patrimonio
-intellettuale ed artistico dell'antichità classica, patrimonio
-che è diventato il fondamento più saldo,
-direi quasi la chiave di vôlta del grandioso edifizio
-a cui diamo il nome di civiltà moderna.
-</p>
-
-<p>
-Ma sarebbe anche falso affermare che l'umanesimo
-italiano non si liberasse e non sapesse liberarsi
-dal concetto in apparenza grandioso, e in
-realtà meschinamente unilaterale, della riproduzione
-artificiale; poichè dall'Italia stessa partì
-anche il doppio e fecondo concetto dell'antichità
-classica come vivificatrice delle nostre lettere, della
-nostra arte, del nostro vivere civile, e dell'antichità
-classica come argomento di studio indipendente da
-ogni determinata tendenza pratica, di studio a sè
-e per sè, di studio seriamente e scientificamente
-oggettivo. Dato e non concesso che altri possa non
-rilevare queste benemerenze dell'Italia nostra, non
-posso nè debbo non rilevarle io: io ospite grato, e
-speriamo anche non sgradito, di questa Firenze
-dove fino dal XVI secolo si ebbe fiorentissima
-una scuola di filologia classica, maestro sommo e
-venerato Pier Vettori.
-</p>
-
-<p>
-Per venticinque anni dalla cattedra, nelle conversazioni,
-<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span>
-nei privati colloqui ho esortato, sarei
-per dire con fervore apostolico, i giovani fiorentini
-a scrivere, dopo pazienti ricerche, un libro geniale
-che riportasse dinanzi al nostro pensiero viva
-l'immagine di quell'uomo, di quella scuola, di quei
-giovani ammiratori non meno della vita integerrima
-del maestro, che della scienza di lui; un
-libro geniale che dimostrasse, anche a quelli di noi
-che non vogliono intenderlo, come in tanto rinnovamento
-di scienza e di metodi la filologia
-del nostro tempo è pur sempre quella del celebrato
-fiorentino; un libro geniale, insomma, che
-sfatasse una buona volta la vieta leggenda, per
-cui continuatori dell'opera dei nostri grandi eruditi
-pretesero, e forse pretendono ancora, chiamarsi
-i rètori inverniciati di frasi greche e latine,
-gli arcadi della filologia che fecero sparire il nome
-italiano dal libro d'oro della scienza dell'antichità
-classica. Mi duole confessarlo, ma il mio fervido
-apostolato non ha avuto efficacia se non sulla
-tranquilla fantasia di un giovane tedesco di Francoforte,
-che, se non altro, ha raccolto e pubblicato
-utili materiali di studio sul nostro grande
-filologo. Non dirò già che ai giovani fiorentini
-non garbasse scrivere un libro geniale; dirò piuttosto
-che hanno sdegnato le lunghe, difficili e pazienti
-ricerche, senza le quali i libri geniali non
-si scrivono.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span>
-</p>
-
-<p>
-In Italia, dunque, si ebbe abbastanza presto
-l'intuizione sicura dell'importanza grandissima degli
-studî classici, sia come sano e nutritivo elemento
-dello spirito moderno nella letteratura e
-nell'arte, nella politica e nella scienza, sia come
-oggettiva e serena investigazione storica. Porterei
-vasi a Samo e nottole ad Atene, se credessi necessario
-dichiarare con esempi la mia affermazione
-rispetto all'indirizzo che dirò imitativo del
-classicismo italiano, sebbene la parola imitazione
-non risponda adeguatamente al concetto. Tutta la
-nostra letteratura, per non dire altro, ebbe vital nutrimento
-dell'antichità classica; e se i meno dotati
-d'ingegno riuscirono spesso gretti imitatori, il genio
-dei nostri grandi seppe anche derivare dalle
-fonti classiche, forme d'arte meravigliosamente originali
-nella grandiosità della composizione, nella
-plasticità delle immagini, nel colorito smagliante
-della elocuzione e dello stile. A porre in luce meridiana
-questo benefico influsso del genio antico
-sulla poesia e sulla letteratura nostra, molto prima
-che cominciasse l'affannosa e febbrile investigazione
-delle memorie classiche, provvide il poeta
-fiorentino che è gloria del mondo, il poeta di cui
-aumenta la gloria quanto maggiore è la cura con
-cui si rintracciano le fonti classiche, non del «bello
-stile» soltanto «che gli ha fatto onore», ma di
-ogni sua più mirabile concezione poetica.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span>
-</p>
-
-<p>
-E se a qualche cosa, Signore e Signori, la storia
-vale, essa dovrà valere indubbiamente a farvi
-diffidare di una certa moderna dialettica che si
-affatica a dimostrare spezzato ogni legame tra lo
-spirito dei tempi nuovi e la vita antica. Manca a
-me ingegno e dottrina per sottoporre a serio esame
-questi aforismi modernissimi nel campo della
-scienza, della morale, della religione. Ma quale
-è, di grazia, quale è la forma moderna d'arte
-che non abbia radice, e radice tuttora vegeta,
-nella fantasia divina dei Greci? Quale è, di
-grazia, il gran concetto giuridico moderno che
-non sia vivace rampollo dell'albero maestoso
-del giure romano? A qual mai progresso intellettuale
-o morale la sete del sapere degli Elleni
-e il senno pratico dei romani furono di ostacolo?
-Non attribuiamo, per carità, gli errori, la gretteria,
-la pedanteria di alcuni ammiratori dell'antichità
-agli spiriti magni della antichità stessa, anzi
-al genio riformatore di quei due popoli privilegiati.
-Io auguro, dunque, al mio paese, che ancora
-per lunga serie di secoli i suoi poeti e i suoi
-dotti giureconsulti, gli scenziati e gli artisti nel
-più lato senso della parola, ricorrano incessantemente
-a ritemprarsi lena e vena nella scienza
-e nell'arte antica, nella rigogliosa umanità antica;
-e sappiano farlo non meno bene di quanti da barbari
-in grazia di essa divennero civili, e la energia
-<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span>
-nativa correggendo su quei sacri modelli, divennero
-essi stessi modello di operosità feconda a noi,
-che beatamente ci adagiammo nella persuasione
-che i nostri avi avessero già fatto abbastanza per
-sè e per noi!
-</p>
-
-<p>
-Col nobile intento di richiamare gli italiani
-alla cultura classica, ha da pochi anni vita in Firenze
-una Società che tutte le persone colte
-dovrebbero desiderare prospera, efficace, nè dovrebbe
-il desiderio rimanere soltanto platonico.
-Solo per opera di una grande società siffatta si
-potrà sottrarre l'indirizzo della educazione e della
-cultura italiana all'aura mutevole e capricciosa
-delle assemblee politiche e dei gabinetti dei ministri.
-E non soggiungo altro, poichè non può essere
-oggi mio intendimento consumare il tempo, di cui
-per cortesia vostra dispongo, in argomenti abbastanza
-estranei a quello che debbo trattare: giacchè
-io credo di dovervi parlare soprattutto della
-scienza dell'antichità classica come disciplina a sè,
-abbia o non abbia stretta attinenza colla cultura
-generale italiana. Ma, sarebbe vano negarlo, anche
-questa scienza in tanto può fiorire in qualsivoglia
-nazione del mondo, in quanto tra quella nazione
-è larga ed estesa la cultura generale donde la
-scienza muove. Anche qui la storia viene in nostro
-aiuto a farci toccare con mano che ogni grande
-e vero progresso della scienza dell'antichità classica
-<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span>
-si è verificato appunto dove e quando la cultura
-generale classica fu più estesa e più intensa; e viceversa
-dovunque il classicismo non fu largamente
-in onore come strumento di educazione, colà fu
-anche meno abbondante e salutifero il frutto della
-scienza. Nè questo soltanto c'insegna la storia.
-Essa c'insegna inoltre che tale e tanta è la connessione
-fra la civiltà, la cultura, la lingua, la scienza
-greca e romana, che opera vana tenterebbero quelle
-nazioni o quegl'individui i quali, dimentichi di
-questa connessione intima, credessero di portare
-un contributo largo ed importante alla investigazione
-scientifica o storica di una parte sola dell'antichità
-classica. Io non conosco nessun grande
-latinista, italiano o straniero, dell'età nostra o
-delle precedenti, che non sia o non fosse in grado
-di trattare filologicamente i monumenti, gli scrittori,
-le fonti elleniche; e non so neppure di alcun
-grande ellenista digiuno di erudizione e di scienza
-latina. So, è vero, di un valentuomo (non italiano!)
-del nostro tempo, il quale, essendo egli profondo
-latinista, non dubitò di affermare che latinisti a
-preferenza erano stati i corifei della nostra scienza.
-Ma l'affermazione è certamente falsa, perchè io
-in coscienza non saprei dirvi davvero se, per esempio,
-Pier Vettori e Riccardo Bentley fossero più
-latinisti o grecisti, e perchè potrei addurre una
-bella schiera di grandi grecisti che non dimostrarono
-<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span>
-egualmente al pubblico la loro scienza di
-cose latine. Ma non mette conto di perdere del
-tempo a dimostrar vana un'affermazione che evidentemente
-ha origine dalla vanità del latinista
-che la emise, e che era egli stesso, del resto, un grecista
-valente. Pur troppo, come vedete, neppur la
-filologia classica è preservativo efficace contro la
-vanità. In confidenza, vi dirò persino che i filologi
-classici sono spesso anche più intollerabilmente
-vani degli altri.
-</p>
-
-<p>
-Sarebbe, pertanto, oltremodo facile dimostrare,
-anche teoricamente, quanto impossibil cosa sia tener
-distinto il lavoro scientifico nell'un campo, greco o
-romano, dal lavoro scientifico nell'altro. Scienza ed
-arte romana sono riflessi e svolgimenti di arte e
-scienza greca: pretendere di capir quella senza capir
-questa varrebbe presso a poco quanto illudersi d'intendere
-l'umanesimo del rinascimento senza conoscere
-quell'antichità che l'umanesimo consapevole
-o inconsapevole cercava di riprodurre. Si potrebbe
-forse comprendere adeguatamente la produzione
-intellettuale dei Greci, in quanto essa è in massima
-parte indipendente da influssi forestieri, e ad ogni
-modo procede per vie affatto sue anche quando
-dal di fuori trae l'origine; si potrebbe forse comprenderla
-adeguatamente, se completa e in tutte le
-sue manifestazioni essa ci fosse giunta. Invece c'è
-giunta in frammenti, grandiosi frammenti se volete,
-<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span>
-ma frammenti, spesso da rintracciare in
-fonti romane. Sopprimete tutto quello che dei
-Greci sappiamo e possiamo investigare a traverso
-i riflessi, le imitazioni e le ricerche romane,
-e vi accorgerete subito che quella meravigliosa
-statua mutila, simbolo dell'antichità ellenica, voi
-avrete più barbaramente mutilata.
-</p>
-
-<p>
-Ma poichè nè io nè Voi siamo vandali,
-possiamo e dobbiamo augurarci che da tale vandalismo
-l'Italia nostra sia risparmiata; nè è vano
-l'augurio, perchè in realtà anche gli stolti, dei
-quali, come dice il poeta, infinita è la schiera, non
-si farebbero mai tra noi paladini esclusivi di studî
-greci. Il pericolo è piuttosto nell'altrettanto assurda
-persuasione della possibilità di un classicismo italiano
-fecondo e operoso, a base esclusiva di latinità
-e di romanità. Ho detto persuasione, ma tale
-io non credo che sia: è piuttosto la solita tendenza
-a blandire le turbe infinite che vogliono bensì
-penetrare nell'aristocratica ròcca del classicismo,
-ma naturalmente vogliono anche che sia più alla
-portata degli inetti questo titolo di nobiltà. Ebbene,
-noi non abbiamo bisogno di sperimentare
-questo classicismo che è stato detto «a scartamento
-ridotto»; lo abbiamo già sperimentato per
-secoli. Poco fa io rammentava con entusiastica
-ammirazione Pier Vettori e la sua scuola, ma è
-doloroso dovere aggiungere che, estinto quell'uomo
-<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span>
-e quella scuola, lo studio dell'antichità classica in
-Italia si aggirò fatalmente in un àmbito sempre
-più ristretto. Scienza e conoscenza di lingua e di
-cose greche andò a mano a mano scomparendo; antiquaria
-romana e retorico umanesimo latino furono
-sino all'età nostra unico residuo di un movimento
-scientifico iniziato animosamente, e coronato
-nel suo inizio da splendido successo. Voi
-sapete ormai che non voglio nient'affatto parlarvi
-di persone. Non mi opporrete perciò quella
-mezza dozzina, e sia pure una dozzina, di valentuomini
-che dal seicento ad oggi lavorarono felicemente
-nel campo greco. Non vi abbiate a male
-se vi dico che li conosco anch'io come li conoscete
-Voi; ma essi sono quasi addirittura estranei
-al movimento scientifico del nostro paese, nè fu
-merito dell'Italia se il resultato delle loro dotte
-ricerche entrò a far parte del patrimonio della
-scienza.
-</p>
-
-<p>
-L'esperienza dunque noi la abbiamo fatta, e
-ci rimane il rimorso di averla fatta durare troppo a
-lungo. Quali resultati se ne siano avuti, lo sappiamo.
-Neppure nella scienza antica latina, l'Italia,
-per tre secoli, ha rappresentato quella parte a cui
-la nativa prontezza di ingegno, la conformità grande
-di sentimento e di attitudini con la vita civile degli
-antichi, la tradizione infine e la storia la avrebbero
-chiamata. Col nome di dottrina classica battezzammo
-<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span>
-una vuota declamazione retorica, demmo
-nome di storia a compilazioni di aneddoti, a frasi
-reboanti demmo nome di eloquenza, alle curiosità
-demmo il nome di erudizione.
-</p>
-
-<p>
-Volle fortuna che il nostro classico suolo rimettesse
-incessantemente in luce monumenti, opere
-d'arte antica, che richiamarono alcuni nostri studiosi
-a un indirizzo positivo di investigazioni e
-ricerche; e avemmo così epigrafisti e antiquari di
-molto maggior valore che per le condizioni delle
-altre discipline filologiche avremmo avuto diritto
-di aspettarci. Le cose sono mutate in meglio appunto
-nella seconda metà del nostro secolo, vale a
-dire dacchè gli studi classici greci sono tornati in
-onore, dacchè le lingue e le lettere greche non sono
-più misterioso patrimonio di pochissimi, dacchè ogni
-persona colta non dirò che legga Sofocle e Omero,
-ma almeno ha acquistato la convinzione che leggerli
-e intenderli non è curiosità oziosa di gente
-oziosa. Non sono per verità tanto ingenuo da
-attribuire così meravigliosa efficacia alle declinazioni
-e alle coniugazioni greche che i nostri ragazzi
-imparano nelle scuole. Ma non si tratta già
-ora di farvi vedere quanto di più e di meglio sarebbe
-possibile nelle scuole; si tratta di riconoscere
-un fatto innegabile. Noi italiani di punto in
-bianco abbiamo, dopo lungo abbandono, riconosciuto
-di nuovo il genio classico greco come
-<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span>
-elemento indispensabile di alta cultura generale,
-abbiamo modificato le scuole in questo senso, e secondo
-questo concetto, abbiamo improvvisato dei
-maestri che questo concetto attuassero, e in poche
-diecine di anni ci siamo messi anche in grado di
-lavorare, di contribuire modestamente, e sia pure
-modestissimamente, alla scienza della antichità classica.
-Non ignoro quali e quanti siano gli altri
-coefficienti di questi risultati, la ridestata coscienza
-nazionale, l'indirizzo serio e positivo degli studî
-affini, la scomparsa di quel vano orgoglio che ci
-faceva ignorare e disprezzare dottrine e scienze
-forestiere; ma questo vuol dire soltanto che per le
-progredite condizioni intellettuali del paese ci siamo
-finalmente avvisti che anche la nostra cultura
-classica era difettosa, e ci siamo studiati di farla
-completa con l'ellenismo, e l'ellenismo le ha dato
-quel vigore e consistenza scientifica che aveva per
-secoli miseramente perduta.
-</p>
-
-<p>
-Difficile è fare la cronaca esatta di questa trasformazione,
-promossa da spiriti illuminati anche
-prima della metà del secolo, ma sorretta solo più
-tardi, e non sempre quanto sarebbe stato opportuno,
-dalla sapienza dei governanti. Anche prima
-del fatale anno 1848 la Toscana aveva in Pisa una
-istituzione benefica, i cui benefizi possono oggi dal
-punto di vista odierno apprezzare poco quegli egregi
-che, ricchi di entusiasmo e di ingegno, non vi trovarono
-<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span>
-prima del '59 la larga educazione scientifica
-di cui erano avidi: e noi, venuti un po' più tardi,
-ma non troppo più tardi, sappiamo quanta ragione
-avessero essi di dolersi che il tempo della loro
-balda gioventù andasse consumato miserevolmente
-a scuola di inetti o poco meno che inetti: ma è
-pur vero che da quella scuola, perfino in quegli
-anni non felici, provennero molti di coloro che
-senza confronto meglio di tanti altri poterono contribuire
-utilmente alla trasformazione delle nostre
-scuole e spianare la via a noi altri allora giovanetti,
-che, compiuta la unità d'Italia, avemmo in essi i
-nostri maestri, e non di greco soltanto.
-</p>
-
-<p>
-Nè perchè ho ricordato espressamente la Toscana,
-vogliate supporre che io dimentichi la efficacia
-della legislazione scolastica piemontese, estesa
-con savio consiglio a tutta l'Italia: per essa avemmo
-un ordinamento razionale di studî, imperfetto quanto
-si vuole, ma di gran lunga più razionale e più largo
-che non usasse nelle scuole multiformi del resto
-d'Italia. E poichè della oppressione politica austriaca
-dicemmo sempre e volentieri tutto quel male che
-essa meritava, è anche giustizia riconoscere che
-troppo più difficile sarebbe riuscito alla Italia nuova
-rinnovare e integrare il classicismo vieto e monco
-delle nostre scuole, se dalla Lombardia e dal Veneto
-non ci fosse venuta una schiera di valentuomini,
-cui la tirannia politica non aveva spento in
-<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span>
-cuore l'amor di patria e la scienza tedesca dall'Università
-di Vienna aveva messi in grado di
-sapere per quali vie e con quali mezzi tornerebbero
-gl'Italiani alla vita scientifica, anche in quel ramo
-di cultura che era sembrato per secoli più che altro
-svago innocente degli spiriti, strumento semplicissimo
-per darsi aria di letterati finamente colti,
-infiorando di emistichii oraziani e virgiliani il discorso.
-Resti ad altri l'ufficio gradito di celebrare,
-come meritano, gli uomini che più direttamente
-promossero con l'insegnamento e con
-l'esempio gli studi italiani di antichità classica.
-A noi, che in tanta parte della nostra vita pubblica
-troviamo ragioni di sconforto, di scoramento, di
-dolore, sia dato compiere l'ufficio ben più gradito,
-di proclamare cioè che, se in complesso il
-classicismo italiano è ancora meschinello rispetto
-alla Europa civile, esso è grande rispetto alla vecchia
-Italia di cinquant'anni fa; e senza ingratitudine
-possiamo smentire, per questa parte almeno,
-l'antico poeta: l'età dei padri nostri portò noi non
-peggiori, ma migliori di essi — senza ingratitudine,
-perchè è merito dei padri nostri aver create
-quelle condizioni di vita civile che resero possibile
-a noi di metterci sulla via abbandonata da
-secoli e trionfalmente battuta da quei popoli
-ai quali noi primi l'avevamo additata. Quale è
-dunque l'augurio nostro per i nostri figli? Che essi
-<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span>
-continuino a smentire la sentenza pronunciata dal
-poeta romano, emendino i nostri vizii, colmino
-le enormi lacune del nostro sapere, siano liberi dai
-pregiudizi che arrestarono noi a mezza via, facciano
-dimenticare i nostri timidi tentativi, siano emuli degni
-degli spiriti nobilissimi cui noi potemmo tener
-dietro appena faticosamente e «longo intervallo;»
-sia lecito ad essi non essere equanimi verso di noi,
-sieno ingrati, ma sieno migliori di noi. All'esperienza
-nostra, però, vogliano pure ricorrere per
-amoroso consiglio. Sapremo dir loro quello che
-non abbiamo saputo far noi; sapremo soprattutto
-dimostrare i nostri difetti, sapremo porli in
-grado di non sciupare l'ingegno per vie tortuose
-o senza uscita, sapremo raccontare con la esperienza,
-con la vivacità, e, spero, anche con la veridicità
-del testimone oculare la storia dei nostri
-studî in questi quarant'anni di vita italiana.
-</p>
-
-<p>
-Intanto, aspettando che i nostri figli e nipoti
-vengano a chiederci questi consigli e ad ascoltare
-questo atto di contrizione nostra e questa storia, io
-mi confesserò sinceramente con voi — siamo
-nella settimana di Penitenza: — e poichè mi è dato
-evitare una incomoda confessione speciale dei peccati
-miei, esclusivamente miei, e posso presentarvi
-la confessione generica degli Italiani del mio tempo,
-molto a buon mercato, come vedete, mi pongo in
-regola col santo precetto, tanto più che, dopo
-<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span>
-tutto, la penitenza toccherà non a me, ma a Voi.
-Se nella età che precedè immediatamente il nostro
-risorgimento nazionale, l'Italia fosse rimasta
-miseramente indietro soltanto in fatto di
-studî classici, e nel resto avesse conservato importanza
-notevole rispetto alle principali nazioni
-civili, anche la scienza dell'antichità classica
-avrebbe rapidamente ripreso sviluppo e vigore,
-e rapidamente sarebbe passata dallo stadio recettivo
-allo stadio produttivo; ma a noi mancavano
-quasi totalmente i mezzi per iniziare un lavoro
-scientifico, mancava la conoscenza più elementare
-della letteratura dell'argomento: letteratura enorme,
-frutto di trecento anni di studi assidui, di ostinate
-ricerche di Francesi, Inglesi, Olandesi e Tedeschi,
-soprattutto di Tedeschi, che, ultimi in ordine di tempo,
-avevano ereditato e da un secolo tenevano lo scettro
-della scienza della antichità classica, l'avevano
-meravigliosamente promossa in ogni disciplina, ne
-avevano disposte le parti, le avevano dato forma e
-carattere di vera e propria scienza. Che in tali
-condizioni un italiano di alto ingegno anche senza
-educazione e senza preparazione metodica potesse
-prendere parte attiva e contribuire efficacemente
-alle investigazioni scientifiche, non lo escluderò io,
-che so come e quante volte la ipotesi sia stata
-realtà. L'alto ingegno sa prescindere da condizioni
-anche indispensabili; ma, come ho già detto,
-<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span>
-non sono singoli e isolati uomini d'ingegno quelli
-che determinano il movimento scientifico del loro
-paese. Ai più parve, e non poteva non parere, che
-dovessimo anzitutto addestrarci a maneggiare gli
-strumenti del mestiere; e gran parte della attività
-nostra fu rivolta a impratichirci di lingue straniere,
-del tedesco principalmente, e a renderci familiari
-i manuali, le monografie straniere, principalmente
-tedesche, e lo facemmo in molti; e la generazione
-mia ebbe meno difficoltà a farlo che non
-ne avesse la generazione precedente. Gli uni e gli
-altri ci ridemmo della nomèa di tedescanti, della
-quale i vecchi, meritamente e immeritamente autorevoli,
-ci gratificarono. Opera egregia e proficua fece
-allora chiunque contribuì, sia pure in proporzioni
-microscopiche, alla diffusione in Italia di libri stranieri,
-chiunque fece conoscere studi e metodi a
-cui l'Italia non era più avvezza, e che sarebbe stata
-cosa ridicola ripristinare in quella forma in cui
-l'Italia li aveva lasciati tre secoli innanzi. Onore e
-riconoscenza si deve a tutti quei valentuomini
-che, traducendo, compilando, compendiando riuscirono
-a poco a poco a mettere in contatto diretto
-la gioventù italiana con la filologia tedesca:
-e credo che per parecchie altre scienze
-si debba e si possa dire lo stesso. Giovani benemeriti
-del loro paese furono quelli che secondarono
-con ardore questo impulso, e ben presto avemmo
-<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span>
-una schiera di non indotte persone, capaci di fare
-altrettanto, e lo fecero, magari con più ardore, e
-continuarono ancora quando forse sarebbe stato possibile
-e desiderabile qualche altra forma di operosità
-letteraria.
-</p>
-
-<p>
-Ho promesso di essere sincero, e lo sarò
-anche a costo di <i>sembrare</i> esclusivo, perchè ho la
-coscienza di non <i>essere</i> esclusivo, e delle apparenze
-non soglio darmi gran pensiero. La scienza della
-antichità classica è scienza enormemente complessa,
-è scienza della vita greca e romana in tutte le
-sue manifestazioni letterarie, scientifiche, civili, religiose,
-politiche, morali ecc.; mirabilmente varie
-attitudini esige da chi voglia abbracciarla tutta, e
-forse non è ancora nato chi nel vero senso della
-parola tutta la abbia posseduta. Negli individui
-essa è piuttosto aspirazione che possibilità realizzabile,
-ma povero quell'individuo che tale
-aspirazione non abbia, che nelle ricerche speciali e
-minute perda di vista e disprezzi la scienza del
-tutto! I tedeschi hanno avuto la fortuna di concentrarvi
-dalla metà del secolo scorso alla età nostra
-un'ingente massa di studiosi educati allo
-stesso modo, preparati con gli stessi metodi, perseveranti
-e idealisti per qualità di razza; è addirittura
-miracolosa la tenacia con cui generazioni di
-dotti si sono succedute in lavori ingrati di minuzie,
-di analisi, di inventario, di pura statistica,
-<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span>
-di lessicografia, di grammatica. Onde avviene che
-oggi il giovinetto tedesco, solo perchè tedesco, in
-condizioni normali si trova ad avere assorbito, sarei
-per dire, atavisticamente gran parte di quella preparazione
-formale che noi siamo ancora costretti ad
-esigere esclusivamente dalla scuola, da una scuola
-che forse essa stessa non darà mai tutti i frutti della
-scuola tedesca. Ma, quantunque per indole il tedesco
-sia portato alla costruzione sistematica, e debba
-quindi preferire nelle scienze quelle discipline che
-della scienza sono piuttosto il coronamento che la
-base, nonostante è relativamente raro il caso che i
-giovani trascurino quella preparazione formale, la
-quale permette loro di affrontare tutte o quasi
-tutte le difficoltà della speciale disciplina a cui si
-dedicano; per non dire poi che anche oggi, cioè in
-un'epoca di reazione contro la filologia formale,
-anche oggi è sempre e quasi esclusivamente tedesca
-anche la produzione filologica fondamentale
-sulla quale edificano lo storico della letteratura e
-della scienza, l'archeologo e il giurista, il linguista,
-ecc. Da noi invece sono diverse le tendenze e diversi
-i resultati. Le indagini storiche, letterarie, filosofiche
-sembrano più facilmente guidarci alla scienza.
-Ognuno capisce che se rivolge le sue cure a studiare,
-poniamo, la Storia naturale di Plinio, a indagarne
-le fonti libro per libro, capitolo per capitolo, a
-cercare di determinare nei più minuti particolari i
-<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span>
-caratteri di lingua e stile dell'autore, a proporsi
-insomma come principale intento di una intera
-vita di studioso la critica e la esegesi di Plinio,
-ognuno capisce che così facendo non gli rimarrà
-tempo per illuminare del suo genio tanta altra
-parte della antichità classica; e perciò invece di
-studiare Plinio, mal si resiste alla tentazione di
-far ricami dialettici sugli studi altrui: tanto più
-che non è estremamente difficile a quattro opinioni
-diverse opporne con qualche verisimiglianza una
-quinta, ricavata per eliminazione dall'esame delle
-obiezioni già fatte da altri alle prime quattro. Poniamo
-anche — ed è temeraria ipotesi — che questa
-quinta opinione sia la vera, e passi nella scienza
-col nome italiano: ma Plinio rimane nonostante
-monopolio della filologia tedesca.
-</p>
-
-<p>
-Or non è esagerazione dire che buona parte
-della nostra produzione scientifica prenda le mosse
-non dallo studio immediato e diretto delle fonti,
-ma dalle indagini altrui; non penetri nelle viscere
-dell'argomento, ma si riduca a esercizio dialettico
-sulla discordia degli altri. Sarà anche vero che i
-tedeschi abusino della parola <i>Gründlichkeit</i>, con
-la quale indicano appunto la tendenza amorosa e
-ostinata a sviscerare le questioni; ma non ho il
-coraggio di dire che essi abbiano sempre torto,
-quando ci rimproverano appunto difetto di <i>Gründlichkeit</i>,
-difetto tanto più pericoloso in quanto
-<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span>
-spesso e volentieri si accompagna a una curiosa
-forma di orgoglio nazionale. Nella scienza dell'antichità,
-si dice, c'è posto per tutti. Il lavoro minuto
-e paziente non è per noi, che generalmente
-abbiamo ingegno e fantasia da vendere e da donare.
-Fuori d'Italia ci preparano e ci sbozzano la
-materia greggia, in Italia la metteremo in opera,
-lavoreremo di fino, daremo l'ultima mano. Naturalmente
-sciocchezza siffatta neppure gli stolti
-si arrischiano ad enunziarla così come ho fatto
-io, senza ambagi e senza circonlocuzioni, ma pur
-troppo lo stesso concetto traspare talvolta anche
-dalle parole di persone non stolte che si sono
-illuse, e forse ancora si illudono, si possa parlare di
-scuola italiana di filologia classica, quando questa
-scuola non dia essa l'indirizzo alle discipline fondamentali
-della scienza. Non temete che io voglia
-trattenervi a lungo su questo punto, che pure è
-di vitale interesse e meriterebbe ampia trattazione.
-Mi basteranno per oggi quattro parole, ma alla
-buona anche queste, e saranno sufficenti, oso dire,
-perchè voi vi uniate a me nel combattere tale
-assurda tendenza.
-</p>
-
-<p>
-La scienza dell'antichità classica è un complesso
-di sapere storico, è storia dell'antichità classica:
-ha quindi base e fondamento in testimonianze
-storiche, non in concetti della nostra mente.
-Queste testimonianze storiche sono le fonti della
-<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span>
-scienza, e si riducono a due categorie principalissime:
-monumenti scritti e monumenti non scritti.
-Da una parte dunque le opere superstiti dei poeti,
-degli storici, dei filosofi, le iscrizioni pubbliche
-e private, le leggende delle monete ecc., e dall'altra
-parte i frammenti superstiti delle opere
-d'architettura, di scultura, di pittura, gli oggetti di
-uso comune e così via. I monumenti non scritti,
-che si potrebbero dire monumenti muti, sono spesso
-di gran lunga più eloquenti di tutti gli altri.
-Un fregio del Partenone vi dà dell'arte antica
-un'idea ben più viva ed esatta che non qualsiasi
-descrizione a parole. Ma la interpretazione, la
-classificazione, l'uso scientifico dei monumenti muti
-è impossibile, senza il sussidio costante dei monumenti
-scritti. Sopprimete, ad esempio, il libro di
-Pausania, e domandate agli archeologi quanta
-parte della loro scienza scompare. I documenti
-scritti sono dunque in primissima linea le fonti
-della storia dell'antichità classica, ma queste fonti
-non sono già qualche cosa di fisso, d'immutabile.
-Esse scorrono abbondanti o scarse, limpide o
-limacciose, a seconda del lavoro buono o cattivo,
-che si è fatto, dirò così, nella cava di presa. È
-lavoro da scavatori, da zappatori, da facchini, tutto
-quel che volete, ma beverete acqua torbida se il
-lavoro non sarà fatto a modo. Ora, tutto questo
-lavoro è nelle mani dei tedeschi da un secolo in
-<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span>
-qua. In buona parte la materia prima viene distribuita
-dai tedeschi al mitologo, all'archeologo e
-così di seguito. E c'è chi crede si possa imprimere
-la marca di fabbrica italiana alla storia
-greca e romana, alla storia letteraria, alla mitologia,
-alla archeologia, finchè questa condizione
-perdura, finchè è elaborazione tedesca il Livio e il
-Tacito di cui vi servite, il Virgilio che decantate,
-il Pausania che vi guida nelle vostre indagini
-archeologiche. Eppure quelli che tra noi hanno tenacemente
-combattuto per questo concetto così evidentemente
-vero, che cioè gl'Italiani stessi debbano
-sfruttare i tesori delle loro biblioteche, e mirare
-principalmente a impossessarsi delle fonti e imparare
-a prepararle per l'uso scientifico; quelli che hanno
-modestamente dimostrato come si possa e si debba
-riuscirvi, sono chiamati pedanti, e chi tali li proclama,
-trova persino appoggio in persone di senno.
-</p>
-
-<p>
-Signore e Signori, io mi sono messo per una
-via per cui agevolmente potrei continuare parecchie
-ore con molta soddisfazione mia, con molto
-tedio vostro. Preferisco rinunziare alla soddisfazione
-mia, e concludere anche senza aver poste
-e senza aver dichiarate tutte le premesse. Gli studi
-classici in Italia si sono ridestati dal 1860 in qua,
-abbiamo una legione di filologi classici, e una discreta
-produzione scientifica. Si può anche aggiungere
-che abbiamo nei vari rami della scienza
-<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span>
-dell'antichità un numero notevole di opere di
-grandissimo valore, e dobbiamo compiacerci che il
-nome italiano ricompaia degnamente anche in questo
-ordine di indagini scientifiche. Ma conviene
-ricordarci che abbiamo dormito tre secoli. Lo stadio
-del risveglio è un po' in proporzione del lungo periodo
-di sonno, un po' di torpidezza occupa ancora
-il nostro spirito, non abbiamo ancora una visione
-esatta e sicura della via da percorrere: alcuni nuvoloni
-ministeriali di tanto in tanto ci risospingono
-nella inerzia, se non addirittura nel sonno. Il
-caldo sole d'Italia trionferà di questi umidi vapori,
-e fra cinquant'anni si potrà, magari in questa
-stessa sala, affermare con verità che nella investigazione
-della antichità classica il nostro paese tiene
-gloriosamente il posto d'onore, il posto che merita.
-Per ora bisognerà contentarsi di affermazioni
-molto più modeste; e forse non troppo immodesta
-troverete la speranza mia che, parlando del <i>risveglio</i>
-degli studî classici, io non abbia risospinti nel
-sonno i miei gentili uditori.
-</p>
-
-<div class="somm">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="indice" href="#indfront">
-INDICE</a></h2>
-
-<table class="indice" summary="">
- <tr>
- <td><a href="#drammatici">Autori e Attori drammatici</a></td> <td class="pag">Pag. 5</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#sincerita">La sincerità nell'Arte.</a> (<i>L'Arte dal '48 al '61</i>)</td> <td class="pag">45</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#verdi">Le prime glorie di Giuseppe Verdi</a></td> <td class="pag">85</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#studi">Il risveglio degli studi</a> dell'antichità classica</td> <td class="pag">117</td>
- </tr>
-</table>
-
-<hr />
-</div>
-
-<div class="tnote">
-<p class="tntitle">
-Nota del Trascrittore
-</p>
-
-<p>
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione
-minimi errori tipografici.
-</p>
-
-<p class="covernote">
-Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
-</p>
-</div>
-
-
-
-
-
-
-
-
-<pre>
-
-
-
-
-
-End of the Project Gutenberg EBook of La vita Italiana nel Risorgimento
-(1849-1861), parte III, by Various
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA (1849-1861), PARTE III ***
-
-***** This file should be named 51528-h.htm or 51528-h.zip *****
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-
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-
-Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
-
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-
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-
-Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
-Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be
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