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If you are not located in the United States, you'll have -to check the laws of the country where you are located before using this ebook. - -Title: La vita Italiana nel Risorgimento (1849-1861), parte II - Quarta serie - Storia e letteratura - -Author: Various - -Release Date: March 22, 2016 [EBook #51527] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA (1849-1861), PARTE II *** - - - - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at DP-test Italia, -http://dp-test.dm.unipi.it (This file was produced from -images generously made available by The Internet Archive) - - - - - - - LA - VITA ITALIANA - NEL - RISORGIMENTO - - (1849-1861) - - QUARTA SERIE - - - II. - - STORIA E LETTERATURA. - - - L'opera di Cavour EMILIO PINCHIA. - L'Epopea garibaldina GIUSEPPE CESARE ABBA. - La Lirica ENRICO PANZACCHI. - F. D. Guerrazzi GIOVANNI MARRADI. - - - - FIRENZE - R. BEMPORAD & FIGLIO - _LIBRAI-EDITORI_ - 1901 - - - - - PROPRIETÀ LETTERARIA - - RISERVATI TUTTI I DIRITTI. - - _Gli editori_ R. BEMPORAD & FIGLIO _dichiarano contraffatte - tutte le copie non munite della seguente firma:_ - - [Illustrazione: firma manoscritta] - - Firenze, 1901. — Società Tip. Fiorentina, Via S. Gallo, 33 - - - - -L'OPERA DI CAVOUR - -CONFERENZA DI EMILIO PINCHIA. - - -Allorchè Tommaso Carlyle incominciava nel 1839 le sue celebri letture -sugli _Eroi_, presentì la disputa che, colorandosi di scienza, si -avvivò, ai nostri giorni, intorno al modo di essere dei grandi uomini, -ricercandone con minuziosa indiscrezione le particolarità fisiologiche, -ricostruendo, come si dice, l'ambiente entro il quale nacquero e -si educarono, cercando di sorprendere il segreto delle esistenze -meravigliose nelle funzioni dei nervi e del ventricolo. - -Carlyle indovinava l'evoluzione di un pensiero scientifico tanto -orgoglioso, che dalla conoscenza della materia organica ascende -imperterrito ai misteri della psicologia. - -Ancora l'ombra crucciata di Leopardi muove angoscioso lamento, perchè -le ineffabili melanconie della sua anima innamorata e dolente, dalla -profanazione invereconda, sono trasfigurate in psicosi epilettoide! - -Diceva allora Tommaso Carlyle: «Mostrate ai nostri critici un grande -uomo, un Lutero, per esempio; incomincieranno, come essi dicono, dallo -spiegarlo; non lo ammireranno; ne prenderanno la misura e diranno che -è un prodotto del tempo.» - -Il tempo! - -Ahimè, sappiamo di tempi che invocarono ad alte grida il loro grande -uomo! Non vi era. La Provvidenza non l'aveva inviato; il tempo doveva -sfasciarsi in confusione e ruina perchè egli, l'invocato, non voleva -sopraggiungere. - -Eccoci oggi, che è giorno di data augusta,[1] quasi fatidica, di fronte -alla figura del conte Camillo Benso di Cavour. - -Egli è nato nel 1810 a Torino, in grembo ad una famiglia di alta -nobiltà; nelle vene gli scorre un po' del sangue di San Francesco -di Sales. Da moltissimi anni, da secoli i suoi antenati servivano -in campo ed a Corte; egli stesso era stato tenuto a battesimo da un -cognato di Napoleone, del quale il padre era ciambellano. Trascorse -i primi anni nella intimità di due zie profondamente legittimiste e -ultramontane — era allora una parola di moda per designare i clericali -— in mezzo ad una serie di congiunti infervorati in quei ripicchi delle -restaurazioni, che, dopo il 1815, si ripagavano delle umiliazioni di -venticinque anni. - -Ebbene, fui da quel tempo, una di quelle zie, la duchessa di Clermont -Tonnerre compiangeva e deplorava: «_Le pauvre enfant_, diceva del -giovane _Camillo, est entièrement absorbé par les révolutions._» - -_Le pauvre enfant_ non voleva tornare indietro e, costretto alla -milizia dalle tradizioni della schiatta, scelse il corpo del Genio, il -meno militaresco, il meno aristocratico, ma il più studioso e serio. - -Condotto a fare il paggio in Corte per diritto di sua nascita e per -obbligo della sua condizione di cadetto, non tardava a buttar in aria -quella che egli chiama, con poca reverenza, una livrea. - -I novatori cominciano tutti ad un modo: si fanno ribelli. Ma sono -codeste le ribellioni che costano di più. Non mutano le consuetudini, -nè la compagnia: ma quelle diventano irritanti, questa ostile; ne -sono turbate le amicizie; l'ironia, la celia, il benigno compatimento -lasciano trasparire l'irrisione. Niun conforto, se non la serenità -della coscienza e la sincerità dell'animo: niuna che non sappia di -diffidenza e di canzonatura. Camillo di Cavour, frugolo, irrequieto -baldanzoso, esuberante, vivacemente eccitato dagli spettacoli di un -mondo che spezza i ceppi e tenta vie nuove; avido di vita e tumultuanti -nel suo capo idee, ambizioni, propositi, esce un bel giorno in una -profezia: - -— Sarò ministro del regno d'Italia. — - -Il regno d'Italia! - -Voi lo sapete, che cosa significava nel 1830 questa espressione? - -Ne parlavano gli avanzi dell'èra napoleonica come di un sogno o di -un'allucinazione. Nessuno osava risuscitarlo, neanche come illusione, -neanche come speranza! La più stravagante fra le chimere! Un delirio di -pazzi o uno sproloquio di rimbambiti! - -Questo il regno d'Italia dopo il '21, dopo Laybach, dopo Verona. - -Ed ecco che il paggio turbolento e recalcitrante è confinato al forte -di Bard, uno dei baluardi che la Santa Alleanza voleva rafforzati in -odio della Francia e del liberalismo occidentale. - -Il forte di Bard domina una stretta gola nella valle di Aosta, in uno -dei punti più austeri e più cupi della valle, un torvo ciglione si -accampa e la sbarra. - -La fortezza vi sta sopra e le atticciate casamatte dominano il corso -della Dora Baltea, che mugola impetuosamente, scavandosi il letto nel -sasso. Intorno: altre rupi elevate, nude e bieche. Il paesaggio è rude, -imponente, ma melanconico e selvaggio. - -Il giovane ufficiale vi espia le intemperanze del linguaggio. Non è un -gaio soggiorno, a vent'anni! Ma egli vi reca quel buon umore, che sarà -la sua caratteristica, quella curiosità attiva, che gli farà imparare -tante utili cose. Alla sera, verso il tramonto, egli suole scendere al -fiume e si asside sopra un masso che l'acqua lambe. - -Quali allora i pensieri di lui? Di certo, fra le sue pupille vagano le -vaghe prospettive di cose nuove e sconosciute. Lo sguardo di Colombo -fanciullo, in riva al mare. - -Le montagne alte nereggiano intorno a quel biondeggiante capo destinato -alla storia, la fronte spaziosa s'irradia dei chiarori di quel cielo -limpido e freddo dell'alpe, che è tanto luminoso! - -Passeranno molti anni, e i terrazzani avranno battezzato quel rustico -sedile: _la pietra di Cavour_. Ma egli non ricorderà con piacere quelle -giornate. È l'esilio, è l'esilio dal mondo, dove il petulante e attivo -ingegno si alimenta. Però, non invano l'avrà visitato la meditazione e -non invano quello spirito indipendente e spregiudicato avrà respirato -la poesia della solitudine. Contro il sentimentalismo e la poesia, -Cavour scoccherà i suoi frizzi: egli pretenderà di essere negato -all'arte ed all'imaginazione. Ma intanto, quale poesia più affettuosa -e delicata, quando appenderà innanzi al suo tavolo di lavoro la tunica -del nipote Augusto, caduto a Goito per l'Italia e quel drappo forato -da palle austriache, unica eredità che egli avrà voluto, sarà là come -il pio simulacro del voto giurato nel suo cuore; il voto all'Italia, -per la vita! È un voto di giovani anni e la solitaria rupe di Bard -ne fu forse il primo testimone, a divampare dei presentimenti che la -rivoluzione del 1830 accendeva nell'animo di lui. - -Egli è così fatto che, appena imprese a meditare, i problemi morali e -politici del suo tempo gli si affacciarono intieramente. - -Li vide colla veemenza di un'interna visione e concepì l'altezza morale -della libertà e dell'indipendenza, stimandole il fondamento di una -saggia e dignitosa educazione civile. - -Condotto dai suoi studi di matematica, dall'indole equilibrata a non -scambiare il fatto con la parvenza, a mettere l'accordo fra il pensiero -e l'azione, a nulla trascurare che rendesse questa più efficace, egli -intendeva altresì che la libertà, la indipendenza nazionale erano -necessarie al movimento sociale ed economico, che il suo perspicace -intelletto gli dipingeva. - -Breve fu l'esiglio di Bard. Il giovane patrizio, insofferente di -formalismo, non potendo, per ossequio alla volontà paterna, mutare -di cielo, come aveva fatto Vittorio Alfieri, muta, se non altro, -occupazioni, abitudini, tenore di vita. - -Egli si butta all'agricoltura. - -Una vasta distesa di campi, in una pianura monotona, dalla quale -a malapena, nelle giornate chiare, si scorge il bianco frastaglio -dell'Alpe piemontese. - -Un'abitazione rurale, intorno alla quale si affaticano contadini e -brulicano mandre copiose, diventa il centro dell'attività di Cavour. - -Quest'uomo che nega a sè stesso il dono di poesia e che, desto -all'alba, passa i giorni nei campi, nelle risaie, nei prati, intento -alle seminagioni, ai concimi, alle irrigazioni, all'incrocio dei -merinos, all'ingrassare dei buoi, scrive nobili lettere, così lucide -e liete, nelle quali la vita dei campi vibra di così grande efficacia -morale ed intellettuale, come nessuna egloga virgiliana. - -E intanto egli riconosce le quistioni economiche che dominano il -mondo moderno. Nella pratica dell'agricoltura riscontra i concetti, -le formule, i presagi dell'Economia politica: quando gli capiteranno -i libri di Bastiat, avrà già intuito le difficoltà, le resistenze, gli -ostacoli e concepito che la libertà economica è il segreto dell'ora che -volge. - -Allorchè, nei riposi della vita austera e laboriosa, egli viaggerà in -Francia e in Inghilterra, compiacendosi di investigare tutti i segreti -della vita moderna, vi ritroverà quel che già aveva indovinato. - -Ma l'agricoltura è anche un'occasione per divulgare, colle cognizioni -scientifiche, lo spirito di associazione, di stimolare l'attività -sociale che egli indirizza alla produzione tecnica, al credito, ai -primi aneliti dell'industrialismo, strappando al pauroso dispotismo le -timide licenze. - -Egli pensa ad una banca per azioni e, insieme al suo amico Petitti, -esamina il nuovo problema delle strade ferrate. È una rivelazione: -l'avvenire politico dell'Italia si schiude nella mente di Cavour. -Fin dal 1842, egli sogna una vertiginosa corsa di traffici dalle Alpi -al Jonio. Questo grande intelletto moderno rivede per la sua Italia -la grandiosità delle antiche vie romane! E, insieme a tutto ciò, la -coscienza completa di quanto occorre alla rigenerazione delle plebi! - -Egli ha studiato la quistione Irlandese e ne scrisse pagine che sono -viventi anche oggi, ha indagato il pauperismo e quell'embrione di -legislazione sociale che era la tassa dei poveri in Inghilterra. -Allora, quello spirito liberale, vede che l'educazione è il primo passo -all'affrancamento e si accinge ad introdurre in Piemonte le scuole del -popolo. L'intento è pericoloso: il governo di allora non s'acconcia -alla novità: tutto ciò che sa di associazione, quanto nella istruzione -o nella cultura esce dalle vie tracciate, inflessibili come dogmi, -appare un sintomo di rivoluzione. Cavour persiste. Una società agricola -si fonda, si aprono i primi asili infantili. Nè Cavour è solo in questa -opera. Tutta una agitazione aperta, feconda, generosa, alla quale -prendono parte i migliori del Piemonte. Ingegni austeri e pensosi, -che si raccolgono nella libreria del conte Sclopis e s'incoraggiano -nell'ospitalità del signor di Barante, l'ambasciatore di Francia, nel -cui salotto, un giovane segretario, il signor d'Haussonville recava -gli echi di Coppet, l'intellettuale cenacolo del liberalismo europeo. -Presso il signor di Barante si adunavano quanti, a Torino, volevano -respirare. Dura, monotona, servile vita era allora quella di codesta -capitale, e lo fu sovratutto nel tempo che corse dopo i tentativi -del '31 e del '33, fin verso il '45. Epoca oscura, nella quale Carlo -Alberto seguitava l'angosciosa tenzone, chiuso nel suo enigma, mentre -i ministri di lui si esercitavano alla più sospettosa reazione. - -Vi sono lettere di Cavour che narrano quella vita angusta: la prigionia -entro la quale il grande ed agile spirito soffocava. Tuttavia la -esistenza di lui in quel tempo è una preparazione psicologica ad -un'intensa azione, intanto che il suo intelletto si addestra con -ostinata costanza a tutte le peripezie di una vita pubblica feconda ed -attiva. Non vede come arrivarci, talvolta ne dispera. Per giunta, il -suo cuore è spezzato dal triste epilogo di una storia d'amore. Intorno -ad essa è il mistero, ma ne traspare tanto da comprendere la profondità -dei sentimenti in questo gagliardo e gioviale uomo d'affari, come egli -ostentò di parere. - -È stato veramente un uomo grande. Nessuna cosa della umanità è fuori -di lui ed egli nobilita l'umanità e innalza il dolore e l'amore colla -delicata sensibilità nell'afflizione pudicamente discreta. - -Ebbe un amico carissimo, un'amica prediletta e sacra. Perdette l'uno e -l'altra: ne sofferse, tacque e si volse alla patria. - -Per tal modo, appena qualche bagliore di vita pubblica strisciò -sull'orizzonte, Cavour fu tra i primi ad acclamarlo. Era pronto. Fu -guida alla schiera modesta e gagliarda che si raccolse nelle sale del -_Risorgimento_, il giornale tosto fondato, appena che venne concessa -qualche larghezza alla stampa. - -E nelle agitazioni che corsero l'Italia in quei giorni, quando un papa -liberale sollevò gli animi, allorchè le moltitudini intravidero nelle -promesse del pontefice un'aurora e incominciarono a pensare e volò il -grido di _riforme!_, nella redazione del _Risorgimento_ fu maturata la -proposta che si chiedesse senz'altro indugio una costituzione. - -In un'adunanza di liberali d'opposte parti parlò in questo senso -Cavour, e le parole di lui destarono sospetto nelle ricongiunte fila -della democrazia. - -Questo nobile figlio del vicario — il capo della polizia — questo gran -signore, noto per le sue predilezioni inglesi, dal fare sarcastico -ed aggressivo, non piaceva. Lo chiamavano _mylord_ Camillo; e, per -parecchio tempo, la caricatura si esercitò a raffigurarlo con un -piccolo codino. Era un codino di strano conio, che aveva pensato alla -libertà e vi aveva creduto prima di tanti altri che se ne facevano -allora gli araldi: un uomo che aveva studiato i più elevati problemi -della morale politica colla energica tempra sorretta da fede e da -ragione, con abitudini di libero esame; scevro di scrupoli e non -intollerante. - -Egli aveva da lungo tempo seguìto colla logica inflessibile della mente -il cammino delle idee liberali a traverso l'Europa e lo aveva seguìto -con quella tendenza spiritualista, che è singolare prestigio negli -uomini di azione. - -Grandi insegnamenti erano state le vicende del primo periodo -riformatore in Inghilterra, la storia del regime parlamentare sotto la -monarchia di Luglio, e le agitazioni della Penisola Iberica. - -Egli aveva ammirato la previdente abilità di Wellington, di lord -Gray, di Roberto Peel; deplorato le miserie del Carlismo e le fatali -conseguenze dell'impeccabilità politica dei re: aveva conosciuto la -triste povertà dei risultati di una politica demagogica all'infuori -del reale, le perniciose deviazioni di un parlamentarismo, smarrito -tra l'asservimento delle maggioranze, gli intrighi dei ministri, le -ambizioni dei competitori e l'ostinazione egoistica del principe, come -era accaduto in Francia, dopo la morte di Casimiro Perrier. - -Questi spettacoli avevano suscitato entro di lui una coscienza politica -impregnata di sano realismo, intanto che il suo genio matematico gli -rivelava il dinamismo delle istituzioni costituzionali, in cui egli -ravvisava la sicura guarentigia di libertà per i popoli, un sincero e -potente mezzo di azione per i Governi. - -Agli occhi suoi di veggente, le inclinazioni dei tempi apparivano in -un'armonia completa delle promesse effuse a attraverso il mondo dalla -rivoluzione, che aveva inaugurato il secolo colle prospettive che -rinverdivano sul lucido orizzonte dell'avvenire. Spirava evidentemente -l'alito di novità sul mondo occidentale. - -La vita moderna fremeva di ardori sconosciuti. Le invenzioni e le -scoperte mettevano sottosopra la quietudine antica. È in quei tempi -che il giornalismo conquista la sua potenza straordinaria e crea la -opinione pubblica; che le macchine suscitano un mondo industriale, e il -vapore e l'elettricità cominciano a mutare l'aspetto dei continenti e -a trasformare sensibilmente gli ordini sociali. - -La espansione nuova imponeva nuove forme di rapporti, e l'economia -politica che già aveva rivelato tutta una serie di fenomeni -inesplicati, si avvaleva di codesto espandersi, di codesto -moltiplicarsi dell'attività e della ricchezza per reagire sull'assetto -internazionale, sull'ordinamento interno degli Stati. - -Studiando il tempo suo, Cavour previde che lo spirito liberale avrebbe -eccitato l'opinione pubblica, stimolandola ad un'azione assai più grave -e profonda di quella, cui credevano di doversi restringere i famosi -dottrinarii francesi. Gente di onestissimi propositi, ma impigliata, -senza avvedersene, in una specie di mandarinato politico. Onde egli, -non senza ironia, amava proclamarsi «juste milieu;» espressione messa -alla moda da Luigi Filippo. - -Ma il suo «juste milieu» egli non intendeva che fosse il fermarsi -come che sia. Proclamerà un giorno in Parlamento che «i cannoni e le -baionette non sbarrano la strada alle idee.» - -Era convinto che il movimento non si poteva nè si doveva trattenere. -Ogni ordine di cittadini, intervenendo omai nella colossale -collaborazione, occorreva accertare in loro cospetto che la libertà non -è mezzo soltanto, ma fine di alta moralità da conseguire. - -Posto in questi termini il problema di governo, il cómpito dello -Stato materialmente si disegna nel secondare e coordinare l'impeto del -rinnovamento. - -Si è perciò che Cavour fu tra i più convinti fautori del regime -rappresentativo. - -Le formule costituzionali, le due Camere, non erano per lui una formale -asseveranza di diritti nominali, una convenzionale espressione della -sovranità popolare, bensì un sapiente metodo di governo, in tempi di -progredita coltura e di gagliarda espansione individuale. - -Ma questo concepimento dello Stato moderno esige un popolo che -abbia ferma coscienza della vita nazionale, e per ciò il Cavour, -se non da prima unitario, fu certamente sempre un ardente fautore -dell'indipendenza. - -Esaminando le condizioni dell'Europa, le aspirazioni alla nazionalità, -— che la fallace resistenza ai moti del Belgio e di Grecia, lo -stridore delle contese in Polonia, il fermento sulle rive del Danubio -annunziavano come prossimo segnale di rivendicazioni e di battaglie, — -ne traeva auspicii per la causa italiana. - -Uomo politico avventurato, che i meditati disegni della sua giovinezza -potè colorire nella realtà luminosa, vide sorgere dal profetico sogno -l'evento, saldo sempre sul fondamento di principii, sopra del quale -tutta l'azione politica sua si innalzò. Ad una parola inorridivano, non -soltanto i reazionarii, ma anche i nuovi arrivati e gaudenti, coloro -che arricchitisi colle sue spoglie, si inorgoglivano di essere chiamati -_figli della rivoluzione_. - -La parola appunto: _rivoluzione_. - -Di qui, un ibrido conservatorismo, mantenuto in vita mediante spedienti -e compromessi, transigendo con tutti, tutti scontentando, fra la -universale irrequietudine. - -Cavour, con sicuro istinto, riconobbe lealmente il fatto -rivoluzionario, vi ravvisò l'annunziazione dell'avvenire. - -Importava dirigerlo, richiamarlo, avviarlo a fini di governo. Questo -egli volle. - -E così, nei primi giorni dello Statuto, contrastò con freddo consiglio -le esuberanze e le impazienze, tanto da perderci il seggio in -parlamento. - -Ma quando la democrazia ebbe per virtù del Gioberti il lampo -chiaroveggente della lega italiana e dell'intervento in Toscana, Cavour -fu con Gioberti. - -In tutta la fase prima della rivoluzione italiana, nel periodo -del 1848-49, dopo Novara, durante le angoscie, i tumulti, gli -scoraggiamenti, le incertezze di un'ora nella quale patria e -libertà parvero sommerse, il Cavour giornalista, deputato resistette -all'irrompere delle estreme parti, si ostinò nella sua politica. -Credette il volgo che egli volesse, immobile, ancorarsi sul presente, -e già nel segreto dell'anima ardente balenavano le folgori di rivincite -non lontane. - -Iddio che, se suscita gli uomini grandi, fornisce loro il campo e i -mezzi di azione, fece sorgere accanto a Camillo di Cavour colui che lo -comprese. Vittorio Emanuele II, dal trono, glorificato con l'atto di -baldanzosa lealtà al quale il generale Radesky si era dovuto inchinare, -stese la mano a Cavour. - -Cospirarono insieme, e lo gridò un giorno Cavour dal suo banco il -ministro: di quella cospirazione venti milioni di italiani annodavano -le fila, in silenzio. - -Vittorio Emanuele salvò a Vignale la causa italiana. Il suo primo -ministro di allora, Massimo d'Azeglio, preservò la costituzione dalla -impotenza, lo Stato dall'anarchia. - -In quei giorni Cavour ritornò alla tribuna parlamentare: sgabello o -tripode, là è la fortuna dell'Italia nuova. - -Diceva allora Cesare Balbo: «lo Statuto, null'altro che lo Statuto.» - -Replicava Cavour: «lo Statuto con tutte le sue conseguenze.» - -È la Rivoluzione fatta governo, che si modera per proporzionare i mezzi -ai fini ed a ciascun giorno assegna il cómpito, risoluta, impavida, -certa che nessun reggimento vale, se non è sincero fino all'estremo, -checchè si dica. - -Ecco profilarsi il vero conte di Cavour: l'uomo nuovo, nato proprio per -il suo tempo. Non ha rancori nè pregiudizi. - -Appartenente ad una casta spodestata dalla rivoluzione, non soltanto -rinuncia allegramente al privilegio, ma si compiace che trionfi la -dignità umana. Questo sentimento domina tutte le azioni sue: egli vi -fonda le sue ambizioni di patriotta e di liberale. - -L'avvenire della Società europea gli appare chiaramente a traverso -questo lucido cristallo, e gli sorride che la patria sua sia esempio di -dignità coraggiosa. - -Così egli si circonda di nobile poesia, che l'istinto popolare decora -co' suoi entusiasmi. - -Egli è già quel Cavour, che nelle imaginazioni e nei ricordi del popolo -italiano vive in un chiarore, che splenderà finchè duri la memoria del -nostro secolo. - -Il suo indipendente carattere lo emancipava fino dalla giovinezza. Non -egli dovette disdirsi, rinnegarsi. - -Nè abbandoni nè apostasie. Allorchè l'ora scoccò, era sciolto da -ogni impegno verso il passato. In quel punto, potè essere capo dei -liberali in Piemonte e come quegli che, nella assoluta indipendenza -dello spirito, aveva ripudiato le tenerezze della casta e i favori -aristocratici, sentiva in cuore il diritto di irrigidirsi contro le -invidie ed i sospetti della demagogia, di reclamare altamente la gloria -di dare il nome suo all'opera di libertà: arbitro e moderatore. - -Un'immensa forza questa per lui e, ad accrescerla, il valore pratico -della mente, la famigliarità degli affari, la penetrazione acuta del -congegno di tutta la vita contemporanea. - -Cedendo a lui il posto, Massimo d'Azeglio poteva scrivere: «Sano di -mente e di corpo, una attività indiavolata e poi.... tanta voglia di -stare al governo! Ottimo d'Azeglio! Questa voglia era fatta di fede e -di sincerità, di ardore appassionato e di convinzione profonda. - -Bisogna penetrare un po' addentro a queste anime e sentire come -palpitano, ferventi. Ambizione, ambizione! È denigrare noi stessi -il supporlo, quando la patria aspetta, e le più alte idealità umane -sorridono. È predestinazione, non ambizione. - -È il segnato in fronte che afferra il labaro e muove alla conquista. - -Egli cammina innanzi alle turbe! - -Immaginiamo quei giorni. - -Fresche ancora le ferite di Novara, la gente cominciava appena a -riaversi ed a guardare attorno. - -Una fazione potente per schiatta illustre, per servizi alla monarchia, -altera nella incorrotta fama, che fu il pregio grande dell'aristocrazia -subalpina, avversava il nuovo ordine di cose. - -Era gente che aveva difeso in battaglia lo Statuto e la causa -nazionale, ma non credeva all'Italia, nè alla costituzione. Ci vedeva -il precipizio della dinastia: armeggiava in Corte. Non attorno al -Re, inaccessibile e risoluto, bensì presso la regina, la madre e la -moglie del Re, timide, pie, austriache entrambi. Angeli di bontà, ma -nel cuore, arciduchesse. Una parte di codesti signori si adoprava in -Senato. Una specie di vecchia fronda, senza duchesse di Longueville, ma -con qualche virgulto di cardinale di Retz. Il profilo ne balza dalle -pagine di un _memorandum_ lasciato dal capo, il conte Solaro della -Margherita: un piccolo Metternich, si diceva. - -Ma era un Metternich buon diavolo. - -Accanto a costoro, si schierava in altezzosa dignità, la falange -dei conservatori che avevano consigliato e sottoscritto lo Statuto, -illustri e sapienti, liberali per natura e generosità di animo, -conservatori per tradizione, per scrupolo, per istintiva repugnanza -alla democrazia in azione, per timore di esserne soverchiati. - -Seguivano i liberali democratici, propensi per indole, per studi, -per istintiva saviezza ai consigli prudenti, ma decisi al trionfo -dei principii liberali, ad ogni costo; ardenti per la causa italiana, -diffidenti di persone e di cose che rammentassero il governo passato, -sospettosi della Corte, della nobiltà, dell'alto clero. - -Seguivano i democratici ad oltranza, i rivoluzionari per temperamento -o per professione, reboanti di declamazioni contro i troni e le -chieriche, esalanti verso il barbaro ed i tiranni le più rumorose -contumelie, frementi ancora del lievito quarantottesco: santo e -benedetto lievito che aveva fatto le barricate, ma che nell'ora -melanconica del raccoglimento, dopo la sconfitta, appariva meno -opportuno. - -Intorno al mondo politico: una nobiltà restìa, un clero avverso, una -borghesia scontrosa e un popolo sbalordito da tante novità, che si -risolvevano in maggior carico di tributi. - -A poche marcie da Torino, l'Austria che vegliava e nulla avea -dimenticato. - -Per l'Europa correvano ancora i brividi del '48, quando la rivoluzione -era penetrata anche a Vienna; era stato appunto codesto scoppio di -uragano che avea ribadito in Cavour il convincimento di una politica -liberale e progressiva. Ma in quanti pochi a seguirlo! - -Poichè la paura dominava gli uni, il furore acciecava gli altri e -il vecchio spirito europeo stava coi primi. I principi italiani, -nell'Emilia, a Napoli, ne erano incatenati; il papa scagliava l'anatema -al Piemonte, e fin la Francia, terrorizzata dal colpo di stato di -Napoleone III, appariva nel momento un'incomoda vicina, dalla quale i -costituzionali subalpini non speravano consigli ed incoraggiamenti. -Doveano star paghi delle lontane e platoniche simpatie dei _whigs_ -inglesi. - -D'altra parte, non erano spente le ire, ne sopite le audacie dei -demagoghi, alleati con tutti i vinti del '48, coi reduci di tutte le -insurrezioni, di tutte le barricate: dispersi per la Svizzera, per -l'Inghilterra o rifugiati in Piemonte. - -Le potenze centrali, Prussia e Confederazione germanica, si tenevano -mute, avvinte all'Austria: Niccolò di Russia ricordava all'Europa -di essere il depositario del 1815, il personale avversario delle -Costituzioni. - -Correvano presentimenti sinistri. - -L'Ungheria fremeva ricordando i suoi martiri; la Polonia rodevasi, -debellata non vinta, e quel tricolore innalzato là, ai piedi delle -Alpi, segnacolo di agitazione, speranza di rivoluzionari, intorno -al quale si raccoglievano profughi e parlavano di nazionalità, di -indipendenza; quel vessillo che copriva coll'allegria de' suoi colori -festosi una costituzione ed un parlamento, sembrava una provocazione, -una sfida. - -Il Piemonte era il temuto ribelle! - -Comporre negli animi la concordia, la fede negli ordini nuovi, -rassicurare l'Europa serbando fede alla causa italiana, preparare Re, -parlamento e popolo agli ardimenti, creare in Piemonte una coscienza -patriottica suscitandovi l'ardore dello spirito nazionale, infondere -negli uni la confidenza e l'audacia, negli altri la prudenza, effondere -sovra tutti il magico alito della libertà, questo fu il grande, il -magnifico pensiero di Cavour. - -In questa coraggiosa preparazione è la principale opera sua, la vera -opera sua. La sua azione in quel tempo fu tanta e così potente, che -avvinse la storia. - -Essa dovette seguirlo ed obbedirlo. - -Mostrò, allora, subito quel che occorreva. - -Il suo memorabile discorso del 7 marzo 1850, meglio un manifesto che un -discorso, è programma di azione. - -«Come starsene immobili? - -«Pensiamo un po'. La rivoluzione da una parte, co' suoi urti, le -sue improntitudini; L'Europa monarchica e conservatrice dall'altra, -sospettosa, diffidente, cupida di soffocare ogni idea liberale. - -«La immobilità sarebbe l'umiliazione e la ruina. Il Piemonte -scenderebbe al livello degli altri staterelli, l'Italia perderebbe -ogni speranza. Altri fini, diceva, altri fini deve conseguire la nostra -nazione, deve conseguire l'Italia! - -«Lo Statuto non può rimanere una formula vana: esso è strumento capace -e poderoso. - -«Adopriamolo.» Questo, in succinto, è il pensiero. Nella mente di -Cavour, la costituzione era cosa viva: i partiti dovevano fecondarla; -partiti organici, logicamente ordinati con idee e con programmi. -E questi partiti occorreva crearli, perchè le agitazioni estreme -svanissero, infeconde. Occorrevano riforme, per evitar le violenze. -Egli scriveva nel 1860: «prevenendo gli avvenimenti, secondando ciò -che vi è di giusto e di nobile negli istinti popolari, si rendono -impossibili le rivoluzioni.» Fu il primo serio tentativo della vita -libera in Italia. - -Il discorso del marzo ottenne l'effetto che Cavour desiderava: quello -di schiarire la situazione innanzi all'opinione pubblica. - -Un anno dopo Novara, per bocca di Cavour, la Camera Subalpina -preannunciava il parlamento del 1861. Nessuna meraviglia quindi, se -codeste parole rintronarono fra le moltitudini. - -Cavour incarnò, fin da quel giorno, le speranze italiane, e quando, -pochi giorni dipoi, Vittorio Emanuele firmava il decreto che lo faceva -ministro, dicendo al d'Azeglio: «Badate, costui vi scavalcherà tutti,» -forse nel conscio animo del Re trepidava la profezia del pallido -Gioberti, la parola ultima che dal letto di morte il doloroso profugo -gettava all'Italia, perchè dalla sventura non dileguasse il conforto di -suprema speranza. Quella grande anima, perdonando, divinava il Re ed il -Ministro. - -Da quel giorno, anche agli occhi dei più diffidenti, questa monarchia -che si trasformava così sinceramente in regime di libertà, che mostrava -di accogliere così spontaneamente tutte le idee moderne e le favoriva -e si rinnovellava in esse, legittimandosi italiana nel sentimento -e nell'entusiasmo, onde i profughi delle altre regioni sedevano nei -consigli della Corona; e in parlamento e dalle cattedre spandevano -sulla gioventù la luce di insegnamenti, maturati nelle sventure, per -cagione della patria e a torme altri profughi erano accolti e protetti -in Torino, apparve un fatto così straordinario, così miracoloso, da -colpire le immaginazioni, come una rivelazione della Provvidenza. - -Gli animi di quel tempo spiravano amore, fede, poesia. Erano in Dio -credenti, e credevano nella patria. - -Tutta la genialità vibrante nell'arte italiana, il veemente desiderio -sprigionatosi fin dai primi anni del secolo, librato sui monti, sulle -marine, sui memori piani, quando la benedizione del pontefice accendeva -nei cuori il fuoco mistico di religioso entusiasmo, nel quale l'amore -di patria si purificava e raggiava sulla fronte una luce ineffabilmente -spirituale! Meraviglioso stato d'animo per osare. - -Non è strano se in quel fermento sorgesse il disegno di far partecipe -il Piemonte alla guerra che allora si combatteva sul Mar Nero, per -assicurare il cosiddetto equilibrio del Mediterraneo, mossa in favore -della Turchia, avverso la Russia, dalla Francia e dall'Inghilterra. - -Se nel salotto politico della marchesa Alfieri o nella tesa dove -Farini aspettava le quaglie, o nella sola mente di Cavour, oppure nella -fantasia di Vittorio Emanuele sia sorto per la prima volta il pensiero -dell'alleanza di Crimea, è vano ricercare. Correva per l'aria l'impeto -delle audacie. - -Nelle condizioni dell'Europa, mentre la Russia provocava, l'Austria si -disponeva a stupire il mondo colla sua ingratitudine, e la questione -d'Oriente risorgeva in modo nuovo e diverso, e non era temerario -il supporre che sul Danubio divampasse la fiamma augurale della -nazionalità, l'inoperosità del Piemonte pesava su quelli, che ne' suoi -destini vedevano l'indipendenza d'Italia, al Re che conosceva come in -cuore dell'esercito e del popolo durasse il tormento di Novara. - -A Vittorio Emanuele la figura mistica dell'antica croce sabauda -sventolante ancora una volta sugli azzurri del mare d'Oriente, appariva -come presagio di rinnovate fortune. - -Egli voleva capitanare l'esercito, e, a malincuore persuaso dalla -ragione di Stato, cedette il comando al generale La Marmora. - -Il partito della guerra fu vittorioso in Parlamento, esclusivamente per -il prestigio di Cavour. - -Pareva un'avventura. Lo scontroso patriottismo temeva dell'Austria, i -meno diffidenti presagivano la ruina economica. - -È storia da non potersi riassumere in poche parole. Meriterebbe, essa -sola, una conferenza. Occorrono più conferenze per illustrare la storia -d'Italia dal '56 al '61 e questa storia d'Italia è storia di Cavour. - -Di certo, nella guerra di Crimea la parte del Piemonte fu rischiosa -tanto, che anche il gran ministro ne temette. Oh! l'annunzio della -Cernaia! E la vittoria che bacia il tricolore! E le divisioni di La -Marmora emule dei primi soldati d'Europa, acclamate in cospetto del -mondo! - -Fu l'anno sfolgorante e clamoroso. Dopo tanta tenebra profonda, tanto -duro silenzio, l'anima del popolo si sollevò fiduciosa. La bandiera, -nel suo nuovo prestigio, oltre il Ticino irradiò i bei colori che -dicevano la speranza. Il popolo d'Italia scriveva sui muri: «Viva -Verdi,» cioè: «Viva Vittorio Emanuele Re d'Italia.» - -Sedizioso emblema! E il conte di Cavour si avviava a Parigi, per -raccogliere, sul tavolo della diplomazia, l'alloro che l'esercito sardo -aveva mietuto in Crimea. - -La storia della civiltà nostra dirà del Congresso di Parigi che esso -fu la manifestazione dei sentimenti e delle illusioni di un secolo, il -quale sentì l'ansia dei fini umani. - -Il secolo che doveva chiudersi con la conferenza per la pace, vi -preludiò a mezzo il cammino col «non intervento, l'abolizione della -corsa, il diritto dei popoli di manifestare liberamente i loro voti.» - -Napoleone III segnò in quel punto l'apoteosi del suo regno, e l'Europa -la moderazione di lui ammirò. - -Cavour rinvenne l'alleato. - -— Che si può fare per l'Italia? — Gli chiese un giorno l'Imperatore. -E Cavour, cogliendo al balzo le intenzioni e la proposta, gli esponeva -il suo piano; si arrischia, e con temerario slancio butta sul tappeto -verde del Congresso la questione italiana. - -Questo avvenne il giorno 8 aprile 1856. - -Fu la prima volta che in un congresso europeo l'Italia «nazione» apparì. - -Ben lo intese il gentile spirito dei patriotti toscani, quando al -ministro piemontese ritornato in patria offerivano nel bronzo: «Colui -che la difese a viso aperto.» - -Intanto i lombardi regalavano all'esercito sardo di Crimea la statua -dell'alfiere in atto di difendere lo stendardo. - -Le rivendicazioni italiche erano una realtà. Cavour le aveva elevate al -posto d'onore, mentre coglieva il segreto di Napoleone III. - -Il ritorno di Cavour da Parigi segna il principio di un'epica fase, e -il linguaggio di lui ne risente. - -Questo ministro tecnico, che appariva sdegnoso di uscire dal terreno -pratico, diventa un poeta. - -La sua eloquenza ha gli scatti e le pompe, l'ampiezza e la grandiosità: -egli cita Byron e Manzoni, schiude innanzi al parlamento attonito un -orizzonte sconfinato e corrusco di attività provocatrici. Le sue parole -hanno la sonorità del metallo: rimbombano come fanfara di guerra. - -Orgoglioso, quando passa l'imponente rassegna degli scambi avvivati, -delle industrie sollevate, delle leggi immaginate, delle Alpi tentate, -delle strade aperte, della marina rinnovata, dei civili ordini -assodati, coll'imponente e largo discorso dell'aprile 1857, da codesto -orgoglio trae nobile argomento per additare le vie che si aprono, gli -ardimenti che aspettano: le fortificazioni di Alessandria, il porto di -Spezia, l'esercito, l'armata. - -E quando, l'anno di poi, l'attentato di Orsini getta lo scompiglio -e incoraggia la reazione, egli, inesorabile accusatore, denuncia la -complicità del misfatto nel mal governo dei principi, nelle perfidie -austriache. - -Lo sgomento di tutti si infranse contro la sua virile fermezza. -L'Europa stava spiando. Sarà Alberoni o Richelieu? Ma il 10 gennaio -del '59 Napoleone III getta la sfida all'Austria; alcuni giorni dopo, -Vittorio Emanuele non è insensibile al _grido di dolore_ dell'Italia. - -Palestro, Montebello, Magenta, San Martino e Solferino! Giornate -primaverili del nostro riscatto, corona di valore e di sangue a quegli -accordi di Plombières che Cavour annodava, intanto che vanamente la -diplomazia lo sorvegliava! - -La guerra del 1859, colla liberazione della Lombardia determinò la -sollevazione della Toscana, dei Ducati e della Romagna; e, allorchè -Napoleone III, preoccupato dal contegno della Prussia risolse di posar -l'armi, stipulando i preliminari di Villafranca, mezza Italia aveva -proclamato la indipendenza. - -L'insurrezione prodigiosa era stata sollecitata dall'iniziativa -guerriera del Piemonte: Cavour l'aveva ispirata: egli sentiva la -responsabilità formidabile. - -Il grande rivoluzionario era lui, che aveva bandito la guerra, -scatenato le popolazioni, armato Garibaldi, che sosteneva di denaro e -di consigli Farini nell'Emilia, d'Azeglio in Romagna, corrispondeva -con Ricasoli in Toscana. Villafranca lo colpì come una defezione. -Fu il dolore grande della sua vita, gli parve d'aver mentito ai -popoli fidanti in lui. L'esaltazione tragica del suo animo salì -all'irreverenza verso i sovrani; quel potente dubitò di sè: vide -nell'opera sua una ruina. - -Il popolo d'Italia fu, in quei giorni più sereno e tenace di lui, ma -lo intese. Disse: è un uomo di cuore costui, e veramente ci ama. Lo -vendicò. D'altronde, Napoleone III che aveva sacrificato al dovere -verso la Francia la promessa: «dall'Alpi all'Adriatico» si tenne fedele -allo spirito del trattato di Parigi. - -Se Villafranca significava la pace coll'Austria, egli aveva dichiarato -che non intendeva di frapporsi fra il popolo e le sue aspirazioni. -Quando Gioacchino Pepoli fu spedito a Parigi per annunziare i propositi -degli Italiani e già i governi provvisorii delle provincie centrali, -irremovibili nell'indipendenza, meditavano l'unità coi plebisciti, -l'Imperatore movendogli concitato incontro: - -— Sur quel air venez-vous? — chiese. - -— Sur l'air de Villafranca, Sire, rispose Pepoli prontamente. E di -rimando: - -— Il n'y aura pas d'intervention, — dichiarò recisamente Napoleone.[2] - -Il non intervento condannò l'Austria alla immobilità, favorì la -politica delle annessioni. L'opera di Cavour ne usciva intatta, e -questi, che nell'impeto del patriottico sdegno, aveva abbandonato il -governo, vi ritornò il 16 gennaio 1860. - -Era forse giunto il tempo che dovessero avverarsi tutte le profezie? -Che anche la parola di Carlo Alberto trionfasse? Suonava per l'Italia -l'ora di _fare da sè_? - -Ahimè! Diciotto mesi ancora, e poi il risorgente popolo è percosso -dalla negra ala della morte. - -«Una congestione cerebrale,» scrive il venerando patriotta ungherese -Luigi Kossuth «e la mente che oggi s'innalza co' suoi progetti fino -al cielo, la mano che arditamente spinge la ruota della fortuna delle -nazioni, domani è un corpo esanime che ridona alla terra ciò che di -terrestre conteneva.» - -Ma in quei diciotto mesi quale maestosa onda di fatti! - -L'epopea dei volontari, l'ardita marcia a traverso l'Umbria e le Marche -e Vittorio Emanuele che stringe la mano a Garibaldi sul Volturno, -intanto che i plebisciti creano il regno d'Italia e il primo parlamento -italiano acclama Cavour, che si mostra al braccio di Alessandro -Manzoni! - -Questo è miracolo voluto, combinato, eseguito con una perspicacia che -sorveglia sè stessa acutamente, con un'attività pensata a un tempo -e turbinosa, fucinata sul maglio di un'energia indomabile, in una -terribile tensione dello spirito. - -— Oh! — sclamerebbe la forte e dolce Nennele, la simpatica eroina, la -nuova creazione di Giuseppe Giacosa — oh veramente colui si dava alle -cose![3] - -Per tal modo, il giovanile prorompere dell'ufficialetto di Bard, -imprimendosi nella maestà della storia, coronava la vulcanica -esistenza, dominata da un pensiero! - -Cavour era ministro del regno d'Italia! E nei clamori della prima festa -nazionale, in onore di quello Statuto, che era stato per la sua volontà -un miracoloso talismano, nella letizia dei compiacimenti ufficiali -che dall'Europa venivano al nuovo regno, si dileguava nell'eternità -gloriosa l'infaticabile spirito nel quale il sospiro dei secoli aveva -assunto robusta e vitale forma. - -Temperamento fatto di logica e di libertà. Spaziò in un campo -intellettuale supremo, dove non setta, non pregiudizio, non volgarità -di onori, ma solamente la fatidica progressione della storia lo -guidava. E questa lo condusse al premio ineffabile, e dona alla memoria -di lui, rompendo l'ombra e rischiarandola, la serena popolarità che -circondò la sua persona. - -Ma egli maturava nell'ampio e profondo cervello immensi e benefici -disegni! - -Avete udito, sul letto di morte, le ultime sue parole? - -— Frate, frate, — e appuntava su padre Giacomo il fuoco supremo dei -suoi occhi spalancati: — libera Chiesa, in libero Stato. - -Egli poteva darci una salutare riforma religiosa! - -Fino dalla gioventù, la preoccupazione delle forze morali che -sorreggono le comunioni umane aveva sollevato il suo animo alla -vertigine delle altezze, il sublime lo tentava nel magnifico miraggio: -la religione e la libertà! - -La sua formula, incompresa o trascurata, racchiude forse il segreto -di una risurrezione di fede, quale non videro le mistiche età, di una -spiritualizzazione del sentimento religioso, quale non sanno concepire -coloro che abbassano la Chiesa al livello di una Società politica. - -— Santo Padre! — esclamava in cospetto dei nuovi eletti d'Italia, il -conte di Cavour — Santo Padre, noi vi daremo la libertà, che da tre -secoli invano chiedete alle potenze cattoliche; date a noi Roma la -madre alma, la stella polare nostra: noi proclameremo la libertà della -Chiesa! — - -Era una promessa degna della mente politica più vasta e comprensiva -dell'età nostra, della mente che rispecchia l'immagine più schietta e -completa, più morale del mondo moderno! - -Pochi, pochi anni, troppo pochi anni durò quella fioritura vivida e -generosa di colore, di luce; durò quel governo intellettuale contesto -di persuasione e di fàscino. - -Ma la forza di una dominazione fondata sulla vivace parola, sul -dibattito aperto, in parlamento, azione di avveduta pazienza e di -indomabile fede. non è mirabile, stupenda, misteriosamente seduttrice, -efficace e illustre assai più di quella che si suole richiedere agli -eserciti ed alle burocrazie? - -Il significato morale dell'opera di Cavour, equilibrata, sana, condotta -secondo ragione, non è qualche cosa di molto elevato, di veramente -edificante e buono, che ravviva la confidenza nelle qualità umane, -nella possibilità di un destino che corrisponda agli intimi soavi -accordi dell'intelletto e del cuore? - -Oh, di certo, una nazione redenta, un popolo restituito a dignità, il -sangue dei caduti vendicato coll'onore della patria raggiante nella -coscienza di cittadini risorti alla serietà del dovere e alla letizia -della libertà, codeste sono opere immortali. - -Ma lo spiritual significato di un'esistenza utile, laboriosa, onesta e -grande come quella di Cavour non è forse anche più ragguardevole cosa -e degna di rimanere in perpetuo esempio? - -Di codesta purissima luce, effusa sulla nuova storia della nostra -patria, dobbiamo rendere grazie a quell'uomo, e, sia benedetta la -Provvidenza, che la rivoluzione d'Italia si impersona in una delle -figure più elette del secolo. - -Nè consentiamo alla puerile bestemmia che egli sia morto a tempo per la -gloria sua. - -Per la sua felicità, forse. - -Ma, per la gloria? Che possiamo dirne noi? Che ne sappiamo? - -Che cosa possiamo noi prevedere di una intelligenza, di un'anima entro -la quale ardeva e folgorava così potentemente il raggio di Dio? - -Un giorno, standosi il conte di Cavour sulle rive del lago di Ginevra, -lo accostò un alto e biondo bernese, soldato della libera Elvezia -repubblicana. - -Lo fissò, e poi gli chiese: - -— Sie sind Cavour? — - -E, avutane risposta affermativa, gli occhi del popolano si -velarono di lacrime. Afferrò le mani del grande liberale, le baciò -precipitosamente, commosso. Poi si allontanò. - -Si era al 1860: l'Italia sorgeva. - -Oh come felici, se nella sconsolata via, venisse innanzi a noi il -trionfante fantasma ideale! - -Con quale trepidante desiderio, anche noi, interrogheremmo: - -— Sie sind Cavour? — - - - - -L'EPOPEA GARIBALDINA - -CONFERENZA DI GIUSEPPE CESARE ABBA. - - -Tentare in una breve ora l'epopea garibaldina, che vuol dir tutto -Garibaldi, sarebbe come voler cogliere in un'occhiata tutta la -giogaia delle Alpi. Chi lo potrebbe e da quale altezza? Fra Rio -Grande e Digione, i suoi furono trentacinque anni di guerre con -intermezzi di solitudini da Nume, o sull'Oceano o sullo scoglio -dov'Ei sapeva incatenarsi da sè; e solo la lirica, col suo gesto da -folgore, varrebbe forse a pigliarli nella sua luce. Ma se è vero che -dell'Epopea il poeta può, se vuole, coglier soltanto il nodo; allora -questo nella garibaldina è la Sicilia, la Dittatura, Lui, che privato, -povero, disconosciuto, dispetto o adorato, ma in sè gigante cui sono -sproporzionati uomini e cose, leva via un re inutile, e fa possibile e -sicura l'unità dell'Italia. - -Se lo stato dell'anima quale ce l'han fatto i secoli, per quel tanto di -scienza che s'acquista via via da tutti, ci lasciasse ancora concepir -l'Eroe nel senso antico, certi pochi uomini, da duemila anni in qua, -meriterebbero d'esser chiamati eroi quanto Garibaldi: ma forse piace -di più riconoscere in lui l'Uomo quale un giorno sarà, perchè ebbe al -sommo la pietà, l'amore, l'oblio di sè, e un sentimento vivissimo del -misterioso legame che ci giunge con l'Essere da cui emana tutta la -legge e tutta la vita, la quale deve divenir alla fine sola bontà. - -Non lo vediamo a sette anni, mentre si trastulla con tra le mani -un grillo, piangere per avere strappato le ali alla povera bestia -innocente? Non offesa dunque a ciò che vive, non far patire. È già -quello stesso che negli anni gravi e glorioso si leverà nel cuore -della notte, per andare in cerca di una capretta che udirà belare -smarrita, su pei greppi della sua Caprera. Di mezzo a questi due fatti -che paiono fanciulleschi, sta l'episodio di quel barbaro americano -Millan, che aveva fatto torturar lui prigioniero, e che caduto poi -nelle mani sue egli rimandò libero, senza volerlo vedere. A otto anni -salva una lavandaia pericolante in un fosso; e a tredici si getta in -mare per soccorrere una barca di compagni già lì per naufragare. E li -salva. Quando a settantacinque anni sarà morente, dirà le ultime sue -parole, raccomandando ai suoi le due capinere venute a posarsi sulla -sua finestra! - -Cominciò presto per lui la grande scuola di farsi da se; e presto lo -vide la _Costanza_, il brigantino che lo portò marinaio in Levante, -sogno degli italiani, passato dai libri di Marco Polo nella poesia -cavalleresca. Anch'egli mirerà di Angelica ridente il velo - - Solcar come una candida nube l'estremo cielo; - -ma poi la sua Angelica la troverà in Italia, a diciassett'anni. -Navigherà col padre, marina marina, sino a Fiumicino e da Fiumicino -farà una corsa a Roma. Col quel po' di storia romana che ha nell'anima, -passerà tra i monumenti della vecchia Roma e quei della nuova, si -desterà in lui lo spirito di Cola di Rienzo, concepirà che sulle due -Rome, può e deve sorgere una nuova Roma italiana. E in quell'età della -vita che ogni uomo si pianta nel cuore una fede propria, in lui si -pianta quella della gran madre, per cui penserà, lavorerà, combatterà -fino al «Roma o morte» d'Aspromonte; fino alla tetra sera di Mentana. -Il dì che Roma diverrà italiana, egli non ci sarà, ma i secoli diranno -che stava a combattere per l'onore di quella Francia, che a Mentana -aveva provate le armi sue nuove contro di lui. Mai uomo fu defraudato -del suo diritto come lui, in quel giorno che l'onore di entrare in Roma -toccava ad altri! - -Gli anni giovanili di Garibaldi paiono andati via rapidi, per chi -li legge nelle sue biografie; ma come furono densi di azione! E il -nostro pensiero lo segue ancora su' mari di Oriente dove navigando -coi Sansimoniani proscritti, si nutre del Cristianesimo nuovo ch'essi -portano per il mondo. Un anno appresso, a Taganrok (1833), un asceta -del patriottismo gli rivelerà la Giovane Italia e la formola _Dio e -Popolo_ lo conquiderà. Da allora, Garibaldi sarà il Paolo di quella -fede. - -Passiamo via rapidi su quel momento della sua vita in cui egli entrò -nella marineria del Re di Sardegna con propositi di ribelle. Ma chi -gli diede in quel momento il nome di guerra di Cleombroto, lo dava a -caso, o ravvisava in lui qualcosa del giovane che letto il _Fedone_ -di Platone si uccise per accertarsi dell'immortalità dell'anima, o -qualcosa del re Spartano di quel nome, morto alla battaglia di Cintra? -O forse quel nome gli fu dato per quel senso di procella che par -esprimere? - -Il pensiero di Garibaldi non era stato bello, ma sublime fu la pena -che si inflisse da sè. Nell'ora di agire, di gridar la rivolta sulla -nave del Re, la sua natura nobilissima gli diede il raggio che salva: -egli scese a terra, andò a cercar altrove per Genova il luogo da -spendervi la vita o conquistare la libertà; andò e cercò invano...., -la rivoluzione promessa era ancora un sogno. Ebbene, se tutto è finito -in nulla, egli si riconferma nella sua fede, se la porta via nel -cuore, anderà a fecondar l'idea pel mondo. E allora comincia l'Eroe. -Curioso fatto! Egli, come gli Eroi dei poemi cavallereschi, inizia la -storia delle sue imprese scorrucciato col suo Re, anzi in nome del suo -Re condannato contumace a morte, _come bandito di primo catalogo_: e -queste son parole della sentenza. - -Infermiere dei colerosi negli Ospedali di Marsiglia, quando non ci è -da far quel bene, s'imbarca per l'America, e là sarà l'eroe byronesco, -Lara, Corrado, Leandro o quasi Mazeppa, quello che si vorrà. Oh! -quando combatte per Rio grande, e quando vinto attraversa per nove -giorni la foresta dell'Antas, fra temporali che la schiantano a colpi -di fulmine! Cavalcava al fianco della sua donna, portando in un panno -al collo il loro primo figlioletto di tre mesi; e questa ci pare una -scena di cui si potrebbe leggere nella Bibbia. E di tratti biblici ne -ha parecchi. A San Gabriele, al passo di un torrente, vede un uomo che -sta facendo asciugare al sole i propri panni. «Tu sei Anzani!» grida -egli a quell'uomo, «E tu Garibaldi!» risponde l'altro. S'erano per -fama invaghiti l'uno dell'altro; ora saranno uniti per la vita e per -la morte. Eccoli sulla via della grandezza. Montevideo ha bisogno di -braccia. Vanno. Garibaldi è guerriero da terra e guerriero da mare. -Dove lo mandano? Dovrà risalire il Paranà, con quei gusci che la -Repubblica gli può dare; ed egli va, s'incontra con la squadra nemica, -passa, naviga su pel fiume due mesi, e sotto il cannone ogni giorno; -all'ultimo a Nueva Cava, dopo aver combattuto tre notti e tre giorni -farà saltar le sue navi, ma il nemico non potrà dire di averlo vinto. -Oh! perchè ventiquattr'anni di poi, ammiraglio a Lissa non fu lui? - -Poi divenne guerriero di terra e creò la Legione. Romano d'anima non -poteva chiamarla che così. Intanto gli anni incalzavano, veniva il -1846, e nel crepuscolo mattutino di quell'anno nel cui meriggio Pio -nono doveva benedire l'Italia, là nell'America un pugno d'Italiani -scriveva con le spade la giornata di Sant'Antonio, uno dei più nobili -fatti d'arme che la storia del valore possa mai raccontare. - -Ai primi annunzi dell'amnistia di Pio nono, egli era là, in quel -mondo delle ricchezze, povero come Giobbe. Fabrizio rifiutò i doni -di Pirro, ma insomma li rifiutò per non tradire la patria. Garibaldi -non aveva voluto nessun compenso d'aver salvata la patria altrui. -Egli si sentiva pago abbastanza del campo franco avuto, a provare in -guerra il cuore italiano: e ora sentiva con sicurezza che se i giorni -della patria erano venuti davvero, egli avrebbe saputo servirla. E -«sovente s'arrestava soprapensieri, e gli sfuggiva un leggero sorriso, -come a chi attende una lieta fortuna.» Lo scrive Giambattista Cuneo, -suo compagno in quei giorni. Cosa vedeva, egli oltre il mare in qua, -nell'Italia lontana? Allora egli e l'Anzani offrirono le loro spade a -quel Pontefice, cui poco appresso il Mazzini offriva la mente. Avesse -il Pontefice accettato; e se non la indipendenza che non era da lui, -avrebbe forse guarita l'Italia di quella gran miseria per cui paiono -inconciliabili l'amor della patria e la religione, che sono ancor la -forza degli altri popoli, pur di noi più civili. - -Quando non potè più reggere od aspettare, Garibaldi imbarcò quanti -della legione vollero seguirlo, e sul brigantino _Speranza_, veleggiò a -tornare. Canterà mai la poesia l'ora grande che, di qua da Gibilterra, -egli vide una nave che batteva bandiera tricolore, la gran bandiera! -e seppe Milano insorta, gli Austriaci in fuga, tutta l'Italia in -rivoluzione? - -E poi Nizza e la vecchia madre non riveduta da quattordici anni: e dopo -brevi giorni di gioie domestiche, l'entrata nel mondo del Quarantotto, -tutto canti e grida e deliri, ma con poche armi, assai poche! Ei corse -presto a Milano. E perchè? — domanda oggidì la storia d'allora, — -perchè dovette andare sino al campo di Carlo Alberto per chiedere un -posto quale si fosse, e combattere? Non trovò per via gente armata che -gli si offrisse? Ahi! Orlando era tornato, ma già si trovava ai primi -disinganni. Dal campo fu mandato a Torino dove gli si disse d'andar a -chiudersi in Venezia.... Nessuno indovinava in lui quel ch'egli era, -neppure il governo provvisorio di Milano, dove tornava il 15 luglio, -e dove alla fine gli erano dati i tremila volontari sparsi qua e là -sino a Bergamo, con questo però che egli se li raccogliesse. Ma allora -tutto già volgeva a male in Lombardia; Carlo Alberto si ritirava dal -Mincio, gli Austriaci tornavano grossi, Milano ricadeva nelle loro -mani; e a Garibaldi non rimaneva che la gloria di cader l'ultimo a -Morazzone. E si narrò poi che il D'Aspre, il quale appunto a Morazzone -lo aveva assaggiato, dicesse che l'uomo che avrebbe potuto essere -utile all'Italia, nella guerra d'indipendenza del 1848, era stato -disconosciuto. - -Dunque tutto era una grande illusione? No! Roma chiamava, ed ei vi -corse co' suoi di Montevideo. E anche là, quando la Giunta Suprema di -Governo seppe che Egli giungeva, tremò. Pure dovette accoglierlo e se -non altro illuderlo, mandandolo, a capo di bande armate a Macerata, a -Rieti. Egli andò. Di là eletto deputato di Macerata alla Costituente, -scese in Roma, il 5 febbraio, nell'assemblea ascoltò il discorso -d'apertura del ministro Armellini, e di scatto s'alzò, proponendo che -si proclamasse la Repubblica. Ecco il dittatore! E tutti lo temono, e -pochi si fidano di quell'uomo così nuovo, così sicuro, così fatto per -comandare. - -Il 21 aprile quando si viene a sapere che partivano i francesi da -Marsiglia per Civitavecchia, Egli era già molto sdegnato contro la -patria, e se ne era confidato ad Anita, scrivendole da Anagni. Ma -non dubitava dei suoi destini. E coi suoi milledugento armati, gli -pareva d'essere invincibile. «Roma prende un aspetto imponente, Dio ci -aiuterà.» E in Dio veramente credeva. - -Sbarcano i diecimila francesi, con sedici cannoni da campo, sei da -assedio. Sono amici, sono nemici? Venivano per restaurare il Papa. E -allora cominciarono i forti giorni. E fu quel 30 aprile che rimase -gloriosissimo nella storia dell'armi italiane. Ma cominciava anche -la gran caccia di mezza Europa, contro Roma. Gli Austriaci passavano -il Po, la Spagna imbarcava gente per l'Italia, il Borbone invadeva -la Repubblica. Vero è che vi furono Palestrina e Velletri, bei nomi a -ricordarsi, più che per le vittorie in sè, come primo colpo anticipato -da lui al trono borbonico. E la poesia vi si fermerebbe a raccogliere -il fior del sentimento, cantando che a certa ora del fatto d'arme, una -compagnia di adolescenti salvò Garibaldi caduto, travolto dall'onda -della cavalleria nemica. - -E poi la ripresa degli assalti francesi il 3 giugno a tradimento; e -villa Panfili, e San Pancrazio, e villa Corsini, e il Vascello, e le -inaudite gesta d'uomini come Masina, Manara, Mellara, Dandolo, Bixio, -Morosini, Mameli, Sacchi, Bassini e mille altri; e i 19 ufficiali -morti i 32 feriti, e cinquanta gregari tra morti e feriti, e Lui che ai -fuggenti sulla via della disperazione grida: «Voi sbagliate strada! il -nemico non è qui!» Avevano letto l'_Adelchi_ del Manzoni, o il Manzoni -aveva indovinato che gli eroi parlano così. - -Il gran dramma dell'assedio durò ventisei giorni di combattimenti, fino -al 29 giugno. E quel giorno, quando l'assemblea chiamò Garibaldi nel -proprio seno, egli, lasciate a malincuore le mura, corse e gridò ai -rappresentanti del popolo che bisognava eleggere un Dittatore. Quanto -a sè, dichiarò che altrimenti sarebbe uscito da Roma a tener alta dove -che fosse la bandiera della patria fino all'estremo. Ma l'assemblea, -pur dichiarando di volere stare al suo posto, deliberò di cessare -la resistenza divenuta impossibile. Dunque anche in Roma, tutto era -finito! - -Ma non per lui. Prima che i Francesi entrino in Roma egli n'uscirà. -Non vuol morire di quel dolore. E sul mezzodì del 2 luglio, raccolta -sulla piazza del Vaticano la sua divisione, griderà quelle sue grandi -parole: «Io esco da Roma; chi vuol continuare la guerra mi segua. Non -offro nè gradi, nè stipendi, nè onori, ma fame, sete, marce forzate, -battaglie, ferite e morte; per tenda il cielo, per letto la terra, e -per testimonio Iddio.» - -In tutte le sue biografie sono taciute le ultime parole di quel -discorso: eppure le disse. Le ripetevano ancora, tra i Mille, alcuni -veterani che le avevano intese. - -La sera di quel giorno uscirono con lui tremila, da porta San Giovanni -per la tiburtina, ben sapendo tra quali strette d'eserciti nemici -andavano a porsi. Marciarono ventisette giorni, marciarono ventisette -notti, sempre lì per dar negli agguati, sempre riuscendo a scansarli. -Meravigliosa marcia che rivelò il Capitano, e più che il Capitano -l'Uomo fatale: perchè grandissima cosa tra le grandi compiute in quella -fuga da leone, egli non disperò un istante d'un mondo non ancora degno -di lui, nemmeno in quel fiore di valorosi che avevano voluto seguirlo. - -Il 31 luglio riparava in San Marino. Parevano rifiniti tutti quelli -che non rimasti per via, s'erano rifugiati lassù. Egli no. Dice ancora -ai Reggenti: «Che se i Tedeschi non lo attaccheranno, egli non li -attaccherà.» Non è il sommo dell'ardimento? - -Ma insofferente d'indugi, sdegnoso di scendere a patti con lo -straniero; mentre gli Austriaci gli stringono il cerchio intorno -fin sul territorio della piccola Repubblica, egli piglia la sua -risoluzione. Anita è quasi morente ma non si lagna, con Lui le è vita -ogni stento. E via di notte pei balzi dirotti del Titano, scende, passa -tra le schiere nemiche, traversa la terra fedele di Romagna fino al -mare, vi imbarca i dugento che potè condur seco; mèta Venezia.... Là si -combatte ancora. - -Ma, cade in quel giorno del 4 agosto l'episodio pietoso che tutti -sanno. Dal mare gli tocca a ripigliar terra, inselvarsi con Anita, -morente tra le braccia; solo, tra il mondo e Dio, la porta, la affida, -non sa quasi bene se viva ancora o già morta, a chi potrà seppellirla. -Egli deve sè all'Italia, e non può lasciarsi uccidere dai croati su -quella povera morta. Fu forse il momento più amaro della sua vita. «Ma -quando la disperazione starà per entrar nel tuo cuore, chiamami ed io -sarò con te:» e al mondo, per far come egli fece in quell'ora, bisogna -avere il cuore pieno di quelle voci che Dio mise nei grandi. - -Salvato per una sequela di miracoli, sin che potè por piede in -Piemonte, s'accorse che neppur lì poteva star più, sebbene in terra di -libertà. Egli era venuto a riportare in Europa il tipo del cittadino -guerriero, e pareva che non ci fosse più terra per lui. Peggio che -Mario! Non fu incatenato come Prometeo, ma fu gettato alla solitudine -tremenda dell'anima. E non sapevano che egli aveva in sè un mondo, in -cui egli si moveva e sapeva vivere come in un imperio infinito. - -Riprese la via dell'esilio, seppe cosa vuol dire non aver da sfamarsi, -lavorò colle mani da semplice candelaio, alla fine potè riavere una -nave e gli oceani. E nella solitudine del Pacifico, un giorno del 1854, -gli avviene uno di quei fatti interiori, che paiono accidentali, ma -che forse provano come a certi gradi di perfezione l'anima umana sia -servita forse da sensi misteriosi che non sappiamo d'avere. Egli è in -pieno Oceano Pacifico e sente in sè che a Nizza muore sua madre. Quella -morte sentita così, gli mise la nostalgia della patria! - -Rivedrà l'Italia in quello stesso anno 1854; non si sentirà più di -staccarsene, ma per altro nessuno gli dirà più d'andar via. Il Cavour -è alla testa del Piemonte, sa dove vuole andare il suo Re, e sa pure -che per avere con sè la Nazione, il Re deve tener conto sopratutto di -quel proscritto. Ebbene, se nessuno vieta più omai a Garibaldi il suolo -del Piemonte, divenuto asilo di tutti i profughi, Garibaldi non vi -si fermerà. Egli non è fatto per vivere tra gli uomini la vita d'ogni -giorno. C'è là nel mar di Sardegna un'isoletta, ch'egli ha veduta sin -dal '49; e là con un po' di terra da coltivare, una casetta da starvi -ch'egli fabbricherà da sè, umile come quella di Montevideo, e la -quiete e la speranza potrà aspettare. Aveva allora quarantasette anni, -un'altra primavera d'Italia pareva vicina, ma che venisse presto finchè -c'era ancora un resto di gioventù! Passarono gli anni: fu la guerra -di Crimea e la spedizione piemontese, della quale forse neanch'egli -capì gli intenti, perchè non uso a pigliar vie così traverse; ma -l'atteggiamento del Piemonte, quel piantarsi di Vittorio Emanuele da -Re italiano in faccia all'Austria, dovette por nel gran cuore del -solitario generale la certezza d'una ripresa d'armi, come egli la -vagheggiava. - -E quando fu chiamato a dare il suo gran nome a quella Società -Nazionale, che doveva raccoglier tutte le forze in un fascio, lo -diede. Allora gli fu gridato che veniva meno alla parte repubblicana, -cui tanto più doveva tenersi in quanto che egli era quel che era, -perchè generale della Repubblica romana. Ma Garibaldi non si lasciò -scuotere e stette. Fu quello uno dei fatti più eroici della sua vita. -Sentimento e intelligenza delle cose patrie operarono allora in lui con -piena armonia. Altri grande quanto lui ma sempre illuso lo biasimò, lo -rampognò; ma egli stette, e il fatto fu uno dei più importanti di quel -decennio, che la storia dovrebbe chiamare della saggezza. - -E infatti il '59 parve una gran cosa riuscita, anche a coloro che -neppure allora vollero riconoscere che il Generale aveva fatto bene. -Certo, a vedere come anche a quella guerra il popolo italiano aveva -dato poco di sè nell'azione, se non lo dissero, dovettero pensare -che quei centotrentamila francesi non gli avrebbero potuti far venir -essi a combattere a lato degli italiani del Piemonte. E come senza -essi si sarebbe vinto l'Austria con duecentocinquantamila uomini e -novecento cannoni, e le fortezze in Lombardia? Garibaldi stesso disse -poi a Don Verità, l'antico suo salvatore del quarantanove, che senza -Napoleone neppur quell'anno si sarebbe riusciti a nulla. Che importava -se quel romantico imperatore s'era fermato a mezzo? Intanto egli aveva -messa l'Austria a doversene star sulla sinistra del Po, a vedere quel -che sarebbe avvenuto nella penisola, senza potersi muovere; aveva -consacrata la dottrina del non intervento lanciata invano trent'anni -innanzi dalla monarchia di luglio; e legate così le mani all'Austria: -al resto, Garibaldi si sentiva di pensar lui. Certo non si lusingava -che Napoleone non avesse un qualche giorno a violare egli stesso il non -intervento: ma per allora quel principio valeva mi esercito vero per -l'Italia contro l'Austria costretta a starsi sulla sinistra del Po a -guardare. - -Sfumato il disegno neo-guelfo d'una federazione italiana, risognato -un istante da Napoleone III dopo Villafranca; concorde con lui -l'Inghilterra nel non intervento, Prussia e Russia non inclinate ad -aiutare l'Austria, se mai avesse voluto impedire le annessioni della -Toscana, dell'Emilia e della Romagna, l'ora era buona per pensare al -resto d'Italia. - -Ma allora Napoleone mise il prezzo di Nizza a quelle annessioni, e -il Cavour dovette cedere. Cedette forse troppo facilmente. Perciò il -12 aprile 1860 nella Camera dei deputati Garibaldi sorse a rampogne -formidabili contro di lui. Pareva l'inizio di una guerra civile. Ma per -buona sorte, la campana dei Francescani della Gancia in Palermo aveva -sonato, otto giorni prima, a chiamar la Sicilia all'armi e l'Italia -all'aiuto. Neppure per essere stato fatto quasi straniero all'Italia, -Garibaldi, al grido della Sicilia, poteva star sordo. Neghi Achille il -suo braccio per una prigioniera che gli è stata tolta, e rimanga pur -grande quant'è in Omero; l'uomo moderno, se non sa sagrificar tutto sè -stesso, eroe non è. - -Di quei giorni, come gli amici di Orlando, che andavano in cerca -di lui errante pel mondo, ecco in Torino il Bixio e il Crispi da -Garibaldi. Gli parlano della Sicilia; l'unità d'Italia dipende da lui. -Ed egli ascolta, s'accende, consente, e candido com'era ed aperto, -va subito dal Re a chiedergli addirittura una brigata da menare in -Sicilia. Voleva appunto quella comandata dal Sacchi, antico e caro suo -portabandiera nella legione di Montevideo. Come deve esser rimasto -Vittorio! Ora s'avverava ciò che egli aveva scritto poco prima a -Francesco secondo: desse la libertà ai suoi popoli, si mettesse a far -gareggiare il suo regno con quello di lui, chè se no, presto sarebbe -_tardi_, e forse verrebbe adoperato il nome dei Savoia contro i -Borboni, senza che egli potesse opporsi. - -Re Vittorio non aderì alla richiesta di Garibaldi; ma il Cavour gli -diede libertà di fare. Bastava. Garibaldi vola a Genova, il 20 aprile è -nella villa Spinola divenuta quartier generale di quel mondo d'uomini -politici e militari, che si era formato come uno Stato nello Stato; -ivi riceve notizie, dà ordini, si prepara al gran lancio. Ma le notizie -di Sicilia vengono, mutano ogni giorno, sempre più scoraggianti; il 27 -aprile par tutto finito laggiù; si sapeva già l'eccidio di Carini, ora -si dice che gli insorti battuti e dispersi tengono appena le montagne, -anzi che si vanno sciogliendo. Cade l'animo a tutti. Ma al Bertani, al -Bixio, al Crispi, no. Questi si stringono al generale, Bixio chiede, -supplica, implora d'essere lasciato andare almeno lui.... Almeno lui! -Può Garibaldi lasciar ad altri si grande impresa? Titubanze terribili. -Pure il primo maggio, in uno di quei tempestosi colloqui, di scatto, -come per rispondere a una voce misteriosa che doveva! avere in sè, -Garibaldi balza a dire: «Partiamo, ma subito!» Era fatto così! E allora -tutti a serrare le file. «Si va! si va!» Furono quelli i più bei giorni -d'Italia! - -Bisogneranno navi! Ci pensa Bixio; lasciate tare a lui, egli non -conosce l'impossibilità. Quanto agli uomini, solo a chiamarli saranno -pronti, fin troppi. - -E la sera del 5 maggio, che era di quelle che allagano i cuori di -dolcezza, le belle vie di Genova videro una gentilezza nuova di -portamenti sin nei più rudi uomini del volgo. I facchini stessi del -porto, sempre così aspri, parvero allora cavallereschi. Si sapeva -da tutti chi erano e dove si avviavano quei giovani forestieri, che -s'aggiravano per la città, e ognuno che v'era, certo sa ancora dire -di qualche tratto cortese, ricevuto in quella sera che con Garibaldi -partiva. - -Appena fu notte, una eletta di quei giovani scende al porto. Entrano -in certe barcacce, vogano a due vapori che stanno ancorati, montano, -mettono le mani sui marinai, li costringono a stare zitti, ad accendere -le macchine, a ubbidire in tutto. Pirati veri non avrebbero saputo far -meglio. Sapevano che il Governo chiudeva gli occhi, ma da un istante -all'altro poteva essere costretto ad aprirli; e allora? Momenti di -ansia mortale. Bisognava far presto. Ma tutto veniva bene, Bixio -metteva l'anima sua fin nelle cose, soffiandola con parole terribili, -imprimendola con gesti che facevano tremare i cuori. I due vapori -furono presi. - -E intanto, da Porta Pila, erano usciti i Mille. S'accalcavano alla -Foce, sfilavano oltre il Bisagno per la Via di Quarto; qualcuno -ricordava che tre anni prima il Pisacane s'era partito di là, per -un'impresa come quella che si iniziava; qualcuno salutò la Villa dove -il Byron si era preparato al suo viaggio di Missolungi. - -Alla Villa Spinola pareva una notte di festa. Gente di tutti i ceti vi -si pigiava, confusa; v'erano delle donne, che piangevano d'esser donne; -v'erano dei padri che v'avevano accompagnati i figli benedicendoli. -Vi furono delle madri corse da lontano per tôrre via i loro cari da -quel cimento; una, venuta fin dal Friuli, si udì pregar dal figlio di -non obbligarlo a disubbidirle in un'ora così solenne. Ma tutta quella -folla voleva veder _Lui_, _Lui_, in quel momento supremo. Ad ogni -istante s'udiva una voce: «Eccolo!» No, era qualcuno che usciva dalla -Villa a portar ordini chi sa dove. Eppure in quel fremito c'era una -calma solenne. Verso le undici, come se davvero una corrente magnetica -si fosse diffusa, fu sentito _Lui_.... Veniva fuori dal cancello -della villa, in camicia rossa, con la sciabola sulla spalla a guisa -di un arnese da agricoltore; traversò la via, passò per un rotto del -muricciolo che vi fa riparo, e scese giù per gli scogli, nel piccolo -seno già stipato di barche. La folla che aveva tenuto il respiro non -osò mandare un grido, come avvertita da senso religioso di non turbare -un mistero: e allora quasi nel silenzio, si ebbero il grande addio -quelli che dovevano partire, sfilarono dietro Lui per quel rotto di -muricciolo, entrarono muti nelle barche, presero il largo; già un po' -al largo udirono una voce alta limpida, lieta, chiamar: «La Masa» e -un'altra voce rispondere «Generale». Poi più nulla. - - E tu ridevi, stella di Venere, - Stella d'Italia, stella di Cesare - Non mai primavera più sacra - D'animi italici illuminasti. - -Quando stava per farsi l'alba, apparvero i lumi dei due vapori -venuti via dal porto. Furono lì in un lampo come fantasmi; le barche -s'accostarono, e scale e corde e travi, tutto fu buono per quella gente -a salire, come se fosse stata a un assalto. Ma Garibaldi dov'è? È sul -_Piemonte_. — E come si chiama quest'altro vapore? e chi lo comanda? -— Si chiama il _Lombardo_ e lo comanda Bixio. — Ah, Bixio? Bene! — -Pure un po' di malinconia si diffuse fra quei del _Lombardo_. Andavano -alla ventura del mare, poteva accadere d'essere incontrati dalle navi -napolitane: e allora? Se si doveva perire, i più fortunati sarebbero -stati quelli, che nell'ultima ora avrebbero visto Lui. Intanto i due -vapori, con quei nomi augurali, mossero via. - - -Da quella mossa cominciano i canti centrali del gran poema garibaldino. -Proprio come in un'opera d'arte, il punto, il gran nodo dell'Epopea, -sta tra Quarto e Teano, tra il 5 maggio e il 26 ottobre, tra la -partenza clandestina da Corsaro, alla gloria di gridare da Dittatore -il Regno e il Re d'Italia là, dove si distruggeva un Reame che -durava da settecentotrent'anni. Non lo confermarono il popolo e -l'arte figurativa? I monumenti eretti per tutta Italia a Garibaldi lo -rappresentano quale in quel tempo egli fu: rappresentano il Dittatore. - -E ora, parlando della grand'epopea garibaldina, in questa Firenze, mi -par giusto ricordare che qui, nel meditato dolore patriottico, Pietro -Colletta scrisse la storia di quel Reame. Il soldato della Partenopea -e poi del Murat, aveva visto finir in nulla l'impresa unitaria di -Gioachino nel Quindici, e nel Venti la rivoluzione di Napoli non mirar -più all'Italia, ma chiudersi nell'angusto concetto delle due Sicilie. -Come doveva aver sanguinato quel cuore! - -Ricaduta Napoli in balìa degli Austriaci restauratori della tirannide -spergiura; cacciato egli a confine in Brünn di Moravia, a piè di quello -Spielberg, dove pativano le durezze del carcere il Confalonieri, il -Pellico, il Maroncelli e gli altri Carbonari, chi sa che, guardando -lassù, non abbia pensato che se Marche, Umbria, Romagna, Toscana, -Emilia, erano state indifferenti all'impresa di Gioachino, o l'avevano -quasi derisa; se allora i Lombardi stavano lassù condannati; se i -Piemontesi ramingavano pel mondo, e s'egli stesso napoletano, era -là; tutto era avvenuto perchè erano mancati tra Italiani e Italiani -la stima e l'amore? E forse gli nacque allora appunto il pensiero -di rivelare all'Italia del settentrione la grandezza e i martirii -dell'Italia meridionale, e nella sconsolata anima dubitando anche di -essere inteso, gli sonò la pagina finale della sua storia, che pare un -coro fatidico di cupa tragedia antica. E scriveva: - -«In sei lustri centomila Napoletani perirono di varia morte, tutti -per causa di pubblica libertà e di amore d'Italia; e le altre -italiche genti, oziose ed intere, serve a straniero impero, tacite, -o plaudenti, oltraggiano la miseria dei vinti; nel quale dispregio, -ingiusto e codardo, sta scolpita la durevole loro servitù, infino -a tanto che braccio altrui, quasi a malgrado, le sollevi da quella -bassezza. Infausto presagio che vorremmo fallace; ma discende dalle -narrate istorie, e si farà manifesto agli avvenire, i quali ho fede -che, imparando dai vizi nostri le contrarie virtù, concederanno al -popolo napoletano (misero ed operoso, irrequieto, ma di meglio) qualche -sospiro di pietà, e qualche lode; sterile mercede che i presenti gli -negano.» - -Ora l'anima del Colletta, dalle sedi degli eroi poteva esultare; -l'Italia settentrionale mandava all'umile Italia serva di laggiù, quel -manipolo e quel Liberatore. - -All'alba, i due vapori stavano già per girare il promontorio di -Portofino, quando si fermarono quasi di colpo. Perchè? Si seppe poi. -In quelle acque dovevano trovarsi ad aspettarli, certe barche cariche -di munizioni: ma guarda di qua, guarda di là non si vede nulla. Che -fare? Garibaldi alzò gli occhi al cielo come soleva, e ordinò di andare -avanti.... «Le munizioni si piglierebbero dove si potrebbe, magari al -nemico.» - -Così tutto quel giorno 6 e sino alla mattina dell'altro appresso, -i due vapori navigarono di conserva. In quel secondo mattino della -traversata, fu letto sulle due navi l'ordine del giorno di Garibaldi. - -Ribattezzava _Cacciatori delle Alpi_ i militi della spedizione; parlava -di devozione, di soddisfazione della incontaminata coscienza, come -solo premio. L'organizzazione sarebbe come quella dell'esercito ch'ei -chiamava non più piemontese ma italiano; il grido di guerra: _Italia e -Vittorio Emanuele_. - -Bisogna dirlo, quel grido non piacque a tutti. Prevaleva nella -spedizione l'elemento repubblicano: la rivoluzione di Sicilia e la -impresa d'aiutarla era opera di Mazzini, ma in quegli anni il vento -spirava dalla parte della concordia. E poi! se quel grido lo dava -Garibaldi, doveva essere tenuto pel buono, perchè egli in quel fatto -era tutto. - -Intanto si vedeva lì in faccia la riva, un villaggio, una torre su cui -sventolava la bandiera tricolore. - -Era Talamone. - -Come se il fato valesse ancora nella vita dei popoli e dei Re, proprio -là in quel riposto seno della terra Toscana già Stato dei Presidii, -piantato dagli Spagnuoli nel fianco del Granducato, Garibaldi fatti -scendere a terra i Mille, sceso egli stesso vestito da generale -dell'esercito piemontese, doveva pigliarsi tre cannoni da sei e una -vecchia colubrina forse del Seicento, con centomila cartucce, per -andare a spegnere nelle Due Sicilie il regno spagnolo! - -E là, in Talamone, Garibaldi fece dar forme alla spedizione; quartier -generale, stato maggiore, intendenza, corpo sanitario, genio, -compagnie, carabinieri genovesi, guide, tutto fu fatto alla brava e -rapidamente. - - * - * * - -Il colonnello ungherese Stefano Türr fu primo aiutante di campo del -Generale. Aveva allora trentacinque anni. E sapeva cos'era stato -il dolore della sua Ungheria e quello dell'Italia nel Quarantanove. -Sapeva cosa volevano dire le ansie del condannato a morte, liberato -quasi all'ora del supplizio; e sapeva le gioie del cospiratore -nell'impaziente attesa della riscossa. Aveva combattuto l'anno avanti -sotto Garibaldi in Lombardia, e a Tre Ponti aveva sparso il suo sangue -tra i cacciatori delle Alpi. - -Ora egli era lì, a lato di quel Grande. Forse quel contatto gli diè -l'ultima tempra; e il Türr dopo la guerra di Sicilia doveva smettere -le armi per darsi tutto alla vita civile. Fu diplomatico, consigliere -d'alleanze, tagliatore d'Istmi, costruttore di canali; va ancor pel -mondo, quasi ottuagenario, a far sentire la sua voce, dovunque bisogni -gridare la pace e la libertà. Mille quattrocento anni fa, dal suo paese -veniva Attila! - -Ungherese come il Türr, un po' più giovane di lui, aiutante anch'esso -del Generale, v'era il Tuköry, che veniva a offrir l'ingegno e la -vita a quest'Italia, la quale, nel Cinquantanove, in certa guisa aveva -disdetto la fratellanza di sventure e di speranze, che l'avevano legata -fino allora alla patria sua. Diceva egli così senza raffaccio, ma -con dolore; forse presago di dover morir presto, come morì di ferita -toccata nell'assalto di Palermo. Ma Palermo liberata gli fece funerali -che furono un'apoteosi, e chi li vide intende meglio quelli di Ettore -in Omero. - -Poi c'era il Cenni, di Comacchio, uomo di quarantatrè anni, avanzo di -Roma e della ritirata di San Marino; uno tutto fremiti, che ad averlo -vicino pareva di camminare col fuoco in mano presso una polveriera. - -V'era l'ingegnere Montanari di Mirandola, anch'egli avanzo di Roma, che -aveva trentott'anni e ne mostrava cinquanta, per la tetraggine che gli -avevano impresso le meditate sventure del paese. Ma, contrasto quasi -d'arte, egli stava a lato un senese, che da giovane aveva fatto versi -sembrati al Niccolini cose degne del Foscolo. Ne' suoi ventisei anni, -bellissimo, forte, era sempre gaio come se gli cantasse una allodola -in core. Era quel povero Bandi, che cinque ferite di piombo non -poterono poi uccidere sul colle di Calatafimi, e doveva campare ancora -trentacinque anni, per essere ucciso quasi vecchio e a ghiado, da uno -a lui sconosciuto. - -E c'era Giovanni Basso, nizzardo, ombra più che segretario del -Generale, ch'egli aveva visto sublime a Roma, umile ma ancor più -sublime da povero candelaio alla Nuova York. E c'erano il Crispi -allora poco conosciuto, e l'Elia anconitano, che poi a Calatafimi -fu quasi ucciso mentre si lanciava a coprire Garibaldi. C'erano il -Griziotti pavese di trentott'anni, uomo di bella mente ma di cuore -più bello ancora; e il Gusmaroli di cinquanta, antico parroco del -Mantovano, che come l'Eroe dell'_Enriade_, andava tra quei che -uccidono, senza difendersi e senza mai pensare ad uccidere. Ma il -tocco michelangiolesco lo metteva in quel gruppo Simone Schiaffino, bel -capitano di mare, che pareva andasse studiando Garibaldi, per divenir -simile a lui nell'anima, come gli somigliava già un po' nel volto; -biondo come lui, assai più aitante di lui, con un petto da contenervi -cento cuori d'eroe. Vai, vai o giovane sognatore, nato a campar forse -novant'anni, vai! tra otto giorni cadrai sul colle di Calatafimi con la -bandiera in pugno, nell'ora quasi disperata della battaglia. Ma avrai -questo onore, che a chi gli dirà la tua morte, Garibaldi griderà se gli -sembri quello il momento di annunziargli una pubblica sciagura! A quale -età, dopo quali alte fortune, avresti potuto meritare un elogio funebre -come quello? Era detto da lui, mentre si combatteva su quel colle per -far l'unità d'Italia, o perderla forse per sempre. - - -Allo Stato maggiore generale presiedeva il Sirtori. Antico sacerdote, -aveva chiuso per sempre il suo breviario, portandone scolpito il -contenuto nel cuore casto, e serbando nella vita la severità e la -povertà dell'asceta claustrale. Spirito rigido, cuore intrepido, -ingegno poderoso, nel Quarantanove, con l'Ulloa napoletano, era stato -ispiratore del generale Pepe nella difesa di Venezia. Poi, esule in -Parigi, aveva visto indignato, trionfare Napoleone III. E la vita -gli si era fatta un gran lutto. Non aveva perdonato all'Imperatore -il 2 dicembre, neppure vedendolo poi scender nel Cinquantanove con -centotrentamila francesi a liberargli la sua Lombardia; anzi, antico -soldato della patria, s'era astenuto dal venire a quella guerra -imperiale. Ma la guerra stessa, com'era seguìta, gli aveva insegnato a -non illudersi più. Ed era a quarantasette anni, era lì con quella sua -faccia patita, incorniciata da una strana barba bionda, esile alquanto -della persona, silenzioso, guardato come se portasse in sè qualcosa di -sacro, forse le promesse dell'oltretomba; pareva il Turpino di quelle -gesta. - -Da lui dipendevano, come capitani, un Bruzzesi romano di trentasette -anni; il matematico Calvino esule trapanese di quarant'anni, Achille -Maiocchi milanese di trentanove e Giorgio Manin, figlio del gran -Presidente della repubblica veneziana, che non ne aveva ancor trenta. - -Ufficiali minori seguivano Ignazio Calona palermitano, un gran bel -sessagenario che a guardarlo nel viso pareva di leggere le poesie del -Meli: seguiva il mantovano ingegner Borchetta di trentadue anni, gran -repubblicano; ultimo v'era un giovane tenente dell'esercito piemontese, -disertato a portar tra i Mille il suo cuore. Questi doveva morire -a Calatafimi sotto il nome di De Amicis, ma veramente si chiamava -Costantino Pagani. - -E poi veniva il grosso del piccolo esercito; e qui siamo al secondo -libro dell'_Iliade_: - - Della turba...... io nè parole - Farò nè nome, che bastanti a questo - Non dieci lingue mi sarian nè dieci - Bocche, nè voce pur di ferreo petto. - Di tutta l'oste - Divisar la memoria altri non puote - Che l'alme figlie dell'Egioco Giove: - Sol dunque i Duci....... accenno. - - * - * * - -Alla testa della prima compagnia, chi se non Bixio? Pareva uno, -chiamato al mondo in un momento di grande ira da un padre, che offeso -per chi sa quale perfidia della vita, si fosse rifugiato nel seno -della famiglia amata per non morir di collera o di dolore. Era nato -nel 1821 in Genova, allora davvero piena d'ira per essere stata messa -sotto il Piemonte. Stolta Santa alleanza! Per uccidere una repubblica, -aveva sottomesso al Re di Sardegna la città che per bocca di Giuseppe -Mazzini, doveva poi dare quel grido che si sarebbe risolto nella fine -del regno Sardo e nella creazione di quello d'Italia! - -Era quel Bixio che già nel Quarantasette, in una via di Genova, -fattosi alle briglie del cavallo di Carlo Alberto, gli aveva gridato: -«Dichiarate, o Sire, la guerra all'Austria e saremo tutti con voi!» Nel -Quarantotto era volato in Lombardia con Mameli; con Mameli era stato -a Roma dove era parso l'Aiace della difesa, e il 30 aprile vi aveva -fatto prigioniero tutto un battaglione di francesi. Poi aveva navigato; -nel Cinquantanove aveva riprese l'armi, non qui riluttante a fare la -guerra regia, e facendola bene: adesso era capitano del _Lombardo_, ma -in terra avrebbe comandata la prima compagnia. - -Il Dezza ingegnere e il Piva che dovevano divenire generali -dell'esercito italiano, erano suoi luogotenenti; e sergenti e soldati, -benchè fior d'uomini tutti, badassero bene con chi avevano da fare, chè -con lui, non dico paurosi, ma solo inesperti o disattenti o svogliati -c'era da essere inceneriti. - -Egli doveva essere alla fine uno dei grandi che conducono eserciti, -ma dapprima guardato con qualche sospetto, poi apprezzato, poi -riconosciuto: e sei anni dopo, la sera della battaglia di Custoza, -il generale Della Rocca, personificazione del militarismo di scuola, -osò dire di lui a Vittorio Emanuele che lo mettesse alla testa -dell'esercito per la pronta rivincita. Anche il Bixio era uomo eroico -nel senso largo e moderno: compita l'Italia, entrato nel Settanta in -quella Roma da cui era uscito vinto nel Quarantanove, ripigliava le vie -dei mari, e andava cercando in Oriente come far ricca l'Italia. - -La seconda compagnia detta dei Livornesi, perchè livornesi erano -quasi tutti i suoi ufficiali e sott'ufficiali, fu affidata a un Orsini -palermitano, uomo già di quarantacinque anni, ufficiale d'artiglieria -borbonico da giovane, e poi della isola sua nella rivoluzione del 1848. -Da quell'anno era vissuto esule in Levante ai servizi della Turchia, -colonnello dell'arma nei cui studi era stato allevato. - -Per la stessa ragione che la seconda fu chiamata dei Livornesi, -la terza compagnia poteva dirsi dei Calabresi, perchè calabresi -erano lo Sprovieri che la comandava e Lamenza e Piccoli e Santelmo -suoi ufficiali. V'erano inquadrati degli uomini come il Braico, il -Carbonelli, il Damis, il Mauro, il Mignogna, il Plutino, lo Stocco, -il Miceli, e medici, e avvocati, e ingegneri e futuri ministri, e -generali, tutti fra i trentasei e i cinquant'anni, tutti di Calabria -e di Puglia, e molti vissuti dieci anni compagni del Poerio, del -Settembrini, del Duca di Castromediano, nelle galere di Montefusco o -di Montesarchio, dove, invece di custodi pietosi come lo Schiller e -il Kubinsky dello Spielberg, avevano trovato dei birri appena degni di -stare nella Caina di Dante. - -La quarta compagnia toccò al La Masa, siciliano di Trabia, esule -quarantenne. Era un singolare uomo costui! Con un'aria tra d'arcade -romantico e di evangelista, grandi cose doveva aver sentite di sè -e grandissime essersene augurate. E sin a un certo punto le aveva -conseguìte. Si diceva di lui che nel gennaio del 48 aveva decretata -da sè la rivoluzione per il dodici preciso, genetliaco del Borbone, -firmando audacemente col proprio nome, per un Comitato che non -esisteva, il bando di guerra. - -Alcuni conoscevano di lui tre volumi di Storia della rivoluzione -siciliana di quell'anno grande: pochi sapevano che in Brescia dov'era -andato crociato alla guerra lombarda, aveva sposata la duchessa -Bevilacqua, sorella di quell'Alessandro finito a Sommacampagna sotto -le sciabole dei croati. Biondo, esile, quasi bello, il La Masa parea -più uno scandinavo che un siciliano. Forse aveva nelle sue vene un -rigagnoletto di sangue normanno. E ambizioso dicono che fosse assai, -e forse fin sognatore d'un restaurato Regno con lui Re dell'isola, -dove tornava dopo averne quasi conquistato un altro nell'Italia -settentrionale, tante erano le ricchezze della casa dei Bevilacqua. - -Alla testa della quinta compagnia sonava il nome degli Anfossi -nizzardi, glorioso pel caduto delle cinque giornate di Milano. Ma -ahimè! il vivo non era del valor del morto. Però la inquadravano degli -ufficiali subalterni che bastavano a raccoglier l'anima della compagnia -come un'arma corta nel pugno. V'era tra essi il Tanara, una specie di -Rinaldo combattente per la giustizia in un mondo che a lui fu ingiusto -e che non seppe mai il cuore ch'egli ebbe. In quella compagnia, -nulla di regionale. C'erano un centinaio di uomini di tutte le terre -italiane, vi si sentivano tutte le nostre parlate, vi si vedevano delle -teste di tutte le tinte, e di grigie e di già bianche parecchie. - - -Ma ecco alla sesta il più bello degli otto capitani. Era un biondo -di trentatrè anni, alto, snello, elegante. Si sarebbe detto che se -avesse voluto volare, subito gli si sarebbero aperte dal dosso ali di -cherubino. Parlava un bell'italiano, con leggero accento meridionale, -gestiva sobrio e grazioso come un parigino; nel portamento pareva -un soldato di mestiere, negli atti e nei discorsi un Creso vissuto -tra le delizie dell'arte, in qualche gran palazzo da Mecenate. Si -chiamava Giacinto Carini, nome di borghesi e nome anche di Principi -siciliani, che a lui già nobilissimo della persona, dava un'aria alta e -singolarmente aristocratica. In lui v'era il generale che sei anni dopo -avrebbe comandata una divisione italiana all'attacco di Borgoforte; e -da lui fu detto un giorno che se alla morte di Pio IX fosse venuto, -come venne, al seggio di San Pietro il Vescovo di Perugia ch'ei ben -conosceva, l'Italia avrebbe avuto il Papa iniziatore di quella vita che -ancor si aspetta. - -Sfila la settima compagnia, studenti dell'università pavese, lombardi, -milanesi eleganti ricchi e prodi, e veneti che la graziosa mollezza -natia, temperavano alla baldanzosa audacia dei compagni nati tra l'Adda -e il Ticino. - -La comandava il Cairoli di trentacinque anni, e pareva così contento, -aveva un'aria così paterna, che uno avrebbe detto: «Certo a costui è -stato dato ogni suo soldato da ogni madre in persona, perchè se non -è necessario sacrificarlo glielo riconduca puro e migliore.» Ah il -contatto con quell'anima! Molti vanno ancora pel mondo, che vissero -giovanetti sotto quell'occhio, in quei giorni di altissima scuola, e ne -portano la luce e l'esempio tra la gente, che pur divenuta scettica, -crede, non ostante tutto, che un mondo migliore sia stato.... e -assetata di bene spera che torni. - -E l'ultima era l'ottava. L'aveva raccolta quasi tutta nella sua -Bergamo, Francesco Nullo, che la dava bell'e fatta ad Angelo Bassini -pavese, certo di darla a chi l'avrebbe condotta da bravo. Era il -Bassini un uomo che se avesse lanciato il suo cuore in aria, questo -avrebbe mandata luce come il sole, e se lo avesse gettato nell'inferno, -avrebbe fatto divenir buono Satana stesso. Lo dicevano coloro che -avevano lette già le poesie di Petöfi. A Roma il 3 giugno del 49, -nell'ora dello sterminio, s'era avventato quasi solo contro i francesi -di Villa Corsini, percotendo, insultando, gridando a chi volesse -ammazzarlo; e nessuno lo aveva ucciso. Aveva una testa che sembrava -una mazza d'armi, ma l'espressione della sua faccia, ricordava quella -di certi santi anacoreti. Sapeva poco, discorreva poco, ostinato -nell'idea che gli si piantava nel capo, a chi lo vinceva di prove -gridava: «Appiccati!» ma lo abbracciava, e gli dava subito retta -intenerito e devoto. Per tutte queste sue doti, e perchè, aveva già -quarantacinque anni, gli si erano lasciati volentieri metter sotto, -Vittore Tasca, Luigi Dall'Oro, Daniele Piccinini, coi loro bergamaschi, -quasi un centinaio e mezzo di quella gente Orobia, quadrata e intrepida -sempre, sia che scelga la patria per suo culto, sia che ad altri ideali -volga il pensiero: quella che parve ai siciliani formidabile per gli -ardimenti, e per la serena fidanza nei vini dell'isola, bevuti ai -banchetti liberamente, senza perdere dignità nè d'atti nè di parole. -Non erano certo gli Ippomolgi di Omero, piissimi mortali. - - Che di latte nudriti a lunga etade - Producono i lor dì. - - * - * * - -Ora ecco i Carabinieri genovesi, quarantatrè, quasi tutti di Genova, o -in Genova vissuti a lungo, armati di carabine loro proprie, esercitati -al tiro a segno da otto o nove anni i più, gente che s'era già fatta -ammirare nel 1859, ben provveduta, colta, elegante. - -Li comandava Antonio Mosto, uomo non molto sopra i trent'anni, ma che -ne mostrava di più: barba piena, lunga, sguardo acuto, ficcato lontano -traverso agli occhiali a suste d'oro, come per guardare se al mondo -esistesse il bene quale ei lo sentiva in sè. Quanto al coraggio era per -lui cosa tanto sua, che non poteva credere vi fosse altri che non ne -avesse. - -Suo luogotenente era Bartolomeo Savi, un fierissimo repubblicano -tutto nudrito di studi classici, e già ben sopra la quarantina; uomo -austero e cruccioso, che guardava sempre con certo piglio di rimprovero -Garibaldi, perchè s'era lasciato tirar dalla parte del Re. Ma lo -seguiva, e lo seguì poi fino al giorno che, dopo Aspromonte, tutto gli -parve falsato, e poco appresso tediato della vita si uccise. - -Inquadravano la compagnia Canzio, Burlando, Uziel, Sartorio, Belleno; -e tra tutti, quei quarantatrè dovevan pagare un gran tributo nel primo -scontro a Calatafimi. Cinque morirono, dieci vi furono feriti, ma la -vittoria si dovette in parte alle loro infallibili carabine. - - * - * * - -Non s'avevan cavalli, nè c'era tempo di far una corsa nella vicina -maremma per pigliarne al laccio un branco; ma le Guide furono ordinate -lo stesso. Erano ventitrè. Le comandava il Missori, l'elegantissimo -milanese, passato dal culto delle Grazie a quello della sciabola, ma -da prode. Suo sergente era Francesco Nullo, il più bell'uomo della -spedizione. E avevano compagni dei giovanetti come il conte Manci di -Trento, che pareva una fanciulla travestita da uomo, e dei vecchi di -sessant'anni come Alessandro Fasola, carbonaro del 1821 col Santa Rosa, -allora corso a quell'impresa con la baldanza d'un ragazzo, che fa la -sua prima volata fuori della casa materna. - -E come in Talamone s'ebbero i tre cannoni d'Orbetello, e la colubrina -levata da quel castelluccio, fu formata l'artiglieria alla cui testa fu -messo l'Orsini. Povera artiglieria! Pareva davvero una cosa da celia, -ma laggiù nell'isola fu poi vista a una prova da cui forse dipese la -sorte della spedizione. - -Capo dell'Intendenza fu l'Acerbi, avanzo dei martirii di Mantova, -e aveva seco uomini come Ippolito Nievo, e il Bovi, il Maestri, il -Rodi, tre veterani questi ultimi, mutilati ciascuno d'un braccio, che -parevano venuti per dire ai giovani: «Vedete? Eppure ciò non fa male!» - -In quanto al corpo sanitario fu affidato al dottor Ripari cremonese, -vecchio avanzo delle catene politiche dell'Austria e di Roma; e gli -erano compagni il Boldrini mantovano e il Ziliani da Brescia, valenti -medici e grandi soldati. E poi di medici ve n'erano in tutte le -compagnie, combattenti dei migliori, e da combattenti infermieri. - - -La storia dovrebbe aver già detto e dirà che quella spedizione fu più -che per metà composta d'uomini di studio e d'intelletto. Ne contava -più d'un centinaio e mezzo che erano già o divennero poi avvocati, -e così contava quasi un centinaio di medici, un mezzo centinaio -d'ingegneri, una ventina di farmacisti, trenta capitani marittimi, -dieci pittori o scultori, parecchi scrittori e professori di lettere e -di scienze, tre sacerdoti, alcuni seminaristi, una donna: poi centinaia -di commercianti, e centinaia d'artefici, operai il resto, contadini -nessuno. E non sarà inutile dire che una quarta parte di quegli uomini -era d'età fra i trenta e i quarant'anni; che un altro bel numero -erano tra i quaranta e i cinquanta: forse un dugento, n'avevano da -venticinque a trenta; i più erano tra i diciotto e i venticinque. Il -vecchissimo era un genovese nato nel 1791, che da giovinetto aveva -militato sotto Napoleone; il giovanissimo era un fanciullo d'undici -anni, menato seco dal proprio padre medico vicentino. - -Non sarà inutile di aggiungere che trecentocinquanta di quegli uomini -erano lombardi, centosessanta genovesi, il resto veneti, trentini, -istriani e delle altre provincie dell'Italia superiore, con forse un -centinaio di siciliani e napoletani tornanti dall'esilio. Stranieri -accorsi per amor d'Italia ve n'erano diciotto, uno dei quali africano, -l'altro d'America ed era il figlio del Generale. - - * - * * - -La sera dell'8 maggio Garibaldi rimbarcò la spedizione, e non per -salpare ma per passar quella notte all'àncora nella rada. Temeva che -il Ricasoli mandasse a fermarlo! La mattina del 9 i due vapori salpano, -toccano Santo Stefano, vi stanno poco, poi via verso scirocco, navigano -tutto quel giorno e la notte e quello appresso. A una certa ora del -10 il _Piemonte_ lascia addietro il _Lombardo_, e va, va, va, finchè -sparisce. - -Ah! che nuova stretta per quei che navigavano sul _Lombardo_! Il Bixio -in un momento che uno aveva osato mormorare contro di lui, mandò tutti -a poppa, e gridò che il Generale gli aveva ordinato di sbarcarli in -Sicilia, e che in Sicilia li avrebbe sbarcati, che là lo avrebbero -appiccato, se così avessero osato, al primo albero che si sarebbe -incontrato, ma in Sicilia giurava di sbarcarli. Parole che lasciavano -il segno nell'aria come saette, e mettevano il fuoco nei petti e nelle -teste. E quel _Piemonte_ che se n'andava avanti da solo, s'era portato -via i cuori. La sera non si vedeva più, e la malinconia era grande come -l'ora del mare. - -Ma verso la mezzanotte il Bixio che stava sul ponte del comando, -vide e fremette. Una nave, a lumi spenti, sorgeva innanzi a lui come -un'ombra; e pareva venisse.... Era la morte? Ah! non a lui si poteva -correre addosso per colarlo a fondo! Egli era uomo da arrembaggio. -Su! dà la sveglia, tutti si destano, le baionette s'innastano, ognuno -sta pronto; e il timoniere badi, viri e via; ora a quella nave, va -addosso il Bixio. Mancava poco a dar l'urto, e sarebbe stato tremendo. -Senonchè, una voce gridò: «Capitan Bixio! Volete mandarmi a fondo?» -«Oh! indietro, indietro alle macchine — grida Bixio — Generale, non -vedevo i fanali!» - -«Siamo nella crociera nemica», soggiunse tranquillo Garibaldi. I cuori -s'apersero, Garibaldi, il Signor del mare, in quell'incontro salvava -tutti. - -E insieme con Bixio, concertato d'allargarsi, navigarono di conserva il -resto della notte. La mattina dell'11, videro il gruppo delle Egadi, -che parevano venute su allora dal mare, verdi di tutti i toni, con -rocce splendenti in alto, con una zona d'argento ai piedi; e più in -là appariva la costa dell'isola. «La Sicilia, la Sicilia!» I Siciliani -della spedizione se la bevevano cogli occhi, gridavano, benedicevano, -abbracciavano gli altri; cose che nessuna lingua potrebbe narrare. Che -città è quella? Marsala! - -Ma poi fu un volgersi di tutti a poppa, per guardare due navi, che -correvano a vista d'occhio dietro di loro: «Avanti! Avanti!» Bixio -gridava ai marinai che chi gli sbagliasse una manovra, sarebbe -impiccato all'albero di maestra. - -Marsala era ancora lontana, ma sembrava che la terra stessa venisse -incontro ai due vapori, da tanto che questi correvano. E gli altri -inseguivano, come leonesse in furia dietro a' cacciatori che avessero -loro rapito i lioncelli. Alla fine ecco il porto! Il _Piemonte_ lo -imbocca e maestoso vi si pianta; Bixio investe col _Lombardo_ contro la -spiaggia. Era l'una pomeridiana. - -Cosa voleva dire quell'imbandierarsi d'una piccola nave da guerra, -ancorata a sinistra del _Lombardo_, e quell'imbandierarsi di due grosse -navi, ancorate a destra del _Piemonte_? Un marinaio del _Lombardo_ -spiegava che quella piccola era una nave borbonica, che invitava le -navi grandi, che erano inglesi, a ritirarsi, perchè voleva far fuoco -sui due vapori giunti. Rispondevano gli inglesi che avevano i loro -ufficiali a terra, che le loro macchine non erano sotto pressione, -e che però aspettassero un poco. Così almeno spiegava il marinaio -del _Lombardo_ tutto quello sciorinar di bandiere. E fu questo tutto -l'aiuto inglese, di cui tanto si disse e si scrive ancora. Non però fu -cosa da poco, perchè intanto la gente del _Piemonte_ e del _Lombardo_ -si gettava giù nelle barche, e via vogava a terra. Ma presto le due -navi che inseguivano, venute a tiro, si misero a farle addosso le -cannonate. Povero _Stromboli_, povera _Partenope_! In poco più forse -d'un'ora, tutta la spedizione fu a terra; un po' di sosta a ordinarsi, -e poi una corsa a compagnie; carponi, ritti, come ognuno sapeva, tutti -entrarono in Marsala. - -I cittadini trasognati, sbigottiti, non sapevano ancora cosa fosse quel -cannoneggiamento, nè chi fossero quegli uomini nuovi che invadevano -la città con l'armi in pugno, quasi tutti vestiti in borghese. Ma come -seppero che era con essi Garibaldi, tutta la città balenò di una gran -gioia, non s'udì più che il gran nome, parve che la rivoluzione vera -della Sicilia cominciasse in quel momento. - -Quanto a Lui, disceso dal _Piemonte_, aveva messo il piede sul suolo -dell'isola come su terra già sua; era salito nella città col passo -lento d'Aiace, come se le cannonate non potessero toccarlo; forse in -quel momento sentì che per la prima volta in sua vita, si trovava a -entrar nell'azione, senz'altra autorità sopra di sè, libero e primo -come la natura lo aveva fatto, e vide come in una prospettiva infinita -chi sa quali grandi cose da farsi! - -E nella reggia di Napoli, cosa sarà stato in quell'ora? Quali sgomenti, -quali pianti, quali furie? Erano stati dati ordini alla flotta, di -colar a fondo i due vapori salvando le apparenze, e questo si seppe -poi. Invece, il gran nemico di dieci anni prima, quello stesso di -Velletri e di Palestrina, era sbarcato in terra del Regno, nel punto -più lontano da Napoli sì, ma insomma era sbarcato; e forse fin da quel -momento la reggia si sentì vinta. A quarant'anni di distanza, vien su -dal cuore un senso strano di compassione. - -Lo _Stromboli_ e la _Partenope_ si sfogarono il resto della giornata -a tirar cannonate, ma non proprio per bombardar Marsala, che s'era -coperta di bandiere inglesi. Venne la notte, passò, spuntò l'alba; e i -Mille erano già fuori della città pronti a marciare. - -Forse al Salto, o il 30 aprile a Roma, o a San Fermo vincitore, -Garibaldi non fu così bello e raggiante come in quell'alba del 12 -maggio, lì fuor di Marsala tra quei suoi Mille, che egli metteva -in cammino verso l'ignoto. Di lì vedeva il _Piemonte_ menato via a -rimorchio dalle fregate borboniche, il _Lombardo_ piegato su di un -fianco e mezzo sommerso. E ciò voleva dire che in quei Mille doveva -essersi piantato il sentimento, di non aver più a fare nulla col mondo -di fuori dell'isola, e che da quel campo chiuso non sarebbero più -potuti uscire se non vincitori. - -Dunque o vincitori, o morti, o galeotti nelle galere borboniche! Di -là si vedevano bene le Egadi, smeraldi al sole, e si sapeva che nelle -loro viscere, nell'orrida prigione, profonda sotto il livello del mare, -giacevano quei di Sapri, i loro precursori! - -Trombe in testa, partirono. E va, va, va come nelle novelle; fatti due -o tre chilometri tra vigneti, la colonna marciò poi tutta la prima -giornata sotto quel sole che pareva colasse piombo, per un deserto -senz'acqua, senz'alberi, senza coltura. Non videro un villaggio, non -un ciuffo di case, nulla, tranne qualche branco di cavalli e qualche -capanna che mettevano lo sgomento della vita in quelle solitudini -sterminate. Ma verso il tramonto, apparve un gran casone su d'un -poggio. Pagina da Cervantes. Forse la fata morgana? Era il feudo di -Rampagallo. Allora la parola feudo rivelò tutta una storia. Chi la -aveva mai intesa dire con sotto agli occhi la cosa vera? Lì dunque era -il medioevo ancora in azione? Fu un senso di sgomento. Accamparono -intorno. E nel crepuscolo alcuni ufficiali, che stavano aggruppati -a discorrere sulla gran porta dell'immenso cortile di quel casone, -udirono uno mettere nei loro discorsi la nota veridica. «Avete badato -a quel deserto tutt'oggi? Si direbbe che siam venuti per aiutare i -Siciliani a liberar la terra dall'ozio!» Era un uomo gigantesco, forse -di trentacinque anni, si chiamava Rainero Taddei, era ingegnere. La -sorte gli serbava la gloria di morire sei anni dopo, tenente colonnello -a Custoza; ma per lui il posto da invecchiarvi lavorando, sarebbe stato -là in quel feudo di Rampagallo, per morirvi dopo aver fatto fiorire -tutto quell'immenso deserto, sul quale quella sera disse la verità -dolorosa. - -La notte furono visti i primi insorti _Picciotti_: una cinquantina. -Venivano a raggiungere il Generale, condotti dai baroni Sant'Anna e -Mocarta. Vestivano di pelli di capra come fauni, erano armati di fucili -da caccia che chiamavano _scoppette_, qualcuno aveva le pistole alla -cintola e il pugnale. Le loro facce erano fiere, ma a trovarsi tra -quelle compagnie giunte d'oltremare, come i conquistatori delle loro -leggende, parevano trasognati. Garibaldi li accolse, li incantò subito, -li tenne seco. Erano pur pochi, ma insomma riconoscevano in lui il Duce -e la rivoluzione unitaria. - -Il giorno appresso a Salemi, dove i Mille giunsero sul mezzodì, fu -ben altro. Tutte le campane sonavano a gloria, tutta la popolazione -veniva loro incontro fuori di sè. E quando apparve il Generale fu -addirittura un delirio; v'erano già le squadre di Monte San Giuliano, -forse un migliaio di altri picciotti, e si dicevano cose meravigliose -di altre squadre in cammino dalle terre intorno che venivano a Lui. Ma -ahi quanti poveri, quante mani tese a mendicare, quanto squallore! A -Salemi, su quel cocuzzolo di monte, egli si proclamò Dittatore per la -libertà. - -Spese lassù due giorni a far dare l'ultimo assetto alle compagnie. E -all'alba del 15 queste scendevano da Salemi, già avvisate che a nove -o dieci miglia di là, si sarebbero trovate in faccia al nemico. E -marciavano gioconde per la via consolare fino al villaggio di Vita, da -dove la gente fuggiva gridando loro: «Meschini! meschini!» - -Era ancora sgomenta dagli eccidi del Quarantanove! E si capì cosa -volesse dire quel compianto, perchè apparvero subito le guide -garibaldine, che tornavano in dietro di mezzo trotto, recando che di là -dal colle il nemico era in posizione, e ben grosso. - -Sereno, lieto, quasi giovane, giunse allora Garibaldi. Poche parole, -uno squillo, le compagnie furono mosse su per una collina brulla, -s'arrampicarono, giunsero in cima, e di lassù videro l'altra collina in -faccia balenar d'armi. - -Ora dunque era il momento di trar le sorti. E forse Garibaldi sperò -che, a quel primo incontro, i Napoletani pigliassero chi sa quale -risoluzione che facesse risparmiare il sangue, perchè stette a -guardarli a lungo, circondato dal Türr, dal Sirtori, dal Tuköry? O lo -sperò quando disse di portar nel punto più alto la bandiera tricolore -e di farla sventolare? Insomma volle essere l'assalito, egli che pur -era disceso nell'isola da assalitore! Quella, a sentir bene, era guerra -civile. - -Ma verso il tocco e mezzo, il comandante napoletano mosse i suoi -cacciatori giù per il pendio delle sue posizioni. Discesero questi a -catene, snelli nelle loro divise turchine, furono presto nel piano che -stava fra i due colli, e dal basso in su cominciarono i loro fuochi. -«Non rispondete! non rispondete!» gridavano i capitani ai Garibaldini; -e in verità facevano bene, perchè le venti cartucce ch'erano state date -a ogni milite se ne sarebbero presto andate; così per parecchio, quei -militi stettero freddi e immobili al fuoco; cosa da veterani. - -Ma poi s'udirono alcuni colpi dei carabinieri genovesi, fu sonata la -diana, e il passo di corsa; sonava il trombettiere del Generale. - -Le compagnie si levarono, si serrarono, poi si apersero e precipitarono -giù larghe in un lampo. Pioveva su di esse il piombo come gragnuola, -e rombò anche la mitraglia; esse traversarono agilissime quel tratto -piano sin a piè delle posizioni dei Napoletani. E pareva che sarebbero -volate su come stormi di falchi; però quando furono a salire e -guardarono in su, capirono che la giornata voleva essere sanguinosa. -Il terreno era erto, l'erta fatta a terrazzi, i terrazzi parecchi: e a -ogni terrazzo una schiera nemica che faceva fuochi di battaglione. - -I tecnici della guerra, pensano che Garibaldi abbia osato troppo -andando a mettersi nel caso di dover accettare il combattimento, in -condizioni sfavorevolissime pel numero e per le forti posizioni del -nemico. Certo osò molto! Ma l'indugio a cercar la battaglia, e lì la -più sapiente manovra per la più bella delle ritirate sarebbero stati -senz'altro la sconfitta. Egli era come un gladiatore nel Circo; sentiva -che egli e i suoi, poichè erano venuti d'oltremare per questo, lì sotto -gli occhi delle squadre siciliane, e della gente che si vedeva gremita -sulle alture intorno, come sui gradini di un anfiteatro, dovevano -affermarsi coll'azione pronta quali che fossero i rischi; altro non -era concesso che il cimentarsi, fossero anche stati i nemici dieci -volte più forti: scansando egli il combattimento, l'anima siciliana non -avrebbe più compresi nè quegli uomini per essa meravigliosi, nè Lui. - -E questo, come se il Generale avesse una virtù comunicativa sovrumana, -questo fu sentito da tutti i suoi, anche dai meno esperti. Laonde -più che condotti, conducendosi ognuno da sè, presto le compagnie si -ruppero, i militi si mescolarono, non vi furono più unità tattiche, ma -gruppi, manipoli, branchi di assalitori, che investivano alla baionetta -le schiere nemiche, le fugavano, si piantavano al loro posto per tornar -ad investirle sul secondo di quei terrazzi, e poi sul terzo, e poi sul -quarto, sin che quelle si ridussero tutte insieme sulla cima del colle, -e vi si serrarono più dense e più forti. Allora parve impossibile di -poterle ancora affrontare. E a guardare in giù i già morti e i feriti, -che strage! - -Mirabile a dirsi, il Sirtori era giunto sul suo gramo cavalluccio -fin lassù, e sulla sua faccia pallida pareva espresso il desiderio di -morire per tutti, giacchè l'ora era omai disperata. - -Ma Garibaldi, a piedi, seguìto dal Bixio a cavallo, che non lo lasciò -quasi mai (come se venendo la rotta pensasse di pigliarselo su e fare -il miracolo di salvarlo all'Italia), Garibaldi s'aggirava tra le file -raccolte intorno al ciglio della vetta su cui i Regi urlavano «Viva» al -loro lontano Re. E incorava con la sua parola tranquilla. «Riposate, -figliuoli, riposate un altro poco, poi ancora uno sforzo e sarà -finita.» Però vi fu chi gli vide negli occhi le lagrime. - -Infatti c'era da temere che alla fine con un contrassalto improvviso, -i Regi si precipitassero su quella siepe di vivi, che si era fatta -intorno a quell'ultimo ciglio. Davvero bisognava finirla! E a un -tratto s'udì gridare: «La bandiera è in pericolo!» E una bandiera fu -vista portata avanti ondeggiare un poco, in una mischia che le si fece -intorno stretta e terribile, poi sparire. In quel momento, fu ripreso -su tutta la fronte l'assalto, l'ultimo, concorde, violento, furioso; -s'udì l'ultimo colpo di un cannone che fu scaricato dai napoletani -mentre alcuni garibaldini vi erano già alla bocca; poi i Regi in rotta -rovinarono via per l'altro declivio del colle, e se n'andarono protetti -dai fuochi in ritirata dei loro mirabili cacciatori. - -Su quel colle, in quell'ora vespertina, in quella solitudine -dell'isola, che dava a quei soldati il senso di esser fuori del mondo, -l'unità d'Italia era moralmente fondata. Ora la Sicilia poteva osar -tutto, il primo atto del dramma era già la catastrofe dei Borboni. - -Ma se i Regi avessero vinto? S'accapriccia il cuore, a immaginare -Garibaldi rotto, i suoi a squadre a gruppi, a branchi, inseguiti, messi -in caccia, uccisi per tutta quella terra; gli ultimi, ad uno ad uno, -chi qua, chi là, scannati come fiere, fin sulle rive del mare, e la -testa del Generale portata a Napoli chi sa da chi, che se la potesse -guardare e finisse di tremare quel Re. Oh, questo poteva avvenire! In -quel primo fatto d'armi, i Regi non avrebbero dato quartiere. E aveva -veduto ben giusto Garibaldi, quando nel momento che la lotta pareva più -disperata, avendo Bixio osato dirgli: «Generale, temo che bisognerà -ritirarsi» egli aveva risposto con calma solenne: «Ma che dite mai, -Nino? Qua si fa l'Italia, o si muore!» - -Invece il giorno appresso, tutto era gioia, e suonò il grand'ordine del -giorno: «Soldati della libertà italiana, con compagni come voi posso -tentare ogni cosa!» Parlava la verità; perchè di quei compagni trentuno -erano rimasti morti sul campo, centottantadue giacevano feriti; e -perchè egli nel fatto d'arme, avviato che fu il combattimento, aveva -lasciato libero all'azione quel sentimento dell'assoluta necessità di -vincere creato da lui, dalle circostanze, dalla coscienza di ciascuno -dei suoi soldati, e perchè aveva diretto tutto col cuore. - -Tre giorni appresso, i Mille salutavano già, dal passo di Renda, -Palermo, immensa, laggiù sul mare coperto da navi da guerra di tutta -Europa. Pareva loro di uscir da un mondo antichissimo, eppure non erano -passati che quattordici giorni dalla partenza da Quarto! - -Nel campo di Renda, Garibaldi mise tutta l'arte sua: sfoggio di lavori -da zappatori, avanzate, ritirate, scaramucce. E quando fu ben certo -d'aver piantato nei difensori di Palermo l'idea che ei volesse tentarne -l'assalto dalla parte di Monreale; improvvisamente, la sera del 21 -maggio, che diede una notte tempestosa, levò il campo; e per monti -senza vie, incamminò i suoi a una marcia notturna, che gli rimase nella -memoria come uno dei suoi prodigi. - -All'alba del 22 è al Parco e vi si accova, vi sta un giorno senza che -il nemico sappia dov'è; la Sicilia non dava spie. Il 23 è scoperto: -la mattina del 24, una colonna lunghissima uscita da Palermo viene a -trovarlo. Ora il suo disegno comincia a colorirsi. Finge la ritirata, -quasi la fuga, verso l'interno dell'isola, vola a Piana dei Greci, -tirandosi dietro quella colonna: sul tramonto del giorno fugge di -nuovo da Piana, mentre l'avanguardia nemica crede di averlo già per -i capelli; fugge ancora con l'artiglieria in testa, per la strada -di Corleone. Ma fattasi la notte, lascia andar l'artiglieria sola -senza altro ordine che di fuggir sempre, e si pianta in una boscaglia -poco fuori dello stradale. Ivi ha la gioia di sentir quella colonna -borbonica passar nella notte, allontanarsi illusa d'andar dietro di -lui. Andasse pure! tanta forza nemica di meno egli avrebbe trovata a -Palermo. - -Il mattino appresso alla punta dell'alba, Garibaldi è già via da quella -boscaglia. Con una marcia rapida a sinistra, sale a Marineo, la sera è -a Misilmeri, il giorno appresso a Gibilrossa, nel campo dei _picciotti_ -del La Masa, e di là rivede la capitale. - -Quel giorno, lassù a Gibilrossa, furono a visitarlo alcuni ufficiali -della marineria inglese. Cosa gli portavano? «Eh già! si diceva tra -le compagnie, gl'Inglesi ci aiuteranno a staccar la Sicilia da Napoli, -così che al Borbone sembri grazia conservarsi il continente. Poi se la -piglieranno, e Napoleone si piglierà la Sardegna, e l'Austria si terrà -la Venezia, e l'unità d'Italia con Roma rimarrà un sogno. Passeranno -gli anni, moriranno Mazzini e Garibaldi e gli altri, e dell'unità -italiana e di Roma non si parlerà più.» E chi vorrebbe giurare adesso -che allora le cose non si potessero risolvere in questo misero modo? -Tuttavia quegli Inglesi, ospiti graditi, girarono fra le compagnie, -sparsero la notizia che ai Mille era stato dato da Napoli il nome -di Filibustieri; che il Governo borbonico aveva spacciato pel mondo -d'averli vinti a Calatafimi, vinti al Parco, vinti sempre, e che in -Palermo il Vicerè aveva pubblicato la rotta e la fuga di Garibaldi. - -Quella stessa sera si udì pel campo che Garibaldi aveva detto: -«Stanotte a Palermo.» - -E come fu notte, il campo si mosse a scender dalla montagna, giù per un -sentiero quasi appena tracciato di balza in balza. - -Stavano alla testa una parte dei Mille, prima le Guide e poi i -Carabinieri genovesi, poi parte delle squadre del La Masa, appresso il -gruppo dei Mille, e in coda tutta la moltitudine armata di picche o di -che che si fosse. - -L'ordine era di marciar in silenzio, serrati, per giungere di sorpresa -sul nemico che bivaccava fuori le porte, e di non rispondere al fuoco, -ma investire alla baionetta, rompere, entrare nella città. - -Ah, se tutto fosse stato fatto a puntino! i Regi del Ponte -dell'Ammiraglio sarebber stati colti nel sonno, e la colonna, passando -sui loro corpi, entrava in Palermo di colpo. Ma i Picciotti con le loro -grida diedero troppo presto l'allarme. Pur non ostante quel guaio, non -ostante la resistenza ben fiera che opposero i Regi del Ponte, l'impeto -dell'assalto fu tale che in breve ora Garibaldi era nel cuore della -città, sulla piazza Bologni. - -Allora tuonò la prima campana a stormo, e poi altre ed altre; la città -si svegliava. Era la domenica di Pentecoste, ma per Palermo la Pasqua -di Resurrezione. - -Cominciò quel mattino la bufera infernale, che, scatenata sulla gran -città, doveva durare tre giorni. I Mille e le squadre si sparsero -per le vie, marciarono al centro della città, e dal centro, qua -combattendo, là senza trovar difese, si allargarono poi alla periferia -di essa. E così si chiusero entro il cerchio di fuoco che i Regi fecero -loro intorno dalle caserme, dal Palazzo Reale, dai bastioni, dalle -fortezze; e Castellamare cominciò a lanciar bombe. Potevano i Regi -irrompere improvvisi da tutte le parti al centro e opprimere tutto, a -un tratto; ma nel pomeriggio principiarono le barricate cui si lavorava -persin dalle donne. Fu presto un vero furore. Al secondo giorno si -vedeva già che in Palermo non sarebbe rientrato il nemico per molto che -fosse, senza averne fatto un mucchio di rovine. Cadevano case intere -sotto le bombe, cadevano per gli incendi; l'ira del popolo cresceva, -non s'udiva gridar altro che guerra e morte e viva Santa Rosalia. -Al terzo giorno tutta la città era nelle vie; le case rovinate non -si contavano più; si parlava di cittadini sepolti a centinaia, e si -diffondeva un entusiasmo cupo e fanatico di morire. - -Nel pomeriggio di quel terzo giorno, corse voce che Garibaldi era -andato sull'ammiraglia inglese, a un parlamento che i borbonici gli -avevano chiesto. «Oh Dio! cos'ha mai fatto! — diceva la gente — e se lo -pigliassero a tradimento?» - -Era una grande angoscia. Ma fu sublime il popolo, sublime lui, -quando, tornato da quel suo passo, s'affacciò a un balcone del Palazzo -pretorio, e a quel mondo, fuso come in un sol essere sulla piazza, -gridò: «Il nemico mi ha fatto delle proposte che credetti ingiuriose -per te, o popolo di Palermo, ed io, sapendoti pronto a farti seppellire -sotto le rovine della tua città, le ho rifiutate!» Non vi è lingua che -abbia la parola degna d'esprimere il grido di quel momento. Dovettero -arricciarsi i capelli anche a Lui; e forse egli si sentì divino, al suo -apogeo, guardando sotto di sè quella moltitudine innumerevole di genti, -che si abbracciavano, si baciavano, si soffocavano tra loro raggianti, -le donne più ancor degli uomini, gridando a Lui: «Grazie! grazie!» -Eppure aveva annunziato il loro sterminio! - -Ma la sera stessa di quel gran giorno, il suo cuore, sempre così -sicuro, si turbò. Gli era venuta notizia dello sbarco di nuove milizie -borboniche. Ancora pieno di quell'incendio d'anime destato da lui, -forse ebbe pietà della tanta gente che il giorno appresso sarebbe -morta; pietà di Palermo che si era abbandonata a lui, gridandogli che -la facesse pur perire, piuttosto che lasciarla al tiranno. Studi il -fenomeno chi indaga l'anima dell'individuo ne' suoi rapporti coll'anima -delle moltitudini: il fatto è che egli dalla piazza del Palazzo -Pretorio mandò al bastione di Porta Montalto un ordine che fece tremare -chi lo portò e chi lo lesse; tremare per lui che parve d'un tratto -impicciolito. Per fortuna la notizia delle nuove truppe borboniche -era falsa, e di quell'ordine tacquero quanti lo conobbero, anzi si -rimordevano di posseder quel segreto. Ma che sorpresa per tutti, e -come dovette parer sublime Garibaldi a quanti di loro erano ancor -vivi trent'anni di poi, quando lessero nelle sue memorie confessata -candidamente quella sua ora di scoramento! Egli aveva pensato -nientemeno che d'andarsene dalla città coi suoi avanzi di Mille! -Altri eroi, forse Napoleone stesso, avrebbero fatto sparire chi d'un -momento simile di loro debolezza avesse avuto soltanto il sospetto. Ma -Garibaldi adorava la verità, e della gloria, intesa come si suole, non -aveva concetto. - -Il quarto giorno dacchè Palermo combatteva, il Generale in capo -borbonico, disperato di vincere, chiese a Garibaldi un armistizio. -Garibaldi lo concesse, e per lui voleva dir aver vinto. E dieci giorni -appresso, ventimila borbonici sfilavano a imbarcarsi, portando via -nel cuore, per andare a diffonderla in tutto il Regno, la certezza -che contro Garibaldi non era più possibile vincere. Intanto nell'anima -siciliana fioriva la fantasia dell'Angelo che nelle battaglie riparava -i colpi a Lui, Santo e parente di Santa Rosalia, nato da un demonio -e da una Santa. E così si diceva nei salotti, dove le gentildonne -domandavano agli ospiti venuti di oltremare se avessero mai visto -quell'Angelo: e così si diceva dal popolo, e si cantava e si credeva. -Chi vide quei momenti deve essersi formato l'idea di come sian sorte -certe religioni nel mondo. - -Così dalla partenza da Quarto erano passati trentacinque giorni. La -traversata coi suoi tedi, con le sue allegrezze e co' suoi terrori, -lo sbarco prodigioso, le marce traverso l'isola, proprio quasi ancor -immersa nel Medio evo, dove uno poteva sentirsi nel suo clima storico e -credersi bizantino, saraceno, normanno, qual che volesse; quell'andar -applauditi tra le genti, ma sempre soli e quasi soli con Lui, come -una tribù errante in cerca d'un mondo ideale; i bei fatti d'arme, le -ritirate, i ritorni e la entrata inverosimile in Palermo e la vittoria -finale più inverosimile ancora, furono il meraviglioso dell'epopea -garibaldina, e già fin dallo stesso momento che finiva pareva una cosa -antica quasi sognata, anche a chi l'aveva vissuta. - -Poi l'epopea cedette alla storia. - - .... E Dante dice a Virgilio: - «Mai non pensammo forma più nobile - D'eroe.» Dico Livio, e sorride, - «È de la storia, o poeti.» - - * - * * - -Ora la Sicilia era aperta a chi vi volesse accorrere. L'Italia -superiore e la centrale, mandavano il Medici, il Cosenz, il Corte -con le loro brigate di volontari. La guerra continuava con tutte -le migliori regole della sua arte, e Milazzo fu una battaglia quasi -classica; ma il maraviglioso lo metteva sempre e per tutto Lui. - -Appunto a Milazzo, in un momento assai dubbioso, mentre egli si trova -a piedi tra poche Guide che gli fanno scorta, gli rovina addosso una -furia di lancieri napoletani. Urta il Capitano borbonico su di lui -calando un fendente da dividerlo in due; ma Garibaldi, senza scomporsi, -para il colpo come dicesse: «Che vuol costui?» e parando, uccide. Il -Missori, lo Statella che sparano ripetuti colpi di rivoltella come se -avessero in pugno il fulmine, sgombrano il terreno intorno da quei -lancieri atterriti, forse ancora ignari di quella sorta d'armi. Ed -egli, come se quella tragedia non fosse sua, e perchè era crucciato -di non trovar un'altura da dove si potesse guardare nella battaglia, -vista in mare la sola nave della sua marineria cui aveva fatto dare -il nome di «Tuköry», vi corre, voga là, giunge, sale come un mozzo -sulla gabbia di maestra, guarda, vede, rivola a terra, dà ordini, e -due ore appresso la battaglia è vinta. Ma allora lo secondavano e lo -interpretavano uomini come il Medici e il Cosenz, ufficiali superiori -come il Malenchini, il Migliavacca, il Guerzoni; e gli ufficiali -minori menavano nella battaglia militi, ai quali i tempi e la parola -del Mazzini e l'opera di lui avevano messo nel sangue che tra le cose -gentili e forti, il morir per la patria era la più gentile e forte di -tutte. - -Per la vittoria di Milazzo la Sicilia si poteva dir libera; e già -l'occhio di Garibaldi era sullo Stretto, sulla Calabria, di là. Ora si -sarebbe visto! Dieci fregate, cinque corvette a vapore, due vascelli -e quattro fregate a vela e molti legni minori, tutta la marineria -borbonica poteva serrarsi nello Stretto. Da Scilla a Reggio stavano -dodicimila soldati tra le fortezze, e in Calabria e oltre fino a Napoli -ne campeggiavano ancora ben centomila. Non bastava. Nell'ora grave -si faceva addosso a Garibaldi la diplomazia, gli si voleva tôrre la -Sicilia annettendola subito al Regno di Vittorio Emanuele; e Vittorio -stesso gli mandava per un suo fido una lettera in cui lo esortava a -non proseguir nell'impresa. Egli lesse, e rispose che al termine della -sua missione avrebbe deposto ai piedi di Sua Maestà l'autorità che -le circostanze gli avevano data, e ch'avrebbe ubbidito poi, pel resto -della sua vita. - -Intanto le brigate che avevano combattuto a Milazzo e le divisioni -di Türr e di Bixio che avevano girato largo nell'isola, marciavano a -posarsi tra Catania e Messina. - -E allora egli si pianta alla Torre del Faro. Lì incomincia il -maraviglioso. Fa armar coi cannoni di Milazzo quel promontorio di -sabbie, raccoglie là intorno un centinaio di barche, e la notte -dell'8 di agosto fa tentar il passaggio dal Musolino calabrese, cui -dà compagni Missori, il più elegante dei suoi cavalieri, e Alberto -Mario, il più gentile e altero de' suoi pensatori. Passarono quegli -audaci, e poterono toccar l'altra sponda, tentarono di sorprendere il -fortino Cavallo ma vi fallirono, e dovettero rifugiarsi in alto dov'è -Aspromonte, nome d'altri luoghi allora vago nelle epopee cavalleresche, -ma che, come se fosse predestinato, doveva entrare tragico nella -storia, due anni appresso. Bisognava aiutarli. La notte dell'11 il -Dittatore fece passare quattrocento uomini su di una flottiglia di -barche. Le conduceva il Castiglia. - -Vogarono nelle tenebre. A mezzo il Canale, furono scoperte e -cannoneggiate dalla _Fulminante_ e dal _Fieramosca_ che ivi -incrociavano, e dovettero tornar al Faro. Ciò per Garibaldi non volle -dir nulla. Egli non presumeva certo di conquistar la costa della -Calabria con sì poche braccia; ma quello cui mirava gli seguiva, perchè -con quei tentativi e col tutto insieme delle mostre che faceva dal Faro -a Messina, metteva nella mente del nemico e vi fissava l'idea folle, -che lì proprio, tra il Faro e Scilla, ei volesse trovar il punto al -gran passo. E lo credevano già anche i suoi. Senonchè la notte del 12 -agosto egli disparve. Lo indovinarono il mattino appresso tutti gli -accampamenti garibaldini; sentirono che egli non c'era più, perchè -parve mancasse qualcosa nell'aria che ivi si respirava. - -Dov'era? Già di là in Calabria? O era andato a Torino a parlar con -Vittorio? Mistero! Ma egli era già in Sardegna, nel Golfo degli -Aranci; v'aveva presi e fatti suoi, proprio da Dittatore, gli ottomila -volontari che il Bertani, il Nicotera e il Pianciani v'avevano raccolti -per gettarli nel Pontificio. E di là, data un'occhiata alla sua casetta -di Caprera, li imbarcò e se li condusse a Palermo. Indi girata l'isola -torno torno sino a capo Passaro e a Taormina, la notte del diciannove -vi pigliò Bixio con i suoi, tagliò il Jonio, afferrò Melito tra -Spartivento e Capo dell'Armi, sì gettò a terra con quattromila camicie -rosse, e allora, giungessero pure le navi borboniche; anzi, eccole -lì! Giungono l'_Aquila_ e la _Fulminante_! Si sfoghino a bombardare il -vapore _Torino_, ma la sorte di Napoli ora l'ha in mano Lui. - -Rapido come vento, assale Reggio all'alba del 21 e se la piglia. Manda -al Cosenz che passi dal Faro a Scilla, e Cosenz, come se l'ordine -fosse incanto, passa lo Stretto nella notte tra il 21 e il 22! Così i -generali borbonici Briganti e Melendezi co' loro 9000 soldati, chiusi -tra i Garibaldini, il mare e i monti, dovettero mettere giù le armi -o perire. E si arrendono. Ma che fare di quei prigionieri? Garibaldi -spira su di essi una sola parola: se ne vadano alle loro case, per ora -non sono più soldati di nessuno. - -Allora cominciò lo sfacelo dei Regi, la guerra divenne una marcia -militare di un esercito che s'avanzava e di uno che indietreggiava -o fuggiva. E quali memorie a ogni passo! Ah! qui all'Angitola erano -stati spenti i Musolino come i Fabi a Cremera. Qui avevano combattuto -Domenico Romeo e i suoi: qui ecco il Pizzo, povero Murat! ecco il vallo -di Crati, divini i Bandiera! Presto si vedrà la terra che bevve il -sangue di Pisacane. - -Cede il generale Vial a Monteleone, dove, se il povero Francesco II -avesse avuto un po' di cuore da soldato, sarebbe corso da Napoli per -morirvi, o in quel passo terribile far morire chi voleva scoronarlo. -Cede il generale Ghio a Soveria Manelli, dove alla sola apparizione -di Garibaldi sfuma via come nebbia una divisione. Il Dittatore andava -avanti ormai da sè. Le sue divisioni camminavano ancora a gran -giornate per la Calabria, ed egli era già in quel di Salerno. Che -faranno i 40,000 Borbonici che campeggiano là tra Salerno e Avellino? -Si scioglieranno da sè anch'essi! Era fatale. La gran figura del -Dittatore pare spiri innanzi a sè un vento che tutto sperde. E il 5 -settembre in Napoli, anche Francesco II deliberava la ritirata oltre il -Volturno, dando le poste per colà a tutti i fedeli piccoli e grandi. -Il giorno appresso quel misero Re, con la superba e bellissima Regina -s'imbarcavano per Gaeta sulla _Partenope_, scortati da due navi da -guerra spagnole, perchè della flotta napoletana nessun altro legno -volle seguirli. - -Ora Garibaldi è alle porte. Da Vietri per la strada ferrata a Salerno -e a Napoli, al mezzodì del 7 con il Bertani, il Cosenz, il Nullo, e -due ufficiali, scende alla stazione, ricevuto dal ministro del Re di -ieri. Monta in carrozza e via, al tocco, senz'altra scorta che quei -suoi cinque, entra nella città, tra la folla che proprio fuori di sè -dalla gioia stipa le vie. Passa dinanzi al forte di Castelnuovo, da -dove la sentinella borbonica col picchetto di guardia gli presenta le -armi. Oh se quei soldati, avessero osato far fuoco su quella carrozza, -ed Egli fosse rimasto morto! Chi appende a fili così tenui le sorti -delle genti? Si cura Iddio delle cose nostre, o dà talora a certi -uomini qualche suo attributo? E la storia, superba, come si troverebbe -a rispondere a chi la interrogasse così? Garibaldi era un'idea, -l'incantatore passò, e il plebiscito vero che si fece poi, era già -fatto idealmente quel giorno. - -Ora non alla Reggia egli va, ma al Palazzo del Governo, e vi si mette -da padrone: e di lì, tre ore appresso, decreta che la flotta napoletana -passi all'Ammiraglio di Vittorio Emanuele. Era troppo! E troppo avrebbe -poi dovuto la Monarchia a Garibaldi. Gli uomini che ne facevano la -politica, tra grandi e piccini, lo sentirono tutti. - -E perchè Garibaldi aveva osato, bisognava loro osare come lui: onde da -Torino alle grandi cose di Napoli rispondeva com'eco la deliberazione -di entrar nelle Marche e nell'Umbria, con un esercito del Re. Allora il -Cavour trasse il dado. - -Avvenisse ciò che potesse, rompesse pur l'Austria dal quadrilatero; -alla disperata, nel nome di Garibaldi e di Mazzini, il Cavour era uomo -da incendiar mezza Europa. - -E l'osare fu premiato, perchè di quei giorni Russia e Prussia in -un convegno a Varsavia accettavano anch'esse la politica del non -intervento bandita da Napoleone e dall'Inghilterra: il mondo intero -pareva convinto ormai che un popolo da cui venivano date prove così -alte di vita non era più quello cui la Santa Alleanza aveva messo -l'Austria sul petto. - -Ma dunque entrato Garibaldi in Napoli, l'epopea finiva con la sua -glorificazione? Oh, no! La fine lieta non conveniva a un poema così -novo e grande come era il suo; perchè le imprese dei grandi sono -veramente epiche solo a condizione che essi nel chiuderle se ne vadano -avvolti in un velo di alta mestizia! E poi c'erano ancora sulla destra -del Volturno quarantamila soldati di Re Francesco. - - * - * * - -Cinque giorni dopo l'entrata trionfale in Napoli, il Dittatore, di -sulle navi che gliele portavano frettolose dalla Calabria, pigliava -le sue divisioni, non lasciava loro godere neppur la vista della -gran città, le lanciava a Caserta, a Santa Maria, dove correva egli -stesso, e le piantava sulla sinistra del Volturno, per un semicerchio -di venti chilometri. C'erano ventimila soldati ch'ei poneva di fronte -a quarantamila, sostenuti da una fortezza come Capua, assetati di -vendette, ebri di promesse per quando avessero rimesso in Napoli il Re. - -Bisognava stare ben desti e ben pronti! - -Sul Volturno i due eserciti passavano il settembre in preparativi, -tastandosi talvolta fieramente qua e là. Ma il Dittatore sentiva che -l'ora tragica s'appressava. Dalla sua specola di Monte Sant'Angelo, -vedeva tutto, indovinava tutto ciò che si faceva nel campo nemico. Alla -fine «Fate buona guardia» disse ai suoi luogotenenti, «domattina saremo -attaccati.» E all'alba del 1º ottobre furono attaccati davvero. - -La narrazione della battaglia che pigliò nome dal Volturno fu scritta e -subito e poi, e se ne scrive e se ne scriverà ancora. Ma a misura che -le vanità se ne vanno, quella battaglia ingrandisce nella verità, e -rivela come uno dei sommi capitani, colui che alle cinque pomeridiane, -mentre si combatteva ancora, potè telegrafare a Napoli «Vittoria -su tutta la linea.» E, disse vero il Guerzoni, fu vittoria piena, -compiuta, gloriosa, e checchè altri abbia novellato, tutta dell'armi -volontarie, tutta garibaldina; fu una delle più grosse battaglie che -l'armi italiane abbiano combattuto. Ora l'esercito regio era vinto, -ricacciato di là dal Volturno con l'animo rotto, perduto. - -Tuttavia bisognava tenerlo in rispetto, e così cominciò l'assedio di -Capua! Non era cosa da Garibaldi star a tracciar parallele, scavar -trincee, piantar delle batterie dinnanzi a una città fortificata con -entro un popolo di vecchi, di donne, di bambini a patire. Pur bisognava -star lì, aspettando che la fortezza si rendesse da sè. E furono giorni -lunghi fastidiosi, crudeli. E già tra i volontari si facevano dei -discorsi cupi. Perchè verrà qui l'esercito del Re vittorioso nelle -Marche e nell'Umbria? Verrà da amico o da soverchiatore? Bisogna -pur dire la verità: entrava negli animi una grande malinconia. Solo -Garibaldi rasserenava tutti, quando si faceva vedere. E un giorno -si seppe che il colonnello dell'artiglieria sua gli aveva chiesto di -lasciargli lanciar su Capua alcune bombe, perchè il comandante della -fortezza potesse rendersi senza perder l'onore. «Griziotti, no! — si -diceva avesse risposto Garibaldi. — Se un fanciullo, una donna, un -vecchio, morisse per una bomba lanciata dal nostro campo, non avrei -più pace.» E Griziotti: «Ma i nostri giovani si consumano di febbri, -i battaglioni si assottigliano, muoiono.» E Garibaldi a lui: «Ci siam -venuti anche a morire!» — «Giungeranno i Piemontesi, Generale; essi -non avranno riguardi, con poche bombe faranno arrender la città, poi -diranno che tutto quello che facemmo finora, senza di loro non avrebbe -contato nulla.» E Garibaldi: «Lasciate che dicano, non Siam venuti per -la gloria.» Fu grande? Si cerchi nella storia uno eguale a lui! - -E i Piemontesi erano vicini davvero. O perchè Piemontesi? Non erano i -soldati già di mezza Italia? Ma! Per antico vizio italico si parlava -ancora così, quasi da tutti. Non però dal Dittatore. - -Egli aveva indetto il plebiscito pel 21 ottobre, e quel giorno le due -Sicilie votavano la fine dell'antico Reame, e la loro annessione al -Regno nuovo di Vittorio Emanuele. - -Tre giorni appresso, il Dittatore passava il Volturno a Formicola, con -le divisioni di Bixio e di Türr. «Dove ci mena?» dissero i volontari: -li menava a incontrare Vittorio che scendeva da Venafro. E il 26 -ottobre, presso Teano, su quella terra che vide Silla e Sartorio in -guerra feroce, le avanguardie garibaldine aspettarono il Re. Presso -a una casa bianca, a un gran bivio dove delle pioppe già pallide -lasciavano cader le foglie morte, c'era il Dittatore tra molte camicie -rosse. Ad un tratto si udì la fanfara reale del Piemonte. Tutti a -cavallo! Qualcuno ricordò poi che, in quel momento un contadino mezzo -vestito di pelli si volse ai monti di Venafro, e con la mano alle -sopracciglia, fisso l'occhio forse a leggere l'ora in qualche ombra di -rupe lontana. Nota epica anche questa. Erano quasi le otto, ed ecco un -rimescolio nel polverone, poi un galoppo e dei comandi e degli evviva: -«Viva, Viva, Viva il Re!» - -Allora quelli che erano là, videro un gran cosa. Comparve il Re, -Garibaldi gli galoppò incontro, si diedero la mano: quel Dittatore che -senza gloria di antenati aveva nel cuore tutta la forza che il popolo -sa di rado rivelare, diede il saluto immortale che gridò Vittorio Re -d'Italia. Chi mai a Carlo Alberto, quando appena salito al trono plaudì -al concorso per un libro sui Capitani di ventura, chi gli avrebbe -detto che uno condannato a morte in nome suo, come _bandito di primo -catalogo_, sarebbe divenuto l'ultimo e il più grande e più puro della -scuola d'armi dei Condottieri, e che 26 anni dopo avrebbe proclamato -Re d'Italia il suo Vittorio in quei campi? Da quel giorno tutto volse -rapidamente al termine. E il 6 novembre, nell'amplissimo viale che -si protende dinnanzi alla reggia di Caserta, stavano le divisioni -garibaldine già consapevoli d'esser messe in disparte. Ma era stato -detto che il Re voleva passarle in rassegna. Quando sonarono le trombe -i battaglioni si allinearono malcontenti. Apparve una cavalleria. Ah! -quello che cavalcava alla testa non era il Re! Era Lui, col cappello -all'ungherese calato giù, segno di tempesta. Passò quella cavalleria, -giunse fino in fondo al viale, diede di volta, ripassò come un turbine, -poi sparì. E poco appresso quei battaglioni furono condotti a sfilare -dinanzi a Lui, piantato sulla gran porta del Palazzo Reale, come un -monumento. Sentivano tutti che quella era l'ultima ora del suo comando, -e a tutti veniva voglia d'andare a gettarsi ai suoi piedi e gridargli: -«Generale, perchè non ci conducete tutti a morire? La via di Roma è là, -seminatela delle nostre ossa!» - -Egli, pallido come forse non era stato visto mai, guardava quei plotoni -passare, e s'indovinava che il pianto gli si rivolgeva indietro ad -allagargli il cuore. - -Così finivano i canti centrali dell'epopea garibaldina. Quanto a -lui, il 7 novembre entrava in Napoli con Vittorio Emanuele, l'8 gli -consegnava il plebiscito, e all'alba del 9, su d'un vapore che portava -il nome di _Washington_, suo vero fratello nei secoli, solo con quattro -amici tornava a Caprera, quasi ancora con indosso gli stessi panni che -aveva a Marsala. - -«E non ne fosse uscito mai più!» dissero coloro che non avendolo -capito mai, non lo capirono due anni di poi, quando cadde in -Aspromonte confermando col suo sangue la legge di Roma. Però quelli -stessi tacquero, quando nella guerra del Sessantasei non poterono -disconoscerlo, almeno pel suo sublime «_Obbedisco_!» Ma tornarono -ad imprecarlo quando fece Mentana. Altri, quando udirono ch'egli -vinceva per tre giorni di seguito a Digione, credettero di elevarsi -molto, dicendo che certo i Prussiani non s'erano degnati di combattere -seriamente contro di lui. Anche questo fu detto. Ma fece ammenda per -tutti il general Cialdini. Parlando di lui co' suoi pari, disse da -onesto e prode come era: «Nessuno di noi gli arriva al ginocchio.» -Diceva il vero. Ma ancora più che gran capitano Garibaldi fu Uomo -nuovo. Per ora non si sa ancora riconoscerlo. Fu scritto che come in -geologia si stenta a liberarsi dal concetto che tutta la storia del -nostro globo sia una successione di catastrofi per lotte terribili tra -le forze del Caos, così nella vita dell'umanità non sappiamo liberarci -dall'ammirare i violenti trionfatori, perchè moralmente siamo ancora -assai deboli. Ma quando l'umanità, sarà più consapevole di sè, e forte -e capace di libertà e di giustizia, il tipo dell'Uomo sarà riconosciuto -in lui. Non se ne favoleggerà, come non si favoleggiò guari di Colombo: -ma ad ogni forma nuova di bene che si verrà trovando ed attuando, il -giudizio delle genti riconoscerà che Garibaldi quella forma l'aveva già -in sè. Allora si capirà come ei dall'azione passasse alla solitudine, -perchè costumi, leggi, tutto doveva parergli troppo disforme dalla -vita come ei la sentiva. Ma la solitudine su d'uno scoglio, dove nessun -uomo avrebbe saputo durare senza morir di tedio, egli la popolava con -l'ingegno del suo gran cuore, facendosi di quell'umile punta un mondo -infinito come l'anima sua. - - - - -LA LIRICA - -CONFERENZA DI ENRICO PANZACCHI. - - -Dunque io vi parlerò nuovamente di poesie e di poeti, o amabili -Signore, perchè così piacque al Comitato che stabilì il tema, e che mi -diede anche il molto onorevole incarico di principiare la serie delle -conferenze quest'anno; di queste conferenze così fortunate e, diciamo -pure, anche così invidiate, soprattutto perchè ebbero sempre il vostro -concorso e la benevolenza vostra. - -La conferenza mia di quest'anno sarà una continuazione di quella -dell'anno scorso; ma i tempi sono molto mutati e non in meglio per noi. -Cercai l'anno scorso di tratteggiarvi il gran quadro degli avvenimenti -di quella singolarissima epoca. Idee nuove, uomini nuovi, avvenimenti -strani, insperati: e sopra tutto questo una meravigliosa esaltazione -nelle menti, un entusiasmo gaudioso e virtuoso nei cuori. Tanto che se -ci avessero soccorso il senno e la concordia, era proprio da sperare -che l'Italia ne uscisse con qualche felice risultato. Invece il senno -e la concordia difettarono. Molti rettili, io vi diceva, strisciarono -in mezzo a tutti quei fiori, molte ombre si mescolarono a quella luce; -ed avemmo la catastrofe, la grande catastrofe, nobilitata dal valore -italiano sotto gli spalti di Novara, sulle mura di Roma e a Venezia. -Il detto di Massimo d'Azeglio: «credevamo di essere uomini ed eravamo -invece dei fanciulli» riassume, e riassume purtroppo psicologicamente -e storicamente tutta quell'epoca. - -Bisognava cambiare strada, bisognava mutare i metodi e la mèta. Era -stato dunque un bel sogno la confederazione dei Principi italiani col -Pontefice alla testa, e bisognava metterlo in disparte. Era stato -un bel sogno la repubblica unitaria di Mazzini colla Costituente -e non ci si poteva più pensare. S'imponeva insomma una nuova -orientazione, la quale doveva avere per principio e per obbietto un -regno italiano fortemente costituito e fedele alla libertà. Aveva dato -già all'Italia l'esempio di lodevole coraggio nell'anticipare questa -nuova orientazione Marco Minghetti, quando, d'improvviso, lasciava le -anticamere del Papa, ove si cospirava contro l'Italia, per andare sotto -le tende di Carlo Alberto ove si combatteva e si moriva per l'Italia. -Aveva già dato esempio simile Terenzio Mamiani, quando, nella rovina -di tutto e di tutti, aveva detto che ormai non restava patriotti altro -partito da prendere che stringersi intorno alla Dinastia di Savoia -ed attingere da essa gli auspicii e la forza dell'avvenire; Vincenzo -Gioberti che aveva a Parigi abbandonata la sua utopia del _Primato_ (di -cui credo che fosse già guarito da un pezzo) e poneva il vigorosissimo -intelletto alla formazione di un nuovo libro nel quale si studiavano -i criterii ed i mezzi per un positivo rinnovamento italiano; Daniele -Manin si era ormai mostrato persuaso che la sua repubblica veneta non -era che un glorioso anacronismo evocato invano dalla illusione storica -e dal sentimento generoso di tanti italiani, che per Venezia avevano -dato l'anima e il sangue. Lo stesso Mazzini, pur non declinando dai -suoi ideali dogmatici, si manteneva repubblicano, ma attestava e -mostrava che soprattutto egli era unitario e che quando si mirasse -veramente, efficacemente all'unità, non solo egli non poneva ostacolo, -ma fino ad un certo punto sarebbe stato disposto a secondarla. - -Letterariamente e poeticamente, o Signore, il periodo che corre dal -1849 al 1859 non è un gran periodo nel suo insieme; anzi si presenta -come un periodo mediocre. Non vi sono grandi lampeggiamenti, non vi -sono poderose affermazioni d'ingegno artistico; vi è qualche cosa -più di abbozzato che di compiuto in esso. Io lo chiamai altra volta -un periodo «bigio» per le nostre lettere, un periodo ove le tinte, -i colori non sono bene spiccati e decisi, ove bisogna raccogliere, -classificare i fatti, apprezzandoli soprattutto come sintomo, -piuttosto che come preparazione dell'avvenire. La ragione di tutto -questo parmi che vedesse molto bene Cesare Correnti in alcune sue -pagine notevoli nelle quali campeggia questo ragionamento: la poesia -s'imperna nel criterio della vita; e quando il criterio della vita è -incerto e ondeggiante, la poesia non può dare grandi affermazioni. -Il romanticismo, una gran forza espansiva, comunque si voglia -esteticamente giudicarla, che aveva dominato tutta la prima metà del -secolo, aveva raggiunto il suo apice e già accennava a declinare, come -un movimento nel quale cominci a mostrarsi esaurita la forza iniziale, -da cui era derivato. Anche la morte si era mescolata nella faccenda, ed -aveva fatto la sua parte. Era morto Giuseppe Giusti portando anzi tempo -nel sepolcro una meravigliosa attitudine di poesia, che si era così -bene esplicata nella satira civile, e che aveva mostrato anche altre -potenze di poeta lirico e di critico, le quali nella pienezza dell'età -forse si sarebbero più efficacemente manifestate. Erano morti Silvio -Pellico e Giovanni Berchet tramontati alquanto nella popolarità, ma dei -quali duravano sempre gli scritti patriottici nel cuore e nell'anima -popolare, e che dovevano essere rinfrescati e resi novamente di una -dolorosa attualità per le frequenze dei nuovi e tristi esigli, per le -nuove sventure così somiglianti a quelle che avevano colpito l'Italia -dal ventuno al quarantasei. Era morto anche a Bologna il buon Giovanni -Marchetti, di cui disse Luigi Carrer che aveva saputo strappare il -segreto della soavità degli accenti alla lira di Francesco Petrarca e, -ad essa aveva saputo disposare accenti di nobile patriotismo. - -Alessandro Manzoni che si era taciuto da tanto tempo, a un tratto -si faceva vivo e riempiva delle sue idee tutto il mondo letterario -italiano colle questioni della lingua nazionale. È una questione molto -seria, o Signore: In che lingua debbono parlare gl'Italiani, parlare -soprattutto e scrivere? - -Dopo sei secoli di civiltà e di letteratura nazionale, il più grande -e il più autorevole ingegno degli Italiani veniva fuori a mettere -in dubbio nientemeno che lo strumento del nostro pensiero! E Carlo -Tenca, che dal suo _Crepuscolo_ vigilava tutte le forme e tutti -i movimenti del pensiero italiano covando, per così dire, tutte -le faville che rimanevano ancora della nostra vitalità politica, -grandemente s'impensieriva di questa questione sollevata dal più -autorevole degli scrittori. Anche i poeti dunque, e gli scrittori, -avevano una nuova ragione di aspettazione, d'incertezza e di titubanza. -Si doveva attingere, come voleva Vincenzo Monti, dalla nostra lingua -scritta e vivente, da tutta la collaborazione dei popoli italici e -da tutti i valenti nostri scrittori, come pare che fosse anche il -pensiero di Dante Alighieri, padre della nostra letteratura? oppure -si doveva, come voleva il buon Cesari, immobilizzare tutta la nostra -lingua negli esempi del Trecento? oppure, come veniva avanti ad -affermare il Manzoni, era necessario costituire una specie di sede -vivente in cui la lingua facesse sempre la sua prova vitale, e che -potesse servire di modello perenne e di guida a tutti e di soluzione -nei dubbi che potessero insorgere?... Vi ripeto, tutto questo non -doveva contribuire a dare delle forme energicamente direttive per la -espressione dell'ingegno artistico e poetico negl'italiani; e non è da -stupire che tutti i poeti di questo periodo ne risentissero un influsso -di incertezza e di titubanza. Uno fra loro, più sincero degli altri, -lo confessò apertamente. Paolo Gazzoletti scriveva: «Le mie poesie -furono dettate, come è facile accorgersi, sotto l'influenza di studi, -di scuole e di gusti diversi. Bruciai nel mio camino qualche granello -d'incenso a tutte le forme, ed anche ai traviamenti delle forme.» — -Poi soggiungeva: — «Ad ogni modo, per noi poeti, anzi per noi italiani -il cantare è una fatalità e dallo stesso dolore e dalle stesse miserie -nostre abbiamo, per disacerbarle, eccitamento al canto.» E concludeva -un suo sonetto con questo verso: «È vocale il dolor de la mia terra!» - -Anche troppo vocale, dico io; e se vi fu tempo in cui spesseggiassero -i poeti mediocri e minimi, fu appunto questo decennio. - -E simile lamento muoveva anche Ippolito Nievo il quale faceva le prime -armi e dava la prima promessa del suo ingegno bellissimo, che sarebbe -stato destinato a successi trionfali se una tragica morte non lo avesse -còlto nel pieno vigore dell'ingegno e dell'età. D'altra parte abbiamo -dei poeti minori, non privi certo di pregio, che si compiacevano a -seguire l'indirizzo manzoniano in tutto ciò che aveva di più mite, di -più mansueto, di più casalingo. Citerò solo Giulio Carcano di Milano, -Emilio Frullani di Firenze. Aggiungasi, in generale, una grande -irregolarità e licenza nei ritmi, e una grande povertà delle rime. Una -delle necessità più vivamente sentita da chi abbia acuto e squisito il -senso dell'arte, è quella di dare delle forme nettamente plastiche e -precise ed euritmiche al componimento poetico. Invece in questo tempo -si direbbe che dalla grande autorità del Leopardi si preferisce di -dedurre soprattutto e quasi esclusivamente la libertà indeterminata -della strofa; libertà indeterminata che fomentava, aiutava una grande -verbosità, nemica mortale della efficacia scultoria. Quanto alle -rime esse si andavano sempre più impoverendo; e non aveva torto un -critico quando diceva che aprendo i libri di poesia di quel tempo -(e sono tanti da formare delle enormi cataste), che esaminando certe -collezioni allora famose, per esempio l'«Ape romantica» di Venezia, e -le innumerevoli _Strenne_ di Napoli in cui tutta l'attività partenopea -pareva che si concentrasse, diceva che con poco più di cento parole -si sarebbe potuto determinare il rimario della poesia italiana!.... -E questo, o Signore, che sembra un particolare secondario, è invece -un segno grandissimo; perchè non vi è grande poesia senza una tecnica -eletta insieme e ricca e rigorosa; e quando tanto nel movimento della -strofa quanto nella scelta delle rime è o irregolarità e licenza -indeterminata o povertà, potete star certe che anche il pensiero -rimarrà in difetto, tutto il _nisus_ della forma poetica sarà in -decadenza. E ne avete la riprova in questo: che noi abbiamo avuto -un vero e proprio risorgimento nella poesia italiana solo quando son -ritornate in onore le strofe severamente corrette ed euritmicamente -rispondenti alle loro parti, e quando è ritornata in onore la scelta -della rima ricca, eletta. - -Ma non è tutta verbosità vuota, non è tutta divagazione sentimentale -la poesia italiana di questo tempo. Vi è qualche cosa di «meditabondo» -nella nostra cultura. Anche nel campo del pensiero, e solamente nel -campo del pensiero, perchè ormai l'azione era interdetta dalla servitù -politica, si sente il bisogno di raccogliersi e pensare seriamente. -Alcune discipline si avvantaggiano; lo studio della lingua non è più -ridotto a semplice scelta di frasi; si comincia a sentire la profonda -vacuità della scuola del Cesari buona come antidoto, come egli lo -chiamava, contro l'invadente francesismo del primo quarto di secolo in -Italia, ma per sè stessa insufficente al grande ufficio della lingua -intesa come strumento del pensiero e come rispecchiamento dell'anima -della Nazione. Dallo studio formale e superficiale della lingua -si passava a un tentativo sempre più spiccato di penetrare a fondo -nell'indole, nella filosofia del linguaggio; e a Firenze, a Torino, a -Milano e altrove si cominciano a costituire delle scuole filologiche -che pongono nel nostro terreno ottimi germi, i quali col tempo poi -copiosamente frutteranno. Il fenomeno passa dalla filologia nella -poesia vera e propria, e si comincia a tentare un più stretto connubio, -una più efficace intimità tra la poesia pura forma e la sostanza del -pensiero; tra il sentimento, nella sua vaghezza indeterminata, e certi -fini ben determinati e prefissi e certi alti ideali a cui l'arte doveva -servire. La vanità della formula «l'arte per l'arte» va cadendo sempre -più in discredito. Fu accolto con molto applauso, se non molto letto, -un poema di Lorenzo Costa genovese, abilissimo fabbro di versi, il -quale con degli sciolti veramente mirabili si era prefisso ed aveva -in gran parte raggiunto l'intento di celebrare le più meravigliose -scoperte dell'ingegno umano nelle industrie, e nella meccanica. -Altri poeti avevano seguito questo impulso. Dirò anzi, che si può -considerarlo come una preoccupazione dominante allora negl'ingegni -nostri. L'Aleardi, per esempio, vuole compensare più che può una certa -vacuità che è nei suoi canti fantasiosi e sentimentali, e ricorre alla -geologia e ricorre alla botanica. Si direbbe che già egli si prepari -fin d'allora per il disperato cimento al quale si lasciò andare pochi -anni dopo, di celebrare in versi il sistema economico di Federigo -Bastiat. Ebbe in questo un infelice compagno nel Martinelli bolognese, -che volle con dei _Sermoni_ dedicati a Marco Minghetti niente meno che -dar forma poetica a tutti i teoremi della economia classica inglese. -Anche Giacomo Zanella nel seminario di Vicenza sta maturando il suo -ingegno e si prepara a dare egli pure un contributo assai notevole a -questo tentativo di connubio fra la poesia e la scienza: si prepara -ad essere il futuro autore della _Conchiglia fossile_ e del memorabile -dialogo teologico-astronomico tra Galileo e Giovanni Milton; si prepara -ad essere, come disse con frase veridica Giosuè Carducci, il castigato, -forbito ed eloquente cantore dell'industria e delle solennità del -tecnicismo. - -Ma anche lo Zanella poco lustro doveva dare a questo decennio, perchè -la sua fama doveva fiorire dipoi. Egli era destinato ad essere il -poeta prediletto del decennio che seguì; doveva essere in esso il poeta -favorito delle gentili dame, degli ingegni eleganti e soprattutto degli -spiriti temperati che vagheggiavano di comporre in armonie superiori, -degli elementi fra loro cozzanti, e che non disperavano di queste -armonie e si compiacevano di trovare nel prete liberale di Vicenza un -degno e notevole aiuto di poesia e di arte. - -Insomma, quando voi avete bene scrutato l'orizzonte e investigato da -ogni parte, voi dovrete venire a questa conclusione: che il decennio -italiano che corre dal Quarantanove al Cinquantanove, non ha che due -poeti veramente notevoli: il Prati e l'Aleardi. Lascio da parte Niccolò -Tommaseo, il quale meriterebbe uno studio a sè per la grande intensità -e arditezza del suo ingegno poetico, ed è invece così poco noto e così -mediocremente apprezzato. Lo lascio da parte, perchè anche egli diede -i migliori frutti come poeta nell'epoca precedente, e perchè egli si -occupò soprattutto di studi filosofici e religiosi. - -Aleardo Aleardi dunque e Giovanni Prati sono i due poeti che -signoreggiano l'epoca, e quasi vi regnano in solitudine. - -Io ebbi la fortuna di conoscerli ambidue. Erano due tipi disparatissimi. - - * - * * - -Giovanni Prati nel decennio di cui parliamo seguitava la sua strada; -godeva della sua fama, e cercava di aumentarla con opere notevoli. -Sempre uguale a sè stesso: vagabondo, strano, irregolare; aveva amato -la natura e l'Italia, e il suo amore per quest'ultima aveva sempre -nobilmente e francamente manifestato, ma accompagnava poi questa sua -nobiltà di condotta poetica con molte stranezze nella vita; ed ebbe -per l'una e per le altre molti dolori e molte tristi vicende. In questi -dieci anni egli dalla Toscana, dove aveva un così acerbo persecutore in -Francesco Domenico Guerrazzi, si era rifugiato a Torino e là, all'ombra -della Croce Sabauda, a cui aveva rivolto l'occhio confidente anche -quando altri faceva le viste di non accorgersene, ben visto a Corte, -seguitava a poetare, perchè il poetare, per Giovanni Prati era non una -dilettazione istintiva, non un'operazione intermittente, era come un -abito inscindibile dalla sua natura, e di continuo componeva versi, e, -quel che è anche più strano, nessuno lo aveva mai visto comporre versi -a tavolino. Andava errando come aveva fatto sempre, e lo vedevano pei -Portici di Po brontolando seco stesso i suoi endecasillabi o i suoi -settenari, sempre con in bocca un sigaro, che spesso gli si spengeva; -allora chiedeva fuoco al primo che incontrava, e riacceso il mozzicone -continuava a mormorare dei versi. Più di una volta fu preso per un -pazzo. - -In questo decennio Giovanni Prati ha composto su per giù due volumi -di versi, nei quali si nota uno spiccato e opposto carattere d'arte. -Nei poemi è sempre il bizzarro ingegno romantico di _Edmenegarda_ -e delle _Ballate_: come prima, vagheggia il fantastico, lo strano, -l'avventuroso. Nella forma non si corregge o peggiora. Infatti, -leggendo a Torino il suo poema _Ridolfo_ fece accapponare la pelle al -buon Terenzio Mamiani per delle forme veramente strane e eteroclite. Un -lavoro di miglior avvenire si ha nella _Battaglia Imera o Jerone_, una -specie di visione antica che lampeggia alla mente del poeta e che pare -il preludio di quella mirabile castigatezza di gusto che egli qualche -anno dopo doveva conquistare per dono felicissimo della sua natura, -e che lo metteva in grado di comporre i due _Sogni_, di tradurre non -indegnamente Virgilio e di pensare a verseggiare quel _Canto ad Igea_ -che par davvero un frammento di serena poesia antica. Il secondo volume -ci dà invece un Prati fortemente compreso della missione civile e -politica del poeta italiano: e tutti i grandi argomenti che occupano -la vita italiana, che accennano ai dolori del presente e alle speranze -dell'avvenire, tutti si rispecchiano fervidamente in quelle sue liriche -alate, che anche oggi non si possono leggere senza commozione. L'anno -scorso, o Signore, vi ho citato alcuni passi della superba _Trenodia_ -in cui, celebrando il ritorno da Oporto delle ceneri di Re Carlo -Alberto, egli volle evocare tutto il sogno poetico della federazione -italiana del Quarantotto, gettando un ultimo grido di supplicazione ai -principi della penisola. Indi egli si volse da quella parte, ove solo -le speranze parevano attendibili, voglio dire alla spada, al senno e -alla lealtà di Re Vittorio. Ora sentite con che accenti egli ricorda i -giovinetti toscani eroicamente caduti a Curtatone: - - Quando la fredda luna - Sul largo Adige pende, - E i lor defunti l'itale - Madri sognando van; - Un coruscar di sciabole, - Un biancheggiar di tende, - Un moto di fantasimi - Copre il funereo pian. - E via per l'aria bruna - Sorge un clamor di festa: - «L'ugne su voi passarono - De' barbari corsier; - Viva la bella Italia! - Orniam di fior la testa; - O vincitori o martiri - Bello è per lei cader. - E chi, evitato il nero - Tartaro, ancor respira, - Abbia in retaggio il funebre - Pensier di chi morì, - Seme di sangue provoca - Messe di brandi e d'ira; - Fatevi adulti, o pargoli - Per vendicarci un dì!» - Il guardïan straniero - Dall'ardue rôcche ascolta. - E le canzoni insolite - Lo stringono di gel; - E il pian mirando e il torbido - Stuol degli spettri in volta, - Pensa le patrie roveri - E il nordico suo ciel. - E sclama anch'ei: «Di meste - Larve simili è piena - Pur la mia tenda ungarica - O il mio boemo suol, - E a me, che schiavo indocile - Veglio l'altrui catena, - Pace l'avara tenebra - Nega e letizia il Sol. - Oh, falco, che da queste - Turrite rupi inarchi - L'ale alla fuga, intendere - Potessi il mio desir! - Ma se per tanto d'aëre - Sino al mio ciel tu varchi, - Di' a' figli miei che abborrano - In servitù perir!» - Così con varii modi - Canta chi vinse e giacque, - Ma in un medesmo palpito - Arde il medesmo ver, - Mentre la luna naviga - Sovra il cristal dell'acqua - E giù nel pian si sperdono - Gli spettri dei guerrier.... - -Quando Giosuè Carducci dettò quelle sue malinconiche e bellissime -strofe per l'anniversario dei morti di Mentana, si ricordò egli di -questo componimento del Prati. V'ha somiglianza di metro, di rime, -e perfino ricorrenza di certe frasi e di certe immagini. Nell'una e -nell'altra, i morti parlano pietosamente alla patria; e un senso di -paura passa negli avversari. Con una audacia veramente lirica, il -Prati affrontò in questo decennio tutti i più scabrosi argomenti che -toccavano alla vita italiana. Luigi Napoleone di Presidente della -Repubblica si fa a un tratto Imperatore; e Giovanni Prati gli volge -un'ode che a quei giorni andò famosa in Italia e oltre l'Italia, in -cui apostrofa vivamente, quasi assale di interrogazioni e di problemi -imperiosi il nuovo Sire incoronato di Francia. - - Hai vinto. Or ben. Qual premio - Dalla vittoria attendi? - Sali. E l'antica porpora - Di Clodoveo ti prendi. - Ma la fortuna, o Principe, - Ha giuochi infami. E bada.... - -Qui incominciano i consigli, le ingiunzioni, le minacce: - - Se col vorace e barbaro - Settentrïon t'annodi, - Perduto sei. La gloria - Ti mancherà dei prodi.... - -È tutto un programma di politica in versi piani e sdruccioli; e letto -oggi a tanta distanza dagli eventi, l'effetto non è sempre serio; ma -anche oggi la lirica del Prati ci commuove quando, verso la fine, parla -al Bonaparte d'Italia: - - Sol, pei materni visceri, - Ti prego a giunte mani, - Non obliar, nel turbine - Del tuo fatal dimani, - Questa obliata Italia - Dal sorger tuo; quest'Eva, - Che a te le braccia leva - Consunte di dolor. - Mille de' suoi, che dormono - Là tra le scizie nevi, - Per Chi tu sai, fantasimi - Tetri, placar tu devi, - Pensa alla madre; al cenere - Dell'Alighier. Nefando - Di Bonaparte è il brando, - S'egli altri numi ha in cor. - -Le esortazioni e i vaticinii del Poeta, dovevano attingere valore -dal tempo; ed ora noi li congiungiamo ai ricordi del colloquio di -Plombières, di Magenta e Solferino. - - * - * * - -Aleardo Aleardi ebbe anch'esso anima vera di poeta; ma ebbe indole -diversa. Anche al fisico, quantunque tutt'e due fossero belli uomini, -al portamento i due molto si diversificavano. Aleardo Aleardi composto, -dignitoso, contegnoso. Con la sua bella chioma spartita sulla fronte e -con la pettinatura impeccabile mi faceva pensare a un verso di Gaspare -Gozzi, ove descrive i capelli dei damerini del suo tempo. Aveva il -parlare sentenzioso, la frase rotonda, e volentieri batteva il pugno -quando voleva asserire qualcosa di solenne. Aleardo Aleardi fu troppo -lodato, e fu sventura per lui. Io mi ricordo che un critico, poco dopo -il '60, metteva nientemeno che il nome di Aleardo Aleardi vicino a -quello di Dante Alighieri; e io provai una profonda pietà per Aleardo -Aleardi. Infatti egli dovette scontar poi, con un rapido rovescio -della fortuna della sua fama e quasi con l'oblio, l'eccesso delle lodi -prodigategli dai compiacenti contemporanei. - -L'Aleardi lasciò scritto di sè che da ragazzo aveva provato una grande -inclinazione per la pittura, e specialmente pel paesaggio; ma gli era -stata così severamente interdetta e combattuta dal padre, che dovette -abbandonarla. Questa sua inclinazione alla pittura di paese si riflette -qua e là nei suoi componimenti in modo manifesto: - - Ogni eminenza dopo la procella - Versa per cento conche - In curve e fuggitive - Cascatelle il soverchio de la piova: - Suonano le spelonche - A la cadenza di frequenti stille: - Brilla l'immenso verde, - E tutta di vaganti iridi piena - È la silvestre scena. - -L'Aleardi ci dà molti di questi quadretti: veri paesaggi di poeta, ove -si uniscono e s'armonizzano le voci e i colori in un tutto animato -e vivente. E non mancano i paesaggi a grandi linee, entro le quali -s'inquadrano dei drammi di pietà umana e tragici ricordi di storie e di -leggende. Udite questo pezzo del carme _Il Monte Circello_, composto, -si noti, nel 1845. - - Vedi là quella valle interminata - Che lungo la toscana onda si piega, - Quasi tappeto di smeraldi adorno, - Che de le molli deità marine - L'orme attenda odorosa? Essa è di venti - Oblïate cittadi il cimitero; - È la palude, che dal Ponto ha nome. - Sì placida s'allunga e da sì dense - Famiglie di vivaci erbe sorrisa, - Che ti pare una Tempe, a cui sol manchi - Il venturoso abitatore. E pure - Tra i solchi rei de la Saturnia terra - Cresce perenne una virtù funesta - Che si chiama la Morte. — Allor che ne le - Meste per tanta luce ore d'estate - Il sole incombe assiduamente ai campi, - Traggono a mille qui, come la dura - Fame ne li consiglia, i mietitori: - Ed han figure di color che vanno - Dolorosi all'esiglio; e già le brune - Pupille il velenato aëre contrista, - Qui non la nota d'amoroso augello - Quell'anime consola, e non allegra - Niuna canzone dei natali Abruzzi - Le patetiche bande. Taciturni - Falcian le mèssi di signori ignoti; - E quando la sudata opra è compita - Riedono taciturni; e sol talora - La passïone dei ritorni addoppia - Col domestico suon la cornamusa.... - -Vi consiglio anche di leggere nelle _Prime storie_ la descrizione del -Diluvio universale, nella quale l'Aleardi ha saputo unire alla evidenza -del quadro alcuni tocchi di fantasia che ne accrescono il mistico -terrore. - - * - * * - -I difetti della poesia di Aleardo Aleardi io non mi propongo qui di -numerare e di analizzare partitamente. Vi dirò solo che dalla lettura -dei suoi versi io ho ritratto il convincimento che in lui non fosse -profonda la coltura letteraria e sufficiente la preparazione per dare -sempre alla forma poetica quella sicura e precisa finitezza che le -procaccia il duraturo suffragio degli uomini di buon gusto. Egli è -spesso morbido, vago, indeterminato: il suo tocco, troppe volte non è -sicuro e non coglie nel segno voluto; e allora cerca una simulazione di -precisione in qualche immagine che non è sempre di buon gusto. Circa la -novità, vuol differenziarsi dagli altri, e principalmente da Giovanni -Prati, di cui sente la rivalità perigliosa; ma la novità cercata è -tante volte a spese del buon gusto. Le sue immagini sono talvolta -troppo cercate e sconfinano nel barocco; come quando vi dice che una -campana suona per la valle «limosinando carità di preci,» proprio come -un frate o un mendicante qualunque! Oppure quando, compiacendosi, al -solito, della sua botanica, vi dice che sul ciglio di un burrone, -dei ranuncoli, delle passiflore e non so quali altri fiori, stanno -brontolando fra loro parole di congiura contro la vita degli uomini!... -Soprattutto io credo che la poesia di Aleardo Aleardi fosse malata di -un femminismo estetico. Io non so trovare altro nome; ma un fatto, pur -troppo, vi corrisponde. Vi sono troppe Marie in quei suoi componimenti! -È venuto l'Epistolario, che ha messo in evidenza anche troppo, la -soverchia, la stemperata amatività di lui. Io credo che se l'amore -della donna è un prezioso coefficente per la poesia, e per l'arte, -quando le donne sono troppe nella vita di un poeta, lo guastano. - -La morbidezza dell'Aleardi voi la riscontrate subito nel suo modo di -epitetare. Egli pone, i suoi epiteti, con sì frequente larghezza, che -spesso è costretto a sostantivarne uno, perchè faccia da puntello agli -altri; e ne esce qualche cosa di forzato e di equivoco. Per esempio, -egli chiamerà un Re in esilio «limosinante indomito e sdegnoso,» oppure -dirà i principi italiani spodestati «pallidi coronati impenitenti.» -Quale tra questi epiteti fa da sostantivo? Quando apostrofa le sue -donne si serve ancora degli epiteti raddoppiati «povera grande, povera -bella, bella superba!» e via discorrendo. Vi parranno minutaglie, o -Signore, ma sono questi abiti artifiziosi che indicano, come certe -piccole macchie sulla pelle, la tabe che invade tutto quanto nelle sue -intime parti lo stile del poeta. - -E questo artificio si manifesta massimamente nelle personificazioni. -In esse Aleardo Aleardi è, permettetemi la frase, femmineo fino alla -puerilità. La patria, l'Italia, la Musa; quale, tra i poeti, non ha -invocato la Musa e l'Italia? E la invoca pure Aleardo Aleardi, anche -troppo di frequente; ma queste grandi astrazioni, queste luminose -entità che devono sovrastare alla mente, allo spirito del vate, e -da cui egli deve attingere come dall'alto la luce, nello spirito -aleardiano sovente si abbassano, si abbassano, e par che vadano a -sedersi vicino a lui, accanto al suo letto, accanto al suo tavolino -di studio. L'Italia non è più la grande e cara madre; è la sorella, -è, direste quasi, un'amante: «Sorella mia, vieni, pigliati in mano -il sapiente legno del Nazareno, mettiti in ginocchio sulla strada, e -domandiamo la carità a quelli che passano!» Similmente, la Musa per -l'Aleardi non è la Dea a cui da Omero in poi si sono rivolti tutti i -poeti! Egli la tratta alle volte come una segretaria, alle volte, non -vorrei offenderla, mi ha l'aria di una sua cameriera!... Il più delle -volte la chiama «sorella» ed ha per lei delle apostrofi varie; ora -complimenti, ora carezze e baci, ora corrucci e poi rappaciamenti. -Antropomorfismo morbido, disdicevole, e antipatico. Una volta il -poeta si lamenta di essere abbandonato da tutti i suoi vecchi amici, -e si rivolge alla Musa, e le dice: «Anche tu mi hai abbandonato, mi -tradisci. Ah non a questo educato io ti avea!» Come vedete, qui le -parti si invertono; non è la Musa che inspira, come da Omero in poi; -è il poeta che inspira la Musa. Invertimento lezioso, che potè forse -piacere come una novità, ma che adesso viene a noia. - -Però, quando abbiamo detto tutto questo, o Signore, noi non possiamo -chiudere gli occhi ai veri meriti del poeta. Commetteremmo una grande -ingiustizia. Io, che così vi ho parlato, mi compiaccio di avere -assistito commosso alla inaugurazione del monumento che i veronesi -per gratitudine inalzarono ad Aleardo Aleardi. Egli ebbe una forte e -schietta anima di poeta, e fece della poesia un uso generoso. Troppo -femminismo in lui, lo abbiamo già detto, ma a lui anche non si può -negare il merito insigne di aver forse più d'ogni altro poeta unito -l'amore della cara donna e l'amore della cara patria. Egli si studiò -con nobilissimo intendimento di fondere insieme questi due sentimenti, -e quando narra nel «Triste dramma» la storia del povero condannato -dall'Austria che, appena giunto alla carcere, segna nelle pareti il -profilo della donna amata, e in quel profilo si compiace di vedere la -immagine della donna amata e la immagine d'Italia «che Dio fece insieme -così belle e colpevoli,» noi, anche attraverso il suo cicisbeismo -fantastico, non possiamo fare a meno di cogliere e sentire una idea -generosa. Il poeta veronese immaginò la donna come mediatrice tra -l'uomo e il Creatore, e ministra amabile e forte della volontà umana -nell'adempimento dei più grandi ideali. E quando nel «Canto politico», -uno dei suoi più infelici canti, di una lunghezza interminabile, fa -salire lo spirito di una donna fino al trono di Dio a invocare pietà -per la patria italiana in nome di tutto ciò che vi ha di bello, di -nobile, di gentile nella umana natura, noi non possiamo difendere -l'animo nostro da un senso di compiacenza e di ammirazione. Leggendo -le liriche dell'Aleardi, anche le meno fortunate e le meno riuscite, -il nostro pensiero corre spontaneo a quelle nobili gentildonne -veneziane e lombarde, che tanto contribuirono a mantenere in Italia -viva la fiaccola del patriottismo, e che ai campioni della libertà, e -dell'unità della patria non furono larghe solamente di sorrisi, ma di -santi consigli; non seppero solamente amarli ma confortarli pietose -e inspirarli magnanimi, facendosi ad essi compagne nei duri cimenti e -nelle pene! - -Sarebbe anche ingiustizia dimenticare che l'Aleardi si elevò ad -altissime concezioni di patriottismo allargandole oltre i confini -della sua patria, come quando in nobilissimi versi celebrò e compianse -l'eroismo della Nazione polacca, ricordando le sue benemerenze verso -«questa Europa ingenerosa» che la abbandonava alla tirannia moscovita. - - * - * * - -E ora voi mi domanderete: si riducono solo all'Aleardi e al Prati i -poeti insigni del periodo che voi avete l'assunto di illustrare? Essi -sono certo i due più insigni. Ho accennato ad altri, e volentieri mi -metterei a mostrare i loro meriti, se mi fosse consentito dal limite -dato al mio discorso. Vi basti, o Signore, che io abbia accennato qua -e là ad alcuni di essi. Non voglio però tacervi che quando il decennio -dal '49 al '59 stava per chiudersi, studiava a Pisa un giovinetto -maremmano, che aveva in sè e valorosamente ne' suoi propositi una -grande poesia, umana e civile per la sua patria. - -Ho nominato Giosuè Carducci. Egli dissentiva dagli altri; egli studiava -profondamente e diversamente da quello che usavasi allora in Italia -dai più; non si contentava della pura forma, ma con la mente tenace e -penetrante andava giù nella grande sostanza filologica e linguistica -della nazione italiana, e accennava a voler risalire alle pure fonti -della tradizione indigete e cavare da essa tutte le forme più precise -e più plastiche di una nuova poesia. Un giorno egli comparve davanti -a degli amici e lesse dei suoi versi, e anche nella scelta degli -argomenti egli si diversificava dagli altri, non erano donne innamorate -o lamentazioni sentimentali, o salici piangenti, o raggi di luna. -Come un antico, come un pagano, di un fiero paganesimo però che non si -tuffava nell'epicureismo e non divorziava da nessuna nobiltà di ideali -umani, egli nel «Libero convito» cantava: - - Beviam, se non ci arridono - Le liete muse indarno, - Or che lent'ombra nordica - Cuopre i laureti d'Arno. - A noi, progenie italica, - A noi, sangue del Lazio. - Bacco scintilla e Venere - E l'armonia d'Orazio.... - -Con questa superba e schietta intonazione il giovane poeta esordiva; -e, ripeto, dal suo paganesimo nessuna alta idealità umana e sociale era -bandita; e nel fervore del brindisi accennava alle grandi virtù civili -che l'antichità classica ci raccomandava co' suoi esempi: - - Anch'ei Catone intrepido - La tazza al servo chiese - E ripensando a Cesare - Il roman ferro chiese: - E in quel che Bruto vigila - Su le platonie carte, - Cassio tra' lieti cecubi - Gli Idi aspettò di Marte. - -Così, o Signore, Giosuè Carducci preparava a sè stesso un grande -avvenire di poeta fino da allora; e accennava che per la poesia -italiana ci sarebbero state ancora delle giornate di gloria. Lo -chiamavano strano, contorto, oscuro; ma gli uomini di più fine -intelletto e di gusto più squisito sentivano in lui il maestro di -una forma più eletta nella quale si sarebbero potuti nobilmente -rispecchiare le più nobili tradizioni dell'arte nostra e tutti i grandi -ideali della vita. Terenzio Mamiani, letta la sua canzone a Vittorio -Emanuele II, non solo offriva a Giosuè Carducci la cattedra di italiano -nell'Università di Bologna, ma vaticinava in lui il poeta giovane della -patria risorta. E voi e noi tutti abbiamo la prova che il vaticinio -dell'illustre pesarese non è andato smentito dai fatti, e che la -poesia, dopo il Cinquantanove ha continuato a dare alla vita italiana -delle ispirazioni e delle consolazioni. - - - - -F. D. GUERRAZZI - -CONFERENZA DI GIOVANNI MARRADI. - - - _Signore e Signori,_ - -Nell'anno 1827 uscivano in luce, a poca distanza fra loro, _I promessi -sposi_ di Alessandro Manzoni e _La battaglia di Benevento_ di Francesco -Domenico Guerrazzi. - -Il Manzoni aveva 42 anni, il Guerrazzi 22. _I promessi sposi_ erano -stati preceduti da una aspettazione grandissima, che nocque al -loro immediato successo e che, sulle prime, li fece quasi parere -una delusione agli ammiratori del grande poeta. _La battaglia di -Benevento_, invece, non era stata precorsa da altro rumore che da -quello dei formidabili fischi, onde già i Livornesi avevano accolta -la rappresentazione d'un dramma del loro giovine concittadino; ma il -romanzo trionfò e sbigottì con quella sua forza selvaggia e feroce, -la quale, più che rivincita d'autore fischiato, sembrò vendetta di -lioncello inasprito. - -E il romanzo guerrazziano, di cui si moltiplicarono subito le edizioni, -fu contrapposto al romanzo manzoniano, come capolavoro si contrappone a -capolavoro. E il Manzoni e il Guerrazzi furon considerati da molti come -capi di due scuole e tendenze diversissime e opposte, ma ugualmente -geniali e benefiche all'arte e alla patria: sopra tutto alla patria, -che era allora, occulta o palese, la fiamma animatrice e la ragione -suprema dell'arte. - -Oggi _I promessi sposi_ tengon di pieno diritto il primissimo posto -nella letteratura italiana di tutto il gran secolo che tramonta, e _La -battaglia di Benevento_ non si legge ormai più, come non si legge più -forse alcun libro di questo - - ..... re della terribil prosa - Ruggita in faccia ai prepotenti e ai vili. - -A poterci rendere qualche ragione di un così rapido cambiamento -avvenuto nei gusti del pubblico, riguardiamo un po' più da vicino -quest'uomo e questo scrittore che ebbe fama di grande, e riguardiamolo -specialmente nella sua opera letteraria, che esercitò su i -contemporanei tanta potenza. - -Della vita politica del Guerrazzi non è forse venuto ancora il momento -di poter giudicare con illuminata imparzialità, senz'amore e senz'odio; -e se pure ne fosse il momento, - - Me degno a ciò nè io nè altri il crede; - -ond'io lascio ad altri, più competenti di me, il trattar di proposito -questa parte dell'argomento, e vengo, senz'altro, al poeta. - - -I. - -Ingegno fortissimo e anima fiera, fantasia ignara di freni e volontà -sdegnosa di ostacoli: ecco le qualità che sortì da natura il Guerrazzi. -L'educazione rigida avuta in famiglia e l'istruzione pedantesca -ingozzata in iscuola, le molteplici e multiformi letture fatte da -lui giovanissimo e i casi della sua vita agitata fin dai prim'anni, -finirono poi di foggiarlo quale egli ci appare, co' suoi pregi e co' -suoi difetti, in tutta l'opera sua di scrittore e di cittadino. E i -pregi furono in lui certamente più grandi dei grandi difetti, i quali -il più delle volte non erano che una esagerazione delle sue stesse -virtù. Così l'orgoglio fierissimo, che parve quasi la Musa inspiratrice -d'ogni suo atto e d'ogni suo scritto, fu in lui consapevolezza -eccessiva, ma spesso legittima e provocata, del proprio valore; e -quella sua stessa ambizione, che parve a molti così smoderata, non fu -che un eccesso di quel nobile amore di gloria che lo infiammava, di -quel foscoliano _furore di inclite geste_ che il padre suo ed il suo -Plutarco gli avevano acceso nel cuore sin da fanciullo. - -_Natura eroica_, come bene fu detta, era davvero codesta dell'aspro -fanciullo, fatto sempre più aspro dai rimproveri e dalle percosse che, -invece di carezze e di baci, gli dava sua madre. E in quell'eroica -natura, in quell'ardente fantasia solitaria, in quell'anima tutta -chiusa in sè stessa nè mai confortata d'alcuna dolcezza domestica, è -facile immaginar quali semi dovesse gittare ogni giorno quel padre -severo, quel padre taciturno, che parlava soltanto per citare a' -figliuoli esempî di Plutarco e sentenze di Dante; è facile giudicar -quali germi dovesse andare svolgendo in quell'indole un padre che gli -brontolava all'orecchio, parlando di Tacito: «Costui scrisse storia col -pugnale; valeva meglio piantarlo nel cuor dei tiranni!» - -Questo l'ambiente familiare nel quale cresceva il fanciullo Guerrazzi, -e in cui si veniva temprando il carattere che doveva poi stampar tutto -l'uomo sì fortemente, da renderlo segno d'inestinguibile amore e di -odio non anche domato. - -Gl'istinti eroici della sua focosa natura, che lo traevano a tutto ciò -che è solenne ed antico, e l'antiquata accademica disciplina a cui fu -sottoposto da' suoi maestri di lettere, ci spiegano in parte il suo -stile, cioè il carattere dello scrittore. - -Il primo di tali maestri, e quello di cui egli serbò più grata memoria, -fu il Padre Spotorno, barnabita, rappresentatoci dal Guerrazzi come -un Robespierre letterario del 500, che ad ogni ombra di modernità -arricciava il pelo come istrice, e che gl'insegnava la lingua «come -s'ingrassano i luci: uno imbuto in gola, e poi giù una ramaiolata di -Bembo, di Casa, di Baldassar Castiglione, e via discorrendo». E di -siffatti metodi d'insegnamento restarono sempre le tracce evidenti -nella forma letteraria che piacque al Guerrazzi e che ebbe sì lungo -codazzo di imitatori: forma che ha la copiosa ricchezza di lingua e -il periodo latineggiante dei cinquecentisti, e qualche volta, come -nella _Serpicina_, l'arcaica semplicità dei trecentisti migliori, -ma che di latineggiante e di arcaico sa sempre troppo: forma che si -compiace di uno stile magnifico, in cui l'ideale eroico del poeta si -drappeggia come in un paludamento o in una clamide; forma artificiosa -di un artificio che in lui diventò una seconda natura, sì che perciò, -italianissima sempre, potè essere spesso eloquente davvero e mirabile -d'impeto e di vigore; ma che, insomma, artificiosa fu molto, ed a noi -apparisce oramai come una specie di anacronismo. - -Chè se si obiettasse come gli stessi metodi pedanteschi e accademici, -comuni allora dal più al meno a tutte le scuole italiane, non abbian -prodotto in altri scrittori moderni, anche anteriori al Guerrazzi, gli -effetti e i difetti che produssero in lui, sarebbe ovvio rispondere che -le medesime cause operano diversamente su anime e ingegni diversi. E il -Guerrazzi, con quella sua anima antica e con quell'ingegno grandissimo -ma squilibrato, non che assimilarsi quel primo nutrimento di classiche -forme, ne ebbe per tutta la vita una specie di pletora, e byroneggiò -cruscheggiando. - -Ed ecco un altro lineamento caratteristico e definitivo della sua -fisonomia di scrittore, la quale, se posso sciupare un verso di Dante, - - Da Byron prese l'ultimo sigillo. - -e ne rimase improntata per sempre. - -Una mente ardita com'era quella, non poteva, per quanto -classicheggiante, restare insensibile e chiusa alle novità dei -romantici, che tanto contributo di forme più immaginose e di più libere -idee andavan portando nella moderna letteratura europea. Non per nulla -il discepolo dei Barnabiti aveva letto, anzi divorato, Ossian insieme -ad Omero, la Radcliffe insieme all'Ariosto, e ne aveva avuta una specie -di febbre al cervello. Calmato il fermento di quella febbre, il futuro -autore della _Battaglia di Benevento_ dovette sentire con senso più -chiaro quel vivido soffio rinnovatore che il Goethe e lo Schiller, -lo Shelley ed il Byron, lo Chateaubriand e la Staël avevano spirato -anche di qua dalle Alpi, e che di qua dalle Alpi andava ingrossando -in un vento di rivoluzione. E il Guerrazzi conobbe le letterature -straniere, e ne derivò nuovi elementi di _humour_ alla sua natural vena -sarcastica, che doveva essere una delle sue forze maggiori così nella -vita come nell'arte, e che fece di lui il più tagliente motteggiatore -d'Italia. Ma quella che investì il giovinetto con soffio più largo e -possente, e non tutto benefico, fu, senza dubbio, la poesia di Lord -Byron. - -A Pisa, dove il Livornese era andato a studiare Giurisprudenza, -vide il poeta famoso, ne lesse i poemi, e ne ebbe come la vertigine -dell'abisso. Egli stesso più tardi, con calde e iperboliche immagini, -ci narrò nelle sue _Memorie_ lo sbigottimento che gli cagionò la -rivelazione di quella poesia e di «quell'anima immensa», e confessò, -se ce ne fosse stato bisogno, che per molti anni non vide più e non -sentì più che a traverso a quella poesia e a quell'anima. — Frutto -immediato di tanta impressione furono certe sue ottave _A Giorgio -Byron_, pubblicate una sola volta a Livorno, e dimenticate poi -dall'autore. Ma l'influenza byroniana rimase pur troppo in quasi tutta -l'opera sua narrativa, e _La battaglia di Benevento_ non fu, si può -dire, che lo scoppio improvviso di quel byronismo satanico, che ormai -gli era entrato nel sangue come un veleno. E il Guerrazzi, che già vi -era disposto naturalmente, assorbì quel veleno in maniera da averne -colorati i fantasmi, i caratteri, le passioni sue e de' suoi personaggi -in quel primo romanzo, alterata l'originale spontaneità dell'ingegno -privilegiato, e falsata in gran parte la forma di quella sua _prosa -poetica_, di quel suo lirismo convulso, di cui con ragione fu detto, -che ha del byroniano e del biblico. - -E biblica è anche davvero, specialmente nei romanzi maggiori e più -celebrati, l'intonazione dello stile guerrazziano lussureggiante di -immagini, perchè spesso il poeta (ed ecco la vera sua gloria!) tutto -inteso a risuscitare la vita sopra una terra di morti, si erige profeta -di libertà; e allora egli sembra Mosè precinto di tuoni e di lampi sul -Sinai, allora egli sembra Ezechiello che gridi: _Sorgete, ossa aride, -su dal sepolcro!_ Perchè noi, o Signori, abbiamo troppo dimenticato -che l'arte non fu pel Guerrazzi un'estetica dilettazione da offrire -agl'ignavi d'Italia, ma squillo di guerra contro chi dava all'Italia -catene e patiboli. Sbagliò, e ho già detto che sbagliò molto, nei mezzi -formali che credè meglio acconci a raggiunger quel fine; ma il fine fu -altissimo sempre, e degno di lode immortale. E nel fine politico ch'ei -si propose, e che non si stancò mai di ricordare in ogni suo libro, -di confermare in tante sue lettere, è un'altra grande ragione de' suoi -difetti ed eccessi di artista, moltissimi dei quali furono appunto gli -eccessi e i difetti d'un uomo, che scriveva dei libri perchè non poteva -combattere delle battaglie. - - -II. - -Scrisse il Guerrazzi a Niccolò Puccini che natura gli aveva posto in -corpo «l'argento vivo dell'uomo d'azione». Il padre spartano, senza -forse saper bene in che fuoco soffiava, gli aveva sempre sentenziato -esser meglio «vivere un giorno come un leone, che cento anni come una -pecora». E il giovine Francesco Domenico, che era nato leone davvero, -con tutte le rudi energie del popolo livornese da cui traeva l'origine, -si vide tracciata per tempo la via che doveva percorrere. E in quella -via si cacciò subito fin da ragazzo, fuggendo da casa per un diverbio -avuto col padre, facendo il traduttore e il revisore di stampe per -vivere, e assoggettandosi a ogni sorta di privazioni, piuttosto che -cedere per il primo. Così il lioncello si agguerriva alla lotta con -una forza di volontà che fu spesso ostinazione superba, con una tenace -perseveranza che doveva esercitarsi ben presto in più nobile campo. - -Studente a Pisa, di 15 anni, fu subito preso di mira dalla polizia -granducale, che lo segnò nel suo libro nero e lo perseguitò con -ammonizioni e perquisizioni e tribolazioni d'ogni maniera. Bandito -dall'Università per le sue idee troppo liberali, ci potè tornar dopo -un anno, ma sempre osteggiato dai professori e sorvegliato dai birri. -Queste persecuzioni gli inacerbivano sempre più il carattere e gli -accrescevano quel disgusto degli uomini al quale inclinava, e che -il _Werther_ e l'_Ortis_, il _Manfredo_ e il _Caino_ avevan diffuso -come un contagio spirituale su l'anime giovani. Ciò non ostante, a -dispetto di tutto, si potè laureare _in utroque_, e tornare alla sua -Livorno a esercitarvi l'avvocatura, Dio sa con quanto suo gusto! Con -quell'ingegno e con quell'anima, sentiva che la toga dell'avvocato -gli si adattava «come la catena alla gamba del galeotto»; e le sue -bellissime lettere son piene di questo lamento: - -«La mia anima si è versata come un'onda d'inchiostro (scriveva nel -'47), e poteva prorompere come un raggio di sole! Io sarò stato in -questa vita dottore e mercante per bisogno, scrittore per rabbia!» - -«Vedete che supplizio! (geme in un'altra lettera). Io mi curvo sotto -la cappa curiale più penosamente che il collegio degl'ipocriti sotto -le cappe di Dante. Ma la vita erami data come un morso da rodere. Io -morirò avvocato, io nato forse poeta». - -E quel morso lo dovè rodere a lungo; e, fra l'esercizio professionale -e le vicende politiche ond'egli fu parte, si può dire che, fin dopo il -'60, i più lunghi ozi che egli potè consacrare all'arte geniale furono -forse gli anni (e disgraziatamente non furono pochi) da lui passati -in esilio o in prigione. Ora, se si pensa che quest'uomo d'azione -e quest'uomo d'affari potè scrivere tanti libri di immaginazione e -di riflessione quanti ne scrisse, e che quei libri furon capaci di -produrre quei potentissimi effetti che produssero sopra gli uomini -per i quali furono scritti; è ben forza riconoscere che quell'uomo non -usurpò il nome di grande che i suoi contemporanei gli diedero, e che -sarebbe ingiustizia e insipienza voler giudicare soltanto coi freddi -criteri dell'arte quei libri vulcanici. - -Intanto, se il Guerrazzi si sentiva addosso l'argento vivo, la polizia -toscana non se ne stava con le mani alla cintola; e dopo avergli dato -il precetto della sera come si dà ai malfattori, dopo avergli soppresso -nel '29 _L'Indicatore livornese_ che egli aveva fondato da pochi mesi -insieme con Giuseppe Mazzini e con Carlo Bini, dopo averlo confinato a -Montepulciano pei liberi sensi da lui espressi nell'_Elogio di Cosimo -Del Fante_, dopo averlo imprigionato pei fatti del '31 senza accusa -determinata e poi rilasciato senza processo; nel 1834 lo arresta di -nuovo come cospiratore e lo chiude nel forte di Stella a Portoferraio. -Ivi nacque _L'assedio di Firenze_, col quale l'autore, inspirandosi -ancora alla storia italiana, creava, anche più arditamente che con _La -battaglia di Benevento_, una nuova forma di romanzo storico. - -Nulla infatti hanno di comune i romanzi del Nostro con quelli di -Walter Scott o del Cooper, dai quali diversificano formalmente e -sostanzialmente, e coi quali non potrebbero venire paragonati che -per la ragion dei contrari. E poi disse bene il Chiarini, che chi -proprio voglia trovare ai romanzi del Guerrazzi una derivazione o una -parentela, non la deve cercare fra i romanzieri che lo precederono, -ma fra i poeti; deve cercarla nei poemi e nei drammi dello Schiller -e del Niccolini, oltre che in quelli del lord inglese. E di poeta -fu sempre nel Livornese non solamente la forma della sua prosa, -ma ancora e più il modo tutto suo soggettivo e passionatissimo di -sentir la natura, di intender la storia, di concepire la vita, e di -riprodurle nell'opera d'arte. Così avesse avuta il Guerrazzi almeno -una piccola parte di quella oggettiva serenità, di quella equabilità -quasi olimpica che permise allo Scott e al Manzoni di guardare la -storia e la vita con occhio limpido e acuto, e di eternarle nell'arte -con mano ferma e sicura! Egli invece vide tutte le cose con occhio -di febbricitante, quando non le vide con occhio di bove che gliene -esagerava le proporzioni; vide il mondo soltanto a traverso l'anima sua -sempre buia, e stampò di sè, sempre di sè, soltanto di sè, la storia e -la vita. Nè gli venne fatto così, credo io, per imitare anche in questo -il suo Byron, ma proprio perchè era nato così, e perchè, volendo che i -suoi romanzi fossero piuttosto _azioni_ che _libri_, credeva di poter -conseguir meglio il suo scopo immediato col dare a tutte le età da lui -evocate, a tutti i personaggi da lui creati, i suoi spiriti feroci -e le sue passioni fortissime: simile in ciò, più di qualunque altro -scrittore italiano, a Vittorio Alfieri, del quale aveva ereditata tutta -la maschia energia dell'ingegno e dell'animo. - -Oltre che in questi caratteri soggettivi, la singolarità del romanzo -guerrazziano consiste anche nel modo e nella misura con cui vi si -mesce la storia alla favola, il verosimile al vero. Ciò è già evidente -nella _Battaglia di Benevento_, dove la storia costituisce la parte -essenziale del quadro, e storiche ne sono quasi tutte le figure -principalissime, se si eccettua il protagonista Rogiero. Ora è certo -che questo non fu il sistema seguito nei suoi molti romanzi dal grande -Scozzese, nè dal grandissimo Lombardo nell'unico suo, perchè ivi la -storia non fa che da sfondo o da scena, e ideali ne sono gli attori -principali e i principali casi del dramma che vi si svolge. È ben vero -però, che il sistema onde fu composta _La battaglia di Benevento_ -era ancora un po' incerto ed ambiguo, come quello che non permette -al lettore di scernere chiaramente il vero dal verosimile; e perciò -porgeva il fianco più agevolmente alle accuse non sempre giuste che -furono mosse al romanzo storico, condannato in teoria dallo stesso -Manzoni che, nella pratica, aveva creato il capolavoro del genere. - -Il Guerrazzi sentì certo gl'inconvenienti che derivavano da quella -specie di mezza misura che aveva prima adottata, e nel secondo -romanzo fece addirittura del fatto storico il vero e solo soggetto del -quadro suo grandioso, senza aggiungervi del proprio che poche figure -accessorie e qualche episodio. - -Ma queste novità non ci spiegherebbero punto l'impressione -straordinaria che l'Arte del Guerrazzi produsse su gl'Italiani fino -dalla comparsa del suo primo romanzo, se l'Autore, poco più che -ventenne, non vi avesse rivelata subito e davvero una forza d'ingegno -meravigliosa. I più severi, pur deplorandone i deplorevoli eccessi, -dovettero ammirar quella forza, e G. B. Niccolini ringraziò Dio che -voleva consolare di tanto intelletto la povera Italia. E ancora, con -tutti i suoi difetti enormissimi, _La battaglia di Benevento_ rimane -uno dei migliori scritti narrativi del Nostro per gagliardia di -composizione e pel rilievo di alcuni caratteri. E se i suoi pregi non -bastassero a darci ragione del fàscino che esercitò su i contemporanei, -ce la darebbero i suoi difetti, che, impressi di quella singolar -tempera guerrazziana, parvero pregi e virtù. Pregi e virtù sopra tutto -(come per un momento suole accadere d'ogni apparenza di novità e di -ogni ingegnosa stranezza) sembrarono le intemperanze di quella prosa -poetica, le enfasi di quelle liriche divagazioni, che rispondevano -così bene ai gusti romantici dei primi decenni del secolo, cullandoli -in una colorita larghezza di ritmi che nessun'onda di poesia aveva mai -superati. Il nostro pubblico imparò a memoria quei larghi periodi come -un tempo le ottave del Tasso, e F. D. Guerrazzi fu salutato il _poeta -della prosa italiana_. - - -III. - -«Popolo italiano, già signore, oggi locandiere di tutte le genti -del mondo!» fremeva nella _Battaglia di Benevento_ il Guerrazzi. -E in questo fremito, fiero di shakspeariano disprezzo, è il primo -segreto della tetraggine irosa dello scrittore, la causa prima della -disperazione che irrompe come una fiamma sinistra da tutto il romanzo. - -Passato quel periodo acuto di parossismo byroniano, la coscienza del -cittadino si era andata formando più chiaramente nello scrittore, e lo -scrittore allora volle drizzar quella fiamma a scaldare ed accendere -il cuor della patria. Per eccitar la sensibilità dell'Italia caduta -in letargo, egli la feriva, «e nelle ferite infondeva zolfo e pece -infuocati». Sono sue parole anche queste, e queste parole ci dicon -gl'intenti coi quali fu concepito il suo capolavoro. - -Disgraziatamente, il periodo di tempo nel quale egli scrisse _L'assedio -di Firenze_ fu uno dei più dolorosi di tutta la sua vita. Nel giro di -pochi mesi gli perirono le persone più care: gli morì, fulminata nel -cuore, l'unica donna che amò, e quando lo seppe, ne incanutì in una -notte; gli mancò il padre suo, che, rigido ma affettuoso e consapevole -dell'ingegno del figliuolo, lo aveva educato a sensi magnanimi; perdè -in Carlo Bini l'amico più buono e geniale della sua giovinezza, e in -Tommaso Bargellini il suo più tenero compagno d'infanzia; e finalmente -perdè, quasi assassinato, il fratello Giovanni, che gli lasciò su le -braccia, per solo retaggio, due orfani. - -Con tanto cumulo di dolori caduti l'uno di seguito all'altro su l'anima -sua esulcerata dalla nuova prigionia, non deve dunque far meraviglia se -pur nel suo capolavoro abbondino le tinte fosche anche più di quel che -il soggetto tragico le richiedesse, nè deve parer troppo strano che un -libro siffatto cominci con un lamento. - -Anche il lamento, per altro, non è, e non poteva essere in un tal uomo, -querimonia e rassegnazione, ma sfida e minaccia. E il Guerrazzi che, -custodito nella sua segreta, impreca ai tiranni della terra, somiglia -un po' (e non senza un tantino di _posa_) a Prometeo, che, inchiodato -alla rupe, impreca al tiranno del cielo. Più nobile e più eloquente, -in ogni modo, quando, poche pagine dopo, restando dal maledir gli -oppressori, si volge a eccitare gli oppressi: «Finchè, sollevandosi -al cielo, le vostre braccia sentiranno il peso dei ferri nemici, non -supplicate; Iddio sta coi forti! La vostra misura di abiezione è già -colma; scendere più oltre non potete; la vita consiste nel moto; dunque -sorgerete! Ma intanto abbiate l'ira nel cuore, la minaccia sui labbri, -nella destra la morte. Tutti i vostri Iddii sprezzate; non adorate -altro Dio che Sabaoth, lo spirito delle battaglie. Voi sorgerete.» - -E seguita ancora, sempre più terribile e sempre profetico, perchè qui -veramente nel Titano risorge il Profeta, e la sua prosa assurge a una -vera altezza lirica e biblica, che non è più byronismo, che non è più -maniera, che non è più rettorica.... E se oggi par tale, benedetta -quella rettorica! Il suo fremito, allora, faceva fremere tutti, tutti -scoteva quell'impeto e inebriava quell'odio; e le pagine del poema, -copiate con lunghe fatiche e passate di mano in mano furtivamente, -correvano intanto, rapide come un incendio, l'intera penisola. - -L'autore dell'_Assedio di Firenze_ non è un romanziere o uno storico, -non è neppure soltanto un poeta o un profeta, ma un combattitore e -un vendicatore: vendicatore di tre secoli di servitù, di tre secoli -d'ignominia, quanti ne erano corsi dalla caduta della repubblica -fiorentina, sopraffatta dall'armi e dai tradimenti di Carlo V e di -Clemente VII; che è quanto dire dalla caduta dell'ultima libertà -italiana affogata nel sangue, dall'ultimo moto del cuore d'Italia, che -per trecento anni doveva cessare di battere. - -E il Guerrazzi fu pari, per ingegno e per animo, all'alto argomento, in -mezzo al quale ci trasporta con passione di attore e di contemporaneo, -più che con calma di storico. E noi vediamo tutto un popolo eroico -muoversi e agitarsi nelle sue pagine, dove (lo notò primo il Mazzini) -Firenze sola è protagonista. Vi sono figure principali, anzi colossali, -che staccano in piena luce di gloria nella composizione del grandissimo -affresco: Francesco Ferrucci, Michelangelo Buonarroti, Dante da -Castiglione, il gonfaloniere Carduccio, e quel macro profilo di Fra -Benedetto da Foiano, dalle cui labbra inspirate sembra prorompere sotto -le arcate di Santa Maria del Fiore lo spirito del Savonarola vegliante -su la tradita repubblica; ma unico e vero protagonista del libro è la -patria, e ne è anima l'anima sempre presente dello scrittore. - -Peccato che egli abbia voluto turbare quell'ideale unità con episodii -domestici, che male interrompono e ritardano lo svolgimento dell'azione -storica, e che al confronto di quella grande azione rimpiccoliscono -troppo! Ma egli, per il suo fine politico, volle forse indulgere ai -gusti del tempo e del pubblico, e per esser letto da tutti, intrecciò -alla storia le fila di quel tetro romanzo d'amore che commosse tanti -animi, e che oggi mi sembra una specie di melodramma vittorughiano -interpolato in una epopea. - -E un'epopea veramente fu questo libro; epopea cui non manca che -il verso, non l'onda del numero. E l'onda poetica della prosa -guerrazziana, prescindendo dalle intemperanze che le son consuete, -è qui al suo posto assai più che in altri romanzi del Nostro. Egli -stesso chiamò _poema_ questo suo libro, e con tutta ragione: epica ne -è la materia, epici ne sono gli eroi, epici furon gli effetti che esso -produsse, affrettando le _giornate del nostro riscatto_. - -Ma a noi che importa del nome col quale si debba chiamare un libro che -operò quei miracoli? Se c'è una cosa che importi, è questa soltanto: -che il libro, il quale operò quei miracoli sopra un'intera generazione, -la generazione presente più non lo legge, perchè l'esecuzione non -corrisponde in esso alla ispirazione caldissima. Anche l'autore, più -tardi, dichiarò essergli sembrata _necessaria_ ma detestabile l'arte -onde fu concepito _L'assedio di Firenze_. Ma, ad onta di tutto, vi sono -bellezze di primissimo ordine in questo romanzo o poema che voglia -chiamarsi; e poema o romanzo che sia, non dobbiamo dimenticare che i -nostri padroni di allora, i nostri padroni di Vienna, lo condannarono e -lo temerono come una battaglia vinta contro di loro; che per l'Austria -fu una minaccia e una sfida ad oltranza, come per noi fu conforto e -argomento a risorgere e a insorgere contro di lei. Minaccia e conforto, -protesta ed augurio, rivendicazione e glorificazione: ecco, o signori, -ciò che fu questo libro. - - -IV. - -La fama del Guerrazzi, già grande, divenne grandissima e popolare dopo -la comparsa dell'_Assedio di Firenze_, che fu dovuto stampare a Parigi -con lo pseudonimo di Anselmo Gualandi. E quella fama consolidarono o -accrebbero le varie opere pubblicate da lui successivamente nel giro -di pochi anni: _Veronica Cybo_, una di quelle storie di sangue che -piacquero troppo all'autore, ma forte e rapida, senza divagazioni -e senza lirismi; _Isabella Orsini_, altra domestica tragedia quasi -gemella alla precedente, ma più lenta e più faticosa di quella; poi -le _Orazioni funebri di illustri italiani_, sempre nobili di pensiero -e calde di sentimento civile; e poi _I nuovi tartufi_, modello di -narrazione acremente umoristica, e battaglia politica contro i seguaci -di idee moderate. Ma della sua potenza di grande umorista il Guerrazzi -aveva già dato un saggio mirabile fin dal suo esilio di Montepulciano, -ove scrisse quel minuscolo capolavoro che è ancora _La serpicina_. In -questa breve novella è svolto un concetto estremamente pessimistico -dell'umanità, con una forza di _humour_ a cui conferisce grazia quel -sapore d'antico che è nello stile, e ne tempera l'amarezza. Quando, -per altro, l'autore volle insistere troppo su quello stesso concetto, -diluendolo nell'interminabile arringa dell'_Asino_ contro il genere -umano, riuscì fastidioso e pesante, e tutto quello sforzo di erudizione -e di satira arguta non potè dar ragione all'immane raquisitoria -dell'indignato e sapiente quadrupede. - -Quanto meglio, qualche anno dopo, rifulse l'estro umoristico del -Livornese in quel raggio di sole che è _Il buco nel muro_, vero raggio -di sole in mezzo a tutta la tetra opera sua, e vero inno alla pace -serena della famiglia, di cui non pareva capace quell'_orco_, quel -_parricida_, quel _rorator di fanciulli_ che fu predicato il Guerrazzi! - -Nè, fra le molteplici occupazioni letterarie e forensi, cessava -l'attività politica del cittadino, come non veniva mai meno nello -scrittore il pensiero della patria, inspiratore diretto o indiretto di -ogni suo libro. Così nel '47, pubblicando l'elogio di Amelia Calami, -traeva anche da esso occasione a ribattere il suo _Delenda Carthago_, e -terminava lo scritto con queste fiere parole: «Chè se alcuno osserverà, -nè pietoso nè savio essere stato il consiglio di mescere tanto odio -nel discorso funerale di mitissima donna, io gli rispondo che la mia -religione mi insegna acuire sopra le tombe, sopra gli altari, sui fonti -battesimali, su tutto, la spada che deve alla fine affrancare l'Italia -dallo abborrito straniero. Catone il Censore costumava concludere -ogni sua orazione col motto: _Vuolsi sovvertire Cartagine_; sicchè, -poco prima che spirasse, l'anima sua esultò delle puniche fiamme. Così -gl'Italiani finiscano prece, lettera, orazione, tutto, con le parole: -_Fuori stranieri!_ E gli stranieri, sotto lo indomabile odio, anderanno -dispersi. Allora poi favelleremo d'amore.» - -In quello stesso anno 1847, nell'imminenza di quelli avvenimenti -politici che egli aveva cooperato a maturare, lanciò per le stampe -il _Discorso al Principe e al Popolo_, col quale chiedeva al Granduca -una costituzione. Se non che, di lì a poco, accusato di macchinazione -pericolosa contro il Granduca medesimo, venne arrestato di nuovo e di -nuovo mandato a Portoferraio. Prosciolto per insufficienza di prove -quando già era stata promulgata la costituzione, riuscì deputato -al Consiglio toscano, ma non pei suffragi dei Livornesi. E poichè a -Livorno erano scoppiati disordini, egli vi andò paciere, sedò quei -tumulti, spadroneggiò, e si creò nuovi nemici. Intanto, mentre egli -era già al potere come ministro dell'interno col Montanelli, Leopoldo -II fuggiva da Firenze l'8 febbraio del '49, e si formava un governo -provvisorio col noto triumvirato, che fu in realtà una vera dittatura -del solo Guerrazzi. - -Deputato e ministro, triumviro e dittatore, la sua vita di quel tempo -appartiene alla storia, e la storia la giudicherà. I contemporanei -lo fecero segno ad accuse che è carità di patria non raccogliere; -lo accusarono, fra altro, di malversazione del pubblico danaro, e -fu luminosamente provato che lo amministrò con tanta rettitudine da -averci rimesso del suo. Potè commettere errori, non colpe; ma è certo -che temperò molti eccessi, frenò molti abusi, e impedì con gran senso -pratico la proclamazione della repubblica toscana, resistendo al -Mazzini che gliela imponeva. Non eran quelli i momenti da pensare a -repubbliche; tanto è vero che il mese appresso ogni concetta speranza -cadeva a Novara, e che il Granduca tornò a Firenze, e ci tornò con -gli Austriaci. E il Granduca e gli Austriaci seppellirono il Dittatore -nel mastio di Volterra, lo sottoposero a iniquo processo, per delitto -di lesa maestà, e dopo quattro anni d'iniquo processo lo condannarono -all'ergastolo, commutatogli nell'esilio perpetuo. - -A questa quarta prigionia e a questo lungo processo dobbiamo uno dei -libri più belli del Guerrazzi, l'_Apologia della sua vita politica_, e -il più tristo di tutti i suoi libri: _Beatrice Cenci_. - -«Scritto in carcere e generato perciò fra lacrime e sangue» disse -l'autore questo romanzo; e il romanzo, pur troppo, gronda di sangue -anche più che di lacrime. Vera orgia di atrocità mostruose, dove par -che il poeta abbia davvero voluto versare tutto il fiele dell'anima sua -invelenita da tante persecuzioni, la _Beatrice Cenci_ fu letta anche -troppo, con la bramosia delle cose malsane, attraendo con la satanica -bellezza di molte sue pagine. Oggi non la ricorda più alcuno, ed è mera -giustizia. La fama del Guerrazzi non ha bisogno di esser raccomandata -al ricordo di un libro così malefico, e l'autore non tardò a farne -degnissima ammenda con le storie di argomento côrso, inspirategli -dalla forte isola che gli fu terra d'esilio: _La torre di Nonza_, il -_Moscone_ e il _Pasquale Paoli_. - -Questo grande romanzo di libertà, pubblicato nel '60, è degno fratello -all'_Assedio di Firenze_ per l'argomento e per l'indole, e lo supera -come opera d'arte matura, più schietta, più impersonale, più semplice. -Ma i tempi erano mutati, e cessate le più forti ragioni che avevano -fatto cercare con tanta avidità i volumi del fiero scrittore; onde il -_Pasquale Paoli_, che è giudicato la più bella prosa narrativa di lui, -non suscitò gli entusiasmi che avevano accolto i suoi primi romanzi. - -Dalla Corsica lo smanioso esule era fuggito, con pericoli e stenti -incredibili, fino dal '57, e si era ridotto a Genova a aspettarvi gli -eventi che avrebbero dovuto permettergli di tornare in Toscana. Ma -il '59 arrivò, le sorti d'Italia cambiarono con rapido quanto felice -rivolgimento, e al poeta dell'_Assedio di Firenze_ non fu ancora -concesso il sospirato rimpatrio, che i governanti d'allora temevano -pericoloso. Ed egli se ne crucciò tanto più, perchè, amante della -patria davvero e non dei partiti, aveva voluta e promossa efficacemente -l'annessione della Toscana al Piemonte e l'unità della nazione con la -Dinastia di Savoia. Vittorio Emanuele dovette comprendere il giusto -risentimento del cittadino benemerito e illustre, e volle vederlo e -parlargli. Chiamatolo a Torino, cercò di persuaderlo a restarvi, con -qualunque carica avesse potuto desiderare, offrendosi pronto a crearne -magari una apposta per lui. Ringraziava commosso il Guerrazzi, ma -rispondeva al gran Re non desiderare e non chiedere altro che potersene -_tornar con onore a casa sua e a' suoi studi_, non volendo tornarvi con -l'_amnistia_ che il governo provvisorio gli aveva largita. - -E a Livorno potè rientrar finalmente nel '62, per la deputazione -conferitagli da' suoi concittadini, i quali più tardi, con manifesta -ingratitudine, gliela ritolsero. Forse non era piaciuta l'attitudine -violenta che egli aveva presa anche in Parlamento contro quella che -usava chiamare _l'empia setta dei moderati_. E il vecchio gladiatore -allora si ritirò dall'arena, confinandosi nel suo romitorio di Cecina, -stanco di mente, offeso di cuore, scontento di sè e di tutti. Ivi passò -i suoi ultimi anni «in compagnia del mare, delle foreste scarmigliate -dal vento, e della malaria», invocando pace, e non ottenendola che -dalla morte il 23 settembre 1873. - -Dodici anni dopo, Livorno gli eresse una statua, che lo rappresenta -seduto come chi medita e scrive. No, no! Alto in piedi e diritto doveva -sorgere dal suo piedistallo chi nacque alla lotta e lottando invecchiò. -Guerrazzi in poltrona, io non me lo so figurare neanche di marmo! - - -V. - -Non ho neppure accennato alle ultime opere guerrazziane, perchè nulla -esse aggiunsero alla fama letteraria dello scrittore._ L'assedio di -Roma_, uscito nel '64, è già segno della stanchezza di quel poderoso -intelletto. L'animo però vi apparisce sempre fiero, e fiero l'odio -contro ogni avanzo di vecchia tirannide. Egli non poteva esser pago -finchè tutta quanta l'Italia non fosse stata degl'Italiani; e perciò -la voce dell'antico leone, come aveva ruggito nel Parlamento contro la -cessione di Nizza alla Francia, così continuava a ruggir nell'_Assedio -di Roma_ contro il dominio papale e borbonico: — «Se il Demonio -potesse o volesse venire al mondo per istrascinar nel suo inferno -Papa e Borbone e d'ogni risma stranieri, ben venga il Demonio: noi lo -saluteremo Demonio Iº Re d'Italia; purchè venga armato di ferro e di -fuoco». Costanza e coscienza mirabile di scrittore e di cittadino, che -aveva proclamato doversi ogni uomo proporre lo scopo più immediatamente -utile alla sua patria, e a quello tendere sempre con ogni sua forza. -Nè mai in alcun uomo alle belle parole risposero i fatti come in -quest'uno. - -Discendente legittimo di Dante e di Machiavelli, d'Alfieri e di -Foscolo, come scrittore sentì in pieno petto l'ondata del Byron, -che gli scemò la schiettezza dell'arte, ma non la tenace italianità -degli spiriti. E a riuscir degno davvero dei sommi italiani da cui -discendeva, non gli mancò nè l'ingegno nè l'animo, ma solo una più -equilibrata armonia tra le sue facoltà: chè in lui la fantasia prepotè -troppo sul gusto, la passione sul raziocinio, la carità della patria -su l'amore dell'arte. Difetto glorioso quest'ultimo, che il Guerrazzi -ebbe comune col Berchet e col Niccolini, per non citare che i due poeti -ai quali somiglia di più, e che sono i più degni di essergli paragonati -fra quanti nel periodo nel nostro risorgimento intesero a fare opera di -patriotti più che d'artisti. - -Quella organica sproporzione di forze che era nel suo cervello, e -quella soverchia preoccupazione costante di un fine politico estrinseco -all'arte, oltre che le vicende d'una vita d'azione così combattuta, -impedirono a lui di lasciare un'opera perfetta che abbia vera -probabilità di resistere al tempo. Anzi, se si eccettui più d'una delle -sue cose minori, che l'Italia dovrà tornare a leggere e ammirare più -che oggi non faccia, la sua produzione è quasi già tutta invecchiata, -mentre egli avrebbe potuto restare uno dei più grandi prosatori del -secolo decimonono. Basterebbe a provarlo l'episodio del buon Romeo -dantesco, parafrasato nella _Battaglia di Benevento_ in alcune pagine -semplici e commoventi che valgono tutto il romanzo e attestano le -straordinarie doti d'artista che erano già in quel giovine di 22 anni. -Perchè anche il Guerrazzi, come è accaduto sempre, prima d'Orazio e -dopo d'Orazio, riesce tanto più grande scrittore quanto meno se lo -propone e quando meno ci pensa. _Professus grandia, turget!_ - -Delle sue doti fu sempre conscio e superbo, ma ebbe anche sempre un -concetto assai chiaro di ciò che aveva voluto essere e di ciò che -poteva valere l'opera sua. Basti, fra tanti accenni, quello che si -legge in una sua bellissima lettera al Cantù, pubblicata recentemente, -ove è detto che i suoi libri «dureranno, come opera un rimedio, fin -che dura la malattia. Quando sorgerà il giorno della vera, della grande -libertà, cesseranno, come il lume della lucerna sviene all'apparire del -sole». - -Uomo e scrittore, ebbe ambizioni e virtù d'altri tempi; onde tutto gli -parve così meschino nel tempo in cui visse, che, trovatosi a governare -l'intera Toscana, gli sembrò di recitare una tragedia di Alfieri coi -burattini, e scrivendo storie o romanzi, ne fece parlare gli eroi come -parlavano gli eroi di Plutarco. Ma ambizioni e virtù gli sorresse e -scaldò un unico infinito amore all'Italia e un unico odio infinito per -tutti i nemici di lei. E a quell'amore e a quell'odio votò la sua vita, -«scrivendo, cospirando, soffrendo, operando (ammonisce il Carducci) -come da gran tempo non usava in Toscana». - -Di tutto questo egli non domandò nè sperò altro premio che quello -dovuto dopo la morte a coloro che hanno spesa nobilmente la vita in prò -della patria; «un solo premio, diceva, ma grande e divino: quello di -sentirsi ricordare dai superstiti con amorosa benevolenza». - -E noi, o Signori, andiamo dimenticando quest'uomo, come abbiamo -dimenticata oramai quasi tutta una schiera gloriosa di pensatori e di -poeti, che, dall'Alfieri al Guerrazzi, si affaticarono a crearci, se -non altro, la volontà d'esser liberi; oppure ci ricordiamo di alcuni -di loro per frugar nella loro vita e nel loro sepolcro con indiscreta -curiosità di eruditi o di anatomisti.... - -Noi siamo una generazione di piccoli critici e di grandissimi ingrati. - - - - -INDICE - - - L'Opera di Cavour Pag. 5 - L'epopea garibaldina 43 - La Lirica 117 - F. D. Guerrazzi 147 - - - - -NOTE: - - -[1] Il 14 marzo, genetliaco di Vittorio Emanuele II e di Umberto I. - -[2] Aneddoto raccontatomi dall'illustre presidente della Camera -italiana: Giuseppe Biancheri. - -[3] _Come le foglie_. Atto III. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of La vita Italiana nel Risorgimento -(1849-1861), parte II, by Various - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA (1849-1861), PARTE II *** - -***** This file should be named 51527-0.txt or 51527-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/5/1/5/2/51527/ - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at DP-test Italia, -http://dp-test.dm.unipi.it (This file was produced from -images generously made available by The Internet Archive) - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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Email contact links and up to -date contact information can be found at the Foundation's web site and -official page at www.gutenberg.org/contact - -For additional contact information: - - Dr. Gregory B. Newby - Chief Executive and Director - gbnewby@pglaf.org - -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation - -Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide -spread public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. - -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. 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You may copy it, give it away or re-use it under the terms of -the Project Gutenberg License included with this eBook or online at -www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll have -to check the laws of the country where you are located before using this ebook. - -Title: La vita Italiana nel Risorgimento (1849-1861), parte II - Quarta serie - Storia e letteratura - -Author: Various - -Release Date: March 22, 2016 [EBook #51527] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA (1849-1861), PARTE II *** - - - - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at DP-test Italia, -http://dp-test.dm.unipi.it (This file was produced from -images generously made available by The Internet Archive) - - - - - - -</pre> - - -<div class="booktitle"> -<h1> -LA VITA ITALIANA NEL RISORGIMENTO<br /> -(1849-1861) -<span class="smaller">II.</span> -</h1> -</div> - -<hr class="silver" /> - -<div class="titlepage"> -<p class="high"> -<span class="x-large">LA</span><br /> -<span class="main-t">VITA ITALIANA</span><br /> -<span class="small">NEL</span><br /> -<span class="x-large">RISORGIMENTO</span> -</p> - -<p class="x-large"> -(1849-1861) -</p> - -<hr class="tiny" /> - -<p class="pad2 large"> -QUARTA SERIE -</p> - -<p class="large"> -II. -</p> - -<p class="small g"> -STORIA E LETTERATURA. -</p> - -<div class="container-center"> -<div class="container-left"> -<table class="front" summary=""> - <tr> - <td>L'opera di Cavour.</td> <td class="aut"><span class="smcap">Emilio Pinchia.</span></td> - </tr> - <tr> - <td>L'Epopea garibaldina.</td> <td class="aut"><span class="smcap">Giuseppe Cesare Abba.</span></td> - </tr> - <tr> - <td>La Lirica.</td> <td class="aut"><span class="smcap">Enrico Panzacchi.</span></td> - </tr> - <tr> - <td>F. D. Guerrazzi.</td> <td class="aut"><span class="smcap">Giovanni Marradi.</span></td> - </tr> -</table> -</div> -</div> - -<p class="pad2"> -FIRENZE<br /> -<span class="small">R. BEMPORAD & FIGLIO</span><br /> -<span class="x-small"><i>LIBRAI-EDITORI</i></span><br /> -—<br /> -<span class="small">1901.</span> -</p> -</div> - -<div class="verso"> -<hr class="mid" /> -<p> -PROPRIETÀ LETTERARIA -</p> - -<p> -RISERVATI TUTTI I DIRITTI. -</p> - -<p class="pad2"> -<i>Gli editori</i> <span class="smcap">R. Bemporad & Figlio</span> <i>dichiarano contraffatte -tutte le copie non munite della seguente firma</i>: -</p> - -<div class="figcenter"><a id="ffirma"></a> - <img src="images/firma.jpg" alt="firma manoscritta" /></div> - -<p> -Firenze, 1901. — Società Tip. Fiorentina, Via S. Gallo, 33. -</p> -<hr class="mid" /> -</div> - -<div class="somm"> -<hr /> -<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p> -<hr /> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span> -</p> - -<h2 id="cavour">L'OPERA DI CAVOUR</h2> - -<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br /> -<span class="x-small">DI</span><br /> -<span class="large g noserif">EMILIO PINCHIA</span>.</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span> -</p> - -<p class="pad2"> -Allorchè Tommaso Carlyle incominciava nel -1839 le sue celebri letture sugli <i>Eroi</i>, presentì la -disputa che, colorandosi di scienza, si avvivò, ai -nostri giorni, intorno al modo di essere dei grandi -uomini, ricercandone con minuziosa indiscrezione -le particolarità fisiologiche, ricostruendo, come si -dice, l'ambiente entro il quale nacquero e si educarono, -cercando di sorprendere il segreto delle -esistenze meravigliose nelle funzioni dei nervi e -del ventricolo. -</p> - -<p> -Carlyle indovinava l'evoluzione di un pensiero -scientifico tanto orgoglioso, che dalla conoscenza -della materia organica ascende imperterrito ai misteri -della psicologia. -</p> - -<p> -Ancora l'ombra crucciata di Leopardi muove -angoscioso lamento, perchè le ineffabili melanconie -della sua anima innamorata e dolente, dalla profanazione -invereconda, sono trasfigurate in psicosi -epilettoide! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span> -</p> - -<p> -Diceva allora Tommaso Carlyle: «Mostrate ai -nostri critici un grande uomo, un Lutero, per esempio; -incomincieranno, come essi dicono, dallo spiegarlo; -non lo ammireranno; ne prenderanno la misura -e diranno che è un prodotto del tempo.» -</p> - -<p> -Il tempo! -</p> - -<p> -Ahimè, sappiamo di tempi che invocarono ad -alte grida il loro grande uomo! Non vi era. La -Provvidenza non l'aveva inviato; il tempo doveva -sfasciarsi in confusione e ruina perchè egli, l'invocato, -non voleva sopraggiungere. -</p> - -<p> -Eccoci oggi, che è giorno di data augusta,<a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a> -quasi fatidica, di fronte alla figura del conte Camillo -Benso di Cavour. -</p> - -<p> -Egli è nato nel 1810 a Torino, in grembo ad -una famiglia di alta nobiltà; nelle vene gli scorre -un po' del sangue di San Francesco di Sales. Da -moltissimi anni, da secoli i suoi antenati servivano -in campo ed a Corte; egli stesso era stato tenuto -a battesimo da un cognato di Napoleone, del quale -il padre era ciambellano. Trascorse i primi anni -nella intimità di due zie profondamente legittimiste -e ultramontane — era allora una parola di moda -per designare i clericali — in mezzo ad una serie -di congiunti infervorati in quei ripicchi delle restaurazioni, -<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span> -che, dopo il 1815, si ripagavano delle -umiliazioni di venticinque anni. -</p> - -<p> -Ebbene, fui da quel tempo, una di quelle zie, -la duchessa di Clermont Tonnerre compiangeva e -deplorava: «<i>Le pauvre enfant</i>, diceva del giovane -<i>Camillo, est entièrement absorbé par les révolutions.</i>» -</p> - -<p> -<i>Le pauvre enfant</i> non voleva tornare indietro -e, costretto alla milizia dalle tradizioni della schiatta, -scelse il corpo del Genio, il meno militaresco, il -meno aristocratico, ma il più studioso e serio. -</p> - -<p> -Condotto a fare il paggio in Corte per diritto -di sua nascita e per obbligo della sua condizione -di cadetto, non tardava a buttar in aria quella che -egli chiama, con poca reverenza, una livrea. -</p> - -<p> -I novatori cominciano tutti ad un modo: si -fanno ribelli. Ma sono codeste le ribellioni che costano -di più. Non mutano le consuetudini, nè la -compagnia: ma quelle diventano irritanti, questa -ostile; ne sono turbate le amicizie; l'ironia, la celia, -il benigno compatimento lasciano trasparire -l'irrisione. Niun conforto, se non la serenità della -coscienza e la sincerità dell'animo: niuna che -non sappia di diffidenza e di canzonatura. Camillo -di Cavour, frugolo, irrequieto baldanzoso, esuberante, -vivacemente eccitato dagli spettacoli di un -mondo che spezza i ceppi e tenta vie nuove; avido -di vita e tumultuanti nel suo capo idee, ambizioni, -propositi, esce un bel giorno in una profezia: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span> -</p> - -<p> -— Sarò ministro del regno d'Italia. — -</p> - -<p> -Il regno d'Italia! -</p> - -<p> -Voi lo sapete, che cosa significava nel 1830 -questa espressione? -</p> - -<p> -Ne parlavano gli avanzi dell'èra napoleonica -come di un sogno o di un'allucinazione. Nessuno -osava risuscitarlo, neanche come illusione, neanche -come speranza! La più stravagante fra le chimere! -Un delirio di pazzi o uno sproloquio di rimbambiti! -</p> - -<p> -Questo il regno d'Italia dopo il '21, dopo Laybach, -dopo Verona. -</p> - -<p> -Ed ecco che il paggio turbolento e recalcitrante -è confinato al forte di Bard, uno dei baluardi che -la Santa Alleanza voleva rafforzati in odio della -Francia e del liberalismo occidentale. -</p> - -<p> -Il forte di Bard domina una stretta gola nella -valle di Aosta, in uno dei punti più austeri e più -cupi della valle, un torvo ciglione si accampa e la -sbarra. -</p> - -<p> -La fortezza vi sta sopra e le atticciate casamatte -dominano il corso della Dora Baltea, che mugola -impetuosamente, scavandosi il letto nel sasso. Intorno: -altre rupi elevate, nude e bieche. Il paesaggio -è rude, imponente, ma melanconico e selvaggio. -</p> - -<p> -Il giovane ufficiale vi espia le intemperanze del -linguaggio. Non è un gaio soggiorno, a vent'anni! -Ma egli vi reca quel buon umore, che sarà la sua -<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span> -caratteristica, quella curiosità attiva, che gli farà -imparare tante utili cose. Alla sera, verso il tramonto, -egli suole scendere al fiume e si asside sopra -un masso che l'acqua lambe. -</p> - -<p> -Quali allora i pensieri di lui? Di certo, fra le -sue pupille vagano le vaghe prospettive di cose -nuove e sconosciute. Lo sguardo di Colombo fanciullo, -in riva al mare. -</p> - -<p> -Le montagne alte nereggiano intorno a quel -biondeggiante capo destinato alla storia, la fronte -spaziosa s'irradia dei chiarori di quel cielo limpido -e freddo dell'alpe, che è tanto luminoso! -</p> - -<p> -Passeranno molti anni, e i terrazzani avranno -battezzato quel rustico sedile: <i>la pietra di Cavour</i>. -Ma egli non ricorderà con piacere quelle giornate. -È l'esilio, è l'esilio dal mondo, dove il petulante e -attivo ingegno si alimenta. Però, non invano l'avrà -visitato la meditazione e non invano quello spirito -indipendente e spregiudicato avrà respirato la poesia -della solitudine. Contro il sentimentalismo e la -poesia, Cavour scoccherà i suoi frizzi: egli pretenderà -di essere negato all'arte ed all'imaginazione. -Ma intanto, quale poesia più affettuosa e delicata, -quando appenderà innanzi al suo tavolo di lavoro -la tunica del nipote Augusto, caduto a Goito per -l'Italia e quel drappo forato da palle austriache, -unica eredità che egli avrà voluto, sarà là come il -pio simulacro del voto giurato nel suo cuore; -<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span> -il voto all'Italia, per la vita! È un voto di giovani -anni e la solitaria rupe di Bard ne fu forse il -primo testimone, a divampare dei presentimenti -che la rivoluzione del 1830 accendeva nell'animo -di lui. -</p> - -<p> -Egli è così fatto che, appena imprese a meditare, -i problemi morali e politici del suo tempo gli -si affacciarono intieramente. -</p> - -<p> -Li vide colla veemenza di un'interna visione e -concepì l'altezza morale della libertà e dell'indipendenza, -stimandole il fondamento di una saggia -e dignitosa educazione civile. -</p> - -<p> -Condotto dai suoi studi di matematica, dall'indole -equilibrata a non scambiare il fatto con la parvenza, -a mettere l'accordo fra il pensiero e l'azione, -a nulla trascurare che rendesse questa più efficace, -egli intendeva altresì che la libertà, la indipendenza -nazionale erano necessarie al movimento sociale ed -economico, che il suo perspicace intelletto gli dipingeva. -</p> - -<p> -Breve fu l'esiglio di Bard. Il giovane patrizio, -insofferente di formalismo, non potendo, per ossequio -alla volontà paterna, mutare di cielo, come -aveva fatto Vittorio Alfieri, muta, se non altro, -occupazioni, abitudini, tenore di vita. -</p> - -<p> -Egli si butta all'agricoltura. -</p> - -<p> -Una vasta distesa di campi, in una pianura -monotona, dalla quale a malapena, nelle giornate -<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span> -chiare, si scorge il bianco frastaglio dell'Alpe piemontese. -</p> - -<p> -Un'abitazione rurale, intorno alla quale si affaticano -contadini e brulicano mandre copiose, -diventa il centro dell'attività di Cavour. -</p> - -<p> -Quest'uomo che nega a sè stesso il dono di -poesia e che, desto all'alba, passa i giorni nei -campi, nelle risaie, nei prati, intento alle seminagioni, -ai concimi, alle irrigazioni, all'incrocio dei -merinos, all'ingrassare dei buoi, scrive nobili lettere, -così lucide e liete, nelle quali la vita dei -campi vibra di così grande efficacia morale ed intellettuale, -come nessuna egloga virgiliana. -</p> - -<p> -E intanto egli riconosce le quistioni economiche -che dominano il mondo moderno. Nella pratica -dell'agricoltura riscontra i concetti, le formule, -i presagi dell'Economia politica: quando gli capiteranno -i libri di Bastiat, avrà già intuito le difficoltà, -le resistenze, gli ostacoli e concepito che la -libertà economica è il segreto dell'ora che volge. -</p> - -<p> -Allorchè, nei riposi della vita austera e laboriosa, -egli viaggerà in Francia e in Inghilterra, -compiacendosi di investigare tutti i segreti della -vita moderna, vi ritroverà quel che già aveva indovinato. -</p> - -<p> -Ma l'agricoltura è anche un'occasione per -divulgare, colle cognizioni scientifiche, lo spirito -di associazione, di stimolare l'attività sociale che -<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span> -egli indirizza alla produzione tecnica, al credito, ai -primi aneliti dell'industrialismo, strappando al -pauroso dispotismo le timide licenze. -</p> - -<p> -Egli pensa ad una banca per azioni e, insieme -al suo amico Petitti, esamina il nuovo problema -delle strade ferrate. È una rivelazione: l'avvenire -politico dell'Italia si schiude nella mente di Cavour. -Fin dal 1842, egli sogna una vertiginosa -corsa di traffici dalle Alpi al Jonio. Questo grande -intelletto moderno rivede per la sua Italia la grandiosità -delle antiche vie romane! E, insieme a tutto -ciò, la coscienza completa di quanto occorre alla -rigenerazione delle plebi! -</p> - -<p> -Egli ha studiato la quistione Irlandese e ne -scrisse pagine che sono viventi anche oggi, ha indagato -il pauperismo e quell'embrione di legislazione -sociale che era la tassa dei poveri in Inghilterra. -Allora, quello spirito liberale, vede che -l'educazione è il primo passo all'affrancamento e -si accinge ad introdurre in Piemonte le scuole del -popolo. L'intento è pericoloso: il governo di allora -non s'acconcia alla novità: tutto ciò che sa di associazione, -quanto nella istruzione o nella cultura -esce dalle vie tracciate, inflessibili come dogmi, -appare un sintomo di rivoluzione. Cavour persiste. -Una società agricola si fonda, si aprono i primi -asili infantili. Nè Cavour è solo in questa opera. -Tutta una agitazione aperta, feconda, generosa, alla -<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span> -quale prendono parte i migliori del Piemonte. Ingegni -austeri e pensosi, che si raccolgono nella libreria -del conte Sclopis e s'incoraggiano nell'ospitalità -del signor di Barante, l'ambasciatore di -Francia, nel cui salotto, un giovane segretario, il -signor d'Haussonville recava gli echi di Coppet, -l'intellettuale cenacolo del liberalismo europeo. -Presso il signor di Barante si adunavano quanti, -a Torino, volevano respirare. Dura, monotona, servile -vita era allora quella di codesta capitale, e lo -fu sovratutto nel tempo che corse dopo i tentativi -del '31 e del '33, fin verso il '45. Epoca oscura, -nella quale Carlo Alberto seguitava l'angosciosa -tenzone, chiuso nel suo enigma, mentre i ministri -di lui si esercitavano alla più sospettosa reazione. -</p> - -<p> -Vi sono lettere di Cavour che narrano quella -vita angusta: la prigionia entro la quale il grande -ed agile spirito soffocava. Tuttavia la esistenza di -lui in quel tempo è una preparazione psicologica -ad un'intensa azione, intanto che il suo intelletto -si addestra con ostinata costanza a tutte le peripezie -di una vita pubblica feconda ed attiva. Non vede -come arrivarci, talvolta ne dispera. Per giunta, il -suo cuore è spezzato dal triste epilogo di una storia -d'amore. Intorno ad essa è il mistero, ma ne traspare -tanto da comprendere la profondità dei sentimenti -in questo gagliardo e gioviale uomo d'affari, -come egli ostentò di parere. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span> -</p> - -<p> -È stato veramente un uomo grande. Nessuna -cosa della umanità è fuori di lui ed egli nobilita -l'umanità e innalza il dolore e l'amore colla delicata -sensibilità nell'afflizione pudicamente discreta. -</p> - -<p> -Ebbe un amico carissimo, un'amica prediletta -e sacra. Perdette l'uno e l'altra: ne sofferse, -tacque e si volse alla patria. -</p> - -<p> -Per tal modo, appena qualche bagliore di vita -pubblica strisciò sull'orizzonte, Cavour fu tra i -primi ad acclamarlo. Era pronto. Fu guida alla -schiera modesta e gagliarda che si raccolse nelle -sale del <i>Risorgimento</i>, il giornale tosto fondato, -appena che venne concessa qualche larghezza alla -stampa. -</p> - -<p> -E nelle agitazioni che corsero l'Italia in quei -giorni, quando un papa liberale sollevò gli animi, -allorchè le moltitudini intravidero nelle promesse -del pontefice un'aurora e incominciarono a pensare -e volò il grido di <i>riforme!</i>, nella redazione -del <i>Risorgimento</i> fu maturata la proposta che si -chiedesse senz'altro indugio una costituzione. -</p> - -<p> -In un'adunanza di liberali d'opposte parti -parlò in questo senso Cavour, e le parole di lui -destarono sospetto nelle ricongiunte fila della democrazia. -</p> - -<p> -Questo nobile figlio del vicario — il capo della -polizia — questo gran signore, noto per le sue predilezioni -inglesi, dal fare sarcastico ed aggressivo, -<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span> -non piaceva. Lo chiamavano <i>mylord</i> Camillo; e, per -parecchio tempo, la caricatura si esercitò a raffigurarlo -con un piccolo codino. Era un codino di -strano conio, che aveva pensato alla libertà e vi -aveva creduto prima di tanti altri che se ne facevano -allora gli araldi: un uomo che aveva studiato -i più elevati problemi della morale politica colla -energica tempra sorretta da fede e da ragione, -con abitudini di libero esame; scevro di scrupoli -e non intollerante. -</p> - -<p> -Egli aveva da lungo tempo seguìto colla logica -inflessibile della mente il cammino delle idee liberali -a traverso l'Europa e lo aveva seguìto con -quella tendenza spiritualista, che è singolare prestigio -negli uomini di azione. -</p> - -<p> -Grandi insegnamenti erano state le vicende del -primo periodo riformatore in Inghilterra, la storia -del regime parlamentare sotto la monarchia di Luglio, -e le agitazioni della Penisola Iberica. -</p> - -<p> -Egli aveva ammirato la previdente abilità di -Wellington, di lord Gray, di Roberto Peel; deplorato -le miserie del Carlismo e le fatali conseguenze -dell'impeccabilità politica dei re: aveva conosciuto -la triste povertà dei risultati di una politica demagogica -all'infuori del reale, le perniciose deviazioni -di un parlamentarismo, smarrito tra l'asservimento -delle maggioranze, gli intrighi dei ministri, le ambizioni -dei competitori e l'ostinazione egoistica del -<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span> -principe, come era accaduto in Francia, dopo la -morte di Casimiro Perrier. -</p> - -<p> -Questi spettacoli avevano suscitato entro di lui -una coscienza politica impregnata di sano realismo, -intanto che il suo genio matematico gli rivelava -il dinamismo delle istituzioni costituzionali, in cui -egli ravvisava la sicura guarentigia di libertà per -i popoli, un sincero e potente mezzo di azione per -i Governi. -</p> - -<p> -Agli occhi suoi di veggente, le inclinazioni dei -tempi apparivano in un'armonia completa delle -promesse effuse a attraverso il mondo dalla rivoluzione, -che aveva inaugurato il secolo colle prospettive -che rinverdivano sul lucido orizzonte dell'avvenire. -Spirava evidentemente l'alito di novità -sul mondo occidentale. -</p> - -<p> -La vita moderna fremeva di ardori sconosciuti. -Le invenzioni e le scoperte mettevano sottosopra -la quietudine antica. È in quei tempi che -il giornalismo conquista la sua potenza straordinaria -e crea la opinione pubblica; che le macchine -suscitano un mondo industriale, e il vapore e l'elettricità -cominciano a mutare l'aspetto dei continenti -e a trasformare sensibilmente gli ordini sociali. -</p> - -<p> -La espansione nuova imponeva nuove forme -di rapporti, e l'economia politica che già aveva rivelato -tutta una serie di fenomeni inesplicati, si -avvaleva di codesto espandersi, di codesto moltiplicarsi -<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span> -dell'attività e della ricchezza per reagire -sull'assetto internazionale, sull'ordinamento interno -degli Stati. -</p> - -<p> -Studiando il tempo suo, Cavour previde che -lo spirito liberale avrebbe eccitato l'opinione pubblica, -stimolandola ad un'azione assai più grave -e profonda di quella, cui credevano di doversi restringere -i famosi dottrinarii francesi. Gente di -onestissimi propositi, ma impigliata, senza avvedersene, -in una specie di mandarinato politico. Onde -egli, non senza ironia, amava proclamarsi «juste -milieu;» espressione messa alla moda da Luigi -Filippo. -</p> - -<p> -Ma il suo «juste milieu» egli non intendeva -che fosse il fermarsi come che sia. Proclamerà un -giorno in Parlamento che «i cannoni e le baionette -non sbarrano la strada alle idee.» -</p> - -<p> -Era convinto che il movimento non si poteva -nè si doveva trattenere. Ogni ordine di cittadini, -intervenendo omai nella colossale collaborazione, -occorreva accertare in loro cospetto che la libertà -non è mezzo soltanto, ma fine di alta moralità da -conseguire. -</p> - -<p> -Posto in questi termini il problema di governo, -il cómpito dello Stato materialmente si disegna nel -secondare e coordinare l'impeto del rinnovamento. -</p> - -<p> -Si è perciò che Cavour fu tra i più convinti -fautori del regime rappresentativo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span> -</p> - -<p> -Le formule costituzionali, le due Camere, non -erano per lui una formale asseveranza di diritti -nominali, una convenzionale espressione della sovranità -popolare, bensì un sapiente metodo di governo, -in tempi di progredita coltura e di gagliarda -espansione individuale. -</p> - -<p> -Ma questo concepimento dello Stato moderno -esige un popolo che abbia ferma coscienza della -vita nazionale, e per ciò il Cavour, se non da prima -unitario, fu certamente sempre un ardente fautore -dell'indipendenza. -</p> - -<p> -Esaminando le condizioni dell'Europa, le aspirazioni -alla nazionalità, — che la fallace resistenza ai -moti del Belgio e di Grecia, lo stridore delle contese -in Polonia, il fermento sulle rive del Danubio -annunziavano come prossimo segnale di rivendicazioni -e di battaglie, — ne traeva auspicii per la -causa italiana. -</p> - -<p> -Uomo politico avventurato, che i meditati disegni -della sua giovinezza potè colorire nella realtà -luminosa, vide sorgere dal profetico sogno l'evento, -saldo sempre sul fondamento di principii, sopra -del quale tutta l'azione politica sua si innalzò. -Ad una parola inorridivano, non soltanto i reazionarii, -ma anche i nuovi arrivati e gaudenti, coloro -che arricchitisi colle sue spoglie, si inorgoglivano -di essere chiamati <i>figli della rivoluzione</i>. -</p> - -<p> -La parola appunto: <i>rivoluzione</i>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span> -</p> - -<p> -Di qui, un ibrido conservatorismo, mantenuto -in vita mediante spedienti e compromessi, transigendo -con tutti, tutti scontentando, fra la universale -irrequietudine. -</p> - -<p> -Cavour, con sicuro istinto, riconobbe lealmente -il fatto rivoluzionario, vi ravvisò l'annunziazione -dell'avvenire. -</p> - -<p> -Importava dirigerlo, richiamarlo, avviarlo a -fini di governo. Questo egli volle. -</p> - -<p> -E così, nei primi giorni dello Statuto, contrastò -con freddo consiglio le esuberanze e le impazienze, -tanto da perderci il seggio in parlamento. -</p> - -<p> -Ma quando la democrazia ebbe per virtù del -Gioberti il lampo chiaroveggente della lega italiana -e dell'intervento in Toscana, Cavour fu con Gioberti. -</p> - -<p> -In tutta la fase prima della rivoluzione italiana, -nel periodo del 1848-49, dopo Novara, durante -le angoscie, i tumulti, gli scoraggiamenti, le -incertezze di un'ora nella quale patria e libertà -parvero sommerse, il Cavour giornalista, deputato -resistette all'irrompere delle estreme parti, si ostinò -nella sua politica. Credette il volgo che egli volesse, -immobile, ancorarsi sul presente, e già nel -segreto dell'anima ardente balenavano le folgori -di rivincite non lontane. -</p> - -<p> -Iddio che, se suscita gli uomini grandi, fornisce -loro il campo e i mezzi di azione, fece sorgere accanto -<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span> -a Camillo di Cavour colui che lo comprese. -Vittorio Emanuele II, dal trono, glorificato con -l'atto di baldanzosa lealtà al quale il generale Radesky -si era dovuto inchinare, stese la mano a -Cavour. -</p> - -<p> -Cospirarono insieme, e lo gridò un giorno Cavour -dal suo banco il ministro: di quella cospirazione -venti milioni di italiani annodavano le fila, -in silenzio. -</p> - -<p> -Vittorio Emanuele salvò a Vignale la causa -italiana. Il suo primo ministro di allora, Massimo -d'Azeglio, preservò la costituzione dalla impotenza, -lo Stato dall'anarchia. -</p> - -<p> -In quei giorni Cavour ritornò alla tribuna -parlamentare: sgabello o tripode, là è la fortuna -dell'Italia nuova. -</p> - -<p> -Diceva allora Cesare Balbo: «lo Statuto, null'altro -che lo Statuto.» -</p> - -<p> -Replicava Cavour: «lo Statuto con tutte le sue -conseguenze.» -</p> - -<p> -È la Rivoluzione fatta governo, che si modera -per proporzionare i mezzi ai fini ed a ciascun -giorno assegna il cómpito, risoluta, impavida, certa -che nessun reggimento vale, se non è sincero fino -all'estremo, checchè si dica. -</p> - -<p> -Ecco profilarsi il vero conte di Cavour: l'uomo -nuovo, nato proprio per il suo tempo. Non ha -rancori nè pregiudizi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span> -</p> - -<p> -Appartenente ad una casta spodestata dalla rivoluzione, -non soltanto rinuncia allegramente al -privilegio, ma si compiace che trionfi la dignità -umana. Questo sentimento domina tutte le azioni -sue: egli vi fonda le sue ambizioni di patriotta e -di liberale. -</p> - -<p> -L'avvenire della Società europea gli appare -chiaramente a traverso questo lucido cristallo, e gli -sorride che la patria sua sia esempio di dignità -coraggiosa. -</p> - -<p> -Così egli si circonda di nobile poesia, che l'istinto -popolare decora co' suoi entusiasmi. -</p> - -<p> -Egli è già quel Cavour, che nelle imaginazioni -e nei ricordi del popolo italiano vive in un chiarore, -che splenderà finchè duri la memoria del nostro -secolo. -</p> - -<p> -Il suo indipendente carattere lo emancipava -fino dalla giovinezza. Non egli dovette disdirsi, rinnegarsi. -</p> - -<p> -Nè abbandoni nè apostasie. Allorchè l'ora scoccò, -era sciolto da ogni impegno verso il passato. In -quel punto, potè essere capo dei liberali in Piemonte -e come quegli che, nella assoluta indipendenza -dello spirito, aveva ripudiato le tenerezze -della casta e i favori aristocratici, sentiva in cuore -il diritto di irrigidirsi contro le invidie ed i sospetti -della demagogia, di reclamare altamente la -gloria di dare il nome suo all'opera di libertà: arbitro -e moderatore. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span> -</p> - -<p> -Un'immensa forza questa per lui e, ad accrescerla, -il valore pratico della mente, la famigliarità -degli affari, la penetrazione acuta del congegno -di tutta la vita contemporanea. -</p> - -<p> -Cedendo a lui il posto, Massimo d'Azeglio poteva -scrivere: «Sano di mente e di corpo, una -attività indiavolata e poi.... tanta voglia di stare -al governo! Ottimo d'Azeglio! Questa voglia era -fatta di fede e di sincerità, di ardore appassionato -e di convinzione profonda. -</p> - -<p> -Bisogna penetrare un po' addentro a queste -anime e sentire come palpitano, ferventi. Ambizione, -ambizione! È denigrare noi stessi il supporlo, -quando la patria aspetta, e le più alte idealità -umane sorridono. È predestinazione, non ambizione. -</p> - -<p> -È il segnato in fronte che afferra il labaro e -muove alla conquista. -</p> - -<p> -Egli cammina innanzi alle turbe! -</p> - -<p> -Immaginiamo quei giorni. -</p> - -<p> -Fresche ancora le ferite di Novara, la gente -cominciava appena a riaversi ed a guardare attorno. -</p> - -<p> -Una fazione potente per schiatta illustre, per -servizi alla monarchia, altera nella incorrotta fama, -che fu il pregio grande dell'aristocrazia subalpina, -avversava il nuovo ordine di cose. -</p> - -<p> -Era gente che aveva difeso in battaglia lo Statuto -<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span> -e la causa nazionale, ma non credeva all'Italia, -nè alla costituzione. Ci vedeva il precipizio -della dinastia: armeggiava in Corte. Non attorno -al Re, inaccessibile e risoluto, bensì presso la regina, -la madre e la moglie del Re, timide, pie, -austriache entrambi. Angeli di bontà, ma nel -cuore, arciduchesse. Una parte di codesti signori -si adoprava in Senato. Una specie di vecchia fronda, -senza duchesse di Longueville, ma con qualche -virgulto di cardinale di Retz. Il profilo ne balza -dalle pagine di un <i>memorandum</i> lasciato dal capo, -il conte Solaro della Margherita: un piccolo Metternich, -si diceva. -</p> - -<p> -Ma era un Metternich buon diavolo. -</p> - -<p> -Accanto a costoro, si schierava in altezzosa dignità, -la falange dei conservatori che avevano consigliato -e sottoscritto lo Statuto, illustri e sapienti, -liberali per natura e generosità di animo, conservatori -per tradizione, per scrupolo, per istintiva repugnanza -alla democrazia in azione, per timore di -esserne soverchiati. -</p> - -<p> -Seguivano i liberali democratici, propensi per -indole, per studi, per istintiva saviezza ai consigli -prudenti, ma decisi al trionfo dei principii liberali, -ad ogni costo; ardenti per la causa italiana, diffidenti -di persone e di cose che rammentassero il -governo passato, sospettosi della Corte, della nobiltà, -dell'alto clero. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span> -</p> - -<p> -Seguivano i democratici ad oltranza, i rivoluzionari -per temperamento o per professione, reboanti -di declamazioni contro i troni e le chieriche, -esalanti verso il barbaro ed i tiranni le più -rumorose contumelie, frementi ancora del lievito -quarantottesco: santo e benedetto lievito che aveva -fatto le barricate, ma che nell'ora melanconica del -raccoglimento, dopo la sconfitta, appariva meno opportuno. -</p> - -<p> -Intorno al mondo politico: una nobiltà restìa, -un clero avverso, una borghesia scontrosa e un -popolo sbalordito da tante novità, che si risolvevano -in maggior carico di tributi. -</p> - -<p> -A poche marcie da Torino, l'Austria che vegliava -e nulla avea dimenticato. -</p> - -<p> -Per l'Europa correvano ancora i brividi del '48, -quando la rivoluzione era penetrata anche a Vienna; -era stato appunto codesto scoppio di uragano -che avea ribadito in Cavour il convincimento di -una politica liberale e progressiva. Ma in quanti -pochi a seguirlo! -</p> - -<p> -Poichè la paura dominava gli uni, il furore -acciecava gli altri e il vecchio spirito europeo -stava coi primi. I principi italiani, nell'Emilia, a -Napoli, ne erano incatenati; il papa scagliava -l'anatema al Piemonte, e fin la Francia, terrorizzata -dal colpo di stato di Napoleone III, appariva -nel momento un'incomoda vicina, dalla quale i -<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span> -costituzionali subalpini non speravano consigli ed -incoraggiamenti. Doveano star paghi delle lontane -e platoniche simpatie dei <i>whigs</i> inglesi. -</p> - -<p> -D'altra parte, non erano spente le ire, ne sopite -le audacie dei demagoghi, alleati con tutti i -vinti del '48, coi reduci di tutte le insurrezioni, -di tutte le barricate: dispersi per la Svizzera, per -l'Inghilterra o rifugiati in Piemonte. -</p> - -<p> -Le potenze centrali, Prussia e Confederazione -germanica, si tenevano mute, avvinte all'Austria: -Niccolò di Russia ricordava all'Europa di essere -il depositario del 1815, il personale avversario delle -Costituzioni. -</p> - -<p> -Correvano presentimenti sinistri. -</p> - -<p> -L'Ungheria fremeva ricordando i suoi martiri; -la Polonia rodevasi, debellata non vinta, e quel -tricolore innalzato là, ai piedi delle Alpi, segnacolo -di agitazione, speranza di rivoluzionari, intorno -al quale si raccoglievano profughi e parlavano -di nazionalità, di indipendenza; quel vessillo -che copriva coll'allegria de' suoi colori festosi una -costituzione ed un parlamento, sembrava una provocazione, -una sfida. -</p> - -<p> -Il Piemonte era il temuto ribelle! -</p> - -<p> -Comporre negli animi la concordia, la fede -negli ordini nuovi, rassicurare l'Europa serbando -fede alla causa italiana, preparare Re, parlamento -e popolo agli ardimenti, creare in Piemonte -<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span> -una coscienza patriottica suscitandovi l'ardore -dello spirito nazionale, infondere negli uni la confidenza -e l'audacia, negli altri la prudenza, effondere -sovra tutti il magico alito della libertà, questo -fu il grande, il magnifico pensiero di Cavour. -</p> - -<p> -In questa coraggiosa preparazione è la principale -opera sua, la vera opera sua. La sua azione -in quel tempo fu tanta e così potente, che avvinse -la storia. -</p> - -<p> -Essa dovette seguirlo ed obbedirlo. -</p> - -<p> -Mostrò, allora, subito quel che occorreva. -</p> - -<p> -Il suo memorabile discorso del 7 marzo 1850, -meglio un manifesto che un discorso, è programma -di azione. -</p> - -<p> -«Come starsene immobili? -</p> - -<p> -«Pensiamo un po'. La rivoluzione da una -parte, co' suoi urti, le sue improntitudini; L'Europa -monarchica e conservatrice dall'altra, sospettosa, -diffidente, cupida di soffocare ogni idea liberale. -</p> - -<p> -«La immobilità sarebbe l'umiliazione e la -ruina. Il Piemonte scenderebbe al livello degli altri -staterelli, l'Italia perderebbe ogni speranza. Altri -fini, diceva, altri fini deve conseguire la nostra -nazione, deve conseguire l'Italia! -</p> - -<p> -«Lo Statuto non può rimanere una formula -vana: esso è strumento capace e poderoso. -</p> - -<p> -«Adopriamolo.» Questo, in succinto, è il pensiero. -Nella mente di Cavour, la costituzione era -<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span> -cosa viva: i partiti dovevano fecondarla; partiti -organici, logicamente ordinati con idee e con -programmi. E questi partiti occorreva crearli, perchè -le agitazioni estreme svanissero, infeconde. -Occorrevano riforme, per evitar le violenze. Egli -scriveva nel 1860: «prevenendo gli avvenimenti, -secondando ciò che vi è di giusto e di nobile negli -istinti popolari, si rendono impossibili le rivoluzioni.» -Fu il primo serio tentativo della vita -libera in Italia. -</p> - -<p> -Il discorso del marzo ottenne l'effetto che Cavour -desiderava: quello di schiarire la situazione -innanzi all'opinione pubblica. -</p> - -<p> -Un anno dopo Novara, per bocca di Cavour, la -Camera Subalpina preannunciava il parlamento del -1861. Nessuna meraviglia quindi, se codeste parole -rintronarono fra le moltitudini. -</p> - -<p> -Cavour incarnò, fin da quel giorno, le speranze -italiane, e quando, pochi giorni dipoi, Vittorio Emanuele -firmava il decreto che lo faceva ministro, dicendo -al d'Azeglio: «Badate, costui vi scavalcherà -tutti,» forse nel conscio animo del Re trepidava la -profezia del pallido Gioberti, la parola ultima che -dal letto di morte il doloroso profugo gettava all'Italia, -perchè dalla sventura non dileguasse il -conforto di suprema speranza. Quella grande anima, -perdonando, divinava il Re ed il Ministro. -</p> - -<p> -Da quel giorno, anche agli occhi dei più diffidenti, -<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span> -questa monarchia che si trasformava così -sinceramente in regime di libertà, che mostrava -di accogliere così spontaneamente tutte le idee moderne -e le favoriva e si rinnovellava in esse, legittimandosi -italiana nel sentimento e nell'entusiasmo, -onde i profughi delle altre regioni sedevano nei -consigli della Corona; e in parlamento e dalle cattedre -spandevano sulla gioventù la luce di insegnamenti, -maturati nelle sventure, per cagione della -patria e a torme altri profughi erano accolti e protetti -in Torino, apparve un fatto così straordinario, -così miracoloso, da colpire le immaginazioni, come -una rivelazione della Provvidenza. -</p> - -<p> -Gli animi di quel tempo spiravano amore, fede, -poesia. Erano in Dio credenti, e credevano nella -patria. -</p> - -<p> -Tutta la genialità vibrante nell'arte italiana, il -veemente desiderio sprigionatosi fin dai primi anni -del secolo, librato sui monti, sulle marine, sui memori -piani, quando la benedizione del pontefice -accendeva nei cuori il fuoco mistico di religioso -entusiasmo, nel quale l'amore di patria si purificava -e raggiava sulla fronte una luce ineffabilmente -spirituale! Meraviglioso stato d'animo per -osare. -</p> - -<p> -Non è strano se in quel fermento sorgesse -il disegno di far partecipe il Piemonte alla guerra -che allora si combatteva sul Mar Nero, per assicurare -<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span> -il cosiddetto equilibrio del Mediterraneo, mossa -in favore della Turchia, avverso la Russia, dalla -Francia e dall'Inghilterra. -</p> - -<p> -Se nel salotto politico della marchesa Alfieri o -nella tesa dove Farini aspettava le quaglie, o nella -sola mente di Cavour, oppure nella fantasia di -Vittorio Emanuele sia sorto per la prima volta il -pensiero dell'alleanza di Crimea, è vano ricercare. -Correva per l'aria l'impeto delle audacie. -</p> - -<p> -Nelle condizioni dell'Europa, mentre la Russia -provocava, l'Austria si disponeva a stupire il mondo -colla sua ingratitudine, e la questione d'Oriente -risorgeva in modo nuovo e diverso, e non era temerario -il supporre che sul Danubio divampasse -la fiamma augurale della nazionalità, l'inoperosità -del Piemonte pesava su quelli, che ne' suoi destini -vedevano l'indipendenza d'Italia, al Re che conosceva -come in cuore dell'esercito e del popolo -durasse il tormento di Novara. -</p> - -<p> -A Vittorio Emanuele la figura mistica dell'antica -croce sabauda sventolante ancora una volta -sugli azzurri del mare d'Oriente, appariva come -presagio di rinnovate fortune. -</p> - -<p> -Egli voleva capitanare l'esercito, e, a malincuore -persuaso dalla ragione di Stato, cedette il -comando al generale La Marmora. -</p> - -<p> -Il partito della guerra fu vittorioso in Parlamento, -esclusivamente per il prestigio di Cavour. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span> -</p> - -<p> -Pareva un'avventura. Lo scontroso patriottismo -temeva dell'Austria, i meno diffidenti presagivano la -ruina economica. -</p> - -<p> -È storia da non potersi riassumere in poche -parole. Meriterebbe, essa sola, una conferenza. -Occorrono più conferenze per illustrare la storia -d'Italia dal '56 al '61 e questa storia d'Italia è -storia di Cavour. -</p> - -<p> -Di certo, nella guerra di Crimea la parte del -Piemonte fu rischiosa tanto, che anche il gran ministro -ne temette. Oh! l'annunzio della Cernaia! -E la vittoria che bacia il tricolore! E le divisioni -di La Marmora emule dei primi soldati d'Europa, -acclamate in cospetto del mondo! -</p> - -<p> -Fu l'anno sfolgorante e clamoroso. Dopo tanta -tenebra profonda, tanto duro silenzio, l'anima -del popolo si sollevò fiduciosa. La bandiera, nel suo -nuovo prestigio, oltre il Ticino irradiò i bei colori -che dicevano la speranza. Il popolo d'Italia scriveva -sui muri: «Viva Verdi,» cioè: «Viva Vittorio -Emanuele Re d'Italia.» -</p> - -<p> -Sedizioso emblema! E il conte di Cavour si avviava -a Parigi, per raccogliere, sul tavolo della diplomazia, -l'alloro che l'esercito sardo aveva mietuto -in Crimea. -</p> - -<p> -La storia della civiltà nostra dirà del Congresso -di Parigi che esso fu la manifestazione dei sentimenti -e delle illusioni di un secolo, il quale sentì -l'ansia dei fini umani. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span> -</p> - -<p> -Il secolo che doveva chiudersi con la conferenza -per la pace, vi preludiò a mezzo il cammino col -«non intervento, l'abolizione della corsa, il diritto -dei popoli di manifestare liberamente i loro voti.» -</p> - -<p> -Napoleone III segnò in quel punto l'apoteosi del -suo regno, e l'Europa la moderazione di lui ammirò. -</p> - -<p> -Cavour rinvenne l'alleato. -</p> - -<p> -— Che si può fare per l'Italia? — Gli chiese un -giorno l'Imperatore. E Cavour, cogliendo al balzo -le intenzioni e la proposta, gli esponeva il suo -piano; si arrischia, e con temerario slancio butta -sul tappeto verde del Congresso la questione italiana. -</p> - -<p> -Questo avvenne il giorno 8 aprile 1856. -</p> - -<p> -Fu la prima volta che in un congresso europeo -l'Italia «nazione» apparì. -</p> - -<p> -Ben lo intese il gentile spirito dei patriotti toscani, -quando al ministro piemontese ritornato in -patria offerivano nel bronzo: «Colui che la difese -a viso aperto.» -</p> - -<p> -Intanto i lombardi regalavano all'esercito sardo -di Crimea la statua dell'alfiere in atto di difendere -lo stendardo. -</p> - -<p> -Le rivendicazioni italiche erano una realtà. Cavour -le aveva elevate al posto d'onore, mentre -coglieva il segreto di Napoleone III. -</p> - -<p> -Il ritorno di Cavour da Parigi segna il principio -di un'epica fase, e il linguaggio di lui ne risente. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span> -</p> - -<p> -Questo ministro tecnico, che appariva sdegnoso -di uscire dal terreno pratico, diventa un poeta. -</p> - -<p> -La sua eloquenza ha gli scatti e le pompe, l'ampiezza -e la grandiosità: egli cita Byron e Manzoni, -schiude innanzi al parlamento attonito un orizzonte -sconfinato e corrusco di attività provocatrici. Le sue -parole hanno la sonorità del metallo: rimbombano -come fanfara di guerra. -</p> - -<p> -Orgoglioso, quando passa l'imponente rassegna -degli scambi avvivati, delle industrie sollevate, delle -leggi immaginate, delle Alpi tentate, delle strade -aperte, della marina rinnovata, dei civili ordini assodati, -coll'imponente e largo discorso dell'aprile -1857, da codesto orgoglio trae nobile argomento -per additare le vie che si aprono, gli ardimenti -che aspettano: le fortificazioni di Alessandria, il -porto di Spezia, l'esercito, l'armata. -</p> - -<p> -E quando, l'anno di poi, l'attentato di Orsini -getta lo scompiglio e incoraggia la reazione, egli, -inesorabile accusatore, denuncia la complicità del -misfatto nel mal governo dei principi, nelle perfidie -austriache. -</p> - -<p> -Lo sgomento di tutti si infranse contro la sua -virile fermezza. L'Europa stava spiando. Sarà Alberoni -o Richelieu? Ma il 10 gennaio del '59 Napoleone -III getta la sfida all'Austria; alcuni giorni -dopo, Vittorio Emanuele non è insensibile al <i>grido -di dolore</i> dell'Italia. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span> -</p> - -<p> -Palestro, Montebello, Magenta, San Martino e -Solferino! Giornate primaverili del nostro riscatto, -corona di valore e di sangue a quegli accordi -di Plombières che Cavour annodava, intanto che -vanamente la diplomazia lo sorvegliava! -</p> - -<p> -La guerra del 1859, colla liberazione della Lombardia -determinò la sollevazione della Toscana, dei -Ducati e della Romagna; e, allorchè Napoleone III, -preoccupato dal contegno della Prussia risolse -di posar l'armi, stipulando i preliminari di Villafranca, -mezza Italia aveva proclamato la indipendenza. -</p> - -<p> -L'insurrezione prodigiosa era stata sollecitata -dall'iniziativa guerriera del Piemonte: Cavour -l'aveva ispirata: egli sentiva la responsabilità formidabile. -</p> - -<p> -Il grande rivoluzionario era lui, che aveva bandito -la guerra, scatenato le popolazioni, armato -Garibaldi, che sosteneva di denaro e di consigli Farini -nell'Emilia, d'Azeglio in Romagna, corrispondeva -con Ricasoli in Toscana. Villafranca lo colpì -come una defezione. Fu il dolore grande della sua -vita, gli parve d'aver mentito ai popoli fidanti -in lui. L'esaltazione tragica del suo animo salì all'irreverenza -verso i sovrani; quel potente dubitò -di sè: vide nell'opera sua una ruina. -</p> - -<p> -Il popolo d'Italia fu, in quei giorni più sereno -e tenace di lui, ma lo intese. Disse: è un uomo -<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span> -di cuore costui, e veramente ci ama. Lo vendicò. -D'altronde, Napoleone III che aveva sacrificato al -dovere verso la Francia la promessa: «dall'Alpi -all'Adriatico» si tenne fedele allo spirito del trattato -di Parigi. -</p> - -<p> -Se Villafranca significava la pace coll'Austria, -egli aveva dichiarato che non intendeva di frapporsi -fra il popolo e le sue aspirazioni. Quando -Gioacchino Pepoli fu spedito a Parigi per annunziare -i propositi degli Italiani e già i governi provvisorii -delle provincie centrali, irremovibili nell'indipendenza, -meditavano l'unità coi plebisciti, l'Imperatore -movendogli concitato incontro: -</p> - -<p> -— Sur quel air venez-vous? — chiese. -</p> - -<p> -— Sur l'air de Villafranca, Sire, rispose Pepoli -prontamente. E di rimando: -</p> - -<p> -— Il n'y aura pas d'intervention, — dichiarò -recisamente Napoleone.<a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a> -</p> - -<p> -Il non intervento condannò l'Austria alla immobilità, -favorì la politica delle annessioni. L'opera -di Cavour ne usciva intatta, e questi, che nell'impeto -del patriottico sdegno, aveva abbandonato il -governo, vi ritornò il 16 gennaio 1860. -</p> - -<p> -Era forse giunto il tempo che dovessero avverarsi -tutte le profezie? Che anche la parola di -<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span> -Carlo Alberto trionfasse? Suonava per l'Italia l'ora -di <i>fare da sè</i>? -</p> - -<p> -Ahimè! Diciotto mesi ancora, e poi il risorgente -popolo è percosso dalla negra ala della morte. -</p> - -<p> -«Una congestione cerebrale,» scrive il venerando -patriotta ungherese Luigi Kossuth «e la mente -che oggi s'innalza co' suoi progetti fino al cielo, -la mano che arditamente spinge la ruota della fortuna -delle nazioni, domani è un corpo esanime che -ridona alla terra ciò che di terrestre conteneva.» -</p> - -<p> -Ma in quei diciotto mesi quale maestosa onda di -fatti! -</p> - -<p> -L'epopea dei volontari, l'ardita marcia a traverso -l'Umbria e le Marche e Vittorio Emanuele che -stringe la mano a Garibaldi sul Volturno, intanto -che i plebisciti creano il regno d'Italia e il primo -parlamento italiano acclama Cavour, che si mostra -al braccio di Alessandro Manzoni! -</p> - -<p> -Questo è miracolo voluto, combinato, eseguito -con una perspicacia che sorveglia sè stessa acutamente, -con un'attività pensata a un tempo e turbinosa, -fucinata sul maglio di un'energia indomabile, -in una terribile tensione dello spirito. -</p> - -<p> -— Oh! — sclamerebbe la forte e dolce Nennele, -la simpatica eroina, la nuova creazione di Giuseppe -Giacosa — oh veramente colui si dava alle cose!<a class="tag" id="tag3" href="#note3">[3]</a> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span> -</p> - -<p> -Per tal modo, il giovanile prorompere dell'ufficialetto -di Bard, imprimendosi nella maestà della -storia, coronava la vulcanica esistenza, dominata da -un pensiero! -</p> - -<p> -Cavour era ministro del regno d'Italia! E nei -clamori della prima festa nazionale, in onore di -quello Statuto, che era stato per la sua volontà un -miracoloso talismano, nella letizia dei compiacimenti -ufficiali che dall'Europa venivano al nuovo -regno, si dileguava nell'eternità gloriosa l'infaticabile -spirito nel quale il sospiro dei secoli aveva assunto -robusta e vitale forma. -</p> - -<p> -Temperamento fatto di logica e di libertà. Spaziò -in un campo intellettuale supremo, dove non setta, -non pregiudizio, non volgarità di onori, ma solamente -la fatidica progressione della storia lo guidava. -E questa lo condusse al premio ineffabile, e dona alla -memoria di lui, rompendo l'ombra e rischiarandola, -la serena popolarità che circondò la sua persona. -</p> - -<p> -Ma egli maturava nell'ampio e profondo cervello -immensi e benefici disegni! -</p> - -<p> -Avete udito, sul letto di morte, le ultime sue parole? -</p> - -<p> -— Frate, frate, — e appuntava su padre Giacomo -il fuoco supremo dei suoi occhi spalancati: — libera -Chiesa, in libero Stato. -</p> - -<p> -Egli poteva darci una salutare riforma religiosa! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span> -</p> - -<p> -Fino dalla gioventù, la preoccupazione delle forze -morali che sorreggono le comunioni umane aveva -sollevato il suo animo alla vertigine delle altezze, -il sublime lo tentava nel magnifico miraggio: la -religione e la libertà! -</p> - -<p> -La sua formula, incompresa o trascurata, racchiude -forse il segreto di una risurrezione di fede, -quale non videro le mistiche età, di una spiritualizzazione -del sentimento religioso, quale non sanno -concepire coloro che abbassano la Chiesa al livello di -una Società politica. -</p> - -<p> -— Santo Padre! — esclamava in cospetto dei -nuovi eletti d'Italia, il conte di Cavour — Santo -Padre, noi vi daremo la libertà, che da tre secoli invano -chiedete alle potenze cattoliche; date a noi -Roma la madre alma, la stella polare nostra: noi proclameremo -la libertà della Chiesa! — -</p> - -<p> -Era una promessa degna della mente politica più -vasta e comprensiva dell'età nostra, della mente che -rispecchia l'immagine più schietta e completa, più -morale del mondo moderno! -</p> - -<p> -Pochi, pochi anni, troppo pochi anni durò quella -fioritura vivida e generosa di colore, di luce; durò -quel governo intellettuale contesto di persuasione e -di fàscino. -</p> - -<p> -Ma la forza di una dominazione fondata sulla -vivace parola, sul dibattito aperto, in parlamento, -azione di avveduta pazienza e di indomabile fede. -<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span> -non è mirabile, stupenda, misteriosamente seduttrice, -efficace e illustre assai più di quella che si suole richiedere -agli eserciti ed alle burocrazie? -</p> - -<p> -Il significato morale dell'opera di Cavour, equilibrata, -sana, condotta secondo ragione, non è qualche -cosa di molto elevato, di veramente edificante e buono, -che ravviva la confidenza nelle qualità umane, nella -possibilità di un destino che corrisponda agli intimi -soavi accordi dell'intelletto e del cuore? -</p> - -<p> -Oh, di certo, una nazione redenta, un popolo restituito -a dignità, il sangue dei caduti vendicato coll'onore -della patria raggiante nella coscienza di cittadini -risorti alla serietà del dovere e alla letizia della -libertà, codeste sono opere immortali. -</p> - -<p> -Ma lo spiritual significato di un'esistenza utile, -laboriosa, onesta e grande come quella di Cavour -non è forse anche più ragguardevole cosa e degna -di rimanere in perpetuo esempio? -</p> - -<p> -Di codesta purissima luce, effusa sulla nuova -storia della nostra patria, dobbiamo rendere grazie -a quell'uomo, e, sia benedetta la Provvidenza, che -la rivoluzione d'Italia si impersona in una delle -figure più elette del secolo. -</p> - -<p> -Nè consentiamo alla puerile bestemmia che egli -sia morto a tempo per la gloria sua. -</p> - -<p> -Per la sua felicità, forse. -</p> - -<p> -Ma, per la gloria? Che possiamo dirne noi? Che -ne sappiamo? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span> -</p> - -<p> -Che cosa possiamo noi prevedere di una intelligenza, -di un'anima entro la quale ardeva e folgorava -così potentemente il raggio di Dio? -</p> - -<p> -Un giorno, standosi il conte di Cavour sulle rive -del lago di Ginevra, lo accostò un alto e biondo bernese, -soldato della libera Elvezia repubblicana. -</p> - -<p> -Lo fissò, e poi gli chiese: -</p> - -<p> -— Sie sind Cavour? — -</p> - -<p> -E, avutane risposta affermativa, gli occhi del -popolano si velarono di lacrime. Afferrò le mani del -grande liberale, le baciò precipitosamente, commosso. -Poi si allontanò. -</p> - -<p> -Si era al 1860: l'Italia sorgeva. -</p> - -<p> -Oh come felici, se nella sconsolata via, venisse -innanzi a noi il trionfante fantasma ideale! -</p> - -<p> -Con quale trepidante desiderio, anche noi, interrogheremmo: -</p> - -<p> -— Sie sind Cavour? — -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span> -</p> - -<h2 id="epopea">L'EPOPEA GARIBALDINA</h2> - -<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br /> -<span class="x-small">DI</span><br /> -<span class="large g noserif">GIUSEPPE CESARE ABBA</span>.</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span> -</p> - -<p class="pad2"> -Tentare in una breve ora l'epopea garibaldina, -che vuol dir tutto Garibaldi, sarebbe come voler -cogliere in un'occhiata tutta la giogaia delle Alpi. -Chi lo potrebbe e da quale altezza? Fra Rio Grande -e Digione, i suoi furono trentacinque anni di -guerre con intermezzi di solitudini da Nume, o -sull'Oceano o sullo scoglio dov'Ei sapeva incatenarsi -da sè; e solo la lirica, col suo gesto da folgore, -varrebbe forse a pigliarli nella sua luce. Ma -se è vero che dell'Epopea il poeta può, se vuole, -coglier soltanto il nodo; allora questo nella garibaldina -è la Sicilia, la Dittatura, Lui, che privato, -povero, disconosciuto, dispetto o adorato, ma in -sè gigante cui sono sproporzionati uomini e cose, -leva via un re inutile, e fa possibile e sicura l'unità -dell'Italia. -</p> - -<p> -Se lo stato dell'anima quale ce l'han fatto i -secoli, per quel tanto di scienza che s'acquista via -via da tutti, ci lasciasse ancora concepir l'Eroe nel -<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span> -senso antico, certi pochi uomini, da duemila anni -in qua, meriterebbero d'esser chiamati eroi quanto -Garibaldi: ma forse piace di più riconoscere in -lui l'Uomo quale un giorno sarà, perchè ebbe al -sommo la pietà, l'amore, l'oblio di sè, e un sentimento -vivissimo del misterioso legame che ci giunge -con l'Essere da cui emana tutta la legge e tutta -la vita, la quale deve divenir alla fine sola bontà. -</p> - -<p> -Non lo vediamo a sette anni, mentre si trastulla -con tra le mani un grillo, piangere per avere -strappato le ali alla povera bestia innocente? Non -offesa dunque a ciò che vive, non far patire. È -già quello stesso che negli anni gravi e glorioso -si leverà nel cuore della notte, per andare in cerca -di una capretta che udirà belare smarrita, su pei -greppi della sua Caprera. Di mezzo a questi due -fatti che paiono fanciulleschi, sta l'episodio di quel -barbaro americano Millan, che aveva fatto torturar -lui prigioniero, e che caduto poi nelle mani sue -egli rimandò libero, senza volerlo vedere. A otto -anni salva una lavandaia pericolante in un fosso; -e a tredici si getta in mare per soccorrere una -barca di compagni già lì per naufragare. E li salva. -Quando a settantacinque anni sarà morente, dirà le -ultime sue parole, raccomandando ai suoi le due -capinere venute a posarsi sulla sua finestra! -</p> - -<p> -Cominciò presto per lui la grande scuola di -farsi da se; e presto lo vide la <i>Costanza</i>, il brigantino -<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span> -che lo portò marinaio in Levante, sogno -degli italiani, passato dai libri di Marco Polo nella -poesia cavalleresca. Anch'egli mirerà di Angelica -ridente il velo -</p> - -<div class="poem"> -<p>Solcar come una candida nube l'estremo cielo;</p> -</div> - -<p> -ma poi la sua Angelica la troverà in Italia, a -diciassett'anni. Navigherà col padre, marina marina, -sino a Fiumicino e da Fiumicino farà una -corsa a Roma. Col quel po' di storia romana che ha -nell'anima, passerà tra i monumenti della vecchia -Roma e quei della nuova, si desterà in lui lo spirito -di Cola di Rienzo, concepirà che sulle due -Rome, può e deve sorgere una nuova Roma italiana. -E in quell'età della vita che ogni uomo si -pianta nel cuore una fede propria, in lui si pianta -quella della gran madre, per cui penserà, lavorerà, -combatterà fino al «Roma o morte» d'Aspromonte; -fino alla tetra sera di Mentana. Il dì che -Roma diverrà italiana, egli non ci sarà, ma i secoli -diranno che stava a combattere per l'onore di quella -Francia, che a Mentana aveva provate le armi sue -nuove contro di lui. Mai uomo fu defraudato del -suo diritto come lui, in quel giorno che l'onore -di entrare in Roma toccava ad altri! -</p> - -<p> -Gli anni giovanili di Garibaldi paiono andati -via rapidi, per chi li legge nelle sue biografie; -ma come furono densi di azione! E il nostro pensiero -<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span> -lo segue ancora su' mari di Oriente dove navigando -coi Sansimoniani proscritti, si nutre del -Cristianesimo nuovo ch'essi portano per il mondo. -Un anno appresso, a Taganrok (1833), un asceta del -patriottismo gli rivelerà la Giovane Italia e la formola -<i>Dio e Popolo</i> lo conquiderà. Da allora, Garibaldi -sarà il Paolo di quella fede. -</p> - -<p> -Passiamo via rapidi su quel momento della sua -vita in cui egli entrò nella marineria del Re di -Sardegna con propositi di ribelle. Ma chi gli diede -in quel momento il nome di guerra di Cleombroto, -lo dava a caso, o ravvisava in lui qualcosa del -giovane che letto il <i>Fedone</i> di Platone si uccise -per accertarsi dell'immortalità dell'anima, o qualcosa -del re Spartano di quel nome, morto alla battaglia -di Cintra? O forse quel nome gli fu dato -per quel senso di procella che par esprimere? -</p> - -<p> -Il pensiero di Garibaldi non era stato bello, ma -sublime fu la pena che si inflisse da sè. Nell'ora -di agire, di gridar la rivolta sulla nave del Re, la -sua natura nobilissima gli diede il raggio che salva: -egli scese a terra, andò a cercar altrove per Genova -il luogo da spendervi la vita o conquistare la libertà; -andò e cercò invano...., la rivoluzione promessa -era ancora un sogno. Ebbene, se tutto è finito -in nulla, egli si riconferma nella sua fede, se la -porta via nel cuore, anderà a fecondar l'idea pel -mondo. E allora comincia l'Eroe. Curioso fatto! -<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span> -Egli, come gli Eroi dei poemi cavallereschi, inizia -la storia delle sue imprese scorrucciato col suo Re, -anzi in nome del suo Re condannato contumace a -morte, <i>come bandito di primo catalogo</i>: e queste -son parole della sentenza. -</p> - -<p> -Infermiere dei colerosi negli Ospedali di Marsiglia, -quando non ci è da far quel bene, s'imbarca -per l'America, e là sarà l'eroe byronesco, Lara, -Corrado, Leandro o quasi Mazeppa, quello che si -vorrà. Oh! quando combatte per Rio grande, e -quando vinto attraversa per nove giorni la foresta -dell'Antas, fra temporali che la schiantano a -colpi di fulmine! Cavalcava al fianco della sua -donna, portando in un panno al collo il loro -primo figlioletto di tre mesi; e questa ci pare -una scena di cui si potrebbe leggere nella Bibbia. -E di tratti biblici ne ha parecchi. A San Gabriele, -al passo di un torrente, vede un uomo che -sta facendo asciugare al sole i propri panni. «Tu -sei Anzani!» grida egli a quell'uomo, «E tu -Garibaldi!» risponde l'altro. S'erano per fama -invaghiti l'uno dell'altro; ora saranno uniti per -la vita e per la morte. Eccoli sulla via della grandezza. -Montevideo ha bisogno di braccia. Vanno. -Garibaldi è guerriero da terra e guerriero da mare. -Dove lo mandano? Dovrà risalire il Paranà, con -quei gusci che la Repubblica gli può dare; ed egli -va, s'incontra con la squadra nemica, passa, naviga -<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span> -su pel fiume due mesi, e sotto il cannone ogni -giorno; all'ultimo a Nueva Cava, dopo aver combattuto -tre notti e tre giorni farà saltar le sue navi, -ma il nemico non potrà dire di averlo vinto. Oh! -perchè ventiquattr'anni di poi, ammiraglio a Lissa -non fu lui? -</p> - -<p> -Poi divenne guerriero di terra e creò la Legione. -Romano d'anima non poteva chiamarla che -così. Intanto gli anni incalzavano, veniva il 1846, -e nel crepuscolo mattutino di quell'anno nel cui -meriggio Pio nono doveva benedire l'Italia, là nell'America -un pugno d'Italiani scriveva con le -spade la giornata di Sant'Antonio, uno dei più -nobili fatti d'arme che la storia del valore possa -mai raccontare. -</p> - -<p> -Ai primi annunzi dell'amnistia di Pio nono, -egli era là, in quel mondo delle ricchezze, povero -come Giobbe. Fabrizio rifiutò i doni di Pirro, ma -insomma li rifiutò per non tradire la patria. Garibaldi -non aveva voluto nessun compenso d'aver -salvata la patria altrui. Egli si sentiva pago abbastanza -del campo franco avuto, a provare in -guerra il cuore italiano: e ora sentiva con sicurezza -che se i giorni della patria erano venuti -davvero, egli avrebbe saputo servirla. E «sovente -s'arrestava soprapensieri, e gli sfuggiva un leggero -sorriso, come a chi attende una lieta fortuna.» Lo -scrive Giambattista Cuneo, suo compagno in quei -<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span> -giorni. Cosa vedeva, egli oltre il mare in qua, nell'Italia -lontana? Allora egli e l'Anzani offrirono -le loro spade a quel Pontefice, cui poco appresso -il Mazzini offriva la mente. Avesse il Pontefice accettato; -e se non la indipendenza che non era da -lui, avrebbe forse guarita l'Italia di quella gran -miseria per cui paiono inconciliabili l'amor della -patria e la religione, che sono ancor la forza degli -altri popoli, pur di noi più civili. -</p> - -<p> -Quando non potè più reggere od aspettare, -Garibaldi imbarcò quanti della legione vollero -seguirlo, e sul brigantino <i>Speranza</i>, veleggiò a -tornare. Canterà mai la poesia l'ora grande che, -di qua da Gibilterra, egli vide una nave che batteva -bandiera tricolore, la gran bandiera! e seppe -Milano insorta, gli Austriaci in fuga, tutta l'Italia -in rivoluzione? -</p> - -<p> -E poi Nizza e la vecchia madre non riveduta -da quattordici anni: e dopo brevi giorni di gioie -domestiche, l'entrata nel mondo del Quarantotto, -tutto canti e grida e deliri, ma con poche armi, -assai poche! Ei corse presto a Milano. E perchè? — domanda -oggidì la storia d'allora, — perchè -dovette andare sino al campo di Carlo Alberto -per chiedere un posto quale si fosse, e combattere? -Non trovò per via gente armata che gli si -offrisse? Ahi! Orlando era tornato, ma già si trovava -ai primi disinganni. Dal campo fu mandato -<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span> -a Torino dove gli si disse d'andar a chiudersi in -Venezia.... Nessuno indovinava in lui quel ch'egli -era, neppure il governo provvisorio di Milano, dove -tornava il 15 luglio, e dove alla fine gli erano dati -i tremila volontari sparsi qua e là sino a Bergamo, -con questo però che egli se li raccogliesse. Ma allora -tutto già volgeva a male in Lombardia; Carlo -Alberto si ritirava dal Mincio, gli Austriaci tornavano -grossi, Milano ricadeva nelle loro mani; e a -Garibaldi non rimaneva che la gloria di cader l'ultimo -a Morazzone. E si narrò poi che il D'Aspre, -il quale appunto a Morazzone lo aveva assaggiato, -dicesse che l'uomo che avrebbe potuto essere utile -all'Italia, nella guerra d'indipendenza del 1848, -era stato disconosciuto. -</p> - -<p> -Dunque tutto era una grande illusione? No! -Roma chiamava, ed ei vi corse co' suoi di Montevideo. -E anche là, quando la Giunta Suprema di -Governo seppe che Egli giungeva, tremò. Pure -dovette accoglierlo e se non altro illuderlo, mandandolo, -a capo di bande armate a Macerata, a -Rieti. Egli andò. Di là eletto deputato di Macerata -alla Costituente, scese in Roma, il 5 febbraio, -nell'assemblea ascoltò il discorso d'apertura del -ministro Armellini, e di scatto s'alzò, proponendo -che si proclamasse la Repubblica. Ecco il dittatore! -E tutti lo temono, e pochi si fidano di quell'uomo -così nuovo, così sicuro, così fatto per comandare. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span> -</p> - -<p> -Il 21 aprile quando si viene a sapere che partivano -i francesi da Marsiglia per Civitavecchia, -Egli era già molto sdegnato contro la patria, e -se ne era confidato ad Anita, scrivendole da Anagni. -Ma non dubitava dei suoi destini. E coi suoi -milledugento armati, gli pareva d'essere invincibile. -«Roma prende un aspetto imponente, Dio ci -aiuterà.» E in Dio veramente credeva. -</p> - -<p> -Sbarcano i diecimila francesi, con sedici cannoni -da campo, sei da assedio. Sono amici, sono -nemici? Venivano per restaurare il Papa. E allora -cominciarono i forti giorni. E fu quel 30 -aprile che rimase gloriosissimo nella storia dell'armi -italiane. Ma cominciava anche la gran caccia -di mezza Europa, contro Roma. Gli Austriaci -passavano il Po, la Spagna imbarcava gente per -l'Italia, il Borbone invadeva la Repubblica. Vero è -che vi furono Palestrina e Velletri, bei nomi a ricordarsi, -più che per le vittorie in sè, come primo -colpo anticipato da lui al trono borbonico. E la poesia -vi si fermerebbe a raccogliere il fior del sentimento, -cantando che a certa ora del fatto d'arme, -una compagnia di adolescenti salvò Garibaldi caduto, -travolto dall'onda della cavalleria nemica. -</p> - -<p> -E poi la ripresa degli assalti francesi il 3 giugno -a tradimento; e villa Panfili, e San Pancrazio, -e villa Corsini, e il Vascello, e le inaudite gesta -d'uomini come Masina, Manara, Mellara, Dandolo, -<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span> -Bixio, Morosini, Mameli, Sacchi, Bassini e mille -altri; e i 19 ufficiali morti i 32 feriti, e cinquanta -gregari tra morti e feriti, e Lui che ai fuggenti -sulla via della disperazione grida: «Voi sbagliate -strada! il nemico non è qui!» Avevano letto l'<i>Adelchi</i> -del Manzoni, o il Manzoni aveva indovinato -che gli eroi parlano così. -</p> - -<p> -Il gran dramma dell'assedio durò ventisei -giorni di combattimenti, fino al 29 giugno. E quel -giorno, quando l'assemblea chiamò Garibaldi nel -proprio seno, egli, lasciate a malincuore le mura, -corse e gridò ai rappresentanti del popolo che bisognava -eleggere un Dittatore. Quanto a sè, dichiarò -che altrimenti sarebbe uscito da Roma a -tener alta dove che fosse la bandiera della patria -fino all'estremo. Ma l'assemblea, pur dichiarando -di volere stare al suo posto, deliberò di cessare la -resistenza divenuta impossibile. Dunque anche in -Roma, tutto era finito! -</p> - -<p> -Ma non per lui. Prima che i Francesi entrino -in Roma egli n'uscirà. Non vuol morire di quel -dolore. E sul mezzodì del 2 luglio, raccolta sulla -piazza del Vaticano la sua divisione, griderà quelle -sue grandi parole: «Io esco da Roma; chi vuol -continuare la guerra mi segua. Non offro nè gradi, -nè stipendi, nè onori, ma fame, sete, marce forzate, -battaglie, ferite e morte; per tenda il cielo, -per letto la terra, e per testimonio Iddio.» -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span> -</p> - -<p> -In tutte le sue biografie sono taciute le ultime -parole di quel discorso: eppure le disse. Le -ripetevano ancora, tra i Mille, alcuni veterani che -le avevano intese. -</p> - -<p> -La sera di quel giorno uscirono con lui tremila, -da porta San Giovanni per la tiburtina, ben -sapendo tra quali strette d'eserciti nemici andavano -a porsi. Marciarono ventisette giorni, marciarono -ventisette notti, sempre lì per dar negli -agguati, sempre riuscendo a scansarli. Meravigliosa -marcia che rivelò il Capitano, e più che il Capitano -l'Uomo fatale: perchè grandissima cosa tra le -grandi compiute in quella fuga da leone, egli non -disperò un istante d'un mondo non ancora degno -di lui, nemmeno in quel fiore di valorosi che avevano -voluto seguirlo. -</p> - -<p> -Il 31 luglio riparava in San Marino. Parevano -rifiniti tutti quelli che non rimasti per via, s'erano -rifugiati lassù. Egli no. Dice ancora ai Reggenti: -«Che se i Tedeschi non lo attaccheranno, egli -non li attaccherà.» Non è il sommo dell'ardimento? -</p> - -<p> -Ma insofferente d'indugi, sdegnoso di scendere -a patti con lo straniero; mentre gli Austriaci gli -stringono il cerchio intorno fin sul territorio della -piccola Repubblica, egli piglia la sua risoluzione. -Anita è quasi morente ma non si lagna, con Lui -le è vita ogni stento. E via di notte pei balzi dirotti -<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span> -del Titano, scende, passa tra le schiere nemiche, -traversa la terra fedele di Romagna fino al mare, -vi imbarca i dugento che potè condur seco; mèta -Venezia.... Là si combatte ancora. -</p> - -<p> -Ma, cade in quel giorno del 4 agosto l'episodio -pietoso che tutti sanno. Dal mare gli tocca a ripigliar -terra, inselvarsi con Anita, morente tra le braccia; -solo, tra il mondo e Dio, la porta, la affida, non -sa quasi bene se viva ancora o già morta, a chi -potrà seppellirla. Egli deve sè all'Italia, e non può -lasciarsi uccidere dai croati su quella povera morta. -Fu forse il momento più amaro della sua vita. -«Ma quando la disperazione starà per entrar nel -tuo cuore, chiamami ed io sarò con te:» e al -mondo, per far come egli fece in quell'ora, bisogna -avere il cuore pieno di quelle voci che Dio -mise nei grandi. -</p> - -<p> -Salvato per una sequela di miracoli, sin che -potè por piede in Piemonte, s'accorse che neppur -lì poteva star più, sebbene in terra di libertà. -Egli era venuto a riportare in Europa il tipo del -cittadino guerriero, e pareva che non ci fosse più -terra per lui. Peggio che Mario! Non fu incatenato -come Prometeo, ma fu gettato alla solitudine tremenda -dell'anima. E non sapevano che egli aveva -in sè un mondo, in cui egli si moveva e sapeva -vivere come in un imperio infinito. -</p> - -<p> -Riprese la via dell'esilio, seppe cosa vuol dire -<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span> -non aver da sfamarsi, lavorò colle mani da semplice -candelaio, alla fine potè riavere una nave e -gli oceani. E nella solitudine del Pacifico, un giorno -del 1854, gli avviene uno di quei fatti interiori, -che paiono accidentali, ma che forse provano come -a certi gradi di perfezione l'anima umana sia servita -forse da sensi misteriosi che non sappiamo -d'avere. Egli è in pieno Oceano Pacifico e sente -in sè che a Nizza muore sua madre. Quella morte -sentita così, gli mise la nostalgia della patria! -</p> - -<p> -Rivedrà l'Italia in quello stesso anno 1854; non -si sentirà più di staccarsene, ma per altro nessuno -gli dirà più d'andar via. Il Cavour è alla testa -del Piemonte, sa dove vuole andare il suo Re, e -sa pure che per avere con sè la Nazione, il Re -deve tener conto sopratutto di quel proscritto. Ebbene, -se nessuno vieta più omai a Garibaldi il -suolo del Piemonte, divenuto asilo di tutti i profughi, -Garibaldi non vi si fermerà. Egli non è -fatto per vivere tra gli uomini la vita d'ogni giorno. -C'è là nel mar di Sardegna un'isoletta, ch'egli ha -veduta sin dal '49; e là con un po' di terra da -coltivare, una casetta da starvi ch'egli fabbricherà -da sè, umile come quella di Montevideo, e la quiete -e la speranza potrà aspettare. Aveva allora quarantasette -anni, un'altra primavera d'Italia pareva -vicina, ma che venisse presto finchè c'era ancora -un resto di gioventù! Passarono gli anni: fu la -<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span> -guerra di Crimea e la spedizione piemontese, della -quale forse neanch'egli capì gli intenti, perchè non -uso a pigliar vie così traverse; ma l'atteggiamento -del Piemonte, quel piantarsi di Vittorio Emanuele -da Re italiano in faccia all'Austria, dovette por -nel gran cuore del solitario generale la certezza -d'una ripresa d'armi, come egli la vagheggiava. -</p> - -<p> -E quando fu chiamato a dare il suo gran nome -a quella Società Nazionale, che doveva raccoglier -tutte le forze in un fascio, lo diede. Allora gli fu -gridato che veniva meno alla parte repubblicana, -cui tanto più doveva tenersi in quanto che egli -era quel che era, perchè generale della Repubblica -romana. Ma Garibaldi non si lasciò scuotere e stette. -Fu quello uno dei fatti più eroici della sua vita. Sentimento -e intelligenza delle cose patrie operarono -allora in lui con piena armonia. Altri grande -quanto lui ma sempre illuso lo biasimò, lo rampognò; -ma egli stette, e il fatto fu uno dei più importanti -di quel decennio, che la storia dovrebbe -chiamare della saggezza. -</p> - -<p> -E infatti il '59 parve una gran cosa riuscita, -anche a coloro che neppure allora vollero riconoscere -che il Generale aveva fatto bene. Certo, a vedere -come anche a quella guerra il popolo italiano -aveva dato poco di sè nell'azione, se non lo dissero, -dovettero pensare che quei centotrentamila -francesi non gli avrebbero potuti far venir essi a -<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span> -combattere a lato degli italiani del Piemonte. E -come senza essi si sarebbe vinto l'Austria con duecentocinquantamila -uomini e novecento cannoni, e -le fortezze in Lombardia? Garibaldi stesso disse -poi a Don Verità, l'antico suo salvatore del quarantanove, -che senza Napoleone neppur quell'anno -si sarebbe riusciti a nulla. Che importava se quel -romantico imperatore s'era fermato a mezzo? Intanto -egli aveva messa l'Austria a doversene star -sulla sinistra del Po, a vedere quel che sarebbe avvenuto -nella penisola, senza potersi muovere; aveva -consacrata la dottrina del non intervento lanciata -invano trent'anni innanzi dalla monarchia di luglio; -e legate così le mani all'Austria: al resto, Garibaldi -si sentiva di pensar lui. Certo non si lusingava -che Napoleone non avesse un qualche giorno -a violare egli stesso il non intervento: ma per allora -quel principio valeva mi esercito vero per -l'Italia contro l'Austria costretta a starsi sulla sinistra -del Po a guardare. -</p> - -<p> -Sfumato il disegno neo-guelfo d'una federazione -italiana, risognato un istante da Napoleone III dopo -Villafranca; concorde con lui l'Inghilterra nel non -intervento, Prussia e Russia non inclinate ad aiutare -l'Austria, se mai avesse voluto impedire le annessioni -della Toscana, dell'Emilia e della Romagna, -l'ora era buona per pensare al resto d'Italia. -</p> - -<p> -Ma allora Napoleone mise il prezzo di Nizza a -<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span> -quelle annessioni, e il Cavour dovette cedere. Cedette -forse troppo facilmente. Perciò il 12 aprile 1860 -nella Camera dei deputati Garibaldi sorse a rampogne -formidabili contro di lui. Pareva l'inizio -di una guerra civile. Ma per buona sorte, la campana -dei Francescani della Gancia in Palermo aveva -sonato, otto giorni prima, a chiamar la Sicilia all'armi -e l'Italia all'aiuto. Neppure per essere stato -fatto quasi straniero all'Italia, Garibaldi, al grido -della Sicilia, poteva star sordo. Neghi Achille il -suo braccio per una prigioniera che gli è stata -tolta, e rimanga pur grande quant'è in Omero; -l'uomo moderno, se non sa sagrificar tutto sè stesso, -eroe non è. -</p> - -<p> -Di quei giorni, come gli amici di Orlando, che -andavano in cerca di lui errante pel mondo, ecco in -Torino il Bixio e il Crispi da Garibaldi. Gli parlano -della Sicilia; l'unità d'Italia dipende da lui. -Ed egli ascolta, s'accende, consente, e candido -com'era ed aperto, va subito dal Re a chiedergli -addirittura una brigata da menare in Sicilia. Voleva -appunto quella comandata dal Sacchi, antico e -caro suo portabandiera nella legione di Montevideo. -Come deve esser rimasto Vittorio! Ora s'avverava -ciò che egli aveva scritto poco prima a -Francesco secondo: desse la libertà ai suoi popoli, -si mettesse a far gareggiare il suo regno con -quello di lui, chè se no, presto sarebbe <i>tardi</i>, e -<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span> -forse verrebbe adoperato il nome dei Savoia contro -i Borboni, senza che egli potesse opporsi. -</p> - -<p> -Re Vittorio non aderì alla richiesta di Garibaldi; -ma il Cavour gli diede libertà di fare. Bastava. -Garibaldi vola a Genova, il 20 aprile è -nella villa Spinola divenuta quartier generale di -quel mondo d'uomini politici e militari, che si era -formato come uno Stato nello Stato; ivi riceve notizie, -dà ordini, si prepara al gran lancio. Ma le -notizie di Sicilia vengono, mutano ogni giorno, -sempre più scoraggianti; il 27 aprile par tutto -finito laggiù; si sapeva già l'eccidio di Carini, ora -si dice che gli insorti battuti e dispersi tengono appena -le montagne, anzi che si vanno sciogliendo. -Cade l'animo a tutti. Ma al Bertani, al Bixio, al -Crispi, no. Questi si stringono al generale, Bixio -chiede, supplica, implora d'essere lasciato andare -almeno lui.... Almeno lui! Può Garibaldi lasciar ad -altri si grande impresa? Titubanze terribili. Pure -il primo maggio, in uno di quei tempestosi colloqui, -di scatto, come per rispondere a una voce misteriosa -che doveva! avere in sè, Garibaldi balza a -dire: «Partiamo, ma subito!» Era fatto così! E -allora tutti a serrare le file. «Si va! si va!» Furono -quelli i più bei giorni d'Italia! -</p> - -<p> -Bisogneranno navi! Ci pensa Bixio; lasciate tare -a lui, egli non conosce l'impossibilità. Quanto agli -uomini, solo a chiamarli saranno pronti, fin troppi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span> -</p> - -<p> -E la sera del 5 maggio, che era di quelle che -allagano i cuori di dolcezza, le belle vie di Genova -videro una gentilezza nuova di portamenti sin nei -più rudi uomini del volgo. I facchini stessi del -porto, sempre così aspri, parvero allora cavallereschi. -Si sapeva da tutti chi erano e dove si avviavano -quei giovani forestieri, che s'aggiravano per -la città, e ognuno che v'era, certo sa ancora dire -di qualche tratto cortese, ricevuto in quella sera che -con Garibaldi partiva. -</p> - -<p> -Appena fu notte, una eletta di quei giovani -scende al porto. Entrano in certe barcacce, vogano -a due vapori che stanno ancorati, montano, mettono -le mani sui marinai, li costringono a stare zitti, ad -accendere le macchine, a ubbidire in tutto. Pirati -veri non avrebbero saputo far meglio. Sapevano -che il Governo chiudeva gli occhi, ma da un istante -all'altro poteva essere costretto ad aprirli; e allora? -Momenti di ansia mortale. Bisognava far -presto. Ma tutto veniva bene, Bixio metteva l'anima -sua fin nelle cose, soffiandola con parole terribili, -imprimendola con gesti che facevano tremare i -cuori. I due vapori furono presi. -</p> - -<p> -E intanto, da Porta Pila, erano usciti i Mille. -S'accalcavano alla Foce, sfilavano oltre il Bisagno -per la Via di Quarto; qualcuno ricordava che tre -anni prima il Pisacane s'era partito di là, per -un'impresa come quella che si iniziava; qualcuno -<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span> -salutò la Villa dove il Byron si era preparato al suo -viaggio di Missolungi. -</p> - -<p> -Alla Villa Spinola pareva una notte di festa. -Gente di tutti i ceti vi si pigiava, confusa; v'erano -delle donne, che piangevano d'esser donne; v'erano -dei padri che v'avevano accompagnati i figli benedicendoli. -Vi furono delle madri corse da lontano -per tôrre via i loro cari da quel cimento; una, venuta -fin dal Friuli, si udì pregar dal figlio di non -obbligarlo a disubbidirle in un'ora così solenne. -Ma tutta quella folla voleva veder <i>Lui</i>, <i>Lui</i>, in -quel momento supremo. Ad ogni istante s'udiva -una voce: «Eccolo!» No, era qualcuno che usciva -dalla Villa a portar ordini chi sa dove. Eppure in -quel fremito c'era una calma solenne. Verso le -undici, come se davvero una corrente magnetica -si fosse diffusa, fu sentito <i>Lui</i>.... Veniva fuori dal -cancello della villa, in camicia rossa, con la sciabola -sulla spalla a guisa di un arnese da agricoltore; -traversò la via, passò per un rotto del muricciolo -che vi fa riparo, e scese giù per gli scogli, nel -piccolo seno già stipato di barche. La folla che -aveva tenuto il respiro non osò mandare un grido, -come avvertita da senso religioso di non turbare -un mistero: e allora quasi nel silenzio, si ebbero -il grande addio quelli che dovevano partire, sfilarono -dietro Lui per quel rotto di muricciolo, entrarono -muti nelle barche, presero il largo; già un -<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span> -po' al largo udirono una voce alta limpida, lieta, -chiamar: «La Masa» e un'altra voce rispondere -«Generale». Poi più nulla. -</p> - -<div class="poem"> -<p>E tu ridevi, stella di Venere,</p> -<p class="i2">Stella d'Italia, stella di Cesare</p> -<p class="i2">Non mai primavera più sacra</p> -<p class="i2">D'animi italici illuminasti.</p> -</div> - -<p> -Quando stava per farsi l'alba, apparvero i lumi -dei due vapori venuti via dal porto. Furono lì in -un lampo come fantasmi; le barche s'accostarono, e -scale e corde e travi, tutto fu buono per quella -gente a salire, come se fosse stata a un assalto. Ma -Garibaldi dov'è? È sul <i>Piemonte</i>. — E come si -chiama quest'altro vapore? e chi lo comanda? — Si -chiama il <i>Lombardo</i> e lo comanda Bixio. — Ah, -Bixio? Bene! — Pure un po' di malinconia si diffuse -fra quei del <i>Lombardo</i>. Andavano alla ventura -del mare, poteva accadere d'essere incontrati -dalle navi napolitane: e allora? Se si doveva perire, -i più fortunati sarebbero stati quelli, che nell'ultima -ora avrebbero visto Lui. Intanto i due vapori, con -quei nomi augurali, mossero via. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Da quella mossa cominciano i canti centrali del -gran poema garibaldino. Proprio come in un'opera -d'arte, il punto, il gran nodo dell'Epopea, sta tra -Quarto e Teano, tra il 5 maggio e il 26 ottobre, tra -la partenza clandestina da Corsaro, alla gloria di -<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span> -gridare da Dittatore il Regno e il Re d'Italia là, -dove si distruggeva un Reame che durava da settecentotrent'anni. -Non lo confermarono il popolo -e l'arte figurativa? I monumenti eretti per tutta -Italia a Garibaldi lo rappresentano quale in quel -tempo egli fu: rappresentano il Dittatore. -</p> - -<p> -E ora, parlando della grand'epopea garibaldina, -in questa Firenze, mi par giusto ricordare che qui, -nel meditato dolore patriottico, Pietro Colletta scrisse -la storia di quel Reame. Il soldato della Partenopea -e poi del Murat, aveva visto finir in nulla l'impresa -unitaria di Gioachino nel Quindici, e nel Venti -la rivoluzione di Napoli non mirar più all'Italia, -ma chiudersi nell'angusto concetto delle due Sicilie. -Come doveva aver sanguinato quel cuore! -</p> - -<p> -Ricaduta Napoli in balìa degli Austriaci restauratori -della tirannide spergiura; cacciato egli a confine -in Brünn di Moravia, a piè di quello Spielberg, dove -pativano le durezze del carcere il Confalonieri, il -Pellico, il Maroncelli e gli altri Carbonari, chi sa -che, guardando lassù, non abbia pensato che se -Marche, Umbria, Romagna, Toscana, Emilia, erano -state indifferenti all'impresa di Gioachino, o l'avevano -quasi derisa; se allora i Lombardi stavano -lassù condannati; se i Piemontesi ramingavano pel -mondo, e s'egli stesso napoletano, era là; tutto era -avvenuto perchè erano mancati tra Italiani e Italiani -la stima e l'amore? E forse gli nacque allora -<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span> -appunto il pensiero di rivelare all'Italia del settentrione -la grandezza e i martirii dell'Italia meridionale, -e nella sconsolata anima dubitando anche -di essere inteso, gli sonò la pagina finale della sua -storia, che pare un coro fatidico di cupa tragedia -antica. E scriveva: -</p> - -<p> -«In sei lustri centomila Napoletani perirono di -varia morte, tutti per causa di pubblica libertà e -di amore d'Italia; e le altre italiche genti, oziose -ed intere, serve a straniero impero, tacite, o plaudenti, -oltraggiano la miseria dei vinti; nel quale dispregio, -ingiusto e codardo, sta scolpita la durevole -loro servitù, infino a tanto che braccio altrui, quasi -a malgrado, le sollevi da quella bassezza. Infausto -presagio che vorremmo fallace; ma discende dalle -narrate istorie, e si farà manifesto agli avvenire, i -quali ho fede che, imparando dai vizi nostri le -contrarie virtù, concederanno al popolo napoletano -(misero ed operoso, irrequieto, ma di meglio) qualche -sospiro di pietà, e qualche lode; sterile mercede -che i presenti gli negano.» -</p> - -<p> -Ora l'anima del Colletta, dalle sedi degli eroi -poteva esultare; l'Italia settentrionale mandava all'umile -Italia serva di laggiù, quel manipolo e quel -Liberatore. -</p> - -<p> -All'alba, i due vapori stavano già per girare il -promontorio di Portofino, quando si fermarono -quasi di colpo. Perchè? Si seppe poi. In quelle -<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span> -acque dovevano trovarsi ad aspettarli, certe barche -cariche di munizioni: ma guarda di qua, guarda di -là non si vede nulla. Che fare? Garibaldi alzò gli -occhi al cielo come soleva, e ordinò di andare -avanti.... «Le munizioni si piglierebbero dove si -potrebbe, magari al nemico.» -</p> - -<p> -Così tutto quel giorno 6 e sino alla mattina dell'altro -appresso, i due vapori navigarono di conserva. -In quel secondo mattino della traversata, fu -letto sulle due navi l'ordine del giorno di Garibaldi. -</p> - -<p> -Ribattezzava <i>Cacciatori delle Alpi</i> i militi della -spedizione; parlava di devozione, di soddisfazione -della incontaminata coscienza, come solo premio. -L'organizzazione sarebbe come quella dell'esercito -ch'ei chiamava non più piemontese ma italiano; il -grido di guerra: <i>Italia e Vittorio Emanuele</i>. -</p> - -<p> -Bisogna dirlo, quel grido non piacque a tutti. -Prevaleva nella spedizione l'elemento repubblicano: -la rivoluzione di Sicilia e la impresa d'aiutarla era -opera di Mazzini, ma in quegli anni il vento spirava -dalla parte della concordia. E poi! se quel -grido lo dava Garibaldi, doveva essere tenuto pel -buono, perchè egli in quel fatto era tutto. -</p> - -<p> -Intanto si vedeva lì in faccia la riva, un villaggio, -una torre su cui sventolava la bandiera tricolore. -</p> - -<p> -Era Talamone. -</p> - -<p> -Come se il fato valesse ancora nella vita dei -<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span> -popoli e dei Re, proprio là in quel riposto seno -della terra Toscana già Stato dei Presidii, piantato -dagli Spagnuoli nel fianco del Granducato, Garibaldi -fatti scendere a terra i Mille, sceso egli stesso -vestito da generale dell'esercito piemontese, doveva -pigliarsi tre cannoni da sei e una vecchia colubrina -forse del Seicento, con centomila cartucce, per -andare a spegnere nelle Due Sicilie il regno spagnolo! -</p> - -<p> -E là, in Talamone, Garibaldi fece dar forme -alla spedizione; quartier generale, stato maggiore, -intendenza, corpo sanitario, genio, compagnie, carabinieri -genovesi, guide, tutto fu fatto alla brava e -rapidamente. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Il colonnello ungherese Stefano Türr fu primo -aiutante di campo del Generale. Aveva allora trentacinque -anni. E sapeva cos'era stato il dolore -della sua Ungheria e quello dell'Italia nel Quarantanove. -Sapeva cosa volevano dire le ansie del -condannato a morte, liberato quasi all'ora del supplizio; -e sapeva le gioie del cospiratore nell'impaziente -attesa della riscossa. Aveva combattuto -l'anno avanti sotto Garibaldi in Lombardia, e a -Tre Ponti aveva sparso il suo sangue tra i cacciatori -delle Alpi. -</p> - -<p> -Ora egli era lì, a lato di quel Grande. Forse -<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span> -quel contatto gli diè l'ultima tempra; e il Türr dopo -la guerra di Sicilia doveva smettere le armi per -darsi tutto alla vita civile. Fu diplomatico, consigliere -d'alleanze, tagliatore d'Istmi, costruttore di -canali; va ancor pel mondo, quasi ottuagenario, -a far sentire la sua voce, dovunque bisogni gridare -la pace e la libertà. Mille quattrocento anni -fa, dal suo paese veniva Attila! -</p> - -<p> -Ungherese come il Türr, un po' più giovane di -lui, aiutante anch'esso del Generale, v'era il Tuköry, -che veniva a offrir l'ingegno e la vita a -quest'Italia, la quale, nel Cinquantanove, in certa -guisa aveva disdetto la fratellanza di sventure e -di speranze, che l'avevano legata fino allora alla -patria sua. Diceva egli così senza raffaccio, ma -con dolore; forse presago di dover morir presto, -come morì di ferita toccata nell'assalto di Palermo. -Ma Palermo liberata gli fece funerali che furono -un'apoteosi, e chi li vide intende meglio quelli di -Ettore in Omero. -</p> - -<p> -Poi c'era il Cenni, di Comacchio, uomo di quarantatrè -anni, avanzo di Roma e della ritirata di -San Marino; uno tutto fremiti, che ad averlo vicino -pareva di camminare col fuoco in mano presso una -polveriera. -</p> - -<p> -V'era l'ingegnere Montanari di Mirandola, -anch'egli avanzo di Roma, che aveva trentott'anni -e ne mostrava cinquanta, per la tetraggine che gli -<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span> -avevano impresso le meditate sventure del paese. -Ma, contrasto quasi d'arte, egli stava a lato un senese, -che da giovane aveva fatto versi sembrati al Niccolini -cose degne del Foscolo. Ne' suoi ventisei anni, -bellissimo, forte, era sempre gaio come se gli cantasse -una allodola in core. Era quel povero Bandi, che -cinque ferite di piombo non poterono poi uccidere -sul colle di Calatafimi, e doveva campare ancora -trentacinque anni, per essere ucciso quasi vecchio e -a ghiado, da uno a lui sconosciuto. -</p> - -<p> -E c'era Giovanni Basso, nizzardo, ombra più -che segretario del Generale, ch'egli aveva visto -sublime a Roma, umile ma ancor più sublime da -povero candelaio alla Nuova York. E c'erano il -Crispi allora poco conosciuto, e l'Elia anconitano, -che poi a Calatafimi fu quasi ucciso mentre si lanciava -a coprire Garibaldi. C'erano il Griziotti pavese -di trentott'anni, uomo di bella mente ma di -cuore più bello ancora; e il Gusmaroli di cinquanta, -antico parroco del Mantovano, che come -l'Eroe dell'<i>Enriade</i>, andava tra quei che uccidono, -senza difendersi e senza mai pensare ad uccidere. -Ma il tocco michelangiolesco lo metteva in quel -gruppo Simone Schiaffino, bel capitano di mare, -che pareva andasse studiando Garibaldi, per divenir -simile a lui nell'anima, come gli somigliava -già un po' nel volto; biondo come lui, assai più -aitante di lui, con un petto da contenervi cento cuori -<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span> -d'eroe. Vai, vai o giovane sognatore, nato a campar -forse novant'anni, vai! tra otto giorni cadrai -sul colle di Calatafimi con la bandiera in pugno, -nell'ora quasi disperata della battaglia. Ma avrai -questo onore, che a chi gli dirà la tua morte, Garibaldi -griderà se gli sembri quello il momento di -annunziargli una pubblica sciagura! A quale età, -dopo quali alte fortune, avresti potuto meritare un -elogio funebre come quello? Era detto da lui, mentre -si combatteva su quel colle per far l'unità d'Italia, -o perderla forse per sempre. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Allo Stato maggiore generale presiedeva il Sirtori. -Antico sacerdote, aveva chiuso per sempre il -suo breviario, portandone scolpito il contenuto nel -cuore casto, e serbando nella vita la severità e la -povertà dell'asceta claustrale. Spirito rigido, cuore -intrepido, ingegno poderoso, nel Quarantanove, con -l'Ulloa napoletano, era stato ispiratore del generale -Pepe nella difesa di Venezia. Poi, esule in Parigi, -aveva visto indignato, trionfare Napoleone III. -E la vita gli si era fatta un gran lutto. Non aveva -perdonato all'Imperatore il 2 dicembre, neppure -vedendolo poi scender nel Cinquantanove con centotrentamila -francesi a liberargli la sua Lombardia; -anzi, antico soldato della patria, s'era astenuto dal -venire a quella guerra imperiale. Ma la guerra -stessa, com'era seguìta, gli aveva insegnato a non -<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span> -illudersi più. Ed era a quarantasette anni, era lì -con quella sua faccia patita, incorniciata da una -strana barba bionda, esile alquanto della persona, -silenzioso, guardato come se portasse in sè qualcosa -di sacro, forse le promesse dell'oltretomba; pareva -il Turpino di quelle gesta. -</p> - -<p> -Da lui dipendevano, come capitani, un Bruzzesi -romano di trentasette anni; il matematico Calvino -esule trapanese di quarant'anni, Achille Maiocchi -milanese di trentanove e Giorgio Manin, figlio del -gran Presidente della repubblica veneziana, che non -ne aveva ancor trenta. -</p> - -<p> -Ufficiali minori seguivano Ignazio Calona palermitano, -un gran bel sessagenario che a guardarlo -nel viso pareva di leggere le poesie del -Meli: seguiva il mantovano ingegner Borchetta di -trentadue anni, gran repubblicano; ultimo v'era -un giovane tenente dell'esercito piemontese, disertato -a portar tra i Mille il suo cuore. Questi -doveva morire a Calatafimi sotto il nome di -De Amicis, ma veramente si chiamava Costantino -Pagani. -</p> - -<p> -E poi veniva il grosso del piccolo esercito; e -qui siamo al secondo libro dell'<i>Iliade</i>: -</p> - -<div class="poem"> -<p>Della turba...... io nè parole</p> -<p>Farò nè nome, che bastanti a questo</p> -<p>Non dieci lingue mi sarian nè dieci</p> -<p>Bocche, nè voce pur di ferreo petto.</p> -<p><span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span></p> -<p>Di tutta l'oste</p> -<p>Divisar la memoria altri non puote</p> -<p>Che l'alme figlie dell'Egioco Giove:</p> -<p>Sol dunque i Duci....... accenno.</p> -</div> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Alla testa della prima compagnia, chi se non Bixio? -Pareva uno, chiamato al mondo in un momento -di grande ira da un padre, che offeso per chi sa -quale perfidia della vita, si fosse rifugiato nel seno -della famiglia amata per non morir di collera o di -dolore. Era nato nel 1821 in Genova, allora davvero -piena d'ira per essere stata messa sotto il Piemonte. -Stolta Santa alleanza! Per uccidere una repubblica, -aveva sottomesso al Re di Sardegna la città che -per bocca di Giuseppe Mazzini, doveva poi dare -quel grido che si sarebbe risolto nella fine del regno -Sardo e nella creazione di quello d'Italia! -</p> - -<p> -Era quel Bixio che già nel Quarantasette, in -una via di Genova, fattosi alle briglie del cavallo -di Carlo Alberto, gli aveva gridato: «Dichiarate, o -Sire, la guerra all'Austria e saremo tutti con voi!» -Nel Quarantotto era volato in Lombardia con Mameli; -con Mameli era stato a Roma dove era parso -l'Aiace della difesa, e il 30 aprile vi aveva fatto prigioniero -tutto un battaglione di francesi. Poi aveva -navigato; nel Cinquantanove aveva riprese l'armi, -non qui riluttante a fare la guerra regia, e facendola -<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span> -bene: adesso era capitano del <i>Lombardo</i>, ma -in terra avrebbe comandata la prima compagnia. -</p> - -<p> -Il Dezza ingegnere e il Piva che dovevano divenire -generali dell'esercito italiano, erano suoi luogotenenti; -e sergenti e soldati, benchè fior d'uomini -tutti, badassero bene con chi avevano da fare, chè -con lui, non dico paurosi, ma solo inesperti o disattenti -o svogliati c'era da essere inceneriti. -</p> - -<p> -Egli doveva essere alla fine uno dei grandi che -conducono eserciti, ma dapprima guardato con qualche -sospetto, poi apprezzato, poi riconosciuto: e sei -anni dopo, la sera della battaglia di Custoza, il generale -Della Rocca, personificazione del militarismo -di scuola, osò dire di lui a Vittorio Emanuele che -lo mettesse alla testa dell'esercito per la pronta rivincita. -Anche il Bixio era uomo eroico nel senso -largo e moderno: compita l'Italia, entrato nel Settanta -in quella Roma da cui era uscito vinto nel -Quarantanove, ripigliava le vie dei mari, e andava -cercando in Oriente come far ricca l'Italia. -</p> - -<p> -La seconda compagnia detta dei Livornesi, perchè -livornesi erano quasi tutti i suoi ufficiali e sott'ufficiali, -fu affidata a un Orsini palermitano, uomo -già di quarantacinque anni, ufficiale d'artiglieria -borbonico da giovane, e poi della isola sua nella rivoluzione -del 1848. Da quell'anno era vissuto esule -in Levante ai servizi della Turchia, colonnello dell'arma -nei cui studi era stato allevato. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span> -</p> - -<p> -Per la stessa ragione che la seconda fu chiamata -dei Livornesi, la terza compagnia poteva dirsi dei -Calabresi, perchè calabresi erano lo Sprovieri che -la comandava e Lamenza e Piccoli e Santelmo suoi -ufficiali. V'erano inquadrati degli uomini come il -Braico, il Carbonelli, il Damis, il Mauro, il Mignogna, -il Plutino, lo Stocco, il Miceli, e medici, e avvocati, -e ingegneri e futuri ministri, e generali, tutti -fra i trentasei e i cinquant'anni, tutti di Calabria -e di Puglia, e molti vissuti dieci anni compagni del -Poerio, del Settembrini, del Duca di Castromediano, -nelle galere di Montefusco o di Montesarchio, dove, -invece di custodi pietosi come lo Schiller e il Kubinsky -dello Spielberg, avevano trovato dei birri -appena degni di stare nella Caina di Dante. -</p> - -<p> -La quarta compagnia toccò al La Masa, siciliano -di Trabia, esule quarantenne. Era un singolare uomo -costui! Con un'aria tra d'arcade romantico e -di evangelista, grandi cose doveva aver sentite di -sè e grandissime essersene augurate. E sin a un certo -punto le aveva conseguìte. Si diceva di lui che nel -gennaio del 48 aveva decretata da sè la rivoluzione -per il dodici preciso, genetliaco del Borbone, firmando -audacemente col proprio nome, per un Comitato -che non esisteva, il bando di guerra. -</p> - -<p> -Alcuni conoscevano di lui tre volumi di Storia -della rivoluzione siciliana di quell'anno grande: pochi -sapevano che in Brescia dov'era andato crociato alla -<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span> -guerra lombarda, aveva sposata la duchessa Bevilacqua, -sorella di quell'Alessandro finito a Sommacampagna -sotto le sciabole dei croati. Biondo, esile, -quasi bello, il La Masa parea più uno scandinavo -che un siciliano. Forse aveva nelle sue vene un rigagnoletto -di sangue normanno. E ambizioso dicono -che fosse assai, e forse fin sognatore d'un restaurato -Regno con lui Re dell'isola, dove tornava dopo -averne quasi conquistato un altro nell'Italia settentrionale, -tante erano le ricchezze della casa dei Bevilacqua. -</p> - -<p> -Alla testa della quinta compagnia sonava il nome -degli Anfossi nizzardi, glorioso pel caduto delle cinque -giornate di Milano. Ma ahimè! il vivo non era -del valor del morto. Però la inquadravano degli ufficiali -subalterni che bastavano a raccoglier l'anima -della compagnia come un'arma corta nel pugno. -V'era tra essi il Tanara, una specie di Rinaldo combattente -per la giustizia in un mondo che a lui fu -ingiusto e che non seppe mai il cuore ch'egli ebbe. -In quella compagnia, nulla di regionale. C'erano un -centinaio di uomini di tutte le terre italiane, vi si -sentivano tutte le nostre parlate, vi si vedevano -delle teste di tutte le tinte, e di grigie e di già -bianche parecchie. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -Ma ecco alla sesta il più bello degli otto capitani. -Era un biondo di trentatrè anni, alto, snello, -<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span> -elegante. Si sarebbe detto che se avesse voluto volare, -subito gli si sarebbero aperte dal dosso ali -di cherubino. Parlava un bell'italiano, con leggero -accento meridionale, gestiva sobrio e grazioso come -un parigino; nel portamento pareva un soldato -di mestiere, negli atti e nei discorsi un Creso vissuto -tra le delizie dell'arte, in qualche gran palazzo -da Mecenate. Si chiamava Giacinto Carini, -nome di borghesi e nome anche di Principi siciliani, -che a lui già nobilissimo della persona, dava -un'aria alta e singolarmente aristocratica. In lui -v'era il generale che sei anni dopo avrebbe comandata -una divisione italiana all'attacco di Borgoforte; -e da lui fu detto un giorno che se alla -morte di Pio IX fosse venuto, come venne, al seggio -di San Pietro il Vescovo di Perugia ch'ei ben -conosceva, l'Italia avrebbe avuto il Papa iniziatore -di quella vita che ancor si aspetta. -</p> - -<p> -Sfila la settima compagnia, studenti dell'università -pavese, lombardi, milanesi eleganti ricchi e -prodi, e veneti che la graziosa mollezza natia, -temperavano alla baldanzosa audacia dei compagni -nati tra l'Adda e il Ticino. -</p> - -<p> -La comandava il Cairoli di trentacinque anni, -e pareva così contento, aveva un'aria così paterna, -che uno avrebbe detto: «Certo a costui è stato -dato ogni suo soldato da ogni madre in persona, -perchè se non è necessario sacrificarlo glielo riconduca -<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span> -puro e migliore.» Ah il contatto con -quell'anima! Molti vanno ancora pel mondo, che -vissero giovanetti sotto quell'occhio, in quei giorni -di altissima scuola, e ne portano la luce e l'esempio -tra la gente, che pur divenuta scettica, crede, -non ostante tutto, che un mondo migliore sia stato.... -e assetata di bene spera che torni. -</p> - -<p> -E l'ultima era l'ottava. L'aveva raccolta quasi -tutta nella sua Bergamo, Francesco Nullo, che la -dava bell'e fatta ad Angelo Bassini pavese, certo -di darla a chi l'avrebbe condotta da bravo. Era il -Bassini un uomo che se avesse lanciato il suo cuore -in aria, questo avrebbe mandata luce come il sole, -e se lo avesse gettato nell'inferno, avrebbe fatto -divenir buono Satana stesso. Lo dicevano coloro che -avevano lette già le poesie di Petöfi. A Roma il 3 giugno -del 49, nell'ora dello sterminio, s'era avventato -quasi solo contro i francesi di Villa Corsini, percotendo, -insultando, gridando a chi volesse ammazzarlo; -e nessuno lo aveva ucciso. Aveva una testa -che sembrava una mazza d'armi, ma l'espressione -della sua faccia, ricordava quella di certi santi anacoreti. -Sapeva poco, discorreva poco, ostinato nell'idea -che gli si piantava nel capo, a chi lo vinceva -di prove gridava: «Appiccati!» ma lo abbracciava, -e gli dava subito retta intenerito e devoto. Per tutte -queste sue doti, e perchè, aveva già quarantacinque -anni, gli si erano lasciati volentieri metter sotto, -<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span> -Vittore Tasca, Luigi Dall'Oro, Daniele Piccinini, -coi loro bergamaschi, quasi un centinaio e mezzo di -quella gente Orobia, quadrata e intrepida sempre, -sia che scelga la patria per suo culto, sia che ad -altri ideali volga il pensiero: quella che parve ai -siciliani formidabile per gli ardimenti, e per la serena -fidanza nei vini dell'isola, bevuti ai banchetti -liberamente, senza perdere dignità nè d'atti nè di -parole. Non erano certo gli Ippomolgi di Omero, -piissimi mortali. -</p> - -<div class="poem"> -<p>Che di latte nudriti a lunga etade</p> -<p>Producono i lor dì.</p> -</div> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Ora ecco i Carabinieri genovesi, quarantatrè, -quasi tutti di Genova, o in Genova vissuti a lungo, -armati di carabine loro proprie, esercitati al tiro a -segno da otto o nove anni i più, gente che s'era già -fatta ammirare nel 1859, ben provveduta, colta, -elegante. -</p> - -<p> -Li comandava Antonio Mosto, uomo non molto -sopra i trent'anni, ma che ne mostrava di più: -barba piena, lunga, sguardo acuto, ficcato lontano -traverso agli occhiali a suste d'oro, come per guardare -se al mondo esistesse il bene quale ei lo sentiva -in sè. Quanto al coraggio era per lui cosa tanto -sua, che non poteva credere vi fosse altri che non ne -avesse. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span> -</p> - -<p> -Suo luogotenente era Bartolomeo Savi, un fierissimo -repubblicano tutto nudrito di studi classici, -e già ben sopra la quarantina; uomo austero e cruccioso, -che guardava sempre con certo piglio di rimprovero -Garibaldi, perchè s'era lasciato tirar dalla -parte del Re. Ma lo seguiva, e lo seguì poi fino al -giorno che, dopo Aspromonte, tutto gli parve falsato, -e poco appresso tediato della vita si uccise. -</p> - -<p> -Inquadravano la compagnia Canzio, Burlando, -Uziel, Sartorio, Belleno; e tra tutti, quei quarantatrè -dovevan pagare un gran tributo nel primo -scontro a Calatafimi. Cinque morirono, dieci vi -furono feriti, ma la vittoria si dovette in parte -alle loro infallibili carabine. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Non s'avevan cavalli, nè c'era tempo di far una -corsa nella vicina maremma per pigliarne al laccio -un branco; ma le Guide furono ordinate lo stesso. -Erano ventitrè. Le comandava il Missori, l'elegantissimo -milanese, passato dal culto delle Grazie -a quello della sciabola, ma da prode. Suo -sergente era Francesco Nullo, il più bell'uomo -della spedizione. E avevano compagni dei giovanetti -come il conte Manci di Trento, che pareva -una fanciulla travestita da uomo, e dei vecchi di -sessant'anni come Alessandro Fasola, carbonaro -<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span> -del 1821 col Santa Rosa, allora corso a quell'impresa -con la baldanza d'un ragazzo, che fa la sua -prima volata fuori della casa materna. -</p> - -<p> -E come in Talamone s'ebbero i tre cannoni -d'Orbetello, e la colubrina levata da quel castelluccio, -fu formata l'artiglieria alla cui testa fu -messo l'Orsini. Povera artiglieria! Pareva davvero -una cosa da celia, ma laggiù nell'isola fu poi vista -a una prova da cui forse dipese la sorte della -spedizione. -</p> - -<p> -Capo dell'Intendenza fu l'Acerbi, avanzo dei -martirii di Mantova, e aveva seco uomini come -Ippolito Nievo, e il Bovi, il Maestri, il Rodi, tre -veterani questi ultimi, mutilati ciascuno d'un braccio, -che parevano venuti per dire ai giovani: «Vedete? -Eppure ciò non fa male!» -</p> - -<p> -In quanto al corpo sanitario fu affidato al dottor -Ripari cremonese, vecchio avanzo delle catene -politiche dell'Austria e di Roma; e gli erano compagni -il Boldrini mantovano e il Ziliani da Brescia, -valenti medici e grandi soldati. E poi di medici -ve n'erano in tutte le compagnie, combattenti -dei migliori, e da combattenti infermieri. -</p> - -<hr class="tbs" /> - -<p> -La storia dovrebbe aver già detto e dirà che -quella spedizione fu più che per metà composta -d'uomini di studio e d'intelletto. Ne contava più -d'un centinaio e mezzo che erano già o divennero -<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span> -poi avvocati, e così contava quasi un centinaio di -medici, un mezzo centinaio d'ingegneri, una ventina -di farmacisti, trenta capitani marittimi, dieci -pittori o scultori, parecchi scrittori e professori di -lettere e di scienze, tre sacerdoti, alcuni seminaristi, -una donna: poi centinaia di commercianti, -e centinaia d'artefici, operai il resto, contadini -nessuno. E non sarà inutile dire che una quarta -parte di quegli uomini era d'età fra i trenta e i -quarant'anni; che un altro bel numero erano tra -i quaranta e i cinquanta: forse un dugento, n'avevano -da venticinque a trenta; i più erano tra i diciotto -e i venticinque. Il vecchissimo era un genovese -nato nel 1791, che da giovinetto aveva militato -sotto Napoleone; il giovanissimo era un fanciullo -d'undici anni, menato seco dal proprio padre medico -vicentino. -</p> - -<p> -Non sarà inutile di aggiungere che trecentocinquanta -di quegli uomini erano lombardi, centosessanta -genovesi, il resto veneti, trentini, istriani -e delle altre provincie dell'Italia superiore, con -forse un centinaio di siciliani e napoletani tornanti -dall'esilio. Stranieri accorsi per amor d'Italia ve -n'erano diciotto, uno dei quali africano, l'altro -d'America ed era il figlio del Generale. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span> -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -La sera dell'8 maggio Garibaldi rimbarcò la -spedizione, e non per salpare ma per passar quella -notte all'àncora nella rada. Temeva che il Ricasoli -mandasse a fermarlo! La mattina del 9 i due vapori -salpano, toccano Santo Stefano, vi stanno poco, -poi via verso scirocco, navigano tutto quel giorno -e la notte e quello appresso. A una certa ora del 10 -il <i>Piemonte</i> lascia addietro il <i>Lombardo</i>, e va, va, -va, finchè sparisce. -</p> - -<p> -Ah! che nuova stretta per quei che navigavano -sul <i>Lombardo</i>! Il Bixio in un momento che uno -aveva osato mormorare contro di lui, mandò tutti a -poppa, e gridò che il Generale gli aveva ordinato -di sbarcarli in Sicilia, e che in Sicilia li avrebbe -sbarcati, che là lo avrebbero appiccato, se così -avessero osato, al primo albero che si sarebbe incontrato, -ma in Sicilia giurava di sbarcarli. Parole che -lasciavano il segno nell'aria come saette, e mettevano -il fuoco nei petti e nelle teste. E quel <i>Piemonte</i> -che se n'andava avanti da solo, s'era portato via i -cuori. La sera non si vedeva più, e la malinconia -era grande come l'ora del mare. -</p> - -<p> -Ma verso la mezzanotte il Bixio che stava sul -ponte del comando, vide e fremette. Una nave, a -lumi spenti, sorgeva innanzi a lui come un'ombra; -e pareva venisse.... Era la morte? Ah! non a lui si -<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span> -poteva correre addosso per colarlo a fondo! Egli -era uomo da arrembaggio. Su! dà la sveglia, tutti -si destano, le baionette s'innastano, ognuno sta -pronto; e il timoniere badi, viri e via; ora a quella -nave, va addosso il Bixio. Mancava poco a dar -l'urto, e sarebbe stato tremendo. Senonchè, una -voce gridò: «Capitan Bixio! Volete mandarmi a -fondo?» «Oh! indietro, indietro alle macchine — grida -Bixio — Generale, non vedevo i fanali!» -</p> - -<p> -«Siamo nella crociera nemica», soggiunse tranquillo -Garibaldi. I cuori s'apersero, Garibaldi, il Signor -del mare, in quell'incontro salvava tutti. -</p> - -<p> -E insieme con Bixio, concertato d'allargarsi, -navigarono di conserva il resto della notte. La -mattina dell'11, videro il gruppo delle Egadi, che -parevano venute su allora dal mare, verdi di tutti -i toni, con rocce splendenti in alto, con una zona -d'argento ai piedi; e più in là appariva la costa -dell'isola. «La Sicilia, la Sicilia!» I Siciliani della -spedizione se la bevevano cogli occhi, gridavano, -benedicevano, abbracciavano gli altri; cose che nessuna -lingua potrebbe narrare. Che città è quella? -Marsala! -</p> - -<p> -Ma poi fu un volgersi di tutti a poppa, per -guardare due navi, che correvano a vista d'occhio -dietro di loro: «Avanti! Avanti!» Bixio gridava ai -marinai che chi gli sbagliasse una manovra, sarebbe -impiccato all'albero di maestra. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span> -</p> - -<p> -Marsala era ancora lontana, ma sembrava che -la terra stessa venisse incontro ai due vapori, da -tanto che questi correvano. E gli altri inseguivano, -come leonesse in furia dietro a' cacciatori che avessero -loro rapito i lioncelli. Alla fine ecco il porto! -Il <i>Piemonte</i> lo imbocca e maestoso vi si pianta; -Bixio investe col <i>Lombardo</i> contro la spiaggia. -Era l'una pomeridiana. -</p> - -<p> -Cosa voleva dire quell'imbandierarsi d'una piccola -nave da guerra, ancorata a sinistra del <i>Lombardo</i>, -e quell'imbandierarsi di due grosse navi, -ancorate a destra del <i>Piemonte</i>? Un marinaio del -<i>Lombardo</i> spiegava che quella piccola era una nave -borbonica, che invitava le navi grandi, che erano -inglesi, a ritirarsi, perchè voleva far fuoco sui due -vapori giunti. Rispondevano gli inglesi che avevano -i loro ufficiali a terra, che le loro macchine non -erano sotto pressione, e che però aspettassero un -poco. Così almeno spiegava il marinaio del <i>Lombardo</i> -tutto quello sciorinar di bandiere. E fu questo -tutto l'aiuto inglese, di cui tanto si disse e si scrive -ancora. Non però fu cosa da poco, perchè intanto la -gente del <i>Piemonte</i> e del <i>Lombardo</i> si gettava giù -nelle barche, e via vogava a terra. Ma presto le due -navi che inseguivano, venute a tiro, si misero a farle -addosso le cannonate. Povero <i>Stromboli</i>, povera -<i>Partenope</i>! In poco più forse d'un'ora, tutta la spedizione -fu a terra; un po' di sosta a ordinarsi, e poi -<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span> -una corsa a compagnie; carponi, ritti, come ognuno -sapeva, tutti entrarono in Marsala. -</p> - -<p> -I cittadini trasognati, sbigottiti, non sapevano -ancora cosa fosse quel cannoneggiamento, nè chi -fossero quegli uomini nuovi che invadevano la città -con l'armi in pugno, quasi tutti vestiti in borghese. -Ma come seppero che era con essi Garibaldi, -tutta la città balenò di una gran gioia, non s'udì -più che il gran nome, parve che la rivoluzione vera -della Sicilia cominciasse in quel momento. -</p> - -<p> -Quanto a Lui, disceso dal <i>Piemonte</i>, aveva -messo il piede sul suolo dell'isola come su terra già -sua; era salito nella città col passo lento d'Aiace, -come se le cannonate non potessero toccarlo; forse -in quel momento sentì che per la prima volta in -sua vita, si trovava a entrar nell'azione, senz'altra -autorità sopra di sè, libero e primo come la natura -lo aveva fatto, e vide come in una prospettiva infinita -chi sa quali grandi cose da farsi! -</p> - -<p> -E nella reggia di Napoli, cosa sarà stato in -quell'ora? Quali sgomenti, quali pianti, quali furie? -Erano stati dati ordini alla flotta, di colar a fondo -i due vapori salvando le apparenze, e questo si -seppe poi. Invece, il gran nemico di dieci anni -prima, quello stesso di Velletri e di Palestrina, era -sbarcato in terra del Regno, nel punto più lontano -da Napoli sì, ma insomma era sbarcato; e forse fin -da quel momento la reggia si sentì vinta. A quarant'anni -<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span> -di distanza, vien su dal cuore un senso -strano di compassione. -</p> - -<p> -Lo <i>Stromboli</i> e la <i>Partenope</i> si sfogarono il -resto della giornata a tirar cannonate, ma non -proprio per bombardar Marsala, che s'era coperta -di bandiere inglesi. Venne la notte, passò, spuntò -l'alba; e i Mille erano già fuori della città pronti -a marciare. -</p> - -<p> -Forse al Salto, o il 30 aprile a Roma, o a San -Fermo vincitore, Garibaldi non fu così bello e -raggiante come in quell'alba del 12 maggio, lì fuor -di Marsala tra quei suoi Mille, che egli metteva in -cammino verso l'ignoto. Di lì vedeva il <i>Piemonte</i> -menato via a rimorchio dalle fregate borboniche, il -<i>Lombardo</i> piegato su di un fianco e mezzo sommerso. -E ciò voleva dire che in quei Mille doveva -essersi piantato il sentimento, di non aver più a -fare nulla col mondo di fuori dell'isola, e che da -quel campo chiuso non sarebbero più potuti uscire -se non vincitori. -</p> - -<p> -Dunque o vincitori, o morti, o galeotti nelle -galere borboniche! Di là si vedevano bene le Egadi, -smeraldi al sole, e si sapeva che nelle loro viscere, -nell'orrida prigione, profonda sotto il livello del -mare, giacevano quei di Sapri, i loro precursori! -</p> - -<p> -Trombe in testa, partirono. E va, va, va come -nelle novelle; fatti due o tre chilometri tra vigneti, -la colonna marciò poi tutta la prima giornata sotto -<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span> -quel sole che pareva colasse piombo, per un deserto -senz'acqua, senz'alberi, senza coltura. Non videro -un villaggio, non un ciuffo di case, nulla, tranne -qualche branco di cavalli e qualche capanna che -mettevano lo sgomento della vita in quelle solitudini -sterminate. Ma verso il tramonto, apparve un -gran casone su d'un poggio. Pagina da Cervantes. -Forse la fata morgana? Era il feudo di Rampagallo. -Allora la parola feudo rivelò tutta una storia. Chi -la aveva mai intesa dire con sotto agli occhi la cosa -vera? Lì dunque era il medioevo ancora in azione? -Fu un senso di sgomento. Accamparono intorno. E -nel crepuscolo alcuni ufficiali, che stavano aggruppati -a discorrere sulla gran porta dell'immenso -cortile di quel casone, udirono uno mettere nei loro -discorsi la nota veridica. «Avete badato a quel deserto -tutt'oggi? Si direbbe che siam venuti per -aiutare i Siciliani a liberar la terra dall'ozio!» Era -un uomo gigantesco, forse di trentacinque anni, si -chiamava Rainero Taddei, era ingegnere. La sorte -gli serbava la gloria di morire sei anni dopo, tenente -colonnello a Custoza; ma per lui il posto da -invecchiarvi lavorando, sarebbe stato là in quel -feudo di Rampagallo, per morirvi dopo aver fatto -fiorire tutto quell'immenso deserto, sul quale quella -sera disse la verità dolorosa. -</p> - -<p> -La notte furono visti i primi insorti <i>Picciotti</i>: -una cinquantina. Venivano a raggiungere il Generale, -<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span> -condotti dai baroni Sant'Anna e Mocarta. Vestivano -di pelli di capra come fauni, erano armati -di fucili da caccia che chiamavano <i>scoppette</i>, qualcuno -aveva le pistole alla cintola e il pugnale. Le -loro facce erano fiere, ma a trovarsi tra quelle -compagnie giunte d'oltremare, come i conquistatori -delle loro leggende, parevano trasognati. Garibaldi -li accolse, li incantò subito, li tenne seco. -Erano pur pochi, ma insomma riconoscevano in -lui il Duce e la rivoluzione unitaria. -</p> - -<p> -Il giorno appresso a Salemi, dove i Mille giunsero -sul mezzodì, fu ben altro. Tutte le campane -sonavano a gloria, tutta la popolazione veniva loro -incontro fuori di sè. E quando apparve il Generale -fu addirittura un delirio; v'erano già le squadre -di Monte San Giuliano, forse un migliaio di -altri picciotti, e si dicevano cose meravigliose di altre -squadre in cammino dalle terre intorno che venivano -a Lui. Ma ahi quanti poveri, quante mani -tese a mendicare, quanto squallore! A Salemi, su -quel cocuzzolo di monte, egli si proclamò Dittatore -per la libertà. -</p> - -<p> -Spese lassù due giorni a far dare l'ultimo assetto -alle compagnie. E all'alba del 15 queste scendevano -da Salemi, già avvisate che a nove o dieci -miglia di là, si sarebbero trovate in faccia al nemico. -E marciavano gioconde per la via consolare fino al -villaggio di Vita, da dove la gente fuggiva gridando -loro: «Meschini! meschini!» -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span> -</p> - -<p> -Era ancora sgomenta dagli eccidi del Quarantanove! -E si capì cosa volesse dire quel compianto, -perchè apparvero subito le guide garibaldine, che -tornavano in dietro di mezzo trotto, recando che -di là dal colle il nemico era in posizione, e ben -grosso. -</p> - -<p> -Sereno, lieto, quasi giovane, giunse allora Garibaldi. -Poche parole, uno squillo, le compagnie -furono mosse su per una collina brulla, s'arrampicarono, -giunsero in cima, e di lassù videro l'altra -collina in faccia balenar d'armi. -</p> - -<p> -Ora dunque era il momento di trar le sorti. E -forse Garibaldi sperò che, a quel primo incontro, i -Napoletani pigliassero chi sa quale risoluzione che -facesse risparmiare il sangue, perchè stette a guardarli -a lungo, circondato dal Türr, dal Sirtori, dal -Tuköry? O lo sperò quando disse di portar nel -punto più alto la bandiera tricolore e di farla sventolare? -Insomma volle essere l'assalito, egli che pur -era disceso nell'isola da assalitore! Quella, a sentir -bene, era guerra civile. -</p> - -<p> -Ma verso il tocco e mezzo, il comandante napoletano -mosse i suoi cacciatori giù per il pendio -delle sue posizioni. Discesero questi a catene, snelli -nelle loro divise turchine, furono presto nel piano -che stava fra i due colli, e dal basso in su cominciarono -i loro fuochi. «Non rispondete! non rispondete!» -gridavano i capitani ai Garibaldini; e -<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span> -in verità facevano bene, perchè le venti cartucce -ch'erano state date a ogni milite se ne sarebbero -presto andate; così per parecchio, quei militi stettero -freddi e immobili al fuoco; cosa da veterani. -</p> - -<p> -Ma poi s'udirono alcuni colpi dei carabinieri -genovesi, fu sonata la diana, e il passo di corsa; -sonava il trombettiere del Generale. -</p> - -<p> -Le compagnie si levarono, si serrarono, poi si -apersero e precipitarono giù larghe in un lampo. -Pioveva su di esse il piombo come gragnuola, e -rombò anche la mitraglia; esse traversarono agilissime -quel tratto piano sin a piè delle posizioni dei -Napoletani. E pareva che sarebbero volate su come -stormi di falchi; però quando furono a salire e -guardarono in su, capirono che la giornata voleva -essere sanguinosa. Il terreno era erto, l'erta fatta -a terrazzi, i terrazzi parecchi: e a ogni terrazzo -una schiera nemica che faceva fuochi di battaglione. -</p> - -<p> -I tecnici della guerra, pensano che Garibaldi -abbia osato troppo andando a mettersi nel caso di -dover accettare il combattimento, in condizioni sfavorevolissime -pel numero e per le forti posizioni -del nemico. Certo osò molto! Ma l'indugio a cercar -la battaglia, e lì la più sapiente manovra per la più -bella delle ritirate sarebbero stati senz'altro la sconfitta. -Egli era come un gladiatore nel Circo; sentiva -che egli e i suoi, poichè erano venuti d'oltremare -<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span> -per questo, lì sotto gli occhi delle squadre -siciliane, e della gente che si vedeva gremita sulle -alture intorno, come sui gradini di un anfiteatro, -dovevano affermarsi coll'azione pronta quali che -fossero i rischi; altro non era concesso che il cimentarsi, -fossero anche stati i nemici dieci volte più -forti: scansando egli il combattimento, l'anima siciliana -non avrebbe più compresi nè quegli uomini -per essa meravigliosi, nè Lui. -</p> - -<p> -E questo, come se il Generale avesse una virtù -comunicativa sovrumana, questo fu sentito da tutti -i suoi, anche dai meno esperti. Laonde più che condotti, -conducendosi ognuno da sè, presto le compagnie -si ruppero, i militi si mescolarono, non vi -furono più unità tattiche, ma gruppi, manipoli, -branchi di assalitori, che investivano alla baionetta -le schiere nemiche, le fugavano, si piantavano al -loro posto per tornar ad investirle sul secondo di -quei terrazzi, e poi sul terzo, e poi sul quarto, sin -che quelle si ridussero tutte insieme sulla cima del -colle, e vi si serrarono più dense e più forti. Allora -parve impossibile di poterle ancora affrontare. E a -guardare in giù i già morti e i feriti, che strage! -</p> - -<p> -Mirabile a dirsi, il Sirtori era giunto sul suo -gramo cavalluccio fin lassù, e sulla sua faccia pallida -pareva espresso il desiderio di morire per tutti, -giacchè l'ora era omai disperata. -</p> - -<p> -Ma Garibaldi, a piedi, seguìto dal Bixio a cavallo, -<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span> -che non lo lasciò quasi mai (come se venendo -la rotta pensasse di pigliarselo su e fare il miracolo -di salvarlo all'Italia), Garibaldi s'aggirava tra le file -raccolte intorno al ciglio della vetta su cui i Regi -urlavano «Viva» al loro lontano Re. E incorava -con la sua parola tranquilla. «Riposate, figliuoli, -riposate un altro poco, poi ancora uno sforzo e -sarà finita.» Però vi fu chi gli vide negli occhi le -lagrime. -</p> - -<p> -Infatti c'era da temere che alla fine con un -contrassalto improvviso, i Regi si precipitassero su -quella siepe di vivi, che si era fatta intorno a quell'ultimo -ciglio. Davvero bisognava finirla! E a un -tratto s'udì gridare: «La bandiera è in pericolo!» -E una bandiera fu vista portata avanti ondeggiare -un poco, in una mischia che le si fece intorno -stretta e terribile, poi sparire. In quel momento, fu -ripreso su tutta la fronte l'assalto, l'ultimo, concorde, -violento, furioso; s'udì l'ultimo colpo di un -cannone che fu scaricato dai napoletani mentre alcuni -garibaldini vi erano già alla bocca; poi i Regi -in rotta rovinarono via per l'altro declivio del -colle, e se n'andarono protetti dai fuochi in ritirata -dei loro mirabili cacciatori. -</p> - -<p> -Su quel colle, in quell'ora vespertina, in quella -solitudine dell'isola, che dava a quei soldati il -senso di esser fuori del mondo, l'unità d'Italia -era moralmente fondata. Ora la Sicilia poteva osar -<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span> -tutto, il primo atto del dramma era già la catastrofe -dei Borboni. -</p> - -<p> -Ma se i Regi avessero vinto? S'accapriccia il -cuore, a immaginare Garibaldi rotto, i suoi a squadre -a gruppi, a branchi, inseguiti, messi in caccia, uccisi -per tutta quella terra; gli ultimi, ad uno ad -uno, chi qua, chi là, scannati come fiere, fin sulle -rive del mare, e la testa del Generale portata a Napoli -chi sa da chi, che se la potesse guardare e finisse -di tremare quel Re. Oh, questo poteva avvenire! -In quel primo fatto d'armi, i Regi non avrebbero -dato quartiere. E aveva veduto ben giusto Garibaldi, -quando nel momento che la lotta pareva più disperata, -avendo Bixio osato dirgli: «Generale, temo -che bisognerà ritirarsi» egli aveva risposto con -calma solenne: «Ma che dite mai, Nino? Qua si fa -l'Italia, o si muore!» -</p> - -<p> -Invece il giorno appresso, tutto era gioia, e suonò -il grand'ordine del giorno: «Soldati della libertà -italiana, con compagni come voi posso tentare ogni -cosa!» Parlava la verità; perchè di quei compagni -trentuno erano rimasti morti sul campo, centottantadue -giacevano feriti; e perchè egli nel fatto d'arme, -avviato che fu il combattimento, aveva lasciato libero -all'azione quel sentimento dell'assoluta necessità di -vincere creato da lui, dalle circostanze, dalla coscienza -di ciascuno dei suoi soldati, e perchè aveva -diretto tutto col cuore. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span> -</p> - -<p> -Tre giorni appresso, i Mille salutavano già, dal -passo di Renda, Palermo, immensa, laggiù sul mare -coperto da navi da guerra di tutta Europa. Pareva -loro di uscir da un mondo antichissimo, eppure non -erano passati che quattordici giorni dalla partenza -da Quarto! -</p> - -<p> -Nel campo di Renda, Garibaldi mise tutta l'arte -sua: sfoggio di lavori da zappatori, avanzate, ritirate, -scaramucce. E quando fu ben certo d'aver -piantato nei difensori di Palermo l'idea che ei volesse -tentarne l'assalto dalla parte di Monreale; improvvisamente, -la sera del 21 maggio, che diede -una notte tempestosa, levò il campo; e per monti -senza vie, incamminò i suoi a una marcia notturna, -che gli rimase nella memoria come uno dei suoi -prodigi. -</p> - -<p> -All'alba del 22 è al Parco e vi si accova, vi sta -un giorno senza che il nemico sappia dov'è; la Sicilia -non dava spie. Il 23 è scoperto: la mattina del -24, una colonna lunghissima uscita da Palermo viene -a trovarlo. Ora il suo disegno comincia a colorirsi. -Finge la ritirata, quasi la fuga, verso l'interno dell'isola, -vola a Piana dei Greci, tirandosi dietro -quella colonna: sul tramonto del giorno fugge di -nuovo da Piana, mentre l'avanguardia nemica crede -di averlo già per i capelli; fugge ancora con l'artiglieria -in testa, per la strada di Corleone. Ma fattasi -la notte, lascia andar l'artiglieria sola senza altro -<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span> -ordine che di fuggir sempre, e si pianta in una boscaglia -poco fuori dello stradale. Ivi ha la gioia di -sentir quella colonna borbonica passar nella notte, -allontanarsi illusa d'andar dietro di lui. Andasse -pure! tanta forza nemica di meno egli avrebbe -trovata a Palermo. -</p> - -<p> -Il mattino appresso alla punta dell'alba, Garibaldi -è già via da quella boscaglia. Con una marcia -rapida a sinistra, sale a Marineo, la sera è a Misilmeri, -il giorno appresso a Gibilrossa, nel campo dei -<i>picciotti</i> del La Masa, e di là rivede la capitale. -</p> - -<p> -Quel giorno, lassù a Gibilrossa, furono a visitarlo -alcuni ufficiali della marineria inglese. Cosa -gli portavano? «Eh già! si diceva tra le compagnie, -gl'Inglesi ci aiuteranno a staccar la Sicilia da Napoli, -così che al Borbone sembri grazia conservarsi -il continente. Poi se la piglieranno, e Napoleone si -piglierà la Sardegna, e l'Austria si terrà la Venezia, -e l'unità d'Italia con Roma rimarrà un sogno. Passeranno -gli anni, moriranno Mazzini e Garibaldi e gli -altri, e dell'unità italiana e di Roma non si parlerà -più.» E chi vorrebbe giurare adesso che allora le cose -non si potessero risolvere in questo misero modo? Tuttavia -quegli Inglesi, ospiti graditi, girarono fra le -compagnie, sparsero la notizia che ai Mille era stato -dato da Napoli il nome di Filibustieri; che il Governo -borbonico aveva spacciato pel mondo d'averli -vinti a Calatafimi, vinti al Parco, vinti sempre, e -<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span> -che in Palermo il Vicerè aveva pubblicato la rotta -e la fuga di Garibaldi. -</p> - -<p> -Quella stessa sera si udì pel campo che Garibaldi -aveva detto: «Stanotte a Palermo.» -</p> - -<p> -E come fu notte, il campo si mosse a scender -dalla montagna, giù per un sentiero quasi appena -tracciato di balza in balza. -</p> - -<p> -Stavano alla testa una parte dei Mille, prima le -Guide e poi i Carabinieri genovesi, poi parte delle -squadre del La Masa, appresso il gruppo dei Mille, e -in coda tutta la moltitudine armata di picche o di -che che si fosse. -</p> - -<p> -L'ordine era di marciar in silenzio, serrati, per -giungere di sorpresa sul nemico che bivaccava fuori -le porte, e di non rispondere al fuoco, ma investire -alla baionetta, rompere, entrare nella città. -</p> - -<p> -Ah, se tutto fosse stato fatto a puntino! i Regi -del Ponte dell'Ammiraglio sarebber stati colti nel -sonno, e la colonna, passando sui loro corpi, entrava -in Palermo di colpo. Ma i Picciotti con le loro grida -diedero troppo presto l'allarme. Pur non ostante quel -guaio, non ostante la resistenza ben fiera che opposero -i Regi del Ponte, l'impeto dell'assalto fu tale -che in breve ora Garibaldi era nel cuore della città, -sulla piazza Bologni. -</p> - -<p> -Allora tuonò la prima campana a stormo, e poi -altre ed altre; la città si svegliava. Era la domenica di -Pentecoste, ma per Palermo la Pasqua di Resurrezione. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span> -</p> - -<p> -Cominciò quel mattino la bufera infernale, che, -scatenata sulla gran città, doveva durare tre giorni. -I Mille e le squadre si sparsero per le vie, marciarono -al centro della città, e dal centro, qua combattendo, -là senza trovar difese, si allargarono poi alla -periferia di essa. E così si chiusero entro il cerchio -di fuoco che i Regi fecero loro intorno dalle caserme, -dal Palazzo Reale, dai bastioni, dalle fortezze; -e Castellamare cominciò a lanciar bombe. -Potevano i Regi irrompere improvvisi da tutte le -parti al centro e opprimere tutto, a un tratto; ma nel -pomeriggio principiarono le barricate cui si lavorava -persin dalle donne. Fu presto un vero furore. -Al secondo giorno si vedeva già che in Palermo non -sarebbe rientrato il nemico per molto che fosse, senza -averne fatto un mucchio di rovine. Cadevano case -intere sotto le bombe, cadevano per gli incendi; -l'ira del popolo cresceva, non s'udiva gridar altro -che guerra e morte e viva Santa Rosalia. Al terzo -giorno tutta la città era nelle vie; le case rovinate -non si contavano più; si parlava di cittadini sepolti -a centinaia, e si diffondeva un entusiasmo cupo e -fanatico di morire. -</p> - -<p> -Nel pomeriggio di quel terzo giorno, corse voce -che Garibaldi era andato sull'ammiraglia inglese, a -un parlamento che i borbonici gli avevano chiesto. -«Oh Dio! cos'ha mai fatto! — diceva la gente — e -se lo pigliassero a tradimento?» -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span> -</p> - -<p> -Era una grande angoscia. Ma fu sublime il popolo, -sublime lui, quando, tornato da quel suo passo, -s'affacciò a un balcone del Palazzo pretorio, e a -quel mondo, fuso come in un sol essere sulla piazza, -gridò: «Il nemico mi ha fatto delle proposte che -credetti ingiuriose per te, o popolo di Palermo, ed -io, sapendoti pronto a farti seppellire sotto le rovine -della tua città, le ho rifiutate!» Non vi è lingua che -abbia la parola degna d'esprimere il grido di quel -momento. Dovettero arricciarsi i capelli anche a -Lui; e forse egli si sentì divino, al suo apogeo, -guardando sotto di sè quella moltitudine innumerevole -di genti, che si abbracciavano, si baciavano, si -soffocavano tra loro raggianti, le donne più ancor -degli uomini, gridando a Lui: «Grazie! grazie!» -Eppure aveva annunziato il loro sterminio! -</p> - -<p> -Ma la sera stessa di quel gran giorno, il suo -cuore, sempre così sicuro, si turbò. Gli era venuta -notizia dello sbarco di nuove milizie borboniche. -Ancora pieno di quell'incendio d'anime destato da -lui, forse ebbe pietà della tanta gente che il giorno -appresso sarebbe morta; pietà di Palermo che si era -abbandonata a lui, gridandogli che la facesse pur perire, -piuttosto che lasciarla al tiranno. Studi il fenomeno -chi indaga l'anima dell'individuo ne' suoi -rapporti coll'anima delle moltitudini: il fatto è che -egli dalla piazza del Palazzo Pretorio mandò al bastione -di Porta Montalto un ordine che fece tremare -<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span> -chi lo portò e chi lo lesse; tremare per lui che parve -d'un tratto impicciolito. Per fortuna la notizia delle -nuove truppe borboniche era falsa, e di quell'ordine -tacquero quanti lo conobbero, anzi si rimordevano -di posseder quel segreto. Ma che sorpresa per tutti, e -come dovette parer sublime Garibaldi a quanti di -loro erano ancor vivi trent'anni di poi, quando lessero -nelle sue memorie confessata candidamente -quella sua ora di scoramento! Egli aveva pensato -nientemeno che d'andarsene dalla città coi suoi -avanzi di Mille! Altri eroi, forse Napoleone stesso, -avrebbero fatto sparire chi d'un momento simile di -loro debolezza avesse avuto soltanto il sospetto. Ma -Garibaldi adorava la verità, e della gloria, intesa -come si suole, non aveva concetto. -</p> - -<p> -Il quarto giorno dacchè Palermo combatteva, il -Generale in capo borbonico, disperato di vincere, -chiese a Garibaldi un armistizio. Garibaldi lo concesse, -e per lui voleva dir aver vinto. E dieci giorni -appresso, ventimila borbonici sfilavano a imbarcarsi, -portando via nel cuore, per andare a diffonderla -in tutto il Regno, la certezza che contro Garibaldi -non era più possibile vincere. Intanto -nell'anima siciliana fioriva la fantasia dell'Angelo -che nelle battaglie riparava i colpi a Lui, Santo e -parente di Santa Rosalia, nato da un demonio e da -una Santa. E così si diceva nei salotti, dove le gentildonne -domandavano agli ospiti venuti di oltremare -<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span> -se avessero mai visto quell'Angelo: e così si -diceva dal popolo, e si cantava e si credeva. Chi -vide quei momenti deve essersi formato l'idea di -come sian sorte certe religioni nel mondo. -</p> - -<p> -Così dalla partenza da Quarto erano passati -trentacinque giorni. La traversata coi suoi tedi, con -le sue allegrezze e co' suoi terrori, lo sbarco prodigioso, -le marce traverso l'isola, proprio quasi ancor -immersa nel Medio evo, dove uno poteva sentirsi -nel suo clima storico e credersi bizantino, -saraceno, normanno, qual che volesse; quell'andar -applauditi tra le genti, ma sempre soli e quasi soli -con Lui, come una tribù errante in cerca d'un -mondo ideale; i bei fatti d'arme, le ritirate, i ritorni -e la entrata inverosimile in Palermo e la -vittoria finale più inverosimile ancora, furono il -meraviglioso dell'epopea garibaldina, e già fin -dallo stesso momento che finiva pareva una cosa -antica quasi sognata, anche a chi l'aveva vissuta. -</p> - -<p> -Poi l'epopea cedette alla storia. -</p> - -<div class="poem"> -<p>.... E Dante dice a Virgilio:</p> -<p class="i2">«Mai non pensammo forma più nobile</p> -<p class="i2">D'eroe.» Dico Livio, e sorride,</p> -<p class="i2">«È de la storia, o poeti.»</p> -</div> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Ora la Sicilia era aperta a chi vi volesse accorrere. -L'Italia superiore e la centrale, mandavano -<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span> -il Medici, il Cosenz, il Corte con le loro brigate di -volontari. La guerra continuava con tutte le migliori -regole della sua arte, e Milazzo fu una battaglia -quasi classica; ma il maraviglioso lo metteva -sempre e per tutto Lui. -</p> - -<p> -Appunto a Milazzo, in un momento assai dubbioso, -mentre egli si trova a piedi tra poche Guide -che gli fanno scorta, gli rovina addosso una furia -di lancieri napoletani. Urta il Capitano borbonico -su di lui calando un fendente da dividerlo in -due; ma Garibaldi, senza scomporsi, para il colpo -come dicesse: «Che vuol costui?» e parando, uccide. -Il Missori, lo Statella che sparano ripetuti -colpi di rivoltella come se avessero in pugno il fulmine, -sgombrano il terreno intorno da quei lancieri -atterriti, forse ancora ignari di quella sorta -d'armi. Ed egli, come se quella tragedia non fosse -sua, e perchè era crucciato di non trovar un'altura -da dove si potesse guardare nella battaglia, vista -in mare la sola nave della sua marineria cui aveva -fatto dare il nome di «Tuköry», vi corre, voga -là, giunge, sale come un mozzo sulla gabbia di -maestra, guarda, vede, rivola a terra, dà ordini, e -due ore appresso la battaglia è vinta. Ma allora lo -secondavano e lo interpretavano uomini come il -Medici e il Cosenz, ufficiali superiori come il Malenchini, -il Migliavacca, il Guerzoni; e gli ufficiali minori -menavano nella battaglia militi, ai quali i -<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span> -tempi e la parola del Mazzini e l'opera di lui avevano -messo nel sangue che tra le cose gentili e -forti, il morir per la patria era la più gentile e -forte di tutte. -</p> - -<p> -Per la vittoria di Milazzo la Sicilia si poteva -dir libera; e già l'occhio di Garibaldi era sullo -Stretto, sulla Calabria, di là. Ora si sarebbe visto! -Dieci fregate, cinque corvette a vapore, due vascelli -e quattro fregate a vela e molti legni minori, -tutta la marineria borbonica poteva serrarsi nello -Stretto. Da Scilla a Reggio stavano dodicimila soldati -tra le fortezze, e in Calabria e oltre fino a Napoli -ne campeggiavano ancora ben centomila. Non -bastava. Nell'ora grave si faceva addosso a Garibaldi -la diplomazia, gli si voleva tôrre la Sicilia -annettendola subito al Regno di Vittorio Emanuele; -e Vittorio stesso gli mandava per un suo -fido una lettera in cui lo esortava a non proseguir -nell'impresa. Egli lesse, e rispose che al termine -della sua missione avrebbe deposto ai piedi di Sua -Maestà l'autorità che le circostanze gli avevano -data, e ch'avrebbe ubbidito poi, pel resto della sua -vita. -</p> - -<p> -Intanto le brigate che avevano combattuto a -Milazzo e le divisioni di Türr e di Bixio che avevano -girato largo nell'isola, marciavano a posarsi -tra Catania e Messina. -</p> - -<p> -E allora egli si pianta alla Torre del Faro. Lì -<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span> -incomincia il maraviglioso. Fa armar coi cannoni -di Milazzo quel promontorio di sabbie, raccoglie là -intorno un centinaio di barche, e la notte dell'8 di -agosto fa tentar il passaggio dal Musolino calabrese, -cui dà compagni Missori, il più elegante dei -suoi cavalieri, e Alberto Mario, il più gentile e altero -de' suoi pensatori. Passarono quegli audaci, e -poterono toccar l'altra sponda, tentarono di sorprendere -il fortino Cavallo ma vi fallirono, e dovettero -rifugiarsi in alto dov'è Aspromonte, nome -d'altri luoghi allora vago nelle epopee cavalleresche, -ma che, come se fosse predestinato, doveva entrare -tragico nella storia, due anni appresso. Bisognava -aiutarli. La notte dell'11 il Dittatore fece passare -quattrocento uomini su di una flottiglia di barche. -Le conduceva il Castiglia. -</p> - -<p> -Vogarono nelle tenebre. A mezzo il Canale, furono -scoperte e cannoneggiate dalla <i>Fulminante</i> e -dal <i>Fieramosca</i> che ivi incrociavano, e dovettero tornar -al Faro. Ciò per Garibaldi non volle dir nulla. -Egli non presumeva certo di conquistar la costa -della Calabria con sì poche braccia; ma quello cui -mirava gli seguiva, perchè con quei tentativi e col -tutto insieme delle mostre che faceva dal Faro a -Messina, metteva nella mente del nemico e vi fissava -l'idea folle, che lì proprio, tra il Faro e Scilla, -ei volesse trovar il punto al gran passo. E lo credevano -già anche i suoi. Senonchè la notte del 12 agosto -<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span> -egli disparve. Lo indovinarono il mattino appresso -tutti gli accampamenti garibaldini; sentirono che -egli non c'era più, perchè parve mancasse qualcosa -nell'aria che ivi si respirava. -</p> - -<p> -Dov'era? Già di là in Calabria? O era andato a -Torino a parlar con Vittorio? Mistero! Ma egli era -già in Sardegna, nel Golfo degli Aranci; v'aveva -presi e fatti suoi, proprio da Dittatore, gli ottomila -volontari che il Bertani, il Nicotera e il Pianciani -v'avevano raccolti per gettarli nel Pontificio. E di là, -data un'occhiata alla sua casetta di Caprera, li imbarcò -e se li condusse a Palermo. Indi girata l'isola -torno torno sino a capo Passaro e a Taormina, la -notte del diciannove vi pigliò Bixio con i suoi, tagliò -il Jonio, afferrò Melito tra Spartivento e Capo -dell'Armi, sì gettò a terra con quattromila camicie -rosse, e allora, giungessero pure le navi borboniche; -anzi, eccole lì! Giungono l'<i>Aquila</i> e la <i>Fulminante</i>! -Si sfoghino a bombardare il vapore <i>Torino</i>, -ma la sorte di Napoli ora l'ha in mano Lui. -</p> - -<p> -Rapido come vento, assale Reggio all'alba del -21 e se la piglia. Manda al Cosenz che passi dal -Faro a Scilla, e Cosenz, come se l'ordine fosse incanto, -passa lo Stretto nella notte tra il 21 e il 22! -Così i generali borbonici Briganti e Melendezi -co' loro 9000 soldati, chiusi tra i Garibaldini, il -mare e i monti, dovettero mettere giù le armi o -perire. E si arrendono. Ma che fare di quei prigionieri? -<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span> -Garibaldi spira su di essi una sola parola: -se ne vadano alle loro case, per ora non sono più -soldati di nessuno. -</p> - -<p> -Allora cominciò lo sfacelo dei Regi, la guerra -divenne una marcia militare di un esercito che -s'avanzava e di uno che indietreggiava o fuggiva. -E quali memorie a ogni passo! Ah! qui all'Angitola -erano stati spenti i Musolino come i Fabi a Cremera. -Qui avevano combattuto Domenico Romeo e i -suoi: qui ecco il Pizzo, povero Murat! ecco il vallo -di Crati, divini i Bandiera! Presto si vedrà la -terra che bevve il sangue di Pisacane. -</p> - -<p> -Cede il generale Vial a Monteleone, dove, se il -povero Francesco II avesse avuto un po' di cuore da -soldato, sarebbe corso da Napoli per morirvi, o in -quel passo terribile far morire chi voleva scoronarlo. -Cede il generale Ghio a Soveria Manelli, -dove alla sola apparizione di Garibaldi sfuma via -come nebbia una divisione. Il Dittatore andava -avanti ormai da sè. Le sue divisioni camminavano -ancora a gran giornate per la Calabria, ed egli era -già in quel di Salerno. Che faranno i 40,000 Borbonici -che campeggiano là tra Salerno e Avellino? -Si scioglieranno da sè anch'essi! Era fatale. La -gran figura del Dittatore pare spiri innanzi a sè un -vento che tutto sperde. E il 5 settembre in Napoli, -anche Francesco II deliberava la ritirata oltre il -Volturno, dando le poste per colà a tutti i fedeli -<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span> -piccoli e grandi. Il giorno appresso quel misero -Re, con la superba e bellissima Regina s'imbarcavano -per Gaeta sulla <i>Partenope</i>, scortati da due navi -da guerra spagnole, perchè della flotta napoletana -nessun altro legno volle seguirli. -</p> - -<p> -Ora Garibaldi è alle porte. Da Vietri per la -strada ferrata a Salerno e a Napoli, al mezzodì del 7 -con il Bertani, il Cosenz, il Nullo, e due ufficiali, -scende alla stazione, ricevuto dal ministro del Re di -ieri. Monta in carrozza e via, al tocco, senz'altra -scorta che quei suoi cinque, entra nella città, tra la -folla che proprio fuori di sè dalla gioia stipa le vie. -Passa dinanzi al forte di Castelnuovo, da dove la -sentinella borbonica col picchetto di guardia gli -presenta le armi. Oh se quei soldati, avessero osato -far fuoco su quella carrozza, ed Egli fosse rimasto -morto! Chi appende a fili così tenui le sorti delle -genti? Si cura Iddio delle cose nostre, o dà talora -a certi uomini qualche suo attributo? E la storia, -superba, come si troverebbe a rispondere a chi la -interrogasse così? Garibaldi era un'idea, l'incantatore -passò, e il plebiscito vero che si fece poi, era -già fatto idealmente quel giorno. -</p> - -<p> -Ora non alla Reggia egli va, ma al Palazzo -del Governo, e vi si mette da padrone: e di lì, tre -ore appresso, decreta che la flotta napoletana passi -all'Ammiraglio di Vittorio Emanuele. Era troppo! -E troppo avrebbe poi dovuto la Monarchia a Garibaldi. -<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span> -Gli uomini che ne facevano la politica, tra -grandi e piccini, lo sentirono tutti. -</p> - -<p> -E perchè Garibaldi aveva osato, bisognava loro -osare come lui: onde da Torino alle grandi cose di -Napoli rispondeva com'eco la deliberazione di entrar -nelle Marche e nell'Umbria, con un esercito del -Re. Allora il Cavour trasse il dado. -</p> - -<p> -Avvenisse ciò che potesse, rompesse pur l'Austria -dal quadrilatero; alla disperata, nel nome di -Garibaldi e di Mazzini, il Cavour era uomo da incendiar -mezza Europa. -</p> - -<p> -E l'osare fu premiato, perchè di quei giorni -Russia e Prussia in un convegno a Varsavia accettavano -anch'esse la politica del non intervento -bandita da Napoleone e dall'Inghilterra: il mondo -intero pareva convinto ormai che un popolo da cui -venivano date prove così alte di vita non era più -quello cui la Santa Alleanza aveva messo l'Austria -sul petto. -</p> - -<p> -Ma dunque entrato Garibaldi in Napoli, l'epopea -finiva con la sua glorificazione? Oh, no! La -fine lieta non conveniva a un poema così novo e -grande come era il suo; perchè le imprese dei grandi -sono veramente epiche solo a condizione che essi -nel chiuderle se ne vadano avvolti in un velo di -alta mestizia! E poi c'erano ancora sulla destra del -Volturno quarantamila soldati di Re Francesco. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span> -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Cinque giorni dopo l'entrata trionfale in Napoli, -il Dittatore, di sulle navi che gliele portavano frettolose -dalla Calabria, pigliava le sue divisioni, non -lasciava loro godere neppur la vista della gran città, -le lanciava a Caserta, a Santa Maria, dove correva -egli stesso, e le piantava sulla sinistra del Volturno, -per un semicerchio di venti chilometri. C'erano -ventimila soldati ch'ei poneva di fronte a quarantamila, -sostenuti da una fortezza come Capua, assetati -di vendette, ebri di promesse per quando avessero -rimesso in Napoli il Re. -</p> - -<p> -Bisognava stare ben desti e ben pronti! -</p> - -<p> -Sul Volturno i due eserciti passavano il settembre -in preparativi, tastandosi talvolta fieramente -qua e là. Ma il Dittatore sentiva che l'ora tragica -s'appressava. Dalla sua specola di Monte Sant'Angelo, -vedeva tutto, indovinava tutto ciò che si faceva -nel campo nemico. Alla fine «Fate buona guardia» -disse ai suoi luogotenenti, «domattina saremo attaccati.» -E all'alba del 1º ottobre furono attaccati -davvero. -</p> - -<p> -La narrazione della battaglia che pigliò nome -dal Volturno fu scritta e subito e poi, e se ne scrive -e se ne scriverà ancora. Ma a misura che le vanità -se ne vanno, quella battaglia ingrandisce nella verità, -e rivela come uno dei sommi capitani, colui -<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span> -che alle cinque pomeridiane, mentre si combatteva -ancora, potè telegrafare a Napoli «Vittoria su tutta -la linea.» E, disse vero il Guerzoni, fu vittoria -piena, compiuta, gloriosa, e checchè altri abbia novellato, -tutta dell'armi volontarie, tutta garibaldina; -fu una delle più grosse battaglie che l'armi italiane -abbiano combattuto. Ora l'esercito regio era vinto, -ricacciato di là dal Volturno con l'animo rotto, perduto. -</p> - -<p> -Tuttavia bisognava tenerlo in rispetto, e così -cominciò l'assedio di Capua! Non era cosa da Garibaldi -star a tracciar parallele, scavar trincee, -piantar delle batterie dinnanzi a una città fortificata -con entro un popolo di vecchi, di donne, di bambini -a patire. Pur bisognava star lì, aspettando che la -fortezza si rendesse da sè. E furono giorni lunghi -fastidiosi, crudeli. E già tra i volontari si facevano -dei discorsi cupi. Perchè verrà qui l'esercito del -Re vittorioso nelle Marche e nell'Umbria? Verrà -da amico o da soverchiatore? Bisogna pur dire la -verità: entrava negli animi una grande malinconia. -Solo Garibaldi rasserenava tutti, quando si faceva -vedere. E un giorno si seppe che il colonnello dell'artiglieria -sua gli aveva chiesto di lasciargli lanciar -su Capua alcune bombe, perchè il comandante della -fortezza potesse rendersi senza perder l'onore. «Griziotti, -no! — si diceva avesse risposto Garibaldi. — Se -un fanciullo, una donna, un vecchio, morisse per -<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span> -una bomba lanciata dal nostro campo, non avrei -più pace.» E Griziotti: «Ma i nostri giovani si consumano -di febbri, i battaglioni si assottigliano, muoiono.» -E Garibaldi a lui: «Ci siam venuti anche a -morire!» — «Giungeranno i Piemontesi, Generale; -essi non avranno riguardi, con poche bombe faranno -arrender la città, poi diranno che tutto quello che -facemmo finora, senza di loro non avrebbe contato -nulla.» E Garibaldi: «Lasciate che dicano, non -Siam venuti per la gloria.» Fu grande? Si cerchi -nella storia uno eguale a lui! -</p> - -<p> -E i Piemontesi erano vicini davvero. O perchè -Piemontesi? Non erano i soldati già di mezza Italia? -Ma! Per antico vizio italico si parlava ancora così, -quasi da tutti. Non però dal Dittatore. -</p> - -<p> -Egli aveva indetto il plebiscito pel 21 ottobre, -e quel giorno le due Sicilie votavano la fine dell'antico -Reame, e la loro annessione al Regno nuovo -di Vittorio Emanuele. -</p> - -<p> -Tre giorni appresso, il Dittatore passava il Volturno -a Formicola, con le divisioni di Bixio e di -Türr. «Dove ci mena?» dissero i volontari: li menava -a incontrare Vittorio che scendeva da Venafro. E il -26 ottobre, presso Teano, su quella terra che vide -Silla e Sartorio in guerra feroce, le avanguardie garibaldine -aspettarono il Re. Presso a una casa bianca, -a un gran bivio dove delle pioppe già pallide lasciavano -cader le foglie morte, c'era il Dittatore tra -<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span> -molte camicie rosse. Ad un tratto si udì la fanfara -reale del Piemonte. Tutti a cavallo! Qualcuno ricordò -poi che, in quel momento un contadino mezzo -vestito di pelli si volse ai monti di Venafro, e con la -mano alle sopracciglia, fisso l'occhio forse a leggere -l'ora in qualche ombra di rupe lontana. Nota epica -anche questa. Erano quasi le otto, ed ecco un rimescolio -nel polverone, poi un galoppo e dei comandi -e degli evviva: «Viva, Viva, Viva il Re!» -</p> - -<p> -Allora quelli che erano là, videro un gran cosa. -Comparve il Re, Garibaldi gli galoppò incontro, si -diedero la mano: quel Dittatore che senza gloria di -antenati aveva nel cuore tutta la forza che il popolo -sa di rado rivelare, diede il saluto immortale -che gridò Vittorio Re d'Italia. Chi mai a Carlo -Alberto, quando appena salito al trono plaudì al -concorso per un libro sui Capitani di ventura, chi -gli avrebbe detto che uno condannato a morte in -nome suo, come <i>bandito di primo catalogo</i>, sarebbe -divenuto l'ultimo e il più grande e più puro -della scuola d'armi dei Condottieri, e che 26 anni -dopo avrebbe proclamato Re d'Italia il suo Vittorio -in quei campi? Da quel giorno tutto volse -rapidamente al termine. E il 6 novembre, nell'amplissimo -viale che si protende dinnanzi alla reggia -di Caserta, stavano le divisioni garibaldine già consapevoli -d'esser messe in disparte. Ma era stato detto -che il Re voleva passarle in rassegna. Quando sonarono -<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span> -le trombe i battaglioni si allinearono malcontenti. -Apparve una cavalleria. Ah! quello che -cavalcava alla testa non era il Re! Era Lui, col -cappello all'ungherese calato giù, segno di tempesta. -Passò quella cavalleria, giunse fino in fondo al -viale, diede di volta, ripassò come un turbine, poi -sparì. E poco appresso quei battaglioni furono condotti -a sfilare dinanzi a Lui, piantato sulla gran porta -del Palazzo Reale, come un monumento. Sentivano -tutti che quella era l'ultima ora del suo comando, e -a tutti veniva voglia d'andare a gettarsi ai suoi -piedi e gridargli: «Generale, perchè non ci conducete -tutti a morire? La via di Roma è là, seminatela -delle nostre ossa!» -</p> - -<p> -Egli, pallido come forse non era stato visto -mai, guardava quei plotoni passare, e s'indovinava -che il pianto gli si rivolgeva indietro ad allagargli -il cuore. -</p> - -<p> -Così finivano i canti centrali dell'epopea garibaldina. -Quanto a lui, il 7 novembre entrava in Napoli -con Vittorio Emanuele, l'8 gli consegnava il plebiscito, -e all'alba del 9, su d'un vapore che portava -il nome di <i>Washington</i>, suo vero fratello nei secoli, -solo con quattro amici tornava a Caprera, quasi -ancora con indosso gli stessi panni che aveva a -Marsala. -</p> - -<p> -«E non ne fosse uscito mai più!» dissero coloro -che non avendolo capito mai, non lo capirono -<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span> -due anni di poi, quando cadde in Aspromonte confermando -col suo sangue la legge di Roma. Però -quelli stessi tacquero, quando nella guerra del Sessantasei -non poterono disconoscerlo, almeno pel suo -sublime «<i>Obbedisco</i>!» Ma tornarono ad imprecarlo -quando fece Mentana. Altri, quando udirono -ch'egli vinceva per tre giorni di seguito a Digione, -credettero di elevarsi molto, dicendo che certo i -Prussiani non s'erano degnati di combattere seriamente -contro di lui. Anche questo fu detto. Ma fece -ammenda per tutti il general Cialdini. Parlando di -lui co' suoi pari, disse da onesto e prode come era: -«Nessuno di noi gli arriva al ginocchio.» Diceva -il vero. Ma ancora più che gran capitano Garibaldi -fu Uomo nuovo. Per ora non si sa ancora riconoscerlo. -Fu scritto che come in geologia si stenta a -liberarsi dal concetto che tutta la storia del nostro -globo sia una successione di catastrofi per lotte terribili -tra le forze del Caos, così nella vita dell'umanità -non sappiamo liberarci dall'ammirare i violenti -trionfatori, perchè moralmente siamo ancora -assai deboli. Ma quando l'umanità, sarà più consapevole -di sè, e forte e capace di libertà e di giustizia, -il tipo dell'Uomo sarà riconosciuto in lui. -Non se ne favoleggerà, come non si favoleggiò guari -di Colombo: ma ad ogni forma nuova di bene che -si verrà trovando ed attuando, il giudizio delle genti -riconoscerà che Garibaldi quella forma l'aveva -<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span> -già in sè. Allora si capirà come ei dall'azione passasse -alla solitudine, perchè costumi, leggi, tutto -doveva parergli troppo disforme dalla vita come ei -la sentiva. Ma la solitudine su d'uno scoglio, dove -nessun uomo avrebbe saputo durare senza morir di -tedio, egli la popolava con l'ingegno del suo gran -cuore, facendosi di quell'umile punta un mondo -infinito come l'anima sua. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span> -</p> - -<h2 id="lirica">LA LIRICA</h2> - -<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br /> -<span class="x-small">DI</span><br /> -<span class="large g noserif">ENRICO PANZACCHI</span>.</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span> -</p> - -<p class="pad2"> -Dunque io vi parlerò nuovamente di poesie e -di poeti, o amabili Signore, perchè così piacque al -Comitato che stabilì il tema, e che mi diede anche -il molto onorevole incarico di principiare la serie -delle conferenze quest'anno; di queste conferenze -così fortunate e, diciamo pure, anche così invidiate, -soprattutto perchè ebbero sempre il vostro concorso e -la benevolenza vostra. -</p> - -<p> -La conferenza mia di quest'anno sarà una -continuazione di quella dell'anno scorso; ma i -tempi sono molto mutati e non in meglio per noi. -Cercai l'anno scorso di tratteggiarvi il gran quadro -degli avvenimenti di quella singolarissima epoca. -Idee nuove, uomini nuovi, avvenimenti strani, -insperati: e sopra tutto questo una meravigliosa esaltazione -nelle menti, un entusiasmo gaudioso e virtuoso -nei cuori. Tanto che se ci avessero soccorso -il senno e la concordia, era proprio da sperare che -l'Italia ne uscisse con qualche felice risultato. Invece -<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span> -il senno e la concordia difettarono. Molti rettili, io -vi diceva, strisciarono in mezzo a tutti quei fiori, -molte ombre si mescolarono a quella luce; ed avemmo -la catastrofe, la grande catastrofe, nobilitata -dal valore italiano sotto gli spalti di Novara, sulle -mura di Roma e a Venezia. Il detto di Massimo -d'Azeglio: «credevamo di essere uomini ed eravamo -invece dei fanciulli» riassume, e riassume -purtroppo psicologicamente e storicamente tutta -quell'epoca. -</p> - -<p> -Bisognava cambiare strada, bisognava mutare -i metodi e la mèta. Era stato dunque un bel -sogno la confederazione dei Principi italiani col -Pontefice alla testa, e bisognava metterlo in disparte. -Era stato un bel sogno la repubblica unitaria di -Mazzini colla Costituente e non ci si poteva più -pensare. S'imponeva insomma una nuova orientazione, -la quale doveva avere per principio e per -obbietto un regno italiano fortemente costituito e -fedele alla libertà. Aveva dato già all'Italia l'esempio -di lodevole coraggio nell'anticipare questa nuova -orientazione Marco Minghetti, quando, d'improvviso, -lasciava le anticamere del Papa, ove si cospirava -contro l'Italia, per andare sotto le tende di -Carlo Alberto ove si combatteva e si moriva per -l'Italia. Aveva già dato esempio simile Terenzio Mamiani, -quando, nella rovina di tutto e di tutti, aveva -detto che ormai non restava patriotti altro partito -<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span> -da prendere che stringersi intorno alla Dinastia di -Savoia ed attingere da essa gli auspicii e la forza -dell'avvenire; Vincenzo Gioberti che aveva a Parigi -abbandonata la sua utopia del <i>Primato</i> (di cui credo -che fosse già guarito da un pezzo) e poneva il vigorosissimo -intelletto alla formazione di un nuovo -libro nel quale si studiavano i criterii ed i mezzi per -un positivo rinnovamento italiano; Daniele Manin -si era ormai mostrato persuaso che la sua repubblica -veneta non era che un glorioso anacronismo evocato -invano dalla illusione storica e dal sentimento generoso -di tanti italiani, che per Venezia avevano -dato l'anima e il sangue. Lo stesso Mazzini, pur -non declinando dai suoi ideali dogmatici, si manteneva -repubblicano, ma attestava e mostrava che -soprattutto egli era unitario e che quando si mirasse -veramente, efficacemente all'unità, non solo egli -non poneva ostacolo, ma fino ad un certo punto -sarebbe stato disposto a secondarla. -</p> - -<p> -Letterariamente e poeticamente, o Signore, il -periodo che corre dal 1849 al 1859 non è un gran -periodo nel suo insieme; anzi si presenta come un -periodo mediocre. Non vi sono grandi lampeggiamenti, -non vi sono poderose affermazioni d'ingegno -artistico; vi è qualche cosa più di abbozzato che -di compiuto in esso. Io lo chiamai altra volta un -periodo «bigio» per le nostre lettere, un periodo -ove le tinte, i colori non sono bene spiccati -<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span> -e decisi, ove bisogna raccogliere, classificare i fatti, -apprezzandoli soprattutto come sintomo, piuttosto -che come preparazione dell'avvenire. La ragione -di tutto questo parmi che vedesse molto bene Cesare -Correnti in alcune sue pagine notevoli nelle -quali campeggia questo ragionamento: la poesia -s'imperna nel criterio della vita; e quando il criterio -della vita è incerto e ondeggiante, la poesia non -può dare grandi affermazioni. Il romanticismo, una -gran forza espansiva, comunque si voglia esteticamente -giudicarla, che aveva dominato tutta la -prima metà del secolo, aveva raggiunto il suo apice -e già accennava a declinare, come un movimento -nel quale cominci a mostrarsi esaurita la forza -iniziale, da cui era derivato. Anche la morte si era -mescolata nella faccenda, ed aveva fatto la sua -parte. Era morto Giuseppe Giusti portando anzi -tempo nel sepolcro una meravigliosa attitudine di -poesia, che si era così bene esplicata nella satira -civile, e che aveva mostrato anche altre potenze -di poeta lirico e di critico, le quali nella pienezza -dell'età forse si sarebbero più efficacemente manifestate. -Erano morti Silvio Pellico e Giovanni Berchet -tramontati alquanto nella popolarità, ma dei quali -duravano sempre gli scritti patriottici nel cuore e -nell'anima popolare, e che dovevano essere rinfrescati -e resi novamente di una dolorosa attualità per le -frequenze dei nuovi e tristi esigli, per le nuove sventure -<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span> -così somiglianti a quelle che avevano colpito -l'Italia dal ventuno al quarantasei. Era morto anche -a Bologna il buon Giovanni Marchetti, di cui disse -Luigi Carrer che aveva saputo strappare il segreto -della soavità degli accenti alla lira di Francesco -Petrarca e, ad essa aveva saputo disposare accenti -di nobile patriotismo. -</p> - -<p> -Alessandro Manzoni che si era taciuto da tanto -tempo, a un tratto si faceva vivo e riempiva -delle sue idee tutto il mondo letterario italiano -colle questioni della lingua nazionale. È una questione -molto seria, o Signore: In che lingua debbono -parlare gl'Italiani, parlare soprattutto e scrivere? -</p> - -<p> -Dopo sei secoli di civiltà e di letteratura nazionale, -il più grande e il più autorevole ingegno -degli Italiani veniva fuori a mettere in dubbio -nientemeno che lo strumento del nostro pensiero! -E Carlo Tenca, che dal suo <i>Crepuscolo</i> vigilava -tutte le forme e tutti i movimenti del pensiero -italiano covando, per così dire, tutte le faville che -rimanevano ancora della nostra vitalità politica, -grandemente s'impensieriva di questa questione -sollevata dal più autorevole degli scrittori. Anche -i poeti dunque, e gli scrittori, avevano una nuova -ragione di aspettazione, d'incertezza e di titubanza. -Si doveva attingere, come voleva Vincenzo -Monti, dalla nostra lingua scritta e vivente, da -tutta la collaborazione dei popoli italici e da tutti -<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span> -i valenti nostri scrittori, come pare che fosse anche -il pensiero di Dante Alighieri, padre della nostra -letteratura? oppure si doveva, come voleva il buon -Cesari, immobilizzare tutta la nostra lingua negli -esempi del Trecento? oppure, come veniva avanti -ad affermare il Manzoni, era necessario costituire -una specie di sede vivente in cui la lingua facesse -sempre la sua prova vitale, e che potesse servire di -modello perenne e di guida a tutti e di soluzione -nei dubbi che potessero insorgere?... Vi ripeto, -tutto questo non doveva contribuire a dare delle -forme energicamente direttive per la espressione -dell'ingegno artistico e poetico negl'italiani; e non -è da stupire che tutti i poeti di questo periodo ne -risentissero un influsso di incertezza e di titubanza. -Uno fra loro, più sincero degli altri, lo confessò -apertamente. Paolo Gazzoletti scriveva: «Le mie -poesie furono dettate, come è facile accorgersi, -sotto l'influenza di studi, di scuole e di gusti -diversi. Bruciai nel mio camino qualche granello -d'incenso a tutte le forme, ed anche ai traviamenti -delle forme.» — Poi soggiungeva: — «Ad -ogni modo, per noi poeti, anzi per noi italiani -il cantare è una fatalità e dallo stesso dolore e -dalle stesse miserie nostre abbiamo, per disacerbarle, -eccitamento al canto.» E concludeva un -suo sonetto con questo verso: «È vocale il dolor -de la mia terra!» -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span> -</p> - -<p> -Anche troppo vocale, dico io; e se vi fu tempo -in cui spesseggiassero i poeti mediocri e minimi, -fu appunto questo decennio. -</p> - -<p> -E simile lamento muoveva anche Ippolito Nievo -il quale faceva le prime armi e dava la prima promessa -del suo ingegno bellissimo, che sarebbe stato -destinato a successi trionfali se una tragica morte -non lo avesse còlto nel pieno vigore dell'ingegno -e dell'età. D'altra parte abbiamo dei poeti minori, -non privi certo di pregio, che si compiacevano a -seguire l'indirizzo manzoniano in tutto ciò che -aveva di più mite, di più mansueto, di più casalingo. -Citerò solo Giulio Carcano di Milano, Emilio -Frullani di Firenze. Aggiungasi, in generale, una -grande irregolarità e licenza nei ritmi, e una grande -povertà delle rime. Una delle necessità più vivamente -sentita da chi abbia acuto e squisito il senso -dell'arte, è quella di dare delle forme nettamente -plastiche e precise ed euritmiche al componimento -poetico. Invece in questo tempo si direbbe che -dalla grande autorità del Leopardi si preferisce -di dedurre soprattutto e quasi esclusivamente la -libertà indeterminata della strofa; libertà indeterminata -che fomentava, aiutava una grande verbosità, -nemica mortale della efficacia scultoria. Quanto alle -rime esse si andavano sempre più impoverendo; e -non aveva torto un critico quando diceva che -aprendo i libri di poesia di quel tempo (e sono -<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span> -tanti da formare delle enormi cataste), che esaminando -certe collezioni allora famose, per esempio -l'«Ape romantica» di Venezia, e le innumerevoli -<i>Strenne</i> di Napoli in cui tutta l'attività partenopea -pareva che si concentrasse, diceva che con poco -più di cento parole si sarebbe potuto determinare -il rimario della poesia italiana!.... E questo, o -Signore, che sembra un particolare secondario, è -invece un segno grandissimo; perchè non vi è -grande poesia senza una tecnica eletta insieme e -ricca e rigorosa; e quando tanto nel movimento -della strofa quanto nella scelta delle rime è o irregolarità -e licenza indeterminata o povertà, potete -star certe che anche il pensiero rimarrà in difetto, -tutto il <i>nisus</i> della forma poetica sarà in decadenza. -E ne avete la riprova in questo: che noi abbiamo -avuto un vero e proprio risorgimento nella poesia -italiana solo quando son ritornate in onore le strofe -severamente corrette ed euritmicamente rispondenti -alle loro parti, e quando è ritornata in onore la -scelta della rima ricca, eletta. -</p> - -<p> -Ma non è tutta verbosità vuota, non è tutta -divagazione sentimentale la poesia italiana di questo -tempo. Vi è qualche cosa di «meditabondo» -nella nostra cultura. Anche nel campo del pensiero, -e solamente nel campo del pensiero, perchè ormai -l'azione era interdetta dalla servitù politica, si -sente il bisogno di raccogliersi e pensare seriamente. -<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span> -Alcune discipline si avvantaggiano; lo studio della -lingua non è più ridotto a semplice scelta di frasi; -si comincia a sentire la profonda vacuità della scuola -del Cesari buona come antidoto, come egli lo chiamava, -contro l'invadente francesismo del primo -quarto di secolo in Italia, ma per sè stessa insufficente -al grande ufficio della lingua intesa come -strumento del pensiero e come rispecchiamento dell'anima -della Nazione. Dallo studio formale e superficiale -della lingua si passava a un tentativo -sempre più spiccato di penetrare a fondo nell'indole, -nella filosofia del linguaggio; e a Firenze, a -Torino, a Milano e altrove si cominciano a costituire -delle scuole filologiche che pongono nel nostro -terreno ottimi germi, i quali col tempo poi -copiosamente frutteranno. Il fenomeno passa dalla -filologia nella poesia vera e propria, e si comincia -a tentare un più stretto connubio, una più efficace -intimità tra la poesia pura forma e la sostanza -del pensiero; tra il sentimento, nella sua vaghezza -indeterminata, e certi fini ben determinati e prefissi -e certi alti ideali a cui l'arte doveva servire. -La vanità della formula «l'arte per l'arte» va -cadendo sempre più in discredito. Fu accolto con -molto applauso, se non molto letto, un poema di -Lorenzo Costa genovese, abilissimo fabbro di versi, -il quale con degli sciolti veramente mirabili si era -prefisso ed aveva in gran parte raggiunto l'intento -<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span> -di celebrare le più meravigliose scoperte dell'ingegno -umano nelle industrie, e nella meccanica. -Altri poeti avevano seguito questo impulso. Dirò -anzi, che si può considerarlo come una preoccupazione -dominante allora negl'ingegni nostri. L'Aleardi, -per esempio, vuole compensare più che può una -certa vacuità che è nei suoi canti fantasiosi e sentimentali, -e ricorre alla geologia e ricorre alla botanica. -Si direbbe che già egli si prepari fin d'allora -per il disperato cimento al quale si lasciò andare -pochi anni dopo, di celebrare in versi il sistema economico -di Federigo Bastiat. Ebbe in questo un infelice -compagno nel Martinelli bolognese, che volle -con dei <i>Sermoni</i> dedicati a Marco Minghetti niente -meno che dar forma poetica a tutti i teoremi della -economia classica inglese. Anche Giacomo Zanella -nel seminario di Vicenza sta maturando il suo -ingegno e si prepara a dare egli pure un contributo -assai notevole a questo tentativo di connubio fra la -poesia e la scienza: si prepara ad essere il futuro -autore della <i>Conchiglia fossile</i> e del memorabile -dialogo teologico-astronomico tra Galileo e Giovanni -Milton; si prepara ad essere, come disse con -frase veridica Giosuè Carducci, il castigato, forbito -ed eloquente cantore dell'industria e delle solennità -del tecnicismo. -</p> - -<p> -Ma anche lo Zanella poco lustro doveva dare a -questo decennio, perchè la sua fama doveva fiorire -<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span> -dipoi. Egli era destinato ad essere il poeta prediletto -del decennio che seguì; doveva essere in esso -il poeta favorito delle gentili dame, degli ingegni -eleganti e soprattutto degli spiriti temperati che vagheggiavano -di comporre in armonie superiori, degli -elementi fra loro cozzanti, e che non disperavano -di queste armonie e si compiacevano di trovare nel -prete liberale di Vicenza un degno e notevole aiuto -di poesia e di arte. -</p> - -<p> -Insomma, quando voi avete bene scrutato l'orizzonte -e investigato da ogni parte, voi dovrete venire -a questa conclusione: che il decennio italiano che -corre dal Quarantanove al Cinquantanove, non -ha che due poeti veramente notevoli: il Prati e -l'Aleardi. Lascio da parte Niccolò Tommaseo, il -quale meriterebbe uno studio a sè per la grande -intensità e arditezza del suo ingegno poetico, ed è -invece così poco noto e così mediocremente apprezzato. -Lo lascio da parte, perchè anche egli diede -i migliori frutti come poeta nell'epoca precedente, -e perchè egli si occupò soprattutto di studi filosofici -e religiosi. -</p> - -<p> -Aleardo Aleardi dunque e Giovanni Prati sono -i due poeti che signoreggiano l'epoca, e quasi vi -regnano in solitudine. -</p> - -<p> -Io ebbi la fortuna di conoscerli ambidue. -Erano due tipi disparatissimi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span> -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Giovanni Prati nel decennio di cui parliamo -seguitava la sua strada; godeva della sua fama, e -cercava di aumentarla con opere notevoli. Sempre -uguale a sè stesso: vagabondo, strano, irregolare; -aveva amato la natura e l'Italia, e il suo amore -per quest'ultima aveva sempre nobilmente e francamente -manifestato, ma accompagnava poi questa -sua nobiltà di condotta poetica con molte stranezze -nella vita; ed ebbe per l'una e per le altre -molti dolori e molte tristi vicende. In questi dieci -anni egli dalla Toscana, dove aveva un così acerbo -persecutore in Francesco Domenico Guerrazzi, si -era rifugiato a Torino e là, all'ombra della Croce -Sabauda, a cui aveva rivolto l'occhio confidente -anche quando altri faceva le viste di non accorgersene, -ben visto a Corte, seguitava a poetare, -perchè il poetare, per Giovanni Prati era non -una dilettazione istintiva, non un'operazione intermittente, -era come un abito inscindibile dalla sua -natura, e di continuo componeva versi, e, quel che -è anche più strano, nessuno lo aveva mai visto -comporre versi a tavolino. Andava errando come -aveva fatto sempre, e lo vedevano pei Portici di -Po brontolando seco stesso i suoi endecasillabi o i -suoi settenari, sempre con in bocca un sigaro, che -spesso gli si spengeva; allora chiedeva fuoco al -<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span> -primo che incontrava, e riacceso il mozzicone continuava -a mormorare dei versi. Più di una volta -fu preso per un pazzo. -</p> - -<p> -In questo decennio Giovanni Prati ha composto -su per giù due volumi di versi, nei quali si -nota uno spiccato e opposto carattere d'arte. Nei -poemi è sempre il bizzarro ingegno romantico di -<i>Edmenegarda</i> e delle <i>Ballate</i>: come prima, vagheggia -il fantastico, lo strano, l'avventuroso. Nella -forma non si corregge o peggiora. Infatti, leggendo -a Torino il suo poema <i>Ridolfo</i> fece accapponare -la pelle al buon Terenzio Mamiani per delle forme -veramente strane e eteroclite. Un lavoro di miglior -avvenire si ha nella <i>Battaglia Imera o Jerone</i>, una -specie di visione antica che lampeggia alla mente -del poeta e che pare il preludio di quella mirabile -castigatezza di gusto che egli qualche anno dopo -doveva conquistare per dono felicissimo della sua -natura, e che lo metteva in grado di comporre i -due <i>Sogni</i>, di tradurre non indegnamente Virgilio -e di pensare a verseggiare quel <i>Canto ad Igea</i> -che par davvero un frammento di serena poesia -antica. Il secondo volume ci dà invece un Prati -fortemente compreso della missione civile e politica -del poeta italiano: e tutti i grandi argomenti -che occupano la vita italiana, che accennano ai -dolori del presente e alle speranze dell'avvenire, -tutti si rispecchiano fervidamente in quelle sue liriche -<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span> -alate, che anche oggi non si possono leggere -senza commozione. L'anno scorso, o Signore, vi ho -citato alcuni passi della superba <i>Trenodia</i> in cui, -celebrando il ritorno da Oporto delle ceneri di Re -Carlo Alberto, egli volle evocare tutto il sogno -poetico della federazione italiana del Quarantotto, -gettando un ultimo grido di supplicazione ai principi -della penisola. Indi egli si volse da quella parte, -ove solo le speranze parevano attendibili, voglio -dire alla spada, al senno e alla lealtà di Re Vittorio. -Ora sentite con che accenti egli ricorda i giovinetti -toscani eroicamente caduti a Curtatone: -</p> - -<div class="poem"> -<p>Quando la fredda luna</p> -<p class="i2">Sul largo Adige pende,</p> -<p class="i2">E i lor defunti l'itale</p> -<p class="i2">Madri sognando van;</p> -<p class="i4">Un coruscar di sciabole,</p> -<p class="i2">Un biancheggiar di tende,</p> -<p class="i2">Un moto di fantasimi</p> -<p class="i2">Copre il funereo pian.</p> -<p>E via per l'aria bruna</p> -<p class="i2">Sorge un clamor di festa:</p> -<p class="i2">«L'ugne su voi passarono</p> -<p class="i2">De' barbari corsier;</p> -<p class="i4">Viva la bella Italia!</p> -<p class="i2">Orniam di fior la testa;</p> -<p class="i2">O vincitori o martiri</p> -<p class="i2">Bello è per lei cader.</p> -<p>E chi, evitato il nero</p> -<p class="i2">Tartaro, ancor respira,</p> -<p class="i2">Abbia in retaggio il funebre</p> -<p class="i2">Pensier di chi morì,</p> -<p><span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span></p> -<p class="i4">Seme di sangue provoca</p> -<p class="i2">Messe di brandi e d'ira;</p> -<p class="i2">Fatevi adulti, o pargoli</p> -<p class="i2">Per vendicarci un dì!»</p> -<p>Il guardïan straniero</p> -<p class="i2">Dall'ardue rôcche ascolta.</p> -<p class="i2">E le canzoni insolite</p> -<p class="i2">Lo stringono di gel;</p> -<p class="i4">E il pian mirando e il torbido</p> -<p class="i2">Stuol degli spettri in volta,</p> -<p class="i2">Pensa le patrie roveri</p> -<p class="i2">E il nordico suo ciel.</p> -<p>E sclama anch'ei: «Di meste</p> -<p class="i2">Larve simili è piena</p> -<p class="i2">Pur la mia tenda ungarica</p> -<p class="i2">O il mio boemo suol,</p> -<p class="i4">E a me, che schiavo indocile</p> -<p class="i2">Veglio l'altrui catena,</p> -<p class="i2">Pace l'avara tenebra</p> -<p class="i2">Nega e letizia il Sol.</p> -<p>Oh, falco, che da queste</p> -<p class="i2">Turrite rupi inarchi</p> -<p class="i2">L'ale alla fuga, intendere</p> -<p class="i2">Potessi il mio desir!</p> -<p class="i4">Ma se per tanto d'aëre</p> -<p class="i2">Sino al mio ciel tu varchi,</p> -<p class="i2">Di' a' figli miei che abborrano</p> -<p class="i2">In servitù perir!»</p> -<p>Così con varii modi</p> -<p class="i2">Canta chi vinse e giacque,</p> -<p class="i2">Ma in un medesmo palpito</p> -<p class="i2">Arde il medesmo ver,</p> -<p class="i4">Mentre la luna naviga</p> -<p class="i2">Sovra il cristal dell'acqua</p> -<p class="i2">E giù nel pian si sperdono</p> -<p class="i2">Gli spettri dei guerrier....</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span> -</p> - -<p> -Quando Giosuè Carducci dettò quelle sue malinconiche -e bellissime strofe per l'anniversario dei -morti di Mentana, si ricordò egli di questo componimento -del Prati. V'ha somiglianza di metro, di -rime, e perfino ricorrenza di certe frasi e di certe -immagini. Nell'una e nell'altra, i morti parlano -pietosamente alla patria; e un senso di paura passa -negli avversari. Con una audacia veramente lirica, il -Prati affrontò in questo decennio tutti i più scabrosi -argomenti che toccavano alla vita italiana. Luigi -Napoleone di Presidente della Repubblica si fa a -un tratto Imperatore; e Giovanni Prati gli volge -un'ode che a quei giorni andò famosa in Italia e oltre -l'Italia, in cui apostrofa vivamente, quasi assale -di interrogazioni e di problemi imperiosi il nuovo -Sire incoronato di Francia. -</p> - -<div class="poem"> -<p>Hai vinto. Or ben. Qual premio</p> -<p class="i2">Dalla vittoria attendi?</p> -<p class="i2">Sali. E l'antica porpora</p> -<p class="i2">Di Clodoveo ti prendi.</p> -<p class="i2">Ma la fortuna, o Principe,</p> -<p class="i2">Ha giuochi infami. E bada....</p> -</div> - -<p> -Qui incominciano i consigli, le ingiunzioni, le -minacce: -</p> - -<div class="poem"> -<p>Se col vorace e barbaro</p> -<p class="i2">Settentrïon t'annodi,</p> -<p class="i2">Perduto sei. La gloria</p> -<p class="i2">Ti mancherà dei prodi....</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span> -</p> - -<p> -È tutto un programma di politica in versi -piani e sdruccioli; e letto oggi a tanta distanza -dagli eventi, l'effetto non è sempre serio; ma anche -oggi la lirica del Prati ci commuove quando, verso -la fine, parla al Bonaparte d'Italia: -</p> - -<div class="poem"> -<p>Sol, pei materni visceri,</p> -<p class="i2">Ti prego a giunte mani,</p> -<p class="i2">Non obliar, nel turbine</p> -<p class="i2">Del tuo fatal dimani,</p> -<p class="i2">Questa obliata Italia</p> -<p class="i2">Dal sorger tuo; quest'Eva,</p> -<p class="i2">Che a te le braccia leva</p> -<p class="i2">Consunte di dolor.</p> -<p>Mille de' suoi, che dormono</p> -<p class="i2">Là tra le scizie nevi,</p> -<p class="i2">Per Chi tu sai, fantasimi</p> -<p class="i2">Tetri, placar tu devi,</p> -<p class="i2">Pensa alla madre; al cenere</p> -<p class="i2">Dell'Alighier. Nefando</p> -<p class="i2">Di Bonaparte è il brando,</p> -<p class="i2">S'egli altri numi ha in cor.</p> -</div> - -<p> -Le esortazioni e i vaticinii del Poeta, dovevano -attingere valore dal tempo; ed ora noi li congiungiamo -ai ricordi del colloquio di Plombières, di -Magenta e Solferino. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -Aleardo Aleardi ebbe anch'esso anima vera di -poeta; ma ebbe indole diversa. Anche al fisico, -quantunque tutt'e due fossero belli uomini, al -<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span> -portamento i due molto si diversificavano. Aleardo -Aleardi composto, dignitoso, contegnoso. Con la sua -bella chioma spartita sulla fronte e con la pettinatura -impeccabile mi faceva pensare a un verso -di Gaspare Gozzi, ove descrive i capelli dei damerini -del suo tempo. Aveva il parlare sentenzioso, la -frase rotonda, e volentieri batteva il pugno quando -voleva asserire qualcosa di solenne. Aleardo -Aleardi fu troppo lodato, e fu sventura per lui. Io -mi ricordo che un critico, poco dopo il '60, metteva -nientemeno che il nome di Aleardo Aleardi vicino -a quello di Dante Alighieri; e io provai una profonda -pietà per Aleardo Aleardi. Infatti egli dovette -scontar poi, con un rapido rovescio della fortuna -della sua fama e quasi con l'oblio, l'eccesso delle -lodi prodigategli dai compiacenti contemporanei. -</p> - -<p> -L'Aleardi lasciò scritto di sè che da ragazzo -aveva provato una grande inclinazione per la pittura, -e specialmente pel paesaggio; ma gli era -stata così severamente interdetta e combattuta dal -padre, che dovette abbandonarla. Questa sua inclinazione -alla pittura di paese si riflette qua e là nei -suoi componimenti in modo manifesto: -</p> - -<div class="poem"> -<p>Ogni eminenza dopo la procella</p> -<p class="i2">Versa per cento conche</p> -<p class="i2">In curve e fuggitive</p> -<p class="i2">Cascatelle il soverchio de la piova:</p> -<p class="i2">Suonano le spelonche</p> -<p class="i2">A la cadenza di frequenti stille:</p> -<p><span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span></p> -<p class="i2">Brilla l'immenso verde,</p> -<p class="i2">E tutta di vaganti iridi piena</p> -<p class="i2">È la silvestre scena.</p> -</div> - -<p> -L'Aleardi ci dà molti di questi quadretti: veri -paesaggi di poeta, ove si uniscono e s'armonizzano -le voci e i colori in un tutto animato e -vivente. E non mancano i paesaggi a grandi linee, -entro le quali s'inquadrano dei drammi di pietà -umana e tragici ricordi di storie e di leggende. -Udite questo pezzo del carme <i>Il Monte Circello</i>, -composto, si noti, nel 1845. -</p> - -<div class="poem"> -<p>Vedi là quella valle interminata</p> -<p class="i2">Che lungo la toscana onda si piega,</p> -<p class="i2">Quasi tappeto di smeraldi adorno,</p> -<p class="i2">Che de le molli deità marine</p> -<p class="i2">L'orme attenda odorosa? Essa è di venti</p> -<p class="i2">Oblïate cittadi il cimitero;</p> -<p class="i2">È la palude, che dal Ponto ha nome.</p> -<p class="i2">Sì placida s'allunga e da sì dense</p> -<p class="i2">Famiglie di vivaci erbe sorrisa,</p> -<p class="i2">Che ti pare una Tempe, a cui sol manchi</p> -<p class="i2">Il venturoso abitatore. E pure</p> -<p class="i2">Tra i solchi rei de la Saturnia terra</p> -<p class="i2">Cresce perenne una virtù funesta</p> -<p class="i2">Che si chiama la Morte. — Allor che ne le</p> -<p class="i2">Meste per tanta luce ore d'estate</p> -<p class="i2">Il sole incombe assiduamente ai campi,</p> -<p class="i2">Traggono a mille qui, come la dura</p> -<p class="i2">Fame ne li consiglia, i mietitori:</p> -<p class="i2">Ed han figure di color che vanno</p> -<p class="i2">Dolorosi all'esiglio; e già le brune</p> -<p class="i2">Pupille il velenato aëre contrista,</p> -<p><span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span></p> -<p class="i2">Qui non la nota d'amoroso augello</p> -<p class="i2">Quell'anime consola, e non allegra</p> -<p class="i2">Niuna canzone dei natali Abruzzi</p> -<p class="i2">Le patetiche bande. Taciturni</p> -<p class="i2">Falcian le mèssi di signori ignoti;</p> -<p class="i2">E quando la sudata opra è compita</p> -<p class="i2">Riedono taciturni; e sol talora</p> -<p class="i2">La passïone dei ritorni addoppia</p> -<p class="i2">Col domestico suon la cornamusa....</p> -</div> - -<p> -Vi consiglio anche di leggere nelle <i>Prime -storie</i> la descrizione del Diluvio universale, nella -quale l'Aleardi ha saputo unire alla evidenza del -quadro alcuni tocchi di fantasia che ne accrescono -il mistico terrore. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -I difetti della poesia di Aleardo Aleardi io non -mi propongo qui di numerare e di analizzare partitamente. -Vi dirò solo che dalla lettura dei suoi -versi io ho ritratto il convincimento che in lui non -fosse profonda la coltura letteraria e sufficiente -la preparazione per dare sempre alla forma poetica -quella sicura e precisa finitezza che le procaccia -il duraturo suffragio degli uomini di buon -gusto. Egli è spesso morbido, vago, indeterminato: -il suo tocco, troppe volte non è sicuro e -non coglie nel segno voluto; e allora cerca una -simulazione di precisione in qualche immagine che -non è sempre di buon gusto. Circa la novità, vuol -<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span> -differenziarsi dagli altri, e principalmente da Giovanni -Prati, di cui sente la rivalità perigliosa; ma -la novità cercata è tante volte a spese del buon -gusto. Le sue immagini sono talvolta troppo cercate -e sconfinano nel barocco; come quando vi dice -che una campana suona per la valle «limosinando -carità di preci,» proprio come un frate o un mendicante -qualunque! Oppure quando, compiacendosi, -al solito, della sua botanica, vi dice che sul -ciglio di un burrone, dei ranuncoli, delle passiflore -e non so quali altri fiori, stanno brontolando fra -loro parole di congiura contro la vita degli uomini!... -Soprattutto io credo che la poesia di Aleardo -Aleardi fosse malata di un femminismo estetico. -Io non so trovare altro nome; ma un fatto, pur -troppo, vi corrisponde. Vi sono troppe Marie in -quei suoi componimenti! È venuto l'Epistolario, -che ha messo in evidenza anche troppo, la soverchia, -la stemperata amatività di lui. Io credo che -se l'amore della donna è un prezioso coefficente -per la poesia, e per l'arte, quando le donne sono -troppe nella vita di un poeta, lo guastano. -</p> - -<p> -La morbidezza dell'Aleardi voi la riscontrate -subito nel suo modo di epitetare. Egli pone, i suoi -epiteti, con sì frequente larghezza, che spesso è -costretto a sostantivarne uno, perchè faccia da -puntello agli altri; e ne esce qualche cosa di forzato -e di equivoco. Per esempio, egli chiamerà un -<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span> -Re in esilio «limosinante indomito e sdegnoso,» -oppure dirà i principi italiani spodestati «pallidi -coronati impenitenti.» Quale tra questi epiteti fa -da sostantivo? Quando apostrofa le sue donne si -serve ancora degli epiteti raddoppiati «povera -grande, povera bella, bella superba!» e via discorrendo. -Vi parranno minutaglie, o Signore, ma -sono questi abiti artifiziosi che indicano, come certe -piccole macchie sulla pelle, la tabe che invade tutto -quanto nelle sue intime parti lo stile del poeta. -</p> - -<p> -E questo artificio si manifesta massimamente -nelle personificazioni. In esse Aleardo Aleardi -è, permettetemi la frase, femmineo fino alla puerilità. -La patria, l'Italia, la Musa; quale, tra i -poeti, non ha invocato la Musa e l'Italia? E la -invoca pure Aleardo Aleardi, anche troppo di -frequente; ma queste grandi astrazioni, queste luminose -entità che devono sovrastare alla mente, -allo spirito del vate, e da cui egli deve attingere -come dall'alto la luce, nello spirito aleardiano -sovente si abbassano, si abbassano, e par che -vadano a sedersi vicino a lui, accanto al suo -letto, accanto al suo tavolino di studio. L'Italia -non è più la grande e cara madre; è la sorella, -è, direste quasi, un'amante: «Sorella mia, vieni, -pigliati in mano il sapiente legno del Nazareno, -mettiti in ginocchio sulla strada, e domandiamo la -carità a quelli che passano!» Similmente, la Musa -<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span> -per l'Aleardi non è la Dea a cui da Omero in poi -si sono rivolti tutti i poeti! Egli la tratta alle volte -come una segretaria, alle volte, non vorrei offenderla, -mi ha l'aria di una sua cameriera!... Il -più delle volte la chiama «sorella» ed ha per lei -delle apostrofi varie; ora complimenti, ora carezze -e baci, ora corrucci e poi rappaciamenti. Antropomorfismo -morbido, disdicevole, e antipatico. Una -volta il poeta si lamenta di essere abbandonato da -tutti i suoi vecchi amici, e si rivolge alla Musa, e -le dice: «Anche tu mi hai abbandonato, mi tradisci. -Ah non a questo educato io ti avea!» Come -vedete, qui le parti si invertono; non è la Musa -che inspira, come da Omero in poi; è il poeta che -inspira la Musa. Invertimento lezioso, che potè forse -piacere come una novità, ma che adesso viene a noia. -</p> - -<p> -Però, quando abbiamo detto tutto questo, o Signore, -noi non possiamo chiudere gli occhi ai veri -meriti del poeta. Commetteremmo una grande ingiustizia. -Io, che così vi ho parlato, mi compiaccio -di avere assistito commosso alla inaugurazione del -monumento che i veronesi per gratitudine inalzarono -ad Aleardo Aleardi. Egli ebbe una forte e -schietta anima di poeta, e fece della poesia un uso -generoso. Troppo femminismo in lui, lo abbiamo -già detto, ma a lui anche non si può negare il merito -insigne di aver forse più d'ogni altro poeta -unito l'amore della cara donna e l'amore della -<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span> -cara patria. Egli si studiò con nobilissimo intendimento -di fondere insieme questi due sentimenti, -e quando narra nel «Triste dramma» la storia del -povero condannato dall'Austria che, appena giunto -alla carcere, segna nelle pareti il profilo della donna -amata, e in quel profilo si compiace di vedere la -immagine della donna amata e la immagine d'Italia -«che Dio fece insieme così belle e colpevoli,» -noi, anche attraverso il suo cicisbeismo fantastico, -non possiamo fare a meno di cogliere e sentire una -idea generosa. Il poeta veronese immaginò la donna -come mediatrice tra l'uomo e il Creatore, e ministra -amabile e forte della volontà umana nell'adempimento -dei più grandi ideali. E quando nel «Canto -politico», uno dei suoi più infelici canti, di una -lunghezza interminabile, fa salire lo spirito di una -donna fino al trono di Dio a invocare pietà per -la patria italiana in nome di tutto ciò che vi ha -di bello, di nobile, di gentile nella umana natura, -noi non possiamo difendere l'animo nostro da un -senso di compiacenza e di ammirazione. Leggendo -le liriche dell'Aleardi, anche le meno fortunate e -le meno riuscite, il nostro pensiero corre spontaneo -a quelle nobili gentildonne veneziane e lombarde, -che tanto contribuirono a mantenere in Italia viva -la fiaccola del patriottismo, e che ai campioni della -libertà, e dell'unità della patria non furono larghe -solamente di sorrisi, ma di santi consigli; non seppero -<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span> -solamente amarli ma confortarli pietose e inspirarli -magnanimi, facendosi ad essi compagne nei -duri cimenti e nelle pene! -</p> - -<p> -Sarebbe anche ingiustizia dimenticare che -l'Aleardi si elevò ad altissime concezioni di patriottismo -allargandole oltre i confini della sua -patria, come quando in nobilissimi versi celebrò -e compianse l'eroismo della Nazione polacca, ricordando -le sue benemerenze verso «questa Europa -ingenerosa» che la abbandonava alla tirannia -moscovita. -</p> - -<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p> - -<p> -E ora voi mi domanderete: si riducono solo all'Aleardi -e al Prati i poeti insigni del periodo che -voi avete l'assunto di illustrare? Essi sono certo i -due più insigni. Ho accennato ad altri, e volentieri -mi metterei a mostrare i loro meriti, se mi fosse -consentito dal limite dato al mio discorso. Vi basti, -o Signore, che io abbia accennato qua e là ad alcuni -di essi. Non voglio però tacervi che quando -il decennio dal '49 al '59 stava per chiudersi, studiava -a Pisa un giovinetto maremmano, che aveva -in sè e valorosamente ne' suoi propositi una grande -poesia, umana e civile per la sua patria. -</p> - -<p> -Ho nominato Giosuè Carducci. Egli dissentiva -dagli altri; egli studiava profondamente e diversamente -da quello che usavasi allora in Italia dai più; -<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span> -non si contentava della pura forma, ma con la mente -tenace e penetrante andava giù nella grande sostanza -filologica e linguistica della nazione italiana, -e accennava a voler risalire alle pure fonti della tradizione -indigete e cavare da essa tutte le forme più -precise e più plastiche di una nuova poesia. Un -giorno egli comparve davanti a degli amici e lesse -dei suoi versi, e anche nella scelta degli argomenti -egli si diversificava dagli altri, non erano -donne innamorate o lamentazioni sentimentali, o -salici piangenti, o raggi di luna. Come un antico, -come un pagano, di un fiero paganesimo -però che non si tuffava nell'epicureismo e non -divorziava da nessuna nobiltà di ideali umani, egli -nel «Libero convito» cantava: -</p> - -<div class="poem"> -<p>Beviam, se non ci arridono</p> -<p class="i2">Le liete muse indarno,</p> -<p class="i2">Or che lent'ombra nordica</p> -<p class="i2">Cuopre i laureti d'Arno.</p> -<p>A noi, progenie italica,</p> -<p class="i2">A noi, sangue del Lazio.</p> -<p class="i2">Bacco scintilla e Venere</p> -<p class="i2">E l'armonia d'Orazio....</p> -</div> - -<p> -Con questa superba e schietta intonazione il giovane -poeta esordiva; e, ripeto, dal suo paganesimo -nessuna alta idealità umana e sociale era bandita; -e nel fervore del brindisi accennava alle grandi -virtù civili che l'antichità classica ci raccomandava -co' suoi esempi: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span> -</p> - -<div class="poem"> -<p>Anch'ei Catone intrepido</p> -<p class="i2">La tazza al servo chiese</p> -<p class="i2">E ripensando a Cesare</p> -<p class="i2">Il roman ferro chiese:</p> -<p>E in quel che Bruto vigila</p> -<p class="i2">Su le platonie carte,</p> -<p class="i2">Cassio tra' lieti cecubi</p> -<p class="i2">Gli Idi aspettò di Marte.</p> -</div> - -<p> -Così, o Signore, Giosuè Carducci preparava -a sè stesso un grande avvenire di poeta fino da -allora; e accennava che per la poesia italiana ci sarebbero -state ancora delle giornate di gloria. Lo -chiamavano strano, contorto, oscuro; ma gli uomini -di più fine intelletto e di gusto più squisito -sentivano in lui il maestro di una forma più eletta -nella quale si sarebbero potuti nobilmente rispecchiare -le più nobili tradizioni dell'arte nostra e -tutti i grandi ideali della vita. Terenzio Mamiani, -letta la sua canzone a Vittorio Emanuele II, non -solo offriva a Giosuè Carducci la cattedra di italiano -nell'Università di Bologna, ma vaticinava -in lui il poeta giovane della patria risorta. E voi -e noi tutti abbiamo la prova che il vaticinio dell'illustre -pesarese non è andato smentito dai fatti, e -che la poesia, dopo il Cinquantanove ha continuato -a dare alla vita italiana delle ispirazioni e delle consolazioni. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span> -</p> - -<h2 id="guerrazzi">F. D. GUERRAZZI</h2> - -<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br /> -<span class="x-small">DI</span><br /> -<span class="large g noserif">GIOVANNI MARRADI</span>.</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span> -</p> - -<p class="pad2 indl"> -<i>Signore e Signori,</i> -</p> - -<p class="pad2"> -Nell'anno 1827 uscivano in luce, a poca distanza -fra loro, <i>I promessi sposi</i> di Alessandro -Manzoni e <i>La battaglia di Benevento</i> di Francesco -Domenico Guerrazzi. -</p> - -<p> -Il Manzoni aveva 42 anni, il Guerrazzi 22. <i>I -promessi sposi</i> erano stati preceduti da una aspettazione -grandissima, che nocque al loro immediato -successo e che, sulle prime, li fece quasi parere -una delusione agli ammiratori del grande poeta. -<i>La battaglia di Benevento</i>, invece, non era stata -precorsa da altro rumore che da quello dei formidabili -fischi, onde già i Livornesi avevano accolta -la rappresentazione d'un dramma del loro giovine -concittadino; ma il romanzo trionfò e sbigottì con -quella sua forza selvaggia e feroce, la quale, più -che rivincita d'autore fischiato, sembrò vendetta di -lioncello inasprito. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span> -</p> - -<p> -E il romanzo guerrazziano, di cui si moltiplicarono -subito le edizioni, fu contrapposto al romanzo -manzoniano, come capolavoro si contrappone a capolavoro. -E il Manzoni e il Guerrazzi furon considerati -da molti come capi di due scuole e tendenze -diversissime e opposte, ma ugualmente geniali e benefiche -all'arte e alla patria: sopra tutto alla patria, -che era allora, occulta o palese, la fiamma animatrice -e la ragione suprema dell'arte. -</p> - -<p> -Oggi <i>I promessi sposi</i> tengon di pieno diritto il -primissimo posto nella letteratura italiana di tutto -il gran secolo che tramonta, e <i>La battaglia di Benevento</i> -non si legge ormai più, come non si legge -più forse alcun libro di questo -</p> - -<div class="poem"> -<p>..... re della terribil prosa</p> -<p>Ruggita in faccia ai prepotenti e ai vili.</p> -</div> - -<p> -A poterci rendere qualche ragione di un così -rapido cambiamento avvenuto nei gusti del pubblico, -riguardiamo un po' più da vicino quest'uomo -e questo scrittore che ebbe fama di grande, e riguardiamolo -specialmente nella sua opera letteraria, -che esercitò su i contemporanei tanta potenza. -</p> - -<p> -Della vita politica del Guerrazzi non è forse -venuto ancora il momento di poter giudicare con -illuminata imparzialità, senz'amore e senz'odio; -e se pure ne fosse il momento, -</p> - -<div class="poem"> -<p>Me degno a ciò nè io nè altri il crede;</p> -</div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span> -</p> - -<p> -ond'io lascio ad altri, più competenti di me, il -trattar di proposito questa parte dell'argomento, e -vengo, senz'altro, al poeta. -</p> - -<h3>I.</h3> - -<p> -Ingegno fortissimo e anima fiera, fantasia ignara -di freni e volontà sdegnosa di ostacoli: ecco le qualità -che sortì da natura il Guerrazzi. L'educazione -rigida avuta in famiglia e l'istruzione pedantesca -ingozzata in iscuola, le molteplici e multiformi letture -fatte da lui giovanissimo e i casi della sua vita -agitata fin dai prim'anni, finirono poi di foggiarlo -quale egli ci appare, co' suoi pregi e co' suoi difetti, -in tutta l'opera sua di scrittore e di cittadino. -E i pregi furono in lui certamente più grandi dei -grandi difetti, i quali il più delle volte non erano -che una esagerazione delle sue stesse virtù. Così -l'orgoglio fierissimo, che parve quasi la Musa inspiratrice -d'ogni suo atto e d'ogni suo scritto, fu -in lui consapevolezza eccessiva, ma spesso legittima -e provocata, del proprio valore; e quella sua stessa -ambizione, che parve a molti così smoderata, non -fu che un eccesso di quel nobile amore di gloria -che lo infiammava, di quel foscoliano <i>furore di inclite -geste</i> che il padre suo ed il suo Plutarco gli -avevano acceso nel cuore sin da fanciullo. -</p> - -<p> -<i>Natura eroica</i>, come bene fu detta, era davvero -<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span> -codesta dell'aspro fanciullo, fatto sempre più aspro -dai rimproveri e dalle percosse che, invece di carezze -e di baci, gli dava sua madre. E in quell'eroica -natura, in quell'ardente fantasia solitaria, -in quell'anima tutta chiusa in sè stessa nè mai -confortata d'alcuna dolcezza domestica, è facile immaginar -quali semi dovesse gittare ogni giorno quel -padre severo, quel padre taciturno, che parlava soltanto -per citare a' figliuoli esempî di Plutarco e sentenze -di Dante; è facile giudicar quali germi dovesse -andare svolgendo in quell'indole un padre -che gli brontolava all'orecchio, parlando di Tacito: -«Costui scrisse storia col pugnale; valeva meglio -piantarlo nel cuor dei tiranni!» -</p> - -<p> -Questo l'ambiente familiare nel quale cresceva -il fanciullo Guerrazzi, e in cui si veniva temprando -il carattere che doveva poi stampar tutto l'uomo -sì fortemente, da renderlo segno d'inestinguibile -amore e di odio non anche domato. -</p> - -<p> -Gl'istinti eroici della sua focosa natura, che lo -traevano a tutto ciò che è solenne ed antico, e -l'antiquata accademica disciplina a cui fu sottoposto -da' suoi maestri di lettere, ci spiegano in -parte il suo stile, cioè il carattere dello scrittore. -</p> - -<p> -Il primo di tali maestri, e quello di cui egli -serbò più grata memoria, fu il Padre Spotorno, -barnabita, rappresentatoci dal Guerrazzi come un -Robespierre letterario del 500, che ad ogni ombra -<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span> -di modernità arricciava il pelo come istrice, e che -gl'insegnava la lingua «come s'ingrassano i luci: -uno imbuto in gola, e poi giù una ramaiolata di -Bembo, di Casa, di Baldassar Castiglione, e via discorrendo». -E di siffatti metodi d'insegnamento restarono -sempre le tracce evidenti nella forma letteraria -che piacque al Guerrazzi e che ebbe sì lungo -codazzo di imitatori: forma che ha la copiosa ricchezza -di lingua e il periodo latineggiante dei cinquecentisti, -e qualche volta, come nella <i>Serpicina</i>, -l'arcaica semplicità dei trecentisti migliori, ma che -di latineggiante e di arcaico sa sempre troppo: -forma che si compiace di uno stile magnifico, in -cui l'ideale eroico del poeta si drappeggia come -in un paludamento o in una clamide; forma artificiosa -di un artificio che in lui diventò una seconda -natura, sì che perciò, italianissima sempre, potè -essere spesso eloquente davvero e mirabile d'impeto -e di vigore; ma che, insomma, artificiosa fu -molto, ed a noi apparisce oramai come una specie -di anacronismo. -</p> - -<p> -Chè se si obiettasse come gli stessi metodi pedanteschi -e accademici, comuni allora dal più al -meno a tutte le scuole italiane, non abbian prodotto -in altri scrittori moderni, anche anteriori al -Guerrazzi, gli effetti e i difetti che produssero in lui, -sarebbe ovvio rispondere che le medesime cause operano -diversamente su anime e ingegni diversi. E il -<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span> -Guerrazzi, con quella sua anima antica e con quell'ingegno -grandissimo ma squilibrato, non che assimilarsi -quel primo nutrimento di classiche forme, -ne ebbe per tutta la vita una specie di pletora, e -byroneggiò cruscheggiando. -</p> - -<p> -Ed ecco un altro lineamento caratteristico e definitivo -della sua fisonomia di scrittore, la quale, se -posso sciupare un verso di Dante, -</p> - -<div class="poem"> -<p>Da Byron prese l'ultimo sigillo.</p> -</div> - -<p> -e ne rimase improntata per sempre. -</p> - -<p> -Una mente ardita com'era quella, non poteva, -per quanto classicheggiante, restare insensibile e -chiusa alle novità dei romantici, che tanto contributo -di forme più immaginose e di più libere idee -andavan portando nella moderna letteratura europea. -Non per nulla il discepolo dei Barnabiti aveva -letto, anzi divorato, Ossian insieme ad Omero, la -Radcliffe insieme all'Ariosto, e ne aveva avuta una -specie di febbre al cervello. Calmato il fermento di -quella febbre, il futuro autore della <i>Battaglia di -Benevento</i> dovette sentire con senso più chiaro quel -vivido soffio rinnovatore che il Goethe e lo Schiller, -lo Shelley ed il Byron, lo Chateaubriand e la Staël -avevano spirato anche di qua dalle Alpi, e che di -qua dalle Alpi andava ingrossando in un vento di -rivoluzione. E il Guerrazzi conobbe le letterature -straniere, e ne derivò nuovi elementi di <i>humour</i> -<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span> -alla sua natural vena sarcastica, che doveva essere -una delle sue forze maggiori così nella vita come -nell'arte, e che fece di lui il più tagliente motteggiatore -d'Italia. Ma quella che investì il giovinetto -con soffio più largo e possente, e non tutto benefico, -fu, senza dubbio, la poesia di Lord Byron. -</p> - -<p> -A Pisa, dove il Livornese era andato a studiare -Giurisprudenza, vide il poeta famoso, ne lesse i -poemi, e ne ebbe come la vertigine dell'abisso. -Egli stesso più tardi, con calde e iperboliche immagini, -ci narrò nelle sue <i>Memorie</i> lo sbigottimento -che gli cagionò la rivelazione di quella poesia -e di «quell'anima immensa», e confessò, se ce -ne fosse stato bisogno, che per molti anni non vide -più e non sentì più che a traverso a quella poesia e -a quell'anima. — Frutto immediato di tanta impressione -furono certe sue ottave <i>A Giorgio Byron</i>, -pubblicate una sola volta a Livorno, e dimenticate -poi dall'autore. Ma l'influenza byroniana rimase -pur troppo in quasi tutta l'opera sua narrativa, e -<i>La battaglia di Benevento</i> non fu, si può dire, -che lo scoppio improvviso di quel byronismo satanico, -che ormai gli era entrato nel sangue come -un veleno. E il Guerrazzi, che già vi era disposto -naturalmente, assorbì quel veleno in maniera da -averne colorati i fantasmi, i caratteri, le passioni -sue e de' suoi personaggi in quel primo romanzo, -alterata l'originale spontaneità dell'ingegno privilegiato, -<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span> -e falsata in gran parte la forma di quella -sua <i>prosa poetica</i>, di quel suo lirismo convulso, -di cui con ragione fu detto, che ha del byroniano -e del biblico. -</p> - -<p> -E biblica è anche davvero, specialmente nei romanzi -maggiori e più celebrati, l'intonazione dello -stile guerrazziano lussureggiante di immagini, perchè -spesso il poeta (ed ecco la vera sua gloria!) -tutto inteso a risuscitare la vita sopra una terra -di morti, si erige profeta di libertà; e allora egli -sembra Mosè precinto di tuoni e di lampi sul Sinai, -allora egli sembra Ezechiello che gridi: <i>Sorgete, -ossa aride, su dal sepolcro!</i> Perchè noi, o Signori, -abbiamo troppo dimenticato che l'arte non -fu pel Guerrazzi un'estetica dilettazione da offrire -agl'ignavi d'Italia, ma squillo di guerra contro -chi dava all'Italia catene e patiboli. Sbagliò, e ho -già detto che sbagliò molto, nei mezzi formali che -credè meglio acconci a raggiunger quel fine; ma -il fine fu altissimo sempre, e degno di lode immortale. -E nel fine politico ch'ei si propose, e che non -si stancò mai di ricordare in ogni suo libro, di confermare -in tante sue lettere, è un'altra grande ragione -de' suoi difetti ed eccessi di artista, moltissimi -dei quali furono appunto gli eccessi e i difetti -d'un uomo, che scriveva dei libri perchè non poteva -combattere delle battaglie. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span> -</p> - -<h3>II.</h3> - -<p> -Scrisse il Guerrazzi a Niccolò Puccini che natura -gli aveva posto in corpo «l'argento vivo dell'uomo -d'azione». Il padre spartano, senza forse -saper bene in che fuoco soffiava, gli aveva sempre -sentenziato esser meglio «vivere un giorno come -un leone, che cento anni come una pecora». E il -giovine Francesco Domenico, che era nato leone davvero, -con tutte le rudi energie del popolo livornese -da cui traeva l'origine, si vide tracciata per tempo -la via che doveva percorrere. E in quella via si -cacciò subito fin da ragazzo, fuggendo da casa per -un diverbio avuto col padre, facendo il traduttore -e il revisore di stampe per vivere, e assoggettandosi -a ogni sorta di privazioni, piuttosto che cedere -per il primo. Così il lioncello si agguerriva alla lotta -con una forza di volontà che fu spesso ostinazione -superba, con una tenace perseveranza che doveva -esercitarsi ben presto in più nobile campo. -</p> - -<p> -Studente a Pisa, di 15 anni, fu subito preso di -mira dalla polizia granducale, che lo segnò nel suo -libro nero e lo perseguitò con ammonizioni e perquisizioni -e tribolazioni d'ogni maniera. Bandito -dall'Università per le sue idee troppo liberali, ci -potè tornar dopo un anno, ma sempre osteggiato -dai professori e sorvegliato dai birri. Queste persecuzioni -gli inacerbivano sempre più il carattere -<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span> -e gli accrescevano quel disgusto degli uomini al -quale inclinava, e che il <i>Werther</i> e l'<i>Ortis</i>, il -<i>Manfredo</i> e il <i>Caino</i> avevan diffuso come un contagio -spirituale su l'anime giovani. Ciò non ostante, -a dispetto di tutto, si potè laureare <i>in utroque</i>, e -tornare alla sua Livorno a esercitarvi l'avvocatura, -Dio sa con quanto suo gusto! Con quell'ingegno e -con quell'anima, sentiva che la toga dell'avvocato -gli si adattava «come la catena alla gamba del -galeotto»; e le sue bellissime lettere son piene di -questo lamento: -</p> - -<p> -«La mia anima si è versata come un'onda -d'inchiostro (scriveva nel '47), e poteva prorompere -come un raggio di sole! Io sarò stato in questa -vita dottore e mercante per bisogno, scrittore -per rabbia!» -</p> - -<p> -«Vedete che supplizio! (geme in un'altra lettera). -Io mi curvo sotto la cappa curiale più penosamente -che il collegio degl'ipocriti sotto le cappe -di Dante. Ma la vita erami data come un morso da -rodere. Io morirò avvocato, io nato forse poeta». -</p> - -<p> -E quel morso lo dovè rodere a lungo; e, fra -l'esercizio professionale e le vicende politiche ond'egli -fu parte, si può dire che, fin dopo il '60, i -più lunghi ozi che egli potè consacrare all'arte geniale -furono forse gli anni (e disgraziatamente non -furono pochi) da lui passati in esilio o in prigione. -Ora, se si pensa che quest'uomo d'azione e quest'uomo -<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span> -d'affari potè scrivere tanti libri di immaginazione -e di riflessione quanti ne scrisse, e che -quei libri furon capaci di produrre quei potentissimi -effetti che produssero sopra gli uomini per i -quali furono scritti; è ben forza riconoscere che -quell'uomo non usurpò il nome di grande che i -suoi contemporanei gli diedero, e che sarebbe ingiustizia -e insipienza voler giudicare soltanto coi -freddi criteri dell'arte quei libri vulcanici. -</p> - -<p> -Intanto, se il Guerrazzi si sentiva addosso l'argento -vivo, la polizia toscana non se ne stava con -le mani alla cintola; e dopo avergli dato il precetto -della sera come si dà ai malfattori, dopo avergli -soppresso nel '29 <i>L'Indicatore livornese</i> che -egli aveva fondato da pochi mesi insieme con Giuseppe -Mazzini e con Carlo Bini, dopo averlo confinato -a Montepulciano pei liberi sensi da lui espressi -nell'<i>Elogio di Cosimo Del Fante</i>, dopo averlo imprigionato -pei fatti del '31 senza accusa determinata -e poi rilasciato senza processo; nel 1834 lo -arresta di nuovo come cospiratore e lo chiude nel -forte di Stella a Portoferraio. Ivi nacque <i>L'assedio -di Firenze</i>, col quale l'autore, inspirandosi ancora -alla storia italiana, creava, anche più arditamente -che con <i>La battaglia di Benevento</i>, una -nuova forma di romanzo storico. -</p> - -<p> -Nulla infatti hanno di comune i romanzi del -Nostro con quelli di Walter Scott o del Cooper, -<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span> -dai quali diversificano formalmente e sostanzialmente, -e coi quali non potrebbero venire paragonati -che per la ragion dei contrari. E poi disse -bene il Chiarini, che chi proprio voglia trovare -ai romanzi del Guerrazzi una derivazione o una -parentela, non la deve cercare fra i romanzieri che -lo precederono, ma fra i poeti; deve cercarla nei -poemi e nei drammi dello Schiller e del Niccolini, -oltre che in quelli del lord inglese. E di poeta fu -sempre nel Livornese non solamente la forma della -sua prosa, ma ancora e più il modo tutto suo soggettivo -e passionatissimo di sentir la natura, di intender -la storia, di concepire la vita, e di riprodurle -nell'opera d'arte. Così avesse avuta il Guerrazzi almeno -una piccola parte di quella oggettiva serenità, -di quella equabilità quasi olimpica che permise allo -Scott e al Manzoni di guardare la storia e la vita -con occhio limpido e acuto, e di eternarle nell'arte -con mano ferma e sicura! Egli invece vide tutte le -cose con occhio di febbricitante, quando non le vide -con occhio di bove che gliene esagerava le proporzioni; -vide il mondo soltanto a traverso l'anima -sua sempre buia, e stampò di sè, sempre di sè, soltanto -di sè, la storia e la vita. Nè gli venne fatto -così, credo io, per imitare anche in questo il suo -Byron, ma proprio perchè era nato così, e perchè, -volendo che i suoi romanzi fossero piuttosto <i>azioni</i> -che <i>libri</i>, credeva di poter conseguir meglio il suo -<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span> -scopo immediato col dare a tutte le età da lui evocate, -a tutti i personaggi da lui creati, i suoi spiriti -feroci e le sue passioni fortissime: simile in ciò, -più di qualunque altro scrittore italiano, a Vittorio -Alfieri, del quale aveva ereditata tutta la maschia -energia dell'ingegno e dell'animo. -</p> - -<p> -Oltre che in questi caratteri soggettivi, la singolarità -del romanzo guerrazziano consiste anche nel -modo e nella misura con cui vi si mesce la storia -alla favola, il verosimile al vero. Ciò è già evidente -nella <i>Battaglia di Benevento</i>, dove la storia costituisce -la parte essenziale del quadro, e storiche ne -sono quasi tutte le figure principalissime, se si eccettua -il protagonista Rogiero. Ora è certo che questo -non fu il sistema seguito nei suoi molti romanzi -dal grande Scozzese, nè dal grandissimo -Lombardo nell'unico suo, perchè ivi la storia non -fa che da sfondo o da scena, e ideali ne sono gli -attori principali e i principali casi del dramma -che vi si svolge. È ben vero però, che il sistema -onde fu composta <i>La battaglia di Benevento</i> era -ancora un po' incerto ed ambiguo, come quello che -non permette al lettore di scernere chiaramente il -vero dal verosimile; e perciò porgeva il fianco più -agevolmente alle accuse non sempre giuste che -furono mosse al romanzo storico, condannato in teoria -dallo stesso Manzoni che, nella pratica, aveva -creato il capolavoro del genere. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span> -</p> - -<p> -Il Guerrazzi sentì certo gl'inconvenienti che -derivavano da quella specie di mezza misura che -aveva prima adottata, e nel secondo romanzo fece -addirittura del fatto storico il vero e solo soggetto -del quadro suo grandioso, senza aggiungervi del -proprio che poche figure accessorie e qualche episodio. -</p> - -<p> -Ma queste novità non ci spiegherebbero punto -l'impressione straordinaria che l'Arte del Guerrazzi -produsse su gl'Italiani fino dalla comparsa del suo -primo romanzo, se l'Autore, poco più che ventenne, -non vi avesse rivelata subito e davvero una -forza d'ingegno meravigliosa. I più severi, pur -deplorandone i deplorevoli eccessi, dovettero ammirar -quella forza, e G. B. Niccolini ringraziò Dio -che voleva consolare di tanto intelletto la povera -Italia. E ancora, con tutti i suoi difetti enormissimi, -<i>La battaglia di Benevento</i> rimane uno dei migliori -scritti narrativi del Nostro per gagliardia di -composizione e pel rilievo di alcuni caratteri. E -se i suoi pregi non bastassero a darci ragione del -fàscino che esercitò su i contemporanei, ce la darebbero -i suoi difetti, che, impressi di quella singolar -tempera guerrazziana, parvero pregi e virtù. -Pregi e virtù sopra tutto (come per un momento -suole accadere d'ogni apparenza di novità e di ogni -ingegnosa stranezza) sembrarono le intemperanze di -quella prosa poetica, le enfasi di quelle liriche divagazioni, -<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span> -che rispondevano così bene ai gusti romantici -dei primi decenni del secolo, cullandoli in -una colorita larghezza di ritmi che nessun'onda di -poesia aveva mai superati. Il nostro pubblico imparò -a memoria quei larghi periodi come un tempo le -ottave del Tasso, e F. D. Guerrazzi fu salutato il -<i>poeta della prosa italiana</i>. -</p> - -<h3>III.</h3> - -<p> -«Popolo italiano, già signore, oggi locandiere -di tutte le genti del mondo!» fremeva nella <i>Battaglia -di Benevento</i> il Guerrazzi. E in questo fremito, -fiero di shakspeariano disprezzo, è il primo -segreto della tetraggine irosa dello scrittore, la -causa prima della disperazione che irrompe come -una fiamma sinistra da tutto il romanzo. -</p> - -<p> -Passato quel periodo acuto di parossismo byroniano, -la coscienza del cittadino si era andata -formando più chiaramente nello scrittore, e lo scrittore -allora volle drizzar quella fiamma a scaldare -ed accendere il cuor della patria. Per eccitar la -sensibilità dell'Italia caduta in letargo, egli la feriva, -«e nelle ferite infondeva zolfo e pece infuocati». -Sono sue parole anche queste, e queste parole -ci dicon gl'intenti coi quali fu concepito il suo -capolavoro. -</p> - -<p> -Disgraziatamente, il periodo di tempo nel quale -<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span> -egli scrisse <i>L'assedio di Firenze</i> fu uno dei più -dolorosi di tutta la sua vita. Nel giro di pochi -mesi gli perirono le persone più care: gli morì, fulminata -nel cuore, l'unica donna che amò, e quando -lo seppe, ne incanutì in una notte; gli mancò il -padre suo, che, rigido ma affettuoso e consapevole -dell'ingegno del figliuolo, lo aveva educato a sensi -magnanimi; perdè in Carlo Bini l'amico più buono -e geniale della sua giovinezza, e in Tommaso Bargellini -il suo più tenero compagno d'infanzia; e -finalmente perdè, quasi assassinato, il fratello Giovanni, -che gli lasciò su le braccia, per solo retaggio, -due orfani. -</p> - -<p> -Con tanto cumulo di dolori caduti l'uno di -seguito all'altro su l'anima sua esulcerata dalla -nuova prigionia, non deve dunque far meraviglia -se pur nel suo capolavoro abbondino le tinte fosche -anche più di quel che il soggetto tragico le richiedesse, -nè deve parer troppo strano che un libro -siffatto cominci con un lamento. -</p> - -<p> -Anche il lamento, per altro, non è, e non poteva -essere in un tal uomo, querimonia e rassegnazione, -ma sfida e minaccia. E il Guerrazzi che, custodito -nella sua segreta, impreca ai tiranni della terra, -somiglia un po' (e non senza un tantino di <i>posa</i>) a -Prometeo, che, inchiodato alla rupe, impreca al -tiranno del cielo. Più nobile e più eloquente, in ogni -modo, quando, poche pagine dopo, restando dal -<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span> -maledir gli oppressori, si volge a eccitare gli oppressi: -«Finchè, sollevandosi al cielo, le vostre -braccia sentiranno il peso dei ferri nemici, non -supplicate; Iddio sta coi forti! La vostra misura -di abiezione è già colma; scendere più oltre non -potete; la vita consiste nel moto; dunque sorgerete! -Ma intanto abbiate l'ira nel cuore, la minaccia sui -labbri, nella destra la morte. Tutti i vostri Iddii -sprezzate; non adorate altro Dio che Sabaoth, lo -spirito delle battaglie. Voi sorgerete.» -</p> - -<p> -E seguita ancora, sempre più terribile e sempre -profetico, perchè qui veramente nel Titano -risorge il Profeta, e la sua prosa assurge a una -vera altezza lirica e biblica, che non è più byronismo, -che non è più maniera, che non è più -rettorica.... E se oggi par tale, benedetta quella rettorica! -Il suo fremito, allora, faceva fremere tutti, -tutti scoteva quell'impeto e inebriava quell'odio; e -le pagine del poema, copiate con lunghe fatiche e -passate di mano in mano furtivamente, correvano -intanto, rapide come un incendio, l'intera penisola. -</p> - -<p> -L'autore dell'<i>Assedio di Firenze</i> non è un romanziere -o uno storico, non è neppure soltanto un -poeta o un profeta, ma un combattitore e un vendicatore: -vendicatore di tre secoli di servitù, di tre -secoli d'ignominia, quanti ne erano corsi dalla caduta -della repubblica fiorentina, sopraffatta dall'armi -e dai tradimenti di Carlo V e di Clemente VII; -<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span> -che è quanto dire dalla caduta dell'ultima libertà -italiana affogata nel sangue, dall'ultimo moto del -cuore d'Italia, che per trecento anni doveva cessare -di battere. -</p> - -<p> -E il Guerrazzi fu pari, per ingegno e per animo, -all'alto argomento, in mezzo al quale ci trasporta -con passione di attore e di contemporaneo, più -che con calma di storico. E noi vediamo tutto un -popolo eroico muoversi e agitarsi nelle sue pagine, -dove (lo notò primo il Mazzini) Firenze sola è protagonista. -Vi sono figure principali, anzi colossali, -che staccano in piena luce di gloria nella composizione -del grandissimo affresco: Francesco Ferrucci, -Michelangelo Buonarroti, Dante da Castiglione, il -gonfaloniere Carduccio, e quel macro profilo di -Fra Benedetto da Foiano, dalle cui labbra inspirate -sembra prorompere sotto le arcate di Santa Maria -del Fiore lo spirito del Savonarola vegliante su la -tradita repubblica; ma unico e vero protagonista -del libro è la patria, e ne è anima l'anima sempre -presente dello scrittore. -</p> - -<p> -Peccato che egli abbia voluto turbare quell'ideale -unità con episodii domestici, che male interrompono -e ritardano lo svolgimento dell'azione -storica, e che al confronto di quella grande azione -rimpiccoliscono troppo! Ma egli, per il suo fine -politico, volle forse indulgere ai gusti del tempo e -del pubblico, e per esser letto da tutti, intrecciò -<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span> -alla storia le fila di quel tetro romanzo d'amore -che commosse tanti animi, e che oggi mi sembra -una specie di melodramma vittorughiano interpolato -in una epopea. -</p> - -<p> -E un'epopea veramente fu questo libro; epopea -cui non manca che il verso, non l'onda del -numero. E l'onda poetica della prosa guerrazziana, -prescindendo dalle intemperanze che le son consuete, -è qui al suo posto assai più che in altri -romanzi del Nostro. Egli stesso chiamò <i>poema</i> questo -suo libro, e con tutta ragione: epica ne è la -materia, epici ne sono gli eroi, epici furon gli effetti -che esso produsse, affrettando le <i>giornate del -nostro riscatto</i>. -</p> - -<p> -Ma a noi che importa del nome col quale si -debba chiamare un libro che operò quei miracoli? -Se c'è una cosa che importi, è questa soltanto: che -il libro, il quale operò quei miracoli sopra un'intera -generazione, la generazione presente più non -lo legge, perchè l'esecuzione non corrisponde in -esso alla ispirazione caldissima. Anche l'autore, -più tardi, dichiarò essergli sembrata <i>necessaria</i> ma -detestabile l'arte onde fu concepito <i>L'assedio di -Firenze</i>. Ma, ad onta di tutto, vi sono bellezze -di primissimo ordine in questo romanzo o poema -che voglia chiamarsi; e poema o romanzo che sia, -non dobbiamo dimenticare che i nostri padroni di -allora, i nostri padroni di Vienna, lo condannarono -<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span> -e lo temerono come una battaglia vinta contro -di loro; che per l'Austria fu una minaccia e -una sfida ad oltranza, come per noi fu conforto e -argomento a risorgere e a insorgere contro di lei. -Minaccia e conforto, protesta ed augurio, rivendicazione -e glorificazione: ecco, o signori, ciò che -fu questo libro. -</p> - -<h3>IV.</h3> - -<p> -La fama del Guerrazzi, già grande, divenne -grandissima e popolare dopo la comparsa dell'<i>Assedio -di Firenze</i>, che fu dovuto stampare a Parigi -con lo pseudonimo di Anselmo Gualandi. E quella -fama consolidarono o accrebbero le varie opere -pubblicate da lui successivamente nel giro di pochi -anni: <i>Veronica Cybo</i>, una di quelle storie di -sangue che piacquero troppo all'autore, ma forte e -rapida, senza divagazioni e senza lirismi; <i>Isabella -Orsini</i>, altra domestica tragedia quasi gemella alla -precedente, ma più lenta e più faticosa di quella; -poi le <i>Orazioni funebri di illustri italiani</i>, sempre -nobili di pensiero e calde di sentimento civile; e -poi <i>I nuovi tartufi</i>, modello di narrazione acremente -umoristica, e battaglia politica contro i seguaci -di idee moderate. Ma della sua potenza di -grande umorista il Guerrazzi aveva già dato un -saggio mirabile fin dal suo esilio di Montepulciano, -<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span> -ove scrisse quel minuscolo capolavoro che è ancora -<i>La serpicina</i>. In questa breve novella è svolto un -concetto estremamente pessimistico dell'umanità, -con una forza di <i>humour</i> a cui conferisce grazia -quel sapore d'antico che è nello stile, e ne tempera -l'amarezza. Quando, per altro, l'autore volle insistere -troppo su quello stesso concetto, diluendolo -nell'interminabile arringa dell'<i>Asino</i> contro il genere -umano, riuscì fastidioso e pesante, e tutto quello -sforzo di erudizione e di satira arguta non potè dar -ragione all'immane raquisitoria dell'indignato e -sapiente quadrupede. -</p> - -<p> -Quanto meglio, qualche anno dopo, rifulse -l'estro umoristico del Livornese in quel raggio di -sole che è <i>Il buco nel muro</i>, vero raggio di sole -in mezzo a tutta la tetra opera sua, e vero inno -alla pace serena della famiglia, di cui non pareva -capace quell'<i>orco</i>, quel <i>parricida</i>, quel <i>rorator di -fanciulli</i> che fu predicato il Guerrazzi! -</p> - -<p> -Nè, fra le molteplici occupazioni letterarie e -forensi, cessava l'attività politica del cittadino, come -non veniva mai meno nello scrittore il pensiero della -patria, inspiratore diretto o indiretto di ogni suo -libro. Così nel '47, pubblicando l'elogio di Amelia -Calami, traeva anche da esso occasione a ribattere -il suo <i>Delenda Carthago</i>, e terminava lo scritto con -queste fiere parole: «Chè se alcuno osserverà, nè -pietoso nè savio essere stato il consiglio di mescere -<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span> -tanto odio nel discorso funerale di mitissima donna, -io gli rispondo che la mia religione mi insegna -acuire sopra le tombe, sopra gli altari, sui fonti -battesimali, su tutto, la spada che deve alla fine -affrancare l'Italia dallo abborrito straniero. Catone -il Censore costumava concludere ogni sua orazione -col motto: <i>Vuolsi sovvertire Cartagine</i>; sicchè, -poco prima che spirasse, l'anima sua esultò delle -puniche fiamme. Così gl'Italiani finiscano prece, -lettera, orazione, tutto, con le parole: <i>Fuori stranieri!</i> -E gli stranieri, sotto lo indomabile odio, anderanno -dispersi. Allora poi favelleremo d'amore.» -</p> - -<p> -In quello stesso anno 1847, nell'imminenza di -quelli avvenimenti politici che egli aveva cooperato -a maturare, lanciò per le stampe il <i>Discorso -al Principe e al Popolo</i>, col quale chiedeva al Granduca -una costituzione. Se non che, di lì a poco, accusato -di macchinazione pericolosa contro il Granduca -medesimo, venne arrestato di nuovo e di -nuovo mandato a Portoferraio. Prosciolto per insufficienza -di prove quando già era stata promulgata -la costituzione, riuscì deputato al Consiglio -toscano, ma non pei suffragi dei Livornesi. E poichè -a Livorno erano scoppiati disordini, egli vi -andò paciere, sedò quei tumulti, spadroneggiò, e -si creò nuovi nemici. Intanto, mentre egli era già -al potere come ministro dell'interno col Montanelli, -Leopoldo II fuggiva da Firenze l'8 febbraio del -<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span> -'49, e si formava un governo provvisorio col noto -triumvirato, che fu in realtà una vera dittatura -del solo Guerrazzi. -</p> - -<p> -Deputato e ministro, triumviro e dittatore, la -sua vita di quel tempo appartiene alla storia, e la -storia la giudicherà. I contemporanei lo fecero segno -ad accuse che è carità di patria non raccogliere; -lo accusarono, fra altro, di malversazione -del pubblico danaro, e fu luminosamente provato -che lo amministrò con tanta rettitudine da averci rimesso -del suo. Potè commettere errori, non colpe; -ma è certo che temperò molti eccessi, frenò molti -abusi, e impedì con gran senso pratico la proclamazione -della repubblica toscana, resistendo al Mazzini -che gliela imponeva. Non eran quelli i momenti -da pensare a repubbliche; tanto è vero che il mese -appresso ogni concetta speranza cadeva a Novara, e -che il Granduca tornò a Firenze, e ci tornò con gli -Austriaci. E il Granduca e gli Austriaci seppellirono -il Dittatore nel mastio di Volterra, lo sottoposero a -iniquo processo, per delitto di lesa maestà, e dopo -quattro anni d'iniquo processo lo condannarono all'ergastolo, -commutatogli nell'esilio perpetuo. -</p> - -<p> -A questa quarta prigionia e a questo lungo processo -dobbiamo uno dei libri più belli del Guerrazzi, -l'<i>Apologia della sua vita politica</i>, e il più tristo di -tutti i suoi libri: <i>Beatrice Cenci</i>. -</p> - -<p> -«Scritto in carcere e generato perciò fra lacrime -<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span> -e sangue» disse l'autore questo romanzo; e -il romanzo, pur troppo, gronda di sangue anche più -che di lacrime. Vera orgia di atrocità mostruose, -dove par che il poeta abbia davvero voluto versare -tutto il fiele dell'anima sua invelenita da tante persecuzioni, -la <i>Beatrice Cenci</i> fu letta anche troppo, -con la bramosia delle cose malsane, attraendo con -la satanica bellezza di molte sue pagine. Oggi non -la ricorda più alcuno, ed è mera giustizia. La fama -del Guerrazzi non ha bisogno di esser raccomandata -al ricordo di un libro così malefico, e l'autore non -tardò a farne degnissima ammenda con le storie di -argomento côrso, inspirategli dalla forte isola che -gli fu terra d'esilio: <i>La torre di Nonza</i>, il <i>Moscone</i> -e il <i>Pasquale Paoli</i>. -</p> - -<p> -Questo grande romanzo di libertà, pubblicato -nel '60, è degno fratello all'<i>Assedio di Firenze</i> per -l'argomento e per l'indole, e lo supera come opera -d'arte matura, più schietta, più impersonale, più -semplice. Ma i tempi erano mutati, e cessate le più -forti ragioni che avevano fatto cercare con tanta -avidità i volumi del fiero scrittore; onde il <i>Pasquale -Paoli</i>, che è giudicato la più bella prosa narrativa -di lui, non suscitò gli entusiasmi che avevano accolto -i suoi primi romanzi. -</p> - -<p> -Dalla Corsica lo smanioso esule era fuggito, con -pericoli e stenti incredibili, fino dal '57, e si era ridotto -a Genova a aspettarvi gli eventi che avrebbero -<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span> -dovuto permettergli di tornare in Toscana. Ma il '59 -arrivò, le sorti d'Italia cambiarono con rapido quanto -felice rivolgimento, e al poeta dell'<i>Assedio di Firenze</i> -non fu ancora concesso il sospirato rimpatrio, -che i governanti d'allora temevano pericoloso. Ed -egli se ne crucciò tanto più, perchè, amante della -patria davvero e non dei partiti, aveva voluta e promossa -efficacemente l'annessione della Toscana al -Piemonte e l'unità della nazione con la Dinastia di -Savoia. Vittorio Emanuele dovette comprendere il -giusto risentimento del cittadino benemerito e illustre, -e volle vederlo e parlargli. Chiamatolo a Torino, -cercò di persuaderlo a restarvi, con qualunque -carica avesse potuto desiderare, offrendosi pronto a -crearne magari una apposta per lui. Ringraziava -commosso il Guerrazzi, ma rispondeva al gran Re -non desiderare e non chiedere altro che potersene -<i>tornar con onore a casa sua e a' suoi studi</i>, non -volendo tornarvi con l'<i>amnistia</i> che il governo -provvisorio gli aveva largita. -</p> - -<p> -E a Livorno potè rientrar finalmente nel '62, -per la deputazione conferitagli da' suoi concittadini, -i quali più tardi, con manifesta ingratitudine, gliela -ritolsero. Forse non era piaciuta l'attitudine violenta -che egli aveva presa anche in Parlamento contro -quella che usava chiamare <i>l'empia setta dei moderati</i>. -E il vecchio gladiatore allora si ritirò dall'arena, -confinandosi nel suo romitorio di Cecina, -<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span> -stanco di mente, offeso di cuore, scontento di sè e -di tutti. Ivi passò i suoi ultimi anni «in compagnia -del mare, delle foreste scarmigliate dal vento, -e della malaria», invocando pace, e non ottenendola -che dalla morte il 23 settembre 1873. -</p> - -<p> -Dodici anni dopo, Livorno gli eresse una statua, -che lo rappresenta seduto come chi medita e scrive. -No, no! Alto in piedi e diritto doveva sorgere dal suo -piedistallo chi nacque alla lotta e lottando invecchiò. -Guerrazzi in poltrona, io non me lo so figurare neanche -di marmo! -</p> - -<h3>V.</h3> - -<p> -Non ho neppure accennato alle ultime opere -guerrazziane, perchè nulla esse aggiunsero alla -fama letteraria dello scrittore.<i> L'assedio di Roma</i>, -uscito nel '64, è già segno della stanchezza di -quel poderoso intelletto. L'animo però vi apparisce -sempre fiero, e fiero l'odio contro ogni avanzo -di vecchia tirannide. Egli non poteva esser pago finchè -tutta quanta l'Italia non fosse stata degl'Italiani; -e perciò la voce dell'antico leone, come aveva ruggito -nel Parlamento contro la cessione di Nizza alla -Francia, così continuava a ruggir nell'<i>Assedio di -Roma</i> contro il dominio papale e borbonico: — «Se -il Demonio potesse o volesse venire al mondo -per istrascinar nel suo inferno Papa e Borbone e -<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span> -d'ogni risma stranieri, ben venga il Demonio: noi -lo saluteremo Demonio Iº Re d'Italia; purchè venga -armato di ferro e di fuoco». Costanza e coscienza -mirabile di scrittore e di cittadino, che aveva proclamato -doversi ogni uomo proporre lo scopo più -immediatamente utile alla sua patria, e a quello -tendere sempre con ogni sua forza. Nè mai in -alcun uomo alle belle parole risposero i fatti come -in quest'uno. -</p> - -<p> -Discendente legittimo di Dante e di Machiavelli, -d'Alfieri e di Foscolo, come scrittore sentì in pieno -petto l'ondata del Byron, che gli scemò la schiettezza -dell'arte, ma non la tenace italianità degli -spiriti. E a riuscir degno davvero dei sommi italiani -da cui discendeva, non gli mancò nè l'ingegno -nè l'animo, ma solo una più equilibrata armonia -tra le sue facoltà: chè in lui la fantasia -prepotè troppo sul gusto, la passione sul raziocinio, -la carità della patria su l'amore dell'arte. Difetto -glorioso quest'ultimo, che il Guerrazzi ebbe -comune col Berchet e col Niccolini, per non citare -che i due poeti ai quali somiglia di più, e -che sono i più degni di essergli paragonati fra -quanti nel periodo nel nostro risorgimento intesero -a fare opera di patriotti più che d'artisti. -</p> - -<p> -Quella organica sproporzione di forze che era -nel suo cervello, e quella soverchia preoccupazione -costante di un fine politico estrinseco all'arte, oltre -<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span> -che le vicende d'una vita d'azione così combattuta, -impedirono a lui di lasciare un'opera perfetta -che abbia vera probabilità di resistere al tempo. -Anzi, se si eccettui più d'una delle sue cose minori, -che l'Italia dovrà tornare a leggere e ammirare -più che oggi non faccia, la sua produzione è -quasi già tutta invecchiata, mentre egli avrebbe potuto -restare uno dei più grandi prosatori del secolo -decimonono. Basterebbe a provarlo l'episodio del -buon Romeo dantesco, parafrasato nella <i>Battaglia di -Benevento</i> in alcune pagine semplici e commoventi -che valgono tutto il romanzo e attestano le straordinarie -doti d'artista che erano già in quel giovine -di 22 anni. Perchè anche il Guerrazzi, come è accaduto -sempre, prima d'Orazio e dopo d'Orazio, -riesce tanto più grande scrittore quanto meno se lo -propone e quando meno ci pensa. <i>Professus grandia, -turget!</i> -</p> - -<p> -Delle sue doti fu sempre conscio e superbo, ma -ebbe anche sempre un concetto assai chiaro di ciò -che aveva voluto essere e di ciò che poteva valere -l'opera sua. Basti, fra tanti accenni, quello che si -legge in una sua bellissima lettera al Cantù, pubblicata -recentemente, ove è detto che i suoi libri -«dureranno, come opera un rimedio, fin che dura -la malattia. Quando sorgerà il giorno della vera, -della grande libertà, cesseranno, come il lume della -lucerna sviene all'apparire del sole». -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span> -</p> - -<p> -Uomo e scrittore, ebbe ambizioni e virtù d'altri -tempi; onde tutto gli parve così meschino nel tempo -in cui visse, che, trovatosi a governare l'intera Toscana, -gli sembrò di recitare una tragedia di Alfieri -coi burattini, e scrivendo storie o romanzi, ne fece -parlare gli eroi come parlavano gli eroi di Plutarco. -Ma ambizioni e virtù gli sorresse e scaldò un unico -infinito amore all'Italia e un unico odio infinito per -tutti i nemici di lei. E a quell'amore e a quell'odio -votò la sua vita, «scrivendo, cospirando, soffrendo, -operando (ammonisce il Carducci) come da gran -tempo non usava in Toscana». -</p> - -<p> -Di tutto questo egli non domandò nè sperò -altro premio che quello dovuto dopo la morte a -coloro che hanno spesa nobilmente la vita in prò -della patria; «un solo premio, diceva, ma grande -e divino: quello di sentirsi ricordare dai superstiti -con amorosa benevolenza». -</p> - -<p> -E noi, o Signori, andiamo dimenticando quest'uomo, -come abbiamo dimenticata oramai quasi -tutta una schiera gloriosa di pensatori e di poeti, -che, dall'Alfieri al Guerrazzi, si affaticarono a -crearci, se non altro, la volontà d'esser liberi; -oppure ci ricordiamo di alcuni di loro per frugar -nella loro vita e nel loro sepolcro con indiscreta -curiosità di eruditi o di anatomisti.... -</p> - -<p> -Noi siamo una generazione di piccoli critici e -di grandissimi ingrati. -</p> - -<div class="somm"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span> -</p> - -<h2><a id="indice" href="#indfront"> -INDICE</a></h2> - -<table class="indice" summary=""> - <tr> - <td><a href="#cavour">L'Opera di Cavour</a></td> <td class="pag">Pag. 5</td> - </tr> - <tr> - <td><a href="#epopea">L'epopea garibaldina</a></td> <td class="pag">43</td> - </tr> - <tr> - <td><a href="#lirica">La Lirica</a></td> <td class="pag">117</td> - </tr> - <tr> - <td><a href="#guerrazzi">F. D. Guerrazzi</a></td> <td class="pag">147</td> - </tr> -</table> - -<hr /> -</div> - -<div class="footnotes"> - -<h2> -NOTE: -</h2> - -<div class="footnote" id="note1"> -<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>. </span>Il 14 marzo, genetliaco di Vittorio Emanuele II e -di Umberto I.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note2"> -<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>. </span>Aneddoto raccontatomi dall'illustre presidente -della Camera italiana: Giuseppe Biancheri.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note3"> -<p><span class="label"><a href="#tag3">3</a>. </span><i>Come le foglie</i>. Atto III.</p> -</div> -</div> - -<div class="tnote"> -<p class="tntitle"> -Nota del Trascrittore -</p> - -<p> -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione -minimi errori tipografici. -</p> - -<p class="covernote"> -Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio. -</p> -</div> - - - - - - - - -<pre> - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of La vita Italiana nel Risorgimento -(1849-1861), parte II, by Various - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA (1849-1861), PARTE II *** - -***** This file should be named 51527-h.htm or 51527-h.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/5/1/5/2/51527/ - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at DP-test Italia, -http://dp-test.dm.unipi.it (This file was produced from -images generously made available by The Internet Archive) - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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