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-The Project Gutenberg EBook of La vita Italiana nel Risorgimento
-(1849-1861), parte II, by Various
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
-other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of
-the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
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-
-Title: La vita Italiana nel Risorgimento (1849-1861), parte II
- Quarta serie - Storia e letteratura
-
-Author: Various
-
-Release Date: March 22, 2016 [EBook #51527]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA (1849-1861), PARTE II ***
-
-
-
-
-Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
-Distributed Proofreading Team at DP-test Italia,
-http://dp-test.dm.unipi.it (This file was produced from
-images generously made available by The Internet Archive)
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-
- LA
- VITA ITALIANA
- NEL
- RISORGIMENTO
-
- (1849-1861)
-
- QUARTA SERIE
-
-
- II.
-
- STORIA E LETTERATURA.
-
-
- L'opera di Cavour EMILIO PINCHIA.
- L'Epopea garibaldina GIUSEPPE CESARE ABBA.
- La Lirica ENRICO PANZACCHI.
- F. D. Guerrazzi GIOVANNI MARRADI.
-
-
-
- FIRENZE
- R. BEMPORAD & FIGLIO
- _LIBRAI-EDITORI_
- 1901
-
-
-
-
- PROPRIETÀ LETTERARIA
-
- RISERVATI TUTTI I DIRITTI.
-
- _Gli editori_ R. BEMPORAD & FIGLIO _dichiarano contraffatte
- tutte le copie non munite della seguente firma:_
-
- [Illustrazione: firma manoscritta]
-
- Firenze, 1901. — Società Tip. Fiorentina, Via S. Gallo, 33
-
-
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-
-L'OPERA DI CAVOUR
-
-CONFERENZA DI EMILIO PINCHIA.
-
-
-Allorchè Tommaso Carlyle incominciava nel 1839 le sue celebri letture
-sugli _Eroi_, presentì la disputa che, colorandosi di scienza, si
-avvivò, ai nostri giorni, intorno al modo di essere dei grandi uomini,
-ricercandone con minuziosa indiscrezione le particolarità fisiologiche,
-ricostruendo, come si dice, l'ambiente entro il quale nacquero e
-si educarono, cercando di sorprendere il segreto delle esistenze
-meravigliose nelle funzioni dei nervi e del ventricolo.
-
-Carlyle indovinava l'evoluzione di un pensiero scientifico tanto
-orgoglioso, che dalla conoscenza della materia organica ascende
-imperterrito ai misteri della psicologia.
-
-Ancora l'ombra crucciata di Leopardi muove angoscioso lamento, perchè
-le ineffabili melanconie della sua anima innamorata e dolente, dalla
-profanazione invereconda, sono trasfigurate in psicosi epilettoide!
-
-Diceva allora Tommaso Carlyle: «Mostrate ai nostri critici un grande
-uomo, un Lutero, per esempio; incomincieranno, come essi dicono, dallo
-spiegarlo; non lo ammireranno; ne prenderanno la misura e diranno che
-è un prodotto del tempo.»
-
-Il tempo!
-
-Ahimè, sappiamo di tempi che invocarono ad alte grida il loro grande
-uomo! Non vi era. La Provvidenza non l'aveva inviato; il tempo doveva
-sfasciarsi in confusione e ruina perchè egli, l'invocato, non voleva
-sopraggiungere.
-
-Eccoci oggi, che è giorno di data augusta,[1] quasi fatidica, di fronte
-alla figura del conte Camillo Benso di Cavour.
-
-Egli è nato nel 1810 a Torino, in grembo ad una famiglia di alta
-nobiltà; nelle vene gli scorre un po' del sangue di San Francesco
-di Sales. Da moltissimi anni, da secoli i suoi antenati servivano
-in campo ed a Corte; egli stesso era stato tenuto a battesimo da un
-cognato di Napoleone, del quale il padre era ciambellano. Trascorse
-i primi anni nella intimità di due zie profondamente legittimiste e
-ultramontane — era allora una parola di moda per designare i clericali
-— in mezzo ad una serie di congiunti infervorati in quei ripicchi delle
-restaurazioni, che, dopo il 1815, si ripagavano delle umiliazioni di
-venticinque anni.
-
-Ebbene, fui da quel tempo, una di quelle zie, la duchessa di Clermont
-Tonnerre compiangeva e deplorava: «_Le pauvre enfant_, diceva del
-giovane _Camillo, est entièrement absorbé par les révolutions._»
-
-_Le pauvre enfant_ non voleva tornare indietro e, costretto alla
-milizia dalle tradizioni della schiatta, scelse il corpo del Genio, il
-meno militaresco, il meno aristocratico, ma il più studioso e serio.
-
-Condotto a fare il paggio in Corte per diritto di sua nascita e per
-obbligo della sua condizione di cadetto, non tardava a buttar in aria
-quella che egli chiama, con poca reverenza, una livrea.
-
-I novatori cominciano tutti ad un modo: si fanno ribelli. Ma sono
-codeste le ribellioni che costano di più. Non mutano le consuetudini,
-nè la compagnia: ma quelle diventano irritanti, questa ostile; ne
-sono turbate le amicizie; l'ironia, la celia, il benigno compatimento
-lasciano trasparire l'irrisione. Niun conforto, se non la serenità
-della coscienza e la sincerità dell'animo: niuna che non sappia di
-diffidenza e di canzonatura. Camillo di Cavour, frugolo, irrequieto
-baldanzoso, esuberante, vivacemente eccitato dagli spettacoli di un
-mondo che spezza i ceppi e tenta vie nuove; avido di vita e tumultuanti
-nel suo capo idee, ambizioni, propositi, esce un bel giorno in una
-profezia:
-
-— Sarò ministro del regno d'Italia. —
-
-Il regno d'Italia!
-
-Voi lo sapete, che cosa significava nel 1830 questa espressione?
-
-Ne parlavano gli avanzi dell'èra napoleonica come di un sogno o di
-un'allucinazione. Nessuno osava risuscitarlo, neanche come illusione,
-neanche come speranza! La più stravagante fra le chimere! Un delirio di
-pazzi o uno sproloquio di rimbambiti!
-
-Questo il regno d'Italia dopo il '21, dopo Laybach, dopo Verona.
-
-Ed ecco che il paggio turbolento e recalcitrante è confinato al forte
-di Bard, uno dei baluardi che la Santa Alleanza voleva rafforzati in
-odio della Francia e del liberalismo occidentale.
-
-Il forte di Bard domina una stretta gola nella valle di Aosta, in uno
-dei punti più austeri e più cupi della valle, un torvo ciglione si
-accampa e la sbarra.
-
-La fortezza vi sta sopra e le atticciate casamatte dominano il corso
-della Dora Baltea, che mugola impetuosamente, scavandosi il letto nel
-sasso. Intorno: altre rupi elevate, nude e bieche. Il paesaggio è rude,
-imponente, ma melanconico e selvaggio.
-
-Il giovane ufficiale vi espia le intemperanze del linguaggio. Non è un
-gaio soggiorno, a vent'anni! Ma egli vi reca quel buon umore, che sarà
-la sua caratteristica, quella curiosità attiva, che gli farà imparare
-tante utili cose. Alla sera, verso il tramonto, egli suole scendere al
-fiume e si asside sopra un masso che l'acqua lambe.
-
-Quali allora i pensieri di lui? Di certo, fra le sue pupille vagano le
-vaghe prospettive di cose nuove e sconosciute. Lo sguardo di Colombo
-fanciullo, in riva al mare.
-
-Le montagne alte nereggiano intorno a quel biondeggiante capo destinato
-alla storia, la fronte spaziosa s'irradia dei chiarori di quel cielo
-limpido e freddo dell'alpe, che è tanto luminoso!
-
-Passeranno molti anni, e i terrazzani avranno battezzato quel rustico
-sedile: _la pietra di Cavour_. Ma egli non ricorderà con piacere quelle
-giornate. È l'esilio, è l'esilio dal mondo, dove il petulante e attivo
-ingegno si alimenta. Però, non invano l'avrà visitato la meditazione e
-non invano quello spirito indipendente e spregiudicato avrà respirato
-la poesia della solitudine. Contro il sentimentalismo e la poesia,
-Cavour scoccherà i suoi frizzi: egli pretenderà di essere negato
-all'arte ed all'imaginazione. Ma intanto, quale poesia più affettuosa
-e delicata, quando appenderà innanzi al suo tavolo di lavoro la tunica
-del nipote Augusto, caduto a Goito per l'Italia e quel drappo forato
-da palle austriache, unica eredità che egli avrà voluto, sarà là come
-il pio simulacro del voto giurato nel suo cuore; il voto all'Italia,
-per la vita! È un voto di giovani anni e la solitaria rupe di Bard
-ne fu forse il primo testimone, a divampare dei presentimenti che la
-rivoluzione del 1830 accendeva nell'animo di lui.
-
-Egli è così fatto che, appena imprese a meditare, i problemi morali e
-politici del suo tempo gli si affacciarono intieramente.
-
-Li vide colla veemenza di un'interna visione e concepì l'altezza morale
-della libertà e dell'indipendenza, stimandole il fondamento di una
-saggia e dignitosa educazione civile.
-
-Condotto dai suoi studi di matematica, dall'indole equilibrata a non
-scambiare il fatto con la parvenza, a mettere l'accordo fra il pensiero
-e l'azione, a nulla trascurare che rendesse questa più efficace, egli
-intendeva altresì che la libertà, la indipendenza nazionale erano
-necessarie al movimento sociale ed economico, che il suo perspicace
-intelletto gli dipingeva.
-
-Breve fu l'esiglio di Bard. Il giovane patrizio, insofferente di
-formalismo, non potendo, per ossequio alla volontà paterna, mutare
-di cielo, come aveva fatto Vittorio Alfieri, muta, se non altro,
-occupazioni, abitudini, tenore di vita.
-
-Egli si butta all'agricoltura.
-
-Una vasta distesa di campi, in una pianura monotona, dalla quale
-a malapena, nelle giornate chiare, si scorge il bianco frastaglio
-dell'Alpe piemontese.
-
-Un'abitazione rurale, intorno alla quale si affaticano contadini e
-brulicano mandre copiose, diventa il centro dell'attività di Cavour.
-
-Quest'uomo che nega a sè stesso il dono di poesia e che, desto
-all'alba, passa i giorni nei campi, nelle risaie, nei prati, intento
-alle seminagioni, ai concimi, alle irrigazioni, all'incrocio dei
-merinos, all'ingrassare dei buoi, scrive nobili lettere, così lucide
-e liete, nelle quali la vita dei campi vibra di così grande efficacia
-morale ed intellettuale, come nessuna egloga virgiliana.
-
-E intanto egli riconosce le quistioni economiche che dominano il
-mondo moderno. Nella pratica dell'agricoltura riscontra i concetti,
-le formule, i presagi dell'Economia politica: quando gli capiteranno
-i libri di Bastiat, avrà già intuito le difficoltà, le resistenze, gli
-ostacoli e concepito che la libertà economica è il segreto dell'ora che
-volge.
-
-Allorchè, nei riposi della vita austera e laboriosa, egli viaggerà in
-Francia e in Inghilterra, compiacendosi di investigare tutti i segreti
-della vita moderna, vi ritroverà quel che già aveva indovinato.
-
-Ma l'agricoltura è anche un'occasione per divulgare, colle cognizioni
-scientifiche, lo spirito di associazione, di stimolare l'attività
-sociale che egli indirizza alla produzione tecnica, al credito, ai
-primi aneliti dell'industrialismo, strappando al pauroso dispotismo le
-timide licenze.
-
-Egli pensa ad una banca per azioni e, insieme al suo amico Petitti,
-esamina il nuovo problema delle strade ferrate. È una rivelazione:
-l'avvenire politico dell'Italia si schiude nella mente di Cavour.
-Fin dal 1842, egli sogna una vertiginosa corsa di traffici dalle Alpi
-al Jonio. Questo grande intelletto moderno rivede per la sua Italia
-la grandiosità delle antiche vie romane! E, insieme a tutto ciò, la
-coscienza completa di quanto occorre alla rigenerazione delle plebi!
-
-Egli ha studiato la quistione Irlandese e ne scrisse pagine che sono
-viventi anche oggi, ha indagato il pauperismo e quell'embrione di
-legislazione sociale che era la tassa dei poveri in Inghilterra.
-Allora, quello spirito liberale, vede che l'educazione è il primo passo
-all'affrancamento e si accinge ad introdurre in Piemonte le scuole del
-popolo. L'intento è pericoloso: il governo di allora non s'acconcia
-alla novità: tutto ciò che sa di associazione, quanto nella istruzione
-o nella cultura esce dalle vie tracciate, inflessibili come dogmi,
-appare un sintomo di rivoluzione. Cavour persiste. Una società agricola
-si fonda, si aprono i primi asili infantili. Nè Cavour è solo in questa
-opera. Tutta una agitazione aperta, feconda, generosa, alla quale
-prendono parte i migliori del Piemonte. Ingegni austeri e pensosi,
-che si raccolgono nella libreria del conte Sclopis e s'incoraggiano
-nell'ospitalità del signor di Barante, l'ambasciatore di Francia, nel
-cui salotto, un giovane segretario, il signor d'Haussonville recava
-gli echi di Coppet, l'intellettuale cenacolo del liberalismo europeo.
-Presso il signor di Barante si adunavano quanti, a Torino, volevano
-respirare. Dura, monotona, servile vita era allora quella di codesta
-capitale, e lo fu sovratutto nel tempo che corse dopo i tentativi
-del '31 e del '33, fin verso il '45. Epoca oscura, nella quale Carlo
-Alberto seguitava l'angosciosa tenzone, chiuso nel suo enigma, mentre
-i ministri di lui si esercitavano alla più sospettosa reazione.
-
-Vi sono lettere di Cavour che narrano quella vita angusta: la prigionia
-entro la quale il grande ed agile spirito soffocava. Tuttavia la
-esistenza di lui in quel tempo è una preparazione psicologica ad
-un'intensa azione, intanto che il suo intelletto si addestra con
-ostinata costanza a tutte le peripezie di una vita pubblica feconda ed
-attiva. Non vede come arrivarci, talvolta ne dispera. Per giunta, il
-suo cuore è spezzato dal triste epilogo di una storia d'amore. Intorno
-ad essa è il mistero, ma ne traspare tanto da comprendere la profondità
-dei sentimenti in questo gagliardo e gioviale uomo d'affari, come egli
-ostentò di parere.
-
-È stato veramente un uomo grande. Nessuna cosa della umanità è fuori
-di lui ed egli nobilita l'umanità e innalza il dolore e l'amore colla
-delicata sensibilità nell'afflizione pudicamente discreta.
-
-Ebbe un amico carissimo, un'amica prediletta e sacra. Perdette l'uno e
-l'altra: ne sofferse, tacque e si volse alla patria.
-
-Per tal modo, appena qualche bagliore di vita pubblica strisciò
-sull'orizzonte, Cavour fu tra i primi ad acclamarlo. Era pronto. Fu
-guida alla schiera modesta e gagliarda che si raccolse nelle sale del
-_Risorgimento_, il giornale tosto fondato, appena che venne concessa
-qualche larghezza alla stampa.
-
-E nelle agitazioni che corsero l'Italia in quei giorni, quando un papa
-liberale sollevò gli animi, allorchè le moltitudini intravidero nelle
-promesse del pontefice un'aurora e incominciarono a pensare e volò il
-grido di _riforme!_, nella redazione del _Risorgimento_ fu maturata la
-proposta che si chiedesse senz'altro indugio una costituzione.
-
-In un'adunanza di liberali d'opposte parti parlò in questo senso
-Cavour, e le parole di lui destarono sospetto nelle ricongiunte fila
-della democrazia.
-
-Questo nobile figlio del vicario — il capo della polizia — questo gran
-signore, noto per le sue predilezioni inglesi, dal fare sarcastico
-ed aggressivo, non piaceva. Lo chiamavano _mylord_ Camillo; e, per
-parecchio tempo, la caricatura si esercitò a raffigurarlo con un
-piccolo codino. Era un codino di strano conio, che aveva pensato alla
-libertà e vi aveva creduto prima di tanti altri che se ne facevano
-allora gli araldi: un uomo che aveva studiato i più elevati problemi
-della morale politica colla energica tempra sorretta da fede e da
-ragione, con abitudini di libero esame; scevro di scrupoli e non
-intollerante.
-
-Egli aveva da lungo tempo seguìto colla logica inflessibile della mente
-il cammino delle idee liberali a traverso l'Europa e lo aveva seguìto
-con quella tendenza spiritualista, che è singolare prestigio negli
-uomini di azione.
-
-Grandi insegnamenti erano state le vicende del primo periodo
-riformatore in Inghilterra, la storia del regime parlamentare sotto la
-monarchia di Luglio, e le agitazioni della Penisola Iberica.
-
-Egli aveva ammirato la previdente abilità di Wellington, di lord
-Gray, di Roberto Peel; deplorato le miserie del Carlismo e le fatali
-conseguenze dell'impeccabilità politica dei re: aveva conosciuto la
-triste povertà dei risultati di una politica demagogica all'infuori
-del reale, le perniciose deviazioni di un parlamentarismo, smarrito
-tra l'asservimento delle maggioranze, gli intrighi dei ministri, le
-ambizioni dei competitori e l'ostinazione egoistica del principe, come
-era accaduto in Francia, dopo la morte di Casimiro Perrier.
-
-Questi spettacoli avevano suscitato entro di lui una coscienza politica
-impregnata di sano realismo, intanto che il suo genio matematico gli
-rivelava il dinamismo delle istituzioni costituzionali, in cui egli
-ravvisava la sicura guarentigia di libertà per i popoli, un sincero e
-potente mezzo di azione per i Governi.
-
-Agli occhi suoi di veggente, le inclinazioni dei tempi apparivano in
-un'armonia completa delle promesse effuse a attraverso il mondo dalla
-rivoluzione, che aveva inaugurato il secolo colle prospettive che
-rinverdivano sul lucido orizzonte dell'avvenire. Spirava evidentemente
-l'alito di novità sul mondo occidentale.
-
-La vita moderna fremeva di ardori sconosciuti. Le invenzioni e le
-scoperte mettevano sottosopra la quietudine antica. È in quei tempi
-che il giornalismo conquista la sua potenza straordinaria e crea la
-opinione pubblica; che le macchine suscitano un mondo industriale, e il
-vapore e l'elettricità cominciano a mutare l'aspetto dei continenti e
-a trasformare sensibilmente gli ordini sociali.
-
-La espansione nuova imponeva nuove forme di rapporti, e l'economia
-politica che già aveva rivelato tutta una serie di fenomeni
-inesplicati, si avvaleva di codesto espandersi, di codesto
-moltiplicarsi dell'attività e della ricchezza per reagire sull'assetto
-internazionale, sull'ordinamento interno degli Stati.
-
-Studiando il tempo suo, Cavour previde che lo spirito liberale avrebbe
-eccitato l'opinione pubblica, stimolandola ad un'azione assai più grave
-e profonda di quella, cui credevano di doversi restringere i famosi
-dottrinarii francesi. Gente di onestissimi propositi, ma impigliata,
-senza avvedersene, in una specie di mandarinato politico. Onde egli,
-non senza ironia, amava proclamarsi «juste milieu;» espressione messa
-alla moda da Luigi Filippo.
-
-Ma il suo «juste milieu» egli non intendeva che fosse il fermarsi
-come che sia. Proclamerà un giorno in Parlamento che «i cannoni e le
-baionette non sbarrano la strada alle idee.»
-
-Era convinto che il movimento non si poteva nè si doveva trattenere.
-Ogni ordine di cittadini, intervenendo omai nella colossale
-collaborazione, occorreva accertare in loro cospetto che la libertà non
-è mezzo soltanto, ma fine di alta moralità da conseguire.
-
-Posto in questi termini il problema di governo, il cómpito dello
-Stato materialmente si disegna nel secondare e coordinare l'impeto del
-rinnovamento.
-
-Si è perciò che Cavour fu tra i più convinti fautori del regime
-rappresentativo.
-
-Le formule costituzionali, le due Camere, non erano per lui una formale
-asseveranza di diritti nominali, una convenzionale espressione della
-sovranità popolare, bensì un sapiente metodo di governo, in tempi di
-progredita coltura e di gagliarda espansione individuale.
-
-Ma questo concepimento dello Stato moderno esige un popolo che
-abbia ferma coscienza della vita nazionale, e per ciò il Cavour,
-se non da prima unitario, fu certamente sempre un ardente fautore
-dell'indipendenza.
-
-Esaminando le condizioni dell'Europa, le aspirazioni alla nazionalità,
-— che la fallace resistenza ai moti del Belgio e di Grecia, lo
-stridore delle contese in Polonia, il fermento sulle rive del Danubio
-annunziavano come prossimo segnale di rivendicazioni e di battaglie, —
-ne traeva auspicii per la causa italiana.
-
-Uomo politico avventurato, che i meditati disegni della sua giovinezza
-potè colorire nella realtà luminosa, vide sorgere dal profetico sogno
-l'evento, saldo sempre sul fondamento di principii, sopra del quale
-tutta l'azione politica sua si innalzò. Ad una parola inorridivano, non
-soltanto i reazionarii, ma anche i nuovi arrivati e gaudenti, coloro
-che arricchitisi colle sue spoglie, si inorgoglivano di essere chiamati
-_figli della rivoluzione_.
-
-La parola appunto: _rivoluzione_.
-
-Di qui, un ibrido conservatorismo, mantenuto in vita mediante spedienti
-e compromessi, transigendo con tutti, tutti scontentando, fra la
-universale irrequietudine.
-
-Cavour, con sicuro istinto, riconobbe lealmente il fatto
-rivoluzionario, vi ravvisò l'annunziazione dell'avvenire.
-
-Importava dirigerlo, richiamarlo, avviarlo a fini di governo. Questo
-egli volle.
-
-E così, nei primi giorni dello Statuto, contrastò con freddo consiglio
-le esuberanze e le impazienze, tanto da perderci il seggio in
-parlamento.
-
-Ma quando la democrazia ebbe per virtù del Gioberti il lampo
-chiaroveggente della lega italiana e dell'intervento in Toscana, Cavour
-fu con Gioberti.
-
-In tutta la fase prima della rivoluzione italiana, nel periodo
-del 1848-49, dopo Novara, durante le angoscie, i tumulti, gli
-scoraggiamenti, le incertezze di un'ora nella quale patria e
-libertà parvero sommerse, il Cavour giornalista, deputato resistette
-all'irrompere delle estreme parti, si ostinò nella sua politica.
-Credette il volgo che egli volesse, immobile, ancorarsi sul presente,
-e già nel segreto dell'anima ardente balenavano le folgori di rivincite
-non lontane.
-
-Iddio che, se suscita gli uomini grandi, fornisce loro il campo e i
-mezzi di azione, fece sorgere accanto a Camillo di Cavour colui che lo
-comprese. Vittorio Emanuele II, dal trono, glorificato con l'atto di
-baldanzosa lealtà al quale il generale Radesky si era dovuto inchinare,
-stese la mano a Cavour.
-
-Cospirarono insieme, e lo gridò un giorno Cavour dal suo banco il
-ministro: di quella cospirazione venti milioni di italiani annodavano
-le fila, in silenzio.
-
-Vittorio Emanuele salvò a Vignale la causa italiana. Il suo primo
-ministro di allora, Massimo d'Azeglio, preservò la costituzione dalla
-impotenza, lo Stato dall'anarchia.
-
-In quei giorni Cavour ritornò alla tribuna parlamentare: sgabello o
-tripode, là è la fortuna dell'Italia nuova.
-
-Diceva allora Cesare Balbo: «lo Statuto, null'altro che lo Statuto.»
-
-Replicava Cavour: «lo Statuto con tutte le sue conseguenze.»
-
-È la Rivoluzione fatta governo, che si modera per proporzionare i mezzi
-ai fini ed a ciascun giorno assegna il cómpito, risoluta, impavida,
-certa che nessun reggimento vale, se non è sincero fino all'estremo,
-checchè si dica.
-
-Ecco profilarsi il vero conte di Cavour: l'uomo nuovo, nato proprio per
-il suo tempo. Non ha rancori nè pregiudizi.
-
-Appartenente ad una casta spodestata dalla rivoluzione, non soltanto
-rinuncia allegramente al privilegio, ma si compiace che trionfi la
-dignità umana. Questo sentimento domina tutte le azioni sue: egli vi
-fonda le sue ambizioni di patriotta e di liberale.
-
-L'avvenire della Società europea gli appare chiaramente a traverso
-questo lucido cristallo, e gli sorride che la patria sua sia esempio di
-dignità coraggiosa.
-
-Così egli si circonda di nobile poesia, che l'istinto popolare decora
-co' suoi entusiasmi.
-
-Egli è già quel Cavour, che nelle imaginazioni e nei ricordi del popolo
-italiano vive in un chiarore, che splenderà finchè duri la memoria del
-nostro secolo.
-
-Il suo indipendente carattere lo emancipava fino dalla giovinezza. Non
-egli dovette disdirsi, rinnegarsi.
-
-Nè abbandoni nè apostasie. Allorchè l'ora scoccò, era sciolto da
-ogni impegno verso il passato. In quel punto, potè essere capo dei
-liberali in Piemonte e come quegli che, nella assoluta indipendenza
-dello spirito, aveva ripudiato le tenerezze della casta e i favori
-aristocratici, sentiva in cuore il diritto di irrigidirsi contro le
-invidie ed i sospetti della demagogia, di reclamare altamente la gloria
-di dare il nome suo all'opera di libertà: arbitro e moderatore.
-
-Un'immensa forza questa per lui e, ad accrescerla, il valore pratico
-della mente, la famigliarità degli affari, la penetrazione acuta del
-congegno di tutta la vita contemporanea.
-
-Cedendo a lui il posto, Massimo d'Azeglio poteva scrivere: «Sano di
-mente e di corpo, una attività indiavolata e poi.... tanta voglia di
-stare al governo! Ottimo d'Azeglio! Questa voglia era fatta di fede e
-di sincerità, di ardore appassionato e di convinzione profonda.
-
-Bisogna penetrare un po' addentro a queste anime e sentire come
-palpitano, ferventi. Ambizione, ambizione! È denigrare noi stessi
-il supporlo, quando la patria aspetta, e le più alte idealità umane
-sorridono. È predestinazione, non ambizione.
-
-È il segnato in fronte che afferra il labaro e muove alla conquista.
-
-Egli cammina innanzi alle turbe!
-
-Immaginiamo quei giorni.
-
-Fresche ancora le ferite di Novara, la gente cominciava appena a
-riaversi ed a guardare attorno.
-
-Una fazione potente per schiatta illustre, per servizi alla monarchia,
-altera nella incorrotta fama, che fu il pregio grande dell'aristocrazia
-subalpina, avversava il nuovo ordine di cose.
-
-Era gente che aveva difeso in battaglia lo Statuto e la causa
-nazionale, ma non credeva all'Italia, nè alla costituzione. Ci vedeva
-il precipizio della dinastia: armeggiava in Corte. Non attorno al
-Re, inaccessibile e risoluto, bensì presso la regina, la madre e la
-moglie del Re, timide, pie, austriache entrambi. Angeli di bontà, ma
-nel cuore, arciduchesse. Una parte di codesti signori si adoprava in
-Senato. Una specie di vecchia fronda, senza duchesse di Longueville, ma
-con qualche virgulto di cardinale di Retz. Il profilo ne balza dalle
-pagine di un _memorandum_ lasciato dal capo, il conte Solaro della
-Margherita: un piccolo Metternich, si diceva.
-
-Ma era un Metternich buon diavolo.
-
-Accanto a costoro, si schierava in altezzosa dignità, la falange
-dei conservatori che avevano consigliato e sottoscritto lo Statuto,
-illustri e sapienti, liberali per natura e generosità di animo,
-conservatori per tradizione, per scrupolo, per istintiva repugnanza
-alla democrazia in azione, per timore di esserne soverchiati.
-
-Seguivano i liberali democratici, propensi per indole, per studi,
-per istintiva saviezza ai consigli prudenti, ma decisi al trionfo
-dei principii liberali, ad ogni costo; ardenti per la causa italiana,
-diffidenti di persone e di cose che rammentassero il governo passato,
-sospettosi della Corte, della nobiltà, dell'alto clero.
-
-Seguivano i democratici ad oltranza, i rivoluzionari per temperamento
-o per professione, reboanti di declamazioni contro i troni e le
-chieriche, esalanti verso il barbaro ed i tiranni le più rumorose
-contumelie, frementi ancora del lievito quarantottesco: santo e
-benedetto lievito che aveva fatto le barricate, ma che nell'ora
-melanconica del raccoglimento, dopo la sconfitta, appariva meno
-opportuno.
-
-Intorno al mondo politico: una nobiltà restìa, un clero avverso, una
-borghesia scontrosa e un popolo sbalordito da tante novità, che si
-risolvevano in maggior carico di tributi.
-
-A poche marcie da Torino, l'Austria che vegliava e nulla avea
-dimenticato.
-
-Per l'Europa correvano ancora i brividi del '48, quando la rivoluzione
-era penetrata anche a Vienna; era stato appunto codesto scoppio di
-uragano che avea ribadito in Cavour il convincimento di una politica
-liberale e progressiva. Ma in quanti pochi a seguirlo!
-
-Poichè la paura dominava gli uni, il furore acciecava gli altri e
-il vecchio spirito europeo stava coi primi. I principi italiani,
-nell'Emilia, a Napoli, ne erano incatenati; il papa scagliava l'anatema
-al Piemonte, e fin la Francia, terrorizzata dal colpo di stato di
-Napoleone III, appariva nel momento un'incomoda vicina, dalla quale i
-costituzionali subalpini non speravano consigli ed incoraggiamenti.
-Doveano star paghi delle lontane e platoniche simpatie dei _whigs_
-inglesi.
-
-D'altra parte, non erano spente le ire, ne sopite le audacie dei
-demagoghi, alleati con tutti i vinti del '48, coi reduci di tutte le
-insurrezioni, di tutte le barricate: dispersi per la Svizzera, per
-l'Inghilterra o rifugiati in Piemonte.
-
-Le potenze centrali, Prussia e Confederazione germanica, si tenevano
-mute, avvinte all'Austria: Niccolò di Russia ricordava all'Europa
-di essere il depositario del 1815, il personale avversario delle
-Costituzioni.
-
-Correvano presentimenti sinistri.
-
-L'Ungheria fremeva ricordando i suoi martiri; la Polonia rodevasi,
-debellata non vinta, e quel tricolore innalzato là, ai piedi delle
-Alpi, segnacolo di agitazione, speranza di rivoluzionari, intorno
-al quale si raccoglievano profughi e parlavano di nazionalità, di
-indipendenza; quel vessillo che copriva coll'allegria de' suoi colori
-festosi una costituzione ed un parlamento, sembrava una provocazione,
-una sfida.
-
-Il Piemonte era il temuto ribelle!
-
-Comporre negli animi la concordia, la fede negli ordini nuovi,
-rassicurare l'Europa serbando fede alla causa italiana, preparare Re,
-parlamento e popolo agli ardimenti, creare in Piemonte una coscienza
-patriottica suscitandovi l'ardore dello spirito nazionale, infondere
-negli uni la confidenza e l'audacia, negli altri la prudenza, effondere
-sovra tutti il magico alito della libertà, questo fu il grande, il
-magnifico pensiero di Cavour.
-
-In questa coraggiosa preparazione è la principale opera sua, la vera
-opera sua. La sua azione in quel tempo fu tanta e così potente, che
-avvinse la storia.
-
-Essa dovette seguirlo ed obbedirlo.
-
-Mostrò, allora, subito quel che occorreva.
-
-Il suo memorabile discorso del 7 marzo 1850, meglio un manifesto che un
-discorso, è programma di azione.
-
-«Come starsene immobili?
-
-«Pensiamo un po'. La rivoluzione da una parte, co' suoi urti, le
-sue improntitudini; L'Europa monarchica e conservatrice dall'altra,
-sospettosa, diffidente, cupida di soffocare ogni idea liberale.
-
-«La immobilità sarebbe l'umiliazione e la ruina. Il Piemonte
-scenderebbe al livello degli altri staterelli, l'Italia perderebbe
-ogni speranza. Altri fini, diceva, altri fini deve conseguire la nostra
-nazione, deve conseguire l'Italia!
-
-«Lo Statuto non può rimanere una formula vana: esso è strumento capace
-e poderoso.
-
-«Adopriamolo.» Questo, in succinto, è il pensiero. Nella mente di
-Cavour, la costituzione era cosa viva: i partiti dovevano fecondarla;
-partiti organici, logicamente ordinati con idee e con programmi.
-E questi partiti occorreva crearli, perchè le agitazioni estreme
-svanissero, infeconde. Occorrevano riforme, per evitar le violenze.
-Egli scriveva nel 1860: «prevenendo gli avvenimenti, secondando ciò
-che vi è di giusto e di nobile negli istinti popolari, si rendono
-impossibili le rivoluzioni.» Fu il primo serio tentativo della vita
-libera in Italia.
-
-Il discorso del marzo ottenne l'effetto che Cavour desiderava: quello
-di schiarire la situazione innanzi all'opinione pubblica.
-
-Un anno dopo Novara, per bocca di Cavour, la Camera Subalpina
-preannunciava il parlamento del 1861. Nessuna meraviglia quindi, se
-codeste parole rintronarono fra le moltitudini.
-
-Cavour incarnò, fin da quel giorno, le speranze italiane, e quando,
-pochi giorni dipoi, Vittorio Emanuele firmava il decreto che lo faceva
-ministro, dicendo al d'Azeglio: «Badate, costui vi scavalcherà tutti,»
-forse nel conscio animo del Re trepidava la profezia del pallido
-Gioberti, la parola ultima che dal letto di morte il doloroso profugo
-gettava all'Italia, perchè dalla sventura non dileguasse il conforto di
-suprema speranza. Quella grande anima, perdonando, divinava il Re ed il
-Ministro.
-
-Da quel giorno, anche agli occhi dei più diffidenti, questa monarchia
-che si trasformava così sinceramente in regime di libertà, che mostrava
-di accogliere così spontaneamente tutte le idee moderne e le favoriva
-e si rinnovellava in esse, legittimandosi italiana nel sentimento
-e nell'entusiasmo, onde i profughi delle altre regioni sedevano nei
-consigli della Corona; e in parlamento e dalle cattedre spandevano
-sulla gioventù la luce di insegnamenti, maturati nelle sventure, per
-cagione della patria e a torme altri profughi erano accolti e protetti
-in Torino, apparve un fatto così straordinario, così miracoloso, da
-colpire le immaginazioni, come una rivelazione della Provvidenza.
-
-Gli animi di quel tempo spiravano amore, fede, poesia. Erano in Dio
-credenti, e credevano nella patria.
-
-Tutta la genialità vibrante nell'arte italiana, il veemente desiderio
-sprigionatosi fin dai primi anni del secolo, librato sui monti, sulle
-marine, sui memori piani, quando la benedizione del pontefice accendeva
-nei cuori il fuoco mistico di religioso entusiasmo, nel quale l'amore
-di patria si purificava e raggiava sulla fronte una luce ineffabilmente
-spirituale! Meraviglioso stato d'animo per osare.
-
-Non è strano se in quel fermento sorgesse il disegno di far partecipe
-il Piemonte alla guerra che allora si combatteva sul Mar Nero, per
-assicurare il cosiddetto equilibrio del Mediterraneo, mossa in favore
-della Turchia, avverso la Russia, dalla Francia e dall'Inghilterra.
-
-Se nel salotto politico della marchesa Alfieri o nella tesa dove
-Farini aspettava le quaglie, o nella sola mente di Cavour, oppure nella
-fantasia di Vittorio Emanuele sia sorto per la prima volta il pensiero
-dell'alleanza di Crimea, è vano ricercare. Correva per l'aria l'impeto
-delle audacie.
-
-Nelle condizioni dell'Europa, mentre la Russia provocava, l'Austria si
-disponeva a stupire il mondo colla sua ingratitudine, e la questione
-d'Oriente risorgeva in modo nuovo e diverso, e non era temerario
-il supporre che sul Danubio divampasse la fiamma augurale della
-nazionalità, l'inoperosità del Piemonte pesava su quelli, che ne' suoi
-destini vedevano l'indipendenza d'Italia, al Re che conosceva come in
-cuore dell'esercito e del popolo durasse il tormento di Novara.
-
-A Vittorio Emanuele la figura mistica dell'antica croce sabauda
-sventolante ancora una volta sugli azzurri del mare d'Oriente, appariva
-come presagio di rinnovate fortune.
-
-Egli voleva capitanare l'esercito, e, a malincuore persuaso dalla
-ragione di Stato, cedette il comando al generale La Marmora.
-
-Il partito della guerra fu vittorioso in Parlamento, esclusivamente per
-il prestigio di Cavour.
-
-Pareva un'avventura. Lo scontroso patriottismo temeva dell'Austria, i
-meno diffidenti presagivano la ruina economica.
-
-È storia da non potersi riassumere in poche parole. Meriterebbe, essa
-sola, una conferenza. Occorrono più conferenze per illustrare la storia
-d'Italia dal '56 al '61 e questa storia d'Italia è storia di Cavour.
-
-Di certo, nella guerra di Crimea la parte del Piemonte fu rischiosa
-tanto, che anche il gran ministro ne temette. Oh! l'annunzio della
-Cernaia! E la vittoria che bacia il tricolore! E le divisioni di La
-Marmora emule dei primi soldati d'Europa, acclamate in cospetto del
-mondo!
-
-Fu l'anno sfolgorante e clamoroso. Dopo tanta tenebra profonda, tanto
-duro silenzio, l'anima del popolo si sollevò fiduciosa. La bandiera,
-nel suo nuovo prestigio, oltre il Ticino irradiò i bei colori che
-dicevano la speranza. Il popolo d'Italia scriveva sui muri: «Viva
-Verdi,» cioè: «Viva Vittorio Emanuele Re d'Italia.»
-
-Sedizioso emblema! E il conte di Cavour si avviava a Parigi, per
-raccogliere, sul tavolo della diplomazia, l'alloro che l'esercito sardo
-aveva mietuto in Crimea.
-
-La storia della civiltà nostra dirà del Congresso di Parigi che esso
-fu la manifestazione dei sentimenti e delle illusioni di un secolo, il
-quale sentì l'ansia dei fini umani.
-
-Il secolo che doveva chiudersi con la conferenza per la pace, vi
-preludiò a mezzo il cammino col «non intervento, l'abolizione della
-corsa, il diritto dei popoli di manifestare liberamente i loro voti.»
-
-Napoleone III segnò in quel punto l'apoteosi del suo regno, e l'Europa
-la moderazione di lui ammirò.
-
-Cavour rinvenne l'alleato.
-
-— Che si può fare per l'Italia? — Gli chiese un giorno l'Imperatore.
-E Cavour, cogliendo al balzo le intenzioni e la proposta, gli esponeva
-il suo piano; si arrischia, e con temerario slancio butta sul tappeto
-verde del Congresso la questione italiana.
-
-Questo avvenne il giorno 8 aprile 1856.
-
-Fu la prima volta che in un congresso europeo l'Italia «nazione» apparì.
-
-Ben lo intese il gentile spirito dei patriotti toscani, quando al
-ministro piemontese ritornato in patria offerivano nel bronzo: «Colui
-che la difese a viso aperto.»
-
-Intanto i lombardi regalavano all'esercito sardo di Crimea la statua
-dell'alfiere in atto di difendere lo stendardo.
-
-Le rivendicazioni italiche erano una realtà. Cavour le aveva elevate al
-posto d'onore, mentre coglieva il segreto di Napoleone III.
-
-Il ritorno di Cavour da Parigi segna il principio di un'epica fase, e
-il linguaggio di lui ne risente.
-
-Questo ministro tecnico, che appariva sdegnoso di uscire dal terreno
-pratico, diventa un poeta.
-
-La sua eloquenza ha gli scatti e le pompe, l'ampiezza e la grandiosità:
-egli cita Byron e Manzoni, schiude innanzi al parlamento attonito un
-orizzonte sconfinato e corrusco di attività provocatrici. Le sue parole
-hanno la sonorità del metallo: rimbombano come fanfara di guerra.
-
-Orgoglioso, quando passa l'imponente rassegna degli scambi avvivati,
-delle industrie sollevate, delle leggi immaginate, delle Alpi tentate,
-delle strade aperte, della marina rinnovata, dei civili ordini
-assodati, coll'imponente e largo discorso dell'aprile 1857, da codesto
-orgoglio trae nobile argomento per additare le vie che si aprono, gli
-ardimenti che aspettano: le fortificazioni di Alessandria, il porto di
-Spezia, l'esercito, l'armata.
-
-E quando, l'anno di poi, l'attentato di Orsini getta lo scompiglio
-e incoraggia la reazione, egli, inesorabile accusatore, denuncia la
-complicità del misfatto nel mal governo dei principi, nelle perfidie
-austriache.
-
-Lo sgomento di tutti si infranse contro la sua virile fermezza.
-L'Europa stava spiando. Sarà Alberoni o Richelieu? Ma il 10 gennaio
-del '59 Napoleone III getta la sfida all'Austria; alcuni giorni dopo,
-Vittorio Emanuele non è insensibile al _grido di dolore_ dell'Italia.
-
-Palestro, Montebello, Magenta, San Martino e Solferino! Giornate
-primaverili del nostro riscatto, corona di valore e di sangue a quegli
-accordi di Plombières che Cavour annodava, intanto che vanamente la
-diplomazia lo sorvegliava!
-
-La guerra del 1859, colla liberazione della Lombardia determinò la
-sollevazione della Toscana, dei Ducati e della Romagna; e, allorchè
-Napoleone III, preoccupato dal contegno della Prussia risolse di posar
-l'armi, stipulando i preliminari di Villafranca, mezza Italia aveva
-proclamato la indipendenza.
-
-L'insurrezione prodigiosa era stata sollecitata dall'iniziativa
-guerriera del Piemonte: Cavour l'aveva ispirata: egli sentiva la
-responsabilità formidabile.
-
-Il grande rivoluzionario era lui, che aveva bandito la guerra,
-scatenato le popolazioni, armato Garibaldi, che sosteneva di denaro e
-di consigli Farini nell'Emilia, d'Azeglio in Romagna, corrispondeva
-con Ricasoli in Toscana. Villafranca lo colpì come una defezione.
-Fu il dolore grande della sua vita, gli parve d'aver mentito ai
-popoli fidanti in lui. L'esaltazione tragica del suo animo salì
-all'irreverenza verso i sovrani; quel potente dubitò di sè: vide
-nell'opera sua una ruina.
-
-Il popolo d'Italia fu, in quei giorni più sereno e tenace di lui, ma
-lo intese. Disse: è un uomo di cuore costui, e veramente ci ama. Lo
-vendicò. D'altronde, Napoleone III che aveva sacrificato al dovere
-verso la Francia la promessa: «dall'Alpi all'Adriatico» si tenne fedele
-allo spirito del trattato di Parigi.
-
-Se Villafranca significava la pace coll'Austria, egli aveva dichiarato
-che non intendeva di frapporsi fra il popolo e le sue aspirazioni.
-Quando Gioacchino Pepoli fu spedito a Parigi per annunziare i propositi
-degli Italiani e già i governi provvisorii delle provincie centrali,
-irremovibili nell'indipendenza, meditavano l'unità coi plebisciti,
-l'Imperatore movendogli concitato incontro:
-
-— Sur quel air venez-vous? — chiese.
-
-— Sur l'air de Villafranca, Sire, rispose Pepoli prontamente. E di
-rimando:
-
-— Il n'y aura pas d'intervention, — dichiarò recisamente Napoleone.[2]
-
-Il non intervento condannò l'Austria alla immobilità, favorì la
-politica delle annessioni. L'opera di Cavour ne usciva intatta, e
-questi, che nell'impeto del patriottico sdegno, aveva abbandonato il
-governo, vi ritornò il 16 gennaio 1860.
-
-Era forse giunto il tempo che dovessero avverarsi tutte le profezie?
-Che anche la parola di Carlo Alberto trionfasse? Suonava per l'Italia
-l'ora di _fare da sè_?
-
-Ahimè! Diciotto mesi ancora, e poi il risorgente popolo è percosso
-dalla negra ala della morte.
-
-«Una congestione cerebrale,» scrive il venerando patriotta ungherese
-Luigi Kossuth «e la mente che oggi s'innalza co' suoi progetti fino
-al cielo, la mano che arditamente spinge la ruota della fortuna delle
-nazioni, domani è un corpo esanime che ridona alla terra ciò che di
-terrestre conteneva.»
-
-Ma in quei diciotto mesi quale maestosa onda di fatti!
-
-L'epopea dei volontari, l'ardita marcia a traverso l'Umbria e le Marche
-e Vittorio Emanuele che stringe la mano a Garibaldi sul Volturno,
-intanto che i plebisciti creano il regno d'Italia e il primo parlamento
-italiano acclama Cavour, che si mostra al braccio di Alessandro
-Manzoni!
-
-Questo è miracolo voluto, combinato, eseguito con una perspicacia che
-sorveglia sè stessa acutamente, con un'attività pensata a un tempo
-e turbinosa, fucinata sul maglio di un'energia indomabile, in una
-terribile tensione dello spirito.
-
-— Oh! — sclamerebbe la forte e dolce Nennele, la simpatica eroina, la
-nuova creazione di Giuseppe Giacosa — oh veramente colui si dava alle
-cose![3]
-
-Per tal modo, il giovanile prorompere dell'ufficialetto di Bard,
-imprimendosi nella maestà della storia, coronava la vulcanica
-esistenza, dominata da un pensiero!
-
-Cavour era ministro del regno d'Italia! E nei clamori della prima festa
-nazionale, in onore di quello Statuto, che era stato per la sua volontà
-un miracoloso talismano, nella letizia dei compiacimenti ufficiali
-che dall'Europa venivano al nuovo regno, si dileguava nell'eternità
-gloriosa l'infaticabile spirito nel quale il sospiro dei secoli aveva
-assunto robusta e vitale forma.
-
-Temperamento fatto di logica e di libertà. Spaziò in un campo
-intellettuale supremo, dove non setta, non pregiudizio, non volgarità
-di onori, ma solamente la fatidica progressione della storia lo
-guidava. E questa lo condusse al premio ineffabile, e dona alla memoria
-di lui, rompendo l'ombra e rischiarandola, la serena popolarità che
-circondò la sua persona.
-
-Ma egli maturava nell'ampio e profondo cervello immensi e benefici
-disegni!
-
-Avete udito, sul letto di morte, le ultime sue parole?
-
-— Frate, frate, — e appuntava su padre Giacomo il fuoco supremo dei
-suoi occhi spalancati: — libera Chiesa, in libero Stato.
-
-Egli poteva darci una salutare riforma religiosa!
-
-Fino dalla gioventù, la preoccupazione delle forze morali che
-sorreggono le comunioni umane aveva sollevato il suo animo alla
-vertigine delle altezze, il sublime lo tentava nel magnifico miraggio:
-la religione e la libertà!
-
-La sua formula, incompresa o trascurata, racchiude forse il segreto
-di una risurrezione di fede, quale non videro le mistiche età, di una
-spiritualizzazione del sentimento religioso, quale non sanno concepire
-coloro che abbassano la Chiesa al livello di una Società politica.
-
-— Santo Padre! — esclamava in cospetto dei nuovi eletti d'Italia, il
-conte di Cavour — Santo Padre, noi vi daremo la libertà, che da tre
-secoli invano chiedete alle potenze cattoliche; date a noi Roma la
-madre alma, la stella polare nostra: noi proclameremo la libertà della
-Chiesa! —
-
-Era una promessa degna della mente politica più vasta e comprensiva
-dell'età nostra, della mente che rispecchia l'immagine più schietta e
-completa, più morale del mondo moderno!
-
-Pochi, pochi anni, troppo pochi anni durò quella fioritura vivida e
-generosa di colore, di luce; durò quel governo intellettuale contesto
-di persuasione e di fàscino.
-
-Ma la forza di una dominazione fondata sulla vivace parola, sul
-dibattito aperto, in parlamento, azione di avveduta pazienza e di
-indomabile fede. non è mirabile, stupenda, misteriosamente seduttrice,
-efficace e illustre assai più di quella che si suole richiedere agli
-eserciti ed alle burocrazie?
-
-Il significato morale dell'opera di Cavour, equilibrata, sana, condotta
-secondo ragione, non è qualche cosa di molto elevato, di veramente
-edificante e buono, che ravviva la confidenza nelle qualità umane,
-nella possibilità di un destino che corrisponda agli intimi soavi
-accordi dell'intelletto e del cuore?
-
-Oh, di certo, una nazione redenta, un popolo restituito a dignità, il
-sangue dei caduti vendicato coll'onore della patria raggiante nella
-coscienza di cittadini risorti alla serietà del dovere e alla letizia
-della libertà, codeste sono opere immortali.
-
-Ma lo spiritual significato di un'esistenza utile, laboriosa, onesta e
-grande come quella di Cavour non è forse anche più ragguardevole cosa
-e degna di rimanere in perpetuo esempio?
-
-Di codesta purissima luce, effusa sulla nuova storia della nostra
-patria, dobbiamo rendere grazie a quell'uomo, e, sia benedetta la
-Provvidenza, che la rivoluzione d'Italia si impersona in una delle
-figure più elette del secolo.
-
-Nè consentiamo alla puerile bestemmia che egli sia morto a tempo per la
-gloria sua.
-
-Per la sua felicità, forse.
-
-Ma, per la gloria? Che possiamo dirne noi? Che ne sappiamo?
-
-Che cosa possiamo noi prevedere di una intelligenza, di un'anima entro
-la quale ardeva e folgorava così potentemente il raggio di Dio?
-
-Un giorno, standosi il conte di Cavour sulle rive del lago di Ginevra,
-lo accostò un alto e biondo bernese, soldato della libera Elvezia
-repubblicana.
-
-Lo fissò, e poi gli chiese:
-
-— Sie sind Cavour? —
-
-E, avutane risposta affermativa, gli occhi del popolano si
-velarono di lacrime. Afferrò le mani del grande liberale, le baciò
-precipitosamente, commosso. Poi si allontanò.
-
-Si era al 1860: l'Italia sorgeva.
-
-Oh come felici, se nella sconsolata via, venisse innanzi a noi il
-trionfante fantasma ideale!
-
-Con quale trepidante desiderio, anche noi, interrogheremmo:
-
-— Sie sind Cavour? —
-
-
-
-
-L'EPOPEA GARIBALDINA
-
-CONFERENZA DI GIUSEPPE CESARE ABBA.
-
-
-Tentare in una breve ora l'epopea garibaldina, che vuol dir tutto
-Garibaldi, sarebbe come voler cogliere in un'occhiata tutta la
-giogaia delle Alpi. Chi lo potrebbe e da quale altezza? Fra Rio
-Grande e Digione, i suoi furono trentacinque anni di guerre con
-intermezzi di solitudini da Nume, o sull'Oceano o sullo scoglio
-dov'Ei sapeva incatenarsi da sè; e solo la lirica, col suo gesto da
-folgore, varrebbe forse a pigliarli nella sua luce. Ma se è vero che
-dell'Epopea il poeta può, se vuole, coglier soltanto il nodo; allora
-questo nella garibaldina è la Sicilia, la Dittatura, Lui, che privato,
-povero, disconosciuto, dispetto o adorato, ma in sè gigante cui sono
-sproporzionati uomini e cose, leva via un re inutile, e fa possibile e
-sicura l'unità dell'Italia.
-
-Se lo stato dell'anima quale ce l'han fatto i secoli, per quel tanto di
-scienza che s'acquista via via da tutti, ci lasciasse ancora concepir
-l'Eroe nel senso antico, certi pochi uomini, da duemila anni in qua,
-meriterebbero d'esser chiamati eroi quanto Garibaldi: ma forse piace
-di più riconoscere in lui l'Uomo quale un giorno sarà, perchè ebbe al
-sommo la pietà, l'amore, l'oblio di sè, e un sentimento vivissimo del
-misterioso legame che ci giunge con l'Essere da cui emana tutta la
-legge e tutta la vita, la quale deve divenir alla fine sola bontà.
-
-Non lo vediamo a sette anni, mentre si trastulla con tra le mani
-un grillo, piangere per avere strappato le ali alla povera bestia
-innocente? Non offesa dunque a ciò che vive, non far patire. È già
-quello stesso che negli anni gravi e glorioso si leverà nel cuore
-della notte, per andare in cerca di una capretta che udirà belare
-smarrita, su pei greppi della sua Caprera. Di mezzo a questi due fatti
-che paiono fanciulleschi, sta l'episodio di quel barbaro americano
-Millan, che aveva fatto torturar lui prigioniero, e che caduto poi
-nelle mani sue egli rimandò libero, senza volerlo vedere. A otto anni
-salva una lavandaia pericolante in un fosso; e a tredici si getta in
-mare per soccorrere una barca di compagni già lì per naufragare. E li
-salva. Quando a settantacinque anni sarà morente, dirà le ultime sue
-parole, raccomandando ai suoi le due capinere venute a posarsi sulla
-sua finestra!
-
-Cominciò presto per lui la grande scuola di farsi da se; e presto lo
-vide la _Costanza_, il brigantino che lo portò marinaio in Levante,
-sogno degli italiani, passato dai libri di Marco Polo nella poesia
-cavalleresca. Anch'egli mirerà di Angelica ridente il velo
-
- Solcar come una candida nube l'estremo cielo;
-
-ma poi la sua Angelica la troverà in Italia, a diciassett'anni.
-Navigherà col padre, marina marina, sino a Fiumicino e da Fiumicino
-farà una corsa a Roma. Col quel po' di storia romana che ha nell'anima,
-passerà tra i monumenti della vecchia Roma e quei della nuova, si
-desterà in lui lo spirito di Cola di Rienzo, concepirà che sulle due
-Rome, può e deve sorgere una nuova Roma italiana. E in quell'età della
-vita che ogni uomo si pianta nel cuore una fede propria, in lui si
-pianta quella della gran madre, per cui penserà, lavorerà, combatterà
-fino al «Roma o morte» d'Aspromonte; fino alla tetra sera di Mentana.
-Il dì che Roma diverrà italiana, egli non ci sarà, ma i secoli diranno
-che stava a combattere per l'onore di quella Francia, che a Mentana
-aveva provate le armi sue nuove contro di lui. Mai uomo fu defraudato
-del suo diritto come lui, in quel giorno che l'onore di entrare in Roma
-toccava ad altri!
-
-Gli anni giovanili di Garibaldi paiono andati via rapidi, per chi
-li legge nelle sue biografie; ma come furono densi di azione! E il
-nostro pensiero lo segue ancora su' mari di Oriente dove navigando
-coi Sansimoniani proscritti, si nutre del Cristianesimo nuovo ch'essi
-portano per il mondo. Un anno appresso, a Taganrok (1833), un asceta
-del patriottismo gli rivelerà la Giovane Italia e la formola _Dio e
-Popolo_ lo conquiderà. Da allora, Garibaldi sarà il Paolo di quella
-fede.
-
-Passiamo via rapidi su quel momento della sua vita in cui egli entrò
-nella marineria del Re di Sardegna con propositi di ribelle. Ma chi
-gli diede in quel momento il nome di guerra di Cleombroto, lo dava a
-caso, o ravvisava in lui qualcosa del giovane che letto il _Fedone_
-di Platone si uccise per accertarsi dell'immortalità dell'anima, o
-qualcosa del re Spartano di quel nome, morto alla battaglia di Cintra?
-O forse quel nome gli fu dato per quel senso di procella che par
-esprimere?
-
-Il pensiero di Garibaldi non era stato bello, ma sublime fu la pena
-che si inflisse da sè. Nell'ora di agire, di gridar la rivolta sulla
-nave del Re, la sua natura nobilissima gli diede il raggio che salva:
-egli scese a terra, andò a cercar altrove per Genova il luogo da
-spendervi la vita o conquistare la libertà; andò e cercò invano....,
-la rivoluzione promessa era ancora un sogno. Ebbene, se tutto è finito
-in nulla, egli si riconferma nella sua fede, se la porta via nel
-cuore, anderà a fecondar l'idea pel mondo. E allora comincia l'Eroe.
-Curioso fatto! Egli, come gli Eroi dei poemi cavallereschi, inizia la
-storia delle sue imprese scorrucciato col suo Re, anzi in nome del suo
-Re condannato contumace a morte, _come bandito di primo catalogo_: e
-queste son parole della sentenza.
-
-Infermiere dei colerosi negli Ospedali di Marsiglia, quando non ci è
-da far quel bene, s'imbarca per l'America, e là sarà l'eroe byronesco,
-Lara, Corrado, Leandro o quasi Mazeppa, quello che si vorrà. Oh!
-quando combatte per Rio grande, e quando vinto attraversa per nove
-giorni la foresta dell'Antas, fra temporali che la schiantano a colpi
-di fulmine! Cavalcava al fianco della sua donna, portando in un panno
-al collo il loro primo figlioletto di tre mesi; e questa ci pare una
-scena di cui si potrebbe leggere nella Bibbia. E di tratti biblici ne
-ha parecchi. A San Gabriele, al passo di un torrente, vede un uomo che
-sta facendo asciugare al sole i propri panni. «Tu sei Anzani!» grida
-egli a quell'uomo, «E tu Garibaldi!» risponde l'altro. S'erano per
-fama invaghiti l'uno dell'altro; ora saranno uniti per la vita e per
-la morte. Eccoli sulla via della grandezza. Montevideo ha bisogno di
-braccia. Vanno. Garibaldi è guerriero da terra e guerriero da mare.
-Dove lo mandano? Dovrà risalire il Paranà, con quei gusci che la
-Repubblica gli può dare; ed egli va, s'incontra con la squadra nemica,
-passa, naviga su pel fiume due mesi, e sotto il cannone ogni giorno;
-all'ultimo a Nueva Cava, dopo aver combattuto tre notti e tre giorni
-farà saltar le sue navi, ma il nemico non potrà dire di averlo vinto.
-Oh! perchè ventiquattr'anni di poi, ammiraglio a Lissa non fu lui?
-
-Poi divenne guerriero di terra e creò la Legione. Romano d'anima non
-poteva chiamarla che così. Intanto gli anni incalzavano, veniva il
-1846, e nel crepuscolo mattutino di quell'anno nel cui meriggio Pio
-nono doveva benedire l'Italia, là nell'America un pugno d'Italiani
-scriveva con le spade la giornata di Sant'Antonio, uno dei più nobili
-fatti d'arme che la storia del valore possa mai raccontare.
-
-Ai primi annunzi dell'amnistia di Pio nono, egli era là, in quel
-mondo delle ricchezze, povero come Giobbe. Fabrizio rifiutò i doni
-di Pirro, ma insomma li rifiutò per non tradire la patria. Garibaldi
-non aveva voluto nessun compenso d'aver salvata la patria altrui.
-Egli si sentiva pago abbastanza del campo franco avuto, a provare in
-guerra il cuore italiano: e ora sentiva con sicurezza che se i giorni
-della patria erano venuti davvero, egli avrebbe saputo servirla. E
-«sovente s'arrestava soprapensieri, e gli sfuggiva un leggero sorriso,
-come a chi attende una lieta fortuna.» Lo scrive Giambattista Cuneo,
-suo compagno in quei giorni. Cosa vedeva, egli oltre il mare in qua,
-nell'Italia lontana? Allora egli e l'Anzani offrirono le loro spade a
-quel Pontefice, cui poco appresso il Mazzini offriva la mente. Avesse
-il Pontefice accettato; e se non la indipendenza che non era da lui,
-avrebbe forse guarita l'Italia di quella gran miseria per cui paiono
-inconciliabili l'amor della patria e la religione, che sono ancor la
-forza degli altri popoli, pur di noi più civili.
-
-Quando non potè più reggere od aspettare, Garibaldi imbarcò quanti
-della legione vollero seguirlo, e sul brigantino _Speranza_, veleggiò a
-tornare. Canterà mai la poesia l'ora grande che, di qua da Gibilterra,
-egli vide una nave che batteva bandiera tricolore, la gran bandiera!
-e seppe Milano insorta, gli Austriaci in fuga, tutta l'Italia in
-rivoluzione?
-
-E poi Nizza e la vecchia madre non riveduta da quattordici anni: e dopo
-brevi giorni di gioie domestiche, l'entrata nel mondo del Quarantotto,
-tutto canti e grida e deliri, ma con poche armi, assai poche! Ei corse
-presto a Milano. E perchè? — domanda oggidì la storia d'allora, —
-perchè dovette andare sino al campo di Carlo Alberto per chiedere un
-posto quale si fosse, e combattere? Non trovò per via gente armata che
-gli si offrisse? Ahi! Orlando era tornato, ma già si trovava ai primi
-disinganni. Dal campo fu mandato a Torino dove gli si disse d'andar a
-chiudersi in Venezia.... Nessuno indovinava in lui quel ch'egli era,
-neppure il governo provvisorio di Milano, dove tornava il 15 luglio,
-e dove alla fine gli erano dati i tremila volontari sparsi qua e là
-sino a Bergamo, con questo però che egli se li raccogliesse. Ma allora
-tutto già volgeva a male in Lombardia; Carlo Alberto si ritirava dal
-Mincio, gli Austriaci tornavano grossi, Milano ricadeva nelle loro
-mani; e a Garibaldi non rimaneva che la gloria di cader l'ultimo a
-Morazzone. E si narrò poi che il D'Aspre, il quale appunto a Morazzone
-lo aveva assaggiato, dicesse che l'uomo che avrebbe potuto essere
-utile all'Italia, nella guerra d'indipendenza del 1848, era stato
-disconosciuto.
-
-Dunque tutto era una grande illusione? No! Roma chiamava, ed ei vi
-corse co' suoi di Montevideo. E anche là, quando la Giunta Suprema di
-Governo seppe che Egli giungeva, tremò. Pure dovette accoglierlo e se
-non altro illuderlo, mandandolo, a capo di bande armate a Macerata, a
-Rieti. Egli andò. Di là eletto deputato di Macerata alla Costituente,
-scese in Roma, il 5 febbraio, nell'assemblea ascoltò il discorso
-d'apertura del ministro Armellini, e di scatto s'alzò, proponendo che
-si proclamasse la Repubblica. Ecco il dittatore! E tutti lo temono, e
-pochi si fidano di quell'uomo così nuovo, così sicuro, così fatto per
-comandare.
-
-Il 21 aprile quando si viene a sapere che partivano i francesi da
-Marsiglia per Civitavecchia, Egli era già molto sdegnato contro la
-patria, e se ne era confidato ad Anita, scrivendole da Anagni. Ma
-non dubitava dei suoi destini. E coi suoi milledugento armati, gli
-pareva d'essere invincibile. «Roma prende un aspetto imponente, Dio ci
-aiuterà.» E in Dio veramente credeva.
-
-Sbarcano i diecimila francesi, con sedici cannoni da campo, sei da
-assedio. Sono amici, sono nemici? Venivano per restaurare il Papa. E
-allora cominciarono i forti giorni. E fu quel 30 aprile che rimase
-gloriosissimo nella storia dell'armi italiane. Ma cominciava anche
-la gran caccia di mezza Europa, contro Roma. Gli Austriaci passavano
-il Po, la Spagna imbarcava gente per l'Italia, il Borbone invadeva
-la Repubblica. Vero è che vi furono Palestrina e Velletri, bei nomi a
-ricordarsi, più che per le vittorie in sè, come primo colpo anticipato
-da lui al trono borbonico. E la poesia vi si fermerebbe a raccogliere
-il fior del sentimento, cantando che a certa ora del fatto d'arme, una
-compagnia di adolescenti salvò Garibaldi caduto, travolto dall'onda
-della cavalleria nemica.
-
-E poi la ripresa degli assalti francesi il 3 giugno a tradimento; e
-villa Panfili, e San Pancrazio, e villa Corsini, e il Vascello, e le
-inaudite gesta d'uomini come Masina, Manara, Mellara, Dandolo, Bixio,
-Morosini, Mameli, Sacchi, Bassini e mille altri; e i 19 ufficiali
-morti i 32 feriti, e cinquanta gregari tra morti e feriti, e Lui che ai
-fuggenti sulla via della disperazione grida: «Voi sbagliate strada! il
-nemico non è qui!» Avevano letto l'_Adelchi_ del Manzoni, o il Manzoni
-aveva indovinato che gli eroi parlano così.
-
-Il gran dramma dell'assedio durò ventisei giorni di combattimenti, fino
-al 29 giugno. E quel giorno, quando l'assemblea chiamò Garibaldi nel
-proprio seno, egli, lasciate a malincuore le mura, corse e gridò ai
-rappresentanti del popolo che bisognava eleggere un Dittatore. Quanto
-a sè, dichiarò che altrimenti sarebbe uscito da Roma a tener alta dove
-che fosse la bandiera della patria fino all'estremo. Ma l'assemblea,
-pur dichiarando di volere stare al suo posto, deliberò di cessare
-la resistenza divenuta impossibile. Dunque anche in Roma, tutto era
-finito!
-
-Ma non per lui. Prima che i Francesi entrino in Roma egli n'uscirà.
-Non vuol morire di quel dolore. E sul mezzodì del 2 luglio, raccolta
-sulla piazza del Vaticano la sua divisione, griderà quelle sue grandi
-parole: «Io esco da Roma; chi vuol continuare la guerra mi segua. Non
-offro nè gradi, nè stipendi, nè onori, ma fame, sete, marce forzate,
-battaglie, ferite e morte; per tenda il cielo, per letto la terra, e
-per testimonio Iddio.»
-
-In tutte le sue biografie sono taciute le ultime parole di quel
-discorso: eppure le disse. Le ripetevano ancora, tra i Mille, alcuni
-veterani che le avevano intese.
-
-La sera di quel giorno uscirono con lui tremila, da porta San Giovanni
-per la tiburtina, ben sapendo tra quali strette d'eserciti nemici
-andavano a porsi. Marciarono ventisette giorni, marciarono ventisette
-notti, sempre lì per dar negli agguati, sempre riuscendo a scansarli.
-Meravigliosa marcia che rivelò il Capitano, e più che il Capitano
-l'Uomo fatale: perchè grandissima cosa tra le grandi compiute in quella
-fuga da leone, egli non disperò un istante d'un mondo non ancora degno
-di lui, nemmeno in quel fiore di valorosi che avevano voluto seguirlo.
-
-Il 31 luglio riparava in San Marino. Parevano rifiniti tutti quelli
-che non rimasti per via, s'erano rifugiati lassù. Egli no. Dice ancora
-ai Reggenti: «Che se i Tedeschi non lo attaccheranno, egli non li
-attaccherà.» Non è il sommo dell'ardimento?
-
-Ma insofferente d'indugi, sdegnoso di scendere a patti con lo
-straniero; mentre gli Austriaci gli stringono il cerchio intorno
-fin sul territorio della piccola Repubblica, egli piglia la sua
-risoluzione. Anita è quasi morente ma non si lagna, con Lui le è vita
-ogni stento. E via di notte pei balzi dirotti del Titano, scende, passa
-tra le schiere nemiche, traversa la terra fedele di Romagna fino al
-mare, vi imbarca i dugento che potè condur seco; mèta Venezia.... Là si
-combatte ancora.
-
-Ma, cade in quel giorno del 4 agosto l'episodio pietoso che tutti
-sanno. Dal mare gli tocca a ripigliar terra, inselvarsi con Anita,
-morente tra le braccia; solo, tra il mondo e Dio, la porta, la affida,
-non sa quasi bene se viva ancora o già morta, a chi potrà seppellirla.
-Egli deve sè all'Italia, e non può lasciarsi uccidere dai croati su
-quella povera morta. Fu forse il momento più amaro della sua vita. «Ma
-quando la disperazione starà per entrar nel tuo cuore, chiamami ed io
-sarò con te:» e al mondo, per far come egli fece in quell'ora, bisogna
-avere il cuore pieno di quelle voci che Dio mise nei grandi.
-
-Salvato per una sequela di miracoli, sin che potè por piede in
-Piemonte, s'accorse che neppur lì poteva star più, sebbene in terra di
-libertà. Egli era venuto a riportare in Europa il tipo del cittadino
-guerriero, e pareva che non ci fosse più terra per lui. Peggio che
-Mario! Non fu incatenato come Prometeo, ma fu gettato alla solitudine
-tremenda dell'anima. E non sapevano che egli aveva in sè un mondo, in
-cui egli si moveva e sapeva vivere come in un imperio infinito.
-
-Riprese la via dell'esilio, seppe cosa vuol dire non aver da sfamarsi,
-lavorò colle mani da semplice candelaio, alla fine potè riavere una
-nave e gli oceani. E nella solitudine del Pacifico, un giorno del 1854,
-gli avviene uno di quei fatti interiori, che paiono accidentali, ma
-che forse provano come a certi gradi di perfezione l'anima umana sia
-servita forse da sensi misteriosi che non sappiamo d'avere. Egli è in
-pieno Oceano Pacifico e sente in sè che a Nizza muore sua madre. Quella
-morte sentita così, gli mise la nostalgia della patria!
-
-Rivedrà l'Italia in quello stesso anno 1854; non si sentirà più di
-staccarsene, ma per altro nessuno gli dirà più d'andar via. Il Cavour
-è alla testa del Piemonte, sa dove vuole andare il suo Re, e sa pure
-che per avere con sè la Nazione, il Re deve tener conto sopratutto di
-quel proscritto. Ebbene, se nessuno vieta più omai a Garibaldi il suolo
-del Piemonte, divenuto asilo di tutti i profughi, Garibaldi non vi
-si fermerà. Egli non è fatto per vivere tra gli uomini la vita d'ogni
-giorno. C'è là nel mar di Sardegna un'isoletta, ch'egli ha veduta sin
-dal '49; e là con un po' di terra da coltivare, una casetta da starvi
-ch'egli fabbricherà da sè, umile come quella di Montevideo, e la
-quiete e la speranza potrà aspettare. Aveva allora quarantasette anni,
-un'altra primavera d'Italia pareva vicina, ma che venisse presto finchè
-c'era ancora un resto di gioventù! Passarono gli anni: fu la guerra
-di Crimea e la spedizione piemontese, della quale forse neanch'egli
-capì gli intenti, perchè non uso a pigliar vie così traverse; ma
-l'atteggiamento del Piemonte, quel piantarsi di Vittorio Emanuele da
-Re italiano in faccia all'Austria, dovette por nel gran cuore del
-solitario generale la certezza d'una ripresa d'armi, come egli la
-vagheggiava.
-
-E quando fu chiamato a dare il suo gran nome a quella Società
-Nazionale, che doveva raccoglier tutte le forze in un fascio, lo
-diede. Allora gli fu gridato che veniva meno alla parte repubblicana,
-cui tanto più doveva tenersi in quanto che egli era quel che era,
-perchè generale della Repubblica romana. Ma Garibaldi non si lasciò
-scuotere e stette. Fu quello uno dei fatti più eroici della sua vita.
-Sentimento e intelligenza delle cose patrie operarono allora in lui con
-piena armonia. Altri grande quanto lui ma sempre illuso lo biasimò, lo
-rampognò; ma egli stette, e il fatto fu uno dei più importanti di quel
-decennio, che la storia dovrebbe chiamare della saggezza.
-
-E infatti il '59 parve una gran cosa riuscita, anche a coloro che
-neppure allora vollero riconoscere che il Generale aveva fatto bene.
-Certo, a vedere come anche a quella guerra il popolo italiano aveva
-dato poco di sè nell'azione, se non lo dissero, dovettero pensare
-che quei centotrentamila francesi non gli avrebbero potuti far venir
-essi a combattere a lato degli italiani del Piemonte. E come senza
-essi si sarebbe vinto l'Austria con duecentocinquantamila uomini e
-novecento cannoni, e le fortezze in Lombardia? Garibaldi stesso disse
-poi a Don Verità, l'antico suo salvatore del quarantanove, che senza
-Napoleone neppur quell'anno si sarebbe riusciti a nulla. Che importava
-se quel romantico imperatore s'era fermato a mezzo? Intanto egli aveva
-messa l'Austria a doversene star sulla sinistra del Po, a vedere quel
-che sarebbe avvenuto nella penisola, senza potersi muovere; aveva
-consacrata la dottrina del non intervento lanciata invano trent'anni
-innanzi dalla monarchia di luglio; e legate così le mani all'Austria:
-al resto, Garibaldi si sentiva di pensar lui. Certo non si lusingava
-che Napoleone non avesse un qualche giorno a violare egli stesso il non
-intervento: ma per allora quel principio valeva mi esercito vero per
-l'Italia contro l'Austria costretta a starsi sulla sinistra del Po a
-guardare.
-
-Sfumato il disegno neo-guelfo d'una federazione italiana, risognato
-un istante da Napoleone III dopo Villafranca; concorde con lui
-l'Inghilterra nel non intervento, Prussia e Russia non inclinate ad
-aiutare l'Austria, se mai avesse voluto impedire le annessioni della
-Toscana, dell'Emilia e della Romagna, l'ora era buona per pensare al
-resto d'Italia.
-
-Ma allora Napoleone mise il prezzo di Nizza a quelle annessioni, e
-il Cavour dovette cedere. Cedette forse troppo facilmente. Perciò il
-12 aprile 1860 nella Camera dei deputati Garibaldi sorse a rampogne
-formidabili contro di lui. Pareva l'inizio di una guerra civile. Ma per
-buona sorte, la campana dei Francescani della Gancia in Palermo aveva
-sonato, otto giorni prima, a chiamar la Sicilia all'armi e l'Italia
-all'aiuto. Neppure per essere stato fatto quasi straniero all'Italia,
-Garibaldi, al grido della Sicilia, poteva star sordo. Neghi Achille il
-suo braccio per una prigioniera che gli è stata tolta, e rimanga pur
-grande quant'è in Omero; l'uomo moderno, se non sa sagrificar tutto sè
-stesso, eroe non è.
-
-Di quei giorni, come gli amici di Orlando, che andavano in cerca
-di lui errante pel mondo, ecco in Torino il Bixio e il Crispi da
-Garibaldi. Gli parlano della Sicilia; l'unità d'Italia dipende da lui.
-Ed egli ascolta, s'accende, consente, e candido com'era ed aperto,
-va subito dal Re a chiedergli addirittura una brigata da menare in
-Sicilia. Voleva appunto quella comandata dal Sacchi, antico e caro suo
-portabandiera nella legione di Montevideo. Come deve esser rimasto
-Vittorio! Ora s'avverava ciò che egli aveva scritto poco prima a
-Francesco secondo: desse la libertà ai suoi popoli, si mettesse a far
-gareggiare il suo regno con quello di lui, chè se no, presto sarebbe
-_tardi_, e forse verrebbe adoperato il nome dei Savoia contro i
-Borboni, senza che egli potesse opporsi.
-
-Re Vittorio non aderì alla richiesta di Garibaldi; ma il Cavour gli
-diede libertà di fare. Bastava. Garibaldi vola a Genova, il 20 aprile è
-nella villa Spinola divenuta quartier generale di quel mondo d'uomini
-politici e militari, che si era formato come uno Stato nello Stato;
-ivi riceve notizie, dà ordini, si prepara al gran lancio. Ma le notizie
-di Sicilia vengono, mutano ogni giorno, sempre più scoraggianti; il 27
-aprile par tutto finito laggiù; si sapeva già l'eccidio di Carini, ora
-si dice che gli insorti battuti e dispersi tengono appena le montagne,
-anzi che si vanno sciogliendo. Cade l'animo a tutti. Ma al Bertani, al
-Bixio, al Crispi, no. Questi si stringono al generale, Bixio chiede,
-supplica, implora d'essere lasciato andare almeno lui.... Almeno lui!
-Può Garibaldi lasciar ad altri si grande impresa? Titubanze terribili.
-Pure il primo maggio, in uno di quei tempestosi colloqui, di scatto,
-come per rispondere a una voce misteriosa che doveva! avere in sè,
-Garibaldi balza a dire: «Partiamo, ma subito!» Era fatto così! E allora
-tutti a serrare le file. «Si va! si va!» Furono quelli i più bei giorni
-d'Italia!
-
-Bisogneranno navi! Ci pensa Bixio; lasciate tare a lui, egli non
-conosce l'impossibilità. Quanto agli uomini, solo a chiamarli saranno
-pronti, fin troppi.
-
-E la sera del 5 maggio, che era di quelle che allagano i cuori di
-dolcezza, le belle vie di Genova videro una gentilezza nuova di
-portamenti sin nei più rudi uomini del volgo. I facchini stessi del
-porto, sempre così aspri, parvero allora cavallereschi. Si sapeva
-da tutti chi erano e dove si avviavano quei giovani forestieri, che
-s'aggiravano per la città, e ognuno che v'era, certo sa ancora dire
-di qualche tratto cortese, ricevuto in quella sera che con Garibaldi
-partiva.
-
-Appena fu notte, una eletta di quei giovani scende al porto. Entrano
-in certe barcacce, vogano a due vapori che stanno ancorati, montano,
-mettono le mani sui marinai, li costringono a stare zitti, ad accendere
-le macchine, a ubbidire in tutto. Pirati veri non avrebbero saputo far
-meglio. Sapevano che il Governo chiudeva gli occhi, ma da un istante
-all'altro poteva essere costretto ad aprirli; e allora? Momenti di
-ansia mortale. Bisognava far presto. Ma tutto veniva bene, Bixio
-metteva l'anima sua fin nelle cose, soffiandola con parole terribili,
-imprimendola con gesti che facevano tremare i cuori. I due vapori
-furono presi.
-
-E intanto, da Porta Pila, erano usciti i Mille. S'accalcavano alla
-Foce, sfilavano oltre il Bisagno per la Via di Quarto; qualcuno
-ricordava che tre anni prima il Pisacane s'era partito di là, per
-un'impresa come quella che si iniziava; qualcuno salutò la Villa dove
-il Byron si era preparato al suo viaggio di Missolungi.
-
-Alla Villa Spinola pareva una notte di festa. Gente di tutti i ceti vi
-si pigiava, confusa; v'erano delle donne, che piangevano d'esser donne;
-v'erano dei padri che v'avevano accompagnati i figli benedicendoli.
-Vi furono delle madri corse da lontano per tôrre via i loro cari da
-quel cimento; una, venuta fin dal Friuli, si udì pregar dal figlio di
-non obbligarlo a disubbidirle in un'ora così solenne. Ma tutta quella
-folla voleva veder _Lui_, _Lui_, in quel momento supremo. Ad ogni
-istante s'udiva una voce: «Eccolo!» No, era qualcuno che usciva dalla
-Villa a portar ordini chi sa dove. Eppure in quel fremito c'era una
-calma solenne. Verso le undici, come se davvero una corrente magnetica
-si fosse diffusa, fu sentito _Lui_.... Veniva fuori dal cancello
-della villa, in camicia rossa, con la sciabola sulla spalla a guisa
-di un arnese da agricoltore; traversò la via, passò per un rotto del
-muricciolo che vi fa riparo, e scese giù per gli scogli, nel piccolo
-seno già stipato di barche. La folla che aveva tenuto il respiro non
-osò mandare un grido, come avvertita da senso religioso di non turbare
-un mistero: e allora quasi nel silenzio, si ebbero il grande addio
-quelli che dovevano partire, sfilarono dietro Lui per quel rotto di
-muricciolo, entrarono muti nelle barche, presero il largo; già un po'
-al largo udirono una voce alta limpida, lieta, chiamar: «La Masa» e
-un'altra voce rispondere «Generale». Poi più nulla.
-
- E tu ridevi, stella di Venere,
- Stella d'Italia, stella di Cesare
- Non mai primavera più sacra
- D'animi italici illuminasti.
-
-Quando stava per farsi l'alba, apparvero i lumi dei due vapori
-venuti via dal porto. Furono lì in un lampo come fantasmi; le barche
-s'accostarono, e scale e corde e travi, tutto fu buono per quella gente
-a salire, come se fosse stata a un assalto. Ma Garibaldi dov'è? È sul
-_Piemonte_. — E come si chiama quest'altro vapore? e chi lo comanda?
-— Si chiama il _Lombardo_ e lo comanda Bixio. — Ah, Bixio? Bene! —
-Pure un po' di malinconia si diffuse fra quei del _Lombardo_. Andavano
-alla ventura del mare, poteva accadere d'essere incontrati dalle navi
-napolitane: e allora? Se si doveva perire, i più fortunati sarebbero
-stati quelli, che nell'ultima ora avrebbero visto Lui. Intanto i due
-vapori, con quei nomi augurali, mossero via.
-
-
-Da quella mossa cominciano i canti centrali del gran poema garibaldino.
-Proprio come in un'opera d'arte, il punto, il gran nodo dell'Epopea,
-sta tra Quarto e Teano, tra il 5 maggio e il 26 ottobre, tra la
-partenza clandestina da Corsaro, alla gloria di gridare da Dittatore
-il Regno e il Re d'Italia là, dove si distruggeva un Reame che
-durava da settecentotrent'anni. Non lo confermarono il popolo e
-l'arte figurativa? I monumenti eretti per tutta Italia a Garibaldi lo
-rappresentano quale in quel tempo egli fu: rappresentano il Dittatore.
-
-E ora, parlando della grand'epopea garibaldina, in questa Firenze, mi
-par giusto ricordare che qui, nel meditato dolore patriottico, Pietro
-Colletta scrisse la storia di quel Reame. Il soldato della Partenopea
-e poi del Murat, aveva visto finir in nulla l'impresa unitaria di
-Gioachino nel Quindici, e nel Venti la rivoluzione di Napoli non mirar
-più all'Italia, ma chiudersi nell'angusto concetto delle due Sicilie.
-Come doveva aver sanguinato quel cuore!
-
-Ricaduta Napoli in balìa degli Austriaci restauratori della tirannide
-spergiura; cacciato egli a confine in Brünn di Moravia, a piè di quello
-Spielberg, dove pativano le durezze del carcere il Confalonieri, il
-Pellico, il Maroncelli e gli altri Carbonari, chi sa che, guardando
-lassù, non abbia pensato che se Marche, Umbria, Romagna, Toscana,
-Emilia, erano state indifferenti all'impresa di Gioachino, o l'avevano
-quasi derisa; se allora i Lombardi stavano lassù condannati; se i
-Piemontesi ramingavano pel mondo, e s'egli stesso napoletano, era
-là; tutto era avvenuto perchè erano mancati tra Italiani e Italiani
-la stima e l'amore? E forse gli nacque allora appunto il pensiero
-di rivelare all'Italia del settentrione la grandezza e i martirii
-dell'Italia meridionale, e nella sconsolata anima dubitando anche di
-essere inteso, gli sonò la pagina finale della sua storia, che pare un
-coro fatidico di cupa tragedia antica. E scriveva:
-
-«In sei lustri centomila Napoletani perirono di varia morte, tutti
-per causa di pubblica libertà e di amore d'Italia; e le altre
-italiche genti, oziose ed intere, serve a straniero impero, tacite,
-o plaudenti, oltraggiano la miseria dei vinti; nel quale dispregio,
-ingiusto e codardo, sta scolpita la durevole loro servitù, infino
-a tanto che braccio altrui, quasi a malgrado, le sollevi da quella
-bassezza. Infausto presagio che vorremmo fallace; ma discende dalle
-narrate istorie, e si farà manifesto agli avvenire, i quali ho fede
-che, imparando dai vizi nostri le contrarie virtù, concederanno al
-popolo napoletano (misero ed operoso, irrequieto, ma di meglio) qualche
-sospiro di pietà, e qualche lode; sterile mercede che i presenti gli
-negano.»
-
-Ora l'anima del Colletta, dalle sedi degli eroi poteva esultare;
-l'Italia settentrionale mandava all'umile Italia serva di laggiù, quel
-manipolo e quel Liberatore.
-
-All'alba, i due vapori stavano già per girare il promontorio di
-Portofino, quando si fermarono quasi di colpo. Perchè? Si seppe poi.
-In quelle acque dovevano trovarsi ad aspettarli, certe barche cariche
-di munizioni: ma guarda di qua, guarda di là non si vede nulla. Che
-fare? Garibaldi alzò gli occhi al cielo come soleva, e ordinò di andare
-avanti.... «Le munizioni si piglierebbero dove si potrebbe, magari al
-nemico.»
-
-Così tutto quel giorno 6 e sino alla mattina dell'altro appresso,
-i due vapori navigarono di conserva. In quel secondo mattino della
-traversata, fu letto sulle due navi l'ordine del giorno di Garibaldi.
-
-Ribattezzava _Cacciatori delle Alpi_ i militi della spedizione; parlava
-di devozione, di soddisfazione della incontaminata coscienza, come
-solo premio. L'organizzazione sarebbe come quella dell'esercito ch'ei
-chiamava non più piemontese ma italiano; il grido di guerra: _Italia e
-Vittorio Emanuele_.
-
-Bisogna dirlo, quel grido non piacque a tutti. Prevaleva nella
-spedizione l'elemento repubblicano: la rivoluzione di Sicilia e la
-impresa d'aiutarla era opera di Mazzini, ma in quegli anni il vento
-spirava dalla parte della concordia. E poi! se quel grido lo dava
-Garibaldi, doveva essere tenuto pel buono, perchè egli in quel fatto
-era tutto.
-
-Intanto si vedeva lì in faccia la riva, un villaggio, una torre su cui
-sventolava la bandiera tricolore.
-
-Era Talamone.
-
-Come se il fato valesse ancora nella vita dei popoli e dei Re, proprio
-là in quel riposto seno della terra Toscana già Stato dei Presidii,
-piantato dagli Spagnuoli nel fianco del Granducato, Garibaldi fatti
-scendere a terra i Mille, sceso egli stesso vestito da generale
-dell'esercito piemontese, doveva pigliarsi tre cannoni da sei e una
-vecchia colubrina forse del Seicento, con centomila cartucce, per
-andare a spegnere nelle Due Sicilie il regno spagnolo!
-
-E là, in Talamone, Garibaldi fece dar forme alla spedizione; quartier
-generale, stato maggiore, intendenza, corpo sanitario, genio,
-compagnie, carabinieri genovesi, guide, tutto fu fatto alla brava e
-rapidamente.
-
- *
- * *
-
-Il colonnello ungherese Stefano Türr fu primo aiutante di campo del
-Generale. Aveva allora trentacinque anni. E sapeva cos'era stato
-il dolore della sua Ungheria e quello dell'Italia nel Quarantanove.
-Sapeva cosa volevano dire le ansie del condannato a morte, liberato
-quasi all'ora del supplizio; e sapeva le gioie del cospiratore
-nell'impaziente attesa della riscossa. Aveva combattuto l'anno avanti
-sotto Garibaldi in Lombardia, e a Tre Ponti aveva sparso il suo sangue
-tra i cacciatori delle Alpi.
-
-Ora egli era lì, a lato di quel Grande. Forse quel contatto gli diè
-l'ultima tempra; e il Türr dopo la guerra di Sicilia doveva smettere
-le armi per darsi tutto alla vita civile. Fu diplomatico, consigliere
-d'alleanze, tagliatore d'Istmi, costruttore di canali; va ancor pel
-mondo, quasi ottuagenario, a far sentire la sua voce, dovunque bisogni
-gridare la pace e la libertà. Mille quattrocento anni fa, dal suo paese
-veniva Attila!
-
-Ungherese come il Türr, un po' più giovane di lui, aiutante anch'esso
-del Generale, v'era il Tuköry, che veniva a offrir l'ingegno e la
-vita a quest'Italia, la quale, nel Cinquantanove, in certa guisa aveva
-disdetto la fratellanza di sventure e di speranze, che l'avevano legata
-fino allora alla patria sua. Diceva egli così senza raffaccio, ma
-con dolore; forse presago di dover morir presto, come morì di ferita
-toccata nell'assalto di Palermo. Ma Palermo liberata gli fece funerali
-che furono un'apoteosi, e chi li vide intende meglio quelli di Ettore
-in Omero.
-
-Poi c'era il Cenni, di Comacchio, uomo di quarantatrè anni, avanzo di
-Roma e della ritirata di San Marino; uno tutto fremiti, che ad averlo
-vicino pareva di camminare col fuoco in mano presso una polveriera.
-
-V'era l'ingegnere Montanari di Mirandola, anch'egli avanzo di Roma, che
-aveva trentott'anni e ne mostrava cinquanta, per la tetraggine che gli
-avevano impresso le meditate sventure del paese. Ma, contrasto quasi
-d'arte, egli stava a lato un senese, che da giovane aveva fatto versi
-sembrati al Niccolini cose degne del Foscolo. Ne' suoi ventisei anni,
-bellissimo, forte, era sempre gaio come se gli cantasse una allodola
-in core. Era quel povero Bandi, che cinque ferite di piombo non
-poterono poi uccidere sul colle di Calatafimi, e doveva campare ancora
-trentacinque anni, per essere ucciso quasi vecchio e a ghiado, da uno
-a lui sconosciuto.
-
-E c'era Giovanni Basso, nizzardo, ombra più che segretario del
-Generale, ch'egli aveva visto sublime a Roma, umile ma ancor più
-sublime da povero candelaio alla Nuova York. E c'erano il Crispi
-allora poco conosciuto, e l'Elia anconitano, che poi a Calatafimi
-fu quasi ucciso mentre si lanciava a coprire Garibaldi. C'erano il
-Griziotti pavese di trentott'anni, uomo di bella mente ma di cuore
-più bello ancora; e il Gusmaroli di cinquanta, antico parroco del
-Mantovano, che come l'Eroe dell'_Enriade_, andava tra quei che
-uccidono, senza difendersi e senza mai pensare ad uccidere. Ma il
-tocco michelangiolesco lo metteva in quel gruppo Simone Schiaffino, bel
-capitano di mare, che pareva andasse studiando Garibaldi, per divenir
-simile a lui nell'anima, come gli somigliava già un po' nel volto;
-biondo come lui, assai più aitante di lui, con un petto da contenervi
-cento cuori d'eroe. Vai, vai o giovane sognatore, nato a campar forse
-novant'anni, vai! tra otto giorni cadrai sul colle di Calatafimi con la
-bandiera in pugno, nell'ora quasi disperata della battaglia. Ma avrai
-questo onore, che a chi gli dirà la tua morte, Garibaldi griderà se gli
-sembri quello il momento di annunziargli una pubblica sciagura! A quale
-età, dopo quali alte fortune, avresti potuto meritare un elogio funebre
-come quello? Era detto da lui, mentre si combatteva su quel colle per
-far l'unità d'Italia, o perderla forse per sempre.
-
-
-Allo Stato maggiore generale presiedeva il Sirtori. Antico sacerdote,
-aveva chiuso per sempre il suo breviario, portandone scolpito il
-contenuto nel cuore casto, e serbando nella vita la severità e la
-povertà dell'asceta claustrale. Spirito rigido, cuore intrepido,
-ingegno poderoso, nel Quarantanove, con l'Ulloa napoletano, era stato
-ispiratore del generale Pepe nella difesa di Venezia. Poi, esule in
-Parigi, aveva visto indignato, trionfare Napoleone III. E la vita
-gli si era fatta un gran lutto. Non aveva perdonato all'Imperatore
-il 2 dicembre, neppure vedendolo poi scender nel Cinquantanove con
-centotrentamila francesi a liberargli la sua Lombardia; anzi, antico
-soldato della patria, s'era astenuto dal venire a quella guerra
-imperiale. Ma la guerra stessa, com'era seguìta, gli aveva insegnato a
-non illudersi più. Ed era a quarantasette anni, era lì con quella sua
-faccia patita, incorniciata da una strana barba bionda, esile alquanto
-della persona, silenzioso, guardato come se portasse in sè qualcosa di
-sacro, forse le promesse dell'oltretomba; pareva il Turpino di quelle
-gesta.
-
-Da lui dipendevano, come capitani, un Bruzzesi romano di trentasette
-anni; il matematico Calvino esule trapanese di quarant'anni, Achille
-Maiocchi milanese di trentanove e Giorgio Manin, figlio del gran
-Presidente della repubblica veneziana, che non ne aveva ancor trenta.
-
-Ufficiali minori seguivano Ignazio Calona palermitano, un gran bel
-sessagenario che a guardarlo nel viso pareva di leggere le poesie del
-Meli: seguiva il mantovano ingegner Borchetta di trentadue anni, gran
-repubblicano; ultimo v'era un giovane tenente dell'esercito piemontese,
-disertato a portar tra i Mille il suo cuore. Questi doveva morire
-a Calatafimi sotto il nome di De Amicis, ma veramente si chiamava
-Costantino Pagani.
-
-E poi veniva il grosso del piccolo esercito; e qui siamo al secondo
-libro dell'_Iliade_:
-
- Della turba...... io nè parole
- Farò nè nome, che bastanti a questo
- Non dieci lingue mi sarian nè dieci
- Bocche, nè voce pur di ferreo petto.
- Di tutta l'oste
- Divisar la memoria altri non puote
- Che l'alme figlie dell'Egioco Giove:
- Sol dunque i Duci....... accenno.
-
- *
- * *
-
-Alla testa della prima compagnia, chi se non Bixio? Pareva uno,
-chiamato al mondo in un momento di grande ira da un padre, che offeso
-per chi sa quale perfidia della vita, si fosse rifugiato nel seno
-della famiglia amata per non morir di collera o di dolore. Era nato
-nel 1821 in Genova, allora davvero piena d'ira per essere stata messa
-sotto il Piemonte. Stolta Santa alleanza! Per uccidere una repubblica,
-aveva sottomesso al Re di Sardegna la città che per bocca di Giuseppe
-Mazzini, doveva poi dare quel grido che si sarebbe risolto nella fine
-del regno Sardo e nella creazione di quello d'Italia!
-
-Era quel Bixio che già nel Quarantasette, in una via di Genova,
-fattosi alle briglie del cavallo di Carlo Alberto, gli aveva gridato:
-«Dichiarate, o Sire, la guerra all'Austria e saremo tutti con voi!» Nel
-Quarantotto era volato in Lombardia con Mameli; con Mameli era stato
-a Roma dove era parso l'Aiace della difesa, e il 30 aprile vi aveva
-fatto prigioniero tutto un battaglione di francesi. Poi aveva navigato;
-nel Cinquantanove aveva riprese l'armi, non qui riluttante a fare la
-guerra regia, e facendola bene: adesso era capitano del _Lombardo_, ma
-in terra avrebbe comandata la prima compagnia.
-
-Il Dezza ingegnere e il Piva che dovevano divenire generali
-dell'esercito italiano, erano suoi luogotenenti; e sergenti e soldati,
-benchè fior d'uomini tutti, badassero bene con chi avevano da fare, chè
-con lui, non dico paurosi, ma solo inesperti o disattenti o svogliati
-c'era da essere inceneriti.
-
-Egli doveva essere alla fine uno dei grandi che conducono eserciti,
-ma dapprima guardato con qualche sospetto, poi apprezzato, poi
-riconosciuto: e sei anni dopo, la sera della battaglia di Custoza,
-il generale Della Rocca, personificazione del militarismo di scuola,
-osò dire di lui a Vittorio Emanuele che lo mettesse alla testa
-dell'esercito per la pronta rivincita. Anche il Bixio era uomo eroico
-nel senso largo e moderno: compita l'Italia, entrato nel Settanta in
-quella Roma da cui era uscito vinto nel Quarantanove, ripigliava le vie
-dei mari, e andava cercando in Oriente come far ricca l'Italia.
-
-La seconda compagnia detta dei Livornesi, perchè livornesi erano
-quasi tutti i suoi ufficiali e sott'ufficiali, fu affidata a un Orsini
-palermitano, uomo già di quarantacinque anni, ufficiale d'artiglieria
-borbonico da giovane, e poi della isola sua nella rivoluzione del 1848.
-Da quell'anno era vissuto esule in Levante ai servizi della Turchia,
-colonnello dell'arma nei cui studi era stato allevato.
-
-Per la stessa ragione che la seconda fu chiamata dei Livornesi,
-la terza compagnia poteva dirsi dei Calabresi, perchè calabresi
-erano lo Sprovieri che la comandava e Lamenza e Piccoli e Santelmo
-suoi ufficiali. V'erano inquadrati degli uomini come il Braico, il
-Carbonelli, il Damis, il Mauro, il Mignogna, il Plutino, lo Stocco,
-il Miceli, e medici, e avvocati, e ingegneri e futuri ministri, e
-generali, tutti fra i trentasei e i cinquant'anni, tutti di Calabria
-e di Puglia, e molti vissuti dieci anni compagni del Poerio, del
-Settembrini, del Duca di Castromediano, nelle galere di Montefusco o
-di Montesarchio, dove, invece di custodi pietosi come lo Schiller e
-il Kubinsky dello Spielberg, avevano trovato dei birri appena degni di
-stare nella Caina di Dante.
-
-La quarta compagnia toccò al La Masa, siciliano di Trabia, esule
-quarantenne. Era un singolare uomo costui! Con un'aria tra d'arcade
-romantico e di evangelista, grandi cose doveva aver sentite di sè
-e grandissime essersene augurate. E sin a un certo punto le aveva
-conseguìte. Si diceva di lui che nel gennaio del 48 aveva decretata
-da sè la rivoluzione per il dodici preciso, genetliaco del Borbone,
-firmando audacemente col proprio nome, per un Comitato che non
-esisteva, il bando di guerra.
-
-Alcuni conoscevano di lui tre volumi di Storia della rivoluzione
-siciliana di quell'anno grande: pochi sapevano che in Brescia dov'era
-andato crociato alla guerra lombarda, aveva sposata la duchessa
-Bevilacqua, sorella di quell'Alessandro finito a Sommacampagna sotto
-le sciabole dei croati. Biondo, esile, quasi bello, il La Masa parea
-più uno scandinavo che un siciliano. Forse aveva nelle sue vene un
-rigagnoletto di sangue normanno. E ambizioso dicono che fosse assai,
-e forse fin sognatore d'un restaurato Regno con lui Re dell'isola,
-dove tornava dopo averne quasi conquistato un altro nell'Italia
-settentrionale, tante erano le ricchezze della casa dei Bevilacqua.
-
-Alla testa della quinta compagnia sonava il nome degli Anfossi
-nizzardi, glorioso pel caduto delle cinque giornate di Milano. Ma
-ahimè! il vivo non era del valor del morto. Però la inquadravano degli
-ufficiali subalterni che bastavano a raccoglier l'anima della compagnia
-come un'arma corta nel pugno. V'era tra essi il Tanara, una specie di
-Rinaldo combattente per la giustizia in un mondo che a lui fu ingiusto
-e che non seppe mai il cuore ch'egli ebbe. In quella compagnia,
-nulla di regionale. C'erano un centinaio di uomini di tutte le terre
-italiane, vi si sentivano tutte le nostre parlate, vi si vedevano delle
-teste di tutte le tinte, e di grigie e di già bianche parecchie.
-
-
-Ma ecco alla sesta il più bello degli otto capitani. Era un biondo
-di trentatrè anni, alto, snello, elegante. Si sarebbe detto che se
-avesse voluto volare, subito gli si sarebbero aperte dal dosso ali di
-cherubino. Parlava un bell'italiano, con leggero accento meridionale,
-gestiva sobrio e grazioso come un parigino; nel portamento pareva
-un soldato di mestiere, negli atti e nei discorsi un Creso vissuto
-tra le delizie dell'arte, in qualche gran palazzo da Mecenate. Si
-chiamava Giacinto Carini, nome di borghesi e nome anche di Principi
-siciliani, che a lui già nobilissimo della persona, dava un'aria alta e
-singolarmente aristocratica. In lui v'era il generale che sei anni dopo
-avrebbe comandata una divisione italiana all'attacco di Borgoforte; e
-da lui fu detto un giorno che se alla morte di Pio IX fosse venuto,
-come venne, al seggio di San Pietro il Vescovo di Perugia ch'ei ben
-conosceva, l'Italia avrebbe avuto il Papa iniziatore di quella vita che
-ancor si aspetta.
-
-Sfila la settima compagnia, studenti dell'università pavese, lombardi,
-milanesi eleganti ricchi e prodi, e veneti che la graziosa mollezza
-natia, temperavano alla baldanzosa audacia dei compagni nati tra l'Adda
-e il Ticino.
-
-La comandava il Cairoli di trentacinque anni, e pareva così contento,
-aveva un'aria così paterna, che uno avrebbe detto: «Certo a costui è
-stato dato ogni suo soldato da ogni madre in persona, perchè se non
-è necessario sacrificarlo glielo riconduca puro e migliore.» Ah il
-contatto con quell'anima! Molti vanno ancora pel mondo, che vissero
-giovanetti sotto quell'occhio, in quei giorni di altissima scuola, e ne
-portano la luce e l'esempio tra la gente, che pur divenuta scettica,
-crede, non ostante tutto, che un mondo migliore sia stato.... e
-assetata di bene spera che torni.
-
-E l'ultima era l'ottava. L'aveva raccolta quasi tutta nella sua
-Bergamo, Francesco Nullo, che la dava bell'e fatta ad Angelo Bassini
-pavese, certo di darla a chi l'avrebbe condotta da bravo. Era il
-Bassini un uomo che se avesse lanciato il suo cuore in aria, questo
-avrebbe mandata luce come il sole, e se lo avesse gettato nell'inferno,
-avrebbe fatto divenir buono Satana stesso. Lo dicevano coloro che
-avevano lette già le poesie di Petöfi. A Roma il 3 giugno del 49,
-nell'ora dello sterminio, s'era avventato quasi solo contro i francesi
-di Villa Corsini, percotendo, insultando, gridando a chi volesse
-ammazzarlo; e nessuno lo aveva ucciso. Aveva una testa che sembrava
-una mazza d'armi, ma l'espressione della sua faccia, ricordava quella
-di certi santi anacoreti. Sapeva poco, discorreva poco, ostinato
-nell'idea che gli si piantava nel capo, a chi lo vinceva di prove
-gridava: «Appiccati!» ma lo abbracciava, e gli dava subito retta
-intenerito e devoto. Per tutte queste sue doti, e perchè, aveva già
-quarantacinque anni, gli si erano lasciati volentieri metter sotto,
-Vittore Tasca, Luigi Dall'Oro, Daniele Piccinini, coi loro bergamaschi,
-quasi un centinaio e mezzo di quella gente Orobia, quadrata e intrepida
-sempre, sia che scelga la patria per suo culto, sia che ad altri ideali
-volga il pensiero: quella che parve ai siciliani formidabile per gli
-ardimenti, e per la serena fidanza nei vini dell'isola, bevuti ai
-banchetti liberamente, senza perdere dignità nè d'atti nè di parole.
-Non erano certo gli Ippomolgi di Omero, piissimi mortali.
-
- Che di latte nudriti a lunga etade
- Producono i lor dì.
-
- *
- * *
-
-Ora ecco i Carabinieri genovesi, quarantatrè, quasi tutti di Genova, o
-in Genova vissuti a lungo, armati di carabine loro proprie, esercitati
-al tiro a segno da otto o nove anni i più, gente che s'era già fatta
-ammirare nel 1859, ben provveduta, colta, elegante.
-
-Li comandava Antonio Mosto, uomo non molto sopra i trent'anni, ma che
-ne mostrava di più: barba piena, lunga, sguardo acuto, ficcato lontano
-traverso agli occhiali a suste d'oro, come per guardare se al mondo
-esistesse il bene quale ei lo sentiva in sè. Quanto al coraggio era per
-lui cosa tanto sua, che non poteva credere vi fosse altri che non ne
-avesse.
-
-Suo luogotenente era Bartolomeo Savi, un fierissimo repubblicano
-tutto nudrito di studi classici, e già ben sopra la quarantina; uomo
-austero e cruccioso, che guardava sempre con certo piglio di rimprovero
-Garibaldi, perchè s'era lasciato tirar dalla parte del Re. Ma lo
-seguiva, e lo seguì poi fino al giorno che, dopo Aspromonte, tutto gli
-parve falsato, e poco appresso tediato della vita si uccise.
-
-Inquadravano la compagnia Canzio, Burlando, Uziel, Sartorio, Belleno;
-e tra tutti, quei quarantatrè dovevan pagare un gran tributo nel primo
-scontro a Calatafimi. Cinque morirono, dieci vi furono feriti, ma la
-vittoria si dovette in parte alle loro infallibili carabine.
-
- *
- * *
-
-Non s'avevan cavalli, nè c'era tempo di far una corsa nella vicina
-maremma per pigliarne al laccio un branco; ma le Guide furono ordinate
-lo stesso. Erano ventitrè. Le comandava il Missori, l'elegantissimo
-milanese, passato dal culto delle Grazie a quello della sciabola, ma
-da prode. Suo sergente era Francesco Nullo, il più bell'uomo della
-spedizione. E avevano compagni dei giovanetti come il conte Manci di
-Trento, che pareva una fanciulla travestita da uomo, e dei vecchi di
-sessant'anni come Alessandro Fasola, carbonaro del 1821 col Santa Rosa,
-allora corso a quell'impresa con la baldanza d'un ragazzo, che fa la
-sua prima volata fuori della casa materna.
-
-E come in Talamone s'ebbero i tre cannoni d'Orbetello, e la colubrina
-levata da quel castelluccio, fu formata l'artiglieria alla cui testa fu
-messo l'Orsini. Povera artiglieria! Pareva davvero una cosa da celia,
-ma laggiù nell'isola fu poi vista a una prova da cui forse dipese la
-sorte della spedizione.
-
-Capo dell'Intendenza fu l'Acerbi, avanzo dei martirii di Mantova,
-e aveva seco uomini come Ippolito Nievo, e il Bovi, il Maestri, il
-Rodi, tre veterani questi ultimi, mutilati ciascuno d'un braccio, che
-parevano venuti per dire ai giovani: «Vedete? Eppure ciò non fa male!»
-
-In quanto al corpo sanitario fu affidato al dottor Ripari cremonese,
-vecchio avanzo delle catene politiche dell'Austria e di Roma; e gli
-erano compagni il Boldrini mantovano e il Ziliani da Brescia, valenti
-medici e grandi soldati. E poi di medici ve n'erano in tutte le
-compagnie, combattenti dei migliori, e da combattenti infermieri.
-
-
-La storia dovrebbe aver già detto e dirà che quella spedizione fu più
-che per metà composta d'uomini di studio e d'intelletto. Ne contava
-più d'un centinaio e mezzo che erano già o divennero poi avvocati,
-e così contava quasi un centinaio di medici, un mezzo centinaio
-d'ingegneri, una ventina di farmacisti, trenta capitani marittimi,
-dieci pittori o scultori, parecchi scrittori e professori di lettere e
-di scienze, tre sacerdoti, alcuni seminaristi, una donna: poi centinaia
-di commercianti, e centinaia d'artefici, operai il resto, contadini
-nessuno. E non sarà inutile dire che una quarta parte di quegli uomini
-era d'età fra i trenta e i quarant'anni; che un altro bel numero
-erano tra i quaranta e i cinquanta: forse un dugento, n'avevano da
-venticinque a trenta; i più erano tra i diciotto e i venticinque. Il
-vecchissimo era un genovese nato nel 1791, che da giovinetto aveva
-militato sotto Napoleone; il giovanissimo era un fanciullo d'undici
-anni, menato seco dal proprio padre medico vicentino.
-
-Non sarà inutile di aggiungere che trecentocinquanta di quegli uomini
-erano lombardi, centosessanta genovesi, il resto veneti, trentini,
-istriani e delle altre provincie dell'Italia superiore, con forse un
-centinaio di siciliani e napoletani tornanti dall'esilio. Stranieri
-accorsi per amor d'Italia ve n'erano diciotto, uno dei quali africano,
-l'altro d'America ed era il figlio del Generale.
-
- *
- * *
-
-La sera dell'8 maggio Garibaldi rimbarcò la spedizione, e non per
-salpare ma per passar quella notte all'àncora nella rada. Temeva che
-il Ricasoli mandasse a fermarlo! La mattina del 9 i due vapori salpano,
-toccano Santo Stefano, vi stanno poco, poi via verso scirocco, navigano
-tutto quel giorno e la notte e quello appresso. A una certa ora del
-10 il _Piemonte_ lascia addietro il _Lombardo_, e va, va, va, finchè
-sparisce.
-
-Ah! che nuova stretta per quei che navigavano sul _Lombardo_! Il Bixio
-in un momento che uno aveva osato mormorare contro di lui, mandò tutti
-a poppa, e gridò che il Generale gli aveva ordinato di sbarcarli in
-Sicilia, e che in Sicilia li avrebbe sbarcati, che là lo avrebbero
-appiccato, se così avessero osato, al primo albero che si sarebbe
-incontrato, ma in Sicilia giurava di sbarcarli. Parole che lasciavano
-il segno nell'aria come saette, e mettevano il fuoco nei petti e nelle
-teste. E quel _Piemonte_ che se n'andava avanti da solo, s'era portato
-via i cuori. La sera non si vedeva più, e la malinconia era grande come
-l'ora del mare.
-
-Ma verso la mezzanotte il Bixio che stava sul ponte del comando,
-vide e fremette. Una nave, a lumi spenti, sorgeva innanzi a lui come
-un'ombra; e pareva venisse.... Era la morte? Ah! non a lui si poteva
-correre addosso per colarlo a fondo! Egli era uomo da arrembaggio.
-Su! dà la sveglia, tutti si destano, le baionette s'innastano, ognuno
-sta pronto; e il timoniere badi, viri e via; ora a quella nave, va
-addosso il Bixio. Mancava poco a dar l'urto, e sarebbe stato tremendo.
-Senonchè, una voce gridò: «Capitan Bixio! Volete mandarmi a fondo?»
-«Oh! indietro, indietro alle macchine — grida Bixio — Generale, non
-vedevo i fanali!»
-
-«Siamo nella crociera nemica», soggiunse tranquillo Garibaldi. I cuori
-s'apersero, Garibaldi, il Signor del mare, in quell'incontro salvava
-tutti.
-
-E insieme con Bixio, concertato d'allargarsi, navigarono di conserva il
-resto della notte. La mattina dell'11, videro il gruppo delle Egadi,
-che parevano venute su allora dal mare, verdi di tutti i toni, con
-rocce splendenti in alto, con una zona d'argento ai piedi; e più in
-là appariva la costa dell'isola. «La Sicilia, la Sicilia!» I Siciliani
-della spedizione se la bevevano cogli occhi, gridavano, benedicevano,
-abbracciavano gli altri; cose che nessuna lingua potrebbe narrare. Che
-città è quella? Marsala!
-
-Ma poi fu un volgersi di tutti a poppa, per guardare due navi, che
-correvano a vista d'occhio dietro di loro: «Avanti! Avanti!» Bixio
-gridava ai marinai che chi gli sbagliasse una manovra, sarebbe
-impiccato all'albero di maestra.
-
-Marsala era ancora lontana, ma sembrava che la terra stessa venisse
-incontro ai due vapori, da tanto che questi correvano. E gli altri
-inseguivano, come leonesse in furia dietro a' cacciatori che avessero
-loro rapito i lioncelli. Alla fine ecco il porto! Il _Piemonte_ lo
-imbocca e maestoso vi si pianta; Bixio investe col _Lombardo_ contro la
-spiaggia. Era l'una pomeridiana.
-
-Cosa voleva dire quell'imbandierarsi d'una piccola nave da guerra,
-ancorata a sinistra del _Lombardo_, e quell'imbandierarsi di due grosse
-navi, ancorate a destra del _Piemonte_? Un marinaio del _Lombardo_
-spiegava che quella piccola era una nave borbonica, che invitava le
-navi grandi, che erano inglesi, a ritirarsi, perchè voleva far fuoco
-sui due vapori giunti. Rispondevano gli inglesi che avevano i loro
-ufficiali a terra, che le loro macchine non erano sotto pressione,
-e che però aspettassero un poco. Così almeno spiegava il marinaio
-del _Lombardo_ tutto quello sciorinar di bandiere. E fu questo tutto
-l'aiuto inglese, di cui tanto si disse e si scrive ancora. Non però fu
-cosa da poco, perchè intanto la gente del _Piemonte_ e del _Lombardo_
-si gettava giù nelle barche, e via vogava a terra. Ma presto le due
-navi che inseguivano, venute a tiro, si misero a farle addosso le
-cannonate. Povero _Stromboli_, povera _Partenope_! In poco più forse
-d'un'ora, tutta la spedizione fu a terra; un po' di sosta a ordinarsi,
-e poi una corsa a compagnie; carponi, ritti, come ognuno sapeva, tutti
-entrarono in Marsala.
-
-I cittadini trasognati, sbigottiti, non sapevano ancora cosa fosse quel
-cannoneggiamento, nè chi fossero quegli uomini nuovi che invadevano
-la città con l'armi in pugno, quasi tutti vestiti in borghese. Ma come
-seppero che era con essi Garibaldi, tutta la città balenò di una gran
-gioia, non s'udì più che il gran nome, parve che la rivoluzione vera
-della Sicilia cominciasse in quel momento.
-
-Quanto a Lui, disceso dal _Piemonte_, aveva messo il piede sul suolo
-dell'isola come su terra già sua; era salito nella città col passo
-lento d'Aiace, come se le cannonate non potessero toccarlo; forse in
-quel momento sentì che per la prima volta in sua vita, si trovava a
-entrar nell'azione, senz'altra autorità sopra di sè, libero e primo
-come la natura lo aveva fatto, e vide come in una prospettiva infinita
-chi sa quali grandi cose da farsi!
-
-E nella reggia di Napoli, cosa sarà stato in quell'ora? Quali sgomenti,
-quali pianti, quali furie? Erano stati dati ordini alla flotta, di
-colar a fondo i due vapori salvando le apparenze, e questo si seppe
-poi. Invece, il gran nemico di dieci anni prima, quello stesso di
-Velletri e di Palestrina, era sbarcato in terra del Regno, nel punto
-più lontano da Napoli sì, ma insomma era sbarcato; e forse fin da quel
-momento la reggia si sentì vinta. A quarant'anni di distanza, vien su
-dal cuore un senso strano di compassione.
-
-Lo _Stromboli_ e la _Partenope_ si sfogarono il resto della giornata
-a tirar cannonate, ma non proprio per bombardar Marsala, che s'era
-coperta di bandiere inglesi. Venne la notte, passò, spuntò l'alba; e i
-Mille erano già fuori della città pronti a marciare.
-
-Forse al Salto, o il 30 aprile a Roma, o a San Fermo vincitore,
-Garibaldi non fu così bello e raggiante come in quell'alba del 12
-maggio, lì fuor di Marsala tra quei suoi Mille, che egli metteva
-in cammino verso l'ignoto. Di lì vedeva il _Piemonte_ menato via a
-rimorchio dalle fregate borboniche, il _Lombardo_ piegato su di un
-fianco e mezzo sommerso. E ciò voleva dire che in quei Mille doveva
-essersi piantato il sentimento, di non aver più a fare nulla col mondo
-di fuori dell'isola, e che da quel campo chiuso non sarebbero più
-potuti uscire se non vincitori.
-
-Dunque o vincitori, o morti, o galeotti nelle galere borboniche! Di
-là si vedevano bene le Egadi, smeraldi al sole, e si sapeva che nelle
-loro viscere, nell'orrida prigione, profonda sotto il livello del mare,
-giacevano quei di Sapri, i loro precursori!
-
-Trombe in testa, partirono. E va, va, va come nelle novelle; fatti due
-o tre chilometri tra vigneti, la colonna marciò poi tutta la prima
-giornata sotto quel sole che pareva colasse piombo, per un deserto
-senz'acqua, senz'alberi, senza coltura. Non videro un villaggio, non
-un ciuffo di case, nulla, tranne qualche branco di cavalli e qualche
-capanna che mettevano lo sgomento della vita in quelle solitudini
-sterminate. Ma verso il tramonto, apparve un gran casone su d'un
-poggio. Pagina da Cervantes. Forse la fata morgana? Era il feudo di
-Rampagallo. Allora la parola feudo rivelò tutta una storia. Chi la
-aveva mai intesa dire con sotto agli occhi la cosa vera? Lì dunque era
-il medioevo ancora in azione? Fu un senso di sgomento. Accamparono
-intorno. E nel crepuscolo alcuni ufficiali, che stavano aggruppati
-a discorrere sulla gran porta dell'immenso cortile di quel casone,
-udirono uno mettere nei loro discorsi la nota veridica. «Avete badato
-a quel deserto tutt'oggi? Si direbbe che siam venuti per aiutare i
-Siciliani a liberar la terra dall'ozio!» Era un uomo gigantesco, forse
-di trentacinque anni, si chiamava Rainero Taddei, era ingegnere. La
-sorte gli serbava la gloria di morire sei anni dopo, tenente colonnello
-a Custoza; ma per lui il posto da invecchiarvi lavorando, sarebbe stato
-là in quel feudo di Rampagallo, per morirvi dopo aver fatto fiorire
-tutto quell'immenso deserto, sul quale quella sera disse la verità
-dolorosa.
-
-La notte furono visti i primi insorti _Picciotti_: una cinquantina.
-Venivano a raggiungere il Generale, condotti dai baroni Sant'Anna e
-Mocarta. Vestivano di pelli di capra come fauni, erano armati di fucili
-da caccia che chiamavano _scoppette_, qualcuno aveva le pistole alla
-cintola e il pugnale. Le loro facce erano fiere, ma a trovarsi tra
-quelle compagnie giunte d'oltremare, come i conquistatori delle loro
-leggende, parevano trasognati. Garibaldi li accolse, li incantò subito,
-li tenne seco. Erano pur pochi, ma insomma riconoscevano in lui il Duce
-e la rivoluzione unitaria.
-
-Il giorno appresso a Salemi, dove i Mille giunsero sul mezzodì, fu
-ben altro. Tutte le campane sonavano a gloria, tutta la popolazione
-veniva loro incontro fuori di sè. E quando apparve il Generale fu
-addirittura un delirio; v'erano già le squadre di Monte San Giuliano,
-forse un migliaio di altri picciotti, e si dicevano cose meravigliose
-di altre squadre in cammino dalle terre intorno che venivano a Lui. Ma
-ahi quanti poveri, quante mani tese a mendicare, quanto squallore! A
-Salemi, su quel cocuzzolo di monte, egli si proclamò Dittatore per la
-libertà.
-
-Spese lassù due giorni a far dare l'ultimo assetto alle compagnie. E
-all'alba del 15 queste scendevano da Salemi, già avvisate che a nove
-o dieci miglia di là, si sarebbero trovate in faccia al nemico. E
-marciavano gioconde per la via consolare fino al villaggio di Vita, da
-dove la gente fuggiva gridando loro: «Meschini! meschini!»
-
-Era ancora sgomenta dagli eccidi del Quarantanove! E si capì cosa
-volesse dire quel compianto, perchè apparvero subito le guide
-garibaldine, che tornavano in dietro di mezzo trotto, recando che di là
-dal colle il nemico era in posizione, e ben grosso.
-
-Sereno, lieto, quasi giovane, giunse allora Garibaldi. Poche parole,
-uno squillo, le compagnie furono mosse su per una collina brulla,
-s'arrampicarono, giunsero in cima, e di lassù videro l'altra collina in
-faccia balenar d'armi.
-
-Ora dunque era il momento di trar le sorti. E forse Garibaldi sperò
-che, a quel primo incontro, i Napoletani pigliassero chi sa quale
-risoluzione che facesse risparmiare il sangue, perchè stette a
-guardarli a lungo, circondato dal Türr, dal Sirtori, dal Tuköry? O lo
-sperò quando disse di portar nel punto più alto la bandiera tricolore
-e di farla sventolare? Insomma volle essere l'assalito, egli che pur
-era disceso nell'isola da assalitore! Quella, a sentir bene, era guerra
-civile.
-
-Ma verso il tocco e mezzo, il comandante napoletano mosse i suoi
-cacciatori giù per il pendio delle sue posizioni. Discesero questi a
-catene, snelli nelle loro divise turchine, furono presto nel piano che
-stava fra i due colli, e dal basso in su cominciarono i loro fuochi.
-«Non rispondete! non rispondete!» gridavano i capitani ai Garibaldini;
-e in verità facevano bene, perchè le venti cartucce ch'erano state date
-a ogni milite se ne sarebbero presto andate; così per parecchio, quei
-militi stettero freddi e immobili al fuoco; cosa da veterani.
-
-Ma poi s'udirono alcuni colpi dei carabinieri genovesi, fu sonata la
-diana, e il passo di corsa; sonava il trombettiere del Generale.
-
-Le compagnie si levarono, si serrarono, poi si apersero e precipitarono
-giù larghe in un lampo. Pioveva su di esse il piombo come gragnuola,
-e rombò anche la mitraglia; esse traversarono agilissime quel tratto
-piano sin a piè delle posizioni dei Napoletani. E pareva che sarebbero
-volate su come stormi di falchi; però quando furono a salire e
-guardarono in su, capirono che la giornata voleva essere sanguinosa.
-Il terreno era erto, l'erta fatta a terrazzi, i terrazzi parecchi: e a
-ogni terrazzo una schiera nemica che faceva fuochi di battaglione.
-
-I tecnici della guerra, pensano che Garibaldi abbia osato troppo
-andando a mettersi nel caso di dover accettare il combattimento, in
-condizioni sfavorevolissime pel numero e per le forti posizioni del
-nemico. Certo osò molto! Ma l'indugio a cercar la battaglia, e lì la
-più sapiente manovra per la più bella delle ritirate sarebbero stati
-senz'altro la sconfitta. Egli era come un gladiatore nel Circo; sentiva
-che egli e i suoi, poichè erano venuti d'oltremare per questo, lì sotto
-gli occhi delle squadre siciliane, e della gente che si vedeva gremita
-sulle alture intorno, come sui gradini di un anfiteatro, dovevano
-affermarsi coll'azione pronta quali che fossero i rischi; altro non
-era concesso che il cimentarsi, fossero anche stati i nemici dieci
-volte più forti: scansando egli il combattimento, l'anima siciliana non
-avrebbe più compresi nè quegli uomini per essa meravigliosi, nè Lui.
-
-E questo, come se il Generale avesse una virtù comunicativa sovrumana,
-questo fu sentito da tutti i suoi, anche dai meno esperti. Laonde
-più che condotti, conducendosi ognuno da sè, presto le compagnie si
-ruppero, i militi si mescolarono, non vi furono più unità tattiche, ma
-gruppi, manipoli, branchi di assalitori, che investivano alla baionetta
-le schiere nemiche, le fugavano, si piantavano al loro posto per tornar
-ad investirle sul secondo di quei terrazzi, e poi sul terzo, e poi sul
-quarto, sin che quelle si ridussero tutte insieme sulla cima del colle,
-e vi si serrarono più dense e più forti. Allora parve impossibile di
-poterle ancora affrontare. E a guardare in giù i già morti e i feriti,
-che strage!
-
-Mirabile a dirsi, il Sirtori era giunto sul suo gramo cavalluccio
-fin lassù, e sulla sua faccia pallida pareva espresso il desiderio di
-morire per tutti, giacchè l'ora era omai disperata.
-
-Ma Garibaldi, a piedi, seguìto dal Bixio a cavallo, che non lo lasciò
-quasi mai (come se venendo la rotta pensasse di pigliarselo su e fare
-il miracolo di salvarlo all'Italia), Garibaldi s'aggirava tra le file
-raccolte intorno al ciglio della vetta su cui i Regi urlavano «Viva» al
-loro lontano Re. E incorava con la sua parola tranquilla. «Riposate,
-figliuoli, riposate un altro poco, poi ancora uno sforzo e sarà
-finita.» Però vi fu chi gli vide negli occhi le lagrime.
-
-Infatti c'era da temere che alla fine con un contrassalto improvviso,
-i Regi si precipitassero su quella siepe di vivi, che si era fatta
-intorno a quell'ultimo ciglio. Davvero bisognava finirla! E a un
-tratto s'udì gridare: «La bandiera è in pericolo!» E una bandiera fu
-vista portata avanti ondeggiare un poco, in una mischia che le si fece
-intorno stretta e terribile, poi sparire. In quel momento, fu ripreso
-su tutta la fronte l'assalto, l'ultimo, concorde, violento, furioso;
-s'udì l'ultimo colpo di un cannone che fu scaricato dai napoletani
-mentre alcuni garibaldini vi erano già alla bocca; poi i Regi in rotta
-rovinarono via per l'altro declivio del colle, e se n'andarono protetti
-dai fuochi in ritirata dei loro mirabili cacciatori.
-
-Su quel colle, in quell'ora vespertina, in quella solitudine
-dell'isola, che dava a quei soldati il senso di esser fuori del mondo,
-l'unità d'Italia era moralmente fondata. Ora la Sicilia poteva osar
-tutto, il primo atto del dramma era già la catastrofe dei Borboni.
-
-Ma se i Regi avessero vinto? S'accapriccia il cuore, a immaginare
-Garibaldi rotto, i suoi a squadre a gruppi, a branchi, inseguiti, messi
-in caccia, uccisi per tutta quella terra; gli ultimi, ad uno ad uno,
-chi qua, chi là, scannati come fiere, fin sulle rive del mare, e la
-testa del Generale portata a Napoli chi sa da chi, che se la potesse
-guardare e finisse di tremare quel Re. Oh, questo poteva avvenire! In
-quel primo fatto d'armi, i Regi non avrebbero dato quartiere. E aveva
-veduto ben giusto Garibaldi, quando nel momento che la lotta pareva più
-disperata, avendo Bixio osato dirgli: «Generale, temo che bisognerà
-ritirarsi» egli aveva risposto con calma solenne: «Ma che dite mai,
-Nino? Qua si fa l'Italia, o si muore!»
-
-Invece il giorno appresso, tutto era gioia, e suonò il grand'ordine del
-giorno: «Soldati della libertà italiana, con compagni come voi posso
-tentare ogni cosa!» Parlava la verità; perchè di quei compagni trentuno
-erano rimasti morti sul campo, centottantadue giacevano feriti; e
-perchè egli nel fatto d'arme, avviato che fu il combattimento, aveva
-lasciato libero all'azione quel sentimento dell'assoluta necessità di
-vincere creato da lui, dalle circostanze, dalla coscienza di ciascuno
-dei suoi soldati, e perchè aveva diretto tutto col cuore.
-
-Tre giorni appresso, i Mille salutavano già, dal passo di Renda,
-Palermo, immensa, laggiù sul mare coperto da navi da guerra di tutta
-Europa. Pareva loro di uscir da un mondo antichissimo, eppure non erano
-passati che quattordici giorni dalla partenza da Quarto!
-
-Nel campo di Renda, Garibaldi mise tutta l'arte sua: sfoggio di lavori
-da zappatori, avanzate, ritirate, scaramucce. E quando fu ben certo
-d'aver piantato nei difensori di Palermo l'idea che ei volesse tentarne
-l'assalto dalla parte di Monreale; improvvisamente, la sera del 21
-maggio, che diede una notte tempestosa, levò il campo; e per monti
-senza vie, incamminò i suoi a una marcia notturna, che gli rimase nella
-memoria come uno dei suoi prodigi.
-
-All'alba del 22 è al Parco e vi si accova, vi sta un giorno senza che
-il nemico sappia dov'è; la Sicilia non dava spie. Il 23 è scoperto:
-la mattina del 24, una colonna lunghissima uscita da Palermo viene a
-trovarlo. Ora il suo disegno comincia a colorirsi. Finge la ritirata,
-quasi la fuga, verso l'interno dell'isola, vola a Piana dei Greci,
-tirandosi dietro quella colonna: sul tramonto del giorno fugge di
-nuovo da Piana, mentre l'avanguardia nemica crede di averlo già per
-i capelli; fugge ancora con l'artiglieria in testa, per la strada
-di Corleone. Ma fattasi la notte, lascia andar l'artiglieria sola
-senza altro ordine che di fuggir sempre, e si pianta in una boscaglia
-poco fuori dello stradale. Ivi ha la gioia di sentir quella colonna
-borbonica passar nella notte, allontanarsi illusa d'andar dietro di
-lui. Andasse pure! tanta forza nemica di meno egli avrebbe trovata a
-Palermo.
-
-Il mattino appresso alla punta dell'alba, Garibaldi è già via da quella
-boscaglia. Con una marcia rapida a sinistra, sale a Marineo, la sera è
-a Misilmeri, il giorno appresso a Gibilrossa, nel campo dei _picciotti_
-del La Masa, e di là rivede la capitale.
-
-Quel giorno, lassù a Gibilrossa, furono a visitarlo alcuni ufficiali
-della marineria inglese. Cosa gli portavano? «Eh già! si diceva tra
-le compagnie, gl'Inglesi ci aiuteranno a staccar la Sicilia da Napoli,
-così che al Borbone sembri grazia conservarsi il continente. Poi se la
-piglieranno, e Napoleone si piglierà la Sardegna, e l'Austria si terrà
-la Venezia, e l'unità d'Italia con Roma rimarrà un sogno. Passeranno
-gli anni, moriranno Mazzini e Garibaldi e gli altri, e dell'unità
-italiana e di Roma non si parlerà più.» E chi vorrebbe giurare adesso
-che allora le cose non si potessero risolvere in questo misero modo?
-Tuttavia quegli Inglesi, ospiti graditi, girarono fra le compagnie,
-sparsero la notizia che ai Mille era stato dato da Napoli il nome
-di Filibustieri; che il Governo borbonico aveva spacciato pel mondo
-d'averli vinti a Calatafimi, vinti al Parco, vinti sempre, e che in
-Palermo il Vicerè aveva pubblicato la rotta e la fuga di Garibaldi.
-
-Quella stessa sera si udì pel campo che Garibaldi aveva detto:
-«Stanotte a Palermo.»
-
-E come fu notte, il campo si mosse a scender dalla montagna, giù per un
-sentiero quasi appena tracciato di balza in balza.
-
-Stavano alla testa una parte dei Mille, prima le Guide e poi i
-Carabinieri genovesi, poi parte delle squadre del La Masa, appresso il
-gruppo dei Mille, e in coda tutta la moltitudine armata di picche o di
-che che si fosse.
-
-L'ordine era di marciar in silenzio, serrati, per giungere di sorpresa
-sul nemico che bivaccava fuori le porte, e di non rispondere al fuoco,
-ma investire alla baionetta, rompere, entrare nella città.
-
-Ah, se tutto fosse stato fatto a puntino! i Regi del Ponte
-dell'Ammiraglio sarebber stati colti nel sonno, e la colonna, passando
-sui loro corpi, entrava in Palermo di colpo. Ma i Picciotti con le loro
-grida diedero troppo presto l'allarme. Pur non ostante quel guaio, non
-ostante la resistenza ben fiera che opposero i Regi del Ponte, l'impeto
-dell'assalto fu tale che in breve ora Garibaldi era nel cuore della
-città, sulla piazza Bologni.
-
-Allora tuonò la prima campana a stormo, e poi altre ed altre; la città
-si svegliava. Era la domenica di Pentecoste, ma per Palermo la Pasqua
-di Resurrezione.
-
-Cominciò quel mattino la bufera infernale, che, scatenata sulla gran
-città, doveva durare tre giorni. I Mille e le squadre si sparsero
-per le vie, marciarono al centro della città, e dal centro, qua
-combattendo, là senza trovar difese, si allargarono poi alla periferia
-di essa. E così si chiusero entro il cerchio di fuoco che i Regi fecero
-loro intorno dalle caserme, dal Palazzo Reale, dai bastioni, dalle
-fortezze; e Castellamare cominciò a lanciar bombe. Potevano i Regi
-irrompere improvvisi da tutte le parti al centro e opprimere tutto, a
-un tratto; ma nel pomeriggio principiarono le barricate cui si lavorava
-persin dalle donne. Fu presto un vero furore. Al secondo giorno si
-vedeva già che in Palermo non sarebbe rientrato il nemico per molto che
-fosse, senza averne fatto un mucchio di rovine. Cadevano case intere
-sotto le bombe, cadevano per gli incendi; l'ira del popolo cresceva,
-non s'udiva gridar altro che guerra e morte e viva Santa Rosalia.
-Al terzo giorno tutta la città era nelle vie; le case rovinate non
-si contavano più; si parlava di cittadini sepolti a centinaia, e si
-diffondeva un entusiasmo cupo e fanatico di morire.
-
-Nel pomeriggio di quel terzo giorno, corse voce che Garibaldi era
-andato sull'ammiraglia inglese, a un parlamento che i borbonici gli
-avevano chiesto. «Oh Dio! cos'ha mai fatto! — diceva la gente — e se lo
-pigliassero a tradimento?»
-
-Era una grande angoscia. Ma fu sublime il popolo, sublime lui,
-quando, tornato da quel suo passo, s'affacciò a un balcone del Palazzo
-pretorio, e a quel mondo, fuso come in un sol essere sulla piazza,
-gridò: «Il nemico mi ha fatto delle proposte che credetti ingiuriose
-per te, o popolo di Palermo, ed io, sapendoti pronto a farti seppellire
-sotto le rovine della tua città, le ho rifiutate!» Non vi è lingua che
-abbia la parola degna d'esprimere il grido di quel momento. Dovettero
-arricciarsi i capelli anche a Lui; e forse egli si sentì divino, al suo
-apogeo, guardando sotto di sè quella moltitudine innumerevole di genti,
-che si abbracciavano, si baciavano, si soffocavano tra loro raggianti,
-le donne più ancor degli uomini, gridando a Lui: «Grazie! grazie!»
-Eppure aveva annunziato il loro sterminio!
-
-Ma la sera stessa di quel gran giorno, il suo cuore, sempre così
-sicuro, si turbò. Gli era venuta notizia dello sbarco di nuove milizie
-borboniche. Ancora pieno di quell'incendio d'anime destato da lui,
-forse ebbe pietà della tanta gente che il giorno appresso sarebbe
-morta; pietà di Palermo che si era abbandonata a lui, gridandogli che
-la facesse pur perire, piuttosto che lasciarla al tiranno. Studi il
-fenomeno chi indaga l'anima dell'individuo ne' suoi rapporti coll'anima
-delle moltitudini: il fatto è che egli dalla piazza del Palazzo
-Pretorio mandò al bastione di Porta Montalto un ordine che fece tremare
-chi lo portò e chi lo lesse; tremare per lui che parve d'un tratto
-impicciolito. Per fortuna la notizia delle nuove truppe borboniche
-era falsa, e di quell'ordine tacquero quanti lo conobbero, anzi si
-rimordevano di posseder quel segreto. Ma che sorpresa per tutti, e
-come dovette parer sublime Garibaldi a quanti di loro erano ancor
-vivi trent'anni di poi, quando lessero nelle sue memorie confessata
-candidamente quella sua ora di scoramento! Egli aveva pensato
-nientemeno che d'andarsene dalla città coi suoi avanzi di Mille!
-Altri eroi, forse Napoleone stesso, avrebbero fatto sparire chi d'un
-momento simile di loro debolezza avesse avuto soltanto il sospetto. Ma
-Garibaldi adorava la verità, e della gloria, intesa come si suole, non
-aveva concetto.
-
-Il quarto giorno dacchè Palermo combatteva, il Generale in capo
-borbonico, disperato di vincere, chiese a Garibaldi un armistizio.
-Garibaldi lo concesse, e per lui voleva dir aver vinto. E dieci giorni
-appresso, ventimila borbonici sfilavano a imbarcarsi, portando via
-nel cuore, per andare a diffonderla in tutto il Regno, la certezza
-che contro Garibaldi non era più possibile vincere. Intanto nell'anima
-siciliana fioriva la fantasia dell'Angelo che nelle battaglie riparava
-i colpi a Lui, Santo e parente di Santa Rosalia, nato da un demonio
-e da una Santa. E così si diceva nei salotti, dove le gentildonne
-domandavano agli ospiti venuti di oltremare se avessero mai visto
-quell'Angelo: e così si diceva dal popolo, e si cantava e si credeva.
-Chi vide quei momenti deve essersi formato l'idea di come sian sorte
-certe religioni nel mondo.
-
-Così dalla partenza da Quarto erano passati trentacinque giorni. La
-traversata coi suoi tedi, con le sue allegrezze e co' suoi terrori,
-lo sbarco prodigioso, le marce traverso l'isola, proprio quasi ancor
-immersa nel Medio evo, dove uno poteva sentirsi nel suo clima storico e
-credersi bizantino, saraceno, normanno, qual che volesse; quell'andar
-applauditi tra le genti, ma sempre soli e quasi soli con Lui, come
-una tribù errante in cerca d'un mondo ideale; i bei fatti d'arme, le
-ritirate, i ritorni e la entrata inverosimile in Palermo e la vittoria
-finale più inverosimile ancora, furono il meraviglioso dell'epopea
-garibaldina, e già fin dallo stesso momento che finiva pareva una cosa
-antica quasi sognata, anche a chi l'aveva vissuta.
-
-Poi l'epopea cedette alla storia.
-
- .... E Dante dice a Virgilio:
- «Mai non pensammo forma più nobile
- D'eroe.» Dico Livio, e sorride,
- «È de la storia, o poeti.»
-
- *
- * *
-
-Ora la Sicilia era aperta a chi vi volesse accorrere. L'Italia
-superiore e la centrale, mandavano il Medici, il Cosenz, il Corte
-con le loro brigate di volontari. La guerra continuava con tutte
-le migliori regole della sua arte, e Milazzo fu una battaglia quasi
-classica; ma il maraviglioso lo metteva sempre e per tutto Lui.
-
-Appunto a Milazzo, in un momento assai dubbioso, mentre egli si trova
-a piedi tra poche Guide che gli fanno scorta, gli rovina addosso una
-furia di lancieri napoletani. Urta il Capitano borbonico su di lui
-calando un fendente da dividerlo in due; ma Garibaldi, senza scomporsi,
-para il colpo come dicesse: «Che vuol costui?» e parando, uccide. Il
-Missori, lo Statella che sparano ripetuti colpi di rivoltella come se
-avessero in pugno il fulmine, sgombrano il terreno intorno da quei
-lancieri atterriti, forse ancora ignari di quella sorta d'armi. Ed
-egli, come se quella tragedia non fosse sua, e perchè era crucciato
-di non trovar un'altura da dove si potesse guardare nella battaglia,
-vista in mare la sola nave della sua marineria cui aveva fatto dare
-il nome di «Tuköry», vi corre, voga là, giunge, sale come un mozzo
-sulla gabbia di maestra, guarda, vede, rivola a terra, dà ordini, e
-due ore appresso la battaglia è vinta. Ma allora lo secondavano e lo
-interpretavano uomini come il Medici e il Cosenz, ufficiali superiori
-come il Malenchini, il Migliavacca, il Guerzoni; e gli ufficiali
-minori menavano nella battaglia militi, ai quali i tempi e la parola
-del Mazzini e l'opera di lui avevano messo nel sangue che tra le cose
-gentili e forti, il morir per la patria era la più gentile e forte di
-tutte.
-
-Per la vittoria di Milazzo la Sicilia si poteva dir libera; e già
-l'occhio di Garibaldi era sullo Stretto, sulla Calabria, di là. Ora si
-sarebbe visto! Dieci fregate, cinque corvette a vapore, due vascelli
-e quattro fregate a vela e molti legni minori, tutta la marineria
-borbonica poteva serrarsi nello Stretto. Da Scilla a Reggio stavano
-dodicimila soldati tra le fortezze, e in Calabria e oltre fino a Napoli
-ne campeggiavano ancora ben centomila. Non bastava. Nell'ora grave
-si faceva addosso a Garibaldi la diplomazia, gli si voleva tôrre la
-Sicilia annettendola subito al Regno di Vittorio Emanuele; e Vittorio
-stesso gli mandava per un suo fido una lettera in cui lo esortava a
-non proseguir nell'impresa. Egli lesse, e rispose che al termine della
-sua missione avrebbe deposto ai piedi di Sua Maestà l'autorità che
-le circostanze gli avevano data, e ch'avrebbe ubbidito poi, pel resto
-della sua vita.
-
-Intanto le brigate che avevano combattuto a Milazzo e le divisioni
-di Türr e di Bixio che avevano girato largo nell'isola, marciavano a
-posarsi tra Catania e Messina.
-
-E allora egli si pianta alla Torre del Faro. Lì incomincia il
-maraviglioso. Fa armar coi cannoni di Milazzo quel promontorio di
-sabbie, raccoglie là intorno un centinaio di barche, e la notte
-dell'8 di agosto fa tentar il passaggio dal Musolino calabrese, cui
-dà compagni Missori, il più elegante dei suoi cavalieri, e Alberto
-Mario, il più gentile e altero de' suoi pensatori. Passarono quegli
-audaci, e poterono toccar l'altra sponda, tentarono di sorprendere il
-fortino Cavallo ma vi fallirono, e dovettero rifugiarsi in alto dov'è
-Aspromonte, nome d'altri luoghi allora vago nelle epopee cavalleresche,
-ma che, come se fosse predestinato, doveva entrare tragico nella
-storia, due anni appresso. Bisognava aiutarli. La notte dell'11 il
-Dittatore fece passare quattrocento uomini su di una flottiglia di
-barche. Le conduceva il Castiglia.
-
-Vogarono nelle tenebre. A mezzo il Canale, furono scoperte e
-cannoneggiate dalla _Fulminante_ e dal _Fieramosca_ che ivi
-incrociavano, e dovettero tornar al Faro. Ciò per Garibaldi non volle
-dir nulla. Egli non presumeva certo di conquistar la costa della
-Calabria con sì poche braccia; ma quello cui mirava gli seguiva, perchè
-con quei tentativi e col tutto insieme delle mostre che faceva dal Faro
-a Messina, metteva nella mente del nemico e vi fissava l'idea folle,
-che lì proprio, tra il Faro e Scilla, ei volesse trovar il punto al
-gran passo. E lo credevano già anche i suoi. Senonchè la notte del 12
-agosto egli disparve. Lo indovinarono il mattino appresso tutti gli
-accampamenti garibaldini; sentirono che egli non c'era più, perchè
-parve mancasse qualcosa nell'aria che ivi si respirava.
-
-Dov'era? Già di là in Calabria? O era andato a Torino a parlar con
-Vittorio? Mistero! Ma egli era già in Sardegna, nel Golfo degli
-Aranci; v'aveva presi e fatti suoi, proprio da Dittatore, gli ottomila
-volontari che il Bertani, il Nicotera e il Pianciani v'avevano raccolti
-per gettarli nel Pontificio. E di là, data un'occhiata alla sua casetta
-di Caprera, li imbarcò e se li condusse a Palermo. Indi girata l'isola
-torno torno sino a capo Passaro e a Taormina, la notte del diciannove
-vi pigliò Bixio con i suoi, tagliò il Jonio, afferrò Melito tra
-Spartivento e Capo dell'Armi, sì gettò a terra con quattromila camicie
-rosse, e allora, giungessero pure le navi borboniche; anzi, eccole
-lì! Giungono l'_Aquila_ e la _Fulminante_! Si sfoghino a bombardare il
-vapore _Torino_, ma la sorte di Napoli ora l'ha in mano Lui.
-
-Rapido come vento, assale Reggio all'alba del 21 e se la piglia. Manda
-al Cosenz che passi dal Faro a Scilla, e Cosenz, come se l'ordine
-fosse incanto, passa lo Stretto nella notte tra il 21 e il 22! Così i
-generali borbonici Briganti e Melendezi co' loro 9000 soldati, chiusi
-tra i Garibaldini, il mare e i monti, dovettero mettere giù le armi
-o perire. E si arrendono. Ma che fare di quei prigionieri? Garibaldi
-spira su di essi una sola parola: se ne vadano alle loro case, per ora
-non sono più soldati di nessuno.
-
-Allora cominciò lo sfacelo dei Regi, la guerra divenne una marcia
-militare di un esercito che s'avanzava e di uno che indietreggiava
-o fuggiva. E quali memorie a ogni passo! Ah! qui all'Angitola erano
-stati spenti i Musolino come i Fabi a Cremera. Qui avevano combattuto
-Domenico Romeo e i suoi: qui ecco il Pizzo, povero Murat! ecco il vallo
-di Crati, divini i Bandiera! Presto si vedrà la terra che bevve il
-sangue di Pisacane.
-
-Cede il generale Vial a Monteleone, dove, se il povero Francesco II
-avesse avuto un po' di cuore da soldato, sarebbe corso da Napoli per
-morirvi, o in quel passo terribile far morire chi voleva scoronarlo.
-Cede il generale Ghio a Soveria Manelli, dove alla sola apparizione
-di Garibaldi sfuma via come nebbia una divisione. Il Dittatore andava
-avanti ormai da sè. Le sue divisioni camminavano ancora a gran
-giornate per la Calabria, ed egli era già in quel di Salerno. Che
-faranno i 40,000 Borbonici che campeggiano là tra Salerno e Avellino?
-Si scioglieranno da sè anch'essi! Era fatale. La gran figura del
-Dittatore pare spiri innanzi a sè un vento che tutto sperde. E il 5
-settembre in Napoli, anche Francesco II deliberava la ritirata oltre il
-Volturno, dando le poste per colà a tutti i fedeli piccoli e grandi.
-Il giorno appresso quel misero Re, con la superba e bellissima Regina
-s'imbarcavano per Gaeta sulla _Partenope_, scortati da due navi da
-guerra spagnole, perchè della flotta napoletana nessun altro legno
-volle seguirli.
-
-Ora Garibaldi è alle porte. Da Vietri per la strada ferrata a Salerno
-e a Napoli, al mezzodì del 7 con il Bertani, il Cosenz, il Nullo, e
-due ufficiali, scende alla stazione, ricevuto dal ministro del Re di
-ieri. Monta in carrozza e via, al tocco, senz'altra scorta che quei
-suoi cinque, entra nella città, tra la folla che proprio fuori di sè
-dalla gioia stipa le vie. Passa dinanzi al forte di Castelnuovo, da
-dove la sentinella borbonica col picchetto di guardia gli presenta le
-armi. Oh se quei soldati, avessero osato far fuoco su quella carrozza,
-ed Egli fosse rimasto morto! Chi appende a fili così tenui le sorti
-delle genti? Si cura Iddio delle cose nostre, o dà talora a certi
-uomini qualche suo attributo? E la storia, superba, come si troverebbe
-a rispondere a chi la interrogasse così? Garibaldi era un'idea,
-l'incantatore passò, e il plebiscito vero che si fece poi, era già
-fatto idealmente quel giorno.
-
-Ora non alla Reggia egli va, ma al Palazzo del Governo, e vi si mette
-da padrone: e di lì, tre ore appresso, decreta che la flotta napoletana
-passi all'Ammiraglio di Vittorio Emanuele. Era troppo! E troppo avrebbe
-poi dovuto la Monarchia a Garibaldi. Gli uomini che ne facevano la
-politica, tra grandi e piccini, lo sentirono tutti.
-
-E perchè Garibaldi aveva osato, bisognava loro osare come lui: onde da
-Torino alle grandi cose di Napoli rispondeva com'eco la deliberazione
-di entrar nelle Marche e nell'Umbria, con un esercito del Re. Allora il
-Cavour trasse il dado.
-
-Avvenisse ciò che potesse, rompesse pur l'Austria dal quadrilatero;
-alla disperata, nel nome di Garibaldi e di Mazzini, il Cavour era uomo
-da incendiar mezza Europa.
-
-E l'osare fu premiato, perchè di quei giorni Russia e Prussia in
-un convegno a Varsavia accettavano anch'esse la politica del non
-intervento bandita da Napoleone e dall'Inghilterra: il mondo intero
-pareva convinto ormai che un popolo da cui venivano date prove così
-alte di vita non era più quello cui la Santa Alleanza aveva messo
-l'Austria sul petto.
-
-Ma dunque entrato Garibaldi in Napoli, l'epopea finiva con la sua
-glorificazione? Oh, no! La fine lieta non conveniva a un poema così
-novo e grande come era il suo; perchè le imprese dei grandi sono
-veramente epiche solo a condizione che essi nel chiuderle se ne vadano
-avvolti in un velo di alta mestizia! E poi c'erano ancora sulla destra
-del Volturno quarantamila soldati di Re Francesco.
-
- *
- * *
-
-Cinque giorni dopo l'entrata trionfale in Napoli, il Dittatore, di
-sulle navi che gliele portavano frettolose dalla Calabria, pigliava
-le sue divisioni, non lasciava loro godere neppur la vista della
-gran città, le lanciava a Caserta, a Santa Maria, dove correva egli
-stesso, e le piantava sulla sinistra del Volturno, per un semicerchio
-di venti chilometri. C'erano ventimila soldati ch'ei poneva di fronte
-a quarantamila, sostenuti da una fortezza come Capua, assetati di
-vendette, ebri di promesse per quando avessero rimesso in Napoli il Re.
-
-Bisognava stare ben desti e ben pronti!
-
-Sul Volturno i due eserciti passavano il settembre in preparativi,
-tastandosi talvolta fieramente qua e là. Ma il Dittatore sentiva che
-l'ora tragica s'appressava. Dalla sua specola di Monte Sant'Angelo,
-vedeva tutto, indovinava tutto ciò che si faceva nel campo nemico. Alla
-fine «Fate buona guardia» disse ai suoi luogotenenti, «domattina saremo
-attaccati.» E all'alba del 1º ottobre furono attaccati davvero.
-
-La narrazione della battaglia che pigliò nome dal Volturno fu scritta e
-subito e poi, e se ne scrive e se ne scriverà ancora. Ma a misura che
-le vanità se ne vanno, quella battaglia ingrandisce nella verità, e
-rivela come uno dei sommi capitani, colui che alle cinque pomeridiane,
-mentre si combatteva ancora, potè telegrafare a Napoli «Vittoria
-su tutta la linea.» E, disse vero il Guerzoni, fu vittoria piena,
-compiuta, gloriosa, e checchè altri abbia novellato, tutta dell'armi
-volontarie, tutta garibaldina; fu una delle più grosse battaglie che
-l'armi italiane abbiano combattuto. Ora l'esercito regio era vinto,
-ricacciato di là dal Volturno con l'animo rotto, perduto.
-
-Tuttavia bisognava tenerlo in rispetto, e così cominciò l'assedio di
-Capua! Non era cosa da Garibaldi star a tracciar parallele, scavar
-trincee, piantar delle batterie dinnanzi a una città fortificata con
-entro un popolo di vecchi, di donne, di bambini a patire. Pur bisognava
-star lì, aspettando che la fortezza si rendesse da sè. E furono giorni
-lunghi fastidiosi, crudeli. E già tra i volontari si facevano dei
-discorsi cupi. Perchè verrà qui l'esercito del Re vittorioso nelle
-Marche e nell'Umbria? Verrà da amico o da soverchiatore? Bisogna
-pur dire la verità: entrava negli animi una grande malinconia. Solo
-Garibaldi rasserenava tutti, quando si faceva vedere. E un giorno
-si seppe che il colonnello dell'artiglieria sua gli aveva chiesto di
-lasciargli lanciar su Capua alcune bombe, perchè il comandante della
-fortezza potesse rendersi senza perder l'onore. «Griziotti, no! — si
-diceva avesse risposto Garibaldi. — Se un fanciullo, una donna, un
-vecchio, morisse per una bomba lanciata dal nostro campo, non avrei
-più pace.» E Griziotti: «Ma i nostri giovani si consumano di febbri,
-i battaglioni si assottigliano, muoiono.» E Garibaldi a lui: «Ci siam
-venuti anche a morire!» — «Giungeranno i Piemontesi, Generale; essi
-non avranno riguardi, con poche bombe faranno arrender la città, poi
-diranno che tutto quello che facemmo finora, senza di loro non avrebbe
-contato nulla.» E Garibaldi: «Lasciate che dicano, non Siam venuti per
-la gloria.» Fu grande? Si cerchi nella storia uno eguale a lui!
-
-E i Piemontesi erano vicini davvero. O perchè Piemontesi? Non erano i
-soldati già di mezza Italia? Ma! Per antico vizio italico si parlava
-ancora così, quasi da tutti. Non però dal Dittatore.
-
-Egli aveva indetto il plebiscito pel 21 ottobre, e quel giorno le due
-Sicilie votavano la fine dell'antico Reame, e la loro annessione al
-Regno nuovo di Vittorio Emanuele.
-
-Tre giorni appresso, il Dittatore passava il Volturno a Formicola, con
-le divisioni di Bixio e di Türr. «Dove ci mena?» dissero i volontari:
-li menava a incontrare Vittorio che scendeva da Venafro. E il 26
-ottobre, presso Teano, su quella terra che vide Silla e Sartorio in
-guerra feroce, le avanguardie garibaldine aspettarono il Re. Presso
-a una casa bianca, a un gran bivio dove delle pioppe già pallide
-lasciavano cader le foglie morte, c'era il Dittatore tra molte camicie
-rosse. Ad un tratto si udì la fanfara reale del Piemonte. Tutti a
-cavallo! Qualcuno ricordò poi che, in quel momento un contadino mezzo
-vestito di pelli si volse ai monti di Venafro, e con la mano alle
-sopracciglia, fisso l'occhio forse a leggere l'ora in qualche ombra di
-rupe lontana. Nota epica anche questa. Erano quasi le otto, ed ecco un
-rimescolio nel polverone, poi un galoppo e dei comandi e degli evviva:
-«Viva, Viva, Viva il Re!»
-
-Allora quelli che erano là, videro un gran cosa. Comparve il Re,
-Garibaldi gli galoppò incontro, si diedero la mano: quel Dittatore che
-senza gloria di antenati aveva nel cuore tutta la forza che il popolo
-sa di rado rivelare, diede il saluto immortale che gridò Vittorio Re
-d'Italia. Chi mai a Carlo Alberto, quando appena salito al trono plaudì
-al concorso per un libro sui Capitani di ventura, chi gli avrebbe
-detto che uno condannato a morte in nome suo, come _bandito di primo
-catalogo_, sarebbe divenuto l'ultimo e il più grande e più puro della
-scuola d'armi dei Condottieri, e che 26 anni dopo avrebbe proclamato
-Re d'Italia il suo Vittorio in quei campi? Da quel giorno tutto volse
-rapidamente al termine. E il 6 novembre, nell'amplissimo viale che
-si protende dinnanzi alla reggia di Caserta, stavano le divisioni
-garibaldine già consapevoli d'esser messe in disparte. Ma era stato
-detto che il Re voleva passarle in rassegna. Quando sonarono le trombe
-i battaglioni si allinearono malcontenti. Apparve una cavalleria. Ah!
-quello che cavalcava alla testa non era il Re! Era Lui, col cappello
-all'ungherese calato giù, segno di tempesta. Passò quella cavalleria,
-giunse fino in fondo al viale, diede di volta, ripassò come un turbine,
-poi sparì. E poco appresso quei battaglioni furono condotti a sfilare
-dinanzi a Lui, piantato sulla gran porta del Palazzo Reale, come un
-monumento. Sentivano tutti che quella era l'ultima ora del suo comando,
-e a tutti veniva voglia d'andare a gettarsi ai suoi piedi e gridargli:
-«Generale, perchè non ci conducete tutti a morire? La via di Roma è là,
-seminatela delle nostre ossa!»
-
-Egli, pallido come forse non era stato visto mai, guardava quei plotoni
-passare, e s'indovinava che il pianto gli si rivolgeva indietro ad
-allagargli il cuore.
-
-Così finivano i canti centrali dell'epopea garibaldina. Quanto a
-lui, il 7 novembre entrava in Napoli con Vittorio Emanuele, l'8 gli
-consegnava il plebiscito, e all'alba del 9, su d'un vapore che portava
-il nome di _Washington_, suo vero fratello nei secoli, solo con quattro
-amici tornava a Caprera, quasi ancora con indosso gli stessi panni che
-aveva a Marsala.
-
-«E non ne fosse uscito mai più!» dissero coloro che non avendolo
-capito mai, non lo capirono due anni di poi, quando cadde in
-Aspromonte confermando col suo sangue la legge di Roma. Però quelli
-stessi tacquero, quando nella guerra del Sessantasei non poterono
-disconoscerlo, almeno pel suo sublime «_Obbedisco_!» Ma tornarono
-ad imprecarlo quando fece Mentana. Altri, quando udirono ch'egli
-vinceva per tre giorni di seguito a Digione, credettero di elevarsi
-molto, dicendo che certo i Prussiani non s'erano degnati di combattere
-seriamente contro di lui. Anche questo fu detto. Ma fece ammenda per
-tutti il general Cialdini. Parlando di lui co' suoi pari, disse da
-onesto e prode come era: «Nessuno di noi gli arriva al ginocchio.»
-Diceva il vero. Ma ancora più che gran capitano Garibaldi fu Uomo
-nuovo. Per ora non si sa ancora riconoscerlo. Fu scritto che come in
-geologia si stenta a liberarsi dal concetto che tutta la storia del
-nostro globo sia una successione di catastrofi per lotte terribili tra
-le forze del Caos, così nella vita dell'umanità non sappiamo liberarci
-dall'ammirare i violenti trionfatori, perchè moralmente siamo ancora
-assai deboli. Ma quando l'umanità, sarà più consapevole di sè, e forte
-e capace di libertà e di giustizia, il tipo dell'Uomo sarà riconosciuto
-in lui. Non se ne favoleggerà, come non si favoleggiò guari di Colombo:
-ma ad ogni forma nuova di bene che si verrà trovando ed attuando, il
-giudizio delle genti riconoscerà che Garibaldi quella forma l'aveva già
-in sè. Allora si capirà come ei dall'azione passasse alla solitudine,
-perchè costumi, leggi, tutto doveva parergli troppo disforme dalla
-vita come ei la sentiva. Ma la solitudine su d'uno scoglio, dove nessun
-uomo avrebbe saputo durare senza morir di tedio, egli la popolava con
-l'ingegno del suo gran cuore, facendosi di quell'umile punta un mondo
-infinito come l'anima sua.
-
-
-
-
-LA LIRICA
-
-CONFERENZA DI ENRICO PANZACCHI.
-
-
-Dunque io vi parlerò nuovamente di poesie e di poeti, o amabili
-Signore, perchè così piacque al Comitato che stabilì il tema, e che mi
-diede anche il molto onorevole incarico di principiare la serie delle
-conferenze quest'anno; di queste conferenze così fortunate e, diciamo
-pure, anche così invidiate, soprattutto perchè ebbero sempre il vostro
-concorso e la benevolenza vostra.
-
-La conferenza mia di quest'anno sarà una continuazione di quella
-dell'anno scorso; ma i tempi sono molto mutati e non in meglio per noi.
-Cercai l'anno scorso di tratteggiarvi il gran quadro degli avvenimenti
-di quella singolarissima epoca. Idee nuove, uomini nuovi, avvenimenti
-strani, insperati: e sopra tutto questo una meravigliosa esaltazione
-nelle menti, un entusiasmo gaudioso e virtuoso nei cuori. Tanto che se
-ci avessero soccorso il senno e la concordia, era proprio da sperare
-che l'Italia ne uscisse con qualche felice risultato. Invece il senno
-e la concordia difettarono. Molti rettili, io vi diceva, strisciarono
-in mezzo a tutti quei fiori, molte ombre si mescolarono a quella luce;
-ed avemmo la catastrofe, la grande catastrofe, nobilitata dal valore
-italiano sotto gli spalti di Novara, sulle mura di Roma e a Venezia.
-Il detto di Massimo d'Azeglio: «credevamo di essere uomini ed eravamo
-invece dei fanciulli» riassume, e riassume purtroppo psicologicamente
-e storicamente tutta quell'epoca.
-
-Bisognava cambiare strada, bisognava mutare i metodi e la mèta. Era
-stato dunque un bel sogno la confederazione dei Principi italiani col
-Pontefice alla testa, e bisognava metterlo in disparte. Era stato
-un bel sogno la repubblica unitaria di Mazzini colla Costituente
-e non ci si poteva più pensare. S'imponeva insomma una nuova
-orientazione, la quale doveva avere per principio e per obbietto un
-regno italiano fortemente costituito e fedele alla libertà. Aveva dato
-già all'Italia l'esempio di lodevole coraggio nell'anticipare questa
-nuova orientazione Marco Minghetti, quando, d'improvviso, lasciava le
-anticamere del Papa, ove si cospirava contro l'Italia, per andare sotto
-le tende di Carlo Alberto ove si combatteva e si moriva per l'Italia.
-Aveva già dato esempio simile Terenzio Mamiani, quando, nella rovina
-di tutto e di tutti, aveva detto che ormai non restava patriotti altro
-partito da prendere che stringersi intorno alla Dinastia di Savoia
-ed attingere da essa gli auspicii e la forza dell'avvenire; Vincenzo
-Gioberti che aveva a Parigi abbandonata la sua utopia del _Primato_ (di
-cui credo che fosse già guarito da un pezzo) e poneva il vigorosissimo
-intelletto alla formazione di un nuovo libro nel quale si studiavano
-i criterii ed i mezzi per un positivo rinnovamento italiano; Daniele
-Manin si era ormai mostrato persuaso che la sua repubblica veneta non
-era che un glorioso anacronismo evocato invano dalla illusione storica
-e dal sentimento generoso di tanti italiani, che per Venezia avevano
-dato l'anima e il sangue. Lo stesso Mazzini, pur non declinando dai
-suoi ideali dogmatici, si manteneva repubblicano, ma attestava e
-mostrava che soprattutto egli era unitario e che quando si mirasse
-veramente, efficacemente all'unità, non solo egli non poneva ostacolo,
-ma fino ad un certo punto sarebbe stato disposto a secondarla.
-
-Letterariamente e poeticamente, o Signore, il periodo che corre dal
-1849 al 1859 non è un gran periodo nel suo insieme; anzi si presenta
-come un periodo mediocre. Non vi sono grandi lampeggiamenti, non vi
-sono poderose affermazioni d'ingegno artistico; vi è qualche cosa
-più di abbozzato che di compiuto in esso. Io lo chiamai altra volta
-un periodo «bigio» per le nostre lettere, un periodo ove le tinte,
-i colori non sono bene spiccati e decisi, ove bisogna raccogliere,
-classificare i fatti, apprezzandoli soprattutto come sintomo,
-piuttosto che come preparazione dell'avvenire. La ragione di tutto
-questo parmi che vedesse molto bene Cesare Correnti in alcune sue
-pagine notevoli nelle quali campeggia questo ragionamento: la poesia
-s'imperna nel criterio della vita; e quando il criterio della vita è
-incerto e ondeggiante, la poesia non può dare grandi affermazioni.
-Il romanticismo, una gran forza espansiva, comunque si voglia
-esteticamente giudicarla, che aveva dominato tutta la prima metà del
-secolo, aveva raggiunto il suo apice e già accennava a declinare, come
-un movimento nel quale cominci a mostrarsi esaurita la forza iniziale,
-da cui era derivato. Anche la morte si era mescolata nella faccenda, ed
-aveva fatto la sua parte. Era morto Giuseppe Giusti portando anzi tempo
-nel sepolcro una meravigliosa attitudine di poesia, che si era così
-bene esplicata nella satira civile, e che aveva mostrato anche altre
-potenze di poeta lirico e di critico, le quali nella pienezza dell'età
-forse si sarebbero più efficacemente manifestate. Erano morti Silvio
-Pellico e Giovanni Berchet tramontati alquanto nella popolarità, ma dei
-quali duravano sempre gli scritti patriottici nel cuore e nell'anima
-popolare, e che dovevano essere rinfrescati e resi novamente di una
-dolorosa attualità per le frequenze dei nuovi e tristi esigli, per le
-nuove sventure così somiglianti a quelle che avevano colpito l'Italia
-dal ventuno al quarantasei. Era morto anche a Bologna il buon Giovanni
-Marchetti, di cui disse Luigi Carrer che aveva saputo strappare il
-segreto della soavità degli accenti alla lira di Francesco Petrarca e,
-ad essa aveva saputo disposare accenti di nobile patriotismo.
-
-Alessandro Manzoni che si era taciuto da tanto tempo, a un tratto
-si faceva vivo e riempiva delle sue idee tutto il mondo letterario
-italiano colle questioni della lingua nazionale. È una questione molto
-seria, o Signore: In che lingua debbono parlare gl'Italiani, parlare
-soprattutto e scrivere?
-
-Dopo sei secoli di civiltà e di letteratura nazionale, il più grande
-e il più autorevole ingegno degli Italiani veniva fuori a mettere
-in dubbio nientemeno che lo strumento del nostro pensiero! E Carlo
-Tenca, che dal suo _Crepuscolo_ vigilava tutte le forme e tutti
-i movimenti del pensiero italiano covando, per così dire, tutte
-le faville che rimanevano ancora della nostra vitalità politica,
-grandemente s'impensieriva di questa questione sollevata dal più
-autorevole degli scrittori. Anche i poeti dunque, e gli scrittori,
-avevano una nuova ragione di aspettazione, d'incertezza e di titubanza.
-Si doveva attingere, come voleva Vincenzo Monti, dalla nostra lingua
-scritta e vivente, da tutta la collaborazione dei popoli italici e
-da tutti i valenti nostri scrittori, come pare che fosse anche il
-pensiero di Dante Alighieri, padre della nostra letteratura? oppure
-si doveva, come voleva il buon Cesari, immobilizzare tutta la nostra
-lingua negli esempi del Trecento? oppure, come veniva avanti ad
-affermare il Manzoni, era necessario costituire una specie di sede
-vivente in cui la lingua facesse sempre la sua prova vitale, e che
-potesse servire di modello perenne e di guida a tutti e di soluzione
-nei dubbi che potessero insorgere?... Vi ripeto, tutto questo non
-doveva contribuire a dare delle forme energicamente direttive per la
-espressione dell'ingegno artistico e poetico negl'italiani; e non è da
-stupire che tutti i poeti di questo periodo ne risentissero un influsso
-di incertezza e di titubanza. Uno fra loro, più sincero degli altri,
-lo confessò apertamente. Paolo Gazzoletti scriveva: «Le mie poesie
-furono dettate, come è facile accorgersi, sotto l'influenza di studi,
-di scuole e di gusti diversi. Bruciai nel mio camino qualche granello
-d'incenso a tutte le forme, ed anche ai traviamenti delle forme.» —
-Poi soggiungeva: — «Ad ogni modo, per noi poeti, anzi per noi italiani
-il cantare è una fatalità e dallo stesso dolore e dalle stesse miserie
-nostre abbiamo, per disacerbarle, eccitamento al canto.» E concludeva
-un suo sonetto con questo verso: «È vocale il dolor de la mia terra!»
-
-Anche troppo vocale, dico io; e se vi fu tempo in cui spesseggiassero
-i poeti mediocri e minimi, fu appunto questo decennio.
-
-E simile lamento muoveva anche Ippolito Nievo il quale faceva le prime
-armi e dava la prima promessa del suo ingegno bellissimo, che sarebbe
-stato destinato a successi trionfali se una tragica morte non lo avesse
-còlto nel pieno vigore dell'ingegno e dell'età. D'altra parte abbiamo
-dei poeti minori, non privi certo di pregio, che si compiacevano a
-seguire l'indirizzo manzoniano in tutto ciò che aveva di più mite, di
-più mansueto, di più casalingo. Citerò solo Giulio Carcano di Milano,
-Emilio Frullani di Firenze. Aggiungasi, in generale, una grande
-irregolarità e licenza nei ritmi, e una grande povertà delle rime. Una
-delle necessità più vivamente sentita da chi abbia acuto e squisito il
-senso dell'arte, è quella di dare delle forme nettamente plastiche e
-precise ed euritmiche al componimento poetico. Invece in questo tempo
-si direbbe che dalla grande autorità del Leopardi si preferisce di
-dedurre soprattutto e quasi esclusivamente la libertà indeterminata
-della strofa; libertà indeterminata che fomentava, aiutava una grande
-verbosità, nemica mortale della efficacia scultoria. Quanto alle
-rime esse si andavano sempre più impoverendo; e non aveva torto un
-critico quando diceva che aprendo i libri di poesia di quel tempo
-(e sono tanti da formare delle enormi cataste), che esaminando certe
-collezioni allora famose, per esempio l'«Ape romantica» di Venezia, e
-le innumerevoli _Strenne_ di Napoli in cui tutta l'attività partenopea
-pareva che si concentrasse, diceva che con poco più di cento parole
-si sarebbe potuto determinare il rimario della poesia italiana!....
-E questo, o Signore, che sembra un particolare secondario, è invece
-un segno grandissimo; perchè non vi è grande poesia senza una tecnica
-eletta insieme e ricca e rigorosa; e quando tanto nel movimento della
-strofa quanto nella scelta delle rime è o irregolarità e licenza
-indeterminata o povertà, potete star certe che anche il pensiero
-rimarrà in difetto, tutto il _nisus_ della forma poetica sarà in
-decadenza. E ne avete la riprova in questo: che noi abbiamo avuto
-un vero e proprio risorgimento nella poesia italiana solo quando son
-ritornate in onore le strofe severamente corrette ed euritmicamente
-rispondenti alle loro parti, e quando è ritornata in onore la scelta
-della rima ricca, eletta.
-
-Ma non è tutta verbosità vuota, non è tutta divagazione sentimentale
-la poesia italiana di questo tempo. Vi è qualche cosa di «meditabondo»
-nella nostra cultura. Anche nel campo del pensiero, e solamente nel
-campo del pensiero, perchè ormai l'azione era interdetta dalla servitù
-politica, si sente il bisogno di raccogliersi e pensare seriamente.
-Alcune discipline si avvantaggiano; lo studio della lingua non è più
-ridotto a semplice scelta di frasi; si comincia a sentire la profonda
-vacuità della scuola del Cesari buona come antidoto, come egli lo
-chiamava, contro l'invadente francesismo del primo quarto di secolo in
-Italia, ma per sè stessa insufficente al grande ufficio della lingua
-intesa come strumento del pensiero e come rispecchiamento dell'anima
-della Nazione. Dallo studio formale e superficiale della lingua
-si passava a un tentativo sempre più spiccato di penetrare a fondo
-nell'indole, nella filosofia del linguaggio; e a Firenze, a Torino, a
-Milano e altrove si cominciano a costituire delle scuole filologiche
-che pongono nel nostro terreno ottimi germi, i quali col tempo poi
-copiosamente frutteranno. Il fenomeno passa dalla filologia nella
-poesia vera e propria, e si comincia a tentare un più stretto connubio,
-una più efficace intimità tra la poesia pura forma e la sostanza del
-pensiero; tra il sentimento, nella sua vaghezza indeterminata, e certi
-fini ben determinati e prefissi e certi alti ideali a cui l'arte doveva
-servire. La vanità della formula «l'arte per l'arte» va cadendo sempre
-più in discredito. Fu accolto con molto applauso, se non molto letto,
-un poema di Lorenzo Costa genovese, abilissimo fabbro di versi, il
-quale con degli sciolti veramente mirabili si era prefisso ed aveva
-in gran parte raggiunto l'intento di celebrare le più meravigliose
-scoperte dell'ingegno umano nelle industrie, e nella meccanica.
-Altri poeti avevano seguito questo impulso. Dirò anzi, che si può
-considerarlo come una preoccupazione dominante allora negl'ingegni
-nostri. L'Aleardi, per esempio, vuole compensare più che può una certa
-vacuità che è nei suoi canti fantasiosi e sentimentali, e ricorre alla
-geologia e ricorre alla botanica. Si direbbe che già egli si prepari
-fin d'allora per il disperato cimento al quale si lasciò andare pochi
-anni dopo, di celebrare in versi il sistema economico di Federigo
-Bastiat. Ebbe in questo un infelice compagno nel Martinelli bolognese,
-che volle con dei _Sermoni_ dedicati a Marco Minghetti niente meno che
-dar forma poetica a tutti i teoremi della economia classica inglese.
-Anche Giacomo Zanella nel seminario di Vicenza sta maturando il suo
-ingegno e si prepara a dare egli pure un contributo assai notevole a
-questo tentativo di connubio fra la poesia e la scienza: si prepara
-ad essere il futuro autore della _Conchiglia fossile_ e del memorabile
-dialogo teologico-astronomico tra Galileo e Giovanni Milton; si prepara
-ad essere, come disse con frase veridica Giosuè Carducci, il castigato,
-forbito ed eloquente cantore dell'industria e delle solennità del
-tecnicismo.
-
-Ma anche lo Zanella poco lustro doveva dare a questo decennio, perchè
-la sua fama doveva fiorire dipoi. Egli era destinato ad essere il
-poeta prediletto del decennio che seguì; doveva essere in esso il poeta
-favorito delle gentili dame, degli ingegni eleganti e soprattutto degli
-spiriti temperati che vagheggiavano di comporre in armonie superiori,
-degli elementi fra loro cozzanti, e che non disperavano di queste
-armonie e si compiacevano di trovare nel prete liberale di Vicenza un
-degno e notevole aiuto di poesia e di arte.
-
-Insomma, quando voi avete bene scrutato l'orizzonte e investigato da
-ogni parte, voi dovrete venire a questa conclusione: che il decennio
-italiano che corre dal Quarantanove al Cinquantanove, non ha che due
-poeti veramente notevoli: il Prati e l'Aleardi. Lascio da parte Niccolò
-Tommaseo, il quale meriterebbe uno studio a sè per la grande intensità
-e arditezza del suo ingegno poetico, ed è invece così poco noto e così
-mediocremente apprezzato. Lo lascio da parte, perchè anche egli diede
-i migliori frutti come poeta nell'epoca precedente, e perchè egli si
-occupò soprattutto di studi filosofici e religiosi.
-
-Aleardo Aleardi dunque e Giovanni Prati sono i due poeti che
-signoreggiano l'epoca, e quasi vi regnano in solitudine.
-
-Io ebbi la fortuna di conoscerli ambidue. Erano due tipi disparatissimi.
-
- *
- * *
-
-Giovanni Prati nel decennio di cui parliamo seguitava la sua strada;
-godeva della sua fama, e cercava di aumentarla con opere notevoli.
-Sempre uguale a sè stesso: vagabondo, strano, irregolare; aveva amato
-la natura e l'Italia, e il suo amore per quest'ultima aveva sempre
-nobilmente e francamente manifestato, ma accompagnava poi questa sua
-nobiltà di condotta poetica con molte stranezze nella vita; ed ebbe
-per l'una e per le altre molti dolori e molte tristi vicende. In questi
-dieci anni egli dalla Toscana, dove aveva un così acerbo persecutore in
-Francesco Domenico Guerrazzi, si era rifugiato a Torino e là, all'ombra
-della Croce Sabauda, a cui aveva rivolto l'occhio confidente anche
-quando altri faceva le viste di non accorgersene, ben visto a Corte,
-seguitava a poetare, perchè il poetare, per Giovanni Prati era non una
-dilettazione istintiva, non un'operazione intermittente, era come un
-abito inscindibile dalla sua natura, e di continuo componeva versi, e,
-quel che è anche più strano, nessuno lo aveva mai visto comporre versi
-a tavolino. Andava errando come aveva fatto sempre, e lo vedevano pei
-Portici di Po brontolando seco stesso i suoi endecasillabi o i suoi
-settenari, sempre con in bocca un sigaro, che spesso gli si spengeva;
-allora chiedeva fuoco al primo che incontrava, e riacceso il mozzicone
-continuava a mormorare dei versi. Più di una volta fu preso per un
-pazzo.
-
-In questo decennio Giovanni Prati ha composto su per giù due volumi
-di versi, nei quali si nota uno spiccato e opposto carattere d'arte.
-Nei poemi è sempre il bizzarro ingegno romantico di _Edmenegarda_
-e delle _Ballate_: come prima, vagheggia il fantastico, lo strano,
-l'avventuroso. Nella forma non si corregge o peggiora. Infatti,
-leggendo a Torino il suo poema _Ridolfo_ fece accapponare la pelle al
-buon Terenzio Mamiani per delle forme veramente strane e eteroclite. Un
-lavoro di miglior avvenire si ha nella _Battaglia Imera o Jerone_, una
-specie di visione antica che lampeggia alla mente del poeta e che pare
-il preludio di quella mirabile castigatezza di gusto che egli qualche
-anno dopo doveva conquistare per dono felicissimo della sua natura,
-e che lo metteva in grado di comporre i due _Sogni_, di tradurre non
-indegnamente Virgilio e di pensare a verseggiare quel _Canto ad Igea_
-che par davvero un frammento di serena poesia antica. Il secondo volume
-ci dà invece un Prati fortemente compreso della missione civile e
-politica del poeta italiano: e tutti i grandi argomenti che occupano
-la vita italiana, che accennano ai dolori del presente e alle speranze
-dell'avvenire, tutti si rispecchiano fervidamente in quelle sue liriche
-alate, che anche oggi non si possono leggere senza commozione. L'anno
-scorso, o Signore, vi ho citato alcuni passi della superba _Trenodia_
-in cui, celebrando il ritorno da Oporto delle ceneri di Re Carlo
-Alberto, egli volle evocare tutto il sogno poetico della federazione
-italiana del Quarantotto, gettando un ultimo grido di supplicazione ai
-principi della penisola. Indi egli si volse da quella parte, ove solo
-le speranze parevano attendibili, voglio dire alla spada, al senno e
-alla lealtà di Re Vittorio. Ora sentite con che accenti egli ricorda i
-giovinetti toscani eroicamente caduti a Curtatone:
-
- Quando la fredda luna
- Sul largo Adige pende,
- E i lor defunti l'itale
- Madri sognando van;
- Un coruscar di sciabole,
- Un biancheggiar di tende,
- Un moto di fantasimi
- Copre il funereo pian.
- E via per l'aria bruna
- Sorge un clamor di festa:
- «L'ugne su voi passarono
- De' barbari corsier;
- Viva la bella Italia!
- Orniam di fior la testa;
- O vincitori o martiri
- Bello è per lei cader.
- E chi, evitato il nero
- Tartaro, ancor respira,
- Abbia in retaggio il funebre
- Pensier di chi morì,
- Seme di sangue provoca
- Messe di brandi e d'ira;
- Fatevi adulti, o pargoli
- Per vendicarci un dì!»
- Il guardïan straniero
- Dall'ardue rôcche ascolta.
- E le canzoni insolite
- Lo stringono di gel;
- E il pian mirando e il torbido
- Stuol degli spettri in volta,
- Pensa le patrie roveri
- E il nordico suo ciel.
- E sclama anch'ei: «Di meste
- Larve simili è piena
- Pur la mia tenda ungarica
- O il mio boemo suol,
- E a me, che schiavo indocile
- Veglio l'altrui catena,
- Pace l'avara tenebra
- Nega e letizia il Sol.
- Oh, falco, che da queste
- Turrite rupi inarchi
- L'ale alla fuga, intendere
- Potessi il mio desir!
- Ma se per tanto d'aëre
- Sino al mio ciel tu varchi,
- Di' a' figli miei che abborrano
- In servitù perir!»
- Così con varii modi
- Canta chi vinse e giacque,
- Ma in un medesmo palpito
- Arde il medesmo ver,
- Mentre la luna naviga
- Sovra il cristal dell'acqua
- E giù nel pian si sperdono
- Gli spettri dei guerrier....
-
-Quando Giosuè Carducci dettò quelle sue malinconiche e bellissime
-strofe per l'anniversario dei morti di Mentana, si ricordò egli di
-questo componimento del Prati. V'ha somiglianza di metro, di rime,
-e perfino ricorrenza di certe frasi e di certe immagini. Nell'una e
-nell'altra, i morti parlano pietosamente alla patria; e un senso di
-paura passa negli avversari. Con una audacia veramente lirica, il
-Prati affrontò in questo decennio tutti i più scabrosi argomenti che
-toccavano alla vita italiana. Luigi Napoleone di Presidente della
-Repubblica si fa a un tratto Imperatore; e Giovanni Prati gli volge
-un'ode che a quei giorni andò famosa in Italia e oltre l'Italia, in
-cui apostrofa vivamente, quasi assale di interrogazioni e di problemi
-imperiosi il nuovo Sire incoronato di Francia.
-
- Hai vinto. Or ben. Qual premio
- Dalla vittoria attendi?
- Sali. E l'antica porpora
- Di Clodoveo ti prendi.
- Ma la fortuna, o Principe,
- Ha giuochi infami. E bada....
-
-Qui incominciano i consigli, le ingiunzioni, le minacce:
-
- Se col vorace e barbaro
- Settentrïon t'annodi,
- Perduto sei. La gloria
- Ti mancherà dei prodi....
-
-È tutto un programma di politica in versi piani e sdruccioli; e letto
-oggi a tanta distanza dagli eventi, l'effetto non è sempre serio; ma
-anche oggi la lirica del Prati ci commuove quando, verso la fine, parla
-al Bonaparte d'Italia:
-
- Sol, pei materni visceri,
- Ti prego a giunte mani,
- Non obliar, nel turbine
- Del tuo fatal dimani,
- Questa obliata Italia
- Dal sorger tuo; quest'Eva,
- Che a te le braccia leva
- Consunte di dolor.
- Mille de' suoi, che dormono
- Là tra le scizie nevi,
- Per Chi tu sai, fantasimi
- Tetri, placar tu devi,
- Pensa alla madre; al cenere
- Dell'Alighier. Nefando
- Di Bonaparte è il brando,
- S'egli altri numi ha in cor.
-
-Le esortazioni e i vaticinii del Poeta, dovevano attingere valore
-dal tempo; ed ora noi li congiungiamo ai ricordi del colloquio di
-Plombières, di Magenta e Solferino.
-
- *
- * *
-
-Aleardo Aleardi ebbe anch'esso anima vera di poeta; ma ebbe indole
-diversa. Anche al fisico, quantunque tutt'e due fossero belli uomini,
-al portamento i due molto si diversificavano. Aleardo Aleardi composto,
-dignitoso, contegnoso. Con la sua bella chioma spartita sulla fronte e
-con la pettinatura impeccabile mi faceva pensare a un verso di Gaspare
-Gozzi, ove descrive i capelli dei damerini del suo tempo. Aveva il
-parlare sentenzioso, la frase rotonda, e volentieri batteva il pugno
-quando voleva asserire qualcosa di solenne. Aleardo Aleardi fu troppo
-lodato, e fu sventura per lui. Io mi ricordo che un critico, poco dopo
-il '60, metteva nientemeno che il nome di Aleardo Aleardi vicino a
-quello di Dante Alighieri; e io provai una profonda pietà per Aleardo
-Aleardi. Infatti egli dovette scontar poi, con un rapido rovescio
-della fortuna della sua fama e quasi con l'oblio, l'eccesso delle lodi
-prodigategli dai compiacenti contemporanei.
-
-L'Aleardi lasciò scritto di sè che da ragazzo aveva provato una grande
-inclinazione per la pittura, e specialmente pel paesaggio; ma gli era
-stata così severamente interdetta e combattuta dal padre, che dovette
-abbandonarla. Questa sua inclinazione alla pittura di paese si riflette
-qua e là nei suoi componimenti in modo manifesto:
-
- Ogni eminenza dopo la procella
- Versa per cento conche
- In curve e fuggitive
- Cascatelle il soverchio de la piova:
- Suonano le spelonche
- A la cadenza di frequenti stille:
- Brilla l'immenso verde,
- E tutta di vaganti iridi piena
- È la silvestre scena.
-
-L'Aleardi ci dà molti di questi quadretti: veri paesaggi di poeta, ove
-si uniscono e s'armonizzano le voci e i colori in un tutto animato
-e vivente. E non mancano i paesaggi a grandi linee, entro le quali
-s'inquadrano dei drammi di pietà umana e tragici ricordi di storie e di
-leggende. Udite questo pezzo del carme _Il Monte Circello_, composto,
-si noti, nel 1845.
-
- Vedi là quella valle interminata
- Che lungo la toscana onda si piega,
- Quasi tappeto di smeraldi adorno,
- Che de le molli deità marine
- L'orme attenda odorosa? Essa è di venti
- Oblïate cittadi il cimitero;
- È la palude, che dal Ponto ha nome.
- Sì placida s'allunga e da sì dense
- Famiglie di vivaci erbe sorrisa,
- Che ti pare una Tempe, a cui sol manchi
- Il venturoso abitatore. E pure
- Tra i solchi rei de la Saturnia terra
- Cresce perenne una virtù funesta
- Che si chiama la Morte. — Allor che ne le
- Meste per tanta luce ore d'estate
- Il sole incombe assiduamente ai campi,
- Traggono a mille qui, come la dura
- Fame ne li consiglia, i mietitori:
- Ed han figure di color che vanno
- Dolorosi all'esiglio; e già le brune
- Pupille il velenato aëre contrista,
- Qui non la nota d'amoroso augello
- Quell'anime consola, e non allegra
- Niuna canzone dei natali Abruzzi
- Le patetiche bande. Taciturni
- Falcian le mèssi di signori ignoti;
- E quando la sudata opra è compita
- Riedono taciturni; e sol talora
- La passïone dei ritorni addoppia
- Col domestico suon la cornamusa....
-
-Vi consiglio anche di leggere nelle _Prime storie_ la descrizione del
-Diluvio universale, nella quale l'Aleardi ha saputo unire alla evidenza
-del quadro alcuni tocchi di fantasia che ne accrescono il mistico
-terrore.
-
- *
- * *
-
-I difetti della poesia di Aleardo Aleardi io non mi propongo qui di
-numerare e di analizzare partitamente. Vi dirò solo che dalla lettura
-dei suoi versi io ho ritratto il convincimento che in lui non fosse
-profonda la coltura letteraria e sufficiente la preparazione per dare
-sempre alla forma poetica quella sicura e precisa finitezza che le
-procaccia il duraturo suffragio degli uomini di buon gusto. Egli è
-spesso morbido, vago, indeterminato: il suo tocco, troppe volte non è
-sicuro e non coglie nel segno voluto; e allora cerca una simulazione di
-precisione in qualche immagine che non è sempre di buon gusto. Circa la
-novità, vuol differenziarsi dagli altri, e principalmente da Giovanni
-Prati, di cui sente la rivalità perigliosa; ma la novità cercata è
-tante volte a spese del buon gusto. Le sue immagini sono talvolta
-troppo cercate e sconfinano nel barocco; come quando vi dice che una
-campana suona per la valle «limosinando carità di preci,» proprio come
-un frate o un mendicante qualunque! Oppure quando, compiacendosi, al
-solito, della sua botanica, vi dice che sul ciglio di un burrone,
-dei ranuncoli, delle passiflore e non so quali altri fiori, stanno
-brontolando fra loro parole di congiura contro la vita degli uomini!...
-Soprattutto io credo che la poesia di Aleardo Aleardi fosse malata di
-un femminismo estetico. Io non so trovare altro nome; ma un fatto, pur
-troppo, vi corrisponde. Vi sono troppe Marie in quei suoi componimenti!
-È venuto l'Epistolario, che ha messo in evidenza anche troppo, la
-soverchia, la stemperata amatività di lui. Io credo che se l'amore
-della donna è un prezioso coefficente per la poesia, e per l'arte,
-quando le donne sono troppe nella vita di un poeta, lo guastano.
-
-La morbidezza dell'Aleardi voi la riscontrate subito nel suo modo di
-epitetare. Egli pone, i suoi epiteti, con sì frequente larghezza, che
-spesso è costretto a sostantivarne uno, perchè faccia da puntello agli
-altri; e ne esce qualche cosa di forzato e di equivoco. Per esempio,
-egli chiamerà un Re in esilio «limosinante indomito e sdegnoso,» oppure
-dirà i principi italiani spodestati «pallidi coronati impenitenti.»
-Quale tra questi epiteti fa da sostantivo? Quando apostrofa le sue
-donne si serve ancora degli epiteti raddoppiati «povera grande, povera
-bella, bella superba!» e via discorrendo. Vi parranno minutaglie, o
-Signore, ma sono questi abiti artifiziosi che indicano, come certe
-piccole macchie sulla pelle, la tabe che invade tutto quanto nelle sue
-intime parti lo stile del poeta.
-
-E questo artificio si manifesta massimamente nelle personificazioni.
-In esse Aleardo Aleardi è, permettetemi la frase, femmineo fino alla
-puerilità. La patria, l'Italia, la Musa; quale, tra i poeti, non ha
-invocato la Musa e l'Italia? E la invoca pure Aleardo Aleardi, anche
-troppo di frequente; ma queste grandi astrazioni, queste luminose
-entità che devono sovrastare alla mente, allo spirito del vate, e
-da cui egli deve attingere come dall'alto la luce, nello spirito
-aleardiano sovente si abbassano, si abbassano, e par che vadano a
-sedersi vicino a lui, accanto al suo letto, accanto al suo tavolino
-di studio. L'Italia non è più la grande e cara madre; è la sorella,
-è, direste quasi, un'amante: «Sorella mia, vieni, pigliati in mano
-il sapiente legno del Nazareno, mettiti in ginocchio sulla strada, e
-domandiamo la carità a quelli che passano!» Similmente, la Musa per
-l'Aleardi non è la Dea a cui da Omero in poi si sono rivolti tutti i
-poeti! Egli la tratta alle volte come una segretaria, alle volte, non
-vorrei offenderla, mi ha l'aria di una sua cameriera!... Il più delle
-volte la chiama «sorella» ed ha per lei delle apostrofi varie; ora
-complimenti, ora carezze e baci, ora corrucci e poi rappaciamenti.
-Antropomorfismo morbido, disdicevole, e antipatico. Una volta il
-poeta si lamenta di essere abbandonato da tutti i suoi vecchi amici,
-e si rivolge alla Musa, e le dice: «Anche tu mi hai abbandonato, mi
-tradisci. Ah non a questo educato io ti avea!» Come vedete, qui le
-parti si invertono; non è la Musa che inspira, come da Omero in poi;
-è il poeta che inspira la Musa. Invertimento lezioso, che potè forse
-piacere come una novità, ma che adesso viene a noia.
-
-Però, quando abbiamo detto tutto questo, o Signore, noi non possiamo
-chiudere gli occhi ai veri meriti del poeta. Commetteremmo una grande
-ingiustizia. Io, che così vi ho parlato, mi compiaccio di avere
-assistito commosso alla inaugurazione del monumento che i veronesi
-per gratitudine inalzarono ad Aleardo Aleardi. Egli ebbe una forte e
-schietta anima di poeta, e fece della poesia un uso generoso. Troppo
-femminismo in lui, lo abbiamo già detto, ma a lui anche non si può
-negare il merito insigne di aver forse più d'ogni altro poeta unito
-l'amore della cara donna e l'amore della cara patria. Egli si studiò
-con nobilissimo intendimento di fondere insieme questi due sentimenti,
-e quando narra nel «Triste dramma» la storia del povero condannato
-dall'Austria che, appena giunto alla carcere, segna nelle pareti il
-profilo della donna amata, e in quel profilo si compiace di vedere la
-immagine della donna amata e la immagine d'Italia «che Dio fece insieme
-così belle e colpevoli,» noi, anche attraverso il suo cicisbeismo
-fantastico, non possiamo fare a meno di cogliere e sentire una idea
-generosa. Il poeta veronese immaginò la donna come mediatrice tra
-l'uomo e il Creatore, e ministra amabile e forte della volontà umana
-nell'adempimento dei più grandi ideali. E quando nel «Canto politico»,
-uno dei suoi più infelici canti, di una lunghezza interminabile, fa
-salire lo spirito di una donna fino al trono di Dio a invocare pietà
-per la patria italiana in nome di tutto ciò che vi ha di bello, di
-nobile, di gentile nella umana natura, noi non possiamo difendere
-l'animo nostro da un senso di compiacenza e di ammirazione. Leggendo
-le liriche dell'Aleardi, anche le meno fortunate e le meno riuscite,
-il nostro pensiero corre spontaneo a quelle nobili gentildonne
-veneziane e lombarde, che tanto contribuirono a mantenere in Italia
-viva la fiaccola del patriottismo, e che ai campioni della libertà, e
-dell'unità della patria non furono larghe solamente di sorrisi, ma di
-santi consigli; non seppero solamente amarli ma confortarli pietose
-e inspirarli magnanimi, facendosi ad essi compagne nei duri cimenti e
-nelle pene!
-
-Sarebbe anche ingiustizia dimenticare che l'Aleardi si elevò ad
-altissime concezioni di patriottismo allargandole oltre i confini
-della sua patria, come quando in nobilissimi versi celebrò e compianse
-l'eroismo della Nazione polacca, ricordando le sue benemerenze verso
-«questa Europa ingenerosa» che la abbandonava alla tirannia moscovita.
-
- *
- * *
-
-E ora voi mi domanderete: si riducono solo all'Aleardi e al Prati i
-poeti insigni del periodo che voi avete l'assunto di illustrare? Essi
-sono certo i due più insigni. Ho accennato ad altri, e volentieri mi
-metterei a mostrare i loro meriti, se mi fosse consentito dal limite
-dato al mio discorso. Vi basti, o Signore, che io abbia accennato qua
-e là ad alcuni di essi. Non voglio però tacervi che quando il decennio
-dal '49 al '59 stava per chiudersi, studiava a Pisa un giovinetto
-maremmano, che aveva in sè e valorosamente ne' suoi propositi una
-grande poesia, umana e civile per la sua patria.
-
-Ho nominato Giosuè Carducci. Egli dissentiva dagli altri; egli studiava
-profondamente e diversamente da quello che usavasi allora in Italia
-dai più; non si contentava della pura forma, ma con la mente tenace e
-penetrante andava giù nella grande sostanza filologica e linguistica
-della nazione italiana, e accennava a voler risalire alle pure fonti
-della tradizione indigete e cavare da essa tutte le forme più precise
-e più plastiche di una nuova poesia. Un giorno egli comparve davanti
-a degli amici e lesse dei suoi versi, e anche nella scelta degli
-argomenti egli si diversificava dagli altri, non erano donne innamorate
-o lamentazioni sentimentali, o salici piangenti, o raggi di luna.
-Come un antico, come un pagano, di un fiero paganesimo però che non si
-tuffava nell'epicureismo e non divorziava da nessuna nobiltà di ideali
-umani, egli nel «Libero convito» cantava:
-
- Beviam, se non ci arridono
- Le liete muse indarno,
- Or che lent'ombra nordica
- Cuopre i laureti d'Arno.
- A noi, progenie italica,
- A noi, sangue del Lazio.
- Bacco scintilla e Venere
- E l'armonia d'Orazio....
-
-Con questa superba e schietta intonazione il giovane poeta esordiva;
-e, ripeto, dal suo paganesimo nessuna alta idealità umana e sociale era
-bandita; e nel fervore del brindisi accennava alle grandi virtù civili
-che l'antichità classica ci raccomandava co' suoi esempi:
-
- Anch'ei Catone intrepido
- La tazza al servo chiese
- E ripensando a Cesare
- Il roman ferro chiese:
- E in quel che Bruto vigila
- Su le platonie carte,
- Cassio tra' lieti cecubi
- Gli Idi aspettò di Marte.
-
-Così, o Signore, Giosuè Carducci preparava a sè stesso un grande
-avvenire di poeta fino da allora; e accennava che per la poesia
-italiana ci sarebbero state ancora delle giornate di gloria. Lo
-chiamavano strano, contorto, oscuro; ma gli uomini di più fine
-intelletto e di gusto più squisito sentivano in lui il maestro di
-una forma più eletta nella quale si sarebbero potuti nobilmente
-rispecchiare le più nobili tradizioni dell'arte nostra e tutti i grandi
-ideali della vita. Terenzio Mamiani, letta la sua canzone a Vittorio
-Emanuele II, non solo offriva a Giosuè Carducci la cattedra di italiano
-nell'Università di Bologna, ma vaticinava in lui il poeta giovane della
-patria risorta. E voi e noi tutti abbiamo la prova che il vaticinio
-dell'illustre pesarese non è andato smentito dai fatti, e che la
-poesia, dopo il Cinquantanove ha continuato a dare alla vita italiana
-delle ispirazioni e delle consolazioni.
-
-
-
-
-F. D. GUERRAZZI
-
-CONFERENZA DI GIOVANNI MARRADI.
-
-
- _Signore e Signori,_
-
-Nell'anno 1827 uscivano in luce, a poca distanza fra loro, _I promessi
-sposi_ di Alessandro Manzoni e _La battaglia di Benevento_ di Francesco
-Domenico Guerrazzi.
-
-Il Manzoni aveva 42 anni, il Guerrazzi 22. _I promessi sposi_ erano
-stati preceduti da una aspettazione grandissima, che nocque al
-loro immediato successo e che, sulle prime, li fece quasi parere
-una delusione agli ammiratori del grande poeta. _La battaglia di
-Benevento_, invece, non era stata precorsa da altro rumore che da
-quello dei formidabili fischi, onde già i Livornesi avevano accolta
-la rappresentazione d'un dramma del loro giovine concittadino; ma il
-romanzo trionfò e sbigottì con quella sua forza selvaggia e feroce,
-la quale, più che rivincita d'autore fischiato, sembrò vendetta di
-lioncello inasprito.
-
-E il romanzo guerrazziano, di cui si moltiplicarono subito le edizioni,
-fu contrapposto al romanzo manzoniano, come capolavoro si contrappone a
-capolavoro. E il Manzoni e il Guerrazzi furon considerati da molti come
-capi di due scuole e tendenze diversissime e opposte, ma ugualmente
-geniali e benefiche all'arte e alla patria: sopra tutto alla patria,
-che era allora, occulta o palese, la fiamma animatrice e la ragione
-suprema dell'arte.
-
-Oggi _I promessi sposi_ tengon di pieno diritto il primissimo posto
-nella letteratura italiana di tutto il gran secolo che tramonta, e _La
-battaglia di Benevento_ non si legge ormai più, come non si legge più
-forse alcun libro di questo
-
- ..... re della terribil prosa
- Ruggita in faccia ai prepotenti e ai vili.
-
-A poterci rendere qualche ragione di un così rapido cambiamento
-avvenuto nei gusti del pubblico, riguardiamo un po' più da vicino
-quest'uomo e questo scrittore che ebbe fama di grande, e riguardiamolo
-specialmente nella sua opera letteraria, che esercitò su i
-contemporanei tanta potenza.
-
-Della vita politica del Guerrazzi non è forse venuto ancora il momento
-di poter giudicare con illuminata imparzialità, senz'amore e senz'odio;
-e se pure ne fosse il momento,
-
- Me degno a ciò nè io nè altri il crede;
-
-ond'io lascio ad altri, più competenti di me, il trattar di proposito
-questa parte dell'argomento, e vengo, senz'altro, al poeta.
-
-
-I.
-
-Ingegno fortissimo e anima fiera, fantasia ignara di freni e volontà
-sdegnosa di ostacoli: ecco le qualità che sortì da natura il Guerrazzi.
-L'educazione rigida avuta in famiglia e l'istruzione pedantesca
-ingozzata in iscuola, le molteplici e multiformi letture fatte da
-lui giovanissimo e i casi della sua vita agitata fin dai prim'anni,
-finirono poi di foggiarlo quale egli ci appare, co' suoi pregi e co'
-suoi difetti, in tutta l'opera sua di scrittore e di cittadino. E i
-pregi furono in lui certamente più grandi dei grandi difetti, i quali
-il più delle volte non erano che una esagerazione delle sue stesse
-virtù. Così l'orgoglio fierissimo, che parve quasi la Musa inspiratrice
-d'ogni suo atto e d'ogni suo scritto, fu in lui consapevolezza
-eccessiva, ma spesso legittima e provocata, del proprio valore; e
-quella sua stessa ambizione, che parve a molti così smoderata, non fu
-che un eccesso di quel nobile amore di gloria che lo infiammava, di
-quel foscoliano _furore di inclite geste_ che il padre suo ed il suo
-Plutarco gli avevano acceso nel cuore sin da fanciullo.
-
-_Natura eroica_, come bene fu detta, era davvero codesta dell'aspro
-fanciullo, fatto sempre più aspro dai rimproveri e dalle percosse che,
-invece di carezze e di baci, gli dava sua madre. E in quell'eroica
-natura, in quell'ardente fantasia solitaria, in quell'anima tutta
-chiusa in sè stessa nè mai confortata d'alcuna dolcezza domestica, è
-facile immaginar quali semi dovesse gittare ogni giorno quel padre
-severo, quel padre taciturno, che parlava soltanto per citare a'
-figliuoli esempî di Plutarco e sentenze di Dante; è facile giudicar
-quali germi dovesse andare svolgendo in quell'indole un padre che gli
-brontolava all'orecchio, parlando di Tacito: «Costui scrisse storia col
-pugnale; valeva meglio piantarlo nel cuor dei tiranni!»
-
-Questo l'ambiente familiare nel quale cresceva il fanciullo Guerrazzi,
-e in cui si veniva temprando il carattere che doveva poi stampar tutto
-l'uomo sì fortemente, da renderlo segno d'inestinguibile amore e di
-odio non anche domato.
-
-Gl'istinti eroici della sua focosa natura, che lo traevano a tutto ciò
-che è solenne ed antico, e l'antiquata accademica disciplina a cui fu
-sottoposto da' suoi maestri di lettere, ci spiegano in parte il suo
-stile, cioè il carattere dello scrittore.
-
-Il primo di tali maestri, e quello di cui egli serbò più grata memoria,
-fu il Padre Spotorno, barnabita, rappresentatoci dal Guerrazzi come
-un Robespierre letterario del 500, che ad ogni ombra di modernità
-arricciava il pelo come istrice, e che gl'insegnava la lingua «come
-s'ingrassano i luci: uno imbuto in gola, e poi giù una ramaiolata di
-Bembo, di Casa, di Baldassar Castiglione, e via discorrendo». E di
-siffatti metodi d'insegnamento restarono sempre le tracce evidenti
-nella forma letteraria che piacque al Guerrazzi e che ebbe sì lungo
-codazzo di imitatori: forma che ha la copiosa ricchezza di lingua e
-il periodo latineggiante dei cinquecentisti, e qualche volta, come
-nella _Serpicina_, l'arcaica semplicità dei trecentisti migliori,
-ma che di latineggiante e di arcaico sa sempre troppo: forma che si
-compiace di uno stile magnifico, in cui l'ideale eroico del poeta si
-drappeggia come in un paludamento o in una clamide; forma artificiosa
-di un artificio che in lui diventò una seconda natura, sì che perciò,
-italianissima sempre, potè essere spesso eloquente davvero e mirabile
-d'impeto e di vigore; ma che, insomma, artificiosa fu molto, ed a noi
-apparisce oramai come una specie di anacronismo.
-
-Chè se si obiettasse come gli stessi metodi pedanteschi e accademici,
-comuni allora dal più al meno a tutte le scuole italiane, non abbian
-prodotto in altri scrittori moderni, anche anteriori al Guerrazzi, gli
-effetti e i difetti che produssero in lui, sarebbe ovvio rispondere che
-le medesime cause operano diversamente su anime e ingegni diversi. E il
-Guerrazzi, con quella sua anima antica e con quell'ingegno grandissimo
-ma squilibrato, non che assimilarsi quel primo nutrimento di classiche
-forme, ne ebbe per tutta la vita una specie di pletora, e byroneggiò
-cruscheggiando.
-
-Ed ecco un altro lineamento caratteristico e definitivo della sua
-fisonomia di scrittore, la quale, se posso sciupare un verso di Dante,
-
- Da Byron prese l'ultimo sigillo.
-
-e ne rimase improntata per sempre.
-
-Una mente ardita com'era quella, non poteva, per quanto
-classicheggiante, restare insensibile e chiusa alle novità dei
-romantici, che tanto contributo di forme più immaginose e di più libere
-idee andavan portando nella moderna letteratura europea. Non per nulla
-il discepolo dei Barnabiti aveva letto, anzi divorato, Ossian insieme
-ad Omero, la Radcliffe insieme all'Ariosto, e ne aveva avuta una specie
-di febbre al cervello. Calmato il fermento di quella febbre, il futuro
-autore della _Battaglia di Benevento_ dovette sentire con senso più
-chiaro quel vivido soffio rinnovatore che il Goethe e lo Schiller,
-lo Shelley ed il Byron, lo Chateaubriand e la Staël avevano spirato
-anche di qua dalle Alpi, e che di qua dalle Alpi andava ingrossando
-in un vento di rivoluzione. E il Guerrazzi conobbe le letterature
-straniere, e ne derivò nuovi elementi di _humour_ alla sua natural vena
-sarcastica, che doveva essere una delle sue forze maggiori così nella
-vita come nell'arte, e che fece di lui il più tagliente motteggiatore
-d'Italia. Ma quella che investì il giovinetto con soffio più largo e
-possente, e non tutto benefico, fu, senza dubbio, la poesia di Lord
-Byron.
-
-A Pisa, dove il Livornese era andato a studiare Giurisprudenza,
-vide il poeta famoso, ne lesse i poemi, e ne ebbe come la vertigine
-dell'abisso. Egli stesso più tardi, con calde e iperboliche immagini,
-ci narrò nelle sue _Memorie_ lo sbigottimento che gli cagionò la
-rivelazione di quella poesia e di «quell'anima immensa», e confessò,
-se ce ne fosse stato bisogno, che per molti anni non vide più e non
-sentì più che a traverso a quella poesia e a quell'anima. — Frutto
-immediato di tanta impressione furono certe sue ottave _A Giorgio
-Byron_, pubblicate una sola volta a Livorno, e dimenticate poi
-dall'autore. Ma l'influenza byroniana rimase pur troppo in quasi tutta
-l'opera sua narrativa, e _La battaglia di Benevento_ non fu, si può
-dire, che lo scoppio improvviso di quel byronismo satanico, che ormai
-gli era entrato nel sangue come un veleno. E il Guerrazzi, che già vi
-era disposto naturalmente, assorbì quel veleno in maniera da averne
-colorati i fantasmi, i caratteri, le passioni sue e de' suoi personaggi
-in quel primo romanzo, alterata l'originale spontaneità dell'ingegno
-privilegiato, e falsata in gran parte la forma di quella sua _prosa
-poetica_, di quel suo lirismo convulso, di cui con ragione fu detto,
-che ha del byroniano e del biblico.
-
-E biblica è anche davvero, specialmente nei romanzi maggiori e più
-celebrati, l'intonazione dello stile guerrazziano lussureggiante di
-immagini, perchè spesso il poeta (ed ecco la vera sua gloria!) tutto
-inteso a risuscitare la vita sopra una terra di morti, si erige profeta
-di libertà; e allora egli sembra Mosè precinto di tuoni e di lampi sul
-Sinai, allora egli sembra Ezechiello che gridi: _Sorgete, ossa aride,
-su dal sepolcro!_ Perchè noi, o Signori, abbiamo troppo dimenticato
-che l'arte non fu pel Guerrazzi un'estetica dilettazione da offrire
-agl'ignavi d'Italia, ma squillo di guerra contro chi dava all'Italia
-catene e patiboli. Sbagliò, e ho già detto che sbagliò molto, nei mezzi
-formali che credè meglio acconci a raggiunger quel fine; ma il fine fu
-altissimo sempre, e degno di lode immortale. E nel fine politico ch'ei
-si propose, e che non si stancò mai di ricordare in ogni suo libro,
-di confermare in tante sue lettere, è un'altra grande ragione de' suoi
-difetti ed eccessi di artista, moltissimi dei quali furono appunto gli
-eccessi e i difetti d'un uomo, che scriveva dei libri perchè non poteva
-combattere delle battaglie.
-
-
-II.
-
-Scrisse il Guerrazzi a Niccolò Puccini che natura gli aveva posto in
-corpo «l'argento vivo dell'uomo d'azione». Il padre spartano, senza
-forse saper bene in che fuoco soffiava, gli aveva sempre sentenziato
-esser meglio «vivere un giorno come un leone, che cento anni come una
-pecora». E il giovine Francesco Domenico, che era nato leone davvero,
-con tutte le rudi energie del popolo livornese da cui traeva l'origine,
-si vide tracciata per tempo la via che doveva percorrere. E in quella
-via si cacciò subito fin da ragazzo, fuggendo da casa per un diverbio
-avuto col padre, facendo il traduttore e il revisore di stampe per
-vivere, e assoggettandosi a ogni sorta di privazioni, piuttosto che
-cedere per il primo. Così il lioncello si agguerriva alla lotta con
-una forza di volontà che fu spesso ostinazione superba, con una tenace
-perseveranza che doveva esercitarsi ben presto in più nobile campo.
-
-Studente a Pisa, di 15 anni, fu subito preso di mira dalla polizia
-granducale, che lo segnò nel suo libro nero e lo perseguitò con
-ammonizioni e perquisizioni e tribolazioni d'ogni maniera. Bandito
-dall'Università per le sue idee troppo liberali, ci potè tornar dopo
-un anno, ma sempre osteggiato dai professori e sorvegliato dai birri.
-Queste persecuzioni gli inacerbivano sempre più il carattere e gli
-accrescevano quel disgusto degli uomini al quale inclinava, e che
-il _Werther_ e l'_Ortis_, il _Manfredo_ e il _Caino_ avevan diffuso
-come un contagio spirituale su l'anime giovani. Ciò non ostante, a
-dispetto di tutto, si potè laureare _in utroque_, e tornare alla sua
-Livorno a esercitarvi l'avvocatura, Dio sa con quanto suo gusto! Con
-quell'ingegno e con quell'anima, sentiva che la toga dell'avvocato
-gli si adattava «come la catena alla gamba del galeotto»; e le sue
-bellissime lettere son piene di questo lamento:
-
-«La mia anima si è versata come un'onda d'inchiostro (scriveva nel
-'47), e poteva prorompere come un raggio di sole! Io sarò stato in
-questa vita dottore e mercante per bisogno, scrittore per rabbia!»
-
-«Vedete che supplizio! (geme in un'altra lettera). Io mi curvo sotto
-la cappa curiale più penosamente che il collegio degl'ipocriti sotto
-le cappe di Dante. Ma la vita erami data come un morso da rodere. Io
-morirò avvocato, io nato forse poeta».
-
-E quel morso lo dovè rodere a lungo; e, fra l'esercizio professionale
-e le vicende politiche ond'egli fu parte, si può dire che, fin dopo il
-'60, i più lunghi ozi che egli potè consacrare all'arte geniale furono
-forse gli anni (e disgraziatamente non furono pochi) da lui passati
-in esilio o in prigione. Ora, se si pensa che quest'uomo d'azione
-e quest'uomo d'affari potè scrivere tanti libri di immaginazione e
-di riflessione quanti ne scrisse, e che quei libri furon capaci di
-produrre quei potentissimi effetti che produssero sopra gli uomini
-per i quali furono scritti; è ben forza riconoscere che quell'uomo non
-usurpò il nome di grande che i suoi contemporanei gli diedero, e che
-sarebbe ingiustizia e insipienza voler giudicare soltanto coi freddi
-criteri dell'arte quei libri vulcanici.
-
-Intanto, se il Guerrazzi si sentiva addosso l'argento vivo, la polizia
-toscana non se ne stava con le mani alla cintola; e dopo avergli dato
-il precetto della sera come si dà ai malfattori, dopo avergli soppresso
-nel '29 _L'Indicatore livornese_ che egli aveva fondato da pochi mesi
-insieme con Giuseppe Mazzini e con Carlo Bini, dopo averlo confinato a
-Montepulciano pei liberi sensi da lui espressi nell'_Elogio di Cosimo
-Del Fante_, dopo averlo imprigionato pei fatti del '31 senza accusa
-determinata e poi rilasciato senza processo; nel 1834 lo arresta di
-nuovo come cospiratore e lo chiude nel forte di Stella a Portoferraio.
-Ivi nacque _L'assedio di Firenze_, col quale l'autore, inspirandosi
-ancora alla storia italiana, creava, anche più arditamente che con _La
-battaglia di Benevento_, una nuova forma di romanzo storico.
-
-Nulla infatti hanno di comune i romanzi del Nostro con quelli di
-Walter Scott o del Cooper, dai quali diversificano formalmente e
-sostanzialmente, e coi quali non potrebbero venire paragonati che
-per la ragion dei contrari. E poi disse bene il Chiarini, che chi
-proprio voglia trovare ai romanzi del Guerrazzi una derivazione o una
-parentela, non la deve cercare fra i romanzieri che lo precederono,
-ma fra i poeti; deve cercarla nei poemi e nei drammi dello Schiller
-e del Niccolini, oltre che in quelli del lord inglese. E di poeta
-fu sempre nel Livornese non solamente la forma della sua prosa,
-ma ancora e più il modo tutto suo soggettivo e passionatissimo di
-sentir la natura, di intender la storia, di concepire la vita, e di
-riprodurle nell'opera d'arte. Così avesse avuta il Guerrazzi almeno
-una piccola parte di quella oggettiva serenità, di quella equabilità
-quasi olimpica che permise allo Scott e al Manzoni di guardare la
-storia e la vita con occhio limpido e acuto, e di eternarle nell'arte
-con mano ferma e sicura! Egli invece vide tutte le cose con occhio
-di febbricitante, quando non le vide con occhio di bove che gliene
-esagerava le proporzioni; vide il mondo soltanto a traverso l'anima sua
-sempre buia, e stampò di sè, sempre di sè, soltanto di sè, la storia e
-la vita. Nè gli venne fatto così, credo io, per imitare anche in questo
-il suo Byron, ma proprio perchè era nato così, e perchè, volendo che i
-suoi romanzi fossero piuttosto _azioni_ che _libri_, credeva di poter
-conseguir meglio il suo scopo immediato col dare a tutte le età da lui
-evocate, a tutti i personaggi da lui creati, i suoi spiriti feroci
-e le sue passioni fortissime: simile in ciò, più di qualunque altro
-scrittore italiano, a Vittorio Alfieri, del quale aveva ereditata tutta
-la maschia energia dell'ingegno e dell'animo.
-
-Oltre che in questi caratteri soggettivi, la singolarità del romanzo
-guerrazziano consiste anche nel modo e nella misura con cui vi si
-mesce la storia alla favola, il verosimile al vero. Ciò è già evidente
-nella _Battaglia di Benevento_, dove la storia costituisce la parte
-essenziale del quadro, e storiche ne sono quasi tutte le figure
-principalissime, se si eccettua il protagonista Rogiero. Ora è certo
-che questo non fu il sistema seguito nei suoi molti romanzi dal grande
-Scozzese, nè dal grandissimo Lombardo nell'unico suo, perchè ivi la
-storia non fa che da sfondo o da scena, e ideali ne sono gli attori
-principali e i principali casi del dramma che vi si svolge. È ben vero
-però, che il sistema onde fu composta _La battaglia di Benevento_
-era ancora un po' incerto ed ambiguo, come quello che non permette
-al lettore di scernere chiaramente il vero dal verosimile; e perciò
-porgeva il fianco più agevolmente alle accuse non sempre giuste che
-furono mosse al romanzo storico, condannato in teoria dallo stesso
-Manzoni che, nella pratica, aveva creato il capolavoro del genere.
-
-Il Guerrazzi sentì certo gl'inconvenienti che derivavano da quella
-specie di mezza misura che aveva prima adottata, e nel secondo
-romanzo fece addirittura del fatto storico il vero e solo soggetto del
-quadro suo grandioso, senza aggiungervi del proprio che poche figure
-accessorie e qualche episodio.
-
-Ma queste novità non ci spiegherebbero punto l'impressione
-straordinaria che l'Arte del Guerrazzi produsse su gl'Italiani fino
-dalla comparsa del suo primo romanzo, se l'Autore, poco più che
-ventenne, non vi avesse rivelata subito e davvero una forza d'ingegno
-meravigliosa. I più severi, pur deplorandone i deplorevoli eccessi,
-dovettero ammirar quella forza, e G. B. Niccolini ringraziò Dio che
-voleva consolare di tanto intelletto la povera Italia. E ancora, con
-tutti i suoi difetti enormissimi, _La battaglia di Benevento_ rimane
-uno dei migliori scritti narrativi del Nostro per gagliardia di
-composizione e pel rilievo di alcuni caratteri. E se i suoi pregi non
-bastassero a darci ragione del fàscino che esercitò su i contemporanei,
-ce la darebbero i suoi difetti, che, impressi di quella singolar
-tempera guerrazziana, parvero pregi e virtù. Pregi e virtù sopra tutto
-(come per un momento suole accadere d'ogni apparenza di novità e di
-ogni ingegnosa stranezza) sembrarono le intemperanze di quella prosa
-poetica, le enfasi di quelle liriche divagazioni, che rispondevano
-così bene ai gusti romantici dei primi decenni del secolo, cullandoli
-in una colorita larghezza di ritmi che nessun'onda di poesia aveva mai
-superati. Il nostro pubblico imparò a memoria quei larghi periodi come
-un tempo le ottave del Tasso, e F. D. Guerrazzi fu salutato il _poeta
-della prosa italiana_.
-
-
-III.
-
-«Popolo italiano, già signore, oggi locandiere di tutte le genti
-del mondo!» fremeva nella _Battaglia di Benevento_ il Guerrazzi.
-E in questo fremito, fiero di shakspeariano disprezzo, è il primo
-segreto della tetraggine irosa dello scrittore, la causa prima della
-disperazione che irrompe come una fiamma sinistra da tutto il romanzo.
-
-Passato quel periodo acuto di parossismo byroniano, la coscienza del
-cittadino si era andata formando più chiaramente nello scrittore, e lo
-scrittore allora volle drizzar quella fiamma a scaldare ed accendere
-il cuor della patria. Per eccitar la sensibilità dell'Italia caduta
-in letargo, egli la feriva, «e nelle ferite infondeva zolfo e pece
-infuocati». Sono sue parole anche queste, e queste parole ci dicon
-gl'intenti coi quali fu concepito il suo capolavoro.
-
-Disgraziatamente, il periodo di tempo nel quale egli scrisse _L'assedio
-di Firenze_ fu uno dei più dolorosi di tutta la sua vita. Nel giro di
-pochi mesi gli perirono le persone più care: gli morì, fulminata nel
-cuore, l'unica donna che amò, e quando lo seppe, ne incanutì in una
-notte; gli mancò il padre suo, che, rigido ma affettuoso e consapevole
-dell'ingegno del figliuolo, lo aveva educato a sensi magnanimi; perdè
-in Carlo Bini l'amico più buono e geniale della sua giovinezza, e in
-Tommaso Bargellini il suo più tenero compagno d'infanzia; e finalmente
-perdè, quasi assassinato, il fratello Giovanni, che gli lasciò su le
-braccia, per solo retaggio, due orfani.
-
-Con tanto cumulo di dolori caduti l'uno di seguito all'altro su l'anima
-sua esulcerata dalla nuova prigionia, non deve dunque far meraviglia se
-pur nel suo capolavoro abbondino le tinte fosche anche più di quel che
-il soggetto tragico le richiedesse, nè deve parer troppo strano che un
-libro siffatto cominci con un lamento.
-
-Anche il lamento, per altro, non è, e non poteva essere in un tal uomo,
-querimonia e rassegnazione, ma sfida e minaccia. E il Guerrazzi che,
-custodito nella sua segreta, impreca ai tiranni della terra, somiglia
-un po' (e non senza un tantino di _posa_) a Prometeo, che, inchiodato
-alla rupe, impreca al tiranno del cielo. Più nobile e più eloquente,
-in ogni modo, quando, poche pagine dopo, restando dal maledir gli
-oppressori, si volge a eccitare gli oppressi: «Finchè, sollevandosi
-al cielo, le vostre braccia sentiranno il peso dei ferri nemici, non
-supplicate; Iddio sta coi forti! La vostra misura di abiezione è già
-colma; scendere più oltre non potete; la vita consiste nel moto; dunque
-sorgerete! Ma intanto abbiate l'ira nel cuore, la minaccia sui labbri,
-nella destra la morte. Tutti i vostri Iddii sprezzate; non adorate
-altro Dio che Sabaoth, lo spirito delle battaglie. Voi sorgerete.»
-
-E seguita ancora, sempre più terribile e sempre profetico, perchè qui
-veramente nel Titano risorge il Profeta, e la sua prosa assurge a una
-vera altezza lirica e biblica, che non è più byronismo, che non è più
-maniera, che non è più rettorica.... E se oggi par tale, benedetta
-quella rettorica! Il suo fremito, allora, faceva fremere tutti, tutti
-scoteva quell'impeto e inebriava quell'odio; e le pagine del poema,
-copiate con lunghe fatiche e passate di mano in mano furtivamente,
-correvano intanto, rapide come un incendio, l'intera penisola.
-
-L'autore dell'_Assedio di Firenze_ non è un romanziere o uno storico,
-non è neppure soltanto un poeta o un profeta, ma un combattitore e
-un vendicatore: vendicatore di tre secoli di servitù, di tre secoli
-d'ignominia, quanti ne erano corsi dalla caduta della repubblica
-fiorentina, sopraffatta dall'armi e dai tradimenti di Carlo V e di
-Clemente VII; che è quanto dire dalla caduta dell'ultima libertà
-italiana affogata nel sangue, dall'ultimo moto del cuore d'Italia, che
-per trecento anni doveva cessare di battere.
-
-E il Guerrazzi fu pari, per ingegno e per animo, all'alto argomento, in
-mezzo al quale ci trasporta con passione di attore e di contemporaneo,
-più che con calma di storico. E noi vediamo tutto un popolo eroico
-muoversi e agitarsi nelle sue pagine, dove (lo notò primo il Mazzini)
-Firenze sola è protagonista. Vi sono figure principali, anzi colossali,
-che staccano in piena luce di gloria nella composizione del grandissimo
-affresco: Francesco Ferrucci, Michelangelo Buonarroti, Dante da
-Castiglione, il gonfaloniere Carduccio, e quel macro profilo di Fra
-Benedetto da Foiano, dalle cui labbra inspirate sembra prorompere sotto
-le arcate di Santa Maria del Fiore lo spirito del Savonarola vegliante
-su la tradita repubblica; ma unico e vero protagonista del libro è la
-patria, e ne è anima l'anima sempre presente dello scrittore.
-
-Peccato che egli abbia voluto turbare quell'ideale unità con episodii
-domestici, che male interrompono e ritardano lo svolgimento dell'azione
-storica, e che al confronto di quella grande azione rimpiccoliscono
-troppo! Ma egli, per il suo fine politico, volle forse indulgere ai
-gusti del tempo e del pubblico, e per esser letto da tutti, intrecciò
-alla storia le fila di quel tetro romanzo d'amore che commosse tanti
-animi, e che oggi mi sembra una specie di melodramma vittorughiano
-interpolato in una epopea.
-
-E un'epopea veramente fu questo libro; epopea cui non manca che
-il verso, non l'onda del numero. E l'onda poetica della prosa
-guerrazziana, prescindendo dalle intemperanze che le son consuete,
-è qui al suo posto assai più che in altri romanzi del Nostro. Egli
-stesso chiamò _poema_ questo suo libro, e con tutta ragione: epica ne
-è la materia, epici ne sono gli eroi, epici furon gli effetti che esso
-produsse, affrettando le _giornate del nostro riscatto_.
-
-Ma a noi che importa del nome col quale si debba chiamare un libro che
-operò quei miracoli? Se c'è una cosa che importi, è questa soltanto:
-che il libro, il quale operò quei miracoli sopra un'intera generazione,
-la generazione presente più non lo legge, perchè l'esecuzione non
-corrisponde in esso alla ispirazione caldissima. Anche l'autore, più
-tardi, dichiarò essergli sembrata _necessaria_ ma detestabile l'arte
-onde fu concepito _L'assedio di Firenze_. Ma, ad onta di tutto, vi sono
-bellezze di primissimo ordine in questo romanzo o poema che voglia
-chiamarsi; e poema o romanzo che sia, non dobbiamo dimenticare che i
-nostri padroni di allora, i nostri padroni di Vienna, lo condannarono e
-lo temerono come una battaglia vinta contro di loro; che per l'Austria
-fu una minaccia e una sfida ad oltranza, come per noi fu conforto e
-argomento a risorgere e a insorgere contro di lei. Minaccia e conforto,
-protesta ed augurio, rivendicazione e glorificazione: ecco, o signori,
-ciò che fu questo libro.
-
-
-IV.
-
-La fama del Guerrazzi, già grande, divenne grandissima e popolare dopo
-la comparsa dell'_Assedio di Firenze_, che fu dovuto stampare a Parigi
-con lo pseudonimo di Anselmo Gualandi. E quella fama consolidarono o
-accrebbero le varie opere pubblicate da lui successivamente nel giro
-di pochi anni: _Veronica Cybo_, una di quelle storie di sangue che
-piacquero troppo all'autore, ma forte e rapida, senza divagazioni
-e senza lirismi; _Isabella Orsini_, altra domestica tragedia quasi
-gemella alla precedente, ma più lenta e più faticosa di quella; poi
-le _Orazioni funebri di illustri italiani_, sempre nobili di pensiero
-e calde di sentimento civile; e poi _I nuovi tartufi_, modello di
-narrazione acremente umoristica, e battaglia politica contro i seguaci
-di idee moderate. Ma della sua potenza di grande umorista il Guerrazzi
-aveva già dato un saggio mirabile fin dal suo esilio di Montepulciano,
-ove scrisse quel minuscolo capolavoro che è ancora _La serpicina_. In
-questa breve novella è svolto un concetto estremamente pessimistico
-dell'umanità, con una forza di _humour_ a cui conferisce grazia quel
-sapore d'antico che è nello stile, e ne tempera l'amarezza. Quando,
-per altro, l'autore volle insistere troppo su quello stesso concetto,
-diluendolo nell'interminabile arringa dell'_Asino_ contro il genere
-umano, riuscì fastidioso e pesante, e tutto quello sforzo di erudizione
-e di satira arguta non potè dar ragione all'immane raquisitoria
-dell'indignato e sapiente quadrupede.
-
-Quanto meglio, qualche anno dopo, rifulse l'estro umoristico del
-Livornese in quel raggio di sole che è _Il buco nel muro_, vero raggio
-di sole in mezzo a tutta la tetra opera sua, e vero inno alla pace
-serena della famiglia, di cui non pareva capace quell'_orco_, quel
-_parricida_, quel _rorator di fanciulli_ che fu predicato il Guerrazzi!
-
-Nè, fra le molteplici occupazioni letterarie e forensi, cessava
-l'attività politica del cittadino, come non veniva mai meno nello
-scrittore il pensiero della patria, inspiratore diretto o indiretto di
-ogni suo libro. Così nel '47, pubblicando l'elogio di Amelia Calami,
-traeva anche da esso occasione a ribattere il suo _Delenda Carthago_, e
-terminava lo scritto con queste fiere parole: «Chè se alcuno osserverà,
-nè pietoso nè savio essere stato il consiglio di mescere tanto odio
-nel discorso funerale di mitissima donna, io gli rispondo che la mia
-religione mi insegna acuire sopra le tombe, sopra gli altari, sui fonti
-battesimali, su tutto, la spada che deve alla fine affrancare l'Italia
-dallo abborrito straniero. Catone il Censore costumava concludere
-ogni sua orazione col motto: _Vuolsi sovvertire Cartagine_; sicchè,
-poco prima che spirasse, l'anima sua esultò delle puniche fiamme. Così
-gl'Italiani finiscano prece, lettera, orazione, tutto, con le parole:
-_Fuori stranieri!_ E gli stranieri, sotto lo indomabile odio, anderanno
-dispersi. Allora poi favelleremo d'amore.»
-
-In quello stesso anno 1847, nell'imminenza di quelli avvenimenti
-politici che egli aveva cooperato a maturare, lanciò per le stampe
-il _Discorso al Principe e al Popolo_, col quale chiedeva al Granduca
-una costituzione. Se non che, di lì a poco, accusato di macchinazione
-pericolosa contro il Granduca medesimo, venne arrestato di nuovo e di
-nuovo mandato a Portoferraio. Prosciolto per insufficienza di prove
-quando già era stata promulgata la costituzione, riuscì deputato
-al Consiglio toscano, ma non pei suffragi dei Livornesi. E poichè a
-Livorno erano scoppiati disordini, egli vi andò paciere, sedò quei
-tumulti, spadroneggiò, e si creò nuovi nemici. Intanto, mentre egli
-era già al potere come ministro dell'interno col Montanelli, Leopoldo
-II fuggiva da Firenze l'8 febbraio del '49, e si formava un governo
-provvisorio col noto triumvirato, che fu in realtà una vera dittatura
-del solo Guerrazzi.
-
-Deputato e ministro, triumviro e dittatore, la sua vita di quel tempo
-appartiene alla storia, e la storia la giudicherà. I contemporanei
-lo fecero segno ad accuse che è carità di patria non raccogliere;
-lo accusarono, fra altro, di malversazione del pubblico danaro, e
-fu luminosamente provato che lo amministrò con tanta rettitudine da
-averci rimesso del suo. Potè commettere errori, non colpe; ma è certo
-che temperò molti eccessi, frenò molti abusi, e impedì con gran senso
-pratico la proclamazione della repubblica toscana, resistendo al
-Mazzini che gliela imponeva. Non eran quelli i momenti da pensare a
-repubbliche; tanto è vero che il mese appresso ogni concetta speranza
-cadeva a Novara, e che il Granduca tornò a Firenze, e ci tornò con
-gli Austriaci. E il Granduca e gli Austriaci seppellirono il Dittatore
-nel mastio di Volterra, lo sottoposero a iniquo processo, per delitto
-di lesa maestà, e dopo quattro anni d'iniquo processo lo condannarono
-all'ergastolo, commutatogli nell'esilio perpetuo.
-
-A questa quarta prigionia e a questo lungo processo dobbiamo uno dei
-libri più belli del Guerrazzi, l'_Apologia della sua vita politica_, e
-il più tristo di tutti i suoi libri: _Beatrice Cenci_.
-
-«Scritto in carcere e generato perciò fra lacrime e sangue» disse
-l'autore questo romanzo; e il romanzo, pur troppo, gronda di sangue
-anche più che di lacrime. Vera orgia di atrocità mostruose, dove par
-che il poeta abbia davvero voluto versare tutto il fiele dell'anima sua
-invelenita da tante persecuzioni, la _Beatrice Cenci_ fu letta anche
-troppo, con la bramosia delle cose malsane, attraendo con la satanica
-bellezza di molte sue pagine. Oggi non la ricorda più alcuno, ed è mera
-giustizia. La fama del Guerrazzi non ha bisogno di esser raccomandata
-al ricordo di un libro così malefico, e l'autore non tardò a farne
-degnissima ammenda con le storie di argomento côrso, inspirategli
-dalla forte isola che gli fu terra d'esilio: _La torre di Nonza_, il
-_Moscone_ e il _Pasquale Paoli_.
-
-Questo grande romanzo di libertà, pubblicato nel '60, è degno fratello
-all'_Assedio di Firenze_ per l'argomento e per l'indole, e lo supera
-come opera d'arte matura, più schietta, più impersonale, più semplice.
-Ma i tempi erano mutati, e cessate le più forti ragioni che avevano
-fatto cercare con tanta avidità i volumi del fiero scrittore; onde il
-_Pasquale Paoli_, che è giudicato la più bella prosa narrativa di lui,
-non suscitò gli entusiasmi che avevano accolto i suoi primi romanzi.
-
-Dalla Corsica lo smanioso esule era fuggito, con pericoli e stenti
-incredibili, fino dal '57, e si era ridotto a Genova a aspettarvi gli
-eventi che avrebbero dovuto permettergli di tornare in Toscana. Ma
-il '59 arrivò, le sorti d'Italia cambiarono con rapido quanto felice
-rivolgimento, e al poeta dell'_Assedio di Firenze_ non fu ancora
-concesso il sospirato rimpatrio, che i governanti d'allora temevano
-pericoloso. Ed egli se ne crucciò tanto più, perchè, amante della
-patria davvero e non dei partiti, aveva voluta e promossa efficacemente
-l'annessione della Toscana al Piemonte e l'unità della nazione con la
-Dinastia di Savoia. Vittorio Emanuele dovette comprendere il giusto
-risentimento del cittadino benemerito e illustre, e volle vederlo e
-parlargli. Chiamatolo a Torino, cercò di persuaderlo a restarvi, con
-qualunque carica avesse potuto desiderare, offrendosi pronto a crearne
-magari una apposta per lui. Ringraziava commosso il Guerrazzi, ma
-rispondeva al gran Re non desiderare e non chiedere altro che potersene
-_tornar con onore a casa sua e a' suoi studi_, non volendo tornarvi con
-l'_amnistia_ che il governo provvisorio gli aveva largita.
-
-E a Livorno potè rientrar finalmente nel '62, per la deputazione
-conferitagli da' suoi concittadini, i quali più tardi, con manifesta
-ingratitudine, gliela ritolsero. Forse non era piaciuta l'attitudine
-violenta che egli aveva presa anche in Parlamento contro quella che
-usava chiamare _l'empia setta dei moderati_. E il vecchio gladiatore
-allora si ritirò dall'arena, confinandosi nel suo romitorio di Cecina,
-stanco di mente, offeso di cuore, scontento di sè e di tutti. Ivi passò
-i suoi ultimi anni «in compagnia del mare, delle foreste scarmigliate
-dal vento, e della malaria», invocando pace, e non ottenendola che
-dalla morte il 23 settembre 1873.
-
-Dodici anni dopo, Livorno gli eresse una statua, che lo rappresenta
-seduto come chi medita e scrive. No, no! Alto in piedi e diritto doveva
-sorgere dal suo piedistallo chi nacque alla lotta e lottando invecchiò.
-Guerrazzi in poltrona, io non me lo so figurare neanche di marmo!
-
-
-V.
-
-Non ho neppure accennato alle ultime opere guerrazziane, perchè nulla
-esse aggiunsero alla fama letteraria dello scrittore._ L'assedio di
-Roma_, uscito nel '64, è già segno della stanchezza di quel poderoso
-intelletto. L'animo però vi apparisce sempre fiero, e fiero l'odio
-contro ogni avanzo di vecchia tirannide. Egli non poteva esser pago
-finchè tutta quanta l'Italia non fosse stata degl'Italiani; e perciò
-la voce dell'antico leone, come aveva ruggito nel Parlamento contro la
-cessione di Nizza alla Francia, così continuava a ruggir nell'_Assedio
-di Roma_ contro il dominio papale e borbonico: — «Se il Demonio
-potesse o volesse venire al mondo per istrascinar nel suo inferno
-Papa e Borbone e d'ogni risma stranieri, ben venga il Demonio: noi lo
-saluteremo Demonio Iº Re d'Italia; purchè venga armato di ferro e di
-fuoco». Costanza e coscienza mirabile di scrittore e di cittadino, che
-aveva proclamato doversi ogni uomo proporre lo scopo più immediatamente
-utile alla sua patria, e a quello tendere sempre con ogni sua forza.
-Nè mai in alcun uomo alle belle parole risposero i fatti come in
-quest'uno.
-
-Discendente legittimo di Dante e di Machiavelli, d'Alfieri e di
-Foscolo, come scrittore sentì in pieno petto l'ondata del Byron,
-che gli scemò la schiettezza dell'arte, ma non la tenace italianità
-degli spiriti. E a riuscir degno davvero dei sommi italiani da cui
-discendeva, non gli mancò nè l'ingegno nè l'animo, ma solo una più
-equilibrata armonia tra le sue facoltà: chè in lui la fantasia prepotè
-troppo sul gusto, la passione sul raziocinio, la carità della patria
-su l'amore dell'arte. Difetto glorioso quest'ultimo, che il Guerrazzi
-ebbe comune col Berchet e col Niccolini, per non citare che i due poeti
-ai quali somiglia di più, e che sono i più degni di essergli paragonati
-fra quanti nel periodo nel nostro risorgimento intesero a fare opera di
-patriotti più che d'artisti.
-
-Quella organica sproporzione di forze che era nel suo cervello, e
-quella soverchia preoccupazione costante di un fine politico estrinseco
-all'arte, oltre che le vicende d'una vita d'azione così combattuta,
-impedirono a lui di lasciare un'opera perfetta che abbia vera
-probabilità di resistere al tempo. Anzi, se si eccettui più d'una delle
-sue cose minori, che l'Italia dovrà tornare a leggere e ammirare più
-che oggi non faccia, la sua produzione è quasi già tutta invecchiata,
-mentre egli avrebbe potuto restare uno dei più grandi prosatori del
-secolo decimonono. Basterebbe a provarlo l'episodio del buon Romeo
-dantesco, parafrasato nella _Battaglia di Benevento_ in alcune pagine
-semplici e commoventi che valgono tutto il romanzo e attestano le
-straordinarie doti d'artista che erano già in quel giovine di 22 anni.
-Perchè anche il Guerrazzi, come è accaduto sempre, prima d'Orazio e
-dopo d'Orazio, riesce tanto più grande scrittore quanto meno se lo
-propone e quando meno ci pensa. _Professus grandia, turget!_
-
-Delle sue doti fu sempre conscio e superbo, ma ebbe anche sempre un
-concetto assai chiaro di ciò che aveva voluto essere e di ciò che
-poteva valere l'opera sua. Basti, fra tanti accenni, quello che si
-legge in una sua bellissima lettera al Cantù, pubblicata recentemente,
-ove è detto che i suoi libri «dureranno, come opera un rimedio, fin
-che dura la malattia. Quando sorgerà il giorno della vera, della grande
-libertà, cesseranno, come il lume della lucerna sviene all'apparire del
-sole».
-
-Uomo e scrittore, ebbe ambizioni e virtù d'altri tempi; onde tutto gli
-parve così meschino nel tempo in cui visse, che, trovatosi a governare
-l'intera Toscana, gli sembrò di recitare una tragedia di Alfieri coi
-burattini, e scrivendo storie o romanzi, ne fece parlare gli eroi come
-parlavano gli eroi di Plutarco. Ma ambizioni e virtù gli sorresse e
-scaldò un unico infinito amore all'Italia e un unico odio infinito per
-tutti i nemici di lei. E a quell'amore e a quell'odio votò la sua vita,
-«scrivendo, cospirando, soffrendo, operando (ammonisce il Carducci)
-come da gran tempo non usava in Toscana».
-
-Di tutto questo egli non domandò nè sperò altro premio che quello
-dovuto dopo la morte a coloro che hanno spesa nobilmente la vita in prò
-della patria; «un solo premio, diceva, ma grande e divino: quello di
-sentirsi ricordare dai superstiti con amorosa benevolenza».
-
-E noi, o Signori, andiamo dimenticando quest'uomo, come abbiamo
-dimenticata oramai quasi tutta una schiera gloriosa di pensatori e di
-poeti, che, dall'Alfieri al Guerrazzi, si affaticarono a crearci, se
-non altro, la volontà d'esser liberi; oppure ci ricordiamo di alcuni
-di loro per frugar nella loro vita e nel loro sepolcro con indiscreta
-curiosità di eruditi o di anatomisti....
-
-Noi siamo una generazione di piccoli critici e di grandissimi ingrati.
-
-
-
-
-INDICE
-
-
- L'Opera di Cavour Pag. 5
- L'epopea garibaldina 43
- La Lirica 117
- F. D. Guerrazzi 147
-
-
-
-
-NOTE:
-
-
-[1] Il 14 marzo, genetliaco di Vittorio Emanuele II e di Umberto I.
-
-[2] Aneddoto raccontatomi dall'illustre presidente della Camera
-italiana: Giuseppe Biancheri.
-
-[3] _Come le foglie_. Atto III.
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-
-
-
-
-End of the Project Gutenberg EBook of La vita Italiana nel Risorgimento
-(1849-1861), parte II, by Various
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA (1849-1861), PARTE II ***
-
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-
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- La vita italiana nel Risorgimento (1849-1861), parte II, di Autori vari
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-<pre>
-
-The Project Gutenberg EBook of La vita Italiana nel Risorgimento
-(1849-1861), parte II, by Various
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
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-
-Title: La vita Italiana nel Risorgimento (1849-1861), parte II
- Quarta serie - Storia e letteratura
-
-Author: Various
-
-Release Date: March 22, 2016 [EBook #51527]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA (1849-1861), PARTE II ***
-
-
-
-
-Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
-Distributed Proofreading Team at DP-test Italia,
-http://dp-test.dm.unipi.it (This file was produced from
-images generously made available by The Internet Archive)
-
-
-
-
-
-
-</pre>
-
-
-<div class="booktitle">
-<h1>
-LA VITA ITALIANA NEL RISORGIMENTO<br />
-(1849-1861)
-<span class="smaller">II.</span>
-</h1>
-</div>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="titlepage">
-<p class="high">
-<span class="x-large">LA</span><br />
-<span class="main-t">VITA ITALIANA</span><br />
-<span class="small">NEL</span><br />
-<span class="x-large">RISORGIMENTO</span>
-</p>
-
-<p class="x-large">
-(1849-1861)
-</p>
-
-<hr class="tiny" />
-
-<p class="pad2 large">
-QUARTA SERIE
-</p>
-
-<p class="large">
-II.
-</p>
-
-<p class="small g">
-STORIA E LETTERATURA.
-</p>
-
-<div class="container-center">
-<div class="container-left">
-<table class="front" summary="">
- <tr>
- <td>L'opera di Cavour.</td> <td class="aut"><span class="smcap">Emilio Pinchia.</span></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>L'Epopea garibaldina.</td> <td class="aut"><span class="smcap">Giuseppe Cesare Abba.</span></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>La Lirica.</td> <td class="aut"><span class="smcap">Enrico Panzacchi.</span></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>F. D. Guerrazzi.</td> <td class="aut"><span class="smcap">Giovanni Marradi.</span></td>
- </tr>
-</table>
-</div>
-</div>
-
-<p class="pad2">
-FIRENZE<br />
-<span class="small">R. BEMPORAD &amp; FIGLIO</span><br />
-<span class="x-small"><i>LIBRAI-EDITORI</i></span><br />
-—<br />
-<span class="small">1901.</span>
-</p>
-</div>
-
-<div class="verso">
-<hr class="mid" />
-<p>
-PROPRIETÀ LETTERARIA
-</p>
-
-<p>
-RISERVATI TUTTI I DIRITTI.
-</p>
-
-<p class="pad2">
-<i>Gli editori</i> <span class="smcap">R. Bemporad &amp; Figlio</span> <i>dichiarano contraffatte
-tutte le copie non munite della seguente firma</i>:
-</p>
-
-<div class="figcenter"><a id="ffirma"></a>
- <img src="images/firma.jpg" alt="firma manoscritta" /></div>
-
-<p>
-Firenze, 1901. — Società Tip. Fiorentina, Via S. Gallo, 33.
-</p>
-<hr class="mid" />
-</div>
-
-<div class="somm">
-<hr />
-<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p>
-<hr />
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cavour">L'OPERA DI CAVOUR</h2>
-
-<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br />
-<span class="x-small">DI</span><br />
-<span class="large g noserif">EMILIO PINCHIA</span>.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span>
-</p>
-
-<p class="pad2">
-Allorchè Tommaso Carlyle incominciava nel
-1839 le sue celebri letture sugli <i>Eroi</i>, presentì la
-disputa che, colorandosi di scienza, si avvivò, ai
-nostri giorni, intorno al modo di essere dei grandi
-uomini, ricercandone con minuziosa indiscrezione
-le particolarità fisiologiche, ricostruendo, come si
-dice, l'ambiente entro il quale nacquero e si educarono,
-cercando di sorprendere il segreto delle
-esistenze meravigliose nelle funzioni dei nervi e
-del ventricolo.
-</p>
-
-<p>
-Carlyle indovinava l'evoluzione di un pensiero
-scientifico tanto orgoglioso, che dalla conoscenza
-della materia organica ascende imperterrito ai misteri
-della psicologia.
-</p>
-
-<p>
-Ancora l'ombra crucciata di Leopardi muove
-angoscioso lamento, perchè le ineffabili melanconie
-della sua anima innamorata e dolente, dalla profanazione
-invereconda, sono trasfigurate in psicosi
-epilettoide!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span>
-</p>
-
-<p>
-Diceva allora Tommaso Carlyle: «Mostrate ai
-nostri critici un grande uomo, un Lutero, per esempio;
-incomincieranno, come essi dicono, dallo spiegarlo;
-non lo ammireranno; ne prenderanno la misura
-e diranno che è un prodotto del tempo.»
-</p>
-
-<p>
-Il tempo!
-</p>
-
-<p>
-Ahimè, sappiamo di tempi che invocarono ad
-alte grida il loro grande uomo! Non vi era. La
-Provvidenza non l'aveva inviato; il tempo doveva
-sfasciarsi in confusione e ruina perchè egli, l'invocato,
-non voleva sopraggiungere.
-</p>
-
-<p>
-Eccoci oggi, che è giorno di data augusta,<a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a>
-quasi fatidica, di fronte alla figura del conte Camillo
-Benso di Cavour.
-</p>
-
-<p>
-Egli è nato nel 1810 a Torino, in grembo ad
-una famiglia di alta nobiltà; nelle vene gli scorre
-un po' del sangue di San Francesco di Sales. Da
-moltissimi anni, da secoli i suoi antenati servivano
-in campo ed a Corte; egli stesso era stato tenuto
-a battesimo da un cognato di Napoleone, del quale
-il padre era ciambellano. Trascorse i primi anni
-nella intimità di due zie profondamente legittimiste
-e ultramontane — era allora una parola di moda
-per designare i clericali — in mezzo ad una serie
-di congiunti infervorati in quei ripicchi delle restaurazioni,
-<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span>
-che, dopo il 1815, si ripagavano delle
-umiliazioni di venticinque anni.
-</p>
-
-<p>
-Ebbene, fui da quel tempo, una di quelle zie,
-la duchessa di Clermont Tonnerre compiangeva e
-deplorava: «<i>Le pauvre enfant</i>, diceva del giovane
-<i>Camillo, est entièrement absorbé par les révolutions.</i>»
-</p>
-
-<p>
-<i>Le pauvre enfant</i> non voleva tornare indietro
-e, costretto alla milizia dalle tradizioni della schiatta,
-scelse il corpo del Genio, il meno militaresco, il
-meno aristocratico, ma il più studioso e serio.
-</p>
-
-<p>
-Condotto a fare il paggio in Corte per diritto
-di sua nascita e per obbligo della sua condizione
-di cadetto, non tardava a buttar in aria quella che
-egli chiama, con poca reverenza, una livrea.
-</p>
-
-<p>
-I novatori cominciano tutti ad un modo: si
-fanno ribelli. Ma sono codeste le ribellioni che costano
-di più. Non mutano le consuetudini, nè la
-compagnia: ma quelle diventano irritanti, questa
-ostile; ne sono turbate le amicizie; l'ironia, la celia,
-il benigno compatimento lasciano trasparire
-l'irrisione. Niun conforto, se non la serenità della
-coscienza e la sincerità dell'animo: niuna che
-non sappia di diffidenza e di canzonatura. Camillo
-di Cavour, frugolo, irrequieto baldanzoso, esuberante,
-vivacemente eccitato dagli spettacoli di un
-mondo che spezza i ceppi e tenta vie nuove; avido
-di vita e tumultuanti nel suo capo idee, ambizioni,
-propositi, esce un bel giorno in una profezia:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sarò ministro del regno d'Italia.&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Il regno d'Italia!
-</p>
-
-<p>
-Voi lo sapete, che cosa significava nel 1830
-questa espressione?
-</p>
-
-<p>
-Ne parlavano gli avanzi dell'èra napoleonica
-come di un sogno o di un'allucinazione. Nessuno
-osava risuscitarlo, neanche come illusione, neanche
-come speranza! La più stravagante fra le chimere!
-Un delirio di pazzi o uno sproloquio di rimbambiti!
-</p>
-
-<p>
-Questo il regno d'Italia dopo il '21, dopo Laybach,
-dopo Verona.
-</p>
-
-<p>
-Ed ecco che il paggio turbolento e recalcitrante
-è confinato al forte di Bard, uno dei baluardi che
-la Santa Alleanza voleva rafforzati in odio della
-Francia e del liberalismo occidentale.
-</p>
-
-<p>
-Il forte di Bard domina una stretta gola nella
-valle di Aosta, in uno dei punti più austeri e più
-cupi della valle, un torvo ciglione si accampa e la
-sbarra.
-</p>
-
-<p>
-La fortezza vi sta sopra e le atticciate casamatte
-dominano il corso della Dora Baltea, che mugola
-impetuosamente, scavandosi il letto nel sasso. Intorno:
-altre rupi elevate, nude e bieche. Il paesaggio
-è rude, imponente, ma melanconico e selvaggio.
-</p>
-
-<p>
-Il giovane ufficiale vi espia le intemperanze del
-linguaggio. Non è un gaio soggiorno, a vent'anni!
-Ma egli vi reca quel buon umore, che sarà la sua
-<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span>
-caratteristica, quella curiosità attiva, che gli farà
-imparare tante utili cose. Alla sera, verso il tramonto,
-egli suole scendere al fiume e si asside sopra
-un masso che l'acqua lambe.
-</p>
-
-<p>
-Quali allora i pensieri di lui? Di certo, fra le
-sue pupille vagano le vaghe prospettive di cose
-nuove e sconosciute. Lo sguardo di Colombo fanciullo,
-in riva al mare.
-</p>
-
-<p>
-Le montagne alte nereggiano intorno a quel
-biondeggiante capo destinato alla storia, la fronte
-spaziosa s'irradia dei chiarori di quel cielo limpido
-e freddo dell'alpe, che è tanto luminoso!
-</p>
-
-<p>
-Passeranno molti anni, e i terrazzani avranno
-battezzato quel rustico sedile: <i>la pietra di Cavour</i>.
-Ma egli non ricorderà con piacere quelle giornate.
-È l'esilio, è l'esilio dal mondo, dove il petulante e
-attivo ingegno si alimenta. Però, non invano l'avrà
-visitato la meditazione e non invano quello spirito
-indipendente e spregiudicato avrà respirato la poesia
-della solitudine. Contro il sentimentalismo e la
-poesia, Cavour scoccherà i suoi frizzi: egli pretenderà
-di essere negato all'arte ed all'imaginazione.
-Ma intanto, quale poesia più affettuosa e delicata,
-quando appenderà innanzi al suo tavolo di lavoro
-la tunica del nipote Augusto, caduto a Goito per
-l'Italia e quel drappo forato da palle austriache,
-unica eredità che egli avrà voluto, sarà là come il
-pio simulacro del voto giurato nel suo cuore;
-<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span>
-il voto all'Italia, per la vita! È un voto di giovani
-anni e la solitaria rupe di Bard ne fu forse il
-primo testimone, a divampare dei presentimenti
-che la rivoluzione del 1830 accendeva nell'animo
-di lui.
-</p>
-
-<p>
-Egli è così fatto che, appena imprese a meditare,
-i problemi morali e politici del suo tempo gli
-si affacciarono intieramente.
-</p>
-
-<p>
-Li vide colla veemenza di un'interna visione e
-concepì l'altezza morale della libertà e dell'indipendenza,
-stimandole il fondamento di una saggia
-e dignitosa educazione civile.
-</p>
-
-<p>
-Condotto dai suoi studi di matematica, dall'indole
-equilibrata a non scambiare il fatto con la parvenza,
-a mettere l'accordo fra il pensiero e l'azione,
-a nulla trascurare che rendesse questa più efficace,
-egli intendeva altresì che la libertà, la indipendenza
-nazionale erano necessarie al movimento sociale ed
-economico, che il suo perspicace intelletto gli dipingeva.
-</p>
-
-<p>
-Breve fu l'esiglio di Bard. Il giovane patrizio,
-insofferente di formalismo, non potendo, per ossequio
-alla volontà paterna, mutare di cielo, come
-aveva fatto Vittorio Alfieri, muta, se non altro,
-occupazioni, abitudini, tenore di vita.
-</p>
-
-<p>
-Egli si butta all'agricoltura.
-</p>
-
-<p>
-Una vasta distesa di campi, in una pianura
-monotona, dalla quale a malapena, nelle giornate
-<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span>
-chiare, si scorge il bianco frastaglio dell'Alpe piemontese.
-</p>
-
-<p>
-Un'abitazione rurale, intorno alla quale si affaticano
-contadini e brulicano mandre copiose,
-diventa il centro dell'attività di Cavour.
-</p>
-
-<p>
-Quest'uomo che nega a sè stesso il dono di
-poesia e che, desto all'alba, passa i giorni nei
-campi, nelle risaie, nei prati, intento alle seminagioni,
-ai concimi, alle irrigazioni, all'incrocio dei
-merinos, all'ingrassare dei buoi, scrive nobili lettere,
-così lucide e liete, nelle quali la vita dei
-campi vibra di così grande efficacia morale ed intellettuale,
-come nessuna egloga virgiliana.
-</p>
-
-<p>
-E intanto egli riconosce le quistioni economiche
-che dominano il mondo moderno. Nella pratica
-dell'agricoltura riscontra i concetti, le formule,
-i presagi dell'Economia politica: quando gli capiteranno
-i libri di Bastiat, avrà già intuito le difficoltà,
-le resistenze, gli ostacoli e concepito che la
-libertà economica è il segreto dell'ora che volge.
-</p>
-
-<p>
-Allorchè, nei riposi della vita austera e laboriosa,
-egli viaggerà in Francia e in Inghilterra,
-compiacendosi di investigare tutti i segreti della
-vita moderna, vi ritroverà quel che già aveva indovinato.
-</p>
-
-<p>
-Ma l'agricoltura è anche un'occasione per
-divulgare, colle cognizioni scientifiche, lo spirito
-di associazione, di stimolare l'attività sociale che
-<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span>
-egli indirizza alla produzione tecnica, al credito, ai
-primi aneliti dell'industrialismo, strappando al
-pauroso dispotismo le timide licenze.
-</p>
-
-<p>
-Egli pensa ad una banca per azioni e, insieme
-al suo amico Petitti, esamina il nuovo problema
-delle strade ferrate. È una rivelazione: l'avvenire
-politico dell'Italia si schiude nella mente di Cavour.
-Fin dal 1842, egli sogna una vertiginosa
-corsa di traffici dalle Alpi al Jonio. Questo grande
-intelletto moderno rivede per la sua Italia la grandiosità
-delle antiche vie romane! E, insieme a tutto
-ciò, la coscienza completa di quanto occorre alla
-rigenerazione delle plebi!
-</p>
-
-<p>
-Egli ha studiato la quistione Irlandese e ne
-scrisse pagine che sono viventi anche oggi, ha indagato
-il pauperismo e quell'embrione di legislazione
-sociale che era la tassa dei poveri in Inghilterra.
-Allora, quello spirito liberale, vede che
-l'educazione è il primo passo all'affrancamento e
-si accinge ad introdurre in Piemonte le scuole del
-popolo. L'intento è pericoloso: il governo di allora
-non s'acconcia alla novità: tutto ciò che sa di associazione,
-quanto nella istruzione o nella cultura
-esce dalle vie tracciate, inflessibili come dogmi,
-appare un sintomo di rivoluzione. Cavour persiste.
-Una società agricola si fonda, si aprono i primi
-asili infantili. Nè Cavour è solo in questa opera.
-Tutta una agitazione aperta, feconda, generosa, alla
-<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span>
-quale prendono parte i migliori del Piemonte. Ingegni
-austeri e pensosi, che si raccolgono nella libreria
-del conte Sclopis e s'incoraggiano nell'ospitalità
-del signor di Barante, l'ambasciatore di
-Francia, nel cui salotto, un giovane segretario, il
-signor d'Haussonville recava gli echi di Coppet,
-l'intellettuale cenacolo del liberalismo europeo.
-Presso il signor di Barante si adunavano quanti,
-a Torino, volevano respirare. Dura, monotona, servile
-vita era allora quella di codesta capitale, e lo
-fu sovratutto nel tempo che corse dopo i tentativi
-del '31 e del '33, fin verso il '45. Epoca oscura,
-nella quale Carlo Alberto seguitava l'angosciosa
-tenzone, chiuso nel suo enigma, mentre i ministri
-di lui si esercitavano alla più sospettosa reazione.
-</p>
-
-<p>
-Vi sono lettere di Cavour che narrano quella
-vita angusta: la prigionia entro la quale il grande
-ed agile spirito soffocava. Tuttavia la esistenza di
-lui in quel tempo è una preparazione psicologica
-ad un'intensa azione, intanto che il suo intelletto
-si addestra con ostinata costanza a tutte le peripezie
-di una vita pubblica feconda ed attiva. Non vede
-come arrivarci, talvolta ne dispera. Per giunta, il
-suo cuore è spezzato dal triste epilogo di una storia
-d'amore. Intorno ad essa è il mistero, ma ne traspare
-tanto da comprendere la profondità dei sentimenti
-in questo gagliardo e gioviale uomo d'affari,
-come egli ostentò di parere.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span>
-</p>
-
-<p>
-È stato veramente un uomo grande. Nessuna
-cosa della umanità è fuori di lui ed egli nobilita
-l'umanità e innalza il dolore e l'amore colla delicata
-sensibilità nell'afflizione pudicamente discreta.
-</p>
-
-<p>
-Ebbe un amico carissimo, un'amica prediletta
-e sacra. Perdette l'uno e l'altra: ne sofferse,
-tacque e si volse alla patria.
-</p>
-
-<p>
-Per tal modo, appena qualche bagliore di vita
-pubblica strisciò sull'orizzonte, Cavour fu tra i
-primi ad acclamarlo. Era pronto. Fu guida alla
-schiera modesta e gagliarda che si raccolse nelle
-sale del <i>Risorgimento</i>, il giornale tosto fondato,
-appena che venne concessa qualche larghezza alla
-stampa.
-</p>
-
-<p>
-E nelle agitazioni che corsero l'Italia in quei
-giorni, quando un papa liberale sollevò gli animi,
-allorchè le moltitudini intravidero nelle promesse
-del pontefice un'aurora e incominciarono a pensare
-e volò il grido di <i>riforme!</i>, nella redazione
-del <i>Risorgimento</i> fu maturata la proposta che si
-chiedesse senz'altro indugio una costituzione.
-</p>
-
-<p>
-In un'adunanza di liberali d'opposte parti
-parlò in questo senso Cavour, e le parole di lui
-destarono sospetto nelle ricongiunte fila della democrazia.
-</p>
-
-<p>
-Questo nobile figlio del vicario — il capo della
-polizia — questo gran signore, noto per le sue predilezioni
-inglesi, dal fare sarcastico ed aggressivo,
-<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span>
-non piaceva. Lo chiamavano <i>mylord</i> Camillo; e, per
-parecchio tempo, la caricatura si esercitò a raffigurarlo
-con un piccolo codino. Era un codino di
-strano conio, che aveva pensato alla libertà e vi
-aveva creduto prima di tanti altri che se ne facevano
-allora gli araldi: un uomo che aveva studiato
-i più elevati problemi della morale politica colla
-energica tempra sorretta da fede e da ragione,
-con abitudini di libero esame; scevro di scrupoli
-e non intollerante.
-</p>
-
-<p>
-Egli aveva da lungo tempo seguìto colla logica
-inflessibile della mente il cammino delle idee liberali
-a traverso l'Europa e lo aveva seguìto con
-quella tendenza spiritualista, che è singolare prestigio
-negli uomini di azione.
-</p>
-
-<p>
-Grandi insegnamenti erano state le vicende del
-primo periodo riformatore in Inghilterra, la storia
-del regime parlamentare sotto la monarchia di Luglio,
-e le agitazioni della Penisola Iberica.
-</p>
-
-<p>
-Egli aveva ammirato la previdente abilità di
-Wellington, di lord Gray, di Roberto Peel; deplorato
-le miserie del Carlismo e le fatali conseguenze
-dell'impeccabilità politica dei re: aveva conosciuto
-la triste povertà dei risultati di una politica demagogica
-all'infuori del reale, le perniciose deviazioni
-di un parlamentarismo, smarrito tra l'asservimento
-delle maggioranze, gli intrighi dei ministri, le ambizioni
-dei competitori e l'ostinazione egoistica del
-<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span>
-principe, come era accaduto in Francia, dopo la
-morte di Casimiro Perrier.
-</p>
-
-<p>
-Questi spettacoli avevano suscitato entro di lui
-una coscienza politica impregnata di sano realismo,
-intanto che il suo genio matematico gli rivelava
-il dinamismo delle istituzioni costituzionali, in cui
-egli ravvisava la sicura guarentigia di libertà per
-i popoli, un sincero e potente mezzo di azione per
-i Governi.
-</p>
-
-<p>
-Agli occhi suoi di veggente, le inclinazioni dei
-tempi apparivano in un'armonia completa delle
-promesse effuse a attraverso il mondo dalla rivoluzione,
-che aveva inaugurato il secolo colle prospettive
-che rinverdivano sul lucido orizzonte dell'avvenire.
-Spirava evidentemente l'alito di novità
-sul mondo occidentale.
-</p>
-
-<p>
-La vita moderna fremeva di ardori sconosciuti.
-Le invenzioni e le scoperte mettevano sottosopra
-la quietudine antica. È in quei tempi che
-il giornalismo conquista la sua potenza straordinaria
-e crea la opinione pubblica; che le macchine
-suscitano un mondo industriale, e il vapore e l'elettricità
-cominciano a mutare l'aspetto dei continenti
-e a trasformare sensibilmente gli ordini sociali.
-</p>
-
-<p>
-La espansione nuova imponeva nuove forme
-di rapporti, e l'economia politica che già aveva rivelato
-tutta una serie di fenomeni inesplicati, si
-avvaleva di codesto espandersi, di codesto moltiplicarsi
-<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span>
-dell'attività e della ricchezza per reagire
-sull'assetto internazionale, sull'ordinamento interno
-degli Stati.
-</p>
-
-<p>
-Studiando il tempo suo, Cavour previde che
-lo spirito liberale avrebbe eccitato l'opinione pubblica,
-stimolandola ad un'azione assai più grave
-e profonda di quella, cui credevano di doversi restringere
-i famosi dottrinarii francesi. Gente di
-onestissimi propositi, ma impigliata, senza avvedersene,
-in una specie di mandarinato politico. Onde
-egli, non senza ironia, amava proclamarsi «juste
-milieu;» espressione messa alla moda da Luigi
-Filippo.
-</p>
-
-<p>
-Ma il suo «juste milieu» egli non intendeva
-che fosse il fermarsi come che sia. Proclamerà un
-giorno in Parlamento che «i cannoni e le baionette
-non sbarrano la strada alle idee.»
-</p>
-
-<p>
-Era convinto che il movimento non si poteva
-nè si doveva trattenere. Ogni ordine di cittadini,
-intervenendo omai nella colossale collaborazione,
-occorreva accertare in loro cospetto che la libertà
-non è mezzo soltanto, ma fine di alta moralità da
-conseguire.
-</p>
-
-<p>
-Posto in questi termini il problema di governo,
-il cómpito dello Stato materialmente si disegna nel
-secondare e coordinare l'impeto del rinnovamento.
-</p>
-
-<p>
-Si è perciò che Cavour fu tra i più convinti
-fautori del regime rappresentativo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span>
-</p>
-
-<p>
-Le formule costituzionali, le due Camere, non
-erano per lui una formale asseveranza di diritti
-nominali, una convenzionale espressione della sovranità
-popolare, bensì un sapiente metodo di governo,
-in tempi di progredita coltura e di gagliarda
-espansione individuale.
-</p>
-
-<p>
-Ma questo concepimento dello Stato moderno
-esige un popolo che abbia ferma coscienza della
-vita nazionale, e per ciò il Cavour, se non da prima
-unitario, fu certamente sempre un ardente fautore
-dell'indipendenza.
-</p>
-
-<p>
-Esaminando le condizioni dell'Europa, le aspirazioni
-alla nazionalità, — che la fallace resistenza ai
-moti del Belgio e di Grecia, lo stridore delle contese
-in Polonia, il fermento sulle rive del Danubio
-annunziavano come prossimo segnale di rivendicazioni
-e di battaglie, — ne traeva auspicii per la
-causa italiana.
-</p>
-
-<p>
-Uomo politico avventurato, che i meditati disegni
-della sua giovinezza potè colorire nella realtà
-luminosa, vide sorgere dal profetico sogno l'evento,
-saldo sempre sul fondamento di principii, sopra
-del quale tutta l'azione politica sua si innalzò.
-Ad una parola inorridivano, non soltanto i reazionarii,
-ma anche i nuovi arrivati e gaudenti, coloro
-che arricchitisi colle sue spoglie, si inorgoglivano
-di essere chiamati <i>figli della rivoluzione</i>.
-</p>
-
-<p>
-La parola appunto: <i>rivoluzione</i>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span>
-</p>
-
-<p>
-Di qui, un ibrido conservatorismo, mantenuto
-in vita mediante spedienti e compromessi, transigendo
-con tutti, tutti scontentando, fra la universale
-irrequietudine.
-</p>
-
-<p>
-Cavour, con sicuro istinto, riconobbe lealmente
-il fatto rivoluzionario, vi ravvisò l'annunziazione
-dell'avvenire.
-</p>
-
-<p>
-Importava dirigerlo, richiamarlo, avviarlo a
-fini di governo. Questo egli volle.
-</p>
-
-<p>
-E così, nei primi giorni dello Statuto, contrastò
-con freddo consiglio le esuberanze e le impazienze,
-tanto da perderci il seggio in parlamento.
-</p>
-
-<p>
-Ma quando la democrazia ebbe per virtù del
-Gioberti il lampo chiaroveggente della lega italiana
-e dell'intervento in Toscana, Cavour fu con Gioberti.
-</p>
-
-<p>
-In tutta la fase prima della rivoluzione italiana,
-nel periodo del 1848-49, dopo Novara, durante
-le angoscie, i tumulti, gli scoraggiamenti, le
-incertezze di un'ora nella quale patria e libertà
-parvero sommerse, il Cavour giornalista, deputato
-resistette all'irrompere delle estreme parti, si ostinò
-nella sua politica. Credette il volgo che egli volesse,
-immobile, ancorarsi sul presente, e già nel
-segreto dell'anima ardente balenavano le folgori
-di rivincite non lontane.
-</p>
-
-<p>
-Iddio che, se suscita gli uomini grandi, fornisce
-loro il campo e i mezzi di azione, fece sorgere accanto
-<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span>
-a Camillo di Cavour colui che lo comprese.
-Vittorio Emanuele II, dal trono, glorificato con
-l'atto di baldanzosa lealtà al quale il generale Radesky
-si era dovuto inchinare, stese la mano a
-Cavour.
-</p>
-
-<p>
-Cospirarono insieme, e lo gridò un giorno Cavour
-dal suo banco il ministro: di quella cospirazione
-venti milioni di italiani annodavano le fila,
-in silenzio.
-</p>
-
-<p>
-Vittorio Emanuele salvò a Vignale la causa
-italiana. Il suo primo ministro di allora, Massimo
-d'Azeglio, preservò la costituzione dalla impotenza,
-lo Stato dall'anarchia.
-</p>
-
-<p>
-In quei giorni Cavour ritornò alla tribuna
-parlamentare: sgabello o tripode, là è la fortuna
-dell'Italia nuova.
-</p>
-
-<p>
-Diceva allora Cesare Balbo: «lo Statuto, null'altro
-che lo Statuto.»
-</p>
-
-<p>
-Replicava Cavour: «lo Statuto con tutte le sue
-conseguenze.»
-</p>
-
-<p>
-È la Rivoluzione fatta governo, che si modera
-per proporzionare i mezzi ai fini ed a ciascun
-giorno assegna il cómpito, risoluta, impavida, certa
-che nessun reggimento vale, se non è sincero fino
-all'estremo, checchè si dica.
-</p>
-
-<p>
-Ecco profilarsi il vero conte di Cavour: l'uomo
-nuovo, nato proprio per il suo tempo. Non ha
-rancori nè pregiudizi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span>
-</p>
-
-<p>
-Appartenente ad una casta spodestata dalla rivoluzione,
-non soltanto rinuncia allegramente al
-privilegio, ma si compiace che trionfi la dignità
-umana. Questo sentimento domina tutte le azioni
-sue: egli vi fonda le sue ambizioni di patriotta e
-di liberale.
-</p>
-
-<p>
-L'avvenire della Società europea gli appare
-chiaramente a traverso questo lucido cristallo, e gli
-sorride che la patria sua sia esempio di dignità
-coraggiosa.
-</p>
-
-<p>
-Così egli si circonda di nobile poesia, che l'istinto
-popolare decora co' suoi entusiasmi.
-</p>
-
-<p>
-Egli è già quel Cavour, che nelle imaginazioni
-e nei ricordi del popolo italiano vive in un chiarore,
-che splenderà finchè duri la memoria del nostro
-secolo.
-</p>
-
-<p>
-Il suo indipendente carattere lo emancipava
-fino dalla giovinezza. Non egli dovette disdirsi, rinnegarsi.
-</p>
-
-<p>
-Nè abbandoni nè apostasie. Allorchè l'ora scoccò,
-era sciolto da ogni impegno verso il passato. In
-quel punto, potè essere capo dei liberali in Piemonte
-e come quegli che, nella assoluta indipendenza
-dello spirito, aveva ripudiato le tenerezze
-della casta e i favori aristocratici, sentiva in cuore
-il diritto di irrigidirsi contro le invidie ed i sospetti
-della demagogia, di reclamare altamente la
-gloria di dare il nome suo all'opera di libertà: arbitro
-e moderatore.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span>
-</p>
-
-<p>
-Un'immensa forza questa per lui e, ad accrescerla,
-il valore pratico della mente, la famigliarità
-degli affari, la penetrazione acuta del congegno
-di tutta la vita contemporanea.
-</p>
-
-<p>
-Cedendo a lui il posto, Massimo d'Azeglio poteva
-scrivere: «Sano di mente e di corpo, una
-attività indiavolata e poi.... tanta voglia di stare
-al governo! Ottimo d'Azeglio! Questa voglia era
-fatta di fede e di sincerità, di ardore appassionato
-e di convinzione profonda.
-</p>
-
-<p>
-Bisogna penetrare un po' addentro a queste
-anime e sentire come palpitano, ferventi. Ambizione,
-ambizione! È denigrare noi stessi il supporlo,
-quando la patria aspetta, e le più alte idealità
-umane sorridono. È predestinazione, non ambizione.
-</p>
-
-<p>
-È il segnato in fronte che afferra il labaro e
-muove alla conquista.
-</p>
-
-<p>
-Egli cammina innanzi alle turbe!
-</p>
-
-<p>
-Immaginiamo quei giorni.
-</p>
-
-<p>
-Fresche ancora le ferite di Novara, la gente
-cominciava appena a riaversi ed a guardare attorno.
-</p>
-
-<p>
-Una fazione potente per schiatta illustre, per
-servizi alla monarchia, altera nella incorrotta fama,
-che fu il pregio grande dell'aristocrazia subalpina,
-avversava il nuovo ordine di cose.
-</p>
-
-<p>
-Era gente che aveva difeso in battaglia lo Statuto
-<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span>
-e la causa nazionale, ma non credeva all'Italia,
-nè alla costituzione. Ci vedeva il precipizio
-della dinastia: armeggiava in Corte. Non attorno
-al Re, inaccessibile e risoluto, bensì presso la regina,
-la madre e la moglie del Re, timide, pie,
-austriache entrambi. Angeli di bontà, ma nel
-cuore, arciduchesse. Una parte di codesti signori
-si adoprava in Senato. Una specie di vecchia fronda,
-senza duchesse di Longueville, ma con qualche
-virgulto di cardinale di Retz. Il profilo ne balza
-dalle pagine di un <i>memorandum</i> lasciato dal capo,
-il conte Solaro della Margherita: un piccolo Metternich,
-si diceva.
-</p>
-
-<p>
-Ma era un Metternich buon diavolo.
-</p>
-
-<p>
-Accanto a costoro, si schierava in altezzosa dignità,
-la falange dei conservatori che avevano consigliato
-e sottoscritto lo Statuto, illustri e sapienti,
-liberali per natura e generosità di animo, conservatori
-per tradizione, per scrupolo, per istintiva repugnanza
-alla democrazia in azione, per timore di
-esserne soverchiati.
-</p>
-
-<p>
-Seguivano i liberali democratici, propensi per
-indole, per studi, per istintiva saviezza ai consigli
-prudenti, ma decisi al trionfo dei principii liberali,
-ad ogni costo; ardenti per la causa italiana, diffidenti
-di persone e di cose che rammentassero il
-governo passato, sospettosi della Corte, della nobiltà,
-dell'alto clero.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span>
-</p>
-
-<p>
-Seguivano i democratici ad oltranza, i rivoluzionari
-per temperamento o per professione, reboanti
-di declamazioni contro i troni e le chieriche,
-esalanti verso il barbaro ed i tiranni le più
-rumorose contumelie, frementi ancora del lievito
-quarantottesco: santo e benedetto lievito che aveva
-fatto le barricate, ma che nell'ora melanconica del
-raccoglimento, dopo la sconfitta, appariva meno opportuno.
-</p>
-
-<p>
-Intorno al mondo politico: una nobiltà restìa,
-un clero avverso, una borghesia scontrosa e un
-popolo sbalordito da tante novità, che si risolvevano
-in maggior carico di tributi.
-</p>
-
-<p>
-A poche marcie da Torino, l'Austria che vegliava
-e nulla avea dimenticato.
-</p>
-
-<p>
-Per l'Europa correvano ancora i brividi del '48,
-quando la rivoluzione era penetrata anche a Vienna;
-era stato appunto codesto scoppio di uragano
-che avea ribadito in Cavour il convincimento di
-una politica liberale e progressiva. Ma in quanti
-pochi a seguirlo!
-</p>
-
-<p>
-Poichè la paura dominava gli uni, il furore
-acciecava gli altri e il vecchio spirito europeo
-stava coi primi. I principi italiani, nell'Emilia, a
-Napoli, ne erano incatenati; il papa scagliava
-l'anatema al Piemonte, e fin la Francia, terrorizzata
-dal colpo di stato di Napoleone III, appariva
-nel momento un'incomoda vicina, dalla quale i
-<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span>
-costituzionali subalpini non speravano consigli ed
-incoraggiamenti. Doveano star paghi delle lontane
-e platoniche simpatie dei <i>whigs</i> inglesi.
-</p>
-
-<p>
-D'altra parte, non erano spente le ire, ne sopite
-le audacie dei demagoghi, alleati con tutti i
-vinti del '48, coi reduci di tutte le insurrezioni,
-di tutte le barricate: dispersi per la Svizzera, per
-l'Inghilterra o rifugiati in Piemonte.
-</p>
-
-<p>
-Le potenze centrali, Prussia e Confederazione
-germanica, si tenevano mute, avvinte all'Austria:
-Niccolò di Russia ricordava all'Europa di essere
-il depositario del 1815, il personale avversario delle
-Costituzioni.
-</p>
-
-<p>
-Correvano presentimenti sinistri.
-</p>
-
-<p>
-L'Ungheria fremeva ricordando i suoi martiri;
-la Polonia rodevasi, debellata non vinta, e quel
-tricolore innalzato là, ai piedi delle Alpi, segnacolo
-di agitazione, speranza di rivoluzionari, intorno
-al quale si raccoglievano profughi e parlavano
-di nazionalità, di indipendenza; quel vessillo
-che copriva coll'allegria de' suoi colori festosi una
-costituzione ed un parlamento, sembrava una provocazione,
-una sfida.
-</p>
-
-<p>
-Il Piemonte era il temuto ribelle!
-</p>
-
-<p>
-Comporre negli animi la concordia, la fede
-negli ordini nuovi, rassicurare l'Europa serbando
-fede alla causa italiana, preparare Re, parlamento
-e popolo agli ardimenti, creare in Piemonte
-<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span>
-una coscienza patriottica suscitandovi l'ardore
-dello spirito nazionale, infondere negli uni la confidenza
-e l'audacia, negli altri la prudenza, effondere
-sovra tutti il magico alito della libertà, questo
-fu il grande, il magnifico pensiero di Cavour.
-</p>
-
-<p>
-In questa coraggiosa preparazione è la principale
-opera sua, la vera opera sua. La sua azione
-in quel tempo fu tanta e così potente, che avvinse
-la storia.
-</p>
-
-<p>
-Essa dovette seguirlo ed obbedirlo.
-</p>
-
-<p>
-Mostrò, allora, subito quel che occorreva.
-</p>
-
-<p>
-Il suo memorabile discorso del 7 marzo 1850,
-meglio un manifesto che un discorso, è programma
-di azione.
-</p>
-
-<p>
-«Come starsene immobili?
-</p>
-
-<p>
-«Pensiamo un po'. La rivoluzione da una
-parte, co' suoi urti, le sue improntitudini; L'Europa
-monarchica e conservatrice dall'altra, sospettosa,
-diffidente, cupida di soffocare ogni idea liberale.
-</p>
-
-<p>
-«La immobilità sarebbe l'umiliazione e la
-ruina. Il Piemonte scenderebbe al livello degli altri
-staterelli, l'Italia perderebbe ogni speranza. Altri
-fini, diceva, altri fini deve conseguire la nostra
-nazione, deve conseguire l'Italia!
-</p>
-
-<p>
-«Lo Statuto non può rimanere una formula
-vana: esso è strumento capace e poderoso.
-</p>
-
-<p>
-«Adopriamolo.» Questo, in succinto, è il pensiero.
-Nella mente di Cavour, la costituzione era
-<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span>
-cosa viva: i partiti dovevano fecondarla; partiti
-organici, logicamente ordinati con idee e con
-programmi. E questi partiti occorreva crearli, perchè
-le agitazioni estreme svanissero, infeconde.
-Occorrevano riforme, per evitar le violenze. Egli
-scriveva nel 1860: «prevenendo gli avvenimenti,
-secondando ciò che vi è di giusto e di nobile negli
-istinti popolari, si rendono impossibili le rivoluzioni.»
-Fu il primo serio tentativo della vita
-libera in Italia.
-</p>
-
-<p>
-Il discorso del marzo ottenne l'effetto che Cavour
-desiderava: quello di schiarire la situazione
-innanzi all'opinione pubblica.
-</p>
-
-<p>
-Un anno dopo Novara, per bocca di Cavour, la
-Camera Subalpina preannunciava il parlamento del
-1861. Nessuna meraviglia quindi, se codeste parole
-rintronarono fra le moltitudini.
-</p>
-
-<p>
-Cavour incarnò, fin da quel giorno, le speranze
-italiane, e quando, pochi giorni dipoi, Vittorio Emanuele
-firmava il decreto che lo faceva ministro, dicendo
-al d'Azeglio: «Badate, costui vi scavalcherà
-tutti,» forse nel conscio animo del Re trepidava la
-profezia del pallido Gioberti, la parola ultima che
-dal letto di morte il doloroso profugo gettava all'Italia,
-perchè dalla sventura non dileguasse il
-conforto di suprema speranza. Quella grande anima,
-perdonando, divinava il Re ed il Ministro.
-</p>
-
-<p>
-Da quel giorno, anche agli occhi dei più diffidenti,
-<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span>
-questa monarchia che si trasformava così
-sinceramente in regime di libertà, che mostrava
-di accogliere così spontaneamente tutte le idee moderne
-e le favoriva e si rinnovellava in esse, legittimandosi
-italiana nel sentimento e nell'entusiasmo,
-onde i profughi delle altre regioni sedevano nei
-consigli della Corona; e in parlamento e dalle cattedre
-spandevano sulla gioventù la luce di insegnamenti,
-maturati nelle sventure, per cagione della
-patria e a torme altri profughi erano accolti e protetti
-in Torino, apparve un fatto così straordinario,
-così miracoloso, da colpire le immaginazioni, come
-una rivelazione della Provvidenza.
-</p>
-
-<p>
-Gli animi di quel tempo spiravano amore, fede,
-poesia. Erano in Dio credenti, e credevano nella
-patria.
-</p>
-
-<p>
-Tutta la genialità vibrante nell'arte italiana, il
-veemente desiderio sprigionatosi fin dai primi anni
-del secolo, librato sui monti, sulle marine, sui memori
-piani, quando la benedizione del pontefice
-accendeva nei cuori il fuoco mistico di religioso
-entusiasmo, nel quale l'amore di patria si purificava
-e raggiava sulla fronte una luce ineffabilmente
-spirituale! Meraviglioso stato d'animo per
-osare.
-</p>
-
-<p>
-Non è strano se in quel fermento sorgesse
-il disegno di far partecipe il Piemonte alla guerra
-che allora si combatteva sul Mar Nero, per assicurare
-<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span>
-il cosiddetto equilibrio del Mediterraneo, mossa
-in favore della Turchia, avverso la Russia, dalla
-Francia e dall'Inghilterra.
-</p>
-
-<p>
-Se nel salotto politico della marchesa Alfieri o
-nella tesa dove Farini aspettava le quaglie, o nella
-sola mente di Cavour, oppure nella fantasia di
-Vittorio Emanuele sia sorto per la prima volta il
-pensiero dell'alleanza di Crimea, è vano ricercare.
-Correva per l'aria l'impeto delle audacie.
-</p>
-
-<p>
-Nelle condizioni dell'Europa, mentre la Russia
-provocava, l'Austria si disponeva a stupire il mondo
-colla sua ingratitudine, e la questione d'Oriente
-risorgeva in modo nuovo e diverso, e non era temerario
-il supporre che sul Danubio divampasse
-la fiamma augurale della nazionalità, l'inoperosità
-del Piemonte pesava su quelli, che ne' suoi destini
-vedevano l'indipendenza d'Italia, al Re che conosceva
-come in cuore dell'esercito e del popolo
-durasse il tormento di Novara.
-</p>
-
-<p>
-A Vittorio Emanuele la figura mistica dell'antica
-croce sabauda sventolante ancora una volta
-sugli azzurri del mare d'Oriente, appariva come
-presagio di rinnovate fortune.
-</p>
-
-<p>
-Egli voleva capitanare l'esercito, e, a malincuore
-persuaso dalla ragione di Stato, cedette il
-comando al generale La Marmora.
-</p>
-
-<p>
-Il partito della guerra fu vittorioso in Parlamento,
-esclusivamente per il prestigio di Cavour.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span>
-</p>
-
-<p>
-Pareva un'avventura. Lo scontroso patriottismo
-temeva dell'Austria, i meno diffidenti presagivano la
-ruina economica.
-</p>
-
-<p>
-È storia da non potersi riassumere in poche
-parole. Meriterebbe, essa sola, una conferenza.
-Occorrono più conferenze per illustrare la storia
-d'Italia dal '56 al '61 e questa storia d'Italia è
-storia di Cavour.
-</p>
-
-<p>
-Di certo, nella guerra di Crimea la parte del
-Piemonte fu rischiosa tanto, che anche il gran ministro
-ne temette. Oh! l'annunzio della Cernaia!
-E la vittoria che bacia il tricolore! E le divisioni
-di La Marmora emule dei primi soldati d'Europa,
-acclamate in cospetto del mondo!
-</p>
-
-<p>
-Fu l'anno sfolgorante e clamoroso. Dopo tanta
-tenebra profonda, tanto duro silenzio, l'anima
-del popolo si sollevò fiduciosa. La bandiera, nel suo
-nuovo prestigio, oltre il Ticino irradiò i bei colori
-che dicevano la speranza. Il popolo d'Italia scriveva
-sui muri: «Viva Verdi,» cioè: «Viva Vittorio
-Emanuele Re d'Italia.»
-</p>
-
-<p>
-Sedizioso emblema! E il conte di Cavour si avviava
-a Parigi, per raccogliere, sul tavolo della diplomazia,
-l'alloro che l'esercito sardo aveva mietuto
-in Crimea.
-</p>
-
-<p>
-La storia della civiltà nostra dirà del Congresso
-di Parigi che esso fu la manifestazione dei sentimenti
-e delle illusioni di un secolo, il quale sentì
-l'ansia dei fini umani.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il secolo che doveva chiudersi con la conferenza
-per la pace, vi preludiò a mezzo il cammino col
-«non intervento, l'abolizione della corsa, il diritto
-dei popoli di manifestare liberamente i loro voti.»
-</p>
-
-<p>
-Napoleone III segnò in quel punto l'apoteosi del
-suo regno, e l'Europa la moderazione di lui ammirò.
-</p>
-
-<p>
-Cavour rinvenne l'alleato.
-</p>
-
-<p>
-— Che si può fare per l'Italia? — Gli chiese un
-giorno l'Imperatore. E Cavour, cogliendo al balzo
-le intenzioni e la proposta, gli esponeva il suo
-piano; si arrischia, e con temerario slancio butta
-sul tappeto verde del Congresso la questione italiana.
-</p>
-
-<p>
-Questo avvenne il giorno 8 aprile 1856.
-</p>
-
-<p>
-Fu la prima volta che in un congresso europeo
-l'Italia «nazione» apparì.
-</p>
-
-<p>
-Ben lo intese il gentile spirito dei patriotti toscani,
-quando al ministro piemontese ritornato in
-patria offerivano nel bronzo: «Colui che la difese
-a viso aperto.»
-</p>
-
-<p>
-Intanto i lombardi regalavano all'esercito sardo
-di Crimea la statua dell'alfiere in atto di difendere
-lo stendardo.
-</p>
-
-<p>
-Le rivendicazioni italiche erano una realtà. Cavour
-le aveva elevate al posto d'onore, mentre
-coglieva il segreto di Napoleone III.
-</p>
-
-<p>
-Il ritorno di Cavour da Parigi segna il principio
-di un'epica fase, e il linguaggio di lui ne risente.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span>
-</p>
-
-<p>
-Questo ministro tecnico, che appariva sdegnoso
-di uscire dal terreno pratico, diventa un poeta.
-</p>
-
-<p>
-La sua eloquenza ha gli scatti e le pompe, l'ampiezza
-e la grandiosità: egli cita Byron e Manzoni,
-schiude innanzi al parlamento attonito un orizzonte
-sconfinato e corrusco di attività provocatrici. Le sue
-parole hanno la sonorità del metallo: rimbombano
-come fanfara di guerra.
-</p>
-
-<p>
-Orgoglioso, quando passa l'imponente rassegna
-degli scambi avvivati, delle industrie sollevate, delle
-leggi immaginate, delle Alpi tentate, delle strade
-aperte, della marina rinnovata, dei civili ordini assodati,
-coll'imponente e largo discorso dell'aprile
-1857, da codesto orgoglio trae nobile argomento
-per additare le vie che si aprono, gli ardimenti
-che aspettano: le fortificazioni di Alessandria, il
-porto di Spezia, l'esercito, l'armata.
-</p>
-
-<p>
-E quando, l'anno di poi, l'attentato di Orsini
-getta lo scompiglio e incoraggia la reazione, egli,
-inesorabile accusatore, denuncia la complicità del
-misfatto nel mal governo dei principi, nelle perfidie
-austriache.
-</p>
-
-<p>
-Lo sgomento di tutti si infranse contro la sua
-virile fermezza. L'Europa stava spiando. Sarà Alberoni
-o Richelieu? Ma il 10 gennaio del '59 Napoleone
-III getta la sfida all'Austria; alcuni giorni
-dopo, Vittorio Emanuele non è insensibile al <i>grido
-di dolore</i> dell'Italia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span>
-</p>
-
-<p>
-Palestro, Montebello, Magenta, San Martino e
-Solferino! Giornate primaverili del nostro riscatto,
-corona di valore e di sangue a quegli accordi
-di Plombières che Cavour annodava, intanto che
-vanamente la diplomazia lo sorvegliava!
-</p>
-
-<p>
-La guerra del 1859, colla liberazione della Lombardia
-determinò la sollevazione della Toscana, dei
-Ducati e della Romagna; e, allorchè Napoleone III,
-preoccupato dal contegno della Prussia risolse
-di posar l'armi, stipulando i preliminari di Villafranca,
-mezza Italia aveva proclamato la indipendenza.
-</p>
-
-<p>
-L'insurrezione prodigiosa era stata sollecitata
-dall'iniziativa guerriera del Piemonte: Cavour
-l'aveva ispirata: egli sentiva la responsabilità formidabile.
-</p>
-
-<p>
-Il grande rivoluzionario era lui, che aveva bandito
-la guerra, scatenato le popolazioni, armato
-Garibaldi, che sosteneva di denaro e di consigli Farini
-nell'Emilia, d'Azeglio in Romagna, corrispondeva
-con Ricasoli in Toscana. Villafranca lo colpì
-come una defezione. Fu il dolore grande della sua
-vita, gli parve d'aver mentito ai popoli fidanti
-in lui. L'esaltazione tragica del suo animo salì all'irreverenza
-verso i sovrani; quel potente dubitò
-di sè: vide nell'opera sua una ruina.
-</p>
-
-<p>
-Il popolo d'Italia fu, in quei giorni più sereno
-e tenace di lui, ma lo intese. Disse: è un uomo
-<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span>
-di cuore costui, e veramente ci ama. Lo vendicò.
-D'altronde, Napoleone III che aveva sacrificato al
-dovere verso la Francia la promessa: «dall'Alpi
-all'Adriatico» si tenne fedele allo spirito del trattato
-di Parigi.
-</p>
-
-<p>
-Se Villafranca significava la pace coll'Austria,
-egli aveva dichiarato che non intendeva di frapporsi
-fra il popolo e le sue aspirazioni. Quando
-Gioacchino Pepoli fu spedito a Parigi per annunziare
-i propositi degli Italiani e già i governi provvisorii
-delle provincie centrali, irremovibili nell'indipendenza,
-meditavano l'unità coi plebisciti, l'Imperatore
-movendogli concitato incontro:
-</p>
-
-<p>
-— Sur quel air venez-vous? — chiese.
-</p>
-
-<p>
-— Sur l'air de Villafranca, Sire, rispose Pepoli
-prontamente. E di rimando:
-</p>
-
-<p>
-— Il n'y aura pas d'intervention, — dichiarò
-recisamente Napoleone.<a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a>
-</p>
-
-<p>
-Il non intervento condannò l'Austria alla immobilità,
-favorì la politica delle annessioni. L'opera
-di Cavour ne usciva intatta, e questi, che nell'impeto
-del patriottico sdegno, aveva abbandonato il
-governo, vi ritornò il 16 gennaio 1860.
-</p>
-
-<p>
-Era forse giunto il tempo che dovessero avverarsi
-tutte le profezie? Che anche la parola di
-<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span>
-Carlo Alberto trionfasse? Suonava per l'Italia l'ora
-di <i>fare da sè</i>?
-</p>
-
-<p>
-Ahimè! Diciotto mesi ancora, e poi il risorgente
-popolo è percosso dalla negra ala della morte.
-</p>
-
-<p>
-«Una congestione cerebrale,» scrive il venerando
-patriotta ungherese Luigi Kossuth «e la mente
-che oggi s'innalza co' suoi progetti fino al cielo,
-la mano che arditamente spinge la ruota della fortuna
-delle nazioni, domani è un corpo esanime che
-ridona alla terra ciò che di terrestre conteneva.»
-</p>
-
-<p>
-Ma in quei diciotto mesi quale maestosa onda di
-fatti!
-</p>
-
-<p>
-L'epopea dei volontari, l'ardita marcia a traverso
-l'Umbria e le Marche e Vittorio Emanuele che
-stringe la mano a Garibaldi sul Volturno, intanto
-che i plebisciti creano il regno d'Italia e il primo
-parlamento italiano acclama Cavour, che si mostra
-al braccio di Alessandro Manzoni!
-</p>
-
-<p>
-Questo è miracolo voluto, combinato, eseguito
-con una perspicacia che sorveglia sè stessa acutamente,
-con un'attività pensata a un tempo e turbinosa,
-fucinata sul maglio di un'energia indomabile,
-in una terribile tensione dello spirito.
-</p>
-
-<p>
-— Oh! — sclamerebbe la forte e dolce Nennele,
-la simpatica eroina, la nuova creazione di Giuseppe
-Giacosa — oh veramente colui si dava alle cose!<a class="tag" id="tag3" href="#note3">[3]</a>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span>
-</p>
-
-<p>
-Per tal modo, il giovanile prorompere dell'ufficialetto
-di Bard, imprimendosi nella maestà della
-storia, coronava la vulcanica esistenza, dominata da
-un pensiero!
-</p>
-
-<p>
-Cavour era ministro del regno d'Italia! E nei
-clamori della prima festa nazionale, in onore di
-quello Statuto, che era stato per la sua volontà un
-miracoloso talismano, nella letizia dei compiacimenti
-ufficiali che dall'Europa venivano al nuovo
-regno, si dileguava nell'eternità gloriosa l'infaticabile
-spirito nel quale il sospiro dei secoli aveva assunto
-robusta e vitale forma.
-</p>
-
-<p>
-Temperamento fatto di logica e di libertà. Spaziò
-in un campo intellettuale supremo, dove non setta,
-non pregiudizio, non volgarità di onori, ma solamente
-la fatidica progressione della storia lo guidava.
-E questa lo condusse al premio ineffabile, e dona alla
-memoria di lui, rompendo l'ombra e rischiarandola,
-la serena popolarità che circondò la sua persona.
-</p>
-
-<p>
-Ma egli maturava nell'ampio e profondo cervello
-immensi e benefici disegni!
-</p>
-
-<p>
-Avete udito, sul letto di morte, le ultime sue parole?
-</p>
-
-<p>
-— Frate, frate, — e appuntava su padre Giacomo
-il fuoco supremo dei suoi occhi spalancati: — libera
-Chiesa, in libero Stato.
-</p>
-
-<p>
-Egli poteva darci una salutare riforma religiosa!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span>
-</p>
-
-<p>
-Fino dalla gioventù, la preoccupazione delle forze
-morali che sorreggono le comunioni umane aveva
-sollevato il suo animo alla vertigine delle altezze,
-il sublime lo tentava nel magnifico miraggio: la
-religione e la libertà!
-</p>
-
-<p>
-La sua formula, incompresa o trascurata, racchiude
-forse il segreto di una risurrezione di fede,
-quale non videro le mistiche età, di una spiritualizzazione
-del sentimento religioso, quale non sanno
-concepire coloro che abbassano la Chiesa al livello di
-una Società politica.
-</p>
-
-<p>
-— Santo Padre! — esclamava in cospetto dei
-nuovi eletti d'Italia, il conte di Cavour — Santo
-Padre, noi vi daremo la libertà, che da tre secoli invano
-chiedete alle potenze cattoliche; date a noi
-Roma la madre alma, la stella polare nostra: noi proclameremo
-la libertà della Chiesa!&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-Era una promessa degna della mente politica più
-vasta e comprensiva dell'età nostra, della mente che
-rispecchia l'immagine più schietta e completa, più
-morale del mondo moderno!
-</p>
-
-<p>
-Pochi, pochi anni, troppo pochi anni durò quella
-fioritura vivida e generosa di colore, di luce; durò
-quel governo intellettuale contesto di persuasione e
-di fàscino.
-</p>
-
-<p>
-Ma la forza di una dominazione fondata sulla
-vivace parola, sul dibattito aperto, in parlamento,
-azione di avveduta pazienza e di indomabile fede.
-<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span>
-non è mirabile, stupenda, misteriosamente seduttrice,
-efficace e illustre assai più di quella che si suole richiedere
-agli eserciti ed alle burocrazie?
-</p>
-
-<p>
-Il significato morale dell'opera di Cavour, equilibrata,
-sana, condotta secondo ragione, non è qualche
-cosa di molto elevato, di veramente edificante e buono,
-che ravviva la confidenza nelle qualità umane, nella
-possibilità di un destino che corrisponda agli intimi
-soavi accordi dell'intelletto e del cuore?
-</p>
-
-<p>
-Oh, di certo, una nazione redenta, un popolo restituito
-a dignità, il sangue dei caduti vendicato coll'onore
-della patria raggiante nella coscienza di cittadini
-risorti alla serietà del dovere e alla letizia della
-libertà, codeste sono opere immortali.
-</p>
-
-<p>
-Ma lo spiritual significato di un'esistenza utile,
-laboriosa, onesta e grande come quella di Cavour
-non è forse anche più ragguardevole cosa e degna
-di rimanere in perpetuo esempio?
-</p>
-
-<p>
-Di codesta purissima luce, effusa sulla nuova
-storia della nostra patria, dobbiamo rendere grazie
-a quell'uomo, e, sia benedetta la Provvidenza, che
-la rivoluzione d'Italia si impersona in una delle
-figure più elette del secolo.
-</p>
-
-<p>
-Nè consentiamo alla puerile bestemmia che egli
-sia morto a tempo per la gloria sua.
-</p>
-
-<p>
-Per la sua felicità, forse.
-</p>
-
-<p>
-Ma, per la gloria? Che possiamo dirne noi? Che
-ne sappiamo?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span>
-</p>
-
-<p>
-Che cosa possiamo noi prevedere di una intelligenza,
-di un'anima entro la quale ardeva e folgorava
-così potentemente il raggio di Dio?
-</p>
-
-<p>
-Un giorno, standosi il conte di Cavour sulle rive
-del lago di Ginevra, lo accostò un alto e biondo bernese,
-soldato della libera Elvezia repubblicana.
-</p>
-
-<p>
-Lo fissò, e poi gli chiese:
-</p>
-
-<p>
-— Sie sind Cavour?&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-E, avutane risposta affermativa, gli occhi del
-popolano si velarono di lacrime. Afferrò le mani del
-grande liberale, le baciò precipitosamente, commosso.
-Poi si allontanò.
-</p>
-
-<p>
-Si era al 1860: l'Italia sorgeva.
-</p>
-
-<p>
-Oh come felici, se nella sconsolata via, venisse
-innanzi a noi il trionfante fantasma ideale!
-</p>
-
-<p>
-Con quale trepidante desiderio, anche noi, interrogheremmo:
-</p>
-
-<p>
-— Sie sind Cavour?&nbsp;—
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span>
-</p>
-
-<h2 id="epopea">L'EPOPEA GARIBALDINA</h2>
-
-<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br />
-<span class="x-small">DI</span><br />
-<span class="large g noserif">GIUSEPPE CESARE ABBA</span>.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span>
-</p>
-
-<p class="pad2">
-Tentare in una breve ora l'epopea garibaldina,
-che vuol dir tutto Garibaldi, sarebbe come voler
-cogliere in un'occhiata tutta la giogaia delle Alpi.
-Chi lo potrebbe e da quale altezza? Fra Rio Grande
-e Digione, i suoi furono trentacinque anni di
-guerre con intermezzi di solitudini da Nume, o
-sull'Oceano o sullo scoglio dov'Ei sapeva incatenarsi
-da sè; e solo la lirica, col suo gesto da folgore,
-varrebbe forse a pigliarli nella sua luce. Ma
-se è vero che dell'Epopea il poeta può, se vuole,
-coglier soltanto il nodo; allora questo nella garibaldina
-è la Sicilia, la Dittatura, Lui, che privato,
-povero, disconosciuto, dispetto o adorato, ma in
-sè gigante cui sono sproporzionati uomini e cose,
-leva via un re inutile, e fa possibile e sicura l'unità
-dell'Italia.
-</p>
-
-<p>
-Se lo stato dell'anima quale ce l'han fatto i
-secoli, per quel tanto di scienza che s'acquista via
-via da tutti, ci lasciasse ancora concepir l'Eroe nel
-<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span>
-senso antico, certi pochi uomini, da duemila anni
-in qua, meriterebbero d'esser chiamati eroi quanto
-Garibaldi: ma forse piace di più riconoscere in
-lui l'Uomo quale un giorno sarà, perchè ebbe al
-sommo la pietà, l'amore, l'oblio di sè, e un sentimento
-vivissimo del misterioso legame che ci giunge
-con l'Essere da cui emana tutta la legge e tutta
-la vita, la quale deve divenir alla fine sola bontà.
-</p>
-
-<p>
-Non lo vediamo a sette anni, mentre si trastulla
-con tra le mani un grillo, piangere per avere
-strappato le ali alla povera bestia innocente? Non
-offesa dunque a ciò che vive, non far patire. È
-già quello stesso che negli anni gravi e glorioso
-si leverà nel cuore della notte, per andare in cerca
-di una capretta che udirà belare smarrita, su pei
-greppi della sua Caprera. Di mezzo a questi due
-fatti che paiono fanciulleschi, sta l'episodio di quel
-barbaro americano Millan, che aveva fatto torturar
-lui prigioniero, e che caduto poi nelle mani sue
-egli rimandò libero, senza volerlo vedere. A otto
-anni salva una lavandaia pericolante in un fosso;
-e a tredici si getta in mare per soccorrere una
-barca di compagni già lì per naufragare. E li salva.
-Quando a settantacinque anni sarà morente, dirà le
-ultime sue parole, raccomandando ai suoi le due
-capinere venute a posarsi sulla sua finestra!
-</p>
-
-<p>
-Cominciò presto per lui la grande scuola di
-farsi da se; e presto lo vide la <i>Costanza</i>, il brigantino
-<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span>
-che lo portò marinaio in Levante, sogno
-degli italiani, passato dai libri di Marco Polo nella
-poesia cavalleresca. Anch'egli mirerà di Angelica
-ridente il velo
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>Solcar come una candida nube l'estremo cielo;</p>
-</div>
-
-<p>
-ma poi la sua Angelica la troverà in Italia, a
-diciassett'anni. Navigherà col padre, marina marina,
-sino a Fiumicino e da Fiumicino farà una
-corsa a Roma. Col quel po' di storia romana che ha
-nell'anima, passerà tra i monumenti della vecchia
-Roma e quei della nuova, si desterà in lui lo spirito
-di Cola di Rienzo, concepirà che sulle due
-Rome, può e deve sorgere una nuova Roma italiana.
-E in quell'età della vita che ogni uomo si
-pianta nel cuore una fede propria, in lui si pianta
-quella della gran madre, per cui penserà, lavorerà,
-combatterà fino al «Roma o morte» d'Aspromonte;
-fino alla tetra sera di Mentana. Il dì che
-Roma diverrà italiana, egli non ci sarà, ma i secoli
-diranno che stava a combattere per l'onore di quella
-Francia, che a Mentana aveva provate le armi sue
-nuove contro di lui. Mai uomo fu defraudato del
-suo diritto come lui, in quel giorno che l'onore
-di entrare in Roma toccava ad altri!
-</p>
-
-<p>
-Gli anni giovanili di Garibaldi paiono andati
-via rapidi, per chi li legge nelle sue biografie;
-ma come furono densi di azione! E il nostro pensiero
-<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span>
-lo segue ancora su' mari di Oriente dove navigando
-coi Sansimoniani proscritti, si nutre del
-Cristianesimo nuovo ch'essi portano per il mondo.
-Un anno appresso, a Taganrok (1833), un asceta del
-patriottismo gli rivelerà la Giovane Italia e la formola
-<i>Dio e Popolo</i> lo conquiderà. Da allora, Garibaldi
-sarà il Paolo di quella fede.
-</p>
-
-<p>
-Passiamo via rapidi su quel momento della sua
-vita in cui egli entrò nella marineria del Re di
-Sardegna con propositi di ribelle. Ma chi gli diede
-in quel momento il nome di guerra di Cleombroto,
-lo dava a caso, o ravvisava in lui qualcosa del
-giovane che letto il <i>Fedone</i> di Platone si uccise
-per accertarsi dell'immortalità dell'anima, o qualcosa
-del re Spartano di quel nome, morto alla battaglia
-di Cintra? O forse quel nome gli fu dato
-per quel senso di procella che par esprimere?
-</p>
-
-<p>
-Il pensiero di Garibaldi non era stato bello, ma
-sublime fu la pena che si inflisse da sè. Nell'ora
-di agire, di gridar la rivolta sulla nave del Re, la
-sua natura nobilissima gli diede il raggio che salva:
-egli scese a terra, andò a cercar altrove per Genova
-il luogo da spendervi la vita o conquistare la libertà;
-andò e cercò invano...., la rivoluzione promessa
-era ancora un sogno. Ebbene, se tutto è finito
-in nulla, egli si riconferma nella sua fede, se la
-porta via nel cuore, anderà a fecondar l'idea pel
-mondo. E allora comincia l'Eroe. Curioso fatto!
-<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span>
-Egli, come gli Eroi dei poemi cavallereschi, inizia
-la storia delle sue imprese scorrucciato col suo Re,
-anzi in nome del suo Re condannato contumace a
-morte, <i>come bandito di primo catalogo</i>: e queste
-son parole della sentenza.
-</p>
-
-<p>
-Infermiere dei colerosi negli Ospedali di Marsiglia,
-quando non ci è da far quel bene, s'imbarca
-per l'America, e là sarà l'eroe byronesco, Lara,
-Corrado, Leandro o quasi Mazeppa, quello che si
-vorrà. Oh! quando combatte per Rio grande, e
-quando vinto attraversa per nove giorni la foresta
-dell'Antas, fra temporali che la schiantano a
-colpi di fulmine! Cavalcava al fianco della sua
-donna, portando in un panno al collo il loro
-primo figlioletto di tre mesi; e questa ci pare
-una scena di cui si potrebbe leggere nella Bibbia.
-E di tratti biblici ne ha parecchi. A San Gabriele,
-al passo di un torrente, vede un uomo che
-sta facendo asciugare al sole i propri panni. «Tu
-sei Anzani!» grida egli a quell'uomo, «E tu
-Garibaldi!» risponde l'altro. S'erano per fama
-invaghiti l'uno dell'altro; ora saranno uniti per
-la vita e per la morte. Eccoli sulla via della grandezza.
-Montevideo ha bisogno di braccia. Vanno.
-Garibaldi è guerriero da terra e guerriero da mare.
-Dove lo mandano? Dovrà risalire il Paranà, con
-quei gusci che la Repubblica gli può dare; ed egli
-va, s'incontra con la squadra nemica, passa, naviga
-<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span>
-su pel fiume due mesi, e sotto il cannone ogni
-giorno; all'ultimo a Nueva Cava, dopo aver combattuto
-tre notti e tre giorni farà saltar le sue navi,
-ma il nemico non potrà dire di averlo vinto. Oh!
-perchè ventiquattr'anni di poi, ammiraglio a Lissa
-non fu lui?
-</p>
-
-<p>
-Poi divenne guerriero di terra e creò la Legione.
-Romano d'anima non poteva chiamarla che
-così. Intanto gli anni incalzavano, veniva il 1846,
-e nel crepuscolo mattutino di quell'anno nel cui
-meriggio Pio nono doveva benedire l'Italia, là nell'America
-un pugno d'Italiani scriveva con le
-spade la giornata di Sant'Antonio, uno dei più
-nobili fatti d'arme che la storia del valore possa
-mai raccontare.
-</p>
-
-<p>
-Ai primi annunzi dell'amnistia di Pio nono,
-egli era là, in quel mondo delle ricchezze, povero
-come Giobbe. Fabrizio rifiutò i doni di Pirro, ma
-insomma li rifiutò per non tradire la patria. Garibaldi
-non aveva voluto nessun compenso d'aver
-salvata la patria altrui. Egli si sentiva pago abbastanza
-del campo franco avuto, a provare in
-guerra il cuore italiano: e ora sentiva con sicurezza
-che se i giorni della patria erano venuti
-davvero, egli avrebbe saputo servirla. E «sovente
-s'arrestava soprapensieri, e gli sfuggiva un leggero
-sorriso, come a chi attende una lieta fortuna.» Lo
-scrive Giambattista Cuneo, suo compagno in quei
-<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span>
-giorni. Cosa vedeva, egli oltre il mare in qua, nell'Italia
-lontana? Allora egli e l'Anzani offrirono
-le loro spade a quel Pontefice, cui poco appresso
-il Mazzini offriva la mente. Avesse il Pontefice accettato;
-e se non la indipendenza che non era da
-lui, avrebbe forse guarita l'Italia di quella gran
-miseria per cui paiono inconciliabili l'amor della
-patria e la religione, che sono ancor la forza degli
-altri popoli, pur di noi più civili.
-</p>
-
-<p>
-Quando non potè più reggere od aspettare,
-Garibaldi imbarcò quanti della legione vollero
-seguirlo, e sul brigantino <i>Speranza</i>, veleggiò a
-tornare. Canterà mai la poesia l'ora grande che,
-di qua da Gibilterra, egli vide una nave che batteva
-bandiera tricolore, la gran bandiera! e seppe
-Milano insorta, gli Austriaci in fuga, tutta l'Italia
-in rivoluzione?
-</p>
-
-<p>
-E poi Nizza e la vecchia madre non riveduta
-da quattordici anni: e dopo brevi giorni di gioie
-domestiche, l'entrata nel mondo del Quarantotto,
-tutto canti e grida e deliri, ma con poche armi,
-assai poche! Ei corse presto a Milano. E perchè? — domanda
-oggidì la storia d'allora, — perchè
-dovette andare sino al campo di Carlo Alberto
-per chiedere un posto quale si fosse, e combattere?
-Non trovò per via gente armata che gli si
-offrisse? Ahi! Orlando era tornato, ma già si trovava
-ai primi disinganni. Dal campo fu mandato
-<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span>
-a Torino dove gli si disse d'andar a chiudersi in
-Venezia.... Nessuno indovinava in lui quel ch'egli
-era, neppure il governo provvisorio di Milano, dove
-tornava il 15 luglio, e dove alla fine gli erano dati
-i tremila volontari sparsi qua e là sino a Bergamo,
-con questo però che egli se li raccogliesse. Ma allora
-tutto già volgeva a male in Lombardia; Carlo
-Alberto si ritirava dal Mincio, gli Austriaci tornavano
-grossi, Milano ricadeva nelle loro mani; e a
-Garibaldi non rimaneva che la gloria di cader l'ultimo
-a Morazzone. E si narrò poi che il D'Aspre,
-il quale appunto a Morazzone lo aveva assaggiato,
-dicesse che l'uomo che avrebbe potuto essere utile
-all'Italia, nella guerra d'indipendenza del 1848,
-era stato disconosciuto.
-</p>
-
-<p>
-Dunque tutto era una grande illusione? No!
-Roma chiamava, ed ei vi corse co' suoi di Montevideo.
-E anche là, quando la Giunta Suprema di
-Governo seppe che Egli giungeva, tremò. Pure
-dovette accoglierlo e se non altro illuderlo, mandandolo,
-a capo di bande armate a Macerata, a
-Rieti. Egli andò. Di là eletto deputato di Macerata
-alla Costituente, scese in Roma, il 5 febbraio,
-nell'assemblea ascoltò il discorso d'apertura del
-ministro Armellini, e di scatto s'alzò, proponendo
-che si proclamasse la Repubblica. Ecco il dittatore!
-E tutti lo temono, e pochi si fidano di quell'uomo
-così nuovo, così sicuro, così fatto per comandare.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il 21 aprile quando si viene a sapere che partivano
-i francesi da Marsiglia per Civitavecchia,
-Egli era già molto sdegnato contro la patria, e
-se ne era confidato ad Anita, scrivendole da Anagni.
-Ma non dubitava dei suoi destini. E coi suoi
-milledugento armati, gli pareva d'essere invincibile.
-«Roma prende un aspetto imponente, Dio ci
-aiuterà.» E in Dio veramente credeva.
-</p>
-
-<p>
-Sbarcano i diecimila francesi, con sedici cannoni
-da campo, sei da assedio. Sono amici, sono
-nemici? Venivano per restaurare il Papa. E allora
-cominciarono i forti giorni. E fu quel 30
-aprile che rimase gloriosissimo nella storia dell'armi
-italiane. Ma cominciava anche la gran caccia
-di mezza Europa, contro Roma. Gli Austriaci
-passavano il Po, la Spagna imbarcava gente per
-l'Italia, il Borbone invadeva la Repubblica. Vero è
-che vi furono Palestrina e Velletri, bei nomi a ricordarsi,
-più che per le vittorie in sè, come primo
-colpo anticipato da lui al trono borbonico. E la poesia
-vi si fermerebbe a raccogliere il fior del sentimento,
-cantando che a certa ora del fatto d'arme,
-una compagnia di adolescenti salvò Garibaldi caduto,
-travolto dall'onda della cavalleria nemica.
-</p>
-
-<p>
-E poi la ripresa degli assalti francesi il 3 giugno
-a tradimento; e villa Panfili, e San Pancrazio,
-e villa Corsini, e il Vascello, e le inaudite gesta
-d'uomini come Masina, Manara, Mellara, Dandolo,
-<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span>
-Bixio, Morosini, Mameli, Sacchi, Bassini e mille
-altri; e i 19 ufficiali morti i 32 feriti, e cinquanta
-gregari tra morti e feriti, e Lui che ai fuggenti
-sulla via della disperazione grida: «Voi sbagliate
-strada! il nemico non è qui!» Avevano letto l'<i>Adelchi</i>
-del Manzoni, o il Manzoni aveva indovinato
-che gli eroi parlano così.
-</p>
-
-<p>
-Il gran dramma dell'assedio durò ventisei
-giorni di combattimenti, fino al 29 giugno. E quel
-giorno, quando l'assemblea chiamò Garibaldi nel
-proprio seno, egli, lasciate a malincuore le mura,
-corse e gridò ai rappresentanti del popolo che bisognava
-eleggere un Dittatore. Quanto a sè, dichiarò
-che altrimenti sarebbe uscito da Roma a
-tener alta dove che fosse la bandiera della patria
-fino all'estremo. Ma l'assemblea, pur dichiarando
-di volere stare al suo posto, deliberò di cessare la
-resistenza divenuta impossibile. Dunque anche in
-Roma, tutto era finito!
-</p>
-
-<p>
-Ma non per lui. Prima che i Francesi entrino
-in Roma egli n'uscirà. Non vuol morire di quel
-dolore. E sul mezzodì del 2 luglio, raccolta sulla
-piazza del Vaticano la sua divisione, griderà quelle
-sue grandi parole: «Io esco da Roma; chi vuol
-continuare la guerra mi segua. Non offro nè gradi,
-nè stipendi, nè onori, ma fame, sete, marce forzate,
-battaglie, ferite e morte; per tenda il cielo,
-per letto la terra, e per testimonio Iddio.»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span>
-</p>
-
-<p>
-In tutte le sue biografie sono taciute le ultime
-parole di quel discorso: eppure le disse. Le
-ripetevano ancora, tra i Mille, alcuni veterani che
-le avevano intese.
-</p>
-
-<p>
-La sera di quel giorno uscirono con lui tremila,
-da porta San Giovanni per la tiburtina, ben
-sapendo tra quali strette d'eserciti nemici andavano
-a porsi. Marciarono ventisette giorni, marciarono
-ventisette notti, sempre lì per dar negli
-agguati, sempre riuscendo a scansarli. Meravigliosa
-marcia che rivelò il Capitano, e più che il Capitano
-l'Uomo fatale: perchè grandissima cosa tra le
-grandi compiute in quella fuga da leone, egli non
-disperò un istante d'un mondo non ancora degno
-di lui, nemmeno in quel fiore di valorosi che avevano
-voluto seguirlo.
-</p>
-
-<p>
-Il 31 luglio riparava in San Marino. Parevano
-rifiniti tutti quelli che non rimasti per via, s'erano
-rifugiati lassù. Egli no. Dice ancora ai Reggenti:
-«Che se i Tedeschi non lo attaccheranno, egli
-non li attaccherà.» Non è il sommo dell'ardimento?
-</p>
-
-<p>
-Ma insofferente d'indugi, sdegnoso di scendere
-a patti con lo straniero; mentre gli Austriaci gli
-stringono il cerchio intorno fin sul territorio della
-piccola Repubblica, egli piglia la sua risoluzione.
-Anita è quasi morente ma non si lagna, con Lui
-le è vita ogni stento. E via di notte pei balzi dirotti
-<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span>
-del Titano, scende, passa tra le schiere nemiche,
-traversa la terra fedele di Romagna fino al mare,
-vi imbarca i dugento che potè condur seco; mèta
-Venezia.... Là si combatte ancora.
-</p>
-
-<p>
-Ma, cade in quel giorno del 4 agosto l'episodio
-pietoso che tutti sanno. Dal mare gli tocca a ripigliar
-terra, inselvarsi con Anita, morente tra le braccia;
-solo, tra il mondo e Dio, la porta, la affida, non
-sa quasi bene se viva ancora o già morta, a chi
-potrà seppellirla. Egli deve sè all'Italia, e non può
-lasciarsi uccidere dai croati su quella povera morta.
-Fu forse il momento più amaro della sua vita.
-«Ma quando la disperazione starà per entrar nel
-tuo cuore, chiamami ed io sarò con te:» e al
-mondo, per far come egli fece in quell'ora, bisogna
-avere il cuore pieno di quelle voci che Dio
-mise nei grandi.
-</p>
-
-<p>
-Salvato per una sequela di miracoli, sin che
-potè por piede in Piemonte, s'accorse che neppur
-lì poteva star più, sebbene in terra di libertà.
-Egli era venuto a riportare in Europa il tipo del
-cittadino guerriero, e pareva che non ci fosse più
-terra per lui. Peggio che Mario! Non fu incatenato
-come Prometeo, ma fu gettato alla solitudine tremenda
-dell'anima. E non sapevano che egli aveva
-in sè un mondo, in cui egli si moveva e sapeva
-vivere come in un imperio infinito.
-</p>
-
-<p>
-Riprese la via dell'esilio, seppe cosa vuol dire
-<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span>
-non aver da sfamarsi, lavorò colle mani da semplice
-candelaio, alla fine potè riavere una nave e
-gli oceani. E nella solitudine del Pacifico, un giorno
-del 1854, gli avviene uno di quei fatti interiori,
-che paiono accidentali, ma che forse provano come
-a certi gradi di perfezione l'anima umana sia servita
-forse da sensi misteriosi che non sappiamo
-d'avere. Egli è in pieno Oceano Pacifico e sente
-in sè che a Nizza muore sua madre. Quella morte
-sentita così, gli mise la nostalgia della patria!
-</p>
-
-<p>
-Rivedrà l'Italia in quello stesso anno 1854; non
-si sentirà più di staccarsene, ma per altro nessuno
-gli dirà più d'andar via. Il Cavour è alla testa
-del Piemonte, sa dove vuole andare il suo Re, e
-sa pure che per avere con sè la Nazione, il Re
-deve tener conto sopratutto di quel proscritto. Ebbene,
-se nessuno vieta più omai a Garibaldi il
-suolo del Piemonte, divenuto asilo di tutti i profughi,
-Garibaldi non vi si fermerà. Egli non è
-fatto per vivere tra gli uomini la vita d'ogni giorno.
-C'è là nel mar di Sardegna un'isoletta, ch'egli ha
-veduta sin dal '49; e là con un po' di terra da
-coltivare, una casetta da starvi ch'egli fabbricherà
-da sè, umile come quella di Montevideo, e la quiete
-e la speranza potrà aspettare. Aveva allora quarantasette
-anni, un'altra primavera d'Italia pareva
-vicina, ma che venisse presto finchè c'era ancora
-un resto di gioventù! Passarono gli anni: fu la
-<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span>
-guerra di Crimea e la spedizione piemontese, della
-quale forse neanch'egli capì gli intenti, perchè non
-uso a pigliar vie così traverse; ma l'atteggiamento
-del Piemonte, quel piantarsi di Vittorio Emanuele
-da Re italiano in faccia all'Austria, dovette por
-nel gran cuore del solitario generale la certezza
-d'una ripresa d'armi, come egli la vagheggiava.
-</p>
-
-<p>
-E quando fu chiamato a dare il suo gran nome
-a quella Società Nazionale, che doveva raccoglier
-tutte le forze in un fascio, lo diede. Allora gli fu
-gridato che veniva meno alla parte repubblicana,
-cui tanto più doveva tenersi in quanto che egli
-era quel che era, perchè generale della Repubblica
-romana. Ma Garibaldi non si lasciò scuotere e stette.
-Fu quello uno dei fatti più eroici della sua vita. Sentimento
-e intelligenza delle cose patrie operarono
-allora in lui con piena armonia. Altri grande
-quanto lui ma sempre illuso lo biasimò, lo rampognò;
-ma egli stette, e il fatto fu uno dei più importanti
-di quel decennio, che la storia dovrebbe
-chiamare della saggezza.
-</p>
-
-<p>
-E infatti il '59 parve una gran cosa riuscita,
-anche a coloro che neppure allora vollero riconoscere
-che il Generale aveva fatto bene. Certo, a vedere
-come anche a quella guerra il popolo italiano
-aveva dato poco di sè nell'azione, se non lo dissero,
-dovettero pensare che quei centotrentamila
-francesi non gli avrebbero potuti far venir essi a
-<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span>
-combattere a lato degli italiani del Piemonte. E
-come senza essi si sarebbe vinto l'Austria con duecentocinquantamila
-uomini e novecento cannoni, e
-le fortezze in Lombardia? Garibaldi stesso disse
-poi a Don Verità, l'antico suo salvatore del quarantanove,
-che senza Napoleone neppur quell'anno
-si sarebbe riusciti a nulla. Che importava se quel
-romantico imperatore s'era fermato a mezzo? Intanto
-egli aveva messa l'Austria a doversene star
-sulla sinistra del Po, a vedere quel che sarebbe avvenuto
-nella penisola, senza potersi muovere; aveva
-consacrata la dottrina del non intervento lanciata
-invano trent'anni innanzi dalla monarchia di luglio;
-e legate così le mani all'Austria: al resto, Garibaldi
-si sentiva di pensar lui. Certo non si lusingava
-che Napoleone non avesse un qualche giorno
-a violare egli stesso il non intervento: ma per allora
-quel principio valeva mi esercito vero per
-l'Italia contro l'Austria costretta a starsi sulla sinistra
-del Po a guardare.
-</p>
-
-<p>
-Sfumato il disegno neo-guelfo d'una federazione
-italiana, risognato un istante da Napoleone III dopo
-Villafranca; concorde con lui l'Inghilterra nel non
-intervento, Prussia e Russia non inclinate ad aiutare
-l'Austria, se mai avesse voluto impedire le annessioni
-della Toscana, dell'Emilia e della Romagna,
-l'ora era buona per pensare al resto d'Italia.
-</p>
-
-<p>
-Ma allora Napoleone mise il prezzo di Nizza a
-<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span>
-quelle annessioni, e il Cavour dovette cedere. Cedette
-forse troppo facilmente. Perciò il 12 aprile 1860
-nella Camera dei deputati Garibaldi sorse a rampogne
-formidabili contro di lui. Pareva l'inizio
-di una guerra civile. Ma per buona sorte, la campana
-dei Francescani della Gancia in Palermo aveva
-sonato, otto giorni prima, a chiamar la Sicilia all'armi
-e l'Italia all'aiuto. Neppure per essere stato
-fatto quasi straniero all'Italia, Garibaldi, al grido
-della Sicilia, poteva star sordo. Neghi Achille il
-suo braccio per una prigioniera che gli è stata
-tolta, e rimanga pur grande quant'è in Omero;
-l'uomo moderno, se non sa sagrificar tutto sè stesso,
-eroe non è.
-</p>
-
-<p>
-Di quei giorni, come gli amici di Orlando, che
-andavano in cerca di lui errante pel mondo, ecco in
-Torino il Bixio e il Crispi da Garibaldi. Gli parlano
-della Sicilia; l'unità d'Italia dipende da lui.
-Ed egli ascolta, s'accende, consente, e candido
-com'era ed aperto, va subito dal Re a chiedergli
-addirittura una brigata da menare in Sicilia. Voleva
-appunto quella comandata dal Sacchi, antico e
-caro suo portabandiera nella legione di Montevideo.
-Come deve esser rimasto Vittorio! Ora s'avverava
-ciò che egli aveva scritto poco prima a
-Francesco secondo: desse la libertà ai suoi popoli,
-si mettesse a far gareggiare il suo regno con
-quello di lui, chè se no, presto sarebbe <i>tardi</i>, e
-<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span>
-forse verrebbe adoperato il nome dei Savoia contro
-i Borboni, senza che egli potesse opporsi.
-</p>
-
-<p>
-Re Vittorio non aderì alla richiesta di Garibaldi;
-ma il Cavour gli diede libertà di fare. Bastava.
-Garibaldi vola a Genova, il 20 aprile è
-nella villa Spinola divenuta quartier generale di
-quel mondo d'uomini politici e militari, che si era
-formato come uno Stato nello Stato; ivi riceve notizie,
-dà ordini, si prepara al gran lancio. Ma le
-notizie di Sicilia vengono, mutano ogni giorno,
-sempre più scoraggianti; il 27 aprile par tutto
-finito laggiù; si sapeva già l'eccidio di Carini, ora
-si dice che gli insorti battuti e dispersi tengono appena
-le montagne, anzi che si vanno sciogliendo.
-Cade l'animo a tutti. Ma al Bertani, al Bixio, al
-Crispi, no. Questi si stringono al generale, Bixio
-chiede, supplica, implora d'essere lasciato andare
-almeno lui.... Almeno lui! Può Garibaldi lasciar ad
-altri si grande impresa? Titubanze terribili. Pure
-il primo maggio, in uno di quei tempestosi colloqui,
-di scatto, come per rispondere a una voce misteriosa
-che doveva! avere in sè, Garibaldi balza a
-dire: «Partiamo, ma subito!» Era fatto così! E
-allora tutti a serrare le file. «Si va! si va!» Furono
-quelli i più bei giorni d'Italia!
-</p>
-
-<p>
-Bisogneranno navi! Ci pensa Bixio; lasciate tare
-a lui, egli non conosce l'impossibilità. Quanto agli
-uomini, solo a chiamarli saranno pronti, fin troppi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span>
-</p>
-
-<p>
-E la sera del 5 maggio, che era di quelle che
-allagano i cuori di dolcezza, le belle vie di Genova
-videro una gentilezza nuova di portamenti sin nei
-più rudi uomini del volgo. I facchini stessi del
-porto, sempre così aspri, parvero allora cavallereschi.
-Si sapeva da tutti chi erano e dove si avviavano
-quei giovani forestieri, che s'aggiravano per
-la città, e ognuno che v'era, certo sa ancora dire
-di qualche tratto cortese, ricevuto in quella sera che
-con Garibaldi partiva.
-</p>
-
-<p>
-Appena fu notte, una eletta di quei giovani
-scende al porto. Entrano in certe barcacce, vogano
-a due vapori che stanno ancorati, montano, mettono
-le mani sui marinai, li costringono a stare zitti, ad
-accendere le macchine, a ubbidire in tutto. Pirati
-veri non avrebbero saputo far meglio. Sapevano
-che il Governo chiudeva gli occhi, ma da un istante
-all'altro poteva essere costretto ad aprirli; e allora?
-Momenti di ansia mortale. Bisognava far
-presto. Ma tutto veniva bene, Bixio metteva l'anima
-sua fin nelle cose, soffiandola con parole terribili,
-imprimendola con gesti che facevano tremare i
-cuori. I due vapori furono presi.
-</p>
-
-<p>
-E intanto, da Porta Pila, erano usciti i Mille.
-S'accalcavano alla Foce, sfilavano oltre il Bisagno
-per la Via di Quarto; qualcuno ricordava che tre
-anni prima il Pisacane s'era partito di là, per
-un'impresa come quella che si iniziava; qualcuno
-<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span>
-salutò la Villa dove il Byron si era preparato al suo
-viaggio di Missolungi.
-</p>
-
-<p>
-Alla Villa Spinola pareva una notte di festa.
-Gente di tutti i ceti vi si pigiava, confusa; v'erano
-delle donne, che piangevano d'esser donne; v'erano
-dei padri che v'avevano accompagnati i figli benedicendoli.
-Vi furono delle madri corse da lontano
-per tôrre via i loro cari da quel cimento; una, venuta
-fin dal Friuli, si udì pregar dal figlio di non
-obbligarlo a disubbidirle in un'ora così solenne.
-Ma tutta quella folla voleva veder <i>Lui</i>, <i>Lui</i>, in
-quel momento supremo. Ad ogni istante s'udiva
-una voce: «Eccolo!» No, era qualcuno che usciva
-dalla Villa a portar ordini chi sa dove. Eppure in
-quel fremito c'era una calma solenne. Verso le
-undici, come se davvero una corrente magnetica
-si fosse diffusa, fu sentito <i>Lui</i>.... Veniva fuori dal
-cancello della villa, in camicia rossa, con la sciabola
-sulla spalla a guisa di un arnese da agricoltore;
-traversò la via, passò per un rotto del muricciolo
-che vi fa riparo, e scese giù per gli scogli, nel
-piccolo seno già stipato di barche. La folla che
-aveva tenuto il respiro non osò mandare un grido,
-come avvertita da senso religioso di non turbare
-un mistero: e allora quasi nel silenzio, si ebbero
-il grande addio quelli che dovevano partire, sfilarono
-dietro Lui per quel rotto di muricciolo, entrarono
-muti nelle barche, presero il largo; già un
-<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span>
-po' al largo udirono una voce alta limpida, lieta,
-chiamar: «La Masa» e un'altra voce rispondere
-«Generale». Poi più nulla.
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>E tu ridevi, stella di Venere,</p>
-<p class="i2">Stella d'Italia, stella di Cesare</p>
-<p class="i2">Non mai primavera più sacra</p>
-<p class="i2">D'animi italici illuminasti.</p>
-</div>
-
-<p>
-Quando stava per farsi l'alba, apparvero i lumi
-dei due vapori venuti via dal porto. Furono lì in
-un lampo come fantasmi; le barche s'accostarono, e
-scale e corde e travi, tutto fu buono per quella
-gente a salire, come se fosse stata a un assalto. Ma
-Garibaldi dov'è? È sul <i>Piemonte</i>. — E come si
-chiama quest'altro vapore? e chi lo comanda? — Si
-chiama il <i>Lombardo</i> e lo comanda Bixio. — Ah,
-Bixio? Bene! — Pure un po' di malinconia si diffuse
-fra quei del <i>Lombardo</i>. Andavano alla ventura
-del mare, poteva accadere d'essere incontrati
-dalle navi napolitane: e allora? Se si doveva perire,
-i più fortunati sarebbero stati quelli, che nell'ultima
-ora avrebbero visto Lui. Intanto i due vapori, con
-quei nomi augurali, mossero via.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Da quella mossa cominciano i canti centrali del
-gran poema garibaldino. Proprio come in un'opera
-d'arte, il punto, il gran nodo dell'Epopea, sta tra
-Quarto e Teano, tra il 5 maggio e il 26 ottobre, tra
-la partenza clandestina da Corsaro, alla gloria di
-<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span>
-gridare da Dittatore il Regno e il Re d'Italia là,
-dove si distruggeva un Reame che durava da settecentotrent'anni.
-Non lo confermarono il popolo
-e l'arte figurativa? I monumenti eretti per tutta
-Italia a Garibaldi lo rappresentano quale in quel
-tempo egli fu: rappresentano il Dittatore.
-</p>
-
-<p>
-E ora, parlando della grand'epopea garibaldina,
-in questa Firenze, mi par giusto ricordare che qui,
-nel meditato dolore patriottico, Pietro Colletta scrisse
-la storia di quel Reame. Il soldato della Partenopea
-e poi del Murat, aveva visto finir in nulla l'impresa
-unitaria di Gioachino nel Quindici, e nel Venti
-la rivoluzione di Napoli non mirar più all'Italia,
-ma chiudersi nell'angusto concetto delle due Sicilie.
-Come doveva aver sanguinato quel cuore!
-</p>
-
-<p>
-Ricaduta Napoli in balìa degli Austriaci restauratori
-della tirannide spergiura; cacciato egli a confine
-in Brünn di Moravia, a piè di quello Spielberg, dove
-pativano le durezze del carcere il Confalonieri, il
-Pellico, il Maroncelli e gli altri Carbonari, chi sa
-che, guardando lassù, non abbia pensato che se
-Marche, Umbria, Romagna, Toscana, Emilia, erano
-state indifferenti all'impresa di Gioachino, o l'avevano
-quasi derisa; se allora i Lombardi stavano
-lassù condannati; se i Piemontesi ramingavano pel
-mondo, e s'egli stesso napoletano, era là; tutto era
-avvenuto perchè erano mancati tra Italiani e Italiani
-la stima e l'amore? E forse gli nacque allora
-<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span>
-appunto il pensiero di rivelare all'Italia del settentrione
-la grandezza e i martirii dell'Italia meridionale,
-e nella sconsolata anima dubitando anche
-di essere inteso, gli sonò la pagina finale della sua
-storia, che pare un coro fatidico di cupa tragedia
-antica. E scriveva:
-</p>
-
-<p>
-«In sei lustri centomila Napoletani perirono di
-varia morte, tutti per causa di pubblica libertà e
-di amore d'Italia; e le altre italiche genti, oziose
-ed intere, serve a straniero impero, tacite, o plaudenti,
-oltraggiano la miseria dei vinti; nel quale dispregio,
-ingiusto e codardo, sta scolpita la durevole
-loro servitù, infino a tanto che braccio altrui, quasi
-a malgrado, le sollevi da quella bassezza. Infausto
-presagio che vorremmo fallace; ma discende dalle
-narrate istorie, e si farà manifesto agli avvenire, i
-quali ho fede che, imparando dai vizi nostri le
-contrarie virtù, concederanno al popolo napoletano
-(misero ed operoso, irrequieto, ma di meglio) qualche
-sospiro di pietà, e qualche lode; sterile mercede
-che i presenti gli negano.»
-</p>
-
-<p>
-Ora l'anima del Colletta, dalle sedi degli eroi
-poteva esultare; l'Italia settentrionale mandava all'umile
-Italia serva di laggiù, quel manipolo e quel
-Liberatore.
-</p>
-
-<p>
-All'alba, i due vapori stavano già per girare il
-promontorio di Portofino, quando si fermarono
-quasi di colpo. Perchè? Si seppe poi. In quelle
-<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span>
-acque dovevano trovarsi ad aspettarli, certe barche
-cariche di munizioni: ma guarda di qua, guarda di
-là non si vede nulla. Che fare? Garibaldi alzò gli
-occhi al cielo come soleva, e ordinò di andare
-avanti.... «Le munizioni si piglierebbero dove si
-potrebbe, magari al nemico.»
-</p>
-
-<p>
-Così tutto quel giorno 6 e sino alla mattina dell'altro
-appresso, i due vapori navigarono di conserva.
-In quel secondo mattino della traversata, fu
-letto sulle due navi l'ordine del giorno di Garibaldi.
-</p>
-
-<p>
-Ribattezzava <i>Cacciatori delle Alpi</i> i militi della
-spedizione; parlava di devozione, di soddisfazione
-della incontaminata coscienza, come solo premio.
-L'organizzazione sarebbe come quella dell'esercito
-ch'ei chiamava non più piemontese ma italiano; il
-grido di guerra: <i>Italia e Vittorio Emanuele</i>.
-</p>
-
-<p>
-Bisogna dirlo, quel grido non piacque a tutti.
-Prevaleva nella spedizione l'elemento repubblicano:
-la rivoluzione di Sicilia e la impresa d'aiutarla era
-opera di Mazzini, ma in quegli anni il vento spirava
-dalla parte della concordia. E poi! se quel
-grido lo dava Garibaldi, doveva essere tenuto pel
-buono, perchè egli in quel fatto era tutto.
-</p>
-
-<p>
-Intanto si vedeva lì in faccia la riva, un villaggio,
-una torre su cui sventolava la bandiera tricolore.
-</p>
-
-<p>
-Era Talamone.
-</p>
-
-<p>
-Come se il fato valesse ancora nella vita dei
-<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span>
-popoli e dei Re, proprio là in quel riposto seno
-della terra Toscana già Stato dei Presidii, piantato
-dagli Spagnuoli nel fianco del Granducato, Garibaldi
-fatti scendere a terra i Mille, sceso egli stesso
-vestito da generale dell'esercito piemontese, doveva
-pigliarsi tre cannoni da sei e una vecchia colubrina
-forse del Seicento, con centomila cartucce, per
-andare a spegnere nelle Due Sicilie il regno spagnolo!
-</p>
-
-<p>
-E là, in Talamone, Garibaldi fece dar forme
-alla spedizione; quartier generale, stato maggiore,
-intendenza, corpo sanitario, genio, compagnie, carabinieri
-genovesi, guide, tutto fu fatto alla brava e
-rapidamente.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Il colonnello ungherese Stefano Türr fu primo
-aiutante di campo del Generale. Aveva allora trentacinque
-anni. E sapeva cos'era stato il dolore
-della sua Ungheria e quello dell'Italia nel Quarantanove.
-Sapeva cosa volevano dire le ansie del
-condannato a morte, liberato quasi all'ora del supplizio;
-e sapeva le gioie del cospiratore nell'impaziente
-attesa della riscossa. Aveva combattuto
-l'anno avanti sotto Garibaldi in Lombardia, e a
-Tre Ponti aveva sparso il suo sangue tra i cacciatori
-delle Alpi.
-</p>
-
-<p>
-Ora egli era lì, a lato di quel Grande. Forse
-<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span>
-quel contatto gli diè l'ultima tempra; e il Türr dopo
-la guerra di Sicilia doveva smettere le armi per
-darsi tutto alla vita civile. Fu diplomatico, consigliere
-d'alleanze, tagliatore d'Istmi, costruttore di
-canali; va ancor pel mondo, quasi ottuagenario,
-a far sentire la sua voce, dovunque bisogni gridare
-la pace e la libertà. Mille quattrocento anni
-fa, dal suo paese veniva Attila!
-</p>
-
-<p>
-Ungherese come il Türr, un po' più giovane di
-lui, aiutante anch'esso del Generale, v'era il Tuköry,
-che veniva a offrir l'ingegno e la vita a
-quest'Italia, la quale, nel Cinquantanove, in certa
-guisa aveva disdetto la fratellanza di sventure e
-di speranze, che l'avevano legata fino allora alla
-patria sua. Diceva egli così senza raffaccio, ma
-con dolore; forse presago di dover morir presto,
-come morì di ferita toccata nell'assalto di Palermo.
-Ma Palermo liberata gli fece funerali che furono
-un'apoteosi, e chi li vide intende meglio quelli di
-Ettore in Omero.
-</p>
-
-<p>
-Poi c'era il Cenni, di Comacchio, uomo di quarantatrè
-anni, avanzo di Roma e della ritirata di
-San Marino; uno tutto fremiti, che ad averlo vicino
-pareva di camminare col fuoco in mano presso una
-polveriera.
-</p>
-
-<p>
-V'era l'ingegnere Montanari di Mirandola,
-anch'egli avanzo di Roma, che aveva trentott'anni
-e ne mostrava cinquanta, per la tetraggine che gli
-<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span>
-avevano impresso le meditate sventure del paese.
-Ma, contrasto quasi d'arte, egli stava a lato un senese,
-che da giovane aveva fatto versi sembrati al Niccolini
-cose degne del Foscolo. Ne' suoi ventisei anni,
-bellissimo, forte, era sempre gaio come se gli cantasse
-una allodola in core. Era quel povero Bandi, che
-cinque ferite di piombo non poterono poi uccidere
-sul colle di Calatafimi, e doveva campare ancora
-trentacinque anni, per essere ucciso quasi vecchio e
-a ghiado, da uno a lui sconosciuto.
-</p>
-
-<p>
-E c'era Giovanni Basso, nizzardo, ombra più
-che segretario del Generale, ch'egli aveva visto
-sublime a Roma, umile ma ancor più sublime da
-povero candelaio alla Nuova York. E c'erano il
-Crispi allora poco conosciuto, e l'Elia anconitano,
-che poi a Calatafimi fu quasi ucciso mentre si lanciava
-a coprire Garibaldi. C'erano il Griziotti pavese
-di trentott'anni, uomo di bella mente ma di
-cuore più bello ancora; e il Gusmaroli di cinquanta,
-antico parroco del Mantovano, che come
-l'Eroe dell'<i>Enriade</i>, andava tra quei che uccidono,
-senza difendersi e senza mai pensare ad uccidere.
-Ma il tocco michelangiolesco lo metteva in quel
-gruppo Simone Schiaffino, bel capitano di mare,
-che pareva andasse studiando Garibaldi, per divenir
-simile a lui nell'anima, come gli somigliava
-già un po' nel volto; biondo come lui, assai più
-aitante di lui, con un petto da contenervi cento cuori
-<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span>
-d'eroe. Vai, vai o giovane sognatore, nato a campar
-forse novant'anni, vai! tra otto giorni cadrai
-sul colle di Calatafimi con la bandiera in pugno,
-nell'ora quasi disperata della battaglia. Ma avrai
-questo onore, che a chi gli dirà la tua morte, Garibaldi
-griderà se gli sembri quello il momento di
-annunziargli una pubblica sciagura! A quale età,
-dopo quali alte fortune, avresti potuto meritare un
-elogio funebre come quello? Era detto da lui, mentre
-si combatteva su quel colle per far l'unità d'Italia,
-o perderla forse per sempre.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Allo Stato maggiore generale presiedeva il Sirtori.
-Antico sacerdote, aveva chiuso per sempre il
-suo breviario, portandone scolpito il contenuto nel
-cuore casto, e serbando nella vita la severità e la
-povertà dell'asceta claustrale. Spirito rigido, cuore
-intrepido, ingegno poderoso, nel Quarantanove, con
-l'Ulloa napoletano, era stato ispiratore del generale
-Pepe nella difesa di Venezia. Poi, esule in Parigi,
-aveva visto indignato, trionfare Napoleone III.
-E la vita gli si era fatta un gran lutto. Non aveva
-perdonato all'Imperatore il 2 dicembre, neppure
-vedendolo poi scender nel Cinquantanove con centotrentamila
-francesi a liberargli la sua Lombardia;
-anzi, antico soldato della patria, s'era astenuto dal
-venire a quella guerra imperiale. Ma la guerra
-stessa, com'era seguìta, gli aveva insegnato a non
-<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span>
-illudersi più. Ed era a quarantasette anni, era lì
-con quella sua faccia patita, incorniciata da una
-strana barba bionda, esile alquanto della persona,
-silenzioso, guardato come se portasse in sè qualcosa
-di sacro, forse le promesse dell'oltretomba; pareva
-il Turpino di quelle gesta.
-</p>
-
-<p>
-Da lui dipendevano, come capitani, un Bruzzesi
-romano di trentasette anni; il matematico Calvino
-esule trapanese di quarant'anni, Achille Maiocchi
-milanese di trentanove e Giorgio Manin, figlio del
-gran Presidente della repubblica veneziana, che non
-ne aveva ancor trenta.
-</p>
-
-<p>
-Ufficiali minori seguivano Ignazio Calona palermitano,
-un gran bel sessagenario che a guardarlo
-nel viso pareva di leggere le poesie del
-Meli: seguiva il mantovano ingegner Borchetta di
-trentadue anni, gran repubblicano; ultimo v'era
-un giovane tenente dell'esercito piemontese, disertato
-a portar tra i Mille il suo cuore. Questi
-doveva morire a Calatafimi sotto il nome di
-De Amicis, ma veramente si chiamava Costantino
-Pagani.
-</p>
-
-<p>
-E poi veniva il grosso del piccolo esercito; e
-qui siamo al secondo libro dell'<i>Iliade</i>:
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>Della turba...... io nè parole</p>
-<p>Farò nè nome, che bastanti a questo</p>
-<p>Non dieci lingue mi sarian nè dieci</p>
-<p>Bocche, nè voce pur di ferreo petto.</p>
-<p><span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span></p>
-<p>Di tutta l'oste</p>
-<p>Divisar la memoria altri non puote</p>
-<p>Che l'alme figlie dell'Egioco Giove:</p>
-<p>Sol dunque i Duci....... accenno.</p>
-</div>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Alla testa della prima compagnia, chi se non Bixio?
-Pareva uno, chiamato al mondo in un momento
-di grande ira da un padre, che offeso per chi sa
-quale perfidia della vita, si fosse rifugiato nel seno
-della famiglia amata per non morir di collera o di
-dolore. Era nato nel 1821 in Genova, allora davvero
-piena d'ira per essere stata messa sotto il Piemonte.
-Stolta Santa alleanza! Per uccidere una repubblica,
-aveva sottomesso al Re di Sardegna la città che
-per bocca di Giuseppe Mazzini, doveva poi dare
-quel grido che si sarebbe risolto nella fine del regno
-Sardo e nella creazione di quello d'Italia!
-</p>
-
-<p>
-Era quel Bixio che già nel Quarantasette, in
-una via di Genova, fattosi alle briglie del cavallo
-di Carlo Alberto, gli aveva gridato: «Dichiarate, o
-Sire, la guerra all'Austria e saremo tutti con voi!»
-Nel Quarantotto era volato in Lombardia con Mameli;
-con Mameli era stato a Roma dove era parso
-l'Aiace della difesa, e il 30 aprile vi aveva fatto prigioniero
-tutto un battaglione di francesi. Poi aveva
-navigato; nel Cinquantanove aveva riprese l'armi,
-non qui riluttante a fare la guerra regia, e facendola
-<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span>
-bene: adesso era capitano del <i>Lombardo</i>, ma
-in terra avrebbe comandata la prima compagnia.
-</p>
-
-<p>
-Il Dezza ingegnere e il Piva che dovevano divenire
-generali dell'esercito italiano, erano suoi luogotenenti;
-e sergenti e soldati, benchè fior d'uomini
-tutti, badassero bene con chi avevano da fare, chè
-con lui, non dico paurosi, ma solo inesperti o disattenti
-o svogliati c'era da essere inceneriti.
-</p>
-
-<p>
-Egli doveva essere alla fine uno dei grandi che
-conducono eserciti, ma dapprima guardato con qualche
-sospetto, poi apprezzato, poi riconosciuto: e sei
-anni dopo, la sera della battaglia di Custoza, il generale
-Della Rocca, personificazione del militarismo
-di scuola, osò dire di lui a Vittorio Emanuele che
-lo mettesse alla testa dell'esercito per la pronta rivincita.
-Anche il Bixio era uomo eroico nel senso
-largo e moderno: compita l'Italia, entrato nel Settanta
-in quella Roma da cui era uscito vinto nel
-Quarantanove, ripigliava le vie dei mari, e andava
-cercando in Oriente come far ricca l'Italia.
-</p>
-
-<p>
-La seconda compagnia detta dei Livornesi, perchè
-livornesi erano quasi tutti i suoi ufficiali e sott'ufficiali,
-fu affidata a un Orsini palermitano, uomo
-già di quarantacinque anni, ufficiale d'artiglieria
-borbonico da giovane, e poi della isola sua nella rivoluzione
-del 1848. Da quell'anno era vissuto esule
-in Levante ai servizi della Turchia, colonnello dell'arma
-nei cui studi era stato allevato.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span>
-</p>
-
-<p>
-Per la stessa ragione che la seconda fu chiamata
-dei Livornesi, la terza compagnia poteva dirsi dei
-Calabresi, perchè calabresi erano lo Sprovieri che
-la comandava e Lamenza e Piccoli e Santelmo suoi
-ufficiali. V'erano inquadrati degli uomini come il
-Braico, il Carbonelli, il Damis, il Mauro, il Mignogna,
-il Plutino, lo Stocco, il Miceli, e medici, e avvocati,
-e ingegneri e futuri ministri, e generali, tutti
-fra i trentasei e i cinquant'anni, tutti di Calabria
-e di Puglia, e molti vissuti dieci anni compagni del
-Poerio, del Settembrini, del Duca di Castromediano,
-nelle galere di Montefusco o di Montesarchio, dove,
-invece di custodi pietosi come lo Schiller e il Kubinsky
-dello Spielberg, avevano trovato dei birri
-appena degni di stare nella Caina di Dante.
-</p>
-
-<p>
-La quarta compagnia toccò al La Masa, siciliano
-di Trabia, esule quarantenne. Era un singolare uomo
-costui! Con un'aria tra d'arcade romantico e
-di evangelista, grandi cose doveva aver sentite di
-sè e grandissime essersene augurate. E sin a un certo
-punto le aveva conseguìte. Si diceva di lui che nel
-gennaio del 48 aveva decretata da sè la rivoluzione
-per il dodici preciso, genetliaco del Borbone, firmando
-audacemente col proprio nome, per un Comitato
-che non esisteva, il bando di guerra.
-</p>
-
-<p>
-Alcuni conoscevano di lui tre volumi di Storia
-della rivoluzione siciliana di quell'anno grande: pochi
-sapevano che in Brescia dov'era andato crociato alla
-<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span>
-guerra lombarda, aveva sposata la duchessa Bevilacqua,
-sorella di quell'Alessandro finito a Sommacampagna
-sotto le sciabole dei croati. Biondo, esile,
-quasi bello, il La Masa parea più uno scandinavo
-che un siciliano. Forse aveva nelle sue vene un rigagnoletto
-di sangue normanno. E ambizioso dicono
-che fosse assai, e forse fin sognatore d'un restaurato
-Regno con lui Re dell'isola, dove tornava dopo
-averne quasi conquistato un altro nell'Italia settentrionale,
-tante erano le ricchezze della casa dei Bevilacqua.
-</p>
-
-<p>
-Alla testa della quinta compagnia sonava il nome
-degli Anfossi nizzardi, glorioso pel caduto delle cinque
-giornate di Milano. Ma ahimè! il vivo non era
-del valor del morto. Però la inquadravano degli ufficiali
-subalterni che bastavano a raccoglier l'anima
-della compagnia come un'arma corta nel pugno.
-V'era tra essi il Tanara, una specie di Rinaldo combattente
-per la giustizia in un mondo che a lui fu
-ingiusto e che non seppe mai il cuore ch'egli ebbe.
-In quella compagnia, nulla di regionale. C'erano un
-centinaio di uomini di tutte le terre italiane, vi si
-sentivano tutte le nostre parlate, vi si vedevano
-delle teste di tutte le tinte, e di grigie e di già
-bianche parecchie.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-Ma ecco alla sesta il più bello degli otto capitani.
-Era un biondo di trentatrè anni, alto, snello,
-<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span>
-elegante. Si sarebbe detto che se avesse voluto volare,
-subito gli si sarebbero aperte dal dosso ali
-di cherubino. Parlava un bell'italiano, con leggero
-accento meridionale, gestiva sobrio e grazioso come
-un parigino; nel portamento pareva un soldato
-di mestiere, negli atti e nei discorsi un Creso vissuto
-tra le delizie dell'arte, in qualche gran palazzo
-da Mecenate. Si chiamava Giacinto Carini,
-nome di borghesi e nome anche di Principi siciliani,
-che a lui già nobilissimo della persona, dava
-un'aria alta e singolarmente aristocratica. In lui
-v'era il generale che sei anni dopo avrebbe comandata
-una divisione italiana all'attacco di Borgoforte;
-e da lui fu detto un giorno che se alla
-morte di Pio IX fosse venuto, come venne, al seggio
-di San Pietro il Vescovo di Perugia ch'ei ben
-conosceva, l'Italia avrebbe avuto il Papa iniziatore
-di quella vita che ancor si aspetta.
-</p>
-
-<p>
-Sfila la settima compagnia, studenti dell'università
-pavese, lombardi, milanesi eleganti ricchi e
-prodi, e veneti che la graziosa mollezza natia,
-temperavano alla baldanzosa audacia dei compagni
-nati tra l'Adda e il Ticino.
-</p>
-
-<p>
-La comandava il Cairoli di trentacinque anni,
-e pareva così contento, aveva un'aria così paterna,
-che uno avrebbe detto: «Certo a costui è stato
-dato ogni suo soldato da ogni madre in persona,
-perchè se non è necessario sacrificarlo glielo riconduca
-<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span>
-puro e migliore.» Ah il contatto con
-quell'anima! Molti vanno ancora pel mondo, che
-vissero giovanetti sotto quell'occhio, in quei giorni
-di altissima scuola, e ne portano la luce e l'esempio
-tra la gente, che pur divenuta scettica, crede,
-non ostante tutto, che un mondo migliore sia stato....
-e assetata di bene spera che torni.
-</p>
-
-<p>
-E l'ultima era l'ottava. L'aveva raccolta quasi
-tutta nella sua Bergamo, Francesco Nullo, che la
-dava bell'e fatta ad Angelo Bassini pavese, certo
-di darla a chi l'avrebbe condotta da bravo. Era il
-Bassini un uomo che se avesse lanciato il suo cuore
-in aria, questo avrebbe mandata luce come il sole,
-e se lo avesse gettato nell'inferno, avrebbe fatto
-divenir buono Satana stesso. Lo dicevano coloro che
-avevano lette già le poesie di Petöfi. A Roma il 3 giugno
-del 49, nell'ora dello sterminio, s'era avventato
-quasi solo contro i francesi di Villa Corsini, percotendo,
-insultando, gridando a chi volesse ammazzarlo;
-e nessuno lo aveva ucciso. Aveva una testa
-che sembrava una mazza d'armi, ma l'espressione
-della sua faccia, ricordava quella di certi santi anacoreti.
-Sapeva poco, discorreva poco, ostinato nell'idea
-che gli si piantava nel capo, a chi lo vinceva
-di prove gridava: «Appiccati!» ma lo abbracciava,
-e gli dava subito retta intenerito e devoto. Per tutte
-queste sue doti, e perchè, aveva già quarantacinque
-anni, gli si erano lasciati volentieri metter sotto,
-<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span>
-Vittore Tasca, Luigi Dall'Oro, Daniele Piccinini,
-coi loro bergamaschi, quasi un centinaio e mezzo di
-quella gente Orobia, quadrata e intrepida sempre,
-sia che scelga la patria per suo culto, sia che ad
-altri ideali volga il pensiero: quella che parve ai
-siciliani formidabile per gli ardimenti, e per la serena
-fidanza nei vini dell'isola, bevuti ai banchetti
-liberamente, senza perdere dignità nè d'atti nè di
-parole. Non erano certo gli Ippomolgi di Omero,
-piissimi mortali.
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>Che di latte nudriti a lunga etade</p>
-<p>Producono i lor dì.</p>
-</div>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Ora ecco i Carabinieri genovesi, quarantatrè,
-quasi tutti di Genova, o in Genova vissuti a lungo,
-armati di carabine loro proprie, esercitati al tiro a
-segno da otto o nove anni i più, gente che s'era già
-fatta ammirare nel 1859, ben provveduta, colta,
-elegante.
-</p>
-
-<p>
-Li comandava Antonio Mosto, uomo non molto
-sopra i trent'anni, ma che ne mostrava di più:
-barba piena, lunga, sguardo acuto, ficcato lontano
-traverso agli occhiali a suste d'oro, come per guardare
-se al mondo esistesse il bene quale ei lo sentiva
-in sè. Quanto al coraggio era per lui cosa tanto
-sua, che non poteva credere vi fosse altri che non ne
-avesse.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span>
-</p>
-
-<p>
-Suo luogotenente era Bartolomeo Savi, un fierissimo
-repubblicano tutto nudrito di studi classici,
-e già ben sopra la quarantina; uomo austero e cruccioso,
-che guardava sempre con certo piglio di rimprovero
-Garibaldi, perchè s'era lasciato tirar dalla
-parte del Re. Ma lo seguiva, e lo seguì poi fino al
-giorno che, dopo Aspromonte, tutto gli parve falsato,
-e poco appresso tediato della vita si uccise.
-</p>
-
-<p>
-Inquadravano la compagnia Canzio, Burlando,
-Uziel, Sartorio, Belleno; e tra tutti, quei quarantatrè
-dovevan pagare un gran tributo nel primo
-scontro a Calatafimi. Cinque morirono, dieci vi
-furono feriti, ma la vittoria si dovette in parte
-alle loro infallibili carabine.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Non s'avevan cavalli, nè c'era tempo di far una
-corsa nella vicina maremma per pigliarne al laccio
-un branco; ma le Guide furono ordinate lo stesso.
-Erano ventitrè. Le comandava il Missori, l'elegantissimo
-milanese, passato dal culto delle Grazie
-a quello della sciabola, ma da prode. Suo
-sergente era Francesco Nullo, il più bell'uomo
-della spedizione. E avevano compagni dei giovanetti
-come il conte Manci di Trento, che pareva
-una fanciulla travestita da uomo, e dei vecchi di
-sessant'anni come Alessandro Fasola, carbonaro
-<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span>
-del 1821 col Santa Rosa, allora corso a quell'impresa
-con la baldanza d'un ragazzo, che fa la sua
-prima volata fuori della casa materna.
-</p>
-
-<p>
-E come in Talamone s'ebbero i tre cannoni
-d'Orbetello, e la colubrina levata da quel castelluccio,
-fu formata l'artiglieria alla cui testa fu
-messo l'Orsini. Povera artiglieria! Pareva davvero
-una cosa da celia, ma laggiù nell'isola fu poi vista
-a una prova da cui forse dipese la sorte della
-spedizione.
-</p>
-
-<p>
-Capo dell'Intendenza fu l'Acerbi, avanzo dei
-martirii di Mantova, e aveva seco uomini come
-Ippolito Nievo, e il Bovi, il Maestri, il Rodi, tre
-veterani questi ultimi, mutilati ciascuno d'un braccio,
-che parevano venuti per dire ai giovani: «Vedete?
-Eppure ciò non fa male!»
-</p>
-
-<p>
-In quanto al corpo sanitario fu affidato al dottor
-Ripari cremonese, vecchio avanzo delle catene
-politiche dell'Austria e di Roma; e gli erano compagni
-il Boldrini mantovano e il Ziliani da Brescia,
-valenti medici e grandi soldati. E poi di medici
-ve n'erano in tutte le compagnie, combattenti
-dei migliori, e da combattenti infermieri.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-La storia dovrebbe aver già detto e dirà che
-quella spedizione fu più che per metà composta
-d'uomini di studio e d'intelletto. Ne contava più
-d'un centinaio e mezzo che erano già o divennero
-<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span>
-poi avvocati, e così contava quasi un centinaio di
-medici, un mezzo centinaio d'ingegneri, una ventina
-di farmacisti, trenta capitani marittimi, dieci
-pittori o scultori, parecchi scrittori e professori di
-lettere e di scienze, tre sacerdoti, alcuni seminaristi,
-una donna: poi centinaia di commercianti,
-e centinaia d'artefici, operai il resto, contadini
-nessuno. E non sarà inutile dire che una quarta
-parte di quegli uomini era d'età fra i trenta e i
-quarant'anni; che un altro bel numero erano tra
-i quaranta e i cinquanta: forse un dugento, n'avevano
-da venticinque a trenta; i più erano tra i diciotto
-e i venticinque. Il vecchissimo era un genovese
-nato nel 1791, che da giovinetto aveva militato
-sotto Napoleone; il giovanissimo era un fanciullo
-d'undici anni, menato seco dal proprio padre medico
-vicentino.
-</p>
-
-<p>
-Non sarà inutile di aggiungere che trecentocinquanta
-di quegli uomini erano lombardi, centosessanta
-genovesi, il resto veneti, trentini, istriani
-e delle altre provincie dell'Italia superiore, con
-forse un centinaio di siciliani e napoletani tornanti
-dall'esilio. Stranieri accorsi per amor d'Italia ve
-n'erano diciotto, uno dei quali africano, l'altro
-d'America ed era il figlio del Generale.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span>
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-La sera dell'8 maggio Garibaldi rimbarcò la
-spedizione, e non per salpare ma per passar quella
-notte all'àncora nella rada. Temeva che il Ricasoli
-mandasse a fermarlo! La mattina del 9 i due vapori
-salpano, toccano Santo Stefano, vi stanno poco,
-poi via verso scirocco, navigano tutto quel giorno
-e la notte e quello appresso. A una certa ora del 10
-il <i>Piemonte</i> lascia addietro il <i>Lombardo</i>, e va, va,
-va, finchè sparisce.
-</p>
-
-<p>
-Ah! che nuova stretta per quei che navigavano
-sul <i>Lombardo</i>! Il Bixio in un momento che uno
-aveva osato mormorare contro di lui, mandò tutti a
-poppa, e gridò che il Generale gli aveva ordinato
-di sbarcarli in Sicilia, e che in Sicilia li avrebbe
-sbarcati, che là lo avrebbero appiccato, se così
-avessero osato, al primo albero che si sarebbe incontrato,
-ma in Sicilia giurava di sbarcarli. Parole che
-lasciavano il segno nell'aria come saette, e mettevano
-il fuoco nei petti e nelle teste. E quel <i>Piemonte</i>
-che se n'andava avanti da solo, s'era portato via i
-cuori. La sera non si vedeva più, e la malinconia
-era grande come l'ora del mare.
-</p>
-
-<p>
-Ma verso la mezzanotte il Bixio che stava sul
-ponte del comando, vide e fremette. Una nave, a
-lumi spenti, sorgeva innanzi a lui come un'ombra;
-e pareva venisse.... Era la morte? Ah! non a lui si
-<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span>
-poteva correre addosso per colarlo a fondo! Egli
-era uomo da arrembaggio. Su! dà la sveglia, tutti
-si destano, le baionette s'innastano, ognuno sta
-pronto; e il timoniere badi, viri e via; ora a quella
-nave, va addosso il Bixio. Mancava poco a dar
-l'urto, e sarebbe stato tremendo. Senonchè, una
-voce gridò: «Capitan Bixio! Volete mandarmi a
-fondo?» «Oh! indietro, indietro alle macchine — grida
-Bixio — Generale, non vedevo i fanali!»
-</p>
-
-<p>
-«Siamo nella crociera nemica», soggiunse tranquillo
-Garibaldi. I cuori s'apersero, Garibaldi, il Signor
-del mare, in quell'incontro salvava tutti.
-</p>
-
-<p>
-E insieme con Bixio, concertato d'allargarsi,
-navigarono di conserva il resto della notte. La
-mattina dell'11, videro il gruppo delle Egadi, che
-parevano venute su allora dal mare, verdi di tutti
-i toni, con rocce splendenti in alto, con una zona
-d'argento ai piedi; e più in là appariva la costa
-dell'isola. «La Sicilia, la Sicilia!» I Siciliani della
-spedizione se la bevevano cogli occhi, gridavano,
-benedicevano, abbracciavano gli altri; cose che nessuna
-lingua potrebbe narrare. Che città è quella?
-Marsala!
-</p>
-
-<p>
-Ma poi fu un volgersi di tutti a poppa, per
-guardare due navi, che correvano a vista d'occhio
-dietro di loro: «Avanti! Avanti!» Bixio gridava ai
-marinai che chi gli sbagliasse una manovra, sarebbe
-impiccato all'albero di maestra.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span>
-</p>
-
-<p>
-Marsala era ancora lontana, ma sembrava che
-la terra stessa venisse incontro ai due vapori, da
-tanto che questi correvano. E gli altri inseguivano,
-come leonesse in furia dietro a' cacciatori che avessero
-loro rapito i lioncelli. Alla fine ecco il porto!
-Il <i>Piemonte</i> lo imbocca e maestoso vi si pianta;
-Bixio investe col <i>Lombardo</i> contro la spiaggia.
-Era l'una pomeridiana.
-</p>
-
-<p>
-Cosa voleva dire quell'imbandierarsi d'una piccola
-nave da guerra, ancorata a sinistra del <i>Lombardo</i>,
-e quell'imbandierarsi di due grosse navi,
-ancorate a destra del <i>Piemonte</i>? Un marinaio del
-<i>Lombardo</i> spiegava che quella piccola era una nave
-borbonica, che invitava le navi grandi, che erano
-inglesi, a ritirarsi, perchè voleva far fuoco sui due
-vapori giunti. Rispondevano gli inglesi che avevano
-i loro ufficiali a terra, che le loro macchine non
-erano sotto pressione, e che però aspettassero un
-poco. Così almeno spiegava il marinaio del <i>Lombardo</i>
-tutto quello sciorinar di bandiere. E fu questo
-tutto l'aiuto inglese, di cui tanto si disse e si scrive
-ancora. Non però fu cosa da poco, perchè intanto la
-gente del <i>Piemonte</i> e del <i>Lombardo</i> si gettava giù
-nelle barche, e via vogava a terra. Ma presto le due
-navi che inseguivano, venute a tiro, si misero a farle
-addosso le cannonate. Povero <i>Stromboli</i>, povera
-<i>Partenope</i>! In poco più forse d'un'ora, tutta la spedizione
-fu a terra; un po' di sosta a ordinarsi, e poi
-<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span>
-una corsa a compagnie; carponi, ritti, come ognuno
-sapeva, tutti entrarono in Marsala.
-</p>
-
-<p>
-I cittadini trasognati, sbigottiti, non sapevano
-ancora cosa fosse quel cannoneggiamento, nè chi
-fossero quegli uomini nuovi che invadevano la città
-con l'armi in pugno, quasi tutti vestiti in borghese.
-Ma come seppero che era con essi Garibaldi,
-tutta la città balenò di una gran gioia, non s'udì
-più che il gran nome, parve che la rivoluzione vera
-della Sicilia cominciasse in quel momento.
-</p>
-
-<p>
-Quanto a Lui, disceso dal <i>Piemonte</i>, aveva
-messo il piede sul suolo dell'isola come su terra già
-sua; era salito nella città col passo lento d'Aiace,
-come se le cannonate non potessero toccarlo; forse
-in quel momento sentì che per la prima volta in
-sua vita, si trovava a entrar nell'azione, senz'altra
-autorità sopra di sè, libero e primo come la natura
-lo aveva fatto, e vide come in una prospettiva infinita
-chi sa quali grandi cose da farsi!
-</p>
-
-<p>
-E nella reggia di Napoli, cosa sarà stato in
-quell'ora? Quali sgomenti, quali pianti, quali furie?
-Erano stati dati ordini alla flotta, di colar a fondo
-i due vapori salvando le apparenze, e questo si
-seppe poi. Invece, il gran nemico di dieci anni
-prima, quello stesso di Velletri e di Palestrina, era
-sbarcato in terra del Regno, nel punto più lontano
-da Napoli sì, ma insomma era sbarcato; e forse fin
-da quel momento la reggia si sentì vinta. A quarant'anni
-<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span>
-di distanza, vien su dal cuore un senso
-strano di compassione.
-</p>
-
-<p>
-Lo <i>Stromboli</i> e la <i>Partenope</i> si sfogarono il
-resto della giornata a tirar cannonate, ma non
-proprio per bombardar Marsala, che s'era coperta
-di bandiere inglesi. Venne la notte, passò, spuntò
-l'alba; e i Mille erano già fuori della città pronti
-a marciare.
-</p>
-
-<p>
-Forse al Salto, o il 30 aprile a Roma, o a San
-Fermo vincitore, Garibaldi non fu così bello e
-raggiante come in quell'alba del 12 maggio, lì fuor
-di Marsala tra quei suoi Mille, che egli metteva in
-cammino verso l'ignoto. Di lì vedeva il <i>Piemonte</i>
-menato via a rimorchio dalle fregate borboniche, il
-<i>Lombardo</i> piegato su di un fianco e mezzo sommerso.
-E ciò voleva dire che in quei Mille doveva
-essersi piantato il sentimento, di non aver più a
-fare nulla col mondo di fuori dell'isola, e che da
-quel campo chiuso non sarebbero più potuti uscire
-se non vincitori.
-</p>
-
-<p>
-Dunque o vincitori, o morti, o galeotti nelle
-galere borboniche! Di là si vedevano bene le Egadi,
-smeraldi al sole, e si sapeva che nelle loro viscere,
-nell'orrida prigione, profonda sotto il livello del
-mare, giacevano quei di Sapri, i loro precursori!
-</p>
-
-<p>
-Trombe in testa, partirono. E va, va, va come
-nelle novelle; fatti due o tre chilometri tra vigneti,
-la colonna marciò poi tutta la prima giornata sotto
-<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span>
-quel sole che pareva colasse piombo, per un deserto
-senz'acqua, senz'alberi, senza coltura. Non videro
-un villaggio, non un ciuffo di case, nulla, tranne
-qualche branco di cavalli e qualche capanna che
-mettevano lo sgomento della vita in quelle solitudini
-sterminate. Ma verso il tramonto, apparve un
-gran casone su d'un poggio. Pagina da Cervantes.
-Forse la fata morgana? Era il feudo di Rampagallo.
-Allora la parola feudo rivelò tutta una storia. Chi
-la aveva mai intesa dire con sotto agli occhi la cosa
-vera? Lì dunque era il medioevo ancora in azione?
-Fu un senso di sgomento. Accamparono intorno. E
-nel crepuscolo alcuni ufficiali, che stavano aggruppati
-a discorrere sulla gran porta dell'immenso
-cortile di quel casone, udirono uno mettere nei loro
-discorsi la nota veridica. «Avete badato a quel deserto
-tutt'oggi? Si direbbe che siam venuti per
-aiutare i Siciliani a liberar la terra dall'ozio!» Era
-un uomo gigantesco, forse di trentacinque anni, si
-chiamava Rainero Taddei, era ingegnere. La sorte
-gli serbava la gloria di morire sei anni dopo, tenente
-colonnello a Custoza; ma per lui il posto da
-invecchiarvi lavorando, sarebbe stato là in quel
-feudo di Rampagallo, per morirvi dopo aver fatto
-fiorire tutto quell'immenso deserto, sul quale quella
-sera disse la verità dolorosa.
-</p>
-
-<p>
-La notte furono visti i primi insorti <i>Picciotti</i>:
-una cinquantina. Venivano a raggiungere il Generale,
-<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span>
-condotti dai baroni Sant'Anna e Mocarta. Vestivano
-di pelli di capra come fauni, erano armati
-di fucili da caccia che chiamavano <i>scoppette</i>, qualcuno
-aveva le pistole alla cintola e il pugnale. Le
-loro facce erano fiere, ma a trovarsi tra quelle
-compagnie giunte d'oltremare, come i conquistatori
-delle loro leggende, parevano trasognati. Garibaldi
-li accolse, li incantò subito, li tenne seco.
-Erano pur pochi, ma insomma riconoscevano in
-lui il Duce e la rivoluzione unitaria.
-</p>
-
-<p>
-Il giorno appresso a Salemi, dove i Mille giunsero
-sul mezzodì, fu ben altro. Tutte le campane
-sonavano a gloria, tutta la popolazione veniva loro
-incontro fuori di sè. E quando apparve il Generale
-fu addirittura un delirio; v'erano già le squadre
-di Monte San Giuliano, forse un migliaio di
-altri picciotti, e si dicevano cose meravigliose di altre
-squadre in cammino dalle terre intorno che venivano
-a Lui. Ma ahi quanti poveri, quante mani
-tese a mendicare, quanto squallore! A Salemi, su
-quel cocuzzolo di monte, egli si proclamò Dittatore
-per la libertà.
-</p>
-
-<p>
-Spese lassù due giorni a far dare l'ultimo assetto
-alle compagnie. E all'alba del 15 queste scendevano
-da Salemi, già avvisate che a nove o dieci
-miglia di là, si sarebbero trovate in faccia al nemico.
-E marciavano gioconde per la via consolare fino al
-villaggio di Vita, da dove la gente fuggiva gridando
-loro: «Meschini! meschini!»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span>
-</p>
-
-<p>
-Era ancora sgomenta dagli eccidi del Quarantanove!
-E si capì cosa volesse dire quel compianto,
-perchè apparvero subito le guide garibaldine, che
-tornavano in dietro di mezzo trotto, recando che
-di là dal colle il nemico era in posizione, e ben
-grosso.
-</p>
-
-<p>
-Sereno, lieto, quasi giovane, giunse allora Garibaldi.
-Poche parole, uno squillo, le compagnie
-furono mosse su per una collina brulla, s'arrampicarono,
-giunsero in cima, e di lassù videro l'altra
-collina in faccia balenar d'armi.
-</p>
-
-<p>
-Ora dunque era il momento di trar le sorti. E
-forse Garibaldi sperò che, a quel primo incontro, i
-Napoletani pigliassero chi sa quale risoluzione che
-facesse risparmiare il sangue, perchè stette a guardarli
-a lungo, circondato dal Türr, dal Sirtori, dal
-Tuköry? O lo sperò quando disse di portar nel
-punto più alto la bandiera tricolore e di farla sventolare?
-Insomma volle essere l'assalito, egli che pur
-era disceso nell'isola da assalitore! Quella, a sentir
-bene, era guerra civile.
-</p>
-
-<p>
-Ma verso il tocco e mezzo, il comandante napoletano
-mosse i suoi cacciatori giù per il pendio
-delle sue posizioni. Discesero questi a catene, snelli
-nelle loro divise turchine, furono presto nel piano
-che stava fra i due colli, e dal basso in su cominciarono
-i loro fuochi. «Non rispondete! non rispondete!»
-gridavano i capitani ai Garibaldini; e
-<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span>
-in verità facevano bene, perchè le venti cartucce
-ch'erano state date a ogni milite se ne sarebbero
-presto andate; così per parecchio, quei militi stettero
-freddi e immobili al fuoco; cosa da veterani.
-</p>
-
-<p>
-Ma poi s'udirono alcuni colpi dei carabinieri
-genovesi, fu sonata la diana, e il passo di corsa;
-sonava il trombettiere del Generale.
-</p>
-
-<p>
-Le compagnie si levarono, si serrarono, poi si
-apersero e precipitarono giù larghe in un lampo.
-Pioveva su di esse il piombo come gragnuola, e
-rombò anche la mitraglia; esse traversarono agilissime
-quel tratto piano sin a piè delle posizioni dei
-Napoletani. E pareva che sarebbero volate su come
-stormi di falchi; però quando furono a salire e
-guardarono in su, capirono che la giornata voleva
-essere sanguinosa. Il terreno era erto, l'erta fatta
-a terrazzi, i terrazzi parecchi: e a ogni terrazzo
-una schiera nemica che faceva fuochi di battaglione.
-</p>
-
-<p>
-I tecnici della guerra, pensano che Garibaldi
-abbia osato troppo andando a mettersi nel caso di
-dover accettare il combattimento, in condizioni sfavorevolissime
-pel numero e per le forti posizioni
-del nemico. Certo osò molto! Ma l'indugio a cercar
-la battaglia, e lì la più sapiente manovra per la più
-bella delle ritirate sarebbero stati senz'altro la sconfitta.
-Egli era come un gladiatore nel Circo; sentiva
-che egli e i suoi, poichè erano venuti d'oltremare
-<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span>
-per questo, lì sotto gli occhi delle squadre
-siciliane, e della gente che si vedeva gremita sulle
-alture intorno, come sui gradini di un anfiteatro,
-dovevano affermarsi coll'azione pronta quali che
-fossero i rischi; altro non era concesso che il cimentarsi,
-fossero anche stati i nemici dieci volte più
-forti: scansando egli il combattimento, l'anima siciliana
-non avrebbe più compresi nè quegli uomini
-per essa meravigliosi, nè Lui.
-</p>
-
-<p>
-E questo, come se il Generale avesse una virtù
-comunicativa sovrumana, questo fu sentito da tutti
-i suoi, anche dai meno esperti. Laonde più che condotti,
-conducendosi ognuno da sè, presto le compagnie
-si ruppero, i militi si mescolarono, non vi
-furono più unità tattiche, ma gruppi, manipoli,
-branchi di assalitori, che investivano alla baionetta
-le schiere nemiche, le fugavano, si piantavano al
-loro posto per tornar ad investirle sul secondo di
-quei terrazzi, e poi sul terzo, e poi sul quarto, sin
-che quelle si ridussero tutte insieme sulla cima del
-colle, e vi si serrarono più dense e più forti. Allora
-parve impossibile di poterle ancora affrontare. E a
-guardare in giù i già morti e i feriti, che strage!
-</p>
-
-<p>
-Mirabile a dirsi, il Sirtori era giunto sul suo
-gramo cavalluccio fin lassù, e sulla sua faccia pallida
-pareva espresso il desiderio di morire per tutti,
-giacchè l'ora era omai disperata.
-</p>
-
-<p>
-Ma Garibaldi, a piedi, seguìto dal Bixio a cavallo,
-<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span>
-che non lo lasciò quasi mai (come se venendo
-la rotta pensasse di pigliarselo su e fare il miracolo
-di salvarlo all'Italia), Garibaldi s'aggirava tra le file
-raccolte intorno al ciglio della vetta su cui i Regi
-urlavano «Viva» al loro lontano Re. E incorava
-con la sua parola tranquilla. «Riposate, figliuoli,
-riposate un altro poco, poi ancora uno sforzo e
-sarà finita.» Però vi fu chi gli vide negli occhi le
-lagrime.
-</p>
-
-<p>
-Infatti c'era da temere che alla fine con un
-contrassalto improvviso, i Regi si precipitassero su
-quella siepe di vivi, che si era fatta intorno a quell'ultimo
-ciglio. Davvero bisognava finirla! E a un
-tratto s'udì gridare: «La bandiera è in pericolo!»
-E una bandiera fu vista portata avanti ondeggiare
-un poco, in una mischia che le si fece intorno
-stretta e terribile, poi sparire. In quel momento, fu
-ripreso su tutta la fronte l'assalto, l'ultimo, concorde,
-violento, furioso; s'udì l'ultimo colpo di un
-cannone che fu scaricato dai napoletani mentre alcuni
-garibaldini vi erano già alla bocca; poi i Regi
-in rotta rovinarono via per l'altro declivio del
-colle, e se n'andarono protetti dai fuochi in ritirata
-dei loro mirabili cacciatori.
-</p>
-
-<p>
-Su quel colle, in quell'ora vespertina, in quella
-solitudine dell'isola, che dava a quei soldati il
-senso di esser fuori del mondo, l'unità d'Italia
-era moralmente fondata. Ora la Sicilia poteva osar
-<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span>
-tutto, il primo atto del dramma era già la catastrofe
-dei Borboni.
-</p>
-
-<p>
-Ma se i Regi avessero vinto? S'accapriccia il
-cuore, a immaginare Garibaldi rotto, i suoi a squadre
-a gruppi, a branchi, inseguiti, messi in caccia, uccisi
-per tutta quella terra; gli ultimi, ad uno ad
-uno, chi qua, chi là, scannati come fiere, fin sulle
-rive del mare, e la testa del Generale portata a Napoli
-chi sa da chi, che se la potesse guardare e finisse
-di tremare quel Re. Oh, questo poteva avvenire!
-In quel primo fatto d'armi, i Regi non avrebbero
-dato quartiere. E aveva veduto ben giusto Garibaldi,
-quando nel momento che la lotta pareva più disperata,
-avendo Bixio osato dirgli: «Generale, temo
-che bisognerà ritirarsi» egli aveva risposto con
-calma solenne: «Ma che dite mai, Nino? Qua si fa
-l'Italia, o si muore!»
-</p>
-
-<p>
-Invece il giorno appresso, tutto era gioia, e suonò
-il grand'ordine del giorno: «Soldati della libertà
-italiana, con compagni come voi posso tentare ogni
-cosa!» Parlava la verità; perchè di quei compagni
-trentuno erano rimasti morti sul campo, centottantadue
-giacevano feriti; e perchè egli nel fatto d'arme,
-avviato che fu il combattimento, aveva lasciato libero
-all'azione quel sentimento dell'assoluta necessità di
-vincere creato da lui, dalle circostanze, dalla coscienza
-di ciascuno dei suoi soldati, e perchè aveva
-diretto tutto col cuore.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span>
-</p>
-
-<p>
-Tre giorni appresso, i Mille salutavano già, dal
-passo di Renda, Palermo, immensa, laggiù sul mare
-coperto da navi da guerra di tutta Europa. Pareva
-loro di uscir da un mondo antichissimo, eppure non
-erano passati che quattordici giorni dalla partenza
-da Quarto!
-</p>
-
-<p>
-Nel campo di Renda, Garibaldi mise tutta l'arte
-sua: sfoggio di lavori da zappatori, avanzate, ritirate,
-scaramucce. E quando fu ben certo d'aver
-piantato nei difensori di Palermo l'idea che ei volesse
-tentarne l'assalto dalla parte di Monreale; improvvisamente,
-la sera del 21 maggio, che diede
-una notte tempestosa, levò il campo; e per monti
-senza vie, incamminò i suoi a una marcia notturna,
-che gli rimase nella memoria come uno dei suoi
-prodigi.
-</p>
-
-<p>
-All'alba del 22 è al Parco e vi si accova, vi sta
-un giorno senza che il nemico sappia dov'è; la Sicilia
-non dava spie. Il 23 è scoperto: la mattina del
-24, una colonna lunghissima uscita da Palermo viene
-a trovarlo. Ora il suo disegno comincia a colorirsi.
-Finge la ritirata, quasi la fuga, verso l'interno dell'isola,
-vola a Piana dei Greci, tirandosi dietro
-quella colonna: sul tramonto del giorno fugge di
-nuovo da Piana, mentre l'avanguardia nemica crede
-di averlo già per i capelli; fugge ancora con l'artiglieria
-in testa, per la strada di Corleone. Ma fattasi
-la notte, lascia andar l'artiglieria sola senza altro
-<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span>
-ordine che di fuggir sempre, e si pianta in una boscaglia
-poco fuori dello stradale. Ivi ha la gioia di
-sentir quella colonna borbonica passar nella notte,
-allontanarsi illusa d'andar dietro di lui. Andasse
-pure! tanta forza nemica di meno egli avrebbe
-trovata a Palermo.
-</p>
-
-<p>
-Il mattino appresso alla punta dell'alba, Garibaldi
-è già via da quella boscaglia. Con una marcia
-rapida a sinistra, sale a Marineo, la sera è a Misilmeri,
-il giorno appresso a Gibilrossa, nel campo dei
-<i>picciotti</i> del La Masa, e di là rivede la capitale.
-</p>
-
-<p>
-Quel giorno, lassù a Gibilrossa, furono a visitarlo
-alcuni ufficiali della marineria inglese. Cosa
-gli portavano? «Eh già! si diceva tra le compagnie,
-gl'Inglesi ci aiuteranno a staccar la Sicilia da Napoli,
-così che al Borbone sembri grazia conservarsi
-il continente. Poi se la piglieranno, e Napoleone si
-piglierà la Sardegna, e l'Austria si terrà la Venezia,
-e l'unità d'Italia con Roma rimarrà un sogno. Passeranno
-gli anni, moriranno Mazzini e Garibaldi e gli
-altri, e dell'unità italiana e di Roma non si parlerà
-più.» E chi vorrebbe giurare adesso che allora le cose
-non si potessero risolvere in questo misero modo? Tuttavia
-quegli Inglesi, ospiti graditi, girarono fra le
-compagnie, sparsero la notizia che ai Mille era stato
-dato da Napoli il nome di Filibustieri; che il Governo
-borbonico aveva spacciato pel mondo d'averli
-vinti a Calatafimi, vinti al Parco, vinti sempre, e
-<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span>
-che in Palermo il Vicerè aveva pubblicato la rotta
-e la fuga di Garibaldi.
-</p>
-
-<p>
-Quella stessa sera si udì pel campo che Garibaldi
-aveva detto: «Stanotte a Palermo.»
-</p>
-
-<p>
-E come fu notte, il campo si mosse a scender
-dalla montagna, giù per un sentiero quasi appena
-tracciato di balza in balza.
-</p>
-
-<p>
-Stavano alla testa una parte dei Mille, prima le
-Guide e poi i Carabinieri genovesi, poi parte delle
-squadre del La Masa, appresso il gruppo dei Mille, e
-in coda tutta la moltitudine armata di picche o di
-che che si fosse.
-</p>
-
-<p>
-L'ordine era di marciar in silenzio, serrati, per
-giungere di sorpresa sul nemico che bivaccava fuori
-le porte, e di non rispondere al fuoco, ma investire
-alla baionetta, rompere, entrare nella città.
-</p>
-
-<p>
-Ah, se tutto fosse stato fatto a puntino! i Regi
-del Ponte dell'Ammiraglio sarebber stati colti nel
-sonno, e la colonna, passando sui loro corpi, entrava
-in Palermo di colpo. Ma i Picciotti con le loro grida
-diedero troppo presto l'allarme. Pur non ostante quel
-guaio, non ostante la resistenza ben fiera che opposero
-i Regi del Ponte, l'impeto dell'assalto fu tale
-che in breve ora Garibaldi era nel cuore della città,
-sulla piazza Bologni.
-</p>
-
-<p>
-Allora tuonò la prima campana a stormo, e poi
-altre ed altre; la città si svegliava. Era la domenica di
-Pentecoste, ma per Palermo la Pasqua di Resurrezione.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span>
-</p>
-
-<p>
-Cominciò quel mattino la bufera infernale, che,
-scatenata sulla gran città, doveva durare tre giorni.
-I Mille e le squadre si sparsero per le vie, marciarono
-al centro della città, e dal centro, qua combattendo,
-là senza trovar difese, si allargarono poi alla
-periferia di essa. E così si chiusero entro il cerchio
-di fuoco che i Regi fecero loro intorno dalle caserme,
-dal Palazzo Reale, dai bastioni, dalle fortezze;
-e Castellamare cominciò a lanciar bombe.
-Potevano i Regi irrompere improvvisi da tutte le
-parti al centro e opprimere tutto, a un tratto; ma nel
-pomeriggio principiarono le barricate cui si lavorava
-persin dalle donne. Fu presto un vero furore.
-Al secondo giorno si vedeva già che in Palermo non
-sarebbe rientrato il nemico per molto che fosse, senza
-averne fatto un mucchio di rovine. Cadevano case
-intere sotto le bombe, cadevano per gli incendi;
-l'ira del popolo cresceva, non s'udiva gridar altro
-che guerra e morte e viva Santa Rosalia. Al terzo
-giorno tutta la città era nelle vie; le case rovinate
-non si contavano più; si parlava di cittadini sepolti
-a centinaia, e si diffondeva un entusiasmo cupo e
-fanatico di morire.
-</p>
-
-<p>
-Nel pomeriggio di quel terzo giorno, corse voce
-che Garibaldi era andato sull'ammiraglia inglese, a
-un parlamento che i borbonici gli avevano chiesto.
-«Oh Dio! cos'ha mai fatto! — diceva la gente — e
-se lo pigliassero a tradimento?»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span>
-</p>
-
-<p>
-Era una grande angoscia. Ma fu sublime il popolo,
-sublime lui, quando, tornato da quel suo passo,
-s'affacciò a un balcone del Palazzo pretorio, e a
-quel mondo, fuso come in un sol essere sulla piazza,
-gridò: «Il nemico mi ha fatto delle proposte che
-credetti ingiuriose per te, o popolo di Palermo, ed
-io, sapendoti pronto a farti seppellire sotto le rovine
-della tua città, le ho rifiutate!» Non vi è lingua che
-abbia la parola degna d'esprimere il grido di quel
-momento. Dovettero arricciarsi i capelli anche a
-Lui; e forse egli si sentì divino, al suo apogeo,
-guardando sotto di sè quella moltitudine innumerevole
-di genti, che si abbracciavano, si baciavano, si
-soffocavano tra loro raggianti, le donne più ancor
-degli uomini, gridando a Lui: «Grazie! grazie!»
-Eppure aveva annunziato il loro sterminio!
-</p>
-
-<p>
-Ma la sera stessa di quel gran giorno, il suo
-cuore, sempre così sicuro, si turbò. Gli era venuta
-notizia dello sbarco di nuove milizie borboniche.
-Ancora pieno di quell'incendio d'anime destato da
-lui, forse ebbe pietà della tanta gente che il giorno
-appresso sarebbe morta; pietà di Palermo che si era
-abbandonata a lui, gridandogli che la facesse pur perire,
-piuttosto che lasciarla al tiranno. Studi il fenomeno
-chi indaga l'anima dell'individuo ne' suoi
-rapporti coll'anima delle moltitudini: il fatto è che
-egli dalla piazza del Palazzo Pretorio mandò al bastione
-di Porta Montalto un ordine che fece tremare
-<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span>
-chi lo portò e chi lo lesse; tremare per lui che parve
-d'un tratto impicciolito. Per fortuna la notizia delle
-nuove truppe borboniche era falsa, e di quell'ordine
-tacquero quanti lo conobbero, anzi si rimordevano
-di posseder quel segreto. Ma che sorpresa per tutti, e
-come dovette parer sublime Garibaldi a quanti di
-loro erano ancor vivi trent'anni di poi, quando lessero
-nelle sue memorie confessata candidamente
-quella sua ora di scoramento! Egli aveva pensato
-nientemeno che d'andarsene dalla città coi suoi
-avanzi di Mille! Altri eroi, forse Napoleone stesso,
-avrebbero fatto sparire chi d'un momento simile di
-loro debolezza avesse avuto soltanto il sospetto. Ma
-Garibaldi adorava la verità, e della gloria, intesa
-come si suole, non aveva concetto.
-</p>
-
-<p>
-Il quarto giorno dacchè Palermo combatteva, il
-Generale in capo borbonico, disperato di vincere,
-chiese a Garibaldi un armistizio. Garibaldi lo concesse,
-e per lui voleva dir aver vinto. E dieci giorni
-appresso, ventimila borbonici sfilavano a imbarcarsi,
-portando via nel cuore, per andare a diffonderla
-in tutto il Regno, la certezza che contro Garibaldi
-non era più possibile vincere. Intanto
-nell'anima siciliana fioriva la fantasia dell'Angelo
-che nelle battaglie riparava i colpi a Lui, Santo e
-parente di Santa Rosalia, nato da un demonio e da
-una Santa. E così si diceva nei salotti, dove le gentildonne
-domandavano agli ospiti venuti di oltremare
-<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span>
-se avessero mai visto quell'Angelo: e così si
-diceva dal popolo, e si cantava e si credeva. Chi
-vide quei momenti deve essersi formato l'idea di
-come sian sorte certe religioni nel mondo.
-</p>
-
-<p>
-Così dalla partenza da Quarto erano passati
-trentacinque giorni. La traversata coi suoi tedi, con
-le sue allegrezze e co' suoi terrori, lo sbarco prodigioso,
-le marce traverso l'isola, proprio quasi ancor
-immersa nel Medio evo, dove uno poteva sentirsi
-nel suo clima storico e credersi bizantino,
-saraceno, normanno, qual che volesse; quell'andar
-applauditi tra le genti, ma sempre soli e quasi soli
-con Lui, come una tribù errante in cerca d'un
-mondo ideale; i bei fatti d'arme, le ritirate, i ritorni
-e la entrata inverosimile in Palermo e la
-vittoria finale più inverosimile ancora, furono il
-meraviglioso dell'epopea garibaldina, e già fin
-dallo stesso momento che finiva pareva una cosa
-antica quasi sognata, anche a chi l'aveva vissuta.
-</p>
-
-<p>
-Poi l'epopea cedette alla storia.
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>.... E Dante dice a Virgilio:</p>
-<p class="i2">«Mai non pensammo forma più nobile</p>
-<p class="i2">D'eroe.» Dico Livio, e sorride,</p>
-<p class="i2">«È de la storia, o poeti.»</p>
-</div>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Ora la Sicilia era aperta a chi vi volesse accorrere.
-L'Italia superiore e la centrale, mandavano
-<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span>
-il Medici, il Cosenz, il Corte con le loro brigate di
-volontari. La guerra continuava con tutte le migliori
-regole della sua arte, e Milazzo fu una battaglia
-quasi classica; ma il maraviglioso lo metteva
-sempre e per tutto Lui.
-</p>
-
-<p>
-Appunto a Milazzo, in un momento assai dubbioso,
-mentre egli si trova a piedi tra poche Guide
-che gli fanno scorta, gli rovina addosso una furia
-di lancieri napoletani. Urta il Capitano borbonico
-su di lui calando un fendente da dividerlo in
-due; ma Garibaldi, senza scomporsi, para il colpo
-come dicesse: «Che vuol costui?» e parando, uccide.
-Il Missori, lo Statella che sparano ripetuti
-colpi di rivoltella come se avessero in pugno il fulmine,
-sgombrano il terreno intorno da quei lancieri
-atterriti, forse ancora ignari di quella sorta
-d'armi. Ed egli, come se quella tragedia non fosse
-sua, e perchè era crucciato di non trovar un'altura
-da dove si potesse guardare nella battaglia, vista
-in mare la sola nave della sua marineria cui aveva
-fatto dare il nome di «Tuköry», vi corre, voga
-là, giunge, sale come un mozzo sulla gabbia di
-maestra, guarda, vede, rivola a terra, dà ordini, e
-due ore appresso la battaglia è vinta. Ma allora lo
-secondavano e lo interpretavano uomini come il
-Medici e il Cosenz, ufficiali superiori come il Malenchini,
-il Migliavacca, il Guerzoni; e gli ufficiali minori
-menavano nella battaglia militi, ai quali i
-<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span>
-tempi e la parola del Mazzini e l'opera di lui avevano
-messo nel sangue che tra le cose gentili e
-forti, il morir per la patria era la più gentile e
-forte di tutte.
-</p>
-
-<p>
-Per la vittoria di Milazzo la Sicilia si poteva
-dir libera; e già l'occhio di Garibaldi era sullo
-Stretto, sulla Calabria, di là. Ora si sarebbe visto!
-Dieci fregate, cinque corvette a vapore, due vascelli
-e quattro fregate a vela e molti legni minori,
-tutta la marineria borbonica poteva serrarsi nello
-Stretto. Da Scilla a Reggio stavano dodicimila soldati
-tra le fortezze, e in Calabria e oltre fino a Napoli
-ne campeggiavano ancora ben centomila. Non
-bastava. Nell'ora grave si faceva addosso a Garibaldi
-la diplomazia, gli si voleva tôrre la Sicilia
-annettendola subito al Regno di Vittorio Emanuele;
-e Vittorio stesso gli mandava per un suo
-fido una lettera in cui lo esortava a non proseguir
-nell'impresa. Egli lesse, e rispose che al termine
-della sua missione avrebbe deposto ai piedi di Sua
-Maestà l'autorità che le circostanze gli avevano
-data, e ch'avrebbe ubbidito poi, pel resto della sua
-vita.
-</p>
-
-<p>
-Intanto le brigate che avevano combattuto a
-Milazzo e le divisioni di Türr e di Bixio che avevano
-girato largo nell'isola, marciavano a posarsi
-tra Catania e Messina.
-</p>
-
-<p>
-E allora egli si pianta alla Torre del Faro. Lì
-<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span>
-incomincia il maraviglioso. Fa armar coi cannoni
-di Milazzo quel promontorio di sabbie, raccoglie là
-intorno un centinaio di barche, e la notte dell'8 di
-agosto fa tentar il passaggio dal Musolino calabrese,
-cui dà compagni Missori, il più elegante dei
-suoi cavalieri, e Alberto Mario, il più gentile e altero
-de' suoi pensatori. Passarono quegli audaci, e
-poterono toccar l'altra sponda, tentarono di sorprendere
-il fortino Cavallo ma vi fallirono, e dovettero
-rifugiarsi in alto dov'è Aspromonte, nome
-d'altri luoghi allora vago nelle epopee cavalleresche,
-ma che, come se fosse predestinato, doveva entrare
-tragico nella storia, due anni appresso. Bisognava
-aiutarli. La notte dell'11 il Dittatore fece passare
-quattrocento uomini su di una flottiglia di barche.
-Le conduceva il Castiglia.
-</p>
-
-<p>
-Vogarono nelle tenebre. A mezzo il Canale, furono
-scoperte e cannoneggiate dalla <i>Fulminante</i> e
-dal <i>Fieramosca</i> che ivi incrociavano, e dovettero tornar
-al Faro. Ciò per Garibaldi non volle dir nulla.
-Egli non presumeva certo di conquistar la costa
-della Calabria con sì poche braccia; ma quello cui
-mirava gli seguiva, perchè con quei tentativi e col
-tutto insieme delle mostre che faceva dal Faro a
-Messina, metteva nella mente del nemico e vi fissava
-l'idea folle, che lì proprio, tra il Faro e Scilla,
-ei volesse trovar il punto al gran passo. E lo credevano
-già anche i suoi. Senonchè la notte del 12 agosto
-<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span>
-egli disparve. Lo indovinarono il mattino appresso
-tutti gli accampamenti garibaldini; sentirono che
-egli non c'era più, perchè parve mancasse qualcosa
-nell'aria che ivi si respirava.
-</p>
-
-<p>
-Dov'era? Già di là in Calabria? O era andato a
-Torino a parlar con Vittorio? Mistero! Ma egli era
-già in Sardegna, nel Golfo degli Aranci; v'aveva
-presi e fatti suoi, proprio da Dittatore, gli ottomila
-volontari che il Bertani, il Nicotera e il Pianciani
-v'avevano raccolti per gettarli nel Pontificio. E di là,
-data un'occhiata alla sua casetta di Caprera, li imbarcò
-e se li condusse a Palermo. Indi girata l'isola
-torno torno sino a capo Passaro e a Taormina, la
-notte del diciannove vi pigliò Bixio con i suoi, tagliò
-il Jonio, afferrò Melito tra Spartivento e Capo
-dell'Armi, sì gettò a terra con quattromila camicie
-rosse, e allora, giungessero pure le navi borboniche;
-anzi, eccole lì! Giungono l'<i>Aquila</i> e la <i>Fulminante</i>!
-Si sfoghino a bombardare il vapore <i>Torino</i>,
-ma la sorte di Napoli ora l'ha in mano Lui.
-</p>
-
-<p>
-Rapido come vento, assale Reggio all'alba del
-21 e se la piglia. Manda al Cosenz che passi dal
-Faro a Scilla, e Cosenz, come se l'ordine fosse incanto,
-passa lo Stretto nella notte tra il 21 e il 22!
-Così i generali borbonici Briganti e Melendezi
-co' loro 9000 soldati, chiusi tra i Garibaldini, il
-mare e i monti, dovettero mettere giù le armi o
-perire. E si arrendono. Ma che fare di quei prigionieri?
-<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span>
-Garibaldi spira su di essi una sola parola:
-se ne vadano alle loro case, per ora non sono più
-soldati di nessuno.
-</p>
-
-<p>
-Allora cominciò lo sfacelo dei Regi, la guerra
-divenne una marcia militare di un esercito che
-s'avanzava e di uno che indietreggiava o fuggiva.
-E quali memorie a ogni passo! Ah! qui all'Angitola
-erano stati spenti i Musolino come i Fabi a Cremera.
-Qui avevano combattuto Domenico Romeo e i
-suoi: qui ecco il Pizzo, povero Murat! ecco il vallo
-di Crati, divini i Bandiera! Presto si vedrà la
-terra che bevve il sangue di Pisacane.
-</p>
-
-<p>
-Cede il generale Vial a Monteleone, dove, se il
-povero Francesco II avesse avuto un po' di cuore da
-soldato, sarebbe corso da Napoli per morirvi, o in
-quel passo terribile far morire chi voleva scoronarlo.
-Cede il generale Ghio a Soveria Manelli,
-dove alla sola apparizione di Garibaldi sfuma via
-come nebbia una divisione. Il Dittatore andava
-avanti ormai da sè. Le sue divisioni camminavano
-ancora a gran giornate per la Calabria, ed egli era
-già in quel di Salerno. Che faranno i 40,000 Borbonici
-che campeggiano là tra Salerno e Avellino?
-Si scioglieranno da sè anch'essi! Era fatale. La
-gran figura del Dittatore pare spiri innanzi a sè un
-vento che tutto sperde. E il 5 settembre in Napoli,
-anche Francesco II deliberava la ritirata oltre il
-Volturno, dando le poste per colà a tutti i fedeli
-<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span>
-piccoli e grandi. Il giorno appresso quel misero
-Re, con la superba e bellissima Regina s'imbarcavano
-per Gaeta sulla <i>Partenope</i>, scortati da due navi
-da guerra spagnole, perchè della flotta napoletana
-nessun altro legno volle seguirli.
-</p>
-
-<p>
-Ora Garibaldi è alle porte. Da Vietri per la
-strada ferrata a Salerno e a Napoli, al mezzodì del 7
-con il Bertani, il Cosenz, il Nullo, e due ufficiali,
-scende alla stazione, ricevuto dal ministro del Re di
-ieri. Monta in carrozza e via, al tocco, senz'altra
-scorta che quei suoi cinque, entra nella città, tra la
-folla che proprio fuori di sè dalla gioia stipa le vie.
-Passa dinanzi al forte di Castelnuovo, da dove la
-sentinella borbonica col picchetto di guardia gli
-presenta le armi. Oh se quei soldati, avessero osato
-far fuoco su quella carrozza, ed Egli fosse rimasto
-morto! Chi appende a fili così tenui le sorti delle
-genti? Si cura Iddio delle cose nostre, o dà talora
-a certi uomini qualche suo attributo? E la storia,
-superba, come si troverebbe a rispondere a chi la
-interrogasse così? Garibaldi era un'idea, l'incantatore
-passò, e il plebiscito vero che si fece poi, era
-già fatto idealmente quel giorno.
-</p>
-
-<p>
-Ora non alla Reggia egli va, ma al Palazzo
-del Governo, e vi si mette da padrone: e di lì, tre
-ore appresso, decreta che la flotta napoletana passi
-all'Ammiraglio di Vittorio Emanuele. Era troppo!
-E troppo avrebbe poi dovuto la Monarchia a Garibaldi.
-<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span>
-Gli uomini che ne facevano la politica, tra
-grandi e piccini, lo sentirono tutti.
-</p>
-
-<p>
-E perchè Garibaldi aveva osato, bisognava loro
-osare come lui: onde da Torino alle grandi cose di
-Napoli rispondeva com'eco la deliberazione di entrar
-nelle Marche e nell'Umbria, con un esercito del
-Re. Allora il Cavour trasse il dado.
-</p>
-
-<p>
-Avvenisse ciò che potesse, rompesse pur l'Austria
-dal quadrilatero; alla disperata, nel nome di
-Garibaldi e di Mazzini, il Cavour era uomo da incendiar
-mezza Europa.
-</p>
-
-<p>
-E l'osare fu premiato, perchè di quei giorni
-Russia e Prussia in un convegno a Varsavia accettavano
-anch'esse la politica del non intervento
-bandita da Napoleone e dall'Inghilterra: il mondo
-intero pareva convinto ormai che un popolo da cui
-venivano date prove così alte di vita non era più
-quello cui la Santa Alleanza aveva messo l'Austria
-sul petto.
-</p>
-
-<p>
-Ma dunque entrato Garibaldi in Napoli, l'epopea
-finiva con la sua glorificazione? Oh, no! La
-fine lieta non conveniva a un poema così novo e
-grande come era il suo; perchè le imprese dei grandi
-sono veramente epiche solo a condizione che essi
-nel chiuderle se ne vadano avvolti in un velo di
-alta mestizia! E poi c'erano ancora sulla destra del
-Volturno quarantamila soldati di Re Francesco.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span>
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Cinque giorni dopo l'entrata trionfale in Napoli,
-il Dittatore, di sulle navi che gliele portavano frettolose
-dalla Calabria, pigliava le sue divisioni, non
-lasciava loro godere neppur la vista della gran città,
-le lanciava a Caserta, a Santa Maria, dove correva
-egli stesso, e le piantava sulla sinistra del Volturno,
-per un semicerchio di venti chilometri. C'erano
-ventimila soldati ch'ei poneva di fronte a quarantamila,
-sostenuti da una fortezza come Capua, assetati
-di vendette, ebri di promesse per quando avessero
-rimesso in Napoli il Re.
-</p>
-
-<p>
-Bisognava stare ben desti e ben pronti!
-</p>
-
-<p>
-Sul Volturno i due eserciti passavano il settembre
-in preparativi, tastandosi talvolta fieramente
-qua e là. Ma il Dittatore sentiva che l'ora tragica
-s'appressava. Dalla sua specola di Monte Sant'Angelo,
-vedeva tutto, indovinava tutto ciò che si faceva
-nel campo nemico. Alla fine «Fate buona guardia»
-disse ai suoi luogotenenti, «domattina saremo attaccati.»
-E all'alba del 1º ottobre furono attaccati
-davvero.
-</p>
-
-<p>
-La narrazione della battaglia che pigliò nome
-dal Volturno fu scritta e subito e poi, e se ne scrive
-e se ne scriverà ancora. Ma a misura che le vanità
-se ne vanno, quella battaglia ingrandisce nella verità,
-e rivela come uno dei sommi capitani, colui
-<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span>
-che alle cinque pomeridiane, mentre si combatteva
-ancora, potè telegrafare a Napoli «Vittoria su tutta
-la linea.» E, disse vero il Guerzoni, fu vittoria
-piena, compiuta, gloriosa, e checchè altri abbia novellato,
-tutta dell'armi volontarie, tutta garibaldina;
-fu una delle più grosse battaglie che l'armi italiane
-abbiano combattuto. Ora l'esercito regio era vinto,
-ricacciato di là dal Volturno con l'animo rotto, perduto.
-</p>
-
-<p>
-Tuttavia bisognava tenerlo in rispetto, e così
-cominciò l'assedio di Capua! Non era cosa da Garibaldi
-star a tracciar parallele, scavar trincee,
-piantar delle batterie dinnanzi a una città fortificata
-con entro un popolo di vecchi, di donne, di bambini
-a patire. Pur bisognava star lì, aspettando che la
-fortezza si rendesse da sè. E furono giorni lunghi
-fastidiosi, crudeli. E già tra i volontari si facevano
-dei discorsi cupi. Perchè verrà qui l'esercito del
-Re vittorioso nelle Marche e nell'Umbria? Verrà
-da amico o da soverchiatore? Bisogna pur dire la
-verità: entrava negli animi una grande malinconia.
-Solo Garibaldi rasserenava tutti, quando si faceva
-vedere. E un giorno si seppe che il colonnello dell'artiglieria
-sua gli aveva chiesto di lasciargli lanciar
-su Capua alcune bombe, perchè il comandante della
-fortezza potesse rendersi senza perder l'onore. «Griziotti,
-no! — si diceva avesse risposto Garibaldi. — Se
-un fanciullo, una donna, un vecchio, morisse per
-<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span>
-una bomba lanciata dal nostro campo, non avrei
-più pace.» E Griziotti: «Ma i nostri giovani si consumano
-di febbri, i battaglioni si assottigliano, muoiono.»
-E Garibaldi a lui: «Ci siam venuti anche a
-morire!» — «Giungeranno i Piemontesi, Generale;
-essi non avranno riguardi, con poche bombe faranno
-arrender la città, poi diranno che tutto quello che
-facemmo finora, senza di loro non avrebbe contato
-nulla.» E Garibaldi: «Lasciate che dicano, non
-Siam venuti per la gloria.» Fu grande? Si cerchi
-nella storia uno eguale a lui!
-</p>
-
-<p>
-E i Piemontesi erano vicini davvero. O perchè
-Piemontesi? Non erano i soldati già di mezza Italia?
-Ma! Per antico vizio italico si parlava ancora così,
-quasi da tutti. Non però dal Dittatore.
-</p>
-
-<p>
-Egli aveva indetto il plebiscito pel 21 ottobre,
-e quel giorno le due Sicilie votavano la fine dell'antico
-Reame, e la loro annessione al Regno nuovo
-di Vittorio Emanuele.
-</p>
-
-<p>
-Tre giorni appresso, il Dittatore passava il Volturno
-a Formicola, con le divisioni di Bixio e di
-Türr. «Dove ci mena?» dissero i volontari: li menava
-a incontrare Vittorio che scendeva da Venafro. E il
-26 ottobre, presso Teano, su quella terra che vide
-Silla e Sartorio in guerra feroce, le avanguardie garibaldine
-aspettarono il Re. Presso a una casa bianca,
-a un gran bivio dove delle pioppe già pallide lasciavano
-cader le foglie morte, c'era il Dittatore tra
-<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span>
-molte camicie rosse. Ad un tratto si udì la fanfara
-reale del Piemonte. Tutti a cavallo! Qualcuno ricordò
-poi che, in quel momento un contadino mezzo
-vestito di pelli si volse ai monti di Venafro, e con la
-mano alle sopracciglia, fisso l'occhio forse a leggere
-l'ora in qualche ombra di rupe lontana. Nota epica
-anche questa. Erano quasi le otto, ed ecco un rimescolio
-nel polverone, poi un galoppo e dei comandi
-e degli evviva: «Viva, Viva, Viva il Re!»
-</p>
-
-<p>
-Allora quelli che erano là, videro un gran cosa.
-Comparve il Re, Garibaldi gli galoppò incontro, si
-diedero la mano: quel Dittatore che senza gloria di
-antenati aveva nel cuore tutta la forza che il popolo
-sa di rado rivelare, diede il saluto immortale
-che gridò Vittorio Re d'Italia. Chi mai a Carlo
-Alberto, quando appena salito al trono plaudì al
-concorso per un libro sui Capitani di ventura, chi
-gli avrebbe detto che uno condannato a morte in
-nome suo, come <i>bandito di primo catalogo</i>, sarebbe
-divenuto l'ultimo e il più grande e più puro
-della scuola d'armi dei Condottieri, e che 26 anni
-dopo avrebbe proclamato Re d'Italia il suo Vittorio
-in quei campi? Da quel giorno tutto volse
-rapidamente al termine. E il 6 novembre, nell'amplissimo
-viale che si protende dinnanzi alla reggia
-di Caserta, stavano le divisioni garibaldine già consapevoli
-d'esser messe in disparte. Ma era stato detto
-che il Re voleva passarle in rassegna. Quando sonarono
-<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span>
-le trombe i battaglioni si allinearono malcontenti.
-Apparve una cavalleria. Ah! quello che
-cavalcava alla testa non era il Re! Era Lui, col
-cappello all'ungherese calato giù, segno di tempesta.
-Passò quella cavalleria, giunse fino in fondo al
-viale, diede di volta, ripassò come un turbine, poi
-sparì. E poco appresso quei battaglioni furono condotti
-a sfilare dinanzi a Lui, piantato sulla gran porta
-del Palazzo Reale, come un monumento. Sentivano
-tutti che quella era l'ultima ora del suo comando, e
-a tutti veniva voglia d'andare a gettarsi ai suoi
-piedi e gridargli: «Generale, perchè non ci conducete
-tutti a morire? La via di Roma è là, seminatela
-delle nostre ossa!»
-</p>
-
-<p>
-Egli, pallido come forse non era stato visto
-mai, guardava quei plotoni passare, e s'indovinava
-che il pianto gli si rivolgeva indietro ad allagargli
-il cuore.
-</p>
-
-<p>
-Così finivano i canti centrali dell'epopea garibaldina.
-Quanto a lui, il 7 novembre entrava in Napoli
-con Vittorio Emanuele, l'8 gli consegnava il plebiscito,
-e all'alba del 9, su d'un vapore che portava
-il nome di <i>Washington</i>, suo vero fratello nei secoli,
-solo con quattro amici tornava a Caprera, quasi
-ancora con indosso gli stessi panni che aveva a
-Marsala.
-</p>
-
-<p>
-«E non ne fosse uscito mai più!» dissero coloro
-che non avendolo capito mai, non lo capirono
-<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span>
-due anni di poi, quando cadde in Aspromonte confermando
-col suo sangue la legge di Roma. Però
-quelli stessi tacquero, quando nella guerra del Sessantasei
-non poterono disconoscerlo, almeno pel suo
-sublime «<i>Obbedisco</i>!» Ma tornarono ad imprecarlo
-quando fece Mentana. Altri, quando udirono
-ch'egli vinceva per tre giorni di seguito a Digione,
-credettero di elevarsi molto, dicendo che certo i
-Prussiani non s'erano degnati di combattere seriamente
-contro di lui. Anche questo fu detto. Ma fece
-ammenda per tutti il general Cialdini. Parlando di
-lui co' suoi pari, disse da onesto e prode come era:
-«Nessuno di noi gli arriva al ginocchio.» Diceva
-il vero. Ma ancora più che gran capitano Garibaldi
-fu Uomo nuovo. Per ora non si sa ancora riconoscerlo.
-Fu scritto che come in geologia si stenta a
-liberarsi dal concetto che tutta la storia del nostro
-globo sia una successione di catastrofi per lotte terribili
-tra le forze del Caos, così nella vita dell'umanità
-non sappiamo liberarci dall'ammirare i violenti
-trionfatori, perchè moralmente siamo ancora
-assai deboli. Ma quando l'umanità, sarà più consapevole
-di sè, e forte e capace di libertà e di giustizia,
-il tipo dell'Uomo sarà riconosciuto in lui.
-Non se ne favoleggerà, come non si favoleggiò guari
-di Colombo: ma ad ogni forma nuova di bene che
-si verrà trovando ed attuando, il giudizio delle genti
-riconoscerà che Garibaldi quella forma l'aveva
-<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span>
-già in sè. Allora si capirà come ei dall'azione passasse
-alla solitudine, perchè costumi, leggi, tutto
-doveva parergli troppo disforme dalla vita come ei
-la sentiva. Ma la solitudine su d'uno scoglio, dove
-nessun uomo avrebbe saputo durare senza morir di
-tedio, egli la popolava con l'ingegno del suo gran
-cuore, facendosi di quell'umile punta un mondo
-infinito come l'anima sua.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span>
-</p>
-
-<h2 id="lirica">LA LIRICA</h2>
-
-<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br />
-<span class="x-small">DI</span><br />
-<span class="large g noserif">ENRICO PANZACCHI</span>.</p>
-</div>
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-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span>
-</p>
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-<p class="pad2">
-Dunque io vi parlerò nuovamente di poesie e
-di poeti, o amabili Signore, perchè così piacque al
-Comitato che stabilì il tema, e che mi diede anche
-il molto onorevole incarico di principiare la serie
-delle conferenze quest'anno; di queste conferenze
-così fortunate e, diciamo pure, anche così invidiate,
-soprattutto perchè ebbero sempre il vostro concorso e
-la benevolenza vostra.
-</p>
-
-<p>
-La conferenza mia di quest'anno sarà una
-continuazione di quella dell'anno scorso; ma i
-tempi sono molto mutati e non in meglio per noi.
-Cercai l'anno scorso di tratteggiarvi il gran quadro
-degli avvenimenti di quella singolarissima epoca.
-Idee nuove, uomini nuovi, avvenimenti strani,
-insperati: e sopra tutto questo una meravigliosa esaltazione
-nelle menti, un entusiasmo gaudioso e virtuoso
-nei cuori. Tanto che se ci avessero soccorso
-il senno e la concordia, era proprio da sperare che
-l'Italia ne uscisse con qualche felice risultato. Invece
-<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span>
-il senno e la concordia difettarono. Molti rettili, io
-vi diceva, strisciarono in mezzo a tutti quei fiori,
-molte ombre si mescolarono a quella luce; ed avemmo
-la catastrofe, la grande catastrofe, nobilitata
-dal valore italiano sotto gli spalti di Novara, sulle
-mura di Roma e a Venezia. Il detto di Massimo
-d'Azeglio: «credevamo di essere uomini ed eravamo
-invece dei fanciulli» riassume, e riassume
-purtroppo psicologicamente e storicamente tutta
-quell'epoca.
-</p>
-
-<p>
-Bisognava cambiare strada, bisognava mutare
-i metodi e la mèta. Era stato dunque un bel
-sogno la confederazione dei Principi italiani col
-Pontefice alla testa, e bisognava metterlo in disparte.
-Era stato un bel sogno la repubblica unitaria di
-Mazzini colla Costituente e non ci si poteva più
-pensare. S'imponeva insomma una nuova orientazione,
-la quale doveva avere per principio e per
-obbietto un regno italiano fortemente costituito e
-fedele alla libertà. Aveva dato già all'Italia l'esempio
-di lodevole coraggio nell'anticipare questa nuova
-orientazione Marco Minghetti, quando, d'improvviso,
-lasciava le anticamere del Papa, ove si cospirava
-contro l'Italia, per andare sotto le tende di
-Carlo Alberto ove si combatteva e si moriva per
-l'Italia. Aveva già dato esempio simile Terenzio Mamiani,
-quando, nella rovina di tutto e di tutti, aveva
-detto che ormai non restava patriotti altro partito
-<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span>
-da prendere che stringersi intorno alla Dinastia di
-Savoia ed attingere da essa gli auspicii e la forza
-dell'avvenire; Vincenzo Gioberti che aveva a Parigi
-abbandonata la sua utopia del <i>Primato</i> (di cui credo
-che fosse già guarito da un pezzo) e poneva il vigorosissimo
-intelletto alla formazione di un nuovo
-libro nel quale si studiavano i criterii ed i mezzi per
-un positivo rinnovamento italiano; Daniele Manin
-si era ormai mostrato persuaso che la sua repubblica
-veneta non era che un glorioso anacronismo evocato
-invano dalla illusione storica e dal sentimento generoso
-di tanti italiani, che per Venezia avevano
-dato l'anima e il sangue. Lo stesso Mazzini, pur
-non declinando dai suoi ideali dogmatici, si manteneva
-repubblicano, ma attestava e mostrava che
-soprattutto egli era unitario e che quando si mirasse
-veramente, efficacemente all'unità, non solo egli
-non poneva ostacolo, ma fino ad un certo punto
-sarebbe stato disposto a secondarla.
-</p>
-
-<p>
-Letterariamente e poeticamente, o Signore, il
-periodo che corre dal 1849 al 1859 non è un gran
-periodo nel suo insieme; anzi si presenta come un
-periodo mediocre. Non vi sono grandi lampeggiamenti,
-non vi sono poderose affermazioni d'ingegno
-artistico; vi è qualche cosa più di abbozzato che
-di compiuto in esso. Io lo chiamai altra volta un
-periodo «bigio» per le nostre lettere, un periodo
-ove le tinte, i colori non sono bene spiccati
-<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span>
-e decisi, ove bisogna raccogliere, classificare i fatti,
-apprezzandoli soprattutto come sintomo, piuttosto
-che come preparazione dell'avvenire. La ragione
-di tutto questo parmi che vedesse molto bene Cesare
-Correnti in alcune sue pagine notevoli nelle
-quali campeggia questo ragionamento: la poesia
-s'imperna nel criterio della vita; e quando il criterio
-della vita è incerto e ondeggiante, la poesia non
-può dare grandi affermazioni. Il romanticismo, una
-gran forza espansiva, comunque si voglia esteticamente
-giudicarla, che aveva dominato tutta la
-prima metà del secolo, aveva raggiunto il suo apice
-e già accennava a declinare, come un movimento
-nel quale cominci a mostrarsi esaurita la forza
-iniziale, da cui era derivato. Anche la morte si era
-mescolata nella faccenda, ed aveva fatto la sua
-parte. Era morto Giuseppe Giusti portando anzi
-tempo nel sepolcro una meravigliosa attitudine di
-poesia, che si era così bene esplicata nella satira
-civile, e che aveva mostrato anche altre potenze
-di poeta lirico e di critico, le quali nella pienezza
-dell'età forse si sarebbero più efficacemente manifestate.
-Erano morti Silvio Pellico e Giovanni Berchet
-tramontati alquanto nella popolarità, ma dei quali
-duravano sempre gli scritti patriottici nel cuore e
-nell'anima popolare, e che dovevano essere rinfrescati
-e resi novamente di una dolorosa attualità per le
-frequenze dei nuovi e tristi esigli, per le nuove sventure
-<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span>
-così somiglianti a quelle che avevano colpito
-l'Italia dal ventuno al quarantasei. Era morto anche
-a Bologna il buon Giovanni Marchetti, di cui disse
-Luigi Carrer che aveva saputo strappare il segreto
-della soavità degli accenti alla lira di Francesco
-Petrarca e, ad essa aveva saputo disposare accenti
-di nobile patriotismo.
-</p>
-
-<p>
-Alessandro Manzoni che si era taciuto da tanto
-tempo, a un tratto si faceva vivo e riempiva
-delle sue idee tutto il mondo letterario italiano
-colle questioni della lingua nazionale. È una questione
-molto seria, o Signore: In che lingua debbono
-parlare gl'Italiani, parlare soprattutto e scrivere?
-</p>
-
-<p>
-Dopo sei secoli di civiltà e di letteratura nazionale,
-il più grande e il più autorevole ingegno
-degli Italiani veniva fuori a mettere in dubbio
-nientemeno che lo strumento del nostro pensiero!
-E Carlo Tenca, che dal suo <i>Crepuscolo</i> vigilava
-tutte le forme e tutti i movimenti del pensiero
-italiano covando, per così dire, tutte le faville che
-rimanevano ancora della nostra vitalità politica,
-grandemente s'impensieriva di questa questione
-sollevata dal più autorevole degli scrittori. Anche
-i poeti dunque, e gli scrittori, avevano una nuova
-ragione di aspettazione, d'incertezza e di titubanza.
-Si doveva attingere, come voleva Vincenzo
-Monti, dalla nostra lingua scritta e vivente, da
-tutta la collaborazione dei popoli italici e da tutti
-<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span>
-i valenti nostri scrittori, come pare che fosse anche
-il pensiero di Dante Alighieri, padre della nostra
-letteratura? oppure si doveva, come voleva il buon
-Cesari, immobilizzare tutta la nostra lingua negli
-esempi del Trecento? oppure, come veniva avanti
-ad affermare il Manzoni, era necessario costituire
-una specie di sede vivente in cui la lingua facesse
-sempre la sua prova vitale, e che potesse servire di
-modello perenne e di guida a tutti e di soluzione
-nei dubbi che potessero insorgere?... Vi ripeto,
-tutto questo non doveva contribuire a dare delle
-forme energicamente direttive per la espressione
-dell'ingegno artistico e poetico negl'italiani; e non
-è da stupire che tutti i poeti di questo periodo ne
-risentissero un influsso di incertezza e di titubanza.
-Uno fra loro, più sincero degli altri, lo confessò
-apertamente. Paolo Gazzoletti scriveva: «Le mie
-poesie furono dettate, come è facile accorgersi,
-sotto l'influenza di studi, di scuole e di gusti
-diversi. Bruciai nel mio camino qualche granello
-d'incenso a tutte le forme, ed anche ai traviamenti
-delle forme.» — Poi soggiungeva: — «Ad
-ogni modo, per noi poeti, anzi per noi italiani
-il cantare è una fatalità e dallo stesso dolore e
-dalle stesse miserie nostre abbiamo, per disacerbarle,
-eccitamento al canto.» E concludeva un
-suo sonetto con questo verso: «È vocale il dolor
-de la mia terra!»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span>
-</p>
-
-<p>
-Anche troppo vocale, dico io; e se vi fu tempo
-in cui spesseggiassero i poeti mediocri e minimi,
-fu appunto questo decennio.
-</p>
-
-<p>
-E simile lamento muoveva anche Ippolito Nievo
-il quale faceva le prime armi e dava la prima promessa
-del suo ingegno bellissimo, che sarebbe stato
-destinato a successi trionfali se una tragica morte
-non lo avesse còlto nel pieno vigore dell'ingegno
-e dell'età. D'altra parte abbiamo dei poeti minori,
-non privi certo di pregio, che si compiacevano a
-seguire l'indirizzo manzoniano in tutto ciò che
-aveva di più mite, di più mansueto, di più casalingo.
-Citerò solo Giulio Carcano di Milano, Emilio
-Frullani di Firenze. Aggiungasi, in generale, una
-grande irregolarità e licenza nei ritmi, e una grande
-povertà delle rime. Una delle necessità più vivamente
-sentita da chi abbia acuto e squisito il senso
-dell'arte, è quella di dare delle forme nettamente
-plastiche e precise ed euritmiche al componimento
-poetico. Invece in questo tempo si direbbe che
-dalla grande autorità del Leopardi si preferisce
-di dedurre soprattutto e quasi esclusivamente la
-libertà indeterminata della strofa; libertà indeterminata
-che fomentava, aiutava una grande verbosità,
-nemica mortale della efficacia scultoria. Quanto alle
-rime esse si andavano sempre più impoverendo; e
-non aveva torto un critico quando diceva che
-aprendo i libri di poesia di quel tempo (e sono
-<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span>
-tanti da formare delle enormi cataste), che esaminando
-certe collezioni allora famose, per esempio
-l'«Ape romantica» di Venezia, e le innumerevoli
-<i>Strenne</i> di Napoli in cui tutta l'attività partenopea
-pareva che si concentrasse, diceva che con poco
-più di cento parole si sarebbe potuto determinare
-il rimario della poesia italiana!.... E questo, o
-Signore, che sembra un particolare secondario, è
-invece un segno grandissimo; perchè non vi è
-grande poesia senza una tecnica eletta insieme e
-ricca e rigorosa; e quando tanto nel movimento
-della strofa quanto nella scelta delle rime è o irregolarità
-e licenza indeterminata o povertà, potete
-star certe che anche il pensiero rimarrà in difetto,
-tutto il <i>nisus</i> della forma poetica sarà in decadenza.
-E ne avete la riprova in questo: che noi abbiamo
-avuto un vero e proprio risorgimento nella poesia
-italiana solo quando son ritornate in onore le strofe
-severamente corrette ed euritmicamente rispondenti
-alle loro parti, e quando è ritornata in onore la
-scelta della rima ricca, eletta.
-</p>
-
-<p>
-Ma non è tutta verbosità vuota, non è tutta
-divagazione sentimentale la poesia italiana di questo
-tempo. Vi è qualche cosa di «meditabondo»
-nella nostra cultura. Anche nel campo del pensiero,
-e solamente nel campo del pensiero, perchè ormai
-l'azione era interdetta dalla servitù politica, si
-sente il bisogno di raccogliersi e pensare seriamente.
-<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span>
-Alcune discipline si avvantaggiano; lo studio della
-lingua non è più ridotto a semplice scelta di frasi;
-si comincia a sentire la profonda vacuità della scuola
-del Cesari buona come antidoto, come egli lo chiamava,
-contro l'invadente francesismo del primo
-quarto di secolo in Italia, ma per sè stessa insufficente
-al grande ufficio della lingua intesa come
-strumento del pensiero e come rispecchiamento dell'anima
-della Nazione. Dallo studio formale e superficiale
-della lingua si passava a un tentativo
-sempre più spiccato di penetrare a fondo nell'indole,
-nella filosofia del linguaggio; e a Firenze, a
-Torino, a Milano e altrove si cominciano a costituire
-delle scuole filologiche che pongono nel nostro
-terreno ottimi germi, i quali col tempo poi
-copiosamente frutteranno. Il fenomeno passa dalla
-filologia nella poesia vera e propria, e si comincia
-a tentare un più stretto connubio, una più efficace
-intimità tra la poesia pura forma e la sostanza
-del pensiero; tra il sentimento, nella sua vaghezza
-indeterminata, e certi fini ben determinati e prefissi
-e certi alti ideali a cui l'arte doveva servire.
-La vanità della formula «l'arte per l'arte» va
-cadendo sempre più in discredito. Fu accolto con
-molto applauso, se non molto letto, un poema di
-Lorenzo Costa genovese, abilissimo fabbro di versi,
-il quale con degli sciolti veramente mirabili si era
-prefisso ed aveva in gran parte raggiunto l'intento
-<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span>
-di celebrare le più meravigliose scoperte dell'ingegno
-umano nelle industrie, e nella meccanica.
-Altri poeti avevano seguito questo impulso. Dirò
-anzi, che si può considerarlo come una preoccupazione
-dominante allora negl'ingegni nostri. L'Aleardi,
-per esempio, vuole compensare più che può una
-certa vacuità che è nei suoi canti fantasiosi e sentimentali,
-e ricorre alla geologia e ricorre alla botanica.
-Si direbbe che già egli si prepari fin d'allora
-per il disperato cimento al quale si lasciò andare
-pochi anni dopo, di celebrare in versi il sistema economico
-di Federigo Bastiat. Ebbe in questo un infelice
-compagno nel Martinelli bolognese, che volle
-con dei <i>Sermoni</i> dedicati a Marco Minghetti niente
-meno che dar forma poetica a tutti i teoremi della
-economia classica inglese. Anche Giacomo Zanella
-nel seminario di Vicenza sta maturando il suo
-ingegno e si prepara a dare egli pure un contributo
-assai notevole a questo tentativo di connubio fra la
-poesia e la scienza: si prepara ad essere il futuro
-autore della <i>Conchiglia fossile</i> e del memorabile
-dialogo teologico-astronomico tra Galileo e Giovanni
-Milton; si prepara ad essere, come disse con
-frase veridica Giosuè Carducci, il castigato, forbito
-ed eloquente cantore dell'industria e delle solennità
-del tecnicismo.
-</p>
-
-<p>
-Ma anche lo Zanella poco lustro doveva dare a
-questo decennio, perchè la sua fama doveva fiorire
-<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span>
-dipoi. Egli era destinato ad essere il poeta prediletto
-del decennio che seguì; doveva essere in esso
-il poeta favorito delle gentili dame, degli ingegni
-eleganti e soprattutto degli spiriti temperati che vagheggiavano
-di comporre in armonie superiori, degli
-elementi fra loro cozzanti, e che non disperavano
-di queste armonie e si compiacevano di trovare nel
-prete liberale di Vicenza un degno e notevole aiuto
-di poesia e di arte.
-</p>
-
-<p>
-Insomma, quando voi avete bene scrutato l'orizzonte
-e investigato da ogni parte, voi dovrete venire
-a questa conclusione: che il decennio italiano che
-corre dal Quarantanove al Cinquantanove, non
-ha che due poeti veramente notevoli: il Prati e
-l'Aleardi. Lascio da parte Niccolò Tommaseo, il
-quale meriterebbe uno studio a sè per la grande
-intensità e arditezza del suo ingegno poetico, ed è
-invece così poco noto e così mediocremente apprezzato.
-Lo lascio da parte, perchè anche egli diede
-i migliori frutti come poeta nell'epoca precedente,
-e perchè egli si occupò soprattutto di studi filosofici
-e religiosi.
-</p>
-
-<p>
-Aleardo Aleardi dunque e Giovanni Prati sono
-i due poeti che signoreggiano l'epoca, e quasi vi
-regnano in solitudine.
-</p>
-
-<p>
-Io ebbi la fortuna di conoscerli ambidue.
-Erano due tipi disparatissimi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span>
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Giovanni Prati nel decennio di cui parliamo
-seguitava la sua strada; godeva della sua fama, e
-cercava di aumentarla con opere notevoli. Sempre
-uguale a sè stesso: vagabondo, strano, irregolare;
-aveva amato la natura e l'Italia, e il suo amore
-per quest'ultima aveva sempre nobilmente e francamente
-manifestato, ma accompagnava poi questa
-sua nobiltà di condotta poetica con molte stranezze
-nella vita; ed ebbe per l'una e per le altre
-molti dolori e molte tristi vicende. In questi dieci
-anni egli dalla Toscana, dove aveva un così acerbo
-persecutore in Francesco Domenico Guerrazzi, si
-era rifugiato a Torino e là, all'ombra della Croce
-Sabauda, a cui aveva rivolto l'occhio confidente
-anche quando altri faceva le viste di non accorgersene,
-ben visto a Corte, seguitava a poetare,
-perchè il poetare, per Giovanni Prati era non
-una dilettazione istintiva, non un'operazione intermittente,
-era come un abito inscindibile dalla sua
-natura, e di continuo componeva versi, e, quel che
-è anche più strano, nessuno lo aveva mai visto
-comporre versi a tavolino. Andava errando come
-aveva fatto sempre, e lo vedevano pei Portici di
-Po brontolando seco stesso i suoi endecasillabi o i
-suoi settenari, sempre con in bocca un sigaro, che
-spesso gli si spengeva; allora chiedeva fuoco al
-<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span>
-primo che incontrava, e riacceso il mozzicone continuava
-a mormorare dei versi. Più di una volta
-fu preso per un pazzo.
-</p>
-
-<p>
-In questo decennio Giovanni Prati ha composto
-su per giù due volumi di versi, nei quali si
-nota uno spiccato e opposto carattere d'arte. Nei
-poemi è sempre il bizzarro ingegno romantico di
-<i>Edmenegarda</i> e delle <i>Ballate</i>: come prima, vagheggia
-il fantastico, lo strano, l'avventuroso. Nella
-forma non si corregge o peggiora. Infatti, leggendo
-a Torino il suo poema <i>Ridolfo</i> fece accapponare
-la pelle al buon Terenzio Mamiani per delle forme
-veramente strane e eteroclite. Un lavoro di miglior
-avvenire si ha nella <i>Battaglia Imera o Jerone</i>, una
-specie di visione antica che lampeggia alla mente
-del poeta e che pare il preludio di quella mirabile
-castigatezza di gusto che egli qualche anno dopo
-doveva conquistare per dono felicissimo della sua
-natura, e che lo metteva in grado di comporre i
-due <i>Sogni</i>, di tradurre non indegnamente Virgilio
-e di pensare a verseggiare quel <i>Canto ad Igea</i>
-che par davvero un frammento di serena poesia
-antica. Il secondo volume ci dà invece un Prati
-fortemente compreso della missione civile e politica
-del poeta italiano: e tutti i grandi argomenti
-che occupano la vita italiana, che accennano ai
-dolori del presente e alle speranze dell'avvenire,
-tutti si rispecchiano fervidamente in quelle sue liriche
-<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span>
-alate, che anche oggi non si possono leggere
-senza commozione. L'anno scorso, o Signore, vi ho
-citato alcuni passi della superba <i>Trenodia</i> in cui,
-celebrando il ritorno da Oporto delle ceneri di Re
-Carlo Alberto, egli volle evocare tutto il sogno
-poetico della federazione italiana del Quarantotto,
-gettando un ultimo grido di supplicazione ai principi
-della penisola. Indi egli si volse da quella parte,
-ove solo le speranze parevano attendibili, voglio
-dire alla spada, al senno e alla lealtà di Re Vittorio.
-Ora sentite con che accenti egli ricorda i giovinetti
-toscani eroicamente caduti a Curtatone:
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>Quando la fredda luna</p>
-<p class="i2">Sul largo Adige pende,</p>
-<p class="i2">E i lor defunti l'itale</p>
-<p class="i2">Madri sognando van;</p>
-<p class="i4">Un coruscar di sciabole,</p>
-<p class="i2">Un biancheggiar di tende,</p>
-<p class="i2">Un moto di fantasimi</p>
-<p class="i2">Copre il funereo pian.</p>
-<p>E via per l'aria bruna</p>
-<p class="i2">Sorge un clamor di festa:</p>
-<p class="i2">«L'ugne su voi passarono</p>
-<p class="i2">De' barbari corsier;</p>
-<p class="i4">Viva la bella Italia!</p>
-<p class="i2">Orniam di fior la testa;</p>
-<p class="i2">O vincitori o martiri</p>
-<p class="i2">Bello è per lei cader.</p>
-<p>E chi, evitato il nero</p>
-<p class="i2">Tartaro, ancor respira,</p>
-<p class="i2">Abbia in retaggio il funebre</p>
-<p class="i2">Pensier di chi morì,</p>
-<p><span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span></p>
-<p class="i4">Seme di sangue provoca</p>
-<p class="i2">Messe di brandi e d'ira;</p>
-<p class="i2">Fatevi adulti, o pargoli</p>
-<p class="i2">Per vendicarci un dì!»</p>
-<p>Il guardïan straniero</p>
-<p class="i2">Dall'ardue rôcche ascolta.</p>
-<p class="i2">E le canzoni insolite</p>
-<p class="i2">Lo stringono di gel;</p>
-<p class="i4">E il pian mirando e il torbido</p>
-<p class="i2">Stuol degli spettri in volta,</p>
-<p class="i2">Pensa le patrie roveri</p>
-<p class="i2">E il nordico suo ciel.</p>
-<p>E sclama anch'ei: «Di meste</p>
-<p class="i2">Larve simili è piena</p>
-<p class="i2">Pur la mia tenda ungarica</p>
-<p class="i2">O il mio boemo suol,</p>
-<p class="i4">E a me, che schiavo indocile</p>
-<p class="i2">Veglio l'altrui catena,</p>
-<p class="i2">Pace l'avara tenebra</p>
-<p class="i2">Nega e letizia il Sol.</p>
-<p>Oh, falco, che da queste</p>
-<p class="i2">Turrite rupi inarchi</p>
-<p class="i2">L'ale alla fuga, intendere</p>
-<p class="i2">Potessi il mio desir!</p>
-<p class="i4">Ma se per tanto d'aëre</p>
-<p class="i2">Sino al mio ciel tu varchi,</p>
-<p class="i2">Di' a' figli miei che abborrano</p>
-<p class="i2">In servitù perir!»</p>
-<p>Così con varii modi</p>
-<p class="i2">Canta chi vinse e giacque,</p>
-<p class="i2">Ma in un medesmo palpito</p>
-<p class="i2">Arde il medesmo ver,</p>
-<p class="i4">Mentre la luna naviga</p>
-<p class="i2">Sovra il cristal dell'acqua</p>
-<p class="i2">E giù nel pian si sperdono</p>
-<p class="i2">Gli spettri dei guerrier....</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span>
-</p>
-
-<p>
-Quando Giosuè Carducci dettò quelle sue malinconiche
-e bellissime strofe per l'anniversario dei
-morti di Mentana, si ricordò egli di questo componimento
-del Prati. V'ha somiglianza di metro, di
-rime, e perfino ricorrenza di certe frasi e di certe
-immagini. Nell'una e nell'altra, i morti parlano
-pietosamente alla patria; e un senso di paura passa
-negli avversari. Con una audacia veramente lirica, il
-Prati affrontò in questo decennio tutti i più scabrosi
-argomenti che toccavano alla vita italiana. Luigi
-Napoleone di Presidente della Repubblica si fa a
-un tratto Imperatore; e Giovanni Prati gli volge
-un'ode che a quei giorni andò famosa in Italia e oltre
-l'Italia, in cui apostrofa vivamente, quasi assale
-di interrogazioni e di problemi imperiosi il nuovo
-Sire incoronato di Francia.
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>Hai vinto. Or ben. Qual premio</p>
-<p class="i2">Dalla vittoria attendi?</p>
-<p class="i2">Sali. E l'antica porpora</p>
-<p class="i2">Di Clodoveo ti prendi.</p>
-<p class="i2">Ma la fortuna, o Principe,</p>
-<p class="i2">Ha giuochi infami. E bada....</p>
-</div>
-
-<p>
-Qui incominciano i consigli, le ingiunzioni, le
-minacce:
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>Se col vorace e barbaro</p>
-<p class="i2">Settentrïon t'annodi,</p>
-<p class="i2">Perduto sei. La gloria</p>
-<p class="i2">Ti mancherà dei prodi....</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span>
-</p>
-
-<p>
-È tutto un programma di politica in versi
-piani e sdruccioli; e letto oggi a tanta distanza
-dagli eventi, l'effetto non è sempre serio; ma anche
-oggi la lirica del Prati ci commuove quando, verso
-la fine, parla al Bonaparte d'Italia:
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>Sol, pei materni visceri,</p>
-<p class="i2">Ti prego a giunte mani,</p>
-<p class="i2">Non obliar, nel turbine</p>
-<p class="i2">Del tuo fatal dimani,</p>
-<p class="i2">Questa obliata Italia</p>
-<p class="i2">Dal sorger tuo; quest'Eva,</p>
-<p class="i2">Che a te le braccia leva</p>
-<p class="i2">Consunte di dolor.</p>
-<p>Mille de' suoi, che dormono</p>
-<p class="i2">Là tra le scizie nevi,</p>
-<p class="i2">Per Chi tu sai, fantasimi</p>
-<p class="i2">Tetri, placar tu devi,</p>
-<p class="i2">Pensa alla madre; al cenere</p>
-<p class="i2">Dell'Alighier. Nefando</p>
-<p class="i2">Di Bonaparte è il brando,</p>
-<p class="i2">S'egli altri numi ha in cor.</p>
-</div>
-
-<p>
-Le esortazioni e i vaticinii del Poeta, dovevano
-attingere valore dal tempo; ed ora noi li congiungiamo
-ai ricordi del colloquio di Plombières, di
-Magenta e Solferino.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Aleardo Aleardi ebbe anch'esso anima vera di
-poeta; ma ebbe indole diversa. Anche al fisico,
-quantunque tutt'e due fossero belli uomini, al
-<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span>
-portamento i due molto si diversificavano. Aleardo
-Aleardi composto, dignitoso, contegnoso. Con la sua
-bella chioma spartita sulla fronte e con la pettinatura
-impeccabile mi faceva pensare a un verso
-di Gaspare Gozzi, ove descrive i capelli dei damerini
-del suo tempo. Aveva il parlare sentenzioso, la
-frase rotonda, e volentieri batteva il pugno quando
-voleva asserire qualcosa di solenne. Aleardo
-Aleardi fu troppo lodato, e fu sventura per lui. Io
-mi ricordo che un critico, poco dopo il '60, metteva
-nientemeno che il nome di Aleardo Aleardi vicino
-a quello di Dante Alighieri; e io provai una profonda
-pietà per Aleardo Aleardi. Infatti egli dovette
-scontar poi, con un rapido rovescio della fortuna
-della sua fama e quasi con l'oblio, l'eccesso delle
-lodi prodigategli dai compiacenti contemporanei.
-</p>
-
-<p>
-L'Aleardi lasciò scritto di sè che da ragazzo
-aveva provato una grande inclinazione per la pittura,
-e specialmente pel paesaggio; ma gli era
-stata così severamente interdetta e combattuta dal
-padre, che dovette abbandonarla. Questa sua inclinazione
-alla pittura di paese si riflette qua e là nei
-suoi componimenti in modo manifesto:
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>Ogni eminenza dopo la procella</p>
-<p class="i2">Versa per cento conche</p>
-<p class="i2">In curve e fuggitive</p>
-<p class="i2">Cascatelle il soverchio de la piova:</p>
-<p class="i2">Suonano le spelonche</p>
-<p class="i2">A la cadenza di frequenti stille:</p>
-<p><span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span></p>
-<p class="i2">Brilla l'immenso verde,</p>
-<p class="i2">E tutta di vaganti iridi piena</p>
-<p class="i2">È la silvestre scena.</p>
-</div>
-
-<p>
-L'Aleardi ci dà molti di questi quadretti: veri
-paesaggi di poeta, ove si uniscono e s'armonizzano
-le voci e i colori in un tutto animato e
-vivente. E non mancano i paesaggi a grandi linee,
-entro le quali s'inquadrano dei drammi di pietà
-umana e tragici ricordi di storie e di leggende.
-Udite questo pezzo del carme <i>Il Monte Circello</i>,
-composto, si noti, nel 1845.
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>Vedi là quella valle interminata</p>
-<p class="i2">Che lungo la toscana onda si piega,</p>
-<p class="i2">Quasi tappeto di smeraldi adorno,</p>
-<p class="i2">Che de le molli deità marine</p>
-<p class="i2">L'orme attenda odorosa? Essa è di venti</p>
-<p class="i2">Oblïate cittadi il cimitero;</p>
-<p class="i2">È la palude, che dal Ponto ha nome.</p>
-<p class="i2">Sì placida s'allunga e da sì dense</p>
-<p class="i2">Famiglie di vivaci erbe sorrisa,</p>
-<p class="i2">Che ti pare una Tempe, a cui sol manchi</p>
-<p class="i2">Il venturoso abitatore. E pure</p>
-<p class="i2">Tra i solchi rei de la Saturnia terra</p>
-<p class="i2">Cresce perenne una virtù funesta</p>
-<p class="i2">Che si chiama la Morte. — Allor che ne le</p>
-<p class="i2">Meste per tanta luce ore d'estate</p>
-<p class="i2">Il sole incombe assiduamente ai campi,</p>
-<p class="i2">Traggono a mille qui, come la dura</p>
-<p class="i2">Fame ne li consiglia, i mietitori:</p>
-<p class="i2">Ed han figure di color che vanno</p>
-<p class="i2">Dolorosi all'esiglio; e già le brune</p>
-<p class="i2">Pupille il velenato aëre contrista,</p>
-<p><span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span></p>
-<p class="i2">Qui non la nota d'amoroso augello</p>
-<p class="i2">Quell'anime consola, e non allegra</p>
-<p class="i2">Niuna canzone dei natali Abruzzi</p>
-<p class="i2">Le patetiche bande. Taciturni</p>
-<p class="i2">Falcian le mèssi di signori ignoti;</p>
-<p class="i2">E quando la sudata opra è compita</p>
-<p class="i2">Riedono taciturni; e sol talora</p>
-<p class="i2">La passïone dei ritorni addoppia</p>
-<p class="i2">Col domestico suon la cornamusa....</p>
-</div>
-
-<p>
-Vi consiglio anche di leggere nelle <i>Prime
-storie</i> la descrizione del Diluvio universale, nella
-quale l'Aleardi ha saputo unire alla evidenza del
-quadro alcuni tocchi di fantasia che ne accrescono
-il mistico terrore.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-I difetti della poesia di Aleardo Aleardi io non
-mi propongo qui di numerare e di analizzare partitamente.
-Vi dirò solo che dalla lettura dei suoi
-versi io ho ritratto il convincimento che in lui non
-fosse profonda la coltura letteraria e sufficiente
-la preparazione per dare sempre alla forma poetica
-quella sicura e precisa finitezza che le procaccia
-il duraturo suffragio degli uomini di buon
-gusto. Egli è spesso morbido, vago, indeterminato:
-il suo tocco, troppe volte non è sicuro e
-non coglie nel segno voluto; e allora cerca una
-simulazione di precisione in qualche immagine che
-non è sempre di buon gusto. Circa la novità, vuol
-<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span>
-differenziarsi dagli altri, e principalmente da Giovanni
-Prati, di cui sente la rivalità perigliosa; ma
-la novità cercata è tante volte a spese del buon
-gusto. Le sue immagini sono talvolta troppo cercate
-e sconfinano nel barocco; come quando vi dice
-che una campana suona per la valle «limosinando
-carità di preci,» proprio come un frate o un mendicante
-qualunque! Oppure quando, compiacendosi,
-al solito, della sua botanica, vi dice che sul
-ciglio di un burrone, dei ranuncoli, delle passiflore
-e non so quali altri fiori, stanno brontolando fra
-loro parole di congiura contro la vita degli uomini!...
-Soprattutto io credo che la poesia di Aleardo
-Aleardi fosse malata di un femminismo estetico.
-Io non so trovare altro nome; ma un fatto, pur
-troppo, vi corrisponde. Vi sono troppe Marie in
-quei suoi componimenti! È venuto l'Epistolario,
-che ha messo in evidenza anche troppo, la soverchia,
-la stemperata amatività di lui. Io credo che
-se l'amore della donna è un prezioso coefficente
-per la poesia, e per l'arte, quando le donne sono
-troppe nella vita di un poeta, lo guastano.
-</p>
-
-<p>
-La morbidezza dell'Aleardi voi la riscontrate
-subito nel suo modo di epitetare. Egli pone, i suoi
-epiteti, con sì frequente larghezza, che spesso è
-costretto a sostantivarne uno, perchè faccia da
-puntello agli altri; e ne esce qualche cosa di forzato
-e di equivoco. Per esempio, egli chiamerà un
-<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span>
-Re in esilio «limosinante indomito e sdegnoso,»
-oppure dirà i principi italiani spodestati «pallidi
-coronati impenitenti.» Quale tra questi epiteti fa
-da sostantivo? Quando apostrofa le sue donne si
-serve ancora degli epiteti raddoppiati «povera
-grande, povera bella, bella superba!» e via discorrendo.
-Vi parranno minutaglie, o Signore, ma
-sono questi abiti artifiziosi che indicano, come certe
-piccole macchie sulla pelle, la tabe che invade tutto
-quanto nelle sue intime parti lo stile del poeta.
-</p>
-
-<p>
-E questo artificio si manifesta massimamente
-nelle personificazioni. In esse Aleardo Aleardi
-è, permettetemi la frase, femmineo fino alla puerilità.
-La patria, l'Italia, la Musa; quale, tra i
-poeti, non ha invocato la Musa e l'Italia? E la
-invoca pure Aleardo Aleardi, anche troppo di
-frequente; ma queste grandi astrazioni, queste luminose
-entità che devono sovrastare alla mente,
-allo spirito del vate, e da cui egli deve attingere
-come dall'alto la luce, nello spirito aleardiano
-sovente si abbassano, si abbassano, e par che
-vadano a sedersi vicino a lui, accanto al suo
-letto, accanto al suo tavolino di studio. L'Italia
-non è più la grande e cara madre; è la sorella,
-è, direste quasi, un'amante: «Sorella mia, vieni,
-pigliati in mano il sapiente legno del Nazareno,
-mettiti in ginocchio sulla strada, e domandiamo la
-carità a quelli che passano!» Similmente, la Musa
-<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span>
-per l'Aleardi non è la Dea a cui da Omero in poi
-si sono rivolti tutti i poeti! Egli la tratta alle volte
-come una segretaria, alle volte, non vorrei offenderla,
-mi ha l'aria di una sua cameriera!... Il
-più delle volte la chiama «sorella» ed ha per lei
-delle apostrofi varie; ora complimenti, ora carezze
-e baci, ora corrucci e poi rappaciamenti. Antropomorfismo
-morbido, disdicevole, e antipatico. Una
-volta il poeta si lamenta di essere abbandonato da
-tutti i suoi vecchi amici, e si rivolge alla Musa, e
-le dice: «Anche tu mi hai abbandonato, mi tradisci.
-Ah non a questo educato io ti avea!» Come
-vedete, qui le parti si invertono; non è la Musa
-che inspira, come da Omero in poi; è il poeta che
-inspira la Musa. Invertimento lezioso, che potè forse
-piacere come una novità, ma che adesso viene a noia.
-</p>
-
-<p>
-Però, quando abbiamo detto tutto questo, o Signore,
-noi non possiamo chiudere gli occhi ai veri
-meriti del poeta. Commetteremmo una grande ingiustizia.
-Io, che così vi ho parlato, mi compiaccio
-di avere assistito commosso alla inaugurazione del
-monumento che i veronesi per gratitudine inalzarono
-ad Aleardo Aleardi. Egli ebbe una forte e
-schietta anima di poeta, e fece della poesia un uso
-generoso. Troppo femminismo in lui, lo abbiamo
-già detto, ma a lui anche non si può negare il merito
-insigne di aver forse più d'ogni altro poeta
-unito l'amore della cara donna e l'amore della
-<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span>
-cara patria. Egli si studiò con nobilissimo intendimento
-di fondere insieme questi due sentimenti,
-e quando narra nel «Triste dramma» la storia del
-povero condannato dall'Austria che, appena giunto
-alla carcere, segna nelle pareti il profilo della donna
-amata, e in quel profilo si compiace di vedere la
-immagine della donna amata e la immagine d'Italia
-«che Dio fece insieme così belle e colpevoli,»
-noi, anche attraverso il suo cicisbeismo fantastico,
-non possiamo fare a meno di cogliere e sentire una
-idea generosa. Il poeta veronese immaginò la donna
-come mediatrice tra l'uomo e il Creatore, e ministra
-amabile e forte della volontà umana nell'adempimento
-dei più grandi ideali. E quando nel «Canto
-politico», uno dei suoi più infelici canti, di una
-lunghezza interminabile, fa salire lo spirito di una
-donna fino al trono di Dio a invocare pietà per
-la patria italiana in nome di tutto ciò che vi ha
-di bello, di nobile, di gentile nella umana natura,
-noi non possiamo difendere l'animo nostro da un
-senso di compiacenza e di ammirazione. Leggendo
-le liriche dell'Aleardi, anche le meno fortunate e
-le meno riuscite, il nostro pensiero corre spontaneo
-a quelle nobili gentildonne veneziane e lombarde,
-che tanto contribuirono a mantenere in Italia viva
-la fiaccola del patriottismo, e che ai campioni della
-libertà, e dell'unità della patria non furono larghe
-solamente di sorrisi, ma di santi consigli; non seppero
-<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span>
-solamente amarli ma confortarli pietose e inspirarli
-magnanimi, facendosi ad essi compagne nei
-duri cimenti e nelle pene!
-</p>
-
-<p>
-Sarebbe anche ingiustizia dimenticare che
-l'Aleardi si elevò ad altissime concezioni di patriottismo
-allargandole oltre i confini della sua
-patria, come quando in nobilissimi versi celebrò
-e compianse l'eroismo della Nazione polacca, ricordando
-le sue benemerenze verso «questa Europa
-ingenerosa» che la abbandonava alla tirannia
-moscovita.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-E ora voi mi domanderete: si riducono solo all'Aleardi
-e al Prati i poeti insigni del periodo che
-voi avete l'assunto di illustrare? Essi sono certo i
-due più insigni. Ho accennato ad altri, e volentieri
-mi metterei a mostrare i loro meriti, se mi fosse
-consentito dal limite dato al mio discorso. Vi basti,
-o Signore, che io abbia accennato qua e là ad alcuni
-di essi. Non voglio però tacervi che quando
-il decennio dal '49 al '59 stava per chiudersi, studiava
-a Pisa un giovinetto maremmano, che aveva
-in sè e valorosamente ne' suoi propositi una grande
-poesia, umana e civile per la sua patria.
-</p>
-
-<p>
-Ho nominato Giosuè Carducci. Egli dissentiva
-dagli altri; egli studiava profondamente e diversamente
-da quello che usavasi allora in Italia dai più;
-<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span>
-non si contentava della pura forma, ma con la mente
-tenace e penetrante andava giù nella grande sostanza
-filologica e linguistica della nazione italiana,
-e accennava a voler risalire alle pure fonti della tradizione
-indigete e cavare da essa tutte le forme più
-precise e più plastiche di una nuova poesia. Un
-giorno egli comparve davanti a degli amici e lesse
-dei suoi versi, e anche nella scelta degli argomenti
-egli si diversificava dagli altri, non erano
-donne innamorate o lamentazioni sentimentali, o
-salici piangenti, o raggi di luna. Come un antico,
-come un pagano, di un fiero paganesimo
-però che non si tuffava nell'epicureismo e non
-divorziava da nessuna nobiltà di ideali umani, egli
-nel «Libero convito» cantava:
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>Beviam, se non ci arridono</p>
-<p class="i2">Le liete muse indarno,</p>
-<p class="i2">Or che lent'ombra nordica</p>
-<p class="i2">Cuopre i laureti d'Arno.</p>
-<p>A noi, progenie italica,</p>
-<p class="i2">A noi, sangue del Lazio.</p>
-<p class="i2">Bacco scintilla e Venere</p>
-<p class="i2">E l'armonia d'Orazio....</p>
-</div>
-
-<p>
-Con questa superba e schietta intonazione il giovane
-poeta esordiva; e, ripeto, dal suo paganesimo
-nessuna alta idealità umana e sociale era bandita;
-e nel fervore del brindisi accennava alle grandi
-virtù civili che l'antichità classica ci raccomandava
-co' suoi esempi:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span>
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>Anch'ei Catone intrepido</p>
-<p class="i2">La tazza al servo chiese</p>
-<p class="i2">E ripensando a Cesare</p>
-<p class="i2">Il roman ferro chiese:</p>
-<p>E in quel che Bruto vigila</p>
-<p class="i2">Su le platonie carte,</p>
-<p class="i2">Cassio tra' lieti cecubi</p>
-<p class="i2">Gli Idi aspettò di Marte.</p>
-</div>
-
-<p>
-Così, o Signore, Giosuè Carducci preparava
-a sè stesso un grande avvenire di poeta fino da
-allora; e accennava che per la poesia italiana ci sarebbero
-state ancora delle giornate di gloria. Lo
-chiamavano strano, contorto, oscuro; ma gli uomini
-di più fine intelletto e di gusto più squisito
-sentivano in lui il maestro di una forma più eletta
-nella quale si sarebbero potuti nobilmente rispecchiare
-le più nobili tradizioni dell'arte nostra e
-tutti i grandi ideali della vita. Terenzio Mamiani,
-letta la sua canzone a Vittorio Emanuele II, non
-solo offriva a Giosuè Carducci la cattedra di italiano
-nell'Università di Bologna, ma vaticinava
-in lui il poeta giovane della patria risorta. E voi
-e noi tutti abbiamo la prova che il vaticinio dell'illustre
-pesarese non è andato smentito dai fatti, e
-che la poesia, dopo il Cinquantanove ha continuato
-a dare alla vita italiana delle ispirazioni e delle consolazioni.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span>
-</p>
-
-<h2 id="guerrazzi">F. D. GUERRAZZI</h2>
-
-<p class="pad2 center high"><span class="small">CONFERENZA</span><br />
-<span class="x-small">DI</span><br />
-<span class="large g noserif">GIOVANNI MARRADI</span>.</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span>
-</p>
-
-<p class="pad2 indl">
-<i>Signore e Signori,</i>
-</p>
-
-<p class="pad2">
-Nell'anno 1827 uscivano in luce, a poca distanza
-fra loro, <i>I promessi sposi</i> di Alessandro
-Manzoni e <i>La battaglia di Benevento</i> di Francesco
-Domenico Guerrazzi.
-</p>
-
-<p>
-Il Manzoni aveva 42 anni, il Guerrazzi 22. <i>I
-promessi sposi</i> erano stati preceduti da una aspettazione
-grandissima, che nocque al loro immediato
-successo e che, sulle prime, li fece quasi parere
-una delusione agli ammiratori del grande poeta.
-<i>La battaglia di Benevento</i>, invece, non era stata
-precorsa da altro rumore che da quello dei formidabili
-fischi, onde già i Livornesi avevano accolta
-la rappresentazione d'un dramma del loro giovine
-concittadino; ma il romanzo trionfò e sbigottì con
-quella sua forza selvaggia e feroce, la quale, più
-che rivincita d'autore fischiato, sembrò vendetta di
-lioncello inasprito.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span>
-</p>
-
-<p>
-E il romanzo guerrazziano, di cui si moltiplicarono
-subito le edizioni, fu contrapposto al romanzo
-manzoniano, come capolavoro si contrappone a capolavoro.
-E il Manzoni e il Guerrazzi furon considerati
-da molti come capi di due scuole e tendenze
-diversissime e opposte, ma ugualmente geniali e benefiche
-all'arte e alla patria: sopra tutto alla patria,
-che era allora, occulta o palese, la fiamma animatrice
-e la ragione suprema dell'arte.
-</p>
-
-<p>
-Oggi <i>I promessi sposi</i> tengon di pieno diritto il
-primissimo posto nella letteratura italiana di tutto
-il gran secolo che tramonta, e <i>La battaglia di Benevento</i>
-non si legge ormai più, come non si legge
-più forse alcun libro di questo
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>..... re della terribil prosa</p>
-<p>Ruggita in faccia ai prepotenti e ai vili.</p>
-</div>
-
-<p>
-A poterci rendere qualche ragione di un così
-rapido cambiamento avvenuto nei gusti del pubblico,
-riguardiamo un po' più da vicino quest'uomo
-e questo scrittore che ebbe fama di grande, e riguardiamolo
-specialmente nella sua opera letteraria,
-che esercitò su i contemporanei tanta potenza.
-</p>
-
-<p>
-Della vita politica del Guerrazzi non è forse
-venuto ancora il momento di poter giudicare con
-illuminata imparzialità, senz'amore e senz'odio;
-e se pure ne fosse il momento,
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>Me degno a ciò nè io nè altri il crede;</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span>
-</p>
-
-<p>
-ond'io lascio ad altri, più competenti di me, il
-trattar di proposito questa parte dell'argomento, e
-vengo, senz'altro, al poeta.
-</p>
-
-<h3>I.</h3>
-
-<p>
-Ingegno fortissimo e anima fiera, fantasia ignara
-di freni e volontà sdegnosa di ostacoli: ecco le qualità
-che sortì da natura il Guerrazzi. L'educazione
-rigida avuta in famiglia e l'istruzione pedantesca
-ingozzata in iscuola, le molteplici e multiformi letture
-fatte da lui giovanissimo e i casi della sua vita
-agitata fin dai prim'anni, finirono poi di foggiarlo
-quale egli ci appare, co' suoi pregi e co' suoi difetti,
-in tutta l'opera sua di scrittore e di cittadino.
-E i pregi furono in lui certamente più grandi dei
-grandi difetti, i quali il più delle volte non erano
-che una esagerazione delle sue stesse virtù. Così
-l'orgoglio fierissimo, che parve quasi la Musa inspiratrice
-d'ogni suo atto e d'ogni suo scritto, fu
-in lui consapevolezza eccessiva, ma spesso legittima
-e provocata, del proprio valore; e quella sua stessa
-ambizione, che parve a molti così smoderata, non
-fu che un eccesso di quel nobile amore di gloria
-che lo infiammava, di quel foscoliano <i>furore di inclite
-geste</i> che il padre suo ed il suo Plutarco gli
-avevano acceso nel cuore sin da fanciullo.
-</p>
-
-<p>
-<i>Natura eroica</i>, come bene fu detta, era davvero
-<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span>
-codesta dell'aspro fanciullo, fatto sempre più aspro
-dai rimproveri e dalle percosse che, invece di carezze
-e di baci, gli dava sua madre. E in quell'eroica
-natura, in quell'ardente fantasia solitaria,
-in quell'anima tutta chiusa in sè stessa nè mai
-confortata d'alcuna dolcezza domestica, è facile immaginar
-quali semi dovesse gittare ogni giorno quel
-padre severo, quel padre taciturno, che parlava soltanto
-per citare a' figliuoli esempî di Plutarco e sentenze
-di Dante; è facile giudicar quali germi dovesse
-andare svolgendo in quell'indole un padre
-che gli brontolava all'orecchio, parlando di Tacito:
-«Costui scrisse storia col pugnale; valeva meglio
-piantarlo nel cuor dei tiranni!»
-</p>
-
-<p>
-Questo l'ambiente familiare nel quale cresceva
-il fanciullo Guerrazzi, e in cui si veniva temprando
-il carattere che doveva poi stampar tutto l'uomo
-sì fortemente, da renderlo segno d'inestinguibile
-amore e di odio non anche domato.
-</p>
-
-<p>
-Gl'istinti eroici della sua focosa natura, che lo
-traevano a tutto ciò che è solenne ed antico, e
-l'antiquata accademica disciplina a cui fu sottoposto
-da' suoi maestri di lettere, ci spiegano in
-parte il suo stile, cioè il carattere dello scrittore.
-</p>
-
-<p>
-Il primo di tali maestri, e quello di cui egli
-serbò più grata memoria, fu il Padre Spotorno,
-barnabita, rappresentatoci dal Guerrazzi come un
-Robespierre letterario del 500, che ad ogni ombra
-<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span>
-di modernità arricciava il pelo come istrice, e che
-gl'insegnava la lingua «come s'ingrassano i luci:
-uno imbuto in gola, e poi giù una ramaiolata di
-Bembo, di Casa, di Baldassar Castiglione, e via discorrendo».
-E di siffatti metodi d'insegnamento restarono
-sempre le tracce evidenti nella forma letteraria
-che piacque al Guerrazzi e che ebbe sì lungo
-codazzo di imitatori: forma che ha la copiosa ricchezza
-di lingua e il periodo latineggiante dei cinquecentisti,
-e qualche volta, come nella <i>Serpicina</i>,
-l'arcaica semplicità dei trecentisti migliori, ma che
-di latineggiante e di arcaico sa sempre troppo:
-forma che si compiace di uno stile magnifico, in
-cui l'ideale eroico del poeta si drappeggia come
-in un paludamento o in una clamide; forma artificiosa
-di un artificio che in lui diventò una seconda
-natura, sì che perciò, italianissima sempre, potè
-essere spesso eloquente davvero e mirabile d'impeto
-e di vigore; ma che, insomma, artificiosa fu
-molto, ed a noi apparisce oramai come una specie
-di anacronismo.
-</p>
-
-<p>
-Chè se si obiettasse come gli stessi metodi pedanteschi
-e accademici, comuni allora dal più al
-meno a tutte le scuole italiane, non abbian prodotto
-in altri scrittori moderni, anche anteriori al
-Guerrazzi, gli effetti e i difetti che produssero in lui,
-sarebbe ovvio rispondere che le medesime cause operano
-diversamente su anime e ingegni diversi. E il
-<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span>
-Guerrazzi, con quella sua anima antica e con quell'ingegno
-grandissimo ma squilibrato, non che assimilarsi
-quel primo nutrimento di classiche forme,
-ne ebbe per tutta la vita una specie di pletora, e
-byroneggiò cruscheggiando.
-</p>
-
-<p>
-Ed ecco un altro lineamento caratteristico e definitivo
-della sua fisonomia di scrittore, la quale, se
-posso sciupare un verso di Dante,
-</p>
-
-<div class="poem">
-<p>Da Byron prese l'ultimo sigillo.</p>
-</div>
-
-<p>
-e ne rimase improntata per sempre.
-</p>
-
-<p>
-Una mente ardita com'era quella, non poteva,
-per quanto classicheggiante, restare insensibile e
-chiusa alle novità dei romantici, che tanto contributo
-di forme più immaginose e di più libere idee
-andavan portando nella moderna letteratura europea.
-Non per nulla il discepolo dei Barnabiti aveva
-letto, anzi divorato, Ossian insieme ad Omero, la
-Radcliffe insieme all'Ariosto, e ne aveva avuta una
-specie di febbre al cervello. Calmato il fermento di
-quella febbre, il futuro autore della <i>Battaglia di
-Benevento</i> dovette sentire con senso più chiaro quel
-vivido soffio rinnovatore che il Goethe e lo Schiller,
-lo Shelley ed il Byron, lo Chateaubriand e la Staël
-avevano spirato anche di qua dalle Alpi, e che di
-qua dalle Alpi andava ingrossando in un vento di
-rivoluzione. E il Guerrazzi conobbe le letterature
-straniere, e ne derivò nuovi elementi di <i>humour</i>
-<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span>
-alla sua natural vena sarcastica, che doveva essere
-una delle sue forze maggiori così nella vita come
-nell'arte, e che fece di lui il più tagliente motteggiatore
-d'Italia. Ma quella che investì il giovinetto
-con soffio più largo e possente, e non tutto benefico,
-fu, senza dubbio, la poesia di Lord Byron.
-</p>
-
-<p>
-A Pisa, dove il Livornese era andato a studiare
-Giurisprudenza, vide il poeta famoso, ne lesse i
-poemi, e ne ebbe come la vertigine dell'abisso.
-Egli stesso più tardi, con calde e iperboliche immagini,
-ci narrò nelle sue <i>Memorie</i> lo sbigottimento
-che gli cagionò la rivelazione di quella poesia
-e di «quell'anima immensa», e confessò, se ce
-ne fosse stato bisogno, che per molti anni non vide
-più e non sentì più che a traverso a quella poesia e
-a quell'anima. — Frutto immediato di tanta impressione
-furono certe sue ottave <i>A Giorgio Byron</i>,
-pubblicate una sola volta a Livorno, e dimenticate
-poi dall'autore. Ma l'influenza byroniana rimase
-pur troppo in quasi tutta l'opera sua narrativa, e
-<i>La battaglia di Benevento</i> non fu, si può dire,
-che lo scoppio improvviso di quel byronismo satanico,
-che ormai gli era entrato nel sangue come
-un veleno. E il Guerrazzi, che già vi era disposto
-naturalmente, assorbì quel veleno in maniera da
-averne colorati i fantasmi, i caratteri, le passioni
-sue e de' suoi personaggi in quel primo romanzo,
-alterata l'originale spontaneità dell'ingegno privilegiato,
-<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span>
-e falsata in gran parte la forma di quella
-sua <i>prosa poetica</i>, di quel suo lirismo convulso,
-di cui con ragione fu detto, che ha del byroniano
-e del biblico.
-</p>
-
-<p>
-E biblica è anche davvero, specialmente nei romanzi
-maggiori e più celebrati, l'intonazione dello
-stile guerrazziano lussureggiante di immagini, perchè
-spesso il poeta (ed ecco la vera sua gloria!)
-tutto inteso a risuscitare la vita sopra una terra
-di morti, si erige profeta di libertà; e allora egli
-sembra Mosè precinto di tuoni e di lampi sul Sinai,
-allora egli sembra Ezechiello che gridi: <i>Sorgete,
-ossa aride, su dal sepolcro!</i> Perchè noi, o Signori,
-abbiamo troppo dimenticato che l'arte non
-fu pel Guerrazzi un'estetica dilettazione da offrire
-agl'ignavi d'Italia, ma squillo di guerra contro
-chi dava all'Italia catene e patiboli. Sbagliò, e ho
-già detto che sbagliò molto, nei mezzi formali che
-credè meglio acconci a raggiunger quel fine; ma
-il fine fu altissimo sempre, e degno di lode immortale.
-E nel fine politico ch'ei si propose, e che non
-si stancò mai di ricordare in ogni suo libro, di confermare
-in tante sue lettere, è un'altra grande ragione
-de' suoi difetti ed eccessi di artista, moltissimi
-dei quali furono appunto gli eccessi e i difetti
-d'un uomo, che scriveva dei libri perchè non poteva
-combattere delle battaglie.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span>
-</p>
-
-<h3>II.</h3>
-
-<p>
-Scrisse il Guerrazzi a Niccolò Puccini che natura
-gli aveva posto in corpo «l'argento vivo dell'uomo
-d'azione». Il padre spartano, senza forse
-saper bene in che fuoco soffiava, gli aveva sempre
-sentenziato esser meglio «vivere un giorno come
-un leone, che cento anni come una pecora». E il
-giovine Francesco Domenico, che era nato leone davvero,
-con tutte le rudi energie del popolo livornese
-da cui traeva l'origine, si vide tracciata per tempo
-la via che doveva percorrere. E in quella via si
-cacciò subito fin da ragazzo, fuggendo da casa per
-un diverbio avuto col padre, facendo il traduttore
-e il revisore di stampe per vivere, e assoggettandosi
-a ogni sorta di privazioni, piuttosto che cedere
-per il primo. Così il lioncello si agguerriva alla lotta
-con una forza di volontà che fu spesso ostinazione
-superba, con una tenace perseveranza che doveva
-esercitarsi ben presto in più nobile campo.
-</p>
-
-<p>
-Studente a Pisa, di 15 anni, fu subito preso di
-mira dalla polizia granducale, che lo segnò nel suo
-libro nero e lo perseguitò con ammonizioni e perquisizioni
-e tribolazioni d'ogni maniera. Bandito
-dall'Università per le sue idee troppo liberali, ci
-potè tornar dopo un anno, ma sempre osteggiato
-dai professori e sorvegliato dai birri. Queste persecuzioni
-gli inacerbivano sempre più il carattere
-<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span>
-e gli accrescevano quel disgusto degli uomini al
-quale inclinava, e che il <i>Werther</i> e l'<i>Ortis</i>, il
-<i>Manfredo</i> e il <i>Caino</i> avevan diffuso come un contagio
-spirituale su l'anime giovani. Ciò non ostante,
-a dispetto di tutto, si potè laureare <i>in utroque</i>, e
-tornare alla sua Livorno a esercitarvi l'avvocatura,
-Dio sa con quanto suo gusto! Con quell'ingegno e
-con quell'anima, sentiva che la toga dell'avvocato
-gli si adattava «come la catena alla gamba del
-galeotto»; e le sue bellissime lettere son piene di
-questo lamento:
-</p>
-
-<p>
-«La mia anima si è versata come un'onda
-d'inchiostro (scriveva nel '47), e poteva prorompere
-come un raggio di sole! Io sarò stato in questa
-vita dottore e mercante per bisogno, scrittore
-per rabbia!»
-</p>
-
-<p>
-«Vedete che supplizio! (geme in un'altra lettera).
-Io mi curvo sotto la cappa curiale più penosamente
-che il collegio degl'ipocriti sotto le cappe
-di Dante. Ma la vita erami data come un morso da
-rodere. Io morirò avvocato, io nato forse poeta».
-</p>
-
-<p>
-E quel morso lo dovè rodere a lungo; e, fra
-l'esercizio professionale e le vicende politiche ond'egli
-fu parte, si può dire che, fin dopo il '60, i
-più lunghi ozi che egli potè consacrare all'arte geniale
-furono forse gli anni (e disgraziatamente non
-furono pochi) da lui passati in esilio o in prigione.
-Ora, se si pensa che quest'uomo d'azione e quest'uomo
-<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span>
-d'affari potè scrivere tanti libri di immaginazione
-e di riflessione quanti ne scrisse, e che
-quei libri furon capaci di produrre quei potentissimi
-effetti che produssero sopra gli uomini per i
-quali furono scritti; è ben forza riconoscere che
-quell'uomo non usurpò il nome di grande che i
-suoi contemporanei gli diedero, e che sarebbe ingiustizia
-e insipienza voler giudicare soltanto coi
-freddi criteri dell'arte quei libri vulcanici.
-</p>
-
-<p>
-Intanto, se il Guerrazzi si sentiva addosso l'argento
-vivo, la polizia toscana non se ne stava con
-le mani alla cintola; e dopo avergli dato il precetto
-della sera come si dà ai malfattori, dopo avergli
-soppresso nel '29 <i>L'Indicatore livornese</i> che
-egli aveva fondato da pochi mesi insieme con Giuseppe
-Mazzini e con Carlo Bini, dopo averlo confinato
-a Montepulciano pei liberi sensi da lui espressi
-nell'<i>Elogio di Cosimo Del Fante</i>, dopo averlo imprigionato
-pei fatti del '31 senza accusa determinata
-e poi rilasciato senza processo; nel 1834 lo
-arresta di nuovo come cospiratore e lo chiude nel
-forte di Stella a Portoferraio. Ivi nacque <i>L'assedio
-di Firenze</i>, col quale l'autore, inspirandosi ancora
-alla storia italiana, creava, anche più arditamente
-che con <i>La battaglia di Benevento</i>, una
-nuova forma di romanzo storico.
-</p>
-
-<p>
-Nulla infatti hanno di comune i romanzi del
-Nostro con quelli di Walter Scott o del Cooper,
-<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span>
-dai quali diversificano formalmente e sostanzialmente,
-e coi quali non potrebbero venire paragonati
-che per la ragion dei contrari. E poi disse
-bene il Chiarini, che chi proprio voglia trovare
-ai romanzi del Guerrazzi una derivazione o una
-parentela, non la deve cercare fra i romanzieri che
-lo precederono, ma fra i poeti; deve cercarla nei
-poemi e nei drammi dello Schiller e del Niccolini,
-oltre che in quelli del lord inglese. E di poeta fu
-sempre nel Livornese non solamente la forma della
-sua prosa, ma ancora e più il modo tutto suo soggettivo
-e passionatissimo di sentir la natura, di intender
-la storia, di concepire la vita, e di riprodurle
-nell'opera d'arte. Così avesse avuta il Guerrazzi almeno
-una piccola parte di quella oggettiva serenità,
-di quella equabilità quasi olimpica che permise allo
-Scott e al Manzoni di guardare la storia e la vita
-con occhio limpido e acuto, e di eternarle nell'arte
-con mano ferma e sicura! Egli invece vide tutte le
-cose con occhio di febbricitante, quando non le vide
-con occhio di bove che gliene esagerava le proporzioni;
-vide il mondo soltanto a traverso l'anima
-sua sempre buia, e stampò di sè, sempre di sè, soltanto
-di sè, la storia e la vita. Nè gli venne fatto
-così, credo io, per imitare anche in questo il suo
-Byron, ma proprio perchè era nato così, e perchè,
-volendo che i suoi romanzi fossero piuttosto <i>azioni</i>
-che <i>libri</i>, credeva di poter conseguir meglio il suo
-<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span>
-scopo immediato col dare a tutte le età da lui evocate,
-a tutti i personaggi da lui creati, i suoi spiriti
-feroci e le sue passioni fortissime: simile in ciò,
-più di qualunque altro scrittore italiano, a Vittorio
-Alfieri, del quale aveva ereditata tutta la maschia
-energia dell'ingegno e dell'animo.
-</p>
-
-<p>
-Oltre che in questi caratteri soggettivi, la singolarità
-del romanzo guerrazziano consiste anche nel
-modo e nella misura con cui vi si mesce la storia
-alla favola, il verosimile al vero. Ciò è già evidente
-nella <i>Battaglia di Benevento</i>, dove la storia costituisce
-la parte essenziale del quadro, e storiche ne
-sono quasi tutte le figure principalissime, se si eccettua
-il protagonista Rogiero. Ora è certo che questo
-non fu il sistema seguito nei suoi molti romanzi
-dal grande Scozzese, nè dal grandissimo
-Lombardo nell'unico suo, perchè ivi la storia non
-fa che da sfondo o da scena, e ideali ne sono gli
-attori principali e i principali casi del dramma
-che vi si svolge. È ben vero però, che il sistema
-onde fu composta <i>La battaglia di Benevento</i> era
-ancora un po' incerto ed ambiguo, come quello che
-non permette al lettore di scernere chiaramente il
-vero dal verosimile; e perciò porgeva il fianco più
-agevolmente alle accuse non sempre giuste che
-furono mosse al romanzo storico, condannato in teoria
-dallo stesso Manzoni che, nella pratica, aveva
-creato il capolavoro del genere.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il Guerrazzi sentì certo gl'inconvenienti che
-derivavano da quella specie di mezza misura che
-aveva prima adottata, e nel secondo romanzo fece
-addirittura del fatto storico il vero e solo soggetto
-del quadro suo grandioso, senza aggiungervi del
-proprio che poche figure accessorie e qualche episodio.
-</p>
-
-<p>
-Ma queste novità non ci spiegherebbero punto
-l'impressione straordinaria che l'Arte del Guerrazzi
-produsse su gl'Italiani fino dalla comparsa del suo
-primo romanzo, se l'Autore, poco più che ventenne,
-non vi avesse rivelata subito e davvero una
-forza d'ingegno meravigliosa. I più severi, pur
-deplorandone i deplorevoli eccessi, dovettero ammirar
-quella forza, e G. B. Niccolini ringraziò Dio
-che voleva consolare di tanto intelletto la povera
-Italia. E ancora, con tutti i suoi difetti enormissimi,
-<i>La battaglia di Benevento</i> rimane uno dei migliori
-scritti narrativi del Nostro per gagliardia di
-composizione e pel rilievo di alcuni caratteri. E
-se i suoi pregi non bastassero a darci ragione del
-fàscino che esercitò su i contemporanei, ce la darebbero
-i suoi difetti, che, impressi di quella singolar
-tempera guerrazziana, parvero pregi e virtù.
-Pregi e virtù sopra tutto (come per un momento
-suole accadere d'ogni apparenza di novità e di ogni
-ingegnosa stranezza) sembrarono le intemperanze di
-quella prosa poetica, le enfasi di quelle liriche divagazioni,
-<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span>
-che rispondevano così bene ai gusti romantici
-dei primi decenni del secolo, cullandoli in
-una colorita larghezza di ritmi che nessun'onda di
-poesia aveva mai superati. Il nostro pubblico imparò
-a memoria quei larghi periodi come un tempo le
-ottave del Tasso, e F. D. Guerrazzi fu salutato il
-<i>poeta della prosa italiana</i>.
-</p>
-
-<h3>III.</h3>
-
-<p>
-«Popolo italiano, già signore, oggi locandiere
-di tutte le genti del mondo!» fremeva nella <i>Battaglia
-di Benevento</i> il Guerrazzi. E in questo fremito,
-fiero di shakspeariano disprezzo, è il primo
-segreto della tetraggine irosa dello scrittore, la
-causa prima della disperazione che irrompe come
-una fiamma sinistra da tutto il romanzo.
-</p>
-
-<p>
-Passato quel periodo acuto di parossismo byroniano,
-la coscienza del cittadino si era andata
-formando più chiaramente nello scrittore, e lo scrittore
-allora volle drizzar quella fiamma a scaldare
-ed accendere il cuor della patria. Per eccitar la
-sensibilità dell'Italia caduta in letargo, egli la feriva,
-«e nelle ferite infondeva zolfo e pece infuocati».
-Sono sue parole anche queste, e queste parole
-ci dicon gl'intenti coi quali fu concepito il suo
-capolavoro.
-</p>
-
-<p>
-Disgraziatamente, il periodo di tempo nel quale
-<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span>
-egli scrisse <i>L'assedio di Firenze</i> fu uno dei più
-dolorosi di tutta la sua vita. Nel giro di pochi
-mesi gli perirono le persone più care: gli morì, fulminata
-nel cuore, l'unica donna che amò, e quando
-lo seppe, ne incanutì in una notte; gli mancò il
-padre suo, che, rigido ma affettuoso e consapevole
-dell'ingegno del figliuolo, lo aveva educato a sensi
-magnanimi; perdè in Carlo Bini l'amico più buono
-e geniale della sua giovinezza, e in Tommaso Bargellini
-il suo più tenero compagno d'infanzia; e
-finalmente perdè, quasi assassinato, il fratello Giovanni,
-che gli lasciò su le braccia, per solo retaggio,
-due orfani.
-</p>
-
-<p>
-Con tanto cumulo di dolori caduti l'uno di
-seguito all'altro su l'anima sua esulcerata dalla
-nuova prigionia, non deve dunque far meraviglia
-se pur nel suo capolavoro abbondino le tinte fosche
-anche più di quel che il soggetto tragico le richiedesse,
-nè deve parer troppo strano che un libro
-siffatto cominci con un lamento.
-</p>
-
-<p>
-Anche il lamento, per altro, non è, e non poteva
-essere in un tal uomo, querimonia e rassegnazione,
-ma sfida e minaccia. E il Guerrazzi che, custodito
-nella sua segreta, impreca ai tiranni della terra,
-somiglia un po' (e non senza un tantino di <i>posa</i>) a
-Prometeo, che, inchiodato alla rupe, impreca al
-tiranno del cielo. Più nobile e più eloquente, in ogni
-modo, quando, poche pagine dopo, restando dal
-<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span>
-maledir gli oppressori, si volge a eccitare gli oppressi:
-«Finchè, sollevandosi al cielo, le vostre
-braccia sentiranno il peso dei ferri nemici, non
-supplicate; Iddio sta coi forti! La vostra misura
-di abiezione è già colma; scendere più oltre non
-potete; la vita consiste nel moto; dunque sorgerete!
-Ma intanto abbiate l'ira nel cuore, la minaccia sui
-labbri, nella destra la morte. Tutti i vostri Iddii
-sprezzate; non adorate altro Dio che Sabaoth, lo
-spirito delle battaglie. Voi sorgerete.»
-</p>
-
-<p>
-E seguita ancora, sempre più terribile e sempre
-profetico, perchè qui veramente nel Titano
-risorge il Profeta, e la sua prosa assurge a una
-vera altezza lirica e biblica, che non è più byronismo,
-che non è più maniera, che non è più
-rettorica.... E se oggi par tale, benedetta quella rettorica!
-Il suo fremito, allora, faceva fremere tutti,
-tutti scoteva quell'impeto e inebriava quell'odio; e
-le pagine del poema, copiate con lunghe fatiche e
-passate di mano in mano furtivamente, correvano
-intanto, rapide come un incendio, l'intera penisola.
-</p>
-
-<p>
-L'autore dell'<i>Assedio di Firenze</i> non è un romanziere
-o uno storico, non è neppure soltanto un
-poeta o un profeta, ma un combattitore e un vendicatore:
-vendicatore di tre secoli di servitù, di tre
-secoli d'ignominia, quanti ne erano corsi dalla caduta
-della repubblica fiorentina, sopraffatta dall'armi
-e dai tradimenti di Carlo V e di Clemente VII;
-<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span>
-che è quanto dire dalla caduta dell'ultima libertà
-italiana affogata nel sangue, dall'ultimo moto del
-cuore d'Italia, che per trecento anni doveva cessare
-di battere.
-</p>
-
-<p>
-E il Guerrazzi fu pari, per ingegno e per animo,
-all'alto argomento, in mezzo al quale ci trasporta
-con passione di attore e di contemporaneo, più
-che con calma di storico. E noi vediamo tutto un
-popolo eroico muoversi e agitarsi nelle sue pagine,
-dove (lo notò primo il Mazzini) Firenze sola è protagonista.
-Vi sono figure principali, anzi colossali,
-che staccano in piena luce di gloria nella composizione
-del grandissimo affresco: Francesco Ferrucci,
-Michelangelo Buonarroti, Dante da Castiglione, il
-gonfaloniere Carduccio, e quel macro profilo di
-Fra Benedetto da Foiano, dalle cui labbra inspirate
-sembra prorompere sotto le arcate di Santa Maria
-del Fiore lo spirito del Savonarola vegliante su la
-tradita repubblica; ma unico e vero protagonista
-del libro è la patria, e ne è anima l'anima sempre
-presente dello scrittore.
-</p>
-
-<p>
-Peccato che egli abbia voluto turbare quell'ideale
-unità con episodii domestici, che male interrompono
-e ritardano lo svolgimento dell'azione
-storica, e che al confronto di quella grande azione
-rimpiccoliscono troppo! Ma egli, per il suo fine
-politico, volle forse indulgere ai gusti del tempo e
-del pubblico, e per esser letto da tutti, intrecciò
-<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span>
-alla storia le fila di quel tetro romanzo d'amore
-che commosse tanti animi, e che oggi mi sembra
-una specie di melodramma vittorughiano interpolato
-in una epopea.
-</p>
-
-<p>
-E un'epopea veramente fu questo libro; epopea
-cui non manca che il verso, non l'onda del
-numero. E l'onda poetica della prosa guerrazziana,
-prescindendo dalle intemperanze che le son consuete,
-è qui al suo posto assai più che in altri
-romanzi del Nostro. Egli stesso chiamò <i>poema</i> questo
-suo libro, e con tutta ragione: epica ne è la
-materia, epici ne sono gli eroi, epici furon gli effetti
-che esso produsse, affrettando le <i>giornate del
-nostro riscatto</i>.
-</p>
-
-<p>
-Ma a noi che importa del nome col quale si
-debba chiamare un libro che operò quei miracoli?
-Se c'è una cosa che importi, è questa soltanto: che
-il libro, il quale operò quei miracoli sopra un'intera
-generazione, la generazione presente più non
-lo legge, perchè l'esecuzione non corrisponde in
-esso alla ispirazione caldissima. Anche l'autore,
-più tardi, dichiarò essergli sembrata <i>necessaria</i> ma
-detestabile l'arte onde fu concepito <i>L'assedio di
-Firenze</i>. Ma, ad onta di tutto, vi sono bellezze
-di primissimo ordine in questo romanzo o poema
-che voglia chiamarsi; e poema o romanzo che sia,
-non dobbiamo dimenticare che i nostri padroni di
-allora, i nostri padroni di Vienna, lo condannarono
-<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span>
-e lo temerono come una battaglia vinta contro
-di loro; che per l'Austria fu una minaccia e
-una sfida ad oltranza, come per noi fu conforto e
-argomento a risorgere e a insorgere contro di lei.
-Minaccia e conforto, protesta ed augurio, rivendicazione
-e glorificazione: ecco, o signori, ciò che
-fu questo libro.
-</p>
-
-<h3>IV.</h3>
-
-<p>
-La fama del Guerrazzi, già grande, divenne
-grandissima e popolare dopo la comparsa dell'<i>Assedio
-di Firenze</i>, che fu dovuto stampare a Parigi
-con lo pseudonimo di Anselmo Gualandi. E quella
-fama consolidarono o accrebbero le varie opere
-pubblicate da lui successivamente nel giro di pochi
-anni: <i>Veronica Cybo</i>, una di quelle storie di
-sangue che piacquero troppo all'autore, ma forte e
-rapida, senza divagazioni e senza lirismi; <i>Isabella
-Orsini</i>, altra domestica tragedia quasi gemella alla
-precedente, ma più lenta e più faticosa di quella;
-poi le <i>Orazioni funebri di illustri italiani</i>, sempre
-nobili di pensiero e calde di sentimento civile; e
-poi <i>I nuovi tartufi</i>, modello di narrazione acremente
-umoristica, e battaglia politica contro i seguaci
-di idee moderate. Ma della sua potenza di
-grande umorista il Guerrazzi aveva già dato un
-saggio mirabile fin dal suo esilio di Montepulciano,
-<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span>
-ove scrisse quel minuscolo capolavoro che è ancora
-<i>La serpicina</i>. In questa breve novella è svolto un
-concetto estremamente pessimistico dell'umanità,
-con una forza di <i>humour</i> a cui conferisce grazia
-quel sapore d'antico che è nello stile, e ne tempera
-l'amarezza. Quando, per altro, l'autore volle insistere
-troppo su quello stesso concetto, diluendolo
-nell'interminabile arringa dell'<i>Asino</i> contro il genere
-umano, riuscì fastidioso e pesante, e tutto quello
-sforzo di erudizione e di satira arguta non potè dar
-ragione all'immane raquisitoria dell'indignato e
-sapiente quadrupede.
-</p>
-
-<p>
-Quanto meglio, qualche anno dopo, rifulse
-l'estro umoristico del Livornese in quel raggio di
-sole che è <i>Il buco nel muro</i>, vero raggio di sole
-in mezzo a tutta la tetra opera sua, e vero inno
-alla pace serena della famiglia, di cui non pareva
-capace quell'<i>orco</i>, quel <i>parricida</i>, quel <i>rorator di
-fanciulli</i> che fu predicato il Guerrazzi!
-</p>
-
-<p>
-Nè, fra le molteplici occupazioni letterarie e
-forensi, cessava l'attività politica del cittadino, come
-non veniva mai meno nello scrittore il pensiero della
-patria, inspiratore diretto o indiretto di ogni suo
-libro. Così nel '47, pubblicando l'elogio di Amelia
-Calami, traeva anche da esso occasione a ribattere
-il suo <i>Delenda Carthago</i>, e terminava lo scritto con
-queste fiere parole: «Chè se alcuno osserverà, nè
-pietoso nè savio essere stato il consiglio di mescere
-<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span>
-tanto odio nel discorso funerale di mitissima donna,
-io gli rispondo che la mia religione mi insegna
-acuire sopra le tombe, sopra gli altari, sui fonti
-battesimali, su tutto, la spada che deve alla fine
-affrancare l'Italia dallo abborrito straniero. Catone
-il Censore costumava concludere ogni sua orazione
-col motto: <i>Vuolsi sovvertire Cartagine</i>; sicchè,
-poco prima che spirasse, l'anima sua esultò delle
-puniche fiamme. Così gl'Italiani finiscano prece,
-lettera, orazione, tutto, con le parole: <i>Fuori stranieri!</i>
-E gli stranieri, sotto lo indomabile odio, anderanno
-dispersi. Allora poi favelleremo d'amore.»
-</p>
-
-<p>
-In quello stesso anno 1847, nell'imminenza di
-quelli avvenimenti politici che egli aveva cooperato
-a maturare, lanciò per le stampe il <i>Discorso
-al Principe e al Popolo</i>, col quale chiedeva al Granduca
-una costituzione. Se non che, di lì a poco, accusato
-di macchinazione pericolosa contro il Granduca
-medesimo, venne arrestato di nuovo e di
-nuovo mandato a Portoferraio. Prosciolto per insufficienza
-di prove quando già era stata promulgata
-la costituzione, riuscì deputato al Consiglio
-toscano, ma non pei suffragi dei Livornesi. E poichè
-a Livorno erano scoppiati disordini, egli vi
-andò paciere, sedò quei tumulti, spadroneggiò, e
-si creò nuovi nemici. Intanto, mentre egli era già
-al potere come ministro dell'interno col Montanelli,
-Leopoldo II fuggiva da Firenze l'8 febbraio del
-<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span>
-'49, e si formava un governo provvisorio col noto
-triumvirato, che fu in realtà una vera dittatura
-del solo Guerrazzi.
-</p>
-
-<p>
-Deputato e ministro, triumviro e dittatore, la
-sua vita di quel tempo appartiene alla storia, e la
-storia la giudicherà. I contemporanei lo fecero segno
-ad accuse che è carità di patria non raccogliere;
-lo accusarono, fra altro, di malversazione
-del pubblico danaro, e fu luminosamente provato
-che lo amministrò con tanta rettitudine da averci rimesso
-del suo. Potè commettere errori, non colpe;
-ma è certo che temperò molti eccessi, frenò molti
-abusi, e impedì con gran senso pratico la proclamazione
-della repubblica toscana, resistendo al Mazzini
-che gliela imponeva. Non eran quelli i momenti
-da pensare a repubbliche; tanto è vero che il mese
-appresso ogni concetta speranza cadeva a Novara, e
-che il Granduca tornò a Firenze, e ci tornò con gli
-Austriaci. E il Granduca e gli Austriaci seppellirono
-il Dittatore nel mastio di Volterra, lo sottoposero a
-iniquo processo, per delitto di lesa maestà, e dopo
-quattro anni d'iniquo processo lo condannarono all'ergastolo,
-commutatogli nell'esilio perpetuo.
-</p>
-
-<p>
-A questa quarta prigionia e a questo lungo processo
-dobbiamo uno dei libri più belli del Guerrazzi,
-l'<i>Apologia della sua vita politica</i>, e il più tristo di
-tutti i suoi libri: <i>Beatrice Cenci</i>.
-</p>
-
-<p>
-«Scritto in carcere e generato perciò fra lacrime
-<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span>
-e sangue» disse l'autore questo romanzo; e
-il romanzo, pur troppo, gronda di sangue anche più
-che di lacrime. Vera orgia di atrocità mostruose,
-dove par che il poeta abbia davvero voluto versare
-tutto il fiele dell'anima sua invelenita da tante persecuzioni,
-la <i>Beatrice Cenci</i> fu letta anche troppo,
-con la bramosia delle cose malsane, attraendo con
-la satanica bellezza di molte sue pagine. Oggi non
-la ricorda più alcuno, ed è mera giustizia. La fama
-del Guerrazzi non ha bisogno di esser raccomandata
-al ricordo di un libro così malefico, e l'autore non
-tardò a farne degnissima ammenda con le storie di
-argomento côrso, inspirategli dalla forte isola che
-gli fu terra d'esilio: <i>La torre di Nonza</i>, il <i>Moscone</i>
-e il <i>Pasquale Paoli</i>.
-</p>
-
-<p>
-Questo grande romanzo di libertà, pubblicato
-nel '60, è degno fratello all'<i>Assedio di Firenze</i> per
-l'argomento e per l'indole, e lo supera come opera
-d'arte matura, più schietta, più impersonale, più
-semplice. Ma i tempi erano mutati, e cessate le più
-forti ragioni che avevano fatto cercare con tanta
-avidità i volumi del fiero scrittore; onde il <i>Pasquale
-Paoli</i>, che è giudicato la più bella prosa narrativa
-di lui, non suscitò gli entusiasmi che avevano accolto
-i suoi primi romanzi.
-</p>
-
-<p>
-Dalla Corsica lo smanioso esule era fuggito, con
-pericoli e stenti incredibili, fino dal '57, e si era ridotto
-a Genova a aspettarvi gli eventi che avrebbero
-<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span>
-dovuto permettergli di tornare in Toscana. Ma il '59
-arrivò, le sorti d'Italia cambiarono con rapido quanto
-felice rivolgimento, e al poeta dell'<i>Assedio di Firenze</i>
-non fu ancora concesso il sospirato rimpatrio,
-che i governanti d'allora temevano pericoloso. Ed
-egli se ne crucciò tanto più, perchè, amante della
-patria davvero e non dei partiti, aveva voluta e promossa
-efficacemente l'annessione della Toscana al
-Piemonte e l'unità della nazione con la Dinastia di
-Savoia. Vittorio Emanuele dovette comprendere il
-giusto risentimento del cittadino benemerito e illustre,
-e volle vederlo e parlargli. Chiamatolo a Torino,
-cercò di persuaderlo a restarvi, con qualunque
-carica avesse potuto desiderare, offrendosi pronto a
-crearne magari una apposta per lui. Ringraziava
-commosso il Guerrazzi, ma rispondeva al gran Re
-non desiderare e non chiedere altro che potersene
-<i>tornar con onore a casa sua e a' suoi studi</i>, non
-volendo tornarvi con l'<i>amnistia</i> che il governo
-provvisorio gli aveva largita.
-</p>
-
-<p>
-E a Livorno potè rientrar finalmente nel '62,
-per la deputazione conferitagli da' suoi concittadini,
-i quali più tardi, con manifesta ingratitudine, gliela
-ritolsero. Forse non era piaciuta l'attitudine violenta
-che egli aveva presa anche in Parlamento contro
-quella che usava chiamare <i>l'empia setta dei moderati</i>.
-E il vecchio gladiatore allora si ritirò dall'arena,
-confinandosi nel suo romitorio di Cecina,
-<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span>
-stanco di mente, offeso di cuore, scontento di sè e
-di tutti. Ivi passò i suoi ultimi anni «in compagnia
-del mare, delle foreste scarmigliate dal vento,
-e della malaria», invocando pace, e non ottenendola
-che dalla morte il 23 settembre 1873.
-</p>
-
-<p>
-Dodici anni dopo, Livorno gli eresse una statua,
-che lo rappresenta seduto come chi medita e scrive.
-No, no! Alto in piedi e diritto doveva sorgere dal suo
-piedistallo chi nacque alla lotta e lottando invecchiò.
-Guerrazzi in poltrona, io non me lo so figurare neanche
-di marmo!
-</p>
-
-<h3>V.</h3>
-
-<p>
-Non ho neppure accennato alle ultime opere
-guerrazziane, perchè nulla esse aggiunsero alla
-fama letteraria dello scrittore.<i> L'assedio di Roma</i>,
-uscito nel '64, è già segno della stanchezza di
-quel poderoso intelletto. L'animo però vi apparisce
-sempre fiero, e fiero l'odio contro ogni avanzo
-di vecchia tirannide. Egli non poteva esser pago finchè
-tutta quanta l'Italia non fosse stata degl'Italiani;
-e perciò la voce dell'antico leone, come aveva ruggito
-nel Parlamento contro la cessione di Nizza alla
-Francia, così continuava a ruggir nell'<i>Assedio di
-Roma</i> contro il dominio papale e borbonico: — «Se
-il Demonio potesse o volesse venire al mondo
-per istrascinar nel suo inferno Papa e Borbone e
-<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span>
-d'ogni risma stranieri, ben venga il Demonio: noi
-lo saluteremo Demonio Iº Re d'Italia; purchè venga
-armato di ferro e di fuoco». Costanza e coscienza
-mirabile di scrittore e di cittadino, che aveva proclamato
-doversi ogni uomo proporre lo scopo più
-immediatamente utile alla sua patria, e a quello
-tendere sempre con ogni sua forza. Nè mai in
-alcun uomo alle belle parole risposero i fatti come
-in quest'uno.
-</p>
-
-<p>
-Discendente legittimo di Dante e di Machiavelli,
-d'Alfieri e di Foscolo, come scrittore sentì in pieno
-petto l'ondata del Byron, che gli scemò la schiettezza
-dell'arte, ma non la tenace italianità degli
-spiriti. E a riuscir degno davvero dei sommi italiani
-da cui discendeva, non gli mancò nè l'ingegno
-nè l'animo, ma solo una più equilibrata armonia
-tra le sue facoltà: chè in lui la fantasia
-prepotè troppo sul gusto, la passione sul raziocinio,
-la carità della patria su l'amore dell'arte. Difetto
-glorioso quest'ultimo, che il Guerrazzi ebbe
-comune col Berchet e col Niccolini, per non citare
-che i due poeti ai quali somiglia di più, e
-che sono i più degni di essergli paragonati fra
-quanti nel periodo nel nostro risorgimento intesero
-a fare opera di patriotti più che d'artisti.
-</p>
-
-<p>
-Quella organica sproporzione di forze che era
-nel suo cervello, e quella soverchia preoccupazione
-costante di un fine politico estrinseco all'arte, oltre
-<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span>
-che le vicende d'una vita d'azione così combattuta,
-impedirono a lui di lasciare un'opera perfetta
-che abbia vera probabilità di resistere al tempo.
-Anzi, se si eccettui più d'una delle sue cose minori,
-che l'Italia dovrà tornare a leggere e ammirare
-più che oggi non faccia, la sua produzione è
-quasi già tutta invecchiata, mentre egli avrebbe potuto
-restare uno dei più grandi prosatori del secolo
-decimonono. Basterebbe a provarlo l'episodio del
-buon Romeo dantesco, parafrasato nella <i>Battaglia di
-Benevento</i> in alcune pagine semplici e commoventi
-che valgono tutto il romanzo e attestano le straordinarie
-doti d'artista che erano già in quel giovine
-di 22 anni. Perchè anche il Guerrazzi, come è accaduto
-sempre, prima d'Orazio e dopo d'Orazio,
-riesce tanto più grande scrittore quanto meno se lo
-propone e quando meno ci pensa. <i>Professus grandia,
-turget!</i>
-</p>
-
-<p>
-Delle sue doti fu sempre conscio e superbo, ma
-ebbe anche sempre un concetto assai chiaro di ciò
-che aveva voluto essere e di ciò che poteva valere
-l'opera sua. Basti, fra tanti accenni, quello che si
-legge in una sua bellissima lettera al Cantù, pubblicata
-recentemente, ove è detto che i suoi libri
-«dureranno, come opera un rimedio, fin che dura
-la malattia. Quando sorgerà il giorno della vera,
-della grande libertà, cesseranno, come il lume della
-lucerna sviene all'apparire del sole».
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span>
-</p>
-
-<p>
-Uomo e scrittore, ebbe ambizioni e virtù d'altri
-tempi; onde tutto gli parve così meschino nel tempo
-in cui visse, che, trovatosi a governare l'intera Toscana,
-gli sembrò di recitare una tragedia di Alfieri
-coi burattini, e scrivendo storie o romanzi, ne fece
-parlare gli eroi come parlavano gli eroi di Plutarco.
-Ma ambizioni e virtù gli sorresse e scaldò un unico
-infinito amore all'Italia e un unico odio infinito per
-tutti i nemici di lei. E a quell'amore e a quell'odio
-votò la sua vita, «scrivendo, cospirando, soffrendo,
-operando (ammonisce il Carducci) come da gran
-tempo non usava in Toscana».
-</p>
-
-<p>
-Di tutto questo egli non domandò nè sperò
-altro premio che quello dovuto dopo la morte a
-coloro che hanno spesa nobilmente la vita in prò
-della patria; «un solo premio, diceva, ma grande
-e divino: quello di sentirsi ricordare dai superstiti
-con amorosa benevolenza».
-</p>
-
-<p>
-E noi, o Signori, andiamo dimenticando quest'uomo,
-come abbiamo dimenticata oramai quasi
-tutta una schiera gloriosa di pensatori e di poeti,
-che, dall'Alfieri al Guerrazzi, si affaticarono a
-crearci, se non altro, la volontà d'esser liberi;
-oppure ci ricordiamo di alcuni di loro per frugar
-nella loro vita e nel loro sepolcro con indiscreta
-curiosità di eruditi o di anatomisti....
-</p>
-
-<p>
-Noi siamo una generazione di piccoli critici e
-di grandissimi ingrati.
-</p>
-
-<div class="somm">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="indice" href="#indfront">
-INDICE</a></h2>
-
-<table class="indice" summary="">
- <tr>
- <td><a href="#cavour">L'Opera di Cavour</a></td> <td class="pag">Pag. 5</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#epopea">L'epopea garibaldina</a></td> <td class="pag">43</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#lirica">La Lirica</a></td> <td class="pag">117</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><a href="#guerrazzi">F. D. Guerrazzi</a></td> <td class="pag">147</td>
- </tr>
-</table>
-
-<hr />
-</div>
-
-<div class="footnotes">
-
-<h2>
-NOTE:
-</h2>
-
-<div class="footnote" id="note1">
-<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il 14 marzo, genetliaco di Vittorio Emanuele II e
-di Umberto I.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note2">
-<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Aneddoto raccontatomi dall'illustre presidente
-della Camera italiana: Giuseppe Biancheri.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note3">
-<p><span class="label"><a href="#tag3">3</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Come le foglie</i>. Atto III.</p>
-</div>
-</div>
-
-<div class="tnote">
-<p class="tntitle">
-Nota del Trascrittore
-</p>
-
-<p>
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione
-minimi errori tipografici.
-</p>
-
-<p class="covernote">
-Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
-</p>
-</div>
-
-
-
-
-
-
-
-
-<pre>
-
-
-
-
-
-End of the Project Gutenberg EBook of La vita Italiana nel Risorgimento
-(1849-1861), parte II, by Various
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA (1849-1861), PARTE II ***
-
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-from people in all walks of life.
-
-Volunteers and financial support to provide volunteers with the
-assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
-goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
-remain freely available for generations to come. In 2001, the Project
-Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
-and permanent future for Project Gutenberg-tm and future
-generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see
-Sections 3 and 4 and the Foundation information page at
-www.gutenberg.org
-
-
-
-Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
-
-The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
-501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
-state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
-Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
-number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by
-U.S. federal laws and your state's laws.
-
-The Foundation's principal office is in Fairbanks, Alaska, with the
-mailing address: PO Box 750175, Fairbanks, AK 99775, but its
-volunteers and employees are scattered throughout numerous
-locations. Its business office is located at 809 North 1500 West, Salt
-Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up to
-date contact information can be found at the Foundation's web site and
-official page at www.gutenberg.org/contact
-
-For additional contact information:
-
- Dr. Gregory B. Newby
- Chief Executive and Director
- gbnewby@pglaf.org
-
-Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg
-Literary Archive Foundation
-
-Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
-spread public support and donations to carry out its mission of
-increasing the number of public domain and licensed works that can be
-freely distributed in machine readable form accessible by the widest
-array of equipment including outdated equipment. Many small donations
-($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
-status with the IRS.
-
-The Foundation is committed to complying with the laws regulating
-charities and charitable donations in all 50 states of the United
-States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
-considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
-with these requirements. We do not solicit donations in locations
-where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
-DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
-state visit www.gutenberg.org/donate
-
-While we cannot and do not solicit contributions from states where we
-have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
-against accepting unsolicited donations from donors in such states who
-approach us with offers to donate.
-
-International donations are gratefully accepted, but we cannot make
-any statements concerning tax treatment of donations received from
-outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.
-
-Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
-methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
-ways including checks, online payments and credit card donations. To
-donate, please visit: www.gutenberg.org/donate
-
-Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works.
-
-Professor Michael S. Hart was the originator of the Project
-Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be
-freely shared with anyone. For forty years, he produced and
-distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of
-volunteer support.
-
-Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
-editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in
-the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
-necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
-edition.
-
-Most people start at our Web site which has the main PG search
-facility: www.gutenberg.org
-
-This Web site includes information about Project Gutenberg-tm,
-including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
-Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
-subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks.
-
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